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Notizie 16-31 dicembre 2016


Blasoni antisemiti

Molte le università inglesi "proibite" agli ebrei. Vi si insegna che Israele è il male. E i regimi islamici le finanziano generosi.

di Giulio Meotti

Alla School of Orientai and African Studies le associazioni studentesche di necessità conformi all'ortodossia islamo-marxista "Risponderò alle tue domande quando ci sarà pace e giustizia per i palestinesi" ha detto una docente a una studentessa israeliana L'idea di boicottare le università israeliane è nata in Inghilterra nel 2002. Da allora ha raccolto migliaia di adesioni fra i professori L'insigne storico israeliano Benny Morris è stato quasi linciato durante una conferenza alla London School of Ecanomics

Prendiamo quello che è successo soltanto negli ultimi due mesi: l'organizzazione studentesca dell'Università di Manchester ha votato per boicottare Israele, la University of London ha invitato a parlare un oratore che ha definito Israele "nazista", allo University College London c'è stata una manifestazione che ha impedito una riunione di studenti ebrei. Non è la Germania del 1933, ma l'Inghilterra del 2016.
   "Alcune delle principali università della Gran Bretagna stanno diventando 'no-go zone' per gli studenti ebrei". E' quanto emerge ora da un rapporto della baronessa Ruth Deech, ex rettrice del Sant'Anna College di Oxford e a lungo esaminatrice di maggior grado della vita universitaria inglese. I suoi commenti arrivano dopo una serie di incidenti di alto profilo presso le migliori università dove gli studenti ebrei affermano di aver subito abusi verbali odi essere stati fisicamente attaccati. "Molte università sono a caccia di grandi donazioni da parte dell'Arabia Saudita e degli stati del Golfo, e forse hanno paura di offenderli", ha detto Deech. "Non so perché non stiano facendo nulla al riguardo, è davvero una brutta situazione. 'Ira gli studenti ebrei, cresce poco a poco la sensazione che alcune università si dovrebbero evitare".
   Deech ha fatto pure i nomi delle università inglesi che uno studente ebreo dovrebbe evitare: "Sicuramente la Scuola di studi orientali, Manchester, Southampton, Exeter e così via". Lo Spectator si è chiesto se la School of Orientai and African Studies (Soas) della London University non debba essere ribattezzata "scuola dell'antisemitismo". Si legge: "Praticamente tutte le società per studenti alla Soas non hanno altra scelta che conformarsi alla ortodossia islamo-marxista. Uno studente israeliano è stato espulso dalla società israeliana (che è fermamente 'antisionista') per aver avuto il coraggio di opporsi al boicottaggio. Non vi è nessuna tolleranza per chi contesta la demonizzazione di Israele e il visitatore occasionale potrebbe pensare che una sola religione è tollerata nel campus. C'è un sala 'multi-fede', ma la bacheca ha solo informazioni islamiche". In questa facoltà, 2.056 fra docenti universitari, studenti, presidi di facoltà, perfino gli inservienti e gli addetti alla sicurezza hanno votato a favore del boicottaggio di Israele in un referendum non vincolante. Il 73 per cento ha deciso per il boicottaggio totale delle istituzioni accademiche di Israele. A favore dell'esclusione dello stato ebraico il sessanta per cento dei docenti ordinari e dei "lecturers", i docenti associati. Non è un caso che sia la stessa università dove l'imam Yusuf al Qaradawi siede fra gli advisor del Journal of Islamic Studies.
   L'inchiesta della baronessa Deech è partita dopo che Alex Chalmers, studente di storia all'Università di Oxford e presidente dell'Associazione studentesca laburista che esiste dal 1919, la più influente, quella da cui ha lanciato la sua carriera anche Ed Miliband, si è dimesso con un gesto plateale di protesta contro quella che ha denunciato come una università piena di antisemiti. Chalmers ha detto che "gran parte" dei membri della "sinistra" in facoltà ha "un qualche tipo di problema con gli ebrei" e sfoggia "tendenze intolleranti". Secondo lo studente, a Oxford si "molestano gli studenti ebrei" e si "invitano oratori antisemiti". Ha paragonato questi gruppi di professori e studenti al Ku Klux Klan. "Nonostante l'impegno dichiarato per la liberazione, gli atteggiamenti di alcuni membri del club verso le minoranze stanno diventando avvelenati", ha detto Chalmers. "Spero che la mia decisione in qualche modo faccia conoscere l'antisemitismo che è passato inosservato da troppo tempo a Oxford".
   Alla Southampton University, una delle più prestigiose università pubbliche, è stato organizzato persino un convegno internazionale in cui a essere in discussione non è la politica di Israele, ma il suo "diritto all'esistenza" (si replica a primavera). La conferenza non aveva mai fatto mistero dell'obiettivo, contestare la natura stessa di Israele, come si legge: "Si tratta della legittimità nella legge internazionale dello stato ebraico di Israele. Anziché concentrarsi sulle azioni di Israele nei Territori occupati, la conferenza esplorerà la legittimità, la responsabilità e l'eccezionalismo che sono posti dalla natura stessa di Israele". Poco dopo la Queen Mary Students' Union si è gemellata con l'Università di Gaza, una delle centrali politiche e logistiche di Hamas, nella guerra allo stato ebraico. Capita che Marsha Levine, accademica dell'Università di Cambridge esperta in storia del cavallo, respinga una semplice richiesta di informazioni da parte di una studentessa israeliana spiegando il suo rifiuto come parte del boicottaggio di Israele. "Risponderò alle tue domande quando ci sarà pace e giustizia per i palestinesi in Palestina", ha detto Levine, che ha rincarato dicendo: "Gli ebrei si sono trasformati in mostri, sono diventati i nazisti". Succede che l'ex parlamentare George Galloway si sia rifiutato di dibattere in pubblico a Oxford con uno studente, Eylon Aslan Levy, quando aveva scoperto che aveva il passaporto israeliano.
   Dal campus di Oxford arrivano ogni giorno denunce di antisemitismo: gruppi di studenti che cantano "Razzi su Tel Aviv", studenti che chiedono ai loro compagni di studi ebrei di denunciare pubblicamente il sionismo e lo stato di Israele, studenti che usano l'epiteto "Zio" (una parola che normalmente si trova sui siti neonazisti). Un clima culminato nell'elezione di Malia Bouattia a presidente dell'Unione nazionale degli studenti, prima donna e prima musulmana a ricoprire la carica, che aveva definito la sua università - quella di Birmingham - un "avamposto sionista" e che il boicottaggio contro Israele non è abbastanza, distoglie i palestinesi dalla vera resistenza contro Israele. La polizia inglese è dovuta intervenire al King's College di Londra dopo che uno studente pro Israele è stato picchiato da manifestanti. Ospite d'onore Ami Ayalon, attivista per la pace ed ex capo dei servizi segreti israeliani. E' finita con lanci di sedie, finestre fracassate e allarmi antincendio. L'incontro è stato sospeso e l'edificio evacuato.
   Nel denunciare la situazione nelle università inglesi, la baronessa Deech ha detto di dovere la sua carriera alla Oxford University. "Trovo personalmente molto difficile, sono stata a Oxford per 45 anni o qualcosa del genere, e gli devo la mia carriera, ma non posso credere che la mia università non crei una commissione di indagine su questo". A Oxford, ormai, non si contano i casi di antisemitismo palese da parte del corpo docente. Come quello del patologo di Oxford Andrei Wilkie, che ha rifiutato ogni richiesta di dottorato proveniente da Israele. Uno studente della facoltà di Medicina dell'Università di Tel Aviv, Amit Duvshani, gli aveva scritto proponendo una collaborazione. Wilkie ha risposto così al ricercatore israeliano:
   "Non prenderei mai una persona che ha servito nell'esercito israeliano. Sono certo che troverà un altro laboratorio". Come il caso del poeta Tom Paulin, docente di Letteratura inglese all'Hertford College della Oxford University, che si è spinto fino a dire che gli "ebrei di Brooklyn" che si sono insediati in Cisgiordania dovrebbero essere "accoppati".
   Un documento trapelato e soppresso dal Labour di Jeremy Corbyn aveva dettagliato i casi di comportamento antisemita presso l'Università di Oxford, dove gli studenti ebrei oggi si sentono intimiditi fino al punto di non partecipare alle riunioni. Il Labour si è rifiutato di spiegare perché il suo comitato esecutivo nazionale ha pubblicato solo le raccomandazioni elaborate dalla baronessa Royall di Blaisdon, omettendo la sua scoperta di incidenti antisemiti. Era troppo compromettente per i membri dell'associazione laburista a Oxford.
   Mentre i missili lanciati dai terroristi palestinesi di Hamas e del Jihad islamico cadevano sui tetti delle scuole israeliane di Sderot, il sindacato inglese delle università e dei college non solo non manifestava solidarietà agli studenti israeliani, ma sceglieva proprio quel momento per lanciare il suo appello per il boicottaggio degli istituti accademici israeliani. A Manchester insegna Mona Baker, curatrice di una Encyclopedia of Translation Studies, che ha chiesto a due studiosi israeliani, Gideon Toury e Miriam Shlesinger, che facevano parte del comitato direttivo della rivista, di dare le dimissioni. In quanto israeliani.
   E' in questo clima che gli studenti ebrei in Inghilterra scelgono oggi le università anche sulla base del loro tasso di antisemitismo e di odio per Israele. I dati ufficiali da parte dell'Unione degli studenti ebrei dimostrano che alcune università del Gruppo Russell come Durham, Exeter, Newcastle e Cardiff hanno a malapena cento studenti ebrei. Stesso scenario per Birmingham, Nottingham, Leeds e Manchester. Tutte queste facoltà hanno una ottima reputazione accademica, sono tutte dotate di ottime strutture sportive e hanno requisiti di accesso quasi identici. Le chiamano "Jewnis", le università con alti tassi di iscrizioni ebraiche. E hanno qualcosa da offrire che Durham o Exeter non hanno. Aule senza odio per gli ebrei.
   L'idea di boicottare le università israeliane è nata in Inghilterra, il 6 aprile 2002, quando i coniugi Rose pubblicarono un appello per punire i colleghi israeliani, raccogliendo settecento firme. Da allora, il boicottaggio ha raccolto migliaia di adesioni fra i professori nel Regno Unito. Nel 2005 l'Association of university teachers, riunita per l'occasione a Eastbourne, ha votato a favore del boicottaggio degli atenei israeliani di Bar-Ilan e Haifa. Le proteste internazionali persuasero l'associazione aritirare la mozione. Ma al pregiudizio serviva solo riprendere fiato. André Oboler dell'Unione studenti ebrei disse che non si poteva considerare il cambiamento di posizione una vittoria definitiva. Così la National association ofteachers in further and higher education, la più grande organizzazione inglese di insegnanti composta da oltre 67 mila membri, ha approvato il boicottaggio d'Israele, accusandolo di "politiche da apartheid". Un anno fa il Guardian ha pubblicato una pagina intera firmata da trecento accademici britannici, docenti e ricercatori, che dicono di aver iniziato il boicottaggio di Israele e delle sue istituzioni accademiche. Fra gli accademici ci sono nomi di fama mondiale come Tom Kibble, fisico teorico dell'Imperial College di Londra; Timothy Shallice, già direttore dell'Institute of Cognitive Neuroscience all'University of College di Londra; Iain Borden, già preside della Bartlett School of Architecture.
   Nel 2011, Exeter si è rifiutata di punire un oratore che a una assemblea studentesca aveva detto che "Hitler aveva ragione". E guarda caso, quelle più antisemite sono le università che hanno ricevuto più donazioni dai paesi islamici. In uno studio del 2009 sul finanziamento islamico delle università del Regno Unito, Robin Simcox, ricercatore del Centro per la coesione sociale, ha analizzato undici università, come Oxford, Cambridge, Soas di Londra, Edimburgo, Durham e Exeter.
   Negli ultimi dieci anni, l'Arabia Saudita è stata una delle più grandi fonti di donazioni alle università britanniche, per promuovere lo studio dell'islam, del medio oriente e della letteratura araba. Il saudita Abdulaziz al Saud ha dato due milioni di sterline alla Oxford University. Nel frattempo, lo sceicco Sultan bin Muhammad al Qasimi, il sovrano di Sharjah - uno dei più conservatori fra gli Emirati Arabi Uniti - ha dato più di otto milioni di sterline alla Exeter Univeristy. Durham ha avuto milioni di sterline per costruire un Institute of Middle Eastern and Islamic Studies; Exeter ha avuto 750 mila sterline da Dubai e altrettante dal principe saudita Alwaleed bin Talal. E' la stessa università, guarda caso, dove Richard Seaford, classicista, ha detto alla Bbc che ha praticato per anni "un boicottaggio informale", rifiutando ogni pubblicazione israeliana. Gli studenti ebrei devono evitare con cura l'università di "John Jihadi", il boia dell'Isis, alias Mohammed Emwazi, che è stato un brillante studente della Westminster University.
   Non tira una bella aria neppure alla London School of Economics, dove l'insigne storico israeliano Benny Morris è stato quasi linciato durante una conferenza. Doveva tenere una lezione sulla guerra del 1948. Poche ore prima c'era stato un incendio, così Kingsway era stata chiusa e il taxi lo ha lasciato qualche isolato prima. Un gruppo di militanti lo ha circondato e aggredito chiamandolo "fascista", "razzista". Fuori dalla London School of Economics c'erano molte guardie del corpo e poliziotti, e manifestanti con cartelli "Morris è un fascista" e "Vattene a casa". All'uscita dopo la lezione il portavoce dell'ateneo chiese al pubblico di rimanere seduto per far uscire Morris in sicurezza. Se ne è andato da una porta secondaria. Morris era già stato costretto ad annullare una lezione all'Università di Cambridge.
   Questa ondata di antisemitismo sta scioccando il Regno Unito, perché questo era un paese fiero di non aver avuto ghetti per gli ebrei, pogrom, camere a gas o editti accademici antisemiti come in Germania. Ma adesso l'Inghilterra sembra destinata a nutrire questa nuova forma dell'odio più antico.

(Il Foglio, 31 dicembre 2016)


La porta dell'Uganda, 40 anni dopo l'operazione Entebbe

di Giovanna Mirabella

ENTEBBE - L'Africa è terra di contraddizioni, si sa. Atterrando in Uganda, la contraddizione comincia appena si è atterrati, in quello che dovrebbe essere un non-luogo per definizione, l'aeroporto. E che invece è una sintesi del passato e del presente del Paese, che ha fortissime ambizioni per il futuro.
  L'aeroporto di Entebbe è entrato nel mito esattamente 40 anni fa, nel 1976, scenario di una delle più rocambolesche missioni militari di salvataggio della storia. Il 27 giugno del 1976 il volo Air France 139 partì dall'aeroporto di Tel Aviv diretto a Parigi. Fece scalo ad Atene, dove imbarcò altri 58 passeggeri tra cui i quattro dirottatori: due palestinesi, membri del Fronte popolare per la liberazione della Palestina (FLP, un'organizzazione terroristica di ispirazione marxista), e due tedeschi delle Revolutionäre Zellen, le Cellule rivoluzionarie, un'altra organizzazione di estrema sinistra. I dirottatori ordinarono di far rotta su Bengasi, in Libia, dove Gheddafi concesse loro di atterrare e fare uno stop di sette ore. Ripartito da Bengasi, il 28 giugno l'aereo atterrò nell'aeroporto di una piccola città sulle rive del lago Victoria, fino a quel momento quasi sconosciuta al mondo occidentale: Entebbe, in Uganda.
  L'Uganda, ex colonia britannica, era all'epoca governata dal dittatore Idi Amin Dada, che fornì appoggio sia logistico che militare ai dirottatori. Gli ostaggi vennero trasferiti in un terminal in disuso dell'aeroporto, dove gli ebrei furono separati dai prigionieri di altre nazionalità, successivamente rilasciati e rimandati in Francia con un volo Air France arrivato appositamente in Uganda. Iniziarono a quel punto le richieste di riscatto dei terroristi: 5 milioni di dollari e i rilascio di una cinquantina di ostaggi palestinesi detenuti in Israele e in Europa.
  Gli alti comandanti dell'esercito israeliano ebbero il tempo di presentare al governo una missione di salvataggio talmente ardita da risultare folle, almeno sulla carta, ma che di fatto segnò la nascita del mito dell'efficienza dell'esercito israeliano, in grado di proteggere i suoi connazionali in ogni parte del mondo. Il 3 luglio 4 Hercules decollarono da Israele trasportando circa 190 militari alla volta di Entebbe. Gli aerei militari atterrarono a fari spenti e senza alcun aiuto da parte delle torri di controllo su una delle piste più brevi dell'aeroporto, viaggiando radenti sullo specchio d'acqua del lago Vittoria. Fecero sbarcare da uno degli aerei una Mercedes nera, uguale a quella usata dal dittatore Amin, e due Jeep, mezzi che avrebbero dovuto permettere ai militari israeliani di avvicinarsi al terminal dove erano nascosti gli ostaggi senza destare sospetti. Il resto dei militari sarebbe atterrato pochi minuti dopo per presidiare l'aeroporto, distruggere la contraerea ugandese prima ancora che potesse alzarsi in volo e proteggere ostaggi e militari dopo il blitz al terminal.
  Fu così che, sfruttando l'effetto sorpresa e le informazioni tattiche ottenute da un'impresa israeliana che, anni prima, aveva materialmente costruito il terminal, i militari fecero irruzione e riuscirono a portare in salvo gli ostaggi. Il numero di perdite tra le fila israeliane fu estremamente ridotto viste le condizioni di partenza: 7 terroristi all'interno dell'hub e un'intero esercito, quello ugandese, connivente con il commando. Un ostaggio fu ucciso accidentalmente durante il blitz dal fuoco amico dell'esercito israeliano, che lo scambiò per un dirottatore; altri due ostaggi furono invece uccisi, durante il trasbordo sugli aerei che avrebbero dovuto riportarli a casa, dall'attacco ugandese. L'unica vittima dell'esercito fu il comandante delle forze speciali israeliane impegnate nel blitz al vecchio terminal, Yonatan Netanyahu, fratello di Benjamin. Fu a seguito della morte di Yoni, giovane e bellissimo militare, che prese il via la carriera politica del futuro primo ministro israeliano: in quella tragica occasione, Bibi Netanyahu organizzò una conferenza internazionale in suo onore e incominciò il lungo percorso politico che ne avrebbe fatto una delle più importanti e influenti personalità della politica israeliana. E' stato lui stesso ad ammetterlo, in una chat su Facebook qualche mese fa con i followers: "E' così che ho iniziato".
  Quest'anno Netanyahu è tornato a Entebbe proprio per celebrare il quarantennale dell'operazione, insieme al governo ugandese in pompa magna. La celebrazione è avvenuta davanti ai resti dell'Aerobus Air France, che sono stati posizionati nel bel mezzo di una spiaggia sulle rive del lago, che provvidenzialmente è stata chiamata Aero Beach. Non ci sono particolari indicazioni sul perché quello scheletro di aereo sia lì, quasi come se gli ugandesi si vergognassero di quello che il loro dittatore autorizzò che accadesse a Entebbe. I turisti più informati vanno comunque a visitarlo, i bimbi ugandesi ci giocano intorno, felici di avere un parco giochi gratuito.
  Oggi, il terminal esiste ancora, sebbene sia tuttora in disuso; davanti al terminal, stazionano almeno 6 aerei delle Nazioni Unite, simbolo del presidio del territorio. L'aeroporto di Entebbe oggi è uno dei migliori biglietti da visita possibili per l'Uganda: una porta d'accesso moderna e perfettamente funzionante, così diverso dagli altri aeroporti dell'Africa nera, che invece rimangono un po' arretrati e poco funzionali rispetto alle esigenze del viaggiatore medio occidentale. A Entebbe invece, appena arrivati, si viene accolti da una connessione internet 4G perfettamente funzionante, un free-wifi per tutti i passeggeri. I controlli nell'area passaporti sono effettuati da dispositivi a lettura ottica gestiti da funzionari gentili e competenti. Quasi tutti gli spazi pubblicitari sono occupati da pubblicità di operatori internet o di telefonia (la Vodafone ugandese è dappertutto). Scesi dall'aereo, il panorama fa invidia agli scenari fantastici del Re Leone disneyano: lo splendore e l'imponenza del Lago Vittoria, circondato da prati ben curati e personale in divisa che riportano immediatamente alla memoria un'epoca coloniale. E' da qui che inizia l'Uganda, tra passato storico e voglia di futuro tecnologico, che sta tornando lentamente ad essere la "Perla d'Africa", come la definì Winston Churchill.

(L'Huffington Post, 30 dicembre 2016)


Henry Orenstein, il sopravvissuto all'Olocausto inventore dei Transformers e re del poker

L'incredibile vita di Henry Orenstein

Henry Orenstein è un imprenditore di 93 anni noto per aver inventato una delle serie di giocattoli più famosa di sempre, i Transformers, e per aver reso celebre il poker in TV attraverso le poker cam, le piccole telecamere che riprendono le carte dei giocatori. La sua vita di imprenditore di successo è strabiliante, ed è resa ancora più incredibile dalla condizione di partenza di Orenstein, ebreo nato in Polonia e sopravvissuto per miracolo all'Olocausto.

 L'infanzia di Henry Orenstein
  Newsweek ha recentemente dedicato un lungo ritratto a Henry Orenstein, un famoso giocatore di poker, inventore e imprenditore di 93 anni, che da più di sessant'anni vive negli Stati Uniti. Nato nel 1923 in Polonia, a Hrubieszów, cittadina ai confini con l'Ucraina, Orenstein ha passato un'infanzia felice. Uno dei cinque figli di Lejb, imprenditore di discreto successo, e Golda Orenstein, una casalinga, Henry, nato con il nome di Henryk è stato un bravo studente impaurito dall'antisemitismo che si respirava anche nella Polonia nel periodo precedente all'invasione nazista. I suoi fratelli, Fred, Sam, Felix e Hanka, vivevano un'esistenza piuttosto benestante - uno di loro era un medico, l'altro un avvocato - grazie al successo delle attività imprenditoriale del padre Lejb.

 Henry Orenstein e lo sterminio nazista
  Prima che i nazisti invadessero il Paese in Polonia vivevano circa 3 milioni di ebrei. Poche centinaia di migliaia di loro sono sopravvissuti: si stima che una percentuale tra il 90 e il 97% degli ebrei polacchi sia stata uccisa dai nazisti. Gli Orenstein non sono riusciti purtroppo a sfuggire al destino, almeno alcuni di loro. I genitori, Lejb e Golda, sono stati ammazzati subito dopo esser stati finiti nelle mani naziste. Fred e Hanka sono stati uccisi poco prima della liberazione dei campi di concentramento. Nel 1939 i maschi della famiglia erano riusciti a scappare nell'area della Polonia garantita ai sovietici dalla spartizione decisa con il patto Molotov-Von Ribbentrop. L'invasione dell'Urss da parte della Germania aveva però riportato gli Orenstein in un'area a controlo nazista: dopo una fuga durata diverse settimane gli uomini si sono consegnati alla Gestapo, per esser destinati insieme a Hanka ai campi di concentramento.

 Henry Orenstein e il miracolo di esser sopravvisuto all'olocausto
  Henry Orenstein è riuscito a sopravvivere allo sterminio nazista passando in ben cinque campi di concentramento. Il giovane Henry, insieme ai fratelli, è entrato grazie a una bugia nel Chemiker Kommando, un gruppo di scienziati formato da prigionieri dei lager che doveva studiare nuove armi per far vincere la guerra alla Germania. In realtà il progetto era una sorta di truffa ideata dagli scienziati nazisti per evitare di esser mandati al fronte: Henry Orenstein ha raccontato come abbia passato più di un anno e mezzo a svolgere operazioni di matematica da scuole elementari, insieme ai suoi fratelli. Dopo la fine della guerra la vita del giovane ebreo, che aveva 22 anni nel 1945, si è diretta verso gli Stati Uniti. Orenstein rimarca il sollievo provato quando aveva notato che sui giornali statunitensi non ci fosse traccia di antisemitismo.

 Henry Orenstein e l'invenzione dei transformers
  Dopo diversi lavori molto umili, e una vita particolarmente disagiata, Henry Orenstein fonda Topper, una compagnia di giocattoli, che in poco tempo lo rende milionario. Il primo giocattolo che lo porta a guadagnare un milione di dollari è Betty The Beuatiful Bride, Elisabetta la bella sposa. Una bambola economica, da 9 dollari dell'epoca, che inizia una lunga serie di successi commerciali. Orenstein è un inventore che colleziona più di 100 brevetti, apertamente osteggiato dal colosso Mattel che teme i suoi giocattoli. Nel 1972 Topper è fallita, ma il sopravvisuto all'Olocausto rimane un consulente nell'industria dei giochi. Negli anni ottanta inventa i Transformers: l'idea gli viene grazie a una macchina che si trasformava in un aereo, creata dall'azienda giapponese Takara. Nel 1984 Henry Orenstein porta sul mercato, grazie alla società Hasbro, con cui collaborava, la macchina che si trasforma. Il giocattolo conosce un successo epocale, che lo rende uno dei brand più famosi del mondo, capace di diventare anche una nota serie cinematografica.

 Henry Orenstein e la rivoluzione del poker
  Come se non fosse abbastanza ricca di sorprese e fatti incredibili la sua vita, negli anni novanta Henry Orenstein rivoluziona anche il poker. Durante la sua vita nella Polonia occupata dai sovietici il giovane ebreo aveva imparato a giocare benissimo a scacchi, ma solo in tarda età, quando ha quasi settant'anni, impara a giocare a poker. All'epoca il gioco di carte non era così famoso come oggi: il suo successo è stato determinato dalla trasmissione in TV dei tornei di poker più importanti. L'inventore che ha permesso la commercializzazione del gioco di carte sul piccolo schermp è proprio Henry Orenstein, che ha creato la pokercam, la telecamera che consente di far vedere agli spettatori le carte in mano ai giocatori di poker.

 La vita incredibile di Henry Orenstein
Il successo delle pokercam hanno trasformato il gioco del poker, nel business miliardario partito negli anni novanta grazie alle trasmissioni TV ad esso dedicato. Orenstein è riuscito a convincere l'allora Ceo di NBC Sports a investire su questo gioco, per trovare un'alternativa economica a sport come basket o football economico diventati troppo costosi da trasmettere. Oltre ad aver ispirato diverse trasmissioni, Henry Orenstein è diventato uno dei migliori giocatori al mondo di poker, gioco che pratica ancora oggi coi suoi amici. A 93 anni vive sereno in un lussuoso appartamento di New York City insieme a sua moglie Susie, compagna di vita da diversi decenni, dopo una vita così incredibile che nessun scenaggiatore avrebbe potuto romanzare, ma che vale la pena raccontare.

(Giornalettismo, 31 dicembre 2016)


People of the Year: Israele

Il 2016 è stato l'anno in cui i cittadini europei hanno capito che cosa significa vivere a contatto con il terrorismo islamico. Nel 2017 la storia sarà la stessa; la libertà di Israele coincide con quella dell'occidente.

di Claudio Cerasa

Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo ma anche per i campioni del politicamente corretto e dell'islamicamente corretto il 2016 è stato l'anno in cui l'Europa ha cominciato a poco a poco ad aprire gli occhi e a capire che non sono lupi solitari, che non sono pazzi omicidi, che non sono depressi, che non sono folli, che non sono squilibrati, che non sono poveri, che non sgozzano preti per caso, che non finiscono per caso al volante di un tir nel centro di una città, che non uccidono infedeli per capriccio, che non massacrano omosessuali per diletto e che non scelgono per sbaglio di uccidere solo chi non conosce a memoria alcuni passi del Corano.
Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo, anche se ormai lo abbiamo capito tutti, ma il 2016 è stato l'anno in cui tutti i paesi d'Europa - chi vedendo scorrere sangue sul proprio territorio. chi vedendo scorrere il sangue dei propri cari in un paese amico - hanno sperimentato sulla propria pelle cosa significa vivere a contatto con il terrorismo di matrice islamista. Cosa significa vivere sotto assedio. Cosa significa combattere contro un nemico invisibile che uccide mosso non solo dall'odio ma da un unico e totalizzante progetto omicida: eliminare gli infedeli.
Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo, anche se ormai lo abbiamo capito tutti, ma il 2016 è stato l'anno in cui i cittadini europei, e anche quelli italiani, hanno capito per la prima volta che cosa significa essere Israele. Hanno capito - loro, noi, meno le cancellerie, meno le burocrazie europee che scelgono di marchiare i prodotti israeliani, meno i paesi che triangolando con l'Unesco provano a cancellare la storia di Israele, e stendiamo un velo pietoso su Obama - che la guerra dalla quale l'Europa e l'occidente devono difendersi è la stessa guerra dalla quale deve difendersi Israele ogni giorno della sua vita. La guerra che l'Europa combatte con scarsa convinzione e poca consapevolezza contro lo Stato islamico è la stessa guerra mortale combattuta da Israele sui suoi confini. Contro Hezbollah. Contro Hamas. Contro l'Isis. Contro tutti coloro che ogni giorno minacciando la vita di un israeliano mettono in discussione la libertà dell'occidente.
Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo ma la violenza islamista contro la quale Israele combatte da anni è la stessa che negli ultimi mesi ha attraversato Parigi e Nizza, Berlino e Istanbul, Bruxelles e Baghdad, Tel Aviv e Gerusalemme, Minnesota e New York, Sydney e San Bernardino, la stessa che ha colpito cristiani, ebrei, donne, omosessuali, yazidi, curdi e musulmani innocenti, la stessa che ha costretto alla fuga dalle loro terre milioni di profughi fuggiti per non essere macellati.
Nessuno lo potrà ammettere fino in fondo, ma il 2016 ci ha dimostrato, semmai ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante Obama, nonostante l'Onu, nonostante l'Unesco, Israele siamo noi. Lo abbiamo capito dopo una lunga striscia di sangue. Lo abbiamo capito dopo aver messo insieme i tasselli del mosaico dell'orrore. Con gli attentati riusciti e quelli non riusciti, di cui oggi il Foglio vi dà conto. "La sconfitta dell'islam militante - ha detto a settembre Benjamin Netanyahu di fronte alle stesse Nazioni Unite che provano ogni giorno a rosicchiare via un pezzo di storia di Israele - sarà una vittoria per tutta l'umanità, ma sarebbe soprattutto una vittoria per quei tanti musulmani che cercano una vita senza paura, una vita di pace, una vita di speranza. Ma per sconfiggere le forze dell'islam militante, dobbiamo lottare senza tregua. Dobbiamo combattere nel mondo reale. Dobbiamo combattere nel mondo virtuale. Dobbiamo smantellare le loro reti, interrompere i loro finanziamenti, screditare la loro ideologia. Possiamo sconfiggerli e noi li sconfiggeremo. Il medievalismo non può competere con la modernità. La speranza è più forte dell'odio, la libertà più forte della paura. Possiamo farcela". Israele siamo noi. E il paese dell'anno, il paese modello, non solo per questo. 2016, non può che essere questo. Buon Capodanno a tutti. E mai come oggi viva Israele.

(Il Foglio, 31 dicembre 2016)


“Israele siamo noi”. Ma chi sono questi noi? Noi occidentali? Noi democratici? Noi cristiani? Noi libertini? Il problema è aperto. E Israele potrebbe avere anche qualcosa da dire sulle risposte. M.C.


Caro Segretario di Stato Kerry

di David Harris

David Harris, Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee
Caro Segretario di Stato John Kerry, ho ascoltato il suo discorso sul conflitto israelo-palestinese con la massima attenzione. L'ho ascoltato perché sono decenni che spero che questo conflitto abbia termine; perché so bene che la missione primaria degli ebrei è da sempre la ricerca di una pace sfuggente; e perché sono 25 anni che l'American Jewish Committee, l'organizzazione che dirigo, auspica una soluzione a due Stati. E l'ho ascoltato anche perché mi rendo conto che costruire nuovi insediamenti al di là della barriera di sicurezza è un grosso ostacolo verso il raggiungimento di un accordo finale.
    Inoltre, confido nella sua buona fede. Ne ho avuto esperienza diretta. Io l'ho sentita parlare in privato, non solo in pubblico. So bene che è sincero quando afferma che Israele deve rimanere uno Stato ebraico e democratico. Quando esprime tutta la sua angoscia per i bambini ebrei che risiedono in città di confine come Sderot e Kiryat, costretti quotidianamente a rischiare la vita, so che quel che dice viene non solo dalla testa ma dal profondo dell'anima. E riconosco che negli ultimi otto anni abbiamo assistito ad un livello di cooperazione bilaterale mai visto prima tra Washington e Gerusalemme a livello di intelligence e di difesa, presso le Nazioni Unite e le sue varie agenzie, e non solo. Lei ne ha citato vari esempi, ed ognuno corrisponde al vero.
   È vero: quante vite israeliane sono salve oggi grazie alla cooperazione tra Israele e gli Stati Uniti nel campo degli scudi missilistici? Quante situazioni potenzialmente tragiche sono state evitate grazie alla condivisione bilaterale di intelligence? Quante mozioni internazionali ostili ad Israele sono state bloccate grazie all'intervento dell'America?
   Eppure, mentre assorbivo ogni parola, ogni idea, le sue espressione facciali, il suo gesticolare, non mi sentivo perfettamente a mio agio. Volevo credere a tutto - alla speranza, alla visione, alla determinazione - eppure c'era qualcosa che mancava.
   Lei stesso ha affermato che la maggioranza degli israeliani è a favore della separazione e di un accordo con i palestinesi. Ed è vero, chiaramente. Ma quegli stessi sondaggi mettono in risalto il fatto che la popolazione teme che lo scopo ultimo dei loro vicini sia l'annientamento di Israele. In altre parole, gli israeliani sono schizofrenici, e vista la regione in cui risiedono ciò è perfettamente comprensibile. Da un lato, sono attratti dall'idea di due Stati per due popoli, di uno Stato palestinese "demilitarizzato" (e democratico?), e dalla fine del conflitto e delle richieste da entrambe le parti. Ma, nel profondo, pensano che tutto questo sia veramente possibile nel Medio Oriente di oggi, oppure pensano invece che sia tutto solo una visione romantica e sognatrice nata dalle buone intenzioni di chi abita da qualche altra parte?
   Dopotutto, questi sognatori si sono tenuti ben lontani dal Medio Oriente recentemente, direbbero molti israeliani: lontani dalla Siria, lontani dall'Iraq, dalla Libia, dall'Iran... la lista si allunga. E allora, perché dovrebbero fidarsi e consegnare il loro destino all'ennesimo "Piano"?
   Il timore più grande, mi viene ripetuto spesso, è che lo Stato palestinese diventerà con ogni probabilità uno Stato fallito, andando ad aggiungersi all'elenco degli Stati falliti della regione. Supponiamo che, per miracolo, Israele firmasse oggi stesso un accordo di pace con la leadership palestinese a Ramallah. Chi si troverebbe di fronte tra uno, cinque o dieci anni?
   Abbas non si è curato minimamente della sua successione, malgrado abbia superato gli ottant'anni di vita. I nodi verranno al pettine con violenza non appena giungerà il momento di contendersi il controllo dell'Autorità Palestinese, e Hamas, che ha già il controllo di Gaza, non resterà a guardare. La mancanza di stabilità in quell'area avrà ripercussioni non solo in Israele, ma anche - se non addirittura maggiormente - in Giordania.
   Vogliamo chiederci perché gli israeliani si sono spostati a destra, facendo mancare il loro appoggio e indebolendo i partiti di centrosinistra? C'è chi lo ha spiegato con l'immigrazione dall'Ex Unione Sovietica e con l'alto tasso di natalità degli ebrei ortodossi, ma il motivo principale, vi direbbero gli israeliani, sono gli eventi che si sono susseguiti dal 2000 ad oggi: lo sforzo determinato da parte del primo ministro Barak e del presidente Clinton di firmare un accordo a due Stati, accordo che non solo fu rifiutato dal leader dell'Olp Arafat, ma che in tutta risposta lanciò una seconda Intifada; il ritiro di Israele dal Libano meridionale, il cui vuoto è stato rapidamente colmato da Hezbollah e dal suo "Stato dentro lo Stato"; il ritiro di Israele da Gaza, in cui Hamas ha prima espulso l'Autorità Palestinese e poi preso il potere; e Abbas stesso, che mentre da un lato viene descritto come l'uomo con cui si farà la pace, dall'altro non si fa vedere al tavolo dei negoziati, intento com'è ad attizzare il fuoco della rivolta, del martirio, della delegittimazione di Israele.
   E arriviamo ora alla Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu di venerdì scorso. Il punto doveva essere: in questo modo, abbiamo avvicinato le parti al tavolo dei negoziati? Per ora, mi sembra chiaro che le conseguenze vadano in tutt'altra direzione: la strategia di Abbas di internazionalizzare il conflitto e mettere Israele all'angolo è stata premiata, e dal suo canto Netanyahu dichiara che la comunità mondiale non è interessata a trattare Israele in maniera equa.
   E allora, perché questa risoluzione passata con l'astensione degli Usa, perché questo discorso proprio oggi, 24 giorni prima che Barack Obama consegni il potere alla prossima amministrazione i cui punti di vista - come lei ha affermato - sono ben diversi da quelli che ha espresso lei?
   Sarà forse per preparare il terreno ad ulteriori azioni del Consiglio di Sicurezza nei prossimi giorni, e per rafforzare la conferenza di Parigi di metà gennaio proposta dalla Francia? Sarà forse per creare una situazione che non possa essere facilmente ignorata o evitata dalla prossima amministrazione?
   Come ho detto all'inizio, io non dubito del suo impegno verso Israele, ma non riesco a non domandarmi cosa stia accadendo. A meno che lei non decida, tra oggi e il 20 gennaio, di esprimersi con forza sulla carneficina in Siria, sullo sfaldamento della Libia, sul ruolo destabilizzante dell'Iran in Medio Oriente e la sfida crescente alle forze Usa, sulla continua occupazione da parte russa della Crimea e dell'Ucraina orientale - tutti temi che toccano nel vivo gli interessi fondamentali statunitensi e che potrebbero essere affrontati in maniera differente dal Presidente Donald Trump e dalla sua squadra - allora perché concentrarsi proprio su questo tema - che coinvolge uno stretto alleato - ieri alle Nazioni Unite, oggi al Dipartimento di Stato, e domani magari di nuovo alle Nazioni Unite, con o senza l'iniziativa degli Usa, oppure a Parigi?
   Prima di chiudere, mi permetta di affrontare solo un'altra questione, nel nome della giustizia e dell'accuratezza storica. Uno dei suoi sei princìpi è la soluzione al problema dei rifugiati palestinesi. Ho atteso che lei menzionasse anche il problema dei rifugiati ebrei, ma - ahimè - ho atteso invano. Signor Segretario di Stato Kerry, come lei ben sa, ci furono due, non una sola popolazione di rifugiati nate a seguito del conflitto arabo-israeliano, ed erano pressappoco di uguale entità. Il fatto che una di queste sia stata tenuta in vita dall'Unrwa e dall'assenza di un mandato per trovare una nuova casa ai profughi (e ai loro discendenti in eterno, aggiungerei), mentre l'altra è stata affrontata da persone che hanno rifiutato di farsi strumentalizzare, scegliendo invece di rifarsi una vita, ciò non toglie che sia necessario affrontare le tragedie - e le pretese - di entrambe le popolazioni.
   Concludendo, proprio come lei e il compianto Shimon Peres, anche io mi rifiuto di abbandonare il futuro. Ho assistito a troppi miracoli politici nella mia vita per non credere che i cambiamenti epocali siano possibili: la fine dell'apartheid in Sud Africa; la pace di Israele con Egitto e Giordania; la riconciliazione franco-tedesca, il crollo del muro di Berlino e della Cortina di ferro; il ritorno della democrazia in Argentina, Brasile e Cile; il salvataggio di milioni di ebrei dall'Urss. Ma io provengo da una famiglia che ha vissuto direttamente i flagelli del Comunismo, del Nazismo, e del jihadismo, e ho imparato che dobbiamo essere capaci non solo di immaginare il meglio, ma anche di temere il peggio. Molti israeliani e i loro alleati hanno vissuto storie simili in famiglia. Quando la situazione lo richiede, gli israeliani agiscono. L'hanno fatto in passato, e lo faranno ancora. Una pace duratura è, ed è sempre stata, la loro priorità più importante.
   Ma per far sì che ciò accada devono poter credere che dall'altro lato del tavolo delle trattative siedano leader convinti sinceramente a voler negoziare in buona fede. Che questo sia il caso è ancora tutto da vedere, purtroppo.

(L'Opinione, 31 dicembre 2016)


Lo staff di Putin voleva vendetta, lui sceglie di ignorare Obama

Elegante e sprezzante, il presidente russo non fa rappresaglie, dismette i toni bellicosi e sorride a Trump.

di Anna Zafesova

 
MILANO - La nota regola che si vince rompendo i modelli di comportamento abituali ha ricevuto una brillante dimostrazione dal presidente russo, Vladimir Putin, che è andato contro gli stereotipi del suo personaggio politico. La suspense per l'attesa della terribile vendetta di Mosca per l'espulsione di 35 suoi diplomatici sotto copertura si è risolta nella maniera più sorprendente: Vladimir Putin è apparso in formato Babbo Natale, annunciando che non ci sarebbe stata alcuna rappresaglia, e che tutti i figli dei diplomatici americani accreditati a Mosca venivano invitati alla festa per bambini di fine anno al Cremlino. Poi ha mandato a prendere gli espulsi - che, a quanto pare, faticavano a trovare i biglietti aerei per adempiere all'ordine del governo di Washington di lasciare l'America in 72 ore - con un aereo della presidenza russa. Un gesto elegante e sprezzante, che nella Guerra fredda 2.0 fa vincere a Putin un match d'immagine importante.
   Nessuna giustificazione per le accuse di hackeraggio, "ci riserviamo il diritto di replicare, ma non ci abbasseremo all'irresponsabilità di una diplomazia da cucina", ha promesso il capo del Cremlino, tranquillizzando Washington: "Non creeremo problemi ai diplomatici americani. Non espelleremo nessuno. Non proibiremo alle loro famiglie e ai loro bambini di passare le vacanze nei luoghi cui sono abituati". Un tono da chi perdona invece di chiedere scusa, e Putin si rammarica che "l'Amministrazione Obama abbia deciso di concludere il suo lavoro in questa maniera, ma nonostante questo faccio al presidente e alla sua famiglia gli auguri per il nuovo anno, come li faccio al presidente eletto Donald Trump e a tutto il popolo americano".
   Quella che la Casa Bianca aveva preparato come la cannonata finale contro il Cremlino viene liquidata come un incidente spiacevole, tanto "i prossimi passi per ricostruire le relazioni verranno intrapresi in base alla politica del presidente Trump". In altre parole, Putin "perdona" Obama e di fatto lo liquida venti giorni prima della sua uscita di scena. Chi si aspettava la solita escalation asimmetrica, come da tradizione russa, è rimasto spiazzato. Poche ore prima il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aveva parlato di una soluzione "senza alternative", prevista da tutti i protocolli della Guerra fredda, con l'inevitabile espulsione dello stesso numero di diplomatici americani, e nel fortino dell'ambasciata americana si attendeva di sapere chi avrebbe dovuto fare le valigie. La Cnn aveva annunciato l'imminente chiusura della scuola americana e della residenza di campagna dei diplomatici a Mosca, e il ministro degli Esteri Sergei Lavrov aveva già preparato una lista di 35 funzionari americani che dovevano festeggiare il Capodanno in patria: "La reciprocità è una legge della diplomazia", ha commentato.
   Invece la Russia ha deciso di mostrarsi buona, e soprattutto più forte dell'avversario. Al quale comunque a livello verbale non è stato risparmiato nulla. Il premier Dmitri Medvedev ha fatto un tweet in cui ha parlato di "agonia antirussa dell'Amministrazione Obama", aggiungendo un lapidario "Rip". La portavoce del ministero degli Esteri ha definito la Casa Bianca "un gruppo di falliti della politica, incattiviti e poco lungimiranti", salvando soltanto John Kerry, "un professionista che ha cercato di impedire il collasso internazionale del suo paese". Esponenti della Duma hanno accusato gli americani di paranoia, il politologo vicino al Cremlino Sergei Markov ha definito Obama "stupido e fallito" e un deputato del comune di Mosca ha proposto di dare il nome del presidente americano alle toilette pubbliche della capitale. Queste dichiarazioni vanno ben oltre il contegno diplomatico, e l'ambasciata russa a Londra ha diffuso un tweet con un anatroccolo (zoppo) e il commento "tutti, popolo americano incluso, sono felici della fine di questa sciagurata Amministrazione". Ma dopo lo sfogo, Putin ha regalato all'opinione pubblica russa un senso di superiorità. E ha aperto una linea di credito politica a Trump, mentre diversi giornali europei parlano di una mediazione che il vecchio Henry Kissinger sta cercando per il presidente eletto, e che dovrebbe includere il riconoscimento dell'annessione della Crimea e l'abolizione delle sanzioni.

(Il Foglio, 31 dicembre 2016)


Falliti gli ultimi colpi d'ala dell'anatra zoppa. Per Trump strada spianata con Russia e Israele

Il presidente Nobel per la pace umiliato dall'esclusione sulle trattative in Siria.

di Livio Caputo

Nella recente storia americana, nessun presidente uscente aveva mai tentato, nelle sue ultime settimane alla Casa Bianca da «anitra zoppa», di sabotare apertamente il programma del suo successore. A conclusione di otto anni di una politica estera giudicata dai più fallimentare, Obama ci ha provato: prima ha diretto i suoi strali contro Israele, con cui Trump vuole ripristinare i vecchi, strettissimi legami, ordinando di non opporre, come era consuetudine da decenni, il veto americano a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che condanna lo Stato ebraico per la politica di insediamenti in Cisgiordania e mette perfino in dubbio la legittimità della sua presenza a Gerusalemme Est. Sei giorni dopo, ha cercato di avvelenare ulteriormente i rapporti con la Russia, con cui Trump punta a una grande riconciliazione in funzione anti Isis, imponendo sanzioni severissime per il presunto hackeraggio del comitato centrale del Partito democratico da parte di agenti del Cremlino, che avevano l'obbiettivo di danneggiare la Clinton.
  Con questi colpi di coda, Obama contava presumibilmente di conseguire due obiettivi: da una parte, legare le mani al presidente-eletto mettendo i bastoni tra le ruote a due delle sue iniziative più innovative (e insinuando addirittura che abbia conquistato la Casa Bianca con l'aiuto dei russi); dall'altra, prendersi una specie di rivincita sui due leader internazionali, Netanyahu e Putin, che negli otto anni della sua presidenza, gli hanno creato i maggiori problemi e con cui ha avuto il peggiore rapporto personale. Salvo sorprese, sembra tuttavia aver fallito su entrambi i fronti.
  Nonostante il tentativo di giustificare la rinuncia al veto con la necessità di tenere vivo il concetto dei «due Stati», perseguito senza successo da decenni soprattutto a causa del rifiuto palestinese di riconoscere Israele come «Stato ebraico», la mossa ha finito con il ritorcersi contro Obama: è stata accolta malissimo dal Congresso (compresi molti esponenti democratici), ha spinto Trump a esortare gli israeliani a tenere duro «perché il 20 gennaio è ormai vicino» e non ha influito minimamente sulla politica di Netanyahu, che sa di potere contare sulla «protezione» del nuovo presidente. Anzi, è probabile che proprio per rispondere a Obama, Trump sposti davvero - come ha promesso - l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola finalmente come capitale.
  Nella partita con i russi Obama aveva almeno una valida giustificazione: Cia e Fbi hanno raccolto solide prove che il Cremlino ha cercato di interferire - con una sofisticata offensiva cibernetica - nelle elezioni americane. Ma la rappresaglia adottata, con in testa la espulsione di ben 35 diplomatici, è sembrata fatta apposta per spingere il Cremlino - come è d'uso - a una ritorsione equivalente, alimentando ulteriormente la già esistente guerra fredda e rendendo difficilissima a Trump qualsiasi apertura. Per diverse ore, ieri, è parso che le cose andassero proprio così. Il ministro degli Esteri russo Lavrov aveva già perfino annunciato le contromisure in tv. Ma all'ultimo momento Putin - con una mossa che ha spiazzato tutti - ha detto che non intendeva reagire a questa «diplomazia di basso livello», ha invitato i bambini dei diplomatici americani al Cremlino e fatto a Obama gli auguri di buon anno. Trump potrà così rimuovere, entro un ragionevole periodo di tempo e senza eccessivo imbarazzo, sanzioni di per sé non del tutto ingiustificate (e approvate anche dai repubblicani) e proseguire nel suo piano; e il presidente Nobel per la pace, appena umiliato dall'esclusione dell'America per le trattative di pace in Siria, se ne andrà a casa con un altro insuccesso.

(il Giornale, 31 dicembre 2016)


"Chi sono gli sciacalli che vogliono fare la pelle a Israele". Parla Ruth Wisse

"La cosa più importante da capire è che l'antisemitismo non riguarda gli ebrei, ma coloro che organizzano la loro politica contro gli ebrei per distogliere l'attenzione da ciò su cui stanno cercando di farla franca".

di Giulio Meotti

Ruth Wisse
ROMA - La prende alla lontana, Ruth Wisse. "L'antisemitismo è l'organizzazione della politica contro gli ebrei", dice al Foglio la massima esperta al mondo di letteratura yiddish, 80 anni. Nata a Czernowitz, in Ucraina, come il poeta Paul Celan, oggi Wisse è docente a Harvard, dove è considerata una delle massime studiose della cultura ebraica contemporanea. "Da quando fu formulata nel 1870, questa politica è una strategia antiliberale che unisce destra e sinistra, laici e religiosi, radicali e tradizionalisti. Ha la funzione di unire in una coalizione elementi divergenti e altrimenti ostili. Fu questa la base dell'alleanza arabo-sovietica alle Nazioni Unite che permise di approvare la risoluzione del 1975 sul 'sionismo uguale razzismo'. E questo vale anche oggi". Il Consiglio di sicurezza dell'Onu, infatti, ha approvato la risoluzione 2334 che condanna Israele per i suoi insediamenti, ma de facto gli porta via anche la "legalità" di una Gerusalemme unita. "Non c'è niente di nuovo nel tentativo dell'Onu di organizzarsi contro Israele. Ciò che è nuovo è che gli Stati Uniti si siano uniti a quelli che Daniel Patrick Moynihan, ambasciatore americano al Palazzo di vetro, definì gli sciacalli".
  Mentre il medio oriente brucia, la massima istanza politica mondiale attacca e demonizza lo stato ebraico. "La cosa più importante da capire è che l'antisemitismo non riguarda gli ebrei, ma coloro che organizzano la loro politica contro gli ebrei per distogliere l'attenzione da ciò su cui stanno cercando di farla franca", dice Wisse al Foglio. "Gli ebrei e Israele non sono implicati in questi attacchi contro di loro. Essi possono essere danneggiati, ma non sono mai colpevoli delle accuse mosse contro di loro. La domanda è sempre circa la colpevolezza di chi li attacca. Cosa stanno nascondendo? Che cosa stanno tramando? Perché hanno bisogno di organizzare la loro politica contro gli ebrei?". Domande da rivolgere al Consiglio di sicurezza dell'Onu. "La guerra contro gli ebrei da quando è stato formulato l'antisemitismo nel 1870 è una guerra contro i valori della civiltà occidentale", prosegue Wisse. "Questa è stata la base della guerra araba contro Israele sin dalla sua fondazione e trovo pericoloso il voto dell'attuale Amministrazione perché mina i valori su cui è stata fondata l'America".
  L'Europa tutta ormai si sta schierando contro Israele. "L'Europa dovrà preoccuparsi di se stessa. La mia famiglia ha avuto la fortuna di fuggire dall'Europa nel 1940. La mia preoccupazione attuale sono gli Stati Uniti. L'aggressione del presidente e del suo segretario di stato è in definitiva contro ciò che la maggior parte di noi crede che l'America rappresenti. Questo è ciò che ha sconvolto il paese e a ragione. Obama è sempre stato ostile a Israele. E' un prodotto sia della chiesa del pastore Jeremiah Wright sia della sinistra radicale che ha formato una coalizione con gli arabi. Israele non potrà mai essere isolato finché ci sono nazioni civili o nazioni sulla loro strada per diventare 'civili'. Uno dei modi per identificare l'orientamento politico di un paese o di un partito o di un leader è quello di guardare al loro atteggiamento verso Israele. Da qui si vede la differenza tra l'Egitto di oggi e l'Iran, ad esempio. Israele prevarrà. Non sono altrettanto sicura di coloro che si sono messi contro lo stato ebraico. Tutti coloro che organizzano la politica contro gli ebrei dovrebbero ricordarsi il destino di Haman e di Hitler".

(Il Foglio, 31 dicembre 2016)


Gran Bretagna. Theresa May si schiera con Netanyahu e Trump

Su Israele Londra contro Kerry

di Nicol Degli Innocenti

Theresa May guarda al futuro:la premier britannica si è schierata dalla parte di Israele come Donald Trump, entrando così in rotta di collisione con l'amministrazione Obama. La May ha obiettato al discorso del segretario di Stato John Kerry perché troppo critico verso il Governo di Benjamin Netanyahu.
«Non riteniamo che il modo per negoziare la pace sia focalizzarsi su una sola questione,in questo caso la costruzione degli insediamenti, quando il conflitto tra Israeliani e Palestinesi è così profondamente complesso, - recita il comunicato di Downing Street. - E non riteniamo che sia appropriato criticare la composizione del Governo democraticamente eletto di un Paese alleato».
Dopo che gli Usa avevano rotto con anni di prassi, astenendosi dal voto del Consiglio di Sicurezza Onu di condanna degli insediamenti israeliani nei territori occupati, Kerry ha accusato il Governo israeliano di voler impedire la creazione di uno Stato palestinese.
Il dipartimento di Stato ha prontamente risposto alla May: «Siamo sorpresi dalle dichiarazioni della premier, dato che il discorso del segretario Kerry, che ha parlato di tutti i vari rischi per la soluzione dei due Stati, compreso il terrorismo, l'incitamento alla violenza e gli insediamenti, era del tutto in linea con la politica da lungo adottata dalla Gran Bretagna, e con il suo voto all'Onu la scorsa settimana».
Il dipartimento di Stato Usa ha poi ringraziato i molti Paesi, tra i quali la Germania, la Francia e il Canada, che hanno espresso il loro sostegno per le parole di Kerry, mentre la Gran Bretagna sembra essersi allineata con la posizione fortemente pro-Israele del futuro presidente Trump.
Un portavoce di Downing Street ha precisato che «il Governo britannico continua a credere che l'unica strada per una pace duratura in Medio Oriente passi da una soluzione dei due Stati. Continuiamo a credere che la costruzione di insediamenti nei territori palestinesi occupati sia illegale, e per questa ragione abbiamo sostenuto la risoluzione 2334. Ma siamo anche convinti che gli insediamenti non siano l'unico problema in questo conflitto. Il popolo di Israele ha il diritto di vivere senza la minaccia del terrorismo».

(Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 2016)


L'allenatore deve essere licenziato?

L'allenatore è Netanyahu. Botta e risposta su "Moked - portale dell'ebraismo italiano".

Scrive Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme
Sergio Della Pergola
29 dicembre 2016 - Con la risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è interrotta la tradizione maturata nel corso degli ultimi decenni di storia diplomatica secondo cui gli Stati Uniti pongono il veto a decisioni che possano sembrare negative nei confronti dello Stato d'Israele. La direttiva è arrivata chiaramente e direttamente dal Presidente uscente Barack Obama all'inizio dell'ultimo dei suoi 96 mesi di mandato presidenziale. In realtà non è successo nulla di nuovo. Il tono del discorso politico internazionale da sempre ripete gli stessi motivi, e in particolare rifiuta la narrativa israeliana riguardante lo stato dei territori occupati al termine della guerra dei Sei giorni del giugno 1967: territori in grandissima parte non annessi, ma tuttavia amministrati sotto la tutela delle forze militari israeliane. Nessun paese al mondo ha mai approvato la costruzione di insediamenti israeliani nei territori e in particolare in Giudea e Samaria, nota internazionalmente come Cisgiordania o West Bank. Tutti i paesi hanno votato contro, sempre, e in tutte le occasioni possibili. Con l'eccezione degli Stati Uniti. Nessun paese al mondo riconosce oggi Gerusalemme come capitale dello Stato d'Israele dove dovrebbero trovarsi le ambasciate di tutti i paesi che hanno rapporti con Israele. Gli Stati Uniti hanno giocato per anni con la retorica del trasferimento della sede diplomatica, ma a tutt'oggi l'ambasciata sta a Tel Aviv. Di fronte a questi fatti ben noti a tutti, lo stato ebraico sotto la direzione di Benyamin Netanyahu - Primo ministro (con interruzioni) fin dal 1996, e nel corso degli ultimi mesi anche ministro degli Esteri - ha giocato una partita diplomatica sciocca e temeraria. Questa politica autolesionista ha seguito due piste principali, entrambe insipienti e nocive per la causa di Israele. La prima pista è stata quella di ostentare in tutte le occasioni militanza politica a favore del partito Repubblicano statunitense, ossia a favore dell'opposizione politica al presidente Democratico in carica. Netanyahu si è accanitamente opposto a Obama in occasione delle diverse successive campagne elettorali, e lo ha addirittura sfidato pubblicamente in occasione di un plateale discorso a Camere americane congiunte. E dopo tutto questo Bibi si lamenta quando Obama compie la sua perfida e sottile vendetta politica negli ultimi sprazzi del suo mandato. Ancora più grave la seconda pista seguita dalla politica estera israeliana. Gli insediamenti nei territori non rappresentano un blocco unico e ineluttabile ma, al contrario, sono composti da varie stratificazioni che evocano situazioni sociologiche differenti e reazioni ben differenziate in Israele e nel mondo. Esistono i nuovi quartieri ebraici costruiti attorno a Gerusalemme dopo il 1967: Gilo (dove era situata l'artiglieria giordana che nel 1967 cannoneggiava le strade della città), Ramot, Talpiot Mizrach. Chiunque abbia la testa sulle spalle capisce che questi quartieri fanno parte permanente del comune di Gerusalemme, sono abitati non da coloni, ma da normali cittadini urbani, e nessuno sogna che possano essere sgomberati e consegnati a chicchessia. Poi esistono Ma'alé Adumim e Beitàr Élit, due città sui 40-50.000 abitanti a poche centinaia di metri dal vecchio confine, che fungono da quartieri dormitorio per Gerusalemme, anch'esse popolate da pacifici strati sociali medio-bassi. Fanno parte del consenso di ciò che Israele si terrà in qualsiasi accordo con i Palestinesi. Poi c'è il Gush Etzion, il complesso di insediamenti rurali che facevano parte della Palestina ebraica fino al 1948 e sono stati ricostruiti dopo il 1967. Anche questa parte viene raramente messa in discussione nell'ipotesi di un futuro accordo. Poi c'è Ariel, una città più all'interno della Samaria, meno facilmente accessibile. È legittimo discuterne, anche se è improbabile che possa venire rimossa. E poi ci sono diversi insediamenti ebraici isolati sulle colline circondate da villaggi arabi. Per citarne uno solo fra i tanti: Itzhar. Poche persone militanti che non offrono alcun vantaggio sul piano della difesa del territorio, ma al contrario richiedono un grande impegno di difesa militare. In questo caso l'ipotesi di uno sgombero in cambio di adeguato compenso non sarebbe totalmente implausibile e causerebbe fastidi a un numero relativamente minore di persone. Fin qui, tutto è stato costruito su terreni pubblici o regolarmente acquistati da enti e privati israeliani da venditori palestinesi. E infine esiste un piccolo insediamento di militanti, Ammona, che è stato costruito illegalmente sul terreno privato di un palestinese. Ammona è illegale secondo il diritto privato israeliano - non solo secondo il diritto internazionale - e la Corte Suprema israeliana ne ha ordinato lo sgombero già due anni fa, ma il governo di Israele finora ha procrastinato sine die. Nel presentare il caso di Israele di fronte al mondo, Netanyahu avrebbe potuto differenziare la sua politica, avrebbe potuto presentare dei distinguo, avrebbe potuto lasciare qualche spiraglio aperto al possibilismo. Per dare qualche credibilità alla sua stessa affermazione di sostegno alla soluzione di due stati per due popoli, avrebbe potuto lasciar intravvedere quali sono le porzioni di territorio sulle quali Israele non ha pretese o ambizioni. La via da lui scelta invece è stata quella di sostenere tutto e il massimo. Senza distinzione: Gilo, Ma'ale Adumim, Ariel, Izhar, Ammona. È tutto nostro, senza compromessi. Siamo orgogliosi, nelle parole di Netanyahu, di essere il governo che più di ogni altro ha a cuore la causa degli insediamenti e allo stesso tempo promuove una soluzione in cui milioni di palestinesi potranno rimanere nelle loro case ma senza diritto di voto - a spese dell'idea di uno stato d'Israele ebraico e democratico. Ma ora, proprio allo scadere del mandato di Obama, il mondo politico internazionale chiede chiarezza e esprime la sua insoddisfazione di fronte a questo tipo di discorsi.
Il voto al Consiglio di sicurezza è una colossale sconfitta diplomatica per Israele.
È in primo luogo uno schiaffo morale, un gesto di patente antipatia da parte di tutti i paesi coinvolti nel voto, amici, neutrali e nemici. Ma le conseguenze, soprattutto sul piano della Corte internazionale dell'Aja e delle possibili sanzioni economiche anti-israeliane, potrebbero essere molto pesanti.
Per consolarci, concludiamo allora con una metafora sportiva. Quando una squadra di calcio perde per un rigore subito al 96o minuto, è inutile incolpare l'arbitro venduto, il pubblico becero, i giocatori avversari simulatori, o perfino la nostra difesa ingenua e scarpona. Si deve licenziare immediatamente l'allenatore.


