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Notizie 1-15 aprile 2019


Il senso di Bibi per il suo popolo: «Per la sicurezza serve la forza»

Dopo l'elezione per la quinta volta a premier del leader del Likud. Netanyahu ha eguagliato il record di mandati di Ben Gurion. Amico di Putin e Trump, ha cambiato per sempre la faccia di Israele.

di Paolo Delgado

Ha eguagliato il record di David Ben Gurion, il padre della patria, per numero di elezioni vinte: cinque. Ma Bibi Netanyahu non è tipo da mettere limiti alla provvidenza e da scartare a priori l'ipotesi di una sesta vittoria tra quattro anni. Giustizia permettendo, dato che sul suo capo pende la richiesta di rinvio a giudizio per tre accuse di corruzione e non sarebbe il primo leader politico israeliano a finire dietro le sbarre come sa sin troppo bene l'ex premier Olmert. Per battere il record quanto a giorni di governo, Bibi dovrà invece aspettare luglio. Invece, anche se il cinque volte premier israeliano ha rivendicato il massimo di seggi raggiunto alla Knesset, il Parlamento israeliano, dal suo partito, il Likud, da quel record è in realtà ben lontano. Hanno fatto meglio sia Sharon che Begin e Shamir e anzi, nel 2009, Bibi fu sconfitto, sia pure solo per un seggio, dall'allora leader di Kadima, il partito fondato da Ariel Sharon dopo la scissione del Likud, Tzipi Livni. Sulla poltrona di premier, che aveva dovuto abbandonare nel 1999 quando il laburista generale Ehud Barak lo sbaragliò nelle urne, Ntanyahu ci tornò lo stesso in virtù delle alleanze che, con un sistema elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 3,25% e in un quadro politico estremamente frammentato, vogliono dire quasi tutto.
  Ma quello dei record è un giochino giornalistico. Se ha senso paragonare il premier uscente e rientrante a Gerusalemme è perché nessuno ha rimodellato il Paese, dopo Ben Gurion, quanto lui. Quando uscirà di scena, e prima o poi succederà anche a lui, lascerà uno Stato di Israele profondamente diverso da quello che era quando arrivò per la seconda volta al potere, nel 2009. Uno stato che affida la propria sicurezza solo ed esclusivamente alla forza. Il segreto del successo di Bibi lo ha riassunto mirabilmente il giornalista e storico Tom Segev: «Gli israeliani vogliono sapere quanto vale lo shekel e che non ci siano bombe sotto le loro auto». Netanyahu ha saputo far fronte a entrambe le esigenze: l'economia israeliana corre con un passaggio del reddito medio pro- capite dai 27mila dollari del 2009 ai 37mila attuali. Il numero di attentati non è mai stato così basso. Il Paese ha superato la Silicon Valley come capitale delle start up. Proprio ieri il primo ' veicolo privato' nella storia ha raggiunto la Luna ed è un rover israeliano, Beresheet. Ma forse il segreto della quinta vittoria del capo del Likud, la quarta consecutiva, la più inattesa almeno sul piano simbolico della lista più votata perché sul successo della coalizione di centrodestra ci sono invece stati sempre pochi dubbi, non è neppure solo nell'economia che tira e nelle bombe che non esplodono. E' che Bibi si trova in un quadro internazionale che non gli è mai stato così favorevole. Vicinissimo a Trump, che del resto è amico di famiglia da decenni, ma anche a Putin. Con l'Italia, un tempo capofila del fronte europeo filo- arabo, che ha ora in Salvini un fervente ammiratore del leader della destra israeliana e anche con il brasiliano Bolsonero è stato amore sin da un attimo dopo l'elezione del nuovo presidente dell'immenso Brasile. E' il quadro ideale per Bibi, che è nato a Tel Aviv nel 1949 ma dai 9 anni in poi ha vissuto negli States, dove era già nato il fratello maggiore Yonathan, eroe di guerra ucciso nel 1976 durante la liberazione degli ostaggi di Entebbe, missione leggendaria di cui era al comando. Con quel nome impronunciabile per gli yankees, in America Bibi si faceva chiamare Ben Nitay, con in tasca un passaporto americano, accompagnato a quello di Israele, al quale ha rinunciato solo quando fu nominato portavoce dell'ambasciata israeliana a Washington.
  Ma Bibi si è sempre sentito americano quasi quanto israeliano e ha sempre puntato su un rapporto privilegiato con la Casa Bianca. A volte è stato difficile, come quando, dopo il primo incontro con Clinton il presidente degli Usa commentò «Ma quello chi si crede di essere? La fottuta superpotenza qui siamo noi!». A volte difficilissimo, tanto che la reciproca ostilità tra lui e Obama, in particolare sull'accordo Usa- Iran, era arrivata ben oltre i livelli di guardia. Ma con Trump la musica è opposta: l'ambasciata Usa a Gerusalemme e il semaforo verde per l'annessine del Golan stanno lì a dimostrarlo. L'Israele dei Netanyahu, non del solo Bibi, è diversa da quella di Ben Gurion da prima ancora che lo Stato nascesse. Il nonno, Nathan, era un rabbino importante in Lituania, da dove era arrivato in Israele nei primi anni' 20 e un sionista convinto, Il padre Benzion, era assistente del rabbino Jabotinskj, fondatore e leader della destra sionista della quale lo stesso Benzion Netanyahu diventò poi uno dei massimi teorici. E' uno Stato di Israele, quello di Bibi, molto simile all'ideale della destra conservatrice americana, anche se sui diritti di genere Bibi è invece molto aperto mentre sull'immigrazione è schierato sulla linea di Visegrad e della Lega italiana. E' un Israele che ha come stella polare un principio chiaro e preciso: la sicurezza deriva solo dalla forza.

(Il Dubbio, 13 aprile 2019)


Grande successo in Israele per la cantante italiana Barbara Bert

Barbara Bert
La cantante italiana Barbara Bert sta ottenendo un grande successo in Israele, dove la sua canzone "Un fiore tra la neve" è molto diffusa.
Dopo aver scalato le classifiche con i primi due singoli "Souvenir" e "Mon amour" raggiungendo il 1o posto in classifica nazionale indipendenti è arrivata la svolta internazionale.
È stata contattata, tramite il grande autore discografico Alberto Zeppieri, da Ronald Cole editore della Helicon Songs Israel, che le ha proposto di interpretare il brano "Un fiore tra la neve". Il brano è stato già inciso in lingua originale dal grande musicista e compositore israeliano Idan Raichel.
Idan Raichel è stato coautore con Alberto Zeppieri del brano interpretato da Ornella Vanoni a Sanremo 2018.
Il disco di Barbara Bertoloni, in arte Barbara Bert, è stato distribuito in Israele e il videoclip è circolato sui canali nazionali israeliani. L'artista originaria di Carrara è stata anche protagonista di un minitour proprio in Israele.
L'editore Ronald Cole aveva espressamente richiesto a Barbara di interpretare il brano per la timbrica e la vocalità canora particolare.
Il brano originario di un "Un fiore tra la neve" è stato composto da Shai Ravizada e Shahaf Vollman, il Maestro Alberto Zeppieri lo ha rivisitato e adattato in lingua italiana.
Gli arrangiamenti e le registrazioni sono stati curati dal musicista, compositore Marco Della Bona in arte Mr. Jericho.
La regia del videoclip è stata ideata e curata dall'autore Pierpaolo Poggi, le riprese ed il montaggio da Simone Gazzola, la scenografia da Laura Grossi e il trucco da Fabrizio Bertoneri, mentre le acconciature da Alex hair studio con la partecipazione degli attori Bryan Codecasa ed Emanuele Dell'Amico.
Il brano è uscito in tutti gli store digitali mondiali, in contemporanea al videoclip, il 15 marzo. Verrà inserito nel primo album da solista di Barbara Bert, in uscita all'inizio dell'estate.
Proprio per il successo che sta ottenendo in Israele, Barbara ha ritirato di persona, come fa sapere La Voce Apuana, il premio come "Artista dell'anno" al "Palmaria Festival 2019" organizzato dall'Associazione culturale "Musicando" e "Teatro della Fonte".

(Cool Israel, 13 aprile 2019)


Il lander israeliano Beresheet è stato condannato a causa di un glitch

di Salvo Privitera

Il lander israeliano Beresheet stava per atterrare sulla Luna, ma subito prima dell'atterraggio ha subito un guasto al motore e alle comunicazioni, che lo hanno portato ad un irrimediabile schianto sulla superficie del satellite.
SpaceIL e l'Agenzia Aerospaziale Israeliana (IAI), che si sono occupati della costruzione e della gestione di Beresheet, hanno rilasciato alcuni dettagli sugli ultimi momenti della sonda. I problemi sono iniziati quando il veicolo spaziale era a soli 14 chilometri dalla superficie lunare, qui si è riscontrato un "Glitch tecnico in uno dei componenti di Beresheet".
Questo problema, ha poi creato una serie di eventi che è culminata con lo spegnimento del motore del lander. Gli ingegneri erano riusciti ad avviare il motore ma era ormai troppo tardi, visto che la sonda si trovava a 150 metri dalla superficie della Luna e si stava muovendo a circa 480 chilometri all'ora.
La sala di controllo ha comunque applaudito all'impresa visto che SpaceIL, grazie a Beresheet, è diventata la prima compagnia privata ad orbitare attorno alla Luna, mentre Israele è diventata la settima nazione a farlo. Harel Locker, presidente dello IAI, ha definito la missione "Un enorme risultato tecnologico per lo Stato di Israele.", e che questo progetto durato otto anni "abbia contribuito in modo significativo all'industria spaziale israeliana, che oggi è diventata una delle industrie spaziali leader nel mondo. Il viaggio spaziale è infinito, eccitante e stimolante."

(Everyeye Tech, 13 aprile 2019)


La pace in Medioriente ha bisogno di energia

Libano e Israele si contendono i giacimenti offshore del Mediterraneo. Il freno? I confini

 
Solo poco tempo fa Mike Pompeo, Segretario di Stato Usa, ha concluso il suo giro mediorientale. Un viaggio controverso, che è servito in primis a rassicurare gli alleati nella regione, nell'ottica di tirare le fila della complessa situazione nell'area.
   Tra l'altro, Pompeo, è stato in Libano, paese da sempre al centro delle delicate trame politiche mediorientali. Per l'occasione Roudi Baroudi, imprenditore dell'energia libanese, personalità si spicco nel mondo degli affari del Mediterraneo, e apprezzato columnist di vari quotidiani, ha scritto una lettera aperta al Segretario di Stato. Il tema è quello cruciale nella regione. Si parla, appunto dei rapporti tra Israele e Libano sul versante dell'Energia.
   «Vari giacimenti di primo piano di idrocarburi sono stati scoperti nel mar Mediterraneo orientale, questi giacimenti offrono un'opportunità storica per migliorare l'economia della zone. Sfortunatamente, il provvido sfruttamento di queste risorse viene rallentato, se non bloccato, perché pochi stati hanno definito i confini marittimi con i loro vicini. Ci sono 12 frontiere tra i sette principali stati costieri» Nota Baroudi. «Solo due di essi sono stati definiti con trattati bilaterali. In una regione che contiene oltre mille miliardi di dollari di petrolio e gas, quindi, l'83 per cento dei confini marittimi rimane irrisolto, con rischi significativi per lo sviluppo in diversi paesi».
   Avverte Baroudi: «Fortunatamente le moderne tecnologie di mappatura ora consentono alle applicazioni satellitari di risolvere le controversie offshore, e di farlo con relativa facilità e precisione quasi assoluta». Secondo l'analista libanese «l'argomento più importante» della visita di Pompeo «è stato il progetto degli Stati Uniti per favorire l'accordo sui confini marittimi nel Mediterraneo orientale, in particolare quello tra la Zona Economica Esclusiva tra Libano e Israele». Il grande gioco verte su chi possa sfruttare i giacimenti offshore.
   «Nonostante la difficile posizione del loro paese e del sistema di governo imperfetto, i libanesi - secondo Baroudi - esibiscono tremendi poteri di resilienza. Ma questo ciclo non può continuare indefinitamente, specialmente quando il debito nazionale equivale a oltre il 150 percento del Pil. In una recente conferenza di aiuti a Parigi, i paesi donatori hanno chiarito che i loro impegni non si concretizzeranno se e fino a quando il Libano non attuerà riforme radicali, misure anti-corruzione serie e altri passi significativi per mettere ordine dal punto di vista finanziario. Ora, proprio grazie ai nuovi giacimenti offshore potrebbe iniziare una nuova era. Se e quando inizierà la produzione, l'impatto sarà a dir poco rivoluzionario. «Il Libano diventerebbe un esportatore di energia, avrebbe i mezzi per effettuare investimenti senza precedenti in strade, scuole, ospedali. Le entrate del gas potrebbero anche sradicare la povertà e accompagnare le disuguaglianze sociali che forniscono ai gruppi terroristici campi di reclutamento così fertili».
   Appunto secondo Baroudi, opinionista autorevole, il prestigio degli Usa nell'area si gioca sulla capacità di mediare tra Libano e Israele sulla questione dei giacimenti di gas offshore. Alcuni, in LIbano, sospettano che lo scopo di Washington non sia quello di facilitare un accordo equo, ma piuttosto di imporne uno sbilanciato che favorisca Israele. «Qualsiasi governo libanese che firmi un tale accordo dovrà affrontare una significativa perdita di legittimità percepita» ammonisce Baroudi. Che sottolinea, appunto, il ruolo costruttivo degli Stati Uniti. «Se l'America agisce come arbitro, un simile esercizio di fair play potrebbe dare all'intera regione la possibilità di disinnescare le tensioni e cambiare direzione D'altra parte, se gli Usa decidessero di agire principalmente come difensore israeliano, non sarà possibile per il governo libanese accettare alcuna proposta». Come si vede, anche nello scacchiere del Mediterraneo dell'Est, la prima discriminante rimane l'energia.
   
(il Giornale, 13 aprile 2019)


Siria: Ong, colpiti miliziani iraniani nel raid aereo israeliano

GERUSALEMME - Un numero imprecisato di miliziani iraniani sarebbero rimasti uccisi stanotte in un bombardamento aereo condotto da Israele contro una posizione militare a Misyaf, nella provincia di Hama, 170 chilometri a nord di Damasco, nella Siria centrale. Lo riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione non governativa con sede a Londra. Nel presunto attacco, che finora non è stato confermato né smentito dalle autorità israeliane, sarebbero rimaste ferite 17 persone. In precedenza, l'agenzia di stampa ufficiale siriana "Sana" aveva fornito un bilancio di tre feriti. "Verso le 02:30 (01:30 italiane) di sabato (...) gli aerei da guerra israeliani hanno compiuto un attacco contro una delle nostre posizioni militari nella città di Misyaf", ha spiegato una fonte militare citata dalla "Sana". "Le nostre batterie antiaeree hanno intercettato alcuni dei proiettili nemici", ha precisato la fonte, aggiungendo che i raid "hanno ferito tre combattenti e distrutto degli edifici". Secondo l'Osservatorio, il raid ha preso di mira un'accademia militare siriana a Misyaf e due edifici utilizzati dalle forze iraniane nei villaggi vicini: un centro di sviluppo per missioni a medio raggio a Zawi e un campo di addestramento a Sheikh Ghadban.

(Agenzia Nova, 13 aprile 2019)


«Vitalismo «molto kibbutz»

di Silvia Poletti

 
Interrogato su come una compagnia israeliana danzasse il suo energico Les Noces Angelin Preljocaj rispondeva " in modo molto kibbutz". Con acutezza il coreografo francese sintetizzava una delle prerogative più lampanti dello stile di danza israeliano: coeso, ruvido e terreno. Vitalisticamente energico.
   E straordinariamente eccitante. Proprio nel senso fisiologico di suscitare un senso di benessere corroborante. Provare per credere: basta vedere una danza corale di Ohad Naharin - come quella celebre di Anaphase dove seduti, intonando Echad Mi Yodea (ma in sottofondo c'è una colonna musicale hard rock)i danzatori in cerchio si spogliano gradualmente delle loro divise, lanciando in aria camicie, cappelli, scarponi; oppure un pulsante insieme di Hofesh Shechter - come quello inarrestabile nel recente Grand Finale. E non è necessario che lo spunto per queste danze sia ottimistico e solare, anzi, spesso i coreografi israeliani toccano temi del "profondo umano" universale: argomenti chiaramente politici ( come in The hill, in cui Roy Assaf descrive la veglia, le paure, la solidarietà di tre soldati durante uno dei momenti più duri della Guerra dei Sei giorni; o il rabbioso e incavolato Political Mother di Shechter) ma anche esistenziali. Lo ha fatto la bella e intensa Sharon Eyal- occhi profondi, corpo atletico- già danzatrice di Naharin e oggi coreografa dal tratto personale, nervoso e oscuro ma capace di improvvise dolcezze. Lo si è visto anche recentemente al Teatro Comunale di Ferrara dove in ODC Love Sharon- insieme ai coautori Gai Behar, light designer e Ori Lichtik musicista tecno dai suoni affilati e - dà letteralmente corpo alle pulsioni emotive della passione amorosa condizionata da un disturbo compulsivo ossessivo.
   Tema arduo da tradurre in coreografia, ma il segno è possente, ipnotico nelle ripetizioni - gesti netti e nervosi che arrivano al parossismo comunicando tensione e ansia: poi un breve raccordo nel movimento, il ritorno ad una posizione classica, resetta tutto, riporta in una condizione momentanea di serena grandezza. Eyal, che poi al Comunale di Modena ha presentato il secondo tassello della trilogia dedicata alla nevrosi d'amore, Chapter two, è uno dei nomi di punta della generazione dei quarantenni, in gran parte formatasi sotto le possenti ali di Ohad Naharin, carismatico coreografo che in trent'anni ha reso la Batsheva una delle poche vere dream companies della scena contemporanea mondiale. E proprio con il Batsheva Ensemble ( la formazione giovane dell'omonima compagnia) al Teatro Valli di Reggio Emilia domenica 14 aprile debutta a pochi giorni dalla prima assoluta The Look che Sharon con Behar e Lichtik ha firmato partendo da una frase del Mahatma Gandhi: "Nessuno può ferirmi senza il mio permesso". Anche qui forza e tenerezza, lirismo e tellurici scuotimenti si intrecciano per dare corpo all'immaginario fremente dell'autrice. Con lei, in cartellone spicca ancora Naharin - il Mr Gaga del pluripremiato documentario in cui si racconta la sua vita e si fissa il suo linguaggio fisico, appunto il gaga. Di Naharin a Reggio Emilia e ancora al Comunale di Modena ( 12 aprile) si vedono titoli culto, come Sadeh21 vero e proprio manifesto coreografico del metodo, in cui l'impulsività e la percezione sono centrali per risvegliare il corpo a movimenti istintuali e profondamente vitalistici. Che in una danza sempre più global le novità vere arrivino da Israele? Certo sono ben supportate da una intelligente politica culturale del paese, che favorisce diffusione e conoscenza, scambi e incontri, vetrine e piattaforme. Ma al di là della identificazione culturale, la danza israeliana piace perché coglie il respiro e le tensioni della vita e ne restituisce prepotente l'essenza facendo proprio del movimento l'elemento di connessione e comunione tra tutti. Come dimostra un celebre momento di Decadance di Naharin in cui ballerini e spettatori si trovano a danzare insieme, stretti stretti, un chachacha. Avverrà nuovamente a Firenze, nel Chiostro di Santa Maria Novella per il Florence Dance Festival il prossimo 20 luglio. Ci sarà anche Naharin: sarebbe bello danzare Sway proprio con lui.

(Il Sole 24 Ore, 13 aprile 2019)



Contati i voti, cosa succede adesso?

La 21esima Knesset presterà giuramento alla fine del mese, dopo la Pasqua ebraica. Per il nuovo governo bisognerà aspettare di più.

Le operazioni di voto in Israele si sono chiuse martedì sera, ma c'è ancora molta strada da percorrere prima di conoscere l'esito finale. Identità del prossimo primo ministro o composizione della coalizione non sono ancora ufficiali.
Si possono fare, naturalmente, previsioni molto ragionevoli. Il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu, del Likud, si trova di fronte a un percorso molto più facile per formare una coalizione rispetto al leader di Blu&BIanco, Benny Gantz. Per questo lo scenario al momento più probabile è una riconferma in carica di Netanyahu.
Inoltre, su Netanyahu incombe la minaccia delle inchieste a suo carico: un altro fattore che influenzerà le sue decisioni. In teoria, potrebbe considerare di proporre a Blu&Bianco un governo di unità nazionale incardinato al centro (con circa 70 seggi, più eventuali alleati), un'ipotesi apertamente caldeggiata da un editoriale del Jerusalem Post e dall'opinionista Ben-Dror Yemini su YnetNews. Ma gli esponenti di Blu&Bianco hanno detto chiaramente, nelle scorse settimane, che non sosterrebbero mai un primo ministro che evitasse di dimettersi dopo una formale incriminazione. I partiti di destra, invece, hanno detto che si atterranno alla lettera della legge, che consente al primo ministro di rimanere in carica fino a quando non venisse condannato in appello....

(israele.net, 13 aprile 2019)


Israele elezioni: Likud primo partito con 36 seggi

Il Likud del premier Benjamin Netanyahu è il primo partito israeliano, con 36 seggi

Il Likud del premier Benjamin Netanyahu è il primo partito israeliano, con 36 seggi. È il nuovo assetto che esce dalla pubblicazione dei risultati ufficiali del voto del 9 aprile da parte del Comitato centrale elettorale dopo le verifiche finali.
Il passaggio di un seggio al Likud - che così scavalca 'Blu-Bianco' di Benny Gantz fermo a 35 deputati - avviene a spese del partito religioso 'Torah-Unita' che scende da 8 a 7.
Eguale anche il peso delle coalizioni: 65 deputati (su 120 alla Knesset) per quella di destra, guidata da Netanyahu, e 55 per quella di centro sinistra. Confermata anche l'esclusione di 'Nuova Destra' degli attuali ministri Naftali Bennett e Ayelet Shaked, che non ha superato il quorum di sbarramento del 3,25%.

(Libero, 12 aprile 2019)


Israele, nuovi voli diretti da Catania a Tel Aviv

 
L'ufficio Nazionale Israeliano del Turismo accresce la promozione di Israele in Sicilia e lo fa in un periodo molto intenso ovvero contemporaneamente alla sponsorizzazione del Giro di Sicilia 2019, all'interno della quale Israele ha voluto mettere i propri "colori" sulla maglia bianca, l'ambito premio per il migliore giovane ciclista.
   Sicilia ancora più vicina ad Israele grazie a EL AL, la compagnia di bandiera, che dal prossimo 14 aprile opererà, tramite Sun D'or, un volo bisettimanale da Catania a Tel Aviv.
   "Siamo orgogliosi di essere in Sicilia in questi giorni di grande fermento: reduci dall'aver ospitato il prestigioso Giro d'Italia, che lo scorso anno per la prima volta ha preso il via a Gerusalemme, abbiamo scelto di sponsorizzare il Giro di Sicilia in occasione del lancio dei nuovi voli di EL AL. Una scommessa su questa terra solare e generosa che tanto ha in comune con Israele: cultura millenaria, natura mozzafiato, eventi e tanto altro… siamo sicuri che sempre più siciliani vorranno scoprire la nostra terra e i nuovi collegamenti sono solo il primo segnale positivo di crescita e ulteriore sviluppo dell'offerta per il pubblico siciliano e per tutto il Sud Italia", afferma Avital Kotzer Adari, direttrice dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo.
   "Speriamo di ispirare al viaggio tanti siciliani in questa stagione in cui il calendario eventi in Israele si fa particolarmente fitto. Un primo importante appuntamento sarà quello con la Pasqua, un eccezionale momento di spiritualità in Terra Santa. Sul fronte eventi, è Tel Aviv la regina indiscussa del 2019: dal 14 al 18 maggio, ospiterà la 64esima edizione dell'Eurovision Song Contest, un evento di respiro internazionale che ci permetterà di raggiungere milioni di persone in tutta Europa; mentre la settimana che va dal 9 al 14 giugno il Gay Pride, appuntamento fisso per una delle città più gay-friendly al mondo. Tel Aviv quest'anno festeggia il 110o anno dalla sua fondazione e non poteva celebrare questo anno eccezionale in modo migliore", ha concluso Avital.
   "EL AL, tramite la propria compagnia consociata Sun D'or, opererà nella prossima stagione estiva 2 voli settimanali da Catania a Tel Aviv. I voli saranno operativi dal 14 aprile al 26 ottobre 2019; avranno luogo la domenica e il giovedì, partendo da Catania alle 20:50 e arrivando a TLV alle 00:45 e ripartendo da TLV alle 17:20 con arrivo a Catania alle 19:45 - dichiara Yoaw Weiss, direttore generale EL AL Italia - EL AL è costantemente alla ricerca di nuovi mercati in Italia che possano servire sia la crescente domanda italiana per Israele sia il mercato israeliano verso l'Italia, pertanto siamo molto felici di questa nuova rotta".
   Le opportunità per i siciliani di partire alla scoperta di Israele si moltiplicano. Una volta giunti a destinazione, i turisti potranno godersi la calda primavera israeliana alla scoperta di un Paese che, dalla verde Galilea all'incontaminato deserto del Negev, passando per le iconiche città di Gerusalemme e Tel Aviv, ha decisamente molto da offrire. Continua, nel frattempo, la campagna di promozione della destinazione "Two Sunny Cities, One Break", una formula ideale per una vacanza primaverile in Israele.

(Il Giornale del Turismo, 12 aprile 2019)



Falllisce l'atterraggio della sonda spaziale israeliana

L'ultimo selfie prima dello schianto
La sonda spaziale israeliana Bereshit ha raggiunto la Luna ma l'atterraggio non è riuscito. La più piccola e più economica astronave lunare, l'unica interamente finanziata da privati, ha subito guasti del motore e delle comunicazioni durante i 21 minuti della sequenza di atterraggio e il veicolo spaziale è sceso in caduta libera, schiantandosi sulla superficie lunare. Pochi minuti prima del tentativo di atterraggio, Bereshit ha scattato il suo ultimo selfie sullo sfondo della superficie lunare (clicca per ingrandire):
Poi improvvisamente, il controllo della missione ha annunciato che aveva perso il contatto e che il motore principale si era spento. Quando è stato ripristinato, il velivolo scendeva ormai troppo velocemente. Gli scienziati stanno cercando di capire la causa dell'insuccesso . "Se non si riesce all'inizio, si tenta di nuovo - ha commentato il primo ministro Benjamin Netanyahu - Abbiamo raggiunto la Luna, ma volevamo un atterraggio più morbido. Il tentativo in se stesso è un risultato importante Ci riproveremo". La NASA ha inviato condoglianze a Israele per il fallito sbarco sulla Luna, e congratulazioni per essersi spinti così lontano. "La NASA si rammarica della fine della missione TeamSpaceIL senza un atterraggio lunare di successo - ha scritto l'amministratore della NASA, Jim Bridenstine - Ma ci congratuliamo con SpaceIL, Israel Aerospace Industries e lo stato d'Israele per l'invio nell'orbita lunare della prima missione finanziata privatamente".

(israele.net, 12 aprile 2019)



Israele si prepara all'Eurovision, tra boicottaggi e: "Madonna ci sarà?"

di Mauro Zanon

TEL AVIV - Galgalatz è la radio di Tsahal, l'esercito di Israele, ma anche una delle più popolari del paese. "Gal" significa onda in ebraico, e le onde di questa emittente radiofonica piacciono soprattutto ai giovani israeliani, che ascoltano qui i loro idoli locali, da Dana International a Netta. Giovani, anzi giovanissime, sono anche i soldati e le soldatesse che ci lavorano, ai quali chiediamo se si stanno preparando per l'Eurovision, la competizione canora più seguita del mondo, che dal 1956 riunisce ogni anno i migliori cantanti selezionati dai paesi partecipanti, e che in questo 2019 è organizzata proprio da Israele in quanto vincitore della precedente edizione.
  "A noi piace molto la canzone italiana", dice Gaia Niv, raccontandoci la storia di questa radio, accanto a Nadav Ravid, il direttore di Galgalatz, La canzone italiana in concorso è "Soldi" di Mahmood, vincitrice dell'edizione di Sanremo di quest'anno, e quando chiediamo ad altri colleghi di Gaia se la giovane soldatessa lo ha detto solo per essere simpatica con noi, ci rispondono canticchiando "soldi, soldi" o "come va, come va, come va": battendo le mani. Gaia è la nostra guida, ci spiega che la disciplina è importante per i ragazzi e le ragazze di Tsahal, ma che non c'è nessuna restrizione, eccetto ovviamente la diffusione di canzoni che veicolano messaggi di razzismo e incitamento all'odio. "Ci divertiamo molto", afferma. Poi, quando le domande diventano più politiche, prende la parola il direttore. "La libertà di pensiero è fondamentale in questa radio", esordisce Nadav, raccontandoci che molti ascoltatori si sono lamentati perché Galgalatz diffonde anche le canzoni dei Pink Floyd e di Roger Waters, bassista e mente creativa della band inglese, che è diventato l'icona del boicottaggio contro Israele e del movimento Bds. "Una delle canzoni preferite dai giovani della radio è 'Wish you were here'. Cerchiamo di separare il Roger Waters artista e autore di capolavori della storia della musica dal Roger Waters politico. Continueremo a trasmettere le canzoni dei Pink Floyd attraverso le onde di Galgalatz perché noi vogliamo soltanto trasmettere della bella musica", spiega Nadav.
  Israele è un paese che cerca la normalità, che martedì, per le elezioni politiche che potevano provocare lo smottamento verso l'alleanza dei centristi formata da Benny Gantz, l'ex capo di stato maggiore dell'esercito, e Yaìr Lapid, l'ex anchorman della tv pubblica, ha rivotato il suo re Benjamin Netanyahu - o il suo "principe", come lo chiamano all'interno dell'esercito - e che però, quando prova ad affacciarsi sul mondo come con Eurovision diventa sempre oggetto di diatribe e boicottaggi. Anche per questo, la produttrice esecutiva dell'Eurovision, Zivit Davidovitch, che Il Foglio ha incontrato all'Expo Tel Aviv, l'immenso centro congressi dove dal 14 al 18 maggio verranno a esibirsi Mahmood e gli altri concorrenti europei, insiste più volte nel dire che a Eurovision la politica deve restare fuori, che a Tel Aviv ci sarà spazio per tutti e che l'edizione israeliana sarà "la migliore di sempre". "Ci sono delle regole e siamo sicuri che tutti vorranno rispettarle", ha spiegato. "Le canzoni non devono avere messaggi politici, non si devono ostentare simboli religiosi e le bandiere che sventolano devono essere soltanto quelle dei paesi partecipanti. Nessuna bandiera dei territori contesi potrà essere sventolata", sottolinea Zivit. Ma Madonna ci sarà? "No comment", risponde.
  In realtà, mancherebbe soltanto la conferma ufficiale di Eurovision, perché la società di produzione Live Nation, lunedì sera, ha già fornito anche i dettagli: la popstar americana si esibirà la sera della finale, sabato 18 maggio, e canterà due canzoni, prima della diffusione dei risultati. Secondo Hareetz, è un donatore con passaporto canadese e israeliano, Sylvan Adams, che permetterà a Tel Aviv di avere Madonna sul suo palcoscenico più importante. Sempre secondo il quotidiano israeliano, la cantante americana sarà accompagnata da una squadra di centosessanta persone, numeri, assieme alle cifre della remunerazione, un milione di dollari, che stanno già creando polemiche. A queste, si aggiunge l'appello di una cinquantina di personalità britanniche, tra cui il musicista Peter Gabriel e il regista Ken Loach, affinché Madonna decida di annullare la sua performance aTei Aviv. E' soltanto l'inizio della storia tormentata di questo Eurovision 2019.

(Il Foglio, 12 aprile 2019)


Israele, fermi tutti i treni: lavoratori in malattia

Dalle 8 di stamattina, nessun veicolo viaggia per ordine dell'autorità nazionale delle ferrovie, dopo che otto responsabili del controllo traffico delle ferrovie si sono dichiarati malati Tweet 12 aprile 2019 Il sistema ferroviario israeliano è stato bloccato e nessun treno viaggia nel Paese a causa di numerosi lavoratori che non si sono presentati al lavoro in quello che sembra essere uno sciopero non annunciato. Dalle 8 di stamattina, nessun veicolo viaggia per ordine dell'autorità nazionale delle ferrovie, dopo che otto responsabili del controllo traffico delle ferrovie si sono dichiarati malati.
Sono in tutto 21 i controllori: quattro hanno lavorato di notte e gli è stato chiesto di prolungare il lavoro di due ore, ma sono stati poi rispediti a casa per permettere di riposare e non mettere a repentaglio la sicurezza. Altri nove non hanno risposte alle telefonate.
Non si conoscono ancora i motivi della protesta che, di fatto, sta creando non pochi problemi alla viabilità nel Paese.

(RaiNews, 12 aprile 2019)


«In Israele la sinistra è scomparsa perché Rabin e Barak si fidarono di Ararat»

Intervista allo storico Benny Morris

di Aldo Cazzullo

GERUSALEMME - Benny Morris ha l'età di Israele. Nato nel 1948 nel kibbutz di Ein HaHoresh, con il suo libro Righteous Victims - pubblicato in Italia da Rizzoli con il titolo Vittime: 941 pagine di sofferenza ma anche di piacere intellettuale - ha cambiato il nostro modo di pensare la storia del Medio Oriente.

- Professor Morris, perché ha vinto Netanyahu?
  «A causa della demografia: ortodossi e sefarditi fanno più figli, e quasi tutti votano a destra. E per responsabilità degli arabi israeliani: molti odiano Israele e non votano, favorendo lo statu quo».

- A Gerusalemme non cambierà nulla, quindi?
  «Al contrario. Cambierà tutto».

- Perché?
  «La vittoria di Netanyahu è una vittoria di Pirro. Entro un anno gli scandali e i processi lo costringeranno a dimettersi».

- Chi gli succederà?
  «Un altro uomo del Likud. Non so chi».

- Come passerà alla storia Netanyahu?
  «Be', la maggioranza degli storici sono di sinistra, quindi ne scriveranno male ... ».

- Lei viene da sinistra ma ne è stato molto criticato, quindi il suo giudizio è obiettivo.
  «Lo considero un cattivo leader e un uomo corrotto. Anche se gli vanno riconosciuti alcuni meriti. È stato cauto: non ha fatto guerre inutili; e non ha corso rischi bombardando l'Iran».

- Cosa accadrà dopo di lui?
  «Può accadere di tutto. Le cose possono migliorare ma pure peggiorare. Di sicuro, l'idea che il Medio Oriente sia immobile è un abbaglio clamoroso. Tenga conto che siamo alla vigilia di un cambiamento anche nel campo avverso».

- Abu Mazen è finito?
  «Sì. Sarà presto sostituito. Non so dirle se il suo erede sarà più moderato o più radicale».

- Israele non è mai stato così sicuro? O l'Iran può minacciarlo?
  «Israele è sempre in bilico. Sono certo che l'Iran stia proseguendo il suo programma nucleare. Va fermato».

- Come?
  «Ci sono soltanto due strade. Sanzioni severe che ne blocchino l'export e mettano in ginocchio l'economia. O le bombe. Poi c'è l'altra grande minaccia».

- Quale?
  «I palestinesi. Non hanno mai rinunciato a distruggere Israele. La pace è impossibile, perché per fare la pace ci vuole un partner. E come fai con uno che vorrebbe sgozzarti?».

- Abraham Yehoshua pensa a uno Stato in cui ebrei e arabi possano convivere.
  «È un'utopia. Ci sono luoghi come Hebron in cui ebrei e arabi si ammazzano tra loro da centinaia di anni. Come possono stare insieme? Il Muro, la separazione sono una dolorosa necessità».

- Ben Gurion disse nel 1938: «Noi stiamo difendendo le nostre vite. Ma sul piano politico, siamo noi che attacchiamo, e loro che si difendono».
  «Ben Gurion aveva ragione. Ma ora quel ragionamento non vale più. Israele ha creduto davvero alla pace. I palestinesi no».

- Per questo la sinistra israeliana non esiste più?
  «Sì. Rabin e Barak si fidarono di Arafat. La disillusione è stata terribile».

- Rabin assassinato. Sharon che cade in coma dopo il ritiro da Gaza. Sembra che il diavolo in questa terra meravigliosa e tragica ogni tanto infili la coda.
  «Non serve il diavolo, fanno già tutto gli uomini. Anche se la malattia di Sharon è stata davvero una disgrazia, anche politica. Credo che, dopo Gaza, si sarebbe ritirato anche da parte della Cisgiordania».

- Con Sharon in «Vittime» lei non è tenero.
  «Ma lo considero uno dei più grandi comandanti militari che Israele abbia mai avuto. Passare il Canale di Suez sulle zattere, sotto il fuoco dell'artiglieria egiziana, la pioggia di missili sovietici e i Mig 21 che mitragliano a bassa quota, richiede una certa personalità».

- E Dayan?
  «Quando i siriani sembravano vicini a sfondare sul Golan, e già vedevano il Lago di Tiberiade e la Valle del Giordano, Golda Meir perse la testa. È possibile che abbia ordinato di armare missili a lunga gittata con testate nucleari. A quel punto l'Urss avrebbe reagito e chissà come sarebbe finita. Dayan allora rivolse un messaggio ai carristi: "Voglio che teniate duro fino all'ultima cartuccia. Vi state battendo come i Maccabei. Se non vi farete piegare, rimarremo padroni del Golan"».

- Era il 9 ottobre 1973. Non si fecero piegare.
  «Contrattaccarono e giunsero a trenta chilometri da Damasco, fermati dal corpo di spedizione iracheno. Metà dei nostri 2.300 caduti nella guerra del Kippur erano carristi».

- Lei scrive che il 4 ottobre un agente segreto al Cairo aveva avvertito Israele che la guerra sarebbe cominciata «dopodomani alle 18».
  «Invece gli egiziani attaccarono alle 14, l'aviazione non si mosse - e lì Dayan sbagliò -, fummo colti di sorpresa. La notizia era giusta. L'ora era sbagliata».

- Il Mossad si convinse che l'errore fosse deliberato, e l'agente facesse il doppio gioco.
  «Io invece credo che fosse leale. Infatti i capi dell'intelligence furono rimossi. E alla fine saltarono pure Dayan e Golda Meir».

- Ancora una cosa. Trump può dare una mano, o combinerà solo guai?
  «Trump è del tutto imprevedibile. Questa è la sua forza, e la nostra condanna. Prepariamoci a ogni eventualità».

(Corriere della Sera, 12 aprile 2019)


Fine della sinistra in Israele? Negli Usa si è ricostruita intorno a figure inattese

Lettera a "il Fatto Quotidiano"

Immagino che a molti non sarà di sicuro sfuggito il crollo dei laburisti nelle ultime elezioni in Israele il cui partito ha contribuito alla fondazione di quella gloriosa democrazia e, nelle cui file hanno militato giganti del calibro di Ben Gurion, Golda Meir, Simon Peres e il compianto Yitzhak Rabin. Ciononostante, allo stato delle cose, anche questo glorioso partito non è sfuggito alla maledizione che si sta accanendo da un pezzo su quasi tutti i partiti della sinistra delle democrazie parlamentari dell'occidente. Se continua questo trend negativo su scala mondiale, dovremmo quindi abituarci a non vedere più sulle schede elettorali gli storici simboli del socialismo democratico mondiale come il sole nascente o la rosa nel pugno? Non ci sarebbe così un grosso vuoto e soprattutto tanta tristezza? Con molti saluti.
Vincenzo Covelli



Il premier israellano, Benjamin Netanyahu, non sarà ricordato solo come il primo ministro più longevo della storia di Israele, ma anche come colui che ha fatto quasi scomparire la sinistra dal paesaggio parlamentare e politico. Con circa i1 5% dei voti, e sei seggi, il Labour ottiene il peggior risultato della sua storia che, come lei ricorda, è quella di chi ha fondato lo Stato ebraico e, almeno fino al 1977, lo ha governato senza rivali. In realtà, dal 1977 a oggi, i laburisti hanno governato pienamente soltanto due volte: quando hanno candidato due ex militari, Rabi n ne1l992, ed Ehud Barak nel 1999. Ed è su quei due governi che hanno poi costruito il loro lento declino. Secondo un'inchiesta dell'lsrael Democracy Institute i1 56% degli israeliani si dichiara di sinistra contro i1 12% che si identifica con la sinistra. Nemmeno il pd è riuscito ad arrivare così in basso. I1 Labour, che una volta era lo Stato, quando ha dovuto cedere il potere non ha più saputo trovare una sua dimensione. Non sul piano dell'economia, in cui ha assimilato acriticamente le tendenze maggioritarie della "terza via" blairiana, che ha portato alla crisi della socialdemocrazia un po' ovunque, né su quello della pace e della sicurezza in cui si è distinto dal Likud solo per essere "un po' meno" aggressivo dei palestinesi e "un po' meno" duro nei confronti del processo di pace. È una tendenza generale a cui dovremo abituarci? Non saprei, personalmente non lo spero. Osservo che negli Stati Uniti, attorno a figure come Bernie Sanders o Alexandria Ocasio-Cortez, la parola socialismo è tornata di moda. Se n'è accorto anche 1'''Economist''. Magari qualche novità giungerà dal luogo più inaspettato.
Salvatore Cannavò

(il Fatto Quotidiano, 12 aprile 2019)


L'anima ebraica del Rinascimento

Dipinti e rarità al Meis di Ferrara. In mostra opere mai esposte che evidenziano le influenze e il dialogo con la cultura cristiana in Italia tra fine '200 e metà '500.

di Stefano Lolli

 
FERRARA - 'Av'. Padre. Nell'ultimo capolavoro della propria vita, La Sacra Famiglia e famiglia del Battista, Andrea Mantegna, per la prima volta, inscrive sulla tela una parola ebraica. Non è solo un esercizio di stile, ma la prova che i grandi pittori del Rinascimento erano contagiati da quella cultura «antica, arcana e un po' misteriosa» che affascinava anche le Corti e i sapienti. Come Pico della Mirandola, che nei propri studi inserì anche quello della qabbalàh. L'epoca d'oro dell'umanesimo, la folgore che squarciava le brume del Medioevo, era figlia dunque di un vivifico contagio. Il Rinascimento parla ebraico: questo il titolo, e al tempo stesso la tesi, della grande mostra aperta da oggi al15 settembre al Museo Nazionale dell'Ebraismo italiano e della Shoah. Un'esposizione, spiega Giulio Busi (curatore assieme a Silvana Greco), «che per la prima volta, e nel luogo giusto qual è il Meis, raccoglie opere letterarie, archivistiche e artistiche, accomunate dalla presenza della cultura ebraica».
  Una presenza di cui, nel corso del vero e proprio viaggio tra scenografiche installazioni multimediali, teche con manoscritti e pergamene, capitelli e sarcofaghi, si intuisce l'incisività: i più grandi pittori del Rinascimento (e nelle sale, oltre alla tela del Mantegna, sono esposte opere di Carpaccio, del Sassetta, del Mazzolino) furono contagiati dall'ebraismo. «Quando si voleva caratterizzare il background di Gesù e della sacra famiglia - sorride Busi, citando anche riferimenti a Michelangelo e Raffaello -, lo si metteva in un'ambientazione ebraica, o si utilizzavano riferimenti espliciti». Ma non solo di scritti ed evocazioni era fatto quell'incrocio: gli ebrei, all'epoca, gestivano affari fiorenti, erano integrati nelle élite (la ghettizzazione arriverà solo dopo il 1550, anno entro il quale il percorso di questa mostra si arresta), e figure centrali della vita sociale.
  Un caso è quello di Gracia Nasi, donna tra le più influenti del Rinascimento, che proprio a Ferrara fece stampare la capitolare Biblia Espanola (aperta nella prima pagina in una delle sale allestite dallo studio Gtrf) a testimonianza della sua tenacia di portare in Italia e aiutare i "conversos", gli ebrei costretti a camuffarsi da cattolici. Tra dipinti, miniature che sembrano animarsi sulle pareti, si caratterizza un rapporto sin qui poco indagato: «Senza il Rinascimento, anche l'ebraismo italiano non sarebbe quel ricco fenomeno culturale che conosciamo», prosegue Busi. Un fenomeno di cui Ferrara, aggiunge il presidente del Meis Dario Disegni, è «museo diffuso: così come la mostra offre un viaggio ideale nella storia, la città offre percorsi imprescindibili tra i luoghi, le sinagoghe, il Ghetto, i cimiteri».
  Ma restiamo nelle sale, dove trovano posto pezzi rarissimi: se il Mantegna è il biglietto da visita, fondamentali sono l'Aron Ha-qodesh, la spettacolare arca santa lignea di fine Quattrocento, che per la prima volta rientra in Italia grazie al prestito del Museo Ebraico di Parigi. O i rotoli del sefer torah più antico del mondo, che risale al 1250, e che ancora oggi è in uso alla sinagoga di Biella.
  Culture e identità si incrociano, in quella «che non però è la storia di una minoranza, ma una storia autenticamente italiana, profonda e luminescente», conclude Busi, davanti alla riproduzione della Madonna Roverella. Capolavoro di Cosmé Tura che ha subìto, come il popolo ebreo, una diaspora. Le parti della celestiale pala d'altare, smembrata, sono oggi tra il Louvre, la Galleria Colonna di Roma, e la National Gallery di Londra che conserva quella in cui la Vergine e il suo coro di angeli poggiano su colonne con iscrizioni in ebraico.

