|
Notizie 1-15 giugno 2026
Il mondo tira un sospiro di sollievo, ma molti ebrei non lo fanno
Né Hamas né Hezbollah sono scomparsi. Il regime iraniano è ancora al potere a Teheran, con la stessa ideologia che ha provocato il 7 ottobre
di Guy Katz *
Donald Trump annuncia una svolta diplomatica, nel giorno del suo ottantesimo compleanno. I mercati reagiscono con sollievo. Il prezzo del petrolio scende. I commentatori parlano di allentamento delle tensioni, di buon senso, di una possibile fine della più pericolosa escalation in Medio Oriente degli ultimi anni.
Il mondo tira un sospiro di sollievo.
Molti ebrei no.
Non perché non desiderino la pace. Ma perché hanno imparato a distinguere tra un accordo di pace e una tregua. E perché hanno osservato attentamente ciò che è realmente accaduto questo fine settimana.
• Attacco con droni esplosivi
Poche ore prima della firma prevista, Hezbollah aveva attaccato il nord di Israele con droni esplosivi. L'esercito israeliano ha reagito con attacchi contro obiettivi nella periferia di Beirut. Una reazione a un attacco, nient’altro.
Il presidente americano, dal canto suo, ne ha fatto una questione pubblica, destinata alla stampa mondiale, rivolgendosi al suo alleato più importante nella regione, dicendo che Netanyahu ha una «capacità di giudizio di merda», e si è chiesto perché mai, di grazia, Bibi avrebbe dovuto «lanciare un maledetto attacco».
Si può pensare di Netanyahu quello che si vuole, ma la scena mostra qualcosa che va oltre una persona: il diritto di Israele di difendersi da un attacco con i droni è diventato quel giorno una merce di scambio, un ostacolo a un punto all’ordine del giorno.
Scrivo queste righe a Monaco. A migliaia di chilometri da Gerusalemme, Beirut o Teheran. Eppure anche qui sentiamo ogni decisione politica in Medio Oriente. Non solo emotivamente: in modo del tutto pratico.
• Le conseguenze di una guerra
Perché le conseguenze di una guerra tra Israele e i suoi nemici non si fermano più ai confini di Israele.
Si riversano sulle strade europee.
Nelle università.
Sui social network.
Nelle scuole ebraiche.
Nelle menti dei nostri figli.
Chi scrive regolarmente online su questi temi conosce lo schema: ogni titolo su Israele scatena un'ondata di commenti, spesso in post che non hanno nulla a che vedere con l'argomento, da account che improvvisamente dedicano moltissima attenzione a un unico tema. Alcuni di questi vanno presi sul serio. Io stesso in passato ho ricevuto minacce di morte, le autorità sono riuscite a rintracciarne una parte fino in Germania. Non si tratta di un fenomeno astratto di cui si discute nei talk show. È parte della nostra vita quotidiana.
Ecco perché molti ebrei guardano agli ultimi sviluppi ponendosi una domanda diversa rispetto alla maggior parte dei commentatori internazionali.
Non: la guerra è finita?
Ma: siamo più al sicuro adesso?
La risposta a questa domanda è decisamente meno ottimistica.
Perché né Hamas né Hezbollah sono scomparsi. Il regime iraniano è ancora al potere a Teheran, con le stesse Guardie Rivoluzionarie, le stesse infrastrutture, la stessa ideologia che ha portato al 7 ottobre. E la stessa Teheran ha formulato nuove condizioni già la sera dell’annuncio. Non è certo il tono di un regime che ha rinunciato ai propri obiettivi strategici.
Naturalmente la diplomazia può essere necessaria. Naturalmente la guerra può e deve essere solo l’ultima risorsa, e naturalmente le guerre devono finire prima o poi. Nessuno desidera un’escalation militare permanente. Meno che mai quegli israeliani che da mesi prestano servizio di riserva o le cui famiglie sono state evacuate dal nord del Paese.
• Dubbi legittimi
Ma la vera domanda è: cosa è stato risolto?
Gli accordi attuali garantiscono soprattutto una cosa: tempo. Tempo per i negoziati, per la diplomazia internazionale, per i successi politici, forse persino per la ripresa economica.
Ma garantiscono anche la sicurezza?
Proprio nel nord di Israele i dubbi rimangono fondati. Da mesi Israele cerca di impedire che Hezbollah si insedi nuovamente a ridosso del confine. Migliaia di israeliani non hanno potuto quindi tornare alle loro case. Se l’accordo, come indicato nelle prime bozze, dovesse effettivamente prevedere un ritiro delle truppe israeliane dal Libano meridionale senza che venga contemporaneamente imposta una smilitarizzazione permanente della regione, allora la preoccupazione centrale rimane: cosa impedisce che la storia si ripeta? Israele ha già lasciato il sud del Libano una volta, nel 2000. Quello che è successo dopo è noto.
