Inizio - Attualità »
Presentazione »
Approfondimenti »
Notizie archiviate »
Notiziari »
Arretrati »
Selezione in PDF »
Articoli vari»
Testimonianze »
Riflessioni »
Testi audio »
Libri »
Questionario »
Scrivici »
Notizie 1-15 agosto 2019


I Raid israeliani s'allargano

I media arabi (imbeccati da Israele?) descrivono le nuove missioni in Iraq e oltre

ln lraq i caccia F-35 hanno colpito basi che un tempo erano americane e ora servono come tappe per spostare le armi iraniane verso la Siria, I raid allargati all'Iraq e forse allo Yemen fanno parte di una strategia per evitare la guerra al confine nord, che sarebbe devastante,

di Daniele Raineri

 
Tre giorni fa al mattino presto c'è stata un'esplosione nella base militare di al Saqr nella periferia meridionale di Baghdad, in Iraq. Nel 2008 passai un paio di settimane in quella base quando si chiamava Fob Falcon (Fob: Forward Operating Base), era sotto il controllo dei soldati americani e serviva a intercettare i combattenti dello Stato islamico che dalle zone di campagna a sud tentavano di infiltrarsi dentro alla capitale. Dai tetti della base Falcon si vedevano molti quartieri di Baghdad e a est c'era il fiume Tigri e la sponda dove nel 1981 il regime iracheno aveva tentato di costruire un reattore nucleare assieme ai francesi, il progetto si chiamava Osirak - ma gli israeliani con un raid aereo improvviso avevano raso al suolo tutto. Proprio quella fascia rurale a sud era molto infestata dallo Stato islamico perché il dittatore Saddam nei decenni precedenti vi aveva trasferito decine di migliaia di sunniti, che sono la minoranza irachena che al tempo era fedele a Saddam e si contrapponeva agli sciiti, che in Iraq sono la maggioranza ma all'epoca erano tenuti sotto controllo dal regime. Saddam aveva creato quella zona cuscinetto popolata di sunniti perché temeva che gli sciiti che abitano il sud del paese un giorno potessero marciare sulla capitale, magari assieme agli iraniani, che sono sciiti anche loro. Se ci avessero provato sul loro cammino avrebbero incontrato i sunniti, che si sarebbero dovuti trasformare in guerriglieri e avrebbero dovuto difendere Saddam. Quando nel 2003 Saddam era stato spodestato dagli americani, lo Stato islamico aveva trovato facile presa fra gli abitanti della fascia a sud di Baghdad. Ma questa è storia vecchia, perché l'Iraq di oggi è molto diverso. I soldati americani se ne sono andati (quasi del tutto). Saddam è morto. Lo Stato islamico è impegnato a riprendersi dalla sconfitta. Quell'assetto dell'Iraq durato fino al 2003 è scomparso e oggi gli sciiti sono molto forti. La base Falcon ha cambiato nome ed è passata sotto il controllo delle unità della Mobilitazione popolare, una forza paramilitare di maggioranza sciita. E alcune sottodivisioni della Mobilitazione hanno rapporti molto stretti con gli iraniani. Il fumo dell'esplosione di lunedì si vedeva fin dal centro della capitale e sono circolate alcune spiegazioni che parlavano di un incidente, come per esempio un incendio nel deposito di munizioni. Ma c'è pure il sospetto che si sia trattato di un raid aereo israeliano per colpire alcune armi iraniane nascoste dentro la base.
  Sta succedendo qualcosa di nuovo in medio oriente. Nel gennaio 2013 gli israeliani hanno cominciato a eseguire raid aerei in Siria per impedire agli iraniani di trasformare il paese in una piattaforma militare per aggredire Israele. Gli aerei hanno bombardato centinaia di bersagli: magazzini segreti di armi, convogli, posti di comando, laboratori per la ricerca e la produzione legati al programma armi chimiche e in qualche caso anche comandanti. Quando un generale iraniano ha commesso l'errore di visitare una postazione vicina alle alture del Golan con un telefonino nei paraggi è stato individuato e ucciso da un drone. Il governo di Gerusalemme per anni non ha riconosciuto la responsabilità di questi bombardamenti e si è comportato come se non stesse succedendo nulla, ma di recente ha cominciato a parlarne, quando ormai il ritmo e l'ampiezza degli strike non lasciavano più alcun dubbio.
  Alcuni osservatori temevano che l'estate del 2019 sarebbe stata la stagione del Secondo Round, la sempre imminente ripresa della guerra con Hezbollah interrotta nell'estate del 2006. Sarebbe un conflitto molto diverso rispetto a quello di tredici anni fa, da entrambe le parti. Più che contro Hezbollah, sarebbe uno scontro diretto con l'Iran, che di fatto oggi può usare la sua egemonia regionale e muovere uomini, risorse e mezzi molto più rispetto a qualche anno fa. L'Iran intende usare una strategia della saturazione con centinaia di missili sparati assieme per mandare in tilt i sistemi di difesa e intercettazione israeliani. Anche dalla parte di Israele si pensa diversamente al conflitto che potrebbe arrivare. Questa volta il piano include una rappresaglia drastica contro il Libano, per impedire la rigenerazione del nemico sul breve termine. Vuol dire che le infrastrutture come gli aeroporti sarebbero colpite in modo durissimo. In breve: il Secondo Round sarebbe molto più devastante del primo, perché entrambe le parti non si accontenterebbero più di una soluzione temporanea e cercano la vittoria definitiva.
  Per evitare questo Secondo Round, gli israeliani hanno adottato una strategia di operazioni preventive che espandono il raggio delle operazioni che continuano a essere fatte in Siria. Per esempio, hanno sorvolato tutto l'Iran dalla capitale Teheran nel nord fino al porto di Bandar Abbas nel sud con i bombardieri invisibili F-35 - che avevano una triplice missione: prendere immagini delle basi iraniane, testare i loro sistemi di difesa (che però non si sono accorti di nulla) e mandare un messaggio implicito di avvertimento alla leadership iraniana. In questo contesto, arrivano le notizie di bombardamenti israeliani mai confermati da fonti ufficiali in Iraq. Un raid ha colpito la base di Amerli il 19 luglio, nel governatorato di Salahuddin, a nord di Baghdad. Un secondo raid molto più pesante ha colpito Camp Ashraftre giorni dopo nel governatorato di Diyala, a nordest della capitale. Sono entrambe basi che appartengono alla milizia Badr, che è un'organizzazione militare irachena molto collusa con l'Iran (in Iraq la collusione degli sciiti con i vicini iraniani non è automatica come si potrebbe pensare, in molti casi c'è insofferenza, ma talvolta c'è ed è proprio forte). Poi tre giorni fa la notizia dell'esplosione nella ex base Falcon. Gli israeliani hanno ripreso i raid in Iraq in stile Osirak, come nel 1981. I luoghi colpiti fanno parte di quel corridoio ideale che dall'Iran porta missili ed equipaggiamento sofisticato fino alla Siria e al confine con Israele. E' una rotta di terra che impiega camion refrigerati - come quelli usati per trasportare cibo deperibile - per ingannare gli osservatori e fa tappa in alcune guarnigioni di fedelissimi dell'Iran lungo la strada. In questo modo non c'è più bisogno di fare atterrare i carichi a bordo di aerei passeggeri all'aeroporto internazionale di Damasco, da dove poi erano seguiti con molta più facilità dall'intelligence israeliana, ma il trucco è stato scoperto. In pratica, gli aerei israeliani hanno cominciato a colpire il traffico di armi nelle prime tappe del viaggio, invece che in quelle finali.
  E' possibile che gli israeliani stiano facendo filtrare notizie su questo allargamento delle missioni sulla stampa araba. La notizia dei voli sopra Teheran è stata passata al giornale kuwaitiano al Jarida, che da sempre riceve queste imbeccate a uso e consumo dei lettori di lingua araba. La notizia dei raid in Iraq è arrivata da "una fonte militare israeliana" al sito arabo "Independent" (si chiama così, in inglese), che tra le altre cose accenna al fatto che queste missioni potrebbero espandersi anche allo Yemen, dove le milizie filoiraniane stanno andando molto bene nella guerra civile. Il giorno dopo fonti diplomatiche occidentali non meglio specificate hanno detto al giornale Asharq al Awsat (Il medio oriente) che i bombardamenti in Iraq sono stati fatti dagli israeliani. E' come se Israele volesse mantenere la posizione ufficiale di distacco e neutralità e allo stesso tempo mettere tutti gli attori nell'area sull'avviso.
  E' chiaro che queste operazioni non possono essere sfuggite a chi opera nella zona, quindi americani e russi. Non commentano e quindi vuol dire che per ora approvano.

(Il Foglio, 15 agosto 2019)


La guerra sotterranea

Dentro al tunnel numero 6 scavato da Hezbollah dal Libano per attaccare Israele

Da una casa di Ramyeh, in Libano, il tunnel termina sotto la collina di Zar' it. Sono due chilometri e mezzo che violano la Linea Blu Vestiti, binari, versi del Corano. L'obiettivo di Hezbollah è conquistare la Galilea attaccando le comunità agricole israeliane

di Micol Flammini

 
Il tunnel vicino a Metula
 
Dentro il tunnel
ZAR'IT - "Per la prossima guerra", continua a ripetere l'ufficiale dell'Idf, Forze di difesa israeliane, prima di entrare nel tunnel scavato da Hezbollah per attaccare Israele. Settanta metri di profondità, due chilometri di lunghezza, la galleria è il segno, l'evidenza del conflitto che l'organizzazione libanese prepara contro lo stato ebraico. Arriva a Zar'it, una delle ventidue comunità di agricoltori della Galilea, e parte da una casa privata di Ramyeh, villaggio a sud del Libano. Gli uomini di Hassan Nasrallah la guerra la preparavano in silenzio, scavando di cinquanta centimetri in cinquanta centimetri nella roccia dura e rossa con una trivella a motore. I segni della guerra, "la prossima", sono sotto terra, nel tunnel umido dalle pareti scavate, nel terreno fangoso, nel soffitto alto due metri, nelle scale ripide che conducono in profondità. E' il tunnel numero sei, "non abbiamo dato nomi alle gallerie, soltanto numeri", spiega al Foglio l'ufficiale, "li abbiamo scoperti a partire da dicembre, nell'ambito dell'operazione North Shield, questo è stato l'ultimo" e il primo è stato ritrovato a Metula, partiva dal villaggio libanese di Kfarkela. I tunnel sono tutti disposti lungo la Linea Blu, la linea di demarcazione che le Nazioni Unite stabilirono nel 2000 per segnare il ritiro di Israele dal Libano. L'obiettivo di Hezbollah era quello di infiltrare i combattenti nelle comunità agricole, con assalti e prese di ostaggi, e di riuscire a conquistare la Galilea spostando il conflitto dentro ai confini dello stato ebraico. L'ingresso nel tunnel è sotto la collina di Zar'it, bisogna piegarsi appena mentre si scendono le scale, fare attenzione ai cavi per la corrente elettrica e ai tubi che da Remyat, a un chilometro e mezzo di distanza dalla Linea blu, portavano acqua nel tunnel. Le pareti sono strette, un metro tra l'una e l'altra, si sente il freddo della pietra, l'aria pesante del sottosuolo. Gli altri tunnel sono stati distrutti nella parte che attraversa il territorio israeliano e le Forze di difesa pensano di distruggere anche il numero sei. La parte tra il Libano e Israele è stata murata, camminando in fondo al tunnel si arriva a una porta, un limite: Hezbollah è stata colta di sorpresa dalle operazioni israeliane e ha bloccato l'accesso dalla parte libanese.
   Nel tunnel ci sono abiti, telefoni, dei binari costruiti per trasportare i detriti e le rocce fuori dalla galleria, lungo le pareti sono stati incisi versi del Corano. "Gli abitanti della zona avevano iniziato a sentire dei rumori già nel 2014, avevamo anche notato dei movimenti sospetti, ma le prove non erano abbastanza per far pensare a un'operazione di Hezbollah". La guerra sotterranea è stata interrotta da un'operazione di intelligence da parte delle Forze di difesa israeliane, che dal 2006 sapevano del progetto dei combattenti libanesi di entrare nel territorio dello stato ebraico dal sottosuolo. Era dalla fine della guerra dei 33 giorni, di cui ieri ricorreva il tredicesimo anniversario della fine del conflitto, il secondo tra Israele e Libano, che Hezbollah cercava di riaprire le ostilità. Fino al 2006 le forze filoiraniane avevano atteso che fosse Israele a intervenire nel territorio libanese e da quel momento è nata l'idea della guerra silenziosa, sotterranea. E sono arrivate le minacce di un conflitto più duro rispetto al passato in grado di "portare all'estinzione di Israele", come ha detto Nasrallah.
   Per scavare i sei tunnel che attraversano la Linea Blu il movimento sciita non ha soltanto avuto l'appoggio delle comunità locali, dei villaggi che hanno messo a disposizione case, mezzi e strumenti per rendere le operazioni il meno percettibili possibili, ma anche quello di una ong: "Green without borders è un'organizzazione non governativa attiva nel sud del Libano che nel 2014 ha ottenuto dal governo di Beirut il permesso di occuparsi della tutela delle foreste", spiega l'ufficiale. L'offensiva di Hezbollah era attesa, per tutelarsi Israele, d'accordo con le Nazioni unite, aveva costruito un muro nel 2015 lungo il confine che dalla parte libanese è sorvegliato dagli uomini di Unifil, la Forza militare di interposizione, con un contingente di undicimila soldati (anche italiani) messi a disposizione dall'Onu. Il tunnel viola la sovranità dello stato di Israele, supera la Linea Blu e fornisce la misura di tutto quello che si sta muovendo lungo i confini dello stato di Israele. "Per la prossima guerra", continua a dire l'ufficiale mentre descrive le operazioni di intelligence che sono state necessarie per scovare i cunicoli e le nuove tecnologie basate su minionde sismiche utilizzate per localizzare i sei tunnel. "Per la prossima guerra", dice, mentre spiega la resistenza israeliana su più fronti e il conflitto che questa volta, sia al confine con il Libano sia a Gaza, ha tentato di iniziare dal suolo. La guerra sotterranea era stata già scoperta lungo il confine con la Striscia, dove Hamas continua a scavare dei tunnel per irrompere negli insediamenti ebraici confinanti e quest'anno sono stati scoperti tredici cantieri che come in Libano, iniziano tutti da case, edifici, zone abitate.
   Da Ramyeh fino a Zar'it corre la minaccia di un nuovo conflitto che per il premier israeliano Benjamin Netanyahu va oltre i tunnel, va oltre i confini. Quando è stata scoperta la prima galleria, Netanyahu è volato a Bruxelles per avvertire l'Unione europea e il segretario di stato americano, Mike Pompeo, della possibilità di un nuovo conflitto con il Libano e dei tentativi di espansione da parte dell'Iran, per avvisare che le condizioni "per la prossima guerra" ci sono già, e che, per trovarne i segnali, basta andare sotto terra.

(Il Foglio, 15 agosto 2019)


Clamoroso all'Onu: hanno capito che gli arabi sono razzisti con gli ebrei

di Daniel Mosseri

Le condanne dell'Onu contro Israele non si contano: nel solo 2018 l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato 20 risoluzioni contro lo Stato ebraico per violazioni dei diritti umani, occupazione del territorio palestinese, insediamenti illegali e chi più ne ha più ne metta. Ma l'Onu non è solo l'Assemblea Generale: così, per non restare indietro, lo scorso 24 luglio il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc) ha condannato Israele (e solo Israele) per violazioni dei diritti delle donne. Poco male che a sbracciarsi contro il governo di Gerusalemme all'Ecosoc c'erano Paesi quali l'Iran, l'Arabia Saudita, lo Yemen e il Pakistan in molti dei quali le donne non possono neppure andare dal medico senza il permesso del rispettivo padre, fratello o marito. Il terzo Paese al mondo a essere guidato da una donna, Golda Meir (premier fra il 1969 e il 1974), si è quindi visto fare le pulci da nazioni dove le donne non possono neppure uscire di casa.
  Stupisce dunque che due giorni fa la Commissione Onu per l'eradicazione della discriminazione razziale (Cerd) se la sia presa per una volta non con i soliti manigoldi sionisti ma con i loro vicini di casa palestinesi. A mettere la pulce nell'orecchio del Cerd è stata UNWatch, una piccola ma combattiva Ong animata dall'avvocato canadese Hillel Neuer il cui scopo dichiarato è assicurare che l'Onu rispetti il proprio statuto. UN Watch ha fornito alla Cerd un rapporto firmato dall'avvocato Dina Rovner, in cui si mettono in luce le «numerose violazioni della convenzione internazionale contro il razzismo a cui lo Stato di Palestina ha formalmente aderito nel 2014». Se la Palestina, insomma, dice di combattere il razzismo, perché l'Autorità palestinese (Ap) e Hamas nei rispettivi territori di competenza fanno il contrario?, chiede UNWatch.

 «Scimmie e maiali»
  A sua volta il membro sudcoreano del Cerd, Chinsung Chung, ha chiesto al rappresentante palestinese Ammar Hijazi di spiegare «il pregiudizio e l'incitamento all'odio antisemita e anti-israeliano dei media e nei discorsi ufficiali dei rappresentanti palestinesi», mentre il brasiliano Silva Albuquerque ha insistito sui contenuti antiebraici di cui sono infarciti i libri di testo dell'Ap. Poiché Hijazi non ha risposto, limitandosi a segnalare che quelle erano «menzogne» messe in giro da UN Watch per negare ai palestinesi i propri diritti, una risposta, indiretta, è giunta dall'avvocato Rovner. L'incitamento all'odio, ha spiegato, fa parte della narrativa palestinese che disumanizza gli ebrei e gli israeliani chiamandoli «scimmie e maiali», accusandoli di ogni sorta di nefandezza: dal bere il sangue dei bambini palestinesi all'avvelenamento dei pozzi, sempre palestinesi, fino ad insinuare che gli israeliani governino il mondo o siano dei nazisti. Rovner ha anche ricordato che l'Ap nega legame degli ebrei con Israele e incoraggia attacchi terroristici contro gli ebrei. Parole che restano agli atti, fino alla prossima condanna di Israele firmata Nazioni Unite.

(Libero, 15 agosto 2019)


*


L'Onu finalmente si muove. Invita l'Autorità Palestinese a eliminare antisemitismo dai libri

di Giacomo Kahn

La Commissione per l'eliminazione delle discriminazioni razziali delle Nazioni Unite, riunitasi a Ginevra, ha chiesto all'Autorita' nazionale palestinese (Anp) di eliminare tutti i riferimenti all'antisemitismo nei libri di testo in uso nel Paese e in tutti i comunicati ufficiali. "Molte relazioni di Organizzazioni non governative hanno evidenziato pregiudizi e incitamento all'odio antisemita e anti-israeliano- ha detto Chinsung Chung, membro della Commissione - che emergono in particolare nei media palestinesi e nei discorsi dei suoi funzionari statali. Puo' l'Autorita' palestinese fornire una spiegazione a questo proposito?" Un altro membro della commissione, Silva Albuquerque, ha dichiarato di essere stata informata dalle Ong di esempi di razzismo e antisemitismo dell'Anp, in particolare nei suoi libri scolastici, chiedendo contestualmente alla delegazione palestinese come abbia affrontato questo problema. Il rappresentante del ministero degli Esteri dell'Anp, Ammar Hijazi, che ha guidato una delegazione di oltre una dozzina di funzionari, ha subito reagito, definendo "deplorevoli" le accuse di incitamento all'odio razziale. "Non discriminiamo nessuno dei nostri cittadini in base all'etnia, alla religione o al sesso. Siamo uno stato che sta cercando di trovare la sua strada e sta ancora formulando le sue leggi", ha detto Hijazi. Il delegato palestinese ha anche accusato i membri della commissione di dare valore alle accuse di alcune Ong che sono state "fondate e finanziate per negare ai palestinesi i loro diritti e diffondere falsita' su di loro". "Per loro - ha continuato Hijazi - e' un problema anche solo accettare che la Palestina sia uno Stato". Hillel Neuer, direttore esecutivo dell'Un Watch, ha dichiarato al Jerusalem Post che e' stato un peccato che i palestinesi abbiano cercato di eludere la loro responsabilita'. Prima della riunione di martedi', diverse Ong avevano fornito alla Commissione elementi e informazioni circa casi di incitamento all'odio e antisemitismo nell'Autorita' palestinese. In particolare, la consulente legale dell'Onu Watch, Dina Rovner, ha detto alla commissione che i media dell'Anp "perpetuano stereotipi antisemiti come il fatto che gli ebrei sono avidi, che fanno parte di una cospirazione per controllare il mondo, che avvelenano i palestinesi e rubano i loro organi; i media palestinesi inoltre trasmettono canzoni e video che promuovono l'uccisione di ebrei e israeliani".
   Durante la riunione, per oltre due ore, i rappresentanti della delegazione palestinese sono stati incalzati con una serie di domande incentrate in modo specifico su come intendono agire per proteggere i membri della comunita' ebraico-israeliana e come eliminare ogni traccia di odio antisemita dalla loro societa'. Sono stati chiesti anche dati e informazioni sulla situazione delle minoranze in Palestina. Il coreano Chung, ad esempio, ha formulato domande in particolare sul trattamento riservato ai drusi e ai circassiani. Sono infine stati posti quesiti sulla tratta di esseri umani e sulla discriminazione nei confronti delle donne, anche per quanto riguarda il matrimonio, la violenza domestica e le leggi sulla proprieta'. L'Onu non riconosce la Palestina come Stato membro. Dalla sua designazione nell'Onu nel 2012 come Stato non membro, tuttavia, l'Autorita' palestinese ha avuto il diritto di firmare trattati e convenzioni, come quello sulla discriminazione razziale. Ha gia' firmato sette dei nove trattati delle Nazioni Unite sui diritti umani che richiedono una revisione dei suoi diritti umani, proprio come se si trattasse di uno Stato membro.

((Shalom, 15 agosto 2019)


Dalla Shoah ai palcoscenici del mondo, note di speranza

Amnon Weinstein si imbatté per la prima volta in un violino della Shoah 50 anni fa. Era un giovane liutaio in Israele, e un cliente gli portò un vecchio strumento in condizioni terribili, chiedendo di restaurarlo. L'uomo raccontò di aver suonato il violino sulla strada che lo portava alle camere a gas, ma sopravvisse per un caso fortuito: i nazisti avevano bisogno di lui per la loro orchestra del campo di sterminio. Da allora non ci aveva più suonato. "Così ho aperto il violino, e lì dentro c'erano delle ceneri", raccontò Weinstein in un'intervista all'emittente Npr. Ne fu inorridito; si chiese se quelle ceneri appartenessero alle vittime dei Lager, ai suoi famigliari assassinati. E abbandonò il lavoro di restauro. Gestire uno di quegli strumenti era troppo per lui.
   Diversi anni dopo, nel 1996, Weinstein tornò sui suoi passi e lanciò un appello per raccogliere i violini della Shoah. E così è nato il progetto Violins of hope: una collezione di strumenti proveniente da ebrei sopravvissuti alla Shoah o dai famigliari di chi fu ucciso. "Tutti questi strumenti sono simboli di speranza. Sono un modo per dire: ricordati di me, ricordati di noi", ha spiegato Weinstein, che porterà i "suoi" violini a Cremona in occasione della rassegna Cremona Musica (27- 28 settembre). E con la cittadina lombarda, Weinstein ha un legame particolare: qui si diplomò alla Scuola di Liuteria, segnando il suo futuro. La città gli renderà omaggio conferendogli il Cremona Musica Award ma soprattutto dando spazio ai Violini della speranza, suonati nei palcoscenici di mezzo mondo e a Cremona dal violinista turco Cihat Askin.
   "I nazisti usavano la musica e soprattutto i violini per umiliare e degradare gli ebrei nei ghetti e nei campi. - racconta Weinstein nel sito dedicato al progetto - Hanno sequestrato migliaia di strumenti ad ebrei di tutta Europa. I nostri concerti sono la risposta definitiva al loro piano di annientare un popolo e la sua cultura, di distruggere vite umane e libertà. Il suono dei violini è spesso paragonato alla bellezza della voce umana. Quando suonato con talento e spirito, è noto per raggiungere e toccare i cuori. Questo è stato il ruolo dei violini nella guerra - per toccare i cuori, accendere la speranza di tempi migliori e diffonderla ovunque. Ovunque c'era musica, c'era speranza".
   "Durante una visita a Tel Aviv, sono andato al negozio dove Amnon Weinstein mi ha mostrato un violino che era stato deturpato con una svastica da un restauratore tedesco negli anni '30 - ha raccontato il violinista ltzhak Perlman -. Un atto così degenerato, tuttavia, non è riuscito ad impedire al violino di creare bellezza. Penso che il violino sia una replica della nostra anima. E i violini di Weinstein sono ancor di più un esempio potente di perseveranza. Un tempo rappresentavano per i loro proprietari l'idea di sopravvivenza, e simboleggiano lo stesso per noi oggi".
   Questi strumenti rappresentano le storie di vite spezzate e restituiscono dignità ai loro proprietari, ha ricordato Perlman.
   A Cremona Musica Amnon Weinstein sarà anche protagonista di una seconda esposizione, dove verranno messi in mostra alcuni strumenti realizzati da lui e dagli altri allievi che hanno frequentato la Scuola di Liuteria di Cremona nel suo stesso periodo.

(Italia Ebraica, agosto 2019)


L'assedio di rifiuti a Gaza ora spaventa anche Israele

Riportiamo un articolo del Manifesto che presenta un serio problema presente a Gaza. E naturalmente, in conformità al ben noto atteggiamento antisraeliano del giornale, ne ricerca le cause dirette o indirette nello Stato ebraico. Ma il cercare prioritariamente le cause dei mali tra gli ebrei non è forse il classico atteggiamento antisemita? NsI

di Michele Giorgio

GAZA - All'improvviso, all'inizio dell'anno, le autorità israeliane si sono mostrate disponibili a facilitare l'allestimento a Gaza di una nuova discarica e la possibile costruzione nella Striscia di uno o più impianti di riciclaggio dei rifiuti. «Gli israeliani si muovono solo quando la disastrosa situazione di Gaza ha un impatto sui loro centri abitati», dice Ashwaq Ghneim, del dipartimento per la salute e l'ambiente. Ghneim si riferisce alle notizie pubblicate dai giornali israeliani sulla pericolosità delle discariche di Gaza e delle acque nere non trattate che si riversano ogni giorno nel mare davanti al territorio palestinese e che raggiungono anche la costa israeliana fino ad Ashqelon.
   Nei mesi scorsi si è rischiato persino uno scontro militare sui rifiuti, quando una parte della discarica di Johr a Deek crollò e una valanga di centinaia di tonnellate di immondizia arrivò fino alle linee con Israele. I comandi militari dello Stato ebraico pensarono di inviare ruspe dentro Gaza, per spingere all'interno quella montagna di pattume di ogni tipo. Le formazioni combattenti palestinesi erano pronte a respingerle. Alla fine ci pensarono i palestinesi. Ma quel caso evidenziò, ancora una volta, che Gaza soffoca sotto i rifiuti, a causa anche del blocco israeliano che per presunte «ragioni di sicurezza» ha ritardato l'attuazione di progetti per lo smaltimento e il riciclaggio. Senza dimenticare che i bombardamenti aerei, nelle varie offensive israeliane dal 2008 a oggi, hanno danneggiato la rete fognaria, poi riparata solo in parte dai palestinesi.
   «I rifiuti non sono smaltiti in modo ecologico e vengono soltanto portati nelle discariche o bruciati», si lamenta Ashwaq Ghneim e aggiunge «il problema è destinato ad aggravarsi perché Gaza ha una popolazione in aumento di oltre due milioni di persone che vivono in meno di 400 kmq. Ogni abitante produce in media 1,7 kg di rifiuti al giorno per un totale di 2.000 tonnellate», Che non possono essere raccolte tutte perché il 70% dei veicoli delle varie autorità comunali è obsoleto o non funzionante.
   Nel frattempo le tre discariche di Gaza hanno raggiunto il limite delle loro capacità e i comuni di Beit Lahia, Beit Hanoun e Jabaliya hanno preparato siti improvvisati, già colmi di oltre 400.000 tonnellate di rifiuti. Si attende il completamento della discarica di Sofa (14 ettari), ma il problema resta.
   A dare una mano alla riqualificazione di aree residenziali nel nord della Striscia sommerse dai rifiuti è l'ong italiana Acs con il progetto Green Hopes Gaza, nei quartieri di Al Nada, Al IsbaeAIAwda. «Proviamo a migliorare la qualità della vita degli abitanti attraverso la costruzione di uno spazio pubblico con giardini, piccoli punti di ristoro, attività sportive, spazi per bambini e giovani. Il fine è strappare al degrado e ai rifiuti il territorio interessato», ci spiega SamiAbu Omar, responsabile del progetto assieme ai cooperanti italiani Alberto Mussolini e Meri Calvelli. «Green Hopes Gaza - aggiunge Abu Omar coinvolge la comunità locale in ogni aspetto del recupero e della gestione del territorio, nel rispetto assoluto dell'ambiente. Attraverso un'ampia inclusione sociale speriamo di dare vita a un polo verde urbano, centro di attività economiche, ludiche, sportive e solidali».
   Il recupero del martoriato territorio di Gaza e il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione sotto blocco israeliano da 12 anni, passano anche attraverso lo sviluppo di una produzione agricola sempre più organica e la gestione biologica degli allevamenti.
   È solo l'inizio di una strada lunga ma già da qualche tempo la Rete di solidarietà internazionale Radié Resch - fondata dal giornalista Ettore Masina e da sua moglie Clotilde Buraggi - una sua delegazione è presente in queste giorni a Gaza - con piccoli finanziamenti e il lavoro di formazione svolto dal partner locale, il Palestinian Center for Organic Agricolture (Pcoa), è riuscita a far partire produzioni agricole totalmente organiche tra Khan Yunis e Rafah coinvolgendo venti famiglie contadine. Frutta e ortaggi sono consumati dalle comunità locali o venduti nei mercati della zona garantendo il sostentamento di un numero significativo di palestinesi in un'area dove la disoccupazione è la regola.
   A Gaza è giunta nei giorni scorsi Maria Rosaria Greco, direttrice dell'associazione Femminile palestinese per il progetto «Donne di Gaza» che prevede incontri con donne di diverse condizioni sociali. Greco curerà un reportage video-fotografico che sarà proiettato tra febbraio e marzo al teatro Ghirelli di Salerno.
   Nella Striscia è presente anche una delegazione, guidata da Enzo Baroni, di Salam-ragazzi dell'olivo, storica associazione italiana impegnata da trent'anni a sostegno dei bambini palestinesi e delle loro famiglie.

(il manifesto, 15 agosto 2019)


Shoah, gli eroi del calcio ungherese

                            Géza Kertész                                                            Tóth-Potya
Calciatori che diventano allenatori. Allenatori che diventano eroi. È la storia di Istvàn Tóth-Potya e Géza Kertész, simboli di quel calcio ungherese che fece scuola a cavallo delle due guerre.
   Nella loro carriera affrontarono tante avversità, spesso uscendone vincitori. Dai primi calci al pallone agli schemi da insegnare ai loro calciatori, quando dalla panchina impartivano consigli per guidare le squadre alla vittoria.
   Ma mai come quando, dopo anni passati in Italia collezionando numerosi successi calcistici, tornarono in patria e decisero a salvare molti ebrei dalle oppressioni naziste.
   Non si conosce il numero esatto delle persone salvate, ma si conoscono le modalità. Grazie al loro accento spiccatamente tedesco, riuscirono a camuffarsi da soldati tedeschi, firmando documenti e riuscendo a far scappare molti ebrei dal ghetto di Budapest.
   Per far questo, Istvàn Tóth-Potya e Géza Kertész diedero vita al Gruppo melodia, un'organizzazione resistenziale che intratteneva rapporti con i servizi segreti statunitensi.
   Rischiarono la vita per diversi mesi, senza paura, fino a quando furono accusati di nascondere ebrei in casa. Vennero arrestati e incarcerati dalla polizia tedesca.
   Le sorti della guerra stavano diventando sempre più avverse per la Germania nazista. Siamo all'inizio del 1945. Ai primi di febbraio l'Armata Rossa accerchia Budapest, che verrà liberata il 13 febbraio.
   Una settimana prima però la macchina di morte nazista diede l'ennesima prova della sua ferocia. Siamo al 6 febbraio 1945 e il responsabile della prigione ordinò la fucilazione di Tóth e Géza, a differenza di altri appartenenti al Gruppo melodia che vennero rilasciati.
   Géza Kertész venne riconosciuto "martire della patria" e migliaia di persone parteciparono al suo funerale, tra loro diversi cittadini di Catania, città dove lasciò un grande segno sia a livello calcistico che umano, tanto il comune gli ha dedicato una strada e un murale.
   Istvàn Tóth-Potya e Géza Kertész furono prima calciatori, poi allenatori, in seguito eroi. Da simboli del calcio ungherese divennero simboli di quello che si poteva fare per salvare gli ebrei e in molti non l'hanno fatto, mandando a morire generazioni intere.

(Progetto Dreyfus, 15 agosto 2019)


Berlino non è sicura per gli ebrei

I casi di antisemitismo aggressivo (molti dei quali non denunciati) sono in forte aumento. Colpa di musulmani in crescita ma anche dei tedeschi.

di Roberto Giardina

 
L'aeroporto Tegel a Berlino
All'aeroporto berlinese di Tegel, sabato mattina alle 8,30, un passeggero spagnolo, turista di ritorno o residente in Germania, in partenza per Minorca, viene fermato al controllo bagaglio a mano. Il suo sarebbe troppo grande. Lui protesta, alla fine l'addetta lo insulta, una frase antisemita, in tedesco, poi in arabo. Il passeggero porta al collo una stella di David. Lo spagnolo la denuncia, ma perde l'aereo.
   Sull'episodio si indaga. Il Tagesspiegel, il primo giornale della capitale, non scende nei dettagli, il bagaglio era esagerato, o sforava di un centimetro il limite? I controlli a Tegel sono imprevedibili. Una volta, una giovane controllora lasciò passare davanti a me un ragazzo con trolley e un enorme zaino sulle spalle, e voleva bloccare me perché avevo in mano il laptop e qualche giornale. Comprensiva verso i suoi coetanei, ma le ero antipatico perché indossavo una giacca. Discriminazione generazionale. Probabilmente, sabato sarebbe finito tutto con una litigata, se il passeggero non avesse perso il volo, e l'episodio non sarebbe stato registrato. Qualcuno potrà pensare che non valga la pena di riferirlo, con tutto quello che accade ogni giorno.
   L'anno scorso i casi di antisemitismo solo nella capitale hanno superato per la prima volta la soglia dei mille, 1.084, un aumento del 14% rispetto all'anno precedente. Gravi o meno, e sicuramente sono molti di più. La polizia li registra spesso come normali litigi, e a scuola i presidi e i professori fanno finta di non vedere: gli studenti ebrei sono in minoranza in confronto ai musulmani.
   Come già scritto più volte, quasi sempre i giornali non rivelano l'etnia dei responsabili. Si può presumere che a Tegel, l'addetta al controllo non fosse tedesca, se ha parlato in arabo. Il viaggiatore avrebbe dovuto seguire i consigli della comunità ebraica che raccomanda agli ebrei di non farsi riconoscere per strada. Colpa sua, 74 anni dopo la fine del III Reich? Berlino era una città sicura, e non lo è più, dopo l'arrivo negli ultimi tempi di migliaia di profughi musulmani. Anche per gli omosessuali, che ora rischiano di venire aggiediti in certi quartieri della capitale.
   Nei giorni scorsi a Berlino, un rabbino è stato malmenato per strada. E a Monaco, un rabbino e suo figlio sono stati insultati da un'automobilista che li ha presi a sputi. Dal resoconto, sembrava una tedesca.
   La signora si è costituita dopo qualche giorno, evitando l'arresto. Alla fine di un lungo articolo sulla Suddeutsche Zeitung si apprende che è un'infermiera marocchina residente da anni in Baviera.
   Paradossalmente, i tedeschi sotto il peso del passato sono così preoccupati di venire accusati di razzismo che preferiscono non reagire all'antisemitismo dei profughi, e lo catalogano come «mobbing religioso». L'anno scorso, durante una manifestazione davanti al Bundestag, e a poche decine di metri dal memoriale che ricorda la Shoah, vasto quanto un campo di calcio, furono bruciate le bandiere di Israele, e il governo annunciò che i profughi responsabili sarebbero stati espulsi. Ma non è avvenuto.
   Il pericolo è che le aggressioni da parte di musulmani facciano dimenticare l'antisemitismo dei tedeschi. Ogni settimana avvengono devastazioni in qualche cimitero ebraico. Le sinagoghe ora cercano di rimanere anonime, non pubblicano su internet il loro indirizzo, lo comunicano a voce. Alcuni ristoranti sono stati costretti a chiudere per le continue minacce.
   Il 12 luglio, un settimanale serio come Der Spiegel ha pubblicato un lungo articolo in cui si spiegava che il Bundestag, il 17 maggio, aveva bollato come antisemitismo il Bds, il boicottaggio delle merci che sarebbero state prodotte nei territori occupati da Israele, grazie alle pressioni di due associazioni ebraiche su diversi deputati, che sono stati invitati a Gerusalemme. Per Die Welt sarebbe un articolo intriso di antisemitismo. Altri preferiscono rassicurarsi ricordando che i rapporti tra settimanale e quotidiano non sono mai stati buoni. Perché preoccuparsi se un passeggero esagera con il bagaglio e per colpa sua perde l'aereo?

(ItaliaOggi, 14 agosto 2019)


I leader del mondo a Gerusalemme per combattere l'antisemitismo

I leader mondiali saranno a Gerusalemme il prossimo 23 gennaio per partecipare al quinto Forum mondiale sulla Shoah, organizzato in occasione delle commemorazioni per il 75o anniversario della liberazione di Auschwitz. Ad aver già dato la conferma della loro presenza, tra gli altri, i presidenti di Italia, Francia, Germania e Austria. Il Capo dello Stato Sergio Mattarella sarà dunque a Gerusalemme per un'iniziativa che vuole essere "un'occasione unica per i leader mondiali di alzare le voce e dichiarare di averne 'abbastanza' con l'antisemitismo", come ha dichiarato Moshe Kantor, presidente della World Holocaust Forum Foundation che assieme allo Yad Vashem organizza l'evento. "Questa conferenza si svolge in un momento storico molto importante: a settantacinque anni dalla liberazione di Auschwitz-Birkenau, e con le voci del negazionismo della Shoah e dell'antisemitismo ancora una volta in aumento - ha detto il presidente dello Stato di Israele Reuven Rivlin, sotto il cui patronato si svolge l'evento - Non sosterremo mai chi falsifica la verità o chi cerca di far dimenticare la Shoah, né singoli né organizzazioni; non leader di partiti politici e non capi di Stato. Ho invitato i leader mondiali ad unirsi a noi in questo sacro momento di memoria e impegno, ha concluso Rivlin - e sono lieto del numero di risposte, che cresce ogni giorno di più. Faremo ogni sforzo per assicurare che l'evento sia significativo e lasci un segno reale nella lotta contro l'antisemitismo e per l'educazione della prossima generazione".
   La conferenza, sottolineano dallo Yad Vashem, si svolge sullo sfondo dell'aumento della minaccia antisemita in Europa e nel mondo. Di fronte a questa situazione allarmante, gli sforzi per educare sui pericoli dell'antisemitismo, del razzismo e della xenofobia e per promuovere la commemorazione e la ricerca sulla Shoah sono ancor più attuali. "La Shoah, finalizzata all'annientamento totale di tutti gli ebrei ovunque, e allo sradicamento della loro civiltà, è stata alimentata da un antisemitismo estremo - la riflessione del presidente di Yad Vashem Avner Shalev - All'indomani della seconda guerra mondiale, la comunità internazionale ha promulgato principi universali e istituito organizzazioni internazionali con l'esplicito scopo di evitare futuri crimini contro l'umanità. I modi in cui l'antisemitismo è persistito e proliferato negli ultimi anni devono essere identificati, studiati e compresi. Dobbiamo tutti essere attenti alle manifestazioni attuali dell'antisemitismo e rimanere risoluti nel combatterlo dove ricompare. È responsabilità di tutta l'umanità, e soprattutto dei leader che si riuniranno qui allo Yad Vashem, di lavorare per combattere l'antisemitismo, il razzismo e la xenofobia". d.r.

(moked, 14 agosto 2019)


Una festa di matrimonio che avrebbe potuto essere 'normale'

In un villaggio arabo sono stati invitati a festeggiare le nozze anche amici ebrei. L'Autorità palestinese ha espulso il capo villaggio da Fatah e incriminato sposo e parenti.

di Ugo Volli

Anche nella grande confusione e nel conflitto infinito del Medio Oriente, così coperto dai fumi della propaganda e del pregiudizio ideologico antisionista, si possono trovare piccoli episodi insignificanti che dicono la verità in maniera concreta e chiara. Uno di questi episodi è accaduto qualche tempo fa in un villaggio in Samaria, nel villaggio arabo di Deir Qaddis che si trova sulle colline a sudest dell'aeroporto Ben Gurion. Qui è successa una cosa semplicissima: c'è stata una festa di matrimonio del figlio del capovillaggio, che da queste parti sono di solito molto cospicue per dimensioni e durata; il fidanzato ha invitato a partecipare fra l'altro degli ebrei religiosi proveniente da Modin Ilit con cui
La "scandalosa" danza in Deir Qaddis
deve avere se non proprio un'amicizia, certamente rapporti di buon vicinato e di collaborazione per il garage dove lavora; essi sono venuti senza paura e hanno festeggiato e danzato con gli altri amici dello sposo. È stato girato addirittura un piccolo filmato che li riprende assieme mentre ballano su musiche arabe e sotto le bandiere dell'Olp. Quando però queste immagini sono state diffuse sui social, ne è nato uno scandalo . Non perché qualcuno in Israele abbia trovato inaccettabile che un ebreo facesse festa sotto le bandiere di un'organizzazione colpevole di molti delitti; tutto al contrario, perché i palestinisti non possono sopportare che a una festa araba siano invitati degli ebrei. Il capovillaggio è stato espulso da Fatah e gli è stato imposto di dimettersi dalla sua carica; ha dovuto inoltre scrivere un'umiliante lettera di scuse. Il figlio e i suoi amici sono indagati dalla polizia dell'Autorità Palestinese.
  È un episodio minore. Non ci sono vittime, nella struttura sociale araba i villaggi sono parecchi autonomi e i notabili locali decidono, per cui è probabile che anche al capo villaggio non accadrà nulla di male, salvo che qualche terrorista decida di punirlo. Ma ci sono alcuni dati significativi. Il primo è che a livello locale ci possono essere e spesso ci sono buoni rapporti fra ebrei e arabi. L'economia di Israele è il miglior cliente non solo per gli arabi-israeliani, che hanno diritti e livelli di vita senza paragoni in tutto il mondo arabo, ma anche per gli arabi che sono soggetti all'Autorità Palestinese. Per molti anni, dal '67 fino alle sollevazioni violente dette "intifada" non solo molti di essi sono venuti a lavorare in Israele, ma gli israeliani sono andati a comprare cibo e servizi vari nei villaggi arabi; anzi questi scambi non sono mai venuti meno del tutto, salvo nel caso di Gaza. Basta che il terrorismo dia respiro e si ricreano condizioni di convivenza normale. La seconda osservazione è che, contrariamente alla propaganda di sinistra, nella società israeliana non vi è assolutamente razzismo. Una metà della popolazione ebraica di Israele viene dai paesi arabi (purtroppo cacciata violentemente fra il '48 e il '67), parla arabo, ha gusti e abitudini segnate dalla convivenza millenaria. La lingua, la fisionomia, molti costumi sono simili; anche la Torà riconduce i due popoli a un'origine comune; spesso ci si riferisce informalmente agli arabi come "i cugini". E infine c'è il fatto che Israele non ha affatto eliminato gli arabi dai territori via via liberati, ha dato loro gli stessi diritti e la rappresentanza non solo nelle istituzioni e nell'istruzione, ma anche nella vita sociale, nell'arte, nella musica, nell'economia. Il razzismo, in questo caso come in tanti altri, sta dalla parte dell'Autorità Palestinese e dei suoi sostenitori, che criminalizzano la fraternizzazione e la "normalizzazione" coi vicini.
  Le conseguenze di questa situazione riguardano il tema decisivo della guerra e della pace. Israele non ha il minimo interesse a fare la guerra e l'ha dimostrato molte volte, cercando ogni possibile compromesso che non mettesse a rischio la propria sicurezza. Sono stati disposti a suddividere la terra, hanno restituito all'Egitto tutto il Sinai che avevano conquistato due volte e alla Siria parte del Golan. Hanno concesso l'autonomia alle popolazioni di Giudea e Samaria, che si autoamministrano al 98%. Sono perfettamente capaci di convivere in pace e tranquillità con gli arabi israeliani, che fanno il 20% della popolazione. L'autorità palestinese ha ripetutamente dichiarato che non intende mantenere un solo ebreo nelle terre che amministra e di fatto non ve ne sono. Dove ha potuto ha fatto pulizia etnica. Giornali, televisione, libri scolastici sono pieni di odio e di razzismo contro gli ebrei ("figli di scimmie e maiali"). La promessa continuamente ripetuta è di conquistare tutta Israele e di espellere o sterminare gli ebrei. Naturalmente è più facile essere razzisti e appoggiare un futuro genocidio se non si hanno rapporti personali con i nemici. Questo è il senso della vicenda di Deir Qaddis: non bisogna avere rapporti normali con gli ebrei (naturalmente definiti dall'AP e dai giornali europei "coloni") perché questo impedirebbe l'odio, l'assassinio, la pianificazione del genocidio. Per coloro che cercano la pace, questo è un segnale: fino a che i palestinisti in Giudea e Samaria, a Gaza e nel resto del mondo arabo lotteranno contro la "normalizzazione", è chiaro che continueranno a puntare sulla violenza.

(Shalom, giugno/luglio/agosto 2019)



Il patto francese con i terroristi di Abu Nidal per non avere guai

Nel 1982 i servizi segreti francesi fecero un "accordo di non aggressione" con stragisti antisemiti, oggi gli ebrei chiedono un'inchiesta.

di Mauro Zanon

PARIGI - Il 9 agosto del 1982 fu una data spartiacque per la comunità ebraica francese. Sono le 13.15 e il ristorante kosher Jo Goldenberg, situato all'angolo tra rue des Rosiers e rue Ferdinand-Duval, è al completo. Si mangia, si scherza, ci si gode l'estate nel cuore del Marais, epicentro della vita ebraica parigina. Poi, all'improvviso, un commando di uomini incappucciati, tutti armati, fa irruzione nel ristorante. Lanciano una granata e iniziano a sparare all'impazzata contro i cinquanta clienti seduti ai tavoli e il personale del Jo Goldenberg, tre minuti dopo, lanciano una seconda granata, prima di dileguarsi.
   L'attentato di rue des Rosiers, sei morti e ventidue feriti, avvenne a due anni di distanza dall'attacco alla sinagoga di rue Copernic, quattro morti e quarantasei feriti, e per molti ebrei francesi rappresentò la fine di un'epoca di serenità. Il dossier di quell'attacco antisemita mai rivendicato, e per il quale nessuno è mai stato arrestato, è tuttora aperto sulla scrivania della giustizia francese, anche se esistono indizi concordanti che portano dritti al Consiglio rivoluzionario di al Fatah, il gruppo del terrorista palestinese Abu Nidal (la mente della strage di Fiumicino del 27 dicembre 1985, che provocò tredici morti e settanta feriti).
   E in questi giorni, proprio in questo senso, è arrivata la conferma da parte di chi, negli anni Ottanta, era a capo dei servizi segreti. Ma si è aggiunta anche una nuova rivelazione:" Abbiamo fatto una sorta di accordo verbale con loro (il gruppo di Abu Nidal, ndr): 'Non voglio più attentati sul territorio francese e in cambio vi lascio venire in Francia. Vi garantisco che non vi succederà nulla"'. La frase, secondo quanto rivelato dal Parisien, è stata pronunciata lo scorso 30 gennaio nell'ufficio del giudice incaricato dell'inchiesta sull'attentato di rue des Rosiers da Yves Bonnet, ex patron della Direction de la surveillance du territoire (Dst), l'intelligence interna di Parigi (oggi si chiama Dgsi), Ed è la prima volta che un agente dei servizi riconosce davanti alla giustizia l'esistenza di un accordo segreto tra la Francia e Abu Nidal. Stando a quanto riportato dal Parisien, l'ex boss della Dst ha accettato di organizzare un incontro clandestino con il gruppo Abu Nidal poco dopo l'attentato di rue des Rosiers, anche se non era presente personalmente. "All'epoca sono andati i miei collaboratori all'incontro", ha detto Bonnet al giudice. "Non li denuncerò. Sono io ad essermi assunto la responsabilità dell'accordo".
   L'alto funzionario, oggi ottantenne e in pensione, non ha rivelato l'identità dei terroristi visti dai suoi collaboratori, ma ha ribadito i termini del patto: i membri di Abu Nidal rifugiati all'estero potevano "venire in Francia senza alcun rischio", se "in cambio" si impegnavano a "non intraprendere nessuna aziona violenta". Una collaborazione diabolica? No, un "patto di non-aggressione", ha affermato l'ex patron dei servizi segreti interni. La Dst, sempre secondo quanto scritto dal Parisien, avrebbe inoltre permesso a due terroristi di Abu Nidal di visitare in prigione, in Francia, i due autori dell'assassinio di un rappresentante dell'Organisation de libération de la Palestine a Parigi.
   Infine, quando gli è stato chiesto se era stato un buon deal, ha risposto ai giudici tirando in ballo l'Italia. "Eccome se ha funzionato. Non ci sono stati più attentati a partire dalla fine del 1983, nel 1984 e fino alla fine del 1985. Che commettessero attentati in Italia, per esempio, non mi importava, l'importante è che non succedesse nulla sul suolo francese". I sopravvissuti di quell'attentato si sono detti sconvolti dalle dichiarazioni di Bonnet. "Se c'è stato un accordo occulto, è un affare di stato", ha dichiarato Avi Bitton, avvocato delle parti civili. Francis Kalifat, presidente del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia (Crif), ha reclamato lunedì sera una commissione d'inchiesta parlamentare: "Se i fatti fossero confermati, sarebbe uno scandalo di stato senza precedenti".

(Il Foglio, 14 agosto 2019)


Il linguaggio volutamente ingannevole di Omar Barghouti e dei BDS

Il leader dei boicottatori anti-Israele imbroglia sistematicamente il pubblico sulle sue vere intenzioni

In un recente editoriale su The Nation intitolato "Perché gli americani dovrebbero sostenere il BDS", Omar Barghouti, uno dei fondatori e massimi esponenti della campagna per il boicottaggio e le sanzioni contro Israele, ancora una volta imbroglia il pubblico occidentale sulle sue vere intenzioni usando un linguaggio volutamente ambiguo e ingannevole. Barghouti presenta il movimento BDS al pubblico occidentale come un movimento per la giustizia sociale quando in realtà è un movimento politico che persegue la distruzione di Israele.
Il signor Barghouti afferma che il movimento BDS non prende mai di mira singoli individui, e invece sono ben noti i casi di atleti come Lionel Messi o artisti come Paul McCartney che hanno subito pesanti campagne di pressione mirate e persino minacce di morte ad opera di attivisti BDS, per il semplice fatto d'aver programmato di recarsi in Israele per giocare una partita di calcio amichevole o esibirsi in un concerto....

(israele.net, 14 agosto 2019)


Israele e i suoi beduini

di Andrea Gaspardo

 
Mentre nelle aule di tribunale e nelle stanze del potere ancora si dibatte in merito al possibile destino giudiziario di Benjamin Netanyahu, lo Stato Ebraico potrebbe trovarsi presto coinvolto in una nuova spinosa controversia; quella dei "Beduini del Negev".
   Israele ha sempre avuto un rapporto molto particolare con "i suoi Beduini", che risale alla fondazione stessa dello stato. Già nel corso delle migrazioni dei pionieri sionisti, tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento, i capi tribù delle aree desertiche del Negev, ma anche nel deserto di Giudea e nelle colline della Samaria e della Galilea, avevano opportunisticamente stretto dei rapporti di cooperazione con i primi coloni ebrei. Ciò può sembrare paradossale agli occhi di un male informato ma, storicamente parlando, pur essendo anch'essi parte dell'universo etno-culturale arabo, i "Beduini" hanno sempre avuto un'identità autonoma e distinta rispetto ai "Fellahin", contadini stanziali abitanti i villaggi e le città del territorio del Levante, che costituirono l'amalgama da cui nacque successivamente l'identità "palestinese".
   Quando, tra il 1948 ed il 1949, Israele venne coinvolto nella "Prima Guerra Israelo-Araba" detta anche "Guerra d'Indipendenza" alcune tribù del Negev accettarono rapidamente la sovranità israeliana, inviando anche i propri uomini a combattere al fianco dell'Haganah, la milizia ebraica, mentre altre rimasero "intrappolate tra i due fuochi" e vennero espulse dal territorio israeliano assieme alla gran parte dei "Fellahin" divenendo parte di quella che oggi è nota come "Diaspora Palestinese" (si stima che di circa 110.000 Beduini stanziati nel deserto del Negev all'inizio delle ostilità, solo 11.000 rimasero alla fine della guerra!).
   I Beduini del Negev rimasti hanno mantenuto generalmente rapporti cordiali e di cooperazione con lo Stato Ebraico, vedendo riconosciuto da subito il proprio status di cittadini. Un gran numero di essi (si stima il 5%-10% dei maschi abili al combattimento) viene arruolato ogni anno nelle forze armate israeliane come volontari, confluendo nelle cosiddette "unità da esplorazione e ricognizione" che nelle forze armate israeliane godono di uno status elitario.
   Purtroppo però, non tutto ciò che luccica è oro. Decenni di sostanziale disinteresse politico e mancanza di investimenti hanno consegnato una realtà odierna in cui il settore beduino di Israele rappresenta la parte più povera del paese (persino rispetto agli standard del resto degli Arabi Israeliani) caratterizzata inoltre da tassi di criminalità abnorme. La scarsa scolarizzazione ed uno status femminile ancora poco sviluppato hanno fatto sì che il numero di Beduini passasse da 11.000 nel 1949 a 210.000 oggi tanto da far agitare lo spauracchio di una "perdita di controllo" del Negev da parte dello stato centrale.
   Tale "bomba demografica" verrebbe poi esacerbata dal mai sopito conflitto per il possesso della terra. I Beduini infatti considerano circa 600 km2 della parte centrale territorio del Negev come loro proprietà mentre le autorità contestano vigorosamente tale rivendicazione sulla base dell'importanza strategica che tutto il deserto ha per lo Stato d'Israele.
   In questo contesto va inserito il cosiddetto "Piano Prawer" che prevede l'espulsione di circa 36.000 Beduini (ma i detrattori parlano addirittura di 70.000) residenti in circa 35 villaggi definiti "abusivi" ed il loro ricollocamento in altre zone dello stato ebraico, alcune delle quali situate addirittura nella parte centrale del paese, in modo da allontanare i Beduini dalle loro terre ancestrali e favorirne la transizione verso un modello socio-economico più in linea con i moderni dettami della società e dell'economia israeliana. Per i fautori di questo piano, tale iniziativa va nella giusta direzione della "riappropriazione di terre dello stato che sono state illegalmente occupate", mentre per i detrattori, si tratta della "peggior espropriazione di terra palestinese dal 1949".
   Intanto, le problematiche sociali dei Beduini perdurano ed il risentimento aumenta, anno dopo anno.

