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Notizie 16-31 gennaio 2021


Palamara e la verità su Salvini: "Ecco perché andava colpito"

Anche se l'argomento non riguarda direttamente Israele, per l'importanza sociale del tema sollevato riportiamo un articolo che parla di un libro uscito pochi giorni fa sullo scandalo della magistratura. NsI

di Francesca Galici

Lo scandalo della magistratura emerso dopo le intercettazioni di Luca Palamara, ex presidente dell'Anm, ha scoperchiato un sistema fatto di stretti legami tra giustizia e politica.
   Nel libro Il sistema, scritto da Alessandro Sallusti, si racconta il dietro le quinte di questo mondo attraverso le parole di Luca Palamara, che col direttore de Il Giornale ne ha ricostruito gli intrecci e i retroscena. Questa sera, Luca Palamara è stato ospite di Massimo Giletti a Non è l'Arena per ribadire le sue verità.
   "Finché non c'è una decisione definitiva io sono ancora un magistrato e mi vanto di aver fatto questo racconto da magistrato", ha esordito Luca Palamara nello studio di Massimo Giletti parlando del suo libro, rivelando che "I magistrati mi dissero: 'Luca tu devi dire la verità'". Il magistrato ha poi aggiunto: "La più grande soddisfazione è stata sentirmi dire: 'Luca ho letto il libro, dice tutta la verita"".
   Luca Palamara ha difeso la decisione di realizzare il tomo, sottolineando che lo scandalo delle procure, dal suo punto di vista sia una "operazione che si è tentata di fare, di identificare nella mia persona l'unico responsabile, è fallito". Ciò di cui viene accusato oggi non è una novità per le magistrature perché, come spiega Luca Palamara, "i problemi di cui parliamo oggi sono problemi già dibattuti ma ci siamo arroccati, siamo diventati una casta, di cui facevo parte anche io e la politica ne faceva parte".
   Molti accusano oggi Palamara di essere alla base della perdita di credibilità della magistratura, ma il magistrato si difende e attacca: "Il problema della credibilità non può essere legata a una persona sola. Perde credibilità quando i tempi della giustizia sono troppo lunghi". Luca Palamara ha messo il suo racconto a disposizione: "Mi sono messo a disposizione delle varie autorità giudiziarie. Sono disponibile a reiterare le mie affermazioni, quello che dirò questa sera, davanti alla Commissione del Csm per un confronto".

(il Giornale, 31 gennaio 2021)


Ho letto il libro. Superando il disgusto che se ne prova, sarebbe bene che molti lo leggessero. Eccone alcuni stralci. M.C.

- Qual era l'obiettivo e quale la strategia?
  L'obiettivo è sempre quello: impedire che un governo di centrodestra vari delle riforme della giustizia per noi inaccettabili.

- Di fatto da lì in poi inizia una pressione giudiziaria su Silvio Berlusconi?
  Da quel momento veniamo accusati di entrare in una zona grigia dove formalmente è tutto regolare: l'obbligatorietà dell'azione penale, l'indipendenza della magistratura eccetera eccetera. Non c'è un capello fuori posto, ma sta di fatto che non esisteva più, e dubito che oggi esista, un confine netto tra la legittima difesa degli interessi della giustizia e l'uso strumentale della giustizia stessa per i fini politici di una parte della magistratura, parte che trova nella sua corrente di riferimento copertura e protezione, e nel partito politico di riferimento, il Pd, un socio interessato. Con Cascini ci intendiamo sul fatto che Magistratura democratica abbia mano libera nel fare opposizione feroce a Berlusconi e che il mio ruolo debba essere quello di equilibratore con le altre correnti e di pontiere con la politica. Di più, ammesso di volerlo, non avrei potuto fare. Al nostro interno non c'erano le condizioni politiche per fermare quella deriva, e a quel punto - sarebbe stupido negarlo - scelsi di assecondarla.

- Eravate, siete stati, convinti di essere così potenti?
  Le spiego una cosa fondamentale per capire che cos'è successo in Italia negli ultimi vent'anni. Un procuratore della Repubblica in gamba, se ha nel suo ufficio un paio di aggiunti e di sostituti svegli, un ufficiale di polizia giudiziaria che fa le indagini sul campo altrettanto bravo e ammanicato con i servizi segreti, e se questi signori hanno rapporti stretti con un paio di giornalisti di testate importanti - e soprattutto con il giudice che deve decidere i processi, frequentandone magari l'abitazione ... Ecco, se si crea una situazione del genere, quel gruppo e quella procura, mi creda, hanno più potere del Parlamento, del premier e del governo intero. Soprattutto perché fanno parte di un «Sistema» che lì li ha messi e che per questo li lascia fare, oltre ovviamente a difenderli.

- È una denuncia forte, ma non si parla di nomine e spartizioni.
  Peggio, è l'ammissione che la magistratura ha il dovere, anzi l'obbligo, nella testa di chi è su quelle posizioni, di fare politica per plasmare la società, insieme a un partito di riferimento - in quel caso il Pci - ma se necessario anche senza o addirittura oltre. Per fare questo devi formare una classe di magistrati indottrinati e piazzarli nei posti strategici per incidere sulla vita politica non attraverso leggi ma attraverso sentenze. Così nasce il «Sistema» delle nomine non per merito ma per appartenenza.
È innegabile che le correnti siano nate con i più nobili ideali e, in tale ambito, Magistratura democratica si è autoproclamata superiore dal punto di vista etico. È nata nel 1964 a Bologna, quando un insieme di magistrati ideologizzati si costituisce in gruppo organizzato all'interno della magistratura in stretta relazione con il Partito comunista, e questo condizionerà l'attività della categoria fino ai giorni nostri. Magistratura democratica è l'embrione del sistema.

- Si chiama collateralismo
  Esatto, solo che se sei collaterale al Pci-Pds-Pd sei un sincero democratico e un magistrato libero e indipendente; se sei collaterale a Renzi via Lotti, a Berlusconi via Nitto Palma o a Salvini via non so chi, allora sei un traditore dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura e devi essere cacciato come infame.

- Raccomandazioni?
  Io ho soddisfatto tante richieste in tal senso e soprattutto sono stato contattato più volte da magistrati, anche autorevoli, che chiedevano raccomandazioni per gli esami orali dei figli.


Israele, la rivolta degli ultraortodossi contro le norme anti-Covid

A Gerusalemme un assembramento senza precedenti: a migliaia hanno partecipato al funerale di un rabbino di 99 anni vittima del coronavirus. Il governo raddoppia le multe per chi viola le regole sul distanziamento sociale. Da settimane, in diverse città del Paese, duri scontri tra gruppi di estremisti e la polizia che cerca di disperdere la folla.

di Sharon Nizza

Gerusalemme - Migliaia di ortodossi partecipano al funerale del grande rabbino Meshulam Soloveitchik, violando le norme israeliane sul coronavirus
GERUSALEMME - Il complesso sistema su cui si fonda il rapporto tra la comunità ultraortodossa e le istituzioni dello Stato israeliano si è palesato in tutta la sua fragilità nell'anno del Covid, ma nel corso del terzo lockdown ha raggiunto livelli inauditi. Oggi a Gerusalemme in migliaia hanno preso parte al funerale di un importante rabbino, Meshulam Soloveitchik, deceduto venerdì a 99 anni a causa del Covid, nell'impotenza totale della polizia, che è riuscita solamente a respingere diversi autobus che continuavano ad arrivare, ma non a prevenire l'assembramento senza precedenti. Il vice ministro della Salute Yoav Kisch ha twittato: "Un funerale che porterà a molti altri funerali".
  L'episodio di oggi arriva proprio nella giornata in cui il governo ha approvato la legge che raddoppia le multe per la violazione dei limiti negli assembramenti (da 1,300€ a 2,600€). Ma soprattutto dopo settimane in cui, in diverse città del Paese dove risiedono le più grandi comunità ultraortodosse, sono avvenuti numerosi scontri violenti tra gruppi di estremisti e le forze dell'ordine che cercavano di fare rispettare le restrizioni per il contenimento del virus.
  Gli scontri più duri, con scene di guerriglia urbana, si sono svolti nei giorni scorsi a Bnei Berak, nei pressi di Tel Aviv, dove una grande folla ha posto resistenza agli agenti, definendoli anche "nazisti". Alcuni manifestanti hanno dato alle fiamme un autobus, portando all'evacuazione degli edifici nei dintorni. Qualche giorno prima, una volante della polizia era stata presa d'assalto da altri estremisti, ferendo una poliziotta, che ha detto di aver temuto per la propria vita. In un'altra occasione, ad Ashdod, un poliziotto ha sparato in aria "sentendosi minacciato".
  
A Gerusalemme molte proteste sono degenerate in violenza, con tanto di lancio di sassi e oggetti contro i poliziotti. I manifestanti hanno anche vandalizzato una delle stazioni della metropolitana leggera, bloccandone il tragitto e causando un blocco del traffico. Sono state arrestate decine di persone e, nel caso dell'assalto alla volante, si sono consegnati alle autorità quattro ventenni, spinti dalle pressioni dei leader comunitari che li hanno bollati come "mele marce che non ci rappresentano". Tuttavia, la polizia è stata accusata di aver usato forza eccessiva e indiscriminata, con il ministro dell'Edilizia Yaakov Litzman (esponente di uno dei partiti che rappresenta una parte della comunità ortodossa ashkenazita) che ha puntato il dito contro il suo collega di governo Amir Ohana, il ministro della Sicurezza interna.
  Gli scontri avvengono principalmente intorno ai tentativi della polizia di disperdere assembramenti illegali, ma soprattutto di fare rispettare la chiusura del sistema scolastico. L'attuale lockdown, in vigore dal 27 dicembre, inizialmente aveva risparmiato le scuole, per la prima volta rispetto ai lockdown precedenti. A fronte del costante aumento dei contagi, la decisione è stata ribaltata dopo due settimane, chiudendo le scuole di ogni grado, in aggiunta alla limitazione di qualsiasi assembramento a 10 persone massimo in spazi aperti e 5 in spazi chiusi.
  La chiusura degli istituti di studio per i haredim ("coloro che tremano" dinanzi a Dio, termine con cui si indica genericamente questa componente della società israeliana che conta il 12% della popolazione) è considerata un oltraggio, perché lo studio dei testi ebraici è la linfa vitale di questa comunità. Secondo il generale Romi Numa, che per la protezione civile israeliana gestisce l'assistenza alle comunità ultraortodosse, nelle ultime due settimane il 15% degli istituti di studio in questo settore sono rimasti aperti in contravvenzione alle normative.
  Parliamo tuttavia di una comunità in cui vige il principio del pikuah nefesh, secondo cui la salvaguardia della vita è prioritaria rispetto a qualsiasi altra considerazione religiosa e in cui esistono innumerevoli associazioni caritatevoli volte ad aiutare i più bisognosi a ottenere le cure migliori. Quindi risulta difficile comprendere, persino dal punto di vista religioso, la scelta di contravvenire alle misure anti Covid presa da alcuni leader di questo settore - che a sua volta è articolato in numerose correnti, ognuna facente riferimento a un maestro di studi e a direttive diverse tra loro. Si tratta di una società molto povera, che vive in condizioni di sovraffollamento - una media di 7 bambini a famiglia - tra cui il virus ha raggiunto i picchi di contagio più elevati nel corso della pandemia. Parliamo anche di una comunità che vive tendenzialmente isolata dal mondo, non guarda i notiziari, non utilizza internet, non possiede computer e spesso nemmeno cellulari, motivo per cui l'esercito già da aprile era presente sul territorio per aiutare la popolazione a fare fronte all'emergenza.
  I haredim vivono in una sorta di autonomia, conseguenza di un compromesso storico nel periodo precedente alla fondazione dello Stato tra i pionieri socialisti e i leader della comunità religiosa di allora. Sono esentati dal servizio di leva obbligatorio se studiano nelle yeshivot (istituti per l'approfondimento degli studi dei testi ebraici). Il loro sistema scolastico è indipendente e i finanziamenti statali sono condizionali alla quantità di materie "laiche" che vengono insegnate accanto agli studi ebraici: meno matematica e inglese si studiano, meno fondi si ricevono. Nella maggior parte delle scuole haredì non vengono insegnate materie non ebraiche.
  Se in alcune frange della società ultraortodossa la pandemia ha esasperato ulteriormente l'alienamento già esistente rispetto al resto della società israeliana, è stato possibile identificare durante questi mesi alcune nuove tendenze, prima tra tutte un aumento esponenziale degli abbonamenti a Internet, per grandi settori di questa società un tabù completo. E si fanno sempre più sentire le voci, all'interno del mondo haredì, che parlano di una necessità di riconciliazione tra le diverse anime del Paese e che non hanno risparmiato critiche ai leader religiosi e politici, visti come i principali responsabili della situazione di anarchia che si è creata in troppe realtà del mondo ultraortodosso.
  Yehuda Meshi-Zaav, il fondatore di Zaka, un'associazione volontaria di pronto soccorso nata per identificare i corpi dilaniati durante gli attentati e dare loro una sepoltura dignitosa, si è visto portare via dal Covid, nel giro di un mese, padre, madre e un fratello. Ha puntato il dito contro "i politici che si occupano solo di negoziare benefici ognuno per la propria corrente, senza guardare veramente al nostro pubblico, che sta soffrendo così tanto. Non c'è una casa dove non ci sia stato un lutto".
  Eli Paley, l'editore di Mishpahà, il principale giornale della comunità ultraortodossa, di fronte alla violenza degli ultimi giorni ha scritto che "è arrivato il momento di fare una riflessione seria. Siamo arrivati a una condizione di anarchia, ogni gruppo nella nostra società prende le proprie decisioni in autonomia. Dobbiamo riconsiderare il nostro rapporto con lo Stato".
  Il rabbino Betzalel Cohen, che da anni promuove attività per avvicinare i haredim ai settori laici della società israeliana, sostiene che nel mondo haredì da anni sia in corso una battaglia interna tra "responsabili" e "militanti". A suo parere, il Covid ha rafforzato a livello di opinione pubblica le tendenze isolazioniste e il futuro dipenderà anche dalla capacità di scegliere nuovi interlocutori che rappresentino istanze diverse di fronte al resto della società.

(la Repubblica, 31 gennaio 2021)


Le fragranti spongate bussetane di Angelo Muggia apprezzate anche dal Maestro Verdi

La spongata, dolce tipicamente natalizio, sembra avere origini oscure. Una delle ipotesi è che sia di provenienza ebraica. Di origini certamente ebraiche è il fondatore di una casa dolciaria che tra i suoi prodotti ha una spongata che porta il suo nome: Angelo Muggia. Riportiamo un estratto da un articolo della Gazzetta di Parma. NsI

Angelo d'Israele Muggia (1839-1905) apparteneva a una famiglia di origine ebraica della Tribù di Levi, storicamente proveniente dall'area mitteleuropea e cacciata dal piccolo paese alle porte di Trieste nel 1532 (mutuandone il cognome), installatasi a Fiorenzuola già nel Settecento. Angelo si era trasferito da Cortemaggiore a Busseto nel 1863 e qui aveva aperto, nella centralissima via Roma, una drogheria e rivendita di generi coloniali iscritta nei registri della Camera di Commercio dal 1867. Nella sua bottega, ricca di aromi e di spezie, preparava anche mostarde, sciroppi, vermouth, liquori e infusi, come nocino (con la Rocca di Busseto sull'etichetta), infuso di vaniglia e alchermes (impiegati in pasticceria) il Cognac le Soleil (con la figura di un Pierrot in etichetta) e la Grappa Paolina al miele. Una attività all'epoca assai diffusa che vedeva coinvolti altri rami famigliari. Sono infatti documentate una distilleria di Liquori e Vermouth Fratelli Muggia, a Castelmaggiore (PC) fondata prima del 1884 e una distilleria Giuseppe Muggia, a Sassuolo (MO) fondata prima del 1891. Nel periodo natalizio, poi, Angelo approntava con l'aiuto di numerose donne del paese, che si ritrovavano dopocena per la preparazione del ripieno, fragranti spongate, particolarmente apprezzate anche dal Maestro Verdi e che avevano guadagnato, nei primi anni del Novecento, diverse medaglie d'oro e onorificenze alle esposizioni di Milano e di Casale Monferrato.
   Angelo aveva sposato Dircea Osimo, di Monticelli d'Ongina e aveva avuto da lei sette figli. Fra questi Achille (1875-1934) aveva proseguito l'attività paterna, sviluppando in maniera significativa la produzione dei dolci natalizi. Di idee progressiste, impegnato politicamente, era stato Sindaco di Busseto durante il Primo Conflitto mondiale. A lui si deve anche l'attività di comunicazione che coinvolse cartellonisti di prestigio come Achille Luciano Mauzan e Arnaldo Caroli (1892-1953), autore di una vignetta con tre putti intenti a banchettare con la spongata.
   Achille Muggia, sposatosi con Calliope Servi, figlia di Flaminio, Rabbino a Monticelli e poi a Casale Monferrato e direttore del mensile "Vessillo Israelitico", ebbe due figli, Flaminio, funzionario alla Banca d'Italia e Alice (1908-1990) che, alla comparsa del padre, ne proseguì l'attività riuscendo a salvare la famiglia e l'impresa durante il difficile periodo della Seconda Guerra mondiale. A seguito delle leggi razziali nel 1944 la drogheria era stata "donata" alla famiglia Ziliani di Busseto che l'aveva gestita per alcuni anni e i Muggia si erano rifugiati a Milano riuscendo a sfuggire fortunosamente alla cattura e alla deportazione, che colpì invece numerosi membri della comunità ebraica bussetana.
Al termine del conflitto Alice, tornata a Busseto, aveva ripreso il lavoro, sposando nel 1947 Alberto Long, di origini valdesi, titolare di una rinomata pasticceria di via Farini a Parma e ispettore delle Distillerie dell'Aurum di Pescara, conosciuto in occasione di un giro alla clientela.
   La figlia Elisa (Lisetta), insegnante di lettere - cui dobbiamo queste preziose notizie - dopo la vendita della drogheria (1965) li affiancò nella gestione dell'azienda - trasferita nel 1962 in un nuovo stabile in via Provesi - fino al 1984 quando l'attività veniva ceduta. La Spongata Muggia è oggi prodotta da Dolci Sereni a San Biagio, in provincia di Mantova.

(Gazzetta di Parma, 31 gennaio 2021)


L'Iran consegna missili in Siria e Iraq in grado di far male a Israele

Missili terra-terra di fabbricazione iraniana sono stati consegnati agli Hezbollah iracheni e alla brigata afghana alleata di questi ultimi. Secondo gli esperti i missili sono in grado di far male a Israele

Venerdì scorso l'Iran ha consegnato missili terra-terra a medio e corto raggio agli Hezbollah in Iraq e in Siria in grado di far male a Israele.
Lo riferisce una ONG del posto poi ripresa dall'Osservatorio Siriano per i Diritti Umani.
Secondo le fonti i missili, in totale 56, sarebbero arrivati a bordo di camion militari iraniani nella città siriana di Al-Tabani, nella campagna della provincia siriana di Deir Ezzor.
La stessa cosa era successa all'inizio del mese in Iraq quando sempre gli iraniani consegnarono decine di missili terra-terra alla Brigata afghana Fatimiyoun, missili poi nascosti in abitazioni civili.
In quel caso per la consegna erano stati usati camion "umanitari" per la distribuzione di frutta e verdura alla popolazione irachena.
Secondo l'Osservatorio per i Diritti Umani in Siria anche i missili iraniani consegnati in Siria sarebbero stati nascosti in prossimità di abitazioni civili in modo da interdire attacchi israeliani senza che gli stessi provochino vittime civili.

 Il reclutamento di Hezbollah in Siria
  Nel frattempo gli Hezbollah libanesi hanno annunciato l'inizio del reclutamento in Siria. I volontari, ai quali viene garantito uno stipendio di 350 dollari al mese (tantissimo per la zona), devono presentarsi presso l'edificio del dipartimento per lo sviluppo rurale del quartiere Harabish nella città di Deir Ezzor.
Secondo fonti locali sarebbero accorsi in tantissimi attirati non tanto dalla ideologia di Hezbollah quanto piuttosto dai 350 dollari al mese. Fatto sta che in poche ore gli Hezbollah libanesi si sono garantiti una nuova brigata in Siria composta di soli siriani.
Ai più non sembrerà una cosa importante, invece è importantissima perché una brigata di Hezbollah composta di soli siriani taglia qualsiasi discorso in merito al fatto che i terroristi libanesi siano un "forza di occupazione" piuttosto che di liberazione. Questo permette agli Hezbollah libanesi di giustificare pienamente la loro presenza in Siria.

(Rights Reporter, 31 gennaio 2021)


Ministro israeliano 'intelligence' in visita in Sudan

di Giacomo Kahn

 
Il ministro israeliano Eli Cohen e il ministro sudanese Yassin Ibrahim Yassin
Il ministro israeliano dell'intelligence Eli Cohen e' stato il primo esponente del governo di Gerusalemme a visitare il Sudan. La scorsa settimana, Cohen e il ministro della difesa sudanese Yassin Ibrahim Yassin hanno firmato a Khartoum un memorandum d'intesa su "questioni diplomatiche, di sicurezza ed economiche". Cohen ha anche incontrato il leader di transizione sudanese Abdel Fattah al-Burhan. La delegazione guidata da Cohen e' rimpatriata alcune ore dopo, prima che Israele chiudesse l'aeroporto internazionale come misura anti-contagi. Il Sudan e' il terzo dei quattro paesi arabi che hanno aderito alla normalizzazione dei rapporti avviata con gli Accordi di Abramo. Il Sudan aveva inviato truppe contro Israele nelle guerre del 1948 e del 1967. Successivamente aveva ospitato terroristi di al-Qaeda e il transito di armi iraniane dirette a Hamas.
   L'attuale governo di transizione, subentrato al dittatore Omar al-Bashir rovesciato nel 2019, cerca di portare il paese verso la democrazia. L'anno scorso gli Stati Uniti hanno rimosso il Sudan dalla lista degli stati sponsor del terrorismo. Nell'incontro si e' anche discussa la possibilita' che Israele si unisca al Consiglio dei paesi arabi e africani del Mar Rosso e del Golfo di Aden, fondato circa un anno fa. Diversi paesi del Consiglio come Arabia Saudita, Gibuti, Somalia e Yemen non hanno rapporti ufficiali con Israele. I rappresentanti israeliani hanno anche presentato possibili progetti economici congiunti su acqua, agricoltura, energie rinnovabili, salute e aviazione. I rappresentanti sudanesi hanno detto che si stanno adoperando per cancellare le leggi sul boicottaggio di Israele e le norme che prescrivono il carcere per i migranti sudanesi che rimpatriano. Attualmente in Israele ci sono circa 6.200 emigrati sudanesi.

(Shalom, 31 gennaio 2021)


Medio Oriente: botta e risposta Iran-Israele in meno di 24 ore

Dopo il fallito attentato contro l'Ambasciata israeliana a Nuova Delhi, eventi misteriosi colpiscono Teheran.

di Davide Racca

Un botta e risposta Iran-Israele durato meno di 24 ore: questo il condensato degli avvenimenti intercorsi tra giovedì e venerdì rispettivamente a Teheran e Nuova Delhi.
  L'esplosione, avvenuta l'altro ieri nei pressi dell'ambasciata di Israele a Nuova Delhi, che fortunatamente non ha provocato vittime, è stata recepita come un atto dimostrativo nei confronti della Rappresentanza dello Stato ebraico inducendo le autorità indiane ad approfondire le indagini.
  La rivendicazione giunta sul canali Telegram, che attribuisce al gruppo "Jaish Al hind" (Esercito dell'India) la responsabilità dell'azione contro l'ambasciata israeliana, è stata da subito messa in dubbio dagli investigatori di Nuova Delhi, in considerazione del fatto che il gruppo terroristico, composto per lo più da pakistani di credo islamico, è attivo unicamente nella zona del Kashmir e non ha mai agito al di fuori di quei territori.
  Ma il messaggio di rivendicazione, contenente l'indicazione che l'attacco sia stato una ritorsione all'uccisione di "alti funzionari di Teheran" da parte di Israele, ha portato comunque a collegare quanto accaduto, anche se non direttamente, ai miliziani iraniani della "forza Quds" nei ranghi dei quali sono attivi elementi sciiti pakistani come in Siria e in Iraq dove è attiva la Milizia Zinbion
  A titolo di esempio, va ricordato che nel tentato attacco all'ambasciata israeliana a Nuova Delhi nel febbraio 2012, l'Iran si era già servito di un giornalista e di manovalanza pakistani.

 Le indagini conducono in Iran
  In forza di questi seppur labili elementi, la polizia indiana ha interrogato due cittadini iraniani e acquisito i filmati delle telecamere di videosorveglianza. Da quanto sinora appreso, i video registrati hanno mostrato due uomini scendere da un taxi e posizionare l'ordigno composto da una borsa contenente una lattina con l'esplosivo e il meccanismo di detonazione, in una canalina di scarico posta al di sotto del marciapiede a poca distanza dall'ambasciata di Israele.
  Inoltre, la composizione dell'ordigno artigianale presenta alcune peculiarità che lo pongono in stretta connessione ad altri utilizzati da Hezbollah e Forza Quds, come l'utilizzo di Nitrato di ammonio e la combinazione con pallini di metallo per aumentare l'effetto deflagrante della bomba.
  Proprio sulla scorta di quanto acquisito e dalle dichiarazioni rese dal tassista, già identificato e disposto alla collaborazione con gli investigatori nella ricostruzione dell'accaduto, un team della polizia ha iniziato a indagare su diversi cittadini iraniani che vivono a Nuova Delhi.
  
In particolare, in collaborazione con i servizi di sicurezza indiani, la CBI e la DIA, gli investigatori stanno verificando se gli agenti dell'intelligence iraniana, già noti ai funzionari dei servizi segreti di Nuova Delhi come operativi nell'unità terroristica della Forza Quds, abbiano visitato la città nelle ultime settimane per osservare, monitorare o dirigere le attività della cellula terroristica che ha colpito l'altro ieri.

 La risposta del "Paese ostile"
  Pare, comunque, che gli eventi di Nuova Delhi e le reiterate provocazioni iraniane, non siano certo passate inosservate agli occhi dell'intelligence israeliana e alle forze di difesa dello Stato ebraico.
  Teheran ipotizza, infatti, che "Forze di un Paese ostile" nella serata di ieri, abbiano provocato alcuni misteriosi black out e messo fuori uso i sistemi di illuminazione pubblica della capitale iraniana, le comunicazioni dello scalo aeroportuale, in concomitanza con l'hackeraggio di alcuni website governativi.
  
Gli aerei diretti a Teheran hanno dovuto a lungo sorvolare i cieli della città prima di ricevere l'autorizzazione all'atterraggio, e un volo della Turkish Airlines è stato addirittura dirottato verso l'aeroporto di Baku, in Azerbajan, poiché quasi privo di combustibile.
  Il blocco dell'energia elettrica ha messo in funzione, automaticamente, le sirene di allarme aereo della città che hanno risuonato ininterrottamente per 20 minuti. Era dall'epoca del conflitto con l'Iraq che il sistema di allarme non veniva attivato.
  
Hackerati i website dell'aeroporto di Merhabad, della società Atomic Energy Organization e quello della Iranian Airports & Navigation company.
  In aggiunta, e per solo dovere di cronaca, fonti interne alla forza Quds, hanno addirittura evocato il sorvolo di F35 israeliani sulle zone interdette al volo, in particolare quelle indicate dalle carte nautiche con le sigle OIR3, OIR31 e OIR64, ove sono collocati i sistemi di difesa antiaerea e di intercettazione radar delle Forze armate iraniane.
  In risposta alla domanda di un giornalista del canale nazionale iraniano, relativa a quanto accaduto a Teheran ieri sera, il generale Mohammad Ali Jafari, capo delle Guardie della rivoluzione, ha risposto che "non importa quante bombe ha l'aereo e dove attacca. Il punto è che non ritornerà indietro". Risposta imbarazzante frutto di una serataccia vissuta da tutto l'establishment iraniano.
  Particolare un commento postato su twitter che riassume la due giorni vissuta tra Iran e Israele: "Se gli iraniani hanno inviato un piccione viaggiatore in India per trasmettere un messaggio a Israele, meno di un giorno dopo, hanno ricevuto una e-mail a Teheran".
  Non male come sintesi e comunque, congratulazioni "8200"…

(ofcs.report, 31 gennaio 2021)


Attenzione ai padroni del web che diventano censori

di Ugo Volli

Nei giorni scorsi Facebook ha sospeso parzialmente l'account ufficiale di Netanyahu in seguito a un post in cui il Primo Ministro di Israele invitava chi avesse dei dubbi sul vaccino anti-Covid a fargli avere il suo numero di telefono, dicendo di essere disposto a chiamare i perplessi e a cercare di convincerli. Si trattava di un gesto politico, che rientra nella campagna del governo israeliano per diffondere al massimo e in fretta la vaccinazione anti-Covid: una campagna che in tutto il mondo è stata lodata come esemplare. Ma a Facebook il post non è piaciuto perché, a giudizio di qualche anonimo suo funzionario, invitava a comunicare contenuti sensibili. O forse era giudicata una "fake news". E Netanyahu, si sa, ai funzionari del "politically correct" non piace affatto. E' un piccolo episodio, in rapporto a quel che è accaduto in America con il "deplatforming" completo di Trump e dei suoi principali collaboratori, ma merita di essere una riflessione. Si è diffusa negli oligopolisti della rete (Twitter, Amazon, Google, Apple, Facebook) la convinzione di potere o addirittura di dover essere giudici del pensiero e dell'espressione, giudici naturalmente dediti al vero, al giusto, e al buono, ma da nessuno nominati, senza leggi da rispettare se non quelle eventualmente stabilite da loro, senza revisioni possibili o gradi ulteriori di giudizio se non quelle che abbiano autonomamente istituito. Val la pena di ricordare che la funzione giudiziaria è il primo potere statuale, anche perché è immediatamente esecutiva e si applica agli individui. Viviamo dunque in una situazione in cui si è stabilito un potere sovrano internazionale, priva di alcuna legittimazione democratica, fondato solo sul successo commerciale. Che le loro intenzioni siano "buone", naturalmente, è solo un'aggravante, perché non riconosce ai censurati la libertà del dissenso: le loro opinioni sono solo "fake news". Che queste decisioni si applichino sulla loro proprietà non cambia poi per nulla le cose, perché questa proprietà comanda in regime oligopolistico la risorsa più preziosa del nostro tempo, cioè la comunicazione. Del resto in tutti i paesi democratici vi sono leggi che impediscono ai commercianti e a chi offre servizi pubblici di discriminare prodotti e clienti sulla base di opinioni, appartenenze etniche o religiose. Insomma l'episodio di Netanyahu è un sintomo di un problema molto grave che riguarda tutti ma in particolare gli ebrei. Noi sappiamo infatti molto bene per esperienza come la discriminazione commerciale e delle idee, l'espulsione dalla sfera pubblica, il boicottaggio, il rogo dei libri "cattivi" e dunque anche il deplatforming, possono essere la premessa per la violenza fisica e la distruzione totale di chi è portatore delle idee sbagliate o delle identità proibite. E' importante pensarci e prendere posizione prima che questi metodi di "difesa della verità" e del "bene" si generalizzino e siano usati magari di nuovo anche contro di noi.

(Shalom, 31 gennaio 2021)


«Attenzione ai padroni del web». Ma non è un po’ tardi per mettere in guardia le persone da questi padroni? Non si doveva fare attenzione a Facebook fin dal momento in cui si è presentato? Non si doveva capire fin dall’inizio che è un cortile privato il cui padrone non si presenta a chiare tinte, a cui si viene cortesemente invitati senza che sia richiesto nessun pagamento, senza che nessuna condizione preliminare sia chiaramente posta se non la presentazione dei propri dati personali? Che bello entrare gratis nel cortile! Quante persone si possono incontrare via web che non avremmo mai potuto incontrare via terra! Quante cose nel cortile si possono dire che a viva voce non avremmo mai detto! O che se avessimo avuto voglia di dire non avremmo trovato nessuno che le sta a sentire. O che qualcuno ci avrebbe risposto con un pugno in faccia. Poi un giorno ci accorgiamo che il cortile su cui razzoliamo ha un padrone. Già, non ci avevamo pensato. E adesso il padrone comincia a dire a qualcuno che “No, quello che dici non va bene. Stai punito. Tre giorni di silenzio”. E a qualcun altro: “No, tu nel cortile non ci puoi più stare. Fuori!” Censura? Ingiustizia? Prevaricazione? No, “A casa mia comando io - dice il padrone - e chi non è d’accordo con me non doveva entrare; non doveva pensare di potersi servire dei miei strumenti senza tener conto della mia sovrana volontà”. Trump è stato il primo presidente degli Stati Uniti a fare un uso smodato e assolutamente inadeguato alla funzione che ricopriva di un social frivolo come Twitter. E ne ha pagato amaramente le conseguenze. E’ inutile adesso mettere genericamente in guardia contro “i padroni del web”. Attraverso i social è entrato ormai nel mondo un virus digitale che ha stessa capacità corrosiva e demolitiva del virus biologico. E come quest’ultimo sfugge ad ogni tentativo di inquadrarlo definitivamente e dominarlo. Per il momento ciascuno si regola come crede meglio, sulla base di quello che capisce, ritiene giusto, e gli è concesso di fare. M.C.


L'infanzia interrotta dalle leggi razziali: la nostra storia vera

Un estratto dal volume " Il bambino che non poteva andare a scuola": la testimonianza di un ragazzo ebreo nell'Italia del 1938

di Ugo Foà

 
La famiglia Foà nel 1947: Ugo è l'ultimo a destra
L'estate del 1938, oltre ai bagni al mare, passava giocando, tra nascondino e rubabandiera io e Vittorio ci preparavamo ad andare al ginnasio, io sarei arrivato con una bella media, e avrei sollevato i miei dal pagare le tasse scolastiche grazie a quegli 8. Chi sa se c'era un clima strano attorno a noi ebrei; io non me ne accorgevo, ma magari il nonno rabbino aveva già le antenne dritte: il 14 luglio sul Giornale d'Italia era stato pubblicato in prima pagina il cosiddetto "Manifesto della razza", in cui si spiegava che alcuni scienziati, professori e intellettuali fascisti, insieme al Ministero per la cultura popolare (il Minculpop), volevano chiarire la posizione del fascismo nei confronti della questione razziale. Era diviso in dieci punti: il primo affermava che "le razze umane esistono", poi che "la popolazione dell'Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana", "È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti" e, al punto 9, che "Gli ebrei non appartengono alla razza italiana".
   Razza?, ariani?, razzisti? Per me non voleva dire niente, io ero un bambino, sapevo bene di professare una religione diversa dalla maggior parte dei miei compagni di classe, ma non significava che non facessimo le stesse cose, gli stessi giochi, gli stessi compiti. Il 5 settembre però fu pubblicata la prima delle leggi razziali, e mi riguardava da vicino, da vicinissimo: il Regio Decreto Legge 1390 proclamava "la difesa della razza nella scuola fascista", e dunque escludeva dalle scuole, con effetto immediato, gli alunni e gli insegnanti "di razza ebraica", ossia "colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica". Eh sì, parlava proprio di me. La mamma ci chiamò in cucina, ci disse che quell'anno non avremmo iniziato la scuola: niente ginnasio per me, e niente scuola neanche per i miei fratelli. Ero frastornato, non capivo: avevo paura di aver fatto qualcosa di male, che fosse una punizione. Quell'anno sarei andato a scuola con i fratelli maggiori, avremmo fatto la strada insieme fino al liceo, li avrei trovati nei corridoi, e all'uscita, doveva essere un anno speciale.
   Avrei anche smesso di indossare il grembiule nero, che nascondeva le macchie d'inchiostro dei più piccoli. Sarei diventato grande, insomma. Ma ora tutto svaniva, mi strappavano una cosa mia e non capivo perché. E poi, sarei rimasto ignorante? Come si poteva smettere di andare a scuola così presto, con tutto quello che avevo da imparare? Non avrei visto più i miei compagni? Come avrei passato la giornata? Scoppiai a piangere, ero umiliato, sentivo l'ingiustizia di quello che stava succedendo. Ma mia mamma era una donna forte, avrebbe trovato una soluzione. Però, la questione non era solo la scuola. Quei mesi avevano in serbo altre brutte sorprese. Qualche giorno dopo era sabato, il sabato fascista. La mamma era una donna rigorosa e razionale e, davanti all'incertezza se dovessimo andare all'adunata, pensò che, visto che non c'era stato alcun divieto esplicito, anche gli ebrei potessero, e anzi dovessero partecipare.
   Remo e io ci andammo, forse un po' perplessi. Il comandante della Milizia volontaria fece il solito discorso di esaltazione del fascismo, ma quella volta aggiunse: "Dovete essere degni di essere fascisti. E gli ebrei sono indegni di essere fascisti". Remo e io ci guardammo negli occhi, e ci facemmo coraggio. Alla fine dell'adunata andammo a parlare con il comandante, e un po' imbarazzati gli chiedemmo: "Noi siamo ebrei: dobbiamo venire alle adunate?". Ora sembrava imbarazzato anche lui. Forse pensava che gli ebrei non fossero persone in carne e ossa, bambini in calzoncini e fez come quelli che gli stavano davanti. Andò a parlare con un altro ufficiale, e poi tornò con il verdetto: "Andate a casa e non tornate più". Per un mese stemmo nell'incertezza, soprattutto non si capiva come si dovesse fare per i miei fratelli minori, quelli che dovevano frequentare la scuola elementare la quale era obbligatoria. La soluzione del governo era che si creassero delle multiclassi, con almeno dieci bambini, anche assortiti dalla I alla V elementare.
   Ma a Napoli la comunità ebraica era piccola, e i bambini ebrei in età da elementari erano in tutto nove: così la multiclasse non si poteva costituire. La mamma andò a parlare con il direttore scolastico che stava adoperandosi per formare la classe speciale, doveva iscrivere mio fratello Dario alla II.
   E lui le disse: "Lei ha anche un altro figlio da iscrivere". "No", rispose mia madre, "ne ho tre più grandi, e poi Tullio che è del '33, ancora manca un anno per le elementari". "Ci pensi bene, signora: Tullio è del '32, deve frequentare la I". "No no, le dico che è del novembre '33". "Cara signora, Tullio è del '32, ed è il decimo ragazzino della multiclasse". Così, mio fratello minore iniziò la scuola in anticipo. Per noi altri fratelli maggiori la questione era più complicata, perché non era prevista alcuna soluzione che ci consentisse di frequentare. La mamma si diede da fare molto, e poi forse anche grazie a suo padre era in contatto con il resto della comunità ebraica, e allora trovò dei miei coetanei che si sarebbero dovuti iscrivere come me al ginnasio, e dei professori ebrei che non potevano più insegnare nella scuola. Iniziò allora una scuola non-scuola. Ed era meglio di niente. Ma, mi chiedevo: chi mi avrebbe detto se ero stato promosso, dato che non avrei avuto la pagella?

(la Repubblica, 31 gennaio 2021)


Israele consegna cinquemila dosi di vaccino Pfizer ai palestinesi. In arrivo anche Sputnik

Saranno destinate al personale sanitario. All'avvio della campagna vaccinale nel Paese, un appello di 30 organizzazioni umanitarie aveva esortato il governo di Netanyahu a garantire le fiale anche alle autorità di Ramallah.

di Sharon Nizza

TEL AVIV - Mentre in Israele la campagna vaccinale anti-Covid, iniziata il 20 dicembre, procede a ritmo serrato, nell'Autorità Nazionale Palestinese (Anp) si accingono a iniziare le inoculazioni questa settimana. Le prime cinquemila dosi del vaccino Pfizer verranno consegnate nei prossimi giorni da Israele alle autorità di Ramallah e saranno destinate al personale sanitario palestinese. Sempre questa settimana arriveranno anche 10mila dosi del vaccino russo Sputnik, secondo quanto affermato da Abdel Hafiz Nofal, l'ambasciatore palestinese in Russia, che ha specificato che si tratta di una donazione di Mosca, mentre l'Autorità Palestinese ha avviato l'acquisto di 100mila dosi che dovrebbero arrivare nel corso di febbraio.
  In aggiunta, secondo quanto riferito a Repubblica dal portavoce del governo Ibrahim Milhem, l'Autorità Palestinese ha chiuso un contratto con AstraZeneca, anche se non è ancora chiaro quando saranno disponibili le prime dosi. Covax, il meccanismo dell'Organizzazione mondiale della sanità che si impegna a fornire vaccini ai Paesi più poveri, ha annunciato che si farà carico della fornitura del 20% del fabbisogno in Cisgiordania e a Gaza. Nonostante tra Fatah, che governa in Cisgiordania, e Hamas che è al potere nella Striscia di Gaza, continuino le tensioni e la mancanza di coordinamento, Milhem ha affermato che l'Anp "fornirà parte delle dosi alla Striscia per portare avanti la campagna vaccinale secondo il piano di priorità definito dal ministero della Salute".
  La notizia della consegna da parte di Israele di 5mila dosi dalle proprie riserve Pfizer arriva a seguito della polemica internazionale che si era sollevata nelle ultime settimane rispetto alla questione della vaccinazione della popolazione palestinese: 2,8 milioni abitanti in Cisgiordania e 1,8 milioni a Gaza. All'avvio della campagna vaccinale in Israele, un appello di 30 organizzazioni umanitarie israeliane, palestinesi e internazionali aveva esortato il governo israeliano a garantire i vaccini anche ai palestinesi ottemperando "all'articolo 56 della Quarta Convenzione di Ginevra, secondo cui una forza occupante ha il dovere di assicurare l'adozione e l'applicazione delle misure profilattiche e preventive necessarie per combattere la diffusione di malattie contagiose ed epidemie".
  Israele e alcuni esperti di diritto internazionale sostengono invece che, secondo l'allegato 3, articolo 7 degli Accordi di Oslo firmati tra Israele e l'Anp nel 1995, la questione sia di competenza del ministero della Salute palestinese, anche se lo stesso trattato invita le due parti a cooperare nella lotta contro le epidemie. Le autorità palestinesi stesse non avevano presentato richiesta ufficiale di assistenza a Israele. "Non siamo un dipartimento del ministero della Difesa israeliano. Abbiamo il nostro governo e il nostro ministero della Salute, che stanno compiendo sforzi enormi per ottenere il vaccino", aveva affermato nelle scorse settimane un funzionario del ministero della Salute palestinese citato dal Jerusalem Post.
  Secondo quanto riportato dal COGAT (il Coordinatore delle attività del governo israeliano nei Territori Palestinesi), una consegna di duecento dosi del vaccino Pfizer era stata effettuata due settimane fa per inoculare alcuni medici palestinesi ultrasessantenni operativi nei reparti Covid. Mercoledì, Tor Wennesland, il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medioriente, aveva sollecitato Israele a "mantenere lo stesso livello di impegno e cooperazione con i palestinesi che è stato mantenuto durante la pandemia anche rispetto alla consegna dei vaccini".
  Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, a spingere per la consegna delle prime 5mila dosi è stato il ministro della Difesa Benny Gantz, insieme al generale Kamil Abu Rukun, a capo del COGAT. Il ministero della Difesa starebbe premendo per la consegna a 20mila dosi. Nel gabinetto degli esperti che coadiuva il governo nella lotta contro il Covid vi è consenso sul fatto che sia necessario garantire la vaccinazione della popolazione palestinese "anche perché vi è un continuo passaggio di lavoratori palestinesi in Israele".
  Il pikud haoref, il braccio dell'esercito israeliano che svolge le funzioni della protezione civile, ha iniziato a vaccinare la settimana scorsa il personale scolastico palestinese che insegna nelle scuole di Gerusalemme Est, anche se provengono dalla Cisgiordania e non hanno la residenza israeliana. Il comitato degli esperti spinge perché una decisione simile venga presa rispetto alle decine di migliaia di operai palestinesi che lavorano in Israele con permesso regolare, qualora gli ordini di vaccini effettuati dall'Anp dovessero tardare ad arrivare.

(la Repubblica, 30 gennaio 2021)



Risolutamente

di Marcello Cicchese
Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, l'aspetto del suo volto fu mutato e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, i quali, apparsi in gloria, parlavano della sua dipartita che stava per compiersi in Gerusalemme (Luca 9:51).
Poi, come s'avvicinava il tempo della sua dipartita, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme (Luca 9:28-31).
Sul monte della trasfigurazione Gesù ha sentito Mosè ed Elia che parlavano della sua prossima dipartita. Quindi ormai sa che i tempi sono maturi: deve tornare a casa, nella casa del Padre suo. Qui, su questa terra, non ha mai trovato un luogo dove posare il capo. Per tutto il tempo della sua missione non ha mai avuto una casa veramente sua, non ha mai trovato un luogo in cui potesse pienamente riposarsi, sentirsi al riparo, compreso e protetto. Gesù, il figlio di Dio, non può trovarsi a suo agio in un luogo dove ancora è presente il male. Ma dov'è che si può trovare sulla terra un posto dove non ci sia il male? Ovunque vada, mattina e sera, giorno e notte, Gesù si sente uno straniero. E tale è.
   Adesso si avvicina il tempo di tornare a casa. Il suo ritorno però non sarà allegro e festoso come da una scampagnata. Gesù deve andare a Gerusalemme, e non sarà come vent'anni prima, quando nel Tempio, che Egli aveva chiamato la casa del Padre mio, aveva trovato i dottori della legge che l'avevano ascoltato ammirati. Gesù sa che nel cammino verso Gerusalemme la sua solitudine aumenterà spaventosamente. Dovrà riavvicinarsi alla dimora del suo Dio senza allontanarsi dagli uomini, per i quali è venuto sulla terra: e questo lo porterà ad essere abbandonato da Dio e dagli uomini.
   Gesù sa tutto questo, eppure, come dice il vangelo, si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme o, per esprimsi con la traduzione della Diodati, fermò la sua faccia per andare a Gerusalemme.
   Il momento è arrivato. Gesù non perde tempo a guardarsi intorno, ma punta con fermezza la sua faccia in direzione di Gerusalemme e si muove risolutamente verso il luogo che fin dall'inizio sapeva essere la sua destinazione finale su questa terra.
   Gesù è solo. Nella trasfigurazione sul monte ha avuto un ultimo momento in cui è stato tratto fuori dal gelo di questo mondo e ha potuto sentire di nuovo il calore della casa del Padre. Ma adesso, per amore di quelli che intorno a lui non lo capiscono, lo deridono, lo odiano e lo disprezzano, deve imboccare il doloroso tratto finale del suo itinerario. Non c'è da guardarsi intorno; non ci sono altre possibilità: la via del rientro a casa è una sola. Ed è spaventosa, tremenda. Ma non c'è che quella. E Gesù la imbocca risolutamente.
   Da questo momento Gesù si esprime con durezza verso tutti coloro che dicono di volerlo seguire.
    Il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo;
    Lascia i morti seppellire i loro morti;
    Nessuno che abbia messo mano all'aratro e poi riguardi indietro, è adatto al regno di Dio.
   Questo dice Gesù a chi manifesta un tiepido desiderio di seguirlo.
   E questo dice oggi anche a noi che ci professiamo cristiani, cioè seguaci di Gesù Cristo, e troppo spesso ci gingilliamo con i nostri "problemi esistenziali", senza capire che in molti casi non fanno altro che esprimere la nostra irresolutezza nel seguire il cammino indicatoci da Gesù. Egli ha sofferto per noi e più di tutti noi, ma il suo cuore è rimasto integro, perché ha risolutamente imboccato la via dell'ubbidienza al Padre. E proprio per questo la sua sofferenza non ha mai assunto le orgogliose forme della disperazione; e per questo Dio ha dato uno sbocco di gloria al suo doloroso cammino.
   Spesso invece la nostra sofferenza non ha sbocco perché il nostro cuore è lacerato. Vediamo la via che Dio ci indica, ma non ci decidiamo ad imboccarla risolutamente: ci guardiamo intorno, ci chiediamo se i tempi sono maturi, distinguiamo fra teoria e pratica, facciamo largo uso di condizionali, e alla fine arriviamo a concludere che le cose sono molto complicate, come si vede dai nostri numerosi problemi e dai nostri ancora più numerosi tentennamenti.
   La via di Gesù invece è dolorosa, ma non complicata; la sua risolutezza nell'ubbidire al Padre la rende semplice. E' la nostra irresolutezza che rende tutto complicato. Sono le complicazioni causate dal voler servire due padroni. Perché effettivamente può essere davvero complicato, davanti alle contrastanti richieste di due padroni diversi, trovare ogni volta un'unica chiave di lettura che consenta di dare loro un medesimo significato. Ci si prova, ci si riprova, ma non ci si riesce. Allora nascono sottili problemi di interpretazione, o di gerarchia di valori: una volta si segue un'indicazione, un'altra volta se ne segue un'altra. Se non si è sicuri, si va a tentoni. Dopo però viene la paura di aver sbagliato! Allora si riprende la cosa in mano, si chiedono consigli ai vicini, se piacciono si ascoltano, altrimenti no. Ma resta il dubbio, e il groviglio aumenta.
   E in questo modo le cose possono diventare davvero complicate. Ma sono le cose ad essere complicate, o siamo noi? Se abbiamo capito che la complicazione non sta nelle cose ma nel nostro cuore, quello di cui abbiamo bisogno è imparare a diventare semplici come bambini decidendoci ad imboccare risolutamente la via dell'ubbidienza a Dio, passo dopo passo. Non è una via solitaria, come quella che percorse Gesù, perché Egli stesso cammina con noi e ci trasmette quella risolutezza che a noi manca.

(Credere e Comprendere, luglio 1987)

 

Una colomba per l'Iran. Biden nomina Malley (ed è allarme in israele)

Il nuovo inviato speciale è un uomo di Obama. Tratterà con Teheran sul nucleare.

L'OBIETTIVO DELLA CASA BIANCA
Il ritorno all'accordo era tra le promesse elettorali del leader democratico
I TIMORI
Ma per i falchi israeliani e sauditi il suo arrivo apre scenari preoccupanti

di Chiara Clausi

BEIRUT - Una colomba come inviato in uno dei Paesi più ad alta tensione in Medio Oriente. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha nominato Robert Malley, esperto della regione ed ex funzionario dell'amministrazione Obama, come suo inviato speciale per l'Iran. Un ruolo di primo piano per una delle sfide di politica estera più difficili e irta di spine che la nuova presidenza dovrà affrontare. Malley ha ricoperto numerosi incarichi di alto livello nelle amministrazioni democratiche di Obama e dell'ex presidente Bill Clinton, in particolare sulle politiche del Medio Oriente e del Golfo e ha fornito consigli informali al team di Biden durante la campagna elettorale del 2020. Più di recente, è stato presidente dell'International Crisis Group, un'organizzazione senza scopo di lucro focalizzata sui conflitti globali.
   Ma il suo percorso non è stato privo di ostacoli. Figlio di un giornalista egiziano ed esperto di Iran, nella sua veste di consigliere durante la campagna di Obama del 2008 si è dimesso dopo che è emerso che aveva incontrato i rappresentanti del gruppo militante palestinese Hamas mentre lavorava per l'International Crisis Group. Malley è stato poi inserito nello staff dell'amministrazione Obama, di cui Biden è stato vicepresidente, come massimo consigliere per il Medio Oriente. Malley infatti è stato un membro chiave della squadra dell'ex presidente Obama per negoziare l'accordo nucleare del 2015 con l'Iran. Un accordo che l'ex presidente Donald Trump ha abbandonato nel 2018.
   Ora Malley avrà infatti il compito di persuadere Teheran a frenare il suo programma nucleare, fermare l'arricchimento dell'uranio oltre i limiti imposti dall'accordo del 2015 e stringere nuovi negoziati prima che gli Stati Uniti revochino le loro durissime sanzioni economiche. L'Iran però ha ripetutamente affermato che non tornerà all'accordo nucleare del 2015 fino a quando gli Stati Uniti non alleggeriranno le sanzioni. Tra le due potenze si è innescata una competizione ad alto rischio su quale parte cederà per prima.
   Ma il ritorno all'accordo sul nucleare era tra le promesse elettorali di Biden. Da quando nel 2018 gli Stati Uniti si sono ritirati, però, l'Iran ha costantemente violato l'accordo che aveva cercato di limitare il suo programma nucleare. E ora la nomina di Malley dovrebbe riuscire nella mediazione per porre fine a questo clima di tensione e potenzialmente pericoloso. Ma la sua investitura non è stata indolore. Ha creato delle spaccature molto forti nella politica americana. I conservatori lo hanno accusato di essere troppo accomodante nei confronti dell'Iran e di non sostenere abbastanza Israele.
   È subito arrivata però anche una dichiarazione pubblica a sostegno della sua designazione, firmata da dozzine di esperti di politica estera ed ex funzionari statunitensi, che ha definito Malley «tra i più rispettati esperti di politica estera negli Stati Uniti» e un «astuto analista e diplomatico affermato». Per i falchi israeliani e sauditi però è l'ennesimo campanello di allarme, e ci sono rumors di una «inevitabile azione militare» contro i siti atomici iraniani, in caso di ritorno degli Usa nel Trattato del 2015. In realtà sono pressioni su Biden e il segretario di Stato Antony Blinken per dissuaderli, perché persino i vertici militari israeliani sono contrari a un blitz e lo considerano una mossa poco pragmatica. Ma ora è certo, Malley sarà al Dipartimento di Stato e riferirà direttamente a Blinken con cui ha un rapporto di lunga data: con il capo della diplomazia americana ha frequentato il liceo a Parigi negli anni 70.