• Una prospettiva fraintesa
Anche per quanto riguarda il programma nucleare iraniano rimangono aperte alcune questioni. Gli ultimi due decenni hanno dimostrato quanto sia difficile limitare in modo duraturo le ambizioni strategiche della Repubblica Islamica solo attraverso accordi. Quasi ogni accordo è iniziato con la speranza di una soluzione a lungo termine. Nessuna di queste speranze ha finora portato a un cambiamento fondamentale del regime. E una bomba iraniana, se un giorno dovesse arrivare, non sarebbe solo un problema israeliano, ma il segnale di partenza per una corsa agli armamenti che andrebbe da Riyadh ad Ankara.
Forse è proprio questo a spiegare lo scetticismo di molti ebrei in tutto il mondo.
Infatti, mentre gli osservatori internazionali parlano soprattutto di prezzi del petrolio, mercati e stabilità geopolitica, gli ebrei spesso guardano alla situazione con occhi diversi. Non si chiedono se i titoli dei giornali di domani saranno più rassicuranti. Si chiedono se i loro figli vivranno più al sicuro tra cinque anni.
Questa prospettiva viene spesso fraintesa. Chi esprime dubbi su un accordo viene rapidamente considerato un nemico della pace. Eppure è vero il contrario. Proprio chi vuole la pace deve poter chiedere se siano state effettivamente create le condizioni per ottenerla.
• Prossima escalation
La storia di Israele è piena di cessate il fuoco che sono stati celebrati come una svolta e che in seguito si sono rivelati solo una pausa in attesa della prossima escalation. Per questo motivo, a molti risulta difficile unirsi al sollievo generale, soprattutto quando tale sollievo si basa principalmente sul prezzo del petrolio e su una foto di compleanno scattata alla Casa Bianca.
Forse questo accordo funzionerà. Forse creerà davvero una nuova realtà politica. Non resta che sperarlo.
Ma la speranza da sola non è mai stata una strategia di sicurezza in Medio Oriente.
I prossimi anni mostreranno se stiamo assistendo all’inizio di un ordine più stabile. O semplicemente all’inizio del prossimo conto alla rovescia.
Il mondo tira un sospiro di sollievo.
Molti ebrei non lo fanno.
* L’autore è professore universitario e cofondatore dell’iniziativa di Monaco «Run for their Lives».
(Jüdische Allgemeine, 15 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Le prime reazioni in Israele all’accordo tra Trump e Iran
di Maurizia De Groot Vos
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato ieri sera che «l’accordo con l’Iran è stato concluso», dichiarando l’apertura immediata dello Stretto di Hormuz e la revoca del blocco navale americano nella zona. La cerimonia ufficiale della firma si terrà il 19 giugno in Svizzera.
Dopo l’annuncio di Trump, l’agenzia di stampa iraniana “Fars” ha riferito che l’Iran ha annullato i negoziati a seguito dell’attacco israeliano di ieri nel quartiere di Dahiya, e si è persino preparato ad attaccare Israele. Tuttavia, a seguito delle concessioni dell’ultimo minuto offerte da Trump – tra cui il mantenimento dell’integrità territoriale del Libano, il ritiro di Israele dal confine libanese e l’immediata revoca del blocco navale – l’Iran si è convinta a rinunciare all’attacco.
L’agenzia di stampa iraniana “Mehr” ha pubblicato ieri sera i dettagli della bozza del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, sostenendo che uno dei punti prevede «la cessazione definitiva e immediata della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano».
Per il momento, il testo del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran non è stato pubblicato ufficialmente, e tutte le notizie sul suo contenuto provengono da fonti iraniane.
Israele ha già chiarito ufficialmente il 12 giugno, in un comunicato del primo ministro Benjamin Netanyahu, di non essere parte del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran
Alti funzionari politici israeliani esprimono grave preoccupazione per le notizie iraniane, secondo cui l’attacco missilistico iraniano contro Israele sarebbe stato annullato dopo che Trump, come detto, avrebbe assicurato all’Iran che Israele si sarebbe ritirato dal Libano e che l’integrità territoriale del Libano sarebbe stata preservata. Secondo loro, Israele ha già chiarito ufficialmente il 12 giugno, in un comunicato del primo ministro Benjamin Netanyahu, di non essere parte del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran. In questo contesto, a Gerusalemme si oppongono in questa fase a qualsiasi clausola che tratti della fine dei combattimenti e del ritiro dal Libano, se non nell’ambito di accordi diretti con il governo libanese.
Le fonti aggiungono che Israele è vincolato esclusivamente a quanto concordato nell’ultimo ciclo di negoziati tra Israele e Libano, tenutosi il 4 giugno, riguardo all’attuazione del cessate il fuoco e al progresso verso la creazione di “zone pilota” in cui l’esercito libanese assumerà il controllo, senza la presenza di Hezbollah. È stato inoltre concordato che Hezbollah avrebbe cessato il fuoco e che tutti i suoi militanti si sarebbero ritirati dalla zona a sud del fiume Litani.
Secondo loro, l’Iran sta cercando di consolidare la formula dell’“unità dei fronti” attraverso il memorandum d’intesa con gli Stati Uniti, ma ciò non è accettabile per Israele, e gli Stati Uniti commetterebbero un grave errore se lo accettassero.
Alti funzionari della sicurezza ritengono che l’Iran e Hezbollah non siano disposti a permettere a Israele di plasmare una realtà che escluda il Libano dall’equazione dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, o che ne comprometta la posizione in tale contesto.