(Nazione-Carlino-Giorno, 12 aprile 2019)


Il trionfo di Netanyahu. Sarà il premier più longevo

Non basta l'ottimo risultato di Gantz. La coalizione di destra ha 10 seggi in più

di Massimo Lomonaco

 
Benyamin Netanyahu trionfa in Israele, corre verso lo storico quinto mandato e spazza via anche il buon successo di Benny Gantz. Alla coalizione di destra guidata dal primo ministro e leader del Likud è andato il maggior numero di seggi: 65 su 120 alla Knesset, contro i 55 di quella avversaria.
   Subito dagli Usa sono arrivate le congratulazioni di Trump, suo grande sponsor, che ha esultato per la vittoria di «un grande alleato e un grande amico» in grado, secondo il capo della Casa Bianca, di portare la pace in Medio oriente. Ma anche la bocciatura palestinese non si è fatta attendere: "Israele ha scelto un parlamento di destra e razzista». La prossima settimana il presidente Reuven Rivlin avvierà le consultazioni con i partiti e affiderà l'incarico di formare il nuovo governo a Netanyahu. Sarà la quinta volta: un vero e proprio record di longevità politica in Israele, superiore perfino a quella del fondatore dello Stato, David Ben Gurion.
   L'esito del voto è stato incerto fino all'ultimo come mai negli ultimi 2.3 anni ed ha riservato non poche sorprese. Le più eclatanti sono state il crollo dei laburisti di Avi Gabbai - cannibalizzati dal partito centrista «Blu-Bianco» di Gantz -, le difficoltà dei piccoli partiti di destra (come "Nuova Destra» dell'attuale ministro Naftali Bennett), l'esclusione dalla Knesset di formazioni ritenute alla vigilia vincenti ed anche una forte contrazione del voto arabo. Nonostante qualche aggiustamento possa giungere dallo scrutinio del voto dei soldati, il quadro complessivo è oramai delineato: fino al 2023, Israele sarà governato di nuovo da una coalizione di destra. Netanyahu ha promesso di formare «rapidamente» il governo e ha fatto sapere di aver già incassato il via libera da molti dei partiti della sua prossima coalizione. Al suo fianco può contare sui religiosi di «Shass «Torah Unita», che hanno raccolto un bottino discreto, sui centristi di Moshè Kahlon (attuale ministro dell' economia) e anche su "Israele casa nostra» di Avigdor Lieberman, dimessosi da ministro della Difesa del precedente governo in polemica per la posizione di Netanyahu su Gaza.
   A Benny Gantz e al suo partito-rivelazione "Blu-Bianco» non resterà dunque che l'opposizione. "Accettiamo la decisione del popolo e rispetteremo le scelte del presidente Rivlin» ma "la campagna non è finita. Siamo qui per aprire quella del 2020», ha incalzato il numero due del partito Yair Lapid, ipotizzando che Netanyahu possa dimettersi nei prossimi mesi per le sue vicende giudiziarie se arriverà l'incriminazione formale per corruzione da parte dell'avvocato dello Stato Avichai Mandelblit. «Trasformeremo la Knesset in un campo di battaglia e - ha continuato Lapid preannunciando la richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta sulla vicenda dei sottomarini che riguarda anche Netanyahu - renderemo dura la vita al Likud».
   Le speranze del centrosinistra sono durate fino allo spoglio dei voti reali. I primi exit poli proiettavano infatti in testa il partito di Gantz rispetto al Likud, sebbene quest'ultimo potesse contare su una coalizione più forte. Se il distacco si fosse mantenuto, Gantz - come aveva annunciato subito - avrebbe chiesto a Rivlin l'incarico. Così non è stato: lo spoglio successivo ha consegnato un quadro di esatta parità tra i due partiti maggiori (35 seggi a testa), mentre ben più consistente si è rivelata la forbice tra le coalizioni: dieci seggi, un'enormità per chi come Netanyahu ha dimostrato di saper governare anche con uno solo di vantaggio.
   
(Gazzetta di Parma, 11 aprile 2019)


L'occidente è in crisi e Israele si volge a est

"Fra sicurezza e identità, Israele sceglie Bibi". Parlano Lord e Klein Halevi

di Giulio Meotti

ROMA - Se ci sono due titoli che spiegano bene lo stordimento dei ceti pensanti e riflessivi in Israele sulla vittoria di Benjamin Netanyahu sono quelli di Haaretz, il quotidiano simbolo dei caffè di via Shenkin a Tel Aviv, come il Tamar, rifugio della bohème intellettuale, il giornale specchio dell'élite culturale fondatrice e dei suoi figli, ma anche il foglio più detestato oggi dalla maggioranza. A mezzanotte, quando sembrava che il generale Benny Gantz fosse in vantaggio su Netanyahu, Haaretz festeggiava 71 anni di democrazia rinata. All'alba, quando era chiaro che "Bibi" aveva nuovamente vinto, Haaretz ha titolato che era l'ora della dittatura. "Haaretz rappresenta quella parte di società diventata estranea alla situazione di Israele" dice al Foglio l'intellettuale conservatore Amnon Lord, già direttore del quotidiano Makor Rishon.
  "La società israeliana sta cambiando, dal peso degli ebrei immigrati dai paesi arabi a quelli dalla Russia. Poi ci sono radici ideologiche profonde: Ze'ev Jabotinski, Menachem Begin, Yitzhak Shamir, Ariel Sharon e adesso Netanyahu sono i leader storici del revisionismo di destra. E' un tentativo di riformare la società, passare dallo statalismo al liberismo e di tornare all'identità. Netanyahu ha capito che la questione dell'identità ebraica è diventata importantissima, non solo per Israele, ma per l'occidente giudeocristiano. In occidente si guarda a Israele come una identità che non sta crollando, ma che sta diventando forte, mentre in occidente quella identità sta vacillando drammaticamente. Netanyahu ha capito che la cultura è molto importante nell'unità di una società. Siamo un paese di immigrati, la mia famiglia è polacca, ho amici iracheni, egiziani, marocchini e russi, ciò che ci rende un popolo è solo l'identità ebraica, come la lingua ebraica che è un miracolo del sionismo".
  La sinistra ha costruito il paese e si ritrova con un pugno di mosche (e di seggi). "Una egemonia gramsciana di mezzo secolo. Hanno controllato tutto, cultura, sanità, esercito. Netanyahu è il primo vero rivale di questo sistema egemonico, che continua a essere tale ma senza vincere più le elezioni. Nessuno è odiato come Netanyahu dalla sinistra in Israele e nel mondo occidentale. Sono nato in un kibbutz ma vivo a Gerusalemme e ho molti amici di estrema sinistra che sono diventati dei neoconservatori. E' in corso una svolta".
  La sicurezza ha giocato un ruolo molto importante nelle elezioni. "Netanyahu ha compiuto traguardi importanti contro l'Iran e Hezbollah in Siria, abbiamo bombardato qualsiasi cosa che si muovesse" continua al Foglio Amnon Lord, ex direttore del giornale Makor Rishon. "Gli iraniani si sono ritirati dalle zone di confine. E Bibi ha compiuto questo complicatissimo lavoro sotto il naso dei militari russi grazie al rapporto con Putin. Su Gaza, Netanyahu è riuscito a portare a una calma relativa al confine rispetto a dieci anni fa. E questo è il risultato della guerra del 2014, quando il capo dell'esercito era proprio Gantz. La popolazione ha capito che Netanyahu ha sopportato la pressione ostile di Obama sui confini del 1967 e adesso abbiamo un partner nella Casa Bianca".
  Quello che Lord trova positivo, per Yossi Klein Halevi è un segnale d'allarme. "Queste elezioni non sono buone per me, non per quello che pensano gli europei, ovvero il rapporto con i palestinesi, ma per l'identità israeliana e per quello che sta accadendo in molti paesi" dice al Foglio Klein Halevi, columnist di testate come il New York Times, studioso che lavora allo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme e autore del best seller "Letters to my Palestinian Neighbor". "Netanyahu rigetta l'ordine liberale internazionale e vede Israele legato a forze conservatrici e in parte ha ragione. Il liberalismo occidentale ha tradito Israele in maniera grave. E la sinistra ha due anime qui: la vecchia sinistra israeliana nazionale e patriottica e la sinistra post- nazionale nata negli anni Novanta. La prima è stata screditata dal collasso del processo di pace. Ed è rimasta solo la sinistra cosmopolita. Tutto qui si sta spostando a destra. Ma per Israele è un azzardo costruire un'alleanza con gli illiberali perché alla fine non puoi avere una relazione di fiducia con loro. Non abbiamo scelta da tanti punti di vista, abbiamo bisogno di Trump, dell'indiano Modi e di Visegràd, Bibi pensa che siano stati eletti e che non abbiamo diritto di criticarli. Dobbiamo prendere i nostri amici per come sono. Ma il popolo ebraico è rinato dopo la Shoah, qui in Israele, in America e in Europa occidentale, grazie all'ordine liberale. E' la precondizione per la nostra sopravvivenza, ma anche per la nostra crescita: pluralismo, libero mercato, rule of law. Il potere di Bibi sta nel sentimento israeliano di sfiducia verso l'occidente che non vede più motivi per difendere la causa israeliana. La vittoria di Bibi è l'orientalizzazione di Israele, dall'est Europa al medio oriente, ma io non so più cosa sia 'occidente'. La globalizzazione ha minacciato le identità nazionali e le popolazioni hanno bisogno dell'identità. Negli anni Novanta si diceva che l'occidente si diffondeva a oriente. Oggi sta accadendo il contrario".
  E' forse dentro al destino di Israele, la cui linfa demografica vitale è arrivata da oriente. I "nuovi israeliani" vogliono essere ebrei, a differenza del sionismo delle origini che era una fuga dall'ebraismo.

(Il Foglio, 11 aprile 2019)


«Per i palestinesi in Israele è tempo di un nuovo attivismo»

«La legge sulla nazione ebraica ora mostrerà effetti: nuovi tagli e restrizioni nelle comunità arabe». Intervista a Sawsan Zaher, vice direttrice del Centro Adalah.

di Michele Giorgio

 
Sawsan Zaher
GERUSALEMME - Un mix di preoccupazione e indifferenza percorreva ieri le strade dei centri abitati arabi in Israele dopo la vittoria elettorale che ha assegnato a Benyamin Netanyahu il quinto mandato da premier. Pesano sul dibattito che si è aperto il netto calo dell'affluenza alle urne della minoranza palestinese e le ripercussioni che ciò ha avuto sulla rappresentanza araba alla Knesset oltre alle ipotesi che si fanno sul programma nel "settore arabo" del futuro governo di destra. Ne abbiamo parlato con Sawsan Zaher, vice direttore di Adalah, centro per l'assistenza legale alla minoranza palestinese e una delle espressioni più autorevoli della società civile araba in Israele.

- Una percentuale di votanti palestinesi così bassa non si registrava da molti anni.
  Non mi ha sorpreso. La legge che l'anno scorso ha proclamato ufficialmente Israele Stato della nazione ebraica, l'appello al boicottaggio lanciato da settori ed esponenti della minoranza araba, la disillusione nei confronti del ruolo dei deputati arabi alla Knesset e la fine della Lista araba unita, sono alcune delle ragioni della frustrazione che alberga nella nostra gente. Chi non è andato a votare lo ha fatto per scelta ideologica o per disinteresse totale verso le elezioni. E chi ha votato lo ha fatto con poca convinzione.

- Quanto hanno pesato le telecamere introdotte da attivisti del Likud in 1.300 seggi elettorali nei centri abitati arabi?
  Tanto soprattutto da un punto di vista psicologico. Sebbene quelle telecamere siano state scoperte presto e in gran parte rimosse, comunque hanno spinto tante persone a non votare. Essere filmati mentre si entra nel seggio e ci si prepara ad esprimere il proprio voto, è qualcosa che molti non possono accettare. La commissione elettorale ha annunciato che saranno svolte delle verifiche. I partiti arabi hanno protestato con forza ma non sono a conoscenza di una richiesta formale per l'avvio di un procedimento penale sull'accaduto.

- Di fronte al risultato delle elezioni come viene giudicata la scelta dei dirigenti politici arabi di andare al voto divisi e di porre termine all'esperienza della Lista araba unita che aveva conquistato 13 seggi nel 2015
  Penso sia riduttivo confinare l'attivismo dei palestinesi in Israele alla sola presenza nella Knesset. Tuttavia la spaccatura occorsa prima delle elezioni è un tema centrale in queste ore. Sui social i militanti dei partiti arabi chiedono di rivedere le decisioni prese a inizio anno e di pensare a nuove e più efficaci forme di attività politica, diverse dai modelli visti sino ad oggi e forse non più adeguati. Il boicottaggio delle elezioni e della partecipazione alle istituzioni politiche è cresciuto in modo significativo dopo l'approvazione della legge su Israele Stato degli ebrei e ciò, esortano molti, deve spingere i palestinesi (d'Israele) a comprendere meglio il loro presente e a guardare con più attenzione al loro futuro. La fine della Lista araba unita è avvenuta non su temi politici ma a causa di interessi di parte. E i risultati si sono visti. La presenza araba alla Knesset è minore rispetto al 2015 e, anche per questo, non escludo che in futuro i leader di partito possano ritrovare un terreno comune per l'azione politica.

- Netanyahu formerà una nuova coalizione di destra, che includerà forze estremiste, dichiaratamente anti-arabe. E qualche giorno fa ha annunciato l'intenzione di annettere a Israele larghe porzioni di Cisgiordania occupata dove si trovano le colonie ebraiche. Cosa si attende per i cittadini palestinesi in Israele.
  Mi attendo una escalation. Prevedo nei prossimi anni, forse già mesi, l'approvazione di nuove leggi, di restrizioni ulteriori per lo sviluppo edilizio nelle nostre aree, nell'istruzione e in altri settori. Mi attendo l'attuazione in termini pratici della legge su Israele Stato del popolo ebraico. Questa legge avrà riflessi anche in Cisgiordania, a maggior ragione dopo i propositi di annessione manifestati da Netanyahu, perché afferma il diritto esclusivo degli ebrei su tutta la (biblica) Terra di Israele e sancisce che il diritto all'autodeterminazione in questa terra appartiene solo agli ebrei. Inoltre riconosce e incoraggia le attività di insediamento coloniale e le annessioni di terre palestinesi, soprattutto in Cisgiordania. Il nostro impegno civile e politico perciò dovrà raddoppiare.

(Il manifesto, 11 aprile 2019)


Dietro la vittoria, una nazione che cresce nella sicurezza

Intese con Trump e Putin, dialogo con gli sceicchi e boom hi-tech. Non è da escludere un governo di unità nazionale che esclude i partiti religiosi

di Mordechai Kedar

Ci sono tre importanti questioni legate alle consultazioni israeliane che si sono appena concluse. la prima si lega ai conti in sospeso con la giustizia del primo ministro, Benjamin Netanyahu. Ci sono diversi procedimenti giudiziari aperti contro di lui e nel giro di pochi mesi potrebbe trovarsi di fronte a un tribunale, costretto alle dimissioni dalla Corte Suprema. Gli israeliani si dividono tra chi odia Netanyahu e chi lo ama ancora di più perché la polizia «di sinistra» e la pubblica accusa sono alla ricerca di ragioni per metterlo in prigione. Più si avvicina al tribunale, più grande è l'amore che i suoi sostenitori, il partito del Likud, sentono nei suoi confronti. Dopo dieci anni da primo ministro, Netanyahu è uno dei politici più importanti nell'arena globale, buon amico di Trump, Putin, dell'indiano Modi e del cinese Xi.
  Con il suo governo l'economia israeliana prospera, ha buone relazioni, intime e clandestine, con alcuni importanti governanti arabi, e qualche Stato occidentale ha iniziato a spostare l'ambasciata a Gerusalemme. È un esperto di sicurezza ed economia, ed è considerato indispensabile. Ma la vera ragione del suo successo è l'«abitudine» di emarginare qualsiasi politico che potrebbe prendere il suo posto, anche se del suo stesso partito. Netanyahu non ama affatto la competizione. Dev'essere «l'unico e il solo», e poiché questo a molti israeliani non piace, hanno votato Gantz.
  Tuttavia, il sentimento diffuso è che Netanyahu sarà primo ministro per l'ultima volta. Se termina l'attuale mandato, totalizzerà 14 anni consecutivi come primo ministro, oltre a 4 negli Anni '90, e questo è davvero troppo. Molti in Israele, anche nel suo partito, il Likud, sono stanchi e stufi della coppia Netanyahu, specialmente di Sarah.

 Requiem per la sinistra
  La sinistra ha costruito Israele. Ben Gurion, l'uomo che fondò Israele nel 1948, era un convinto socialista e per trent'anni - fino al 1977 - i partiti socialisti hanno governato lo stato senza alcuna vera sfida da parte dei nazionalisti. La base popolare dei partiti socialisti era la Histadrut, l'Unione dei lavoratori, il sindacato, il vero potere che, in quegli anni, stava dietro ogni cosa in Israele.
  Il quadro, tuttavia, è cambiato: l'economia israeliana non è più basata sulle arance ma sull'alta tecnologia e le aziende moderne impiegano lavoratori con contratti personalizzati. Non c'è più bisogno dell'Unione dei lavoratori, che ha perso gran parte del suo potere. I partiti socialisti, cercando un'idea alternativa, hanno trovato l'ideologia della «pace» come nuova agenda. Per 25 anni i socialisti israeliani come Shimon Peres e Yossi Beilin, hanno sognato la pace, il nuovo Medio Oriente e altre sciocchezze, basando le loro politiche fallimentari su questi sogni.
  Oggi, la maggior parte degli israeliani sa quali sono le vere intenzioni dei nostri vicini e chiunque oggi parli di «pace» è visto dalla maggior parte degli israeliani come uno che sta ancora dormendo e sognando «Il nuovo Medio Oriente» vagheggiato da Peres, Beilin e altri ingenui. E con l'evaporazione del sogno di «pace», dell'ideologia della sinistra non resta nulla. Le piccole dimensioni dei partiti di sinistra riflettono questa situazione.
  In Medio Oriente, ci può essere pace solo per uno Stato che sia considerato invincibile, e durerà solo finché questo Stato sarà visto come tale. La sinistra - in Israele e in Europa - non l'ha ancora capito. Pertanto, gli israeliani dicono che il conflitto non è tra destra e sinistra; ma tra giusto e sbagliato.

 Opzioni per il futuro
  Ci sono, in linea di massima, tre possibili opzioni per la politica interna israeliana nei prossimi quattro anni.
  La prima è che Netanyahu formerà un governo più o meno simile a quello che ha presieduto fino alla settimana scorsa: con il Likud in posizione dominante e gli altri partiti della coalizione - nazionalisti e religiosi - destinati a garantire la maggioranza nella Knesset. Le dispute all'interno della coalizione continueranno e il governo dovrà dare soddisfazione a tutti i partner. Non è un lavoro facile, ma è fattibile.
  Nel secondo scenario Netanyahu non riesce a dar vita a una coalizione a causa delle profonde differenze, specialmente con Lieberman, e chiede a Gantz di unirsi alla coalizione in cambio di incarichi di rilievo come il ministro della Difesa. Gantz accetta, la coalizione di «unità nazionale» ha una maggioranza molto ampia nella Knesset, e Netanyahu dice a tutti i piccoli partiti: non abbiamo veramente bisogno di voi; se volete unirvi la porta è aperta ma non chiedeteci nulla. E loro entreranno genuflessi nel governo per non rimanere fuori, senza alcuna posizione ufficiale.
  Infine, la terza opzione ovvero Natanyahu non riesce a dar vita a una coalizione a causa delle divergenze e interpella uno per uno i membri della Knesset del partito di Gantz, convincendoli alla defezione e spingendoli a fondare un partito separato e a unirsi alla coalizione. In alternativa, offre a questi membri della Knesset di unirsi al Likud, e questa mossa gli assicura la maggioranza necessaria nella Knesset. Un'iniziativa del genere è «legale ma scorretta», e qualsiasi membro della Knesset che aderirà a questo disegno sarà considerato sleale e opportunista.

(La Stampa, 11 aprile 2019 - trad. Carla Reschia)


Israele, per Netanyahu una vittoria storica

Ha i voti per una coalizione di destra; sarà il suo quinto mandato. Lo sconfitto Gantz: «Siamo l'alternativa»

GERUSALEMME - Qualche settimana fa ha posto la domanda con parole semplici, che anche i bambini potessero capire: «Come dovrei comportarmi, se i due partiti più grandi sono in pareggio? A chi dare l'incarico? Al leader che riceve più raccomandazioni?». Il presidente Reuven Rivlin ha lasciato qualche giorno perché anche i politici ragionino sulla lezione di educazione civica. Da domenica darà il via alle consultazioni, riceve alla residenza a Gerusalemme i capi delle formazioni che devono portare il nome del candidato a formare la coalizione come primo ministro.
   Rivlin ha annunciato di voler trasmettere in diretta i colloqui «per garantire la massima trasparenza». I suoi rapporti con Benjamin Netanyahu - che non lo avrebbe voluto presidente, nonostante fosse un veterano del Likud - sono rimasti freddi. È al primo ministro in carica che i numeri usciti martedì dalle urne garantiscono la maggioranza: il blocco della destra raccoglie - dati non ancora ufficiali - 65 seggi su 120. Il Likud di Netanyahu e Blu e Bianco di Benny Gantz hanno conquistato gli stessi deputati (35), esattamente la situazione prospettata da Rivlin agli scolari delle elementari. Le possibilità che un numero sufficiente di partiti proponga l'ex capo di Stato maggiore sono quasi inesistenti. Anche da Gantz, che ha ammesso la sconfitta e proclamato: «Restiamo la vera alternativa».
   Gli alleati nella coalizione al potere hanno già annunciato di voler sostenere il premier che ha dimostrato di poter catturare il quarto mandato consecutivo (il quinto in totale) nonostante l'incriminazione per corruzione annunciata dal procuratore generale dello Stato. «E' stata una vittoria strepitosa, non si poteva immaginare», ha esultato Netanyahu nella notte elettorale. Se dovesse formare un altro governo, può diventare il primo ministro più a lungo in carica nella Storia di Israele, battendo il record di David Ben-Gurion, padre fondatore della patria. D.F.
   
(Corriere della Sera, 11 aprile 2019)


Tra i giovani di Gantz delusi. "Questo per noi è un incubo"

Ma c'è ancora chi crede nel futuro: "È solo l'inizio di una lunga strada"

di Giordano Stabile

GERUSALEMME - La sfida «è appena cominciata». Il popolo di Benny Gantz si consola così, dopo una notte con il sapore della vittoria durata poche ore, dalle 10 dei primi exit poll alle 2, quando le prime proiezioni hanno gelato le speranze di staccare il Likud e rivendicare la premiership. Lungo Giaffa Street il passaggio del tram solleva i dépliant con il ritratto del generale, gli occhi azzurri che gli sono valsi certo qualche voto. Gerusalemme è stata un po' trascurata dalla campagna di Blu e Bianco. Un fortino conservatore difficile da espugnare. Quasi un quarto degli elettori qui ha scelto il Likud, il partito religioso degli askenaziti, Torah Unita, è arrivato al 23. Shas, quello dei sefarditi, quasi al14 e solo quarto Blue e Bianco, con il 12.
   Un disastro che si aspettavano anche Giora e Osnot Silvester, sostenitori di Gantz dalla prima ora. Appena usciti dal Beer Bazaar, aspettano con ansia il discorso del loro leader. «Non si deve arrendere - insiste Giora, 36 anni, una buona posizione in una azienda di telecomunicazione -. Bibi l'ha battuto a forza di trucchi e bugie, ma cammina su un filo sottile, con tutte quelle inchieste sulla testa. Bisogna restare pronti. Tutti i suoi azzardi, anche in politica estera ed economia prima o poi lo faranno cadere».
   Giora e Osnot speravano in un risultato migliore nel Sud, per esempio a Sderot, e in ancora più voti a Tel Aviv, dove pure Gantz ha preso oltre il 40 per cento. «Certo non poteva puntare sul Modiin», un insediamento nei sobborghi della città dove i religiosi sono arrivati als 97 per cento. «A Sderot però pare che sia andata malissimo, eppure con tutti quei razzi che gli cadono in testa potevano puntare su Benny, che sulla sicurezza non è secondo a nessuno».
   A Gerusalemme, per trovare qualche supporter del generale bisogna andare paradossalmente vicino alla tana del lupo, nei quartieri residenziali di Rechavia e Nachlaot, non distante dalla residenza del premier. È una zona residenziale a due passi da King David, dove vivono anche molti americani di recente immigrazione, e di tendenze liberal.
   Molti sono passati dal Labour al partito di Gantz, convinti che la combinazione questa volta «fosse quella giusta». I più delusi sono Noa e Gari, una coppia di americani sulla quarantina, arrivati a Gerusalemme dieci anni fa. Lui, ingegnere elettronico, con una camicia a quadri, gli occhi azzurri e i capelli brizzolati, assomiglia persino un po' al generale.
   «L’altra volta avevamo votato per Lapid - racconta -. Ieri abbiamo davvero creduto di avercela fatta. Gantz era l'ideale per arrivare a un accordo di pace con i palestinesi, ma sicuro per Israele, non come quello di Gaza. Ora ce lo scordiamo per altri cinque anni». Netanyahu però, ammette, ha gestito l'economia alla grande: «Siamo una piccola potenza tecnologica. Qui ci sono opportunità come in America ma con uno welfare molto più generoso anche e non come quello europeo. E stata quella la sua forza, oltre che l'appoggio di Trump», E ora, che fare? «Speriamo che Gantz e Lapid non si separino. E' un classico della politica israeliana. Invece possono costruire una bella alternativa al Likud, specie con tutti i guai giudiziari di Netanyahu, sembra il vostro Berlusconi».
   L'idea che alla fine gli scandali costringeranno il premier a dimettersi è coltivata soprattutto dai giovani. «Ero a Tel Aviv ieri sera - racconta Yiska Harav, studentessa in Arte e spettacoli di 23 anni, gli occhi ancora gonfi di sonno -. Voglio sperare che in realtà non mi sono ancora svegliata e sono solo passata dal più bello dei sogni all'incubo peggiore. Ci ho creduto per ore. Benny ci scaldava, ci diceva, "siamo oltre un milione di voti, mi prendo questa responsabilità, voglio unire tutti quanti. Credo che ci riuscirà lo stesso. Non è la fine, è solo l'inizio di una lunga strada». Poi si affretta verso casa. Vuole seguire il discorso di Gantz, questa volta alla tv. «Resta il nostro comandante, non ci deluderà», e accenna a un saluto militare fra l'ironico e il patriottico.

(La Stampa, 11 aprile 2019)



In tutto l’Antico Testamento

la Bibbia non dice
quello che devono fare gli uomini, che sono sulla terra,
per raggiungere un giorno Dio, che è nel cielo;

la Bibbia dice
quello che fa Dio, che è nel cielo,
per avvicinarsi agli uomini, che sono sulla terra.

 


Israele, una nuova vittoria per Netanyahu

Fino alla fine di giovedì non si avrà un risultato definitivo dei conteggi ma il risultato delle elezioni è chiaro: il Premier uscente Benjamin Netanyahu ha vinto. Nonostante il pareggio tra il suo Likud e il partito avversario Kahol Lavan (35 a 35), Netanyahu può infatti contare sulla chiara maggioranza del blocco di destra, che ottiene 65 seggi contro i 55 del blocco del centro-sinistra. Con dieci seggi di vantaggio, la coalizione di Netanyahu si baserà su un blocco haredi molto forte, composto da 16 seggi, suddivisi equamente tra Shas e Yahadut HaTora (3 in più rispetto al passato). L'Unione dei partiti della destra (5) e Kulanu (4) saranno della partita, così come Israel Beiteinu di Avigdor Lieberman (5), nonostante gli screzi passati con il Primo ministro. Fuori sembra rimarranno Naftali Bennett e Ayelet Shaked, ministri uscenti dell'Educazione e della Giustizia e grandi sconfitti a destra di questa tornata elettorale. Ora iniziano le trattative e Netanyahu spera di riuscire a comporre velocemente la coalizione. Durante la notte elettorale, il Premier aveva parlato di numeri che indicavano "un risultato fantastico, una conquista enorme, quasi impensabile". Ha applaudito i suoi sostenitori per avergli assicurato la vittoria nonostante i "media di parte". Ha definito il risultato del Likud "quasi senza precedenti", sottolineando: "Quando abbiamo ricevuto così tanti seggi? Non me lo ricordo nemmeno". Effettivamente il Likud ha cannibalizzato i partiti minori della destra e ora Netanyahu avrà molto più peso per imporsi sugli alleati di coalizione.
   E a fargli i complimenti è arrivato in queste ore il suo più grande alleato fuori dai confini nazionale, il presidente Usa Donald Trump. "Vorrei congratularmi con Bibi Netanyahu. Sembra che la gara sia stata vinta da lui. Potrebbe essere un po' presto, ma ho sentito dire che l'ha vinto e l'ha vinto in grande stile". "È stato un grande alleato ed è un amico", ha dichiarato Trump, aggiungendo "penso che ci sia una migliore possibilità di pace ora che Netanyahu ha vinto".
   Molto difficile che si segua la strada della grande coalizione auspicata da qualcuno, ovvero di un accordo tra Likud e Kachol Lavan. Intanto il leader di quest'ultimo, Benny Gantz ha cercato di rincuorare i suoi sostenitori: "è vero, il cielo sembra cupo" ma "non possono certo nascondere la luce del sole della speranza che abbiamo portato al popolo di Israele e alla società israeliana. Loro, i nostri elettori, hanno cercato la speranza, e noi gliela daremo. Hanno chiesto un percorso diverso, e noi abbiamo mostrato loro la strada".
   
(moked, 10 aprile 2019)



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Kachol Lavan, l'illusione della vittoria

 
Illusoria esultanza
L'esplosione di gioia ai primi exit poll dei sostenitori di Kahol Lavan nel centro congressi di Tel Aviv - luogo scelto dal partito per seguire i risultati elettorali -, è stata quasi incontenibile. Urla, abbracci, tamburi, canti e cori che incoronavano Benny Gantz come futuro Premier d'Israele. Una reazione che sembrava quasi voler esorcizzare le preoccupazioni di una giornata passata ciascuno a casa propria. Il centro congressi infatti fino alle 21 di sera aveva le sembianze di una gigante redazione: giornalisti israeliani e da tutto il mondo facevano continui collegamenti e chiacchieravano tra di loro cercando di indovinare i possibili risultati mentre elettori e candidati erano in forte minoranza. La maggior parte dei giornalisti dava Netanyahu per vincente e in pochi credevano nell'exploit di Kachol Lavan. Poi hanno iniziato a confluire i sostenitori e il loro ottimismo, forse un po' forzato, ha cambiato l'atmosfera. Hanno iniziato a distribuire bandierine d'Israele e pacche sulle spalle. Volontari sorridenti hanno raccontato di essere esausti per una campagna elettorale durata una manciata di settimane a favore di un partito nuovo, alla sua prima apparizione sulla scena politica israeliana. In sottofondo, in un loop ossessivo, il jingle di Kachol Lavan preannunciava la vittoria del partito. Gradualmente la sala si è riempita e anche i candidati si sono mischiati ai sostenitori, salvo i big four, Gantz, Yair Lapid, Gabi Ashkenazi e Moshe Yaalon. Alle 22 sullo schermo è comparso il primo exit-poll 38 mandati per Gantz. E da qui scene di giubilo, nell'incredulità di chi conosce la più elementare lezione della storia politica d'Israele: non credere agli exit poll. Senza scomodare il caso di Peres con Netanyahu, basta ricordare l'ultima elezione quando sembrava che il centro-sinistra fosse avanti rispetto al Likud. Poi è arrivata la realtà: Netanyahu avanti nello spoglio e il paese affidato alle sue cure. "Non è prematuro festeggiare?", abbiamo chiesto ad alcuni esponenti del partito. "Kachol Lavan è il primo partito, di questo siamo certi e ora Rivlin affiderà a Gantz di comporre il governo". Ma con quale coalizione? "Non importa. È il valore del leader che fa la coalizione". Un presagio, ma al contrario, visti i risultati della mattina con Netanyahu vero vincitore e il blocco della destra ampiamente in vantaggio rispetto a quello di centro-sinistra. Eppure poche ore prima i sostenitori di Kachon Lavan credevano veramente di aver vinto. Ci credeva anche Gantz nel suo discorso di ringraziamento e in cui annunciava di aver fatto la storia assieme ai suoi alleati, tutti sorridenti. Tutti a braccia alzate. Vittoriosi. Solo per una notte. d.r.

(moked, 10 aprile 2019)


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Elezioni Israele 2019: analisi e previsioni future

Che cosa è successo nelle elezioni israeliane e che cosa accadrà ora

di Ugo Volli

Il primo commento da fare sulle elezioni israeliane è che non è banale ci siano state, siano state aperte, anzi imprevedibili, regolari, pacifiche e incontestate. Così è dall'indipendenza dello Stato, anzi anche da prima, dalla costruzione delle prime istituzioni libere dell'insediamento ebraico, cent'anni fa. In Europa ciò è piuttosto normale, nei dintorni di Israele no. Vi sono delle mezze democrazie, in cui si vota fra grandi condizionamenti, come in Turchia, in Libano, in Tunisia; ma anche queste sono eccezioni, dato che la regola è l'autocrazia.
  La seconda considerazione è che vi è in Israele una divisione piuttosto stabile dell'opinione pubblica in tre gruppi: i partiti arabi antisionisti, la sinistra, la destra. Nel 2013 i deputati dei partiti arabi erano 11, i laburisti (15) più il partito di Tzipi Livni (6) erano 21, l'ultrasinistra di Meretz aveva 6 deputati, altri di sinistra (Yesh Atid) ne avevano 19, per un totale della sinistra di 46, Likud e Ysrael Beitenu (Lieberman) avevano 31 deputati, la destra di Casa ebraica ne aveva 12, i religiosi 18, per un totale della destra di 61. Nelle elezioni del 2015 gli arabi avevano 13 deputati, i laburisti più Livni arrivavano a 24, Meretz ne aveva 5, Yesh Atid 11, per un totale a sinistra di 40; il Likud ne aveva 30, Casa ebraica 8, i religiosi 13, Lieberman 6 e Kulanu (Kahlon) 10, per un totale di 67 (ma come qualcuno ricorda, Lieberman prima non è entrato nella coalizione, poi si è aggiunto, poi ne è uscito di nuovo, determinando le elezioni. Questa volta, secondo i voti contati fino al momento in cui scrivo (il 98% senza i seggi militari e degli ospedali) , i bianco-azzurri, eredi diretti di Yesh Atid hanno totalizzato 35 deputati, i laburisti sono piombati a 6, Meretz a 4, per un totale della sinistra di 45; gli arabi sono a 10, il Likud ne ha 35, l'unione di destra (erede di Casa ebraica) 6, Lieberman 5, Kulanu 5, i religiosi sono di nuovo a 16, per un totale della destra di 67. In sostanza gli schieramenti sono cambiati di poco: c'è una maggioranza del paese nettamente schierata a destra, che aumenterebbe se si tenesse conto dei voti dispersi dei partiti che non hanno superato il limite minimo del 3,25%. Si è avuto semmai un certo processo di concentrazione del voto verso i partiti maggiori.
  Un'altra cosa da dire è che i sondaggi funzionano poco. Sembrava che la grande sorpresa di queste elezioni dovesse essere Zehut, il partito un po' libertario, un po' religioso, un po' nazionalista che voleva la liberalizzazione della cannabis e la preparazione dell'edificazione del Terzo Tempio; ma almeno finora sembra non essere riuscita a raggiungere i 160.000 voti necessari per superare lo sbarramento minimo. E così sembra che non sia passata la Nuova Destra di Bennett, Shaked e Caroline Glick, che è il frutto di una scissione da Casa Ebraica. Il problema è che questa scissione non è stata ben compresa, e soprattutto gli elettori di destra non hanno capito gli attacchi continui a Netanyahu.
  Con questa considerazione veniamo al vero vincitore delle elezioni, che è Bibi Netanyahu. Attaccato dalla stampa, da un partito artificiale costruito apposta per eliminare lui (e che probabilmente dopo l'insuccesso non avrà una lunga vita unitaria), da indagini della magistratura che da lontano appaiono poco fondate e di nuovo concentrate solo su di lui, vittima inevitabile della stanchezza del pubblico dopo dieci anni da primo ministro (e negli ultimi quattro anche ministro degli esteri e della difesa), Netanyahu ce l'ha fatta probabilmente a conquistare il quinto mandato da Primo Ministro perché rappresenta per il pubblico israeliano la garanzia di una linea di affermazione nazionale non visionaria ma in grado di fare i conti con la realtà e di piegarla nell'interesse dello stato ebraico. La politica economica liberale di Netanyahu ha permesso l'incredibile boom economico di Israele degli ultimi dieci o vent'anni; la sua abilità diplomatica e la sua credibilità internazionale sono state alla base dei successi internazionali di Israele. Le concessioni avute sia dagli Usa che dalla Russia derivano dal riconoscimento di posizioni realistiche, costruttive, lucide da parte di Israele, innanzitutto in rapporto all'Iran e ai paesi arabi. Anche la sicurezza di Israele è evidentemente fra i punti forti del primo ministro uscente. L'elettorato ha apprezzato la decisione e la misura, con cui è stata per esempio trattata la questione di Gaza, evitando di impegnarsi in una guerra inutile per rappresaglia rispetto alle fastidiose ma del tutto velleitarie mosse di Hamas.
  Contro Netanyahu si è impegnato lo "stato profondo", quegli apparati militari, giudiziari e mediatici che si riproducono per cooptazione e pensano di essere superiori alla volontà popolare. E' una battaglia che evidentemente non è finita. Dopo le trattative per la formazione del governo, che non saranno semplici, dovendo commisurare le esigenze di sei partiti (o forse sette, se la Nuova Destra troverà nelle schede dei soldati i quattro mila voti che le mancano), Netanyahu dovrà misurarsi all'estero con forti richieste internazionali, prima di tutto col piano di pace di Trump che dovrebbe uscire presto, e all'interno coi gruppi di potere che hanno lavorato per abbatterlo e che condizionano pesantemente la democrazia israeliana. La speranza è che con la sua caratteristica capacità di coniugare equilibrio e decisione, trovando il momento opportuno per rischiare e quello per attendere, Netanyahu abbia ancora molto da dare alla democrazia israeliana.

(Progetto Dreyfus, 10 aprile 2019)


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Vi spiego perché Netanyahu ha vinto le elezioni in Israele. Parla Fiamma Nirenstein

Netanyahu è il Churchill israeliano: rappresenta il realismo puro, la moderazione conservatrice che è sapientemente riuscita a conciliare la priorità della sicurezza, con la volontà di restare uno Stato libero democratico.

di Rebecca Mieli

La vittoria della coalizione di destra, capeggiata dall'attuale (e anche futuro) primo ministro Benjamin Netanyahu, è pressoché certa. Secondo l'esperta autrice e giornalista attualmente Fellow presso il Jerusalem Center for Public Affairs, Fiamma Nirenstein, i risultati attuali manifestano il sentimento realista della popolazione israeliana. Ecco perché.

- Cosa rivela questo esito?
  Israele sta premiando l'incredibile quantità di benefici che i tredici anni di Netanyahu alla carica di primo ministro hanno portato allo Stato. Stiamo parlando di un Paese minuscolo che si presenta con 42mila dollari di pil pro capite e un tasso di disoccupazione praticamente inesistente. Fondato in un contesto geografico privo di petrolio, nonché circondato da stati nemici, Israele si ritrova oggi ad essere tra le economie più importanti al mondo, primo Paese per numero di start up, con un investimento di oltre il 4% del Pil totale in ricerca, una crescita media annua del 3% e una rete di relazioni internazionali che conta anche diverse Nazioni che per decenni avevano manifestato ostilità nei confronti di Gerusalemme. Insomma, i cittadini di Israele hanno capito che Netanyahu ha cambiato il modo in cui il resto del mondo si rivolge a Israele. Russia e Stati Uniti sono attualmente le nazioni più vicine a Israele, ma il dato più incredibile è la capacita del Pm di aver stretto relazioni molto forti con numerose nazioni del Sud America, dell'Africa, e, ovviamente, arabe.

- Donald Trump e Vladimir Putin, che in numerose arene internazionali sono rivali, hanno entrambi trovato in Netanyahu un alleato valido. Quanto è importante questo per Israele?
  Donald Trump, e in generale gli Stati Uniti, sono il principale alleato di Israele. Il leader americano, a partire dallo spostamento dell'ambasciata americana a Gerusalemme, con il riconoscimento di quest'ultima come capitale, fino al riconoscimento ultimo della sovranità israeliana sul Golan, passando per l'uscita di Washington dall'Accordo sul Nucleare Iraniano, ha dimostrato di avere a cuore la sicurezza di Israele. Trump e Netanyahu condividono visioni comuni su una pluralità di argomenti, tra cui il pericolo che rappresenta l'imperialismo iraniano in Siria. Putin, invece, che pure collabora con Teheran, sostiene l'importanza per Israele di avere un confine sicuro con la Siria; da questo punto di vista Netanyahu ha sempre dialogato molto con Mosca, e quest'ultima ha sempre permesso ad Israele di avere le "mani libere" per combattere le incessanti provocazioni iraniane (e di Hezbollah). Inoltre, recentemente l'esercito russo ha riportato in Israele le spoglie del soldato Bauman, scomparso 37 anni fa durante la guerra in Libano. Un gesto molto importante che catalizza la solidità delle relazioni tra Russia e Israele.

- Gantz e la coalizione Bianco-Blu ha comunque ottenuto un elevato numero di seggi, a differenza dei laburisti che invece contano uno dei risultati peggiori della storia. A cosa è dovuto il successo di Gantz?
  Gantz, nonostante abbia svolto una campagna terribilmente aggressiva sul fronte giudiziario, non ha mai accusato Netanyahu di essere un guerrafondaio, o di aver creato un'escalation sul fronte palestinese. Mentre, infatti, i partiti più progressisti accusano Netanyahu di non agire in nome della pace, l'ex capo di Stato Maggiore ha visto e riconosciuto non solo i tentativi di Netanyahu di tendere una mano ad Abbas, ma anche l'impegno a non scatenare una guerra contro Hamas nonostante la pioggia di razzi provenienti da Gaza e diretti sulle case degli israeliani. Anche sulla questione Iran, Gantz sembra aver assimilato una posizione pragmatica ma comunque molto dura nei confronti delle mire espansionistiche della Repubblica Islamica, di fatto non allontanandosi troppo dall'inflessibilità di Netanyahu sull'argomento. Teheran, come commentato anche alla presenza dell'Aipac, rappresenta una minaccia prioritaria anche per il partito Bianco-Blu. Un'altra ragione a cui si deve il successo di Gantz è la spinta populista e anti-establishment, catturata soprattutto dal forte utilizzo della componente giudiziaria che ha caratterizzato questa campagna elettorale.

- Cosa rappresenta Netanyahu per Israele?
  Netanyahu è il Churchill israeliano: rappresenta il realismo puro, la moderazione conservatrice che è sapientemente riuscita a conciliare la priorità della sicurezza, con la volontà di restare uno Stato libero democratico. Per unire questi concetti solitamente contrapposti, è necessario essere una figura non solo rispettata ma anche lontana dalle utopistiche realtà dell'estremo pacifismo. Il leader del Likud, ad esempio, ha evitato l'acuirsi dell'escalation con Hamas nonostante le provocazioni di quest'ultimo, ma allo stesso tempo non è intenzionato a concedere neanche una piccola porzione di territorio alla guida palestinese. Il ritiro di Israele da Gaza del 2005 rappresenta un forte trauma per gli Israeliani, proprio perché nonostante la speranza di un futuro utopistico di pace, l'hanno lasciata nelle mani di Hamas.

- Quali sono i pilastri delle politiche "interne" di Netanyahu?
  Economia liberista, impegno nel campo delle assicurazioni pubbliche, occupazione (anche se ad oggi il tasso di disoccupazione è inferiore al 4%). Una delle problematiche più rilevanti dovute proprio a questa spinta nell'economia di mercato è il carovita: case costosissime a fronte di stipendi medi. La società è invece contenta per quanto concerne le scuole (il tasso di natalità altissimo con una media di tre figli a famiglia), la parità di genere, la sanità, e i diritti Lgbt.