(Difesa Online, 14 agosto 2019)


L’Iran inizia la costruzione di un centro di produzione di isotopi

L'agenzia di stampa Mehr ha riferito che l'Iran ha avviato la costruzione di un centro di produzione d'isotopi nel sito nucleare di Fordow vicino alla città di Qom.

L'Organizzazione per l'energia atomica dell'Iran ha confermato che Teheran ha iniziato la costruzione di un centro di produzione d'isotopi nel sito nucleare di Fordow.
"Questo centro produrrà isotopi stabili in vari modi e inizierà a funzionare entro i prossimi due anni", ha dichiarato il capo dell'AEOI Ali Akbar Salehi citato dalla televisione di stato iraniana.
L'agenzia di stampa Mehr ha riferito in precedenza della cerimonia d'inaugurazione alla quale ha partecipato Ali Akbar Salehi, capo dell'Organizzazione per l'energia atomica dell'Iran.
Il centro cercherà metodi per produrre isotopi stabili, anche attraverso la distillazione e lo scambio di calore. Questi potranno essere usati in medicina, nell'industria e per la ricerca.
La struttura dovrebbe essere terminata entro la metà di maggio 2020 e attrezzata dopo settembre dello stesso anno.

 L'arricchimento dell'uranio
  L'Iran è stato accusato di arricchire l'uranio presso l'impianto sotterraneo di Fordow prima di firmare un accordo (PACG) nel 2015 per ridimensionare le sue attività nucleari.
A sua volta, Teheran ha ripetutamente negato che l'impianto di Fordow fosse destinato a produrre uranio per uso militare, affermando che aveva il compito solo di produrre uranio a basso arricchimento per le centrali atomiche.
L'8 maggio, l'Iran ha annunciato che avrebbe parzialmente sospeso alcuni dei suoi obblighi ai sensi del PACG, esattamente un anno dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati unilateralmente dall'accordo nucleare e hanno reintrodotto sanzioni ad ampio raggio contro la Repubblica islamica.

(Sputnik Italia, 13 agosto 2019)


Un avvertimento dei pasdaran: "Nel Golfo nessuna nave israeliana"

di Giordano Stabile

L’Iran minaccia la "guerra" se navi israeliane entreranno nel Golfo assieme alla flotta internazionale che gli Stati Uniti vogliono costituire per pattugliare le rotte petrolifere. E' l'ultimo sviluppo nel braccio di ferro fra la Repubblica islamica, gli Stati Uniti e i loro alleati. Le tensioni sono andate crescendo dopo che il 4 luglio i marines britannici hanno fermato una nave iraniana nelle acque di Gibilterra. I Pasdaran hanno risposto con la cattura di tre petroliere nello Stretto di Hormuz, inclusa la britannica Stena Impero. Largo appena 39 chilometri, Hormuz è il collo di bottiglia negli approvvigionamenti di greggio verso l'Europa e l'America e i barchini veloci delle Guardie rivoluzionare sono una minaccia seria.

 La reazione degli Stati Uniti
  Il blitz britannico ha finito per creare una situazione insostenibile e gli Stati Uniti hanno reagito con il lancio di una «coalizione navale internazionale», che arruoli unità europee e del Golfo e alla quale potrebbe partecipare Israele, per consolidare l'asse le potenze arabe sunnite ostili all'Iran. Una sfida ulteriore che ha portato alla reazione del comandante delle forze navali dei Pasdaran, Alireza Tangsiri. L'alto ufficiale ha avvertito che un'eventuale presenza israeliana all'interno della coalizione è «illegittima» e «potrebbe portare a vari scenari», compresa «una guerra nella regione». Tangiri ha poi minacciato nuovi sequestri di navi occidentali: «Possiamo fermare qualsiasi nave, in qualsiasi momento, anche se accompagnate da forze americane o britanniche». Il comandante è fra l'altro sotto sanzioni americane, in seguito all'abbattimento di un drone di sorveglianza del Pentagono, colpito lo scorso 20 giugno da un missile terra-aria. Le sue dichiarazioni hanno un contenuto propagandistico ma sono state rafforzare da quelle del ministro degli Esteri Jawad Zarif, che ha accusato gli Stati Uniti di aver trasformato il Golfo in una polveriera.
  La striscia di mare dove passa un terzo di tutto il petrolio esportato al mondo è affollata di unità militari. E la competizione è anche all'interno degli alleati occidentali. Secondo l'analista britannica di Sky News, Deborah Haynes, Emmanuel Macron sta premendo sulla Gran Bretagna per costituire una flotta europea, sganciata dagli Usa, che garantisca la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Una sfida più all'America che all'Iran, anche perché il presidente francese si è costruito durante la crisi degli ultimi mesi una relazione sempre più stretta con Hassan Rohani e lo ha anche invitato al prossimo vertice dei G7 a Biarritz. Il leader iraniano ha declinato l'invito ma la sponda francese è decisiva nel tentativo di far sopravvivere l'accordo sul nucleare del 2015 e battere Donald Trump.

(La Stampa, 13 agosto 2019)


Netanyahu e i sorpassi a destra

di Daniel Reichel

Bezalel Smotrich
A 24 ore dagli scontri tra forze di sicurezza israeliane e fedeli musulmani sul Monte del Tempio, la situazione sembra essere tornata alla calma a Gerusalemme. Quanto meno per quel che accade sul terreno perché sul fronte politico interno gli scontri continuano: ad innescare le polemiche, il ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich, membro del partito oltranzista Destra Unita, che ha accusato il Premier Benjamin Netanyahu di essersi arreso "al terrorismo arabo" riferendosi alla decisione di bloccare l'ingresso ai fedeli ebrei al Monte del Tempio, o Spianata delle Moschee, durante una tesa sovrapposizione di feste ebraiche e musulmane. "La decisione è una resa al terrorismo arabo e alla violenza nel luogo più sacro dell'ebraismo, ed è il motivo per cui c'è una perdita di deterrenza in altre aree", ha scritto Smotrich su twitter. Poco dopo il ministro del governo Netanyahu ha usato nuovamente il social network per attaccare il suo Primo ministro: citando la sentenza del tribunale distrettuale di Nazareth che ha vietato la segregazione di genere per un concerto ultraortodosso ad Afula, Smotrich ha parlato di "un sistema giudiziario idiota. Mi dispiace che nonostante il mio status [come ministro] non sia riuscito a trovare una parola più delicata". Ha poi aggiunto che la decisione è nata dalla debolezza di Netanyahu, che dimostra "zero leadership" e "zero governance". Per questi commenti, il Likud e lo stesso Premier stanno decidendo se licenziare Smotrich o tenerlo all'interno dell'esecutivo: il tentativo del ministro dei Trasporti di far sentire la propria voce è chiaramente legato alla campagna elettorale in corso. Il 17 settembre si torna alle urne in Israele, è la destra più oltranzista spera di prendere qualche seggio a Netanyahu tra quelli persi lo scorso aprile. Attaccarlo in questa fase potrebbe favorire Smotrich e il suo partito, come conferma l'atteggiamento della presidente di Destra Unita Ayelet Shaked che ha appoggiato il collega: "Smotrich un po' come Trump", ha detto Shaked alla radio pubblica di Kan. "Il suo stile è inappropriato, ma ha assolutamente ragione nella sostanza".
   E mentre alla sua destra il leader del Likud vede inasprirsi lo scontro, sul fronte dell'opposizione un po' a sorpresa si aprono porte. Dopo aver ripetutamente insistito negli ultimi sei mesi che non avrebbe mai fatto parte di un governo Netanyahu - a causa delle accuse di corruzione pendenti contro l'attuale Premier - , il capo di Kachol Lavan Benny Gantz ha infatti detto che potrebbe accettare un accordo di rotazione alla guida del paese proprio con Netanyahu. "Non credo che si assumerebbe questo rischio, ma se dovesse offrire una rotazione con me per primo potremmo iniziare a parlarne", ha detto Gantz al sito web Ynet. Il leader di Kachol Lavan - l'uomo che si è candidato per sostituire Netanyahu - ha anche aggiunto che giorni prima dello scioglimento della Knesset a maggio, il Likud gli ha offerto di unirsi "a loro e smantellare Kahol Lavan. Mi hanno offerto il mondo per farmi venire a bordo". Gantz ha detto di non avere nulla di personale contro Netanyahu ma di non essere "pronto ad avere qui un sovrano supremo che agisce come un re".
   "È impegnato a trovare modi per difendersi - ha aggiunto - Questo è dannoso per la democrazia e non possiamo accettarlo. Sappiamo che le proposte che vogliono fare includono l'immunità e il danno alla democrazia e non possiamo essere d'accordo su questo".
   L'entourage di Gantz in queste ore ha in ogni caso ridimensionato l'apertura fatta a ynet: la dichiarazione sulla rotazione sarebbe stata fatta in modo sarcastico, facendo riferimento a uno scenario estremamente ipotetico ed improbabile.

(moked, 13 agosto 2019)


Israele e Hamas prendono provvedimenti per prevenire infiltrazioni armate

GERUSALEMME - Israele e il movimento palestinese Hamas hanno avviato gli sforzi questa settimana per prevenire tentativi di infiltrazione nel territorio israeliano, dopo le ultime tre incursioni da parte di uomini armati negli ultimi dieci giorni. Lo riferisce oggi il quotidiano israeliano "The Times of Israel". Hamas, che amministra la Striscia di Gaza dal 2007 ha dispiegato forze di terra aggiuntive lungo la linea di demarcazione per prevenire le violazioni della "frontiera", perché queste incursioni armate hanno rischiato di provocare una dura risposta da parte dell'esercito israeliano, secondo quanto riferisce il sito informativo palestinese "Amad". Da parte sua, il ministero della Difesa israeliano ha pianificato la costruzione di un muro difensivo profondo sei metri nel nord del proprio territorio, teso a fornire maggiore sicurezza alle comunità residenti. Secondo quanto riferito dall'emittente "Channel 12", l'infrastruttura avrebbe un costo di decine di milioni di shekel. Il muro dovrebbe estendersi per 9 chilometri, dal kibbutz Yad Mordechai alla città di Sderot. Negli ultimi dieci giorni, sei palestinesi armati hanno attraversato la barriera di sicurezza prima di essere uccisi dalle forze israeliane.

(Agenzia Nova, 13 agosto 2019)


Cosa ci rivela l'ultima esercitazione di Israele

di Paolo Mauri

 
Si è conclusa venerdì l'esercitazione navale "Mighty Waves" che si è tenuta al largo delle coste di Israele. Le manovre hanno avuto luogo nei pressi del porto di Haifa e hanno visto il coinvolgimento di unità navali di Grecia, Francia e Stati Uniti, presenti osservatori di altri sette Paesi non ancora identificati.
  L'esercitazione, della durata di quattro giorni, è rivolta ad affinare le capacità di intervento in caso di calamità naturale ed è la prima di questo tipo che si tiene in Israele. In particolare lo scenario dipinto è quello di un forte terremoto che colpisce lo Stato ebraico provocando migliaia di morti e mettendo in ginocchio le infrastrutture del Paese.
  Israele, così come il Libano e la parte costiera della Siria, è attraversato da un'importante struttura geologica a scala regionale: la faglia del Levante, o faglia trasforme del Mar Morto. Questa si collega a nord, in Turchia, con la faglia Anatolica Orientale che a sua volta si inserisce nella faglia Anatolica Settentrionale, mentre a sud, dopo aver attraversato il deserto del Negev, si getta in mare (grossomodo ad Elat) e, costeggiando il Sinai orientale, si congiunge con il rift del Mar Rosso.

 Non solo un'esercitazione di protezione civile
  La faglia del Levante è una faglia attiva, quindi in grado di generare terremoti dal possibile esito catastrofico essendo capace di rilasciare energia sino ad un magnitudo 7.5 Richter. Come ricordato dal Jerusalem Post, la regione, così come altre sismicamente attive soprattutto nel Mediterraneo, ha visto sviluppare piccoli sismi con relativa frequenza, mentre gli eventi maggiori - M6.2 (1927) e 6.5 (1837) - sono attesi con una frequenza più lunga: approssimativamente uno ogni cento anni.
Un rapporto del 2016 del Foreign Affairs and Defense Committee's Home-Front Readiness Subcommittee ha stabilito che se Israele venisse colpito da un sisma di M7.5, ci sarebbero circa 7mila morti, altri 8600 sarebbero i feriti e 377mila persone rimarrebbero senza tetto, con un conteggio dei danni pari a 200 miliardi di Nis (circa 53 miliardi di euro).
  Un terremoto di tale intensità, oltre a distruggere gli edifici, infliggerebbe danni critici alle infrastrutture del Paese come le reti elettriche, idriche e di comunicazione senza dimenticare quelle energetiche come le pipeline che sono posate sul fondo dell'offshore israeliano. Un sisma simile potrebbe dare luogo anche ad un devastante maremoto, questo però a seconda dell'ipocentro e della sua cinematica, come ne sono stati registrati tanti nel Mar Mediterraneo.
L'esercitazione congiunta, che ha visto l'utilizzo anche dei mezzi aerei delle unità navali sopraggiunte, ha riguardato la simulazione della messa in sicurezza della popolazione civile con il trasporto dei feriti sulle navi e la creazione di un "ponte umanitario" per gli aiuti.
  A detta degli ufficiali della Idf (Israel Defense Force) è stata un'occasione di confronto delle rispettive capacità operative in situazioni di calamità naturale, ma anche di affermazione del prestigio di Israele nel consesso internazionale.
  "Il fatto che Israele sia ritenuto in giocatore chiave e un Paese con il quale si può e si deve cooperare in ambito militare è un messaggio di deterrenza ai nostri potenziali nemici" ha riferito Eran Lerman, già vice consigliere per la sicurezza nazionale ed ora vice presidente del Jerusalem Institute for Strategy and Security.
  Per la Francia ha partecipato la fregata classe Fremm "Auvergne", per la Grecia una fregata classe Elli, mentre per gli Stati Uniti il cacciatorpediniere classe Arleigh Burke "Donald Cook" basato a Rota, in Spagna, ed inquadrato nella Sesta Flotta.

(Inside Over, 13 agosto 2019)


9 settembre 1943: la disperata fuga di 800 ebrei da Saint Martin Vesubie verso la valle Gesso

Le vicende, tra Valdieri, Borgo San Dalmazzo e Cuneo, saranno ricordate a settembre dalla ventunesima edizione di 'Attraverso la memoria'

di Andrea Dalmasso

 
CUNEO - Si svolgerà dal 13 al 18 settembre tra Cuneo, Borgo San Dalmazzo, Valdieri, il colle di Finestra e Saint Martin Vesubie la ventunesima edizione di "Attraverso la Memoria", commemorazione dei fatti che si svolsero nei giorni tra il 9 settembre e il 13 settembre 1943, quando circa mille ebrei, concentrati nella residence forcée di Saint Martin Vésubie dalle autorità di occupazione italiana, salirono i sentieri che conducevano in Italia, attraverso il colle di Finestra e il colle di Ciriegia, per sfuggire al feroce sterminio nazista. Si trattava di profughi provenienti da tutta Europa, tra cui bambini di pochi mesi e persone anziane, che scesero in valle Gesso alla ricerca di un rifugio: per 329 di loro la ricerca fu vana ed ebbe come tragico epilogo la deportazione ad Auschwitz.
   Saint Martin Vesubie è un piccolo paese situato nella regione francese della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, incastonato tra le Alpi Marittime a quasi mille metri di altezza. Nei primi anni '40, con la Francia sotto occupazione tedesca, mentre in tutta Europa i ghetti bruciano e i treni viaggiano senza sosta verso i campi di concentramento nazisti, a Saint Martin è accaduto un piccolo miracolo: la IV Armata del Regio Esercito Italiano, alla quale è sottoposto il comando del paese, si rifiuta di consegnare ai tedeschi e ai miliziani del Governo di Vichy gli ebrei, che devono sì presentarsi due volte al giorno alle autorità, ma possono circolare tranquillamente senza la stella gialla, possono frequentare gli stessi locali dei francesi e possono sostanzialmente condurre una vita serena. Saint Martin diventa così una sorta di "isola felice": vi arrivano ebrei da tutta Europa, la popolazione del paese, 1500 persone all'inizio della guerra, raddoppia.
   Poi, però, viene l'8 settembre 1943, viene l'armistizio, con le truppe fasciste, che fino a quel giorno avevano dato protezione agli ebrei in quel piccolo angolo di Francia, costrette a ripiegare entro i confini italiani. Tra il 9 e il 13 settembre 1943 più di 800 ebrei, per sfuggire all'avanzata tedesca, decidono di intraprendere la medesima strada fuggendo verso l'Italia: a piedi, con pochi viveri e male equipaggiati, varcano le Alpi ed entrano in Italia passando per il colle di Ciriegia e il colle di Finestra. Scesi in valle Gesso, trovano la solidarietà di decine di famiglie: partigiani, contadini, montanari che a rischio della vita aprono le porte delle loro case per dare rifugio agli ebrei, affamati e disperati, giunti fin lì dopo una massacrante traversata. Il 18 settembre il nuovo comando tedesco instauratosi a Cuneo emana un bando che ordina l'arresto di tutti gli ebrei stranieri della zona. Tra quelli giunti in valle Gesso da Saint Martin Vesubie 329 vengono fermati, condotti nel campo temporaneo di Borgo San Dalmazzo e da qui deportati prima a Dancy e poi ad Auschwitz. In 311 trovano la morte, molti altri si salvano grazie alla solidarietà trovata in valle Gesso.
   A 76 anni di distanza, la vicenda sarà ricordata con una serie di eventi per la ventunesima edizione di "Attraverso la Memoria".
  • Venerdì 13 settembre alle ore 21, presso l'auditorium Bertello di Borgo San Dalmazzo, si terrà la conferenza "Ogni ricordo è il Presente", seguita dal concerto di fisarmonica e violoncello di Ezio Ghibaudo e Francesca Villiot.
  • Il giorno seguente, sabato 14 settembre, a Saint Martin Vesubie, presso la biblioteca, si terrà il convegno "1943 - Quando gli ebrei vivevano a Saint Martin". In serata i camminatori di "Terract - Attraverso le Alpi" si uniranno a quelli di "Attraverso la memoria" per una cena seguita da musica e racconti".
  • Domenica 15 settembre alle ore 7.30 il ritrovo a San Giacomo di Entracque e la partenza per la camminata verso il Colle di Finestra, dove a mezzogiorno si terrà l'incontro internazionale "Ogni ricordo è il Presente". Sarà presente anche Miko Zeldes, nipote di Chaya Roth, che nel '43 fu tra gli ebrei che attraversarono le Alpi verso la valle Gesso.
   Le iniziative proseguiranno poi lunedì 16 settembre a Valdieri, con l'intitolazione della sala conferenze del Parco Alpi Marittime ad Alberto Bianco, partigiano e primo presidente del Parco dell'Argentera (ore 17.30).
   Nella serata di mercoledì 18 settembre a Cuneo la conclusione, con la proiezione al cinema Monviso del film "Liesel - Storia di un esodo sotto una buona stella", di Fabio Gianotti e Sante Altizio.

(Cuneodice.it, 13 agosto 2019)


Verdi, gli ebrei e quel coro universale

di Maria Teresa Milan

Va, pensiero. sull'ali dorate ... così inizia uno dei cori più celebri al mondo, conosciuto e cantato anche da chi non si interessa all'opera lirica. Più volte proposto (senza successo) quale inno nazionale in sostituzione di quello di Mameli, resta vivo nel patrimonio musicale degli italiani per il legame affettivo e il valore simbolico, ma quanto lo si conosca davvero nessun lo sa. In effetti quando nel 2011. per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia, all'Opera di Roma Riccardo Muti invitò il pubblico a cantare va, pensiero. successe esattamente che "gran parte del pubblico cantò la prima quartina. bofonchiò qualche parola della seconda, esplose sulla «patria perduta» e si spense su quanto seguiva", come avrebbe poi riferito Alessandro Beltrami su Avvenire.
   Va, pensiero è contenuto nel terzo atto dell'opera Nabucco di Giuseppe verdi, rappresentata per la prima volta il 9 marzo 1842 al Teatro alla Scala di Milano e considerata il primo vero trionfo del compositore, un trionfo che gli permetterà di introdursi nei salotti dell'aristocrazia milanese e di allacciare rapporti con esponenti dell'ambiente politico e culturale.
   Se è vero che abbondano le pubblicazioni sullo studio e la comprensione delle opere liriche in generale, possiamo dire che su questa in particolare si è acceso l'interesse degli studiosi di svariati settori (non necessariamente musicali), perché svariati sono i livelli di lettura e di interpretazione; oltre all'analisi musicale della composizione in sé e della stessa in relazione all'epoca e ad altre composizioni, si è data importanza all'analisi del testo, opera del poeta Temistocle Solera, allo stile, alla scelta dei termini e alla metrica e in particolare i linguisti, gli studiosi di letteratura, di storia ebraica, i teologi e i biblisti hanno indagato il rapporto tra il testo del coro e quello del Salmo 137 e dunque, più in generale, il legame tra la storia ebraica dell'esilio in Babilonia e la condizione politica e sociale dei contemporanei di Verdi.
   L'analisi di va pensiero, e più in generale dell'opera Nabucco, coinvolge necessariamente anche l'analisi del rapporto tra la musica e l'idea di patria e/o di nazione, che si sviluppa nel corso dell'Ottocento, con il sorgere dei movimenti nazionalistici e il diffondersi dei sentimenti patriottici, quando la primavera dei popoli veniva raccontata anche attraverso la musica. che si faceva portavoce dei desideri della gente e di quell'anelito alla libertà e alla costruzione di una patria a partire dalla consapevolezza del passato.
   Tra i possibili livelli di lettura credo ve ne sia uno che è sì legato alle analisi degli addetti ai lavori, ma è per certi versi autonomo e più "popolare" ed è il riconoscimento del senso universale che quel coro esprime, il suo significato a prescindere dal rapporto specifico con il Risorgimento italiano. E credo che quel senso universale, che trascende epoche e luoghi per assurgere a paradigma di una condizione umana, sia eredità diretta del testo biblico, per cui le cetre appese ai salici assumono un significato pregnante non solo per gli ebrei in esilio, ma per chiunque faccia proprie quelle parole attraverso il canto o la poesia. Le fronde dei salici sono un simbolo per i protagonisti dei moti del 1848, ma anche per chi leggeva e legge i versi di Quasimodo che nel 1945 riflette su quale poesia possa ancora esistere dopo la guerra, o ancora per i giamaicani rastafariani che negli anni '70 cantavano insieme al gruppo musicale The Melodians le parole del testo biblico in versione reggae per protestare contro la loro Babilonia e accompagnare la lotta per la libertà.
   "Giuseppe verdi ha compreso i due bisogni più importanti dello spirito umano: avere una casa, e in quella casa sentirsi liberi", ha commentato Daniel Oren che nel 2010 ha diretto Nabucco a Masada. la roccaforte simbolo della resistenza ebraica, uno spazio di esperienza storica e di profonde emozioni in cui il pubblico ha ritrovato davvero il senso universale del coro.
   E mentre scrivo e mi passano davanti agli occhi le immagini della storia e delle geografie in cui i versetti del salmo hanno saputo esprimere il senso vero di diverse esistenze. Mi tornano alla mente le parole di Marcel Proust: "Quel canto, diverso da quello degli altri, simile a tutti i suoi, dove l'aveva imparato, dove l'aveva sentito Vinteuil? […] La patria perduta i musicisti non se la ricordano, ma ciascuno di essi rimane sempre inconsciamente accordato in un certo unisono con lei; delira di gioia quando canta secondo la sua patria".
   Perché la musica racconta la storia, i desideri di un popolo e l'amore per la patria e la terra, ma esprime anche il mondo interiore di ogni artista, che per Proust è una patria perduta (e forse "sì bella"), che riaffiora qua e là in forma di meravigliosi frammenti.

(Pagine Ebraiche, agosto 2019)


«Ma nonostante le condanne, non pagherà nessuno»

Inchieste ripartite solo mezzo secolo dopo i fatti. Pene sia prescritte che impossibili da scontare

ROMA Per la strage di Sant' Anna di Stazzema 560 persone trucidate il 12 agosto 1944, tra cui circa 130 bambini nessuno ha pagato: la magistratura militare italiana ha tardivamente condannato 10 ex militari nazisti all'ergastolo, ma le pene non sono mai state eseguite. I mandati di cattura europei sono stati ignorati o respinti al mittente, né hanno avuto successo le istanze volte a far scontare le condanne in Germania. Nel frattempo i 10 ergastolani, che non hanno mai fatto un giorno di galera o di arresti domiciliari, sono tutti morti tranquillamente nei loro letti. L'ultimo, Gerard Sommer, classe '21 (che nel 2015 fu archiviato dai giudici di Amburgo perché incapace di intendere e di volere), deceduto il 22 febbraio 2017. Complessivamente sono 60 gli ex criminali di guerra nazisti condannati all'ergastolo in Italia dopo la controversa «scoperta», nel 1994, in uno stanzino della procura generale militare di Roma, del cosiddetto Armadio della vergogna, dove furono illecitamente occultati centinaia di fascicoli giudiziari relativi alle peggiori stragi compiute dai militari tedeschi. Le inchieste sono dunque lentamente ripartite mezzo secolo dopo i fatti e quando i processi (svoltisi solo tra il 1999 e il 2013) si sono conclusi, molti dei condannati erano morti. E comunque tutti sono rimasti impuniti.
   Secondo dati ufficiali di un paio di anni fa gli ergastolani superstiti erano sette (incluso Sommer), ma attualmente sono solo tre le esecuzioni penali ancora pendenti presso la magistratura militare. Riguardano Helmut Odenwald, 98 anni, ex capitano della Divisione Corazzata 'Hermann Goering' della Wehrmacht, condannato al carcere a vita per le stragi della primavera del '44 sull' Appennino Tosco-Emiliano, a Monchio, Vallucciole e Monte Morello; l'ex sergente Robert Johann Riss, 99 anni, condannato all'ergastolo per la strage del Padule di Fucecchio (Pistoia), dove nell'agosto '44 vennero trucidati 184 civili, in gran parte anziani, donne e bambini e Alfred Stork, 96 anni, condannato anch'egli all'ergastolo per l'eccidio della Divisione Acqui a Cefalonia.
   Ma se la strada dell'esecuzione delle pene è ormai preclusa, è ancora possibile in sede civile arrivare a un risarcimento, come hanno evidenziato in più occasioni due alti magistrati militari, il procuratore di Roma Antonio Sabino e il pg presso la Corte d'Appello Marco De Paolis. Eppure, ha denunciato Sabino, «in varie occasioni lo Stato italiano si è costituito in giudizio non per sostenere ma per opporsi alle legittime istanze risarcitorie dei cittadini. Una decisione dettata da ragioni politico-istituzionali dalla quale mi sento di dissentire perché la memoria delle vittime della barbarie nazista va onorata anche attraverso il riconoscimento dei diritti degli eredi».
   Si tratta di «un problema rilevante, che riguarda decine di migliaia di cittadini, vittime di gravi lesioni dei propri diritti», ha aggiunto De Paolis, ricordando anche che, per quanto riguarda alcuni eccidi compiuti dai militari italiani nei territori occupati, «la richiesta di risarcimento del danno da parte delle vittime ci vede, ahimè, quale parte debitrice».

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 13 agosto 2019)


L'Iran: se Israele entra nel Golfo sarà guerra

«Possiamo sequestrare navi occidentali quando vogliamo» è la minaccia di Tangsiri, comandante delle forze navali delle Guardie della Rivoluzione.

di Giordano Stabile

 
I Pasdaran tornano a minacciare un conflitto nel Golfo a seguito della «guerra delle petroliere». Le tensioni sono andate crescendo dopo il sequestro di una nave iraniana a Gibilterra, lo scorso 4 luglio, e la cattura di una petroliera britannica nello Stretto di Hormuz per ritorsione. Gli Stati Uniti hanno reagito con il lancio di una «coalizione navale internazionale», una flotta che dovrebbe pattugliare il Golfo e scortare i mercantili. Questa mattina però il comandante delle forze navali delle Guardie della Rivoluzione, Alireza Tangsiri, ha avvertito che un'eventuale presenza di Israele all'interno della coalizione internazionale è «illegittima» e «potrebbe portare a vari scenari», compresa "una guerra nella regione».
   Le forze navali dei Pasdaran, ha ribadito Tangsiri, sono «responsabili nel garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz e del Golfo», e «non c'è necessità di forze straniere». Tangsiri ha però minacciato nuovi sequestri di navi occidentali: «Possiamo sequestrare qualsiasi nave, in qualsiasi momento, anche se accompagnate da forze americane o britanniche». Il 24 giugno Tangsiri è stato sottoposto a sanzioni americane, assieme alla Guida suprema della Repubblica islamica Ali Khamenei e ad altri sette comandanti dei Pasdaran, per l'abbattimento di un drone di sorveglianza del Pentagono, colpito lo scorso 20 giugno sopra lo Stretto di Hormuz. Da luglio l'Iran ha sequestrato tre petroliere nel Golfo, inclusa la britannica Stena Impero, catturata con un blitz delle forze speciali. I barchini veloci dei Pasdaran hanno anche minacciato navi militari, compresa una fregata inglese.

(La Stampa, 12 agosto 2019)


Giorno di guerriglia a Gerusalemme. Scontri alla Spianata delle Moschee

Arabi e israeliani si fronteggiano nei luoghi sacri, ognuno per la propria festa. Interviene la polizia: oltre 40 i feriti.

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - È colpa della luna che decide i calendari religiosi sia ebraico sia musulmano. Ed è una fortuna che le cose siano finite senza morti, anche se con 40 feriti di cui 4 poliziotti e qualche fermato. Ma l'umore è pessimo da parte israeliana e palestinese. Due ricorrenze si sono date appuntamento sulla spianata del Tempio o delle Moschee. È qui che durante tutta la mattinata si sono scontrate con la polizia e poi con gruppi di ebrei, folle musulmane irate convenute nella celebrazione della festa di Eid al Ahda, o del Korban, il giorno del sacrificio: venerdì l'Waqf, l'organizzazione che sovrintende ai luoghi santi musulmani, ha chiamato le folle a raccolta alla Moschea di Al Aqsa e alla Moschea della Roccia per prevenire gli ebrei dalla salita alla loro spianata del secondo tempio, su cui sono state poi costruite le Moschee. La ragione è un concentrato delle guerre di religione, che pugnala lo status quo di sacra osservanza a Gerusalemme: gli ebrei infatti ieri avevano in calendario Tisha be Av, il 9 del mese di Av, in cui il Tempio fu distrutto dai Romani nel 70. Da allora, anzi, dalla distruzione persiana del primo Tempio che cadde nella stessa data, il popolo ebraico si dispera nel ricordo di come perse la sovranità su Gerusalemme. E di fronte al Muro del Pianto piange: nei secoli è rimasto l'unico grande testimone di pietra, il Kotel, il Muro Occidentale cui si fa pellegrinaggio e ai cui pertugi si affidano i bigliettini con preghiere e confidenze dirette al Padreterno. Giuseppe Verdi, quando scriveva Va pensiero descriveva lo stato d'animo di Tisha be Av, allora in Persia.
   Ieri la polizia aveva deciso, data la coincidenza delle feste, di proibire agli ebrei di salire sulla Spianata: poi la scena è cambiata e si è tornati a riaprire la porta dopo le 10 in una situazione molto tesa dopo gli scontri, mentre gruppi di ebrei spingevano per salire sul Monte del Tempio. La spinta era prevalentemente politica: da parte religiosa ci sono molti rabbini che ritengono che non si debba pregare sul Monte del Tempio finché non sia ricostruito (profezia che somiglia molto a una metafora) il Tempio distrutto. Dal 1967 la ricorrenza di Tisha be Av potrebbe essere meno drammatica di quando Gerusalemme era divisa e i giordani regnavano sulla parte Est. Oggi nel piangere (e digiunare) c'è una certa discrasia: Gerusalemme è unita. Ma la pace non è in vista.
   L'odio, come ai tempi della distruzione, non è debellato. In questi giorni attacchi terroristici hanno funestato tutta Israele, a Gerusalemme e sul confine con Gaza, dove regna Hamas. L'assassinio del 19enne Dvir Sorek, che andava a scuola portando in regalo al suo rav un libro di David Grossman (e questo dovrebbe insegnare qualcosa sui terribili «coloni» ritenuti in genere oscurantisti) è stato seguito da altri due episodi di feroce furbizia di Hamas che manda i suoi uomini armati travestendoli, nelle dichiarazioni, da «giovani spazientiti». Venerdì in quattro sono stati freddati mentre passavano da Gaza in Israele armati fino ai denti, pronti per quello che si è diagnosticato come attacco terrorista di massa. Ieri uno scontro a fuoco ha freddato un giovane travestito da soldato israeliano, sempre proveniente da Gaza.
   Hamas gioca col fuoco, protetta da un'altra fragilità israeliana, quella sul confine al Nord con la Siria, da cui proviene il peggiore pericolo, quello iraniano e degli Hezbollah. Ieri nelle tante riflessioni su Tisha be Av, in piena campagna elettorale, molti israeliani si chiedevano come si può essere tanto divisi in Israele. E si rispondevano: «Non si può. Eppure lo siamo». La democrazia porta anche a questo paradosso.

(il Giornale, 12 agosto 2019)


Consigli israeliani agli Usa sulle stragi

"E' terrorismo": un ex direttore del servizio segreto israeliano saprebbe come fermare le stragi in America.

Scrive il Jerusalem Post (5/8)

 
Danny Yatom
Secondo Danny Yatom, ex direttore dell'agenzia di intelligence israeliana Mossad, è tempo che gli Stati Uniti cambino atteggiamento nei confronti della violenza armata. "Probabilmente gli Stati Uniti dovrebbero considerarla come un attacco terroristico anche se la persona che preme il grilletto è cittadino americano - spiega Yatom a Media Line - L'assassino possiede e usa armi atte a trucidare persone innocenti, e questo non è altro che terrorismo". Aggiunge Yatom: se l'America, per fermare questa violenza armata, investisse la stessa quantità di denaro e risorse che investe per prevenire attentati terroristici in stile al Qaeda, potrebbe avere molto più successo nel contenere questo genere di incidenti. Yatom esprime apprezzamento per la risposta tattica delle squadre speciali statunitensi Swat; ma il loro problema principale, dice, è che intervengono a incidente iniziato, quando ci sono le prime vittime ed è già troppo tardi. "Il primo e principale elemento per riuscire a sventare gli attacchi terroristici è raccogliere accurate informazioni di intelligence in tempo reale", afferma Yatom sulla base della sua esperienza diretta. Ad esempio nel caso della sparatoria in Texas, Yatom sottolinea come il problema più grande sia stata l'incapacità delle forze dell'ordine di cogliere per tempo sui social network i messaggi che indicavano che l'assassino stava per compiere un attacco.
   Yatom esorta il governo degli Stati Uniti a sviluppare un sistema in grado di setacciare i social network e segnalare gli individui che potrebbero essere potenziali stragisti. E sono necessarie leggi che consentano alle autorità di fermare e interrogare un sospetto prima che compia una sparatoria. Yatom raccomanda inoltre di posizionare guardie armate agli ingressi dei luoghi pubblici frequentati dal pubblico, analogamente a quanto avviene in Israele dove il governo spesso copre le spese per le compagnie di sicurezza private. 'Avere guardie armate, ben addestrate ad affrontare le persone che si accingono a sparare su innocenti, può far fallire sul nascere molti di questi tentativi stragisti', afferma Yatom, che ha anche qualche consiglio pratico da dare a coloro che gestiscono luoghi pubblici e a coloro che si trovassero in un luogo dove entra in azione un tiratore assassino. Ai primi suggerisce di identificare e proteggere i punti vulnerabili dei loro fabbricati e di installare metal detector. Si possono anche costruire ostacoli fisici, come una palizzata, in modo che vi siano solo uno o due punti d'accesso. 'Questo aiuta- spiega - perché è più facile mettere in sicurezza un minor numero di luoghi, il che vale anche per scuole e università'. Ai civili che si trovassero coinvolti, Yatom consiglia che le persone armate tentino di fermare il killer solo se sono addestrate a farlo. Per tutti gli altri, la raccomandazione è di cercare di nascondersi e chiamare le autorità il più rapidamente possibile, dando molti dettagli sulla situazione".

(Il Foglio, 12 agosto 2019)


«L'istruttoria», i carnefici di Auschwitz nel testo di Weiss

In scena a Roma con gli attori della Palestra per Artisti 7607

di Franco Cordelli

Nella cronaca da Avignone, discutendo del prestigio di cui gode la formazione tedesca dei Rimini Protokoll diretta da Stefan Kaegi, facevo riferimento all'ideologia cultural-letteraria oggi dominante non solo in Germania o in Italia: una ideologia di tipo sociologico. Osservavo come essa abbia avuto un primo e importante sviluppo proprio in Germania negli anni Sessanta. Facevo i nomi di Enzensberger e di Kluge. Ma parlavo di narrativa. Avessi parlato di teatro primo tra i pari o primo in assoluto avrei citato Peter Weiss. Mi riferisco ovviamente a L'istruttoria. Sia ben chiaro, Weiss ha scritto altri due testi fondamentali: il Marat-Sade (di cui è appena uscito il dvd dello spettacolo celeberrimo che ne trasse Peter Brook) e Congedo dai genitori, un racconto autobiografico. L'istruttoria - di cui esiste un'edizione sempre ripresa da Gigi Dall'Aglio per il Teatro Due di Parma - è andato in scena con ventitré attori della Palestra per Artisti 7607 diretta da Paolo Sassanelli. Lo hanno ospitato i Giardini della Filarmonica, che quest'anno come tutto a Roma viaggiano a vele non troppo spiegate. Ma Roma è un caso disperato a sé. Non è di questo che voglio parlare. Mi preme invece ricordare un'osservazione cruciale di Enzensberger, a proposito della frequente confusione che si fa tra verità e autenticità. Cos'è che rende L'istruttoria e la sua scrupolosa analisi del processo intentato tra 1963 e 1965 a Francoforte nei confronti dei responsabili di Auschwitz - cosa lo rende il testo imprescindibile, più alto sulle nequizie umane del XX secolo, ma sempre attuali, che ci sia stato trasmesso? Quale tipo di sociologia, ovvero di testimonianza (e di analisi) della verità di quanto accadde tra il 1940 e il 1945 in Auschwitz? La sua verità o la sua autenticità? Dell'autenticità, se abbiamo capito quanto scritto da Enzensberger, è inutile parlare: quale autenticità è più autentica e più valida di un'altra? Di verità ce n'è una sola: è quella di Peter Weiss, ossia del lavoro di montaggio del materiale e della sua sincopata, lancinante verificazione, ovvero della sua poesia.

(Corriere della Sera, 12 agosto 2019)



Può Ilhan Omar superare i pregiudizi? Hirsi Ali, somala come lei, ha qualcosa da dirle

Untitled
 
                                                            Ilhan Omar                                                                                                                   Ayaan Hirsi Ali
Una volta ho aperto un discorso pubblico confessando a una folla di ebrei che li odiavo. Era il 2006 ed ero una giovane nativa della Somalia che era stata eletta al Parlamento olandese. L'American Jewish Committee mi stava consegnando il premio Moral Courage Award. Mi sentivo onorata, ma sarei sembrata disonesta se non avessi aderito al mio passato antisemita. Così ho detto loro come avevo imparato a incolpare gli ebrei di tutto", racconta sul Wall Street Journal la ricercatrice dell'Università di Standford Ayaan Hirsi Ali. "Se facciamo un salto nel 2019, ora abbiamo una giovane deputata del Congresso proveniente dal Minnesota le cui uscite antisemite hanno fatto infuriare la comunità ebraica e lo stesso Partito democratico. La donna in questione è somala e in giovane età è stata esposta alla propaganda musulmana antisemita.
  Esistono molti tipi di antisemitismo, da quello cristiano a quello dei suprematisti bianchi, passando per quello dei comunisti. Ma quello musulmano è quello di maggior rilievo in questi tempi". Hirsi Ali non aveva mai sentito parlare di antisemitismo fino a quando non si è trasferita in Olanda a vent'anni. In realtà fin da piccola aveva introiettato l'odio verso quella minoranza ascoltando i discorsi degli adulti in famiglia. "Quando ero una bambina, mia mamma spesso perdeva la pazienza con mio fratello, con il droghiere o con un vicino. Gridava o imprecava sottovoce 'Ebreo!', Seguita da una descrizione dell'ostilità, dell'ignominia o del comportamento spregevole del soggetto della sua ira", ricorda la ricercatrice. Tutti gli adulti utilizzavano quell'espressione con disprezzo. A quindici anni Hirsi Ali entra a far parte dei Fratelli musulmani, dove viene educata all'odio verso gli ebrei sotto due aspetti. Il primo era teologico: le veniva insegnato che gli ebrei avevano tradito il profeta Maometto e che per questo Allah li aveva condannati. Il secondo era politico: ai ragazzi veniva insegnato che gli ebrei occupavano indebitamente la Palestina. Fotografie di corpi mutilati e bambini morti venivano mostrate ai giovani. A loro veniva insegnato che gli ebrei uccidono per odio nei confronti dei palestinesi. Hamas è riuscito a conciliare queste due visioni in un'unica narrazione antisemita.
  Si legge nella carta di Hamas: "Il profeta ha detto: Il giorno del giudizio non si realizzerà fino a quando i musulmani non combatteranno contro gli ebrei (uccidendo gli ebrei) […] Non esiste soluzione per la questione palestinese se non attraverso la Jihad". In queste narrazioni si cela l'essenza dell'antisemitismo musulmano. "Anche la storia dell'antisemitismo europeo è un mix di visioni", scrive Hirsi Ali. "L'antipatia nei confronti degli "assassini di Cristo" da parte dei cristiani medievali si è mischiata a una critica radicale del capitalismo nel XIX secolo e alla pseudoscienza razziale nel XX. Ma prima della grande depressione i partiti antisemiti non erano partiti di massa. Né lo sono diventati dopo il secondo conflitto mondiale. Diversamente l'antisemitismo musulmano ha una base più larga e i suoi sostenitori hanno avuto tempo e risorse per diffonderlo ampiamente". Basta dare un'occhiata alla corruzione e all'attaccamento al potere dei politici musulmani. Promettono di liberare la Terra Santa e quindi di eliminare lo stato di Israele. Anche le Nazioni Unite promuovono una visione che demonizza Israele paragonandolo al Sudafrica e accusandolo di genocidio. "Anche i media fanno la loro parte. La libertà di espressione è misera nei paesi a maggioranza musulmana e i media statali sfornano quotidianamente propaganda antisemita e antisraeliana", scrive Hirsi Ali. Le moschee e le istituzioni religiose possono diventare centri di indottrinamento. La propaganda poi attraversa le scuole e in particolare le università dove si forma la classe dirigente dei paesi musulmani. Anche i campi profughi sono luoghi di indottrinamento. Qui gli islamisti offrono cibo e assistenza ma portano con sé anche i propri libri e i discorsi contro lo stato di Israele. Forse è quello che è successo alla deputata Omar negli anni trascorsi in un campo profughi in Kenya quando era solo una bambina, oppure ha abbracciato l'antisemitismo quando si è trasferita in Minnesota a dodici anni.
  La Omar accusa i politici americani di sostenere Israele esclusivamente per motivi finanziari. Ma le sfugge che gli ideologi islamisti hanno molti più soldi a disposizione rispetto alle lobby pro Israele. Ad esempio a partire dagli anni 70 l'Arabia Saudita ha investito denaro per diffondere l'islam wahabita all'estero. In Pakistan migliaia di scuole finanziate dai sauditi insegnano una versione dell'islam di stampo antioccidentale e secondo qualcuno anche antisemita. Nel tempo il Qatar ha sostituito i sauditi, investendo, ad esempio, 30,6 milioni di dollari in scuole negli Stati Uniti per promuovere, apparentemente, lo scambio culturale.
  L'accusa fatta agli ebrei di controllare il Congresso, dunque, non ha senso. A conti fatti, a partire dal 2017, "la cifra investita dalle lobby pro Israele negli Stati Uniti è di 63 milioni di dollari, meno dei 68 milioni di dollari spesi dalle lobby a sostegno dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti", scrive Hirsi Ali. Anche la demografia viene a sostegno degli arabi. "Per ogni ebreo nel mondo ci sono 100 musulmani". Gli ebrei americani superano ancora i musulmani, ma non sarà più così nel 2050. Non basterà limitare l'azione di Ilhan Omar per eliminare il problema. "Gli islamisti hanno capito come collegare l'antisemitismo a una vaga nozione di sinistra di 'giustizia sociale'", spiega la ricercatrice. I critici sono accusati di islamofobia e insensibilità, mentre i musulmani figurano come la minoranza più vulnerabile rispetto alle altre. "Hirsi Ali da adulta ha capito che la propaganda con cui era cresciuta era sbagliata e una serie di circostanze le hanno permesso di rimettere in discussione i suoi pregiudizi. Se ci è riuscita lei, forse potrà farcela anche Ilhan Omar".

(Il Foglio, 12 agosto 2019 - trad. Samuele Maccolini)


La Francia strinse un accordo con terroristi palestinesi

La Francia aveva stretto un accordo con terroristi palestinesi, lo riporta intnews.org. Parigi ha permesso ai militanti palestinesi di operare liberamente sul suo territorio in cambio di non ricevere attacchi terroristici. La notizia è trapelata direttamente dall'ex direttore del servizio di sicurezza nazionale francese. Il presunto accordo è stato raggiunto tra il governo francese e un gruppo di militanti palestinesi noto come Organizzazione Abu Nidal, o ANO. Il nome ufficiale del gruppo era Fatah - The Revolutionary Council, ma di solito veniva indicato con il nome del suo fondatore e leader, Abu Nidal. Il gruppo si è formato nel 1974 dopo una scissione a Fatah, il gruppo armato palestinese guidato da Yasser Arafat. Abu Nidal (vero nome Sabri Khalil al-Banna) ha accusato Arafat e altri alti funzionari di Fatah e della Palestine Liberation Organization (PLO) di essere concilianti verso Israele. Alla fine Abu Nidal si trasferì in Iraq e dichiarò guerra a Fatah e all'OLP, accusandoli di aver tradito la causa palestinese.
   Nel corso dei successivi 20 anni, ANO ha effettuato decine di attacchi violenti che hanno ucciso oltre 1500 persone in tutto il mondo, in paesi come Gran Bretagna, Austria, Italia, Tunisia, Sudan, Turchia, Pakistan e India. I principali obiettivi dell'ANO erano Israele, gli Stati Uniti e altri gruppi palestinesi, che il gruppo considerava disertori dalla lotta per una Palestina indipendente. Il 9 agosto 1982, i guerriglieri ANO hanno usato granate e mitragliatrici per attaccare il ristorante Goldenberg di Parigi, in Francia, uccidendo sei persone e ferendo 22 persone. Gli aggressori sono fuggiti dalla scena del crimine e non sono mai stati catturati. È stato solo nel 2015 che alcuni ex membri dell'ANO hanno fornito prove dell'attacco terroristico ai magistrati francesi, dopo aver ottenuto l'immunità. Sulla base di queste testimonianze, il governo francese ha emesso mandati di arresto per tre degli aggressori che vivono oggi in Europa e Palestina. Nessuno, tuttavia, è stato ancora estradato in Francia.
   La trama si è infittita lo scorso giovedì quando il quotidiano francese Le Parisien ha riportato estratti di testimonianze fornite ai magistrati che stanno indagando sull'attacco al Goldenberg Restaurant. Una delle testimonianze sarebbe stata fornita dall'ex spia Yves Bonnet, che negli anni '80 diresse la direzione della sorveglianza territoriale (DST). Fino al 2008 il DST ha funzionato come ala di controspionaggio e antiterrorismo della polizia nazionale francese. Secondo Le Parisien, Bonnet, ora 83enne, ha dichiarato nella sua testimonianza che il DST ha stretto un accordo con Abu Nidal dopo il 1982, il che ha permesso loro di continuare a operare in Francia con la consapevolezza che non avrebbero effettuato ulteriori attacchi terroristici sul suolo francese . "Abbiamo stretto un accordo orale", si dice che Bonnet abbia detto ai magistrati. "Non voglio ulteriori attacchi sul suolo francese, e in cambio ti permetterò di entrare in Francia. L'ex spia ha aggiunto che il DST ha informato il capo di stato maggiore del presidente francese all'epoca, François Mitterrand, sull'accordo segreto. Tuttavia, nulla sull'accordo è mai stato registrato nei verbali delle riunioni ufficiali. L'accordo tra il DST e Abu Nidal "ha avuto successo", ha detto Bonnet, in quanto il gruppo non ha portato più attacchi sul suolo francese dopo l'attacco al Goldenberg Restaurant.
   Come prevedibile, le accuse di Le Parisien hanno fatto arrabbiare la comunità ebraica francese. Un comitato che rappresenta le vittime e le famiglie colpite dell'attacco al ristorante Goldenberg ha dichiarato attraverso il suo avvocato che, se fosse vero, l'ammissione di Bonnet è stata "vergognosa". Il comitato ha invitato il governo francese a declassificare tutti i documenti relativi agli scambi tra lo stato francese e l'organizzazione Abu Nidal.

(PRP Channel, 12 agosto 2019)


Due esopianeti lontani 12,5 anni luce potenzialmente abitabili

Secondo due ricercatori, uno dell'Università Ebraica di Gerusalemme e dell'Università di Tel Aviv

di Martina Massa

 
Due pianeti extrasolari sarebbero potenzialmente abitabili secondo due ricercatori di due istituti israeliani. I due pianeti orbitano intorno alla stella di Teegarden, una nana rossa distante 12,5 anni luce da noi.
Questa stella era stata scoperta nel 2003 dall'astrofisico Bonnard Teegarden mentre i due pianeti, "b" e "c", sono stati scoperti a giugno da un altro team.
Secondo Amri Wandel e Lev Tal-Or, i due ricercatori, uno dell'Università Ebraica di Gerusalemme, l'altro dell'Università di Tel Aviv, i due pianeti orbitano intorno alla loro stella in soli 4,9 e 11,4 giorni cosa che, unita alle dimensioni della stella stessa, fanno sì che i due pianeti possano essere inseriti nella cosiddetta "zona abitabile".
Inoltre entrambi orbitano con uno dei lati sempre rivolto verso la stella, in sostanza non hanno il ciclo del giorno e della notte.
Questo tipo del pianeta era stato inizialmente considerato, almeno fino a qualche anno fa, come non abitabile in quanto uno dei lati risulterebbe sempre troppo caldo e l'altro sempre troppo freddo.
Tuttavia nuove teorie hanno confermato che una sottile, ma neanche troppo, striscia di terra ai confini tra queste due zone può essere abitabile a patto che le altre condizioni, come la collocazione orbitale del pianeta stesso nella fascia abitabile, siano soddisfatte.
Secondo i due ricercatori è probabile che entrambi i due pianeti possano sostenere acqua liquida sulla propria superficie. I due pianeti inoltre hanno dimensioni paragonabili a quelle della Terra.
In particolare Teegarden b, secondo i modelli calcolati dai ricercatori, sembra avere una probabilità del 60% di essere caratterizzato da una temperatura superficiale compresa tra zero e 50o.
Teegarden c invece dovrebbe risultare un po' più freddo, forse simile a Marte, almeno per quanto riguarda le temperature superficiali.

(Notizie Scientifiche.it, 11 agosto 2019)



La Cbs in Puglia: reportage su Lotoro e la musica ebraica

La Tv Usa in Puglia: la Columbia Broadcasting System, universalmente nota come CBS, è a Barletta per raccontare il progetto della Cittadella della Musica Concentrazionaria, l'hub internazionale che sta per nascere negli spazi della ex Distilleria e che sarà la sede del grande archivio della musica composta nei campi di concentramento e detenzione militare e civile di tutto il mondo fra il 1933 e 1953.
Protagonista del reportage che andrà in onda il prossimo autunno nell'ambito della celebre trasmissione «60 Minutes», da 51 anni la più seguita della televisione americana, è Francesco Lotoro, il pianista di Barletta che in oltre un trentennio ha raccolto più di 8000 partiture oltre a migliaia di documenti di vario genere relativi al fenomeno della musica nei Campi, uno straordinario patrimonio musicale che prossimamente sarà a disposizione degli studiosi e dei musicisti che vorranno conoscerlo ed eseguirlo.

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 12 agosto 2019)


Disordini a Gerusalemme alla Spianata delle Moschee

Attimi di tensioni durante la Festa del Sacrificio tra fedeli islamici e polizia. Secondo i media si contano decine di ferite. Gli scontri sono avvenuti al termine delle preghiere.

È stata una domenica 11 agosto di tensioni e disordini quella che ha vissuto Gerusalemme, capitale autoproclamata di Israele. Sin dalle prime ore del mattino, infatti, si sono registrate intemperanze e scompigli alla Spianata delle Moschee tra fedeli musulmani e polizia israeliana. L'azione di forza ha poi portato alla calma gli animi.

 Alta tensione a Gerusalemme
  In questi giorni Gerusalemme è infatti invasa da diversi fedeli di religione islamica arrivati in Israele per celebrare, come ogni anno, la Festa del Sacrificio. Un pellegrinaggio che trova il suo punto d'arrivo proprio alla Spianata delle Moschee il sito religioso situato nella città Vecchia di Gerusalemme. Che, tra l'altro, è anche a causa della sua importanza per le tre grandi religioni monoteiste (Ebraismo, Cristianesimo e Islam) uno dei luoghi di culto tra i più contesi al mondo.

 Gli scontri tra fedeli e polizia
  Un portavoce della polizia ha riferito che i disordini si sono verificati al termine delle preghiere. Gli agenti hanno provveduto a disperdere la folla con l'utilizzo della forza. Nel corso degli scontri, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa palestinese Wafa, sarebbero rimasti ferite decine di fedeli islamici. Le lesioni sono state procurate per lo più da colpi di proiettili rivestiti di gomma sparati ad altezza d'uomo e schegge di granate assordanti. Si contano anche diverse persone intossicate o comunque con leggeri problemi respiratori a causa dei gas lacrimogeni lanciati dalle forze dell'ordine.

