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Notizie 1-15 giugno 2019


Settimana del libro ebraico

Ha preso avvio mercoledì in Israele, e durerà fino al 22 giugno, la Settimana del libro ebraico, con centinaia di eventi che si terranno in tutto il paese: conferenze, dibattiti, firme degli autori ecc. A Tel Aviv la maggior parte degli eventi ha luogo in Piazza Rabin, a Gerusalemme presso la Prima Stazione, a Haifa nell'Auditorium Merkaz HaCarmel.
   Per l'occasione, la Biblioteca Nazionale d'Israele ha diffuso un rapporto da cui risulta un aumento del 35% nella pubblicazione di libri in Israele dal 2008 al 2018, anno in cui sono stati pubblicati 8.571 libri, circa 2.000 in più rispetto a dieci anni prima e 879 in più rispetto al 2017. Del totale di titoli pubblicati l'anno scorso, 1.045 sono per bambini (11 in meno rispetto al 2017). Raddoppiato nell'ultimo decennio il numero di libri destinati a bambini con disabilità e necessità speciali. Nonostante il boom di internet, è rimasto costante il numero di manuali, tra cui testi di cucina, guide escursionistiche e guide fitness.
   Nel 2018 la Biblioteca Nazionale ha ricevuto anche 430 nuovi e-book e 550 audio-libri. Più di 400 le biografie pubblicate nel 2018 (+20% rispetto al 2017), di cui 48 riguardanti sopravvissuti alla Shoà scritte da familiari di seconda o terza generazione. Il 91% dei libri catalogati dalla Biblioteca Nazionale d'Israele sono stati pubblicati in ebraico, il 3,9% in inglese, il 2,9% in arabo, l'1,1% in russo.
   Complessivamente nel 2018 in Israele sono stati pubblicati libri in 22 lingue diverse. La maggior parte delle traduzioni pubblicate in Israele erano originariamente in inglese, seguite da quelle dal tedesco (4,1%), dal francese (4%), dall'arabo (1,1 %), dallo svedese (1%). L'altro 27,2% delle traduzioni proviene da 30 lingue diverse, per la maggior parte europee.

(israele.net, 13 giugno 2019)


Gerusalemme. Prove di coesistenza in corsia

Chi vuole studiare medicina finisce spesso all'estero e quasi il 58 per cento dei dottori oggi in servizio ha frequentato un'università straniera Molti ospedali pubblici sono strutture d'eccellenza eppure in Israele lamentano la carenza di posti letto e le lunghe attese per gli esami

di Davide Frattini

 
Il centro medico Hadassah a Gerusalemme
I viali alberati, la recinzione e la quiete di questo sobborgo elegante a est di Tel Aviv tengono riparati i pazienti ricoverati all'ospedale Sheba. Per otto anni un ospite ha ricevuto la protezione aggiuntiva delle guardie del corpo, addestrate in una squadra speciale dei servizi segreti, piazzate davanti alla sua stanza. Ariel Sharon è rimasto in coma dal 4 gennaio del 2006 all'11 gennaio del 2014, nessuno ha voluto prendere la decisione di staccare dalle macchine il primo ministro colpito da ictus. Anche perché i medici della struttura hanno continuato a stimolarlo con suoni, luci, contatti e una dieta speciale ha permesso di rafforzare i muscoli nell'immobilità, fino a quando era riuscito di nuovo a respirare in modo autonomo.

 Un paziente speciale
  Gli mostravano le foto della fattoria dove si rifugiava dalla politica e dove l'emorragia cerebrale lo aveva colpito. Il figlio Gilad gli ricordava le colazioni nel ranch tra le colline attorno a Sderot - aringhe e cipolle, pane cotto in casa, marmellata di fragole colte dai campi, salsa con i peperoni coltivati nelle serre, formaggio dal latte delle sue capre-, l'infermiera da sempre con lui gli massaggiava le mani. In questi momenti - ha dimostrato una risonanza magnetica - il suo cervello sembrava reagire, meno di un riflesso, una reazione metabolica nella parte interessata.

 Fondato per i soldati
  Nato nel 1948, lo Sheba è tutt'ora un ospedale pubblico, specializzato anche nel recupero di soldati - i tanti delle tante guerre d'Israele, il contadino-generale aveva combattuto fin dalla prima - rimasti traumatizzati dalle battaglie. Vecchio (o giovane?) quanto lo Stato ebraico, è all'avanguardia: la rivista americana Newsweek lo ha inserito tra le dieci migliori cliniche al mondo per «la ricerca e l'innovazione nelle biotecnologie».
  L'eccellenza dello Sheba e di altre strutture sembra non bastare a sanare quelle che Yedioth Ahronoth, il quotidiano più venduto nel Paese, ha chiamato «le dieci piaghe che affliggono la nostra Sanità», come la carenza di posti letto (1, 78 per ogni mille abitanti, il livello più basso degli ultimi trent'anni), il poco tempo che i medici di base possono dedicare a ogni paziente (dieci minuti, burocratizzati dal ministero), le attese troppo lunghe per gli esami più sofisticati.

 Personale arabo
  Chi vuole studiare medicina finisce spesso all'estero - tra le destinazioni principali Italia, Ungheria, Romania - e quasi il 58 per cento dei dottori in servizio ha frequentato un'università straniera, la percentuale più alta tra le nazioni dell'Ocse. Il rischio è che non ritornino o decidano di emigrare, anche se i buchi nel personale sono stati riempiti dai nuovi arrivati attorno al 1992, ebrei che hanno potuto lasciare l'Unione Sovietica con il crollo dell'impero.
  Nelle corsie il russo sembra essere la lingua più parlata: le ex repubbliche comuniste hanno fornito quei tecnici di laboratorio, infermieri che mancavano agli ospedali israeliani.
  Tra i letti dell'Hadassah a Gerusalemme si parla anche l'arabo. Il centro accoglie i palestinesi che riescono a ottenere il permesso per lasciare i territori e venire qui curarsi, soprattutto dalla Cisgiordania ( 20 mila l'anno scorso), poco più della metà dalla Striscia di Gaza sotto il controllo di Hamas. Per ottenere il lasciapassare devono passare attraverso i controlli della sicurezza israeliana, accusata dalle organizzazioni per i diritti umani di essere troppo restrittiva. Anche il 20 per cento del personale è arabo e l'ospedale cerca di rappresentare uno spazio protetto per quella coesistenza che fuori non si realizza.

 Il ruolo dei volontari
  Il Magen David Adom, il servizio medico d'emergenza, è sostenuto da tutti gli israeliani, le immagini degli attentati durante la seconda intifada sono sempre accompagnate dal furgone bianco con le strisce arancioni. L'organizzazione riesce a funzionare grazie a 10 mila volontari, per la maggior parte studenti liceali. Durante i quasi due mesi di guerra contro Hamas nell'estate del 2014 il governo aveva deciso di modificare il suono delle sirene sulle ambulanze perché somigliava troppo a quello degli allarmi per i razzi lanciati da Gaza. Per non confondere un simbolo di soccorso con la paura.

Gli stranieri

Per chi va in Israele per lavoro è prevista l'assistenza sanitaria indiretta: il lavoratore (o l'azienda) anticipa le spese e poi ne chiede il rimborso tramite il consolato o l'ambasciata. Il sistema vale anche per i ministri di culto e gli studenti. Chi vuole sottoporsi a cure ad altissima specializzazione deve prima chiedere l'autorizzazione tramite Asi di appartenenza. Per i turisti è consigliabile un'assicurazione, il sistema sanitario non copre le prestazioni di emergenza.
Cure sanitarie garantite a tutti i cittadini

Nato egualitario e socialista, Israele ha sempre voluto garantire le cure sanitarie a tutti i cittadini. Come nel resto del mondo, i tagli al bilancio statale e le liberalizzazioni hanno colpito a metà degli anni Novanta anche gli ospedali: nel 2016 la spesa sanitaria rappresentava il 7,3 per cento del Prodotto nazionale lordo contro l'8,9 in media nei Paesi occidentali. Il sistema è basato su quattro grandi organizzazioni mutualistiche che hanno l'obbligo di accettare chiunque.


(Corriere della Sera, 13 giugno 2019)


Polonia-Israele. Se la partita è un «pogrom» senza scandalo

di Paolo Salom

Quattro a zero. Una sconfitta secca quella subita dalla nazionale di Israele contro la Polonia a Varsavia, nel corso di una partita valevole per le qualificazioni agli Europei del 2020. Ma, più del risultato, a bruciare è stata la parola utilizzata dalla Federcalcio polacca, sulla propria pagina Face book, per festeggiare la vittoria: «E stato un pogrom!». Ora, la parola «pogrom» viene dal russo, significa «distruzione, devastazione» ed è entrata nel lessico comune a partire dai primi anni del Novecento a indicare i sanguinosi attacchi da parte dell'esercito zarista contro le comunità ebraiche locali, accusate di ogni possibile «cospirazione» contro l'impero.
Jakub Kwiatkowski, portavoce della Federcalcio polacca, si è giustificato dicendo che il termine pogrom è usato «normalmente» nel mondo del calcio, e dunque non c'era alcun intento «offensivo». Non solo, dopo le critiche da parte dei media israeliani, ovviamente sorpresi dall'atteggiamento degli ospiti, si è scatenata una polemica ancor più accesa sui social: per molti utenti polacchi non c'era alcun motivo di risentirsi, perché «pogrom è una nostra parola, l'abbiamo sempre usata». Frasi poi condite con ben altri commenti, i più cortesi riferiti alla «pervicace suscettibilità» degli ebrei «dopo tutto questo tempo». E forse il problema è proprio la «pervicace normalità» di quella terribile parola, in quella parte d'Europa, nonostante la Shoah.

(Corriere della Sera, 13 giugno 2019)


L'Israele delle serie Tv che si racconta al mondo

Il successo di "False Flag" su Sky, ma anche di "Shtisel" e "Fauda" su Netflix. Dialogo con i palestinesi, sicurezza, la vita di tutti i giorni fuori dai cliché. Leon: «Così sono diventato un "ambasciatore" del Paese all'estero». Raz: «Ora i giovani vogliono imparare l'arabo».

di Fiammetta Martegani

 
«Ora capisco questo improvviso aumento di followers italiani su Instagram». Sorride, Miki Leon, l'attore che interpreta il personaggio di Eitan Kopel in False Flag (in ebraico Kfulim, "duplicati"), la serie Tv israeliana la cui seconda stagione è appena cominciata in Italia, su Sky. Un successo clamoroso, che ha stupito anche gli stessi protagonisti, e che sta raccontando Israele in modo convincente, avvicinando il Paese a un pubblico televisivo sempre più ampio. Leon interpreta il ruolo di un agente dei Servizi segreti israeliani (prima il Mossad, poi lo Shin Bet) nella serie che, ispirata a fatti realmente accaduti, racconta la storia di normali cittadini israeliani finiti nel mirino dell'intelligence. «Da agente dei Servizi nella fiction, mi sono ritrovato improvvisamente ad assumere il ruolo di ambasciatore di Israele all'estero nella vita reale. Ne sono lusingato. Ma è anche una grossa responsabilità», spiega Leon. Perché la telecamera ribalta la prospettiva e mette a fuoco un Paese di cui si parla molto e si sa molto poco. «Sono tantissimi i fan che mi scrivono, da diverse parti del mondo, dove la serie è trasmessa. Fanno domande, su di me, ma anche sul Paese: vogliono conoscermi e vogliono conoscerci», sottolinea Leon. Il suo è un personaggio ruvido, non facile. Ma piace molto. «Perché? Perché è vero, umano, almeno credo». E sa rappresentare aspetti inediti, lontani dallo stereotipo. «Non viene raccontata solo la vita avventurosa degli agenti della sicurezza, ma quella di persone comuni che fanno quel lavoro. In questa seconda stagione, per esempio, mio figlio si trova a dover andare in guerra e, di colpo, da bad guy, divento un padre di famiglia come qualsiasi altro. Credo che il pubblico si accorga all'improvviso che in Israele siamo genitori come tutti gli altri ma con una difficoltà in più: abbiamo figli che a un certo punto della vita devono arruolarsi e andare a combattere, e non si tratta di un'eccezione, ma di una realtà dolorosa, che non ci piace né ci diverte, ma con cui, necessariamente, dobbiamo fare i conti tutti i giorni».
  Eitan riesce a trasformare una dimensione lontana e difficile da comprendere come quella della sicurezza israeliana nella storia del ragazzo della porta accanto. Cosi come Akiva e Doron: i protagonisti delle altre due serie israeliane che, grazie alla piattaforma di Netflix, hanno riscosso un enorme successo nel mondo: Shtisel e Fauda. Akiva, interpretato da Michael Aloni, è un ebreo ultraortodosso nella serie che- arrivata alla sua seconda stagione - racconta la storia degli Shtisel, una famiglia di haredim che vivono nel quartiere ultra-ortodosso di Mea Shearim, a Gerusalemme. Akiva, è il figlio minore, tarda ad accasarsi - il che contravviene ai precetti religiosi della comunità religiosa a cui appartiene - e per giunta, pur insegnando religione di giorno, di notte si dedica alla sua vera passione: la pittura (altra attività non particolarmente apprezzata nella comunità ultraortodossa, specialmente dal padre rabbino). Perennemente innamorato della donna sbagliata, Aloni rappresenta magistralmente un moderno (e al tempo stesso antichissimo) "Romeo errante", perso tra impossibili Giuliette, che riflette sull'amore da un balcone pericolante in una Gerusalemme trafficata come New York. La serie riesce a tenere per mano lo spettatore dentro i misteri di un mondo "altro", tra donne che fanno tre lavori per mantenere cinque figli e uomini che si dedicano agli studi biblici nelle yeshivah. Un mondo a distanza siderale dalla nostra attualità, ma che grazie a questa serie è riuscito a conquistare non solo gli israeliani che vivono nella Tel Aviv secolare e che non dorme mai, ma anche spettatori ai quattro angoli del mondo. «Quando abbiamo cominciato la prima stagione non ci saremmo mai immaginati che ci sarebbe stata una seconda, e che l'avrebbero guardata anche al di fuori di Israele», commenta incredula Dikla Barkai, produttrice di Shtisel. Mentre Alon Zigman, il regista, rivela il segreto del successo: «E il primo Tv show tra quelli che indagano il mondo degli ultraortodossi che non si occupa del conflitto interno (religiosi/laici) né dei cliché legati alla religione. Semplicemente, racconta la vita dei protagonisti così com'è, per cui dopo cinque minuti ci si dimentica chi sono, come si vestono e cosa mangiano (o non mangiano) e ci si sente immediatamente parte della loro comunità».
  A porre lo sguardo sul conflitto tra israeliani e palestinesi è, invece, Fauda ("caos", in arabo): la serie che ha ottenuto il maggior successo su scala internazionale, ormai in produzione della sua terza stagione, votata dal New York Times come miglior serie straniera del 2017. Un racconto molto crudo, centrato sulle missioni di un'unità speciale delle forze di difesa israeliane, i cui soldati sono addestrati per infiltrarsi tra gli arabi nei Territori palestinesi. Il protagonista è Doron Kabilio, interpretato da Lior Raz. «Per tutti noi è stata una grande sorpresa - racconta -: non solo il successo internazionale ma anche quello in Israele, perché ciò che mostriamo non è esattamente quello che si aspetterebbero molti dei nostri connazionali e soprattutto molti dei nostri politici: il lato umano di israeliani e palestinesi, con tutti gli errori che si fanno da una parte e dall'altra». Completamente fuori dagli stereotipi, la serie si sforza di mantenere uno sguardo equilibrato, pur senza perdere efficacia, e tenendo sempre lo spettatore sul filo. C'è molta violenza, questo sì. Ma mai fine a se stessa, e sempre vissuta con una forma di empatia e rispetto nei confronti del nemico.
  «Credo siamo comunque riusciti a trasmettere l'idea che una possibilità di dialogo tra arabi e israeliani esista. Inoltre - continua Raz - la maggior parte della serie è parlata in arabo, e tanti, qui in Israele, si sono messi improvvisamente a studiarlo: è diventato un vero fenomeno collettivo. E se c'è una cosa che abbatte le barriere culturali è la conoscenza della lingua. Per la stessa ragione, sono moltissimi gli arabi che seguono la serie: qui in Israele i palestinesi mi fermano per strada, esprimendo simpatia, ricevo quotidianamente mail da cittadini arabi di tutto il mondo. È un messaggio che fa sperare. In fondo non siamo così diversi».

(Avvenire, 13 giugno 2019)


La comunità ebraica di Roma vota per eleggere il nuovo presidente

Domenica urne aperte. Sei liste in competizione, mai così tante. Candidati anche i famosi "urtisti" ambulanti.

di Alessandro Luna

ROMA - "E' una persona davvero alla mano, te ne accorgi quando ci parli. Soprattutto comunica bene sia all'interno che al di fuori della Comunità". Così un ragazzo che fuma mentre è in pausa davanti al ristorante del Ghetto dove lavora, descrive Ruth Dureghello, capolista di "Per Israele" e grande favorita delle elezioni che, domenica 16 Giugno, dalle 8 alle 22:30, daranno un nome al nuovo presidente della comunità ebraica di Roma e una composizione al Consiglio e alla Giunta. Una posizione, quella di Presidente, di non poca rilevanza, nella città con la comunità più antica e numerosa d'Italia. Una carica che ha una forte funzione di rappresentanza e che, assieme alla Giunta, nominata dal Consiglio, ha la responsabilità dell'organizzazione di progetti per le scuole, per i commercianti e per tutti gli iscritti alla comunità.
   Sei le liste, ognuna con le proprie particolarità, e un sistema elettorale nuovo rispetto agli anni scorsi, che ha destato non pochi risentimenti tra coloro che andranno a votare: per la prima volta non si potrà esprimere un voto disgiunto il che, ci spiega un ragazzo a pochi passi dal Portico d'Ottavia, è un problema in un'elezione che fa riferimento ad una comunità che, per quanto grande rispetto alle altre, conta 14.000 persone, di cui 9.000 aventi diritto. La comunità è "come un paesino di provincia, in cui ci conosciamo un po' tutti e le parentele sono molto fitte. Questo nuovo sistema rischia di escludere chi meriterebbe di far parte della giunta, ma è candidato in una lista diversa da quella che voterò per la presidenza". Si sono presentate due liste in più rispetto a quattro anni fa, allontanando quasi irrimediabilmente il sogno di arrivare al 45 per cento dei voti per poter avere la maggioranza assoluta in Consiglio ed eleggere direttamente il Presidente. Quasi nessuno pensa che Ruth Dureghello riuscirà ad arrivare a quella cifra e la giunta sarà probabilmente espressione di alleanze. Di questo sembrano essere coscienti gli stessi candidati, che infatti hanno creato una sorta di "rete" informale e non ufficiale di appoggi che lasciano intendere quale sarà la composizione della giunta se dovesse prevalere l'una o l'altra fazione. Da una parte l'area più tendente al centrodestra, dall'altra quella del centrosinistra.
   La presidente uscente Dureghello fa parte della prima area con la lista "Per Israele", insieme a "Dor va dor", lista di riferimento degli ex-profughi libici che punta su una maggiore attenzione al volontariato e alla vita comunitaria, e "Maghen David", lista di Marco Sed, storico alleato della lista "Per Israele".
   Nell'area opposta le due liste sono "Menorah", le cui parole chiave sono accoglienza, solidarietà ed educazione, che promette una particolare attenzione alle fasce più deboli e ai giovani, oltre all'accesso a prodotti kosher a prezzi più contenuti, e "Binah is Real", lista con un forte carattere femminista che punta sul volontariato, sulla scuola e su una riforma del sistema dei tributi.
   Infine, il jolly di questa tornata elettorale è la lista "Ebrei per Roma", quasi un intruso che viene a turbare il bipolarismo delle liste candidate. Fa riferimento alla classe degli urtisti, i venditori ambulanti di oggetti legati alla religiosità, una categoria storica che risale ai tempi del papato e che si è sentita attaccata dalla delibera contro il degrado dell'ex-sindaco Ignazio Marino, sia con la direttiva europea Bolkestein. Le loro posizioni sono molto vicine a quelle di Salvini, per cui il capolista Giorgio Heller non ha mancato di esprimere una simpatia e il cui partito, la Lega, ha candidato alle europee Angelo Pavoncello, che ora prova ad entrare in giunta con la lista di Heller. Alla simpatia per Salvini sul tema dell'immigrazione non si accompagna una antipatia per l'Europa tout-court, dal momento che uno dei punti di maggior rilievo del programma è quello di sfruttare al massimo i fondi Europei. Un lato del vecchio continente che interessa molto alla lista "Ebrei per Roma" è quello della cultura giudaicocristiana, secondo Heller a rischio a causa dell'immigrazione incontrollata.

(Il Foglio, 13 giugno 2019)



Non vi è miglior testimonianza
della presenza di Dio nella storia
della storia del popolo ebraico.
Eliezer Berkovits  

 


Hamas intensifica gli attacchi. Crescono le critiche a Netanyahu

Decine di palloni incendiari lanciati da Gaza verso Israele provocano danni enormi e in tanti chiedono al Premier di cambiare la sua politica. Ma Netanyahu non sembra volerne sapere.

Hamas intensifica gli attacchi proprio mentre si sta discutendo di un cessate il fuoco a lungo termine che, secondo indiscrezioni, concederebbe molto ai terroristi che governano la Striscia di Gaza e questo lascia sconcertati i negoziatori stranieri (ONU ed Egitto) e soprattutto i vertici israeliani.
Nelle ultime ora decine di palloni incendiari sono stati lanciati da Gaza verso Israele provocando vasti incendi che non solo hanno distrutto varie colture ma che hanno aggredito le foreste Kissufim e Be'eri nel Consiglio regionale di Eshkol e la foresta di Shokeda nel Consiglio regionale di Sdot Negev.
Per di più nelle prossime ore e soprattutto nella giornata di venerdì Hamas ha previsto una ulteriore intensificazione degli attacchi incendiari, il che lascia letteralmente esterrefatti i negoziatori che in pratica stanno concedendo la quasi totalità delle richieste avanzate dai terroristi, richieste che includono l'ingresso di denaro del Qatar e di vari materiali da costruzione prima proibiti....

(Rights Reporters, 13 giugno 2019)


Sarah Netanyahu patteggia

Eviterà l'accusa di frode ma paga una multa di oltre 13mila euro

Sarah Netanyahu, moglie del premier Benyamin Netanyahu, ha firmato l'accordo di patteggiamento con gli avvocati dello Stato nel caso che l'ha vista imputata per servizi di catering procurati abusivamente nella residenza ufficiale a Gerusalemme. In base all'accordo Sarah Netanyahu eviterà l'accusa di frode ma dovrà pagare una multa di oltre 13mila euro. La vicenda risale ad un anno fa, quando Sarah Netanyahu ed Ezra Saidoff - un ex funzionario della residenza - furono accusati di frode e abuso di potere per aver speso oltre 80mila euro di fondi statali in pasti acquistati fuori senza usare lo chef della residenza.

(ANSAmed, 12 giugno 2019)


La missione diplomatica tedesca in Iran è finita con una dura minaccia a Washington

Dopo oltre due ore di colloquio a quattr'occhi con il collega Javad Zarif, il capo della diplomazia tedesca Heiko Maas ha incassato solo attacchi all'amministrazione Trump.

di Roberto Brunelli

 
Il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, è tornato a mani vuote da una missione a Teheran con cui sperava di sbloccare lo stallo sull'accordo nucleare con l'Iran in seguito all'uscita unilaterale degli Stati Uniti. Dopo oltre due ore di colloquio a quattr'occhi con il collega Javad Zarif, il capo della diplomazia tedesca ha incassato solo una dura minaccia rivolta a Washington.
   In sostanza, ha avvertito Zarif, l'unico modo per far calare la tensione nell'area è che Washington cessi la "la guerra economica" contro la Repubblica islamica. "Chi conduce guerre di questo tipo non puo' pensare di continuare a vivere in sicurezza", ha affermato il ministro iraniano. Una frase che ha raggelato Maas, raccontano i cronisti tedeschi.
   Il capo di diplomazia di Berlino, se non altro, sperava di smuovere le acque. Niente da fare. Mentre lui, alla conferenza stampa conclusiva, cercava di ribadire "quanto sia importante parlare gli uni con gli altri in una situazione cosi' difficile e pericolosa" e che l'intesa è "straordinariamente importante" per l'Europa, il ministro iraniano andava subito al punto: "Abbiamo avuto un colloquio serio, chiaro e molto lungo", ha esordito, facendo intendere che è stato un confronto molto duro. Dopo di che Zarif ha ribadito che l'Iran ha sempre rispettato l'accordo, ma che nondimeno gli Usa hanno dato il via ad una "guerra economica".
   Pertanto, se l'intesa dovesse venire meno, l'Iran si vedrà costretto da"reagire di conseguenza", è stato, quello a Teheran, uno scambio di battute serrato. Maas ha ribadito che "è nell'interesse dell'Iran" continuare a tenere vivo l'accordo e ha promesso che la Germania "fara' tutto il possibile per evitare un fallimento dell'intesa". Zarif ha ribattuto che i Paesi europei dovrebbero "riequilibrare" le dure sanzioni americane, in modo da dare respiro all'economia iraniana.
   L'accordo sul nucleare - firmato nel 2015 da Usa, Iran, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania e Ue - aveva come obiettivo la fine del programma nucleare iraniano in cambio della cessazione delle sanzioni imposte da Stati Uniti, Ue e Consiglio di sicurezza Onu. Dopo che nel 2018 il presidente americano Donald Trump ha disdetto l'accordo e lanciato nuove sanzioni, la tensione tra Usa e Iran è tornata alle stelle.
   Lo stesso capo della Casa Bianca, ma anche il suo segretario di Stato, Mike Pompeo, e il consigliere per la sicurezza, John Bolton, continuano ad evocare scenari bellici. Al contrario, Maas vuole salvare l'accordo ad ogni costo, d'intesa con l'Ue. Una strada è quella del programma Instex, un sistema di pagamento messo a punto dai Paesi europei per consentire alle proprie aziende di avere rapporti commerciali con l'Iran aggirando le sanzioni statunitensi. "Si tratta di un nuovo tipo di strumento, quindi non è semplice renderlo operativo", ha ammesso il ministro degli Esteri tedesco, aggiungendo però che "tutti i requisiti formali sono stati messi in pratica, quindi presumo che saremo pronti per usarlo nel prossimo futuro".
   A quanto pare questa promessa non è bastata. L'ultimatum posto da Teheran di tornare ad arricchire l'uranio a partire dal 7 luglio se non ci saranno "passi concreti" nell'alleggerire le sanzioni rimane in piedi. Né è servito, da parte di Maas, avvertire l'Iran circa i rischi di "rimanere soli". Anche sullo scottante dossier Israele, Maas non ha voluto mostrare cedimenti: "Il diritto all'esistenza di Israele fa parte della ragion di Stato tedesca e per noi non è un argomento negoziabile. E questo non cambia assolutamente neanche adesso che mi trovo qui a Teheran".
   Da Berlino si fa sapere che i diplomatici tedeschi continueranno anche nelle prossime settimane a cercare la via del dialogo con Teheran. Ma di sicuro non sarà una strada in discesa.

(AGI, 12 giugno 2019)


Ortodossa, cinque figli e maratoneta da record

di Silvia Gambino

Il suo nickname social dice già tutto: Marathon Mother. Bracha Deutsch, detta Beatie, vive nel quartiere di Har Nof a Gerusalemme, è una mamma di cinque figli e una campionessa sportiva. Nata e cresciuta in New Jersey, ha solo 19 anni quando si sposa e si trasferisce in Israele. Oggi, dieci anni dopo, ha appena festeggiato la sua prima vittoria internazionale. Tutto è cominciato appena quattro anni fa, quando Beatie, arrivata al quarto figlio, ha deciso che ne aveva abbastanza di sentirsi fuori forma. E siccome è un tipo "tutto o niente", ha messo in pratica il suo proposito allenandosi per correre la sua prima maratona. Alla nostra domanda sulle ragioni del suo amore per la corsa rispetto ad altri tipi di allenamento, risponde: "Ho scelto la corsa per la flessibilità che offre - puoi farlo in qualsiasi momento della giornata - e perché mi dà la carica, l'opportunità di apprezzare il mio corpo, di avvicinarmi alla mia anima e staccarmi dalla follia del nostro mondo".
   Beatie corre la sua seconda maratona nel 2017 a Tel Aviv, incinta di sette mesi del quinto figlio. Un anno dopo, nel 2018, vince la maratona di Gerusalemme (stabilendo un nuovo record per la corsa femminile israeliana) e la mezza maratona di Beit She'an. Meno di un mese fa, il 19 maggio, ecco la consacrazione internazionale, con la vittoria nella mezza maratona di Riga.
   Ma cosa rende Beatie davvero speciale? Non solo la sua carriera fulminea, ma anche e soprattutto il suo background: Beatie appartiene alla comunità haredit, che segue con scrupolo i principi dell'ebraismo ortodosso. Uno di questi prevede il rispetto della tzniut, il valore della modestia e della discrezione: un concetto ampio che abbraccia pratiche e comportamenti diversi, tra i quali la necessità di conformarsi a precisi criteri di abbigliamento. Così, nel competitivo mondo della corsa, in cui ogni dettaglio può determinare il nanosecondo decisivo, Beatie corre a capo coperto, gonna fino alle ginocchia e maglietta con le maniche lunghe.

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Un esempio che mette in discussione tutti i pregiudizi sulle donne del mondo religioso e sul loro potenziale di successo e indipendenza; oppure, sarebbe meglio dire, sul potenziale delle donne tutte o, ancora più generalmente, sulla possibilità di ogni essere umano di realizzarsi senza rinunciare alla propria personalità e ai propri principi.
   Entrare a far parte del mondo dello sport senza tradire le proprie convinzioni si può? Beatie è positiva e determinata: "Qualche volta è successo che un allenatore mi dicesse in tono scherzoso: "Non ce la farai a continuare a correre così, fa troppo caldo", ma io sono sempre rimasta salda nel mio proposito di vestirmi con modestia. Più ti rispetti e sei semplicemente te stessa, più gli altri ti rispettano per questo. Non c'è ragione di scusarsi per essere se stessi, né c'è bisogno di scendere a compromessi". A chi, a differenza sua, vive le origini (religiose, nazionali, sociali…) come un fardello, consiglia di "Ascoltarsi, sintonizzarsi sul proprio sogno e non permettere a nessuno di mettersi in mezzo. Gli ostacoli derivanti dal proprio background servono solo a renderci più forti, a diventare la miglior versione di noi stessi".
   L'atteggiamento positivo di Beatie si riflette molto anche nella sua comunicazione social: su Facebook e Instagram, la "mamma maratoneta" insiste sull'importanza della fiducia in se stessi e di un rapporto positivo col proprio corpo: come si raggiunge questa consapevolezza e cosa suggerire a chi - al contrario - non è a proprio agio con se stesso? Beatie racconta di dovere la sua autostima all'educazione dei genitori che "hanno sempre incoraggiato noi figli a essere noi stessi e a non preoccuparci dell'altrui giudizio", e aggiunge: "Credo che per essere in sintonia con il proprio corpo si debba lavorare sull'apprezzarsi e amarsi in quanto essere umani, un processo che comincia con una profonda presa di coscienza di sé e conduce all'accettarsi completamente, punti di forza e debolezze, corpo incluso".
   E alla nostra curiosità sui suoi progetti futuri, risponde pronta: "Lavorare sodo per migliorare i miei tempi e qualificarmi per le Olimpiadi".
   Da una persona che parte da "Sarebbe meglio che facessi un po' di sport" per arrivare a vincere una maratona internazionale ci aspettavamo forse qualcosa di diverso? Behatzlaha Beatie, JOIMag fa il tifo per te!

(JOIMag , 11 giugno 2019)


Giordania e Egitto alla conferenza di pace sul Medio Oriente

di Giordano Stabile

Egitto, Giordania e Marocco saranno alla conferenza sul piano di pace americano per il Medio Oriente, prevista il 25 e 26 giugno a Manama, in Bahrein. Con queste adesioni, annunciate ieri pomeriggio dalla Casa Bianca, il vertice organizzato dall'amministrazione Trump prende quota e vedrà i tre Paesi arabi affiancare quelli del Golfo, che già avevano dato il loro assenso alla partecipazione. La conferenza affronterà soltanto la «parte economica» della proposta, che prevede investimenti fino a «65 miliardi di dollari» nei Territori palestinesi e nei Paesi confinanti, a cominciare proprio dalla Giordania e dall'Egitto. L'idea di una sorta di piano Marshall che dovrebbe accompagnare il riassetto della regione aveva finora stentato a decollare, soprattutto per l'opposizione dei palestinesi.
  Il presidente Abu Mazen ha subito detto che non sarà presente e ha rigettato le offerte americane. In sintesi, ha puntualizzato il raiss, Gerusalemme non può essere «messa in vendita». Anche se non ci sono dettagli ufficiali del piano, dalle continue fughe di notizie è apparso chiaro che la maggior parte della Città Santa passerà sotto sovranità israeliana e questo è inaccettabile per la leadership palestinese. Il no di Abu Mazen nasce però dal timore di perdere anche pezzi della Cisgiordania. Due giorni fa l'ambasciatore americano a Gerusalemme, David Friedman, ha dichiarato per la prima volta che Israele ha diritto ad annettere «alcune parti della West Bank» nell'ambito del piano elaborato dal consigliere della Casa Bianca Jared Kushner e dall'inviato speciale Jason Greenblatt. Il riferimento è ai principali insediamenti, che dovrebbero diventare parte di Israele assieme a Gerusalemme Est. Queste indiscrezioni hanno irritato anche Amman, in quanto il re hashemita Abdullah è di fatto custode delle moschee sante sulla Spianata.

 Il ruolo di Re Abdullah
  Ma la Giordania sarà anche in prospettiva il maggior beneficiario della parte economica del piano americano. I miliardi, in arrivo principalmente dal Golfo, serviranno a rilanciare una economia in crisi cronica e un bilancio sull'orlo del default. Questi argomenti hanno convinto Re Abdullah. Stesso discorso per l'Egitto del presidente Abdel Fatah al-Sisi, alleato chiave di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, decisi sostenitori della proposta americana, a parte le riserve sullo status di Gerusalemme. La conferenza in Bahrein, che sembrava addirittura in forse dopo l'annuncio a sorpresa di nuove elezioni in Israele il 17 settembre, è ora al sicuro, anche per evitare un brutta figura a Trump e al genero Jared Kushner.

(La Stampa, 12 giugno 2019)


Ottant'anni dopo. Cancellati perché ebrei: i 106 avvocati «riammessì»

Cerimonia simbolica a Palazzo di giustizia in ricordo degli espulsi dall'Ordine a causa delle leggi razziali.

Fuori dall'Albo
Tra loro anche quattro donne. Molti finirono nella lista dei «discriminati»
Il Presidente Nardo
«Noi siamo i naturali difensori degli esclusi Allora fu il contrario»

di Cristina Bassi

Amati, Ancona, Ansbacher, Ascoli, Baer e giù giù fino a Viterbo, Vitta, Vivanti, Weiller, Zevio Poi le sole quattro donne: Irma Foà, Wanda Levi Olivetti, Paola Pellizzi Pontecorvo, Pia Ravenna Levi. È lunga 106 nomi la lista degli avvocati ebrei espulsi dall'Ordine milanese in seguito alle leggi razziali. Ieri nell'Aula magna del Palazzo di giustizia questi professionisti perseguitati sono stati ricordati ed è stata scoperta una targa in loro memoria. Alla giornata di studi organizzata dall'Ordine degli avvocati è stata invitata la senatrice a vita Liliana Segre. Hanno partecipato il presidente dell'Ordine Vinicio Nardo, della Corte d'appello Marina Tavassi, del Tribunale del riesame Cesare Tacconi, il primo presidente emerito della Cassazione Giovanni Canzio, l'avvocato Remo Danovi, già presidente dell'Ordine, il presidente dell' Associazione italiana avvocati e giuristi ebrei Giorgio Sacerdoti e il presidente della Comunità ebraica di Milano Milo Hasbani.
   Le ricerche nell'archivio dell'Ordine hanno ricostruito che le cancellazioni e le «dìscriminazioni» degli avvocati sono iniziate fin dall'ottobre del 1938, prima ancora del primo provvedimento «a difesa della razza» del novembre di quell'anno e subito dopo il Manifesto della razza pubblicato in luglio. Ottant'anni fa, il 29 giugno del 1939, la legge numero 1054 sulla «Disciplina dell'esercizio delle professioni da parte dei cittadini di razza ebraica». L'«aggiornamento anagrafico» degli albi degli avvocati e dei procuratori legali comportò la cancellazione o l'iscrizione in un elenco a parte con lo status giuridico di «discriminati». Questi ultimi potevano, anche se ebrei e grazie a «meriti speciali», continuare la professione legale ma in forma molto limitata. Nel 1944, con il governo Badoglio, cominciò la reintegrazione nei diritti civili e politici dei cittadini e dei professionisti colpiti dalle leggi razziali. A Milano l'11 giugno del 1945, proprio 74 anni fa, il commissario del Collegio degli avvocati Ferdinando Targetti firmò le prime delibere di reintegro dei professionisti sopravvissuti alle persecuzioni.
   Ha sottolineato Nardo: «L'avvocato è il naturale difensore dei discriminati, non può accadere il contrario. Eppure è così che è andata allora, anche nel nostro Ordine». Così Canzio: «In quegli anni, nel nome dell' esclusione, il diritto diventò disuguale. Una contraddizione logica incarnata dai custodi stessi della legalità e del principio di uguaglianza, giuristi e avvocati». Liliana Segre, moglie e madre di avvocati e laureata ad honorem in Giurisprudenza, ha ricordato: «Anch'io sono stata esclusa, espulsa dalla scuola in terza elementare. Ottant'anni dopo si è aperta per me la porta del Senato, nello stesso Stato, quello in cui sono nata. Ma quella bambina espulsa resta sempre tale. lo ho visto come dalle parole d'odio si passa ai fatti, per questo ho proposto un disegno di legge contro i discorsi d'odio». Ancora: «Antisemitismo e razzismo riemergono. In realtà non sono mai morti. L'odio è latente e se di nuovo come allora domina l'indifferenza, può vincere».