- Come proseguiranno i rapporti tra Italia e Israele?
  Per quanto riguarda l'attuale governo italiano, la Lega è molto vicina a Israele. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini (ma anche il Sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi) è venuto qui diverse volte, e durante l'ultimo viaggio si è detto intenzionato ad avere una struttura diplomatica a Gerusalemme. Ciononostante, l'altra parte dell'esecutivo con il Movimento Cinque Stelle, per motivi che non comprendo e di cui mi dispiaccio, non sembra voler assumere un atteggiamento molto positivo nei confronti di Israele. Mi auguro che questo possa cambiare.

- Netanyahu, se avrà l'incarico di governo come previsto, supererà la longevità di Ben Gurion come leader. La sua impronta sarà indelebile come quella del padre fondatore di Israele?
  Ben Gurion è stata una figura di vitale importanza per Israele, un uomo con un coraggio inenarrabile perché ha affrontato il periodo di maggiore ostilità del mondo circostante nei confronti di Israele. Ha creato uno Stato dal nulla mentre i sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti arrivavano in cerca di un luogo dove vivere finalmente in libertà, ha dato il via al nuovo esercito, trasformato i deserti in campi coltivabili, inaugurato le università, Insomma, ha praticamente costruito una Nazione partendo solo da un desertico fazzoletto di terra. Netanyahu sta ancora lavorando, ma quel che è certo è che la sua enorme intraprendenza nei rapporti internazionali ha cambiato il modo in cui il mondo guarda a Israele. Lascerà un'impronta positiva di lungo periodo, in particolare per quanto concerne le incredibilmente rivoluzionarie relazioni con i Paesi arabi, il boom di innovazioni tecnologiche, e i traguardi (primo su tutti l'approdo sulla Luna) in campo scientifico.

(formiche, 10 aprile 2019)


Parità di genere, diritti Lgbt: cose che la società israeliana apprezza e Netanyahu ha favorito, osserva l’autrice. Lugubre constatazione, più carica di minacciosi presagi dei proclami di sterminio dell’Iran. M.C.


Israele, maggioranza alla destra. Netanyahu trionfa ancora: "Vittoria immensa"

Il premier appaiato a Gantz ma la coalizione può contare sui 65 seggi su 120

di Giordano Stabile

GERUSALEMME - Con il 94 per cento delle schede contate, il Likud di Benjamin Netanyahu resta testa a testa con il partito Blu e Bianco di Benny Gantz, 35 seggi ciascuno. Ma il premier risulta netto vincitore per quanto riguarda le coalizioni e ora è in grado di formare un nuovo governo con una maggioranza di destra che può arrivare fino a 65 seggi sui 120 della Knesset. Il primo ministro, che punta a un quinto mandato, ha rivendicato il successo e parlato di «vittoria immensa». Può contare sugli 8 seggi ciascuno dei partiti religiosi Shas e Torah Unita; sui 5 di Ysrael Beiteinu, sui cinque dell'Unione della Destra e sui 4 del partito centrista, ma vicino al Likud, Kulano.

 L'incognita scandali
  Anche se Gantz ha preso lo stesso numero di seggi a questo punto il presidente Reuven Rivlin è orientato a riaffidare l'incarico a Netanyahu, perché l'unico che può disporre di una chiara maggioranza alla Knesset, anche se rischia di essere processato per gli scandali di corruzione. Finisce così una lunga notte che aveva visto all'inizio il generale assaporare una possibile, inaspettata vittoria. I primi exit poll, alle dieci di sera locali, situavano il Likud, fra i 33 e i 36 seggi, mentre la formazione del rivale era data a 36-37 seggi.

 Bennett bocciato
  La concentrazione dei voti sui partiti maggiori ha drenato voti dalle formazioni minori, e alcuni partiti della destra erano al limite della soglia di sbarramento del 3,25 per cento. Alla fine è stato eliminato lo Zehud di Moshe Feiglin, e soprattutto la Nuova destra guidata dall'ex ministro dell'Educazione Naftali Bennett e la ministra della Giustizia Avelet Shaked. Anche questa è una «soddisfazione» per Netanyahu, che si era scontrato con Bennett nell'ultima fase dell'attuale governo.

 Astensione araba
  Il premier è stato favorito anche dalla scarsa affluenza degli elettori arabi. Il partito arabo Raam-Balad, ha ottenuto 4 seggi, Hadash Taal, 6. Le formazioni arabe hanno recuperato qualche posizione dopo la polemica su telecamere piazzate dal Likud in alcuni seggi per «spiare e intimidire» gli elettori. Nell'ultima ora c'era stato un balzo nell'affluenza degli arabo-israeliani, ma alla fine il risultato è inferiore a cinque anni fa e questo ha favorito il centro-destra.

 Il fattore Trump
  Sul voto pesa anche l'appoggio di Donald Trump a Netanyahu. Il presidente ha in Israele il più alto indice di gradimento al mondo, al 70 per cento. La decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, e la sovranità israeliana sulle Alture del Golan, hanno dato una spinta al premier, così come la promessa di annettere parti della Cisgiordania.

(La Stampa, 10 aprile 2019)


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Elezioni Israele, ennesimo successo di Netanyahu: "Vittoria immensa"

di Patrizia Gallina

Gli exit poll avevano parlato di un testa a testa fino all'ultimo voto tra Gantz e Netanyahu, con i due principali contendenti al governo di Gerusalemme che a turno avevano annunciato la vittoria. Invece l'esito delle elezioni in Israele è stato ben più netto e chiaro, sancendo l'indiscutibile ed ennesimo successo dello storico leader del Likud che, dunque, si appresta ad assumere le redini del suo quinto mandato.
   Benjamin Netanyahu sarà ancora una volta il premier israeliano: al netto del 97% degli scrutini (dunque siamo di fronte ad un risultato ormai definitivo) la coalizione di destra guidata dal 69enne politico di Tel Aviv si prepara ad occupare ben 65 seggi del Parlamento, mentre l'avversario più accreditato, il generale Benny Gantz, è accreditato di circa 35 seggi. Per quest'ultimo, comunque, si tratta di un ottimo risultato, anche se è incontrovertibile che rispetto ai sondaggi della vigilia non abbia impensierito fino in fondo la leadership del primo ministro uscente. Molto male la sinistra che, con appena 6 seggi, mette agli atti l'esito più negativo della sua storia.
   Alle urne si sono recati poco più di 4 milioni di cittadini, con un'affluenza del 67%, in leggero calo di quattro punti percentuali rispetto alle elezioni in Israele del 2015. I maggiori dubbi su Netanyahu riguardavano le recenti accuse di corruzione che gli erano state mosse, e che avevano fatto pensare ad una sorta di perdita di fiducia da parte del suo elettorato storico, che avrebbe preferito orientarsi verso Gantz. Ma non è stato così, ed ora "Bibi" si appresta ad entrare nella storia come premier d'Israele più longevo di sempre, superando il precedente record detenuto da Ben Gurion.
   Subito dopo aver appreso del risultato quasi definitivo della chiamata alle urne, Benjamin Netanyahu si è presentato in pubblico, dinanzi ai sostenitori del Likud, per tenere il suo primo discorso post-elettorale: "Questa è la notte di una vittoria immensa - ha dichiarato il premier - Sia ringraziato il cielo che siamo giunti a tanto". Proseguendo nelle sue esternazioni, il primo ministro ha ammesso che non avrebbe mai immaginato di riuscire ad ottenere un'affermazione così netta, ringraziando al contempo il suo popolo per avergli concesso fiducia per la quinta volta.
   Adesso per il ri-eletto leader del Likud si apre la fase più difficile e tortuosa del suo quinto mandato. Fin da subito, infatti, ha anticipato che si metterà al lavoro per la formazione del nuovo esecutivo, operazione piuttosto spinosa che potrebbe anche richiedere diverse settimane di tempo prima di arrivare ad una soluzione definitiva. Pare che Netanyahu abbia già contattato i colleghi dei partiti ultra-ortodossi, United Torah Judaism e Shas, i quali gli avrebbero garantito massimo sostegno nel momento in cui dovrà formalmente ottenere dal presidente Reuven Rivlin l'incarico per costituire il nuovo governo. Nessun appoggio, invece, dovrebbe arrivare dai centristi del partito Kulanu, mentre il massimo esponente di Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman, ha chiesto un po' di tempo in più per fare le sue valutazioni e soprattutto per attendere il risultato definitivo delle elezioni.
   Infine c'è da registrare la reazione dei palestinesi all'esito della tornata elettorale in Israele, con una frecciatina nemmeno troppo velata all'ennesima vittoria di Netanyahu. Dalla Palestina, infatti, hanno affermato che, esprimendosi in favore del premier uscente, i cittadini israeliani hanno di fatto voluto mantenere lo status quo, rinunciando al processo di pace e dicendo "sì all'occupazione".
   
Periodico Daily, 10 aprile 2019)


Netanyahu di Israele assicura la vittoria elettorale: i canali televisivi israeliani

 
GERUSALEMME - Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha vinto le elezioni nazionali israeliane, ottenendo un quinto mandato in carica nonostante abbia corso a testa a testa con il suo sfidante Benny Gantz, i tre principali canali televisivi del paese hanno detto mercoledì.
Con il 97% dei voti contati, nessuno dei partiti dei candidati aveva conquistato la maggioranza, ma Netanyahu era chiaramente in una posizione di forza per formare un governo di coalizione con altre fazioni di destra che lo hanno sostenuto.
La gara, molto combattuta, è stata ampiamente vista in Israele come referendum sul personaggio di Netanyahu.
Il partito Likud del veterano leader della destra e il nuovo partito blu e bianco di Gantz hanno vinto 35 seggi, secondo il sito web della Knesset e i canali televisivi israeliani. Ciò significherebbe un guadagno di cinque posti per il Likud.
"E 'una notte di vittoria colossale", ha detto Netanyahu, 69 anni, in un discorso a tarda notte nel quartier generale del Likud, mentre ammonisce che una "lunga notte e forse un giorno" attende i risultati ufficiali.
Fuochi d'artificio divamparono alle sue spalle mentre sua moglie Sara lo applaudiva e lo baciava. "È un mago", la folla ha cantato.
I risultati finali erano attesi per venerdì, anche se i risultati provvisori hanno mostrato che 65 dei 120 seggi della Knesset sarebbero andati al blocco di destra dei partiti guidati da Netanyahu, contro un totale di 55 seggi per le fazioni di centro-sinistra.
Se vince, Netanyahu, 69 anni, sarà sulla buona strada per essere il primo ministro più longevo nei 71 anni di storia di Israele. Netanyahu ha detto che aveva già iniziato i colloqui con potenziali alleati della coalizione.
Al potere dal 2009, e avendo guidato il paese per un totale di 13 anni compreso il suo primo mandato negli anni '90, Netanyahu ha combattuto per la sua sopravvivenza politica.
Rival Gantz, un popolare ex generale di 59 anni, aveva anche rivendicato la vittoria in precedenza, citando i sondaggi di uscita preliminari pubblicati subito dopo la votazione conclusasi martedì, che mostrava che il suo partito aveva vinto più seggi rispetto al Likud.
"Siamo i vincitori", ha detto Gantz, un ex capo militare in lotta per le sue prime elezioni. "Vogliamo ringraziare Benjamin Netanyahu per il suo servizio alla nazione".
Nonostante entrambi gli uomini abbiano rivendicato la vittoria martedì sera, mercoledì mattina è emerso un quadro più chiaro mentre i risultati hanno iniziato a scorrere, dipingendo Netanyahu come il vincitore.

(youFocus.tv, 10 aprile 2019)



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Netanyahu vince ancora: così Trump ha dato forza a "Bibi"

Se Netanyahu ha vinto, lo deve al modo in cui la destra alla sua destra, ovvero gli ebrei ortodossi e quelli degli insediamenti, hanno apprezzato la sua fermezza sui territori occupati da annettere, la difesa di tutti i coloni, e il costante appoggio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Solo nell'ultimo anno, anzi negli ultimi mesi, è stata una vera escalation di gesti dimostrativi, fortemente ideologizzati, con cui l'America di Trump ha sposato la linea dura anti-iraniana di Bibi Netanyahu.
   Ne è una prova il riconoscimento indiretto di Gerusalemme capitale dello Stato di Israele grazie al trasferimento dell'Ambasciata a stelle e strisce da Tel Aviv. Un gesto di rottura della consolidata ma pigra diplomazia internazionale. Ed ecco il tweet col quale Trump annuncia che riconoscerà (poi lo ha fatto) la sovranità israeliana sulle alture del Golan occupate durante la guerra di difesa nel remoto 1967. Infine, a ridosso del voto, Donald ha fatto inserire i pasdaran, i Guardiani iraniani della Rivoluzione, nella lista nera delle organizzazioni considerate terroristiche, e per la prima volta ha marchiato a fuoco una struttura militare statuale in quanto tale.
   
(Il Messaggero, 10 aprile 2019)


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Benny Gantz: la promessa mancata dell'uomo che ha sfidato Netanyahu

Agli analisti è apparso come un leader d'altri tempi, rappresentante di un Israele (forse) passata e impacciato davanti alle telecamere.

 
Benny Gantz
Al corso per comandanti delle forze speciali gli addestratori lo hanno scaricato da solo in una foresta così fitta che le foglie lasciavano intravvedere morsi di cielo. Niente bussola, un unico suggerimento per uscire dal labirinto di tronchi: se continui a muoverti nella stessa direzione, prima o poi ti ritroverai a girare in tondo. Meglio marciare a zig zag: un po' a sinistra, un po' a destra.
   Benny Gantz ripete la storiella per spiegare come siano stati questi mesi di campagna elettorale, dalla nascita del partito Blu Bianco (Kahol Lavan in ebraico) al voto di martedì. Gli sforzi per assemblare le alleanze, smussare le differenze ideologiche tra il falco Moshe Yaalon (un ex capo di Stato Maggiore come lui) e Yair Lapid, più moderato, che gli anni nell'esercito li ha passati da giornalista e fotografo. «Come nella vita militare - è il suo riferimento preferito, in divisa ha passato 38 dei 59 anni - tutti hanno messo un po' del loro ego da parte. Insieme abbiamo identificato un'emergenza e insieme l'abbiamo affrontata». Non è bastato. Il partito è riuscito in poco tempo a intaccare il primato del Likud, non ha tolto abbastanza voti al blocco della destra in totale.
   Gantz prometteva di ricomporre la frattura di un Paese diviso: «Benjamin Netanyahu ha passato troppi anni al potere, ha diviso e fratturato. La ministra della Cultura indebolisce le istituzioni culturali, la ministra della Giustizia discredita i giudici, il consiglio di Sicurezza critica le tattiche delle forze armate, il primo ministro attacca tutti», ha scandito durante un comizio elettorale. «E' il momento di ritrovare la solidarietà e gli obiettivi comuni». Agli avversari che l'hanno accusato di non aver abbastanza esperienza internazionale e diplomatica rispondeva con le qualifiche («sono stato addetto militare per l'ambasciata israeliana a Washington») e con una battuta: «Ho visitato tutti i Paesi del Medio Oriente... Quasi sempre senza passaporto». Come a dire: il mondo l'ho girato, ma in missione segreta.
   Agli analisti è apparso come un leader d'altri tempi, rappresentante di un Israele (forse) passata: impacciato davanti alle telecamere, l'inglese parlato con l'accento spinoso del sabra, che in ebraico significa fico d'India ed è il soprannome dei pionieri cresciuti con la scorza come i cactus del deserto. Lui è venuto su in una comunità agricola a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza, un villaggio fondato dai genitori assieme ad altri immigrati romeni e ungheresi, chiamato Kfar Ahim in ricordo di due fratelli ammazzati nella prima - quella di Indipendenza - delle tante guerre israeliane. Da capo di Stato Maggiore ha comandato l'ultima contro i fondamentalisti di Hamas: in uno dei primi spot elettorali si è vantato dei «1364 terroristi» uccisi e l'esaltazione bellica è stata criticata da sinistra. Raccontano che in quei 59 giorni di conflitto nell'estate del 2014 la madre, sopravvissuta al campo nazista di Bergen-Belsen, gli ripetesse di non voler nascondersi dentro i rifugi mentre cadevano i razzi lanciati da Gaza. E che incitasse il figlio generale «a continuare a combattere senza smettere di mandare cibo ai palestinesi della Striscia».
   
(Corriere della Sera, 10 aprile 2019)


Tra gli arabi di Gerusalemme Est: "Per noi non cambierà nulla"

di Giordano Stabile

Due elettori in un seggio del quartiere a maggioranza araba Beit Safafa, Gerusalemme Est
Il richiamo del muezzin si mescola a quello dei venditori di biglietti delle lotteria lungo la Salahuddin, la strada principale di Gerusalemme Est. Gli appendiabiti dei negozi invadono i marciapiedi, camminare è uno slalom fra baracchini per il caffè e mercanzie di tutti i tipi. Ragazze con lo hijab, il velo che copre i capelli, ragazzi, magri e svelti, in maglietta e jeans.
  Israele sembra lontana mille miglia. La bandiera blu e bianca con la stella di David sventola soltanto sulla caserma della polizia all'inizio della via, verso la Porta di Damasco, e sul ministero della Giustizia, che chiude la grande arteria con la sua mole imponente e l'alta cancellata. Il caffè Educational Bookshop è pieno come al solito, molti studenti universitari, altri che vanno al vicino Institut Français. I libri sugli scaffali accanto ai tavolini espongono autori palestinesi, e soprattutto storia. «Studiare è la nostra resistenza - spiega Amni, al secondo anno di Medicina, anche lei con il volto incorniciato nello hijab verde -. Delle elezioni in Israele non ce ne importa nulla. Io non posso votare. Ma anche se potessi non lo farei. È solo una sceneggiata. Chiunque vinca per noi non cambierà mai nulla». È una condizione comune ai «palestinesi del '67», cioè quelli che vivono nei territori conquistati da Israele nella Guerra dei Sei giorni. A Gerusalemme Est hanno una carta di identità che li rende residenti, ma non cittadini israeliani, a differenza dei «palestinesi del '48» che invece hanno il passaporto israeliano e possono votare.

 La «missione»
  «Ma non ci andranno neppure loro - confida Aimad Muna, il proprietario della libreria-caffè -. Ormai hanno capito che non serve a niente. Questa volta i partiti arabi, a parte uno credo, non si sono presentati». Tanto per chiarire, la password per il wi-fi è «jerusalem is ours», cioè Gerusalemme è nostra. I gerosolimitani palestinesi si sentono investiti di una missione particolare. Rappresentano il 40% della popolazione della municipalità, 350 mila su 850 mila abitanti. La loro stessa presenza, sentono, impedisce che l'annessione a Israele, dichiarata nel 1980, diventi irreversibile. «Siamo in prima linea nella lotta contro l'occupazione - conferma Rania Elias, direttrice dello Yabous Cultural Center, un punto di riferimento essenziale per tutto il quartiere -. È una lotta per preservare la nostra identità. Alle elezioni non ci crediamo e siamo convinti che nessuno debba partecipare. Il punto non è ottenere una "migliore occupazione", più sopportabile, il punto è farla finire. La mia famiglia è di Betlemme, da vent'anni non può venirmi a trovare qui a Gerusalemme, proibito. Così siamo trattati».
  Rania, come tanti palestinesi, non ha idea di come si possa ottenere. Ma sa con certezza quello che non funziona. «Il processo di Oslo è morto - continua -. A noi palestinesi non ha portato nulla, solo più insediamenti e una piccola area che amministriamo per conto di Israele. In pratica facciamo i poliziotti per conto loro. Serve una nuova leadership». Quanto alla controparte, non vede differenze fra Benny Gantz e Benjamin Netanyahu: «Ormai la scelta è fra destra ed estrema destra e anche gli arabo-israeliani lo hanno capito».

 «La pace è in pericolo»
  L'affluenza nelle città arabe è stata di almeno tre punti inferiore rispetto a cinque anni fa, tanto che il leader del partito della coalizione Hadash-Taal, Ahmad Tibi, ha accusato il governo di «intimidire» gli elettori arabi, anche con attivisti del Likud che fotografano le persone ai seggi, cosa vietata. L'idea di alcuni leader arabi di boicottare le urne per protesta è però considerata un «grave errore» da Bassem Khoury, ex ministro dell'Economia, imprenditore e amministratore delegato del Pharmacare Group. «La campagna di boicottaggio -spiega - è stata lanciata da Netanyahu perché sa che se gli arabo-israeliani votassero in massa otterrebbero 15 seggi e per lui sarebbe complicato formare una maggioranza».
  Ma cambierebbe qualcosa per i palestinesi? «Questo governo è una minaccia serissima - ribatte -. In forza dell'appoggio di Trump, Netanyahu ha perso ogni freno inibitorio. La pace è in pericolo. Con Gantz avremmo qualche speranza. Purché non gli facciano fare la fine di Rabin, assassinato, o di Olmert, distrutto dagli scandali a orologeria».

(La Stampa, 10 aprile 2019)


Mentre il "fascista" Israele votava, Ràmallah I entrava nel 15esimo anno di satrapia

E Hamas sparava sulla folla. Avviso ai sinceri democratici

di Giulio Meotti

ROMA - Lo spot virale in Israele ha avuto il volto della destrorsa Ayelet Shaked, uscente ministro della Giustizia. Si spruzza un profumo dal nome "Fascism", mentre una voce femminile sussurra "riforma della giustizia" e "separazione dei poteri". E conclude: "Profumo di democrazia". Grande scandalo fra i sinceri democratici occidentali che strillano sulla "crisi della democrazia israeliana". Intanto si perdevano la notizia dell'anno: mentre Israele votava, come fa da 71 anni, negli stessi giorni i palestinesi di Ramallah entravano nel 15esimo anno di satrapia del caro leader Abu Mazen senza elezioni (la sua presidenza è ufficialmente spirata nel 2009) e a Gaza gli ascari di Hamas finivano di reprimere le più grandi (e uniche) proteste popolari in dodici anni di dittatura islamista nella Striscia (niente elezioni anche lì). Ma si sa, come diceva Marco Pannella, "un palestinese diventa uomo solo se ha la fortuna di incontrare una pallottola israeliana". L'unico membro della Lega araba che Freedom House ha considerato "democrazia" per anni sono le isole Comore, ottocentomila persone allargo delle coste africane. E in Israele, che doveva scegliere fra Bibi Netanyahu e Benny Gantz, tornavano alle urne come fanno da 71 anni gli arabi israeliani, il venti per cento della popolazione, con le loro liste e candidati. Israele è l'unico paese in medio oriente dove le donne arabe hanno sempre potuto votare e gli arabi votano ininterrottamente da sempre. La Knesset a Gerusalemme è l'unico Parlamento mediorientale dove i politici arabi possono alzarsi durante una seduta, accusare il proprio paese di fascismo e tornare la sera a casa con le proprie gambe. Non solo, ma la Corte suprema israeliana ha bandito un solo estremista politico in queste elezioni, l'israeliano kahanista Michael Ben-Ari e non uno degli arabo-israeliani che attaccano il proprio paese. E va da sé che i palestinesi nell'area, da quelli che compongono il settanta per cento della popolazione della Giordania a quelli stipati nei campi profughi di Damasco sotto i bombardamenti "sbagliati" per far sintonizzare le antenne dell'opinione pubblica occidentale, osservavano con una certa invidia i propri fratelli arabo-israeliani recarsi ai seggi di Nazareth, Umm el Fahm e Haifa. Israele ha appena votato con un premier sotto inchiesta per corruzione, mentre Abu Mazen e Hamas elevavano la corruzione a sistema di potere nel silenzio assenso della comunità internazionale. Secondo Muhammad Rashid, consigliere economico di Yasser Arafat, Abu Mazen ha una ricchezza personale di cento milioni di dollari, da buon erede di Arafat, che aveva accumulato 1,3 miliardi. Non da meno il capo di Hamas Khaled Meshaal, che ha due miliardi nei conti nel Golfo. "Dal 1948, a noi arabi è stato insegnato che tutto ciò che dobbiamo fare è liberarci dello stato ebraico, e tutto il resto andrà bene", ha scritto su Israel Hayom il giornalista giordano-palestinese Mudar Zahran. E' l'articolo più onesto mai scritto da un intellettuale arabo. "Noi arabi abbiamo dato ai nostri dittatori carta bianca per impoverire, opprimere e distruggere tutti noi in nome della 'grande lotta araba per porre fine all'entità sionista'. Il risultato è chiaro: mentre Israele ha fatto dieci nuove scoperte nel campo del cancro e dei trattamenti cardiaci negli ultimi due anni, noi arabi abbiamo sviluppato nuovi metodi di esecuzione".
   Grazie anche ai nostri sinceri democratici, i daltonici che, aprendo la mappa delle democrazie di Freedom House, dove si va dal verde intenso (Norvegia) al viola cupo (Arabia Saudita), non vedono quella macchiolina verde-democratica nell'immensa fascia delle violacee autocrazie islamiche, Israele, e che pensano che sradicando quell"'unico stato in eccesso al mondo" (Pierre-André Taguieff) il medio oriente diventerebbe un giardino di democrazia e diritti.

(Il Foglio, 10 aprile 2019)


Sondaggi e strategie delle elezioni in Israele

Servirà la calcolatrice

di Rolla Scolari

 
MILANO - Le elezioni parlamentari di oggi in Israele sono già state ridefinite da mesi un referendum su Benjamin Netanyahu. Il destino politico e l'eredità del primo ministro sono consegnati, scheda per scheda, alle urne blu, il colore, assieme al bianco, della bandiera israeliana. Negli ultimi sondaggi prima del silenzio elettorale, venerdì, la destra del premier, candidato a un quinto mandato, ha ottenuto meno seggi del partito del suo principale e più credibile rivale, il generale Benny Gantz. Il Likud - secondo le proiezioni del quotidiano Yedioth Ahronoth - ha 26 seggi contro i 30 di Kahol Lavan, Blu e Bianco (altri rilevamenti danno un testa a testa). I sondaggi però in Israele sono stati spesso smentiti dall'esito del voto, e in ogni caso il risultato delle elezioni non sarà deciso oggi. Con la chiusura dei seggi si apre un tempo di negoziati e trattative: è da sempre quasi impossibile che un solo partito ottenga la maggioranza dei 120 seggi della Knesset, il Parlamento israeliano. Il presidente incarica chi sembra avere, a urne chiuse, la maggiore probabilità di ottenere una solida coalizione. E i sondaggi consegnano al blocco di partiti e movimenti di destra ed estrema destra suoi alleati la maggioranza di 63 seggi (altri parlano di 66). L'arte di formare una coalizione dà le chiavi del potere, e Netanyahu è da decenni un artista molto abile in questa disciplina. Se riuscisse anche questa volta - malgrado una possibile incriminazione per corruzione in arrivo - a tornare alla guida del paese, in estate diventerebbe il premier più longevo di Israele, dopo il padre fondatore David Ben Gurion.
  Sotto la guida di Netanyahu, Israele ha conosciuto un'incredibile crescita economica e la sua amicizia con i presidenti Donald Trump e Vladimir Putin - che ha incontrato alla vigilia del voto - rafforza il sostegno della sua base. In un paese il cui elettorato è sempre più a destra, e in cui processo di pace e risoluzione del conflitto israelo-palestinese non sono temi elettorali da diversi anni, il trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme e le più recenti dichiarazioni a favore del riconoscimento americano della sovranità sulle alture del Golan strappate alla Siria nella guerra del 1967 hanno portato a Netanyahu l'approvazione dei suoi elettori. Ed è proprio rivolgendosi a loro che il premier ha promesso in tv nel fine settimana che, se rieletto, annetterà gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi della Cisgiordania, senza entrare nei dettagli del possibile e controverso piano. "Non evacueremo nessuna comunità né divideremo Gerusalemme", "uno stato palestinese metterebbe a rischio la nostra esistenza", ha detto. Il premier assesta così un colpo all'idea di soluzione a due stati, che aveva per la prima volta sostenuto nel 2009 in uno discorso all'università Bar-Ilan di Tel Aviv. Si tratta di una dichiarazione inedita da parte di Netanyahu che vuole far convergere sul Likud e non su altri partiti più radicali il suo elettorato.
  Allo stesso modo Netanyahu ha chiesto alla sua base di recarsi alle urne per evitare un governo di sinistra. Per il premier, la sinistra è rappresentata non più dall'indebolito Partito laburista, ma dal movimento centrista del suo principale avversario, il generale ed ex capo di stato maggiore Benny Gantz, alleato con altri due militari, Moshe Ya'alon e Gabi Ashkenazi, e con il giornalista Yair Lapid. Non è la prima volta che la politica israeliana genera un blocco alternativo al premier e dato per vincente. Nel 2015, i sondaggi avevano per diverse settimane annunciato il successo alle urne dell'Unione sionista, un'alleanza tra i laburisti, guidati allora da Isaac Herzog, e il movimento HaTnuah, dell'ex ministro degli Esteri Tzipi Livni. Oggi, Herzog e Livni sono fuori da questa partita e Netanyahu corre per un quinto mandato. Per la sinistra affaticata, la differenza la farebbe il voto arabo-israeliano, ma da anni l'afflusso alle urne dei palestinesi in Israele è scarso. E' diventato virale, in queste ore, il video di un rapper arabo, Tamer Nafar, che spinge gli arabi a non boicottare il voto: "Non significa che libereremo la Palestina, ma se serve a imprigionare Bibi, allora siamo pronti".

(Il Foglio, 9 aprile 2019)


Bibi e i 7 passi per confermarsi re. «Gli perdonano anche i sigari»

Il regista Shadur l'ha seguito due anni: studia tanto. Oggi vuol farsi rieleggere

di Davide Frattini

Il controllo totale. Fino all'ultimo dettaglio, fino all'ultimo grado. Benjamin Netanyahu ormai non lascia nulla al caso politico, neppure la temperatura della stanza in cui accoglie gli ospiti: l'aria condizionata sparata al massimo, gli invitati costretti a gelare con lui. Perché il primo ministro israeliano ancora rivive le apparizioni pubbliche degli esordi come un trauma, quando sudava (troppo, troppo spesso) e gli avversari indicavano le chiazze sulla camicia azzurro chiaro: un segno di debolezza, di nervi poco saldi.
   Netanyahu ha imparato ad asciugare quei cedimenti e a inzuppare i comizi elettorali con le parole giuste. «E stato il primo leader a importare in questo Paese le tecniche e le tattiche all'americana», spiega Dan Shadur. Che ha impiegato due anni e mezzo, passati a rovistare le registrazioni immagazzinate in settanta archivi, per ricostruire attraverso le immagini l'ascesa di «King Bibi». E il titolo del documentario e il titolo monarchico che i fedelissimi del primo ministro gli riconoscono per acclamazione, come ieri mattina quando ha attraversato il mercato di Mahane Yehuda a Gerusalemme, mentre la folla lo incitava con il suo soprannome.
   Il quartiere di Noga, sud di Tel Aviv, sta a una sessantina di chilometri da quelle bancarelle e a qualche migliaio in distanza ideologica. Shadur può sembrare il rappresentante di quei liberal che i sostenitori di Netanyahu accusano di complottare contro il capo. Eppure il film - trasmesso in tutto il mondo, non ancora in Italia - è piaciuto a sinistra e non è dispiaciuto a destra. «Qualche mese fa è stato proiettato alla convention annuale del Likud. I parlamentari e i ministri non hanno reagito, addirittura hanno applaudito i momenti secondo me più critici. Perché la sua base lo idolatra, non gli importa dei sigari e dello champagne rosé ricevuti in dono e finiti nelle inchieste giudiziarie» .
   Racconta di aver capito quale piega cinematografica dovesse prendere la storia dopo aver scovato il filmato in cui il primo ministro ripete le lezioni imparate da Lilyan Wilder e dal suo 7 Steps to Fearless Speaking. «Netanyahu ritorna dagli Stati Uniti, dove ha studiato, e applica quel programma in sette passaggi ai suoi discorsi. Allo stesso tempo toglie la cravatta, apre un bottone in più della camicia, sa di dover conquistare il cuore popolare del Likud, sospettoso verso quel giovane».
   In quell'epoca gli israeliani sono abituati alle espressioni austere di Menachem Begin, all'inglese parlato da Yizthak Rabin con l'accento del sabra, la parola ebraica che significa fico d'India e indica i pionieri venuti su spinosi e coriacei come i cactus nel deserto. «Bibi irrompe a metà degli anni Ottanta e chiacchiera in inglese come il laureato del Massachusetts Institute of Technology quale è. Per una nazione allora molto provinciale finisce con il diventare rassicurante: è in grado di farsi ascoltare dai potenti del mondo, lo ha dimostrato».
   Benny Gantz, l'avversario che ha fondato il partito Blu Bianco e che secondo gli ultimi sondaggi sta lottando testa a testa per la vittoria, sembra un reduce di quei tempi, con i 38 anni passati nell'esercito fino a diventarne il capo di Stato Maggiore. «Di sicuro Gantz è più terra terra, il suo stile, le sue battute vecchia maniera. Allo stesso tempo è un candidato perfetto per la televisione: alto, i capelli argento, gli occhi blu. Anche lui si avvale di strateghi e consiglieri che lucidano ogni mossa durante la campagna elettorale. È inevitabile, nessuno può pensare di battere Netanyahu senza sfidarlo sul suo terreno: l'immagine e l'uso dei social media».
   Bibi è anche il primo politico israeliano a lasciar entrare l'occhio della telecamera nelle sue stanze private - il documentario mostra le riprese nella residenza del premier a Gerusalemme con la moglie Sarah e i due figli allora piccoli - «e a sfruttare qualunque avvenimento personale come arma politica e questione pubblica». E stato lui stesso a trasformare il voto di oggi in un referendum popolare: sul re che ha già conquistato tre mandati consecutivi (quattro in totale) ed è al potere dal 2009.

I SONDAGGI

La partita tra Netanyahu e Benny Gantz. Quasi alla pari.
Le operazioni di voto si aprono alle 7 (le sei in Italia) mentre i seggi chiuderanno stasera alle 22 (le 21 in Italia). Secondo gli analisti internazionali l'esito del voto sembra incerto. Netanyahu, 69 anni, da più di 13 anni al potere, è impegnato in una battaglia incerta per un quinto mandato contro Benny Gantz, l'unico avversario capace di insidiarlo. I sondaggi, infatti, hanno posto Likud, il partito di destra di Netanyahu, testa a testa con la lista dei centristi blu-bianchi dell'avversario Gantz. Ma, con trenta posti previsti ciascuno, entrambi potrebbero rimanere lontani dalla maggioranza assoluta (61 su 120) e dovranno allearsi con altre formazioni per governare.

(Corriere della Sera, 9 aprile 2019)


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Netanyahu chiede aiuto. Per battere la sinistra vuole fare fuori la destra

Lo scopo: svuotare i partitini per governare da solo. L'alternativa? L'accordo con Gantz

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - «Gevalt»: chi conosce questa parola? E' diventata il distintivo delle ultime ore della campagna di Benjamin Netanayhu a poche ore dalle lezioni che si svolgono oggi. Vuol dire «aiuto» in Yiddish, la lingua degli ebrei dell'Europa Orientale: la si usa lamentosamente, con gli occhi al cielo. Nelle ultime, superdrammatiche ore di ieri Netanyahu ha deciso che, come nel 2015 un finale di campagna tutto «gevalt» gli fornì 30 seggi contro i 24 della sinistra guidata da Tzippi Livni, così adesso un colpo di speroni allarmistico alle forze di destra può dargli quella spinta che gli manca per riconquistare il ruolo di Primo Ministro per la quinta volta. Se ce la farà, sarà una conquista che lo renderà il primo ministro più longevo della storia di Israele.
   La scelta di Netanyahu ha irritato soprattutto i piccoli partiti di destra, perché la sua richiesta è stata, urbi et orbi, di abbandonare i partiti che potrebbero schierarsi al suo fianco in un eventuale governo di destra, e di votare tutti quanti per il Likud, di cui è il capo. Per il momento i sondaggi lo danno in maniera ondivaga su e giù in un'altalena intorno ai trenta seggi col suo antagonista, l'ex capo di Stato Maggiore Benny Gantz, capo di «Blu e bianco», moderatamente di sinistra, comunque anti Netanyahu. Fino ad ora le previsioni dicono però che la destra dovrebbe superare di gran lunga i 61 seggi necessari, arrivando fino a 67, mentre gli altri si fermerebbero a 53.
   Ma Netanyahu non si fida: prima di tutto, come ha detto in una registrazione rubata, pensa che il presidente della Repubblica Rivlin non aspetti altro che dare il mandato a Gantz solo che risulti primo, non importa quanti voti avrebbe una sua coalizione. E in secondo luogo Bibi si fida solo del Likud. Infatti qualcuno dei partiti di destra può sparire non superando il 3,5 per cento necessario, per esempio quello di destra di Naftali Bennet; qualcuno può fare all'improvviso un accordo con Gantz; qualcuno può porgli condizioni impossibili come Moshe Peiglin, un bizzarro superdestro in politica economica (fino all'eliminazione dell'assicurazione nazionale) e supersinistro nella liberalizzazione della maryuana ... insomma votate solo Likud, ha detto Netanyahu. É del tutto evidente che questa strategia non è priva di rischi, dal momento che può privarlo di partner fondamentali per arrivare a formare il governo di destra. Per attrarre in modo definitivo gli abitanti dei territori, che votano appunto per i partitini che Netanyahu vuole adesso inglobare. Bibi si è avventurato nella promessa di annessione, che già si ventila da anni e a cui pochi credono davvero, perché dipende da molti fattori internazionali: fra questo, il più importante il misterioso piano di Trump, un amico così importante che difficilmente Bibi può pensare di dirgli no se gli chiederà un sacrificio. Solo ieri ha messo le Guardie della Rivoluzione Islamica Iraniana nella lista delle organizzazioni terroriste, un gesto importante per Israele. C'è un altro elemento avventuroso nel «gevalt» di Netanyahu: può darsi che la mancanza di sufficienti interlocutori a destra costringa le due maggiori forze antagoniste a un governo di coalizione, con un clamoroso «scordiamoci il passato» degli insulti mortali di queste settimane. Questo potrebbe avere una sua utilità per il Primo Ministro, se sarà Bibi che potrebbe rallentare la questione delle eventuali incriminazioni.

(il Giornale, 9 aprile 2019)


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Nei territori che sognano l'annessione a Israele

Oggi seggi aperti per 6,3 milioni di persone La sfida è tra Netanyahu e il generale Gantz

di Giordano Stabile

Gary Schickman accarezza la fondina e sorride. «Sapevo che stavi per chiedermelo - anticipa -, perché porto la pistola ... Non l'ho mai dovuta estrarre grazie a Dio. È una regola che ci siamo dati qui a Efrat. Se impieghi più di due lavoratori arabi devi essere armato o assumere una guardia armata. E non voglio buttare via soldi per una guardia». Gary è arrivato da New York nel 2007. «lo non ci pensavo, mia moglie sì - racconta -. Per il Thanksgiving del 2006 siamo venuti in vacanza in Israele. Un mese dopo avevamo deciso: questo è il nostro Paese». A New York Gary viveva in un bel quartiere ebraico, «una vita confortevole», ma alla fine qualcosa gli mancava. Ora ha aperto un servizio di catering e la pizzeria Phily Pizza nella piazzetta principale dell'insediamento di Efrat, mezz'ora di macchina a Sud di Gerusalemme. Gli affari vanno a gonfie vele, la cittadina è quieta, con le sue casette a schiera a due piani, fra ciliegi e aiuole di rosmarini. Dalla strada panoramica si vede la valle scoscesa, verdissima per le abbondanti piogge di quest'anno, e sulla collina di fronte un altro insediamento, Neve Gabriel, un grumo bianco che riflette il sole del pomeriggio. «Vedi quelle vigne, gli oliveti - continua Gary - sono degli arabi. Attraverso spesso quella zona per il catering, anche per questo sono armato. Ma non ho mai avuto problemi. Impiego molti lavoratori arabi, mi hanno anche costruito la casa, mi salutano, qualche volta mi invitano nel villaggio di Wadi Nis a prendere un caffè. Alla fine la maggior parte vuol solo lavorare e portare a casa il pane».
  Gary, come gli altri abitanti di Efrat, mette però i puntini sulle «i». Questo non è un «insediamento», è una «città», non siamo in «Cisgiordania», ma nella «Giudea», i palestinesi sono «arabi» e l'annessione dei Territori è un dato di fatto, anche se per il diritto internazionale sono occupati. Gary stava per votare Naftaly Bennett ma il colpo a sorpresa di Benjamin Netanyahu, la promessa di estendere la sovranità israeliana agli insediamenti, lo fa tentennare. Oggi oltre sei milioni di israeliani andranno alle urne e il premier ha dato un colpo di reni per sorpassare il rivale Benny Gantz. «Lo so che è una mossa elettorale ma voglio crederci. E bravo Bibi». Il Likud non è però il partito più popolare. Pochissimi manifesti, mentre dilagano quelli del partito di destra Zehud, guidato da Moshe Feiglin, che campeggia con il suo volto profetico, marcato dagli occhiali rotondi. Dalia Levi, una signora sulla sessantina, è un'attivista e gira con un pacco di dépliant. La sua posizione sui palestinesi, pardon gli arabi, è meno conciliante. «Sono tutti traditori, ladri, assassini. Bibi ora promette ma per decenni ha negoziato, ha stretto la mano ad Arafat. Gli israeliani non si fidano più. La vera sorpresa sarà lo Zehud», Il partito è dato a 6 seggi. «Moshe non ha ambiguità. Ha sempre detto che dobbiamo annettere Giudea e Samaria. Gli arabi? Possiamo dar loro un bel po' di soldi e convincerli ad andarsene».
  Non tutti sono così ostili. L'insediamento cresce a ritmi forsennati, ha raggiunto gli 11mila abitanti, ha due ospedali e sei scuole superiori. Ogni giorno 900 palestinesi passano il check-point per andare a lavorare nei cantieri e nei negozi. Karmel D. è una religiosa e una sionista convinta, è arrivata 40 anni fa dal New Jersey, per vivere nel kibbutz di Kfar Etzion. «Questa è terra ebraica ma deve essere per tutti - spiega -. Voglio uno Stato unico in pace con i palestinesi. Bisogna dar loro la cittadinanza, e anche il diritto di voto. È quello che vogliono. Invidiano la nostra democrazia». Ha anche pensato di votare per Gantz ma vuole qualcuno che le garantisca che «questo resterà Israele». E pensa che bisogna tornare a occuparsi dei temi sociali, non solo di sicurezza. «Scuole, ospedali, le pensioni, i trasporti pubblici: è tutto un disastro». Soprattutto i trasporti sono un tema caldo. Ci sono pochi autobus e anziani e ragazzi senz'auto propria devono affidarsi all'autostop nella famigerata Gush Etzion Junction. E una desolata, ampia rotonda. A ciascuna delle fermate del pullman, difese da alti paletti di acciaio dipinti di giallo, ci sono soldati di guardia. Gli attacchi con armi da taglio, o macchine che cercano di investire la gente, sono frequenti. Molti ragazzi in attesa andranno oggi per la prima volta votare. E fra loro Gantz è più popolare: «Siamo nati con Netanyahu premier, è ora di cambiare».

(La Stampa, 9 aprile 2019)


Matrimonio forzato

"Amore? I sovranisti sono illiberali e antipatici, ma a Israele servono più degli svedesi". Parla Gerstenfeld

di Giulio Meotti

ROMA - "Gli europei dell'Europa centrale sono attratti dall'Israele di Bibi Netanyahu come quelli di sinistra erano ipnotizzati da Cuba", ha scritto Ivan Krastev sul New York Times la scorsa settimana. Come spiegarlo? "Nel sovranismo non c'è nulla di chiaro e i populisti non sono tutti uguali, la Repubblica ceca è più occidentale della Polonia", dice al Foglio Manfred Gerstenfeld, nato a Vienna nel 1937 e poi trasferitosi in Israele, dove ha diretto il Jerusalem Center for Public Affairs, autore di numerosi saggi sull'antisemitismo è oggi il più attento osservatore in Israele dei populisti (ne scrive settimanalmente sul Jerusalem Post). "I sovranisti vedono i musulmani come un pericolo e immaginano un paese che si difende, Israele, mentre loro hanno paura della Russia, come i polacchi e gli ungheresi".
  A cosa punta Netanyahu? "Vede in Bruxelles e nella Ue un nemico a tempo parziale e vi cerca alleati. Israele non si interessa a cosa accade in questi paesi, perché nazioni molto più rispettabili come Olanda e Germania votano contro Israele. Il ministro degli Esteri svedese non può venire in Israele. I paesi orientali non sono molto democratici ma sono filoisraeliani, i paesi occidentali sono molto democratici e antisraeliani. Come se ne esce? L'antisemitismo dei polacchi è immenso e abbiamo problemi con loro, ma dall'altro lato all'Onu sostengono Israele". Il motivo? "Investimenti e tecnologia israeliani, la comune antipatia per Bruxelles e vedono in Israele un intermediario con gli Stati Uniti di Trump. Qui in Israele c'è un forte sentimento anti Bruxelles, sostenuto dagli arabi. E' un gioco politico di Netanyahu quest'alleanza con i sovranisti, ma l'unica cosa vera di cui si parla qui è Trump. Israele boicotta l'AfD in Germania, c'è un cordone sanitario, e i Le Pen. I sovranisti non sono gente simpatica, non li vorrei mai come amici, ma la politica non si fa tra amici. Abbiamo ottimi rapporti con gli arabi antidemocratici, dal Bahrein all'Oman, e i sauditi e il Kuwait. In politica lavori con chi puoi. E gli arabi ci aiutano più degli svedesi".

