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Notizie 1-15 agosto 2020


Dio ha scelto le cose pazze del mondo

Infatti, fratelli, guardate la vostra vocazione; non ci sono fra voi molti savi secondo la carne, né molti potenti, né molti nobili; ma Dio ha scelto le cose pazze del mondo per svergognare i savi; Dio ha scelto le cose deboli del mondo per svergognare le forti; Dio ha scelto le cose ignobili del mondo e le cose disprezzate, anzi le cose che non sono, per ridurre al niente le cose che sono, perché nessuno si glori di fronte a Dio. Ed è grazie a lui che voi siete in Cristo Gesù, che da Dio è stato fatto per noi sapienza, giustizia, santificazione e redenzione; affinché, com'è scritto: «Chi si gloria, si glori nel Signore».

Dalla prima lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi, cap. 1

 


Pace Israele-Emirati, effetto domino nel Golfo. Ira di Erdogan: «Traditori»

Bahrein, Oman e Marocco pronti a seguire la strada tracciata da Trump. E l'Arabia apre.

Sciiti e sunniti
Dietro la scusa della "causa palestinese" si sono formati due blocchi.
I nemici giurati
La Turchia riporta a casa l'ambasciatore da Abu Dhabi. Iran furibondo.

di Fiamma Nirenstein

Sembra davvero difficile, per alcuni, sopportare la pace, ma eccola qua: per la terza volta dall'inizio della storia di Israele essa si ripresenta nonostante i «no» infiniti da cui è stata sommersa senza riguardo per le offerte, per la sofferenza, per la miseria. L'accordo Israele-Emirati, promette acqua, tecnologia, energia, eppure si stanno già disegnando due eserciti, uno a favore l'altro contro, che si combattono, l'uno per farlo avanzare e l'altro per contrastarlo nascondendosi dietro il consueto scudo della «causa palestinese».
   La quale, invece, tanto è stata guardata con rispetto anche stavolta che la condizione per il patto fra il principe Bin Zayed, Netanyahu e Trump come mallevadore, è la messa da una parte dell'accordo del secolo cui l'amministrazione Trump aveva lavorato concludendo che i palestinesi avrebbero avuto il 70 per cento della zona C e Israele il 30 inclusa la Valle del Giordano sotto la propria sovranità. La pace si è conclusa rinunciando al piano, e tuttavia i palestinesi la dichiarano un tradimento, un abbandono arabo, decidendo così che le uniche condizioni valide sono le loro, per tutti. L'esercito del passato, dello scontro senza fine, fa accoliti e da ieri uno dei suoi capi è, inopinatamente, Erdogan, che, con l'Iran testa a testa, l'uno sunnita e l'altro sciita, combatte per la primogenitura nella leadership dell'Islam puntando sull'odio per Israele. Erdogan ha annunciato che riporterà a casa il suo ambasciatore per fare un dispetto a Bin Zayed; mentre il gentile Mohammad Javad Zarif, ministro degli esteri iraniano, accusa gli arabi di abbandonare la causa palestinese a favore di un regime inqualificabile come quello Israeliano, dice lui che ha l'esercito in guerra per tutto il Medio Oriente e a casa un regime vero, che perseguita i dissidenti e impicca gli omosessuali.
   La reazione dell'Unione Europea per bocca del commissario Borrell, è tiepidina: «Qualsiasi passo è benvenuto quando si parla di pace, purché poi si vada a due stati per due popoli». In realtà Bin Zayed ha già scritto nell'accordo stesso che si tratta di una road map che avrà il suo compimento quando si verrà incontro alle esigenze dei palestinesi. Ma è così innovativo e coraggioso che un accordo intanto sia stato firmato. Ed è la prima volta che questo avviene nella prospettiva di una pace generale, e se Biden venisse eletto, non potrà ignorare che il quadro geopolitico ha adesso una componente araba amica di Israele, in ampliamento e molto contraria all'Iran.
   Adesso è molto evidente che la nuova situazione mediorientale disegna due blocchi, di cui uno ha finalmente inglobato il concetto che Israele lungi da essere un danno porta frutti positivi. Chi fa parte di questo schieramento? L'Egitto, che si è congratulato, il Bahrein e l'Oman che si dice sia il prossimo nella lista, e anche il Marocco. La pace che vuole essere buona è una grande rivoluzione. La strada per raggiungerla era stata contrassegnata da tre «No» giganteschi sin dal 1947, no alla pace, al riconoscimento, ai negoziati. I Paesi arabi l'avevano scelta come bandiera di unità. La pace era impervia, carica di maledizioni e insulti per chi ci si avvicinasse. La proibizione di accettare Israele era essenziale, e il divieto basilare proveniva dai palestinesi e dall'Islam radicale che se ne faceva scudo.
   Adesso da questa parte della barricata si affaccia, cautamente, anche l'Arabia Saudita. Nel frattempo cresceva la preoccupazione per l'aggressività del regime degli Ayatollah che arrivava fino in Siria, in Iraq, in Yemen oltre ad occupare il Libano con gli Hezbollah poi utilizzati in Siria. La determinazione a salvarsi è diventata strategica quando Obama ha fatto la scelta di bilanciare i due mondi con l'accordo con l'Iran del 2015. Ma ora Trump ha aperto la strada. La pace sembra di moda.

(il Giornale, 15 agosto 2020)


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Mohamed bin Zayed riceve le congratulazioni del re del Bahrein per lo storico trattato di pace

       Hamad bin Isa Al Khalifa
       re del Bahrein
                                              Mohamed bin Zayed Al Nahyan
                                              Principe Ereditario di Abu Dhabi
ABU DHABI - Sua Altezza lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, Principe Ereditario di Abu Dhabi e Vice Comandante Supremo delle Forze Armate degli Emirati Arabi Uniti, ha ricevuto una telefonata da Sua Maestà il re Hamad bin Isa Al Khalifa del Bahrein, durante la quale hanno parlato degli stretti legami bilaterali tra i due Paesi.
I due leader hanno anche discusso i modi per rafforzare la cooperazione e il coordinamento congiunti e si sono scambiati opinioni su una serie delle ultime questioni regionali e globali e sviluppi di reciproco interesse.
Il re Hamad si è congratulato con Sua Altezza lo sceicco Mohamed bin Zayed per lo storico passo di pace compiuto dagli Emirati Arabi Uniti verso Israele, sottolineando che ciò contribuirà a rafforzare la pace e la stabilità in Medio Oriente in un modo che serva le aspirazioni dei popoli in materia di sicurezza, progresso e prosperità.
Ha elogiato il trattato di pace tra gli Emirati Arabi Uniti, gli Stati Uniti e Israele che ha consentito lo stop della decisione israeliana di annettere i territori palestinesi, descrivendolo come un "traguardo diplomatico storico" che preserverà la soluzione dei due Stati e manterrà le opportunità di pace tra palestinesi e israeliani.
Il re Hamad ha anche elogiato le posizioni onorevoli degli Emirati Arabi Uniti nel difendere le cause delle nazioni arabe e islamiche, principalmente la causa palestinese.
A sua volta, lo sceicco Mohamed ha espresso i suoi ringraziamenti e gratitudine al re Hamad e il suo orgoglio per l'armonia tra i due Paesi riguardo alle questioni regionali.
Ha anche sottolineato il suo apprezzamento per le posizioni del Bahrein e il sostegno agli sforzi per portare pace e sicurezza nella regione a beneficio dei suoi Stati e Popoli.

(WAM Italian, 15 agosto 2020 - trad. G. Mohammed)


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Il Grande Gioco del Medioriente

di Maurizio Molinari

L'accordo di pace fra Israele ed Emirati Arabi Uniti nasce da un nuovo approccio dei Paesi arabi sunniti allo Stato ebraico, permette a Washington di tornare protagonista in Medio Oriente ed esalta la sfida strategica in corso per la leadership regionale fra gli sceicchi del Golfo e la Turchia di Erdogan.
   Se finora Israele aveva siglato accordi di pace solo con Stati confinanti - l'Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994 - ponendo fine a contese territoriali ereditate dai conflitti combattuti dal 1948, gli Emirati Arabi Uniti non hanno mai avuto alcuna disputa bilaterale e dunque il contenzioso era politico, legato all'irrisolta questione palestinese nonostante gli accordi di Oslo nel 1993.
   La scelta di Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi meglio noto come "Mbz", è stata dunque di ritenere che bisognava invertire i fattori per rompere lo status quo: riconoscere Israele al fine di avvicinare la risoluzione della questione palestinese.
   Nella cornice dei rapporti fra Stati arabi e Israele è un capovolgimento drammatico che nasce da una svolta ancora più profonda, che viene dalle viscere del Medio Oriente. Gli sceicchi degli Emirati - ma anche in Bahrein e in Oman - hanno fatto coincidere le aperture segrete a Israele negli ultimi anni con una progressiva riscoperta delle radici delle comunità ebraiche in questi Paesi ovvero hanno scelto di leggere il sionismo e l'esistenza di Israele nella cornice della secolare presenza degli ebrei nel mondo arabo.
   La riapertura dell'antica sinagoga di Manama e l'inaugurazione di quella più nuova a Dubai, il cibo kosher servito negli Emirati come gli auguri per le feste ebraiche arrivati dalle capitali del Golfo hanno riproposto un legame millenario fra queste tribù sunnite e il popolo ebraico che ha portato a considerare Israele un tassello regionale, facendo venire meno la principale, e più radicale, obiezione del nazionalismo arabo al sionismo come "occupazione coloniale di terre musulmane".
   Questo spiega perché l'amministrazione Trump ha scelto il termine "Accordo di Abramo" per l'intesa raggiunta, invocando l'origine comune di ebrei e musulmani con una formula che include pure i cristiani, anch'essi parte integrante della storia mediorientale. Ovvero, solamente il pieno ritorno degli ebrei nella regione - non più solo come comunità ma come Stato sovrano - può portare alla risoluzione dei contenziosi. A cominciare da quello palestinese.
   Si tratta di una svolta nell'approccio degli Stati arabi a Israele - avvalorata dal convinto sostegno dell'Egitto di Al Sisi e della Giordania di re Abdallah - maturata attorno al comune timore nei confronti dell'Iran degli ayatollah, percepito come la maggior minaccia alla sicurezza collettiva a causa del suo programma nucleare come anche del sostegno a gruppi paramilitari sciiti impegnati, dal Bahrein allo Yemen, dall'Iraq al Libano, a difendere gli interessi di Teheran.
   Lavorando su questa tela di legami fra arabi sunniti ed Israele, l'amministrazione Trump ha ottenuto un accordo che trasforma Washington nell'epicentro di una potenziale alleanza regionale con due obiettivi: contenere l'Iran e sviluppare un network di crescita economica sommando l'alta tecnologia israeliana alle risorse energetiche sunnite. Per gli Stati Uniti si tratta di un successo che consente di riguadagnare spazio strategico dopo i molti smacchi subiti - dalla Siria alla Libia - da parte della Russia di Vladimir Putin. E ciò spiega il plauso di Joe Biden, rivale democratico di Donald Trump nelle presidenziali Usa, all'intesa fra Benjamin Netanyahu e Bin Zayed.
   Ma c'è dell'altro perché il Medio Oriente è in questo momento soprattutto lo scacchiere dove è in corso la grande sfida fra monarchie del Golfo - guidate dagli Emirati Arabi Uniti dopo l'indebolimento dell'Arabia Saudita a causa dei rovesci militari in Yemen e del caso Khashoggi - e Turchia per la leadership dell'Islam sunnita e dunque il patto Abu Dhabi-Gerusalemme frena lo slancio del presidente Recep Tayyip Erdogan.
   Mohammed bin Zayed Al Nahyan è il più agguerrito leader delle monarchie del Golfo che imputano ad Ankara - ed al Qatar - di sostenere il movimento dei Fratelli musulmani al fine di far implodere gli Stati arabi e conquistarne la guida. Emirati e Turchia sostengono con armi e finanziamenti le opposte fazioni in lotta nelle guerre civili in Siria, Yemen e Libia. Hanno anche alleati rivali perché Bin Zayed punta su Trump mentre Erdogan fa intese con Rohani e Putin. E fanno spesso scintille: come avvenuto quando il ministro degli Esteri emiratino, Sheik Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ha rilanciato via Twitter l'accusa al generale ottomano Fahreddin Pasha di aver saccheggiato Medina nel 1916 scatenando l'ira di Erdogan che lo ha definito "un miserabile" rammentandogli che "Fahreddin Pasha protesse Medina e i suoi abitanti". Per gli Emirati il sostegno turco all'ex presidente Morsi in Egitto ed a Hamas a Gaza, l'intervento turco in Siria e in Libia, sono tasselli di un "disegno coloniale neo-ottomano" per tornare a sottomettere gli arabi sunniti come avveniva al tempo del Sultano di Costantinopoli.
   E poiché in questo momento sembra essere proprio Erdogan il leader più in ascesa nella regione, la scelta della pace con Israele diventa una mossa per sbarrargli il passo. Facendo emergere in Medio Oriente due opposti schieramenti protagonisti di un Grande Gioco dagli esiti imprevedibili: da una parte Erdogan assieme a Qatar e Iran sostenuti dalla Russia, e dall'altra gli Emirati con monarchie del Golfo, Egitto, Giordania e Israele sostenuti dagli Usa. Mentre l'Europa è alla finestra.

(la Repubblica, 15 agosto 2020)


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Protesta nei Territori: "Tradimento" ma il patto Emirati-Israele si allarga

Anche Oman e Bahrein potrebbero firmare l'apertura dei rapporti diplomatici con Gerusalemme. Le immagini del principe Bin Zayed bruciate a Nablus. La Turchia si schiera con l'Iran e condanna l'intesa.

GERUSALEMME — La mattina dopo l'annuncio della normalizzazione dei rapporti tra Emirati Arabi Uniti e Israele, la sensazione di vivere un evento storico è stata sintetizzata al meglio dal giornalista israeliano Ran Binyamini, che ha aperto il suo programma rivolgendosi in arabo ai cittadini emiratini: «Buongiorno! Non vediamo l'ora di venirvi a trovare e di vedervi qui. Possa questo accordo portarci verso un futuro migliore di cooperazione, amicizia e pace».
   Per quanto le relazioni ufficiose tra due Paesi fossero cosa nota, la svolta ha provocato reazioni degne dell'annuncio con cui Sadat nel '77 rivelò la sua intenzione di andare a Gerusalemme ad avviare trattative: enorme eccitazione da un lato e totale repulsione dall'altro.
   In Israele quasi tutto l'arco politico e intellettuale si congratula con Netanyahu. Persino nel movimento degli insediamenti, che ha duramente criticato il premier per aver «perso l'occasione» di estendere la sovranità su parte dei Territori palestinesi, c'è chi, come il sindaco di Efrat Oded Raviva, ha detto che «l'accordo di pace è un prezzo accettabile da pagare per aver rimandato la mossa». Netanyahu ha parlato di «sospensione» e non di «cancellazione» del piano, ma Trump ha detto che sovranità e accordo di pace non possono convivere. Ad Abu Dhabi il quotidiano Al Bayan apriva ieri con il titolo "Un risultato storico".
   Avendo incassato l'approvazione pubblica dei principali attori sunniti dell'area, Egitto, Giordania - oltre a Oman e Bahrein che in molti pensano potrebbero accodarsi nello spezzare il tabù della normalizzazione con Israele - il ministro degli Esteri emiratino si è detto molto incoraggiato dalla reazione internazionale.
   Sul fronte dell'avversione, i palestinesi di Fatah e Hamas si sono trovati uniti nel definirlo «un atto di tradimento verso la causa palestinese». L'Anp ha richiamato l'ambasciatore da Abu Dhabi, mossa che anche Erdogan sta considerando, nonostante la contraddizione passa dal fatto che il suo Paese abbia relazioni diplomatiche con Israele. Sulla Spianata delle Moschee e a Nablus immagini del principe Mohammed bin Zayed sono state date alle fiamme o calpestate. Il portavoce del consiglio legislativo iraniano ha parlato di «occupazione sionista degli Emirati». Nasrallah nel suo discorso nel ricorrere della «divina vittoria 14 anni fa sul nemico sionista» non si è detto stupito dall'accordo, ma ora la sua attenzione è rivolta all'imminente verdetto sull'omicidio Hariri, le cui conclusioni ha già detto che «ignorerà». Turchia e Iran si sono fatti portavoce dei «diritti calpestati dei palestinesi», ma è ancora da capire se Abu Mazen vorrà avventurarsi in nuove alleanze che potrebbero allontanarlo definitivamente dall'asse dei Paesi arabi sunniti. Soprattutto constatato che Ismail Haniyeh, il capo politico di Hamas che da mesi vive in Qatar, pochi giorni fa è atterrato in Turchia. Se la leadership di Hamas, espressione dei Fratelli Musulmani a Gaza, sta per ricevere ospitalità da Erdogan, un patto tra Turchia e Anp governata da Fatah potrebbe non essere scontato.

(la Repubblica, 15 agosto 2020)


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La pace Israele-Emirati è un affare per tutti. Con un occhio al turismo

di Marcello Bussi

L'apertura di normali relazioni diplomatiche fra Israele ed Emirati Arabi Uniti porta con sé importanti conseguenze dal punto di vista economico. Prima di tutto consente a Israele di disporre di sicuri rifornimenti petroliferi. Al momento infatti i maggiori acquisti di oro nero Tel Aviv li fa nel Kurdistan iracheno, un'area molto instabile, al punto che dal 2014 al 2017 una buona parte di quei territori era finita nelle mani dell'Isis. Ma soprattutto il petrolio curdo passa dalla Turchia, i cui rapporti con Israele negli ultimi anni si sono molto deteriorati. Decisamente più affidabili come fornitori saranno quindi gli Emirati. Finora i Paesi arabi del Golfo si erano sempre rifiutati di vendere il loro petrolio a Israele, anche quando la compagnia petrolifera dell'Arabia Saudita era di proprietà di società americane. Ma ora, con l'apertura delle relazioni diplomatiche, Adnoc (la compagnia petrolifera degli Emirati) potrà rifornire tranquillamente Israele. E non ha concorrenti nell'area, visto che l'Arabia Saudita continua a non riconoscere lo Stato ebraico.
   Nessuno sa come si svilupperà l'economia una volta finita la pandemia: di certo il mercato immobiliare e il turismo sono in piena crisi negli Emirati. Puntare su questi due settori al momento sembra azzardato. E quindi i ricchi emiratini avranno la possibilità di investire nelle startup tecnologiche israeliane.
   Soprattutto, a Dubai vivono moltissimi espatriati di talento (oltre ai pakistani, bengalesi, srilankesi e filippini che formano la manovalanza). Ma a causa della pandemia, che anche li ha bloccato molte attività economiche, è cominciato un piccolo esodo di europei. Potrebbero essere sostituti dagli israeliani. Non per caso Dubai ha già una sinagoga e ad Abu Dhabi ne stanno costruendo una. Di certo, quando si potrà tornare a viaggiare serenamente, da Israele arriveranno molti turisti. La durata del volo Tel Aviv-Dubai adesso varia tra le 8 e le 12 ore perché bisogna fare scalo, ma una colta che ci sarà il volo diretto ne basteranno tre. E già qualcuno immagina i turisti arabi che, passando da Dubai, potranno andare a visitare la moschea di Gerusalemme.
   Si aprono quindi scenari fino a poco fa impensabili. E già sono partite le scommesse sul prossimo Paese arabo che aprirà le relazioni diplomatiche con Israele: in pole position c'è l'Oman, il sultanato dove due anni fa si è recato in visita il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Poi dovrebbe essere il turno del Bahrein. Se a questo si aggiunge che in Libano gli hezbollah sono alle corde e comunque sembrano destinati a perdere molto potere, per Israele il futuro non è mai stato così roseo.

(Milano Finanza, 15 agosto 2020)


La capitale di Israele

di David Elber

A maggio la trasmissione Rai "L'Eredità "scatena un'accesa controversia quando il suo conduttore, Flavio Insinna, corregge un concorrente che dichiara Tel Aviv capitale di Israele al posto di Gerusalemme. Il 5 giugno il conduttore è costretto a fare una pubblica parziale retromarcia. Ma non è sufficiente e la querelle finisce in tribunale. Nella sentenza il giudice scrive: lo Stato Italiano a non riconoscere Gerusalemme quale capitale». Che lo Stato italiano non voglia riconoscere Gerusalemme come capitale legittima di Israele è solo un atto politico e non ha alcun aggancio con il diritto internazionale. Anche se il 21 dicembre l'Italia ha votato in seno all'assemblea generale dell'Onu contro la decisione degli Usa di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, questo è comunque un atto politico, non di diritto. Sarebbe sufficiente leggersi lo statuto dell'Onu per capire quali sono le competenze dell'assemblea generale: tra di esse non c'è la facoltà di promulgare leggi internazionali.

(la Repubblica, 15 agosto 2020)


Accordo tra Israele ed Emirati, Trump: questa una svolta storica

L'annuncio della Casa Bianca. Sospesa l'annessione di parti della Cisgiordania in cambio della normalizzazione dei legami con gli Emirati Arabi Uniti. La rabbia palestinese «Questa normalizzazione premia l'occupazione israeliana»

di Davide Frattini

Ha lasciato la riunione ristretta per affrontare l'emergenza Covid-19 e dalla porta ha detto ai ministri che lo guardavano perplessi: «E' una questione di valore nazionale, più tardi saprete di che cosa si tratta». Dieci minuti dopo Benjamin Netanyahu è tornato nella stanza e a rivelare quale fosse il motivo della fuga è stato Donald Trump, dal suo megafono preferito: «Enorme svolta! Storico accordo di pace tra due nostri grandi amici, Israele e gli Emirati Arabi», ha proclamato via Twitter il presidente americano.
   In realtà sulle parole precise per definire l'intesa è proprio l'accordo a mancare: secondo Mohammed bin Zayed Al Nahyan, il principe ereditario che governa la monarchia del Golfo, nella telefonata a tre del pomeriggio sono stati definiti i passi da intraprendere per raggiungere le relazioni bilaterali. Rapporti che per Netanyahu - e Trump - sono da questo momento già normalizzati. Anche sullo scambio per arrivare a questo patto c'è qualche discordanza: lo sceicco proclama che gli israeliani hanno rinunciato all'ipotesi di annettere parti della Cisgiordania, il primo ministro da Gerusalemme e Trump da Washington parlano solo di sospensione.
   Netanyahu usa la parola rinvio per calmare l'estrema destra nella coalizione al potere, i coloni già lo accusano di averli svenduti, aveva promesso di inglobare alcune aree dei territori palestinesi entro il primo luglio. Di sicuro - sostengono gli analisti locali - sembra aver deciso di rinviare la crisi di governo: negli ultimi giorni fonti del suo Likud avevano lasciato capire che l'alleanza con l'ex avversario Benny Gantz stesse saltando, gli israeliani rischiavano di tornare a votare verso novembre, la quarta volta in un anno e mezzo. E' improbabile che Bibi - come lo chiamano amici e nemici - sia pronto a una campagna elettorale in cui verrebbe demonizzato dai coloni e dagli ultranazionalisti. L'annuncio riunisce nella rabbia le fazioni palestinesi divise: «Questa normalizzazione premia l'occupazione israeliana», sostiene Hanan Ashrawi, storica leader di Fatah che ha sempre fatto parte della squadra di negoziatori fin dalla conferenza di pace a Madrid nel 1991. La pensano allo stesso modo i portavoce di Hamas: «L'accordo non aiuta la causa palestinese».
   Esaltato dal risultato, Trump ha spiegato dalla Casa Bianca di poter raggiungere un'intesa con l'Iran«in 30 giorni, «se vengo rieletto». Ed è convinto che altri Paesi arabi seguiranno gli Emirati. Per ora a elogiare il passo diplomatico è una delle due nazioni arabe ad aver siglato un accordo di pace con Israele: «Importante aver fermato l'annessione», commenta Abdel Fattah al Sissi, il presidente egiziano. Più che l'annessione però al centro delle preoccupazioni è stato in questi anni l'espansionismo iraniano nella regione. Gli israeliani e i regni del Golfo sunniti hanno già intrecciato relazioni non ufficiali proprio per contrastare quella che considerano la minaccia sciita. La crisi sanitaria causata dal Coronavirus - in Israele i casi sono tornati a crescere da un mese con picchi di duemila nuovi contagiati al giorno - ha contribuito ad avvicinare Israele e gli Emirati con missioni più o meno segrete del Mossad per recuperare materiale medico.

(Corriere della Sera, 14 agosto 2020)


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La pace con Israele è una svolta pragmatica per la "piccola Sparta" araba

Trump porta allo scoperto l'alleanza di fatto tra Israele ed Emirati Arabi.

di Daniele Raineri

ROMA - Ieri il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato la normalizzazione delle relazioni tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Si tratta di una svolta storica, perché anche gli Emirati come la quasi totalità dei paesi arabi non hanno mai riconosciuto lo stato di Israele. Soltanto l'Egitto e la Giordania hanno già fatto questo passo nel 1979 e nel 1994, ma entrambi sono paesi che hanno un confine - e interessi pratici in comune con gli israeliani. Gli Emirati invece fanno parte di un diverso settore del mondo arabo, sono un paese del Golfo Persico e questa svolta lascia intravedere una possibile sequenza di altre normalizzazioni a catena con altri paesi arabi, a cominciare dall'Arabia Saudita. E' possibile che l'accordo dei piccoli Emirati sia un test in vista di un accordo di Israele anche con i sauditi - considerato che i due paesi si muovono spesso come una coppia di potenze regionali e nella stessa direzione - che sarebbe una svolta ancora più decisiva. L'accordo annunciato ieri prevede la normalizzazione dei rapporti, quindi l'apertura reciproca di ambasciate e la possibilità di voli aerei fra i due paesi, e la cooperazione in molti settori: investimenti, sicurezza, turismo e telecomunicazioni. In cambio Israele sospende l'annessione di alcuni territori palestinesi che era prevista nel - molto criticato - piano "Vision far Peace". E' come se di colpo molti dossier andassero a posto da soli.
  Molti paesi arabi, inclusi gli Emirati, che pure non avevano reagito allo spostamento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme (fu il riconoscimento concreto da parte degli Stati Uniti che la capitale di Israele è Gerusalemme), avevano annunciato che avrebbero reagito con durezza all'annessione. Ora il problema non c'è più. A fine giugno era stata anche annunciata una collaborazione tra i due paesi nella ricerca medica contro il Covid-19, ma era stata descritta come una semplice relazione "tra aziende private".
  "Si respirava amore" durante il negoziato molto riservato tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l'emiro Mohammed Bin Zayed (detto anche: MBZ) ha detto ieri Trump, che per l'occasione ha convocato alcuni giornalisti dentro allo Studio Ovale. Netanyahu ha ritwittato il tweet di Trump che annunciava l'accordo e ha aggiunto: una svolta storica. L'annuncio formalizza un'intesa tra Emirati Arabi
Ottobre 2018 - L’allora ministro dello Sport Miri Regev viene invitata ad Abu Dhabi ad un torneo di judo. Al torneo partecipano anche atleti israeliani, e quando uno di loro vince l’oro lei canta l'inno nazionale.


Uniti e Israele che va avanti da tempo, anche se con molta discrezione. C'è già cooperazione nel settore della tecnologia bellica e nell'intelligence e i contatti si stavano facendo sempre più scoperti. Nell'ottobre 2018 l'allora ministro dello Sport, Miri Regev, era stata invitata ad Abu Dhabi per un torneo di judo al quale partecipavano anche atleti israeliani e aveva cantato l'inno nazionale quando uno di loro aveva vinto l'Oro - mentre l'allora ministro israeliano per le Comunicazioni, Ayoob Kara, teneva un discorso a una più riservata conferenza sulla sicurezza a Dubai. A luglio 2019 l'ex ministro israeliano degli Esteri e dell'intelligence, Ysrael Katz, aveva visitato anche lui Abu Dhabi e a gennaio sarebbe dovuto volare a Dubai - ma il viaggio era stato annullato per colpa della tensione con l'Iran. A ottobre Israele aprirà un padiglione all'Expo di Dubai. Tutte cose che fino a qualche anno fa avrebbero scatenato un'ondata di scandalo e recriminazioni nel mondo arabo e che invece adesso non fanno più notizia. E questo senza menzionare gli incontri non pubblici, che sono stati senz'altro interessanti. I due paesi hanno stretto un'alleanza per fronteggiare l'Iran, che è un nemico comune e che a partire dalla guerra americana in Iraq nel 2003 si è molto allargato nella regione, dal Libano alla Siria, dall'Iraq allo Yemen. Hanno anche stretto un'intesa più recente per contenere la Turchia, che si espande nel Mediterraneo orientale (e la cosa preoccupa Israele) e in Libia (e la cosa preoccupa gli Emirati), tanto che si parlava di aiuti israeliani per il generale libico Haftar nel corso della guerra civile contro Tripoli - ma non ci sono prove ed è complicato stabilire quanto queste voci siano solide e quanto siano un modo per insultare Haftar ("Usa le armi dei sionisti!"). Nel Golfo c'è movimento, come testimoniano gli avvistamenti questa settimana di aerei israeliani che facevano la spola con il Qatar, un altro regno sunnita - ma non alleato degli Emirati.
  Non che questo annuncio non scatenerà la rabbia di un settore arabo ("Si respirava amore") ma gli Emirati si sentono abbastanza forti da affrontare le ricadute. E per quanto riguarda i gruppi estremisti, quelli vorrebbero eliminare i potenti come l'emiro MBZ anche se non facesse accordi con Israele, per loro sono tutti corrotti che non rispettano la legge di Dio. Quindi non cambia molto. Tra Israele e gli Emirati sono questi ultimi ad avere fatto il percorso più lungo. Da petromonarchia senza alcuna visione del mondo hanno voluto trasformarsi in una "piccola Sparta", come dice una definizione che è molto girata, armata fino ai denti con tecnologia sofisticata e decisa a diventare influente nella regione prima che il greggio perda il suo valore nei prossimi anni. Trump ha portato allo scoperto un'alleanza di fatto che da anni è conveniente per entrambe le parti.

(Il Foglio, 14 agosto 2020)


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Storica pace Israele-Emirati Netanyahu: stop annessioni

Tweet del presidente Usa: «Enorme svolta». Bibi: «Nuova era col mondo arabo. Territori? E' solo una sospensione».

L'auspicio di Bin Zayed
«Cambiamento positivo». L'Anp richiama il suo referente dagli Emirati.
La promessa
Il leader americano: «Se sarò rieletto, in un mese intesa con l'Iran».

di Chiara Clausi

Con una inaspettata mano di poker di Donald Trump, nelle vesti di mediatore, Israele ed Emirati Arabi ieri hanno firmato uno storico accordo di pace. «Enorme svolta oggi. Storico accordo di pace tra due nostri grandi amici, Israele e Emirati Arabi», ha annunciato il presidente americano su Twitter. L'intesa stabilisce piene relazioni diplomatiche tra i due Paesi. In cambio lo Stato ebraico ha accettato di sospendere la controversa annessione di alcune parti della Cisgiordania. I tre Paesi «confidano che siano possibili ulteriori svolte con altre nazioni». Fino a ora Israele non ha avuto relazioni diplomatiche con i paesi arabi del Golfo. Pure la preoccupante influenza regionale dell'Iran ha spinto a questa intesa.
  Trump ha illustrato l'accordo alla presenza di alcuni stretti collaboratori, tra cui il genero-consigliere Jared Kushner, il promotore del piano di pace Usa per il Medio Oriente. Per Trump si tratta di una vittoria politico-diplomatica da far valere in campagna elettorale, le elezioni americane si terranno il 3 novembre. «Farò un accordo con l'Iran in 30 giorni se sarò rieletto», ha rilanciato il presidente americano. Anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito la giornata «storica» su Twitter e in un discorso televisivo ha affermato: «Oggi inizia una nuova era nelle relazioni di Israele con il mondo arabo».
  «Questo accordo - ha proseguito - mostra l'enorme cambiamento nel modo in cui Israele è visto in Medio Oriente» e alla domanda sulle sue promesse di annessione, ha risposto: «L'annessione è ancora sul tavolo». «Non rinuncerò mai - ha poi aggiunto - ai nostri diritti nella nostra terra». «Trump ha richiesto solo una sospensione temporanea dei piani di annessione», ha precisato. Alla domanda se sostiene una soluzione a due Stati, Netanyahu ha affermato di essersi impegnato nel piano di pace di Trump, definendolo il più realistico dal 1967. Ma si è rifiutato di definire cosa potrebbe essere un' entità palestinese. I leader arabi ha precisato «vedono le politiche che ho cambiato, la forza che porto sul palco, come non esito contro l'Iran, ne sono molto colpiti». È arrivata anche la dichiarazione del principe ereditario degli Emirati Mohammed Bin Zayed. «Nel corso di una conversazione telefonica con Trump e Netanyahu - ha affermato - è stato raggiunto un accordo per fermare ulteriori annessioni di territorio palestinese». L'ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti negli Stati Uniti Yousef Al Otaiba ha definito l'accordo «una vittoria per la diplomazia e per la regione» e «un progresso significativo nelle relazioni arabo-israeliane che abbassa le tensioni e crea nuova energia per un cambiamento positivo». Questo accordo di pace è solo il terzo arabo-israeliano dalla dichiarazione di indipendenza di Israele nel 1948. L'Egitto ha infatti firmato un accordo nel 1979, e la Giordania nel 1994. Le delegazioni di Israele e degli Emirati Arabi Uniti si incontreranno nelle prossime settimane per firmare accordi bilaterali su investimenti, turismo, voli diretti, sicurezza, telecomunicazioni. I due paesi dovrebbero presto scambiarsi ambasciatori e ambasciate. Gli Emirati Arabi Uniti e Israele si uniranno anche agli Stati Uniti per lanciare un'«Agenda strategica per il Medio Oriente». I tre leader «condividono una visione simile per quanto riguarda le minacce e le opportunità nella regione, nonché la promozione della stabilità attraverso l'impegno diplomatico». Intanto l'Autorità nazionale palestinese ha richiamato «per consultazioni» il proprio inviato, che svolge funzioni di ambasciatore, dalla capitale degli Emirati.

(il Giornale, 14 agosto 2020)


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Nell'accordo Israele-Emirati è Trump a vincere

Adesso anche i palestinesi si arrendano al futuro. La stagione dei "no» è finita. La risposta dell’'Iran non poteva essere più forte e chiara.

di Fiamma Nirenstein

E' una parola magica per tutti sin dalla nascita dello Stato d'Israele. Ai tempi degli accordi di Oslo inondava i teleschermi di immagini affettuose persino della faccia del suo peggiore odiatore, Arafat. La parola magica, «pace», ieri Netanyahu l'ha ripetuta decine di volte parlando della svolta storica della pace con gli Emirati, ha detto che essa costruirà un Medio Oriente migliore, più ricco, più equilibrato, e ha anche voluto con questo sottolineare che chi riesce a raggiungerla, come Begin con l'Egitto nel '79 e Rabin con re Hussein di Giordania nel 94, entra nel libro d'oro della storia. É il suo turno, ha detto, e l'ha rivendicato con passione: «vera pace, pace senza condizioni». Ovvero, l'accento cade sul riconoscimento non di rivendicazioni palestinesi, ma del riconoscimento, in Medio Oriente, da parte del mondo arabo, che vale la pena di riconoscere Israele, di farci la pace per motivi relativi alla sua stessa natura, alla sua strategia, all' economia, alla cultura, alla sua forza, alla guerra contro il terrorismo. «Gli Emirati Arabi hanno fatto fiorire il deserto, come noi». I teleschermi a Gerusalemme mostrano le immagini futuristiche dei grattacieli meravigliosi degli Emirati, la gente può ricominciare a sognare qualcosa di bello, di buono, la pace finalmente. I volti di Netanyahu, dello sceicco Mohammed Bin Zayed e di Donald Trump appaiono soddisfatti: il più ammirevole è Bin
  Zayed, perché il mondo arabo dal 1948 non ha fatto che accanirsi contro l'esistenza stessa di Israele e gli Emirati, sempre un passo avanti nell'innovazione, stavolta staccano la storia. L'accettabilità della prospettiva è condizionata non ai soliti confini del '67, e qui il salto conoscitivo e politico è evidente, ma c'è una condizione: è la messa da parte del piano Trump, cioè l'abbandono del programma di sovranità sul 30 per cento dei territori compreso nel programma di pace di Trump.
  Un programma futuristico, che per altro non era mai stato adottato ufficialmente, mai votato in parlamento, e adesso in un angolo data la crisi Covid e le elezioni americane. Israele lo abbandona adesso, facendo inquietare una parte dell' elettorato di Bibi, ma l'annessione non era all'orizzonte comunque, e la novità della pace invece è magnifica. Scienza, satelliti, energia, e nuovi accordi di pace sono all' orizzonte, Le reazioni dei «settler» saranno dure; ma è ben più strano che i palestinesi che si erano mossi in tutto il mondo per fermare il piano, adesso non appaiono contenti, al contrario, sono furiosi dell'accaduto. Ma l'accordo di pace con la parte più innovativa del mondo arabo è il biglietto d'ingresso su una terrazza futuristica che disegna un Medio Oriente pacificato in un momento di grande crisi internazionale, e risponde con determinazione alla belligeranza dell'Iran con i suoi hezbollah, e della Turchia che si avventurano con le armi in pugno sulle orme di scontri settari e religiosi, alla conquista.
  Il mondo arabo sunnita guarda a Israele: col suo coraggio e le sue armi appare come uno scudo desiderabile, attendibile, utile. I palestinesi si ritengono pugnalati alla schiena, ma forse Abu Mazen capirà che è l'ora di chiudere con i soliti «no» e di tornare a parlare. Il rapporto fra Israele e una parte molto vasta del mondo sunnita mentre l'Iran si faceva sempre più minaccioso si era già rafforzato: Netanyahu stesso aveva visitato l'Oman e il Sudan, l'ambasciatore Dore Gold aveva incontrato importanti esponenti dell'Arabia Saudita.
  Lo scambio di informazioni, strategia, tecnologia, innovazione e business sono in piedi da molto tempo. Ma per Israele la mossa è di grande importanza diplomatica, all'Onu, all'Ue: forse anche le istituzioni internazionali, come Bin Zayed, impareranno a guardare a Israele con occhi volti a una «vera pace». E allora i palestinesi verranno a trattare la pace.