 Polemiche in Israele per il comportamento della polizia
  Sempre secondo la Wafa sono 100 mila i palestinesi che hanno partecipato, anche con un lungo pellegrinaggio, alle preghiere della Festa del Sacrificio previste per domenica 11 agosto alla Spianata delle Moschee. E se la Palestina si lamenta per il trattamento subito dai propri concittadini, in Israele le polemiche riguardano il divieto della polizia ad autorizzare l'ingresso a fedeli ebrei al luogo di culto. La decisione era stata presa con largo anticipo dalle forze dell'ordine per non inasprire gli animi e far entrare in contatto ebrei e musulmani.

(Lettera43, 11 agosto 2019)


Guerra Iran-Israele: la follia collettiva che pervade la comunità internazionale

È incomprensibile il comportamento della comunità internazionale di fronte al piano iraniano volto a distruggere Israele, un piano annunciato pubblicamente e dettato solo dall'odio antisemita. Eppure la storia dovrebbe averci insegnato qualcosa su chi parla di «sterminio degli ebrei».

di Franco Londei

Facciamo un po' di fantapolitica. Come si comporterebbe la comunità internazionale se, per esempio, l'Italia affermasse apertamente di finanziare un gruppo terrorista francese con l'intento, sempre dichiarato, di distruggere la Francia?
   Naturalmente Roma si troverebbe (giustamente) nel mirino della comunità internazionale e ne subirebbe le più che giuste sanzioni. Da ogni parte si leverebbero critiche e l'isolamento dell'Italia sarebbe più che giustificato.
   Passiamo ora dalla fantapolitica alla realtà. C'è uno Stato, l'Iran, che finanzia apertamente e dichiaratamente più gruppi terroristici con l'intento di distruggere un altro Stato, Israele.
   Il Diritto Internazionale e la coerenza vorrebbero quindi che la comunità internazionale esprimesse una dura condanna nei confronti di Teheran, che applicasse severe sanzioni e che, soprattutto, isolasse completamente l'Iran.
   Perché tutto questo non avviene? Perché sulle gravi minacce iraniane verso Israele, supportate dai fatti, la comunità internazionale tace, fatta eccezione per gli Stati Uniti e per pochi altri?
   Si potrebbe capire un silenzio dettato dalla volontà di non volersi schierare in una disputa tra due Stati confinanti, come avviene per esempio tra India e Pakistan.
   Ma qui non si tratta di una disputa tra due stati per qualcosa di ben definito. Qui c'è un regime, quello iraniano, che senza una ragione che non sia puro odio, vuole distruggere una democrazia come quella israeliana senza che essa rappresenti minimamente una minaccia per il regime stesso.
   È un obiettivo che il regime iraniano si è posto e che persegue meticolosamente sin dalla sua nascita. Eppure a vedere il comportamento della comunità internazionale sembra quasi che gli Ayatollah scherzino, che sia tutto un gioco di fantapolitica.
   In Europa addirittura ormai da tempo stanno cercando di bypassare le sanzioni imposte all'Iran dal Presidente americano, Donald Trump, facendo passare quest'ultimo come un irresponsabile e non come l'unico che ha capito che la cosa è dannatamente seria. E lo dice uno che non stima particolarmente Donald Trump.
   Il silenzio della comunità internazionale pesa ancor di più in un momento in cui a Teheran sembrano seriamente intenzionati a dare una ulteriore spinta alla loro volontà di attaccare e distruggere Israele.
   Nel giro di pochi mesi gli iraniani hanno convertito l'arsenale missilistico di Hezbollah trasformando i razzi in vettori di precisione e rischiando così di mettere seriamente in pericolo anche il Libano, hanno occupato stabilmente le Alture del Golan siriano usando il pretesto della guerra civile siriana, hanno ufficializzato il loro supporto ad Hamas facendone l'ennesimo proxy di Teheran.
   C'è qualcuno in grado di spiegarmi il silenzio assordante della comunità internazionale di fronte a questo più che evidente piano iraniano volto alla distruzione dello Stato Ebraico? Possibile che i tanti analisti ed "esperti" non vedano l'accelerazione impressa da Teheran al suo piano?
   Questa purtroppo non è fantapolitica, questa è realtà nuda e cruda.
   L'Iran ha dichiarato guerra a Israele ormai da tempo, lo ha fatto apertamente senza preoccuparsi di nascondere le sue vere intenzioni. Eppure la comunità internazionale continua non solo a tacere, ma addirittura cerca di aiutare il regime iraniano.
   È una vera e propria follia collettiva che al momento non sembra vedere la luce della ragione nonostante in ballo ci siano decine di migliaia di vite umane.
   Ma la cosa che fa più rabbia è la consapevolezza che quando Israele deciderà di reagire con più fermezza alla minaccia iraniana la comunità internazionale, la stessa che rimane silente di fronte alle manovre criminali dell'Iran, non esiterà un solo secondo a condannare lo Stato Ebraico. È una storia già vista, una storia infinita che continua a ripetersi come un mantra criminale.

(Rights Reporters, 11 agosto 2019)


Netanyahu, 13 anni da Premier

Benjamin Netanyahu è diventato il primo ministro israeliano più longevo in carica di sempre, strappando il titolo al padre fondatore del paese e primo leader d'Israele David Ben-Gurion. Il 21 luglio, il 69enne Bibi ha infatti segnato quota 4.867 giorni - più di 13 anni - in carica e stabilito un nuovo primato che racconta molto della sua capacità di leadership. "Abbiamo trasformato Israele in una potenza globale in crescita" ha detto Netanyahu in un'intervista rilasciata al quotidiano amico lsrael Hayom, parlando al plurale ma probabilmente riferendosi più a se stesso.
   Bibi è nato a Tel Aviv nel 1949, tre anni dopo il fratello Yonatan (Yoni). Il terzogenito, lddo, nacque nel 1952. I tre figli si trasferirono negli Stati Uniti nel 1963 quando il padre, convinto di essere sulla lista nera del mondo accademico israeliano per le sue posizioni di destra. si trasferì con la famiglia a Elkins Park, un sobborgo di Philadelphia. Per una famiglia che si ispirava al revisionismo di Zecv Jabotinsky lasciare Israele era, se non un 'umiliazione, un passo indietro: gli ebrei che emigrano erano (e sono) chiamati yordim, quelli che "vanno giù" (mentre gli immigrati fanno l'aliyah e "ascendono"). "Una settimana prima dello scoppio della guerra del 1967 Bibi andò in Israele - ricordava Adam Shatz sul London Review ofBooks, recensendo la biografia dedicata a Netanyahu dal giornalista Anshel Pfeffer -.
   Tornato in Israele, Bibi svolse il servizio militare ed entrò nel Sayeret Matkal, un corpo di forze speciali d'élite la cui esistenza restò ufficialmente segreta fino al 1992. Anche se era più tarchiato del fratello maggiore Yoni, Bibi aveva una straordinaria prestanza fisica e rimase nell'esercito per cinque anni. Partecipò a molti attacchi oltre confine, tra cui la battaglia di Karameh in Giordania nel 1968, dove combatté contro i guerriglieri palestinesi comandati da Arafat". Dopo essere stato ferito da fuoco amico, scelse di tornare negli Stati Uniti assieme alla fidanzata, Miki Weizmann, che sposò poco dopo. S'iscrisse al corso di laurea in architettura e urbanistica del Massachusetts institute of technology (in seguito prese una seconda laurea alla scuola di management).
   A sconvolgerne il destino fu la morte del fratello Yoni nella famosa operazione di salvataggio degli ostaggi del volo Air France 139, dirottato ad Entebbe da terroristi legati al Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Con l'uccisione dell'ammirato fratello maggiore, Netanyahu iniziò a spostare la sua attenzione alla politica. Nel 1981 ottenne il suo primo incarico, come vicecapo missione sotto Moshe Arens, l'aggressivo nuovo ambasciatore israeliano negli Stati Uniti. "Netanyahu - prosegue Shatz - si mise in luce nella Washington di Ronald Reagan, dove il liberismo e il revisionismo sionista erano i due pilastri concettuali dei centri studi di destra ... Anche se i 'principi' del Likud lo snobbavano, nel 1984 Netanyahu convinse Shimon Peres, il leader del Partito laburista, a nominarlo ambasciatore all'Onu". Qui Netanyahu, abile oratore in ebraico come in inglese, cominciò a farsi largo, denunciando quello che ancora oggi è il suo cavallo di battaglia: l'Iran.
   "Netanyahu è un pessimista - scrive il giornalista Ben Caspit -. La sua ideologia di destra deriva da quella che gli storici chiamano 'l'eterna storia ebraica delle catastrofi', non da un amore ardente per i granelli di terra in Cisgiordania. L'ha avuta da suo padre, che l'ha avuta anche da suo padre. È sospettoso nei confronti di tutti. È il primo a identificare i pericoli, ma si accecherà sempre di fronte alle opportunità". Secondo Caspit è presto per giudicare i risultati politici di Netanyahu, che può contare su una Israele più forte e prospera ma non su storici accordi (o tentativi) come altri grandi del paese. In questi tredici anni Bibi è comunque diventato l'uomo da battere e, con scaltrezza, è rimasto sempre in sella. Comunque andranno le elezioni di settembre, potrà quindi fregiarsi di essere il Primo ministro più longevo d'Israele. Quindi nella Storia del paese, giudizi a posteriori permettendo, ci è già entrato di diritto.

     I GENITORI DI BIBI

Il pessimismo di Benzion

Studioso di storia giudaica. intellettuale deciso a esercitare pressioni negli Stati Uniti per la creazione dello Stato ebraico, autore di un resoconto revisionista dell'inquisizione spagnola e consigliere dietro le quinte del figlio Benjamin, il primo ministro di Israele. Questo e molto altro è stato Benzion Netanyahu, padre dell'attuale capo esecutivo di Gerusalemme. Morto a 102 anni nel 2012, Benzion ha attraversato tutta la storia del Novecento accompagnato da uno sguardo pessimista sul mondo e riponendo la sua fiducia nello stato d'Israele. "Egli sosteneva - ricordava il New York Times - che gli ebrei dovevano inevitabilmente affrontare una discriminazione razziale, non religiosa, e che scendere a compromessi con gli arabi era inutile". Il suo gruppo, che faceva parte del movimento di destra conosciuto come sionismo revisionista. era originariamente contrario a creare il nuovo Israele dividendo la Palestina mandataria tra ebrei e arabi. Voleva uno stato ebraico più grande, che avrebbe incluso l'attuale Giordania. "Quando Ben-Gurion ha deliberato sul piano di partizione dell'Onu. che avrebbe concesso al futuro Stato israeliano un territorio molto meno esteso di quello che alla fine ottenne, - ricorda il giornalista Ben Caspit sul sito Al Monitor - il professor Benzion Netanyahu organizzò un grande gruppo di revisionisti che pubblicò annunci sul New York Times nel settembre 1947 invitando Ben Gurion a dire 'No'. Volevano tutto o niente". Secondo alcuni questo scetticismo e questa visione della Grande Israele vive oggi in Benjamin Netanyahu, di certo ha avuto un'influenza. Per David Remnick, direttore del New Yorker: "Nei libri, nei discorsi e nell'azione, Netanyahu ha dimostrato di essere il figlio di suo padre".

Cela, lady di ferro

"Mia madre era una donna molto pratica. Aveva un vibrante senso dell'umorismo e i suoi piedi erano saldamente per terra. Diceva: 'Ho sposato un genio, ma qualcuno deve prendersi cura dei calzini'. Una donna molto intelligente disse queste cose, una donna molto istruita che ha aiutato mio padre in tutto: ricerca, decifrazione dei testi: dovreste vedere cosa serve per decifrare i testi di mio padre, interpretare la sua calligrafia, riscrivere. Padre, mamma era la tua mano destra; era l'amore della tua vita; si occupava dei calzini; si occupava di tutto". Così Benjamin Netanyahu nel suo elogio funebre al padre Benzion Netanyahu parlava della madre Cela Segai, figura importante in famiglia rimasta meno sotto i riflettori. Segai, diventata avvocato a Londra, scelse di lasciare la professione per crescere i suoi tre figli, Yonathan. Benjamin, Iddo. Lo psicologo Shaul Kimhi, nel redarre nel 1996 un profilo di Netanyahu - per la prima volta Premier - scrisse della madre che era "una fredda donna di ferro". Parlando con Walla, un'amica di famiglia - Doron Gissin - non la definì fredda ma sottolineò che era lei "a gestire la casa, era lei la figura dominante. E fu lei a costruire la tribù dei Netanyahu".

Pagine Ebraiche, agosto 2019)


La nuova vita degli ebrei di Cuba. ''Sopravvissuti a Fidel, ora resistiamo"

Viaggio nella piccola comunità dell'Avana. Nonostante le ristrettezze economiche, oggi ospita turisti e riscopre le tradizioni sefardite. Gran parte dei membri è fuggita a Miami dopo la Rivoluzione.

di Harry wall

 
Cuba - La Sinagoga dell'Avana
L'AVANA - Quando nel 1959 Fidel Castro prese il potere, si scagliò contro la religione e il capitalismo. Sull'isola, in prevalenza cattolica, le chiese furono chiuse e il regime comunista si dichiarò ateo. Ma una comunità fu particolarmente colpita, quella degli ebrei di Cuba, che prima della rivoluzione, gestivano una parte significativa degli affari e del commercio.
   Con la Rivoluzione quasi tutti gli ebrei, circa 40 mila, lasciarono Cuba per gli Stati Uniti. E per i pochi rimasti, quelli troppo poveri, anziani o coinvolti con la rivoluzione, la vita divenne molto difficile. Come le chiese, anche le sinagoghe furono chiuse e le pratiche religiose vietate.
   Ora, però, la religione sta riprendendo il suo ruolo a Cuba e la minuscola comunità ebraica, 1.200 membri, sta dando prova di una vitalità insperata. Gli ebrei dell'Avana condividono le numerose privazioni che caratterizzano la capitale cubana e il suo popolo, causate dall'embargo americano. La comunità è unita, ma priva di servizi di base come l'assistenza sanitaria di qualità e i prodotti di uso quotidiano.
   «Siamo la comunità che più ha lottato per sopravvivere dopo la rivoluzione», afferma Mayra Levy, presidente del Centro ebraico sefardita di Cuba. Una delle famiglie che scelse di non partire per Miami è quella di Fidel Babani Leon, nato nel 1959, l'anno della rivoluzione, e chiamato come il leader di cui poi divenne guardia del corpo. Ora, in pensione, con dei nipoti che vivono in Israele, è diventato un esperto della storia ebraica di Cuba e ci offre un tour dei suoi luoghi. «Gli ebrei arrivarono a Cuba nel XV secolo, erano "conversos" in fuga dall'Inquisizione spagnola», spiega mentre mi porta in auto verso il cimitero ebraico alla periferia dell'Avana. Il primo fu Luis de Torres, nato Yosef ben Levy Ha-Ivri, esploratore e traduttore. Fidel racconta che navigò con Colombo sulla Santa Maria, e il 2 novembre 1492 fu il primo a mettere piede sull'isola.
   Nell'era moderna, dice, ci sono stati tre principali flussi di immigrazione che hanno formato l'odierna popolazione ebraica: dopo la guerra ispano-americana nel 1898, alcuni ebrei americani si stabilirono a Cuba. All'inizio del XX secolo i sefarditi arrivarono dalla Turchia, in fuga dalle guerre nei Balcani. Infine, ci sono gli ebrei che arrivarono dall'Europa dell'Est per sfuggire al nazismo. Speravano di essere ammessi negli Stati Uniti ma non tutti ottennero il visto. Rappresentano la principale presenza ebraica a Cuba fino alla rivoluzione.
   La vita ebraica ruota attorno al Patronato, un edificio moderno e spazioso con la facciata dominata da un grande arco bianco, che ospita la sinagoga principale, Beit Shalom, e il Centro della comunità ebraica dell'Avana. Si trova nell'elegante Veldado, un quartiere alberato con case in stile Bauhaus. Il Patronato è il luogo in cui si tengono i servizi religiosi e si svolgono le celebrazioni, con una scuola domenicale per circa 60 bambini e programmi culturali. Fidel ci accompagna attraverso l'Avana Vecchia fino allo storico quartiere ebraico, vicino al porto. Un tempo brulicava di negozi, ristoranti kosher, sinagoghe e scuole ebraiche. Oggi, il quartiere è in rovina, l'ex panetteria, «La Flor de Berlin», è un negozio di proprietà del governo, scarsamente rifornito di pane distribuito con tessere annonarie. Nelle vicinanze si trova la sinagoga di Adath Israel, l'unica sopravvissuta alla rivoluzione. C'è anche un memoriale dell'Olocausto, circondato da un cancello di ferro.
   Gli ebrei a Cuba, per la maggior parte, sono figli di matrimoni misti, ma con una forte identificazione e attivi nella vita religiosa e culturale. «Gli ebrei sono stati molto fortunati, a Cuba hanno trovato un luogo accogliente in cui vivere», afferma Fidel.
   Nonostante la messa al bando della religione sull'isola e l'allineamento con l'Unione Sovietica contro Israele, Fidel sostiene che Castro ha avuto un occhio di riguardo per la comunità locale che, dopo l'allentamento delle restrizioni sulle religioni nel 1992, ha gradualmente ricostruito le sue istituzioni. «Castro stesso sosteneva di essere un discendente di conversos e questo forse ha influito», spiega la nostra guida.
   Oggi c'è un flusso costante di turismo ebraico, per lo più americano, consentito malgrado le restrizioni. Ma quale sarà il futuro per la comunità ebraica di Cuba? «Abbiamo un equilibrio molto fragile», conclude Mayra Levy. Fidel Babani Leon è molto più ottimista. «Ci saranno sempre degli ebrei qui»,

(La Stampa, 11 agosto 2019)


Ebrei tra Alpi e Costa Azzurra

Una ''nazione" prima e oltre gli "Stati''

di Aldo A. Mola

13 aprile 1850: quando Cavour fece fischiare una palla ...
  "Oh, gran bontà de' cavalieri antiqui" scrisse il poeta. Anziché moltiplicare insulti e polemiche, vi sono altri modi per chiudere una disputa nata in Parlamento. Lo documentano gli Atti della Camera dei deputati del regno di Sardegna, l'unica elettiva in Italia dopo il fallimento del Quarantotto, a dimostrazione che la monarchia rappresentativa varata da Carlo Alberto e dal suo giovanissimo successore, Vittorio Emanuele II, era il solo regime capace di guidare l'impervio cammino dell'Italia verso indipendenza nazionale, unità e libertà Emblematica rimane la "resa dei conti" tra due deputati della Camera "subalpina" nella primavera del 1850. Camillo Cavour, ancor prima della nomina a ministro di Agricoltura e Commercio in successione allo sfortunato Pietro Derossi di Santarosa, era schierato per la liberalizzazione degli scambi. In aprile si aprì il dibattito sul trattato di navigazione e commercio con la Francia. Il conte lo propugnò a spada tratta. Lo ricorda Simona Tombaccini in "La Nazione Ebrea di Nizza, 1814-1860" (Ed. Centro Studi Piemontesi, candidato al Premio Acqui Storia), uno di quei libri che chiedono una vita di ricerche d'archivio ma poi durano nei secoli. Gli si oppose Henri Avigdor, di cospicua famiglia israelita, deputato di Gavi e strenuo difensore degli interessi della sua nativa Nizza Marittima. Dall'Aula di Palazzo Carignano la polemica, tutta svolta in perfetto francese ( Cavour lo parlava meglio che l'italiano), rimbalzò nei giornali.
  Il duello tra il cavouriano "Il Risorgimento" e "La Voix de l'Italìe" periodico fondato da Giulio Avigdor, fratello di Enrico, salì al diapason. Secondo il costume del tempo ai due non rimase che posare la penna e passare ai fatti: un duello alla pistola. Lasciati per pochi minuti gli scranni deputatizi, il pomeriggio del 13 aprile si trovarono sulle sponde della Dora, non lontano da un cimitero. Per sorteggio, Avigdor sparò per primo. Ebbe a portata di tiro la vita del trentenne Camillo e, con essa, le sorti del regno e dell'Italia ventura. Mancò il bersaglio. Lo stesso fece Cavour. I rispettivi padrini si affrettarono a giudicare chiuso il duello, "considerato il contegno franco e generoso dei due avversari" Il nizzardo tese amichevolmente la mano al conte confidandogli di aver sentito "siffler la balle" all'orecchio. "Non ho mirato per mancarvi" rispose Cavour, gelido e ambiguo come un oracolo. Poiché il duello era proibito, il procuratore generale di Torino li incriminò, ma la Camera respinse l'autorizzazione a procedere. Il codice dell'onore prevaleva su quelli ordinari. La loro riconciliazione avvenne in Aula e, come Cavour confidò divertito, il trattato passò grazie alla "conversion d'Avigdor''. Ne accenna il siciliano Rosario Romeo in una nota dell'immensa insuperata biografia dello Statista, affidatagli dalla Associazione Piemontesi a Roma, mentore Renzo Gandolfo, " 'l profesor" D'altronde la sorte di Nizza era segnata. Dall'annessione della Liguria nel 1814, anziché alla città di Caterina Segurana Torino guardava a Genova ( ai danni di Savona, da sempre in contrasto con la Superba) e a La Spezia quale porto militare, più possibile lontano da Tolone.
  Nel decennio seguente tante famiglie nizzarde si trovarono dinnanzi alla scelta tra Parigi e Torino, la Francia ( e il suo già immenso impero coloniale,dall'Algeria alla Cocincina) e un'Italia ancor tutta da costruire. Con la cessione alla Francia della Savoia e della Contea di Nizza (1860) venne l'ora delle decisioni ultime. Francofoni da molte generazioni, scrive Tombaccini, i giudea-nizzardi "nutrivano sentimenti filofrancesi e da lunga data" I più chiesero la "naturalizzazione" francese. Altri scelsero la cittadinanza italiana. Il "dilemma dell'annessione attraversava le famiglie e le spaccava, dato che un genitore, memore dell'esperienza napoleonica, preferiva la Francia, mentre il figlio, sensibile agli ideali del Risorgimento, inalberava il vessillo dell'Italia unificata che si profilava all'orizzonte"

 Al di là degli Stati, sotto la Stella di Davide
  Per gli ebrei v'era però una terza opzione, silente: rimanere se stessi, "nazione'; come sempre nei secoli. Fu il caso di molte famiglie della Costa Azzurra. Quando ancora non c'erano telefoni né internet avevano una fitta rete di comunicazioni da uno all'altro dei Paesi nei quali singoli loro componenti si erano trovati a vivere, spesso sospinti dalle bufere delle persecuzioni, da Spagna e Portogallo alla Francia e all'"Italia" Tra la Rivoluzione e l'Impero (1789-1815) avevano vissuto una lunga parentesi di libertà, rimasta pressoché intatta in Francia dopo la Restaurazione, a differenza di quanto accadde nel regno di Sardegna col ritorno di Vittorio Emanuele I.
  Dopo decenni tra conati di rivolta e rassegnata sottomissione, lo Statuto di Carlo Alberto e i Regi decreti del suo Luogotenente Eugenio di Carignano riconobbero agli israeliti uguaglianza di diritti civili e politici. Gli Avigdor se ne avvalsero subito. Henri-Enrico il 2 febbraio 1850 si candidò alla Camera dei deputati nel collegio di Gavi, già rappresentato dai marchesi Damaso Pareto, Orso Serra e Tommaso Spinola. Soccombente al primo turno per un paio di voti contro Pietro Bianchi, due giorni dopo egli trionfò in ballottaggio con 130 preferenze contro le 19 del rivale. Suo fratello Giulio a sua volta fu eletto in ballottaggio nel 2o collegio di Nizza Marittima l' 11 dicembre 1853 e venne confermato il 22 gennaio 1854. Morì il 23 dicembre dell'anno seguente. Gli subentrò Carlo Laurenti-Robaudi, come Augusto Ribotye altri patrioti pugnace difensore dell'italianità di Nizza.

 Di là, di qua delle Alpi: il rabbino cuneese Lelio della Torre
  Con minuziosi alberi genealogici (quasi diamanti incastonati in una ricca collana di capitoli) Tombaccini documenta i flussi secolari dei membri di una stessa famiglia dall'uno all'altro versante delle Alpi del Mare. E' una regione che ancora attende la vera svolta dell'Unione Europea: tornare da sommatoria di Stati e staterelli all'ecumene antica, vaticinata da Caracalla (non il più costumato fra gli imperatori romani) quando, nel 212 d.Cr., conferì la cittadinanza a tutti gli uomini liberi. Ne emerge l'arricchimento culturale che ne trasse il Piemonte nell'Otto-Novecento. Fu il caso del Piemonte meridionale, ove, per esempio, Cuneo contò due ebrei di peso europeo: Lelio della Torre e Marco Cassin.
  Della Torre nacque nel capoluogo della "Granda" l'11 gennaio 1805 e morì a Padova il 9 luglio 1876. Orfano di padre a soli due anni, crebbe nella casa dell'avo materno, Michele Vita Treves, rabbino maggiore di Casale Monferrato. Studiò ebraico, latino e greco. Parlò italiano, francese, tedesco ... Così definì la sua schiatta:"Italiani per nazione e per patria, israeliti per religione, e come italiani e come israeliti dobbiamo tendere ogni sforzo all'unità: dobbiamo stringerci fortemente intorno allo stendardo della patria comune, intorno allo stendardo della religione,
  fonte della libertà, di eguaglianza, d'indipendenza. che ausiliaria anch'essa vuol essere della patria e da noi a suo pro' adoprata" Della Torre respinse l'attribuzione dell'unificazione italiana a un "complotto giudaico'; preludio di quello "giudaico-massonico'; classico cavallo di battaglia dell'antisemitismo reazionario. Perciò la sua figura e la sua opera furono riproposte quale vessillo liberale nel Piemonte d'inizio Novecento.

 Marco Cassio, politico, patriota, rotariano ...
  Altro esponente insigne della comunità ebraica subalpina fu Marco Cassin ( Cuneo, 29 agosto 1859 - Padova 1'8 aprile 1926). Come i Cavaglion, i Lattes, Treves, Valobra, Valeri (una Debora sposò Aronne Ovazza di Torino), anche i Cassin furono una famiglia transfrontaliera. Nel Cuneese si affermarono come proprietari di manifatture seriche e di una banca. Un membro della famiglia, Aronne, componente della giunta comunale di Caraglio, nel 1885 caldeggiò l'ingresso di Giovanni Giolitti nel consiglio provinciale di Cuneo. Era morto Agostino Moschetti, avvocato, già sindaco di Cuneo, deputato alla Camera e consigliere provinciale per il mandamento di Caraglio. Eletto col sostegno di Cassin, Giolitti rappresentò il mandamento sino al 1920 quando morì Luigi Moschetti, che non resse alla perdita del figlio, caduto al fronte all'inizio della Grande Guerra. Nel 1920 Giolitti ne ereditò il mandamento di Prazzo e San Damiano, terra dei suoi antenati patemi. Vi rinunciò nel dicembre 1925, in risposta al servile complotto di catto-fascisti, con contorno di liberali tristemente dimentichi di sé, tutti proni dinnanzi al duce del fascismo.
  Primo esponente politico-amministrativo della famiglia Cassin nel consiglio comunale della città di Cuneo fu Emanuel, titolare dell'omonima banca, in carica dal 1873 al 1882, quando morì. Sette anni dopo fu eletto Marco. Non confermato nel 1893, riconquistò il seggio nel 1905, mentre affioravano tensioni fra clericali e liberaldemocratici. Marco Cassin divenne punto di riferimento di una linea politica destinata a fare da spartiacque nell'amministrazione civica cuneese: i clericali da una parte, duramente ostili nei confronti di Giolitti, proprio quell'anno eletto presidente del consiglio provinciale; i liberali progressisti dall'altra. Anche in Piemonte molti esponenti della democrazia cristiana ispirati da don Davide Albertario e da Cesare Algranati, ebreo convertito in Rocca d'Adria (1892 e seguenti), polemizzavano a freddo contro israeliti e massoni. Alle elezioni comunali del 5 marzo 1908 prevalse un blocco moderato, confermato nelle elezioni del 12 settembre 1910. Cassin rimase soccombente.
  La lotta fra clericali e liberali crebbe di tono con la fondazione della loggia "Vita Nuova'; il cui stratega fu l'avvocato Angelo Segre. La lotta per la conquista dell'amministrazione cuneese balzò al centro dell'attenzione nazionale. Nel 1909 Tancredi Galimberti, che nel corso degli anni aveva percorso tutto l'arco ideologico e politico (da garibaldino e radicale a giolittiano e infine filoclericale), venne confermato deputato. I liberali in Cuneo e altre zone della provincia erano però prevalentemente progressisti, convinti di poter fare a meno di alleati scomodi: sia i socialisti, sia i clericali. Il loro vero Nume era Giolitti. Benché non fosse al governo (presidenti del Consiglio furono, in rapida successione, Sidney Sonnino e Luigi Luzzatti) lo Statista lo controllava, anche tramite il deputato di Alba, Teobaldo Calissano, sottosegretario all'Interno. Per sciogliere il nodo, il Comune di Cuneo fu commissariato. Cassin organizzò la riscossa dei liberali. Finanziò la nascita di un terzo quotidiano, il "Corriere Subalpino" (poi "Il Subalpino"), contrapposto alla "Sentinella delle Alpi" di Galimberti e al cattolico "Lo Stendardo" Le elezioni del 1912 decretarono la vittoria dei progressisti guidati da Cassin, fiancheggiato dai "fratelli" Eugenio Cavaglione, Giovanni Quaranta, Angelo Segre e dal trentenne avvocato Marcello Soleri, eletto sindaco. Questi chiamò Cassin in giunta. Ancora una volta un pugno di uomini determinati e coesi garantirono la libertà delle moltitudini. Quello è il ruolo delle élites.
  Il 15 maggio 1913 Soleri si dimise per rendersi eleggibile alla Camera dei deputati.
  Il 26 ottobre 1913, mentre Soleri fu eletto deputato per il collegio di Cuneo, Cassin strappò il seggio di Borgo San Dalmazzo ad Alessandro Rovasenda di Rovasenda in carica dal 1897. Fu un duello memorabile. Vi puntarono i riflettori i giornali nazionali. A chi lo tacciò d'essere ebreo e massone e che pertanto non meritava di rappresentare i borgarini a Roma Cassin rispose di non sentirsi in colpa solo perché apparteneva alla stirpe di Abramo. A ogni modo non poteva farci nulla. Smentì d'essere affiliato alla massoneria italiana. Non aveva motivo di nasconderlo. Massoni erano stati cinque presidenti del Consiglio. Nessun imbarazzo, dunque; semmai all'epoca era un passe-partout. Negò di esserlo non per opportunismo ma perché non lo era.
  Il 12 luglio 1914, in veste di pro-sindaco, Cassin annunciò la vittoria dei liberali nelle elezioni comunali di Cuneo. Sindaco fu eletto Luigi Fresia. In quello stesso turno amministrativo Cassin fu eletto consigliere provinciale per il mandamento di Vinadio, già rappresentato da Rovasenda. Sconfitto da Soleri a Cuneo nelle politiche del 1913, Galimberti fu battuto anche alle provinciali: una disfatta che ne eccitò lo spirito di vendetta, spinto all'estremo quando perfidamente chiese soldi agli industriali torinesi per annientare per sempre Giolitti nella sua provincia originaria. Cassin non tornò nel consiglio comunale di Cuneo perché ormai aveva altre e più alte incombenze. Presidente della Camera di Commercio di Cuneo, all'intervento dell'Italia nella grande guerra a fianco dell'Intesa (Francia, Gran Bretagna e Russia) egli gettò sul piatto della bilancia una ricompensa concreta e immediata: la rettifica della balzana linea di frontiera italo-francese risalente ai frettolosi accordi di Plombières fra Cavour e Napoleone III e peggiorata nel 1860. Però il miope governo Salandra-Sonnino non raccolse il suggerimento, per non creare allarme nel governo francese di cui, senza molte ragioni e con più danni che vantaggi, col patto di Londra del 26 aprile 1915 l'Italia divenne alleata contro gl'Imperi Centrali. Nel 1916 Cassin perse il figlio Luigi, caduto ventitreenne durante esercitazioni alla base dell'aviazione militare a Cameri (Novara). Presidente delle Camere di Commercio italiane dal 1916, candidato con Giolitti nelle elezioni politiche del 1919, l'anno seguente, lasciate tutte le cariche locali, ascese a vicepresidente della Camera di commercio internazionale. Giolitti lo propose senatore. Durante la sua presidenza fu avviata la costruzione della sontuosa sede della Camera di Commercio di Cuneo. Autore di numerosi studi scientifici, economici, statistici, egli pronunciò il discorso ufficiale per la posa della prima pietra della Stazione Nuova di Cuneo presenti il Re, Vittorio Emanuele III, il presidente del Consiglio dei ministri, Giolitti, il direttore generale delle Ferrovie Riccardo Bianchi e altre personalità.

 L'Internazionale Azzurra, bastione delle libertà
  Quando nel dicembre 1925 si dimise da presidente e da consigliere provinciale, Giolitti non gli chiese di fare altrettanto, così come non pretese che Camillo Peano lasciasse la presidenza della Corte dei Conti, alla quale era asceso una settimana prima che Mussolini si insediasse al governo. Chi lo poteva doveva rimanere al suo posto per protrarre il magistero liberale e prepararne la riscossa. Se ne intravvedono i segni premonitori nella relazione di Cassin sull'attività camerale, che fu anche il suo testamento politico. A far scendere un'ombra sulla sua figura concorse il concordato cui la sua Banca fu costretta per evitare un mortificante fallimento. A quasi un secolo dalla morte, Marco Cassin merita l'intitolazione di un luogo o edificio pubblico, non meno dei sindaci e deputati ai quali spianò la via del meritato successo. E' l'emblema di un mondo che esisteva prima e rimarrà vivo dopo il tramonto degli "Stati nazionali'; qui e là necessari secondo le "cìrcumstanzìe" ma spesso forieri di guai nel corso millenario della storia.
  Con l'industriale e poi senatore del Regno Luigi Burgo, con Soleri, lo scrittore Nino Berrini (massone) e altri insigni esponenti del Vecchio Piemonte (Giuseppe Boglione, Umberto di Montezemolo, Gastone Guerrieri di Mirafiori, Giambattista Imberti, Enrico Marone ... ), nel 1925 Cassin dette vita al Rotary Club di Cuneo: antenna della nuova Internazionale Azzurra. La sua storia fu pubblicata nell'80o del Sodalizio, all'epoca presieduto da Gianmaria Dalmasso, e riproposta dieci anni dopo con premessa di Alois Dalmasso di Garzegna. Socio d'onore il Rotary di Cuneo dal 1927 ebbe Umberto di Savoia, principe di Piemonte; e dal 2006 vanta sua figlia, la Principessa Maria Gabriella: tanti "nodi" della lunga "catena'' che ha condotto alle libertà, ai diritti dell'uomo, alla fratellanza tra i popoli, arricchita dalla "nazione ebraica" cresciuta tra Alpi e Costa Azzurra. Il 15 novembre 1938 anche il Club di Cuneo sospese le sedute a tempo indeterminato prima che Mussolini sciogliesse di autorità i Rotary d'Italia, malgrado ne fosse presidente onorario il Re stesso. D'altronde tre giorni dopo furono emanate le leggi razziali, volute dal duce d'intesa con l'ala antimonarchica del fascismo per isolare Vittorio Emanuele III e subordinare il Paese alla Germania di Adolf Hitler. Fu il suicidio di sovranisti sprovveduti e cortomiranti. Purtroppo, però, esso comportò la rovina d'Italia.

(il Giornale, 11 agosto 2019)



Giustificati per fede

Giustificati dunque per fede, abbiamo pace con Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore, mediante il quale abbiamo anche avuto, per la fede, l'accesso a questa grazia nella quale stiamo fermi; e ci gloriamo nella speranza della gloria di Dio; non solo, ma ci gloriamo anche nelle afflizioni, sapendo che l'afflizione produce pazienza, la pazienza esperienza, e l'esperienza speranza. Or la speranza non delude, perché l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato.
Infatti, mentre noi eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo, è morto per gli empi. Difficilmente uno morirebbe per un giusto; ma forse per una persona buona qualcuno avrebbe il coraggio di morire; Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Tanto più dunque, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira. Se infatti, mentre eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del Figlio suo, tanto più ora, che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo anche in Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, mediante il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazione.

Dalla lettera dell’apostolo Paolo ai Romani, cap. 5


 


Gaza, Israele: "Sventato attacco al confine: quattro terroristi uccisi"

"Una infiltrazione di palestinesi armati di fucili kalashnikov e di bombe a mano è stata sventata stamane al confine fra Gaza ed Israele. I nostri militari - rende noto il portavoce militare israeliano - hanno aperto il fuoco quando i terroristi hanno varcato i reticolati, e li hanno neutralizzati". Nessun soldato israeliano è stato colpito. Fonti locali aggiungono che Israele ha colpito una vicina postazione di Hamas. In azione sono entrati i militari della brigata Golani: secondo la radio militare israeliana sono riusciti a sventare in extremis l'infiltrazione di "terroristi palestinesi", che sono rimasti uccisi sul terreno.
   Fonti stampa locali hanno confermato che si tratterebbe di una cellula di Hamas che dissentiva dalla tacita tregua con Israele mantenuta nella ultime settimane dalla leadership del loro movimento. Le stesse fonti hanno rilevato che domani inizia la importante festa islamica del Sacrificio. Questa circostanza - aggiungono le fonti - potrebbe aver influito sulla cellula nella convinzione che chi si immola nelle ore antecedenti quella ricorrenza sarà remunerato dopo la morte.

(il Fatto Quotidiano, 10 agosto 2019)


Musei bavaresi restituiscono ai legittimi eredi opere a suo tempo trafugate dai nazisti

 
Un partecipante alla conferenza stampa esamina tre stampe a colori della fine del XIX secolo
I collezionisti d'arte ebraica Julius e Semaya Franziska Davidsohn furono vittime di un grave furto di arte nazista da parte della Gestapo in un fatidico giorno a Monaco nell'autunno del 1938. La coppia senza figli fu arrestata e portata in un campo di concentramento e i loro beni furono sequestrati. Ma oggi, gli eredi dei Davidsohn si sono radunati nella città della Germania meridionale per ricevere nove opere d'arte rubate ai loro antenati più di 80 anni fa. I dipinti, i calchi e le incisioni erano stati conservati da tre dei musei statali di Monaco fino a quando nuove ricerche non hanno rivelato la storia oscura delle opere d'arte.
Una lunga e difficile ricerca ha fatto luce sulle origini "contaminate" delle opere, che sono state rubate dall'appartamento dei Davidsohn a Monaco e portate in uno dei punti di raccolta dei nazionalsocialisti nella Königsplatz di Monaco. Cinque dipinti risalenti al XVI e all'inizio del XX secolo, tre incisioni a colori del XIX secolo e un intricato pannello di legno con rilievi in avorio rimasero lì fino alla fine della guerra. Nel 1955, ogni opera trovò la sua strada nelle Collezioni di pittura statali bavaresi, nel Museo nazionale bavarese e nella Collezione di grafica statale.
Il team di ricerca ha rintracciato gli eredi di Davidsohns a Londra, Zimbabwe e Tel Aviv. Negli ultimi anni, la ricerca sulla provenienza è aumentata nelle collezioni di dipinti dello stato della Germania meridionale. Bernhard Maaz, direttore della Bavarian State Painting Collection, che rappresentava i tre musei durante la consegna cerimoniale, ha descritto il processo di ricerca come "lungo e difficile", ma ha sottolineato che i suoi risultati hanno mostrato come i metodi e gli strumenti di ricerca sulla provenienza sono diventati "maturi ".
Dopo il raid, i Davidsohn furono deportati nel campo di concentramento di Theresienstadt. Julius Davidsohn fu assassinato nell'agosto del 1942 e Semaya morì nell'aprile del 1943. "A causa dell'Olocausto, non furono trovati bambini, e quindi fu sollevata la questione circa chi avesse il diritto di ereditare le opere", ha detto il ministro delle arti bavarese Bernd Sibler al Bayern 2 -radioWelt. Ha detto che ci sono state "controversie legali difficili" nel processo. Ha riconosciuto che la restituzione delle opere d'arte saccheggiate durante la seconda guerra mondiale che erano in collezioni pubbliche è stata presa più seriamente negli ultimi due decenni. "La ricerca sulla provenienza non è solo un dovere dei nostri musei. È nostro dovere etico, gestire la provenienza degli inventari museali in modo completo, profondo e coscienzioso e renderlo trasparente", ha affermato Sibler in una nota. "Gli eventi passati non possono essere annullati, ma possiamo inviare un segno visibile per il nostro profondo e serio interesse per elaborare i crimini disumani del nazionalsocialismo". I nazisti costruirono la loro base di potere a Monaco, che chiamarono la capitale del movimento.
"È molto bello per la comunità degli eredi scoprire il destino dell'ex famiglia Davidsohn e poterli commemorare", ha detto una portavoce degli eredi.

(BeBeez, 10 agosto 2019)


Iran: «Hamas ed Hezbollah provocheranno il collasso di Israele»

Il comandante in capo del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione torna a minacciare Israele ammettendo apertamente che l'Iran finanzia gruppi terroristici

di Sarah G. Frankl

In caso di guerra, Hamas ed Hezbollah provocheranno il collasso di Israele. A dirlo non è uno qualsiasi ma il capo del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), Hossein Salami.
Ieri il Ministro delle Difesa iraniano, Amir Hatami, parlando durante una teleconferenza con le sue controparti del Kuwait, Qatar e Oman, Hatami ha detto che l'annunciata partecipazione di Israele alla missione americana volta a garantire la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico sarebbe «una gravissima provocazione».
Martedì sera era stato il Ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ad annunciare la partecipazione israeliana alla "Operazione Sentinel" anche se solo per quanto riguarda l'intelligence.
L'annuncio aveva provocato le immediate reazione iraniane tra le quali la più virulenta era stata quella del comandante delle guardie rivoluzionarie che aveva parlato di atto di guerra e di provocazione molto grave avvertendo che se Israele cercava lo scontro con l'Iran ne avrebbe subito le gravi conseguenze.
In una intervista alla agenzia Tasmin, Hossein Salami ha detto che «un asse del potere è stato plasmato dall'Iran» specificando cosa intendesse per "asse del potere".
«Un asse del potere è stato modellato in Siria, Libano, Palestina e altrove. I sionisti devono essere consapevoli che una guerra provocherà l'irreversibile collasso del regime sionista».
Salami è stato poi ancora più specifico sostenendo che Hamas ed Hezbollah negli ultimi anni hanno acquisito «potere ed esperienza» e oggi sono in grado di portare lo Stato Ebraico al collasso.
L'intelligence israeliana da settimane ha prodotto le prove che oltre ad Hezbollah l'Iran sta finanziando e armando anche Hamas con l'intento di stringere Israele in una morsa mortale.
Due giorni fa è emerso che l'Iran ha aumentato considerevolmente i finanziamenti in denaro destinati ad Hamas portandoli da sei milioni di dollari al mese a 36 milioni di dollari al mese.
Ancora non si registrano reazioni da parte israeliana alle gravi parole di Hossein Salami.

(Rights Reporters, 9 agosto 2019)


Israele e il conflitto tra anime diverse

«La storica contrapposizione tra ebrei laici e religiosi, che ha caratterizzato la storia dello Stato di Israele fino a tempi non lontani, sembra a questo punto destinata a cedere il posto a una contrapposizione assai più antica, gli ebrei da una parte, e tutti gli altri, dall'altra.»

di Raniero Fontana

 
È un dato comunemente riconosciuto l'esistenza di una doppia componente, nazionale e religiosa, dell'identità di Israele. Tuttavia, è pure generalmente ammesso che la modernità abbia introdotto una scissione tra le due. A partire da quando? Dall'illuminismo ebraico (Haskalah), per alcuni; da Spinoza, per altri. Oggi un ebreo può ritenersi tale a prescindere dalla religione. Nello Stato di Israele gli ebrei secolarizzati (chillonim) sono ancora la maggioranza. Diversi, infatti, sono oggi i modi di dirsi ebrei; molteplici sono i modi di esperimentare e di esprimere l'ebraicità, sia sul piano individuale sia sul piano collettivo, il che è certamente un indice sicuro di modernità. Anche se, a ben guardare, la possibilità di far giocare tra loro queste due componenti, nazionale e religiosa, dell'identità ebraica non rappresenta, in senso stretto, un'assoluta novità. Per Maimonide, la sola osservanza della Torah non basta a un ebreo religioso per accedere al mondo-che-viene se manca la solidarietà nei confronti del popolo a cui egli stesso appartiene: "Colui che si separa dal pubblico, anche se non ha commesso delle trasgressioni, ma si dissocia dalla congregazione di Israele ... non ha parte al mondo-che-viene" (Hilkhot Teshuvah 3,11). Non è affatto casuale che questo passo sia stato ripreso da chi ha cercato di gettare un ponte tra ebrei religiosi e non-religiosi, sottolineando appunto la necessità per ciascuno di loro di assumere la propria appartenenza alla storia del popolo ebraico, di non rompere l"'alleanza di destino" (berit goral), di fatto assegnando alla stessa componente nazionale ogni primato. Il destino di un popolo che ha finalmente ritrovato dopo secoli e secoli di esilio la sua indipendenza nazionale e politica con la creazione di uno Stato sovrano nella Terra di Israele.
  Lo Stato di Israele è stato fondato nel 1948. Esso rappresenta la realizzazione delle aspirazioni di generazioni di ebrei vissute in esilio. Era questo il sogno (aggadah) di colui che viene oggi onorato come il suo padre storico, Theodor Herzl, carismatico leader del sionismo politico, un movimento di emancipazione e di liberazione nazionale. La fine dell'esilio avrebbe significato per il popolo ebraico l'uscita dal ghetto, la fine della condizione di paria, l'ingresso nel consesso delle nazioni come membro a pari titolo con quelle. Theodor Herzl è, tra le tante, la sola personalità della storia ebraica menzionata nella Dichiarazione di
La Dichiarazione di Indipendenza, infatti, è l'espressione di una leadership sostanzialmente laica, di ispirazione umanista e socialista. Il Libro dei Libri è il prodotto del genio ebraico; la storia che esso racconta è l'epopea nazionale del popolo di Israele. La fine dell'esilio comporta il rigetto dell'ebraismo rabbinico, talmudico e post-talmudico; il ritorno alla Terra dei padri comporta un ritorno al testo sacro.
Indipendenza dello Stato di Israele. Lo è come precursore e come artefice del primo congresso sionista, quello "che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale nella propria terra". Un diritto che viene in essa legittimato dal punto di vista storico, naturale e internazionale. La Dichiarazione di Indipendenza, infatti, è l'espressione di una leadership sostanzialmente laica, di ispirazione umanista e socialista. Il Libro dei Libri che essa menziona è il prodotto del genio ebraico; la storia che esso racconta è l'epopea nazionale del popolo di Israele. La fine dell'esilio comporta il rigetto dell'ebraismo rabbinico, talmudico e post-talmudico, che di quello era l'espressione; il ritorno alla Terra dei padri comporta un ritorno al testo sacro. Testo riletto ideologicamente, a prescindere dal suo carattere rivelato. È il messaggio profetico, perché morale e universale, a essere ripreso dalla Dichiarazione di Indipendenza, in uno spirito che collima con quello che ha ispirato la difesa e la promozione dei diritti dell'uomo e dei valori tipici della modernità occidentale: Israele, dunque, dovrà essere uno Stato "fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace, secondo la visione dei profeti d'Israele; assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti, senza distinzione di religione, razza o sesso; garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura; preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite". Oltre quarant'anni prima Theodor Herzl aveva consegnato la sua visione futura di una Nuova Società, aperta e cosmopolita, pregna di umanesimo e proiettata sul futuro dell'umanità, al romanzo utopico del 1902, Altneuland. La minaccia a questo suo sogno era incarnata dallo sciovinismo militante di un rabbino che diffondeva fanatismo religioso e spirito tribale. Per Herzl, la religione non doveva più essere che una mera cornice per contenere il nuovo. Non a caso, egli immaginò e volle che il racconto della Nuova Società si svolgesse la sera della Pasqua ebraica, durante il Seder, avendo come appropriata cornice, appunto, il rito tradizionale. Ma i contenuti del racconto (Haggadah) andavano tutti presi altrove. Una corrente contraria alla religione scorre da Theodor Herzl a Ben Gurion e ai sionisti come lui. Questi ebbero contro la maggior parte degli ebrei religiosi, dagli ultra-ortodossi ai riformati, sebbene per motivi diversi - come pure i tanti ebrei assimilati, timorosi e infastiditi dagli effetti identitari del discorso sionista. Era la componente nazionale a prevalere su quella religiosa. Era l'appartenenza al popolo ebraico e a uno stesso destino. Tra i firmatari della Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele, quattro soltanto sono i rabbini. Ma il peso dei sionisti religiosi era tuttavia maggiore di quanto l'esiguità del numero lasci presumere. E soprattutto, era destinato a crescere. Del resto, dalla stessa Dichiarazione di Indipendenza traspaiono le ambivalenze e le tensioni esistenti tra i due campi avversi. Inequivocabili indizi di un problema irrisolto. Un problema che da allora ha accompagnato l'esistenza dello Stato di Israele e che, di tempo in tempo, si acutizza e desta allarme. Persiste lo scontento per lo status quo, ossia per una situazione vissuta da entrambe le parti come provvisoria. Le aspettative erano simmetriche; ciascuna si aspettava che la parte avversa scomparisse a proprio esclusivo vantaggio. La stessa assenza di una Costituzione andrebbe spiegata proprio con la provvisorietà di una situazione dagli esiti incerti. Lo scrisse chi fu tra i più lucidi e brillanti critici e analisti che Israele potesse vantare: "Secondo la mia comprensione, la stessa sorte di logica fu responsabile del fallimento di creare una costituzione per lo Stato di Israele. Una costituzione è concepita per essere durevole. Essa è responsabile di perpetuare le concezioni prevalenti e consolidare l'equilibrio del potere stabilito. Dunque, ciascuna parte preferì resistere e aspettare condizioni più favorevoli che potessero permettere di formulare una costituzione in sintonia con il proprio cuore e con la propria mente. Fino ad allora, si sarebbe previsto lo status quo e una tregua sociale provvisoria." (Aviezer Ravitzky, Religious and Secular Jews in Israel: A Kulturkampf?). Tali condizioni non si sono materializzate né per gli uni né per gli altri. Entrambe le parti si sono rifiutate di scomparire. Questo dovrebbe portare prima o poi i laici e i religiosi a prendere atto della loro reciproca esistenza. Un passo necessario che potrebbe preludere all'accettazione dell'altro. La domanda è: tanto ottimismo è giustificato? Se anche la questione fosse sempre aperta, mi sembra che i termini in cui oggi si pone non siano comunque gli stessi di una volta.
  Del 2018 è la legge fondamentale: Israele - lo Stato nazionale del popolo ebraico. L'ultima di una serie di leggi fondamentali (Basic Laws) che rappresentano delle pietre miliari sulla strada verso la Costituzione. Una legge che ha spaccato il campo ebraico tra i pro e i contro, ha rinfocolato i mai assopiti conflitti tra Israele e la Diaspora, ha esasperato gli arabi e ha provocato reazioni in tutto il mondo. Tale legge riprende e ribadisce innanzitutto quanto è detto nella Dichiarazione di Indipendenza: Eretz Israel come patria storica del popolo ebraico; lo Stato di Israele come espressione dell'esercizio del proprio diritto all'autodeterminazione nazionale; il ruolo che esso idealmente riveste come casa comune e polo di attrazione degli ebrei nel mondo. La lingua, il calendario e i simboli ebraici, che la legge considera, configurano in via definitiva lo Stato di Israele come Stato ebraico. Oggetto di controversia sono stati
La legge è del 2008 è stata criticata per avere trasformato in diritto quanto esiste de facto: comportamenti e pratiche, contestabili e contestate, proprie dell'agenda politica di un singolo governo. Ma quale sia la posta in gioco e la sua reale portata appare ancora meglio, a giudizio di molti, da quello che anzitutto questa legge non dice.
piuttosto i punti seguenti: la politica degli insediamenti come valore nazionale, Gerusalemme come capitale unificata, il declassamento della lingua araba a statuto speciale. La legge è stata in questo senso criticata per avere trasformato in diritto quanto esiste de facto: comportamenti e pratiche, contestabili e contestate, proprie dell'agenda politica di un singolo governo. Ma quale sia la posta in gioco e la sua reale portata appare ancora meglio, a giudizio di molti, da quello che anzitutto questa legge non dice. Il confronto con la Dichiarazione di Indipendenza mostra in modo eloquente il ripiegamento identitario oggi in atto in Israele - ripiegamento di cui essa, appunto, è espressione. Una legge che è priva di quell'afflato visionario e profetico che ispirava la Dichiarazione del 1948 e in virtù del quale lo Stato di Israele doveva aprirsi all'universale. Ma oggi la situazione non è la stessa di allora.
  Non è più la sinistra a governare il paese. Da un pezzo questa è allo sbando. Come ovunque, anche in Israele la sinistra è disperatamente alla ricerca di ispirazione. E mentre esalta in Martin Buber un candidato e un padre della critica post-sionista alla sovranità e allo Stato-nazione, il paese scivola a destra. Una destra che ha perduto i tratti liberali che aveva avuto in passato (utile in proposito e di agile lettura è il libro di Micha Goodman, Catch 67). Questa legge del 2018 sarebbe dunque funzionale alle mire di una destra attualmente maggioritaria, nazionalista, religiosa e di tendenza illiberale. Essa afferma categoricamente che lo Stato di Israele è lo Stato degli ebrei e chiaramente lascia intendere che tale resterà in futuro, anche a costo di rinunciare ad essere una democrazia, quale ancora è, per quanto controversa. Lo scenario futuro a cui ora si allude sarebbe quello in cui gli ebrei diventassero una minoranza che governa. Scenario ipotetico? La demografia in Israele è cosa che fa tremare i polsi. Il paese è piccolo e i numeri contano. L'eventualità di perdere la maggioranza in un contesto geopolitico ostile, ovviamente spaventa; soprattutto, essa azzera il racconto di un popolo che è stato minoritario lungo i secoli, ha conosciuto l'esilio, è stato in balia degli altri, e ha appena ripreso nelle sue mani la propria storia. Per evitare derive peggiori, si discute allora in Israele di presunti modelli di democrazia alternativi, in cui la parte ora maggioritaria possa restare ancora tale. Il che sarebbe comunque foriero di esiti inaccettabili sul piano della cittadinanza democratica: "Un regime siffatto diventerebbe una etnocrazia autoritaria e infine oppressiva" (Seyla Benhabib, The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens). L'univoca sottolineatura dell'ebraicità dello Stato di Israele nella legge del 2018 avrebbe proprio incrinato quel precario equilibrio che ebbe per la prima volta la sua formula in una precedente legge fondamentale del 1992: Dignità umana e libertà, secondo la quale lo Stato di Israele è uno stato tanto ebraico quanto democratico. Da notare come queste due componenti siano ritenute dei valori che la legge esplicitamente collega con la protezione della dignità e della libertà della persona umana. Tale formula ebbe comunque il merito di apparire abbastanza vaga da poter essere apprezzata dagli uni e dagli altri, potendo ciascuno comprenderla a suo modo, a sentire un autorevole esponente del sionismo religioso, il rabbino Aharon Lichtenstein. Ma l'ambivalenza che ne consegue è tutta nelle seguenti parole dell'ex-Rabbino Capo di Israele, Israel Meir Lau: "Per voi è democrazia; per noi è Torah" (citato in Raniero Fontana, Gentils en Israel - entre démocratie et Torah, in «Sens» 3, 2004). La stessa ambivalenza che io ho colto anni fa nelle parole di un rabbino italiano, Alberto Somekh, entrato nella controversia sul crocifisso non solo in nome della legalità ma anche in nome della mitzwah (Battaglia legale e anche Mitzwah, in «Ha-Keilla», aprile 2011). La democrazia, certamente nella sua versione liberale, pone problema dal punto di vista della Torah. Essa suscita riserve nei religiosi e li rende refrattari ed esitanti. Shalom Rosenberg parla di una democrazia accettabile, ma de facto, a posteriori (posteriori democracy) - e, sembra dire, solo se costretti, perché in assenza di meglio. Un panegirico della democrazia sarebbe a questo punto fuori luogo. I suoi limiti e i suoi difetti sono sotto gli occhi di tutti. Essa è fin troppo barattabile con interessi meno nobili e i diritti che proclama di difendere sono spesso lettera morta. Nota è la sua propensione al populismo; e, per dirla tutta, le guerre l'hanno trovata sempre pronta. E comunque, per quanto riguarda lo Stato di Israele, esso è sorto per dare una patria agli ebrei e non certo per essere un modello di democrazia sulla terra. Tuttavia, e questo la destra israeliana nazionalista e religiosa oggi lo dice apertamente, la democrazia resta auspicabile per tutte le nazioni, eccetto Israele. I sionisti laici e religiosi di nuovo conio riprendono la doppia componente dell'identità ebraica, nazionale e religiosa, ma rileggono la prima in senso etnico e la seconda in senso mitico. Questa, in sintesi, è una lettura che trovo convincente. Legata alla politica, l'etnicità contesta la democrazia e la respinge come principio estraneo e corruttore dell'idea sionista. "La democrazia ha eroso l'idea sionista di un insediamento ebraico sulla Terra di Israele", è quanto leggo in un libro dal titolo eloquente: Demophrenia - Israel and the Malaise of Democracy. "L'ebraismo è estraneo alla democrazia ... La democrazia [può] essere rettificata dall'ebraismo e incorporata in essa come un principio subordinato", è quanto leggo più avanti. Potrei continuare con le citazioni. Potrei anzi citare decine di passaggi come questi, di accademici israeliani, come Paul Eidelberg, l'autore del libro appena citato, o Mordechai Nisan, per il quale una democrazia etnica corrisponde a quell'ordine gerarchico del mondo che l'ebraismo prospetta. Nel suo libro Toward a New Israel, è proprio il tratto aristocratico che caratterizza la democrazia ebraica. Nulla più a che vedere coi diritti e con lo spirito umanistico, egalitario e democratico: miti, fantasmi partoriti dal cervello dell'Occidente - di un Occidente cristiano. Espressioni radicali di circoli
La questione del Tempio, politica e religiosa al contempo, entrata nel discorso pubblico attuale, offre il polso del cambiamento in corso, della saldatura tra etnia e mito. Ho constatato personalmente in Israele il disagio e lo smarrimento di chi era impegnato a coniugare tradizione e modernità, Torah e democrazia.
di destra un tempo ritenute marginali. I critici della recente legge fondamentale del 2018 scorgono proprio in questa la conferma di quanto la situazione sia cambiata, nella misura in cui, con la sua promulgazione, lo Stato di Israele sembra aver preso un'aria più ebraica e meno democratica. La questione del Tempio, politica e religiosa al contempo, entrata nel discorso pubblico attuale, offre il polso del cambiamento in corso, della saldatura tra etnia e mito. Ho constatato personalmente in Israele il disagio e lo smarrimento di chi era impegnato a coniugare tradizione e modernità, Torah e democrazia. Proprio la letteratura rabbinica era sondata e sollecitata in questo senso: lo studio della Torah (talmud Torah) era proposto come procedura democratica nascente (A. Cohen); la Casa di studio (bet midrash) come palestra in cui esercitare le virtù e le abilità necessarie alla vita democratica, dall'empatia al confronto critico (D. Brodsky). Il rabbino David Hartman, esponente di una ortodossia moderna, aveva scritto a suo tempo: "Quando sono venuto in Israele e ho parlato di pluralismo ho subito scoperto che non tutti gli ebrei avevano letto On Liberty di John Stuart Mill. Così decisi che fosse il mio masochistico destino spiegare alla mia gente che l'esperienza ebraica in America aveva prodotto alcuni importanti valori degni di considerazione" (Sub specie humanitatis. Elogio della diversità religiosa, 2004). Oggi, per contro, la voglia è piuttosto quella di farla finita addirittura coi rabbini, con lo Shulchan Arukh, per rimettere in auge sacerdoti e sacrifici. Il che, di fatto, equivale a rimettere in auge gli antichi archetipi che la religione ebraica contiene e che il Tempio da sempre concentra e alimenta. Il metafisico Gershom Scholem, che conosceva la mistica ebraica, conosceva anche il rischio che rappresentava il contatto ritrovato con gli elementi mitici dell'ebraismo. Da lui proviene l'invito a scendere nelle profondità dell'animo ebraico quando posti in presenza dei luoghi sacri e dello stesso Tempio. Il profetico Yeshayahu Leibowitz, invece, si mantenne sul piano della contingenza storica, preferendo puntare il dito contro l' occupazione dei territori e il dominio su un altro popolo, effetti anch'essi della vittoria militare del 67. Conclusione. Mi sento di dire che Israele sia, dal punto di vista dell'identità ebraica, un capitolo nella storia sempre aperta della sua esplorazione. Oggi, essa vi si esprime tendenzialmente attraverso l'etnia e attraverso il mito. L'etnia è una riformulazione della componente nazionale della stessa e il mito è la riformulazione della sua componente religiosa. La storica contrapposizione tra ebrei laici e religiosi, che ha caratterizzato la storia dello Stato di Israele fino a tempi non lontani, sembra a questo punto destinata a cedere il posto a una contrapposizione assai più antica, gli ebrei da una parte, e tutti gli altri, dall'altra.