 I "criteri" per dialogare con i sovranisti
  E l'accusa che Israele lavorando con i sovranisti tradirebbe i valori ebraici? "Roba da caffè dell'intellighenzia". Secondo Gerstenfeld, ci sono "criteri" non ufficiali usati da Israele. "Il governo in visita sostiene l'Autorità palestinese che gli consente di liberare fondi per pagare gli assassini di israeliani? Il paese vota contro Israele? Interferisce negli affari di Israele? Gli ebrei in quel paese sono vittime di violenze? Sono negazionisti sulla Shoah? Sostengono il boicottaggio? Secondo questi criteri - fatta eccezione per la Shoah - la realtà della Francia è più negativa per noi di quella dell'Ungheria. La Francia è il paese dell'Europa occidentale dove la maggior parte degli omicidi di ebrei ha avuto luogo. Non è necessario simpatizzare con Orbàn per dargli il benvenuto. E si può non essere d'accordo con il suo carattere illiberale". Si possono applicare gli stessi criteri all'Olanda. "In base ai criteri di cui sopra, l'Olanda emerge in modo più negativo rispetto all'Ungheria. Che sia più piacevole andare in vacanza nei Paesi Bassi piuttosto che in Ungheria non è rilevante qui".

(Il Foglio, 9 aprile 2019)


Gli ebrei inglesi attaccano il Labour: ha insabbiato le accuse di antisemitismo

di Nathan Greppi

Domenica 7 aprile il Board of Deputies of British Jews, l'organizzazione che riunisce le comunità ebraiche inglesi, ha inveito contro il Partito Laburista dopo che un'inchiesta del Sunday Times ha rivelato che i capi del partito non hanno ancora preso provvedimenti per centinaia di loro iscritti accusati di antisemitismo, e anzi ne avrebbero preso le difese.
   Secondo Algemeiner, tutto è iniziato dopo che il Sunday Times ha ottenuto e in parte pubblicato una serie di mail private tra importanti esponenti del partito: da queste è emerso che molti membri che si sono resi protagonisti di atti antisemiti sono stati coperti dai vertici. Un esempio è Thomas Gardiner, membro dello staff di Jeremy Corbyn, il quale ha personalmente fatto ritardare delle indagini interne su un altro membro che ha accusato i deputati ebrei di essere sul libro paga d'Israele. In un altro caso, un deputato laburista ha preso le difese di un candidato locale che aveva definito i parlamentari ebrei "infiltrati sionisti." Invece, un sindacalista è stato riammesso nel partito dopo esserne stato espulso per aver detto che gli ebrei israeliani hanno buttato giù le Torri Gemelle.
   Il Times ha fatto notare inoltre che su 853 denunce di antisemitismo sporte contro membri del Labour il 53% sono rimaste irrisolte, e ben 249 non sono state minimamente prese in considerazione. Nei 409 casi giudicati, 191 si sono concluse senza provvedimenti e 145 con semplici ammonimenti. Quelli che invece sono stati espulsi dal partito sono meno di 30.
   Marie van der Zyl, presidente del Board of Deputies, ha dichiarato che "l'inchiesta del Sunday Times dimostra che le nostre richieste di estirpare il razzismo antiebraico sono state trattate con totale disprezzo. Anziché ammettere il problema, la leadership laburista ha concentrato i suoi sforzi in un'operazione di insabbiamento." Ha continuato dicendo che "ogni pretesa di un sistema politicamente indipendente appare ora totalmente falsa. Adesso il Partito Laburista deve rendere i suoi procedimenti interni aperti allo scrutinio della comunità ebraica. Noi restiamo uniti con tutte le persone decenti nella lotta al razzismo."
   Sin da quando, nel 2015, Corbyn è diventato capo del partito, sono aumentate considerevolmente le accuse di antisemitismo verso i membri del partito a lui più vicini, tanto che nel febbraio di quest'anno alcuni parlamentari hanno lasciato il Labour per formare una fazione politica indipendente.
   
(Bet Magazine Mosaico, 9 aprile 2019)


Papa Francesco e un drammatico siluro: "Apra una moschea a San Pietro"

Gerusalemme aperta al culto dei fedeli islamici e cristiani? Allora Bergoglio accetti di costruire una sinagoga e una moschea nelle mura vaticane, accanto a San Pietro.
   Non è andato giù a molti ebrei, inclusi importanti rabbini italiani, l'appello congiunto lanciato una settimana fa dal Papa in Marocco, assieme a re Mohammed VI. In quella dichiarazione si legge: «Noi riteniamo importante preservare la Città santa di Gerusalemme/Al Qods Acharif come patrimonio comune dell' umanità e soprattutto per i fedeli delle tre religioni monoteiste.
   (...) Auspichiamo, di conseguenza, che nella Città santa siano garantiti la piena libertà di accesso ai fedeli delle tre religioni monoteiste e il diritto di ciascuna di esercitarvi il proprio culto».
   Un articolo apparso su Moked, il portale dell' Unione delle comunità ebraiche italiane, raccoglie le reazioni a questa iniziativa del pontefice, e buona parte di esse sono decisamente negative.
   Come quella di Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova. Israele, ricorda il religioso, «è l' unico Paese che, in Medio Oriente, tutela i suoi cittadini cristiani. E in questi anni, nei confronti di ogni comunità religiosa, ha assicurato la massima disponibilità e collaborazione. Eppure tutto questo nella dichiarazione non traspare». Il testo dell' appello siglato da Francesco e Mohammed VI, lamenta Momigliano, «ha un sapore più politico che religioso» e dimostra che «la Chiesa non ha fiducia nell' autorevolezza dello Stato di Israele in quanto garante delle libertà religiose di tutti». Il risultato è che «per forza di cose qualche ripercussione ci sarà. Sul piano dei rapporti interreligiosi assunzioni del genere alimentano infatti un clima di freddezza».
   L' accademico Sergio Della Pergola, uno dei massimi esperti di demografia ebraica e figura di riferimento della comunità degli italiani residenti in Israele, lancia la sua provocazione: «Visto che Gerusalemme è di tutti, allora anche il Vaticano sia di tutti. Aspettiamo quindi con impazienza l' apertura di una sinagoga e di una moschea all' interno del suo territorio, così da assicurare libertà di culto a tutti i fedeli delle religioni abramitiche». La dichiarazione del Papa, secondo lui, è «sconcertante e al tempo stesso demagogica. Rimanda a un' epoca in cui il dialogo tra ebrei e cristiani era a un livello assai meno sviluppato».

(Libero, 9 aprile 2019)


Israele, scontro elettorale sui territori. Netanyahu: Trump ci appoggia»

Domani il paese al voto. Il leader del Llkud: «Nuovi insediamenti», l'avversario Gantz: irresponsabile, l'Anp: non ci provi.

 La vigilia
  A due giorni dalle elezioni politiche il premier Benyamin Netanyahu infiamma le ultime battute della campagna elettorale. A una radio militare ha detto che, grazie alla linea di Trump, è riuscito negli ultimi due anni a costruire 18 mila alloggi per ebrei in Cisgiordania e che adesso sta per iniziare una fase ulteriore in cui la legge israeliana sarà gradualmente estesa a tutti gli insediamenti. «L'importante è procedere con l'assenso degli Usa».
  Immediata la reazione del suo principale rivale politico, l'ex generale Benny Gantz, leader del partito centrista "Blu-Bianco", secondo cui la sortita di Netanyahu «non è seria, ma irresponsabile. Noi puntiamo piuttosto a un accordo regionale che abbia un sostegno mondiale. Per noi sono irrinunciabili: il controllo militare sul Giordano, le aree omogenee di insediamento ebraico, e Gerusalemme riunificata. Ma in ogni caso mai iniziativa unilaterale. L'importante è negoziare». Reazione ferma anche dell'Autorità nazionale palestinese che ha preannunciato la strenua opposizione ai progetti del premier. Se cercherà di realizzarli, ha avvertito il ministro degli Esteri palestinese Riad Malki, Netanyahu «avrà un vero problema».

 Azioni
  Intanto Netanyahu ha evocato un nuovo elemento di frizione con l'Anp di Abu Mazen e anche con diversi Paesi esteri: la sorte del villaggio beduino-palestinese di Khan al-Ahmar che si trova alle porte di Gerusalemme e che rischia di essere raso al suolo. Nel villaggio una ong italiana ha fondato una scuola, la scuola delle gomme, «costruita» con i pneumatici delle vetture «Ora dobbiamo trovare il momento giusto per la demolizione del villaggio». Non solo: la Ong Peace Now ha rivelato che le autorità militari hanno appena autorizzato la costruzione di 4.000 alloggi per ebrei in Cisgiordania. S.V.

(Il Messaggero, 8 aprile 2019)


Annessione della Cisgiordania, Netanyahu: gli Usa sono con noi

Alla vigilia delle elezioni Gantz attacca il premier: annuncio irresponsabile

È l'ultimo colpo di scena. Benjamin Netanyahu ha lanciato l'offensiva finale in Cisgiordania, con la promessa di annettere parte dei Territori. È il suo terreno preferito perché come per il trasferimento dell'ambasciata americana a Gerusalemme, e il riconoscimento della sovranità sul Golan da parte di Donald Trump, gli avversari faticano a controbattere. Ieri ci ha provato Benny Gantz, leader del partito Kahol Lavan, «Bianco e Blu» come la bandiera israeliana. Ha accusato il premier di «essere irresponsabile» per aver preso una «decisione strategica e storica durante la campagna elettorale». E poi, si è chiesto, perché «per 13 anni Netanyahu avrebbe potuto farlo e non l'ha fatto?».
   Il primo ministro gli ha risposto a suo modo, e cioè che ora «ha il sostegno americano». E ha precisato che l'estensione della legislazione israeliana varrà per tutti, anche per «gli avamposti isolati». È chiaro che la promessa, a poche ore dal voto di domani, è destinata prima di tutto a far breccia sugli oltre 620 mila abitanti degli insediamenti, compresi quelli di Gerusalemme Est, vale a dire circa l'8 per cento dell'elettorato. Netanyahu si è anche vantato di aver autorizzato la costruzione di «18 mila unità abitative» durante il suo ultimo mandato. Il movimento centrista di Gantz ha poco da ribattere, perché l'opposizione agli insediamenti è minoritaria in Israele, confinata ai partiti di sinistra e arabi.
   Netanyahu va avanti con la politica del «fatto compiuto». La sponda americana, anche in Cisgiordania, è reale. E preoccupa soprattutto i palestinesi. Il ministro degli Esteri Riad Malki ha avvertito che il premier dovrà affrontare «problemi seri» se davvero deciderà di annettere pezzi dei Territori, anche se la sua è soprattutto una sparata «a fini elettorali». Da Ramallah però trapela che «l'accordo del secolo» promesso da Trump e sul quale sta lavorando il genero Jared Kushner rischia di essere una catastrofe per i palestinesi.
   Il piano si è molto evoluto dalla proposta saudita-americana. Ora il cerchio ristretto a conoscenza dei dettagli, cioè l'inviato della Casa Bianca Jason Greenblatt, l'ambasciatore David Friedman e pochissimi altri, lascia filtrare soprattutto promesse di giganteschi investimenti, decine di miliardi dai Paesi del Golfo, che compenseranno i sacrifici territoriali chiesti ai palestinesi, «quasi si trattasse di una operazione immobiliare». Il timore è che il duo Netanyahu-Trump finisca per osare di più e metta gli occhi sull'intera Area C della Cisgiordania, quella già sotto controllo israeliano e scarsamente abitata da palestinesi.
   La strategia di Netanyahu è evitare di presentare una visione completa e innescare una crisi incontrollabile con i palestinesi. In questo modo costringe lo stesso Gantz all'ambiguità. Il generale non si è mai sbilanciato per una soluzione «a due Stati», con la gran parte della Cisgiordania a costituire la futura nazione palestinese. Ieri ha ribadito di essere contrario a «iniziative unilaterali» e che punta a un «accordo di pace sostenuto a livello regionale e globale». Tutto molto saggio ma anche poco mediatico in queste ore finali di campagna elettorale.

(La Stampa, 8 aprile 2019)


Luna, la «Genesi» di Israele. Lo sbarco della sonda privata

Giovedì dovrebbe toccare il suolo del nostro satellite. Netanyahu pensa alla terra: «Annetterò la Cisgiordania»

di Roberto Fabbri

Porta a bordo una Bibbia, milioni di pagine di Wikipedia in lingua inglese in digitale e tanti disegni realizzati per l'occasione da bambini israeliani. Ma anche strumenti scientifici per lo studio del campo magnetico e per la misurazione della velocità di allontanamento della Luna dalla Terra. È la sonda Beresheet, che giovedì prossimo dovrebbe toccare il suolo del nostro satellite consentendo così a Israele di diventare il quarto Paese del nostro mondo, dopo Stati Uniti, Russia e Cina, a compiere questa impresa. Beresheet - che in ebraico significa «in principio», ma anche «genesi» - potrà però vantare un record assoluto: quello di essere la prima sonda privata a scendere sulla Luna. È stata costruita dalla società israeliana SpaceIL, un'organizzazione no-profit che grazie agli sforzi congiunti di imprenditori, istituti di ricerca, industrie aerospaziali ha raccolto 100 milioni di dollari, e in coordinamento con l'Agenzia spaziale israeliana, Leonardo Swedish Space Corporation e la Nasa ha fatto diventare un sogno realtà. Partita da Cape Canaveral lo scorso 21 febbraio, ha raggiunto l'orbita lunare solo giovedì scorso, seguendo un lunghissimo e lento percorso fatto di orbite sempre più ampie intorno alla Terra che ha permesso di massimizzare il risparmio di energia. L'allunaggio è previsto nella vasta pianura denominata Mare della Serenità, da non confondersi con quel Mare della Tranquillità che quasi cinquant'anni or sono - era il 20 luglio '69 - fu il punto di arrivo della missione americana Apollo 11, la prima a far sbarcare sulla luna un equipaggio umano composto da Neil Armstrong e Ed Buzz Aldrin.
   «La nostra fortuna continua a tenere e ce la faremo», ha detto con emozione il miliardario israeliano delle telecomunicazioni Morris Kahn, uno dei finanziatori della missione. Il piccolo Stato d'Israele (8 milioni di abitanti in tutto, meno della Lombardia) tiene dunque gli occhi puntati verso il cielo e immaginiamo incrociate per l'occasione molti milioni di dita.
   AI tempo stesso, però, è sempre la terra a costituire motivo d'apprensione e di discussione per gli israeliani. Domani si vota e alla vigilia delle elezioni politiche il premier uscente Benjamin Netanyahu ha riaperto il tema delicatissimo della sovranità sugli insediamenti ebraici in Cisgiordania. Intervistato da una tv israeliana, Netanyahu ha aperto alle attese dei nazionalisti e dei coloni affermando di non escludere affatto l'annessione unilaterale di insediamenti come quello di Maalè Adumìm, che sorge alla periferia di Gerusalemme su territorio un tempo giordano e oggi palestinese occupato nel '67.
   «Chi dice che non lo farò?», ha replicato il premier uscente a chi lo intervistava chiedendogli perché non avesse proceduto all'annessione durante i 10 anni precedenti in cui ha guidato il governo. «Gli Stati Uniti - ha osservato Netanyahu - hanno appena annunciato di voler riconoscere la nostra sovranità sulle Alture del Golan, e noi proseguiremo con la fase successiva: l'estensione della sovranità». Per completare il suo chiaro messaggio, Netanyahu ha aggiunto di essere contrario alla futura creazione di uno Stato palestinese («Un pericolo per la nostra stessa esìstenza»), ha escluso di voler dividere Gerusalemme (la cui metà araba orientale è stata pure annessa 28 anni fa allo Stato ebraico), ha promesso di non evacuare alcuna comunità e ha assicurato che Israele continuerà a controllare lo strategico territorio a Ovest del Giordano.
   Le sue parole hanno suscitato l'immediata accusa di irresponsabilità da parte del suo principale sfidante, il centrista Benny Gantz. E ovviamente toni ancor più duri sono arrivati dalla dirigenza palestinese: se Netanyahu manterrà le promesse fatte ieri, «dovrà affrontare un problema reale in Cisgiordania».

(il Giornale, 8 aprile 2019)


Elezioni inquinate dalla scaltrezza di Netanyahu

Israele affronta la prime elezioni post-ideologiche

di Abraham Yehoshua

Finora ho evitato di scrivere della campagna elettorale israeliana. Ho 82 anni e nel corso della mia lunga vita ho visto e partecipato a non poche consultazioni elettorali. Indubbiamente ci sono state in passato campagne più turbolente e drammatiche di questa, con grandi manifestazioni, episodi di violenza e discorsi appassionati e virulenti.
  La democrazia israeliana è giovane, ha solo settant'anni, ma fin dal suo inizio gli israeliani hanno avuto la sensazione che il giorno delle elezioni fosse un evento solenne, speciale. In molti arrivavano ai seggi vestiti a festa, talvolta accompagnati dai figli perché questi ultimi potessero infilare la scheda nell'urna e percepire così l'importanza del sistema democratico. E poiché nel giorno delle elezioni molti soldati sono lontani da casa, l'esercito ha messo a punto un metodo di voto molto efficiente, così da consentire a ognuno di loro, anche a chi si trova in una base sperduta lungo il confine, di adempiere al proprio dovere civico e votare.

 Trump e Berlusconi
  Questa volta, però, le elezioni non sono turbolente, bensì inquinate. È forse questa la definizione migliore di ciò che sta accadendo in Israele. E la principale fonte del loro inquinamento è il primo ministro Benjamin Netanyahu, che sta lottando non tanto per mantenere il proprio incarico quanto per tentare di sottrarsi al processo che lo attende.
  Benjamin Netanyahu non assomiglia a Trump che, a mio parere, sarà probabilmente considerato in futuro più come una curiosità che come un leader. In fondo, Trump non aveva veramente intenzione di essere eletto, voleva solo approfittare della campagna elettorale per promuovere i propri interessi economici. Netanyahu assomiglia più a Berlusconi. E benché io non conosca la biografia privata dell'ex presidente del consiglio italiano, ho la sensazione che fosse un politico scaltro, che ha trasformato il controllo dei media in una vera e propria arte, piena di creatività.
  Netanyahu ha un'enorme esperienza politica e, in quanto ex cittadino americano, una profonda conoscenza del sistema amministrativo e religioso degli Stati Uniti, il che ha notevolmente contribuito a renderlo un personaggio politico forte e astuto. A differenza di Berlusconi non possiede reti televisive, case editrici e giornali ma riesce comunque a esercitare sui mass media un controllo palese, o occulto, mediante Internet, blog, tweet e commentatori seriali al suo servizio. Nella sua residenza ufficiale vive anche il figlio ventiseienne, che coordina questo sofisticato sistema, creando un costante inquinamento del dibattito pubblico, inaspritosi nelle ultime settimane.
  Durante questa campagna elettorale non si è quasi mai parlato di ideologia. Anche i tre ex Capi di stato maggiore che hanno formato con Yair Lapid (popolare ex giornalista N.d.T.) un partito chiamato «Blu e bianco» non si sono pronunciati in modo significativo a livello ideologico o politico. Si sono limitati a ribadire la propria, forte, volontà di sostituire il governo e ad accennare vagamente a una eventuale separazione dalla Cisgiordania palestinese, senza entrare nei dettagli di come questo possa avvenire. I loro discorsi sono fumosi e assolutamente non vincolanti. Neppure i responsabili della propaganda elettorale del Likud hanno delineato un qualche programma politico e parlano della stato attuale delle cose come se fosse naturale e definitivo.
  In fin dei conti, Israele ha rapporti di pace con l'Egitto e una collaborazione concreta con il Regno di Giordania. La Siria è ancora nel caos e impegnata nel tentativo di riprendersi dalla guerra civile. L'Iran è lontano e Hezbollah, in Libano, è attualmente parte del governo e non intende distruggere il proprio Paese per il problema palestinese. I palestinesi di Gaza sono governati da Hamas, che non riconosce Israele e vuole distruggerlo mediante dimostrazioni di protesta di giovani affamati e disoccupati a ridosso del confine. I palestinesi di Cisgiordania sono completamente indifferenti alle intemperanze di Hamas e non provano la minima solidarietà per le loro gazzarre. E i due milioni di cittadini palestinesi israeliani sono sempre più indifferenti e alienati in uno stato che non fa che ribadire la propria ebraicità. Ultimamente parecchi giovani arabi hanno addirittura proclamato di non avere intenzione di partecipare alle elezioni, né di votare per i partiti arabi che dovrebbero rappresentarli.

 La scelta dei cittadini arabi
  Una simile eventualità sarebbe un nuovo colpo per il centro-sinistra alle prossime elezioni. Se infatti i palestinesi israeliani votassero in massa potrebbero creare un blocco elettorale che spedirebbe il Likud e Netanyahu all'opposizione. A mio parere il più grande peccato di Netanyahu e dei suoi sostenitori è quello di fomentare l'odio e il disprezzo degli ebrei israeliani nei confronti dei palestinesi, compresi quelli che sono cittadini dello Stato ebraico. Dal momento che il mondo arabo si è molto indebolito e i palestinesi sono stati abbandonati a se stessi (anche a causa dei loro numerosi errori) ha cominciato a crearsi un senso di alienazione tra loro e gli ebrei e questo è una cosa molto grave in quanto entrambe le comunità sono destinate a vivere in un unico Stato. I palestinesi israeliani non sono immigranti, né rifugiati. Israele è la loro madrepatria. Parlano l'ebraico e, a eccezione dell'esercito, sono presenti in tutti gli ambiti della nostra vita. Dovrebbero quindi aiutare i partiti del centro e della sinistra in un momento tanto cruciale in cui, in vista delle prossime elezioni, ci troviamo a un bivio.
  I gruppi razzisti e religiosi radicali si rafforzeranno nel parlamento israeliano oppure questa tendenza si fermerà e la normalizzazione sionista potrà essere portata avanti in una maniera più illuminata?


Se è vero che Netanyahu usa le elezioni politiche per sfuggire all’azione della magistratura, allora è vero che i suoi avversari cercano di usare l’azione della magistratura per vincere le elezioni politiche. L’inquinamento, se c’è, è simmetrico e bidirezionale. M.C.

(La Stampa, 8 aprile 2019 - trad. Alessandra Shomroni)



di Manuela Pegoraro

Il viaggio ad Har Bracha, fondata nel 1983 vicino a Niblus in Cisgiordania, nell'area chiamata Shomron, Samaria, che conta 33 insediamenti e ha una popolazione complessiva di circa 20mila persone.
   «Ciao Manuela, siamo a Nablus (Cisgiordania). Domani siamo invitati a visitare alcuni insediamenti (israeliani) nelle vicinanze. Vuoi unirti?». «Cosa?» La chiamata arriva da una coppia franco-messicana, amici in visita in Israele-Palestina per documentare storie di persone con background diversi. Compresi i coloni.
   «Uhm... OK ci sto!» Ho davvero intenzione di visitare gli insediamenti in Cisgiordania? Cosa diranno i miei amici palestinesi? Che partecipo al "turismo dell'occupazione"?
   Ho deciso che andava bene perché:
  1. andrò con i miei amici attivisti, conosciuti a Tijuana al confine tra Messico e Stati Uniti (se lo fanno loro ...);
  2. potrebbe essere interessante partecipare ad un'esperienza etnografica su una popolazione di cui leggo costantemente notizie senza averla mai incontrata. Forse imparerò qualcosa di nuovo.
 
Cartina del 2014 a cura dell'organizzazione B'Tselem
 
Un compagno di autobus
 
La vista dal furgone
 
Soldati riservisti, di solito amichevoli e rilassati
 
Colono biologico, insediamento di Itamar
Il giorno dopo parto da Gerusalemme. L'autobus viaggia verso nord sulla strada 60, fermandosi in alcune colonie israeliane e passando vicino ad alcuni villaggi palestinesi. È una giornata stupenda ed il paesaggio è incantevole.
   Finalmente l'autobus si avvicina alla mia meta: la colonia di Har Bracha (Monte della Benedizione), fondata nel 1983. Har Bracha si trova molto vicina a Nablus, in quell'area situata nella parte nord della Cisgiordania che lo Stato di Israele chiama Shomron (la biblica Samaria). Il Consiglio regionale di Shomron fornisce servizi municipali a 33 insediamenti israeliani e ad una popolazione complessiva di circa 20.000 persone (non vanno contati in questo numero i Palestinesi e i Samaritani che vivono all'interno delle aree palestinesi proprio in questa regione). La Samaria è considerata da alcuni Ebrei parte essenziale del Regno Biblico di Israele; secondo questo articolo (in inglese) la regione «è strategica, pacifica e incantevole" ed "andarsene significa rischiare l'esistenza dello Stato di Israele nel suo insieme».
   «Una volta arrivata al checkpoint vicino a blabla, scendi, cammina fino alla fermata dell'autobus sull'altro lato e fai l'autostop fino in cima…». Queste sono le istruzioni che mi aveva dato Ofir, il colono nato in Svizzera che ospita i miei amici. Ho quasi raggiunto la fermata dell'autobus quando vedo un furgone fermarsi per raccogliere un autostoppista. Mi precipito al furgone e urlo «Avete spazio per me?», «certo, se ti va bene sederti dietro». «Certo che sì, qual è il problema?» Appena salgo, mi rendo conto che si tratta di un mezzo da lavoro, senza sedili nella parte posteriore. Mi siedo sul pavimento e mi attacco a qualsiasi cosa sembri solida mentre il furgone si arrampica sulla collina a tutta velocità.
   Arrivata a Har Bracha, incontro finalmente i miei amici e Ofir, un uomo di mezza età molto gentile e allegro, che annuncia: «Andiamo a visitare il mio amico contadino a Itamar». L'idea è di vedere un esempio di agricoltura biologica da insediamento, e di capire cosa significa «ritornare alla terra biblica». «Dobbiamo fare l'autostop per scendere!» dice Ofir. È inutile chiedere perché mi è stato chiesto di fare l'autostop fino in cima.
   Questa volta siamo meno fortunati. Aspettiamo a lungo e dobbiamo dividerci su più macchine. La mia amica Analucía ed io dobbiamo addirittura scendere all'incrocio, dove c'è un checkpoint, per convincere un secondo autista caritatevole a portarci fino ad Itamar. I soldati offrono gentilmente sigarette e tavolette di cioccolata per confortarci.
   Nell'insediamento di Itamar incontriamo l'amico di Ofir: un contadino originario della California, padre di 7 figli (se ricordo bene) e sposato con un'ex attivista anti-sionista americana (!). Appena vede la macchina fotografica del mio amico si mette sulla difensiva: "Mi aspetto che raccontiate solo cose positive!". Ma quando lo rassicuriamo sul fatto che stiamo solo raccogliendo storie, si rilassa e inizia a raccontarci la sua vita; ci spiega anche che appartiene alla categoria degli "Ebrei universalisti" (in contrapposizione agli Ebrei nazionalisti e quelli religiosi) e che «alla fine la nazione ebraica sarà una luce per le nazioni di tutto il mondo» (cosa che purtroppo non sta ancora accadendo, secondo lui). È la prima volta che sento nominare queste tre categorie insieme.
   A quanto pare, l'agricoltore possiede un sacco di terreni a Itamar. «Quando è arrivato, non c'era niente e nessuno, quindi ha potuto prendersi molta terra», spiega Ofir. Immagino che molti coloni pensino davvero che non ci fosse nulla e nessuno quando arrivarono… tuttavia Itamar, nello specifico, è da tempo oggetto di dispute sulla terra ed era (almeno nel passato recente) considerato un insediamento molto aggressivo nei confronti dei palestinesi.
   Il nostro ospite californiano-israeliano ci spiega che ha modificato la produzione agricola per diventare completamente sostenibile, ecologico e "a chilometro zero", come diciamo in Italia. Niente internet, niente marketing, solo passaparola. Ogni prodotto ha lo stesso (basso) prezzo fisso. Compriamo il suo formaggio e il suo pane e beviamo il suo yogurt (tutti i prodotti SUPER ECOLOGICI senza conservanti ecc. … me ne renderò conto personalmente più tardi).
   Prossima fermata: un altro amico di Ofir che vive nelle vicinanze, un simpaticissimo pensionato che ci invita per il tè, accompagnato da deliziosi dolci fatti in casa. Ci dice di aver lavorato con i beduini del deserto del Negev per un'autorità locale israeliana. «Non è vero che i beduini hanno più di una moglie!" Ok ok… non ho mai sostenuto il contrario. Poi aggiunge "I beduini possono essere molto pericolosi!» Bah, la generalizzazione non aiuta mai...
   A Itamar visitiamo anche una sinagoga costruita in memoria delle vittime degli attacchi terroristici (da parte di Palestinesi). Non va dimenticato tuttavia che anche i coloni di Itamar hanno molestato e ucciso dei palestinesi.
   Grazie Ofir! e buona fortuna per il tuo lavoro secondario come guida turistica per gruppi evangelici in Samaria… questa volta hai fatto lo chaperon a persone di sinistra).
   Ci aspetta un lungo viaggio per tornare a Gerusalemme. Dobbiamo cambiare autobus ad un incrocio. Fa un freddo cane. Ai soldati del vicino checkpoint viene consegnata la cena, che mangeranno sul ciglio della strada forse prima di iniziare il turno. Un vicino di attesa, un ebreo ultra-ortodosso che ci sente passare dal francese allo spagnolo, domanda (in francese): «Di dove siete?». Spieghiamo: «Messico, Francia e Italia». Lui si allontana. Poi torna indietro. «Siete ebrei?». «No». Si allontana di nuovo.
   Dopo aver finito questo post, ho letto dell'ultimo attacco terroristico in Cisgiordania: due persone sono state uccise in Samaria. È facile per me descrivere l'assurdità delle piccole cose che ho visto in questa visita, visto che non devo vivere personalmente e quotidianamente la tragica realtà di questi luoghi… tragica per tutti.
   
(Vita, 8 aprile 2019)


Intervista a Cesare Finzi, la memoria della Shoah a Faenza

di Domenico Salazar

Quando a Faenza si parla di Shoah e di testimoni diretti, il pensiero va a una persona eccezionale, il dottor Cesare Finzi. Tra coloro che incontrò durante la sua infanzia vi fu Giorgio Bassani che, oltre ad essere stato uno dei più importanti scrittori del '900, fu anche il suo insegnante nella scuola ebraica di Ferrara, dopo la promulgazione delle leggi razziali.

- Nel 1938 gli Ebrei vennero esclusi da scuole e università perché non appartenenti alla razza italiana. Lei allora era un bambino. Ci fu qualche adulto che tentò di spiegarle cosa stava succedendo? Se sì, che cosa significò per lei? Come cambiò la sua quotidianità?
  «Era il settembre del 1938, avevo 8 anni, ero andato a comprare il giornale per papà e capii che non sarei potuto andare nella scuola pubblica con gli altri bambini, come avrei voluto. Avevo fatto i primi tre anni nella scuola ebraica, poi l'esame per entrare in quella statale. Il mio desiderio di stare insieme a tutti gli altri miei coetanei non si sarebbe più potuto realizzare. Intanto a casa mia era scoppiata una tragedia: per mio padre, che nel 1915 era andato via di casa per combattere nell'esercito italiano, sapere che il figlio non poteva più andare a scuola, era un'umiliazione inconcepibile. Per me, bambino, non era facile capire che, in quanto ebreo, non potevo più parteciparvi. Tutto ciò era una giustificazione incomprensibile. Dunque ho svolto la quarta e la quinta nella scuola ebraica e nel giugno del 1940, subito dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia, sono andato a fare l'esame per entrare alle scuole medie. La cosa che mi colpì di più fu la preoccupazione di tutti gli insegnanti, in caso di allarme, per decidere chi dovesse andare prima nei rifugi, tra le classi dei bambini italiani e quelle degli ebrei».

- Giorgio Bassani insegnò agli studenti ebrei nella scuola «di emergenza» di via Vignatagliata a Ferrara. Cosa rappresentò per lei la figura di quel maestro?
  «Nel ricordo di bambino, Bassani fu per me un insegnante piuttosto severo e nervoso. In seguito, diventando più adulto, compresi il suo valore come antifascista e di fatto a Ferrara fu attivo in tal senso. Nel maggio del 1943 improvvisamente sia lui che la professoressa Matilde Bassani, che non era sua parente, scomparvero. Le lezioni terminarono quando i due furono imprigionati, poiché avevano preso parte a un'associazione assistenziale in difesa di ebrei, che dall'estero cercavano rifugio in Italia. Dopo l'8 settembre lui, Matilde e il professore di ginnastica, che era un campione di pugilato, andarono a Roma e parteciparono alla lotta partigiana».

- Giorgio Bassani, dunque, oltre ad essere stato uno dei più importanti scrittori del Novecento, fu anche un docente. Che ricordo ne ha in tale veste? Come spiegò a dei bambini di 8 anni che da quel giorno non avrebbero più potuto frequentare la scuola pubblica?
  «Bassani si era laureato ma non aveva ancora insegnato. È stato chiamato dai dirigenti della comunità ebraica, che avevano deciso di dare vita alle scuole medie. Fu il mio insegnante di italiano dal 1940 al 1941. Non ci spiegò in particolare ciò che stava succedendo, anche perché ormai, a 10 anni compiuti, iniziavamo a comprendere la situazione. Ricordo un uomo irrequieto, estremamente balbuziente soprattutto in quel periodo: in seguito aveva imparato a tenere la pipa in bocca e, grazie ad essa, riusciva a controllare meglio questo problema. Era molto impulsivo e si arrabbiava con facilità con noi ragazzi. Rammento un particolare e purtroppo sono rimasto il solo sopravvissuto che lo può raccontare: Bassani era campione di tennis e lo studio dove noi andavamo a lezione era proprio di fronte ai campi da gioco. Nonostante le finestre fossero chiuse, si sentivano le voci dei giocatori e il tipico rumore delle palline. Vedere la faccia di Bassani in quei momenti era uno spettacolo, perché si capiva che stava soffrendo, voleva andare a giocare. La sua vita era il tennis e parte della sua tensione nervosa derivava dal fatto che non era lì con la racchetta in mano».

- Come si svolgevano le lezioni nella piccola scuola che lei ha frequentato?
  «Non vi erano aule sufficienti nella scuolina di via Vignatagliata, dove il preside, professor Veneziani, insegnava matematica. Eravamo quattro ragazzi e con la bicicletta ci spostavamo da un'abitazione all'altra dei professori per seguire le lezioni».

- Durante quel periodo, ricorda se qualcuno a lei vicino ebbe il coraggio di ribellarsi, di alzare la testa?
  «Non c'è stata una reazione specifica, però chi cercò di fare obiezione fino all'ultimo fu Italo Balbo, governatore della Libia. Egli era ferrarese e amico di tutti gli ebrei e di Bassani. L'unico a contrastare il partito fascista, l'unico che cercava di opporsi alle leggi razziali fu proprio lui. Quando dalla Libia si recava a Ferrara dove viveva la famiglia, la prima persona che andava a trovare era il cugino di mio padre, Gualtiero Finzi; lo prendeva sotto braccio e lo portava al bar fascista. Spesso ci si chiede perché gli ebrei non si ribellarono: la situazione era tale da non poterlo fare. Appena ci fu la possibilità di partecipare ad un'attività antifascista gli ebrei lo fecero. Il più giovane partigiano italiano fu un ebreo bolognese di 14 anni. Come ho già detto in precedenza, lo stesso Bassani fu partigiano durante la Resistenza».

- Giorgio Bassani ha scritto, tra gli altri, il celebre romanzo Il giardino dei Finzi-Contini, dove ha raccontato la realtà della ricca borghesia ebraica a Ferrara durante il fascismo. Modificando nomi e luoghi, racconta una storia vera sulla famiglia di Silvio Magrini, presidente della comunità ebraica cittadina. Ci sono elementi o abitudini riportate da Bassani in cui lei può riconoscersi?
  «Non ci sono troppi elementi o situazioni all'interno del libro nelle quali posso immedesimarmi, ma ricordo il campo da tennis che era nel giardino di casa Magrini, messo a disposizione di tutti i giovani ebrei ferraresi dal presidente della comunità. Per questo motivo io e altri ragazzini della mia età andavamo a giocarci, ma quasi sempre arrivava Bassani con il professore di ginnastica e noi eravamo costretti a guardarli. La casa dei Magrini non era una villa, ma una bellissima casa quattrocentesca nel centro della città. Bisogna notare che Magrini era Finzi-Magrini: il nonno del presidente della comunità era piuttosto piccolo e magro e di cognome Finzi, ma per distinguerlo da tutti gli altri Finzi lo chiamavano «il Magrini».

- Documentandomi sulla figura di Giorgio Bassani mi è rimasta impressa una lapide commemorativa degli alunni e del preside Teglio, espulsi dal liceo Ariosto di Ferrara nel 1938. Il contenuto della lapide esprime tutto il disprezzo e la vergogna per quanto successo durante quel periodo e vuole ricordare per difendere i diritti di ogni persona, affinché tutto ciò non accada più a nessuno. Lei, come uomo e come ebreo, è riuscito a perdonare?
  «Il concetto del perdono ebraico è diverso da quello cristiano. Per noi ebrei si può perdonare solo ciò che è stato fatto a te personalmente, non quello che è stato fatto ad altri, in nome di qualcun altro. Ricordo che subito dopo l'entrata in vigore delle leggi razziali ci fu una mamma che impedì a suo figlio, con cui giocavo spesso ai giardini, di stare con me, portandolo via. E io sono rimasto solo. Come bambino non riuscivo a capire perché non potevo giocare con quello o con quell'altro. Dopo l'8 settembre sono stati presi i nostri parenti e quindi i nostri genitori decisero che dovevamo scappare. Il 14 novembre del 1943 i fascisti mi cercarono a casa, insieme a mio padre, ma non ci trovarono perché eravamo già fuggiti. A questo punto diventa difficile parlare di perdono. Se ci fosse stata una persona che mi avesse denunciato e quindi mi avessero preso, non ti saprei dire come mi sarei comportato al ritorno. Non perdono il fascismo in generale e tutto ciò che ha fatto».

(Settesere, 8 aprile 2019)


L'Iran sta per affacciarsi sul Mediterraneo

A costo di irritare Mosca, Teheran punta ad avere una testa di ponte per i traffici di armamenti e per minacciare Israele da un nuovo fronte

L'Iran fa passi avanti verso l'obiettivo di stabilire una testa di ponte sempre più vicino a Israele, con il progetto di prendere in affitto il principale porto commerciale della Siria a Latakia. Secondo quanto riportato dal Sunday Times, il mese scorso Teheran ha avviato colloqui con Damasco per noleggiare il porto a partire dal primo ottobre. Il porto per container, di proprietà dello stato siriano, è attualmente gestito da una joint venture tra Souria Holding, una società di investimento siriana, e CMA CGM, una società di spedizioni francese. Benché le entrate siano state fortemente danneggiate dalla guerra civile siriana scoppiata nove anni fa e dalle sanzioni decretate degli Stati Uniti nel 2015, il porto vanta comunque 23 magazzini e la capacità di gestire tre milioni di tonnellate di merci all'anno.
L'Iran si sta adoperando per migliorare la propria flotta con nuove navi e sottomarini introdotti per svecchiare la sua dotazione, e recentemente ha annunciato d'aver commissionato il suo primo sottomarino sviluppato localmente in grado di lanciare missili da crociera...

(israele.net, 8 aprile 2019)


Trovati rari manufatti biblici nella città di David

In una delle zone più antiche di Gerusalemme è stato trovato il sigillo di un funzionario citato nella Bibbia.
Durante gli scavi a Gerusalemme gli archeologi israeliani hanno scoperto una bolla e un timbro di iscrizione ebraico con età stimata di 2.600 anni, riporta il giornale russo Rossiyskaya Gazeta.
Sono stati scoperti tra le rovine di un edificio pubblico, probabilmente distrutto nel VI secolo a.C. Travi di legno bruciate e numerosi frammenti di ceramica bruciata indicano che l'edificio è stato dato alle fiamme.
  La bolla, risalente all'epoca del Primo Tempio (Tempio do Salomone), contiene un'iscrizione che apparteneva a Nethan-Melec, servo del re. Il nome Nethan-Melec è menzionato nella Bibbia una volta, nel quarto Libro dei Re. Un uomo con quel nome è descritto come un funzionario alla corte del re Giosia, che ha preso parte alla riforma religiosa condotta dal sovrano.
  Per quanto riguarda il timbro, fatto di agata blu, il testo menziona il nome di Icaro, figlio di Matania. Secondo il dottor Mendel-Geberovich, il nome Matania si trova nella Bibbia ed in altri manufatti simili trovati in precedenza. Ma il nome Icaro è inedito. Gli esperti suggeriscono che fosse un grande proprietario terriero.

(Sputnik Italia, 7 aprile 2019)


Le regole delle elezioni israeliane e i possibili risultati

di Ugo Volli

 
Dopo una campagna elettorale lunga e molto velenosa, con molta diffamazione fra le parti e interventi a gamba tesa della Corte Suprema e del Procuratore Generale, finalmente martedì in Israele si vota per eleggere il prossimo parlamento unicamerale (la Knesset). Gli aventi diritto al voto sono meno di sei milioni e mezzo, ma è probabile che gli elettori attivi siano più o meno quattro milioni e mezzo, che devono eleggere centoventi deputati con un collegio unico nazionale e un sistema proporzionale puro, moderati solo da una soglia minima del 3,25 per cento. Il che vuol dire che per entrare alla Knesset un partito dovrà ottenere più o meno 160 mila voti e che ogni eletto "costerà" più o meno 40 mila voti. Non vi sono preferenze, i candidati sono prescelti secondo l'ordine in cui sono collocati in lista, spesso ma non sempre sulla base di primarie di partito. Questo sistema produce una grande frammentazione. Nelle scorse elezioni il Likud vinse le elezioni col 23% dei voti e dietro c'era il Campo sionista (laburisti più il movimento di Tzipi Livni col 18%). Quest'anno i sondaggi attribuiscono ai due principali antagonisti (ancora il Likud e i "bianchi e azzurri" di Gantz e Lapid) intorno al 20% ciascuno, mentre vi sono altri dodici partiti da 7% in giù, molti addensati proprio sulla soglia minima del 3,25%. Tutto ciò provoca molta incertezza sui risultati elettorali, perché per esempio potrebbe accadere che se due o tre partiti di destra (che sono i più numerosi) restassero sotto la soglia, dato che i loro voti non sono recuperabili, la divisione parlamentare dei seggi fra destra e sinistra potrebbe non rispecchiare pienamente quella del paese, dove è stabilmente in maggioranza la destra. Ciò rende anche molto difficili le previsioni esatte, dato che il risultato in questi casi potrebbe dipendere da poche migliaia di voti.
  La frammentazione produce un altro problema questa volta sul governo. Israele non ha mai conosciuto un governo monopartito, solo coalizioni. E anche quando, come in questo caso, sia a destra che a sinistra vi è un partito molto più grande degli altri (il Likud e i bianco-azzurri), è assai probabile che ciascuno dei due arrivi appena alla metà dei seggi necessari alla maggioranza alla Knesset (più o meno 30 seggi su un totale di 120) e che dunque sia necessaria una coalizione di sette o otto partiti per raggiungere una maggioranza sicura col risultato che ciascuno di essi, sentendosi indispensabile, può avanzare pretese ben superiori al suo peso. La legge prevede che il presidente della repubblica possa assegnare l'incarico di costituire il governo a qualunque deputato. Data la vecchia ruggine fra Netanyahu e Rivlin, ciò ha suscitato molti sospetti da parte del primo ministro uscente. Ma la prassi vuole che contino due criteri: essere il leader del partito più votato ed essere indicato da più partiti (cioè da una potenziale maggioranza) come possibile nuovo primo ministro.
  Sul primo criterio la gara fra Likud e bianco-azzurri sembra aperta: il nuovo partito di Gantz è stato favorito per buona parte della campagna, ma gli ultimi sondaggi sembrano indicare una prevalenza del Likud. Sul secondo, invece non c'è partita. Quasi tutti i sondaggi da mesi indicano che lo schieramento di centro destra (fra i 62 e i 68 seggi) è molto superiore a quello dei possibili alleati di Gantz (cioè i laburisti e l'estrema sinistra di Meretz, che insieme sono accreditati di 12-15 seggi (con un totale fra i 42 e i 46). Questa maggioranza continuerebbe a esistere se si mettessero in conto le due liste antisioniste prevalentemente arabe, che sono accreditate fra i 9 e i 12 seggi, portando così lo schieramento di sinistra fra i 52 e i 58 seggi. Il problema però non è solo aritmetico ma politico. Potrebbero degli ex capi dell'esercito israeliano come Gantz e alcuni dei suoi soci, allearsi con partiti esplicitamente antisraeliani e legati al terrorismo? E se i bianchi-azzurri volessero allargare una possibile coalizione ai partiti religiosi, come ha fatto capire Gantz negli ultimi giorni, come conciliare questa alleanza con il laicismo militante del suo vice Lapid e di Meretz?
  Salvo dunque risultati imprevisti, anche per il gioco della soglia di sbarramento, la capacità di coalizione di Netanyahu è ben maggiore di quella dei suoi concorrenti. E questo corrisponde agli orientamenti dell'elettorato israeliano che certamente non vuole che ricominci il vecchio discorso degli scambi fra pace e territorio, rievocato più volte da Gantz e che invece deve constatare i successi di Netanyahu in campo diplomatico, militare e anche economico. Certo, dieci anni di governo ininterrotto dello stesso primo ministro sono noiosi e anche Ben Gurion a un certo punto fu messo in disparte. Ma Netanyahu è senza dubbio il solo vero statista internazionale di cui Israele dispone e il suo orientamento di destra ma prudente, senza forzature belliche, è quello che probabilmente corrisponde al modo di sentire dell'elettorato israeliano. Contro di lui c'è però, è chiaro lo "stato profondo", i vertici dell'esercito e della magistratura, forse anche Rivlin. Insomma la partita è aperta, questo è il bello della democrazia. E solo l'elettorato israeliano, non i governi stranieri e neppure gli ebrei che amano Israele dall'estero (e tanto meno quelli che non lo amano) possono decidere che li potrà governare.