(il Giornale, 14 agosto 2020)


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L'analista: "Intesa possibile perché nei Paesi del Golfo ci sono stabili governi tribali"

Intervista con Mordechai Kedar


di Sharon Nizza

 
Mordechai Kedar
GERUSALEMME - Mordechai Kedar, mediorientalista del centro studi Begin-Sadat, osservatore dell'asse israelo-sunnita contro l'Iran, è ancora cauto rispetto alle dichiarazioni che prefigurano uno storico accordo tra Israele e Emirati Arabi Uniti. «Vorrei vedere l'accordo nero su bianco per capire cosa comporterà per la parte israeliana».

- Come si inserisce questo annuncio negli ultimi eventi che hanno colpito l'area?
  «La tempistica non mi pare casuale. L'esplosione di Beirut ha sferrato un colpo non indifferente ai piani iraniani di controllo del Libano attraverso Hezbollah, creando un momentum per un'azione diplomatica in chiave anti-iraniana».

- E ' il segnale di una nuova stagione tra Israele e il mondo sunnita?
  «Non si può parlare di una love story tra Israele ed Emirati, altrimenti avrebbero potuto accodarsi agli accordi di pace precedenti, con l'Egitto nel 79 e con la Giordania nel '94. ll catalizzatore è di certo l'alleanza contro la minaccia iraniana, che i Paesi del Golfo percepiscono tanto quanto Israele».

- Com'è stato possibile raggiungere questa intesa?
  «Gli Emirati, come gli altri Paesi del Golfo, sono caratterizzati da una grande stabilità interna che permette governabilità, sviluppo economico e benessere. Ciò deriva dal fatto che in questi Stati c'è un'omogeneità demografica in quanto i governanti appartengono a un'unica tribù, ogni Stato la sua, e questo è l'elemento determinante che scongiura le lotte intestine. C'è una grande identificazione della popolazione nella leadership, a differenza di quanto accade in Siria, Iraq, Libano e nei Territori Palestinesi, lacerati da conflitti etnici o religiosi interni. Nel tessere una nuova rete di rapporti, Israele ha più facilità a confrontarsi con Paesi come gli Emirati, che non devono rendere conto a nessuno».

- Netanyahu ha parlato dl altri accordi in vista. A chi fa riferimento?
  «È ancora tutto da vedere. Ma, anche seguendo la logica di cui abbiamo appena parlato, si può pensare al Bahrain, all'Oman, forse all'Arabia Saudita».

- E il Qatar, che invece è in netta contrapposizione con questi Stati?
  «Si è parlato la settimana scorsa di voli amministrativi atterrati in Qatar. Sembra che il Capo del Mossad abbia fatto visita a Doha, si dice per sollecitare nuovi finanziamenti qatarioti per Gaza. Ci si può interrogare ora se questa visita non avesse anche altri scopi».

- E potrebbe averne?
  «Israele negli anni '90 ha avuto una rappresentanza economica in Qatar, con tanto di bandiera esposta. Poi nel 2000 con lo scoppio della Seconda Intifada è finito tutto. Oggi sembra impensabile pensare a rapporti diplomatici con il Qatar, che peraltro ospita la leadership di Hamas».

- Netanyahu ha detto che, a seguito dell'accordo, ll progetto dl estendere la sovranità israeliana su parte del Territori Palestinesi è sospeso. Che impatto può avere sui rapporti con i palestinesi?
  «Israele non avrebbe dovuto condizionare l'accordo alla questione della sovranità. Se gli Emirati vogliono fare la pace, deve tessere indipendentemente dai palestinesi. E in ogni caso, i palestinesi sono furiosi con gli Emirati, per loro l'accordo è un tradimento. Al confine con Gaza non sappiamo se potrà esserci una nuova escalation, già Hamas da una settimana continua a lanciare palloni incendiari verso Israele. Per quanto riguarda l'Autorità Nazionale Palestinese, ricordiamoci che negli Emirati vive Mohammed Dahlan, nemico giurato dell'attuale leadership dell'Anp, che ambirebbe alla presidenza dopo Abu Mazen e sarebbe ben visto da Israele. Un elemento da tenere in considerazione».

(la Repubblica, 14 agosto 2020)


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Accordo Israele- Emirati. Hamas: un tradimento

In virtù dell'intesa, Israele ferma alcune annessioni in Cisgiordania

di Massimo Lomonaco

«Storico». Donald Trump definisce così «l'accordo di pace» tra Israele e Emirati Arabi che annuncia su Twitter cogliendo tutti di sorpresa, compreso lo stesso premier Benyamin Netanyahu che lascia a metà una riunione di gabinetto sul Coronavirus. Un accordo che passa per l'avvio delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi che come prima conseguenza ferma i controversi progetti di annessione di parti della Cisgiordania, perseguiti dallo Stato ebraico. Togliendo dal tavolo, almeno per ora, un macigno su ogni possibile ripresa dei colloqui di pace con i palestinesi. Ma Hamas e la Jihad islamica da Gaza gridano al «tradimento», mentre il presidente Abu Mazen convoca una riunione d'emergenza della leadership palestinese.
   «Enorme svolta - ha scritto il capo della Casa Bianca - tra due nostri grandi amici, Israele e Emirati Arabi». E' «momento storico per un accordo di pace pieno e formale» è la frase con cui Netanyahu esulta raccontando in tv agli israeliani l'intesa. Accordo che potrebbe essere firmato nelle prossime settimane proprio alla Casa Bianca che in passato fu scelta da Jimmy Carter e da Bill Clinton per la firma dei trattati di pace tra Israele, Egitto e Giordania. Richiamo che Netanyahu ha subito rivendicato affermando il suo «privilegio di firmare il terzo accordo di pace con un paese arabo». Ora è la volta degli Emirati ed anche se per ora si tratta di «una road map» diplomatica, come sostenuto dal principe ereditario Mohammed Bin Zayad, avrebbe in ogni caso un alto valore simbolico. Non sono pochi a sottolineare come avvio della svolta l'intervista che l'ambasciatore di Abu Dhabi negli Usa, Yousef Al-Otaiba, dette lo scorso giugno al giornale israeliano «Yedìot Ahronot» in cui invitava Israele a sospendere l'annessione pena la rottura dei contatti sempre più frequenti tra i due Paesi.
   Nel documento dell'intesa si sostiene esplicitamente che «la storica svolta diplomatica farà avanzare la pace in Medio Oriente» e annuncia che le delegazioni dei due Paesi «si incontreranno nelle prossime settimane per firmare accordi bilaterali» su numerose iniziative. Grazie all'intesa si «sospenderà la dichiarazione di sovranità sulle aree indicate nel piano di pace del presidente Trump», anche se Netanyahu ha tenuto a precisare - forse più in chiave interna - che il presidente Usa ha chiesto di «attendere», che il dossier cioè non è archiviato ma rimandato. «Usa, Israele ed Emirati sono fiduciosi - continua il documento - che altre svolte diplomatiche con altre nazioni siano possibili e lavoreranno insieme per raggiungere questo risultato». Infine, Israele ed Emirati «si uniranno agli Usa nel lancio di un'Agenda strategica per il Medio Oriente per allargare la cooperazione diplomatica, commerciale e di sicurezza». Un obiettivo che sembra aggirare il controverso - e contrastato con tutte le forze da Abu Mazen - piano di pace di Trump che dava invece il via libera alle annessioni di territorio palestinese da parte di Israele.
   Se la politica è in primo piano negli annunci, è l'economia che nel dettaglio del documento prende forma. Non a caso Netanyahu ha sottolineato nel suo intervento che Israele ed Emirati Arabi sono i due Paesi più «innovativi» della regione e che entrambi «hanno trasformato il deserto». Grazie all'intesa le due nazioni nelle prossime settimane firmeranno «accordi bilaterali su investimenti, turismo, voli diretti, sicurezza, tecnologia, energia, assistenza sanitaria, cultura, ambiente» e soprattutto - come evidenziato dal premier israeliano - «ambasciate reciproche».

(La Gazzetta dello Sport, 14 agosto 2020)


Coronavirus: in Israele 1.612 nuovi casi in 24 ore

GEERUSALEMME, 13 ago - Altre 1.612 infezioni sono state registrate in Israele nelle ultima 24 ore dove da due giorni sono in crescita le vittime arrivate ora a 643 in totale. I casi registrati da inizio pandemia sono 88.733 e di questi quelli attivi 23.416. Aumentano anche i casi gravi ora a 386 con 114 in ventilazione.

(ANSA, 13 agosto 2020)


Intervista a Nissany: "Che emozione portare la bandiera israeliana in F1"

di Antonio Caruccio

Roy Nissany
C'è sempre una prima volta nella carriera di un pilota. Quella sognata, agognata per lungo tempo, è divenuta realtà. Roy Nissany domani, venerdì 14 agosto, debutterà ufficialmente in F1 partecipando alla prima sessione libera del Gran Premio di Spagna. Un evento non solo per il ragazzo di Tel Aviv, ma per un Paese intero: Israele, nazione che negli anni ha prodotto pochissimi piloti ed è curioso notare che l'unico connazionale ad avere raggiunto il palcoscenico di un weekend del Mondiale è stato... papà Nissany, Chanoch, il quale nel 2005 partecipò alle libere del GP di Ungheria con la Minardi. Ora, dopo 15 anni, tocca a Roy. Che non è a digiuno di monoposto di F1 avendo svolto i test di Abu Dhabi dello scorso dicembre proprio con la Williams e qualche anno fa, guidò la Sauber a Valencia.

- Quanto sei emozionato di tornare a guidare una vettura di Formula 1?
  "Mi sto preparando da lungo tempo a questo evento nella sede della Williams, con il simulatore, e sono davvero impaziente di poter tornare nell'abitacolo di questa vettura".

- Questa volta guiderai in una sessione ufficiale di prove libere nel fine settimana di un Gran Premio. Sentirai particolari pressioni?
  "No non avrò pressione, grazie al mental training sono in grado di gestire ogni situazione ed è sicuramente la mia forza, sono molto sereno".

- Hai lavorato duramente al simulatore per questa prova, ci puoi dire in che modo ti sei preparato?
  "Abbiamo avuto varie cose da fare per trovare il limite della vettura e prendere la giusta confidenza con essa. Inoltre, abbiamo approfondito tutte le procedure che potremmo trovarci ad affrontare durante la sessione di prove libere, ed ovviamente ho simulato quello che andremo a provare, dato che abbiamo poco tempo a nostra disposizione e quindi so perfettamente cosa andremo a fare".

- Pensi sarà complicato il tuo programma del venerdì, che ti vedrà passare in poco tempo da una F1 ad una F2?
  "Sarà molto dura, soprattutto con il distanziamento sociale nel paddock, muoversi tra F1 e F2 non sarà semplice, ma sono sicuro che troveremo una soluzione, sarà un venerdì quantomeno interessante!".

- Parliamo di F2. Non possiamo certo descrivere questo tuo inizio di stagione come positivo, le aspettative erano sicuramente maggiori. Cosa non ha funzionato?
  "Sicuramente non è quello che ci aspettavamo. Sabato scorso abbiamo scoperto che il telaio era danneggiato e questo è un problema che probabilmente ci siamo portati dietro dai due round precedenti. È stato un bene averlo scoperto, ma è altrettanto sfortunato averlo vissuto in prima persona".

- Ed hai avvertito subito un miglioramento?
  "Si, mi sono sentito subito a mio agio. Ho potuto spingere, mandare le gomme alla giusta temperatura di esercizio, lavoreremo duramente per recuperare il tempo perso.

- Cosa ti aspetti dunque da questo fine settimana?
  "Trarre il meglio da me e dalla vettura, sia in Trident sia in Williams, voglio essere sicuro di dare il massimo ed arriverà anche la giusta confidenza con questo atteggiamento".

- Tornando alla F1 invece, si percepisce il miglioramento della Williams? Tu hai guidato in un certo senso il passaggio dal 2019 al 2020 girando ad Abu Dhabi lo scorso anno.
  "Indubbiamente c'è un grande miglioramento. Tutto il team si è dedicato anima e corpo a questo progetto ed i risultati si vedono, ed è bello constatare come questo legame stretto abbia portato ad un risultato tangibile. Vorrei portare il mio contributo concreto a questo processo di miglioramento".

- In questo 2020 ti sei anche un po' italianizzato, tant'è vero che vivi a Modena.
  "Mi è sempre piaciuta l'Italia, amo questo paese da quando vi corsi in kart. Correre con un team italiano, come Trident, mi ha dato quindi l'incentivo per avvicinarmi al vostro Bel Paese. Inoltre in questo modo ho la possibilità di essere non solo vicino alla squadra, ma anche al simulatore che in questa stagione è qualcosa di molto importante".

- Altro tocco di italianità è rappresentato dal rapporto iniziato lo scorso anno con Gianpaolo Matteucci, che prosegue anche quest'anno.
  "Avere Gianpaolo nel mio management è molto importante per me, so che con lui posso essere molto più forte di quanto fossi in precedenza e questa vicinanza, anche in pista, mi offre ovviamente molta sicurezza".

- Supporto e sicurezza che arrivano anche da tuo papà. Da questo venerdì non sarà più l'unico pilota israeliano ad aver guidato una F1 in un weekend ufficiale, dopo le prove di 10 anni fa con la Minardi in Ungheria…
  "Raccolgo un'eredità molto importante. È bellissimo, è emozionante, mi riempie di orgoglio e mi emoziona anche un po'. Portare la bandiera del nostro paese in forma ufficiale in un fine settimana del mondiale di Formula 1 è un'occasione davvero speciale considerando le circostanze".

- Questo 2020 non deve essere facile per un pilota, non c'è mai il tempo di tirare il fiato…
  "Sicuramente è interessante. Non è facile ovviamente ma dopo essere stati fermi per così tanti mesi ci siamo meritati un po' di attività frenetica".

- Come hai fatto a prepararti dal punto di vista fisico durante il confinamento?
  "Mi sono allenato tramite video chiamata con il mio preparatore, ma in realtà stando chiuso in casa con qualche giusto strumento ho potuto persino migliorare la mia prestanza e le mie abilità fisiche".

- Come pilota e come uomo ti preoccupa questa situazione? Com'è cambiata la vita nel paddock dopo il Covid-19?
  "Non sono preoccupato, ma credo sia un processo naturale che dobbiamo superare sopravvivendo. Nel paddock ci sono delle buone misure di sicurezza e sono certo che gli sforzi della FIA fatti per tenerci al sicuro sono ottimi, anche se ovviamente speriamo tutti di poter tornare prima o poi alla normalità".

(Italiaracing.net, 13 agosto 2020)


Libano: il dramma di Beirut colpisce un Paese già in precario equilibrio

in un rapporto riservato dei servizi segreti libanesi, inviato al presidente Aoun e al premier Diab il 20 luglio scorso, si informava della presenza di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio conservate nel porto di Beirut. «In caso di esplosione potrebbero distruggere la capitale», è scritto nel rapporto. No agli aiuti da Israele.

di Andrea Gaiardoni

Le macerie del porto di Beirut sono diventate una formidabile lente d'ingrandimento. In quel cratere profondo 43 metri, ormai simbolo del disfacimento del paese dei Cedri, un monumento al contrario che non svetta, ma sprofonda, oggi chiunque può leggere la storia di questa nazione tradita, ferita dagli estremismi, violentata da decenni di scontri tra fazioni, divisioni politiche e religiose, mortificata da una corruzione endemica senza freni e senza limiti. Con la sua capitale che negli anni 60 era chiamata la "Parigi del Medioriente", lussuoso crocevia finanziario del mondo arabo, attraversata da un fermento culturale ed economico che lasciava immaginare ben altro sviluppo.
  Oggi le cartoline da Beirut raccontano sì la distruzione degli ultimi giorni, ma soprattutto la disgregazione sociale, una rabbia che sale dal profondo, un grido di ribellione potente quanto l'esplosione del 4 agosto scorso, che in un frammento di secondo (con quell'irreale velocità di propagazione che non dimenticheremo) ha raso al suolo il porto e interi quartieri. Sull'onda delle proteste di piazza, vibranti, possenti, dopo 6 giorni anche i rappresentanti della politica sono stati spazzati via: il governo di Hassan Diab, sostenuto da Hezbollah (il "Partito di Dio", un movimento politico-militare sciita nato nel 1982 come forza di resistenza contro l'occupazione israeliana e poi diventato pilastro della politica libanese) è stato costretto alle dimissioni, dopo che diversi ministri avevano deciso di abbandonare l'esecutivo.
  Il premier ha dichiarato con enfasi un po' stonata di "voler combattere al fianco del popolo libanese", ammettendo che "la tragedia di Beirut è il risultato della corruzione endemica che affligge il Libano" e lanciando generiche accuse verso le forze politiche di avere come "unica preoccupazione il regolamento di conti politici e la distruzione di ciò che resta dello Stato". «Questo governo ha provato a cambiare le cose», ha dichiarato Diab. «Ora dobbiamo tornare a essere parte del popolo».

 Tutti sapevano da anni
  Spetterà ora al presidente libanese, Michel Aoun, decidere se formare un governo tecnico o un esecutivo di unità nazionale (non ha ancora convocato le consultazioni). Ma anche la sua credibilità è appesa a un filo. L'agenzia Reuters ha pubblicato un &rapporto riservato dei servizi segreti libanesi, inviato al presidente Aoun e al premier Diab il 20 luglio scorso, nel quale si informava della presenza delle 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio conservate nel porto di Beirut. «In caso di esplosione potrebbero distruggere la capitale», è scritto nel rapporto. «Fate il necessario per evitare che accada», era stata la risposta del presidente del Libano. E, a quanto pare, non era la prima volta: funzionari del porto avrebbero avvisato e chiesto istruzioni almeno altre 10 volte da quel lontano settembre 2013, quando la nave mercantile russa Rhosus venne bloccata e sequestrata in porto per alcune irregolarità mai chiarite.
  Storia piena di dubbi e di misteri, di negligenze e di omissioni, di complicità e di corruzioni. Possibile che quel carico così pericoloso (e prezioso: valore stimato attorno al milione di dollari) sia rimasto lì per così tanti anni senza che nessuno venisse mai a reclamarlo? Dov'era diretto? Chi ne aveva la disponibilità? Sembra che il carico fosse di quasi tremila tonnellate, ne mancano oltre 200 alla stima (quanto affidabile?) di quello esploso: venduto a chi? Da chi?

 La fame e la rabbia
  Il dedalo delle ipotesi è al momento inestricabile. Resta il Libano in ginocchio, Beirut, il suo cratere. In strada si continua a scavare per recuperare i corpi delle vittime (220, ma il numero sarà più alto) e alla ricerca dei dispersi che ancora mancano all'appello. Scrive il Post: «I lavori di pulizia delle case distrutte, la ricerca dei corpi e il sostegno materiale a chi è rimasto senza un tetto sono portati avanti principalmente da cittadini volontari o da organizzazioni non governative, più che dal governo». Le dimissioni dell'esecutivo non basteranno a placare la rabbia dei libanesi, un popolo sconfitto, tradito, smarrito. Ma, soprattutto, che non risolverà le troppe emergenze che, contemporaneamente, il Libano si trova ad affrontare: la crisi umanitaria e alimentare, quella sociale ed economica, quella sanitaria. Una situazione così drammatica da rendere difficile, oggi, immaginare una plausibile via d'uscita. Il problema più urgente è il cibo: il prezzo per nutrirsi, arrivato oltre la portata di gran parte della popolazione libanese.
  Il Libano sopravvive importando circa l'80% dei beni consumati, il 60% dei quali transitava per il porto di Beirut, ora inutilizzabile e chissà per quanto ancora. I prezzi sono schizzati alle stelle. E naturalmente c'è chi specula, senza vergogna, senza pietà. Il principale sito di stoccaggio del grano, indispensabile nell'alimentazione dei libanesi, è stato polverizzato dall'esplosione. Le riserve, ha stimato prima di dimettersi il ministro dell'Economia, potrebbero bastare per meno di un mese. Il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (WFP) ha annunciato che invierà 50mila tonnellate di farina di grano per stabilizzare la fornitura di grano del Libano (ma bisognerà capire dove farle arrivare e dove conservarle: il porto non c'è più).
  L'Onu ha stanziato 253 milioni di euro per far fronte alle prime necessità: fondi che, almeno nelle intenzioni, dovrebbero arrivare direttamente ai libanesi senza passare per la "mediazione" delle forze politiche (che, nel caso di Hezbollah, coincidono con formazioni militari). Nell'immediato si tratterà di aiuti alimentari e medici, finalizzati anche alla ricostruzione di scuole e ospedali (molti danneggiati, due completamente fuori uso), con un'attenzione particolare ai programmi per limitare la diffusione del Covid-19 (il rischio è che in una situazione come quella attuale la pandemia possa propagarsi con ancor maggiore rapidità). Gli stanziamenti saranno gestiti da agenzie Onu e dalle tante Ong presenti nel paese. «Sia nel breve, sia nel lungo periodo ci sarà una rigorosa sorveglianza», promettono alle Nazioni Unite.

 Il No agli aiuti da Israele
  Un paese in ginocchio che ha bisogno di tutto (secondo le ultime stime occorrerebbero 15 miliardi di dollari per la ricostruzione di Beirut), ma non da chiunque. Beirut ha respinto l'offerta di aiuti umanitari avanzata da Israele, nemico dichiarato. Scrive Rania Hammad sull'agenzia di stampa Nena (Near East New Agency): «L'offerta di aiuti di Tel Aviv non è stata accolta non per intolleranza, ma perché i libanesi sono consapevoli del tentativo di usare Beirut da parte di una potenza regionale (Israele) che al paese ha portato distruzione». Appena pochi giorni prima dell'esplosione del porto, alla fine di luglio, la tensione tra i due paesi era salita nuovamente a livelli altissimi, con il governo libanese che aveva sporto denuncia all'Onu proprio contro Israele, responsabile di "attacchi unilaterali" nella zona meridionale del Libano. L'esercito israeliano aveva "giustificato" l'azione sostenendo di aver respinto un "tentativo di infiltrazione da parte di una squadra di terroristi di Hezbollah nell'area del Monte Dov".

 La catastrofe economica
  I problemi del Libano non nascono con il drammatico incidente del porto della settimana scorsa, che comunque li aggraverà in modo esponenziale. La crisi economica e sociale aveva già superato il livello di guardia. Lunedì 9 marzo 2020 il default del Libano era stato formalizzato con l'impossibilità di procedere al pagamento dell'Eurobond da 1,2 miliardi di dollari in scadenza. Non era mai accaduto. Due giorni prima il premier Diab aveva dichiarato: «Il debito è diventato più grande di quanto il Libano possa sostenere ed è impossibile per i libanesi pagare gli interessi. Come possiamo pagare i creditori quando la gente è in strada senza nemmeno i soldi per comprare una pagnotta?». Le altre due scadenze erano previste ad aprile e a giugno, per un totale di circa 2,7 miliardi di dollari di capitale e di oltre 2 miliardi di interessi da pagare per tutte le emissioni. Il debito pubblico del Libano ammonta a circa 92 miliardi di dollari. Riassume così il Sole 24 Ore nella cronaca di quei giorni: «I conti pubblici versavano da tempo in una situazione grave. E alla fine i nodi sono arrivati al pettine. Il deficit, incontrollabile, aveva infranto la barriera del 10 per cento. Il debito pubblico, il secondo più alto al mondo, ha superato il 170% del Pil. Già nel 2018 il deficit delle partite correnti aveva sfondato il 25% del Pil. La crisi scoppiata in autunno, e le grandi proteste di piazza, avevano spinto le banche a operare forti restrizioni ai prelievi e ai trasferimenti in dollari». Da allora la lira libanese ha perso oltre l'80% del suo valore: un paese fallito, un popolo senza più risorse. Ma non è soltanto una fatalità. Un esempio su tutti: il dissesto energetico. Il Libano ha rifiutato per anni sovvenzioni internazionali per dotarsi di una centrale elettrica che avrebbe garantito al paese l'indipendenza energetica, preferendo acquistarla al bisogno da navi prese a noleggio. La "bolletta" pagata negli ultimi 15 anni (dal 2006 in poi) è di oltre 50 miliardi di dollari.

 Il rischio di una nuova guerra civile
  La risposta potrebbe, anzi dovrebbe arrivare dalla politica, ma non accadrà. Lo stato islamico imposto da Hezbollah non sembra avere più il seguito di un tempo, e prova ne sia l'impiccagione durante le ultime rivolte in piazza della sagoma del leader del movimento, Hassan Nasrallah. Non regge più il complesso gioco di equilibri (Accordi di Taif, firmati alla fine della guerra civile, nel 1989) che per anni ha tenuto insieme sunniti, sciiti e cristiani, introducendo una sorta di "parità rappresentativa" in Parlamento tra cristiani e musulmani. Ma, di fatto, ha cristallizzato il potere conteso non soltanto tra esponenti di diverse confessioni, ma tra clan e famiglie che lo difendono e tramandano come cosa propria, potendo contare su una legge elettorale ad hoc. Scrive Umberto De Giovannangeli su Globalist: «Il problema è che grazie al sistema elettorale basato su quote settarie, i capi delle comunità sono capaci di influenzare i loro elettori. Sciiti, sunniti, cristiani, drusi e tutte le 17 confessioni riconosciute nella Costituzione hanno poca libertà di manovra: di fatto sono costretti a eleggere gli stessi capi-famiglia che negli anni sono diventati capi-mafia, impegnati nel depredare il Libano delle sue ricchezze».
  Quindi parlare oggi di "nuove elezioni" vuol dire ben poco. Si chiede il mensile economico libanese, Le Commerce du Levant: le elezioni legislative anticipate consentirebbero di cambiare la situazione e offrire finalmente ai libanesi prospettive di uscita dalla crisi? «È una trappola», sostiene Karim Bitar, direttore dell'Istituto di scienze politiche dell'Università Saint Joseph. «Dopo la tragedia che ha appena vissuto il Libano, è necessario formare una vasta coalizione di opposizione che riunisca partiti cittadini, deputati indipendenti, figure riformiste, che metterebbero da parte le loro differenze per formare un fronte unito».
  Il rischio, concreto, è che in assenza di alternative la collera (e la fame) possa sfociare in violenza. Una nuova guerra civile che precipiterebbe il Libano in un caos dai contorni difficilmente prevedibili. Perché i giovani scesi in piazza per protestare non hanno rappresentanza. Nessuno, in Parlamento, vuole la loro rabbia. Anche le forze armate, che in frangenti del genere e con una guida adeguata potrebbero assumere anche ruoli di primo piano, sono un'incognita. Gabriele Iacovino, direttore del Centro studi internazionale (Ce.SI), intervistato da Avvenire, conferma i dubbi «In molti casi l'esercito si è fatto paladino della stabilità, degli interessi della popolazione. Per lungo tempo, le Forze armate libanesi hanno rispecchiato gli equilibri nazionali. Negli ultimi anni, però, la componente sciita è aumentata considerevolmente. Non sappiamo, quindi, come si comporterebbe l'esercito nel caso di un riesplodere della violenza settaria nel Paese. Questa è una delle tante incognite nella crisi libanese».
  Pochi giorni prima dell'incidente il patriarca maronita, Bechara Boutros al-Rahi, aveva scritto al presidente del Libano, Michel Aoun, anche lui cristiano maronita ma eletto su "imposizione" di Hezbollah, proponendo di fare del Libano un Paese neutrale nei conflitti arabo-islamici proprio per tentare di superare il baratro economico. E per scrollarsi di dosso l'influenza nefasta della Siria e dell'Iran. Aoun ha risposto sostenendo che l'argomento "non è una priorità". La crisi del Libano, a guardarla da vicino, è ben più profonda del suo cratere.

(Il Bo Live, 13 agosto 2020)


Distanziamento e igiene: così gli ebrei del ghetto di Varsavia sconfissero l'epidemia di tifo

Nel 1940 un'epidemia di tifo falciò gli ebrei rinchiusi dai nazisti nel ghetto di Varsavia, ma in meno di un anno i contagi scesero a zero. Ecco come fu possibile.

 
Il muro che delimitava l'area del ghetto di Varsavia,
dove i nazisti rinchiusero oltre 400.000 ebrei nel 1940
Oltre agli orrori noti della Seconda guerra mondiale, negli anni Quaranta si verificò anche un'emergenza sanitaria indotta (o comunque lasciata esplodere), provocata dal batterio Salmonella Typhi, che causa la febbre tifoide (o tifo addominale). In Polonia nel 1940 oltre 400.000 ebrei vennero rinchiusi dai nazisti in quello che oggi è uno dei sinonimi di orrore, il ghetto di Varsavia: in quei 3,4 km quadrati le condizioni sanitarie e il sovraffollamento fecero sì che la malattia si diffondesse rapidamente, infettando in poco tempo 100.000 persone e uccidendone 25.000.
Nell'ottobre del 1941, però, il contagio subì una brusca battuta d'arresto: all'epoca si gridò al miracolo, ma un recente studio pubblicato su Science dà risposte più concrete e plausibili. Il merito della fine dell'epidemia nel ghetto fu delle misure restrittive adottate, le stesse che stiamo utilizzando contro la CoViD-19: distanziamento sociale, igiene personale e isolamento degli infetti.

Grazie ai medici
Studiando documenti storici conservati in biblioteche di tutto il mondo, i ricercatori hanno ritrovato diverse memorie tenute dai dottori imprigionati nel ghetto: grazie alle loro conoscenze, e alla totale fiducia della popolazione, si sono probabilmente evitati oltre 100.00 altri contagi e decine di migliaia di morti. Nel segreto del ghetto, quegli stessi medici fondarono anche una scuola per formare nuovi medici, insegnando loro come controllare l'infezione, ed è «la prova che semplici misure di sanità pubblica possono combattere la diffusione di malattie infettive, e fare una notevole differenza», afferma Lewi Stone, uno degli autori della ricerca.

La morte, in un modo o nell'altro
Purtroppo per molti si trattò di un pericolo scampato a cui fece seguito un destino peggiore: quasi tutti vennero poi deportati nei campi di concentramento, dove morirono. I nazisti affermarono di averlo fatto per evitare "futuri focolai epidemici"... Questo pezzo di storia, oltre a darci una lezione a livello sanitario, ci ricorda anche che le pandemie vengono troppo spesso utilizzate come scusa per accanirsi contro le minoranze etniche.

(Blog News.it, 13 agosto 2020)


Israele colpisce obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza

GERUSALEMME 12 ago - Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno lanciato all'alba una serie di attacchi contro obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza con l'ausilio di caccia, elicotteri d'assalto e carri armati. Lo ha riferito un portavoce delle Idf citato dal quotidiano israeliano Jerusalem Post. Durante l'attacco sono stati colpiti un complesso militare, infrastrutture sotterranee e punti di osservazione.
   Come riferisce la stampa israeliana, il raid è stato effettuato in risposta ai continui lanci di palloni aerostatici incendiari verso il territorio israeliano dalla Striscia di Gaza. "L'Idf considera tutte le attività terroristiche contro il territorio israeliano seriamente e continuerà ad agire come necessario contro i tentativi di colpire i cittadini israeliani", si legge nella nota delle Forze di difesa israeliane. "L'organizzazione terroristica Hamas ha la responsabilità di ciò che sta accadendo dentro e fuori la Striscia di Gaza e pagherà le conseguenze degli atti terroristici contro i cittadini israeliani", precisa la nota. Secondo quanto riporta il "Jerusalem Post", durante il raid, un missile lanciato da un elicottero ha colpito una stalla nei pressi di Eshkol, nel sud di Israele. Il missile non è esploso ed è stato immediatamente recuperato e le autorità militari israeliane hanno aperto un'indagine sull'incidente.
    Il primo ministro Benjamin Netanyahu e il primo ministro supplente e ministro della difesa Benny Gantz hanno entrambi avvertito Hamas , il movimento estremista islamico al potere nella Striscia di Gaza dal 2007, che Israele avrebbe risposto al continuo lancio di palloni incendiari in territorio israeliano.

(Agenzia Nova, 12 agosto 2020)


Il consigliere di Nasrallah: "Hezbollah è ancora forte"

Macron ha parlato con tutti, Trump invece vuole strangolare il Paese per emarginare il Partito di Dio.

di Giordano Stabile

Anis Nakash
Anis Nakash vive oggi a Damasco ma quel pomeriggio maledetto si trovava a Beirut. Uno dei massimi ideologi di Hezbollah, stretto consigliere di Hassan Nasrallah e voce ascoltata ai vertici di Baghdad e soprattutto a Teheran, amico intimo del defunto generale dei Pasdaran Qassem Soleimani, Nakash fa di continuo la spola fra le capitali del Levante e ha assistito in diretta al «naufragio» della metropoli libanese. Sulle cause dell'esplosione del quattro agosto «ci sono ancora troppi misteri» ma dietro non c'è il solito nemico, Israele. Questa volta il partito di Dio non punta il dito verso Sud ma contro le opacità e i magheggi del sistema Libano.

- Le ipotesi su una bomba o un attacco missilistico sembrano perdere forza. Al momento però sul banco degli imputati rimane Hezbollah. Come ribatte?
  «Siamo i primi a volere un'inchiesta trasparente. Non abbiamo nulla da nascondere e nel porto non c'era alcun materiale di nostra proprietà. Tanto meno armi ed esplosivi. Circola molta propaganda, a partire dal fatto che Hezbollah avrebbe il controllo del porto. Non è vero che queste fake news abbiano indebolito il partito. Hezbollah resta forte e il suo consenso ampio. A gestire il porto c'è un'amministrazione, dirigenti. Sono loro a dover dare le risposte. Soprattutto sulla nave che ha trasportato le 2750 tonnellate di nitrato di ammonio. Restano molti punti oscuri».

- Cioè?
  «Perché il carico è rimasto tutto quel tempo lì e chi ha deciso che dovesse restare lì? Qualcuno ci voleva speculare? E poi, a chi apparteneva davvero il carico, a chi era diretto? Va indagata anche la figura del businessman russo-cipriota Igor Grechushkin. Sono contrario, lo dico subito, a un'inchiesta internazionale, ma le autorità libanesi dovrebbero chiedere la massima collaborazione estera. Alla Georgia, da dove è partita la nave, a Cipro, dove vive Grechushkin, e alla Turchia».

- La verità è ancora lontana e intanto il Libano si avvita nella crisi. Che si può fare?
  «La crisi di governo era inutile ed è nata da un doppio errore. Prima del presidente del parlamento Nabih Beni che ha spinto per un voto di sfiducia. Poi del premier Hassan Diab che ha posto come condizioni il voto anticipato entro due mesi e alla fine è stato travolto dalle dimissioni dei ministri. Adesso sarà molto difficile formare un nuovo governo. Ci vorranno mesi. Il Paese perderà tempo prezioso. Ed è illusorio anche pensare alla riforma della legge elettorale. È semplicemente impossibile».

- Come giudica la visita di Emmanuel Macron?
  «Il Libano è da sempre al centro di influenze e appetiti internazionali. Le sue proposte però mi sono sembrate equilibrate. Ha parlato con tutti, e questo è positivo. Non è per esempio l'atteggiamento dell'America, che vuole strangolare il Paese per emarginare Hezbollah. Non ci riusciranno».

- La crisi finanziaria è sempre più grave. Come se ne esce?
  «Ci vorrà tempo. Ma sono convinto che il Libano ha i mezzi per evitare lo strangolamento. Ha molti amici e gli aiuti stanno già arrivando. Medicinali dall'Iran, carburante dall'Iraq. Russia e Cina forniranno beni di prima necessità, a cominciare dal grano e la farina. Il mondo è cambiato rispetto a trent'anni fa. Il monopolio americano nella finanza sta per finire. I russi hanno lanciato un nuovo sistema di pagamenti internazionali basato sul Mir, una carta già accettata in Turchia e in Iran. Potrebbe tomare utile».