*

Risponde Raffaele Besso, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
Raffaele Besso
30 dicembre 2016 - Il professor Sergio Della Pergola, nel suo settimanale intervento sul notiziario Pagine Ebraiche 24, è riuscito a criticare contemporaneamente il cambiamento della politica USA ordinato da Obama nella votazione al Consiglio di sicurezza dell'ONU, che definisce "perfida e sottile vendetta politica", e tutta la politica del suo primo ministro Netanyahu, regolarmente rieletto dal popolo di Israele durante gli otto anni della presidenza di Obama, al punto dal richiederne, al termine del suo intervento, il "licenziamento immediato".
Peccato che, nella sua ben nota idiosincrasia nei confronti di Netanyahu, Della Pergola faccia affermazioni molto discutibili, ed ometta realtà che distruggerebbero le sue tesi.
Lasciamo perdere alcuni commenti del tutto personali sulla politica di Netanyahu, commenti che personalmente non condivido: "Partita diplomatica sciocca e temeraria", "Due piste seguite, entrambe insipienti e nocive per la causa di Israele", e che avrebbero forse dovuto essere esposti con tono meno assoluto, e passiamo oltre.
Quando Della Pergola parla di "Militanza a favore del partito repubblicano", dovrebbe spiegarsi meglio, visto che ricordo bene le affermazioni fatte da Netanyahu durante la campagna elettorale americana di neutralità nel confronto Trump - Clinton, a differenza della ben nota ingerenza di Obama nell'ultima campagna elettorale israeliana, con addirittura fondi abbondanti ($ 350,000) e illegali inviati al partito, poi uscito sconfitto, di Herzog e della Livni. Parimenti, quando scrive che Obama sarebbe stato "sfidato in occasione del discorso a Camere congiunte" omette il fatto fondamentale che Netanyahu aveva ricevuto un invito bipartisan a Washington dal Congresso, e nulla davvero gli impediva di accettare l'invito.
Decisamente più grave, a mio parere, è il detto, ed il non detto quando si entra nel vivo del discorso sulle cosiddette "colonie". Della Pergola, infatti, quando scrive, per alcune di esse: "nessuno sogna che possano essere sgomberati e consegnati a chicchessia" non può non sapere che Obama ed Abu Mazen parlano della totalità dei territori posti oltre la linea di cessate il fuoco del 1949 (linea che la Giordania pretese che non fosse considerata in futuro come linea di confine); quindi non parlano solo di Gilo, Ramot e Talpiot Mizrach che invece molti "sognano" che vengano sgomberate, ma dello stesso Kotel col quartiere ebraico, che è rimasto nella penna del professore Della Pergola. E chi lo autorizza poi a scrivere che "Gush Etzion viene raramente messa in discussione"? Questa affermazione è davvero incomprensibile. Penso tuttavia che queste parole siano propedeutiche alla affermazione che Netanyahu "avrebbe potuto lasciar intravvedere quali sono le porzioni di territorio sulle quali Israele non ha pretese o ambizioni", ma questo mi lascia perplesso, sia per la ingenuità politica di tale affermazione, sia perché sembra che ci si dimentichi degli accordi di Oslo che rispondono pienamente a questo interrogativo (accordi che, tra l'altro, non menzionano neppure uno stato palestinese, come Rabin pretese).
No, Netanyahu non dice "è tutto nostro", non "procrastina sine die" la soluzione del problema Ammona, e non ha mai pensato che "milioni di palestinesi potranno rimanere nelle loro case ma senza diritto di voto", ma forse, a differenza di Della Pergola, non dimentica che il Primo Ministro di Israele, e tutto il popolo che egli rappresenta, è stato offeso dal Presidente degli USA quando, in occasione del loro primo incontro, è stato fatto entrare alla Casa Bianca dalla porta di servizio ed ha dovuto fare anticamera aspettando che la famiglia Obama finisse di mangiare.
Chiudo suggerendo a Della Pergola di approfondire le sue conoscenze calcistiche; se infatti ritiene che nel calcio "si licenzi immediatamente l'allenatore la cui squadra perde per rigore al 96esimo minuto" (non trovo il caso cui allude), ricordo che alla Juve Conte, sconfitto ed eliminato dal Galatasaray a solo 5 minuti dalla fine in champions league, non venne affatto licenziato, ma, in dissidio con la sua società per un rinforzo richiesto ed arrivato solo un anno dopo, se ne andò per approdare prima alla guida degli azzurri, dove ottenne ottimi risultati, e poi alla guida del Chelsea, che oggi guida la classifica del campionato inglese. Se dunque questo è il paragone, Netanyahu deve solo ringraziare il professore Della Pergola.
Mi auguro inoltre che il Presidente eletto Trump porti a Gerusalemme l'ambasciata degli USA come votato dalla quasi totalità del Congresso USA nel 1995, a differenza di quanto affermato da Della Pergola che sostiene che "nessun Paese al mondo riconosce oggi Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele".

(moked, 30 dicembre 2016)


Su Israele l'ultimo flop di Obama

Ultimo fallimento della politica Usa

di Fiamma Nirenstein

 
 
 
E' una trama shakespeariana quella che travolge nel paradosso la presidenza Obama, lo sfondo è la tragedia siriana, il proscenio la commedia degli errori. Kerry sotto le luci dei riflettori, dopo la risoluzione anti-israeliana sostenuta da Obama, fa il suo discorsone sugli insediamenti convince i palestinesi, di aver già vinto la partita, che importa trattar? Questo è stato il ruolo degli USA di Obama, mentre stragi immense graffiano di rosso il Medio Oriente. Intanto, a Mosca, la Russia porta a compimento un gran colpo politico: incontra la sua storica nemica, la Turchia, leader dei paesi sunniti, capo della Fratellanza Musulmana, e si porta dietro l'Iran col suo favoloso record di violazione dei diritti umani, terrorista e belligerante, capo di tutti gli sciiti del mondo.
   Putin, Erdogan e Khamenei hanno firmato una tregua che è cominciata a mezzanotte: non si sa se funzionerà dato che l'Isis e Jabat al Nusra non hanno firmato, ma altre formazioni molto estreme, spinte dalla Turchia, amica loro, e dalla paura, sembrano starci. Si vedrà, ma intanto tre grosse potenze si sono messe d'accordo per piantarla con "quelle inutili chiacchiere intorno al tavolo" (l'ha detto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov), ignorando i colloqui dell'ONU a Ginevra ("lavoriamo parallelamente" hanno detto) e mettendo da parte gli americani come parte irrilevante. Erdogan che dopo un lungo periodo di collaborazione intensiva con Assad ha invece sostenuto i ribelli compreso un ponte di passaggio per i foreign fighters dell'Isis, adesso si limita a dire che prima o poi Assad, il grande assassino, dovrà essere messo in discussione. Putin sostiene Assad, gli serve per affermare la sua presenza in Medio Oriente. A suo sostegno gli iraniani spediscono là, col loro braccio destro Hezbollah, una selva di feroci uomini armati agli ordini della Guardia Rivoluzionaria.
   E Obama? Obama usa i droni e mette ogni tanto a segno un buon colpo all'Isis, guarda da lontano i mostruosi bombardamenti di Aleppo, non riesce nemmeno a promuovere una decente impresa umanitaria. Sa che l'Iran, promosso dall'accordo nucleare da lui sponsorizzato, mette in fuga i sunniti terrorizzati che diventano profughi nel migliore dei casi e nel peggiore terroristi, e dall'abbandono della "linea rossa" anti armi di distruzione di massa, ha fatto un salto indietro lasciando tutto lo spazio a Putin. E tuttavia Obama e Kerry si figurano un grande ruolo in Medio Oriente, non quello di cercare di fermare i 450mila morti della guerra, ma i terribili, pericolosissimi insediamenti israeliani.
   Lo sgombero dei 21 insediamenti da Gaza di fatto consegnò a Hamas territorio per l'allargarsi dell'islamismo terrorista. Un paradosso? E che dire del ruolo di Obama, fra i presidenti più guerrafondai della storia americana?

(il Giornale, 30 dicembre 2016)


"Come va per Israele andrà per noi". Parla lo scrittore olandese Leon de Winter

"I miei figli sono a Tel Aviv, io resto legato all'Europa. Qui non c'è futuro per noi ebrei: i progressisti ci accusano di ogni male del mondo islamico, come è successo all'Onu".

di Giulio Meotti

ROMA - "E' l'ultimo tentativo dei progressisti occidentali di incolpare gli ebrei per le crisi esistenziali del mondo islamico". Così Leon de Winter, al Foglio, definisce la risoluzione 2334 delle Nazioni Unite che condanna gli insediamenti israeliani e che per la prima volta in quarant'anni è stata lasciata passare dagli Stati Uniti. Leon de Winter è il maggiore scrittore olandese vivente. "Fanno di tutto per tenere in vita l'illusione della soluzione a due stati. Non esiste. In questo momento della storia, non un singolo stato arabo è in grado di trasformarsi in uno stato democratico praticabile con pari diritti ai suoi cittadini. Ma le élite occidentali vorrebbero costringere Israele a sopportare i fallimenti di un altro stato arabo, il numero ventiquattro, con risultati prevedibili: la guerra, la distruzione, la morte. I progressisti vogliono vedere gli ebrei soffrire e vogliono liberarsi da quello che considerano il ricatto ebreo della storia". Perché anche solo il nome Israele li manda così fuori di testa? "Israele dimostra che è possibile la creazione di uno stato moderno basato sui valori tradizionali. Israele è sbocciato nonostante l'Olocausto, la mancanza di petrolio, le centinaia di milioni di nemici che lo circondano. Israele non si lamenta del colonialismo o imperialismo o nazionalismo o militarismo. Gli israeliani dimostrano che è falso l'assunto delle ideologie progressiste: alla fine, ciò che rende una società ricca, è che tipo di cultura le persone cercano di difendere. Israele non è definito dalla sua sofferenza o vittimismo, ma dal suo rivoluzionario concetto di un Dio che è giusto e che comunica con l'umanità".
   In Europa vibra il sentimento di separare il destino del Vecchio continente da quello degli ebrei. E' possibile? "No. Se Israele cade, l'occidente cadrà. Ma le nostre élite rifiutano di riconoscere la radice culturale-religiosa della nostra civiltà. Celebrano il multiculturalismo e negano che le culture e le religioni sono diverse nelle sue idee di base. Se le culture fossero uguali, non ci sarebbe stato alcun movimento nella storia del genere umano. Ma c'è movimento, come tutti sappiamo. Israele esiste nel mezzo del crollo di una civiltà antica, l'islam, i cui concetti e idee sono fatiscenti di fronte alla modernità. Molte altre religioni sopravvivono, ma l'islam, nella sua forma attuale, è un malato terminale, e fintanto che le nostre élite non riconoscono i sintomi, l'occidente sarà influenzato e prenderà la stessa malattia della decadenza".
   Ultima domanda. Gli ebrei europei stanno facendo le valigie, di nuovo. "Assistiamo alla fine dell'amore senza risposta degli ebrei per l'Europa", risponde al Foglio De Winter, che ha perso molti componenti della sua famiglia, gassati a Sobibór durante la Seconda guerra mondiale. "Dopo che le porte del ghetto si sono aperte, hanno provato di tutto per essere uguali tra uguali. Spesso ci sono riusciti. Abbiamo visto incredibili storie di successo degli ebrei nella scienza, nelle arti - ma ormai volge al termine. Gli ultimi ebrei se ne stanno andando, e sono per lo più sostituiti dai musulmani che mancano di questo amore profondo per la cultura europea e portano con sé il risentimento e la rabbia. Si tratta di una tragedia. I miei figli stanno ora studiando in Israele, per loro è un naturale sviluppo, ma per me… sento terribile tristezza. Ho affittato un appartamento a Tel Aviv, una città costruita dagli ebrei tedeschi che amavano la loro lingua così profondamente che essi pensavano di fare del tedesco la lingua ufficiale della loro nuova città e del loro nuovo paese. Temo che l'Europa sarà Jüdenrein nel 2050. Cosa accadrà al cristianesimo in Europa, quando la cultura da cui nacque Gesù sarà stata rimossa dal suolo europeo? Come potranno essere cristiani senza la presenza diretta dell'ebreo accanto a sé? Cosa resterà dell'Europa, quando il cristianesimo morirà?".

(Il Foglio, 30 dicembre 2016)


Israele e il prezzo dell'eredità di Obama

I liberal divisi sul presidente americano uscente e lo stato ebraico: un fardello in più. Gli europei aspettano l'occasione buona.

di Paola Peduzzi

 
Paola Peduzzi
MILANO - Che prezzo ha, in termini di coerenza, alleanze ed eredità politica, la soluzione a due stati per la questione israelo-palestinese? Barack Obama ha fissato il prezzo molto in alto: non ha niente da perdere, non ha elezioni in vista, non ha un partito da salvare (è a pezzi in ogni modo), ha soltanto un'eredità in politica estera da forgiare, all'ultimo, mentre risuona potentissima l'assenza americana nella tregua siglata in Siria. Così Obama ha alzato la posta: s'è astenuto all'Onu sulla risoluzione 2334 che condanna la politica degli insediamenti di Israele e ha fatto sì che il suo segretario di stato, John Kerry, sacrificasse sull'altare di una strategia moribonda - i due stati - un'alleanza esistenziale per l'America e per Israele.
   Kerry ha parlato di amicizia, nel suo discorso, stabilendo che gli amici - gli alleati - devono dirsi "le verità più dure", perché la lealtà è questo: saper dire a un amico quando sbaglia. Ma il punto non è tanto dirsi la verità, quanto in quali circostanze dirsele. Nel 1980, quando all'Onu accadde una cosa simile e il presidente americano era Jimmy Carter (una doppia astensione su due risoluzioni contro gli insediamenti e la politica dei rifugiati palestinesi, a poche settimane dalla fine della presidenza), il Washington Post scrisse un editoriale molto citato in questi giorni che s'intolava: "Unirsi agli sciacalli". Il Post aveva sostenuto Carter nella campagna contro Reagan, incarnava la visione liberal dell'America e del mondo, ma in quell'editoriale fu fermo con il presidente democratico: mostrare la "dura verità" in un consesso come quello dell'Onu, "un branco di nemici di Israele", equivale a unirsi a quel branco, e a metterlo prima dell'amicizia. Ci sono molti consessi in cui mostrare perplessità, l'Onu non è tra quelli.
   Il prezzo della propria eredità per Obama è il più alto immaginabile, ed è per questo che ha deciso di utilizzare questo ultimo mese di presidenza per ribadire una politica che è da sempre uguale e allo stesso tempo per criticare la politica "molto di destra" del governo Netanyahu, ostaggio dell'agenda dei settlers. Una dichiarazione puramente politica, che in termini tecnici potrebbe essere definita un'ingerenza, ma che vuole sottolineare una differenza presso l'elettorato americano (l'unico che abbia mai contato per Obama): noi democratici vogliamo la pace, coi repubblicani si vedrà. Il Partito democratico non ha apprezzato affatto il lascito del presidente uscente (che ha ignorato il partito per otto anni). Ci sono state critiche da parte di deputati e senatori democratici per l'astensione all'Onu e per il discorso di Kerry: per un partito che deve ricostruire la propria identità dopo una sconfitta elettorale brutale, la divisione su Israele è un fardello invero pesante.
   Poi c'è l'Europa, il pubblico più simpatetico nei confronti di Obama. A Parigi, il 15 gennaio, si terrà un incontro voluto dal presidente (uscente pure lui) François Hollande con una settantina di paesi per rilanciare il processo di pace. Per i palestinesi si tratta di una prova generale per quella risoluzione che sognano da sempre, e che (persino) l'Amministrazione Obama non ha concesso, sul riconoscimento dello stato palestinese da parte di tutto il mondo, escluso Israele. Per l'Europa, che ha elogiato il discorso di Kerry, è l'occasione di poter dire la propria, dopo aver perso la voce - e taciuto - su tutti gli altri dossier del Mediterraneo. Così il fatto che la strategia dal prezzo alto sia moribonda non conta poi un granché.

(Il Foglio, 30 dicembre 2016)


I palestinesi vogliono veramente uno Stato?

di David Harris (*)

Mentre i riflettori erano puntati sul voto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 23 dicembre scorso, quando 14 nazioni hanno votato a favore di una risoluzione critica di Israele e quando gli Stati Uniti, rompendo con la loro politica consolidata, hanno deciso di astenersi piuttosto di opporsi alla mozione, la questione delle motivazioni di fondo e del comportamento di parte palestinese non è stata analizzata.
   Ma avrebbe dovuto esserlo, perché in realtà è la chiave dell'intera questione.
   Non basta che i palestinesi abbiano rifiutato ogni offerta di un accordo di pace negli ultimi 70 anni, ma, tragicamente, i loro errori hanno fatto sì che d'ora in avanti le possibilità di trovare un accordo siano sempre meno.
   Il voto del Consiglio di Sicurezza dell'Onu di venerdì scorso ne è un esempio lampante.
   Se lo scopo era quello di aumentare le probabilità della creazione di uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano (e non al suo posto!), allora è stato un fallimento totale, nonostante l'esito sbilenco della votazione. I diplomatici che si sono affrettati ad applaudirne il risultato - e non mi soffermerò qui a parlare di nazioni criminali come il Venezuela, che non portano una briciola di buona volontà al tavolo dei negoziati dell'Onu - dovrebbero ripensare bene a quello che hanno ottenuto.
   Se volevano stroncare Israele, vocazione di lunga data caratteristica di sin troppe nazioni dell'Onu, allora possono battersi il petto anche se, ahimè, è loro abitudine riservare queste critiche solo per l'unico Stato democratico del Medio Oriente. Ma per coloro il cui scopo sincero era quello di aumentare le probabilità di pace, allora hanno fatto un gran bel passo indietro, cadendo ancora una volta nella trappola palestinese.
   Tre cose sarebbero dovuto essere chiarissime per tutti, ormai.
   La prima è che, mentre la questione della costruzione degli insediamenti israeliani è certamente una materia altamente controversa, il punto chiave del conflitto è sempre stato il rifiuto da parte palestinese e dei loro sostenitori di riconoscere la legittimità di Israele e di negoziare in buona fede per giungere ad un accordo di pace duraturo. È stato così nel 1947-48, quando le Nazioni Unite proposero una soluzione a due Stati; è stato così nel 1967, nel 2000-2001, e nel 1998; è stato così durante il blocco di nuovi insediamenti deciso da Israele, guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, durato 10 mesi, tra il 2009 e il 2010, in risposta ad una richiesta statunitense; ed è stato così nel 2013-14, durante il più recente tentativo di colloqui diretti e bilaterali col supporto degli Stati Uniti.
   Il costante rifiuto da parte palestinese è ampiamente dimostrato dai fatti. Un commento particolarmente emblematico a proposito - che resta vero oggi come allora - proviene da una fonte improbabile. Nel 2003, il "New Yorker" citava così l'Ambasciatore Saudita presso gli Stati Uniti: "Mi si è spezzato il cuore quando (il presidente dell'Olp) Arafat non ha accettato l'offerta (di una soluzione a due Stati presentata da Israele con l'appoggio degli Usa nel 2001). Dal 1948, ogni volta che c'è qualcosa sul tavolo, diciamo di no. Poi invece diciamo di sì. Ma quando diciamo di sì, l'offerta non è più sul tavolo, e abbiamo meno davanti. Non è giunta l'ora di dire di sì?".
   Invece di occuparsi costantemente e ossessivamente delle azioni israeliani, perché i membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu non chiedono ai palestinesi di spiegare perché hanno evitato per settant'anni di arrivare ad un accordo soddisfacente per entrambe le parti?
   In secondo luogo, è ovvio che i palestinesi preferiscono usare scappatoie diplomatiche, evitando di sedersi al tavolo dei negoziati ma decidendo invece di internazionalizzare il conflitto. Questo li porta ad ottenere delle vittorie di breve durata, visto il peso numerico della Lega Araba, dell'Organizzazione per la Cooperazione Islamica, del Movimento dei Paesi Non-Allineati, per non parlare dell'arte dell'espediente politico, praticata da sin troppi Paesi membri dell'Onu da cui vorremmo aspettarci di più. Per i palestinesi, a cosa è servito tutto questo? A niente, se il vero scopo dei palestinesi fosse quello di ottenere un loro Stato a fianco di Israele.
   Anzi, questo modo di fare è riuscito solo a convincere molti israeliani che la leadership palestinese non è realmente interessata ad arrivare ad una soluzione, ma vuole solo continuare la lotta. Ma dovrebbe essere ormai chiaro che Israele è un Paese forte e che continua a rafforzarsi, e pensare che Israele possa cadere in ginocchio di fronte a pressioni di questo genere è pura illusione.
   In terzo luogo, non sarebbe ora che i membri responsabili della comunità internazionale si fermino un attimo per capire con più attenzione quale sia il modo migliore per raggiungere la pace?
   Israele ha firmato trattati duraturi con l'Egitto e con la Giordania. In entrambi i casi non sono stati siglati tramite l'Onu, ma tramite negoziati bilaterali. Israele ha fatto concessioni territoriali senza precedenti, cedendo terre che aveva conquistato nella guerra per la sua sopravvivenza del 1967, ma lo ha fatto confidando che il presidente egiziano Anwar al-Sadat e il Re di Giordania Hussein avessero deciso sinceramente di smettere di far la guerra allo Stato ebraico.
   In Israele, sondaggio dopo sondaggio dimostra che la maggioranza della popolazione è a favore di un accordo a due stati con i palestinesi, ma è allo stesso tempo profondamente scettica riguardo la loro sincerità. E perché mai gli israeliani dovrebbero avere dubbi? Il presidente dell'Autorità Palestinese Abbas, nell'undicesimo anno dei suoi quattro anni di mandato dice prima una cosa e poi l'esatto opposto; dice che vuole giungere a un accordo e poi incita i suoi alla violenza, si rifiuta di sedersi al tavolo dei negoziati, cerca di mettere Israele all'angolo della diplomazia e presiede - se quello è il termine giusto - un'entità fortemente divisa, tra Hamas e Cisgiordania.
   Invece di assecondare i palestinesi trattandoli da bambini viziati, soccombendo ad ogni loro richiesta sbagliata e favorendo il loro comportamento controproducente, non sarebbe finalmente ora di vedere la situazione da entrambi i punti di vista (non solo da quello palestinese), imparare dal passato e aiutare a creare una situazione che porti ad un tangibile progresso?
   Quando emergeranno leader palestinesi che comprenderanno i lasciti del presidente Sadat e di Re Hussein, che offriranno il palmo e non il dorso della loro mano ad Israele, che riconosceranno le legittime preoccupazioni degli israeliani che devono essere prese in considerazione durante il dialogo, allora, che sia Benjamin Netanyahu il primo ministro, o che ci sia un altro leader eletto in futuro, troveranno un partner bendisposto. Tanto per capirci, Menachem Begin era tutt'altro che una colomba, era anzi un personaggio che nessuno avrebbe mai pensato disposto a dar via il Sinai, che era una vasta zona cuscinetto con giacimenti petroliferi e basi aeree, eppure lo cedette, fino all'ultimo granello di sabbia, pur di raggiungere la pace con l'Egitto.
   In altre parole, le lezioni della Storia sono tante, anche se di questi tempi pare che non ci sia proprio abbondanza di studenti di Storia alle Nazioni Unite (se ce ne fossero saprebbero ad esempio che non potrà mai esistere un Governo in Israele che possa riconoscere l'assurdità di chiamare "territori palestinesi occupati" la città vecchia di Gerusalemme e il Muro del Pianto, con i siti più sacri all'ebraismo).
   Il voto di venerdì scorso del Consiglio di Sicurezza dell'Onu verrà ricordato come una vittoria di Pirro per i palestinesi, e un passo indietro verso la ricerca della pace tra israeliani e palestinesi.

(*) Direttore esecutivo dell'American Jewish Committee

(L'Opinione, 30 dicembre 2016)


STRANEZZA
I palestinesi vogliono che ci sia uno stato palestinese?Risposta: NO
Gli israeliani vogliono che ci sia uno stato palestinese?Risposta: SI

SPIEGAZIONE
Gli israeliani vogliono uno stato ebraico in cui possano vivere in pace?Risposta: SI
I palestinesi vogliono uno stato israeliano in cui gli ebrei possano vivere?Risposta: NO


A sorpresa la Gran Bretagna critica Kerry: sbagliato focalizzarsi solo sugli insediamenti

La Gran Bretagna ha criticato fortemente il discorso del Segretario di Stato americano, John Kerry, affermando che è sbagliato focalizzarsi solo sugli insediamenti israeliani senza spendere una parola sull'incitamento alla violenza e sul terrorismo di matrice arabo-palestinese.
A esternare il disaccordo britannico con le parole di John Kerry è stato ieri sera il portavoce del Primo Ministro britannico. «Noi non crediamo che il modo di negoziare la pace tra arabi e israeliani sia quello di concentrarsi su un solo tema, in questo caso la costruzione degli insediamenti, quando chiaramente il conflitto tra israeliani e palestinesi è profondamente complesso, come non crediamo che sia opportuno attaccare la composizione di un Governo alleato democraticamente eletto» ha detto il portavoce di Theresa May....

(Right Reporters, 30 dicembre 2016)


Enel a Tel Aviv per intercettare la forza dell'innovazione

Accelerare le realtà del panorama locale è da luglio la mission dell'hub israeliano della utility italiana, che parte da droni e cybersecurity.

 
L'entrata dello spazio Enel all'interno della struttura di Sosa
rNella ricca Silicon Wadi, l'alternativa israeliana all'egemonia del tech statunitense, svetta da luglio una bandiera italiana: è quella di Enel, che ha deciso di aprire proprio in Israele il suo primo Innovation Hub, acceleratore di startup destinate a cambiare gli scenari dell'energia.
MIssion della utilityè lo scouting ed il sostegno delle startup nella fase di sviluppo e di commercializzazione, al fine di individuare in anticipo soggetti in grado di apportare valore e colmare gap di innovazione. Nell'hub israeliano le startup avranno la possibilità di entrare in contatto con le business lines del Gruppo, con l'obiettivo di sviluppare insieme nuove soluzioni, grazie al supporto previsto dal programma della multinazionale italiana, interessata ad entrare in contatto con diverse tecnologie in linea con le sue priorità strategiche.
Internet of Things industriale, Tecnologie Smart Home e Cyber Security sono alcuni tra i grandi ambiti su cui, con diversi fini, si giocherà la partita delle nuove vie alla gestione di energia nel prossimo futuro.
E l'ingresso come prima scelta nell'hub di Aperio, la startup che sviluppa soluzioni innovative con lo scopo di fornire cyber-resilienza a infrastrutture sensibili, dopo la vittoria nell'Enel Cyber Security Hackaton di settembre, dimostra l'importanza di avere il polso di questo peculiare segmento per l'utility presente in più di 30 paesi.
A confermarlo, anche il grande bacino di aziende innovative che hanno affollato i primi due bootcamp promossi dall'Innovation Hub, uno dedicato alla Cyber Security a novembre e uno sulle tecnologie dei droni, andato in scena il 12-13 dicembre.

(Wired.it, 30 dicembre 2016)


Israele: Tecnologia di realtà virtuale per la riabilitazione dopo un ictus

Una combinazione di terapia fisica e tecnologia della realtà virtuale potrebbe migliorare le abilità motorie in pazienti nei quali quest'ultime sono compromesse. Questo è ciò che emerge da uno studio realizzato dai ricercatori dell'Università di Tel Aviv e pubblicato nella rivista Cell Reports.
I ricercatori stanno già esaminando l'applicabilità del loro studio per pazienti colpiti da ictus.
Come spiegato dal Prof. Roy Mukamel, alla guida della ricerca, i pazienti affetti da emiparesi - debolezza o paralisi di uno dei due arti accoppiati - vengono generalmente sottoposti a terapia fisica, ma questa terapia è impegnativa, faticosa e di solito ha un effetto piuttosto limitato.
Queste le parole del Prof. Roy Mukamel:
I nostri risultati suggeriscono che l'allenamento con una mano sana attraverso un intervento di realtà virtuale fornisce un modo promettente per recuperare la mobilità e le capacità motorie in un arto compromesso.
I test sono stati effettuati su un totale di 53 partecipanti sani, i quali hanno completato un test di base per valutare le capacità motorie delle loro mani e poi grazie ad un casco e a dei sensori, sono stati collegati ad una tecnologia di realtà virtuale che mostrava la versione simulata delle loro mani. La tecnologia della realtà virtuale ha presentato ai partecipanti un "immagine speculare" delle loro mani. Quando muovevano la mano destra, il simulatore muoveva quella sinistra.
Proprio per la caratteristica dell'immagine speculare, il team di ricerca ha scoperto che ingannando il cervello è possibile rilevare un miglioramento significativo dopo un esercizio effettuato con questa tecnologia.
Durante i test, gli scienziati hanno quindi scoperto che quando i soggetti praticavano dei movimenti con la mano destra guardando lo schermo in 3D che però, ingannando la vista, proiettava l'arto sinistro, dopo gli esercizi riuscivano ad usare con molta più facilità anche la sinistra compromessa.
I ricercatori sono ottimisti sul fatto che questa ricerca in futuro possa essere applicata ai pazienti in terapia fisica che hanno perso la forza o il controllo di una mano.
Lo studio continua, sperando di riuscire ad applicare questa nuova tecnologia al servizio dei pazienti colpiti da ictus.

(SiliconWadi, 29 dicembre 2016)


Intervista a una reggiana riservista nell'esercito di Israele

di Marina Bortolani

Forse non tutti sanno che a Reggio Emilia vivono alcuni reggiani che circa una volta all'anno si recano in Israele, per un determinato periodo, ad aiutare l'esercito di Israele. Sono i "riservisti", ovvero coloro che fanno parte delle "Forze di Difesa d'Israele" (dette anche Tsahal), formate dai militari di professione, ragazzi e ragazze che fanno il servizio di leva e da uomini o donne -israeliani o non israeliani- provenienti da qualsiasi parte del mondo. Fra questi anche Ariel (ndr: il nome è di fantasia a tutela dell'intervistata), professionista reggiana 39enne che una volta all'anno prende il volo per dare il proprio contributo - gratuitamente, anzi, a proprie spese - ad Israele.

- Ariel, parlaci di te.
  Mi chiamo Ariel, ho 39 anni, sono nata e vivo nella provincia di Reggio Emilia, sono una libera professionista, sposata e con un figlio di 13 anni. Amo la vita, i miei cari, gli animali, tutto ciò che ci ha donato il creato. Mi sono progressivamente disaffezionata al mio Paese e sempre più innamorata di Israele.

- Perchè ti sei disaffezionata all'Italia?
  Perchè da diversi anni l'Italia ha iniziato un declino vertiginoso che trova origine in un declino valoriale che ha intaccato praticamente tutti gli ambiti sociali, a partire dalla politica, istruzione, giustizia, sanità, volontariato… Non dico che è tutto marcio, per carità. Anzi, per fortuna esistono ancora persone straordinarie in tutti i settori, ma sono una minoranza, schiacciata da un marciume che avanza e che è destinato a crescere ulteriormente, fino a portare l'Italia in ginocchio. La situazione politica italiana costantemente incerta è un'importante cartina di tornasole di un paese che manca di stabilità e fondamenta solide.

- Cosa ti ha spinta ad avvicinarti ad Israele?
  Prima di rispondere devo fare una premessa: per carattere non temo nulla, credo più per incoscienza che per altro, ma una cosa mina costantemente ogni giorno la mia sicurezza interiore, ed è il terrorismo che l'Isis sta diffondendo nel mondo e che a mio avviso in Italia viene sottovalutato. Allora ho pensato che il modo migliore per combatterlo è dare una mano all'esercito numero uno al mondo: l'esercito di Israele.

- Perchè sostieni che in Italia il terrorismo è sottovalutato? Proprio una settimana fa un poliziotto di Udine ha fermato e ucciso l'autore dell'attento di Berlino.
  Ecco, al poliziotto dovrebbero dare una medaglia d'oro e riconoscerlo ufficialmente eroe. Carabinieri e poliziotti, con stipendi bassi, spesso rischiano la propria vita per garantire la sicurezza dei cittadini, senza i necessari mezzi a disposizione. Magari non ci sono i soldi per dare a tutti un giubbotto antiproiettile omologato, o i soldi per la benzina necessaria alle auto che inseguono i criminali, o i pagamenti degli straordinari. Però da un'altra parte ci sono politici e gente corrotta che utilizza vergognosamente i soldi dei cittadini per cose che spesso sono finite in inchieste giudiziarie.
A tutto questo va aggiunta un'immigrazione incontrollata che fa entrare chiunque nelle nostre terre, anche potenziali cellule di terrorsimo. Io sono molto preoccupata, specialmente per il nord Italia.

- A tuo avviso l'elezione di Trump negli Stati Uniti quali cambiamenti potrà portare nei rapporti fra gli USA e Israele?
  Penso che potrà portare solo cambiamenti positivi. L'appoggio degli USA ad Israele non mancherà perché i due Paesi sono accumulati nello stesso obiettivo nella lotta al terrorismo, perché i valori di libertà e democrazia tipici della democrazia americana sono gli stessi di quella israeliana. Trump, rispetto a Obama, è molto più intenzionato a contrastare con tutte le forze e alleati a disposizione il terrorismo islamico.

- Torniamo ad Israele, cosa ti piace in particolare di Israele?
  Innanzitutto là c'è un'efficienza che qui ce la sogniamo. Gli israeliani magari trascurano l'apparenza, ma la sostanza c'è tutta. Ti faccio un esempio. Vedi dall'esterno un ospedale che appare come un edificio non curato e con i muri un po' sporchi, poi scopri che dentro ci lavorano scienziati ed eccellenze a livello mondiale. La gente è vestita in modo sobrio, ma quando parli con loro, capisci subito che il più delle volte ti confronti con persone che hanno un livello culturale e intellettuale decisamente elevato, a prescindere dallo status economico-sociale. Anche i ragazzi e le ragazze, a 18 anni posseggono un bagaglio culturale equivalente forse ai nostri 60enni. Là l'istruzione è davvero formativa per tutti.

- Poi sei diventata una riservista nell'Esercito di Israele a tutti gli effetti.
 
  Esatto.

- Chi sono i riservisti?
  Le "Forze di Difesa d'Israele" (dette anche Tsahal) sono formate dai militari di professione che però sono una minima parte, e dai ragazzi e ragazze che fanno il servizio di leva e che hanno circa dai 18 ai 21 anni. Ma la parte principale la fanno appunto i riservisti, che possono essere israeliani oppure provenienti da qualsiasi parte del mondo. Fra i riservisti la percentuale maggiore la ricoprono gli israeliani.
I riservisti decidono volontariamente di lasciare le proprie famiglie e il proprio lavoro per un determinato periodo, a seconda della disponibilità, che può essere di un mese, di due, fino anche a un anno intero. Durante questo periodo svolgono le mansioni che vengono richieste e aiutano lo Stato di Israele.

- Nessun compenso?
  Assolutamente no. E' tutto volontario al 100%. Quando vado a fare servizio in Israele pago di tasca mia il volo, poi là dò una cifra simbolica per coprire le spese di vitto e alloggio in caserma. L'unico "benefit" è che se poi voglio girare da sola per Israele, posso essere ospitata gratis nelle case dei militari. Ma è un'opportunità che non ho mai sfruttato, perchè quando giro per Israele una volta terminato il servizio al campo militare, preferisco dormire negli hotel o b&b. Detto questo, nel tempo sono nate solide amicizie e qualche volta sono stata ospite in famiglie israeliane.

- Quante volte vai in Israele per servizio?
  Mediamente una volta all'anno. Ma l'anno scorso c'è stato un momento in cui avevano particolarmente bisogno e ci sono andata due volte.

- Di cosa ti occupi durante il tuo servizio?
Dipende. Mi dicono dove c'è bisogno solo quando raggiungo il campo militare.

- Utilizzi le armi?
Finora no, mi sono quasi sempre occupata di situazioni sanitarie, sono stata negli ospedali e fra i civili, ma mi hanno detto che una delle prossime volte farò un corso per imparare a sparare con le loro armi. Pensa che non solo in Italia non posseggo un'arma, ma non ne ho mai usata nemmeno una in vita mia. Comunque le armi e, aggiungo, i sistemi informatici israeliani, sono i più avanzati del mondo.

- Sei disposta a usare le armi per difendere Israele?
Non ho mai pensato di uccidere nessuno. Ma Israele ormai fa parte della mia vita a tutti gli effetti. E' uno Stato del quale va assolutamente difesa l'esistenza, l'integrità territoriale e la sovranità combattendo ogni forma di terrorismo che minacci Israele, ma anche il mondo. Se mi trovassi di fronte un terrorista dell'Isis intenzionato ad uccidere, non esisterei a fare la stessa cosa.

- Sei ebrea?
No, sono cristiana. Ma a messa ci vado poco. Ci sono dei preti che fanno dormire durante la predica e mi viene un nervoso pazzesco, perchè potrebbero diffondere il messaggio del Vangelo molto meglio di quanto fanno. Comunque, anche se non sono ebrea, i miei più cari amici lo sono e la loro amicizia mi ha permesso di essere una persona migliore. Che sia chiaro, ebreo non significa automaticamente israeliano, né viceversa.

- Cosa ti spinge a lottare per Israele al fianco dei militari israeliani?
Mi spinge la non sottovalutazione dell'estremismo islamico - diffuso anche in Italia, ma qui, come ho detto prima, pare che a nessuno importi, a partire dai partiti -, ma anche la necessità di difendere un grande Stato da chi vuole eliminarlo.

- Sembra che Israele faccia parte di te. Se dovessi scegliere oggi fra Italia e Israele?
Ah, sarebbe un casino. Io amo Israele, ma amo anche l'Italia e le mie radici sono qui. Credo che nella vita si possano amare profondamente allo stesso modo entrambe le realtà.

(REGGIOnelWeb, 28 dicembre 2016)


Israele: oltre 8 milioni e mezzo di cittadini

Crescita del 2%; cala l'emigrazione ebraica dalla Francia

Israele entra nel 2017 con un popolazione di 8.630.000 persone (compresi gli arabi israeliani), con una crescita rispetto allo scorso anno del 2%, tasso che mostra un incremento rispetto alla precedente decade.
Lo rivelano i primi resi noti dall'Ufficio centrale di statistica secondo cui se l'andamento sarà mantenuto per il 2065 la popolazione sarà di 25 milioni di persone ma anche che i due terzi saranno religiosi (haredim). Dell'aumento nel numero di persone, l'83% è costituito da nuovi nati e il 17% da ebrei emigrati in Israele. Di questi, secondo i dati dell'Ufficio di statistica, il 26% è arrivato dalla Russia, il 22% dall'Ucraina, il 18% dalla Francia e il 10% dagli Usa. In calo l'emigrazione dalla Francia che lo scorso anno è stata invece in forte ascesa.

(ANSAmed, 29 dicembre 2016)


Cristo si fermò ad Eboli, e nacque mussulmano a Potenza …

Non ce ne voglia Carlo Levi per aver accostato il suo romanzo alla trovata provocatoria del prete di Potenza che ha realizzato il presepe con statuine arabe e con un barcone.
La madonna (con la "m" minuscola) con velo e Yusuf (non chiamiamolo Giuseppe per carità) , vestito da "Alì pascià" egiziano, dovrebbero raffigurare secondo il prete di Potenza, l'integrazione tra i popoli e le culture
Il prete, di cui non scriviamo il nome per rispetto alla cristianità, vuole costruire "ponti" e non muri, cedendo la massima espressione della religiosità cristiana, la rappresentazione della nascita di Gesù di Nazareth, nato, vissuto e morto da ebreo, all'Islam che dalla sua nascita e per "dettato" coranico, non riconosce ebrei e cristiani e che ritiene che il termine Cristiano "Figlio di Dio" sottintenda che Dio il Padre abbia avuto rapporti carnali con Maria, dai quali sarebbe nato Gesù.
Oltre a ciò , quale ponte può essere gettato verso una religione che cova odio coranico nei confronti di ebrei e cristiani ?
Corano 5:51 "o voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, essi sono alleati gli uni agli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti"
Corano 9:30 "dicono i giudei "Esdra è figlio di Allah" e i nazareni dicono "il Messia è figlio di Allah"
Questo è ciò che esce dalle loro bocche. Ripetono le parole di quanti già pria di loro furono miscredenti. Li Annienti Allah. Quanto sono fuorviati" Corano 5:14.
Ebbene, al prete di Potenza vorremmo sommessamente consigliare di gettare i suoi ponti non in occidente, ma in Arabia Saudita, in Qatar, in Yemen, in Iran, in Pakistan, in Afghanistan oppure in una degli oltre 70 stati mussulmani sparsi per il mondo .
E poi torni in Italia, sempre che rimanga vivo …

(Osservatorio Sicilia, 29 dicembre 2016)


Così Obama ha tramato per pugnalare Israele Trump twitta: resistete

Gli incontri segreti coi palestinesi prima del noto Onu. E Kerry insiste sui due Stati divisi. Il bluff di Abu Mazen sugli accordi di pace: «Pronti a sederci al tavolo se Netanyahu smetterà di costruire nei territori» E il tycoon: «Il 20 gennaio è vicino...»

di Fiamma Nirenstein

Ci vuole la febbre antisraeliana che ha travolto Obama e il suo governo al tramonto, la volontà di lasciare un graffio sanguinante nel futuro dello Stato Ebraico, per risvegliare i sensi sopiti del segretario di Stato John Kerry, eccitato come non mai nel suo discorso di ieri sul conflitto israelo-palestinese. La sua passione può anche essere letta come una contraddizione, un desiderio di differenziarsi. Ma questo discorso altro non è, nei fatti, che la conferma del retaggio del suo presidente: dopo aver per la prima volta nella storia americana confermato, astenendosi, un voto dell'Onu che condanna Israele, ha lanciato Kerry come un missile contro l'unico stato democratico e laico del Medio Oriente.
   La riunione indetta per il 15 gennaio a Parigi ha adesso altre migliori munizioni per aggredire di nuovo Israele. Kerry ha ripetuto più volte il suo intento: se le due parti non realizzeranno la soluzione «due stati per due popoli» Israele si troverà a dominare un altro popolo, abbandonando così la sua democrazia. Giusto: è un problema.
   Ma Kerry, che nei particolari ha spiegato quanto gli insediamenti siano dannosi, ha messo da parte l'odio fanatico e il rifiuto del nemico che costringe Israele a garantirsi confini sicuri; non ha preso in considerazione il rifiuto ad ammettere uno Stato ebraico; condanna così di fatto la presenza israeliana a est della Linea Verde, compreso a Gerusalemme est, il Muro del Pianto e ogni altro indispensabile spazio come la zona dell'aeroporto da cui si può prendere di mira il prossimo velivolo.
   I tempi scelti da Kerry per il suo discorso sono affannati, tardivi, connessi alla risoluzione dell'Onu: dopo quattro anni di politiche che hanno portato il Medio Oriente al caos, dalla Siria allo Yemen, dopo l'accordo tanto sudato con l'Iran, tutta la proposta di Kerry è che Israele deve smettere di costruire insediamenti per lasciare spazio a uno stato palestinese. Buona idea, ma come spiega Kerry che gli Usa non hanno mai trovato il tempo di spingere Abu Mazen a discutere con Netanyahu, che l'ha invitato mille volte, il futuro dei due possibili Stati? Per valorizzare il risultato della propria strategia diplomatica, quella per cui la delegittimazione di Israele è il primo passo verso la vittoria, Abu Mazen ha fatto seguito al discorso di Kerry con un'apertura che suona come un bluff: se Israele smetterà di costruire nei territori, l'Anp ottempererà a tutti gli accordi e si siederà al tavolo della pace. Una dichiarazione che esalta la scelta di intervento degli Usa.
   Donald Trump ieri si è fatto vivo con un tweet esplicito: «Non possiamo continuare a lasciare che Israele sia trattata con tanto disprezzo e mancanza di rispetto. Un tempo gli Usa gli erano molto amici, ma non più. L'inizio della fine è stato il terribile accordo con l'Iran e ora questo Onu. Resisti Israele, il 20 di gennaio si avvicina rapidamente». Un tweet dettato, sembra, dalla preoccupazione che Israele si senta abbandonata dagli Usa.
   Obama ha costruito in prima persona la trappola dell'Onu: un giornale egiziano ha rivelato gli incontri (semi negati dagli americani) di Kerry e di Samantha Rice con i palestinesi settimane prima della risoluzione. La tela di ragno si è estesa ovunque: gli inglesi hanno aiutato a scrivere la risoluzione. E Obama stesso avrebbe telefonato al presidente ucraino per chiedere di non astenersi: gli ucraini lo avrebbero fatti volentieri perché Israele li aveva sostenuti con il voto che condannava l'aggressione russa in Crimea. E anche il tentativo di Putin di rallentare il percorso della risoluzione è stato fermato con la subdola forza della diplomazia, che nasconde le peggiori inimicizie. Come quella, profonda e radicata dell'antipatia per Israele del presidente di un Paese che è sempre stato, prima di lui, il migliore amico di Israele in nome di valori comuni che il tempo ha consumato.

(il Giornale, 29 dicembre 2016)


Trump: «Basta maltrattare Israele». Netanyahu ringrazia

«Non possiamo continuare a far sì che Israele sia trattata con totale disprezzo», scrive Donald Trump. E Benyamin Netanyahu ringrazia: «Grazie per la tua calda amicizia e il tuo sostegno a Israele». Il botta e risposta, corso ieri sul filo di Twitter, è stato un segnale di distensione del presidente eletto americano al primo ministro israeliano dopo la presa di posizione dell'amministrazione di Barack Obama contro le colonie israeliane.
Trump, nei giorni scorsi, aveva attaccato in maniera frontale le Nazioni unite, definendole «un club dove la gente si ritrova a fare chiacchiere e divertirsi». E ieri, su Twitter, è tornato a tuonare contro il voto che metterebbe a repentaglio i rapporti tra i due Paesi. «Israele aveva negli Usa un amico, ora non più», ha scritto Trump. «L'inizio della fine è stato l'orribile accordo con l'Iran, e ora con l'Onu». E ha invitato Israele a restare forte, fino al 20 gennaio, giorno del suo insediamento. «Sto facendo del mio meglio per ignorare le provocatorie dichiarazioni del presidente Obama. Ritenevo che sarebbe stata una transizione dolce», ha chiosato.
Il segretario di Stato americano John Kerry ha difeso l'impegno di Obama per Israele e la sua sicurezza: «Una sohuzione a due Stati», ha detto, «è l'unica strada per una pace duratura». E ha quindi bacchettato Netanyahu, definendolo il più a destra della storia israeliana, con un'agenda definita dagli elementi più estremisti». Tra Obama e il presidente eletto il clima è sempre più teso. Barack starebbe per mettere a punto, secondo il Washington Post, una serie di misure punitive nei confronti della Russia, rea di avere influito sulle elezioni presidenziali.

(La Verità, 29 dicembre 2016)


Il colpo di coda di Barack

di Cesare De Carlo

Com'è difficile congedarsi dal potere. Soprattutto quando lo si ritiene la proiezione di una superiorità ideologica. Barack Obama conferma il paradossale assunto. Alle Nazioni Unite si unisce ai nemici di Israele, rovesciando oltre mezzo secolo di politica americana. Annuncia altre sanzioni contro la Russia per il presunto hackeraggio. Cancella la lista dei musulmani sotto sorveglianza da parte della Homeland Security. Firma un divieto di trivellazione in Alaska. Ma come? Possibile che non si renda conto di dovere sgomberare la Casa Bianca fra soltanto tre settimane? Da presidente scadente - di nome e di fatto - dovrebbe limitarsi a firmare qualche perdono (sicuramente è in arrivo quello per Hillary Clinton). E agevolare la transizione fra la vecchia e la nuova amministrazione. Invece fa di tutto per complicarla. Perché? Ovvio. Ne va della legacy, della sua eredità storica. Sa che Donald Trump abrogherà l'unica, celebrata riforma dei suoi otto anni, quella sanitaria. Un disastro. Sa che anche in politica estera dal 20 gennaio «cambierà tutto». Sa che al successore basterà un colpo di penna per cancellare i suoi ordini esecutivi. Frustrazione e dispetto animano i suoi risentimenti.

(Il Giorno, 29 dicembre 2016)


Sarà guerra a Israele

Dai tribunali alle sanzioni, ecco cosa ha in serbo la risoluzione dell'Onu contro lo stato ebraico

di Giulio Meotti

ROMA - La risoluzione 2334 dell'Onu, che condanna come "illegali" gli insediamenti israeliani in Cisgiordania grazie all'astensione degli Stati Uniti, avrà conseguenze pesanti per lo stato ebraico. Si comincia dalla Corte dell'Aia: ogni israeliano, civile o militare, coinvolto negli insediamenti, sarà passibile di giudizio per aver violato la Convenzione di Ginevra. L'esercito israeliano, che amministra i Territori, può essere incriminato se demolisce le case dei terroristi, se espropria la terra per ragioni di "sicurezza", se pianifica case per israeliani. La decisione ora è nelle mani del procuratore dell'Aia, Fatou Bensouda, che ha già aperto un'inchiesta sugli insediamenti israeliani, che a suo avviso costituirebbero "crimine di guerra".
   La risoluzione dell'Onu è una vittoria spettacolare per il Bds, il movimento di boicottaggio di Israele che vanta già molti successi in Europa e che è galvanizzato dal voto al Palazzo di vetro. Aziende coinvolte nella costruzione della barriera anti terrorismo in Cisgiordania possono essere oggetto di cause in paesi europei attivi su questo fronte, come Olanda e Inghilterra. La risoluzione prevede un report del segretario generale dell'Onu ogni tre mesi sul rispetto della stessa: Israele diventa il nuovo sorvegliato speciale. La risoluzione separa l'Israele del 1948 da quello del 1967 (compresa la Città Vecchia di Gerusalemme), aprendo la strada a sanzioni contro Israele, sul modello del Sudafrica dell'apartheid, da parte di stati particolarmente avversi a Israele, come la Svezia. Un anno fa l'Unione europea ha approvato la marchiatura dei prodotti israeliani oltre la Linea verde e ora Israele teme una nuova ondata di misure da parte di Bruxelles. Banche, compagnie petrolifere, centri commerciali, aziende di high tech e telefonia che operano nei Territori saranno passibili di sanzioni. Le prossime misure sono già al vaglio della Commissione europea: le banche israeliane che offrono mutui ai proprietari di case in Cisgiordania si espongono a ripercussioni; le catene di vendita al dettaglio che detengono negozi negli insediamenti possono essere escluse dal mercato europeo; i produttori che utilizzano parti realizzate in fabbriche israeliane possono subire speciali marchiature; gli israeliani che vivono negli insediamenti possono perdere il privilegio che consente oggi ai cittadini israeliani di viaggiare in Europa senza visto; le università israeliane nei Territori si vedono private del riconoscimento di Bruxelles. Lo European Council on Foreign Relations, le cui proposte arrivano sul tavolo dei legislatori europei, ha suggerito di mettere sotto sanzione alcune banche israeliane. Succede già: Deutsche Bank ha incluso la Hapoalim Bank israeliana in una lista di compagnie riguardo le quali gli investimenti sollevano "questioni etiche". Lo stesso ha fatto la più grande banca danese, Danske Bank, mentre la svedese Nordea ha messo sotto scrutinio le israeliane Leumi e Mizrahi-Tefahot. Il più grande fondo pensione d'Olanda, Pggm, ha ritirato gli investimenti da cinque istituti israeliani. Su questa "lista nera" di aziende israeliane è già al lavoro l'Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Ra'ad Zeid Al Hussein. Gran bel finale di 2016. Hanno tolto le sanzioni all'Iran per metterle all'unica società aperta fra Marrakech a Islamabad: Israele.

(Il Foglio, 29 dicembre 2016)


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Un titolo che conferma le profezie

“Sarà guerra a Israele”: è vero, l’ha già detto molti secoli fa la Bibbia. “Io adunerò tutte le nazioni per far guerra a Gerusalemme”, dice il Signore nel libro del profeta Zaccaria (14:1). E se si legge attentamente ci si accorge che non può trattarsi dell’assedio fatto dai Romani nel 70. “Tutte le nazioni”, dunque le “Nazioni Unite”, si metteranno contro Israele, partendo proprio dal problema di Gerusalemme, come si sta facendo oggi. Consigliamo di leggere gli ultimi tre capitoli del profeta Zaccaria: si vedrà che lì non è Israele ad essere un problema per il mondo, ma è tutto il mondo, con al centro Israele, ad essere un problema per Dio. E nella Bibbia intera, Nuovo Testamento compreso, se ne indica la soluzione.
Rimanendo nell’attuale contingente, dovrebbe essere chiaro che la soluzione dei due stati con priorità assoluta data alla presenza delle “colonie” invece che alla presenza a Gaza di Hamas è la giustificazione con cui il mondo legittima una guerra contro Israele in atto già da molto tempo e che assume soltanto forme diverse con lo svolgersi degli eventi. In conclusione, chi continua a dire che l’ostacolo alla pace sono le “colonie” o è un ignorante per il solo fatto di usare questo termine o è in mala fede o non ha capito niente. M.C.


Post Scriptum per chi non avesse voglia di leggere la Bibbia. In Zaccaria sta anche scritto: "In quel giorno avverrà che io avrò cura di distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme."

(Notizie su Israele, 29 dicembre 2016)



Parashà della settimana: Mikets (Alla fine)

Genesi 41:1-44-17

 - Liberazione di Giuseppe
Il Faraone sognò. Sette vacche grasse, belle a vedersi, sulle rive del Nilo, venivano divorate da sette vacche magre. Il Faraone si svegliò e si riaddormentò. Fece un secondo sogno. Sette spighe piene di grano venivano inghiottite da sette spighe vuote. Turbato chiamò i suoi maghi e indovini per avere una spiegazione dei sogni. Nessuno di costoro riuscì ad interpretarlo (Gen. 41.1).
La parashà di mikets è sempre letta nel sabato durante la festa delle luci (Hannukà), che ricorda la storia di un pugno di ebrei guidati da Giuda Maccabeo vittoriosi sul re greco di Antioco IV detto l'Epifane. I nostri Saggi cazal hanno interpretato questo legame con la luce, dalle parole del primo verso della parashà che recita: "alla fine di due anni" D-o mise fine all'oscurità di Giuseppe, motivo per cui il Faraone ebbe i suoi sogni.
Il capo dei coppieri allora si ricordò di Giuseppe (Gen. 41.9 ) che venne tratto dalla prigione, rasato e condotto dal Faraone. Giuseppe risponde senza esitazione ai sogni di questi, trovando un chiaro significato nel simbolismo delle sette vacche e delle sette spighe. " il sogno è uno solo" spiega Giuseppe ed essendosi ripetuto due volte significa che la cosa è stata stabilita da D-o.
Ma quello che fa presa sul Faraone è il genio economico di Giuseppe quando questi prende misure per salvare l'Egitto durante gli anni di carestia. Egli consiglia al Faraone di prelevare un "quinto" del raccolto annuale durante gli anni della vacche grasse per essere utilizzato durante gli anni delle vacche magre. Il sistema ideato da Giuseppe metterà a disposizione del Faraone tutte le risorse del paese d'Egitto, dove la libertà di commercio verrà abolita e non esisterà che un solo compratore cioè lo Stato. La speculazione che avrebbe provocato il rialzo dei prezzi artificialmente, sarebbe stata impossibile. In più ogni consumatore doveva presentarsi personalmente e giustificare i suoi bisogni , ragione questa che aveva spinto tutti i fratelli di Giuseppe a muoversi per avere il prodotto di sostentamento.

Giuseppe ritrova i fratelli
Quando Giacobbe seppe che in Egitto c'era grano disse ai suoi figli: "Perché state a guardarvi? Andate e compratene affinché possiamo vivere e non morire" (Gen. 42.1).
L'incontro con i fratelli è inatteso. Giuseppe non viene riconosciuto da essi perché vedono in lui solo il gran Visir d'Egitto. Ora c'è da domandarsi: "Per quale ragione Giuseppe nasconde la sua vera identità? Perché sottomette i fratelli a delle prove? Vuol sapere la loro condizione "morale" prima di farsi riconoscere. A tale scopo accusa i fratelli di essere degli "spioni" in favore di una potenza straniera. Al loro diniego Giuseppe chiese come mai fossero in dieci e non in undici. Se la vostra venuta è pacifica - disse - perché non è presente con voi Beniamino? E' stato lasciato in un luogo sicuro? Prese Simeone come ostaggio e disse loro: "Non uscirà di qui finché non verrà suo fratello minore" (Gen. 42.15).
I fratelli ritornano accompagnati da Beniamino e quando Giuseppe lo vide disse al suo maggiordomo egiziano: "Conduci questi uomini a casa, macella e prepara perché mangeranno con me" (Gen. 43.16). Giuseppe però mangia a parte e assegna ai fratelli un posto a tavola secondo il loro ordine di anzianità, cosa questa che comincia a insospettirli. Mancava difatti l'ultima prova. Fa mettere la sua coppa d'argento nel sacco di Beniamino per accusarlo di furto e tenerlo schiavo in Egitto. Giuseppe continua a nascondersi. Vuol portare i fratelli al "pentimento" che passa attraverso la loro unione nel difendere Beniamino. La solidarietà e la responsabilità che erano mancati nella sua vendita agli Ismaeliti, adesso saranno gli unici motivi nel dare un aiuto fraterno a Beniamino. E' quello che Giuseppe vuole conoscere.
"Che azione avete compiuto" - dice Giuseppe - ai fratelli? A questa domanda Giuda risponde: "D-o ha trovato un mezzo per punire i tuoi servi". L'antica colpa a cui Giuda si riferisce è quella di aver venduto Giuseppe come schiavo alla carovana degli Ismaeliti per cui pensa che la migliore soluzione sarebbe quella che tutti vengono fatti schiavi. Ma Giuseppe non è della stessa opinione ed insiste "solo l'uomo nelle cui mani è stata trovata la coppa sarà mio schiavo" (Gen. 44.17).
Giuseppe mostra interesse per la giustizia non per la vendetta. La ricerca della vera fratellanza è soprattutto nella giustizia ed è rivolta non solo ai fratelli di Giuseppe ma anche alle Nazioni della terra, che devono riconoscere il messaggio di fratellanza presente nella Torah d'Israele. Un tale discorso deve essere spogliato dalla "superbia" dei Gentili e impregnato di amore verso Israele che ne rappresenta la fiamma e le Nazioni del mondo il candelabro.
L'accensione della lampada di Hannukà, in ricordo della vittoria dei Maccabei sul materialismo della cultura greca, consiste nel far salire la fiamma della giustizia, che dovrà essere alimentata dalla nostra fede e dalle nostre opere per dar luce al mondo intero. F.C.

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 - Può essere utile leggere la Bibbia come una storia politica in cui Dio, pur essendo sovrano su tutto e su tutti, decide per i suoi scopi di intervenire nella storia del mondo secondo precise regole che Lui stesso si è dato. Rientra allora nei suoi piani la formazione di una sua propria nazione, su cui eserciterà la sua speciale autorità e con la quale agirà in mezzo alle altre nazioni. Si potrà dunque parlare, anche in questo caso, di politica interna e politica estera.

Un successo in politica estera
I sogni che Dio fa fare a Giuseppe sono politica interna; il sogno che fa fare al Faraone è politica estera. Come magistrale Premier, Dio riesce ad usare le divisioni interne del suo popolo per ottenere un clamoroso risultato in politica estera. I suoi uomini, i discendenti di Abramo, non credono all'origine divina dei sogni di Giuseppe e lo espellono dal loro gruppo; il pagano Faraone invece crede all'ispirazione divina con cui Giuseppe interpreta il suo sogno e lo accoglie con gioia: "Il Faraone disse ai suoi servitori: «Potremmo forse trovare un uomo pari a questo, in cui sia lo spirito di Dio?»" Dopo di che lo eleva al rango di vice-Faraone d'Egitto (Gen. 41:38) e questo, come si vedrà in seguito, permetterà la sopravvivenza della tribù abramitica e porterà benedizione alla più grande potenza mondiale di quel tempo.

Problemi di politica interna
Sembrerebbe che le contese del passato legate all'eredità, Ismaele-Isacco e Esaù-Giacobbe, non si presentino più tra i figli di Giacobbe. Questo appare strano, perché si tratta di eredità spirituale legata alle promesse di Dio per la progenie di Abramo. Dunque è una questione di genealogia. Come continuerà la linea della benedizione dopo Giacobbe? Non è una questione da poco.
"Israele amava Giuseppe più di tutti gli altri suoi figli" (Gen. 37:3). Perché? "Perché era il figlio della vecchiaia", dice la Bibbia. Ma allora, perché non Beniamino, figlio di una vecchiaia ancora maggiore? E' una questione di eredità spirituale. Il primogenito tra i figli di Rachele, la sposa che Giacobbe amava, è Giuseppe, e la "veste lunga con le maniche" che il padre gli ha fatto è il segno con cui si indica che è lui il figlio con diritto di primogenitura.
A questo si oppongono i sei figli di Lea, appoggiati dagli altri quattro. La proposta di venderlo agli Ismaeliti è accolta subito perché in quel modo si ottiene, anche senza spargimento di sangue, quello che in fondo si voleva: togliere di mezzo il figlio designato dal padre.
La lotta per il diritto alla primogenitura dunque continua anche dopo Giacobbe: i figli di Lea lottano contro i figli di Rachele. Eliminato Giuseppe, il candidato più naturale nella scelta di Giacobbe, rimaneva Beniamino. Contro di lui però non si riaccende l'odio dei dieci fratelli: è possibile che il rimorso e il dolore del padre abbiano definitivamente rimosso da loro le intenzioni omicide.

Una dura punizione
Quando, in Egitto, i dieci si trovano prostrati davanti a Giuseppe, lui li riconosce, ma non vede Beniamino. Dov'è Beniamino? Come mai non c'è Beniamino? Eppure a quel tempo era abbastanza grande per poter venire anche lui. Un dubbio atroce sale alla mente di Giuseppe: hanno fatto fuori anche lui. Forse se lo sono venduto per strada, per comprarsi quello di cui avevano bisogno. "Siamo gente sincera", continuano a dire i dieci, ma è chiaro che a Giuseppe la cosa non poteva apparire convincente.
Anche Giacobbe non si lascia convincere da loro quando gli dicono che per liberare Simeone devono tornare in Egitto con Beniamino. Il padre ormai non si fida più di quei dieci figli e non vuole perdere l'unico figlio avuto dalla sua amata Rachele. Quando poi vede che oltre ai sacchi di grano hanno ancora tutti i soldi con cui erano partiti, e che non sanno darne una spiegazione, la sua diffidenza verso di loro tocca il massimo: "«Voi mi avete privato dei miei figli! Giuseppe non è più, Simeone non è più, e mi volete togliere anche Beniamino .... Mio figlio non scenderà con voi; perché suo fratello è morto, e questo solo è rimasto: se gli capitasse una disgrazia durante il vostro viaggio, voi fareste scendere con cordoglio la mia canizie nel soggiorno dei morti»" (Gen. 42:36,38).
La carestia però continua, e quando le provviste portate dall'Egitto finiscono, Giacobbe si trova davanti a una penosa alternativa: o correre il rischio di perdere Beniamino o essere certi che moriranno tutti.
A questo punto prende la parola Giuda, quello che aveva lanciato l'idea di vendere Giuseppe agli Ismaeliti: "Lascia venire il ragazzo con me ... Io mi rendo garante di lui. Ridomandane conto alla mia mano. Se non te lo riconduco e non te lo rimetto davanti, io sarò per sempre colpevole verso di te" (Gen. 43:8,9).
Giacobbe alla fine acconsente e i dieci ripartono verso l'Egitto. Giuseppe rivede Beniamino e si commuove al punto che per non farsi vedere piangere scappa fuori della sala. Ma ancora non si fa riconoscere. Invita tutti i fratelli a pranzo e manifesta la sua preferenza per Beniamino, figlio della sua stessa madre, facendo riempire il suo piatto cinque volte di più di quello dei suoi fratelli. Alla fine sembra che la tensione accumulatasi fino a quel momento sia definitivamente sparita: "E bevvero e stettero allegri con lui" (Gen. 43:34).
Il lieto fine però non arriva ancora. Mentre sono sulla strada del ritorno, il maggiordomo li rincorre e li accusa di furto: nel sacco di Beniamino si ritrova la coppa di Giuseppe. Il ladro dovrà rimanere in Egitto come schiavo; gli altri possono ripartire.
I dieci avrebbero potuto dire: bene, anche l'ultimo figlio di Rachele è fuori gioco e il padre sembra ormai rassegnato all'idea di perderlo. Ma avrebbero dovuto provare di nuovo i morsi del loro senso di colpa assistendo ancora una volta alla scena di disperazione del padre, e questo, insieme al ricordo delle grida angosciose con cui il loro fratello li supplicava di farlo uscire dalla fossa, sarebbe stata per loro la più grande punizione e per la famiglia una rottura irreparabile.
E' a questo punto che, come vedremo nella prossima parashà, entra ancora una volta in gioco Giuda, il figlio di Giacobbe che inaspettatamente occuperà una posizione chiave nella linea della benedizione abramitica. M.C.

  (Notizie su Israele, 29 dicembre 2016)


Coscienze a disagio: botta e risposta

Riportiamo uno scambio apparso su "Moked - il portale dell'ebraismo italiano". Secondo Dario Calimani, "che la politica di Netanyahu non stia facendo gli interessi politici di Israele sembra ormai pressoché indiscutibile". Gli risponde Emanuel Segre Amar, che vivamente ringraziamo.