(il Giornale, 12 giugno 2019)


Il New York Times dice no al rischio antisemitismo ma anche alla satira

di Giuseppe Sarcina

Dal primo luglio il New York Times non pubblicherà più vignette politiche neanche nell'edizione internazionale, come fa già nella versione destinata agli Stati Uniti. La decisione è maturata dopo le polemiche innescate da un disegno del fumettista portoghese Antonio Moreira Antunes: Donald Trump con una kippà e con occhiali scuri da non vedente guidato da un bassotto al guinzaglio con il volto del premier israeliano Benjamin Netanyahu e con la Stella di David pendente dal collare. Il giornale pubblicò l'immagine il 25 aprile scorso e fu immediatamente sommerso da critiche e da accuse di antisemitismo. Il Jerusalem Post scrisse: «Anche i nazisti dipingevano gli ebrei come animali, cani, scimmie e maiali, con attaccata la Stella di David». Moreira Antunes si giustificò dicendo che non aveva alcuna intenzione di «far passare un messaggio antisemita». Il New York Times si scusò pubblicamente, riconoscendo che l'immagine conteneva luoghi comuni «sempre pericolosi e oggi ancora più inaccettabili se si considera che l'antisemitismo sta crescendo nel mondo». La vignetta di Moreira Antunes è chiaramente indifendibile. E la buonafede, o meglio l'ignoranza dell'autore, non può bastare come giustificazione.
   Qui, però, c'è un punto molto delicato del dibattito politico americano: si può criticare il rapporto tra Trump e Netanyahu senza scivolare nei luoghi comuni antisemiti? Qualche mese fa la neo deputata democratica Ilhan Omar mise in imbarazzo i suoi leader di partito, twittando: con Israele «è solo una questione di Benjamins baby», vale a dire, contano solo le banconote da 100 dollari, i soldi.
   Dall'altra parte è anche fondamentale salvaguardare la possibilità di attaccare politicamente la relazione tra i governi degli Stati Uniti e di Israele, senza per questo essere tacciati di antisemitismo da Trump. Con la rinuncia totale alla satira, a causa della vignetta di Moreira Antunes, il New York Times fa un passo indietro in questa difficile, ma necessaria sfida che sta davanti al mondo dell'informazione, di cui fanno parte, da almeno due secoli, anche i «cartoons».
   
(Corriere della Sera, 12 giugno 2019)


Per i vini friulani rotta su Israele

Pighin al ristorante, senza bollino kasher.

 
Vini friulani alla conquista del mercato israeliano. L'azienda Pighin porta i propri vini in Israele attraverso il canale horeca. «Siamo orgogliosi di essere stati scelti da un'importante società di importazione e distribuzione leader del mercato israeliano e siamo desiderosi di cogliere tutte le interessanti e concrete opportunità commerciali, che questo paese può offrire», commenta Roberto Pighin titolare dell'azienda che ha sede a Risano, frazione di Pavia di Udine. Negli ultimi 30 anni il vino in Israele ha smesso
di avere una connotazione quasi esclusivamente legata all'ambito religioso.
   E oggi il comparto vino rappresenta una realtà dinamica in espansione: oggi si contano circa 300 aziende con vigneti che coprono circa 6 mila ettari e una produzione di 336 mila ettolitri all'anno. Di cui il 15% destinato all'esportazione. Per poter esportare in Israele non è obbligatorio avere la certificazione kasher, anche se l'85% del vino venduto e consumato in Israele e tutta la produzione nazionale sono kasher (dalla vendemmia all'imbottigliamento). Pighin, che non ha la certificazione, punterà al mercato della ristorazione con i suoi Pinot Grigio, Friulano, Sauvignon e Chardonnay; vini che nascono nella zona di Risano nelle Grave e in quella di Capriva nel Collio. L'obiettivo è provare a differenziarsi rispetto all'offerta interna che viene prodotta in Galilea, Samaria, nella regione di Samson, sulle Colline della Giudea e nel deserto del Negev, dove si coltivano prevalentemente uve Cabernet, Carignan e Merlot, che coprono il 50% della produzione.
   
(ItaliaOggi, 12 giugno 2019)


Torna Viganò: «Il Papa chieda scusa"

L'ex nunzio dà un'intervista al «Washington Post» in cui conferma le sue accuse e dice: «Non è stata fatta chiarezza perché tra i prelati resiste una "mafia gay"».

di Lorenzo Bertocchi

L'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò torna a parlare. Lo fa con ottomila parole scritte via mail in risposta a una quarantina di domande che gli ha fatto pervenire il Washington Post. Le uniche domande a cui Viganò non ha risposto sono quelle che riguardano la sua situazione personale: «Ha ricevuto minacce?»; «E libero di muoversi?»; «Quando esce è travestito?». Perché, ha detto l'autore del memoriale pubblicato dalla Verità nell'agosto 2018, le «considero irrilevanti nei confronti dei gravi problemi che la Chiesa deve affrontare.
   Viganò ribadisce la sua posizione. A proposito del caso dell'ex cardinale Theodore McCarrick, ridotto allo stato laicale da papa Francesco, l'ex nunzio dice che «avendo reso definitiva la sentenza, il Papa ha reso impossibile condurre ulteriori indagini, che avrebbero potuto rivelare chi in Curia e altrove conosceva gli abusi di McCarrick, quando lo hanno saputo, e chi lo ha aiutato a essere nominato arcivescovo di Washington e infine cardinale».
   «Con fermezza davanti a Dio», Viganò ripete ciò che ha già avuto modo di ribadire anche dopo il «non ricordo» che il Papa ha pronunciato a riguardo nella recente intervista concessa alla vaticanista Valentina Alazrakl: «Papa Francesco ha saputo di McCarrick da me domenica 23 giugno 2013, 40 minuti prima dell'Angelus. Gli ho detto degli abusi di McCarrick dopo che lo stesso Papa, di propria iniziativa, mi ha chiesto di McCarrick».
   L'ex cardinale statunitense «è stato un amico personale di Francesco per decenni. Francesco sapeva dei suoi crimini, ma lo ha riabilitato, lo ha reso il suo inviato personale e consigliere di fiducia, e ha nominato vescovi e cardinali che sono ben noti protettori di McCarrick». Ciò che sembra voler denunciare l'ex nunzio è un vero e proprio sistema che avrebbe in una lobby gay di prelati la sua principale cinghia di trasmissione. «La "mafia gay" tra i vescovi è legata non da un'intimità sessuale condivisa, ma da un interesse comune a proteggersi e progredire professionalmente e a sabotare ogni sforzo di riforma», dice Viganò al Post, aggiungendo che questa mafia «controlla molte istituzioni della Chiesa».
   Alla domanda sulla promessa indagine vaticana negli archivi, quelle di Viganò diventano certezze: «So per certo che i risultati di un'indagine onesta sarebbero disastrosi per l'attuale papato». Ma nel frattempo non c'è nessuna notizia sull'avvio reale di questa istruttoria interna. «Vorrei sinceramente che tutti i documenti, se non sono già stati distrutti, venissero rilasciati. È del tutto possibile che questo possa danneggiare la reputazione di Benedetto XVI e di san Giovanni Paolo II, ma non è una buona ragione per non cercare la verità. Benedetto XVI e Giovanni Paolo II sono esseri umani, e possono anche aver commesso errori». L'ex nunzio si rammarica di non aver parlato prima. Pensava e sperava che la Chiesa si autoriformasse dall'interno, ma «quando è divenuto chiaro che il successore di Pietro stesso era uno di quelli che coprivano i crimini, non ho avuto dubbi che il Signore mi chiamava a parlare». Dice di non smettere di pregare per il Papa e, in un certo senso, corregge la sua richiesta di dimissioni a Francesco che aveva fatto nel memoriale. Anche Francesco ammetta i suoi errori e si penta, dichiara. Ma, se rifiuta di farlo, «deve dimettersi».
   Al di là di ogni giudizio, per amore della verità, sono le domande che lo stesso Viganò solleva a chiedere una risposta per amore della Chiesa: «dove sono gli archivi con i documenti pertinenti? Chi ha accesso e autorità per la pubblicazione dei documenti? Chi li ha effettivamente esaminati e quando? Che cosa hanno trovato o non hanno trovato?». Domande che meriterebbero risposte credibili per spazzare via ogni dubbio.

(La Verità, 12 giugno 2019)


«Ha ricevuto minacce?»; «E’ libero di muoversi?»; «Quando esce è travestito?». Sono domande personali a cui l'ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò ha preferito non rispondere perché - dice - sono "irrilevanti nei confronti dei gravi problemi che la Chiesa deve affrontare".
Se ai suoi occhi le risposte sarebbero irrilevanti per i problemi della chiesa, potrebbero non esserlo per i suoi problemi personali. Qualche anno fa un mio caro amico evangelico era entrato in stretta e personale amicizia con un vescovo cattolico di un certo peso e notorietà. Erano arrivati a parlare con grande apertura anche di questioni teologiche legate alla lettura del Vangelo. Il mio amico era rimasto piacevolmente sorpreso nel registrare un’inaspettata convergenza su certe posizioni bibliche, anche quando apparivano in netto contrasto con la tradizionale dottrina cattolica. Così che a un certo momento, con grande semplicità, gli fece una domanda: “Ma se tu credi sinceramente a queste cose, perché non lo dichiari apertamente?” Con altrettanta semplicità l’alto prelato rispose con un’altra domanda: “Mi vuoi morto?” M.C.


Israele, caos ai vertici. Si attende la discesa in campo del laborista Ehud Barak

Il presidente dei laboristi non si ricandiderà alle primarie del partito il prossimo 2 luglio. Gabbay è stato fortemente contestato quando ha deciso di lasciare la porta aperta a un governo con Netanyahu.

di Vincenzo Nigro

La vittoria incompleta di Benjamin Netanyahu nelle elezioni del 9 aprile ha aperto una fase di assestamento generalizzato nella politica israeliana. Adesso tocca al campo della sinistra, e in particolare al Labor Party. Il 9 aprile i laboristi guidati da Avi Gabbay avevano avuto il peggior risultato nella vita del partito che è stato nei fatti l'organizzazione politica che ha fondato lo Stato di Israele e lo ha governato nei primi decenni della sua esistenza. Dopo giorni di critiche e polemiche feroci, Gabbay ha confermato che non si ripresenterà alle elezioni e quindi abbandonerà la guida del partito.
   Gabbay era stato criticato duramente anche perché dopo il voto del 9 aprile, con Netanyahu che non riusciva a trovare un maggioranza per un nuovo governo, il Likud aveva chiesto segretamente al segretario laborista di entrare nel governo con i 6 deputati che il partito aveva ottenuto. Proprio quei 6 seggi che sono il peggior risultato nella sua storia. Gabbay aveva negoziato riservatamente, ma quando la storia era venuta fuori, nel partito c'era stata una mezza rivolta: nessuno voleva un'alleanza con il "corrotto" Netanyahu.
   Con le dimissioni di Gabbay, bisognerà pensare a un nuovo leader. Nelle ultime settimane è tornato a girare il nome di Ehud Barak, ex generale, ex segretario del partito, ex primo ministro e ministro della Difesa. Barak negli ultimi mesi da privato cittadino era entrato nel mercato del commercio della cannabis per scopi terapeutici, ma da qualche tempo ha iniziato ad accarezzare l'idea del rientro in politica.
   Venerdì scorso un gruppo di attivisti del Labor si è riunito sotto casa sua: lo hanno fatto scendere, hanno discusso con lui per una mezz'ora della possibilità di un suo rientro. "Siamo venuti qui da te con un messaggio forte e chiaro", ha detto Hanoch Saar, uno dei manifestanti. "Israele è sotto il controllo di una mafia e di un primo ministro corrotto. Io, capitano Hanoch Saar, battaglione 890, classe di leva 1975, ti chiedo di ritornare. Il popolo di Israele ha bisogno di te!".
   Gli attivisti gli hanno chiesto di annunciare le sue decisioni al più presto: Barak aspetterà ancora qualche giorno, "le persone della mia età hanno bisogno di tempo per decidere". In effetti quello che rimane l'ex militare più decorato nella storia di Israele ha 77 anni, e probabilmente la sua decisione verrà influenzata dal fatto che in tutti i sondaggi il Labor, nonostante la crisi di Netanyahu, viene dato a livelli di gradimento molto, molto bassi.

(la Repubblica, 11 giugno 2019)


Israele: gli abitanti sono oggi arrivati a 9 milioni

Sondaggio sulla popolazione in Israele

La popolazione israeliana ha raggiunto quota 9 milioni di individui. I dati, presentati dall'Ufficio centrale di Statistica israeliano alla vigilia di Yom Ha'azrnaut, rivela che 6.697.000 sono ebrei (74,2%) e 1.890.000 arabi (20.9%). Inoltre vi sono 434.000 persone che sono cristiani non arabi o membri di altre minoranze religiose. Il 75% degli ebrei è nato in Israele.
   Dall'ultimo giorno dell'Indipendenza la popolazione è cresciuta di 177.000 unità, pari a un +2%. In questo periodo, sono nati 188.000 bambini, 47.000 persone sono morte e 31.000 immigrati si sono stabiliti nel Paese.
   Dall'istituzione di Israele nel 1948, 3,2 milioni di immigrati si sono trasferiti in Israele, con circa il 43% di essi dopo il 1990. Secondo i dati, si prevede che la popolazione del paese raggiungerà 15,2 milioni di persone entro il 100o anno dello Stato ebraico, nel 2048. Nel 1948 vivevano in Israele solo 806.000 persone, la popolazione ebraica globale era di 11,5 milioni, e solo il 6% era in Israele. Oggi, il 45% degli ebrei del mondo vive in Israele.
   Al momento dell'istituzione dello Stato di Israele, solo una città aveva più di 100.000 residenti, Tel Aviv-Yaffo, mentre oggi sono ben 14: si tratta di Gerusalemme, Tel Aviv-Yaffo, Haifa, Rishon Letzion, Petah Tikvah, Ashdod, Netanya e Beer Sheva. La capitale Gerusalemme è la città più popolata, con circa 883.000 residenti, pari a quasi il 10% della popolazione.
Nel 1949, Israele aveva solo 500 città e paesi, mentre oggi se ne contano oltre 1.200.

(Bet Magazine Mosaico, giugno 2019)


La bomba nascosta di Hezbollah e il tradimento delle élites

di Ugo Volli

La notizia è letteralmente esplosiva, ma sui nostri giornali non ha avuto finora alcuno spazio. Eccola. Scrive il Telegraph, rispettabile giornale inglese, che nell'autunno 2015 l'MI5 (servizi di intelligence britannici) e la polizia metropolitana di Londra ha scoperto in un deposito vicino a Londra "migliaia di borse del ghiaccio contenenti complessivamente tre tonnellate di nitrato d'ammonio". Come spiega Wikipedia, il nitrato d'ammonio "costituisce la base per numerose miscele esplosive, inoltre la sua bassissima sensibilità all'innesco rende gli esplosivi che lo contengono adatti dove sia richiesta una grande sicurezza d'uso. […] Il fatto di essere economico, sicuro e di facilissima reperibilità, lo ha reso noto come uno dei prodotti preferiti da organizzazioni terroristiche per la fabbricazione di ordigni." Ce n'era abbastanza per far saltare un grande edificio, come Hezbollah ha fatto molte volte, con centinaia di morti.
   Ma di questa storia nessuno ha saputo niente, un uomo fu arrestato in seguito a una serie di perquisizioni nel nordovest di Londra, ma in seguito fu rilasciato senza accuse. E nessuno ne ha saputo niente. Come mai? Spiega il Telegraph: "Il progetto terroristico è stato scoperto dall'MI5 (servizi di intelligence interni) e la polizia metropolitana (di Londra) nell'autunno 2015, soltanto qualche mese dopo che il Regno Unito aveva firmato gli accordi sul nucleare iraniano". Dell'arresto erano naturalmente stati informati il premier d'allora Cameron e la responsabile degli interni May, che ha poi preso il suo posto, ma la loro preoccupazione principale fu di salvaguardare il pessimo accordo con l'Iran, non smascherando che il terrorismo dei suoi mercenari di Hezbollah si era esteso fino al territorio metropolitano inglese (dopo aver già colpito in Argentina, in Bulgaria, a Cipro, oltre che in Israele). La Gran Bretagna del resto ha una tradizione in queste scelte e anche una parola nobile per definire ciò che in italiano si chiamerebbe più volgarmente "calare la braghe"
   Ma anche gli Stati Uniti di Obama non scherzavano. Hezbollah ha a lungo fatto i soldi col contrabbando di droga, e buona parte di questo veleno finiva negli Stati Uniti. L'agenzia antidroga intraprese una lunga indagine, che smascherò l'impresa criminale di Hezbollah. Ma quando chiese al dipartimento della giustizia di procedere contro l'organizzazione, ottenne un netto rifiuto da parte di Obama, che non voleva rovinare le sue speranze di accordo con l'Iran. Anzi l'uomo che gestì per lui la faccenda, il futuro direttore dell'FBI e accusatore di Trump dichiarò nel 2010 in pubblico ""Hezbollah è un'organizzazione molto interessante", perché si è evoluto da "puramente un'organizzazione terroristica" a una milizia e, in definitiva, a un partito politico con rappresentanti nel parlamento e nel governo libanese. Insomma, anche gli Stati Uniti hanno protetto Hezbollah. E la Gran Bretagna, che aveva classificato terrorista solo il suo "braccio militare", ha aspettato fino a marzo di quest'anno per mettere sulla lista dei terroristi l'intera organizzazione, e ancora contro Trump e Israele cerca di mantenere in vita l'accordo capestro con l'Iran, cercando di inventare dei marchingegni finanziari per aggirare il boicottaggio americano.
   Questa riluttanza a isolare i terroristi di Hezbollah non è affatto isolata. Ricordiamo la marcia di d'Alema per Beirut a braccetto con un loro leader, un appoggio ribadito nel tempo. Ma ancora pochi giorni fa il parlamento tedesco, col voto del partito della Merkel, dei socialisti, dei verdi, ha respinto una mozione dell'AfD (già, i "fascisti") che chiedeva l'inserimento di Hezbollah nella lista dei terroristi. Insomma è una politica che continua, che ha l'appoggio dei vertici europei che ignorano il pericolo del terrorismo sciita e vanno regolarmente a baciare la pantofola degli ayatollah, con Mogherini in testa. In Italia, del resto, oltre alla sinistra estrema e "moderata" all'opposizione, l'Iran gode del sostegno personale di Grillo e del suo movimento, anche per legami personali (la moglie di Grillo è iraniana).
   Ma questo è folklore. Pericoloso ma grottesco, come il comico e il suo movimento. Il problema è perché leader politici importanti di molti paesi, neanche degli estremisti di sinistra come Corbyn, che è stato a lungo collaboratore dei media largamente sponsorizzati dall'Iran, antepongano l'accordo con una dei regimi più inumani e aggressivi del mondo alla sicurezza dei loro cittadini e anche alla loro salute fisica. Obama, Cameron, May, fra qualche mese anche Mogherini sono finiti per fortuna nella spazzatura della storia e così si spera accada a Corbyn e ai loro pari. La domanda è perché hanno fatto tutti la scelta di appoggiare i peggiori nemici dei loro popoli, di nascondere ai loro popoli i pericoli cui andavano incontro, di aiutare lo smantellamento dell'Europa con l'immigrazione (come è il caso di Merkel e Bergoglio), ma anche proteggendo i terroristi, come hanno fatto spesso i servizi segreti francesi, come è accaduto anche in Italia col lodo Moro, come veniamo a sapere che hanno fatto anche i governanti britannici. Probabilmente tutti hanno pensato di fare delle scelte astute e insieme di coltivare i valori della pace del multiculturalismo, della pace. E magari di dare una lezione agli ebrei e ai loro amici. Fatto sta che probabilmente la storia chiamerà il nostro tempo, non quello del declino dell'Occidente, come alcuni dicono, ma del tradimento delle élites.

(Progetto Dreyfus, 11 giugno 2019)


L' Aiea accusa gli ayatollah: arricchiscono più uranio

di Giordano Stabile

L'Aiea certifica che l'Iran ha accelerato l'arricchimento dell'uranio, anche se per ora nei limiti imposti dai trattati, mentre il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas è a Teheran per cercare di salvare l'accordo sul programma nucleare firmato nel 2015. Un'impresa ormai al limite dell'impossibile, in una giornata che ha visto segnali contraddittori da parte della Repubblica islamica, tornata ad attaccare gli Stati Uniti e a promettere «una dura risposta» in caso di conflitto, ma che ha anche liberato un cittadino libanese con residenza negli Usa, detenuto da quattro anni con accuse di spionaggio.
  La missione Maas a Teheran è apparsa subito in salita. Il ministro arrivava da Abu Dhabi, dove aveva avvertito che non avrebbe accettato compromessi «al ribasso». Gli aveva ribattuto subito il portavoce del ministero degli Esteri Abbas Mousavi, con l'accusa all'Unione europea di aver «fallito» nel tentativo di tenere in piedi l'accordo. Le tensioni sono soprattutto attorno al veicolo finanziario Intex, lanciato all'inizio dell'anno da Francia, Gran Bretagna e Germania per aggirare le sanzioni americane e permettere scambio di beni fra l'Ue e la Repubblica islamica, ma non ancora operativo. Maas, prima degli incontri con il ministro degli Esteri Jawad Zarif e il presidente Hassan Rohani, lo ha difeso e ha spiegato che è «uno strumento di un nuovo tipo» e quindi ci vuole tempo per implementarlo.

 La produzione aumenta
  Il colloquio con Zarif ha poi dissipato alcune ombre. «Speriamo che i tentativi dei nostri amici in Germania e in altri Paesi salveranno l'accordo - ha precisato Zarif -. Coopereremo con loro per raggiungere questo obiettivo». Poi ha attaccato gli Usa e puntualizzato che «nessuna potenza può fare del male al popolo iraniano senza ricevere una dura risposta: se cominceranno una guerra contro di noi, non saranno loro a finirla». Il livello di tensione fra Washington e Teheran preoccupa però la stessa Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che teme un deragliamento dell'intesa raggiunta nel 2015, fin qui ancora sui binari.
  Ieri il capo dell'agenzia Yukiya Amano ha confermato che, come aveva annunciato Rohani lo scorso 8 maggio, l'Iran ha aumentato la produzione di uranio arricchito al 3,67 percento.
  L'Aiea ha anche rivelato che è salito a 1044 il numero delle centrifughe operative nel sito di Fordow, mentre nel 2015 erano soltanto 740. Segnali negativi che sono stati però in parte compensati dal rilascio di un libanese con residenza permanente negli Stati Uniti, Nizar Zakka, detenuto dal 2015. Sarà rilasciato e consegnato a emissari di Hezbollah per il suo ritorno nel Paese dei Cedri.

(La Stampa, 11 giugno 2019)


Il ragazzo del Parini: "Quella scritta contro di me per il mio cognome ebreo"

di Ilaria Carra

 
«Ho sempre pensato che alla fine non dare troppa attenzione a questi insulti fosse il modo per reagire. Stavolta però ho deciso di non restare indifferente: non si deve restare in differenti». Arthur ha 16 anni, frequenta il Parini e il suo nome è stato bersaglio di minacce comparse sulla facciata delle sua scuola, nella notte tra sabato e domenica. "Arthur trema, il fascio è qui per te" e svastica a corredo. Minacce antisemite, Arthur ha un cognome di origine ebraica. «Sono sicuramente io, sono l'unico che ha questo nome in questa scuola», dice lui.

- Come si è sentito?

  «Più che altro amareggiato. Non tanto per me quanto per loro, per la stupidità della gente. È proprio un affronto diretto».

- Che pensieri le sono venuti?

  «Vedere il mio nome così, sul muro, tutta questa violenza, mi ha fatto riflettere. Ho pensato: perché proprio a me? Perché ho un cognome ebreo e c'è tanta gente che ancora non sa cosa sia la tolleranza. Ma posso dire che non mi sento neanche particolarmente sorpreso».

- Perché?

  «Perché è molto coerente con l'atmosfera di oggi. C'è un grande clima di odio, a mio parere, anche alimentato dai messaggi politici che vengono dati. Appunto per questo ho deciso di fare denuncia, sono andato alla polizia: denunciare è importante, non bisogna restare indifferenti. Cancellare una scritta stupida non basta, bisogna fare di più».

- Erano mai capitati altri episodi simili di antisemitismo?

  «Nella mia scuola, mai. Recentemente mi è capitato durante uno stage di alternanza scuola-lavoro che un altro ragazzo mi dicesse "sporco ebreo". In qualche altro caso, sporadico, è successo che in una serata in compagnia qualche amico di amici facesse una battuta fuori luogo».

- Come ha reagito?

  «Non mi ero preoccupato, mi avevano fatto riflettere che ci sono alcune persone che al giorno d'oggi dicano stupidità del genere».

- Vuole dire qualcosa ai responsabili di queste scritte?

  «Di informarsi prima di agire, perché è fondamentale. Nel mondo di oggi non si può non avere una memoria storica, per evitare di commettere discriminazioni e offendere le persone. Un gesto violento come il loro ha scatenato unione e solidarietà, tanti compagni mi hanno scritto. L'ha fatto il direttore del giornalino della scuola, un altro studente mi ha offerto il suo sostegno, sono tutti molto toccati».

(la Repubblica, 11 giugno 2019)


Israele, salta per ora 'Trump village'

Cittadina doveva essere inaugurata domani sulle Alture del Golan

E' stata rinviata, per ora a data da destinarsi, l'inaugurazione della località intitolata a Trump sulle Alture del Golan che si sarebbe dovuta svolgere domani. Lo riferiscono i media e lo ha confermato l'ufficio del Consiglio regionale del Golan. La decisione di rinominare il piccolo villaggio ebraico di Kela Alon con il nome del presidente Usa era stata annunciata dal premier Benyamin Netanyahu lo scorso aprile, dopo la mossa dell'amministrazione americana di riconoscere la sovranità israeliana sulle Alture conquistate durante la guerra del 1967 con la Siria. Alla cerimonia di domani avrebbero dovuto partecipare sia il premier Benyamin Netanyahu sia l'ambasciatore Usa in Israele David Friedman. In un comunicato, il Consiglio regionale ha spiegato che i motivi del rinvio sono legati "allo scioglimento della Knesset, a circostanze governative e a questioni legali che esulano dal nostro controllo".

(ANSAmed, 11 giugno 2019)


Addio a Shalom Tesciuba, guidò la rinascita della comunità ebraica tripolina in Italia

di Ariela Piattelli

Shalom Tesciuba
Nato a Tripoli nel '34, Tesciuba scampa ai pogrom e alle rivolte arabe contro gli ebrei, riesce ad arrivare in Italia nel luglio del '67, durante il grande esodo dell'intera comunità. Di lì inizia subito il suo impegno nell'aiutare i profughi appena arrivati ad integrarsi nella Capitale, nel mantenere vivi culto e usanze millenarie dell'ebraismo libico, trasformandoli in una grande ricchezza, in nuova linfa, per l'intera comunità ebraica romana. «I rapporti con la Comunità di Roma sono stati molto stretti sin da subito - raccontava Tesciuba in un'intervista a La Stampa -. Il Rabbino Capo Elio Toaff si adoperò molto per noi, e mi diede carta bianca nel far rispettare a tutti le regole ebraiche». E' così che Tesciuba aiuta Toaff a ricostruire l'ebraismo a Roma, ancora profondamente colpito e indebolito dalla guerra e dalla Shoah, ed è così che, facendosi interprete dell'integrazione, contribuisce ad una nuova rinascita degli ebrei romani.
   Uno dei valori più importanti di cui si fa portatore è la "tzedakà" (dall'ebraico "giustizia"), ovvero aiutare i bisognosi "per bilanciare il mondo": «Questo è un principio importantissimo per tutti gli ebrei, - teneva a sottolineare - non solo per i tripolini». Negli anni '70 fonda il "Talmud Torà", una scuola religiosa, nel quartiere africano, dove vivono molti ebrei tripolini. Il Rabbino Elio Toaff lo vuole come consigliere, e diventerà prima assessore al culto, poi alla Deputazione (ente di assistenza) della Comunità Ebraica di Roma.
   Grazie anche alla sua attività, l'affluenza alle sinagoghe e ai gruppi di studio raggiunge i massimi livelli negli anni '80. Così Tesciuba trasforma un vecchio cinema in una sinagoga, il Beth El, tutt'oggi uno dei cuori pulsanti di vita ebraica a Roma.
   Nel giugno del 2017, insieme a Sion Burbea, altro leader degli ebrei libici, viene insignito di un riconoscimento dall'allora Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, in occasione della cerimonia al Tempio Maggiore di Roma per i 50 anni dall'arrivo degli ebrei di Libia in Italia.

(La Stampa, 11 giugno 2019)


Allarme a Gerusalemme per il Gay Pride in centro

Si temono gli estremisti religiosi

di Marta 0liveri

Il Gay Pride di Gerusalemme, parte della dozzina di manifestazioni organizzate nel paese nel mese dell'orgoglio gay che culminerà il 14 giugno con il Gay Pride di Tel-Aviv, si è svolto sotto una alta protezione perché le forze di polizia temevano gli attacchi degli estremisti religiosi contro il corteo. Comunque i militanti LGBT hanno vinto la battaglia delle bandiere visto che il percorso del Gay Pride era coperto di drappi arcobaleno anche nei pressi della grande sinagoga, nonostante gli appelli del rabbino della Città Santa perché le bandiere fossero ritirate.
   La polizia ha mobilizzato oltre 2.500 agenti per assicurare la sicurezza della manifestazione e aveva provveduto all'arresto preventivo di un attivista omofobo, già noto per le sue azioni di disturbo, che si era infiltrato nel corteo dei manifestanti. L'accesso al corteo è stato sorvegliato dal filtro dei poliziotti piazzati lungo il percorso per prevenire eventuali attacchi di estremisti religiosi ebrei.
   «Un obiettivo di questo corteo è dissolvere i valori della famiglia ebrea», ha detto a Le Figaro, Bentzi Gopstein, leader omofobico del movimento Lehava che si oppone ai diritti dei LGBT e ai matrimoni misti fra ebrei e arabi. Per lui il movimento LGBT è un movimento «terrorista», come ha riportato Le Figaro. Intanto, il primo ministro Benyamin Netanyahu ha nominato, prima del Gay Pride a Gerusalemme, un nuovo ministro della giustizia, Amir Ohana, che è il primo rappresentante del governo israeliano a rivendicare apertamente la propria omosessualità. Una tappa definita «storica» dai rappresentanti della comunità LGBT.

(ItaliaOggi, 11 giugno 2019)


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Omofobia

"Omofobia" è un neologismo introdotto in modo puramente strumentale per ingiuriare e intimorire chi non manifesta consenso all'ideologia omofiliaca nelle sue varie forme: omosessualità, bisessualità, transgender e altro. La paura qui non c'entra niente. Il rifiuto di questo modo di pensare, vivere e fare pressioni sulla società ha diversi motivi che possono non essere condivisi, ma sono comunque tutti validi. Il motivi possono essere:
  • Emotivi - Senso di disgusto e repulsione davanti a sfacciate e "fiere" esposizioni in pubblico di effusioni omosessuali.
  • Politici - Convinzione che l'accettazione legalmente riconosciuta dell'omosessualità sia un elemento di grave disgregazione della società, il che implica che tutti devono avere il diritto di esprimere la propria netta opposizione senza ricevere epiteti ingiuriosi e intimidatori.
  • Religiosi - Fede in un Dio che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza ("li creò maschio e femmina", Genesi 1:27), e conseguente convinzione che rapporti come quelli propugnati dal movimento omofilo sono in aperta ribellione a Dio, e che ad essi dunque è doveroso opporre decisa resistenza, non con la lapidazione o il pugnale come fanno gli islamici, ma con una parola ferma e chiara, oltre che con l'esempio.
Purtroppo lo Stato ebraico si è spinto così avanti nell'approvazione e nella pratica di depravati costumi sessuali occidentali da arrivare al punto di vantarsi del primato raggiunto nella loro omologazione giuridica. E' un fatto grave, un'emblematica scelta di indipendenza da quel Dio da cui in ultima analisi proviene il suo fondamentale diritto a vivere e governare su quella terra. Questo diritto non gli sarà tolto, ma è certo che di questo e di altro ancora dovrà un giorno rendere conto al Signore.
E dovranno renderne conto anche tutti coloro che proprio su questo punto lodano e appoggiano Israele. M.C.

(Notizie su Israele, 11 giugno 2019)


La strana povertà di Abu Mazen e dei palestinesi

di Ugo Volli

Strane cose accadono nell'Autorità Palestinese. Il presidente (o meglio il dittatore, eletto quattordici anni fa per un mandato di 5 anni e mai più sottopostosi al vaglio degli elettori) Mahamoud Abbas non perde occasione per dire che l'AP è in una situazione di bancarotta. La ragione è che rifiuta di prendere i soldi delle dogane che Israele gli versa regolarmente, perché da esse sono detratti i salari che l'AP versa ai terroristi. Abbas ha detto che il pagamento dei terroristi è la sua priorità assoluta, tant'è vero che ha bloccato per questo anche i trattamenti sanitari di emergenza come quelli di un bimbo con la leucemia e ha anche proibito ai suoi funzionari di negoziare con Israele e con la Giordania per risolvere la situazione. Gli stipendi pubblici sono stati tagliati del 40%, ma quelli dei ministri aumentati del 67%, suscitando l'indignazione generale e ha accumulato un'enorme ricchezza. Che cosa vuole Abbas? Continuare a fare soldi, naturalmente, lui e i suoi figli. Pagare i terroristi, perché i loro amici sono ancora armati e pericolosi. E probabilmente suscitare una rivolta popolare per uscire dall'irrilevanza, riportare il problema palestinese al centro della scena politica mediorientale e magari costringere tutti a finanziarlo di nuovo, senza badare se i soldi finiscono ai terroristi o ai suoi conti privati e solo in minima parte ai suoi sudditi. Ma non è detto che questo gioco riesca, almeno fino a che in Israele governa Netanyahu e a Washington Trump.

(Shalom, 11 giugno 2019)


I palestinesi stanno pianificando una "spontanea rivolta popolare"

Intanto i giordani sono furibondi con Abu Mazen che blocca tutti i tentativi di alleviare la crisi economica nell'Autorità Palestinese

I palestinesi stanno pianificando una "rivolta popolare" a fine mese per protestare contro il preannunciato piano per la pace in Medio Oriente del presidente americano Donald Trump. Le proteste "spontanee", in programma per il 25 e il 26 giugno, coincideranno con il lancio del workshop economico indetto dagli Stati Uniti in Bahrain, dove l'amministrazione Usa intende svelare la parte economica del suo atteso piano. Sin dall'annuncio della conferenza in Bahrain, la dirigenza dell'Autorità Palestinese fa pressione su palestinesi e arabi perché la boicottino.
Rappresentanti delle varie fazioni dell'Olp, delle organizzazioni della società civile palestinese e diverse personalità palestinesi indipendenti esortano tutti i palestinesi a partecipare alle proteste contro il piano di pace di Trump e la conferenza del Bahrain. L'appello è stato lanciato dopo un incontro domenica scorsa a el-Bireh, la città adiacente a Ramallah.
Wasel Abu Yusef, membro del Comitato esecutivo dell'Olp, ha detto che l'incontro di domenica è stato il primo di una serie di riunioni tese a organizzare "azioni popolari per fronteggiare le macchinazioni israelo-americane volte a liquidare i diritti del popolo palestinese". I palestinesi, ha detto Abu Yusef, devono impegnarsi in "azioni di lotta per sventare l'accordo del secolo, a cominciare dal suo aspetto economico, e dar voce al loro rifiuto di tutte le politiche americane"....

(israele.net, 11 giugno 2019)


Iran, Aiea: Preoccupazione per le tensioni sull'accordo nucleare

VIENNA - L'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea) è "preoccupata per le crescenti tensioni" intorno al programma nucleare iraniano, dopo che Teheran ha annunciato che non rispetta più alcune delle restrizioni imposte dall'accordo del 2015. "Spero che possiamo trovare un modo per ridurre le tensioni attraverso il dialogo", ha detto il direttore generale Yukiya Amano.

(LaPresse, 10 giugno 2019)


I capi politici palestinesi si aumentano gli stipendi e la gente muore di fame

Per Abu Mazen e i suoi, ritocchi retroattivi fino al 67%. Ramallah e i territori ribollono di rabbia

di Fiamma Nirenstein

 
GERUSALEMME - C'è modo e modo di essere corrotto. Ma quando lo si fa roteando una spada che annuncia l'avvento della giustizia per tua mano, la cosa diventa particolarmente penosa. È quello che accade all'Autonomia palestinese di Abu Mazen in questi giorni: in nome della resistenza contro il nemico sionista ha rifiutato le tasse che Israele era come al solito pronto a conferirgli anche se decurtate del budget previsto per i terroristi in carcere, e per questo ha tagliato gli stipendi dei dipendenti civili e militari dal 40 al 60 per cento, penalizzando soprattutto la gente di Gaza, che non gli è molto simpatica politicamente ... Ma poi, il governo palestinese si è fatto scoprire con le mani nel sacco.
   Aveva infatti deciso nel 2017 un aumento degli stipendi dei suoi ministri del 67% e lo aveva addirittura reso retroattivo al 2014, un bell'accumulo di shekel. Il primo ministro Mohammed Shtayyeh guadagna sui 6mila dollari al mese e i ministri sono arrivati dai 3mila ai 5mila dollari. Più gli arretrati. Abu Mazen, che è presidente dal 2005 (secondo la legge avrebbe dovuto restarlo per quattro anni) ha approvato la decisione e non l'ha resa pubblica: ci hanno invece pensato, inferociti, i social media e il tamtam della gente impoverita, stanca, disoccupata. La crisi economica è un dato permanente nella vita palestinese, così come lo è l'infinita corruzione che alcuni coraggiosi, incuranti delle sicure rappresaglie, periodicamente denunciano.
   Chi scrive ha incontrato più volte persone di tutto rispetto perseguitate da minacce molto sostanziali, esasperate e inutilmente desiderose di comunicare la loro disperazione. I torti subiti, l'impunità nel fornirsi di pubblico denaro spesso donato da Paesi terzi delle classi dirigenti sono nelle mani dei boss locali: questi, su base di amicizia e di forza tengono soggiogati interi gruppi sociali, e sotto la cenere cova, insieme alla miseria che nasce dal rifiuto di occuparsi di qualcosa che non sia la diffamazione e la guerra continua contro Israele, una ribellione che a Gaza è anche scoppiata in piazza.
   Ramallah a sua volta adesso ribolle: non lo si dice, ma forse brucia insieme ai furti ora pubblici, anche il disprezzo con cui tutta la nomenclatura a partire da Abu Mazen ha preso la parola scandalizzato per rifiutare l'invito di Trump nel Baharain il 25 giugno. Si tratta del primo passo dell'accordo del secolo» che intende parlare di pace sulla base di un futuro economico garantito per i palestinesi: il negoziatore Sa'eb Erakat ha annunciato che i palestinesi non si faranno comprare e ha chiamato al boicottaggio tutti i palesi arabi invitati, desiderosi di affrontare una buona volta l'incredibile conflitto israelo-palestinese.
   I soldi per i palestinesi di oggi sono stati sempre una funzione della pavloviana attitudine europea e americana a versarne un fiume senza le verifiche necessarie: quando questo è stato fatto e gli americani si sono resi conto che, dei 693 milioni di aiuto l'anno, 345 andavano in sussidi ai terroristi in carcere o alle loro famiglie, hanno bloccato il flusso. L'idea che i palestinesi soffrono la fame a causa di Israele è una carta propagandistica che funziona solo in Europa ormai. I palestinesi stessi specie dopo episodi come quello dell'aumento degli stipendi ai ministri desiderano una svolta.
   L'aiuto mirato è una cosa giusta e utile, ma quello che finisce sempre in guerra non è certamente produttivo e non va alla gente. Né lo è quello che finanziando libri di testo si ritrova a manuali di odio antisemita. Chissà che lo scandalo di Ramallah non conduca i palestinesi in Baharain, a parlare di futuro, anche nei termini più critici possibili.