(La Stampa, 12 agosto 2020)


La Striscia di Gaza al centro delle tensioni tra Israele e Hamas

Chissà quanto avranno chiesto ai giornalisti gli incendiari palestinesi per offrire un servizio fotografico così interessante, con tanto di pubblicità bene in vista sulla maglietta.
Dopo la chiusura del valico di Kerem Shalom, aerei da guerra israeliani hanno colpito, nella mattina di mercoledì 12 agosto, alcune postazioni del Movimento Islamico di Resistenza, Hamas, presso la Striscia di Gaza. Al momento, non sono state riportate vittime.
Secondo quanto riferito dalle forze di difesa di Israele, l'attacco è giunto in risposta ai palloni incendiari ed esplosivi lanciati negli ultimi giorni dai militanti di Hamas contro le aree al confine, che hanno causato quasi 60 incendi e danni per circa 400 dunum di terreni agricoli. L'attacco del 12 agosto ha interessato, in particolare, un complesso militare e infrastrutture sotterranee situati nel Sud della città di Gaza e nell'Est di Rafah, nelle aree meridionali della Striscia. Sono stati poi colpiti punti di osservazione di Hamas, uno situato nelle aree centrali della Striscia di Gaza, nei pressi di Deir al-Balah, e un altro a Est del governatorato di al-Wasta.
L'episodio giunge dopo che il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ed il suo vice, oltre che ministro della Difesa, Benny Gantz, avevano affermato che avrebbero risposto a qualsiasi attacco diretto contro i cittadini israeliani. Un'altra reazione è stata la chiusura del transito commerciale di Kerem Shalom, a partire dall'11 agosto, dove, fino a nuovo ordine, non sarà possibile trasportare merce "ad eccezione di aiuti umanitari essenziali e carburante".
Nello giustificare tali reazioni, Hamas è stato definito il responsabile di tutto ciò che accade dentro e fuori la Striscia di Gaza e di ciò che viene lanciato da tale area. Per tale ragione, sarà lo stesso movimento a far fronte alle ripercussioni della violenza diretta contro i cittadini di Israele. "Il lancio dei palloni incendiari e la violazione della tregua influenzeranno in primo luogo i residenti della Striscia, lo sviluppo dell'economia ed i tentativi di migliorare le condizioni di vita dei residenti" ha riferito in una nota il COGAT, l'ente militare del ministero della Difesa israeliano che sovrintende i territori palestinesi.

(Sicurezza Internazionale, 12 agosto 2020)


Beitar Gerusalemme, i tifosi ultrà di estrema destra anti-Netanyahu

Contro l'ingaggio di giocatori arabo-musulmani

 
Benjamin Netanyahu è sotto pressione. Da settimane ci sono grandi manifestazioni contro il primo ministro israeliano. Da un lato è sospettato di corruzione, dall'altro i manifestanti accusano Netanyahu e il suo governo di negligenza nella crisi del coronavirus. Anche i sostenitori del capo del governo sono scesi in piazza per sostenerlo. Le manifestazioni a Gerusalemme e Tel Aviv nell'ultima settimana si sono trasformate in violenza. I membri di due gruppi di tifosi di calcio estremisti di destra sono stati determinanti in tutto questo.
   Tra gli avversari più accesi di Netanyahu anche la Familia, il più famoso gruppo di tifosi di destra in Israele. Unisce i seguaci della squadra 6 volte campione d'Israele, il Beitar Gerusalemme. "Attenzione, sanguinari di sinistra, le regole del gioco stanno cambiando adesso", ha scritto il gruppo sulla loro pagina Facebook prima della loro ultima manifestazione. I manifestanti hanno attaccato giornalisti e veicoli con targhe palestinesi. Canti come "Odiamo tutti gli arabi", "F **** i media" e "Morte alla sinistra" sono stati scanditi più volte.. Secondo i resoconti dei media israeliani, la polizia ha arrestato diversi membri del gruppo.
   La Familia aveva già attirato l'attenzione qualche giorno prima a una manifestazione pro-Netanyahu: lì i tifosi di destra avevano cantato le lodi di Jigal Amir, che aveva assassinato l'allora primo ministro Yitzchak Rabin nel 1995. La Familia ha ripetutamente messo striscioni nello stadio Beitar esortando il club a non ingaggiare giocatori arabo-musulmani. Il Beitar deve "rimanere pulito per sempre", era scritto sugli striscioni. Il Beitar è l'unico grande club in Israele che non ha mai ingaggiato un giocatore arabo. Nel 2013, i membri de La Familia hanno dato fuoco agli uffici del club dopo che l'allora proprietario, l'oligarca russo Arkadi Gaidamak, aveva ingaggiato due giocatori ceceni musulmani.

(La Gazzetta dello Sport, 12 agosto 2020)


Tullio Levi, guida per la comunità ebraica

«Era una colonna e un uomo di dialogo»

di Paolo Coccorese

«Nel suo oltre mezzo secolo di impegno ha impresso una svolta innovativa alla Comunità. Nei primi anni Settanta creò, in polemica con una realtà considerata troppo burocratica, l'HaKeillah per portare avanti la visione di una vita diversa». Dario Disegni, l'attuale presidente della Comunità ebraica di Torino, ricorda così Tullio Levi, scomparso all'età di 80 anni. L'imprenditore è stato a lungo alla guida dell'organizzazione cittadina dal 1981 al 1987 e dal 2005 al 2011. Insieme a figure come Guido Fubini, Giuseppe Tedesco, Tullio Levi ha dato un grande impulso alla realtà, impegnandosi anche nei diversi congressi dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Spirito battagliero, sempre protagonista, è stato uno dei più grandi sostenitori del processo di rinnovamento democratico dell'Ucei.
   Colonna dell'ebraismo piemontese, Tullio Levi è ricordato con affetto da tante persone anche a livello nazionale. «Un amico, un maestro, una guida per tutti noi. Il suo entusiasmo positivo riusciva a contagiare tutti», le parole di cordoglio del Gruppo di Studi ebraici torinese, associazione nata proprio su impulso dello storico presidente. «Mentre gli altri dicevano "si potrebbe fare quella tal cosa". Lui l'aveva già fatta. Non parlava, faceva. Un uomo mosso dalla generosità e dallo spirito di servizio. Sempre presente per chiunque avesse bisogno», ricorda Alda Segre, amica di una vita e per diversi anni rappresentante all'Unione, assieme a Levi, sulle colonne di Pagine Ebraiche 24.
   Le persone che lo conoscevano e i membri della Comunità si stringono intorno alla famiglia Levi. A Silvia, Marta e Filippo, Susanna, Asher, Daniel e a tutti gli altri parenti. «Una perdita gravissima per l'ebraismo — chiosa Disegni —. Era un amico, con cui ho condiviso molte iniziative e mi sono anche trovato anche in disaccordo. Ma rimane una persona che mi ha insegnato molto, porterò un ricordo indelebile della sua figura, fonte di ispirazione da seguire nel mio impegno attuale».

(Corriere Torino, 12 agosto 2020)


Tel Aviv, sulle spiagge svuotate dal Covid tornano i turisti. Palestinesi

Arrivano a bordo di decine di autobus e le autorità israeliane chiudono un occhio. Tanti bambini non avevano mai visto il mare. Accanto a loro le madri con il burkini. Timori per la pandemia. E ancora proteste.

di Fiammetta Martegani.

 
Famiglie palestinesi si godono la spiaggia di Tel Aviv
Avrà avuto più o meno cinque anni. Si è tolto i sandaletti guardando la sabbia sottile che scendeva giù tra le dita delle mani. Ha cercato un cenno di approvazione dalla madre lì accanto, e poi, con estrema prudenza, ha fatto qualche passo e messo i piedi nell'acqua, uno alla volta. Samir non aveva mai visto il mare, e mai ne aveva sentito l'odore. Appena presa confidenza, ha chiamato i suo tre fratellini e con loro ha cominciato a sguazzare felice a riva, sotto gli occhi attenti dei genitori: lui in camicia e pantaloni, lei coperta dalla testa a i piedi dal burqini grigio.
   Nelle ultime settimane il paesaggio delle spiagge di Tel Aviv è molto cambiato. Tra i giovani surfisti e le ragazze in burkini sono arrivate decine di famiglie palestinesi provenienti dalle cittadine della Cisgiordania. Israele ha chiuso un occhio. E ancora non si capisce perché. Qualcuno sostiene sia un curioso stratagemma governativo per rianimare l'economia locale congelata dal lockdown. Qualcuno sostiene sia un modo adottato dal governo per dimostrare che l'Autorità nazionale palestinese, che dovrebbe garantire il lockdown nelle aree sottoposte alla sua giurisdizione, non controlla alcunché. Sta di fatto che ogni giorno, dopo la chiusura delle scuole e l'inizio delle festività islamiche, decine di autobus partono dalla Cisgiordania e, attraverso il posto di blocco di Meitar, portano in Israele questa nuova categoria di turisti. Si tratta soprattutto di giovani, che pagano un biglietto di 5-10 euro per vedere quello che finora avevano visto solo in Tv: le spiagge. Un piccolo esodo che in fondo fa sorridere perché sa di libertà. Il problema è che la giornata al mare potrebbe comportare conseguenze rischiose per la sicurezza di Israele nel caso qualche palestinese decidesse di non tomare indietro. E ci sono poi complicazioni anche per quanto riguarda la pandemia, il controllo dei contagi imporrebbe una maggiore severità, non un allentamento. Le domande ci sono, le risposte no.
   Molto diverse le vacanze di migliaia di israeliani che hanno deciso di fare "campeggio" in Balfour Street a Gerusalemme, davanti alla residenza del premier Benjamin Netanyahu. La strada è ormai il quartier generale delle manifestazioni anti-governative in corso in tutto il Paese. Vi partecipano cittadini da sinistra a destra, ugualmente stanchi del malgoverno e della gestione dell'emergenza Covid. Da un mese si registrano più di mille casi al giorno. Ieri hanno superato gli 83.000 complessivi, mentre sono 612 i morti. Nei Territori, sono stati registrati in tutto 18374 contagi e 103 decessi.
   
(Avvenire, 11 agosto 2020)


Netanyahu ribadisce l'offerta di aiuti al Libano

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano ha ribadito l'offerta di aiuti umanitari al Libano durante una conversazione telefonica con il presidente francese Emmanuel Macron. Lo riferisce il quotidiano israeliano "Jerusalem Post". Durante la conversazione Netanyahu ha prima elogiato il presidente Macron per l'impegno della Francia a favore del Libano dopo le esplosioni avvenute lo scorso 4 agosto a Beirut, sottolineando che Israele è disposto a offrire aiuti umanitari al Paese a condizione che vengano distribuiti direttamente alla popolazione locale. Il premier israeliano, il cui Paese non ha rapporti diplomatici con il Libano, ha anche affermato che per prevenire futuri disastri come quello accaduto, i missili e gli esplosivi che il movimento sciita libanese Hezbollah ha dislocato nel Paese dovrebbero essere individuati e portati lontano dalle aree residenziali. Sempre facendo riferimento al movimento sciita, Netanyahu ha osservato: "Hezbollah commette un grave errore se pensa di poter risolvere la crisi in Libano creando una crisi con Israele".

(Agenzia Nova, 11 agosto 2020)


Israele: palloni incendiari da Gaza, chiuso il transito di Kerem Shalom

A seguito dei palloni incendiari ed esplosivi lanciati da Gaza in questi giorni, Israele ha deciso di chiudere da questa mattina e fino a nuovo ordine il transito commerciale con la Striscia di Kerem Shalom. Lo ha annunciato il Cogat, l'organismo militare che sovrintende i Territori Palestinesi.
La decisione - su indicazione del ministro della difesa Benny Gantz - è stata presa, ha spiegato il Cogat, "sulla base di deliberazioni di sicurezza e alla luce dei ripetuti attacchi terroristici attuati dalle organizzazioni terroristiche di Gaza contro cittadini israeliani in violazione della sovranità israeliana". La chiusura del transito - ha proseguito - non riguarda gli aiuti umanitari, cibo incluso, e il rifornimento energetico.

(ANSA, 11 agosto 2020)



Religiosità digitale

Su “La Repubblica” del 10 agosto è comparso un articolo di Ilaria Venturi dal titolo “Scuola, il Consiglio superiore boccia le lezioni metà in aula e metà da casa. Ma il ministero tira dritto”. Nell’articolo si mette in evidenza il parere negativo dato dal Cspi (Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione) sulle scelte fatte dal Miur per l’attività didattica che riprenderà a settembre. “Un metodo di insegnare profondamente errato”, si dice nel documento del Cspi. L’articolo di Ilaria Venturi comincia così:
    «Hanno chiesto [i membri del Cspi] di evitare la didattica "mista": lezioni con metà classe in aula e l'altra metà connessa in contemporanea da casa. Una "modalità di organizzare l'attività didattica profondamente errata, sia dal punto di vista concettuale che metodologico" il giudizio senza appello. Niente da fare. Il ministero all'Istruzione non ne ha tenuto conto. Anzi, a parte qualche osservazione marginale, ha bocciato praticamente tutte le indicazioni del Consiglio superiore della pubblica istruzione sulla didattica a distanza.
    Le linee guida sono già uscite, parlano di didattica digitale integrata. Viene indicato il suo ricorso solo in caso di nuovo lockdown per tutti gli ordini di scuola. Ma le superiori se ne potranno avvalere sin dalla ripresa a settembre nei casi in cui non è possibile garantire il distanziamento tra gli studenti. Il problema, sollevano i 36 membri del Cspi (tra cui dirigenti scolastici, docenti, sindacalisti, esperti di istruzione), è che "non sono evidenti quali siano i fondamenti culturali, normativi, pedagogici e metodologici". Insomma, viene data alla didattica digitale una dignità ordinamentale che non ha.»
Con le opportune modifiche, certe cose qui dette per la didattica potrebbero applicarsi a quella che genericamente si può chiamare “religiosità”, intesa come insieme di forme di culto a Dio. Per molti casi certamente si può dire che “alla religiosità digitale viene data una dignità ordinamentale che non ha”. Si tratta di capire quali sono gli ordinamenti nei vari casi.
   Nel caso della “religiosità” evangelica, un posto particolare occupa il culto di adorazione intorno ai segni istituiti da Gesù, la rottura del pane e la distribuzione del calice. La “dignità ordinamentale” di questa riunione si trova indiscutibilmente nei testi evangelici, ma non sembra che su questi testi si sia fatta la debita riflessione per stabilire se certe forme di culto sono adatte oppure no all’ordinamento stabilito da Dio. Si ricorre dunque, apparentemente senza troppi problemi, alla religiosità a “pura distanza” (tutti in connessione digitale) o alla religiosità “mista” (con partecipanti metà presenti e metà connessi da casa).
   Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione ha detto che "non sono evidenti quali siano i fondamenti culturali, normativi, pedagogici e metodologici" delle scelte fatte da Ministero riguardo alla didattica digitale a distanza. Cose simili si possono dire per la “religiosità” evangelica: non sono evidenti quali siano i fondamenti biblici, spirituali e normativi di certe forme di culto digitale. E concludere che “ai culti digitali a distanza o semidistanza viene data una dignità teologica che non hanno”. M.C.
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(Notizie su Israele, 11 agosto 2020)

 


Iran stai guardando?

Il governo libanese si dimette in blocco dopo il disastro, spunta un nome. La piazza accusa Hezbollah. Per il ruolo di primo ministro libanese si parla di Nawaf Salam, visto bene da Parigi e Washington.

di Daniele Raineri

ROMA - Il governo del Libano si dimette in blocco dopo meno di tre mesi di lavoro per le proteste di piazza. E' la seconda volta nel giro di dieci mesi che i libanesi esasperati per l'inefficienza dei politici fanno saltare il governo e questa volta ci sono riusciti di slancio per la disastrosa esplosione che una settimana fa ha devastato la capitale Beirut e ha ucciso 163 persone.
   Le dimissioni di questo governo sono un colpo brutto per Hezbollah, il gruppo armato che condiziona la vita politica del paese. L'esecutivo non era una creatura di Hezbollah, le cose in Libano sono più sottili, ma era un governo nato grazie a negoziati fitti con Hezbollah e appoggiato da Hezbollah. Adesso in molti dicono che di formare il nuovo governo potrebbe occuparsi Nawaf Salam, un giurista libanese che lavora alla Corte di giustizia internazionale e che è stato ambasciatore del Libano anche alle Nazioni Unite - e gode di una fama unanime di onesto. Salam è considerato anche come il candidato che potrebbe trattare meglio gli aiuti dall'estero - e dal Fondo monetario internazionale - per il Libano che non riesce a riprendersi da un collasso economico gravissimo, e sarebbe visto di buon occhio dalla Francia (vedi la visita lampo del presidente francese Emmanuel Macron giovedì scorso) e dagli Stati Uniti. Sarebbe uno spostamento un po' più verso l'occidente e un po' più lontano da Hezbollah e dall'Iran, ma per ora è soltanto un'ipotesi di cui si parla molto.
   Anche se fosse realtà, non vuol dire che questo governo andrà via subito: diventerà un governo provvisorio che manderà avanti il paese mentre si svolgono le trattative per creare il nuovo esecutivo e quindi potrebbe anche durare un altro anno.
   Un brutto colpo per Hezbollah, si diceva. Il tentativo di creare una versione alternativa dei fatti, le accuse del presidente Michel Aoun che in tv parlava di "interferenza straniera con bombe o missili" (voleva dire: è colpa di Israele) e lo spuntare online di video farlocchi che facevano vedere un missile colpire il deposito proprio prima dell'esplosione non hanno convinto i libanesi. La colpa dell'esplosione è di chi - per ora un'entità anonima - ha lasciato un deposito con migliaia di tonnellate di una sostanza che serve per fare anche le bombe dentro alla capitale Beirut. In piazza in questi giorni si vedevano giovani libanesi cantare "Hezbollah irhabi", Hezbollah terrorista - che magari non è il sentimento di tutto il paese ma è una sfida aperta al potere del Partito di Dio. Il tentativo di deflettere la responsabilità non ha funzionato. Il motto delle proteste di ottobre, "tutti vuol dire tutti" - dove s'intende: tutti i politici devono andare via, anche Hezbollah - è tornato sulle bocche dei manifestanti.
   Il problema di queste proteste libanesi, a ottobre e adesso, è che sono efficienti nel far cadere l'esecutivo ma non propongono mai nomi nuovi. La gente scende nelle piazze ma poi lascia alle fazioni tanto detestate il compito di trovare un nuovo governo ed è naturale che quelle fazioni tendono a non autoeliminarsi dalla scena. Tentano piuttosto di formare un governo un po' presentabile, più tecnico, magari un po' più snello - l'ultimo aveva venti ministri invece di trenta - e di dare l'impressione ai libanesi che qualcosa sia effettivamente cambiato. A maggio erano riusciti in questa operazione, ma poi la catastrofe del nitrato d'ammonio si è sommata alla crisi economica e ha azzerato tutto.
   Hezbollah, che pretende di essere una fazione libanese ma è finanziato dall'Iran e agisce sotto la direzione di generali iraniani (questo faceva Qassem Suleimani, ucciso da un drone americano a gennaio), non sparirà dal Libano soltanto per un cambio di governo. E' una milizia armata, è uno stato nello stato che controlla parti del territorio (incluso il porto di Beirut) ed è incistato troppo bene in un sistema di alleanze che va da Beirut alla Damasco di Bashar el Assad alla Teheran dell'ayatollah Khamenei, che non si è fatto scrupolo di soffocare le manifestazioni degli iraniani con la violenza. Il Partito di Dio libanese troverà il modo di essere influente ancora.

(Il Foglio, 11 agosto 2020)


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Libano - Saltato il governo, nel vuoto politico Hezbollah sguazza. Gli Usa alla finestra

L'esecutivo si dimette e il Partito islamico alza la testa. Trump chiede indagini sulla tragedia libanese. L'Iran si mette in mezzo.

A brillare per la consueta assenza è stata l'Italia. Al di là degli aiuti medici, la nostra diplomazia si è fatta scavalcare un'altra volta. Teleconferenza dei leader mondiali, ma l'unico ad aver messo piede nel Paese resta Macron: un vantaggio strategico per la Francia.

di Stefano Graziosi

È crisi politica in Libano. Ieri sera - sotto la pressione di scontri e proteste nell'area di Beirut - il primo ministro, Hassan Diab, ha annunciato in tv le dimissioni in blocco del proprio governo. Nel suo intervento, il premier ha denunciato la corruzione dilagante, invocando inoltre un processo per i responsabili della micidiale esplosione, avvenuta il 4 agosto nel porto della capitale libanese: esplosione da lui definita un «crimine». «La rete della corruttela è più grande di quella dello Stato», ha dichiarato.
   L'addio dell'intero esecutivo non è stata una notizia del tutto inattesa, essendo arrivata poche ore dopo le dimissioni di ben quattro ministri. Si apre adesso per il Libano uno scenario potenzialmente simile a quello dello scorso ottobre, quando - spinto dalle proteste antigovernative - a fare un passo indietro fu l'allora premier, Saad Hariri. Esattamente come allora, bisognerà quindi cercare di formare un nuovo esecutivo: obiettivo tutt'altro che facile, visto che - oltre all'ormai consueto malcontento per la crisi economica e la corruzione politica - si è aggiunta la questione dell'esplosione dello scorso martedì. Alternativa alla creazione di nuovo governo è quella delle elezioni anticipate. Il futuro resta comunque incerto.
   La situazione si sta del resto facendo sempre più turbolenta: nel fine settimana, migliaia di persone si sono riversate nel centro della capitale, manifestando duramente contro la classe dirigente libanese, considerata responsabile dell'esplosione e della corruzione dilagante. In tale contesto, oltre all'occupazione di alcuni ministeri, durante le dimostrazioni si sono verificati tafferugli con le forze dell'ordine. Tutto questo, mentre - secondo la Cnn - è stata eretta una finta forca, a cui sono state appese le immagini dei leader politici libanesi: dallo stesso Hariri al capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Nel frattempo, il bilancio delle vittime della detonazione sta continuando ad aumentare: il numero dei morti ha superato la soglia dei 200. mentre quello dei feriti è a quota 7.000. I dispersi sarebbero invece ancora più di un centinaio.
   In tutto ciò, la lira libanese ha perso il 70% del suo valore dall'inizio delle proteste antigovernative dello scorso ottobre, mentre la Banca Mondiale ha previsto che - entro l'anno corrente - più della metà della popolazione scenderà sotto la soglia di povertà. Senza infine dimenticare i sempre più pressanti rischi legati alla pandemia. Da più parti si teme che quello che sta ormai sempre più assomigliando a uno Stato fallito possa presto diventare una nuova polveriera mediorientale (sul modello siriano).
   E' anche in quest'ottica, che la comunità internazionale sta cercando di muoversi: a partire dalla Francia. Domenica scorsa, Emmanuel Macron ha presieduto una videoconferenza con altri leader mondiali, chiedendo di unire le forze per aiutare il Libano. «L'esplosione del 4 agosto è stata come un fulmine. E' ora di svegliarsi e agire», ha dichiarato il presidente francese. «Le autorità libanesi devono ora mettere in atto le riforme *politiche ed economiche richieste dal popolo libanese, che è l'unica cosa che consentirà alla comunità internazionale di agire efficacemente fianco a fianco con il Libano nella sua ricostruzione». Nel corso della conferenza - cui hanno preso parte anche il presidente americano, Donald Trump, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel - i vari leader hanno deciso lo stanziamento di 250 milioni di euro per il popolo libanese.
   Trump ha chiesto che venga tra l'altro effettuata un'indagine «completa e trasparente» sull'esplosione, anche con eventuale supporto americano. Una richiesta che non solo non ha trovato il gradimento del presidente libanese Michel Aoun ma che ha anche rinfocolato le tensioni tra Washington e Teheran (legata a Beirut tramite Hezbollah): ieri, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi, ha dichiarato. «L'esplosione non dovrebbe essere usata come scusa per scopi politici. La causa dell'esplosione dovrebbe essere indagata con attenzione». «Se l'America è onesta sulla sua offerta di assistenza al Libano, dovrebbe revocare le sanzioni», ha aggiunto. In modo particolarmente duro verso Hezbollah, si è espresso poi ieri il ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz. «Abbiamo visto il disastro che si è verificato in Libano. Immaginatevi se questo fosse stato moltiplicato per i depositi di armi di Hezbollah, che si trovano in ogni città e villaggio libanese», ha dichiarato alla Knesset. In tutto questo, nonostante la destabilizzazione nell'area e i probabili conseguenti flussi migratori verso occidente, l'Italia - sulla vicenda libanese - è pressoché sparita dai radar. Il nostro Paese ha, si, inviato materiale medico, ma - dal punto di vista dell'iniziativa politico-diplomatica - non si è mosso, ritrovandosi oscurato dall'iperattivismo francese. Ancora una volta. Macron a ventiquattr'ore dall'esplosione si è recato a Beirut. Conte e Di Maio invece dov'erano?

(La Verità, 11 agosto 2020)


Coronavirus: Israele sorpassa la Cina per i casi, 85.354

Con 632 nuovi malati è arrivato a 85.354 il numero dei casi in Israele che così sorpassa la Cina nel numero delle infezioni da inizio pandemia. In aumento anche le vittime correlate al virus che, con altre 6 morti, assommano ora a 619. I casi attivi della malattia - secondo i dati - sono 24.716 e di questi 381 in gravi condizioni. I test condotti ieri sono stati 22.833 con un tasso di contagio pari al 7% che sembra indicare una stabilizzazione della diffusione. Anche nei Territori Palestinesi, secondo il ministero della sanità locale, c'e' stata una nuova vittima a Ramallah: il totale ora da inizio pandemia è di 112 morti e di 19.121 contagiati (inclusa Gerusalemme est che l'Autorità nazionale palestinese computa nel suo territorio). I casi attivi sono 8.186, i guariti oltre 10mila.

(ANSA, 11 agosto 2020)


La mascherina “più costosa al mondo” commissionata a un gioielliere israeliano

La mascherina "più costosa del mondo" per proteggersi dal coronavirus. L'ha commissionata un miliardario di Shanghai ad un gioielliere israeliano, Isaac Levy, che si è subito messo al lavoro per realizzarla, ad un prezzo di 1,5 miliardi di dollari. Alla mascherina, 250 grammi d'oro 18 carati, 2.608 diamanti e filtro protettivo N99, stanno lavorando 25 tra gioiellieri e incastonatori di pietre, che dovranno consegnare l'ordine entro il 31 dicembre prossimo. Levy, proprietario dell'azienda Yvel, ha raccontato che il committente ha posto due condizioni: la consegna entro fine anno e che la mascherina sia la più costosa al mondo, "condizione, questa, più facile da realizzare".

(Shalom, 11 agosto 2020)


Pro e contro del nuovo gasdotto nel Mediterraneo orientale

Il governo israeliano ha approvato l'accordo quadro con la Grecia e Cipro sul gasdotto nel Mediterraneo orientale (EastMed) che è stato sottoscritto dai ministri dei suddetti Paesi il 2 gennaio ad Atene e prevede l'inclusione dell'Italia nel progetto.
Perché questo traguardo è stato conseguito proprio ora? La decisione di costruire il gasdotto non è forse un tentativo di ostacolare la Turchia nella realizzazione dei suoi piani nel Mediterraneo? Cosa pensano di questo progetto i Paesi arabi e le altre nazioni confinanti nella regione? A queste e altre domande rispondono gli esperti....

(Sputnik Italia, 11 agosto 2020)


Coronavirus: Israele, 83.540 casi e 606 vittime

Nei Territori 467 i positivi, 7 nuove vittime, totale a 110

Con la morte di altre 6 persone nelle ultime 24 ore è arrivato a 606 il numero delle vittime da coronavirus in Israele da inizio pandemia. Le nuove infezioni, nello stesso lasso di tempo, sono state - ha fatto sapere il ministero della Sanità - 884 (il 7,7% dei test effettuati) che portano il totale dei casi a 83.540. Ad oggi i pazienti in fase attiva sono circa 25.000 di cui 397 in gravi condizioni.
Anche nei Territori Palestinesi la situazione permane seria.
Secondo le autorità sanitarie locali, citate dalla Wafa, sono state 7 le morti correlate al Covid 19 nelle ultime 24 ore. I nuovi contagi sono stati 467 (in maggioranza a Hebron), che portano il totale dei casi a 19.121 dall'inizio della malattia.
I pazienti guariti ieri, 545, superano i nuovi casi.

(ANSAmed, 10 agosto 2020)


La coalizione Netanyahu-Gantz vacilla

L'alleanza tra il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ed il suo vice, Benny Gantz, rischia di crollare a causa di divergenze interne che hanno portato all'annullamento del consueto incontro governativo, per la prima volta da anni.
   Dopo le proteste delle ultime settimane contro il premier Netanyahu e la squadra di governo e le crescenti fratture interne, il governo israeliano di unità nazionale sta affrontando una nuova fase di crisi. Questo aveva ricevuto l'approvazione della Knesset, il Parlamento israeliano, il 17 maggio scorso, dopo circa un anno di stallo e instabilità a livello politico. A guidare l'esecutivo vi è il leader del partito Likud, Netanyahu, mentre Gantz, a capo del partito Blue and White, ricopre la mansione di ministro della Difesa, nonché di vice primo ministro. Secondo quanto concordato, i due dovrebbero alternarsi alla presidenza del governo ogni 18 mesi, per un totale di tre anni.
   Tuttavia, a distanza di tre mesi, sono emersi i primi segnali di instabilità. Uno degli ultimi episodi si è verificato il weekend scorso, quando, nella sera dell'8 agosto, il partito di Netanyahu ha annunciato la cancellazione del meeting previsto per il giorno successivo, il 9 agosto, con una mossa definita insolita. Alla base vi sono divergenze relative al bilancio di Stato e al piano di ripresa e sostegno post-coronavirus proposto da Likud, dal valore di 8.5 miliardi di shekel, pari a circa 2.5 miliardi di dollari.
   Da un lato, Gantz ha affermato che si tratta di un programma incompleto, oltre che costoso, e preferirebbe approvare un budget biennale, così come previsto dall'accordo che ha dato vita al governo. Dall'altro lato, Netanyahu crede che Blue and White stia semplicemente privando la popolazione israeliana di aiuti di cui necessita con urgenza, ed ha proposto di approvare un bilancio solo fino alla fine del 2020, visto il clima di incertezza determinato dalla pandemia. In realtà, un piano biennale non consentirebbe a Netanyahu di far cadere il governo sul bilancio il prossimo anno, prima che Gantz diventi premier nel novembre 2021.
   Ciò che suscita preoccupazione è che entro il 25 agosto, secondo quanto stabilito dalla legge israeliana, il governo deve presentare un piano di bilancio. Se entro tale termine non viene approvato alcun bilancio o la legge non viene modificata, il Parlamento verrà sciolto e si terranno nuove elezioni entro 90 giorni, per la quarta volta in meno di due anni.
   Secondo alcuni, si tratta di uno scenario molto probabile, in quanto, al di là della questione bilancio, le due parti, un tempo rivali, non concordano su una serie di dossier, e, pertanto, si tratta di un'alleanza che non durerà a lungo. Parallelamente, c'è chi ipotizza che il comportamento di Netanyahu sia volto ad uno scioglimento intenzionale del governo e al suo desiderio di un nuovo esecutivo privo di turnazione. Nuove elezioni porrebbero, però, il premier in pericolo, visto il malcontento espresso nelle ultime settimane dai gruppi di manifestanti scesi in piazza, anche il 9 agosto, a protestare contro governo e deterioramento delle condizioni di vita. Non da ultimo, Netanyahu è coinvolto in un triplice processo giudiziario con accuse di frode, corruzione e abuso d'ufficio.
   L'ultima tornata elettorale, la terza in un anno, si è svolta il 2 marzo scorso, ma anche questa si è rivelata inconcludente. In particolare, in tale occasione, Likud ha ottenuto 36 seggi e, unendosi con la sua alleanza di destra, ha raggiunto quota 58 seggi, un numero inferiore ai 61 richiesti per avere la possibilità di formare il nuovo esecutivo. Pertanto, la missione era stata affidata a Gantz, il 16 marzo scorso, dopo essersi guadagnato la fiducia della maggioranza necessaria per provare a formare un nuovo esecutivo.
   Successivamente, il 20 aprile, Netanyahu e Gantz hanno riferito di aver raggiunto un accordo volto alla formazione di un governo di emergenza di unità nazionale, con il fine ultimo di porre fine alla perdurante fase di stallo politico e di far fronte alla crescente emergenza scaturita dalla pandemia di Covid-19. Ciò si è verificato dopo che il presidente israeliano, Reuven Rivlin, il 16 aprile, aveva riferito che il compito di formare un nuovo governo per Israele sarebbe passato alla Knesset, il Parlamento di Israele, visto il mancato accordo tra i due leader designati nel corso delle perduranti negoziazioni.

(Sicurezza Internazionale, 10 agosto 2020)


Avigayil, il volto degli israeliani in rivolta

Una giovane israeliana di 21 anni, Avigayil Rose, fino allo scorso sabato 18 luglio non avrebbe mai immaginato di diventare un simbolo della protesta contro Benjamin Netanyahu che si sta intensificando in queste settimane in Israele.

di Alessandra Abbona

 
Avigayil Rose
Il fulcro della protesta, che da metà di luglio non si arresta, è Balfour Street, la via dell'elegante quartiere gerosolimitano di Rehavia dove sorge la residenza del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Ogni pomeriggio qui prendono vita manifestazioni con una partecipazione trasversale e intergenerazionale. Lo si può vedere sia dai video diffusi sui social network da giornalisti indipendenti e attivisti, sia dai reportage fotografici pubblicati sui giornali e siti israeliani e internazionali, sia dai notiziari televisivi.
   Diplomata alla scuola d'arte di Gerusalemme, dove ha studiato recitazione, Avigayil è una giovane attrice teatrale e fotografa che oggi vive a Tel Aviv. Per mantenersi, come tutti gli aspiranti artisti, lavora come cameriera in locali e ristoranti: la vita è costosa nella città costiera e non è raro doversi barcamenare, se si è lavoratori indipendenti, tra più lavori e impegni.
   In piedi, gli occhi fieri, con le braccia alzate e incrociate a X per simboleggiare «Ein Matzav», lo slogan della protesta (che si può tradurre con l'inglese No way, «in nessun modo»), in prima fila a fronteggiare la polizia, Avigayil è stata immortalata in immagini di vari fotografi. Uno di questi, uno scatto di Oded Balilty - fotoreporter che collabora con Associated Press - ha fatto il giro del mondo. La sua espressione di giovane donna coraggiosa è rimbalzata su tutti i media israeliani e non solo: dal quotidiano di sinistra Haaretz, allo Yedioth Ahronoth (la testata più letta in Israele), agli schermi di Channel Three, fino a The Guardian e alle agenzie di stampa internazionali.

 «Un risveglio generale»
  Per Avigayil Rose, il momento in cui è diventata un volto simbolo, era la prima manifestazione, quasi una necessità fisica per esternare il suo malcontento e la sua delusione per una politica lontana dalla gente e dannosa (insediatosi lo scorso maggio, il governo della grande coalizione tra Likud e Blu e Bianco è in uno stallo). Dopo quel sabato sera, ha voluto tornare a protestare ed è stata anche fermata e malmenata dalle forze dell'ordine.
   Raggiunta telefonicamente nel suo appartamento di Tel Aviv, ci racconta: «Prima della diffusione del Covid-19 non avevo mai pensato di scendere in strada per manifestare, ma la crisi nella gestione di questa emergenza ha destato molti cittadini israeliani, me compresa. Quello che sta succedendo è un risveglio generale ed è una rivolta che coinvolge tutte le classi sociali e persone di ogni età, indipendentemente dall'essere di sinistra o di destra. È un movimento che vede insieme sia persone religiose che laiche, così come una generazione di nuovi poveri, di una classe media impoverita».
   Nonostante Netanyahu cerchi di bollare il montante movimento contro di lui come un piccolo gruppo di giovani antagonisti e anarchici, a fronteggiare la polizia e poi l'esercito nelle vie di Rehavia sono anche coppie di anziani, associazioni di giovani mamme, signore di mezz'età, liberi professionisti quali musicisti e artisti così come ristoratori, artigiani o proprietari di locali che non si sono sentiti tutelati e sostenuti economicamente dal governo durante e dopo l'esplosione del coronavirus.
   Avigayil ripercorre la sua esperienza attraverso il suo punto di vista, che è comune a quello di molti altri giovani: «Tanti israeliani sono assuefatti alla politica del primo ministro, in carica da oltre un decennio. Molti ragazzi come me non hanno conosciuto altro… ma oggi abbiamo bisogno di un cambiamento radicale. Questo movimento nasce da un malessere, da insoddisfazione, riguarda molti aspetti della nostra situazione, non ultimo l'occupazione. Il governo non si cura di noi, non coglie i bisogni della popolazione. Ecco perché per la prima volta, proprio quando è stata scattata la foto, ho sentito l'esigenza di essere in Balfour Street per urlare il mio dolore e la mia tristezza. E mi sono sentita in profonda solidarietà con tutti quelli che erano con me, con molta gente mai vista prima, ma accomunata dalle stesse istanze».
   Avigayil ha fatto anche una scelta del tutto controcorrente in Israele, rifiutando il servizio militare e si è impegnata in associazioni di volontariato o di sostegno a giovani a rischio. Un'altra sua immagine che ha avuto ampia circolazione la ritrae tirata per le braccia e le gambe dalla polizia che la trascina a forza lontano dal luogo di una manifestazione. «Ho assistito a comportamenti brutali della polizia - racconta -, come quando hanno attaccato una donna incinta appartenente a un gruppo di mamme. Per me è stata una scena orribile. Ecco perché gridiamo "Ein Matzav", cioè diciamo "Basta Bibi" (Netanyahu - ndr), in nessun modo si può continuare così. Siamo all'inizio di una rivoluzione, ora il governo ci teme, ecco perché minimizza la nostra lotta».