Dario Calimani, 27 dicembre 2016
Non si può continuare a far finta di nulla. Israele è stata messa in un angolo. Israele si è messa in un angolo. Che l'antisemitismo sia in forte crescita e che gli ebrei non attirino molte simpatie in giro per il mondo è indubbio. E non siamo del tutto certi che ci sia un rapporto necessario e consequenziale fra antisemitismo e ani-israelianismo: l'antisemitismo c'è sempre stato, anche prima che esistesse Israele, come sventuratamente si sa. Che i paesi arabi facciano di tutto per attizzare inimicizia e odio nei riguardi di Israele - e spesso anche degli ebrei tout court - è altrettanto innegabile. Israele ha bisogno di essere difesa, ha bisogno di essere difeso il suo diritto fondamentale all'esistenza. A ogni costo, direi, quando quell'esistenza è messa in pericolo. Su tutto ciò non c'è dubbio e non ci sono né se né ma.
   Ma che la politica di Netanyahu non stia facendo gli interessi politici di Israele sembra ormai pressoché indiscutibile. Non si tratta più di cercare i nemici di Israele all'interno dell'ebraismo, oltre che al suo esterno. Si tratta invece di riconoscere le responsabilità politiche di chi ne regge le sorti. Sembra poco proficuo scagliarsi contro chi non condivide la politica degli insediamenti e delle costruzioni nei 'territori contesi'. Mentre Israele (ma preferisco dire Netanyahu) mostra i muscoli, la crisi si insinua in chi, anche all'interno dell'ebraismo, si pone domande che un tempo non si sarebbe mai posto, o mai avrebbe voluto porsi. È giusto il comportamento di Israele? Sono gli insediamenti l'unica strada per dare sicurezza allo stato? O quello della colonizzazione è un vicolo senza uscita che farà solo il male del paese? Qualcuno dirà che lo sta già facendo, ma sto solo cercando di lasciare aperte dei percorsi di dialogo.
   Israele non ha bisogno dell'ampliamento del proprio spazio vitale, ha solo bisogno di pace. Una ricerca della pace che in questo momento nessuno - e intendo nessuno nei due campi in conflitto - sembra interessato a intraprendere. E tuttavia, chi ci rimette sul piano internazionale è Israele, con un isolamento senza precedenti e con un'immagine che più impopolare non si era mai vista. Anche la crisi all'interno dell'ebraismo non fa bene alla tanto invocata e proclamata unità del popolo, israeliano, da un lato, ebraico, dall'altro.
   Persino la senatrice U.S. Dianne Feinstein, non certo una nemica di Israele, ha difeso la scelta di Obama dichiarando: "Ho assistito con crescente preoccupazione, nel corso degli anni, all'aumento degli insediamenti israeliani, dove vivono ora circa quattrocentomila persone. Credo che l'ampliamento degli insediamenti abbia solo uno scopo, quello di minare l'attuabilità della soluzione dei due stati". E, infatti, questa soluzione ormai sembra non volerla più nessuno.
   E tuttavia, mentre gran parte della popolazione preferisce il pensiero semplice, quello secondo il quale solo una politica forte, altèra ed espansionista può salvare il paese, indipendentemente dalle conseguenze che ne possano sortire, si vanno moltiplicando in Israele i gruppi moderati di pressione che acquisiscono coscienza della crisi e chiedono al governo realistici passi indietro. Basti citare SISO, Darkenu, Yesh Din, B'Tselem, Commanders for Peace, Breaking the Silence, Women Wage Peace…
   Non si tratta di confrontare numeri, né di pesare sulla bilancia la diversa quantità di amore nei confronti di Israele, si tratta solo di aprire gli occhi e guardare in faccia il disagio delle coscienze.L'allenatore deve essere licenziato?

L'allenatore è Netanyahu. Botta e risposta su "Moked - portale dell'ebraismo italiano".

Scrive Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

29 dicembre 2016 - Con la risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è interrotta la tradizione maturata nel corso degli ultimi decenni di storia diplomatica secondo cui gli Stati Uniti pongono il veto a decisioni che possano sembrare negative nei confronti dello Stato d'Israele. La direttiva è arrivata chiaramente e direttamente dal Presidente uscente Barack Obama all'inizio dell'ultimo dei suoi 96 mesi di mandato presidenziale. In realtà non è successo nulla di nuovo. Il tono del discorso politico internazionale da sempre ripete gli stessi motivi, e in particolare rifiuta la narrativa israeliana riguardante lo stato dei territori occupati al termine della guerra dei Sei giorni del giugno 1967: territori in grandissima parte non annessi, ma tuttavia amministrati sotto la tutela delle forze militari israeliane. Nessun paese al mondo ha mai approvato la costruzione di insediamenti israeliani nei territori e in particolare in Giudea e Samaria, nota internazionalmente come Cisgiordania o West Bank. Tutti i paesi hanno votato contro, sempre, e in tutte le occasioni possibili. Con l'eccezione degli Stati Uniti. Nessun paese al mondo riconosce oggi Gerusalemme come capitale dello Stato d'Israele dove dovrebbero trovarsi le ambasciate di tutti i paesi che hanno rapporti con Israele. Gli Stati Uniti hanno giocato per anni con la retorica del trasferimento della sede diplomatica, ma a tutt'oggi l'ambasciata sta a Tel Aviv. Di fronte a questi fatti ben noti a tutti, lo stato ebraico sotto la direzione di Benyamin Netanyahu - Primo ministro (con interruzioni) fin dal 1996, e nel corso degli ultimi mesi anche ministro degli Esteri - ha giocato una partita diplomatica sciocca e temeraria. Questa politica autolesionista ha seguito due piste principali, entrambe insipienti e nocive per la causa di Israele. La prima pista è stata quella di ostentare in tutte le occasioni militanza politica a favore del partito Repubblicano statunitense, ossia a favore dell'opposizione politica al presidente Democratico in carica. Netanyahu si è accanitamente opposto a Obama in occasione delle diverse successive campagne elettorali, e lo ha addirittura sfidato pubblicamente in occasione di un plateale discorso a Camere americane congiunte. E dopo tutto questo Bibi si lamenta quando Obama compie la sua perfida e sottile vendetta politica negli ultimi sprazzi del suo mandato. Ancora più grave la seconda pista seguita dalla politica estera israeliana. Gli insediamenti nei territori non rappresentano un blocco unico e ineluttabile ma, al contrario, sono composti da varie stratificazioni che evocano situazioni sociologiche differenti e reazioni ben differenziate in Israele e nel mondo. Esistono i nuovi quartieri ebraici costruiti attorno a Gerusalemme dopo il 1967: Gilo (dove era situata l'artiglieria giordana che nel 1967 cannoneggiava le strade della città), Ramot, Talpiot Mizrach. Chiunque abbia la testa sulle spalle capisce che questi quartieri fanno parte permanente del comune di Gerusalemme, sono abitati non da coloni, ma da normali cittadini urbani, e nessuno sogna che possano essere sgomberati e consegnati a chicchessia. Poi esistono Ma'alé Adumim e Beitàr Élit, due città sui 40-50.000 abitanti a poche centinaia di metri dal vecchio confine, che fungono da quartieri dormitorio per Gerusalemme, anch'esse popolate da pacifici strati sociali medio-bassi. Fanno parte del consenso di ciò che Israele si terrà in qualsiasi accordo con i Palestinesi. Poi c'è il Gush Etzion, il complesso di insediamenti rurali che facevano parte della Palestina ebraica fino al 1948 e sono stati ricostruiti dopo il 1967. Anche questa parte viene raramente messa in discussione nell'ipotesi di un futuro accordo. Poi c'è Ariel, una città più all'interno della Samaria, meno facilmente accessibile. È legittimo discuterne, anche se è improbabile che possa venire rimossa. E poi ci sono diversi insediamenti ebraici isolati sulle colline circondate da villaggi arabi. Per citarne uno solo fra i tanti: Itzhar. Poche persone militanti che non offrono alcun vantaggio sul piano della difesa del territorio, ma al contrario richiedono un grande impegno di difesa militare. In questo caso l'ipotesi di uno sgombero in cambio di adeguato compenso non sarebbe totalmente implausibile e causerebbe fastidi a un numero relativamente minore di persone. Fin qui, tutto è stato costruito su terreni pubblici o regolarmente acquistati da enti e privati israeliani da venditori palestinesi. E infine esiste un piccolo insediamento di militanti, Ammona, che è stato costruito illegalmente sul terreno privato di un palestinese. Ammona è illegale secondo il diritto privato israeliano - non solo secondo il diritto internazionale - e la Corte Suprema israeliana ne ha ordinato lo sgombero già due anni fa, ma il governo di Israele finora ha procrastinato sine die. Nel presentare il caso di Israele di fronte al mondo, Netanyahu avrebbe potuto differenziare la sua politica, avrebbe potuto presentare dei distinguo, avrebbe potuto lasciare qualche spiraglio aperto al possibilismo. Per dare qualche credibilità alla sua stessa affermazione di sostegno alla soluzione di due stati per due popoli, avrebbe potuto lasciar intravvedere quali sono le porzioni di territorio sulle quali Israele non ha pretese o ambizioni. La via da lui scelta invece è stata quella di sostenere tutto e il massimo. Senza distinzione: Gilo, Ma'ale Adumim, Ariel, Izhar, Ammona. È tutto nostro, senza compromessi. Siamo orgogliosi, nelle parole di Netanyahu, di essere il governo che più di ogni altro ha a cuore la causa degli insediamenti e allo stesso tempo promuove una soluzione in cui milioni di palestinesi potranno rimanere nelle loro case ma senza diritto di voto - a spese dell'idea di uno stato d'Israele ebraico e democratico. Ma ora, proprio allo scadere del mandato di Obama, il mondo politico internazionale chiede chiarezza e esprime la sua insoddisfazione di fronte a questo tipo di discorsi.
Il voto al Consiglio di sicurezza è una colossale sconfitta diplomatica per Israele.
È in primo luogo uno schiaffo morale, un gesto di patente antipatia da parte di tutti i paesi coinvolti nel voto, amici, neutrali e nemici. Ma le conseguenze, soprattutto sul piano della Corte internazionale dell'Aja e delle possibili sanzioni economiche anti-israeliane, potrebbero essere molto pesanti.
Per consolarci, concludiamo allora con una metafora sportiva. Quando una squadra di calcio perde per un rigore subito al 96� minuto, è inutile incolpare l'arbitro venduto, il pubblico becero, i giocatori avversari simulatori, o perfino la nostra difesa ingenua e scarpona. Si deve licenziare immediatamente l'allenatore.

Risponde Raffaele Besso, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

30 dicembre 2016 - Il professor Sergio Della Pergola, nel suo settimanale intervento sul notiziario Pagine Ebraiche 24, è riuscito a criticare contemporaneamente il cambiamento della politica USA ordinato da Obama nella votazione al Consiglio di sicurezza dell'ONU, che definisce "perfida e sottile vendetta politica", e tutta la politica del suo primo ministro Netanyahu, regolarmente rieletto dal popolo di Israele durante gli otto anni della presidenza di Obama, al punto dal richiederne, al termine del suo intervento, il "licenziamento immediato".
Peccato che, nella sua ben nota idiosincrasia nei confronti di Netanyahu, Della Pergola faccia affermazioni molto discutibili, ed ometta realtà che distruggerebbero le sue tesi.
Lasciamo perdere alcuni commenti del tutto personali sulla politica di Netanyahu, commenti che personalmente non condivido: "Partita diplomatica sciocca e temeraria", "Due piste seguite, entrambe insipienti e nocive per la causa di Israele", e che avrebbero forse dovuto essere esposti con tono meno assoluto, e passiamo oltre.
Quando Della Pergola parla di "Militanza a favore del partito repubblicano", dovrebbe spiegarsi meglio, visto che ricordo bene le affermazioni fatte da Netanyahu durante la campagna elettorale americana di neutralità nel confronto Trump - Clinton, a differenza della ben nota ingerenza di Obama nell'ultima campagna elettorale israeliana, con addirittura fondi abbondanti ($ 350,000) e illegali inviati al partito, poi uscito sconfitto, di Herzog e della Livni. Parimenti, quando scrive che Obama sarebbe stato "sfidato in occasione del discorso a Camere congiunte" omette il fatto fondamentale che Netanyahu aveva ricevuto un invito bipartisan a Washington dal Congresso, e nulla davvero gli impediva di accettare l'invito.
Decisamente più grave, a mio parere, è il detto, ed il non detto quando si entra nel vivo del discorso sulle cosiddette "colonie". Della Pergola, infatti, quando scrive, per alcune di esse: "nessuno sogna che possano essere sgomberati e consegnati a chicchessia" non può non sapere che Obama ed Abu Mazen parlano della totalità dei territori posti oltre la linea di cessate il fuoco del 1949 (linea che la Giordania pretese che non fosse considerata in futuro come linea di confine); quindi non parlano solo di Gilo, Ramot e Talpiot Mizrach che invece molti "sognano" che vengano sgomberate, ma dello stesso Kotel col quartiere ebraico, che è rimasto nella penna del professore Della Pergola. E chi lo autorizza poi a scrivere che "Gush Etzion viene raramente messa in discussione"? Questa affermazione è davvero incomprensibile. Penso tuttavia che queste parole siano propedeutiche alla affermazione che Netanyahu "avrebbe potuto lasciar intravvedere quali sono le porzioni di territorio sulle quali Israele non ha pretese o ambizioni", ma questo mi lascia perplesso, sia per la ingenuità politica di tale affermazione, sia perché sembra che ci si dimentichi degli accordi di Oslo che rispondono pienamente a questo interrogativo (accordi che, tra l'altro, non menzionano neppure uno stato palestinese, come Rabin pretese).
No, Netanyahu non dice "è tutto nostro", non "procrastina sine die" la soluzione del problema Ammona, e non ha mai pensato che "milioni di palestinesi potranno rimanere nelle loro case ma senza diritto di voto", ma forse, a differenza di Della Pergola, non dimentica che il Primo Ministro di Israele, e tutto il popolo che egli rappresenta, è stato offeso dal Presidente degli USA quando, in occasione del loro primo incontro, è stato fatto entrare alla Casa Bianca dalla porta di servizio ed ha dovuto fare anticamera aspettando che la famiglia Obama finisse di mangiare.
Chiudo suggerendo a Della Pergola di approfondire le sue conoscenze calcistiche; se infatti ritiene che nel calcio "si licenzi immediatamente l'allenatore la cui squadra perde per rigore al 96esimo minuto" (non trovo il caso cui allude), ricordo che alla Juve Conte, sconfitto ed eliminato dal Galatasaray a solo 5 minuti dalla fine in champions league, non venne affatto licenziato, ma, in dissidio con la sua società per un rinforzo richiesto ed arrivato solo un anno dopo, se ne andò per approdare prima alla guida degli azzurri, dove ottenne ottimi risultati, e poi alla guida del Chelsea, che oggi guida la classifica del campionato inglese. Se dunque questo è il paragone, Netanyahu deve solo ringraziare il professore Della Pergola.
Mi auguro inoltre che il Presidente eletto Trump porti a Gerusalemme l'ambasciata degli USA come votato dalla quasi totalità del Congresso USA nel 1995, a differenza di quanto affermato da Della Pergola che sostiene che "nessun Paese al mondo riconosce oggi Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele".

(moked, 30 dicembre 2016)


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Emanuel Segre Amar, 28 dicembre 2016
Scrivo riguardo all'opinione di Dario Calimani apparsa sul notiziario quotidiano Pagine Ebraiche 24 il 27 dicembre 2016. Credo serva una seria riflessione sull'immagine che viene data dall'ebraismo italiano sia in questo che in altre opinioni pubblicate nei mesi scorsi. Pertanto mi vedo costretto a riprendere affermazioni che non posso condividere.

"Israele è stata messa in un angolo".
La verità è l'esatto contrario, visto che Netanyahu, con incontri ufficiali e semi ufficiali, ha ottenuto successi internazionali e allacciato o riallacciato relazioni diplomatiche e collaborazioni in tutti i campi, in particolare quello agricolo, con numerose nazioni africane e perfino islamiche.

"Che l'antisemitismo sia in forte crescita è indubbio".
Questa affermazione decontestualizzata è priva di ogni significato, come ha spiegato lo storico Georges Bensoussan nella conferenza tenuta a Milano lo scorso 22 novembre. Nell'opinione si collega la crescita dell'antisemitismo alla "politica di Netanyahu", ma proprio Bensoussan ha spiegato questa crescita con chiari argomenti, e tra questi non compariva "la politica di Netanyahu".

Calimani ha inoltre scritto: "sembra ormai indiscutibile che la politica di Netanyahu non stia facendo gli interessi politici di Israele".
Viene da chiedersi come faccia a esprimere queste certezze assolute considerando che la realtà è sotto gli occhi di tutti e non è vista solo da chi non la vuole vedere.

"Israele (ma preferisco dire Netanyahu) mostra i muscoli".
Calimani dimentica che, anche se in Medio Oriente chi non alza la voce viene valutato debole e immediatamente annientato, prima di mostrare i muscoli il Primo ministro ha dimostrato tanta pazienza in un contesto politico internazionale sfavorevole al punto da doversi scontrare, più volte negli ultimi anni, anche con l'amministrazione Obama, che è riuscita a distruggere equilibri e intere nazioni. Ha inoltre dimenticato che Benjamin Netanyahu è l'unico Primo ministro democraticamente eletto in Medioriente e, di conseguenza, è l'unico capo di governo della regione che realmente rappresenta la maggioranza della popolazione che lo ha votato.

"La crisi si insinua in chi, anche all'interno dell'ebraismo, si pone domande che un tempo non si sarebbe mai posto".
Posso controbattere citando, per esempio, La Stampa del 4 novembre 1987 quando Sergio Quinzio, commentando il libro di Yehoshua 'Il poeta continua a tacere', scrive che "l'opera è poco meno che spietata nei confronti di Israele". La critica, anche spietata, è tradizionale nel mondo ebraico, ma, a mio modesto parere, può essere accettata e giustificata solo se pienamente argomentata.

"Israele ha solo bisogno di pace".
Finalmente concordo con una frase che appare nell'opinione citata, ma avrei voluto leggere che perfino il capo dell'opposizione di Netanyahu, Herzog, ha recentemente affermato che manca una controparte con la quale si possa trovare un accordo.

"Israele ci rimette, sul piano internazionale, con un isolamento senza precedenti".
Mi permetto di ricordare cosa successe in occasione della guerra del Kippur, nel 1973, quando nessuno Stato europeo concesse agli aerei americani che dovevano portare aiuti ad Israele, attaccata dagli eserciti arabi, il permesso di atterrare per effettuare il necessario rifornimento tecnico. In quei tristi giorni Israele non era totalmente isolato?

"La soluzione dei due stati 'sembra ormai non volerla più nessuno'".
Eppure proprio Netanyahu si è sempre espresso in favore di questa soluzione; purtroppo, come in tanti riconoscono, e tra questi perfino Yehoshua, manca una controparte pronta a discutere.
Nell'opinione si giudicano "Gruppi moderati" ad esempio B'Tselem. Ritengo che quanto non siano moderati sia stato dimostrato con ampia documentazione e sarebbe più consono non fare affermazioni di questo tenore sul sito dell'Ucei.
Non metto in dubbio che si debba concedere a tutti, soprattutto tra noi ebrei, di esprimere le proprie idee, ma questo principio deve essere valido proprio per tutti, cosa che attualmente non vale in Moked. Credo inoltre che, trattandosi del sito ufficiale dell'UCEI, la direzione dovrebbe prendere le distanze, almeno con una postilla, dalle affermazioni più estreme che non rappresentano il pensiero della maggioranza degli ebrei italiani; affermazioni che, al contrario, forniscono argomenti ("Lo dicono anche loro") ai nostri nemici (nemici, non avversari). La quantità di critiche molto severe nei confronti di questa opinione, apparse sui social network e sottoscritte da correligionari, sia in Italia che in Israele, dimostra che ciò che appare 'indiscutibile' ad alcuni, è da tanti severamente discusso.
Faccio infine mie le ultime parole di Calimani: "si tratta solo di aprire gli occhi e guardare in faccia il disagio delle coscienze". È indubbio però che la maggioranza delle coscienze che provano un forte disagio sono quelle di chi la pensa come me e che in questa occasione lo ha abbondantemente espresso.

(moked, 28 dicembre 2016)


Usa e getta Israele

Trump anticipa tutti rassicurando Israele. Poi inizia il battibecco (durissimo) tra Kerry e Netanyahu.

di Paola Peduzzi

MILANO - Prima del battibecco a distanza tra John Kerry e Benjamin Netanyahu, segretario di stato americano e premier israeliano, ha tuittato Donald Trump. Anticipando tutti, il presidente eletto ha rassicurato Israele: "Stay strong", il 20 gennaio è vicino. Poi è andato in scena l'ultimo atto di una crisi che va avanti da venerdì, quando all'Onu l'America si è astenuta sulla risoluzione 2334 che condanna la politica degli insediamenti di Israele. Kerry ha rigettato le accuse di "abbandono", e ha detto che la soluzione dei due stati è l'unica strada per la pace, ma è "a rischio", a causa (anche) dell'aggressiva politica di insediamenti di Israele. Netanyahu ha risposto qualche ora dopo: come la risoluzione, anche il discorso di Kerry è "distorto" nei confronti di Israele, e il segretario di stato è "ossessionato" dalla questione degli insediamenti.
   Accusando il governo Netanyahu di essere ostaggio dell'agenda dei settlers, Kerry ha spiegato (con un tono paternalistico) che gli Stati Uniti non hanno fatto alcuna svolta contro Israele, ma hanno rispettato "i loro valori", che si fondano su una lunga storia - prima di Obama: il segretario di stato ha citato un articolo del New York Times del 1987, quando il presidente era Ronald Reagan - di pressioni per portare israeliani e palestinesi a un negoziato, che negli ultimi dieci anni si è focalizzato sulla road map per costruire due stati vicini e in pace. Kerry ha detto che non ci sono stati complotti, non ci sono stati incontri segreti come hanno sostenuto gli israeliani (e gli egiziani, terza parte ambigua di questa crisi), ma che anzi lui stesso aveva avvisato Israele che ci sarebbe stata entro l'anno una risoluzione sugli insediamenti e che la posizione americana non era diversa da quella degli ultimi trent'anni. Sulla questione degli insediamenti, sul governo israeliano "più a destra" di sempre, sulle istanze dei settlers, Kerry è stato molto duro: secondo il New York Times il segretario di stato voleva tenere questo discorso già due anni fa, ma Obama sosteneva che sarebbe stata una pressione fuori luogo nei confronti di Netanyahu. Se questa sia la ricostruzione esatta non si sa, ma il tono del segretario di stato è stato animato e preciso: non è colpa di Israele se non c'è la pace, ma la pace non ci sarà mai se Israele non esce dall'angolo in cui è rimasto insistendo con la costruzione degli insediamenti. Nella seconda parte del discorso, Kerry ha cercato di spiegare i passi per la pace (sei), ricordando che l'alleanza con Israele è fortissima (ha fatto un elenco piuttosto deprimente di quanti soldi gli americani spendono per gli israeliani) e che l'azione dell'Amministrazione è stata "incessante" nel condannare il terrorismo contro Israele e nel convincere i palestinesi che la pace si ottiene mettendo fine a ogni attacco.
   Scetticismo, mancanza di fiducia, la paura che non ci sia reciprocità: questi sono i motivi per cui ancora non si è riaperta una trattativa diretta tra israeliani e palestinesi. Secondo Kerry, oggi bisogna fare di tutto per evitare che la soluzione a due stati "scivoli via", perché "lo status quo porta verso uno stato solo, o l'occupazione perpetua". Netanyahu ha risposto poco dopo - mentre sulle tv israeliane scorreva una breaking news allarmante: il procuratore generale ha aperto un'inchiesta contro il premier. Kerry non è equilibrato nei confronti di Israele, ha detto Netanyahu: per fortuna l'alleanza tra Israele e America sopravviverà anche a questa Amministrazione Obama, ma lui è stufo di sentire ramanzine su come si fa la pace da altri leader stranieri.

(Il Foglio, 28 dicembre 2016)


Militanti Isis curati in Israele

E anche civili gravemente feriti nei combattimenti. I pazienti in cura sono stati finora 2.600. Gerusalemme, che è in guerra, lo fa per motivi umanitari

di Andrea Brenta

Dalla primavera del 2013 gli ospedali israeliani hanno accolto più di 2.600 siriani feriti, tra cui molti combattenti dell'esercito ribelle e, chissà, anche qualche militante dell'Isis. Oltre ai civili, bambini compresi.
   I due paesi, che si sono scontrati nel 1948, nel 1967 e nel 1973, restano tuttora tecnicamente in guerra fra loro, benché la frontiera comune abbia conosciuto un lungo periodo di calma.
   «Tutto è cominciato nel primo pomeriggio del 16 febbraio 2013», spiega al quotidiano francese Le Figaro il colonnello Alon Galsberg, medico militare di stanza nel Nord di Israele, «quando una pattuglia ci ha chiamato per segnalare la presenza di sette siriani distesi lungo la barriera di sicurezza. Ci siamo chiesti come reagire, finché non ci hanno detto di essere stati feriti dall'esercito del regime e che non avevano un posto dove andare».
   Nelle settimane seguenti l'improbabile scenario si è ripetuto così spesso che lo stato maggiore ha deciso di allestire un ospedale da campo nei pressi della barriera di sicurezza ai piedi dell'altopiano del Golan. Oltre 430 siriani vi sono stati curati fino a che l'esercito ha deciso, il 13 giugno 2016, di chiudere questa struttura divenuta troppo visibile. Da quel momento in poi i feriti siriani vengono trasferiti direttamente negli ospedali di Safed, Nahariya, Tiberiade e Haifa.
   «Dall'inizio della guerra», racconta Ayman, 18 anni, gravemente ferito dall'esplosione di una mina, «tutti conoscono un ferito che sia stato curato in un ospedale israeliano». Ayman è uno di questi. Dopo aver disertato dall'esercito regolare siriano, il giovane è passato nelle file dei ribelli. Ma una mina gli ha fatto perdere le mani. Ora attende che i medici dell'ospedale di Safed gli impiantino le protesi sui due moncherini. «All'inizio», continua, «avevo paura di tutto. Pensavo che gli israeliani mi avrebbero torturato o imprigionato. Sono stato educato a credere che siano peggio del diavolo», confessa. «Ma poi ho capito che si occupavano di me meglio di quanto avrebbero fatto i medici del mio stesso paese».
   Ma quel è lo scopo di tutto questo? A sentire i discorsi ufficiali, l'esercito israeliano cura i feriti siriani in nome di considerazioni strettamente umanitarie. Ma è lecito pensare che lo stato ebraico tragga un beneficio indiretto da questo impegno. Per esempio, l'esercito potrebbe approfittarne per istituire un canale di comunicazione con le fazioni ribelli insediate sul versante siriano del Golan, ivi compresi i jihadisti del Fronte di al-Nusra, affiliato ad alQaida. Questi contatti hanno portato a una relazione di buon vicinato, che si traduce non solo nel mantenimento di una relativa calma alla frontiera, ma soprattutto nella tenuta a distanza dell'Hezbollah libanese.
   Dal canto suo, il regime siriano denuncia regolarmente questo avvicinamento di circostanza e accusa Israele di sostenere i «terroristi».
   I pazienti siriani convalescenti presso l'ospedale di Safed affermano di aver militato nell'esercito siriano libero e proclamano il loro rifiuto dello Stato islamico. Ma è difficile provarlo. Intanto però il personale medico prende tutte le precauzioni possibili per preservare l'anonimato dei suoi degenti siriani.

(ItaliaOggi, 28 dicembre 2016)


Mantova - «Nessun danno all'antico cimitero ebraico»

Oggi, dal Comune di Mantova, partirà alla volta di Roma la richiesta del sindaco Mattia Palazzi di incontrare la presidente della Uruone delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni.
E' la risposta dell'amministrazione di centrosinistra alla lettera preoccupata della presidente dell'Ucei all'indomani dell'avvio dei lavori nell'area di San Nicolò dove una volta c'era l'antico cimitero ebraico. «Vi preghiamo con urgenza di interrompere l'attività demolitiva in corso - scriveva la Di Segni sia al sindaco che al ministro per i beni culturali Franceschini - e di consentirci di verificare lo stato dell'arte, in presenza di reperti di fondamentale valore storico e religioso». «Innanzitutto - precisa il primo cittadino - i lavori a San Nicolò sono già terminati dopo due giomi. Non si trattava di alcun intervento demolitivo, ma solo di una ripulitura di un'area degradata, come da tempo richiedevano i cittadini della zona e che mai nessuno finora aveva fatto. Adesso che il terreno è passato dal demanio al Comune possiamo intervenire. Tengo, inoltre, a precisare che nulla abbiamo toccato delle eventuali testimonianze storiche presenti». E annuncia: «Domani (oggi, ndr.) partirà la richiesta all'Ucei per un incontro. In quell'occasione forniremo elementi corretti su quello che abbiamo intenzione di fare a San Nicolò, non certo un centro commerciale come teme l'Unione delle comunità ebraiche». Palazzi ribadisce: «Non vogliamo perdere il finanziamento di 18 milioni per il bando periferie. Siamo disponibilissimi a trovare un accordo che dia il segno di un'area che è stata un cimitero ebraico. Dipende anche dalla loro volontà di trovare un'intesa».

(Gazzetta di Mantova, 28 dicembre 2016)


La Festa delle Luci

Una candela al giorno fino al primo gennaio. Tanta musica, canti e i dolci «sufganiot». Una famiglia ebraica celebra Hanukkah, il lito tradizionale di fine anno.

di Marta Ghezzi

 
Da sinistra, Emanuelle, Sylvia, Zion e Danielle nella loro casa in zona De Angeli
MILANO - Una ogni sera, per otto giorni. La prima e stata accesa mercoledì 24, l'ultima, che segnerà la fine di Hanukkah, brillerà nel primo giorno dell'anno nuovo. La festa ebraica, chiamata anche Festa dei Lumi, che non ha origini bibliche ma storiche (ricorda la vittoria sul Re Antioco IV, colpevole della profanazione del Tempio sacro di Gerusalemme, e la consacrazione del nuovo altare, nel 164 a.C.), è contrassegnata dall'accensione di una candela, sera dopo sera, all'ora del tramonto.

 Otto giorni
  La durata non è casuale ed è legata a un miracolo. Secondo la tradizione, quando i vincitori cercarono l'olio per accendere il candelabro nel tempio, scoprirono che ne era rimasta una quantità sufficiente per poche ore. Bruciò invece per otto giorni di fila.

 Milano, zona De Angeli
  Sylvia Sabbadini estrae da un cassetto un vecchio candelabro rituale. La differenza da quelli odierni è evidente: al posto deglì otto bracci, otto conchette. «E' dei miei nonni, ebrei romani. Allora si versava ancora l'olio», spiega la signora perdendosi nelle immagini dell'infanzia. C'è nostalgia nel ricordo. «Una festa di pura gioia: quattordici nipoti di tutte le età attorno al pianoforte, la nonna che suonava e noi a cantare». Canti religiosi? Risata. «Noo, le canzoni di Hannukah parlano di dolci e del gioco delle trottole!», svela. Il racconto prosegue e gira intorno al torrone, «una scatola per ogni bambino: dentro era nascosta una banconota», ai sufganiot (i bomboloni fritti nell'olio e ricoperti di zucchero), «soffici e irresistibili, niente a che vedere con quelli dei bar», e ai latkes, sorta di pancakes a base di patate, cipolla, farina di matzah e sale.
Anche il marito Zion Nahum, natali a Tel Aviv da genitori italiani scappati dalla Libia, ha ricordi vivissimi. «Le canzoni con la chitarra, la calda atmosfera di famiglia e l'effetto della luce delle candele che dall'interno delle case si allarga sulle strade».
Sylvia e Zion, che si definiscono tradizionalisti (osservano tutte le festività ebraiche e a casa mangiano kosher), sono a Milano dal 2003. La coppia non ha dimenticato la prima «Festa dei Lumi» lombarda. È lui a tratteggiare le impressioni. «È un rito intimo, casalingo», anticipa. Poi spiega. «Non avendo familiari in città, ci rivolgemmo alla comunità ebraica locale. Ci ritrovammo in piazza San Babila, in mezzo al traffico: un'esperienza nuova, forte, con lo sguardo di tutti su di noi».

 È il momento
  Insieme alle figlie, la diciottenne Danielle ed Emanuelle, 10 anni, raggiungono il tavolo della sala. Sul piano il candelabro a nove bracci (il nono, centrale e nascosto, è per il lume di accensione), «I ladri si sono portati via quello d'argento di famiglia», sospira la signora.
Emanuelle aspetta che il padre reciti le benedizioni e poi, insieme a lui, prende un fiammifero e dà il via alla cerimonia. Attimo intenso.
«Le luci ricordano la fragilità della vita e indicano che anche nei momenti più bui non deve venire meno la speranza di illuminare le tenebre», sussurra Sylvia.
Poi prende il piatto colmo di sufganiot e offre.

(Corriere della Sera, 28 dicembre 2016)


Contro l'Onu e contro Obama. Il Congresso (con Trump) difende Israele

Netanyahu "riduce" i rapporti con 12 paesi, oggi il voto per i nuovi insediamenti. Dettagli sui precedenti. "Un club per passare il tempo", twitta The Donald.

di Paola Peduzzi

MILANO - Il ministero degli Esteri israeliano ha fatto sapere martedì di aver "temporaneamente ridotto" i legami di collaborazione con dodici dei quattordici paesi che hanno votato a favore della risoluzione 2334 - l'America si è astenuta - che condanna la politica degli insediamenti del governo di Benjamin Netanyahu. Contestualmente all'offensiva diplomatica, il governo di Israele ha stabilito un voto per oggi al comune di Gerusalemme per l'approvazione della costruzione di altre 600 "unità di alloggi" nella parte est della città, prima tranche di un progetto che comprende 5.600 unità. Il messaggio è chiaro: la risoluzione non avrà effetti sugli insediamenti, e come dice l'ex ministro Tzipi Livni gli altri paesi devono smettere "di dare Israele per scontato". Il raffreddamento nei confronti dei dodici paesi procede di pari passo con il congelamento di fondi ad alcune agenzie dell'Onu. Molti in Israele sostengono che Netanyahu sta condannando il paese a un isolamento diplomatico rischioso, così come a destra e a sinistra ognuno recita la propria parte politica nei confronti del premier. Ma il problema, si sa, è l'America, anzi: Barack Obama. Il Congresso, che è a maggioranza repubblicana, già da giorni manifesta solidarietà a Israele contro il "tradimento" obamiano, mentre il senatore conservatore Ted Cruz ha chiesto di congelare i finanziamenti statunitensi all'Onu fino a che la risoluzione non sarà annullata. L'Onu è nel mirino anche del presidente eletto, Donald Trump, che già aveva tuittato: tutto cambierà dal 20 gennaio (con l'inaugurazione) e ha aggiunto che l'Onu "ha un così grande potenziale, ma ora è soltanto un club di persone che si incontrano, parlano e passano del tempo assieme.

(Il Foglio, 28 dicembre 2016)


Darom Adom Festival, uno dei più belli di Israele

Darom Adom 2015
Il Darom Adom Festival è un evento annuale che si tiene in Israele, che segue la stagione della piogge, in coincidenza con la copertura del Negev settentrionale di un tappeto anemoni rossi scarlatti: uno spettacolo mozzafiato.
Per testimoniare la piena fioritura e i successi agricoli di Israele si celebra questo festival, caratterizzato da moltissime attività orientate alla famiglia grande che avranno luogo nella regione di Eshkol.
Darom Adom Festival si svolge in cinque diversi fine settimana, ciascuno portatore di un tema diverso. Durante la metà settimana, si può godere del bellissimo paesaggio nella regione approfittando di alcune delle iniziative che si potranno fare in compagnia di amici e familiari.
L'edizione 2017 si terrà nei seguenti weekend:
19-21 gennaio
26-28 gennaio
2-4 febbraio
9-11 febbraio
16-18 febbraio
Darom Adom è uno dei Festival più attesi in Israele, perché mostra una delle tante bellezze del paese e permette a molte di persone di rompere il tam tam quotidiano e abbracciare la natura.

(Israel Cool, 27 dicembre 2016)


Schiaffo di Netanyahu all'Onu. "Nuove case a Gerusalemme Est"

L'annuncio del premier in risposta alla risoluzione di condanna per gli insediamenti. Lieberman attacca la Francia: "La vostra conferenza di pace è come il processo Dreyfus".

La risoluzione
Nel testo della risoluzione del consiglio di Sicurezza Onu approvata venerdì, si chiede a Israele di fermare gli inse- diamenti, definiti "uno dei principali ostacoli alla pace nell'area"
Il voto
Il testo era stato proposto dall'Egitto: ma le pressioni di Trump lo hanno fatto desi- stere. I I testo è stato poi presentato da altri Paesi e approvato: 14 voti a favore, con clamorosa astensione Usa
Le tensioni
La rinuncia da parte Usa ad usare il proprio potere di veto per bloccare la risoluzione ha scatenato l'ennesimo, durissimo, contrasto tra Netanyahu e l'Amministra- zione Obama

di Alberto Flores D'Arcais

NEW YORK - La risposta di Israele al voto delle Nazioni Unite che condanna gli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est non si è fatta attendere: verranno costruite 618 nuove case nella parte orientale della capitale dello Stato ebraico. Un piano deciso da tempo, congelato finora dal lavorio della diplomazia sotterranea e che verrà approvato domani nel pieno dello scontro tra il governo di Benjamin Netanyahu e la Casa Bianca di Barack Obama per via della storica astensione all' Onu degli Stati Uniti ( da sempre il più potente e leale alleato di Gerusalemme).
   In attesa dell'insediamento di Trump (20 gennaio), che ha dimostrato a parole («sposteremo la nostra ambasciata a Gerusalemme») e con i fatti (la nomina di un ambasciatore favorevole agli insediamenti) di volere cambiare la tradizionale linea politica americana sul conflitto israeliano-palestinese, non si placano le polemiche e le accuse ad Obama.
   In un'intervista alla Cnn l'ambasciatore israeliano negli Usa Ron Dermer ha accusato la Casa Bianca di «aver orchestrato» il voto (gli Usa non hanno posto, al contrario di quanto sempre fatto, il veto e nella votazione al Consiglio di Sicurezza si sono astenuti) e di aver condotto «una guerra diplomatica» contro Israele insieme alla coalizione anti-israeliana alle Nazioni Unite: «Quel che è vergognoso è che gli Stati Uniti sono dietro questa coalizione. Io penso che sia stato molto triste, veramente un capitolo vergognoso. Noi abbiamo la chiara prova di quanto successo, presenteremo questa prova alla nuova Amministrazione attraverso i canali appropriati. E se vogliono condividerla con il popolo statunitense, lo potranno fare».
   Alla vigilia di Natale Netanyahu ha convocato (dopo averlo fatto il giorno prima con tutti gli ambasciatori dei Paesi che fanno parte del Consiglio di Sicurezza) anche l'ambasciatore americano Dan Shapiro per protestare contro quello che in Israele è stato visto come un vero e proprio tradimento da parte del potente alleato. Il premier israeliano ha anche chiesto al ministero degli Esteri di preparare urgentemente un piano d'azione su come «"trattare" con le Nazioni Unite («faremo tutto quanto sarà necessario affinché Israele esca incolume da questa vergognosa decisione»).
   Lo Stato ebraico teme che prima dell'insediamento di Trump, quindi con Obama ancora in carica pronto ad appoggiare nuove iniziative considerate anti-israeliane, al Palazzo di Vetro venga presentata una seconda risoluzione che fissi paletti (non accettabili da Israele) per il processo di pace.
   Il 15 gennaio è prevista a Parigi una nuova conferenza di pace sul Medio Oriente. Obiettivo dichiarato è quello di una ripresa del confronto tra israeliani e palestinesi, ma per il ministro della Difesa israeliano Avigdor Lieberman non sarà altro che «un processo contro Israele»: per l'occasione Lieberman ha tirato in ballo per l'occasione il famoso affare Dreyfus (il capitano ebreo dell'esercito francese che venne ingiustamente processato per spionaggio e alto tradimento nel 1894, errore giudiziario diventato simbolo dell'antisemitismo): «Non è una conferenza di pace, ma un processo a Israele, l'unico punto ali' ordine del giorno è colpire la sicurezza di Israele e la sua reputazione. Una versione moderna del processo Dreyfus, con un'unica differenza: sul banco degli imputati non c'è un solo ebreo, ma tutti gli ebrei e lo Stato di Israele».

(Corriere della Sera, 27 dicembre 2016)


Perché Netanyahu è certo della "premeditazione" di Obama

Così è nata la clamorosa astensione di Washington contro Israele. La ''kill zone" diplomatica di Obama.

di Paola Peduzzi

 
MILANO - Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, non ha dubbi: l'Amministrazione Obama preparava da tempo la decisione "vergognosa" di astenersi al voto della riso1uzione 2334 dell'Onu che condanna la politica degli insediamenti di Israele in Cisgiordania e Gerusalemme est. "L'Amministrazione Obama ha iniziato questo processo - ha detto il premier - l'ha promosso, l'ha coordinato e ha chiesto che passasse". Washington fa sapere di non aver "premeditato" nulla, ma erano 36 anni che, in seguito al veto americano, non veniva approvata all'Onu una risoluzione di condanna dei settlement, e pochi pensano che si tratti di una decisione dell'ultimo minuto.
   Di fronte alle tante bozze di risoluzione circolate all'Onu nell'ultimo anno, i diplomatici israeliani hanno definito gli ultimi mesi di governo di Obama una "kill zone", racconta il Wall Street Journal: con la vittoria di Donald Trump, il presidente si sarebbe sentito libero di mostrare la sua politica reale - ostile - nei confronti di Israele. Grande preoccupazione aveva creato il discorso del 4 dicembre di John Kerry, segretario di stato.
   Kerry aveva definito gli insediamenti "un ostacolo alla pace", come è scritto anche nella risoluzione 2334. L'incontro, qualche giorno dopo, del segretario di stato americano con il capo dei negoziatori palestinesi, Saeb Erekat, ha convinto la diplomazia di Israele che fosse in corso una "collusione" contro Netanyahu tra americani e palestinesi. A ottobre, erano pronte due bozze di risoluzione: una di condanna degli insediamenti, l'altra di riconoscimento da parte dell'Onu dello stato palestinese. Secondo alcune fonti, i palestinesi hanno deciso di non presentare la seconda risoluzione perché sicuri del veto americano che risultava invece negoziabile sulla questione degli insediamenti, che da sempre divide l'Amministrazione Obama e il governo di Gerusalemme. Con la vittoria di Trump, s'è imposta un'accelerazione: ora o mai più, dicevano i diplomatici onusiani. A guidare l'iniziativa sulla definizione di "illegalità" degli insediamenti è stato l'Egitto, membro non permanente del Consiglio di sicurezza, che aveva "messo in blu" la risoluzione - pronta per il voto - mercoledì sera. A quel punto la tentazione di astenersi da parte dell'America è risultata chiara in Israele: Netanyahu (che è anche ministro degli Esteri) ha chiamato Kerry al telefono, senza ottenere alcuna garanzia ("gli amici non se la prendono con gli amici al Consiglio di sicurezza"), e così si è rivolto al futuro presidente Trump - in particolare al genero Jared Kushner e al superconsigliere Steve Bannon, ma nessuno conferma il loro ruolo - che è intervenuto su Twitter ribadendo la necessità del veto e ha telefonato al rais egiziano, Abdel Fattah al Sisi, chiedendo e ottenendo una proroga del voto. Ma di fronte al tentennamento dell'Egitto, Malesia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela hanno preso in mano la risoluzione e organizzato il voto, passato con 14 voti a favore (compreso l'Egitto), zero contrari, l'astensione americana, un grande applauso e una spiegazione dell'ambasciatrice americana all'Onu, Samantha Power, del perché dell'astensione. Sintesi: Netanyahu avrebbe potuto evitare questo scontro, non può volere la soluzione dei due stati e l'allargamento degli insediamenti allo stesso tempo.
   Il premier israeliano ieri ha detto che Israele "non mostrerà l'altra guancia" e ha convocato nel giorno di Natale gli ambasciatori di dieci dei paesi che hanno votato per la risoluzione, compreso l'ambasciatore americano Daniel Shapiro. Netanyahu ha predisposto delle misure contro quelle agenzie dell'Onu che continuano a mostrare ostilità nei confronti di Israele, e lavora per una risoluzione che fissi alcune regole per i dipendenti dell'Onu rendendoli responsabili per ogni dichiarazione che eccede il loro mandato, che incitino alla violenza o siano antisemite. La reazione di Israele non è dettata tanto dalla natura della risoluzione 2334, che non è vincolante, quanto dalle ripercussioni legali e dalla possibilità che questa svolta americana consolidi una strategia anti Israele già in atto in Europa.
   Poi c'è Obama. La discordia tra il presidente e Netanyahu, è leggendaria, abbiamo sentito diplomatici di lungo corso usare espressioni terribili per definire il rapporto tra i due leader; sappiamo che da tempo Washington fa pressioni su Israele per gli insediamenti. Ma un'astensione all'Onu è più di una ratifica di un rapporto deturpato, è anche più, come scrive il Wall Street Journal, di un'espressione "della petulanza di Obama": è la dimostrazione di un'enorme "animosità". Che trova riscontri da molte parti, in Israele e in Europa, dove si celebra - vedi il resoconto del Monde - la "fine dell'impunità diplomatica" di Israele, e del detestato premier Netanyahu.

(Il Foglio, 27 dicembre 2016)


I colpi di coda di Obama contro Trump

Approvata una serie di provvedimenti contrari alla politica del suo successore. Lui confida ai suoi collaboratori: «Lasciatelo fare, sono i suoi ultimi giorni» .

Polpette avvelenate
Stop delle trivellazioni in Alaska e risoluzione Onu su Palestina
Nemico comune
Adesso è il terrorismo islamico e su quello bisogna concentrarsi

di Paola Tommasi

 
Le polpette avvelenate di Obama a Trump. Dallo stop alle trivellazioni a Nord dell'Alaska al voto contro Israele alle Nazioni Unite, le ultime decisioni del presidente uscente degli Stati Uniti si collocano in netto contrasto rispetto al programma del presidente eletto, pronto a insediarsi il prossimo 20 gennaio. I democratici americani proprio non vogliono rassegnarsi alla vittoria di Donald Trump alle elezioni di novembre. Non sono riusciti a fregarlo con il riconteggio dei voti né con i presunti tradimenti dei grandi elettori. Ora in campo è sceso direttamente Obama, che ce la sta mettendo tutta per rendere difficile il debutto del quarantacinquesimo presidente Usa. Dal canto suo, Trump non è allarmato: «Lasciatelo fare questi ultimi giorni, poi ci penso io», confida ai suoi più stretti collaboratori.
   Ma se lo stop alle trivelle è una questione di natura economica e più interna agli Stati Uniti, il voto su Israele rischia di alterare gli equilibri mondiali e la pace in Medio Oriente. D'altronde, che Obama non splenda in politica estera è cosa nota ed è proprio questo uno dei principali motivi per cui gli americani alle elezioni hanno preferito Donald Trump a Hillary Clinton, che dell'amministrazione democratica è stata Segretario di Stato.
   Il punto del contendere: alcuni territori, compresa Gerusalemme est, conquistati nel 1967 da lsraele ma che i palestinesi considerano illegalmente occupati. Proprio nel 1967 l'Onu ha approvato una Risoluzione, la numero 242, che lascia ai negoziati tra Israele e Palestina la definizione dei confini. Da allora, gli Stati Uniti hanno sempre posto il veto ad altri provvedimenti delle Nazioni Unite che interferissero in questi negoziati. Venerdì scorso, dopo 50 anni di prassi consolidata, piuttosto che porre il veto, gli Usa si sono astenuti, facendo passare una Risoluzione, la 2334, che dà di fatto ragione alla Palestina.
   Per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, non solo Barack Obama non ha protetto Israele in questa circostanza, ma ha anche tramato contro dietro le quinte. Parole pesanti come pietre, che si accompagnano ad altre decisioni di Netanyahu: quella di convocare il giorno di Natale a Gerusalemme gli ambasciatori dei paesi che hanno votato Sì alla Risoluzione dell'Onu, e quella di procedere con la costruzione di 618 nuove case a Gerusalemme est, zona che ricade proprio tra i territori del contendere. Ignorando il voto di venerdì.
   In questo clima teso, si è verificata anche una coincidenza: quella per cui quest'anno è una delle rare volte in cui la festività del Natale coincide con la Hanukkah, la festa ebraica della consacrazione del Tempio, nota anche come festa delle Lampade. La festività ricorda la rivolta dei Maccabei contro i Seleucidi del 165 avanti Cristo e dura otto giorni perché quando i Maccabei liberarono Gerusalemme, trovarono olio suffìciente per accendere il tradizionale candelabro ebraico a otto bracci (più il nono centrale per accendere le altre luci) solo il primo giorno, ma durò anche per gli altri sette. Ebbene, per esprimere il suo disappunto nei confronti degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite, domenica sera Netanyahu ha deciso di accendere il lume della seconda notte al Muro del Pianto che, stando al dettato della Risoluzione Onu si trova proprio nei territori «occupati».
   Per Trump, la Risoluzione approvata venerdì rende molto più complicati i negoziati in Medio Oriente, perché mette in difficoltà Israele e favorisce la Palestina. Per il presidente eletto degli Stati Uniti, la pace deve arrivare attraverso negoziati diretti tra le parti e non con l'intervento delle Nazioni Unite. A questo proposito, ricordiamo anche come, nei due mesi di transizione tra le elezioni di novembre e l' insediamento di gennaio, Trump abbia fra i primi atti già individuato l'ambasciatore Usa in Israele, l'avvocato David Friedman, che ha confermato l'impegno preso dal candidato repubblicano in campagna elettorale di portare a Gerusalemme l'ambasciata Usa, che attualmente ha sede a Te! Aviv. Anche questo è motivo di contenzioso tra Israele e Palestina, in quanto entrambi rivendicano Gerusalemme come loro capitale. E anche in questo caso, la decisione dovrebbe essere presa dai due contendenti nell'ambito dei negoziati di pace e non da entità terze.
   La risoluzione di venerdì ha atto, infine, emergere anche un altro punto centrale della amministrazione Trump che verrà: il ruolo delle Nazioni Unite. Come per la Nato, di cui il presidente eletto vuole rivedere l'organizzazione e, soprattutto, le modalità di finanziamento, anche l'Onu, per Trump, è tutta da ripensare e ristrutturare, a oltre 70 anni dalla nascita al termine della Seconda Guerra mondiale nel 1945. Da allora, gli equilibri globali sono cambiati e l'organizzazione non è più al passo con i tempi. Adesso il nemico comune è il terrorismo islamico e su questo bisogna concentrare l'attenzione e le risorse di tutti. Non a caso, la risoluzione di venerdì è stata accolta con favore proprio dai gruppi terroristici di Hamas e della Jihad islamica. Da qui bisogna ripartire.
   Anche per questo Netanyahu si è dichiarato fiducioso che con la nuova amministrazione americana lo scenario geopolitico internazionale possa cambiare. Il presidente eletto Trump lo ha solennemente promesso. Ma il percorso non sarà facile. Da ultimo, Israele teme ancora le posizioni che potrebbe assumere Obama il 15 gennaio, a 5 giorni dal termine del suo mandato, alla Conferenza internazionale per rilanciare il processo di pace di Parigi. Per il governo israeliano, i comportamenti di Obama negli otto anni del suo mandato, incluso l'accordo con l'Iran sul nucleare, hanno danneggiato la sicurezza di Israele. Ma ormai si tratta di resistere ancora poche settimane. «Dal 20 gennaio cambierà tutto». Parola di Trump.

(Il Tempo, 27 dicembre 2016)


Ambasciatori convocati e nuovi insediamenti. Netanyahu non si piega

di Fiamma Nirenstein

 
Ron Dermer, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti
Benjamin Netanyahu non ha inghiottito la decisione dell'Onu, e si batte come Callimaco a Maratona: annuncia la costruzione di 618 nuove case a Gerusalemme est, convoca di Natale l'ambasciatore americano, cancella l'incontro con la signora May fissato a Davos, richiama gli ambasciatori in Senegal e in Nuova Zelanda e interrompe i rapporti con Venezuela e Malesia: sono i Paesi che hanno presentato la risoluzione 2334 di condanna di Israele.
   L'ambasciatore Ron Dermer, che ne ha le prove, ha spiegato che la risoluzione è stata promossa da Obama stesso. Sono stati ridotti i contatti con Paesi importanti come la Russia e la Cina. Netanyahu ha ragione? Nel Paese ferve lo scontro, naturalmente, anche se tutti sono feriti dal gesto di Obama. Questi infatti ha scelto di colpire dal luogo più nemico, le Nazioni Unite, che solo quest'anno hanno adottato nell'Assemblea Generale 18 risoluzioni contro Israele e 12 nel Consiglio di Sicurezza: più di quelle, insieme, sulla Corea del Nord, la Siria, il Sudan. Netanyahu ha una sua analisi molto definita della situazione, ed è ottimista.
   Innanzitutto occorre alzare le difese di fronte alla possibilità che nei prossimi giorni gli Usa che fino al 20 gennaio sono sotto Obama, di nuovo promuovano una risoluzione antisraeliana sulla base del prossimo discorso di John Kerry: essa potrebbe imporre col voto le linee della pace statunitense in Medio Oriente. Tutta filopalestinese, naturalmente. Inoltre, si prepara a Parigi un altro agguato dell'Ue con una conferenza cosiddetta «di pace» che ha già consegnato tutte le carte ai palestinesi. Netanyahu pensa che «questo è il canto del cigno della vecchia ideologia antisraeliana». Ritiene che Trump non vorrà cancellare la risoluzione 242 del '67 che parla di «territori» e non di «i territori» conquistati nel '67 come appannaggio dello Stato Palestinese, e che non si sogna di assegnare Gerusalemme est, il Muro del Pianto e altri luoghi basilari per l'identità e la sicurezza ai palestinesi senza trattativa. Dunque, la menzogna della necessaria consegna di tutto quello che è oltre la Linea Verde, viene rifiutata, e chi l'ha accettata, pensa Netanyahu, non fa altro che negare la possibilità di qualsiasi trattativa e quindi della pace.
   In secondo luogo, Israele vuole gestire questa crisi senza chinare il capo: non si tratta di un rogue state isolato e bisognoso... al contrario può aiutare e aiuta tanti Paesi del mondo. La visione israeliana è quella della conclusione naturale delle colpevoli sciocchezze dettate dal senso comune e dal narcisismo. La scelta di Obama di gettare Israele in pasto all'Onu per quello che riguarda il processo di pace, anche se viene da un leader importante, non ha nessun futuro. Obama ha violato la democrazia e il buon senso ergendosi contro l'evidente parere del popolo americano, che Trump, il vincitore ha espresso affermando che porterà l'ambasciata a Gerusalemme. Gli americani la vedono cosi, e molti dei Paesi arabi moderati, come l'Egitto, non capiscono come gli americani possano sottovalutare il terrorismo islamico e incoraggiarlo con la risoluzione Onu.

(il Giornale, 27 dicembre 2016)


Vogliono annientare Israele

La piccola frazione di un villaggio israeliano in Cisgiordania fa di più per la nostra libertà di tutti i predicozzi malvissuti di una ideologia irenista di fede che ha smarrito sé stessa. L'Onu e la retorica cinica su cos'è la legalità.

di Giuliano Ferrara

In termini tecnici gli insediamenti israeliani a Gerusalemme e in Cisgiordania sono illegali. In termini tecnici, Israele è illegale, sono illegali le sue vittorie nelle guerre difensive contro il proprio annientamento, le sue conquiste, i suoi muri, i suoi posti di blocco, è in certo senso illegale anche la sua autodifesa contro il terrorismo e le insurrezioni palestinesi fatte di pietre, di bombe umane gettate nei matrimoni e nelle prime comunioni, di coltelli infilzati nella schiena della folla anonima e investimenti alle fermate dei bus. E' illegale la sua diplomazia perché è illegale lo stato israeliano, illegali e da boicottare le sue esportazioni, perfino i suoi miracoli di società e di sviluppo sono illegali. Gli ebrei sono illegali da sempre, i loro templi distrutti, il loro insediamento originario è l'esilio, la schiavitù, il pogrom, il ghetto. E non è un modo di divagare navigando attraverso la storia e la metastoria di un sacrificio della diaspora che arriva alle camere a gas passando per secoli di antigiudaismo cristiano e di antisemitismo paganeggiante e razziale, comunque diffuso, stereotipato, dunque un modello culturale e di linguaggio e di pregiudizio al quale pochissimi di noi occidentali siamo rimasti estranei, anche nell'alta società progressista e nell'alta cultura illuminista e laica. Gli unici ebrei legali sono quelli integralmente assimilati o integralmente annientati, le due soluzioni finali della questione ebraica. La dichiarazione di illegalità votata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu con l'astensione a tradimento dell'Amministrazione Obama, l'ultimo misfatto dell'uomo che fissò la linea rossa in Siria, famosa, e ora ha cancellato la linea rossa della difesa di Israele in limine mortis del suo potere, per vendetta, è una dichiarazione tardiva e parziale. La coalizione dei nemici e dei falsi amici di Israele punta su quello che considera l'anello debole della catena difensiva israeliana, spacciandolo per profetismo antiarabo-palestinese, ideologia nazionalista e spietato accaparramento di cosa altrui.
  I due popoli non c'entrano. In Israele vive un milione e mezzo di palestinesi, il venti per cento della popolazione. Non sono tollerati, sono cittadini protetti dal sistema democratico, dalle decisioni delle sue corti di giustizia, sono rappresentati nel Parlamento di uno stato che è lo stato degli ebrei ma ammette cittadinanza e diritti per i non ebrei. Per quanto fanatismo religioso possa essere incorporato tra i settler ebrei in Cisgiordania e a Gerusalemme est, per quanto dall'alto gli snob e i corrotti dello spirito guardino le idealità, il senso biblico delle radici, l'impresa di frontiera di quanti scelgono di installarsi o insediarsi nei Territori, per quanto cerchino di trasformare in fanatismo coloniale l'ultima grande impresa pionieristica del popolo più solo e coraggioso del mondo, non sono gli abitanti degli insediamenti a essere coloni ebrei, sono gli ebrei a essere dovunque e sempre degli insediati, chiusi nelle loro fortezze con i loro vecchi e bambini, operosi, devoti, e finalmente anche armati e forti di una vita di vocazione e di destino che chiede il giusto riconoscimento alle coscienze delle persone mentalmente sane e pulite. Questa è la loro illegalità internazionale. E si capisce che a difesa di questa illegalità siano schierati il governo Netanyahu e una componente immensa, se non maggioritaria, degli ebrei di Israele e della diaspora. E se non fosse così, se solo una minoranza fosse in grado di capire che esistono famiglie, esseri umani, comunità che hanno deciso di non sottomettersi a quanto la storia e il fato hanno loro riservato, pazienza. Contiamoci con semplicità nella minoranza dei giusti senza sentirci specialmente giusti.

(Il Foglio, 27 dicembre 2016)


Hamas: la risoluzione ONU non basta. Adesso ancora più violenza contro Israele

Per Hamas la vile risoluzione ONU contro Israele che condanna gli insediamenti in Giudea e Samaria non basta, adesso occorre riprendere con più determinazione le violenze contro Israele e contro i suoi cittadini.
Lo ha detto ieri il leader uscente di Hamas, Khaled Mashaal, parlando da Istanbul (Turchia) dove era stato invitato dal Governo turco e dove ha commentato la recente risoluzione ONU. «La risoluzione del Consiglio di Sicurezza ha dato al mondo un chiaro segnale circa la pericolosità degli insediamenti che minacciano la nostra terra» ha detto Mashaal che poi ha aggiunto «ma non è abbastanza. Adesso la resistenza armata a Gaza deve preparare un nuovo confronto con Israele, un confronto che ricordi agli israeliani i suoi guai al confine con Gaza»....

(Right Reporters, 27 dicembre 2016)


In laboratorio israeliano trapiantato con successo un osso creato dal grasso del paziente

In laboratorio israeliano trapiantato con successo un osso creato dal grasso del paziente. L'azienda biotecnologica israeliana Bonus BioGroup sta sviluppando ossa partendo dalle cellule grasse del paziente. Recentemente l'azienda ha segnalato il successo di uno studio clinico che ha coinvolto 11 pazienti ed ha portato alla riparazione di una massa ossea partendo proprio dal procedimento sviluppato il laboratorio.
Il materiale, cresciuto in un laboratorio a partire da cellule di grasso estratte dal paziente, è stato iniettato per riempire i vuoti presenti nell'osso problematico. Nel corso di pochi mesi il materiale si è indurito e si è fuso con l'osso esistente "ricostruendo" la mascella danneggiata del paziente.
Secondo il comunicato dell'azienda:
Il trapianto ha avuto successo pari al 100% in tutti gli 11 pazienti. Ora si procederà con uno studio clinico su altre ossa, come quelle lunghe degli arti.
L'annuncio è stato effettuato dalla Bonus Biogroup la quale ha presentato i suoi risultati alla Conferenza Internazionale sulla Chirurgia maxillo-facciale (International Conference on Oral and Maxillofacial Surgery) recentemente tenuta in Spagna.
Queste le dichiarazioni di Shai Merski, CEO di BioGroup:
Per la prima volta a livello mondiale, la ricostruzione del tessuto osseo carente o danneggiato è realizzabile da un crescente e valido innesto osseo umano effettuato in un laboratorio e trapiantato di nuovo al paziente con un intervento chirurgico minimamente invasivo, perché basta una iniezione.
Mentre l'annuncio della società è incoraggiante, la tecnologia è attualmente in fase di sviluppo e deve ancora essere sottoposta a più ampi studi clinici e all'approvazione da parte delle autorità mediche per quanto riguarda la sua efficacia e la sua sicurezza. Attualmente non è ancora disponibile ma attendiamo noi sviluppi.