(il Giornale, 10 giugno 2019)


Parma capofila della Giornata Europea della Cultura Ebraica

Avrà una città capofila inedita la prossima Giornata Europea della Cultura Ebraica, in programma domenica 15 settembre: sarà infatti per la prima volta Parma il centro della manifestazione che coinvolge in Italia oltre ottanta località, e più di trenta Paesi in Europa. Tra visite guidate e concerti, degustazioni casher e incontri d'autore, spettacoli teatrali ed eventi per i più piccoli, un giorno dedicato alla conoscenza e all'approfondimento di storia e tradizioni della minoranza ebraica, saranno centinaia le iniziative nelle sinagoghe, nei musei e nei quartieri ebraici, per un grande evento nazionale, coordinato e promosso nel nostro Paese dall'Unione delle comunità Ebraiche Italiane (e in Europa dall'Aepj, la European Association for the Preservation and Promotion of Jewish Culture and Heritage), che vede partecipare ogni anno, solo in Italia, decine di migliaia di persone, con picchi di oltre 50mila presenze, un argomento, come ogni anno, unisce idealmente tutte le località partecipanti: quest'anno la traccia scelta è "I sogni". Tema molto presente nella cultura ebraica, a partire dalla Torah, con il mondo onirico che compare a più riprese nella narrazione biblica, e dal Talmud (è famosa la massima "Un sogno non interpretato è come una lettera non letta"), fino alla psicanalisi di Sigmund Freud, che all'interpretazione dei sogni dava un valore profondo e terapeutico.
   L'edizione italiana è una delle più riuscite in Europa: un successo dovuto anche al fatto che, da nord a sud alle isole, in Italia c'è uno straordinario patrimonio artistico e architettonico ebraico, fatto di decine di sinagoghe grandi e piccole, di musei, di antichi quartieri, di siti archeologici e di una storia particolarmente ricca di cultura e di tradizioni, ogni regione con le sue peculiarità, un mondo da scoprire. A partire da Parma (e dalla vicina Soragna, dove c'è una sinagoga e un museo ebraico), per continuare con le altre decine di località in tutto il Paese.

(Pagine Ebraiche, giugno 2019)


L'I.C. "Marco Polo" di Borghesiana racconta il viaggio della memoria ad Auschwitz e Birkenau

Alla presenza della presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello e del vice presidente della Regione Lazio, Daniele Leodori

 
Si è svolto giovedì 6 giugno l'evento conclusivo del progetto "Il nostro viaggio della memoria. Per non dimenticare, perché non accada mai più" che ha coinvolto 33 alunni ed alunne dell'I.C. "Marco Polo" di Borghesiana nel viaggio organizzato dalla Regione Lazio, con la partecipazione di circa 500 alunni provenienti dalle scuole della provincia di Roma.
   Insieme al Dirigente scolastico Francesco Senatore, hanno portato il saluto ai ragazzi, ai genitori e ai docenti, il vice presidente della Regione Lazio Daniele Leodori e la presidente della comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello.
   I protagonisti sono stati i nostri ragazzi e le nostre ragazze, che hanno saputo trasmettere il senso più profondo del viaggio ad Aschwitz e Birkenau. "Un viaggio che non si è concluso con il ritorno a casa, ma che continuerà per tutta la vita come testimoni di una storia che non deve più ripetersi. Sulla locandina di questa manifestazione c'è l'immagine triste ed evocativa della ferrovia del campo di sterminio di Birkenau, ma non a caso vi è stata disegnata una rosa rossa. Ecco - ha detto il Dirigente Scolastico Francesco Senatore, rivolgendosi alle studentesse e agli studenti, quella rosa rappresenta la rinascita e quella rinascita siete voi, testimoni della memoria, che dovrete trasmettere alle future generazioni".
   La presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, nel ringraziare Daniele Leodori per aver investito tante risorse e tante energie, coinvolgendo degli studenti così giovani in "un percorso educativo evocativo, profondo e complesso", ha confessato di aver avuto qualche perplessità sapendo che si trattava di studenti di terza media, "invece sono stati meravigliosi, attenti a cogliere ogni passaggio ed ogni emozione. "E' stato un momento di crescita, che spero porteranno con sé per tutta la vita. 80 anni fa un popolo intero doveva essere distrutto, qualcuno decise che non avevamo più la dignità di essere italiani perché ebrei, 80 anni fa qualcuno decise che i miei nonni dovevano essere denunciati e deportati, che io non sarei dovuta nascere e invece sono qua a dire grazie a tutti quanti voi, che sono a disposizione vostra perché quel pregiudizio, quell'odio, quella cattiveria non pervada nelle classi, negli atti di bullismo, nei singoli gesti quotidiani e non diventi quello che domina il linguaggio del quotidiano. Sono qua a dirvi che la comunità di Roma c'è e sarò felice di ospitare questi ragazzi al museo ebraico e alla sinagoga, anche se so che già che gli insegnanti fanno un lavoro egregio. Sono qua a dirvi che abbiamo un valore universale, che è quello di rispettarci reciprocamente, cerchiamo di mantenerlo perché è solo così che potremo veramente assicurarci un futuro".
   Tanta commozione quando i ragazzi hanno intonato "Gam Gam", la canzone ebraica tratta dal salmo 23, che le maestre ebree deportate nei campi di concentramento facevano cantare ai bambini; toccante il video con le foto dei campi di sterminio al suono della chitarra di un nostro alunno. Suggestivi i momenti di condivisione quando la platea ha cantato "Auschwitz" e "La libertà" accompagnata dall'orchestra della scuola che ha poi eseguito magistralmente il brano Shalom.
   L'evento ha visto una partecipazione corale da parte dell'intero istituto: a partire dalla terza C della scuola primaria con la rivisitazione della canzone Auschwitz: Guccini cantava le migliaia di bambini ebrei morti passando per "il camino". Ebbene accanto alle vittime del genocidio ebraico, i bambini ci hanno fatto riflettere sulle migliaia di piccole vittime che muoiono oggi nel buio abisso marino.
   E' stata poi la volta della drammatizzazione "E se succedesse domani?" a cura della 2D (secondaria): una classe che si svuota di tutti i suoi alunni ebrei quando la maestra annuncia che sono state promulgate le leggi razziali in Italia. Infine gli alunni e le alunne della 3F si sono cimentati in una significativa coreografia sulle note di "Il mio nome è mai più", canzone di protesta contro tutte le guerre. Numerose sono state le testimonianze dei ragazzi: ognuno ha voluto condividere le proprie riflessioni e il vice presidente della Regione Lazio, Daniele Leodori, nel salutare i nostri alunni, ha detto di tenere molto a questo progetto: "noi tutti cerchiamo di trasmettere il valore del rispetto per l'altro, ebbene credo che l'esperienza di questi luoghi non possa lasciare indifferenti e sono sicuro che vi lascerà un segno per tutta la vita".
   Al termine il preside ha espresso il proprio ringraziamento ai ragazzi, ai docenti coinvolti nella realizzazione della manifestazione e ha ringraziato il vice presidente della Regione Lazio per la preziosa opportunità che ha dato ai nostri ragazzi, "perché una cosa è studiare la storia, ma tutt'altro è viverla".

(ilmamilio.it, 10 giugno 2019)



Auto connessa, Hyundai punta sul medico digitale a bordo

Firmato un accordo di investimento con la israeliana MDGo

Hyundai Motor investirà in una società tecnologica israeliana che produce report automatizzati sulle condizioni mediche dei passeggeri. La tecnologia entra in azione in caso di incidente e allerta i soccorsi.
Hyundai Motor, ha recentemente firmato un accordo di investimento con la israeliana MDGo e ha iniziato a lavorare per applicare la funzionalità di analisi di MDGo al suo servizio pensato per l'auto connessa.
La casa automobilistica non ha specificato l'ammontare dell'investimento o della quota acquistata, ma ha detto di aver partecipato ad una raccolta fondi della serie A a favore di MDGo. Il finanziamento della serie A varia in genere da $ 2 milioni a $ 15 milioni.
MDGo è stata fondata nel 2017 per sviluppare algoritmi e servizi per l'analisi medica automatizzata. In caso di incidente, l'algoritmo di MDGo raccoglie i dati protetti dai sensori del veicolo e li raccoglie in un rapporto che mostra la gravità delle lesioni dei passeggeri.
L'algoritmo invia quindi questo rapporto direttamente agli ospedali vicini e alle ambulanze in arrivo, aiutando paramedici e medici a fornire un trattamento ottimale.
Dall'anno scorso, MDGo ha condotto test sul campo della sua tecnologia in Israele.
Hyundai Motor si aspetta che la tMDGoecnologia medica in auto le offrirà un vantaggio rispetto ai rivali.

(Autoprove.it, 10 giugno 2019)


Nel 2015 Hezbollah voleva colpire Londra ma il governo inglese coprì tutto

Un fatto gravissimo che prova ancora una volta come il gruppo terrorista libanese venga costantemente coperto da interi governi e dall'Unione Europea

Nel 2015 l'MI5, il servizio segreto inglese, sventò un enorme attentato organizzato da Hezbollah a Londra. A rivelarlo dopo una indagine durata mesi è stato il Daily Telegraph.
Secondo quanto riferisce il quotidiano, l'intelligence britannica arrestò un terrorista legato a Hezbollah che aveva accumulato tre tonnellate di nitrato di ammonio da usare in un attentato a Londra.
La notizia all'epoca non venne resa nota perché proprio in quelle ore la Gran Bretagna era impegnata a dare il suo consenso all'accordo sul nucleare iraniano e si temeva che, essendo Hezbollah direttamente legato a Teheran, l'opinione pubblica inglese avrebbe osteggiato l'approvazione britannica a quell'accordo.
Il fatto, gravissimo, ricorda quanto successo negli Stati Uniti quando il Presidente Obama ordinò alla DEA di fermare una indagine su un enorme traffico di droga, armi e riciclaggio di denaro che coinvolgeva proprio Hezbollah. Anche in quel caso l'ordine di Obama arrivò per non compromettere l'imminente accordo sul nucleare iraniano....

(Rights Reporters, 10 giugno 2019)


Bufera sull'Università di Messina, invitato un filosofo russo vicino a gruppi antisemiti

La presenza a Messina del filosofo russo Aleksandr Dugin, prevista per l'11 giugno, e' vista con "sdegno" dalla Fiap, la Federazione italiana associazioni partigiane: "E' verosimile che in Italia siano pochi a sapere chi e' Dugin, - afferma una nota della Fiap - ma forse e' il caso di ricordare che si tratta di un personaggio inquietante che teorizza il cosiddetto neo-eurasiatismo. Nemico dichiarato di Israele, si nasconde dietro quell'antisionismo che, per molti elementi dell'estrema destra, serve spesso a celare un sostanziale antisemitismo. Si richiama apertamente al filosofo razzista e fascista italiano Julius Evola e in Russia ha costituito gruppi politici denominati 'nazionalbolscevichi', il cui contrassegno era la bandiera del Terzo Reich con al centro lo stemma sovietico in versione nera, al posto della svastica".
Dugin, autore del libro pubblicato in inglese con il titolo "The Fourth Political Theory", dovrebbe parlare al rettorato dell'Universita'. Secondo Antonio Matasso, dirigente socialista siciliano ed esponente della Fiap, "sarebbe auspicabile un intervento delle autorita' accademiche, allo scopo di effettuare una valutazione di opportunita' circa la presenza di Dugin nell'ateneo".

(Messina Oggi, 9 giugno 2019)



Abiterò in mezzo ai figli d'Israele e sarò il loro Dio. Essi conosceranno che io sono l'Eterno, il loro Dio, che li ho fatti uscire dal paese d'Egitto per abitare in mezzo a loro. Io sono l'Eterno, il loro Dio

Dal libro dell’Esodo, cap. 29


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La Parola è stata fatta carne ed ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità.

Dal Vangelo di Giovanni, cap. 1


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Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il primo cielo e la prima terra erano passati, e il mare non c'era più. E io, Giovanni, vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. E udii una gran voce dal cielo, che diceva: «Ecco il tabernacolo di Dio con gli uomini! Ed egli abiterà con loro; ed essi saranno suo popolo e Dio stesso sarà con loro e sarà il loro Dio».

Dal libro dell’Apocalisse, cap. 21

 


Gli Usa: "Possibili annessioni israeliane di aree della West Bank"

di Paolo Mastrolilli

Sotto certe circostanze, io penso che Israele abbia il diritto di annettere parte della Cisgiordania, anche se probabilmente non tutta». A dirlo è stato l'ambasciatore americano nello Stato ebraico, David Friedman, durante un'intervista con il New York Times. Prima delle elezioni del 9 aprile scorso, il premier Netanyahu aveva promesso di cominciare l'annessione di parte dei Territori occupati dopo la guerra del 196 7. Friedman ha commentato così questa ipotesi: «Noi non abbiamo davvero una visione, fino a quando non capiremo quanto, in quali termini, perché ha senso farlo, perché è una cosa buona per Israele, perché è buona per la regione, perché non crea più problemi di quanti ne risolva. Queste sono tutte cose che vorremmo capire, e non voglio pregiudicare». Poi ha aggiunto: «Certamente Israele ha il diritto di conservare alcune porzioni della Cisgiordania».

 Il piano di pace
  Prima di diventare ambasciatore, Friedman era l'avvocato di Trump che si occupava principalmente delle sue procedure nei casi di bancarotta, e aveva sostenuto con aiuti economici gli insediamenti nei Territori occupati. Parlando con il Times, ha accusato la leadership palestinese di boicottare la conferenza in programma alla fine di giugno in Bahrain, allo scopo di raccogliere finanziamenti.
  Questa sarebbe la prima fase del piano di pace elaborato dal genero del presidente, Jared Kushner, a cui poi seguirebbe la fase politica, che però potrebbe essere ora rimandata a dopo le nuove elezioni israeliane. «È ingiusto - ha detto Friedman - il modo in cui i palestinesi l'hanno descritta, ossia una tangente, o il tentativo di comprare le loro aspirazioni nazionali. Lo scopo invece è dare vita alle loro aspirazioni, creando un'economia sostenibile».
  L'ambasciatore ha detto che la responsabilità dell'assenza di un accordo ricade soprattutto sui palestinesi, che in passato hanno rifiutato offerte molto generose. Alla domanda se è vero che il piano di pace non prevede la creazione di due Stati, ha risposto così: «Cosa è uno Stato? Ci sono truppe americane in Germania e Giappone, ciò non è antitetico alla pace».
  Il negoziatore palestinese Saeb Erekat ha replicato con questo commento: «La loro visione è l'annessione di territori occupati, un crimine di guerra secondo la legge internazionale». Quindi, ha aggiunto che tale politica marcherebbe «la complicità degli Stati Uniti con i piani coloniali di Israele».

(La Stampa, 9 giugno 2019)


Israele: deficit fiscale stabile al 3,8 per cento del Pil

GERUSALEMME - Il disavanzo di bilancio in Israele ha raggiunto il 3,8 per cento del prodotto interno lordo da giugno 2018 a maggio scorso. Lo riferisce il quotidiano economico israeliano "Globes". Nei primi cinque mesi del 2019 il deficit è stato di 15,1 miliardi di shekel (circa 3,71 miliardi di euro) mentre nello stesso periodo di riferimento del 2018 era stato di 2,3 miliardi di shekel (circa 570 milioni di euro). La spesa civile del governo è aumentata del 15,8 per cento da gennaio a maggio scorsi, in netto aumento rispetto all'obiettivo del 6 per cento fissato nella finanziaria. Anche le spese nel settore militare sono aumentate rispetto a quanto previsto dalla legge di bilancio. Nei primi cinque mesi dell'anno la spesa per la difesa è cresciuta del 2,9 per cento, rispetto a un tetto dell'1,9 per cento previsto dalla finanziaria. Le entrate fiscali sono leggermente aumentate, raggiungendo 135 miliardi di shekel (33 miliardi di euro) nei primi cinque mesi del 2019, circa 4 miliardi di shekel (poco meno di un miliardo di euro) in più rispetto al corrispondente periodo del 2018.

(Agenzia Nova, 9 giugno 2019)


Come il genio ebraico, rivoluzionò il calcio

Da Erbstein a Czeizler, precursori del calcio totale che il nazismo cercò di cancellare.

di Giuliano Orlando

Niccolò Mello - Stelle di David, come il genio ebraico, rivoluzionò il calcio - Bradipo Libri - Pag. 270 - Euro 15.00
La follia nazista non risparmiò neppure il calcio che il genio ebraico ha fatto evolvere in anticipo sui tempi. Figli di tante, troppe diaspore, ebbero intuizioni oltre che in svariati campi come la filosofia, la musica, lo spettacolo, la medicina e la politica, anche nel calcio, di cui furono i precursori assoluti. Questo nonostante il regime nazista abbia cercato in ogni modo di cancellarne i migliori protagonisti. Molti purtroppo vittime dei lager, altri costretti a fuggire per non cadere vittime di una persecuzione mai finita. Il gioiello calcistico Wunderteam, la squadra austriaca, creata dal tecnico ebreo-boemo Hugo Meisl, attorno agli anni '30, mostrò al mondo una perfezione tecnico-tattica riconosciuta dai più grandi allenatori, compreso Vittorio Pozzo che pure aveva battuto il Wunderteam nella semifinale mondiale del '34, ebbe parole d'elogio per la raffinatezza del gioco austriaco. Meisl è stato uno dell'esercito che il genio ebraico ha prodotto. I nomi scorrono come un fiume in piena: Imre Hirschl, Ernest Erbstein, Lajos Czeizler, che guidò il Milan del trio delle meraviglie Gre-No-Li, Bela Guttman, Lippo Hertzka il primo tecnico a far grande il Real Madrid, negli anni '30, Izidor Kurschner, altro innovatore, dopo aver insegnato calcio in Svizzera e Germania, nel 1937 emigrò in Brasile facendo crescere il calcio carioca alla grande. Gyula Mandi, uno dei pochi sopravvissuti, uno dei più forti difensori nella nazionale magiara negli anni '20, assieme a Gustav Sebes e Bela Guttmann, costruì la meravigliosa nazionale ungherese degli anni '50. Dopo l'invasione dei carri armati sovietici del '56, emigrò prima in Brasile dove col Rio de Janeiro non ebbe successo, mentre in Israele divenne capo allenatore e guidò la squadra al secondo posto nella Coppa d'Asia nel 1960 e quattro anni dopo quella coppa la vinse e centrò la qualificazione ai mondiali del 1970 in Messico. Alexandru Schwartz, ebreo di Romania, cresciuto nl club sionista di Timisoara, città al confine con l'Ungheria, negli anni '60 giocò in Francia, in Germania dove con l'Eintracht vinse la Coppa delle Alpi e in Portogallo nel Benfica. Uno dei pochi che hanno chiuso per anzianità di servizio. Si è spento nel 2000 a 92 anni. Eugen Konrad, ungherese, fratello maggiore del grande Kalman, calciatore senza acuti, si trasferisce in Austria dove guida il team della capitale e contribuisce a formare la squadra guidata dal quel genio di Mattias Sindelar, uno dei calciatori austriaci più talentuosi, mai sottomessosi al nazismo, morto in circostanze misteriose nel 1939. Eugen insegna calcio in Romania, in Francia e Austria, nel 1937 approda a Trieste, ma l'anno dopo viene espulso con le leggi razziali, ripara in Francia e poi in Portogallo. Trova pace alla vigilia della Grande Guerra, quando con la famiglia si imbarca su una nave che trasporta sughero e dopo tre settimane di navigazione sbarca negli USA. L'approdo definitivo
   Solo la vetta di una base molto più ampia. Purtroppo molti di questi geni, con l'Anschluss divennero prede e vittime di una persecuzione pazzesca. Un libro da non perdere. Per riflettere.

(2out.it, 9 giugno 2019)



Palestina - Proteste fra i cittadini: i ministri si sono aumentati lo stipendio del 60%. In segreto

Alcuni documenti rivelati in rete sono stati ripresi dai giornali: nel 2017 le paghe fatte salire da 3000 a 5000 dollari al mese. La decisione approvata riservatamente dal presidente Abu Mazen

GERUSALEMME - Grande indignazione sta suscitando nella comunità palestinese la notizia secondo la quale i membri dell'Anp, l'autorità Palestinese che governa il paese, nel 2017 si sono segretamente attribuiti un cospicuo aumento, determinando un aumento dei loro stipendi in alcuni casi fino al 67%. Lo riportano diverse fonti di stampa locale che hanno ripreso alcuni documenti riservati trapelati in rete. A far montare in particolare lo sdegno del popolo palestinese è soprattutto il fatto che gli stipendi dei governanti sono stati fortemente aumentati proprio in un periodo, il 2017, di grande crisi economica. Una crisi che tuttora persiste nei Territori palestinesi, tanto che il governo sta minacciando la bancarotta.
   In quel periodo, per far fronte alla difficile situazione, l'Autorità nazionale palestinese aveva ridotto di un terzo i salari dei dipendenti pubblici soprattutto nella Striscia di Gaza (controllata da Hamas), sostenendo che al governo mancavano fondi per farvi fronte. Nei documenti pubblicati è emerso che ad esempio lo stipendio del primo ministro è stato portato a circa 6.000 dollari mensili e quelli dei vari ministri innalzati da 3.000 a 5.000 dollari al mese. La decisione era stata approvata dal presidente dell'Anp, Abu Mazen ma tenuta segreta anche perché in opposizione ad una legge del 2004 che fissava i tetti massimi degli stipendi dei ministri.
   E non è tutto. Dai documenti segreti è trapelato che l'aumento di cui hanno beneficiato è stato retroattivo, dal 2014, quando il governo è entrato in carica, dando a ciascun ministro migliaia di dollari.
   Oltre ai soldi, ai ministri sarebbero stati dati anche ulteriori benefit. Tra questi, per coloro che vivono fuori Ramallah, la capitale amministrativa, è stata messa a disposizione una ulteriore somma di 10.000 dollari all'anno per affittare una casa in città. Concessi anche bonus per gli autisti e le spese di viaggio. "I membri del governo si sono comportati come se il governo fosse il loro negozio privato e possono prendere tutto ciò che vogliono senza essere ritenuti responsabili", ha dichiarato il commentatore politico Ehab Jareri.
   Un sondaggio pubblicato ad aprile dal Jerusalem Media and Communication Center ha evidenziato come la stragrande maggioranza dei palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, non hanno fiducia nella loro leadership politica. Solo una piccola percentuale di palestinesi intervistati, circa l'11%, ha dichiarato di fidarsi del presidente Abu Mazen, il leader di Fatah e del Paese. Il capo di Hamas, Ismael Haniyeh, ha ricevuto l'approvazione solo del 6% della popolazione.
   Sembra tuttavia che, a seguito delle polemiche suscitate dalla notizia, il governo palestinese stia pensando di fare marcia indietro. Nickolay Mladenov, il diplomatico bulgaro coordinatore speciale Onu per il processo di pace in Medio Oriente, ha fatto sapere di aver parlato con il primo ministro in carica da aprile, che avrebbe promesso di cancellare gli aumenti.

(la Repubblica, 9 giugno 2019)


"Kippah, il monito di Klein coerente con clima”

 
Josef Schuster
Nei giorni delle elezioni europee in Germania il tema dell'antisemitismo è tornato in maniera dirompente. A lanciare l'allarme, il commissario governativo Felix Klein, che in un'intervista alla Bild, popolare quotidiano tedesco, aveva dichiarato di non poter raccomandare "agli ebrei di indossare la kippah in qualsiasi punto della Germania e in qualsiasi momento". Parole che hanno aperto una forte discussione, con l'intervento da Israele del presidente Reuven Rivlin: "I timori per la sicurezza degli ebrei tedeschi sono una capitolazione all'antisemitismo e l'ammissione che gli ebrei non sono di nuovo al sicuro sul suolo tedesco", il monito del presidente israeliano. "Volevo dare una scossa con la mia dichiarazione e far capire al pubblico che dobbiamo agire prima che sia troppo tardi" la difesa di Klein. Tra coloro che hanno preso le parti del commissario governativo il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster: "Da tempo, ed è un dato di fatto, gli ebrei in alcune grandi città sono potenzialmente a rischio se sono identificati come tali. L'ho fatto notare già due anni fa" ha sottolineato Schuster, definendo quindi "importante" il monito di Klein. Intervistato da Pagine Ebraiche, Schuster è tornato sul tema, analizzando in prima battuta la situazione politica europea dopo i risultati elettorali che hanno visto in Germania l'estrema destra dell'AfD guadagnare consensi senza sfondare (il partito si è fermato al 10,9%). "Sebbene i partiti populisti di destra in Europa abbiano avuto meno successo alle elezioni di quanto temuto, i loro risultati sono comunque preoccupanti - spiega Schuster al giornale dell'ebraismo italiano -. Stanno cercando di dividere l'Europa e sono contro le minoranze. In Germania, soprattutto i risultati elettorali dell'AfD negli stati federali orientali sono spaventosi". Rispetto all'alleanza del leader della Lega Matteo Salvini con l'AfD, il presidente degli ebrei tedeschi spiega di osservare con attenzione la situazione: "Naturalmente l'AfD sta cercando di entrare in contatto con altre realtà simili. Dovremo monitorare costantemente perché cercheranno di copiare ricette che hanno avuto successo all'estero".
   Rispetto all'antisemitismo, serve secondo Schuster un maggior coinvolgimento da parte della società tedesca perché la minaccia in Germania è in aumento, come racconta quel più 10 per cento di episodi antisemiti registrati nel Paese nel 2018 rispetto al 2017. "Abbiamo davvero bisogno di una maggiore solidarietà da parte della maggioranza della società. Sarebbe auspicabile che tante persone quante quelle che manifestano per la tutela del clima manifestassero anche per un miglior clima politico in Germania. Inoltre, abbiamo bisogno di una maggiore e migliore istruzione nelle scuole e di corsi di integrazione per gli immigrati, per citare due argomenti. Il Consiglio centrale degli ebrei in Germania ha anche lanciato un progetto di prevenzione contro l'antisemitismo tra i musulmani". Rispetto al manifestare pubblicamente la propria identità ebraica Schuster spiega che "in Germania non abbiamo problemi a vivere la nostra identità ebraica, ma da molto tempo sono necessarie alcune precauzioni sulla strada o sui mezzi di trasporto pubblico. Ed è un fatto triste". Dall'altro lato "l'elevata sensibilità al tema dell'antisemitismo, che osserviamo in politica da circa un anno, mi rende ottimista sul fatto che possiamo ottenere grandi risultati nel suo contrasto. La Germania è la patria di migliaia di ebrei e deve rimanere tale".

(Pagine Ebraiche, giugno 2019)



Storia, Passato e Presente: Venezia e il ghetto ebraico

Nonostante il ghetto di Venezia sia il risultato di una misura restrittiva, diventerà negli anni a seguire un crocevia cosmopolita.

di Filomena Fotia

E' il 29 marzo 1516. La Repubblica di Venezia stabilisce che gli ebrei debbano tutti abitare nell'area dove anticamente erano situate le fonderie, "geti" in veneziano. Nasce il primo ghetto della storia. Lo racconta lo storico Franco Cardini con Paolo Mieli, nel nuovo appuntamento con "Passato e Presente" il programma di Rai Cultura in onda domenica 9 giugno alle 20.30 su Rai Storia. Agli ebrei ashkenaziti che vivono nel ghetto (definiti in tal modo in quanto provenienti dalla Germania) viene concessa come sola attività la gestione dei banchi di pegno, a tassi stabiliti dalla Serenissima. In cambio della libertà di culto e della protezione in caso di guerra, inoltre, hanno l'obbligo di indossare un segno di identificazione e di sottostare a una serie di regole. Nonostante il ghetto sia il risultato di una misura restrittiva, diventerà negli anni a seguire un crocevia cosmopolita, nel quale si affermeranno la cultura e le professioni liberali: i medici ebrei saranno i migliori dell'epoca. Occorre, inoltre, ricordare che tra il '500 e il '600, Venezia è un luogo di sosta e di passaggio di ebrei dal levante e dal ponente: tale fenomeno porterà alla costruzione di un secondo ghetto per i sefarditi nel 1541 e di un terzo nel 1633. Nonostante tutto, gli ebrei in quegli anni sono preziosi alleati dei veneziani nelle guerre contro l'Impero Ottomano che minaccia l'egemonia della Serenissima sul mare. Nel 1797, per la prima volta, la Repubblica di Venezia viene conquistata da truppe straniere: Napoleone mette fine alla Repubblica e, nel nome degli ideali di uguaglianza e fratellanza della Rivoluzione Francese, apre le porte del ghetto.

(Meteo Web, 9 giugno 2019)


L'antisemitismo nel Partito Laburista

di Stefano Piazza

In Gran Bretagna, dopo i risultati delle elezioni europee che sono costate ai contribuenti di Sua Maestà 100 milioni di sterline e che hanno visto il Brexit Party di Nigel Farage trionfare, è iniziato il conto alla rovescia per eleggere il successore della premier dimissionaria Theresa May. Il successo elettorale del Brexit Party dovrebbe favorire l'ex ministro degli Esteri, Boris Johnson, che dovrà chiudere la complessa partita della Brexit. In pochi rimpiangeranno Theresa May, con lei infatti è arrivato il peggior risultato degli ultimi 200 anni per i Tories, senza contare gli errori in politica interna come primo ministro e quelli nel periodo 2010-2016 in cui fu responsabile del Secretary of State for the Home Department (il Ministero degli interni). Fu lei a stravolgere gli organici della polizia togliendo risorse economiche. A Theresa May va ascritta la responsabilità politica di aver fatto lo stesso con altri apparati dello Stato che dovevano vigilare sulla sicurezza. Il caos e le tante difficoltà incontrate dalle forze dell'ordine inglesi, nell'arginare il dilagare delle organizzazioni terroristiche islamiche nel Regno Unito, hanno il suo nome ed il suo cognome.
  Oltre ai conservatori, le elezioni europee hanno visto anche la sconfitta del Partito laburista britannico precipitato al 14.1% dei consensi, il che significa 11 punti in meno rispetto alle consultazioni del 2014. Ma i problemi per il Labour non si esauriscono con la batosta elettorale: infatti, la Commissione per l'eguaglianza e i diritti umani britannica ha aperto un'inchiesta dopo le ripetute denunce delle associazioni che combattono il dilagante antisemitismo di chiara matrice islamica, che si manifesta di continuo in Inghilterra. Le accuse sono molto pesanti: i laburisti inglesi avrebbero «illecitamente discriminato, importunato e perseguitato persone della comunità ebraica». La Commissione che si occupa di verificare che siano «rispettate le condizioni di uguaglianza in ogni aspetto della vita pubblica», non va troppo per il sottile quando si tratta di razzismo. È già intervenuta sui partiti politici, come nel 2010, quando obbligò il partito di estrema destra British National Party a cambiare i suoi statuti perché c'era il divieto di adesione per le persone di colore e per i membri delle minoranze.
  I laburisti hanno accolto la messa in stato di accusa con compostezza dicendosi «completamente disponibili a collaborare e aiutare le autorità per indagare fino in fondo» e molto probabilmente la misura era attesa. Dal 2015 le denunce contro i laburisti per comportamenti antisemiti sono state più di 300 senza contare le polemiche sulla figura dello stesso leader, Jeremy Corbyn, che ha trasformato l'ultimo congresso del partito (nel settembre 2018) in una manifestazione contro Israele. Quel giorno Corbyn fece votare un ordine del giorno in cui diceva «che la Palestina era la loro quarta priorità più importante». Le immagini del congresso facilmente reperibili sul web mostrano come non vi fossero bandiere inglesi, ma solo quelle palestinesi tanto che a diversi ospiti stranieri parve più di essere nella Striscia di Gaza che a Londra.
  Sulla manifesta ostilità di Jeremy Corbyn verso gli ebrei e lo Stato di Israele ci sono innumerevoli prove. La più clamorosa venne pubblicata dai giornali inglesi che mostrarono le foto del leader laburista mentre partecipava ad una cerimonia con tanto di deposizione di corone in onore di membri del gruppo terrorista palestinese Settembre Nero, che alle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972 uccise 11 sportivi israeliani. Il leader laburista si difese così: «Ero presente alla cerimonia, ma non mi pare di essere stato coinvolto» che più o meno suona come «ero al Cimitero dei martiri della Palestina (Tunisia) ma in effetti non c'ero». Impietosa e politicamente inaccettabile la foto che lo ritrae mentre tiene in mano una corona di fiori, di fronte alla targa dedicata ai membri di Settembre Nero.
  Non sono solo questi gli episodi che mostrano il vero volto di Corbyn, il quale per troppo tempo è stato considerato un vecchio militante marxista marginale e quasi innocuo, benché antisemita. Il quotidiano inglese «Daily Telegraph» pubblicò nel 2018 le foto di una conferenza organizzata dai terroristi di Hamas, alla quale partecipò Corbyn seduto accanto a terroristi del calibro di Khaled Meshaal, Husam Badran e Abdul Aziz Umar, questi due condannati all'ergastolo in Israele per aver commesso attentati che hanno ucciso decine di civili inermi. Per le loro attività terroristiche erano stati inseriti nella lista nera dei servizi segreti inglesi e di altri paesi. Secondo Gideon Falter, capo della campagna contro l'antisemitismo, «i laburisti non hanno saputo risolvere il loro problema interno. In soli quattro anni Corbyn ha trasformato il suo partito da pioniere dell'antirazzismo a membro di gruppo degno dell'estrema destra. Siamo ormai convinti che lo stesso Corbyn sia un antisemita, indegno di qualunque carica pubblica e per questa ragione siamo felici che adesso sia finito sotto inchiesta da parte di un'autorità». C'è da sperare che i laburisti inglesi, che tanto hanno dato alla democrazia britannica, approfittino di questa importante occasione per cambiare pelle e per mettere le idee di Jeremy Corbyn nel bidone della spazzatura.

(Corriere del Ticino, 8 giugno 2019)


Il piano di Trump per il Medio Oriente

La strategia del presidente americano si basa su quattro principi: libertà di religione, libertà nelle opportunità di vita e professionali, libertà di movimento e politiche, e infine la sicurezza. Investimenti come formula per stemperare.

di Emanuele Rossi

Dai dati che possiamo verificare nei mass-media, il piano per il Medio Oriente del presidente Donald Trump, non ancora del tutto espresso, è basato, secondo le parole del genero-consigliere Jared Kushner, su quattro principi-base: libertà di religione, libertà nelle opportunità di vita e professionali, libertà di movimento e politiche.
  Poi, ci sono anche le opportunità, ovvero la possibilità, da parte dei giovani, di non essere assorbiti dai conflitti che hanno rovinato la vita ai loro padri, e ancora vi è nel piano la sicurezza, per la vita e il lavoro, di tutti i cittadini del Medio Oriente.
  Infine, il rispetto, tra le persone, le religioni, i partiti e i gruppi etnici. Etica protestante e affari, il classico nesso della politica estera Usa. Quasi un ricordo del vecchio testo, sull'etica protestante e lo spirito del capitalismo", scritto da Max Weber.
  Sul piano economico e operativo, il piano Trump si concentra sulle infrastrutture, soprattutto nella West Bank e nella Striscia di Gaza.
  È questa l'idea, centrale nel piano Trump, di diluire, stemperare e infine eliminare il conflitto tra Israele e gli Stati arabi confinanti, tramite una vasta messe di investimenti.
  Il che può creare il clima migliore per una pacificazione stabile tra lo stato ebraico e l'universo islamico (ma anche laico) che lo circonda.