(il Giornale, 30 gennaio 2021)


Se Netanyahu è in difficoltà, Israele è in difficoltà. C'è poco da gioire

Meglio non scherzare troppo sulla possibilità di un attacco israeliano alle centrali nucleari iraniane. Più Biden porta avanti una politica filo-iraniana, più l'attacco si avvicina.

di Maurizia De Groot Vos

 
Benjamin Netanyahu con il Capo di Stato Maggiore delle IDF Aviv Kochavi
Vedere giornalisti israeliani scrivere articoli dove gioiscono nel vedere le prime (prevedibili) difficoltà di Netanyahu di fronte alle decisioni della Casa Bianca per il Medio Oriente, lascia davvero basiti.
   Benjamin Netanyahu è il Primo Ministro di Israele. Se lui è in difficoltà il motivo è che Israele è in difficoltà. C'è poco da gioire.
   Le prime mosse dell'Amministrazione Biden in Medio Oriente non promettono niente di buono. Volgono tutte verso l'Iran invece che verso gli storici alleati arabi della regione. Sembra di rivedere la politica suicida di Obama quattro anni dopo.
   Prima sospende la vendita di armi agli arabi e in particolare quella degli F-35 agli Emirati Arabi Uniti (non ci risulta che l'Arabia Saudita li abbia mai ordinati come sostengono alcuni giornali), poi riattiva gli aiuti ai palestinesi e infine nomina due personaggi fortemente anti-israeliani in posti chiave per la politica mediorientale.
   Questa mattina su Ynet, Shimrit Meir scriveva quasi divertita delle difficoltà del Premier israeliano con la nuova Amministrazione americana sostenendo che minacce israeliane di attacchi all'Iran non hanno funzionato con Obama e non funzioneranno con Biden.
   A parte che non sono sicura che con Obama non abbiano funzionato se è vero il racconto che a un certo punto è dovuto intervenire con Netanyahu per fermare l'attacco quando gli aerei israeliani era già in volo verso l'Iran. Non c'è nessuna prova di questo ma è quello che si racconta.
   Poi adesso c'è un altro Capo di Stato Maggiore dell'esercito in Israele. Si chiama Aviv Kochavi e solo pochi giorni fa parlando all'Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale dell'Università di Tel Aviv, ha ribadito che se l'Iran non fermerà la sua corsa verso il nucleare dovrà essere Israele a farlo, promettendo che questa volta non ci sarà nessuna telefonata che potrà fermare i caccia con la Stella di David.
   La sig.ra Shimrit Meir sostiene che le minacce di Kochavi avrebbero peso a Washington solo se ci fosse ancora Trump e che quindi adesso sfiorano quasi il ridicolo. Non lo scrive ma lo fa intendere chiaramente.
   Io non sono affatto d'accordo. La serietà delle minacce israeliane è direttamente proporzionale alla "iranizzazione" della politica americana. E a giudicare dalle prime mosse di Biden, se fossi negli Ayatollah non dormire sonni sereni.

(Rights Reporter, 30 gennaio 2021)


Israele, storia di un successo

II Paese viaggia al ritmo di 200.000 inoculazioni ogni giorno - Già 3 milioni di persone hanno ricevuto la prima dose del vaccino - Il Governo punta a raggiungere quota 5 milioni entro fine marzo - Il numero dei contagi quotidiani rimane però alto: il problema è anche politico.

di Nello Del Gatto

GERUSALEMME- Israele è un laboratorio mondiale contro la COVID-19. È questa la convinzione che il premier Benjamin Netanyahu ha espresso nel suo intervento al Forum di Davos, nel quale ha spiegato il successo della campagna vaccinale del suo stesso Paese. In questo momento, viaggiando al ritmo di 200.000 inoculazioni al giorno, Israele ha vaccinato quasi 3 milioni di persone con una dose e la metà con entrambe le dosi, guidando la classifica mondiale delle nazioni con più vaccinati rispetto alla popolazione. La campagna ha potuto contare su un apparato sanitario di eccellenza, fatto di una presenza capillare di ambulatori sul territorio grazie al sistema delle assicurazioni obbligatorie (sono quattro), in competizione tra loro, ma tutte rigorosamente non-profit e tutte finanziate dallo Stato in relazione al numero degli iscritti. Ma ha potuto contare anche su una logistica efficiente, favorita da competenze e preparazione dell'esercito in campo di difesa batteriologica, oltre che su una imponente operazione economica.

 Gli accordi con le grandi aziende
  Secondo dati di stampa, Israele ha pagato 315 milioni di dollari per l'acquisto di vaccini da Pfizer-BioNTech e Moderna, assicurandosi poco più di 11 milioni di dosi. Il Governo si è posto l'obiettivo di inoculare cinque dei suoi 9,3 milioni di cittadini entro la fine di marzo. Israele si è assicurato le dosi di Pfizer, che fornisce la maggior parte dei vaccini, sia grazie ai buoni rapporti del premier con il CEO della società, Albert Bourla, sia per aver pagato di più le singole dosi. Ma anche perché ha offerto alla società farmaceutica i dati relativi alla campagna vaccinale, con non poche polemiche sulla privacy, respinte dal Governo. Moderna ha iniziato a fornire suoi vaccini al Paese la scorsa settimana ed entrambe le società rispettano le consegne settimanali. La campagna è iniziata il 20 dicembre; il 9 era arrivata la prima consegna di 100.000 dosi di vaccino Pfizer, stoccate in un centro nel deserto del Neghev in attesa dell'autorizzazione della FDA americana. Il Governo, inoltre, ha acquistato il vaccino anche da AstraZeneca, sta sviluppando un proprio progetto e si è assicurato anche circa un milione di dosi del vaccino russo Sputnik V, dal momento che l'ospedale Hadassah di Gerusalemme è stato partner nella sperimentazione e nei test.

 Le comunità più «ribelli»
  A fare da contraltare a questa campagna di successo, il numero sempre elevato di contagi giornalieri, trai 4.000 e gli 8.000 mila casi. Quello che preoccupa è l'aumento dei ricoveri ma, soprattutto, della mortalità. Solo nel mese di gennaio si sono registrate 1.200 vittime - portando il totale a 4.700 -, con un tasso di mortalità aumentato del 30% dall'inizio della pandemia. I casi totali hanno raggiunto quota 633.991, inclusi 73.543 casi attivi. In gravi condizioni ci sono 1.199 persone. I fattori dietro all'aumento dei casi sono molteplici. In primo luogo, la presenza di comunità chiuse. Sia quella araba sia, soprattutto, quella ebrea ortodossa sono alquanto refrattarie non solo alla vaccinazione, ma anche all'osservanza delle misure di contenimento del virus. Il problema è anche politico: è difficile pure per gli agenti far rispettare le regole in queste comunità che, infatti, hanno il dato più basso di multe comminate per violazioni alle regole di coronavirus. E nei giorni scorsi ci sono stati, soprattutto con gli ebrei ortodossi, violenti scontri. Un altro problema riscontrato è la troppa confidenza nel vaccino. La Pfizer stima nel 52% l'efficacia del vaccino dopo la prima dose. Studi preliminari, effettuati proprio sugli israeliani dagli ospedali in loco, mostrano che dal 14. giorno dopo l'inoculazione della prima dose il rischio di contagio scende in un range dal 33% al 60%. Sono in molti coloro che, dopo la prima dose, abbassano la guardia e non rispettano più le regole di contenimento, come mascherine o distanze.

 La strategia dei test
  Inoltre in questo periodo anche in Israele circolano le nuove varianti del SARS-CoV-2, in particolare quella inglese e quella sudafricana, che sono più contagiose, creando anche sovraffollamento negli ospedali. Queste varianti, portate dall'estero, hanno spinto il Governo a chiudere aeroporto e confini terrestri. Un altro dato che influisce sull'aumento del numero di contagi risiede paradossalmente nell'ottima risposta che il Paese ha dato all'epidemia, in particolare al numero di tamponi. Secondo i dati ufficiali, il 25 gennaio si sono eseguiti in Israele 8,83 test ogni mille abitanti mentre lo stesso giorno in Svizzera se ne sono fatti 1,84 sempre per migliaio di abitanti. Il principio israeliano risiede nell'assunto «più tamponi si eseguono, più casi si scoprono». Israele detiene anche il record del maggior numero di giorni in lockdown, 140 dall'inizio della pandemia. In questo momento il Paese è chiuso, lo è dal 27 dicembre scorso e lo sarà fino a domani, anche se il ministero della Salute ha chiesto al Governo di estendere ancora la misura. E cominciano ad arrivare anche dati positivi: il vaccino è risultato efficace nel 92% dei casi. Solo 31 persone tra le 163.000 che hanno ricevuto entrambe le dosi, ad una settimana dal completamento della vaccinazione, quando sono considerate immuni, hanno contratto il virus e solo 16 sono dovute andare in ospedale.

(Corriere del Ticino, 30 gennaio 2021)


Israele è pronto a colpire dal mare

di Lorenzo Vita

Israele guarda sempre più verso il mare. La Marina israeliana ha assunto in questi anni un'importanza via via maggiore con l'espandersi degli interessi marittimi dello Stato ebraico. Una scelta dettata dalle scoperte del gas nel Mediterraneo orientale ma anche da altre esigenze vitali del Paese. Israele vive grazie al commercio marittimo, visto che quello terrestre è stato per anni praticamente impossibile per via dei rapporti con i vicini. Il porto di Haifa movimenta circa la metà delle importazioni israeliane, il 43% passa per Ashdod e poco meno del 4% dell'import dello Stato ebraico giunge a Eilat. In più, gli impianti di desalinizzazione hanno un ruolo centrale nell'approvvigionamento di acqua, il che rende l'accesso e la sicurezza del mare praticamente un pilastro dell'esistenza dello Stato di Israele.
  A questa espansione degli interessi di Israele verso il mare corrisponde, inoltre, una crescita dei pericolo provenienti proprio dalle acque che bagnano il Paese. Minacce che coinvolgono non solo le piattaforme del gas nel Levante, ma anche i gasdotti, i cavi sottomarini e le principali vie di comunicazioni acquatiche, fino alla possibilità che proprio dal mare arrivino attacchi dai rivali storici di Israele. Il Medio Oriente, che in questi decenni sembrava orientato verso una guerra tendenzialmente terrestre o aerea, ha così scoperto anche il mondo navale, le sue immense risorse, e, inevitabilmente, il rischio di conflitti nelle acque del Mediterraneo, del Mar Rosso e del Golfo Persico.
  Se questa è l'evoluzione del Medio Oriente, non sorprende dunque che Israele abbia puntato proprio al mare. E il segnale arrivato in queste ultime settimane dallo Stato ebraico è chiarissimo: con l'arrivo ad Haifa della nuova corvetta della classe Sa'ar 6, Ins Magen, Israele ha infatti dato l'inizio a un rafforzamento della flotta che ha lo scopo di evitare qualsiasi attacco o dal mare o alle infrastrutture presenti in mare, ma che ha anche un ulteriore obiettivo, ovvero quello di migliorare le capacità di attacco dal mare verso terra. In sostanza, come spiegato da uno studio del Besa Center, le nuove classe Sa'ar 6 sono il simbolo di una nuova dottrina strategica di Israele.
  Israele opta così per due binari. Da una parte gli F-35, che nella versione israeliana hanno l'obiettivo di consegnare a Gerusalemme la supremazia area sul Medio Oriente. Dall'altra parte, l'obiettivo israeliano è anche quello di permettere alla Marina di difendere gli interessi strategici in mare, entrare nella corsa al riarmo che coinvolge tutto il Mediterraneo e essere capace di colpire gli avamposti nemici sulle coste. Una scelta dettata anche da esigenze tattiche: Hezbollah, la Jihad islamica, Hamas ma gli stessi iraniani presenti in Siria si trovano tutti o sulla coste del Levante, dal Libano alla Striscia di Gaza, o poco più all'interno del territorio siriano. Tutti obiettivi che Israele sarebbe così in grado di colpire via mare, evitando l'escalation sulla terra.
  Se colpire gli obiettivi in territorio nemico resta un pilastro della strategia militare israeliana - dimostrato dai continui raid nei cieli siriani e libanesi, ma anche da alcuni voli condotti fino all'Iraq - il nodo della strategia israeliana è adesso proteggere anche quello che può avvenire sul suo territorio. E nelle sue acque. Per questo motivo, le corvette della classe Sa'ar 6 sono state dotate anche di due sistemi di difesa aerea di particolare importanza, l'Iron Dome e il Barak 8, sistemi per la guerra elettronica tra i più moderni al mondo, radar per controllare qualsiasi tipo di movimento sospetto e intercettare i missili partiti contro le piattaforme offshore ma anche contro obiettivi a terra. Tutto con sistemi israeliani: "solo" la nave è di intera fabbricazione tedesca.
  In sostanza, la nuova dottrina israeliana prevede che la nave non sia più un mezzo per combattere un'altra nave, ma un complesso sistema d'arma che può colpire e proteggere sia in mare che a terra. Un tema che non è solo operativo, ma che cambia radicalmente la strategia di un Paese. Ne modifica gli investimenti bellici, gli obiettivi diplomatici, le scelte in campo economico e industriale e orienta anche le nuove scelte strategiche di Israele. L'impegno verso il mare equivale a un rinnovato impegno non solo nel Mediterraneo, ma anche nel Mar Rosso e nel Golfo Persico. La guerra che prima era rappresentata da attacchi aerei e terrestri ora può essere condotta anche dal mare coinvolgendo quindi più aree di conflitto, più obiettivi e più nemici. E dimostra anche una nuova visione dello stesso Medio Oriente da parte di Israele, che a questo punto guarda al mare come un nuovo terreno di scontro.
  Questo chiaramente significa anche rivedere i piani strategici per le altre forze coinvolte nella regione, che non a caso stanno già cambiando i propri obiettivi e le proprie capacità operative. La nuova dottrina israeliana impone soprattutto una riflessione all'Iran, che fino a questo momento ha avuto una continua attenzione verso le acque del Golfo Persico, di Hormuz e del Golfo di Aden, ma con uno sguardo di protezione da grandi navi o di controllo del traffico mercantile e petrolifero. La Difesa di Teheran in mare era soprattutto orientata verso gli "sciami" delle piccole e numerose imbarcazioni dei Pasdaran, da capacità missilistiche e dallo sfruttamento delle forze speciali. Il tutto con il corollario di poter controllare Hormuz e il traffico verso lo Yemen. Un discorso che vale anche per Hezbollah, che dovrà rivedere i piani di difesa dei siti missilistici qualora fossero troppo vicini alle coste, scoperti quindi di fronte a un attacco dal Mediterraneo. E il discorso vale anche per Egitto e Turchia, che, pur avendo flotte superiori per numero e esperienza a quella israeliane, ora sanno che dovranno fare i conti anche con un elemento in più nelle già bollenti acque del Levante. Mare che interessa Israele, visto che il progetto del gasdotto East-Med passa per quei fondali, così come i cavi sottomarini della rete internet che sono ormai uno dei cardini principali di qualsiasi strategia nazionale.

(Inside Over, 30 gennaio 2021)


Esplosione vicino all’Ambasciata israeliana a New Delhi

La polizia indiana indaga su una pista iraniana

Venerdì sera si è verificata una piccola esplosione a pochi metri dall'Ambasciata israeliana a New Delhi. Secondo la polizia, nessuno è rimasto ferito, ma i parabrezza di almeno tre auto sono rimasti danneggiati.
La polizia di New Delhi ha chiesto all'ufficio di registrazione regionale degli stranieri di fornire i dettagli di tutti gli iraniani arrivati nella capitale indiana in questo mese dopo l'esplosione di ieri nei pressi dell'Ambasciata israeliana.
La richiesta arriva il giorno dopo che la leadership di difesa israeliana ha sospettato che dietro l'attacco ci fossero le forze d'èlite del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC).
Prima dell'esplosione, che viene considerata dai funzionari indiani e israeliani come un "episodio terroristico", è stata emanata una direttiva da Tel Aviv per una maggiore vigilanza nelle sue missioni diplomatiche in tutto il mondo per il timore di un potenziale attacco iraniano a seguito dell'assassinio dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh, per cui Teheran incolpa Israele. Tel Aviv non ha commentato le accuse.
Le forze di sicurezza israeliane dovrebbero inviare una squadra a New Delhi per partecipare alle indagini sull'esplosione attualmente condotta dagli investigatori indiani.
Parlando ai media Ron Malka, l'ambasciatore d'Israele in India, ha affermato che entrambi i Paesi sono in contatto e si coordinano i lavori tra le varie agenzie di sicurezza dei due Paesi.
"Abbiamo piena fiducia nelle autorità indiane, che prenderanno tutte le misure necessarie per proteggere i rappresentanti israeliani che sono in India, e in secondo luogo, per concludere questa indagine e trovare i responsabili", ha affermato Malka.
Il primo ministro indiano Narendra Modi è stato informato delle indagini all'indomani dell'esplosione.

(Sputnik Italia, 30 gennaio 2021)


Giovani arabi e israeliani ascoltano insieme il racconto di una sopravvissuta di Auschwitz

Vera Kriegel, vittima delle torture del dottor Mengele, ha condiviso la sua esperienza live con un centinaio di ragazzi in collegamento da Bahrein, Emirati, Arabia Saudita e Marocco. L'evento reso possibile grazie al nuovo clima creato dagli Accordi di Abramo.

di Sharon Nizza

 
Vera Kriegel
GERUSALEMME - Momenti toccanti e una nota di speranza per un futuro migliore hanno caratterizzato alcuni eventi straordinari che si sono svolti nella prima Giornata della Memoria commemorata nel Medioriente che prende una nuova forma, dopo gli Accordi di Abramo e l'avvio delle relazioni diplomatiche tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco.
   Per la prima volta, questo 27 gennaio ha unito giovani israeliani, emiratini, bahreiniti, marocchini e persino sauditi, che si sono riuniti virtualmente per parlare di Shoah. Vera Kriegel, sopravvissuta alle torture del dottor Mengele ad Auschwitz, ha condiviso la propria testimonianza con un centinaio di ragazzi mediorientali: "Salam Aleikum! Sono onorata di prendere parte a questo storico momento". L'evento è stato organizzato da Sharaka, un'associazione che riunisce giovani da Israele e dal Golfo per promuovere il dialogo, nata poco dopo la firma degli Accordi a settembre. Majid Sarrah, un ricercatore emiratino tra i promotori di Sharaka, si è impegnato a diffondere la conoscenza dell'Olocausto. "Non permetteremo più nessun tipo di antisemitismo" ha detto, raccontando del momento in cui ha visitato Yad Vashem durante il suo primo viaggio in Israele a dicembre. I giovani hanno discusso anche della volontà di promuovere insieme una campagna per l'adozione della definizione IHRA dell'antisemitismo, che include la delegittimazione e la demonizzazione di Israele come forma di antisemitismo.
   Un altro incontro è stato organizzato da Yoseph Haddad, un giovane arabo israeliano da anni attivo nella riconciliazione tra le diverse componenti della società israeliana. Qui è intervenuto Eitan Nahe, il primo ambasciatore israeliano ad Abu Dhabi, giunto pochi giorni fa negli Emirati. Con lui ha parlato ai ragazzi anche Natan Sharansky, noto dissidente sovietico e già ministro israeliano, che ha raccontato di una pagina meno nota del genocidio nazista, con gli eccidi nell'Est Europa che falciarono le vite di un milione e mezzo di ebrei.
   Per quasi tutti i partecipanti era la prima volta che prendevano parte a un evento sulla Shoah. Najat al Saied, una ricercatrice saudita che ha vissuto a lungo in America, ha raccontato come "la persona media nel mondo arabo non riceva nessun tipo di informazione sull'Olocausto". Nel 2019, il Marocco è stato il primo Paese dell'area a introdurre lo studio della Shoah come parte integrante del curriculum scolastico. Un altro segno del vento di cambiamento è la significativa riduzione di contenuti antiebraici e anti-israeliani nei testi scolastici in uso in Arabia Saudita, come ha di recente riportato IMPACT-se, un'organizzazione dedicata al monitoraggio dei curricula scolastici.

(la Repubblica, 29 gennaio 2021)


Israele, il dibattito politico scatena una guerra segreta tra gli apparati di intelligence

di Giancarlo Valori

Fin dalla nascita dello Stato di Israele, nel 1948, la giovane democrazia, importata con la forza delle armi in quello che lord Balfour aveva nel 1917 definito il "focolare ebraico" in Palestina, si è distinta per essere, nonostante la sua precaria sicurezza regionale, attraversata in permanenza da un dibattito politico vivace, acceso e polemico.
   L'antico partito socialista Mapam di David Ben Gurion, il primo Capo dello Stato israeliano, si è scontrato fin dalla sua fondazione con l'anima politico-religiosa dell'ebraismo integralista, quello dei "Chassidim" che negavano addirittura che si dovesse costituire uno stato di Israele, senza aspettare la "venuta del Messia".
   Nel corso dei decenni l'anima socialista dei fondatori dello Stato si è via via appannata e oggi sono al potere due formazioni una di destra e una di centro, rispettivamente il Likud e il Partito Blu e Bianco, con a capo due personalità di primo piano: il Likud diretto dal leader storico Benjamin Netanyahu e il "Blu and White Party" capeggiato dall'ex Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, Benny Gantz.
   I due stanno al governo insieme dal marzo dello scorso anno, ma la loro convivenza nel governo di coalizione si è evidentemente mostrata più difficile del previsto, al punto che il 22 dicembre scorso è stata dichiarata la crisi di governo, la Knesset (il parlamento di Israele) è stata sciolta e a meno di un anno dalle elezioni è stata indetta una nuova consultazione elettorale prevista per il prossimo mese di marzo.
   Netanyahu deve affrontare un'inchiesta per corruzione e ha sempre sostenuto di essere vittima di una magistratura politicizzata e ha sostenuto che il suo partito "il Likud non vuole le elezioni. Noi abbiamo sempre votato contro queste elezioni. Sfortunatamente Benny Gantz ha rinnegato gli accordi".
   Gantz, dal canto suo ha replicato che le affermazioni del Primo Ministro erano "solo bugie" e che il suo collega di governo mirava alle elezioni anticipate "per evitare di essere processato".
   Posizioni dure e inconciliabili che, in un Paese piccolo come Israele nel quale politica, istituzioni e società sono fortemente integrate, hanno avuto dirette conseguenze anche all'interno della potente comunità dei Servizi Segreti che è così intrinsecamente collegata alle altre istituzioni, da risentire immediatamente degli echi del dibattito politico.
   La "Intelligence Community" israeliana si basa su tre pilastri di sperimentata e riconosciuta efficienza: Il Mossad, il Servizio operante all'estero con compiti di spionaggio e antiterrorismo oltreconfine; lo Shin Bet, il Servizio di Sicurezza interna competente per il controspionaggio e l'antiterrorismo all'interno dei confini e Aman, il Servizio di intelligence militare.
   La divisione dei compiti, semplice e pragmatica, assegna ai due Servizi "civili" funzioni geograficamente ripartite, mentre Aman svolge non solo compiti specifici di intelligence militare ma, in stretto coordinamento con i due Servizi civili, ha competenze di analisi strategica.
   In altri termini, Mossad e Shin Bet non dispongono di propri dipartimenti analisi e si affidano, per questa funzione, ai colleghi di Aman ai quali spetta poi di fornire al Governo quadri attendibili di valutazione su tutte le questioni di importanza strategica.
   Per capire come nel corso degli anni il sistema abbia funzionato, basta riandare alla Guerra del Kippur del 1973, quando ai primi di ottobre Israele venne attaccato simultaneamente e improvvisamente dall'Egitto e dalla Siria e per una decina di giorni si trovò a mal partito prima di riprendere l'iniziativa e di riuscire a rovesciare le sorti del conflitto.
   In quei giorni, tutti gli osservatori, all'interno e all'estero, si chiesero come mai i rinomati Servizi israeliani non fossero riusciti ad anticipare le mosse del nemico, pur disponendo di estese e profonde reti informative nel campo avversario.
   La risposta venne dalla commissione d'inchiesta "Agranat", voluta dall'allora Capo dello Stato Golda Meir, che appurò che in realtà le informazioni sui preparativi egiziani e siriani erano state raccolte ma che queste non erano sufficienti, a parere degli analisti di Aman, per dichiarare l'allerta generale e per avvertire il governo del pericolo imminente.
   Il fiasco costò il posto al Direttore del Servizio militare.
   Da allora il collegamento e la cooperazione tra i tre servizi si sono fatti più stretti ed efficienti, con risultati eccellenti sul piano del coordinamento tra intelligence e potere esecutivo e sulla capacità di Israele di rispondere con efficacia alle minacce interne o a quelle provenienti da nemici stranieri.
   Tutto questo fino ad oggi.
   E' di queste settimane, infatti, la notizia proveniente da fonti qualificate israeliane secondo cui i Servizi dello Stato di Israele si sarebbero fatti coinvolgere- su un tema strategico di importanza vitale come l'Iran- nel dibattito che divide Benjamin Netanyahu e Benny Gantz non solo sulle decisioni da prendere in campo economico e sanitario, ma anche sull'atteggiamento da seguire nei confronti della politica nucleare di Teheran e sugli interessi iraniani in Medio Oriente in generale e in Libano e Siria in particolare.
   Mentre sia Mossad che Aman attendono di vedere quali saranno le prime mosse della nuova amministrazione Biden nei confronti del programma nucleare iraniano, il capo del Dipartimento Analisi dell'intelligence militare, Dror Shalom, con il sostegno del suo Capo Tamir Hayman - molto vicino a Benny Gantz - ha segnalato al Governo l'opportunità di un atteggiamento più "morbido" nei confronti di Teheran suggerendo addirittura la partecipazione diretta di Israele a fianco degli Stati Uniti nell'eventuale ripresa delle trattative con gli iraniani sulla limitazione delle ambizioni nucleari del regime degli Ayatollah.
   Benny Gantz, che è stato capo di Stato maggiore fino al 2015, ha mantenuto uno stretto rapporto con Aman e con tutto l'establishment militare e si è fatto promotore, anche in campagna elettorale, di un atteggiamento più moderato nei riguardi dell'Iran.
   La mossa di Aman ha irritato profondamente la dirigenza del Mossad che, in linea con la posizione di Netanyahu, vuole mantenere la linea dura nei confronti dell'Iran, ritenuto essere ancora una minaccia strategica per lo Stato di Israele.
   Quasi a voler rispondere alle mosse dell'avversario politico, Netanyahu ha prorogato fino al prossimo mese di giugno l'incarico alla guida del Mossad di Yossi Cohen, un capo del Servizio che ha pianificato e organizzato la campagna di omicidi contro gli scienziati iraniani impegnati nelle ricerche atomiche (è dello scorso 27 novembre l'eliminazione, alle porte di Teheran, di Moshen Fakrizadeh, capo del programma nucleare).
   Yossi Cohen verrà rimpiazzato alla guida del Servizio da un altro fedele di Netanyahu, l'attuale capo del Dipartimento operazioni del Mossad, noto attualmente solo come "Mr.D", che si ritiene proseguirà sulle orme del suo predecessore nella strategia di durissima opposizione al nucleare iraniano, anche a dispetto del possibile futuro atteggiamento moderato del neo presidente americano Joseph Biden.
   Mentre quindi il Servizio di intelligence militare che monopolizza l'analisi strategica di tutta l'intelligence community israeliana scende in campo a sostegno delle tesi di politica estera del candidato centrista alle prossime elezioni, Benny Gantz, Il Mossad si schiera decisamente con il suo oppositore, l'attuale primo ministro Benjamin Netanyahu, fautore di un atteggiamento sempre più duro nei confronti del sogno nucleare di Teheran e delle sue mire espansionistiche in Siria, Libano e Iraq.
   Il Mossad continua, quindi, a pianificare future eliminazioni di scienziati iraniani e a fornire alle Forze Armate dati precisi sulle postazioni iraniane.
   In Siria e sugli obbiettivi da attaccare. In proposito a dicembre il Capo di Stato Maggiore di Tsahal (le forze armate di Israele), Avin Kochavi ha dichiarato che, grazie ai bombardamenti mirati, la presenza militare iraniana si è progressivamente ridotta.
   Aman "preferisce" continuare con la sua "Unità 8200" negli attacchi cyber contro Teheran, sulla falsariga del successo dell'attacco informatico contro il sistema di controllo delle centrifughe nucleari iraniane ottenuto anni fa con l'inoculazione del virus "Stuxnet" nel sistema avversario.
   Un paradosso tutto israeliano: civili aggressivi e militari moderati.
   Spiace tuttavia che questo paradosso faccia parte non di una dialettica politica riservata, ma sia entrato di prepotenza addirittura in campagna elettorale.

(Il Denaro, 29 gennaio 2021)


Barghouti candidato dietro le sbarre terrorizza i vertici di Fatah: è già in testa"

Voci di lista unica tra Hamas e Abu Mazen, in ansia per la mina vagante Dahlan

di Michele Giorgio

«Tra dieci giorni si saprà tutto sulle intenzioni di Marwan Baghouti per le elezioni presidenziali. Faremo un comunicato. Ora non posso dire di più», ci riferisce la nostra fonte nel comitato per la scarcerazione del più famoso dei prigionieri politici palestinesi, da 19 anni in un carcere israeliano dove sconta una condanna a cinque ergastoli.

Non si sbilancia il nostro interlocutore. Una cosa però se la lascia scappare: «Se Marwan decidesse di candidarsi, potrebbe farlo da indipendente». E non è una possibilità da niente. Perché l'uomo considerato il Mandela palestinese, sempre popolare tra la sua gente, è uno dei leader di Fatah. E il suo movimento politico, spina dorsale dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), qualche giorno fa ha ribadito che il candidato è uno solo: il presidente in carica Abu Mazen (85 anni).
  Fatah è in forte allarme. L'annuncio che i palestinesi dopo 15 anni andranno a votare — i dubbi restano — il 22 maggio per il rinnovo del Consiglio legislativo dell'Anp e il 31 luglio per scegliere il presidente, rischia di rivelarsi un incubo per Fatah che alle elezioni dovrà vedersela con gli islamisti di Hamas che nel 2007 hanno preso il controllo di Gaza e godono di parecchi consensi anche in Cisgiordania. Hamas vinse le ultime elezioni legislative tenute nel 2006, ma non riuscì a governare per il boicottaggio attuato da Israele, Usa, Ue e anche da Fatah.

Barghouti sarebbe il primo palestinese a candidarsi da dietro le sbarre per la carica più alta dell'Anp. Una condizione che alcuni ritengono vantaggiosa perché, se diventasse presidente, metterebbe in imbarazzo Israele. Per altri al contrario sarebbe un grave handicap per la gestione dell'Anp.
  Contro Barghouti sono schierati diversi i suoi compagni di partito, quelli al vertice. Non certo i militanti di base che lo considerano l'unico in grado di rilanciare Fatah, di dare vita a una piattaforma politica nazionale, di rappresentare le migliaia di prigionieri politici e di dialogare con Hamas.
  Secondo alcuni Barghouti è in grado di strappare ad Abu Mazen la metà dei voti degli elettori di Fatah. Uno scenario che, considerando la probabile candidatura di un esponente della sinistra, finirebbe per favorire il rappresentante di Hamas, riferimento di un elettorato più compatto. Il movimento islamico non ha ancora deciso se partecipare alle presidenziali. Potrebbe rinunciare alle elezioni del 31 luglio nel quadro di una riconciliazione definitiva con Fatah. Da giorni circolano voci di una lista unica Hamas/Fatah alle legislative, ma si stenta a credere a questo «compromesso storico» tra due formazioni con ampie differenze ideologiche.
  Nell'imminenza dei colloqui tra i partiti palestinesi organizzati al Cairo dai servizi di sicurezza egiziani, le pressioni su Barghouti aumentano. Gli chiedono di rinunciare a candidarsi alla presidenza e di accettare il ruolo di capolista simbolico di Fatah alle legislative. Anche per scongiurare la nascita delle liste indipendenti che esponenti più giovani di Fatah minacciano di presentare se la vecchia guardia deciderà di candidare al Clp le stesse facce note da almeno trent'anni.

Il mancato rinnovamento è una delle cause principali dell'emorragia di consensi che da lungo tempo affronta Fatah. Senza dimenticare il «pericolo» per il partito di Abu Mazen rappresentato dalla lista che dovrebbero formare i sostenitori di Mohammed Dahlan — ex figura di primo piano di Fatah espulso e condannato nel 2016 in contumacia per appropriazione indebita —, diventato il nemico numero uno del presidente palestinese. Dahlan, al quale non sarà permesso partecipare alle elezioni, risiede a Dubai, dove è consigliere speciale del principe ereditario Mohammed bin Zayed: sarebbe in grado di investire milioni di dollari nella campagna elettorale palestinese.
  Un sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah rivela che se Marwan Barghouti formasse una lista indipendente riceverebbe il 25% dei voti, contro il 19% della lista ufficiale di Fatah. Una lista indipendente di Dahlan, riceverebbe il 7% dei voti, in apparenza pochi ma sufficienti per complicate la vita a Fatah. Più di tutto due terzi degli intervistati chiedono le dimissioni del presidente Abu Mazen.

(il manifesto, 29 gennaio 2021)


L'archivio dei cervelli in fuga dal Fascismo

La storica Patrizia Guarnieri ha ricostruito i percorsi di intellettuali e scienziati emigrati, soprattutto ebrei: drammi umani e un enorme danno per la nostra ricerca.

di Silvia Bencivelli

New York, incrocio tra la Fifth Avenue e la quarantaduesima strada. Al terzo piano della New York Public Library,la sala dedicata alla filantropa BrookeRussellAstor: stanze silenziose dai soffitti alti, teste chine sui libri. E un archivio che custodisce una parte poco nota della storia della scienza europea. «Appartiene alla Emergency Committee in Aid of Displaced Foreign Scholars (Ecadfs), una delle associazioni che hanno dato sostegno agli intellettuali in fuga dall'Europa nazifascista» spiega Patrizia Guarnieri, docente di Storia contemporanea all'Università di Firenze. «Intellettuali che scappavano dalla Germania, poi via via dagli altri Paesi. Anche dall'Italia, soprattutto dal 1938, anno delle leggi razziali». Molti di loro hanno scritto ad associazioni come la Ecadfs, o all'analogo inglese, la Society for the Protection of Science and Learning (Spsl), inviando lettere e curriculum scientifici, e richieste di aiuto. Cosi oggi in quegli archivi è raccontata una parte, solo una parte, della peggior fuga di cervelli del nostro Paese: centinaia di persone scappate da università che erano sempre più devote al fascismo e sempre più chiuse nella loro autarchia, dominate dall'antisemitismo e dalla violenza.
   Patrizia Guarnieri ha deciso di raccontarli uno a uno, man mano che ricostruisce le loro storie: dalla A di Ernst Abrahamson (nato in Germania, laureato a Praga e rifugiato in Italia, poi fuggito da Firenze dove insegnava greco, latino, francese e storia dell'arte, e arrivato a New York dalla Francia) alla Y di Youdassin Zelda (nata in Ucraina, e di cui abbiamo il diploma di laurea in farmacia dell'Università di Firenze, ma che non risulta essere passata da New York. Si trova che si è trasferita a Tel Aviv nel 1939,e nient'altro). È nato così il progetto Intellettuali in fuga dall'Italia fascista, oggi online con storie, fotografie, mappe, e in crescita ogni giorno (http://intellettualinfuga.fupress. com/). Ma quando Guarnieri è partita per New York ed è salita a quel terzo piano non aveva ancora le idee così chiare. «Mi occupavo di mobilità scientifica. A un certo punto ho pensato di dedicarmi ai cosiddetti cervelli in fuga, e alle loro difficoltà a rientrare. Il fascismo mi è parso un buon punto di partenza».
   Sono note infatti le storie di Enrico Fermi (sposato a una donna ebrea) o di Rita Levi Montalcini, ma anche del fisico Bruno Benedetto Rossi, uno dei padri della fisica dei raggi cosmici, e di Giuseppe Levi, anatomista, maestro di tre premi Nobel e padre di Natalia Ginzburg: lasciarono tutti l'Italia tra il 1938 e il 1939, qualcuno rientrò dopo ìl 1945, qualcuno tornò e poi ripartì. perché in Italia non ebbe spazio nemmeno a guerra finita. Ma anche intellettuali e scienziati meno celebri fuggirono: i loro percorsi furono condizionati dalle difficoltà di accesso nei circuiti universitari stranieri, e dalle vicende familiari. Le donne in generale ebbero vita più difficile. Per esempio, fuggirono due dei tre fratelli Calabresi, antifascisti ed ebrei: Renata, psicologa, e Massimo, cardiologo. Ma non fuggi la secondogenita Cecilia, germanista, rimasta a Firenze durante la guerra per non lasciare sola l'anziana madre. I primi due arrivarono a New York nel 1939. Cecilia li raggiunse nel 1949: a quel punto aveva 47 anni, e non ricominciò mai a fare ricerca. Dei tre, solo Renata si è rivolta all'Ecadfs, e la sua richiesta d'aiuto conservata in archivio è stata il punto di partenza per ricostruire la storia della famiglia.

 SCORAGGIATI A RIENTRARE
  «Quando ho messo le mani nell'archivio di New York sono stata sopraffatta dalle carte» prosegue Guarnieri. «C'erano i fascicoli di seimila studiosi europei: come avrei fatto a ricostruire le storie di chi aveva lasciato l'Italia?». Si partiva quasi da zero. «Gli storici italiani si sono occupati tardi e poco dell'argomento. Un po' perché soffriamo lo stereotipo dell'italiano migrante, che in genere non era un intellettuale. E poi perché gli stessi scienziati fuggiti sono stati riluttanti a raccontarsi». Infine, va detto, le nostre università non hanno mai avuto piacere a rivangare la storia degli allontanamenti di antifascisti ed ebrei. Successe con la "fascistizzazione" delle università e poi con le leggi razziali, e non colpì solo i grandi accademici, ma anche tantissimi liberi docenti. Sul numero di febbraio di Le Scienze un lungo articolo parlerà dell'archivio degli Intellettuali in fuga. Su Radio3 Rai (6-7 e 13-14 febbraio) quattro puntate di Vite che non sono la tua saranno dedicate a quattro storie (tra cui quelle di Renata e Massimo Calabresi) tanti, assistenti e neolaureati, che non furono ufficialmente "licenziati", ma piuttosto "non confermati" e spinti ad andarsene. Le università li rimpiazzarono subito, e quando, dopo il 1944, si trattò di reintegrarli, spesso preferirono non disturbare i nuovi equilibri accademici. Così molti sono stati scoraggiati dal rientrare, e ai loro posti sono rimasti colleghi scelti per la fedeltà al fascismo. Successe per esempio a Massimo Calabresi, messo da parte nonostante portasse con sé competenze nuove sulle tecnologie mediche più avanzate.
   «Con l'allontanamento di centinaia di studiosi il nostro Paese si è inflitto un'enorme e duratura perdita culturale» sintetizza Guarnieri. Un altro esempio: «Solo una decina di studiosi italiani risulta aver avuto un finanziamento dall'Ecadfs. Di questi due erano fisici e due psicologi. Significava che accanto alla gloriosa scuola di fisica italiana, già famosa nel mondo, anche la psicologia italiana, pur essendo una disciplina giovane, era riconosciuta». Però venne mutilata dalle partenze di Renata Calabresi e di Enzo Bonaventura, che andò in Palestina. Del resto la filosofia neoidealista, quella di Croce e Gentile, considerava la psicologia una pseudoscienza.
   Ed ecco come «la fascistizzazione ha cambiato le linee di ricerca nell'accademia, e deciso gli orientamenti». La ricerca su tante persone meno note ha portato a nuove riflessioni. Ma c'è ancora tanto da ricostruire, e il progetto online mira a rispondere a nuove domande. «Chi erano i più propensi a partire? Quali reti di sostegno avevano?». E anche: come se la sono cavata le donne scienziate, magari con famiglie a carico, in un mondo cosi denso di pregiudizi e durante una guerra?

 «ABBIAMO PERSO ANCHE I FIGLI»
  Dalle carte negli archivi emergono talenti a noi poco noti, carriere importanti di chi, come l'astronomo Vinicio Barocas, partì neolaureato per diventare direttore di osservatorio astronomico. Ma anche le loro sofferenze: «Gli intellettuali in fuga dovettero ambientarsi in situazioni molto dure, accettando posti di lavoro malpagati. Negli Stati Uniti non c'erano le leggi razziali, ma c'era un forte antisemitismo. E poi tensioni fra le little Italy e i nuovi arrivati antifascisti, e pregiudizi nei confronti degli italiani. Anche in ambiente scientifico». Per esempio: Massimo Calabresi, agli inizi, faticò per fare camera scientifica. Ma rimase in America, per tutta la vita e con tutta la famiglia. Così come il medico Giacomo Ancona (che partì con la collezione del padre, famoso baritono, poi donata all'Università di Stanford), che fuggi con moglie, madre e figli e fu raggiunto dalla famiglia del marito della figlia, e tutti i discendenti sono rimasti lì. «Anche questo va considerato: insieme agli intellettuali fuggiti, abbiamo perso i loro figli, che non sono quasi mai tornati in Italia e spesso hanno fatto una gran carriera laggiù». Per restare in casa Calabresi: Paul, il primogenito di Massimo, è stato uno degli oncologi più famosi del mondo, e Guido, il secondogenito, è tuttora uno dei giudici più importanti degli Stati Uniti, ed è stato il più giovane preside della sua Law School. Quella di Yale, nel Connecticut, a un'ora e mezzo di macchina da New York.

(la Repubblica - il venerdì, 29 gennaio 2021)


Lezione online sull' ebraismo, blitz con svastiche e minacce, tra gli autori anche minorenni

Indagine della Digos in tutta Italia

I CASI
Episodi a Venezia, in Veneto e a Pisa
LE FAMIGLIE
All'oscuro le famiglie dei denunciati

VENEZIA - Pochi mesi fa, proprio durante una videoconferenza in diretta su Zoom della Comunità ebraica di Venezia si erano intrufolati all'improvviso nel collegamento online interrompendo l'incontro dedicato ad una «Lezione di Ebraismo», con offese e minacce di natura antisemita e condividendo sullo sfondo dello schermo una svastica. Il tutto usando un nickname inventato. Ora, dopo le indagini dirette dalla Procura della Repubblica del Tribunale di Venezia e condotte dagli investigatori della Digos di Venezia con la collaborazione dei compartimenti di Polizia Postale del Veneto e della Lombardia sono stati individuati gli autori del gesto.
   Si tratta di ragazzi giovani e giovanissimi (alcuni anche minorenni) che avevano coordinato l'azione all'interno di un canale Telegram e che avrebbero agito su più fronti sia in Veneto che in altre regioni d'Italia, sempre con la stessa modalità di intrusione online. Giovedì una perquisizione in provincia di Bergamo ha permesso il sequestro dei dispositivi utilizzati per l'intromissione e l'identificazione di una parte del gruppo. Non si è trattato dell'azione di un singolo ma di un gruppo più ampio, sul quale la Digos sta ancora indagando. Non si tratterebbe di un'azione di matrice neonazista ma di un' azione tra ragazzi, anche se non è ancora chiaro se ci fosse o meno un coordinatore o ideatore del «piano».
   Allo stesso gruppo potrebbero essere ricondotti altri episodi che si erano verificati nello stesso periodo sempre durante collegamenti pubblici online a partire da quello del 16 dicembre all'istituto Morosini di Venezia dove erano stati condivise immagini pornografiche e la pagina wikipedia di Adolf Hitler passando per un episodio simile a Pisa. «Si tratta di reati — spiega la polizia — sempre più spesso commessi, con eccessiva leggerezza doĆßvuta alla distanza con gli interlocutori, da incensurati che finiscono per coinvolgere, vista la giovane età, anche gli ignari familiari».
   Anche per questo il Questore di Venezia Maurizio Masciopinto ieri ha voluto sottolineare l'importanza anche simbolica che riveste l'aver individuato gli autori del gesto proprio nella settimana in cui tutto il mondo celebra la memoria delle vittime della shoah, rimarcando l'importanza di perseguire duramente ogni forma apologetica del crimine dell'olocausto. «E' fondamentale che soprattutto le nuove generazioni ne comprendano la portata perché la storia non si ripeta», dice. Il questore ha anche posto l'accento sul rischio rilevante collegato ad un uso distorto dei canali multimediali, che accresce gli effetti negativi dei reati commessi attraverso strumenti e piattaforme di natura sostanzialmente pubblica, il che ne amplifica il rischio di emulazione.

(Corriere del Veneto, 29 gennaio 2021)


29 jet F-16 israeliani dismessi venduti a una società canadese

GERUSALEMME - Ventinove jet da combattimento F-16 dismessi dalle Forze di difesa israeliane sono stati venduti a una società canadese, la Top Aces. Lo ha annunciato il ministero della Difesa di Tel Aviv. Secondo quanto riferisce la stampa statunitense, l'accordo ha un valore di decine di milioni di dollari. Top Aces offre esercitazioni tra le Forze aeree statunitensi e canadesi con velivoli "nemici". Il 27 gennaio, quattro caccia sono giunti negli Stati Uniti a bordo di un cargo Antonov An-225 Mriya.

(Agenzia Nova, 29 gennaio 2021)


"Memorie di famiglia - i giovani tramandano le storie dei nonni"

di David Di Segni

Viviamo quel periodo storico in cui i nipoti e pronipoti della Shoah sono abbastanza grandi per proseguire il racconto delle storie di famiglia riguardo la guerra, le deportazioni e la Shoah. Per questo, anche quest'anno Il Pitigliani ha rinnovato l'evento "Memorie di famiglia - i giovani tramandano le storie dei nonni", a cui hanno aderito diversi esponenti del mondo ebraico italiano e del giornalismo, e persino il noto attore Pierfrancesco Favino. La chitarra del professore Emanuele Levi Mortera ha intervallato i vari interventi e le letture dei giovani ragazzi, come quelle recitate dai nipoti di Dario Foà, che raccontano: "Da casa nostra vedevamo il golfo e vedevamo le navi americane che si avvicinavano ma poi giravano e tornavano indietro. Non erano sicuri se c'erano ancora i tedeschi o no. Poi, un bel giorno, il 1° ottobre, si sono decisi e sono entrati a Napoli. Quando entrarono gli alleati ci riversammo tutti per le strade". Altri ragazzi hanno letto le testimonianze dei propri nonni, tra questi anche Joshua Limentani, pronipote di Errina Fornaro Di Veroli, che legge: "Sono stata liberata a maggio del 1945, in un campo vicino a Ravensbrück dove mi avevano mandato per continuare gli esperimenti. Sono tornata a casa il 1° settembre 1945. Sul treno un prete mi aveva dato 5 mila lire per rifarmi una vita. […] Poi ho preso una tradotta. Gli ho detto "Mi porti al ghetto" e quello mi ha risposto "Al ghetto, signò? E che c'annate a fa': l'ebrei l'hanno ammazzati tutti". Ma io c'avevo Stella che m'aspettava a casa e quindi gli ho detto "Ci voglio andare lo stesso". Arrivata a Via dei Falegnami, ho rivisto una ebrea che tornava da fare la spesa: sono scesa di corsa ed ho imboccato Via della Reginella. A metà della via mi sono fermata; mi era presa paura. Allora si è affacciata quella che se chiamava Fiore; me guarda e me fa:" Rina, ma sei Rina? Cori Rina va a casa che c'hai marito e figli che t'aspetteno". A quel punto ho cominciato a correre. Lei intanto ha cominciato a strillare "corete, corete, è ritornata Rina d'Agesilao".
   Molti sono stati gli interventi in memoria di tutti coloro che vissero quei fatidici giorni. Quello organizzato da Il Pitigliani è un progetto che va avanti da dieci anni e con il quale si è riusciti ad entrare in più di 150 case, dentro le quali è stato innescato il meccanismo del racconto, tramandato poi ai nipoti.
   Per ultimo ha preso la parola Pierfrancesco Favino, che ha interpretato un testo scritto da Renzo Gattegna, Z"L, che inizia raccontando della madre: "Era stata bravissima in tutto quel tempo. Sola con tre bambini, in un quartiere diverso da quello in cui eravamo nati, due stanze di un convento che ci aveva offerto riparo, con un marito lontano nascosto in un qualche rifugio di fortuna. Senza mai alterare la verità, ma usando parole caute per non alimentare in noi altre paure, aveva sempre cercato di rispondere alle nostre domande. Troppo piccoli per capire davvero, tutti e tre avevamo la percezione di essere in costante pericolo, e solo la sua amorevole e rassicurante presenza ci aveva permesso di vivere almeno un po' di quella gioia che è necessaria all'infanzia come l'aria che si respira. "Da oggi cambia tutto", disse allegra, e provò a spiegarci il significato di quella festa spontanea. I soldati, che avevamo visto sfilare su camionette e blindati, erano ragazzi che avevano lasciato le loro famiglie e le loro città, rischiando la vita e rinunciando alla giovinezza per venire a combattere in un paese sconosciuto una guerra scatenata dalle dittature europee. Quella mattina di giugno, a Piazza di Spagna, è il primo ricordo che mi appartiene interamente, come se la vita per me fosse cominciata quel giorno. Avevo quattro anni, troppo pochi per capire il senso di quegli eventi ma sufficienti per sentirne l'impatto emotivo e trattenerli per sempre nella mente e nel cuore. Nel corso degli anni, quelle scene di incontenibile gioia collettiva sarebbero tornate spesso ad affiorare nella memoria, ma non erano più solo immagini del passato, perché con il tempo avevano acquistato un senso compiuto ed erano diventate per me un riferimento insostituibile. La conseguenza più importante di aver vissuto quel giorno fu la convinzione di appartenere ad una generazione fortunata, che non avrebbe più vissuto guerre né la violenza di una dittatura".

(Shalom, 29 gennaio 2021)


Ancora su "Jenin, Jenin", l'ignobile falso documentario

Il regista Mohammed Bakri può attestare che diffondere la calunnia del sangue contro gli ebrei non è più gratis come una volta: oggi comporta un prezzo.

Una volta non costava nulla. I servizi segreti dello zar Nicola II non sono mai stati citati in giudizio per aver concepito la favola dei Protocolli dei Savi di Sion circa un complotto ebraico per conquistare il mondo. E Joseph Goebbels non è stato processato per aver ideato mostruosità cinematografiche come Suss l'ebreo, I Rothschild e L'ebreo errante che hanno insegnato a milioni di persone a temere, odiare e aggredire gli ebrei. Questo è il motivo per cui il regista Mohammed Bakri, il cui pseudo-documentario Jenin, Jenin è una variazione su quei temi antisemiti, pensava di poter anche lui diffamare gli ebrei impunemente. Ma questo mese, dopo una saga di 19 anni in tribunale, quell'assunto è crollato grazie a quella che si profila come una pietra miliare nella lotta del popolo ebraico contro il suo nemico più antico, letale e subdolo: la calunnia del sangue....

(israele.net, 29 gennaio 2021)


Biden sospende la vendita di F-35 agli Emirati Arabi Uniti

La vendita di F-35 agli Emirati Arabi Uniti aveva scatenato molte discussioni in Israele.

Con una mossa che il Dipartimento di Stato ha definito "di routine" la nuova Amministrazione americana ha sospeso tutte le vendite di armi "su larga scala" a entità straniere bloccando anche la vendita di F-25 agli Emirati Arabi Uniti.
   Secondo il Dipartimento di Stato è una decisione che viene presa ogniqualvolta cambia l'Amministrazione al potere negli Stati Uniti e quindi si tratterebbe di una mossa di Routine.
   Tuttavia a precisa domanda se tale decisione, soprattutto in merito alla vendita di F-35 agli Emirati Arabi Uniti, fosse quindi solo temporanea, il Dipartimento di Stato non ha dato alcuna risposta.
   «Il Dipartimento sta temporaneamente sospendendo l'implementazione di alcuni trasferimenti riguardanti armi destinate a nazioni straniere per dare il tempo all'Amministrazione entrante di riesaminare i contratti» ha detto un portavoce del Dipartimento di Stato.
   Questa è un'azione amministrativa di routine tipica di quasi tutte le transizioni e dimostra l'impegno dell'Amministrazione per la trasparenza e il buon governo, oltre a garantire che le vendite di armi statunitensi soddisfino i nostri obiettivi strategici» ha poi concluso.
   La vendita di F-35 e di diversi sistemi d'arma avanzati agli Emirati Arabi Uniti aveva sollevato molte proteste in Israele, dove questa operazione era vista da molti come il "pagamento" per il riconoscimento da parte degli EAU dello Stato Ebraico, tanto che persino il Premier Benjamin Netanyahu era finito sotto accusa.
   In molti sostengono che la vendita di questo tipo di armi agli arabi potrebbe minare la supremazia militare israeliana.
   Negli ultimi mesi della sua Amministrazione l'ex Presidente Donald Trump aveva concluso diverse vendite di armi di una certa importanza destinate ai Paesi Arabi. Queste vendite, una in particolare all'Arabia Saudita, erano state contestate dal Partito Democratico.

(Rights Reporter, 28 gennaio 2021)


Netanyahu porta il futuro a Davos

Il premier svela i due pilastri dei successo di Israele con vaccini, sicurezza e acqua

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha partecipato ieri al World Economic Forum di Davos e, contrariamente ad altri leader, ha deciso di non tenere un discorso, ma si è fatto porre delle domande che hanno riguardato tre temi in particolare: vaccini, sicurezza e acqua. Tre campi nei quali Israele è un'eccellenza e secondo Netanyahu, non bisogna andare a cercare segreti nascosti per capire il motivo del successo di Gerusalemme, perché sono due le componenti che finora hanno permesso agli israeliani di diventare un modello: istruzione e innovazione.
   La campagna vaccinale messa in campo dal governo di Netanyahu contro il coronavirus va velocissima, Netanyahu ha detto che gli israeliani puntano a diventare un laboratorio mondiale per l'immunità di gregge, ma che non è il momento di abbandonare la strada dei lockdown: "Abbiamo vaccinato l'82 per cento dei nostri anziani e puntiamo al 99. Ma ancora non sappiamo cosa succederà con le mutazioni del virus".
   Sulla sicurezza Bibi ha detto che è importante soprattutto investire nella formazione e nella tecnologia: "Pur essendo un piccolo paese, abbiamo uno dei sistemi di intelligence più efficienti del mondo. Ai nostri militari diciamo che bisogna curare più il cervello che i muscoli".
   Il terzo punto trattato durante l'incontro è stato quello dell'acqua: Israele nonostante sia una nazione desertica ha ormai risorse idriche superiori al suo fabbisogno. Anche qui, quel che conta, ha detto il premier, è sapersi innovare, cercare soluzioni anche nel deserto.
   Al Forum di Davos, in cui tutti i leader sono arrivati, finora, delineando le difficoltà di questo mondo da rimettere in piedi dopo la pandemia, Netanyahu, che sappiamo essere in campagna elettorale e punta a essere rieletto (si vota il 23 marzo per la quarta volta in meno di due anni), ha mostrato qualche soluzione. Ha aperto una strada verso il futuro, per la resistenza e per il dopo crisi sanitaria con due concetti semplici: istruzione e innovazione.