(Terra Santa.net, 10 agosto 2020)


Esplosione a Beirut, paesi donatori promettono 250 milioni di aiuti al Libano

di Giacomo Kahn

Gli aiuti di emergenza raccolti domenica durante una videoconferenza co-organizzata da Francia e Onu per il Libano dopo l'esplosione di martedì scorso che ha devastato Beirut ammontano a poco più di 250 milioni di euro, ha annunciato ieri sera l'Eliseo. L'importo totale degli "aiuti d'urgenza impegnati o mobilitati a breve termine" è di 252,7 milioni di euro, di cui 30 milioni dalla Francia, ha affermato la presidenza francese.
E frattempo l'Onu ha stabilito che al Libano serviranno 117 milioni di dollari nei prossimi tre mesi per rispondere alla crisi generata dalla devastante esplosione avvenuta a Beirut il 4 agosto. In particolare serviranno subito 66,3 milioni di dollari da elargire alle strutture sanitarie che hanno accolto i feriti, ai rifugi di emergenza per chi è rimasto senza casa, alle organizzazioni che si occupano di distribuire il cibo e a quelle che gestiscono la prevenzione e l'ulteriore diffusione del Covid-19. Nella fase 2, spiega il documento dell'Onu dovranno essere stanziati 50,6 milioni di dollari per ricostruire infrastrutture pubbliche ma anche case e per prevenire la diffusione di malattie. Secondo le Nazioni Unite almeno 15 strutture sanitarie, inclusi tre grandi ospedali, sono stati gravemente danneggiati nell'esplosione e oltre 120 scuole potrebbe chiudere privando delle lezioni circa 55.000 bambini.
Alla conferenza dei paesi donatori svoltasi ieri hanno partecipato rappresentanti di Unione Europea, Stati Uniti, Regno Unito, Cina Russia, Giordania ed Egitto. Ad Israele non è stato concesso di partecipare alla videoconferenza, ma e' stato contattato tramite l'Onu. L'Iran invece "non ha mostrato la sua disponibilita' a partecipare". Invitati anche i Paesi del Golfo (Kuwait, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita).

(Shalom, 10 agosto 2020)


La sfida di Dima: "Israele nemico ma Hezbollah ha fatto peggio"

L intervista alla giornalista libanese

di Stefania Di Lellis

Dima Sadek
«Nasrallah risponda: cosa ha fatto Israele di peggio contro il Libano rispetto ad Hezbollah?». Dima Sadek è abituata a infrangere tabù politici a Beirut, ma la sfida che ha lanciato dal suo account Twitter da 619mila follower dopo l'esplosione nel porto supera ogni sua precedente sfida. Giornalista tv di punta, Sadek conduceva sulla tv Lbc una delle trasmissioni politiche più seguite. Dopo la rivolta del 17 ottobre 2019 ha attaccato sui social Hezbollah e l'alleato Movimento patriottico libero del presidente Aoun. «Twittavo contro tutti - spiega - ma il mio capo mi ha chiesto di smettere di scrivere contro il leader di Hezbollah e Aoun. Mi sono dimessa».

- Dire in Libano che Hezbollah ha fatto più danni di Israele non è un po' troppo?
  «Considero ideologicamente Israele un nemico. Per il male che ci ha inflitto con le sue guerre, ma soprattutto per quello che ha fatto e fa ai palestinesi. Ma Israele non ha mai fatto esplodere una bomba nucleare contro il Libano. E quello che è accaduto nel porto di Beirut è assimilabile all'esplosione di una atomica».

- Accusa Hezbollah dell'esplosione?
  «So che circolano teorie secondo cui lo scoppio sarebbe riconducibile a Israele. Sono convinta che così non è, anche se naturalmente non ho elementi. Quello di cui però ho la certezza è che Hezbollah controlla tutto in questo Paese. E sa perfettamente quello che c'è nel porto. Nasrallah ha negato di avere a che fare con quel deposito: è una menzogna totale».

- I manichini di Nasrallah impiccati in piazza, il suo tweet, gli slogan, gli striscioni alle finestre. II consenso di Hezbollah si va erodendo?
  «Con l'alleanza con Aoun, il coinvolgimento in Siria e un'azione di governo inefficace verso la corruzione Hezbollah ha perso consensi tra i suoi sciiti, una minoranza piccola ma significativa si è stancata. A ottobre questo si è accentuato. Io sono sciita, ma parlo contro Hezbollah».

- Crede che la rabbia che vediamo nelle strade porterà il Libano verso il cambiamento?
  «La rivoluzione del 17 ottobre è stata fermata dalla violenza di Stato e dal Covid-19. Credo che ora la gente sia più determinata ad andare avanti. Ma qui le cose non sono facili: ci sono tanti attori non solo libanesi in gioco».

- A chi si riferisce?
  «All'Iran, naturalmente, ma non solo. A ottobre le istituzioni stavano vacillando, ma Hezbollah è riuscito a tenerle in piedi. Però adesso è accaduto qualcosa di una gravità mai vista e potrebbe finire in un altro modo».

- Israele trarrebbe vantaggio dal ridimensionamento di Hezbollah. E' una prospettiva che la spaventa?
  «Certo che sì, Israele ha distrutto il nostro Paese quando l'ha invaso, quando l'ha attaccato».

- Ora ha offerto aiuto, Tel Aviv si è illuminata con i colori libanesi.
  «Non ho un problema politico con Israele, ma etico. Per quello che l'esistenza stessa di questo Stato ha causato ai palestinesi. È un nemico».

- Si parla dl un governo tecnico per amministrare gli aiuti Internazionali. Una buona soluzione per il Libano?
  «Speriamo tutti in un vero governo tecnico. Ma non è una prospettiva molto realistica. Hezbollah controlla il Paese e non consentirebbe un governo che non può dominare».

- C'è un leader capace di prendere la testa della piazza?
  «No. Questo è uno dei problemi più grandi della rivoluzione del 17 ottobre. Era al 100% libanese, voleva il cambiamento, ma non aveva né un leader né un chiaro programma politico».

- Vede il rischio dl una virata repressiva?
  «Sì, il pericolo della repressione è davanti a noi».

- Nasrallah ha menzionato la possibilità che l'esercito guidi la commissione di inchiesta sull'esplosione, molti considerano le Forze Armate affidabili. Potrebbero accompagnare la transizione?
  «Stiamo lottando per il cambiamento, per la democrazia, per la modernità nell'amministrazione. L'esercito al potere non è quello che cerchiamo».

(la Repubblica, 10 agosto 2020)


Si aggrava la crisi in Israele: salta la riunione di governo

Sempre più divisi Netanyahu e Gantz, a partire dal bilancio

Si aggrava la crisi nella maggioranza di governo in Israele Oggi è stata cancellata la consueta riunione domenicale dell'esecutivo a Gerusalemme per i contrasti tra il Likud di Benyamin Netanyahu e Blu Bianco di Benny Gantz sulla predisposizione del bilancio statale.
La legge prevede che se la Knesset non approva la previsione finanziaria entro il 25 agosto si vada a nuove elezioni, le quarte in poco più di un anno.
Il contrasto - latente da settimane - si basa sul fatto che Netanyahu, richiamando la crisi economica da coronavirus e la necessità di non imporre altri tagli, intende varare un bilancio che copra solo la restante parte del 2020. Gantz invece - per ragioni opposte - sostiene il contrario, forte anche dell'accordo di formazione del governo che stabilisce un bilancio biennale, ovvero fino alla fine del 2021.
Tuttavia questo argomento - che vede i due partiti scambiarsi accuse reciproche - nasconde, a giudizio degli analisti, una diversità di vedute sempre più ampia in politica interna ed anche estera. Non ultimo il differente giudizio che Blu Bianco da, ad esempio, sulle manifestazioni in corso da settimane contro Netanyahu. Il partito di Gantz ha detto chiaramente che il premier vuole andare ad elezioni per motivi legati ai suoi guai giudiziari. Fonti dello stesso partito - citate dai media - hanno sostenuto che sia stato "un errore fare un governo di unità nazionale con Netanyahu" che tra l'altro prevede l'alternanza della premiership.

(ANSAmed, 9 agosto 2020)


Guerriglia a Beirut: assalto al palazzo e ucciso un militare «Sarà rivoluzione»

A migliaia nelle strade, bruciati i ritratti del presidente. La polizia spara i lacrimogeni. Morto un soldato, centinaia i feriti. La folla fa irruzione nel ministero degli Esteri.

«Sabato della rabbia»
Hezbollah è nel mirino ma ora vuole mettere le mani sulla ricostruzione
Disastro
L'organizzazione, vicina all'Iran, potrebbe vivere una crisi mai conosciuta

di Fiamma Nlrensteln

«Dov'è mio figlio? Avete seppellito il mio ragazzo». Ci può essere un grido di orrore e di protesta più cocente di quello di una madre orbata? La sua voce, fra mille grida di rabbia, di furia, di disperazione, si è udita ieri nella piazza dei Martiri di Beirut. La gente della capitale del Libano straziata, piangendo i suoi 158 morti e i suoi 5mila feriti, si è riversata nelle strade e ha gridato il suo definitivo rifiuto verso la classe dirigente corrotta e incapace che ha reso il Paese misero e ferito a morte.
   Ci sono stati lacrimogeni, botte, ancora sangue per impedire ai manifestanti di raggiungere il Parlamento, gli slogan dicevano: «Andatevene, siete voi gli assassini»: «Il popolo chiede la caduta del regime»; «Vogliamo un futuro di dignità» E soprattutto: «Rivoluzione, rivoluzione!». I manifestanti hanno rimosso i blocchi di cemento che proteggevano il Parlamento, poi sono entrati al ministero degli Esteri, quindi hanno fatto irruzione in quello dell'Economia. Due veicoli della protezione civili sono stati dati alle fiamme poi altri mezzi ed edifici, la connessione internet è stata sospesa rendendo difficile la documentazione del «sabato della rabbia». Alla fine si conteranno un poliziotto morto, 238 feriti dei quali 63 abbastanza gravi da finire in ospedale. L'aria della città irrespirabile, il presidente Michel Aoun e Hassan Nasrallah impiccati in effigie dalla folla: che ha un'esperienza bruciante di quanto il puzzo della dinamite e la paura del domani abbiano a che fare con gli Hezbollah e il loro sciagurato dominio del Paese. Hanno visto attentati con centinaia di morti, quello antiamericano e antifrancese del 1983, quello che uccise Rafìk Hariri nel 2005.
   Nasrallah è nell'occhio del ciclone: il capo degli Hezbollah, l'organizzazione sciita, partito e gruppo terrorista, che controlla a forza quasi tutta la leadership del Paese incluso l'esercito, venerdì ha tenuto un discorso in cui negava ogni nesso con l'esplosione e minacciava velatamente chi avesse intenzione di mettere sotto accusa «la resistenza», ovvero il suo gruppo armato fino ai denti, e dunque il suo potente sponsor, il regime iraniano degli Ayatollah. Il discorso denunciava tuttavia la evidente crisi che adesso, per gli Hezbollah, potrebbe trasformarsi in un disastro storico. Ma che, invece, alternativamente, per Nasrallah, potrebbe essere un'opportunità.
   Da una parte verrà riconosciuta agli hezbollah una responsabilità diretta o indiretta? Dalle analisi più quotate appare sempre più chiaro che non funziona la narrativa di Aoun di un vecchio accumulo di materiali infiammabili lasciato deteriorare al molo 12 dai tempi di Rafik Hariri (il primo ministro che sembra sia stato eliminato in città con mille chili di tritolo dagli Hezbollah): che invece quel molo e altri servivano per il rifornimento di armi che l'Iran destina a Hezbollah; che il nitrato di ammonio può arrivare a livelli di esplosione così giganteschi solo se vicino a munizioni e a carburante per missili. La catastrofe consta di una serie di esplosioni che ne confermerebbero l'accumulo vicino al nitrato di ammonio, e non di fertilizzante. Questa lettura degli eventi mette sotto indagine il cinismo che Hezbollah ha sempre dimostrato nel nascondere le sue armi, i suoi famosi 350mila missili, fra la popolazione civile, compresi 28 siti in Beirut stessa.
   La crisi economica, il disastro, la sempiterna guerra cui Hezbollah costringe il Libano potrebbero portare l'organizzazione a una crisi forse definitiva D'altra parte Hezbollah ha sempre trasformato le crisi in «business», come i postumi del guerra del 2006 e gli investimenti del Qatar, o la guerra siriana che ne ha fatto il gaulaiter militare plenipotenziario dell'Iran in Medio Oriente. Adesso che Cina, Turchia e Qatar, tutti amici dell'Iran, sono in testa alle offerte di aiuto, è chiaro chi gestirà la pioggia di denaro. E in che modo? le armi e la guerra sono lo scopo di Nasrallah, non i cittadini: «Conosco meglio il porto di Haifa di quello di Beirut», ha detto. Cioè sa come attaccare, «facendone una bomba atomica», i depositi di gas israeliani. Intanto Aoun suggerisce che sia stato Israele a colpire Beirut ma le foto satellitari smentiscono l'ipotesi. E il photoshop di un missile fasullo con le code di fuoco accese (non lo sono quando il missile è in caduta) si unisce alle fakenews, ma parla l'ethos di Israele che richiama indietro mille volte le più drammatiche operazioni se solo individua un bambino nelle vicinanze di un obiettivo.

(il Giornale, 9 agosto 2020)


Israele - Il Ministero delle Finanze prevede una contrazione economica del 7,2% nel 2020

GERUSALEMME - L'economia israeliana potrebbe ridursi del 7,2 per cento nel 2020. Lo ha dichiarato l'economista capo del ministero delle Finanze, citato dal quotidiano d'informazione economica "Globes". Secondo l'esperto, alla fine dell'anno in corso la disoccupazione si attesterà al 15 per cento, se la pandemia da coronavirus dovesse permanere durante l'inverno rendendo necessaria l'imposizione di nuove misure restrittive. Nel caso in cui non ci fosse una nuova serrata, la disoccupazione sarebbe del 9,7 per cento nel 2020 e dell'8 per cento nel 2021. Questo secondo scenario porterebbe a una contrazione dell'economia del 5,9 per cento nel 2020 e del 5,7 per cento nel 2021.

(Agenzia Nova, 9 agosto 2020)


L'Arabia Saudita vuole costruire un'arma nucleare?

È un'ipotesi su cui si dibatte da anni e che è al centro di documenti dell'intelligence statunitense circolati nelle ultime settimane, anche per il coinvolgimento della Cina.

Il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman
Nelle ultime settimane, ha scritto il New York Times, le agenzie di intelligence statunitensi hanno analizzato con particolare attenzione gli sviluppi del programma nucleare dell'Arabia Saudita, al centro di dibattiti e speculazioni da anni. Secondo fonti di intelligence, il governo saudita avrebbe iniziato una proficua collaborazione con la Cina riguardo, tra le altre cose, la lavorazione dell'uranio in una forma che possa essere poi usata come combustibile per armi nucleari. Per il momento non ci sono certezze sul programma nucleare dell'Arabia Saudita, che il governo saudita sostiene avere solo scopo civili.
   L'Arabia Saudita è parte del Trattato di non proliferazione nucleare firmato nel 1968 da quasi tutti i paesi del mondo. L'accordo vietava ai paesi che non possedevano l'arma atomica - quindi tutti meno nove - di produrne o acquisirne una. In Medio Oriente c'è un solo stato che possiede l'arma atomica, anche se non l'ha mai dichiarata ufficialmente: Israele.
   Il governo saudita, che collabora da tempo con l'Argentina per costruire un reattore nucleare e con la Corea del Sud nella progettazione di piccoli reattori commerciali, non ha mai nascosto il suo interesse a sviluppare la sua abilità di arricchire l'uranio, cioè l'elemento usato sia nei reattori che nelle testate nucleari.
   In un documento pubblicato lo scorso anno dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica, veniva citata anche la collaborazione del governo saudita con la Giordania per la produzione di ossidi di uranio concentrati e purificati, processo intermedio nell'arricchimento dell'uranio, che a sua volta è un passaggio necessario per la costruzione di un'arma atomica. Negli anni Novanta, il regime saudita contribuì inoltre al finanziamento della produzione dell'arma atomica pakistana: non è chiaro ancora oggi se grazie al suo aiuto l'Arabia Saudita si sia assicurata un qualche diritto sulla bomba o sulla tecnologia usata per produrla.
   Il problema è che diverse strutture individuate dall'intelligence statunitense, e contenute negli ultimi report, non sono mai state dichiarate all'Agenzia internazionale per l'energia atomica, agenzia indipendente che si occupa di impedire l'uso dell'energia atomica per fini militari: «L'agenzia non è contenta dell'Arabia Saudita, che rifiuta di dare informazioni sul programma [nucleare] esistente e sui progetti futuri», ha detto al New York Times Robert Kelley, ex ispettore dell'agenzia.
   Una cosa in particolare ha creato parecchia preoccupazione. Secondo funzionari occidentali citati dal Wall Street Journal, l'Arabia Saudita ha costruito in collaborazione con la Cina una struttura per la produzione di ossidi di uranio concentrati e purificati a partire dai minerali estratti. La struttura non è stata dichiarata ufficialmente dal governo saudita, e si trova in un'area scarsamente popolata del nord ovest del paese. Frank Pabian, ex analista di immagini satellitari al Los Alamos National Laboratory in New Mexico, ha sostenuto che il sito citato dal Wall Street Journal potrebbe trovarsi in un'area desertica vicino alla città di Al Ula, dove le immagini satellitari mostrano una struttura compatibile con il procedimento per la produzione di ossidi di uranio, un checkpoint militare e una recinzione molto alta.
   Secondo due funzionari citati dal Wall Street Journal, la struttura sarebbe stata costruita con l'aiuto di due società cinesi. Non si conosce il nome delle due società. Negli ultimi anni, però, l'Arabia Saudita ha firmato un memorandum di intesa con la China National Nuclear Corp. con l'obiettivo di esplorare i depositi di uranio nel paese, e un secondo accordo con la China Nuclear Engineering Group Corp. Nel 2012 il governo saudita e quello cinese hanno firmato un accordo di cooperazione sull'uso pacifico dell'energia nucleare.
   Gli Stati Uniti, alleati dell'Arabia Saudita, si sono mostrati assai preoccupati per le ultime informazioni disponibili sul programma nucleare saudita.
   La scorsa settimana la commissione d'intelligence alla Camera del Congresso statunitense ha richiesto al governo di presentare un rapporto che descriva gli sforzi sauditi riguardo al programma nucleare dal 2015 a oggi. Mercoledì il dipartimento di Stato americano ha risposto a una richiesta del New York Times dicendo che non avrebbe commentato le novità rivelate dall'intelligence; ha però aggiunto che «periodicamente mettiamo in guardia tutti i nostri partner sui pericoli del coinvolgimento con la Cina riguardo a questioni che riguardano l'energia nucleare».
   Di recente questi avvertimenti si sono fatti sempre più insistenti, soprattutto a causa della profonda crisi che stanno attraversando Cina e Stati Uniti.
   Molti anni fa il governo americano, ma anche diversi paesi mediorientali, tra cui Israele, iniziarono a temere che i sauditi potessero avviare il processo di costruzione di un'arma nucleare. Le preoccupazioni crebbero durante la presidenza di Barack Obama, quando gli Stati Uniti si allontanarono progressivamente dai loro alleati sauditi e firmarono l'importante accordo sul nucleare iraniano: l'accordo rallentava il processo di produzione di un'arma nucleare da parte dell'Iran, il principale nemico dell'Arabia Saudita, ma non lo bloccava del tutto.
   Già allora si pensava che il regime saudita, sentendosi non sufficientemente protetto dagli americani, si sarebbe potuto rivolgere altrove per trovare il modo di fabbricare un'arma nucleare. Nel 2018 il potente principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, disse che l'Arabia Saudita avrebbe continuato a sviluppare o cercare di acquisire armi nucleari se l'Iran avesse proseguito il suo programma militare nucleare.
   Per questo, fin dall'inizio della sua presidenza, Donald Trump ha avviato nuovi negoziati con l'Arabia Saudita per una collaborazione sul programma nucleare civile saudita. Da circa un anno, però, i negoziati si sono di fatto interrotti: sembra che i sauditi non abbiano voluto accettare alcune restrizioni richieste dagli Stati Uniti per evitare che le conoscenze acquisite venissero poi usate per produrre un'arma nucleare. «La collaborazione dell'Arabia Saudita con la Cina potrebbe mostrare come i sauditi abbiano lasciato perdere i negoziati con gli Stati Uniti, e si siano rivolti invece alla Cina per la costruzione di infrastrutture da miliardi di dollari necessarie per produrre in autonomia combustile nucleare».
   Il ministro dell'Energia saudita ha negato la costruzione di una struttura per la produzione di ossidi di uranio concentrati e purificati nel nord ovest del paese. Non ha mai sostenuto pubblicamente di avere avviato un programma nucleare militare e al momento non si hanno informazioni sull'esistenza di reattori nucleari nel paese, né del raggiungimento della capacità di arricchire l'uranio.

(il Post, 9 agosto 2020)


“Cavalco per Israele, ho realizzato il mio sogno”

 
Simone Zaraffi
"Non sono uno che si arrende facilmente, le sfide mi piacciono".
   Ci eravamo lasciati così, qualche anno fa, con Simone Zaraffi. Un giovane cavaliere fiorentino che sognava di farsi largo nel mondo dell'ippica, un mondo che per lui non è mai stato un gioco. O almeno non soltanto un gioco. Anche se proprio come un gioco, a onor del vero, era iniziato: il primo regalo che aveva chiesto ai genitori, per il suo compleanno, era stato infatti un cavallino della Chicco. La certificazione di quello che era stato un vero e proprio amore a prima vista. A sei anni Zaraffi sarebbe salito per la prima volta in sella a un pony. A nove sarebbero arrivate le prime gare. Cose per ragazzini, piccoli tornei. Solo divertimento, niente gloria in palio. Si poteva pensare a qualcosa di estemporaneo, come tante passioni che quando si è bambini si accendono e poi subito si spengono. E invece il suo destino era ormai scritto.
   Era il numero di agosto di esattamente dieci anni fa. "Niente calcio, sono a cavallo" scherzava allora Zaraffi con Pagine Ebraiche, descrivendo con queste parole la propria allergia allo sport più amato dagli italiani. La sua scelta è sempre stata un'altra, a costo di andare controcorrente.
   In questi due lustri Simone ha realizzato più di un obiettivo: si è conquistato uno spazio importante nel suo ambiente, saltando a buon livello in concorsi nazionali e internazionali. E soprattutto ha ricevuto la chiamata che aspettava da tempo, che l'ha proiettato in una dimensione nuova.
   È arrivata da Gerusalemme, non molti mesi fa: vogliamo che tu cavalchi vestendo i colori di Israele, gli han detto al telefono. Simone non se l'è fatto ripetere. Ha fatto domanda per l'aliyah, ha superato l'esame, è diventato cittadino israeliano. Per fortuna si è tutto concretizzato prima dell'emergenza sanitaria e del blocco all'attività sportiva. Come questa è ripresa ha iniziato a ripagare la fiducia accordatagli con risultati che hanno suscitato pubblici apprezzamenti da parte della federazione.
   "È recente, da parte di Israele, la decisione di investire con forza in questo sport. Un'opportunità che ho cercato di cogliere al volo e che rappresenta, a livello personale, molto più di un traguardo di carriera. È un qualcosa che sento davvero dentro, che fa parte della mia identità ebraica. In Israele tra l'altro ho molti familiari. Si tratta - racconta Zaraffi - di un'aspirazione a lungo rincorsa". Trent'anni compiuti a marzo, Simone ha sempre avuto al suo fianco ottimi maestri e ha avuto anche la possibilità di formarsi, appena diventato maggiorenne, con uno stage di tre mesi negli Stati Uniti. Un'esperienza fondamentale per affinare la propria tecnica e preparazione.
   Ma non gli è mai stato regalato niente. Come molte storie di sport partite dal basso anche la sua è stata caratterizzata da sudore, abnegazione, sacrifici. Da un'incrollabile volontà che si è rivelata più forte dei tanti ostacoli incontrati nel percorso. Nell'equitazione i concorsi sono classificati per numero di stelle (i più abbordabili ne hanno una, i più difficili cinque). Per il momento Zaraffi partecipa a quelli con tre. Ma, lo scorso anno, prima di diventare cittadino israeliano, ha già fatto vedere che il salto di qualità è ormai alla portata. Nel campionato italiano assoluto si è infatti piazzato al diciannovesimo posto su sessanta partecipanti in totale, facendo saltare il cavallo a un'altezza che si raggiunge solo nei tornei di massima categoria (160 centimetri).
   "Lavoro ogni giorno per arrivare a quel livello e per rimanerci in pianta stabile. L'entusiasmo c'è", conferma Simone.
   C'è fiducia nei propri mezzi, naturalmente, ma anche in quelli del team che l'ha da poco accolto: "Sento - conferma - che sta nascendo qualcosa di grande. Insieme faremo bene, ne sono sicuro".
   Suoi cavalli di punta sono Jerco, un castrone baio belga di 11 anni, e Cantore, uno stallone grigio italiano di 10. Simone ha poi tre cavalli più giovani: Kannadian, un castrone baio italiano di 6 anni; Laurei, un castrone grigio holsteiner della stessa età; e infine Tzuriel, il più giovane, che è un castrone baio italiano di 4. "Tzuriel - spiega - l'ho allevato io. Ho scelto questo nome perché in ebraico vuol dire 'Dio è la mia roccia'. Ci tenevo anche a condividere un messaggio di questo tipo".
   A Simone chiediamo anche quale sia il momento più emozionante nella vita di un cavaliere. "Oltre al salto - ci risponde - è quando faccio l'ingresso in campo gara. Lì c'è tutto, un condensato di vari stati d'animo: concentrazione, adrenalina, tensione, voglia di fare bene. E mille altre sensazioni che non saprei descrivere. È quello che, per la mia vita, ho sempre voluto".

(Pagine Ebraiche, agosto 2020)


Israele prevede di iniziare la sperimentazione umana per il vaccino COVID-19

I ricercatori israeliani dell'Istituto israeliano per la ricerca biologica (IIBR), gestito dal governo, prevedono di iniziare i test sugli esseri umani per il candidato vaccino COVID-19 che hanno sviluppato dopo le festività natalizie di questo autunno.
"L'Istituto per la ricerca biologica di Ness Ziona si sta preparando da anni per un evento come un'epidemia della famiglia COVID-19", ha scritto Bennett.
"Gli scienziati dell'istituto hanno lavorato duramente per 24 ore al giorno e sono riusciti a sviluppare un vaccino e registrare un brevetto su di esso.
Il vaccino ha funzionato in modo eccellente in laboratorio e in modo eccellente nelle prove sugli animali.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato giovedì con il direttore generale dell'IIBR, il professor Shmuel C. Shapira, così come con i capi del gruppo di ricerca dell'IIBR e "si è congratulato con loro per i progressi nello sviluppo di un vaccino contro il coronavirus, in vista della fase di sperimentazione umana , che inizierà dopo le vacanze autunnali ", ha detto in una nota l'Ufficio stampa del governo....

(Debug Lies News, 9 agosto 2020)



Non preoccupatevi di nulla

di Marcello Cicchese
    "Rallegratevi continuamente nel Signore. Ripeto: Rallegratevi. La vostra mansuetudine sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino. Non angustiatevi di nulla, ma in ogni cosa fate conoscere le vostre richieste a Dio in preghiera e supplicazione, accompagnate da ringraziamenti. E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù" (Filippesi 4.4-7).
"Rallegratevi", “non preoccupatevi", sono esortazioni che ricorrono spesso nella Bibbia. Ma quando ce le diciamo l'un l'altro, non sempre ottengono l'effetto voluto. Se con troppa disinvoltura e leggerezza ricordiamo a chi è triste e preoccupato che il cristiano deve essere sempre allegro e non deve preoccuparsi, rischiamo di aggiungere al peso che il fratello sta portando anche il peso della cattiva coscienza. Ma è una nostra congenita abilità, quella di trasformare ogni aspetto della grazia liberante di Dio in espressioni di legalismo opprimente.
   D'altra parte, c'è anche il rischio di considerare lo stato di preoccupazione come un aspetto del tutto normale e naturale della vita dell'uomo. "Dobbiamo imparare a convivere con le nostre paure", dice qualche persona "saggia" di questo mondo. Il che è come dire che dobbiamo imparare a convivere con i nostri peccati. Perché è ovvio che chi si tiene stretto al suo peccato, dovrà anche abituarsi a vivere in compagnia delle sue paure.
   Le preoccupazioni possono perfino diventare un segno di distinzione. Se uno non ha niente di cui preoccuparsi, vuol dire che non vale niente e non conta niente.
   "L'operaio e l'impiegato, dopo le loro otto ore di lavoro, se ne vanno a casa e non pensano più a niente", dice il proprietario d'azienda,"ma io spesso non chiudo occhio tutta la notte pensando ai guai della ditta".
   "Se i poveri sapessero quante preoccupazioni danno i soldi, non ci invidierebbero tanto", dice il miliardario tormentato dal pensiero dei suoi capitali che non sa come investire.
   Le preoccupazioni possono anche servire a giustificare i nostri comportamenti di fronte a noi stessi e di fronte agli altri. Se ho tanti motivi per essere preoccupato, si può ben capire perché sono così nervoso e mi comporto in modo così strano. L'uomo preoccupato deve essere compreso, tollerato, compatito. E così alcuni si aggrappano ai loro problemi con le unghie e coi denti, e non li mollano più nemmeno per tutto l'oro del mondo.
   Ma dal vangelo sappiamo che le ansiose preoccupazioni della vita sono come le malattie, e come le malattie sono espressione di peccato, anche quando non si tratta di peccato personale. In Gesù Cristo, Dio ha detto il suo "no" al peccato, alla morte, alla malattia. Quindi anche le preoccupazioni devono essere tenute sotto il "no" di Dio, per quanto ci sembrino giustificate e inevitabili.
   Una parola di grazia che Dio ha continuamente ripetuto ai suoi servitori nel corso della storia della salvezza, e che per la prima volta rivolse ad Abramo, suo amico, è: "Non temere".
    "Non temere, o Abramo, io sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà grandissima" (Genesi15.1).
"Non temere": questa è la parola che dobbiamo rivolgerci l'un l'altro, con l'autorità che ci viene dalle promesse di Dio. Ma dobbiamo ricordarci che è una parola di grazia, non una bacchettata sulle dita. Se diciamo a qualcuno: "Non temere", dopo non dobbiamo aggiungere dentro di noi: "Vergognati, stai temendo!" Se siamo vicini a qualcuno il cui cuore vacilla, non serve a molto descrivergli la sua miseria: probabilmente la conosce fin troppo bene. E neppure serve a molto "vacillare con lui": cadere in due non è molto più divertente che cadere da soli. Se il nostro fratello corre il rischio di dimenticare le promesse di Dio, noi dobbiamo ricordarle anche per lui; se il nostro fratello è tormentato dalla voce del tentatore che gli ripete: "A che vale la tua fede?", noi dobbiamo essere per lui la voce di Dio che dice: "Spera nell'Eterno! Sii forte, il tuo cuore si rinfranchi, sì, spera nell'Eterno!" (Salmo 27.14).
   Se Dio rivolge ai suoi servitori la parola: "Non temere", è perché sa che, come strumenti di Dio, essi si troveranno coinvolti nella lotta contro il male. E in questa lotta capiterà di aver paura. Ma è proprio nel mezzo di questa paura che arriva la parola di Dio: "Non temere", e costituisce come un'ancora di salvezza. Quando l'ansietà avrà stretto il cuore e annebbiato i pensieri, il servitore del Signore sarà quasi costretto a ricordare la parola di Dio e ad aggrapparsi ad essa.
   Subito dopo che l'Eterno ebbe rinnovato il suo patto con Abramo e questi ebbe udito la consolante parola: "Non temere", la Bibbia ci dice che
    "... sul tramontar del sole, un profondo sonno cadde sopra Abramo; ed ecco uno spavento, un' oscurità profonda cadde su lui" (Genesi 15.12).
   Prima di ricevere nuova luce ed essere condotto nelle vie di Dio, lo strumento del Signore viene destabilizzato, privato della sua sicurezza e della sua capacità di discernimento, per essere costretto ad appoggiarsi soltanto sulle promesse di Dio.
   Gesù stesso, prima della morte, fu "spaventato e angosciato", e la sua anima fu "oppressa da tristezza mortale" (Marco 14.33-34). Il Figlio di Dio stava per essere lasciato, senza difese, nelle mani degli uomini. Almeno in questo caso sappiamo per certo che l'angoscia di Gesù non era dovuta a qualche sua colpa personale.
   Ma proprio l'esempio di Gesù ci dice che l'ora della preoccupazione è anche l'ora della tentazione. Come la malattia ci indebolisce nel corpo, così l'ansietà ci indebolisce nella mente e nel cuore. L'avversario approfitta della debolezza della nostra carne per sferrare un attacco alla nostra fede. Proprio per questo, il momento della preoccupazione deve diventare un momento di preghiera. Non preoccupatevi, dice Paolo ai Filippesi, ma chiedete, supplicate, ringraziate.
   Dobbiamo chiedere in modo preciso, senza rimetterci troppo presto a una generica "volontà di Dio". Se preghiamo nel nome di Gesù, sappiamo che Dio ci ha già accettati come interlocutori. Egli è curioso di sapere che cosa vogliamo da Lui, perché è anche sulla base delle nostre richieste che Egli forma la sua volontà.
   Dobbiamo supplicare, cioè dobbiamo dimostrare che le cose che chiediamo ci stanno veramente a cuore; dobbiamo perseverare, insistere, invocare il Signore se necessario "con gran grida e lacrime", come fece Gesù (Ebrei 5.7). Il nostro rapporto con Dio sarà forse tempestoso, ma sarà anche un reale colloquio con Lui, e non con il nostro avversario, come sarebbe invece se continuassimo a rimuginare i nostri pensieri ansiosi. E il Signore ci ascolterà sempre, anche se, essendo un Dio che parla, oltre che ascoltare chiederà che stiamo attenti a capire quello che ha da dirci attraverso le sue risposte, forse inaspettate.
   Dobbiamo ringraziare, perché solo così ci poniamo sul piano della grazia, nella consapevolezza che in Cristo abbiamo già ricevuto tutto ciò di cui abbiamo bisogno, prima ancora che glielo chiediamo.
   Quello che invece non dobbiamo fare, è proprio quello che quasi sempre facciamo: cioè cominciare a pensare e a fare progetti.
   L'uomo autonomo, padrone della sua vita, pensa e progetta. Pensieri e propositi concorrono a dirigere la sua vita. E quando questa gli sfugge di mano e rifiuta di farsi governare, inevitabilmente sopraggiunge la preoccupazione ansiosa. L'uomo cerca allora di uscirne fuori ricorrendo a nuovi pensieri e nuovi propositi, ma la cosa funziona solo per poco tempo. L'avversario ha buon gioco a tenere l'animo sempre in sospeso tra speranza e paura.
   Se la preoccupazione è un attacco sferrato alla mente e al cuore dell'uomo, è vano sperare di venirne fuori con pensieri e progetti: l'unica via d'uscita sono le preghiere, le suppliche e i ringraziamenti.
   Come nella malattia il corpo deve essere lasciato a riposo, così devono riposare pensieri e propositi nell'ora della preoccupazione. La mente e la volontà dell'uomo non sono state create per agire sotto l'impulso della paura, ma sotto quello dell'amore. Non deve quindi essere la paura a muovere i nostri pensieri e influenzare le nostre decisioni. La paura deve sconfiggersi da sola spingendo l'uomo a stringersi ancora di più al suo Dio.
    "Nel giorno della paura, io confido in te" (Salmo 56.4).
   Le preghiere che si rivolgono a Dio nei momenti della preoccupazione possono essere fatte alla luce della consolante promessa che Paolo ricorda ai Filippesi:
    "E la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù" (Filippesi 4.7).
   L'uomo che aveva cercato invano di ottenere la sua pace con le sue opere, cioè mettendo in moto i suoi pensieri e i suoi propositi, riceve la confortante assicurazione che la pace di Dio gli viene data in dono. Questa pace "sorpassa" ogni intelligenza, il che significa che è fuori della portata di ogni umano pensiero. Non possiamo sperare di raggiungere la pace di Dio attraverso i nostri pensieri, ma, al contrario, è la pace di Dio che "custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri in Cristo Gesù".
   L'uomo il cui cuore e la cui mente sono custoditi dalla pace di Dio, è un uomo che vive in se stesso la vittoria di Dio sul male, e quindi può spandere la pace di Dio intorno a sé. Non saranno più le circostanze esterne a determinare il suo equilibrio, ma sarà il suo equilibrio in Dio a permettergli di riportare equilibrio alle cose intorno a sé. Non avrà più bisogno di spiare ansiosamente il tempo e le circostanze per sapere se l'oggi e il domani gli porteranno pace, perché la sua pace risiede saldamente nelle mani di Dio, e niente e nessuno potranno mai scuoterla e farla vacillare.
    "Poiché il fico non fiorirà,
    non ci sarà più frutto nelle vigne;
    il prodotto dell'ulivo fallirà,
    i campi non daran più cibo,
    i greggi verranno a mancare negli ovili,
    e non ci saran più buoi nelle stalle;
    ma io mi rallegrerò nell'Eterno,
    esulterò nell'Iddio della mia salvezza"

                                (Habacuc 3.17-18 )
(Credere e Comprendere, maggio 1987)

 


"Hezbollah è solo un peso. ll governo se ne libererà"

Dopo l'esplosione il politologo Kiwan: "È di ostacolo agli aiuti"

di Roberta Zunini

 
Il presidente libanese Michel Aoun
Non è un caso che il presidente Michel Aoun abbia deciso di aprire all'ipotesi di un attacco missilistico proprio il giorno dopo la visita a Beirut del suo omologo francese Emmanuel Macron", dice Saad Kiwan, giornalista e scrittore, già docente di Giornalismo e direttore della fondazione Samir Kassir, il noto intellettuale ucciso da un auto bomba a Beirut nel 2005, l'anno in cui fu fatto saltare in aria con lo stesso metodo il magnate e già premier Rafiq Hariri, padre di Saad, ex primo ministro e oggi a capo dell'opposizione.
   Secondo Kiwan, il cristiano Aoun, dopo aver parlato con Macron, ha compreso che l'unico modo a sua disposizione per salvarsi politicamente è prendere le distanze dall'alleato Hezbollah scaricando la responsabilità di quanto accaduto su un attore straniero, tra parentesi Israele, per accusare indirettamente il partito armato sciita creato e sostenuto dall'Iran, da sempre in guerra per l'appunto con Tel Aviv, di quanto accaduto.
   Alludere a un attacco missilistico significa infatti ammettere che nel porto di Beirut erano immagazzinate anche armi e munizioni del partito armato sciita che guida di fatto il neo esecutivo ed è stato determinante per la nomina di Aoun alla presidenza del Libano. "Far saltare il porto di Beirut è anche l'unica maniera efficace per bloccare il trasferimento di armi dall'Iran a Hezbollah e impedire il controllo dello scalo da parte degli uomini di Hassan Nasrallah. Ma tra Israele, Hezbollah e l'Iran fino a poche settimane fa era in corso una sorta di tacito accordo per evitare una nuova guerra in Libano. Il problema è che l'esercito paramilitare di Hezbollah nelle ultime settimane ha provocato continuamente Tel Aviv mandando i suoi miliziani oltre confine, in territorio israeliano. E proprio una settimana fa il ministro della Difesa israeliano aveva minacciato di far saltare le infrastrutture libanesi", sottolinea Kiwan.
   Lo sciismo politico ha come strategia la conquista del ruolo di unico attore politico nell'arena libanese. In seguito agli accordi di Taif - sottoscritti nel 1989 sotto l'egida dell'Arabia Saudita e degli Usa - Hezbollah, nato all'inizio degli anni 80, avrebbe dovuto sciogliere le milizie che costituiscono il suo braccio armato. Avviene invece il contrario e, grazie ai soldi e alle armi provenienti da Teheran, oltre ai proventi dell'hashish prodotto nella valle della Be'eka, Hezbollah si ritrova con un vero e proprio esercito. Due anni fa il sito americano investigativo Politico e in seguito anche quello francese Mediapart avevano documentato non solo il traffico di droga gestito da Hezbollah dal Libano, ma anche i legami con i cartelli dei narcos sudamericani attraverso la diaspora libanese in Centro e Sudamerica, Persino l'attuale ministro venezuelano del Petrolio, Tareq el-Aissami che fu vicepresidente di Hugo Chavez è ricercato dalla magistratura statunitense per i suoi rapporti con i narcos colombiani e messicani.
   Secondo la magistratura americana buona parte dei libanesi che hanno fatto fortuna in Sudamerica sono agenti di Hezbollah nonché narcotrafficanti. Gli accordi di Taif avevano inoltre sancito "rapporti speciali" con la Siria che avrebbe esteso la propria autorità su tutto il Libano, disarmando le milizie e provvedendo alla sicurezza in attesa della ricostituzione dell'esercito nazionale. Hezbollah e l'Iran hanno sempre rifiutato le condizioni poste dall'accordo, ma anche la Siria del clan Assad di religione alawita (derivazione dello sciismo) ha sempre evitato di fare pressioni per lo smantellamento dell'esercito e degli arsenali di Hezbollah che ha contraccambiato il favore combattendo al fianco del presidente-dittatore siriano Bashar al-Assad oggi ancora al potere dopo nove anni di guerra civile.