(SiliconWadi, 27 dicembre 2016)


Così è cambiata l'Europa in un anno di boicottaggi a Israele

Scritte antisemite sulla scuola "Anne Frank" a Montreuil. Un paper che teorizza l'ostilità e le accuse di Israele al vertice di Parigi.

di Mauro Zanon

PARIGI - Le scritte "Juden Verboten", vietato l'ingresso agli ebrei, e "sales juifs e roms", sporchi ebrei e rom, accompagnate da stelle di David e svastiche. E' quanto ritrovato domenica dagli agenti di polizia della città di Montreuil, alle porte di Parigi, sul muro della scuola elementare Anne Frank verso le ore 16. "Abiette scritte antisemite e razziste sui muri della scuola Anne Frank di Montreuil. Questo atto non resterà impunito", ha reagito la ministra dell'Istruzione francese, Najat Vallaud-Belkacem. E' l'ennesimo episodio di antisemitismo avvenuto in Europa nel 2016, costellato da una recrudescenza di atti vandalici ai danni di persone, luoghi e simboli ebraici, e da un inquietante cambio di atteggiamento nei confronti di Israele, dal punto di visto del linguaggio e della cultura, nel mondo accademico-intellettuale come nel mondo politico-istituzionale. Circola in questi giorni un paper dell'European Council on Foreign Relations che risale alla fine di ottobre ma che teorizza, e consiglia, "la politica della differenziazione", cioè "una serie di misure prese dall'Ue e dai suoi membri per escludere entità legate agli insediamenti e attività da relazioni bilaterali con Israele".
  Un piccolo resoconto dei fatti di quest'anno, non esaustivo, descrive bene quel che è accaduto. E' stato l'anno della kippah da nascondere "per non provocare", a Marsiglia, in Francia, così come a Malmö, in Svezia, dove sui muri dei quartieri multiculturali si scrive "morte agli ebrei"; è stato l'anno in cui l'università di Southampton si è domandata se "Israele ha il diritto di esistere" e Jeremy Corbyn ha negato "problemi di antisemitismo" all'interno del Labour, pur difendendo l'antisemita ex sindaco di Londra Ken Livingstone; è stato l'anno del boicottaggio di Israele da parte dell'Ue, che ha imposto la marchiatura dei prodotti degli insediamenti israeliani, l'anno della campagna globale Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds), che in Francia, nel comune di Bondy, Ivry-sur-Seine e Clermont-Ferrand, ha festeggiato il rifiuto, votato dalla giunta, dell'importazione di prodotti made in Israel; è stato l'anno in cui l'Unesco ha deciso che il Monte del Tempio e il Muro del Pianto non hanno nulla a che fare con l'ebraismo; è stato infine l'anno della risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, che venerdì scorso ha condannato Israele per gli insediamenti in Cisgiordania.
  Una delle reazioni più severe è arrivata ieri dal ministro della Difesa di Israele, Avigdor Liberman, che l'ha definita "terribile e inutile", perché nuoce a "ogni possibilità di giungere al dialogo con l'altra parte". Il capo della Difesa israeliano, in seguito, ha utilizzato parole ancora più dure a proposito della Conferenza internazionale sulla pace in medio oriente prevista per il prossimo 15 gennaio a Parigi. "Il nuovo processo Dreyfus organizzato dalla Francia non sarà una conferenza di pace ma un tribunale contro Israele destinato a nuocere all'immagine d'Israele", ha attaccato Liberman. "E' sufficiente analizzare il bilancio del voto della Francia all'Onu sulle questioni israelo-palestinesi per capire quale direzione prenderà la conferenza", ha aggiunto. Il leader del partito Israel Beitenu, dopo aver manifestato la sua inquietudine per quella che ha definito come una "cospirazione" anti Israele e non una conferenza, ha ha fatto un appello per l'aliyah, il ritorno in Israele: "E' arrivato il momento di dire agli ebrei francesi: la Francia non è il vostro paese, né la vostra terra, è tempo di partire (…) Se volete restare ebrei e che i vostri bambini e nipoti restino ebrei, abbandonate la Francia e venite in Israele". Nel corso del 2015, secondo le cifre diramate dall'Agence Juive, organo incaricato di preparare le partenze verso Israele, quasi 8 mila ebrei francesi hanno preso un biglietto di sola andata verso Gerusalemme.

(Il Foglio, 27 dicembre 2016)


L'ultimo boomerang dell'amministrazione Obama

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza rafforza i nemici di Israele, del negoziato e del compromesso per la pace.

Nel difendere la decisione degli Stati Uniti di astenersi sul voto del Consiglio di Sicurezza che condanna Israele per gli insediamenti, l'ambasciatrice americana all'Onu Samantha Power ha detto che il voto è in linea con la tradizionale posizione politica degli Usa. Tecnicamente, è vero. Ma perché ora? E perché al Consiglio di Sicurezza? Dopo aver sperimentato per otto anni l'intransigenza palestinese (che ha sistematicamente rifiutato ogni realistica soluzione di compromesso e si rifiuta di sedere al tavolo dei negoziati), il presidente americano uscente e i suoi consiglieri dovrebbero essere ben consapevoli che la risoluzione 2334 di venerdì scorso non farà che rafforzare il rifiuto dei palestinesi a negoziare. E' esattamente lo stesso errore che fece Barack Obama all'inizio della sua carriera presidenziale, quando chiese a Israele di attuare il blocco totale di tutte le attività edilizie al di là della ex-linea armistiziale del '49-'67, comprese Gerusalemme e alture del Golan. Una richiesta che servì solo a indurire la posizione palestinese: la dirigenza palestinese, infatti, come poteva pretendere qualcosa di meno del blocco totale delle attività edilizie israeliane negli insediamenti come precondizione per negoziare, dopo che lo aveva chiesto lo stesso Obama?...

(israele.net, 27 dicembre 2016)


I giorni di Channukkà la festa ebraica delle luci

E' iniziata assieme al Natale: "Evento da condividere con le altre fedi"

di Ariela Piattelli

 
ROMA - A Casale Monferrato si celebra con i rappresentati delle religioni
monoteiste, a Palermo si festeggia a Palazzo Steri, che fu il tribunale dell'Inquisizione, per illuminare un posto storicamente buio, mentre a Cosenza, dove i lumi natalizi sono a forma di «menorah» (il candelabro ebraico a sette bracci), si accende in piazza.
Dal Piemonte alla Sicilia si festeggia Channukkà, la festa ebraica delle luci, iniziata quest'anno assieme al Natale. La festività ricorda quando, nel II secolo a.e., i Maccabei prevalsero sui greci, che volevano spogliare gli ebrei della propria identità: a consacrare il nuovo altare del Tempio di Gerusalemme fu una piccola quantità d'olio, che per miracolo diede la luce per otto giorni. Ogni famiglia ebraica accende la «Chanukkià» (il candelabro a nove bracci) per otto sere in casa, vicino alla finestra, per mostrare il miracolo, e da qualche anno si celebra in strada per condividere con tutti i cittadini l'accensione dei lumi.

 Nei luoghi pubblici
  Ad inaugurare questa tradizione sono stati i Chabad, rappresentati del movimento Lubavitch presenti in alcune città italiane. «Negli Anni 70 il Rabbino di Lubavitch accese la Chanukkià a New York e chiese poi ai Chabad nel mondo di accendere i lumi nei luoghi pubblici - spiega il rabbino Shalom Hazan, il cui padre inaugurò la tradizione della Chanukkià a Roma, in Piazza Barberini nel 1987 -. E' un'occasione molto sentita da tutti, perché il messaggio è universale, soprattutto in questo momento particolarmente buio: illuminare l'oscurità. E' un messaggio di speranza che esprime la fierezza della propria identità, nel rispetto delle altre». Come a Roma, dove il 29 dicembre ci sarà un'accensione spettacolare organizzata dall'Ospedale Israelitico all'Isola Tiberina con tanto di proiezioni del Muro del Pianto, mentre anche altre città si illuminano con le luci delle «Chanukkiot»: a Milano a Piazza San Carlo e a Firenze a Piazza Indipendenza.
«In realtà noi italiani non abbiamo mai acceso i lumi in piazza - spiega Adolfo Locci, rabbino capo di Padova, dove i lumi appaiono davanti al Museo Ebraico -. Ma abbiamo colto questa tradizione dei Lubavitch per far conoscere l'ebraismo e combattere il pregiudizio». Così anche in Italia l'accensione è diventata un'esperienza partecipativa, perché «ci si sente partecipi del miracolo di cui ha beneficiato il popolo ebraico - sottolinea Roberto Della Rocca, direttore del dipartimento culturale dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane -. Tutti possiamo essere uguali, pur restando diversi. Quella di Chanukkà è una luce che parte da dentro di noi e si proietta verso gli altri». In ogni luogo l'accensione ha acquisito significati diversi sotto il segno della condivisione: «A Casale Monferrato accendiamo con i rappresentanti delle altre religioni - racconta Claudia De Benedetti, impegnata nella rinascita della comunità ebraica -. E' un modo di conservare e costruire intorno e sulla storia di un'identità locale, nazionale, internazionale e distinta, ma integrata».
La simbologia della festa vuole che l'olio, protagonista del miracolo, rappresenti la distinzione dell'identità che convive con le altre senza annullarsi: «Condividere è importante - spiega Ariel Di Porto, rabbino capo di Torino, che accende la Chanukkià davanti alla Sinagoga - ma non significa annacquare la propria identità e, anzi, è un modo per riaffermarla. L'acqua si mischia con tutto, l'olio no». A Venezia la Chanukkià l'accendono al Campo del Ghetto Nuovo e, in passato, per «pubblicizzare il miracolo», come è scritto nel Talmud, l'hanno fatto sulle gondole: «Quest'anno è un modo per celebrare i 500 anni del ghetto - dice Scialom Bahbout, rabbino capo di Venezia -. E' una occasione per la città di partecipare a una festa gioiosa del popolo ebraico».

 Un'antica comunità
  Anche al Sud, dove rinasce l'antichissima comunità ebraica, si festeggia: a Napoli, San Nicandro Garganico, Ferramonti e a Palermo, dove fu il rabbino Pierpaolo Pinhas Punturello ad avere l'idea di accendere i lumi a Palazzo Steri. «Accendiamo con l'imam e il vescovo, perché, se fosse prevalso l'ellenismo, non ci sarebbe il monoteismo», dice il rabbino capo di Napoli Umberto Piperno. E alla festività corrisponde una tradizione culinaria: si mangiano le «sufganiot», i bomboloni dolci. «A Chanukkà si offrono cibi fritti nell'olio - conclude Sandra Calò dell'antica pasticceria Boccione nel ghetto di Roma-: le sufganiot sono identiche ad un dolce della tradizione romana, che in questo luogo facciamo da tre secoli. Ma durante la festa ne friggiamo a migliaia».

(La Stampa, 27 dicembre 2016)


Sicurezza, Milano copia Israele

Sala a Tel Aviv per studiare e «importare» le misure di antiterrorismo

di Fabio Rubini

Un viaggio lampo in Israele e Cisgiordania a cavallo di Natale per prendere contatti e provare a calendarizzare una serie di incontri che, nei piani, dovrebbero portare a scambi economici e politici. Ecco come è stato il primo Natale da sindaco di Beppe Sala.
   Un viaggio che assume ancor più significati dopo i fatti di Sesto San Giovanni e l'uccisione del terrorista colpevole della strage di Berlino. Nella sua toccata e fuga a Tel Aviv, Sala infatti ha visitato una centrale operativa dalla quale si gestisce parte della sicurezza in città. Accompagnato dal sindaco Ron Huldai, Sala ha tratto spunti interessanti e a breve a questa visita potrebbe seguirne un'altra, proprio per approfondire i temi della sicurezza, sui quali da sempre Israele è all'avanguardia. «Possiamo insegnare molto sul piano della mobilità - ha spiegato il sindaco in un breve comunicato -, ma per quanto concerne la sicurezza abbiamo molto da imparare da Tel Aviv, dove c'è un sistema di controllo capillare e molto evoluto». Sistema che presto potrebbe essere mutuato anche dall'amministrazione milanese.
Del resto in questi primi mesi dell'era Sala proprio la gestione della sicurezza ha subito un deciso cambio di rotta. Chiuso il capitolo della Milano «che vi aspetta a braccia aperte» del duplex Pisapia-Vendola, la nuova amministrazione non ha perso tempo a chiedere (e ottenere) l'impegno dell'esercito in città e a poche ore dall'attentato di Berlino ha predisposto barriere in cemento per intensificare la sicurezza nei luoghi centrali dello struscio e delle compere natalizie. E lo stesso Sala, solo pochi giorni fa, aveva rivelato come dall'azienda dei trasporti milanese gli arrivi almeno una segnalazione al giorno di un pacco sospetto abbandonato in qualche stazione. Una tendenza, aveva detto, che va ribaltata. Ecco allora che la visita alla centrale operativa di Tel Aviv potrebbe aver dato al sindaco un modello per la gestione della sicurezza in città.
   Il giorno precedente Sala era stato a Betlemme, dove ha assistito alla messa di mezzanotte celebrata dall'arcivescovo Pierbattista Pizzaballa e incontrato, tra gli altri, il sindaco della città Vera Baboun e il premier palestinese Abu Mazen. «Con la sindaca abbiamo discusso del contributo che Milano può offrire a Betlemme, soprattutto nel campo della gestione dei rifiuti e in quello relativo alla gestione delle acque - spiega ancora il sindaco -. Milano può contare su ottime municipalizzate, che in questo caso possono essere di grande aiuto».
   Tra i temi trattati ci sono stati anche quelli dell'import-export nei rapporti commerciali con Israele e un rilancio dell'immagine internazionale di Milano dopo l'abbuffata dell'Expo. Un patrimonio che non può andare disperso e che va continuamente alimentato.
   In conclusione, per il sindaco Sala, la due giorni in Medio Oriente è stata «una visita rapida, ma molto proficua. Sono convinto che i sindaci debbano lavorare insieme».

(Libero - Milano, 27 dicembre 2016)


Il ministro degli esteri tedesco difende il voto dell'Onu sulla “colonizzazione”

 
Sarà un caso, ma il piglio del ministro degli esteri tedesco non è molto rassicurante
ROMA - Il ministro degli Esteri tedesco Frank Walter Steinmeier ha difeso con forza il contenuto della risoluzione dell'Onu, votata venersì sera, che tanta ira ha suscitato nel governo conservatore israeliano di Benjamin Netanyahu.
Il Consiglio di Sicurezza, ha detto Steinmeier, "ha ribadito quella che già da tempo è la posizione del governo federale (tedesco)", scrive Steinmeier sulla sua pagina Facebook. "I nuovi insediamenti nei territori occupati ostacolano la possibilità di un processo di pace e mettono in pericolo le basi della soluzione dei due stati". "Sono assolutamente e profondamente convinto che sola questa soluzione possa portare una pace duratura e rendere giustizia alle legittime aspirazioni delle due parti".
Venerdì sera, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione in cui si chiede a Israele di fermare imemdiatamente le sue attività di colonizzazione nei Territori palestinesi e a Gerusalemme Est. La risoluzione, la prima di condanna di Israele dal 1979, è passata grazie al voto favorevole di 14 membri del Consiglio di Sicurezza Onu e soprattutto grazie all'astensione degli Stati Uniti, suscitando l'ira del governo conservatore guidato da Netanyahu.

(askanews, 26 dicembre 2016)


Dunque anche i tedeschi hanno ripreso a muoversi su una via antica. Del resto, chi potrà accusarli di antisemitismo se tutti ormai si avviano a percorrere la stessa via? Basta dire “pace duratura” e “giustizia alle legittime aspirazioni delle due parti” e il gioco è fatto: l’antisemitismo non c’è più. Che poi l’aspirazione di una delle due parti sia di far sparire definitivamente l’altra non toglie nulla al fatto che sia “legittima”, perché concorda con quello a cui aspirano tutte le nazioni, la cui voce risuona potentemente nelle antisemitiche risoluzioni delle Nazione Unite. M.C.


Delegazione africana in visita in Israele alla scoperta delle tecnologie agricole

Delegazione africana in visita in Israele alla scoperta delle tecnologie agricole. Funzionari agricoli provenienti da dieci paesi africani sono stati recentemente in visita in Israele per conoscere meglio il paese e le sue tecnologie agricole. Molti dei funzionari provengono da paesi musulmani in Europa centrale e occidentale, e per molti di loro era la prima volta nel paese del "miracolo verde".
Tra i paesi rappresentati vi erano Senegal, Sierra Leone, Togo, Liberia, Nigeria, Guinea, Costa d'Avorio, Benin, Burkina Faso e Capo Verde.
Sin dai primi giorni della fondazione dello Stato, i dirigenti israeliani hanno fatto dell'acqua una priorità assoluta e ciò ha prodotto l'invenzione di numerose tecnologie al servizio dell'agricoltura.
Israele è un grande esportatore di tecnologia agricola per il mondo in via di sviluppo, tra cui proprio l'Africa. Tra le molte tecnologie sviluppate in Israele va sicuramente annoverata l'irrigazione goccia a goccia, una tecnologia che riduce l'uso di acqua nei campi di ben il 70 per cento e la tecnologia ad osmosi inversa che permette il passaggio di acqua, bloccando le particelle di sale. Molte delle tecnologie all'avanguardia sviluppate in Israele continuano ad essere ampiamente adottata in tutto il mondo.
Il Ministro dell'Agricoltura Uri Ariel ha guidato la delegazione in visita:
Si tratta di un evento estremamente importante, soprattutto sotto il punto di vista del settore agricolo. Vedo questo incontro come una tappa importante, che permetterà di incentivare le nostre relazioni con i paesi africani.
(SiliconWadi, 26 dicembre 2016)


Sinagoga di Alessandria: torna la Festa delle Luci

di Luca Piana

La Sinagoga di Alessandria
La Sinagoga di Alessandria torna a rivivere un momento di altissimo livello culturale e spirituale attraverso la celebrazione di una delle più importanti feste dell'ebraismo.
"Il momento - spiegano gli organizzatori della Festa delle Luci (previsto l'intervento del Ravé Ariel Di Porto, rabbino capo Comunità Ebraica di Torino) - servirà anche per avvicinare la comunità alessandrina a questa cerimonia spiegando la sua profondità mistica. La nostra Associazione comincia un percorso di collaborazione con la Delegata di Alessandria per valorizzare questo meraviglioso Tempio presente nella nostra città, cercando di riavvicinare il territorio a tutte le tradizioni che lo hanno fatto diventare quello che è oggi; conoscere, vivere insieme, crescere e scambiarsi le proprie emozioni è l'unico modello che conosciamo per un convivio in una polis veramente rispettosa di tutte le sue realtà". L'appuntamento è per mercoledì 28 dicembre a partire dalle ore 17.00 presso la Sinagoga di Alessandria, situata in via Milano numero 7.

(diAlessandria.it, 26 dicembre 2016)


Ma come possiamo pensare di vivere in pace con i musulmani?

Per una disputa religiosa da secoli si ammazzano tra di loro pur avendo lo stesso Dio, lo stesso Profeta e la stessa legge religiosa. C'è solo una cosa che odiano più dei loro rivali: noi e la nostra democrazia. E qualcuno pensa davvero di poterci convivere in pace?

I musulmani si ammazzano tra di loro da secoli, lo fanno per una disputa sulla eredità religiosa e politica di Maometto per la quale si sono divisi in due correnti, quella sciita e quella sunnita. Non sono scaramucce ma una vera e propria guerra che nei secoli ha provocato decine di migliaia di morti e che negli ultimi anni si è evoluta in quello che vediamo in tutto il Medio Oriente e in particolare in Siria e in Iraq, cioè in una carneficina.
Ora, se sunniti e sciiti si odiano e si combattono da tempo immemorabile pur avendo lo stesso Dio (Allah), lo stesso profeta (Maometto) e le stesse leggi religiose (la Sharia) come possiamo pensare che cristiani ed ebrei possano vivere in pace con i musulmani ben sapendo che se si massacrano tra di loro per una sciocchezza non esisteranno un attimo, appena ne avranno la forza, di passare al massacro sistematico degli infedeli?...

(Right Reporters, 26 dicembre 2016)


"Chanukkah, luce contro il buio"

 
La cerimonia di accensione a Roma, in Piazza Barberini
È una tradizione che si rinnova ormai da 28 anni. Nel cuore di Roma, in piazza Barberini, l'accensione pubblica della Chanukkiah organizzata dal Movimento Chabad coinvolge da sempre istituzioni e un folto numero di cittadini. Quest'anno, in ragione anche dei recenti e drammatici fatti di cronaca, un'occasione ancora più preziosa per riaffermare, tutti insieme, il valore della luce contro l'oscurantismo ideologico e religioso che vuole distruggere le nostre libertà.
Questo il messaggio testimoniato durante la festosa accensione, preceduta dagli interventi dei rabbini Yitzhak e Shalom Hazan, della sindaca Virginia Raggi, della presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, della presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello e del rappresentante dell'ambasciata israeliana Rafael Erdreich.
Accensioni si sono svolte un po' ovunque nel paese, coinvolgendo le comunità ebraiche, le amministrazioni locali, tanti curiosi venuti ad assistere alle cerimonie.

(moked, 26 dicembre 2016)


Netanyahu-Obama, l'ultimo braccio di ferro

Nelle scorse ore il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato l'ambasciatore americano Dan Shapiro per chiedere "chiarimenti" in merito alla decisione degli Stati Uniti di astenersi dal voto sulla risoluzione passata venerdì al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Gerusalemme si aspettava che l'amministrazione Obama ponesse il veto sulla risoluzione, che chiede l'immediata "cessazione di ogni attività legata agli insediamenti" in Cisgiordania da parte d'Israele. Il presidente Usa, oramai con la valigia pronta visto che il 20 gennaio alla Casa Bianca entrerà il suo successore Donald Trump, ha però scelto l'astensione, dando così la possibilità alla risoluzione di venire approvata. Una scelta definita da Netanyahu come "un'imboscata" contro lo Stato ebraico. Un nuovo capitolo dunque dello scontro durato praticamente otto anni tra lo stesso Netanyahu e Obama. Ora il Primo ministro israeliano ha convocato l'ambasciatore Usa Dan Shapiro - che verrà sostituito da David Friedman una volta avviata l'amministrazione Trump - per esprimere le proprie proteste e chiedere chiarimenti così come farà con alcuni dei rappresentanti dei Paesi che hanno votato a favore della risoluzione: Gran Bretagna, Cina, Russia, Francia, Egitto, Giappone, Uruguay, Spagna, Ucraina e Nuova Zelanda.
   Secondo il canale israeliano Arutz 2, Netanyahu sarebbe però preoccupato della situazione venuta a crearsi in queste ultime settimane di presidenza Obama. In particolare ha invitato i suoi ministri a mantenere un basso profilo su una questione delicata: la legge di Regolamentazione, ovvero la norma - criticata anche dall'avvocatura israeliana - che porterebbe de facto a una sanatoria su decine di insediamenti in Cisgiordania. Netanyahu, riporta Haaretz, avrebbe avvertito il suo partito, il Likud, che potranno esserci ulteriori sviluppi a livello internazionale sulla questione palestinese prima del 20 gennaio. "La questione è ancora caldo e questa non è la fine", avrebbe detto il Primo ministro.
Durante la riunione di gabinetto, Netanyahu ha detto che secondo le informazioni in suo possesso, non c'è alcun dubbio che ci sia l'amministrazione Obama dietro la risoluzione approvata venerdì. La diplomazia Usa avrebbe coordinato la formulazione dell'iniziativa e fatto in modo che passasse.

(moked, 25 dicembre 2016)


Natale e Channukà, panettone e cipolla

di Paola Farina

VICENZA, 25 dicembre - È cominciata al tramonto di ieri, 24 dicembre, la Festa Ebraica che erroneamente è chiamata il Natale degli Ebrei... E non ci siamo proprio: le case dei cristiani profumano di biscotti fatti in casa e di dolce, quelli degli ebrei di fritto. I cristiani sono seduti composti, attorno a una tavola ben preparata, con parenti e amici intimi, tutti eleganti... noi invece siamo sempre in numero maggiore degli invitati e ci parliamo addosso e non ce ne frega niente se chi invitiamo appartiene a un ambiente o a una "élite" diversi dai nostri e tantomeno di come siamo vestiti (da Valentino al mercato cinese). Il Natale dura un solo giorno, mentre Hanukkà ben otto. In compenso nessuna Donna ebrea si aspetta per Channukà un diamante o un regalo importante e nessun uomo ebreo si sente addosso il "fiato del regalo".
  C'è una sola maniera di scrivere la parola Natale. Noi invece lo scriviamo in quattro modi diversi Chanukkà, Chanukah, Hanukkà, Hanukkah, più altre devianze dovute ad errori ortografici, ma tutti noi,
Hanukkah laktes
crediamo che il nostro modo di scrivere sia più corretto di quello dell'altro. Voi mangiate panettoni e pandoro, noi i Latkes che sono una specie di pancake fatti con uova, cipolle, farina e patate, rigorosamente fritti nell'olio di semi, sono croccanti fuori e morbidi dentro.
  I Maccabei però non mangiavano i latkes di patate, ma di verdure, perché le patate sono una straordinaria scoperta del XVI secolo. Talvolta ce li fanno mangiare con la salsa di mele e noi li mangiamo più per amore di tradizione, che per bontà, ma li ho mangiati anche con la salsa di prugne e l'uvetta. Preferisco inzupparli nell'humus ebraico-tripolino... Poi noi ci lecchiamo le labbra e le dita con i Sufganiot, una specie di "doughnuts" dalle forme più bizzarre, vuoti o ripieni di bombe caloriche, sempre fritti nell'olio bollente e ricoperti di zucchero a velo. L'ingrediente più popolare nei piatti cucinati durante questa festa è l'olio, proprio per il suo carattere religioso E poco importa se poi i succhi gastrici gridano vendetta nello stomaco, noi invece del limoncello o del sorbetto ci beviamo un Sabra, che magari non è poi così buono, ma è di nostra produzione (è un liquore israeliano al gusto di arancia amara e cioccolato aromatizzato con succo di sabra, una pianta cactacea che cresce spontaneamente sulle coste del Mediterraneo orientale, il colore è bruno, quasi nero, il profumo pungente, il gusto dolce e il corpo sciropposo).
  Chi festeggia il Natale fa debiti per andare in vacanza in montagna, noi facciamo debiti per andare a trovare i nostri amici, se sono a New York tanto meglio, il 25 dicembre si va al cinema e con un po' di fortuna si conosce qualcuno che magari è single o divorziato. I bambini che festeggiano il Natale giocano con il computer e i giochi elettronici, quelli che festeggiano Hanukkà con il Dreidel, una specie di trottola a quattro lati con sopra una lettera ebraica. In America le lettere dicono "Lì è accaduto un grande miracolo", ma in Israele "Qui è accaduto un Miracolo". Nel gioco del dreidel ogni giocatore fa una puntata e fa girare la "trottola", quando il dreidel si ferma si guarda qual è la lettera uscita: , Nun: nessuno vince o perde, Gimmel: si vince tutto, Heh: si vince la metà, Peh: si perde tutto. Il gioco continua fino a quando i giocatori hanno perso tutto. Il gioco del dreidel è popolare da quando regnava Antioco...
  E' consuetudine dare ai bimbi una piccola somma di denaro chiamata Chanukah gelt, per acquistare
candele, giocattoli, dolcetti... E' bellissimo essere partecipi della gioia, tenerezza e dolcezza che solo i bambini sanno profondere nelle piccole cose. Noi adulti dovremmo fare tesoro di queste esperienze umane e prendere coscienza che, talvolta, sono proprio le piccole cose che fanno vedere "grande" la vita. Dimenticavo... voi consumate energia elettrica e noi candele...
  Potrei continuare per ore con l'ironia yiddish che talvolta è di difficile comprensione, sia da parte ebraica, sia da parte cristiana. Corro il rischio di essere scambiata, ancora una volta, per quella blasfema che non sono...
  Quest'anno sono a casa con mia madre e le mie coliche renali (pensavo di essermi liberata dai calcoli a fine marzo quando sono stata operata di calcolosi... evidentemente chi mi ama non mi abbandona mai) e mai avrei pensato che questa festa mi mancasse così, considerando che non ho mai accettato le festività imposte. Le mie radici mi mancano... e più divento "diversamente giovane", più mi mancano!

 Il significato della Festa, un appunto storico
  È la Festa delle Luci in ricordo dell'eroica battaglia dei Maccabei nel 165 a.C. e il loro rientro nel Tempio di Gerusalemme, profanato dai Greci.
  I Maccabei erano un piccolo gruppo di patrioti ebrei che volevano difendere la loro fede e il loro modo di vivere nella tradizione. Questo creò grande stato di conflitto con i sovrani Seleucidi, la stirpe che succedette ad Alessandro il Grande e si stabilì in Siria. La peggior decisione fu quella decretata da re Antioco IV, che ordinò la sistemazione di una statua nel Tempio Sacro di Gerusalemme e la consacrazione di un altare del Tempio stesso a Zeus. Parte del popolo ebraico, composto al tempo prevalentemente di agricoltori e persone semplici (ma anche di qualche studioso), subì il fascino pagano ed gli assiri conquistarono non pochi adepti. Questo non piacque ai Maccabei che decisero di lottare contro gli stranieri ed i loro plagi.
  Dopo tre anni di ferree battaglie i Maccabei vinsero la guerra; però il Tempio di Gerusalemme era stato profanato, poiché era servito per il culto degli dei greci. Fu inaugurato il 25 Chislev e consacrato di nuovo al culto del D-o unico degli ebrei. Nel tempio fu trovata una piccola ampolla di olio, che bastò per riaccendere la Menorah (il lume che deve ardere perennemente), ma la fiamma, come per miracolo, fece ardere il candelabro per otto giorni, il tempo sufficiente per produrre nuovo olio. Durante questa festa si rinnova il rito di accensione dell'hanukkia (lampada a nove braccia) si comincia con l'accensione di un lume e ogni sera si aumenta di uno fino ad arrivare a otto.
  Alcune comunità ebraiche chiedono in concessione alla struttura pubblica locale l'utilizzo di una piazza, per accendere una grande menorah e coinvolgere tutta la comunità ebraica, ma anche per promuovere relazioni sociali vivificanti, facilitare la coesione ed interessare tutti i cittadini di altre confessioni, quali fruitori della cultura ebraica.
  Alla festa di Channukkà, oltre alla commemorazione dell'eroismo ebraico, viene aggiunto un significato di luci contro le tenebre, s'inneggia quindi alla luce nel suo valore reale e immaginario e tutto ciò che essa rappresenta simbolicamente. Particolarmente affascinante, in questo periodo è il quartiere ultra ortodosso di Mea She'arim di Gerusalemme che propone agli occhi del passante un "metissaggio" di stili di luci, senza scadere mai nella confusione, anche se agli occhi del profano potrebbe sembrare il contrario. E' il riunire elementi comuni a piccoli dettagli diversi... quasi voler lasciar un margine al sogno delle luci, creando atmosfere e scenografie dove poter vivere emozioni religiose e sentimenti forti. Ultimamente la festa è diventata anche simbolo della continua lotta degli Ebrei contro le sopraffazioni religiose e politiche; in ogni caso è una festa di gioia e la preferita dei più piccoli, ai quali deve essere riservata una corsia preferenziale, perché sono il presente, la continuità ed il futuro dell'ebraismo e di Israele.

 Il Pensiero Religioso:
  I lumi che accendiamo durante la festa di Chanukkà riporteranno i nostri pensieri ai tempi eroici dei Maccabei, che più di venti secoli fa suscitarono l'ammirazione dei popoli contemporanei. E' noto che due concezioni dominarono allora il Paese nel quale viveva il popolo ebraico: una prettamente materialistica, l'altra pervasa da sentimenti spirituali. Era il pensiero greco in netta antitesi con quello ebraico. Di questa lotta ancora oggi il mondo ben poco conosce e, anche se la conosce, non sa di quale peso sia stata per l'avvenire dell'umanità intera la vittoria di quel piccolo gruppo di eroi ebrei. In quel tempo remoto non soltanto veniva decisa la sorte di un piccolo popolo, ma era in gioco soprattutto la sopravvivenza di quell'unico pensiero elevato e puro esistente sopra gli altri corrotti da idee materiali. Purtroppo i non ebrei hanno dimenticato tutto questo, e ciò non può destarci eccessivo stupore, perché anche noi stessi, discendenti diretti dei Maccabei, ben poco ce ne rendiamo conto. Questa é l'eredità che ci hanno trasmesso e questa é la loro luce sgorgata e tramandata dal loro sangue.

(Vicenza Più Quartieri, 25 dicembre 2016)


Natale mistificato

di Maurizio Del Maschio
   
 
 
"Più dolce è l'attesa, più magico è il Natale", sentenzia il pay-off, la frase di chiusura della pubblicità di una nota marca che ci sta martellando in questi giorni di dicembre. Ma quale Natale si attende? Perché mai il Natale dovrebbe essere "magico"? Tutto ciò nasce dalla deformazione, dallo stravolgimento di questa festa che ha assunto un carattere sdolcinato e consumistico, fatto di convivialità familiare e amichevole, di regali, di grandi mangiate, di luminarie, di dolci tipici, di film "natalizi" che con il Natale non hanno nulla a che fare. Questo è il Natale che caratterizza la modernità. Il termine "Natale" presuppone qualcuno che nasce o il compleanno di qualcuno.
   Tuttavia, in questo appuntamento del 25 dicembre c'è tutto fuorché il festeggiato che finisce per essere una sorta di convitato di pietra. Ormai è stato emarginato a tal punto che tutto ciò che si riferisce a lui è stato messo da parte. A scuola si possono fare delle feste ma non si può parlare della nascita di Gesù, le strade sono decorate di luci ma guai a fare qualsiasi riferimento al bambinello, nessuna tradizionale stella cometa (per quanto sia un falso storico), nessun personaggio legato al simbolismo di questa festa. Perfino gli alberi di Natale non sono più alberi, ma coni anonimi e freddi, privi di significato simbolico. Resiste Babbo Natale, altro falso storico trattandosi di Nicola di Mira, un personaggio che con il Natale non c'entra nulla e che nel calendario viene ricordato il 6 dicembre. Sono state messe in soffitta le melodie tradizionali di Bach, Gruber, de Liguori, solo per citare alcuni autori di celebri canti natalizi tradizionali. Oggi i giorni che precedono il Natale sono consacrati al rito della corsa ai regali, magari modesti ma obbligatori, altrimenti non è Natale. La nuova musica che irrompe è quella dei bonghi africani. Perfino i preti hanno messo la sordina e raccomandano discrezione per non urtare la suscettibilità dei non cristiani e dei non credenti. Anche il presepio tende ad essere allestito, laddove ancora lo si fa, slegato dall'epoca e dall'ambiente in cui si situa la scena storica della natività. In questi giorni, come ogni anno, centinaia di persone si sono riunite a Betlemme per la tradizionale accensione dell'albero di Natale. Alla presenza delle autorità palestinesi, sono state accese le decorazioni dell'albero, alto una quindicina di metri, insieme alle luminarie appese intorno alla Piazza della Mangiatoia, fuori dalla Basilica della Natività. Il Natale ogni anno porta l'attenzione del mondo su quella città situata a nove chilometri a sud di Gerusalemme. Per la propaganda islamica, il Natale è un'opportunità per "celebrare l'identità palestinese di Gesù Cristo". Mi domando: perché gli arabi musulmani celebrano la nascita di Gesù "palestinese" (secondo l'accezione corrente del termine) mentre egli era un ebreo nato in una terra che allora non era ancora chiamata "Palestina"? Perché viene snaturato il significato di questa ricorrenza che è festività esclusivamente cristiana, monopolizzando Gesù come un grande profeta musulmano anche se nel calendario islamico la figura e la nascita di Gesù sono totalmente ignorate?
   Dal punto di vista storico, la denominazione di "Palestina" venne data a quella provincia romana solo all'epoca dell'imperatore Adriano, nel 135 d.C., quando il nome ufficiale Syria Palaestina sostituì il precedente termine Iudaea includendo anche altre entità amministrative, quali Samaria, Galilaea, Philistaea e Peraea. Non è la prima volta che la figura di Gesù, che per l'islam è "figlio di Maria" non figlio di Dio, viene strumentalizzata politicamente a favore della causa palestinese.
   Nel maggio 2009 il Gran Mufti di Gerusalemme Muhammad Ahmad Husayn ha affermato: "Gesù è nato in questa terra: qui ha mosso i suoi primi passi e ha diffuso i suoi insegnamenti in questa terra. Lui e sua madre Maria, possiamo affermare, sono i palestinesi per eccellenza". La vigilia di Natale dello stesso anno, l'attivista Mustafa Barghouti, parente del più famoso Marwan condannato a 5 ergastoli per gli omicidi perpetrati con la sua attività terroristica e detenuto nelle carceri israeliane, dichiarò che "Gesù è stato il primo palestinese torturato in questa terra", come se i suoi torturatori fossero stati gli ebrei e non i Romani. Per non parlare di movimenti come Hamas che definiscono Gesù il primo shahid, il primo martire per la causa palestinese! Non sarebbe forse più logico, più onesto dichiarare una cittadina come Betlemme patrimonio dell'umanità senza negare la realtà storica? Sarebbe una dichiarazione che non impedirebbe certo l'aspirazione del riconoscimento di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano. Viene il fondato sospetto che, sotto sotto, non è questo che i "palestinesi" vogliono. Essi vogliono la cancellazione dello Stato di Israele e l'esistenza di un solo Stato: quello arabo-palestinese.
   Sempre nel dicembre 2009, in una sua predica del venerdì pronunciata a Doha in Qatar, il leader religioso Yusuf al-Qaradawi, legato ai Fratelli Musulmani, affermò: "Siamo in una società musulmana o in una società cristiana? Che cosa sta accadendo nei negozi e per le strade di Doha, tutti questi festeggiamenti della cosiddetta nascita del Messia - su di lui la pace - e del cosiddetto Natale, come se stessimo vivendo in una nazione europea? […] Alberi di Natale, di quattro o cinque metri, davanti a negozi di famiglie musulmane. Che cos'è questo? Significa che la nazione islamica sta abbandonando la sua identità islamica. L'islam vuole che manteniamo la nostra unicità islamica." Si noti che, anche in questo caso, si parla di "identità", questa volta non "palestinese" ma "islamica", minacciata dal Natale dei cristiani. Nello stesso discorso, Qaradawi affermava che gli Europei: "Ci impediscono di costruire minareti e stanno per vietare la costruzione di moschee […] Perché volete festeggiare una religione che non è la nostra, quando non ci lasciano praticare la nostra?" Siamo al delirio della pretesa dei musulmani di essere liberi di costruire moschee e minareti in terra cristiana, mentre viene negata la reciprocità in terra islamica laddove esiste una presenza cristiana che si tende a soffocare cercando di cancellarne i segni esteriori. Per non parlare del colpevole silenzio del papa Francesco dinnanzi ad un presepio in cui il bambino Gesù era avvolto in una kufiyyah bianca e nera palestinese, negando con ciò l'ebraicità di Gesù.
   Tutto ciò induce a riflettere sul vero significato del Natale, che è la nascita di una persona di etnia ebraica di nome Yoshùa (Gesù), che non va ridotta a un albero di Natale (che della sua figura è comunque un simbolo poco noto agli stessi cristiani e mutuato dai culti nordici precristiani) e nemmeno ad auguri di sentimentalistica facciata sull'onda di un'effimera e superficiale emozione.

(Online News, 24 dicembre 2016)


Si fa molta fatica a capire che il Gesù palestinese di oggi è la versione attuale del Gesù ariano di ieri. Eppure dovrebbe essere evidente, ma non lo è perché ormai la menzogna è diventata talmente grande che non si riesce più a vedere. Ma sulla menzogna è cresciuto anche il cristianesimo storico ufficiale, quindi non deve meravigliare se adesso l'imbroglio ha assunto il volto sinistro dell'invadenza islamica e i presepi sono tollerati soltanto se hanno il bambinello avvolto nella kefia palestinese. Chi vuole davvero ricordare la nascita di Gesù può rileggersi i primi due capitoli del Vangelo di Luca, far sparire dalla mente babbi natale, bambinelli palestinesi, kefie, patriarchi latini, messe a Betlemme, pontefici benedicenti "Urbi et Orbi" ed unirsi all'inno di lode del vecchio ebreo Simeone, "uomo giusto e timorato di Dio che aspettava la consolazione di Israele", che dopo aver preso nelle braccia il bambinello benedì il Signore con queste parole: «Ora, o mio Signore, lascia andare in pace il tuo servo, secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, che hai preparata dinanzi a tutti i popoli per essere luce che illumina le genti e gloria del tuo popolo Israele». M.C.


Israele: ricostruito l'altare per il sacrificio nel terzo tempio

 
Qualora le circostanze diventassero favorevoli, il nuovo altare può essere rapidamente montato nella posizione esatta che consente al servizio divino di essere ripreso senza indugio.
Come Breaking Israel News ha riportato all'inizio di questo mese, il Temple Institute di Gerusalemme ha completato la costruzione dell'altare in pietra richiesto per il servizio sacrificale nel Tempio Santo.
   L'altare è stato completato in ritardo nel 2014 e ufficialmente inaugurato durante la cerimonia pubblica di accensione della Menorah d'oro per la festa di Hanukkah, che cade il 22 dicembre. L'altezza dell'altare non è di cinque metri (16 piedi), ma di cinque amot, una misura biblica equivalente a circa 2,35 metri (7,7 piedi). Ogni amah misura 46-38 centimetri (18-19 pollici). La rampa che porta all'altare è lunga 16 amot.
   Queste misure sono conformi al parere di Maimonide, il celebre commentatore e filosofo ebraico medievale e rappresentano le più piccole dimensioni possibili (consentite dalla legge ebraica) per il funzionamento Kosher dell'altare.
   Secondo le informazioni rilasciate dal Temple Institute, dal momento che la Torah proibisce l'uso di pietre scavate (vedi Deuteronomio 27: 5-6), questo altare "è costituito da un telaio esterno di mattoni di terra e da un forno resistente al calore estremo prodotto quando è in uso. Questo telaio esterno è pieno di pietre naturali non contaminate da attrezzi di metallo, come da obbligo della Torah. La cornice in mattoni esterna è ricoperta da un intonaco bianco sottile, come è stato fatto con l'altare che si trovava nel cortile del Tempio Santo".
   La base dell'altare contiene due portali per la raccolta del sangue versato durante sacrifici animali, in conformità con la Torah. Inoltre è coronato da quattro angoli rialzati, chiamati dalla Torah corna.
   Una cosa che rende questo altare unico è che è stato progettato per essere smontato e rimontato rapidamente nella sua corretta posizione sul Monte del Tempio. Secondo l'Istituto, "Il popolo di Israele può costruire un altare esclusivamente sul sito dell'altare originale sul monte Moriah, il Monte del Tempio. Qualora le circostanze diventassero favorevoli, questo nuovo altare può essere rapidamente ri-montato nella posizione esatta che consente al servizio divino di essere ripreso senza indugio".

(fuori di matriz, 25 dicembre 2016)


Jihad, il pericolo che l'Europa non vede

L'Europa sta diventando una gigantesca Israele, ma senza gli israeliani.

di Stefano Magni

Mezzo secolo fa, tra le 850mila e il milione di persone furono costrette a lasciare i propri paesi - dalla Libia all'Iraq, dall'Egitto all'Iran - per trovare rifugio in Israele, Europa e America. Di fronte, l'emergere negli anni Quaranta di un nazionalismo arabo sempre più insofferente alla sua minoranza ebraica. La nascita dello Stato d'Israele, simbolo della speranza per gli ebrei, acutizzò la rabbia e la violenza del mondo arabo e islamico nei loro confronti. Comunità che per secoli quando non millenni avevano popolato regioni del Maghreb e del Medio Oriente, dato linfa al patrimonio culturale e intellettuale di quelle zone, furono vessate e cacciate dalle proprie case nel nome dell'intolleranza. Realtà che conosciamo con il nome di "misrahi", orientali, ma di cui oltre il nome sappiamo poco, lasciarono in aereo, in nave, a piedi la terra d'origine in cerca di un futuro.
   Alcune delle vicende di queste migliaia di ebrei esiliati sono raccontate in queste pagine, in cui si ricorda l'appello all'Onu a riconoscerne lo status di rifugiati: un passo che Israele chiede alle Nazioni Unite per riportare sul palcoscenico internazionale la loro storia dimenticata.
   "Questa storia deve essere ascoltata", ha ammonito il Presidente d'Israele Reuven Rivlin parlando al mondo ma anche ai suoi connazionali. "Ancora oggi, Teheran e Haled, Baghdad, Sana'a e Tripoli, sono posti vietati agli ebrei israeliani; i tesori culturali e i beni lasciati da molti di loro in quei luoghi sono stati vandalizzati e saccheggiati".
   Per non dimenticare tutto questo, Israele ha istituito un giorno apposito che commemora questa "fuga silenziosa", come l'ha definita l'assessore alla Cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane David Meghnagi (direttore del Master in didattica della Shoah di Roma), ovvero il 30 novembre. Il perché della data è raccontato all'interno del dossier mentre si può ricorrere ancora alle parole di Rivlin per spiegarne il valore: "E l'occasione per fare giustizia".
   Con un nuovo punto di vista che non ignori i problemi del passato. Più di tutto, questo è un giorno per ricordare e avvicinare al cuore i tesori culturali che le comunità ebraiche dei paesi arabi e dell'Iran furono in grado di creare, di conoscere il loro contributo" ai paesi lasciati dietro le spalle così come dato a quelli che - non senza difficoltà - li adotteranno. Tra questi anche l'Italia, meta di alcune delle famiglie in fuga. Le loro vicende non sono state lasciate nell'oblio, come dimostra il "progetto edoth" diretto da Liliana Picciotto del Centro di documentazione ebraica di Milano: un lavoro dedicato alle comunità ebraiche provenienti da Egitto, Siria, Libano, Libia e Persia. Queste pagine sono un primo accenno a una storia che sarà ancora analizzata e che ha molto di attuale: uomini e donne costretti alla fuga per il radicarsi di una forma di antisemitismo e d'intolleranza - fondato sull'integralismo religioso - di cui, come spiega lo storico Georges Bensoussan, oggi vediamo nuovamente il volto.

(L'Opinione, 24 dicembre 2016)


Quella lunga fuga silenziosa dai paesi arabi

a cura di Daniel Relchel

Mezzo secolo fa, tra le 850mila e il milione di persone furono costrette a lasciare i propri paesi - dalla Libia all'Iraq, dall'Egitto all'Iran - per trovare rifugi.o in Israele, Europa e America. Di fronte, l'emergere negli anni Quaranta di un nazionalismo arabo sempre più insofferente alla sua minoranza ebraica. La nascita dello Stato d'Israele, simbolo della speranza per gli ebrei, acutizzò la rabbia e la violenza del mondo arabo e islamico nei loro confronti. Comunità che per secoli quando non millenni avevano popolato regioni del Maghreb e del Medio Oriente, dato linfa al patrimonio culturale e intellettuale di quelle zone, furo110 vessate e cacciate dalle proprie case nel nome dell'intolleranza. Realtà che conosciamo con il nome di "rnisrahi", orientali, ma di cui oltre il nome sappiamo poco, lasciarono in aereo, in nave, a piedi la terra d'origine in cerca di un futuro.
   Alcune delle vicende di queste migliaia di ebrei esiliati sono raccontate in queste pagine, in cui si ricorda l'appello all'Onu a riconoscerne lo status di rifugi.ari: un passo che Israele chiede alle Nazioni Unite per riportare sul palcoscenico internazionale la loro storia dimenticata.
   "Questa storia deve essere ascoltata", ha ammonito il Presidente d'Israele Reuven Rivlin parlando al inondo ma anche ai suoi connazionali. "Ancora oggi, Teheran e Haled, Baghdad, Sana'a e Tripoli, sono posti vietati agli ebrei israeliani; i tesori culturali e i beni lasciati da molti di loro i11 quei luoghi sono stati vandalizzati e saccheggiati".
   Per non dimenticare tutto questo, Israele ha istituito un giorno apposito che commemora questa "fuga silenziosa", come l'ha definita l'assessore alla Cultura dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane David Meghnagi (direttore del Master in didattica della Shoah di Roma), ovvero il 30 novembre. Il perché della data è raccontare all'interno del dossier mentre si può ricorrere ancora alle parole di Rivlin per spiegarne il valore: "E l'occasione per fare giustizia.
   Con un nuovo punto di vista che non ignori i problemi del passato. Più di tutto, questo è un giorno per ricordare e avvicinare al cuore i tesori culturali che le comunità ebraiche dei paesi arabi e dell'Iran furono in grado di creare, di conoscere il loro contributo" ai paesi lasciati dietro le spalle così come dato a quelli che - 110n senza difficoltà - li adotteranno. Tra questi anche l'Italia, meta di alcune delle famiglie in fuga. Le loro vicende non so110 state lasciate nell'oblio, come dimostra il "progetto edoth" diretto da Liliana Picciotto del Centro di documentazione ebraica di Milano: u11 lavoro dedicato alle comunità ebraiche provenienti da Egitto, Siria, Libano, Libia e Persia. Queste pagine sono un primo accenno a una storia che sarà ancora analizzata e che ha molto di attuale: uomini e donne costretti alla fuga per il radicarsi di una forma di antisemitismo e d'intolleranza - fondato sull'integralismo religioso - di cui, come spiega lo storico Georges Bensoussan, oggi vediamo nuovamente il volto.

(Pagine Ebraiche, dicembre 2016)


Via libera di Israele: contadini di Gaza potranno esportare le fragole in Europa

Le autorità israeliane hanno permesso agli agricoltori della Striscia di Gaza di esportare le fragole in Europa e in Cisgiordania per la prima volta a 10 anni dal blocco. "L'autorizzazione alle esportazioni di fragole salverà questa stagione, contribuirà a migliorare la situazione economica degli agricoltori e delle loro famiglie, perché negli ultimi anni hanno subito pesanti perdite", ha dichiarato a Sputnik il contadino palestinese Salah Abu Dia. Gli agricoltori vogliono vendere la maggior parte del raccolto di quest'anno all'estero e sperano che Israele non intralci i loro piani. "E' possibile che dopo questa decisione, nei campi della Striscia di Gaza verrà ripresa la coltivazione di questo frutto", ha detto Salah Abu Dia. Il contadino Ahmed Ashur si è detto molto soddisfatto di questa decisione di Israele. Spera di avere maggiori guadagni che serviranno allo sviluppo dell'azienda agricola e per le esigenze personali. "Tutta la mia famiglia è impegnata nella raccolta e nei preparativi per l'esportazione. Il denaro dovrebbe essere sufficiente per mantenerci fino alla prossima stagione", ha detto Ahmed in un'intervista con Sputnik. "Per la difficile situazione economica delle persone, nel mercato locale la gente non può comprare le fragole al prezzo di 3 dollari al chilo, pertanto vendere qui non è redditizio", ha detto Ahmed. Le esportazioni di fragole in Europa sono iniziate, ha riferito il capo del dipartimento delle vendite del ministero dell'Agricoltura di Gaza Tahseen Al-Sakka. Secondo le previsioni, i contadini palestinesi venderanno all'estero 300 tonnellate di fragole. Secondo lui, i terreni coltivati con le fragole ogni giorno diminuiscono per la crisi costante del settore e per le attività di dragaggio di Israele. "Nel 2007 2.500 acri di terra erano coltivati con le fragole, ora solo 600. Il raccolto dovrebbe raggiungere 1.500 tonnellate", ha detto Tahseen Al-Sakka. Il settore agricolo occupa l'11% della popolazione con 44mila occupati. Il tasso di disoccupazione raggiunge il 40% nell'enclave palestinese.

(Sputnik, 24 dicembre 2016)


Molti droni, pochi scarponi, nessuna idea

L'eredità di Obama: il suo mandato è scaduto, ma la legge della politica internazionale resta quella della giungla.

di Piero Di Nepi

 
Alla fine dell'anno fiscale 2016 gli Stati Uniti d'America avranno speso per le proprie forze armate 596 miliardi di dollari, 215 la Repubblica Popolare Cinese e 66,4 la Russia di Putin. Per essere sul ponte di comando di un'Amministrazione che il mondo ritiene "pacifica" se non proprio pacifista, bisogna dire che Barack Obama ha limato il budget (i miliardi erano 597,4 nel 2015) ma sicuramente lascia a Donale! Trump un apparato che consentirebbe a qualsiasi sceriffo di stendere in pochi minuti tutti i cattivi dell'OK Corral, cioè della politica internazionale. Che sarà anche in futuro regolata dalla legge della giungla: Obama ha cercato di trasformare l'immagine del Pentagono e del Dipartimento di Stato, certo non le strutture e la missione. Hanno autorizzato infatti in 8 anni vendite di armi americane per 278 miliardi. I sauditi ne hanno da soli acquistate per 110 miliardi, soprattutto dopo gli accordi di Vienna con i quali Obama e Kerry inseriscono l'Iran nel grande circuito del business internazionale. Si slega l'Iran e si provoca la reazione dell'Arabia Saudita, che a Washington spende tutto il possibile in equipaggiamenti militari. Machiavelli non avrebbe saputo fare meglio. Obama dunque ha tentato di ottenere i risultati tradizionali dell'egemonia USA, utilizzando mezzi parzialmente diversi. Molti droni, pochi jet, sul terreno solo gli scarponi dei contractors e degli addestratori. La parola magica per i generali e per Obama adesso è "unmanned", senza equipaggio. I caduti li conta solo il nemico, compresi i danni collaterali - i civili uccisi - che aumentano perché un drone spara quando lo prevede il programma automatizzato e la sala di controllo dall'altra parte del mondo. Insomma, quando "arrivano i nostri" poi li aggiusta il meccanico. Sono già operativi mezzi corazzati unmanned, in cantiere anche motovedette e sottomarini.
  Il mondo però è sempre più complicato del previsto, e la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla soltanto nelle mani dei politici. L'ultima Amministrazione intendeva far uscire gli USA dal ruolo di gendarmi del mondo che si erano guadagnati, nel bene e nel male. Un ruolo riconosciuto da amici e nemici. Un fondamentale vantaggio sia tattico che strategico. E come gendarme del mondo negli ultimi 30 anni il Pentagono ha vinto la guerra fredda, liquidato l'Unione Sovietica, imposto la tregua lunga nei Balcani, inflitto colpi duri all'estremismo islamista.
  Poi è arrivato Obama. La prima grande illusione l'abbiamo vista tutti. Le primavere arabe avrebbero dovuto favorire la stabilizzazione definitiva del Nordafrica e del Medio Oriente, dopo i fallimenti in Afghanistan e Irak L'Egitto è sopravvissuto per miracolo alle cure della Casa Bianca. Il prezzo è salato: povertà, disoccupazione, terrorismo, polizie segrete, e lo stanno pagando 92 milioni di cittadini. Poi il turno della Libia: la spartizione nelle tre entità storiche di Cirenaica, Tripolitania e Fezzan viene ritenuta probabile, con qualche candidatura a prossima capitale del Nuovo Califfato. Sull'altro lato del Mediterraneo i ribelli siriani avevano sperato nel sostegno americano, anche sul campo, che non è arrivato. In politica il vuoto non esiste. E così i russi hanno deciso di difendere il proprio feudo di Latakia (già Laodicea), munitissima base navale, e il protettorato su Damasco. Profughi in fuga 5 milioni, profughi interni non meno di 10 milioni, morti forse 500.000. Strettamente legato ai precedenti è il dossier Iran, e dunque l'avanzata di Hezbollah in Siria, Libano, Irak. L'esito politicamente più disastroso va registrato in Europa Altro che insediamenti e presunta lobby ebraica: Obama si è autoconsegnato in ostaggio alle vere lobbies che contano a Washington, ovvero ucraini, polacchi, baltici. Esito inevitabile le tensioni nell'estremo nord del fronte NATO e la guerra strisciante del Donbass.
  Incapace di contenere i cinesi in estremo oriente, l'Amministrazione ha però fatto di tutto per irritarli. I dossier del Pacifico sono tutti aperti e incandescenti: isole Spratly e Paracelso, riarmo del Giappone, situazione a rischio sui confini interni coreani. Che qualcosa non funzionasse nel cerchio magico dell'Amministrazione Obama appariva chiaro per molti già nell'ottobre 2010, a metà del primo mandato, quando Rahm Emanuel si dimise dall'incarico di Chief of Staff della Casa Bianca, qualcosa di simile al nostro Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Aveva precipitosamente abbandonato, 12 anni prima, il posto di Senior Advìsor di Bill Clinton alla fine del 1998, nel pieno dell'affaire Monica Lewinsky Rahm Emanuel non è un personaggio qualsiasi. Oggi è sindaco di Chicago, terza città degli Stati Uniti, che da sola produce un PIL superiore a 630 miliardi di dollari. Certo era ed è legato al mondo ebraico, la sua famiglia ha radici solide e antiche a Gerusalemme. La vicinanza a Obama però arrivava da tutt'altra parte: la parte più "jewish USA" che si possa immaginare, e cioè l'impegno per i diritti civili degli afroamericani. Nell'Amministrazione sicuramente suonò forte il campanello d'allarme. Tuttavia Obama non pare proprio uomo da ripensamenti, neppure quelli che ti salvano immagine e carriera.
  Infierire sugli sconfitti è poco elegante, però nella vicenda delle presidenziali USA resta ben chiaro un dato di fatto. Non è Trump che ha vinto, ma sono i democratici quelli che hanno perduto Se poi si aggiunge la considerazione che Barack Obama e stato sì bersaglio del più classico razzismo made in USA, però al contrario, il quadro può risultare completo. Al contrario: nel senso che a Barack si è perdonato tutto, soltanto perché è stato il primo inquilino della Casa Bianca non del tutto caucasico-europeo, come si dice oltreoceano. Oggi, nonostante gli sproloqui sulla crisi dei valori autenticamente americani (ma quali?), gli europei si preoccupano soprattutto di quanto potrà costare The Donald alle casse sfiatate dei bilanci nazionali e soprattutto alla BCE del nostro Draghi. Errore: il vero problema dell'eredità Obama-Kerry è legato alla politica estera, trionfalmente avviata al Cairo il 4 giugno 2009 impartendo alle cosiddette primavere arabe una benedizione che non ha portato fortuna.

(Shalom, dicembre 2016)


Netanyahu: il voto Onu è una vergogna

La risoluzione dell'Onu che condanna degli insediamenti israeliani in Cisgiordania è una "vergogna" e lo Stato ebraico intende "interrompere i finanziamenti" alle istituzioni delle Nazioni Unite. Lo ha detto il premier israeliano Benyamin Netanyahu, citato dai media locali, nel primo intervento pubblico all'indomani del voto del Palazzo di Vetro.
"La risoluzione definisce la terra israeliana occupata, e questo è vergognoso", ha detto il premier. Il presidente americano Barack Obama "si è schierato contro Israele".
"Ho chiesto al ministero degli Esteri di avviare una rivalutazione entro un mese di tutti i nostri contatti con le Nazioni Unite, compresi i fondi israeliani alle istituzioni Onu e alla presenza di rappresentanti in Israele", ha detto il premier.
Netanyahu ha poi annunciato di aver già disposto il congelamento di circa 30 milioni di shekel destinati a "cinque strutture Onu particolarmente ostili nei confronti di Israele".

(swissinfo.ch, 24 dicembre 2016)


Ultima vigliaccata di Obama: voto anti Israele all'ONU

di Mirko Molteni

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha, a sorpresa, ripescato ieri sera la risoluzione di condanna degli insediamenti ebraici in Cisgiordania, approvandola all'unanimità con astensione dell'ambasciatrice americana uscente, Samantha Power, che, su input di Obama, non ha esercitato il veto come invece chiesto dal nuovo presidente Trump. È così entrata in vigore la «risoluzione n. 2334» che recita: «Israele cessi completamente e immediatamente ogni attività di insediamento nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme Est».
La bozza era stata presentata già giovedì dall'Egitto, il quale però l'aveva ritirata su richiesta americana. Poi ieri i rappresentanti palestinesi hanno criticato duramente l'Egitto e il nuovo voto è stato indetto su esplicita richiesta di quattro stati fra i membri non permanenti del consiglio: Malesia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela. La risoluzione è stata approvata con 14 voti, fra cui Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna, e la sola astensione americana. A nulla è valso lo stretto contatto fra Trump e il primo ministro israeliano Netanyahu. La Power ha sostenuto che «la risoluzione prende atto di una situazione reale che impedisce una pace basata su due Stati». Ma è anche una spina che l'amministrazione Obama lascia in eredità al suo successore rendendo più ardui i rapporti USA-Israele.

(Libero, 24 dicembre 2016)


*


Obama tradisce Israele: Usa astenuti all'Onu sulle colonie
ebraiche

È la prima volta che gli Stati Uniti non usano il veto su una risoluzione contro l'alleato. Il presidente uscente ha sempre manifestato antipatia per Netanyahu.

di Fiamma Nirenstein

Con una scelta che si incide nella storia degli Stati Uniti come l'ennesimo colpevole fraintendimento dell'amministazione Obama nei confronti del Medio Oriente, una incapacità che ha portato a stragi immense e a disastri indicibili in Siria ma anche in tante altre zone, il presidente uscente ha deciso di rovesciare la politica tradizionale degli Stati Uniti: tale politica ha sempre difeso Israele col veto nel Consiglio di Sicurezza dalle maggioranze automatiche piene di odio che hanno caratterizzato l'atteggiamento dell' Onu verso Israele.
   Stavolta con un colpo di coda impensabile
   Perché impensabile? era quanto meno prevedibile 
Obama ha lasciato per la sua legacy in primo piano l'astensione su una risoluzione votata da 14 membri che stabilisce che occorre «distinguere fra il territorio dello Stato di Israele e i territori occupati nel 1967», condanna gli insediamenti che vengono definiti illegali e «un grande pericolo per la possibilità della soluzione dei due Stati» e aggiunge una serie di altre osservazioni fuori di ogni realtà e senso storico. I territori non sono «illegali» ma «disputati» secondo le risoluzioni del 1967, la legge internazionale non è stata violata perché non ci sono mai state deportazioni della popolazione originaria, i territori non sono mai stati «palestinesi» ma giordani e conquistati con una guerra di difesa, e soprattutto la vera difficoltà nel raggiungere un accordo con i palestinesi per due Stati è il rifiuto ad accettare l'esistenza dello Stato d'Israele che ha portato a dire no a soluzioni generose come quelle di Barak e di Olmert. Una risoluzione come quella votata ieri non tiene in nessun conto che ci sono insediamenti indispensabili alla sicurezza mentre altri sono trattabili, consente discriminazioni legate alla Linea Verde, incrementa il BDS, forse anche le sanzioni, promuove odio e incitamento antiebraico, conferisce una vittoria pazzesca per i palestinesi nonostante il rifiuto e il terrorismo, ed è una festa per l'estremismo islamico che odia l'Occidente.
   Gli egiziani avevano rinunciato giovedì alla loro mozione su richiesta, pare, del nuovo presidente Trump; ma il vecchio presidente ha fatto sì, si dice, che la sua gente lavorasse sott'acqua perché la mozione fosse subito ripresentata da Malesia, Venezuela, Nuova Zelanda e Senegal.
   Obama sin dall'inizio del suo primo mandato ha dimostrato verso Israele un'antipatia alimentata dall'opposizione all'accordo nucleare con l'Iran del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, applaudita dal suo stesso Congresso. Che gli importa se l'Iran è diventato il migliore amico di Putin e combatte sanguinosamente in Siria? Obama ha mancato di ogni consistenza nel mondo mediorientale, col suo apprezzamento per la Fratellanza Musulmana e la sua convinzione che il suo personale charme avrebbe creato un rapporto pacifico col mondo islamico.
   E così la sua colpevole sottovalutazione del terrore e la sua repulsione verso l'unico vero difensore della democrazia in medio Oriente, Israele, si combina fino all'apoteosi del suo gesto definitivo con la politica di quell'Onu che nel 75 stabilì col voto che «sionismo è uguale a razzismo» e che ha dedicato al piccolissimo Paese due terzi delle sue condanne ignorando centinaia di migliaia di morti, di profughi, di violazioni. Forse Obama sta disegnando il suo prossimo ruolo di presidente dell'Onu, gli si addicerebbe. Stasera in Israele si festeggia Hanuccà, in parallelo col Natale: che gli uomini di volontà seguitino a esserlo, nonostante Obama e la sua ipocrisia.