(Pagine Ebraiche, agosto 2019)


Ho conosciuto personalmente Raniero Fontana in un seminario “for dummies” da lui tenuto in Italia qualche anno fa sullo studio rabbinico della Torah. E’ stato per me molto utile perché mi ha permesso di capire meglio alcune differenze di base tra modo evangelico e modo rabbinico di leggere gli stessi testi biblici. Con l’autore ci siamo scambiati opinioni, e in seguito anche dei libri, e proprio a Gerusalemme. Con molta calma abbiamo riconosciuto di essere su posizioni nettamente diverse, ma le considerazioni di Fontana sull’ebraismo, in particolare quello vissuto in Israele, sono comunque da prendere sempre in considerazione perché poggiano su un’approfondita e ragionata conoscenza dei fatti. M.C.


Ricercatori prendono i comandi di un computer industriale considerato più sicuro al mondo

Ricercatori del Technion di Haifa e dell'Università di Tel Aviv, in collaborazione con la Israel National Cyber Directorate, sono riusciti a prendere il controllo di un Siemens Programmable Logic Controller (PLC), considerato uno dei più sicuri computer al mondo.
I PLC sono attualmente utilizzati in un ampio spettro di operazioni che includono infrastrutture critiche come centrali elettriche, pompe dell'acqua, controlli degli edifici, linee di produzione, sistemi di illuminazione, veicoli, aerei, irrigazione automatica e case intelligenti.
L'obiettivo principale è rendere i controlli automatici, rispondendo alle condizioni e ai cambiamenti ambientali. Il controller riceve le istruzioni da un computer e gestisce le relative apparecchiature terminali per l'operatore, compresi sensori, motori e semafori.

 L'attività dei ricercatori
  Nella loro ricerca, gli scienziati si sono concentrati sui sistemi Siemens S7 Simatic, una serie di PLC.
Nell'ambito dell'"attacco" ideato, i ricercatori hanno analizzato e identificato gli elementi di codice del protocollo crittografico Siemens, per poi creare una falsa stazione di ingegneria, un'alternativa alla stazione ufficiale Siemens.
La falsa stazione di ingegneria era quindi in grado di comandare il controller secondo la volontà degli hacker. Sono stati in grado di accendere e spegnere il controller, scaricare la logica di comando anomalo secondo i loro desideri e modificare il funzionamento e i codici sorgente.
I ricercatori israeliani sono anche riusciti a creare una condizione in cui l'ingegnere che gestisce il controller non ha riconosciuto il loro "intervento ostile".
I dettagli dell'attacco saranno presentati alla Black Hat Hacking Conference di Las Vegas.
L'attacco è stato guidato dal Prof. Eli Biham, capo del Centro di ricerca sulla sicurezza informatica Hiroshi Fujiwara presso il Technion e dalla dottoressa Sara Bitan, della Facoltà di Informatica della Technion, e dal professor Avishai Wool della Scuola di Ingegneria Elettrica dell'Università di Tel Aviv, insieme agli studenti Aviad Carmel, Alon Dankner e Uriel Malin.
Una copia del documento, come riporta The Times of Israel, è stata inviata in anticipo a Siemens in modo che potesse risolvere le vulnerabilità riscontrate.

(SiliconWadi, 10 agosto 2019)


Soldato israeliano ucciso a coltellate. Hamas e Jihad esultano da Gaza

di Leonardo Martinelli

Il cadavere di Dvir Sorek, 19 anni, un soldato israeliano, è stato ritrovato ieri mattina nel kibbutz religioso Migdal Oz, vicino a Betlemme, e a breve distanza dal collegio rabbinico dove studiava. È stato pugnalato a più riprese. Era in borghese e disarmato. Con sé aveva alcuni libri acquistati mercoledì a Gerusalemme, anche l'ultimo romanzo di David Grossman, che voleva regalare a uno dei rabbini che lo seguiva. «Mi si spezza il cuore», ha subito detto lo scrittore.
  Agli studi religiosi il giovane alternava l'addestramento militare. In questa parte della Cisgiordania è subito scattata la caccia all'uomo, mentre da Gaza Hamas e la Jihad islamica esultavano. Per loro l'atto (che non è stato ancora rivendicato) conferma la determinazione del popolo palestinese a lottare «per la rimozione definitiva dell'occupazione e per l'espulsione di tutti i coloni». Anche il premier Benyamin Netanyahu è intervenuto. In visita nell'insediamento ebraico di Beit El, vicino a Ramallah, dove ha collocato la prima pietra per la costruzione di un nuovo quartiere di 650 alloggi, ha detto: «Il terrorismo vorrebbe sradicarci e noi invece piantiamo. Vorrebbe distruggerci e noi costruiamo». Ha pure ricordato che il nonno del giovane era rimasto ucciso vent'anni fa in un attentato terroristico palestinese. Il premier, che deve affrontare elezioni legislative il prossimo 17 settembre ha parlato di «atto terroristico» a proposito del giovane soldato. Intanto 2.300 nuovi alloggi negli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono stati da poco autorizzati.

 Un sito palestinese festeggia
  L'attentato è avvenuto mentre nei Territori sale il fervore religioso: domenica inizierà per i musulmani la festa del sacrificio, quando è tradizione sgozzare un agnello. E in un sito web palestinese la fotografia del soldato accoltellato a morte è stata accostata proprio a un agnello. In Cisgiordania la tensione resta palpabile. Lo Shin Bet, il servizio di intelligence interno, ha già sventato un attentato suicida progettato a Gaza da Hamas e che doveva avere luogo a Gerusalemme. Sul luogo dell'assassinio le immagini delle telecamere di sicurezza vengono passate al setaccio. Il corpo di Dvir, che era originario di Migdal Oz, è stato ritrovato a breve distanza dalla fermata dell'autobus che l'avrebbe riportato da Gerusalemme. Non è chiaro se sia stato ucciso sul posto o se il cadavere vi sia stato portato successivamente. «Dvir era un giovane che credeva che ogni persona sia stata creata nell'immagine di Dio - ha detto uno dei rabbini che gli impartiva lezioni - , quale che sia la sua religione».

(La Stampa, 9 agosto 2019)


Sopravvissuta al lager riunisce 400 discendenti per il suo compleanno

Ad Auschwitz, Shoshana aveva perso entrambi i genitori. Con Dov ha ricostruito una famiglia che conta oltre 400 membri

di Francesca Bernasconi

 
Erano in 400, radunati davanti al Muro del Pianto di Gerusalemme, tutti membri (e ne mancavano alcuni) di un'unica famiglia.
   Era questo il regalo di compleanno che aveva chiesto Shoshana per i suoi 104 anni. E i suoi discendenti l'hanno accontentata.
   Shoshana era sopravvissuta all'olocausto, ma ad Auschwitz aveva perso entrambi i genitori: il padre morto nel lager e la madre portata via da Josef Mengele e usata come cavia per gli esperimenti del medico nazista. In quel campo lei era rimasta sola, fino alla liberazione e all'arrivo in Austria. Era lì, che Shoshana aveva conosciuto Dov Ovitz, anche lui solo, sopravvissuto allo sterminio. I due si erano innamorati e sposati e poi erano emigrati in Israele, dove avevano costruito una nuova famiglia. Lì, Dov e Shoshana hanno avuto quattro figli, due maschi e due femmine, che hanno dato origine alla discendenza della famiglia Ovitz.
   E per i suoi 104 anni, la donna aveva espresso il desiderio di rivedere tutta la sua nuova famiglia, riunita in un luogo sacro. Così, la nipote più anziana ha iniziato a cercare e contattare tutti i discendenti, come racconta The Jerusalem Post, per riunirli tutti al Muro del Pianto, nella Città Vecchia di Gerusalemme: "È stato complicato: abbiamo usato i social media e anche semplici sms per i meno tecnologici. Ne è valsa la pena", ha detto la nipote. La cerimonia di compleanno, a detta dei partecipanti, "è stata molto commuovente. Avevamo tutti le lacrime agli occhi". La foto del raduno, condivisa sui social, è diventata subito virale ed è stata condivisa dagli utenti di tutto il mondo.
   Così Shoshana ha vinto sull'"angelo della morte" (così era soprannominato Mengele), riuscendo a costruire un'enorme famiglia unita, nonostante i nazisti le avessero portato via tutto in quel campo di concentramento.

(il Giornale, 9 agosto 2019)


Memoria spostata

di Anna Segre

Ermelinda Bella Segre detta Bettina, di 68 anni, sposata con Giacomo Augusto Hasdà nel municipio di Trino, sua città natale, arrestata con il marito;
Cesare Davide Segre, 58 anni, di salute cagionevole, sordomuto, ricoverato nell'ospedale di Casale Monferrato nel reparto incurabili;
Celeste Pia Muggia, 74 anni, il cui padre era stato vicesindaco, arrestata a Casteldelfino con la figlia Bice Sacerdote e la nipote Natalia Tedeschi (che quando l'avevo intervistata per la Shoah Foundation mi aveva appunto raccontato della madre e della nonna arrestate con lei e separate da lei all'arrivo ad Auschwitz, che non aveva più rivisto);
Giacobbe Foa, di 77 anni.
Sono i quattro ebrei nati a Trino (Vercelli) deportati ad Auschwitz e mai tornati - tutti e quattro, piuttosto anziani, furono uccisi all'arrivo - a cui qualche anno fa la loro città natale aveva dedicato una piazza e che invece l'attuale sindaco intende sfrattare, spostando la piazza in una zona più periferica, per sostituirli con i tipografi trinesi.
Eppure il sindaco di Trino era intervenuto il 20 gennaio di quest'anno a inaugurare la mostra dal titolo "Memorie della salvezza: i volti e le storie" di fotografie di Chiara Ferrarotti (collaboratrice del CDEC anche lei di origini trinesi purtroppo prematuramente scomparsa) allestita in occasione del Giorno della Memoria; anche se in quella circostanza il primo cittadino si era limitato a poche parole e a una battuta sulla difficoltà di pronunciare la parola CDEC, la sua presenza mi era parsa un buon segno, di questi tempi tutt'altro che scontato.
Anche per questa mia recente esperienza tutto sommato positiva, quando mi è stata riferita un paio di settimane fa la notizia della decisione della giunta trinese confesso che lì per lì non avevo capito esattamente i termini della questione: la piazza si chiamava "Martiri dei lager" (definizione in effetti un po' infelice) e si poteva pensare che fosse dedicata genericamente a tutte le vittime dei lager nazisti. Quando ho capito che si trattava proprio di persone nate a Trino, ho pensato che la giunta che aveva preso la decisione dello spostamento fosse caduta nel mio stesso errore; anche perché in nessuna delle dichiarazioni del sindaco riportate dalla stampa locale, né nelle stesse parole della delibera, c'era il benché minimo accenno al fatto che si trattasse di cittadini trinesi (di cui una addirittura figlia di un vicesindaco). Invece, nonostante la cosa sia in realtà evidente, perché nella piazza ci sono anche i nomi, e nonostante la Presidente della Comunità Ebraica di Vercelli Rossella Bottini Treves nel suo incontro con il sindaco gli abbia spiegato dettagliatamente che la piazza è stata collocata in quel luogo non a caso ma perché in prossimità della sinagoga, le dichiarazioni non sembrano aver cambiato tenore. Come se la persecuzione e la deportazione avessero in qualche modo privato quei quattro trinesi della loro origine. Certo, non è scontato che le città dedichino vie o piazze ai propri cittadini deportati, ma "declassare" una piazza che esiste già è molto più inquietante che non dedicarla affatto. Significa essere al corrente del fatto che quattro propri concittadini sono stati uccisi solo perché ebrei e decidere che questa non è una cosa poi troppo rilevante per la memoria della città. In questa luce suona un po' paradossale la battuta del sindaco sul fatto che la Comunità ebraica si faccia viva solo per queste occasioni e non per altre iniziative: non gli è passato per la testa che se oggi nel vercellese, così come in molte parti d'Europa, le Comunità ebraiche non sono più numerose come un tempo e sono ridotte a pochi iscritti, e a una Presidente che deve correre di qua e di là e occuparsi sempre di tutto (ma anche lei, pur efficientissima, non ha il dono dell'ubiquità e ha giornate di 24 ore come tutti), forse, almeno in parte, è anche a causa della Shoah? Chi potrebbe dire cosa sarebbe oggi l'ebraismo vercellese, italiano ed europeo se non ci fosse stata la Shoah? Forse i numeri sarebbero quelli di adesso a causa dell'assimilazione o dell'emigrazione, o forse invece ci sarebbe stata una rinascita; chi può dirlo? La storia non si fa con i se, certo, però non si fa neanche con la cancellazione o lo spostamento della memoria.

(moked, 9 agosto 2019)


L'amarissimo anniversario dell'attentato alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme

Nel totale disprezzo di ogni norma etica e legale, e della collaborazione fra i paesi, la Giordania continua a offrire rifugio a un'assassina di israeliani e americani che ha fatto carriera grazie al suo crimine.

Il 9 agosto ricorre il 18esimo anniversario di una giornata tetra, il giorno in cui Ahlam Tamimi prelevò con tutta calma Izz-al-Din Shuheil al Masri dalla sua casa di al-Aqabah, in Giudea (Cisgiordania), e lo portò serenamente alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme. Quello infatti era il luogo che la signora Tamimi aveva accuratamente scelto, proprio perché era un ristorante popolare frequentato da famiglie, singoli ed ebrei di ogni età. Era una giornata afosa e molti giovani studenti in vacanza erano da Sbarro a passare il tempo. Tra di loro c'era anche la studentessa Malki Roth, entrata nella pizzeria con la sua migliore amica, Mihal Raziel. In quello stesso momento entrò Izz Al-Din, che portava con sé una custodia di chitarra piena di esplosivo, dadi, bulloni e chiodi, e indossava un giubbotto esplosivo da attentatore suicida. Si fece esplodere, uccidendo 15 persone tra cui otto minorenni. Due degli assassinati erano cittadini americani: Malki Roth, di 15 anni, e Judith Greenbaum, di 31 anni, incinta di cinque mesi. Una terza americana, Chana Nachenberg, versa tutt'ora in stato vegetativo....

(israele.net, 9 agosto 2019)



*


«Il numero dei morti continuava a crescere, e tutti applaudivano»

Ecco alcuni estratti da un'intervista con la terrorista liberata di Hamas, Ahlam Tamimi, andata in onda su Al-Aqsa TV il 12 luglio 2012. Si noti il volto "angelico" con cui l'assassina racconta i fatti.

Intervistatore: 16 sionisti sono stati uccisi [nell'attentato suicida che lei ha contribuito a compiere]. Era il suono dell'esplosione...? E' stato molto forte.

Ahlam Tamimi: Il mujahid Abdallah Barghouti ha fatto un lavoro perfetto suonando la chitarra [contenente la bomba], e i risultati hanno stupito tutti, grazie ad Allah.
[...]
In seguito, quando ho preso l'autobus, i palestinesi intorno alla Porta di Damasco [a Gerusalemme] erano tutti sorridenti. Si poteva avvertire che erano tutti contenti. Quando sono arrivata sul bus, nessuno sapeva che ero io che aveva guidato [l'attentatore suicida all'obiettivo] ... Mi sentivo abbastanza strana, perché avevo lasciato [l'attentatore] 'Izz Al-Din dietro, ma dentro il bus tutti si congratulavano l'un l'altro. Nemmeno si conoscevano fra di loro, ma si scambiavano complimenti.
[...]
Mentre ero seduta sul bus, l'autista ha acceso la radio. Ma prima, lasciate che vi dica l'aumento graduale del numero di vittime. Mentre ero sul bus e tutti si congratulavano l'uno con l'altro, hanno detto alla radio che c'era stato un attacco di martirio al ristorante Sbarro, e che tre persone erano rimaste uccise. Devo ammettere che ero un po' delusa, perché avevo sperato in un risultato più grande. Eppure, quando hanno detto "tre morti" ho detto: "Allah sia lodato."

Intervistatore: Era una stazione radio israeliana o palestinese?

Ahlam Tamimi: La stazione era in lingua sionista, e l'autista traduceva per i passeggeri.
[...]
Due minuti più tardi alla radio hanno detto che il numero era salito a cinque. Volevo nascondere il mio sorriso, ma proprio non ci sono riuscita. Allah sia lodato, è stato fantastico. Poiché il numero di morti continuava a crescere, i passeggeri applaudivano. Non sapevano nemmeno che c'ero io in mezzo a loro.
Sulla via del ritorno [a Ramallah], abbiamo passato un posto di blocco della polizia palestinese, e i poliziotti ridevano. Uno di loro infilò la testa e disse: "Congratulazioni a tutti noi". Erano tutti contenti.

(Memri TV, agosto 2012 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


Un caccia britannico in Israele dopo 71 anni

Sembrano intensificarsi gli scambi tra Gran Bretagna e Israele in ambito militare. Questa volta simbolica e senza la presenza statunitense.
Middle East.

di Marco Loriga

 
Eurofighter Typhoon della RAF
Un caccia Eurofighter Typhoon della RAF è atterrato qualche giorno fa nella Base Aerea di Ramat David. La notizia sembra non avere molta importanza se non per il fatto che la base era stata costruita come campo di volo militare proprio dalla Royal Air Force nel 1941/42 all'epoca della Seconda Guerra Mondiale e del Mandato Britannico della Palestina (mandato era un altro modo per dire "colonia", usando un termine più "soft").
La base aerea si trova a sud di Haifa e fu utilizzata da vari reparti della RAF dal 1942 al 1948. Durante la Guerra d'Indipendenza fu utilizzata dalle neo costituite IDF e dai primi pionieri dell'aria israeliani e volontari anglo-americani che hanno combattuto per la causa sionista, una volta che venne smobilitato il contingente britannico.
L'aereo con matricola ZK323 proviene dalla base RAF di Akrotiri (Cipro), e fa parte del contingente della RAF che sorvola la Siria e l'Iraq e farebbe parte del No 6 squadron, uno degli squadroni che erano presenti nella base israeliana durante il mandato (gli aerei britannici non hanno insegne di reparto, solo quelle nazionali quando svolgono operazioni militari fuori area).
E' stato il modo per volare assieme agli F-16 del 117 "First Jet squadron", chiamato così perché fu il primo reparto delle Israeli Air Force a essere equipaggiato con jet da combattimento, i britannici Gloster Meteor, che presero parte alla Guerra di Suez con Francia e Gran Bretagna nel 1956.
I caccia britannici che ritornano nei cieli israeliani dopo 71 anni e la collaborazione israeliana alla task force anglo-americana nel Golfo Persico somiglia sempre più a una nuova alba per una collaborazione più solida in futuro tra Washington, Londra e Gerusalemme.
Entusiasta il commento della Israeli Air Force su Twitter:
E' fantastico vedere un Typhoon della RAF durante una sessione di addestramento di routine a Ramat David. Questo evento, del primo caccia RAF atterrato dal 1948, riflette la duratura amicizia tra le due forze aeree dal 1948.
E' possibile una visita israeliana in Scozia per un'esercitazione tra le due forze aeree. Sarebbe la prima volta per aerei militari israeliani in Gran Bretagna per manovre militari.

(Rights Reporters, 9 agosto 2019)


Marocco, all'Ambasciata di Roma celebrata la Festa del Trono

La comunità ebraica della regione di Marrakech-Safi, nel sud del Marocco, ha partecipato ai festeggiamenti.

di Bruno Russo

Il Regno del Marocco si conferma un laboratorio sociale anche per i principi del multiculturalismo e del dialogo interreligioso; come si evince da un approfondito editoriale di Domenico Letizia in occasione della "Festa del Trono" del Regno
   La comunità ebraica della regione di Marrakech-Safi, nel sud del Marocco, ha celebrato i festeggiamenti, affiancandoli alla ricorrenza del ventesimo anniversario dell'ascesa al potere di re Mohammed VI, come riportato da "Agenzia Nova". In occasione di un ricevimento nel sud del Regno, il presidente della comunità ebraica marocchina nella regione di Marrakech-Safi, Jacky Kadoch, ha affermato: "In questa felice occasione, che cristallizza l'attaccamento di tutti i componenti della nazione al trono alawita, la comunità ebraica marocchina della regione di Marrakech-Safi presenta a Mohammed VI i suoi più sentiti complimenti".
   L'ebraismo fa parte della storia del Marocco. Quando gli ebrei furono espulsi dalla Spagna e dal Portogallo nel XV e XVI secolo, molti fuggirono in Marocco. Molte migliaia di ebrei perseguitati in Europa, in particolare durante l'Inquisizione spagnola e il genocidio nazista, si rifugiarono in Marocco, dove furono accolti e protetti. Il Regno conserva questa tradizione di convivenza e rispetto reciproco. Non è usuale che un Paese musulmano celebri la ristrutturazione di una chiesa o di una sinagoga come è avvenuto a Fezalla, con la presenza delle massime autorità civili e religiose, o si affianchi nei festeggiamenti per il 2019 della "Festa del Trono" del Regno.
   Il Marocco può rappresentare un esempio nel Mediterraneo per l'implementazione dei progetti di cooperazione in tutto il bacino, divenendo un centro vitale per una federazione del Mediterraneo che guardi con simpatia, stima e fiducia ai valori dell'Unione europea, della patria europea e delle convenzioni internazionali sulla tutela dello stato di diritto e dei diritti umani. Una vicinanza esemplare con il mondo occidentale e ottimi rapporti con gli Stati Uniti d'America. A conferma degli ottimi rapporti tra Italia e Marocco, a Roma, si sono avuti i festeggiamenti per la Festa del Trono, organizzati dall'Ambasciata del Regno del Marocco in Italia, in presenza dell'Ambasciatore Youssef Balla che ha accolto gli ospiti italiani e i rappresentanti della comunità internazionale a Roma. Anche in questo caso presenti numerosi esponenti della comunità ebraica italiana. Occasione per riaffermare i rapporti anche con le autorità italiane e sottolineare le opportunità economiche nel Regno. Sicurezza, politiche alimentari e implementazione della logistica portuale per lo sviluppo del commercio tra le priorità del Regno. Attenzione particolare è dedicata all'hub portuale di "Tangeri Med".
   Uno dei terminal container più nuovi ed efficienti dell'intero Mediterraneo, punto nevralgico e strategico tra Africa, Europa, Asia, Nord e Sud America. È circondato da una zona franca di attività industriali e logistiche. Il Porto di "Tangeri Med" è tra le opere del Mediterraneo più importanti, un collante tra Europa e Nord Africa. Nel corso di un ventennio il Re è riuscito ad imprimere importanti riforme economiche e agrarie nel Paese.
   Sul fronte delle energie rinnovabili il Marocco è all'avanguardia, non solo in Africa. Una leadership testimoniata dalla presenza a Rabat del Centro per i cambiamenti climatici, voluto dal governo marocchino, e sostenuto dall'Unione Africana, per accompagnare il processo di transizione energetica sia in Marocco che a livello continentale. Inoltre, dal 2003 il governo ha adottato una strategia di crescita veloce, finalizzata ad ottenere scambi e investimenti attraverso privatizzazioni e accordi di libero scambio. Anche queste rappresentano opportunità che meritano la dovuta conoscenza da parte della comunità imprenditoriale europea.
   Al ricevimento era presente anche la Gi.&Me. Association - Associazione Rotariani per i Giovani del Mediterraneo".

(il denaro.it, 9 agosto 2019)


Ucciso soldato israeliano in Cisgiordania

A riferire dell'episodio la radio militare. Il giovane, appena 19enne pare sia stato colpito più volte da un'arma da taglio da attentatori che poi si sono dati alla fuga. Il corpo è stato rinvenuto questa mattina all'insediamento di Migdal Oz nei pressi di Betlemme.

di Alfredo Stella

Attentato in Cisgiordania: ucciso soldato israeliano. E scatta l'allarme sicurezza. A riferire dell'uccisione del giovane che pare sia stato colpito più volte con un'arma da taglio, la radio militare. L'assassinio è avvenuto la scorsa notte in Cisgiordania presso l'insediamento di Migdal Oz nei paraggi Betlemme. Gli attentatori si sono poi dati alla fuga. Scattate le indagini e le ricerche anche nel timore che essi possano verificare altri episodi del genere.

 Il comunicato
  Il portavoce militare ha spiegato che il militare ucciso è uno studente di collegio rabbinico, di 18 anni, inquadrato nelle forze armate forse non ancora addestrato. A l momento dell'aggressione non era armato.L'esercito sta verificando anche un'altra ipotesi, quella di un rapimento e dell'uccisione in un luogo diverso da dove è stato rinvenuto il corpo.

 La dinamica
  Pare che l'attentatore abbia dapprima colpito all'incrocio di Ariel dove ha accoltellato il soldato Gal Keidan, poi gli ha sottratto il fucile sparando verso le auto all'incrocio ferendo in modo grave il rabbino 47enne Ahiad Ettinger, ricoverato in gravi condizioni in ospedale. L'attentatore si sarebbe poi diretto l'incrocio di Gitai dove ha fatto fuoco colpendo un secondo soldato che stava facendo l'autostop e verso il vicino villaggio di Burqin.

 L'approvazione palestinese
  Hamas e la Jihad islamica da Gaza hanno approvato l'attentato definendolo come "un'eroica operazione". L'azione ha continuato Hamas "è una risposta ai crimini dell'occupazione israeliana e a quanto sta accadendo a Gerusalemme e sulla Moschea di Al-Aqsa".

 La condanna israeliana
  "I terroristi saranno catturati e affronteranno - ha detto il premier Benyamin Netanyahu - la piena forza della legge così come è stato fatto in tutti gli altri recenti incidenti". "Lo stato di Israele - ha detto il presidente Reuven Rivlin - raggiungerà tutti coloro che levano la mano contro i suoi cittadini".

 La condanna americana
  L'inviato di Donald Trump per le trattative di pace Jason Greenblatt ha condannato come "disgustosa" la presa di posizione delle due fazioni palestinesi.

(Cronachdi.it, 8 agosto 2019)


*


Dvir, nuova vittima dell'odio

Un soldato israeliano di 19 anni - Dvir Yehuda Sorek - è stato pugnalato a morte e il suo corpo è stato trovato vicino al Kibbutz Migdal Oz in Cisgiordania nelle prime ore di giovedì. Esercito e polizia israeliana, assieme al servizio di sicurezza dello Shin Bet, stanno perlustrando l'area alla ricerca degli attentatori.
"Le nostre preghiere questa mattina sono con la famiglia del soldato assassinato e i nostri cuori soffrono per questa vita spezzata. Le nostre forze di sicurezza stanno inseguendo gli assassini e non si fermeranno finché non li troveremo. Combattiamo il terrorismo senza compromessi per garantire la sicurezza dei nostri cittadini", le parole del presidente d'Israele Reuven Rivlin.
Secondo i quotidiani locali, l'omicidio del giovane, soldato e studente di yeshiva, potrebbe essere parte di un fallito tentativo di rapimento da parte di una cellula terroristica palestinese. "In questa fase pensiamo che si tratti di un attacco terroristico, ma è troppo presto per determinarlo in modo inequivocabile", ha detto il portavoce dell'esercito Ronen Manelis.
"Era andato a Gerusalemme per comprare regali per i suoi rabbini e sulla via del ritorno c'è stato l'attacco. È stato trovato che stringeva ancora i libri che aveva comprato", il tragico racconto del rabbino Shlomo Wilk, direttore della Yeshiva frequentata dal giovane.

(moked, 8 agosto 2019)


Il palestinese che salvò ragazzi ebrei ha ricevuto il diritto di residenza in Israele

A seguito di minacce di morte ricevute da altri palestinesi, il palestinese che salvò dei ragazzini ebrei dopo un attacco terroristico ha ricevuto martedì dal ministro degli interni israeliano Aryeh Deri il diritto di residenza in Israele. Il documento conferisce a lui, alla moglie e al figlio il diritto di abitare e lavorare in Israele e usufruire dei relativi servizi sociali.
Il primo luglio 2016 il 48enne rabbino Miki Mark venne assassinato da colpi d'arma da fuoco esplosi contro la sua auto. La moglie Chava e i due figli adolescenti, tutti feriti, restarono intrappolati nell'auto ribaltata. Il palestinese e sua moglie, residenti nell'area di Hebron, aiutarono i membri sopravvissuti della famiglia Mark a uscire dal veicolo e prestarono loro i primi preziosi soccorsi, in attesa dei soccorritori israeliani.

(israele.net, 8 agosto 2019)


Alta tensione nel West Bank. Ucciso un soldato israeliano, indagini per terrorismo

Rapimento e assassinio: un diciannovenne appena arruolato è stato ucciso nella notte nel West Bank. Per l'Idf è un gesto terroristico palestinese. Il primo dal 2014, quando si aprì una stagione di scontri.

di Ferruccio Michelin

Un ragazzo israeliano appena arruolato nell'Idf è stato assassinato la scorsa notte, il corpo rinvenuto senza vita all'alba. Studente di un collegio rabbinico, aveva 19 anni. Era in strada disarmato e in abiti civili — aveva iniziato da poco l'addestramento militare —nell'insediamento di Migdal Oz (vicino a Betlemme, in Cisgiordania).
La notizia è stata diffusa dalla radio dell'esercito, che ha specificato che si stanno conducendo indagini per terrorismo. Si pensa che sia stato prima rapito altrove e poi ucciso successivamente, infine il suo corpo è stato scaricato a un incrocio stradale.
I media israeliani stanno seguendo la situazione con copertura straordinaria perché si tratta del primo episodio del genere dal rapimento di altri tre studenti yeshiva nel West Bank del giugno 2014. I tre ragazzi furono uccisi durante il rapimento e due operativi di Hamas incolpati dell'attacco. La vicenda portò poi all'operazione Protective Hedge contro i gruppi armati palestinesi.
La situazione tra Israele e Palestina è sempre delicatissima. Le fazioni armate della Striscia e della Cisgiordania compiono regolarmente le loro attività continuamente braccati dalle forze di sicurezza israeliane. Ostacoli perenni al processo di pace e dialogo a cui la presidenza Trump aveva promesso di dare una sferzata, ma finora non c'è riuscita.

(formiche, 8 agosto 2019)


Israele, la politica non c'è più

Così Netanyahu ha svuotato la contrapposizione destra-sinistra.


L'energia politica si disperde in piccole soluzioni localizzate Il capo del governo sfida la legge per salvare la propria pelle

di Abraham Yehoshua

Come ho già detto nel mio ultimo articolo nel corso dei miei ottantadue anni, ho assistito a molti eventi politici, tra cui aspri scontri ideologici e manifestazioni turbolente. Molti di quegli scontri erano ovviamente tra rappresentanti della destra e della sinistra, ma anche tra gruppi laici e religiosi.
  Ricordo che da ragazzo, nel 1952, l'allora leader della destra Menachem Begin (divenuto in seguito primo ministro di Israele) organizzò una violenta manifestazione a Gerusalemme contro l'accordo per le riparazioni di guerra firmato con la Germania Ovest. Begin esortò a ribellarsi all'accordo e i suoi sostenitori lanciarono pietre contro il parlamento, ubicato all'epoca nel centro di Gerusalemme.
  Ricordo bene le manifestazioni di destra e di sinistra del 1974, dopo la guerra dello Yom Kippur, che pretendevano le dimissioni dell'allora primo ministro Golda Meir e del celeberrimo ministro della Difesa Moshe Dayan dopo il fallimento dell'Intelligence e la prova di debolezza data dell'esercito nei primi giorni dell'attacco egiziano e siriano. In seguito a quelle proteste i due leader rassegnarono le dimissioni nonostante il loro partito, il partito laburista, avesse vinto le elezioni poche settimane dopo la fine della guerra.

 Libano, 1982
  Ricordo le manifestazioni e l'enorme amarezza di molti sostenitori della pace in seguito agli insuccessi della guerra del Libano nel 1982, soprattutto dopo la strage perpetrata dai cristiani con il tacito assenso degli israeliani nei campi profughi di Sabra e Shatila. Durante una di quelle dimostrazioni l'attivista di sinistra Emil Grünzweig rimase ucciso da una granata lanciata da un militante di destra. E in effetti, in seguito a quelle contestazioni, il primo ministro Menachem Begin, divorato dai sensi di colpa, rassegnò le dimissioni e si rinchiuse in casa fino alla morte.
  E come non ricordare le violente proteste e le sedizioni della destra contro il governo dopo gli accordi di Oslo firmati nel 1993 alle quali presero parte anche Ariel Sharon e Benjamin Netanyahu, entrambi divenuti in seguito primo ministro? Quelle terribili incitazioni ad opporsi agli accordi di Oslo sfociarono nell'omicidio dell'allora capo del governo Yitzhak Rabin.

 Gaza, 2006
  Ricordo bene anche le manifestazioni contro Ariel Sharon, primo ministro di Israele durante il ritiro e l'evacuazione dei coloni dalla Striscia di Gaza nel 2006. Contestazioni della destra nazionalista religiosa a detrimento di un primo ministro che era stato lui stesso un estremista di destra ma che, con l'evacuazione degli insediamenti, andava a colpire il Sancta Sanctorum dei conservatori.
  Questi e altri eventi, per quanto dolorosi e violenti, erano il risultato di prese di posizioni ideologiche ed etiche. Gli schieramenti che si fronteggiavano si esprimevano con toni forti ma nessuno metteva in dubbio che, dietro l'estremismo, ci fosse una chiara posizione politica che voleva, in base a concezioni diverse, il bene del paese e teneva conto del suo futuro.
  Nell'attuale realtà politica israeliana non c'è invece alcun dibattito politico tra opposti schieramenti. Le parole sinistra e destra rimbalzano da tutte le parti vuote di significato, utili solo come arma per infangare gli oppositori. Il termine «sinistra», in particolare, viene costantemente utilizzato dagli attivisti di destra, specialmente quelli religiosi, come condanna automatica di chi non appoggia il primo ministro.

 Nessuna soluzione
  Il dibattito ideologico è da tempo congelato e si è dissolto. Nel nuovo partito «Blu e bianco», fondato prima delle ultime elezioni, ci sono esponenti indiscutibilmente di destra, come l'ex ministro della Difesa Moshe Ya'alon che ha servito nell'esecutivo di Netanyahu, ma niente serve a risparmiarli dell'appellativo di «sinistroidi» con il quale i sostenitori di Netanyahu li bollano con profondo biasimo e disprezzo.
  Nell'Israele di oggi vi è una paralisi ideologica perché nessuno, di fatto, ha una soluzione possibile al problema principale: cercare di raggiungere un accordo con l'Autorità palestinese. Tutta l'energia politica si disperde perciò in piccole soluzioni localizzate, dirette a cambiare il comportamento di poliziotti e soldati o a fare qualche concessione ai checkpoint.
  Fintanto che il dibattito pubblico si è svolto in una specie di palude ideologica e di impasse politico si riusciva ancora mantenere un minimo senso di solidarietà, malgrado il lento processo di apartheid in atto nei territori e il crescente nazionalismo dei religiosi. Ma quando sull'ordinamento istituzionale si è abbattuta la richiesta di incriminazione di Benjamin Netanyahu e il suo astuto tentativo di eludere un processo calpestando le norme dell'attuale regime legale e amministrativo, si è scoperto che dietro un leader di notevole abilità in campo estero, attento a non lanciarsi in avventure militari e politiche e che gestisce con relativo successo l'economia, c'è un uomo corrotto che un apparato legale da lui stesso nominato vorrebbe portare a giudizio. Per evitare la prospettiva di un processo Netanyahu, da leader politico, si è trasformato in quello di una setta che, mediante minacce e lusinghe, argina l'opposizione dei suoi membri mentre il sistema politico si piega davanti a lui per garantirgli un'eventuale immunità annullando elezioni appena tenute, disperdendo il parlamento e indicendo nuove consultazioni elettorali entro tre mesi.

 Solidarietà addio
  Nemmeno i più anziani ed esperti fra noi erano pronti a questo scenario di corruzione e di aperto attacco politico dei partiti di governo allo stato di diritto per far sì che il Primo Ministro non finisca in prigione. E tutto questo con il sostegno di una folla acclamante. Di fronte a tale realtà proviamo un senso di disgusto e di prostrazione. Non è più questione di posizioni politiche diverse e nemmeno di tendenziose panzane raccontate dal primo ministro e dai suoi assistenti che si succedono a ritmo incessante. Questa è una chiara e spudorata violazione dei valori di solidarietà che erano alla base della promessa sionista di riunire ebrei di diversa provenienza e livello in uno stato democratico.
  Negli anni '70 del secolo scorso due ministri del governo laburista furono sospettati di avere preso tangenti e ancora prima di essere processati si suicidarono per la vergogna. Il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1977 diede le dimissioni perché accusato di aver mantenuto un piccolo conto corrente all'estero, cosa allora vietata ai cittadini israeliani. Il presidente Moshe Katsav fu condannato a sette anni di carcere da un giudice distrettuale arabo per aver sessualmente molestato la sua segretaria. Il primo ministro Ehud Olmert finì in carcere per aver ricevuto finanziamenti illeciti per la sua campagna elettorale.
  Fino a ieri potevamo consolarci con il fatto che nella palude politica israeliana ci fossero ancora principi di giustizia e di uguaglianza. Ma ecco che ora il primo ministro calpesta spudoratamente la legge per salvare la propria pelle e conduce il paese a una nuova, aspra e costosa campagna elettorale a poche settimane di distanza dalla precedente. C'è quindi da meravigliarsi che persone come me, indipendentemente dalla loro posizione politica, provino un senso di avvilimento e di paralisi?

(La Stampa, 8 agosto 2019)


Se in questo momento il premier israeliano può essere ragionevolmente sospettato di guardare più alla sua personale situazione processuale che alla politica, Abraham Yehoshua può chiedersi, insieme a tanti altri intellettuali come lui, se non ha sempre guardato più alla sua ideologia che alla politica, di cui ha dato prova, con le sue posizioni e i suoi articoli, di non capire quasi nulla. M.C.


La logica del "come se" e le scelte politiche dell'Autorità Palestinese

di Ugo Volli

Un piccolo fatto di cronaca spiega molto sulla situazione attuale del conflitto fra Israele e autorità palestinese. C'è una premessa da conoscere per comprenderlo. La prima è che gli accordi di Oslo hanno garantito all'autonomia palestinese il controllo di certi territori, che comprendono i maggiori insediamenti arabi (denominate zona A) e in via accessoria delle loro periferie (denominate negli accordi zona B), per circa il 96% della popolazione araba. Questo controllo naturalmente è subordinato al patto (esplicito negli accordi di Oslo) che l'autorità palestinese impedisse che questi territori diventassero basi per il terrorismo. Quando l'Autorità Palestinese è venuta meno a tale obbligo fondamentale, Israele è intervenuto anche al loro interno, fino a occupare la sede della presidenza dell'Autorità durante l'ondata terroristica del 2000-2002. La zona C, invece, praticamente spopolata di arabi e di importanza strategica, è stata lasciata dagli accordi sotto l'amministrazione israeliana. Qui sono sorti, ormai da molti decenni, insediamenti israeliani in cui abita più di mezzo milione di persone. Proprio perché spopolata e strategica, questa terra è molto ambita dai palestinisti, che sono riusciti a far passare nell'opinione pubblica l'idea che essa sia ingiustamente "occupata" da Israele e che "appartenga" allo "stato di Palestina" che attualmente non esiste ma è un loro desiderio.
   Il fatto di cronaca è questo: qualche giorno fa il primo ministro dell'Autorità ha dichiarato che in seguito alla decisione del "presidente" (in realtà dittatore) dell'Autorità Mohamed Abbas di annullare tutti gli accordi con Israele, d'ora in poi lui avrebbe trattato la zona C "come se" fosse zona A e in particolare avrebbe accordato tutti i permessi di costruzione che i "palestinesi" avessero richiesto. Ci sono però due piccoli problemi. Il primo è che sul piano giuridico, questa decisione è insensata. Se io faccio un contratto, per esempio affitto una casa, non posso smettere di pagare l'affitto perché ho deciso di "annullare" il contratto. O meglio, per farlo devo liquidare le mie pendenze e uscire dai locali. Ma Abbas non intende tornare coi suoi terroristi in Tunisia, da dove li ha fatti venire in Israele lo sfortunato accordo di Oslo. Vuole smettere di pagare e conservare l'appartamento: troppo comodo.
   Ma al di là del diritto, c'è un altro piccolo problema. Mentre il controllo che l'Autorità Palestinese esercita sulle sue zone è molto traballante (Hamas fa quel che gli pare a Gaza, che in teoria appartiene all'Autorità e le forze israeliane spesso sono costrette a intervenire anche in zona A, per difendere la sicurezza di Israele ma anche in parte la sua, perché se no Hamas avrebbe da tempo preso il potere con la forza anche a Ramallah), nella zona C c'è l'esercito israeliano e i permessi del primo ministro palestinista non valgono più della carta su cui sono scritti. Tutto il senso di questa dichiarazione sta nella piccola locuzione "come se": tratteremo la zona C "come se" fosse zona A. Peccato che non lo sia. Abbas lo vorrebbe tanto, peccato che non possa. Il "come se" è la base del palestinismo: l'Autorità Palestinese, che è solo un'autonomia, senza un territorio preciso, senza una moneta, senza una popolazione ben definita, senza il controllo del suo stesso territorio, è "come se" fosse uno Stato. Dunque tutti devono riconoscerlo, per non fare dispiacere ai palestinisti. Molti "pacifisti", "progressisti" e antisemiti - al governo di alcuni paesi, alla testa di certe istituzioni religiose, di sindacati, di giornali e istituzioni internazionali - accettano ciecamente il "come se", o fingono di farlo, perché in questa maniera danno fastidio a Israele e agli ebrei.
   Ma Abbas? Non può crederci davvero, sa benissimo di non contare nulla in particolare nella zona C. Perché parla così? La prima ragione è che cerca di intervenire nella campagna elettorale israeliana per danneggiare Netanyahu, mettendolo nella posizione se far finta di nulla e sembrare impotente o reagire alla prima provocazione, apparendo violento e intollerante. La seconda ragione, che probabilmente è quella principale è che l'Autorità Palestinese ha il problema di non contare più niente per i suoi interlocutori naturali, gli stati arabi sunniti come l'Egitto e l'Arabia, che trovano conveniente collaborare con Israele contro Iran, Fratellanza Musulmana e Isis, anche se certamente non lo amano nel profondo del cuore, e dunque considerano Abbas un petulante rompiscatole. Certo, c'è sempre l'Europa che pende dalle sue labbra, ma è lontana e impotente anch'essa; e poi c'è la Turchia, che ha i suoi guai da risolvere e parla molto ma conclude poco, E c'è l'Iran, che invece cerca davvero di distruggere Israele. Ma è un vicino scomodo, che non sopporta alleati ma solo servitori, e ha già scelto Hamas… Insomma il povero Abbas deve tentarle tutte per far sentire almeno un po' di esserci ancora, e ogni mezzo è buono, incluso il "come se" che a tratti lo ha fatto sentire "come se" fosse un personaggio importante, il capo di un popolo ("come se" i palestinisti fossero davvero un popolo). Ma i "come se" assomigliano ai sogni: spesso piacevoli, se uno non ha mangiato troppo pesante. Fatti apposta per soddisfare virtualmente i desideri, come ci ha spiegato Freud. Poi però ci si risveglia e la realtà è sempre lì, poco sensibile ai nostri bellissimi progetti.

(Progetto Dreyfus, 8 agosto 2019)


Israele svela documenti inediti di Kafka

di Eugenio Raimondi

Documenti, parte di una raccolta di articoli di Franz Kafka, sono esposti durante una conferenza stampa presso la Biblioteca Nazionale di Israele a Gerusalemme
Ci sono diversi inediti, in parte scritti in ebraico, tra le centinaia di documenti di Franz Kafka presentati ieri dalla Biblioteca nazionale israeliana. Quaderni con compiti in lingua ebraica, lettere, diari di viaggio, bozze di racconti e anche schizzi e caricature che dimostrano un'innata dote grafica dello scrittore. La Biblioteca ne è venuta in possesso di recente a conclusione di una lunga battaglia legale, iniziata nel 2007 a Tel Aviv alla morte di Esther Hoffe, erede di Max Brod, passata per la Corte Suprema di Gerusalemme (con il giudice Elyakim Rubinstein che stabilì che l'eredità di Kafka fosse ebraica, al termine di un dibattimento dall'immensa portata simbolica sul fatto se lo scrittore "appartenesse" al mondo tedesco, lingua in cui ha scritto i suoi romanzi, o ebraico) e ramificatasi infine in Germania e in Svizzera ma anche in abitazione private israeliane. «Se quei documenti non fossero giunti a Gerusalemme - ha affermato il presidente della Biblioteca, David Blumberg - c'era il rischio che si sarebbero volatilizzati per sempre», dispersi nel mercato internazionale. I documenti sono parte di quelli consegnati da Kafka all'amico Max Brod, con l'incarico di bruciarli una volta morto. Brod, come è noto, non obbedì e nel 1939 li portò con sé a Tel Aviv fuggendo da una Praga in preda ai nazisti. Ma la storia degli autografi di Kafka è una sorta di catena di tradimenti. Il testamento di Brod, che rendeva Esther sua erede universale, prevedeva infatti una clausola tale per cui avrebbe dovuto depositare il materiale o nella Biblioteca nazionale di Israele, o nella Libreria municipale di Tel Aviv. Cosa che Esther non fece, anzi nel 1988 vendette il manoscritto del Processo per due milioni di dollari all'Archivio della letteratura tedesca a Marbach am Neckar. Dai documenti recuperati e presentati a Gerusalemme emergono nuove informazioni sul lavoro di Kafka. Ci sono ad esempio tre versioni del racconto Preparativi di nozze in campagna: steso inizialmente su 58 pagine, fu condensato nella terza versione in sole cinque. C'è anche l'originale della celebre Lettera al padre, battuta a macchina e completata nell'ultimo foglio a mano. C'è quindi il diario di viaggio di una visita a Parigi compiuta da Kafka e Brod nel 1911. Sconosciuto era il quaderno di studio della lingua ebraica. In uno degli esercizi - affidatogli dalla maestra Pua BenTovim, una ebrea nata a Gerusalemme e a Praga per ragioni di studio - descrive lo sciopero degli insegnanti di Gerusalemme del 1922. Kafka, che aveva iniziato a studiare l'ebraico nel 1917, probabilmente scrisse il testo poco prima di morire di tubercolosi nel 1924, a 41 anni. «Dopo avere visto materiali tra cui il quaderno e le lettere ebraiche di Kafka sul sionismo e l'ebraismo, ora è più chiaro che mai che la Biblioteca Nazionale di Gerusalemme sia la dimora legittima dei documenti di Kafka» ha detto Blumberg. Dopo il restauro i documenti saranno digitalizzati e messi a disposizione sul web.

(Avvenire, 8 agosto 2019)


Cosa intendono davvero gli ayatollah e gli islamisti quando parlano di "pace"

di Doran Gray

"La pace con l'Iran è la madre di tutte le paci e la guerra con l'Iran è la madre di tutte le guerre". Così si è espresso il presidente Rouhani, ripreso in Italia dall'agenzia Ansa. Ma cosa significa questa frase? Nella traduzione nostrana, potrebbe significare che Teheran è pronta alla guerra su larga scala, ma anche ad una pace definitiva con l'Occidente. Nel linguaggio di Teheran, e di quello degli islamisti, è cosa ben diversa.
   A riprova di quanto scriviamo, vi riportiamo una terribile intervista concessa a fine luglio alla tv iraniana Ofogh dall'ayatollah Mohammad Mehdi Mirbagheri, potente membro dell'Assemblea degli Esperti, organo che ha il diritto di nominare in Iran la Guida Suprema. Per Mirbagheri, combattere per Allah è morale e per questo un conflitto generale è un prerequisito per far riapparire l'Imam Nascosto (ricordiamo che questo è il fine ultimo del regime khomeinista, instaurato dopo la rivoluzione del 1979). Per questa ragione - e qui sta il punto centrale - i negoziati sono buoni solamente se il loro fine ultimo è quello di determinare il trionfo della civiltà islamica. Ogni altro negoziato "con gli infedeli" è quindi negativo.
   Terminando la sua intervista, l'ayatollah Mirbagheri ha affermato che il regime iraniano è stato instaurato per essere in costante conflitto con l'Occidente e in costante antitesi alla democrazia liberale. Perché, come suddetto, il fine ultimo del regime non è lo stato di diritto, ma la riapparizione dell'Imam Nascosto (anche detto Mahdi). In altre parole, la pace nel concetto iraniano è molto differente dal nostro. Più che una pace, è meramente una tregua - hudna in arabo - il cui fine primario è quello di usare il tempo concesso per aumentare il potere islamista, al fine di sconfiggere gli infedeli (in questo caso l'Occidente democratico).
   Il comportamento negoziale dell'Iran, in questi anni, ha esattamente dimostrato quanto suddetto: nel 2003 il regime iraniano, proprio con negoziatore Rouhani, ha firmato con gli europei l'accordo di Teheran, unicamente per completare in maniera clandestina il programma nucleare (anche in questo caso, ammissione di Rouhani in una intervista tv del 2013). Dopo la firma del JCPOA nel 2015, il regime iraniano ha usato l'appeasement occidentale per aumentare il suo potere regionale, incrementare il programma missilistico illegale e inviare fotografie photoshoppate all'Aiea dei suoi impianti nucleari (anche in questo caso, intervista tv di Ali Akbar Salehi, ex ministro degli esteri, ora a capo dell'Agenzia atomica iraniana).
   In poche parole, la vera natura della Repubblica Islamica iraniana e di tutte le forze politiche islamiste è sotto i nostri occhi e le nostre orecchie. Siamo noi a non voler ascoltare, per crogiolarci in un ideale pacifista a tratti suicida. Proprio quello che gli islamisti desiderano…

(Atlantico, 7 agosto 2019)



Lo Shin Bet sventa un attentato di Hamas a Gerusalemme

Hamas aveva pianificato per ieri una strage a Gerusalemme. L'intervento dello Shin Bet è stato decisivo. Arrestati diversi membri del gruppo terrorista

di Sarah G. Frankl

 
L'ordigno confezionato e pronto per l'attentato
 
Parte del materiale per costruire ordigni rinvenuto dallo Shin Bet
GERUSALEMME - Lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interna dello Stato Ebraico, ha sventato un attentato organizzato da Hamas che doveva colpire Gerusalemme.
  Era tutto pronto per ieri. Un dispositivo esplosivo composto da materiale esplodente, biglie in acciaio e bulloni è stato sequestrato dagli agenti israeliani durante un blitz ad Hebron volto a sgominare diverse cellule di Hamas.
  Non è stato reso noto quale fosse con precisione l'obiettivo a Gerusalemme, ma visto come era costruito l'ordigno si presume che sarebbe stato un kamikaze a far denotare la bomba, probabilmente in mezzo alla gente.