(il Fatto Quotidiano, 8 agosto 2020)


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L'amore tra Hezbollah e il nitrato d'ammonio

La milizia libanese ne aveva tonnellate a Londra, in Germania e altrove

Ieri il presidente libanese Michel Aoun ha detto che l'esplosione che ha devastato Beirut potrebbe essere stata causata "da negligenza o da un'interferenza straniera con un missile oppure una bomba". Come no. Mentre la rabbia dei libanesi minaccia di esplodere da un momento all'altro per avere scoperto che quattro governi uno dopo l'altro hanno lasciato 2. 750 tonnellate di nitrato d'ammonio a maturare in un hangar nel cuore della capitale - e c'è cosi tanta rabbia che la Lbc, la seguitissima tv libanese, ha rifiutato di trasmettere il discorso di Aoun - il presidente prova a scaricare la colpa all'esterno. Qualche potenza straniera che ha lanciato un missile o una bomba, leggi: Israele. Un grande classico di ogni politico arabo quando è in difficoltà. In tutto questo, rischia di andare perduta un'informazione preziosa, ed è il grande amore tra il Partito di Dio libanese e il nitrato d'ammonio, che come ormai tutti sanno è un fertilizzante che può essere usato per produrre bombe.
   Quando questa primavera le squadre antiterrorismo in Germania hanno smantellato la rete tedesca di Hezbollah hanno sequestrato diversi quintali di nitrato d'ammonio. Quando le autorità della Bolivia nell'agosto 2017 hanno sequestrato un deposito di Hezbollah, hanno trovato un'autobomba e due tonnellate di nitrato d'ammonio. Nel 2015 le autorità del Kuwait arrestarono tre agenti di Hezbollah che avevano un deposito con due tonnellate di nitrato d'ammonio, quelle di Cipro arrestarono un agente di Hezbollah che in cantina a Larnaca teneva più di otto tonnellate di nitrato d'ammonio e i servizi segreti inglesi scoprirono quattro depositi a Londra con un totale di tre tonnellate di nitrato d'ammonio (ma la notizia fu rivelata soltanto nel giugno 2019). Il nitrato era tenuto in finti pacchi di ghiaccio istantaneo, sia a Londra sia in Germania. Hezbollah ha usato una bomba al nitrato d'ammonio nell'attentato contro un autobus di turisti israeliani a Burgas, in Bulgaria, che uccise sei persone nel 2012.
   Questa potrebbe essere la ragione che spiega perché qualcuno conservava quasi tremila tonnellate di nitrato d'ammonio in un hangar del porto di Beirut, che è controllato da Hezbollah. In Libano, che a malapena ne usa 500 tonnellate l'anno per l'agricoltura.

(Il Foglio, 8 agosto 2020)


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Beirut in piazza contro il governo che evoca ancora l'attacco esterno

II presidente alimenta la pista del «nemico» e chiede, con Hezbollah, un'inchiesta «libanese» sulle cause della catastrofe della capitale. Ma la popolazione è alla fame e accusa i leader del Paese: «Impiccateli».

Alla gente che invoca la rivoluzione Macron ha promesso «nuovi accordi politici» Per smentire i sospetti di Israele, Nasrallah nega pure la presenza di nitrato d'ammonio

di Gabriele Carrer

A distanza di tre giorni dalle due esplosioni che martedì hanno devastato il porto di Beirut causando almeno 157 vittime, oltre 5.000 feriti e 300.000 senza casa (tra le vittime anche una donna italiana, di 92 anni, e almeno dieci connazionali sono rimasti lievemente feriti) ieri la politica libanese è tornata a farsi sentire.
   Mercoledì era sceso in piazza l'ex premier Saad Hariri, provando a sfruttare l'onda di malcontento popolare. Ma nemmeno lui è stato risparmiato dalla critiche. La sua mossa aveva consigliato ai leader del Paese di evitare le piazze, offrendo allo stesso tempo l'occasione al presidente francese Emmanuel Macron di presentarsi giovedì a Beirut promettendo alla popolazione che invoca «rivoluzione» un «nuovo accordo politico». Che altro non sarebbe che una revisione del Patto nazionale su cui dal 1943 (anno in cui scadde il mandato francese sulla scia degli accordi Sykes Picot e il Libano divenne uno Stato indipendente) si basa la politica libanese: un accordo tribale secondo cui il presidente della Repubblica è maronita, il primo ministro è sunnita e il presidente del Parlamento è sciita.
   Ieri, dicevamo, è stato il turno della politica. Il presidente Michel Aoun, accusato di eccessiva vicinanza al gruppo sciita filoiraniano Hezbollah, ha respinto le richieste di un'indagine internazionale sulla duplice esplosione: mira a disperdere la verità, ha detto. Inoltre, ha rivelato di aver chiesto personalmente al presidente Macron «di fornire le immagini aeree (al momento della deflagrazione) in modo da poter determinare se ci fossero aerei o missili nell'aria. Se queste immagini non sono disponibili da parte dei francesi, le richiederemo ad altri Paesi». Perché richiedere le immagini aeree? Perché il presidente Aoun non è convinto delle cause dell'esplosione. «Ci sono due possibilità per quello che è successo, a causa di negligenze o per interferenza esterna tramite un missile o una bomba». Rimane da capire se i suoi dubbi siano legati a interrogativi dell'intelligente libanese o se le sue dichiarazioni siano motivate dalla necessità di non apparire debole: in questo schema rientrano un'altra dichiarazione di Aoun, secondo cui «la sovranità libanese non sarà influenzata sotto il mio mandato», ma soprattutto la ricerca dell'«avversario esterno» (leggasi il più delle volte: Israele, che nega ogni coinvolgimento nelle esplosioni e che ieri è finito nel mirino del ministero degli Esteri iraniano per gli aiuti offerti al Libano).
   Le dichiarazioni del presidente maronita sono da leggere assieme a quelle di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, gruppo che diversi Paesi classificano come organizzazione terroristica (alcuni, tra cui Stati Uniti e Israele, senza neppure distinguere tra il braccio armato e quello politico). Tema centrale del suo intervento di ieri: i sospetti esterni. In particolare, quelli di Israele (accusato dalle milizie di cyberattacco alle infrastrutture del porto). «Sono tutte bugie e menzogne», ha detto Nasrallah in un discorso rivolto alla nazione dal canale tv Al Manar per smentire che l'esplosione sia stata causata dalla deflagrazione di armi depositate nel porto di Beirut dal suo partito (che gestisce lo scalo). E arrivato a negare non soltanto la presenza di armi (tema su cui molte intelligence sono al lavoro), ma anche quella di nitrato d'ammonio (che è l'unica certezza dell'accaduto): «Non abbiamo nulla al porto: né un deposito di armi, né un deposito di missili, né fucili, né bombe, né proiettili né nitrato d'ammonio». Anche Nasrallah vuole un'inchiesta: la vuole libanese (come Aoun) ma condotta dall'esercito: «Tutte le parti politiche dicono che l'esercito libanese è l'unica istituzione del Paese su cui c'è piena fiducia. Bene, che sia allora l'esercito a condurre l'inchiesta», ha detto a proposito della scarsa credibilità delle istituzioni libanesi.
   Ma neppure Hezbollah sembra ormai godere di molto sostegno popolare. Alle crisi economica, politica e sanitaria che già avevano ridotto il Libano a uno Stato fallito si è aggiunto un disastro che paralizzerà la capitale per molti mesi. A un punto tale che si teme una carestia. Le proteste di ieri potrebbero continuare anche oggi. Sui social network circolano appelli per una manifestazione contro il governo con lo slogan «impiccateli». Alcuni attivisti hanno eretto per protesta un patibolo nella piazza dei Martiri, nel centro della capitale Beirut. Perfino Mohamad Al Amin, l'imam della moschea nel cuore della città, nel sermone del venerdì ha accusato la leadership libanese di portare su di sé la responsabilità dell'esplosione.

(La Verità, 8 agosto 2020)


Yehoshua. La fratellanza perduta

L'autore ripercorre la sua storia parallelamente a quella del suo Paese per spiegare come il Covid e le divisioni interne rischiano di vanificare gli sforzi fatti dall'intera nazione.

A 83 anni, per la prima volta in vita mia, ho il timore che questo spirito si stia indebolendo. Non abbiamo bisogno di manifestazioni confuse ma di ripristinare il senso di comunità.

Abraham Yehoshua, romanziere
Yalla balagan - Forza, facciamo casino. Questo era il titolo dell'articolo di apertura del quotidiano della sinistra borghese Haaretz qualche giorno fa, che dava ampio spazio al resoconto delle sempre più imponenti manifestazioni (a frequenza quotidiana) davanti alla residenza del primo ministro Netanyahu a Balfour Street, a Gerusalemme. E la manifestazione del giorno dopo, in effetti, è stata dirompente, rendendo ancora più azzeccato il titolo. L'esclamazione Yalla balagan è composta da due parole: Yalla significa "su, dai, forza" in arabo, e balagan è un termine di derivazione russa che si potrebbe tradurre con "confusione, casino, bolgia". Tale esclamazione è tipica di giovani che intendono creare trambusto, caos, marasma, disordine, senza un obiettivo chiaro ma per pura protesta, per esprimere un dissenso talvolta intrinsecamente contraddittorio dietro il quale si cela una convinzione quasi ingenua che, dalla distruzione, possa nascere qualcosa di diverso e di sostanzialmente positivo.
  Le manifestazioni tenutesi in passato in Israele, come quella storica contro la guerra del Libano nel 1982 dopo il massacro perpetrato dalle falangi cristiane nei campi profughi palestinesi vicino a Beirut, hanno sempre avuto obiettivi chiari e mirati. Le attuali dimostrazioni contro il primo ministro, invece, analoghe ad altre in varie zone del mondo, non avanzano chiare proposte di cambiamento e sono in parte dovute alla disperazione, a una rabbia non sempre ben finalizzata- Sono la conseguenza di un cedimento dello spirito di solidarietà nazionale, ed è di questo spirito che vorrei parlare nel presente articolo.
  Io sono nato nel 1936, durante la rivolta palestinese contro il dominio britannico in Terra di Israele e, ovviamente, contro le comunità ebraiche che, all'epoca, contavano appena 400.000 anime. Fu quella un'insurrezione aggressiva, che aveva buone possibilità di successo ma che fallì a causa di dissidi interni allo schieramento palestinese. Durante l'assedio di Gerusalemme nella guerra di indipendenza del 1948, quando sette stati arabi invasero il neonato Stato di Israele per annientarlo, io e la mia famiglia trovammo riparo per circa due mesi in un rifugio antiaereo mentre i bombardamenti dell'artiglieria giordana distruggevano parte della nostra casa e ferivano nostro padre. Ciononostante - ed è questo che cercherò di sottolineare - io non persi fiducia nella nostra capacità di sopportare le difficoltà e di scongiurare il pericolo, grazie al profondo e sorprendente sentimento di solidarietà che contraddistingueva una popolazione composta da comunità provenienti da diverse parti del mondo che ancora non avevano una lingua comune. Una popolazione segnata da profondi e forti contrasti tra gruppi ideologici ed etnici, tra destra e sinistra, tra religiosi e laici, tra arabi ed ebrei, eppure solidale in un Paese che aveva appena iniziato a forgiare la sua identità. Malgrado le divergenze, le controversie, le contestazioni e gli odi, soltanto tre ebrei sono stati uccisi per motivi ideologici da loro connazionali nel corso dei settantadue anni di esistenza dello stato di Israele. Tra loro il primo ministro Yitzhak Rabin.
  Lo spirito di solidarietà nazionale, quali che fossero il suo prezzo e la sua natura, si è dimostrato l'arma più efficace contro i nemici esterni e un fattore moderatore nelle accese polemiche interne.
  Io ho 83 anni e non so se sia il coronavirus a influire sulla mia capacità di giudizio ma, per la prima volta in vita mia, ho timore che questo spirito di solidarietà (che, a mio giudizio, è stato una vera e propria fonte da cui lo stato di Israele ha attinto forza) si stia indebolendo. Sebbene Benjamin Netanyahu, durante i suoi lunghi anni di governo, non abbia risparmiato sforzi per minare il sentimento di fratellanza degli israeliani, la stangata economica inflitta dalla pandemia ha creato un'alleanza caotica tra la sinistra militante e centinaia di migliaia di disoccupati e di lavoratori autonomi che hanno perso attività e fonti di reddito e un simile caos, in un Paese piccolo e parzialmente binazionale come Israele, che mantiene uno stato di occupazione in Cisgiordania, combatte il terrorismo a Gaza e in Libano e cerca di contrastare la minaccia nucleare dell'Iran, non può essere paragonato alla situazione della Danimarca, della Germania, e nemmeno della Spagna o dell'Ungheria, nazioni che cercano di contrastare, ognuna a modo proprio, l'eventuale terza o quarta ondata di contagi. Pertanto, per la prima volta nella mia lunga e movimentata esistenza, sono davvero preoccupato per il destino del mio Paese, che è la solida e autentica base su cui poggiano la mia vita e la mia identità.
  Il vero nemico dunque, al momento, non è il primo ministro Netanyahu, nonostante tutte le sue inique pecche, ma l'epidemia che non siamo ancora in grado di debellare e che non sappiamo cosa ci riservi in futuro. In questi giorni non abbiamo bisogno di manifestazioni caotiche e confuse ma di un rapido ripristino della vecchia solidarietà israeliana, dimostratasi tanto valida in passato, e di un'osservanza quasi militare delle regole di igiene nella lotta contro un virus per il quale l'umanità non è ancora riuscita a trovare un vaccino.

(la Repubblica, 8 agosto 2020)


Addio al rabbino Steinsaltz, uno dei massimi studiosi di Talmud al mondo

Morto a 83 anni e seppellito nel millenario cimitero del monte degli Ulivi. Figura rivoluzionaria dell'ebraismo contemporaneo per la sua opera di traduzione e commento in ebraico dell'immenso corpus di leggi che costituiscono le fondamenta della religione ebraica: un lavoro durato 45 anni.

di Sharon Nizza

 
Adin Steinsaltz
GERUSALEMME - "Tutto avrei fatto diversamente": è la modesta risposta che il grande rabbino Adin Steinsaltz, uno dei massimi studiosi di Talmud al mondo, diede a un giornalista che gli chiedeva se avrebbe cambiato qualcosa del suo passato. A 83 anni se n'è andato oggi nella sua Gerusalemme, dove è stato seppellito nel millenario cimitero del monte degli Ulivi, alla presenza dei famigliari che hanno chiesto al pubblico di non partecipare, nel rispetto delle restrizioni da Covid.
   Steinsaltz è considerato una figura rivoluzionaria dell'ebraismo contemporaneo, per la sua opera di traduzione e commento in ebraico del Talmud Babilonese, l'immenso corpus che nel quinto secolo fissò per iscritto la tradizione tramandata oralmente per generazioni, raccogliendo le leggi, i costumi, le infinite dissertazioni che costituiscono le fondamenta della religione ebraica. Il frutto di un lavoro durato 45 anni, tanto ha impiegato il grande studioso per rendere accessibili al vasto pubblico le 5.422 pagine di sapienza millenaria racchiusa in 36 trattati.
   Fino ad allora, il Talmud, scritto principalmente in aramaico, era studiato solo da pochi, prevalentemente da chi intraprendeva gli studi rabbinici. Il lavoro di Steinsaltz ha avuto il grande merito di avvicinare l'ebraismo laico e religioso, di "rimuovere una barriera e consentire di creare un dialogo", come disse in un'intervista al completamento dell'impresa nel 2010.
   Lui stesso era nato in una famiglia laica e si era rafforzato nel credo durante l'adolescenza, vivendo quindi in prima persona l'esigenza di avvicinare alla gente comune un testo tanto complesso quanto fondamentale. Diceva che in Israele c'è una buona conoscenza del Tanakh, il canone biblico "e per questo tutti si sentono un po' profeti, dal carpentiere al parlamentare, tutti mi dicono qual è la verità. Mentre il Talmud è il libro della dialettica, della trattativa. Ed è quello che ci manca".
   Laureato in fisica e chimica all'Università Ebraica di Gerusalemme, ha affiancato l'opera della sua vita alla scrittura di oltre 60 libri e saggi filosofici. Nel 1988 il Time magazine lo ha definito "lo studioso del millennio"; nello stesso anno gli è stato conferito il prestigioso "Israel Prize" per gli studi ebraici e nel 2012 la "Medaglia del Presidente".
   Visitava spesso l'Italia, dove ha incontrato anche Papa Bergoglio nel 2016. Nel 2010 aveva partecipato alla scopertura della lapide a Campo De' Fiori, nei pressi della statua di Giordano Bruno, per ricordare il rogo del Talmud voluto dalle autorità vaticane nel 1553. Nel 2016 era intervenuto alla presentazione del trattato di Rosh ha-Shanà, il primo nell'ambito del monumentale progetto di traduzione in italiano del Talmud (ed. Giuntina), avviato nel 2010 con un'intesa tra le istituzioni ebraiche e la Presidenza del Consiglio, Ministero dell'Istruzione e Cnr e presieduto dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni.
   "La nostra traduzione si basa chiaramente anche sul testo fondamentale di Steinsaltz", ci dice il rabbino Gianfranco Di Segni, coordinatore della traduzione del Progetto Talmud. "E soprattutto sul suo commentario, che comprende note non solamente relative alla pratica religiosa, ma anche storiche, botaniche, linguistiche, culturali. Un approccio al commento che è impregnato anche della sua formazione laica e che noi abbiamo recepito nella nostra opera in italiano".
   Quando gli chiesero come avrebbe voluto essere ricordato in futuro, rispose "Vorrei aver piantato una piccola pianta che possa crescere e diventare un grande albero". Non c'è dubbio che le radici di Rav Steinsaltz porteranno ancora a infinite future diramazioni.

(la Repubblica, 7 agosto 2020)


L'aiuto di Israele è segno di pace. Col gran rifiuto degli Hezbollah

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Beirut soffre oltre il sopportabile, ed è logico che il suo vicino più prossimo, Israele, offra aiuto: ci sono bambini e donne fra le vittime nell'esplosione del porto, case distrutte per sempre. Migliaia di feriti hanno bisogno di essere trattati da medici e infermieri che abbiano a disposizione le strutture più moderne, le medicine più aggiornate, fuori dall'assembramento dei 5mila feriti che assediano gli ospedali di Beirut. Ed è suonato subito molto sensato che il sindaco di Tel Aviv Ron Huldai abbia illuminato la facciata del comune con i colori della bandiera libanese e abbia detto: «I nostri cuori sono col popolo libanese che soffre per il terribile disastro che lo ha colpito». Generoso? No, solo umano: come che lo Stato ebraico abbia offerto i suoi ospedali, poiché Israele ha una tradizione di aiuto organizzato che salva anche i più disperati della terra, li estrae dai terremoti e dai bombardamenti, li porta nei suoi ospedali. Così ha fatto con i feriti della guerra siriana: abbiamo visto volti interi ricostruiti dal bisturi, persone recuperate nottetempo di là dal confine che poi per mesi in Israele sono stati guariti prima di tornare a casa.
   Ma il Libano ha rifiutato l'invito di Israele, da Paese in guerra che in guerra non è più da tempo: gli Hezbollah lo sono. La logica non è la sua, non quella di un Paese pluralistico in cui tante religioni dovrebbero convivere, ma ai loro occhi farsi aiutare dai sionisti è più di un peccato mortale. Per gli sciiti, che dominano Parlamento e governo con la forza ormai dal 1982, che hanno impedito una pace raggiunta e riconosciuta dall'Onu 20 anni fa. Doveva disegnare il profilo geografico naturale di due Paesi lungo la bella spiaggia mediterranea, divisi dalle stesse montagne. Ma il disegno di Nasrallah è guidare la conquista islamica del Medioriente insieme alle forze iraniane e armato dei 350mila missili degli ayatollah. Si deve conservare l'odio antisraeliano ed è più importante della sofferenza della popolazione. Impossibile che la gente del Libano possa guardare a Israele con interesse o amicizia.
   Per Hezbollah la strategia è più importante della sua gente: lo si è visto da come non ha esitato a nascondere armi, missili, esplosivi nelle case e nelle moschee durante le guerre con Israele, infischiandosene che così diventassero un obiettivo. La gente di Beirut, che somiglia a quella di Tel Aviv, non rifiuterebbe l'aiuto di Israele se potesse. Le cronache parlano di consapevolezza del disastro economico e sociale che gli Hezbollah hanno portato, di manifestazioni coraggiose. Comunque sia andata, quel cumulo di rovine e sofferenze causato dall'esplosione è l'ultimo simbolo di un cinismo impossibile.

(il Giornale, 7 agosto 2020)


“Settler Minister" diventa ambasciatrice a Londra

Tzipi Hotovely scende nella fossa dei leoni.

di Olivier Fitoussi

Tzipi Hotovely
Israele è spesso criticato nella liberale Gran Bretagna, dove vivono milioni di musulmani, e gli israeliani, soprattutto quelli patriottici e religiosi, tendono a suscitare sentimenti negativi in molti britannici. La nuova ambasciatrice israeliana a Londra, Tzipi Hotovely del partito Likud, si inserisce perfettamente in questo quadro e proprio per questo motivo la sua nomina alla carica è stata duramente criticata anche da gruppi ebraici in Gran Bretagna. In una dichiarazione dell'organizzazione ebraica progressista Na'amod British Jewish Jewish Against Occupation si afferma:
Come ebreo britannico, sono inorridito dal fatto che Israele abbia indicato il segretario degli insediamenti Tzipi Hotovely come prossimo ambasciatore nel Regno Unito. Invito il governo a revocare la sua nomina".
Una dichiarazione della "Federazione Sionista" suona invece abbastanza diversa:
In quanto ebrei filo-israeliani nel Regno Unito, vogliamo esprimere il nostro sostegno al nuovo ambasciatore dello Stato di Israele, Tzipi Hotovely. Riceverai una petizione ... dai sostenitori di un'organizzazione di sinistra chiamata Na'amod che si oppongono alla tua nomina, ma siamo sicuri che vorrai ignorare questa petizione".
I media britannici mainstream non hanno ignorato la petizione, e presentano Hotovely come "hardliner" e "ultra-destra", tra le altre cose, mentre anche altre personalità britanniche hanno espresso il loro dispiacere per il ministro, compresi alcuni rabbini riformati e vescovi di Canterbury e Westminster, così come altri dignitari ecclesiastici.
Hotovely è a conoscenza delle critiche espresse nella sua nuova sede. Secondo gli accordi, trascorrerà l'intero periodo legislativo quadriennale a Londra e dovrà affrontare molte battaglie. Gli amici di Israele in tutto il mondo le augurano ogni successo nell'arena diplomatica.

(israel heute, 7 agosto 2020, trad. www.ilvangelo-israele.it)


Prende in ostaggio sei persone in banca. "Israele liberi i bambini palestinesi"

L'aggressore si arrende dopo sei ore

Alla fine del pomeriggio, ieri, nel centro di Le Havre, città sulla costa della Normandia, assai vuota in questi giorni di piena estate, caldissimi anche nel Nord della Francia, un uomo di 34 anni ha fatto irruzione in un'agenzia della banca Bred verso le 16 e 45, trattenendo sei ostaggi con lui. Uno, in realtà, è riuscito quasi subito a fuggire e altri quattro sono stati progressivamente liberati dal sequestratore, che ha iniziato a negoziare con i poliziotti del Raid, le teste di cuoio. Si chiama Mehdi e ha antecedenti psichiatrici (sarebbe bipolare).
   Nel passato è già stato condannato per estorsione e sequestro di persona. Secondo l'agenzia Reuters Mehdi sarebbe stato schedato dalla polizia francese «s», la classificazione che corrisponde ai sospetti di terrorismo.
   In ogni caso, ai rappresentanti delle teste di cuoio sul posto ha opposto due rivendicazioni: «liberare i bambini palestinesi ingiustamente incarcerati in Israele» e dare ai palestinesi con meno di quarant'anni la possibilità di accedere alla spianata della moschea al-Aqsa a Gerusalemme. Ha perfino chiesto uno scooter per poter fuggire dalla banca. Non ce ne è stato bisogno, si è arreso dopo sei ore di assedio.

(La Stampa, 7 agosto 2020)


Noa Kirel, la popstar israeliana raccontata dal Washington Post

di David Zebuloni

Noa Kirel
Se Israele fosse la Grande Mela, Noa Kirel sarebbe senza dubbio una popstar del calibro di Beyoncé. Diventata nota su YouTube nel 2015, all'età di soli 14 anni, Kirel può vantare oggi una carriera da far invidia ad artisti ben più datati di lei. Già giudice di due Talent Show televisivi, con decine di successi da primo posto in classifica e altrettanti tormentoni radiofonici, un milione di followers su Instagram e decine di milioni di visualizzazioni su YouTube, Noa Kirel è considerata una delle artiste più apprezzate del paese. Specie dai più giovani.
   A far parlare di lei sul Washington Post tuttavia, non è stata la sua vittoria al MTV Europe Music Awards come miglior artista israeliana e nemmeno il contratto multimilionario firmato con l'etichetta discografica americana Atlantic Records, ma il fatto che si sia recentemente arruolata nell'esercito militare israeliano. "Una giovane popstar diventa soldatessa e l'esercito israeliano prova ad adattarsi", recita il titolo dell'articolo.
   A caratterizzare infatti l'arruolamento di Noa, è stata la presenza di tutti i media nazionali, che hanno aspettato la giovane cantante fuori dai cancelli della base militare, muniti di telecamere e microfoni. Moltissime le domande rivolte al padre e manager Amir Kirel, che ha risposto ai giornalisti assicurando loro che la figlia avrebbe fatto tutto il possibile per servire lo Stato, senza rinunciare assolutamente alla propria carriera. Così è stato. Sei mesi sono passati dal giorno dell'arruolamento e Noa Kirel sembra più impegnata che mai. In questi mesi ha lanciato due nuovi singoli e ha continuato ad apparire in numerosi programmi televisivi.
   Tornando al titolo del Washington Post, l'esercito israeliano ha effettivamente dovuto riadattare il proprio concept di leva militare per andare incontro alla popstar. Nonostante Noa Kirel non sia stata la prima celebrità ad arruolarsi, nessuno del suo calibro fino ad ora aveva indossato la divisa dal colore verde. Ad esempio, il giorno dell'arruolamento stesso era stato anticipato di due settimane, in modo tale che lei potesse affrontare la procedura burocratica da sola e non insieme alle sue coetanee. Un trattamento che non era mai stato riservato a nessun altro soldato prima di lei. "È stata una vera sfida riuscire ad arruolare Noa", ha dichiarato a riguardo un esponente dell'esercito israeliano. "Tuttavia l'obiettivo dell'esercito israeliano è quello di dare a chiunque l'opportunità di servire lo Stato. Ognuno a modo suo."

(Bet Magazine Mosaico, 7 agosto 2020)


La mentalità distorta che sta dietro all'accusa: "Israele lo fa solo per farsi bello"

Fin dove può arrivare la paranoia secondo cui qualunque cosa di buono fa Israele è solo una montatura volta a "coprire" la sue presunte malvagità.

Poche ore dopo la devastante esplosione nel porto di Beirut, il ministro della difesa israeliano Benny Gantz e il ministro degli esteri Gabi Ashkenazi comunicavano d'aver contattato le organizzazioni internazionali per offrire aiuti umanitari al Libano. Un'ora più tardi, il primo ministro Benjamin Netanyahu annunciava d'aver chiesto al suo consigliere per la sicurezza nazionale Meir Ben-Shabbat di interpellare l'inviato speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Nickolay Mladenov, per sapere quali aiuti Israele avrebbe potuto offrire al Libano. Gantz e Netanyahu hanno ripetuto la loro offerta il giorno seguente, e Netanyahu l'ha ribadita dal podio della Knesset....

(israele.net, 7 agosto 2020)


«I silos di nitrato sono la nostra bomba atomica». Le minacce di Nasrallah mettono i brividi

Il capo del Partito di Dio nel 2009 trafficava in salnitro con la Siria. E nel 2016 lanciò la fatwa sul porto di Haifa: «Salterà per aria con l'ammoniaca».

di Fiamma Nirenstein

La ferita è gigantesca, le foto aeree mostrano un cratere di cui il pianeta stesso porterà la ferita per secoli, la scossa è stata udita fino a Cipro e in Israele. La struttura stessa del Libano come lo abbiamo conosciuto è in discussione, e il Paese già avvilito e impoverito dalla miseria e dalla morsa implacabile degli Hezbollah, in questo momento ha bisogno solo di solidarietà e di aiuto. Hezbollah, secondo molti giornali arabi, sembra abbia cercato di presidiare e gestire le rovine del porto subito dopo la scoppio. Ma limitiamoci alle cronache.
 
Nasrallah, 16 febbraio 2016: «Al porto di Haifa ci sono 15mila tonnellate di gas che esplodendo provocherebbero la morte di decine di migliaia di persone e ne colpirebbero 800mila. Non è una esagerazione dire che abbiamo una bomba atomica».
   Nasrallah nel passato ha minacciato di distruggere Israele con un'esplosione massiccia nel porto di Haifa, usando i container di ammoniaca. «Abbiamo una bomba atomica», ha detto con strano senso dell'ironia. Il nitrato di ammonio dal 2009 è stato acquistato attraverso la Siria, e Hezbollah ha cercato di dominare il ministero dell'Agricoltura, dato che si tratta di materiale agricolo, per gestire il materiale altamente esplosivo. Ridendo il 16 febbraio 2016 Nasrallah disse «al porto di Haifa ci sono 15mila tonnellate di gas che esplodendo provocherebbero la morte di decine di migliaia di persone e ne colpirebbero 800mila. Non è una esagerazione dire che abbiamo una bomba atomica». Ci sono molti altri esempi di come Hezbollah si sia figurato l'accumulo di gas e ammoniaca come arma di distruzione di massa. Inoltre è noto che le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio del molo 12 hanno provocato lo scoppio, e che ormai da molto tempo le denunce internazionali e anche i vani tentativi locali di frenare le frenetiche attività bellicistiche avevano denunciato il fatto che gli Hezbollah e i Quds iraniani avevano allungato le mani sul porto di Beirut, facendone un centro di traffico di armi e materiali bellici iraniani, e anche molte compagnie commerciali europee lo hanno usato per consegnare agli Hezbollah armi o materiali a doppio uso. Questi dati uniti alla memoria e all'analisi attuale di cosa sono gli Hezbollah, aiutano a disegnare uno scenario in cui si capisce come il Libano, mentre ancora contempla le sue ferite, non può ignorare che il rumore dell'esplosione è collegata alla sua storia. La forza sciita nasce nell'82 come «Partito di Dio», prima gli sciiti erano semplicemente il 28,4% del Paese, terzo gruppo dopo i maroniti e i sunniti, uniti in partito etnico. Dal tempo della prima guerra con Israele in cui afferrano la bandiera della «resistenza» per poi avviarsi a diventare i gaulaiter dell'Iran, si disegna una carriera di terrorismo di massa punteggiato da scoppi giganteschi, a Tiro 75 morti, a Beirut 307 americani più 53 francesi e via via con sequestri aerei, attacchi suicidi, rapimenti, traffici miliardari di droga e armi fino all'America Latina, un'armata che fa concorrenza all'esercito libanese. Dopo la morte di Qassem Soleimani e del capo sciita iracheno dei Kataib Hezbollah, Abu Mahdi al Muhandis ucciso con lui dagli Usa, Nasrallah è e si sente, il maggiore leader sciita, lanciato alla conquista del mondo mediorientale e oltre. Ha un problema: deve restare nel suo bunker. Ma le sue continue promesse e azioni contro Israele, i discorsi contro gli Stati Uniti e il piano di pace di Trump, fanno eco a un discorso strategico tenuto a una settimana dalla morte di Soleimani, a sua volta continuazione di un accordo firmato a Beirut. L'Iran, di cui si è definito «amico» e non proxy, sembra averlo incoronato leader della grande strategia verso lo stato islamico mondiale. Al centro, la distruzione di Israele.
   Adesso il mostruoso «bum» viene insieme alla crisi economica, alla crisi con Israele, al giudizio della Corte Criminale sull'assassinio di Rafik Hariri. Hezbollah non voleva causare lo scoppio spaventoso, ma è legato alle sue premesse e al suo rumore di tuono.