(il Giornale, 24 dicembre 2016)

*

Come volevasi dimostrare

Si potrebbero dire molte cose su quest’ultima risoluzione dell’Onu, ma preferiamo prendere posizione elencando schematicamente pochi punti. Gli argomenti a sostegno ci sono, ma poiché spesso la lunghezza della trattazione indebolisce o a fa perdere di vista l'importanza della tesi, preferiamo elencare pochi punti in forma apodittica.
  1. Obama è sempre stato fin dall'inizio un nemico deciso e determinato di Israele. Il fatto che molti non se ne siano accorti, tra cui molti ebrei, soprattutto americani ma non solo, ha facilitato la sua azione.
  2. Gli Usa sono da tempo sulla via del declino. Il loro allontanamento dal mondo ebraico, plasticamente espresso dal presidente Obama e da chi gli sta intorno, lo conferma in modo chiaro e lo rende irreversibile.
  3. Le Nazioni Unite sono l'ultimo tentativo di riedificare la Torre di Babele. Non è dunque affatto casuale che si trovino in rotta di collisione con Israele, espressione attuale della nazione annunciata da Dio ad Abramo come risposta alla superbia umana.
  4. Oggi i più perniciosi nemici di Israele non sono quelli che brandiscono la minaccia delle armi, ma quelli che agiscono in nome della pace e della giustizia, ed hanno nella menzogna e nell'ipocrisia la loro arma più micidiale ed efficace.
  5. L'antisemitismo di oggi si camuffa sotto il nome di antisionismo e l'antisionismo si camuffa sotto il nome di "politica dei due stati". Conseguenza: la difesa della politica dei due stati è la forma più raffinata di antisemitismo (o di insipienza se è fatta "in buona fede"). Si finge di non aver capito (peggio ancora quando proprio non si è capito) che questo risultato non si raggiungerà mai, ma quello che invece si ottiene è di impedire il radicamento stabile e pacifico dello Stato ebraico tenendolo continuamente sotto pressione e isolandolo sempre di più dal resto del mondo.
Riproponiamo allora in forma aforistica una formulazione presentata più volte nel passato e di cui ogni volta abbiamo riscontrato una nuova conferma.
    «Con gli accordi di pace i nemici di Israele, non riuscendo ad abbatterlo subito con la violenza, sono riusciti a metterlo su un piano inclinato. Con piccoli, graduali scossoni provano ripetutamente, con pazienza e tenacia, a farlo scivolare dolcemente sempre più in basso, aspettando soltanto il momento in cui sarà arrivato abbastanza in basso da non esserci più bisogno del piano inclinato: una mazzata e via.»
La recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, appoggiata anche dagli Stati Uniti, è l'ultimo scossone subito da Israele sul piano inclinato in cui è stato posto. Sono molti quelli che aspettano la mazzata finale, ma sono destinati a rimanere delusi. Anzi, a subirne le tremende conseguenze. M.C.


Promemoria: Da chi sono stati occupati i «territori occupati»?

(Notizie su Israele, 24 dicembre 2016)



L’America di Obama è per Israele quello che una volta era l'Egitto ai tempi di Isaia:
"un sostegno di canna rotta che penetra nella mano di chi vi si appoggia e gliela fora" (Isaia 36:6).

 


Parigi processa lo storico Bensoussan per "islamofobia''

''Così si completa il terrorismo che uccide"

di Giulio Meotti

 
Georges Bensoussan
ROMA - Parigi li ha processati quasi tutti, gli anticonformisti della critica all'islam: Oriana Fallaci, Michel Houellebecq, Charlie Hebdo, Ivan Rioufol, Éric Zemmour e adesso un grande storico del mondo arabo. Si tratta di Georges Bensoussan, 64 anni, che ai primi di gennaio comparirà in tribunale a Parigi per rispondere dell'accusa infamante di "incitamento all'odio razziale". Due settimane fa, abbiamo reso noto il processo che a Parigi si è aperto a carico del saggista Bruclrner, "reo" di aver attaccato "i collaborazionisti degli assassini di Charlie Hebdo". Il Collettivo contro l'islamofobia, organizzazione protagonista di tante di queste cause, adesso ha portato in giudizio Bensoussan per alcune sue frasi durante una trasmissione radiofonica.
  "Noto studioso ebreo processato in Francia per presunti commenti anti islamici", commenta Haaretz nel dare notizia del processo. "Il viscerale antisemitismo dimostrato dall'indagine Fondapol di Dominique Reynié non può rimanere sotto silenzio", aveva detto Bensoussan. "Non vi sarà alcuna integrazione finché non ci saremo liberati di questo ancestrale antisemitismo che viene tenuto segreto". E ancora: "Come ha detto un sociologo algerino, Smain Laacher, 'nelle famiglie arabe in Francia l'antisemitismo viene trasmesso con il latte materno".

 "E' una strategia dell'intimidazione"
  Bensoussan è il direttore editoriale del Mémorial de la Shoah e della Revue d'histoire de la Shoah e fra i massimi studiosi di antisemitismo di Francia (i suoi libri sono pubblicati in Italia da Einaudi). "Il Mémorial de la Shoah è un patrimonio comune che nasce dall'orrore dello sterminio degli ebrei", ha detto il Movimento contro il razzismo e per l'amicizia fra i popoli, che ha già fatto processare Oriana Fallaci. "E' scandaloso e atroce che Bensoussan, responsabile editoriale del Mémorial, abbia usato parole razziste in un servizio pubblico". Il quotidiano Libération ha invocato anche misure pratiche per punire lo storico: "Finanziato dallo stato e partner della Pubblica istruzione, il Mémorial deve prendere pubblicamente le distanze dalle dichiarazioni del suo direttore editoriale". Mediapart ha chiesto che Bensoussan venga interdetto dal Consiglio superiore per gli audiovisivi. Bensoussan intende rispondere alle accuse con un libro, in uscita il prossimo 18 gennaio, e che dovrebbe intitolarsi, emblematicamente, "Les silences de la Républìque", che fa il verso alla "repubblica del silenzio" di Jean-Paul Sartre.
  Sono partiti intanto gli appelli a favore di Bensoussan. "Il silenzio è l'obiettivo di questa nuova polizia del pensiero", recita quello firmato da Elisabeth Badinter, BernardHenri Lévy e dal Gran rabbino di Francia Haim Korsia. Poi c'è l'appello di Jacques Tarnero (regista) e Yves Ternon (storico): "Il processo Bensoussan fa parte di una strategia di intimidazione dell'espressione critica che usa le armi della democrazia. Questo terrorismo culturale completa il terrorismo che uccide".

(Il Foglio, 24 dicembre 2016)


Betlemme si prepara a festeggiare il Natale

Betlemme si appresta a festeggiare il Natale ma anche per quest'anno, secondo i media palestinesi, è previsto un calo dei turisti. Il ministero del turismo israeliano ha invece calcolato in circa 120mila i turisti in arrivo nel paese per le feste sottolineando che la metà di questi sono cristiani. Senza dimenticare quelli che dall'interno di Israele e della Cisgiordania si muoveranno in questi giorni per visitare i luoghi sacri a Gerusalemme e altrove. In festa anche la piccola comunità cristiana di Gaza. L'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha fatto sapere di aver predisposto un piano per garantire la sicurezza di quanti visiteranno Betlemme e parteciperanno alla messa di mezzanotte nella Basilica della Natività con l'Amministratore apostolico del Patriarcato Latino di Gerusalemme mons Pierbattista Pizzaballa.
   Alla Messa di mezzanotte è prevista la presenza del sindaco di Milano Giuseppe Sala e, come ogni anno, dovrebbero partecipare anche il presidente dell'Anp Abu Mazen e altri rappresentanti palestinesi. Sala - che ripartirà il 25 - vedrà sia il sindaco di Betlemme Vera Baboun sia quello di Tel Aviv Ron Huldai: città entrambe gemellate con Milano.
   Da parte israeliana, il ministro del turismo ha annunciato che dalle 15 del 24 dicembre fino alle 3. della notte ci saranno a Gerusalemme, ogni 30 minuti, navette gratuite per permettere ai pellegrini di raggiungere Betlemme. Nei giorni scorsi il comune di Gerusalemme ha predisposto la distribuzione gratuita di alberi di Natale a tutti quelli che ne hanno fatto richiesta e non sono pochi quelli che si vedono in alcuni luoghi a maggioranza cristiana. Non solo a Gerusalemme ma anche in altri luoghi di Israele dove sono presenti le comunità cristiane. Ad Haifa - città mista ebraico, cristiana, musulmana - il sindaco ha lanciato una serie di eventi pubblici di fratellanza fra i membri delle varie comunità. Anche perché nello stesso giorno di Natale, quest'anno, prende il via la festa ebraica di Hannukkà che dura 8 giorni ed una celebrazione molto sentita.

(Travelnostop, 23 dicembre 2016)


Ruspe al cimitero ebraico di Mantova, Ucei in allarme

L'appello: «Vi preghiamo con urgenza di interrompere l'attività demolitiva in corso e di consentirci di verificare lo stato dell'arte, in presenza di reperti di fondamentale valore”.

MANTOVA. «Vi preghiamo con urgenza di interrompere l'attività demolitiva in corso e di consentirci di verificare lo stato dell'arte, in presenza di reperti di fondamentale valore storico e religioso», firmato Noemi Di Segni. La presidente del'Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei) interviene sul caso dell'antico cimitero ebraico, nell'area di San Nicolò, investendo della questione, insieme al sindaco Mattia Palazzi, anche il ministro Dario Franceschini e, per conoscenza, la sovrintendente Giovanna Paolozzi Strozzi, il presidente dell'Assemblea rabbinica italiana, Alfonso Arbib, e il presidente della comunità ebraica di Mantova Emanuele Colorni.
   Così dopo l'attenzione dedicata dalla Gazzetta di Mantova all'antico cimitero ebraico di San Nicolò, ripulito nei giorni scorsi dalle sterpaglie con le ruspe, e coinvolto nel masterplan di Stefano Boeri che in quest'area ha previsto la Piazza della Terra. Rivendicato, l'antico cimitero dove sono seppelliti i maestri della cabala, da un gruppo di rabbini statunitensi e israeliani, in rappresentanza del Comitato europeo per la protezione dei cimiteri ebraici.
   Intanto, come raccontato dalla Gazzetta, dal passato sono riaffiorati due documenti che, impugnati davanti alla Sovrintendenza, potrebbero avere un peso notevole e modificare il corso del progetto. Il primo, del 1852, è l'atto con il quale la Comunità ebraica vendette l'area al Genio militare austriaco, vincolando la transazione a cinque condizioni che, messe in fila, mantengono in capo all'area l'identità di cimitero. L'altro, del 1923, è la diffida alla vendita dell'area inviata dalla comunità ebraica al Demanio.

(Gazzetta di Mantova, 24 dicembre 2016)


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Il caso cimitero ebraico di Mantova: quei vincoli del 1852 che mettono a rischio il piano di Boeri

La Comunità vendette l'area al genio militare austriaco, ma fissò cinque condizioni: se ne occuperà la Sovrintendenza?

di Enrico Comaschi

MANTOVA - C'è il masterplan di Stefano Boeri, ci sono 18 milioni in arrivo (non ancora incassati). Tutto fatto per l'antico cimitero ebraico? Diventerà la "Piazza della Terra"? Questi sono i progetti del Comune, ma dal passato spuntano due documenti che, impugnati in Sovrintendenza, potrebbero avere un peso notevole.
Vediamo un po'. Il primo documento è del 1852, ed è conservato nell'archivio notarile di Mantova. E' l'atto, firmato dal notaio Quintavalle, con cui la Comunità ebraica vendette (fu costretta a vendere) l'area al Genio militare austriaco. Ebbene, allegato al contratto vero e proprio ci sono cinque condizioni di vendita.
  • La prima: «Il terreno sarà conservato a prato, escluso perciò qualunque pascolo o coltivazione». Già questo pone importanti interrogativi sulle costruzioni realizzate successivamente.
  • La seconda, semplificata: «Qualora muovendo la terra si trovassero ossa umane, bisognerebbe informare la Comunità». A proposito: pochi giorni fa il Comune ha inviato le ruspe per pulire l'area. Quanta terra è stata smossa?
  • La terza condizione: «Resterà facoltativo, per gli ebrei, per una volta tanto all'anno, recarsi sull'ex cimitero per pregare».
  • La quarta, anche questa parafrasata: «Qualora fosse impossibile seppellire un corpo altrove, allora la Comunità potrebbe utilizzare un angolo dell'area».
  • La quinta: «Le lapidi saranno conservate dove si trovano».
In conclusione, la Comunità ebraica cedette l'area, ma ottenne che la stessa fosse ancora considerata, di fatto, un cimitero. Ecco allora che vanno giudicate abusive le costruzioni fatte innalzare dai nazisti per il campo di concentramento, oggi parte integrante dei progetti del Comune. Non dovrebbe essere abusiva, invece, la polveriera austriaca in quanto realizzata su un terreno ceduto dalla Comunità senza condizioni particolari nel 1738 circa.
Non è tutto. C'è un altro atto ufficiale che potrebbe mettere in discussione i piani del Comune. Bisogna fare un passo in avanti nel tempo e arrivare al 1923, quando il Demanio italiano tentò di vendere l'area del cimitero all'asta. Al tempo la Comunità ebraica non aveva certo un forte potere di influire sulle decisioni dello Stato: al potere c'era Mussolini. Eppure, la Comunità inviò al Demanio un atto di diffida alla vendita: evidentemente i vincoli stabiliti nella metà del secolo precedente erano ritenuti ancora pienamente in vigore.
Cosa direbbe la Sovrintendenza, oggi, se interpellata? Considererebbe l'area ancora vincolata da questi antichi contratti (cui i nazisti contravvennero costruendo i loro capannoni), oppure riterrebbe i vincoli ampiamente superati? La sensazione è che su questo punto interrogativo ragioneranno sia la Comunità ebraica mantovana, che peraltro ha rilanciato con l'idea del parco della memoria, sia l'Unione italiana delle comunità, sia il Comitato europeo per la protezione dei cimiteri ebraici. Comitato che ha gli occhi puntati su Mantova da qualche settimana.

(Gazzetta di Mantova, 23 dicembre 2016)


'Ospitiamo i siriani a Breslavia, l'accoglienza è un valore ebraico'

Alexander Gleichgewicht
La comunità ebraica di Breslavia, in Polonia occidentale ha presentato una richiesta alle autorità locali per avere il permesso di ospitare una famiglia siriana di Aleppo. A riportare la notizia, l'agenzia di stampa ebraica Jta.
Alexander Gleichgewicht, il presidente della comunità ebraica Breslavia, ha detto che la comunità fornirà ai rifugiati un tetto, soldi per vivere, e la possibilità di frequentarela scuola.
"Vorremmo prenderci cura di una famiglia con uno o più bambini, e fornire loro una vita tranquilla qui per tutto il tempo che vogliono", ha detto Gleichgewicht a Radio Breslavia. "Spero che altre organizzazioni, altre chiese di altre denominazioni, si uniranno a questo progetto in seguito".
Secondo Gleichgewicht, la comunità ebraica deve aiutare e prendersi cura dei profughi perché nella sua storia ha conosciuto sia la sofferenza e sia l'aiuto disinteressato.
"Si tratta di un debito che dobbiamo pagare", ha affermato.

(moked, 23 dicembre 2016)


Roma - Accensione pubblica della Chanukkià

Giovedì 29 dicembre alle ore 17.30 in piazza San Bartolomeo all'Isola si svolgerà l'accensione pubblica della Chanukkià dell'Ospedale Israelitico di Roma. Il Presidente del Cda dell'Ospedale, Bruno Sed, accoglierà i rappresentanti degli ospedali religiosi della Capitale intorno al candelabro ebraico a nove bracci che si accende durante gli otto giorni di Chanukkà, la Festa delle Luci.
La cerimonia si svolgerà sotto l'eccezionale proiezione del Muro del Pianto di Gerusalemme e sarà coronata dai canti del Coro del Tempio Maggiore di Roma. Parteciperanno all'evento i massimi rappresentanti dell'ebraismo, le autorità cittadine, personalità istituzionali e culturali del Paese.
La ricorrenza di Chanukkà cade il 25o giorno del mese ebraico di Kislev. Tale festa per la durata di 8 giorni celebra avvenimenti importanti della storia ebraica, che si svolsero in terra di Israele dal 168 al 165 dell'Era volgare. In quel periodo Antioco IV Epìfane voleva porre una sede politica del mondo greco a Gerusalemme e trasformare il Tempio, centro del monoteismo ebraico, in una sede religiosa del paganesimo.

(Faro di Roma, 23 dicembre 2016)


Israele: arrestato il deputato arabo Ghattas

Accusato di contrabbando di cellulari per detenuti palestinesi

E' stato arrestato dalla polizia il deputato arabo alla Knesset Basel Ghattas dopo che il Parlamento aveva votato la revoca della sua immunità. Ghattas è accusato di aver contrabbandato cellulari a detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. E' stato lo stesso Ghattas, in accordo con il suo partito, la Lista Araba Unita, a chiedere la revoca della sua immunità in modo da difendersi dalle accuse.

(ANSA, 23 dicembre 2016)


Città santa ma piaceri profani

di Paolo Casicci

 
Il Mahane Yehuda Market
 
Graffito dello street artist Solomon Souza
L'altra Gerusalemme è qui, tra i banchi di un antico mercato trasformato in tempio della movida. Di giorno israeliani e turisti si affollano a caccia di spezie e formaggi gourmet, la notte sciamano giovani di tutto il mondo carichi di birre, falafel e ghiottonerie mediorientali. Sullo sfondo, i faccioni di Golda Meir ed Elisabetta II campeggiano dalle saracinesche di pub e botteghe, dipinti da street artist ormai quotati.
  Non c'è immagine migliore del Shuk, per immortalare l'anima meno scontata della Città Santa, quella che al calare della sera chiede soltanto una pinta e casse gonfiate dai decibel. Fino a qualche anno fa era difficile poter associare a Gerusalemme una vaga idea di divertimento, ma se c'è un luogo dove la capitale israeliana ha iniziato a recuperare terreno sull'eterna rivale Tel Aviv, è proprio il Mahane Yehuda Market: il Shuk, come lo chiamano dai tempi dell'Impero ottomano. La svolta risale a cinque anni fa ed è l'effetto di una contabilità tragica. Tra il 1997 e il 2002 una serie di attentati fa 23 vittime nell'area del mercato e spinge gerosolimitani e stranieri a tenersene alla larga. Il board che gestisce il Shuk pensa allora di rispondere al terrore con un'iniezione di vitalità e qualche incentivo.
  In breve, iniziano a nascere nell'area coperta e tutt'intorno bar e caffè di tendenza che, a sera, servono cibo internazionale e pietanze vegane accanto ai tradizionali kebab, kashrut, hummus e shakshuka. Tra gli stand di prelibatezze tipiche e le urla dei venditori, fa capolino anche il primo fish e chips di Gerusalemme e, dal 2010, il festival Balabasta diventa con il suo cartellone di arti varie un punto di riferimento dell'offerta culturale israeliana. A quel punto è normale per un'avanguardia di locali restare aperti perfino a shabbat, accorciando una volta di più le distanze da Tel Aviv, dove è prassi da sempre, per i bistrot e i ristoranti alla moda, "violare" il sacro riposo del venerdì. Oggi visitano il Shuk circa 200 mila stranieri alla settimana. Una rinascita che è coincisa con la crescita del turismo in città, dove le presenze sono passate in pochi anni da 2,5 a 4 milioni grazie proprio all'offerta extrareligiosa. «Il mercato è così popolare» dice Michael Weiss, editore di una popolare guida al Shuk, «proprio perché è una meta profana. Dici Gerusalemme e pensi alla città vecchia e ai suoi santuari. Ma qui si viene per bere, ballare e non avere pensieri».
  Gli ultimi arrivati al Shuk sono gli street artist, un'allegra brigata di trenta graffitari in erba arruolati da un collega più famoso, Itamar Paloge. «Per il progetto Tabula rasa, Itamar ha invitato nel 2011 allievi delle scuole d'arte, creativi e fotografi della città» racconta Lior Shabo. a Parliament ha sede a casa di Shabo, a pochi passi dal Shuk, nello storico quartiere diYemin Moshe, il primo sorto nel tardo Ottocento fuori dalla città vecchia. «La sfida più grande» racconta Lior «è evitare che le nostre menti migliori vadano via da Gerusalemme per realizzarsi a Tel Aviv, negando un futuro alla loro città».
  Un'ossessione, quella per Tel Aviv, che, trasformata in sana competizione, sta dando i suoi frutti. Dallo stimolo alla sfida è rinata per esempio la Alliance House, un enorme edificio a pochi passi dal Shuk, sorto come scuola alla fine dell'Ottocento, abbandonato da quindici anni e infine rilevato da tre imprenditori che, nell'attesa di incassare i permessi per farne un hotel di lusso, hanno deciso di destinarlo, dallo scorso aprile, a sede di New Spirit: un'altra organizzazione non profit che ha chiamato a raccolta creativi di tutte le arti, dalla danza alla musica passando per la pittura e il teatro, e affittato loro gli spazi perché li trasformino in laboratori aperti al pubblico.
  Anche la Hansen House, nel quartiere di Talbiya, è una fucina di creativi sottratta, in questo caso per sempre, alla speculazione: da storico lebbrosario chiuso nel 2000 a sede, vincolata dai beni culturali, del Mamuta Art and Media Center che, tra le altre cose, ospita da sei anni la Design Week della capitale. Sia la Hansen sia la Alliance House hanno fatto il pieno di visitatori all'ultimo Open House di settembre, l'iniziativa internazionale che apre al pubblico luoghi e tesori - privati e non - nascosti o poco conosciuti.
  Nel caso della Alliance House, in centinaia erano curiosi di capire che cosa avesse spinto tre imprenditori a rallentare un investimento milionario per un coworking di creativi che funziona anche come banca del tempo. «Semplicemente, ci piaceva l'idea di offrire ai talenti locali la possibilità di lavorare nella loro città e non andarsene via» spiega Amir Biran, uno dei tre proprietari dell'edificio, entrato a sua volta a far parte del board di New Spirit. Non solo: nella nuova Alliance House si lavora anche per favorire il dialogo inter-religioso e abbattere steccati. per questo che una serie di corsi di ceramica, gioielleria e pittura sono riservati alle donne haredi, provenienti dalle comunità ebree ultraortodosse meno aperte agli scambi con i gentili. Il passo successivo potrebbe essere portare le allieve al Shuk. Di sera, ovviamente.

(la Repubblica - Venerdì, 23 dicembre 2016)


La serie tv sul conflitto israelo-palestinese

di Rocco Schiavone

Trailer
Quando sei alla periferia dell'"impero", come in Italia, può capitare che anche una serie televisiva di successo come "Fauda" sul conflitto israeliano-palestinese visto con gli occhi dei protagonisti in azione, venga trasmessa da Netflix con due anni di ritardo rispetto a quando era stata presentata a Roma al "Festival del Cinema" (ottobre 2015).
Così per chi è abbonato alla suddetta piattaforma il regalo è giunto sotto l'albero di Natale. Con l'effetto paradossale che le dodici puntate che sono tutta azione di terrorismo e antiterrorismo, che poi sono il prodotto locale, esattamente come "Gomorra" e "La Piovra" vengono vendute nel mondo come peculiarità tutta italiota, vanno sugli schermi nei giorni delle feste in cui la retorica ci vuole tutti più buoni.
"Fauda" in arabo vuol dire caos, mentre in ebraico la stessa parola è "balagan".
Tuttavia chi dà la caccia ai terroristi di Hamas parla benissimo l'arabo, così come i terroristi parlano perfettamente l'ebraico. Avendolo per di più imparato nelle prigioni di Gerusalemme. Pertanto la serie gioca sull'equivoco dell'ambivalenza tra cacciatori e prede, tra buoni e cattivi e anche sulla semantica delle rispettive lingue: non a caso nelle opzioni audio ci sono, oltre alle lingue più parlate nel mondo e all'italiano, anche una per l'arabo palestinese e un'altra per l'ebraico.
Le puntate da 31 minuti ciascuna, dodici per l'esattezza, sono molto scorrevoli, e ovviamente una tira l'altra. La trama parte da una guerra personale a distanza tra le famiglie: quella di un leader di Hamas dato per morto tempo prima e poi constatato come ancora vivente in clandestinità da dove ordina stragi e attentati, e quelle dei soldati di alcune unità anti-"terror". Così come lo chiamano in Israele, che sono poi, donne comprese, gli aspiranti "Rambo" della situazione. Ovviamente sulle sue tracce.
Agguati, inganni, sequestri di soldati o di informatori, la trama si snoda in maniera spettacolare per tutti e dodici gli episodi della serie. Che sembra abbia incontrato non poche polemiche a Gerusalemme per lo sguardo cinicamente neutro con cui vengono messe a paragone le vite dei jihadisti e di chi li combatte. Ideata da Lior Raz e Avi Issacharoff, che sembra si siano poi a loro volta ispirati alle reali esperienze vissute durante il servizio militare, che in Israele prevede richiami fino a 45 anni dei riservisti, è stata poi sceneggiata da Moshe Zonder e diretta da Assaf Bernstein.
"Fauda" racconta con cinismo anche i calcoli di Hamas: la discussione interna se la vedova di un martire possa a propria volta fare la terrorista suicida in un bar di Gerusalemme, i soldi versati di nascosto alle famiglie degli sposi, il sequestro dei cadaveri dei martiri che devono avere un funerale politico-religioso con il drappo verde di Hamas al posto di quello nero del lutto tradizionale. Sul versante israeliano, i "Rambo" su citati, uomini e donne, hanno tutti vite spezzate dal servizio militare, famiglie rovinate o disperse, con la compensazione di avere degli amanti in caserma. Un popolo che vive in prigione per fare la lotta armata contro un altro popolo che vive prigioniero della propria autodifesa.
"Fauda" rischia di essere una delle novità di fine anno e tra le serie televisive di cui si parlerà sicuramente per tutto il 2017.

(L'Opinione, 23 dicembre 2016)


All'ombra di Clausewitz: Intervista a Daniel Pipes

di Niram Ferretti

Daniel Pipes
Il 14 di dicembre Commentary ha pubblicato l'ultimo articolo di Daniel Pipes sul conflitto arabo-israeliano, "Una nuova strategia per la vittoria di Israele" che, per concessione del suo autore è stato tradotto e pubblicato in anteprima per l'Italia da L'Informale.
L'articolo è un vero e proprio manifesto per un nuovo approccio a quello che è il più duraturo conflitto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale a oggi. Si tratta di una analisi lineare la quale mira diritta al centro della questione. Daniel Pipes, già intervistato da noi a settembre, ha accettato di nuovo di concederci una intervista esclusiva.

- Professor Pipes, comincerei con la sua accusa principale nei confronti delle negoziazioni israeliane palestinesi. Si tratterebbe di un circolo vizioso che non fa che perpetuarsi, una specie di follia. E' effettivamente così?
  Sono stato un po' poetico nel paragrafo di apertura del mio articolo riferendomi alla follia, anche se gli sforzi diplomatici israelo-palestinesi ripetono lo stesso pattern all'infinito. Gli israeliani fanno delle concessioni ai palestinesi i quali rispondono con l'incitamento in modo che la violenza aumenti fino a quando poi gli israeliani fanno altre concessioni e il processo si ripete.

- Nel suo articolo lei presenta gli Accordi di Oslo del 1993 come un errore fondamentale dalla parte di Israele. Quali sono state le ragioni principali di questo approccio errato?
  Il desiderio impellente di porre fine al conflitto, anche se l'altra parte non era pronta a farlo, seguito dalla persistente cecità relativa a quello che hanno fatto i palestinesi.

- Una delle più caratteristiche più degne di nota della sua analisi è che lei non vede una uscita dalla palude araba-israeliana se non attraverso la piena assunzione da parte di Israele della sua forza militare. E' così?
  Non esattamente. Quando mi riferisco a una vittoria di Israele, non sto affermando che debba essere principalmente militare. Si tratta di un misto di forza militare, volontà politica, brillante vigilanza, diplomazia energica e altro. Ariel Sharon seguì questa impostazione politica dal 2001 al 2003.

- Mentre leggevo il suo articolo ho avvertito aleggiare su di esso l'ombra di Carl von Clausewitz e quella di Thomas Hobbes, due risoluti realisti ed empiristi che hanno sempre chiamato le cose con il loro nome. Quanto è stato influenzato da loro?
  Ha ragione. Ho trascorso due anni a insegnare Clausewitz al Collegio Navale Americano, e questa esperienza ha avuto un effetto su di me. Quanto a Hobbes non è stato tanto lui ad avermi influenzato quanto altri pensatori politici inglesi.

- Il suo invito nei confronti di Israele a essere vittorioso, risoluto e anche spietato, si oppone precisamente a quello che gran parte del mondo e una parte consistente dell'opinione pubblica israeliana, desidera che faccia. Sembra che lei dica, "Non preoccupatevi se ciò peggiorerà la vostra reputazione perché lo scopo da raggiungere è più importante". E così?
  Lo è in parte. Rilevo che quando il governo israeliano intraprende i passi deboli che "la gran parte del mondo" ama, come ritirarsi dal Libano e da Gaza, la benevolenza dura forse sì e no una settimana e poi l'antisionismo aumenta. Viceversa, quando Gerusalemme è risoluta, come nel raid a Entebbe, guadagna popolarità e rispetto. Quindi, mentre il perseguimento della vittoria, sotto l'aspetto delle relazioni pubbliche, può avere nel breve tempo un prezzo da a pagare, ritengo che nel lungo periodo beneficerà Israele.

- L'alleanza con gli Stati Uniti è centrale per Israele. Molti analisti ritengono che l'Amministrazione Obama sia stata la meno amichevole in assoluto nei confronti di Israele, anche lei è di questa opinione?
  No. Eisenhower fu molto meno amichevole di Obama. Obama detiene un primato misto relativamente a Israele. Non così favorevole come affermano i suoi sostenitori né così negativo come gli attribuiscono i suoi critici. Ha dato il meglio in merito al trasferimento di armamenti e il peggio nel mantenere una relazione rispettosa con Netanyahu.

- Cosa si aspetta dall'Amministrazione Trump relativamente allo Stato ebraico e al Medioriente in generale?
  Non è possibile prevederlo. Trump non è un pensatore sistematico ma una persona che risponde intuitivamente alle circostanze. Il suo Segretario di Stato non ha alcuna esperienza di politica estera, e il suo Ministro della Difesa e il consigliere per la Sicurezza Nazionale danno l'impressione di essere un coacervo di contraddizioni.

- Spostare l'ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme è una buona idea o ricade sotto la battuta di Joseph Fouché, che "più che un crimine è un errore"?
  No, la Battuta di Fouché non si applica in questo caso. E' la cosa giusta da fare, ma dubito che il trasferimento avrà luogo a meno che non avvenga nel contesto di volere incoraggiare una vittoria israeliana, altrimenti non vale il disturbo che Washington dovrebbe prendersi la briga di accollarsi.

- Qual è la sua opinione relative alla nomina del generale James Mattis a nuovo Ministro della Difesa in relazione a quanto detto in passato, che gli insediamenti israeliani vanno nella direzione di trasformare Israele in uno stato in cui si pratica l'apartheid?
  Mattis è stato il comandante del CentCom e in quel ruolo è entrato in contatto con molti nemici di Israele che lo hanno influenzato. Forse sosterrà le opinioni già espresse, forse le abbandonerà. Non sono in grado di predirlo.

- A proposito dell'alleanza tra Putin, Rouhani e Erdo?an e il rinnovato ruolo della Russia in Medioriente, in che modo Israele e gli Stati Uniti sono influenzati dall'unione di tre autocrati i quali disprezzano i valori liberali e la democrazia ma si presentano all'avanguardia contro l'estremismo islamico?
  Dubito che questi tre leaders possano guadagnare molto da una alleanza poiché le tensioni tra di loro sono così dense che possono quasi essere toccate. L'idea che due islamisti come Rouhani ed Erdo?an combattano l'estremismo islamico è un modo divertente di concludere l'intervista.

(L’Informale, 22 dicembre 2016)


Mentre in Siria ci sono i massacri le Nazioni Unite si occupano d'Israele

Ha colto di sorpresa Israele la decisione del Cairo di presentare ieri sera [mercoledì] al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione contro gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Nella bozza del provvedimento si afferma che gli insediamenti non "hanno alcuna validità legale", sono "una palese violazione" del diritto internazionale e si chiede l'"immediata e completa cessazione di ogni attività" a loro legata "nei territori palestinesi occupati, inclusa Gerusalemme est" (dal testo della risoluzione). Tutto ciò sarebbe, afferma il testo proposto dall'Egitto, "essenziale per il recupero della soluzione dei due Stati" in quanto queste attività sono "mettono in pericolo" la possibilità di un futuro Stato palestinese in Cisgiordania. "Una risoluzione di questo tipo - ha dichiarato poco dopo la circolazione della bozza l'ambasciatore d'Israele all'Onu Danny Danon - non servirà a fare passi avanti per il processo di pace, ma sarà solo un premio delle Nazioni Unite alla politica palestinese di incitamento del terrore". Il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha invece chiesto attraverso i social network agli Stati Uniti di porre il veto sulla risoluzione che dovrebbe essere votata alle 15 ora di New York (le 21 italiane) in Consiglio.

(moked, 22 dicembre 2016)


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L'Onu e la risoluzione sospesa

Doveva essere votata ieri a New York una risoluzione che condannava gli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Israele aveva protestato, sottolineando che in un momento in cui in Siria ci sono eccidi l'Onu sceglieva ancora una volta di guardare altrove e prendersela con lo Stato ebraico. La risoluzione, presentata dall'Egitto, per il momento però è stata sospesa. Il Cairo ha deciso di ascoltare in parte le richieste di Gerusalemme, accettando di posticipare la presentazione della risoluzione al Consiglio di sicurezza. Anche il futuro presidente degli Stati Uniti Trump era intervenuto sulla questione, chiedendo che venisse posto il veto Usa alla risoluzione Onu che chiedeva "la fine immediata e completa di tutti gli insediamenti nei Territori palestinesi, inclusa Gerusalemme Est".

(moked, 23 dicembre 2016)


L'ultimo segreto del sequestro Moro "Le Br inviarono le carte ai palestinesi"

La Commissione d'inchiesta: "L'Olp si offrì di mediare, ma il governo disse no"

di Fabio Martini

 
Il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro
ROMA - Dai cassetti segreti di una storia infinita come il caso Moro, ora affiora una nuova vicenda che conferma il rapporto privilegiato e oscuro intrecciato dallo Stato italiano con i movimenti palestinesi, nella stagione in cui questi praticavano attività terroristiche: nell'aprile 1978 - quindici giorni prima che il prigioniero Aldo Moro venisse ucciso dalle Br - dunque nel momento di massima crisi dello Stato repubblicano - i Servizi italiani attivarono un canale riservatissimo con i palestinesi per sondare una trattativa. Obiettivo: la liberazione del presidente democristiano.
   Ma quella trattativa - pur promettente - naufragò: anche perché si capì che sarebbe stato scandaloso, se si fosse scoperto quel canale privilegiato con movimenti che uccidevano da anni cittadini occidentali e che rifornivano di armi proprio le Br, che in quei giorni tenevano prigioniero Aldo Moro.
   In altre parole quella trattativa segretissima non decollò anche perché avrebbe rischiato di determinare un formidabile corto circuito, accendendo i riflettori sulle ambiguità dello Stato italiano che già da anni aveva stretto un patto top-secret con i palestinesi: a loro la possibilità di far passare fiumi d'armi nel nostro Paese e in cambio l'Italia sarebbe stata risparmiata da azioni terroristiche.
   La vicenda della trattativa parallela è stata ricostruita dalla Commissione Moro che, oramai da due anni con spirito pragmatico, sta scavando e acquisendo molti nuovi elementi fattuali, ma «evitando il rischio di una storiografia parlamentare», come dice il presidente e relatore della Commissione di inchiesta Giuseppe Fioroni, già ministro della Pubblica istruzione nell'ultimo governo Prodi. Storia senza fine quella del rapimento di Aldo Moro: dopo 38 anni, dopo cinque processi, dopo diverse inchieste parlamentari, più si scava, più aumentano le scoperte spiazzanti, capaci di riscrivere interi capitoli di una delle storie più misteriose della Repubblica.
   La trattativa con i palestinesi è stata ricostruita grazie alla scoperta di documenti, in alcuni casi rimasti secretati per decenni: il 17 febbraio 1978, il colonnello Stefano Giovannone, capocentro Sismi a Beirut, invia un messaggio ai superiori di Roma su una possibile azione terroristica in Italia, come segnalatogli da ambienti vicini al leader palestinese George Habbash. Allarme sottovalutato. Il 16 marzo Moro viene rapito e a fine aprile si apre lo spiraglio per una trattativa. Il 23 Moro, nelle mani delle Br, spedisce una lettera, nella quale consiglia di far richiamare Giovannone a Roma, cosa che si concretizza immediatamente. L'«ambasciatore» dell'Olp a Roma Hammad chiede un incontro urgentissimo al ministro dell'Interno Cossiga, ma la trattativa si blocca di colpo. Per diverse ragioni. Compresa la spaccatura nelle Br sulla sorte di Moro, che il 9 maggio viene ucciso.
   Ma per avere un'idea dei rapporti tra le Br e i movimenti palestinesi, interessante anche la scoperta di un messaggio di Giovannone del giugno 1978 che da Beirut segnalava: «Le Br avrebbero fatto pervenire in questi giorni personalmente ad Habbash copia di dichiarazioni rese dall'onorevole Moro nel corso di interrogatori subiti». Commenta il presidente Fioroni: «Tale notizia, se verificata, confermerebbe ciò che da tempo si sospetta, ovvero un uso politico e spionistico delle carte e delle dichiarazioni di Moro».
   Un altro fronte sul quale la Commissione ha scoperto una clamorosa anomalia riguarda la cattura di Valerio Morucci e Adriana Faranda, due brigatisti dell'ala trattativista, in quei giorni fatidici in contatto con il mondo politico ed intellettuale che si mosse per liberare Moro. Ambienti che negli anni successivi hanno aiutato ad avvalorare la veridicità del «Memoriale Morucci», diventato «vulgata» per tanti libri sul caso Moro. Secondo quella «vulgata brigatista» le modalità dell'arresto dei due furono molto aspre. Una versione contestata da anni da chi ipotizza una «resa» concordata, una sorta di scambio che - attraverso il Memoriale - avrebbe consentito di mettere una pietra tombale sulle tante ambiguità che connotarono il rapporto tra Br e Stato. Ebbene, la Commissione ha scoperto l'esistenza di due diversi verbali in occasione dell'irruzione del 29 maggio 1979. Due documenti contrapposti. Nel verbale di perquisizione, redatto a caldo, si racconta che i due non opposero alcuna resistenza e anzi, secondo l'ispettore Nervalli, «sembrava che i due si stessero costituendo». Mentre nella relazione inviata l'indomani alla magistratura si riporta la descrizione di un'irruzione «fulminea» che avrebbe preso di sorpresa i due brigatisti, bloccati nell'atto di prendere le loro armi per abbozzare una resistenza. Originale anche il destino della padrona di casa: Giuliana Confrorto, figlia di uno dei principali agenti del Kgb in Italia, all'inizio pesantemente imputata, uscì dai processi perché fu accettata la tesi di una sua inconsapevolezza sull'identità di Morucci e Faranda.

(La Stampa, 22 dicembre 2016)



Parashà della settimana: Vayeshev (Si stabilì)

Genesi 37:1-40:23

 - Nella parashà di vayeshev viene riportato l'ingiustificabile odio tra fratelli che continua ad ardere fino ai nostri giorni. La Torah vuole insegnarci che la tragica follia della lotta fratricida porta solo alla nostra distruzione. La storia di Giuseppe ne è un drammatico esempio.
I fratelli di Giuseppe che hanno commesso il crimine di vendere un loro fratello come schiavo erano motivati dall'odio. "Avevano preso in odio Giuseppe, perché incapaci di parlare con lui" (Gen. 37.4).
Cosa ha spinto i fratelli a commettere un tale crimine? La "gelosia". Difatti Giacobbe prediligeva Giuseppe tra tutti i suoi figli. La gelosia genera l'invidia e la maldicenza da cui scaturisce la menzogna. Cosa dicono i figli al padre per giustificare la scomparsa di Giuseppe? "Una belva lo ha divorato" (Gen. 37.32).
La storia di Giuseppe è drammaticamente attuale se riflettiamo sull'invidia che portano le Nazioni del mondo ad Israele, motivo "irrazionale" del loro antisemitismo. Cosa scaturisce da questa invidia? La menzogna per "demonizzare" Israele, mediante la mistificazione della storia, come accaduto con l'ebreo Gesù.
Quando Giuseppe si recò a Schekem su consiglio di Giacobbe, per trovare un accordo di pace con i fratelli, costoro avevano già deciso la sua condanna a morte. Solo Ruben si oppose a questo crimine dicendo: "Non versate del sangue" (Gen. 37.21).
Giuseppe venne risparmiato, spogliato della sua "tunica" e gettato in un pozzo senza acqua, mentre i suoi fratelli si sedettero a mangiare, soddisfatti per essersi liberato di un "tiranno".

La vendita agli Ismaeliti
Mentre Giuseppe marciva nel pozzo tra i serpenti e gli scorpioni, Giuda disse ai fratelli: "Vendiamolo agli Ismaeliti, non mettiamogli le mani addosso è nostro fratello". Giuseppe fu venduto per venti monete di argento ad una carovana di Ismaeliti diretti in Egitto (Gen. 37.27).
Il conflitto tra fratelli attraversa come una filigrana tutta la storia biblica. Inizia con Caino ed Abele, prosegue con i figli di Noè (Ham tentò di castrare suo padre per impedire la nascita di un nuovo figlio), continua con Ismaele ed Isacco, Esaù e Giacobbe per arrivare a Giuseppe con i suoi fratelli. La decisione dei fratelli di sbarazzarsi di Giuseppe acquista pertanto una veste"legittima" basata sulla difesa delle loro libertà. Il solo rimprovero che essi si fanno è quello di aver arrecato dolore al vecchio padre Giacobbe, che alla vista della tunica "insanguinata" si copre il capo di cenere. Giuseppe ha preso la via dell'Egitto, dove si compirà il suo destino grandioso a beneficio di coloro che volevano la sua morte.

Giuseppe in Egitto
"Giuseppe fu condotto in Egitto e Potifar, ministro del Faraone, lo comprò dagli Ismaeliti" (Gen. 39.1).
L'incontro di Giuseppe con la moglie di Potifar, prototipo della donna egiziana, fu una prova per affermare la sua fermezza nei valori morali a cui era stato educato. La donna accusò Giuseppe di voler fare violenza su di lei. Di fronte a questa menzogna Giuseppe restò silenzioso. Avrebbe potuto difendersi, ma per non provocare discordia nella casa di Potifar preferì accettare la condanna alla prigione. La purezza di Giuseppe (Giacobbe lo chiamerà il puro tra i fratelli) consiste in questo caso, nel sentimento di riconoscenza verso il suo padrone, che gli dà la forza di accettare un carcere ingiusto piuttosto che dar sfogo ad una vendetta.
Nella prigione Giuseppe incontrò il panettiere e il coppiere del re d'Egitto. Entrambi avevano fatto un sogno e ne chiesero a Giuseppe la spiegazione. "Un sogno non interpretato è come una lettera mai letta" dicono i Saggi cazal del Talmud in quanto il sogno contiene un germe di profezia, che un uomo ispirato riesce a svelare. I sogni del panettiere e del coppiere sono diversi. Difatti l'uccello che becca la focaccia in testa al panettiere è il simbolo della morte perché nessun uccello si avvicina ad un essere vivente, mentre il coppiere che offre la coppa di vino al Faraone si trova in una situazione reale, che simboleggia la vita. Il Faraone fece un banchetto per il suo compleanno e ripristinò nel suo ufficio il capo dei coppieri mentre fece impiccare il capo dei panettieri, secondo l'interpretazione di Giuseppe data ai loro sogni.
"Il capo dei coppieri invece di ricordarsi di Giuseppe lo dimenticò" (Gen. 40.23). F.C.

*

 - Da questo capitolo fino alla fine della Genesi la storia biblica ruota intorno alla persona di Giuseppe. Un personaggio importante dunque, e tuttavia, al contrario di ciò che è accaduto ai tre patriarchi che l'hanno preceduto, a Giuseppe Dio non appare mai, né mai gli rivolge direttamente la parola. Gli fa fare soltanto un sogno, anzi due, ma dal resto della famiglia, Giacobbe compreso, tutto questo non è affatto compreso e accettato come rivelazione di Dio: tutt'altro.
E' detto però, e ripetuto per ben tre volte, che "l'Eterno fu con Giuseppe" (Gen. 39:2,21,23). Il Signore dunque non ha rivelato nulla di nuovo a questo figlio di Giacobbe, ma ha fatto una cosa grandiosa: è sceso con lui in Egitto e con lui ha dimorato nella "casa del suo padrone, l'Egiziano".

In cammino verso la successiva tappa
Ad Abramo Dio aveva detto che avrebbe fatto di lui una grande nazione, e la stessa promessa aveva ripetuto anche a Isacco e a Giacobbe. A Giuseppe invece Dio non dice nulla, ma lo porta con Sé in Egitto, nelle peggiori condizioni che si possano immaginare, e si serve di lui per il compimento di una nuova tappa nello svolgimento della storia di Israele: il passaggio della discendenza di Abramo da tribù familiare a nazione. Il seme nazionale consegnato a Giacobbe in quella notte di combattimento con l'uomo misterioso, in terra di Canaan, deve ora essere portato nel grembo di una grande nazione pagana, in terra d'Egitto, affinché in quella sede si sviluppi e la progenie abramitica possa diventare prima un popolo e poi una nazione.
Per questo delicatissimo passaggio Dio ha scelto la persona di Giuseppe, e se qualcuno trova strano questo modo di procedere, non deve mai dimenticare che nella Bibbia il personaggio principale è Dio, e quindi i movimenti degli altri personaggi devono essere compresi all'interno di tutto il piano redentivo di Dio, e non esaminati in modo staccato con intenti prevalentemente didattici.

Le scelte di Dio provocano invidia
Sta scritto, per esempio, che "Giacobbe amava Giuseppe più di tutti gli altri suoi figli" (Gen. 37:3). Se a questo punto qualcuno pensa di dover fare considerazioni pedagogiche sull'importanza di non avere preferenze tra figli per non far nascere rovinose gelosie, farebbe meglio a rivedere il suo modo di leggere la Bibbia o cambiare tipo di lettura. Dio sceglie, e in questo caso per i suoi scopi ha scelto Giuseppe. E se la scelta è un atto con cui si esprime la sovranità di Dio, l'invidia e l'odio per colui che è stato scelto fanno risaltare la malvagità dell'uomo, che in questo caso si manifesta nell'atteggiamento dei fratelli di Giuseppe verso di lui.

Gli inimitabili peccati di Israele
Si può fare allora una riflessione di carattere generale. Dio ha scelto Israele fra tutte le nazioni, e questo solo fatto genera negli altri invidia e odio verso gli ebrei. Ma invidia e odio sono stati presenti prima di tutto all'interno dello stesso Israele, quando il popolo era ancora in embrione. Nessuno dunque è senza peccato, nemmeno Israele; anzi, ci sono peccati che Israele ha fatto prima degli altri, e ci sono peccati che solo Israele poteva fare, proprio per la particolarità unica della sua posizione. Nessuno poteva, per esempio, essere idolatra come è stato Israele, quando nel deserto, indicando il vitello di getto esclamò: "O Israele, questo è il tuo Dio che ti ha tratto dal paese d'Egitto!" (Esodo 32:4). Nelle traduzioni il termine "Dio" di solito viene scritto con l'iniziale minuscola, ma pur tenendo conto che in ebraico non c'è questa differenza, in italiano in questo caso bisognerebbe usare la maiuscola, perché in quel vitello d'oro costruito dagli uomini il popolo ha voluto indicare non una divinità pagana, ma proprio il Dio vivente e vero che l'aveva liberato dalla schiavitù d'Egitto. Nessun popolo pagano poteva riuscire a commettere un peccato di idolatria più grave di quello. Almeno fino alla venuta di Gesù. Poi i cristiani sono riusciti a fare di peggio.
Il Faraone "che non aveva conosciuto Giuseppe" (Esodo 1:8) cercherà in seguito di far morire il popolo ebreo che si era formato nel seno dell'Egitto, ma prima di lui i figli di Giacobbe avevano cercato di far morire Giuseppe, che era stato lo strumento di Dio per la salvezza degli egiziani e degli ebrei. In entrambi i casi la cosa non è riuscita, perché quello che Dio vuole nel profondo è la salvezza degli uomini, ma questa non può avvenire prima che sia messo in evidenza il peccato degli uomini in tutta la sua gravità.

Gli imperscrutabili giudizi di Dio
Si capiscono allora le parole dell'apostolo Paolo, quando al termine della sua presentazione del posto di Israele nel piano di salvezza di Dio, conclude: "Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disubbidienza per fare misericordia a tutti" (Rom. 11:32). E subito dopo prorompe in un inno di lode in cui inserisce una citazione del profeta Isaia (40:13):
"Oh, profondità della ricchezza, della sapienza e della scienza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie! Infatti, «chi ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo, sì da riceverne il contraccambio?» Perché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui sia la gloria in eterno. Amen" (Rom. 11:33-36). M.C.

  (Notizie su Israele, 22 dicembre 2016)


Storia di un ebreo anomalo

Nel racconto autobiografico di Bruno Segre.

di Elena Buia Rutt

Una storia particolare, quella di Bruno Segre, ebreo anomalo , che si interroga e mette in discussione non solo il significato del proprio essere ebreo, ma anche quello, complesso e spinoso, dell'identità ebraica stessa. In Che razza di ebreo sono io (Bellinzona, Casagrande editore, 2016, pagine 128, euro 13,80 ), frutto di una conversazione con il regista cinematografico Alberto Saibene, il pacato e meticoloso racconto delle vicende della famiglia Segre si inserisce nella drammatica cornice della grande Storia, dal Novecento ai nostri giorni.
  Figlio dell'ebreo Emanuele e della musicista anglo-irlandese Kathleen Keegan (nata a sua volta da un matrimonio misto tra un cattolico di Dublino e un'ebrea viennese), Bruno Segre ricorda come i suoi genitori abbiano sempre manifestato «una spiccata allergia per ogni tipo di osservanza religiosa», e continua: «Sono cresciuto a Milano in via Donizetti. E finché mi fu possibile, frequentai la scuola comunale di via Corridoni, vicinissima a casa. L'unica cosa che i miei genitori chiesero alla scuola fu quella di esentarmi dalle lezioni di catechismo. In quelle ore, quindi, restavo fuori dall'aula». Quella di Bruno Segre è una famiglia medio-borghese, laica, cosmopolita e antifascista, non frequenta la comunità ebraica: spiritualmente aperta a qualsiasi tipo di incontro e di sodalizio, si muove in uno spazio senza frontiere, tanto fisiche quanto culturali. Ma il clima artistico, libertario, internazionale che si respira in casa, dovuto soprattutto alle riunioni concertistiche private della mamma, inizia ad incrinarsi dal 1938 in poi, con la promulgazione delle leggi razziali: le voci dal resto del mondo parlano di paura, fughe, persecuzioni: «Dai discorsi di questi amici "musicali" - commenta Segre - emergevano accenni a parenti scomparsi, a fughe precipitose in cerca di sicurezza, a progetti di future destinazioni oltremare, a luoghi e residenze ancestrali abbandonate. Poco alla volta, questa trama di rapporti andò allargandosi ben al di là della comune passione per la musica, sino a investire una cerchia più ampia di uomini e donne con una varietà incredibile di nomi, cognomi, Paesi di provenienza e di destinazione: un piccolo campionario di Mitteleuropa in esilio, persone "senza casa" che, nella mia mente di bambino, componevano una variopinta tribù della quale anche noi papà, mamma e figli facevamo idealmente parte». Via via che sull'intera Europa viene addensandosi la tempesta del nazifascismo, il senso di appartenenza e di solidarietà con le vicende del popolo ebraico, sempre vissuto in chiave laica dalla famiglia Segre, inizia a rivestire un'importanza crescente. «Penso che molti altri ebrei italiani secolarizzati, come eravamo noi - aggiunge lo studioso -, si siano ritrovati in quegli anni a fare i conti con la propria ebraicità».
  Nel 1938, Bruno ha otto anni e con l'entrata in vigore delle leggi razziali si chiudono per lui le porte della scuola. Lo spensierato mondo dell'infanzia di un bambino italiano della buona borghesia milanese va in frantumi: «La mia è stata un'infanzia abbastanza solitaria. Mi è mancato il mondo dei coetanei. La scuola era a un passo da casa e quando incontravo dei compagni, a quel punto ex, non mi vedevano più. Ero diventato invisibile». La sua istruzione continua, ma in modo privato, dato che, per legge, non può sedere sul banco di una scuola media frequentata da coetanei «di razza ariana». Dopo l'improvvisa e prematura morte del padre e i pesanti bombardamenti su Milano, si vede costretto a cambiare continuamente, e in modo fortunoso, casa, città, abitudini, identità: «Oggi, col senno di poi, sappiamo che nell'estate del 1943 il grosso della Shoah c'era già stato. Ma allora noi, in Italia, sapevamo ben poco, non conoscevamo l'entità delle stragi in corso, l'esistenza stessa dei campi di sterminio, le dimensioni della catastrofe. Ma in compenso avevamo idee chiarissime circa i pericoli ai quali l'invasione dei nazisti ci stava esponendo». Dopo il definitivo crollo del nazi-fascismo nel maggio 1945, caricando le poche valigie su un camion, con madre e sorella sedute in cabina accanto all'autista, Bruno Segre, accovacciato in mezzo al carico di mele, riesce a rientrare da Ascoli Piceno dove la famiglia aveva trovato rifugio quando i tedeschi invasero l'Italia a Milano: «Della sorte dei nostri famigliari non sapevamo niente. Anche dei Lager sapevamo poco, anzi pochissimo. Le prime frammentarie notizie sulla Shoah le avevamo avute ad Ascoli da Radio Londra, nell'estate 1944. Ma l'enormità della catastrofe ci si rivelò soltanto a tragedia consumata». Dopo la laurea in filosofia alla Statale di Milano, lavora al fianco dei più vivaci intellettuali italiani di quel periodo, prima in Mondadori, poi presso il Movimento Comunità di Adriano Olivetti. Nel 1948, Segre approva, con gioia e sollievo, la nascita dello Stato di Israele: «Fu una svolta storica che salutai con entusiasmo. La nascita di uno Stato in cui i sopravvissuti alla Shoah ritrovassero una patria mi sembrava un atto di giustizia, un risarcimento della storia». Israele, durante il suo primo viaggio, gli appare come una realtà piena di sorprese, fascino, creatività: «Le persone che incontravo mi sembravano i liberi cittadini di una società egalitaria, piccola ma destinata a svilupparsi secondo modalità imprevedibili: donne e uomini non tanto preoccupati di chiudere i conti con le atrocità, tutte europee, di un recente passato, quanto protesi a guardare in avanti, pieni di estro creativo, impegnati a costruire senza modelli precostituiti un futuro di libertà per sé e per i propri figli, e inflessibili nel tutelare tali libertà». Eppure, l'impresa libertaria che aveva espresso il bisogno di riscatto degli ebrei d'Europa, si infrange, nel 1967, in seguito alla Guerra dei sei giorni, a partire dalla quale si assiste, secondo Segre, al graduale sviluppo etnocratico di un Paese plurale e complesso, egemonizzato da una classe politica convinta che, per sopravvivere, Israele debba diventare una società più coesa, più fortificata, una società che assicuri alla sua maggioranza ebraica condizioni di chiaro privilegio, riduca al minimo indispensabile gli spazi riservati agli "altri" e limiti le possibilità consentite di dissenso.
  Favorevole alla soluzione politica dei due stati per i due popoli palestinese ed ebraico, Bruno Segre è stato presidente dell'«Associazione italiana degli Amici di Nevé Shalom/Wahat al-Salam», fondata nell'estate 1991, un'«oasi di pace» in cui convivono israeliani ebrei e arabi. Il villaggio multireligioso è nato per volontà di Bruno Hussar, sacerdote dell'ordine dei Domenicani, di cultura francese, nato al Cairo nel 1911 da genitori entrambi ebrei e morto a Gerusalemme nel 1996. La figura stessa di padre Hussar è testimonianza di come diverse identità possano convivere armonizzandosi. Bruno Segre, che lo ha conosciuto ormai ottantenne, ricorda le parole stesse del sacerdote, che amava definirsi un uomo con quattro identità: «Sono ebreo a pieno titolo in quanto figlio di genitori entrambi ebrei; sono cristiano ("un ebreo discepolo di Gesù", preferiva dire) in quanto ho ricevuto il battesimo; sono israeliano avendo regolarmente acquisito la cittadinanza dello Stato d'Israele; sono e mi sento vicino e in sintonia con gli arabi, con il loro mondo e le loro istanze, grazie al fatto d'essere nato al Cairo e d'avervi trascorso gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza».
  Il dialogo interreligioso e l'educazione alla pace possono dunque essere considerati i frutti di una proficua riflessione sulla Shoah se questa, secondo Bruno Segre «non si esaurisce in una rievocazione retorica e sterile del male, in una sorta di postumo premio di consolazione offerto alle vittime e ai loro eredi. Se il ricordo dell'orrore non si salda a un'interrogazione lucida circa il nostro orrido presente, e non suggerisce l'idea di un futuro meno indecente del passato che abbiamo dietro le spalle, la rituale invocazione "ciò non deve accadere mai più" cade nel vuoto, non serve a nulla. Trasmettere la memoria della Shoah significa favorire nelle giovani generazioni la progettazione di un avvenire vivibile, da condividere fraternamente con tutti i figli degli uomini».

(L'Osservatore Romano, 22 dicembre 2016)


Il cattolicesimo odierno indica la soluzione dei mali del mondo in una multireligiosità sotto la guida benevola di un papato che si presenta come Sommo Istruttore sulla via della pace. E' l'ultimo tentativo di salvare la storica teocrazia cristiana nel mondo, e a questo scopo anche gli "ebrei anomali" possono essere utili. Non servirà a nulla: "Quando diranno: «Pace e sicurezza», allora una rovina improvvisa verrà loro addosso, come le doglie alla donna incinta; e non scamperanno” (1 Tessalonicesi 5:3). M.C.


Il bivio di fronte alla Lista Araba Comune

Continuerà a coprire la politica di istigazione al terrorismo dei parlamentari Balad o saprà optare per una vera politica di pragmatica integrazione?

Alcuni parlamentari arabo-israeliani hanno superato da tempo il limite che separa il legittimo attivismo politico dall'istigazione e sostegno al terrorismo.
Hanin Zoabi, Jamal Zahalka e Basel Ghattas, i tre parlamentari di Balad, uno dei quattro partiti che compongono la Lista Araba Comune, hanno attraversato questo limite più di chiunque altro. Gli altri membri della Lista Araba Comune e il suo presidente, Ayman Odeh, dovranno prendere una decisione. Continueranno a permettere ai parlamentari di Balad di dettare l'agenda e minare ogni tentativo di diffondere messaggi di riconciliazione e di convivenza tra arabi ed ebrei, o dimostreranno vera leadership presentando un modello di attivismo politico più pragmatico e in definitiva più efficace?...

(israele.net, 22 dicembre 2016)


Lissone - 1.600 multe grazie alla tecnologia made in Israele

Il Safer Place israeliano non perdona: l'avvenieristica centrale mobile sperimentata dalla Polizia Locale cittadina ha permesso di scovare e sanzionare 799 revisioni e più di 100 assicurazioni scadute, oltre a 370 divieti di sosta.

 
Lissone - Safer Place in azione
LISSONE (Monza e Brianza) - Una media tra le 12 e le 13 multe al giorno nel giro di 4 mesi appena. Un totale che supera le 1.600 sanzioni, quasi la metà delle quali nei confronti di auto che circolavano senza aver fatto la revisione. Ma nella rete sono finite pure 100 vetture per strada con assicurazione scaduta e 370 circa lasciate in divieto di sosta. Veicoli quasi sempre italiani, che hanno commesso le infrazioni soprattutto tra le 9 e le 11 del mattino e nel primo pomeriggio, fra le 14 e le 16. Sono i risultati dei pattugliamenti effettuati per vie di Lissone dagli agenti della Polizia Locale con il "Safer Place", la speciale "centrale mobile" equipaggiata con un sofisticato sistema tecnologico made in Israele che il comando di via Gramsci ha potuto utilizzare da maggio a oggi, fornito in prova dall'azienda di Tel Aviv che lo ha inventato.
Montata su un Citroen Jumper già in dotazione alla Polizia Locale e fornita di 6 telecamere, questa apparecchiatura - che per la prima volta è stata impiegata in Lombardia - ha permesso di tenere d'occhio in modo approfondito i quartieri e le aree verdi, sorvegliare varie zone della città e svolgere presidi fissi vicino a parchi, giardinetti, luoghi di ritrovo, piazze e scuole. Nel solo periodo "clou" di utilizzo, tra il 2 maggio e il 7 settembre, sono state così 1.600 le multe spiccate, "di cui quasi la metà per un'unica violazione al Codice della strada, ossia la revisione scaduta", sottolineano dal Comune. Ma gli "occhi elettronici" e i dati immagazzinati dal sistema grazie al rilevamento automatico delle targhe dei mezzi in transito ha consentito di sanzionare pure più di 100 casi di assicurazione scaduta - praticamente uno al giorno - e circa 370 di auto parcheggiate in sosta vietata. Comportamenti che rischiano di danneggiare non solo il proprietario del veicolo, ma anche altri automobilisti in caso di contestazioni per incidenti.
"La quasi totalità delle auto multate ha targa italiana - raccontano dal comando della Polizia Locale -. La centrale mobile si è mossa su tutto il territorio comunale, individuando la maggior parte delle infrazioni nelle zone dell'area dell'ex scalo merci (accanto alla stazione Fs, ndr), di via Novelli, via Cattaneo, via Matteotti, via XX Settembre, via Solferino, viale della Repubblica e viale Padania. Il lavoro degli agenti si è diluito nell'intero arco della giornata, con una concentrazione di sanzioni che si è riscontrata fra le 9 e le 11 e fra le 14 e le 16".
La sperimentazione del Safer Place si è conclusa ufficialmente in queste settimane, ma "la piena operatività del servizio si è raggiunta nel mese di giugno". Visti i risultati raggiunti ora l'Amministrazione lissonese sta provvedendo a prolungare gli accordi di utilizzo con la ditta produttrice.

(Il Giorno, 21 dicembre 2016)


Israele vuole aiutare i feriti dalla Siria

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha incaricato il ministero degli esteri di trovare un modo per aiutare un maggior numero di feriti dalla Siria, anche quelli da Aleppo. "La sofferenza dei civili è enorme. Noi possiamo contribuire a mitigare alcune di queste sofferenze e questo è il meglio che possiamo fare", ha detto Netanyahu martedì ai giornalisti e diplomatici stranieri durante il tradizionale ricevimento di fine anno. Ed ha aggiunto: "Siamo pronti ad accogliere donne e bambini feriti da Aleppo, e anche uomini se non sono combattenti. Vogliamo portarli in Israele e curarli nei nostri ospedali come abbiamo già fatto con migliaia di altri civili siriani. In questo preciso momento stiamo esaminando le modalità per farlo". Dal 2014, Israele ha curato nei propri ospedali più di duemila siriani feriti nella guerra civile del loro paese.