 Gli obiettivi delle cellule non erano solo israeliani
  L'operazione dello Shin Bet non solo ha portato alla luce diverse cellule di Hamas operanti in Giudea e Samaria (la cosiddetta Cisgiordania) ma anche che queste cellule avevano ordine di colpire non solo obiettivi israeliani ma anche della Autorità Palestinese.
  L'individuazione delle cellule di Hamas è avvenuta intercettando le comunicazioni tra la Striscia di Gaza e la Giudea e Samaria e persino comunicazioni tra la Turchia, dove Hamas ha una sede importante, ed Hebron.
  I terroristi avevano ordine di procurarsi quante più armi possibili ed esplosivi da usare in attacchi rapidi e letali contro le forze di sicurezza israeliane e palestinesi agli ordini della Autorità Nazionale Palestinese. Poi dovevano organizzare rapimenti di cittadini israeliani, attacchi all'arma bianca e rapidi blitz contro obiettivi ebraici.
  Secondo fonti dello Shin Bet molti degli aderenti alle cellule sono studenti il che significa che Hamas si è infiltrata molto pesantemente tra i giovani universitari.
  Il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, saputo della operazione e dell'attentato sventato, si è congratulato con lo Shin Bet per la brillante operazione.
  «Mi congratulo con le forze di intelligence, di polizia e delle IDF per la brillante operazione che ha portato all'arresto di terroristi che avevano pianificato un terribile attentato sul nostro territorio» ha detto Netanyahu in una breve dichiarazione.

(Rights Reporters, 7 agosto 2019)


Golfo, Israele nel gruppo a guida Usa per la protezione

Israele potrebbe far parte del gruppo di Paesi, guidato dagli Stati Uniti, impegnato la sicurezza del transito delle petroliere nel Golfo dopo l'aumento della tensione con l'Iran.

Israele prende parte alla coalizione, messa a punto dagli Usa per proteggere la navigazione nel Golfo persico. Lo ha rivelato oggi, secondo i media locali, il ministro degli esteri Israel Katz nel corso di una seduta a porte chiuse della commissione parlamentare per gli affari esteri e la sicurezza. Katz ha precisato che la adesione israeliana a quella iniziativa è giunta in seguito ad una sua visita negli Emirati Arabi Uniti. Israele, ha aggiunto, ha tutto l'interesse ad arginare la espansione delle attività iraniane e a rafforzare i legami con i Paesi arabi del Golfo.
   La decisione, se confermata, rischia di accrescere ulterioremente la situazione nel Golfo, dove gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno recentemente più volte segnalato azioni di disturbo alle petroliere in transito nella stretto di Hormuz da parte dell'Iran. Si teme che un'escalation della tensione e un conseguente incidente possa innescare nell'area un conflitto su larga scala. L'eventuale partecipazione israeliana alla coalizione messa a punto dagli americani per proteggere la navigazione in questa area cruciale per il passaggio internazionale del petrolio, aggiunge un elemento di rischio a una situazione già esplosiva.

(Il Sole 24 Ore, 7 agosto 2019)


La memoria dei martiri ebrei "deportata" in periferia

Il sindaco rimuove la targa sulla Shoah. Polemica a Trino.

di Samuel Moretti e Roberto Maggio

 
TRINO VERCELLESE - Cinque vie, una scuola, un'elegante lapide marmorea all'ingresso del municipio fin dal 1913. Così Trino ricorda la celebre schiatta dei suoi tipografi che tra 1400 e 1600 fecero furore tra gli stampatori d'Italia: Giolito Ferrari, Cerreto, Pezzana, Zeglio. Una generosità toponomastica che alla giunta comunale è parsa insufficiente. Tant'è che il sindaco Daniele Pane ha appena deciso di dedicare ai "Manuzio" della Bassa vercellese un ulteriore spazio. E lo ha scelto proprio nel centro del paese, accanto al municipio, ossia quella che oggi si chiama piazza Martiri dei Lager. La cui targa sarà spostata in periferia. E così i quattro ebrei originari della cittadina morti nei forni crematori nazisti daranno il nome a un piccolo parcheggio. La delibera di modifica dell'intitolazione è già stata licenziata dall'esecutivo, ma né il pensiero delle vacanze né la canicola agostana sono bastati a chiudere la faccenda senza polemiche.
   A far scoppiare il caso ci hanno pensato prima i componenti della minoranza in Consiglio comunale, che hanno accusato il sindaco di «arroganza e totale insensibilità nei confronti del dramma della Shoah». Come se non bastasse, qualche mattina fa i trinesi si sono ritrovati la cittadina tappezzata da grossi manifesti firmati dal Sinodo dei sinistri, un'associazione che ha rincarato la dose e chiesto all'amministrazione di ripensarci: «Non c'era bisogno di una decisione del genere, che è una palese provocazione: soltanto l'esperienza del periodo fascista-repubblichino aveva imposto un rimpiazzo toponomastico alla città».
   Il trasloco ha infastidito anche la Comunità ebraica vercellese. Che ha portato il dossier sul tavolo della prefettura, dove la presidente della comunità Rossella Bottini Treves e il sindaco Pane sono stati subito convocati per un confronto. Il risultato del primo incontro è stato il congelamento temporaneo della questione. Le parti si rivedranno a settembre per trovare una soluzione condivisa. Rispetto alle posizioni, non sembrano esserci molti spazi di manovra. Bottini Treves è stata chiara sul pasticcio delle intitolazioni cambiate: «Si tratta di una decisione sgradevole, non ho mai visto una cosa del genere, non vedo motivazioni adeguate per un cambiamento così importante. Spero ora in una riflessione da parte della giunta».
   Il sindaco Pane, nel dirsi disponibile a cercare una soluzione, difende la sua delibera e non rinuncia a giocare all'attacco: «Ci piacerebbe che le Comunità ebraiche di Vercelli e Casale si facessero sentire anche per altre attività. Non vogliamo denigrare i Martiri dei lager, ma valorizzare i nostri tipografi». E, almeno su questo, non c'è alcun dubbio sulle intenzioni dell'amministrazione.

(La Stampa, 7 agosto 2019)


Probabile discorso di Trump il 2 settembre durante la visita a Varsavia

Numerosi senatori statunitensi hanno chiesto di fare pressioni affinché siano garantiti risarcimenti e restituzioni alla vittime della Shoah in Polonia.

Varsavia - Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, farà probabilmente un discorso pubblico il 2 settembre, durante la sua visita in Polonia. E' quanto dichiarato da Pawel Mucha, membro della cancelleria del presidente polacco, Andrzej Duda. Lo riporta l'agenzia di stampa "Pap". "Il presidente Usa atterrerà in Polonia il 31 agosto. Il primo settembre sarà innanzitutto l'80mo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale. E' molto importante che il presidente degli Stati Uniti vi appaia su diretto invito del presidente polacco", ha detto Mucha, intervistato dall'emittente televisiva "Tvp". Mucha ha aggiunto che, nel suo intervento pubblico, Trump potrebbe toccare la questione dell'abolizione dell'obbligo di visto per i polacchi diretti negli Usa.
Un altro tema caldo riguarda l'appello di numerosi senatori statunitensi al segretario di Stato, Mike Pompeo, affinché agisca per garantire risarcimenti e restituzioni alla vittime della Shoah in Polonia. Mucha ha affermato che sul punto la posizione di Varsavia è chiara. "Il documento trasmesso a Pompeo è interno agli Usa. Non vedo premesse giuridiche sulla base delle quali si possano presentare rivendicazioni", ha dichiarato Mucha.

(Agenzia Nova, 7 agosto 2019)


Radiografia di un matrimonio ebraico

Cinque wedding planner raccontano la loro esperienza nell'organizzazione di uno degli eventi più gioiosi della vita ebraica.

di Silvia Gambino

 
Ci troviamo ora nel periodo chiamato Bein ha-Metzarim (lett. "tra le disgrazie, tra le cattive acque"). Si tratta delle tre settimane che vanno dal giorno 17 del mese di Tammuz al giorno 9 del mese di Av, quest'anno corrispondenti all'intervallo di tempo tra il 20 luglio e il 10 agosto: un periodo associato al lutto, in quanto si commemorano la distruzione del Primo e del Secondo Tempio.
  Si usa osservare diversi costumi in questo periodo - particolarmente negli ultimi nove giorni e con tradizioni che variano tra ashkenaziti e sefarditi -, accumunate dall'idea di astenersi dal piacere e della gioia: non comprare vestiti nuovi, non tagliarsi i capelli, ecc. Soprattutto, non è permesso celebrare la festa gioiosa per eccellenza: il matrimonio.
  Ma cosa vuol dire organizzare un matrimonio ebraico, quali sono le location più richieste in Italia, le situazioni in cui è più frequente imbattersi? Lo abbiamo chiesto a cinque wedding planner che ci hanno raccontato del loro lavoro, da Roma al Nord Italia, con coppie di italiani e di stranieri.

 Pianificare l'evento: luoghi, nazionalità, tradizioni
  A occuparsi dell'organizzazione di matrimoni ebraici si comincia a volte per caso, come è successo a Cinzia Ciani di Roma, a capo dell'omonima agenzia: "Organizzo eventi dal 1997, ma coi matrimoni ebraici ho iniziato otto anni fa, con amici di amici mi hanno affidato il primo: ero un po' timorosa perché c'era molto di nuovo da imparare, ma con l'esperienza mi sono specializzata". Altre volte, invece, si comincia per passione: "Ho da sempre un profondo rispetto e una grande attrazione per l'ebraismo, che non è solo una religione, ma anche una cultura e una tradizione di vita. Così ho cominciato a studiare e ad approfondire, fino a unire due passioni: quella per la cultura ebraica e quella per il mio lavoro di organizzatrice di eventi, che svolgo da quando avevo 18 anni", racconta Diletta Alliata, anch'ella di Roma, dell'agenzia Diletta Alliata Events.
  Roma e i suoi dintorni sono prediletti non solo dalla comunità locale, ma anche da molti stranieri. "Per i matrimoni di stranieri non ebrei, la zona più richiesta è la Toscana", spiega Elisa Orsetti dell'Agenzia Le Rêve, "ma con la clientela ebraica si lavora più frequentemente su Roma: la presenza della comunità più grande d'Italia fa sì che, anche per gli stranieri, ci siano più servizi e più possibilità di scelta: più alberghi attrezzati per l'accoglienza degli invitati che osservano lo Shabbat, più scelta di ristorazione kasher, più mikvaot aperti per la tevilah della futura sposa, e così via". La pianificazione, infatti, non si limita alla giornata della cerimonia, ma riguarda anche i giorni che la precedono, con le loro tradizioni ed esigenze. "I clienti stranieri chiedono spesso che mi occupi di organizzare per gli ospiti la cena e l'ospitalità per lo Shabbat che precede il giorno della festa", dice Cinzia Ciani. "In questi casi ci appoggiamo alle strutture certificate, come l'Hotel Sheraton e l'Hotel Hilton".
  Mentre per quanto riguarda la comunità locale, "Le esigenze possono variare a seconda che si tratti di un matrimonio romano o tripolino", precisa Diletta Alliata. "Nel primo caso, non può essere tralasciata l'organizzazione della Mishmarà: si tratta di un rituale tipico degli ebrei romani, consistente in una veglia di lettura e studio che viene seguita da un momento conviviale con dolci tradizionali, in particolare la pizza di Beridde (un biscotto decorato con frutta secca e candita) e i biscottini. Precede le occasioni solenni, non solo il matrimonio, ma anche il Bar/Bat Mitzvah e la circoncisione. Nel caso del matrimonio, è organizzato dai genitori della coppia e prevede la partecipazione delle due famiglie e degli amici più stretti. Nel caso di un matrimonio tripolino, invece, in primo piano c'è la cerimonia della Hennà (o Henné), (nella tradizione si celebrava tre giorni prima del matrimonio, la sposa veniva portata in gigo per la città in un corteo con torce e musicanti e poi le venivano tinti i capelli, i piedi e le mani con la henna, l'hennè, ndr), che vuole gli abiti tradizionali per gli sposi, il baldacchino per il loro ingresso, la musica, accessori come le candele e confetti rossi, rigorosamente kasher".
  Ma oltre agli italiani, quali nazionalità scelgono il nostro Paese per il grande giorno? Per i matrimoni ebraici nella zona di Roma, al primo posto ci sono i francesi, dice Cinzia Ciani, seguiti dagli svizzeri. Spostandosi verso Nord, Daniela Galimberti dell'agenzia Sugar Events di Milano - racconta di ricevere spesso richieste da parte di coppie formate da stranieri e italiani che vivono all'estero. Per Alessia Santa dell'agenzia White Emotions, sempre di Milano, le richieste arrivano prevalentemente dalla comunità riformata newyorchese.
  Dell'Italia attrae soprattutto la bellezza, la possibilità di poter celebrare in una location scenografica e percepita come diversa, capace di aggiungere un tocco di originalità. In alcuni casi la scelta di sposarsi all'estero può anche rappresentare un'opportunità per "svincolarsi" da un'organizzazione che in patria sarebbe troppo impegnativa. "Mi sono occupata qualche anno fa di organizzare a Roma il matrimonio della figlia di Richard Prasquier, ex Presidente del Crif (Conseil Répresentatif des Institutions Juives de France): a celebrarlo venne l'allora rabbino capo di Francia Gilles Bernheim insieme al rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni", dice Elisa Orsetti. "In quanto figure istituzionali, è presumibile che a Parigi il numero degli invitati non sarebbe potuto scendere sotto i 700, a stare stretti; scegliendo l'Italia hanno potuto contenerlo".

 Parole chiave: spazio, musica, kasherut per tutti (o quasi)
  "Secondo la mia esperienza, le coppie scelgono prima la location e poi mi contattano - avendo trovato la mia agenzia sul web o sui social - per affidarmi l'organizzazione", dice Alessia Santa. "Le location devono prima di tutto prevedere grandi spazi, per la centralità della musica e del ballo e il grande numero di invitati". "Siccome è d'uso includere nei festeggiamenti non solo la famiglia, stretta e allargata, ma anche chi fa parte della stessa comunità, i numeri stanno tendenzialmente sui 300, 350, a salire. È possibile che per gli stranieri si rimanga su numeri più piccoli, intorno al centinaio", conferma Cinzia Ciani.
  Spazio per i numerosi ospiti, per l'ingresso di corsa degli sposi nella sala del ricevimento che segna il via ai festeggiamenti, per ballare la hora e le altre danze: un'esigenza, che influenza molto la scelta della location. Tra le più gettonate per la zona di Roma abbiamo Villa Miani, seguita dal Salone delle Fontane, Spazio 900, il Casale dei Pini, il Castello Odelscalchi di Bracciano, Villa Aurelia, il Castello di Tor Crescenza e Casina di Macchia Madama. Per il Nord Italia, troviamo Villa Erba sul Lago di Como, Villa Castelbarco a Vaprio d'Adda, il Regina Palace di Stresa sul Lago Maggiore.
  Sul budget di partenza, le wedding planner intervistate concordano su una cifra di 80.000 euro, che può salire verso i 100.000 per i matrimoni di lusso. Cinzia Ciani sottolinea tuttavia che la cifra può variare a seconda delle possibilità ed esigenze della coppia: "Per le coppie che si sposano al Tempio Maggiore di Roma, ad esempio, l'ambientazione è già così bella che non c'è quasi bisogno di decoro floreale. Oppure, su altri aspetti della preparazione i romani possono appoggiarsi alla rete familiare e comunitaria e in questo modo, rispetto agli stranieri, contenere il budget per la wedding planner. Si può trattare su ciascuna voce del budget, tranne che sul catering: con la certificazione kasher bisogna prevedere tra i 140 e i 160 euro a invitato, un prezzo fisso che non varia".
  Alessia Santa osserva invece un'abitudine diversa della comunità riformata di New York: "Sempre più spesso, la kasherizzazione è richiesta solo per un numero limitato di invitati. È un modo per contenere i costi alla luce del fatto che solo una parte degli ospiti è strettamente osservante e che i catering kasher in Italia sono sempre meno. In tale caso avremo due catering, uno più grande non certificato (benché "kasher style") e un altro più piccolo kasherizzato, con costi diversi. Per il secondo ci affidiamo spesso al Gam di Venezia. Il menu varia secondo le richieste degli ospiti. Gli italiani sono più esigenti e ricercati, è sempre presente il risotto o la pasta ripiena, mentre gli americani chiedono piatti che soddisfino la loro "idea di italianità": hanno esigenze più semplici, anche se non sempre". In che senso? "Per esempio, una volta in cui gli sposi hanno voluto gli spaghetti al pomodoro. Posso assicurare che fare uscire cento piatti di spaghetti, tutti uguali, nello stesso momento, buoni e al dente, non è facile!".

 Cerimonie miste?
  Riguardo a una nostra ultima domanda, se capitino mai richieste di cerimonie simboliche, - perché diverse dal matrimonio ebraico ortodosso, che ha valore legale in Italia - le wedding planner intervistate si dividono. Rispondono negativamente Cinzia Ciani ("Soprattutto gli stranieri, ci tengono moltissimo ad assicurarsi che sia tutto legale") e Daniela Galimberti ("Impensabile, si perderebbe il senso del matrimonio ebraico"), mentre Diletta Alliata ed Elisa Orsetti a Roma e Alessia Santa a Milano hanno avuto esperienze di questo tipo.
  "Mi è capitato di occuparmi di un matrimonio misto", racconta Diletta Alliata, "in cui solo lo sposo era ebreo: le nozze sono state celebrate con rito civile, seguite da festeggiamenti in cui si sono volute mantenere le tradizioni più importanti: kippot personalizzate, con il logo degli sposi e la data del matrimonio in italiano ed ebraico, un menu kasher, un momento di balli israeliani ecc.". Mentre Elisa Orsetti aggiunge: "Ho organizzato i matrimoni misti di due coppie romane, la prima volta nel 2013 e la seconda nel 2016: la sposa ebrea, lo sposo cattolico. Un prete e un rabbino (la prima volta una rabbina italo-americana, la seconda un rabbino inglese, entrambi reform) hanno celebrato insieme sotto la chuppah: da un punto di vista di riconoscimento di fronte allo Stato, si è trattato di fatto di matrimoni civili e concordatari".
  "La pianificazione di una cerimonia mista varia molto a seconda della coppia. Alcune chiedono che mi incarichi di organizzare il rito civile, altre ci pensano per conto proprio e mi affidano solo la parte successiva dei festeggiamenti", dice Alessia Santa. "I festeggiamenti possono contenere elementi di ebraicità oppure no, dipende tutto dai desideri degli sposi. In uno degli ultimi che ho organizzato, a Villa Arconati, la sposa era ebrea americana e lo sposo italiano cattolico. C'è stato un rituale celebrato da un rabbino, con canti tipici e, benché lo sposo non fosse ebreo, non è mancata la rottura del bicchiere".
  Matrimoni come questo creano fratture nelle famiglie, per il loro essere non convenzionali? Può essere che una parte della famiglia li "boicotti"? Alessia Santa risponde: "Nella mia esperienza non ho avuto questa percezione. Al matrimonio di cui parlo sopra c'erano circa cento invitati, famiglia e amici dai due lati. So che gli sposi hanno poi fatto una seconda festa a New York, per i parenti e gli amici che non erano potuti venire in Italia. Qualcuno ha disertato, oppure è venuto ma controvoglia? Può darsi, ma non posso saperlo. Sono questioni di famiglia, che non si dicono alla wedding planner".

(JoiMag, 7 agosto 2019)


Sulla Luna potrebbero esserci migliaia di tardigradi

di Salvo Privitera

Nonostante il luogo inospitale, la Luna potrebbe essere "abitata" da migliaia di tardigradi. Come mai? Il veicolo spaziale israeliano Beresheet, schiantato sulla luna durante un fallito tentativo di atterraggio l'11 aprile, potrebbe aver sparso sulla superficie lunare migliaia di questi animaletti disidratati.
   La sonda portava al suo interno campioni di DNA umano, dei tardigradi e circa 30 milioni di pagine digitalizzate di informazioni sulla società e la cultura umana. Tuttavia, non è noto se l'archivio, e conseguentemente i piccoli invertebrati, siano sopravvissuti all'impatto.
   Proprio come fossili cretacei bloccati nell'ambra, i campioni di DNA e i tardigradi sono stati sigillati in uno strato di resina, grande quanto un DVD, per proteggerli. Altri migliaia di orsi di mare (altro nome per questo straordinario animale) invece, sono stati incapsulati su un pezzo di nastro kapton da 1 cm.
   Perché inviarli sulla Luna? Nonostante le loro dimensioni (da 0.05 a 1.2 millimetri), i tardigradi sono noti per la loro "invincibilità". Questi animaletti possono vivere in condizioni mortali per qualsiasi altra forma di vita, con temperature estreme di -200o C e 149o C, oltre a sopravvivere anche all'esposizione alle radiazioni e al vuoto dello spazio.
   Un altro dei loro "superpoteri" è la criptobiosi, in questo stato gli orsi di mare si disidratano, diventando una pallina, e possono stare in questo stato anche per 10 anni (uno di questi invertebrati si è svegliato perfino dopo 120 anni).
   In poche parole, se una qualsiasi creatura fosse in grado di sopravvivere a un atterraggio di fortuna nello spazio, probabilmente sarebbe un tardigrado. Magari nel 2024, durante il nostro ritorno sul satellite, troveremo uno di questi piccoletti mentre dorme in un cratere lunare.

(Everyeye Tech, 7 agosto 2019)


*


Abbiamo portato i tardigradi sulla Luna

I minuscoli animali sono stati trasportati dal lander israeliano precipitato sulla Luna in aprile: forse la loro resistenza gli ha permesso di sopravvivere all'impatto.

Alcuni tardigradi, minuscoli animali super resistenti, hanno raggiunto la Luna e potrebbero sopravvivere alle condizioni estreme del nostro satellite naturale per decenni, diventando in un certo senso i primi veri abitanti lunari. I tardigradi sono stati portati sulla Luna da Israel Aerospace Industries, l'azienda spaziale israeliana che lo scorso aprile aveva inviato sul satellite il lander Beresheet. Il veicolo avrebbe dovuto compiere un atterraggio controllato, ma a causa di un problema tecnico si è schiantato sul suolo lunare rompendosi in diversi pezzi. Secondo chi li aveva messi a bordo di Beresheet, i tardigradi dovrebbero essere sopravvissuti all'impatto: un giorno potrebbero essere recuperati per poi studiarli sulla Terra, scoprendo nuove cose sulla loro incredibile resistenza e sulla vita nel Sistema Solare....

(il Post, 7 agosto 2019)


L'Iran quintuplica i finanziamenti ad Hamas, mentre il paese sprofonda nella crisi più nera

 
Il leader supremo Ali Khamenei incontra il vice capo di Hamas, Saleh al-Arouri (secondo da destra) e la delegazione di Hamas, a Teheran, il 22 luglio 2019
Secondo gli indicatori economici più recenti che abbiamo, il livello di disoccupazione in Iran è di almeno il 12% - con tassi che raggiungono quasi il 30% per quanto concerne la popolazione tra i 15 e i 24 anni, ovvero la fascia più larga della popolazione - e il livello di inflazione ha ormai superato il 18% con un debito pubblico che rappresenta ormai oltre il 40% del PIL. Questo secondo i dati ufficiali, perché secondo chi conosce l'Iran, i numeri sarebbero tutti da alzare, con una inflazione che per alcuni tocca anche il 50%. Insomma, una situazione disastrosa, che ovviamente con l'aumentare delle tensioni internazionali e le nuove sanzioni contro Teheran, non potrà che peggiorare.
   Qualsiasi governo razionale, in una simile situazione, si sarebbe impegnato ad usare quello che resta della ricchezza nazionale, per promuovere investimenti interni che diminuiscano il tasso di disoccupazione e mettano al sicuro l'economia del Paese. L'Iran - o meglio la Repubblica Islamica dell'Iran - non è purtroppo un attore razionale e, per ragioni di sopravvivenza del regime, antepone costantemente le ragioni ideologiche a quelle logiche.
   Ecco quindi che, tramite la stampa israeliana, apprendiamo che Teheran ha appena concesso un enorme aumento dei finanziamenti che mensilmente versa al gruppo terroristico palestinese Hamas. Da 6 milioni di dollari al mese, secondo quanto riporta il Times of Israel (TOI), a 30 milioni al mese. Questo sarebbe il risultato della visita di una delegazione di Hamas in Iran, avvenuta tra il 21 e il 25 luglio scorso. Una delegazione di alto livello composta tra gli altri da Saleh al-Arouri, Abu Marzouk, Maher Salah, Izzat al-Rashq, Zaher Jabarin, Husam Badran, Osama Hamdan, Ismail Radwan e Khaled al-Kaddoumi, che ha incontrato i massimi livelli del regime iraniano, tra cui la Guida Suprema Ali Khamenei, Ali Velayati e Ali Shamkhani. Sempre secondo quanto riporta il TOI, in cambio di questo ingente aumento dei finanziamenti, l'Iran avrebbe chiesto a Hamas di fornire informazioni sulla localizzazione delle principali basi missilistiche israeliane.

(galaitalia, 6 agosto 2019)


La bella e le bestie. Miss Iraq difende Israele. Vogliono toglierle la cittadinanza

Dopo l'esilio e le minacce di morte e stupro

di Giulio Meotti

ROMA - Anche ora che vive in California, Sarah Idan riceve minacce di morte per quel selfie. "Peace and Love from Miss Iraq and Miss Israel". La frase, lanciata su Instagram al fianco della collega israeliana Adar Gandelsman, fece il giro del mondo e dei siti islamisti. Nonostante le continue minacce di morte e di stupro, anche di Hamas, Idan, che è la prima Miss Iraq a partecipare a Miss Universo in mezzo secolo, afferma di essere ancora in contatto con Miss Israele. Lavora con una organizzazione di Los Angeles, Humanity Forward. La sua famiglia è fuggita dall'Iraq tre giorni dopo il controverso scatto (ora i suoi vivono in un paese mediorientale). Nei giorni scorsi, l'ex Miss Iraq ha denunciato un provvedimento avviato al Parlamento di Baghdad volto a toglierle anche la cittadinanza irachena. La sua nuova "colpa" è di avere parlato al Consiglio dei diritti umani di Ginevra in difesa di Israele, che proprio in quel consiglio è da anni il principale imputato e capro espiatorio. "L'Iraq ha negato quello che avevo detto all'Onu, e cioè che non ho la libertà di parlare di Israele, e ora mi stanno togliendo la cittadinanza. E' crudele. Sono senza parole…". Idan ha poi pubblicato articoli dei media iracheni, dove si sostiene "la cancellazione della cittadinanza di Miss Iraq e il divieto al suo ingresso e il ritorno in Iraq a causa delle sue dichiarazioni relative a Israele". "L'Iraq vuole farmi quello che fece agli ebrei iracheni ai tempi del pogrom 'Farhud' - ha detto ancora Idan - Privarmi della mia cittadinanza e non permettermi di tornare".
   Il direttore della ong UN Watch che l'aveva ospitata a Ginevra, Hillel Neuer, ha così scritto al Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres: "Con la presente denuncio il deputato iracheno Ali al Ghanmi per avere minacciato di rimuovere la cittadinanza di Sarah Idan come forma di ritorsione per la sua testimonianza al Consiglio Onu per i diritti umani: il che costituisce una rappresaglia illegale per avere collaborato con l'Onu, in aperta violazione della Risoluzione 72/247 dell'Assemblea generale e della Risoluzione 36/21 del Consiglio Onu per i diritti umani. Vi esortiamo a intervenire immediatamente presso l'ambasciatore iracheno all'Onu, Bahr Aluloom, per chiedere la cessazione dell'intimidazione di un testimone per via della testimonianza che ha reso davanti all'Onu, come espressamente affermato dallo stesso parlamentare al Ghanmi, membro della commissione Sicurezza e Difesa dell'Iraq".
   All'Onu, Sarah Idan aveva accusato i leader arabi di essere prevenuti contro Israele, spiegando che il loro atteggiamento va oltre la motivazione politica. "E' profondamente radicato nel sistema di credenze insegnato nei paesi musulmani, che sono antisemiti", ha detto Idan. "Purtroppo l'odio e l'intolleranza sono rafforzati dai media distorti". Le due Miss si sono riunite di recente anche per una raccolta fondi a sostegno di United Hatzalah of Israel, la Uber della medicina d'emergenza israeliana, che addestra, equipaggia e distribuisce cinquemila volontari per le emergenze mediche attraverso una app per smartphone. Quando il 911 di Israele riceve una chiamata, un'app invia il volontario più vicino e più adatto prima che arrivi un'ambulanza, riducendo il tempo di risposta in media a novanta secondi. I volontari indossano giubbotti arancioni e portano borse mediche. I volontari sono ebrei, musulmani, cristiani e drusi. "Sto lavorando per ricostruire la relazione tra ebrei e musulmani", dice Idan.
   In una regione in cui gli atleti israeliani sono spesso ostracizzati - niente inno o bandiera israeliana alle competizioni sportive - Miss Iraq ha mostrato una strada diversa. Una che non piace ai regimi islamisti.

(Il Foglio, 6 agosto 2019)



Israele produrrà il carro armato del futuro

di Piera Laurenza

 
L'attuale carro armato israeliano Merkava
Israele ha svelato, il 3 agosto, che sta elaborando nuove tecniche da applicare ai carri armati del proprio esercito per creare quello che è stato definito il "carro armato del futuro".
   Secondo i funzionari che hanno elaborato il progetto, si tratta di un carro armato "unico" nel suo genere, che avrà al suo interno un grande touchscreen, consentirà una vista a 360 gradi e sarà dotato di un sistema di controllo sulla falsariga di quello dei video giochi e dell'Xbox. Il progetto è stato lanciato anche 3 anni fa ed ha l'obiettivo non di creare un nuovo carro armato ex-novo, bensì di sviluppare un sistema operativo e dei sensori che possono essere installati anche in carri armati già esistenti.
   Secondo quanto dichiarato, tale carro, in futuro, potrebbe altresì operare senza la presenza di soldati al proprio interno. Il progetto è stato presentato dal Ministero della Difesa israeliano ed è stato chiamato "Carmel". Tre aziende sono state incaricate di raccogliere idee a riguardo, Aerospace Industries, una compagnia statale israeliana, Rafael Advanced Defence Systems ed Elbit Systems. Queste sono state dapprima invitate a presentare le loro offerte migliori, e successivamente sono stati esposti i loro progetti in un incontro in una base militare nel Nord del Paese, tutti andati a buon fine. Chi verrà selezionato dovrà costruire i dispositivi interni al carro.
   Sino ad ora, le tre compagnie sono riuscite a ridurre il numero di soldati necessari per far funzionare il carro armato a due, con la possibilità di arrivare ad avere un pilota automatico. Gli obiettivi da colpire verranno determinati grazie a sensori e telecamere, nonché meccanismi di intelligenza artificiale e altri dispositivi e tecniche innovative.
   Il 3 agosto il progetto è stato esposto ai rappresentanti delle forze armate statunitensi ma si prevede che in futuro venga presentato anche ad altri Paesi. In tale occasione, il funzionario del ministero della Difesa israeliano, addetto alla ricerca e allo sviluppo militare, Yaniv Rotem, ha dichiarato che si tratta di una rivoluzione basata su tecniche d'avanguardia ed ha poi aggiunto che molti Paesi ed eserciti sono alla ricerca di veicoli blindati per il futuro. Tuttavia, non sono state determinate date e budget specifici per il completamento del progetto.
   Secondo un rapporto dell'Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma, Israele rappresenta l'ottavo maggiore esportatore di armi. Negli ultimi 5 anni, le esportazioni nel campo della difesa sono state del 50% in più rispetto ai 5 anni precedenti. Inoltre, tra il 2014 ed il 2018, i maggiori acquirenti sono stati India, Azerbaijan, e Vietnam.
   Secondo il medesimo rapporto, negli ultimi 5 la spesa nel campo della difesa è aumentata dell'87% in Medio Oriente, contribuendo ad un aumento dell'8% della spesa a livello globale. I Paesi principali sono l'Arabia Saudita, con il 12% della percentuale di acquisto globale, l'India, con il 9.5% e l'Egitto, con il 5.1%.
   In tale quadro, lo scorso 28 luglio, è stato annunciato che lo scudo anti-missili balistici israeliano Arrow-3, sostenuto da Washington, ha superato con successo una serie di test di intercettazione in Alaska. Si tratta di un sistema di difesa missilistico avanzato, di manifattura statunitense, in grado di intercettare razzi a lungo raggio fuori dall'atmosfera terrestre. Il sistema aveva superato una prima prova nel Mar Mediterraneo nel 2015, ed era giunto nelle mani delle forze israeliane due anni dopo. Il 18 febbraio 2018, Arrow-3 era stato testato con successo dal Paese, ed era pronto per essere testato anche in Alaska nell'estate 2018. Tuttavia, questa ultima serie di test era stata poi rimandata in seguito a difficoltà tecniche.
   A marzo 2018, gli Stati Uniti hanno aumentato il budget destinato ai programmi di difesa missilistica israeliani di 148 milioni di dollari, per includere lo sviluppo di Iron Dome e Arrow-3, portando la cifra totale degli aiuti militari destinati al Paese mediorientale a 705 milioni di dollari.

(Sicurezza Internazionale, 6 agosto 2019)


Energia: Atene ospiterà il primo incontro ministeriale Grecia-Cipro-Israele e Usa

ATENE - Atene ospiterà mercoledì 7 agosto il primo incontro sull'energia a livello dei ministri competenti di Grecia, Cipro, Israele e Stati Uniti, che si svolgerà presso l'hotel Hilton di Atene. Secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa "Ana-Mpa", il ministro per l'Ambiente e l'Energia greco, Costis Hatzidakis, darà il benvenuto al ministro cipriota per l'Energia, il Commercio e l'Industria George Lakkotripis, il ministro per l'Energia e le Risorse idriche israeliano, Yuval Steinitz, e l'assistente del segretario di Stato Usa per le risorse energetiche, Francis Fannon. Obiettivo della riunione ministeriale è riconoscere i settori energetici utili ad una potenziale cooperazione insieme al concordare la formazione di un gruppo di lavoro di alti funzionari politici e del settore pubblico che determineranno progetti specifici e raccomanderanno misure di sostegno alla crescita. Tema centrale nei colloqui a margine dell'evento, sarà il progetto per la realizzazione del gasdotto East-Med. Lungo 2.100 chilometri e con un costo stimato di sei miliardi di euro, l'East-Med dovrebbe essere completato e attivato entro il 2025 per trasportare gas naturale da Israele all'Italia attraverso Cipro e Grecia.

(Agenzia Nova, 5 agosto 2019)


C'è un nuovo monopolio del cibo kosher?

La fusione tra due storiche aziende «è stata accolta nel mondo ebraico come se General Motors acquistasse Ford», scrive il New York Times

 
Manischewitz Company - una delle più importanti e storiche aziende statunitensi di cibo kosher, cioè quello permesso dalle leggi religiose ebraiche - ha venduto quasi tutti i suoi prodotti alla Kenover Marketing Corporation, nota anche come Kayco; Manischewitz controllerà soltanto il marchio Season, famoso per le sardine in lattina anche tra i consumatori di cibo non kosher.
   Le due aziende controllavano più del 50 per cento del mercato di cibo kosher: per questo il New York Times scrive che nel mondo ebraico «la notizia della fusione è stata accolta come se General Motors acquistasse Ford» e c'è chi si chiede se Kayco non sia diventato un monopolio. Le aziende non hanno spiegato il motivo della fusione ma secondo alcuni - tra cui Menachem Lubinsky, editore del sito KosherToday, che si occupa del mercato alimentare kosher - si deve alla progressiva scomparsa dei clienti tradizionali di Manischewitz, un marchio così consolidato da essere citato anche nella serie tv Mad Men per un suo slogan. La gestione di Kayco, organizzata e competitiva, potrebbe contribuire a espandere ulteriormente Manischewitz.
   Manischewitz è famosa soprattutto per il vino e per la matzah (il pane azzimo): fu la prima società a produrlo industrialmente e a commercializzarlo, trasformandolo da cibo etnico e religioso a prodotto nazionale, e cambiandone la forma - da circolare a quadrata - per poterlo spedire più facilmente in tutto il mondo. L'azienda produce anche biscotti, pasta, zuppe e controlla altre famose marche di cibo kosher come Rokeach e Mother's. Venne fondata nel 1888 a Cincinnati, in Ohio, dal rabbino Dov Ber Manischewitz, che era arrivato dalla Prussia per scappare ai pogrom e alla miseria. Aprì la prima fabbrica negli anni Trenta e restò sotto il controllo della stessa famiglia fino al 1990, quando venne comprata da una società di investimento, Kohlberg & Company, per 42,5 milioni di dollari. Da allora è passata sotto il controllo di varie società e fondi; oggi è soprattutto un distributore e anche il suo famoso pane azzimo non è più prodotto negli Stati Uniti ma in Israele.
   Kayco venne fondata invece nel 1948 dallo slovacco Eugene Herzog, sopravvissuto all'Olocausto, appena arrivato negli Stati Uniti. La sua famiglia produceva vino da metà Ottocento, ed era tra i fornitori dell'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe. Nel 1958 fondò il marchio di vino Kedem e da lì iniziò a ingrandire l'azienda, che ora è presente in 30 paesi al mondo dove distribuisce 150 marchi che producono zuppe in scatola, pizze surgelate, barrette di cioccolata, vini, succhi di frutta, condimenti, snack e dolcetti.

(il Post, 5 agosto 2019)


La vignetta di Lapid fa infuriare gli ortodossi

Yair Lapid e rav Arye Deri
L'atmosfera pre-elettorale si è scaldata oggi in Israele quando due partiti ortodossi hanno accusato Yair Lapid (n. 2 del partito centrista laico Blu-Bianco) di aver divulgato «un testo antisemita» in un messaggio diffuso sul web. Lapid ha immaginato un dialogo (a suo parere «umoristico») in cui un Benyamin Netanyahu in chiara difficoltà si confrontava con esponenti della sua coalizione, fra cui due rabbini ortodossi, per ottenere la loro copertura politica nell'evenienza di una incriminazione. «Dammi un trilione di shekel per i collegi rabbinici» gli diceva, nel testo propagandistico di Lapid, il rabbino Arye Deri (del partito Shas).
«Noi vogliamo tutto il denaro che c'è in Israele» ha rincarato - nel testo incriminato - il rabbino Yaakov Litzman (Ebraismo della Torah). «Si tratta di un record di antisemitismo, Lapid ha varcato una linea rossa» ha esclamato il rabbino Litzman autentico. «Quel testo ricorda un'era oscura in cui gli ebrei erano rappresentati come persone avide». Il leader di Blu-Bianco, Benny Gantz, si è poi dissociato dal testo di Lapid.

(Il Messaggero, 5 agosto 2019)


Aeromodelli occasione di pace Iran e Israele volano insieme

Per una volta non si sono sparati vicendevolmente missili, ma hanno condiviso pacificamente lo stesso «aeroporto» in formato mini e lo stesso spicchio di cielo. Parliamo dei campionati mondiali di aeromodellismo in corso a Calcinatello (BR), che tra gli altri hanno visto prima sfilare e poi volare metaforicamente fianco a fianco anche concorrenti provenienti dall'Iran e da Israele. Una dimostrazione del fatto che lo sport è certamente un elemento di avvicinamento più che di divisione.
È successo nella cornice del ristorante Casa Bianca: nel pomeriggio di sabato qui si è tenuta l'inaugurazione, con la sfilata sull'aviosuperficie dei concorrenti dei 39 Paesi che hanno preso parte alla competizione. Tra questi, appunto, nonostante la perenne altissima tensione che caratterizza lo scenario mediorientale, hanno sfilato gli uni dietro agli altri i membri della squadra della Repubblica islamica dell'Iran (che per la prima volta ha preso parte alla manifestazione) e la compagine di Israele.

(Brescia Oggi, 5 agosto 2019)


I Notturni d'Arte nella Padova Ebraica

di Alfredo Di Costanzo

 
Il Museo della Padova ebraica
È la storia di un popolo in viaggio, che ha vissuto buona parte della sua storia disperso fra le altre genti, ma che resta tuttavia unito da una comune fede e dalle tradizioni tramandate di generazione in generazione, al centro dell'appuntamento dei Notturni d'Arte di mercoledì 7 agosto, dalle ore 20:45 al Museo della Padova Ebraica in via delle Piazze, 26.
   Prodotta dall'Assessorato alla cultura e realizzata con il sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, la rassegna Notturni d'Arte sviluppa quest'anno il tema del viaggio.
   La visita al museo offrirà al pubblico un panorama storico e culturale della presenza millenaria degli ebrei in città. Situato nel cuore del Ghetto, nell'edificio della già Sinagoga tedesca, il museo presenta oggetti della tradizione ebraica, provenienti dalla Comunità padovana e da privati: tra questi alcune Ketubboth (contratti matrimoniali), oggetti usati nella ritualità ebraica famigliare (candelabri di Chanukkah, porta spezie, piatti di Pesach, bicchieri del kiddùsh), oggetti propri della ritualità sinagogale, come corone, sefer Torah, testi di preghiera, spartiti musicali, parokhet (tende per la copertura dell'Aron Haqodesh), numerose versioni dell'Haggadah, testo rituale utilizzato durante la ricorrenza di Pesach (Pasqua ebraica), che narra il viaggio biblico dell'uscita dall'Egitto e si può ammirare in diverse edizioni. Particolare rilievo è dato alla riproduzione fotografica dello splendido Aròn Haqòdesh (armadio sacro) che campeggia nella nicchia, sua collocazione originale fino al trasferimento in Israele, nel 1956, deciso per salvarlo dal degrado cui era esposto al di sopra del tetto dell'edificio.
   A raccontare la comunità ebraica cittadina sono anche il breve documentario Nel tempo: la comunità ebraica di Padova e la videoinstallazione Generazione che va, generazione che viene attraverso cui prendono vita dieci grandi figure rappresentative della storia della comunità ebraica padovana.
   La serata sarà anche un'occasione per scoprire altre personalità illustri che hanno segnato la storia della nostra città come: i grandi maestri rabbini Yehuda Mintz (1405-1508) e Meir Katzenellenbogen (1482-1565), arrivati rispettivamente da Mainz e da Praga per ricoprire la cattedra rabbinica; Moshe Chayyim Luzzatto, Ramchal (1707-1746), rabbino, cabalista e poeta, nato a Padova, nel 1735 costretto a partire per Amsterdam dopo una disputa con l'autorità rabbinica veneziana; o personaggi politici, durante quello che viene definito il periodo d'oro della comunità ebraica, l'età dell'emancipazione dopo l'unificazione dello stato italiano tra Ottocento e Novecento, come Giacomo Levi Civita, Leone Wollemborg, Vittorio Polacco, Leone Romanin Jacur.
   Visitabile contestualmente al Museo della Padova Ebraica sarà la Sinagoga Italiana, sorta dal 1548 in via San Martino e Solferino, 13, ancora oggi il luogo della preghiera per i membri della Comunità cittadina, dove si potranno ammirare l'elegante e raffinata decorazione a specchiature in marmorino e i delicati stucchi risalenti al restauro neoclassico.

(Il Tabloid, 5 agosto 2019)




Il concetto biblico di nazione ebraica

di Marcello Cicchese

E' noto che alla domanda "chi è ebreo?" sono state date innumerevoli risposte. E' un interrogativo che oggi travaglia in modo particolare lo Stato d'Israele, perché dalla risposta a questa domanda può dipendere l'ottenimento della cittadinanza israeliana. Ma prima ancora di questa domanda se ne può porre un'altra, che in forma volutamente piatta e banale può suonare così: chi viene prima, gli ebrei o il popolo ebraico? Di solito si procede così: dal magma confuso e disperso su tutta la faccia della terra di individui che per qualche motivo si dicono o sono detti "ebrei" alcuni scelgono una qualche proprietà comune a una parte di loro e arrivano alla conclusione che il vero popolo ebraico è costituito da coloro che soddisfano quella certa proprietà. E' un processo di generazione dal basso che pone prima i singoli, poi la società. E' chiaro che la quantità di "popoli ebraici" che si possono generare con procedimenti induttivi di questo tipo è «come la sabbia del mare, tanto numerosa che non la si può contare» (Genesi 32:12).
   Anche gli italiani sono diversi fra loro sotto moltissimi aspetti, e tuttavia l'elemento unitario del popolo italiano non è costituito da qualche proprietà etnica o morale comune a tutti, ma dall'appartenenza ad un'unica nazione, esistente da prima che tutti gli attuali italiani fossero venuti al mondo ed espressa formalmente da una precisa persona: il Presidente della Repubblica.
   Si può dunque dire che sul piano giuridico, che non è pura formalità ma è il piano reale su cui avvengono i rapporti fra gli uomini, esiste prima la nazione, poi il popolo, poi i cittadini.
   La stessa cosa è vera per gli ebrei: prima viene la nazione ebraica, poi il popolo ebraico, poi gli ebrei. Avere sottolineato questo aspetto trascurato della questione ebraica costituisce il valido contributo al sionismo dato da persone come Leon Pinsker e altri dopo di lui.
   Qualcuno dirà che la sottolineatura del concetto di nazione può condurre a fenomeni di fascismo. come in Italia e in Germania. E' vero: può avvenire, anzi è già avvenuto. Ma questo non significa che l'impostazione nazionale sia sbagliata. Si dice solitamente che il sionismo è un movimento che emerge e si sviluppa nella scia del generale risveglio dei sentimenti nazionali di vari popoli. Sul piano della mera osservazione dei fatti, questo è vero, ma sul piano dell'interpretazione della storia fornita dalla Bibbia, è il sionismo che ha prodotto, come necessità anticipatoria, il risveglio dei vari nazionalismi; ed è l'avvicinarsi dell'inevitabile ricostituzione politica e territoriale della nazione ebraica che ha provocato la diabolica contraffazione costituita dal Terzo Reich. Tra tutti gli studi fatti sul nazismo, sarebbe interessante trovarne qualcuno che esamini a fondo quella sorta di teologia della sostituzione presente nella falsificazione messianica dell'ideologia nazista. Le motivazioni di certe forme di antisemitismo risulterebbero più chiare se si capisse che si tratta dell'odio che l'imitazione sofisticata ha per il prodotto originale. Come beffa aggiuntiva, dopo il definitivo crollo di quella immonda falsificazione del regno di Dio messianico costituita dal Terzo Reich, la forza diabolica dell'equiparazione è ricomparsa nella nuova forma di ripetute accuse alla politica israeliana, a cui si rinfaccia di usare forme e metodi del nazismo!
   Non si vuole qui sostenere che l'attuale Stato d'Israele rappresenta il regno di Dio sulla terra, ma che la sua presenza oggi sulla scena politica mondiale è espressione di una precisa volontà di Dio all'interno del suo sovrano progetto storico. Di conseguenza, l'odio contro questo Stato, il tentativo o anche il solo desiderio di distruggerlo, sia che venga da ebrei laici o superortodossi, sia che venga da gentili cristiani, musulmani o di qualsiasi altra religione, è di natura diabolica. Ciascuno è libero di usare i criteri che ritiene più validi per interpretare la storia dei popoli, ma quando si tratta di Israele, i criteri più validi, quelli che anche a posteriori si confermano essere i più idonei a spiegare i fatti avvenuti e quindi in una certa misura anche a prevedere quelli futuri, sono i criteri biblici. Voler tentare di capire la storia del popolo d'Israele prescindendo dal Dio d'Israele che si è rivelato nella Sacra Scrittura, è impresa vana, destinata fin dall'inizio al fallimento.
[...]
Abbiamo detto che l'elemento primario della questione ebraica non è l'ebreo come individuo e neppure il popolo come aggregato multiforme di singoli, ma il concetto di nazione ebraica. L'atto giuridico costitutivo di questa nazione si trova nella promessa fatta da Dio ad Abramo: "Io farò di te una grande nazione" (Genesi 12:2), che più volte è stata ripetuta ed espressa nella forma giuridica di un patto:
    "Quando Abramo fu d'età di novantanove anni, l'Eterno gli apparve e gli disse: «Io sono l'Iddio onnipotente; cammina alla mia presenza, e sii integro; e io fermerò il mio patto fra me e te, e ti moltiplicherò grandissimamente»" (Genesi 17:1-2).
Quando si fa riferimento a quello che fonda l'unità politica di una nazione e ne stabilisce le regole di comportamento si parla di "patto sociale". Questo semplice fatto evidenzia che per fissare i fondamenti di una comunità umana vivibile è necessario l'uso adeguato della parola, perché il semplice riferimento allo stato di natura non garantisce niente. O meglio, garantisce soltanto l'anarchia e il dominio del più forte. Non a caso si parla di legge della giungla.
   L'elemento unitario della nazione ebraica si trova dunque nella parola rivolta da Dio ad Abramo, comprendente anche le promesse per la sua discendenza. Ogni volta che il popolo trascura questo elemento unitario proveniente dall'Alto, la sua unità scompare e gli ebrei si disperdono in tutte le direzioni. Proprio questa è la situazione che osserva Pinsker nel suo "Autoemancipazione" quando esclama:
    "Siamo un gregge disperso su tutta la faccia della terra, senza un pastore che ci protegga e ci raccolga".
E' interessante osservare che un intellettuale laico come Pinsker ricorre, per descrivere lo stato del suo popolo, ad una pregnante immagine biblica. Il profeta Isaia, guardando da un punto di vista profetico posto nel futuro, descrive una scena simile come se appartenesse al passato:
    "Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via" (Isaia 53:6).
Non è forse questa, ancora oggi e nonostante l'esistenza del nucleo unitario dello Stato d'Israele, la situazione degli ebrei nel mondo? Ciascuno segue la sua propria via. Questo semplice fatto dovrebbe far capire quanto sia irrealistica l'idea di immaginare un "complotto giudaico" per arrivare a dominare il mondo. Quando mai gli ebrei riuscirebbero a mettersi tutti d'accordo!
   Le parole di Pinsker sopra riportate esprimono il bisogno di protezione che ha il gregge. Ma se il gregge è "disperso su tutta la faccia della terra", come potrà essere protetto? E inoltre, perché si continua a chiamarlo gregge se da secoli non esiste più perché le pecore si sono disperse in tutte le nazioni del mondo? Come mai le pecore non sono ancora riuscite a trovare una soluzione ai loro problemi esistenziali nei diversi paesi in cui hanno vissuto? Ancora una volta è Pinsker che risponde:
    "La pace sarà tanto più difficile da ottenere in quanto, a quel che sembra, non siamo capaci di fonderci con le altre nazioni se non in misura limitatissima."
Le pecore disperse non sono riuscite ad amalgamarsi con quelle di altri greggi, hanno continuato a sentirsi e ad essere considerate diverse. Sono quindi esposte al pericolo: hanno bisogno di protezione. Ma per essere protetti ci vuole unità; e per ottenere unità ci vuole una persona. Pinsker avverte la necessità di qualcuno come Mosè:
    "Uniti, in file serrate, compimmo una volta un esodo ordinato dall'Egitto, per sottrarci alla vergognosa schiavitù e per conquistare una patria! Ora erriamo fuggiaschi ed esuli, sotto il giogo nemico, con la morte nel cuore, senza un Mosè che ci guidi, senza una Terra Promessa che dobbiamo conquistare col nostro valore."

    "Ci manca una guida geniale quale fu Mosè. La storia non elargisce di continuo al popolo condottieri simili. Ma la limpida coscienza di ciò che più ci abbisogna, cioè la coscienza della necessità assoluta di una patria, farà sorgere fra noi alcuni amici del popolo, energici, fervidi, nobili, che assumeranno insieme la direzione del loro popolo e riusciranno forse, non meno di quell 'unico e singolo genio, a redimerci dalla miseria e dalla persecuzione."
Anche in questo si può dire che Pinsker sia stato profetico. Dalla distruzione del Tempio in poi non è più sorto un "unico e singolo genio" come Mosè, ma con l'apparizione sulla scena del sionismo sono sorti "alcuni amici del popolo, energici, fervidi, nobili" che hanno reso possibile la ricostituzione di una certa unità nazionale.
   L'auspicio della venuta di una guida come Mosè assume una sembianza biblica se si considera che Mosè stesso nella Torà ha preannunciato la venuta di uno come lui. Nel suo discorso al popolo, prima che questi passasse il Giordano per entrare nella Terra promessa, Mosè aveva detto:
    "L'Eterno, il tuo Dio, susciterà per te un profeta come me, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli; a lui darete ascolto" (Deuteronomio 18:15).
Sta scritto dunque nella Bibbia che un giorno arriverà un profeta come Mosè, ma sta scritto anche che Dio si aspetta che il popolo lo ascolti.
   Anche il desiderio di trovare qualcuno che raccolga il gregge ha risonanze bibliche. Fin dall'inizio Dio aveva pensato a una persona che avrebbe svolto questo compito, ben sapendo che il suo popolo sarebbe stato temporaneamente disperso. Quella persona è il "Servo dell'Eterno" di cui parla il profeta Isaia:
    "Ed ora parla l'Eterno che m'ha formato fin dal seno materno per essere suo servo, per ricondurgli Giacobbe, e per raccogliere intorno a lui Israele" (Isaia 49:5).
Ma anche qui, affinché il programma di Dio vada avanti, occorre che Israele sia disposto a collaborare.