(il Giornale, 6 agosto 2020)


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Esplosioni a Beirut, Hezbollah e Israele: la ricostruzione

Le immagini drammatiche delle esplosioni di ieri a Beirut, avvenute nella zona portuale della città, hanno riportato la memoria libanese indietro alla guerra civile, quando per 15 anni il paese è stato lacerato da conflitti interni. Esplosioni che si sono udite fino a Cipro, che dista più di 200 km.
Il bilancio è di 100 morti, altrettanti dispersi e 4000 feriti.
Al momento non vi è una causa ufficiale, ma solo ipotesi di cosa si sia verificato ieri al porto di Beirut.
La prima è stata quella secondo cui a esplodere sia stato un deposito di fuochi di artificio, in seguito il ministro della Salute, Hamad Hasan, ha posto l'attenzione su un deposito in cui erano immagazzinate oltre 2.700 tonnellate di nitrato di ammonio (sequestrato sei anni fa su una nave mercantile diretta in Zambia), sostanza chimica altamente esplosiva utilizzata per produrre alcuni fertilizzanti azotati
In queste ultime ore, si sta facendo largo una terza ipotesi, paventata da uno dei massimi esperti di esplosivi in Italia, Danilo Coppe, che ha affermato:
"Non credo che al porto di Beirut ci fosse quella quantità di nitrato di ammonio, né che ci fosse un deposito di fuochi d'artificio. A giudicare dai video mi sembra di più un'esplosione di un deposito di armamenti".

In proposito fonti israeliane avevano suggerito che quel magazzino venisse utilizzato da Hezbollah, il gruppo terroristico sciita legato all'Iran, che ha accusato lo Stato ebraico di essere responsabile delle esplosioni.
Stato ebraico che prima ha spedito le accuse al mittente e poi ha offerto il proprio aiuto alla popolazione di Beirut, che al momento vive una situazione estremamente difficile, da cui potrà uscire solo con il sostegno dei vari paesi, che si sono dichiarati disponibili.
Se venisse confermata l'idea di Coppe, verrebbe da chiedersi cosa ci facessero armamenti nei magazzini del porto e come mai fossero così vicini ai centri abitati.
Qualunque sia la causa delle tremende esplosioni che hanno messo in ginocchio Beirut, dobbiamo domandarci cosa stia avvenendo in Libano, paese dove sembrano concentrarsi un gran numero di avvenimenti legati alla questione mediorientale.

(Progetto Dreyfus, 6 agosto 2020)


"Gerusalemme capitale di Israele": dopo "L'Eredità", il giudice ordina alla Rai di rettificare

Due associazioni vincono il ricorso contro lo show di Flavio Insinna dopo una puntata di maggio: "Informazione errata". L'avvocato Gianelli di Modena: "Il diritto internazionale parla chiaro".

di Rosario Di Raimondo

"Il diritto internazionale non riconosce Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele". Flavio Insinna, conduttore del programma televisivo "L'Eredità", dovrà pronunciare questa dichiarazione la prossima volta che tornerà in onda. Una rettifica ordinata dal Tribunale di Roma, che ha dato così ragione a due associazioni filo-palestinesi che si erano rivolte al giudice contro la Rai. Gli amanti del quiz-show, e non solo loro, ricorderanno bene la polemica scoppiata il 21 maggio scorso: alla domanda su quale fosse la capitale di Israele, una concorrente dice "Tel Aviv" ma la risposta viene considerata sbagliata in favore di "Gerusalemme". Secondo il giudice è stata diffusa "una informazione errata".

 La prima replica della Rai dopo le reazioni
  Il 5 giugno è lo stesso conduttore a cercare di spegnere le polemiche leggendo una precisazione in diretta. "Ci si può ritrovare involontariamente al centro di una controversia che chiama in causa vicende sulle quali non spetta certo a un gioco come il nostro intervenire". E ancora: "Sulla questione però esistono posizioni diverse. Alla luce di ciò riteniamo di non dover entrare, noi che non abbiamo titolo, in una disputa così delicata, e ci scusiamo per averla involontariamente evocata".
  Ma non finisce qui. Gli avvocati Fausto Gianelli (foro di Modena) e Dario Rossi (Genova), in rappresentanza dell'"Associazione Palestinesi in Italia" e dell'"Associazione benefica di solidarietà con il popolo Palestinese", si oppongono. Perché, dicono, non ci sono controversie o margini di incertezza sul fatto che, fuori da Israele, gran parte della comunità internazionale non consideri Gerusalemme capitale.

 La decisione del giudice
  Il caso finisce sul tavolo del giudice del tribunale di Roma Cecilia Pratesi, della sezione diritti della persona e immigrazione. La materia è tutt'altro che semplice e nella sua ordinanza, arrivata nelle scorse ore, la toga scava nel "nodo centrale della questione". Che non è "una presa di posizione politica in merito al diritto degli stati di Israele e Palestina di eleggere Gerusalemme a propria capitale". Il problema, ragiona, è appurare la correttezza dell'informazione diffusa dalla Rai.

 "Lo Stato italiano non riconosce Gerusalemme"
  E qui comincia la lunga disamina del giudice. "E' lo Stato Italiano a non riconoscere Gerusalemme quale capitale", come dimostra il fatto che la sua ambasciata è a Tel Aviv. "E' fatto notorio che il 21 dicembre 2017 l'Italia abbia votato a favore della risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che rifiutava la decisione degli Usa di riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele, così come è noto che le stesse Nazioni Unite si siano ripetutamente espresse sulla questione condannando l'occupazione israeliana dei territori palestinesi e di Gerusalemme est, e negando qualsiasi validità giuridica alle decisioni di Israele di trasformarla nella sua capitale". E, continua, le risoluzioni Onu "costituiscono diritto convenzionale direttamente applicabile nel nostro ordinamento", come stabilito dalla nostra Costituzione.

(la Repubblica, 6 agosto 2020)


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"Gerusalemme capitale di Israele". Il giudice ordina alla Rai di rettificare

di Giacomo Kahn

Battaglia a colpi di carte bollate tra due associazioni filo-palestinesi e la Rai colpevole, secondo loro, di avere diffuso informazioni errate su Israele.
   Come racconta Repubblica.it, tutto è nato dalla polemica attorno alla domanda posta da Flavio Insinna, nella puntata dello scorso 21 maggio del programma "L'Eredità", su quale fosse la capitale di Israele: la concorrente dice "Tel Aviv" ma la risposta viene considerata sbagliata in favore di "Gerusalemme". Scoppia il finimondo, ovviamente sostenuto dai sostenitori dei palestinesi che, rifiutando qualsiasi trattativa di pace con Israele, cercano di sabotare (anche presidiando tutte le trasmissioni televisive) qualsiasi apertura verso Israele, polemizzando anche dove la polemica non c'è.
   Consapevole del putiferio che si stava scatenando e cercando di spegnere la polemica, la Rai, pochi giorni dopo, fa leggere il 5 giugno allo stesso Insinna una precisazione in diretta. "Ci si può ritrovare involontariamente al centro di una controversia che chiama in causa vicende sulle quali non spetta certo a un gioco come il nostro intervenire". E ancora: "Sulla questione però esistono posizioni diverse. Alla luce di ciò riteniamo di non dover entrare, noi che non abbiamo titolo, in una disputa così delicata, e ci scusiamo per averla involontariamente evocata".
   Ma ai filo-palestinesi e in particolare a due associazioni ("Palestinesi in Italia" e "Associazione benefica di solidarietà con il popolo Palestinese") non basta e fanno ricorso al Tribunale di Roma.
La questione finisce sul tavolo del giudice Cecilia Pratesi, della sezione diritti della persona e immigrazione. "La materia è tutt'altro che semplice - scrive Repubblica - e nella sua ordinanza, arrivata nelle scorse ore, la toga scava nel "nodo centrale della questione". Che non è "una presa di posizione politica in merito al diritto degli stati di Israele e Palestina di eleggere Gerusalemme a propria capitale". Il problema, ragiona, è appurare la correttezza dell'informazione diffusa dalla Rai".
   Per il giudice "E' lo Stato Italiano a non riconoscere Gerusalemme quale capitale", come dimostra il fatto che la sua ambasciata è a Tel Aviv. "E' fatto notorio che il 21 dicembre 2017 l'Italia abbia votato a favore della risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite che rifiutava la decisione degli Usa di riconoscere Gerusalemme come capitale d'Israele, così come è noto che le stesse Nazioni Unite si siano ripetutamente espresse sulla questione condannando l'occupazione israeliana dei territori palestinesi e di Gerusalemme est, e negando qualsiasi validità giuridica alle decisioni di Israele di trasformarla nella sua capitale". E, continua, le risoluzioni Onu "costituiscono diritto convenzionale direttamente applicabile nel nostro ordinamento", come stabilito dalla nostra Costituzione.
   Conclude il magistrato: "Dare per assodato che la città di Gerusalemme sia la capitale dello Stato di Israele concreta la diffusione di una informazione errata. Definire la questione una "disputa", come fatto durante la prima replica della Rai, non basta a rettificare quanto avvenuto in trasmissione, "poiché non restituisce l'informazione (corretta) che la questione è sì obiettivamente controversa fra gli stati direttamente coinvolti, ma è altresì oggetto di una netta presa di posizione del diritto internazionale".
Conclusioni quindi del giudice: "L'Eredità" dovrà trasmettere un'altra rettifica e la Rai è condannata a pagare 3 mila euro di spese legali.
   Nel corso della difesa, la Rai aveva mostrato i contenuti di alcune pubblicazioni ("Enciclopedia Treccani, Enciclopedia Britannica, Wikipedia") nelle quali Gerusalemme viene indicata come capitale, "con la precisione che si tratta di questione oggetto di contrasto".

(Shalom, 6 agosto 2020)


“E in quel giorno avverrà che io farò di Gerusalemme una pietra pesante per tutti i popoli; tutti quelli che se la caricheranno addosso ne saranno malamente feriti, e tutte le nazioni della terra s'aduneranno contro di lei” (Zaccaria 12:3).
I fatti continuano a muoversi, con lentezza biblica ma inesorabile, verso il punto che la Bibbia stessa ha indicato: le nazioni si avviano a caricarsi della “pietra pesante” Gerusalemme. La forma in gioco in questo momento è giuridica: “Gerusalemme non è la capitale di Israele”, dicono le nazioni, tra cui l’Italia. Di questo uso del diritto internazionale le nazioni dovranno un giorno rendere conto sul piano politico. Ma a dirigere questa politica sarà Uno che di diritto se ne intende, perché è la Fonte di ogni forma di diritto operante sulla terra, sotto la terra e sopra la terra. M.C.


Un sondaggio rivela: israeliani preoccupati per il futuro della democrazia

di Nathan Greppi

Un sondaggio pubblicato mercoledì 5 agosto dall'Israel Democracy Institute rivela che la prima preoccupazione degli israeliani al momento non è tanto legata alla sicurezza nazionale, quanto al futuro della democrazia nel paese. Secondo il sondaggio, come riporta il Times of Israel, il 54% degli intervistati si ritiene pessimista sulla situazione politica interna, contro il 38% che invece è ottimista. I dati sulla sicurezza sono quasi opposti, con il 59% che si ritiene ottimista e il 35% pessimista.
   Il 51% ha un'opinione negativa della condotta del Primo Ministro Netanyahu, e il 45% giudica negativamente il modo in cui ha gestito l'emergenza coronavirus. Tra gli intervistati, solo il 27% degli ebrei e il 18% degli arabi ha un'opinione positiva di come ha gestito l'emergenza. Vi è invece un giudizio positivo sulla sua gestione della sicurezza nazionale, con il 56% che ne approva l'operato.
   Nonostante in molti giudichino negativamente la sua attuale gestione, la maggior parte degli israeliani è contraria a un eventuale ritorno alle urne: solo il 25% degli ebrei e il 43% degli arabi sarebbe favorevole a uno scioglimento del governo in vista di nuove elezioni.
   Il 58% degli israeliani vede favorevolmente le recenti proteste contro il governo ed è critica verso le politiche in campo economico del governo: suddividendo per area politica, la percentuale è dell'87% tra gli elettori di sinistra, del 74% tra quelli di centro e del 53% tra quelli di destra.
   Dal sondaggio è anche emerso che il 45% degli israeliani non vuole più Netanyahu come Primo Ministro: la percentuale è del 92% tra gli elettori di sinistra, del 71% al centro e del 28% a destra.
   L'impatto economico del lockdown varia a seconda dell'etnia: il 64% degli ebrei dice che il loro reddito è cambiato molto con la pandemia, mentre tra gli arabi la percentuale è del 35%.

(Bet Magazine Mosaico, 6 agosto 2020)


Esplosioni a Beirut: ecco cosa sta succedendo

La capitale del Libano colpita da un paio di esplosioni devastanti. Molti i danni, diversi feriti, si temono numerose vittime. Tempistica particolare: domani le Nazioni Unite dovrebbero emettere il verdetto sull'assassinio di Hariri, forse ordinato da Hezbollah

di Emanuele Rossi

Almeno due esplosioni hanno colpito l'area portuale di Beirut. Ci sono video che mostrano il fungo e il fumo, molte immagine di porte e finestre divelte all'interno degli appartamenti della zona. Ci sono feriti, diversi persone colpite da schegge di vetro; altre riprese per strade mostrano veicoli distrutti dalle detonazioni.
Non è chiaro cosa sia saltato in aria al momento. Secondo quanto dichiarato dal Direttore generale della Pubblica sicurezza libanese, sarebbe esploso un deposito di sodio nitrato stoccato in un deposito da oltre un anno, dopo essere stato confiscato da una nave.
Alcune fonti del posto avevano spiegato inizialmente che si sarebbe trattato di un deposito di fuochi d'artificio attaccato da un incendio che in precedenza si era propagato nell'area. Versione che però nel tempo ha perso consistenza. Altre dicono che si sarebbe trattato di un deposito di missili di Hezbollah, la milizia sciita filo-iraniana. Potrebbe anche essere stato colpito o vittima di sabotaggio, sulla scia di quanto successo nelle passate settimane in Iran, spiega qualcuno azzardando una speculazione. Hezbollah sta già cercando di de-escalare la situazione: una fonte ha dichiarato che non ritengono possibile che si sia trattato di un attacco israeliano (ma è anche possibile che il gruppo voglia evitare di mostrare pubblicamente una vulnerabilità in casa).
La tempistica è certamente singolare. Domani un tribunale delle Nazioni Unite dovrebbe emettere il suo verdetto nel processo in contumacia a quattro sospettati di aver piazzato l'autobomba che nel 2005 assassinò il primo ministro Rafik Hariri. Tutti e quattro gli indagati sono membri del gruppo Hezbollah, che ha costantemente negato qualsiasi ruolo nella morte di Hariri.
La possibile seconda esplosione è stata segnalata nella residenza di Hariri in città. Sembra che ci siano almeno dieci vittime, ma è presumibile che ce ne siano. Su Twitter, una reporter dice aver udito l'esplosione da Cipro.
Il Libano sta attraversando una profonda crisi economica, con i prezzi dei generi alimentari che sono arrivati alle stelle, e il malcontento diffuso tra la popolazione in sofferenza da mesi e mesi.

(Formiche.net, 5 agosto 2020)


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Magazzino usato da Hezbollah. Ma Israele crede all'incidente

Veleni e accuse sulla responsabilità della tragedia nella città libanese alla vigilia della sentenza Hariri

di Francesca Caferri e Sharon Nizza

L'esplosione accidentale di un deposito di esplosivi figli delle lotte intestine che da 40 anni non smettono di dividere il Libano. L'attacco venuto dall'estero contro un deposito di armi di Hezbollah e dei suoi alleati iraniani: con una firma che per taluni andrebbe ricercata oltre il confine Sud del Libano, verso l'eterno nemico israeliano. Ma magari anche verso i Paesi del Golfo, che nell'Iran vedono il nemico Numero Uno. O infine una mossa volta a distogliere l'attenzione da quello che accadrà fra due giorni, quando dopo 15 anni il tribunale speciale dell'Onu emetterà il verdetto per l'omicidio dell'ex primo ministro libanese Rafiq Hariri, addossando la colpa del delitto alla Siria e al movimento sciita di Hassan Nasrallah, alleato di Bashar al Assad alla cui influenza Hariri voleva sottrarre il Libano. Sono queste le tre ipotesi a cui si lavora per capire cosa è successo davvero ieri sera a Beirut. Perchè una cosa è certa: a devastare sei chilometri di edifici e a provocare un'esplosione sentita anche a Cipro non è stata, nella città dove da decenni si incrociano i destini del Medio Oriente, la rivalità fra sunniti e sciiti è l'asse su cui scorre la politica nazionale e il termometro della tensione con Israele è il più alto di tutta la regione, la banale esplosione di un deposito di fuochi di artificio.
   Da mesi, i giornali libanesi parlano di esplosivi depositati al porto di Beirut: frutto di operazioni dell'esercito libanese contro gli estremisti sunniti nel Nord, secondo alcuni. Arsenale di Hezbollah, sospettano oggi altri: quel che è certo è che se c'erano materiali delicati, la paralisi del governo, alle prese con una gravissima crisi economica e la mancanza di energia elettrica e quindi di adeguati sistemi di conservazione potrebbero averne causato l'esplosione accidentale.
   Un'ipotesi realistica, a cui però pochi credono a Beirut: perché qui, ogni volta che accade qualcosa, il responsabile è Israele. E lì puntano le prime reazioni a caldo: anche se né il governo Netanyahu né Hezbollah hanno interesse a iniziare una guerra, come dimostra il rapido sopirsi della tensione dopo l'incidente di frontiera dei giorni scorsi. Il ministro degli Esteri israeliano Gabi Ashkenazi ha detto che non «vede ragione di non credere ai report libanesi che parlano di un incidente». In Israele sembra si dia credito all'ipotesi dell'incidente, ma la domanda cruciale è cosa ci fosse dentro al magazzino. Cosa è possibile accumulare in così ingenti quantità, tali da provocare un'esplosione di questa portata? Si è parlato di fuochi d'artificio e poi di nitrato di ammonio. L'emittente Al Arabiya, vicina all'Arabia Saudita e nemica dell'Iran alleato di Hezbollah, è l'unica per ora ad affermare che vi fossero missili del gruppo sciita. Nessuno in Israele si affretta ad accodarsi a questa ipotesi, ma a Gerusalemme conoscono bene l'area in questione. Nel settembre 2018, all'Assemblea Generale dell'Onu, Netanyahu aveva denunciato la presenza di depositi missilistici di Hezbollah in zone densamente popolate. Infine c'è l'ipotesi più spaventosa: quella che collega l'attacco al verdetto con cui l'Onu venerdì con tutta probabilità accuserà il regime siriano e Hezbollah della strage del 14 febbraio del 2005, in cui morirono Hariri e altre 22 persone. Con decine di morti e migliaia di feriti a Beirut in pochi presteranno attenzione al verdetto ora.

(la Repubblica, 5 agosto 2020)


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La tesi dell'incidente e il dubbio dell'attentato. Ma queste esplosioni sono la fine di Hezbollah

La costola degli ayatollah già invisa al popolo. Israele offre soccorso medico.

di Fiamma Nirenstein

Beirut è una bella città di mare, e i libanesi un popolo affascinante, che avrebbe potuto avere un destino diverso, come unico Paese arabo davvero pluralista, se gli Hezbollah non lo avessero stretto in una morsa di violenza e di conseguente penuria. E difficile anche se ancora se ne sa poco, pensare a quello spaventoso fungo, nero, bianco, rosso che ha sparso distruzione e morte nella capitale libanese, senza che il pensiero corra all'egoismo bellicistico e carico di sottintesi degli Hezbollah di Hassan Nasrallah, figli legittimi e preferiti del regime iraniano degli ayatollah.
   Un'esplosione, anche se non volontaria, fa pensare agli Hezbollah. In particolare, vedendo le lacrime in diretta dei cittadini che hanno la casa distrutta e forse qualcuno sotto le rovine, si pensa, fra le molte altre esplosioni terroristiche, ai mille chili di dinamite usati per uccidere il loro nemico politico, Rafik Hariri, che lasciarono un cratere fra le ferraglie delle auto, ventuno morti, decine di feriti. Qui la storia è palesemente diversa, e anche molto più vasta dal punto di vista dei morti e dei feriti. Perché sia accaduto, non si sa, la città è ferita. Come è accaduto, chi è stato chiede la gente fra le lacrime? E mentre gli Hezbollah si sono affrettati a dichiarare che si tratta di un incidente nato da un corto circuito, lo stesso si avverte che è vasta l'opinione che gli Hezbollah c'entrino, e certo non ne godono, e lo sanno. Intanto, è molto interessante che l'organizzazione che proprio in questi giorni ha tentato una sortita terrorista contro Israele, abbia di fatto scagionato subito con la teoria dell'incidente il nemico che adora criminalizzare. E poi, che cosa è saltato per aria con tanto danno? Quel molo è molto frequentato, deve essere stato molto ben rifornito palesemente o di nascosto di armi legittime, oppure di approvvigionamenti iraniani, di parti da assemblare, di ammonio nitrato che si usa per le testate dei missili e ha il colore bruno della nuvola. E di sicuro se sono armi vengono dall'Iran, che ha rifornito gli Hezbollah di una folle quantità di missili (350mila) e di tutto il materiale balistico relativo. Forse a saltare per aria sulla faccia del Paese è stato uno dei tesori degli Hezbollah, che attraversa un momento di enorme miseria del Paese, che non ha mai attraversato una crisi simile.
   Hassan Nasrallah è cresciuto in smania imperialistica e in impegno armato per l'Iran mentre controlla la maggioranza in parlamento, e ha fatto del primo ministro Hassan Diab un suo ubbidiente vassallo. Nasrallah dopo l'eliminazione da parte americana di Soleimani si è disegnato un ruolo sempre più ambizioso di plenipotenziario nella grande guerra sciita per la costruzione del mondo dominato dal Mahdi, il profeta islamico. Il dispiegamento di forze iraniane in Siria gli dà un retroterra territoriale molto esteso rispetto alla frontiere libanese per lo scontro principe della guerra islamica, quello che deve distruggere Israele. II suo confine con l'odiata terra degli ebrei è adesso più promettente. Ma è anche più pericoloso, e la gente del Libano sa che Israele considera il Paese responsabile. Gli Hezbollah possono portare guerra. Questa esplosione ne porta il pensiero pauroso nel fronte interno. L'idea che possa essere stato Israele a colpire il deposito non corrisponde né agli interessi né allo stile dello Stato ebraico che ha subito offerto aiuto medico a Beirut. Ha già dimostrato di non volere uno scontro verticale col Libano e che non colpisce mai obiettivi in cui siano coinvolti civili innocenti.

(il Giornale, 5 agosto 2020)


II vaccino? Sarà pronto a primavera. Grazie a un'allenza tra Italia e Israele

Un concentrato di immunoglobine: «Favoritismi?Macché»

di Paolo Stefanato

Nella primavera del 2021 dovrebbe essere disponibile un farmaco per la cura e la prevenzione del Covid 19, che avrà caratteristiche sia curative, sia di protezione di un corpo sano, com'è tipico di un vaccino. L'azienda che, insieme alla biotech israeliana Kamada, ha messo a punto il prodotto - un concentrato di immunoglobuline, che sono anticorpi contro il virus che il soggetto malato crea spontaneamente - è la toscana Kedrion, prima multinazionale italiana specializzata in plasmaderivati, controllata dalla famiglia Marcucci, quinta nel mondo in un settore sofisticato dell'industria farmaceutica. «Contro il Covid ci siamo attivati fin dal primo momento - racconta l'ad Paolo Marcucci - e nell'emergenza abbiamo interagito ovunque potessimo essere utili: ospedali, Regioni, Centro nazionale del sangue, mettendo a disposizione la nostra esperienza e contribuendo con donazioni di strumenti per inattivare il plasma da convalescenti». Ma lo sguardo è stato rivolto anche e soprattutto alla ricerca, «impegnandoci nello sviluppo del concentrato di immunoglobuline, per combattere il virus per mezzo di anticorpi». Sono stati stretti due importanti accordi di collaborazione, con Kamada appunto e con la Columbia University.
   La strada intrapresa è stata costellata di polemiche perché Andrea, uno dei fratelli Marcucci, senatore, ha un ruolo di spicco nel Pd, e questo ha innescato delle accuse di favoritismi che sarebbero stati ricevuti dalla Regione Toscana, a gestione dem. «Niente di più strumentale - ribatte l'ad, che spiega -: proprio la Regione, nella più recente gara per la lavorazione del plasma ci ha preferito un concorrente straniero. Se essere sconfitti è conflitto d'interessi!». E qui forse è necessario illustrare il business legato ai plasmaderivati, che ha due modelli: quello strettamente commerciale, nel quale la materia prima, il plasma appunto, viene acquistata sul mercato mondiale e trasformata attraverso processi di frazionamento e purificazione.
   Il secondo modello, tipico dell'Italia e dei Paesi europei, si basa sul principio che la donazione è un fatto innanzitutto etico, e quindi gratuito. In questo modello la proprietà del sangue raccolto dai donatori resta dello Stato, che lo affida - su gara appunto - alle aziende trasformatrici che lo restituiscono sotto forma di prodotto finito. L'azienda viene pagata con dei diritti di lavorazione. «La legge italiana ha aperto il nostro territorio a concorrenti stranieri molto aggressivi sui prezzi, senza che all'estero ci sia stata reciprocità di trattamento», lamenta l'ad Kedrion, che porta questo nome dal 2001, è nata negli anni Cinquanta per iniziativa di Guelfo e Leopiero Marcucci, papà e zio di Paolo, Andrea e Marialina che rappresentano la seconda generazione. La famiglia possiede il 54%, gli altri azionisti principali sono Cdp Equity (25%) e Fondo Strategico italiano (19%). II fatturato del 2019 è stato di 808,2 milioni (+17,5%), con 101,3 milioni di ebitda, un export del 75%; la sede principale è nel Lucchese, a Castelvecchio Pascoli, ma il marchio è presente in oltre 100 Paesi. Il settore vale complessivamente oltre 21 miliardi di dollari e i primi tre colossi controllano il 75% del mercato mondiale.

(il Giornale, 5 agosto 2020)


Israele rivendica la responsabilità degli attacchi aerei sulle postazioni dell'esercito siriano

ROMA - Siria: media statali, quattro civili uccisi in raid israeliani - I raid israeliani sulle postazioni dell'Esercito siriano nel sud della Siria avrebbero provocato la morte di quattro civili. Lo riferisce il quotidiano filo-governativo "Al Watan", citando fonti del villaggio di Ain al-Qadi, nella campagna della provincia di Quneitra. Secondo le fonti, tra i civili uccisi vi sarebbe anche Faisal al-Saeed, che in precedenza ha ricoperto l'incarico di capo ufficio tecnico in diverse città della provincia di Quneitra. Oggi Israele ha rivendicato la responsabilità degli attacchi aerei sulle postazioni dell'esercito siriano come una ritorsione per "tentativi" di ordigni lungo la linea di demarcazione sulle Alture del Golan. In una nota, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno precisato che caccia ed elicotteri d'attacco israeliani hanno colpito obiettivi militari nel sud della Siria appartenenti alle forze armate di Damasco. Secondo quanto riporta il quotidiano israeliano "Jerusalem Post", i raid hanno colpito punti di osservazione e raccolta informazioni, postazioni anti-aeree e diverse basi militari. "L'Idf vede il regime siriano come responsabile di tutte le operazioni effettuate dal suo territorio e continuerà ad agire con determinazione contro tutti gli attacchi alla sovranità dello Stato di Israele", ha affermato l'Esercito in una nota. In un primo momento l'agenzia di stampa siriana "Sana" aveva detto che gli attacchi avevano causato solamente danni materiali.

(Agenzia Nova, 4 agosto 2020)


L'israeliana Rafael e Raytheon firmano un accordo per produrre Iron Dome negli Usa

GERUSALEMME - La Raytheon Missiles and Defense, un'azienda di Raytheon Technologies, e la società di difesa israeliana Rafael Advanced Defence Systems, hanno firmato un accordo per creare una joint venture per la creazione di un impianto di produzione di sistemi di armamento per missili di difesa aerea Iron Dome negli Stati Uniti. La nuova partnership, denominata Raytheon Rafael Area Protection Systems, prevede di finalizzare una sede del sito entro la fine dell'anno."Questa sarà la prima struttura a tutto tondo di Iron Dome al di fuori di Israele e aiuterà il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e gli alleati in tutto il mondo a ottenere il sistema per la difesa delle infrastrutture critiche", ha affermato Sam Deneke, vice presidente di Land Warfare and Air Defence di Raytheon Missiles. La nuova struttura produrrà sia il sistema d'arma Iron Dome, che comprende l'intercettore e il lanciatore Tamir, sia il missile SkyHunter, un derivato statunitense di Tamir.

(Agenzia Nova, 4 agosto 2020)


Gli israeliani hanno più cose in comune che cose che li dividono

C'è un altro Israele, là fuori, quello riflesso in un fraterno incontro fra riservisti

Giovedì sera un gruppo di circa 20 riservisti israeliani si è riunito in un appartamento, affittato per una notte in un moshav nella zona di Beit Shemesh, per festeggiare gli imminenti matrimoni di due di loro.
I membri di questo gruppo affiatato hanno prestato insieme il servizio militare per tre anni in un'unità d'élite dell'esercito e hanno combattuto insieme in una delle campagne anti-terrorismo a Gaza. Tra loro vi sono israeliani di destra e di sinistra, religiosi e laici, benestanti e disagiati, ebrei e non ebrei.
Si sono incontrati nello stesso momento in cui si teneva una manifestazione di protesta di fronte alla residenza ufficiale del primo ministro, in Via Balfour a Gerusalemme. Si sono incontrati dopo che i mass-media per tutta la durata di Tisha Be'av (la giornata in cui gli ebrei ricordano la distruzione dei due Templi di Gerusalemme) si erano riempiti di commenti su quanto Israele fosse vicino a ripetere gli errori del passato, permettendo all'odio infondato di fare a pezzi la società e il paese. Si sono incontrati mentre i commentatori lamentavano la spaccatura apparentemente insanabile nella nazione, paventando la possibilità che sfociasse in violenza politica se non addirittura in guerra civile. Si sono incontrati mentre Facebook, Twitter, la radio, la televisione e i giornali descrivevano, e creavano, un'atmosfera ovunque di profonda inimicizia e odio. E di tutto questo non hanno sentito nulla....

(israele.net, 4 agosto 2020)


Sondaggio israeliano sul Covid-19. Dubbi sulle mascherine e sull'operato del governo

di Paolo Castellano

La lotta contro la diffusione del Covid-19 in Israele ha creato malcontento tra i cittadini e alimentato un certo pessimismo riguardo al futuro economico dello Stato ebraico. A dirlo è un recente sondaggio realizzato dal centro di ricerca Maagar Mochot che è stato pubblicato sulla testata Israel Hayom il 3 agosto.
   Secondo questa indagine, il 90% degli israeliani intervistati sarebbe preoccupato per il Coronavirus. È inoltre emerso che il 30% del campione abbia dichiarato di non indossare regolarmente le mascherine per proteggersi e non diffondere il virus. L'epidemia ha poi cambiato le abitudini dei residenti in Israele: il 40% ha modificato i propri approcci d'acquisto. Sono tutti pessimisti? No, il 47% degli intervistati ha infatti dichiarato di avere un atteggiamento positivo, sperando di tornare a una vita normale nel 2021.
   Come riporta Israel National News, durante l'intervista le persone hanno potuto esprimere il loro gradimento per i principali politici israeliani coinvolti nella battaglia sanitaria ed economica contro il Covid-19. L'attuale primo ministro d'Israele, Benjamin Netanyahu, ha totalizzato un indice di gradimento di 2,53 su 5; il ministro della Difesa Benny Gantz 2,31 su 5; il ministro delle Finanze Yisrael Katz 2,65 su 5 e infine il ministro della Salute Yuli Edelstein ha registrato un punteggio di 2,58 su 5.
   Per quanto riguarda le difficoltà economiche affrontate a causa del lock-down e delle restrizioni, il 52% ha detto di aver sofferto, mentre il 45% ha dichiarato di aver mantenuto la propria condizione economica. Una minoranza, il 3%, ha sostenuto di essersi arricchita durante la pandemia.
   Analizzando le risposte degli israeliani sui consumi, il 50% ha detto di aver ridotto il budget per i prodotti non necessari. Al contrario, il 27% ha affermato di non aver cambiato le proprie abitudini. Se il 14% ha ridotto anche la spesa di prodotti di base, un 4% del campione ha invece speso molto per acquistarli.
   I ricercatori hanno poi chiesto agli israeliani cosa ne pensino delle mascherine contro il Covid-19. Il 70% degli intervistati si è detto molto attento nell'indossare i dispositivi sanitari in tutti i casi richiesti. Il 21% invece le indossa solo in situazioni più pericolose per un eventuale contagio. Il 2% non le indossa mai, nemmeno negli spazi chiusi. Mentre un altro 2% ha detto di indossarle solo in luoghi chiusi e un 5% non ha voluto dare una risposta.

(Bet Magazine Mosaico, 4 agosto 2020)


Confermata l'uccisione dei quattro attentatori alla frontiera con la Siria

L'esercito israeliano ha confermato che sono stati uccisi i quattro componenti della squadra che la notte scorsa ha tentato di piazzare ordigni esplosivi lungo la frontiera dello Stato ebraico con la Siria nel Golan. Lo ha detto il portavoce militare Hìdai Zilberman - citato dai media - secondo cui allo stato attuale «non si può confermare a quale esercito od organizzazione terroristica la squadra facesse parte, ma che sulla vicenda si sta indagando». «Credo che nei prossimi giorni - ha. aggiunto - si saprà meglio di quale organizzazione facessero parte». In ogni caso, il portavoce ha sottolineato che Israele ritiene responsabile il regime siriano, come da subito affermato dall'esercito. I media avanzano ipotesi che la squadra potesse essere una cellula locale legata agli Hezbollah libanesi, ma non ci sono conferme. Ad intervenire contro il tentativo di piazzare gli esplosivi da parte della squadra - che si trovava in territorio israeliano ma oltre la barriera difensiva - sono state forze speciali dell'unità Maglan.

(il Quotidiano del Sud, 4 agosto 2020)


Ciclismo - Hagen rinforzo per la Israel Start Up Nation

 
Carl Frederik Hagen
Continuano in queste ore i movimenti di mercato. La Cofidis ha annunciato il rinnovo biennale di Anthony Perez mentre particolarmente attiva è la AG2R che si è assicurata i servigi del belga Van Hoecke, in scadenza di contratto con la CCC. Trattative avanzate anche per i possibili arrivi di Damien Touzè (oggi alla Cofidis) e Lilian Calmejane della Total Direct Energie.
La Ag2r continua a seguire anche Greg Van Avermaet che però si è preso anche del tempo per vedere se il presidente della CCC Jim Ochowicz riuscirà a trovare a breve un nuovo sponsor per assicurare la continuità al team dopo l'addio annunciato della CCC.
Bel colpo anche della Israel Start Up Nation che annuncia l'ingaggio del danese Carl Frederik Hagen: ottavo alla Vuelta dello scorso anno, lo scalatore attualmente in forza alla Lotto Soudal, potrà essere un elemento importante nella squadra che il team israeliano sta costruendo attorno a Chris Froome.
Raffica di rinnovi infine per la Arkea Samsic: Maxime Bouet, Anthony Delaplace, Romain Hardy, Laurent Pichon e Alan Riou hanno tutti firmato per la stagione 2021.