(Progetto Dreyfus, 7 aprile 2019)


Netanyahu seduce Gerusalemme. ''Annetterò mezza Cisgiordania"

Lo spostamento dell'ambasciata Usa in città spinge il premier e gli porta nuovi sostenitori: "Ci renderà più forti e sicuri".

6.3 milioni
Gli elettori israeliani che martedì saranno chiamati alle urne per decidere se concedere il quinto mandato a Benjamin Netanyahu o segnare il cambio di passo, mandando al governo Benny Gantz
28 seggi
Gli ultimi sondaggi danno il Likud di Netanyahu e il Kahol Lavan (Blu e Bianco) del generale Gantz appaiati con 28 seggi a testa. Ma la coalizione di centrodestra è accreditata di 66 seggi su 120.

di Giordano Stabile

GERUSALEMME - E l'ultimo shabbat prima del voto. Gerusalemme si sente a un bivio. Nella Città Vecchia gli uomini vestiti di nero, con i cappelli dalle larghe falde, e i talit, gli scialli per la preghiera dalle frange bianche, si affrettano a scendere le scale verso il Muro del Pianto, prima che imbrunisca. Poche centinaia di metri più in là, nel quartiere arabo, un negoziante ha chiuso a metà la saracinesca e prega accovacciato. Le strade si svuotano, una compagnia di turisti americani chiede indicazioni per il Santo Sepolcro. Cala una malinconia carica di incertezza.
  «Ci dà maggiori garanzie» Benjamin Netanyahu ha fortificato la Gerusalemme ebraica, con i grandi insediamenti che ormai la circondano anche a Est, e soprattutto con il riconoscimento da parte di Donald Trump che questa è la capitale dello Stato ebraico. È il suo più grande successo, che gli porterà anche una parte dei voti religiosi. Gli ultra-ortodossi non parlano volentieri, "è shabbat», ma alla fine accettano, purché non si prenda appunti. "Voteremo quello che ci dirà il rabbi», spiegano. Lior Kohen, un giovane di 20 anni, ancora indeciso su quale facoltà intraprendere, si lascia andare. «Voterò Netanyahu - spiega - soprattutto dopo che ha ottenuto lo spostamento dell'ambasciata. Per noi è importante. Certo, è da vent'anni che governa e non è perfetto. Ma è quello che dà le maggiori garanzie». E i palestinesi? «Che problema c'è? Mia sorella è ingegnere e lavora con gli arabi. In un modo o nell'altro convivremo».

 «Amico di Trump e Putin»
  Ne sono convinti molti altri. «Bibi» è da troppi anni al potere, qualche marachella l'ha fatta, ma alla fine rassicura, non abbandonerà «neppure un insediamento», è amico di Trump ma «anche di Putin, che ci ha ridato le spoglie di un nostro soldato, un segno di rispetto», e troverà anche una soluzione con gli Stati arabi. Il premier, in ultimo colpo elettorale, ha promesso di annettere parti della Cisgiordania, «nel mio prossimo mandato». Ne è convinto anche Khaled Katib, 51 anni, gerosolimitano «da 12 generazioni», due negozi nella Città Vecchia. «La gente vuole uomini di polso - ragiona -. Benjamin è l'ultimo, dopo che la vecchia generazione dei Rabin, degli Shamir se ne è andata. Voteranno per lui». Katin invece non andrà ai seggi. «Potrei, sono palestinese e cittadino israeliano - spiega -, ma alla fine il mio voto non conta nulla. Che fine faremo noi palestinesi lo decideranno gli americani. Ma attenzione, qui sono caduti tanti imperi. Gerusalemme è eterna». Dal tetto dell'edificio che ospita la gioielleria si vede l'oro della Cupola della Roccia, campanili e minareti e, sotto, «il tracciato delle antiche vie romane».

 Ostaggio dei religiosi
  L'armonia accogliente delle mura e delle strade in pietra bianca è stata preservata anche nella Gerusalemme moderna, nata dall'intuito del sindaco Teddy Kolen. La zona pedonale di Mamila, Giaffa Street, la mattina del sabato, sono vuote. Per trovare qualcuno che dica «voterò Gantz» bisogna camminare fino a Zion Square, dove un gruppo di ragazzi si esercita con gli skateboard sulle panchine. Vengono da Tel Aviv. Mayan («Significa sorgente») ha 26 anni e si è trasferita due anni fa nella metropoli sulla costa. L'unica cosa che conta «è liberarsi di Bibi», perché «è ostaggio dei partiti religiosi e stanno rovinando il Paese: guarda oggi, c'è pieno di turisti e neanche un ristorante aperto, ma si può?». Voterà per Gantz, «è l'unico che ha qualche chance».
  Gli ultimi sondaggi danno il Likud di Netanyahu e il Kahol Lavan (Bianco e Blu) del generale appaiati con 28 seggi a testa. Ma la coalizione di centrodestra di Netanyahu è accreditata di 66 seggi su 120, più che sufficienti. La miriade di partiti religiosi alla fine sarà decisiva. Hanno le loro roccaforti negli insediamenti ma hanno preso piede anche in quartieri residenziali una volta laici e «intellettuali» e snob, come Ain Karem. La valle a pochi minuti di macchina dal centro è un paradiso di oliveti e vigneti. Attorno alla chiesa di San Giovanni Battista, fra le stradine che scendono ripide è un brulicare di locali, tutti aperti, shabbat o non shabbat. Ci sono tante famiglie, venute a pranzare e passeggiare nell'aria ancora fresca di aprile. Sono quasi tutti per Bibi, con qualche giovane madre che voterà per Ayelet Shaked, candidata assieme all'ex ministro dell'Educazione Naftali Bennet.
  I più convinti sostenitori di Netanyahu sono un gruppo di ebrei iraniani arrivati in Israele una decina di anni fa. «Appena in tempo - racconta Eli Jamili, che ora lavora nel marketing -. Adesso là la crisi è durissima, tutti vogliono scappare, le sanzioni fanno male alla gente ma è l'unico modo per cambiare regime, e Bibi l'ha capito prima di tutti».

(La Stampa, 7 aprile 2019)


Netanyahu: se vinco Israele annetterà parte di Cisgiordania

Il primo ministro: "Uno Stato palestinese metterebbe in pericolo la nostra esistenza"

di Davide Lerner

 
Il primo ministro israeliano Benjamìn Netanyahu ha detto che, in caso di vittoria nelle elezioni di martedì, il suo governo comincerà ad annettere la Cisgiordania, occupata da Israele dal 1967. «Uno stato palestinese metterebbe in pericolo la nostra esistenza», ha detto. Non ha chiarito come e quando intenda estendere la sovranità israeliana, e soprattutto a quanta parte della regione. La Cisgiordania costituisce il cuore del territorio su cui, in qualsiasi piano di pace o risoluzione delle Nazioni Unite dal 1947 ad oggi, dovrebbe nascere lo stato di Palestina. Dagli accordi di Oslo nei primi anni '90 ad oggi la regione è suddivisa in tre parti. L'Area A, che comprende i grandi centri abitati palestinesi (Betlemme, Ramallah, Nablus) è, secondo gli accordi, a tutti gli effetti sotto il controllo dell'Autorità palestinese di Abu Mazen. Di fatto, le forze di sicurezza israeliane penetrano ogni giorno in Area A per effettuare arresti, e spesso avvertono le forze di sicurezza palestinesi solo a cose fatte. L'ingresso nella regione A è proibito ai civili israeliani: la cosa viene segnalata da enormi cartelli stradali. Solo gli arabo- israeliani possono ignorarli. L'area B è un'area cuscinetto sotto controllo militare israeliano ma civile palestinese. C'è poi la cruciale Area C, il 60 per cento della Cisgiordania ed è sotto controllo esclusivo dall'esercito israeliano che include tutti gli insediamenti israeliani (quasi mezzo milione di abitanti) e alcune zone rurali circostanti con pochi abitanti palestinesi. Proprio da questa regione gli alleati oltranzisti di Netanyahu, come l'attuale ministro dell'istruzione Naftali Bennett, vorrebbero partire per l'annessione. L'idea è di espandere la sovranità israeliana senza "minacciare" la maggioranza ebraica, ossia offrendo la cittadinanza israeliana ad un numero contenuto di palestinesi. Tale espansione darebbe il colpo di grazia alla soluzione a due Stati. La famosa linea verde, che separa Israele dalla Cisgiordania sulle mappe delle cancellerie europee ed internazionali, diverrebbe ancora più distante dalla realtà sul terreno.

(la Repubblica, 7 aprile 2019)


Il generale Gantz spera nel sorpasso sul filo. Ma il voto in Israele sarà tutto su Netanyahu

Per i sondaggi il premier è leggermente avanti. Ma il governo sarà un'impresa

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Martedì in Israele si vota, e la scelta, nonostante le tante liste, è semplice: «solo Bibi» oppure «chiunque fuorché Bibì». In realtà Israele è teso come una corda di violino perché una quantità di aspirazioni, di fantasie, di ambizioni trovano nelle elezioni un momento di necessaria resa dei conti. La pace non riesce a diventare l'argomento di scontro, come era un tempo. Il rifiuto, il terrorismo palestinese hanno distrutto lo scontro sulle trattative, i territori, due stati per due popoli. Non se ne parla. Israele dalla sua nascita cerca un interlocutore arabo, un partner palestinese, e non lo trova: ha fatto qualsiasi capriola per riuscire sin dai primi tre no «al riconoscimento, alla trattativa, alla pace» che vennero quando propose di consegnare subito i territori della guerra del '67. Poi, gli accordi di Oslo ci hanno riprovato mentre Arafat preparava l'intifada dei terroristi suicidi, leader come Shimon Peres ne hanno tratto un perenne crepacuore. Oggi Netanyahu, che non ha voluto fare la guerra a Gaza nonostante la sinistra lo spingesse a distruggere Hamas, ha spiegato che non valeva la pena: «Non avrei a chi lasciare le chiavi», dato che Abu Mazen non vuole parlargli e giura che finché vive finanzierà il terrorismo.
   Dunque, il tema della pace è raramente emerso, perché anche gli antagonisti di Bibi non osano più parlarne: Abu Mazen ha distrutto la strada, marcia solo su terrorismo e Bds lasciando gli israeliani senza parole. Da febbraio il clima fatale ha avuto invece accenti amari, volgari, pettegoli, conditi da accuse giudiziarie che vanno dall'indicazione a incriminare Netanyahu per corruzione fino alle accuse al suo antagonista, Benny Gantz, di violenza sessuale. Corrotto, traditore, idiota ... se ne sono sentite di tutte. A Netanyahu si è dato di fascista perché propugna una costituzione che dice che Israele è la patria del popolo ebraico, a Gantz di deficiente e nevrotico, perché il suo eloquio risulta debole e non carismatico. Ma Gantz è stato un rispettato Capo di Stato maggiore, Netanyahu è un leader riconosciuto in tutto il mondo, e queste accuse sono un tramonto nebbioso di legislatura.
   Il parlamento israeliano conta solo 120 seggi, le coalizioni sono sottili come lame, le due forze predominanti, il Likud di Netanyahu, 69 anni, e Blu e bianco di Gantz (59 anni) dopo una prima tendenza al sorpasso del generale affiancato da altri due capi di Stato maggiore e da Yair Lapid, un giornalista molto brillante, hanno piroettato in su e in giù, finché Bibi è tornato ad avere più di 30 e Gantz meno di 30 seggi. Netanyahu però ha un vantaggio notevole per formare un governo (67 a 53 secondo Haaretz). Gantz, che non vuole assolutamente ammettere di essere di sinistra né proclama la necessità di una trattativa dovrebbe formare una coalizione con problematici partiti arabi o di estrema sinistra, così come Bibi avrebbe i suoi guai coi partitini di estrema destra o ultrareligiosi.
   Quindi la formazione del governo prenderà tempo, così come porterà dei problemi l'eventuale incriminazione del primo ministro. Negli Stati Uniti ha condiviso una giornata di gloria col presidente che ha riconosciuto la sovranità di Israele sul Golan, conquistata in una guerra di difesa 52 anni fa e oggi tanto più indispensabile in quanto Assad con gli iraniani e gli Hezbollah siedono di là dal confine. Il suo altro prestigioso dioscuro è stato Vladimir Putin, che lo ha accolto a Mosca con grandi cerimonie per consegnargli i resti cercati con costanza e passione del soldato Zacharia Bauman disperso in battaglia 37 anni fa. Netanyahu li ha riportati a casa per una sepoltura che ha toccato nel profondo tutta Israele. E ha incontrato qui il presidente del Brasile Jair Bolsonaro, un paese di 210 milioni di abitanti, giunto con un corteggio di ministri, tecnici, uomini d'affari. Il Paese non ha mai goduto di maggiore considerazione internazionale, dall'India ai Paesi arabi che lanciano segnali di pace, gli Usa hanno spostato l'ambasciata a Gerusalemme, il patto con l'Iran è cancellato. L'economia fiorisce, la scienza, la medicina e soprattutto la sicurezza creano uno sfondo per cui Gantz forse spera la cosa che più nega: la possibilità che le due grandi forze, mentre tutti gli altri partiti vengono messi da parte, si uniscano in un governo di coalizione. I toni delle due parti non lo promettono, ma anche Ytzchak Shamir e Shimon Peres formarono un governo di coalizione.
   
(il Giornale, 7 aprile 2019)


Nucleare, si riapre il caso Iran

di Maurizio Molinari

Un team dell'Agenzia atomica dell'Onu (Aiea) è arrivato in Iran per ispezionare il deposito segreto dove Israele ha prelevato 50 mila documenti in carta e altri 55 mila in 183 cd sul programma nucleare segreto di Teheran.
   La scelta di Yukiya Amano, direttore generale dell'Aiea, di inviare la missione segue la creazione di un team di lavoro - composto da esperti di più Paesi - che sta esaminando minuziosamente il materiale di cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha rivelato il possesso nell'aprile 2018.Ciò avviene dopo che gli Stati Uniti hanno avvalorato la veridicità dei documenti iraniani e a seguito dei passi compiuti da Francia, Germania e Gran Bretagna sottoponendo al Segretario generale dell'Onu la necessità di un miglioramento dell'accordo sul programma nucleare iraniano (Jcpoa) dell'ottobre 2015. Tali sviluppi nascono dai contenuti recuperati da Israele, con una rocambolesca operazione di spionaggio destinata a entrare negli annali della guerra segreta, in un deposito alla periferia di Teheran perché testimoniano che la Repubblica islamica dal 1989 al 2003 ha perseguito il progetto "Amad" per dotarsi di un'arma atomica, facendo venire meno la premessa stessa dell'intesa "Jcpoa" ovvero che l'Iran non aveva mai avuto un programma nucleare militare.
   Fonti diplomatiche a Vienna aggiungono inoltre che i documenti prelevati includono prove sulla scelta dell'Iran, dopo il 2003, di continuare il programma dividendolo in una parte ufficiale e in un progetto segreto frammentato in più luoghi: dall'impianto sotterraneo di Fordow, dove l'arricchimento dell'uranio ha raggiunto il 90 per cento, fino alla struttura di Parchin, dove è stata creata - e fotografata - una imponente "camera esplosiva" per i test militari destinati ad avvenire in tunnel sotterranei.
   Per avere un'idea dell'impatto delle informazioni esaminate negli ultimi mesi da Israele, Usa e diversi Paesi europei basti pensare che alcune fotografie di centrifughe avanzate sono state scattate in luoghi che a tutt'oggi nessuno conosce. Ovvero, esistono altri siti segreti. Un alto funzionario britannico davanti a questi documenti non è riuscito a contenere la sorpresa per l'entità del programma celato, inclusi i coinvolgimenti dei massimi leader politici tenuti costantemente al corrente degli sviluppi scientifico-militari. L'imponente mole di foto, schede, documenti, video e presentazioni che gli scienziati iraniani hanno preparato nel corso degli anni per i loro superiori fornisce una radiografia talmente nitida del programma nucleare di Teheran da aver spinto americani ed europei a sostenere la scelta di Amano di iniziare a verificare in loco quanto possibile. Anche perché lo stesso Amano, nel settembre 2017, aveva ammesso che l'Aiea non aveva "strumenti" per verificare il capitolo dell'intesa "Jpcoa" proprio sugli aspetti militari del programma degli ayatollah.
   Resta ora da vedere quali saranno i prossimi passi dell'Aiea. Molto dipenderà dal livello di appoggio politico che Usa ed europei garantiranno ad Amano ma se Russia e Cina manterranno la nota opposizione a un Iran nucleare, l'Aiea potrebbe arrivare a pubblicare conclusioni tali da suggerire la redazione di un nuovo e più efficace accordo con Teheran.
Francia, Germania e Gran Bretagna d'altra parte già condividono con Washington la necessità di estendere le proibizioni esistenti allo sviluppo di vettori balistici iraniani, la cui massima gittata oggi è stimata in oltre 2000 chilometri.
   L'altro interrogativo riguarda la Repubblica islamica perché la scelta tattica di difendere a oltranza il "Jpcoa" puntando sulla volontà politica Ue di evadere le sanzioni Usa non sta pagando, come dimostra la brusca diminuzione dell'export di greggio iraniano negli ultimi 12 mesi, e dunque Teheran è di fronte al bivio fra un'escalation con Washington - suggerita dai recenti attacchi di gruppi a lei affiliati contro le sedi diplomatiche Usa a Baghdad e Bassora - e accettare un nuovo negoziato-maratona nella speranza di protrarlo fino all'eventuale uscita di Donald Trump dalla Casa Bianca.
   Ciò significa che le mosse dell'Aiea possono innescare una nuova dinamica che si lascia alle spalle il disaccordo politico Usa-Ue sul "Jpcoa" già defunto, ponendo le premesse per siglare un nuovo e più efficace accordo sul nucleare con Teheran capace di rendere l'intero Medio Oriente più stabile e sicuro.
   
(La Stampa, 7 aprile 2019)



«Le nazioni si sono adirate, ma la tua ira è giunta»

Poi il settimo angelo suonò la tromba e nel cielo si alzarono voci potenti, che dicevano: «Il regno del mondo è passato al nostro Signore e al suo Cristo ed egli regnerà nei secoli dei secoli».
E i ventiquattro anziani che siedono sui loro troni davanti a Dio, si gettarono con la faccia a terra e adorarono Dio, dicendo: «Ti ringraziamo, Signore, Dio onnipotente, che sei e che eri, perché hai preso in mano il tuo grande potere, e hai stabilito il tuo regno. Le nazioni si sono adirate, ma la tua ira è giunta, ed è arrivato il momento di giudicare i morti, di dare il premio ai tuoi servi, ai profeti, ai santi, a quelli che temono il tuo nome, piccoli e grandi, e di distruggere quelli che distruggono la terra».
Allora si aprì il tempio di Dio che è in cielo e apparve nel tempio l'arca del patto. Vi furono lampi e voci e tuoni e un terremoto e una forte grandinata.
(Dal libro dell'Apocalisse, cap. 11)

 


Gli Usa pronti a inserire i pasdaran nell'elenco dei gruppi terroristici

Teheran ha già preparato la risposta: fare lo stesso con le forze armate americane

 
La Guardia Rivoluzionaria iraniana
Trump alza il tiro sull'Iran. Dopo che il segretario di stato Usa Mike Pompeo lo ha indicato al recente vertice dei ministri degli esteri Nato tra le minacce principali, accanto a Russia e Cina, ora l'amministrazione Usa è pronta a designare le guardie rivoluzionarie iraniane come una organizzazione terroristica straniera.
   Una mossa che, secondo i media americani, potrebbe essere annunciata lunedì, a quasi un anno dall'annuncio del ritiro Usa dall'accordo sul nucleare. Sarebbe la prima volta che Washington designa in questo modo una branca delle forze armate di un governo straniero.
   Teheran ha già annunciato una eventuale risposta simmetrica: le forze armate americane saranno inserite nella lista delle «organizzazioni terroristiche», accanto all'Isis, come ha ammonito il presidente della commissione politica estera e sicurezza nazionale del parlamento iraniano, Heshmatollah Falahatpisheh. Anche il ministro degli esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, è intervenuto su Twitter per replicare all' offensiva di Washington: «Un giorno gli Stati Uniti sostengono che l'Iran è sull'orlo del collasso e il seguente siamo demonizzati come una `Grande Potenza' che minaccia la Nato. Pompeo e il suo capo farebbero qualsiasi affermazione contraddittoria adatta all'occasione... Al contrario, l'Iran è costantemente responsabile e in cerca di pace».
   La mossa tuttavia sta dividendo l'amministrazione Usa. A sostenerla sono due `falchi' come Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton. Ma l'intelligence e i vertici delle forze armate invitano alla prudenza per le possibili conseguenze sull'esercito Usa nella regione, in particolare in Iraq, dove le milizie sciite allineate con Teheran si trovano vicine alle truppe Usa. I dirigenti del Pentagono, tra cui il gen. Joe Dunford, capo dello stato maggiore congiunto, temono ritorsioni. La Cia ha riserve. Il comando centrale Usa, da cui dipendono le forze americane in Medio Oriente, intende diffondere una allerta regionale alle truppe nei prossimi giorni.
   «Uno potrebbe anche chiedersi, dato che è difficile vedere perché questo sia nel nostro interesse, se il presidente non stia cercando una base per un conflitto», ha osservato l'ex sottosegretario e negoziatore con l'Iraq Wendy Sherman, ora direttore del Center for Public Leadership alla Harvard Kennedy School. «Le guardie rivoluzionarie sono già pienamente sanzionate e questa escalation metterebbe assolutamente a rischio le nostre truppe nella regione», ha aggiunto. In effetti i Pasdaran sono già pesantemente sanzionati dagli Usa come sostenitori del terrorismo e l'Iran è già designato come `stato sponsor del terrorismo'.
   Ma tale mossa aumenterebbe la pressione non solo sulle Guardie rivoluzionarie, una potente organizzazione che conta su circa 125 mila soldati, risponde direttamente alla Guida suprema, l'ayatollah Ali Khamenei, controlla larghi settori dell'economia iraniana (compresa quella energetica) e gestisce i programmi nucleari e missilistici. Gli effetti ricadrebbero pure su tutti gli individui e le compagnie straniere che fanno business con i Pasdaran, anche in quell'Europa che sta difficilmente tentando di salvare l'accordo sul nucleare.

(La Stampa, 5 aprile 2019)


I rabbini contro Francesco: "Errore sconcertante dire che Gerusalemme è di tutti"

di Paolo Rodari.

Gli ebrei e Francesco. Un rapporto che rischia di incrinarsi dopo l'appello firmato dal Papa in Marocco assieme al re Mohammed VI su Gerusalemme, città «delle tre religioni monoteiste » nella quale tutte abbiano «piena libertà di accesso» e il «diritto di esercitarvi il proprio culto». In queste ore, infatti, è una parte del mondo ebraico italiano a reagire sul notiziario di Pagine Ebraiche: « Visto che Gerusalemme è di tutti, allora anche il Vaticano sia di tutti. Aspettiamo quindi con impazienza l'apertura di una sinagoga e di una moschea all'interno del suo territorio, così da assicurare libertà di culto a tutti i fedeli delle religioni abramitiche », scrive Sergio Della Pergola, illustre demografo e figura di riferimento degli Italkim, la comunità degli italiani residenti in Israele. Della Pergola bolla l'iniziativa come «sconcertante e al tempo stesso demagogica, che rimanda a un'epoca in cui il dialogo tra ebrei e cristiani era a un livello assai meno sviluppato».
   Fra gli scontenti ci sono anche il rav Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova e membro di Giunta Ucei e il rav Elia Richetti, già presidente dell'Assemblea Rabbinica Italiana. Per il primo «Israele è l'unico Paese che, in Medio Oriente, tutela i suoi cittadini cristiani. E in questi anni, nei confronti di ogni comunità religiosa, ha assicurato la massima disponibilità e collaborazione. Eppure tutto questo nella dichiarazione non traspare ». Mentre per il secondo Bergoglio negherebbe l'origine stessa del cristianesimo: « Ponendo l'identità ebraica di Gerusalemme in una posizione non preminente rispetto a quella delle altre tradizioni religiose e negando di conseguenza il diritto che Gerusalemme sia riconosciuta come capitale di uno Stato ebraico il Papa sembra dimenticare chi era Gesù e in quali luoghi ha agito». Certo, non mancano le posizioni più morbide, segno di come anche nel mondo ebraico i giudizi siano diversificati. Fra queste la lettura di altro tenore che fa Ruben Della Rocca, vicepresidente della Comunità ebraica di Roma. Dice: « Bergoglio, con questo appello, sta riconoscendo che Israele è l'unico Paese ad avere la capacità di tutelare i luoghi sacri di Gerusalemme. Una politica che attua costantemente dal 1967, da quando cioè ne ha avuto la possibilità » . A suo dire, insomma, altre interpretazioni non sono possibili.

(la Repubblica, 6 aprile 2019)


Israele, segreti di missili per l'India dimenticati al ristorante

Persi in un ristorante tutti i documenti supersegreti ("eyes only"), sulla vendita di sofisticati missili all'India. I micidiali missili anti-tank 'Spike' (8000 pezzi), 300 lanciatori e tecnologia di ultima generazione.

di Piero Orteca

 
Il premier Modi e la delegazione israeliana dei distratti
Israele: c'erano una volta i servizi segreti. O, almeno, questa è l'impressione che si ha leggendo la notizia, pubblicata con grande spolvero da Haaretz, su un fatto curioso e inquietante allo stesso tempo. Dunque, è successo questo. Una "Israeli Security Delegation", ovverossia una delegazione di altissimi ufficiali della sicurezza dello Stato ebraico, ha perso un catafascio di documenti segretissimi, dopo aver pranzato in un ristorante. Sembra una barzelletta, ma il gruppo, guidato dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale Ben Shabbat, ha lasciato sul tavolo, assieme a piatti, piattini e bottiglioni, una carpetta "esplosiva". In tutti i sensi.
   Infatti, i documenti contenuti riguardavano tutto lo stock di armi di ultima generazione che Gerusalemme si appresta a vendere all'India. E qui, dall'inghippo, saltano fuori altre indiscrezioni "a catena". La delegazione che ha perso i documenti classificati al massimo della segretezza ("eyes only") stava per combinarne una veramente storica, considerato il prestigio di cui godono gli apparati di sicurezza israeliani. Ma con un colpo di fortuna (per non dire di qualche altra cosa) la carpetta è finita nelle mani di un cameriere "patriottico" che, apertala e resosi conto del tipo di "argomenti" di cui si parlava, ha contattato immediatamente un suo amico, la cui madre lavora all'ambasciata israeliana di Nuova Delhi.
   Così, allertate le autorità centrali di Gerusalemme, i documenti sono stati immediatamente recapitati in India, dove la sbadata delegazione ha potuto rientrarne in possesso e condurre in porto la transazione "strategica" con il governo di Narendra Modi. Questa colpevole negligenza ha fatto emergere tutto un background di intese, di cui si parlava da tempo, tra Israele e l'India. Si tratta della vendita di avanzatissimi sistemi d'armi (da usare eventualmente contro il Pakistan) per una somma vicina al mezzo miliardo di dollari. Naturalmente, la superficialità dimostrata dalla delegazione ha avuto un seguito disciplinare.
   Il chairman del Consiglio per la Sicurezza Nazionale di Israele, Yoav Horowitz, ha aperto a tamburo battente un'inchiesta, tirando le orecchie a Ben Shabbat. Nonostante che l'incidente, a detta delle autorità israeliane, non abbia avuto conseguenze, esso è però servito a riscrivere tutti i protocolli riguardanti il trasporto di documenti classificati. Da parte sua, Netanyahu ha affermato: "Abbiamo appreso la lezione". Si diceva dell'intesa strategica tra Gerusalemme e Nuova Delhi. L'accordo riguarda i micidiali missili anti-tank "Spike" (circa 8000 pezzi), 300 lanciatori e sofisticata tecnologia di ultima generazione. Nel mazzo, in futuro, previsti anche "droni", cannoni e radar di scoperta aerea.
   L'ampio budget per la difesa indiano (quasi 55 miliardi di dollari annui) offre notevoli opportunità di business a chi predica bene e razzola male. Un nome a caso? La Francia di Macron, che venderebbe pure l'anima al diavolo, ma che per ora si accontenta di vendere armi a tutto spiano a Narendra Modi. Alla faccia dell'Unione Europea.

(Remocontro, 6 aprile 2019)


Israele, è record: in campo a 73 anni

Isaak Hayik in azione
La passione per il calcio non ha età. Lo sa bene Isaak Hayik, portiere israeliano, diventato il più anziano a giocare una partita di calcio professionistico. Ha 73 anni e venerdì ha indossato i guantoni per difendere la porta del suo Ironi or Yehuda, squadra di quarta serie israeliana, contro il Maccabi Ramat Gan. Lo ha fatto per 90' e poco importa se i gol subiti da Hayik sono stati cinque. Gli applausi, infatti, erano tutti per lui.
   A fine partita il portiere israeliano, nato in Iraq, ha ricevuto il premio Guinness World Record, pochi giorni prima del suo settantaquattresimo compleanno. Mai nessuno a 73 anni aveva giocato una partita di calcio professionistico. Il precedente detentore del record era l'uruguaiano Robert Carmona, sceso in campo a 53 anni, nel 2015, con la maglia del Pan de Azucar. Mentre l'ex Genoa Miura, che ha recentemente annunciato di voler giocare fino alla morte, rimane il giocatore più anziano ad aver realizzato un gol. Il giapponese non ha nessuna intenzione di appendere gli scarpini al chiodo. Finché c'è passione, si resta in campo. In fondo, il calcio non è una questione di età. E Isaak Hayik lo ha dimostrato.

(News calcio, 6 aprile 2019)


Tutto quello che c'è da sapere sulle prossime elezioni in Israele

Gli israeliani si preparano al voto del 9 aprile tra sondaggi, leader e prospettive.

di Luca Ciampi

Saranno circa sei milioni gli israeliani, con esclusione dei cittadini residenti all'estero, che il 9 aprile, giornata dichiarata festiva appositamente per favorire l'affluenza alle urne, verranno chiamati ad esprimersi in occasione delle elezioni politiche anticipate. La Knesset, parlamento monocamerale formato da 120 seggi, sarà rinnovata per 21a volta dalla sua costituzione. Il partito o la coalizione, con una soglia di sbarramento fissata al 3,25%, che riuscisse ad ottenere almeno 61 seggi conquisterebbe la maggioranza assoluta, guidando quello che sarà il 35o governo della storia dello Stato d'Israele. L'affluenza nel corso delle ultime elezioni tenutesi il 17 marzo 2015 è stata del 65,7%. Il voto vide l'affermazione del Likud, partito di centrodestra dell'attuale primo ministro Benjamin.
  Israele arriva alle elezioni anticipate con la consapevolezza che qualsiasi partito guiderà il nuovo Governo non potrà prescindere dal mettere in cima alla propria agenda i temi di sicurezza interna, con ovvi riferimenti alla questione palestinese, e regionale, rappresentata dalla minaccia sciita che dall'Iran si estende al Libano passando per la Siria a ridosso delle Alture del Golan, area di elevato potenziale strategico e simbolico.
  L'esito del voto si annuncia quanto mai incerto, specchio di un Paese obbligato a difendere la propria identità pur dovendo rinnovarsi, se non nell'ideologia, sul piano del progresso tecnologico militare e scientifico. L'elettorato è consapevole che oggi Israele rappresenta, anche per la politica audace del premier uscente, un Paese forte ed avanzato, in crescita sul piano delle relazioni diplomatiche, testimoniati dai rapporti con India, Brasile, Paesi del Centro Asia e molti Stati africani, e in possesso di significative risorse energetiche off shore (i giacimenti Leviathan e Tamar), con indicatori macroeconomici positivi.
  A tutto ciò si sovrappone, però, una realtà multiconfessionale, entropica, multietnica e da sempre in lotta con un nemico ideologico e fisico che, con gradazioni diverse, funge da aggregatore e collante delle sue differenti anime e tribù.

 I sondaggi: nessuno avrà la maggioranza assoluta
  Secondo gli ultimi sondaggi pre-elezioni, la lista Blue e Bianco dell'ex capo delle forze armate israeliane Benny Gantz e del leader del partito di centro Yesh Atid, Yair Lapid, dovrebbe ottenere 32 seggi alla Knesset, mentre il Likud di Netanyahu solo 28. Il partito laburista conquisterebbe appena 8 seggi, confermando un trend negativo che dura da almeno un decennio, ancor più amplificato dalle incertezze di Avi Gabbay e dall'uscita dalla scena politica di Tzipi Livni, figura storica del progressismo sionista.
  In termini di possibili coalizioni, il blocco della destra nazionalista, guidato dal Likud, raggiungerebbe verosimilmente 64 seggi, grazie al sostegno dei partiti religiosi ed ultraortodossi, rappresentanti dei coloni in Cisgiordania, mentre la coalizione guidata da Gantz più il partito laburista ed i progressisti del Meretz, che nelle ultime elezioni non hanno superato la soglia di sbarramento, ne avrebbe 56.

 Le previsioni e il processo per formare un nuovo governo
  Esito del voto incerto, su cui peseranno le valutazioni degli israeliani, proprio pochi giorni dopo l'inatteso lancio di missili provenienti dalla Striscia di Gaza che ha colpito, a distanza di cinque anni, il distretto di Tel Aviv, sede di quasi tutte le ambasciate accreditate, e non soltanto, come di norma, le regioni meridionali del territorio, da sempre esposte al terrorismo di Hamas.
  Meglio, dunque, puntare su un sistema già collaudato e sostanzialmente vincente anche in termini di esperienza e relazioni "pesanti" (il premier ha incontrato negli ultimi giorni Trump e Putin), oppure virare su un progetto nuovo che vede in Gantz un credibile interprete di lungo periodo, anche in ragione dell'incombente processo giudiziario dal quale Netanyahu dovrà necessariamente difendersi?
  Il risultato elettorale rappresenterà un riferimento per il Capo di Stato, Reuven Rivlin, che avrà a disposizione 42 giorni dalla chiusura dei seggi per avviare le consultazioni ed assegnare l'incarico di formare un nuovo esecutivo a una figura individuata nel politico con più possibilità di coagulare una maggioranza stabile. Non è escluso che si possa anche ritornare al voto, magari a novembre, in presenza di uno scenario di stallo ed incertezza.
  Appare, tuttavia, più verosimile che uno tra Netanyahu e Gantz, con quest'ultimo pronto ad accogliere nel proprio Governo anche i partiti ultraortodossi a cui dovrà, però, garantire importanti concessioni non gradite a buona parte della società laica, riesca a formare un esecutivo, la cui composizione passerà per il necessario sostegno di partiti minori, ad eccezione di quelli arabi storicamente all'opposizione.
  Tra questi, il peso maggiore potrebbe averlo Zehut, il partito di estrema destra dell'ex portavoce del Likud, Moshe Feiglin, che si definisce libertario. Zehut, favorevole all'annessione dei Territori palestinesi ed alla cancellazione degli accordi di Oslo, ha inserito nel programma elettorale la legalizzazione della cannabis, ponendola come condizione per il suo eventuale sostegno a qualsiasi coalizione di governo.
  Da tali premesse risulta evidente che il 2019 si preannuncia come un anno cruciale per gli israeliani. Ma sarà significativo anche per la Comunità internazionale, chiamata a dialogare con un Paese orgoglioso, dalle radici antiche ed, allo stesso tempo, ambizioso ed avanzato, capace di lanciare anche la sua prima sonda lunare, Bereshit, contenente una capsula del tempo digitale con oltre 50 milioni di pagine di dati, tra cui l'Antico Testamento.

(Affari Internazionali, 6 aprile 2019)


Netanyahu ha vinto comunque

"Chiunque passi, Israele mai così a destra. La sinistra è la tribù bianca dei ricchi". Gantz è un Bibi soft.

I suoi avversari hanno poche carte: lui ha reso il paese più ricco, più aperto al mondo e ha fatto un uso limitato della forza Lo vota l'altra Israele": i religiosi, i mizrahi dal mondo arabo, i russi, la piccola borghesia, tutti disprezzati dalle élite
E' detestato da professori, funzionari dello stato, media, pensionati cresciuti col socialismo. Ma la sua base è più larga La sua forza risale alla seconda intifada: da allora in Israele non ci si fida più dei palestinesi. Tanti voti nelle zone di confine