(da "Dalla parte di Israele come discepoli di Cristo")

 


Milizie sciite colpite in Iraq dall'aviazione di Gerusalemme

di Rolla Scolari

La stampa israeliana si chiede da giorni se si sia aperto un nuovo fronte del confronto tra Israele e l'Iran. Giornali iraniani, arabi internazionali hanno riportato a luglio raid aerei contro due basi di milizie sciite in Iraq legate a Teheran. E, nonostante il silenzio di Israele, la sua aviazione è stata ritenuta all'origine degli attacchi. Il 19 luglio, aerei da guerra hanno colpito obiettivi dell'Organizzazione Badr, ex Brigata Badr, nella provincia di Salah al-Din, a Nord di Baghdad. Tre giorni dopo, è stata bombardata una ex base americana, oggi controllata dalle stesse milizie: Camp Ashraf. Secondo la stampa degli Emirati arabi, il raid avrebbe causato circa 40 vittime tra personale locale e iraniano.

 Le indiscrezioni
  Il «Wall Street Journal» fa notare come, a parte Israele, l'unico attore interessato a colpire quei gruppi potrebbe essere lo Stato islamico, cui manca però la capacità di un'azione simile. Israele è rimasto in silenzio. Negli anni passati sono stati attribuiti alla sua aviazione attacchi a milizie sciite legate all'Iran in Siria, per impedire, secondo gli esperti, passaggi di armi all'alleato libanese Hezbollah, che minaccia Israele oltre il confine Nord con il Libano. Bombardare milizie sciite in una Siria devastata da una guerra per procura è però diverso dal colpirle in una nazione come l'Iraq. Come fa notare Zvi Bar'el sul quotidiano israeliano Haaretz, però, il governo di Baghdad è rimasto stranamente in silenzio, senza denunciare l'ipotetica e pesante violazione. Una parte della divisa e settaria politica irachena è stufa della presenza di milizie agli ordini di Teheran, diventate sempre più potenti per il loro cruciale ruolo nella sconfitta dello Stato islamico nel Paese.
  Secondo un recente rapporto dell'intelligence israeliana, dopo aver in parte fallito a insediarsi militarmente in Siria, Teheran cerca di utilizzare l'Iraq per espandere la propria egemonia regionale, e avrebbe trasferito missili come gli Zolfaqar, capaci di colpire le città israeliane, nel Paese. Da qui, i misteriosi raid. Restano però questioni aperte sul presunto attacco: Israele avrebbe utilizzato jet F-35 in modalità stealth, quindi invisibili ai radar, ma il tragitto è di oltre mille chilometri e prevederebbe rifornimento in volo, quindi il coinvolgimento di alleati.

(La Stampa, 5 agosto 2019)


Dopo gli ebrei, tocca ai cristiani

Le minoranze accomunate dallo stesso destino in Medio Oriente

Scrive il Besa Center (21/7)

Uno sguardo agli sviluppi degli ultimi decenni in medio oriente dà la netta impressione che la regione si stia "ripulendo" delle minoranze, in particolare dei cristiani che vi abitano da millenni" scrive Edy Cohen per l'israeliano Besa Center. "Questo sviluppo ricorda ciò che accadde agli ebrei del medio oriente che nel corso del XX secolo dovettero fuggire dalle loro case fra pogrom e persecuzioni, soprattutto dopo la nascita dello stato di Israele e le sue vittorie nelle guerre che dovette combattere contro le aggressioni dei nemici arabi. Fu in Marocco, dove oggi sono rimaste solo alcune migliaia di ebrei, che avvenne il primo massacro di ebrei del XX secolo in medio oriente: più precisamente a Fez, il 17 aprile 1912, dopo che il Sultano Mulai Abd al Hafid aveva firmato un trattato che trasformava il Marocco in un protettorato francese. Per la popolazione marocchina quella consegna delle redini a un sovrano cristiano costituiva un atto di tradimento. Non potendo attaccare i francesi, le folle arabe optarono per aggredire gli ebrei e le loro proprietà. Cinquantuno ebrei furono assassinati e molte case saccheggiate. Il 3 agosto 1934 un sarto ebreo nella città algerina di Costantina maledisse i musulmani e insultò l'islam mentre era ubriaco. Risultato: un pogrom che causò 25 morti e 38 feriti fra gli ebrei del posto. Nel giugno del 1941 scoppiò a Baghdad il pogrom noto come Farhud. Circa 200 ebrei furono assassinati e migliaia feriti dai loro vicini arabi. Le proprietà ebraiche furono saccheggiate e molte case date alle fiamme. Quattro anni dopo, nell'anniversario della Dichiarazione Balfour del 1917, un gran numero di arabi diede sfogo alla frustrazione per la sconfitta della Germania nazista nella Seconda guerra mondiale perpetrando pogrom in diversi paesi arabi. In Egitto, dieci ebrei furono uccisi e circa 350 feriti durante sommosse dei Fratelli Musulmani. Furono bruciate sinagoghe oltre all'ospedale ebraico e agli ospizi per anziani. Più di 100 negozi di ebrei vennero saccheggiati. In Libia furono assassinati 140 ebrei, le sinagoghe bruciate e le case saccheggiate. Il giorno dopo l'adozione del piano di spartizione alle Nazioni Unite, il 29 novembre 1947, scoppiarono pogrom contro gli ebrei in diversi paesi arabi. Può essere che il destino dei cristiani del medio oriente finisca per assomigliare a quello degli ebrei dei paesi arabi? I dati indicano attualmente che i cristiani sono in fuga su larga scala da un po' tutta la regione almeno a partire dal 2014, quando lo Stato Islamico prese il potere in Siria e Iraq.
   A molte ambasciate occidentali è stata data disposizione di concedere immediatamente i visti d'ingresso ai cristiani che desiderano lasciare questi luoghi, e il fenomeno non ha ancora raggiunto l'apice. Sullo sfondo della persecuzione dei cristiani - Autorità palestinese compresa (e con l'unica eccezione di Israele) - non può non tornare alla mente il famoso slogan musulmano: "Prima il popolo del sabato, poi il popolo della domenica".

(Il Foglio, 5 agosto 2019)


«Con gli ebrei ho svelato un'altra Lecce»

Nel museo aperto vicino la chiesa di Santa Croce organizzati in agosto e settembre tour per i turisti Mazzotta. Uno dei promotori: «Inaugurato nel 2016. Fino ad oggi sono arrivati oltre 30 mila visitatori».

Il racconto
«Con il professor Lelli abbiamo trovato le tracce della loro presenza in città»
La visita
Apprezzamento dell'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede

 
Il Museo ebraico di Lecce
Vengono da tutto il mondo, soprattutto in estate, a visitare il Museo ebraico di Lecce: America, Giappone, Francia, Inghilterra, Spagna, Olanda, Israele. E sono in migliaia ogni anno. L'elenco dei paesi di provenienza dei visitatori sarebbe lungo, a volerlo fare, ma evidentemente il Medieval Jewish Lecce ha una sua grande forza attrattiva e non solo verso chi professa la religione ebraica. Tanti sono i turisti non ebrei che scendono le scale del sito ipogeo su cui si pensa sia sorta la sinagoga leccese, attorno ad un agglomerato che un tempo fu il quartiere ebraico.
   Oltre ad un itinerario tra antiche vestigia e reperti, il museo offre una ricca rassegna di appuntamenti estivi. 1'8, il 13, il 22 e il 29 agosto, in occasione dell'iniziativa Vini a Sud, in collaborazione con Teatro dell'Argo e Cantine Leuci, va in scena lo spettacolo teatrale «Passaggio in Salento / Pass over into Salento» scritto, diretto e interpretato da Giustina De Iaco.
   Il 16 e il 30 agosto, alle 20.30, va in scena il Concerto di musica medievale e tradizionale. «Passaggio in Salento / Pass over into Salento» ritorna il 5, il 12 e il 26 settembre. Sempre a settembre, nei giorni 13 e 27, ci sarà ancora un concerto di musica medievale e tradizionale. In occasione della Giornata Europea della Cultura Ebraica 2019, il 22 settembre, a partire dalle 10.30, gli appuntamenti sono diversi: visita guidata del museo; mostre temporanee; performance teatrale; degustazione di vini kasher offerta delle Cantine Leuci di Guagnano.
   Il Museo ebraico, ad un passo dalla basilica di Santa Croce, è nato dall'iniziativa privata di Michelangelo Mazzotta e Francesco De Giorgi. Con la consulenza scientifica del professore Fabrizio Lelli, docente di Lingua e letteratura ebraica alla Facoltà di Lettere dell'Università del Salento, e direttore del museo, è stato creato un percorso ipogeo nel luogo in cui sarebbe esistita della giudecca. «Abbiamo inaugurato il museo nel maggio 2016 - ricorda Mazzotta - e nei due anni successivi ci sono stati 25mila visitatori. Con il professore Lelli abbiamo trovato le tracce, in parte sconosciute della presenza ebraica».
   Lo sforzo imprenditoriale, scaturito dalla genuina passione per tutto ciò che può essere testimonianza delle radici storiche del capoluogo salentino, è stato apprezzato persino dall'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Zion Evrony, durante una sua visita privata nel 2016. Secondo alcune ricostruzioni storiche gli ebrei sarebbero rimasti a Lecce fino al 1541, anno in cui l'editto di Carlo V ne decretò l'espulsione dal Regno delle Due Sicilie.

(Corriere del Mezzogiorno Puglia e Matera, 5 agosto 2019)


Le bandiere israeliane e il silenzio dei loquaci

di Pierluigi Battista

Non un comunicato, non un articolo, non un tweet, non un hashtag sulla vicenda dei tifosi israeliani in trasferta a Strasburgo per seguire la squadra di calcio del Maccabi Haifa ai quali è stato fatto divieto, poi rientrato grazie alle proteste del governo israeliano, di sventolare le bandiere di Israele per incoraggiare i loro beniamini in campo.
   La cosa impressionante è che in Europa non ci sia stato neanche un po' di sconcerto, di indignazione, di disgusto, di allarme. Neanche una parola in chi trascorre il tempo a esortare a «non dimenticare» le nequizie dell'antisemitismo (passato), a denunciare terribili ritorni storici, a indicare negli ebrei le vittime dell'odio razziale, a fare gli indignati permanenti, a commuoversi per Primo Levi, eccetera eccetera. Niente di niente. Non un comunicato, non un articolo, non un tweet, non una bandiera, non un hashtag che non si nega a nessuno, non una raccolta di firme. Non un sit-in silenzioso, non una lettera aperta, non un lenzuolo. Niente, niente, niente.
   Come mai? Come è stato possibile questo silenzio in persone in genere tanto loquaci? Che spiegazione vi date? Perché quando vengono uccisi, minacciati, insultati gli ebrei di Israele, quando le tv arabe propongono serie televisive ispirate ai «Protocolli dei Savi Anziani di Sion», quando in Germania vengono aggrediti nei pressi delle sinagoghe ragazzi con la kippah considerati complici «degli assassini dello Stato di Israele», state tutti zitti, la lingua vi si secca, i tasti della tuittata furba si inceppano, la vostra battaglia contro l'antisemitismo risorgente si prende un meritato congedo? Io una risposta ce l'avrei, ed è la risposta che darebbe qualunque persona di buon senso e non offuscata dai fumi del fanatismo ideologico. Provate a indovinare quale. E vergognatevi un po' per la vostra indignazione a singhiozzo, i vostri buoni sentimenti a zig zag, la vostra desolante «emiplegia morale» come la definiva Jorge Semprun. E sempre viva le bandiere di Israele. Sempre.

(Corriere della Sera, 5 agosto 2019)


Tisha B'Av (9 di Av): ecco il giorno più nefasto nella storia dell'ebraismo

di Fabrizio Tenerelli

Ci avviciniamo alla data del 9 di Av (11 agosto 2019), che nell'ebraismo ha purtroppo un significato assai importante e, nel contempo, nefasto.
Tisha B'Av è un giorno di commemorazione delle molte tragedie che hanno contraddistinto il popolo ebraico e molte delle quali si sono verificate casualmente in quella giornata. Tisha B'Av, in ebraico, significa letteralmente "il nono (giorno) di Av". Di solito cade nel mese di agosto.
Tisha B'Av commemora principalmente la distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme, entrambi distrutti nel nono di Av (il primo dai babilonesi nel 423 a.C., il secondo dai romani nel 69 E.V.).
Sebbene questa festa abbia principalmente lo scopo di commemorare la distruzione del Tempio, è opportuno considerare le molte altre tragedie del popolo ebraico, che accaddero in quella data. Ad esempio l'annientamento della rivolta di Bar-Kokhba per mano dei romani nel 133 E.V.; l'espulsione degli ebrei dall'Inghilterra nel 1290 d.C.; l'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492; e l'inizio della prima guerra mondiale nel 1914, che per consenso storico generale portò alla seconda guerra mondiale e all'Olocausto.
Tisha B'Av è il culmine di un periodo di tre settimane di lutto in costante aumento, a partire dal digiuno del 17 di Tammuz che commemora la prima breccia delle mura di Gerusalemme, prima che il Primo Tempio fosse distrutto. Durante questo periodo di tre settimane, i matrimoni e altre feste non sono ammessi e molti ebrei si astengono dal tagliarsi i capelli. Dal primo al nono di Av, è consuetudine astenersi dal mangiare carne o dal bere vino (tranne di Shabbat) e dall'indossare abiti nuovi.
Le restrizioni su Tisha B'Av sono simili a quelle su Yom Kippur: astenersi dal mangiare e dal bere (anche l'acqua); lavare, fare il bagno, radersi o indossare cosmetici; indossare scarpe di cuoio; e impegnarsi in relazioni sessuali. Anche il lavoro nel senso ordinario della parola è limitato. Le persone malate non devono digiunare in questo giorno. Si osservano molte delle pratiche tradizionali di lutto: le persone si astengono da sorrisi, risate e conversazioni oziose e si siedono su sgabelli bassi.
Nella sinagoga viene letto il libro delle Lamentazioni e vengono recitate le preghiere di lutto. L'arca dove è custodita la Torah è drappeggiata di nero.

(Vivi Israele, 5 agosto 2019)


Gli F-35 con la Stella di David sorvolano l'Iran. L'atomica di Teheran è in pericolo?

di Tiziano Ciocchetti

Il fatto è avvenuto l'anno scorso, tuttavia la notizia è trapelata solo ora: cacciabombardieri F-35 Adir, dell'Aviazione israeliana, hanno sorvolato a più riprese il territorio iraniano. Gli F-35 con la stella di David hanno sorvolato lo spazio aereo di città quali Teheran, Karajrak, Isfahan, Shiraz e Bandar Abbas, senza che la difesa aerea iraniana intervenisse.
La diffusione di questa notizia pone una domanda fondamentale per la geopolitica del Medioriente: Israele può realmente azzerare le capacità nucleari di Teheran?
La corsa iraniana al nucleare rappresenta certamente una seria minaccia - specialmente dopo il ritiro americano dal trattato sul nucleare con Teheran - per la sopravvivenza dello stato israeliano (la percezione del pericolo è differente rispetto a noi europei, in quanto non siamo circondati da vicini che dichiarano apertamente di volerci distruggere).
È indubbio che, per quanto concerne gli armamenti, l'area mediorientale ha visto lo Stato di Israele in una posizione di preminenza tattica (dal punto di vista del nucleare, sembra che sia ancora oggi l'unico paese, in quel teatro, a possedere missili con testate termonucleari).
Situazione che ha subito una temporanea modifica nel corso degli anni '80 dello scorso secolo, quando la minaccia allo stato ebraico assunse un livello strategico rilevante, inducendo il Governo Israeliano ad intervenire per bloccare la proliferazione nucleare dell'Iraq. Infatti, nel 1981, otto cacciabombardieri F-16A, armati ognuno con due bombe Mk-84, e sei caccia F-15A di scorta, attaccarono i reattori nucleari di Osirak, azzerando di fatto le capacità nucleari di Baghdad.
Il caccia di 5a generazione F-35 Adir sarebbe il mezzo ideale per dissuadere l'Iran nei suoi progetti di arricchimento dell'uranio, con lo scopo, non tanto velato, di produrre armi nucleari.
Quindi, per rispondere alla domanda posta pocanzi, Israele ha sia il movente che le capacità tecniche per colpire le installazioni nucleari in territorio iraniano. Il problema sarebbe comunque di natura politica. Perché se è ovvio che il principale danneggiato sarebbe l'Iran è altrettanto ovvio che non sarebbe l'unico.
Per condurre un attacco aereo contro gli impianti di arricchimento in Iran possono essere analizzate varie opzioni d'inserimento.

 L'opzione irachena
  La formazione di Adir attraverserebbe prima lo spazio aereo siriano (la qual cosa non rappresenterebbe certo un problema) - oppure, con meno probabilità quello giordano - per poi sorvolare il Kurdistan iracheno per circa 300 km, ed entrare poi nello spazio aereo iraniano. Con questa ipotesi sorgerebbero due problemi: la quasi sicura rottura dei rapporti tra sciiti e curdi e la sicura caduta dell'Esecutivo di Baghdad, che come noto si avvale, per la propria difesa, delle forze americane. Un eventuale bene placido di Washington, all'attraversamento del territorio iracheno, infiammerebbe l'intera regione, in primis l'Arabia Saudita. Questa via appare, quindi, poco praticabile dalla Heyl Ha'Avir, l'Aviazione israeliana.

 L'opzione saudita
  In questo scenario una formazione di Adir attraverserebbe lo spazio aereo saudita volando a bassissima quota, cercando di evitare sia i centri abitati sia i velivoli AWACS (i quali pattugliano spesso le grandi aree desertiche tra il Mar Rosso e il Golfo Persico), per poi penetrare nello spazio aereo iraniano dal Golfo.
Questo piano non solo non coinvolgerebbe gli americani ma metterebbe il Regno saudita nella posizione dello stato arabo martire dell'aggressione sionista. Come quando, alla fine della Guerra dei Sei Giorni del 1967, l'Egitto, pur perdendo la penisola del Sinai, vinse la guerra mediatica contro Israele, elevando la figura del presidente Nasser a difensore del mondo arabo.
Quindi, da una parte Gerusalemme si prenderebbe tutta la colpa, mentre dall'altra l'Arabia Saudita vedrebbe rinnovata la sua immagine agli occhi del mondo arabo (pur tirando, nei fatti, un sospiro di sollievo per la distruzione del programma nucleare iraniano).

 L'opzione circumnavigazione
  Questa terza opzione è quella meno considerata, ma permetterebbe ai caccia dell'Aviazione israeliana di sorvolare spazi aerei non ostili, con ricadute politiche assai modeste.
Gli Adir punterebbe verso sud per circa 2.000 km attraverso il Mar Rosso, per poi virare a est per 1.000 km e quindi penetrare in Iran dal Mar Arabico, con un volo complessivo di circa 8.000 km tra decollo e atterraggio in Israele. Il rifornimento in volo potrebbe essere assicurato dall'Aeronautica americana - senza che ovviamente l'opinione pubblica ne sia informata - per mezzo di aerocisterne KC-46A o KC-135 Stratotanker,
Vista anche la relativa facilità con cui i velivoli di Israele eludono le difese antiaeree siriane, possiamo asserire che l'Aviazione dello Stato ebraico è perfettamente in grado di colpire gli interessi iraniani, grazie soprattutto ai suoi F-35 Adir. Tuttavia, per farlo, non potrebbe mai prescindere da un coinvolgimento politico (ma anche tecnico) di Washington.

(Difesa Online, 4 agosto 2019)


Regno Unito, aumento record degli episodi antisemiti nel 2019

di Ilaria Ester Ramazzotti

Nel Regno Unito, il rapporto sull'antisemitismo pubblicato da Community Security Trust (CST), l'organizzazione ebraica che organizza servizi di sicurezza nei luoghi ebraici, ha rilevato nei primi sei mesi del 2019 un aumento record degli atti antisemiti nel Paese. A livello nazionale, sono stati contati 892 episodi di stampo antisemita, rivelando un aumento del 10% nello stesso arco di tempo del 2018, quando, da gennaio a giugno, ne erano stati segnalati 810.
   Degli 892 episodi registrati, 323 sono collegati ai social media, pari al 36% del totale complessivo. In confronto, nel primo semestre del 2018 se ne erano contati 221.
   Community Security Trust ha poi rilevato un aumento del 37% del numero degli attacchi antisemiti di tipo violento. Se nei primi sei mesi del 2018 gli incidenti violenti sono stati 62, nello stesso periodo del 2019 il numero è salito a 85. "Nessuno di questi episodi di violenza è stato classificato come 'violenza estrema', poiché non hanno comportato potenziali gravi danni fisici o minacce alla vita", specifica il rapporto.
   "Ci sono stati 38 episodi di danneggiamento e profanazione di proprietà ebraiche, 710 episodi di 'comportamento abusante', inclusi abusi verbali, graffiti antisemiti, abusi antiebraici attraverso i social media oltre a casi unici di odio, ma anche 49 chiare minacce antisemite e dieci casi di distribuzione di volantini o email antisemiti''
   Quasi due terzi degli 892 accadimenti antisemiti segnalati sono stati registrati nella Grande Londra e nella Grande Manchester, dove risiedono le due più grandi comunità ebraiche nel Regno Unito. Sono tuttavia in aumento gli attacchi antiebraici fuori dalla Grande Londra e dalla Grande Manchester, in altre città.
   Il rapporto mostra altresì un aumento del 46% degli episodi di antisemitismo riscontrati sui social media. Sembra inoltre che oltre 100 degli eventi complessivamente registrati siano in qualche modo legati al presunto antisemitismo interno al Partito Laburista.
   Certi episodi, secondo il Community Security Trust, si sono verificati nei mesi di febbraio e marzo, "quando i problemi relativi agli ebrei e all'antisemitismo sono stati inclusi nelle notizie di cronaca e nella politica, a causa delle continue controversie sull'antisemitismo nell'ambito del Partito Laburista".
   Lo scorso febbraio, per esempio, un piccolo gruppo di parlamentari laburisti ha abbandonato il Labour Party; alcuni di loro hanno detto di aver maturato la decisione soprattutto per via dell'antisemitismo nel partito.
   Commentando il rapporto, l'amministratore delegato di Community Security Trust David Delew ha detto che "il problema si sta diffondendo in tutto il Paese e online, riflette le profonde divisioni della nostra società e sta causando una crescente ansia nella comunità ebraica". "Ci vorranno persone di tutte le comunità e di tutti i background, insieme, per invertire questa tendenza dell'odio", ha sottolineato.
   Il vice-responsabile del Consiglio dei capi della Polizia nazionale del Regno Unito contro il crimine d'odio, ha espresso preoccupazione per i numeri da record contenuti nel rapporto pubblicato. "Non è mai accettabile maltrattare qualcuno a causa della sua etnia o religione - ha sottolineato -, ma vediamo che ci sono ancora troppe [persone] nella nostra società che sono pronte ad agire illegalmente, alimentate da eventi globali, divisioni nella nostra società o da ideologie bigotte". La polizia "continuerà a migliorare i servizi alle vittime e ad assicurare i trasgressori alla giustizia". ''Lavoreremo con gli analisti quando i dati sulla criminalità nazionale saranno diffusi in autunno, per stabilire se questi aumenti riflettono una maggiore incidenza del crimine d'odio piuttosto che dei miglioramenti nei livelli di segnalazione".
   
(Bet Magazine Mosaico, 4 agosto 2019)


Rav Arbib: l'educazione è l'unica garanzia di eternità che abbiamo

Intervista al Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano

Rav Alfonso Arbib
HaTikwa (D. Zebuloni) - Prima ancora di essere Rabbino Capo della Comunità ebraica di Milano, Rav Arbib è un maestro. Un maestro inteso come intendiamo oggi i maestri del Talmud: severi e paterni al punto giusto, dalle parole semplici, prive di alcuna retorica. Un maestro di Halachà (la legge ebraica) e un maestro di Mussar (l'etica ebraica). Un maestro di vita. Ho avuto il privilegio di studiare con Rav Arbib decine e decine di volte, in contesti e periodi diversi. Ricordo con particolare nostalgia i pomeriggi trascorsi con il gruppo del collegio rabbinico, seduti nell'ufficio del Rav intorno alla grande scrivania di legno, a studiare la matrice della sofferenza di Giobbe e la logica risoluta che si cela dietro i trattati della Ghemarà. Oggi torno nello stesso ufficio per intervistarlo, seduto alla stessa scrivania di legno, circondato dagli stessi libri dall'aspetto secolare e con lo stesso desiderio di apprendere.

- Rav, vorrei cominciare l'intervista con un mio ricordo lontano. Un ricordo lontano, ma straordinariamente nitido e ben impresso nella mia mente. Un ricordo che risale al 2005, quando frequentavo la quarta elementare e scrivevo per il giornalino della scuola. Ricordo che venni con due compagni di classe da lei in ufficio per intervistarla. Ricordo che all'epoca lei riponeva molta speranza in questa Comunità. Beh, immagino siano cambiate molte cose da allora, ma a distanza di quattordici anni, sente di nutrire la stessa speranza per il futuro che ci attende?
  Io credo che la Comunità ebraica di Milano sia una delle Comunità ebraiche più vitali d'Europa, anche se a volte non ce ne rendiamo conto. Ci sono delle Comunità in giro per l'Europa con gli stessi numeri di iscritti che abbiamo qui a Milano e che non fanno nemmeno la metà di ciò che riusciamo a fare noi. Per esempio abbiamo a Milano molti templi attivi in cui pregare, un numero che negli ultimi anni è addirittura in crescita. Molto spesso sento dire che ciò è causa divisione, ma io penso che sia un segno di grande vitalità. Basta pensare alle piccole Comunità d'Italia, in cui è rimasto un solo tempio attivo in cui pregare, e possiamo capire come la situazione qui a Milano sia diversa. Inoltre il numero di templi che è aumentato a Milano ha segnato anche un aumento delle persone che partecipano alle preghiere. I numeri ci dimostrano che al posto di togliersi persone a vicenda se ne aggiungono sempre di più e questo è a mio avviso un fenomeno importantissimo. A volte riconosco un eccesso di litigiosità interna, una litigiosità che rischia di limitare la nostra possibilità di miglioramento interno. A volte dovremmo riuscire a superare le polemiche e le tensioni, ma nonostante ciò io rimango molto ottimista perché credo che abbiamo delle grandi potenzialità: in parte espresse, in parte che devono ancora esprimersi.

- Nel 2005 la nominavano Rabbino capo di Milano. Sente di aver raggiunto gli obiettivi che si era posto il giorno in cui le riferirono del nuovo incarico?
  Non mi piace giudicare me stesso, è una cosa che tendo a non fare. Preferisco far giudicare agli altri. Credo tuttavia che ci siano diverse cose buone che si sono sviluppate nel tempo. Faccio un esempio. Questa scuola in cui ci troviamo adesso, nonostante i suoi difetti è senza dubbio un elemento di grande unità. Io tengo a questa scuola in modo particolare, ho trascorso al suo interno i miei ultimi trent'anni e ci sono particolarmente affezionato. Penso che abbiamo il compito di conservarla con grande forza e con grande impegno. Nella Torah c'è un personaggio che non muore. Ecco, questo personaggio è Chanoch, che ha la stessa radice di Chinuch - educazione. Credo che il messaggio sia proprio questo: l'educazione è l'unica garanzia di eternità che abbiamo. Porto un altro esempio semplice e banale. Ci sono moltissime Comunità ebraiche nel mondo, persino in Israele, in cui la Kashrut del rabbinato locale viene considerata di seconda o di terza categoria. Da noi a Milano la Kashrut del Rabbinato viene normalmente accettata. Credo sia questo un elemento importante e positivo, che indica oltretutto l'unità all'interno della Comunità.

- Desidero portarla ancora un po' indietro nel tempo Rav. Lei lasciò Tripoli all'età di nove anni, dopo la Guerra dei sei giorni. Cosa conserva ancora oggi delle sue origini libiche?
  Io sono arrivato qui che avevo nove anni, ero piccolo, ma credo che ci siano alcune cose che mi siano rimaste di Tripoli. Innanzitutto le usanze, per esempio faccio il Seder di Pesach secondo le tradizioni di mio padre, compresi alcuni passi della Hagadah che leggiamo in arabo. Poi credo che gli studi che ho fatto al Talmud Torah di Tripoli siano stati fondamentali. Lì ho imparato a leggere bene, cosa che ormai è difficile da raggiungere. Magari si parla benissimo l'ebraico, ma lo si legge male. Io leggo adesso come leggevo a nove anni, nel senso che già a quella età sapevo leggere in modo preciso, grazie agli insegnamenti che avevo ricevuto. Sono impronte importanti queste, come quelle che mi ha lasciato mia madre, che quando siamo arrivati in Italia mi ha subito iscritto al Talmud Torah, nonostante avessimo necessità più impellenti. Vedere l'ebraismo come punto centrale è una cosa che devo ai miei genitori e all'influenza della tradizione tripolina.

- In un'intervista per la medesima testata, il Rabbino capo di Roma ha affermato che "L'ebraismo va difeso". Non le domando se si trova d'accordo con Rav Di Segni in quanto immagino che la risposta sia affermativa. Vorrei chiederle piuttosto quale sia secondo lei il modo giusto per difendere l'ebraismo.
  Confesso i miei peccati: non ho letto l'intervista a Rav Di Segni, dunque non so a cosa si riferisse quando ha detto questa frase. Dico ciò che penso io. L'ebraismo va difeso da diversi punti di vista, va difeso innanzitutto dagli attacchi esterni. Stiamo vivendo un periodo di rinascita dell'antisemitismo. Un risveglio a cui non eravamo preparati perché molto banalmente non ce lo aspettavamo. Ciò che sta accadendo in Belgio, in Francia, in Svezia è davvero impressionante. Dobbiamo renderci contro che i bei tempi sono finiti e che dobbiamo difenderci. Difenderci con intelligenza ovviamente, senza isteria. Poi credo che l'ebraismo vada difeso dall'assimilazione, un problema enorme che ha colpito il popolo ebraico in varie epoche, ma che negli ultimi due secoli è diventato molto più forte, molto più ampio. Dobbiamo prendere coscienza di questo problema, dobbiamo capire che c'è anche se a volte viene negato. Oggi abbiamo due tendenze parallele molto forti: quella dell'allontanamento dall'ebraismo e quella del ritorno all'ebraismo. Gestire queste due tendenze non è facile, perché le reazioni non sono sempre entusiaste, ma abbiamo il dovere di fare del nostro meglio. L'avvicinamento non si compie dicendo "no" ad ogni cosa. Il riavvicinamento deve avvenire in modo positivo, dobbiamo riappropriarci della tradizione ebraica e soprattutto dello studio della Torah, che dà la visione dell'insieme. Una visione di cui abbiamo bisogno.

- Qual è dunque la maggiore minaccia dell'ebraismo italiano? E non mi riferisco necessariamente all'ebraismo italiano inteso come ebraismo comunitario. Mi riferisco a quell'ebraismo italiano inteso come ebraismo identitario.
  Come già detto, l'assimilazione. Dobbiamo anche renderci conto che quando parliamo dell'assimilazione parliamo della normalità. Tutti i popoli si sono assimilati nell'arco della storia, ma tutti i popoli sono poi anche spariti. I popoli vengono normalmente assorbiti nella cultura di maggioranza. Noi cerchiamo di andare controcorrente rispetto al processo naturale, questa è la difficoltà. Una difficoltà stimolante, che ha generato un qualcosa di grandioso, una cultura che si studia in tutto il mondo. Nessuno mette in dubbio che la cultura ebraica sia straordinaria. Ecco, dobbiamo recuperate l'orgoglio per questa cultura, per la nostra identità. Una cultura che è fatta di pratica e di azione, non solo di pensiero. C'è un passo del Sefer HaChinuch che dice: "dietro le azioni vengono attirati i cuori". Dobbiamo recuperare il legame con l'ebraismo tradizionale, perché è ricchissimo ed estremamente moderno, nonostante non ce ne rendiamo sempre conto. Credo che questa sia la grande sfida della nostra epoca.

- Poco prima di terminare il liceo, lei mi regalò un libro che conservo ancora oggi con grande cura. Un libro al quale tengo moltissimo in quanto mi ha permesso di portare a termine la stesura della mia tesi d'esame. Mi riferisco al saggio "Dove si arrende la notte", testo straordinario in cui Elie Wiesel è messo a confronto con il teologo cattolico Johann Baptist Metz. Lei crede all'importanza e all'efficacia del dialogo interreligioso?
  Il dialogo interreligioso è stato secondo me fondamentale per combattere l'antisemitismo. Forse non ci ricordiamo più quanto fosse pesante l'antisemitismo di matrice religiosa. Un antisemitismo virulento in cui l'ebreo era l'incarnazione del male. Dal dialogo interreligioso in poi la Chiesa Cattolica si è impegnata molto contro l'antisemitismo. Questo è un cambiamento epocale, importantissimo. Quando il dialogo invece diventa teologico tutto si complica, in quanto il dialogo deve rispettare le identità diverse, senza cercare di influenzare l'identità religiosa dell'interlocutore. In questo il cristianesimo ha fatto dei grandi passi, ma ogni tanto la tendenza conversionistica si ripresenta. Ad oggi il problema principale del dialogo interreligioso consiste nel rapporto con Israele, in quanto la Chiesa Cattolica si dimostra ancora ambigua a riguardo. Nell'ultima visita del Papa al Tempio Maggiore di Roma, Israele non è mai stata citata in quanto "Terra di Israele", ma sempre come "Terra Santa". Non credo che ciò sia casuale, credo che il Papa scelga bene le parole da utilizzare. Tuttavia, anche su questo fronte credo che sia innegabile che ci sia un progresso.

- Rav, recentemente ha ricevuto uno dei massimi riconoscimenti esistenti all'interno del mondo ebraico. Il Premio della Katz Foundation. Cosa rappresenta per lei questo traguardo?
  Mi ha fatto molto piacere, è stata una bella sorpresa. Non me lo aspettavo assolutamente. Ho ricevuto la chiamata quando ero ad Anversa per un congresso di Rabbini europei e all'inizio non ci credevo. Mi sento molto onorato. La cosa più importante ai miei occhi è che questo premio sia stato assegnato per un motivo preciso, ovvero quello di riuscire ad applicare l'Halachà, la legge ebraica, nel mondo moderno. Diciamo che è ciò che tentiamo tutti di fare, a volte con successo, a volte con meno successo, a volte magari un po' arrabbiandoci, però tentiamo tutti di farlo. Ecco, credo che questo sia il riconoscimento dello sforzo. D'altronde questo è il mondo in cui viviamo, la cosa più semplice sarebbe isolarci, ma noi apparteniamo a questo mondo e tentiamo pertanto di portare la tradizione ebraica in questo mondo. Credo che questo sia il compito di un Rav, questo è ciò che tento di fare. Quanto io ci riesca poi realmente è una bella domanda, a cui non so dare una risposta, però mi fa piacere che sia riconosciuto lo sforzo.

- Prima di lei hanno vinto il medesimo Premio anche Rav Soloveitchik, Rav Steinsaltz e Rav Sachs. Che effetto le fa appartenere a questa lista di colossi della legge ebraica nell'era moderna?
  Non ne faccio assolutamente parte. Riesco ancora a mantenere il senso delle proporzioni. Questi sono dei giganti e io sono molto piccolo, questo è fuori discussione.

- Con lei ho studiato la Mishnà, il Mussar, la Ghemarà, il Tanach. Ricordo sempre le lezioni sul libro di Giobbe, il martedì pomeriggio dopo scuola. Qual è il testo che preferisce trattare con gli studenti?
  E' una bella domanda… Dipende dove, dipende con che ragazzi… A scuola credo che lo studio che riesce meglio sia quello del Tanach legato al Mussar. Quando invece insegno a gruppi più piccoli e non in una classe, credo che lo studio fondamentale sia e debba essere quello della Halachà e della Ghemara.

- Rav, in questi anni lei ha educato migliaia di giovani ragazzi e ragazze, tra i quali appunto vi sono anch'io. Se le chiedessi di scegliere un solo insegnamento tra i tanti da lei trasmessi, quale vorrebbe che non dimenticassimo mai?
  Vorrei citare un passo che dice: "Educa il ragazzo secondo la sua strada così che, anche quando invecchierà, non si staccherà da essa". Questo passo viene normalmente interpretato dicendo che l'educazione deve essere individuale in quanto tutti gli allievi sono diversi. Ogni ragazzo ha una sensibilità e un'intelligenza singolare e, pertanto, deve studiare ciò che è adatto a lui. A me personalmente piace un'altra interpretazione che viene data da un grande Maestro del novecento, Rabbi Yitzhak Hutner. Secondo la sua interpretazione, bisogna educare il ragazzo secondo la sua strada in modo tale che egli non si staccherà da essa. Ma da cosa esattamente non si staccherà? Non dalla strada che gli hai insegnato, bensì dall'educazione stessa. Dal fatto che è necessario continuare ad autoeducarsi. Che non si finisce mai di imparare. Se riuscissimo a trasmettere questo ai nostri allievi, significherebbe che siamo riusciti a trasmettere l'elemento fondamentale dell'insegnamento stesso, perché di fatto non possiamo sperare di riuscire ad insegnare ai nostri allievi tutti i concetti dell'ebraismo. L'unica cosa su cui possiamo scommettere è che l'allievo non smetterà mai di imparare. Se dunque riuscissimo a trasmettere la necessità di non smettere mai di studiare, significherebbe che abbiamo avuto successo come insegnanti.

(UGEI, 31 luglio 2019)



Golfo Persico, l'Iran sequestra un'altra petroliera straniera

La nave, secondo Teheran, trasportava 700mila litri di petrolio di contrabbando. Sette marinai sono in stato di arresto.

di Giampaolo Cadalanu

 
I Guardiani della rivoluzione iraniani hanno fermato e sequestrato un'altra petroliera vicino all'isola di Farsi, nel Golfo persico, sostenendo che portava 700 mila litri di "petrolio iraniano di contrabbando" e arrestando i sette uomini di equipaggio. La nave - di cui non è stato diffuso il nome né la nazionalità - è stata condotta nel porto di Bushehr e il carico messo a disposizione della Compagnia nazionale di distribuzione del petrolio. Secondo Ramezan Zirahi, il generale dei Pasdaran che ha guidato l'operazione, la petroliera stava caricando greggio da altre navi ed era diretta verso non meglio identificati "Paesi arabi del Golfo". L'accusa di contrabbando è legata al fatto che nella Repubblica islamica il petrolio gode di forti sovvenzioni statali: in altre parole, i compratori approfitterebbero di questi aiuti di Stato per poi rivendere il greggio ricavandone un guadagno illegittimo. Secondo i media iraniani ogni giorno otto milioni di litri di petrolio sovvenzionato iraniani vengono esportati in altri Paesi dove i prezzi sono molto più alti.
   La notizia diffusa dall'agenzia Fars News di Teheran è un nuovo gradino dell'escalation di tensione nella zona, la più delicata del pianeta dal punto di vista del trasporto di greggio e dunque "vena giugulare" del sistema produttivo mondiale. All'origine c'è il duello fra Washington e Teheran, con l'ala "dura" della Repubblica islamica che ha ripreso l'offensiva dopo la decisione unilaterale dell'amministrazione Trump di denunciare l'accordo del 2015 sul programma nucleare iraniano e di boicottare pesantemente l'economia della Repubblica islamica, minacciando sanzioni anche ai Paesi che acquistano il suo petrolio. Il cambiamento della politica Usa è amplificato dalle manovre militari nella zona volute dal "falco" John Bolton, consigliere della Casa Bianca sulla sicurezza. E la reazione iraniana è stata quella attesa: di fronte alle minacce esterne, i moderati tacciono e i radicali alzano la voce.
   Così nei mesi scorsi le provocazioni attorno allo stretto di Hormuz si sono susseguite: petroliere cariche di greggio saudita o emiratino sono state oggetto di attentati, in realtà mai devastanti, e mai rivendicati. Poi sono cominciati i sequestri: il 14 luglio forze iraniane hanno bloccato a sud dell'isola di Lark la petroliera "Riah", con bandiera panamense, anche in questo caso con l'accusa che trasportava un milione di litri di greggio iraniano "di contrabbando". Dopo alcuni controlli, la nave ha potuto proseguire il suo viaggio.
   Il 18 luglio i Guardiani della rivoluzione hanno sequestrato la petroliera "Stena Impero", battente bandiera liberiana ma proprietà di una compagnia britannica. In questo caso nave e marinai sono ancora nelle mani dell'Iran. Il sequestro è avvenuto dopo che le forze britanniche avevano fermato una petroliera iraniana al largo di Gibilterra, sostenendo che il suo carico fosse destinato alla Siria, violando così le sanzioni delle Nazioni Unite.

(la Repubblica, 4 agosto 2019)


Prove di guerra a Teheran

Nel mare di Hormuz si gioca una partita geopolitica globale. Non solo per il petrolio

di Gigi Riva

Il mare di guerra oggi è lo stretto di Hornuz, una sottile striscia d'acqua larga meno di 34 chilometri che mette in comunicazione l'Oceano Indiano e il Golfo Persico e da dove passa il 30 per cento del greggio, dunque d'importanza vitale per l'economia del pianeta. Un'altra crisi dovuta all'oro nero? Paradosso vuole che gli Stati Uniti di Donald Trump protagonisti del braccio di ferro con l'Iran, a quarant'anni esatti dalla Rivoluzione lslamica che portò al potere gli ayatollah e dalla conseguente crisi degli ostaggi, siano oggi il Paese meno interessato al petrolio mediorientale avendo raggiunto l'autosufficienza energetica. E dunque il petrolio stavolta non sia il fine ma il mezzo per giocare una partita dal punto di vista geostrategico più complicata e ingarbugliata. Gli idrocarburi servono alla Cina per alimentare la sua vorace industria, il gas che pure passa da quelle acque agitate serve all'Europa, in particolare all'Italia. Il commercio serve, naturalmente, a Teheran per contrastare il profondo rosso di un'economia pesantemente colpita dalle sanzioni più draconiane che ha dovuto subire per l'irrigidimento dell'amministrazione americana.
  Fiaccare l'Iran sciita, è la parola d'ordine, per ridurlo a più miti consigli. Costringerlo a rinegoziare un accordo nucleare più vantaggioso per i partner di Wasrungton nella regione. Israele e l'Arabia Saudita sunnita inopinatamente oggi alleati, dopo che nel 2018 Trump ha sconfessato il precedente patto fortemente voluto da Barack Obama. Operazione perfettamente riuscita se la Repubblica teocratica è ormai da due anni in recessione, con il Pil sceso del 3,9 per cento l'anno scorso, le previsioni per il 2019 sono ancor più pessimistiche alzano l'asticella della caduta oltre il 7 per cento, la produzione di barili al giorno calata di un milione e duecentomila barili, il riyalla moneta locale che ha perso il 60 per cento del suo valore, l'inflazione al 37 per cento, i prezzi dei generi alimentari e delle medicine che sono aumentati rispettivamente del 40 e del 60 per cento. Le sanzioni hanno semmai sempre compattato l'orgoglio nazionale contro i "soprusi" del nemico esterno. E tuttavia la situazione sociale è sul punto di esplodere in un regime fortemente autoritario si stanno moltiplicando proteste e scioperi trasversali alle classi oltre che alle minoranze nazionali e religiose. Tanto da convincere il presidente moderato Hassan Rouhani ad alzare il budget di spesa del 16 per cento, nonostante la penuria di cassa, per mantenere i programmi di sostegno alla popolazione, aumentare gli stipendi degli statali, vendere valuta pregiata alle imprese a un tasso di cambio inferiore a quello dei mercati per non far loro perdere competitività. La generosa elargizione di denaro pubblico è del resto sempre stato l'espediente dei chierici al potere per mantenere il consenso.
  Nonostante le reboanti parole minacciose, The Donald appare oggi una colomba se paragonato al suo segretario di Stato Mike Pompeo e al suo consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, più tentati di percorrere le vie spicce e di arrivare a una resa dei conti con gli ayatollah. A frenarlo sono i rischi di una guerra conclamata (una strisciante è già in atto) che non conviene nemmeno a lui se è vero che stando ai sondaggi un intervento militare diretto provocherebbe un repentino calo di consensi forse fatale in vista delle presidenziali del novembre 2020 in cui punta alla rielezione: le democrazie hanno il loro limite temporale di visione nella successiva scadenza elettorale. E Trump aveva fatto del disimpegno nelle aree di conflitto più infiammate un asse portante della sua politica. Lo slogan "America fìrst" sarebbe clamorosamente disatteso se, stando a uno studio della Federation of Scientists, un conflitto costerebbe ai contribuenti statunitensi tra i 60 e i 3.000 miliardi di dollari a seconda dell'entità dell'intervento. Mentre secondo altre analisi il petrolio potrebbe arrivare a toccare i 250 dollari al barile. Per avere un termine di paragone arrivò a 140 dollari all'epoca dell'invasione dell'Iraq. Prezzi economici e politici troppo alti da pagare e capaci di spaventare anche i più tenaci assertori della "lezione" da impartire agli ayatollah.
  Dunque il vocabolario della guerra viene utilizzato in realtà per aprire la via della diplomazia, in un crescente gioco di freno e acceleratore. Nel quale tuttavia può sempre scappare la frizione, tra sequestri di navi, abbattimenti di droni e operazioni più o meno segrete che portano sempre il rischio di valicare il punto di non ritorno e generare il casus belli. In Medioriente sono ancora in corso cambi d'alleanze e di influenze in grado di precarizzare situazioni già largamente compromesse. Il decennio sciita che ha aperto il millennio ha permesso, anche grazie all'invasione dell'Iraq e alla cacciata di Saddam Hussein, di aumentare il potere di Teheran oggi in grado di creare una dorsale di controllo dal Golfo Persico al Mediterraneo, attraverso lo stesso Iraq, la Siria tornata saldamente in mano a Bashar Assad, il libano tramite Hezbollah, il partito di Dio. Dunque di minacciare dappresso l'eterno nemico Israele. E tanta espansione ha finito col preoccupare il campione del campo sunnita, l'Arabia Saudita custode dei luoghi sacri, al punto da convincerla per opportunità tattica (non certo per profonda convinzione) a riconsiderare i rapporti con lo Stato ebraico fino a stabilire quella che, se non è un'amicizia, è almeno una comunanza di interessi.
  Per sauditi e israeliani l'incubo è l'eventuale bomba atomica nelle mani del regime teocratico di Teheran che ridisegnerebbe gli equilibri della regione. Non basterebbe più a Riad la sicurezza garantita dall'ombrello americano, mentre Gerusalemme sentirebbe ancora più contestato il suo stesso diritto all'esistenza. Quanto gli ayatollah siano vicini alla bomba resta un mistero e le valutazioni oscillano da un pessimistico "pochi mesi" (addirittura c'è un minoranza che sostiene siano già in grado di produrla) a un ottimistico "anni". La posizione ufficiale del regime è sempre stata quella che il nucleare servirebbe per soli scopi civili, al pari di quanto succede in molte altre nazioni del mondo. Affermazioni che non hanno mai rassicurato nessuno. In questi ultimi mesi di tensioni al parossismo l'Iran passa da un conciliante "siamo disposti ad accettare verifiche più serrate dei nostri impianti" a un minaccioso "riprendiamo le nostre attività nucleari riavviando la centrale ad acqua pesante di Arak, in grado di produrre plutonìo". E non c'è solo il nucleare. Teheran sta diventando una potenza nella produzione di droni e solo poche settimane fa ha testato "con successo" una nuova versione del missile balistico a medio raggio "Shahab-S", derivato dal nordcoreano "No Dong l", in grado di colpire gran parte del Medioriente, incluso Israele. Per tutta risposta in Alaska, dunque in un programma congiunto con gli Stati Uniti, Israele ha testato il nuovo missile anti-balistico Arrow-3 con esiti così definiti da Benjamin Netanyahu: «Un successo formidabile per la nostra sicurezza». Per bocca del potente ministro della Cooperazione regionale Tzachi Hanegbi, un falco del Likud, il partito del premier, è stato anche ufficialmente reso noto quello che era in realtà un segreto di Pulcinella: «Da due anni Israele è l'unico Paese che sta uccidendo iraniani». Si riferiva ai miliziani presenti in Siria e anche, probabilmente, agli omicidi mirati che hanno assottìglìato il numero degli scienziati addetti al programma nucleare. L'Iran non è così impenetrabile per il Mossad via terra. Così come non sono inviolabili i suoi cieli se nel marzo del 2018 (ma si è saputo solo nei giorno scorsi) alcuni caccia F-35 modello Adir hanno sorvolato l'intero territorio nemico da Teheran al porto di Bandar Abbas, nel sud, senza essere scoperti grazie alla tecnologia stealth che li rende invisibili. Un duro colpo che ha costretto la Guida Suprema Ali Khamenei a cacciare il capo dell'Aeronautica militare Farzad Ismail.
  Botte e risposte. Sotto gli occhi interessati dello zar Vladimir Putin che nel Golfo è tornato a rialzare la voce schierandosi con gli sciiti e dunque con Teheran ma non disdegnando di mantenere buoni rapporti con i sunniti e lo stesso Stato ebraico. La sua è una candidatura ad arbitro. Russia-America si disputa anche qui.

(la Repubblica, 4 agosto 2019)



Perché i palestinesi aggrediscono un saudita?

Appena i palestinesi hanno notato il blogger saudita Mohamed Saud nel complesso della Moschea di al-Aqsa, a Gerusalemme, gli hanno dimostrato come trattano i loro fratelli arabi, lanciando insulti contro di lui e sputandogli addosso. Che cosa ha fatto il visitatore saudita per meritare questa umiliazione e questa violenza fisica?

di Khaled Abu Toameh

Quando il blogger saudita Mohamed Saud è arrivato nel complesso della Moschea di al-Aqsa, il 22 luglio scorso, pensava che avrebbe potuto pregare in pace nel sito prima di visitare i mercati della Città Vecchia di Gerusalemme.
Inoltre, credeva che da arabo musulmano sarebbe stato accolto calorosamente dai suoi fratelli palestinesi.
Si stava sbagliando.
Appena i palestinesi hanno notato il blogger saudita in uno dei luoghi più sacri per l'Islam gli hanno dimostrato come trattano i loro fratelli arabi.
Nei video apparsi sui social media, si vedono parecchi palestinesi che insultano e sputano addosso a Saud. Poi, un palestinese gli lancia una sedia di plastica, mentre Saud lascia il complesso religioso.
Che cosa ha fatto il visitatore saudita per meritare questa umiliazione e questa violenza fisica? Quale crimine ha commesso per essere stigmatizzato come "immondizia", "animale", "traditore" e "sionista"?
Agli occhi dei palestinesi, il deplorevole crimine commesso dall'uomo era quello di far parte di una delegazione di giornalisti arabi invitati a visitare Israele. Tali visite vengono spesso considerate dai palestinesi come una sorta di normalizzazione delle relazioni con Israele. I palestinesi non solo si oppongono fermamente a ogni forma di normalizzazione con Israele, ma la reputano un tradimento. Hanno paura che se gli arabi normalizzassero i loro rapporti con Israele, smetterebbero di preoccuparsi di loro. La posizione palestinese è che non può esserci alcuna normalizzazione nelle relazioni tra Israele e gli arabi prima che venga risolto il conflitto israelo-palestinese.
   Questo trattamento umiliante è ben lungi dall'essere un episodio isolato. Non appena sono stati informati dell'arrivo in Israele di questa delegazione di giornalisti arabi, i media palestinesi si sono affrettati a rilasciare dichiarazioni in cui denunciavano la delegazione e chiedevano agli arabi e ai musulmani di mettere i visitatori nella lista nera.
   Il Sindacato dei giornalisti palestinesi (Pjs), un organismo controllato dai fedelissimi di Fatah, la fazione al potere che fa capo al presidente dell'Autorità palestinese Mahmoud Abbas, è stato il primo a schierarsi contro i giornalisti arabi e ad accusarli di promuovere la normalizzazione con Israele.
   Il Pjs e altre associazioni dei media palestinesi hanno esortato la Federazione dei giornalisti arabi a convocare i giornalisti per rendere conto delle loro azioni e ad inserirli nella "lista nera". Se l'appello fosse accolto, i giornalisti della delegazione saudita in visita in Israele verrebbero radiati da ogni sindacato od organizzazione a cui appartengono. Questo implicherebbe altresì che tali giornalisti sarebbero oggetto di boicottaggio da parte dei colleghi e delle organizzazioni mediali arabe e non troverebbero più lavoro.
   Il motivo principale per cui il blogger saudita è stato aggredito e umiliato durante la sua visita alla Moschea di al-Aqsa è l'incitamento. Tale incitamento alla violenza è essenzialmente opera del Sindacato dei giornalisti palestinesi, un gruppo affiliato a Fatah, che è stato definito da qualcuno in Occidente e anche in Israele "moderato" e "pragmatico".
   Di recente, lo stesso Pjs ha messo in guardia i giornalisti palestinesi dall'accettare un invito da parte dell'inviato presidenziale statunitense Jason Greenblatt a recarsi in visita alla Casa Bianca.
   A giugno, il Pjs ha condannato il Bahrein per aver invitato dei giornalisti israeliani a seguire il workshop economico "Pace per la prosperità", organizzato dagli Stati Uniti a Manama, capitale del Bahrein.
   Rami Alshrafi, uno dei responsabili del Sindacato dei giornalisti palestinesi nella Striscia di Gaza, ha minacciato di denunciare pubblicamente qualsiasi giornalista sospettato di contribuire alla normalizzazione delle relazioni con Israele. "Noi pubblicheremo una lista di tutti quei giornalisti arabi impegnati in attività di normalizzazione con lo Stato di occupazione di Israele. Pubblicheremo anche una lista nera di tutti quelle organizzazioni giornalistiche e di quei giornalisti arabi che ospitano giornalisti israeliani", egli ha dichiarato.
   Il Sindacato, alcuni anni fa, ha avviato un boicottaggio dei giornalisti israeliani, minacciando anche di boicottare qualsiasi funzionario palestinese che rilasciasse interviste ai media israeliani. In un'intervista, il presidente del Sindacato, Nasser Abu Bakr, già giornalista dell'Agence France Press, ha spiegato che la decisione era stata presa dopo che i suoi amici e lui erano "giunti alla conclusione che nessuna intervista dei funzionari [palestinesi, rilasciata ai media israeliani] è utile alla causa palestinese".
   Curiosamente, mentre il Sindacato vicino ad Abbas ha ripetutamente invocato il boicottaggio dei giornalisti israeliani, il presidente dell'Ap continua a incontrare di tanto in tanto i rappresentanti dei media israeliani. Inutile dire che il Pjs e i suoi membri non hanno mai condannato Abbas per aver violato il loro divieto. Sanno che il giorno in cui diranno una parola contro Abbas perderanno i finanziamenti dal governo palestinese o finiranno in prigione - o peggio ancora.
   Dapprima, i giornalisti palestinesi hanno incitato la popolazione contro i giornalisti israeliani e hanno chiesto di boicottarli. Successivamente, hanno incitato la popolazione contro i giornalisti palestinesi che hanno osato incontrare gli israeliani. Ora tocca ai giornalisti arabi non palestinesi a risentire dell'animosità.
   Invece di accogliere a Gerusalemme i giornalisti arabi e invitarli a visitare Ramallah, la capitale de facto della leadership palestinese, i palestinesi hanno preferito insultare e aggredire fisicamente un visitatore saudita. Come se ciò non bastasse, pretendono altresì che arabi e musulmani puniscano il blogger e i suoi colleghi per aver presumibilmente promosso la normalizzazione con Israele.
   L'aggressione al blogger saudita non fa ben sperare per il futuro delle relazioni palestinesi con l'Arabia Saudita e con altri paesi arabi.
   Diversi sauditi si sono rivolti ai social media per esprimere il loro disgusto per l'attacco a Saud. "Non capisco la wakaha (audacia) dei palestinesi che hanno espresso il loro compiacimento per l'aggressione", ha affermato Ibrahim Al-Sulieman, un cittadino saudita.
   Abdullah, un altro saudita, ha commentato: "Sebbene [Saud] rappresenti solo se stesso, i palestinesi hanno manifestato il loro odio nei suoi confronti, solo perché è saudita".
   Mentre i funzionari del governo israeliano hanno rapidamente denunciato la crudeltà dell'aggressione ai danni del blogger saudita, i leader palestinesi non hanno condannato l'episodio, un silenzio che rischia di aggravare le tensioni tra i palestinesi e l'Arabia Saudita.
   C'è un ulteriore motivo per cui i palestinesi non vogliono vedere i sauditi nel complesso della Moschea di al-Aqsa: i palestinesi hanno probabilmente paura che l'Arabia Saudita intenda acquisire il ruolo di "custode dei luoghi santi" a Gerusalemme, un ruolo attualmente ricoperto dalla Giordania. Si ritiene che la Giordania e i palestinesi siano fortemente contrari a garantire ai sauditi qualsiasi ruolo nella gestione dei luoghi santi della città. Essi pensano che un monopolio sulla moschea conferisca loro prestigio e rispetto nei paesi arabi e islamici.
   L'aggressione al blogger saudita è l'ennesimo segnale delle crescenti tensioni esistenti tra i palestinesi e alcuni paesi arabi, tra cui l'Arabia Saudita. Secondo alcune testimonianze, i sauditi hanno lanciato un giro di vite contro i palestinesi che vivono nel regno arrestando e vessando decine di loro.
   Notizie di un riavvicinamento tra diversi Stati arabi e Israele preoccupano i palestinesi, i quali affermano di avere l'impressione che i loro fratelli arabi gli stanno voltando le spalle. Questo senso di abbandono è stato intensificato dal rifiuto dell'Arabia Saudita e di alcuni paesi arabi di prestare ascolto alle richieste dei palestinesi di boicottare il seminario economico in Bahrein.
   Secondo un recente sondaggio d'opinione, l'80 per cento dei palestinesi intervistati considera la partecipazione dei paesi arabi al workshop in Bahrein come un abbandono della causa palestinese.
   In un certo senso, i palestinesi hanno ragione: i loro fratelli arabi stanno davvero iniziando a voltare loro le spalle. Se i palestinesi si chiedessero perché sta accadendo questo, ecco un suggerimento: sputare in faccia a un blogger saudita e imprecare contro di lui definendolo "animale" e "sionista" non è un comportamento favorevole a ottenere denaro dall'Arabia Saudita. Quale Stato - o altra entità che si rispetti - accetterebbe di essere preso a schiaffi mentre elargisce aiuti finanziari.