(israele.net, 21 dicembre 2016)


Ebrei in Toscana al Palazzo dei Medici Riccardi

 
FIRENZE - Inaugurata la mostra Ebrei in Toscana, XX e XXI secolo, alla Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi fino alla fine del prossimo febbraio, dalle 10 alle 18 escluso il lunedì.
Realizzata dall'Istituto per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea di Livorno, si snoda come un percorso narrativo secolare fatto di immagini, documenti, testi e produzioni multimediali che raccontano la vita delle comunità ebraiche toscane, costituite da una propria rete diffusa e diversificata di gruppi (a Livorno, Pisa, Firenze, Siena e Pitigliano) e dei loro legami con la comunità ebraica italiana e internazionale.
C'è il gruppo di Livorno, il più numeroso, poi quello di Firenze, quello di Pisa, il piccolo nucleo di Pitigliano. Ci sono i Nunes a Piombino, i Bemporad a Rosignano o i Finzi ad Anghiari. Sono le tante comunità ebraiche che negli anni hanno contribuito a costruire la storia della Toscana. Una rete diffusa e diversificata che viene raccontata attraverso questo progetto ideato e realizzato dall'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea della Provincia di Livorno insieme alla alla Città metropolitana e alla Regione, che l'ha inserita tra le iniziative per il centesimo anniversario della Prima guerra mondiale e del settantunesimo anniversario della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz.
"Questa iniziativa parte non a caso da Livorno - ha detto l'assessora regionale a istruzione, formazione e lavoro, Cristina Grieco, che era al taglio del nastro con il rabbino di Firenze Joseph Levi e la direttrice dell'Istoreco di Livorno, Catia Sonetti - una città da sempre tollerante e multiculturale che non ha mai avuto e voluto un ghetto ebraico. Si tratta di un progetto importante, nato per mostrare il percorso delle comunità ebraiche toscane attraverso le vicende storiche, spesso purtroppo dolorosissime, che non sono comunque a distruggere legami e interazioni civili e sociali".
Dentro questa cornice si colloca la ricerca storico-scientifica condotta dall'Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea della Provincia di Livorno, con la collaborazione della Scuola Normale Superiore di Pisa e di partner di rilevanza nazionale ed internazionale quali il Memorial de la Shoah di Parigi, lo Yad Vaschem di Gerusalemme, il Primo Levi Center di New York.

(Agor@, 21 dicembre 2016)


I danni di una nuova idolatria: la fede nell'ideologia post moderna progressista

Prima la Brexit e ora Trump. Comincia a vacillare l'egemonia del pensiero che vorrebbe convincere ad agire contro i propri interessi e le proprie convinzioni.

di Ugo Volli

 
Chi per caso abbia letto i miei interventi su questo giornale [Shalom] e gli altri che faccio altrove, non si meraviglierà se dico di essere soddisfatto per la vittoria di Donald Trump alle elezioni americane. Non si tratta solo del fatto di aver sconfitto le disastrose politiche internazionali della presidenza Obama, che erano state concretamente eseguite da Hilary Clinton quando era Segretario di Stato nella prima amministrazione Obama, poi lealmente da lei sostenute durante il mandato successivo e che sarebbero state certamente proseguite con pochi aggiustamenti se avesse vinto. Il fatto di non avere più un presidente nemico di Israele, protettore degli islamisti, candidato all'amicizia dell'Iran - né qualcuno che continui il suo disastro - è certamente un grande sollievo. Bisogna solo sperare che la fine del mandato di Obama non sia segnata da qualche pericoloso colpo di coda, per esempio una votazione all'Onu che provi a imporre a Israele le richieste palestiniste di sovranità su tutta la Giudea e Samaria.
  Ma la ragione della mia soddisfazione è più vasta. La direzione politica e intellettuale dell'Europa e nell'ultimo decennio anche degli Stati Uniti è stata data da un "pensiero unico", autodefinito progressista, ma che nei fatti è reazionario e revanscista, votato a rimettere in piedi i vecchi temi della propaganda comunista, il terzomondismo, le colpe dell'occidente, l'insostenibilità del capitalismo, sempre dipinto come alla vigilia della distruzione, con in più altri temi riciclati: l'ecologismo radicale e il malthusianesimo del Club di Roma (1972) che diventa l'allarme per il riscaldamento globale da combattere non con le tecnologie avanzate ma con la "decrescita felice", i "proletari di tutto il mondo unitevi" che diventa "globalizzazione", la lotta allo "stato imperialista delle multinazionali" delle Brigate Rosse (1973) che diventa il conflitto fra "Moltitudine" e "Impero" di Toni Negri (2002) e oggi la giustificazione dell'invasione islamica dell'Europa.
  Il vecchio marxismo di un secolo e mezzo fa aveva una struttura teorica seria, anche se era clamorosamente inadeguato sul piano empirico e non riusciva proprio a vedere le ragioni del progresso, oltre che essere naturalmente oppressivo e illiberale anche prima di prendere il potere. La versione del pensiero neo-progressista che è circolata negli ultimi dieci o vent'anni, è postmoderna e confusa, il suo bizzarro fondamento si chiama nel gergo universitario americano "intersectionality", vale a dire che tutte le "lotte" e le "esperienze" devono confluire fra loro, dalla questione omosessuale al sostegno al terrorismo palestinese, dalla polemica contro la polizia del "Black lives matter" (come se anche molti poliziotti non fossero neri e le vite non dovessero contare al di là del "colore"), fino al sostegno per l'autunno dei dinosauri di Cuba, la fede assoluta nel riscaldamento climatico e nella sua origine umana, il sostegno dell'immigrazione eccetera eccetera. L'intersezione di queste posizioni buone delinea il campo della civiltà e del progresso; quelli che si occupano d'altro o si oppongono a qualcuna (i sionisti, i difensori dei diritti umani nelle dittature islamiste, gli antimarxisti, gli economisti liberali) sono il male puro e semplice.
  Come diceva proprio Marx, nella storia gli stessi fenomeni si presentano prima come tragedia e poi come farsa e il progressismo postmoderno è la caricatura farsesca della tragedia comunista con le sue decine di milioni di vittime. E però è stata la fede obbligatoria di questi anni, quella che ha unito i politici, gli intellettuali, gli studenti, i militanti e anche qualche influentissimo religioso, determinando le assurdità e le storture della politica europea e americana. Ancora nel gergo marxista, si chiama egemonia quella situazione in cui una parte sociale convince tutte le altre, anche i suoi avversari, che la sua convenienza e l'ideologia che la giustifica, sono giuste e utili a tutti. E' proprio questo che è avvenuto. Una classe di piccoli burocrati e demagoghi da campus o da bar ha convinto tutti che le sue credenze (e i suoi comodi) fossero indispensabili: la regolazione universale, le tasse come cosa buona, l'assistenza come ideale di vita, l'odio per l'intraprendenza, l'"accoglienza" degli irregolari per compensare la sfiducia della popolazione e via dicendo. Naturalmente tutte queste cose non stanno davvero assieme, non si "Intersecano". L'ideologia postmoderna del progressismo fonde assieme cose diverse e spesso contraddittorie: "bontà" e burocrazia, antioccidentalismo ed edonismo, liberismo per i corpi e dirigismo per l'economia, pacifismo e "comprensione" per il terrorismo. Non è questo il luogo per discutere le radici che hanno dato frutti così strani e disomogenei. Spesso questa fede non tiene conto della realtà delle cose; ma ciò è nella natura dell'ideologia, che fra fatti e teorie sceglie sempre queste ultime. Resta il fatto che tutto ciò ha dato luogo negli ultimi anni, col culto preventivo di Obama e il trionfo mediatico di Bergoglio, a una sorta di strana religione laica.
  E' questa idolatria che è stata sconfitta prima da Brexit e poi dalla vittoria di Trump, prima ancora dalla prevalenza di Netanyahu alle elezioni israeliane dell'anno scorso, oltre che da una serie di risultati minori europei che probabilmente continueranno. L'egemonia si è rotta, non riesce più a convincere chi non ne è coinvolto ad agire contro i propri interessi e le proprie convinzioni. Ciò ha provocato rabbia e lutto. La rabbia di coloro (tanti, anche nei media e tra gli opinion leader) che non capivano come le masse avessero osato rifiutare di seguirli, e li ha portato a insultare i reprobi (si è letto che fossero vecchi, poveri, provinciali, razzisti, baciatori di amuleti. .. ) e a mettere in dubbio una conquista basilare come il suffragio universale. Il lutto ha assunto forme grottesche: seminari di consolazione nelle università americane, sinagoghe (sembrerebbe reform e conservative) che per la sconfitta di Hilary hanno proclamato una "shivà", la settimana di lutto rituale che si usa per la morte di un parente prossimo. Editoriali sdegnati e costernati, intellettuali scandalizzati, politici che dichiarano la resistenza al male.
  Sempre negli Usa ma anche in Italia, parecchi esponenti progressisti ebraici hanno decretato senza prove che gli avversari dello staff di Trump, essendo conservatori dovevano essere antisemiti e dunque hanno condannato il nuovo presidente come antisemita per questo. Un circolo vizioso che denuncia una confusione profonda, l'equivoco morale, prima che intellettuale, di identificare l'ebraismo con una posizione politica, naturalmente la loro. Gli avversari non solo non erano semplicemente della gente di diverso avviso politico, ma dei malvagi da condannare moralmente e anche degli antisemiti, dato che l'ebraismo per costoro si identifica col progressismo. Non è una scena nuova, abbiamo già visto mosse del genere contro Netanyahu, e al loro tempo Begin e Jabotinski.
  Dato che il processo di dissoluzione dell'ideologia progressista postmoderna molto probabilmente continuerà e altri lutti e improperi seguiranno, è importante far presente che l'identificazione dell'ebraismo con una ideologia politica, per lo più così inconsistente e confusa come l'attuale progressismo, è sbagliato o pericoloso. Anche perché questo "progressismo" si "intersecava" naturalmente con l'odio per Israele, come si è visto in Italia alle manifestazioni del 25 aprile, dove il ruolo delle vittime del nazismo e di chi lo aveva combattuto veniva invertito con chi gli era stato alleato e lo proseguiva oggi. Abbiamo oggi l'occasione per uscire da questa nebbia ideologica. L'importante è guardare la realtà con occhi limpidi e non farsi confondere dal lutto e dall'ira del progressismo postmoderno.

(Shalom, dicembre 2016)


Ucraina - Vandali contro sinagoga, svastiche e testa di maiale

Il tempio di Ouman ospita la tomba del fondatore del movimento hassidico di Bratslav

KIEV - Sconosciuti hanno profanato oggi l'interno della sinagoga di Ouman, il più importante luogo di pellegrinaggio della comunità ebraica in Ucraina. I teppisti hanno versato del sangue artificiale sul pavimento, dipinto una svastica sul muro e lasciato sul sepolcro del rabbino Nachman di Bratslav, fondatore del movimento hassidico di Bratslav, una testa di maiale.
La sinagoga proprio in quanto ospita il sepolcro, viene visitata ogni anno da migliaia di pellegrini in occasione del capodanno ebraico.
Dell'inchiesta ha già annunciato che intende farsi carico direttamente il procuratore generale di Ucraina Iouri Loutsenko.

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(askanews, 21 dicembre 2016)


La lezione di Israele: agire prima

di Fiamma Nirenstein

Prima norma per battere il terrorismo: collegare le informazioni all'azione. Altrimenti la preda siamo noi. La guerra ormai ce l'abbiamo a casa. Chi la conduce? Chi la finanzia? Chi la copre?
   L'affresco è sotto i nostri occhi, basta osservarlo senza pregiudizi e le risposte, magari non totali ma significative ci suggeriranno il da farsi. Ed è un disegno molto largo quello che i terroristi sono riusciti a dipingere ieri: mezzo mondo e le leadership più importanti sono in stato di shock, il terrore si mescola alla zizzania internazionale. Addirittura l'uomo arrestato a Berlino non è il jihadista del camion, che si aggira armato; il camion ritorna, una baldanzosa affermazione di assassinio di massa, l'invenzione geniale che qualsiasi veicolo può improvvisamente sterzare a ammazzare proprio te, come a Nizza e in decine di occasioni in Israele. La Merkel balbetta la sua condanna al terrorismo islamico che mal si combina con la sua politica di accoglienza. I tedeschi hanno buone ragioni per frenare l'aggressività del loro stesso popolo, ma è inutile, per esempio, che Colonia dove centinaia di donne sono state violentate e derubate l'altro Capodanno, di nuovo adesso indica una festa in piazza. È pazzesco che in Europa le feste pubbliche di Natale, già minacciate più volte (a Ludwigshafen un ragazzino di 12 anni di origine irachena alla fine di novembre ha messo una bomba in un mercato di Natale) non siano sorvegliate. E in Turchia che dire della inverosimile incapacità nell'individuare, nel fermare persino dopo gli spari il giovane sunnita che ha assassinato l'ambasciatore russo, le paradossali immagini che non sanno di essere il ritratto della morte stessa. E adesso quanto sforzo nel bloccare gli antichi sentimenti di odio russo-turco, sedato in questo periodo solo per affiancarsi a quell'assassino di Bashar Assad e ai suoi alleati iraniano-hezbollah.
   E qui occorre sottolineare di nuovo che l'alleanza della Russia ma anche l'acquiescenza americana con gli sciiti è foriera solo di una immensa rottura sanguinosa col mondo sunnita terrorizzato ma maggioritario, e questo non porta pacificazione ma solo guerra per tutti.
   Come si può riuscire a combattere la guerra che intanto ha investito Francia, Belgio, Germania in pieno e altri Paesi parzialmente? Si fa come Israele, ovvero si pagano dei prezzi teorici e pratici: per difficile che sia Francia, Belgio e Germania e anche l'Inghilterra devono piegarsi all'idea che i loro stessi cittadini di origine orientale talora desiderano distruggerli. Prima di tutto occorre lavorare sui propri principi, sul proprio desiderio di vivere: con la democrazia si deve mantenere il senso di una società che vale davvero la pena per ogni giovane. Non si può vergognarsi di amarla, come succede spesso in Italia. Bisogna spogliare l'ideologia del nemico dalle romanticherie terzomondiste e capire che la sua è una teoria di distruzione totale della nostra civiltà. La prevenzione è l'arma essenziale: occorre fermare gli attacchi con la raccolta senza remore di informazioni. Per questo si devono collegare i vari corpi fra loro e con gruppi internazionali anche nemici.
   Bloccare prima un attentato restituisce fiducia, dà tempo di organizzarsi per prendere i colpevoli. In ambienti pubblici occorrono blocchi, i famigerati check point dove persino il profiling deve essere consentito. Ci vuole tempo, pazienza e nessuno deve dire «lei non sa chi sono io». L'ambiente del terrorista deve essere scandagliato e bloccato dalla possibilità di coprirlo, mamme o zie. Se si capisce che arrivano uomini, rifornimenti e armi dall'estero, occorre impedirlo: un esempio è il blocco del mare di Gaza per fermare Hamas. Se occorre anche l'esercito deve entrare in gioco (come con l'operazione che fermò la seconda Intifada entrando nei villaggi d'origine del terrore). E in situazioni prive di scelta, come quella dove fu fermato Bin Laden o lo sceicco Yassin, occorre procedere persino con omicidi mirati. È vero, è così, duole, a Natale i Cristiani vorrebbero porgere l'altra guancia. Ma sembrerebbe che non se lo possano permettere se non a costo delJa vita dei loro figli.

(il Giornale, 21 dicembre 2016)


Riccardo Muti, concerto della memoria in Israele

Riccardo Muti ha diretto a Tel Aviv il concerto per gli 80 anni di vita della Israel Philharmonic Orchestra (Ipo), che nella storia di questo Paese ha un ruolo unico

di Valerio Cappelli

TEL AVIV - È stata una giornata speciale, qui dove la memoria è un dovere. E l'Italia ha giocato un ruolo importante. Riccardo Muti ha diretto a Tel Aviv il concerto per gli 80 anni di vita della Israel Philharmonic Orchestra (Ipo), che nella storia di questo Paese ha un ruolo unico. C'è lo stesso programma con cui Arturo Toscanini nel 1936 la tenne a battesimo: Rossini, Brahms, Mendelssohn, Weber e il capolavoro di Schubert che profeticamente sposa questa terra di speranze e problemi irrisolti, questa splendida casa senza tetto che è Israele: l'Incompiuta. Ma la musica è portatrice di tolleranza e pace, ecco perché Muti, in questo ideale ponte fra lui e Arturo Toscanini, dice che «non è un concerto come un altro. Questa Orchestra significa Israele».
  Siamo all'Auditorium Bronfman, un businessman il cui nome troneggerà sulla facciata per 49 anni: ha sborsato una cifra enorme, non nota, spodestando Fredric Mann, l'uomo che pose fine ai primi 21 anni itineranti della Ipo dando una casa permanente, che ora non si chiama Mann ma Bronfman. Dallo Stato arriva il 10 percento dei 23 milioni di budget: il resto da sponsor e botteghino, perciò i biglietti sono cari, in media 80 euro. Ma i soldati in uniforme entrano senza pagare. Solisti celebri spesso suonano gratis, come il direttore musicale a vita Zubin Mehta. E Toscanini (il cui assistente alla Scala Antonino Votto fu maestro di Muti) venne a sue spese e senza cachet. Era stato invitato dal violinista filantropo Bronislaw Huberman, il fondatore della Ipo che all'inizio si chiamava Orchestra della Palestina: ebbe una idea visionaria, convinse circa 75 musicisti ebrei a tornare nella Terra promessa, fuggendo dall'odio nazista, li sottrasse ai lager. Senza i loro strumenti non sarebbero sopravvissuti. Se non fosse stato di fede ebraica, è lo Schindler della musica. Ieri è stato tolto il velo a due pannelli con i nomi dei fondatori e le foto degli attuali membri della Ipo. «La nascita di questa orchestra significò dare asilo a tanti musicisti sfuggiti alla barbarie — dice Muti —. Oggi la musica in Israele è un bagaglio culturale indispensabile per la società. Questa serata è di chi non dimentica la persecuzione e il passato tragico. Un monito che speriamo verrà applicato a tutti i popoli che si trovano nella stessa situazione».
  Dove tutto è simbolo, si fanno 150 concerti l'anno: nei kibbutz; a Cesarea nell'anfiteatro romano costruito sotto Erode; a Masada, il luogo della resistenza e della volontà di non arrendersi; sui confini caldi e nei giorni di sangue, quando il violinista Isaac Stern arrivò a indossare la maschera antigas. Ma Riccardo Muti è qui «per celebrare una data, la mia non è una presenza politica, la musica ha regnato sovrana ed è al di là di ogni conflitto. È il messaggio che si voleva dare con la creazione di un'orchestra. Ho diretto in altre città che hanno avuto momenti tragici, da Sarajevo a Damasco. Ma oggi sono tra musicisti che fanno musica. L'Orchestra si è molto ringiovanita, sono valorosi e flessibili, e anche di temperamento».
  Si tratta di costruire un concetto di suono in una compagine dove hanno convissuto buona parte delle 80 etnie del Paese; di conciliare senso di appartenenza e multiculturalismo nella Terra dalle mille idee politiche. Oggi si è fermata l'ondata migratoria dalla Russia, molti sono nativi d'Israele, oppure vengono da Nord e Sud America. Si chiamano Weinstein, Tuneh, Radzynski, Cohen, Erez, Greenber. Gli anziani ti rispondono col calendario delle guerre: è successo prima o dopo il '67, il '73, l'82, il '94? Eppure Avi Soshani, l'anima storica della Ipo, racconta che quando si andò in Cina «il pubblico all'uscita non ci ha fatto il segno della pistola ma ha mimato un violinista. Per noi è il complimento più bello». A sorpresa, come bis Muti ha diretto, con tutta l'orchestra in piedi, Hatikvah, l'inno nazionale, che nel 1971 chiuse il primo concerto della Ipo a Berlino. Hatikvah in ebraico significa La speranza.

(Corriere della Sera, 21 dicembre 2016)


lsraelizzare l'Europa

''Dobbiamo accettare l'idea che siamo in guerra". L'Isis lo sa.

di Piero Vietti

ROMA - La prima domanda che si sono fatti in tanti, lunedì sera, è stata: "Come è possibile che sia successo ancora?". Cinque mesi dopo Nizza - ma sembravano molti di più - un camion ha deliberatamente travolto delle persone in una città europea uccidendole. "L'Europol e le intelligence di diversi paesi avevano avvertito nei giorni scorsi che questo sarebbe stato un momento critico", dice al Foglio Marco Lombardi, responsabile di Itstime, centro di ricerca su sicurezza e terrorismo dell'Università Cattolica di Milano, dove insegna, e direttore scientifico del dipartimento C.E.T.RA. della Fondazione De Gasperi. Si poteva dunque evitare la strage di Berlino? "In assenza di una governance politica forte e unitaria in Europa non può esserci intelligence comune - prosegue Lombardi - c'è condivisione delle informazioni tra stati fatta con lo scopo di mettere in sicurezza il singolo paese. Ma siamo di fronte a un tipo di terrorismo diffuso, pervasivo, delocalizzato". Difficile da prevedere. "Il terrorismo è tale per gli effetti che hanno i suoi attacchi, non per le ragioni che motivano chi attacca", spiega, e in effetti arriviamo da anni in cui "lo Stato islamico fa propaganda intensa invitando a colpire ovunque e chiunque usando i mezzi della vita quotidiana". Sui canali ufficiali dei jihadisti ci sono istruzioni su come guidare un camion su una folla inerme, su come uccidere con un coltello o fabbricarsi una bomba in casa. "E' un tipo di propaganda che colpisce tutti: islamisti, difensori della umma, sbandati. Sono percorsi di radicalizzazione diversi tra loro ma che si concludono tutti con attacchi su cui lo Stato islamico mette il cappello". Ai jihadisti interessano soprattutto gli effetti di questi atti, che sono quindi "difficilmente prevedibili se non c'è una catena di comando in cui l'intelligence si può infiltrare". Questo tipo di attentati è caratterizzato dall'opportunismo, dice ancora Lombardi: "L'idea è quella del massacro senza premeditazione". Il professore non crede a chi dice che a Berlino sia stato colpito un simbolo cristiano: "Gli attentatori vanno a colpire dove c'è tanta gente, e un mercatino sotto Natale è il luogo ideale per questo".
  Detto dell'imprevedibilità di certi attacchi, e lasciato ad altri il compito di definire le strategie militari migliori per colpire lo Stato islamico in medio oriente, chiediamo a Lombardi che tipo di politiche si possono attuare in Europa per limitare i danni: "La minaccia c'è ed è diffusa, al momento una soluzione possibile sarebbe la mediorientalizzazione delle nostre società". Cavalli di frisia nelle vie del centro di Milano e Roma, posti di blocco e uomini armati disposti nelle nostre città, sul modello israeliano. "Non è un bello spettacolo, ma è una soluzione. E' però urgente che la politica faccia scelte rapide in questo senso, anche scontentando parte dell'opinione pubblica e ascoltando la parte che è ormai disposta a vivere con questo rischio". E' plausibile che per i prossimi dieci anni almeno si debba convivere con attentati jihadisti in Europa. "Lo Stato islamico ha occupato non solo il territorio, ma anche il tempo: ha conquistato le giovani generazioni, ormai si arrestano ragazzi di quindici-sedici anni, a volte persino dodici, pronti a uccidere". La domanda da farsi, semmai, è sul tipo di società che abbiamo messo in piedi, chiosa il professore, in cui un dodicenne è attratto da una propaganda che lo vuole trasformare in terrorista. Sul lungo periodo, infatti, "bisognerà individuare politiche che intercettino i percorsi di radicalizzazione, impedendo che vadano a buon fine".
  Nel frattempo però bisogna mettersi in testa che la nostra vita quotidiana deve cambiare, è già cambiata. "Bisogna promuovere consapevolezza tra la gente: come ci si può trovare in mezzo a un incendio sapendo come comportarsi dobbiamo essere coscienti che ci potremo trovare in mezzo a un attacco terroristico e sarà vitale sapere come reagire". In tre parole: consapevolezza del rischio, informazione e formazione. C'è il problema dei rifugiati, però, su cui Lombardi è poco politicamente corretto: "I migranti non sono terroristi - dice - ma i terroristi sono dei migranti". Che l'estremismo islamico sfrutti le migrazioni per introdurre "combattenti" in occidente non è una novità. E proprio "la Germania è tra i paesi che meglio analizzano i flussi di ritorno e monitorano gli spostamenti. Ma non c'è dubbio che l'accoglienza tedesca è stata poco controllata: servono più controlli, identificazioni, diritti per chi ne ha le prerogative ma pugno duro per gli altri". La domanda di tanti, adesso, è cosa aspettarsi nelle prossime settimane: "Il 2016 purtroppo non è ancora finito - conclude Lombardi - e avremo un 2017 in continuità con l'anno che sta finendo. Lo Stato islamico è ormai in 40 paesi del mondo, ha un esercito delocalizzato che combatte questo nuovo tipo di guerra ibrida che è in corso da anni, non geolocalizzata ma a pezzi. Abbiamo paura di ammetterlo, ed è un ritardo culturale grave, ma siamo in guerra".

(Il Foglio, 21 dicembre 2016)


Pitigrilli, la corsa verso l'abisso di un ebreo antisemita

Bruno Segre racconta da testimone il percorso dello scrittore dai romanzi all'attività di delazione per l'Ovra fascista

di Bruno Segre

Pitigrilli - Dino Segre
Anche la mia famiglia paterna, come quella di Pitigrilli (Dino Segre), era originaria di Saluzzo, la cui piccola Comunità ebraica venne interamente deportata dai tedeschi dopo 1'8 settembre. Come Pitigrilli figlio di matrimonio misto (padre ebreo, madre cattolica) fui perseguitato quale «appartenente alla razza ebraica».
   Pitigrilli aveva esordito sulla Gazzetta del Popolo, facendosi apprezzare quale inviato speciale. Letti alcuni suoi romanzi, volli conoscerlo personalmente. Ricordo la sua soddisfazione quando ricevette dalla Treccani la richiesta di una sua biografia da inserire nell'Enciclopedia. Aveva fondato una rivista letteraria, Le grandi firme, che pubblicava testi dei più eminenti scrittori. Oltre che le novelle, ospitava due rubriche in cui Pitigrilli azzannava chi gli stava sullo stomaco, con quella spregiudicatezza e quel cinismo che avevano fatto la fortuna dei suoi romanzi, stampati a decine di migliaia di copie dall'editore milanese Sonzogno.
   A Torino era nota la sua relazione sentimentale con la poetessa Amalia Guglielminetti, più anziana di dieci anni. Il loro rapporto si concluse con reciproci rancori. La poetessa fondò una rivista analoga a Le grandi firme con il titolo Le grazie. Pitigrilli perfidamente ne diede notizia annunciando: «Amalia Guglielminetti vende le sue Grazie a lire 2,50» (il prezzo di copertina).
   Per vendicarsi la poetessa si rivolse al console della Milizia e violento squadrista Piero Brandimarte, confezionando false lettere offensive su Mussolini e sui gerarchi fascisti. Brandimarte, fingendo di essere venuto in possesso delle lettere, schiaffeggiò Pitigrilli e lo fece arrestare per disfattismo. Presto la verità venne a galla. Imputati di calunnia, Brandimarte e Guglielminetti furono processati, ma il Tribunale fu indulgente: lieve condanna per lui, prosciolta la poetessa per incapacità d'intendere e volere, quindi internata in una clinica. Comunque l'episodio, svoltosi nel 1930, procurò a Pitigrilli un'immeritata fama di antifascista, che gli fu utile quando operò al servizio dell'Ovra, frequentando gli ambienti dei fuoriusciti italiani a Parigi.
   Non ho mai compreso perché avesse accettato tale infame incarico: infatti dell'assegno mensile di 6000 lire non aveva bisogno, date le condizioni economiche familiari e gli enormi introiti editoriali, non aveva nemici di cui vendicarsi e certo non simpatizzava con l'ideologia fascista. Lussu lo definì un artista nato spia.
   Le sue relazioni delatorie all'Ovra dal 1930 al 1939 rivelarono l'attività politica non soltanto di autorevoli personaggi come Lussu, Cianca e Giua (futuro senatore socialista della Repubblica), ma di suoi stessi parenti (Sion Segre Amar) e amici (Massimo Mila, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, Augusto Monti, Carlo Levi). L'Ovra gli aveva assegnato come terreno di caccia il giro clandestino degli aderenti al movimento Giustizia e Libertà fondato dai fratelli Rosselli (poi assassinati dai cagoulard francesi d'accordo con i fascisti). Pitigrilli con il suo cognome ebraico riuscì a introdursi nell'ambiente dei giellisti torinesi, che erano in maggioranza ebrei.
   Nel 1945 Carlo Levi pubblicò sul quotidiano Italia libera una serie di articoli sull'attività spionistica di Pitigrilli. Nel 1946 Nenni trasmise ai giornali l'elenco di tutti gli agenti dell'Ovra, con il loro numero e appellativo segreto. Si scoprì così l'infame attività di personaggi insospettabili, come appunto Pitigrilli. A dissipare ogni incredulità provvide il libro del pubblicista torinese Domenico Zucaro, con prefazione di Giancarlo Fusco, Lettere di una spia: Pitigrilli e l' Ovra (Sugarco, 1977), che riprodusse integralmente il testo delle lettere che Pitigrilli inviava da Parigi all'Ovra, ora conservate nell'Archivio di Stato a Roma. Una documentazione squallida. Nel 1943 La voce dell'Italia liberata che trasmetteva da Radio Bari (diretta dagli Alleati, a sostegno della Resistenza) rivelò agli italiani residenti nel territorio occupato dai tedeschi che il «noto pornografo Pitigrilli» era un «sicofante», cioè un delatore.
   Pitigrilli si recò in Argentina, dove sembra che aiutasse Evita Peron nella redazione del libro La razòn de mi vida. Anche a Buenos Aires si trovò isolato dalla comunità italiana. Tornò in Svizzera, dove contrasse matrimonio con rito religioso con l'avvocatessa Lina Furlan, avendo già sposato con rito civile, nel Consolato italiano di Parigi, l'ebrea Rina Sinigaglia. Risultava dunque legalmente bigamo e con due figli, Gianni Segre dal primo matrimonio e Pier Maria Furlan dal secondo.
   La seconda moglie, una delle prime donne patrocinanti in Tribunale, difendeva al dibattimento i suoi clienti con una foga inaudita. Assistetti a un suo processo negli Anni 40: la voce altissima, l'esaltazione e la gesticolazione mi indussero a paragonarla a Maria Melato appassionata interprete della dannunziana Figlia di Iorio.
   La Furlan, fervente cattolica e antisemita. esercitò sicuramente il suo influsso nel trasformare Pitigrilli da scettico, gaudente e libertino in un autore conformista e ostile agli ebrei, come palesò nei suoi ultimi libri (La piscina di Siloe, Mosè e il cavalier Levi). Ricordo che in un'intervista in tv, richiestogli chi fosse attualmente l'italiano più importante, rispose senza esitare: «Padre Pio».
   Allorché chiese il divorzio alla Sinigaglia (da me patrocinata) insorse un contrasto perché non voleva pagarle l'assegno di mantenimento, negando di percepire da Sonzogno i diritti d'autore. Nell'udienza dinanzi al giudice istruttore del Tribunale di Torino per un'eventuale transazione economica, Pitigrilli, in mia presenza, ebbe la sfrontatezza di dichiarare: «Mi vergogno di chiamarmi Segre». Forse il giudice avrà pensato che erano piuttosto gli ebrei a vergognarsi che un siffatto individuo si chiamasse Segre.
   Ormai dimenticato e disprezzato, Pitigrilli si ridusse negli ultimi tempi a collaborare a bollettini parrocchiali, ultima spiaggia di un grande scrittore che segnò un'epoca e una moda letteraria.

(La Stampa, 21 dicembre 2016)


Non solo Natale, il 24 dicembre inizia Hannukkah

di Luca Valenza

 
Chanukkiah
 
Sugfaniyot
 
Dreidel
Il 24 dicembre inizia Hannukkah, la festa delle luci. Hannukka a differenza di altre festività, non celebra un evento religioso in senso stretto, ma un evento significativo da un punto di vista politico, culturale e religioso. Chanukkah, Hannukkah o Chanukkà, anche Channukah è una delle festività ebraiche più amate, ed è anche conosciuta come la festa dei lumi e delle luci. In ebraico la parola significa "dedica" e ricorda la dedica fatta dal popolo ebraico nel tempio di Gerusalemme e la consacrazione di un nuovo altare dopo la vittoria e relativa liberazione dagli Elleni-Siriani di Antioco IV Epifane.
Questa festa, attesa tutto l'anno dura otto giorni e si inizia il 24 del mese di dicembre (Kislev) e il primo giorno si celebra in contemporanea al Natale il 25 dicembre. Ulteriore curiosità risiede laddove fra le festività ebraiche è l'unica che si celebra a cavallo di due mesi differenti. La storia però racconta anche di un miracolo, infatti la festa in tutto il mondo è celebrata accendendo i tipici candelabri a nove braccia chiamato chanukiah, in memoria del primo di questi acceso il giorno della consacrazione del nuovo altare il cui poco olio rimasto, bastante normalmente solo per una giornata, ne durò invece otto permettendo la produzione di altro olio sacro e la consacrazione secondo i canoni del nuovo altare. Per ricordare questo evento ogni giorno secondo un preciso cerimoniale vengono accese una delle candele al giorno.
Prima del 1800 questa festa veniva intesa come una delle feste minori dell'ebraismo, ma con l'andare del tempo il riferimento al Natale, l'usanza dello scambio di doni e il riferimento della luce che sopravvive alle tenebre è diventata una delle feste più amate del mondo ebraico. Due sono le curiosità più amate dai bambini: il dolce tipico della festa il sufganiyah, un gustosissimo dolce di pasta cresciuta ripieno di marmellata fritto in olio d'oliva per ricordare il gusto per la festa e il dreidel una trottola tipica con sui lati l'alfabeto ebraico che durante l'occupazione serviva a passare ai bambini informazioni culturali mentre giocavano.

(blastingsnews, 21 dicembre 2016)



Gesù alla festa di Chanukkah

In quel tempo ebbe luogo in Gerusalemme la festa della Dedicazione. Era d'inverno, e Gesù passeggiava nel tempio, sotto il portico di Salomone. I Giudei dunque gli si fecero attorno e gli dissero: «Fino a quando terrai sospeso l'animo nostro? Se tu sei il Cristo, diccelo apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l'ho detto, e non lo credete; le opere che faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me».
dal Vangelo di Giovanni, cap. 10 

 


L'Europa sottomessa al nuovo jihad

Intellettuali contro il conformismo sui migranti.

di Giulio Meotti

ROMA - La "de-escalation che parte dall'occidente", proposta dall'attuale vicepresidente del Bundestag, Claudia Roth, come soluzione al terrorismo è in piena azione da un bel po' in Germania: la Bundeswehr (l'esercito) sembra la Croce Rossa, ministri come Wolfgang Schauble predicano un "islam di stato" per integrare cinque milioni di musulmani, le corti della sharia operano a pieno ritmo, i comici "blasfemi" come Jan Böhmermann sono criminalizzati e la "notte di Colonia" è stata derubricata a incidente multiculturale.
   "Lunedì notte non ho dormito dopo l'attentato al mercato di Natale a Breitscheidplatz nella mia città, Berlino", dice al Foglio Henryk Eroder, intellettuale ebreo, ex firma dello Spiegel oggi alla Welt, dove è il più duro critico del multiculturalismo. "Ho settant'anni e sono depresso, non so come faremo a uscire da questa malattia nazionale, sembra una situazione senza speranza. I media continuano a celebrare i fasti del multiculturalismo. Dovunque guardino, i combattenti di Allah non vedono che gente pronta a capitolare prima del tempo".
   Come il musicista Uli Kempendorff, che ieri ha detto al New York Times: "La gente si sentiva al sicuro a Berlino a causa dell'enorme sostegno per i rifugiati e per l'apertura della Germania. A noi tedeschi piace pensare che siamo 'puliti', nonostante gli attacchi dei droni che partono da Ramstein, le rendition della Cia dall'aeroporto di Lipsia e il sostegno in una forma o nell'altra a tutte le guerre degli Stati Uniti. Era solo questione di tempo prima che qualcosa di simile accadesse". Come dire, i tedeschi se la sono cercata.
   Eppure tanti grandi intellettuali, provenienti dal Sessantotto e dalla sinistra, sono in agitazione. Come Gerhard Richter, il pittore più famoso di Germania, che giorni fa ha detto: "Il discorso sul sentimento d'accoglienza? Menzogna. Io sono un po' più scettico della signora Merkel sul fatto di poter gestire questa emergenza. Non stiamo affatto accogliendo i rifugiati. Io non li inviterò a cena, perché invito solo chi conosco, sia esso nero o danese". Il filosofo Peter Sloterdijk, rettore della Hochschule für Gestaltung di Karlsruhe, ha scritto che "in Germania si continua a credere che un confine esista unicamente per essere oltrepassato. Ma l'autodistruzione non è un dovere morale". Botho Strauss, il più audace innovatore del teatro tedesco, sullo Spiegel ha pubblicato un saggio dal titolo "Der letzte Deutsche", l'ultimo tedesco, in cui attacca "il sempre più imperante conformismo politico-morale". Rudiger Safranski, autore di biografie-bestseller, ha parlato alla Weltwoche: "Oggi in politica regna un moralismo sempre più infantile. Merkel non ha il mandato democratico per sfigurare un paese come la Germania, dove affluiscono milioni di immigrati islamici". Durissimo lo scrittore Frank Böckelmann, l'amico di Rudi Dutschke e che ora, da direttore di Tumult, critica il multiculturalismo. Come il poeta e scrittore Hans Magnus Enzensberger, che spiega: "Se critichi i risvolti autoritari della Ue eccoti bandito, in compagnia di Le Pen. Ma bisogna avere il coraggio e il gusto di pensare con la propria testa, e dirlo con la propria lingua". Sulla Welt ha scritto anche Peter Schneider, uno dei più famosi scrittori tedeschi, per il quale "la negazione della realtà ha distrutto la nostra democrazia".
   "Da due anni viviamo come agricoltori ai piedi di un vulcano, che può scoppiare in qualsiasi momento", continua al Foglio Henryk Eroder. "Mi sento come se stessi galleggiando su una corda tesa sopra un abisso. Non sono un nazionalista tedesco, neanche un patriota. Non mi importa se la Germania vince il campionato europeo, penso solo che questo paese, questa società, meriterebbero di meglio. Qualcosa di meglio di questo imperialismo morale banale, la cinica 'Willkommenskultur' (cultura dell'accoglienza)". Due anni fa, il regista tedesco Sönke Wortmann cominciò a raccogliere i frammenti di vita dei cittadini della Germania. Nacque il film "Autoritratto", con i tedeschi affaccendati dietro agli animali domestici, allo sport, alle auto. Ma era come materiale d'archivio di un'epoca d'oro. Passata. Quella nuova è immortalata da un video di tre giorni fa, in cui il presidente, Joachim Gauck, era in visita alla scuola Theodor Heuss a Colonia, dove studiano i migranti. Gauck stringe la mano a tutti, ma quando arriva alla studentessa con il velo islamico, lei ritira la mano. Sönke Wortmann ha già pronto il titolo del suo prossimo film: "Autoritratto della nuova Germania".

(Il Foglio, 21 dicembre 2016)


Le cinque aziende israeliane più cool a Wall Street

Israele è la più grande presenza straniera a Wall Street dopo la Cina e il Canada. Circa 70 aziende israeliane sono attualmente quotate al New York Stock Exchange, con molte aziende tecnologiche quotate al NASDAQ.
Come spiegato da Daniella Rilov, Direttrice esecutiva dell'America-Israel Friendship League, il livello di azioni israeliane quotate a Wall Street è ancora un altro esempio di innovazione israeliana.
Dal web design, alle automobili senza conducente, ecco 5 delle aziende israeliane più cool a Wall Street

1. Mobileye
    Mobileye è una startup specializzata in soluzioni di assistenza alla guida che ora vale più di 11 miliardi in Borsa. Una stima impressionante per una società lanciata la scorsa estate e che ha generato solo 143
milioni di dollari di entrate nel 2014. Non appare come un fornitore tradizionale ma come una startup tecnologica. Il suo segreto: una telecamera intelligente che rileva pedoni, motocicli, ciclisti, limiti di velocità e riduce i rischi di incidenti.
Recentemente, Mobileye ha annunciato che collaborerà con la casa automobilistica BMW e la Intel per la produzione di un auto senza conducente entro il 2021.
Fondata nel 1999 da Ziv Aviram e Amnon Shashua, un professore dell'Università Ebraica di Gerusalemme che ha sviluppato la tecnologia, Mobileye ha una capitalizzazione di mercato di 8.5 miliardi di dollari e le azioni di sono ora in commercio per 39 dollari.

2. Caesarstone
    Fondata nel 1987 nel Kibbutz Sdot Yam, Caesarstone (NASDAQ: CSTE) progetta e produce superfici di pietra. Negli ultimi anni, è diventato famoso nel mercato residenziale di lusso degli Stati Uniti, rendendo Sdot Yam, uno dei kibbutz più ricchi in Israele.
Nel 2014, questo kibbutz (comunità collettiva tradizionalmente basata sull'agricoltura) ha venduto la quota di maggioranza delle azioni del suo Caesarstone al pubblico per 260.000.000 milioni di dollari, una notevole quantità per i suoi 400 membri.
Con una capitalizzazione di mercato di oltre 1 miliardo di dollari, le azioni di Caesarstone ora sono in commercio a 29 dollari. La società ha diversi impianti di produzione in Israele e negli Stati Uniti.
Caesarstone realizza superfici in quarzo (con una percentuale di questo materiale presente in natura pari al 93 per cento). Secondo la società, questo tipo di superficie mantiene "le qualità tattili e genuine delle pietre, offrendo allo stesso tempo la libertà di design con enormi possibilità di applicazioni, tra cui piani cucina, bagno, pavimenti, rivestimenti, mobili e altro ancora".
Mentre i prodotti di Caesarstone sono altamente funzionali, il loro design è diventato famoso in tutto il mondo.

3. ReWalk
    ReWalk è un esoscheletro per disabili. Nato da un'idea del Dott. Amit Goffer, il rivoluzionario esoscheletro (NASDAQ: RWLK) permette ai paraplegici di camminare e salire le scale.
Per i pazienti con lesioni al midollo spinale, camminare appare come un sogno. Ma usando questa straordinaria tecnologia israeliana, gli individui in sedia a rotelle sono ora in grado di muoversi liberamente.>
Con un dispositivo di controllo, sensori di movimento computerizzati ed una batteria alloggiata all'interno di uno zaino, l'utente ha il pieno controllo del sistema che permette un'andatura approssimativamente naturale.
Nel 2012, una donna ha completato la Maratona di Londra 2012 in 17 giorni utilizzando proprio il ReWalk. E, nel 2015, l'US Department of Veterans Affairs ha annunciato che fornirà gli esoscheletri ai veterani con lesioni al midollo spinale.

4. Wix
    Fino a poco tempo, la creazione di un sito web era dipendente al lavoro abile di designer e web master. Ma dal quando la società israeliana Wix ha lanciato la sua piattaforma di fai-da-te un paio di anni fa, chiunque può creare e pubblicare i propri siti web.
Wix (NASDAQ: WIX) con una capitalizzazione di mercato di 2,2 miliardi di dollari ha azioni in commercio per 51 dollari.
L'azienda è stata fondata nel 2006 da Avishai Abrahami, Nadav Abrahami e Giora Kaplan sulla convinzione che Internet dovrebbe essere accessibile a tutti. La società ha sede a Tel Aviv, con uffici in tutta Israele, Europa e Stati Uniti.

5. Mazor Robotics
    Mazor Robotics è una azienda specializzata nella fornitura di strumenti ospedalieri e sistemi robotizzati per la chirurgia della colonna vertebrale. Il prodotto per cui la Mazor Robotics è universalmente conosciuta è Renaissance, utilizzato da chirurghi specializzati in ortopedia e neurochirurgia. Ad oggi le tecnologie Mazor Robotics sono utilizzate in più di 54 ospedali in tutto il mondo.
Fondata nel 2001, l'azienda aiuta i chirurghi a pianificare le operazioni in un ambiente virtuale in 3D, creando progetti chirurgici con una migliore precisione. La storia di Mazor Robotics (NASDAQ: MZOR) è iniziata presso il Technion di Haifa, nei cui laboratori si sono condotte ricerche per sviluppare nuove piattaforme per la chirurgia.

(SiliconWadi, 20 dicembre 2016)


Ecco come funzionerà la cyber security italo-israeliana per la IoT

Conversazione con Mirko Gatto (Yarix), fondatore e Ceo della società italiana di cyber sicurezza: il Soc 4.0, le reti anti-hacker, la strategia italiana, gli anelli deboli della catena e la fame di super-esperti

di Patrizia Licata

 
Mirko Gatto
Nell'annunciare la collaborazione con l'ambasciata israeliana per la realizzazione in Italia del primo Security Operation Centre (SOC) 4.0 al mondo, l'azienda italiana della cyber sicurezza Yarix ha parlato di Israele come di "punta di diamante" delle competenze e delle tecnologie in tema di security. Ma il centro di competenza per la security di Var Group, la società di Montebelluna (TV) è essa stessa un'eccellenza per il nostro paese: il Ministero dell'Interno la considera "azienda di interesse strategico nazionale" ed è l'unica impresa privata italiana a far parte del FIRST, organismo internazionale che si occupa di cyber sicurezza e di cui fanno parte, tra gli altri, Nasa, Apple, Google, Ibm. Il Ceo e fondatore Mirko Gatto, esperto di cyber security e cyber intelligence, ci svela qualche dettaglio dell'accordo con Israele e delle attività di difesa informatica che si svolgono in Italia e nel mondo.

- Come siete entrati nel FIRST? Quali attività svolgete con i team di Google, Nasa e gli altri?
  Siamo entrati nel FIRST in virtù della nostra competenza: Yarix dispone del SOC più evoluto in Italia, un bunker informatico con misure di sicurezza fisica e biometrica di ultima generazione, in grado di monitorare le reti aziendali 24 ore su 24. Ma ovviamente è nella mission stessa del FIRST aprire le porte a membri di tutto il mondo. Con ritardo, l'industria e i governi si sono accorti che la vera forza degli hacker è la loro capacità di fare rete: nel deep web i pirati informatici condividono tutto, moltiplicando la loro potenza di fuoco, mentre gli operatori della sicurezza informatica storicamente sono reticenti a condividere le informazioni. Organismi come il FIRST sono il diretto prodotto del riconoscimento di questa grave pecca: la base della cyber difesa è la condivisione delle informazioni. Al FIRST mettiamo in comune i dati, anche anonimizzati, così, se avviene un attacco informatico, in qualunque parte del mondo, le informazioni sono disponibili in tempo reale per tutti e ciò permette di bloccare la minaccia.

- Ed è quello che avviene nella pratica, tutti i giorni…
  Tutti i giorni si verificano diversi attacchi informatici. Non che tutti vadano a buon fine: possono anche essere tentativi di intrusione che non si traducono in compromissione di reti o furto di dati. Ma poter svolgere un'analisi predittiva è essenziale: lo facciamo anche all'interno di X-Force di IBM, altra realtà dalla potenza enorme quando si tratta di cyber security.

- Analisi predittiva per tutti gli altri, non per il primo che è stato attaccato. Gli hacker sono sempre un passo avanti?
  No, non siamo solo degli inseguitori. I grandi operatori della security hanno una rete mondiale di honeypot che intercetta il traffico creato dagli hacker e cattura anticipatamente le attività anomale. In molti casi blocchiamo le attività prima si concretizzino in un attacco.

- Il governo italiano ha fatto molto per la cyber sicurezza negli ultimi anni. Con le recentissime evoluzioni politiche, temete uno stop?
  La cyber security è stata riconosciuta come strategica per il paese e non credo si possa tornare indietro, neanche a livello politico. Condividere le informazioni sugli attacchi su scala nazionale e internazionale ai fini della prevenzione è irrinunciabile, anche per il tessuto economico.

- Da parte vostra ora c'è anche il nuovo SOC 4.0, che nasce dall'impegno congiunto di Yarix, ricercatori delle università italiane e esperti delle aziende israeliane più innovative. Di che cosa vi occuperete in concreto? Tecnologie? Competenze? Monitoraggio delle minacce?
  Sì, tutto questo. Si tratta di una task force internazionale che consentirà di realizzare, presso la sede Yarix di Montebelluna, il primo SOC 4.0: una struttura capace di monitorare, rilevare e rispondere agli attacchi informatici "di nuova generazione", quelli che transitano per i dispositivi IoT (Internet of Things) e i sistemi informatici SCADA, sempre più usati per il controllo dei sistemi fisici di produzione nelle fabbriche e nelle infrastrutture strategiche.

- I device della IoT sono all'origine della minaccia che preoccupa di più oggi?
  Le tecnologie della IoT sono pervasive e i device connessi stanno crescendo a ritmi esponenziali, le stime parlano di 20 miliardi di oggetti connessi entro il 2020. Lo scenario è preoccupante per la sicurezza perché la IoT interessa non solo le aziende ma gli utenti finali e, quindi, apparecchi di uso domestico. I recenti attacchi informatici andati a buon fine hanno mostrato a pieno la vulnerabilità di terminali come modem, telecamere e anche automobili connesse. L'industria è stata colta di sorpresa, perché non si pensava che gli hacker sarebbero stati così veloci a sfruttare anche questi device e le reti domestiche. L'accordo con Israele è importante perché, sulla cyber security, Israele è davvero all'avanguardia. Insieme svilupperemo tecnologie per la protezione dei device IoT e delle reti in genere e scambieremo informazioni, competenze e risorse.

- Insisterete sulla cosiddetta "security by design"?
  Realizzare software, firmware e hardware sicuri già dalla progettazione è la base: non si può costruire una casa senza le fondamenta. Finora si è teso a creare tanta tecnologia, ma mettendoci poca sicurezza. Serve una nuova mentalità e tutti gli operatori devono capirlo, dalla manifattura all'automotive dall'oil&gas all'healthcare…nessun settore è escluso. Se qualcosa è collegato alla rete, va protetto all'origine.

- Yarix collabora con le forze dell'ordine italiane in tema di crimini cibernetici e attacchi a infrastrutture sensibili. Siete specializzati in alcuni settori in particolare?
  Operiamo prevalentemente con aziende del comparto sanitario, scuole, università, industrie ed enti governativi. In realtà ci muoviamo su tutti i settori ma i più attaccati sono proprio quelli citati, a partire dalle aziende ospedaliere, che dal 2015 sono i target preferiti degli attacchi hacker, seguiti da industrie manifatturiere e banche.

- Gli hacker sono a caccia di dati ed è qui che trovano quelli più interessanti. Ma la soluzione qual è? Più tecnologie o più strategia?
  La sicurezza è un modo di pensare e un processo, perciò direi che la strategia conta più della tecnologia, non perché le soluzioni informatiche avanzate non servano, ma perché occorre una precisa strategia per implementarle. Soprattutto, occorrono formazione e informazione: le persone restano l'anello più debole nella catena della cyber security - senza una cultura della sicurezza informatica non saremo mai protetti. Il comportamento sconsiderato di chi apre file sconosciuti può vanificare le migliori strategie.

- A proposito di formazione, voi trovate le risorse che vi servono?
  Purtroppo, l'Italia da questo punto di vista si trova in una situazione drammatica: non ci sono risorse, abbiamo un ritardo pesantissimo in tema di formazione di cyber competenze. E' vero che questa grande attenzione alla cyber security è relativamente recente ma le università sono indietro. Noi stessi, che per policy aziendale non accettiamo candidature né da ex dipendenti di concorrenti né da hacker passati al mondo della legalità, puntiamo sulla formazione interna: assumiamo figure con una precisa preparazione su sistemi informatici e protocolli di comunicazione e poi svolgiamo in house corsi mirati e intensivi. Anche nella Silicon Valley fanno così: è un vantaggio per la competitività dell'azienda, ma anche una scelta obbligata perché il gap di competenze è pesante.

(formiche.net, 20 dicembre 2016)


Netanyahu: pronti a curare civili di Aleppo in Israele

"Stiamo studiando come fare"

GERUSALEMME - Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che è Israele è pronto a trasferire nei propri ospedali dei civili feriti dalla martoriata città di Aleppo in Siria.
"Ho chiesto al ministero degli Esteri di trovare il modo di espandere la nostra assistenza medica ai civili feriti nella tragedia siriana, in particolare ad Aleppo", ha detto in un incontro di fine anno con i media stranieri. "Siamo pronti a ricevere donne e bambini feriti, e anche uomini se non sono combattenti, a portarli in Israele e ad occuparci di loro nei nostri ospedali come abbiamo già fatto con migliaia di civili siriani", ha aggiunto. "Stiamo vedendo come fare", ha aggiunto. "La questione è all'esame mentre vi parlo", ha concluso.
Più di 2,000 siriani sono stati curati negli ospedali israeliani dal 2013, secondo l'esercito dello Stato ebraico.

(askanews, 20 dicembre 2016)


Ora rischia di esplodere la "strategia palestinese"

Una modalità di attacco mutuata dagli estremisti in territorio israeliano Gli assalti ai civili scatenati dopo ogni sconfitta in campo militare
I servizi tedeschi sono tra i piu preparati al mondo ma la sfida coglie impreparati anche loro I "Foreign Fighters" vivono nei nostri paesi e sono pronti ad attivarsi quando cadono Aleppo o Mosul

di Marco Ventura

 L'analisi
  A Berlino la tempesta perfetta. Si addensava da tempo e si è scatenata al mercatino di Natale. Gli ingredienti del terrore sono ben chiari ad Alfredo Mantici, direttore editoriale di Lookout news ed ex capo del dipartimento analisi del Sisde, i servizi segreti interni. «L'uso dei camion negli attentati lo hanno insegnato i terroristi palestinesi». Ma non c'è solo il brevetto del Tir che piomba sulla folla e falcia il maggior numero di persone. C'è pure il contesto internazionale. Da un lato le sconfitte che lo Stato Islamico sta subendo tra Siria, Iraq e Libia ad Aleppo, Mosul e Sirte, dall'altro la potenza emulativa del "successo" dell'attentato di Nizza col famoso Tir che il 14 luglio, festa nazionale francese, provocò 86 morti e 302 feriti. E per finire, c'è il ritorno in Europa dei foreign fighters, pericolo che era stato segnalato da tempo anche dall'Intelligence americana. Questi tre elementi diventano esplosivi e in qualche modo la strage del mercatino ieri sera è il risultato di questa miscela.

 Rappresaglia
  «I palestinesi ci hanno insegnato che finché la guerra si svolge nel loro territorio, non fanno attentati fuori, in altri Paesi, ma quando nel loro territorio la guerra cessa perché è stata persa, è a quel punto che cominciano le azioni terroristiche all'estero». Il terrorismo palestinese ha infatti moltiplicato le sue azioni dopo la grande sconfitta nella guerra dei sei giorni nel '67 che da allora gli arabi chiamano "la Sconfitta", An-Naksah, «Con l'Isis è successo lo stesso. La sconfitta militare progressiva sul terreno non è che la premessa per spinte emulative, reazioni rabbiose, per lo più spontanee, anarcoidi, in tutto il mondo». Ecco che la propaganda dispiega in pieno, proprio nel momento della disfatta, i suoi effetti ovunque abbia seminato odio e aizzato violenza. Succede che i "comunicatori" del Califfato raccolgono quello che «hanno seminato, cioè propaganda e cultura dell'odio e della violenza. In qualche modo i foreign fighters che andavano fuori dall'Europa a combattere sul terreno in Medio Oriente, a farsi ammazzare in battaglia, allontanavano da noi il pericolo. Adesso quelli che erano partiti e non sono morti torneranno nei Paesi di provenienza, e quelli che erano rimasti decideranno di fare la guerra in casa loro, cioè nostra». Il Tir di Nizza è un precedente "vittorioso" per i jihadisti. Purtroppo, da questi atti di terrorismo non c'è difesa, se non attraverso la prevenzione. Anche l'assassinio dell'ambasciatore russo in Turchia rientra nello stesso quadro. «Basta un poliziotto con la tessera e una pistola - spiega Mantici - come nell'Intifada. Non c'è difesa se qualcuno esce con un coltellaccio da casa e lo pianta nella schiena del primo passante che incontra. Neanche i servizi israeliani in quel caso possono fare molto».

 I servizi tedeschi
  E cosa dire dei servizi tedeschi? Si tratta di servizi che funzionano, ben preparati, efficienti. Mantici li conosce, li ha visti all'opera. «Hanno una buona rete di informatori e sono intelligenti nel modo di procedere. Il modello tedesco di intelligence è come quello inglese e israeliano». Siamo al top. Servizi interni e servizi esterni. «Non si tratta di poliziotti riciclati. La scuola di addestramento è eccellente». A Mantici è rimasta impressa una visita ravvicinata. «C'erano teatri di posa nei quali i ragazzi dovevano fare il tentativo di arruolare un infiltrato e poi il filmato veniva proiettato davanti a tutti e se ne discuteva». Purtroppo, proprio nel momento in cui l'Isis appare militarmente condannato e avviato alla disfatta totale, quello è il momento della «ondata di ritorno in Europa, che forse non è organizzata e pianificata come si pensava a partire da un centro direzionale a Raqqa», ma vive molto di più alla giornata e sulla base dell'ispirazione individuale di schegge impazzite o cellule dormienti o isolati vendicatori.

 «Li abbiamo in casa»
  «I terroristi non sono lontani, li abbiamo in casa», ammonisce Mantici. «E si attivano nel momento in cui si creano le condizioni, quando Aleppo sta per cadere o Mosul viene riconquistata». Ecco allora che anche l'attacco col coltello per strada, com'è successo in Gran Bretagna o in Francia o perfino in Germania, sui treni, o in strada, o nei supermercati, diventa un'operazione facile ma dall'effetto eclatante. Per non parlare del cosiddetto "attacco veicolare", brevetto palestinese nelle sue varianti di attacco a pedoni indifesi o, imbottito di esplosivo, nei gesti kamikaze come quello che provocò la strage di italiani a Nassiriya.

(Il Messaggero, 20 dicembre 2016)


Finzi, testimone della Shoah. Colloquio con gli studenti. «Una ferita che non si rimargina»

Il commento sulla maglia del consigliere estremista: «L'ignoranza porta agli obbrobri».

di Raffaele Puglia

 
Cesare Finzi
BOLZANO - Le parole di Cesare Finzi, ferrarese, classe 1930, ex professore e primario di Cardiologia, sono ìmmaginì nitide, indelebili: «E una ferita che non si può rimarginare, un ricordo che torna frequentemente».
Con parole tanto semplici quanto toccanti, Cesare, tra gli ultimi testimoni viventi della Shoah, è riuscito a raccontare agli studenti delle scuole superiori bolzanine la sua storia di ebreo perseguitato dal nazifascismo.
Una storia, la sua, che passa anche per Bolzano.
«Qui abitavano i miei zii Renzo Carpi e Lucia Rimini e i miei tre cuginetti - spiega Pinzi - loro sono stati tra i primi, tra l'8 e il 9 settembre del '43, ad essere presi e portati in Austria. Da quel momento non avemmo più notizie di loro. Sapemmo poi che erano stati tutti gassati ad Auschwitz, compresa la mia cuginetta Olimpia, che aveva appena quattro anni».
Olimpia Carpi, la bambina alla quale la città di Bolzano, in ricordo del suo sacrificio, ha dedicato una piazza.
«Il fatto che io sia ancora al mondo - prosegue Cesare - è perché sono riuscito a scappare proprio grazie al loro sacrificio. I primi ebrei che furono catturati erano quelli presenti qui a Bolzano, noi avemmo invece il tempo di scappare e metterci in salvo».
Una storia fatta non solo di persecuzioni, ma anche di aiuti, di gesti di umanità, di coraggio. Perché - come afferma Cesare - «l'uomo può essere la peggiore di tutte le bestie, così come la migliore di tutte».
Molte sono state le persone che hanno prestato aiuto, hanno rischiato la loro stessa vita e la loro libertà, come la famiglia Muratori di Ravenna, che ha dato ospitalità a Cesare e i suoi familiari durante la fuga per la salvezza o un tale segretario comunale, di cui non si seppe mai il nome, che fornì, senza volere nulla in cambio, documenti falsi a tutta la famiglia Pinzi, garantendogli la salvezza.
«Ci fu una famiglia italiana che ci diede aiuto - spiega Cesare - qualsiasi persona che avesse denunciato un uomo ebreo aveva diritto ad un premio di cinquemila lire, per ogni donna ebrea a quattromila lire e per ogni bambino a tremila lire. In un momento di povertà e fame valevano un sacco di soldi», spiega amaramente.
«Inoltre - spiega ancora - i Muratori hanno rischiato moltissimo perché chi dava aiuto agli ebrei poteva essere deportato insieme a loro. Ci diedero da mangiare. A quell'epoca mangiare voleva dire avere la tessera annonaria. Senza questa tessera non si poteva campare, perché non si trovava da mangiare. La famiglia Muratori aveva messo a disposizione anche parte del loro cibo per noi».
Incalzato su un commento a quanto accaduto di recente in consiglio comunale a Bolzano, dove un consigliere di Casapound si è presentato vestendo una felpa riportante la scritta di una delle divisioni delle SS, Cesare lapidario ha risposto: «Purtroppo la non cultura e l'ignoranza storica portano a obbrobri del genere - spiega - solo chi non ha vissuto quel periodo può fare cose simili».
Una storia che rappresenta un monito, la speranza nel futuro «perché questi ragazzi possano essere uomini e donne vere. Compito degli uomini è aiutare gli altri uomini, non sopraffarli».

(Corriere dell'Alto Adige, 20 dicembre 2016)


L'Iran, dopo la vittoria ad Aleppo, è arrivato fino al Mediterraneo

di Edoardo Narduzzi

La seconda città siriana è caduta nelle mani dell'esercito alawita di Bashar al-Assad. Aleppo è stata piegata dopo mesi di bombardamenti incessanti. Ora le forze navali della Russia dispongono di una seconda base permanente in Siria a Tartus che si affianca a quella di Latakia e possono comunicare egregiamente come, nel poco tempo trascorso dall'occupazione della Crimea, sia cambiata la presenza militare di Mosca nel Mediterraneo. Si tratta di fatti destinati a modificare in profondità la geopolitica della regione e che avranno ricadute sull'intero ecosistema mediterraneo.
   In Siria, poi, i veri vincitori della battaglia di Aleppo non sono né i russi, né le truppe di Assad. Sul campo a vincere sono state soprattutto le milizie iraniane, da tempo al fianco delle truppe regolari alawite, che hanno prodotto un'avanzata verso Occidente e verso il Mediterraneo che probabilmente non si registrava più dai tempi dell'impero persiano. La presenza politica dell'Iran scita inizia a essere rilevante e ingombrante nella regione. Filo iraniano e scita è il governo iracheno di Baghdad; il nuovo presidente libanese Michel Aoun ha incontrato per primo proprio il rappresentante di Teheran, Javad Zarif, subito dopo l'insediamento avvenuto il 31 ottobre scorso; in Siria la forza militare e politica degli hezbollah sciti iraniani è tale che, perfino una città sunnita come Aleppo, ha dovuto arrendersi.
   Una specie di unica nazione sciita si sta formando sotto le bandiere, i finanziamenti e le armi garantite dal governo iraniano. E l'Europa? Assente quasi del tutto nella gestione della crisi siriana e con troppa poca capacità di azione nell'area del Mediterraneo, l'Europa fatica a prendere per tempo le misure alle strategie sul campo portate avanti dalle nuove potenze regionali. Così, non deve sorprendere se la sfera di influenza di Teheran si è ampliata molto più velocemente di quanto non fosse stato previsto e che questa amplificata presenza delle milizie e degli interessi iraniani potrebbe innescare una reazione, anche muscolare, di Israele.
   Forse nessun paese teme l'Iran più di Israele che qualche anno fa si è perfino spinto a bombardare un sito nucleare iraniano con un blitz mirato. Ma rimane davvero una attività non facile prevedere quali saranno gli effetti sistemici, in un Mediterraneo nel quale sono cresciuti sensibilmente peso e margini di azione di Iran e Russia. Anche perché Russia e Iran hanno interessi molto convergenti e possono giocare di sponda anche a discapito degli interessi altrui, inclusi quelli della Turchia. E così si capisce perché il Mediterraneo, non più presidiato dalla presenza di una superpotenza come gli Usa, sia diventato un mare molto agitato.