(Il Foglio, 28 gennaio 2021)


Israele, 17enne in terapia intensiva dopo il vaccino

Un ragazzo di diciassette anni sarebbe stato ricoverato in terapia intensiva presso il Safra Children's Hospital all'interno dello Sheba Medical Center di Tel Aviv pochi giorni dopo aver ricevuto la seconda dose del vaccino contro il coronavirus. È quanto scrive il sito The Jerusalem Post - Israel News.
Il giovane sarebbe arrivato in ospedale dopo aver sentito forti dolori al petto e non avrebbe avuto condizioni preesistenti. Un medico del dipartimento ha riferito che il ragazzo è in condizioni stabili e che l'ospedale non crederebbe che i suoi sintomi siano collegati alla vaccinazione.

(Affaritaliani.it, 28 gennaio 2021)


Israele non frena i contagi: confini chiusi

L'immunizzazione procede rapidamente ma aumentano i decessi. Il governo e gli esperti presi in contropiede dalla variante britannica

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Dopo la chiusura dell'aeroporto internazionale di Tel Aviv fino al 31 gennaio, oggi Israele sigillerà anche i confini di terra con Egitto e Giordania. Sempre oggi il governo Netanyahu dovrà decidere se estendere il lockdown nazionale che scade nel fine settimana. E tutto lascia prevedere che sarà rinnovato per un'altra settimana, forse due. L'emergenza Covid-19 non rallenta nel paese. Sebbene l'immunizzazione di massa proceda ad alta velocità — dal 20 dicembre fino a due giorni fa 2.768.202 israeliani avevano ricevuto la prima dose del vaccino e 1.377.803 la seconda — il contagio resta elevato. Il virus circola in modo sostenuto e il lockdown in corso, a differenza delle precedenti due chiusure, non riesce ancora a dare risultati apprezzabili. I dati di due giorni fa riferiscono di 7.737 nuovi casi con il 9,6% dei tamponi positivi. Degli infetti, 1207 sono in condizioni critiche e 311 intubati. Ma è l'aumento dei decessi che impressiona di più. Dei 4.539 morti registrati da marzo 2020 fino a ieri, il 26% è composto dalle vittime nel solo mese di gennaio, non ancora finito.
   Le autorità israeliane speravano in un calo più rapido del contagio grazie alla campagna di vaccinazione. Le cose non sono andate secondo le previsioni degli specialisti e del premier Netanyahu che a dicembre aveva parlato di Israele come del primo paese al mondo «che uscirà dal tunnel» della pandemia e tornerà alla normalità. Un ottimismo esagerato legato alla campagna elettorale per le legislative di fine marzo, quando Israele dovrebbe aver vaccinato — prima e seconda dose — tra quattro e cinque milioni di cittadini.
   A far saltare i piani del premier e le aspettative degli esperti del ministero della sanità è la mutazione britannica del virus, ormai prevalente in Israele, in possesso di una capacità più ampia di infettare e, pare, di provocare un numero superiore di malati gravi. Il vaccino Pfizer di cui Israele si è procurato diversi milioni di fiale — pagandole di più, si dice, e proponendosi come una sorta di paese-laboratorio per il colosso farmaceutico statunitense — pare efficace contro la mutazione britannica ma non è detto che lo sia al 100% contro la sudafricana e la brasiliana.
   Nel tentativo di isolarle, Israele ha chiuso aeroporto e valichi di terra. «Queste due varianti ci preoccupano molto. Soprattutto il ceppo brasiliano che sembra più resistente al vaccino, ma non abbiamo ancora un risultato certo al riguardo», ha spiegato alla Knesset Roy Singer, vicedirettore del dipartimento di epidemiologia al ministero della sanità.
   Uno dei pochi segnali positivi viene dal coefficiente di infezione (il fattore R) sceso a 0,9. E lentamente inizia a stabilizzarsi il numero degli ingressi nelle terapie in tensione che nelle ultime settimane ha fatto temere il collasso di alcuni ospedali. Il quadro però resta serio. Il quotidiano Haaretz ieri scriveva che nessuno nelle autorità sanitarie aveva previsto questi scenari drammatici. «È possibile che le nostre aspettative non fossero realistiche. Senza il lockdown però i numeri (del contagio) sarebbero doppi se non superiori», ha spiegato al giornale un funzionario del ministero della sanità favorevole a prolungare la chiusura.
   Non è detto che la popolazione, che stenta a rispettare le restrizioni per il contenimento del contagio, accetti l'estensione del lockdown che ha aggravato crisi economica e disoccupazione. A ciò si aggiunge la protesta dei religiosi ultraortodossi (haredim) che nelle strade di Gerusalemme, Bnei Brak e altre località da giorni si scontrano con la polizia. I religiosi contro le disposizioni del governo tengono aperte le loro scuole sebbene la mutazione britannica si stia rivelando contagiosa e pericolosa anche tra i più giovani. Intanto l'Onu chiede a Israele di rendere disponibili i vaccini anche ai palestinesi nei territori che occupa dal 1967. «È fondamentale per controllare la pandemia e in linea con gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale», ha detto Tor Wennesland, l'inviato dell'Onu per Israele e Territori occupati.

(il manifesto, 28 gennaio 2021)


L'educazione è il vaccino per combattere l'antisemitismo

di Giorgia Calò

Commemorazioni per la Giornata della Memoria anche per la European Jewish Association, che ha voluto ricordare le vittime e l'orrore della Shoah nella cerimonia che si è tenuta online: "EJA online International Holocaust Remembrance Day commemoration".
   Insieme al Ministro della Diaspora di Israele S.E Omer Yankelevich, il Presidente del Consiglio di Yad Vashem, il Rabbino Capo Yisrael Meir Lau, il Presidente dell'Agenzia Ebraica Isaac Herzog e membri del Parlamento e leader ebrei di tutta Europa, la Eja si è riunita per celebrare la memoria dei milioni di persone che hanno vissuto l'orrore e l'inferno che è stato l'Olocausto.
   Quanto velocemente una giornata importante come questa rischia di trasformarsi in un giorno qualsiasi; l'odio e l'antisemitismo di allora esistono ancora oggi, e aumentano sempre di più: "Tutti credono che non esista un vaccino contro l'antisemitismo" ha detto Rabbi Margolin, Presidente della Eja, "ma non è così. Il vaccino c'è e si può manifestare attraverso due elementi: l'educazione e l'intolleranza verso ogni forma di antisemitismo".
   Un messaggio volto a tutte le comunità ebraiche europee. Un monito all'educazione e alla lotta all'antisemitismo.
   Ricordare la Shoah è un dovere, non solo come tributo verso le vittime, ma anche per rinnovare la fedeltà ai diritti umani, negati da questa tragedia e dal silenzio; e proprio il silenzio "è il primo passo verso l'accettazione" come ha ricordato il Ministro Omer Yankelevich, "sin dal 1945, i sopravvissuti, che avevano il numero tatuato sul braccio, non sono rimasti in silenzio. Hanno testimoniato. Hanno tramandato la storia alle generazioni successive e sta proprio a noi adempiere a questo dovere quando loro non ci saranno più".

(Shalom, 28 gennaio 2021)


Dunque il vaccino contro l’antisemitismo esiste e un suo elemento sarebbe “l’intolleranza verso ogni forma di antisemitismo”. Sarebbe come dire che il vaccino contro il rischio di contagiarsi è “l’intolleranza verso ogni forma di contagio”. E quanto all’educazione, che significa? Che tipo di educazione? Tra gli antisemiti di ieri e di oggi ci sono molte persone fin troppo “educate”. L’eccesso di parole danneggia l’oggetto di cui si parla. M.C.


La retorica e i paragoni banalizzano il giorno della memoria

di Dimitri Buffa

 
Ruth Dureghello
Troppa retorica, troppi paragoni impropri e troppe richieste di perdonare per conto terzi stanno banalizzando il giorno della Shoà. Per non parlare dell'odio verso Israele che viene sempre giustificato dal complottismo di destra e di sinistra. Per non parlare di quello che è da anni appannaggio degli alfieri dell'antipolitica. E che non riescono a vedere lo stato ebraico come modello neanche quando ci si deve arrendere all'evidenza che sulla campagna delle vaccinazioni anti-Covid è il Paese che ha ottenuto più successi.
   Se qualcuno si aspettava un "volemose bene" di repertorio da parte della combattiva presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello dovrà ricredersi. In un colloquio con l'Agenzia Italia, infatti, la Dureghello ha parlato quasi esclusivamente di questi tre terribili fenomeni, i paragoni impropri, il buonismo perdonista e il complottismo anti-ebraico e anti-israeliano che da tempo e di fatto indeboliscono la simbologia della memoria e stanno rendendo lo "Yom HaShoah", il giorno della Shoà, una ricorrenza tragica come tante altre.
   C'è il giorno in cui si celebrano le vittime della fame, quello della natura, quello contro le armi nucleari e quello contro la violenza sulle donne e via di seguito. All'incirca per 365 giorni l'anno.
   Ma nessuno di essi - a prescindere dal fenomeno tragico che segnala - può lontanamente essere paragonato all'unicità del giorno della memoria che ricorda lo sterminio perpetrato da Hitler e i suoi sodali, anche italiani. Pena la perdita e la banalizzazione - per l'appunto - della stessa memoria.
   C'è poi il problema dei paragoni impropri: ogni disgrazia diventa una Shoà, la parola "negazionismo" che viene usata per la pandemia mentre andrebbe adoperata solo per coloro che negano la morte di 6 milioni di ebrei nei campi di concentramento nazisti e fascisti. Infine, ci sono i paragoni infami come quelli che fanno gli estremisti islamici - i veri nazisti della nostra era- per affermare che a Gaza si sta compiendo un Olocausto per colpa degli israeliani. Tutte cose viste per anni e forse troppo supinamente tollerate dalle stesse comunità ebraiche della diaspora mondiale, che però ormai da tempo hanno cominciato a ribellarsi a queste "banalità del male".
   C'è poi un sotterraneo compiacimento a dispiacersi e a piangere solo per quegli ebrei che morirono oltre settanta anni orsono tra Auschwitz e Birkenau o nella risiera di San Saba, mentre per gli ebrei ancora vivi in Israele e nel resto del mondo c'è una orrenda tendenza a sottovalutare il pericolo. Ad esempio nella pretesa di avere rapporti diplomatici con "Paesi canaglia" come l'Iran e il Venezuela dove l'antisemitismo è praticamente una legge dello Stato. E in questa benevolenza pseudo terzomondista - chiamiamola così - alcuni grillini di casa nostra non sono secondi a nessuno nel resto del mondo.
   C'è poi il pericolo del cosiddetto suprematismo bianco antisemita notoriamente ben rappresentato negli Stati Uniti d'America tra quei seguaci di Donald Trump che ne hanno di fatto compromesso la rielezione.
   E da ultimo ma non per ultimo questa ipocrita richiesta agli ebrei oggi vivi di perdonare per conto di quelli da tempo morti i loro carnefici. E magari anche quelli che ancora oggi ne esaltano le pazzesche idee che portarono allo sterminio.
   "Culturalmente, questo concetto del perdono nell'ebraismo non c'è e se esiste, è frutto di un confronto fra due parti contrapposte che cercano di trovare una sintesi fra posizioni diverse. Il rapporto e il dialogo sono diretti, non può essere mai mediato. Noi non abbiamo assolutamente la delega per altri: sarebbe un abominio se io, per esempio, dicessi sì o no al posto di mio nonno. È inconcepibile. Quasi fosse una colpa se non perdoniamo...".
   Parole sacrosante che i politici italiani ed europei farebbero bene a scolpire nelle proprie limitatissime menti.

(l'Opinione, 28 gennaio 2021)


Un premio a Gerusalemme a febbraio per Sophia Loren

Sophia Loren è il nuovo membro onorario della «Jerusalem Sam Spiegel Film School». Lo ha annunciato il Comitato direttivo dell'istituzione, aggiungendo che la nomina sarà conferita nella cerimonia online del 22 febbraio e alla quale parteciperà l'artista. La motivazione ha sottolineato «la vasta carriera cinematografica» dell'attrice che «ha attraversato «culture e confini», «per i suoi successi nel cinema europeo e americano dove ha lasciato un marchio indelebile di talento, bellezza e femminilità».

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 28 gennaio 2021)


Non solo vittime. Ricordiamo la Shoah ma anche l'eroismo di chi si oppose al folle sterminio

La memoria è cruciale. Per questo va preservata nella sua autenticità, senza fare dell'Olocausto un simbolo generico di oppressione.

ANDARE OLTRE
È un rischio ridurre gli ebrei alla dimensione della loro distruzione
LA SITUAZIONE DI OGGI
L'antisemitismo ha vinto la sua guerra: il pregiudizio resta vivo

di Fiamma Nirenstein

Quando Elie Wiesel scrisse le sue prime memorie di Buchenwald, le scrisse in Yiddish nel 1954 su una nave che lo portava dall'Europa al Brasile. Più avanti, riscrivendole in francese, Wiesel scelse un tono molto più pacato ancorché disperato, abbandonando la parte più rabbiosa, che vuole ricordare ma anche vendicarsi. Una scelta più volte elaborata dai sopravvissuti alla «morte assoluta", ma poi smussata nella scelta di una memoria collettiva tendente al perdono, decisamente orientata al recupero della vita e dell'ottimismo per il popolo ebraico.
  Ogni memoria della Shoah porta con sé mille punti di domanda, e tutti conturbanti e anche imbarazzanti. Quanto più le memorie sono realistiche, vive, disegnate, quanto più ci folgora l'inafferrabilità del significato a meno di accettare inutili semplificazioni retoriche. Inutili, perché, come si vede per esempio nel recente blood libel sulle accuse agli ebrei per il Covid (lo hanno diffuso o non hanno permesso ai palestinesi di vaccinarsi, roba da Der Stürmer, con tanto di vignette), non servono a evitare che l'Idra dell'antisemitismo seguiti a dimenare la sua rivoltante testa. Noi, figli e nipoti di sopravvissuti (mio zio Nedo Piano alla cui eroica determinazione alla memoria va tutto il mio amore, e mio padre Alberto Nirenstein, storico della Shoah, che ha scelto di testimoniare per gli assassinati coi suoi libri senza un attimo di tregua), restiamo soli ogni giorno di più. Loro porgevano come un fiore rosso la loro vita, noi dobbiamo inventarci come non farlo appassire.
  Mi dispiace proporre qui, ma lo faccio per capire bene, il discorso di Himmler pronunciato davanti ai Reichsleiter e ai Gauleiter a Poisen, il 6 ottobre 1943, citato da Annette Wieviorka ne L'era del testimone:
    «Vi prego di ascoltare e di non far parola ... ci si pose la domanda che ne facciamo delle donne e dei bambini? Anche in questo caso mi decisi per una soluzione chiara. Non ritenni giusto sterminare gli uomini - diciamo uccidere e farli uccidere - e lasciar crescere i bambini che potranno vendicarsi dei nostri figli e nipoti. Così si dovette prendere la difficile decisione di far scomparire questo popolo dalla terra ... la questione ebraica sarà regolata entro la fine di quest'anno ... in un lontano futuro potremo porci il problema se dire qualcosa di tutto ciò al popolo tedesco ... assumiamo la responsabilità portando questo segreto con noi nella tomba». Nella decisione quintessenziale che rappresenta tutta la Shoah, quella di ammazzare tutti i bambini ebrei, è inclusa, esplicita, la decisione di cancellare la memoria. «In un lontano futuro vedremo ... porteremo questo segreto nella tomba».
Qual è il segreto? Che cosa vuol dire dunque ricordare e quindi capire la Shoah? Su quest'argomento c'è molta confusione. L'epitome è la negazione della Shoah. La promessa dell'Iran di distruggere lo Stato d'Israele trova una sua geometrica sensatezza nel negazionismo: ammazzare la memoria, e ricominciare ad ammazzare gli ebrei. Anche il terrorismo, che nega agli ebrei la loro storia di popolo mediorientale collocandoli nell'universo sfrangiato del male astratto, ha come scopo finale quello di eliminarli. Ecco che si presenta qui la necessità di non estrapolare nella storia ebraica il ruolo di vittima come ruolo principe, ma di guardarla nel suo insieme vitale, culturale, plurimillenario se si vuole contrapporsi al nazismo sterminatore.
  L'inaspettata impennata, in questi ultimi anni, dell'antisemitismo di destra e di sinistra, la sua aggressività omicida, l'ignoranza popolare sull'argomento, la facilità con cui senza battere ciglio membri del Congresso americano, specie il gruppetto guidato da Rashida Tlaib, propagano stereotipi sul denaro, le lobby che controllano gli USA, le demonizzazioni politiche tipo l'accusa di apartheid in Israele, la comparsa di simboli nazisti a destra; tutto questo contraddice l'adozione dell'IHRA da parte di tanti Paesi (l'IHRA è una organizzazione intergovernativa fondata nel 1998 che unisce i governi e gli esperti per rafforzare, promuovere e divulgare l'educazione sull'Olocausto). Eppure le iniziative sono migliaia, ci sono gli studi specializzati, i corsi di laurea e scolastici, le gite ad Auschwitz, i film, i serial ... La storia è narrata in genere come una battaglia da fiabe, in cui il male è rappresentato nella forma di un uccello nero, il nazismo, che si posa sulla Germania e sul mondo; e dall'altra come l'evento di definizione suprema del popolo ebraico: la sofferenza dovrebbe, in sé, diventare la strada per dissuadere da successive aggressioni, o addirittura evitare in generale oppressioni, ingiustizie, genocidi. Ma funziona? Non si direbbe.
  Yad Va Shem, il famoso Museo della Shoah di Gerusalemme, bello e attivo, ricco di documentazione nelle mostre e negli archivi che raccolgono centinaia di migliaia di testimonianze, tappa di ogni visita ufficiale in Israele, nasce nel 1953, dopo anni di discussioni e preparazione con una legge che istituisce «l'autorità per la memoria dei martiri e degli eroi dell'Olocausto». Più tardi il Museo è diventato una magnifica collezione oltre che di eventi storici anche di ritratti di persone come noi, una a una selezionate dal fatto di essere ebree e assassinate, strappate via da vite di artista, di professionista, di maestro, di scolaro. All'inizio la memoria era segnata da una scelta interpretativa precisa: nel giardino davanti la vecchia costruzione campeggiava la statua di Mordechai Anielewitz, il capo nella rivolta del Ghetto di Varsavia ucciso dai nazisti a 24 anni. Mio padre, che negli anni dopo la guerra ha partecipato al ritrovamento delle memorie del Ghetto seppellite in bidoni sotto le sue rovine, ne parlava con venerazione. Era il modello della memoria che doveva ispirare il ritorno alla vita. La statua mostrava il ragazzo proteso verso la libertà, in piena battaglia: così si sceglieva di ricordare le vittime della Shoah allora, mentre il popolo ebraico rinasceva nello Stato d'Israele già tuttavia assediato da mille guerre. La pena e l'eroismo erano la strada del riscatto. Di fatto questo ha illuminato alcuni aspetti importanti della Shoah, la rivolta di Sobibor (il campo di concentramento dove sono stati uccisi i miei nonni paterni e cinque dei loro figli), l'eroismo di vari Ghetti nel combattere i tedeschi e quello di personaggi meravigliosi come il pedagogo Janusz Korczak che andò coi suoi bambini a morire a Treblinka, i «giusti fra le nazioni» che salvarono parecchi ebrei rischiando e pagando.
  La vastissima memorialistica ha suscitato infinite discussioni, anche se sia bene o male vivere con la memoria: per esempio il filosofo Avishai Margalitvi scorge elementi distruttivi, si chiede se la memoria non porti a sentimenti nevrotici e di vendetta, contesta l'idea freudiana che, liberando la memoria, la società trovi un equilibrio pacificato. Primo Levi, fra i più grandi costruttori di memoria, sosteneva persino che chi è tornato non ha visto veramente a fondo la Gorgone, e chi l'ha vista non è tornato per ricordare e raccontare. La grande critica letteraria e filosofa Ruth Wisse pensa che la «Holocaustologia» sia un modo di evitare l'incontro diretto con la vera storia e tradizione del popolo ebraico, e mette in guardia dal rischio di ridurre gli ebrei alla dimensione della loro distruzione: gli ebrei non volevano, non vogliono, non hanno intenzione di indossare la maschera del martirio, di diventare la parabola della seconda crocifissione. L'omaggio agli ebrei assassinati diventa moralmente errato quando prende la precedenza o diventa un sostituto di uno sguardo ammirato e giusto sulla fioritura contemporanea del popolo ebraico nello Stato d'Israele, e anzi, lo si copre di nuovo di accuse travestite da critica politica. La perversione di quello che Robert Wistrich ha chiamato «nazismo rovesciato» arriva ad accusare gli ebrei di essere nazisti ed è la più paranoica e allarmante fra le forme di «memoria»: la praticano in molti, non solo i terroristi di Hamas e i loro alleati che danno dei «nazisti» agli israeliani perché si difendono da attacchi portati alla gente di Israele solo perché ebrea; ma anche i religiosi ebrei del quartiere di Bnei Berak, a Tel Aviv, che attaccano i poliziotti gridando loro «nazista» perché impediscono le violazioni degli ordini anti-Covid (come le riunioni religiose di massa senza maschera). È memoria questa? Certo che no, anche se alla parola «nazi» viene attribuito tutto il male contro un preteso concetto di bene.
  La maniera più comune in uso anche da noi in Italia di interpretare, oggi, il dovere della memoria è di fatto in uso in tutto il mondo occidentale. La Shoah è stata resa una specie di semaforo in continuo movimento rispetto al «male» universale, e questo è legittimo. La foga omicida del nazismo ha travolto anche gli omosessuali, i rom, altri gruppi sociali ed etnici disprezzati. Essi devono essere ricordati, difesi salvaguardati, come anche gli Armeni o, oggi, gli Uguri in Cina. Ma non c'entra. Questo non toglie nessuna specificità alla scelta di far sparire gli ebrei, proprio e solo gli ebrei, dalla faccia della terra: la guerra contro di loro è stata politica ed ideologica, condotta con l'aiuto della maggior parte delle popolazioni che Hitler aveva schiacciato. La Soluzione Finale è stata l'ideologia più potente del Vecchio Continente, una forza che ha unito i conquistatori e i conquistati. La vittoria sul nazismo non è un dono agli ebrei dei Paesi Europei che con l'aiuto americano vinsero la guerra. L'antisemitismo, è triste ma vero, vinse la sua guerra. La teorizzazione nazista di Rosenberg e Hitler per cui l'ebreo non è solo una razza malvagia, ma anche il bastardo per eccellenza, l'uomo dell'universale astratto opposto all'«uomo dell'identità singolarizzata e concreta» come scrissero Philippe Lacoue Labarthe e Jean Luc Nancy ne Il Mito Nazi, è ancora viva e dal nazismo è poi passata alla narrativa comunista e poi all'antisemitismo antisraeliano specialmente arabo, che immagina che l'ebreo non appartenga a niente, neppure a Israele, che la sua presenza sia solo colonizzatrice, crudele, sfruttatrice di beni altrui.
  A Maitland, Florida, nel Museo dell'Holocausto ha avuto luogo una mostra di foto in memoria dell'afro-americano George Floyd, ucciso da un ufficiale di polizia di Minneapolis ora cacciato dai ranghi, il 25 maggio. Il Museo ha spiegato che intendeva usare la lezione dell'Olocausto «per costruire una comunità libera dall'antisemitismo e da ogni forma di pregiudizio e intolleranza. Le foto parlano di una storia che contiene un messaggio universale che può unirci». È una bella idea, ma la Shoah non è affatto una forma di oppressione e o di pregiudizio generico, è l'incredibile storia della pianificazione e realizzazione dello sterminio di un popolo, fra cui tanti bambini. L'ideologia nazista della distruzione degli ebrei e la sua realizzazione è molto specifica e accurata, la sua pianificazione fatta di numeri, indirizzi, convogli, camere a gas, di previsioni e di realizzazioni tecniche e dedicata agli ebrei. Nella Bibbia la richiesta di ricordare è continua e assillante, essa è legata al concetto stesso di sopravvivenza. L'espressione «cancellare il nome» (Deuterenomio 29,19) è sinonimo di cancellazione dalla storia. «Ora giurami! - dice Samuele 24,21 - che non sterminerai i miei discendenti dopo di me e non cancellerai il mio nome». Il suo nome è «popolo ebraico».

(il Giornale, 27 gennaio 2021)


Conferenza online di Norbert Lieth

Mercoledi 27 gennaio 2021, alle ore 19,45
dal sito diChiamata di Mezzanotte
Norbert Lieth parlerà sul tema:
"Israele Ieri e Oggi"

Chi vuole ricevere direttamente il link può
mandare un messaggio Whatsapp 370 10.11.757
scrivendo "Voglio collegarmi"


Cacciata dalla scuola perché ebrea, ora Elisa avrà la licenza elementare

La figlia: Sarebbe bello andare a ricercare nei registri gli ebrei espulsi
e restituirgli i loro sogni.


di Jacopo Stomi

Non è mai troppo tardi per rincorrere un sogno. A volte, puoi conquistarlo anche alla fine della vita. Elisa Benaim è ebrea. A dieci anni stava per cominciare la quinta elementare alla scuola Collodi, alle Cure. Era settembre, era euforica di riabbracciare le amiche dopo l'estate. A scuola però, non la fecero entrare. Né lei e neppure altre due compagne di classe, anche loro ebree. Nell'autunno del 1938 furono emanate le leggi razziali: tutti gli ebrei fuori dalla scuola, sia alunni che insegnanti. E allora niente scuola, niente amici, niente studio, niente giochi. Soltanto la casa, diventata come una prigione.
   Poi la fuga in Inghilterra, a Londra, insieme ai genitori e al fratellino Silvio. Elisa continua gli studi nel Regno Unito, frequenta la scuola, poi l'Università. Nel 1948 torna in Italia e diventa insegnante. E succede che comincia a raccontare la storia della sua discriminazione ai suoi alunni, poi anche nelle altre scuole. E succede che un giorno, ormai anziana, ritorna proprio alla scuola Collodi a raccontare la sua storia. Stavolta le porte della scuola, per lei, sono spalancate. Eppure, qualcosa non andava: ogni volta che tornava dentro quelle stanze, un senso di vuoto - per quanto la scuola fosse piena - le allagava il cuore: era quella scuola spezzata, stroncata sul più bello, e quegli amici di sempre mai rivisti, e quei soldati che le dicevano di tornare a casa; era tutto questo a rubarle l'anima. Perché lei, in fondo al suo cuore, quell'ultimo anno di scuola elementare avrebbe voluto finirlo.
   Adesso, proprio adesso che la signora ha 93 anni ed ha una salute molto precaria, quel sogno si potrà finalmente avverare. I docenti della Collodi hanno ritrovato i registri degli anni Trenta e tra quei registri hanno ritrovato il suo nome che scompare. E così, riavvolgendo il nastro indietro nel tempo, il collegio dei docenti si è riunito e ha deliberato l'annullamento dell'allontanamento dalla scuola Collodi di Elisa Benaim. Le è stata inoltre riconosciuta la licenza di scuola elementare.
   Giustizia è fatta, 83 anni dopo. Ma non importa, va bene anche così, pur di raggiungere un traguardo così desiderato, così puro e così genuino. Perché i sogni volano oltre lo spazio, bucano il tempo. Elisa ancora non sa della notizia, saranno i figli a comunicargliela. E lei sarà felice, rivedrà quei banchi e quelle seggiole, rivedrà i suoi compagni e li riabbraccerà. Con il cuore.
   «L'iniziativa della nostra scuola - ha detto il dirigente scolastico dell'istituto comprensivo Collodi Maurizio Gagliardi - "riammette" una bambina nella sua scuola e costituisce un piccolo ma intenso segno: coltivare la memoria nel rispetto di chi ha conosciuto quegli anni tragici e nella speranza che i piccoli possano e sappiano costruire un mondo migliore». «E' un bell'esempio di come coltivare la memoria nei nostri studenti - ha aggiunto l'assessore all'Educazione Sara Funaro -, ottimo vaccino contro l'indifferenza e l'odio che, purtroppo, si fanno sentire ancora oggi. Ringrazio la scuola primaria Collodi per aver avuto l'idea di realizzare questa iniziativa simbolica per sensibilizzare i ragazzi su temi come l'Olocausto e la persecuzione nazista. Raccontare la storia di una bambina che ha frequentato la loro stessa scuola dà un valore aggiunto al percorso formativo sui temi delicati e spesso difficili da trattare con i più piccoli, temi che hanno segnato pagine drammatiche della nostra storia».
   La figlia Anna ha accolto con gioia la notizia: «Siamo felici per questa riconoscenza, sarebbe bello che in tutte le scuole fiorentine e italiane si andasse a ricercare nei registri storici gli alunni ebrei espulsi e rendergli omaggio come è stato fatto con mia madre».

(Corriere fiorentino, 27 gennaio 2021)


Per il giorno della memoria

Riceviamo da una cara sorella in fede una sua poesia che volentieri pubblichiamo.

LE-HAYIM! «ALLA VITA!»
   C'era la valle delle ossa secche...
   C'è' un Paese pieno di vitalità!
   C'erano convogli che portavano morte...
   C'è una miriade di bambini che riempiono il futuro!
   C'era annientamento e disperazione...
   C'è ottimismo e progresso!
   C'era tanto odio, da sempre, e... c'è' ancora. Ma...
   «Io guardo... l'aiuto viene dal Signore
   che ha fatto i cieli e la terra!» (Salmo 121)
   Il verde della valle,
   l'azzurro del mare,
   il calore del sole!
   Israele è uno scrigno,
   racchiude in sé il dolore del passato sempre presente
   e lo custodisce, non lo dimentica!
   Israele vive, ed è un inno alla vita!
   Le-hayim!!!
Carmela Palma

(Notizie su Israele, 27 gennaio 2021)


Ebrei e Israele, storie di migranti

di Alessandra De Luca

Se tutti conoscono l'orrore della Shoah, delle deportazioni e dello sterminio, in pochi probabilmente sanno cosa accadde alle migliaia di ebrei sopravvissuti all'Olocausto all'indomani dell'apertura dei campi di concentramento. Ce lo racconta l'appassionante documentario di Davide Tommasi, Terra promessa, prodotto e distribuito da Istituto Luce-Cinecittà, che nell'occasione del Giorno della Memoria arriva on demand sulle piattaforme CG Digital, iTunes, Google Play, Chili. Con l'aiuto di straordinari materiali di archivio, di una voce narrante e di numerose interviste, il film rievoca infatti l'Aliyah Bet, il grande piano di immigrazione illegale di migliaia di ebrei che tra il 1945 e il 1948 partirono come clandestini alla volta della Palestina, o meglio, "Eretz Israel".
   Rifiutati dall'Europa e senza più cittadinanza, case, beni e affetti, sperano in una vita nuova nella loro "terra promessa", da raggiungere attraversando il nostro Paese e quel Mediterraneo ancora oggi teatro di drammatici flussi migratori. Grazie a moltissimi cittadini italiani riuscirono a sfuggire al controllo dei britannici, decisi a impedire gli ingressi nei territori sotto il loro mandato e a non contrariare gli arabi in rivolta che temevano di diventare minoranza in Palestina. Una complicità, quella italiana, che tentava di riscattare in quel momento la vergogna delle leggi razziali promulgate sotto il fascismo.
   Dopo aver sofferto indicibili crudeltà nei campi però, molti ebrei che viaggiavano sulle navi intercettate, venivano fatti scendere e segregati in campi di detenzione vicino Haifa (oggi il celebre Atlit è un museo sull'immigrazione illegale ebraica). Partendo dalla Napoli del 1945 e viaggiando per molti dei luoghi dove sorsero campi profughi per ebrei - Selvino, Fano, Tradate, Abbiate Guazzone, Cinecittà, la Puglia, la Liguria- il film ci restituisce storie di intrighi internazionali e azioni diplomatiche, astuti stratagemmi e profonda umanità che videro protagonisti un uomo e una donna, il polacco Yehuda Arazi e l'italiana Ada Sereni, e una organizzazione segreta, il Mossad Aliyah Bet, progenitore del famoso servizio di intelligence israeliano, incaricata da Ben Gurion di portare in Eretz Israel il maggior numero di ebrei della diaspora e spingere la comunità internazionale ad approvare la nascita dello stato di Israele.
   Particolarmente interessante il racconto del "caso La Spezia", degno di un thriller cinematografico, con una nave bloccata nel porto ligure e un celebre sciopero della fame che divenne un caso internazionale di lotta per i diritti umani e fece emergere come il sionismo stesso non amasse i profughi, così diversi da quegli "uomini nuovi" agricoltori o soldati.
   In esclusiva su Rai Play da oggi, e su Rai 1 sabato 6 febbraio, arriva invece Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma scritto e diretto Giulio Base a partire da una storia di Israel Cesare Moscati (recentemente scomparso e coautore della sceneggiatura), che intreccia passato e presente intorno al tema della Shoah e alla storia di un gruppo di ragazzi impegnati a scoprire l'identità di una bambina ebrea destinataria di una lettera ritrovata nella soffitta della giovane protagonista, Sofia. Un viaggio indietro nel tempo, fino al 16 ottobre 1943, il "sabato nero" degli ebrei di Roma, quando i nazisti attaccarono le loro abitazioni rastrellando 1.259 persone, tra cui oltre 200 bambini. Cercando di svelare un mistero che affonda le radici nella Storia, gli studenti, appartenenti a confessioni religiose diverse, trasformeranno quella ricerca in una preziosa occasione di riflessione collettiva.

(Avvenire, 27 gennaio 2021)


Riportiamo qui il sottotitolo dell'articolo, che abbiamo volutamente omesso: "in Terra promessa Davide Tommasi ripercorre la migrazione ebraica illegale verso la Palestina dopo la guerra.” Notevole l'aggettivo "illegale" applicato alla migrazione ebraica. Turbano sempre l’ordine, questi ebrei! M.C.


Giorno della Memoria, irruzione di nazi-hacker in un programma del Federico Caffè a Roma

di Arianna Di Cori

ROMA, 26 gen. - "Riaprite i forni", "Posaceneri", "Viva Hitler", "Vi ammazzo tutti bastardi", il tutto contornato da bestemmie. Un attacco hacker filonazista costringe una scuola a interrompere l'evento in vista della Giornata della Memoria. Succede al Federico Caffé: questa mattina era in corso una delle iniziative - completamente online - che l'istituto tecnico di Monteverde organizza ogni anno per ricordare gli orrori dell'Olocausto.
   In programma il filmato "L'ebreo errante nell'arte del '900", realizzato dalla professoressa d'italiano e storia Isabella Cognatti insieme alla collega di storia dell'arte Carla Cesaretti e montato da uno studente.
   Ma durante la proiezione - partecipata, tramite un gruppo Meet, in contemporanea da un centinaio di studenti e dai membri della Commissione cultura del municipio XII - le chat sono state prese d'assalto da bestemmie, inneggi a Hitler e offese antisemite, tutte partite da nomi di sconosciuti esterni alla scuola.
   "È stato un attimo - spiega la professoressa Cognatti - le chat si sono intasate di insulti. Non abbiamo potuto fare altro che interrompere la visione del filmato e disconnetterci". Il sospetto è che qualcuno de partecipanti alla riunione Meet abbia passato il link d'invito a gruppi esterni estremisti. "Di eventi online di questo tipo, negli scorsi mesi, ne abbiamo organizzati diversi e non abbiamo mai avuto problemi - prosegue la docente - è stata un'azione pensata proprio in chiave antisemita, sono veramente scioccata. Al Caffè ci teniamo molto agli eventi legati alla Giornata della Memoria, ogni anno organizziamo spettacoli al Teatro Vascello con i nostri gruppi studenteschi di teatro. Ci sentiamo violentati da questo attacco".
   Dura la reazione del presidente della Commissione cultura del municipio, Domenico Basile: "È successo un episodio gravissimo - scrive in un post di Facebook, denunciando l'accaduto - siamo vicini alla scuola e porteremo avanti la denuncia contro qualunque forma di violenza legata a motivi di carattere razziale, tra l'altro avvenuti alla vigilia della Giornata della Memoria".

(la Repubblica - Roma, 26 gennaio 2021)


Arriva da Israele la batteria veloce per l’auto elettrca. Si carica in 5 minuti

È nata la batteria del futuro. Dopo otto anni di ricerche, l'israeliana StoreDot è riuscita a produrre una batteria agli ioni di litio per l'auto elettrica che si ricarica in cinque minuti, quanto il pieno di benzina per una macchina tradizionale. Non è un prototipo, ma un prodotto già industrializzato, sfornato dagli stabilimenti di Eve Energy in Cina. StoreDot, pioniera del distretto dell'auto elettrica fiorito a Nord di Tel Aviv, ha già dimostrato l'efficacia della sua batteria 'a ricarica rapida estrema'; sui cellulari, i droni e gli scooter, ma ora ha prodotto mille batterie per auto da far sperimentare alle compagnie automobilistiche.
   Fondata nel 2012 da Doron Myersdorf, in questi anni StoreDot ha raccolto 158 milioni di dollari di finanziamenti da Daimler, Bp, Samsung e Tdk ed è stata nominata Pioneer 2020 da Bloomberg New Energy Finance. La palla, ora, passa ai distributori di energia elettrica, che alimentano le colonnine di ricarica: per caricare la batteria di StoreDot in cinque minuti, infatti, serve molta più potenza di quella utilizzata oggi. La startup israeliana sta lavorando per ottenere una ricarica di 160 chilometri in 5 minuti anche con le colonnine di ricarica attualmente in uso, ma per Myersdorf la strada da percorrere è dare più potenza alle colonnine. «Il collo di bottiglia per una ricarica extra rapida non è più la batteria», sostiene Myersdorf. StoreDot sta lavorando con Bp proprio per aggiornare le stazioni di ricarica e le reti che le riforniscono. «BP ha 18.200 distributori e capisce che, tra 10 anni, tutte queste stazioni saranno obsolete, se non le riutilizzano per la ricarica: le batterie sono il nuovo petrolio».
   StoreDot si è dedicata a ridurre la resistenza interna delle batterie, fluidificando al massimo il passaggio degli ioni grazie alle nanotecnologie. Le batterie esistenti agli ioni di litio utilizzano la grafite come un elettrodo, nel quale vengono spinti gli ioni di litio per immagazzinare la carica. La batteria di StoreDot sostituisce la grafite con nanoparticelle semiconduttrici in cui gli ioni possono passare più rapidamente e facilmente. Queste nanoparticelle sono attualmente a base di germanio, che è solubile in acqua e più facile da maneggiare nella produzione, ma notevolmente più caro dei materiali correnti.
   L'obiettivo di StoreDot è di utilizzare il silicio, che è molto più economico. Myersdorf sostiene che il costo delle sue batterie con nanoparticelle di silicio sarebbe lo stesso delle batterie agli ioni di litio esistenti e prevede di avere pronto il prototipo entro la fine dell'anno.

(Nazione-Carlino-Giorno, 27 gennaio 2021)


Netanyahu guarda al voto e lancia la corsa all'immunità

Il Paese fornirà a Pfizer tutti i dati sulle vaccinazioni. Netanyahu ha dichiarato: «Israele sarà il primo paese a sconfiggere il virus». Polemica sulla privacy.

di Roberto Bongiorni

Il piano è estremamente ambizioso. Ma l'uomo che guida ininterrottamente il Governo di Israele da u anni è ancora più ambizioso e determinato. A pochi giorni dall'inizio di una campagna elettorale che si preannuncia infuocata, il premier uscente Bibi Netanyahu, ha ripetuto di persona il suo obiettivo: «Israele sarà il primo Paese a sconfiggere il Coronavirus».
   Un annuncio che odora di promessa elettorale. Eppure la ricette è in apparenza semplice: lockdown molto severi, un isolamento che pochi altri Paesi, forse nessuno, hanno avuto il coraggio di adottare - da ieri è chiuso l'aeroporto internazionale di Ben Gurion, il solo scalo civile del Paese -e una campagna di vaccinazione che non ha eguali in tutto il mondo. Nemmeno negli Stati Uniti. Netanyahu ha le idee chiare, anche sul fronte della campagna di prevenzione: vaccinare entro la fine di marzo almeno i due terzi della popolazione.
   Certo, le autorità sanitarie hanno iniziato con un lieve anticipo sugli altri, il 20 dicembre. Ma in due soli mesi sono riuscite a vaccinare oltre 2,6 milioni di persone di persone, quasi il 30% della popolazione.
   Da lunedì in Israele i ragazzi tra i 16 e i 18 anni, prossimi al diploma, hanno già iniziato a ricevere la prima dose di vaccino. Gli studenti sono osservati speciali. Perché in Israele tutti ricordano come è iniziata la seconda ondata, già in luglio. Fu proprio la prematura riapertura, lo scorso marzo di alcuni istituti scolastici superiori, ad aver attivato dei grandi focali. Che si sono rivelati incontrollabili. Così, dopo tre mesi Israele divenne in estate il primo Paese al mondo investito dalla seconda ondata, ed il primo ad aver imposto un altro, doloroso, secondo lockdown nazionale. Con nuova chiusura delle scuole.
   Allarmati dalle varianti del virus (in questi giorni sono già state individuate le quattro varianti che destano maggiore preoccupazione, inclusa la brasiliana), arrivati in anticipo su tutti al terzo lockdown, le autorità governative hanno compreso che l'economia del Paese, moderna, aperta, basata sull'export di servizi, ma con una crescente sperequazione della ricchezza, e quindi di classi povere, non può permettersi di restare paralizzata per altri mesi.
   L'idea di Netanyahu è stata originale. Trasformare lo Stato di Israele in un grande laboratorio a disposizione del colosso americano Pfizer, la prima azienda farmaceutica ad aver messo in vendita il vaccino. L'accordo firmato dal ministero della Sanità israeliano con il colosso farmaceutico tocca un nervo scoperto in Israele, che ha già sollevato molte critiche e preoccupazioni: la privacy dei cittadini e il trattamento dei loro dati privati. il Governo di Gerusalemme si sarebbe impegnato a fornire tutti i risultati delle vaccinazioni, inclusi i dettagli individuali. Un'intesa simile sarebbe stata finalizzata anche con la casa farmaceutica americana Moderna, la seconda che ha messo in vendita un altro vaccino contro il Covid 19.
   Le associazioni israeliane a tutela della Privacy sono insorte. Non solo per il fatto di fornire dati privati dei cittadini ad un'azienda privata straniera. Ma anche per il pericolo che questi possano essere hackerati e finire nelle mani sbagliate. Il tutto a svantaggio dei cittadini. Le autorità governative assicurano che a Pfizer vengono fornite solo statistiche generali, senza dati personali.
   Bibi è un uomo a cui piace promettere. E l'ultimo suo impegno di fronte agli elettori israeliani è fare in modo che l'emergenza Covid finisca entro febbraio. Giusto cinque settimane prima che gli israeliani si rechino alle urne per la quarta volta in due anni sperando di scegliere politici capaci di dar vita ad un Governo duraturo.
   «Siamo più avanti di ogni altro Paese del mondo, nessuno ha fatto quello che stiamo facendo», ha detto Netanyahu, quasi a placare l'ansia dei suoi elettori per la chiusura dell'aeroporto Ben Gurion. Il solo scalo internazionale che collega Israele al mondo. È una decisione presa non a cuor leggero.
   Ma l'emergenza continua, anzi, con l'arrivo delle nuove varianti,già individuate in questi giorni, rischia di peggiorare.
   Proprio ieri i contagiati in Israele hanno superato quota 600mila. Il che equivale a quasi il 7% della popolazione. Se consideriamo che le vittime finora sono state 4.498, il sistema sanitario del Paese, tanto criticato durante le passate campagne elettorali, ha retto. Meglio di molti altri Paesi occidentali.
   C'è tuttavia un problema di non poco conto sulla strada tracciata da Netanyahu. Vaccinare i minori di 16 anni richiede molte cautele. Ed il 30 per cento della popolazione israeliana ha meno di 18 anni.

(Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2021)


Israele, chiuso l'aeroporto Ben Gurion

 
"Tranne rare eccezioni, fermeremo i voli e chiuderemo ermeticamente il Paese, per impedire la circolazione delle varianti del virus e anche per garantire che si proceda sempre più rapidamente con la campagna di vaccinazione".
Così ha dichiarato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, che nel corso di una riunione di governo, ha detto: "Nessuna nazione ha fatto quello che stiamo per fare, stiamo sigillando ermeticamente il nostro Paese".
La scelta è stata approvata dopo la proposta del premier Netanyahu.
La decisione con la quale si dispone la chiusura dell'aeroporto resta in vigore fino al 31 gennaio 2021. Valida sia per i voli in entrata sia per quelli in uscita, ma anche per gli aerei privati. Saranno poche le eccezioni consentite. Tra queste, rientrano le necessità di cure mediche all'estero, la partecipazione a procedimenti legali o funerali di familiari. Lo stesso vale per esigenze di trasferimento. Gli aerei cargo stranieri, gli aerei antincendio e i voli di emergenza medica saranno esentati dalla restrizione sui voli di compagnie non nazionali in arrivo.
Per il ministro del Turismo, Orit Farkash-Hacohen, la chiusura dell'aeroporto è un "passo molto estremo" ma ritiene che la decisione sia "logica".

(Notizie.it, 26 gennaio 2021)


L'eccezionalismo del modello israeliano

I dati sui vaccini che vengono condivisi sono molto utili anche per noi
Da domenica notte i voli in entrata e in uscita da Israele sono bloccati fino alla fine del mese; il lockdown rigido è in vigore nel paese almeno per questa settimana ancora; il vaccino è stato somministrato a oltre due milioni di persone, ora iniziano a essere chiamati anche i ragazzi dai 16 ai 18 anni; il ministero della Sanità ha firmato con Pfizer un accordo di "condivisione dei dati" e pare che abbia fatto lo stesso con Moderna. Come si sa, il premier Netanyahu ha una certa fretta perché vuol far coincidere la sua campagna elettorale con quella dei vaccini e conta che siano entrambe di grande successo: per farlo ha messo in campo la sua amicizia personale con l'amministratore delegato di Pfizer, Albert Bourla, e anche un bene molto prezioso che va al di là delle discussioni sui soldi in più che Israele avrebbe speso per poter ottenere dosi per tutti in breve tempo: i dati. Molte organizzazioni che si occupano di privacy e tutela dei dati stanno proponendo appelli e petizioni per fermare questa condivisione di dati: i cittadini non avrebbero dato un consenso esplicito e, come tutte le misure emergenziali di questa fase pandemica, questa pratica potrebbe aprire una breccia enorme e irreversibile nel complicato fronte della difesa dei dati personali. In realtà oggi questo "data altruism", come viene chiamato, è molto importante per tutti perché consente alle case farmaceutiche di avere informazioni utili per comprendere meglio l'effetto del vaccino in termini di immunità della popolazione: per esempio, se oggi sappiamo che fino al dodicesimo giorno dopo la prima dose del vaccino Pfizer la possibilità di risultare positivi è uguale a quella di chi non è vaccinato, è perché i dati dei cittadini di Israele sono stati analizzati e condivisi.
   Non ci sfuggono naturalmente i rischi collegati a questo altruismo dei dati a livello globale e seguiamo da vicino le iniziative prese per monitorare tali condivisioni in modo che non finiscano fuori controllo. Ma il modello israeliano sarà molto utile anche per noi: una buona notizia considerando che per tutto il resto, per l'unicità eccezionale di Israele, il modello non è replicabile da nessun altro

(Il Foglio, 26 gennaio 2021)


Così i tedeschi impararono ad odiare gli ebrei

di Ester Moscati

Perché? Perché l'odio, perché la violenza, perché - nel migliore dei casi - l'indifferenza? Tutti noi, quando poco più che bambini iniziamo a confrontarci con "la notizia", con l'idea di quello che il nostro popolo ha dovuto sopportare con la Shoah e lo sterminio di gran parte degli ebrei che vivevano in Europa alla metà del Novecento, tutti noi abbiamo sentito nel cuore e nella mente questo inevitabile interrogativo. Ma non è solo la domanda retorica di chi non si capacita di una assurda enormità. È la domanda che spinge decine di storici ad affrontare il tema della Shoah. Un bisogno di capire, di darsi una ragione. E questa ragione spesso sfugge, anche a chi è del mestiere. Si parla così di "follia nazista", "Hitler era un pazzo". Si tirano fuori persino risvolti esoterici, mistici. Si scomodano i rapporti personali difficili dei vertici del nazismo con i loro compagni ebrei. Ma ovviamente tutto questo non basta a spiegare "la misura" della Shoah. Non basta a mettere in moto e nutrire una macchina dello sterminio che ha cancellato milioni di uomini, donne e bambini dalla faccia della terra. Non basta, no. E allora la domanda perché? resta sospesa.
  Il pregio del libro di Götz Aly, Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? è quello di ricostruire un passato, quello del popolo tedesco, della nazione germanica, e degli ebrei in mezzo a loro partendo da molto lontano, dalle radici della simbiosi ebraico-tedesca. Si scopre così che il "perché" può avere risposta, anzi ne ha diverse. E il fatto di dare risposta alla domanda fondamentale implica la capacità di dare nel contempo una "prospettiva", una "visione" dell'oggi e del futuro che rende la lezione di Aly tutt'altro che sterile erudizione. Oggi che l'odio per il diverso, le pulsioni distruttive verso i nemici "di genere" continuano ad infettare le società, a livello planetario.
  Ma partiamo da un dato: nell'anno 1900, in Germania, gli studenti ebrei che conseguivano la maturità erano otto volte di più dei loro compagni cristiani. E cento anni prima, il gap era ancora maggiore. "Sin dall'inizio del XIX secolo fu evidente che per gli studenti ebrei era più facile imparare a leggere, scrivere e far di conto, strumenti da allora in poi imprescindibili. Nel 1743 il quattordicenne Moses Mendelssohn sapeva leggere e scrivere, parlava yiddish, ebraico, aramaico e tedesco". Solo nel 1900 le grandi città tedesche ebbero un liceo, mentre ovunque gli ebrei, almeno da 100 anni prima, avevano dato ai propri figli l'istruzione superiore, fondando scuole tecniche e umanistiche.
  Se per i signori locali istruire i ragazzi cristiani era considerato un pericoloso veicolo di emancipazione e ribellione, dalle comunità ebraiche ogni sia pur cauto segno di libertà, ogni spazio di tolleranza, veniva colto e sfruttato per crescere dal punto di vista sociale, culturale ed economico. I tedeschi vedevano in tutto questo non solo un pericolo, una rivalità, ma soprattutto il segno di una "diversità".
  "Chi vuole capire l'antisemitismo della maggioranza tedesca deve anche parlare delle attitudini e del desiderio di cultura, della presenza di spirito e della rapida ascesa sociale di così tanti ebrei. Solo allora risulteranno evidenti sia il contrasto con la maggioranza dei tedeschi, nel complesso inerte e lenta ad accettare i cambiamenti, sia gli alibi dell'antisemitismo. Solo allora sarà possibile capire perché gli antisemiti erano persone rose dalla gelosia e dall'invidia".
  La tesi di Aly è che gli ebrei erano in Germania tutto ciò che i tedeschi non erano. Avevano tutto ciò che i popoli germanici desideravano da tempo: radici antiche, una lingua comune, tradizioni estese e condivise.
  "L'insicurezza insita nel nazionalismo tedesco condusse tra il 1800 e il 1933 ai noti eccessi di isterica millanteria", scrive Aly. L'insicurezza è quella di coloro che degli ideali della rivoluzione francese e del secolo dei Lumi colsero l'aspetto dell'uguaglianza come un comodo nido, dove sparire come individui. Un popolo che non volle assumersi il rischio della libertà individuale, per la quale si sentiva inadeguato. Ed è per la diffusione massiccia e la profondità di questi sentimenti "tedeschi" che li ritroviamo declinati con poche varianti sia nei democratici, sia nei conservatori. Ciascuno a suo modo costruì "buone ragioni" per odiare gli ebrei.
  "Solo un popolo di servi può provare piacere nello schiavizzare una minoranza", scriveva nel 1831 Gabriel Riesser, politico tedesco pioniere dell'idea dell'emancipazione ebraica. E lo scriveva perché da ogni parte si levavano voci favorevoli alla discriminazione degli ebrei, a contenerne le libertà e l'ascesa sociale, ad impedirne l'accesso all'insegnamento nelle cattedre universitarie e alla carriera militare.
  E fu sotto la Repubblica di Weimar, l'ultima luce democratica prima dell'avvento di Hitler, che fu istituita nel 1923 presso l'Università di Monaco la prima cattedra tedesca di Igiene razziale e nel 1927 l'Istituto berlinese di antropologia, dove lavorò Josef Mengele. Fu lì che i pregiudizi antisemiti si ammantarono di validità scientifica, ben prima dell'avvento della "follia nazista".
  Fu lì che gli ebrei, sotto l'egida di una prestigiosa università e all'ombra della Repubblica, si videro descrivere come una "stirpe bastarda, totalmente avulsa dal contesto europeo, caratterizzati dalla sorprendente capacità di entrare nella mente degli altri uomini e guidarli secondo il loro volere".
  "In Germania gli ebrei non avevano a che fare con un solo nemico, ma con cinque diversi correnti antiebraiche animate da altrettante motivazioni e dunque contrarie all'emancipazione: in primo luogo con l'antico pregiudizio religioso; poi con la paura del progresso che caratterizzava i ceti tradizionali; terzo, con la borghesia avida di protezioni statali invece che di libertà; quarto con l'odio per lo straniero dei nazionalrivoluzionari tedeschi, che legavano il concetto di popolo all'idea di una religione, di una storia e di una lingua comune; infine con i romantici tedeschi e cristiani di idee riformatrici". Perché i tedeschi? Perché gli ebrei? Ecco perché. L'antisemitismo divenne patrimonio comune dei tedeschi, un collante formidabile. Come avrebbero potuto salvarsi gli ebrei?
  Le premesse erano gettate da secoli, la modernità pseudo-scientifica dava il suo imprimatur all'odio e alla discriminazione, le masse non aspettavano altro. Soprattutto quando la dittatura tolse al popolo la responsabilità dei propri sentimenti antisemiti e li impose addirittura, con gli annessi vantaggi della distribuzione dei beni sequestrati, dei posti di lavoro che si liberavano a favore dei tedeschi puri.
  "L'antisemitismo elevato nel 1933 a scopo dello Stato affrancò il tedesco dalla vergogna e dalla responsabilità". L'invidia sociale, protetta dalla legge, poteva a quel punto bearsi dell'umiliazione dell'ebreo, della sua persecuzione, spoliazione, della violenza che in modo sempre più sistematico iniziò a colpirlo.