(Gatestone Institute, 4 agosto 2019 - trad. Angelita La Spada)



Il grande gioco del gas nell'Egeo: nuove alleanze e conflitti

di Alberto Negri

In vacanza alle Cicladi o nel Dodecaneso probabilmente i turisti italiani ed europei si rilassano giustamente senza pensieri. Eppure il Mare Egeo è al centro di uno dei più grandi e strategici programmi energetici mondiali che tra l'altro ci riguarda direttamente.
   Non solo. La Grecia, un tempo assai filo-araba e filo-palestinese, appare sempre più legata a Israele, alleato di primo piano per contenere le ambizioni della Turchia di Erdogan che, sfidando la minaccia di sanzioni europee, rivendica senza limiti il diritto a esplorare i giacimenti di gas della piattaforma sottomarina di Cipro e della Grecia. E da qualche giorno è scattato da parte greca l'allarme per l'annuncio della Turchia di volere cominciare a metà agosto le esplorazioni in un'area marina che va da Sud di Rodi alla mitica Castellorizo, che per noi significa una parte della nostra storia e anche un Oscar per il film di Salvatores, Mediterraneo.
   A niente, per ora, sembra siano serviti gli avvertimenti europei sulla "zona esclusiva" di sfruttamento degli idrocarburi di Cipro e neppure le rassicurazioni del segretario di stato Usa Mike Pompeo: le relazioni tra gli Stati Uniti e la Turchia, membro storico della Nato, attraversano una fase tempestosa per la fornitura dei missili russi S-400 e il contemporaneo congelamento della consegna dei caccia F-35 americani ad Ankara.
   La posta in gioco nel Mediterraneo sud-orientale è alta. A dicembre del 2017, Israele, Italia, Grecia e Cipro hanno firmato un memorandum d'intesa per la costruzione del gasdotto East-Med. Se realizzato il gasdotto sottomarino East-Med sarà il più esteso e più profondo al mondo: lungo 2.200 chilometri e profondo 3 chilometri. Il costo previsto dell'infrastruttura è di circa 6-7 miliardi di dollari, alto ma certo non impossibile.
   Il progetto East-Med è ancora più ampio. Soprattutto se si considerano le connessioni con l'Egitto dove l'Eni ha scoperto il giacimento di gas di Zohr, il maggiore del Mediterraneo. Ma a essere convolti sono anche il Libano e la stessa piattaforma marittima palestinese. E ovviamente in primo piano sono anche la Turchia e gli Stati Uniti. La prima è fermamente intenzionata a reclamare la propria "profondità strategica" nel Mediterraneo orientale e a ribadire le sue rivendicazioni per la comunità turco-cipriota. Washington segue con attenzione tutti gli sviluppi per capire come l'Europa può ridurre la sua dipendenza dalle forniture di gas della Russia, in particolare adesso che Mosca e Ankara appaiono intenzionate a concludere il gasdotto del Turkish Stream per aggirare il passaggio in Ucraina, il nodo internazionale più intricato per Putin che, dopo l'annessione della Crimea, costa alla Russia sanzioni, isolamento e una guerra per procura nel Donbass.
   Dobbiamo ricordare che l'Europa produce solo un quarto del gas che consuma e ne importa il 75 percento, al punto che la Germania ha da qualche tempo concluso un accordo per la realizzazione del Nord Stream, un altro gasdotto con la Russia che non è per niente piaciuto agli americani. Così osteggiato da Washington che gli Usa hanno costretto la cancelliera Angela Merkel ad acquistare gas liquido americano (più caro e meno competitivo) come compensazione.
   Insomma davanti alle isole delle vacanze si sta giocando il Great Game, il Grande Gioco del gas e si decidono gli equilibri strategici ed energetici di un futuro che è alle porte. Da noi se ne parla poco o per niente, si preferisce dibattere di una gita galeotta con una moto d'acqua della polizia o di una crociera in pedalò. I nostri protagonisti sono questi. Che tenerezza.

(Alganews, 4 agosto 2019)


Slrage palestinese: ecco le prove

Ricercatori scovano due note del Sismi con minacce all'Italia prima della bomba alla stazione: «Colpiremo anche gli innocenti».

Piazza della Loggia
I documenti ritrovati per caso tra le carte dell'attentato di Brescia
Lodo Moro
L'accordo mai ammesso garantiva l'«immunità» per l'Italia

di Raffaele Striano

All'indomani della ricorrenza per la strage di Bologna spuntano due documenti del Sismi che riaprono quella «pista palestinese» sempre sconfessata dalla verità processuale. Si tratta di due note con classificazione «riservatissimo» che parlerebbero delle minacce di attentati all'Italia da parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) a ridosso delle stragi di Bologna e Ustica, e che potrebbero fare parte, il condizionale è d' obbligo, di quelle annotazioni del Sismi visionate da alcuni parlamentari di vari partiti, di cui è vietata la divulgazione perché coperte dal segreto. I parlamentari che hanno chiesto alla Camera l'immediata desecretazione di questi atti, hanno fatto capire di aver letto cose clamorose sulla bomba di Bologna ma di essere vincolati al segreto perché le massime istituzioni dello Stato, a quasi 40 anni dall'attentato alla stazione, ancora non si decidono ad aprire gli archivi.
  Nei documenti, scoperti per caso dai ricercatori fra le carte del processo per la bomba in piazza della Loggia a Brescia, ci sono le minacce del gruppo Fplp che chiedeva la liberazione del suo referente in Italia. Si tratta di un vero e proprio ultimatum all'Italia, con scadenza 15 maggio 1980, a poco più di un mese dalla strage di Ustica (27 giugno 1980) e di due dalla bomba alla stazione di Bologna (2 agosto 1980). A lanciarlo, stando ai documenti rintracciati nelle migliaia di carte del processo sulla strage di Piazza della Loggia dallo storico-ricercatore Giacomo Pacini e finiti integralmente sulle pagine social di altri ricercatori ed esperti di anni di piombo, sarebbe stato il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Il documento in questione è una nota del Sismi del 12 maggio 1980. Un appunto, classificato come «riservatissimo» ma attualmente accessibile a chiunque faccia richiesta alla Casa della memoria di Brescia perché finito inspiegabilmente nel fascicolo del pm di Brescia insieme a una nota precedente, risalente al 24 aprile 1980: Pacini e altri ricercatori lo hanno scovato per caso nel cd contenente gli atti digitalizzati del processo sulla bomba del 28 maggio 1974. La nota degli 007 avrebbe come oggetto «Minacce contro gli interessi italiani» e riporta testualmente l'ultimatum del Fronte all'Italia: «In caso di risposta negativa (alle richieste palestinesi, ndr), la maggioranza della dirigenza e della base del Fplp intende riprendere dopo sette anni la propria libertà d'azione nei confronti dell'Italia, dei suoi cittadini e dei suoi interessi con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti». Ma che cosa era successo? Stando sempre ai documenti finiti negli atti del processo di Brescia e pubblicati dai ricercatori, i rapporti tra Italia e Palestina, che dal 1973 sarebbero «regolati» dal lodo Moro (presunto accordo che avrebbe previsto l'«immunità» del nostro paese da attentati in cambio di una libertà di movimento e di transito di armi per l'Fplp ), entrerebbero in crisi con l'arresto, a Bologna, di un esponente di spicco del Fronte, Abu Saleh, immediatamente successivo all'arresto di tre esponenti dell'Autonomia sorpresi ad Ortona con dei missili. Siamo a novembre 1979.
  L'Fplp, a quanto sosterrebbero le due note dei nostri 007 in Libano pubblicati dai ricercatori, attraverso i contatti tra i suoi esponenti e il capocentro del Sismi a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, chiederebbe all'Italia di aderire a una serie di richieste, tra le quali l'assoluzione di Abu Saleh, o il lodo Moro sarà rotto e il Fronte sarà libero di fare attentati sul nostro territorio «con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti». La scadenza dell'ultimatum, stando sempre ai documenti, sarebbe fissata al 15 maggio e la nota (insieme a quella del 24 aprile) di fatto racconterebbe i contatti tra Sismi e Fplp per tentare di trovare un accordo, svelando le preoccupazioni degli 007 in caso di probabile risposta negativa da parte dell'Italia.
  Negli appunti ci sarebbe il dettaglio delle condizioni, tutte relative al caso dei missili di Ortona. I palestinesi in particolare chiederebbero di «celebrare il processo di appello per la vicenda dei due SAM-7 in giugno-luglio anziché in settembre-ottobre come previsto», anche se «la dirigenza del Fplp si riserva di riesaminare l'argomento alla luce dei riflessi negativi nell'attuale momento determinati dalle asserite rivelazioni del brigatista Peci che, per il loro impatto sull'opinione pubblica, sul Parlamento e sul Governo, potrebbero rendere non conveniente l'anticipazione del processo».
  Ma c'è di più. Nella documentazione acquisita da Pacini e trasformata in un saggio confluito nel libro su Moro e l'Intelligence (edito da Rubettino) ancora più drammatici sarebbero i toni della nota del 12 maggio 1980, tre giorni prima della scadenza dell'ultimatum. Il rapporto del Sismi riferirebbe dell'incontro dell'11 maggio tra il colonnello Giovannone e un esponente del Fplp, che, tra l'altro, confermerebbe «la data del 16 maggio quale termine ultimo per la risposta da parte delle Autorità italiane alle richieste del «Fronte», facendo sapere che «in caso di risposta negativa, la maggioranza della dirigenza e della base del Fplp intende riprendere dopo sette anni la propria libertà d'azione nei confronti dell'Italia, dei suoi cittadini e dei suoi interessi con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti». A tal proposito, l'esponente palestinese, riferirebbe ancora la nota degli 007, ha «lasciato capire che il ricorso all'azione violenta sarebbe la conseguenza di istigazioni della Libia, divenuta il principale "sponsor" del Fplp, dopo la rottura di quest'ultimo con l'Iraq e per effetto delle incerte relazioni con la Siria». In ogni caso, avrebbe assicurato l'esponente del Fplp secondo quanto si legge nell'appunto, «nessuna operazione avrà luogo prima della fine di maggio e, probabilmente, senza che vengano date specifiche comunicazioni».
  La seconda condizione seguendo la nota dei nostri servizi segreti dell'epoca riguarderebbe l'esito del processo di appello. L'Fplp chiederebbe di «ottenere la riduzione a circa quattro anni della pena inflitta ai tre autonomi e l'assoluzione "per insufficienza di prove" di Abu Saleh Anzeh». Una terza riguarderebbe il rinvio a giudizio per «partecipazione a banda armata»: l'Fplp chiederebbe all'Italia di «adoprarsi affinché il relativo processo, di competenza della Magistratura di Roma, non abbia luogo». Quindi, la concessione ai condannati del «beneficio, previsto dalla legge, di cui hanno fruito l'ex Ministro Tanassi e gli avvocati Lefebvre». Infine, l'ultima richiesta, sarebbe la distruzione dei missili sequestrati «una volta concluso l'iter giudiziario» e «alla presenza di un rappresentante della difesa» e «il risarcimento del prezzo pagato (60.000 dollarì)».

(Il Tempo, 4 agosto 2019)



"Io sono il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe"

In quello stesso giorno vennero a lui dei sadducei, i quali dicono che non vi è risurrezione, e gli domandarono: «Maestro, Mosè ha detto: "Se uno muore senza figli, il fratello suo sposi la moglie di lui e dia una discendenza a suo fratello". Vi erano tra noi sette fratelli; il primo, ammogliatosi, morì; e, non avendo prole, lasciò sua moglie a suo fratello. Lo stesso fece pure il secondo, poi il terzo, fino al settimo. Infine, dopo tutti, morì anche la donna. Alla risurrezione, dunque, di quale dei sette sarà ella moglie? Poiché tutti l'hanno avuta». Ma Gesù rispose loro: «Voi errate, perché non conoscete le Scritture, né la potenza di Dio. Perché alla risurrezione non si prende né si dà moglie; ma i risorti sono come angeli nei cieli. Quanto poi alla risurrezione dei morti, non avete letto quello che vi è stato detto da Dio: "Io sono il Dio d'Abraamo, il Dio d'Isacco e il Dio di Giacobbe"? Egli non è il Dio dei morti, ma dei vivi». E la folla, udite queste cose, stupiva del suo insegnamento.

(Dal Vangelo di Matteo, cap. 22)

 


Il silenzio dell'Iraq sui raid israeliani: nuovo fronte o nuovo alleato?

di Paolo Mauri

La recente notizia che cacciabombardieri F-35I di Israele hanno colpito obiettivi iraniani su suolo iracheno apre nuovi possibili scenari nel conflitto asimmetrico che sta opponendo Israele all'Iran. In particolare ci si chiede quale sia il ruolo di Baghdad in questa guerra non dichiarata proprio per il comportamento quantomeno ambiguo che sta tenendo davanti ai recenti fatti di cronaca.

 Il silenzio dell'Iraq sui raid di Israele
  Come vi abbiamo già raccontato, nel corso del mese di luglio gli Adir con la stella di Davide hanno colpito per ben due volte - il 19 luglio e la settimana scorsa - due basi occupate dalle milizie sciite fedeli a Teheran: ad Amirli nel governatorato di Saladin (a nord della capitale) e la base conosciuta come Camp Ashraf, non molto lontano dal confine con l'Iran e già utilizzata dai Mujahedin del Popolo filoiraniani.
  Entrambi gli attacchi, non confermati né negati da Israele, sono passati sotto silenzio da parte della autorità irachene, che ad oggi non hanno condannato l'accaduto. La posizione di Baghdad pertanto resta più che ambigua: se da un lato il primo ministro Adel Abdul-Mahdi ha garantito che l'Iraq non sarà usato come piattaforma per attaccare l'Iran, dall'altro l'ambasciatore iracheno a Washington, Fareed Yasseen, ha sostenuto, in modo alquanto sibillino, che "ci sono ragioni oggettive che richiedono una normalizzazione delle relazioni con Israele".

 Un Paese a sovranità limitata diviso tra sunniti e sciiti
  L'Iraq di oggi non è un Paese sovrano. La presenza americana è ancora forte e Washington preme sul Governo con tutti gli strumenti possibili della diplomazia affinché Baghdad razionalizzi la presenza delle varie milizie presenti sul suo territorio (sciite e curde) che, secondo la linea americana, vanno ricondotte sotto controllo del governo centrale, se necessario anche disarmandole con la forza: azione che sarà praticamente impossibile da portare a termine soprattutto per quanto riguarda le milizie sciite che resteranno sempre fedeli a Teheran.
  Gli Stati Uniti hanno anche il controllo parziale dello spazio aereo iracheno, e pertanto "non si muove foglia" che Washington non voglia in quei cieli, fattore da tenere ben presente per le considerazioni finali sul raid israeliano e per quanto riguarda la "visita" degli F-35 di Tel Aviv sull'Iran che ha causato la cacciata, all'inizio di luglio, del capo dell'Aeronautica Militare di Teheran, il generale Farzad Ismail che ne era il comandante dal 2010. Il generale avrebbe tentato, infatti, di nascondere al regime degli Ayatollah l'azione israeliana avvenuta lo scorso marzo.
  Washington ha poi imposto all'Iraq di cessare l'acquisizione di energia elettrica dall'Iran, se pur con la promessa, per il momento, di far rientrare Baghdad nel regime sanzionatorio. Questo però non ha impedito al Dipartimento del Tesoro Usa di elevare sanzioni verso quattro iracheni per il loro appoggio alle Guardie della Rivoluzione iraniane: gli ex governatori di Ninive e di Saladin e due comandanti di milizie sciite.
  Il governo iracheno ha dichiarato pubblicamente di non prendere parte nel conflitto tra Stati Uniti e Iran, ma nonostante questo si è schierato a favore delle sanzioni. Questa ambiguità è spiegata dai legami commerciali che legano Baghdad a Teheran: gli scambi bilaterali tra le due nazioni, esclusi quelli energetici, ammontano a 12 miliardi di dollari l'anno e l'obiettivo che si sono prefissati è di raggiungere i 20 miliardi. La scorsa settimana, infatti, Iran e Iraq hanno firmato un accordo per l'apertura di una borsa commerciale comune e per impostare fondi comuni di investimento. Tutte manovre che vanno contro la politica sanzionatoria americana verso Teheran.
  Gli Stati Uniti stanno cercando di tagliare questo cordone ombelicale che lega i due Paesi, proponendo l'Arabia Saudita come partner commerciale ed economico alternativo, ma l'obiettivo è di difficile raggiungimento. Nonostante gli investimenti di Riad - 1 miliardo di dollari per infrastrutture sportive - la firma di accordi di partenariato in campo militare e l'apertura di quattro nuovi consolati nel Paese, l'Arabia Saudita resta sempre un Paese sunnita le cui ingerenze sono viste con forte sospetto dalla maggioranza sciita irachena perché risvegliano la paura di venire sottomessi dai sunniti. I forti sentimenti antiamericani che ancora serpeggiano nel Paese di certo saranno un serio ostacolo verso il possibile cambio di "alleanza".
  Gli stessi Stati Uniti ci vanno molto cauti, consci del rischio che Baghdad possa decidere di schierarsi palesemente con l'Iran invece di rimanere un attore silente e passivo dei giochi israeliani e americani. In occasione della presunta decisione dell'Iraq di acquisire i sistemi missilistici S-400 russi il Dipartimento di Stato ha fatto orecchio da mercante, atteggiamento ben diverso rispetto a quanto accaduto per la Turchia: data la situazione nel Golfo non è proprio il momento di alzare la voce con un alleato prezioso.

 Un nuovo fronte per Israele o un silente alleato?
  Con queste premesse risulta difficile stabilire se quanto accaduto possa essere indice di un avvicinamento tra Baghdad e Tel Aviv oppure sia davvero l'apertura di un nuovo fronte di contrasto alla penetrazione sciita oltre alla Siria.
  Di certo contatti tra Israele e l'Iraq ci sono stati. Diplomatici europei, come riportato da Haaretz, affermano che ufficiali israeliani hanno avuto colloqui segreti con esponenti del governo iracheno e che qualcuno di questi incontri si è tenuto in Israele.
  A rafforzare questa tesi viene citata anche la visita in Israele di Nadia Murad, Nobel per la Pace 2018 e di Lamiya Aji Bashar, vincitrice del premio Sakharov 2016, così come quelle di tre altri delegati del governo iracheno durante l'anno passato.
  Nonostante questo è evidente che la penetrazione iraniana sia tollerata dal governo di Baghdad, che non si è mai opposto non solo all'azione delle milizie sciite, ma nemmeno allo stoccaggio di missili provenienti dall'Iran.
  Viene poi da chiedersi chi abbia permesso non solo il sorvolo del territorio iracheno ma il rifornimento dei caccia F-35 israeliani: i velivoli, che hanno un raggio d'azione stimato di circa mille chilometri (590 miglia nautiche) non sono in grado di raggiungere Baghdad senza effettuare uno scalo o un rifornimento in volo stante il fatto che le proposte modifiche con serbatoi conformi, oltre a non essere state ancora effettuate, ne aumenterebbero l'autonomia solo del 36%. Considerando poi che le aerocisterne di Israele sarebbero state troppo compromettenti, è evidente che ci sia stato il supporto di qualche altro attore, molto probabilmente gli Stati Uniti ma nemmeno è da escludere il Regno Unito, le cui aerocisterne sono state spesso viste a ridosso dei cieli siriani e nello spazio aereo israeliano.
  Una cosa però è certa: qualcosa nei rapporti tra Israele, Stati Uniti ed Iraq è cambiato, e questi attacchi ne sono la testimonianza. Non sarebbe stato possibile effettuare un raid su territorio iracheno senza il placet delle autorità americane - o addirittura il supporto, come abbiamo visto - e nemmeno sarebbe stato possibile il sorvolo di Teheran e di Bandar Abbas da parte degli F-35 che ha causato la defenestrazione del Capo di Stato Maggiore dell'Iriaf.
  Gli stessi raid israeliani di luglio potrebbero essere un avviso all'Iraq che la tregua "americana" è finita, che Israele intende aprire un nuovo fronte per farla finita con la penetrazione iraniana, ma in questo caso si avrebbe il risultato di spingere Baghdad sempre più nelle braccia di Teheran, e questo, come abbiamo detto, è un rischio che non può essere tollerato da parte di Washington.
  
(Inside Over, 3 agosto 2019)



Strage Bologna, spuntano due note Sismi: prima della bomba 'minacce palestinesi'

 
All'indomani della ricorrenza per la strage di Bologna spuntano due documenti del Sismi che riaprono quella "pista palestinese" sempre sconfessata dal presidente dell'associazione delle vittime, Paolo Bolognesi, e archiviata di recente dalla procura felsinea. Sono due note con classificazione "riservatissimo" che parlerebbero delle minacce di attentati all'Italia da parte del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) a ridosso delle stragi di Bologna e Ustica, e che potrebbero fare parte - il condizionale è d'obbligo - di quelle annotazioni del Sismi compulsate da alcuni parlamentari di vari partiti di cui è vietata la divulgazione perché coperte dal segreto.
  I parlamentari che hanno chiesto alla Camera l'immediata desecretazione di questi atti fanno capire di aver letto cose clamorose sulla bomba di Bologna ma di essere vincolati al segreto perché le massime istituzioni dello Stato, a quasi 40 anni dall'attentato alla stazione, ancora non si decidono ad aprire gli archivi. Uno di questi parlamentari, l'ex deputato Carlo Giovanardi, si è addirittura spinto oltre citando le date degli atti coperti dal segreto.
  Di fatto questi due documenti sono diventati improvvisamente "pubblici" perché finiti chissà come nei faldoni giudiziari di un'altra inchiesta per strage, quella per l'esplosione di Piazza della Loggia a Brescia avvenuta il 28 maggio 1974. A scoprirli, fra milioni di pagine depositate, lo storico-ricercatore Giacomo Pacini, autore di un saggio ("Il lodo Moro, l'Italia e la politica mediterranea, appunti per una storia") inserito nel libro "Aldo Moro e l'intelligence" (editore Rubettino) dove per l'appunto affronta il tema del presunto accordo fra palestinesi e Italia per non compiere attentati nel nostro Paese in cambio di una libertà di movimento e di transito delle armi, ribattezzato "Lodo Moro".
  Ma cosa racconterebbero i documenti inediti del Sismi citati da Pacini nel libro e pubblicati integralmente sulle pagine Facebook di più ricercatori e studiosi degli anni di piombo? Riporterebbero i disperati tentativi del capocentro di Beirut dei nostri servizi segreti, colonnello Stefano Giovannone (nome in codice Maestro), di convincere i referenti italiani a soddisfare le richieste del Fronte popolare per la liberazione della Palestina onde evitare stragi e incursioni terroristiche in Italia. Le richieste/minacce dei palestinesi riferite dai nostri 007 - stando a quanto ritrovato nel fascicolo di Brescia da Pacini - vertevano sull'assoluzione del giordano Abu Saleh, residente a Bologna, capo della cosiddetta Sezione-Italia del Fplp, fiduciario dell'organizzazione palestinese in contatto proprio con il colonnello del Sismi, Giovannone.
  Il nome di Saleh venne fuori dopo che nel novembre 1979 i carabinieri, a Ortona in Abruzzo, fermarono tre esponenti dell'Autonomia operaia romana con due missili terra aria tipo Strela nascosti in un furgone. Uno di questi autonomi, militante del "collettivo policlinico" risultò infatti collegato a Saleh.
  Nelle due note del Sismi, l'Fplp chiederebbe energicamente la liberazione di Saleh e la riduzione della condanna inflitta agli autonomi pena ritorsioni. I due documenti degli 007 analizzati da Pacini e pubblicati dai ricercatori sui social (uno risalente al 24 aprile 1980 e l'altro al 12 maggio successivo) arrivano a riportare tra virgolette le minacce di ritorsioni gravissime da parte del Fronte, spiegando che qualora non fosse stata data risposta positiva al loro ultimatum l'Fplp "avrebbe ripreso dopo 7 anni la propria libertà d'azione nei confronti dell'Italia, dei suoi cittadini e dei suoi interessi con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti".
  A questi due documenti ne potrebbero seguire molti altri, se si dà per buona la rivelazione di Giovanardi che ha riferito d'aver visto note successive agli appunti in questione, l'ultima delle quali risalirebbe al 27 giugno 1980, giorno della strage di Ustica.
  La rivelazione da parte dei ricercatori di questi documenti segretissimi sì inserisce nelle polemiche scaturite dalla richiesta di una commissione d'inchiesta sui fatti del terrorismo avanzata l'altro giorno alla Camera da rappresentanti di vari partiti, da Forza Italia a M5S, da Fratelli d'Italia al Pd fino alla Lega. Polemiche scaturite dalle rivelazioni fatte da Gasparri, Giovanardi e Gero Grassi del Pd relativamente ai contenuti delle note del Sismi sulle quali è ancora opposto il segreto lasciando intendere che la verità su Bologna potrebbe non essere quella processuale.
  Le parole di Grassi, ex parlamentare del Pd, hanno scatenato la reazione di Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime del 2 agosto. "Di nuovo viene tirata in ballo la pista palestinese per intralciare indagini e confondere l'opinione pubblica. Vuol dire che quelli che hanno intralciato la verità sono ancora attivi e in campo. E' normale - attacca Bolognesi - che lo facciano gli avvocati degli imputati, ma quando si cimenta in questa operazione gente che si dice di sinistra, ecco, sappiate che non guarderemo in faccia a nessuno e andremo avanti per la nostra strada, faremo in modo che nostri avvocati perseguano questi personaggi, di qualsiasi partito siano". Bolognesi ha anche aggiunto di concordare con la descretazione degli atti, purché fatta "in modo globale partendo da piazza Fontana, non separatamente, perché potrebbe essere un altro modo per depistare. La visione deve essere complessiva, perché una visione parziale non è utile".

 "Note sismi trovate per caso in atti processo Piazza della Loggia"
  "La nota 'riservatissima' del Sismi sull'ultimatum palestinese all'Italia del 1980? L'ho trovata per caso, insieme a un'altra, un appunto risalente al 24 aprile: faceva parte degli atti digitalizzati del processo di Piazza della Loggia, la strage compiuta a Brescia il 28 maggio 1974, un processo monstre in cui era entrato di tutto. Ci sono incappato per una fatalità e leggerli è stato sconvolgente: contengono un crescendo di minacce, sono chiari, sono espliciti" dice il ricercatore Giacomo Pacini, che all'Adnkronos racconta come è entrato in possesso degli appunti choc che sarebbero stati redatti dai nostri 007 a Beirut tra l'aprile e il maggio 1980.
  "Come questi appunti siano finiti agli atti è veramente un mistero, perché io li ho trovati in maniera assolutamente casuale - spiega Pacini - stavo facendo una ricerca sull'ufficio affari riservati, quindi su tutta un'altra cosa, alla Casa della memoria di Brescia, e in uno dei faldoni digitalizzati a un certo punto ho trovato questi documenti, che sicuramente facevano parte dei famosi documenti del centro Sismi di Beirut e che poi ho messo nel mio saggio. In uno dei due, il più importante, quello del 12 maggio, ci sono le minacce esplicite dell'Fplp all'Italia".
  "Si tratta di documenti pubblici, liberamente consultabili - tiene a sottolineare Pacini - Fanno parte del fascicolo del pm di Brescia relativo a un processo ormai chiuso, nel cd che mi hanno consegnato ci sono quasi due milioni di documenti depositati. Certo, non c'entrano niente ovviamente con la strage di piazza della Loggia, ma in quel processo, ripeto, è entrato davvero di tutto...".

 Le reazioni
  "I clamorosi documenti del Sismi pubblicati da alcuni ricercatori sui social network - così come rivelato da uno scoop di Adnkronos - sono di vitale importanza per la ricerca della verità storica e processuale sulla strage di Bologna. La procura di Bologna acquisisca l'atto e, a fronte delle numerose fonti che confermerebbero sia l'esistenza del 'Lodo Moro' che la strage come ritorsione dei palestinesi per i fatti di Ortona, in caso di loro conferma, la tesi processuale sarebbe nulla e il processo da revisionare" dichiarano i parlamentari Federico Mollicone e Paola Frassinetti, promotori dell'Intergruppo '2 agosto. La verità, oltre il segreto sulla strage di Bologna'. "Il Parlamento, visti i riscontri - proseguono - approvi la nostra proposta di legge e istituisca a settembre la commissione d'inchiesta, come richiesto. Invitiamo i colleghi ad aderire all'Intergruppo e sottoscrivere la nostra proposta di legge, per trovare finalmente la verità per le vittime e i loro familiari". "Il documento in oggetto - concludono - è della serie classificata e venne visionato dai parlamentari componenti della commissione 'Moro 2'. Chiediamo che i documenti siano immediatamente desecretati, e per questo presenteremo un'interrogazione al Presidente del Consiglio Conte".
  Per Elisabetta Zamparutti, ex parlamentare Radicale ed esponente di Nessuno tocchi Caino, è "sempre più necessario ed urgente togliere il segreto di Stato su quei documenti, visionati da parlamentari nelle Commissioni d'inchiesta sulle stragi ed il terrorismo, secondo i quali emergerebbe un movente diverso della strage di Bologna". "Da più parti - rileva Zamparutti - sentiamo parlare di elementi probatori e documenti che vanno in tal senso e rispetto ai quali penso che le forze parlamentari debbano sostenere l'Intergruppo '2 agosto - La verità, oltre il segreto sulla strage di Bologna' promosso da Federico Mollicone e Paola Frassinetti' e l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni di terrorismo interno ed internazionale connessi alla strage di Bologna. I segreti di Stato -conclude - rischiano di essere funzionali a verità di regime, con il rischio di far prevalere la Ragion di Stato contro lo Stato di Diritto, la giustizia e la verità".

(Adnkronos, 3 agosto 2019 - ore 14:14)


*


Strage Bologna, note Sismi: ultimatum palestinesi 'pronti a colpire innocenti'

Un vero e proprio ultimatum all'Italia, con scadenza 15 maggio 1980, a poco più di un mese dalla strage di Ustica (27 giugno 1980) e di due dalla bomba alla stazione di Bologna (2 agosto 1980). A lanciarlo, stando ai documenti rintracciati nelle migliaia di carte del processo sulla strage di Piazza della Loggia dallo storico-ricercatore Giacomo Pacini e finiti integralmente sulle pagine social di altri ricercatori ed esperti di anni di piombo, sarebbe stato il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Il documento in questione è una nota del Sismi del 12 maggio 1980. Un appunto, classificato come "riservatissimo" ma attualmente accessibile a chiunque faccia richiesta alla Casa della memoria di Brescia perché finito inspiegabilmente nel fascicolo del pm di Brescia insieme a una nota precedente, risalente al 24 aprile 1980: Pacini e altri ricercatori lo hanno scovato per caso nel cd contenente gli atti digitalizzati del processo sulla bomba del 28 maggio 1974.
  La nota degli 007 avrebbe come oggetto "Minacce contro gli interessi italiani" e, come si vede sulle pagine Facebook di chi l'ha pubblicata integralmente, riporta testualmente l'ultimatum del Fronte all'Italia: "In caso di risposta negativa (alle richieste palestinesi, ndr), la maggioranza della dirigenza e della base del Fplp intende riprendere - dopo sette anni - la propria libertà d'azione nei confronti dell'Italia, dei suoi cittadini e dei suoi interessi con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti".
  Ma che cosa era successo? Stando sempre ai documenti finiti negli atti del processo di Brescia e pubblicati dai ricercatori, i rapporti tra Italia e Palestina, che dal 1973 sarebbero 'regolati' dal lodo Moro (presunto accordo che avrebbe previsto l''immunità' del nostro paese da attentati in cambio di una libertà di movimento e di transito di armi per l'Fplp, ndr), entrerebbero in crisi con l'arresto, a Bologna, di un esponente di spicco del Fronte, Abu Saleh, immediatamente successivo all'arresto di tre esponenti dell'Autonomia sorpresi ad Ortona con dei missili. Siamo a novembre 1979.
  L'Fplp, a quanto sosterrebbero le due note dei nostri 007 in Libano pubblicati dai ricercatori, attraverso i contatti tra i suoi esponenti e il capocentro del Sismi a Beirut, il colonnello Stefano Giovannone, chiederebbe all'Italia di aderire a una serie di richieste, tra le quali l'assoluzione di Abu Saleh, o il lodo Moro sarà rotto e il Fronte sarà libero di fare attentati sul nostro territorio "con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti".
  La scadenza dell'ultimatum - stando sempre ai documenti - sarebbe fissata al 15 maggio e la nota (insieme a quella del 24 aprile) di fatto racconterebbe i contatti tra Sismi e Fplp per tentare di trovare un accordo, svelando le preoccupazioni degli 007 in caso di probabile risposta negativa da parte dell'Italia.
  Negli appunti ci sarebbe il dettaglio delle condizioni, tutte relative al caso dei missili di Ortona. I palestinesi in particolare chiederebbero di "celebrare il processo di appello per la vicenda dei due SAM-7 in giugno-luglio anziché in settembre-ottobre come previsto", anche se "la dirigenza del Fplp si riserva di riesaminare l'argomento alla luce dei riflessi negativi - nell'attuale momento - determinati dalle asserite rivelazioni del brigatista Peci che, per il loro impatto sull'opinione pubblica, sul Parlamento e sul Governo, potrebbero rendere non conveniente l'anticipazione del processo".
  La seconda condizione - seguendo la nota dei nostri servizi segreti dell'epoca pubblicata dai ricercatori - riguarderebbe l'esito del processo di appello. L'Fplp chiederebbe di "ottenere la riduzione a circa quattro anni della pena inflitta ai tre autonomi e l'assoluzione 'per insufficienza di prove' di Abu Saleh Anzeh". Una terza riguarderebbe il rinvio a giudizio per "partecipazione a banda armata": l'Fplp chiederebbe all'Italia di "adoprarsi affinché il relativo processo, di competenza della Magistratura di Roma, non abbia luogo". Quindi, la concessione ai condannati del "beneficio, previsto dalla legge, di cui hanno fruito l'ex Ministro Tanassi e gli avvocati Lefebvre". Infine, l'ultima richiesta, sarebbe la distruzione dei missili sequestrati "una volta concluso l'iter giudiziario" e "alla presenza di un rappresentante della difesa" e "il risarcimento del prezzo pagato (60.000 dollari)".
  Nel primo appunto poi il Sismi riferirebbe che "l'elemento contattato (l'esponente del Fronte, ndr) ha assicurato di aver ottenuto che sino al 15 maggio p.v. non verrà attuata alcuna azione contro gli interessi italiani ma che, improrogabilmente entro quella data, dovrà essere data, tramite il Servizio, una chiara risposta positiva o negativa da parte delle Autorità italiane" e che, "qualora la comunicazione da parte italiana, attesa entro il 15 maggio p.v., fosse negativa o non desse sufficiente affidamento circa l'accoglimento delle richieste avanzate, il Fplp riterrà definitivamente superata la fase del dialogo, passando all'attuazione di quelle iniziative già reiteratamente sollecitate dalla base e da una parte della dirigenza".
  "Dette iniziative - reciterebbe ancora l'appunto redatto dal Sismi e riportato dai ricercatori - potranno svilupparsi sotto forma di operazioni a carattere intimidatorio o 'di appoggio' alla organizzazione degli autonomi, nei cui confronti il 'Fronte' si sente moralmente impegnato".
  Ma c'è di più. Nella documentazione acquisita da Pacini e trasformata in un saggio confluito nel libro su Moro e l'Intelligence (edito da Rubettino) ancora più drammatici sarebbero i toni della nota del 12 maggio 1980, tre giorni prima della scadenza dell'ultimatum.
  Il rapporto del Sismi riferirebbe dell'incontro dell'11 maggio tra il colonnello Giovannone e un esponente del Fplp, che, tra l'altro, confermerebbe "la data del 16 maggio quale termine ultimo per la risposta da parte delle Autorità italiane alle richieste del 'Fronte'", facendo sapere che "in caso di risposta negativa, la maggioranza della dirigenza e della base del Fplp intende riprendere - dopo sette anni - la propria libertà d'azione nei confronti dell'Italia, dei suoi cittadini e dei suoi interessi con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti".
  A tal proposito, l'esponente palestinese, riferirebbe ancora la nota degli 007 scovata dal ricercatore Pacini, ha "lasciato capire che il ricorso all'azione violenta sarebbe la conseguenza di istigazioni della Libia, divenuta il principale 'sponsor' del Fplp, dopo la rottura di quest'ultimo con l'Iraq e per effetto delle incerte relazioni con la Siria". In ogni caso, avrebbe assicurato l'esponente del Fplp secondo quanto si legge nell'appunto, "nessuna operazione avrà luogo prima della fine di maggio e, probabilmente, senza che vengano date specifiche comunicazioni".

(Adnkronos, 3 agosto 2019 - ore 14:46)


Chi è Angelo De Fiore

L''eroe di via Clitunno che falsificò centinaia di documenti per salvare gli ebrei

 
 
Era sera, sotto la luce di una lampada verde. Il vice questore di Roma, Angelo De Fiore, e un suo collaboratore timbravano documenti falsi. Sentirono l'arrivo dei tedeschi e iniziarono a mettere lo studio in disordine per nascondere la lista che questi cercavano. Potrebbe essere l'inizio di un film, ma è una pagina di vita vera. Racconta di Angelo De Fiore, un poliziotto del Trieste-Salario che, durante l'occupazione tedesca di Roma nel 1943-44, salvò la vita a centinaia di ebrei.
   Ma chi era De Fiore e come realizzò imprese tanto coraggiose? Nativo di Rota Greca, in provincia di Cosenza, si laureò in giurisprudenza nel 1928 e vinse il concorso di funzionario della Pubblica sicurezza. Prestò servizio in diverse città, fino a essere nominato vice questore a Roma dove passò ben ventisette anni. Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale fu richiamato nei granatieri con il grado di maggiore, ricoprendo contemporaneamente il ruolo di vice questore dirigente dell'Ufficio stranieri.
   Ed è proprio in questa veste che collaborò segretamente con la Delasem, un'organizzazione della resistenza antinazista e con l'opera assistenziale di monsignor Hugh O'Flaherty. De Fiore manipolò così le pratiche riguardanti ebrei e sospetti di attività antifascista, ostacolando l'attività della Gestapo da cui riceverà ripetuti richiami e venendo fatto oggetto anche di un'indagine che si risolverà senza alcuna conseguenza.
   Con i timbri ufficiali del suo ufficio provvide alla vidimazione di vari documenti falsi. Spesso "prelevò" cittadini ebrei dalle prigioni, dove erano stati rinchiusi dai nazisti, facendoli passare per pericolosi ricercati per reati comuni o disertori dell'Esercito, per poi liberarli. Dopo l'attentato di via Rasella gli venne richiesto dal suo superiore, il questore Pietro Caruso, di fornire dei nominatavi di ebrei sui quali effettuare la rappresaglia. La sua risposta fu di "non avere alcun nome da offrire" adducendo come causa il fatto che gli archivi si trovavano in stato di estremo disordine.
   Anche se il suo comportamento era chiaramente ostruzionistico non ci furono conseguenze e De Fiore poté continuare la sua opera quasi fino all'arrivo degli Alleati, prima di sparire dalla circolazione. Ebbe però cura di distruggere anticipatamente, con l'aiuto dei suoi collaboratori, le pratiche di ebrei e militari sospetti ancora presenti negli archivi della Questura e trasferiti in segreto negli scantinati.
   Prima dell'arrivo degli Alleati collaborò attivamente con il gruppo clandestino "Sprovieri" del Centro Clandestino Militare, a cui comunicava le liste dei perseguitati politici e degli ufficiali italiani "sgraditi". Nel dopoguerra De Fiore fu poi questore di Forlì, Pisa e La Spezia.
   Per la sua opera ha ricevette una medaglia d'oro nel marzo 1955 e fu riconosciuto come Giusto tra le nazioni dallo stato di Israele nel 1969. Il 31 gennaio 2018 la città di Roma, su richiesta dell'Unione delle Comunità Ebraiche, gli ha dedicato una targa a via Clitunno, dove De Fiore viveva. "La caccia agli ebrei era spietata e mio padre ne salvò molti a rischio della sua vita - le parole del figlio Paolo in un'intervista -. Mi domando da dove trasse tutta questa forza e questo coraggio. Probabilmente credeva nella sua professione: obbediente alla legge, ma prima di tutto a quella della coscienza. Credo che mio padre, quando compiva queste azioni, pensasse a noi figli e al dovere di non poterci lasciare un mondo malvagio e crudele".
   La targa sulla casa di via Clitunno, al civico 26, oggi è visibile a tutti. Queste sono le parole con cui viene ricordato: "Alto funzionario di polizia, proclamato giusto tra le Nazioni per aver salvato, a rischio della propria vita, centinaia di ebrei durante l'occupazione nazifascista".

(Roma h24, 3 agosto 2019)


I magistrati e la shoah

A lungo un senso di vergogna ha nascosto le responsabilità dei giudici, ma adesso la magistratura sta riscrivendo questa storia.

(Virgilio, 3 agosto 2019)


Israele-Croazia: siglato l'accordo di cooperazione tra i porti di Haifa e Fiume

ZAGABRIA - La presidente della Croazia Kolinda Grabar-Kitarovic ha partecipato ad Haifa, nel corso della sua visita in Israele, alla cerimonia per la firma di un accordo tra il porto israeliano e quello croato di Fiume (Rijeka). A siglare l'accordo, come riferisce l'emittente "N1", l'amministratore delegato del porto di Fiume Dusko Grabovac e quello del porto di Haifa Mandi Zatzman. "Sono convinta che questo accordo, che è un riflesso dell'amicizia tra i due paesi e della volontà di approfondire i rapporti economici, contribuirà a rafforzare i nostri legami economici", ha dichiarato Grabar-Kitarovic secondo cui in questo modo il porto di Fiume può diventare "la porta d'ingresso nel Mediterraneo" per i beni israeliani destinati all'Europa centrale.

(Agenzia Nova, 3 agosto 2019)


L'Arabia Saudita compra il gas di Israele. Si rafforza l'asse in Medio Oriente

di Laura Cianciarelli

Ayoob Kara
L'Arabia Saudita sta considerando l'ipotesi di acquistare gas naturale da Israele. Lo ha riferito un ex membro di governo del primo ministro Netanyahu, Ayoob Kara, secondo il quale vi sarebbero trattative in corso tra i due Paesi per la costruzione di un nuovo gasdotto: un impianto che, se realizzato, collegherebbe il Regno saudita alla città israeliana di Eliat, sulle rive del mar Rosso.
  Sul tavolo anche la possibilità per Riad di allacciarsi all'oleodotto israeliano Eilat-Ashkelon, strategico per l'Arabia Saudita, che potrebbe così esportare il petrolio in Europa e in altri mercati eludendo lo Stretto di Hormuz, al centro delle tensioni tra Stati Uniti e Iran.
  "Una questione di interesse reciproco", così Kara ha definito il possibile accordo con Riad. Israele ha scoperto massicce quantità di gas nelle sue acque territoriali, ma al momento non riesce a sfruttarne appieno il potenziale. Pur avendo stipulato contratti con partner commerciali del valore di 25 miliardi di dollari, più dell'80 percento delle sue riserve rimangono inutilizzate.
  Su questo fronte, l'Arabia Saudita potrebbe essere il partner ideale per lo Stato ebraico: il Regno, infatti, ha programmato di investire 160 miliardi di dollari nel gas naturale nel prossimo decennio. Da sempre tra i principali esportatori di petrolio a livello mondiale, Riad si sta ora orientando verso il mercato del gas naturale che potrebbe ridurre la dipendenza del Paese dall'oro nero e rafforzare così il suo peso a livello internazionale.
  Progetti così ampi richiederebbero la formalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi; ancora un obiettivo di là da venire, considerando l'impopolarità di Israele nel mondo arabo in relazione alla questione palestinese.
  Anche i precedenti non sembrano aiutare. Nel 2016, in seguito alla stipula di un contratto analogo per la vendita di gas naturale tra Israele e Giordania, proteste di massa avevano invaso le strade di Amman, manifestando la forte opposizione nei confronti di qualsiasi accordo con lo Stato ebraico.

 Verso un disgelo dei rapporti
  Secondo Kara, tuttavia, il sostegno dei Paesi arabi nei confronti della questione palestinese sarebbe solo "una facciata", mentre, nella realtà dei fatti, gli stessi Stati starebbero lavorando per rafforzare le relazioni militari ed economiche con Israele con lo scopo di contrastare l'Iran.
  É certo comunque che, se finalizzato, l'accordo tra Arabia Saudita e Israele costituirà un importante passo verso la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, con ripercussioni inevitabili nello scacchiere mediorientale.
  A livello ufficiale, Arabia Saudita e Israele non intrattengono relazioni diplomatiche; addirittura, Riad non riconosce l'esistenza dello Stato di Israele. Negli ultimi anni, tuttavia, si sta assistendo a un disgelo dei rapporti.
  Già nel 2017, i due Paesi avevano condotto trattative per la stipula di accordi economici. L'anno successivo - secondo quanto riferito da fonti israeliane -, Riad avrebbe avuto intenzione di acquistare il sistema di difesa israeliano Iron Dome, per difendersi dagli attacchi missilistici condotti dagli Houthi contro il proprio territorio nazionale.
  Le "relazioni segrete" tra Israele e Arabia Saudita erano state confermate ufficialmente dal ministro dell'Energia israeliano, Yuval Steinitz, che nel novembre 2017 ne aveva individuato le ragioni proprio nella comune rivalità nei confronti dell'Iran.
  Entrambi i Paesi considerano l'Iran come la principale minaccia in Medio Oriente e sono preoccupati che Teheran stia ampliando la propria influenza nella regione sia grazie a un intervento diretto - come nel caso di Siria e Iraq - sia attraverso i suoi proxy - ad esempio, in Libano e in Yemen.

(Inside Over, 2 agosto 2019)


Israele avrebbe esercitato pressioni su Usa per escludere Turchia da F-35

di Giacomo Kahn

Israele ha avuto un ruolo nella decisione degli Stati Uniti di bloccare la vendita degli F-35 alla Turchia. Lo ha rivelato l'altro ieri l'emittente israeliana Channel 12, citando alcuni funzionario dello stato ebraico, che hanno dichiarato di aver fatto pressioni dietro le quinte su Washington per escludere Ankara dal programma, nel tentativo di preservare il vantaggio di Israele sui cieli del Medio Oriente. A luglio, gli Stati Uniti avevano fatto sapere che l'acquisizione da parte della Turchia dei sistemi missilistici antiaerei russi S-400 ha compromesso il potenziale da combattimento del caccia F-35 e per questo Washington ha deciso la sospensione della vendita degli aeromobili ad Ankara. Secondo l'emittente israeliana, il governo dello stato ebraico era allo stesso modo preoccupato che le capacita' avanzate del velivolo potessero trapelare ai Paesi vicini. La Turchia aveva ordinato oltre 100 modelli di questo caccia in un affare del valore di circa 1,4 miliardi di dollari. L'F-35 e' un caccia di quinta generazione, considerato dai militari un "punto di svolta" per l'aviazione, non solo per le sue capacita' offensive e la difficolta' di tracciamento radar, ma per la sua capacita' di collegarsi al sistema di altri velivoli e formare una rete di condivisione delle informazioni. Israele ha accettato di acquistare almeno 50 caccia F-35 dall'appaltatore statunitense Lockheed Martin. Finora sono stati consegnati 16 di questi velivoli allo stato ebraico, mentre gli altri dovrebbero arrivare in Israele entro il 2024. Israele e' il secondo Paese dopo gli Stati Uniti a ricevere i velivoli in consegna e uno dei pochissimi ad aver avuto il permesso di modificarne l'assetto.

(Shalom, 2 agosto 2019)


Dissoluzione ebraica in nome dell'Umanità

di Niram Ferretti

 
                                  Karl Marx                                                                    Noam Chomsky
Il radicalismo antiebraico che viene dagli ebrei è una di quelle patologie con cui è necessario fare i conti, e per le quali, purtroppo, non esiste alcuna cura. Chi, come Karl Marx nella Questione ebraica del 1844, ritrae l'ebraismo sotto il sembiante della religione del denaro la cui dissoluzione potrà servire solo la buona causa della società disalienata, è un celebre esempio di quell'odio per la storia e la tradizione che anima nel profondo i fautori progressisti del Nuovo Mondo che verrà. Nipote di due rabbini ortodossi, Marx getta alle ortiche insieme all'"oppio" religioso i panni obsoleti della sua stessa genealogia. Il passato, con tutto il proprio ingombrante peso di cultura e appartenenza a una comunità, a un popolo e a una religione, è orrendo. Splendido è solo il futuro, il domani in cui l'uomo sarà pienamente Uomo e niente più di quello. E' la linea di pensiero che ritroveremo nel lavoro di un altro pensatore ebreo marxista, Isaac Deutscher, il quale, in un suo saggio del 1954 dal titolo emblematico, L'ebreo non ebreo, spiegherà la necessità di liberarsi di questo ingombrante carapace.
   "La religione? Sono un ateo. Il nazionalismo ebraico? Sono un internazionalista. In nessuno di questi due sensi sono un ebreo. Sono tuttavia un ebreo per la forza della mia incondizionata solidarietà nei confronti dei perseguitati e degli sterminati".
   Il nuovo dogma chiede adesione piena all'incondizionato. Se Dio non c'è, può esserci solo l'Umanità, soprattutto quella oppressa, questo surrogato mistico a cui votarsi con ardore liberatorio. E oggi, tramontato il marxismo hardcore, fallita la rivoluzione, affermatosi prepotentemente il Weltmarket, restano sempre "i perseguitati" e gli "sterminati" sotto forma soprattutto dei migranti, i nuovo proletari, gli underdogs con cui, chi ha cuore il Bene e la Morale, non può che solidarizzare sempre.
   L'ebraismo "illuminato" è dunque quello necessariamente ideologico che recide i vincoli con una appartenenza prima di tutto etnica e religiosa per riplasmarsi laicamente nella forma di una nuova religione, quella dei cuori ardenti per la sofferenza degli oppressi.
   Non c'è Torah che tenga di fronte a questo nuovo verbo. Più puro, più incontaminato, più precisamente declinato. Niente treccine, abiti neri, e possibilmente niente filatteri e kippot, tutto ciò appartiene a un repertorio ormai usurato. Se non si è dalla parte del migrante o dell'oppresso non si può essere ebrei genuini. Chi poi sia l'oppresso e in che misura il migrante sia davvero sempre da compatire e accogliere è questione altra e più spinosa, problematicamente scomoda. L'importante è dichiararsi comunque sempre a favore, come lo si era religiosamente dell'orfano e della vedova, e lasciare a rabbini fin troppo minuziosi distinzioni oltremodo fastidiose.
   Il Mondo Nuovo è quello in cui ogni identità specifica sarà dissolta nell'unità solidale, disalienata. Come non pensare a Lev Bronstein, più noto come Leon Trotzky, l'araldo della rivoluzione permanente? Fu a lui, quando era a capo dell'Armata Rossa, che il rabbino capo di Mosca, Jacob Mazeh, chiese di proteggere gli ebrei dai pogrom. La risposta di Trotzky fu esemplare, "Perché lo dici a me? Non sono ebreo".
   Non si è ebrei quando alla nascita dai genitori si è anteposta la nuova natalità rivoluzionaria che cancella ogni anagrafe e biografia e riplasma in nome dell'Idea.
   L'estremismo di Noam Chomsky, il più ossessivo demonizzatore ebreo del paese che non ha mai abbandonato, gli Stati Uniti, e uno dei maggiori oppositori di Israele, è nutrito dalle stesse allucinate proiezioni che abbagliavano Marx, Trotzky e Deutscher. Anche per lui, la società perfetta, la Città del Sole è senza barriere e muri ma soprattutto è senza America e Israele.
   Là, in quegli approdi, la felicità sarà perfetta. Essere ebrei è solo un refuso della storia, il prodotto guasto di un mondo vecchio che si ostina a resistere all'incalzare del Progresso.
   La società giusta e pienamente umana è anche quella di un altro ebreo non ebreo, George Soros, il tentacolare finanziere paladino della "società aperta" definizione desunta proditoriamente da Karl Popper e riadattata all'agenda "umanitaria", di questo filantropo autoproclamato.
   "Mia madre era piuttosto antisemita e si vergognava di essere ebrea", disse Soros in una intervista al New Yorker. Sicuramente lui di vergogna non ne ha alcuna nel reputarsi un grande riformatore economico "Come Keynes, o anche meglio, uno scienziato, come Einstein". La sua scienza, non ebraica e risolutamente antisionista, l'ha messa al servizio del futuro e, inevitabilmente, del progresso. Pur non essendo marxista, Soros non ama gli stati nazione, le tradizioni consolidate, la ricchezza depositata del passato che conferisce ai popoli la loro cultura e identità specifica. Tutto questo deve essere rimosso e sostituito da un nuovo scenario sovranazionale dentro il quale prospererà una umanità prodotta da uno straordinario esperimento di ingegneria politico sociale.
   Per gli aedi del futuro, siano essi Marx, Deutscher, Chomsky o Soros, le forme consolidate e tramandate sono solo impacci, relitti da togliere di mezzo in nome di idee, astrazioni, allucinazioni. Marx profetava che nella società futura essere ebrei non avrebbe avuto più alcuna importanza, si sarebbe stati solo Uomini, uguali nella propria spogliata umanità.
   Israele, lo stato degli ebrei, è un insopportabile anacronismo per gli ebrei non ebrei (così come per Marx lo era il sionismo) che, al posto di uomini e nazioni, vedono solo l'Uomo affrancato secondo i loro protocolli.
   L'utopico radicalismo demonizzante che li anima, (chi si oppone alla benefica agenda che propongono può emergere solo dalla tenebra profonda), è la conseguenza di avere reciso le proprie radici, con la comunità, con l'identità, con il passato e avere messo al loro posto creature artificiali generate dalla mente.
   Il Golem Uomo, al posto dell'ebreo. Superato l'ebreo. Inghiottito dal futuro. Dall'Umanità, orrida astrazione.