(ItaliaOggi, 20 dicembre 2016)


Il pugno di ferro di Abu Mazen, via l'immunità agli avversari

Cinque deputati nel mirino, e il rivale storico Dahlan rischia tre anni di carcere

di Giordano Stabile

Abu Mazen
Pugno di ferro del presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen contro l'opposizione interna. L'erede di Arafat ha tolto l'immunità parlamentare a cinque deputati del partito Al-Fatah. I deputati sono indagati e sono stati posti sotto sorveglianza, nonostante tre di loro abbiamo cercato rifugio nella sede della Croce rossa internazionale. Il giro di vite arriva dopo che la scorsa settimana un Corte aveva condannato a tre anni di prigione il rivale storico di Abu Mazen, Mohammad Dahlan.
   Dahlan, in esilio nel Golfo, è accusato di appropriazione indebita di 16 milioni di dollari. L'offensiva dell'81enne leader palestinese, malato di cuore, arriva dopo il congresso di fine novembre che ha ribadito la sua leadership in Al-Fatah e a capo dell'Autorità contro gli avversari interni ed esterni. Una leadership comunque molto indebolita dal rinvio delle elezioni locali, previste l'8 ottobre, a data da destinarsi. E non c'è una data neppure per quelle presidenziali. Abu Mazen è stato eletto presidente nel 2005, il suo mandato è scaduto nel 2009 e da allora sempre prorogato senza voto popolare.
   La revoca dell'immunità ai parlamentari è stata chiesta da un giudice per "poter indagare in diverse direzioni". Tre di loro temevano l'immediato arresto e si hanno cercato rifugio nella sede della Croce rossa internazionale. La polizia palestinese ha fatto irruzione e ha scortato fuori i tre, ma non eseguito nessun arresto perché "non c'è un mandato". Almeno finora.
   La caccia ai seguaci di Dahlan è comunque cominciata ed è il preludio di una successione drammatica. Abu Mazen è molto malato, non ha un erede designato. Se si votasse la scelta dei palestinesi, secondo numerosi sondaggi concordanti, cadrebbe su Marwan Barghouti, condannato all'ergastolo da un tribunale israeliano per atti di terrorismo legati alla Seconda Intifada. Dahlan sarebbe invece ben visto da Israele ma non è chiaro di quanto consenso popolare disponga. In tutto ciò Hamas, nonostante la situazione disastrosa nella Striscia di Gaza che amministra dal 2006, continua a raccogliere consensi.
   Abu Mazen paga lo scarsa carisma, lo stallo totale nelle trattative per arrivare a uno Stato palestinese indipendente, la corruzione diffusa, le condizioni difficili nei Territori occupati soprattutto per i lavoratori che vanno in Israele e devono passare check-point estenuanti. La scelta di stroncare l'emergere di qualsiasi rivale non promette nulla di buono. Al congresso di Al-Fatah ha imposto un nuovo Comitato centrale ristretto, di soli 21 membri, tutti suoi fedelissimi.

(La Stampa, 20 dicembre 2016)


Arabi israeliani: soddisfatti e fieri del paese

Ma rifiutano di riconoscerlo come stato nazionale ebraico. Rapporto dell'Israel Democracy Institute: "Un paese dalla democrazia stabile, del tutto esagerati gli allarmi ricorrenti".

Più di tre quarti degli arabi israeliani non credono che Israele abbia il diritto di definire se stesso come stato nazionale del popolo ebraico. E' quanto emerge dall'ultimo sondaggio d'opinione Peace Index condotto dall'Israel Democracy Institute, secondo il quale oltre il 76% dei cittadini arabi d'Israele intervistati respinge il diritto di Israele di definirsi stato ebraico, con più del 57% che si dice "fortemente contrario" a questo concetto.
Ciononostante, il 60,5% degli arabi israeliani descrive la propria situazione personale all'interno di Israele come "buona" o "molto buona" e il 55% afferma di sentirsi "cittadino orgoglioso" dello stato di Israele....

(israele.net, 20 dicembre 2016)


I giuristi del boicottaggio d'Israele

Anche Livio Pepino a sostegno di chi vuole isolare Gerusalemme

 
Livio Pepino
Noti giuristi provenienti da quindici paesi europei hanno firmato un importante appello per difendere l'attività del movimento per il "boicottaggio, disinvestimento e sanzioni di Israele", definito "un legittimo esercizio della libertà di espressione". Tra i firmatari ci sono giuristi di fama mondiale del calibro del sudafricano John Dugard, già giudice della Corte internazionale di giustizia; Sir Geoffrey Bindman, membro onorario del Consiglio della regina nel Regno Unito; José Antonio Martín Pallfn, giudice della Corte suprema in Spagna; Guy Goodwin-Gill, consigliere giuridico per l'Ufficio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati; Eric David, consulente legale del Consiglio d'Europa e del governo belga; Lauri Hannikainen, membro della Commissione europea contro il razzismo e l'intolleranza; Géraud de la Pradelle, che ha condotto l'inchiesta civile sul coinvolgimento della Francia nel genocidio in Ruanda del 2004, e dall'Italia Livio Pepino, ex magistrato, già consigliere della Corte di cassazione, fondatore di Magistratura Democratica e membro del Consiglio superiore della magistratura. Sono nomi importanti, che indicano la capacità del boicottaggio di Israele di penetrare, oltre che nella società civile, anche nei ranghi della magistratura e del diritto. L'occasione per questo appello è una benemerita norma del governo inglese di Theresa May che intende restringere il diritto nel Regno Unito di boicottare Israele. Qui non è in gioco la libertà di espressione di nessuno, la critica di Israele è salva. Diversa è la campagna per colpire il nome e gli interessi di Israele. Quella è non soltanto iniqua, ma anche razzista.

(Il Foglio, 20 dicembre 2016)


L’odio antiebraico più si diffonde meno si riconosce.


Cuba scambiò ebrei con capre da latte

È l'incredibile storia che ebbe luogo all'inizio del 1960 - L'accordo si perfezionò tra Fidel Castro e l'ambasciatore Ricardo Wolf.

Ebrei cubani in fuga dal regime castrista per capre israeliane. A trattare l'incredibile scambio con lo stato ebraico, all'inizio del 1960, furono direttamente Fidel e il primo, ed unico, ambasciatore dell'isola caraibica in Israele, Ricardo Wolf (Ricardo Subirana y Lobo in spagnolo), un milionario finanziatore della lotta dei 'barbudos' contro Fulgencio Batista.
La storia è stata raccontata da Clarita Malhi che all'epoca - prima che la Guerra di Kippur del 1973 interrompesse le relazioni diplomatiche tra i due paesi - lavorava nell'ambasciata cubana in Israele.
Lo strano accordo - ripreso oggi da Haaretz - è stato confermato con prove fotografiche da Yitzhak Zilber (89 anni), ebreo cubano e membro del kibbutz 'Gaash' che allora fu scelto per portare a termine lo scambio e soprattutto le capre a Cuba. "Fidel Castro - ha spiegato Malhi - pensava che in Israele ci fossero capre che producevano latte come mucche. Era innamorato dei progressi tecnici che Israele aveva fatto nel campo dell'agricoltura".
E così si fece avanti: a perfezionare l'accordo fu l'ambasciatore - a cui Castro doveva molto - che girò la richiesta al ministero competente israeliano. Ma - ha spiegato ancora Malhi - non "fu semplice ottenere le capre: ci furono trattative con il ministero ed occorse un certificato per ogni animale e per ogni tipo di altre cose".
Fatto sta che alla fine le capre salirono sull'aereo con destinazione Cuba, ma solo dopo che in Israele erano già arrivati gli ebrei esuli. "Loro portarono gli immigranti e noi - ha spiegato Malhi - andammo all'aeroporto per riceverli". La signora Malhi ha narrato la sua storia poco prima che morisse al regista Shlomo Slutzky, autore di un film su Wolf, l'ambasciatore che realizzò il sogno di Castro.
Wolf - che era nato in Germania ed era emigrato sull'isola negli anni '20 facendovi fortuna - non tornò però più a Cuba: quando si ruppero le relazioni tra i due paesi scelse di restare in Israele.
Nel 1976 creò la Fondazione Wolf assicurandole una dotazione di 10 milioni di dollari. Da allora, ogni anno, la Fondazione assegna un Premio (tra i più importanti di Israele) ai migliori scienziati e artisti del mondo. Il primo ed unico ambasciatore cubano in Israele morì nel 1981, ma i discendenti delle capre giunte dalla Terra Santa forse ancora si aggirano tra i prati dell'isola.

(Corriere del Ticino, 20 dicembre 2016)


Israele leader mondiale nelle tecnologie pulite

Il ministro israeliano degli Strategic Affairs & Public Diplomacy, Gilad Erdan, durante la prima edizione dell'Israeli Corporate Social Responsibility Experience Conference (CSR) organizzata dall'organizzazione no-profit Maala, ha parlato di Israele, riconosciuto come leader mondiale nell'innovazione sostenibile.
Oggi, quasi il 90 per cento delle nostre acque reflue viene riciclata. Parliamo di una percentuale di circa quattro volte superiore rispetto a qualsiasi altro paese del mondo. Si tratta di un risultato notevole e questo va a beneficio non solo di Israele. Aziende israeliane stanno aiutando a salvare l'acqua in tutto il mondo, dall'Africa alla California passando per l'India.
Il ministro israeliano Gilad Erdan parla alla prima edizione della CSR
La conferenza ha visto leader nazionali ed internazionali riuniti per affrontare l'innovazione ambientale di Israele e dei passi che continua a fare nel campo della responsabilità sociale d'impresa. Una pletora di relatori ed esperti del calibro di Teva, Intel, 3M e Strauss Group si sono confrontati sul tema, mentre il giorno successivo è stato dedicato alle visite in loco per vedere la sostenibilità israeliana in azione.
Dalla carta riciclata più ecologica al mondo, passando per le soluzioni per la mancanza di acqua, l'assistenza sanitaria sostenibile, il risparmio energetico e le costruzioni green, fino alle infrastrutture del futuro, Israele continua a guidare il mondo nel campo delle tecnologie sostenibili.
"Israele è innovativo, creativo e dinamico e ha più startup high-tech pro capite rispetto a qualsiasi altra parte del mondo", ha commentato Erdan. E queste startup in gran parte non sono solo concentrate sulla creazione di profitti, ma anche a trovare il modo per risolvere i problemi più urgenti del mondo.
Presenti alla Conference anche alcune delle aziende leader nel campo della sostenibilità:
  • Hadera Paper: carta riciclata più ecologica al mondo;
  • Netafim: pionieri nell'irrigazione a goccia.
Ad esempio durante la conferenza, queste due aziende sono state riconosciute all'avanguardia grazie alla loro straordinaria visione per affrontare alcune delle questioni più urgenti del paese.

(SiliconWadi, 19 dicembre 2016)


La consegna di nuove channukka al Museo dei Lumi - Festa il 28 dicembre

di Alberto Angelino

CASALE-SINAGOGA — E con queste siamo a 187! Le 13 nuove channukkiot radunate nella sala Carmi domenica 18 gennaio, portano la collezione di lampade della Comunità Ebraica di Casale a questa straordinaria cifra. Oggi 40 sono esposte nell'atrio della Triennale di Milano fino all'8 gennaio. Altre 40 sono nel loro museo, di fronte al forno degli azzimi, praticamente sotto la sinagoga. Il resto è imballato in una stanza del complesso di vicolo Salomone Olper. L'unica volta che sono state viste tutte insieme è stato al Castello di Casale per la mostra organizzata in occasione di Expo 2015. Ecco perché è importante l'impegno, ancorchè "informale", siglato in occasione della presentazione dall'Assessore all'Urbanistica Carlo Gioria e da Roberto Gabei Presidente della Fondazione Arte Storia e Cultura Ebraica di Casale Un stretta di mano di fronte a Giorgio Ottolenghi e Elio Carmi, presidente e vicepresidente della Comunità e la promessa di trovare, al più presto una collocazione per l'intera collezione.
   Al di là di questa speranza la giornata è stata uno straordinario incontro con l'arte: le nuove lampade per la festa di Channukà sono realizzate ogni anno dai più grandi artisti internazionali.
   Questa edizione non fa eccezione: uno degli autori è Peter Assmann direttore del Museo di Palazzo Ducale di Mantova, che dopo la mostra dello scorso anno è ormai tra gli amici della Comunità oltre che essere un artista affermato.
   Poi ci sono opere di Naomi Nadav Kfar Avigdor Israeliano che vive sul Mar Moro, Gianni Caruso che è nato in Etiopia, ma è ben conosciuto tra le gallerie italiane, di anche maghi della ceramica come Fabrizio Dusi che da una estrusione dorata ricava una bellissima scritta augurale. Accanto a loro personalità che magari non hanno esposto nei più grandi musei, ma hanno sentito il richiamo di questa festa e di quello che rappresenta la channukkia, il tradizionale candelabro con 8 braccia più una che serve a viverla. Un buon esempio è Luigi Borgogno celebre artigiano torinese che ha creato una lampada in legno componibile o Ercole Facin autodidatta ma che nel suo candelabro ha messo molto del simbolismo ebraico. E' esposta anche 1+8+0 dello stesso Elio Carmi che presentata lo scorso anno è diventata un oggetto di design. Gli altri autori sono Lorenzo Piemonti, Tommaso Chiappa, Tiziana Priori, Simonetta Chierici, Massimo Romani, Fabio De Poli e Fulvio Vercellese.
   Le lampade sono ancora tutte spente. Non è ancora Channukà: la festa che ricorda il miracolo avvenuto più di 2300 anni fa al tempio di Gerusalemme quest'anno cadrà in concomitanza del Natale. Per la tradizionale festa della loro accensione insieme a tutti gli amici di ogni confessione religiosa la comunità ha invitato tutti il 28 dicembre.
   Ma una luce comunque si è accesa: è un piccolo lume che ricorda Paolo De Benedtti, studioso delle scritture, amico di questa Comunità, un modo per non dimenticare come questo personaggio abbia fatto brillare attraverso la sua intelligenza, espressa sempre con leggerezza, questo straordinario luogo di cultura.

(Il Monferrato, 19 dicembre 2016)


L'odio per Israele nasce dall'invidia

Gli antisemiti sono gelosi dei successi dello stato ebraico

da Yedioth Ahronoth

Come molti altri, anch'io parecchi anni fa ho capito che l'antisemitismo nella maggior parte dei paesi europei non è in diminuzione, ma è sempre più in aumento. E anch'io mi sono chiesto quale fosse il motivo di questo fenomeno che fondamentalmente non ha alcuna ragion d'essere, soprattutto in considerazione del fatto che non esistono più le comunità ebraiche relativamente grandi che un tempo vivevano in Europa". Si apre così l'articolo di Noah Klieger, uno dei più noti giornalisti israeliani, sopravvissuto alla Shoah. Sicuramente la crescente percentuale di musulmani presenti in molti paesi europei è un fattore che in una certa misura innesca l'odio antiebraico e probabilmente lo alimenta, ma secondo Klieger rappresenta solo una parte marginale del pregiudizio ostile verso gli ebrei, che è un fenomeno "tradizionale" vecchio di molte centinaia di anni.
   "Dopo centinaia di conversazioni con capi di stato e gente comune in Francia, Germania, Svizzera, Austria e altri paesi, ho iniziato a capire quale può essere il motivo principale". La ragione di tanto odio. "Non si tratta né del comportamento di Israele di fronte al terrorismo palestinese, né del fatto che Israele (il giorno in cui troverà un interlocutore più serio e affidabile del presidente Abu Mazen) non rinuncerà comunque a tutte le terre rivendicate dai palestinesi e continuerà a tutelare i propri interessi (cosa può interessare a un cittadino svizzero se i palestinesi riceveranno o non riceveranno qualche chilometro in più nell'area di Hebron?)".
   La vera ragione dell'odio verso Israele, che è una chiara espressione di antisemitismo, è l'invidia. "Per qualche motivo, la maggior parte dei paesi (ancora) liberi e (ancora) democratici provano invidia e rancore per il successo rapido e stupefacente che lo stato ebraico ha conseguito in molti campi. Come è stato possibile che nel giro di meno di settant'anni Israele si sia trasformato da paese desertico e arretrato in uno dei paesi più sviluppati, moderni e affascinanti del mondo? Come è stato possibile che lo stato ebraico, che non ha praticamente conosciuto un solo giorno di calma, serenità e pace sin dalla sua nascita, sia più avanzato e tecnologizzato della maggior parte dei paesi del mondo? Come è potuto diventare leader nell'ideare tecniche agricole e metodi e dispositivi per la lotta contro diverse malattie? E si potrebbe continuare a lungo citando, ad esempio, l'aviazione israeliana e la nostra intelligence (il famoso Mossad), considerate entrambe fra le migliori al mondo nei rispettivi campi. Oppure il fatto, e lo dico con dolente amarezza, che il nostro esercito è il numero uno al mondo sotto quasi ogni aspetto". Otto israeliani hanno ricevuto il Nobel, subito dopo gli Stati Uniti e la Gran Bretagna: uno dei tassi di Nobel pro capite più alti al mondo. "Quanti paesi europei possono dire la stessa cosa? Ecco, secondo me alla base dell'aumento dell'antisemitismo c'è anche questo: pura e semplice invidia".

(Il Foglio, 19 dicembre 2016)


Robot israeliano al servizio dell'agricoltura

 
Gli agricoltori, in un futuro non troppo lontano, potrebbero essere in grado di proiettare con precisione i loro rendimenti di frutta con l'aiuto di AGRYbot, un robot che sta prendendo forma nel centro di Israele.
Conosciuto più formalmente come Robotic Sonar for Yield Assessment and Plant Status Evaluation, AGRYbot è un sistema sonar montato sull'estremità di un manipolatore robotico capace di identificare la firma acustica di diverse entità nel terreno agricolo.
Utilizzando sofisticati algoritmi e l'invio di onde sonore riflesse nell'ambiente, l'AGRYbot fornirà agli agricoltori un indicatore del potenziale di rendimento dei prodotti.
Questo sistema è in grado di calcolare il peso dei frutti sulle piante e di determinare il numero di foglie presenti.
AGRYbot è un progetto congiunto, realizzato da Avital Bechar, capo scienziato presso l'Agricultural Research Organization del Volcani Center ed una sua squadra e ricercatori dell'Università di Tel Aviv.
Al giorno d'oggi, gli agricoltori valutano la resa ad occhio nudo con l'aiuto di un piccolo campione e spesso non è una valutazione precisa anzi, nel 50% dei casi i risultati sono errati.
Come spiegato da Bechar, avere delle valutazioni accurate, è fondamentale per una varietà di scopi. Ad esempio, un agricoltore potrebbe notare la necessità di rimuovere alcuni frutti per garantire che la pianta ne dia di più grandi. Oppure per creare dei programmi di lavoro precisi e capire quante persone occorre assumere per raccogliere i frutti dai campi.
Bechar spera che la tecnologia che si sta sviluppando possa cambiare in futuro il volto dell'agricoltura. Al momento, tuttavia, si tratta di un prototipo che opera sia all'interno che all'esterno per condurre test ed esperimenti.
Lo step successivo è quello di trasformare il prototipo in un prodotto pronto per il mercato per porre fine ai problemi di valutazione di rendimento.

(SiliconWadi, 19 dicembre 2016)


Giallo sull'omicidio dell'ingegnere che costruiva droni per Hamas

Tunisi accusa: c'è la mano di Israele.

di Rolla Scolari

Sei colpi ravvicinati, sparati da un'automobile in corsa. Tre lo hanno colpito alla testa. È stato ucciso così, giovedì, a Sfax, porto della Tunisia, l'esperto di droni di Hamas, gruppo palestinese che controlla Gaza. Mohammed Zawahri aveva 49 anni. Secondo la stampa araba, benché non si nascondesse e anzi online è facile trovare sue fotografie intento ad armeggiare con droni, collaborava sia con il movimento palestinese sia con le milizie sciite libanesi di Hezbollah, muovendosi tra la Tunisia, Gaza e in passato la Siria.
   Diversi giorni dopo la sua misteriosa uccisione, Hamas ha annunciato che l'ingegnere aeronautico tunisino era un membro del suo braccio armato, le Brigate Izz al-Din al-Qassam, e guidava un programma per lo sviluppo di droni. E benché nessuno abbia rivendicato l'operazione, sia i palestinesi sia molti media arabi hanno subito accusato il Mossad, i servizi segreti esterni israeliani, mentre le autorità tunisine hanno fermato otto persone.
   Da Israele non è arrivata nessuna conferma e nessuna smentita. Come ricorda Amos Harel sul quotidiano israeliano «Haaretz», Israele ha sempre affermato di riservarsi il diritto di combattere anche all'estero terroristi o individui ritenuti un pericolo per la sua sicurezza nazionale, mantenendo l'ambiguità su una serie di casi simili a quello di Zawahri, per i quali è stato accusato il Mossad: il comandante di Hezbollah Imad Mughniyeh è stato ucciso dall'esplosione di un'autobomba a Damasco, nel 2008; anche Samir Kuntar, della leadership operativa del Partito di Dio, è stato ucciso in un'esplosione, sempre a Damasco, nel 2015; Mahmoud al-Mabhouh, tra i leader fondatori dell'ala armata di Hamas, è stato drogato e poi soffocato con un cuscino in un albergo di lusso di Dubai, nel 2010; è stato invece ucciso a Beirut nel 2013 da colpi ravvicinati Hassan Lakkis, membro di un'unità tecnologica di Hezbollah.
Zawahri stava lavorando a una tesi di dottorato, ha spiegato ad «al-Risala», sito web legato ad Hamas, il fratello Radwan. Il tema: sottomarini radiocomandati a distanza. Il timore dell'intelligence israeliana, secondo la stampa locale, è che Hamas si stia preparando a un nuovo confronto armato, anche attraverso l'utilizzo di droni carichi di esplosivo. Per ora, come aveva fatto durante la guerra del 2014 in un'occasione, e poi un'altra volta nel 2015, prova a usare droni low-cost e sempre più spesso aquiloni su cui monta telecamere GoPro per monitorare le attività dell'esercito israeliano lungo la barriera di Gaza. Hamas starebbe anche rafforzando l'addestramento delle sue forze speciali marine, l'attività di costruzione di tunnel sotterranei e di missili.

(La Stampa, 19 dicembre 2016)


Amnesty attacca le democrazie e perdona le tirannie islamiste

"Bancarotta morale [di Amnesty International]." - Salman Rushdie, scrittore con una taglia di 600.000 dollari che gli pende sul capo, emessa dal regime iraniano.
  Amnesty ha patrocinato una manifestazione a Bruxelles, dove gli oratori islamisti hanno celebrato gli attacchi dell'11 settembre, negato l'Olocausto e demonizzato i gay e gli ebrei.
  Sembra che Amnesty abbia voltato le spalle alla battaglia dei diritti umani in favore di un assurdo pregiudizio antioccidentale. The Economist ha accusato Amnesty di "riservare più pagine agli abusi dei diritti umani in Gran Bretagna e Stati Uniti di quanti non ne dedichi a Bielorussia e Arabia Saudita".
  Il segretario generale di Amnesty paragonò i campi di lavoro forzato sovietici, dove in milioni morirono di fame, freddo e furono giustiziati, a una base militare americana in cui non è morto nessun prigioniero e che forse ha evitato che centinaia di civili innocenti saltassero per aria.
  "Il Canada è obbligato ad arrestare e perseguire Bush per la sua responsabilità in crimini di diritto internazionale tra cui la tortura", ha detto Susan Lee, direttore di Amnesty International America. Amnesty ha inoltre accusato Obama di "crimini di guerra".
  Alan Dershowitz riassume la definizione data da Amnesty dei "crimini di guerra" di Israele dicendo: "Qualsiasi cosa faccia Israele per difendere i propri cittadini".
  Un rapporto di NGO Monitor ha circostanziato "le lacune sistematiche di Amnesty nel segnalare gli abusi dei diritti umani; la comprensione limitata di un conflitto armato che spinge ad affermazioni erronee e analisi errate; e la violazione dell'universalità dei diritti umani, nonché un costante pregiudizio istituzionalizzato contro Israele applicando due pesi e due misure". Ci sono anche dirigenti di Amnesty che hanno definito lo Stato ebraico "uno stato feccia".

(ImolaOggi, 19 dicembre 2016)


Residenti dell'insediamento israeliano di Amona accettano la proposta di trasferimento

L'insediamento israeliano di Amona
GERUSALEMME - I residenti dell'insediamento di israeliano di Amona hanno accettato la proposta di abbandonare l'area senza costringere le autorità al trasferimento forzato. Lo riferisce il quotidiano israeliano "Jerusalem Post". La proposta prevede il trasferimento delle 24 famiglie residenti in un'altra area di circa 8 mila metri quadrati accanto alla posizione attuale. "Abbiamo fatto grandi sforzi per giungere ad una soluzione concordata con la popolazione di Amona", ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
L'Alta corte di giustizia ha fissato il 25 dicembre come data scadenza per il trasferimento dell'avamposto ebraico costruito nel 1995 su terreni di proprietà della popolazione palestinese. Al momento nessun residente locale ha rivendicato la proprietà del nuovo appezzamento di terreno su cui sorgerà il nuovo insediamento anche se non sono da escludere in futuro eventuali reclami. Oggi l'ufficio del primo ministro ha diffuso un comunicato nel quale ha annunciato che i residenti di Amona hanno accettato la proposta, dopo una notte di discussioni tra Netanyahu, il ministro dell'Istruzione Naftali Bennet e gli abitanti dell'insediamento.
   Situato su una collina che domina Ofra all'interno dei confini municipali del Consiglio regionale di Mateh Binyamin, il villaggio è stato fondato nel 1995 nel centro della Cisgiordania, a soli 7 chilometri a nord est di Ramallah, su un terreno di proprietà privata palestinese. A partire dal 2012, la sua popolazione era di circa 200 persone, mentre ora l'insediamento contiene circa 40 famiglie. Nel 2006 l' Alta corte di Israele ha stabilito che l'insediamento è illegale secondo la legge israeliana, ma a partire dal marzo 2013, il suo status è rimasto irrisolto anche a causa della battaglia ingaggiata dal governo Netanyahu contro l'ordine di sfratto del tribunale. Nel maggio 2014 una indagine della polizia israeliana ha rivelato che l'intero avamposto giaceva su terreni privati palestinesi, e che i documenti utilizzati dai coloni per rivendicare che avevano acquistato i siti erano falsi. Nel dicembre 2014, l'Alta Corte israeliana ha ordinato il completo sgombero dell'insediamento e la sua demolizione offrendo due anni di tempo per giungere ad una soluzione.

(Agenzia Nova, 18 dicembre 2016)


Muti erede di Toscanini a Tel Aviv

Il maestro guiderà la Filarmonica d'Israele per il concerto degli 80 anni

ISRAELE - Il maestro Riccardo Muti ha assistito stasera a Tel Aviv alla presentazione di un libro dedicato ad Arturo Toscanini che guidò nel 1936 l'esordio della Filarmonica di Israele, allora "Palestine Symphony Orchestra".
E sarà proprio Muti, in una sorta di passaggio ideale di bacchetta tra musicisti italiani, a dirigere il prossimo 20 dicembre, nell'Auditorium Bronfman della città, il concerto inaugurale per gli 80 anni della Filarmonica di Israele.
Come è stato ricordato durante la presentazione da Harvey Sachs, autore del libro "Arturo Toscanini, uomo di grandissima dignità", il direttore italiano, fiero antifascista e antinazista, accettò subito l'invito a guidare un'orchestra composta da tanti musicisti ebrei di grande fama in fuga dalla Germania hitleriana.
Toscanini - è stato aggiunto - andò in Palestina (allora Mandato britannico) a sue spese e si disse onorato di dirigere l'orchestra. Tornò sullo stesso podio anche nel 1938 quando già erano divampate le tensioni tra arabi ed ebrei.
"L'arrivo del maestro Muti - ha detto l'ambasciatore italiano Francesco Maria Talò durante la presentazione organizzata dall'Istituto italiano di cultura di Tel Aviv - è un altro esempio del rapporto di dialogo, di costruzione di ponti, tra Israele e Italia". Muti nel concerto del 20 eseguirà le stesse opere, di Rossini, Brahms, Schubert, Mendelssohn e Weber, dirette 80 anni fa da Toscanini.

(tio.ch, 18 dicembre 2016)


Il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat sul futuro della sua città

 
Nir Birkat, sindaco di Gerusalemme
"Sembra che le opinioni di Donald Trump siano in linea con le mie e con quelle del nostro Primo ministro (Benjamin Netanyahu)", è il commento del sindaco di Gerusalemme Nir Barkat in una recente intervista rilasciata al sito di informazione economica Globes. Il riferimento di Barkat è alla promessa del prossimo presidente degli Stati Uniti di spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Promessa che sembra confermata dalla recente nomina di David Friedman, avvocato noto per le posizioni vicine a quelle più radicali della destra israeliana, a prossimo ambasciatore Usa in Israele. "Dovremo aspettare e vedere. Noi forniremo tutto l'aiuto possibile. - le parole di Barkat in merito allo spostamento a Gerusalemme dell'ambasciata, da considerare come un riconoscimento formale della città come Capitale d'Israele - Questa affermazione è importante per Gerusalemme, è importante per il valore che ha ed è la cosa giusta da fare. Sarebbe dovuto accadere anni fa e spero che si realizzi presto. Ora c'è grande attesa e noi aiuteremo gli americani qualsiasi soluzione decidano di prendere".
   "Sembra che le opinioni di Donald Trump siano in linea con le mie e con quelle del nostro Primo ministro (Benjamin Netanyahu)", il commento del sindaco di Gerusalemme Nir Barkat in una recente intervista rilasciata al sito di informazione economica Globes. Il riferimento di Barkat è alla promessa del prossimo presidente degli Stati Uniti di spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Promessa che sembra confermata dalla recente nomina di David Friedman, avvocato noto per le posizioni vicine a quelle più radicali della destra israeliana, a prossimo ambasciatore Usa in Israele. "Dovremo aspettare e vedere. Noi forniremo tutto l'aiuto possibile. - le parole di Barkat in merito allo spostamento a Gerusalemme dell'ambasciata, da considerare come un riconoscimento formale della città come Capitale d'Israele - Questa affermazione è importante per Gerusalemme, è importante per il valore che ha ed è la cosa giusta da fare. Sarebbe dovuto accadere anni fa e spero che si realizzi presto. Ora c'è grande attesa e noi aiuteremo gli americani qualsiasi soluzione decidano di prendere".
   Nell'intervista poi il sindaco ha parlato di politica interna, criticando l'idea proposta dal governo di far sì che le grandi aziende internazionali che si stabiliscono nella zona di Tel Aviv possano ottenere benefici fiscali. "Lo Stato ha già definito le zone con lo status di 'Area di Sviluppo A', dove si vogliono incoraggiare ad investire le industrie ad alta tecnologia, tra cui Gerusalemme, Beersheva e le zone periferiche di Israele. Questa non è una novità, Gerusalemme è una zona di sviluppo "a +", gli incentivi esistono anche in altri luoghi, ma Gerusalemme è la capitale di Israele, ed è interesse nazionale rafforzarla". "Questi incentivi - prosegue il sindaco - possono aiutare la città a tenere la testa sopra l'acqua. È di vitale importanza per lo Stato di Israele di avere non solo uno 'Stato di Tel Aviv' e di fare in modo che i giovani imprenditori vadano a Nord e Sud del Paese, così come a Gerusalemme". La critica di Barkat è legata dunque a una defiscalizzazione che porterebbe ulteriore sviluppo e impresa nella zona di Tel Aviv ma, a suo dire, danneggerebbe le altre realtà, tra cui Gerusalemme, creando ulteriori divari nel Paese.

(moked, 18 dicembre 2016)


Alla Sapienza di Roma un corso di alta formazione dedicato alla storia ebraica

Negli ultimi anni, il mondo della ricerca ha iniziato a guardare in maniera diversa alla storia millenaria degli ebrei e delle loro comunità. A questo rinnovamento sul piano degli studi a livello nazionale e internazionale si affianca ora, per la prima volta, alla Sapienza di Roma un corso di alta formazione dedicato alla storia ebraica nel suo rapporto con la storia generale. Il corso si propone, in generale, di fornire strumenti, metodi e competenze utili ad affrontare in autonomia una ricerca di storia ebraica, preparando alla stesura di un progetto di ricerca di dottorato, di un progetto finanziabile da istituzioni nazionali ed internazionali, alla realizzazione di articoli scientifici e all'impostazione di percorsi didattici su temi e questioni di storia ebraica nella scuola primaria e secondaria.
   Il corso, diretto da Marina Caffiero, rappresenta il primo passo verso la costruzione di percorsi didattici specifici nel quadro generale dell'offerta post-lauream del più grande ateneo di Italia. Si tratta di un risultato importante in un ambito di studi sul quale, finora, le università italiane sono rimaste in disparte, nonostante segnali di interesse su questi temi giungessero da più parti e in particolare dal mondo dell'istruzione secondaria di primo e secondo livello.
   L'introduzione del Giorno della Memoria nel calendario scolastico italiano, ad esempio, ha dimostrato l'importanza di inserire la vicenda specifica della Shoah in una cornice più ampia e precisa. La scuola interculturale e multietnica dei nostri giorni, che affronta quotidianamente la sfida difficilissima dell'integrazione rispettosa e costruttiva tra maggioranze e minoranze, guarda con grande interesse all'esperienza complessa degli ebrei e dell'ebraismo. In questo senso, obiettivo prioritario del corso è offrire ai docenti una cornice di riferimento che li aiuti a inserire questioni di storia ebraica nella trattazione generale dei corsi di storia, ben al di là delle poche righe dedicate tradizionalmente dai manuali italiani e che, di norma, restano confinate nell'antichità e intorno alla nascita del cristianesimo per poi affacciarsi direttamente alle leggi razziali e alla Shoah. Per questo motivo le lezioni prevedono sia argomenti di metodologia sulle fonti e sulla storiografia sia la discussione di fatti e questioni di storia ebraica in ordine cronologico, dall'antichità ai giorni nostri.
   Il corso prevede 80 ore e il conseguimento di 10 crediti formativi validi. Le lezioni si svolgeranno dal 20 aprile alla metà di giugno, di giovedi e venerdi pomeriggio e sarà possibile seguirle via internet su piattaforma dedicata. Le iscrizioni scadono il prossimo 20 gennaio.
Per informazioni

(Kolot, 18 dicembre 2016)


Basta col massacro

di Guido Guastalla

Nell'indifferenza e nel silenzio più assordante del mondo intero, la città martire di Aleppo, sede di una civiltà e di una storia di millenni, sta sprofondando nella distruzione fisica della città, e con la morte di centinaia di migliaia di bambini, donne, vecchi e giovani. Giungono sporadiche notizie che non fanno notizia e sembra che ciò che accade non interessi e non susciti sentimenti di compassione né a Occidente, né a Oriente, né a Sud, né a Nord. Aleppo uno dei più importanti crocevia del commercio internazionale da millenni, dove vivevano da sempre comunità religiose ed etniche le più diverse e composite: una antichissima comunità ebraica che ha avuto scambi di affari, di commerci, di persone e famiglie anche con Livorno, comunità cristiane antichissime che parlano ancora l'aramaico di Gesù e il siriaco, comunità islamiche sunnite e sciite, drusi, circassi, yazidi e così via. Hanno vissuto in accordo e comunque in equilibrio per millenni fino ad ora. Architetture importantissime di tutte queste comunità adornavano e abbellivano questa meravigliosa citta: praticamente non esiste più nulla, tutto scomparso nel gorgo di una guerra folle di distruzione totale che non risparmia nessuno.
   La Siria è un paese arabo, nemico di Israele; dopo la guerra del 1948 non ha firmato neppure un trattato di armistizio. È stata in una serie di guerre sanguinose con Israele nel 1956, 1968, 1973, 1982 e in tutte le battaglie comprese quelle con gli Hetzbollah fino ad oggi. Ciononostante Israele cura nei suoi ospedali i feriti sia civili che militari senza distinzione e cerca di aiutare la popolazione civile presa fra più fuochi.
   Dice un versetto del Deuteronomio (uno dei cinque libri del Pentateuco, la Bibbia o Torah ebraica e cristiana): "Tu non rimarrai indifferente". E gli Ebrei in Israele e nel mondo non sono rimasti indifferenti. Hanno cominciato a manifestare nelle piazze e nei luoghi di riunione per far conoscere questa tragedia ad un mondo che si gira dall'altra parte.
   Vorremmo che anche i boicottatori del BDS, i nemici di Israele e gli antisemiti manifestassero per quel senso di compassione e di umanità di fronte alla morte , al dolore e alla distruzione per popolazioni inermi che a parole difendono. Ma anche l'ONU purtroppo tace e non riunisce il suo Consiglio di sicurezza o l'Assemblea generale. Nel futuro il mondo dovrà sopportare la vergogna di una colpevole differenza e di aver taciuto, voltandosi colpevolmente da un'altra parte.

(Inviato dall'autore, 18 dicembre 2016)


La giornalista israeliana e il j'accuse sulla Siria: «Ad Aleppo è in corso un Olocausto»

Il duro j'accuse di Lucy Aharish, una giornalista arabo-israeliana sulla tivù di Stato di Tel Aviv: «Ci asciughiamo una lacrima quando vediamo un padre con in braccio il corpo della figlioletta morta, poi taciamo. Questa è ipocrisia» .

Lucy Aharish, 34enne giornalista arabo israeliana, prima donna musulmana a condurre il notiziari del secondo canale della tivù di Stato israeliana, non usa mezzi termini: «Ad Aleppo è in corso un Olocausto. E il mondo se ne sta a guardare senza fare nulla». Il video del suo terribile j'accuse su Channel2 News sta facendo il giro del mondo, rilanciato dai social network. «Proprio adesso, in Aleppo, Siria, appena 8 ore d'auto da Tel Aviv, è in corso un genocidio», accusa la giovane anchorwoman. «Ma fatemi esser più precisa: è un Olocausto. Magari non vogliamo sentirlo dire, non vogliamo occuparcene, ma sta accadendo». Nel XXI secolo, nell'era dei social media — prosegue Aharish —, «in un mondo dove l'informazione può stare nel palmo della vostra mano, in un mondo in cui potete sentire le vittime e le loro storie dell'orrore in tempo reale... in questo mondo noi ce ne stiamo immobili, mentre i bambini vengono massacrati in ogni singola ora».

(Corriere TV, 18 dicembre 2016)


Nell'elenco degli "olocausti" storici la giornalista arabo-israeliana ha parlato di "seconda guerra mondiale", ma non ha nominato la Shoah.


Possibile anticipo al 20 dicembre della riunione trilaterale a Mosca tra Russia, Turchia e Iran

TEHERAN - Ieri i responsabili della diplomazia di Russia, Iran e Turchia hanno intrattenuto una conversazione telefonica su iniziativa di Mosca sulla situazione in Siria dopo il completamento della liberazione di Aleppo. Secondo quanto riferisce un comunicato stampa del ministero degli Esteri russo, i ministri hanno discusso della situazione in Siria dopo la liberazione della parte orientale di Aleppo, del piano di trasferimento dei civili dalla città e delle modalità per poter alleviare le sofferenze della popolazione anche in altre parti del paese. Durante la conversazione, prosegue il comunicato del dicastero russo, i ministri hanno sottolineato "l'importanza di proseguire gli sforzi della Comunità internazionale per provvedere alla necessaria assistenza sanitaria per tutte le persone bisognose". I tre ministri hanno inoltre concordando sulla promozione di una "transizione politica nel paese comprensiva di tutte le parti e basata sulla risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu 2254".

(Agenzia Nova, 18 dicembre 2016)


I contratti dell’Azerbaigian con Israele per sistemi militari ammontano a 5 miliardi di dollari

 
il presidente azero Ilham Aliyev e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu
BAKU - L'Azerbaigian ha finora acquistato sistemi di difesa da Israele per un valore complessivo di circa 5 miliardi di dollari. Lo ha dichiarato il presidente azero Ilham Aliyev, spendendo inoltre parole positive riguardo la cooperazione militare fra i due paesi, che dura ormai da diversi anni. "Per dare un'idea di quanto siano estesi gli scambi nel settore della difesa, fino ad ora i contratti siglati fra compagnie di Azerbaigian e Israele per sistemi militari ammonta a circa 5 miliardi di dollari", ha spiegato il capo dello Stato azero, parlando con la stampa. Aliyev ha ricevuto a Baku il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si trova nella capitale azera in visita ufficiale. Da parte sua, il premier israeliano ha dichiarato che vi è un rafforzamento della cooperazione nei settori dell'energia, dell'agricoltura, dell'informatica e dell'istruzione.
   Il primo ministro israeliano Netanyahu e il presidente azero Aliyev hanno firmato diversi accordi bilaterali nel corso dell'incontro di circa due ore tenutosi a Baku. Il premier israeliano è giunto questa mattina nella capitale azera in visita ufficiale. Gli accordi firmati riguardano i settori della sicurezza e della difesa, come riferisce la stampa israeliana. Secondo quanto riferisce il quotidiano israeliano "Jerusalem Post", Israele starebbe cercando di vendere all'Azerbaigian sistemi di difesa missilistica. All'incontro ha preso parte anche Ze'ev Elkin, ministro della Protezione ambientale di Israele, per discutere della cooperazione tra i due paesi. Al termine della visita in Azerbaigian, paese a maggioranza sciita, Netanyahu si recherà in Kazakhstan. Domani è previsto l'incontro con il presidente del Kazakhstan Nursultan Nazarbayev. La visita si concluderà giovedì, 15 dicembre.
   L'obiettivo della visita di Netanyahu in Azerbaigian e Kazakhstan è rafforzare i rapporti tra i due paesi. Prima di partire dall'aeroporto di Ben Gurion, questa mattina il premier israeliano ha detto che "dopo aver rafforzato le relazioni con le potenze dell'Asia, con i paesi dell'Africa e dell'America Latina, adesso è giunto il momento di stabilire una relazione importante con i paesi del mondo arabo". Israele acquista circa la metà di prodotti petroliferi dai due paesi dove si è recato in visita. In particolare, l'Azerbaigian ha una valenza strategica per Israele per due ragioni: la vicinanza con l'Iran e il fatto che a partire dal prossimo gennaio avrà un seggio per i prossimi due anni al Consiglio di sicurezza dell'Onu.

(Agenzia Nova, 18 dicembre 2016)


Dopo la caduta di Aleppo l'Iran torna a fare paura

di Alessandro Orsini

Caduta Aleppo, Obama ha subito la più grande sconfitta della sua presidenza. Per comprendere la portata del tracollo, occorre svelare il disegno politico della Casa Bianca in Medio Oriente. La situazione è complessa e abbiamo bisogno di tre filmati per capire meglio la situazione.
   Filmato numero uno. Nel 2003 gli americani abbattono Saddam Hussein, che è anti-iraniano, con l'obiettivo di sostituirlo con un presidente fedele alla Casa Bianca.
   Filmato numero due. Gli iracheni eleggono un presidente sciita, dopo essersi liberati di Saddam Hussein, che invece era sunnita.
   Filmato numero tre. L'Iran, che è la patria dello sciismo, inizia a estendere la sua influenza sul governo dell'Iraq. I due Paesi, che prima erano stati a lungo nemici, stringono ottimi rapporti. Un tempo, si odiavano; adesso si amano. I loro governi sono entrambi sciiti.
   Il finale è davanti agli occhi: gli Usa hanno abbattuto Saddam Hussein per fagocitare l'Iraq, ma hanno finito per migliorare la posizione strategica del loro peggior nemico, l'Iran, che ha beneficiato dei soldati americani morti in guerra.
   Siamo finalmente pronti per comprendere ciò che ora è accaduto in Siria. Nel marzo 2011 scoppia una rivolta contro Bassar al Assad che avvia la guerra civile. Obama sente di avere davanti a sé un'occasione irripetibile e fa il seguente ragionamento: «In Iraq le cose non sono andate come avremmo voluto ma se assumo il controllo della Siria arresto l'avanzata dell'Iran in quell'area». Il ragionamento è corretto. Cartina geografica alla mano, Iran, Iraq e Siria confinano. Se l'Iran estende la sua influenza su questi due Stati, riesce a crearsi un corridoio fino al Mediterraneo. Iran, Iraq e Siria sono allineati tra loro come Veneto, Lombardia e Piemonte. Non confinano tra di loro, ma attraverso di loro. Un cittadino veneto che voglia andare in Piemonte deve passare attraverso la Lombardia. Un iraniano che voglia andare in Siria deve passare attraverso l'Iraq. Passano pochi mesi e ha inizio l'inferno perché nel conflitto siriano si precipitano sei Stati, tutti desiderosi di impossessarsi della Siria. Da una parte, Iran e Russia, che lottano in difesa dello sciita Assad. Dall'altra parte, Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita e Qatar, che appoggiano i gruppi che lottano contro Assad.
   Tutti vendono armi a tutti e arriviamo rapidamente a 400 mila morti. Alla fine di questo massacro, Assad conquista Aleppo, dove si trova l'ultima resistenza dei ribelli filo-americani, e trionfa. Gli Stati Uniti hanno straperso; L'Iran ha stravinto. Se il dittatore della Siria non è stato trucidato come Gheddafi, è merito dell'Iran che ha mandato a morire i propri soldati per difenderlo. Caduta Aleppo, il miraggio iraniano è realtà: Mediterraneo! L'Iran è sciita, l'Iraq è sciita, la Siria è sciita: la caduta di Aleppo è la caduta di Obama.
   È il turno di Trump, il quale intende arginare l'avanzata dell'Iran in Medio Oriente. Per ora la sua strategia è semplice e si chiama "provocazione". Con l'aiuto del premier inglese, Theresa May, Trump sta rilasciando una serie di dichiarazioni anti-iraniane per creare le condizioni di un nuovo scontro. Tanto per citare un solo esempio, il 6 dicembre Theresa May si è recata in Bahrein, a due passi dall'Iran, e, senza avere ricevuto alcun messaggio ostile, ha dichiarato di voler condurre una politica anti-iraniana.
   Il suo ministro degli Esteri, Boris Johnson, ha rilasciato dichiarazioni analoghe mentre Trump annunciava di voler rivedere gli accordi per lo sviluppo del programma nucleare iraniano secondo una logica punitiva. L'Iran ha replicato con parole di fuoco.
   Non sappiamo che cosa accadrà nei rapporti tra l'Iran e l'Occidente sotto i governi guidati da Trump e May. Una cosa però è certa: se l'attuale presidente dell'Iran, che è un moderato, sarà sostituito da un falco, le tensioni aumenteranno. Ecco perché le elezioni che si terranno in Iran, il 19 maggio 2017, sono altrettanto importanti di quelle americane.

(Il Messaggero, 18 dicembre 2016)


Impotenza e ipocrisia

di Luciano Assin

Aleppo prima e dopo
Mentre Aleppo sta letteralmente bruciando e Bashar al Assad, sorprendentemente rinato dalle ceneri in cui sembrava destinato a finire, sta ricuperando terreno e potere, si possono già delineare alcuni aspetti di questa guerra civile così sanguinosa, crudele e cinica dove una frase fatta come "non c'è fine al peggio" assume ogni giorno un sanguinoso tassello in questo puzzle senza fine.
   Un nuovo ordine geopolitico sta nascendo nell'area medio orientale. Attualmente l'asse pricipale è composta da Russia, Siria, Iran e Hezbollah. Accanto a questi attori principali sta nascendo un nuovo protagonista, piccolo ma destinato a diventare un grosso grattacapo per Israele. Si tratta di una "legione straniera" di circa diecimila combattenti provenienti dall'Afghanistan e dal Pakistan. Una forza piccola ma molto mobile e bene addestrata in grado di procurare molte preoccupazioni nelle zone di frontiera israeliane.
   Il punto di svolta di questa sanguinosa guerra civile si può far risalire al settembre 2013, quando Obama definì l'uso di armi chimiche come una linea rossa invalicabile, oltre la quale l'esercito americano sarebbe entrato in azione. Fu la Russia di Putin quella che riuscì a trovare una via d'uscita onorevole per il presidente statunitense: i siriani si privarono del loro arsenale chimico grazie alle pressioni del presidente russo. Da allora esiste un tacito accordo fra la divisione delle zone d'influenza nella zona.
   I russi hanno numerosi motivi per impegnarsi in questo conflitto apparentemente senza fine. Prima di tutto motivi militari, i russi hanno affittato per dieci anni il porto siriano di Tartus e sono di stanza in un areoporto situato nella zona occidentale del paese che presumibilmente continuerà a servire l'areonautica russa anche dopo la fine del conflitto. Ma forse più importante del fattore militare è quello economico. Al termine della carneficina siriana, quando si dovranno ricostruire abitazioni, sovrastrutture e tutto ciò che questa sanguinosa guerra civile sta distruggendo e ancora distruggerà, saranno le aziende russe quelle che maggiormente si aggiudicheranno gli appalti sovvenzionati dagli aiuti economici internazionali.
   A pochi giorni dal termine dell'amministrazione Obama un nuovo giocatore si aggira inquieto e imprevedibile in questo nuovo ordine planetario ancora in via di definizione: Donald Trump. La scelta del nuovo segretario di stato statunitense farebbe pensare che si stia delineando all'orizzonte una nuova divisione delle sfere d'interesse.
   Gli USA hanno già deciso di abbandonare definitivamente l'area o sceglieranno deliberatamente di ridurre il loro schieramento per dedicare le proprie energie ad un piano di sviluppo economico? Difficile dirlo, gli americani in generale ed i repubblicani in particolare continuano a diffidare in modo totale di Putin e della Russia. Questa atteggiamento così ostile è ancora più radicato nelle alte sfere dell'esercito.
   Israele per il momento è riuscita a barcamenarsi ragionevolmente nella furiosa tempesta che imperversa sulla regione. La creazione di un moderno ospedale da campo al confine con la Siria per fornire cure mediche e aiuti umanitari uniti ad un bassissimo profilo dal punto di vista militare sono state le scelte più ragionevoli possibili. Nessuno però è in grado di prevedere quali saranno i prossimi scenari nel medio termine, una volta terminata la guerra civile.
   Anche fra Israele e Russia sono stati raggiunti degli accordi militari soddisfacenti per entrambe le parti. Nathanyau ha raggiunto una tacita intesa secondo la quale Israele non tollererà il trasferimento di armi sofisticate dalla Siria al sud del Libano, roccaforte incontrastata dei Hezbollah. E l'accordo funziona, ogni volta che trasporti di armi o altri obiettivi militari significativi vengono bombardati da non meglio identificate forze militari, "inspiegabilmente" l'aviazione russa che controlla tutto lo spazio aereo non si intromette.
   La conclusione più triste e più amara, almeno per me, di questa nuova ondata di morte e sofferenza è implicita nelle componenti etniche e confessionali della regione. La secolare divisione fra sciiti e sunniti haraggiunto un solco incolmabile ribadendo una volta di più che in condizioni simili l'ordine e la democrazia sono assolutamente incompatibili.
   In questo vortice di avvenimenti il mondo arabo appare più impotente e diviso che mai, in un recente dibattito televisivo ho assistito a come un ex deputato arabo appartenente al partito comunista si sia letteralmente arrampicato sugli specchi per giustificare la crudele repressione voluta da Assad ad Aleppo. E' proprio il caso di dire che l'alunno Bashir abbia superato il maestro Hafez (suo padre) in fatto di massacri e violenza.
   Aleppo è un classico esempio di come l'ipocrisia regni indisturbata nel mondo occidentale e di quanto i mass media siano in grado di dettare l'ordine del giorno. Non mancano altre tragedie umanitarie, al confine fra Nigeria, Ciad e Cameron esiste un'emergenza umanitaria di cui nessuno ha mai sentito parlare. La stessa cosa in Somalia. In entrambi i casi si tratta di centinaia di migliaia di profughi e di decine di migliaia di bambini morti o prossimi alla morte per denutrimento.
   Dal punto di vista politico la situazione di Israele è molto delicata, qualsiasi sua iniziativa verrebbe interpretata come un'insopportabile ingerenza. Quello che si possiamo fare come liberi cittadini è indire una grande manifestazione di solidarietà nei confronti del popolo siriano. La nostra infinita esperienza di morte e persecuzioni ce lo obbliga.
   Addio Aleppo, sei stata per molto tempo il simbolo di una città cosmopolita e tollerante, la custode di uno dei più preziosi manoscritti ebraici. Con te se va un'altra briciola di umanità.

(L'Altra Israele, 17 dicembre 2016)


Israele, l'Onu e il tardivo discorso di Ban Ki-Moon

di Federico Steinhaus

Nel suo discorso di addio al Consiglio di Sicurezza, il segretario generale dell'ONU Ban Ki-Moon ha finalmente ammesso quel che tutti sanno: che l'ONU è animata da un forte e costante pregiudizio contro Israele.
"Decenni di manovre politiche hanno creato un volume sproporzionato di risoluzioni, rapporti e conferenze" contro Israele, ed ha aggiunto che "in molti casi, piuttosto che aiutare la causa palestinese questa situazione ha impedito all'ONU di svolgere il suo ruolo con efficacia".
L'ambasciatore di Israele all'ONU, Danny Danon, ha sottolineato che l'ammissione pubblica di questa ipocrisia arrivava tardi, perché in questi anni l'ONU ha approvato 223 risoluzioni di condanna di Israele, mentre quelle che condannavano la Siria per il massacro dei suoi cittadini negli ultimi sei anni sono state solo 8.
Ban Ki-Moon ha anche affermato, nel medesimo contesto, che "mentre il conflitto israelo-palestinese non è la causa delle guerre in Medio Oriente, la sua soluzione potrebbe creare una situazione favorevole alla pace in tutta la regione". "Il diritto del popolo ebraico ad avere uno stato non nega il diritto del popolo palestinese ad uno stato - ha aggiunto - e nello stesso tempo Israele deve riconoscere che il fatto che uno stato democratico, uno stato di diritto, mantiene il popolo palestinese sotto occupazione militare continuerà a generare critiche". E, proseguendo, ha anche detto che "il progresso in questa regione, comunque, sarà difficile fintanto che le autorità palestinesi non si decidano a intraprendere passi concreti e coraggiosi per impedire incitamento e la violenza… La situazione è destinata ad esplodere fintanto che le restrizioni ai movimenti non siano eliminate e vengano soddisfatti i bisogni umanitari; fintanto che gli attacchi con razzi, la costruzione di tunnel ed il contrabbando non cessino" ed ha concluso con una esplicita condanna di Hamas per la sua "carta costitutiva antisemita che mira alla distruzione di Israele". "Hamas deve, una volta e per sempre, rinunciare all'uso della violenza e riconoscere il diritto di Israele ad esistere a fianco di uno stato palestinese, in accordo con tutte le principali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e gli accordi fra le parti".
Meglio tardi che mai, questo discorso avrebbe dovuto farlo dieci anni fa.
Dal primo gennaio 2017 Ban Ki-Moon verrà sostituito dal portoghese Antonio Guterres, e ci dobbiamo augurare che le parole di Ban lo accompagnino durante il suo mandato.
Giusto per non lasciarci trascinare ad un ottimismo che fino a prova contraria riterremo prematuro, possiamo segnalare che la direzione artistica del un museo parigino delle Arti Decorative, formata da esperti di architettura, ha definito "un capolavoro del Bauhaus" il campo di sterminio di Auschwitz e ha inserito questa opera di Fritz Ertl nella mostra "Lo spirito del Bauhaus".

(L’Informale, 17 dicembre 2016)


"Quando la patria uccide", storia degli ebrei meranesi

Nomi, volti, famiglie. Il lavoro degli storici Sabine Mayr e Joachim Innerhofer.

di Mauro Fattor

Merano è e in passato è stata patria e luogo di cura di molti ebrei, senza i loro investimenti e i loro contributi intellettuali e culturali è difficile immaginare lo sviluppo di Merano dal paesone che era al luogo di cura internazionale che è diventa. Ora il museo Ebraico di Merano, in collaborazione con Urania, l' Assessorato alla Cultura tedesca della Provincia e la Cassa Raiffeisen di Merano. è stato promotore di un progetto che tenta di risvegliare memorie perdute. "È con diverse iniziative quali manifesti, cartoline postali, l'imbandieramento di alcuni edifici, appartenuti in passato a ebrei, escursioni cittadine e serate
 
Il Museo Ebraico di Merano
filmiche, che ci siamo messi alla ricerca di tracce e attraverso cui desideriamo attirare l'attenzione delle meranesi e dei meranesi su questo importante spaccato della storia cittadina", dicono gli organizzatori. che hanno affidato il coordinamento e la direzione scientifica delle iniziative a Marlene Messner dell'associazione Urania, alla storica e ricercatrice Sabine Mayr e a Joachim Innerhofer, direttore del Museo Ebraico. Due i momenti veramente importanti di questa "riscoperta". Il primo sarà lunedì 19 dicembre alle ore 19 presso la Sinagoga di via Schiller a Merano, con la presentazione della versione italiana del libro di Sabine Mayr e Joachim Innerhofer edito da Raetia che in italiano è diventato "Quando la patria uccide. Storie ritrovate di famiglie ebraiche in Alto Adige". Non è solo una traduzione, si tratta infatti di un'edizione riveduta, aggiornata e soprattutto ampliata del testo in lingua tedesca, Dunque molte novità in più e molto interessanti. Alla presentazione prenderanno parte inoltre testimoni dell'epoca e discendenti delle famiglie ebree meranesi, e cioè: Aziadè Gabai, Lola Polacco, Alexander von Bach, Cesare Moisè Finzi, Eric Herzum, Robert Holton, Bruno Laufer, Bent Schlesinger, Federico Steinhaus e i discendenti Franca Avataneo, Lydia e Silvia Cevidalli, Elisabeth Huldschiner ed Esther Schmorak, Maurizio Goetz, Daniele e Massimo Gronich, Martin e Peter Langer, Ludwig Thalheimer e Sandro Wagmeister.
  Le vittime altoatesine della Shoah furono dapprima sorvegliate ed espulse dai fascisti, e poi catturate e deportate dai nazisti, anche locali. Dopo il 1945 a tanti superstiti furono negati i risarcimenti per le perdite materiali subite e il ricordo delle vittime venne rimosso. "Quando la patria uccide" documenta con puntiglio e rigore storico le tante forme in cui si manifestò l'antisemitismo, un antisemitismo profondamente radicato in Alto Adige. «Tra le vittime del nazismo - ricordano gli autori c' erano persone che amavanoquesta terra e avevano contribuito tanto allo sviluppo della medicina, dell'economia,della cultura, del turismo, dell'opinione pubblica e della vita sociale. Hanno costruito case, istituito alberghi e fabbriche, hanno gestito e recitato in teatri. Portare alla luce le tracce lasciate dalla Comunità ebraica nella storia dell'Alto Adige significa concedere un riconoscimento, seppur tardivo, alle vittime del nazismo della provincia di Bolzano».
  Il secondo momento importante di questa iniziativa di "riscoperta" avrà luogo invece martedì 20 dicembre all'Urania di Merano in via Ortwein 6, alle ore 20 con il dibattito dal titolo "Alle Opfer? Meran und sein Juden", ovvero "Tutti vittime? Merano e i suoi ebrei", che vedrà protagonisti Hanno Loewy, direttore del Jüdischen Museums Hohenems; Sabine Mayr, filologa e autrice del libro; Joachim Innerhofer, direttore del Museo Ebraico di Merano; lo storico Leopold Steurer; Arnaldo Loner, avvocato e rappresentante legale del Comune di Bolzano nel processo a Mischa Seifert, il "boia di via Resia"; Federico Steinhaus, presidente onorario della Comunità Ebraica di Merano; Mirko Wenter, vicepresidente della Comunità ebraica di Merano; Marko Feingold, presidente dell' Israelitischen Kultusgemeinde Salzburg, KZ-Überlebender und Zeitzeuge; e infine il sindaco di Merano Paul Rösch.
  Le informazioni relative agli ebrei residenti in provincia di Bolzano, punto di partenza delle ricerche del libro firmato da Sabine Mayr e Joachim Innerhofer, sono poche e sono state reperite faticosamente in svariati archivi. Non solo: dovevano essere valutate e messe in relazione tra loro. Particolarmente utili si sono rivelate le minuziose note trovate nella corrispondenza degli uffici fascisti che servivano ad attuare i cosiddetti "provvedimenti per la protezione della razza". Un lavoro che a suo tempo era stato fatto in collaborazione con Hannes Obermair, direttore dell'Archivio storico di Bolzano, quando si era trattato di pianificare la posa delle "pietre d'inciampo" in memoria delle vittime ebraiche a Bolzano nel gennaio 2015. Altro punto di partenza obbligato sono state le ricerche di Federico Steinhaus, Leopold Steurer, Cinzia Villani e Thomas Albrich, ma senza le testimonianze e l'aiuto dei superstiti e dei loro familiari non sarebbe stato possibile entrare nei particolari delle sofferenze dei perseguitati. Il loro prezioso sostegno ha fornito un contributo importante a riportare in vita una pagina troppo spesso rimossa della storia dell'Alto Adige. Per richiamare l'attenzione sull'atroce assassinio delle vittime della Shoah il testo viene interrotto da un segno commemorativo relativo ai loro nomi e dati anagrafici. Sono incluse tra le circa 150 vittime anche le persone morte durante la fuga, all'estero, lontane dalla loro patria, in preda alla disperazione. Nel corso del formidabile lavoro di Mayr e Innerhofer sono stati stabiliti nuovi contatti con famiglie di rabbini e medici che avevano vissuto a Merano, come l'avvocato Uri Taenzer, discendente del Rabbino Aron Tänzer, che ora vive a New Jersey; Eve Yardeni, discendente del Rabbino Abraham Altmann, ora in Israele; la figlia del medico Hans Eiseck di Berlino, che aveva comprato un maso a Chiusa, il quale, pur essendogli stato restituito nel Dopoguerra, gli è stato poi "dolcemente" espropriato negli anni Settanta e Ottanta e oggi ospita la Casa di Riposo Eiseck a Chiusa; o Alexander von Bach, il pronipote dell' imprenditore Sigmund Freudenfels, uno degli iniziatori del commercio della frutta nel Tirolo. Insomma, un mondo. Che torna a parlare e a chiedere giustizia.

(Alto Adige, 16 dicembre 2016)


Rinvenuta in Israele un'antica pressa per vino

La pressa trovata ad Ashkelon
Un'indagine archeologica della Israel Antiquities Authority (IAA) ai fini della costruzione di una nuova scuola elementare nella città di Ashkelon, ha rivelato un torchio per uva di più di duemila anni fa, risalente al periodo ellenistico.
Accanto alla pressa per il vino, la più antica mai trovata nella zona, sono emersi i resti di un grande edificio. I risultati sembrano indicare che esisteva qui una grande azienda attiva per tutto il periodo ellenistico. Il torchio quadrato è costituito da una superficie piana dove i lavoranti calpestavano acini d'uva con i piedi nudi per estrarne il succo, un pozzo utilizzato per separare le bucce dal succo d'uva ed un bacino di raccolta, dove veniva indirizzato il succo d'uva filtrato. Tutte le strutture erano ricoperte da uno spesso strato di intonaco bianco mescolato con conchiglie per impedire la fuoriuscita del vino.
L'archeologo Ilan Peretz, direttore dello scavo, ritiene che l'edificio scoperto accanto al torchio sia stato utilizzato per lo stoccaggio di brocche di vino e per alloggiare i lavoranti. La scoperta del torchio è la prova che l'attività agricola è cominciata, nella zona, molto prima di quanto si era ritenuto finora.