(Bet Magazine Mosaico, 26 gennaio 2021)


Il ricordo non basta, si deve anche narrare

di Elena Loewenthal

Qual è il senso del Giorno della Memoria? La distanza da quel passato segna oggi un momento particolarmente fragile: la voce dei testimoni si va spegnendo a poco a poco. La perdiamo perché il tempo è inesorabile. Come faremo, da domani in poi, ad ascoltare ciò che è stato?
   Se ogni commemorazione è ipso facto un rituale e come ogni rituale si fonda sulla ripetizione, il rischio che la monotonia conduca verso un inconsapevole ma irreversibile svuotamento di senso è più che mai insidioso. La Shoah è stato un evento tanto assurdo quanto reale, come ha detto Primo Levi: «Comprendere è impossibile, conoscere è necessario». Quel buco nero della storia esercita l'effetto opposto del suo corrispondente interstellare, dall'invincibile forza di attrazione. La Shoah respinge lontano da sé: è una storia cui nessuno vorrebbe appartenere, riconoscere come propria. «Non ci riguarda!»: la dismissione di quel passato è la reazione più istintiva, immediata. Non si è disposti a immedesimarsi né con le vittime né con i carnefici né tantomeno con la ben più vasta umanità di passivi testimoni, in quegli anni. Tutta l'Europa lo era.
   Questo istintivo respingimento ha due effetti, deleteri ciascuno a suo modo. Troppo spesso le celebrazioni del Giorno della Memoria diventano un atto di omaggio alle vittime, nel segno dell'alterità. «E' capitato a loro, non può capitare a noi». E invece la memoria della Shoah dovrebbe servire proprio a sentire quella storia come uno scomodo, doloroso e insopportabile ma comune portato. Quella storia siamo noi.
   L'altro aspetto, ancor più grave, è la deriva di violenza, simbolica, verbale ma anche fisica, che accompagna questo periodo. In questi giorni più che nel resto dell'anno si assiste a scatti di intolleranza, di antisemitismo, di cieco negazionismo. Bisogna, dunque, trovare il coraggio di connettere una cosa all'altra, e provare a capire come mai.
   Perché la memoria, e più che mai questa memoria, è una cosa fragile, delicata. Terribilmente vulnerabile. Misurarsi con quel passato è difficile: questo dobbiamo sapere. Proprio perché esso non appartiene agli ebrei, ai tedeschi, ai fascisti, ai partigiani. Appartiene a tutti, tutti gli apparteniamo.
   Allora, con il tempo che spegne le voci dei testimoni, la distanza che ci offre un'illusione di riparo, il rito del ricordo che sistema la coscienza, bisognerebbe provare a fare della memoria qualcosa di diverso. Come quando, ad esempio, diventa narrazione e persino creazione letteraria, e si dimostra capace di innescare un meccanismo di com-passione che è forse l'unico modo vero per vincere ogni distanza e provare a «sentire» quel che è stato.
   Ma la memoria deve soprattutto diventare interrogazione. Ayekha? «Dove sei?», è la prima domanda che viene al mondo nella Bibbia. La pronuncia Dio in cerca di Adamo, che si è nascosto dopo aver assaggiato il frutto proibito. «Dove sei?», è l'insopportabile ma necessaria domanda che l'uomo e Dio si lanciano a vicenda lungo la storia, l'uno in cerca dell'altro, quando il male sembra negare il senso di ogni cosa.

(La Stampa, 26 gennaio 2021)


L'ignobile mestiere del delatore

Durante la guerra in tanti scelsero di fare la spia per guadagnare soldi e privilegi. A Firenze, unico caso in Italia, fu addirittura istituito l'Ufficio affari ebraici che lavorò a stretto contatto con i nazisti. Nel libro "Gli specialisti dell'odio" Amedeo Osti Guerrazzi racconta con il supporto di documenti, alcuni inediti, la persecuzione degli ebrei italiani tra violenze, tradimenti e torture.

di Fulvio Paloscia

Si chiamava Benedetto T. Sottufficiale paracadutista, quando Badoglio proclamò l'armistizio con le forze alleate — l'8 settembre del 1943 — era a Firenze, in licenza di convalescenza: aiutava l'amante, Liliana, a mandare avanti l'azienda di famiglia, una lavanderia in via di Capodimondo. Ma non appena fiutò che il collaborazionismo con i tedeschi avrebbe potuto fruttargli lauti guadagni, scelse senza scrupoli la strada che più gli conveniva: arruolarsi nelle SS, denunciare ai tedeschi la presenza di famiglie ebree in città, riferirne gli indirizzi al capitano von Alberti applicando una logica fredda e marcissima. Ovvero: non partecipare alle operazioni di arresto, mettersi poi in contatto con i familiari in libertà degli ebrei reclusi fingendo protezione in cambio di denaro e gioielli, farsi riferire per vie subdole dove altri correligionari si erano rifugiati, comunicarlo ai tedeschi e osservare da lontano, con le tasche piene, la loro deportazione. Fu lui a far arrestare Massimo Lopes Pegna nei pressi degli Uffizi e, con la complicità di Bruno B., anche il padre Fernando, destinati prima al campo di transito di Fossoli, poi ad Auschwitz. Fu lui che, fingendosi infermiere, si infiltrò negli ospedali di San Salvi e Careggi a caccia di ebrei, per scoprirne i rifugi.
   È una delle tante storie che ci mette in guardia sul vero significato della parola delatore, a lungo caduta in disuso, ma tornata in auge in epoca di pandemia a indicare chi, col sotterfugio, denuncia coloro che non rispettano le regole imposte dai decreti contro il contagio. La delazione vera è tragicamente differente. È un gesto che tocca il fondo del riprovevole, è il mors tua vita mea, è il trarre profitto dalla denuncia bastarda. A ridare alla parola il giusto valore, il nuovo saggio di Amedeo Osti Guerrazzi Gli specialisti dell'odio (Giuntina), in cui lo storico romano — collaboratore della Fondazione Museo della Shoah — penetra nei meccanismi della connivenza tra nazismo e fascismo negli anni dell'occupazione tedesca, raccontando con il rigoroso supporto di documenti — molti inediti — la persecuzione degli ebrei italiani tra violenze, tradimenti, torture. Un capitolo, dove si raccontano le storie di Benedetto T. e di altri delatori ricavate dalle sentenze dei processi intentati ai criminali fascisti, e dedicato a Firenze, città della lotta partigiana e dell'accoglienza, ma anche di un fascismo particolarmente torbido e violento che nel nazismo trovò orribile giustificazione.
   Con un triste primato: una specie di "servizio smistamento delazioni". «A Firenze — spiega Guerrazzi — fu istituito, unico in Italia, l'Ufficio affari ebraici, che lavorò a strettissimo contatto con i nazisti. Un vero e proprio centro di coordinamento di tutte le azioni che riguardavano il controllo e la vessazione della comunità ebraica. Operando braccio a braccio con la questura fascista e con le SS di via Bolognese». Lo stesso personale dell'Ufficio — affidato al pregiudicato Giovanni Martelloni e ubicato prima nella Casa di Dante, poi in un appartamento requisito ad un avvocato ebreo, Bettino Errera, in via Cavour al 26 — apparteneva al lugubre miscuglio di «devianza criminale, capacità investigative, radicalismo ideologico proprio di tutte le bande che, radunando la schiuma della società, seminavano terrore; ma a Firenze (dove agiva quella capeggiata da Mario Carità) si aggiunse il forte antisemitismo ereditato dal Centro studi sul problema ebraico, insieme a un fascismo particolarmente proletario e brutale che si rese colpevole di violenze anche dopo la Liberazione». Le spiate arrivavano sia da gente prezzolata, sia da spie occasionali. Come Adriana Masi e Giuseppina Turchi, "fasciste ferventi" che fecero arrestare Lia Levi, nascosta nel loro stesso palazzo.
   «La delazione è un tratto del regime sin dalle leggi fascistissime e, con la Repubblica Sociale, trova una chiave di volta, una sistematicizzazione — aggiunge Marta Paiardi, storica della Shoah fiorentina con studi decisivi sul tema citati da Osti Guerrazzi — a Firenze, fece delle bande un vero e proprio braccio armato della Prefettura. Fino all'8 settembre, nei confronti degli ebrei il fascismo era stato qualcosa di simile all'apartheid sudafricano. Non aveva assunto posizioni di sterminio. Poi, invece, scattò la persecuzione verso la soluzione finale». Le pagine di questa storia grondano infamia e molte portano all'orrore e alle torture di Villa Triste. E non sono solo l'arresto e la deportazione di Don Leto Casini e il rabbino Nathan Cassuto causato da un infiltrato nel comitato clandestino di assistenza agli ebrei di Firenze. C'è pure la vicenda di Felice Ischio, raccontata anche da Osti Guerrazzi, «giovanotto senza qualità, avventuriero che diventò spia, torinese figlio di un sarto, responsabile dell'arresto e deportazione del rabbino capo di Firenze Nathan Cassuto, di sua moglie, Anna Di Gioacchino, e di molti altri del primo Comitato di aiuti ebraico-cristiano — ricorda Baiardi — il processo imbastito a Torino da Raffaele Cantoni, esponente significativo dell'ebraismo italiano, finì nel nulla, come quasi sempre accadde nel Dopoguerra, e non solo per i crimini contro gli ebrei».
   La soffiata di Elena Pescucci, pigionante nella casa di via Ghibellina dove si era rifugiato la famiglia Orvieto, e della vicina Maria Lelli, portò all'arresto non solo degli stessi Orvieto, ma anche del rabbino capo di Modena Rodolfo Levi (che si era nascosto a Firenze, sua città natale) insieme alla famiglia, in via del Gelsomino: oggi lo ricorda una pietra d'inciampo. E le tre sorelle Reggio, tradite da un loro dipendente che prima le nascose nella propria abitazione, dove si trasferirono da via delle Panche, per poi denunciarle ai carabinieri. Il terrore d'essere scoperto aveva vinto.

(la Repubblica - Firenze, 26 gennaio 2021)


Antisemitismo, Di Segni: «Come il Covid, oggi ha le sue varianti. E non perdono i Savoia»

L’espressione “E non perdono i Savoia” non si trova nell’articolo e ne falsa il contenuto. Si veda il commento. NsI

«Non si possono perdonare danni fatti da altri, la responsabilità è personale»: parole del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, riguardo alla questione del perdono, sollevata da Emanuele Filiberto di Savoia per la firma delle leggi razziali da parte del bisnonno, il re Vittorio Emanuele III. Di Segni è intervenuto su Radio24.
   «Nella religione ebraica — ha spiegato — c'è un concetto difficile da spiegare, ma che è logico e fondamentale. Il perdono lo deve chiedere la persona che ha commesso la colpa, non si può delegare la richiesta di perdono». Al tempo stesso, ha precisato, «il perdono lo deve concedere la persona che è stata offesa, non posso perdonare a nome di altri, per danni fatti ad altri, anche se questi altri sono i miei genitori, i miei nonni, i miei antenati. Ognuno è responsabile delle azioni personali e ognuno può chiedere e concedere il perdono se c'è questo rapporto, altrimenti non è possibile».
   C'è dunque una differenza tra il perdono cristiano e quello ebraico? «È una questione teologica antichissima, che si presta anch'essa a degenerazioni odiose e antisemite - spiega Di Segni -. Si basa sul fatto che da una parte ci sarebbe la religione dell'amore e del perdono, dall'altra quella della giustizia. Questa è una bestialità teologica, non esiste: l'ebraismo è una religione in cui si predica il perdono, se Dio non ci perdonasse nessun essere umano potrebbe sopravvivere. Però, per chiedere il perdono e per concederlo, bisogna che ci siano elementi di base, qui mancanti».
   Prosegue il rabbino capo di Roma: «Esiste un imperativo, che è quello di ricordare, per capire come avvengono certe tragedie, ma anche per impedire che si ripetano. Di fronte a questo imperativo, c'è un impegno a fare che purtroppo molto spesso scivola nella retorica, nella banalizzazione, in un "overdosaggio" dei concetti e quindi può creare reazioni di rigetto o di stanchezza. È un'operazione difficile, ma i rischi non ci devono esentare dal dovere di ricordare». Per Di Segni, «l'antisemitismo per molti aspetti assomiglia al virus del Covid, perché è mutante, cambia in continuazione forme: ci sta sempre, ma si presenta in modi differenti, ogni volta è aggressivo e micidiale. L'antisemitismo c'è sempre, ma il modo con cui si presenta è variegato, ha assunto più recentemente le forme di certa intolleranza islamista, oppure oggi ecco i suprematisti, che si danno da fare per diffondere messaggi antisemiti. Ogni momento ha le sue varianti, speriamo di trovare i vaccini...».

(Corriere della Sera -Roma, 26 gennaio 2021)


Leggendo nel titolo “E non perdono i Savoia” il lettore può credere che il Rabbino Di Segni ha deciso di rifiutare la richiesta di perdono. Di Segni invece ha soltanto detto di non poter decidere di concedere il perdono perché non ha l’autorità per farlo. E’ una cosa ben diversa, e il fatto che il redattore sembri non accorgersene fa sorgere sospetti, ben sapendo che di molti articoli si leggono soltanto i titoli. M.C.


Emanuele Filiberto, le scuse non bastano

Lettera aperta a Emanuele Filiberto di Savoia

di Michael Sfaradi

Gentile Emanuele Filiberto di Savoia,
innanzitutto mi permetta di presentarmi: mi chiamo Michael Sfaradi, ho sessanta anni e oltre a essere scrittore, ho pubblicato in lingua italiana nove romanzi tre dei quali hanno vinto premi letterari, sono anche giornalista e reporter di guerra iscritto alla Tel Aviv Journalist Association. Come figlio e nipote della Shoah ho letto con estrema attenzione la lettera che lei ha indirizzato agli ebrei italiani, lettera alla quale riceverà sicuramente risposte ufficiali dai responsabili dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
  Con questa mia lettera aperta, che verrà firmata anche da alcuni amici, conoscenti, correligionari e non, ho il desiderio di portare alla sua conoscenza i sentimenti e le sensazioni, sia negativi che positivi, nati in me mentre leggevo il suo scritto. Sia chiaro: il gesto è stato molto bello e, sicuramente, anche sofferto. Soprattutto nella parte dove ha ricordato le sue zie Mafalda e Maria di Savoia. Credo altresì che sia stato giusto ricordare che il suo avo, Re Carlo Alberto, fu tra i primi sovrani a concedere ai sudditi ebrei piena uguaglianza di diritti. Della sua lettera mi è anche piaciuta la parte in cui ricorda i soldati ebrei inquadrati nel Regio Esercito Italiano che combatterono per fare l'Italia come, ad esempio, il Capitano Giacomo Segre che comandò la batteria di cannoni che aprì la breccia di Porta Pia nella battaglia che restituì Roma all'Italia.
  Gentile Emanuele Filiberto di Savoia, mi permetta di ricordare altresì mio nonno Angelo Sermoneta, il padre di mia madre, artigliere di montagna che combatté, insieme al suo mulo, prima a Caporetto e poi sul Piave, ricevendo anche un'onorificenza per il coraggio dimostrato. Onorificenza che gli fu poi ritirata proprio in virtù di quelle leggi razziali che il suo bisnonno, Vittorio Emanuele III firmò. Ma non è tutto, mio nonno, che combatté per fare l'Italia, sempre in virtù delle medesime leggi, vide cacciare di scuola i suoi figli e gli venne ritirata la licenza per lavorare. Questi due esempi che ho elencato e che riguardano la mia famiglia, sono solo una piccola parte delle angherie che l'ebraismo italiano ha dovuto subire sempre grazie alle leggi razziali avallate da Casa Savoia.
  Non credo che lei abbia alcuna responsabilità personale per fatti accaduti prima della sua nascita e, anche se ho apprezzato la sua lettera, mi permetta di dirle che il gesto, per quanto pieno di buone intenzioni, ha riaperto in molti di noi ferite mai chiuse e ancora, nonostante il passare degli anni, dolenti. Ci sono poi alcuni particolari che proprio non tornano e che vorrei porre alla sua attenzione. Innanzitutto credo che quella lettera non doveva essere scritta da lei, ma da suo padre. Se quel foglio fosse uscito dalla penna del nipote di chi firmò quelle leggi, il peso dei pensieri, e lo scrivo con tutto il rispetto, sarebbe stato maggiore e le parole avrebbero avuto tutt'altro significato. Se la memoria non mi inganna, come maschi della famiglia Savoia siete finalmente potuti tornare in Italia nel 2002, perché questa lettera viene scritta nel 2021? A diciannove anni di distanza? Chiedere perdono per qualcosa è un atto sacro che merita tutto il rispetto, ma secondo le leggi e le tradizioni ebraiche nessuno può arrogarsi il diritto di perdonare torti subiti da altri.
  Questi diciannove anni di attesa, mi duole dirlo, hanno fatto sì che molti di coloro che le leggi razziali le subirono sulla loro pelle non ci siano più, e solo queste persone avrebbero potuto perdonare le angherie, la violenza, le deportazioni e la perdita dei loro cari. Non posso sapere a cosa sia dovuto questo ritardo, e a questo punto non ha più neanche molta importanza scoprirlo, come non so quali potranno essere le risposte ufficiali che riceverà dai responsabili dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane anche se sono sicuro che dopo la pubblicazione della sua lettera avrà contatti con l'U.C.E.I. Mi creda, a prescindere dall'ufficialità, per mitigare il dolore nella gente comune non basta, per quanto sentita, una lettera.
  Per riallacciare, come lei ha ben scritto, quei fili spezzati, ci vuole qualcosa in più e, se me lo permette, vorrei consigliarle chiedere proprio ai responsabili dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane o delle varie Comunità sparse su tutto il territorio della Repubblica Italiana, di metterla in contatto con i pochi reduci ancora in vita ai quali far recapitare lettere personali o, meglio ancora, organizzare incontri anche in forma privata. Questo sarebbe sicuramente un bel gesto. Anche organizzare delle visite nelle Comunità Ebraiche Italiane, sia nelle più grandi, come quella di Roma, Milano, Trieste, Venezia, Genova o Torino, ma anche, e soprattutto, in quelle più piccole, quelle che furono praticamente spazzate via dalla furia che arrivò proprio in virtù di quella firma su quelle leggi che sono ancora oggi una vergogna.
  Vorrei anche permettermi di consigliarle, semmai andrà in visita nei luoghi di culto dell'ebraismo italiano, di non soffermarsi con i soli rappresentanti istituzionali, ma di andare nelle scuole e negli istituti ebraici a parlare con gli studenti. Dialogare con i giovani che avrebbero così modo di studiare sui libri cosa fece un Re Savoia nel 1938 e vedere un giovane della stessa casata che li va a trovare e a spiegare con parole semplici quei sentimenti che l'hanno portata a scrivere la sua lettera di scuse. Questo per dare un vero valore a quanto da lei scritto e per toccare quelle corde dei sentimenti che un pezzo di carta dato alle agenzie di stampa non potrà mai vedere neanche da lontano. Visto che oggi parlare con i vecchi è forse ancora possibile anche se difficile, potrebbe farlo almeno con i giovani, e le ferite di allora, a mio modesto parere, potranno essere finalmente curate con la medicina della reciproca comprensione.
   Con osservanza
   Michael Sfaradi

(nicolaporro, 24 gennaio 2021)


Blinken: "Biden manterrà l'ambasciata americana a Gerusalemme"

Il neo segretario di stato Usa e l'impegno per la sicurezza d'Israele: "All'Iran non sarà permesso di acquisire un'arma nucleare"

Scrive Times of Israel (20/1)

 
Antony Blinken, Segretario di Stato americano designato da Biden
Il neo presidente americano Joe Biden non annullerà la storica decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e manterrà l'ambasciata degli Stati Uniti nella città. Lo ha detto martedì Antony (Tony) Blinken, il segretario di stato designato da Biden, durante l'udienza di conferma dinanzi alla Commissione esteri del Senato degli Stati Uniti. Alla domanda del senatore Ted Cruz se gli Stati Uniti continueranno le politiche di Trump su entrambi i punti, Blinken ha risposto senza esitazioni: "Si e sì".
   Blinken ha inoltre affermato che l'amministrazione entrante si consulterà con Israele e gli alleati arabi mediorientali prima di prendere decisioni sul rientro nell'accordo sul nucleare iraniano. Il presidente Biden, ha detto Blinken, "ritiene che se l'Iran tornasse in regola, lo faremmo anche noi. Ma lo useremmo come piattaforma con i nostri alleati e partner, che sarebbero di nuovo con noi dalla stessa parte, per cercare un accordo più duraturo e più forte. E' di vitale importanza che ci impegniamo nel decollo, non nell'atterraggio, con i nostri alleati e partner nella regione, per includere Israele e per includere i paesi del Golfo". Dopo aver specificato che un nuovo accordo potrebbe affrontare le "attività destabilizzanti" dell'Iran nella regione così come i suoi programmi missilistici, Blinken ha aggiunto: "Detto questo, penso che siamo molto lontani da tutto ciò". Il presidente Donald Trump si è ritirato dall'accordo nel 2018 e ha imposto severe sanzioni all'Iran. Dal canto suo, il neo eletto Biden ha detto che gli Stati Uniti torneranno nell'accordo del 2015 a patto che l'Iran torni a rispettare rigorosamente l'accordo. Nelle ultime settimane Teheran ha iniziato ad arricchire l'uranio al 20 per cento in diretta violazione dell'accordo. Biden ha anche affermato che, successivamente, intende avviare negoziati per arrivare a un accordo "più duraturo e più forte" con Teheran che affronti anche il suo programma di missili balistici e il suo predominio nella regione. L'Iran ha detto di non essere interessato a trattare accordi successivi.
   Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha messo in guardia gli Stati Uniti contro un puro e semplice ritorno all'accordo del 2015, esortando Biden a continuare la campagna di sanzioni contro Teheran. L'ambasciatore d'Israele negli Stati Uniti, Ron Dermer, ha esortato Biden a consultarsi con Israele e gli stati del Golfo prima di tornare all'accordo. Nella sua audizione di martedì, Blinken ha assicurato alla Commissione che l'amministrazione Biden intende fare proprio questo e che impegnerà anche il Congresso prima di concludere qualsiasi accordo con l'Iran. Blinken ha concluso su questo punto affermando che in ogni caso "il neo eletto presidente Biden è impegnato sul concetto che all'Iran non sarà permesso di acquisire un'arma nucleare".
   
(Il Foglio, 25 gennaio 2021)


Israele apre l'ambasciata ad Abu Dhabi

Israele ha inaugurato oggi [ieri] la propria ambasciata ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi. Lo ha annunciato il ministero degli Esteri israeliano dopo aver detto che il Paese del Golfo ha approvato la sua missione a Tel Aviv.
A guidare la rappresentanza, dopo gli "Accordi di Abramo", è l'ambasciatore Eitan Naeh, anche se la sede fisica della missione deve essere ancora scelta. Il ministro degli Esteri, Gabi Ashkenazi, ha augurato buona fortuna all'ambasciatore e ha ringraziato il governo degli Emirati per la sua decisione. Israele aprirà anche un proprio consolato a Dubai nei prossimi giorni.
"L'ambasciata - ha spiegato il ministro degli Esteri - avrà il compito di far avanzare le relazioni tra i due Paesi su tutti i piani ed espanderà le connessioni con il governo emiratino, le strutture economiche e il settore privato, accademico, delle comunicazioni e altro ancora. L'ambasciata agirà anche per promuovere gli interessi di Israele e sarà a disposizione dei suoi cittadini".
Fino all'individuazione di una sede, la missione opererà in uffici temporanei. "Questo - ha continuato - è un altro passo nel trattato di pace che Israele ed Emirati Arabi hanno siglato a Washington lo scorso 15 settembre".

(Microsoft News, 25 gennaio 2021)


Rally Dakar. Israeliani in gara, i sauditi non sono più nemici

di Fabio Scuto

Tra i team che si sono lanciati sulle dune del deserto con le loro auto, moto e camion al Rally Dakar in Arabia Saudita, c'erano due team israeliani, la loro presenza sarebbe stata impensabile un anno fa. Nel 2020 c'è stato tra Israele e Stati arabi un riavvicinamento che è andato a gonfie vele e che è stato alimentato dal silenzioso consenso di Riyad, anche se l'Arabia Saudita non ha ancora deciso se aprirsi a veri rapporti diplomatici con lo Stato ebraico. In totale, dieci conducenti, navigatori e personale di supporto sono entrati nel regno wahabita con passaporti israeliani.
   Per decenni, l'Arabia Saudita, luogo di nascita dell'Islam e acceso sostenitore della causa palestinese, ha evitato i contatti ufficiali con Israele, anche se in forma segreta nell'ultimo decennio le relazioni "pericolose" fra i due Stati si sono consolidate per far fronte al nemico comune: l'Iran. Riyad ha dato il suo assenso alla formalizzazione delle relazioni fra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, con la mediazione statunitense, anche se si è trattenuto dal creare legami pieni con lo Stato ebraico.
   Un incontro nel deserto fra il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il principe ereditario Mohammed Bin Salman non ha dato esito (per l'opposizione di sua maestà Re Salman ). Comunque ora agli aerei di linea israeliani è permesso attraversare lo spazio aereo saudita, riducendo così notevolmente i loro tempi di volo.
   Nel sito web ufficiale del rally le due squadre - nelle categorie veicoli leggeri e camion - sono iscritte come belga e americana, un segnale palese della riluttanza ufficiale a pubblicizzare una presenza israeliana alla gara, ma i racconti dei 10 partecipanti sono su tutti i giornali israeliani con le foto ricordo.
   "No comment" dell'ufficio stampa del governo saudita e dei portavoce del raduno. La gara annuale nata nel 1978 come una corsa da Parigi alla capitale senegalese Dakar, si trasferì dall'Africa in America Latina per motivi di sicurezza nel 2009, ora si svolge interamente in Arabia Saudita.
   
(il Fatto Quotidiano, 25 gennaio 2021)


Israele, immunità a marzo. E Pfizer avrà i dati su tulle le vaccinazioni

Preoccupazione per la promessa di passare le informazioni all'azienda: «A rischio la privacy dei cittadini». II ministero della Sanità è stato costretto a rendere pubblico l'accordo con l'azienda.

di Davide Frattini

GERUSALEMME - Nell'ufficio del primo ministro — dove ormai risiede da quasi dodici anni — Benjamin Netanyahu tiene i memorabilia da mostrare ai leader stranieri in visita a Gerusalemme. Sotto la teca di cristallo, assieme al modellino del sistema antimissile Arrow, da qualche settimana il primo ministro ha collocato un'altra freccia: la siringa con cui gli è stata somministrata la prima dose di vaccino.
   La campagna di immunizzazione coincide con la campagna elettorale — il 23 marzo gli israeliani tornano a votare per la quarta volta in due anni — e il capo del governo vuole restare tale ripetendo ai comizi e nei corridoi degli ospedali che «Israele sarà il primo Paese a sconfiggere il Coronavirus». Dal 20 di dicembre oltre 2 milioni e mezzo di persone sono stati inoculati e da ieri possono ricevere il vaccino anche i ragazzi tra i 6 e gli 8 anni, l'obiettivo è coprire entro la fine di marzo i due terzi della popolazione (in totale 9,2 milioni) senza contare i più giovani.
   Le fiale che scarseggiano in Europa non sono mai mancate in Israele. In settembre il premier Netanyahu ha contattato di persona Albert Bourla, l'amministratore delegato di Pfizer, per farsi garantire la fornitura. Secondo alcune fonti, lo Stato ebraico ha pagato molto di più per accaparrarsi le dosi, fino al doppio di americani ed europei. Soprattutto è emerso che il ministero della Sanità ha firmato con la casa farmaceutica un accordo di venti pagine e ha garantito di fornire tutti i risultati delle vaccinazioni, compresi i dettagli di ogni singola puntura fino al braccio di inoculazione. Un'intesa simile sarebbe stata finalizzata anche con Moderna.
   Aver trasformato Israele in un laboratorio su scala nazionale preoccupa le organizzazioni che lottano per la protezione della privacy: il governo assicura che a Pfizer vengono fornite solo statistiche generali, senza dati personali. «Questa enorme quantità di informazioni può essere hackerata. A quel punto nessuno potrebbe controllare nelle mani di chi finirebbe e potrebbe essere sfruttata in futuro dalle assicurazioni o dai datori di lavoro», spiega Tehilla Shwartz Altshuler, esperta dell'lsrael Democracy Institute.
   Una petizione presentata in tribunale da queste associazioni ha costretto il ministero della Sanità a rendere pubblico l'accordo con Pfizer, seppure con alcuni passaggi secretati: «L'obiettivo è analizzare i dati epidemiologici per determinare se l'immunità di gregge viene raggiunta dopo una certa percentuale di vaccinati». Per velocizzare le operazioni il documento è stato approvato senza il parere della commissione Helsinki deputata a definire le regole per le sperimentazioni mediche sugli esseri umani. «Quello che sta avvenendo non è uno studio clinico — spiega il presidente Eytan Friedman alla rivista Calcalist —. Questi vaccini hanno superato quella fase e sono stati approvati. Avremmo però preferito essere consultati per valutare che l'intesa con Pfizer rispettasse tutti gli aspetti etici».
   Il Paese resta in lockdown totale per un'altra settimana e il governo ha deciso di sigillare completamente i confini: niente voli in entrata o in uscita — salvo casi eccezionali — dall'aeroporto di Ben Gurion fino alla fine del mese. Preoccupano le varianti del Covid19 che hanno innalzato il numero di nuovi contagiati nelle scorse settimane: i dati hanno cominciato a migliorare solo sabato.
   
(Corriere della Sera, 25 gennaio 2021)


Finalmente qualcuno pensa a come fermare Erdogan

Sono in tanti nella nuova Amministrazione americana a non poter vedere il Califfo turco e a volerlo finalmente fermare.

di Haamid B. al-Mu'tasim

 
L'era Biden comincia male per la Turchia di Erdogan. La nuova amministrazione americana ha messo i problemi con Ankara tra le prime cose da analizzare con cura.
   Secondo Antony Blinken, prossimo Segretario di Stato, "l'idea che un cosiddetto partner strategico, come viene considerata la Turchia, sia in realtà in linea con uno dei nostri maggiori concorrenti strategici, non è accettabile".
   Blinken lo ha detto di fronte alla Commissione per le relazioni estere del Senato e non si è fermato qui perché ha anche ventilato apertamente l'ipotesi che le sanzioni applicate attualmente alla Turchia non siano affatto sufficienti.
   Blinken è noto per le sue critiche alla Turchia, ma il suo riferimento a un alleato della NATO come "cosiddetto partner strategico" prima ancora di aver assunto l'incarico di Segretario di Stato suggerisce che Ankara non avrà vita facile con la nuova Amministrazione americana.
   Un'altra figura chiave che non è propriamente "amica" della Turchia e in particolare di Erdogan, è il Segretario alla Difesa, Lloyd Austin.
   Nel 2013 Austin aveva addestrato le truppe turche che dovevano combattere contro ISIS e le aveva equipaggiate con i mezzi blindati migliori e i sistemi d'arma più moderni. Ma una volta passato il confine questi "sodati turchi" consegnarono le armi e i mezzi blindati al Fronte Al-Nusra.
   Fu allora che (finalmente) gli americani si rivolsero ai curdi, salvo poi tradirli e consegnarli nelle mani della Turchia una volta sconfitto ISIS. L'invasione turca del Kurdistan siriano non è mai andata giù a Lloyd Austin o oggi vuole la Turchia fuori dalla Siria.
   Il terzo alto funzionario la cui nomina non ha fatto certamente esultare la Turchia è Brett McGurk, rappresentante speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente e il Nord Africa.
   Brett McGurk è considerato l'architetto della politica statunitense sui curdi siriani, poi distrutta dalla decisione di Trump di ritirarsi. I media turchi hanno pubblicato commenti critici sui suoi rapporti con la leadership dei curdi siriani.
   Sono tanti i membri delle nuova Amministrazione americana che non amano particolarmente Erdogan, dal consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan fino allo stesso Presidente Joe Biden che ha più volte criticato apertamente la Turchia sia per la sua politica espansiva che per la sua deriva islamista.
   Erdogan non deve dormire sonni tranquilli da quando è salita al potere questa Amministrazione. Non che con Trump dormisse sonni tranquilli, ma gli è stata data decisamente troppa libertà di azione, cosa che oggi non avrà più.
   
(Rights Reporter, 25 gennaio 2021)


Se il virus è colpa degli ebrei

Dalle calunnie alla Shoah dove può portare il complottismo. Il mito del complotto è sempre vivo e aiuta a comprendere quel che avviene ai giorni nostri.

di Donatella Di Cesare

L'epoca della pandemia non sembra per ora quella della solidarietà, della cura, dell'aiuto reciproco. Al contrario, si scatenano passioni ancestrali, inimicizie ataviche. Bersaglio sono di nuovo gli ebrei. Bisogna così riconoscere che dopo Hitler l'antisemitismo non è finito, ma ha assunto modalità nuove e subdole per eludere la censura. Lo sterminio degli ebrei in Europa, costato sei milioni di vittime, resta infatti inciso nella memoria storica collettiva.
   Dinanzi a quell'evento storico, all'industrializzazione della morte nei Lager, compiuta con il dispositivo delle camere a gas, l'antisemitismo del XXI secolo nega, banalizza, schernisce. Perciò il negazionismo si presenta come la denuncia di una «menzogna» che gli ebrei andrebbero raccontando, un'impostura da cui vorrebbero trarre profitto. Il primo esito di questa «truffa» sarebbe quel che il mondo ha finito per concedere alle supposte vittime: lo Stato di Israele, la cui esistenza viene così delegittimata. Ma l'esito ulteriore sarebbe la ripresa di quel complotto per la conquista del mondo che gli ebrei non avrebbero mai smesso di ordire. Ecco perché i negazionisti non sono semplicemente «assassini della memoria»: la negazione non riguarda solo il passato, ma anche il futuro. Non si vede la gravità del negazionismo, se non se ne scorge al fondo il carattere complottistico.
   Antisemitismo — quale termine potrebbe essere più fuorviante? Questo neologismo, creato nell'Ottocento per fornire alle passioni antiebraiche la giustificazione pseudo-scientifica della «razza», ha lasciato credere che tutto si riducesse alla fantomatica contrapposizione tra «ariani» e «semiti», accreditata dalle leggi naziste e fasciste. Questa variante «biologica» della giudeofobia si è imposta al punto che ancora adesso l'antisemitismo è considerato una forma specifica del razzismo. Dato che, come dimostra la scienza, le razze non esistono, l'antisemitismo dovrebbe essere un residuo in via di estinzione. Al pari del razzismo. Sennonché questa congettura ottimistica non vale né per l'uno né per l'altro. Continuare a proiettare anacronisticamente la questione nel passato, animati da fede illuministica, significa rischiare di non coglierne l'allarmante attualità.
   L'estinguersi della variante razzista non ha messo fine all'antico odio contro gli ebrei: nuovi stigmi si innestano nei precedenti, stereotipi dimenticati riemergono d'un tratto con accenti inediti. Resta il tradizionale repertorio di calunnie: il deicidio, l'odio per l'umanità, l'assassinio rituale, l'elezione letta come razzismo, la perfidia e l'usura, la maledizione dell'erranza. Ma resta soprattutto il perno dell'immaginario antiebraico: il mito del complotto.
   C'è ormai convergenza nel considerare il complottismo quel tratto che caratterizza la nuova ondata di giudeofobia globale. È dunque il mito del complotto che, mentre lascia emergere la continuità tra le epoche, aiuta a comprendere quel che avviene oggi. Anche dopo la Shoah gli ebrei vengono visti come gli stranieri che corrodono, contaminano, avvelenano, perseguendo una strategia politico-cosmica. Gli ebrei: una supersocietà segreta in possesso di un'arcana potenza capace di dischiudere il dominio del mondo.
   La mobilitazione complottistica attinge all'archivio dell'antiebraismo cristiano lasciando affiorare la matrice teologica di molti stigmi politici. Se il mito si reitera dall'antichità, la storia è scandita da un crescendo. Al complotto locale del Medioevo (si pensi all'accusa di avvelenare i pozzi e diffondere la peste) fa seguito prima il complotto nazionale in epoca moderna (l'esempio è l'affare Dreyfus in Francia) poi quello internazionale all'esordio del Novecento, e infine quello globale degli ultimi decenni. Dall'11 settembre in poi si può parlare di un megacomplotto planetario. Ogni nuovo evento imprevisto, che provoca smarrimento e angoscia, infondendo incertezza e sospetto, è interpretabile alla luce del complotto. Si può dunque ipotizzare che l'attuale pandemia contribuirà all'ondata di giudeofobia. Certo, non tutto il complottismo è antiebraico. Ma non sarà un caso che nella visione di QAnon (la teoria che ispira i sostenitori di Trump) viene chiamata Cabal la «congrega dei malvagi», quel Deep State, quello Stato profondo che, attraverso pratiche occulte, reggerebbe le sorti del «Nuovo Ordine Mondiale».
   Riproposti di recente da bestseller come Il codice da Vinci di Dan Brown — per non parlare della propaganda islamista — i Protocolli dei savi di Sion sono il canovaccio del complotto ebraico. In quelle figure fittizie convergono i saggi di Israele, che dall'antichità progetterebbero un piano contro l'umanità, i dirigenti sionisti e gli occulti burattinai che tessono intorno al globo la rete del dominio universale. Ecco i colpevoli di tutti i mali: la spoliazione, la disoccupazione, la «sostituzione etnica». Internazionalisti cosmopolitici o banchieri plutocrati—non importa la coerenza. Quel che conta è snidare questi nemici assoluti.
   Più che il singolo ebreo, a essere preso di mira è Israele visto, ben al di là dello Stato, come quella «centrale organizzativa» del «sionismo mondiale». Ma a parlare così non era forse Hitler? Proprio questo è il punto. Il mito del complotto è alla base del progetto apocalittico di sterminio. A partire da qui occorre allora leggere la Shoah come un moderno bellum judaicum, una guerra mondiale dietro le quinte contro quei nemici cosmici, superiori e inferiori insieme, non più umani, degni solo di una liquidazione.
   
(La Stampa, 25 gennaio 2021)


Al via in Israele le vaccinazioni dei ragazzi

Israele ha cominciato a vaccinare contro il Covid-19 gli studenti tra i 16 e i 18 anni, con l'obiettivo di riattivare il sistema scolastico in presenza, sospeso dall'attuale lockdown. Le quattro assicurazioni del Paese hanno cominciato gli appuntamenti con i componenti di questa frangia di eta' dopo una massiccia campagna che ha gia' raggiunto tutti i residenti con piu' di 35 anni. Finora quasi due milioni e mezzo di residenti in Israele hanno ricevuto la prima dose e quasi 900mila la seconda, secondo i dati del ministero della Salute; ed e' stato vaccinato piu' del 60% della popolazione con piu' di 60 anni. Ma dall'inizio della campagna, i centri vaccinali offrono anche l'opzione di vaccinare chiunque si presenti a fine giornata, utilizzando le dosi eventualmente rimaste.
   Mentre prosegue con la campagna di vaccinazione, Israele tenta di mettere sotto controllo la terza ondata epidemica con un lockdown nazionale fino a febbraio. La morbilita' e' ancora alta ma il tasso di riproduzione venerdi' e' sceso sotto l'1, il che garantisce che cali il ritmo di propagazione del virus. L'indice di positivita' piu' alto continua a registrarsi tra le comunita' ultraortodosse, ostili sin dall'inizio della pandemia a rispettare le misure di distanziamento sociale. La polizia israeliana e' intervenuta nei giorni scorsi in diverse congregazioni di questa comunita' e ci sono stati anche scontri con le forze di sicurezza. Dall'inizio della pandemia, Israele ha registrato piu' di 580mila contagi e 4.266 decessi per Covid-19 su una popolazione di circa nove milioni di abitanti.

(Shalom, 24 gennaio 2021)


Il morbo di K, il feroce virus inventato da tre medici romani per salvare i bambini ebrei

di Ilaria Ravarino

 
L'Ospedale Fatebenefratelli nell'isola Tiberina a Roma
ROMA - Era una malattia feroce, molto contagiosa. Una sindrome neurodegenerativa fulminante, capace di presentarsi all'improvviso con sintomi banali e trasmettersi con un semplice colpo di tosse. Un virus dal nome inquietante, "morbo di K.", e una caratteristica unica nella storia della medicina: essere una malattia completamente inventata.
   Diffusa a macchia d'olio in tutta Roma, nel periodo che andò dal rastrellamento nel ghetto ebraico del 1943 fino alla liberazione della città nel giugno 1944, la cosiddetta "sindrome di K." fu la geniale trovata di tre medici dell'Ospedale Fatebenefratelli - Giovanni Borromeo, Adriano Ossicini e Vittorio Emanuele Sacerdoti - per nascondere e mettere in salvo gli ebrei ricercati dalle temibili SS di Herbert Kappler. «Quando ci fu la retata, il 16 ottobre, scappammo per una sera in una pensione in via Giolitti, e poi da una zia a Velletri - racconta Giacomo Sonnino, tra i protagonisti del documentario di Stephen Edwards dedicato all'inedita storia, Sindrome K - Il virus che salvò gli ebrei (oggi alle 21.25 su Nove e discovery+) - poi mia mamma sentì al telefono il nostro pediatra, il professor Giuseppe Caronia, che le propose di nasconderci in ospedale. La sua segretaria era una suora: ci disse che saremmo stati ricoverati per il morbo di K, e così fummo internati nei sotterranei, nel reparto malattie infettive».

 Il senso del pericolo
  Non tutti, all'interno degli ospedali, erano al corrente della falsa malattia: «Chi poteva si teneva alla larga da quel reparto. Lo stesso Caronia ne era diventato direttore per punizione. Aveva una cattedra di medicina pediatrica, ma i fascisti gliela tolsero e per sfregio lo mandarono là dove non voleva andare nessuno». Sull'esempio del Fatebenefratelli anche altre strutture ospedaliere romane, fra cui il Policlinico Umberto I, si adoperarono per nascondere fuggitivi ebrei, «ma anche persone renitenti alla leva o antifascisti», tutti con la stessa cartella clinica.
   «Le SS non osavano avvicinarsi, pensando che non valeva la pena rischiare: il morbo di K ci avrebbe comunque uccisi. Il problema più grande per noi era trovare da mangiare. Ogni tanto con mio fratello uscivamo dai sotterranei per fare cicoria, che poi cucinavamo con il carbone rubato alle cucine dell'ospedale».
   Sonnino ricorda la difficoltà dei medici «eroi» nel gestire la situazione anche durante il bombardamento americano: «Il giorno del bombardamenti di San Lorenzo cadde una bomba vicino all'ospedale. Morì anche un cavallo: ricordo la gente che usciva in strada per assaltarne la carcassa e procurarsi del cibo».
   Il nome del morbo, "K.", era un messaggio in codice tutto da decifrare: da una parte alludeva, ironicamente, ai nomi di Kappler e Kesselring, il comandante delle forze armate naziste in Italia, dall'altra evocava le parole tedesche "Kopf', testa, e "Krebs", cancro. Abbastanza per indurre, sia pure in maniera subliminale, un senso di mortifero pericolo negli ufficiali nazisti. Solo in un caso, racconta il documentario di Edwards, le SS vollero andare a fondo.
   Come spiega il dottor Ossicini nel film, durante l'inverno del 1943 alcuni ufficiali nazisti si presentarono al Fatebenefratelli insieme a un medico tedesco, per constatare l'effettivo stato di salute dei ricoverati. Ma il loro convoglio, per una fortunata coincidenza, arrivò nella struttura in ritardo, permettendo al dottore italiano di istruire i presunti malati a «tacere e tossire», per impressionare i visitatori indesiderati.
   Il trucco funzionò e il Fatebenefratelli riuscì così a salvare, grazie a quella malattia immaginaria, più di cinquanta persone. «Non so quanti fossimo là dentro, perché al Policlinico eravamo divisi tra corsia e sotterranei - ricorda Sonnino - ma so che siamo stati "ricoverati" da ottobre fino a giugno. lo, che avevo 8 anni, avevo capito che scappavamo. Ma non sapevo da cosa. Poi, con il tipico senso pratico dei bambini, mi sono adeguato».

(Il Messaggero, 24 gennaio 2021)


Iron Dome nel Golfo e Israele nel CentCom. Cosa cambia nel Medio Oriente

di Emanuele Rossi

Secondo funzionari della sicurezza che hanno parlato con Haaretz, gli Stati Uniti dovrebbero presto iniziare a schierare batterie di intercettori missilistici Iron Dome, uno dei gioielli dell'industria manifatturiera di armi israeliane, nelle proprie basi nel Golfo. Un'ulteriore evoluzione che avviene con sullo sfondo gli Accordi di Abramo tra Israele e due Stati del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, e due grandi accordi sulle armi che gli Usa hanno chiuso con gli Emirati Arabi Uniti e con l'Arabia Saudita.
   Inoltre, sul contesto dietro al nuovo schieramento, c'è da aggiungere l'inserimento di Israele nella AoR, area di responsabilità, del CentCom. Aspetto che è ben più di una formalità tecnica o di un'ultima concessione dell'amministrazione Trump allo stato ebraico, ma è un passaggio del rimodellamento in corso nel Medio Oriente allargato (ossia nella regione MENA, includente anche il bacino del Mediterraneo). Quest'ultimo fattore merita un approfondimento.
   Il CentCom, o Central Command, è una delle strutture di comando con cui il Pentagono suddivide il mondo per fasce di competenza affidando a queste l'intera panoplia (aria, terra, acqua). L'area di responsabilità del CentCom va dall'Egitto all'Afghanistan e basta guardare un mappamondo per comprendere come al suo interno siano contenute alcune delle zone più turbolente del pianeta, e dunque capirne importanza e attività.
   Finora Israele ne era escluso, compreso nel Comando Europa sebbene direttamente più interessato alle dinamiche mediorientali. Era una secca volontà dei paesi arabi, alleati che Washington ha scelto di accontentare garantendo comunque a Israele una sorta di privilegio primus inter pares, e nelle relazioni col mondo ebraico e negli scambi tecnologici soprattutto del settore militare.
   Ma il rimodellamento mediorientale è in atto. Gli Accordi di Abramo — spinti da Donald Trump e firmati dagli adesori anche pensando a Joe Biden — hanno riaperto le relazioni tra Tel Aviv e il blocco arabo del Golfo (e non solo) e hanno creato le situazioni ideali per questo tutt'altro che formale cambiamento nel CentCom; che tra l'altro ha l'hub in Qatar, recentemente riconciliato col resto della regione. Andando oltre il contesto, l'inclusione di Israele ha alcuni significati dal valore tattico e strategico.
  • Primo, crea un'autorità delegata americana nella regione. Autorità affidabile, perché Israele non ha capacità (anche demografica) per diventare potenza egemonica e non ne ha nemmeno ambizione. Veicolare e preservare i propri interessi è l'obiettivo dello stato ebraico, del tutto concepibile per gli Usa — tanto più se fatto in equilibrio con gli altri attori regionali come Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti.
  • Secondo, il processo rientra nel desiderio statunitense di disimpegno, tema rappresentato simbolicamente nell'immagine dei B-52 che partono dalle basi statunitensi, compiono esercitazioni per missioni non-stop sopra al Medio Oriente, e poi rientrano. Dimostrazione che la capacità di deterrenza e azione (in questo caso con l'indice puntato sull'Iran) non è minore se cala la presenza fisico-geografica. Ma in questo, serve un amministratore e Israele sembra la scelta adatta.
  • Terzo, la delega alla gestione di questioni acide come la penetrazione velenosa dell'Iran attraverso partiti/milizia proxy (vedere nei giorni scorsi ciò che è accaduto per l'ennesima volta in Siria) accontenta sia Washington che Tel Aviv. I primi creano un buffer per negoziare con Teheran (come desidera Biden) pur tenendo una posizione severa, affidata negli atti agli altri. I secondi proteggono i propri interessi, e ne escono in parte rassicurati anche a proposito di eventuali (imminenti? Già avviati?) contatti Usa/Iran.
  • Quarto, nella rassicurazione rientra anche la possibilità di approfondire le relazioni con i partner arabi. Il ruolo conferito a Israele potrebbe in effetti permettere agli Stati Uniti di abbandonare la prelazione concessa sulle tecnologie militari allo stato ebraico - un vantaggio strategico equilibrato con un altro - e agevolare la vendita dei sistemi più sofisticati agli altri (vedere in questo caso la questione degli F35 agli Emirati, grande accordo instradato tra Washington e Abu Dhabi a poche ore dalla fine dell'amministrazione Trump). Il risultato sarà doppio, gli americani incassano importanti contratti commerciali, e contemporaneamente danno spessore al blocco delegato regionale.
  • Quinto, lo schieramento dell'Iron Dome conferma quel ruolo di vantaggio che Israele mantiene riguardo a tutti gli altri partner americani regionali. La Israele Rafael Advanced Defense Systems produttrice ottiene un buon contratto, ma soprattutto dà a Tel Aviv - attraverso la diplomazia dell'industria militare - la possibilità di essere nelle basi americane nel Golfo. Una presenza fisica che ha molto più che valore tecnico, bensì peso politico.
  • Sesto, tutto non sarà gratis però. Israele infatti non otterrà carta bianca, non avrà mani libere. Si veda già il blocco imposto al governo amico di Benjamin Netanyahu dall'amministrazione Trump in occasione delle nuove annessioni in Cisgiordania, considerate da Washington un elemento troppo destabilizzante tanto da spingere l'alleato a mettere da parte alcune priorità proprie per facilitare questa moderna Pax Americana.z
(Formiche.net, 24 gennaio 2021)


Quei mecenati segreti della Sinagoga di Ostia

Nel sessantesimo anniversario della scoperta del monumento, riemerge un'epigrafe: fu la famiglia ebrea dei Fabii Agrippini a finanziare tutta l'opera nell'età di Augusto.

In attesa della riapertura fervono lavori: restauri al teatro e al museo delle navi L'indagine archeologica verrà presentata il 27 gennaio per la Giornata della Memoria

di Laura Larcan

Fu un «atto di generosità». Quello compiuto dai Fabii Agrippini nel I secolo dopo Cristo. La definizione di ludaei non lascia dubbi. Lo dice chiaramente l'iscrizione millenaria riemersa nella Necropoli ostiense di Pianabella. Una lastra marmorea incisa che riscrive la storia della Sinagoga di Ostia, la più antica d'Italia e dell'Europa occidentale, l'unica delle circa dodici sinagoghe della Roma antica sopravvissuta. Chi la costruì? Chi volle erigere quel monumento sofisticato e ricco, in una posizione particolare, a pochi metri da quella che duemila anni fa era la costa del mare?

 Scavi e fonti
  «Ci troviamo davanti al più antico documento che attesti esplicitamente la presenza di Ebrei in Ostia e forse, in assoluto, il più antico documento epigrafico della storia degli Ebrei in Italia», spiega il più autorevole degli studiosi di Ostia, il professor Fausto Zevi. Lo studio del reperto epigrafico è al centro ora di un nuovo progetto di valorizzazione del complesso monumentale messo in campo dal direttore del parco archeologico di Ostia Antica Alessandro D'Alessio nel sessantesimo anniversario della sua scoperta (era il 1961), che sarà illustrato proprio il 27 gennaio in occasione della Giornata della Memoria. I dati sono frutto delle campagne di scavo più recenti, e da un lavoro di indagine certosina negli ultimi anni tra fonti e documenti d'archivio. L'iscrizione attesta che nella popolazione della città portuale di Ostia dell'età di Augusto c'erano certamente dei Q. Fabi Iudaei (e il termine Iudaei è quello che nella lingua latina definisce gli ebrei). Protagonista è Q. Fabius Longus. «Saremmo giusto nel tempo - aggiunge Zevi- in cui troviamo i Fabii Longi alla ribalta della scena cittadina». Un'importanza destinata a crescere in età imperiale, soprattutto quando la famiglia dei Fabii Longi assumerà anche il cognome di Agrippa. Dettaglio non da poco, che la dice lunga sul prestigio acquisito da questa famiglia sulla scena ostiense.
   Come ricorda Zevi, il costruttore del teatro di Ostia sarà proprio Agrippa, genero di Augusto: «a parte Roma, è questo il solo edificio teatrale d'Italia eretto a cura di un membro della casa imperiale. Non sarebbe strano, dunque, se ad un rampollo di una famiglia come i Fabi, membri dell'élite cittadina, fosse stato attribuito il cognome di Agrippa». La posizione prestigiosa nella società ostiense dei Fabi Agrippini ne fa i più probabili «generosi finanziatori e costruttori della sinagoga di Ostia».