(TUTTOBICIWEB.it, 4 agosto 2020)


Cosa è successo in Israele dopo la riapertura delle scuole

A metà maggio il governo le aveva riaperte tutte, ma non è andata per niente bene

Tra poco più di un mese le scuole riapriranno in Italia, così come in molti altri paesi, e ognuno ha fatto piani per evitare che le classi si trasformino in nuovi focolai di COVID-19. L'importante, suggerisce un articolo del New York Times, è non fare come Israele.
   Dopo aver chiuso le scuole a metà marzo, Israele le aveva riaperte il 17 maggio: nel giro di pochi giorni il coronavirus (SARS-CoV-2) si è diffuso in una scuola superiore di Gerusalemme - infettando 160 persone - e in altri istituti, costringendo centinaia di scuole a chiudere di nuovo e a mettere in quarantena 22.520 studenti e insegnanti.
   A metà marzo, quando Israele chiuse le scuole e vietò l'ingresso nel paese agli stranieri, le autorità israeliane avevano registrato in tutto circa 200 casi di infezione da coronavirus. Grazie a regole molto rigide introdotte per contenere il contagio, già a metà aprile il numero di nuovi casi era molto diminuito ed è continuato a scendere fino a metà maggio. Tra le altre cose il governo aveva fatto affidamento sui servizi di intelligence - sia il Mossad che lo Shin Bet, rispettivamente servizi segreti per l'estero e per l'interno - per recuperare materiale medico dall'estero e realizzare il cosiddetto "contact tracing", cioè il tracciamento dei contatti, e questa strategia sembrava aver funzionato a giudicare dai dati sui contagi.
   A inizio maggio, con poco più di 16mila casi totali registrati, 234 morti malati di COVID-19 e meno di 100 nuovi casi giornalieri, il governo aveva cominciato ad allentare le restrizioni, inizialmente consentendo la riapertura di mercati e centri commerciali e assembramenti fino a 20 persone in spazi aperti. I bambini più piccoli, fino ai primi anni della scuola primaria, e i ragazzi che dovevano sostenere esami finali, avevano ricominciato ad andare a scuola per primi, in piccoli gruppi e a turni. Dato che il numero di nuovi casi era rimasto basso, il governo aveva deciso di estendere la riapertura delle scuole a tutti gli studenti.
   Il 17 maggio, giorno di insediamento del nuovo governo di Benjamin Netanyahu, al suo quarto mandato consecutivo, hanno riaperto le scuole di ogni ordine e grado. Secondo le regole del ministero dell'Istruzione, i bambini con più di 9 anni avrebbero dovuto indossare mascherine per tutto il tempo, le finestre delle aule avrebbero dovuto essere sempre aperte e, quando possibile, gli studenti avrebbero dovuto essere distanziati tra loro di almeno due metri.
   Nel pomeriggio dello stesso 17 maggio, la madre di uno studente del Gymnasia Ha'ivrit, una scuola superiore di Gerusalemme, aveva telefonato a un insegnante per avvertire che il figlio era risultato positivo al test per il coronavirus. Seguendo le regole del ministero dell'Istruzione, i compagni di classe del ragazzo e i suoi insegnanti erano stati messi in quarantena. Il giorno successivo un altro studente del Gymnasia Ha'ivrit era risultato positivo al test: il suo caso non era collegato al primo, quindi la scuola aveva chiuso e sia agli studenti che al personale era stato ordinato di stare in quarantena per due settimane. Erano stati tutti testati per il virus: 154 studenti e 26 membri del personale erano stati contagiati. Il 60 per cento degli studenti contagiati era asintomatico; alcuni insegnanti avevano dovuto essere ricoverati a causa della COVID-19.
   Il Gymnasia Ha'ivrit è stata la scuola con il maggior numero di casi di contagio, ma non la sola: probabilmente la ragione è che le regole anti-contagio previste dal governo non si sono potute seguire. Le aule di alcune scuole ad esempio non erano abbastanza grandi per contenere classi di 38 studenti - ce ne sono anche di così numerose - rispettando il distanziamento fisico, ma sono state comunque usate per decisione delle autorità locali.
   Per molte scuole poi la diffusione del virus è stata facilitata dall'allentamento delle regole anti-contagio dovuto al caldo, arrivato due giorni dopo la riapertura: quando le temperature si sono alzate fino a 40,3 °C a Tel Aviv ed Eilat e fino a 36 °C a Gerusalemme, il ministro dell'Istruzione Yuli Edlestein aveva detto che per quattro giorni gli studenti potevano evitare di indossare le mascherine a scuola e che le finestre delle aule potevano essere chiuse per usare l'aria condizionata. Secondo gli esperti di prevenzione sanitaria è stato un errore.
   Con il diffondersi del contagio, il ministero ha detto che avrebbe chiuso ogni scuola dove si fosse verificato anche solo un caso: alla fine si è trovato a chiudere 240 scuole. In totale 977 tra studenti e insegnanti sono stati infettati tra il 17 maggio e la fine dell'anno scolastico, a fine giugno. Intanto il numero di nuovi casi cresceva in tutto Israele: negli ultimi giorni di giugno c'erano circa 800 nuovi casi ogni giorno; a fine luglio sono arrivati a più di duemila.
   Le riaperture delle scuole sono arrivate insieme ad altre forme di allentamento delle restrizioni per il coronavirus, quindi non sono state l'unico fattore che ha favorito la rinnovata diffusione del contagio in Israele; alcuni pensano che sia stato comunque un fattore decisivo, altri che non abbia avuto un peso particolare nel contesto generale. Siegal Sadetzki, ex direttore dei Servizi sanitari pubblici israeliani, ha dato le dimissioni a luglio criticando la gestione della riapertura delle scuole, oltre all'organizzazione di ritrovi come matrimoni e funerali, che secondo lui hanno favorito la seconda ondata di contagi. Secondo Ran Balicer, funzionario sanitario e consigliere di Netanyahu per la pandemia, è invece stato un caso che ci sia stato un focolaio al Gymnasia Ha'ivrit: «Avrebbe potuto capitare ovunque».
   Come in molti altri paesi, anche in Israele le scuole riapriranno a settembre con l'inizio del nuovo anno scolastico. Domenica il governo ha approvato un piano per far tornare gli studenti in classe in modo graduale: inizialmente solo i bambini più piccoli, che secondo alcuni studi hanno una minore tendenza a trasmettere il coronavirus agli altri e sono meno vulnerabili all'infezione, torneranno a scuola tutti insieme. I ragazzi più grandi saranno divisi in classi da 18 e avranno anche lezioni a distanza. Nelle strutture in cui le aule sono troppo piccole per consentire il distanziamento fisico tra 18 alunni si cercheranno soluzioni alternative ad hoc. L'unica possibilità che il governo ha escluso è chiudere nuovamente le scuole.

(il Post, 4 agosto 2020)


Netanyahu, non ci sono motivi per nuove elezioni, è tempo di unità

GERUSALEMME - In Israele non ci sono ragioni per ritornare al voto. Lo ha detto oggi il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, nel corso di un incontro con gli esponenti del Likud. "E' il momento dell'unità. Dobbiamo essere uniti al nostro interno e spero anche nel governo", ha affermato, sottolineando che "nessuno vuole ritornare al voto". Le dichiarazioni di Netanyahu giungono nel pieno delle polemiche con il primo ministro alternato, Benny Gantz, sull'approvazione di una finanziaria valida per un anno oppure per due anni. Il primo ministro preferirebbe approvare due finanziarie, a differenza di Gantz. "Approvare una finanziaria per due anni adesso richiederebbe significativi tagli alla spesa", ha spiegato Netanyahu, sottolineando che "danneggerebbe l'economia". Per il primo ministro "bisogna approvare una finanziaria immediatamente". Se la coalizione di governo, frutto dell'accordo fra il Likud e Blu e bianco di aprile, non approverà la finanziaria entro il 25 agosto, il governo si dissolverà automaticamente e saranno indette nuove elezioni.

(Agenzia Nova, 3 agosto 2020)


Israele, bambino di 9 anni portato in ospedale: i medici gli trovano un proiettile nella testa

di Niccolò Di Francesco

Un bambino di 9 anni è stato portato in ospedale dai suoi genitori perché eccessivamente assonnato: qui i medici gli hanno trovato un proiettile nella testa. L'incredibile vicenda è avvenuta lo scorso 31 luglio a Gerusalemme, in Israele, ed è stata raccontata dal Times of Israel. Secondo quanto ricostruito dalla polizia, che ora indaga per tentare di capire come è stato ferito il bambino, il piccolo, che vive con la sua famiglia a Gerusalemme est, è stato portato in ospedale dai suoi genitori, preoccupati dal fatto che vedevano il figlio, la cui identità non è stata resa nota, eccessivamente assonnato. Una volta giunti al nosocomio Hadassah Medical Center, il bambino è stato visitato dai medici, i quali hanno scoperto che il minorenne aveva una piccola ferita alla testa con del sangue sul cuoio capelluto.
   I dottori, dunque, hanno deciso di fare una tac e sono rimasti sbalorditi nell'apprendere che il ragazzo aveva una proiettile nel cervello. Secondo quanto rivelato dai medici, il proiettile è entrato dal lato del suo cranio prima di passare attraverso il suo cervello e fermarsi nella parte posteriore della testa. Il neurochirurgo Guy Elor, che ha operato con successo il bambino rimuovendo il proiettile, ha dichiarato che i genitori erano ignari del fatto che il figlio fosse stato colpito da un colpo di pistola. Il ragazzino, che secondo i medici "è stato molto fortunato a sopravvivere", potrebbe essere stato ferito nel corso delle celebrazioni per la Eid al-Adha, la festa musulmana del sacrificio degli animali, in cui potrebbe essere stato esploso un colpo in aria, la cui pallottola vagante potrebbe aver colpito per una serie di sfortunate coincidenze proprio il bambino di 9 anni, che comunque non si è accorto di nulla.

(TPI, 4 agosto 2020)


Caccia israeliani colpiscono bunker di Hamas a Gaza

L'esercito israeliano ha annunciato di aver colpito con i propri caccia ''strutture terroristiche sotterranee di Hamas'' a Gaza in risposta al lancio di un razzo dall'enclave palestinese a Israele ieri sera. ''Riteniamo Hamas responsabile di tutte le attività provenienti da Gaza'', ha scritto su Twitter l'esercito israeliano.
In precedenza i militari israeliani avevano riferito che alcune famiglie che stavano guardando un film in un drive-in nel sud di Israele si sono dovute rifugiare nei covi dopo che ''i terroristi di Gaza hanno lanciato un razzo verso Israele''. Il razzo è stato intercettato dal sistema di difesa aerea Iron Dome.

(Adnkronos, 3 agosto 2020)


Israele, sventato attacco al confine siriano

Esercito israeliano: sventato un attacco terroristico, neutralizzati 4 uomini al confine con la Siria. La notizia su un post su Twitter e in un video.

Una cellula siriana sarebbe entrata nella notte in territorio israeliano per piazzare ordigni esplosivi vicino la linea Alpha lungo il confine tra lo stato ebraico e la Siria. I soldati israeliani delle forze speciali Maglan e aerei hanno aperto il fuoco contro quattro sospetti, alcuni dei quali erano armati, uccidendoli tutti, ha detto il portavoce dell'esercito Hidai Zilberman, citato dai media israeliani.
''Abbiamo sventato il tentativo di quattro terroristi di collocare esplosivi vicino alla zona di sicurezza tra Israele e la Siria'', si legge in un messaggio postato su Twitter dall'esercito israeliano. Il ''regime siriano'' verrà considerato responsabile di ''qualsiasi evento'' si verificasse nel Paese, aggiungendo che l'esercito israeliano resta ''pronto per qualsiasi scenario''.
L'esercito ha anche rilasciato il video dell'incidente, in cui si vedono figure avvicinarsi a una recinzione vicino al confine che vengono colpite con un missile. Zilberman ha detto che al momento non è chiaro a quale organizzazione militare o terroristica appartenessero i 4 uomini, ma che è stata "identificata una squadra di terroristi vicino la barriera di protezione" , a prescindere da quale gruppo ci sia dietro il tentativo di attacco, l'esercito ritiene il governo siriano responsabile dell'incidente e sta prendendo in considerazione la ritorsione in qualche modo contro Damasco.
Il portavoce ha poi aggiunto che nell'azione nel nord del Golan non ci sono state vittime israeliane. "Il comando del nord mantiene una elevata reattività ad ogni scenario. L'esercito ritiene il regime siriano
responsabile per tutti gli eventi che generano dal suo territorio e non tollererà alcuna violazione della sovranità israeliana". L'esercito ha anche diffuso un video nel quale si vede l'operazione.
Ieri sera - secondo il portavoce militare israeliano - un razzo è stato lanciato da Gaza verso il sud di Israele dove prima erano risuonate le sirene di allarme. Il razzo è stato intercettato dall'Iron dome, il sistema di difesa antimissili.
Mentre lo scorso 27 luglio l'esercito israeliano ha sventato un altro attacco di un commando di Hezbollah che ha provato ad entrare in territorio israeliano dal confine siro-libanese all'altezza delle fattorie Sheba alle propaggini del monte Hermon.
Sempre il mese scorso cinque combattenti sostenuti dall'Iran sono stati uccisi in un attacco missilistico israeliano a Sud della capitale siriana Damasco, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani.

(RaiNews, 3 agosto 2020)


Scontro Netanyahu-Gantz sulle proteste contro il premier

Diecimila in piazza. Un giudice fa cancellare un post su Twitter del figlio di Bibi.


di Sharon Nizza

GERUSALEMME - #SaliamoaBalfour è l'hashtag più popolare di quest'estate israeliana. Non si placa l'ondata di manifestanti che raggiunge Gerusalemme per partecipare alle proteste a Balfour Street, la residenza ufficiale del primo ministro Benjamin Netanyahu. Sabato sera erano 10 mila, un altro migliaio di fronte alla residenza privata a Cesarea e in oltre 250 cavalcavia in tutto il Paese. A Tel Aviv si è svolta una protesta dei lavoratori autonomi nei settori cultura e turismo. Se inizialmente il disagio per la crisi economica aveva portato a un'unione tra i diversi campi, con il passare delle settimane — e questa è la quarta consecutiva in cui a Balfour la protesta va avanti — íl carattere politico delle manifestazioni sembra prendere il sopravvento, con un messaggio chiaro, portato avanti dai movimenti Crime Minister e Black Flag contro un premier che sta per affrontare un processo con l'accusa di corruzione, frode e abuso di potere.
   In risposta ai manifestanti sotto casa, Yair Netanyahu, Il figlio del premier, attivissimo sui social, ha pubblicato gli indirizzi dei fondatori del gruppo Crime Minister, invitando i suoi follower a protestare sotto casa loro. Provocazione respinta dal tribunale che gli ha imposto di eliminare il tweet.
   Ieri, durante la riunione di gabinetto, Netanyahu ha puntato il dito contro la stampa «che più che riportare le manifestazioni, le incoraggia, mentre non dà peso alle minacce contro me e la mia famiglia». Nel ricorrere del quindicesimo anniversario dal disimpegno da Gaza, un'estate di grande tensione sociale in cui il campo che si opponeva al ritiro portò avanti fortissime proteste, Netanyahu ha citato l'allora presidente della Corte Suprema, che aveva condannato la pratica ripetuta di bloccare le strade: «Libertà di manifestare non significa libertà di paralizzare lo Stato». Nel corso della stessa riunione, il premier alternato Benny Gantz ha difeso il diritto alla protesta come pietra miliare della democrazia e ha lanciato una frecciatina all'alleato-rivale: «La leadership deve dare l'esempio trasmettendo rispetto reciproco e per le istituzioni». Scambio di battute che avviene mentre aleggia lo spettro di nuove elezioni a novembre, se gli alleati non dovessero raggiungere un accordo sulla legge di bilancio entro il 25 agosto.

(la Repubblica, 3 agosto 2020)


Umanità ribelle ad Auschwitz Le vittime non furono docili

Solo negli anni Sessanta la Germania cominciò a riflettere davvero sul genocidio

di Marcello Flores

Abbiamo bisogno, a ottant'anni di distanza dalla sua costruzione, di un libro che racconti che cosa è stato Auschwitz? Quel nome è diventato simbolo di uno degli eventi più tragici della storia, incarnazione della politica razzista del nazionalsocialismo e del tentativo — in gran parte riuscito — di distruzione degli ebrei d'Europa da esso perseguito. Eppure se si domandasse non solo a giovani studenti, ma anche a insegnanti e storici, di raccontare che cosa è stato, nella realtà, Auschwitz, riceveremmo probabilmente risposte approssimative.
   Frediano Sessi ha dedicato gran parte della sua vita di storico a studiare la questione ed è riuscito a proporre, proprio nell'ottantesimo anniversario dell'apertura del lager nella cittadina polacca di Oswiecim (14 giugno 1940), il volume Auschwitz (Marsilio), una sintesi ampia ed esauriente che permette a chiunque di comprendere quanta storia ci sia dietro quel nome, quel simbolo, quel richiamo a una tragedia su cui si sono interrogati filosofi e teologi, politici e scienziati sociali, senza mai riuscire a penetrare — in modo convincente, coerente, completo — il dramma di quell'evento storico. La forza del libro di Sessi risiede nella semplicità del racconto fattuale: come è stato costruito il lager, quando è stato deciso, con quali tappe, con quali finalità, come è stato ingrandito, come è stato utilizzato per propositi differenti, chi vi è stato rinchiuso, chi erano le vittime, come lavoravano, vivevano e morivano, chi erano i carnefici, quali compiti avevano, che organizzazione esisteva nel campo, che cosa si mangiava, come si veniva puniti, che informazioni si avevano sulla natura di quello che vi avveniva.
   E' incredibile rendersi conto che quando un evento storico è raccontato nella sua complessità — e lo si può fare con semplicità e con un linguaggio accessibile —, affrontandone ogni aspetto, l'interpretazione su cosa sia stato e abbia significato appare improvvisamente chiara ed evidente, senza bisogno di elucubrazioni teoriche che sono spesso la giustificazione di una scarsa conoscenza e cognizione della realtà. Ed è per questo che il libro di Sessi dovrebbe essere letto da tutti.
   Man mano che il racconto procede, nella prima parte, sulla fondazione e struttura organizzativa del campo, sul personale, sulle unità amministrative, sulla vita quotidiana (cibo, vestiario, lavoro, malattie), si scopre una realtà complessa, che illumina aspetti poco noti (i medici detenuti, le visite della Croce Rossa, la sessualità) e che ci fa entrare con l'immaginazione nella «normalità» dell'universo concentrazionario. La seconda parte racconta invece lo sterminio, i luoghi e le forme dell'eliminazione, il personale delle SS e gli ultimi istanti di vita delle vittime, le tante e diverse categorie in cui esse sono divise, il destino delle donne e dei bambini.
   Tra tanti temi già noti agli specialisti, Sessi insegue con tenacia la realtà dei Sonderkommando, degli ebrei destinati al funzionamento delle camere a gas e dei forni crematori, per definire il cui ruolo Primo Levi parlò del «delitto più demoniaco» inventato dal nazismo. E grazie ad alcuni di loro che abbiamo le poche scarne fotografie che non siano quelle ufficiali scattate dai carnefici e la storia di quella controversa azione si conclude con il tentativo di ribellione che portò il 17 ottobre 1944 all'eliminazione della maggior parte di loro.
   E' proprio attraverso questa immersione nella vita quotidiana del lager che ci si rende conto di quanto sia falso un luogo comune che ha accompagnato da sempre la Shoah, e cioè la docilità con cui gli ebrei sarebbero andati incontro alla morte. Il capitolo sulle «resistenze», molteplici e differenziate, anche se spesso individuali o di piccoli gruppi, pur se quasi sempre destinate al fallimento, ci mostrano quanto, anche all'interno del sistema di disumanizzazione creato nei campi di sterminio, fossero sempre presenti la voglia di ribellione, di libertà e lo spirito di solidarietà, spesso dimenticato per ricordare l'egoismo della sopravvivenza di cui Primo Levi e gli altri grandi sopravvissuti ci hanno più volte drammaticamente raccontato.
   Di grande utilità il capitolo su processi e sentenze, che ci permette di comprendere come mai solo negli anni Sessanta la Germania inizierà a fare i conti col suo passato genocidario. L'ultima parte, sulla memoria di Auschwitz, con l'aiuto dei contributi di Enrico Mottinelli, di Carlo Saletti, Claudio Gaetani e Fulvio Baraldi, completa il racconto parlandoci della musealizzazione, delle memorie delle vittime e dei carnefici, della rappresentazione che di Auschwitz ci hanno dato il cinema, la letteratura, la musica.

(Corriere della Sera, 3 agosto 2020)


Hezbollah: Assad "partner chiave" nella guerra contro Israele del 2006

In un'intervista televisiva su Al-Manar TV, Khalil ha sottolineato che "l'esercito siriano ha fornito forniture militari alla resistenza durante i giorni della guerra di luglio", sottolineando che "il presidente Bashar al-Assad è stato un partner chiave nella vittoria su Israele e la sua posizione è assolutamente indimenticabile."
Ha sottolineato che "l'esercito siriano ha aperto i suoi magazzini e inviato tutte le armi di qualità alla resistenza, dove il maggiore generale Mohammed Suleiman, che è stato successivamente assassinato, ha supervisionato il trasferimento di queste armi. Negli ultimi giorni di guerra, specialmente nella distruzione dei carri armati israeliani Merkava."
Khalil ha rivelato un messaggio inviato dal presidente Bashar Al-Assad al segretario generale di Hezbollah Sayyed Hassan Nasrallah, consegnato dal generale Assef Shawkat, assassinato all'inizio della crisi siriana, che confermava la disponibilità dell'esercito siriano a muoversi verso il fronte se la resistenza lo avesse ritenuto opportuno, anche se costretto a spostarsi verso la Beqa occidentale.
L'esponente di Hezbollah ha ribadito che "il segretario generale di Hezbollah non ha dimenticato il ruolo svolto dal presidente Bashar al-Assad e lo ha ricambiato in seguito".

(Reset Italia, 3 agosto 2020)


Sanità al collasso nella striscia di Gaza

A causa del coronavirus e delle tensioni politiche

Nella striscia di Gaza — il territorio con la maggiore densità di popolazione nel mondo — la situazione sanitaria è al collasso. I bambini stanno morendo perché non possono essere curati fuori dalla striscia. Pochi giorni fa due neonati sono deceduti per mancanza di cure. Sono più di 50 i bambini malati di cancro che rischiano di perdere la vita perché non possono più accedere alle terapie oncologiche, interrotte a causa della crisi sanitaria per la pandemia.
   A denunciare questa drammatica situazione è un rapporto redatto da diverse ong attive sul terreno. I bambini a Gaza — afferma il rapporto — stanno morendo «perché viene negata loro la possibilità di accedere all'assistenza sanitaria necessaria fuori dalla Striscia e altri moriranno se non verranno curati presto».
   Il coordinamento tra le autorità palestinesi e israeliane si è interrotto a causa della pandemia e questo rende impossibile espletare le necessarie pratiche burocratiche. Inoltre, trattamenti più specifici come la chemioterapia e la radiologia, che necessitano di apparecchiature particolari, non sono al momento disponibili nel territorio palestinese.
   Prima della pandemia di covid-19 e dell'interruzione del coordinamento tra israeliani e palestinesi, una media di duemila persone al mese richiedevano assistenza sanitaria al di fuori di Gaza, un terzo delle quali per un trattamento contro il cancro.
   Ad aprile il dato è precipitato a sole 159 richieste accettate, il numero più basso registrato in oltre un decennio. La maggior parte delle domande sono state rifiutate per motivi di sicurezza. A maggio tra le domande che non sono state accettate c'era quella di un bambino di 7 anni con immunodeficienza, ad alto rischio di complicanze da covid-19. Altri ventotto bambini non hanno ricevuto il permesso di lasciare Gaza per le cure.
   Le ong affermano che i funzionari palestinesi e israeliani «devono riprendere il coordinamento per le domande per i pazienti che lasciano Gaza e Israele deve immediatamente consentire ai bambini bisognosi di cure mediche urgenti di viaggiare dentro e fuori da Gaza, accompagnati da un genitore».
   A complicare le cose non c'è solo pandemia. Oltre al blocco imposto da Israele sulla striscia, ci sono anche le recenti tensioni con Hamas, il movimento islamico che controlla il territorio palestinese dal giugno 2006. Ci sono poi le tensioni internazionali scatenate dal piano di pace proposto dall'amministrazione statunitense, che prevede ampie annessioni israeliane dei Territori palestinesi.
   
(L'Osservatore Romano, 2 agosto 2020)

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A questo articolo reagisce Emanuele Segre Amar con la seguente lettera inviata al direttore del Quotidiano della Santa Sede.


Egregio direttore dr. Monda,
le scrivo la presente lettera con la richiesta che venga pubblicata sulle pagine de L'Osservatore Romano da lei diretto.

La Redazione ha pubblicato un articolo che contiene frasi che contrastano con la realtà dei fatti e che è purtroppo in parte anche omissivo.
Israele, dopo essersi completamente ritirato dalla Striscia di Gaza nel 2005, ha continuato, anche nei momenti di guerra con i terroristi di Hamas (e, si noti, non con gli abitanti della Striscia) a fornire assistenza alimentare, medica e dei beni di prima necessità come l'elettricità, il cemento e l'acqua (caso unico al mondo).
Per quanto concerne più specificatamente l'assistenza medica, la stessa è sempre stata fornita nonostante i terroristi abbiano più volte cercato di approfittarne per far entrare armi in Israele. È solo per questa ragione che sono necessari quei controlli tanto accurati su tutte le persone che attraversano il confine verso Israele.
Inoltre le difficoltà causate ovunque nel mondo dall'epidemia Covid-19 hanno reso necessarie, anche in Israele, limitazioni per tutti negli accessi nelle strutture sanitarie; limitazioni non significa tuttavia negazioni, e pertanto la frase dell'articolo, che qui riporto: "I bambini di Gaza stanno morendo perché viene negata loro la possibilità di accedere all'assistenza sanitaria necessaria fuori dalla Striscia e altri moriranno se non verranno curati presto" risulta totalmente deprecabile, falsa e disinformante.
Se la vostra Redazione consultasse gli Enti statali appositi senza diffondere ciecamente i "rapporti di diverse ong" eviterebbe simili errori che servono unicamente ad aumentare quell'antisemitismo oggi sempre più diffuso.
A ciò si deve aggiungere che, a differenza della frontiera con Israele, sempre aperta, pur con i necessari controlli, come sopra spiegato, la Striscia, che confina anche con l'Egitto, vede questa frontiera quasi sempre chiusa per le stesse ragioni che obbligano Israele ad effettuare severi controlli; come mai di questo non si fa menzione nell'articolo in questione?
Infine bisogna considerare che i terroristi di Hamas concedono i visti di uscita unicamente a persone di loro totale fiducia, e quindi, prima di accusare lo Stato di Israele come nell'articolo in questione, sarebbe opportuna una maggiore verifica dei fatti, verifica impossibile però se ci si basa unicamente sui rapporti delle ong.

Emanuel Segre Amar
Presidente Gruppo Sionistico Piemontese


Ristampa di un libro che aumenta di attualità quanto più si perde la memoria

E’ uscita di recente, a cura di EDIPI, la seconda edizione di “Questa terra è la mia terra», un libro piccolo ma estremamente prezioso, i cui contenuti dovrebbero essere familiari a chiunque si accinga oggi a parlare dei diritti dello Stato di Israele sulla terra che ora occupa. Grazie all’interessamento del senatore Lucio Malan, alcune centinaia di copie sono state consegnate ai componenti della Commissione Esteri della Camera e del Senato. Augurandone non soltanto la diffusione, ma anche uno studio approfondito, ne riportiamo qui il preambolo e la prefazione.


PREAMBOLO
di Marcello Cicchese

Il lavoro di questo libro si svolge in un quadro interamente laico. Non ci sono riferimenti biblici, se non indirettamente, nel fatto che vuole portare argomenti a sostegno della verità. E la discussione sulla verità, quando ha come oggetto Israele, diventa sempre di interesse biblico. Sarà bene allora che nel leggere questo libro, chi crede nella Bibbia come Parola di Dio tenga presenti i collegamenti che si possono trovare tra questo lavoro e il testo biblico.
   Si può cominciare dalla distruzione del primo Tempio di Gerusalemme, che non è soltanto un increscioso incidente di percorso nella storia del popolo di Dio, ma ha il valore di una cesura epocale. Da quel momento cessa infatti il regime teocratico centrato su Israele e cominciano i "tempi dei gentili", durante i quali Dio continua a prendersi cura del suo popolo e a proteggerne l'esistenza, ma lo fa in maniera diversa da prima. Non ordina più guerre sante e non cerca un nuovo Mosè a cui affidare il compito della "riconquista" del paese, ma "desta lo spirito" di un monarca pagano, Ciro re di Persia. A lui, non a un membro del suo popolo, il Signore si rivolge con un ordine preciso: gli ordina di "edificargli una casa a Gerusalemme". Strano ordine per un ignorante pagano. Lo sprovveduto re non può far altro che spingere gli esiliati ebrei del suo impero ad eseguire il compito che il Signore aveva affidato a lui: riedificare il Tempio di Gerusalemme.
   Ed emette a questo scopo il ben noto "editto di Ciro":
    «Così dice Ciro, re di Persia: L'Eterno, il Dio dei cieli, mi ha dato tutti i regni della terra, ed egli mi ha comandato di edificargli una casa a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque tra voi è del suo popolo, sia il suo Dio con lui, e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, ed edifichi la casa dell'Eterno, dell'Iddio d'Israele, del Dio che è a Gerusalemme» (Esdra 2:2-3)..
I giudei cominciarono dunque a riedificare la "casa di Dio" a Gerusalemme, ma ben presto il lavoro trovò forti ostacoli negli abitanti della zona, che la Bibbia chiama i "nemici di Giuda" (Esdra 4:1). Così il lavoro fu interrotto per diversi anni e non fu portato a compimento sotto il regno di Ciro.
   Ma durante il regno del suo successore, Dario re di Persia, i giudei, sospinti dai profeti Aggeo e Zaccaria, ripresero i lavori di edificazione della "casa di Dio". A questo punto però i "nemici di Giuda" sollevarono una questione giuridica portando obiezioni di carattere legale: dicevano che le autorità persiane non avevano mai autorizzato la riedificazione di quella costruzione e quindi i giudei stavano operando contro il diritto internazionale di quel tempo. E minacciosamente pretesero di avere i nomi dei responsabili per poterli denunciare davanti alle autorità. I giudei invece sostenevano di essere nel loro pieno diritto, perché anni prima avevano ricevuto una specifica autorizzazione dal re Ciro attraverso la promulgazione del famoso editto. I nemici di Giuda però non erano convinti e inviarono una lettera al re Dario chiedendo che si facessero ricerche per accertare se fosse proprio vero che era stato dato un simile ordine. Ottennero quello che chiedevano, ma col risultato opposto a quello che speravano.
    "Allora il re Dario ordinò che si facessero delle ricerche negli archivi, dove erano conservati i tesori a Babilonia; e nel castello di Ameta, situato nella provincia di Media, si trovò un rotolo, nel quale stava scritto così: "Memoria. - Il primo anno del re Ciro, il re Ciro ha pubblicato questo editto, concernente la casa di Dio a Gerusalemme: La casa sia ricostruita per essere un luogo dove si offrono sacrifici; e le fondamenta che verranno poste, siano solide..." (Esdra 6:1-3).
Il lavoro dunque fu ripreso nella piena osservanza del diritto internazionale allora vigente. E i giudei ringraziarono il Signore che "aveva piegato in loro favore il cuore del re d'Assiria" (Esdra 6:22).
   Si possono fare interessanti paragoni tra questi fatti storici presentati nella Bibbia e la situazione odierna.
   Nel VI secolo. a.C. la terra d'Israele era occupata dall'Impero babilonese e gli ebrei erano in dispersione. Dio operò a favore del suo popolo facendo sconfiggere Babilonia dalla Persia e "destando lo spirito" (2 Cronache 36:22) del suo re, che promulgò un editto in cui invitava coloro che erano del suo popolo a "salire a Gerusalemme" e a ricostruirvi la "casa di Dio".
   Nel XX secolo d.C. la terra d'Israele era occupata dall'Impero ottomano e gli ebrei erano in dispersione. Dio ha operato in favore del suo popolo facendo sconfiggere il sultano ottomano da un nuovo "re di Persia" rappresentato dalle "potenze vincitrici della Prima Guerra Mondiale".
   Il corrispondente dell'editto di Ciro può essere visto nel cosiddetto Mandato per la Palestina, elaborato nella Risoluzione di Sanremo del 1920 e successivamente approvato all'unanimità dal Consiglio della Società delle Nazioni nella riunione del 1922.
   Nel testo che dispone questo Mandato si trova scritto:
    "... le principali Potenze Alleate si sono anche accordate che il Mandatario debba essere responsabile per dare effetto alla dichiarazione originalmente fatta il 2 Novembre 1917 dal Governo di Sua Maestà Britannica e adottata dalle dette potenze, in favore della costituzione in Palestina di una nazione per il popolo ebraico...
E a giustificazione di questa decisione viene aggiunto:
    .. con ciò è stato dato riconoscimento alla connessione storica del popolo ebraico con la Palestina e alle basi per ricostituire la loro nazione in quel paese...
Queste parole sono di importanza capitale, perché per nessun'altra nazione nata in Medio Oriente dopo la Grande Guerra si possono dire le stesse cose. Come a suo tempo fece il re di Persia dopo la vittoria sull'Impero babilonese, così hanno fatto nel secolo scorso le Potenze Alleate dopo la vittoria sull'Impero ottomano: hanno riconosciuto la connessione storica tra il popolo ebraico e quella particolare terra con centro in Gerusalemme. Nel caso attuale, questo significa che la connessione storica precede i fatti avvenuti nella Prima Guerra Mondiale, e non è stata determinata, ma soltanto riconosciuta dalle nazioni.
   La nazione ebraica non è dunque un'invenzione delle Potenze Alleate, tanto meno una concessione delle Nazioni Unite, ma è stata riconosciuta dalle nazioni vincitrici come appartenente storicamente, su quella terra, al popolo ebraico.
   Molto interessante è anche un particolare articolo di questo Mandato:
    Articolo 6 - L'Amministrazione della Palestina [...] faciliterà l'immigrazione ebrea sotto condizioni appropriate e incoraggerà, in cooperazione con l'agenzia ebraica indicata nell'Articolo 4, la prossima sistemazione degli ebrei sulla terra...
Gli ebrei dunque dovevano essere incoraggiati e aiutati dal Mandatario a sistemarsi su quella terra. Questo può essere paragonato all'invito, sopra ricordato, che fece la potenza vincitrice persiana agli ebrei di quel tempo: "Chiunque tra voi è del suo popolo, sia il suo Dio con lui, e salga a Gerusalemme, che è in Giuda, ed edifichi la casa dell'Eterno". Nel caso attuale vediamo le Potenze Alleate vincitrici della Prima Guerra mondiale invitare gli ebrei a trasferirsi in Israele per costruirvi la nazione ebraica.
   Il paragone può essere spinto più avanti. Come allora i "nemici di Giuda", così oggi i nemici di Israele continuano a sollevare obiezioni di carattere giuridico: "Voi ebrei non avete alcun diritto di stabilire la vostra nazione in questo paese - dicono -; i vostri insediamenti sono illegali; state edificando su territori occupati". Tutto questo è falso. Lo Stato d'Israele ha tutti i diritti legali internazionali per risiedere su quella terra; ed è soltanto per colpevole ignoranza o voluta mistificazione che questa realtà continua ad essere ignorata o negata.
   La stesura di questo libro può dunque essere paragonata allo svolgimento del compito ordinato dal re Dario quando i nemici di Giuda misero in dubbio la legalità del lavoro di ricostruzione della casa di Dio a Gerusalemme. E' una ricerca attenta, analitica ed esauriente dei documenti che attestano la piena legalità, sul piano del diritto internazionale, della presenza dello Stato ebraico su quella terra.
   Tutto questo è di grandissima utilità, perché le accuse più gravi e insistenti che si rivolgono a Israele sono di carattere giuridico. E' dunque su questo piano che deve essere svolta la sua principale difesa, più che su generici moralismi o considerazioni di sicurezza o convenienze politiche. Ed è appunto su questo piano che si svolge la puntuale e meticolosa opera di documentazione di Eli Hertz.
   In conclusione, questo libro dovrebbe essere letto, studiato e commentato non solo per interessi storici, ma anche per un preciso dovere biblico. "Considera l'opera di Dio" ammonisce l'Ecclesiaste (7:13): questo significa che ignorare, trascurare, non considerare l'opera che Dio compie nella storia di Israele può essere, per chi potrebbe e dovrebbe farlo, una colpevole ignoranza.
   Un grazie di cuore vada dunque all'autore di questo libro, insieme a chi si è occupato di farne la traduzione e a diffonderlo, per averci dato la possibilità di colmare lacune che col passar del tempo diventano sempre meno giustificabili.