(Le Nebbie del Tempo, 17 dicembre 2016)


Tunisia, ucciso ingegnere esperto droni

Era legato al braccio armato di Hamas. L'ipotesi del Mossad

E' giallo sulla morte dell'ingegnere tunisino Mohammad al-Zawari (49 anni), esperto di droni e di tecnologia aerea, ucciso giovedì scorso da alcuni uomini in un agguato a Sfax. Secondo alcuni fonti, l'uomo - legato a quanto appare ad attività dell'ala militare di Hamas e non solo - sarebbe stato colpito dal Mossad. Ma ovviamente non c'è alcuna conferma da parte di Israele, né tracce di un possibile coinvolgimento del servizio segreto dello Stato ebraico. Oggi la tv di Hamas ha confermato che al-Zawari faceva parte del proprio braccio armato e che lavorava allo sviluppo di droni. Inoltre, secondo la stampa israeliana, aveva messo la propria esperienza in materia anche al servizio degli Hezbollah libanesi.

(ANSAmed, 17 dicembre 2016)


Così il vero vincitore è l'Iran

di Fiamma Nirenstein

Ayatollah Khamenei ha detto più volte di considerare la Siria una provincia iraniana il suo disegno tentacolare non ne può fare a meno. Gli è già costato più di mille preziose vite di Guardie della Rivoluzione, ma pensa che valga fino all'ultima goccia di sangue. La Siria degli Assad è stata vicino all'Iran fin dai tempi della guerra con l'Iraq: è un grimaldello prezioso per i confini strategici (Turchia, Israele, Iraq, Libano, il Mediterraneo...) è adesso il nodo della guerra mondiale. Esserci ti rende indispensabile alla Russia, agli Stati Uniti, a tutti quelli che vogliono finalmente arrivare a un assetto dell'area. Costringe a vedere l'Iran non come un rogue state, uno dei Paesi più nemico dei diritti umani, più teso all'espansione militare, non come un pericolo mondiale per il suo sostegno del terrorismo ma come un indispensabile interlocutore. Aleppo è stata un'occasione fantastica per la Guardia Rivoluzionaria iraniana. Mentre gestisce tutta la politica espansiva e imperialista del suo Paese e anche la repressione interna, ad Aleppo ha dato il suo meglio: la Russia infatti ha cercato di non sporcarsi gli stivali nella lunga battaglia e ha mandato a fare il lavoro sporco i «gruppi iraniani» che hanno applicato i loro criteri bloccando ai check point gli sfollati e non tenendo conto dei patti raggiunti coi gruppi ribelli. Gli iraniani ormai sono i capi di tutti gli sciiti in zona: gli Hezbollah libanesi, ma anche i siriani, i pachistani, gli iracheni, gli afghani. Si farà bene a pensare, finalmente, quanto vedersi arrivare addosso le truppe sciite spinga verso l'Europa in fuga tutti i sunniti. L'Iran ha dispiegato più di 20mila iraniani e 50mila non iraniani, paga salari mensili a più di 250mila agenti, gli afghani sono circa 20mila, gli hezbollah 7-10mila, pakistani e palestinesi intorno ai 7000. Le Guardie della Rivoluzione sono sui 10mila, 6000 quelli dell'esercito regolare iraniano. Khamenei ha detto nel dicembre del 2015 che bisognava rafforzare la presenza e impedire la sconfitta di Assad. L'Iran ha fornito il supporto aereo alla Russia, e ha speso circa 100 miliardi nella guerra siriana. E' l'Iran che paga i salari ai soldati iracheni. Il suo sostegno ad Assad alimenta un conflitto da 450mila morti che rischia di non finire mai a meno che Assad, sulla spinta di un accordo russo-americano, faccia un passo indietro. L'Iran deve abbandonare il ruolo di protagonista se si ambisce a fermare la guerra.

(il Giornale, 17 dicembre 2016)


Cultura, lingua e identità gli ebrei "russi" in Israele sono il soft power di Putin

Legami diplomatici, rafforzati, pop e tradizione. Così la comunità russofona ha acquisito un nuovo ruolo.

di Giovanni Quer

 
Negozio in Haifa con scritte in ebraico e in russo
HAIFA - Quasi un sesto della popolazione israeliana, i rusim sono gli immigrati dall'ex Urss, i loro discendenti, le molte famiglie e giovani che hanno scelto di recente di trasferirsi da Ucraina, Bielorussia e Asia Centrale. Il russo è la loro lingua principale, anche se ogni tanto si sente usare ucraino, georgiano e uzbeko. Tel Aviv e le città di Haifa, Ashdod, Arad hanno reti commerciali, culturali e sociali che virtualmente permettono di vivere in russo.
   Per le festività ebraiche, alcune sinagoghe si riempiono di fedeli russofoni, con libri di preghiera in ebraico e trascrizioni cirilliche, e si sente qualche frase in yiddish. Di rado si può intendere qualche conversazione in ucraino, georgiano o uzbeko, ma ormai anche i meno integrati alternano frasi, espressioni slang e parole in ebraico. Alcune espressioni russe si fanno strada in ebraico, come «novy god», capodanno.
   Considerati conservatori, ammirati per la laboriosità, derisi per il forte accento in ebraico, che spesso anche i giovani hanno difficoltà a perdere, sospettati di aver poco riguardo per la tradizione ebraica (Babbo Natale e capodanno si celebrano assieme a Hannukah), a lungo visti come estranei, i russi stanno acquisendo un nuovo status socioculturale in Israele. L'intensificarsi delle relazioni diplomatiche tra Russia e Israele ha rafforzato la loro cultura e identità, che artisti e cantanti cominciano a discutere.
   Il 19 luglio 2011, al Summit delle minoranze religiose e etniche della Russia, Vladimir Putin, allora primo ministro, ha dichiarato che «Israele è per noi un Paese speciale. È praticamente un Paese russofono». Le relazioni tra Israele e Russia non sono solo una vicinanza di interessi politici, ma anche un canale di soft-power culturale legato all'idea di «russkij mir» (mondo russo). Simile alla «francophonie», la diplomazia culturale di Putin si rivolge ai Paesi con comunità consistenti comunità di immigrati russi. In Israele, l'identità russa varia secondo la generazione e del livello di integrazione. I più anziani parlano e leggono poco o nulla in ebraico. I giovani, attraverso le scuole, l'esercito e il lavoro, parlano perfettamente le due lingue, mentre rimangono legati al mondo russo attraverso i media e la musica. La rete giornalistica di lingua russa conta radio, canali tv, quotidiani e settimanali come Vesti, legato al gruppo Yediot Aharonot. Le reti di negozi Mania, Rosman e Elisjevskij offrono oltre a prodotti locali varietà di culinarie russe, come salumi non kasher, caviale rosso, e pesci secchi. Oltre allo street-food e ai numerosi negozi con le indicazioni bilingui, anche i centri culturali come cinema, teatri e sale concerti offrono programmi e
La cantante Marina Maximilian-Blumin include nel proprio repertorio un'antica canzone russa
pubblicità in russo. Alcuni cantanti includono nei loro tour puntate a Tel Aviv e Haifa: è il caso di Zemfira, star del rock russo, che a settembre si è esibita in Israele.
   L'appartenenza culturale al gruppo russo si fa strada anche tra i giovani artisti cresciuti in Israele. La cantante Marina Maximilian-Blumin include nel proprio repertorio un'antica canzone russa, una nuova versione della canzone Amok Batal che inserisce tra le parole della poetessa Leah Goldberg una strofa in russo, e una canzone che racconta dell'immigrazione. L'interesse per l'identità degli immigrati russi si ritrova anche nei lavori dell'artista Ziva Cherkevsky, i cui dipinti raccontano le esperienze della vita di periferia in Urss e Israele.
   Quanto il legame con la cultura russa sia una semplice elaborazione culturale dell'identità degli immigrati, un elemento di diversità nella produzione artistica, o semplicemente una questione di numeri di immigrati è un fatto discusso. Il professor Emil Pain sostiene che gli ebrei emigrati dalla Russia non sono ferventi sostenitori dell'ideologia del mondo russo e che i legami si indeboliscono tra le nuove generazioni. In Israele però, si sta forgiando una cultura russo-israeliana che trova un fertile terreno nell'interesse sociale verso le identità, mentre il legame con il mondo culturale russo, non necessariamente con la Russia, è favorito dalla diplomazia culturale di Putin.

(La Stampa, 17 dicembre 2016)


I veri vincitori in Siria sono gli ayatollah: estremisti e antisemiti

Trionfa l'Iran non la Russia

di Carlo Panella

Le squadracce dei miliziani sciiti trucidano barbaramente in queste ore chi gli capita sotto mano nelle strade di Aleppo Est. Città - è indispensabile ricordarlo - in cui non vi era e non vi è un solo miliziano dell'Isis: il 50% dei ribelli infatti sono laici della Free Syrian Army o aderenti ai Fratelli Musulmani, quindi non jihadisti e solo un 30% milita in «al Nusra», fuoriuscita da al Qaeda. Il restante 20% dei ribelli di Aleppo è composto da una miriade di gruppi minori.
  Questo immane massacro di civili di Aleppo Est viene colpevolmente taciuto dai media e dai leader del mondo che versano lacrime di coccodrillo sulla pur misera sorte dei fuggiaschi che abbandonano la città, e non profferiscono parola sulla vera e orrenda emergenza umanitaria che si consuma tra gli edifici distrutti dai feroci bombardamenti russi. Sono atroci i report dal cuore di Aleppo est riportate da Avvenire, giornale dei vescovi italiani, molto equilibrato sulla crisi siriana anche perché è ben cosciente che una parte dei vescovi siriani sta dalla parte degli aggressori e di Assad: testimonianze dirette di stupri di massa, esecuzioni sommarie di civili, anche bambini, saccheggio degli appartamenti abbandonati dai fuggitivi, da parte dei miliziani sciiti portati in Siria dai pasdaran dall'Afghanistan e dal Pakistan. Una vera e propria pulizia etnica di massa, freddamente attuata dalle milizie delle «Brigate Internazionali sciite», spalleggiate dai reparti di Bashar al Assad, che viene taciuta in Occidente perché spiega la vera partita che si è giocata con l'assedio di Aleppo.

 Pasdaran
  Un silenzio che spiega anche l'ignava e colpevole posizione dei leader occidentali che - a partire da Barack Obama - ci hanno raccontato per anni che non vi è una soluzione militare alla crisi siriana, ma solo una «soluzione politica». Là dove era chiaro che non tanto Assad, ma l'Iran, voleva e imponeva solo una soluzione militare. Obama e l'Europa hanno finto di cercare una «soluzione politica» con Vladimir Putin. Ma non è Putin l'aggressore, il vincitore, il conquistatore di Aleppo Est, e non lo è neanche al Assad. Nella città martirizzata hanno trionfato i combattenti di terra: più di 15.000 tra pasdaran iraniani, hezbollah libanesi e milizie sciite portate in Siria dagli iraniani sin dal Pakistan e dall'Afghanistan. Le stesse milizie di Assad hanno fatto poco più che issare le bandiere sugli obiettivi conquistati, per la semplice ragione che sono un numero esiguo. Dunque, trionfa l'ala più oltranzista del regime iraniano khomeinista che ha profittato dell'ignavia dell'Occidente e delle stupide strategie di Turchia e Arabia Saudita (che non hanno supportato a sufficienza i ribelli) per imporsi nell'assedio di Aleppo, grazie all'aiuto militare «di copertura», dell' aviazione russa che ha effettuato bombardamenti «alla cecena», distruggendo e radendo al suolo quasi tutti gli edifici della città.
  Dunque, con la conquista di Aleppo l'Iran, si potrebbe ben dire, la Persia, estende oggi materialmente, militarmente non solo la sua egemonia, ma addirittura la sua presenza concreta, armata, sino alle sponde del Mediterraneo, rafforzando per di più il suo controllo diretto sul Libano tramite Hezbollah.

 Come in Libia
  Obama, l'Onu e l'Europa hanno finto di non comprendere che questa era ed è la partita che si gioca in Siria. Erano e sono timorosi, non a torto, degli effetti di una caduta di Assad e del vuoto politico «alla libica» che ne sarebbe seguito. Ma non hanno compreso che il non far nulla faceva e fa il gioco dell'espansionismo iraniano e che crea il terreno migliore proprio per una replica in Siria del caotico quadro libico. Assad infatti, anche riconquistata Aleppo, controlla malamente solo il 40% del territorio. A Palmira si è visto che quando se ne vanno i pasdaran e le milizie sciite straniere, l'Isis riconquista al debole esercito siriano, con facilità, le roccaforti perdute. Dunque, la guerra continuerà in Siria e si cronicizzerà il radicamento dei jihadisti e dei terroristi. Con nuove stragi di civili e con catastrofico un flusso di profughi diretto in Europa.

(Libero, 17 dicembre 2016)


Gli ebrei, da Gerusalemme al resto del mondo, manifestano per Aleppo

E il mondo resta in silenzio

di Deborah Fait

Citando un versetto del Deuteronomio "Tu non resterai indifferente" gli israeliani stanno organizzando manifestazioni contro i massacri dei civili ad Aleppo. La prima, silenziosa , organizzata dalle donne di Gerusalemme, si è svolta venerdì mattina con pochi coraggiosi che hanno sfidato il maltempo e il freddo, altre seguiranno sia in Israele che tra le comunità ebraiche di tutto il mondo, dagli USA all'Europa fino alla prossima Festa delle Luci, in attesa del "miracolo di Hanukkà". Israele cura i feriti siriani nei suoi ospedali, feriti di un paese nemico con cui non ha rapporti diplomatici, molti cittadini hanno messo a disposizione le loro case per ospitare temporaneamente i rifugiati, il popolo manifesta perchè cessi immediatamente il massacro.
   "Non possiamo restare in silenzio, dobbiamo fare tutto il possibile e alzare le nostre voci contro queste terribili stragi di esseri umani a pochi chilometri da noi".
   L'organizzatore, Roni Slonim, dice che bisogna andare in piazza sia per solidarietà verso il popolo siriano sia per risvegliare la coscienza del mondo che continua a stare in un silenzio scandalosamente assordante.
   Questo mondo terribile, questo mondo alla rovescia, un mondo che mostra simpatia, in alcuni casi addirittura ammirazione, per i più feroci dittatori e per le popolazioni più violente.... tanto per non far nomi, i palestinisti... Indifferenza nei confronti dei massacri in Siria ma molta attenzione e grande biasimo a Israele, il piccolo Satana, il demonio, il male assoluto, se costruisce un tricamere con servizi a Gerusalemme, la sua Capitale.
   All'ONU anche ieri il signor Ban Ki Moon ha minacciato Israele parlando degli "Insediamenti contro la pace". Nelle scuole elementari degli Stati Uniti, incominciando da Ithaca, New York, girano personaggi palestinisti con a capo Bassem Tamimi e i suoi organizzatori americani che mostrano ai bambini video contro Israele.
   Uno degli organizzatori è un ebreo antisemita, naturalmente di sinistra, che si chiama Ariel Gold del Jewish Voice for Peace, organizzazione di traditori ebrei che sostiene il BDS. Complimenti!
   Nei video alcuni bambini americani proclamano il loro odio per Israele. C'è chi dice "quando sarò grande andrò in Palestina per fare la guerra e difenderli", un altro "L'ONU fa sempre leggi per insegnare alle nazioni come comportarsi e Israele non ascolta mai". Bassem Tamimi raggiunge il culmine dell'orrore invitando i bambini americani a difendere i palestinisti e fare muro contro Israele. "Voi diventerete freedom fighters per la Palestina." Questo si chiama incitamento al terrorismo e abuso di minori, Tamimi e Gold dovrebbero essere arrestati invece vanno tranquilli da una scuola all'altra a rovinare giovani anime.
   Questa gente riempie di odio non solo il cervello dei bambini palestinisti ma anche di quelli americani e europei, non hanno limiti, non hanno nessun tipo di umanità, sono dei criminali pari agli stupratori. Eppure nessuno li ferma, nessuno protesta, nessuno si schifa di fronte a questo tipo di abusi su bambini.
   Anni fa era successo un fatto del genere a Bolzano quando, andando a parlare in una scuola media, fui accolta da ragazzini carichi di livore. La spiegazione me la diede il capoclasse che era un po' più tranquillo degli altri: una settimana prima di me la scuola era stata visitata da un gruppo di filopalestinisti i quali avevano fatto intendere ai ragazzi che l'esercito di Israele catturava bambini arabi, li legava alle jeep e poi, a turno, i soldati facevano il tiroasegno, ammazzandoli. Quei ragazzi avranno oggi una trentina d'anni. Che opinione avranno di Israele? Nonostante le mie spiegazioni sulle menzogne palestiniste, i documenti portati, nonostante l'evidenza della menzogna, sappiamo che la prima notizia è quella che viene metabolizzata e che rimane nella memoria. La smentita, pur se verificata, serve poco o niente.
   E' questa la gente che il mondo ama, per cui si batte e va in piazza a urlare l'odio per Israele, per i siriani massacrati non hanno tempo, non hanno cuore, soprattutto non possono incolpare Israele e allora muoiano pure i bambini siriani . Per dare un po' di dignità a questo mondaccio cane, si ribellano gli ebrei di Israele, vogliono aiutare la Siria che, non dimentichiamolo, è nostra nemica. Gli israeliani manifestano solidarietà per i propri nemici che non ricambierebbero mai il favore e lo hanno dimostrato ogni volta che i loro capi volevano annientare il nostro Paese e il popolo gridava Allahu Achbar, evviva evviva. Bene, noi siamo diversi e, sul Golan, i residenti preparano una marcia silenziosa e simultanea lungo il confine con la Siria portando cartelli "Il mondo sta ancora una volta in silenzio.... Stop alle stragi dei bambini siriani". A Londra l'Unione degli studenti ebrei ha organizzato una marcia per la settimana prossima col motto "Save Aleppo". Noi studenti ebrei dobbiamo chiedere uno sforzo internazionale per salvare l'innocente popolo siriano.
   L'indifferenza verso l'odio e il genocidio contraddice tutti gli insegnamenti dell'ebraismo". In USA, le organizzazioni ebraiche vogliono coordinare un'azione internazionale per salvare la Siria, l'Anti Defamation League: "Noi conosciamo troppo bene a cosa porta il silenzio del mondo. La nostra storia ne è colma.... le parole Never Again non significano soltanto lotta contro l'antisemitismo ma che nessun popolo al mondo deve essere colpito da tanta brutalità".
   Nel New Jersey, l'ebreo americano Moti Kahana sta preparando due manifestazioni, a Tel Aviv la prima sera di Hanukka (24 dicembre) con l'accensione della prima candelina e la seconda a New York quando si accenderà l'ultima luce (1. Gennaio). Kahana è il fondatore di Amaliah, un'organizzazione nonprofit che manda aiuti umanitari ai civili siriani attraverso il confine di Israele. A New York Moti Kahana inviterà Donald Trump ad accendere la Hanukkia chiedendo il suo aiuto perché la guerra finisca e affinché quel Never Again sia non solo per gli ebrei ma per tutti gli altri popoli che rischiano il genocidio.
   Questo mondo sordo e muto è nel caos più totale, ognuno pensa a se stesso, le invasioni islamiche, il terrorismo hanno reso l'occidente molle, spaventato, incapace di prendere posizione, servile al punto di schierarsi con chi vuole distruggerlo annullando la sua cultura e la sua civiltà. Le ricordo bene, e nessuno dovrebbe dimenticare le marce violente, la maledizioni a Israele, gli attivisti per la "pace... la loro" che bruciavano nelle piazze del mondo la nostra bandiera ogni volta che Israele reagiva ai missili da Gaza o al terrorismo contro cittadini innocenti.
   Non dimenticherò mai finchè avrò vita tutto quell'odio e quell'ingiustizia.
   Non dimenticherò mai quello che mi disse anni fa un'amica di Luisa Morgantini, a Gerusalemme: "quando siete usciti dal Sinai e da Gaza avete distrutto le case. Non vi vergognate?" Israele lasciò il Sinai (Yamit) nel 1982 dopo gli accordi di pace con l'Egitto e questa feccia di gente ancora ricorda che, oltre a portare via di forza quasi 3000 ebrei disperati, gli israeliani sono stati così "cattivi" da lasciare intatte le case costruite da loro perché andassero a viverci gli arabi. Non hanno mai costruito nulla, Yamit non esiste più. Lo stesso per Gaza nel 2004 quando 21 villaggi israeliani furono evacuati e altri 4 in Giudea e Samaria . Come erano indignati al pensiero che i palestinisti avrebbero dovuto lavorare per rifarsi le case, cosa peraltro mai accaduta, anzi hanno distrutto anche tutto il resto incendiando sinagoghe, fortunatamente svuotate di tutto il sacro dai rabbini e dal popolo che veniva evacuato, edifici e serre, cimiteri da dove, preventivamente, furono rimosse tutte le tombe prevedendo che la gente di Gaza avrebbero dissacrato ogni cosa. E ci siamo portati via anche i morti.
   Lasciamo che il mondo maceri la propria coscienza nell'indifferenza e accendiamo tutti, il 24 dicembre, la prima candelina di Hanukka per i bambini siriani . Lo faccia chi ha fede e anche chi, come me, non ce l'ha, perché, tutto sommato, ... non si sa mai...
   Auguro felice Hanukkà e buon Natale a tutti gli amici cristiani ed ebrei.

(Inviato dall'autrice, 17 dicembre 2016)


Abecedario moldavo: H come Hannukkah

La lettera H di uno speciale abecedario, dedicato ai 25 anni dall'indipendenza della Moldavia. L'incontro con Irina Shihova, direttrice del Museo Ebraico di Chișinău.

di Francesco Brusabecedario

 
Un tempo conosciuta come la "Gerusalemme di Bessarabia", Chișinău (ma in generale tutto il territorio moldavo) è fortemente legata alla storia della comunità ebraica. Qui è infatti avvenuto un progrom del 1903, uno dei primi della storia. Nel 2009 un grosso Hannukkah posto al centro della città venne rimosso e danneggiato da un corteo di fedeli ortodossi. Questo episodio è segno di tensioni ancora esistenti fra la comunità ebraica e la popolazione moldava? È lecito dire che la vicenda dell'Olocausto sia ancora una questione in qualche misura irrisolta?

In un certo senso, è possibile tracciare un parallelo fra la vicenda relativa al memoriale dell'Hannukkah e il pogrom del 1903. Senza voler ovviamente mettere in discussione la tragicità dei fatti relativi soprattutto al secondo episodio, credo che queste vicende abbiano avuto più risonanza di quanto siano in fin dei conti significative per la società moldava. Quello di Chișinău non è stato il primo né il più sanguinoso fra i pogrom della storia. Allo stesso modo, la distruzione dell'Hannukkah è stata certamente deprecabile ma non è indice di un generale antisemitismo del paese. Penso anzi che l'azione fosse rivolta più a raggiungere obiettivi di chi l'ha compiuta che contro la comunità ebraica: si è trattato per le frange ortodosse di un modo per rendersi maggiormente visibili.
   Ciò che è interessante osservare sono invece le reazioni successive all'evento. Mentre la stragrande maggioranza della popolazione si è dichiarata completamente solidale, le autorità politiche e religiose hanno invece pronunciato affermazioni più ambigue, come a dire che sì, condannavano il gesto, ma che comunque la comunità ebraica non dovrebbe essere così "forte" e "visibile" nella società.
   Si tratta di un'ambiguità che forse attraversa un po' tutta la storia degli ebrei in questo territorio, in special modo relativamente alla questione dell'Olocausto. La Romania - di cui appunto faceva parte l'area moldava durante la Seconda guerra mondiale - non è passata attraverso il processo di Norimberga e, pertanto, dinamiche ed eventi di quel periodo storico rimangono ancora parzialmente irrisolti. Quindi se da una parte viene sì ammessa la partecipazione all'Olocausto, dall'altra quest'ultima non è ancora stata completamente rielaborata a livello della coscienza nazionale nonché storiografica.
   Spesso viene "mitizzato" il fatto che in Romania gli ebrei sopravvissuti allo sterminio siano più numerosi che altrove. Dato vero, ma che ha a che fare con una serie di circostanze contingenti che rendevano più probabile riuscire a salvarsi non certo per una maggiore "clemenza" del regime rumeno o per una maggiore solidarietà della popolazione rispetto ad altre zone. Anche oggi, sia nei libri di storia che nei discorsi ufficiali, è dunque possibile rinvenire discorsi che nel riferirsi all'Olocausto tengono in considerazione Germania, Polonia, etc. senza inserire la Bessarabia in tale processo.
   Tuttavia, come dicevo in precedenza, non vi è un alto tasso di antisemitismo in Moldavia. Esistono episodi in tal senso ma non vanno mai oltre la soglia di gesti isolati, contando oltretutto che la comunità ebraica è oramai ristrettissima. Se all'inizio del xx secolo Chișinău era una città a maggioranza ebraica (circa il 50% della popolazione), questa caratteristica è andata via via assottigliandosi. Nel '72-'73 (a seguito dell'emendamento Jakson-Vanick) e durante gli anni '90 ci sono state infatti due grandi ondate di ritorno verso Israele, che hanno praticamente eroso la comunità che oggi conta circa 15.000 persone su tutto il territorio.

(Osservatorio Balcani e Caucaso, 16 dicembre 2016)


Ripulito con le ruspe l'antico cimitero ebraico di Mantova

Dopo anni di incuria demaniale l'area è stata ripulita dell'enorme ammasso di sterpaglie.

BAGNOLO SAN VITO - Per tutta la giornata di ieri l'antico cimitero ebraico di San Nicolò è stato animato dall'attività di ruspe, camion e auto. A sorpresa, e dopo anni di incuria demaniale (ora l'area è stata messa nella disponibilità del Comune) l'area è stata ripulita dell'enorme ammasso di sterpaglie. Ora, quantomeno, è accessibile ai tecnici che dovranno approfondire il piano di Stefano Boeri che riguarda anche l'ex cimitero.
Può aver influito sulla decisione del Comune il fatto che un gruppo di rabbini statunitensi e israeliani abbia rivendicato l'area? «In realtà - spiega l'assessore comunale all'urbanistica, Andrea Murari - abbiamo soltanto ripulito un terreno che ne aveva davvero bisogno. Per quanto ne sappiamo noi, non c'è in ballo nient'altro».
Sta di fatto che ora l'antico cimitero autorizzato da Francesco Gonzaga nel 1442 è sotto osservazione a livello internazionale, e non è escluso che della rivendicazione dei rabbini ortodossi non si interessino, oltre al Comune, anche altre istituzioni.

(Gazzetta di Mantova, 16 dicembre 2016)


Sul Monte Penna per rendere onore a due eroi polacchi

Una nuova via di arrampicata e una cima dedicati a Irena Sendler e Janusz Korczak.

 
Lo «Spigolo Irena Sendler» nel comprensorio del Monte Penna

Una nuova «via» alpinistica ed una cima ancora senza nome del comprensorio del Monte Penna (appennino ligure) dedicati a due protagonisti della resistenza polacca nel corso del secondo conflitto mondiale: l'infermiera Irena Sandler ed il medico Janusz Korczak.
E' un'iniziativa nata alcuni anni fa in seguito ad una visita al ghetto di Cracovia del salsese Giuseppe Foscili con la sua compagna Anna Perka nel corso della quale è emersa la figura della Sendler, che contribuì a salvare circa 2.500 bambini dal ghetto stesso.
«Questa minuta infermiera, che faceva parte della resistenza polacca, a sprezzo del pericolo e della vita riuscì segretamente a far uscire centinaia di bambini ebrei dal ghetto facendoli poi adottare da famiglie cristiane - afferma Foscili -. Conservava nascosti in barattoli i nomi dei bambini, delle famiglie d'origine e di quelle adottive, operazione che permise a fine conflitto il ricongiungimento coi propri cari di circa 2 mila bambini. Nonostante fosse stata catturata e torturata dai nazisti tanto da essere costretta per tutta la vita su una sedia a rotelle, Irena mai confessò dove celava i suoi ''famosi" barattoli. Fu fatta evadere dal carcere la notte prima di essere giustiziata, grazie alla resistenza polacca che riuscì a corrompere i suoi carcerieri, permettendole così di continuare in anonimato la sua opera a favore dei più piccoli fino alla fine del conflitto».
Un progetto che Foscili e la sua compagna hanno voluto fortemente condividere con una coppia di amici piacentini, Anna Rita Molinari ed il marito Eugenio Pillotti, alpinista, autore di una guida sulle arrampicate nelle montagne del Piacentino. Così, nel luglio del 2015 i quattro hanno deciso di intraprendere una sorta di «spedizione familiare» salendo lo «Spigolo Irena Sendler» nel comprensorio del Monte Penna, posto al confine tra le province di Parma, Piacenza e Genova, una zona già valorizzata da altri alpinisti emiliani tra i quali Stefano Righetti di Parma, portando così finalmente a compimento il sogno.
«Noi cercavamo una linea che non fosse troppo difficile, alla portata di tutti e che potesse diventare "popolare" ed alla fine abbiamo trovato la parete che cercavamo - prosegue Foscili -. Non solo. Visto che la cima della salita non aveva ancora un nome abbiamo deciso di dedicarla al medico Janusz Korczak, padre della psichiatria infantile, protagonista di una delle più commoventi pagine del secondo conflitto mondiale: spronato dai nazisti ad abbandonare gli ospiti dell'orfanotrofio ebreo che dirigeva, preferì rimanere coerente col suo pensiero fino all'estremo sacrificio, morendo con loro nelle camere a gas del campo di sterminio di Treblinka».
Foscili conclude con una dedica. «Il nostro voleva in senso più lato essere un omaggio a tutti i medici, infermieri e personale volontario che dedicano le loro vite ad alleviare le sofferenze dei più piccoli ed indifesi, ricordando l'enorme prezzo che i bambini hanno da sempre pagato silenziosamente a causa delle guerre. M.L.


I piccoli che non volle abbandonare

Janusz Korczak
Janusz Korczak, nome d'arte di Henryk Goldszmit, nacque a Varsavia nel 1878 in una famiglia ebrea ben integrata Studente liceale, per mantenere la famiglia impartiva lezioni private. Dal 1898 al 1903 Korczak studiò medicina all'università di Varsavia e, dopo il conseguimento della laurea, divenne un pediatra. Nel 1911 venne approvato il suo progetto per la casa degli orfani, di cui poi divenne il direttore. Durante la prima guerra mondiale, Korczak fu arruolato come ufficiale medico. Nel corso del secondo conflitto, la mattina del 5 agosto 1942 fu deportato nel campo di sterminio di Treblinka insieme ai bambini dell'orfanotro- fio ebraico del ghetto di Varsavia Questi uscirono dalla loro casa vestiti con gli abiti migliori, mano nella mano. Il corteo era chiuso dallo stesso Korczak che badava a mantenere i bambini sulla carreggiata Riconosciuto dagli ufficiali nemici venne trattenuto perché una tale personalità non avrebbe dovuto seguire il destino degli altri, ma non abbandonò ì suoi bambini morendo, pare, di dolore durante il trasporto.
I nomi dei bimbi nascosti nei vasetti

Irena Sendler
lrena Sendler nacque nel 1910 nella periferia operaia di Varsavia, in una famiglia cattolica polacca Durante l'occupazione della Polonia cominciò a lavorare per salvare gli ebrei dalla persecuzione procurando circa 3 mila falsi passaporti per aiutare intere famiglie. Nel 1942 la Sendler entrò nella resistenza polacca e come dipendente dei servizi sociali della municipalità ottenne un permesso speciale per entrare nel ghetto alla ricerca di eventuali sintomi dì tifo. Con un furgone, riuscì a portare fuori alcuni neonati. La Sendler annotò i veri nomi dei bambini accanto a quelli falsi e seppellì gli elenchi dentro bottiglie e vasetti di marmellata, nella speranza di poter un giorno riconsegnare i bambini ai loro genitori. Nell'ottobre 1943 la Sendler venne arrestata dalla Gestapo e sottoposta a pesanti torture ma non rivelò il proprio segreto. Condannata a morte, venne salvata dalla rete della resistenza polacca Terminata la guerra i nomi dei bambini vennero consegnati ad un comitato ebraico che riuscì a rintracciare circa duemila bambini.


(Gazzetta di Parma, 10 dicembre 2016)


Trump sceglie Friedman: "Lavorerò da Gerusalemme"

La nomina del nuovo ambasciatore in Israele

 
David Friedman
"Un amico di lunga data e un fidato consigliere. Le sue forti relazioni in Israele costituiranno le fondamenta della sua missione diplomatica e saranno uno straordinario punto di riferimento per il nostro Paese". Così Donald Trump definisce David Friedman, avvocato esperto in cause finanziarie, 57 anni, appena designato nuovo ambasciatore degli Stati Uniti in Israele.
Friedman, che è ebreo ortodosso e ha alle spalle un lungo impegno nelle istituzioni comunitarie, ha promesso dal canto suo di lavorare "senza tregua" per rafforzare i legami tra i due paesi e promuovere la pace nella regione mediorientale.
Il neo ambasciatore ha inoltre affermato di non veder l'ora di lavorare "nell'ambasciata americana nella capitale eterna di Israele, Gerusalemme". Una chiara conferma quindi rispetto a quanto annunciato di recente da Trump, che aveva espresso senza mezzi termini l'intenzione di spostare la propria rappresentanza diplomatica da Tel Aviv a Gerusalemme.
Una promessa fatta in particolare la scorsa estate al Congresso dell'Aipac - la più grande organizzazione americana a sostegno d'Israele. "Siamo fiduciosi che Trump continuerà a rinforzare la nostra città, riaffermando la sua sovranità e spostando qui l'ambasciata Usa", il messaggio inviato al nuovo inquilino della Casa Bianca dal sindaco della Capitale israeliana Nir Barkat poche ore dopo la sua elezione.
La notizia della nomina di Friedman è ampiamente trattata sulla stampa israeliana. Per il Jerusalem Post, il premier Benjamin Netanyahu ha "un ottimo motivo per festeggiare". E questo, analizza il quotidiano, in ragione del profilo di un diplomatico "che mette in discussione la soluzione dei due Stati, è favorevole alla costruzione di insediamenti, vuol spostare l'ambasciata a Gerusalemme".
Il Times of Israel, tra gli altri, ricorda come il ruolo strategico tenuto da Friedman durante la campagna elettorale gli abbia dato grande visibilità e sottolinea l'opposizione alla nomina di gruppi ebraici apertamente anti-Trump come J Street, intervenuto con un duro comunicato di protesta.
Netta la posizione anti-Friedman di Haaretz, che lo definisce "radical-right ambassador".
"Quella di spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme è una decisione coraggiosa, che non guarda ai diktat di Unesco e Onu e per la quale non possiamo che esprimere piena soddisfazione. Vedremo se questa decisione influenzerà quella di altri paesi" dichiara la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Noemi Di Segni.

(moked, 16 dicembre 2016)


Israele raddoppia la rete di fornitura idrica giordana

GERUSALEMME - La società israeliana Mekorot National Water Company potrà iniziare entro un mese la posa di una condotta idrica nella Valle del fiume Giordano. L'avvio dell'opera infrastrutturale è stato stabilito dalla Corte suprema e segue ad un accordo tra Amman e Gerusalemme firmato nel 2010. Secondo quanto riporta il sito d'informazione economica israeliana "Globes", la nuova condotta idrica Kinneret-Beit Shean sarà lunga 5,5 chilometri raddoppiando le tubature esistenti che forniscono acqua alla Giordania. In cambio, come previsto dal trattato di pace bilaterale, Israele riceverà acqua potabile dall'impianto di desalinizzazione che verrà costruito ad Aqaba, sul Mar Rosso. La nuova condotta idrica attraverserà principalmente le aree agricole della Valle del Giordano e fornirà al regno hascemita circa 100 milioni di metri cubi di acqua all'anno. Si tratta del doppio della fornitura attualmente a garantita dalla rete esistente, pari a circa 50 milioni di metri cubi. La posa della nuova infrastruttura idrica è di estrema importanza, precisa "Globes". La questione dell'incremento delle risorse idriche è diventata cruciale per Amman anche a causa dell'afflusso di centinaia di migliaia di profughi dalla vicina Siria.
  La questione delle risorse idriche è al centro di diverse iniziative da parte del governo di Amman. Lo scorso primo dicembre il ministro della Pianificazione della Giordania, Imad Najeeb Fakhoury, ha firmato con l'Agenzia francese per lo sviluppo un accordo di finanziamento che prevede due prestiti agevolati per un totale di 132 milioni di euro al fine di migliorare le prestazioni del settore idrico nel nord della Giordania. L'accordo è stato siglato dal ministro Fakhoury e dal direttore esecutivo dell'Agenzia francese per lo Sviluppo, Laurence Breton-Moyet. Il primo contratto di finanziamento di 100 milioni di euro, mira a migliorare la sostenibilità finanziaria comunale e rafforzare i sistemi e le capacità di gestione finanziaria. Il secondo di 32 milioni di euro, ha lo scopo di sostenere progetti idrici nel governatorato di Irbid. Lo scorso 28 novembre, il ministero delle Risorse idriche e dell'irrigazione giordano ha preselezionato cinque consorzi interessati a finanziare e realizzare la prima fase del progetto "Red Sea Dead Sea Water Conveyance", chiamato il Canale dei due mari. Il progetto prevede la costruzione di una condotta lunga 180 chilometri, destinata a trasportare l'acqua lungo la Valle di Arava, in territorio giordano, da un impianto di desalinizzazione posto nel Golfo di Aqaba sino al Mar Morto. Si tratta di un progetto che fornirà acqua potabile e genererà energia elettrica, preservando l'ecosostenibilità del Mar Morto. La prima fase del progetto, del valore di 1,1 miliardi di dollari, prevede l'installazione dell'impianto di dissalazione a nord di Aqaba che permetterà di fornire circa 80-100 milioni di metri cubi di acqua potabile all'anno. La linea di pompaggio dell'acqua costruita per attivare il processo di dissalazione genererà anche 32 megawatt di energia elettrica l'anno. La componente salina trattenuta dal dissalatore verrà riversata nel Mar Morto al fine di ridurne il degrado.
  Lo scorso 20 luglio, data in cui si era conclusa la presentazione delle offerte, il ministero aveva ricevuto le manifestazioni di interesse da 17 consorzi, composti di 60 aziende. I cinque consorzi preselezionati sono formati da 20 aziende specializzate provenienti da Cina, Francia, Singapore, Canada, Italia, Giappone, Corea del Sud e Spagna. La prima fase del progetto si basa su un accordo di tipo Build-operate-transfer (Bot) con l'investitore selezionato della durata di 25 anni. I costi di costruzione e gestione saranno coperti dal ricavato della vendita dell'acqua potabile. Il ministero delle Risorse idriche sovvenzionerà la costruzione del canale con 400 milioni di dollari, ottenuti da finanziamenti di paesi amici e fondi internazionali. I lavori per la costruzione della prima fase del progetto saranno avviati nel primo trimestre del 2018 per concludersi nell'ultimo trimestre del 2020. Al termine della realizzazione della prima fase del progetto, il ministero preposto prevede l'avvio di progetti turistici ed industriali nella valle adiacente. Il progetto complessivo, per la costruzione di una conduttura lunga circa 180 chilometri, ha un costo di circa 10 miliardi di dollari, sulla base di un accordo firmato da autorità israeliane, giordane e palestinesi nel dicembre del 2013. Le risorse idriche della Giordania sono ridotte a causa della composizione desertica di circa il 90 per cento del suo territorio.

(Agenzia Nova, 15 dicembre 2016)


Israele: coloni
di Amona si preparano allo scontro con forze israeliane

Giovani coloni bloccano l'entrata dell'insediamento, a nordest di Ramallah. La corte suprema israeliana ne ha richiesto la demolizione entro Natale, perché costruito su terre private palestinesi. Ma le quaranta famiglie che ci vivono rifiutano di lasciarlo.
Hanno annunciato che si opporranno allo sgombero seppure in maniera pacifica: "Credo che fra qualche ora arriveranno in forze per scacciare la comunità, ma noi ci opporremo in modo vigoroso contro lo sradicamento di queste famiglie", dice un leader della comunità. "È casa nostra, è la culla dell'ebraismo. Siamo tornati a casa e non vogliamo scusarci per questo".
"La terra di Israele appartiene al popolo di Israele. Non vogliamo cedere neppure un centimetro di terra d'Israele ora ne mai. Possiamo perdere una battaglia, ma alla fine vinceremo la guerra", aggiunge un giovane.
Respinta la proposta di mediazione avanzata dal governo israeliano e incentrata sullo spostamento in un altro sito. Intanto la polizia israeliano ha annunciato di aver arrestato un estremista di destra sospettato di aver minacciato di morte il ministro Naftali Bennett.

(euronews, 16 dicembre 2016)


Israele celebra il cinema di Marcello Mastroianni

Israele celebra il grande cinema di Marcello Mastroianni, a 20 anni dalla sua scomparsa. Sedici film di uno dei più importanti interpreti della storia del cinema italiano, saranno presentati - dal 20 dicembre al 31 gennaio 2017 - nelle Cineteche di Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Herzliya, Holon e Sderot, grazie all'Associazione Culturale ADAMAS (Roma-Tel Aviv), in collaborazione con gli Istituti italiani di cultura di Tel Aviv e di Haifa. Ad Haifa il programma della manifestazione prevede la proiezione di "La dolce vita" (1960) il 20 dicembre alle 20.30, "Oci ciornie" (1987) il 25 dicembre alle 21, e "Matrimonio all'Italiana" (1964) il 26 dicembre alle 21; i film saranno proiettati in italiano con sottotitoli in ebraico e in inglese. Marcello Mastroianni è stato tra gli interpreti italiani più conosciuti e apprezzati all'estero negli anni sessanta e settanta, soprattutto per le pellicole recitate in coppia con Sofia Loren e per i ruoli da protagonista nei film di Federico Fellini. Capace di destreggiarsi perfettamente sia nei ruoli drammatici che in quelli comici, è considerato con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Alberto Sordi e Ugo Tognazzi uno dei grandi interpreti della commedia all'italiana. L'evento è organizzato in collaborazione con le Cineteche di Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Herzliya, Holon e Sderot e sotto il patrocinio dell'Ambasciata d'Italia in Israele. (Red)

SCHEDA
Marcello Mastroianni è stato per tre volte candidato all'Oscar come Miglior attore: per Divorzio all'italiana (1963), per Una giornata particolare (1978) e per Oci ciornie (1988). Ha vinto due Golden Globe, due Premi BAFTA, 8 David di Donatello, 8 Nastri d'argento, 5 Globi d'oro e un Ciak d'oro. È inoltre l'unico attore, insieme a Jack Lemmon e Dean Stockwell, ad aver ottenuto in due diverse occasioni il Prix d'interprétation masculine al Festival di Cannes, nel 1970 per Dramma della gelosia e nel 1987 per Oci ciornie. Ha vinto per ben due volte la Coppa Volpi alla Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia per Che ora è? e Uno, due, tre, stella!. Nel 1990 gli è stato conferito il Leone d'oro alla carriera.

(9colonne, 16 dicembre 2016)


Israele, il motore del futuro: 1600 km con un pieno, costa 100 dollari

 
L'Aquarius Engine, startup israeliana, ha ideato un motore che si profila all'avanguardia: produrlo costa 92 dollari, e assicura con un pieno un range di 1600 km
Le auto si stanno evolvendo, e questo ormai lo sappiamo bene. Si guarda, oltre alla tecnologia installata all'interno della vettura, anche a quella che ne consente il movimento. Chi si è posto come obiettivo ultimo quello di rivoluzionare il tradizionale motore come lo conosciamo noi oggi è una startup israeliana Aquarius Engine.
L'azienda ha realizzato un primo prototipo di monocilindrico dal costo davvero basso: 92 dollari, composto di soli 15 parti.
Il funzionamento è semplice: l'unità è composta da un solo cilindro a movimento laterale, ed avrà la funzione di realizzare elettricità da inviare alle batterie del veicolo. «È un piccolo motore, leggero, e grazie a questo, è destinato a soppiantare una tecnologia datata, che ha 150 anni di vita. Oggi un generatore di 45 kW è enorme. Il nostro è piccolo e leggero, potrà essere utilizzato con ottimo successo anche in Africa, Cina e in India.» dichiara Gal Fridman, co-fondatore dell'Aquarius Engine.
Peugeot si è mossa per tempo, intavolando una trattativa con l'azienda per adottare eventualmente tale tecnologia come motogeneratore per le proprie auto future. Al momento, il prodotto dell'Aquarius Engine è ancora in fase di test.

(Automoto, 16 dicembre 2016)


A Milano il primo "Israel Breakfast" del Keren Hayesod: un successo

Grande successo per il primo Israel Breakfast del nuovo "Keren Hayesod European Business Club" organizzato a Milano dal Keren Hayesod, ente che dal 1920 assicura le risorse necessarie alla Agenzia Ebraica per il sostegno di Israele. "Vogliamo rendere la vicinanza ad Israele non più solo un "dovere" per gli ebrei della diaspora" dice Andrea Jarach presidente nazionale del Keren Hayesod, "ma una cosa che si inserisce nei propri interessi professionali per ebrei e non".
Che l'evento sia riuscito lo testimoniano i quasi 50 ospiti, molti imprenditori, molti i professionisti, convenuti tramite il passaparola al Talent Garden di Milano per incontrare Gilad Carni un imprenditore tipico della nuova economia di Israele. Numerosi gli scambi di biglietti da visita e i contatti nati nell'incontro all'insegna dell'amicizia con Israele. "Missione compiuta" commenta soddisfatto Jarach. Appuntamento fra un paio di mesi per il secondo Israel Breakfast: tema cyber security.

(L'informale, 15 dicembre 2016)


Generale israeliano rassegna le dimissioni dopo il furto del suo computer

GERUSALEMME - Il generale Hagai Topolansky, capo della direzione del personale dell'esercito israeliano, ha rassegnato le proprie dimissioni mercoledì, dopo che il suo computer, contenente informazioni riservate, è stato rubato. Le Forze di difesa israeliane hanno dichiarato che la polizia militare sta indagando per accertare la sensibilità delle informazioni trafugate con il portatile. I regolamenti in vigore nelle Forze armate israeliane impediscono di lasciare computer portatili incustoditi a bordo di veicoli militari o nella propria abitazione, a meno di riporli in una apposta cassetta di sicurezza. In passato casi analoghi hanno portato all'incriminazione dei militari che con la loro negligenza hanno consentito i furti. Topolansky ha deciso quindi di rassegnare le dimissioni.

(Agenzia Nova, 15 dicembre 2016)


L'Austria ha deciso cosa fare della casa natale di Hitler

Il governo vuole impedire che l'edificio diventi un luogo di pellegrinaggio dei neonazisti, ma ha deciso di non demolirla come inizialmente proposto.

 
La facciata della casa dove nacque Adolf Hitler. La stele recita: 'Per la pace, la libertà e la democrazia, mai più fascismo, milioni di morti siano di monito'.
La casa natale di Adolf Hitler, nella cittadina di Braunau am Inn, in Alta Austria, ospiterà la sede di una associazione caritatevole per disabili. La decisione, come riporta la Bbc online, arriva dopo che mercoledì 14 dicembre il parlamento austriaco ha approvato una legge che permette l'espropriazione dell'edificio.
La proprietaria della casa, una pensionata di nome Gerlinde Pommer, si era sempre rifiutata di vendere o di permetterne la ristrutturazione, e adesso verrà compensata dal governo.
Per anni il governo ha pagato alla Pommer un generoso canone di affitto per cercare di impedire che l'immobile potesse diventare un'attrazione turistica per un pubblico di di estrema destra.
Martedì 13 dicembre il ministro degli Interni Wolfgang Sobotka, che a luglio aveva detto che la casa sarebbe stata abbattuta, aveva dichiarato che l'abitazione sarebbe stata risparmiata dalla demolizione.
In una nota, Soboka, insieme al sindaco di Braunau am Inn, hanno comunicato che questa diventerà "un chiaro simbolo contro i crimini commessi da Adolf Hitler". Le autorità non hanno demolito la casa "per non distruggere un pezzo di storia del paese". Tuttavia, il timore era che l'edificio diventasse un luogo di pellegrinaggio per i gruppi neonazisti, così si è scelta la soluzione di offrirla a Lebenshilfe, una associazione caritatevole per disabili.
La famiglia Hitler ha vissuto nella casa di Braunau sul fiume Inn per soli tre anni intorno alla data di nascita di Adolf, il 20 aprile 1889, ma il destino dell'edificio di tre piani di un colore giallo pallido è da tempo oggetto di controversia.
La Germania nazista annesse l'Austria nel 1938. Si discute ancora se gli austriaci siano stati complici consenzienti, dato che molti di loro reagirono con entusiasmo al ritorno in patria di Adolf Hitler, o se al contrario siano stati le prime vittime della dittatura che avrebbe ridotto in macerie l'Europa e fatto decine di milioni di vittime.

(tpi.it, 15 dicembre 2016)


Rabbino Abie Ingber - Il Natale salvò la vita di mia madre

Qualunque studente del ventesimo secolo potrebbe affermare che l'Olocausto fu uno dei capitoli più oscuri della storia moderna. Nonostante ciò, all'interno di quell'incubo, ci furono momenti di grande umanità e di compassione estremamente confortanti.
   Nell'agosto del 1942 mia madre, Fania Pastz, era una delle poche sopravvissute del ghetto di Lutsk, in Polonia. Era una ragazza giovane, di non ancora vent'anni, quando la sua vita venne salvata da virtuosi cristiani che l'uno dopo l'altro incontrò sulla sua strada. Nessuno potrebbe dire perché lei venne risparmiata mentre i suoi genitori, i suoi fratelli e gli altri membri della sua famiglia furono uccisi così brutalmente. Più di una volta dei cristiani evangelici, contadini e abitanti delle campagne, arrivarono proprio al momento giusto per nasconderla in una soffitta, in una cantina o in un pollaio.
   Il miracolo di Natale di mia madre iniziò il 19 agosto del 1942, quando un contadino ucraino arrivò nel ghetto e propose un piano per nascondere in città la famiglia di mia madre. Non volendo mettere in pericolo l'intera famiglia con un piano rischioso, mia madre strappò la gialla stella di David che era obbligata a portare cucita sugli abiti, si coprì il capo con uno scialle e, lasciando i propri cari, uscì insieme al contadino per provare la via di fuga. La fortuna li accompagnò e lei riuscì a sgattaiolare fuori dal ghetto senza che né i poliziotti ucraini, stranamente presenti in grande numero, né i soldati tedeschi, raccolti ai confini del ghetto, la fermassero. Il piano prevedeva di ritornare la mattina successiva per far uscire l'intera famiglia. Tuttavia, quando mia madre l'indomani cercò di avvicinarsi al ghetto, venne fermata da un poliziotto ucraino. Credendo che fosse cristiana e non ebrea le consigliò di stare lontana da quella zona. "E' circondata a causa di ragioni politiche".
   Gli ebrei avevano vissuto a Lutsk fin dal decimo secolo e la loro fortuna era cresciuta insieme a quella della città che era divenuta, a metà del sedicesimo secolo, un importante centro economico e politico. Ma la mattina del 20 agosto, il giorno in cui mia madre rimase fuori dal ghetto, venne dato un ordine che pose fine a tutto ciò in maniera definitiva. Durante i due giorni successivi, i diciassettemila ebrei del ghetto di Lutsk vennero deportati sulla collina di Polanka, ai margini della città, vennero gettati vivi in un fossato e fucilati. Nessuno degli ebrei che venne trovato nel ghetto poté sottrarsi a quella fine atroce.
   La coraggiosa spedizione di mia madre fuori dal ghetto l'aveva salvata. Avendo perduto tutto e tutti, stordita per quanto era accaduto, cercò aiuto presso il contadino che l'aveva guidata e passò i due mesi seguenti nascosta nella canna fumaria del grande forno che si trovava fuori dalla casa.
   Ma il 24 dicembre del 1942, la fortuna di Fania Pastz sembrò abbandonarla. Il contadino ucraino che le aveva salvato la vita cominciò a temere che se avesse continuato a darle rifugio, lui stesso si sarebbe trovato in grave pericolo e le chiese di lasciare la sua casa. Mia madre vagò per le sporche strade di campagna, tremando dal freddo nel suo abitino di cotone. La notte stava calando e lei sapeva che la sua vita era prossima alla fine. Riconoscendo la casa padronale del guardiano della contea, ne imboccò il viale d'ingresso. I cani del guardiano l'assalirono, strappandole il vestito e mordendola. Il guardiano, sentendo il latrare dei cani, arrivò impugnando il suo fucile.
   "Per favore uccidimi", implorò mia madre. "Aiutami a seguire la sorte della mia famiglia".
   "Non posso ucciderti questa notte", rispose l'ufficiale. La fece entrare, divise con lei il cibo della cena della vigilia di Natale, le diede un nuovo abito e un posto per dormire. La mattina dopo, temendo che avrebbe potuto lui stesso essere ucciso per aver salvato un'ebrea, la portò in città e l'affidò a un'altra famiglia cristiana perché la nascondesse. Altri tre cristiani miracolosamente comparvero durante la guerra e le salvarono la vita fino al giorno in cui scese da un solaio durante la liberazione di Lutsk da parte dell'esercito russo nel 1944. Era una dei pochi ebrei ancora vivi in città.
   Solo a distanza di molti anni io imparai il detto polacco che recita: "Alla vigilia di Natale anche un gatto randagio ha diritto di vivere". Il 24 dicembre del 1942 mia madre aveva vissuto come un gatto randagio nella campagna polacca. In quel preciso momento Dio deve aver operato in modo che la vigilia di Natale le salvasse la vita. Sono orgoglioso delle mie origini ebree e del fatto di essere un rabbino, ma non scorderò mai che il Natale ha salvato la vita di mia madre. Buon Natale a tutti voi, da un rabbino pieno di gratitudine.

(poetineranti.it, 15 dicembre 2016)


Piemonte ebraico nelle registrazioni di Leo Levi

Intervista con Franco Segre.

di Giorgio Zito

Tra la seconda metà degli anni Cinquanta e gli inizi del decennio successivo, Leo Levi (1912 -1982) documenta espressioni musicali delle tradizioni ebraiche. Figura di rilievo della cultura italiana novecentesca Levi documentò più di mille canti sinagogali e di liturgia domestica diffusi nelle comunità israelite dell'Italia settentrionale e centrale. In collaborazione con il Centro Nazionale Studi di Musica Popolare di Roma, diretto da Giorgio Nataletti, la campagna di rilevazione italiana di Levi confluì nella Raccolta 52 conservata presso gli Archivi di Etnomusicologia dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. La sua opera ha colmato l'ampia lacuna nello studio delle tradizioni musicali ebraiche, portando le musiche liturgiche di area italiana all'attenzione degli studiosi internazionali. Inoltre, lo studio sui materiali italiani ha permesso a Levi di affinare il lavoro di esplorazione che, in seguito, lo ha condotto a indagare i canti di altre comunità ebraiche, attraversando l'Europa e oltre fino all'Etiopia. Abbiamo incontrato Franco Segre, curatore di "Musiche della tradizione ebraica in Piemonte. Le registrazioni di Leo Levi", edito dall'editore SquiLibri, chiedendogli di raccontarci il suo studio sull'opera di Leo levi.

- Il libro nasce dalle registrazioni e delle ricerche sul campo di Leo Levi nel 1954…
  Si avvale di tutto il materiale che era stato a suo tempo raccolto da questo stranissimo e genialissimo personaggio che è stato Leo Levi. Dotto, sapiente, genialoide ma molto sregolato nella vita, ebreo nato a Casale Monferrato, intelligentissimo, brillante, Levi era nipote di Giacomo Bolazio, che fu per tanti anni il rabbino capo della comunità ebraica di Torino. Una persona di poliedrica cultura, di molteplici interessi, di un continuo fermento di attività di ricerca, che lo portavano a un susseguirsi ininterrotto di viaggi e di contatti con chiunque poteva offrigli occasioni per approfondire le sue conoscenze e per divulgarle anche al prossimo. Era religioso, dal punto di vista dell'osservanza delle norme ebraiche, ma non bigotto. È stato sionista quando ancora il sionismo era tra gli ebrei, e tra gli italiani in particolare, un movimento di avanguardia, è stato antifascista, arrestato dal regime, è stato comunista, quando il comunismo era al bando, ed è stato uno dei fondatori dei campeggi giovanili tra gli ebrei italiani. Ma era soprattutto un musicologo, specializzato nella musica e nei canti liturgici, non solo dei riti ebraici, ma anche di quelli cristiani, di varie chiese e di vari paesi, ed era spesso consultato da studiosi, sacerdoti, rabbini, di vari culti, sui particolari, sulle affinità e sulle differenze tra i vari riti. Nel 1935 emigrò in Palestina dove inizia un lungo rapporto con l'università di Gerusalemme, in particolare con un centro di ricerca della musica ebraica, ma resta sempre in contatto con l'Italia, con continui viaggi, conferenze e pubblicazioni.

- Com'è nata l'idea di raccogliere tutte le sue ricerche in un libro?
  Prima di tutto, il fatto che c'è stata questa raccolta di registrazioni di Leo Levi, ricchissime: di più di mille brani musicali, raccolti da Levi con una pazienza enorme, andando a intervistare e raccogliere brani con il suo registratorino portatile Nagra.
Materiale che lui ha raccolto per conto di un centro di musica popolare di Roma, in contatto con l'Accademia di Santa Cecilia. Di questo materiale noi conoscevamo l'esistenza, ne esisteva copia anche presso l'università di Gerusalemme. Insieme a un archivio delle tradizioni musicali degli ebrei piemontesi, l'archivio Terracini di Torino, abbiamo pensato qualche anno fa che qualche parte di questo materiale, quello più attinente al Piemonte, potesse essere divulgato, non attraverso la pubblicazione di tutto il materiale, perché si tratta di più di duecento brani, ma sicuramente di un campione, che è quello ripreso nel CD che accompagna questo libro. Quarantadue brani musicali che derivano da alcune città del Piemonte, innanzitutto Torino, e poi, seconda, Alessandria, da cui provengono circa trenta brani. Nel CD ne troviamo riportati una decina.

- Perché il Piemonte e in particolare l'Alessandrino? Qual è stata l'importanza della musica tradizionale ebraica in queste zone?
  Il Piemonte è tipico per la vicinanza di località e canti diversi. Questo deriva in gran parte dall'arrivo in Piemonte nei secoli passati di nuclei di popolazioni consistenti che avevano un'origine comune per ogni singolo gruppo, ma molto diversi uno dall'altro. Erano in parte di provenienza sefardita, cioè di origine iberica, in seguito alla famosa cacciata degli ebrei. Un altro nucleo invece veniva dal nord, dalla Germania, e dai paesi dell'est. Questi gruppi si sono incontrati, hanno dato luogo a un rito locale, che ha preso un po' da una parte ed un po' dall'altra. Difatti, nelle diverse città dal Piemonte si riscontrano anche questi riti differenti. Per questa caratteristica il Piemonte è atipico anche nell'ambito dell'ebraismo italiano, che già per suo conto è atipico nell'ambito dell'ebraismo europeo.

- Quanto è importante la musica nella definizione di un'identità culturale. In particolare quanto è stata importante nella definizione dell'identità culturale degli ebrei?
  Abbiamo messo in questo libro un articolo che sviluppa questo tema, scritto dal musicologo Francesco Spagnolo. Lui mette in evidenza il fatto che l'area geografica del Piemonte ha avuto una notevole influenza proprio nella formazione di un'identità comune agli ebrei che vi hanno risieduto. Ha posto l'accento sul fatto che nell'ambito di questa identità si possono però identificare dei ceppi differenti: una è identità locale per ogni singola comunità, anche molto vicine una dall'altra, un'altra è un'identità regionale nello sviluppo di un senso comune di appartenenza. Poi c'è anche un senso di identità nazionale, basata sul ruolo fondamentale che ha svolta la Casa Savoia nella promozione di un'unità nazionale: a questo riguardo, gli ebrei hanno partecipato moltissimo al Risorgimento e alle glorie della Casa Savoia. Tutto questo lo si trova in maniera molto forte Piemonte, e non altrettanto in altre regioni d'Italia.

- Come abbiamo detto, all'interno del libro troviamo un CD con quarantadue brani, a testimonianza di quanto viene raccontato. Rappresentano il materiale d'archivio originale raccolto da Leo Levi all'epoca?
  Si, è il materiale che Levi ha raccolto negli anni '50 registrandolo direttamente da diversi cantori, in genere molto anziani e non cantanti professionisti, ma degli officianti in sinagoga. È stato un lavoro veramente da certosino, ma fondamentale, altrimenti la maggior parte di questi canti sarebbe andata perduta. Dal punto di vista strettamente musicale non sono granché, però hanno un significato molto importante dal punto di vista sociologico e in parte anche religioso, perché dimostrano chiaramente quali fossero le caratteristiche e gli stili che nell'Ottocento e nel primo Novecento venivano applicati nel canto liturgico ebraico

(Blogfoolke, 15 dicembre 2016)


Il più antico alfabeto del mondo

Un ricercatore canadese afferma che l'ebraico ha l'alfabeto più antico del mondo: lo studio ha però suscitato molte perplessità.

 
Una delle tavolette studiate da Douglas Petrovic, da cui ha dedotto l'origine del primo alfabeto dell'umanità
 
Le prime lettere di un possibile alfabeto semitico
L'archeologo Douglas Petrovic, della Wilfrid Laurier University (Canada), ha scatenato una vivace discussione, non priva di polemiche, nella comunità dei ricercatori di storia antica per avere affermato che l'ebraico ha l'alfabeto più antico al mondo, e ciò in base a una sua scoperta.
La scoperta (se sarà considerata tale) non è stata divulgata attraverso una rivista scientifica e il consueto iter di revisione (peer review), ma con un libro, opportunamente intitolato World's Oldest Alphabet (il più vecchio alfabeto del mondo), che, proposto direttamente ai media, ha fatto il giro del mondo in pochi giorni.

 Tradotte tavolette inedite
  Nelle interviste successive alla presentazione del lavoro, Petrovic sostiene che l'alfabeto deriva da 22 geroglifici egizi e prese forma circa 3.800 anni fa.
Molti archeologi sostengono che l'alfabeto più antico al mondo era probabilmente semita e che fece la sua comparsa attorno a 1500-1700 anni prima di Cristo - ma anche su questa origine non c'è un sostanziale accordo unanime.

(Focus.it, 15 dicembre 2016)


Quella guerra che non è mai finita

Per i palestinesi, la condizione di eterni profughi è legata al rifiuto degli esiti della guerra scatenata 69 anni fa contro l'autodeterminazione del popolo ebraico.

Chiunque voglia capire il motivo per cui il conflitto tra il movimento sionista e gli arabi palestinesi va avanti da oltre cento anni non troverà la risposta nelle interminabili minuziose discussioni sulla questione se quelli attivamente espulsi siano stati un quarto, un terzo o la metà degli arabi che lasciarono il paese durante la guerra d'Indipendenza del 1948. Chiunque voglia capire come sia possibile che vi siano ancora oggi milioni di persone che si definiscono profughi di una guerra conclusa parecchi decenni fa, benché la maggior parte di loro siano discendenti che non sono mai stati espulsi, non troverà la risposta in uno degli infiniti studi che indagano se, come e quando gli abitanti di questo o quel singolo villaggio fuggirono o vennero espulsi. Peggio. Chi si concentra su questi dettagli nella convinzione che possano spiegare il motivo per cui il problema oggi è ancora aperto e l'unicità del conflitto israelo-palestinese, cade nella trappola proprio di coloro che si sono deliberatamente adoperati per perpetuare il problema....

(israele.net, 16 dicembre 2016)


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