 La strategia degli investimenti
  Non ci sono dati precisi sugli investimenti collegati al nuovo piano Trump per il Medio Oriente, ma le fonti più autorevoli citano un totale di 25 miliardi di usd tra West Bank e Gaza, da dare in dieci anni, oltre a un investimento di ben 40 miliardi di usd in Egitto, Giordania e, probabilmente, Libano, investimenti regolati su una serie di risultati intermedi da verificare. Il limite temporale è sempre il decennio, anche in questi casi.
  Questi sono, oggi, i dati più certi, ma vi sono anche notizie su un investimento, tra Striscia di Gaza, West Bank e il resto dei Paesi arabi, di almeno altri 30-40 miliardi di dollari, soprattutto in infrastrutture.
  Da chi proviene il denaro? In grandissima parte, dai Paesi arabi "ricchi", ma anche gli Usa collaboreranno agli investimenti, ma non sappiamo ancora di quanto.
  Jared Kushner ha visitato, tra il febbraio e il marzo scorsi, gli Emirati Arabi Uniti, l'Oman e il Bahrain, il presidente turco Erdogan, poi l'Arabia Saudita, nella quale Kushner ha un ottimo rapporto personale con Mohammad bin Salman; e infine il Qatar.
  Sempre Kushner, l'anima della politica del Presidente Trump in Medio Oriente, ha chiarito che, oltre agli investimenti, il Piano riguarda i confini tra le differenti aree.
  Kushner, in effetti, più che pensare a nuovi confini, immagina un Medio Oriente "senza confini".
  Il solito mito post-moderno, questo dei no borders, secondo il quale le linee che separano gli Stati sono tutte artificiali, pericolose, innaturali e generano sempre guerre.
  No, è il contrario: le guerre nascono perché non ci sono abbastanza confini.

 La perdita dei confini
  Alla perdita dei confini, sempre secondo Kushner, segue un aumento degli scambi economici e del passaggio di persone, con un aumento, egli spera, delle "opportunità". Non è vero, poi, che i Paesi che commerciano tra di loro non si fanno guerra: basti pensare agli Usa e al Terzo Reich nella seconda guerra mondiale, o alle infinite azioni britanniche in Asia Centrale e in India. Più si commercia, anzi, più ci sono motivi per deformare o stabilire una egemonia strategica.
  Le stesse opportunità, quelle citate da Kushner, che valgono oggi per i migranti centro-africani, dalle loro terre (che non sono "in guerra", come credono i governanti europei) verso l'Ue, o per i profughi della guerra in Siria, tra la Turchia, i Balcani e l'Europa Centrale. Opportunità senza realismo. Nemmeno un film di Hollywood può trasformare la tragedia delle migrazioni in un mercato delle facilissime "opportunità".
  Naturalmente, l'eliminazione delle frontiere significa anche l'evaporazione dello "stato palestinese".
  Sarà difficile, infatti, che i Paesi arabi finanzino una ricostruzione economica con Gerusalemme come capitale di Israele.
  Peraltro, i sauditi non vogliono nemmeno perdere del tutto l'asset strategico palestinese, proprio ora che l'Iran sta penetrando nel sistema politico e militare della Striscia di Gaza e dei Territori dell'Anp.
  Anche Mohammed bin Salman, il principe ereditario al potere, de facto, a Riyad, vuole comunque "uno stato palestinese unico e indipendente, con Gerusalemme come capitale".
  Difficile pensare che sauditi e israeliani pensino come un ragazzino no borders.
  È proprio questo il punto.
  Se gli Stati Uniti dovranno, in un contesto di delicatissimi equilibri infra-arabi e degli arabi con Israele, prendersi cura direttamente del sostegno ai palestinesi, allora arriveranno sicuramente dei problemi, giuridici ma non solo.
  Il Taylor Force Act, per esempio sancisce, dal marzo 2018, che gli Stati Uniti non potranno più sostenere finanziariamente l'Autorità Nazionale Palestinese, dato che essa aiuta, come recita l'Act stesso, i terroristi jihadisti che attualmente sono detenuti nelle carceri israeliane.
  L'Act, poi, stabilisce dei forti limiti al sostegno finanziario per la Striscia di Gaza e la West Bank.
  Un impedimento giuridico non da poco, per le azioni mediorientali "no borders" della Presidenza attuale degli Usa.

 La conferenza di Bahrein
  Inoltre, gli Stati del Golfo non sono molto contenti di finanziare quasi completamente il piano per il Medio Oriente della Casa Bianca, e vorrebbero un impegno finanziario degli Usa ben più solido di quello previsto.
  I Paesi del Golfo e gli altri paesi arabi integrati nel piano di Trump vogliono "vedere", nel senso del poker, quanto materialmente gli Usa metteranno a disposizione del loro piano, e solo dopo metteranno, se è il caso, mano al portafoglio.
  Il presidente Trump ha poi indetto un "laboratorio economico" a Manama, in Bahrein, per il 25 e 26 giugno prossimo, una conferenza alla quale saranno invitati uomini d'affari e imprenditori anche dall'Europa, ma soprattutto dall'Asia e dal Medio Oriente.
  L'organizzazione della conferenza in Bahrein è ormai decisa: l'amministrazione Trump inviterà solo i ministri delle finanze, non i ministri degli esteri europei, asiatici e mediorientali.
  Ci saranno anche molti e importantissimi dirigenti delle grandi imprese globali, da tutto il mondo, per discutere di investimenti nella West Bank e a Gaza, soprattutto.
  Il piano di Trump è stato comunque discusso, in via riservata, con 25 tra i più importanti dirigenti delle imprese internazionali, alla Milken Conference di Los Angeles, il 29 e 30 aprile di quest'anno.
  Tra i possibili interlocutori di Trump per il suo progetto mediorientale, alla Milken ci sono stati certamente Ibrahim Ajami, il capo del venture capital di Mubadala, il maggior veicolo di investimento di Abu Dhabi, Joussef Al Otaiba, ambasciatore degli Emirati in Usa, Khalid al Rumaihi, CEO del Fondo Economico di Sviluppo del Bahrain, Ibrahim Salaad Almojel, direttore generale del Fondo per lo Sviluppo Industriale dell'Arabia Saudita, la direttrice della Deloitte, Margaret Anderson, Ernesto Araòjo, ministro degli affari esteri del Brasile, e molti altri dirigenti di fondi di investimento e imprese.
  Israele è stata invitata al workshop in Bahrein, probabilmente con il ministro delle finanze Moshe Kalon, o altri, se vi saranno evoluzioni nella crisi politica di Gerusalemme.
  È bene però notare che Israele e il Bahrein non hanno rapporti diplomatici, ma questa missione sarebbe un forte stimolo alla regolarizzazione tra Manama e Gerusalemme.
  Anche la ANP sta, comunque, boicottando l'amministrazione e il Piano di Trump per il Medio Oriente, ma la Casa Bianca ha già invitato anche un folto gruppo di uomini d'affari palestinesi, che potrebbero partecipare, a Manama, solo a titolo personale.

 La reazione europea
  La vecchia classe politica dell'Unione Europea ha reagito al Piano di Trump in modo del tutto prevedibile: essa sostiene ancora il piano dei "due stati" tra Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese, roba da vecchia guerra fredda, con un panel di oltre 35 leader europei, da Massimo D'Alema a Franco Frattini fino, per citare i più noti, a Ana Palacio e a Willy Claes, già segretario generale della Nato.
  In effetti, a parte l'astio della ANP per l'amministrazione Trump, non c'è, nel progetto della Casa Bianca, sia pure solo genericamente delineato, un particolare rifiuto della soluzione dei "due stati".
  E, a dire il vero, ieri come oggi, la sopravvivenza dello Stato Palestinese, nelle forme attuali, è spesso impedita dagli stessi Paesi arabi, che hanno interesse più a una guardia stabile ai confini di Israele che non a una sede stabile per il popolo palestinese.
  La polemica di parte democratica, negli Usa, si appella, contro il piano di Trump per il Medio Oriente, a tre principi: infatti essa non accetta le "realtà sul campo", compresa la prevista annessione, da parte di Gerusalemme, di parte della West Bank, poi rifiuta le linee di divisione di carattere etnico o religioso, fino al rifiuto dell'accettazione dello stabile controllo, da parte di Israele, dei territori occupati.
  Diminutio capitis per Israele, e tutto, secondo certi analisti andrà per il meglio. E se fosse vero l'esatto contrario?
  Ma, sul piano strategico, anche senza i territori occupati, la possibilità di un attacco, anche eterodiretto, ad Est verso Israele aumentano verticalmente.
  E, peraltro, questo accade oggi e da tempo anche dalla Striscia di Gaza.
  In sostanza, l'opposizione a Trump è, sostanzialmente, solo punitiva nei confronti di Israele, mentre ritiene l'area palestinese irrilevante dal punto di vista militare e strategico.
  Sono stati in tutto il 2018, ben 17 i lanci di razzi sul territorio israeliano dalla sola Striscia di Gaza, tutti con vettori plurimi. Oltre ad altre varie operazioni militari dal territorio dell'Autorità Nazionale Palestinese nello West Bank. E da qui contro Israele.

 Il rapporto Usa - Israele
  D'altra parte, Trump può anche scommettere sul fatto che il rapporto tra i Paesi arabi e Israele è radicalmente cambiato, negli ultimi 50 anni.
  Quattro stati arabi, Giordania, Arabia Saudita, Egitto e Emirati Riuniti hanno, oggi, un forte ascendente, anche materiale, sulle organizzazioni palestinesi.
  Anche se l'interesse strategico di certo mondo arabo è ormai minimo, per l'ANP e i suoi territori.
  Sia i sauditi che gli Emirati hanno poi oggi, diversamente dal passato della guerra fredda, rapporti costanti, buoni ma, inevitabilmente, sottotraccia, con Israele.
  Quindi, sia i sauditi che gli Emirati possono, oggi, esercitare un influsso politico rilevante sia su Israele che sui palestinesi.
  Da ciò deriva una crisi strutturale della presenza nordamericana in Medio Oriente, mentre sia i sauditi che la Giordania, malgrado la guerra nella vicina Siria, non hanno mai voluto verificare la volontà di Washington di tenere le sue posizioni in Medio Oriente.
  Se gli Usa se ne vanno dall'area mediorientale, allora i sauditi potrebbero giocare una loro pesante carta, per la pace con lo Stato ebraico, mentre gli altri Paesi arabi e islamici interessati all'area, Egitto, Emirati, magari anche la Turchia, potrebbero giocare anche al gioco dell'espansione della loro area di influenza, con o senza l'accordo con Gerusalemme.
  Che, comunque, sarebbe alla fine inevitabile.
  Certo, c'è una notevole disillusione sui palestinesi e la loro "causa", da parte del mondo arabo.
  L'ANP è un fallimento statuale, economico, strategico di grandissima rilevanza, e il mondo arabo saudita e degli Emirati non vuole mantenere ad infinitum una pressione contro Israele, proprio ora che lo stato ebraico, analizzando correttamente la nuova strategia mediorientale, ha buoni rapporti proprio con le potenze petrolifere del Golfo.
  E potrebbe essere un asset inevitabile e risolutivo, l'area palestinese, contro il quadrante sciita, dominato dall'Iran.
  Israele, in questo nuovo sistema, ha la possibilità di un minore isolamento regionale, ma anche una minore pressione araba per la soluzione del problema di Gaza e della West Bank, e la minore difesa internazionale dei palestinesi.
  I sauditi e gli altri alleati, compresi l'Egitto e la Giordania, non scommettono infatti più sui palestinesi, data la rottura tra Hamas (che è una costola dei Fratelli Musulmani, e questo l'Egitto di Al Sisi lo sa bene) e Fatah nei Territori.
  Il frazionamento dei palestinesi annulla il vantaggio strategico che possono offrire al resto del mondo arabo.
  Per evitare che altri, Turchia e Iran soprattutto, si intestino la causa palestinese, i sauditi e i loro alleati sostengono ancora, verbalmente, l'ANP.
  Quindi, o si immagina un nuovo Piano di Pace nel Medio Oriente diverso dal solito, o si fallisce miseramente.
  L'Ue, come al solito, è indietro di almeno dieci anni, con il suo sostegno da "guerra fredda" ai palestinesi. Come se fossimo ancora alla Guerra del Kippur.
  Gli Usa possono risolvere la questione palestinese disinnescandola, chiedendo agli alleati arabi un diverso rapporto con Hamas, eliminando poi la nuova presenza iraniana nell'area al confine con Israele. A parte Hezbollah, che rappresenta una questione a parte.
  Poi, ancora, evitare il mito no borders, l'area va ben controllata proprio perché diventerà un luogo per investimenti di grande rilievo.
  Ancora, infine, occorrerà stabilire che Israele può allargarsi verso Est, ma solo in un nuovo accordo internazionale sul Medio Oriente. Che riguarderà anche confini, aree di influenza, divisioni del lavoro internazionale e investimenti. Anche di tipo militare.

(formiche, 8 giugno 2019)


Roma - Nella Comunità ebraica serve una rivoluzione

Elezioni - Parla il candidato della lista «Ebrei per Roma» Giorgio Heller: «Ecco le nostre priorità su lavoro, scuola e su nuovi rapporti istituzionali»

di Valentina Conti

 
Giorgio Heller
Sei liste - per la prima volta - si contenderanno, il prossimo 16 giugno, i 27 posti del nuovo Consiglio della Comunità ebraica di Roma. Giorgio Heller, candidato presidente di «Ebrei per Roma», lancia un programma rivoluzionario. «La motivazione della mia candidatura parte da un'idea di fondo», spiega.

- Quale?
  «Riteniamo urgente un'alternanza a un governo che ormai da 26 anni è a capo della Comunità ebraica, per apportare novità, una vera innovazione ad un'attività gestita nel tempo con sistemi un po' vecchi a cui si rischia di rimanere ancorati. Crediamo in un cambiamento tramite nuove professionalità».

- I punti essenziali del suo programma?
  «Dotare la Comunità di un ufficio in grado di far utilizzare fondi europei e regionali a tutela di iniziative, progetti scolastici specialmente e culturali, rintracciando anche nuove "emergenze" all'interno della nostra realtà, molte delle quali basate sui temi del sociale e del lavoro».

- Qualche esempio?
  «Una grande fascia della nostra Comunità è rappresentata da venditori ambulanti e urtisti, che in questo periodo stanno subendo alcune scelte dell'amministrazione capitolina che non fanno stare tranquille le loro famiglie. Ecco, penso si debba intervenire su questo».

- Poi?
  «La scuola, un vanto della nostra Comunità, dove l'elemento da migliorare è la fase "di uscita" dalle superiori, dando garanzie di maggiore assistenza ai ragazzi in relazione al loro percorso futuro di studi. Il diplomato che esce dalla scuola ebraica oggi non è ben supportato in tal senso, quando i nostri collegamenti internazionali, ben sfruttati, consentirebbero, invece, di farlo a dovere».

- Quali gli obiettivi a medio termine di «Ebrei per Roma»?
  «Dare impulso agli uffici sulla conduzione del lavoro, sui problemi dei giovani, e il capitolo rapporti istituzionali».

- Una nuova visione del rapporto della Comunità con l'esterno?
  «Esattamente, mi riferisco essenzialmente al diverso rapporto che dovrebbe avere la Comunità con l'esterno, differente da come viene gestito oggi. La linea guida dovrebbe essere l'imparzialità rispetto a tutte le componenti politiche nazionali. Perché non siamo un partito politico ovviamente, quindi serve mantenere rapporti con l'intero arco costituzionale».

- Adesso non è così?
  «Ora emergono spesso dei distinguo. E a questo si lega pure un altro tema importante: la posizione della Comunità rispetto ai temi di Israele».

- La strada maestra su questo?
  «Individuare coloro - politici nazionali ed europei - che abbiano a cuore i temi della difesa di Israele e siano contrari al boicottaggio che molti Paesi europei stanno attuando verso Israele».

(Il Tempo, 8 giugno 2019)


Lettonia-Israele 0-3: Qualificazioni Europei 2020

Gli highlights e gol di Lettonia-Israele, match di qualificazioni agli Europei del 2020. Match senza storia e subito indirizzato a favore della formazione mediorientale in vantaggio al 10’ col bomber Zahavi, autore di una tripletta: l'attaccante replica al 59’ e all'80' per il definitivo 3-0 che porta i tre punti nel bottino israeliano.

(Sportface, 8 giugno 2019)


7 Giugno 1981, Israele distrugge il reattore nucleare di Saddam Hussein

di David Spagnoletto

Decenni di segreti. Nessuno dei protagonisti voleva parlare della missione. Poi un giorno agenti e reduci del servizio segreto israeliano svelano i dettagli di un'operazione rinominata "Opera" o "Babilonia".
Grazie a una spia vicino a Saddam Hussein, allora presidente dell'Iraq, Israele distrugge il reattore nucleare del rais, che per lo Stato ebraico sarebbe stato sinonimo di morte e distruzione.
Era il 7 giugno 1981. Manca un anno alla Guerra del Libano. Nell'agosto dell'anno precedente l'Italia è stata sconvolta dalla strage alla stazione di Bologna e prima da quella di Ustica, in cui nel corso degli anni verrà tirato in ballo un coinvolgimento della Libia di Gheddafi, nemico dichiarato di Israele.
Israele che in quel momento è guidato da Menachem Begin, per cui colpire il reattore nucleare iracheno ha la precedenza su qualsiasi altra azione di intelligence: "fosse l'ultima cosa che faccio da premier".
La missione è tutt'altro che semplice. Nel 1981 Israele non ha aerei che possano reggere la rotta di 3000 km per portare a termine la missione, resa ancora più complicata per il pericoloso ritorno in patria degli aerei, comandati dal pilota Ilan Ramon.
Partono i caccia, cui vengono aggiunti altri serbatoi. I piloti sorvolano il deserto della Giordania fingendo di essere veicoli sauditi fuori rotta. Ad accorgersi dell'escamotage è Re Hussein, che però dalla sua barca di lusso non riesce ad avvertire per tempo il suo amico Saddam.
Il reattore viene distrutto. La prima parte dell'operazione è andata a buon fine. Ora occorre tornare a casa sani e salvi. Il compito più arduo è dato a Ilan Ramon, cui viene affidata la posizione di coda, la peggiore: tutto va per il verso giusto.
Un eroe nazionale che nel 2003 perderà la sua seconda partita contro la fortuna: esplode in volo nella tragica missione dello Shuttle Columbia che avrebbe dovuto farlo diventare il primo israeliano ad andare nello spazio.
La pubblicistica sulla missione in Iraq vuole che i militari dell'antiaerea di Saddam fossero andati a mangiare e avessero spento i radar.
Il reattore non fu mai ricostruito. Oggi come allora Israele vive con la consapevolezza che i paesi arabi vogliono la sua distruzione.

(Progetto Dreyfus, 7 giugno 2019)


India-Israele, contratto di compravendita per cento bombe Spice 2000

NUOVA DELHI - L'India ha concluso un accordo con Israele per la compravendita di cento bombe Spice 2000, prodotte dal costruttore israeliano Rafael Advanced Defence Systems, una transazione da tre miliardi di rupie (38,4 milioni di euro circa).
È il primo contratto nella difesa firmato dal secondo governo del premier indiano Narendra Modi. Si tratta di un acquisto di emergenza, destinato all'Aeronautica militare, con una consegna a breve termine, prevista entro la fine dell'anno. Ogni bomba pesa 900 chilogrammi ed è in grado di contenere circa 80 chilogrammi di esplosivo. L'arma è la stessa usata dalla forza aerea indiana lo scorso 26 febbraio nel raid lanciato in Pakistan per colpire postazioni di Jaish-e-Mohammed (Jem), l'organizzazione terroristica pakistana che ha rivendicato l'attentato del 14 febbraio a Pulwama, nello Stato indiano di Jammu e Kashmir, in cui sono morti 40 agenti della Forza di polizia centrale di riserva (Crpf).
L'India è il secondo paese importatore di armi del mondo, dietro l'Arabia Saudita, stando all'ultimo rapporto del Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute, relativo al periodo 2014-18. Israele è il secondo fornitore dell'India, dietro la Russia, col 15 per cento delle importazioni indiane; la maggior parte delle esportazioni israeliane, il 46 per cento, è diretta verso l'India.

(Agenzia Nova, 7 giugno 2019)


Italia-Israele: festeggiati 70 anni di relazioni diplomatiche

di Giacomo Kahn

 
"Il rapporto tra Israele e Italia ha visto alti e bassi ma insieme siamo cresciuti, il legame storico, culturale e umano c'e' e dura da tanti anni. E come il vino, con il tempo migliora sempre di piu'". Cosi' l'ambasciatore israeliano a Roma, Ofer Sachs, ha salutato gli ospiti ( circa un migliaio) del ricevimento per i 71 anni dello Stato d'Israele e i 70 anni delle relazioni diplomatiche tra Italia e lo Stato ebraico. L'Italia riconobbe Israele già il 18 febbraio 1949 a pochi mesi dalla sua fondazione.
   Sachs, che a breve terminera' l'incarico per ritornare in patria, ha ricordato le tante attivita' e gli eventi che hanno scandito quest'anno. Il diplomatico ha anche ricordato, con emozione, il vessillo della Brigata Ebraica che ha sfilato il 25 aprile, "particolarmente emozionante per il nipote di una persona che combatté in Italia con la brigata".
   Non solo cultura ma anche economia, con un "interscambio commerciale tra i due Paesi - ha ricordato Sachs - che ha totalizzato i 4 miliardi di dollari" e "un futuro di continua grande crescita, dall'agroalimentare allo spaziale dall'automobilistico al cyber", ha sottolineato l'ambasciatore. A questo si aggiunge il turismo: "e' stato superato il record di turisti italiani in Israele con una crescita del 40% e per gli israeliani, l'Italia e' tra le mete preferite". Sachs ha ricordato le visite in Israele dei ministri degli Esteri e dell'Interno, Enzo Maovero Milanesi e Matteo Salvini, cosi' come quella in Italia del presidente israeliano, Reuven Rivlin, al quale ha fatto le condoglianze per la morte della moglie.
   E tra gli ospiti molto applaudito l'intervento del ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. "In un'epoca lontana ma non ancora consegnata alla storia, questo Paese tradi' una parte della comunita' nazionale. E' un elemento che non va mai dimenticato, certe brutte pagine non devono piu' riproporsi", ha affermato il capo della diplomazia italiana. Moavero ha anche ricordato la sua visita in Israele nel Giorno della Memoria "importante dal punto di vista delle relazioni tra i due Paesi, ma anche molto coinvolgente dal punto di vista emotivo" e ha concluso esortando alla pace, con la parola ebraica 'shalom'.
   Salutando gli ospiti, l'ambasciatore Sachs ha quindi ricordato che "tra poco finisce il mio percorso in Italia: citando Ben Gurion, sono le persone che incontri che fanno il viaggio e questo e' stato unico e speciale. Ho incontrato migliaia di persone e alcuni di loro sono fiero di chiamarli amici". Al ricevimento c'erano, oltre al ministro Moavero, il vice ministro degli esteri, Emanuela Del Re.

(Shalom, 7 giugno 2019)


Sempre più italiani in Israele, crescita a doppia cifra

L'ufficio Nazionale Israeliano del Turismo ha diffuso le ultime statistiche degli arrivi italiani in Israele: nel solo mese di maggio 2019 sono infatti giunti in Israele ben 14.000 turisti italiani, il 40% in più degli arrivi di maggio 2018.
   L'Italia è il 7o mercato mondiale nel turismo verso Israele e da inizio anno a ora sono 72.800 gli italiani che hanno deciso di scoprirne le bellezze. Confrontando questi dati con quelli dello stesso periodo del 2018, la crescita è stata del 34%: un risultato straordinario che conferma come l'Italia si annoveri tra i 5 mercati mondiali con il miglior trend di crescita.
   "Continua a crescere l'interesse dei viaggiatori italiani verso Israele, attirati sempre di più da bellezze del posto, sport ed eventi oltre che da motivi di natura culturale. Il 2018 è stato un anno molto positivo per il turismo in Israele e l'Italia si è confermata un mercato chiave per la destinazione con 150.600 arrivi, in aumento del 40%. - afferma Avital Kotzer Adari, direttrice dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo - Proprio in questa stagione il calendario di eventi, settore che attira sempre più turisti, incorona Tel Aviv quale regina indiscussa del 2019: dal 14 al 18 maggio ha ospitato la 64esima edizione dell'Eurovision Song Contest ed è stata sotto i riflettori non solo per la movida e la vivacità culturale che la caratterizza, ma anche per il respiro internazionale e gli artisti che ha ospitato".

(il giornale del turismo, 7 giugno 2019)


Antisemitismo nel calcio tedesco

Gli immigrati islamici attaccano gli ebrei con la kippah.

di Roberto Giardina

C'è una squadra che gioca sempre fuori casa, anche quando scende in campo nel suo stadio, il Makkabi Berlin. Sempre e ovunque gli spettatori insultano i giocatori, urlano di volerli gasare, e inneggiano a Hitler. Quelli del Makkabi ci sono abituati, ma non è una scusante. Il club fu fondato nel 1898, nel 1930 arrivò a contare oltre 40 mila soci. Fu vietato dai nazisti come tutte le altre società sportive ebraiche, rinacque nel 1970 nella Berlino divisa dal Muro, oggi conta 500 soci, e gioca in una lega cittadina.
  Non tutti i giocatori sono ebrei, mi racconta Ruggero, il patron del Cafè Italia, con una effe, ritrovo degli italiani che vogliono seguire a Berlino in tv le nostre partite. Ci giocava pure lui, finché non si fece male a un ginocchio, e dovette rinunciare a una promettente carriera. Il Makkabi accoglie chiunque, da qualsiasi parte arrivi. Gli stadi si sono trasformati in una zona libera dove tutto è ammesso, non solo in Germania, razzismo e violenza. Non ho mai capito perché se insulto un vigile che mi multa passo, giustamente, un guaio. E invece gli posso rompere il naso durante la partita, e non essere perseguito.
  Nel 2006, durante i campionati del mondo in Germania, mi veniva di continuo chiesto alla radio e in tv se non ero preoccupato per le bandiere tedesche che sventolano negli stadi e per strada, sulle auto ed esposte sui balconi. Fino a quel momento non si osava. Un inquietante ritorno al nazionalismo? Rispondevo che non mi preoccupavo perché loro, i tedeschi, si preoccupavano, mentre in Italia alle partite si sventolavano bandiere con la croce uncinata, e tutti fingevano di non vederle. Paolo Di Canio, giocatore della Lazio, sempre nel 2006 a Livorno si esibì nel saluto fascista, e poi si limitò a chiedere scusa. In Germania avrebbe rischiato di essere sospeso a vita.
  Ma tredici anni dopo la situazione è cambiata, come denuncia Florian Schubert nel saggio Antisemitismus im Fussball - Tradition und Tabubruch (Wallstein Verlag, 488 pag., 39,90 euro), non occorre tradurre il titolo. Per strada gli ebrei che portano la kippah rischiano di venire insultati e picchiati, le aggressioni antisemite aumentano, ma spesso i responsabili sono immigrati islamici. Allo stadio, i colpevoli sono sempre tedeschi, i profughi non vanno a vedere le partite. Ormai, scrive Schubert, è normale durante una partita sentire urlare contro gli avversari «Jude, Jude», il termine ebreo è un insulto, come «sporco negro». Oppure si intona Deutschland den Deutschen, la Germania per i tedeschi, come durante il Terzo Reich. Ma fino a pochi anni fa non si osava, e i vicini sugli spalti avrebbero reagito. Oggi è ridiventato normale? I dirigenti della Federazione Calcio, la Dtb, sono responsabili e complici, denuncia Schubert (il libro è la sua tesi di dottorato, che è obbligatorio venga pubblicata).
  Antisemitismo non solo nei campetti di periferia, ma anche nella Bundesliga, la Serie A, e negli incontri della nazionale. Nel 1994 fu organizzata una partita amichevole contro l'Inghilterra, ad Amburgo, e fu scelta la data del 20 aprile, compleanno di Hitler. Ci furono proteste, e Amburgo, città antinazista anche negli anni trenta, finì per rinunciare. Berlino si dichiarò disposta a ospitare l'incontro, ma a questo punto dissero di no gli inglesi. Il portavoce della Federazione, Wolfgang Niersbach, reagì in modo inconsulto, denunciando «un intollerabile complotto degli ebrei ... ». Secondo lui, la stampa americana che aveva denunciato il fatto «era per l'80% in mano agli ebrei». Nel 2005, a una conferenza internazionale ad Amsterdam sul tema «antisemitismo nello sport», la Dtb non ritenne di dover partecipare. E ancora oggi si trascura di sensibilizzare i club, e le associazioni dei tifosi delle diverse squadre.
  Lo scorso 8 marzo, durante l'incontro tra Union Berlin e Ingolstatd, in serie B, i tifosi berlinesi per 90 minuti hanno insultato il mediano avversario Almog Cohen, «uno sporco ebreo». Un episodio che non si trova nel libro, che era già in corso di stampa.

(ItaliaOggi, 7 giugno 2019)


Gay, sposato e con figli: il ministro che fa la Storia (e soccorre Netanyahu)

Ohana alla Giustizia. Fedelissimo del premier, è il primo omosessuale al governo del Paese

A Gerusalemme
Oltre ai religiosi ha contro i gruppi Lgbt: contestato ieri alla parata arcobaleno
La scelta
Bibi può contare su un appoggio in una difficile fase politica e giudiziaria

di Fiamma Nirenstein

Ha 41 anni, una piccola barba, un faccia molto simpatica, e ha dedicato il suo nuovo incarico al suo compagno «l'amore della sua vita Alon Haddad» un altro bravo ragazzo come lui, e ai loro due bellissimi bambini Ella e David, gemelli di 4 anni avuto da una madre surrogata americana. Insomma alla sua vita normale di nuovo ministro dello Stato d'Israele, il primo apertamente LGTB. Il suo nome, che passa adesso alla storia è Amir Ohana. E molto interessante leggere per intero la sua dedica, fatta «come ebreo, come orientale, come membro del partito Likud, come nativo di Beersheba (nel profondo sud del deserto, ndr), come liberal e come avvocato che ha speso migliaia di ore in tribunale», per il quale «è un grande onore servire come ministro della giustizia».
   Nel pomeriggio di ieri Amir ha partecipato in giacca e cravatta ministeriale a una controversa e difficile manifestazione del Gay Pride a Gerusalemme, accolto da grande entusiasmo da una parte, dall'altra dalla feroce disapprovazione dei religiosi che non mancano mai nella capitale, e infine dall'aggressività scomposta della parte più classica del movimento che non ama le sue posizioni di decisa approvazione, di simpatia, di sostegno decennale per Netanyahu. Gli hanno addirittura gridato «vergogna». È un aspetto collaterale della famosa quanto stupida accusa di «pink washing» che fanno i movimenti gay di sinistra ( che ieri l'hanno contestato al Gay pride» di Gerusalemme) e il mondo arabo a Israele, alle sue leggi e del suo atteggiamento totalmente aperto, fra i più avanzati del mondo nonostante l'opposizione del rabbinato, accusandolo di usare quest'atteggiamento come una foglia di fico sui suoi molteplici peccati contro i palestinesi. Ma questo non impedisce ai palestinesi gay che possono, insieme agli altri arabi e anche iraniani della zona, di cercare rifugio dentro i confini israeliani da persecuzioni crudeli e anche mortali. Ohana, che nella città di Beersheba, patria di mentalità retrograde tipiche del mondo meridionale ed orientale, osò uscire dall'armadio a 15 anni: il suo coraggio non è mai venuto meno nemmeno nel non facile compito di difendere Israele con tutto sé stesso e di essere considerato un conservatore in un ambiente laico. Netanyahu, che laico lo è anche lui, sta sistemando il governo nella prospettiva delle prossime, inaspettate elezioni del 17 di settembre. Si era parlato di quel ministero per un personaggio di estrema destra Bezalel Smotrich dell'Unione dei Partiti di Destra, ma una sua uscita per cui avrebbe usato il portafoglio «per ristorare la legge della Bibbia, come ai tempi di Salomone e di David nello stato ebraico» ha cancellato, fortunatamente, le sue possibilità. L'incarico di Ohana potrebbe durare fino a novembre, ammesso che non venga rinnovato. Questo consente a Netanyahu di contare su un ministro fedele in un periodo difficile per la sua vicenda giudiziaria, e per la possibilità di restaurare la decisione della Knesset nei confronti del restauro della immunità parlamentare cui il premier potrebbe ambire.
   Ohana rimpiazza Ayelet Shaked, una ministra di un piccolo partito che non è stata rieletta alla Knesset e che potrebbe riservare molte sorprese nel futuro fino a diventare una candidata presidenziale: Netanyahu per ora l'ha mandata a casa insieme a altri per liberare posti per il Likud, e incoraggiarlo in una inaspettata guerra che Bibi vuole assolutamente vincere, ancora di più dopo il tradimento di Lieberman. La sua assenza dalla scena cade in un momento molto delicato, tanto che Trump mostra incertezze sul suo «programma del secolo»; i nemici come l'Iran e gli hezbollah, oltre naturalmente ai palestinesi, fanno sentire un clangore di spade più assordante del solito, a nord in Siria, come al Sud a Gaza. Intanto la polizia israeliana ieri è stata tutto il giorno rafforzata in centro mentre i gay marciavano. Un giovane uomo nato da genitori marocchini in questo paese in guerra è stato capace di studiare quello che ha voluto, di sposare il suo compagno gay, di diventare un politico importante e, ohi ohi, persino di scegliere di essere un conservatore dalla parte di Netanyahu. Questa è libertà.

(il Giornale, 7 giugno 2019)


Non riportiamo le ripugnanti foto del ministro della giustizia e del suo “compagno” che “amorevolmente” tengono in braccio due gemelli ricevuti da una “madre surrogata”. Due bambini che al posto di un padre uomo e una madre donna avranno come genitori due padri (uomini?). E’ questo l’occidente laico di cui Israele sarebbe il baluardo? I tempi avanzano, i nodi si avvicinano al pettine, anche per Israele. E Netanyahu sembra davvero aver finito la sua corsa. M.C.


Shtisel, la serie che racconta gli ebrei "ultraortodossi"

di Ugo Volli

 
Li chiamano ultraortodossi, una denominazione che è già una condanna; oppure "i neri", dal colore del loro abbigliamento - un altro soprannome poco simpatico. Li confondono spesso con i nazionalisti che fanno della difesa dello Stato di Israele un dovere anche religioso, mentre la maggior parte di loro sono poco interessati all'esistenza dello Stato e alcuni anzi decisamente contrari, perché credono che solo la volontà divina e non la politica può riportare gli ebrei nella loro terra. Per questo, e per non distrarsi dallo studio dei libri sacri, buona parte di loro rifiuta il servizio militare, suscitando le proteste dei laici.
  Sono i charedim, una parola che significa "timorati" (del Cielo). Della variopinta popolazione ebraica e di Israele costituiscono l'ala più tradizionale, che si sforza non solo di rispettare minuziosamente i precetti biblici, ma anche di mantenere i costumi adottati durante l'esilio, soprattutto in Polonia: la lingua yiddish, i vestiti neri di stile ottocentesco per gli uomini e quelli molto tradizionali e modesti per le donne, l'educazione nelle scuole talmudiche o Yeshivot, la fedeltà a dinastie di rabbini che prendono il nome dalle cittadine dell'Europa orientale dove avevano sede i loro antenati; una religiosità molto sentita, che impregna di sé ogni momento della vita; una convivialità intensa ma assai chiusa, per cui non si fraternizza se non coi membri del gruppo; un'organizzazione sociale basata su famiglie assolutamente tradizionali con tanti figli, in cui hanno un ruolo speciale gli anziani e i capifamiglia. E' un mondo caldo e rassicurante, che cerca di non farsi contaminare dalla modernità sociale e spesso anche tecnologica. Per questa ragione risulta difficile da capire a chi non la condivide e può apparire oppressivo e artificiale. Il dato significativo è che questi gruppi non stanno affatto estinguendosi, come credevano i fondatori laici dello stato di Israele, ma si espandono grazie al loro tasso demografico, ma anche per la loro capacità di coinvolgere ebrei non religiosi.
  E' difficile per un laico israeliano e ancor di più per un europeo capire come si viva in questo ambiente, quali siano le abitudini, i gusti, gli interessi di chi vi vive e perché esso sopravviva alla cultura contemporanea, all'edonismo e al materialismo che lo circondano. Alcuni hanno provato a raccontarlo, come lo scrittore Chaim Potok, ma in ambiente americano (2Danny l'eletto", "Il mio nome è Asher Lev"), e il regista Amos Gitai in maniera assai ostile (Kadosh 1999), ma senza riuscire a rompere davvero la barriera dell'incomprensione. Per questo ha molto colpito il grande successo di una serie israeliana dedicata a questo mondo, intitolata "Shtisel". Essa è iniziata nel 2013 e ha avuto un tale successo nel paese da essere comprata da Netflix e diffusa in tutto il mondo, "Shtisel" è il cognome di una famiglia dei charedim che vive a Gerusalemme. C'è un padre, Reb Shulem, di recente rimasto vedovo, ci sono sua figlia Gitty e il figlio più giovane Akivà, in forte contrasto col padre perché si sente un artista e non sopporta i limiti che deve subire ed è innamorato di una donna che il padre pensa non sia adatta a lui e molti parenti e amici intorno a loro. C'è il rimpianto per la madre morta, la ricerca di combinare un matrimonio per Akivà come si usa fare nell'ambiente, cioè con una scelta fatta dalle famiglie, e non dai fidanzati; c'è il matrimonio di Gitty che invece fallisce; storie della scuola dove padre e figlio lavorano; vicende minori ma curiose come quelle del nipotino che ha trovato un cagnolino e vuol portarlo in casa, suscitando grande sconcerto perché i charedim non sono abituati agli animali domestici, ci sono le vicende quotidiane grandi e piccole di una famiglia che si attiene strettamente alle regole tradizionali e deve risolvere i suoi problemi aderendo a questa cornice, quando occorre consultando i rabbini.
  La serie in Israele ha avuto un successo molto trasversale, è piaciuta ai tradizionali consumatori di fiction, che naturalmente sono per lo più laici; ma si è conquistata anche il pubblico dei charedim, che normalmente evitano l'intrattenimento televisivo, giudicandolo immorale, e questa volta invece sono stati conquistati da una storia in cui si possono riconoscere. Il segreto del successo di "Shtisel" è certamente l'atteggiamento non discriminatorio della narrazione, il suo rifiuto di giudicare la società che descrive. Anche la crisi di Akiva avviene dentro quel mondo, non si spinge mai fino a indurre all'abbandono delle regole. Vi è insomma il tentativo di capire e raccontare un fenomeno religioso molto particolare, quello di un gruppo sociale che in genere senza violenza né aggressività rifiuta ogni compromesso con l'ideologia e i costumi contemporanei. L'altro aspetto che colpisce è la precisione con cui sono raccontati i dettagli della forma di vita ebraica ortodossa, la competenza con cui la storia è ambientata. Guardarla può servire non solo a capire un po' di più gli spesso diffamati charedim, ma anche a vedere in che cosa consiste la vita ebraica in generale, quali sono i suoi riti e le sue regole.