 Gli sponsor
  Autentici mecenati dell'epoca. Il valore storico della Sinagoga di Ostia è uno dei punti nodali del programma di Alessandro D'Alessio: «La Sinagoga di Ostia Antica, scoperta nel 1961 durante i lavori per la strada di collegamento con l'aeroporto di Fiumicino, è l'unica visibile delle 12 che celebravano battesimi e matrimoni per i cinquantamila ebrei che, nel I secolo d.C., vivevano nella Roma imperiale, una megalopoli antica capace di ospitare un milione di abitanti», racconta il nuovo direttore. In attesa della riapertura degli scavi (con l'ingresso della regione in zona gialla), i lavori fervono. Pronta a riaccogliere i visitatori con il magnifico mosaico dei Cisiarii (i carrettieri), del quale è appena terminato il restauro, Ostia Antica avvierà a breve il cantiere di restauro del Teatro e l'allestimento del Museo delle Navi pronto al debutto in estate. La Sinagoga, presso l'area di Porta Marina, è uno dei luoghi più suggestivi del parco: «Gli scavi di Ostia antica - riflette D'Alessio - sono un tappa obbligata per chi volesse trovare le radici storiche della tolleranza visitando una città multietnica e multiconfessionale, con le sue botteghe greche e mauritane, siriane e galliche, e i suoi templi di divinità pagane, orientali, egiziane e giudaiche».

(Il Messaggero, 24 gennaio 2021)


Paragonare i migranti agli ebrei è uno schiaffo all'Olocausto

La sinistra assimila il Male assoluto della Shoah ai viaggi sui barconi dei disperati. Ma questi scelgono di partire e nessuno vuole sterminarli

di Gianluca Veneziani

Allora, mettiamoci d'accordo. Se la Shoah è, come è, l'evento incommensurabile per eccellenza, la tragedia non paragonabile a nessun'altra capitata prima e dopo, com'è che ogni volta ci troviamo a fare i conti con chi cerca analogie tra ieri e oggi e parla di "nuovo sterminio", "Olocausto del Terzo Millennio", "lager simili a quelli nazisti"? Com'è che si continua a mettere in rapporto quel genocidio con le morti dei migranti in mare, la loro permanenza nei centri per rifugiati e la mancata accoglienza nei porti? Lo hanno fatto in tanti, negli ultimi anni, da Papa Francesco che ha chiamato «lager» i centri di detenzione in Libia, all'Anpi secondo cui «quello che stiamo vivendo oggi con i profughi è un parallelo di quanto avvenuto 80 anni fa con gli ebrei», fino al sindaco di Padova, per il quale «c'è un'agghiacciante similitudine tra quello che è accaduto allora e le vicende che oggi vedono morire nel Mediterraneo migliaia di persone».
   Ma il parallelo con l'attualità non tiene, è debole e fuori luogo per almeno tre ragioni: il numero dei morti, l'assenza oggi di un accanimento di natura razzista, e la mancanza di un progetto sistematico e intenzionale di deportazione ed eliminazione: gli ebrei venivano schedati, individuati, prelevati da casa e portati via contro la loro volontà, quindi imprigionati e "concentrati", infine soppressi. I migranti, viceversa, partono per scelta o necessità, ma di certo non perché forzati a farlo; il posto verso cui viaggiano viene da loro percepito come un approdo di salvezza e non come un'anticamera di morte; e se tragicamente perdono la vita durante la traversata è per disgrazia, inaffidabilità dei traghettatori o inadeguatezza dei mezzi su cui si imbarcano, e non certo perché qualcuno li uccide o li fa naufragare in nome di un piano genocidiario.

 I tentativi
  È per tali motivi che la ricerca di somiglianze tra i due fenomeni non solo appare sballata ma rischia di essere offensiva per gli ebrei stessi, ben consci dell'unicità e (speriamo) dell'irripetibilità del dramma di cui sono stati vittime. Ed è per questo che guardiamo con insofferenza agli ennesimi tentativi, da parte di intellò di sinistra, di mettere a confronto la Shoah con le storie dei clandestini rifiutati al confine, giudicando entrambe manifestazioni dell'odio e della cattiveria delle destre. E l'esercizio in cui si è cimentato Walter Veltroni che, interrogato sulla sua ultima fatica letteraria, Tana libera tutti (Feltrinelli), il racconto della storia di Sami Modiano, ebreo deportato e sopravvissuto ad Auschwitz, cade nella tentazione del parallelo con l'oggi. «Credo che nulla sia paragonabile con la Shoah», esordisce in modo incoraggiante, prima di cedere appunto al paragone. «Il tema», dice infatti, «è chiedersi come si arriva a una storia come quella di Sami. La sua vicenda nasce dall'odio, con delle parole pronunciate da un potere assoluto, con una campagna fatta di toni roboanti e invenzioni». Anche «la questione dei migranti parte dall'idea di non tollerare chi è diverso. Trasmettere oggi la memoria e ragionare sui fatti serve a contrastare l'odio».
   All'ingiusto accostamento si presta anche l'opera del regista Daniele Tommaso, Terra Promessa, prodotta e distribuita da Istituto Luce-Cinecittà, e appena uscita su varie piattaforme digitali. Il documentario racconta l'esodo degli ebrei scampati allo sterminio nei lager e messisi in viaggio, clandestinamente, tra il 1945 e il '48 in direzione della Palestina. Un'odissea durante la quale trovarono accoglienza temporanea e porti di imbarco in Italia.
   Questa vicenda tuttavia è stata letta e interpretata, ad esempio da Repubblica, con le lenti dell'attualità, e cioè come «un'epopea di migranti clandestini, accoglienza e porti aperti», «di genti in transito nel Mediterraneo alla ricerca di nuove sponde e di un futuro migliore», «una storia clamorosa che ci dice molto sul nostro oggi. Sulle sfide dell'integrazione e della convivenza umana». Con il sottinteso che un tempo eravamo in grado di accogliere i profughi molto meglio di adesso.

 Sommersi e salvati
  II colpo di grazia lo ha assestato ieri su Robinson, inserto letterario di Repubblica, lo scrittore Paolo Rumiz, vergando un pezzo titolato Dove sono i sommersi e i salvati, tutto giocato sulla sovrapposizione tra le sofferenze patite dagli ebrei e il destino di migranti afghani, africani, bosniaci, iracheni, siriani, «fantasmi muti» respinti alle frontiere, ignorati o maltrattati una volta giunti in Europa, e spesso costretti in campi di concentramento. Vittime, come chi venne sterminato dai nazisti, di una «legge infame», di violenza e «indifferenza», oltreché del «silenzio degli aguzzini, dei benpensanti, della politica». Rumiz arriva così a sentenziare: «Il dramma dei rifugiati si è saldato per sempre con quello dell'Olocausto», «La memoria conosce strani sentieri di ritorno e si attiva per analogia Dallo sterminio degli Ebrei a oggi è un'unica storia». E no, Rumiz, non è un'unica storia Il Male assoluto non può essere ridotto alla cronaca contingente, per quanto drammatica. Farlo significa banalizzarlo o, peggio ancora, strumentizzarlo. E né gli ebrei né i migranti si meritano questo.

(Libero, 24 gennaio 2021)


Memoria è oggi: gli ebrei non sono pezzi da museo

di Roberta Vital

MILANO - Tra pochi giorni il nostro sindaco, così come tutte le istituzioni impegnate nella difesa della Memoria, ricorderanno l'orrore che ha macchiato l'Europa. Il 27 Gennaio, è la data scelta dalla nostra Repubblica per ricordare la Shoah, Il Giorno della Memoria. Non dimenticare è nostro dovere così come lo è comprendere, poiché ricordare solamente, non impedisce purtroppo alla storia di ripetersi. Ma l'antisemitismo non è morto con l'abbattimento dei cancelli di Auschwitz e affinché quel Mai più sia un antidoto contro l'odio, il razzismo e l'antisemitismo questa consapevolezza deve accompagnare la Memoria.
   Ogni tentativo di banalizzazione o parallelismo decontestualizzato va respinto con fermezza, poiché non aiuta la comprensione del passato né tantomeno quella del presente. La Shoah è specifica. Non solo il Giorno della Memoria ma ogni giorno è importante riflettere su cosa si stia facendo concretamente per contrastare l'antisemitismo in tutte le sue forme, sempre più insidioso e virulento. Gli ebrei non sono pezzi da museo consegnati alla Memoria, né un corpo a se stante, ma sono parte integrante della società. Sono piccoli canarini nella miniera, sono il termometro della democrazia, non sono diversi dagli altri, semplicemente vengono colpiti prima degli altri. Ancora oggi in Europa e nella nostra Milano, si viene colpiti perché ebrei, ancora oggi in Europa e nel mondo, si è trovata la formula per deumanizzarli, per appellarli cosicché le aggressioni nei loro confronti sembrino addirittura lecite. La loro fuga dall'Europa sta avvenendo nell'indifferenza generale.
   Il negazionismo della Shoah avvelena la nostra società e siamo chiamati tutti a sentirci parte in causa nella difesa della democrazia.

LA MEMORIA NON BASTA

La nuova definizione operativa di antisemitismo dell'Ihra indica la strada per la tutela della libertà individuale in difesa dei diritti umani affinché quel Mai più non rimanga parte di una Memoria museificata. Le Chaim, la Vita è una parola frequentemente utilizzata dagli ebrei, ancorati alle proprie radici, alla storia, alla Memoria ma con lo sguardo rivolto al futuro e sempre alla vita. Per non dimenticare e per andare avanti con l'immenso bagaglio che i nostri testimoni hanno lasciato con tanta sofferenza e per la vita.

Osservatorio Solomon sulle discriminazioni

(il Giornale, 24 gennaio 2021)



La sapienza dona sicurezza

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Dal capitolo 3.
  1. Figlio mio, queste cose non si allontanino mai dai tuoi occhi!
    Conserva la saggezza e la riflessione!
  2. Esse saranno vita per l'anima tua
    e un ornamento al tuo collo.
  3. Allora camminerai sicuro per la tua via
    e il tuo piede non inciamperà.
  4. Quando ti coricherai non avrai paura;
    starai a letto e il tuo sonno sarà dolce.
  5. Non avrai da temere lo spavento improvviso,
    né la rovina degli empi, quando verrà;
  6. perché il SIGNORE sarà la tua sicurezza,
    e preserverà il tuo piede da ogni insidia.
  1. Figlio mio, queste cose non si allontanino mai dai tuoi occhi!
    Conserva la saggezza e la riflessione!.

    Come già osservato sopra (3.13), il maestro si comporta come un buon propagandista. Dopo aver esposto le grandi qualità della merce (la saggezza), cerca di convincere il cliente (il discepolo) all'acquisto e all'uso del prodotto. La saggezza è un bene che non basta acquisire: essa deve essere continuamente applicata alle concrete circostanze della vita. Per questo è necessario che le cose imparate non si allontanino mai dagli occhi, perché anche i pensieri più giusti e le convinzioni più assennate possono essere dimenticate nel momento in cui sopravviene una difficoltà imprevista.
    Per saggezza qui si intende forse il bagaglio di pensieri giusti e veri che sono alla base di tutte le scelte della vita; e per riflessione la capacità di applicare con accorto discernimento quei pensieri alle concrete situazioni che in pratica si presentano. Sia l'una che l'altra devono essere conservate con cura, come beni preziosi destinati ad aumentare di valore col passar del tempo.

  2. Esse saranno vita per l'anima tua
    e un ornamento al tuo collo..

    Non si dice che saggezza e riflessione "produrranno" vita, ma che saranno vita. Condurre un'esistenza basata su pensieri, giudizi e propositi di stoltezza non è vita. La vera vita è vita eterna, basata non su umane valutazioni, ma sulla rivelazione di Dio. Gesù dice: "Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita" (Gv 8.12),
    La saggezza ricevuta da Dio non è un bene da riporre nel segreto della propria coscienza, al riparo dagli occhi altrui. Essa è un ornamento per chi la possiede: può dunque essere esposta al pubblico, nella convinzione che essa è motivo di vanto, e non di vergogna, per chi la indossa.

  3. Allora camminerai sicuro per la tua via
    e il tuo piede non inciamperà..

    In 1.33 si dice che chi ascolta la saggezza "starà al sicuro"; qui invece, al figlio che "conserva la saggezza e la riflessione" (3.21) il padre saggio promette: "camminerai sicuro". Camminare significa muoversi, fare delle scelte. Chi si sente insicuro anche quando non fa niente, si sentirà ancora meno sicuro quando agisce: la paura di sbagliare lo attanaglierà. Lo sbaglio può essere dovuto a colpa propria o al sopraggiungere di fatti imprevisti, ma in ogni caso costituisce un intoppo in cui si inciampa. Per chi cammina su sentieri di saggezza la promessa allora è consolante: "Il tuo piede non inciamperà".

  4. Quando ti coricherai non avrai paura;
    starai a letto e il tuo sonno sarà dolce..

    Il saggio viene mantenuto in una posizione di sicurezza sia quando agisce, sia quando riposa. Il sonno è un momento di ristoro, ma anche di debolezza. Fino a che la mente è occupata a cercare le soluzioni più adatte ai problemi, si può essere consolati dal pensiero di poter intervenire sulla realtà per modificarla a proprio favore; ma quando si è costretti a fermarsi, le paure allontanate si ripresentano spesso in forma ancora più spaventevole. Il sonno dolce promesso al saggio costituisce quindi un bene prezioso da afferrare con decisione e gratitudine (Sl 3.5; 4.8).

  5. Non avrai da temere lo spavento improvviso,
    né la rovina degli empi, quando verrà;.

    Alcuni traducono l'indicativo "Non avrai da temere" con l'imperativo "Non temere". Il significato non cambia. L'invito esortativo a non temere si basa sul fatto oggettivo che il saggio vive in una realtà protetta direttamente da Dio. L'empio può essere convinto di stare dominando il suo presente (Lu 12.16-19), ma se s'illude di poter dominare anche il suo futuro non può che essere uno stolto. La rovina incombe e arriverà improvvisa, su di lui personalmente (Lu 12.20), e su tutto il mondo che giace nel Maligno (1 Ts 5.3). Da questo improvviso spavento che precede e accompagna la rovina il discepolo saggio è preservato. Può dunque dormire "sonni tranquilli".

  6. perché il SIGNORE sarà la tua sicurezza,
    e preserverà il tuo piede da ogni insidia..

    La sicurezza viene dalla sapienza e la sapienza viene dal Signore. Il discepolo quindi è protetto direttamente da Dio. Ma il fatto che questa protezione viene offerta attraverso la saggezza mette in evidenza che Dio vuole proteggere i suoi con la Parola, non con i muri e le armi. Solo chi ascolta sarà protetto.
    Come nel v.23, una particolare protezione riguarda il piede. Nel primo caso si dice che "non inciamperà", perché il discepolo sarà protetto dalla sua insipiente sbadataggine. Nel secondo caso si dice che sarà preservato "da ogni insidia", perché il Signore stesso sventerà le trappole poste sul suo cammino dai nemici.

M.C.

 

Per il Covid, 2 milioni di israeliani sotto la soglia di povertà

Secondo il rapporto del National Insurance Institute il 23% della popolazione è in condizioni di criticità. Nella popolazione araba il dato sfiora il 50%. La pandemia ha colpito con maggior forza ceto medio e lavoratori autonomi. Le classi più basse hanno potuto contare sui sussidi governativi. Preoccupa il dato relativo alla disoccupazione.

 
GERUSALEMME - La pandemia di nuovo coronavirus ha colpito i redditi di una parte degli israeliani, tanto che oggi - a distanza di un anno dall'inizio dell'emergenza sanitaria mondiale - quasi 2 milioni di cittadini (su 9 milioni) vivono al di sotto della soglia ufficiale della povertà. È quanto emerge da un rapporto pubblicato in questi giorni dal National Insurance Institute, secondo cui il 23% del totale della popolazione è in una condizione di criticità e un terzo sperimenta difficoltà nella vita quotidiana.
   Prendendo in esame la sola popolazione arabo-israeliana, il dato sulla povertà arriva a sfiorare quota 50%, pari al doppio rispetto a quello relativo ai cittadini ebraici. Il limite fissato nel 2018 e utilizzato per delineare i parametri dell'inchiesta considera "poveri" i singoli cittadini che vivono con meno di 3.593 shekels e 5.750 in caso di coppie.
   Per gli esperti la pandemia di Covid-19 ha colpito non solo quanti vivevano già nella fascia più bassa della popolazione per redditi e ricchezza. A dispetto degli aiuti concessi nel periodo del coronavirus, nel 2020 il tenore di vita misurato dal reddito disponibile è diminuito del 4,4%. Di contro, negli anni precedenti era aumentato del 3/4%. L'ultima volta che si è registrato un calo simile è stato nel 2001 e ha determinato un abbassamento generale della soglia di povertà.
   A crescere è anche il dato relativo al tasso di povertà fra i lavoratori autonomi, fra i più colpiti nel mondo dalla crisi sanitaria globale. L'indice di disuguaglianza di Gini è rimasto pressoché invariato dal 2019, dopo un aumento dello 0,5% tra il 2018 e il 2019.
   Tuttavia, i provvedimenti messi in campo dal governo hanno permesso di arginare l'impatto del Covid-19 limitando problemi e criticità. Data la forza della crisi economica generata dalla pandemia di coronavirus, infatti, l'aumento dell'incidenza della povertà secondo i dati è "moderato".
   Il National Insurance Institute conclude il suo rapporto affermando che le conseguenze economiche della pandemia di coronavirus continueranno oltre il 2020. In questo contesto di continua crisi, il contenimento del danno sociale ed economico dipenderanno dalla prontezza dei responsabili politici a fornire una sostanziale rete di sicurezza. A questo si unisce la necessità di misure che favoriscano il ritorno nel mercato del lavoro, a fronte di un livello record del tasso di disoccupazione con oltre un milione di persone costrette a casa entro la fine di febbraio (8,6% del totale, ma il rischio è di raggiungere quota 11,6%).

(AsiaNews, 23 gennaio 2021)


Covid-19: l'Occidente e Israele aprono ai vaccini russi

In note pregresse abbiamo scritto della guerra dei vaccini che impazza nel mondo. Guerra silenziosa, che vede in gioco interessi enormi, sia politici che finanziari, combattuta senza l'uso di armi convenzionali, ma che fa ugualmente morti e feriti, dato che nuoce al contrasto della pandemia.
Una guerra con vincitori e vinti, con Pfizer-BionTech e Moderna sugli scudi e i vaccini russi e britannici nella polvere.

 Pfizer e Moderna: tutto oro ciò che luccica?
  Alla geometrica efficacia dei primi è stata contrapposta l'incertezza dei secondi, che, quindi, finora sono stati esclusi dai ricchi mercati occidentali, monopolizzati dalle Case farmaceutiche Usa (e tedesche).
Di per sé non ci sarebbe nulla di male, se tutto fosse come si racconta. Ma tante criticità emerse sui vaccini vincitori fanno sorgere dubbi.
Abbiamo riferito come il vaccino Pfizer fosse finito sotto osservazione in Norvegia dopo il decesso di 23 persone. Persone estremamente fragili, come hanno sottolineato le autorità sanitarie del Paese, le quali, però, hanno iniziato a interrogarsi sulla possibilità di evitare la vaccinazione a tali fasce di persone.
Un dubbio che si è insinuato anche nell'Unione europea, almeno a stare alle dichiarazioni raccolte da Bloomberg, nelle quali si suggeriva di monitorare con attenzione la vaccinazione diretta alle fasce di popolazione di cui sopra.
A tutto ciò si è aggiunto il giallo delle perplessità suscitate in seno all'Agenzia europea del farmaco dal vaccino Pfizer, emerse da alcune e-mail trafugate all'Agenzia stessa e riportate dall'autorevole quotidiano francese Le Monde.
Perplessità alle quali si deve aggiungere quanto avvenuto in California, dove la somministrazione del vaccino Moderna - basato anch'esso, come quello Pfizer, sull'Rna messaggero - è stato sospeso a causa di conseguenze impreviste.

 Il vaccino dello zar e lo zar del vaccino
  A suscitare perplessità anche le dichiarazioni dello zar antivirus d'Israele, il dottor Ronni Gamzu, il quale ha detto che la prima dose del vaccino Pfizer è meno efficace di quanto dichiarato dalla Casa farmaceutica, cioè non il 50% ma il 33%.
Fonte più che autorevole e dichiarazione che suscita ovvi dubbi anche sull'efficacia della seconda somministrazione, anche se sul punto pare siano usciti dati più rassicuranti.
A tentare di porre rimedio alla voce dal sen fuggita dello zar in questione è stato il ministero della Salute israeliano, che ha parlato di un'estrapolazione indebita delle sue parole, dato che al momento è impossibile monitorare la reale efficacia della prima dose (Times of Israel).
Possibile, ma sembra più un'affrettata copertura di una gaffe che altro, dato che lo zar ha dato cifre e percentuali, frutto di un qualche studio. E gli studi in Israele li sanno fare.
Il punto è che è ovvio che si tenda a evitare nuovi allarmi, in un contesto più che allarmato. Ma le pregresse certezze delle autorità sanitarie e politiche d'Occidente sembrano essersi incrinate, come sembra dimostrare la nuova attenzione riservata ai finora negletti vaccini russi.

 Ue e Israele, aperture parallele
  Di ieri l'apertura della Merkel, che ha dichiarato che, se l'Agenzia del farmaco europeo darà l'ok, si potrà parlare con Mosca "di accordi sulla produzione e anche sull'uso" del loro vaccino.
Apertura analoga e contemporanea in Israele: Mosca e Tel Aviv hanno, infatti, aperto un dialogo sulla possibilità di una partnership per la "produzione congiunta di vaccini" (Haaretz).
Possibile spiegazione di tali aperture è che si intenda porre rimedio a errori precedenti senza destare allarmi. Non si hanno invece notizie certe sul vaccino di Oxford (che poi è nato da una ricerca italiana), dato che l'Ema ancora tentenna.
È ovvio che lo sviluppo dei vaccini in questa emergenza globale sia stato condotto sotto immani pressioni, da cui possibili forzature. Resta, però, la perplessità sull'informazione sottesa a questa corsa forzata, in particolare il discredito riservato ai vaccini russi e britannici (e quelli cinesi?).
Una disparità di trattamento che sembra discendere più da ragioni geopolitiche e da interessi economici che da dati reali, come sembrano indicare le aperture postume.
Ed è evidente che i vaccini finora snobbati erano più efficaci di quanto sostenevano i più o meno interessati o distratti detrattori. I dati ora sono disponibili a tutti, dato che tali vaccini sono stati acquistati e distribuiti da vari Paesi che non potevano permettersi i più costosi vaccini americani.

 Le fiamme di Astrazeneca e l'Ivermectina
  Nel frattempo, da registrare due notizie provenienti dalla Gran Bretagna. La prima indiretta e riguarda il vaccino di Oxford, prodotto da Astrazeneca. Un destino infausto grava su tale impresa, come dimostra l'incendio che ha divorato la sua fabbrica in India, la più grande del mondo nel settore dei vaccini.
Cinque i morti, anche se fortunatamente la produzione del vaccino anti-Covid-19 è salva. Ma certo le fiamme indiane non aiutano.
In secondo luogo, uno studio britannico ha rivelato l'esistenza di un farmaco che sembra abbia certa efficacia contro il Covid-19. Scoperta che ricorda, peraltro, come in tempi di esaltazione per i vaccini si sia un po' dimenticata l'importanza di cercare cure per la patologia, pure importanti e sulle quali non si è investito in maniera analoga e in parallelo.
Si tratta dell'Ivermectina, già utilizzata contro altri virus. Una scoperta italiana, e fin dall'aprile scorso (quasi a inizio pandemia) il Consiglio nazionale delle Ricerche ne riferiva le potenzialità contro il Covid-19. Annuncio che cadde nel vuoto. Oblio che si aggiunge ai tanti misteri dolorosi di questa pandemia.

(piccole note, 23 gennaio 2021)


Trump ha autorizzato la vendita di F-35 e Reaper agli Emirati Arabi Uniti

Poche ore prima di lasciare la Casa Bianca, il 20 gennaio, Donald Trump ha autorizzato la vendita agli Emirati Arabi Uniti di una fornitura militare il cui valore è stimato in oltre 23 miliardi di dollari che include 50 cacciabombardieri di 5a generazione Lockheed Martin F-35A (10,4 miliardi) e 18 droni armati General Atomics MQ9 Reaper (3 miliardi) con un ampio pacchetto di supporto logistico, addestramento e armamento (10 miliardi).
   Lo ha riferito la Reuters citando fonti ben informate secondo le quali i documenti sono stati firmati poco prima del giuramento da presidente di Joe Biden che aveva ipotizzato di rivedere tale intesa con Abu Dhabi alla luce della necessità di garantire a Israele la superiorità militare nei confronti dei paesi della regione mediorientale.
   In realtà l'ostacolo diplomatico risulterebbe superato dalla disponibilità israeliana ad accettare la fornitura di armi così avanzate agli Emirati dopo che lo stesso Trump era stato l'artefice della riapertura dei rapporti ufficiali tra Gerusalemme e Abiu Dhabi, con la firma lo scorso 15 settembre degli Accordi di Abramo, cementata dalla comune necessità di fronteggiare l'Iran.
   Nel novembre scorso il segretario di Stato Mike Pompeo e la Defense Security Cooperation Agency avevano confermato la notizia della commessa da oltre 23 miliardi di dollari in armi agli Emirati con l'obiettivo di aiutarli a contenere la minaccia iraniana ed era trapelata la disponibilità di Gerusalemme ad accogliere positivamente la consegna degli F-35A alle forze aeree emiratine tenuto anche conto del fatto che i velivoli avrebbero avuto una sofisticazione elettronica inferiore a quella assicurata ai velivoli dello stesso tipo statunitensi e israeliani.
   Se il contratto non dovesse incontrare ostacoli le consegne dei primi F-35 sono previste nel 2027 mentre più rapide sarebbero invece le consegne dei Reaper.
   L'acquisizione di questi velivoli offrirebbe alle forze aeree emiratine un considerevole potenziamento rispetto ai velivoli da combattimento attualmente in servizio: Mirage 2000, F-16E/F e droni armati cinesi CAIG Wing Loong II.

(Analisi Difesa, 23 gennaio 2021)


Emanuele Filiberto rinnega il bisnonno. «Le leggi razziali dei Savoia una vergogna»

L'ultimo erede dell'ex casa reale scrive alla comunità ebraica: «È tempo di fare i conti con la storia, chiedo perdono a nome della mia famiglia»

di Riccardo Jannello

GIORNO DELLA MEMORIA
La missiva letta in tv: È una ferita aperta, un'ombra indelebile per il nostro Paese
Il IL 16 OTTOBRE 1943
II sovrano non ebbe «la forza di opporsi al rastrellamento del Ghetto di Roma

Emanuele Filiberto di Savoia
ROMA - Li chiama Fratelli più volte. E chiede loro perdono. Emanuele Filiberto di Savoia, principe di Venezia, nipote di Umberto II il re di maggio, abiura le leggi razziali di Mussolini promulgate in varie fasi dal bisnonno Vittorio Emanuele Ill negli ultimi mesi del 1938 e lo fa con una lettera alle Comunità Ebraiche d'Italia letta, da uomo di spettacolo, ieri sera al Tg5 alla vigilia del Giorno della Memoria.
   «Ho deciso questo passo - spiega Emanuele Filiberto nella missiva - per me doveroso, perché la memoria di quanto accaduto resti viva, perché il ricordo sia sempre presente. Condanno le leggi razziali del 1938, di cui ancor oggi sento tutto il peso sulle mie spalle e con me tutta la Real Casa di Savoia, e dichiaro solennemente che non ci riconosciamo in ciò che fece re Vittorio Emanuele III: una firma sofferta, dalla quale ci dissociamo fermamente, un documento inaccettabile, un'ombra indelebile per la mia Famiglia, una ferita ancora aperta per l'Italia intera».
   Il giovane Savoia - che di recente è diventato ristoratore in California dopo avere partecipato a numerosi spettacoli in tv e avere cantato a Sanremo - piange i sei milioni di ebrei europei «morti per mano della follia nazi-fascista, di cui 7500 nostri fratelli italiani. È nel loro rispetto che desidero oggi chiedere ufficialmente e solennemente perdono a nome di tutta la mia Famiglia». Che ha avuto una vittima nei campi di concentramento, Mafalda, figlia proprio di Vittorio Emanuele III, morta a Buchenwald 1'8 agosto 1944. Emanuele Filiberto ricorda anche l'altra figlia del sovrano, Maria Francesca, internata in un campo in Germania e liberata dagli anglo-americani nel 1945.
   Una lettera «scritta a cuore aperto, non facile, che può stupirvi e che probabilmente non vi aspettavate», afferma ancora Emanuele Filiberto, che esprime il desiderio «sinceramente sentito e voluto, che indirizzo a tutta la Comunità italiana, che siano riannodati quei fili malauguratamente spezzati, perché sia un primo passo verso quel dialogo che oggi desidero riprendere e seguire personalmente. Con tutta la mia sincera fratellanza». Ricordando l'errore del bisnonno, Emanuele Filiberto cerca però in qualche modo di giustificarlo per una firma al quale sarebbe stato costretto dal Duce e ricorda la visita del 1904 alla Sinagoga di Roma e di come il re avesse in grande rispetto gli ebrei italiani che avevano combattuto nella Grande Guerra e quelli che lavoravano per la Patria, come il suo stesso maggiordomo.
   E, andando ancora più indietro, ha segnalato come lo Statuto di Carlo Alberto (1848) permettesse agli ebrei italiani gli stessi diritti degli altri. Ma la firma sulle leggi razziali aveva annullato tutte queste buone intenzioni nei confronti della comunità ebraica italiana. E quello che avvenne il 16 ottobre 1943 nel Ghetto di Roma con la deportazione di massa fu il culmine di quell'atto senz'altro fortemente voluto da Mussolini spinto da Hitler, ma al quale il sovrano non era riuscito a opporsi.
   Le prime parole di riavvicinamento fra i Savoia e gli ebrei erano state quelle blande del padre di Emanuele Filiberto, Vittorio Emanuele, al rientro in Italia dall'esilio il 20 novembre 2002. In quella occasione i Savoia parlarono delle leggi razziali come «vergogna dell'Italia» senza sottolineare il ruolo della Casa regnante, e furono quindi contestati da una parte dell'opinione pubblica. Diciannove anni dopo si potrebbe chiudere quella ferita. «Emanuele Filiberto si è limitato a dire quello che già io avevo dichiarato nel 2002», ha commentato con sarcasmo Amedeo d'Aosta, che con i cugini non ha certo un buon rapporto.
   
(Nazione-Carlino-Giorno, 23 gennaio 2021)


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Così 47mila ebrei d'Italia persero di colpo tutti i diritti

Vittorio Emanuele III sottoscrisse le norme razziali e appoggiò l'alleanza con Hitler

di Giordano Bruno Guerri

Quando in Italia vennero promulgate le leggi razziali, nell'estate del 1938, Vittorio Emanuele di Savoia era un bellissimo bambino biondo di un anno e mezzo, che il principe Umberto esibiva orgogliosamente come futuro re d'Italia e imperatore d'Etiopia. Non lo sarebbe mai diventato, per nostra fortuna, viste le poco brillanti prove regali che ha dato di sé nel corso della vita. Né lo sarebbe diventato suo figlio Emanuele Filiberto, noto più per le sue attitudini mondane e televisive che per le idee.
   Tuttavia a nessuno dei due si può imputare alcuna colpa per quanto fece il loro nonno e bisnonno, Vittorio Emanuele III, re vittorioso nella Prima guerra mondiale, poi responsabile di avere affidato il governo a Mussolini nel 1922 e di avere sottoscritto tutte le leggi del fascismo, quelle razziali comprese, nonché l'entrata in guerra al fianco di Hitler. Per non dire dell'obbrobrioso 8 settembre del 1943, con la fuga da Roma.
   In conseguenza dei provvedimenti razziali, i 47.000 ebrei italiani persero quasi tutti i diritti civili, il lavoro, i beni, la scuola. Poi vennero le deportazioni nei campi di sterminio nazisti. Di tutto ciò Emanuele Filiberto è innocente, e anzi ha subito per decenni un sopruso dettato nientemeno che dalla nostra Costituzione (la più bella del mondo...), là dove era scritto che «Agli eredi di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale». Punizioni del genere si leggono spesso nell'Antico testamento, ma i sacerdoti depistano saggiamente l'attenzione dei fedeli da quei passi. Soltanto nel 2002 fu consentito ai Savoia il ritorno in Italia, grazie a un civile provvedimento del Berlusconi II.
   Ogni tanto Vittorio Emanuele si fa vivo con noi mancati sudditi, in genere nei periodi di grave crisi politica, per ricordare che in fondo il sistema monarchico non era così male e che la sua famiglia sarebbe pronta a riaccomodarsi sul trono. E un periodo di grave crisi politica anche questo, ma ora non voglio pensare male pure di suo figlio: mica per non fare peccato, perché sarebbe di cattivo gusto di fronte a una lettera limpida e ferma come quella che il mancato re e imperatore ha scritto alla comunità ebraica: alla quale «desidero oggi chiedere ufficialmente e solennemente perdono a nome di tutta la mia Famiglia. (...) Condanno le leggi razziali del 1938, di cui ancor oggi sento tutto il peso sulle mie spalle e con me tutta la Real Casa di Savoia e dichiaro solennemente che non ci riconosciamo in ciò che fece Re Vittorio Emanuele III: una firma sofferta, dalla quale ci dissociamo fermamente, un documento inaccettabile, un'ombra indelebile per la mia Famiglia, una ferita ancora aperta per l'Italia intera».
   «Chiedo perdono, ma non mi aspetto il perdono», ha dichiarato poi, ieri sera, in un'intervista al Tg5. Infatti i Savoia non lo avranno, quel perdono, tanto meno dalla comunità ebraica. Avrebbe dovuto chiederlo il suo bisnonno, nei quattro anni che sopravvisse alla caduta del fascismo, e non lo fece. E avrebbero dovuto chiederlo il nonno Umberto II e il padre. Che comunque non l'avrebbero ottenuto. Gli ebrei italiani pagarono con lutti e sofferenze troppo grandi e ingiustificati perché li si possa cancellare, e il riconoscimento di una simile colpa non cancella il passato, come non lo cancellarono le richieste di perdono di Giovanni Paolo II agli ebrei e a tutti i perseguitati dalla Chiesa, per secoli e secoli.
   
(il Giornale, 23 gennaio 2021)


Le buone eredità lasciate da Donald Trump in Medio Oriente

Cosa lascia Donald Trump in Medio Oriente? Quale eredità lascia a chi gli succede e ai leader politici mediorientali?
Anche se non sono un trumpista lasciatemi dire che Donald Trump ha sconvolto in meglio la politica mediorientale. Ha rotto tabù, come quello palestinese, inimmaginabili fino a pochi anni fa.
Pochi giorni fa avevo scritto la parte critica sull'operato di The Donald soffermandomi però in particolare sulle conseguenze per Israele e criticandolo per non aver affondato il coltello quando era ora.
Oggi invece vorrei allargare gli orizzonti oltre i confini israeliani e fare un ragionamento più regionale, partendo dal fatto che a mio avviso la politica di Trump per il Medio Oriente era basata su un orizzonte temporale di otto anni e non di quattro....

(FrancoLondei, 23 gennaio 2021)


Scontri tra polizia e ortodossi sui confinamenti

GERUSALEMME - Almeno sei persone sono state arrestate in violenti scontri avvenuti l'altra notte tra polizia e gruppi di haredim (ebrei ortodossi) nella cittadina di Beni Brak, non lontano da Tel Aviv. I gruppi di religiosi stavano dimostrando in opposizione alle restrizioni previste dall'attuale lockdown nella cittadina dove la popolazione è a maggioranza ebrea ortodossa e dove sono alte allo stato attuale le percentuali di positività.
   Gli scontri - in cui sono stati feriti anche agenti di polizia - sono stati «condannati» da esponenti dell'intero arco politico israeliano. Intanto, scendono i casi: secondo il ministero della Sanità, nelle ultime 24 ore, sono stati 7.099 rispetto agli oltre 10mila dei giorni scorsi. E stato raggiunto anche il nuovo record della campagna vaccinale: giovedì ha registrato ben 224mila immunizzati su un totale di 2 milioni e mezzo di vaccinati.

(Avvenire, 23 gennaio 2021)


Patti di Abramo a rischio. E ora torna in gioco l'Iran

Biden si dice «sionista». Ma resta il dubbio

di Fiamma Nirenstein

Alla fine in Medio Oriente il nome del gioco per John Biden si scrive con la maiuscola: Iran. In movimento, c'è un grande, bellissimo nuovo gioco che si chiama «Patti di Abramo», ma ce n'è uno vecchio e difficile che Biden ha promesso di affrontare di nuovo. Non è in ballo Israele, ma una collana di Paesi che rifiutano l'arma nucleare, i missili balistici, le molteplici attività belliche e terroristiche iraniane nella zona: Biden sa bene che alcuni Stati musulmani e in genere sunniti alleati degli Usa hanno costruito un inusitato, nuovissimo rapporto di pace con Israele, ma non soltanto. Sono grandi gruppi etnici come i curdi, masse di diseredati in Siria, in Libia, in Yemen. Dalla parte opposta, i palestinesi si aspettano una spinta fondamentale da Biden perchè la loro palla torni a correre sul campo, e l'Iran è loro amico.
   E' un intero sistema di potere e di forza scardinato da Trump che chiede di essere reinstaurato, e sarebbe un disastro. Ma Biden non è Obama, anche se il suo primo scopo è negare vigorosamente le politiche di Trump. Chi è il nuovo presidente? Biden si definisce «un sionista», ha incontrato tutti i primi ministri Israeliani, a Bibi ha detto: «Non siamo d'accordo, ma ti voglio bene». Come vice di Obama non ha mai obiettato però alle sue fallimentari politiche mediorientali: in Egitto a favore della Fratellanza Musulmana; il ritiro delle forze in Iraq; l'abbandono della Siria; l'insistenza su un accordo coi Palestinesi che non hanno mai voluto la mozione antisraeliana all'Onu sostenuta dagli Usa nel 2016 e soprattutto l'accordo del 2015 con l'Iran, il Jcpoa. Biden può essere equilibrato ma certo terrà conto che nella sua «costituency» è presente il rifiuto della politica di Trump cosi filoisraeliana. I suoi nominati sono quasi tutti obamiani d.o.c, «ma con juicio»: il segretario di Stato Anthony Blinken ha detto che sì, Gerusalemme è la capitale di Israele e che intende conservarvi l'ambasciata; che lui e il presidente sono contro il boicottaggio Bds; che «gli USA hanno la responsabilità di fare tutto ciò che si può per prevenire l'Iran dall'acquisire o creare armi o preparare sorprese». Gli Usa vogliono ricostruire il Jcpoa, ma «ci vorrà molto tempo».
   I Patti di Abramo hanno rotto lo schema: quattro Paesi musulmani hanno già firmato la pace, e ora essa è affidata alle cure di Biden. Richiamare i palestinesi nel ruolo di giudici e di interlocutori, richiederebbe da Abu Mazen un abbandono dell'estremismo e del terrorismo che per ora non è all'orizzonte. Il gioco è vasto, se gli Usa non lo giocano come si deve il Medio Oriente può di nuovo diventare una pentola ribollente da cui la gente fugge impaurita verso l'Europa, come ha fatto dalla Siria e dalla Libia. Altrimenti, i palestinesi possono diventar parte della nuova pace.

(il Giornale, 22 gennaio 2021)


Non tutto Trump è da buttare

Cina, ambasciata a Gerusalemme, Iran. Quel che di Trump resta in Biden. Blinken indica dove la prossima politica estera combacia con quella trumpiana.

di Paola Peduzzi

Consigliere di Biden già ai tempi della vicepresidenza, establishment democratico purissimo, Blinken ha detto durante l'audizione di conferma al Senato di essere d'accordo sul fatto che Pechino abbia ingannato il resto del mondo sul coronavirus e sul fatto che stia commettendo un genocidio contro gli uiguri e altre minoranze etniche. "Penso che il presidente Trump abbia fatto bene ad adottare un approccio più duro nei confronti della Cina - ha detto Blinken - Non concordo con molti dei modi utilizzati".
   Blinken ha difeso l'accordo nucleare con l'Iran cui aveva contribuito durante l'Amministrazione Obama, ma ha spiegato che la Repubblica islamica deve mostrare chiaramente di voler rispettare i termini dell'accordo, cioè rinunciare alla costruzione dell'arma nucleare. "Useremo questo accordo come piattaforma con i nostri alleati, che saranno dalla stessa nostra parte, per cercare un patto più lungo e più solido", ha detto Blinken, confermando così l'obiettivo di limitare il programma missilistico iraniano e il sostegno di Teheran ai gruppi terroristici alleati in medio oriente - lo stesso obiettivo dell'Amministrazione Trump. "Ma siamo ancora molto distanti" da questo punto, ha detto Blinken, rifiutando la pretesa iraniana di veder alleggerire le sanzioni prima di tornare all'accordo e al negoziato. Tra gli alleati da consultare c'è Israele e ci sono i paesi del Golfo: "E' di vitale importanza" consultarli su qualsiasi passo da fare con l'Iran.
   Blinken si augura che israeliani e palestinesi tornino a dialogare e negoziare sul progetto di "due popoli due stati", ma è molto scettico sulla possibilità che il rilancio possa avvenire in breve tempo: ha chiesto che siano evitate azioni unilaterali che rischiano soltanto di ridurre a zero le chance di una trattativa, e ha fatto riferimento alla necessità di "azioni che costruiscano fiducia" tra le parti - fiducia è la parola chiave dell'approccio restauratore dell'Amministrazione Biden. Blinken ha detto di voler anche cementare gli accordi di Abramo che stanno normalizzando i rapporti di Israele con Bahrein ed Emirati arabi uniti, un altro pilastro della politica estera di Trump. Il senatore texano Ted Cruz, uno degli otto che non hanno votato per la certificazione dell'elezione di Biden la notte dopo l'insurrezione al Congresso, ha chiesto a Blinken: "Lei concorda sul fatto che Gerusalemme sia la capitale di Israele e impegna gli Stati Uniti a mantenere l'ambasciata a Gerusalemme?". Risposta di Blinken: "Sì e sì".
    Nel nuovo corso, gli Stati Uniti smetteranno di vendere armi e sostenere l'Arabia Saudita nella guerra in Yemen e gli Houthi, avversari dei sauditi sostenuti dall'Iran (lo Yemen è uno dei terreni su cui si scontrano direttamente le due potenze, probabilmente il più martoriato), saranno tolti "immediatamente" dalla lista delle organizzazioni terroristiche in cui erano stati inseriti dall'Amministrazione Trump solo qualche giorno fa, uno dei blitz di fine mandato dell'incendiario Mike Pompeo. In questa decisione, Blinken ha citato "una grande preoccupazione" per quel che riguarda la situazione umanitaria - si è parlato molto di leader e poco di popoli, nelle quattro ore di audizione, questa è stata una rara e importante eccezione.
    Blinken vuole anche estendere il trattato New Start sulle armi nucleari alla Russia, cosa che Trump non voleva fare; vuole rivedere con gli alleati la strategia con la Corea del nord, "la situazione non è migliorata, anzi è peggiorata", dopo il grande abbraccio di Trump a Kim Jong Un; non vuole negoziare con il dittatore venezuelano Nicolàs Maduro, ancora al suo posto e violentissimo nonostante le pressioni americane.
    Molto bello è stato il botta e risposta con il senatore repubblicano Lindsey Graham, un trumpiano, che ha poi detto di essere favorevole alla conferma di Blinken come segretario di stato: nell'audizione, Blinken aveva ben presente il fatto di dover ottenere l'appoggio dei repubblicani e molti hanno visto nelle sue risposte parecchio opportunismo, ma questo è il modo con cui vuole operare l'Amministrazione Biden al Congresso (sul metodo e nel merito i democratici più radicali hanno già le mani nei capelli). Lo scambio comunque è questo, le domande sono di Graham.
    L'Iran è il più grande stato sponsor del terrorismo?. Blinken: "Si".
    Israele è uno stato razzista? "No".
    Qualsivoglia accordo con i talebani in Afghanistan deve essere sottoposto a delle condizioni? "Assolutamente".
    La persecuzione degli uiguri da parte della Cina è un genocidio? "Il mio giudizio è questo". Cosa direbbe alle persone in arrivo al confine americano, la cosiddetta carovana in marcia dagli stati del sud? "Direi: non venite".
   
(Il Foglio, 22 gennaio 2021)


Il tocco americano sul voto in Israele: contro Bibi arriva il Lincoln project

Sa'ar vuole trasformare le elezioni in una lotta esistenziale tra conservatori. Ha chiamato i migliori, ma il premier non è Trump.

di Micol Flammini

La campagna elettorale per le elezioni che si terranno in Israele il 23 marzo - si vota per la quarta volta in poco meno di due anni - è un remake molto ambizioso di una sfida che abbiamo già visto animarsi negli Stati Uniti qualche mese fa. E non per similitudini tra i candidati, ma perché i due sfidanti in Israele hanno deciso di correre per questa elezione con un aiuto americano. Il leader di Nuova speranza, Gideon Sa'ar, ha reclutato i fondatori del Lincoln project, il gruppo creato da repubblicani antitrumpiani che hanno organizzato una campagna elettorale ironica e devastante contro l'ex presidente. Benjamin Netanyahu invece ha chiamato Aaron Klein, l'ex capo dell'ufficio Breitbart di Gerusalemme e collaboratore di Steve Bannon durante la campagna di Trump nel 2016. La Knesset, il parlamento israeliano, è stato dissolto a fine dicembre. A lasciar venire giù un governo pieno di discordie è stato il vicepremier e ministro della Difesa Benny Gantz che, dopo aver rappresentato per tre tornate elettorali il rivale numero uno di Netanyahu, questa volta avrà una parte marginale. Per le elezioni di marzo, lo sfidante di Bibi sarà Sa'ar, che rispetto a Gantz, ha un obiettivo in più. Non vuole soltanto diventare premier, ma vuole strappare a Netanyahu il Likud, il partito, che fino a pochi mesi fa era anche il suo.
   Sa'ar ha abbandonato il Likud in polemica con la leadership di Netanyahu e anche con le sue politiche, giudicate troppo centriste per una parte del Likud. Nuova speranza, il partito di Sa'ar fondato poco prima che la Knesset fosse dissolta, vuole essere un'alternativa conservatrice al Likud e per togliere elettori a Netanyahu ha deciso di ingaggiare i migliori, i più esperti nelle lotte partitiche fratricide. Il Lincoln project è fatto da repubblicani che volevano liberarsi di Trump, "siamo conservatori", rivendicavano, e accusavano l'ex presidente di avere fatto a brandelli la tradizione del partito, fatta di rigore e di responsabilità morali. Sa'ar ha visto in quel progetto il suo e cosi ha invitato Steve Schmidt, Rick Wilson, Stuart Stevens e Reed Galen in Israele. Vuole spingere gli elettori del Likud lontano da Netanyahu, ma l'operazione non è semplice perché Netanyahu non è Donald Trump e, per quanto sia riuscito a mangiarsi il Likud, che esiste solo in quanto riflesso del suo leader, non ne ha tradito i principi o i valori. Netanyahu è un personaggio controverso, incriminato per corruzione, la sua sopravvivenza legale è legata a quella politica. Ma Netanyahu, premier dal 2009, ha anche determinato le sorti della sua nazione in modo positivo in termini di sicurezza e di crescita economica. Se all'inizio della pandemia, la sua gestione non era stata delle migliori è stato però in grado di organizzare la miglior campagna di vaccinazione al mondo. Già il venti per cento degli israeliani è stato vaccinato e Netanyahu vanta anche il sostegno di Albert Bourla, ceo di Pfizer, nato a Salonicco e di origine ebraica. Tra i due c'è un ottimo rapporto: "Mi ha detto che tiene in grande considerazione lo sviluppo delle relazioni tra la Grecia e Israele, che ho guidato negli ultimi anni", ha detto il premier.
   Netanyahu corre veloce, finora ha messo a terra tutti i suoi avversari, e lo ha fatto anche accumulando conquiste importanti, da ultimo gli accordi di pace impensabili tra Israele e alcuni paesi arabi. Anche con un'arma come il Lincoln project dalla sua, per Sa'ar sarà difficile spogliare Netanyahu di tutti i suoi risultati. Tanto più che il premier ha deciso di giocare alla pari e di usare i metodi di Breitbart.
   C'è un po' d'America in questa campagna elettorale israeliana che si porta dietro gli echi e i toni delle lotte esistenziali dentro a un partito e i riverberi internazionali del trumpismo. Gli effetti del Lincoln project ancora non si vedono, il gruppo deve prima adattarsi alla realtà di Israele, ma intanto i sondaggi dicono la loro: 15 seggi a Nuova speranza, 30 al Likud.
   
(Il Foglio, 22 gennaio 2021)


In Israele le mandrie sono guidate dai droni

di Simone Porrovecchio

Il mercato globale dell'allevamento di bovini, stimato intorno ai 987 milioni di capi di bestiame (dati 2020), ha urgente bisogno di ridurre i costi di gestione, soprattutto nei Paesi più poveri. Sulle alture del Golan la startup israeliana BeeFree Agro ha messo in campo Joe, un drone dotato di quattro motori elettrici e software controllato da una app, che permette di scansionare il territorio e, sulla base delle mappature realizzate, indirizzare le mandrie sui percorsi prescelti. Joe può arrivare a spostare fino a mille mucche.
Quando il drone si avvicina a una mandria, gli animali rispondono allontanandosi e quindi questo riesce a spingerli nella direzione voluta» spiega Noam Azran, allevatore dell'Alta Galilea e ceo di BeeFree Agro. «Il bestiame non vede differenze tra un cane pastore, un cowboy o un drone. I nostri droni, inoltre, emettono suoni modulati, tali da non spaventare e innervosire gli animali, ma in grado di rendere la conduzione delle mandrie ancora più precisa. Le telecamere poi trasmettono agli allevatori video in diretta degli spostamenti».
Dopo Israele, il prossimo mercato sarà il Texas, che ospita il 10 per cento del bestiame degli Stati Uniti. BeeFree mira ad avere tra i 10 e i 20 programmi nel mondo entro la fine del 2021.

(la Repubblica - il venerdì, 22 gennaio 2021)


Fatah e Hamas, elezioni a maggio. Sul voto pesa la diffidenza reciproca

Tanti dubbi: Abu Mazen ha 85 anni, l'Anp cerca un nuovo leader

di Roberta Zunini

Dopo aver sopportato annose lotte politiche intestine, i palestinesi sono scettici sull'utilità e la trasparenza delle elezioni parlamentari e presidenziali che dovrebbero tenersi nei Territori Palestinesi Occupati (Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est) rispettivamente il 22 maggio e il 31 luglio. Il condizionale è d'obbligo visto che ai palestinesi è stato di fatto impedito di votare da ben 15 anni. Ovvero dalle elezioni del 2006 quando nella Striscia di Gaza vinse per la prima volta il movimento islamista Hamas (bollato di terrorismo dalla maggior parte delle nazioni) e il partito Fatah, al potere da decenni in tutti i distretti dei Territori, non accettò il risultato. L'anno successivo Fatah tentò una guerra lampo per riprendersi la Striscia, ma non ci riuscì consegnandola definitivamente agli oscurantisti di Allah. Da allora, nonostante alcuni tentativi mediati soprattutto dall'Egitto e dalla Turchia, la frattura tra Fatah e Hamas non si è più ricomposta. L'anziano e malato presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese Mahmoud Abbas, meglio conosciuto come Abu Mazen, venerdi scorso ha affermato che "le consultazioni si terranno durante l'anno"nel tentativo di sanare le divisioni di vecchia data con Hamas che ha accolto favorevolmente la decisione. In realtà l'annuncio del ritorno alle urne è letto dagli analisti come un gesto di Fatah e dell'Olp teso a compiacere il presidente degli Stati Uniti Joe Biden con il quale i palestinesi vogliono ripristinare i rapporti dopo quello, inesistente a tutti gli effetti, con Donald Trump. Ma un sondaggio di dicembre del Palestinian Center for Policy and Survey Research ha rilevato che il 52% dei palestinesi pensa che le elezioni tenute nelle condizioni attuali non sarebbero eque e libere. Il 76% dei palestinesi intervistati inoltre pensa che se vincerà Hamas, Fatah non accetterà il responso delle urne mentre il 58% è convinto che non lo farà Hamas qualora vincesse Fatah.
   "Abbiamo fatto un passo importante, ma abbiamo ancora molta strada da fare", ha detto il politologo Hani al-Masri, da Ramallah. "Restano grandi ostacoli e se non vengono superati questi, l'intera operazione è destinata a fallire". Non è ancora chiaro quale procedura verrà messa in atto per garantire elezioni libere, se parteciperanno osservatori internazionali e se Abbas, a 85 anni, si ricandiderà.

(il Fatto Quotidiano, 22 gennaio 2021)


Presentato ad Israele il nuovo piano per il rilancio del turismo

Il ministro del Turismo israeliano Orit Farkash-Hacohen ha presentato il piano per far ripartire il settore, ha riferito l'ufficio stampa del dicastero.