di Giulio Meotti

I suoi lo chiamano melekh yisrael, il re di Israele. Se martedì, alle elezioni, "Bibi" Netanyahu dovesse rivincere sorpasserebbe il mandato di David Ben Gurion. "Bibi o Benny": Netanyahu o Gantz, l'ex capo di stato maggiore alla testa di una coalizione di generali assieme al giornalista Yair Lapid. "La base di Netanyahu è meno entusiasta", dice al Foglio Nahum Barnea, il commentatore più noto del giornalismo israeliano che scrive su Yedioth Ahronoth. "Ma la cosa singolare è che la sfida oggi è fra la destra di Netanyahu e la destra soft di Gantz". La sinistra è morta. Appena il dodici per cento dell'elettorato si definisce tale. Gantz è il generale che assunse il comando del sud del Libano dopo che il suo predecessore fu ucciso da una bomba, il figlio di sopravvissuti alla Shoah che ha scalato così rapidamente i vertici di Tsahal da essere soprannominato "il principe".
  "Anche le persone che odiano Netanyahu, quando chiudono gli occhi, non immaginano nessun altro nel suo ufficio", ha scritto Micha Goodman, autore di "Catch-67". Netanyahu potrebbe sopravvivere alle elezioni, farsi processare al mattino e guidare il paese nel pomeriggio.
  Bibi ha lasciato poche cartucce agli avversari. Ha reso Israele più ricco e sicuro; ha usato la forza militare senza essere risucchiato dalle guerre; ha migliorato i rapporti con i vicini ostili e i leader mondiali (Israele ha appena avuto l'avallo americano alla sovranità sul Golan e ha ricevuto il presidente brasiliano Bolsonaro) e alle spalle ha già quattro vittorie elettorali che lo hanno incoronato primo ministro dal 1996 al 1999 e dal 2009 a oggi. Parlando alla Knesset, Netanyahu si è dato una pacca sulla spalla: "Questo decennio è stato un decennio meraviglioso, di crescita, di rafforzamento, di stabilità, di sicurezza, di prosperità". E' la colonna sonora della sua campagna elettorale. Vi è però insoddisfazione per la bassa spesa pubblica e gli inadeguati investimenti nelle infrastrutture, conseguenze del progetto di Bibi di forte riduzione del debito pubblico e del taglio delle tasse. Gli elettori provenienti da ambienti conservatori religiosi e operai, immigrati russofoni e mizrahi (ebrei dal mondo arabo) restano la solida base del suo Likud.
  Ne è un esempio Miri Regev, ministro della Cultura, la nemesi della "giunta culturale", come la chiama. "Persone che pensano che Cechov sia più importante di Maimonide", ha detto Regev, cresciuta a Kiryat Gat, città nel sud creata negli anni 50 per accogliere gli immigrati ebrei provenienti da paesi islamici. Famiglie numerose da società tradizionali, conservatici e nazionalistiche. Regev ha minacciato di dirottare i fondi dall'Israeli Opera e dai teatri di Tel Aviv - baricentro dell'intellighenzia di sinistra - verso le aree più svantaggiate. Ron Cahlili, autore di documentari, sintetizza così:
  "E' donna, è mizrahi e ogni venerdì pubblica foto di sé mentre cucina pesce speziato e parla del Monte del Tempio. La sinistra bianca non può accettarlo". La madre di Regev, Mercedes, immigrò dalla Spagna da adolescente e continua a guardare in tv le notizie in spagnolo. Il padre, Felix, viene dal Marocco e faceva il saldatore. Non sono ortodossi, ma "masorti", ebrei per tradizione, come molti sostenitori di Netanyahu.
  A "spingere" Bibi c'è il voto russo, decisivo dopo le grandi ondate di immigrazione seguite al crollo dell'Unione sovietica. "I ricchi, gli artisti. .. queste élite, loro odiano tutti, odiano la gente", ha detto Bibi ai sostenitori. "Odiano i mizrahi, odiano i russi, odiano chiunque non sia uno di loro". Netanyahu è il "primo populista", se questa definizione ha un qualche significato (il disprezzo per la stampa e l'Europa, le politiche restrittive sull'immigrazione, l'amicizia con Visegrad e Trump, la vittoria sull'élite economica e intellettuale). Goodman ha suggerito che Netanyahu abbia costruito una carriera non come costruttore, alla Ben Gurion, ma come "colui che previene", chi avverte della catastrofe e poi, come Churchill, uno degli eroi di Netanyahu, la sventa. Un giornalista israeliano di Haaretz, Anshel Pfeffer, autore di "Bibi. The turbulent life and times of Benjamin Netanyahu", scrive che il premier ha in mente per Israele "una società ibrida di paure antiche e speranze high-tech, una combinazione di tribalismo e globalismo".
  Commentando la sconfitta alle elezioni del 1996, Shimon Peres disse che gli "israeliani" avevano perso e che gli "ebrei" erano usciti vincitori. C'era del disprezzo in quella frase, ma anche della verità. Netanyahu è stato il più abile a sedurre l'identità di un popolo sotto assedio. E' l'''orientalizzazione'' di Israele, che guarda sempre più a est anche in termini di alleanze e abbraccia il sionismo religioso, forte fra gli ebrei sradicati della cultura araba. Netanyahu ha arricchito gli israeliani (quando Bibi ha sostituito Ehud Olmert il reddito pro capite era di 27 mila dollari, oggi è 37 mila), ha allacciato rapporti con i giganti asiatici (l'India in testa), il mondo arabo e l'Africa. In sicurezza, mai un azzardo. Secondo uno studio realizzato da Nehemia Gershuni-Aylho, Netanyahu ha avuto come premier il minor numero di vittime di guerra e di attacchi terroristici.
  "L'idea di Netanyahu come custode di Israele, che protegge il paese dagli attacchi fisici e politici, risuona in molti israeliani sospettosi nei confronti dei palestinesi e del resto del mondo", scrive in "The resistible rise of Netanyahu" lo storico inglese Neill Lochery. Secondo Lochery, Netanyahu vince in quanto "outsider": è ashkenazita ma si fa carico della rimostranze sefardite; si è formato negli Stati Uniti ma è inviso alla diaspora progressista americana; vive in una delle città più ricche del paese (Caesarea) ma è il campione dei ceti popolari; è un falco che fa un uso misurato della forza; è un nazionalista cresciuto sulla Cnn.
  Il segreto del successo di Netanyahu risiede in posti come Kiryat Malachi, la "città degli angeli", roccaforte del conservatorismo delle grandi famiglie. I figli della Israel hashniah, la seconda Israele, che non ha fondato lo stato, ma che ne è stato la forza, quella dei campi profughi di tende e Ddt spruzzato sui nuovi arrivati, i giovani relegati nell'esercito ai lavori più umili, mentre l'''élite'' come Peres scalava il ministero della Difesa. Lì, Bibi viene celebrato come un eroe perseguitato da una cricca di giornalisti e giudici liberal, un leader senza pari i cui peccati veniali (suoi e della moglie Sarah) sono perdonabili.
  "I revisionisti di destra, gli ebrei religiosi, i mizrahi emigrati dalle terre arabe, la piccola borghesia delle nuove città, tutti dovevano essere fusi nel crogiolo del 'nuovo ebreo' e nella storia ufficiale israeliana" scrive Pfeffer. "Non ha funzionato. L"altra Israele' ha dominato la seconda metà della storia di Israele fino a ora e Netanyahu ne è stato il campione".
  I laburisti hanno il maggior numero di voti in 28 delle 33 città più ricche, mentre il Likud gode di una maggioranza altissima nelle fasce medio-basse; in 64 di queste 77 città, il primo è il Likud. Netanyahu vince fra i "coloni" della Cisgiordania, ma anche nella periferia della Linea verde, in posti come Sderot (42,8), Ashkelon (39,8), Or Yehuda (40,5), Ramle (39,8), Tiberiade (44,5) e Kiryat Shmona (39,9). In quest'ultima città Peres e i suoi ministri vennero sonoramente fischiati quando si presentarono, mentre Netanyahu fu acclamato come un eroe. Sono le città sotto il tiro di Hamas e Hezbollah e città in maggioranza abitate da ebrei del mondo arabo. E nelle periferie, quando il voto non va a Bibi finisce ai partiti della destra religiosa o agli ultraortodossi, partner di coalizione di Bibi, che difficilmente si legherebbero in una coalizione con i generali pronti a cooptare nell'esercito i giovani delle scuole religiose. Netanyahu ha il 40 per cento dei voti in città periferiche come Beersheba e Ashdod. La coalizione centrista è forte nella megalopoli costiera da Tel Aviv ad Haifa e la "tribù bianca" degli ebrei ashkenaziti le cui famiglie sono da più tempo nel paese, laiche, connesse, colte, globalizzate, dai redditi superiori. A Kfar Shamriyahu, la città più ricca di Israele, i partiti della sinistra hanno il 75 per cento. Nehemia Shtrasler, un commentatore di economia, ha affermato che "tribù bianca", di cui era "presidente" lo scrittore Amos Oz, si riferisce a "un gruppo amorfo di ebrei di origine ashkenazita che vive a nord di Tel Aviv e che disprezza profondamente i religiosi". Un'altra espressione negativa che ricorre è "la tribù degli snob che mangiano sushi". A Tel Aviv, ad esempio, Netanyahu ha un bastione nel mercato Hatikvah, quello dei ceti popolari, rispetto al più turistico e hipster mercato di Hacarmel che vota a sinistra. I laburisti a Tel Aviv hanno il doppio dei voti del Likud. Un cliché, per tanti versi, ma un cliché con del vero.
  Yair Lapid, il giornalista a capo di Yesh Atid che si è alleato con Gantz, è il "re dell'upper middle class", per usare la definizione di Haaretz. E' la "trumpificazione di Israele": "Anche in Israele i partiti di sinistra hanno perso il sostegno della gente comune; i lavoratori della classe medio-bassa sono passati in gran parte a sostenere i partiti conservatori di destra" scrive Tzvia Greenfield di Haaretz. "I partiti di destra come il Likud una volta erano la borghesia colta. Oggi riflettono gli stati d'animo e le tendenze della classe inferiore, che si sente esclusa e oppressa". Alle ultime elezioni, i laburisti hanno avuto il 45 per cento dei voti del dieci per cento di Israele che detiene la ricchezza. Affermava già negli anni 80 il sociologo Uri Wegman che si pensa a Israele come a una società super sviluppata, con un alto livello tecnologico e un modello di vita occidentale. In realtà Israele è un "microcosmo". Ha le caratteristiche degli Stati Uniti, dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo: l'espansione dell'high tech, la concentrazione urbana, l'ipertrofia terziaria, il deserto, la mancanza d'infrastrutture e un forte nazionalismo. La svolta ci fu nel dopo Kippur, quando una parte della sinistra laica flirtò con l'abbandono d'Israele, mentre i sefarditi fecero blocco. "Noi restiamo", dissero. Un medico, un architetto venuto dagli Stati Uniti o dalla Francia era sempre in grado di andarsene da Israele per reinserirsi in quelle società occidentali. Ma un ebreo sefardita può tornare in Siria, in Iraq, in Iran o in Marocco? No. Non è poi cambiato molto da allora, tanto che Netanyahu non ha avuto timore di alienare i rapporti con la grande diaspora liberal americana.
  "Netanyahu ha dalla sua le parti più povere, la sinistra prende solo voti dai ceti medio-alti", dice al Foglio lo storico Ofir Haivry, vicepresidente dello Herzl Institute di Gerusalemme e fra i fondatori dello Shalem College: "La base di Netanyahu è più larga. Il consenso per la destra in Israele è al 70 per cento se togli gli arabi, che votano in blocco con la sinistra, facendo sembrare che ci sia una differenza piccola. C'è una estrema sinistra che è il cinque per cento di ideologici. Ma la maggioranza della sinistra israeliana è fatta di alti funzionari dello stato, pensionati medio alti, professori, professionisti, la cui carriera e vita sono sempre state basate su grandi istituzioni statali o quasi. Sono cresciuti nel mondo di Ben Gurion, mentre la società israeliana cambiava. Come i benestanti in Toscana che votavano ancora comunista senza comunismo. La 'tribù bianca' non vota tutta a sinistra, solo una parte. La maggioranza degli ashkenaziti vota per Netanyahu. Come chi ha un negozio, un imprenditore, uno dell'high tech, vota per Bibi. La sinistra è votata dai vecchi pensionati nelle case di riposo cresciuti dentro a una società socialista. L'immigrato vota a destra. I giovani, chi è arrivato trent'anni fa, votano tutti a destra. I poveri in Israele sono meno socialisti dei ricchi. I poveri vedono nel welfare un aiuto alle sezioni più forti del paese anziché alle cassiere dei supermercati. Mia nonna rimase vedova a 50 anni, otto figli, per lei fu un dolore morale essere pagata dal welfare se poteva lavorare. Così lavorava in tre posti diversi. La situazione economica sotto Bibi va benissimo, non esiste disoccupazione. Ci sono segmenti della popolazione cui non piace Bibi e se ci fosse un altro candidato la destra riceverebbe forse anche più voti. Il consenso ideologico è vastissimo per la destra. Le idee forti sono che non esiste una opzione per la pace con i palestinesi; una politica estera aggressiva verso l'Iran; economicamente a favore del libero mercato e meno assistenzialismo; infine un tradizionalismo culturale. E' come per voi italiani avere un crocifisso nelle scuole ... La sinistra vorrebbe un Israele meno ebraico e più multiculturale. A sinistra questa idea è molto forte. Al centro si tende a dirlo velatamente. Tutto il centro della politica si sta spostando a destra. La sinistra riceve il 15 per cento dei consensi. Israele è un simbolo per quello che sta succedendo in Europa, dove la nuova politica populista distrugge molto più a sinistra che a destra. Un ashkenazita ricco, colto, detesta Netanyahu per motivi ideologici: sono raffinati, benestanti, ma non si vedono come ricchi, sono come Jeff Bezos. E così in Israele i ricchi sono più a favore dei palestinesi. E temono che gli ebrei che vengono dall'islam diventeranno il ragionier Brambilla di Israele. E' lo stesso modo di pensare che spinge in occidente a tassare chi ha l'auto, 'tutti in autobus, tanto io vivo in centro e non devo prenderlo'. Oggi, a Torino, la sinistra è votata non dai proletari, ma dai benestanti. E' anche il problema in Israele, 'la bolla'. Qui il classico funzionario dello stato che poi lavora per una fondazione voterà sempre contro Bibi. Ma la demografia andrà tutta a vantaggio della destra. I figli della 'tribù bianca' votano Netanyahu. E Gantz e Yaalon e Lapid devono mascherarsi diventando più di destra. Lapid è bianco ma non della tribù, è antistatalista, non ha snobismo verso i ceti bassi. In Israele durante gli anni 90 c'è stato un tentativo forte della vecchia élite di dire 'siamo arrivati alla pace e dobbiamo pagare un prezzo'. Gli israeliani hanno tentato dieci anni, fino ad Ariel Sharon, quando si è capito che non ci sarà pace in questa generazione. Per cui tutte le zone di confine oggi hanno una visione realistica della sicurezza e votano Netanyahu. Vogliono un primo ministro che punti sulla sicurezza nazionale. Il problema di Gantz è di non voler essere troppo diverso da Bibi per vincere, ma così facendo non ha molto successo".
  Gideon Rahat, professore all'Università Ebraica, ha detto che Netanyahu beneficia di un elettorato sempre più a destra dopo la Seconda Intifada. "E' il punto di rottura per molti israeliani", ha affermato Rahat. La percentuale di israeliani che favoriscono i colloqui con i palestinesi è scesa da oltre il 70 per cento al 50 per cento in dieci anni. Tra i sostenitori di Netanyahu è al 30 per cento.
  Meglio continuare così che accettare uno stato palestinese a un tiro di cannone da Jaffa. "Può Israele sopravvivere senza Netanyahu?", si è chiesto il New York Times lo scorso 2 marzo. Il sole è sorto ogni volta dopo le guerre in cui il mondo arabo-islamico ha provato a cancellare Israele dalla mappa geografica. E sorgerà anche dopo l'eventuale caduta del re e l'ascesa del principe.

(Il Foglio, 6 aprile 2019)


Pericolo Saudita: quasi pronto il primo reattore nucleare

E' di ieri la notizia delle polemiche negli Stati Uniti per l'accordo sulla condivisione di tecnologia nucleare con l'Arabia Saudita e adesso spunta il primo reattore nucleare saudita "quasi pronto". Non è una buona notizia.

Fornire tecnologia nucleare all'Arabia Saudita senza che Riad aderisca ad alcun trattato internazionale e quindi senza alcun controllo, come ha deciso di fare il Presidente Trump, è una mossa molto pericolosa.
Ieri l'agenzia Bloomberg ha diffuso le immagini del primo reattore nucleare saudita il quale, secondo gli esperti, dovrebbe essere terminato e diventare operativo nel giro di qualche mese.
A Riad negano che la struttura, che si trova nella località denominata King Abdulaziz City for Science and Technology, nei pressi della capitale saudita, sia una centrale nucleare affermando che si tratta solo di un centro di ricerca. Ma gli esperti la pensano diversamente....

(Rights Reporters, 6 aprile 2019)


"Trump designerà le Guardie rivoluzionarie iraniane come organizzazione terroristica"

Gli Stati Uniti designeranno le Guardie rivoluzionarie iraniane come organizzazione terroristica. Lo anticipa il Wall Street Journal, citando funzionari statunitensi.
L'annuncio da parte del presidente americano Donald Trump dovrebbe arrivare lunedì e la mossa, senza precedenti, sembra preoccupare funzionari americani della Difesa.
Le Guardie rivoluzionarie iraniane vennero istituite nel 1979 dopo la rivoluzione islamica come corpo paramilitare ma negli ultimi anni sono diventate sempre più una potenza militare ed economica che vanta oggi circa 250.000 uomini.
L'amministrazione di Donald Trump ha già imposto pesanti sanzioni contro l'Iran, dopo aver annunciato il ritiro degli Usa dall'accordo sul nucleare di Teheran.
Secondo il Wall Street Journal, sia al Pentagono e sia alla Cia hanno molte riserve rispetto alla mossa che si appresta a fare Trump che renderebbe punibile ogni transazione Usa pubblica o personale con l'Iran.

(RaiNews, 6 aprile 2019)


Lotta all'ultimo voto tra Gantz e Netanyahu in Israele

Il premier: 'Destra in pericolo'. Lo sfidante: 'Manca un metro'

Tra Benyamin Netanyahu e Benny Gantz è oramai lotta all'ultimo voto. Martedì prossimo si andrà alle urne e l'esito è ancora incerto anche se, negli ultimi sondaggi, 'Blu-Bianco' di Gantz, con l'ennesima giravolta, torna in testa con 30 seggi contro i 26 del Likud. Un pericolo chiaramente avvertito dal premier che ha fatto un appello ai suo elettori ammettendo il distacco. "Il governo della destra è in pericolo. I nostri avversari Gantz e Lapid in questo momento - ha detto in una manifestazione davanti la sua residenza a Gerusalemme - ci precedono di 4/5 seggi. Andate a votare". "Se i sostenitori della destra non si svegliano e non vanno come un solo uomo alle urne - ha aggiunto - ci sarà un governo di sinistra di Gantz e Lapid. Votate e votate solo Likud". Stessa chiamata ma più ottimista da parte di Gantz, l'ex capo di stato maggiore che sembra essersi sciolto in questa parte finale della campagna elettorale. "Siamo ad un metro dalla vittoria. Andate a votare: ogni voto è importante per sconfiggere Netanyahu", ha arringato i suoi sostenitori ieri sera in un teatro affollato di Tel Aviv. "Non c'è più spazio per indecisioni - ha insistito - Non bisogna sprecare voti: o si vota noi, o si vota Netanyahu". "Noi siamo l'alternativa: un'alternativa di moderazione, di senso dello Stato e di dirittura morale. Tra pochi giorni - ha insistito - saremo di fronte a due sole opzioni: o 'Blu-Bianco' come partito di governo ben determinato, o il rischio della prosecuzione di un esecutivo di un premier manipolatore".
   Tuttavia, se Gantz e Lapid sembrano essere in testa come partito, non è altrettanto vero come coalizione: tutta la destra (partiti religiosi compresi) può contare, secondo i sondaggi, su 63 seggi (su 120) alla Knesset contro i 57 del centro-sinistra.
E questo rappresenta il vero rebus di queste elezioni.

(ANSA, 5 aprile 2019)


Turchia: lanciata molotov contro una sinagoga per "protesta contro Israele"

di Nathan Greppi

Giovedì 28 marzo un uomo ha lanciato una molotov contro una sinagoga a Izmir, in Turchia. Secondo Arutz Sheva, essa è caduta sul marciapiede, senza danneggiare la Sinagoga Beth Israel. A riportare per prima la notizia è stata, martedì 2 aprile, la rivista ebraica turca Salom. Una volta arrestato l'attentatore, di cui non è stato rivelato il nome, avrebbe detto alle autorità di aver agito per protestare contro Israele.
   Mustafa Yerenoglu, deputato turco del partito AKP (il partito di Erdogan, ndr) ha espresso la propria indignazione sui social per l'accaduto: "Non vi è differenza tra attacchi che prendono di mira sinagoghe, chiese o moschee; in tutti i casi minacciano la pace sociale con il loro odio," ha detto.
   In una dichiarazione ufficiale, la comunità ebraica turca ha ringraziato il consiglio di sicurezza per la sua prontezza nel catturare l'attentatore.
   Sin da quando l'AKP è salito al potere, i crimini di stampo antisemita sono aumentati considerevolmente in Turchia; le aggressioni fisiche sono poche, ma in compenso l'istigazione all'odio verso gli ebrei è diventata sempre più comune: nel novembre 2014, ad esempio, il governatore della provincia di Edirne, nel nord-ovest del paese, ha proposto che una sinagoga della sua città venisse trasformata in un museo come risposta alle politiche di Israele nei confronti della Moschea di Al-Aqsa. Nel luglio 2017, invece, diversi manifestanti tirarono calci e lanciarono oggetti contro la Sinagoga Neve Shalom di Istanbul.
   Le istituzioni turche hanno dimostrato in più occasioni di provare ostilità velata nei confronti degli ebrei: nel 2013, uno dei suoi consiglieri ha accusato le lobby ebraiche di essere dietro alle proteste di Gezy Park, mentre sua moglie in passato ha promosso la distribuzione di un film parte della serie La Valle dei Lupi, in cui gli ebrei americani vengono accusati di aver scatenato la guerra in Iraq per vendere in Israele gli organi degli iracheni morti.

(Bet Magazine Mosaico, 5 aprile 2019)


Antisemitismo, Google sotto accusa

L'antisemitismo ha colpito anche Google. L'odio antiebraico, infatti, non ha risparmiato neanche il famosissimo motore di ricerca che è finito sotto accusa per aver guadagnato grazie ai commenti antisemiti su YouTube e per non aver rimosso video neonazisti.
Andiamo con ordine.
Youtube ha un aggregatore di commenti che si chiama Super Chat, che ha consentito a Google di guadagnare grazie a commenti razzisti e antisemiti. L'estensione di YouTube permette agli utenti dei video trasmessi in diretta di pagare per mettere in evidenzia i propri commenti.
Lo strumento in questione vede l'utilizzo da parte di molti video blogger (vlogger) che invogliano i propri follower ad acquistare questa tipologia di messaggi. Questo comportamento porta a un vantaggio sia per i follower che ottengono maggiore visibilità online, sia per i vlogger che guadagnano grazie alle entrate della pubblicità
Per evidenziare i propri commenti il costo è a partire da cinque dollari fino ad arrivare a cifre molto più alte: di questo denaro il 30% arriva nelle casse di Google.
Google che ha attirato su di sé altre polemiche per non aver rimosso video neo-nazisti. Sui canali Youtube è possibile trovare una vasta gamma di filmati che si contraddistinguono per contenuti antisemiti e razzisti.
Podcast, dirette video, audiolibri e spot propagandistici sono i contenuti finiti sotto accusa per aver inneggiato l'odio contro gli ebrei e contro chi viene considerato diverso.
Dopo i numerosi paesi in cui l'antisemitismo sta trovando terreno fertile, anche Google gli ha aperto le porte.
Ma se non si riusciva a fermare l'odio antiebraico senza lucro, come è possibile fermarlo quando fa guadagnare moltissimi soldi?

(Progetto Dreyfus, 5 aprile 2019)


La Luna e la sonda Beresheet, un'avventura esaltante

Via al countdown per l'allunaggio, scenari rivoluzionari per l'esplorazione spaziale. La sonda Beresheet è già nella storia: è il primo veicolo privato in orbita sulla Luna. L'11 aprile l'attesissimo allunaggio.

di Peppe Caridi

Per la prima volta un veicolo costruito da privati è entrato nell'orbita lunare e si prepara a posarsi al suolo il prossimo 11 aprile: la sonda Beresheet, il cui nome significa 'Genesi', o "all'inizio", ha segnato un nuovo record nella storia dell'esplorazione spaziale e a 50 anni dallo sbarco sulla Luna apre uno scenario completamente nuovo. In questa missione da record c'è anche un po' l'Italia, che con la sua industria ha contribuito ad alcuni elementi del veicolo. Lanciato il 22 febbraio da Cape Canaveral, da allora il veicolo ha percorso orbite ellittiche intorno alla Terra, accendendo più volte il suo motore principale in modo da trovarsi nella posizione ottimale per essere catturato dalla forza di gravita' della Luna. E' stata una manovra delicata, andata a buon fine e accolta con un lunghissimo applauso dal centro di controllo a Terra.
  Immediatamente l'entusiasmo e' esploso anche sui social media a salutare questa prima assoluta. "E' stata una manovra semplice, ma molto importante e critica", ha osservato l'amministratore delegato della SpaceIl, Ido Anteby. Finora erano arrivati nell'orbita lunare soltanto missioni sostenute dalle agenzia spaziali di Stati Uniti, Russia e Cina, seguiti da Giappone, Europa e India. Beresheet è stato invece costruito in Israele dalla SpaceIL, un'organizzazione no-profit che ha raccolto 100 milioni di dollari grazie a imprenditori, istituti di ricerca, Industrie Aerospaziali Israeliane (Iai) e Agenzia Spaziale Israeliana (Isa).
  Hanno partecipato anche la Swedish Space Corporation e la Nasa, che contribuisce con le tecnologie per la comunicazione. Il gruppo Leonardo ha realizzato a Nerviano (Milano) i pannelli solari che permettono al veicolo di essere operativo a diverse inclinazioni rispetto alla luce solare, continuando a trasmettere a Terra immagini e video ad alta risoluzione, come aveva fatto il 6 marzo, quando ha inviato il suo primo selfie. Alto circa un metro, largo 2,3 e pesante 585 chilogrammi, il lander si prepara adesso alla parte finale e più spettacolare della sua missione: posarsi sul suolo lunare il prossimo 11 aprile. La discesa, che dovrebbe durare circa 30 minuti, dovrebbe portarlo ad atterrare nel Mare della Serenità, lo stesso sito nel quale l'11 dicembre 1972 era allunata la missione Apollo 17 della Nasa. "La nostra fortuna continua a tenere e ce la faremo", ha commentato Morris Kahn, miliardario delle telecomunicazioni israeliano che ha finanziato la missione.

(Meteo Web, 5 aprile 2019)


Distensione tra Gaza e Israele

Mentre sono in corso negoziati per un cessale il fuoco

Il movimento islamico palestinese di Hamas e la fazione della Jihad islamica hanno ordinato ai propri militanti di fermare qualsiasi lancio di palloni incendiari dalla Striscia di Gaza verso Israele. Lo rende noto il quotidiano «Al-Quds». La decisione è stata presa mentre sono in corso negoziati indiretti tra Hamas e Israele per un cessate il fuoco prolungato, sostenuti dall'Egitto, dal Qatar e dalle Nazioni Unite.
   Secondo i media palestinesi, il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha detto di avere ricevuto dai negoziatori egiziani una tabella di marcia che precisa gli impegni umanitari che Israele è disposto a realizzare: in parte prima delle elezioni legislative del 9 aprile, e in parte dopo. Haniyeh non ha escluso uno scambio di prigionieri.
   Nei giorni scorsi, Israele ha già riaperto i valichi di transito con la Striscia e ha esteso le zone di mare aperte ai pescatori di Gaza.
   Fonti locali aggiungono che, diversamente dal passato, nelle ultime notti il confine fra Gaza ed Israele è rimasto tranquillo. Anche se un portavoce della Jihad islamica ha esaltato l'attacco condotto ieri in Cisgiordania da un palestinese, che è stato poi ucciso dal fuoco di un civile israeliano.
   Intanto, Israele ha recuperato il corpo di Zachary Baumel, soldato israeliano disperso in Libano nel 1982 durante la battaglia con la Siria di Sultan Yacoub. Un aereo dell'El Al - secondo alcune fonti - lo ha trasferito in Israele da un terzo paese non specificato.
   Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu - impegnato nelle ultime battute della campagna elettorale - ha fatto cenno «all'intenso sforzo diplomatico» dietro l'operazione, senza specificare oltre. Ma molti analisti politici indicano l'aiuto decisivo della Russia, dove oggi a Mosca il premier incontrerà il presidente, Vladimir Putin. Infatti, nel corso della riunione con il primo ministro Netanyahu, il presidente Putin ha confermato che è stato l'esercito russo in collaborazione con la Siria a trovare il corpo di Baumel.
   L'11 giugno del 1982, all'inizio della prima guerra del Libano, a Sultan Yacoub (nella Bekaa libanese, vicino ai confini con la Siria) furono uccisi in battaglia contro forze siriane venti soldati israeliani.

(L'Osservatore Romano, 5 aprile 2019)


La forza degli ideali universali per non rimpicciolire la storia

Lo scontro tra sovranismo e universalismo produce effetti negativi per istituzioni e diritti umani. Il vero rischio che deriva da corporativismi e particolarismi è un mondo sempre più precario e insicuro. Avvertiamo istintivamente che stiamo tornando indietro, stiamo regredendo su valori e princìpi di civiltà che abbiamo conquistato a fatica tutti insieme, e che ci donavano dignità e speranza.

di Carlo Cardia

Da qualche tempo, con una vistosa accelerazione più recente, vicende piccole e grandi s'inseguono compulsivamente sulla scena politica, a livello nazionale e internazionale. Ogni singolo atto, o strappo, ha una minuscola storia, ma non sempre si riesce a trovare un filo conduttore. Avvertiamo istintivamente che stiamo tornando indietro, stiamo regredendo su valori e princìpi di civiltà, che abbiamo conquistato a fatica tutti insieme, e che ci donavano dignità e speranza. Intuiamo che stiamo mettendo in questione e rischiamo di perdere parte delle nostre conquiste e identità, che si sta lacerando non solo in Italia un tessuto etico e civile prezioso e consolidato, riusciamo persino a sporcare eventi e risultati che dovrebbero riempirei di soddisfazione.
  Se guardiamo al fondo di incertezze e sensazioni' scorgiamo una realtà più seria dei singoli episodi: un brutto tentativo col quale si cerca di rimpicciolire la storia, quella nostra e di altri Paesi, di innescare un ripiegamento della vita pubblica e collettiva verso particolarismi e corporativismi, con l'offuscamento di princìpi universalistici che prima erano l'essenza dell'evoluzione dell'uomo, col ritorno a comportamenti, scelte e linguaggi aggressivi, intrisi di endemica violenza. Qualcosa di triste unisce tante cose che viviamo nella quotidianità, e ci fa sentire al centro di uno scontro più grande tra sentimenti e princìpi di universalità, quelli propri dell'antico ius gentium, tra conquiste generali e regressi statocratici ed egoismi sciagurati, con la perdita di riferimenti ideali e collettivi.
  Quasi senza accorgercene, ci abituiamo alla prospettiva di una sorta di dissolvenza delle istituzioni internazionali che nel secondo Novecento hanno rifondato il mondo, inaugurato un'epoca di maggiore giustizia per tutti i popoli. Assistiamo, di qua e di là dell'Atlantico, a diktat unilaterali su grandi questioni planetarie, si stracciano o impongono trattati commerciali, si proclama la primazìa di una Nazione o dell'altra, si costruiscono muri per dividere Paesi, si chiudono gli spazi del pianeta, senza ascoltare nessuno. E da un giorno all'altro ci ritroviamo a leggere che l'accordo sul clima non è più attuale per questo o quel Governo o che s'è disdetto il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari che reggeva l'equilibrio del mondo da decenni. Intanto, constatiamo che l'Onu s'è fatto quasi impotente di fronte a guerre tra Paesi, a bande armate che colpiscono minoranze etniche o religiose, senza che intervenga, come avveniva un tempo, alcuna forza sovranazionale in difesa degli inermi. Anche da noi si sente dire a volte, e con leggerezza, che dobbiamo dire "no" all'Onu, alle sue regole, come se potessimo farne a meno, separarcene, mentre dovremmo migliorarne qualità e interventi. Sentiamo svillaneggiare le istituzioni europee, e accantonare l'impegno per la loro riforma, il loro rilancio. La polemica, che - in Italia e altrove, con qualche sfrontatezza - viene avviata contro l'uno o l'altro Paese, riporta clima e linguaggi pubblici a quelli propri dell'Ottocento, come se il processo di ricomposizione dei popoli e delle nazioni europee, costruito dal dopoguerra a oggi, meriti di naufragare. È tutto un tornare indietro, un regresso continuo, addirittura esibito da chi vuole essere" sovrano in casa sua" . L'orizzonte culturale e politico ha già perso i grandi ideali della modernità, come il sogno della «pace perpetua» che Immanuel Kant individuava tra i fini dell'umanità, mentre noi archiviamo l'opera di statisti - da Churchill a Schumann, da Adenauer a De Gasperi - che nel Novecento hanno scelto di salvare l'Occidente e hanno voluto tenacemente ricostruire la democrazia in Europa. S'è come persa parte della nostra memoria più grande.
  In realtà, le asprezze e i conflitti tra Stati e Nazioni che alcuni vogliono riattivare sono tasselli di una più cupa ambizione che traspare dietro l'incalzare di forze politiche che fanno nel rifiuto dell'altro il focus della propria identità. L'obiettivo vero è quello di colpire il più grande ideale delle ultime generazioni, con la ricerca di una storia comune europea che si unisce ad altri processi di ricomposizione planetaria, e di contestare a prescindere istituzioni sovrannazionali come l'Onu, che dovrebbero essere simboli d'unificazione dell'umanità. Non si vuole la difesa dei diritti e degli interessi di una nazione, si nega la composizione politica di questi interessi, si rifiuta il principio stesso dello "stare insieme", che ha unito popoli e Paesi per tanto tempo ostili, o nemici, di quell'animus che spinge a costruire realtà più grandi e stabili. In questo clima si può cancellare tutto, anche l'impegno assunto nel 1949 dalle decine e decine di Stati raccolti nel Consiglio d'Europa: «Conseguire un'unione più stretta per tutelare e realizzare gli ideali e i princìpi che sono loro comune patrimonio e favorire il loro progresso economico e politico». Ci sentiamo invece chiusi in una quotidianità che offre un'Europa spezzettata, alle prese con la vicenda della Brexit che sta umiliando l'antico gigante inglese, o rivive l'incubo di una violenza, oggi soprattutto antiebraica e antislamica, mai veramente sconfitta.
  Questa china isolazionista trova poi riscontro nell'abitudine, ormai insopportabile, di inveire contro tutto ciò che è unificante e globalizzante, respingere e oltraggiare uomini e donne che si spostano da un continente, o Paese, all' altro, che invece di essere considerati immigrati, sono additati come pericolosi, da evitare o scacciare il prima possibile. Quando ci si chiude nel proprio spazio, si perde il senso della realtà, si dimentica che questi esseri umani sono vittime di un dramma epocale e planetario che divide gli uomini tra chi è tutelato e chi non sa neanche dove andare. Eppure il tema dell'immigrazione è tra quelli che di più dovrebbero impegnare l'orizzonte politico, per realizzare una svolta radicale rispetto ai diritti umani del XX secolo.
  L'immigrazione chiede un supplemento di universalità per quei diritti che non possono avere i confini del passato: essi spettano a tutti, uomini e donne d'ogni religione o cultura, ovunque nascano e ovunque vadano. In questa accezione, molte cose vanno riviste e rilette, a cominciare dalla cittadinanza, che non è un bene esclusivo di un territorio o di uno Stato, così come non esistono beni essenziali che appartengano solo ad alcuni con esclusione degli altri.
  Un altro scarto divide sovranismo e universalismo, perché il primo, invece di dare certezze e sicurezza, come alcuni teorici sbandierano di continuo, rendono il mondo sempre più precario. Un senso d'incertezza si diffonde nella vita politica, e in quella quotidiana, ci si accorge che nulla mai si conclude davvero, niente si rafforza, ci sentiamo più esposti a tanti rischi. In un'immagine tra le più suggestive del suo magistero, papa Francesco invita a guardare alla realtà «con gli occhi dei piccoli», perché i bambini a volte sembrano non poter interloquire con gli altri, ma guardano, vedono, giudicano. Gli adulti, invece, non sanno guardare con la lente dell'innocenza della verità: «Tanti di noi, mi includo anch'io, siamo disorientati, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri». Gli uomini credono che l'indifferenza ci renda immuni da colpe, mentre l'indifferenza «ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l'illusione del futile, del provvisorio. Ci siamo abituati alla sofferenza dell'altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!». Alla voce del Papa, oggi la più universale che esista, si risponde che non è realista, che si fonda, essa, su un'illusione. Eppure le parole più realiste vengono proprio da Francesco, perché, ricorda, «i flussi migratori contemporanei costituiscono il più vasto movimento di persone, se non di popoli, di tutti i tempi». E aggiunge che «il diritto di ogni essere umano di immigrare in altre comunità politiche e stabilirsi in esse» deve «nello stesso tempo garantire la possibilità di integrazione dei migranti nei rispettivi "tessuti sociali"». Ciò perché «migrare è un diritto, ma un diritto molto regolato» e «quando un migrante non è integrato, si ghettizza, entra in un ghetto, e una cultura che non si sviluppa in rapporto con un'altra cultura, entra in conflitto, e questo è pericoloso». Spiega ancora Francesco: «accogliere, accompagnare, sistemare, integrare» è giusto e necessario, e «ogni Paese deve fare questo con la virtù propria del governo, con la prudenza: ogni Paese deve accogliere quanto può, quanti ne può integrare». Ma quali sovranisti, ormai da tempo al potere in vari Paesi, hanno risposto realisticamente con l'indicazione di un progetto, un solo progetto internazionale, che non sia solo quello di alzare muri e cacciare via gli intrusi? Essi sanno solo sfornare statistiche di chi non è più entrato e di chi è stato espulso da un territorio, e pensano d'aver risolto la questione, perché vogliono un mondo piccolo, dove gli uni scacciano gli altri, dimostrando così di non avere alcuna strategia né cuore, né intelligenza o saggezza.
  Certo, c'è un'altra storia tutta diversa, in cui tutto si mischia, e ci dona a volte qualche raggio di luce. Stati e Nazioni continuano a commerciare in modo più o meno caotico. All'improvviso una ragazzina come Greta chiama a raccolta i giovani e giovanissimi di tutto il mondo per difendere il pianeta, e milioni di persone lottano e s'impegnano contro il razzismo. Papa Francesco va su e giù per il pianeta per stringere accordi interreligiosi, o apre una porta sulla Cina e sul continente asiatico, invita gli uomini alla speranza. È la storia dei nostri sogni che ogni tanto ci assicurano e ci spronano, anche se le leve del potere e del governo sono oggi in mano ad altri, agli artefici di una storia che si fa piccola piccola, non risponde più ai bisogni dell'umanità. Però, una certezza possiamo coltivarla, perché i sogni e gli ideali sono più grandi delle strettoie dell'egoismo e con il tempo hanno sempre prevalso e guidato la storia universale degli uomini.

(Avvenire, 5 aprile 2019)


Questo articolo, di provenienza cattolica, unito a quello che segue, di provenienza post-comunista, fa capire quale sarà la base ideologica su cui il mondo giustificherà, come già sta facendo, la sua opposizione radicale allo Stato d’Israele: l’universalismo. Fino alla Shoah, il cosmopolitismo degli ebrei disturbava la sovranità particolare delle nazioni, adesso è il sovranismo particolare della nazione ebraica quello che disturba l’universalismo ideale dei benpensanti di ogni tipo. La vanificazione della torre di Babele portò alla nascita della nazione ebraica; il desiderio di riedificare quella torre sta spingendo gli uomini a distruggere la nazione che per sua natura vi si oppone.
L’universalismo è ormai presente anche nel linguaggio: l’esecrazione particolare dell’«antisemitismo» si è disciolta nell’esecrazione universale del “razzismo”; il rigetto particolare del “sionismo” si è disciolto nella condanna universale del “sovranismo”. Viva l’Onu, viva l’Unione Europea, viva il Papa. M.C.


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In Israele nazionalismo sfrenato, Europa cieca»

Intervista allo storico israeliano Zeev Sternhell a quattro giorni dalle elezioni. Intanto Netanyahu risale la china: in testa nei sondaggi.

Il nazionalismo israeliano ha un potenziale distruttivo. Questi partiti si muovono ai limiti di ciò che abbiamo visto il secolo scorso nei peggiori periodi dell'Europa lo mi considero sionista, credo al diritto all'autodeterminazione degli ebrei. Ma quel diritto è universale: lo posseggono anche i palestinesi

di Michele Giorgio

 
Zeev Sternhell
GERUSALEMME - Il vento soffia a favore di Benyamin Netanyahu. Accuse vecchie e nuove di corruzione e l'incriminazione che lo attende nei prossimi mesi, non hanno scalfito il consenso popolare che il premier israeliano ha costruito nei passati dieci anni sul nazionalismo sfrenato. E i sondaggi ora gli danno ragione rispetto a quelli di due mesi fa favorevoli al suo avversario Benny Gantz, ex capo di stato maggiore e leader di Blu e Bianco, il partito degli ex generali» come lo chiamano in Israele.
  Mancano quattro giorni al voto e secondo il sondaggio svolto dalla Dialog Company e commissionato dal quotidiano Haaretz, il partito Likud di Netanyahu è in vantaggio di tre seggi (30-27) rispetto a Blu e Bianco. La destra stando al sondaggio può contare su 67 dei 120 seggi della Knesset, l'opposizione ne avrebbe 53. Lo stesso istituto di ricerca l' 11 marzo aveva indicato in testa la lista di Gantz. E che il quadro si sia fatto cupo per l'ex capo di stato maggiore lo dice anche il recupero (10 seggi contro i cinque di qualche settimana fa) del moribondo Partito laburista. I suoi elettori si erano spostati verso Blu e Bianco, ora in parte fanno marcia indietro perché, spiega Haaretz, sono convinti che non esista alcuna possibilità concreta che Netanyahu esca sconfitto dal voto.
  D'altronde Gantz non ha saputo offrire una alternativa alla destra, sul piano economico interno e riguardo la questione palestinese. Proprio sul rapporto con i palestinesi ha inseguito Netanyahu senza capire che, al momento di scegliere, gli israeliani avrebbero preferito l'«originale sicuro», il premier uscente e il suo pugno di ferro. Su ciò che si profila all' orizzonte abbiamo intervistato lo storico Zeev Sternhell, uno dei principali studiosi internazionali di fascismo e autore di saggi sulla storia di Israele tra cui Nascita d'Israele, miti, storia e contraddizioni pubblicato anche in Italia. Sternhell, che da decenni condanna le politiche di Israele verso i palestinesi, qualche anno fa ha subito un attentato a Gerusalemme compiuto da estremisti di destra.

- Netanyahu ha ottime possibilità di rimanere al potere. E nella Knesset e forse anche nel prossimo governo troveranno posto alcuni rappresentanti di Otzma Yehudit (Potere ebraico), formazione erede del partito razzista e antiarabo Kach.
  Il nazionalismo israeliano e la radicalizzazione della destra hanno un potenziale altamente distruttivo. La Corte suprema (il mese scorso) ha vietato la candidatura del leader di Otzma Yehudit, Michael Ben-Ari, ma ha permesso al resto del partito di partecipare alle elezioni e i compagni di Ben-Ari hanno le sue stesse idee. Queste persone, come ho scritto più volte, si muovono ai limiti di ciò che abbiamo visto il secolo scorso nei peggiori periodi dell'Europa. E anche se volessimo evitare questo confronto storico la sostanza non cambia. Quelli (di Otzma Yehudit) sono razzisti e non lo nascondono. Sono uguali a ciò che ha prodotto e che produce di nuovo la cultura europea di cui fa parte Israele. L'Occidente può produrre cose positive e altre orribili. L'abbiamo visto in Italia, Germania e Francia. Ora lo vediamo anche qui. Aggiungiamo che Israele è una potenza occupante di territori palestinesi da oltre 50 anni. Occupazione e colonizzazione sono parte integrante della sua politica. Le forze al potere intendono andare avanti così perché nessuno apre bocca, a nessuno interessa dei palestinesi.

- L'Europa è molto indulgente verso Netanyahu e la composizione delle sue maggioranze di governo. La stessa sinistra, inclusa l'italiana, condanna sovranismo, popullsmo e nazionalismo ma tace su quanto avviene in Israele. Attacca il leader dei sovranisti Orban ma resta in silenzio quando Netanyahu accoglie come amico il premier ungherese. Come se lo spiega?
  Diciamo come stanno le cose. Israele è parte integrante del gruppo di Visegrad (che riunisce i leader europei sovranisti, ndr) e questo è il risultato dell'evoluzione del nostro nazionalismo e dell'occupazione. L'Europa non ha un interesse reale per ciò che accade in Medio Oriente e inoltre negli ultimi dieci anni Netanyahu è stato capace, approfittando dell'atteggiamento europeo, di far apparire la critica delle politiche israeliane come una forma di antisemitismo. Chiunque si azzardi a definire occupata la Cisgiordania e a condannare i coloni, è subito accusato di antisemitismo. I palestinesi protestano contro occupazione e colonizzazione delle loro terre e Netanyahu e i coloni parlano di antisemitismo e di rifiuto degli ebrei.

- In Europa si discute del nuovo antisemitismo. Sono messi sotto accusa anche coloro che si proclamano antisionisti o non sostenitori del sionismo, il movimento che ha creato Israele. Ma tanti ebrei non sono sionisti e non pochi di loro si descrivono come antisionisti. Anche Hannah Arendt ha espresso dubbi sul sionismo.
  Penso che ognuno di noi, ebreo o non ebreo, sia libero di scegliere se essere sionista o non esserlo. Trovo legittimo non essere sionista. lo mi considero un sionista perché credo al diritto all'autodeterminazione degli ebrei. Tuttavia il diritto all'autodeterminazione non è esclusivo ma universale. Lo posseggono tutti i popoli, anche i palestinesi. E la nostra autodeterminazione non può e non deve avvenire a danno di quella dei palestinesi.

(Il manifesto, 5 aprile 2019)


Germania, torna l'antisemitismo

I musulmani danno la colpa alla loro discriminazione

BERLINO - I ragazzi musulmani nelle scuole sono antisemiti? La colpa è dell'islamofobia dei tedeschi. Questo in estrema sintesi il risultato di uno studio della Bundeszentrale für politische Bildung di Bonn, la centrale federale per la formazione politica. Un risultato preoccupante, ha commentato il settimanale Focus nell'edizione online. Lo studio è molto attento: si parla genericamente di «giovani musulmani» senza mai indicare l'origine, turca o araba. La ricerca è stata condotta per due anni in due scuole di Duisburg e di Dinslaken, nella Ruhr. Un campione piccolo, dunque, e geograficamente circoscritto. Nella zona la concentrazione di immigrati è altissima, ma sarebbe interessante condurre la ricerca nelle grandi città, da Berlino a Monaco, alla vicina Colonia dove sorge la più grande e moderna moschea d'Europa.
  I ragazzi musulmani si sentono discriminati e respinti a causa della loro fede religiosa, reagiscono cercando un capro espiatorio e lo trovano negli ebrei: «Anche noi veniamo trattati come ebrei», ripetono. Un corto circuito che non può essere spiegato razionalmente. Ma sembra che il giudizio dei ricercatori di Bonn rifletta, a sua volta, la paura dei tedeschi di essere accusati di razzismo a quasi 75 anni dalla fine del III Reich. Le aggressioni contro gli ebrei, a scuola o per strada, sono aumentate in modo drastico a partire dall'arrivo di oltre un milione di profughi, in gran parte arabi, nel settembre 2015. Ma le autorità scolastiche hanno il timore di prendere posizione, «normali dispute» tra adolescenti è il loro giudizio. La polizia non classifica sempre le violenze come atti razzistici, i giornali secondo il codice di autodisciplina non dovrebbero indicare l'origine di chi è coinvolto in fatti di cronaca, come aggressore o vittima. E, caso mai, si arriva a scrivere di «mobbing religioso».
  Per non drammatizzare, basta citare due recenti casi di cronaca, in cui non si sono avute vittime. La settimana scorsa una dozzina di auto di un corteo nuziale si è fermato sull'autostrada A2 presso Hannover per scattare foto. Il traffico è rimasto bloccato creando una situazione di grave pericolo. E amici e parenti degli sposi hanno aggredito gli agenti quando sono intervenuti. All'inizio si è parlato genericamene di «corteo nuziale», senza dire che gli sposi erano turchi, che hanno l'usanza di festeggiare con cortei di auto i matrimoni di solito nei centri cittadini. Venerdì, un giovane si è lanciato a cento all'ora nella zona pedonale di Essen, sempre nella Ruhr, ed è stato bloccato in tempo prima che provocasse vittime. Anche in questo caso solo con molto ritardo si è precisato che era un diciannovenne del Tagistan, irritato perché in banca gli avevano chiesto i documenti.
  La ricerca dell'Istituto di Bonn è stata condotta tra il 2015 e il 2016; si è atteso prima di comunicare i risultati, ma proprio l'ultimo dell'anno del 2015 a Colonia (a pochi chilometri da Duisburg) duemila giovani arabi si erano scatenati in una notte di violenze contro le donne. Erano quasi tutti giovani del Maghreb, tunisini, algerini, marocchini, accolti nei centri della Ruhr, che non avrebbero diritto all'asilo politico. Pochi sono stati identificati, nessuno è stato espulso. Forse nei mesi successivi, quelli in cui è stata condotta la ricerca, si sarà avuta una comprensibile reazione negativa.
  Gli ebrei sono in Germania non più di 200 mila, i musulmani tra i 4 e i 5 milioni. È normale che nelle scuole di Berlino i ragazzi ebrei siano in minoranza rispetto ai coetanei musulmani. E anche ai ragazzi cristiani. In certe classi, gli studenti tedeschi, a volte, non sono più di un paio. Le famiglie ebree preferiscono mandare i figli alle scuole private, a Berlino si raccomanda agli ebrei, residenti o turisti, di non farsi riconoscere per strada. In certi quartieri è pericoloso.
  Il Varband di Bonn consiglia di estendere la ricerca a tutta la Germania e di cercare di reagire alla tendenza anti islamica. Già in uno studio del 2010 aveva paragonato l'islamofobia all'antisemitismo. Ma la fobia, cioè la paura di qualcosa o di qualcuno è cosa diversa dal razzismo. Nel Corano, si aggiunge, non ci sarebbero passi contro gli ebrei. L'ho letto, come lessi a suo tempo il libro verde di Gheddafi, perché è il mio mestiere leggere tutto, ma non mi spaccio per un esperto. Ma nel Corano, ad esempio, non si parla di velo islamico che dovrebbe coprire le donne, come nei Vangeli Gesù non pronuncia mai la parola «sesso». L'odio per gli ebrei è diffuso e radicato tra i musulmani da secoli. Dire che è colpa di noi europei è come dire che è colpa degli ebrei se Hitler cercò di sterminarli.