(Vita e Pensiero, Anno 2019, n.2)



Impressioni da Israele. I muezzin suonano più silenziosi

I minareti e i muezzin appartengono all'Oriente, ma - deo gratias! - almeno nelle città turistiche sono diventate molto più riservate. Questa è una delle impressioni positive del viaggio del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana in Israele. 20 anni fa, l'ostello accanto alla Chiesa dell'Annunciazione di Nazareth non poteva essere chiuso al pubblico perché intorno alla chiesa sono state costruite piccole moschee solo per infastidire i cristiani. A Nazareth non ho sentito una sola moschea questa volta, né di giorno né di notte.
   Anche a Gerusalemme non ho più sentito alcun rumore nel centro storico. Per tutto il tempo mi chiedevo cosa fosse successo. Poi ho letto nel foglio informativo dei francescani su un accordo in corso tra lo Stato e le moschee per non far salire il decibel oltre la dignità umana e in questa occasione anche per rimuovere gli antichi e scoppiettanti altoparlanti. Sembra che sia stato fatto davvero. La prima volta che ho visto una moschea a Gerusalemme è stata quella del Monte degli Ulivi. Ora si sentono i richiami alla preghiera in modo sobrio, e ci si sente in Oriente, non più come in una zona di battaglia acustica. Questa considerazione per gli altri esseri umani avrà senza dubbio un effetto molto benefico.

(Römisches Institut der Görres-Gesellschaft, 7 giugno 2019)


Comunita ebraica romana al voto

Sei liste per 135 candidati in lizza. Sono questi i numeri in vista delle elezioni per il rinnovo del consiglio della Comunità ebraica di Roma che si terranno domenica 16 giugno dalle 8 alle 22,30. Rispetto a quattro anni fa, in queste consultazioni ci sono in campo due liste in più: cosa che renderà piuttosto difficile raggiungere il 45 per cento delle preferenze, e dunque la maggioranza dei 27 consiglieri. Ad avere diritto al voto sono circa 9.000 ebrei romani che si recheranno nei seggi dislocati nei vari quartieri della Capitale. Il sistema elettorale prevede che ogni lista presenti un candidato presidente e una lista di candidati consiglieri, eletti secondo un sistema proporzionale.

(Il Messaggero, 7 giugno 2019)


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Elezioni Comunità ebraica di Roma, sei liste e 135 candidati

Sei liste in corsa, per un totale di 135 candidature, alle prossime elezioni della Comunità ebraica di Roma in programma domenica 16 giugno. Ventisette i Consiglieri che saranno eletti.

Prima lista iscritta alla competizione è "Per Israele", guidata dalla presidente in carica Ruth Dureghello. Con lei anche Edoardo Amati, Stefania Astrologo, Vito Anav, Uri Bahbout, Ruben Benigno, Piero Bonfiglioli, Giordana Caviglia, Daniela Debach, Ruben Della Rocca, Barbara Di Castro, Deborah Di Castro, Daniel Di Porto, Roberto Di Porto, Daniel Funaro, Massimo Finzi, Lello Mieli, Alberto Moresco, Claudio Moscati, Giordana Moscati, Alberto Ouazana, Donatella Pajalich, Alex Aaron Pandolfi, Claudio Spizzichino, Angelo Sed e Antonio Spizzichino.

Seconda lista iscrittasi è "Ebrei per Roma", guidata da Giorgio Heller. Al suo fianco Manuela Di Porto, Angelo Sed, Sara Di Segni, Giovanni Cristofari, Rebecca Mieli, Dov Hayem Debach, Giorgia Pavoncello, Angelo Di Segni, Giovanni Di Veroli, Giovanni Di Veroli, Pacifico Moscato, Daniel Pavoncello, Roberto Perugia e Morris Sonnino.

Terza formazione candidatasi è "Dor va dor", guidata da Benedetto Alessandro Sermoneta. In lista anche Isaac Tesciuba, Elia Sassun, Marco Fiorentino, Giordana Guetta, Haim Vittorio Mantin, Amy Hayon, Fabio Mieli, Roberto Saul Carlo Steinhaus, Rachel Pontecorvo, Marco Misano, Marco Pavoncello, Daniel Tesciuba, Amos Tesciuba, Deborah Sabatello, Fabio Cristofari, Alessandro Luzon, Raffaele Rubin, Elisabeth Tesciuba, Enrica Di Veroli, Raffaele Marcheria, Armando Calò e Fabio Tesciuba.

Quarta lista in corsa "Menorah", guidata da Ilan David Barda. In lista anche Dora Anticoli, Ariel Arbib, Massimo Bassan, Massimiliano Boni, Jacopo Castelnuovo, Claudio Della Seta, Daniel Della Seta, Alessandro Di Veroli, Enrico Gattegna, Deborah Guetta, Cesare Roger Hannuna, Gerard Journo, David Meghnagi, Andrea David Mieli, Sandra Mieli, Livia Ottolenghi, Emanuele Pace, Piero Piperno, Fiammetta Segre Tagliacozzo, Tamara Tagliacozzo, David Terracina, Joel Terracina e Sharon Aviva Zarfati.

A guidare "Binah is real" è Daniela Pavoncello, affiancata da Andrea Ajò, Daniel Federico Coen, Lello Della Rocca, Claudia Di Cave, Claudia Fellus, Linda Gean, Sandro Lauder, Saul Meghnagi, Micol Mimun, Giacomo Moscati, Silvia Mosseri, Simona Nacamulli, Margherita Perugia, Marina Sermoneta, Loredana Spagnoletto, Cynthia Spizzichino, Gioia Spizzichino, Sergio Tagliacozzo e Marinella Veneziani.

In corsa anche "Maghen David", guidata da Marco Sed. In lista anche Alberto Piazza Sed, Raffaele Pace, Marco Sed, Simona Di Castro, Barbara Vivanti, Giada Piperno, Dalia Di Veroli, Natania Di Porto, Alessandro Spizzichino, Enrica Di Segni, Angelo Liscia, Aurora Pavoncello, David Buaron, Antonella Di Nepi, Ariel Di Porto, Valerie Di Segni, Colomba Sermoneta, Aldo Di Consiglio, David Vivanti, Martina Spizzichino, Avner Zarfati, Alberta Moscato, Laura Gai, Cesare Piperno, Sandra Calò e Alberto Sermoneta.

(moked, 7 maggio 2019)


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Roma ebraica, le sei liste a confronto

Sono sei le liste in corsa, per un totale di 135 candidature, alle prossime elezioni della Comunità ebraica di Roma in programma domenica 16 giugno.

di Adam Smulevich

Prima lista iscrittasi alla competizione è Per Israele, guidata dalla presidente uscente Ruth Dureghello , che afferma: "Ho deciso di ricandidarmi per senso di responsabilità, per dare continuità ad un lavoro intenso e perché sono cosciente di poter dare ancora molto a questa Comunità". Nei quattro anni passati, prosegue, "abbiamo fatto tanto, intervenendo su diversi aspetti della gestione comunitaria che pensavamo dovessero essere migliorati e rafforzati". Un lavoro "che ha richiesto impegno e dedizione, che oggi sta vedendo i suoi frutti". Anche per questo, sostiene, "una ristrutturazione così importante del sistema di gestione comunitaria non può essere lasciata a metà".
Valori fondanti di Per Israele, prosegue Dureghello, "sono gli stessi di quando Riccardo Pacifici fondò questa lista: siamo dalla parte d'Israele da sempre e lo saremo per sempre; lo siamo stati anche quando qualcuno ce lo rimproverava". Dureghello dichiara inoltre di non credere che possa esistere "una Comunità senza un'identità ebraica forte". Un'identità basata "su educazione ebraica, rispetto della Halakhah e assistenza ai bisognosi". Per questo, sottolinea, "riteniamo la scuola ebraica e i Bate Hakneset imprescindibili". Tra gli elementi che minano la continuità e la stabilità comunitaria indica calo demografico, crisi economica e contesto generale. "Da qui - spiega - la necessità di impegnarci almeno su tre direttrici. La prima, aiutare chi è in difficoltà. Con la Deputazione abbiamo fatto tantissimo, ma ci sono ancora tante famiglie da aiutare. La seconda, dobbiamo tenere la Comunità unita senza dimenticare che questa per esistere deve essere sostenibile da un punto di vista economico. La sfida più urgente però, è pensare al futuro. Pensare alle urgenze non ci può far prescindere da una visione di Comunità per i prossimi 20 anni".

"La mia sensazione è che la Comunità sia troppo statica. Serve invece un maggior dinamismo, e in particolare per quanto riguarda l'offerta scolastica e di assistenza sociale. I fondi europei offrono molte possibilità in questo senso, bisogna saperle cogliere in modo serio e rigoroso". Così Giorgio Heller , a capo della formazione Ebrei per Roma, che rivendica di aver scritto "un programma volutamente sintetico, ma tutto improntato all'innovazione". A tenere insieme i componenti della lista, sostiene, è un principio: "Quella di Roma è una Comunità ortodossa, con solide radici plurimillenarie. Una Comunità inoltre particolarmente vicina allo Stato di Israele e alle sue ragioni. Siamo orgogliosi di questa lunga storia fatta di tradizione, identità, cultura. Qualcosa che ci appartiene e che vogliamo difendere". Tradizione, quindi. Ma anche "necessario ricambio". Per Heller, "checché se ne dica, c'è bisogno di volti nuovi". Perché "è vero che chi ha dato alla Comunità l'ha sempre fatto con il cuore, ma c'è un gran bisogno di portare all'interno del Consiglio esperienze diverse che finora non sono state coinvolte o non hanno vissuto la Comunità al cento per cento". Le loro esperienze, sottolinea, "sono un valore aggiunto". Due quindi i punti cardine del progetto Ebrei per Roma: Memoria e futuro. Afferma Heller: "In un mondo rapidamente globalizzato, attraverso le nuove tecnologie, è giunto il tempo di conquistare nuovi spazi e cercare nuovi fronti di comunicazione con il mondo esterno, sempre nel rispetto imprescindibile delle nostre regole religiose, della nostra identità e della tutela assoluta della nostra Memoria".

Terza formazione candidatasi alle elezioni è Dor va dor, guidata da Benedetto Alessandro Sermoneta . "La nostra - afferma - è una lista che ama pensare collegialmente e che condivide l'idea che le migliori risorse debbano essere messe in condizione di potersi esprimere". Una lista eterogenea "composta da commercialisti, avvocati, imprenditori, dirigenti aziendali", ma anche "da chi vive intensamente la vita comunitaria, sul versante sociale, di assistenza e sportivo". Sermoneta stesso ha all'attivo anni di lavoro nella Deputazione ebraica e quindi la vita comunitaria, spiega, "l'ho vissuta in quest'arco di tempo nella sua parte più complessa". L'idea condivisa con gli altri membri di Dor va dor è di "un maggiore orientamento del volontariato" e di un lavoro da svolgersi su due ritmi: una gestione ordinaria, ma anche una vision futura ispirata alla domanda: "Cosa sarà di questa Comunità nei prossimi anni?".
Tra le aree di intervento individuate, un supporto concreto ai giovani che permetta loro di non perdere una relazione con la Comunità dopo aver completato il percorso di studi alla scuola ebraica o la loro esperienza nei movimenti giovanili e un loro più agevole ingresso nel mondo del lavoro. Sul versante organizzativo, secondo Sermoneta serve che "la Comunità di Roma, ma direi poi in fondo tutte le Comunità, digitalizzino le loro attività". Diventa quindi necessario, aggiunge, "creare un sottofondo di strumenti tecnologici che possano aiutare i processi decisionali". Apparentemente non la cosa più urgente da fare, conclude, "ma nel medio-lungo termine darà senz'altro i suoi frutti".

"Sono da sempre attivo nel volontariato, per me questa è la naturale prosecuzione di un impegno che svolgo da diversi anni. Mi metto in discussione anche per dare un futuro ai miei figli". Così Ilan David Barda , dal 2016 presidente della Casa di riposo, che guida la formazione Menorah. Una lista, afferma, "caratterizzata da persone con un'alta professionalità che hanno l'ambizione di aggregare parti significative di Comunità che si sono allontanate". Queste, secondo Barda, alcune parole chiave della lista che guida: accoglienza, solidarietà ed educazione. "Il nostro sforzo deve essere rivolto in prima istanza verso le fasce più deboli e verso i nostri giovani: in questa prospettiva - sostiene - intendo rafforzare la scuola, portandola a un livello qualitativo più alto. E ciò anche attraverso l'innesto di nuove forme di collaborazione internazionale". Altra sfida in questo ambito "il coinvolgimento dei giovani nelle attività di volontariato" e "un concreto sostegno da parte nostra al loro ingresso nel mondo del lavoro". Tra le questioni che Barda intende mettere al centro anche l'implementazione di un progetto per favorire l'accesso a prodotti casher a prezzi più contenuti e un approccio "più consapevole" al tema delle conversioni. Tra i temi ritenuti meno urgenti, ma che intende comunque affrontare nel corso del mandato, "un approfondimento su potenziali conflitti di interesse in essere, affinché vengano chiarite meglio le singole posizioni". E inoltre la formazione del personale comunitario affinché "attraverso una migliore conoscenza di lingue e strumenti tecnologici" sia in grado di intervenire "in modo più incisivo".

"Vogliamo continuare a fornire il nostro contributo in Comunità, perché nei quattro anni appena trascorsi, in più di un'occasione, abbiamo dimostrato capacità di mediazione, rispetto e analisi delle diverse posizioni senza pregiudizi aprioristici, con proposte innovative, impegno, dedizione e professionalità messe a disposizione con spirito di squadra". Lo afferma Daniela Pavoncello , ex assessore UCEI e candidata alla presidenza di Binah is real.
"I nostri valori fondanti - dichiara - si basano essenzialmente sulla condivisione, sulla solidarietà, sull'accoglienza. E l'impegno per il volontariato, coinvolgendo soprattutto i giovani, e l'identità ebraica". Tra i progetti realizzati in passato Pavoncello ricorda "Educazione al dialogo" e "La diversità e la gestione del conflitto". Progetto quest'ultimo che, afferma, "è stato adottato da tutte le scuole ebraiche italiane con l'obiettivo di trasmettere e insegnare il valore della differenza, pilastro dell'etica ebraica". Tra le sfide più urgenti segnala un lavoro sulla scuola "in quanto sede naturale per la formazione iniziale e continua dei nostri giovani". Un'altra priorità "sono i giovani e il lavoro, ma anche il sostegno a chi vive ai margini, attraverso un lavoro a stretto contatto con la Deputazione e gli organismi pubblici territoriali". Inoltre lotta all'antisemitismo e sforzo per far conoscere la "realtà socio-politica israeliana e la sua avanguardia culturale scientifica". Occhio inoltre al bilancio. "Bisogna - sostiene Pavoncello - ripartire e cercare di ottenere ulteriori risultati". Al riguardo ricorda che Binah "si è impegnata in questi anni per mettere a punto una riforma sul sistema dei tributi che garantisse equità e trasparenza che va ora messa in atto".

"Prima con Yachad, poi con Efshar, quindi con Israele siamo noi. Nomi diversi, ma garanzia assoluta di qualità. Siamo al centro della vita comunitaria da molti anni. Forse meno appariscenti di altri, però fondamentali per la concretezza e le professionalità che portiamo all'interno del Consiglio e della Giunta". Così infine Marco Sed , assessore al Culto uscente e leader di Maghen David. "La lista, anche in questa tornata, si avvale di persone che amano fare, essere d'aiuto, mettersi al servizio della collettività. Una lista - afferma Sed - che è composta da mondi molto diversi con un progetto comune: da religiosi come il sottoscritto e da chi invece lo è meno. Tanti i giovani inoltre, cui vogliamo dare la possibilità di assumersi delle responsabilità. Uno spettro ampio di proposte, nel segno di valori irrinunciabili, di amore per la Comunità e di competenze marcate che vogliamo far valere". Tra i risultati rivendicati dello scorso mandato l'aver fatto risparmiare "ben 80mila euro l'anno al culto, per tre anni: risorse dirottate per sanare i bilanci dell'ospedale israelitico e che oggi vorremmo mettere in circolazione per raggiungere altri obiettivi" e l'aver valorizzato "un giovane Maestro di talento come rav Jacov Di Segni". Sed sottolinea in particolare "l'ottimo lavoro svolto dall'assessore Alberto Piazza o Sed sul patrimonio in termini di valorizzazione e di ristrutturazioni, un lavoro che garantirà per i prossimi anni un miglior suo utilizzo e maggiori rendite". L'obiettivo di Sed è di riportare a Roma alcuni rabbini che oggi esercitano altrove e di realizzare un Eruv anche nella Capitale. "Un bisogno avvertito da molti come urgente. E un risultato che, se raggiunto, garantirebbe anche un ritorno economico davvero significativo".

(moked, 7 giugno 2019)


Sventata da Israele una manovra di Hamas

ROMA - L'esercito israeliano ha sventato un tentativo da parte del movimento palestinese Hamas di introdurre nella Striscia di Gaza materiale per la costruzione di razzi lo scorso 11 maggio. Lo rivela oggi l'Esercito, spiegando che nel corso dell'operazione sono stati arrestati quattro sospetti che cercavano di rompere il blocco e raggiungere l'Egitto attraverso due barche. I sospettati cercavano di raggiungere la penisola del Sinai per prendere 24 fusti di fibra di vetro. Secondo l'Esercito, questo tipo di materiale, di cui è vietata l'importazione nell'enclave, sarebbe stato poi utilizzato per costruire razzi. Il presunto tentativo di traffico di materiale sospetto è avvenuto circa una settimana dopo l'escalation di violenza tra Gaza e Israele avvenuta all'inizio di maggio. Lo scorso 3 maggio, infatti, e per i due giorni successivi da Gaza sono stati lanciati oltre 700 razzi in Israele.

(Agenzia Nova, 7 giugno 2019)


Bahrein, i maggiori organismi finanziari mondiali parteciperanno alla conferenza palestinese

MANAMA - Organismi finanziari globali, tra cui il Fondo monetario internazionale (Fmi) e la Banca mondiale, saranno presenti ad una conferenza sull'economia palestinese organizzata dagli Stati Uniti, prevista a fine giugno a Manama che l'amministrazione del presidente Donald Trump ha lanciato come un'apertura al suo piano di pace. L'efficacia dell'incontro del 25-26 giugno in Bahrein è stata messa in dubbio dal momento che i leader politici e gli imprenditori palestinesi hanno deciso di non partecipare. Le recenti elezioni di Israele, un aumento dei combattimenti transfrontalieri e il risentimento dei palestinesi al riconoscimento di Gerusalemme da parte degli Stati Uniti come capitale di Israele si aggiungono al complicato scenario. Tuttavia, l'Fmi, che opera in Cisgiordania e Gaza dal 1995, ha confermato la sua presenza, e altre istituzioni saranno presenti nella capitale del Bahrein, Manama. Il consigliere della Casa Bianca, Jared Kushner, ha concluso questa settimana un viaggio in Medio Oriente e in Europa, finalizzato in parte a sostenere la conferenza "Peace for Prosperity" per svelare la parte economica del piano di pace di Trump per risolvere il conflitto israelo-palestinese.

(Agenzia Nova, 6 giugno 2019)


Israele, Nechama Rivlin sepolta tra i Grandi della Nazione

di Alessandra Boga

Si è svolto mercoledì 5 giugno, in Israele, il funerale di Nechama Rivlin, moglie del presidente Reuven Rivlin. La first lady israeliana, spentasi martedì a 74 anni dopo una lunga malattia, è stata sepolta tra i Grandi della Nazione nel cimitero del Monte Herzl di Gerusalemme, ha riferito l'ANSA.
Alle esequie erano presenti le più alte autorità del Paese, tra cui il primo ministro Benjamin Netanyahu (che per primo aveva espresso le condoglianze al capo dello Stato), il presidente della Knesset Yoel Edelstein, i due rabbini capo ed il capo di Stato maggiore Aviv Cochavi.
Numerosi i messaggi di cordoglio giunti al presidente Rivlin, sia da parte di altri capi di Stato (tra cui Donald Trump) che da comuni cittadini, i quali hanno reso omaggio alla salma della first lady esposta in un teatro di Gerusalemme.

(al maghrebiya news 24, 6 giugno 2019)


Venezia: per i 90 anni di Anne Frank il 12 giugno pubblica lettura del "Diario"

Il 12 giugno 2019 Anne Frank avrebbe compiuto 90 anni. Arrestata e deportata, è invece morta di tifo nel febbraio 1945 a soli 15 anni nel lager di Bergen-Belsen. Ebrea tedesca, Annelies Marie Frank detta Anne si è rifugiata con la famiglia ad Amsterdam, nel tentativo di salvarsi dalle persecuzioni della Germania nazista. Lì per due anni scrisse un diario, divenuto simbolo della Shoah.
   Matteo Corradini, ebraista e scrittore, ha curato per BUR Biblioteca Universale Rizzoli una nuova versione del Diario. "I numerosi approfondimenti finora inediti, la preziosa traduzione dall'olandese di Dafna Fiano, la straordinaria testimonianza di Sami Modiano - che nella prefazione ripercorre per noi la dolorosa esperienza del campo - offrono a questa edizione autorevolezza, forza e una ritrovata freschezza. Da queste pagine la voce di Anne parla ai contemporanei schietta e cristallina come non mai, riaccende la memoria e la prolunga nel presente" spiega Corradini.
   Mercoledì 12 giugno 2019, giorno del suo compleanno, Anne verrà ricordata attraverso un evento-maratona pubblico e gratuito, trasmesso per intero in diretta web e aperto a tutti: a partire dalle ore 10 di mattina, dopo i brevi saluti istituzionali, 90 persone leggeranno integralmente e pubblicamente il Diario in Campo di Ghetto Nuovo a Venezia, luogo suggestivo e simbolico insieme che diverrà per l'intera giornata un luogo di ascolto e racconto.
   Se vuoi donare il tuo tempo e la tua voce per la lettura integrale del Diario, diventare una candelina sulla torta di compleanno di Anne, puoi far parte del gruppo di 90 voci per Anne Frank, che il 12 giugno leggeranno le 483 pagine del Diario, dandosi il cambio ogni 5-6 pagine. 90 lettori come 90 sono gli anni che compirebbe Anne se non fosse stata uccisa in un lager nazista. Per partecipare compila il form.
   L'evento è progettato dallo scrittore Matteo Corradini e organizzato insieme a Consiglio d'Europa - Ufficio di Venezia, Associazione Figli della Shoah, Museo Ebraico e Comunità Ebraica di Venezia, Università Ca' Foscari, con il supporto di Rizzoli Editore.

(Bet Magazine Mosaico, 6 giugno 2019)


"Dalla Siria si prepara il nuovo conflitto tra Israele e Iran". L'intervista all'Ammiraglio De Giorgi

"Sempre più il conflitto Arabo-Israeliano e quello Siriano si legano in un gioco più grande regolato da alleanze fluide dove l'odio del mondo arabo per Israele impallidisce se paragonato a quello che divide sciiti e sunniti nel mondo mussulmano". A parlare è l'ammiraglio Giuseppe De Giorgi, ex Capo di Stato Maggiore della Marina Militare.

di Daniele Piccinin

Ammiraglio Giuseppe De Giorgi
- Ammiraglio De Giorgi, che idea si è fatto della situazione siriana?
La Siria, che già da sette anni è martoriata da una guerra civile, è diventata un "laboratorio" nel quale si manifestano coalizioni e giochi di potere che sembrano rappresentare il futuro nelle nuove relazioni internazionali nell'epoca di Trump e di Putin.

- Ci sono segnali che possono prefigurare una Guerra Fredda 2.0?
  Mai, da decenni, la situazione internazionale è stata più tesa. C'è chi dice che sia tornata la guerra fredda. In effetti i due maggiori contendenti e i loro alleati stanno già combattendo, ad esempio in un teatro di guerra angusto e confuso come quello Siriano. Vi è però una differenza fondamentale. Nella guerra fredda l'ideologia giocava un ruolo fondamentale. Da un lato c'erano le democrazie occidentali che si riconoscevano nel capitalismo, dall'altro dittature che si ispiravano al modello marxista-leninista o almeno che dichiaravano di esserne l'incarnazione.

- Pensavamo fosse superata la fase del "due blocchi" contrapposti, invece…
  Due blocchi contrapposti che con i rispettivi stati clienti si dividevano il mondo in due blocchi ben riconoscibili. Le guerre si sviluppavano sulla cerniera dei due mondi, penso a Vietnam, Africa, Nicaragua. Oggi la situazione è assai più complessa, anche se è ancora riconoscibile la divisione del mondo stabilita a Yalta. Certamente si è fermata l'ondata espansiva Usa negli spazi soggetti all'Urss, che la Russia di Putin sta progressivamente rioccupando, vedi Crimea, Siria, Ucraina. In alcuni teatri, gli Stati Uniti giocano addirittura la propria partita con la Russia. Un esempio è la Libia, dove Trump ha abbandonato la linea dell'Onu per sostenere il Gen. Haftar protégée della Russia, vicino agli Arabo Sauditi e agli Egiziani, senza riguardo alcuno per gli interessi di uno dei suoi più fedeli alleati: l'Italia, a cui, in teoria, gli Usa avevano affidato il dossier Libia.

- Non crede che il conflitto siriano sia sfuggito di mano alle grandi potenze mondiali?
  Dopo Obama, anche in Siria gli Usa di Trump hanno sostanzialmente accettato di lasciare alla Russia di dettare la linea in Siria. La Francia è più attiva che mai, mentre la Gran Bretagna sembra in ritardo, appannata dalla Brexit e dalla peggiore classe dirigente della sua storia. L'Iran gioca da protagonista estendendo la sua influenza addirittura su una sponda del Mediterraneo. Caduto l'Iraq di Saddam, rimane solo l'Arabia Saudita a ostacolarne le mire espansive. Sempre più il conflitto Arabo-Israeliano e quello Siriano si legano in un gioco più grande regolato da alleanze fluide dove l'odio del mondo arabo per Israele impallidisce se paragonato a quello che divide sciiti e sunniti nel mondo mussulmano.

- Perché ritiene che dalla Siria possa partire un conflitto tra Israele e Iran?
  Nella notte tra l'8 ed il 9 aprile, due F-15 hanno attaccato la base militare T4 in Siria causando la morte di almeno 12 militari. Incerta inizialmente la nazionalità dei due velivoli, solo pochi giorni dopo è stata confermata ai media direttamente dagli alti esponenti militari israeliani che hanno deciso l'attacco. Secondo fonti israeliane, infatti, la presenza militare di Teheran in Siria ammonta ad almeno 15mila militari e pasdaran cui si aggiungono 10mila Hezbollah libanesi e circa 50mila miliziani sciiti iracheni, afgani e pakistani. Il disegno iraniano sarebbe di espandere la propria influenza di potenza sciita a Iraq, Siria e Libano, circondando di fatto Israele da una tenaglia Iraniana.

- Quello messo in campo dalle forze israeliane è il cosiddetto attacco preventivo, Giusto?
  L'intelligence israeliana sa che gli iraniani stanno usando il territorio siriano, e la cortina fumogena del conflitto civile, per passare armi al "partito" libanese Hezbollah. Sempre secondo il Mossad, quelle armi saranno usate contro Israele quando il conflitto coi libanesi si riaprirà, fattore dato quasi per certo dalla maggior parte degli analisti israeliani e molti studiosi ed esperti della regione. Teheran starebbe così sfruttando la Siria, e il sostegno dato al presidente Bashar el Assad nel mantenere il potere, per trasformare il Paese in una piattaforma militare strategica in mezzo a Israele e Arabia Saudita. Aiutati in questo dalla Russia che vede con favore il ridimensionamento nel Mediterraneo dell'influenza Saudita, troppo vicina agli Usa.

- Dobbiamo prepararci ad un nuovo conflitto in medioriente?
  Solo pochi giorni fa intanto il parlamento israeliano ha approvato una legge che garantisce al primo ministro Benjamin Netanyahu, previa la sola consultazione con il ministro della Difesa, di ordinare un attacco militare senza dover passare dal governo come richiedeva invece la legge esistente che necessitava l'unanimità di voti da parte dell'esecutivo per poter portare Israele in guerra. Una legge controversa e destinata ad esacerbare ulteriormente le crescenti tensioni con l'Iran. Intanto sulle prime pagine dei maggiori quotidiani e siti web israeliani si susseguono le analisi degli strateghi militari, convinti che la questione non sia più "se" ma "quando, come e dove" si concretizzerà il confronto armato tra lo Israele e l'Iran. La minaccia dell'Iran di chiudere Hormuz, qualora si concretizzasse, potrebbe essere il detonatore di una crisi di portata assai più grande e gravida di conseguenze difficili da prevedere ma che vedrebbe con ogni probabilità chiamare in causa direttamente gli Stati Uniti d'America e i suoi alleati.

(labparlamento, 6 giugno 2019)


Israele crea grande struttura di intelligence sul Golan per controllare Hezbollah

Sul versante siriano del Golan Hezbollah sta cercando di creare una vera e propria struttura militare permanente. Per sventare la minaccia è stata creata una delle più grandi strutture di intelligence dello Stato Ebraico.

È una delle più grandi strutture di intelligence dello Stato Ebraico quella appena nata al confine tra Israele e Siria, sulle alture del Golan.
Si tratta di uno sforzo congiunto tra l'intelligence delle IDF e il Mossad, una struttura che ha a disposizione le migliori tecnologie disponibili per il controllo in tempo reale di ogni movimento sospetto al di la del confine siriano.
Ma l'obiettivo principale di questa nuovissima struttura non è tanto controllare i movimenti dell'esercito siriano, quanto piuttosto quelli di Hezbollah.
Infatti è stato appurato che l'esercito siriano sta giocando decisamente sporco. Secondo gli accordi dei quali si è fatta garante la Russia, l'esercito siriano - e nessun altro - avrebbe dovuto prendere il controllo delle aree di confine con Israele nel Golan....

(Rights Reporters, 6 giugno 2019)


«L'ebraismo come scienza»

Giuseppe Veltri e Libera Pisano, “L'ebraismo come scienza”, Paideia, 158 pp., 32 euro.

di Vincenzo Pinta

L'editore torinese Paideia, quale secondo titolo della collana "Biblioteca di cultura ebraica italiana" (guidata da Giuseppe Veltri), ha dato alle stampe uno dei capisaldi dell'emancipazione ebraica tedesca ottocentesca (e non solo). Pur trattandosi di un tema specialistico e di una pubblicazione rivolta prevalentemente ai cultori di storia e filologia ebraiche, l'antologia di testi di Leopold Zunz (1794-1886) permette al pubblico italiano non solo di entrare a contatto col dibattito ottocentesco della Wissenschaft des Judentums ("Scienza dell'ebraismo o ebraismo come scienza"), ma anche e soprattutto di comprendere le ragioni profonde di un'opera etica e politica. I curatori hanno scelto otto testi. La statura intellettuale di Zunz, variamente definito come "storico antiquario" (Jost) o "Lutero ebraico" (Ehrenberg), traspare nitidamente dall'affiato etico delle sue lotte pedagogiche e politiche per la riforma religiosa dell'ebraismo tedesco e per il suo inserimento nella cultura "gentile", attraverso quella che si può definire la sua "umanizzazione". Che cosa significa "umanizzare" una cultura/civiltà come quella ebraica in un contesto chiaramente "alieno" (e alienante)? Né assimilazione, né integrazione, termini che richiamano due visioni opposte e tuttavia analoghe della politica identitaria. Se è vero che l'assimilazione intende imporre il modello sul diverso e l'integrazione far spazio nel modello al diverso, lo è altrettanto che nemmeno l'orizzontalità del multiculturalismo può essere ritenuto l'orizzonte di Zunz. Sarebbe antistorico, inutile e deleterio all'estensione dell'umanità, che infatti è un termine (oggi spesso abusato nel dibattito pubblico) che dovrebbe riscoprire il suo senso più profondo nelle cose. Umanizzare significa elevare internamente una comunità e un gruppo, senza tradire il "patto sinaitico". Non significa imporre la crescita dall'esterno, ma attivarla dall'interno. Questo fu ciò che Zunz cercò di fare: "Rispolverare" l'immenso patrimonio culturale dell'ebraismo per avviare la crescita interiore degli ebrei come "uomini". Se l'Ottocento conobbe la "nazionalizzazione parallela" degli ebrei, forse il nuovo millennio potrà conoscere la "cittadinanza parallela" delle altre culture, che devono e possono contribuire alla crescita delle istituzioni europee. Tutto questo non certo erigendo muri o abbattendoli, ma capendole storicamente. Ecco che la pubblicazione di classici delle religioni (come il Talmud in italiano, per esempio) può avere un significato (oltre che un senso). A condizione però, come insegna Zunz, che questi testi servano a radicare anzitutto le comunità di appartenenza nella propria storia.

(Il Foglio, 6 giugno 2019)


Nominato da Netanyahu il ministro della giustizia

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha nominato, mercoledì sera, ministro della giustizia il parlamentare Amir Ohana, che prende il posto di Ayelet Shaked (destituita dopo che non è stata rieletta). Ohana è il primo membro dichiarato della comunità LGBT a ricoprire un ruolo di primo piano nel governo israeliano. "Come ebreo, come israeliano, come partner dell'amore della mia vita Alon Haddad, come padre di Ella e David, come mizrachi (ebreo mediorientale ndr), come membro del Likud, come residente di Beersheva, come liberale e come avvocato che ha trascorso migliaia di ore in tribunale, è per me un grande onore servire Israele come ministro della giustizia", ha dichiarato Ohana.

(israele.net, 6 giugno 2019)


Forse è questo il segnale più alto dell’inizio della fine di Netanyahu. M.C.


Il villaggio tedesco in Israele

Tibi: "La vita ebraica è in pericolo in Europa". E in Israele una scuola si riempie di ragazzi dalla Germania

di Giulio Meotti

ROMA - "La vita ebraica è in pericolo in Europa, gli ebrei lasciano". Queste parole, appena pronunciate di fronte al Parlamento austriaco, sono arrivate da Bassam Tibi, il sociologo nato a Damasco e che vive in Germania dal 1962, dove ha studiato a Francoforte con due giganti come Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, che al tempo del nazismo ripararono in America. Ai parlamentari di Vienna, Tibi ha detto che l'antisemitismo contemporaneo "spesso appare come una critica a Israele, personificato come l'ebreo mondiale che deve essere spazzato via". "Dobbiamo combattere l'antisemitismo islamico", ha continuato Tibi, che ha criticato il paragone tra islamofobia e antisemitismo, liquidandolo come "pura ideologia" e si è lamentato che a parlare di antisemitismo islamico "corri il rischio di essere etichettato come islamofobo".
   Che la vita ebraica fosse in pericolo in Europa ce lo ha appena ricordato il caso tedesco. Nei giorni scorsi, per la prima volta un ufficiale del governo tedesco, il delegato alla lotta all'antisemitismo Fritz Klein, ha invitato gli ebrei del suo paese a nascondere la kippah in pubblico a causa delle aggressioni. La situazione è seria. Il centro non governativo per la ricerca e l'informazione ha registrato 1.083 episodi antisemiti a Berlino lo scorso anno.
   Un programma israeliano sta portando fuori dal paese tantissimi ragazzi tedeschi. Si chiama "Naale", in ebraico sta per "gli adolescenti emigrano prima dei genitori". E' un programma sotto la guida del Ministero dell'Istruzione israeliano e dell'Agenzia ebraica: prima partono i giovani, poi seguono i genitori. Ogni anno, circa 700 giovani ebrei emigrano in Israele con "N aale" e il loro numero sta aumentando. Dalla Germania, in cinquanta sono partiti negli ultimi mesi. Il quotidiano Welt in edicola ieri è andato a vedere dove vivono. Ed è stato un déjà vu per la Germania.
   "Negli ultimi mesi qui la questione della ricezione della gioventù ebraica sta diventando sempre più urgente". Sono le ultime righe di una lettera scritta nel 1938 da Ben Zion Mosenson, direttore della prima scuola di grammatica ebraica di Tel Aviv, che perorò l'uscita degli ebrei dal paese sotto il nazismo. Su sua iniziativa, nel 1941, vicino a Tel Aviv, fu costruito un collegio per giovani emigrati mandati nell'allora Palestina mandataria dai genitori. Il "villaggio dei giovani", ora intitolato a Mosenson, serve ancora a questo scopo oggi. E ottant'anni dopo che Mosenson ha scritto quella lettera, i giovani ebrei dalla
   Germania emigrano sempre più in Israele. E il loro numero potrebbe più che raddoppiare nel prossimo anno scolastico. "Mai prima d'ora abbiamo avuto così tante richieste dai paesi di lingua tedesca", afferma la preside Haya Belhassan. Michael, Emil e Ludwig passeggiano tra i banani del Mosenson. I nomi dei tre non sono pubblici secondo le linee guida del Ministero dell'Istruzione israeliano: "Non vogliamo che cose brutte accadono alle loro famiglie solo perché i loro figli sono emigrati in Israele", afferma Belhassan. "L'antisemitismo era di routine", dice Ludwig. Il fratello maggiore era già andato in Israele e oggi è nell'esercito. Ai ragazzi tedeschi Israele paga il volo, l'istruzione, l'alloggio e l'assicurazione sanitaria. Per Emil e Michael, la Germania è lontana: "Sto lentamente dimenticando il mio tedesco". Anche Evelyn Mende vuole andare al Mosenson: "I giovani ebrei non hanno futuro in Germania. Per me era normale al liceo mettere la stella di David sotto i vestiti e i ragazzi indossano berretti da baseball sopra la kippa". E al Mosenson si trova lo studente berlinese di cui ha parlato la stampa anche italiana e che nel suo liceo berlinese venne aggredito in quanto ebreo. E' Liam Ruckert, I suoi compagni vengono anche dall'Italia, dalla Francia e dai Paesi Bassi. "Da ebreo era insopportabile rimanere in Germania". "Il prossimo passo sarà di nascondere la stella di David", ha scritto sulla Deutsche Welle Michael Friedman, già vice-presidente del Consiglio degli ebrei in Germania, in risposta all'invito a celare la kippah. "In futuro, dovrei consigliare ai miei figli di nascondere la propria identità ebraica? Seguendo il consiglio di Klein alla lettera, allora vivere in modo visibile come ebreo non è più sicuro in Germania. Essere invisibili è sicuro. Puoi essere solo un ebreo a porte chiuse in Germania? Se è così, la vita ebraica in Germania non ha futuro". E' quello che pensava Mosenson nel 1938 e che pensano oggi tanti di quei ragazzi, i profughi dell'antisemitismo europeo.