Stando alle parole del ministro, la ripresa dei collegamenti aerei per i turisti stranieri dovrà basarsi sulle decisioni della creazione di un "turismo a capsule" (ovvero la suddivisione dei viaggiatori in gruppi) e la necessità di fornire il "passaporto verde", un certificato di guarigione o un test di negatività al coronavirus prima dell'imbarco.
Gli hotel (finora soltanto per israeliani) saranno in funzione per i turisti provenienti dall'estero, a condizione, tuttavia, che non vi siano buffet e pranzi comuni durante la permanenza.
Il ministro ha anche proposto l'apertura immediata di ristoranti e bar con capienza al 50% all'interno del locale, o capienza completa in spazi aperti. Si teorizza che all'entrata sarà necessario fornire il "passaporto verde", il certificato di guarigione o il test di negatività al coronavirus.
Con molta probabilità, tutto questo sarà necessario anche per visitare le attrazioni turistiche. L'ingresso degli ospiti nei parchi nazionali sarà consentito secondo le regole di comportamento all'aria aperta.
"Ad oggi, il 25% dei cittadini israeliani ha ricevuto il vaccino. I risultati della ricerca ci permettono finalmente di iniziare a pianificare la ripresa del turismo internazionale", ha commentato Vladimir Shkylar, direttore di dipartimento del ministero del Turismo di Israele in Russia e nei Paesi Csi.
Al momento Israele risulta essere il primo Paese al mondo per numero di vaccinati, con già il 25% della popolazione che ha già ricevuto il vaccino contro il Covid.

(Sputnik Italia, 22 gennaio 2021)


Gli ebrei britannici hanno paura di dichiarare la propria fede

Cresce l'antisemitismo nel Regno Unito: il 45% guarda agli israeliti con sospetto

di Caterina Belloni

In Gran Bretagna circa la metà degli ebrei preferisce non mostrare pubblicamente la fede in cui crede. Niente copricapo tradizionale o stella di Davide, insomma, per evitare problemi. E come si potrebbe dargli torto, considerati i risultati di un'indagine appena condotta da Yougov e dal King's College di Londra, all'interno di una campagna contro l'antisemitismo. Secondo questa ricerca, infatti, quasi un inglese su due guarda agli ebrei con sospetto. A dimostrarlo è il fatto che il 45 per cento del campione, composto da adulti, si è detto in accordo con almeno una delle sei affermazioni antisemite su cui veniva interpellato. Dichiarazioni come «gli ebrei controllano i mass media» oppure «si interessano solo dei soldi» o ancora «parlano dell'Olocausto soltanto perché vogliono portare avanti i loro programmi e progetti» sono state considerate veritiere. Un modo per dimostrare che l'antisemitismo nel Regno di Sua Maestà Elisabetta esiste, eccome.
   Esaminando le varie posizioni con maggiore attenzione, poi, si scopre che il 23 per cento del totale, quindi quasi un quarto di loro, sostiene che «Israele tratta i palestinesi come i nazisti trattavano gli ebrei», mentre poco più del 10 per cento ha dato risposta positiva alla frase «sono a mio agio quando trascorro del tempo con persone che supportano apertamente Israele». Nel 12 per cento dei casi, poi, gli interpellati hanno sottoscritto ben quattro delle frasi chiaramente antisemite su cui venivano interrogati. Ad esempio, la predominanza e potenza all'interno dei mass media è stata considerata credibile dall'11 per cento del campione, mentre per l'8 per cento degli interpellati è vera l'idea che l' l'Olocausto venga usato dagli ebrei come una specie di «lasciapassare» per ottenere appoggio.
   La scoperta che il 44 per cento degli ebrei evita di mostrare in pubblico segni della propria fede per timori di ritorsioni o di commenti spiacevoli, inoltre, fa emergere altre due questioni significative. Anzitutto la percentuale è la più alta registrata negli ultimi anni e questo preoccupa e, secondariamente, molti osservatori sostengono che la responsabilità di questo atteggiamento sarebbe politica. In passato sono state rivolte spesso accuse di antisemitismo al leader dei laburisti Jeremy Corbyn, ma la fiducia degli ebrei nel mondo politico sembra ridotta al lumicino indipendentemente dai colori dei partiti. Nella stessa indagine, infatti, solo il 20 per cento di loro si è detto convinto che le autorità si stiano impegnando per non far prevalere antisemitismo e diffidenza. Ancora più alta, poi, la percentuale di coloro che ritengono che amministratori pubblici ed esponenti politici del Regno Unito non facciano abbastanza per proteggere le comunità ebraiche. Il che stupisce, soprattutto perché la Gran Bretagna si è sempre fatta vanto di essere inclusiva e aperta alle differenze culturali e religiose. Negli ultimi decenni è stato dimostrato ampiamente nel caso di induisti, buddisti e islamici, con conseguenze non banali in termini di radicalizzazione. Ma, in base a queste indagini, non è avvenuto con gli ebrei. Che a quanto pare si sentono meno sicuri a dimostrare la loro fede religiosa rispetto agli esponenti di altre minoranze. Ad esempio i sostenitori del movimento Lgtb, che riunisce lesbiche, gay, transgender e bisessuali, e che prende posizione pubblicamente o scende in piazza spesso per i propri diritti, senza temere conseguenze negative o incidenti spiacevoli.

(La Verità, 22 gennaio 2021)


Il Likud avanti nei sondaggi elettorali ma non avrebbe i numeri per governare

Al partito del Primo ministro Benjamin Netanyahu mancherebbero due seggi per la maggioranza

di Giuseppe di Pietro

Il partito Likud del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si sta rafforzando superando i partiti di centro e di sinistra, secondo un sondaggio elettorale rilanciato dal quotidiano Haaretz.
A poco più di due mesi prima che gli israeliani tornino alle urne il 23 marzo, per la quarta volta in due anni, il Likud otterrebbe 30 seggi su 120 alla Knesset - uno in più rispetto ai 29 previsti nel precedente sondaggio di Channel 12 News Poll, pubblicato una settimana fa - mentre l'affollato schieramento di partiti di centro e di sinistra raggiungerebbe 29 seggi in totale se si presentassero individualmente e solo 27 in caso di una fusione.
Tuttavia, secondo il sondaggio condotto da Channel 12 News Poll, Netanyahu avrebbe comunque difficoltà ad assicurarsi una coalizione di maggioranza.
I 30 seggi del Likud insieme a otto ciascuno previsti per i partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaism e ai 13 del partito di destra Yamina di Naftali Bennett gli garantirebbero solo 59 seggi, due in meno della maggioranza assoluta.

(AGI, 21 gennaio 2021)


La teologia che ha alimentato l'olocausto

In prossimità della Giornata della Memoria, i responsabili del sito “Ariel Italia” hanno messo a disposizione dei lettori un articolo di grande interesse che volentieri riportiamo anche sulle nostre pagine. NsI

di Mottel Baleston

 
Ogni cinque anni è mio privilegio - e mia solenne responsabilità - tenere un corso presso la Scuola di Studi Ebraici Messianici Ariel dal titolo "La storia e la teologia dell'Olocausto". Gli studenti sono un gruppo misto di credenti provenienti dagli Stati Uniti e da oltreoceano. Negli ultimi anni, il 25% di questo gruppo era ebreo. Questi studenti di solito hanno familiarità con l'argomento dell'Olocausto, ma è mio desiderio far capire anche agli altri quanto sia importante questo argomento. In cima allo schema che consegno sempre all'inizio del corso, ci sono queste parole che sono la mia dichiarazione di apertura:
    «Non c'è nessun altro evento più importante, nessun altro evento più inquietante, nessun altro evento più terrificante, nessun altro evento che abbia fatto di più, per plasmare l'identità di sé e galvanizzare l'impegno per la sopravvivenza e la continuità ebraica, dell'assassinio di sei milioni di ebrei europei: l'Olocausto».
L'argomento non è teorico per me, ma piuttosto profondamente personale. Sono nato in una famiglia ebrea di New York City e ho vissuto in un quartiere in cui hanno vissuto un gran numero di sopravvissuti all'Olocausto. In uno dei primi ricordi vividi della mia infanzia, sono seduto su una sedia da barbiere poco prima dell'inizio dell'asilo e vedo un numero tatuato sul braccio nudo di Isaac, il proprietario, e anche sul braccio di suo fratello che lavora nella sedia accanto. Ho aspettato che io e mio padre uscissimo dal negozio per chiedere informazioni e ho visto il volto di mio padre irrigidirsi mentre mi raccontava che Isaac era nato in Polonia ed era stato obbligato ad andare in un campo di concentramento durante la Grande Guerra, insieme a tutti gli altri ebrei del suo villaggio. Doveva lavorare tutto il giorno spaccando pietre e costruendo strade. Mio padre me lo spiegò in termini che potevo capire con queste parole: "Ogni giorno riceveva solo un pezzo di pane e una scodella di zuppa. I nazisti gli portarono via il suo nome e gli diedero invece un numero. I suoi genitori furono portati via per essere uccisi, insieme a tutti i bambini piccoli, ma non fargli domande, noi non parliamo della Guerra". Caso chiuso.
  C'erano più di una dozzina di sopravvissuti dell'Olocausto nel mio quartiere, spesso erano negozianti, potevo vedere i loro numeri abitualmente nel corso di una settimana tipo. Si trattava di persone di mezza età negli anni Sessanta, tra di loro c'era anche il mio insegnante della scuola ebraica, che frequentavo due giorni alla settimana dopo la scuola pubblica, e diverse persone della nostra sinagoga. Quello che molti non sanno è che un gran numero di persone uccise durante l'Olocausto sono state uccise appena arrivate al campo di concentramento non ricevendo mai un numero.
  Da bambino, mi fu data una semplice spiegazione sul chi avesse portato avanti l'Olocausto: "i cristiani". Anche da bambino capivo che c'erano tante chiese di cristiani con pratiche molto diverse tra loro, ma quello che sembrava indiscutibile è che le persone che avevano commesso questi crimini avevano qualche legame con una chiesa e si identificavano come cristiani.
  15 anni dopo ero diventato anche io un credente in Yeshua mio Messia, ero diventato "un cristiano". Cosa dovevo farne ora di questa tensione verso l'Olocausto? I cristiani hanno compiuto questo atto profondamente satanico?
  Mentre scrivo questo articolo, sono consapevole di camminare in un campo minato, sia dal punto di vista emotivo che intellettuale. Alcuni dei miei lettori potrebbero avere una reazione impulsiva, viscerale, negativa, solo al pensiero che qualcuno possa suggerire che i cristiani possano aver compiuto atti del genere. Altri riconoscono che spesso c'è un ampio divario tra chi è fedele ad un'istituzione ecclesiastica e chi è fedele alla persona ed agli insegnamenti di Gesù il Messia.
  Con la convinzione che l'unica verità è la verità di Dio, perseguiamo i fatti mentre ci concentriamo su una questione centrale: quali sono state le tendenze teologiche all'interno della cristianità che hanno permesso che si verificassero gli orrori dell'Olocausto?
  In primo luogo, una semplice definizione: "Olocausto" è il termine usato per descrivere l'uccisione di sei milioni di ebrei europei dal 1938 al 1945, come parte di un programma di sterminio deliberatamente pianificato ed eseguito dal regime nazista in Germania.
  Non stiamo minimizzando le sofferenze altrui; riconosciamo che milioni di polacchi e russi, così come molti altri, hanno sofferto per mano del regime nazista durante la Seconda guerra mondiale. Ma da mezzo secolo a questa parte, la parola "Olocausto" è stata usata per descrivere in modo particolare lo sforzo intenzionale di portare a compimento la distruzione dell'intero popolo ebraico; estenderne il significato, significa solo invitare a diluire l'origine unica e satanica di questo evento.

 UN CAMBIAMENTO NELL'INTERPRETAZIONE BIBLICA
  Un aiuto fondamentale per comprendere la Scrittura è sicuramente la regola d'oro dell'interpretazione che dice: «Quando il semplice senso della Scrittura ha un senso comunemente comprensibile, non si devono cercare altri significati». In sostanza, ciò significa che, quando è possibile, dovremmo abbracciare il significato letterale della Scrittura e non immaginare una sorta di significato allegorico o alternativo. Questo metodo letterale è stato seguito dai più fedeli maestri biblici nel corso dei secoli.
  Un esempio del perché questo sia importante si trova in Geremia 31:3, dove Dio dice di Israele «Ti ho amata di un amore eterno». Una lettura onesta del brano nel suo contesto conferma che Dio parla dell'Israele nazionale. Il versetto è una riflessione sul carattere di Dio e sulla Sua fedeltà mediante i patti. Gli apostoli del Nuovo Testamento hanno riconosciuto l'eterno patto Abrahamitico di Dio con Israele e hanno anticipato che Egli avrebbe mantenuto le Sue promesse in modo letterale. Questa non è una salvezza che copre tutti, ma piuttosto un riconoscimento del fatto che ci sarà un residuo salvato tra il popolo ebraico e che essi saranno riconoscibili come ebrei.
  Eppure, col passare dei secoli e con l'allontanamento della chiesa dall'insegnamento degli apostoli, alcuni hanno iniziato ad odiare il popolo ebraico e hanno cercato significati alternativi alla semplice comprensione del testo. Origene d'Alessandria, divenuto un influente scrittore ecclesiastico, già nel 250 d.C. iniziò a promuovere l'interpretazione allegorica delle Scritture, che sarebbe diventata influente nella prima formazione, sia del ramo cattolico romano che di quello ortodosso orientale della cristianità. La sua metodologia suggeriva che ogni volta che le Scritture ammonivano il popolo ebraico a causa dell'infedeltà, come spesso facevano i profeti, si rivolgevano al popolo ebraico etnico. Ma ogni volta che Dio faceva dichiarazioni a Israele come «Ti ho amata di un amore eterno» o «Ti ho scolpita sulle palme delle mie mani», immaginavano che si riferisse alla chiesa cristiana. In sostanza, insegnavano che ogni volta che si dicevano cose brutte su Israele, i brani si rivolgevano agli ebrei, ma ogni volta che Dio diceva cose buone su Israele, si rivolgeva alla chiesa.
  Questo pregiudizio anti-ebraico si sarebbe sviluppato completamente, infine, in vera e propria violenza da parte di alcuni. Gli scritti di Giovanni Crisostomo erano materiale di studio di base dal V secolo in poi in molti ambienti cattolici e ortodossi orientali, e i suoi scritti omiletici si possono ancora trovare in diversi seminari evangelici. Alcuni dei suoi scritti devozionali sembrano standard, ma ha fatto di tutto per mirare a scritti tossici ed arrabbiati contro il popolo ebraico. Nel suo libro Adversus Judaeos ("Omelie contro i Giudei"), Crisostomo scrive nel 386 d.C.:
  «Gli ebrei sono i più inutili tra tutti gli uomini. Sono lascivi, avidi, rapaci. Sono perfidi assassini di Cristo. Adorano il diavolo, la loro religione è una malattia. Gli ebrei sono gli odiosi assassini di Cristo, e per aver ucciso Dio non c'è espiazione possibile, né indulgenza, né perdono. I cristiani non dovranno mai cessare la vendetta, e l'ebreo deve vivere in servitù per sempre. Dio ha sempre odiato gli ebrei. Spetta a tutti i cristiani odiare gli ebrei».
  Fino ad arrivare all'Olocausto, la macchina della propaganda nazista ha usato proprio queste citazioni per giustificare la crescente persecuzione degli ebrei in Germania.
  Nella ricerca di questo articolo, ho consultato i siti web dei gruppi cattolici tradizionali ed ortodossi orientali per vedere cosa dicevano di Crisostomo, e la maggioranza era unita nel tentativo di mascherare o spiegare il suo appello alla violenza contro il popolo ebraico. In particolare, l'accusa che tutti gli ebrei sono colpevoli della morte di Gesù è un'accusa che ha guadagnato terreno nella storia della cristianità e che ha portato a molte violente persecuzioni. Una lettura onesta del Nuovo Testamento dimostra certamente che i leader ebraici apostati cospirarono con i romani per mettere in prigione Yeshua perché corrispondeva ad entrambi i loro obiettivi. Allo stesso tempo, decine di migliaia di comuni ebrei erano giunti alla fede nel Messia Gesù e, naturalmente, tutti gli apostoli e i primi seguaci erano ebrei. Per la chiesa bizantina, credere alla falsa idea che in qualche modo il popolo ebraico fosse colpevole della morte di Gesù, tradisce un'abissale mancanza di comprensione delle Scritture. Abbiamo le parole stesse di Yeshua che dicono: «Nessuno mi toglie la vita, ma la depongo da me stesso» (Giovanni 10:18).
  I falsi insegnamenti di Origene, di Crisostomo e di altri, hanno diffuso quello che gli storici chiamano "l'insegnamento del disprezzo", una frase usata da studiosi di tutto rispetto per descrivere le mire irrazionali contro il popolo ebraico da parte di alcuni teologi della cristianità. Insieme ad altre dottrine non bibliche, negli ultimi anni è diventata nota come "Teologia della sostituzione", che denota l'idea che la Chiesa ha sostituito Israele, che anche le promesse letterali concernenti la terra sono allegoriche, che sono passate alla Chiesa, e che Dio oggi ha solo disprezzo per il popolo ebraico etnico. Questo insegnamento del disprezzo si sarebbe spesso ascoltato nei sermoni che precedono il Venerdì Santo, perché il popolo ebraico sarebbe stato incolpato della morte di Yeshua. Servizi particolarmente emozionanti avrebbero portato a volte, in Europa, orde violente di persone a ramazzare le case degli ebrei, a trascinare la gente per le strade e a farli a pezzi fino alla morte. Sì, questo è letteralmente accaduto molte volte, ed è il frutto malvagio di oltre mille anni di questo insegnamento del disprezzo.

 MARTIN LUTERO
  Mille anni dopo Crisostomo, un giovane monaco cattolico di nome Martin Lutero lesse questi scritti come parte del curriculum del suo seminario. Inizialmente, Lutero era incline alla ricerca, allo studio e al porsi domande, e mentre leggeva le Scritture, si convinse dell'errore di molte dottrine cattoliche. Poi, nel cercare di capire e tradurre le Scritture dell'Antico Testamento in tedesco, divenne amico di diversi rabbini che gli insegnarono l'ebraico. Nel corso degli anni, cercò di convincerli delle sue opinioni ma, poiché non ci riuscì, divenne molto amareggiato nei loro confronti e cominciò a trarre idee dal pozzo tossico della teologia sostitutiva che aveva imparato nel monastero.
  Infine, nel 1543, Lutero scrisse:
    «Gli ebrei sono un popolo volgare di prostituzione, cioè nessun popolo di Dio, e il loro vanto di lignaggio, circoncisione e legge deve essere considerato come sporcizia… Sono pieni di feci del diavolo… in cui sguazzano come porci… La sinagoga è una puttana incorreggibile e una puttana malvagia… Le loro sinagoghe e le loro scuole dovrebbero essere incendiate, i loro libri di preghiere distrutti, ai rabbini dovrebbe essere proibito di predicare, le case dovrebbero essere rase al suolo, le proprietà e il denaro confiscati. Non si dovrebbe mostrare loro alcuna pietà o gentilezza, non si dovrebbe offrire loro alcuna protezione legale… questi velenosi vermi avvelenati dovrebbero essere arruolati in lavori forzati o espulsi per sempre… È colpa nostra se non li uccidiamo. Dobbiamo cacciarli come cani rabbiosi».
Quattrocento anni dopo, il regime nazista seguì alla lettera i consigli di Lutero, con Adolf Hitler che citava Lutero come giustificazione per le ondate di violenza contro le famiglie ebree.
  Un racconto completo delle origini storiche dell'Olocausto non è l'oggetto di questo articolo. Tuttavia, la tossina teologica, "l'insegnamento del disprezzo" descritto sopra e presente nelle chiese istituzionali, ha alimentato l'atmosfera che ha permesso questo impensabile orrore. Quell'insegnamento del disprezzo fece sì che, anche molti nelle chiese protestanti tedesche, si conformassero rapidamente alle direttive del Terzo Reich già a metà degli anni Trenta, per cancellare dalla loro liturgia e pratiche, qualsiasi accenno all'ebraicità di Gesù.
  Nel 1935 la Germania promulgò le leggi di Norimberga, che consideravano la razza del popolo ebreo non pienamente umana e legalizzarono la persecuzione razzista contro di esso. L'insegnamento del disprezzo contribuì ad alimentare questo pensiero.
  Il novembre 1938 vide ondate di violenti attacchi contro famiglie, negozi e sinagoghe ebraiche in tutta la Germania e l'Austria, in un evento noto come Kristallnacht. Il Rev. Martin Sasse, vescovo della Chiesa evangelica luterana in Turingia, pubblicò un compendio degli scritti di Martin Lutero poco dopo la Kristallnacht, in cui applaudiva l'incendio delle sinagoghe. Notò la coincidenza della data della furia, scrivendo nell'introduzione: «Il 10 novembre 1938, il giorno del compleanno di Lutero, le sinagoghe sono in fiamme in Germania». Il popolo tedesco che Sasse esortava, avrebbe dovuto prestare attenzione al senso delle parole "del più grande antisemita del suo tempo, l'ammonitore del suo popolo contro gli ebrei".
  Certo, è vero che alcuni veri cristiani in Germania e in Europa hanno resistito alle direttive del nazismo, e molti hanno sofferto per questo. C'erano migliaia di membri della Chiesa che correvano rischi per proteggere il popolo ebraico, ma c'erano decine di migliaia di persone che diventavano volentieri collaboratori e aiutavano i nazisti a radunare il popolo ebraico per essere infilato nei carri bestiame. Alcuni formarono anche milizie che aiutarono i nazisti a cacciare ed a sparare agli ebrei dove furono trovati. Questa forma di massacro, comandata da ufficiali delle SS, ma con l'aiuto di volontari locali, divenne nota come "Olocausto dei proiettili".
  Una piena comprensione teologica dell'Olocausto va oltre lo scopo di questo articolo ed includerebbe l'odio secolare di Satana per il popolo ebraico, perché essi furono usati da Dio per dare al mondo le Scritture e il Salvatore. Questo è uno studio cruciale e dettagliato dal Dr. Arnold Fruchtenbaum nel suo libro "Le orme del Messia". Ciò che dobbiamo ricordare è che ogni persona che è stata adottata nella famiglia di Dio attraverso il sacrificio del Messia di Israele deve studiare attentamente le Scritture, evitare falsi insegnamenti come la teologia sostitutiva e amare il popolo d'Israele.

Questo articolo è uscito per la prima volta su Ariel Magazine - Summer 2020
Tradotto da Martina Pifferi Speciale


(Ariel Italia, 21 gennaio 2021)


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Pessima teologia

Una delle cose più inquietanti per chi crede nel Gesù della Bibbia è rendersi conto che anche i più bravi cristiani evangelici nati di nuovo possono cadere, anzi permanere, in una forma di candido, sereno, ovvio antisemitismo senza averne la minima consapevolezza. Si può cercare di trovarne le cause in fattori culturali, educativi, ambientali, ma questi potrebbero essere facilmente superati se non fosse vero che la causa profonda di questo malanimo è una comprensione monca e deforme del messaggio evangelico di Gesù. E' inutile girarci intorno: la natura di quel vago malumore evangelico che ogni tanto si avverte quando capita di avvicinarsi al mondo ebraico, anche o soprattutto quando assume la forma di un'opposizione a Israele, è di natura teologica. E' cattiva teologia. Non a caso i più decisi oppositori innalzano quasi subito barriere dottrinali contro chi appare essere un po' troppo in simpatia con quel mondo ebraico che persiste ad essere contro "il nostro Gesù".
   Come esempio di candida espressione di teologia antisemita porto una reazione, comunicatami personalmente, alla frase detta dalla folla dei Giudei a Pilato durante il processo a Gesù: "Non abbiamo altro re che Cesare!". E' stato detto che gli stessi ebrei hanno dato a Pilato, e quindi ai Gentili, "il pass di schernire e umiliare il popolo". E a sostegno di questa tesi è stata citata l'affermazione di un teologo:
«'Non abbiamo altro re che Cesare!" Con questo grido il Giudaismo, nella persona dei suoi rappresentanti è colpevole di negare Dio, di bestemmia e di apostasia. Fu un suicidio; e a partire da qui il suo cadavere è stato trascinato e mostrato di nazione in nazione, di secolo in secolo; morto e persistendo morto fino che torni la seconda volta, Colui che è la resurrezione e la vita».
Questa è pessima teologia, che travisa il messaggio profondo della croce di Gesù Cristo. Non è strano allora che il diavolo se ne impadronisca per portare avanti i suoi propositi ebricidi con il consenso o l'indifferenza di coloro che dichiarano di credere in Gesù. M.C.
   "Antisemitismo evangelico",
   "Un moderato, equilibrato, ‘evangelico’ antisemitismo”

(Notizie su Israele, 21 gennaio 2021)


Andai in gita, la sera scoprii che la scuola ci era negata'

Nell'estate del 1938 ero un ragazzo spensierato. Poi arrivarono le leggi razziali

di Maria Teresa Martinengo.

L' ingegner Aldo Liscia, livornese di origine e torinese di adozione, il 3 settembre 1938 era un ragazzo di 17 anni che stava trascorrendo l'ultimo scorcio di vacanze prima di iniziare il quinto anno di liceo scientifico. Quella giornata, in cui avrebbe scoperto che la sua vita sarebbe radicalmente cambiata, la racconta sempre ai ragazzi che incontra nelle tante scuole dove viene invitato a portare la sua testimonianza del fascismo e delle persecuzioni degli ebrei. Sabato questo signore elegante e gentile, cavaliere della Repubblica per meriti scientifici nell'ambito della ricerca sulla sicurezza delle centrali nucleari (ha lavorato al Cnen poi all'Enea, a Saluggia), compirà cento anni. I figli Roberto e Daniele, parenti e amici si riuniranno su Zoom per un grande festeggiamento.

- Ingegnere, che cosa accadde quel 3 settembre?
  «Ero andato a fare una gita in bicicletta con i compagni di scuola. Vivevamo ad Antignano, vicino a Livorno, in una bella villa sul mare che aveva fatto costruire mio padre. Mio padre era chirurgo, la nostra famiglia era agiata e io ero un ragazzo spensierato. Quella sera, quando arrivai a casa, mio padre mi disse che non sarei più potuto andare a scuola a Livorno a causa delle leggi razziali. Da tempo sul Telegrafo, il giornale della città, comparivano notizie che preoccupavano mio padre, ma io non mi rendevo conto del pericolo».

- Il re, che era in vacanza poco lontano da voi, nella tenuta di San Rossore a Pisa, le avrebbe firmate il 5 settembre. Lei come reagì?
  «Dissi: allora vado a Firenze dalla nonna, prendo la maturità a Firenze».

- E suo padre?
  «Si irritò. Batté la mano sul tavolo. "Ma non capisci - mi disse - leggi". E mi tese il Telegrafo, dove a caratteri cubitali era scritto "Gli ebrei fuori dalla scuola fascista". Mi chiusi in camera, non cenai. Mi misi a sfogliare i libri di quinta».

- Cosa accadde nei giorni seguenti?
  «Proposi ai miei di trasferirci in America o in Gran Bretagna, mi risposero che non ne avevamo la possibilità, che bisognava provvedere ai miei fratelli che dovevano finire gli studi di Medicina. Questo era consentito. Così si stabilì che io e mia madre saremmo andati in Francia, Paese che rimase libero fino al giugno 1940. Nei primi giorni di scuola andai davanti al liceo a salutare i miei compagni. Incontrai il vice preside Radaelli, un ottimo insegnante: era dispiaciuto per quanto mi stava capitando».

- Quindi emigrate in Francia.
  «Nel novembre '38 io e mia madre ci trasferiamo a Nizza. Mia madre apre una pensione kasher con i coniugi Momigliano di Caraglio, i genitori di Arnaldo, il famoso storico dell'antichità. In quella pensione ho conosciuto i coniugi Fubini, torinesi, con la figlia Marisa, di 13 anni, che diventerà mia moglie, e il figlio Guido, futuro avvocato. Finito il liceo, nel '41, grazie al padre di un amico, funzionario del governo di Vichy ma non filonazista, riuscii a procurarmi i documenti per andare in Svizzera. Mi fermarono alla frontiera, poi mi lasciarono andare. Molti ebrei più sfortunati non passarono, furono arrestati e deportati. In Svizzera mi rivolsi a un centro di assistenza per rifugiati. Con la loro piccola paga e dando lezioni, potei iscrivermi a Ingegneria e laurearmi, nel '46. Mi sono poi laureato anche al Politecnico di Torino».

- E i suoi famigliari?
  «Mentre noi eravamo in Francia, mio padre dovette combattere con Costanzo Ciano, padre di Galeazzo, che voleva comperare villa Giulia, che mio padre non aveva nessuna intenzione di vendere. Dopo lunghe trattative si accordarono per un affitto. Ma nel '41, morto Costanzo, Edda Mussolini e il marito tornarono alla carica con minacce. Mio padre dovette cedere. Fu mia madre, a guerra finita, a condurre la battaglia con la vedova Ciano per riaverla. Mia madre, quando io partii per la Svizzera, tornò in Italia. Con mio padre si nascosero a Firenze, nella casa di un amico di famiglia che veniva in vacanza vicino a casa nostra: li nascose a rischio della vita, benché fascista e ufficiale della Repubblica Sociale. Uno dei miei fratelli era nascosto nell'ospedale psichiatrico di Livorno, pronto a fare il matto in caso di pericolo, l'altro nel laboratorio di analisi del fratello di Giovanni Spadolini. Io scoprii che erano tutti salvi solo alla fine della guerra».

- Lei ha incontrato centinaia di ragazzi. Come reagiscono ai suoi racconti?
  «Spiego che tutto può cambiare, come ha dimostrato anche la pandemia, e cerco di far capire che è meglio una democrazia zoppicante che un regime totalitario, come quelli che abbiamo conosciuto nel '900. Penso che un 20% capisca, gli altri mi paiono distanti».

(La Stampa - Torino, 21 gennaio 2021)


Marocco. La Conferenza dei rabbini europei saluta l'impegno del Re Mohammed VI per la pace

L'organizzazione sottolinea che i Re del Marocco hanno sempre protetto le comunità ebraiche e ne hanno consentito lo sviluppo e l'influenza.

 
Il 15 gennaio 2020, il Re Mohammed VI ha visitato la "Bayt Dakira" a Essaouira
luogo importante per la conservazione della memoria giudeo-musulmana
La Conferenza dei rabbini europei saluta "il coraggio politico del Re Mohammed VI e la sua azione permanente per la pace e la prosperità del Medio Oriente".
Considerando che il Sovrano "ha sempre favorito il dialogo tra ebrei e musulmani", la Conferenza dei rabbini europei ricorda che "la storia degli ebrei del Marocco è una storia unica e particolare nello scacchiere dei Paesi arabi".
L'organizzazione sottolinea che i Re del Marocco hanno sempre protetto le comunità ebraiche e ne hanno consentito lo sviluppo e l'influenza.
E aggiunge: "Anche se oggi la maggioranza degli ebrei non vive più in Marocco, il Marocco è ancora presente nel loro cuore e nella loro memoria", sottolineando che è stato sotto l'impulso del Sovrano e grazie alla sua tolleranza e apertura che sono stati ristrutturati i cimiteri ebraici, i sinagoghe e i quartieri urbani in cui una volta viveva la comunità ebraica.
"E' anche sotto l'impulso reale che è stata lanciata una riforma scolastica in Marocco che include la storia e la cultura della comunità ebraica nei programmi scolastici", ha sottolineato la Conferenza dei rabbini europei, concludendo che solo attraverso l'istruzione delle giovani generazioni si può combattere ogni forma di razzismo e di antisemitismo.

(Notizie Nazionali, 21 gennaio 2021)


Israele, il siero è debole. «Positivi 12mila vaccinati». Ritirati lotti in California

La gran parte aveva fatto solo la prima iniezione con il prodotto di Pfizer, in 69 anche la seconda.

ROMA - Sulla reale efficacia del vaccino di Pfizer il dibattito è cominciato in molte parti del mondo. Presto per le conclusioni, mentre non sembrano esserci problemi seri di anomale reazioni avverse. Partiamo dal laboratorio Israele: dal Paese in cui quasi il 30 per cento dei cittadini è stato vaccinato arrivano notizie che raffreddano l'entusiasmo. Più correttamente: in Israele quasi il 30 per cento ha ricevuto la prima dose (è bene ricordare che la protezione si rafforza dopo la seconda). Il coordinatore nazionale della strategia anti-coronavirus, Nachman Ash, in un vertice, secondo quanto riporta "Time of Israel", ha spiegato che «la protezione garantita dalla prima iniezione di Pfizer-BioNTech si sta dimostrando inferiore a quanto sperato e dichiarato dal gruppo farmaceutico». I numeri, nel dettaglio, sono stati riassunti dal sito di "Haaretz": «Oltre 12.400 residenti israeliani sono risultati positivi a Covid-19 dopo essere stati vaccinati. Tra di loro 69 persone che avevano già ricevuto la seconda dose. Ciò equivale al 6,6% delle 189.000 persone vaccinate che hanno effettuato i test del coronavirus dopo essere state vaccinate». DATI Su centomila vaccinati, a una settimana dalla prima dose, 5.348 sono risultati positivi; su altri 67.000, in 5.585 erano positivi tra il settimo e il quattordicesimo giorno dopo la prima dose; nel periodo successivo (tra il quindicesimo e il ventunesimo giorno dopo la prima iniezione, dunque quando la protezione dovrebbe già esserci) su 20.000 vaccinati, in 1.410 sono risultati contagiati. Infine, a quattro settimane dalla vaccinazione su 3.199 persone in 84 sono positive, tra di loro 69 che avevano ricevuto la seconda dose. Questi dati vanno contestualizzati: in Israele il virus sta circolando moltissimo, nonostante il lockdown; inoltre, è possibile che, inconsciamente, coloro a cui era stata fatta la prima inoculazione, siano stati imprudenti. Il report per ora non spiega se le persone erano sì positive, ma senza sviluppare sintomi significativi. Altro dato importante, perché Israele ci aiuta a capire l'Italia tra qualche mese: sul personale di un ospedale, il Sheba Medical Center, sono stati effettuati i test sierologici una settimana dopo la seconda dose del vaccino Pfizer e in 100 su 102 avevano livelli di anticorpi tra 6 e 20 volte superiori a una settimana prima. Questa è una notizia incoraggiante.
   La vaccinazione nel mondo sta coinvolgendo decine di milioni di persone e, come normale, si stanno presentando altri elementi da approfondire. In California è stata bloccata la somministrazione del vaccino Moderna, perché uno specifico lotto stava causando un numero anomalo di reazioni allergiche. Tornando a Pfizer, negli ultimi giorni si è animato il dibattito sui dati della sperimentazione. Dubbi, sull'efficacia e sulla trasparenza, sono stati sollevati da Peter Doshi, sul sito di British Medical Journal. Doshi parla anche di Moderna, avanzando perplessità sulla percentuale di successo dichiarata dopo la sperimentazione dai due colossi, anche perché tra i volontari non sarebbero stati conteggiati i casi sospetti di Covid (ma negativi al tampone) che farebbero ridurre drasticamente la percentuale di efficacia. Marco Cavaleri, responsabile vaccini di Ema (agenzia regolatoria dell'Unione europea che ha autorizzato Pfizer) intervistato dal sito di Quotidiano Sanità, replica: «Tra tutti i partecipanti allo studio, 3.410 hanno avuto sintomi di malattie respiratorie: 1.594 nel gruppo vaccino e 1.816 nel gruppo placebo. La maggior parte di questi è risultato negativo al test di laboratorio per il Sars-CoV-2 (circa il 78% in ciascun gruppo) e non sarebbe ragionevole presumere che fossero falsi negativi, considerando le eccellenti prestazioni e le alte percentuali di accuratezza e sensibilità del test molecolare (PCR)».
   
(Il Messaggero, 20 gennaio 2021)


Andiamo a sciare a Buchenwald

Quando possono anche i tedeschi infrangono le regole. Nonostante il lockdown molti si sono divertiti sci e slittini sulle fosse comuni.

di Roberto Giardina

Berlino - Dove andare a sciare o a far divertire i bambini con lo slittino? Sulle tombe di Buchenwald. Una notizia che smentirebbe un pregiudizio positivo, confermando invece uno negativo. Per molti all'estero, i tedeschi sarebbero ligi alle regole, e rimangono più o meno sempre nazisti. Ieri, al vertice online dei primi ministri dei Länder si è deciso di prolungare il lockdown, e in alcune regioni si inaspriscono le regole. Ma già durante le feste, in migliaia hanno violato le norme anti Covid, e si sono precipitati con le famiglie sulle piste di sci. La polizia ha dovuto ricorrere ai blocchi stradali per fermare le colonne di auto. Il risultato si è avuto due settimane dopo con la nuova esplosione dei contagi e con il numero delle vittime, intorno ai mille al giorno.
   «E sono venuti a sciare sulle tombe comuni a Buchenwald», ha denunciato alla Süddeutsche Zeitung Jens-Christian Wagner, responsabile del memoriale. Il Lager si trova a otto chilometri da Weimar, nella foresta dove Goethe conduceva a passeggio il figlioletto. Un luogo facile da raggiungere, in inverno poco frequentato e controllato. Chi avrebbe mai pensato che le famiglie ci andassero per divertirsi?
   «Il parcheggio innanzi al Lager non è mai stato così pieno come durante l'ultima settimana», ha detto Herr Wagner. È stato necessario rafforzare il servizio di sicurezza, la polizia ha inviato sette squadre, e gli indisciplinati sono stati multati. Ma non è bastato. A Buchenwald si continua a venire con gli sci e gli slittini, per una discesa sulla radura tra gli alberi dove il terreno sulle tombe è sgombro d'ostacoli e più compatto. Vi sono sepolte 3 mila vittime, ma i morti tra il 1937 e il 1945 furono circa 56 mila, tra cui Mafalda di Savoia, la figlia del re Vittorio Emanuele. Buchenwald era un campo di lavoro e non di sterminio come Auschwitz, ma i prigionieri morivano di stenti, e i più deboli venivano eliminati.
   «La zona delle tombe, coperta di neve, forse non è facilmente riconoscibile», ha cercato una giustificazione il direttore del campo, «eppure si dovrebbe capire dove ci si trova e rispettare il luogo. Adesso abbiamo installato altri cartelli più visibili, e deciso di recintare anche il campo delle fosse comuni».
   Si è stupito, si è scandalizzato? ha chiesto il quotidiano. «Ci sono abituato», ha risposto Wagner. «In passato, a Buchenwald sono venuti a fare il pic nic, ad arrostire salsicce e polpette. E non solo qui», ha aggiunto, «nel dopoguerra, i tedeschi hanno utilizzato le decine dei lager in Germania per i loro hobbies e il tempo libero. Sono responsabile anche per il campo di Dora, non lontano da Buchenwald, una volta ho sorpreso una donna con i suoi bambini a pattinare. Non trova che sia poco opportuno? le chiesi. Per lei sono più importanti i deportati che le famiglie, mi rispose, abbiamo il diritto di divertirci».
   Che i tedeschi quando possono non rispettano le regole, l'ho sempre saputo, da quando vivo in Germania. Tutti nazisti? Come gli italiani sarebbero tutti mafiosi. Contro i pregiudizi è inutile lottare. Fui inviato a Longarone, il giorno dopo il disastro nell'ottobre del '63, perché quel mattino ero per caso l'unico presente in cronaca. Il mio primo servizio importante da inviato, ma ero l'ultimo nella squadra dei colleghi, e mi toccava il compito meno importante.
   Alla prima domenica non sapevo che scrivere, e descrissi le famiglie in vacanza con i bambini che venivano a vedere i morti. Si fotografano in gruppo sullo sfondo di Longarone. Allora non si chiamavano selfie, si usava l'autoscatto. Quell'articolo fu il primo ad essere notato da La Stampa, che pochi mesi dopo mi assunse. Perché, mi spiegò il caporedattore, non hai usato aggettivi, come piace a noi. Non servono neanche per le famiglie che si divertono a Buchenwald.
   
(ItaliaOggi, 20 gennaio 2021)


Le operazioni del Mossad nella terra dei pavoni

di Abate Faria

Il 4 gennaio l'Ansa ha lanciato la notizia che l'Aiea (Agenzia internazionale per l'energia atomica) ha confermato che: "l'Iran ha avviato il processo di arricchimento dell'uranio al 20%, come annunciato stamani da Teheran. L'Iran ha iniziato oggi ha introdurre uranio 235 già arricchito al 4,1% in sei centrifughe a cascata nell'impianto per l'arricchimento di Fordo".
   Ho un sussulto e mi vengono in mente degli amici oramai scomparsi che hanno speso buona parte della loro vita per contrastare il piano di Teheran.
Robert Gates, nel novembre del 1992 quando era direttore della CIA, si era chiaramente espresso: "Se mi chiedete se l'Iran sia oggi un problema, la risposta è: probabilmente no. Ma fra tre, quattro o cinque anni potrebbe essere un problema, ed anche estremamente serio".
Nessuno è profeta in patria, le parole di Robert rimasero inascoltate ed anche gli amici del Mossad, di solito sempre in anticipo sui tempi e ben informati, questa volta sottovalutarono le notizie raccolte dalla Compagnia.
   L'Iran, sin dall'ottobre del 1987, aveva iniziato il suo piano nucleare riempiendo di soldi il dottor Abdul Qadeer Khan (pakistano) l'ideatore delle centrifughe per trasformare ed ottenere uranio-235 arricchito. Gli iraniani in silenzio iniziarono a costruire colossali impianti per l'elaborazione dell'uranio grezzo, l'installazione delle centrifughe e la trasformazione del gas in materia solida.
Gli iraniani si guardavano bene dal concentrare tutte le loro attività in un unico sito: i centri del programma nucleare erano sparsi in tutto il paese. L'attività andò avanti indisturbata per diversi anni, fino a quando il Mossad cambiò guida.
   Nell'agosto del 2002, Ariel Sharon nomina Meir Dagan alla guida del Mossad. Il servizio più quotato al Mondo era in crisi e veniva da una serie di insuccessi che avevano minato la reputazione del Mossad. Il neo primo ministro telefona al generale in pensione e gli dice: "Mi serve un uomo che abbia grinta da vendere".
   Meir Dagan, morto per tumore nel 2016, è stato un uomo di azione, dotato di una risolutezza e capacità operativa fuori dal comune. Per capire chi era riportiamo un breve resoconto, apparso su "Il Foglio" il 17 marzo 2016:
    "Il corpo di Dagan è stato ribattezzato "la road map delle guerre d'Israele": una scheggia di un proiettile in testa e "vari pezzi di metalli qua e là", compresa la spina dorsale. Dagan ha stroncato la prima Intifada a Gaza nel 1991 e nel 2002 Ariel Sharon lo scelse come capo del Mossad per la sua audacia durante la guerra dello Yom Kippur del 1973, quando fu il primo ufficiale a varcare il Canale di Suez. Si dice che Dagan abbia guidato le operazioni israeliane clandestine dentro l'Iraq prima della caduta di Saddam Hussein. Due reporter del giornale Yedioth Ahronoth, Yigal Sarna e Anat Tal Shir, hanno scritto che Dagan, prima dell'invasione del Libano del 1982, entrò in territorio nemico per fomentare gli attacchi terroristici e giustificare così l'invasione. L'esercito ha posto la censura su questa storia, che resta verosimile.
       Come resta verosimile un altro "lavoro" attribuito a Dagan, anche se Gerusalemme nega, come da storica prassi. Gail Folliard e Kevin Daveron, "irlandesi"; Michael Bodhenheimer, "tedesco"; Peter Elvinger, "francese", sono alcuni dei membri del commando israeliano che avrebbe assassinato, il 20 gennaio 2010, in un hotel di Dubai, Mahmoud al Mabhouh, alto esponente di Hamas legato al traffico d'armi con l'Iran. L'immagine dei killer ripresi dalle telecamere dell'albergo, che fece il giro del mondo, secondo alcuni ha sancito la fine del mandato di Dagan. "E' uno dei migliori direttori, se non il migliore, che il Mossad abbia avuto in sessant'anni", ha detto Ilan Mizrachi, ufficiale veterano dell'agenzia. Sotto Dagan, il Mossad ha fatto impallidire servizi segreti come la Cia, lo MI6 inglese, il tedesco Bnd e il francese Dgse. Chi lo conosce bene dice che la storia brutale di quest'ex ufficiale dell'esercito (che Ariel Sharon aveva soprannominato "The Cruel") è pari al suo carattere mite e introverso. Vegetariano, Dagan ama dipingere, realizzare sculture e suonare il pianoforte".
"The Cruel", una volta nominato "ramsad" si mise immediatamente all'opera ristrutturando le unità operative, allacciò rapporti di cooperazione con i servizi segreti stranieri e si dedicò alla lotta contro la minaccia iraniana e non solo.
   Sotto la sua guida il Mossad portò a compimento delle operazioni "strabilianti" nell'ottica di un servizio, come l'uccisione a Damasco di Imad Mughniyeh (il macellaio di Hezbollah, autore del massacro dei 241 marine americani a Beirut), la distruzione del reattore nucleare siriano a Kibar.
   Nel 2009 iniziano le uccisioni mirate di scienziati nella terra dei pavoni. Nel gennaio 2010, Massoud Ali Mohammadi, un professore di fisica delle particelle all'Università di Teheran, è stato ucciso dall'esplosione di una motocicletta fuori dalla sua casa nella capitale. Il professore aveva anche lavorato per i Guardiani della rivoluzione.
   Nel novembre 2010, due scienziati con ruoli chiave nel programma nucleare iraniano sono stati presi di mira a Teheran da due attacchi dinamitardi di cui l'Iran ha incolpato Israele e Stati Uniti. Uno degli scienziati, Majid Shahriari, è stato ucciso. Un anno dopo, il 12 novembre, un'esplosione in un deposito di munizioni della Guardia rivoluzionaria nella periferia di Teheran ha ucciso almeno 36 persone tra cui il generale Hassan Moghadam, responsabile di programmi di armamento per l'Unità d'elite.
   Sempre nel 2010 un potente virus informatico chiamato Stuxnet ha attaccato gli impianti nucleari iraniani nel tentativo di fermare il programma atomico del Paese. Stuxnet ha influenzato il funzionamento dei siti nucleari iraniani, infettando migliaia di computer e bloccando le centrifughe utilizzate per l'arricchimento dell'uranio. Grazie alle operazioni di Degan il programma iraniano ha subito dei forti rallentamenti, il riconoscimento dei successi riportati dal Mossad vengono confermati dal "nemico".
   Il 16 gennaio del 2010, il quotidiano "Al-Ahram", rinomato per le sue posizioni anti-israliane, pubblicò un editoriale del seguente tenore: "Se non ci fosse stato Dagan il progetto nucleare iraniano sarebbe stato completato anni fa. (…) Gli iraniani sanno bene chi c'è dietro la morte dello scienziato nucleare Masud Ali Mohammadi. Nessun leader iraniano ignora che la parola chiave è 'Dagan'. Ai cittadini comuni il nome del direttore del Mossad non dice quasi nulla. Dagan lavora senza fare rumore , senza richiamare su di sé l'attenzione dei media . Nel corso degli ultimi sette anni, in compenso, ha messo a segno colpi devastanti ai danni del programa nucleare iraniano ritardandone lo sviluppo".
Sono trascorsi dieci anni ed il Mossad continua in silenzio, sotto la guida di Tamir Pardo (fino al 2016) ed oggi di Yossi Cohen, la sua personale guerra non dichiarata contro il nucleare iraniano. Da ultimo, il 27 novembre 2020, l'uccisione di Mohsen Fakhrizadeh, lo scienziato a capo del programma nucleare iraniano.
Secondo l'agenzia di stampa iraniana Fars News "sarebbe stato ucciso da mitragliatrici radiocomandate, nascoste in un veicolo che è esploso pochi minuti dopo l'attentato".
   La versione dell'agenzia ufficiale iraniana del 30 novembre 2020, è stata ripresa in Israele dal giornale Haaretz, il corteo di auto blindate che venerdì scorso scortava Fakhrizadeh era ormai vicino al luogo di destinazione. Lo scienziato era alla guida di una delle vetture e aveva al suo fianco la moglie. Subito dopo che le auto di scorta hanno superato la sua, per precederlo all'arrivo in modo da rendere sicura la zona prima che lui scendesse, si sono uditi alcuni colpi di arma da fuoco.
   Se la ricostruzione fatta da Fars News fosse quella corrispondente alla realtà, la tecnologia necessaria a compiere l'attentato restringerebbe i mandati a pochissimi paesi: un sistema di puntamento automatico azionabile da remoto contro persone che si trovano a bordo di auto in movimento richiede strumenti estremamente sofisticati e una regia tecnica di grande precisione.
L'ombra del Mossad appare dietro l'angolo. Non di soli allori è lastricata la strada, ricordiamo le decine di agenti morti negli ultimi anni per adempiere al motto: "Con l'inganno, farete la guerra".
(Filodiritto, 18 gennaio 2021)


Piano vaccinazioni, l'opacità italiana e la lezione di Israele

Di fronte a sfide mai affrontate prima, bisogna avere l'umiltà di copiare da chi ha già dimostrato di saper fare le cose per bene.

di Vito Gamberale

La polizia israeliana controlla i conducenti a un checkpoint del coronavirus
Il virus del Covid è in progressiva diffusione, nel mondo, da oltre 15 mesi. All'inizio, sembrava che dovesse riguardare solo Wuhan e zone limitrofe; poi la sola Cina e, magari, i Paesi confinanti; a febbraio 2020 è sbarcato, ufficialmente, in Italia e poi si è diffuso in Europa. Si pensava di poterlo contenere e scacciare con pochi mesi di lockdown severo. A luglio, l'Europa pensava di avercela fatta. Poi, il settembre ha ravvivato il fuoco della diffusione, che ora sembra indomabile, specie in Occidente, con le chiusure e le limitazioni che tendono a preservare al massimo l'economia dei vari Paesi. Ma la tempesta appare ancora incontrollabile.

 La speranza del vaccino
  Torna alla mente il famoso film "Cassandra Crossing": un gruppo di ricercatori danesi lavora sui virus; uno dei ricercatori sale su un treno e, dopo poco, si sente male per effetto di un virus; si cerca di isolarlo; la diffusione del virus coglie, progressivamente, tutti i viaggiatori; è così che il treno viene instradato su un binario che finisce su un ponte crollato. Questa tragica metafora mostra, ancora una volta, come gli artisti riescono, con la loro "folle" fantasia, a immaginare ciò che al momento appare paradossale, ma che poi la realtà successiva conferma come possibile.
   La domanda cruciale è se il Mondo, oggi, riuscirà a fermare il treno del Covid-19. Al momento, la risposta è tutta nel vaccino, per avviare la prevenzione; all'orizzonte (non ancora alba) si parla anche di terapie curative.
   Il vaccino è la speranza che il treno possa rallentare; magari fermarsi.

 Massima attenzione
  Da qui, l'impellente necessità, per ogni Paese, di dare la massima attenzione al programma di vaccinazione di massa delle proprie popolazioni.
   Abbiamo scoperto che vari Paesi, tra i quali la Germania e Israele, da settembre hanno messo a punto un geometrico piano di vaccinazioni, tenuto conto delle caratteristiche di conservazione e di erogazione dei vaccini (temperature, dosaggi, riprese, etc).
   Il lancio di un tale piano richiede una programmazione rigorosa, in grado di garantire il raggiungimento di tutti i cittadini.
   In Italia sembra si sia cominciato a pensare alla gestione del vaccino solo dopo che l'Ue ha deciso lotti di acquisti centralizzati, ripartiti in base alla popolazione (440 Milioni su 27 Paesi).

 La risposta italiana
  All'Italia, con i suoi 60 milioni di abitanti toccherà un po' più del 13%. 11 Governo ha deciso che gli arrivi dall'estero confluiranno all'aeroporto di Pratica di Mare e qui ai 200 e passa centri di smistamento, presso i quali, dal 27 dicembre, sono in corso le vaccinazioni per personale sanitario e per gli anziani ospiti delle Rsa.
   A oggi, abbiamo superato il primo milione di vaccinati, la stragrande maggioranza dei quali con la prima dose. Per raggiungere l'immunità di gregge occorre vaccinare, con doppia dose (per lo meno fin quando non ci sarà un vaccino monodose), altri 40 milioni di italiani. In totale, 8o milioni di operazioni vaccinali. A questo elevato numero obiettivo occorre assicurare una sicura organizzazione per erogare i vaccini, ossia: i punti vaccinali, i sanitari demandati, la certificazione personale per i due vaccini ricevuti.
   Aspetto di non poco conto. Finora, questo aspetto è sempre stato eluso nelle necessarie declinazioni (trasporto, smistamento e consegne "ad albero", format della documentazione, sanitari preparati e attrezzati), come se si trattasse di un aspetto secondario. Invece è l'aspetto basilare.

 Lezioni dall'insuccesso
  Ancora più importante se si ricorda che il vaccino antinfluenzale è stato un vero insuccesso, in generale nel Paese e in particolare nelle regioni più grandi, a cominciare da Lombardia e Lazio. Pensare a questo insuccesso, rimosso e cancellato dall'Istituto Luce che spesso accompagna la narrativa governativa, fa capire quanto sia basilare impostare un piano rigoroso per la vaccinazione anti-Covid.
   Quando bisogna fare ciò che non si è mai fatto (o che si è dimostrato non sapersi fare), i nostri maestri a ingegneria ci hanno insegnato che bisogna copiare chi ha saputo fare.
   E allora il nostro benchmark deve essere Israele: nella prima settimana del vaccino, ha iniettato 380mila dosi; ora si è portato al ritmo di 500mila al giorno; i suoi 9 milioni di cittadini riceveranno la prima dose in 2 mesi; il ciclo completo delle 2 dosi in 4 mesi.
   Ciò significa che Israele entro maggio avrà completato la messa in sicurezza di tutta la propria popolazione.
   Noi, a detta delle varie autorità competenti, dovremo vaccinare, come detto, 40 milioni di persone. Ossia 4,5 volte la popolazione di Israele.