*

PREFAZIONE
di Ugo Volli

Uno dei maggiori paradossi di Israele è questo: non esiste stato al mondo che sia nato sulla base di riconoscimenti giuridici altrettanto validi e cogenti; non esiste popolazione che abbia una pretesa statale più antica sul suo territorio, basata su una continuità. culturale, linguistica e religiosa, anche lontanamente paragonabile alla sua. Ma non esiste stato nel mondo contemporaneo la cui esistenza sia stata altrettanto negata, il cui diritto alla vita sia stato così minacciato, altrettanto boicottato, attaccato, e rifiutato, non solo sul piano militare, economico e politico ma anche su quello legale e diplomatico.
   Per questa ragione è necessario continuare a spiegare le ragioni del buon diritto di Israele sulla sua terra.
   Questo buon diritto ha molti aspetti.
   E' un dato storico e antropologico, basato sulla storia antica del popolo di Israele, che tremila anni fa ha fondato il primo stato unitario e autonomo nella terra fra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo, l'ha retta per più di mille anni sia pur fra invasioni, esili imposti, sottomissioni agli imperi che si sono succeduti nella regione, e vi è rimasto attaccato culturalmente e nei limiti del possibile anche come residenza nei secoli che sono succeduti alla distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani, senza perdere mai il senso della sua appartenenza a quelle terre.
   E' un dato politico e militare, perché lo stato di Israele è stato ininterrottamente attaccato con le armi degli eserciti e del terrorismo per tutti i settantun anni della sua esistenza e anche prima, quando era solo un insediamento.
   E' un dato morale e ancora politico, perché esso deriva dal diritto all'autodeterminazione del popolo ebraico, sottoposto da secoli alle persecuzioni tanto in Europa che nel mondo musulmano. Solo l'esistenza di uno stato può garantire il diritto alla sopravvivenza degli ebrei, ancora oggetto di odio antisemita anche nei paesi dove già sono stati oggetto di pogrom, espulsioni e genocidi.
   Per molti può essere un dato teologico, radicato nel patto della Bibbia. Ma è anche un dato giuridico, ben radicato nel diritto internazionale.
   Il merito principale di questo testo è di esporre con chiarezza i termini del percorso legale che costituisce il fondamento del diritto di Israele alla propria statualità.
   Di solito si pensa che questo fondamento sia costituito dalla deliberazione 181/II dell'Assemblea della Nazioni Unite che il 29 novembre 1947 approvò la spartizione del mandato britannico di Palestina in due stati, uno ebraico e uno arabo.
   Come è noto, l'Agenzia Ebraica, che fungeva da organo rappresentativo del popolo ebraico insediato nel Mandato, insieme all'Organizzazione Sionistica Internazionale che comprendeva anche gli ebrei della diaspora, accettò questo piano di spartizione, nonostante l'evidente svantaggio delle mappe stabilite dalla commissione UNSCOP dell'Onu. La Lega Araba e gli Stati che la costituivano invece la rifiutarono e iniziarono subito delle operazioni belliche che divennero una guerra vera e propria al momento della proclamazione dello stato di Israele, il 14 maggio 1948. La guerra di cinque eserciti arabi ben armati e organizzati (Egitto, Siria, Irak, Giordania, Libano) contro un popolo molto meno numeroso che doveva ancora costituire i propri organi statali fu all'inizio estremamente difficile, ma poi si concluse a luglio 1949 con una chiara vittoria israeliana, che riuscì a liberare un territorio più vasto di quello inizialmente attribuito. Non ci fu un trattato di pace, ma solo degli accordi armistiziali, che esplicitamente negavano il riconoscimento di confini internazionali a quelle linee di armistizio (che poi sarebbero state definite impropriamente i confini del '67).
   Israele comunque trae la legittimità del suo territorio non solo dalla deliberazione dell'Onu ma dall'averlo ottenuto resistendo all'aggressione genocida di questa guerra e di quelle che vennero in seguito.
   Ma questa legittimazione, che pure è più forte di quella di quasi tutti gli altri stati esistenti, non è quella originaria che giustifica l'esistenza dello Stato di Israele. Ce n'è una di trent'anni più vecchia, che è il vero fondamento del diritto del popolo ebraico a costituire il suo stato sul territorio dell'antico regno di Giudea. Si tratta del processo delle decisioni internazionali che portarono alla costituzione del mandato britannico nella regione geografica che nella terminologia europea del tempo (non in quella araba o turca) era chiamata Palestina.
   Si tratta di una delle numerose decisioni che accompagnarono la fine della Prima Guerra Mondiale, con il crollo di antichi stati multinazionali come l'impero asburgico, quello russo e quello ottomano. Un'immensa area, piena di intricate mescolanze etniche e culturali, doveva essere sistemata in stati nazionali.
   Nacquero o rinacquero allora l'Ungheria, la Cecoslovacchia , ma anche la Finlandia, l'Arabia, per una breve stagione l'Armenia e si sistemarono anche le carte dei mandati che definirono i futuri stati arabi come Siria, Libano, Iraq. Furono fatte divisioni certamente arbitrarie e influenzate dagli interessi coloniali di Francia e Gran Bretagna, ma le alternative non erano per nulla evidenti né facili da attuare, che si trattasse di altri stati e confini, di un impero arabo che certamente si sarebbe presto frammentato per l'assenza di una forza egemone, o di federazioni di tribù. In questo gigantesco rimescolamento di carte si decise di accettare la richiesta del popolo ebraico della ricostituzione della sua patria. Non era una richiesta astratta o solo politica e neppure solo motivata dalle sofferenze inflitte dall'antisemitismo agli ebrei del vecchio impero russo.
   Alla fine della prima guerra mondiale, ai vecchi residenti di Gerusalemme si era già aggiunta progressivamente a partire da oltre cinquant'anni un'immigrazione che aveva comprato e risanato terre, rinnovato l'agricoltura, restaurato la lingua ebraica, fondato un sistema scolastico che presto avrebbe raggiunto il livello universitario, costruito città, sviluppato istituzioni.
   A questo mondo dinamico e determinato la Gran Bretagna nel 1917 con la dichiarazione Balfour promise la costituzione di una national home, cioè di una patria, di qualcosa che doveva trasformarsi in uno stato. Questa promessa fu recepita nei trattati del dopoguerra, prima con la Conferenza di San Remo (19-26 aprile 1920), tenuta dalla potenze vincitrici per definire l'asseto della regione e poi soprattutto dalla delibera della Società delle Nazioni (l'ONU dell'epoca) approvata all'unanimità da 51 paesi il 24 luglio 1922 che istituiva il mandato britannico di Palestina con lo scopo preciso di favorire l'immigrazione e l'insediamento ebraico nel mandato, con il fine cioè di costituire una patria per il popolo ebraico. Il territorio coinvolto era quello dell'attuale Israele (inclusa Giudea e Samaria) più ciò che oggi è la Giordania.
   Il governo inglese tradì poi il suo impegno, convincendosi progressivamente di avere la convenienza a favorire l'antisemitismo arabo. Per esempio separò il territorio a Est del Giordano, facendone uno stato a parte per la popolazione araba e poi cercò di suddividere ciò che restava o di assegnare tutto agli arabi. Ma questo non modificò affatto la scelta giuridica compiuta a Sanremo e poi alla Società delle Nazioni, nel momento fondativo della geopolitica del mondo moderno, di consentire al popolo ebraico la ricostruzione della sua patria.
   Questo impegno è stato ripreso legalmente dall'Articolo 80 della carta fondativa delle Nazioni Unite ed è ancora pienamente in vigore, dando a Israele una legittimità che nessun altro stato al mondo può rivendicare.
   Tutti questi sviluppi sono ignorati dal giornalismo e dalla politica progressista, che attribuisce alla Palestina (intesa impropriamente e antistoricamente come entità araba) un diritto alla statualità che contrasta totalmente con i deliberati che ho citato e con il diritto, sulla base di una scelta politica storicamente e giuridicamente ingiustificata, come quella fatta dalla Gran Bretagna, al costo per esempio di sacrificare milioni di ebrei europei alla ferocia nazista, impedendo loro l'immigrazione nel mandato, che pure era stato costituito proprio per favorirla.
   Per questo il libro di Eli Herz, chiarissimo e ben documentato, è importante e andrebbe diffuso: perché rimette la questione del conflitto fra Israele e i gruppi arabi che lo combattono nei suoi giusti termini politici e legali.
   E di questo c'è moltissimo bisogno.

(Notizie su Israele, 2 agosto 2020)


Per un approfondimento: "Israele, erede sfruttato, raggirato e bastonato"


In diecimila a Gerusalemme contro Netanyahu

Circa diecimila persone hanno protestato ieri sera a Gerusalemme nei pressi della residenza ufficiale di Benjamin Netanyahu in quella che alcuni media hanno definito la maggiore dimostrazione svoltasi finora nel paese per chiedere le dimissioni del premier.
La protesta è durata senza incidenti fino a dopo la mezzanotte, ma successivamente si sono avuti alcuni scontri quando la polizia ha cominciato a far disperdere i manifestanti.
Gli agenti hanno fermato dodici persone del gruppo che non voleva lasciare il luogo. Tra gli slogan contro il governo il più intonato era: 'Un'intera generazione chiede il suo futuro'.
Altre manifestazioni si sono svolte in contemporanea a Cesarea - sulla costa a nord di Tel Aviv - di fronte la residenza privata di Netanyahu, e anche a Tel Aviv stessa dove in centinaia hanno chiesto le dimissioni del premier e del governo per le loro politiche economiche durante la crisi da coronavirus.
   
(The Word News, 2 agosto 2020)


Il vantaggio di essere una nazione

II nodo dell'identità. L'israeliana Yael Tamir critica i ceti dirigenti cosmopoliti che disprezzano il senso d'appartenenza delle classi popolari.

di Lorenzo Cremonesi

«Appartengo alla generazione cresciuta con le canzoni di John Lennon. Avevo 17 anni nel '71 quando ascoltai per la prima volta Imagine e come tanti giovani occidentali m'innamorai subito del sogno, anzi dell'utopia, di un mondo aperto e pacifico. Lennon e Yoko Ono forgiarono il nostro immaginario con la loro Nutopia, uno Stato senza confini. Bene, oggi non esito a sostenere che fu un'utopia sbagliata, una fantasia pericolosa. Un mondo senza frontiere non è affatto un mondo ideale: non può essere né democratico, né giusto. E comunque quell'utopia è stata cancellata in pochissimo tempo dopo l'esplodere della pandemia del Coronavirus. In un pugno di giorni sono stati chiusi i confini, è stato sospeso il trattato di Schengen. Per garantire la vita dei loro cittadini anche le democrazie hanno sbarrato le frontiere».
   Attivista della sinistra israeliana da quando era liceale, paladina dei diritti civili e della nascita di uno Stato palestinese, fondatrice nel 1978 con un pugno di compagni del movimento Pace Adesso contro l'occupazione di Cisgiordania e Gaza, quindi deputata e ministra laburista sino al 2010, oggi docente universitaria, Yael Tamir non smentisce nulla del suo passato. «Rimango una convinta laburista, anche se non esisto a definirmi una liberale nazionalista. Credo che le élite della sinistra illuminata e cosmopolita abbiano commesso gravi errori e nei miei lavori accademici studio le radici e gli sviluppi del nazionalismo», spiega a «la Lettura», presentando il suo Le ragioni del nazionalismo (Bocconi).

- Tra gli argomenti che cita per criticare l'illusione cosmopolita, cl ricorda che solo il 3,3 per cento della popolazione mondiale vive in un Paese diverso da quello di nascita. Ma come replica a chi ci ammonisce in Europa sui disastri provocati dal nazionalismo, responsabile di due terribili guerre mondiali?
  «Certo, temo gli estremismi e il nazionalismo xenofobo. Amo sempre ricordare gli insegnamenti di Isaiah Berlin, mio tutor al dottorato di Oxford tanti anni fa ormai, che spesso parlava della necessità di relativizzare le proprie convinzioni. Il modo in cui le si sostiene differenzia il civilizzato dal barbaro. Una volta sottolineati i pericoli del nazionalismo estremo, io miro a porre l'accento su quelli altrettanto gravi del distacco tra le classi dirigenti illuminate ma sradicate, individualiste, prive del senso di solidarietà sociale per i propri concittadini, e invece gli strati meno abbienti della popolazione, che si sentono traditi, abbandonati e tendono a votare per i partiti populisti. Theresa May, quando era premier britannica, parlava non a torto di "cittadini del mondo che in realtà sono cittadini di nessun luogo". Individui che vanno a sciare a Cortina, al mare alle Maldive e per i weekend a Parigi. Sono coloro che mandano i figli nelle grandi scuole internazionali, dispongono delle ricchezze per farlo, e non sono toccati dai problemi delle periferie urbane, dove i genitori non vogliono avere i bambini dei migranti in classe con i loro figli. Tanto dove studiano i figli dei cosmopoliti abbienti i migranti non ci sono. Un moderato nazionalismo trasforma invece lo Stato in patria, dà forza e sostanza al Welfare State, crea la solidarietà comunitaria, ci fa sentire tutti parte di una stessa casa. II problema delle sinistre è che spesso non comprendono il bisogno dell'elettorato popolare di vivere in una società dai confini chiari e sicuri. Ancora, lo ha dimostrato il virus: solo nei nostri confini possiamo aiutarci gli uni con gli altri nell'emergenza, sappiamo a chi dare e a chi prendere. La verità è che non esiste un welfare globale».

- Concorda con chi vorrebbe bloccare i migranti?
  «Non ho detto questo. Dico che occorre una chiara politica sulle migrazioni. Lo Stato deve controllare i flussi. La scelta della composizione demografica di un Paese non può essere lasciata alle organizzazioni non governative. La popolazione in genere teme le migrazioni non controllate. I meno abbienti hanno paura degli stranieri, li vedono come concorrenti in casa loro. Il dramma dei progressisti in Italia è stato che, accecati dall'ideologia globalista, non hanno capito i bisogni e le paure più elementari degli elettori».

- I suoi argomenti non fanno il gioco delle destre israeliane e dei coloni, che vorrebbero espellere i palestinesi? In queste settimane il premier Benjamin Netanyahu cerca di mettere a punto l'annessione di larga parte della Cisgiordania. Che ne pensa?
  «Contesto Netanyahu e chi lo sostiene. Non ho mai cambiato idea dai tempi di Pace Adesso: sono per la soluzione dei due Stati, uno accanto all'altro. E ciò non contrasta con le tesi dei miei libri. Noi israeliani abbiamo bisogno di uno Stato sicuro e socialmente solidale e di altrettanto necessitano i palestinesi. La pace sta nella divisione della terra, assolutamente non nell'annessione. La considero un disastro per entrambi i popoli».

- Ma non crede sia troppo tardi? Di fatto l'espansione delle colonie ebraiche negli ultimi decenni ha reso impossibile la spartizione.
  «Certo, ogni giorno che passa rende le cose sempre più difficili. Ma la situazione è reversibile, penosa, eppure la terra può ancora venire divisa. Non ci sono altre vie che abbiano senso e non comportino tragedie. L'alternativa sarebbe comunque peggio: uno stato continuo di tensione, guerriglia e addirittura guerra a bassa intensità, con picchi di violenza molto gravi. Sarebbe come la ex Jugoslavia negli anni Novanta».

- Nel libro cita la famosa frase di Massimo D'Azeglio, per cui, fatta l'Italia, bisognava fare gli Italiani. Una dinamica del nostro Risorgimento a cui guardava anche il movimento sionista delle origini e poi alla nascita di Israele nel 1948. Che cosa altro individua di positivo nel nazionalismo moderato?
  «I due Risorgimenti hanno avuto dinamiche simili e i sionisti guardavano con ammirazione all'esempio italiano. Nel nazionalismo si trovano l'amore per la storia e per la natura del luogo in cui si vive, il senso di appartenenza individuale che coincide con quello collettivo. Ogni volta che vengo in Italia resto stupefatta da come voi valorizzate il vostro passato: si vede nelle statue, nelle piazze, nei palazzi, nelle targhe delle vie, di fronte alle fontane, nelle basiliche. Il vostro rispetto reciproco è stato encomiabile durante la fase di massima crisi del virus. Oltretutto, il nazionalismo aiuta a dare un senso alla propria esistenza in un mondo secolarizzato. Prevale l'idea che, dopo la nostra morte, la patria, la collettività a cui siamo appartenuti, continuerà a vivere. La nostra esistenza non sarà stata vana».

(Corriere della Sera, 2 agosto 2020)


Un'epidemia di intolleranza

di Ugo Volli

Oltre che un'epidemia di Covid, stiamo anche vivendo in questi mesi un'epidemia di intolleranza, altrettanto pesante e generale e dal punto di vista politico altrettanto dannosa. E' quella che viene chiamata "cancel culture", cultura (si fa per dire) della cancellazione, o fanatismo collettivo della censura. Questa non si applica solo alle statue, ma anche agli esseri umani. In un'università americana oggi non è possibile essere dissenzienti o comunque diversi dal modello di impegno politico di estrema sinistra (lo chiamano "woke", la condizione di essere svegli, come se tutti gli altri dormissero o fossero ubriachi). Non hai diritto di parola né di esistenza se non ripeti convinto che Trump sia un mascalzone o che tutti i "bianchi" debbano inginocchiarsi per quel che la loro "razza" ha fatto ai "neri" (tralascio solo per limiti di spazio di illustrare il razzismo implicito in queste definizioni).
   Anche gli intellettuali e i giornalisti di centro o di sinistra moderata stanno passando seri guai. Si potrebbe pensare che tutto questo non riguardi gli ebrei, o addirittura che essi, essendo "naturalmente" progressisti, si dovrebbero coinvolgere attivamente in questo movimento, come hanno tentato di fare alcune organizzazioni ebraiche americane. Il fatto è però che il movimento che dà origine a queste "cancellazioni" del dissenso sia anche esplicitamente antisraeliano (tant'è vero che gli "ebrei buoni" che vi aderiscono si affrettano a precisare che sono contro l'esistenza di uno stato del popolo ebraico, come ha fatto Peter Beinart in un citatissimo editoriale del New York Times). Spesso poi i dirigenti di Black Lives Matter e simili organizzazioni esprimono esplicitamente il loro antisemitismo.
   Ma anche se non ci fosse questa pericolosissima tendenza antisemita nel "progressismo" americano e nei suoi imitatori europei, il suo carattere illiberale sarebbe già allarmante. Perché l'esperienza storica millenaria del popolo ebraico mostra che non vi è nulla di più pericoloso del tentativo di creare identità di costumi e di opinioni "progressiste" in un paese. Dal Faraone a Stalin, passando per le Crociate, Hitler, la Riforma di Lutero, gli ordini mendicanti, l'Islam revivalista - ogni ondata di "unità del popolo" ha cercato di cancellare gli ebrei, eterni dissenzienti. E' inutile, ma soprattutto moralmente sbagliato, cercare di dare ragione ai propri possibili persecutori, che sia per la speranza di rabbonirli o peggio per la convinzione che hanno ragione.

(Shalom, 2 agosto 2020)


Per i libri e le opere d'arte trafugati agli ebrei dai nazisti la guerra non è mai finita

Sono stati appena riconsegnati alla Comunità ebraica romana 19 volumi dei 7000 razziati nel 1943. Un patrimonio rubato, fra i milioni di pezzi catalogati dai carabinieri che indagano anche su case d'aste e musei

di Sara Dellabella

In giro per il mondo ci sono 1,3 milioni di opere d'arte vittime di razzie o furti che attendono di tornare a casa. Sono puntualmente catalogate nella Banca dati del Comando Tutela del Patrimonio Culturale (Tpc) dei Carabinieri. La "Porta del Bataclan" dello street artist Banksy è l'ultima a essere stata riconsegnata alla Francia, dopo essere stata rubata l'anno scorso nel luogo degli attentati del 2015. Era ancora in attesa di un compratore e intanto giaceva nel solaio di una cascina in Abruzzo. Ma accanto a lavori recenti, ci sono anche opere trafugate durante l'occupazione nazista e per le quali la guerra non è mai finita Qualche settimana fa, in occasione della firma di un Protocollo di intesa tra la comunità ebraica di Roma e il Comando dei Carabinieri, sono stati restituiti alla comunità 19 volumi a fronte dei 7.005 razziati nel '43 e di cui ancora si cercano tracce in giro per il mondo. Nel 2002 fu istituita dal governo una commissione per il recupero del patrimonio bibliografico della comunità ebraica.
  Durante la seconda guerra mondiale, il regime nazionalsocialista organizzò uno dei più grossi tentativi di razzia del patrimonio librario dei Paesi occupati, concentrandosi soprattutto su ebrei e massoni considerati nemici del Reich. Si calcola che tra il 1939 e il 1945 furono tre milioni i libri sequestrati in tutta l'Europa occidentale. In Italia operò uno dei "nuclei Rosenberg" specializzati nelle attività di saccheggio culturale, che fu incaricato dei furti alla biblioteca del Collegio Rabbinico e a quella della Comunità Israelitica a Roma. Di quest'ultima, la comunità non aveva mai redatto un catalogo completo proprio per non divulgare il prezioso contenuto di quella che era la collezione più ricca e pregiata e che purtroppo nel corso della storia era stata più volte oggetto di censure e prelievi forzosi: come nel 1731, quando lo stato Pontificio vietò i commenti alla Torah e per questo fece requisire per controlli 12 sacchi di volumi che non sono mai tornati indietro. A raccontarlo sono proprio le bibliotecarie di questo "fortino" che oggi sorge nei locali adiacenti al Tempio Maggiore, la Sinagoga di Roma. Un luogo blindato per ragioni di sicurezza, dove si alternano ricercatori ed ebrei in cerca delle proprie origini. I volumi qui custoditi sono vere e proprie opere d'arte dal valore inestimabile.
  I tedeschi scelsero accuratamente i libri da portare via, attraverso tre ispezioni alla biblioteca raccontate nei diari di Rosina Sorani, un'impiegata della Comunità nel periodo dell'occupazione tedesca. È il primo ottobre 1943 e nel diario si legge: «Sono tornati i due ufficiali tedeschi per studiare i volumi delle due biblioteche», e poi l'11 ottobre: «Mi vedo presentare i due ufficiali tedeschi: ero sola in ufficio, e dopo aver visitato di nuovo le biblioteche uno di essi si attacca al telefono. Ha telefonato alla ditta Otto e Rosoni per sapere quando potevano mandare un vagone a caricare i libri». Da qui inizia il viaggio di questi volumi, e una lettera della ditta Otto e Rosoni, indirizzata nel 1961 all'allora presidente della Comunità Israelitica, aggiunge qualche dettaglio in più. II carico delle due biblioteche effettuato per conto dell'autorità germanica era di circa 25mila volumi, di cui un terzo appartenente alla biblioteca della comunità. Sempre nel 1961 interviene un accordo transattivo con la Repubblica federale tedesca per l'indennizzo dei 50 chili di oro estorti alla comunità sotto l'intimidazione del tenente colonnello Kappler che se non avesse ricevuto i preziosi entro 36 ore «avrebbe preso in ostaggio 200 persone, le quali sarebbero state tirate a sorte tra tutti gli ebrei romani e deportati in Germania», scrive sempre Sorani.
 
La "Danae" di Tiziano, rubata dai nazisti e restituita dopo la guerra al Museo di Capodimonte
  Il primo a mettersi sulle tracce dei volumi scomparsi è un agente segreto con il pallino per l'arte. Si chiama Rodolfo Siviero e già durante la guerra cerca di infiltrarsi nelle truppe tedesche per seguire i convogli con i beni culturali razziati in Italia È grazie a questa attività di indagine che alla fine della guerra riesce a riportare a casa circa 3mila opere d'arte tra cui la Danae di Tiziano, trafugata da Cassino nell'ottobre 1943 e recuperata nel 1947, e anche i 19 libri che sono stati recentemente riconsegnati alla comunità di Roma. Tra i successi diplomatici di Siviero c'è quello di aver ottenuto, nel 1948, una modifica dell'articolo 77 del Trattato di pace firmato a Parigi nel 1947 dalle potenze europee: è grazie a questa modifica che l'Italia può negoziare la restituzione delle opere d'arte acquistate in modo proditorio dalle alte cariche naziste prima dell'armistizio.
  L'accordo del '47 però è tutt'altro che risolutivo. Da alcuni anni è in corso un contenzioso con il Museo Nazionale di Belgrado dove sono stati rinvenuti otto quadri rubati, capolavori del Rinascimento tra cui Tiziano, Tintoretto, Carpaccio e Paolo Veneziano. Opere che beffardamente, nei 2004, erano rientrate in Italia per una mostra, "Capolavori italiani del Museo di Belgrado", senza che nessuno si accorgesse che si trattava proprio delle opere requisite durante la guerra ad un antiquario di Firenze. Dopo la fine del conflitto, insieme a moltissime altre, finirono al "collecting point" di Monaco, gestito dagli Alleati per essere restituite ai legittimi proprietari. Stati o privati che fossero. Ma fu allora che l'avventuriero Mimara Topic, con la complicità della segretaria del punto di raccolta Wiltrud Mersmann, fece prendere ai quadri la via della Jugoslavia e, alla fine, del Museo di Belgrado. La nota di colore è che i due, qualche anno più tardi, furono ritrovati in Austria, sposi. «I quadri sono stati riconosciuti grazie all'attività dei Carabinieri sui cataloghi della mostra», racconta il Generale del Comando Tutela Patrimonio Culturale, Roberto Riccardi, che spiega come in questi casi intervenga una vera e propria diplomazia culturale per raggiungere un accordo tra le parti: «Nel nostro comitato per le restituzioni lavorano fianco a fianco i Carabinieri del Comando Tpc, i funzionari del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Ministero degli Affari Esteri e l'Avvocatura generale dello Stato. Perché se esiste un diritto di proprietà da parte dell'Italia, dall'altra vi può essere un diritto di possesso per chi ha acquistato in buona fede. Quindi spesso si arriva a una soluzione negoziale che prevede il prestito delle opere a termine, l'offerta di spazi espositivi o di altre opere per le mostre». Per questo oggi la procura di Bologna impegnata nelle indagini per il recupero delle otto tele ha tutto l'interesse a trovare le tracce della compravendita illecita e assicurarsi così il ritorno in patria delle opere trafugate.
  Nel 2019, il direttore degli Uffizi Eike Schimdt appese una foto del "Vaso di Fiori", dipinto di Jan van Huysum sottratto anch'esso durante la Seconda Guerra Mondiale. Era una provocazione del direttore tedesco che invitava la sua nazione a impegnarsi per favorire il processo delle restituzioni. Ma chiamava in causa anche gli eredi di un caporale nazista che avevano in casa l'opera d'arte rubata. Il dipinto infatti, ebbe una sorte particolare: prima fu razziato dal museo e poi, notato da un soldato in uno dei convogli, fu da lui sottratto per regalarlo alla consorte.
  Ma se lo "ius predae" ha fatto molte vittime, sono anche molte le storie di resistenza che hanno permesso grazie al coraggio personale di salvare alcuni beni. Gli arredi sacri, l'oro e l'argenteria del Tempio Maggiore di Roma sono stati salvati grazie a Rosina Sorani che li fece nascondere nel caveau del Banco di Napoli a Via del Corso, e furono poi consegnati alla ditta Bolliger per la custodia. Nove casse di preziosi che vennero conservate nell'unico luogo dove i tedeschi non avrebbero cercato: gli uffici del Reich a Roma. Invece 25 preziosissimi libri, tra cui un testo sacro del 1200, furono salvati grazie all'ospitalità offerta dalla Biblioteca Vallicelliana: quindi la Chiesa, oltre che nascondere diversi ebrei all'interno delle proprie mura, diede asilo anche a tesori che sarebbero dovuti andare a comporre il "Museo della Razza scomparsa" progettato da Hitler. Altre 10 mila opere d'arte furono nascoste da Pasquale Rotondi negli scantinati dell'Abbazia di Sassocorvaro nel Montefeltro. Grazie a lui, i nazisti non poterono mettere mano su alcuni quadri di Giorgione, Giovanni Bellini, Piero della Francesca, Paolo Uccello, Tiziano, Carlo Crivelli, Carpaccio, Mantegna e Raffaello.
  I 7mila volumi ebraici che mancano all'appello e per cui le ricerche sono attive e il contenzioso aperto con Belgrado mostrano chiaramente che dopo più di settant'anni le ferite della guerra sono ancora aperte. «Talvolta chi ha in mano queste opere ha perso traccia dell'illiceità del possesso e quindi tenta la vendita all'asta. Attraverso un attento monitoraggio dei cataloghi riusciamo a rintracciare alcuni oggetti trafugati. Per esempio abbiamo bloccato la vendita della testa in marmo di Setti II "Vaso di fiori" e la testa di Settimio Severo, realizzata tra il II e il III secolo d.C. e rubata nel 1985 nel corso di una rapina a mano armata presso l'Antiquarium dell'Anfiteatro Campano di Santa Maria Capua Vetere. Era finita all'asta a New York per mezzo milione di dollari», racconta il Generale Riccardi, che gestisce il caveau a Trastevere dove sono raccolte le opere oggetto di custodia giudiziaria come i dipinti sequestrati a Massimo Carminati. Oggi grazie al web e ai droni è possibile monitorare anche gli scavi clandestini nelle aree archeologiche. Attività di indagine che nel tempo si sono affinate e che in un solo anno, dal 2018 al 2019, hanno fatto registrare un -27 per cento di furti di opere d'arte e un -50 per cento di furti in musei e proprietà pubbliche. Risultati importanti per un nucleo di indagine che non conosce eguali nel mondo e che dal 1951, anno della sua fondazione, ha permesso a circa 3 milioni di opere d'arte di tornare dai rispettivi proprietari.

(l’Espresso, 2 agosto 2020)



«Io vi darò riposo»

Matteo 11:28-30
  Venite a me, voi tutti che siete travagliati ed aggravati,
  e io vi darò riposo.
  Prendete su voi il mio giogo ed imparate da me,
  perch'io sono mansueto ed umile di cuore;
  e voi troverete riposo alle anime vostre;
  poiché il mio giogo è dolce e il mio carico è leggero.

  --> Predicazione
Marcello Cicchese
ottobre 2015



I consigli del Mossad

di Davide Frattini

GERUSALEMME - L'ex capo del Mossad prova a spiegare quali errori abbia commesso il governo israeliano nell'affrontare la pandemia. Gli ultrà minacciano violenze alle manifestazioni contro Netanyahu.
  Di guerre ne ha combattute tante, quasi tutte in segreto: da capitano dell'unità speciale Sayeret Matkal fino a capo del Mossad, i servizi segreti israeliani. Tamir Pardo ha lasciato l'Istituto nel 2016, non può parlare delle missioni passate, può provare a pianificare quelle che il suo Paese deve affrontare nel presente.
  Così ha valutato la risposta del governo di Benjamin Netanyahu all'emergenza sanitaria e - spiega al quotidiano Haaretz - si è convinto che il problema sia stato anche semantico. Il premier e i suoi ministri hanno definito la lotta al Covid-19 una "guerra": "L'analogia è sbagliata perché in un conflitto si affronta un nemico con motivazioni, capacità, strategie. L'obiettivo è sconfiggerlo, costringerlo ad alzare bandiera bianca o almeno a cessare le ostilità".
  Tutto questo - continua Pardo - con un virus non è possibile: "Averla chiamata guerra al Coronavirus ha fatto credere alla gente che il governo e l'esercito avessero il potere di sgominarlo, che sarebbe bastato uno sforzo collettivo di breve durata per vincere. Gli israeliani capiscono le guerre, le regole da seguire, sono pronti al sacrificio. In questo caso non gli è stato spiegato che la sfida durerà a lungo, che non ci sono raid militari risolutivi per chiudere la partita ".

 Gli ultrà fanno il tifo per Netanyahu
 
  Da settimane migliaia di israeliani protestano contro la mal gestione dell'emergenza sanitaria. Agendo in fretta e prendendo le decisioni giuste Netanyahu sembrava riuscito ad appiattire la curva dei contagi. A quel punto ha dichiarato vittoria e - lo accusano i critici - si è messo a pensare ad altro, di fatto al processo per corruzione.
  La curva che preoccupa la polizia adesso è un'altra: alle manifestazioni - dall'altra parte della strada, su barricate opposte - si stanno presentando gli ultrà che sostengono il Beitar, la squadra di Gerusalemme. Si fanno chiamare La Familia, sono di estrema destra, razzisti - boicottano la società se prova a tesserare giocatori musulmani - e sostengono Netanyahu, che considerano un re salvatore della Patria. Da proteggere contro i manifestanti - non tutti di sinistra peraltro - che chiedono le sue dimissioni.

(Corriere della Sera, 1 agosto 2020)


Covid ha fatto il governo e ora rischia di disfarlo

di Fiammetta Martegani

Piazza Rabin, Tel Aviv. Una lunga tavolata apparecchiata con piatti dalle porzioni pantagrueliche e un unico commensale: la riproduzione in dimensioni reali del primo ministro Benjamin Netanyahu, che banchetta da solo mangiandosi Israele. E l'«ultima cena della democrazia» dell'artista israeliano Itay Zalait. Un'installazione che ha fatto infuriare Bibi almeno quanto è piaciuta ai telavivini. Perché a cinque mesi dalla sua diffusione, il coronavirus sembra aver mutato il Dna politico del Paese, ma non quello - polemico, sfrontato e ironico - degli israeliani.
   Lo scorso 20 Aprile, dopo un anno di stallo e tre tornate elettorali finite alla pari, è stata proprio la crisi del Covid a spingere il premier uscente e l'acerrimo avversario Benny Gantz a siglare l'alleanza per costituire un governo nazionale di emergenza. Che di emergenziale ha davvero tutto: zero fondamenta e muri fragili. Con tante crepe. A cominciare dalle divergenze (per nulla parallele) riguardo all'Accordo del Secolo per il Medio Oriente proposto in gennaio da Donald Trump. Il Piano è momentaneamente congelato, rimandato - sotto le pressioni dell'Amministrazione americana - a tempi migliori, probabilmente dopo le elezioni Usa. Ma intanto si ricomincia a parlare di nuove elezioni qui. Netanyahu e Gantz in questi mesi di coabitazione hanno combinato, insieme, poco o nulla. Soprattutto, non sono ancora riusciti ad approvare il budget di Stato, legge fondamentale soprattutto per la gestione del post-Corona. Una scusa perfetta, per Bibi, per scardinare i già precari equilibri politici e guadagnare altro tempo. Quello di cui ha bisogno per risalire nei consensi e studiare possibilità per evitare il processo (accuse di corruzione, frode e abuso di ufficio) che lo attende.
   Adesso però gli israeliani sembrano esseri arrivati al punto di rottura sfiniti dai lunghi mesi di lockdown - che hanno fatto arrivare la disoccupazione a livelli preoccupanti, oltre il 20% - e di incertezza politica, da settimane si fanno sentire praticamente ogni giorno, con manifestazioni via via più partecipate contro il governo, a Gerusalemme e in tutte le principali città. Proteste pacifiche, che rivendicano la non appartenenza ad alcun partito politico: giovani e genitori con i passeggini che chiedono ai loro leader di occuparsi seriamente della situazione economica e della salvaguardia della democrazia del Paese. Non sono mancati episodi deprecabili: martedì, a Tel Aviv, un gruppo di estremisti di destra che si fa chiamare "La famiglia" si è infiltrato in uno di questi sit-in per aizzare la violenza, e ha ferito gravemente cinque persone. Il presidente Reuven Rivlin ha detto, con forte rammarico, che «non c'è alcuna differenza tra uccidere un manifestante o il primo ministro», con riferimento esplicito ai tempi bui dell'omicidio di Yitzhak Rabin. Non è per caso che l'installazione di Zalait sia finita - con l'autorizzazione del sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai - proprio nella piazza a lui intitolata.

(Avvenire, 1 agosto 2020)


Israele sta usando controller Xbox per guidare carri armati

 
Israele sta attualmente sperimentando un nuovo prototipo di carro armato guidato con un controller Xbox, come riporta il Washington Post.
Il carro armato è stato sviluppato da Israel Aerospace Industries (IAI) sulla base del feedback delle forze armate locali e giovani civili, il cui parere è stato sentito per la realizzazione di un sistema di controllo che fosse familiare alle nuove leve.
Questo mezzo dispone anche di grandi tablet che riportano informazioni tipiche degli sparatutto, come il quantitativo di munizioni disponibili, una mappa dei dintorni e le armi da poter impiegare sul campo.
Qualcosa di simile era già successo a proposito di HoloLens, il visore AR che Microsoft aveva fornito all'amministrazione americana per un uso militare.
Quell'accordo aveva suscitato l'indignazione degli ingegneri e del team di HoloLens, ai quali non era stato paventato uno scenario del genere quando avevano lavorato alla tecnologia.
Come riporta Kotaku, il colonnello Udi Tzur ha spiegato che «non è esattamente come giocare a Fortnite ma qualcosa del genere».
Tzur ha aggiunto, a proposito delle persone che hanno testato il sistema, che «incredibilmente loro portano le proprie abilità ad un'efficienza operativa in un batter d'occhio. Vi dirò la verità, non pensavo che potesse essere raggiunta così rapidamente».
Meir Shabtai, general manager delle operazioni sui sistemi robotici IAI, ha sottolineato che, grazie alla familiarità con il controller Xbox, «sanno esattamente la posizione di quei pulsanti e possono raggiungere performance molto migliori con quel sistema»
Per il momento, Microsoft non ha commentato queste affermazioni né l'utilizzo di suoi dispositivi per scopi militari.
Quel che è certo è che queste affermazioni sono estremamente inquietanti perché, tra le altre cose, banalizzano il concetto stesso della guerra e lo avvicinano ad un videogiochi che, al contrario, è soltanto un passatempo e non ha un impatto sulla vita, e soprattutto sulla morte, di esseri umani.

(Absolutegamer, 1 agosto 2020)


Risoluzione su Israele, scontro Lega-Pd

Il Consiglio comunale di Firenze, con 18 no e 4 sì, boccia una risoluzione presentata dal leghista Emanuele Cocollini sulla "salvaguardia dei rapporti fra Firenze ed Israele" e il presidente fiorentino dell'Associazione Italia-Israele Valentino Baldacci protesta: «Era un testo moderato - denuncia - approvato in Commissione con la sola eccezione di due consiglieri di estrema sinistra. Io stesso ero stato chiamato a riferire in qualità di esperto». «Nella sinistra italiana, Pd compreso - aggiunge Baldacci - la sola parola "Israele" provoca una reazione di rigetto, a prescindere da ogni contenuto». Nella risoluzione si leggeva: «Il Consiglio comunale esprime apprezzamento per lo Stato di Israele che ha affrontato l'emergenza coronavirus cercando la collaborazione con l'Autorità nazionale Palestinese e dando un contributo all'affermazione del processo di pace». Per poi concludere: «Stigmatizza altresì il comportamento di Hamas che ha voluto sottrarsi a ogni forma di collaborazione con Israele nella lotta alla pandemia, confermando la sua natura di organizzazione terroristica». «Si trattava di una risoluzione demagogica - è la difesa del capogruppo Pd Nicola Armentano - avevamo proposto di fare delle modifiche, ma la Lega non ha accettato».

(la Repubblica - Firenze, 1 agosto 2020)


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