(Il Foglio, 5 giugno 2019)


La sinagoga "riapre" dopo 1.650 anni

Nozze ebraiche nei resti dell'antica Scyle, risalente al IV secolo dopo Cristo

Felice Manti

Nozze ebraiche nei resti dell'antica Scyle
Le lancette della storia ieri in Calabria sono tornate indietro di 1.650 anni. Tanti nel sono passati dall'ultimo matrimonio di rito ebraico fino a ieri, quando due ragazzi hanno deciso di giurarsi eterno amore secondo il rito del nissuìn, la cerimonia del matrimonio ebraico, dentro il Parco archeologico ArcheoDeri di Bova Marina (Reggio Calabria), in quella che si ritiene l'antica Scyle (con diverse varianti toponomastiche come Scillàca o Scilliàca), località di passaggio tra Taranto e Reggio Calabria.
   A officiare diversi rabbini (Ezra Raful, Rav Momigliano, Elia Richetti, Gad Fernando Piperno), sindaci, studiosi, giornalisti e ovviamente amici della coppia, Roque e Ivana, che hanno avuto l'idea di sposarsi in Calabria.
   La sinagoga ArcheoDeri risale almeno al IV secolo e in Occidente è seconda solo a quella di Ostia Antica (I secolo). Negli anni Ottanta, quando venne alla luce, venne identificata come una villa romana, poi si è scoperta un'antica necropoli e il parco ha iniziato a dischiudere i suoi preziosissimi tesori. Un grossa anfora e una brocca infossata nel pavimento e dentro uno scrigno con 3.070 monete bronzee, parecchie anfore d'argilla di manifattura ebraica e soprattutto un mosaico che rappresenta i principali simboli giudaici: la menorah (il candelabro a 7 bracci), lo shoffar (il corno d'ariete), il cedro e, il ramo di palma e il nodo di Salomone.
   I rapporti tra la Calabria e Israele si confermano antichissimi. Secondo la leggenda la stessa Reggio Calabria fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé. La prima opera in ebraico con indicazione di data certa venne stampata proprio a Reggio Calabria: si tratta di un commentario al Pentateuco di Shelom ben Yshaq stampato da Abraham ben Garton a Reggio «nel mese di Adar dell'anno 5235 della creazione del Mondo», vale a dire tra il febbraio e il marzo del 1475, scoperto dal bibliografo e orientalista piemontese Giovanni Bernardo De Rossi che nel 1816 lo avrebbe ceduto a Maria Luigia d'Austria, duchessa di Parma, dove adesso si trova conservato anche se da settimane si parla di un possibile ritorno dell'incunabolo di 115 pagine in riva allo Stretto.
   Piccoli segnali di pace in un periodo difficile per la comunità ebraica in Italia e in Europa, stretta tra rigurgiti antisemiti e minacce jihadiste.

(il Giornale, 5 giugno 2019)


Hamas: vogliamo ripristinare i rapporti con Assad

Lottare assieme contro 'l'Accordo del secolo' di Trump

GAZA - Dopo una rottura di diversi anni, iniziata con la 'Primavera araba', Hamas cerca adesso di ristabilire relazioni col regime di Bashar Assad in Siria. "Fra noi e la Siria - ha detto un dirigente di Hamas, Ismail Radwan - non c'è alcuna ostilità. Dobbiamo ripristinare relazioni corrette per far fronte all''Accordo del secolo' (elaborato dal presidente Usa Donald Trump, ndr) che arreca danno sia alla Siria sia alla causa palestinese".
Secondo la stampa locale, Assad per il momento mantiene un atteggiamento rigido perche' anni fa, sotto la guida di Khaled Mashal, Hamas trasferì i propri uffici centrali da Damasco al Qatar. Nel frattempo però la leadership di Hamas è passata nelle mani di Ismail Haniyeh, Yihya Sinwar e Saleh al-Aruri.
Quest'ultimo, secondo i media, ha incontrato di recente un generale siriano vicino ad Assad. Un'opera di mediazione fra le parti, secondo i media, viene inoltre svolta anche dall'Iran e dagli Hezbollah.

(ANSAmed, 5 giugno 2019)


La blogger che ha ingannato la Shoah. «Non ha parenti morti ad Auschwitz»

Rivelazione dello «Spiegel»: Marie-Sopbie Hingst, premiata come giornalista dell'anno, si era inventata lo sterminio di 22 familiari


Roberto Fabbri

 
Marie-Sopbie Hingst
Ventidue parenti ebrei sterminati ad Auschwitz e in altri campi dell'orrore nazisti. Solo una nonna sopravvissuta di un'intera grande famiglia cancellata dall'odio antisemita. E lei, una giovane storica poco più che trentenne con studi a Berlino, Lione e Los Angeles - più un dottorato al Trinity College di Dublino in Irlanda - destinata a raccogliere le loro storie dimenticate in un blog di grande successo e a registrarle debitamente presso lo Yad Vashem, il memoriale ufficiale dell'Olocausto in Israele. Una storia toccante e di successo: peccato che fosse inventata. E adesso Marie-Sophie Hingst sta cominciando a pagare il prezzo della sua fantasia davvero troppo fervida.
   La dottoressa Hingst aveva cominciato nel 2013 a trascrivere in un blog intitolato «Continua a leggere, mio caro, continua a leggere» i ricordi che la sua nonna ebrea le avrebbe trasmesso. Storie terrificanti e vivide, ricche di particolari drammatici sulla vita e sulla morte ad Auschwitz e in altri lager nazisti. Storie che Marie-Sophie, dotata di un brillante talento per il racconto, aveva saputo rendere così bene da conquistarsi l'attenzione di 250mila lettori. La giovane storica non si era limitata a questo: dopo aver condotto (così affermò) anni di ricerche d'archivio, nel 2013 prese un volo per Israele e si recò allo Yad Vashem per far registrare i nomi di 15 suoi parenti presuntamente sterminati nell'Olocausto. In seguito, per buona misura, inviò i nomi di altre sette persone per posta elettronica.
   Tanto zelo le valse nel 2017 il premio di blogger dell'anno della Golden Blogger, il già citato dottorato in Irlanda e una fama crescente. Tanto che la dottoressa Hingst cominciò a scrivere - sotto pseudonimo - sul rispettato settimanale Die Zeit e a presiedere eventi dedicati all'Olocausto tenuti a Berlino. Una collega esperta di genealogica, però, cominciò ad avanzare dei dubbi, seguita da altri scettici e spingendo la Hingst a contrattaccare, dicendosi vittima di pregiudizi ostili. La dottoressa Gabriele Bergner, però, aveva ragione: facendo quello che indubbiamente si sarebbe dovuto fare subito, cominciò a scavare nella storia familiare della blogger e mise a nudo le sue bugie. La famosa nonna ebrea non era mai esistita: si chiamava Helga Brandi, aveva fatto la dentista, era cristiana e aveva sposato un pastore protestante di nome Rudolf Hingst.
   Queste imbarazzanti menzogne sono costate alla fantasiosa storica tre conseguenze, queste sì, tombali: la chiusura del suo sito web, il ritiro del premio cui tanto teneva e la comunicazione allo Yad Vashem degli opportuni aggiornamenti sulla storia della sua famiglia. Nel frattempo, a valanga, sono emerse altre invenzioni ascritte alla Hìngst, tra cui la fondazione di un ospedale per i poveri di Delhi in India e una meritoria quanto mai avvenuta attività di consulenza a favore degli immigrati siriani in Germania su come comportarsi nei rapporti con le donne tedesche. Il suo legale ha tentato un salvataggio fuori tempo massimo, sostenendo che l'opera della giovane storica fosse «letteratura, e non giornalismo o Storia» e negando che in essa siano state riferite falsità sul conto della sua famiglia.
   La cosa più buffa in questa vicenda è che a renderla pubblica sia stato il settimanale Der Spiegel. Buffa perché nello scorso dicembre proprio ad un suo cronista, Claas Relotìus, era stato revocato il premio di giornalista d'inchiesta tedesco dell'anno: era stato scoperto che si inventava di sana pianta le storie che raccontava così bene, proprio come la dottoressa Hingst.

(il Giornale, 5 giugno 2019)


Sulle tracce di Sefarad

di Damiano Laterza

La Sefarad c'è ma non si vede. Per questo motivo, indagare sul campo il millennio di presenza ebraica nella penisola iberica, tragicamente interrotto dal famigerato editto di espulsione del 1492 - che diede origine a un'intera stirpe di judios erranti (i sefarditi, appunto) - è ormai un imperativo irrinunciabile. Per fortuna ci ha pensato l'Università di Roma Tor Vergata, finanziando uno stimolante viaggio-studio in Andalusia sulle tracce della Sefarad. Si tratta del momento culminante della seconda edizione del Corso di formazione in Archeologia Giudaica, promosso dal CeRSE - il Centro Romano di Studi sull'Ebraismo - e in collaborazione con la Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma (SSABAP). Un'iniziativa degna di menzione con gli studenti a caccia dei segreti indicibili di un mondo perduto. Ma il lavoro più grosso bisogna farlo con l'immaginazione. Gli epigrafisti sono a corto di epigrafi; le tracce sono impercettibili. Persino nella sperduta Lucena di Granada, cittadina adagiata nella calura andalusa, un tempo capitale ebraica col nome di Eliossana (D-o ci salva), nota da secoli come la "Perla di Sefarad". Non una città col classico quartiere ebraico - definito qui, non ghetto ma judería - bensì una città totalmente ebraica e totalmente fortificata, con gitani, mori e cristiani relegati nei quartieri poveri al di fuori della cinta muraria. Sembra fantasia invece è un mondo realmente esistito, dall'VIII al XII sec. e.v. Con i momenti di massimo splendore vissuti intorno all'anno 1000 e.v., quando qui vi era un'Accademia di studi talmudici che ospitò i più grandi intellettuali del tempo, tra i quali i famosi Jehudà ha Leví e Abraham Ibn Ezra. E ovviamente non poteva mancare il Maimonide, che visse proprio a quel tempo e proprio in questi luoghi.
   Nella Lucena di oggi, a parte le scritte stradali, lo stemma comunale con tanto di Magen David e qualche piccolo reperto esposto nel locale museo, non ha ufficialmente abitanti di religione ebraica. Ma, a ben guardare, tra una processione cattolica in stile rococò e una mastodontica sedia che accoglie i visitatori all'ingresso del paese - la più grande del mondo appena certificata dal Guinness dei Primati, simbolo della locale e fiorente industria di mobilio - non è raro imbattersi in testimonianze lampanti dell'assoluta e attuale giudaicità del luogo. Ad esempio dando un'occhiata ai manifestini mortuari tipici dei quartieri ortodossi di Gerusalemme (e dell'Italia meridionale) che qui abbondano anche nelle zone più moderne. Ed è tutto un fiorire di cognomi ebraici sefarditi purissimi. Cognomi che ritroviamo in alcune raccolte di cognomastica sefardí, nella piccola ma sincera biblioteca allestita da una volenterosa signora a Granada, nell'antico quartiere del Realejo, che un tempo era abitato in prevalenza da ebrei. In quattro stanze della sua abitazione, la donna, che in realtà è ashkenazita ha fondato un piccolo museo (più piccolo che museo) ebraico a sue spese e con scarso sostegno da parte delle istituzioni. Per preservare la memoria di un luogo simbolo, Granada, in cui di ebraico c'è rimasto poco, o niente. La città da cui i re cattolici emanarono lo sciagurato atto di espulsione era ebraica sin dalla sua fondazione e nell'alto medioevo il suo nome ufficiale era addirittura "Granada degli ebrei". Anche qui, piccoli indizi sparsi in ogni dove. È venerdì pomeriggio. Nelle vetrine dei forni della città non turistica compare pane intrecciato in bella vista. Sarà un caso. Sabato, poi, è tutto chiuso. Chissà. A Lucena nel frattempo nel piccolo cimitero scoperto di recente si racconta di esami approfonditi sui resti umani, fatti con la supervisione dei rabbini di New York dai quali è venuto fuori un dettaglio sorprendente: le dentature dei defunti presentano incisivi con 4 radici. I dentisti della Lucena moderna, interpellati in proposito rivelano che molti degli attuali abitanti hanno questa insolita caratteristica.
   Perché la Sefarad c'è ma non si vede. È nascosta nel DNA.

(moked, 5 giugno 2019)


L'azienda agricola Pighin arriva in Israele

Pronti a sbarcare sul mercato i gioielli della produzione vitivinicola friulana

L'azienda agricola Pighin
L'azienda Pighin, ambasciatore del vino friulano tra i più conosciuti nel mondo, scrive un nuovo capitolo della sua storia, portando nel mercato israeliano i gioielli della sua produzione vitivinicola.
   Ubicata nella culla della più alta tradizione vinicola friulana, tra Risano nelle Grave e Capriva nel Collio, l'azienda sbarca in Israele per raccontare attraverso i suoi vini la storia di due grandissimi terroir Doc, oggi disponibili nel canale Horeca.
   Dal Pinot Grigio al Friulano, dal Sauvignon allo Chardonnay, i vini targati Pighin si presentano al nuovo mercato con tutte le carte in regola per essere ampiamente apprezzati. Si tratta infatti di vini che nascono da una terra fertile e da sempre vocata ed è proprio in queste zone che, a partire dal 1963, la famiglia Pighin coltiva l'amore per la terra e la passione per il buon vino. Una passione fondata su un preciso valore: difendere sempre la più alta qualità del prodotto, dalle vigne alla tavola.
   "Siamo orgogliosi di essere stati scelti da un'importante società di importazione e distribuzione leader del mercato israeliano", racconta Roberto Pighin titolare dell'Azienda, "e siamo desiderosi di cogliere tutte le interessanti e concrete opportunità commerciali che questo Paese può offrire".
   Di antica tradizione ed elemento di benedizione di ogni occasione sociale, per lungo tempo il vino è stato prodotto in Israele soprattutto per motivi religiosi con scarsa attenzione alla sua qualità. Negli ultimi 30 anni si è registrata tuttavia un'inversione di tendenza e oggi il comparto vino rappresenta una realtà dinamica ed in espansione: attualmente si contano circa 300 aziende con vigneti che coprono circa 6.000 ettari (78% uve rosse e 22% bianche) per 336.000 ettolitri annui di vino prodotti.
   Questi sono consumati prevalentemente in loco, con un 15% destinato all'esportazione. Per quanto piccolo sia il comparto del vino israeliano, presenta una notevole variabilità di zone e climi con alcune macroaree: la Galilea, la Samaria, il Samson, le Colline della Giudea e il deserto del Negev - ciascuna con microclimi molto variabili anche ogni 2 o 3 chilometri. Le varietà più diffuse sono Cabernet, Carignan e Merlot, che coprono il 50% della produzione.
   Un ulteriore elemento caratterizzante questo mercato, abitato da una popolazione per il 20% di religione mussulmana e per il restante di religione ebraica, è che il vino consumato deve essere kasher ovvero "adatto", idoneo al consumo nel rispetto dei dettami religiosi e possedere la relativa certificazione. Per essere kasher le uve, dalla vendemmia all'imbottigliamento, devono essere manipolate solo da ebrei osservanti che ne certificheranno poi l'idoneità al consumo nel rispetto delle regole alimentari previste dalla religione ebraica.
   Non è tuttavia obbligatorio per il vino venduto in Israele avere il certificato del Rabbinato anche se ad oggi l'85% del vino venduto e consumato in Israele e tutta la produzione nazionale è kasher. Il 70% del vino venduto in Israele si vende nell'area metropolitana di Tel Aviv, quella che viene chiamata la Grande Tel Aviv, che è la città più cosmopolita del paese. E sarà proprio nei ristoranti e alberghi della Città e nelle boutique wineries sempre più diffuse nel Paese che sarà possibile trovare e degustare alcune delle etichette gioiello dell'azienda friulana Pighin che una volta di più si fa testimone nel mondo della più alta produzione dei nobili vini bianchi del Friuli.

(il Friuli, 5 giugno 2019)


La Lega Araba a Tunisi tra divergenze e ipocrisie

Una debole dichiarazione congiunta conclude il trentesimo Summit della Lega Araba, tenutosi a Tunisi il 30 marzo scorso. Importanti i temi all'ordine del giorno, ma profonde le divergenze e grandi le ipocrisie che minano l'auspicata unione tra i Paesi arabi nell'affrontare le delicate questioni in agenda e il duro appello della società civile.

di Maria di Martino

 L'agenda del Summit
  Il 30 marzo scorso, per la terza volta nella storia, Tunisi ha ospitato il Summit dei Paesi della Lega Araba, giunto alla trentesima edizione in uno dei suoi momenti storici più delicati. I temi all'ordine del giorno sono stati molti, più o meno recenti, spinosi e senza dubbio fondamentali per gli equilibri mediorientali. Tra questi la vicenda siriana e la possibilità di reintegro della Siria espulsa dall'organizzazione nel 2011, il recente riconoscimento da parte degli Stati Uniti della sovranità israeliana sulle Alture del Golan, la questione libica e in particolare i futuri sviluppi del piano ONU per il Paese diviso tra Al-Serraj e Haftar. E ancora, le recenti proteste civili scoppiate in Sudan e in Algeria, l'interferenza iraniana nella regione e la lotta al terrorismo. Dei 22 leader attesi, solo tredici hanno effettivamente presenziato al Summit. Tra loro il re saudita Salman, il principe ereditario del Qatar, l'emiro del Kuwait, il presidente iracheno, il presidente egiziano al-Sisi e il presidente palestinese. Tra i grandi assenti il re del Marocco Mohammed VI. Non sono mancati i colpi di scena, con l'Emiro del Qatar che a sorpresa ha abbandonato il vertice senza pronunciare il suo discorso in programma, e con il re saudita Salman che ha minacciato di lasciare l'assemblea prima dei discorsi previsti del Segretario Generale dell'ONU, Antonio Guterres, e dell'Alto Rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell'Unione Europea, Federica Mogherini, che avrebbero inevitabilmente evidenziato le responsabilità saudite nella crisi umanitaria in Yemen.

 Aspettative e risultati
 
I principali leader degli Stati arabi durante il trentesimo summit della Lega Araba il 31 marzo 2019
  Viste le premesse, decisamente poche aspettative sono state riposte sull'incisività del Summit e delle decisioni prese. A conclusione dei lavori, una dichiarazione finale congiunta composta da 19 articoli ha condannato il riconoscimento da parte degli Stati Uniti della sovranità di Israele sulle Alture del Golan, dichiarandolo nullo e non valido, e ha sottolineato l'importanza della questione palestinese per l'equilibrio e la stabilità della regione. L'Iran è stato accusato di interferire negli affari arabi e di incitare il risentimento sciita nei confronti dei sunniti, oltre che di armare le milizie e le organizzazioni terroristiche attive in molti Paesi arabi. Si è fatto riferimento all'occupazione da parte dell'Iran delle tre isole del Golfo Persico appartenenti agli Emirati Arabi, alla necessità di risolvere la questione libica e la questione siriana e di preservare l'integrità di Iraq e Libano. Il documento prodotto ha affrontato molte delle questioni che attualmente affliggono l'equilibrio mediorientale, ma manca della credibilità e della forza che solo un fronte veramente coeso potrebbe dare. Israele, accusato di portare avanti una politica aggressiva sotto l'egida statunitense, è in realtà parte di una nuova visione dell'ordine mediorientale a guida saudita e le evidenti divergenze tra i Paesi arabi non possono che depotenziare qualunque condanna o promessa di azione. Nel chiudere il vertice, il presidente tunisino Essebsi ha sottolineato come le sfide e le minacce che la regione araba affronta non possano essere risolte separatamente, ma quanto sia necessario identificare le cause dei fallimenti nell'azione comune araba, inesorabilmente sostituita dalla volontà di tutelare i singoli interessi nazionali.

 Il vertice parallelo della società civile
  In concomitanza con il Summit della Lega Araba, un Vertice della società civile araba ha cercato di focalizzare l'attenzione su un altro tema particolarmente spinoso e attuale. Lo stato della tutela dei diritti umani nei Paesi arabi, in particolare in Algeria, Egitto, Siria e Yemen, continua a essere uno dei grandi fallimenti delle Primavere Arabe. Riuniti in occasione del vertice di Tunisi, giornalisti, intellettuali e scrittori tunisini hanno lanciato un appello alla Lega Araba, esortando i Paesi membri ad assumersi le proprie responsabilità nei confronti della causa palestinese e delle recenti proteste in Algeria e Sudan. Del resto era fortemente improbabile che un tale argomento potesse trovare spazio nel corso del Summit, se non per esprimere solidarietà nei confronti dei regimi sotto attacco, in una fase storica in cui la rinascita dei regimi autoritari e il proseguimento di conflitti civili dimostrano quanto i diritti umani, politici e civili dei popoli della regione continuino a essere negati.

(Il Caffè Geopolitico, 4 giugno 2019)


Addio a Nechama, moglie del presidente di Israele Reuven Rivlin

 
Nechama Rivlin, moglie del presidente Reuven Rivlin, è morta nella mattina di martedì 4 giugno all'età di 73 anni. Lo ha riferito la residenza del presidente in una nota.
La dichiarazione afferma che Rivlin è morta alla vigilia del suo 74o compleanno al Beilinson Hospital di Petah Tikva, dove è stata curata dopo una ricaduta a seguito di un trapianto di polmone a marzo.
"Tre mesi dopo un trapianto di polmone, Nechama Rivlin è morto questa mattina", ha detto il Beilinson Hospital in una nota. "Con nostro rammarico, gli sforzi medici per stabilizzarla nel tempo durante il complicato periodo di riabilitazione dopo il trapianto non hanno avuto successo."
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha offerto le sue condoglianze alla famiglia Rivlin. "Insieme a tutti i cittadini di Israele, mia moglie Sara e io sentiamo un profondo dolore per la morte della moglie del presidente, Nechama Rivlin", ha detto Netanyahu in una breve dichiarazione.
"Abbiamo pregato tutti per la sua guarigione durante il recente periodo in cui ha combattuto con coraggio e intensamente per la sua vita. Estendiamo le nostre sentite condoglianze al presidente e a tutta la sua famiglia ", ha affermato.
Nechama Rivlin, 73 anni, soffriva di fibrosi polmonare, una condizione in cui il tessuto cicatriziale si accumula nei polmoni e rende difficile respirare. Negli anni precedenti al trapianto, era stata vista di solito in pubblico con un serbatoio di ossigeno portatile, anche durante le cerimonie ufficiali.
Il trapianto polmonare è stato dichiarato efficace il 12 marzo, ma i medici hanno avvertito che le sue condizioni sono rimaste tenui e che ha dovuto affrontare una lunga strada per il recupero. È stata poi portata all'ospedale in aprile dopo un improvviso peggioramento delle sue condizioni, quasi tre settimane dopo aver ricevuto il trapianto.
Nechama Rivlin nasce nel 1945 a Moshav Herut nella regione di Sharon. Ha sposato Reuven Rivlin nel 1971 e ha lavorato per molti anni all'Università ebraica di Gerusalemme, fino al suo ritiro nel 2007, quando le sue condizioni polmonari sono state diagnosticate.
"Quando Nechama si è trasferita nella Residenza Presidenziale, ha scelto di concentrarsi sull'arte, sulle attività per bambini con bisogni speciali, sull'ambiente e sulla natura, attraverso la compassione e l'amore per le persone", si legge in una dichiarazione.
"Nechama ha allestito un orto comunitario nel giardino della residenza presidenziale, dove bambini provenienti da tutto il paese venivano regolarmente a piantare erbe e fiori", dice.

(Bet Magazine Mosaico, 4 giugno 2019)


Quell'onda anti-Israele che minaccia la libertà e lo spirito del Pride

Polemica per la presenza di attivisti del movimento BDS

di Maria Teresa Martinengo

Polemica a più voci sul Pride, che si terrà a Torino sabato 15 e che viene presentato stamane con una conferenza stampa in Regione. A scatenarla, la scelta del Coordinamento di promuovere alla vigilia della parata, alla Tesoriera, l'incontro «Voci dal movimento Lgbtq + in Palestina: vivere e lottare tra eterosessismo, apartheid e pinkwashing» al quale parteciperanno attiviste dell'associazione femminista queer palestinese Aswat. L'associazione aderisce al BDS, movimento «per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro l'occupazione e l'apartheid israeliane». Fabrizio Ricca, capogruppo della Lega in Consiglio comunale e probabile presidente del nuovo Consiglio Regionale, attento ad ogni manifestazione di carattere antisionista ha dato il via alle critiche: «La scelta del Coordinamento Torino Pride è inaccettabile. Ci auguriamo - ha detto - che possa tornare indietro. La Regione, con il precedente Consiglio, ha concesso il patrocinio, e quindi resta, ma in futuro si potrebbero fare altri ragionamenti». Per Ricca l'iniziativa del mondo lgbtq torinese «è una "lotta contro se stesso", dal momento che in Medio Oriente l'unico Paese dove il Pride si fa è proprio Israele e dove la comunità lgbtq non è discriminata». E aggiunge: «Sarei curioso di sapere perché i movimenti pro Palestina non chiedono ad Hamas di organizzare un Pride. Non so cosa farò nei prossimi mesi in Consiglio Regionale, ma se dipendesse da me, qualsiasi iniziativa che preveda il boicottaggio dell'unica democrazia esistente in Medio Oriente non otterrebbe mai il patrocinio».
   Anche Elena Loewenthal, neo consigliera regionale di + Europa interviene nella polemica: «Al Gay Pride di Torino entra a gamba tesa il movimento BDS, dichiarato illegale in molti Paesi fra cui la Germania. Con questa iniziativa Israele diventa il bersaglio di una campagna diffamatoria, con tutta la visibilità che il Gay Pride offrirà». Il timore è che la parata possa trasformarsi in una manifestazione politica. E l'Associazione Italia Israele esprime sconcerto e indignazione. Il presidente Dario Peirone ricorda, tra l'altro, che «il linguaggio adoperato dagli attivisti del movimento BDS è stato giudicato dal governo tedesco paragonabile a quello utilizzato durante il nazismo nei confronti degli ebrei». Peirone chiede al nuovo governo regionale «di sostenere la posizione di Ricca negando il patrocinio».
   Dal Coordinamento Torino Pride sotto accusa la risposta è quanto mai pacata. «Si tratta semplicemente di una testimonianza. Abbiamo accolto - spiegano - la proposta arrivata da attivisti di quell'area del mondo in un puro spirito di pluralità. Prima di accettarla c'è stato un lungo dibattito, li abbiamo auditi, abbiamo posto loro molte domande. Non c'è l'idea di avallare posizioni, ma di ascoltare. Ed è proprio questa pluralità che ha sempre contraddistinto il Torino Pride: l'obiettivo è di far sì che ognuno possa maturare una propria opinione sulla base di quanto ascolta». Ancora: «Nel momento in cui altri ci chiederanno di essere ascoltati per esprimere altri punti di vista, lo faremo. Sempre che siano diretti: non vogliamo mediazioni, vogliamo sempre andare alla fonte per comprendere quanto succede in uno spirito di assoluta libertà di opinione».

(La Stampa, 4 giugno 2019)


LGBTQ e BDS sono sigle di due movimenti che si muovono nella stessa direzione: contro Israele. Si dirà che non è così, che il BDS entra a gamba tesa nel LGBTQ per strumentalizzarlo; che l’LGBTQ danneggia se stesso perché il suo centro si trova a Tel Aviv; che una cosa è la politica e un’altra è il sesso, ma resta il fatto che i due movimenti sono entrambi contro Israele perché sono contro il Dio d’Israele, che è l’unico Dio che ha creato i cieli e la terra. E a differenza di quello che molti pensano, Dio non è contro Israele. Al contrario. M.C.



Un capolavoro del diavolo
Essere riuscito a fare in modo
che il mondo considerasse Tel Aviv
la capitale degli omosessuali
e nello stesso tempo indicasse Tel Aviv
come capitale d'Israele
al posto di Gerusalemme
è un capolavoro del diavolo.

 


Gerusalemme, respinte le obiezioni alla cabinovia della Città Vecchia

Il tracciato arriva al Monte Sion

La Commissione per le infrastrutture nazionali ha respinto quasi tutte le obiezioni al progetto di una cabinovia che collegherà Gerusalemme Ovest alla 'Porta dell letame' della Città Vecchia, passando per l'elevazione del Monte Sion. Lo riferisce la stampa odierna secondo cui questa iniziativa - lanciata dal ministero del turismo e dall'Ente per lo sviluppo di Gerusalemme - attende adesso solo l'autorizzazione definitiva del governo.
Il tracciato della cabinovia è di 1,4 chilometri. Secondo gli autori del progetto, essa consentirà il trasferimento da Gerusalemme Ovest alla Città Vecchia di tremila persone all'ora.
In questo modo - è stato affermato - servirà a ridurre il congestionamento del traffico di automobili e torpedoni nel lato meridionale della Città Vecchia. Il progetto ha suscitato le rimostranze di ambientalisti preoccupati che esso deturpi il panorama. Ma queste e altre obiezioni sono state respinte dalla Commissione per le infrastrutture nazionale.

(ANSAmed, 4 giugno 2019)


Attentati jihadisti e raid aerei israeliani in Siria

Il presidente statunitense chiede la fine dei bombardamenti a Idlib

DAMASCO - Ancora violenze in Siria. Un attentato suicida con un'autobomba ad Azaz, città nel nordovest, ha provocato ieri almeno 14 morti, tra cui quattro bambini. Lo riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani. Ci sarebbero anche circa venti feriti, alcuni gravi. Azaz si trova nella zona controllata dalla Turchia nella regione di Aleppo. Secondo alcune testimonianze, l'esplosione sarebbe avvenuta nei pressi di una moschea, mentre molta gente stava rincasando dopo la preghiera serale. Azaz è stata occupata dai miliziani del sedicente stato islamico (Is) nell'ottobre del 2013- A febbraio dell'anno successivo è stata liberata dai ribelli dell'Els, formazione alleata di Ankara, che ancora ne detiene il controllo. Altre dieci vittime sono state registrate a Raqqa, nel nord del martoriato Paese. Fonti mediche e media locali riferiscono di un'autobomba esplosa ieri sera nel centro cittadino a un posto di blocco delle Forze democratiche siriane, piattaforma di milizie curde e arabe guidate dall'ala locale del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Un'altra autobomba è invece esplosa nei pressi del parco cittadino di Rashid, affollato di famiglie. E invece di dieci morti il bilancio di raid aerei attribuiti a Israele nel sudovest della Siria. Dei dieci uccisi, tre sono soldati governativi siriani mentre gli altri sette sono stranieri. Sulla difficile situazione siriana è intervenuto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. In un tweet poco prima di partire per Londra, Trump ha scritto: «Sento voce che la Russia, la Siria e, in misura minore, l'Iran, stanno bombardando a più non posso fuori della provincia di Idlib e stanno uccidendo indiscriminatamente civili innocenti. Il mondo sta guardando questa carneficina. Qual è lo scopo? Che cosa si pensa di ottenere? Stop!». La risposta del Cremlino è arrivata per bocca del portavoce di Valdimir Putin, Dmitri Peskov: «Il Cremlino ritiene legittime le azioni militari contro i ribelli della provincia siriana di Idlib».

(L'Osservatore Romano, 3 giugno 2019)


La resa di Bassam Tibi, che teorizzò l'euroislam: "Ha vinto il velo"

L'islamologo tedesco anni fa parlò della necessità di sviluppare un islam di tipo europeo. Oggi si ricrede: "Ammetto la mia sconfitta".

di Matteo Matzuzzi

ROMA. "Il 2015 segna la fine della mia speranza di una europeizzazione dell'islam", scrive nell'ultimo numero della rivista politico-culturale tedesca Cicero Bassam Tibi, tra i più noti islamologi contemporanei, una carriera tra Harvard, Berkeley e infine Gottinga. Anni fa, Tibi coniò il neologismo "euroislam", argomentando la necessità di sviluppare un islam di tipo europeo tra gli immigrati musulmani inseriti nel vecchio continente per scongiurare il rischio di vedere entro pochi anni la nascita di una "Europa islamizzata". Un modello i cui requisiti fondamentali erano la separazione tra religione e politica e la capacità dell'islam di fare propria un'idea di tolleranza ispirata ai princìpi dell'Illuminismo europeo, e non "a quello che i musulmani considerano per tolleranza, cioè ritenere gli ebrei e i cristiani subordinati, dhimmi. Concetto, quest'ultimo, che rappresenta la negazione stessa dell'idea d'Europa", che può ammettere solo "la determinazione dei musulmani che vivono qui come individui singoli, e non come umma, cioè come collettivo".
   Il rischio di un'Europa islamizzata era comunque basso, scriveva Tibi, convinto della possibilità di far coesistere la religione islamica con i più genuini valori europei. Oggi, l'ammissione della resa: "Non ci sarà alcun islam europeo", perché ha vinto "l'islam del velo, che è rappresentato dagli islamisti e dai salafiti ortodossi". Una resa i cui contorni hanno iniziato a manifestarsi molto tempo fa, scrive l'intellettuale nato a Damasco: "Dopo l'undici settembre, e dopo aver visto molte persone nelle società parallele islamiche in Europa plaudire a tanta umiliazione dell'occidente, cominciai a nutrire dubbi sulla mia visione di un islam europeo. Io - prosegue Tibi - sono europeo 'per scelta', nel senso che ho deciso di trasferirmi in Europa per godere del diritto fondamentale alla libertà di pensiero. Ma oggi in Germania mi sento ostacolato dai divieti ogni qual volta vorrei esprimere qualche osservazione sull'islam, l'islamismo e la stessa Europa". Dopotutto, aggiunge, "già Theodor Adorno criticò l'abitudine mentale tedesca di evitare di dire la propria su non poche questioni per mera paura delle conseguenze. Il risultato è l'emergere di un 'censore interiore' che impedisce non solo di esprimere pensieri scomodi, ma anche di elaborarli". E oggi la Germania - dove lui ha scelto di risiedere - è l'emblema del fallimento dell'idea di un euroislam: "Lo stato tedesco vuole essere ideologicamente neutrale, ma finora ha solo incoraggiato le reti islamiche organizzate, finendo per emarginare i musulmani europei. Questo modello è il principale responsabile per il fallimento dell'euroislam".
   Il futuro è già qui, sotto gli occhi, osserva Bassam Tibi, e per capirlo bisogna tornare al 1992 quando all'Istituto del mondo arabo di Parigi partecipò a un progetto per rendere pienamente cittadini i musulmani in Francia. L'obiettivo, scrive l'islamologo, consisteva nel sostituire l'integrazione al concetto obsoleto di assimilazione. Un quarto di secolo dopo, "le società parallele hanno trionfato sull'integrazione", benché "i tedeschi buonisti non vogliano sapere nulla di tutto questo", perché "questi argomenti sono un tabù". Nei prossimi anni, è la previsione, "avremo tante società parallele, la siriana e l'afghana, l'irachena e la somala, il cui segno distintivo è il velo islamico". "Il mio impegno per l'euroislam - è la chiosa - si è tradotto nel tentativo di costruire ponti. Devo ammettere la mia sconfitta".

(Il Foglio, 3 giugno 2019)


L'Iran e gli antisemiti islamici pianificano un Olocausto contro Israele

L'ebreo mondiale che deve essere spazzato via.

 
Il noto esperto tedesco-siriano di Islam, Bassam Tibi, davanti al Parlamento austriaco ha avvertito che la Repubblica islamica dell'Iran potrebbe organizzare un secondo olocausto contro gli ebrei in Israele. "Quando una bomba atomica è programmata dall'Iran in direzione di Israele, questo è un Olocausto. E chi lo nega dovrebbe essere penalizzato come ogni negazionista dell'Olocausto". Tibi, nato a Damasco nel 1944, si è trasferito in Germania nel 1962 e ha studiato a Francoforte con due eminenti filosofi ebrei tedeschi, Theodor W. Adorno e Max Horkheimer. A Vienna, Tibi ha detto che l'antisemitismo contemporaneo "spesso appare come una critica a Israele, che è personificato come l'ebreo mondiale che deve essere spazzato via". "Dobbiamo combattere l'antisemitismo islamico", ha continuato. Tibi ha criticato il parallelo tra islamofobia e antisemitismo, dichiarandolo "pura ideologia" e ha lamentato che se si parla di antisemitismo islamico, "corri il rischio di essere etichettato come un islamofobo". Tibi, che ha scritto ampiamente sul moderno antisemitismo, ha affermato che "la vita ebraica è in pericolo in Europa", aggiungendo: "Molti ebrei lasciano la Francia perché dicono che è più sicuro in Israele". Tibi ha anche detto che la Fratellanza Musulmana è un'organizzazione estremamente pericolosa, osservando che il suo fondatore egiziano, Hassan al-Banna, "ha chiesto la distruzione degli ebrei negli anni '30. Questo è terrorismo".