 Questioni di organizzazione
  Volendolo fare nel doppio dei tempi impiegati da Israele, cioè in 8 mesi, dovremmo organizzarci per erogare 400mila dosi al giorno.
   Bisogna poi calcolare i Centri da attrezzare, i vaccinatori da insediare in ogni centro, chiarire la logistica che dagli oltre 200 centri nodali possa raggiungere i centri operativi. E bisogna definire l'organizzazione standard da dare a ogni Centro: la parte amministrativa per l'accoglienza, il rilascio del tesserino; quanti vaccini l'ora può realisticamente somministrare un vaccinatore; quante ore al giorno il Centro è attivo e per quanti giorni alla settimana.
   In Israele si lavora 7 giorni su 7 e 24 ore al giorno, in maniera ordinata. Ciò presuppone un avviso mandato al singolo cittadino. In Italia, di tutto ciò che presuppone una complessa catena logistica e di comando, nulla è dato sapere. Sembra che il Governo voglia delegare le Regioni.
   È giusto, dopo che tutta la disciplina di questo anomalo periodo è stata gestita dal ministero della salute? Occorrerebbe una chiarezza totale.
   La tragedia del Covid può essere arginata solo se tutto viene organizzato in modo chiaro e rigoroso, con una puntuale informazione ai territori, rendendo loro noto come funzioneranno i vari Centri di pertinenza.
   In questa pagina opaca e sgualcita della complessiva gestione politico/sanitaria/sociale di questa tragedia, sarebbe un raggio di sole.
   Tocca al Governo, e per esso al ministero e al Commissario, fermare il "Cassandra Crossing" del Covid italiano.

(Il Sole 24 Ore, 19 gennaio 2021)


Coronavirus: boom di casi in Israele, per la prima volta oltre 10.000 in un giorno

Israele ha registrato lunedì più di 10.000 nuovi casi di Covid-19. È la prima volta dall'inizio della pandemia di coronavirus. I dati del ministero della Salute parlano di 10.021 casi confermati su 100.000 test effettuati, con un tasso di positività del 10,2%. Ad oggi sono 4.049 gli israeliani morti per complicanze legate al Covid-19 con più di 40 decessi registrati in 24 ore, come sottolinea il Jerusalem Post. Tra i pazienti in condizioni "critiche", aggiunge il giornale, ci sono anche dieci donne incinte. Nel Paese, che registra più di 560.000 contagi dall'inizio dell'emergenza sanitaria, prosegue intanto la campagna di vaccinazioni contro il coronavirus: in totale, scrive il Jerusalem Post, sono 2,2 milioni gli israeliani che hanno ricevuto il vaccino, comprese 422.000 persone che hanno già fatto anche il richiamo.

(Shalom, 19 gennaio 2021)


L'ebreo che mette la Shoah in conto alle ferrovie

In un libro la vita da orfano dell'ex fisioterapista di Cruijff: grazie a lui i treni olandesi hanno risarcito i superstiti e gli eredi.

Salo Muller, A stasera e fai il bravo, Il Sole 24Ore, pp.256 (in edicola dal 16 gennaio a 12.90 Euro, in libreria dal 21 gennaio a 14.90 Euro). Ricorda ancora il motivetto di un'opera che il papà Louis fischiettava ogni giorno rincasando dal lavoro ma soprattutto quel bacio, l'ultimo, che la sua mamma Lena gli diede davanti all'ingresso della scuola, in una mattina di novembre, nel lontano 1942, salutandolo con un affettuoso "a stasera e fai il bravo".
La memoria è futuro e pace. Soprattutto se viene da un uomo coraggioso e tenace come Salo Muller, classe 1936. Suo padre, sua madre e quasi tutta la famiglia sono stati inghiottiti dai campi di sterminio. Così, la vita di Salo è diventata memoria: sulle tracce di Primo Levi, ci ricorda che «è avvenuto quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire». Salo come Primo Levi, come Liliana Segre, Sami Modiano o Nedo Fiano. Ma Salo anche come colui che sta lottando perché le società ferroviarie d'Europa, responsabili di aver trasportato gli ebrei a morire, indennizzino gli eredi di quei 6 milioni di innocenti che pesano sulla coscienza della storia.
  Amsterdam, un sabato mattina del novembre 1942. Mamma Lena dà un bacio in fronte a Salo che sta entrando a scuola: «A stasera e fa' il bravo». A sei anni quelle parole sono i titoli di coda della vita serena di Salo e sono il titolo del libro in cui racconta il suo inferno. Il volume, tradotto ora per la prima volta in italiano dal Sole 24 Ore, è stato pubblicato nel 2005: Salo andava raccontando la sua infanzia da anni nelle scuole e in incontri pubblici. «Ho conservato le lettere della Croce Rossa, lunghe una sola riga ciascuna. In una il nome di mia madre, Lena Blitz, nata il 20 ottobre 1908 e morta ad Auschwitz il 12 febbraio 1943. Nell'altra quello di mio padre, Louis Muller, nato il 20 luglio 1903 e morto ad Auschwitz il 30 aprile 1943».

 Rastrellamenti
  Mamma Lena e papà Louis sono vittime di uno dei rastrellamenti voluti dalle SS in Olanda: sono deportati prima al campo di Westerbork e poi ad Auschwitz. Eppure, si sentivano, pur ebrei, Amsterdammers a tutti gli effetti come si credevano cittadini olandesi i 140mila ebrei del Paese. Poi, divieto dopo divieto, perdono spazi, libertà, vita. Salo Muller racconta questa discesa agli inferi, che ricorda il percorso tutto in discesa che si compie nel Museo Ebraico di Berlino. La struttura architettonica voluta da Daniel Libeskind è la fisicità della caduta: la percentuale di ebrei olandesi eliminati dai tedeschi, quasi l'80% del totale, è la più alta nell'intera Europa occidentale.
  Le pagine di Muller, anche nel ricostruire il clima di inizio anni 40, sono cronaca pura, nessun abbandono, per questo possono essere perfette per i ragazzi: istantanee, pezzi di storia in capitoli brevi e potenti. I tedeschi privano gli ebrei di case, botteghe, negozi, terreni, gli ebrei non possono usufruire di treni, tram, biciclette, taxi e telefoni pubblici, e l'avversione antisemita è tollerata sempre più apertamente. Il clima di quei giorni fa rabbrividire riletto oggi, fra degrado sociale, rigurgiti antisemiti e manifestazioni con le svastiche al petto.
  Salo resta orfano e la resistenza olandese lo nasconde, lo aiuta a trovare alloggi di fortuna e famiglie che lo proteggono. Ogni nuova famiglia un nuovo nome, un nuovo straniamento, una nuova partenza e un nuovo abbandono, fino ai mesi in Frisia, nel Nord dei Paesi Bassi, dove zio Omke e zia Beppe gli fanno da genitori e lui diventa Japje, piccolo Jakob: «Mi sembrava di vivere in un mondo tutto mio, ma pensavo spesso a mamma e papà. Ancora non capivo perché non li avessi più rivisti né come mai in tutto quel tempo non avessi ricevuto loro notizie. Mi mancavano tanto anche zia Ju e zio Louis. Nel frattempo, avevo compiuto otto anni e già lavoravo sodo in campagna».

 Studente ribelle
  Il tempo sospeso, l'infanzia annichilita da momenti atroci come una fucilazione per rappresaglia: Salo è un ragazzino minuto, troppo basso e magro per la sua età. Prega perché i genitori tornino, ma quando l'Olanda viene liberata lo aspetta una nuova partenza: lo accolgono zia Ju, sorella della mamma, e zio Louis. Combatte contro asma, debolezze e fantasmi, è uno studente ribelle e senza pace. Trova la sua strada - e che strada - grazie a Jan Rodenburg, docente al corso serale per diventare massaggiatore: dal 1960 al 1972 sarà il fisioterapista dell'Ajax di Johan Cruijff, che, con il suo calcio totale, porterà il pallone nella modernità.
  Ha molto dalla nuova vita: i successi con l'Ajax, una bella famiglia con Conny e i loro figli ma è impossibile tornare alla leggerezza di quando suonava la batteria, dono di nonno Barend. Così, con il tempo, la vita dell'ex massaggiatore dell'Ajax è diventata testimonianza e lotta. Anche contro le ferrovie. Salo, prendendo spunto da quanto avvenuto in Francia, ha chiesto e ottenuto dalla NS, la società olandese dei trasporti ferroviari, un risarcimento per i sopravvissuti e per gli eredi delle vittime della Shoah. Ora che la sua battaglia è diventata un nuovo libro, Mijn gevecht met de Nederlandse Spoorwegen, la volontà è di estendere la richiesta alle ferrovie tedesche. I suoi pensieri sono senza appello: «Do la colpa alla compagnia ferroviaria per aver trasportato consapevolmente ebrei nei campi di concentramento e per aver ucciso quegli ebrei in modo terribile. Non posso arrendermi perché questo mi fa male ogni giorno. Ogni giorno ci penso e mi fa male. E voglio che quel dolore finalmente passi».
  Ma potrà mai passare un dolore così feroce, così eterno? Intanto, scolpite nel vostro cuore questo libro e lo sguardo mite e fermo di Salo, che parla di passato per costruire un futuro con i tulipani in fiore.

(Libero, 19 gennaio 2021)


Verona, quei Giusti nella questura che salvarono gli ebrei

«Le ricerche hanno dato esito negativo»: così truccarono le indagini

di Alessandro Tortato

«Le ricerche hanno dato esito negativo». Il vicebrigadiere campano Felice Sena, in forza alla Squadra politica della Questura di Verona, con il mandato di ricercare gli ebrei residenti nella zona, era l'incubo di SS e repubblichini. Quasi sempre, se la caccia all'ebreo era affidata a lui, nel verbale dell'indagine compariva quella benedetta formula: «Le ricerche hanno dato esito negativo». La più benedetta delle formule. Perché Felice Sena, non avendo mai avuto intenzione di collaborare con alcun aguzzino in camicia nera, tedesco o italiano che fosse, quando riceveva l'ordine di ricercare un ebreo, estraeva dalle tasche un modulo precompilato: «Verona, lì... Le indagini esperite per addivenire allo arresto (o al rintraccio) di XXX, di (o fu) YYY, di anni..., abitante in Via... N°... hanno dato esito negativo. Viene riferito che lo stesso si è allontanato da questa città per ignota località, fin dal bando di concentramento degli appartenenti alla razza ebraica. Per quanto riguarda al sequestro dei beni, provvede l'Ufficio Amministrazione beni ebraici. Il V. Brig. Sena Felice». E gli salvava la vita.

 Il volume di Domenichini
  Un Giusto in Questura a Verona, quindi. Non il solo, altrimenti, come appunta Stefano Biguzzi in prefazione al volume di Olinto Domenichini Le ricerche hanno dato esito negativo (Cierre, 144 pp., 14 euro), di imminente pubblicazione, non si capirebbe perché la grande maggioranza degli ebrei veronesi riuscì a salvarsi, nonostante in città, dalla fine del 1943, avesse sede la sezione B4 della Gestapo, la famigerata polizia politica nazista, dal 1944 ai comandi del maggiore Boßhammer, l'uomo che organizzava la deportazione degli ebrei dall'Italia. Sappiamo infatti che nel 1942 gli ebrei residenti in provincia e schedati dalla Questura erano circa trecento; di questi, i deportati e assassinati nei campi di sterminio furono trentaquattro. A far finta di non vedere il Sena estrarre all'occasione il modulo prestampato, ci furono certamente il commissario capo Guido Masiero, un vicentino, e il commissario aggiunto Antonino Gagliani, un palermitano. Fu grazie a loro e ad altri colleghi che nessuna campagna di sistematica ricerca di ebrei fu attivata nei mesi di dicembre 1943 e gennaio 1944, nonostante la intimassero reiterate ordinanze e circolari ministeriali. E furono loro, dopo che a Verona, nel dicembre del 1943, era stato istituito un campo di concentramento per ebrei in via Pallone, a coinvolgere nelle pratiche d'arresto il «connivente» medico provinciale Antonio Solli. Solli aveva una duplice strategia per scarcerare i prigionieri: rilasciava puntualmente autorizzazione scritta di libera circolazione agli ebrei che avevano superato i settant'anni e dichiarava altrettanto puntualmente non in grado di sopportare il regime di internamento per motivi di salute quelli più giovani. Ad esempio, non aveva ancora 70 anni Arcibaldo Leoni quando, il 18 dicembre 1943, fu fermato dai Carabinieri di Soave e accompagnato in Questura «per il più da praticarsi».

 Le motivazioni
  La Questura si rivolse immediatamente al Solli, chiedendo di sottoporre il Leoni a visita per accertare se fosse «in condizioni di sopportare il regime del campo di concentramento». Il 20 gennaio 1944 il dottore certificò che l'uomo non poteva restare in stato di internamento e Leoni fu dimesso dal campo. Il 28 febbraio Gagliani lo autorizzò a circolare liberamente. Lo stesso accadde con Ise Lebrecht di 63 anni, con Lucia Levi di 59 anni e tanti altri, tutti fuggiti e molti salvi. Oltre al Solli, gli uomini della Questura, nella loro opera di salvezza, trovarono la «complicità» di altri pubblici funzionari, statali e comunali. Come quel tal Zanardi, impiegato all'anagrafe, che, quando la giovane Rossana Forti, fermata, dovette sottoporsi al controllo della razza, dichiarò, mentendo, che, dai registri dello Stato civile, la ragazza risultava ariana. Le motivazioni? Non le sappiamo, non abbiamo documenti per saperlo. Potrebbero avere agito per scelta di campo, per fede, per umanità, forse addirittura solo per rivalità con altre istituzioni. Sappiamo però che l'hanno fatto rischiando la vita e sono per questo dei Giusti. I Giusti della Questura di Verona.

(Corriere della Sera, 19 gennaio 2021)


È prodotto in Israele, ma per l'ayatollah è ok

Si chiama Taffix lo spray nasale scoperto e sviluppato in Israele che impedisce al covid di attaccare la mucosa nasale, proteggendola per alcune ore. Stavolta l'ayatollah Naser Makarem Shirazi ha emesso una fatwa che va in deroga alla norma che impedisce l'acquisto di prodotti sionisti o israeliani correggendola con un «a meno che il trattamento non sia unico ed insostituibile». Evidentemente la vita non puzza neanche a loro e ben vengano i prodotti del piccolo satana se allontanano l'appuntamento con Allah. Rocco Bruno

(il Giornale, 19 gennaio 2021)


«Il quinto Tour è una missione: Israel è il futuro e io non sono il passato»

Ultima sfida (impossibile?) a 35 anni. «Mi sento giovane, l'età è soltanto uno stato mentale. Facile ritirarsi»

«Non sono finito, l'età è uno stato mentale, voglio il quinto Tour de France» - un'altro. Nel giorno della presentazione al mondo della Israel Start Up Nation, il 35enne britannico parla in video dalla California - si sta appoggiando al centro riabilitativo della Red Bull di Santa Monica - e pone ancora una volta altissima l'asticella dell'ambizione. Solo il belga Lambot (Tour 1922) e l'americano Horner (Vuelta 2013) hanno vinto un grande giro dopo aver compiuto 36 anni, anzi l'americano ne aveva quasi 42. Due volte su 275 -107 Tour, 103 Giri, 75 Vuelta - significa lo 0,7%. «Ma il mondo ora è cambiato, allenamento e alimentazione nello sport si sono evoluti, io ho cominciato tardi e mi sento relativamente giovane. Gli atleti adesso possono spingersi oltre grazie a tutto questo».

 Stile Barcellona
  Nulla ci è precluso, sembra intendere Sylvan Adams quando per la squadra di cui è l'anima usa l'espressione cara al Barcellona: «Siamo più di un club». Ebreo-canadese, appassionato di biciclette, emigrò in Israele nel 2016. Era stato lui a mettere sul piatto 20 milioni di euro per la grande partenza del Giro d'Italia 2018 da Gerusalemme. Sempre lui ha promosso la creazione del modernissimo velodromo di Tel Aviv. Non sorprende dunque che dica: «Vogliamo sviluppare il ciclismo come era successo in Gran Bretagna quando crearono il velodromo a Manchester. E poi promuovere il turismo nella nostra terra, oltre a far crescere i nostri atleti: ora ce ne sono quattro nella squadra. Israele è il secondo Paese nel mondo per il numero di start up. Siamo all'avanguardia nell'innovazione». E bisogna prendere nota pure delle parole sul vaccino anti Covid. «Non vogliamo saltare la coda. In Israele già il 25 per cento della popolazione è vaccinata, per fine marzo lo dovrebbero essere tutti. A quel punto, se e quando riusciremo ad organizzare un training-camp qui, contiamo di poter vaccinare i nostri atleti». Sì, questa non è una «semplice» storia di sport. E allora Froome - triennale a 3 milioni di euro, si dice - diventa un simbolo, prima ancora che un capitano.

- Chris, quando la rivedremo in Europa?
  «Tornerò a febbraio, penso nella prima parte. Ma per il debutto stagionale non abbiamo ancora deciso dopo la cancellazione della Vuelta San Juan».

- Dopo l'incidente del 2019 prima della crono del Delfinato, come farà a vincere il quinto Tour e raggiungere Anquetil, Merckx, Hinault e Indurain in questo ristrettissimo club?
  «La cosa più importante è tornare al livello di prima della caduta. Sono fiducioso che possa succedere, ma solo in gara vedrò realmente come vanno le cose. Quello di Israel per me è un progetto a lungo termine, che mi accompagnerà fino a fine carriera e pure oltre. Dopo quella caduta, la scelta più facile sarebbe stata ritirarsi. Ma non volevo concludere così».

- Dovrà dimostrare di essere capace di vincere senza avere uno squadrone come Sky... «
  Era la sfida di cui avevo bisogno. Mi esalta l'idea di un team costruito attorno a me, di poter essere un esempio per i giovani, di far parte di un qualcosa che va oltre il ciclismo. Un po' come era stata Sky all'inizio».

- Si, ma il blocco di Israel non sembra all'altezza di quelli di Ineos o della Jumbo.
  «Pogacar nell'ultima edizione non ne faceva parte e ha vinto. Magari si potrebbe ripetere uno scenario di quel tipo. Alla fine, le corse si trasformano in sfide tra gli uomini più forti».

- In California che tipo di lavori sta facendo?
  «Oltre agli allenamenti in bici, potendo sfruttare un clima ottimo, tante sessioni in palestra per ritrovare massa muscolare e potenziare la gamba infortunata, i quadricipiti».

- Una ispirazione è Valverde, ancora competitivo anche oltre i 40 anni?
  «So che è possibile. Voglio dimostrarlo anch'io».

(La Gazzetta dello Sport, 19 gennaio 2021)


Ammagamma sbarca in Israele. Ad Haifa la prima sede estera

L'hub aperto in collaborazione con Interprocess. Focus sull'AI applicata a settori come food, multiutility e manifattura plastica.

La società ha annunciato l'apertura della prima sede estera a Haifa in Israele, uno dei Paesi leader nel settore dell'intelligenza artificiale a livello mondiale. Lo scorso 7 gennaio 2021 la nuova sede israeliana è stata ufficialmente aperta in collaborazione con il partner Interprocess, azienda israeliana che opera dal 1974 per favorire la cooperazione industriale e la diffusione sul mercato israeliano di prodotti e tecnologie da Europa, Canada e Stati Uniti.
   La partnership tra la società di data science Ammagamma e Interprocess è attiva già dal 2019, e si inserisce nella dimensione della continuità di un rapporto costruttivo tra Modena e Israele, che affonda le sue radici in una storia condivisa: le radici ebraiche di Modena e le radici italiane dell'ebraismo moderno si intersecano nella costruzione di un progetto imprenditoriale fondato su una profonda affinità culturale. Questa lunga relazione di reciproca contaminazione rappresenta, oggi, uno scenario di forte ispirazione per un futuro potenziale di cooperazione sempre più stretta.
   I molteplici settori di interesse condiviso tra Italia e Israele, in campo scientifico, tecnologico e culturale, permettono di immaginare opportunità e di disegnare strategie sempre più ambiziose di collaborazione tra i due Paesi, di fronte alle sfide poste da scenari sempre più estesi di applicazione dell'intelligenza artificiale.
   Con l'apertura di questa nuova sede israeliana, oggi, Ammagamma fa un altro passo avanti nella volontà di sviluppare modelli di matematica applicata ed intelligenza artificiale sempre più competitivi e sempre più capaci di supportare i clienti in un processo di innovazione, tecnologica e culturale.

(CorCom, 18 gennaio 2021)


Per Israele "gli Accordi di Abramo sono una svolta e l'Iran è isolato"

Gli Accordi di Abramo, che hanno normalizzato i rapporti tra Israele ed Emirati arabi uniti e Bahrein, stanno cambiando velocemente il volto del Medio Oriente, schiudendo prospettive di sviluppo inedite tra i Paesi della regione e mandando un messaggio molto chiaro all'Iran, in modo che il regime si senta sempre più isolato e cambi atteggiamento.
   È l'analisi del diplomatico Eliav Benjamin, direttore della divisione Medio Oriente del ministero degli Esteri israeliano, che all'intesa storica firmata lo scorso 15 settembre alla Casa Bianca ha lavorato a lungo. "Gli accordi di Abramo non sono contro alcuna entità o Paese, ma riguardano le relazioni bilaterali tra noi e le nazioni" con cui sono stati firmati, ha sottolineato parlando con l'AGI il diplomatico di lungo corso, con un passato all'ambasciata negli Usa.
   "Ritengo però - ha aggiunto - che sia arrivato il momento che Paesi che premono per estremismo e terrorismo, e vogliono le armi nucleari per attaccare, capiscano che sono sempre più isolati. E penso che lo stiano comprendendo sempre più". Da qui, l'esortazione a "tutte le nazioni del mondo a continuare a fare pressioni sull'Iran perché cambi i suoi modi". La Repubblica islamica infatti è "una minaccia non solo per la regione ma per la stabilità, la sicurezza e la prosperità di tutti".
   Salutati come un'intesa storica che delinea un nuovo Medio Oriente, gli Accordi di Abramo hanno inaugurato un corso inedito; Emirati e Bahrein sono stati i primi Paesi del Golfo a partecipare e la speranza del governo israeliano è che altri si aggiungano presto all'intesa, in particolare l'Arabia Saudita, peso massimo della regione.
   Per Benjamin, "bisogna riconoscere e apprezzare i passi positivi" fatti finora da Riad: la firma da parte di Abu Dhabi e Manama "non sarebbe stata possibile senza una qualche forma di consenso da parte sua", e ha anche autorizzato Israele all'"uso del suo spazio aereo".
   Allo stesso tempo, ha osservato il diplomatico israeliano, "dobbiamo riconoscere che potrebbe volerci un po' di piu'" perche' il Regno wahabita si unisca, stante il ruolo religioso che gioca come custode dei luoghi sacri dell'Islam; la compresenza di un re anziano, tuttora al potere, e un principe ereditario più aperto, e infine il fatto che sia stata proprio l'Arabia Saudita a farsi promotrice nel 2002 dell'iniziativa di pace araba che chiede progressi sulla questione palestinese prima di avanzare sul terreno della normalizzazione.
   A questo proposito, guardando all'impasse in cui versa il dialogo israelo-palestinese, Benjamin è un convinto sostenitore del 'potere' dell'economia per avvicinare popoli e nazioni: "Quello che speriamo è che i palestinesi capiscano l'interesse economico nel partecipare. Sfortunatamente finora non e' stato cosi'. Ci vuole coraggio anche da parte della leadership palestinese", ha sostenuto, sottolineando che "il paradigma è cambiato".
   Altri Paesi arabi si sono avvicinati perché hanno realizzato che stavano "perdendo opportunità commerciali", che volevano "lo sviluppo delle economie" e che non si poteva "continuare in quella situazione di stallo".
   "Sfortunatamente sono gli interlocutori di più vecchia data d'Israele nella regione, come i palestinesi, che non hanno ancora fatto questo cambio di mentalità". Quanto all'imminente avvicendamento alla Casa Bianca, Israele di certo perde un grande amico: nei suoi quattro anni, Donald Trump ha fatto molto per lo storico alleato, accreditando Gerusalemme come capitale d'Israele, spostandovi l'ambasciata, e riconoscendo la sovranità israeliana sulle Alture del Golan. Ha inoltre tagliato i fondi ai palestinesi.
   D'altra parte, ha ricordato l'alto diplomatico israeliano, "quando si tratta delle relazioni Usa-Israele l'amicizia e' molto solida e l'impegno e' molto forte". Il nuovo presidente Joe Biden avrà diversi dossier urgenti di politica nazionale da gestire e "non e' chiaro quanto alta sara' la posizione del Medio Oriente nella sua agenda, ma posso dire che sicuramente l'impegno continuerà nei confronti delle relazioni con Israele e dell'interesse a vedere un Medio Oriente prospero e connesso tra i Paesi moderati della regione".
   
(AGI, 18 gennaio 2021)


Il Wsj: "In Israele la 1a dose di vaccino ha ridotto i contagi del 33 per cento"

Dopo il quattordicesimo giorno dalla somministrazione il calo delle infezioni.

di Laura Margottini

E' una notizia che fa sperare, anche se va presa con le pinze: dai primi dati rilevati in Israele, la nazione che ha condotto la più veloce campagna vaccinale anti Covid - su un quarto della popolazione in meno di un mese - emergerebbe che la già la prima dose di vaccino Pfizer Biontech possa diminuire la trasmissione del contagio del 33%. Il che farebbe sperare anche rispetto ai problemi relativi alla mancanza di dosi sufficienti a garantire che due dosi di vaccino siano somministrate nei tempi previsti dai protocolli vaccinali. Pfizer ha annunciato il taglio alla distribuzione delle dosi del 29%, infatti, e da domani arriveranno in Italia ben 100mila dosi in meno. Il Regno Unito ha deciso di posticipare la somministrazione della seconda dose fino a 12 settimane dopo la prima, e non 21 giorni, come prevede il protocollo Pfizer. Scelta criticata da molti esperti nel mondo, ma che invece ha un senso secondo altri.
   "È una questione urgente e su cui bisogna discutere subito", spiega Giuseppe Pontrelli, epidemiologo clinico, ex Istituto superiore di sanità. La controversia ruota attorno a due approcci. Il primo: seguire i protocolli sperimentali somministrando la seconda dose a 21 giorni dalla prima per Pfizer raggiungendo la massima copertura del 95%, e dopo 28 giorni per Moderna, per avere al 94%, evitando così di addentrarsi nell'incertezza, ma lasciando fuori un gran numero di soggetti ad alto rischio. Anche l'Agenzia del farmaco europea (Ema) ha dichiarato: "Il lasso di tempo massimo di 42 giorni da far trascorrere tra la prima e la seconda dose del vaccino Pfizer Biontech deve essere rispettato per ottenere la massima protezione", ha dichiarato il 4 gennaio. "Le prove dell'efficacia si basano su studi in cui le dosi sono state somministrate da 19 a 42 giorni di distanza l'una dall'altra. La protezione completa è accertata dopo sette giorni dal richiamo".
   L'altro approccio, come quello adottato dal Regno Unito, prevede di spostare fino a 12 settimane più avanti le seconde dosi destinate ai sanitari, per offrire la prima dose a quante più persone ad alto rischio. Rinunciando alla copertura ottimale accertata del 95 e 94% e rischiarne una minore. Lo sostengono molti esperti di alto profilo scientifico, come Akiko Iwasaki, immunobiologa all'Università di Yale. Moderna ha testato il vaccino anche nella forma di unica dose in un gruppo di volontari. Si è visto che l'efficacia scende all'80%. Dai dati Pfizer, che hanno utilizzato due dosi su tutti i volontari del gruppo dei vaccinati, si evince che dal 10° giorno dalla prima dose fino al 21° (data in cui si è iniziata a somministrare la seconda dose) c'è comunque una significativa differenza nel numero di malati Covid registrati nel gruppo placebo e in quello che ha ricevuto la prima dose.
   "Certo, dopo il 21° giorno non possiamo dire più nulla su quanto la prima dose avrebbe continuato a proteggere dalla malattia; spiega Pontrelli. "I dati non li abbiamo. Lo studio condotto in Israele, non ancora pubblicato e tutto da confermare, offre una speranza sul puntare sulla prima dose per salvare quante più vite possibile. Come riporta il Wall Street Journal il più grande provider di assistenza sanitaria di Israele, Clalit Health Services, ha confrontato i tassi di positività al SarsCov2 tra un gruppo di 200 mila persone oltre i 60 anni che hanno già ricevuto il vaccino, con 200 mila che non lo hanno ricevuto. Fino al 14° giorno, c'era poca differenza nel numero di infezioni contratte rispettivamente nei due gruppi. Ma dal 15° giorno in poi, i dati mostrano un calo del 33% dei tassi di infezione tra chi ha ricevuto la prima dose e chi nulla. Il che potrebbe dare un'importante e nuova indicazione anche rispetto alla capacità del vaccino Pfizer di proteggere anche contro il contagio, non solo contro la possibilità di sviluppare la malattia Covid.

(il Fatto Quotidiano, 18 gennaio 2021)


I libri di scuola palestinesi, prodotti dall'agenzia dell'Onu, sono pieni di odio contro israele

di Giacomo Kahn

I contenuti didattici prodotti dall'Unrwa (l'agenzia Onu per i profughi palestinesi) sono pieni di odio e di incoraggiamento alla jihad, alla violenza e al martirio, e del tutto privi di qualsiasi materiale che promuova il processo di riconciliazione e la pace. E' quanto emerge da un recente rapporto dell'Istituto di ricerca Impact-se, collegato all'Universita' di Gerusalemme, che si dedica all'analisi e al monitoraggio dei sistemi educativi in base agli standard internazionali sull'educazione alla pace e alla tolleranza indicati dalle dichiarazioni e risoluzioni dell'Unesco (l'agenzia Onu per la cultura, la scienza e l'istruzione). Secondo il rapporto diffuso, i materiali didattici dell'Unrwa insegnano agli alunni palestinesi odio e intolleranza in varie forme, che vanno dal problema di matematica che chiede agli allievi di identificare il numero corretto di "martiri dalla prima intifada", alla completa rimozione di Israele - uno stato membro delle Nazioni Unite - da tutte le mappe presenti nei libri targati Unrwa, che etichettano l'intero territorio come una moderna "Palestina".
   I risultati della ricerca dimostrano che i materiali didattici dell'Unrwa indirizzano chiaramente gli alunni a studiare, ad esempio, la figura di Dalal Mugrabi, autrice di un attentato terroristico costato la vita a 38 persone, compresi 13 bambini, caratterizzandola come un modello di comportamento.
   Quando Israele viene menzionato, viene solitamente indicato come "il nemico" o "l'occupazione sionista", in aperta violazione dei principi di neutralita' delle Nazioni Unite a cui l'Unrwa sarebbe tenuta ad ispirarsi e attenersi. Il rapporto evidenzia inoltre le teorie complottiste divulgate nel materiale didattico dell'Unrwa, come la calunnia secondo cui "i sionisti" avrebbero deliberatamente dato fuoco alla moschea di al-Aqsa o che Israele scarichi deliberatamente rifiuti tossici e radioattivi in Cisgiordania. Secondo IMPACT-se, il materiale didattico creato dall'Unrwa e', in vari casi, piu' estremista del materiale prodotto dall'Autorita' Palestinese che e' chiamato a integrare. E' il caso, per esempio, di contenuti che condannano la cooperazione economica israelo-palestinese, una condanna che contraddice gli sforzi per la cooperazione ufficialmente sostenuti a livello internazionale.
   "La realtà - ha spiegato il responsabile dello studio, Marcus Sheffield - e' che, con il suo materiale, l'Unrwa si rende complice della radicalizzazione degli scolari palestinesi mediante la glorificazione dei terroristi, l'incoraggiamento alla violenza e l'insegnamento delle calunnie del sangue".
   
(Shalom, 18 gennaio 2021)


Da Servigliano ad Auschwitz: il rastrellamento degli ebrei nel Piceno e Fermano del 1943

di Roberto Guidotti

 
Il campo di prigionia di Servigliano
SERVIGLIANO - Anche nel Piceno come in tutta l'Italia occupata dai tedeschi, gli ebrei subirono la follia e crudeltà nazista. Una pagina di storia per la verità non molto conosciuta nemmeno a livello locale.
   Quando nel 1943 i tedeschi arrivarono in provincia di Ascoli, che in quel tempo includeva anche Fermo, fecero subito i preparativi per procedere ai rastrellamenti. Come narrato nei dettagli dallo storico Costantino Di Sante nel libro Il Campo di Concentramento di Servigliano 1940/1944 che ha tra le sue fonti l'Archivio Provinciale dello Stato di Ascoli Piceno, il 7 ottobre il locale comando tedesco ordinò che "tutti gli ebrei internati e liberi…devono essere tratti in arresto e internati nel campo di concentramento di Servigliano".
   Il campo di concentramento di Servigliano era stato realizzato nel 1915/1917 su tre ettari di terra, con trentadue baracche per ospitare 4.000 prigionieri di guerra. Chiuso poco dopo il 1919 fu riaperto nel 1940 dove furono rinchiusi i prigionieri di guerra britannici, americani e francesi che fuggirono poco prima dell'arrivo dei tedeschi, il 20 settembre 1943.
   Il 6 ottobre si era verificato il primo rastrellamento di 41 ebrei da Ascoli, Offida, Castignano, Santa Vittoria in Matenano, Falerone e Montegiorgio. In un'informativa della questura di Ascoli ai comandi dei carabinieri si leggeva: "Avverto che il comando germanico annette particolare importanza al servizio". Insomma non c'era scampo per gli ebrei del Piceno. Pochi giorni dopo altri 28 ebrei furono portati nel campo. Altri 20 furono "rastrellati"nei comuni di San Benedetto, Maltignano, Venarotta, Porto San Giorgio e Fermo ma a causa della mancanza di mezzi di trasporto non arrivarono subito a Servigliano. A fine ottobre risultavano presenti 62 prigionieri ebrei fra cui donne e bambini. Alcuni, forse una decina riuscirono a fuggire. Si calcola che dei 110 presenti nella provincia di Ascoli solo 17 sfuggirono alla prigionia del campo di concentramento.
   Nel febbraio 1944 furono tradotti nel campo anche i prigionieri anglo maltesi internati ad Acquasanta ed Arquata. Un bombardamento inglese e un'incursione dei Partigiani aiutarono alcuni ebrei, una decina a fuggire dal campo. Il 4 maggio 1944 un autotreno con i tedeschi arrivò a Servigliano con l'intenzione di prelevare 50 ebrei. Di questi 31 vennero catturati e portati a Fossoli in provincia di Modena nel campo "poliziesco di internamento e di transito". Da qui il 16 maggio partì il convoglio per Auschwitz con 581 persone. Degli ebrei prigionieri a Servigliano, 10 furono uccisi al loro arrivo nel campo di sterminio; gli altri morirono di stenti e maltrattamenti. Solo una donna, riuscì a salvarsi e venne liberata nel 1945.
   Poco dopo da Corropoli e da Isola del Gran Sasso arrivarono altri ebrei. Ma i partigiani erano vicini. Altri due ebrei furono trucidati dai tedeschi per rappresaglia mentre si ritiravano. Il 25 giugno la zona fu completamente liberata.
   Ma non ci fu, come dichiarato da Primo Levi una specie di "quiete dopo la tempesta". Molti degli ebrei sopravvissuti trovarono grosse difficoltà nel reinserirsi dopo la liberazione. In diversi casi, complice lo smarrimento e i pochi mezzi a disposizione, tornarono nei comuni dove erano stati precedentemente internati. Da quel momento in poi non si trovano più notizie precise delle vittime dell'oppressione nazista all'interno delle province di Ascoli e Fermo.

(The world news platform, 18 gennaio 2021)


Riflessioni sul negazionismo

di Fulvio Canetti

Il negazionismo è un motto creato per negare l'esistenza di un progetto di sterminio dell'uomo a cominciare dagli ebrei (Shoà). Per trovare una spiegazione al Negazionismo è stato chiamato in causa l'antisemitismo nell'intento di eludere la questione e proseguire sulla strada della menzogna affinché la Shoà potesse continuare. Questa dimensione oscura presente nell'uomo, oggi ha invaso il campo della politica volta a legittimare il terrorismo, nonché il campo religioso, per negare l'identità ebraica alla città santa di Gerusalemme. Il negazionismo è di certo una forma moderna di antisemitismo, sulla cui genesi hanno concorso sia il pregiudizio religioso legato al ''deicidio'' noto come antigiudaismo, sia le ideologie laiche riguardanti il razzismo, con la creazione del mito della razza ariana. A questi pregiudizi, si aggiunge quello economico, essendo il sistema capitalista ritenuto dai negazionisti una derivazione della visione ebraica della società, marxismo compreso, in quanto capitalismo di Stato.
   Le tesi principali dei negazionisti riguardano i seguenti punti:
  1. La narrazione della Shoà è una invenzione per giustificare la nascita e la costruzione dello Stato d'Israele.
  2. Nei lager nazisti la presenza delle camere a gas è una fantasia della propaganda sionista.
  3. I nazisti, bontà loro, non intendevano sterminare il popolo ebraico, bensì salvarlo dalle persecuzioni (pogrom), mettendo questo a riparo nei Lager dell'Europa orientale. (sic!)
E' necessaria una buona facciatosta, nel sostenere queste tesi assurde per voler spiegare una realtà molto scomoda, che pesa come un macigno sul loro malato intelletto. Il negazionismo è una patologia della mente, che colpisce gli individui disturbati nei rapporti umani sia a livello individuale che collettivo. Costoro sono paladini di spiegazioni facili e naturali per nascondere il loro vero obiettivo, che è quello di realizzare una società ordinata ma senza legge, affinché l'identità dell'uomo possa essere manipolata e poi distrutta.
   Chi erano e chi sono questi signori che predicano una tale ideologia? Il capostipite di questa genia è Paul Rassinier, un anarco-sindacalista francese con tendenze pacifiste a cui si aggregò il suo amico neofascista Maurice Bardèche, appartenente all'Action française (AF). A questi antesignani negazionisti della Shoà si uniranno il saggista britannico David Irving e il professore Robert Faurisson, che trovarono un punto di riferimento nello Institute for Historical Review fondato negli Stati Uniti da Willis Carto nel 1978, un esponente del Ku Klux Klan.
   L'argomento cardine sostenuto da costoro era l'inesistenza delle camere a gas nei Lager nazisti, cercando di dimostrare l'impossibilità tecnica dello sterminio di massa mediante gas velenosi (Zyklon B). Per questo fine, nel 1988 venne pubblicato un rapporto noto come Leuchter Report, dove si pretendeva di dimostrare scientificamente (sic!) l'inesistenza delle camere a gas, per l'assenza di residuati di cianuro sulle loro pareti. Il rapporto, che è una summa di tutte le chimere antiscientifiche, ha trovato nella persona del vescovo cattolico Richard Willianson un valido sostenitore. Costui che appoggiava la tesi negazionista del rapporto Leuchter, affermò l'impossibilità della esistenza delle camere a gas nei Lager della Germania nazista. Per non infangare la memoria delle vittime che non possono testimoniare, è doveroso da parte nostra, gettare una luce su tanta oscurità.
   Il prelievo di materiale in questione è stato fatto senza alcuna autorizzazione né controlli tecnici adeguati, lasciando in questo fare, spazio ad errori grossolani di valutazione. I nazisti prima della ritirata, fecero saltare con dinamite le camere a gas, che nel corso del tempo vennero colpite dalle intemperie naturali, per cui le tracce di cianuro, come residuato chimico del gas Zyclon B, era scomparso sia dai muri che dai pavimenti delle camere della morte.
   Fallito questo approccio nel tentativo di mistificare la storia della Shoà, i negazionisti si sono adoperati per dare una veste di rispettabilità scientifica alla loro criminale ideologia. Il professore Robert Faurisson insieme ad alcuni suoi allievi come il saggista italiano Carlo Mattogno, tenterebbe di legittimare il negazionismo attraverso strategie ''oggettivanti'' per dare l'illusione che sia in corso un dibattito tra storiografia ufficiale e quella negazionista. Il metodo è quello di smontare le testimonianze e i documenti che attestano l'esistenza del genocidio del popolo ebraico, senza portare prove a garanzia della loro tesi. In più ignorano le testimonianze dirette dei Sonderkommando fino ad essere sordi sui discorsi di Hitler e ciechi di fronte alla Conferenza di Wannsee, capeggiata da Reinhard Heydrich nel 1942, in cui venne decisa la liquidazione degli ebrei d'Europa.
   Il fine del negazionismo è quello di intorbidare le acque, in modo da costruire una tela narrativa volta a negare i crimini commessi dai nazisti durante la Shoà. Il capo delle SS Heinrich Himmler alla Conferenza di Poznan nel 1943 dichiarò che la pagina di storia legata al genocidio degli ebrei non sarebbe mai stata scritta, a causa dell'impossibilità di comprendere il linguaggio usato dai nazisti, che era stato svuotato del proprio significato e quindi destoricizzato. Si possono fare alcuni esempi. Per occultare il programma di sterminio degli ebrei venivano usate espressioni come ''Notte e Nebbia'', oppure Sonderaktion (azione speciale) per indicare la selezione insieme alla sigla NN-Tranport relativa al trasporto delle vittime nei Lager fino a giungere al locale delle docce (Duschkammer), dove sarebbe avvenuta la disinfestazione, appellativo eufemistico attribuito alle vittime umane da eliminare. Lo scopo di appiattire il linguaggio era quello di cancellare la storia degli ebrei per continuarne distruzione, compreso il loro ricordo.
   Il negazionismo, una piaga purulenta che ha infettato la storia dell'uomo, si è estesa anche in campo religioso, come la negazione dell'identità ebraica del Monte del Tempio in Gerusalemme. A tale riguardo la quarta Commissione delle Nazioni Unite, ha negato l'identità ebraica del Monte del Tempio (har ha bait), stabilendo che questa venga denominata nelle sedi internazionali solo con il nome arabo di Haran al-Sharif. La scelta di questa Commissione approvata con maggioranza automatica dei paesi islamici e dei suoi compari, Italia compresa, offende la storia ebraica nonché quella cristiana. Storicamente il complesso islamico sul Monte del Tempio è stato costruito soltanto molti secoli dopo (680 e.v.) e sul luogo dove esisteva il Tempio ebraico, distrutto dalle legioni di Roma agli ordini dell'imperatore Tito (70 e.v.) E' stato un regalo fatto da Barak Obama, in odore di Islam radicale, ai suoi alleati della Fratellanza musulmana, voltando le spalle all'Occidente dopo averne preso i consensi elettorali, nonché un corposo premio Nobèl per la pace. Il negazionismo pertanto è entrato nelle stanze del Potere del mondo libero, rispondendo alle interrogazioni della storia in modo vile e menzognero.
   Un antico proverbio afferma che il diavolo fa le pentole e dimentica di fare i coperchi. Barak Obama nel suo libro ''Una terra promessa'' racconta in prima persona la propria Odissea esistenziale alla ricerca della sua identità fino a diventare il leader di una grande democrazia. E' il racconto del primo e forse ultimo presidente afro-americano, tallonato dalla storia che egli cerca di mettere in un sacco, mentre in realtà gli sta sfuggendo di mano. Cosa Obama non racconta nel suo libro? Le proprie disfatte come quella delle sedicenti primavere arabe capeggiate dai fratelli musulmani e le volute negligenze politiche, donando all'Iran sciita di Kamenei, la possibilità di produrre armamenti atomici. Perché tutto questo? Per aprire la strada a una nuova Shoà in Medio Oriente, sull'onda del negazionismo, dove Israele sarebbe stato cancellato dalle carte geografiche.
   E' verosimile questa analisi? Se prendiamo per buona la votazione avvenuta nella IV Commissione delle Nazioni Unite (ONU) nel dicembre del 2016 e.v. in cui veniva negata l'identità ebraica di Gerusalemme sponsorizzata da Barak Obama, qualche dubbio di certezza salta alla mente. Se poi per maggiore curiosità, scorriamo le pagine del romanzo, salta evidente il suo rancore e la sua mistificazione della storia del Medio Oriente durante ''l'occupazione inglese''(sic!) e le vittorie belliche delle ''milizie ebraiche''(sic!). Ne abbiamo abbastanza per mettere questo individuo tra i ''negazionisti'' in giacca e cravatta, osannato dalla galassia antisemita e sedicente pacifista. E' quanto immaginava Vidal-Naquet nel suo libro ''Gli assassini della memoria'', dove un negazionista come Robert Faurisson fosse diventato un presidente della Repubblica oppure un segretario delle Nazioni Unite. E' stata una immaginazione diventata realtà!
   E' un segno dei tempi? Tallonato dal virus l'uomo moderno perderà la capacità di negare il male da egli stesso compiuto nell'intento di continuare su questa strada oscura. Usare un linguaggio appiattito e distorto come facevano allegramente i nazisti per nascondere i loro crimini, sarà difficile, molto difficile. Servirsi della parola, un dono Divino, per fare il male e negarne l'esistenza, viene oggi contrastato dalle sentinelle di luce (angeli) messi a guardia del giardino dell'Eden con spade fiammeggianti. Il negazionismo sorto per mistificare e banalizzare quanto accaduto nella Shoà e quanto oggi accade di criminale nel mondo, si sta espandendo in altri campi del Potere sociale e religioso. Cosa pensare a riguardo del disegno di legge proposto dal Parlamento iraniano di Kamanei nel voler distruggere la Nazione ebraica entro l'anno di Allah fissato per il 2041! Oppure il mostrare senza alcun ritegno dai giornaloni del Vaticano un Gesù palestinese con Giuseppe e Maria vestiti da arabi, per recidere le loro radici ebraiche? Il fine satanico dei negazionisti, schiuma nera della società, è quello di condurre l'Umanità sulla strada del caos e delle tenebre. E' una guerra che l'uomo libero deve combattere e vincere, per mantenere la libertà nel mondo e poter benedire il santo Nome del Signore nella sua Casa in Gerusalemme.

(Inviato dall’autore, 18 gennaio 2021)


All'Insubria un ricercatore in lingua e storia ebraica grazie alla Rothschild Foundation

Gli ebrei e l'ebraismo in Lombardia e in generale nel Nord Italia sono nuovi temi di studio all'Università dell'Insubria, grazie a un ambito finanziamento di 72mila euro da parte della Rothschild Foundation di Londra. La più importante organizzazione europea per la promozione della cultura ebraica ha premiato, tra le tante richieste, quella del Dipartimento di Scienze umane e dell'innovazione per il territorio dell'ateneo, grazie alle competenze in materia del suo direttore, il professore Paolo Luca Bernardini, tra massimi esperti di cultura ebraica in Italia per quel che riguarda la prima età moderna. Nel panorama nazionale sono solo undici gli studiosi strutturati di queste discipline all'interno del corpo docente e sono presenti in soli otto atenei nessuno dei quali in Lombardia.
Vincitore del concorso dell'Insubria per l'assegno di ricerca, inizialmente triennale, è Piergabriele Mancuso, veneziano di 45 anni, uno dei maggiori ebraisti italiani, che ha all'attivo una grande quantità di pubblicazioni ed è apprezzato anche a livello internazionale, con un dottorato allo University College di Londra e soggiorni di ricerca in Israele, negli Stati Uniti e in molti altri Paesi. Mancuso non è solo storico della letteratura ebraica, medievale e moderna, ma anche studioso di musica ebraica, in particolare delle tradizioni spesso dimenticate degli ebrei italiani, e lui stesso suona la viola.
Piergabriele Mancuso ha iniziato con il 2021 la sua attività all'Insubria, dove si occuperà in particolare della storia e della presenza ebraica in Lombardia, e offrirà anche corsi di ebraico, moderno e biblico: «Milano si contende con Roma il primato di maggiore città ebraica in Italia - spiega il ricercatore -. Al di là dei numeri, Milano ospita una comunità estremamente variegata, fatta di ebrei di origine italiana (nel senso di ritualità italiana, altrimenti detti italkim) e askenazita, formata relativamente di recente da un travaso del gruppo mantovano, ma anche un'importantissima componente persiana (ex-Iran) e libica, ciascuna con i propri usi e costumi rituali, nonché tratti linguistici assolutamente peculiari. Anche le fonti archivistiche e i fondi sia privati sia pubblici sono vastissimi. Meno forte, anzi quasi del tutto assente l'interesse delle università lombarde per questa storia».
Soddisfatto il promotore del progetto Paolo Luca Bernardini: «Nostra intenzione è creare un centro di studi e ricerche, che chiameremo Padania Judaica. Centro Studi su Ebrei ed Ebraismo nella Regione Padana. Un centro che ci permetta di studiare l'immensa tradizione delle comunità ebraiche dell'area padana, da Trieste a Torino, da Venezia a Ferrara e Milano, per citare solo le maggiori. Per far questo ci coordineremo con centri di studio già affermati, come il Cdec di Milano, diretto da Gadi Luzzatto, e i centri della Svizzera italiana».
La presenza ebraica nel territorio insubre tocca anche le due sedi dell'ateneo: Como con la «Contrada degli Ebrei» e Varese con Jósef Leopold Toeplitz, amministratore delegato della Banca Commerciale che rese la città un vero colosso negli anni Venti del Novecento. E anche questi luoghi saranno materia di studio del nuovo ricercatore.

(CiaoComo.it, 18 gennaio 2021)


Netanyahu punta al voto degli arabi per vincere ancora

A marzo il Paese torna alle urne per la quarta volta in meno di due anni. Il premier ha bisogno di alleati: e li cerca fra gli avversari storici

di Sharon Nizza

TEL AVIV - Nella quarta campagna elettorale in meno di due anni, Benjamin Netanyahu estrae un nuovo per nulla scontato coniglio dal cappello: la caccia al voto arabo.
   Dismesso lo slogan "O Bibi oTibi" (Ahmad Tibi è un parlamentare arabo-israeliano di lungo corso), scusatosi per quando dichiarava «il governo della destra è in pericolo, gli arabi accorrono in massa alle urne», archiviati gli attacchi a chi in passato ha valutato un appoggio esterno della Lista Araba Unita (LAU), il premier in carica ora apre una nuova stagione nei rapporti tra la destra e l'elettorato arabo, che rappresenta il 21% della popolazione israeliana. E lo fa da Nazareth, la più grande città araba del Paese, dove mercoledì, in una conferenza stampa congiunta con l'influente sindaco Ali Salam, ha invocato «l'inizio di una nuova era di fratellanza, prosperità e sicurezza».
   Se ebrei e arabi cantano ora insieme per le strade di Dubai, perché non può accadere qui, ha domandato il premier, sostenuto dal sindaco che l'ha elogiato perché «quello che hai fatto tu per gli arabi, non l'ha mai fatto nessuno prima». Le sorprendenti dichiarazioni avvenivano mentre fuori un centinaio di manifestanti, tra cui i parlamentari arabi, protestavano vigorosamente per la presenza di Netanyahu in città e per «l'ipocrisia di un premier mosso soltanto dall'interesse per l'immunità». Non da Covid, ma quella giudiziaria.
   Alle legislative del 23 marzo, infatti, dopo 11 anni consecutivi al governo, Netanyahu si gioca il proprio futuro politico. Con il processo a suo carico che entra a breve nella fase dibattimentale - tre sedute a settimana - e con sempre più avversari che «tutto tranne Bibi», guarda a ogni possibile alleato. L'idea che un aiuto potesse arrivare proprio dall'elettorato arabo ha cominciato a prendere forma un paio di mesi fa, quando Ahmad Mansour, uno dei parlamentari della LAU, ha aperto una polemica con il suo partito rispetto alla necessità di collaborare con il governo per promuovere le campagne critiche per il settore arabo, in primis la lotta alla criminalità, che solo nel 2020 ha fatto 112 vittime nelle principali città arabe. Una visione condivisa dall'82% dell'elettorato arabo, secondo un sondaggio riportato da Mohammad Darawshe, noto attivista civile che ha fondato Ma'an, un nuovo partito arabo che si pone come forza più centrista e sta cercando un'alleanza con il capo dell'opposizione Yair Lapid.
   I critici della LAU - che oggi ha 15 seggi - dicono che, mettendo in cima all'agenda la causa palestinese (secondo Darawshe, solo il 9% degli elettori arabi crede che questa dovrebbe essere la priorità), hanno trascurato le necessità quotidiane del proprio elettorato. "Se Netanyahu approvasse ora un piano contro la criminalità, potrebbe ottenere quattro mandati" ci dice Dema Taya, 29 anni, che l'anno scorso è stata la prima donna musulmana a presentarsi alle primarie del Likud. Seppure inquadrata nella battaglia per la sua sopravvivenza politica, la mossa di Netanyahu sta producendo due effetti visti di buon occhio anche dai critici più feroci: altri partiti, a destra come a sinistra, cercano ora il proprio candidato arabo e le rivendicazioni della popolazione araba sono finalmente al centro del dibattito in prime time. "Non si è mai parlato della società e degli elettori arabi come sta accadendo ora" ci dice il giornalista Jalal Banna. "È un'occasione d'oro che va sfruttata fino in fondo e che deve diventare una consuetudine, non solo in campagna elettorale".