(ItaliaOggi, 5 aprile 2019)


Stop dei cittadini al memoriale dell'Olocausto di Libeskind

di Letizia Tortello

Daniel Libeskind
L'archistar Daniel Libeskind si dice profondamente turbato dalla notizia. Teneva a quel progetto, già approvato con un voto all'unanimità dalla città di Amsterdam: un monumento che dovrebbe essere un «labirinto di nomi» degli ebrei olandesi uccisi dai nazisti durante la Seconda guerra mondiale, 102 mila persone, il cui ricordo verrebbe inciso su altrettante pietre, per diventare una condanna eterna all'antisemitismo. Invece, l'omaggio artistico alle vittime del nazionalsocialismo, almeno per ora, non può essere realizzato. I cittadini della capitale hanno fatto causa, ottenendo una sospensione dell'avvio ai lavori, perché il memoriale non è di loro gradimento, e tra il resto costringerebbe all'abbattimento di 24 alberi che ora crescono nella zona. «È molto inquietante che la gente qui voglia cancellare la memoria», ha dichiarato Libeskind alla Dpa, l'agenzia di stampa tedesca, mercoledì. Soprattutto in un periodo di crescente antisemitismo e razzismo, in Germania, ma non solo, «il genocidio degli ebrei non dovrebbe essere dimenticato», ha proseguito. Libeskind è diventato celebre nel mondo anche per le sue opere architettoniche dal grande impatto emotivo, proprio sul tema dell'Olocausto: sono suoi l'edificio del museo ebraico di Berlino e il museo ebraico danese di Copenaghen.

 Il Comitato di Auschwitz
  Ad Amsterdam, il monumento alla memoria sarebbe realizzato per conto del comitato olandese di Auschwitz: 102 mila mattoni in pietra, ciascuno con il nome di una vittima, a formare un serpentone che ricostruisce le lettere ebraiche della parola «ricordo». Il comitato, fondato nel 1956 dai sopravvissuti del campo di concentramento di Auschwitz, aveva già preso l'iniziativa per avviare il progetto dell'opera 13 anni fa. Già diverse volte i residenti avevano tentato di impedirne la costruzione, manifestando che non erano stati coinvolti nella pianificazione, e che la posizione non era adeguata. Petra Catz, membro dell'Associazione residenti del quartiere, ha dichiarato al quotidiano locale «Het Parool» che il processo di decisione non era stato corretto. Ora bisognerà attendere fino a maggio per capire cosa dirà il giudice sul caso. Intanto, il Comitato di Auschwitz definisce le obiezioni «incomprensibili: «Pianteremo di nuovo gli alberi», spiega. Mentre il presidente Jacques Grishaver ricorda come «in questa strada vivevano 178 ebrei, è il posto giusto per ricordare chi non ha mai avuto una tomba».

(La Stampa, 5 aprile 2019)


Calcio - Israele incorona il Tel Aviv

La squadra di Tel Aviv ha dominato il campionato: +27 sulla seconda. È l'internazionale del gol: 3 serbi, tra cui il tecnico, e pure un cipriota

di Francesco Caremani

Ventisette punti di vantaggio sulla seconda, Hapoel Be'er Sheva, 60 gol fatti, 12 subiti, 22 vittorie, 6 pareggi e zero sconfitte, come il Paok in Grecia, la Stella Rossa in Serbia e lo Slovan Bratislava in Slovacchia; davanti il record del Maccabi Haifa che nel 1993-94 vinse senza mai perdere. È così che il Maccabi Tel Aviv ha conquistato il titolo numero 22, che insieme alle 23 coppe d'Israele, le 6 Toto Cup, le 5 supercoppe israeliane, le 2Lilian Cup, le 2 Afe Champions League e un campionato del distretto di Tel Aviv ne fanno il club più vincente del Paese.

 Arriva da Salonicco
  Un club israeliano con un'anima serba, come il giovane allenatore Vladimir lvic che ha fatto esperienza nel Paok, vincendo la Coppa di Grecia, per arrivare in Israele e alla sua prima stagione riportare il titolo a Tel Aviv che mancava da 4 anni, non male come biglietto da visita. Come serbi sono anche due protagonisti di questa esaltante cavalcata. Il portiere Predrag Rajkovic (24 anni) cresciuto nel Jagodina, affermatosi con la Stella Rossa e arrivato in Israele nel 2015. Il centrocampista Uros Nikolic (26), cresciuto nel Partizan ed esordendo in prima squadra con gli ungheresi del Videoton, nuovo acquisto del Maccabi dopo avere girovagato un po' nell'Europa dell'Est.

 Olandesi per i giovani
  Ma la squadra gialloblù non è solo questo. Il settore giovanile è in mano a tecnici olandesi con l'apporto pure di un italiano, Antonio Dello Iacono, direttore delle scienze sportive. Il proprietario è il canadese Goldhar, il presidente un cipriota e l'ad un inglese. In rosa gli stranieri sono 7 compresi un nigeriano, un portoghese, uno spagnolo, un brasiliano e uno statunitense, questi ultimi due con nazionalità israeliana. Il bomber, con 12 reti segnate fino ad ora, è Atar, 32 anni, nato a Tel Aviv con alle spalle una fugace esperienza pure in Francia al Reims. E adesso? Ora si pensa già ai preliminari della Champions League, ma quel sogno può attendere, intanto i festeggiamenti.

(Tuttosport, 5 aprile 2019)


La partita contro il terrorismo che Israele sta vincendo

di Ugo Volli

Ci sono due tipi di terrorismo. Quello di persone isolate o di piccoli gruppi che spesso sentendosi legati a grandi movimenti sociali, prendono l'iniziativa di colpire i propri nemici, mossi da odio, risentimento, senso di vendetta, volontà di "martirio"; e quello organizzato anche in maniera indiretta da gruppi politici che seguono una strategia e perseguono obiettivi politici anche attraverso l'uso della violenza irregolare e criminale. Del primo gruppo fanno parte storicamente i primi atti di terrorismo anarchico, per esempio, quello di Umberto I e gli attentati ottocenteschi contro Napoleone III, Francesco Giuseppe, gli zar. Nei nostri giorni, a quanto pare, sono in questa categoria il recente attentato in Nuova Zelanda, quello in Norvegia di qualche anno fa, l'attacco contro la sinagoga di Pittsburg. In genere la stampa preferisce presentare il terrorismo in questa categoria dei "lupi solitari" più o meno "radicalizzati", se non li liquida come atti di "squilibrati".
  Ma la maggior parte degli attentati importanti e sostanzialmente tutti quelli che avvengono in Israele, appartengono alla seconda categoria, sono attacchi politici che rispondono a una strategia, anche quando i dettagli sono lasciati all'inventiva degli esecutori. E' dunque necessario interrogarsi sempre oltre che sull'identità degli autori e dei complici, su chi li organizza e sulla strategia e anche su chi eventualmente li difende e giustifica, magari senza avere diretta responsabilità organizzativa. Perché gli attentati terroristici sono azioni inumane e repellenti, consistono nell'uccidere a tradimento persone innocenti, passanti, donne, bambini, anziani. Vi è sempre un orrore naturale per chi uccide a casaccio, salvo che si crei un ambiente che giustifica queste azioni, le premia, le porta ad esempio.
  Questo è chiaramente il caso del terrorismo palestinista. Chi giustifica, esalta, favorisce, stipendia il terrorismo antisraeliano è la "moderata" Autorità Palestinese. Ai terroristi dei decenni scorsi sono dedicate strade, piazze, scuole, manifestazioni sportive e culturali. I terroristi catturati dalle forze dell'ordine ricevono uno stipendio straordinariamente ricco per l'economia dei territori (fino a 5000 euro al mese) e se muoiono nell'attacco terrorista questo viene dato alle loro famiglie. Ciò avviene quale che sia l'organizzazione cui appartengono (anche se si tratta dei "nemici" di Hamas) e per qualunque crimine anche il più odioso a qualunque coscienza come l'infanticidio. Anzi più è grave il crimine e quindi la condanna giudiziaria, più è alto lo stipendio. Nonostante le concrete pressioni israeliane, americane e anche di qualche paese europeo, l'Autorità Palestinese non ha rinunciato a pagare i terroristi, anzi in questo momento ha tagliato al 50% tutti gli stipendi dei suoi dipendenti civili e ha rinunciato ai costosi ricoveri dei malati gravi negli ospedali israeliani, pur di non toccare questi stipendi, che derivano dalla "missione essenziale" dell'Autorità Palestinese, come si è espresso Mohamed Abbas. La missione essenziale è il terrorismo: qualcosa cui dovrebbero riflettere quelli che dicono che Abbas è un interlocutore per la pace.
  Dietro a questo appoggio c'è l'idea che il compito dei palestinisti consista essenzialmente nel cacciare con la forza e possibilmente nello sterminare gli ebrei che hanno avuto l'ardire di tornare in un territorio già conquistato dall'Islam e di fondarvi il proprio stato. E' un'ideologia di morte pienamente condivisa da Hamas, che non solo favorisce, ma anche organizza, comanda ed esegue la grande maggioranza degli atti terroristici non solo da Gaza ma anche in Giudea, Samaria, Gerusalemme e negli altri territori israeliani. In questi giorni cruciali prima delle elezioni si vede bene l'uso politico (beninteso di una politica criminale) che Hamas fa del terrorismo. Nei contatti indiretti che avvengono attraverso l'Egitto, Hamas cerca di usare la possibilità del terrorismo (quello dei missili, degli esplosivi volanti, degli attacchi alla frontiera e degli attentati isolati) per ottenere da Israele vantaggi come l'apertura delle frontiere, l'allargamento delle zone di pesca (che poi vuol dire libertà di movimento e sperabilmente per loro di rifornimento militare in mare), la possibilità di ricevere denaro contante da Qatar ecc.
  La ragione è da un lato il bisogno di alleggerire la pressione della popolazione di Gaza, profondamente insoddisfatta della rapina economica cui la sottopone Hamas; dall'altro di porre le premesse per ulteriori attività terroristiche, come nel caso della pesca o della richiesta di smettere di isolare con mezzi elettronici le comunicazioni delle prigioni dove sono rinchiusi i terroristi condannati, per permettere loro di coordinare con l'esterno gli attacchi.
  Israele non ha alcuna convenienza a una nuova guerra a Gaza, che richiederebbe la vita di molti soldati, avrebbe costi sulla popolazione civile che sarebbero fatte pagare a Israele nella politica internazionale, distoglierebbe forze dal vero terreno di guerra con l'Iran, la frontiera siriana e libanese e porterebbe a una situazione non diversa dal presente, anche se si distruggessero molte infrastrutture militari di Hamas e si eliminassero molti dei suoi capi. Aver evitato di nuovo una guerra nei giorni scorsi, rischiando la popolarità personale in tempi di elezioni, è un merito di Netanyahu, che mostra la sua statura di statista. Ma Israele non può neppure cedere sulle pretese di Hamas, se non in uno scambio negoziale che abbia anche dei vantaggi per la sicurezza. Dunque usa una tattica del bastone e della carota, sapendo che in questo momento il tempo lavora contro i terroristi, perché la tecnologia israeliana progressivamente neutralizza le loro armi (per esempio i tunnel) e perché cresce il rapporto di Israele con i paesi sunniti, isolando i palestinisti.
  Questa è la delicatissima partita in gioco in questi giorni e anche mesi ed anni: sconfiggere il terrorismo senza pagare i prezzi di un'azione militare, far durare uno status quo che è a vantaggio di Israele, gestire la violenza provocata dal terrorismo con acume politico, avendo presente che la partita vera non è sul terreno (dove non c'è confronto fra le armi israeliane e quelle terroriste), ma nel modo in cui il mondo vede Israele, nella sua collocazione diplomatica, giuridica, economica, mediatica. Nonostante le ambiguità (o peggio) dell'Europa, anche in questa partita Israele è in vantaggio, grazie alla guida esperta e sicura di Netanyahu.

(Progetto Dreyfus, 4 aprile 2019)



Israele, così il voto influenzerà la politica degli Usa

Medio Oriente. L'eventuale sconfitta di Netanyahu il 9 aprile potrà cambiare i rapporti di forza nell'area.

di Roberto Bongiorni

Poche volte, forse mai, si è visto un presidente americano sostenere così apertamente un candidato in un'elezione politica israeliana. E farlo senza alcuna dichiarazione ufficiale ma con clamorose decisioni geopolitiche cariche di conseguenze - potenzialmente esplosive - non solo per Israele ed i Territori Palestinesi ma per il Medio Oriente intero.
   Non è un segreto che nell'elezione più incerta da 10 anni a questa parte, Donald Trump, ed il suo entourage, fanno il tifo per l'uomo che da dieci anni guida il Governo israeliano: Benjamin Netanyahu, conosciuto anche con l'abbreviativo "Bibi".
   Nell'arco di 13 mesi Netanyahu, 69 anni, si è ritrovato con tre grandi regali da parte del nuovo inquilino della Casa Bianca: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele (dicembre 2017), con il conseguente trasferimento dell'ambasciata americana nella Città Santa (maggio 2018) . L'uscita degli Stati Uniti dall'accordo sul nucleare iraniano (maggio 2018), e la conseguente ripresa delle sanzioni americane contro Teheran. E, dulcis in fundo, a due settimane dal voto, il riconoscimento delle Alture del Golan, territorio strappato da Israele alla Siria nella guerra dei sei giorni (1967), ed annesso ufficialmente nel 1981. Tre decisioni che hanno profondamente irritato gran parte della Comunità internazionale, in prima linea Ue e Onu.
   Mancano solo sette giorni all'elezione israeliana più incerta degli ultimi 10 anni. La sfida si gioca tra Netanyahu e l'ex capo di Stato maggiore Benny Gantz, 59 anni, la vera novità del panorama politico israeliano. L'uomo capace di creare un partito che si pone al centro ma strizza l' occhio alla sinistra laburista. Gli ultimi sondaggi danno un testa a testa tra i due. Con un leggero vantaggio a favore di Netanyahu. Saranno tuttavia decisivi i risultati che otterranno i partiti più piccoli. I loro seggi potrebbero fornire una dote indispensabile a chi dei due contendenti sarà affidato l'incarico di formare un governo. Per il quale occorrono metà dei seggi più uno del Parlamento (61 seggi).
   La Casa Bianca non si è ufficialmente sbilanciata. Ma sembra che queste elezioni siano vissute quasi con apprensione dall'Amministrazione Trump. L'architettura della politica americana in Medio Oriente, affidata da Trump a suo genero, Jared Kushner, 38 anni, ebreo conservatore, sembra condivisa da Netanyahu; isolare e punire l'Iran, avvicinare le monarchie arabe sunnite disposte a farlo, allontanare quelle reticenti. Scegliere i sauditi come partner strategici (in sicurezza ma anche in lucrosi affari), e riavvicinarli ad Israele. Finora i risultati sono stati deludenti. In Libano si sono rafforzati gli Hezbollah, movimento sciita nemico giurato di Israele, considerato la longa manus di Teheran sul Mediterraneo. In Siria ormai la guerra è stata vinta da Bashar al- Assad, storico nemico di Israele ed alleato di ferro di Teheran. In Yemen dopo quattro anni di guerra i ribelli sciiti Houti, sostenuti dall'Iran, continuano a tenere testa alla coalizione saudita, sostenuto a sua volta, ed apertamente, dagli Stati Uniti. Il Medio Oriente di Trump somiglia in parte al Medio Oriente di Netanyahu. Prima di tutto in merito a Teheran. L'Iran è considerato il nemico numero uno di Israele per tutti i primi ministri, che siano conservatori, di centro o laburisti. Ma per Bibi lo è forse di più.
   Bibi e Donald presentano anche molti aspetti caratteriali in comune. Un atteggiamento critico, spesso apertamente ostile, nei confronti della stampa (quella contro di loro). Oltre a una spiccata propensione a mal tollerare il dissenso, da qualunque parte esso venga. Democratici o laburisti, sono nemici giurati per tutti e due i leader. Che hanno mostrato spesso apprezzamento verso politici autoritari, uomini forti non di rado allergici allo stato di diritto. Come il russo Vladimir Putin.
   Bibi è poi vicino all'area più conservatrice della compagine repubblicana ed anche alla destra evangelica americana. Vale a dire l'elettorato più influente e potente che sostiene Trump. Non è un caso che il miliardario americano Sheldon Adelson, noto per essere il re dei Casino ed uno dei maggiori finanziatori del Partito repubblicano, abbia comprato un giornale israeliano - Israele HaYom - trasformandolo nel quotidiano più letto in Israele (è distribuito gratuitamente), accusato di sostenere smaccatamente Netanyahu. Bibi e Donald si sono anche distinti per un'accesa diffidenza, che a volte è sconfinata nell'irritazione, nei confronti dell'Unione Europea. Sembra che ciò che piace a Bibi e a Donald, debba per forza spiacere a Bruxelles. E che ciò che piace a Bibi, debba piacere a Donald. Le decisioni di Trump, dal nucleare iraniano, al riconoscimento del Golan, fino all'ambasciata americana a Gerusalemme, non hanno fatto altro che approfondire il solco diplomatico tra Europa ed America.
   Sarebbe comunque ingeneroso non riconoscere i meriti di Bibi. Ha creato un clima favorevole agli investimenti, capace di far crescere l'economia a ritmi sorprendenti per diversi anni. È ricorso all'uso della forza militare - due brevi conflitti contro Hamas - senza tuttavia farsi risucchiare in una guerra aperta. Ha dato un contributo decisivo all'industria israeliana dell'Hi Tech. Riferendosi ai primi 40 anni della sua vita trascorsi negli Usa, qualcuno in Israele lo chiama Bibi l'americano. Ma se per Netanyahu l'America è una seconda casa, Israele resta la prima. A 18 anni vi è tornato a fare il servizio militare, ed a 23 ha combattuto la guerra del Kippur. A differenza di Trump, Netanyahu è un politico più esperto: ambasciatore all'Onu a 35 anni, leader del Likud a 43, premier per la prima volta a 45 anni (1996).
   Per Trump, l'Amministrazione della Casa Bianca, è dunque importante che venga riconfermato Bibi. Anche per portare avanti gli affari con i sauditi. Perché se vincesse l'ex generale Benny Gantz non sarebbe così facile per la Casa Bianca portare avanti la sua politica in Medio Oriente. Gantz è più favorevole a trovare una via per arrivare alla soluzione dei due Stati con la controparte palestinese. Idea che non piace a Bibi. E pur vedendo nell'Iran il nemico numero uno, ha fatto capire di non condividere un conflitto aperto con Teheran. A Gantz non sembra piacere il primato della maggioranza ebraica. Alla prima occasione utile ha subito criticato la legge di Netanyahu volta a definire Israele «Stato Nazione del popolo ebraico». I suoi colleghi lo definiscono «un falco sulla sicurezza ma un moderato nella diplomazia». Moderato non è un termine frequente nel vocabolario di Trump. Piuttosto in quello dei capi di governo europei.
   Ed è per questo che, se Gantz divenisse primo ministro, la sua agenda potrebbe confliggere con la nuova politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente. A partire da quell'''accordo del secolo" per risolvere il conflitto israelo-palestinese tante volte annunciato da Trump ma mai svelato nei suoi particolari.
   
(Il Sole 24 Ore, 4 aprile 2019)


Ordinarie bassezze

di Mattia Feltri

 
Oggi, centodieci anni fa, nacque a Odessa da famiglia ebraica Leone Ginzburg, e due mesi fa era il settantacinquesimo anniversario della sua morte, venuta a Regina Coeli per le botte dei nazisti. Ne passò di guai, da molto prima delle leggi razziali, a partire dal 1934 quando perse la cattedra universitaria perché rifiutò di giurare fedeltà al Duce, e poi fu arrestato per attività antifascista. L'ultima notte di vita scrisse l'ultima lettera alla moglie Natalia. E fra le numerose e struggenti annotazioni private, trovò l'energia per un paio di considerazioni politiche. "Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e talvolta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale".
   E poi: "L'unico nostro nemico era la mia paura. Le volte che io, per qualche ragione, ero assalito dalla paura, concentravo talmente tutte le mie facoltà a vincerla e non venire meno al mio dovere, che non rimaneva nessun'altra forma di vitalità in me". Sebbene i tempi e le circostanze siano profondamente diversi, se qualcuno volesse leggervi un suggerimento su come affrontare le paure e i pericoli personali di oggi, in fondo così lievi, non sarà scoraggiato dal farlo. Per il resto, nessuno di noi sarà chiamato a misurarsi con un monumento come Leone Ginzburg, che fu tra i pochi, pochissimi, obbligati da sé stessi a salire a quelle altezze per controbilanciare una stagione di straordinarie bassezze. Oggi, che anche le bassezze sono ordinarie, di Ginzburg potrebbe bastarci il ricordo.

(La Stampa, 4 aprile 2019)


Putin, regalo elettorale a Netanyahu. In Israele i resti del soldato Baumel

Il sergente sparito ne11982 in Libano con altri due militari fu sepolto a Sud di Damasco Gli 007 di Mosca con Mossad e Hezbollah hanno trovato il corpo nel territorio dell'Isis.

di Giordano Stabile

Tre anni fa Vladimir Putin aveva regalato a Benjamin Netanyahu un carro armato catturato dai siriani nella valle della Bekaa nel 1982, e in seguito conservato al museo di Kubinka, vicino a Mosca. Un gesto di cortesia che andava dritto al cuore degli israeliani. Il recupero dei soldati caduti sul campo viene prima di tutto, per dare loro una sepoltura degna e il giusto riconoscimento. Lo Zar aveva promesso allora che avrebbe fatto il possibile perché venissero restituiti anche i resti dei soldati morti in quel tank e in altri distrutti nella battaglia di Sultan Yacoub, venti morti da parte israeliana.
  Era il 10 giugno del 1982, ma la ferita in Israele è ancora aperta. Anche perché i corpi di tre soldati morti erano rimasti nella mani dell'esercito siriano e non se ne era saputo più nulla. Da allora l'esercito e il Mossad hanno cercato di capire in tutti i modi dove fossero stati sepolti. La svolta è arrivata con la guerra civile in Siria. La Russia è intervenuta a fianco di Bashar al-Assad, avversario di Israele, ma ha cercato di compensare la sua scelta con un atteggiamento collaborativo nei confronti dello Stato ebraico. Dal 2015 Putin e Netanyahu si sono incontrati 11 volte, e oggi sarà la dodicesima, a Mosca.
   La zona della sepoltura Proprio oggi, come nel giugno del 2016, il leader russo ha deciso di accontentare il premier israeliano. Questa volta in Israele sono tornati i resti del sergente Zachary Baumel, uno dei tre soldati dispersi. Il recupero è degno di una spy story. Baumel era stato sepolto a Sud di Damasco, vicino al campo palestinese di Yarmouk. Quel pezzo di terra, nel 2014, era finito in mano a gruppi jihadisti legati ad AlQaeda e poi all'Isis. Come promesso da Putin, i servizi russi avevano lanciato un'indagine assieme ai colleghi siriani. E avevano alla fine individuato la zona della sepoltura.

 La merce di scambio
  Ma non erano i soli. Alla ricerca dei resti dei soldati c'era anche l'Isis, che forse voleva usarli come merce di scambio per ottenere una via d'uscita dalla zona assediata. Siamo nel maggio del 2018. C'è il rischio che ijihadisti oltraggino i corpi, in odio a Israele. I servizi siriani, allertati dai palestinesi, avvertono i colleghi russi. Putin avvisa Netanyahu. Servizi russi, Mossad, siriani e persino Hezbollah sono coinvolti in una missione ad alto rischio. Un commando di Spetsnaz penetra nel territorio dell'Isis e riesce a recuperare almeno uno dei tre corpi. Tutto rimane segreto finché, dopo l'abbattimento di un aereo di sorveglianza russo durante un raid israeliano in Siria, lo scorso 10 settembre, il portavoce del ministero della Difesa Igor Konashenkov rivela qualche dettaglio dell'operazione, per sottolineare quanto la Russia avesse aiutato Israele.
  L'abbattimento dell'Ilyushin ha raffreddato per qualche mese i rapporti fra Putin e Netanyahu. Ma ora sembra tutto superato. Qualche giorno fa i resti del sergente Baumel sono tornati in Israele. Una équipe di medici forensi li ha identificati attraverso il Dna. Il portavoce delle forze armate Ronen Manelis ha confermato e ribadito che «continueremo a fare il possibile per individuare» anche i resti degli altri due caduti dispersi nella battaglia di Sultan Yacub, i sergenti Yehuda Katz e Zvi Feldman, e «tutti gli altri-.Il presidente Reuven Rivlin ha presentato le sue condoglianze alla famiglia Baumel, Netanyahu ha ricordato il suo «coraggio». Oggi a Mosca il leader israeliano, a pochi giorni dalle elezioni, dovrà affrontare la questione della presenza iraniana in Siria, un punto che lo divide sempre più dallo Zar. Ma sul piatto peserà questo gesto di rispetto e amicizia. Che nessun israeliano dimenticherà.

(La Stampa, 4 aprile 2019)


Israele partner al Giro di Sicilia con la maglia bianca

Continua il legame tra Israele e il Giro. E' ancora vivo il ricordo dell'emozione della grande partenza da Israele il 4 maggio scorso in occasione del 101o Giro d'Italia e ora l'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo continua con l'attività di promozione nell'ambito del ciclismo divenendo partner di RCS Sport brandizzando la maglia bianca del Giro di Sicilia, quella dedicata al corridore più giovane, con il logo della straordinaria campagna "Two Sunny Cities One Break, Tel Aviv-Gerusalemme". Israele è sempre più vicina alla Sicilia grazie anche ai nuovi voli bisettimanali operati dal prossimo mese di giugno dalla compagnia Sun D'or.
"Continua a crescere l'interesse dei viaggiatori italiani verso Israele, attirati sempre di più da sport ed eventi oltre che da motivi di natura culturale. Il 2018 è stato un anno molto positivo per il turismo in Israele e l'Italia si è confermata un mercato chiave per la destinazione con 150.600 arrivi, e con una crescita complessiva del 40%." ha dischiarato Avital Kotzer Adari, direttrice at Ente Nazionale del Turismo di Israele, che ha aggiunto "Per accrescere la nostra attività di promozione a 360 gradi, abbiamo deciso di essere partner del Giro di Sicilia, brandizzando la maglia bianca, quella che meglio ci rappresenta: perché Israele è un paese giovane, sempre in movimento e sempre più adatto a un turismo sportivo. In tutto il territorio durante l'anno ci sono eventi dedicati al ciclismo, da quelli riservati ai professionisti a quelli indirizzati a famiglie ed appassionati, organizzati soprattutto nelle due città di Gerusalemme e Tel Aviv".
"Grande è stata l'emozione di essere presente alla partenza a Catania ieri 3 aprile per poi premiare all'arrivo la "giovane" maglia bianca conquistata dal colombiano Juan Sebastian Molano Benavides, che correrà la seconda tappa indossando la maglia brandizzata Tel Aviv-Gerusalemme" ha concluso la direttrice.

(Sport Economy, 4 aprile 2019)



Israele al voto il 9 aprile, Netanyahu favorito, ma di misura

ROMA - Per la maggioranza degli israeliani, il premier uscente Benjamin Netanyahu batterà l'ex capo di Stato Maggiore Benny Gantz alle elezioni del prossimo 9 aprile e si confermerà alla guida del governo, il suo quinto. Ma non tutto è scontato.
Sempre secondo i sondaggi, infatti, la formazione centrista di Gantz, Kahol Lavan ("Blu e Bianco"), risulterebbe il primo partito, con 32 seggi sui 120 della Knesset, contro i 28 del Likud di Netanyahu, segno che non sarà facile per il premier uscente dare vita a una coalizione di governo.
E infatti, l'ex generale Gantz dalle colonne di Haaretz, in caso di vittoria ha proposto una coalizione governativa molto estesa, che comprenderebbe il partito di centro-destra Kulanu, guidato dall'attuale ministro delle Finanze Moshe Khalon, il partito sionista Zehut di Moshe Feiglin e i partiti ultraortodossi. Un altro governo di Netanyahu, ha attaccato, durerebbe non più di 8 mesi, cioè fino a quando il premier non sarà incriminato per corruzione.
Intanto, a quattro giorni dal voto, "King Bibi" sarà ricevuto giovedì dal presidente russo Vladimir Putin a Mosca, non una visita qualsiasi, ma un chiaro endorsement.

(askanews, 3 aprile 2019)


Deserto del Negev. Un viaggio nel tempo fra uadi e campi beduini

di Elena Loewenthal

 
Il kibbutz Sde Boker
 
Le tombe di Paula e David Ben Gurion
In ebraico il termine che indica il «deserto» significa anche «parola»: forse perché questo luogo ha sempre molto da raccontare. Amos Oz, il grande scrittore scomparso di recente, per vent'anni ci è andato tutte le mattine all'alba a vedere «se era cambiato qualcosa», perché il deserto non è mai uguale a se stesso.
  Esplorare il deserto, anzi tanti deserti diversi, è un modo alternativo per visitare Israele e i suoi luoghi carichi di storia e di fede. Lasciarsi alle spalle la santa confusione di Gerusalemme e quella decisamente più profana dell'instancabile Tel Aviv, regala un' esperienza non meno indimenticabile.
  Il deserto del Negev, a sud del Paese, si disegna nel paesaggio fra colline, campi coltivati, fattorie e kibbutz. Il verde cede via via il passo a infinite sfumature di giallo e ocra. Già all'ingresso Beer Sheva si incontrano le prime tende nere dei beduini: cumuli di ferraglie, bambini che giocano a pallone, donne velate con un cesto in equilibrio sul capo. Cammelli impigriti dal caldo. Beer Sheva, che significa «pozzo del giuramento», è un luogo caro al patriarca biblico Abramo. Oggi è la capitale del distretto meridionale d'Israele: una città il cui fiore all'occhiello è l'Università Ben Gurion, che vale una visita. Subito fuori dall'abitato una tappa la merita anche il monumento ai caduti disegnato da Dani Karavan, affascinante insieme di memoria e geometrie. La strada statale prosegue verso sud fra alture calcaree dai contorni netti, qua e là un cespuglio o un albero, e campi di beduini adagiati sui uadi (il letto del torrente, che crea quasi un canyon). La sensazione è quella di tornare indietro, alle origini del tempo e dello spazio.

 La sorpresa delle coltivazioni
  Più avanti, più o meno a mezza strada fra Beer Sheva e Mitzpe Ramon, incominciano a comparire delle chiazze verdi che sembrano contraddire il paesaggio: grazie a una tecnologia futuristica applicata all'agricoltura, qui si coltivano vite e alberi da frutto. Il vino del Negev va assaggiato una volta nella vita: ha dentro tutti i colori del deserto, eppure al palato è pieno, rotondo. La Boker Valley Farm, poco prima di Sde Boker lungo la statale 90, è gestita da due olandesi che si sono innamorati del posto, accolgono ospiti nel loro B&B con tanto di vasca idromassaggio a cielo aperto e fanno il vino.
  A una manciata di chilometri c'è il kibbutz di Sde Boker, dove Ben Gurion si ritirò alla fine della sua carriera politica dopo aver letteralmente costruito lo Stato d'Israele, di cui fu il primo Primo ministro. Ora la sua casetta è un museo che ha molto da raccontare sulla sua personalità: tutto, tranne l'immensa biblioteca, è estremamente modesto. Accanto al kibbutz ci sono una caserma di addestramento militare piena di soldati di leva un po' sperduti, e i dipartimenti dell'Università Ben Gurion che si occupano di risorse idriche.
  In fondo al campus si apre un'oasi strabiliante, con tanto di prato all'inglese e antilopi del deserto che si lasciano avvicinare. Il sentiero a un certo punto si apre bruscamente su uno spiazzo dove Ben Gurion riposa insieme alla sua amata Paula, sotto due lapidi di pietra chiara e di fronte a un panorama mozzafiato: un canyon immenso, e in fondo il uadi.
  Laggiù in fondo, dopo una manciata di tornanti asfaltati, si trova il parco di Ein Avdat, una riserva nazionale che è davvero una full immersion nel deserto e nella sua vita. D'inverno nel uadi stagna l'acqua ed è tutto un nugolo di vita. Il parco è molto grande, ma con una serie di sentieri marcati di diversa difficoltà. Il trekking nel Negev regala un'esperienza unica. Il confine meridionale del parco è segnato dagli scavi di Avdat, antica città nabatea sulla via delle spezie che passava anche dalla vicina Petra. E per finire, non può mancare un'ultima tappa alla cittadina di Mitzpe Ramon, dove regalarsi un po' di relax in una delle stanze con piscina privata del Bereeshet, hotel di lusso letteralmente affacciato sul canyon.

(La Stampa, 4 aprile 2019)


Questo malware può far apparire tumori maligni in TAC e risonanze magnetiche

di Lorenzo Longhitano

Troppo spesso siamo stati abituati a pensare che gli unici dispositivi elettronici ad avere bisogno di protezione dagli attacchi di malware e hacker fossero computer e smartphone, ma gli ultimi anni ci hanno insegnato che qualunque oggetto dotato di un chip può essere violato con conseguenze poco piacevoli: dalle automobili a guida autonoma ai monopattini, arrivando — in questi giorni — a strumenti di diagnosi di malattie gravi come il cancro. Secondo quanto raccontato dal Washington Post un team di ricercatori israeliano ha infatti messo a punto un attacco informatico dimostrativo diretto proprio ai macchinari dedicati a TAC e risonanze magnetiche, capace di far risultare dalle immagini noduli in realtà inesistenti, o di nascondere patologie che invece le macchine hanno rilevato.
   L'attacco in sé è stato effettuato attraverso un dispositivo da posizionare manualmente tra i macchinari per la diagnosi e la stazione dell'operatore che riceve le immagini; l'operazione di hacking dunque non si può avviare a distanza, ma richiede un accesso fisico ai dispositivi da violare. Una volta posizionato il gadget che contiene il malware però il controllo può avvenire da qualunque luogo, poiché il dispositivo può comunicare con l'esterno attraverso le reti Wi-Fi o una connessione cellulare. Il dispositivo installato intercetta i dati in arrivo dalle scansioni, che non essendo crittografati risultano perfettamente leggibili e modificabili. A questo punto il gadget utilizza algoritmi di machine learning che si adattano alle immagini intercettate e possono così modificarne in automatico e in modo realistico eventuali dettagli preziosi per la diagnosi. Alla base dell'attacco c'è dunque un mix di elementi: il primo è l'installazione del dispositivo che intercetta i dati e contiene il malware, mentre il secondo sono gli algoritmi di machine learning sviluppati dai ricercatori, che permettono di iniettare o rimuovere elementi dalle scansioni restituendo immagini comunque plausibili; il tutto unito al fatto che i dati generati dai macchinari non sono protetti da crittografia.
   Dalla descrizione risulta abbastanza chiaro che per il momento non si tratta di una minaccia rivolta alla maggioranza delle persone: per portare a termine un'operazione del genere servono motivazione e mezzi tecnologici, il che esclude la possibilità di attacchi ad ampio spettro. Come fanno notare i ricercatori però attacchi del genere possono riguardare ogni tipo di immagine generata proveniente da TAC e risonanze, e presto le tecniche per alterarle arriveranno alla portata di più persone. Una soluzione semplice al problema sarebbe fare in modo che gli ospedali implementassero un sistema di crittografia end to end tra i macchinari e i server dove vengono stoccati i dati generati.

(fanpage.it, 4 aprile 2019)



Gantz, il candidato premier che sfida Netanyahu

"Il mio sogno? Voglio diventare come Rabin"

di Davide Lerner

TEL AVIV - «Essere paragonato a Yitzhak Rabin è il miglior complimento che mi si possa fare in assoluto», dice il leader dell'opposizione israeliana Benny Gantz a Repubblica durante un incontro a Tel Aviv in vista delle elezioni del 9 aprile, citando l'ex premier israeliano assassinato nel 1995da un estremista ebreo contrario agli accordi di pace con i palestinesi. «Tutti i grandi leader di questo Paese hanno saputo mettere da parte la propria affiliazione politica», ha continuato l'ex capo dell'esercito che si presenta come centrista alla sfida con Benjamin Netanyahu. «Rabin con l'accordo di pace con la Giordania e poi gli accordi di Oslo, Begin che era di destra ma fece l'accordo con l'egiziano Sadat, Sharon con il ritiro da Gaza e Barak con quello dal Libano. Spero di entrare a far parte di questo club». In alcuni sondaggi pubblicati a una settimana dal voto ilpartito "Blu e Bianco" di Gantz sembra superare il Likud di Netanyahu (32seggi contro 28). Ma per formare un governo serve una coalizione di almeno 61deputati e, al momento, Gantz e i suoi potenziali alleati sono in largo svantaggio rispetto al blocco di Netanyahu. «Dopo le elezioni le cose cambiano, sono pronto a stringere accordi con tutti - ha spiegato Gantz durante l'incontro in inglese al Dan Panorama di Tel Avìv - persino con gli ultra ortodossi, ma non con i partiti arabi o con gli ultranazionalisti di destra. I primi non sono sionisti, mentre i kahanisti (seguaci dell'ideologia ferocemente anti -araba di Meir Kahane, ndr) non sono democratici».

(la Repubblica, 3 aprile 2019)


Portavoce di Putin: "Se Netanyahu presenta un piano per la Siria ne discuteremo"

Dmitry Paskov portavoce del Presidente russo, Vladimir Putin, ha riferito della visita prevista per domani del primo ministro del regime israeliano Netanyahu a Mosca. L'incontro è stato organizzato su richiesta di Tel Aviv.

 
Come ha riferito dal sito della radio televisione israeliana, Kan, oggi, il portavoce del Cremlino, Dmitry Paskov ha dichiarato: "Se Netanyahu ci presenta un piano dettagliato sulla questione siriana, lo discuteremo e lo considereremo", riferendosi alla prevista visita del Primo Ministro Benjamin Netanyahu a Mosca nei prossimi giorni.
Inoltre, è stato fatto riferimento ad un alto funzionario israeliano il quale ha precisato che Netanyahu aveva presentato un piano per la Siria ai presidenti Trump e Putin. Il primo ministro dovrebbe arrivare a Mosca meno di una settimana prima delle elezioni e incontrare il presidente russo. Un funzionario del Cremlino riferisce che l'incontro di Mosca è stato organizzato su richiesta della parte israeliana.
Putin e Netanyahu hanno parlato telefonicamente all'inizio della settimana, ed è stato comunicato che i colloqui riguardavano "una situazione in Medio Oriente". La loro conversazione si è svolta sullo sfondo dell'attacco israeliano ad Aleppo della scorsa settimana.

(l'AntiDiplomatico, 3 aprile 2019)


Seminario a Palermo: il presidente del Comites Tel Aviv scrive ai giovani

TEL AVIV - "Cari giovani amici, In nome del comitato degli italiani all'estero (Comites) vi auguro di trascorrere un piacevole e costruttivo shabbat insieme". A scrivere è il presidente del Comites di Tel Aviv, Raphael Barki, in occasione del fine settimana a Natania, organizzato dalla Giovane Kehillà, con il sostegno finanziario concesso al Comites dal Ministero degli Esteri.
Il fine settimana, spiega Narki, "ha tra i suoi scopi un confronto dialettico sulle problematiche e le opportunità comuni ai giovani italiani abitanti in Israele, residenti all'estero vuoi per una consapevole scelta migratoria (l'aliyà), vuoi per nascita, e mi riferisco ai "fichi d'India" (sabres). In entrambi i casi siete, siamo, l'espressione di (almeno!) due identità ricche che convivono, interiormente ed esteriormente".
   "Come ha spiegato Rav Roberto Della Rocca in una sua recente lezione al tempio italiano di Tel Aviv", continua Barki, "la parola "panim" (volto) in ebraico esiste solo al plurale, proprio perché ogni individuo ha più facce che esprimono le diverse identità che lo formano".
   Quindi il presidente del Comites ricorda che "tra pochi giorni a Palermo si svolgerà la Conferenza dei giovani italiani nel mondo, organizzata dal Consiglio Generale degli Italiani all'Estero (CGIE) presieduto dal Ministro degli Esteri".
   A Palermo "le circoscrizioni di Gerusalemme e Tel Aviv saranno rappresentate da due delegati, Michael Sierra e Liora Zoarez", presenti all'evento di Natania. "Approfittatene per raccogliere e convogliare attraverso loro le vostre idee, esprimere le vostre necessità e far sentire le vostre voci anche in Italia e nel mondo" è l'invito di Barki. "Il vostro affiatamento qui va visto in prospettiva della costruzione di una rete italiana globale basata su un patrimonio comune. Cercate di rafforzarlo e vi si schiuderanno nuove porte per un futuro migliore a livello individuale, nazionale ed internazionale", conclude augurando a tutti "buon lavoro".
   
(agenzia internazionale stampa all’estero, 3 aprile 2019)


Gelataio italiano diventato Giusto fra le Nazioni

L'umanità contro la lucida volontà di sterminare gli ebrei e cancellare l'ebraismo della storia. Un italiano contro la macchina di morte nazista, volta alla conquista di un'Europa ancora oggi alla ricerca di sé stessa.
L'italiano era Francesco Tirelli, nato a Campagnola Emilia, in provincia di Reggio Emilia nel 1898, poi trasferitosi a Budapest, dove aprì una gelateria.
Una scelta imprenditoriale che lo fece diventare un eroe e gli permise di salvare decine di ebrei dall'esercito del Terzo Reich che nel frattempo aveva invaso l'Ungheria.
Prima della guerra la gelateria era diventata un punto di ritrovo per gli abitanti del centro città e per Peter, un giovane ebreo, che poi cambiò nome in Isacco Meir, cliente abituale di Francesco.
Nel maggio del 1944 i momenti di svago nella gelateria s'interruppero: i nazisti misero nel mirino gli ebrei di Budapest, dando inizio a rastrellamenti e deportazioni. Francesco Tirelli, però, non si girò dall'altra parte, non voltò le spalle agli ebrei locali, dando loro rifugio nel suo retrobottega.
Fra loro figurava anche Peter, la cui passione per il gelato gli salvò la vita, divenuto ottimo conoscente di Francesco.
Come spesso accade in questi casi, questa vicenda diventò pubblica solo decenni dopo. Recenti ricerche hanno evidenziato che il gelataio italiano non salvò solo Peter-Isacco ma anche altri ebrei: il numero non è preciso, si va dai 15 ai 50.
A renderla pubblica fu la nuora di Meir, che consentì a Francesco Tirelli di diventare "Giusto fra le nazioni".
In questa magnifica storia di umanità c'è però un neo: Isacco Meir non riuscì mai a mettersi in contatto né con Francesco né con un suo familiare. Per ringraziarlo, per dirgli che il suo coraggio gli permise di creare una famiglia divenuta parte del popolo di Israele. Una famiglia nata grazie a un gelataio italiano, che non chiuse gli occhi davanti ai crimini nazisti.

(Progetto Dreyfus, 3 aprile 2019)


Libano-Israele - Unifil: "riscontrata una notevole stabilità negli ultimi mesi"

ROMA - La missione ad interim delle Nazioni Unite in Libano ha riscontrato "una notevole stabilità" lungo la linea di demarcazione tra paese dei cedri e Israele negli ultimi mesi. Lo ha detto il comandante della missione Unifil, generale Stefano Del Col, in apertura della riunione tripartita tra rappresentanti delle Forze armate libanesi (Laf) e delle Forze di difesa israeliane (Idf), avvenuta il 2 aprile. Secondo quanto riferisce un comunicato stampa di Unifil, Del Col ha sottolineato come la stabilità a ridosso della "blue line" è "indicativa dell'efficace uso dei nostri meccanismi di collegamento e coordinamento, abbinato a moderazione e impegno continuativo delle parti". I colloqui tripartiti si sono concentrati sulle violazioni aeree e terrestri, sulla situazione lungo la blue line, sulla scoperta dei tunnel e di altri temi inerenti alla risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

(Agenzia Nova, 3 aprile 2019)


Vengo dall'Afghanistan in Israele e vengo in pace

Non fosse per l'odio religioso di cui sono imbevuti i nostri programmi d'insegnamento, non riesco a immaginare nessuna ragione perché i nostri paesi non debbano avere relazioni diplomatiche.