(Controverso Quotidiano, 2 giugno 2019)


È morto Semyon Rosenfeld: era l'ultimo sopravvissuto del campo di sterminio di Sobibor

E' morto in una casa di cura a 97 anni. Era uno degli eroi della rivolta che portò alla chiusura del lager costruito dai nazisti nella Polonia occupata

Semyon Rosenfeld
Nel settembre del 1943 a 21 anni gli fu chiesto se era pronto a uccidere un uomo con un'ascia. Semyon rispose che no, non avrebbe potuto uccidere un uomo, ma un nazista sì. Fu allora che ebbe inizio la rivolta di Sobibor, il campo di sterminio costruito dai nazisti nella Polonia occupata, dove furono uccisi tra i 200 mila e 250mila ebrei, prigionieri di guerra russi e zingari tra il maggio del 1942 e l'ottobre del 1943.
   Rosenfeld, nato in Ucraina, è sopravvissuto a due figlie e cinque nipoti. Arruolato nell'Armata rossa, venne fatto prigioniero dai soldati tedeschi e dopo Minsk fu trasferito nel lager di Sobibor gestito dalle Ss. Nell'ottobre del 1943, partecipò alla rivolta dei detenuti che uccisero undici ufficiali delle Ss e, sotto la guida di Alexander Pechersky, fuggirono dal campo.
   Molti dei 300 che tentarono di scappare morirono nei campi minati intorno al lager, oltre 170 furono catturati nelle ore e nei giorni seguenti e fucilati. Rosenfeld e altri 57 (di cui 10 donne), si nascosero nei boschi e riuscirono a salvarsi. Rosenfeld tornò a combattere nell'esercito russo. I nazisti, dopo la fuga di massa, smantellarono il campo e cercarono di cancellarne le tracce, costruendovi sopra una sorta di fattoria, ma dopo la guerra gli scavi consentirono di ritrovare anche le camere a gas e molti oggetti delle vittime dello sterminio.
   Il premier Benjamin Netanyahu ha ricordato Rosenfeld con un post su Facebook: "Semyon Rosenfeld, sopravvissuto all'Olocausto e a Sobibor, è morto. Era nato nel 1922 in un piccolo villaggio in Ucraina. Si è arruolato nell'Armata rossa, è stato fatto prigioniero dai nazisti, ma è riuscito a scappare dal campo di sterminio e ha continuato a combattere i nazisti. Possa la sua memoria essere benedetta".

(la Repubblica, 3 giugno 2019)


Terezin- un ex ghetto ebraico e campo di concentramento

Terezin, noto anche come Theresienstadt, era un campo di concentramento durante l'ex occupazione tedesca e si trova a circa 70 chilometri da Praga.

di Masa Mesic

 
 
 
Originariamente Theresienstadt fu creata come fortezza dall'imperatore Giuseppe II d'Austria nel XVIII secolo, che la chiamò così come sua madre Maria Teresa. Tuttavia, durante la seconda guerra mondiale, Terezin divenne un ghetto ebraico e un campo di concentramento sotto la Germania nazista. Serviva a due scopi, in primo luogo fungeva da punto intermedio per i campi di sterminio, e in secondo luogo come una sorta di "luogo di pensionamento" per gli anziani.
  Gli ebrei cechi furono trasportati al campo nel 1941, seguiti da austriaci, tedeschi, olandesi e danesi, che furono trasportati nei mesi successivi. Più di 150.000 ebrei, tra cui 15.000 bambini, sono stati tenuti a Terezin prima di essere mandati nei campi di sterminio di Treblinka e Auschwitz. Il numero esatto dei sopravvissuti non è abbastanza chiaro, anche se i rapporti hanno dimostrato che ci sono stati circa 17.000 sopravvissuti, tra cui 150 bambini.
  I nazisti volevano dare al mondo una buona percezione di Terezin, e così lo promuovevano come un campo pieno di ricchezza culturale e di buone condizioni di vita. In una certa misura, il campo era conosciuto per la sua vita culturale rispetto ad altri campi di concentramento, poiché molti dei detenuti erano artisti, scienziati, studiosi e musicisti di fama internazionale. A causa di una grande vita culturale, molti concerti e conferenze su temi come l'arte, la musica, l'ebraismo, l'economia e la scienza, hanno avuto luogo nel campo. Nel novembre 1942 fu fondata anche una Biblioteca Centrale del Ghetto che conteneva oltre 100.000 libri, che furono portati dai detenuti al campo. È importante notare che Terezin era l'unico campo di concentramento durante la Germania nazista, dove la religione e le preghiere erano permesse.
  Terezin è stato utilizzato anche per la propaganda dei nazisti. Nel 1944 ebbe luogo un'ispezione della Croce Rossa Internazionale e dei rappresentanti del governo danese per valutare le condizioni di vita dei detenuti. Questa fu anche l'occasione per i nazisti di ritrarre un'immagine positiva del campo. Grandi sforzi sono stati fatti per ripulire il campo e prepararlo per la visita. Ad Auschwitz furono inviati numerosi detenuti per evitare il sovraffollamento, furono installati caffè e negozi, i locali furono ridipinti e ristrutturati. I detenuti sono stati anche istruiti ad esibirsi durante la visita. I bambini giocavano nell'area della piazza principale e sono stati costretti a partecipare alle rappresentazioni.
  Durante la visita ufficiale, i detenuti hanno ricevuto precise istruzioni; solo agli ebrei danesi è stato permesso di parlare con i rappresentanti. La visita ha dato un'impressione positiva alla Croce Rossa Internazionale e al governo danese, convinti che i detenuti vivessero una vita normale.
  Anche se questo non è il solito "divertimento da vedere", vale sicuramente la pena di fare un viaggio quando si è a Praga. Ci sono numerosi autobus turistici e guide che partono da Praga per una gita di un giorno e vi portano a Terezin.

(Itinari, 3 giugno 2019)



Razzi sul Golan. Israele reagisce e bombarda postazioni siriane

di Giordano Stabile

Si riaccende il fronte del Golan e Israele torna ad attaccare in Siria, mentre le forze governative sono impegnate nell'offensiva contro i ribelli nella provincia di Idlib e devono fronteggiare difficoltà sempre maggiori nell'approvvigionamento di carburanti. Le nuove tensioni con gli Stati Uniti hanno forse spinto le milizie sciite dispiegate ai piedi delle Alture a lanciare nella notte fra sabato e domenica due razzi verso il territorio controllato dagli israeliani. La reazione è stata immediata. Le forze di terra hanno replicato con razzi e artiglieria, e poi i cacciabombardieri hanno colpito più in profondità, fino ai sobborghi di Damasco.
  I due razzi, hanno spiegato i portavoce militari israeliani, si sono diretti contro il Monte Hermon e uno «è caduto in territorio israeliano». La rappresaglia ha preso di mira «due batterie siriane di artiglieria, alcuni posti di osservazione e una batteria di difesa aerea Sa-2» nella zona di Quneitra. Ma non era finita. Nella notte i raid si sono estesi ad Al- Kiswa, circa 25 chilometri a Sud della capitale siriana, dove c'è una base militare già presa di mira più volte negli anni scorsi. In questo caso è stato colpito, secondo fonti dell'opposizione siriana, un «deposito di missili a lungo raggio» vicino a una caserma, dove gli israeliani sospettano operino anche i Pasdaran iraniani. Tre soldati siriani sono rimasti uccisi nei bombardamenti.

 L'annessione
  La tv di Stato siriana ha confermato l'attacco e precisato che le difese «hanno reagito all'aggressione» e lanciato missili verso i jet con la Stelle di David. I tiri hanno a loro volta innescato le sirene d'allarme nel Nord di Israele. Ieri mattina il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che «non tollereremo attacchi sul nostro territorio e risponderemo con grande forza a ogni aggressione». Le Alture del Golan sono state conquistate da Israele nella Guerra dei sei giorni del 1967 e annesse nel 1980. Quest'anno l'amministrazione Trump ha riconosciuto l'annessione.
  Washington appoggia anche l'azione contro le forze iraniane presenti in Siria e le sanzioni contro Teheran hanno una importante ricaduta a Damasco, che fatica a procurarsi il greggio necessario, prima fornito senza problemi dall'Iran. Bashar al-Assad ha anche perso i due terzi dei pozzi petroliferi siriani, ora controllati dai curdi sostenuti dagli Usa nel Nord-Est del Paese. E qui si è aperto un nuovo fronte nel braccio di ferro fra il raiss e gli Stati Uniti, perché la scorsa settimana per la prima volta l'aviazione Usa ha colpito le cisterne di contrabbando fra le zone curde e quelle governative e ha affondato anche alcuni battelli che attraversavano il fiume Eufrate.

(La Stampa, 3 giugno 2019)


Trovata una moneta d'oro del IX secolo

 
Shira Sofer, 10 anni, scolara della quarta elementare di Tzur Moshe, presso Netanya (nel centro di Israele), ha notato qualcosa che scintillava durante uno scavo didattico, giovedì scorso, e ha scoperto una moneta d'oro del IX secolo. Shira è una delle centinaia di ragazzini che partecipano a un programma di archeologia del Consiglio regionale di Lev HaSharon, operando in un sito risalente ai periodi bizantino e islamico (V-XI sec. e.v.). "E' una moneta coniata da uno dei califfi della dinastia Abbaside di Baghdad, che allora governava la Terra d'Israele: un dinaro di circa 4 grammi d'oro, probabilmente datato fine del IX secolo" ha spiegato l'archeologo Achia Cohen-Tavor, che cura gli scavi per conto della Università Ariel.

(israele.net, 3 giugno 2019)



Pompeo apre all'Iran: pronti al dialogo

Retromarcia (parziale) degli Usa. Teheran: «Giochi di parole». Ma la linea del falco Bolton è ridimensionata.

di Giuseppe Sarcina

WASHINGTON - L'apertura verso l'Iran c'è. Il Segretario di Stato Mike Pompeo conferma i segnali dei giorni scorsi: «Siamo pronti a impegnarci in un confronto senza precondizioni. Siamo disposti a sederci a un tavolo con gli iraniani. Ma continueremo nello sforzo di neutralizzare le attività maligne della Repubblica Islamica». Pompeo ha parlato nel corso di una conferenza stampa a Bellinzona, ospite del ministro degli Esteri elvetico Ignazio Cassis. Un particolare importante: la Svizzera rappresenta gli interessi diplomatici degli Usa a Teheran.
   Forse è troppo presto per annunciare un cambio di stagione, ma certamente qualcosa si sta muovendo all'interno degli equilibri di Washington. Nel giro di neanche un mese siamo passati da un'atmosfera pre bellica, con l'invio di una portaerei e di uno squadrone di bombardieri nel Golfo, all'offerta di un negoziato. Il passaggio chiave è la dichiarazione di Donald Trump, il 27 maggio scorso: «Non stiamo cercando un cambio di regime in Iran».
   Sabato 1o giugno ecco la risposta del presidente iraniano Hassan Rouhani: «Siamo per la logica e per il dialogo, a patto che l'interlocutore si dimostri rispettoso delle regole internazionali. Non siamo disponibili ad accettare un ordine per negoziare».
   Le parole di Pompeo, dunque, sembrano consolidare la costruzione della trattativa. Ma il percorso resta molto complicato, come si vede incrociando queste altre due affermazioni. Dice il Segretario di Stato: «Gli iraniani dovranno dimostrare che vogliono comportarsi come una nazione normale». Replica il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Mussavi: «La Repubblica islamica non tiene conto dei giochi di parole e dell'uso di un nuovo linguaggio per esprimere obiettivi concreti».
   E veniamo alla «concretezza», allora. Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti stanno piegando l'economia di Teheran. La stretta impedisce anche il commercio di beni vitali, come cibo e farmaci. Ieri lo svizzero Cassis ha suggerito a Pompeo di consentire almeno la consegna di queste forniture base: varrebbe più di cento discorsi. Dall'altra parte nelle carceri iraniane ci sono ancora cinque americani, considerati «ostaggi» a Washington. Inoltre il Pentagono e la Cia sospettano che Teheran stia sempre lavorando al progetto di armi atomiche micidiali.
   Tutte queste varianti alimentano una doppia lettura del quadro politico. Nell'amministrazione americana sembra ora perdere quota la linea militarista del Segretario per la sicurezza nazionale, John Bolton, a vantaggio della diplomazia di Pompeo. Più difficile capire cosa accade tra gli ayatollah, dopo che la Guida suprema, Ali Khamenei ha escluso «ogni relazione con il Grande Satana (gli Usa ndr)».
   Vedremo ora se Trump darà impulso al nuovo possibile corso. Il leader arriva oggi a Londra e cenerà con la regina Elisabetta Il. Nel frattempo ha trovato il modo di dare un consiglio non richiesto, alla premier uscente Theresa May, in un'intervista al Sunday Times: «La Gran Bretagna dovrebbe mandare Nigel Farage (il leader della Brexit, ndr) a trattare con la Ue e nel caso tenersi pronta ad uscire anche senza un accordo». E soprattutto senza pagare i 39 miliardi sterline (44 miliardi di euro) previsti in caso di «no deal».

(Corriere della Sera, 3 giugno 2019)


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La strategia degli Usa per far cadere Teheran: "Siamo pronti a trattare"

Washington apre ai colloqui, ma in realtà è un invito alla resa. Di un regime mai così debole.

di Fiamma Nirenstein

Bellinzona è stata dai tempi degli antichi romani una città di traffici e diplomazie: da là, in Svizzera col ministro degli esteri Ignazio Cassis, che ha già fatto da ponte al regime iraniano, il segretario di stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che «gli Usa sono preparati a impegnarsi in conversazioni senza precondizioni.
   Siamo pronti a sederci coi leader iraniani». L'interpretazione di questa offerta è stata tuttavia subito indirizzata sulla strada della cautela diplomatica: «Il nostro sforzo però è quello di rovesciare una volta per tutte la malefica attività di questa forza rivoluzionaria, della Repubblica Islamica». «Prima cambiate atteggiamento», la replica di Teheran.
   L'annuncio di Pompeo ha quindi l'apparenza di un invito alla resa: la repubblica islamica è in difficoltà come non mai, i prezzi del cibo sono stati maggiorati negli ultime settimane del 50 per cento; la conferenza economica che sta per aver luogo nel Bahrain con la presenza di tutti i Paesi Arabi incluso il vecchio amico degli Ayatollah e sostenitore miliardario di svariati suoi alleati, fra cui Hamas, oltre al sostegno dell'economia palestinese e quindi del «piano del secolo» di Trump, ha come obiettivo un accordo di ferro contro l'imperialismo iraniano in Medio Oriente. Le ripristinate sanzioni americane e in parte anche europee hanno peggiorato drammaticamente l'economia ferita a morte del regime, mentre un fiume di finanziamenti seguita a correre nelle mani delle Guardie della Rivoluzione che puntano il futuro della Repubblica Islamica sulla forza incuranti della disapprovazione di parte dell'establishment: tale forza si esercita nella presenza militare e ideologica sciita in Siria (ieri di nuovo Israele ha colpito, rispondendo a due missili sparati dalla zona, obiettivi militari di certo legati all'Iran nell'area di Damasco), in Iraq, in Yemen, in Libano e naturalmente nella ricostruzione sotterranea del potere nucleare. Trump ha annunciato poco tempo fa tramite il suo consigliere per la sicurezza John Bolton il dispiegamento della portaerei Lincoln con tre destroyers e altre navi da guerra, mentre tornano in Medio Oriente una batteria di missili antiaerei Patriot e una nave anfibia carica di marines. Tutte risposte alla minaccia alle forze americane nella regione e ai suoi alleati. Gli Usa hanno anche preso molto sul serio la minaccia iraniana di far compiere un salto in avanti all'arricchimento dell'uranio per la bomba atomica dopo che gli Usa (e non l'Unione Europea) hanno cancellato l'accordo del 2015.
   Di fatto, dunque, Pompeo non si allontana proponendo l'azzeramento e un nuovo inizio dalla impostazione di Trump che vuole costringere l'Iran a rinegoziare da capo non solo il trattato ma la sua intera impostazione strategica. Ancora due giorni fa in piazza a Teheran di nuovo il regime ha trascinato una grande folla munita di pupazzi di Trump e di Netanyahu, di bandiere americane e israeliane da bruciare, mentre urlava morte e distruzione. A Beirut ieri, il capo degli hezbollah Hassan Nasrallah, ha riempito le piazze di rauche grida di minaccia avvertendo che se l'Iran verrà attaccato (e si intende o da Trump o dal suo alleato israeliano) Israele verrà colpito dalle centinaia di migliaia di missili precisi forniti dagli ayatollah. Delle parole così aggressive e dirette, seguite ieri nel giorno di Gerusalemme da scontri coi palestinesi alle Moschee in un clima sempre surriscaldato, non fanno pensare davvero che la profferta di pace di Pompeo abbia altra funzione che quella di sottolineare lo stato di tensione fra Usa e Iran, e anche fra Israele e Ayatollah e offrire alla parte debole il modo di uscirne. Sembrano una mano tesa al di sopra della paura che di certo attanaglia il cittadino iraniano prigioniero di un regime dominato dalla forza delle Guardie Rivoluzionarie e dai loro sogni islamisti di una rivoluzione mondiale in cui il Mahdi arriverà suo cavallo bianco su un cumulo fumante di rovine mondiali.

(il Giornale, 3 giugno 2019)


Nel cratere di Mitpze Ramon, in Israele, tra i segni del vero diluvio universale

A strapiombo sulla preistoria. Dalla Via dell'Incenso alla Via Lattea, dai legionari romani ai predoni del deserto.

di Fernando Gentilini

Il cratere (makhtesh) sembra senza vita, una distesa fossile di polveri e sabbie infuocate. E invece questa ferita ancora aperta sulla pelle del deserto del Negev, lunga 40 chilometri, larga fino a 10 e profonda 500 metri, nasconde sorprese a non finire. Perché non è vero che il deserto è sinonimo di morte. Il deserto è anche purezza, gioia, esplosione di vita.
   Quando nel 1951 iniziarono i lavori per la strada verso il mar Rosso, gli israeliani costruirono un campo per operai e militari proprio qui, 85 chilometri a Sud di Be'er Sheva e 150 a Nord di Elat. Un avamposto modernista a strapiombo sulla preistoria, che negli anni Sessanta si popolò di immigrati dal Nord Africa, dall'India e dall'Europa orientale.
   Mitpze vuol dire «punto di osservazione», Ramon sta per «Romani», dall'ebraico Roma'im, come venivano chiamati i legionari dell'imperatore Traiano. Dalla sommità del cratere potevi vederli avanzare lenti sulla linea dell'orizzonte: alla testa delle carovane di dromedari che all'inizio del secondo secolo della nostra era trasportavano spezie verso Roma.
   Avevano scalzato i Nabatei, che avevano inaugurato la Via dell'Incenso quattro secoli prima. Partiva dall'India, raggiungeva l'Oman e lo Yemen, e poi risaliva la penisola arabica costeggiando il mar Rosso. Fino a Petra il pericolo era il deserto, il più inospitale di tutti. Dopo c'era il rischio predoni, e il cratere rappresentava l'imboscata ideale.
   Da Petra si poteva raggiungere il porto di Gaza passando per Moa-Avdav-Haluza; oppure lungo la pista Hazeva-Zafir-Memshit, un po' più a Nord, che consentiva di caricare sale e bitume dal mar Morto. Caravanserragli, torri, stazioni e taverne furono in uso per altri tredici secoli. La sabbia li seppellì all'inizio del Cinquecento, quando i mercanti d'incenso scoprirono la rotta del Capo di Buona Speranza.
   Comunque l'unico essere umano che si riesce a immaginare da queste parti è l'Homo sapiens africano. Perché è un paesaggio ancora primordiale quello del cratere. Le prime tribù nomadi arrivarono dalle regioni equatoriali. E proseguirono da qui la migrazione verso l'Eurasia, dove sarebbe avvenuto lo scontro con i Neandertal.
   Della preistoria, in fondo al makhtesh, sono rimasti i segni: pietre liquefatte dal sole e diventate cristalli; una muraglia di ammoniti giganti a ricordare barriere coralline vecchie milioni di anni; e nel punto più basso della depressione la sorgente di Ein Saharonim, epitaffio del vero diluvio universale che forse fu quello scatenato dal Big Bang.
   Le lancette del megatempo geologico si muovono impercettibili agli umani. E quaggiù è come se si fossero fermate ai cataclismi della Genesi o dell'Esodo: con i segni di un oceano che si è ritirato, di fiumi più grandi del Nilo che hanno cambiato corso, e di montagne sprofondate per sempre con le loro immense foreste.
   Al calar del sole il paesaggio si popola di nuove creature. Spariscono capre nubiane, lucertole e avvoltoi, ed entrano in azione sciacalli, volpi rosse e topi egiziani. Anche i serpenti e gli scorpioni preferiscono l'oscurità. Ragion per cui, prima di notte, è bene rientrare a casa e dedicarsi a pensieri più alti.
   A Mitzpe Ramon le stelle sono così vicine che pare facciano parte del paesaggio terrestre. Difatti i suoi abitanti passano le sere a testa in su, scaricando l'app della mappa del cielo su tablet e telefonini. Qui lo sanno tutti che esistono ottantotto costellazioni, ciascuna con la propria mitologia. E sanno pure che il firmamento si può vedere un pezzo alla volta e che gli astri salgono e scendono rispetto alla linea dell'orizzonte...
   Scrutando la cupola celeste si capisce come mai il Centro Visitatori sul bordo del cratere sia stato dedicato a Ilan Ramon, l'astronauta israeliano scomparso nel 2003 nella tragedia della navicella Columbia: il cognome può trarre in inganno, far pensare che fosse di qui ( era nato a Ramar Gan, vicino a Tel Aviv); e invece il motivo è lo spazio-tempo che inghiotte questo luogo, e ne fa un limbo tra il Terra e le stelle.
   I deserti, di notte, fanno sempre pensare al cielo. Sarà la profondità, il silenzio, o forse saranno le misteriose corrispondenze tra le tempeste galattiche e quelle di sabbia. A Mitzpe Ramon, quand'è sera, il lontano si fa vicino, e i sentieri di luce della Via Lattea sono lo specchio di quelli spenti della Via dell'Incenso. Non c'era posto migliore per celebrare l'astronauta-pioniere, perché da qui è irresistibile la fissità del richiamo.

(La Stampa, 3 giugno 2019)


Ehi, nemici di Israele. Sapete quante vere Nakbe sono avvenute nel mondo?

Se le vittime dei massacri, delle deportazioni e delle distruzioni etniche avessero soltanto la metà delle simpatie che raccolgono i palestinesi.

Scrive «Israel Hayom» (3/5)

Ogni anno, il 15 maggio, attivisti palestinesi in tutto il mondo compiangono la nakba (catastrofe), cioè la rinascita dello Stato ebraico, con narrazioni fittizie su come gli ebrei europei "bianchi" arrivarono e colonizzarono la terra degli indigeni arabi palestinesi", scrive Hen Mazzig. "Quello che non compare mai, in questa diatriba su ciò che accadde o non accadde ai palestinesi nella loro catastrofe, sono le storie vere delle decine di milioni di persone che hanno subito genocidi, espulsioni e assimilazioni forzate (genocidi culturali) sotto l'imperialismo arabo e turco. La mia famiglia è composta da ebrei berberi (amazigh) da parte di padre ed ebrei iracheni da parte di madre. Entrambi vennero espulsi dai loro paesi, ed è per via di questa persecuzione che sono venuto a conoscenza di queste storie che non vengono quasi mai raccontate. Col tempo ho appreso che molti altri gruppi umani sono stati perseguitati, in massa, senza alcuna restituzione né alcun 'diritto al ritorno', e che la comunità internazionale stava (e sta) zitta. Perché questa doppia morale?
   Negli ultimi 150 anni, si sono verificate nakbe in nord Africa, nel medio oriente e nel Mediterraneo orientale. Fra le vittime di questi stermini di massa, in gran parte misconosciuti, vi sono assiri (300.000 dal 1914 al 1920), armeni (1,5 milioni dal 1914 al 1923), curdi (180.000 dal 1986 al 1989), greci (750.000 dal 1913 al 1920), yazidi (10.000 nel solo 2014, sconosciuti gli altri dati), sudanesi nel Darfur (300.000 dal 2003 al 2009). Fra le vittime di espulsioni e persecuzioni sfociate nell'emigrazione forzata si contano maroniti libanesi (tra 8 a 14 milioni nella diaspora e 4 milioni in Libano), cristiani assiri (15 milioni nella diaspora e in Siria), armeni sotto l'impero turco (oggi 11 milioni nella diaspora).
   Ci sono poi gli 850.000 ebrei che vennero espulsi o costretti a fuggire da nord Africa e medio oriente, così come il milione di copti che hanno lasciato l'Egitto. E dove non si ebbero espulsioni o emigrazioni forzate, si ebbero spesso vaste persecuzioni. Chi sente mai parlare, oggi, dell'assimilazione forzata di berberi, curdi e sudanesi? Dagli anni Sessanta, queste comunità hanno subito l'arabizzazione forzata nelle scuole e nelle istituzioni governative. Ad esempio, solo nel 2002 il berbero è diventato lingua riconosciuta in Algeria. Fino al 2002 il curdo era proibito in tutti i mass-media turchi. Le leggi da apartheid contro le comunità ebraiche nello Yemen imponevano che i bambini ebrei venissero tolti alle famiglie e dati ai musulmani con conversioni forzate.
   Ci sono molti altri esempi simili riguardanti le comunità ebraiche un po' in tutto il medio oriente, anche nella seconda metà del XX secolo. E fino a oggi non si è vista alcuna restituzione di nessun tipo da parte degli autori di questi crimini odiosi. Queste storie non si sentono nelle università, nei raffinati ritrovi a Londra o Parigi e certamente non su al-Jazeera, su AJ+, sulla tv turca e neanche, purtroppo, sui mass-media internazionali. In tutto il mondo, invece, si sente dire da tanti 'esperti' che il medio oriente è stato turco, arabo e iraniano sin dall'alba dei tempi. Parleranno con grande eloquenza di come questi popoli siano stati vittime dell'aggressione europea e sionista, ignorando totalmente la storia di tutti gli altri gruppi umani della regione. Armeni, georgiani, assiri, curdi, ebrei e cristiani libanesi cercarono l'indipendenza dagli imperi dominanti arabi e turchi. Prima di loro, anche greci e serbi avevano fatto lo stesso. E sì, molti di questi gruppi cercarono l'aiuto degli europei occidentali. Dal 1880 al 1923, i propugnatori del panturchismo tentarono di unificare i vari popoli turchi e furono cruciali nel rivendicare come di loro proprietà le zone che i turchi avevano conquistato da colonizzatori come l'Armenia, la Grecia e le regioni assire dell'attuale Turchia. E istigarono massacri in quelle aree non appena i gruppi soggetti al loro dominio, come greci assiri e armeni, mostrarono il minimo segno di voler perseguire l'indipendenza. I turchi si assicurarono che i curdi e gli assiri rimasti fossero sottoposti ad assimilazione forzata, ed espulsero dalla Turchia tutti i greci e gli armeni.
   Dal canto loro, i propugnatori del panarabismo rivendicavano come originarie terre arabe le regioni in cui gli arabi si erano stabiliti in forza del loro colonialismo nel Medioevo o anche più tardi. Aiutando gli inglesi a sconfiggere l'Impero ottomano, i capi arabi si misero in condizione di conquistare paesi multiculturali e perseguire i loro obiettivi imperialisti. Così, i panarabisti imposero la cultura e i costumi arabi ad assiri, berberi, maroniti e copti egiziani. Negli anni Quaranta crearono la Lega araba e cercarono di arabizzare tutto il nord Africa e il medio oriente. In realtà, tutti i popoli indigeni del medio oriente - dai curdi agli assiri agli ebrei ai maroniti, molti già decimati dagli omicidi di massa - erano presenti alla conferenza per il Trattato di Versailles e chiedevano l'autodeterminazione nazionale. Solo ebrei e armeni (gli ebrei sotto gli inglesi e gli armeni sotto i russi) riuscirono a ottenere l'indipendenza.
   Anche quest'anno - conclude Hen Mazzig - il 15 maggio innumerevoli attivisti promuoveranno campagne più o meno propagandistiche per commemorare i profughi arabi palestinesi del conflitto arabo-israeliano. Mi piacerebbe che tutte queste persone esprimessero, per i milioni di persone che erano e sono ancora realmente oppresse dalle potenze imperiali mediorientali, almeno metà della simpatia che manifestano per i palestinesi".

(Il Foglio, 3 giugno 2019)


Nel centro di Lecce rivive nel museo la città degli ebrei

Dopo secoli di oblio, e grazie alla passione di due imprenditori, si ritrovano tracce, iscrizioni, fenditure, vasche. E memoria.

di Antonio Della Rocca

 
Lecce - Museo Ebraico
Molti conoscono Lecce come la Perla del Barocco, ma non tutti sanno che il suo cuore antico custodisce le tracce di quello che, nel Medioevo, fu il quartiere ebraico della città, con la sinagoga a fare da centro gravitazionale della comunità giudaica. Rimaste per secoli nell'oblio, quelle vestigia, parte integrante della storia leccese, insieme ai lasciti messapici, greci, romani, bizantini, normanni, angioini e aragonesi, sono oggi divenute oggetto di attrazione per migliaia di visitatori ebrei provenienti non solo da Israele, ma anche dagli Stati Uniti e da tutta Europa Il Museo Ebraico (Medieval Jewish Lecce), creato nelle fondamenta di Palazzo Taurino, ad un passo dalla basilica di Santa Croce, simbolo per eccellenza del Barocco leccese, è nato dall'iniziativa privata di Michelangelo Mazzotta e Francesco De Giorgi.
   Con la consulenza scientifica del professore Fabrizio Lelli, docente di Lingua e letteratura ebraica alla Facoltà di Lettere dell'Università del Salento, e direttore del museo, è stato creato un percorso ipogeo proprio laddove si pensa sorgesse la sinagoga, cuore pulsante della giudecca. Lo sforzo imprenditoriale, scaturito dalla genuina passione per tutto ciò che può essere testimonianza delle radici storiche del capoluogo salentino, è stato apprezzato persino dall'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Zion Evrony, durante una sua visita privata nel 2016. Pare che gli ebrei siano rimasti a Lecce fino al 1541, anno in cui l'editto di Carlo V ne decretò l'espulsione dal Regno delle Due Sicilie. «Abbiamo inaugurato il museo nel maggio 2016 - ricorda Michelangelo Mazzotta - e nei due anni successivi ci sono stati 25 mila visitatori.
   Con il professore Lelli abbiamo trovato le tracce, in parte sconosciute, della presenza ebraica. Il museo, a mio avviso, è importante per diversi motivi. Serve a ricordare la damnatio memoriae di Carlo V ai danni degli ebrei, ma è anche un nuovo polo di interesse turistico per la nostra città. Inoltre, promuoviamo la cultura attraverso le rappresentazioni teatrali curate dall'attrice Giustina De Iaco». Il tour propone la visita alle vasche per l'abluzione (mikvaot ), dove avvenivano le immersioni rituali di uomini e donne nell'acqua sorgiva purificatrice. Il sottosuolo su cui sorge Palazzo Taurino, infatti, è attraversato dall'Idume, un corso d'acqua sotterraneo che affiora anche nelle fondamenta del vicino Palazzo Adorno, dove vi è l'iscrizione in ebraico tratta dalla Genesi «Questa non è altro che la casa di Dio», cui, forse, doveva seguire la frase «e questa è la porta del cielo!» di cui oggi non vi è traccia. Altra impronta lasciata sulla nuda pietra sembrerebbe l'alloggio della «Mezuzah», il foglio di pergamena contenente i primi due brani dello Shema, la preghiera della liturgia ebraica che afferma l'unicità divina, l'obbligo di studiare e di praticare la Torah (Insegnamento) ai propri figli.
   La fenditura in cui, secondo alcuni studi, veniva inserita la «Mezuzah», si trova nello stipite di una porta nell'atrio di Palazzo Taurino .. Il quartiere ebraico si estendeva nella zona più centrale della città, dove oggi si trovano piazza Sant'Oronzo, con il suo anfiteatro romano, la basilica di Santa Croce, Palazzo del Celestini, Palazzo Taurino. Significativa è la doppia toponomastica stradale in lingua italiana e in lingua ebraica in via della Sinagoga, via Abramo Balmes e vico della Saponea, quest'ultima chiaro riferimento ad una delle principali attività praticate dagli ebrei, ossia la saponificazione. Balmes, nato a Lecce in data incerta, studiò all'Università di Napoli, dove conseguì il dottorato in Medicina e Filosofia nel 1492, per concessione speciale di papa Innocenzo VIII. Negli anni successivi, con l'espulsione degli ebrei da Napoli, si trasferì a Venezia, sotto la protezione del cardinale Domenico Grimani, di cui fu anche medico personale. La «Guida al Salento ebraico», scritta a quattro mani da Fabrizio Lelli e Fabrizio Ghio, è un utile strumento per comprendere il ruolo dell'ebraismo a Lecce, nel Salento, in Europa e nel Mediterraneo, tenuto conto dell'influenza esercitata sulla vita intellettuale degli ebrei di tutta la diaspora occidentale dagli impulsi provenienti dall'estremo sud della Puglia. Restano indelebili anche le tracce del passaggio degli ebrei nel centri costieri della penisola salentina durante il secondo Dopoguerra. Si tratta, di superstiti della Shoah giunti nei campi di transito di Santa Maria al Bagno, Santa Maria di Leuca, Santa Cesarea Terme e Tricase Porto.
   L'analisi delle testimonianze di quei fatti è importante, come scrive il professore Fabrizio Lelli, «perché permette di colmare il vuoto storiografico sugli anni che vanno dalle persecuzioni anti-ebraiche dell'Europa del periodo anteriore e contemporaneo alla seconda guerra mondiale e il trasferimento degli ebrei in terra d'Israele all'indomani della conclusione del conflitto».

(Corriere della Sera, 3 giugno 2019)



Raid Israele in Siria, dieci morti

Lo riferisce l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria

E' di dieci morti il bilancio di raid aerei attribuiti a Israele nel sud-ovest della Siria, secondo quanto riferisce l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus).
L'agenzia governativa siriana Sana attribuisce a Israele la paternità degli attacchi avvenuti stanotte. Secondo la Ondus, dei dieci uccisi, tre sono soldati governativi siriani mentre gli altri sette sono stranieri, forse iraniani o miliziani libanesi.

(ANSA, 2 giugno 2019)


I Paesi islamici uniti contro il piano di pace americano

di Giordano Stabile

Paesi islamici si compattano in difesa di Gerusalemme e pongono una seria ipoteca sul piano di pace americano. Dal triplice vertice della Mecca, dove si sono riuniti il Consiglio di cooperazione del Golfo, la Lega araba e l'Organizzazione per la cooperazione islamica, è arrivato un doppio segnale a Washington. Riad ha ottenuto un fronte arabo più compatto contro l'Iran, che ha visto anche il riallineamento del Qatar. La stretta di mano fra Re Salman e il premier qatarino Abdullah bin Nasser al-Thani ha segnato il punto di svolta positiva in una crisi cominciata due anni fa. Come ha sottolineato lo stesso sovrano saudita tutte e tre gli organismi si sono mobilitati per-contrastare minacce e azioni sovversive» da parte dell'Iran, in particolare per quanto riguarda i traffici petroliferi.

 Il fronte per fermare l'Iran
  L'amministrazione Trump potrà quindi contare su un blocco coerente nel contenimento della Repubblica islamica ma questo non vale per-l'accordo del secolo» che doveva mettere fine al conflitto israelo-palestinese. Le 56 nazioni a maggioranza musulmana hanno infatti bocciato il punto più controverso della proposta formulata da Jared Kushner, cioè la cessione della sovranità su Gerusalemme a Israele. Il comunicato finale invita i Paesi islamici a «prendere misure adeguate» contro le capitali che hanno deciso di spostare la loro ambasciata nella Città Santa. L'Oic rappresenta un miliardo e mezzo di musulmani ma ha scarsi poteri. Il segnale è però importante perché è stato sottolineato da dichiarazioni di Re Salman dello stesso tenore.
  La «linea rossa» a suo tempo tracciata dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan resta tale nonostante il pressing americano. A complicare le cose a Kushner sono arrivate anche le elezioni anticipate in Israele. Fonti israeliane e palestinesi hanno fatto trapelare che la presentazione del piano è destinata a un nuovo rinvio, dopo il voto del 17 settembre. Mentre le adesioni alla conferenza economica in Bahrein, che dovrebbe lanciare a fine mese la parte finanziaria del progetto, si contano finora sulle dita di una mano. Gli ostacoli maggiori restano lo status di Gerusalemme e la questione dei rifugiati palestinesi.
  Su questo fronte è adesso il Libano al centro delle trattative. L'ex ambasciatore americano David Satterfield è a Beirut, ufficialmente per una mediazione nella disputa sui confini marittimi fra il Paese dei Cedri e Israele. Ma sul piatto c'è una offerta vantaggiosa per il Libano in cambio della concessione della cittadinanza ai circa 350 mila palestinesi. Offerte simili sono state fatte alla Giordania e all'Egitto. Con la naturalizzazione del palestinesi si risolverebbe il problema del ritorno dei profughi, che Israele non vuole.