(la Repubblica, 17 gennaio 2021)


Tenere lontano l'Iran dai suoi confini è la strategia di Israele

di Ugo Volli

A metà della settimana scorsa Israele ha compiuto la sua incursione più massiccia da anni contro la rete di armamento iraniana in Siria, distruggendo diversi siti al confine con l'Iraq, in cui erano depositate o si fabbricavano armi avanzate per Hezbollah e, a quanto pare, erano accumulati anche materiali necessari al progetto di armamento atomico iraniano. E' un'altra tappa di una vera e propria guerra aerea di attrito, con cui lo Stato ebraico si impegna da anni per fronteggiare l'avvicinamento ai suoi confini dell'esercito iraniano, premessa strategica per un attacco genocida mille volte annunciato.
   L'aspetto che colpisce di più è che queste numerose incursioni aeree si spingono in profondità nel territorio della Siria, ma non incontrano resistenza efficace né dall'esercito siriano (e si capisce, distrutto com'è dalla guerra civile), né da quello iraniano, nonostante le continue fanfaronate degli ayatollah. Evidentemente la disparità di mezzi e preparazione è tale che l'Iran non è in grado di difendere le proprie postazioni ma può solo progettare come rappresaglia qualche attacco di sorpresa o di terrorismo - e Israele ne è consapevole e si guarda le spalle meglio che può.
   Sorprende ancor di più che la Russia, alleata di Siria e Iran e ben presente su quel teatro, non provi a fermare Israele. Ogni tanto un ambasciatore russo intona una ramanzina, o un generale fa minacce generiche. Ma in pratica i russi si guardano bene dal provare a sparare coi loro S400 e S500, pur vantati come la migliore antiaerea del mondo, contro gli aerei israeliani. Molti analisti si interrogano su questa inazione. Una spiegazione tecnica è che forse pure queste armi sono in difficoltà di fronte ai sofisticati F35 Adir israeliani: anche se ne abbattessero qualcuno, riceverebbero una risposta devastante, che non farebbe bene al morale e al commercio militare russo. La seconda risposta è che, a differenza dell'Urss, la Russia non ha con gli ayatollah un'alleanza ideologica ma solo pragmatica. E' disposta ad armarli, ad aiutarli a controllare la Siria in cambio di basi aeree e navali, ma non vuole farsi coinvolgere in una guerra contro Israele, incerta e da cui non ha nulla da guadagnare. E dunque ha fatto con Israele un accordo di non aggressione, come peraltro ne ha stretto uno con la Turchia. Per il momento Israele continua a difendersi, e nel tempo della difficile transizione americana manda all'Iran, alla Russia, ai suoi alleati in Medio Oriente e anche a Biden un messaggio molto preciso: che intende continuare a farlo.

(Shalom, 17 gennaio 2021)


Abu Mazen convoca le elezioni dopo 15 anni. Ma senza grandi entusiasmi

Anche se da un punto di vista notoriamente anti-israeliano, le informazioni di questo giornale sulla situazione in Israele sono spesso utili. NsI

di Michele Giorgio

Gerusalemme UI Il decreto con il quale il leader dell'Autorità nazionale Abu Mazen venerdì ha convocato le elezioni non ha suscitato particolari entusiasmi nella popolazione palestinese in Cisgiordania e Gaza. La reazione invece delle forze politiche e della società civile è stata positiva. Se le elezioni si terranno il dubbio è legittimo visto che ad annunci simili in passato non è poi seguito il voto — i palestinesi dei Territori occupati torneranno alle urne per la prima volta dopo 15 anni, il prossimo 22 maggio per eleggere i membri del Consiglio legislativo e il 31 luglio, dopo 16 anni, per scegliere il presidente dell'Anp. Infine il 31 agosto saranno chiamati, anche nella diaspora, a rinnovare il Consiglio nazionale palestinese, il Parlamento dell'Olp. Anche il movimento islamico Hamas, avversario del partito Fatah, ha applaudito al decreto.
   Il mese scorso il capo del suo ufficio politico, Ismail Haniyeh, aveva scritto alla presidenza dell'Anp per affermare che il voto rappresenta l'unica soluzione allo scontro lacerante tra Fatah e Hamas che nel 2007 ha politicamente diviso Gaza dalla Cisgiordania. Abu Mazen vuole le elezioni anche a Gerusalemme est. La parte araba della città è occupata da Israele e sono minime le possibilità che venga concesso ai palestinesi che vi abitano di partecipare al voto per l'Anp. Non pochi si interrogano sui motivi che hanno spinto Abu Mazen a convocare le elezioni. Il conflitto Fatah-Hamas è meno intenso di qualche tempo fa ma sempre vivo e si teme che i due partiti, oltre i proclami di facciata, faranno in modo da ostacolarsi nelle aree sotto il loro controllo. Il fatto che le legislative e le presidenziali non si svolgeranno nello stesso giorno genera il sospetto che se il risultato delle prime non sarà soddisfacente per una delle due parti, le seconde potrebbero saltare. Hamada Jaber, analista del Palestinian Center for Policy and Survey Research di Ramallah, dice al manifesto che «l'Anp punta a legittimarsi con le elezioni agli occhi dell'Ue e dell'Amministrazione Biden con cui intende instaurare rapporti di collaborazione dopo il gelo con gli Usa causato dalle politiche di Donald Trump». Poi, aggiunge Jaber, «si deve tenere presente che il mandato di Abu Mazen è scaduto nel 2009. Il presidente è molto anziano (85 anni, ndr) e una sua improvvisa uscita di scena troverebbe le istituzioni dell'Anp ferme. Il Consiglio legislativo da molti anni è inattivo a causa dello scontro Fatah-Hamas». Scontro che l'esito delle elezioni potrebbe addirittura riaccendere. L'ultima volta che si votb in Cisgiordania e Gaza, nel 2006, il movimento islamico vinse con ampio margine le legislative sbaragliando gli avversari. Il risultato non fu accettato da Fatah così come da Israele, dall'Ue e dagli Stati uniti. Il governo islamista fu boicottato, la paralisi fu totale e quasi tutti i deputati di Hamas in Cisgiordania e a Gerusalemme furono arrestati dai servizi di sicurezza israeliani. Gli islamisti ricambiarono il «favore» l'anno successivo prendendo il potere con la forza a Gaza (centinaia i morti). «Non è più così popolare — spiega Jaber — però a Gaza Hamas resta la forza di maggioranza e la lista islamica ha le potenzialità per ottenere un buon risultato anche in Cisgiordania». Su Fatah gravano peraltro le divisioni interne, sottolinea l'analista, «i suoi principali esponenti duellano tra di loro. Inoltre una possibile lista dello scomunicato di Fatah, Mohammed Dahlan, è accreditata di 6-7 seggi che si coalizzerebbero più con Hamas che con il partito di Abu Mazen».

(il manifesto, 17 gennaio 2021)


Lo shock di Sami, espulso dalla scuola

La voce del piccolo Modiano, colpito dalle Leggi razziali. Dal capitolo "Cacciato dalla scuola"

di Walter Veltroni

Io, Sami, ero molto bravo a scuola. A otto anni sapevo già parlare quattro lingue: il ladino, lo spagnolo, il greco e, ovviamente, l'italiano. Quelli più bravi di me sapevano anche il turco. Vi chiederete cosa sia il ladino. Non è un errore di stampa, non volevo scrivere "latino". Magari sapessi parlare la lingua degli antichi romani! No, il ladino una lingua parlata dagli ebrei di origine spagnola che, tanto per cambiare, furono cacciati dalla Penisola iberica e dal Portogallo proprio nell'anno in cui Cristoforo Colombo andava a scoprire l'America. Parliamo del 1492.
   Dovete sapere che la mia città era rimasta sotto il dominio ottomano, in sostanza turco, per quattro secoli, un tempo infinito. La comunità ebraica era riuscita a convivere coni musulmani e con i cristiano-ortodossi, sotto l'impero ottomano. Poi, all'inizio del Novecento, al termine della guerra tra Turchia e Italia, era stata definita territorio italiano. Una vera stranezza per un'isola che si trovava nel mar Egeo, a un passo dalla Grecia. Comunque, nel giro di qualche anno, Rodi era persino diventata una provincia, come Latino Sondrio, e aveva la sua targa, RD, per le poche auto che erano state immatricolate. Da quando erano arrivati gli italiani, le cose erano molto cambiate.
   L'Italia per noi all'inizio significò modernizzazione, apertura all'Occidente. Eravamo contenti. Furono fatte le strade, diffuse l'energia elettrica e l'acqua. Insomma la città dei fiori, in quegli anni, fiorì. Io mi sentivo pienamente italiano, molti amici di mio padre lo erano; gli uffici, i giornali, le scritte per le vie, tutto era italiano. Ci sentivamo sicuri e tranquilli, anche noi ebrei. Almeno fino al 1938. Quando tutto cambiò. In pochi giorni la nostra vita divenne un incubo. Io ero bambino e non riuscivo a spiegarmi il clima cupo che c'era in casa, la crescente preoccupazione che leggevo sul volto di mio padre, le conversazioni con gli altri membri della comunità ebraica di Rodi, esseri umani che stavano, come tutti gli altri in tutta Italia, per precipitare nell'inferno della sofferenza. Capivo che qualche nuvola era in arrivo, però non la vedevo. Ma presto arrivò un temporale, con una grandine nera e cattiva.
   Me ne sono accorto quel mattino di ottobre del 1938 quando il maestro ha pronunciato all'improvviso il mio cognome. Pensavo volesse interrogarmi e invece mi ha detto solamente sei parole che non potrò mai dimenticare «Samuel Modiano, sei espulso dalla scuola». Me le ha sussurrate sottovoce, imbarazzato. Non mi ha detto perché, non mi ha spiegato. Non trovava le parole, evidentemente, per motivare una mostruosità come quella a cui le Leggi razziali lo stavano costringendo. Immaginate cosa possa significare per un bambino di otto anni e mezzo, senza colpe, sentirsi dire davanti a tutta la classe, davanti a tutti i suoi compagni, che deve andarsene, subito. Immaginate cosa possa significare, con quella mortificazione nel cuore, riprendere le proprie cose e chiudersi la porta dell'aula alle spalle sapendo di lasciare per sempre quello che, insieme alla casa, consideravi il tuo ambiente naturale. Non avrei più giocato con i miei amici, non avrei più potuto sedere al mio banco, dimostrare se ero capace o no, in primo luogo a me stesso. La testa mi scoppiava: cosa potevo aver fatto per meritare una cosa del genere? Ero sempre stato tra i più bravi della classe, prendevo sempre voti alti, i miei compagni mi rispettavano, in condotta non mi comportavo diversamente dagli altri.
   Nella scuola italiana di Rodi c'erano bambini di tutte le religioni Cerano ebrei, cattolici, ortodossi. Diversi l'uno dall'altro, ma insieme. Come gli adulti che si affollavano in città,che lavoravano fianco a fianco, frequentavano gli stessi luoghi e compravano le merci negli stessi negozi. Diverse religioni, ma una sola umanità. Com'era giusto che fosse, come dovrebbe essere sempre. Invece quel maestro, il mio maestro, mi stava cacciando. Mi sembrava un incubo. Mi ha appoggiato la mano sulla testa, anche lui era dispiaciuto, mi ha persino asciugato le lacrime e poi mi ha detto che avrei compreso in seguito, che mio padre mi avrebbe spiegato. Io piangevo, mi sono sentito colpevole di qualcosa che non capivo cosa fosse. Mi sono chiesto, nella strada fino a casa, cosa avessi fatto, dove e quando avessi consumato una colpa così grave da meritare l'espulsione. lo, solo io, Samuel Modiano, venivo cacciato dalla mia scuola. Avrei dovuto dirlo a mio padre, avrei dovuto dargli questo dolore, costringerlo al disonore di un figlio indegno di stare con altri bambini in una classe. Ho pensato di tacere, tanta era la vergogna. Ma non me la sentivo di mentire e, piangendo, gli ho rivelato la dura verità. Lui ha indovinato subito, credo se lo aspettasse. Prima mi ha consolato, con l'affetto di un padre. Poi ha cercato di spiegarmi. Io capivo. Ma non accettavo quello che lui mi stava dicendo con tanta sensibilità e tanta cura per i miei sentimenti feriti. lo non mi sentivo diverso da nessuno dei miei compagni di classe, io ero uguale a loro. lo sono uguale a loro. E poi perché ce l'hanno tanto con noi ebrei? È una colpa essere nato ebreo? Io sono bravo a scuola, studio, mi comporto bene, perché devo essere cacciato, isolato, marchiato per una colpa che non esiste? Sono ebreo, e allora? Ma da poco erano state approvate da Mussolini le Leggi razziali.

(Il Sole 24 Ore, 17 gennaio 2021)


«Sinagoghe molto frequentate e giovani attenti ai bisognosi»

La XXII Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo cattolici ed ebrei, promossa dalla Cei, ferma la sua attenzione sul Libro del Qoèlet che mette in discussione il senso della vita davanti al comune destino della morte. Oggi è difficile per un rabbino - che porta la religione della speranza, cosl come un prete e ogni ministro del culto -, dare fiducia? A rispondere è rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano che spiega. «E necessario riuscire a comunicare speranza, perché le persone, oggi più che mai, hanno assolutamente bisogno di ricevere messaggi di speranza. Anche noi a livello personale sentiamo questa urgenza, anche perché non possiamo comunicare cose diverse da quelle che sentiamo. Credo che sia un dovere comunicare la speranza, ma soprattutto che dobbiamo viverla perché questo è un elemento fondamentale Purtroppo dobbiamo comunicare anche la preoccupazione: non faremmo un buon servizio alle persone dicendo cose che non sentiamo. Di questo sono assolutamente convinto».

- Certamente non sono mancate, per lo svolgimento del culto, difficoltà concrete che hanno coinvolto, sul piano pratico, ogni confessione religiosa, ma come valuta questo momento dal punto di vista spirituale e di fede?
  «C'è stata, credo, molta paura. Tuttavia, devo dire che mi aspettavo per questo molte assenze al tempio: ci sono state, in effetti, ma hanno riguardato soprattutto le persone anziane Molti altri hanno continuato a venire, quindi esiste la necessità di un riferimento spirituale Ritengo che tutti abbiano avuto questo bisogno, io inprima persona. Nel primo si era chiusi in casa, tutto era bloccato: era una condizione terribile, ma, paradossalmente, molto chiara e questo rappresentava un vantaggio nel dramma. La situazione, con l'arrivo della seconda ondata, è stata meno definita, più confusa. Si può uscire, i templi sono rimasti aperti, anche se con grandi difficoltà a causa delle mascherine e per i distanziamenti, considerando che alcune nostre realtà e sinagoghe sono piccole e hanno avuto problemi ad accogliere le persone».

- Molte comunità di diverse fedi hanno registrato un ritorno, seppure parziale, delle giovani generazioni, che magari si sono impegnate di più nell'aspetto caritativo, ma che, poi, hanno incominciato a frequentare, nel caso cristiano, le chiese. Anche per voi è stato cost?
  «Direi di sì. Abbiamo registrato un grande aiuto portato alle persone. I giovani si sono dati davvero tanto da fare ad aiutare gli anziani, i malati e coloro che si sono trovati, per diverse ragioni, in difficoltà. Ma c'è stata anche una partecipazione notevole all'attività religiosa e un fenomeno, in tale contesto, è stato abbastanza sorprendente. Infatti, già nel primo lockdown, abbiamo proposto lezioni su Zoom o Facebook, che hanno avuto un successo assolutamente insperato».

- Sono state lezioni di spiritualità, di cultura, centrate sulla Scrittura?
  «Sì. Anch'io tengo alcune lezioni ogni settimana, e così altri tra noi. Credo che, ormai, ci siano più lezioni ogni giorno, tutte seguite da centinaia di persone, comunque, molte di più di quando erano realizzate in presenza. Questo da una parte è dovuto alla situazione, perché le persone restano in casa e, quindi, hanno più possibilità e tempo a disposizione, ma, dall'altra, penso che indichi una precisa necessità spirituale».

- La sensazione «di essere tutti sulla stessa barca» viene percepita anche a livello di dialogo interreligioso nei rapporti personali tra i rappresentanti delle fedi e i ministri del culto?
  «Direi che questa è una sensazione generalizzata. L'idea che siamo sulla stessa barca, come è stato sottolineato, e che siamo davanti a ciò che non possiamo controllare, ritengo che abbia in sé un profondo significato religioso. Tutti noi ci troviamo di fronte a qualcosa che è diverso dal modo e dall'esperienza che abbiamo fatto fino adesso nella società in cui abbiamo vissuto, che, appunto, ci ha illuso di poter avere un controllo totale sulle cose e sugli eventi. Per un religioso è ovvio che nulla è sotto il nostro controllo, ma un'altra cosa è viverlo come esperienza diffusa tra la gente».

- Quali sono i «numeri» della comunità ebraica di Milano?
  «Circa 5700 persone sono iscritte in comunità e, poi, vi è anche un altro migliaio di ebrei che non è iscritto. Abbiamo provenienze da vari Paesi del mondo».

(Avvenire, 17 gennaio 2021)


Quando la dittatura si nasconde dietro il "codice etico"

di Francesco Bertolini

Al Sisi ha un profilo twitter, cosi come Erdogan e Kim Jong-un. Non sono propriamente dei passerottini che invitano all'armonia dell'universo e che hanno a cuore il benessere dei propri cittadini, ma non sono stati mai oggetto di censure da parte dei social media. Il presidente in carica degli Stati Uniti è stato invece silenziato, una società privata ha deciso che i suoi cinguettii erano contrari al codice etico dell'azienda. I codici etici sono il nuovo vangelo; tutte le grandi corporation hanno un codice etico, l'aveva anche Enron, travolta da una truffa di 130 miliardi di dollari, l'aveva Lehman Brothers, travolta dai mutui subprime, l'aveva Parmalat, a sua volta fallita per comportamenti fraudolenti.
   Ma nessuno osa mettere in discussione i codici etici; decidono ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in una deriva moralista ormai fuori controllo. Tutte le tragedie della storia e le dittature sono nate su valori che al tempo erano convincenti, erano la parte giusta della storia, erano il buono di fronte al nemico di turno, ebreo, polacco, nero, omosessuale e via dicendo.
   Le tragedie della storia avevano spesso un attore protagonista, un paranoico, spesso convincente e soprattutto carismatico. Oggi difficile intravedere questo tipo di personaggi; oggi i veri attori protagonisti sono loro, le piattaforme social, in grado di manipolare miliardi di persone in un tempo infinitamente più breve rispetto al passato. Non è solo una questione di potere economico; si parla tanto di democrazia e di ruolo pubblico.

 Quanta ipocrisia
  Si è delegata la soluzione della pandemia all'industria farmaceutica, garantendogli uno scudo legale, e si è lasciato campo aperto alle big tech per quanto concerne la comunicazione e l'informazione. Quanta ipocrisia nel rivendicare il ruolo degli stati, quando la salute e l'informazione sono totalmente in mano a soggetti privati, quotati in borsa, espressioni di patrimoni enormi, ma che hanno un codice etico che tutela i loro clienti, i loro utenti, i loro fornitori e tutti coloro che vengono definiti stakeholder dell'azienda.
   Un codice etico stilato dal paranoico moderno, che non incita alla conquista del mondo con una avanzata militare, ma che il mondo l'ha già conquistato, omologando miliardi di persone al suo codice etico, fatto di principi che si diffondono come un virus, infettando le menti di tutti coloro che dovrebbero essere tutelati dal famoso codice etico. E, come un virus, insieme al virus, il codice etico richiede un vaccino, e soprattutto, come sempre avvenuto prima delle grandi tragedie della storia, richiede dei colpevoli, ha bisogno di individuare le minacce al codice etico che ha definito ciò che è buono e giusto.
   Tutti coloro che non seguono le regole del codice etico diventano la minaccia da eliminare, come un bug informatico che rischia di infettare il sistema. Quando questa lucida follia infetta le masse, la contagiosità sociale esplode, e risveglia gli istinti dell'uomo comune, che diventa a sua volta un fedele servitore del codice etico, un fautore di un modello da cui non si può scappare e nei confronti del quale non si può dissentire.

(Libero, 17 gennaio 2021)


C’è un libro non ancora scritto di cui per ora si conosce soltanto il titolo: “La dittatura democratica dei buoni”. E’ un titolo in cerca di autore; non è brevettato; chi vuole può appropriarsene senza incorrere in denunce. Eventualmente potrebbe ricevere qualche spunto da questo articolo e da qualche intervento che potremmo fare in seguito. Un primo esempio viene dal caso Trump. I buoni hanno formulato il loro giudizio: Trump è cattivo. Ma così cattivo che più cattivo non si può. Ed è stato subito punito: gli è stata tolta la parola. Trump ha fatto un uso illecito della parola generosamente concessagli da Twitter, e Twitter è intervenuto. Basta, Trump non parla più. Ma chi è Twitter? E’ individuabile una persona precisa dietro a questa sigla, chiedergli conto dell’uso che fa della sua autorità? No, ma non è necessario. Twitter è parte della voce dei buoni, un social che insieme a tanti altri diffonde l’inesorababile ed unica voce che impone, in forma dittorialmente democratica, quello che devono pensare i buoni cittadini prima ancora che possano trasformare in parole i loro pensieri. La voce dei buoni è come quella del vento: tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va. Così è la voce dei buoni: la voce di un’etica universale che instancabilmente prepara la terra all’arrivo del buonissimo tra tutti gli uomini: il BUONO tra i buoni, tanto buono che più buono non si può. E il mondo, convinto, gli andrà dietro. M.C.


Media: Israele va denigrato per la sua impareggiabile campagna vaccinale

Quotidiani e mezzi di comunicazione da entrambe le sponde dell'Atlantico si agitano - e distorcono la verità - per colpire Israele a causa del suo straordinario successo nella campagna di vaccinazione contro il Covid-19.

di Richard Kemp*

Un'operatrice sanitaria parla con una donna arabo-israeliana prima di somministrarle il vaccino,
al Clalit Health Services, nella città araba di Umm al Fahm, in Israele, il 4 gennaio 2021.
Il pregiudizio contro lo Stato ebraico è così forte nei media occidentali che le azioni meritorie che garantiscono i titoli dei giornali, se attribuibili a qualsiasi altro Paese, vengono spesso ignorate, minimizzate o denigrate quando si tratta di Israele. Quando ad esempio, in qualsiasi parte del mondo si verifica un disastro, Israele è spesso il primo, o tra i primi, a offrire aiuto e inviare soccorsi. Più di recente, lo scorso mese, le Forze di Difesa israeliane hanno inviato in Honduras una squadra di soccorritori a seguito delle devastazioni causate dagli uragani di categoria 4 Eta e Iota, che hanno lasciato migliaia di persone senza casa.
  Negli ultimi quindici anni, le missioni di soccorso dell'IDF sono state inviate in Albania, in Brasile, in Messico, in Nepal, nelle Filippine, in Ghana, in Bulgaria, in Turchia, in Giappone, in Columbia, a Haiti, in Kenya, negli Stati Uniti, in Sri Lanka e in Egitto, e in molti altri Paesi negli anni passati.
  Nell'ambito dell'Operazione "Good Neighbour" ("Buon Vicinato"), condotta tra il 2016 e il 2018, l'IDF ha istituito ospedali da campo sul confine siriano per curare i civili feriti dalla violenza che imperversava nel loro Paese e ha inviato rifornimenti vitali in Siria, una nazione che è in guerra con Israele, per aiutare le persone che là soffrono.
  In pochi al di fuori dei confini israeliani, oltre alle comunità ebraiche di tutto il mondo e ai luoghi che hanno beneficiato dell'assistenza dell'IDF, hanno una pallida idea di tutto ciò, e questo perché i media non mostrano alcun interesse. In alcuni casi, nelle notizie sui Paesi che hanno inviato squadre di soccorso nei posti colpiti dai disastri è stata omessa la presenza di Israele, pur sapendo che l'IDF gioca un ruolo importante.
  La stessa politica negativa [da parte della stampa e di molti presunti gruppi per i diritti umani] si estende ad altri importanti benefici che Israele ha recato al mondo, tra cui l'innovazione scientifica, la tecnologia medica e l'intelligence salva-vita. Va contro i piani editoriali parlare dello Stato ebraico positivamente, a meno che non si riesca in qualche modo a distorcere una bella storia e a farla diventare brutta.
  Un esempio recente di ciò è offerto su entrambe le sponde dell'Atlantico da quotidiani e mezzi di comunicazione che si agitano - e distorcono la verità - per colpire Israele a causa del suo straordinario successo nella campagna di vaccinazione contro il Covid-19. Nel Regno Unito, il Guardian ha scritto:
    "A due settimane dall'inizio della sua campagna vaccinale, Israele sta somministrando più di 150 mila dosi al giorno, coprendo oltre 1 milione dei suoi 9 milioni di cittadini, una percentuale notevolmente più alta rispetto agli altri Paesi".
Con il mondo così concentrato sull'emergenza Covid-19 e sulle reazioni nazionali in ogni parte del globo, giornali come il Guardian difficilmente potrebbero evitare di riportare il successo conseguito da Israele, sebbene avrebbero preferito non farlo. Pertanto, l'articolo, in base alla loro ottica, è stato titolato come segue: "Palestinesi esclusi dalla campagna vaccinale israeliana, le dosi somministrate solo ai coloni".
  Accusando di fatto Israele di razzismo per trascurare gli arabi palestinesi, il Guardian ha scritto: "I palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, occupate da Israele, non possono far altro che guardare e attendere". Dall'altra sponda dell'Atlantico, la Public Broadcasting Service (PBS) ha titolato giulivamente il suo articolo sul successo israeliano: "I palestinesi lasciati in attesa mentre Israele è pronto a distribuire il vaccino contro il Covid-19". Il Washington Post ha pubblicato un pezzo che cela sentimenti altrettanto malevoli sotto il titolo: "Israele sta iniziando a vaccinare la popolazione, ma i palestinesi potrebbero dover aspettare mesi".
  Com'era prevedibile, l'Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari è balzato su questo traballante carrozzone, pubblicando sul suo sito web una dichiarazione congiunta di una serie di organizzazioni per i diritti umani, sollevando le stesse critiche e rivendicando erroneamente violazioni del diritto internazionale. Ken Roth, direttore esecutivo di Human Rights Watch - un'organizzazione che il suo fondatore, il compianto Robert L. Bernstein, lasciò proprio a causa della sua posizione iniqua contro Israele - in un tweet ha asserito: "Il trattamento discriminatorio dei palestinesi da parte di Israele" e in un altro tweet ha dichiarato: "[Israele] non ha vaccinato un solo palestinese".
  Non volendo essere lasciata fuori da questi sforzi gratuiti per attaccare Israele, anche Amnesty International ha mosso a Israele accuse di violazione del diritto internazionale, non vaccinando gli arabi palestinesi.
  Come per la maggior parte delle notizie riguardanti Israele apparse nei media mainstream e nella propaganda, inesorabilmente sfornate dai cosiddetti gruppi per i diritti umani, queste calunnie sono del tutto false. Gli arabi palestinesi che vivono in Giudea e in Samaria, o in Cisgiordania e a Gaza, non sono nemmeno cittadini israeliani e non sono iscritti agli istituti preposti all'assistenza sanitaria israeliana.
  Ai sensi degli Accordi di Oslo tra Israele e i palestinesi firmati negli anni Novanta, che prevedevano la creazione dell'Autorità Palestinese (AP), solo quest'ultima e non Israele, è responsabile dell'assistenza sanitaria della propria popolazione, comprese le vaccinazioni. Quasi 150 membri delle Nazioni Unite riconoscono la "Palestina" come Stato, ma questi media e organismi per i diritti umani, che mostrano pregiudizi deplorevolmente prevedibili, non possono permettere all'ONU di farlo.
  L'Autorità Palestinese ha i suoi piani per vaccinare la propria popolazione, anche a supporto dello schema di vaccinazione Covax dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, piani che sono stati segnalati dagli stessi media che tentano di diffamare Israele.
  Nei giorni in cui lo Stato ebraico stava pianificando il suo programma di vaccinazione e procurandosi i vaccini, l'AP aveva interrotto i propri rapporti con Israele. Ma da quando i contatti sono stati ripristinati, fino ad ora, né l'Autorità Palestinese né il regime terroristico di Hamas che governa la Striscia di Gaza hanno chiesto aiuto a Israele per le vaccinazioni, preferendo evidentemente percorrere la propria strada. Tuttavia, fino al 5 gennaio, un funzionario dell'AP ha affermato che l'Autorità Palestinese sta valutando con Israele la possibilità che le vengono forniti alcuni vaccini, ipotesi che le autorità israeliane sembra stiano prendendo in considerazione.
  Inoltre, secondo quanto riportato, alcune dosi di vaccino erano già state fornite segretamente da Israele all'AP, a seguito di precedenti approcci non ufficiali. La ragione di questo approccio che è una sorta di specchietto per le allodole è l'imbarazzo che l'Autorità Palestinese ha nel chiedere pubblicamente assistenza a Israele, contro cui si accanisce puntualmente e che denigra a ogni occasione. Ma tutto ciò rischia di essere ignorato e diffuso da parte della maggioranza dei media: non si adatta alla loro linea di lavoro.
  È risibile l'idea avanzata da alcuni commentatori dei media e da organizzazioni per i diritti umani secondo la quale Israele potrebbe essere autorizzato a vaccinare i cittadini di Gaza, i cui governanti hanno lanciato razzi letali in territorio israeliano prima e dopo l'inizio della pandemia. Cosa stanno facendo questi opinionisti e gruppi di attivisti per i diritti umani per persuadere la comunità internazionale ad aiutare i cittadini di Gaza nella difficile situazione in cui versano?
  Contraddicendo le accuse di perseguire una politica razzista o di "apartheid", Israele sta vaccinando i suoi cittadini arabi sin dall'inizio della campagna vaccinale. Considerato il fatto che in queste comunità è stata riscontrata una certa riluttanza a vaccinarsi, il governo israeliano, insieme ai leader della comunità araba, sta compiendo degli sforzi concertati per incoraggiarli a farlo, e a tale scopo, il primo ministro Netanyahu si è recato di recente in due città arabe, invitando la popolazione a non avere timore del vaccino.
  Il giornalista del Jerusalem Post Seth Frantzman conferma personalmente che gli arabi a Gerusalemme Est sono stati vaccinati o stanno per esserlo. Queste persone vengono catalogate da Ken Roth come cittadini palestinesi, smentendo in tal modo quanto da lui asserito che Israele "non ha vaccinato un solo palestinese".
  Secondo Frantzman, ci sono casi di persone che non hanno la cittadinanza israeliana e che vengono vaccinate presentandosi ai centri di vaccinazione. Cita l'esempio di un cittadino palestinese in Giudea che è stato vaccinato dalle autorità israeliane nonostante non avesse una tessera sanitaria, dimostrando che "le autorità sanitarie israeliane stanno facendo tutto il possibile per vaccinare il maggior numero di persone, indipendentemente dal fatto che siano arabe o ebree".
  Come penserebbe chi conosce Israele anche minimamente, il suo governo farà tutto il possibile per aiutare i palestinesi in Giudea e in Samaria e a Gaza nella loro lotta contro il coronavirus.
  Nonostante le solite accuse contrarie, l'IDF afferma di aver accolto e agevolato nella Striscia di Gaza tutte le richieste di assistenza sanitaria di qualsiasi tipo, compresi i ventilatori polmonari, i generatori di ossigeno e le apparecchiature per effettuare i test per il Covid-19. Ciò risulta consono alla comprovata esperienza delle Forze di Sicurezza israeliane nel fare tutti gli sforzi possibili per coordinare gli aiuti umanitari per la popolazione di Gaza, anche durante i periodi di intenso conflitto avviato dai terroristi di Gaza.
  Anche il New York Times sferra un colpo a Israele, ma da una prospettiva diversa. Pur rilevando le critiche sul "fallimento" nel vaccinare i palestinesi, il quotidiano si sofferma sulle astruse insinuazioni che il successo di Israele è legato al desiderio del primo ministro Netanyahu "di rafforzare la sua immagine malconcia". In un modo o nell'altro, i giornalisti sono determinati a far sì che i risultati conseguiti da Israele non debbano essere visti sotto una luce positiva.
  Lo stesso approccio può essere ravvisato negli Accordi di Abramo del 2020, un risultato storico in una pace finora elusiva tra Israele e gli arabi. Tali accordi sono stati accolti con insensibile cinismo dai media e dai veterani costruttori di pace, le cui stesse soluzioni proposte sono ripetutamente fallite. Molti leader politici europei hanno seguito l'esempio. La loro pluridecennale opposizione allo Stato ebraico è stata innescata in gran parte da un desiderio interessato di schierarsi con un mondo arabo fortemente contrario all'esistenza di Israele fino al punto di combattere.
  Lord David Trimble, ex primo ministro dell'Irlanda del Nord e vincitore del Premio Nobel per la pace, a novembre, ha proposto le candidature al Premio Nobel del premier israeliano Benjamin Netanyahu e del principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed Bin Zayed. Lord Trimble ha riconosciuto che Netanyahu è la forza trainante degli Accordi di Abramo, le cui origini risalgono a un suo discorso pronunciato durante una sessione congiunta del Congresso, nel 2015, quando prese posizione contro le ambizioni nucleari iraniane. La posizione solitaria di Netanyahu, non sfuggì ai leader arabi, i quali iniziarono a rendersi conto di avere una causa in comune con lo Stato di Israele, il che avrebbe potuto offrire loro un futuro più luminoso di quello gravato da inutili animosità.
  Da decenni, in nessuna parte del mondo è stato compiuto alcun passo più importante in direzione della pace. A ottobre, vedremo se Netanyahu riceverà il premio Nobel per la pace. Se così non fosse, sarà dovuto allo stesso disprezzo mostrato da parte del New York Times e di molti sedicenti intellettuali occidentali nei confronti di questo primo ministro che, sebbene sia controverso in patria e all'estero, rappresenta quello spirito israeliano che costoro sembrano determinati a denigrare ad ogni occasione, anche di fronte a risultati così straordinari come gli Accordi di Abramo e una impareggiabile campagna vaccinale.

* Il colonnello Richard Kemp è stato comandante delle forze britanniche. È stato anche a capo della squadra internazionale contro il terrorismo nell'Ufficio di Gabinetto del Regno Unito e ora è autore e conferenziere su questioni internazionali e militari.

(Gatestone Institute, 16 gennaio 2021 - trad. di Angelita La Spada)



Il Re dei Giudei

PREDICAZIONE
Marcello Cicchese
ottobre 2019
Dalla Sacra Scrittura

MATTEO 2
  1. Or essendo Gesù nato in Betleem di Giudea, ai dì del re Erode, ecco dei magi d'Oriente arrivarono in Gerusalemme, dicendo:
  2. Dov'è il re de' Giudei che è nato? Poiché noi abbiam veduto la sua stella in Oriente e siam venuti per adorarlo.
  3. Udito questo, il re Erode fu turbato, e tutta Gerusalemme con lui.
  4. E radunati tutti i capi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informò da loro dove il Cristo doveva nascere.
  5. Ed essi gli dissero: In Betleem di Giudea; poiché così è scritto per mezzo del profeta:
  6. E tu, Betleem, terra di Giuda, non sei punto la minima fra le città principali di Giuda; perché da te uscirà un Principe, che pascerà il mio popolo Israele.
  7. Allora Erode, chiamati di nascosto i magi, s'informò esattamente da loro del tempo in cui la stella era apparita;
  8. e mandandoli a Betleem, disse loro: Andate e domandate diligentemente del fanciullino; e quando lo avrete trovato, fatemelo sapere, affinché io pure venga ad adorarlo.
  9. Essi dunque, udito il re, partirono; ed ecco la stella che avevano veduta in Oriente, andava dinanzi a loro, finché, giunta al luogo dov'era il fanciullino, vi si fermò sopra.
  10. Ed essi, veduta la stella, si rallegrarono di grandissima allegrezza.
  11. Ed entrati nella casa, videro il fanciullino con Maria sua madre; e prostratisi, lo adorarono; ed aperti i loro tesori, gli offrirono dei doni: oro, incenso e mirra.
  12. Poi, essendo stati divinamente avvertiti in sogno di non ripassare da Erode, per altra via tornarono al loro paese.

GIOVANNI 18
  1. Poi, da Caiàfa, menarono Gesù nel pretorio. Era mattina, ed essi non entrarono nel pretorio per non contaminarsi e così poter mangiare la pasqua.
  2. Pilato dunque uscì fuori verso di loro, e domandò: Quale accusa portate contro quest'uomo?
  3. Essi risposero e gli dissero: Se costui non fosse un malfattore, non te lo avremmo dato nelle mani.
  4. Pilato quindi disse loro: Pigliatelo voi, e giudicatelo secondo la vostra legge. I Giudei gli dissero: A noi non è lecito far morire alcuno.
  5. E ciò affinché si adempisse la parola che Gesù aveva detta, significando di qual morte doveva morire.
  6. Pilato dunque rientrò nel pretorio; chiamò Gesù e gli disse: Sei tu il Re dei Giudei?
  7. Gesù gli rispose: Dici tu questo di tuo, oppure altri te l'hanno detto di me?
  8. Pilato gli rispose: Son io forse giudeo? La tua nazione e i capi sacerdoti t'hanno messo nelle mie mani; che hai fatto?
  9. Gesù rispose: il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perch'io non fossi dato in mano dei Giudei; ma ora il mio regno non è di qui.
  10. Allora Pilato gli disse: Ma dunque, sei tu re? Gesù rispose: Tu lo dici; io sono re; io sono nato per questo, e per questo son venuto nel mondo, per testimoniare della verità. Chiunque è per la verità ascolta la mia voce.
  11. Pilato gli disse: Che cos'è verità? E detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei, e disse loro: Io non trovo alcuna colpa in lui.
  12. Ma voi avete l'usanza ch'io vi liberi uno per la Pasqua; volete dunque che vi liberi il Re de' Giudei?
  13. Allora gridaron di nuovo: Non costui, ma Barabba! Or Barabba era un ladrone.

GIOVANNI 19
  1. Allora dunque Pilato prese Gesù e lo fece flagellare.
  2. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo, e gli misero addosso un manto di porpora; e s'accostavano a lui e dicevano:
  3. Salve, Re de' Giudei! e gli davan degli schiaffi.
  4. Pilato uscì di nuovo, e disse loro: Ecco, ve lo meno fuori, affinché sappiate che non trovo in lui alcuna colpa.
  5. Gesù dunque uscì, portando la corona di spine e il manto di porpora. E Pilato disse loro: Ecco l'uomo!
  6. Come dunque i capi sacerdoti e le guardie l'ebbero veduto, gridarono: Crocifiggilo, crocifiggilo! Pilato disse loro: Prendetelo voi e crocifiggetelo; perché io non trovo in lui alcuna colpa.
  7. I Giudei gli risposero: Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge egli deve morire, perché egli s'è fatto Figlio di Dio.
  8. Quando Pilato ebbe udita questa parola, temette maggiormente;
  9. e rientrato nel pretorio, disse a Gesù: Da dove sei tu? Ma Gesù non gli diede alcuna risposta.
  10. Allora Pilato gli disse: Non mi parli? Non sai che ho potere di liberarti e potere di crocifiggerti?
  11. Gesù gli rispose: Tu non avresti alcun potere contro di me, se ciò non ti fosse stato dato da alto; perciò chi mi ha dato nelle tue mani, ha maggiore colpa.
  12. Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridavano, dicendo: Se liberi costui, non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re, si oppone a Cesare.
  13. Pilato dunque, udite queste parole, menò fuori Gesù, e si assise al tribunale nel luogo detto Lastrico, e in ebraico Gabbatà.
  14. Era la preparazione della Pasqua, ed era circa l'ora sesta. Ed egli disse ai Giudei: Ecco il vostro Re!
  15. Allora essi gridarono: Tòglilo, tòglilo di mezzo, crocifiggilo! Pilato disse loro: Crocifiggerò io il vostro Re? I capi sacerdoti risposero: Noi non abbiamo altro re che Cesare.
  16. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.
  17. Presero dunque Gesù; ed egli, portando la sua croce, venne al luogo del Teschio, che in ebraico si chiama Golgota,
  18. dove lo crocifissero, assieme a due altri, uno di qua, l'altro di là, e Gesù nel mezzo.
  19. E Pilato fece pure un'iscrizione, e la pose sulla croce. E v'era scritto: Gesù il Nazareno, il Re dei Giudei.
  20. Molti dunque dei Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; e l'iscrizione era in ebraico, in latino e in greco.
  21. Perciò i capi sacerdoti dei Giudei dicevano a Pilato: Non scrivere: Il Re dei Giudei; ma che egli ha detto: Io sono il Re dei Giudei.
  22. Pilato rispose: Quel che ho scritto, ho scritto.

 

Ebrei e cattolici uniti online

Ieri a Frosinone, con 600 studenti collegati, faccia a faccia tra il vescovo Ambrogio Spreafico e il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni, che domani nella Capitale incontrerà anche i cardinali De Donatis e Tolentino de Mendonça.

Tante sono le iniziative in programma domani, 32a Giornata per l'approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Pensate in una dimensione locale, a causa della pandemia si terranno online, il che però permetterà una partecipazione più estesa del normale (le indicazioni precise delle pagine interne o dei canali dove poter seguire gli appuntamenti si trovano sul sito ecumenismo.chiesacattolica.it).
   Qualche esempio. A Milano alle 16 dialogheranno il monaco Matteo Ferrari, responsabile dei Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli, Elena Lea Bartolini, docente di giudaismo ed ermeneutica ebraica alla Facoltà teologica dell'Italia Settentrionale, e Daniele Garrone, docente di Antico Testamento alla Facoltà valdese di teologia di Roma. A Padova alle 18 intervengono Adolfo Aharon Locci, rabbino capo della comunità ebraica cittadina, e don Maurizio Rigato, della Facoltà teologica del Triveneto. A Faenza, alle 18.45, si confrontano Miriam Camerini, regista teatrale e studiosa di ebraismo, e Lidia Maggi, pastora battista. A Roma Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica della capitale, incontrerà il cardinale José Tolentino de Mendonça, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa. L'appuntamento, che sarà introdotto dal cardinale Angelo De Donatis, vicario della diocesi di Roma, si terrà alle 19 al Museo ebraico e sarà trasmesso in tv da TelePace. Le sezioni locali di Aec (Amicizia ebraico-cristiana) e Sae (Segretariato attività ecumeniche) organizzano sempre a Roma, alle 16.30, un dibattito con Iaia Vantaggiato, docente di filosofia e studiosa di ebraismo, ed Ester Abbattista, docente di Sacra Scrittura e teologia biblica, moderati da Massimo Giuliani, docente di filosofia ebraica. A Firenze alle 18, dopo i saluti di rav Gadi Piperno, della comunità ebraica cittadina, e del vescovo di Pescia Roberto Filippini, parlano rav Crescenzio Piattelli, della comunità ebraica di Siena, e don Luca Mazzinghi, docente di esegesi dell'Antico Testamento alla Pontificia Università Gregoriana, con la moderazione di Erica Romano. A Perugia, al Centro ecumenico universitario "San Martino", prenderà la parola alle 17.30 il rabbino Cesare Moscati, della comunità ebraica romana. A Lungro (Cosenza), alle 18 intervengono Donato Oliverio, vescovo di Lungro degli Italo-Albanesi dell'Italia Continentale, Riccardo Burigana direttore del Centro studi per l'ecumenismo in Italia, e il diacono Alex Talarico. A Napoli, alle 19, dialogano rav Ariel Finzi, della comunità ebraica partenopea, don Gaetano Castello, delegato per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso dell'arcidiocesi, e Michele Giustiniano, della Pontificia Facoltà teologica dell'Italia Meridionale. Ieri mattina a Frosinone il vescovo Ambrogio Spreafico ha tenuto un incontro con Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, un faccia a faccia seguito online da 600 studenti di città e provincia.
   Nell'introduzione che ha scritto per il sussidio Cei della Giornata di quest'anno, Spreafico ha ricordato che «la Chiesa cattolica ha fatto molti passi nei confronti dell'ebraismo e ha offerto documenti e riflessioni che hanno contribuito a un nuovo modo di presentare l'ebraismo nella catechesi, nella predicazione, nell'insegnamento». Ma «questo processo di comprensione e di dialogo non è certo concluso, ma ha ancora bisogno di essere recepito e diventare cultura, cioè modo di pensare, di parlare, di scrivere e di vivere». (Red.Cath.)

All'articolo segue la citazione di una frase del papa:
«Nel dialogo interreligioso è fondamentale che ci incontriamo come fratelli e sorelle davanti al nostro Creatore e a Lui rendiamo lode, che ci rispettiamo e apprezziamo a vicenda e cerchiamo di collaborare. E nel dialogo ebraico-cristiano c'è un legame unico e peculiare, in virtù delle radici ebraiche del cristianesimo: ebrei e cristiani devono dunque sentirsi fratelli, uniti dallo stesso Dio e da un ricco patrimonio spirituale comune (Nostra aetate, 4), sul quale basarsi e continuare a costruire il futuro».
Papa Francesco
Sinagoga di Roma, 17 gennaio 2016

(Avvenire, 16 gennaio 2021)


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Gli ebrei servono

Non è che gli ebrei siano stati sempre respinti e perseguitati. Questo è avvenuto in certi particolari e tragici momenti della storia. Per la maggior parte del tempo e nella maggioranza dei casi gli ebrei sono stati certo malvisti, ma anche utilizzati in vari modi. E per un naturale istinto di sopravvivenza gli ebrei si sono mostrati in grado di saper sovvenire egregiamente a certe particolari difficoltà. I papi, in particolare, hanno spesso avuto bisogno di ebrei in due campi: quello medico e quello finanziario. Questo forse può spiegare perché nella città papale, la Roma dello Stato pontificio, gli ebrei, pur essendo vilipesi, discriminati e segregati, non hanno mai subito feroci pogrom come in altre parti della terra.
   Oggi gli ebrei a Roma possono servire al papa in un altro modo: dargli la possibilità di presentarsi al mondo come l'uomo che porta la pace tra le religioni. E a questo scopo gli ebrei sono indispensabili, bisogna cominciare da loro: secoli di soperchierie sorrette da una teologia infamante devono essere fatti dimenticare. Urge il dialogo. Bisogna trovare interlocutori, di vario tipo, ma preferibilmente ebrei. E come papa Pio IX sperava di avere un prestito da Rotschild mostrando di aver consentito agli ebrei di uscire dal ghetto, così adesso papa Francesco può mostrare che «la Chiesa cattolica ha fatto molti passi nei confronti dell'ebraismo e ha offerto documenti e riflessioni che hanno contribuito a un nuovo modo di presentare l'ebraismo nella catechesi, nella predicazione, nell'insegnamento», sperando così di favorire quel «processo di comprensione e dialogo» di cui Francesco ha bisogno oggi come Pio IX aveva bisogno del prestito di Roschild ieri.
   Ma c’è di mezzo Israele. Gli ebrei sì, ma Israele no. Del resto, che c’entra Israele con gli ebrei? Si veda l’articolo che segue. M.C.

(Notizie su Israele, 16 gennaio 2021)


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«Israele sta attuando un regime di apartheid»

Non si spegne la polemica dopo l'accusa dell'Ong B'Tselem: «C'è un sistema che garantisce l'egemonia ebraica sui palestinesi».

di Fiammetta Martegani

TEL AVIV - Continua il dibattito sull'ultimo rapporto pubblicato da B'Tselem, Ong israeliana che difende i diritti umani nei Territori palestinesi, che lo scorso martedì ha descritto Israele come «un regime di apartheid: di supremazia ebraica dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo». Queste le parole di Hagai ElAd, direttore esecutivo dell'organizzazione, che ha fatto esplicitamente riferimento alla legge fondamentale «Israele-Stato della nazione ebraica» approvata nel 2018, creando non poche frizioni sia all'interno che al di fuori del Paese.
   Il report fa riferimento all'attuale operato di Israele, sia entro i confini dello Stato ebraico che in Cisgiordania e Gaza. Ieri Amit Galutz, portavoce dell'Ong, ha confermato ad Avvenire che «il modello israeliano è un sistema ben collaudato per garantire l'egemonia della classe dirigente ebraica rispetto al gruppo subalterno, costituto dai palestinesi: una situazione di stallo che va avanti da troppo tempo».
   Nonostante numerosi intellettuali, sia in patria che all'estero, abbiano accusato l'associazione di essere giunta ai limiti dell'antisemitismo, la polemica ha scatenato effetti immediati anche sul piano politico. Il Premier Benjamin Netanyahu, infatti, ha scelto di cominciare la campagna elettorale, la quarta in meno di due anni - si tornerà alle urne il 23 marzo -, proprio nelle maggiori cittadine arabe del Paese. Dopo Umm alFahem, si è recato a Nazareth, ottenendo anche l'appoggio del sindaco. Come sottolineato da Amira Hass nell'editoriale di ieri del quotidiano Haaretz, la scelta del primo ministro dimostra che Israele, per governare, non può più fare a meno di ascoltare la voce del popolo palestinese. Tuttavia alcuni analisti hanno commentato l'atto di Netanyahu come un ulteriore tentativo di dividere la già assai fragile Lista Araba Unita.

(Avvenire, 16 gennaio 2021)


Quella bimba ariana era ebrea, la beffa a Hitler

La foto della piccola Hessy usata nel '35 dalla propaganda nazista. "I miei erano terrorizzati, ma non fui scoperta. Oggi è la mia vendetta"

di RobertoGiardina

Hessy Levinsons neonata sulla copertina del settimanale "Sonne ins Haus"
La bambina è splendida, il viso tondo, un ricciolo che appare biondo anche nella foto in bianco e nero, gli occhi enormi spalancati sull'obiettivo e sulla vita che l'attende. È stata scelta come miglior simbolo della razza ariana, destinata a dominare il mondo. Da grande il suo ruolo è già deciso, sarà prigioniera delle tre Kappa, Kinder, Küche, Kirche, bambini, cucina, chiesa. Metterà al mondo figli maschi. perfetti come lei, pronti a morire in guerra.
   Eppure, la bambina ha un occulto, come dire, difetto di produzione. È ebrea. Un feroce scherzo del fotografo, ma potrebbe avere fatali conseguenze per la piccola e la sua famiglia, come nel primo romanzo di Milan Kundera, Lo scherzo (1967). Il giovane protagonista finisce in galera per una frase ironica scritta sulla cartolina inviata alla sua ragazza.
   Lo racconta quella bambina, la signora Hessy Levinsons Taft, a 86 anni, nella casa di New York, dove giunse di fuga in fuga, trascinata dai genitori. "La mia foto - commenta - è la prova dell'idiozia dei nazisti".
   Jacob e Pauline erano nati a Ventspils, sul Baltico non lontano da Riga, in Lettonia. Entrambi cantanti lirici, si sposano nel 1928, vanno a Berlino all'inizio degli anni Trenta. Jacob, 27 anni, ha una bella voce da baritono, viene subito scritturato dall'Opera. Si è scelto un nome d'arte Yasha Lenssen, dopo sei mesi scoprono la sua identità, e lo licenziano, gli ebrei non sono ben visti all'Opera già prima dell'avvento di Hitler. Jacob apre una piccola ditta di import export.
   Il 17 maggio del '34, il Führer è al potere da poco più di un anno, nasce Hessy, e Jacob regala alla moglie un pianoforte, che farà parte della loro storia. Quando la piccola ha otto mesi, i genitori vogliono una bella foto della figlia, e vanno nello studio di Hans Ballin, uno dei più noti fotografi di Berlino. Anche lui è ebreo.
   Nel maggio del '35, la donna a ore di Pauline, giunge eccitata: "Hessy è sulla copertina di una rivista". Non è possibile, a pochi mesi tutti i bimbi sono uguali, risponde la madre. "Nein, nein, nein": Frau Klauke è sicura, è proprio Hessy. I bimbi saranno uguali, ma la foto è proprio di Hessy, quella in cornice sul pianoforte. Pauline le dà i soldi per comprare la rivista, la donna torna poco dopo con Sonne ins Haus, il sole in casa, settimanale destinato alle buone famiglie naziste. Sul numero 24, in copertina c‘è Hessy, Das schönste arianische Kind di Germania, la più bella bambina ariana.
   Jacob e Pauline sono terrorizzati, se si scoprirà l'identità della figlia, il regime vorrà vendicarsi, corrono un rischio mortale.
   Pauline si precipita dal fotografo: "Ma che ha fatto? Non sapeva che siamo ebrei?". Lo sono anch'io, le ricorda Ballin, ho voluto fare uno scherzo a Hitler e ai suoi complici, la più bella del loro Reich, è la sua Hessy, ebrea come noi.
   Il ministro della propaganda Goebbels, le racconta, aveva indetto un concorso per la foto di un bambino ariano, lui ha inviato dieci immagini, hanno scelto Hessy. La foto appare ovunque, nelle edicole, nelle vetrine, viene usata anche per le cartoline postali. Una è giunta alla zia di Pauline, in Lettonia: "È proprio la mia nipotina?", ha scritto a Berlino.
   I Levinsons devono la vita al talento pubblicitario di Goebbels: non vuole scoprire chi sia la bimba, deve rimanere senza nome, simbolicamente figlia di tutte le mamme del Reich. "Fui segregata in casa", racconta Hessy, i miei genitori avevano paura di portarmi a spasso in carrozzina, e che venissi riconosciuta dai passanti. Ero una celebrità".
   Otto mesi dopo la pubblicazione vengono emanate le leggi razziali. Nel '37 Jacob è arrestato dalla Gestapo, ma liberato poco dopo, nel dicembre del '38 nasce Noemi. I Levinsons tornano in Lettonia, ma non si sentono al sicuro, ripartono per Parigi, senza dimenticare il piano. I nazisti conquistano Parigi, i Levinsons fuggono ancora nel '41, a Bordeaux, poi a Nizza, Jacob ottiene quattro visti, si perde tempo, stanno per scadere.
   Per Hessy è un ricordo confuso: ha sette anni, la sorellina cinque. Fuggono di notte in un bosco, un uomo che guida il padre, un contrabbandiere di uomini "tirò fuori un coltellaccio - rammenta - e minacciò noi bambine: se fate chiasso vi taglio la lingua…" Arrivano a Lisbona, il padre corrompe un funzionario dell'ambasciata cubana, i Levinsons nel '42 si imbarcano per Cuba. All'Avana, Jacob ottiene un credito, apre un negozio, nel '49, infine arrivano negli Stati Uniti.
   Hessy sposa il matematico Earl Taft, diventa professoressa di chimica alla St. John University di New York. Nel 2014, compie 80 anni, va a Gerusalemme e regala la rivista con la sua foto, la perfetta bimba ariana, a Yad Vashem, il memoriale sulla Shoah. "Cosa prova oggi?" le chiedono. "La mia foto è la mia vendetta". Tutti i parenti di Hessy in Lettonia sono scomparsi nei forni crematori.

(Nazione-Carlino-Giorno, 16 gennaio 2021)


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