Crescendo in uno dei paesi più conservatori del mondo, l'Afghanistan, i miei sentimenti di bambino nei confronti di Israele erano gli stessi dei miei connazionali afghani. In tutto il paese vigeva un odio totale verso Israele. I nostri insegnanti, maestri religiosi, colleghi e amici accomunavano sistematicamente termini come "sionisti" e "lobby ebraica", il cui significato molti di noi nemmeno capivano, con Israele e popolo ebraico. Praticamente ogni attentato terroristico in un paese musulmano in qualsiasi parte del mondo veniva collegato direttamente al Mossad, l'agenzia di intelligence israeliana, come se il Mossad fosse l'unico e solo soggetto a cospirare contro musulmani....

(israele.net, 3 aprile 2019)


Contro i pregiudizi e per abbattere le barriere

Il Roma Club Gerusalemme ospite della comunità ebraica

di Luca Spizzichino

 
Ospiti speciali lunedì pomeriggio in Comunità, a fare visita infatti, è venuta una scuola calcio direttamente da Israele: il Roma Club Gerusalemme. Il Roma Club Gerusalemme è primo fan club ufficiale dell'intera Asia e la sua scuola calcio, arrivata al decimo anniversario, è composta da circa un centinaio di ragazzi dai 5 ai 15 anni, e una sezione femminile dai 8 ai 12 anni.
   Il progetto, portato avanti dal Samuele Giannetti, fondatore e ora vicepresidente della scuola calcio, dà la possibilità a ragazzi di diverse nazionalità e religioni, di poter imparare e praticare lo sport più bello del mondo, il calcio.
   Come ormai da qualche anno una delegazione è venuta nella Capitale, su invito della AS Roma, per un prestigioso torneo internazionale con delle squadre della Academy e per delle sedute di allenamento congiunto con lo staff tecnico della squadra giallorossa. Oltre a questo, i ragazzi avranno la possibilità di vedere una partita della prima squadra allo stadio Olimpico mercoledì, prima di ripartire poi per Israele giovedì sera.
   "Questa esperienza per i ragazzi è molto formativa, perché non c'è solo il calcio e lo sport, ma hanno la possibilità di vedere le bellezze di Roma - ha dichiarato Samuele Giannetti in esclusiva per Shalom - e di vedere cose che sono nuove per questi ragazzi"
   A incontrare i ragazzi sono venuti la presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, felice di ricevere un'altra volta una delegazione del Roma Club Gerusalemme e di "vedere così tanti ragazzi giovani e belli che vengono a rallegrare la nostra Comunità", e all'interno della Sinagoga Maggiore è venuto a parlare con i ragazzi il Capo Rabbino di Roma Riccardo Di Segni.
   La delegazione, composta da circa trenta ragazzi, vede non solo ragazzi israeliani, ma anche un folto gruppo di ragazzi etiopi, di ragazzi arabi, tra cui molti arabo-palestinesi, e ragazzi di origini italiane e canadesi.
   Una squadra che riempie d'orgoglio il suo fondatore, Samuele Giannetti, che sottolinea i traguardi raggiunti lo scorso anno, vincendo il campionato del distretto di Gerusalemme.
   Prima di proseguire con le sedute di allenamento, non sono mancati i commenti dei ragazzi sulle ultime partite della AS Roma, dalla sconfitta con il Napoli, alla partita infrasettimanale contro la Fiorentina, che avranno la possibilità di vedere direttamente allo stadio, concordando tutti su uno stesso punto, la Roma vincerà la partita con la Fiorentina, fregandosene della scaramanzia.

(Shalom, 2 aprile 2019)


La battaglia tra Iran e Israele per "controllare" Hamas

Lo scontro sotterraneo tra Iran e Israele per il controllo di Hamas è senza esclusione di colpi. Questi per Gerusalemme sono giorni decisivi per capire se si aprirà il tanto temuto fronte sud.

Denaro e armi da una parte, denaro e progetti di sviluppo dall'altro. Iran e Israele tentano a loro modo di controllare Hamas e quindi la Striscia di Gaza tra malumori da parte israeliana e dubbi da parte iraniana sulla effettiva volontà di Hamas di aprire un fronte di guerra con Israele che potrebbe voler dire la sua fine definitiva.
In questi giorni non sono mancate le critiche al Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, per non aver scatenato una offensiva nella Striscia di Gaza. Gli "interventisti" sostengono che accettare o addirittura proporre un generoso piano di cessate il fuoco di lungo termine con i terroristi palestinesi sia un segno di debolezza che non può che rafforzare Hamas.
Di contro chi appoggia la linea "prudente" del Premier israeliano fa notare come un attacco di terra alla Striscia di Gaza oltre che costare caro in termini di vite umane, avrebbe fatto il gioco di Teheran che tenta in tutti i modi di aprire il famigerato "fronte sud" che permetterebbe agli iraniani e ad Hezbollah di attaccare Israele da nord....

(Rights Reporters, 3 aprile 2019)


Haniyeh (Hamas): scambio di prigionieri escluso dai negoziati con Israele

GERUSALEMME - I negoziati mediati dall'Egitto tra il movimento palestinese Hamas e Israele non prevedono lo scambio di prigionieri. Lo ha annunciato il leader dell'ufficio politico di Hamas, Ismail Haniyeh, smentendo le notizie di un possibile scambio che prevederebbe la liberazione di detenuti palestinesi, in cambio del rilascio di due cittadini israeliani e della consegna dei corpi di due militari. Un esponente di Hamas, Ismail Radwan, ha spiegato che l'accordo di tregua non ha una prospettiva di lungo termine, ma intende stabilizzare l'accordo raggiunto al termine dell'operazione Protective Edge del 2014. Inoltre, secondo Radwan, l'accordo riguarda anche le condizioni dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane e lo status della moschea di Al Aqsa e del Monte del Tempio a Gerusalemme.

(Agenzia Nova, 2 aprile 2019)


Germania, soffia il vento dell'antisemitismo contro lo Stato ebraico

di Ugo Volli

Negli ultimi ottant'anni due popoli si sono dedicati con particolare entusiasmo allo sport di uccidere gli ebrei: gli arabi, soprattutto quelli dei territori vicino a Israele e i tedeschi, che hanno dato una mano ai primi prima e dopo la guerra, per esempio aiutando il Muftì di Gerusalemme Amin Husseini o il dittatore egiziano Nasser a realizzare i loro piani. In Europa, a parte la recente ondata di attentati terroristici, il genocidio degli ebrei è stato iniziato dai tedeschi. E' vero che hanno avuto dei collaboratori, più o meno "volonterosi" ed efficaci (fra i primi gli Ucraini e i lettoni, fra i secondi un po' tutti, anche gli italiani). Ma l'iniziativa è stata loro.
   Il famoso gesto di Willy Brandt, quando si inginocchiò a chiedere scusa al ghetto di Varsavia, e anche alcuni gesti più concreti, come qualche discreto atto di appoggio diplomatico e nelle forniture militari, aveva fatto pensare che il discorso fosse chiuso. In un acceso dibattito già negli anni Cinquanta, Ben Gurion in persona si impegnò per accettare relazioni diplomatiche fra Israele e Germania. Le inquietudini non cessarono: vi fu una collaborazione forte fra servizi segreti della Germania Est, extraparlamentari di sinistra e terroristi arabi, che fu determinante nel caso di Entebbe e della strage di Monaco (c'è un libro importante su questo, purtroppo non tradotto in italiano: Jeffery Herf, Undeclared Wars With Israel: East Germany and the West German Far Left 1967-1989, Cambridge University Press).
   Angela Merkel ha iniziato continuando la politica di rassicurazione degli ebrei, dichiarando più volte che la sicurezza di Israele era interesse fondamentale della Germania, ma nei fatti e soprattutto negli ultimi anni ha seguito una politica sempre più filo-iraniana e filo-palestinista, cioè anti-israeliana. Da ultimo vi è stato il rifiuto europeo del riconoscimento di Trump della sovranità israeliana sul Golan, che è il baluardo contro l'aggressività iraniana e dei suoi mercenari di Hamas e della Siria. Non solo la Germania l'ha votato, ma è sempre più evidente che chi comanda in Europa sono Merkel e Macron e senza il loro accordo questa presa di posizione non ci sarebbe stata.
   Ora bisogna registrare altri due episodi piuttosto scandalosi, uno ufficiale e uno no. Quello ufficiale è un discorso dell'ambasciatore tedesco all'Onu (cioè uno dei più importanti diplomatici della Germania), Christoph Heusgen. In un discorso recente l'ambasciatore ha sostanzialmente paragonato Israele a Hamas: come l'organizzazione terrorista spara missili sulle case israeliane, così lo stato ebraico distrugge le case dei terroristi. Il giornale popolare Bild ne ha fatto un caso. Nessuna meraviglia, però, dato che lo stesso Heusgen si impegnò personalmente alcuni anni fa nel tentativo di far approvare agli Usa il famigerato rapporto Goldstone contro l'esercito israeliano. Bisogna anche considerare che la delegazione tedesca all'Onu, guidata da lui, ha votato 16 volte su 18 contro Israele nel 2018. E certamente l'ambasciatore non è isolato: quando alla Camera tedesca i liberali hanno proposto una mozione di condanna per questi voti, non solo il governo non si è dissociato, ma una maggioranza schiacciante, comprendente tutto il centro e la sinistra, ma non i liberali e la destra dell'Afd, ha respinto la mozione.
   Il secondo caso coinvolge solo la responsabilità di una giornalista, la corrispondente in Israele dell' "autorevole" giornale progressista TAZ, che secondo lei la soluzione del problema di Gaza è semplice, basta che gli abitanti delle comunità vicine alla striscia, "si abituino" ai bombardamenti e smettano di dar fastidio, dato che hanno i rifugi e ricevono anche indennità per i danni. Questa non è una politica ufficiale ma è pur sempre un segnale d'allarme. Il vecchio antisemitismo tedesco è tornato alla luce. E non, come pretendono i soliti benpensanti, per via dei "sovranisti" e dei "populisti", ma dalla grande pancia progressista e benpensante delle istituzioni germaniche. E' un mostro che si risveglia e deve preoccupare tutti.

(Progetto Dreyfus, 2 aprile 2019)


Bolsonaro al Muro del Pianto fa incavolare i palestinesi

È il primo capo di Stato in visita ufficiale

di Angelo Zinetti

 
 
Il presidente brasiliano Iair Bolsonaro ha visitato ieri il Muro del pianto a Gerusalemme insieme al premier Benjamin Netanyahu. È il primo capo di Stato straniero a compiere una visita del genere insieme ad un primo ministro israeliano nell' ambito di una visita ufficiale, come sottolineato da un portavoce del ministero degli Esteri israeliano. Finora i capi di Stato si erano recati presso il sito storico solo in forma privata, questo perché una visita ufficiale presso il Muro del pianto - uno dei luoghi più sacri dell' ebraismo - avrebbe potuto essere interpretata come un riconoscimento della sovranità israeliana su Gerusalemme est, che fu occupata da Israele nel 1967 con la Guerra dei sei giorni, un'annessione mai riconosciuta dalla comunità internazionale. Le autorità palestinesi chiedono invece che Gerusalemme est venga riconosciuta come capitale di uno Stato palestinese indipendente accanto a Israele.
   Nel 2017 anche il presidente americano Donald Trump aveva visitato il Muro, anche lui privatamente, mentre lo scorso 21 marzo il segretario di Stato Mike Pompeo vi si era recato insieme al premier Netanyahu.
   Da parte sua Bolsonaro non incontrerà rappresentanti dell'autorità palestinese. Domenica il brasiliano aveva annunciato l'apertura di un ufficio diplomatico a Gerusalemme. Una mossa che ricalca le orme di Donald Trump il quale l'anno scorso aveva annunciato lo spostamento dell'ambasciata nella «città eterna». La visita di oggi arriva pochi giorni prima delle elezioni israeliane, fissate il9 aprile, che vedono Netanyahu affrontare il centrista Benny Gantz, ex generale.

(Libero, 2 aprile 2019)


Tel Aviv-Hamas, ci sarebbe l'accordo: qualche concessione, meno proteste

di Michele Giorgio

Si continua a parlare di «accordo imminente», mediato dall'Egitto, tra Israele e Hamas per scongiurare un'offensiva israeliana contro Gaza e arrivare a una tregua lungo termine.
   Secondo al ]azeera l'intesa sarebbe stata raggiunta alla vigilia delle manifestazioni di sabato scorso a Gaza, primo anniversario della Grande Marcia del Ritorno. Ciò ha evitato un massacro di dimostranti palestinesi lungo le linee con Israele. I manifestanti, aggiunge la tv qatariota, si sono tenuti a distanza dalle postazioni israeliane e i cecchini dell'esercito dello Stato ebraico hanno limitato gli spari. I fatti dicono che le cose sono andate in modo diverso. Sono stati ben cinque i giovani palestinesi uccisi dal fuoco dei militari e il numero totale delle vittime è salito a 271.
   Per il quotidiano di Hamas AI RisaIa, l'accordo invece sarebbe stato raggiunto domenica notte e prevede concessioni da parte di Israele: il via libera all'aumento delle donazioni del Qatar, da 15 a 40 milioni di dollari, per il pagamento dei dipendenti pubblici di Gaza; l'estensione della zona di pesca da 9 a 12 miglia nautiche; l'aumento delle forniture elettriche. Hamas conterrà le proteste lungo le linee di demarcazione e agirà per impedire che nessuna fazione armata palestinese spari razzi o colpi di mortaio verso il territorio israeliano. Queste indiscrezioni, come quelle circolate nei giorni scorsi, continuano a non avere conferma da parte del governo Netanyahu.

(Il manifesto, 2 aprile 2019)


"La stella e la mezzaluna"

Un interessante saggio di Vittorio Robiati Bendaud sui tormentati rapporti fra islam e popolo ebraico

di Alessandro Litta Modignani

Il primo secolo delle conquiste arabo-islamiche, estremamente celeri ed eccezionalmente vaste, corrispose a uno spartiacque nella storia dell'umanità; un evento unico, che mutò radicalmente le sorti del mondo". Muove da questa basilare considerazione l'interessante saggio che Vittorio Robiati Bendaud dedica ai tormentati rapporti fra islam e popolo ebraico. La vita degli ebrei nei domini islamici è caratterizzata soprattutto dall'istituto giuridico-teologico della dhimma, l'ambiguo "patto di protezione" che costringeva gli ebrei a versare un tributo con umiliazione, in una condizione sospesa "fra riconoscimento e svilimento, tra accettazione e sottomissione, tra discriminazione e persecuzione". L'espansione islamica rivela fra l'altro un particolare paradosso: la civiltà "giudaico-cristiana", come oggi la intendiamo, è di nascita relativamente recente, preceduta da un lunghissimo periodo di persecuzioni; viceversa, la convivenza dell'ebraismo in seno all'islam dura assai più a lungo e in profondità - e si conclude solo alla metà del Novecento. Quando l'islam muove alla conquista della Spagna, ad esempio, i cripto-ebrei sopravvissuti accolgono gli arabi come liberatori. Dopo la breve parentesi del Califfato di Cordova, aperto e tollerante, seguiranno un po' ovunque atroci persecuzioni, a testimoniare che il cosiddetto "periodo andaluso" non fu affatto così buono, come idealizzato da una certa storiografia. Secoli più tardi, con la conquista di Costantinopoli, l'impero ottomano diviene la più grande potenza mondiale, e di nuovo gli ebrei collaborano alla sconfitta dei cristiani, loro storici persecutori. Gli ottomani accolgono favorevolmente l'immigrazione ebraica cacciata da Spagna e Portogallo; i sefarditi trovano accoglienza a Salonicco, a Rodi, nella stessa Costantinopoli e un po' ovunque. Dopo il 1517, molti tornano a Gerusalemme e in "Eretz Israel". Gli ebrei vengono così a costituire un millet, una comunità autonoma in seno all'impero, come gli armeni e i greci, con i quali spesso si troveranno a condividere la sorte. Nella seconda parte del saggio, l'autore tratta delle successive, sistematiche persecuzioni e massacri che gli ebrei patiscono in terra musulmana, fino al 1917 - esattamente quattro secoli dopo - quando gli inglesi liberano Gerusalemme dagli ottomani e si impegnano nella dichiarazione Balfour. Tutto ciò che per gli ebrei costituisce una speranza di liberazione - gli stati nazionali, la modernità, il diritto, la laicità, le libertà individuali - per gli arabi è tradimento e complicità con il colonialismo: l'islam è teocratico e dunque non secolarizzabile. Con la nascita di Israele, scompaiono tutte le comunità arabo-giudaiche e, con esse, l'intero ebraismo orientale.

(Il Foglio, 2 aprile 2019)



Conclusa la campagna di raccolta fondi per il restauro del Memoriale di Auschwitz

FIRENZE - Obiettivo raggiunto per Conserva la memoria. Si è conclusa con successo la campagna di raccolta fondi per reperire i fondi mancanti per il completamento del restauro del Memoriale di Auschwitz che da maggio troverà casa allo spazio Ex-3 di Gavinana.
   Sono infatti stati raccolti i 40mila euro che ANED utilizzerà per l'intervento conclusivo sull'opera che, attraverso la pittura e la musica, ricorda la deportazione nei campi di sterminio nazisti. Voluta dall'ANED, l'opera porta la firma, fra gli altri, dello scrittore Primo Levi e del compositore Luigi Nono. Dal 1980 è stata ospitata nel Blocco 21 del campo di sterminio di Auschwitz, ma nel 2014 le autorità polacche ne hanno formalizzato lo sfratto, con la motivazione che l'opera non era in linea con le finalità pedagogiche e illustrative del campo. ll Comune di Firenze, con il sostegno di Regione Toscana e di Fondazione CR Firenze che ha appaltato direttamente il cantiere di restauro, si è candidato a ospitare e a restaurare il Memoriale. Il luogo prescelto è il Centro EX3 di piazza Bartali. Per l'opera, già in fase di restauro sotto la supervisione dell'Opificio delle Pietre Dure, qualche mese fa si è però presentata la necessità di raccogliere un ulteriore contributo per finire l'intervento.
   Dal 27 gennaio al 27 marzo Unicoop Firenze ha promosso una campagna di crowdfunding, che, attraverso una modalità partecipativa, ha coinvolto oltre 15mila toscani. La scelta della cooperativa è stata quella di raccogliere i fondi attraverso iniziative e donazioni alle casse in modo da riportare al centro dell'attenzione il tema della Memoria. Le donazioni alle casse, euro dopo euro, sono arrivate a oltre 11mila e l'importo è stato raddoppiato dalla cooperativa. Al raggiungimento hanno contribuito tanti eventi organizzati sul territorio come le attività delle sezioni soci (incontri, testimonianze, presidi nei punti vendita, cene e pranzi solidali) e le visite guidate alla Sinagoga di Firenze.
   Martedì 26 marzo, inoltre, mille persone da tutta la Toscana si sono incontrate al Tuscany Hall di Firenze per l'evento Musica e Parole per Conserva la memoria, a cui hanno partecipato Alice, Bandabardò, Enrico Fink, Pietro Bartolo e, in un intervento video da Pàvana, Francesco Guccini.
   "Siamo molto soddisfatti di aver raggiunto l'obiettivo, ma il nostro impegno non si ferma qui. In questi due mesi di campagna di raccolta fondi abbiamo coinvolto tantissime persone su un tema che è vicino ed attualissimo - fanno sapere da Unicoop Firenze - per questo intendiamo trovare nuove modalità per collaborare con ANED alle attività che verranno portate avanti da maggio, momento dell'inaugurazione, nello spazio EX3 dedicato alla Memoria".
   "Ringraziamo Unicoop Firenze che con la campagna Conserva la memoria è riuscita a mobilitare migliaia di toscani che hanno così avuto l'occasione, oltre che di dare un contributo concreto, di fermarsi a riflettere sull'importanza della Memoria. Auspichiamo che l'EX3 diventi un luogo importante di confronto e di informazione per le giovani generazioni" spiega Alessio Ducci, presidente ANED Firenze
   
(gonews.it, 2 aprile 2019).


Yoav, un sogno chiamato Serie A

 
Yoas Librus
La suggestione neroverde per il momento è sfumata. Ma la Serie A resta la grande ambizione di Yoav Librus, 17 anni, uno dei giovani emergenti del calcio israeliano. Anzi, italo-israeliano visto che grazie a mamma Daniela, presidente del Viola Club Tel Aviv dedicato a Davide Astori (e in precedenza a Giancarlo Antognoni, leggendario numero dieci della Fiorentina), ha la doppia cittadinanza.
   Neroverde come il colore della casacca del Sassuolo, con cui ha svolto in febbraio un provino. Esito positivo, ma le regole in vigore rendono non semplice il tesseramento di un calciatore non comunitario. Le eccezioni si fanno per pochi, insomma. E nel caso di Yoav i dirigenti emiliano-romagnoli il nome se lo sono comunque appuntato sul taccuino. Magari sarà un arrivederci. O magari arriverà qualcun altro ad accaparrarsi le prestazioni di questo talentuoso attaccante in forza alla squadra giovanile dell'Hapoel Tel Aviv (di cui è il capitano).
   In rete circola un suo goal sensazionale. Lui che recupera palla sulla fascia, dribbla due avversari, si avvicina all'area di rigore e scarica nel sette un tiro imparabile. Un goal alla Ibrahimovic o alla Cristiano Ronaldo, che ha fatto strabuzzare gli occhi a molti. E in particolare al suo agente, Adam Kidan. che cura tra gli altri gli interessi di Eran Zahavi, il più forte calciatore israeliano in circolazione con un passato al Palermo e un presente piuttosto ben retribuito ai cinesi del Guangzhou R&F.
   Per una porta che non si è aperta, chissà che altre opportunità non si possano ripresentare altrove. Magari a Firenze, per la gioia di Daniela e degli altri iscritti al piccolo ma attivissimo Viola Club locale che ad ogni partita della squadra di Pioli segue e commenta con trepidazione dal primo al novantesimo minuto, anche attraverso un apposito gruppo su Whatsapp. Dall'ex dietista della Fiorentina di Prandelli Lior Many, che appena poche settimane fa ha accompagnato in Israele Alex Del Piero e Andrea Pirlo per una iniziativa pubblicitaria, al corrispondente di guerra Itai Anghel, che ha raccontato l'Isis intervistando alcuni ex combattenti dello Stato islamico: un manipolo di scatenati che farebbero davvero un tifo speciale se il suo destino fosse in riva all'Arno.
   Non sarà semplice. D'altronde non è che Israele abbia proprio questa gran tradizione calcistica. E in particolare in Italia gli squilli di tromba son stati assai pochi, Il primo sarebbe dovuto essere quello di un attaccante di un certo estro: Ronny Rosenthal. È l'estate del 1989 quando l'Udinese prima lo presenta e poi lo scarica per via di un problema alla schiena (che però non gli impedirà di imporsi ad un certo livello), in particolare al Liverpool). Prima del clamoroso voltafaccia sui muri di Udine compaiono scritte antisemite, opera di alcuni ultras friulani che non gradiscono l'acquisto. "Non ho mai creduto che l'Udinese mi avesse scaricato per questo, perché si era spaventata: magari mi sbaglio, ma credo che fosse più che altro una questione d'affari. Hanno avuto l'occasione di prendere Abel Balbo e l'hanno sfruttata, senza rispettare gli accordi presi con me" ha detto Rosenthal in una recente intervista con il Corriere della sera, Resta comunque l'amaro in bocca, E la sua vicenda sportiva, 30 anni dopo, non può che essere indissolubilmente legata a quella triste pagina di estremismo dentro e fuori la curva.
   Passano Poco meno di dieci anni e arriva finalmente il momento dell'esordio di un israeliano in massima serie. Meno classe e talento rispetto a Ronny, ma molta solidità fisica e tanto cuore: per tre anni, dal 1997 al 2000, Tal Banin sarà il guardiano del centrocampo del Brescia. Una stagione in Serie A, due in Serie B. In tutto oltre un'ottantina di presenze e un goal. E un rimpianto che porta ancora con sé: quello di aver lasciato le rondinelle la stessa estate in cui a Brescia sarebbe arrivato Roberto Baggio. Resta comunque la soddisfàzione di aver giocato insieme a un giovanissimo Pirlo (che ha recentemente incontrato, abbracciandolo calorosamente, in occasione del suo viaggio in Israele).
   Dopo Banin, nel 2011 è la volta di Zahavi e del suo arrivo in Sicilia gravato dalla responsabilità di non far rimpiangere Javier Pastore da poco ceduto al Paris Saint Germain. Compito non troppo riuscito, anche se tutto sommato poteva andar peggio. Ventitré presenze e due reti la prima stagione. Una manciata la seconda, conclusasi con il ritorno al Maccabi Tel Aviv. Da allora Zahavi non ha più smesso di segnare. Tra Israele e Cina siamo a ben oltre 120 realizzazioni. E in nazionale a fine marzo, in occasione di un incontro di qualificazione agli Europei, ha pure demolito l'Austria con una tripletta.
   Se come si dice non c'è due senza tre, forse è arrivato il momento di Yoav.

(Pagine Ebraiche, aprile 2019)



Israele-Gaza, la Jihad islamica minaccia la calma

Nuove tensioni al confine, massima allerta per l'esercito israeliano

La fragile tregua che sta tenendo sul confine tra Israele e Gaza, dopo la recente aggressione di Hamas, è a rischio. Secondo fonti dell'esercito israeliano, la Jihad islamica, gruppo terroristico che contende a Hamas il potere nella Striscia, sta pianificando di sabotare il cessate il fuoco, attaccando Israele con nuovi missili e utilizzando dei cecchini per sparare contro i soldati dispiegati sul confine. "Questi preparativi della Jihad islamica si svolgono sotto il naso dei mediatori egiziani e, per quanto è noto, Hamas non è nemmeno a conoscenza di questa attività. - scrive Yedioth Ahronoth - Sembra che le istruzioni per l'esecuzione dell'attacco siano state trasferite all'ala militare della Jihad islamica dall'ufficio di Beirut del leader dell'organizzazione, Ziad Nahala".
   Non è ancora del tutto chiaro, prosegue il quotidiano israeliano, il perché la Jihad islamica sia interessata a far naufragare completamente l'accordo a cui stanno lavorando i diplomatici egiziani e l'inviato Onu in Medio Oriente Nickolay Mladenov: potrebbe essere un tentativo di forzare la mano per avere maggior potere, oppure una direttiva arrivata dall'Iran. In ogni caso è la Jihad islamica ad essere responsabile dei sei razzi lanciati ieri e domenica mattina nelle vicinanze di Gaza.

(moked, 1 aprile 2019)


Israele riduce le restrizione nell'area di pesca davanti a Gaza

GERUSALEMME - Israele ha esteso la zona di pesca antistante alla Striscia di Gaza a 15 miglia nautiche. Lo riferisce l'ufficio per il coordinamento delle attività del governo nei Territori israeliano (Cogat) sul profilo Twitter. "Questo passo rientra nella politica civile per prevenire il deterioramento della situazione umanitaria nella Striscia di Gaza e di una politica che distingue il terrorismo dalla popolazione civile", si legge. L'iniziativa rientra nel quadro dei negoziati tra il movimento palestinese Hamas e Israele, mediati dall'Egitto, dopo le nuove tensioni scoppiate lo scorso 25 marzo. Lo scorso febbraio, in alcune zone della costa di Gaza la navigazione era stata limitata a sei e dodici miglia. Oggi il vice leader di Hamas, Saleh al Aruri, ha dichiarato che un accordo di cessate il fuoco con Israele potrebbe essere raggiunto nei prossimi giorni. Al Aruri ha sottolineato che il principale obiettivo di qualsiasi accordo resta il sollevamento dell'assedio su Gaza.

(Agenzia Nova, 1 aprile 2019)


Fionde, pioggia, grida di rabbia: 'Torneremo'

di Davide Frattini

Il capo dei capi cammina tra le auto controcorrente, la maggior parte dei manifestanti se ne sta andando, la giornata sembra finita. Yahiya Sinwar vuole salire sul colle della Regina — Malaka in arabo — per marcare con i suoi sorrisi quello che Hamas considera un successo. In abito grigio e camicia bianca, accompagnato dalle guardie del corpo, il boss fondamentalista saluta i palestinesi imbottigliati tra i carretti trainati dai muli e gli autobus messi a disposizione dalla sua organizzazione. I pendolari delle proteste ritornano a casa, erano arrivati in massa dopo le preghiere di mezzogiorno. Più di 40 mila palestinesi — stima l'esercito israeliano — dispiegati in cinque aree diverse lungo la barriera di reticolato e blocchi in cemento che li separa dall'altra parte. Chiusi le scuole e gli uffici (per chi a Gaza un lavoro ce l'ha), i negozi sbarrati, le strade deserte: il gruppo islamista che da dodici anni spadroneggia sulla Striscia ha promesso la marcia del «Milione» (di persone) e con la serrata generale vuole assicurarsi l'effetto visivo della folla che preme verso la frontiera. Verso. Non troppo vicino. I mediatori egiziani — ufficiali dei servizi segreti — hanno negoziato fino all'ultimo perché l'anniversario delle manifestazioni non diventasse la causa di una nuova guerra tra Hamas e Israele. I leader del movimento hanno garantito che i dimostranti sarebbero rimasti a oltre 300 metri dal reticolato e hanno dispiegato gli attivisti con indosso i gilet arancioni, come vigili che devono dirigere il traffico della rabbia. I cordoni non hanno funzionato: il limite è stato superato, ma solo gruppuscoli di giovani hanno tentato di assaltare la recinzione.
   I generali israeliani hanno appostato i cecchini sui terrapieni, le feritoie ben visibili, e hanno tenuto lontano la folla con lanci continui di lacrimogeni, il gas urticante sparato a raffica dai droni telecomandati. Alla fine i morti sono quattro: dall'inizio delle manifestazioni — calcola l'Onu — i palestinesi uccisi sono 195, quelli feriti dai proiettili quasi 7 mila. I ragazzini trascinano le asce nella sabbia, qualcuno raccoglie le pietre per le fionde, in molti si spintonano per riuscire a ottenere il pasto gratis distribuito da Hamas. Altri incrociano le gambe seduti per terra e partecipano al quiz organizzato da un ideologo del movimento. Le domande ruotano attorno a questa giornata, al conflitto del 1948, quando le nazioni arabe attaccarono lo Stato ebraico appena nato, la guerra che gli israeliani chiamano di Indipendenza e che i palestinesi piangono come la Nakba, la catastrofe. «La mia famiglia è originaria di Ramle — dice Abu Ahmad, ha 56 anni ed è nato a Gaza da rifugiato —. Un giorno riuscirò a tornare in quella terra che vedo oltre il muro». È lo stesso proclama minaccioso urlato dalle donne, la voce che emerge dal velo integrale: «Marceremo su Gerusalemme con un milione di martiri».
   La pioggia gelida cade a scrosci, l'unico ad apprezzarla sembra essere il contadino che anche in queste ore di tensione si prende cura del campo: sta seminando l'ocra, la potrà raccogliere fra due mesi. Senza che la guerra interrompa i suoi ritmi naturali. O così sono convinti i negoziatori egiziani, che sarebbero riusciti a definire una tregua (tacita) di lungo periodo: a otto giorni dalle elezioni, il premier Benjamin Netanyahu vorrebbe evitare lo scontro totale e chiede lo stop al lancio di razzi (lunedì scorso è stata centrata una casa a Nord di Tel Aviv, 7 feriti), la fine delle incursioni palestinesi contro il confine (compresi palloncini e aquiloni armati di bottiglie incendiarie), in sostanza il ritorno alla calma relativa di un anno fa. I leader di Hamas vogliono dimostrare che i quasi duecento morti non sono stati invano, che sono riusciti ad alleggerire l'embargo imposto dagli israeliani (con il supporto egiziano). «Andiamo a casa, stanno arrivando i soldi», sentenzia Ashraf tra stanchezza e analisi politica. Il Qatar ha promesso di ricominciare a distribuire milioni di dollari — con la benedizione israeliana — se la situazione è sotto controllo. Hamas sa di non poter più imputare la miseria solo al «nemico» israeliano. Le proteste di due settimane fa per il rialzo dei prezzi — dal pane alle sigarette — preoccupano l'organizzazione, che ha mandato in strada i suoi sgherri a manganellare e arrestare i dimostranti. Così Sinwar ha inglobato nel discorso di ieri lo slogan che i manifestanti hanno urlato contro il suo regime: «Vogliamo vivere», ha proclamato dagli schermi della tv Al Aqsa.

(Corriere della Sera, 1 aprile 2019)


Torchio con mosaico del periodo talmudico scoperto a Korazim in Galilea

di Ilaria Ester Ramazzotti

Un torchio per la produzione del vino risalente al periodo talmudico, inserito in una struttura decorata da un mosaico, è stato rinvenuto nel sito archeologico di un villaggio ebraico di mille e 500 anni fa, nel nord di Israele.
Il torchio, che misura quattro metri di lunghezza e quattro di larghezza, è stato più precisamente scoperto nel Parco Nazionale di Korazim a nord del Mare di Galilea e, secondo l'Autorità per la Natura e i Parchi di Israele, risale al periodo compreso fra il IV e il VI secolo a.C.
"È sicuramente un altro elemento di interesse per i visitatori del parco nazionale", ha affermato Dekel Segev, responsabile del sito. "Siamo [inoltre] determinati a completare lo scavo poiché questo è l'unico mosaico nell'antico villaggio ebraico che si trovava a Korazim durante l'era talmudica".
"Qui c'erano ebrei che bevevano e producevano vino, insieme alle speciali fattorie" per la produzione di "olio d'oliva e di grano", ha spiegato lo studioso. "Il torchio fornisce ulteriori prove dell'unicità del villaggio di Korazim, con tutte le sue caratteristiche che comprendevano case residenziali, fattorie agricole, un bagno rituale ebraico e la magnifica sinagoga".
L'archeologo Ahiya Cohen-Tavor, che ha guidato lo scavo a Korazim, ha evidenziato che "a differenza della maggior parte dei torchi che si trovano in siti [archeologici] agricoli, questo è situato nel villaggio stesso e gli [antichi] agronomi investirono altresì nella decorazione del pavimento con un mosaico a schemi di quadrati e rombi".
La scoperta è stata fatta nell'abito di scavi archeologici visitabili dal pubblico. Korazim è stato citato per la prima volta nel Nuovo Testamento come una delle città ebraiche condannate da Gesù per aver rifiutato i suoi insegnamenti, rendendola successivamente meta di pellegrinaggio per i turisti cristiani. Il Talmud menziona invece le sue terre come adatte alla coltivazione di grano pregiato.
Lo scavo viene gestito, oltre che dall'Autorità per la Natura e i Parchi, anche dall'Università di Ariel e riceve i finanziamenti del Ministero delle Finanze israeliano.

(Bet Magazine Mosaico, 1 aprile 2019)


«In terapia perché matto». Così si scredita il rivale di Bibi

di Davide Frattini

GERUSALEMME - Due capi di Hamas si incontrano alle proteste lungo il confine e uno dice all'altro: «Speriamo vinca Netanyahu, dicono che Gantz sia fuori di testa». La vignetta è stata pubblicata da Yedioth Ahronoth, il giornale più venduto in Israele, e ironizza sull'ultimo episodio di una campagna elettorale - il voto è fra una settimana - già fin troppo aggressiva. Il Likud di Benjamin Netanyahu sta mettendo in discussione la «stabilità mentale» del rivale Benny Gantz, dopo che il quotidiano Maariv ha raccontato che l'ex capo di Stato Maggiore, lasciato l'esercito, avrebbe visto per quasi tre anni uno psicologo e gli sarebbero stati prescritti ansiolitici. In un Paese da sempre in guerra, dove quello di primo ministro è chiamato «il mestiere più difficile al mondo», l'obiettivo è evidente: far pensare che il leader di Blu Bianco non ce la possa fare, i nervi non gli reggono. E così ci ritroviamo nella seconda stagione di House of Cards: Frank Underwood Kevin Spacey complotta per accaparrarsi la poltrona più importante alla Casa Bianca e lascia trapelare che il presidente sia incapace di prendere decisioni perché sotto psicofarmaci. Benny Gantz ha smentito e querelato il giornalista. Ha scelto di difendersi con atteggiamento da macho e battute alla John Wayne: «Le pillole che conosco sono solo 5.56 e 7.62», i calibri dei proiettili più usati dai militari israeliani. Figlio di sopravvissuti all'Olocausto, l'ex generale ha passato 38 dei suoi 59 anni in divisa, ha combattuto nella prima guerra del Libano, dove guidava un battaglione di paracadutisti specializzato in operazioni di contro guerriglia. Da capo di Stato Maggiore ha comandato le forze armate in due conflitti contro Hamas a Gaza: l'ultimo è durato 59 giorni nell'estate del 2014, i palestinesi ammazzati sono stati oltre 2.000, i suoi soldati caduti 67, sei i civili uccisi in Israele.
   L'unica ad aver riconosciuto che tutto questo potrebbe aver lasciato un segno è stata la laburista Shelly Yachimovich: «Se è andato da uno psicologo, dimostra solo di essere umano». Gantz avrebbe potuto rispondere che governare un Paese complesso come Israele richiede equilibrio mentale e lucidità: gli stessi che permettono di capire quando serve aiuto perché un soldato non si porti il lavoro a casa.

(Corriere della Sera, 1 aprile 2019)


Bolsonaro a Gerusalemme: l’Ambasciata del Brasile resta a Tel Aviv

di Italo Cosentino

 
Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, in visita a Gerusalemme, ha inaugurato un ufficio commerciale del paese latinoamericano nella città. Nonostante la promessa iniziale, il leader brasiliano non ha trasferito l'ambasciata in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Decisiva la pressione del potente sindacato degli esportatori di carne, il cui commercio con i paesi arabi frutta al Brasile 5 miliardi l'anno. Il paese latinoamericano è infatti uno dei principali produttori di carne halal nel mondo.
All'inizio della sua visita ufficiale in Israele, Jair Bolsonaro si è dunque semplicemente limitato ad inaugurare domenica 31 marzo un ufficio commerciale dell'Ambasciata del Brasile a Gerusalemme, al posto del promesso trasferimento dell'Ambasciata del Brasile dalla sua sede attuale a Tel Aviv.
   Il presidente latinoamericano ha quindi evitato per ora di seguire nelle orme del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nell'installare l'ambasciata nella Città Santa, una promessa elettorale rivolta non solo alla comunità ebraica ma anche alla ben più numerosa e potente comunità evangelica, che Bolsonaro ha ribadito personalmente a Benjamin Netanyahu nel mese di gennaio, durante la visita del primo ministro israeliano a Brasilia in occasione dell'insediamento di Bolsonaro come presidente del Brasile.
Nove giorni prima delle elezioni legislative in Israele, il premier e leader del Likud Netanyahu approfitta della visita di Bolsonaro per presentarsi davanti agli elettori come lo statista che intensifica i rapporti con il gigante del Sud America, un mercato potenzialmente immenso per le imprese israeliane.
   "Stiamo scrivendo la storia insieme - ha dichiarato Netanyahu ricevendo il presidente brasiliano a Gerusalemme - e stiamo aprendo una nuova era di relazioni tra i nostri paesi, dopo anni di esitazione". Netanyahu ha fatto riferimento ai successivi governi del Partito dei lavoratori di Lula e Dilma Rousseff che hanno messo in discussione la politica israeliana sul conflitto palestinese.
   "Ci stiamo avvicinando ai paesi che condividono le nostre tradizioni, la democrazia e la fede in Dio" - ha detto Bolsonaro in una conferenza stampa congiunta con Netanyahu in cui ha confermato l'apertura dell'ufficio commerciale a Gerusalemme. Il primo ministro israeliano ha interpretato la decisione come "un primo passo" per il trasferimento dell'ambasciata da Tel Aviv alla Città Santa.
   L'Autorità palestinese ha criticato comunque la decisione di Bolsonaro ed ha convocato l'ambasciatore per consultazioni.

(Sicurezza Internazionale, 1 aprile 2019)


L'Iran sta muovendo guerra a Israele. Da Gaza

Teheran non vuole tregue fra Gaza e Israele, per questo taglia i fondi a Hamas e li aumenta ai suoi scagnozzi della Jihad Islamica. A scapito della popolazione palestinese.

Mentre si calmano le acque dopo l'ultima settimana di escalation tra Israele e Gaza, né Hamas né Netanyahu possono dire d'aver ottenuto una vittoria o una svolta sostanziale. C'è invece un'altra fazione politica a Gaza che è in costante ascesa verso la popolarità sulla scia di questi ultimi eventi: la Jihad Islamica palestinese.
Anche se alcuni commentatori locali, e la stessa Hamas, hanno cercato di sostenere che il razzo lanciato sull'area di Tel Aviv lunedì scorso era un "incidente", la Jihad Islamica si è rifiutata di sconfessare l'attacco missilistico scegliendo anzi di aggravare la situazione nella speranza di guadagnarci politicamente. Il suo nuovo capo, Ziad Nakhallah, ha subito dichiarato che se Israele avesse reagito loro avrebbero "risposto duramente". Poi, mentre si profilava il bombardamento di reazione israeliano, l'intelligence egiziana trasmetteva a Hamas il messaggio che la risposta di Israele sarebbe stata contenuta se i gruppi militanti di Gaza non avessero reagito al primo round di attacchi aerei. Viceversa, hanno avvertito gli egiziani, sparare altri razzi su Israele avrebbe probabilmente innescato una guerra. Hamas ha preso atto del messaggio e si è morsa la lingua. Ma ancora una volta è stata la Jihad Islamica a rompere il consenso fra le fazioni di Gaza e a lanciare una raffica di razzi sul sud di Israele, che ha anche filmato con grande compiacimento e diffuso quasi istantaneamente....

(israele.net, 1 aprile 2019)


L'antisemitismo di Corbyn minaccia tutti

L'odio per gli ebrei segnala una crisi profonda in occidente

Scrive il Jerusalem Post (2/3)

Finalmente il governo britannico ha riconosciuto Hezbollah come organizzazione terroristica", ha scritto l'editorialista del Times Melanie Phillips sul Jerusalem Post. "In passato, i ministri ne avevano censurato soltanto l'ala militare, facendo finta che Hezbollah avesse anche una legittima funzione politica nel governo libanese. La scorsa settimana, tuttavia, il ministro degli Interni (britannico, ndt) Sajid Javid ha detto che non è più possibile distinguere, all'interno di Hezbollah, 'tra il partito politico e la già censurata fazione militare'. Era ora. Hezbollah è la longa manus omicida del regime iraniano, attraverso cui destabilizza e, di fatto, controlla il governo libanese. La censura in questione ha puntato i riflettori sul leader di estrema sinistra del Partito laburista britannico, Jeremy Corbyn, e sulla sua famigerata uscita secondo cui i membri di Hezbollah sarebbero stati suoi 'amici' (in seguito se ne sarebbe pentito) e l'altra secondo cui, correva l'anno 2015, in medio oriente non si sarebbe potuto avviare alcun processo di pace senza coinvolgere Israele, Hezbollah e Hamas. Il suo rifiuto di prendere una posizione ostile a uno dei gruppi anti ebrei più vili e violenti al mondo si è esplicitato, tra l'altro, in parallelo a una crescente crisi di partito dovuta alla riluttanza dello stesso Corbyn di gestire gli imbarazzanti casi di antisemitismo tra i laburisti.
   Nel Partito democratico americano si stanno verificando fenomeni simili. Anche in Francia e in altri paesi europei gli ebrei vengono regolarmente intimiditi e attaccati. Dunque qual è la causa di questa eruzione globale del più antico degli odi? Le fonti principali sono tre: la sinistra, i neonazisti e il mondo islamico. Di questi, il mondo islamico è la più violenta e omicida, mentre la sinistra è la più significativa. Questo perché è di gran lunga la forza dominante della cultura occidentale e, soprattutto, perché facilita e incoraggia l'antisemitismo. Lo fa in particolare attraverso tre elementi chiave della sua agenda ideologica: il suo presunto 'antirazzismo', la soppressione della 'islamofobia' e il suo sostegno al 'palestinianesimo'. Il palestinianesimo si fonda sull'eradicazione del popolo ebraico dalla sua stessa storia nella terra di Israele. Il discorso pubblico palestinese demonizza non solo Israele ma anche il popolo ebraico, come fonte di cospirazioni cosmiche e intenzioni malvagie. Ci sono ovviamente molteplici altre ragioni dietro l'epidemia dell'antisemitismo: la frammentazione e la morte di alcune culture, la perdita di fiducia dell'occidente nella modernità e nella ragione e un'Europa che non riesce a sopportare il senso di colpa per l'Olocausto. Alla fine, però, l'utilizzo degli ebrei come capro espiatorio segnala una fondamentale perdita della bussola morale umana. Che questo stia avvenendo in tutto il mondo dovrebbe terrorizzare non solo gli ebrei, ma tutti noi".
   
(Il Foglio, 1 aprile 2019)


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