(Caratteri Liberi, 2 agosto 2019)



Ultraortodossi e liberal

Tra

gli ebrei ultraortodossi
che mi tirano le pietre
se faccio il nome di Gesù davanti a loro
e

gli ebrei liberal
che inseriscono Gesù
tra i predicatori dell’amore universale
scelgo senza esitazione i primi.

M.C.

 


Muhammad e David, i nomi più comuni tra gli israeliani

Muhammad e' stato ancora il nome piu' popolare in Israele tra i nuovi nati nel 2018, storicamente favorito dalla sua ampissima popolarita' nella comunita' musulmana, anche se stando ai dati pubblicati dal Central Bureau of Statistics questa settimana sembra essere in calo rispetto al passato.
   Per le ragazze, risulta invece in forte ascesa il nome Arya, come il personaggio della popolare serie televisiva Game of Thrones, Arya Stark: ben 77 nuove nate, invece, sono state chiamate come il personaggio interpretato da Maisie Williams. Secondo l'elenco, che viene pubblicato ogni anno e tiene traccia della popolarita' di vari nomi tra i diversi gruppi etnici, 2.646 ragazzi sono stati chiamati come il profeta musulmano, mentre il nome del ragazzo piu' popolare tra gli ebreie' stato David, a quota 1.447.
   Il nome piu' popolare per le ragazze tra gli ebrei e' stato invece Tamar, con 1.289 bambine che hanno avuto questo nome, mentre 523 bambine musulmane sono state chiamate Miriam. Il secondo nome piu' popolare per i ragazzi ebrei e' stato Ariel a 1.323, seguito da Noam. Il secondo e il terzo nome maschile tra i musulmani sono stati Ahmad e Adam. David e' stato il nome ebraico piu' popolare a Gerusalemme, mentre Eitan e' stato il preferito a Tel Aviv. Maya invece e' stato il nome piu' popolare per le ragazze di Haifa, Tel Aviv, Beersheba, Raanana e Rishon Lezion.

(Shalom, 2 agosto 2019)


L"Operazione Fratelli" ricostruita in un film. Così il Mossad salvò migliaia di ebrei etiopi

Su Netflix "The red sea diving resort" del regista Gideon Raff con Chris Evans. Centro della scena l'hotel sulle spiagge di Arous che funzionò da copertura.

di Fabiana Macrì

 
Quella di Netflix per gli agenti segreti israeliani è una magnifica ossessione. Dopo le prime due stagioni di Fauda (la terza è in produzione) e Mossad 101 - la prima sulle missioni militari sotto copertura in Cisgiordania e a Gaza e la seconda sull'addestramento degli agenti segreti tra realtà, improvvisazione e finzione - e dopo i film Operazione finale sulla cattura di Adolf Eichmann e The Angel sull'alto funzionario egiziano che divenne una spia per Israele contribuendo alla pace tra i due Paesi, il menu della piattaforma cinematografica online si è arricchito di The Red Sea Diving Resort. L'incredibile storia vera di un'operazione del Mossad tra le più ardite e complesse, ovvero il salvataggio, nei primi Anni 80, di migliaia di ebrei etiopici in fuga dalla guerra civile.

 Anni 80 e guerra civile
  Era il 1981 quando il premier israeliano Menachem Begin stabilì di soccorrere e porre fine al dramma di una tribù ebraica, i «Beta Israel», che per secoli aveva vissuto nel Nord
dell'Etiopia. Migliaia di «falascià» fuggivano dal loro Paese e dal regime del Negus Rosso Menghistu, compiendo uno straziante viaggio a piedi attraverso il deserto per raggiungere i campi profughi in Sudan. Non di rado i fuggitivi lasciavano indietro i cadaveri dei compagni di viaggio.
  Ma questa parte della storia apparterrà a un eventuale pre-quel della vicenda sviluppata in The Red Sea Diving Resort, la cui produzione era iniziata nel 2017. Poi il film scomparve per un po', riemergendo lo scorso febbraio, quando Netflix acquisì i diritti di distribuzione. L'avventurosa «Operazione Fratelli» divenne di pubblico dominio dopo la pubblicazione, nel 2007, di Mossad Exodus, il salvataggio della tribù perduta di Israele, il racconto firmato da Gad Shimron, uno degli agenti che vi prese parte.
  Il libro racchiudeva già tutti gli elementi necessari per una sceneggiatura cinematografica. Pagina dopo pagina, Shimron svelava come nel 1981 l'Istituto avesse individuato in un vecchio resort abbandonato sulle spiagge di Arous la perfetta copertura per la fantasiosa operazione. Le villette sul mare erano state costruite dieci anni prima da imprenditori italiani e poi abbandonate per la mancanza di infrastrutture. Quando il Mossad le affittò fingendosi una società svizzera intenzionata a creare una nuova destinazione da sogno per le vacanze degli europei - e quando si accollò i costi per rinnovare la struttura, costruire strade e portare acqua ed elettricità - l'ufficio del turismo sudanese dovette strofinarsi le mani. Salvo insospettirsi quando il traffico di esseri umani sulla spiaggia diventò più frequente.
  In uno dei momenti più ad alta tensione - nella realtà così come nella fiction - i militari sudanesi spararono addosso ad agenti e fuggitivi credendoli contrabbandieri. Solo la prontezza - e la hutzpà - di un agente israeliano salvò la situazione. Il finto istruttore subacqueo, insultando gli uomini armati, li convinse che stavano organizzando un'innocente immersione notturna per i turisti. Nel corso dei tre anni di «Operazione Fratelli», il resort funzionò così bene, e non solo come copertura, che l'Arous Holiday Village si rivelò un business produttivo.
  A due anni dal primo ciak, il film diretto da Gideon Raff, acclamato regista di Homeland, è stato presentato in anteprima al San Francisco Jewish Film Festival. Il cast degli agenti infiltrati è guidato da Chris Evans, che interpreta il carismatico Ari Levinson e da Michael Kenneth Williams nei panni del coraggioso etiope Kabede Bimro. Tra gli altri protagonisti ci sono Haley Bennett (La ragazza del treno) e il Premio Oscar Ben Kingsley.

(La Stampa, 2 agosto 2019)


Ai ricercatori del Technion il premio per la tecnologia che crea acqua dal calore

I ricercatori del Technion Institute of Technology di Haifa e i loro partner in Africa hanno ricevuto un premio per lo sviluppo di una tecnologia che crea acqua dal calore e ha l'obiettivo di fornire acqua pulita ai paesi del terzo mondo.
  I vincitori del premio di ricerca Mauerberger Foundation Fund (MFF) appena istituito per le tecnologie trasformative per l'Africa sono il prof. Yehuda Agnon, il prof. Associato Mark Talesnick e il prof. Guy Ramon, insieme a Leslie Petrick della University of the Western Cape in Sudafrica e della Mekelle University in Etiopia.
  Hanno ricevuto anche il premio tre ONG: Technion's Engineers Without Borders (EWB), FLOW del Sudafrica e Drop of Water dell'Etiopia.
  Gli scienziati israeliani hanno sviluppato un sistema a basso costo alimentato da energia rinnovabile per estrarre l'acqua dall'umidità presente nell'aria. La tecnologia è diversa dalle altre tecniche che generano acqua dall'aria in quanto converte il calore in energia meccanica sotto forma di un'onda acustica. Questa onda funge da "pistone virtuale" in grado di eseguire un'azione di raffreddamento.
  La tecnologia israeliana non richiede elettricità, in quanto utilizza solo calore locale.
  La tecnologia Phase Exchange Thermoacoustics (PXT) sviluppata dai ricercatori Technion è quindi "un candidato per dispositivi di conversione a basso costo e su piccola scala" per le aree rurali e in via di sviluppo.
  Il prof. Guy Ramon, come riporta The Times of Israel, ha affermato:
"Combinando le nanotecnologie sviluppate presso la University of Western Cape, con le quali è possibile catturare efficacemente l'umidità, e la tecnologia PXT di Technion, abbiamo in programma di sviluppare un sistema robusto e a basso costo per la raccolta dell'umidità atmosferica, alimentato da energia rinnovabile. Alla fine, il sistema sarà testato in Etiopia".
  Il premio, aperto a ricercatori di tutte le università in Israele, è stato assegnato per la prima volta quest'anno.
  A vincere il secondo premio un gruppo di ricercatori dell'Università Ben-Gurion del Negev.
  Il prof. Yoram Oren, Zeev Ronen e Jack Gilron, ricercatori dello Zuckerberg Institute for Water Research dell'Università Ben-Gurion, stanno sviluppando una tecnologia avanzata per il trattamento delle acque sotterranee contaminate. L'insieme delle pellicole che stanno sviluppando aiuterà a purificare l'acqua da nitrati e cloruri. La tecnologia inizialmente prenderà di mira i pozzi contaminati in Ghana.

(SiliconWadi, 2 agosto 2019)


Israele punta Hamas: è Gaza il nuovo fronte della sfida all'Iran

di Davide Bartoccini

Israele deve prepararsi ad un nuovo fronte su Gaza per direttiva dell'Iran. Sembra essere questo il nuovo obiettivo del governo di Benjamin Netanyahu e dei suoi strateghi, secondo cui la Guardia Rivoluzionaria iraniana e Hamas avrebbero raggiunto un'intesa sull'apertura di un secondo fronte a sud dalla "Striscia" come parte di una strategia più ampia contro lo Stato israeliano.
   Secondo l'intelligence di Tel Aviv, l'Iran starebbe intensificando il suo coinvolgimento nel supportare le cellule di armate che si trovano nell'enclave palestinese della Striscia di Gaza con l'obiettivo di trasformare Hamas in un braccio operativo di Teheran. Secondo quanto riferito dal governo dello Stato ebraico, i Guardiani della Rivoluzione, i Pasdaran, avrebbe intensificato negli ultimi mesi i contatto con i soldati della jihad palestinese. E la decisione di rafforzare militarmente Hamas andrebbe dunque considerata come una tassello importante della sua strategia contro Israele. Il fine sarebbe quello di "dividere" le forze dello Stato ebraico, costringendo Tel Aviv a deviare parte delle sue forze armate verso sud in caso di guerra, impegnando sistemi di difesa aerea, uomini e mezzi nella parte settentrionale.
   Come riportato dal quotidiano Haaretz, un alto ufficiale delle Forze di Difesa Israeliane, il generale Kamil Abu Rukon, si è detto convinto che "l'Iran sta cercando di prendere il controllo della Striscia"; e la conferma si troverebbe nella recente dichiarazione di un diplomatico iraniano che ha annunciato l'istituzione di un fronte militare unito "da Teheran a Gaza ". "Questo è solo l'inizio" ha osservato il militare israeliano. I funzionari della difesa ebraica sarebbero infatti preoccupati per questo chiaro aumento di "sforzi" da parte dell'Iran nel foraggiare Hamas, sia nella Striscia di Gaza che in Cisgiordania, dove vengono erogati fondi per finanziare la guerra a Israele.
   Secondo i servizi segreti di Israele il conflitto con Hamas potrebbe riaccendersi sotto l'influsso di Teheran a meno che non vengano compiuti progressi significativi nei colloqui sugli accordi a lungo termine con i leader palestinesi e non vengano accordate misure valide per migliorare l'economia nella Striscia. I leader di Hamas - afferma l'intelligence - sono convinti che l'unico modo per attenuare il blocco israeliano a Gaza sia un'escalation militare su vasta scala che con la sua intensità dovrebbe arrivare a costringere lo Stato Ebraico a sedersi al tavolo dei negoziati. Ma questo progresso potrebbe essere raggiunto senza spargimenti di sangue, evitando un'ennesima escalation come si è vista negli scorsi mesi, quando Hamas ha dato l'ordine di sparare centinaia di razzi sul territorio israeliano provocando la risposta immediata degli aerei e degli elicotteri da guerra di Tel Aviv.
   Intanto questa mattina un miliziano di Hamas è rimasto ucciso mentre tentava di superare i reticolati a Gaza, tentato di eliminare con un'arma da fuoco alcuni soldati israeliani. Almeno due soldati israeliani e un ufficiale sono rimasti feriti nell'attacco. Il portavoce militare delle Idf ha riferito come l'assalto sia stato seguito dal cannoneggiamento di una torretta di avvistamento di Hamas da parte di un carro armato israeliano. Dimostrando come la tensione lungo la striscia sia sempre altissima, e come le interferenze di Teheran non possano far altro che portare il conflitto ad un livello superiore e sempre più prossimo.

(Inside Over, 1 agosto 2019)


Le elezioni israeliane e la variabile Lieberman

 
L'ultimo sondaggio autorevole realizzato in Israele assegna al partito di Avigdor Lieberman, Israel Beitenu, 10 seggi della Knesset all'esito delle elezioni di settembre.
  Se vero, Lieberman potrebbe essere il kingmaker del prossimo governo israeliano, dato che i seggi totali sono dieci e né destra né sinistra senza di lui hanno la maggioranza di 61 seggi.

 Lo spariglio israeliano
  Certo, c'è sempre l'ipotesi di un governo di destra allargato ai laburisti, stante l'ambiguità che viene attribuita al suo leader, Amir Peretz, che, secondo quanto riferito da Haaretz, potrebbe far causa comune con Netanyahu.
  Ma al momento è ipotesi azzardata: sia perché Peretz nega tale convergenza, sia perché, se anche fosse vero quanto accennato nella nota di Haaretz, Peretz rischierebbe defezioni che potrebbero negare egualmente la maggioranza alla coalizione destra-sinistra.
  Così resta Lieberman coi suoi eventuali 10 seggi. Quel Lieberman che ha già affondato la formazione di un governo Netanyahu dopo le recenti elezioni, negandogli appoggio e maggioranza.
  Uno spariglio che ha fatto infuriare il premier, il quale ha dovuto chiedere un pronto ritorno alle urne, nella speranza di riapparigliare.
  Contava sul fatto che Lieberman, dopo aver affondato il suo governo, sarebbe finito nel dimenticatoio della storia, condannato dall'alto tradimento di cui si era macchiato agli occhi della destra, suo ambito riferimento.

 Unità nazionale
  Finora non sembra andata così, ché anzi Lieberman sembra aver guadagnato simpatie tra quanti, a destra, sono insofferenti verso Netanyahu e le sue concessioni agli ultra-ortodossi, in particolare l'esenzione della leva, vista dai tanti come un privilegio indebito.
  Così Lieberman rischia di ripetersi e risultare l'ago della bilancia del futuro governo. Forte della sua posizione, sta già sbandierando ai quattro venti che si proporrà come collante di un governo di unità nazionale formato dal Likud e da Kahol Lavan, negando il suo appoggio a un governo che guardi solo a destra o solo a sinistra.
  Dichiarazione che rischia di far fuori Netanyahu, dato che Benny Gantz, leader di Kahol Lavan, ha già dato la propria disponibilità a una convergenza col partito di Netanyahu, il Likud, ma solo se l'attuale premier si farà da parte.
  Peraltro lo stesso Lieberman sta duramente attaccando Netanyahu - tra i due ormai è anche una questione personale - affermando che il "Likud ha perso la sua strada, manca di ideologia e principi, tutto ruota attorno a un culto della personalità. Sembra che abbiamo scelto un dio per governarci".

 Netanyahu e la variabile Lieberman
  Così, ad oggi, l'ex ministro della Difesa sembra avere le chiavi del futuro governo di Israele. Se si tiene conto dell'importanza di queste elezioni, che potrebbero porre fine al lungo regno di Netanyahu, si può avere un'idea della portata che ha nel mondo la variabile Lieberman.
  Certo, i destini del mondo si giocano su tanti e altri piani. Ma chi si occupa di geopolitica sa l'importanza cruciale che ha quel fazzoletto di terra: quel che accade in medio terrae ha ripercussioni in tutto il mondo. È destino, meccanica, dinamica inesorabile.
  Detto questo è ancora presto per far previsioni. Tutto può accadere. E Natanyahu ha ancora frecce al suo arco, come dimostra con una campagna fatta di immagini giganti che lo ritraggono con i potenti della Terra: non più il solo Trump, ma anche Putin e Modi.
  Sta dicendo agli elettori che ha fatto di Israele una potenza globale, in grado di parlare con i grandi. Tacitamente affermando che senza di lui perderebbe il suo attuale status.
  Tutto ancora sospeso dunque. Ma la variabile Lieberman va comunque registrata, per l'importanza che sta assumendo il suo piccolo partito. Forse le previsioni risulteranno sbagliate, ma oggi tale variante è il più grande grattacapo di Netanyahu.

(Piccole Note, 1 agosto 2019)


Gerusalemme immersa nel cinema

di Daniela Gross

È una lunga immersione cinematografica che aprendo al mondo conduce nel cuore della scena israeliana. Fino a domenica il Jerusalem Film Festival porta in scena oltre duecento film da Israele e sessanta paesi, fra cui i vincitori dei festival di Berlino, Venezia e Sundance. E come sempre, accanto ai film il programma prevede incontri con i filmaker, workshop, feste e performance. I vincitori delle dieci competizioni si aggiudicheranno nel complesso quasi un milione di shekel.
   La sezione israeliana è varia come sempre. Si va da Born in Jerusalem and Still Alive di Yossi Atia e David Ofek, commedia dark su un giovane improvvisatosi guida turistica nei luoghi degli attentati al dramma di Chained di Yaron Shani, già presentato a Berlino, storia di un ufficiale di polizia accusato di molestie sessuali; dalla commedia esistenziale di Gur Bentwich Peaches and Cream su un regista capace di regalare una notte indimenticabile al suo eccentrico cast a That's the Way You Love di Limor Shmila che affonda l'obiettivo su una coppia in crisi dopo la nascita del figlio. In competizione anche The Day After I'm Gone di Nimrod Eldar, anche questo già visto a Berlino, su un padre di mezza età costretto ad affrontare il dramma del suicidio della figlia adolescente.
   Mai ricca come quest'anno la sezione Jewish experience. In programma Tramonto di Laszlo Nemes, il regista ungherese Oscar per Il figlio di Saul che questa volta esplora, nella vicenda della giovane Iris Leitner, i mesi che precedono la prima guerra mondiale; Die Kinder der Toten di Kelly Copper e Pavol Lisk, basato sul monumentale romanzo del Nobel Elfried Jelinek; Heimat is a Space in Time di Thomas Heise, che con materiali d'archivio illumina la vicenda della sua famiglia sul fondale della storia tedesca; M di Yolande Zauberman, esplorazione del mondo ortodosso di Bnei Berak con gli occhi di un giovane che ha scelto di lasciarlo e Ask Dr. Ruth di Ryan White, documentario dedicato alla straordinaria esperienza di Ruth Westheimer, sopravvissuta alla Shoah dove ha perduto i genitori e diventata la più celebre sessuologa americana (il titolo del film è anche quello del suo popolare programma radiofonico).
   Il festival onora inoltre Amos Guttman, uno dei più importanti filmaker della sua generazione, morto di Aids nel 1993, con la presentazione della versione restaurata di Bar 51. Il film intreccia le storie di due fratelli che lasciano la loro cittadina per Tel Aviv. Qui frequentano bar di second'ordine e l'amore di Thomas per la sorella cresce mentre lei cerca di costruirsi una vita. Il restauro è stato realizzato nell'ambito di un'iniziativa dell'Israel Film Archive alla Cinemateca di Gerusalemme per tutelare grandi opere cinematografiche e renderle accessibili al pubblico.
   Le proiezioni si tengono nella storica sede della Cinemateca, nel cinema Lev Smadar, al Teatro di Gerusalemme, in due cinema a Yes Planet e all'aperto al Gan Habonim.

(moked, 1 agosto 2019)


Olio, Israele denuncia uno scandalo internazionale

Denuncia un complotto e non riconosce la rielezione dei vertici dell'organismo oleicolo internazionale. E non riconosce i nuovi vertici del Consiglio oleicolo internazionale e il loro operato.

di Alberto Grimelli e Luigi Chiarello

Abdellatif Ghedira, direttore esecutivo del Consiglio oleicolo internazionale
Scoppia lo scandalo al Consiglio oleicolo internazionale (Coi), con Israele che, in una nota ufficiale inviata a tutti i capi delegazione, denuncia un complotto e non riconosce la rielezione dei vertici dell'organismo internazionale.
  Elezioni, che hanno confermato il tunisino Abdellatif Ghedira nel ruolo di direttore esecutivo nonché lo spagnolo James Lillo e il turco Mustafa Septeci a direttori aggiunti (si veda, da ultimo, ItaliaOggi del 15/5/2019 e del 26/6/2019).
  Nella missiva del 26 luglio, Adi Naadli, capo della delegazione di Israele al Coi dal 2012, punta l'indice direttamente contro Miguel Garcia Navarro, rappresentante dell'Unione europea, e Abdellatif Ghedira, direttore esecutivo, accusati di aver prodotto carte false, di aver mentito al consiglio e di aver escluso arbitrariamente il suo Paese dalla sessione di Marrakesh del 26 giugno scorso.
  Una serie di accuse molto pesanti che partono dal mancato riconoscimento dell'accredito a Ignazio Castellucci, italiano docente dell'Università di Teramo, chiamato a rappresentare Israele a Marrakesh.
  Sulla base del verbale del comitato accrediti, in possesso di ItaliaOggi, non sarebbe stato riconosciuto il ruolo di Adi Naadli come capo delegazione di Israele. Un ruolo invece riaffermato dal Ministero dell'agricoltura israeliano con mail delle 9.37 del 26 giugno e dall'Ambasciata israeliana a Madrid alle 10.53 dello stesso giorno.
  Entrambe le mail riconoscevano anche Ignazio Castellucci come delegato per la sessione. Lettere che, secondo Adi Naadli, sarebbero state occultate. Contestualmente sarebbe stato falsificato l'orario di chiusura dei lavori del comitato accrediti, alle 9.15; lavori che in realtà sarebbero continuati fino alle 10.30, come anche da testimonianze raccolte da ItaliaOggi. Dunque, solo dalle 10.30 (e non prima) sarebbero iniziati i lavori del Coi.
  Il comitato accrediti era formato dallo spagnolo Miguel Garcia Navarro, grande amico del direttore aggiunto, il connazionale Jaime Lillo; dal tunisino Kamel Ben Ammar, affiancato, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, da Fourati Mounir, capo delle relazioni esterne del segretariato esecutivo e braccio destro del tunisino Abdellatif Ghedira; e dal turco Mehemet Hacilarli, molto vicino al direttore aggiunto, il connazionale Mustafa Septeci.
  Nell'occasione il delegato della Turchia, non riconoscendo la delega di Israele a Castellucci effettuata da Adi Naadli, ha dimenticato che proprio Adi Naadli, con le stesse modalità utilizzate nella circostanza, aveva incaricato il suo Paese, la Turchia, di rappresentare Israele durante due precedenti sessioni del Consiglio.
  Accrediti all'epoca regolarmente riconosciuti. Inoltre, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, nel corso dei lavori del comitato accrediti vi sarebbe stato un acceso diverbio tra Miguel Garcia Navarro e un alto funzionario dell'Unione europea, il belga Alexis Loncke, che avrebbe cercato di evitare l'esclusione di Israele.
  Una situazione di tensione che avrebbe avuto riverberi successivi a Bruxelles visto che, dopo la sessione del Coi, Miguel Garcia Navarro avrebbe chiesto il trasferimento ad altro incarico, lontano dalla direzione generale agricoltura.
  Le stranezze non finiscono qui, visto che Ignazio Castellucci, fin dal suo arrivo nell'hotel dove si sarebbe svolto il consiglio, ha notato l'assenza della bandiera israeliana, ben prima che il comitato accrediti si esprimesse sulla validità della lettera di rappresentanza, quasi che l'assenza di Israele fosse stata programmata.
  Inoltre, mentre a tutti gli altri rappresentanti e osservatori, ancor prima che fossero chiusi i lavori del comitato accrediti, era stato concesso l'accesso alla sala del consiglio, l'unico a cui è stato negato, anche fisicamente, è stato proprio il delegato di Israele.
  Una serie di fatti e circostanze che costituirebbero una violazione del diritto internazionale, tanto che Israele ha annunciato che invierà la contestazione anche ad altre istituzioni internazionali.
  Secondo quanto risulta a ItaliaOggi, dopo una lettera di richiesta di documentazione al segretariato esecutivo del Coi, il Ministero degli esteri israeliano avrebbe intenzione di sollevare la questione all'Onu e all'Unctad, l'ente delle Nazioni Unite che sovraintende agli accordi internazionali, quale è l'International Olive Oil Agreement che regola la vita del Coi.
  Nel frattempo Israele non riconosce i nuovi vertici del Consiglio oleicolo internazionale e il loro operato. Tra gli atti più importanti del segretariato esecutivo vi sono i bilanci, preventivi e consultivi, la cui bocciatura avrebbe come conseguenza il blocco dell'attività del Coi.
  Una situazione di impasse diplomatica che vede l'Italia coinvolta in prima linea, visto che fu il Ministro degli esteri, Enzo Moavero Milanesi, a chiedere a Israele di partecipare alla sessione di Marrakesh, votando contro la rielezione dei vertici del Coi, dopo che il Ministro dell'agricoltura, Gian Marco Centinaio, non era riuscito ad ottenere da Bruxelles la posizione di direttore aggiunto per un italiano. Nonostante gli accordi informali presi in passato dall'Italia a Bruxelles, all'indomani della prima elezione di Ghedira a direttore esecutivo Coi e di Lillo a direttore aggiunto, dicessero il contrario (si veda ItaliaOggi del 6/3/2019, del 3/4/2019 e del 24/4/2019).

(Italia Oggi, 31 luglio 2019)


Si prepara una tempesta perfetta in Medio Oriente

Come la riapertura di un valico può accendere il conflitto

di Michael Sfaradi

 
 
Che in Medio Oriente si stia preparando una tempesta perfetta che potrebbe esplodere da un momento all'altro, e che potrebbe essere fermata solo dalla diplomazia o da un miracolo, è chiaro a tutti coloro che si occupano di ciò che accade nella regione. Sono troppi i segnali che arrivano in ordine sparso, segnali che se letti nell'insieme danno un quadro desolante dove è impossibile trovare il bandolo della matassa. Le azioni di forza dei contendenti si alternano a periodi di stallo che, nella maggior parte dei casi, servono solo a rafforzare le posizioni acquisite. La lista è lunga, ma vale la pena ricordare almeno le parti più importanti: dopo aver avuto in mano le prove che l'Iran, nonostante l'accordo dei 5+1 sul nucleare tanto voluto dall'ex presidente Obama, ha continuato imperterrita sulla strada dell'arma atomica gli Stati Uniti di Trump non solo sono usciti dall'accordo, ma hanno anche inasprito le sanzioni contro la Repubblica Islamica. Mossa questa che da una parte sta mettendo in ginocchio Teheran dal punto di vista economico, ma che dall'altra dà forza agli irriducibili della corte degli ayatollah che aspettano solo il momento per dare il via allo scontro. Ecco allora che cominciano i sabotaggi delle petroliere dirette in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi a cui fa seguito il blocco della la Grace 1, petroliera iraniana, fermata dalla Royal Navy con l'accusa di contrabbando e che, a distanza di molti giorni, è ancora alla fonda davanti a Gibilterra. Ma non finisce qui, perché per ritorsione i Pasdaran dirottano, senza ragione e con un vero atto di pirateria, la petroliera inglese Stena Impero, fatto questo che innesca la decisione di Downing Street di inviare navi da guerra britanniche nello stretto di Hormuz per garantire il libero passaggio, cosa che gli Usa, presenti in zona con navi aerei e truppe di terra hanno tutta l'intenzione di far rispettare con le buone o con le cattive, anche se fino ad ora hanno dimostrato di avere molta pazienza.
   Pazienza che, dato le continue frizioni - i barchini veloci dei Pasdaran che navigano sulla linea di confine delle acque territoriali saudite ed emiratine sono continuamente avvistati tutti dai droni di sorveglianza - rischia di consumarsi rapidamente. Poi c'è Israele, o "entità sionista" come viene chiamata a Teheran, con la quale il conto è aperto da anni. Se fino a non molto tempo fa lo scontro si limitava a una guerra psicologica o per delega, armi iraniane in mano a Hamas o a Hezbollah usate contro lo Stato Ebraico in occasione degli ultimi scontri armati nel Libano del Sud o nella Striscia di Gaza, ultimamente il conflitto si sta facendo sempre più reale e diretto. L'Iran, con il pretesto di aiutare il presidente Assad contro i rivoluzionari, ha trasferito in Siria migliaia di soldati che, alla fine della guerra civile, si sono stabiliti nel Paese costruendo teste di ponte da utilizzare nella possibile e prossima guerra contro lo Stato Ebraico. Ed è per questo che da mesi l'aeronautica militare israeliana bombarda in Siria i siti dove gli iraniani stanno ammassando missili terra terra a lungo e a medio raggio. Bombardamenti che recentemente hanno allargato il loro raggio di azione arrivando in Iraq. È notizia di pochi giorni fa che un grande magazzino di stoccaggio missili iraniano alle porte di Bagdad è stato fatto saltare durante un raid notturno. Quello che potrebbe far alzare ulteriormente l'asticella dello scontro è la notizia, riportata dai media israeliani, che la Siria vuole riaprire il valico Albukamal uno dei due valichi, quello più a nord e più lontano da Israele, l'altro è Al Tanef, sulla strada che collega Teheran con il Libano passando per Bagdad. Sono state anche pubblicate delle fotografie aeree dove si vedono mezzi al lavoro per la costruzione del terminal doganale. La strada, secondo i report dell'intelligence israeliana, sarebbe principalmente utilizzata per trasferire via terra armi a Hezbollah, come se quelle trasferite dagli aerei e dalle navi che arrivano in Siria e Libano non bastassero, in quantitativi molto più importanti di quelli trasferiti fino ad oggi.
   Nonostante da anni l'ambasciatore di Israele all'Onu denunci le continue violazioni da parte di Hezbollah alla risoluzione 1701, che prevedeva il disarmo della milizia sciita, il riarmo prosegue a ritmo incessante senza che ci siano reazioni da parte della comunità internazionale. Della prossima apertura del valico ne ha dato notizia il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center, poi ripresa da alcuni organi di stampa. Nel suo resoconto si prevede l'intensificarsi in futuro di azioni mirate dell'aeronautica israeliana sui convogli di passaggio, azioni che potrebbero scaturire reazioni che porterebbero a uno scontro frontale fra Israele da una parte e Hezbollah, esercito iraniano presente in Siria e quello che rimane dell'esercito siriano dall'altra, riaccendendo per l'ennesima volta il confine fra Libano e Israele e anche la linea del "cessate il fuoco" sulle Alture del Golan, che dal 1974 fino ad oggi, prima dell'arrivo degli eserciti stranieri, ha goduto di una calma relativa.

(Atlantico, 1 agosto 2019)


Un tenente colonnello dell'Israel Air Force conferma che hanno jet invisibili ai radar

Una tecnologia che ha sovvertito l'aggressività militare dell'Iran

di Roberto Motta

La notizia che i caccia israeliani possono entrare con facilità nei cieli iraniani invisibili non è per nulla incredibile. Basta chiedere a un tenente colonnello della I.A.F. (Israel Air Force) che, anonimo, risponde:
- «Ti ricordi nel 1988, quando tu hai dato un passaggio a mio fratello minore sul lungomare di Tel Aviv?»
- Come no, aveva un Uzi a tracolla, i libri dell'università sull'altra spalla e un bel sorriso, fermai la Ford e mi chiese 'Che lingua vuoi che parliamo?', indimenticabile. Sale in macchina, siamo sul lungomare di Tel Aviv, un boato da far tremare e un Mirage con la stella di Davide viene in picchiata sul mare, sembra tuffarsi, poi una cabrata brutale e ritorna su con un fischio. Gli chiedo, ma chi è quel matto, e lui tranquillo: 'È mio fratello pilota che si allena a far esplodere in mare i missili siriani'. Eri tu.
  Ride.
- «Sì, ero io quel matto, allora usavamo i Mirage francesi. La IAF ne aveva comprati quattro nuovi, li smontavamo e li riarmavamo a dovere con tutta l'elettronica nostra e ogni accorgimento per battere i Mig e qualsiasi altro aereo».
- Fate la stessa cosa con gli F35 Adir?
- «Certo, di serie sono dei ferracci, difficili da pilotare, noi li rielaboriamo come si deve e diventano eccellenti. Usiamo elettronica made in Israel e tecnologie di ultimissima generazione, brevetti nostri, non chiedermi di più, per renderli invisibili ai radar e silenziosi. Ne hanno di strada da fare gli Iraniani per aggiornare i radar. Abbiamo un vantaggio di due anni e per allora saremo ancora più avanti».
- Anche sugli Usa?
- «No comment, se no Trump dà i numeri» .
- E tuo fratello?
- «Lavora per noi. Ingegnere elettronico specializzato in informatica e in tecnologie avioniche stealth».
- Ok complimenti, non ho parole e i vostri sommergibili nucleari sono cosi avanti anche quelli? Qualcuno riesce a rilevarli sui sonar?
  Ride.
- «Posso dirti solo quello che sanno tutti, ne teniamo uno che incrocia nel Mediterraneo davanti Tel Aviv. Uno nel Golfo Persico e uno nel Mar Rosso. Molto silenziosi. Di più non posso dire».
- E tutta l'elettronica che avete nascosto nel Mar Rosso dopo l'ultima guerra con l'Egitto?
«Di quella si occupa il Mossad, non farmi dire altro. Anzi, sparisci. Come i nostri F35».

(ItaliaOggi, 1 agosto 2019)


USA e Israele: un incontro "importante"

di Piera Laurenza

 
Il genero e consigliere del Presidente degli Stati Uniti d'America, Jared Kushner, ha incontrato, il 31 luglio, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a Gerusalemme, nell'ambito di una visita in Medio Oriente, che ha avuto inizio in Giordania.
   Entrambe le parti hanno descritto l'incontro "importante". Ad accompagnare Kushner, vi era altresì il Rappresentante speciale per i negoziati internazionali ed il processo di pace in Medio Oriente, Jason Greenblatt. Il tour, intrapreso da Kushner dovrebbe includere anche l'Egitto e i Paesi del Golfo. Si tratta della seconda visita in Medio Oriente in soli due mesi e mezzo.
   In precedenza, Kushner ha altresì incontrato, ad Amman, il re della Giordania, Abdullah II. Secondo quanto rivelato dalla Corte reale di Giordania, il consigliere statunitense ed il sovrano giordano hanno discusso del processo di pace in Medio Oriente. In tale incontro, da parte giordana è stata evidenziata la necessità di una pace giusta e duratura per la Palestina, oltre all'istituzione di uno Stato palestinese indipendente, con capitale Gerusalemme Est. Tale Stato, stabilito secondo i confini del 1967, dovrebbe convivere in pace al fianco di Israele. Il re giordano si è espresso a favore di una soluzione a 2 Stati, sulla base dell'iniziativa di pace araba, proposta nel 2002, e delle relative risoluzioni di legittimità internazionale.
   Il meeting israeliano- statunitense giunge in seguito ad un rapporto della stampa israeliana, in cui si invitano tutti i leader arabi a partecipare al vertice che si terrà a Washington, a Camp David, il prossimo 7 settembre, ovvero prima delle elezioni israeliane. Si prevede che, durante tale incontro, il presidente della Casa Bianca, Donald Trump, presenterà le proprie idee per riportare la pace nel mondo arabo.
   Allo stesso tempo, ci si aspetta che, entro la fine del 2019, venga rivelato il cosiddetto "accordo del secolo", il piano volto alla risoluzione del conflitto israeliano-palestinese e proposto dall'attuale amministrazione statunitense, con a capo il presidente Donald Trump. Tuttavia, tale accordo, a detta di Kushner, esclude la soluzione a 2 Stati, sebbene questa sia appoggiata da gran parte dei Paesi arabi.
   Inoltre, l'incontro tra Netanyahu e Kushner si è svolto il giorno successivo alla dichiarazione dell'ambasciatore statunitense a Israele, David Melech Friedman, secondo cui gli Stati Uniti sono a favore di un auto-governo e di un'ampia autonomia per i palestinesi ma ha confermato che l'accordo del secolo non garantisce il raggiungimento della soluzione a 2 Stati. Inoltre, l'ambasciatore statunitense ha altresì affermato che il proprio Paese attualmente non supporta la creazione di uno Stato palestinese.
   I palestinesi reclamano la liberazione della Cisgiordania, di Gerusalemme Est e della Striscia di Gaza, territori occupati da Israele nella guerra del 1967, per la costituzione di uno Stato indipendente. La soluzione a 2 Stati è stata stabilita nel 1993 con gli Accordi di Oslo e prevede la creazione di due Stati in grado di coesistere uno di fianco all'altro, ovvero Israele da una parte e la Palestina dall'altra, con un'unica capitale, Gerusalemme, divisa tra i due.
   Superando le politiche pianificate dai suoi predecessori, l'amministrazione Trump si è rifiutata di approvare una soluzione che preveda due Stati per risolvere il conflitto tra Israele e palestinesi. Questi ultimi hanno chiuso i loro legami con la Casa Bianca dopo che il presidente statunitense ha dichiarato di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele, nel dicembre 2017, e di trasferire la propria ambasciata in questa città. Gli Stati Uniti hanno altresì tagliato aiuti ai palestinesi equivalenti a centinaia di milioni di dollari e hanno ordinato la chiusura dell'ufficio diplomatico palestinese insediato a Washington.
   L'accordo del secolo è stato annunciato con la conferenza di Manama, in Bahrein, il 25 e 26 giugno scorso, e mira a raccogliere fondi pari a più di 50 miliardi di dollari da destinare all'Autorità Palestinese, oltre a creare un milione di posti di lavoro per i cittadini entro un lasso di tempo di 10 anni, con il fine ultimo di trasformare la Palestina ed il Medio Oriente da vittima di conflitti in un modello per il commercio in tutto il mondo. La leadership palestinese aveva più volte sottolineato il proprio disprezzo per il piano USA, sottolineando come qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina deve essere politica e basata sulla fine dell'occupazione e che la crisi finanziaria è il risultato di una guerra contro lo stesso popolo. "Non soccomberemo al ricatto e all'estorsione e non abbandoneremo i nostri diritti nazionali per denaro" erano state le parole del premier palestinese.

(Sicurezza Internazionale, 1 agosto 2019)


Quelle ombre sull'agenzia per i rifugiati palestinesi

Anche Svizzera e Olanda chiudono i rubinetti. Mentre indagini indipendenti portano a galla tutte le contraddizioni interne all'Unrwa.

di Carlo Panella

 
La decisione dell'Olanda e della Svizzera - che segue quella assunta da Donald Trump nel 2018 - di sospendere i fondi alla Unrwa, l'organizzazione di aiuto ai rifugiati palestinesi, ha finalmente portato a galla lo scandalo che da decenni cresce in questa ben strana organizzazione. Questo, a partire dalla sua nascita nel 1949, 70 anni fa: solo ragioni di basso opportunismo petrolifero e di polemica nei confronti di Israele infatti spinsero le Nazioni Unite a creare - unica al mondo - una organizzazione specifica che riguarda unicamente i 700 mila rifugiati dalla Palestina della guerra del 1948. Un privilegio che li differenzia dagli oggi 70 milioni di rifugiati di cui invece si occupa l'Unhcr, l'organizzazione dell'Onu che assiste umanitariamente i rifugiati di tutto il pianeta.
Nel 2005 la Unrwa riceveva 408 milioni di dollari, ben il 45% dei 982 milioni di dollari destinati a tutti gli altri rifugiati del mondo
Nessun altro popolo, per quanto più drammatiche possano essere le sue condizioni e più elevato il numero delle sue vittime e dei suoi profughi (si pensi al Darfur, al Ruanda, alla ex Jugoslavia, alla Siria, ai Rohingya, eccetera), gode di questo privilegio. Privilegio che diventa abnorme se si pensa che nel 2005 la Unrwa riceveva 408 milioni di dollari, ben il 45% dei 982 milioni di dollari destinati a tutti gli altri rifugiati del mondo. Privilegio che si trasforma in una follia, in un assurdo logico, perché mentre per la Unhcr i rifugiati sono - ovviamente - solo ed esclusivamente coloro che oggi si trovano in questa situazione, per la Unrwa la definizione di rifugiato è ereditaria e riguarda tutti i discendenti dei profughi palestinesi del 1949 e del 1967. Risultato: dai 700 mila iniziali, oggi i "profughi palestinesi" sono tra i 6 e i 7 milioni. Questione capitale perché la Olp pretende da sempre che "il ritorno dei rifugiati e profughi" riguardi questi 6-7 milioni di palestinesi e non i profughi iniziali che oggi sono peraltro in gran parte deceduti.

 Ai rifugiati vanno le briciole
  Nel nome di questa assurdità Hamas da un anno ha lanciato la (perdente) "Marcia del Ritorno". Ostacolo questo formidabile in tutta la drammatica vicenda delle trattative tra Israele e palestinesi. Ma lo scandalo non è solo questo: se si guardano i bilanci della Unrwa si scopre l'incredibile: ben il 65% dei suoi fondi sono destinati infatti esclusivamente ai suoi circa 25 mila dipendenti con un eccellente - per la regione- stipendio annuo medio di più di 11 mila dollari (il salario medio a Gaza è al massimo di 6 mila dollari netti all'anno). Tra i 100 e i 200 mila palestinesi traggono dunque il proprio sostentamento direttamente dagli stipendi Unrwa. Le briciole vanno all'assistenza dei rifugiati palestinesi che non godono di questo privilegio.
Indagini indipendenti hanno scoperto episodi di «nepotismo, cattiva condotta, ritorsioni, discriminazioni»
Da qui, da questa ripartizione clientelare e assurda dei fondi, le evidenti radici dello scandalo che scoppia oggi: indagini indipendenti, di cui dà conto anche la Cnn, infatti hanno scoperto infiniti episodi di «nepotismo, cattiva condotta, ritorsioni, discriminazioni e altri abusi personali per guadagno personale, per sopprimere il dissenso legittimo e per raggiungere propri obbiettivi personali da parte di dirigenti della Unrwa». Questo scandalo e la mancata risposta a queste rivelazioni da parte dei dirigenti della Unrwa hanno motivato la decisione di sospensione della erogazione dei fondi da parte degli Usa, della Svizzera e dell'Olanda. Una pessima storia che aggrava il già torbido groviglio palestinese che continua a vedere la Olp e Hamas l'una contro l'altra armata.

(Lettera43, 1 agosto 2019)


Berlino - Due arabi sputano al rabbino

Crescita dell'antisemitismo a Berlino - da "Die Welt"
Il rabbino della comunità ebraica di Berlino, Yehuda Teichtal, è stato coperto di insulti e preso a sputi la scorsa settimana da due uomini che parlavano arabo.
   Sull'episodio indaga l'Ufficio criminale del land della capitale. Teichtal era in compagnia dei figli,di ritorno da una cerimonia religiosa presso la Sinagoga nel quartiere di Wilmersdorf. Le forze dell'ordine, in una nota, fanno sapere che intendono procedere con tutta la forza contro i reati penali di matrice religiosa, tra questi anche quelli di natura antisemita».
   Sull'episodio si è espresso lo stesso Teichtal, secondo il quale «purtroppo registriamo che le aggressioni nei confronti di ebrei hanno sviluppato una sorta di vita propria sia nei cortili delle scuole che sulle strade di Berlino». Tuttavia, aggiunge il rabbino, «rimango convinto che la maggior parte delle persone a Berlino non intendono accettare queste aggressioni nei confronti degli ebrei come una forma di triste quotidianità ebraica».
   Poche settimane fa, il ministero dell'Interno tedesco parlava di un netto aumento dei reati di natura antisemita e il Consigliere per la lotta all'antisemitismo del governo tedesco, Felix Klein, aveva sconsigliato gli ebrei dal portare la kippah nei luoghi pubblici in certe zone.

(Libero, 1 agosto 2019)


17esimo anniversario dell'attentato all'Università di Gerusalemme

Da allora l'Autorità Palestinese ha premiato i terroristi autori della strage con più di 1,2 milioni di dollari.

Il 31 luglio di 17 anni fa una bomba palestinese esplodeva nella caffetteria dell'Università di Gerusalemme uccidendo nove persone, tra studenti e docenti, di cui cinque cittadini americani, e ferendone oltre 80 (tra cui una studentessa italiana, ndr). Si trattava di uno dei tanti attentati compiuti da un'unica cellula terroristica.
Sei palestinesi vennero arrestati e condannati a più ergastoli per quella strage. Dopo il loro arresto, processo e condanna, l'Autorità Palestinese ha premiato i terroristi detenuti versando loro non meno di 4.371.100 shekel (1.257.259 dollari)....

(israele.net, 1 agosto 2019)


Dopo 3000 anni torna alla luce la citta' di Golia

Lo studio delle mura di Gat ha permesso di ricostruire il percorso del gigante filisteo

di Milena Castigli

È tornata alla luce, tremila anni dopo la biblica sfida col pastore israelita Davide, la città del gigante filisteo Golia. I resti di Gat, questo il nome della località, sono stati scoperti in Israele a Tel Zafit, fra Gerusalemme e Ashqelon. I reperti hanno evidenziato che Gat è stata abitata per cinquemila anni consecutivi, dall'era del bronzo in poi. I resti sono stati rinvenuti dalla squadra di archeologi guidati dal prof. Aren Maeir della Universita' Bar Ilan di Tel Aviv, dopo anni di ricerche.
Lo studio delle mura di Gat ha permesso di ricostruire il percorso del gigante il giorno dello scontro con il giovane David, appena ragazzo. Sceso dal Tel, la maestosa collina di Gat che nel X sec. a.C. dominava militarmente la zona, Golia uscì da un possente ingresso fortificato, i cui resti sono stati scoperti proprio in questi giorni, e superò il letto di un fiume. Piegò poi a destra nella valle, oggi ancora visibile, e puntò verso le colline antistanti Gerusalemme. A quindici chilometri di distanza sarebbe avvenuto lo scontro con Davide, l'ultimo della sua vita, ma passato alla storia in eterna memoria.

(In Terris, 1 agosto 2019)


Atia: «Il mio film su Gerusalenmme»

L'attore e regista israeliano che oggi vive a Tel Aviv, racconta in "Sono nato a Gerusalemme e sono vivo" il drammatico periodo di attentati della Seconda Intifada e quell'assurda «normalità di vivere con la paura». Presentato al Festival cinematografico della Città Santa, racconta la storia di un giovane che guida i turisti nella Jaffa Road, la strada simbolo degli attacchi terroristici.

di Fiammetta Martegani

"I was born in Jerusalem and I am still alive"
«Portare al Jerusalem Film Festival (Jff) il mio film ambientato a Gerusalemme, la mia città natale, è stato non solo un grande onore ma anche un modo per far pace con me stesso e con il post-trauma della Seconda Intifada». I was born in Jerusalem and I am still alive (Sono nato a Gerusalemme e sono ancora vivo) di Yossi Atia è uno dei 200 film che partecipano al Jff, la prestigiosa rassegna annuale di cinema internazionale che si svolge nella Città Santa. Quest'anno sono oltre 60 i Paesi in concorso nella maratona che si è aperta il 25 luglio e si concluderà il 4 agosto. E sullo schermo, ancora una volta, ritorna il conflitto interno, soprattutto nella categoria dedicata ai lungometraggi israeliani. Qui spicca il lavoro scritto e diretto da David Ofek insieme con Yossi Atia - che del film, presentato martedì sera, è anche il protagonista. «Un Nanni Moretti in salsa hummus», commenta prendendosi un po' in giro Atia, grande amante del cinema italiano. In effetti, però, come Moretti il regista è al tempo stesso protagonista di una storia individuale e insieme nazionale in cui, attraverso l'espediente dell' autoironia, il personaggio principale mette in discussione sé stesso e i valori del proprio Paese, con un approccio mai dogmatico, carico di domande che non approdano a una risposta definitiva.
   Ispirato alla sua esperienza autobiografica, quando in Israele i genitori mandavano a scuola i figli su autobus diversi perché, in caso di attentato, almeno uno sarebbe sopravvissuto, il film racconta la storia di un giovane gerosolimitano che si trova, quasi per caso, a fare la guida della città gestendo un tour molto particolare: quello che comprende Iaffa Road, la strada con la più alta percentuale al mondo di attacchi terroristici.
   Tra un memoriale per le vittime e l'altro, passando dal Mercato Machne Yehuda al ristorante italiano Sbarro, dalla fermata dell'autobus 18 al luogo del suo primo bacio ai tempi del liceo, il personaggio di Ronen, alter ego di Atia, racconta a gruppi di turisti provenienti da ogni Paese - giapponesi, europei, americani - il terrore dell'lntifada. E lo fa con delicatezza, senza farsi mancare il black humor tipico di quegli anni così difficili per il popolo israeliano. «L'idea del film mi è venuta nel 2004 - racconta Atia -, quando ero ancora studente alla Sam Spiegel Film School di Gerusalemme. Uno degli esami consisteva nel produrre un cortometraggio di 10 minuti in un'unica location. Immediatamente ho pensato a Iaffa Road, per il ruolo simbolico che quella strada aveva negli anni Duemila a causa degli attacchi. Poi è stata chiusa al traffico per la costruzione della linea del tram elettrico e non ci ho più pensato. lo mi ero nel frattempo trasferito a Tel Aviv e un giorno, tornando a visitare la mia famiglia a Gerusalemme, ho notato che, contestualmente ai lavori sull'infrastruttura stradale, erano stati risistemati anche i diversi memoriali per le vittime degli attentati. Mi sono incuriosito. Ho letto il libro Jaffa Street di David Kroyanker. E quando nel 2016 ho incontrato il regista David Ofek, è nato il film». Atia e Ofek hanno cominciato il lavoro riprendendo i tour con gruppi di turisti veri. «Non ci andava di seguire una sceneggiatura troppo rigida: volevamo che fosse la realtà, le diverse reazioni della gente nell'incontro con Gerusalemme, a guidarci nella stesura finale dello script e nell'editing».
   Atia è nato nella Città Santa nel 1979, quando era un posto relativamente sicuro in cui poter crescere. Poi dal 2000, con l'esplodere della Seconda Intifada e degli attacchi terroristici, tutto è cambiato. «Ci sono stati tantissimi morti. Era un continuo lutto. Ma oltre a questo è stato distrutto, credo purtroppo in modo irreversibile, lo spirito vibrante e la vita culturale della città. A un certo punto tutto, dal mercato, agli uffici, all'università, è stato militarizzato. Molti cittadini laici, come me, si sono spostati a Tel Aviv nel tentativo di allontanarsi dall'angoscia, dalle preoccupazioni, ma l'hanno fatto, l'abbiamo fatto, portandoci dietro un forte senso di colpa per aver abbandonato Gerusalemme». Il film restituisce con limpidezza questi sentimenti. Senza accenni alla politica. «È un film personale: racconta la mia storia personale, che è poi quella di tanti altri. Ho provato a raccontare con il mio sguardo l'universo degli israeliani colpiti direttamente dall'lntifada: quel fenomeno che ci ha iniettato nelle vene il sospetto, la paura nei confronti dei palestinesi. La stessa paura che negli ultimi dieci anni ha portato gran parte degli israeliani a scegliere come primo ministro una persona come Benjamin Netanyahu, che per molti rappresenta l'unica garanzia alla sicurezza del Paese».
   I was born in Jerusalem and I am stili alive è il primo film israeliano che prova a parlare in modo esplicito - e non soltanto tra le righe, come in altre produzioni - degli attentati della Seconda Intifada. Un periodo buio, che ha finito per togliere luce anche a chi aveva, e ha, voglia di pace, di dialogo con i palestinesi. Un periodo che ha esposto
   Israele a dure critiche internazionali, per le posizioni necessariamente molto rigide e troppo spesso non comprese. Uno degli scopi principali del film, secondo Atia, è mostrare come «lo stato di emergenza, a Gerusalemme come in tutta Israele, negli anni dell'lntifada fosse diventato una componente "normale" della vita quotidiana; come tutti, nel giro di un paio di anni, si siano abituati a conviverci, dimenticandosi cosa fosse la vera anormalità». È proprio per questo che i tour turistici condotti dal protagonista, messo di fronte a persone determinate a capire il conflitto, facendo domande su domande, senza retropensieri o pregiudizi, spalancano una porta verso il trauma del passato. «La reazione della maggior parte degli israeliani a quel conflitto sordo, continuo, lacerante, è stata quella di provare a dimenticare. Il trauma è diventato un tabù. Invece per me l'unico modo per superare, per convivere con quel dolore e superarlo, è affrontarlo da dentro. Con questo film ho provato a farlo, a modo mio. Spero possa servire anche ad altri».

(Avvenire, 1 agosto 2019)


Notizie archiviate



Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse liberamente, citando la fonte.