(La Stampa, 2 giugno 2019)


Berlino, antidoto all'odio. In piazza con la kippah

Tanti politici con il copricapo ebraico in marcia con l'ambasciatore di Israele Steinmeier.

di Vincenzo Savignano

BERLINO - Migliaia di persone, e tra loro tanti politici, sono scesi ieri in piazza a Berlino con la kippah, il copricapo ebraico. In marcia a fianco all'ambasciatore d'Israele, Jeremy Issacharoff, c'erano il commissario per la lotta all'antisemitismo, Felix Klein, la deputata di Linke, Petra Pau, l'esponente dei Verdi, Volker Beck e il senatore berlinese della Spd Andreas Geisel. Un forte segnale di denuncia contro il crescente odio nei confronti degli ebrei.
   La data scelta ha coinciso con la marcia convocata nella "Giornata di al-Quds" (Gerusalemme in arabo), istituita dal capo della rivoluzione iraniana, l'ayatollah Khomeini, per protestare contro Israele alla fine del Ramadan. Un'iniziativa, questa, che si è rivelata un sostanziale flop: delle oltre duemila persone annunciate se ne sono presentate poco più di 200, fra cui anche alcuni elementi legati alla galassia fondamentalista. Il gruppo ha sfilato per il Kurfiirstendamms, la via dei negozi e dello shopping turistico della ex Berlino ovest, tra gli sguardi increduli della gente. La maggior parte delle bandiere erano iraniane. Ma c'era anche qualche drappo palestinese e tedesco. E c'erano tanti cartelli astiosi che chiedevano il boicottaggio dello Stato ebraico. Una scena paradossale, che ha attirato l'attenzione, e non poche proteste, di tanti curiosi, i quali guardavano un po' basiti i manifestanti scortati da centinaia di poliziotti. Quasi più poliziotti che manifestanti. Tutto si è svolto senza incidenti. Questo, insieme alla scarsa partecipazione è, in fondo, un segnale positivo nel clima di odio che si sta diffondendo in Germania - come nel resto d'Europa - dove l'antisionismo è ormai di fatto il veicolo più facile e utilizzabile per l'antisemitismo.
   La preoccupazione, però, resta, perché il fenomeno è in preoccupante crescita in tutto il Continente, come negli Stati Uniti. Mai come quest'anno, del resto, la manifestazione è stata preceduta da un polverone mediatico che ha coinvolto politici, analisti, rappresentanti delle comunità ebraiche e islamiche di Germania. Tutto ha avuto inizio a metà maggio quando il ministero degli Interni ha reso noti i dati della polizia federale sul numero dei reati in Germania a sfondo antisemita. «In totale nel 2018 sono stati 1.799, il 20% in più rispetto all'anno precedente. La maggior parte dei reati, il 90%, sono stati compiuti da estremisti di destra tedeschi», ha sottolineato Holger Münch il presidente del Bka, la polizia criminale federale. Immediata la reazione del mondo politico tedesco di fronte a questi numeri sconcertanti. «Non possiamo e dobbiamo sottovalutare questi dati, abbiamo il dovere di intervenire», ha commentato il ministro degli Interni, Horst Seehofer. Pochi giorni dopo, l'incaricato per la lotta all'antisemitismo Klein ha rilasciato un'intervista in cui diceva di non poter «raccomandare agli ebrei tedeschi di indossare la kippah in qualsiasi momento e in qualunque luogo della Germania». Una frase che ha sollevato fortissime polemiche da parte della comunità ebraica e non solo. E il cui eco è giunto nelle stanze del cancellierato di Berlino. «Lo Stato ha il dovere di garantire la libertà di religione e ha la responsabilità di garantire a tutti di portare la kippah», ha commentato con fermezza il portavoce del governo tedesco, Steffen Seibert. In modo analogo si è espresso il ministro degli Esteri, Heiko Maas. Felix Klein è quindi tornato sui suoi passi, invitando «ebrei e anche non ebrei a indossare la kippah come forma di protesta contro l'antisemitismo, perché l'ebraismo è un elemento fondamentale e imprescindibile della cultura europea».
   Ieri sulla questione è intervenuto Frank-Walter Steinmeier, il presidente della Repubblica federale tedesca: ha telefonato al presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, per ribadirgli che bisogna «combattere l'antisemitismo in tutte le sue forme», sottolineando il dovere dello Stato di proteggere la vita della comunità ebraica. Secondo dati non ufficiali, a Berlino c'è una delle più grandi comunità ebraiche d'Europa: tra le 30 e le 40mila persone, di cui 12mila attivi all'interno della collettività. La maggior parte vive negli storici quartieri Mitte e Prenzlauer Berg.

(Avvenire, 2 giugno 2019)


Milano, polemiche per l'evento contro Israele

Non è la prima volta che la città guidata da Giuseppe Sala ospita una manifestazione dichiaratamente schierata contro lo Stato ebraico.
Questa volta il Comune del capoluogo lombardo ha deciso di partecipare all'incontro "Tragedia palestinese nella crisi del diritto internazionale" che si terrà domani primo giugno al Centro di aggregazione CAM del Municipio 1, promosso da due liste del consiglio comunale, Milano in Comune e Milano Progressista, che fa parte della coalizione che sostiene il sindaco Sala.
A organizzarlo sono stati Progetto Palestina e movimenti filopalestinesi BDS, che hanno annunciato anche la presentazione di "Pratiche israeliane nei confronti del popolo palestinese e questione dell'apartheid", un documento già respinto dalla Nazioni Unite.
La partecipazione del Comune di Milano a questa iniziativa contro Israele ha suscitato numerose polemiche soprattutto in seno alla Comunità ebraica locale che si è detta:
"Amareggiata nel vedere che l'odio verso il popolo di Israele viene propagandato nella nostra città con convegni basati su documenti sconfessati perfino dalle Nazioni Unite. A tale amarezza, si aggiunge lo sconforto nel vedere la visione del logo del Comune accompagnare tale iniziativa, peraltro appoggiata dalle solite sigle propagatrici di odio: una tra tutte, BDS Italia. Ricordiamo a proposito di quest'ultima sigla che il Parlamento tedesco, proprio due settimane fa, a grande maggioranza ha dichiarato come le argomentazioni del movimento che vuole boicottare Israele siano antisemite. Alla luce di tutti questi fatti, chiediamo al sindaco Sala una chiara condanna di questo evento e la contestuale immediata rimozione del logo del Comune".
Già in occasione del 25 aprile scorso, durante le celebrazioni della Liberazione, la Brigata Ebraica venne pesantemente insultata da alcuni membri di associazioni filopalestinesi.
Milano città e a volte anche il Comune di Milano strizzano l'occhio agli odiatori di Israele, cercando di addossare allo Stato ebraico responsabilità che dovrebbe essere ricercate nelle leadership palestinesi.

(Progetto Dreyfus, 2 giugno 2019)



Il cantico di Maria

E Maria disse:
«L'anima mia magnifica il Signore,
e lo spirito mio esulta in Dio, mio Salvatore,
perché Egli ha riguardato alla bassezza della sua serva.
D'ora in poi tutte le età mi chiameranno beata,
perché grandi cose m'ha fatto il Potente.
Santo è il suo nome;
e la sua misericordia è d'età in età
su quelli che lo temono.
Egli ha operato potentemente col suo braccio;
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha detronizzato i potenti,
e ha innalzato gli umili;
ha colmato di beni gli affamati,
e ha rimandato a mani vuote i ricchi.
Ha soccorso Israele, suo servitore,
ricordandosi della sua misericordia,
di cui aveva parlato ai nostri padri,
verso Abraamo e verso la sua progenie per sempre».

Dal Vangelo di Luca, cap. 1 

 


A Berlino migliaia in piazza con la kippah

BERLINO - Diversi politici tedeschi e diplomatici stranieri con addosso una kippah, hanno partecipato a Berlino alla manifestazione contro l'antisemitismo organizzata dopo le polemiche sul consiglio di un funzionario di governo a non indossare il copricapo religioso ebraico per evitare aggressioni. A sfilare per il Ku'damm, la strada cuore dello shopping di Berlino Ovest, si sono dati appuntamento tra gli altri l'ambasciatore di Israele Jeremy Issacharoff ed il commissario del Governo tedesco per il contrasto all'antisemitismo Felix Klein, che con le sue parole la scorsa settimana aveva scatenato una ridda di reazioni. Il concentramento è stato in parallelo alla manifestazione annuale dei palestinesi che chiedono la restituzione di Gerusalemme alla Palestina, normalmente occasione di attacchi e di slogan antisemiti. Forse anche per la notevole presenza della polizia, non si sono registrati disordini alla manifestazione cui hanno partecipato migliaia di persone, molte delle quali con la kippah in testa.

(ANSA, 1 giugno 2019)


L’Iran mostra un bunker segreto da dove lanciare missili

La Repubblica Islamica a febbraio ha pubblicato un raro video di una fabbrica missilistica che assomiglia a una tentacolare città sotterranea, causando preoccupazioni in Occidente sui suoi sforzi in corso per rafforzare le sue capacità militari, oltre al contenzioso di vecchia data con gli Stati Uniti.
Tra le crescenti tensioni con gli Stati Uniti, l'Iran ha pubblicato un video che mostra un bunker sotterraneo pieno di armi e componenti che sembrano appartenere al sistema di missili balistici Qiam-1. Anche se il filmato è stato mostrato per la prima volta dalla televisione di stato iraniana la scorsa settimana, ha iniziato a girare su Internet solo venerdì, apparendo anche su YouTube.
Il video si apre con la vista dell'ingresso di una base sotterranea costruita in cemento armato in profondità sotto la crosta terrestre, con enormi manifesti che mostrano il capo supremo della Repubblica islamica, l'Ayatollah Ali Khamenei e il presidente Hassan Rouhani appesi a destra e a sinistra della solida porta d'ingresso di metallo.
La telecamera si concentra quindi sui membri dello staff militare che assemblano un Qiam-1, che ha una gittata dichiarata di 750 km, nella sala di lancio della struttura, che sembra essere presa a prestito da un film di James Bond. Una volta montato insieme, il missile viene lanciato dalla base e volare verso il cielo.
Nel febbraio scorso, l'Iran ha rilasciato rari filmati della sua fabbrica di missili, parte di un'intera "città sotterranea". Non è chiaro se il nuovo video sia stato girato nello stesso luogo o altrove.
Giovedì Khamenei, parlando del problema delle relazioni Iran-Stati Uniti, ha avvertito che negoziare l'aspetto militare con gli Stati Uniti non porterebbe altro che danni.
Nel frattempo, il presidente americano Trump è arrivato venerdì a Colorado Springs, per discutere della minaccia iraniana.
Ci sono stati diversi recenti scambi di minacce tra i due paesi, con gli Stati Uniti che accusano l'Iran di organizzare una serie di incidenti incluso il presunto sabotaggio di petroliere al largo delle coste degli Emirati Arabi Uniti. L'Iran ha replicato annunciando che sta rafforzando la sua capacità produttiva di uranio a basso arricchimento.
La Repubblica Islamica inoltre ha indicato a Europa e Cina il termine del 7 luglio per definire nuovi termini per un accordo nucleare, sostenendo che se non ci sarà una revisione dell'accordo nucleare, arricchirà l'uranio a livelli ancora più alti, il che permetterà all'Iran di produrre armi.
All'inizio di questo mese, gli Stati Uniti hanno introdotto più sanzioni anti-iraniane e hanno inviato il gruppo d'attacco della portaerei Abraham Lincoln, uno squadrone di bombardieri B-52 e intercettori Patriot nel Golfo per affrontare quella che Washington ha definito una minaccia crescente da parte dell'Iran.
Inoltre, Trump ha confermato che il Pentagono schiererà altre 1.500 truppe nella regione.
L'amministrazione Trump ha aumentato la pressione su Teheran dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati dal piano d'azione congiunto 2015 (PACG), noto anche come accordo nucleare iraniano, lo scorso maggio e ripristinando tutte le sanzioni contro la Repubblica islamica, per timore che il paese possa rappresentare una minaccia nucleare nella regione. Anche Israele è stato al centro dello scontro, con il primo ministro Benjamin Netanyahu, ardente oppositore dell'accordo, sostenendo nel luglio 2018 che Israele è stata responsabile della decisione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di ritirarsi dall'accordo nucleare iraniano.

(Sputnik Italia, 1 giugno 2019)


La Cina ha firmato 18 accordi di cooperazione con Israele

PECHINO - Un totale di 18 accordi di cooperazione e memorandum d'intesa (MoU) sono stati firmati tra la provincia sud-occidentale cinese del Sichuan e Israele. Lo riferisce l'agenzia ufficiale di stampa cinese "Xinhua", precisando che delegati del governo provinciale del Sichuan, istituti di ricerca e aziende hanno firmato questi accordi e MoUs con i partner israeliani alla Conferenza della Cina (Sichuan)-Israele per la Scienza, la Tecnologia e il Commercio, ospitata da Tel Aviv. Il valore degli accordi firmati nei settori dell'economia, del commercio e degli investimenti supera i 350 milioni di dollari.

(Agenzia Nova, 1 giugno 2019)


Ossa di coccodrillo trovate nel deserto israeliano

Secondo gli scienziati, l'uso del coccodrillo potrebbe essere stato molto ampio e vario nell'uso dei rituali e come un modo per dimostrare lo stato sociale.

di Federica Vitale

 
Ossa di un antico rettile trovate in un deserto israeliano
Un team di archeologi ha trovato ossa di coccodrillo nel deserto israeliano. L'incredibile scoperta è stata fatta dagli scienziati dell'Università di Haifa nella regione del Negev, un'area desertica nel sud del Paese.
  I risultati della scoperta sono stati pubblicati su Scientific Reports e il team, guidato dal professor Guy Bar-Oz, ha dichiarato che questa scoperta dimostra come una civiltà antica, probabilmente estintasi, abbia vissuto nell'area.
  Oltre alle misteriose ossa di coccodrillo, sono stati trovati resti di pecore africane, capre e antilopi. Tuttavia, i resti del rettile, che sono una scoperta unica, continuano a meritare una speciale preminenza tra i risultati.

 Una scoperta più unica che rara
  Gli scienziati non sanno come l'animale sia giunto nel deserto israeliano, ma ci sono molte teorie in merito. Ci sono quelle che suggeriscono che l'animale potrebbe essere stato portato dal fiume Nilo e utilizzato in qualche tipo di cerimonia o addirittura mangiato dalla gente del posto. "I coccodrilli erano venerati in Egitto. In epoca romana, ci sono riferimenti che ipotizzano siano stati portati a Roma e tenuti in apposite piscine con piattaforme", si legge nello studio.
  Infatti, a Manfalut, anche in Egitto, è stata trovata un'armatura romana di pelle di coccodrillo, suggerendo la possibile adozione di culti locali che coinvolgono i coccodrilli da parte dei legionari. Inoltre, un testo egiziano contemporaneo di Ateneu menziona il coccodrillo arrostito come "un piatto più delicato", indicando che l'uso di questo animale era anche culinario.
  La presenza di pelle di coccodrillo nei resti rinvenuti a Shivta, il sito archeologico del deserto del Negev, potrebbe addirittura suggerire che la pelle di coccodrillo era più usata della carne. La verità è che, secondo gli scienziati, l'uso del coccodrillo avrebbe potuto essere molto ampio e vario nell'uso dei rituali e come un modo per dimostrare lo stato sociale.

(focustech.it, 1 giugno 2019)


Kushner da Netanyahu: "Relazioni tra Usa e Israele mai così solide"

Il piano americano potrebbe essere considerato troppo sensibile per essere presentato durante una nuova campagna elettorale

di Giusy Staro

GERUSALEMME - Il genero e consigliere del presidente Usa Donald Trump, Jared Kushner, ha incontrato oggi a Gerusalemme il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, nell'ottica della presentazione del piano degli Stati Uniti per risolvere il conflitto israelo-palestinese. Kushner, che aveva fatto tappa in Marocco e Giordania prima di arrivare a Gerusalemme, era accompagnato dall'inviato di Trump per il Medioriente Jason Greenblatt. Nonché dall'inviato Usa per l'Iran Brian Hook.

 Il piano Usa per risolvere la crisi in Medioriente
  È il principale architetto del piano di pace a cui la Casa Bianca lavora da mesi. La presentazione di questo piano ha subito ritardi a causa delle elezioni legislative israeliane del 9 aprile. E i nuovi sviluppi interni in Israele, con la convocazione di nuove elezioni, sembrano poter rimettere in discussione la sua pubblicazione.

 Tensioni nel governo israeliano
  Davanti all'incapacità di Netanyahu di formare una coalizione di governo a seguito delle elezioni del 9 aprile, il Parlamento israeliano ha votato mercoledì sera a favore del suo scioglimento. Meno di due mesi dopo essere stato eletto. E i cittadini saranno così chiamati a tornare alle urne il 17 settembre.

 Relazioni solide tra Usa e Israele
  Il piano Usa potrebbe essere considerato troppo sensibile per essere presentato durante una nuova campagna elettorale. Netanyahu, che ha stretto legami vicini con Trump, durante il suo incontro con Kushner ha fatto riferimento al voto del Parlamento: "Anche se abbiamo avuto un piccolo incidente la notte scorsa, questo non ci fermerà", ha dichiarato.
  "Continueremo a lavorare insieme. Abbiamo avuto una riunione importante e fruttuosa che riafferma l'alleanza fra Stati Uniti e Israele", ha aggiunto. Kushner, dal canto suo, ha detto al suo interlocutore di apprezzare "tutti" i suoi sforzi per rafforzare le relazioni fra i due Paesi. "Non sono mai state così solide", ha affermato.

(LaPresse, 1 giugno 2019)


In Israele nuove elezioni

Dietro la crisi politica in Israele. Uno scenario estremamente complesso

di Osvaldo Baldacci

 
Il risultato elettorale era sembrato un successo oltre le aspettative per il premier israeliano uscente Benjamin Netanyahu, che aveva conquistato in modo più netto del previsto il diritto a formare una nuova maggioranza, grazie a una possibile coalizione (il Likud è arrivato a 35 seggi e l'ipotetica alleanza di centrodestra a 65 su 120 ). In Israele vige il sistema elettorale proporzionale e quindi le maggioranze di governo si formano in realtà solo dopo il voto in parlamento, ma tutto faceva pensare che i numeri conquistati nelle urne da forze politiche affini e che già avevano collaborato potessero spianare la strada facilmente a un quinto mandato da premier a Netanyahu, il quale si è distinto negli ultimi tempi per la sua intesa col presidente degli Stati Uniti Donald Trump (che negli ultimi mesi ha spostato l'ambasciata statunitense a Gerusalemme e ha riconosciuto il possesso a Israele delle Alture del Golan) e per le posizioni ferme nei confronti dei palestinesi e dell'Iran.
   Netanyahu aveva ottenuto una vittoria tutto sommato piena nonostante le difficoltà non da poco che lo avevano accompagnato nei mesi precedenti, prime fra tutte le inchieste per corruzione e frode che lo hanno visto chiamato in causa, le nuove tensioni con la Striscia di Gaza e la gestione dei rapporti con Hamas. Temi che sono stati alla base della crisi di governo che ha portato alle scorse elezioni anticipate (a novembre il ministro israeliano della difesa, Avigdor Lieberman, esponente di primo piano della maggioranza di governo, aveva dato per protesta le sue dimissioni, spiegando che la sua decisione era conseguenza appunto della tregua raggiunta con Hamas). Con il voto del 9 aprile il consolidamento del governo Netanyahu sembrava comunque cosa fatta. Il fatto che non sia andata così è forse un altro segnale delle difficoltà vissute oggi dalle democrazie occidentali, dove quasi ovunque il voto si va frammentando, rendendo sempre più difficile costruire coalizioni. In Israele poi molti partiti rappresentano in modo abbastanza preciso alcune fette della società, e questo cristallizza il voto. Netanyahu, perciò, raggiunta la scadenza temporale prevista dalla costituzione israeliana, ha rimesso l'incarico nelle mani del presidente Reuven Rivlin, il quale ha sciolto la Knesset e indetto nuove elezioni parlamentari per il 17 settembre, per una seconda tornata elettorale nello stesso anno, circostanza senza precedenti nei 71 anni di storia di Israele.
   I temi scottanti che non hanno permesso di raggiungere un accordo di governo sono molti, ma l'elemento che ha fatto saltare ogni discussione è la leva militare obbligatoria per i giovani ultraortodossi, sul quale c'è stato uno scontro aspro tra i partiti religiosi (Shas, United Torah Judaism e l'Unione dei Partiti di Destra) e ancora Avigdor Lieberman, leader del partito ultra-nazionalista di destra. L'insistenza di Lieberman a inserire nel programma il servizio militare obbligatorio anche per i religiosi ha costituito uno scoglio insuperabile. L'esenzione dalla leva per gli ebrei ortodossi è una questione storica in Israele: nel 2017 una sentenza dell'Alta corte di giustizia sollecitava il governo a individuare una soluzione, e nella primavera 2018 si era già andati vicini a una crisi perché sempre Lieberman era riuscito a far approvare una legge con l'aiuto dell'opposizione per iniziare a estendere l'obbligo militare, legge rimasta poi lettera morta.
   C'è poi la questione drammatica di Gaza, dove nell'ultimo anno tensioni e violenze sono tornate a crescere, con episodi di scontri aperti e due tregue raggiunte tra Israele e Hamas tutt'ora fragili.
   In questo contesto, le prossime elezioni aprono scenari politici complicati. Lo scontro nella destra potrebbe trovare nelle urne una resa dei conti, ma non è facilmente prevedibile a favore di chi. Difficile anche capire se da questo complesso scenario potranno trarre giovamento i rivali politici di Netanyahu. La nuova alleanza di partiti di centro e centro-destra "il Blu e il Bianco", guidata dall'ex capo di stato maggiore dell'esercito, Benny Gantz, e da Yair Lapid ha già ottenuto ad aprile un clamoroso exploit guadagnando lo stesso numero di seggi del Likud, ma non è chiaro quali margini di crescita possa avere, mentre i suoi potenziali alleati sono lontani dal poter garantire un valido supporto numerico alla maggioranza (i laburisti sono crollati a 6 seggi). Un'ipotesi che torna è quella di un governo di unità nazionale fra Gantz e Likud, ma il prezzo sarebbe l'estromissione di Netanyahu, il quale tuttavia non sembra disposto a cedere docilmente.

(L'Osservatore Romano, 1 giugno 2019)


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Israele, tutti contro Lieberman. Ma Bibi ha bisogno di lui

Scontro aperto nella destra israeliana, anche se a settembre i seggi dell'ex ministro saranno fondamentali.

di Michele Giorgio

È fatta di stracci in faccia la vigilia del «Giorno di Gerusalemme», una delle ricorrenze più attese dalla destra israeliana ( e non solo) vogliosa di ribadire, sfilando nelle strade con bandiere e intonando canti nazionalistici, l'annessione unilaterale a Israele di tutta la città.
   Nell'affollata galassia della destra israeliana lo scambio di accuse è incessante dopo il fallito tentativo del premier incaricato Netanyahu di formare un nuovo governo e la convocazione di nuove elezioni per il 17 settembre. Sotto accusa è Avigdor Lieberman, leader del partito nazionalista laico Yisrael Beitenu, "responsabile" di essersi impuntato sulla leva obbligatoria, anche per i giovani religiosi ultraortodossi, al punto da costringere Netanyahu a gettare la spugna. Il più incavolato è proprio il primo ministro: «Lieberman ha sempre sabotato il governo di destra. La sua è una ossessione. Aveva ottenuto tanto, praticamente tutto quello che voleva, ma ora se la prende con gli ultraortodossi dopo aver fatto accordi con loro per vent'anni». Netanyahu, che ha vecchi conti da regolare con il leader di Yisrael Beitenu, è convinto che il fallimento del suo tentativo sia il risultato di una vendetta politica e personale.
   E con lui si sono schierati due partiti ultraortodossi Shas e Ujt che dicono non voler mai più entrare in un governo con Lieberman. Probabilmente saranno costretti a rimangiarsi queste dichiarazioni.
   I sondaggi pubblicati nelle ultime ore dicono che non si potrà prescindere da Yisrael Beitenu: se si votasse oggi, passerebbe dai cinque seggi conquistati il 9 aprile a nove. Gli altri partiti della destra si fermerebbero tutti insieme a 57 seggi e avranno bisogno di Yisrael Beitenu per formare una maggioranza. Il sogno di Netanyahu di disfarsi di Lieberman non sembra realizzabile. I partiti ora cercano nuove alleanze capaci di spostare dalla loro parte una porzione degli elettori. Il Likud, il partito di Netanyahu, ha già assorbito il centrista Kulanu ( quattro seggi).
   Sull'altro versante, centrosinistra e partiti arabi non andrebbero oltre i 58 seggi e pertanto il laburista Avi Gab bay, il cui partito è precipitato a sei seggi il 9 aprile, ora parla di fusione con il Meretz (sinistra sionista) oppure con Blu e Bianco, il principale partito d'opposizione guidato dall'ex capo di stato maggiore Benny Gantz. Dovrebbero unirsi anche i partiti arabi, consapevoli di aver commesso un grave errore a presentarsi separati alle ultime elezioni. Ma il loro primo obiettivo sarà convincere l'elettorato palestinese in Israele ad andare alle urne, vista la bassa affluenza registrata due mesi fa.
   L'Autorità palestinese resta in silenzio, non commenta il fallimento di Netanyahu. Però a Ramallah sorridono. Dopo la delusione per la schiacciante affermazione elettorale della destra israeliana due mesi fa, il presidente palestinese Abu Mazen si augura un risultato diverso a settembre. E spera che il tonfo di Netanyahu congeli anche il piano «di pace» Usa, apertamente contestato dai palestinesi.
   Intanto si allunga la striscia di sangue palestinese. Ieri due adolescenti sono stati uccisi dal fuoco dei militari israeliani. Abdullah Gheit, 16 anni, è stato colpito a morte a Mazmouriya, tra Betlemme e Gerusalemme, mentre tentava, senza permesso, di raggiungere la Spianata di al Aqsa per la preghiera dell'ultimo venerdì di Ramadan. Un altro palestinese, un 19enne, è stato ucciso nella città vecchia di Gerusalemme dopo aver, secondo la polizia, tentato di accoltellare due israeliani.

(il manifesto, 1 giugno 2019)


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Israele e la Knesset più breve della storia, il danno di tornare alle urne

di Daniel Reichel

 
La Knesset
Con il ritorno alle urne, ad aver perso è la democrazia israeliana. Su questo punto le diverse voci da Israele, sentite da Pagine Ebraiche, sono concordi: lo scioglimento della Knesset (il parlamento israeliano), appena sette settimane dopo essere stata eletta, è un danno per il sistema paese, per le sue istituzioni, per la fiducia dei cittadini nella politica. "È stato il parlamento più breve della storia. È una sconfitta per Israele e per i suoi cittadini", la valutazione condivisa da Sergio Della Pergola, demografo e autorevole analista della politica israeliana, e da Gideon Rahat, docente di Scienze politiche all'Università Ebraica di Gerusalemme. D'accordo l'architetto David Cassuto, già vicesindaco di Gerusalemme, per cui però - a differenza di Della Pergola - il grande responsabile di questa crisi politica è "quell'esemplare che ha sempre fatto parte della coalizione di Netanyahu e ora ha deciso di affossarlo: Avigdor Lieberman". Per Cassuto la scelta di Lieberman - leader di Israel Beitenu, - cui 5 seggi sarebbero serviti a Netanyahu per avere la maggioranza alla Knesset (65 seggi) - è stata dettata da opportunismo e il tema della coscrizione dei haredim è una falsa questione: "la legge per cui Lieberman ha dato battaglia e che voleva introdurre sulla leva obbligatoria per i giovani haredim (ultraortodossi) non avrebbe spostato nulla. Sono già in aumento i religiosi che vanno nell'esercito e la situazione è molto cambiata rispetto a 20 anni fa. Lieberman voleva semplicemente ostacolare Netanyahu e presentarsi come alternativa". Di diverso avviso Raphael Barki, presidente del Comitato per gli Italiani all'Estero (Comites) in Israele, che nelle posizioni espresse dal leader di Israel Beitenu vede "serietà e coerenza. A Lieberman va dato atto di aver rispettato gli impegni presi nei confronti del suo elettorato. Inoltre quanto accaduto porta l'attenzione su di un tema troppe volte confuso fuori da Israele: destra e sinistra qui hanno significati diversi e più complessi. La divisione semplicistica tra religiosi di destra e laici di sinistra è distorta: Lieberman ha preso le parti dei laici, ma è portatore di un messaggio nazionalistico, anche dal punto di vista territoriale (annessione dei Territori) che certo non è definibile come di sinistra".
  "Il problema non è destra o sinistra - la posizione di Della Pergola, professore emerito dell'Università Ebraica di Gerusalemme - ma l'assoluta imposizione di un uomo, Netanyahu, che pensa che ci sia una sola formula possibile per Israele: un governo presieduto da lui. Non ha dato la possibilità al presidente Rivlin di trovare un'alternativa ma è corso a sciogliere il Parlamento e così lui, e non Lieberman, costringe un intero paese a tornare alle urne". Se non Netanyahu chi altro? Non vedo nessuno altro che possa guidare il paese", la risposta (indiretta) di Cassuto. Per Della Pergola invece c'erano ancora tante opzioni sul tavolo ed inconcepibile che non siano state prese in considerazione: "si poteva tranquillamente dare la possibilità a un altro membro del Likud (il partito di Netanyahu) di provare a formare il governo. E invece verranno spesi milioni di shekel per nuove elezioni, milioni che sarebbero serviti per la sanità, per l'educazione, per i trasporti. Per i problemi reali. Siamo alla dittatura di un uomo solo al comando che non ha né alleati né associati ma ha tre inchieste all'orizzonte da cui vuole salvarsi". Simile ma meno duro il giudizio di Rahat, consulente dell'Israel Democracy Institute: "per Netanyahu tutto questo è sicuramente un fallimento. E il costo più grave, a parte quello economico, è quello per la democrazia: molti israeliani mettono sempre più in dubbio la fiducia nelle istituzioni politiche. Dicono, 'io sono andato a votare, vi ho dato la mia legittimazione e voi non sapete fare altro che riportarmi a votare'. A settembre molti potrebbero decidere di disertare le urne. E in più in questo spazio che ci divide dal voto Israele rischia di apparire indebolita e nemici come Hamas e Hezbollah potrebbero schiacciare sull'acceleratore per metterla alla prova". Rispetto alla disaffezione politica e a un possibile aumento dell'astensionismo c'è chi è d'accordo, come Daniela Fubini - firma di Pagine Ebraiche - e chi no, come Barki. "Ho sentito già diverse persone dire 'io a settembre non vado a votare'. Non è un dato statistico ma comunque un segnale inquietante", afferma Fubini. Per Barki invece l'elettorato israeliano "prenderà atto di quello che è successo e cercherà di rinforzare i partiti maggiori. Non credo che gli israeliani diserteranno anzi, penso che andranno a votare più convintamente, sentiranno che il proprio voto avrà un peso ancor più decisivo".
  Ora prenderanno il via altri tre mesi di campagna elettorale che, sottolinea Astorre Modena, tra i fondatori del fondo di venture capital Terra Venture Partners, "non faranno bene al paese, portando ritardi e incertezze in molti settori". "Economicamente il paese sta bene, e molto lo deve al settore privato estremamente imprenditoriale, - spiega Modena - ma ci sono diverse criticità a cui solo un governo stabile può rispondere. Negli ultimi 20 anni non sono state praticamente prese decisioni a lungo termine, l'infrastruttura del paese non è così sviluppata e serve una visione sul lungo periodo". Per Modena ci sono diversi punti a cui si deve dare risposta il prima possibile: "l'alto tasso di disoccupazione di alcuni settori della società, haredi e arabi in primis, e l'aumento delle diseguaglianze sociali. Il carovita: anche la classe media in Israele ha difficoltà a chiudere il mese; per le nuove generazioni è quasi impossibile comprare casa; non è pensabile che paesi che dovrebbero essere molto più cari del nostro alla fine non lo siano. E basta con i monopoli che riducono il potere d'acquisto". Altro punto per Modena importante "l'investimento in infrastrutture, in particolare sul trasporto pubblico. I dati Ocse ci dicono che in Israele abbiamo una produttività molto bassa e uno dei fattori è proprio il tempo che si perde negli spostamenti". Il suo auspicio è che si superino le differenze tra i partiti e che arrivi a un governo di unità nazionale che dia una risposta a questi problemi e lo faccia con progettualità. "La cosa migliore sarebbe che Bibi Netanyahu si facesse da parte. Lo ringraziamo per quello che ha fatto ma serve una nuova leadership, anche all'interno del Likud. Un governo più ampio, di unità nazionale, con Kachol Lavan non sarebbe ostaggio dei partiti più piccoli e potrebbe focalizzarsi sulle questioni che ho citato".
  "Sarà interessante vedere come i partiti gestiranno questi pochi mesi di campagna elettorale - sottolinea Fubini - Se manterranno le stesse liste, se recupereranno gli errori evidenti nella campagna precedete, magari se introdurranno una presenza femminile maggiore (come auspicato dal Presidente Reuven Rivlin) o se non sarà una priorità. Comunque trovo incredibile che un primo ministro in pectore che non riesce a formare un governo possa legalmente scartare l'ipotesi di affidare ad altri questo compito, quand'anche all'interno del suo stesso partito, e possa invece portare il paese alle elezioni anticipate". Elezioni da cui "si sa come ci entri ma non sai come ne esci", sottolinea Della Pergola. I partiti intanto hanno iniziato a formulare ipotesi di accordi, nuove strategie e così via: Netanyahu, sottolinea Della Pergola, cercherà di attirare i voti di quei partiti di destra che sono rimasti fuori a questa tornata (quello di Moshe Feiglin e quello di Ayelet Shaked - che potrebbe unirsi proprio al Likud - e Nafali Bennett). "In questo e solo in questo sono d'accordo con Bibi: è finito il tempo dei partitini", sottolinea il demografo. Ma non è sicuro che gli elettori la pensino allo stesso modo. "Dovremmo cercare di superare questa estrema personalizzazione della politica. Un problema che Israele condivide con l'Italia - afferma Rahat - Dovrebbero tornare al centro i partiti e i processi democratici al loro interno e non i volti dei singoli politici, Netanyahu, Gantz o chi per loro. In questo modo sarebbe più facile parlare della sostanza e non della forma".

(moked, 31 maggio 2019)



Hamas ringrazia l'Iran per i missili forniti e minaccia Tel Aviv

Il leader di Hamas, Yahya Sinwar, parlando a una folla di invasati palestinesi ha ammesso candidamente che una parte dei missili usati nell'ultimo grande attacco a Israele è stato fornito da Teheran.

Non è certo una novità, ma è la prima volta che il capo di Hamas ammette apertamente di ricevere armi dall'Iran con l'obiettivo di attaccare Israele, e non è una cosa da poco perché nei fatti autorizza Israele a prendere le necessarie misure difensive direttamente contro Teheran.
«Nel prossimo confronto con Israele, polverizzeremo Tel Aviv con il doppio della forza usata durante l'operazione Protective Edge» ha detto Yahya Sinwar durante un discorso per il cosiddetto "giorno di Al-Quds".
Poi ha ringraziato Teheran per i missili forniti ad Hamas. «Nell'ultimo confronto abbiamo usato alcuni missili che provenivano dall'Iran, mentre altri sono stati fabbricati localmente» ha detto il capo di Hamas precisando che «Beer-Sheva è stata attaccata con un razzo Grad che pesa 40 kg, Tel Aviv è stata colpita con un razzo Fajr-5 iraniano e con razzi fabbricati localmente».
Infine ha ringraziato apertamente l'Iran criticando contemporaneamente i paesi arabi per aver abbandonato i palestinesi. «Senza il sostegno iraniano la resistenza palestinese non avrebbe raggiunto queste capacità. La nostra nazione (i paesi arabi n.d.r.) ha rinunciato a noi nel momento più difficile, ma l'Iran continua ad aiutarci con la conoscenza e le attrezzature militari» ha detto Sinwar.
Poco prima il capo della Jihad Islamica, Ziad Nakhaleh, parlando con la TV libanese Al-Manar, collegata a Hezbollah, aveva detto che il gruppo terrorista alle dirette dipendenze di Teheran era in grado di lanciare oltre mille missili al giorno su Israele per un mese intero.

 Un brutto momento per Israele
  Le minacce di Hamas e della Jihad Islamica arrivano in un brutto momento per Israele dove per la prima volta non si è riusciti a comporre un governo e per questo si è costretti a tornare a votare a settembre.
Naturalmente tutto il sistema continua a funzionare regolarmente, ma se ci fosse bisogno di prendere decisioni importanti riguardo a un eventuale conflitto con i terroristi che infestano Gaza o addirittura con l'Iran, sarebbe molto più facile se ci fosse un Governo legittimato e non un esecutivo provvisorio.
Ed è forse anche per questo che i leader terroristi sono venuti così apertamente allo scoperto ammettendo apertamente il sostegno fornito loro da Teheran. Forse con un Governo provvisorio a Gerusalemme ritengono che Israele non potrà "programmare" un conflitto difensivo di vaste proporzioni.

(The World News, 1 giugno 2019)


Il diritto di votare

di Gadi Polacco

Non sarà un mio problema scegliere chi votare al ballottaggio che, anche a Livorno, si terrà il 9 giugno: infatti non potrò esercitare il mio diritto, e così ogni ebreo osservante che voti in una città chiamata al secondo turno, in quanto il giorno destinato a decidere le sorti di varie municipalità coincide con la festività ebraica di Shavuoth (Pentecoste) nella quale, alla pari del Sabato, alcune attività non vengono compiute e in queste, per vari motivi, ricade anche il voto.
Ringrazio l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane per aver preso con attenzione la mia nota e aver interessato il Ministero dell'Interno, per ricercare possibili soluzioni, il quale in sintesi ha fatto rilevare che la scelta delle date delle amministrative discende necessariamente, per via dell'accorpamento delle consultazioni, dalla data scelta, a livello europeo, appunto per le elezioni UE.
Di conseguenza, essendo previsto che due settimane dopo (solo di domenica), si tengano i ballottaggi si arriva al 9 giugno e modifiche nei giorni e negli orari non sarebbero possibili, in quanto richiederebbero atti di legge che richiedono tempi lunghi.
Insomma, il diritto-dovere costituzionale al voto salterà per dei cittadini, con buona pace anche della legge delle Intese tra Stato e Unione delle Comunità Ebraiche che sancisce che si tenga conto delle festività ebraiche.
Il groviglio normativo andrà studiato e, a difesa di un principio che da ebreo e liberale trovo superiore, cercherò di portare avanti legalmente, in sede nazionale ed europea, la questione, grato a quanti volessero interessarsi e pronto, ovviamente, a collaborare qualora fosse, come riterrei opportuno, l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane ad attivarsi in tal senso.
Appare chiaro che in qualche sede, europea (nella quale l'Italia ha comunque voce in capitolo) o italiana, qualcosa non ha funzionato, causando un danno all'essenza di una democrazia occidentale compiuta.
Intanto, buon ballottaggio a chi potrà votare…

(moked, 31 maggio 2019)


Sull’argomento è tornato il Corriere Fiorentino, che ha pubblicato la lettera che segue.


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«Il 9 giugno noi ebrei costretti a non votare»

«Non sarà un mio problema chi votare al ballottaggio». Comincia così il j'accuse di Gadi Polacco, consigliere della comunità ebraica di Livorno che denuncia l'astensione forzata. Il 9 giugno, giorno del nuovo voto, coincide con Shavuoth, la Pentecoste ebraica: due giorni durante i quali gli ebrei osservanti si astengono da qualsiasi atto creativo, tra cui scrivere. La lettera di Polacco è stata portata anche all'attenzione del Viminale. (L.L.)

(Corriere fiorentino, 1 giugno 2019)


Parlare di “j’accuse” e “astensione forzata” in riferimento a un ballottaggio è un po’ sopra le righe e può spingere il lettore a reagire in modo classico: “ma che vogliono questi ebrei!”. Il titolo della lettera sembra fatto apposta per favorire una simile reazione. Attenzione quindi. M.C.


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