A loro avviso, il governo libanese ufficiale è molto preoccupato dalla possibilità che l’Iran rafforzi, attraverso il memorandum d’intesa, la posizione di Hezbollah in Libano. L’inclusione di una clausola relativa al Libano nel memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran dà slancio a Hezbollah e compromette gli sforzi di Israele e del governo libanese volti a indebolire la posizione dell’organizzazione terroristica nel Paese e a disarmarla.
Ciò potrebbe mettere a rischio la partnership in materia di sicurezza che si sta delineando tra Israele e il governo libanese nell’ambito dei negoziati diretti in corso a Washington, volti a riportare la calma al confine comune e a promuovere un accordo di pace tra i due paesi.
(Rights Reporter, 15 giugno 2026)
........................................................
Turchia e Arabia Saudita progettano una linea ferroviaria che bypassa Israele
Una nuova linea ferroviaria dovrebbe collegare la Turchia e l'Arabia Saudita e rafforzare le relazioni commerciali, aggirando Israele. La ferrovia dell'Hejaz come modello.
RIAD – L'Arabia Saudita e la Turchia hanno firmato una dichiarazione d'intenti sul potenziamento del trasporto ferroviario. Vogliono collaborare maggiormente nei settori della tecnologia ferroviaria e dello sviluppo. Sebbene ci siano ancora questioni aperte riguardo al tracciato, al calendario e al finanziamento, il progetto segue il percorso della storica ferrovia dell’Hedschas, ha scritto lunedì la «Railway Gazette». E aggirerebbe così Israele.
Secondo quanto riportato, i due paesi hanno firmato il memorandum d’intesa la scorsa settimana a Riad. Lì il ministro dei Trasporti saudita Saleh bin Nasser Al-Jasser ha ricevuto il suo omologo turco Abdulkadir Uraloğlu (AKP). La cooperazione tra i due paesi «è molto importante per noi», ha dichiarato Uraloğlu alla stampa. «Dopo le guerre che hanno avuto luogo nella nostra regione, siamo d’accordo sul fatto che debbano essere create vie di trasporto alternative».
Il percorso dovrebbe collegare Gaziantep, nel sud-est della Turchia, alla città saudita di Medina, passando per Aleppo e Damasco in Siria e Amman in Giordania. Segue così il tracciato della storica ferrovia dell’Hejaz. Solo ad aprile Turchia, Siria e Giordania hanno firmato un memorandum in tal senso.
È previsto anche un prolungamento della linea verso l’Oman, ha scritto mercoledì il sito di notizie israeliano «Times of Israel». Con la creazione di un corridoio nord-sud si creerebbe un’alternativa allo Stretto di Hormuz. Lo stretto è chiuso dall’inizio della guerra con l’Iran alla fine di febbraio, con ripercussioni tangibili sul commercio mondiale.
• Ankara: limitare l’influenza di Israele
Secondo quanto riportato dal sito di notizie turco «Türkiye Today», il ministro del Commercio Ömer Bolat ha elogiato il progetto. Esso porterà «prosperità, pace e stabilità» in Medio Oriente, ha affermato il politico dell’AKP. Inoltre, la cooperazione potrebbe contribuire a ridurre l’influenza di Israele nella regione.
Nel settembre 2023, Israele e gli Stati Uniti avevano annunciato la creazione di un corridoio commerciale che avrebbe dovuto collegare l’India al Medio Oriente e, attraverso Israele, all’Europa. Tra le altre cose, anche lì si sarebbe dovuto potenziare il trasporto ferroviario. Il progetto dipendeva tuttavia dalla firma di un accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele, scrive il “Times of Israel”.
Con il massacro di Hamas del 7 ottobre 2023, i negoziati con lo Stato del Golfo si sono allontanati. Riyad aveva dichiarato che avrebbe aderito agli Accordi di Abramo solo se fossero stati compiuti passi irreversibili verso la creazione di uno Stato palestinese. Il governo del primo ministro Benjamin Netanyahu, tuttavia, respinge questa richiesta. Uno Stato palestinese rappresenterebbe una «minaccia esistenziale» per Israele, ha affermato il leader del Likud nel novembre 2025. (mw)
(Israelnetz, 15 giugno 2026)
........................................................
Da Tel Aviv una moneta fatta di bucce e pomodori
Nel quartiere Shapira, nel sud di Tel Aviv, una moneta locale circola regolarmente tra orti urbani, panificatori, artigiani e famiglie e nasce dagli scarti alimentari.
di Shira Navon
Si chiama Lira Shapira e rappresenta una delle esperienze più originali di economia comunitaria sviluppate in Israele negli ultimi anni. Il meccanismo è semplice quanto ingegnoso. I residenti raccolgono gli scarti organici prodotti in casa, li pesano e li depositano nei contenitori distribuiti nel quartiere. Per ogni chilogrammo ricevono una “lira”, una sorta di buono che può essere utilizzato per acquistare verdure biologiche, pane artigianale, oli, saponi e altri prodotti realizzati da piccoli produttori locali.
Dietro questa iniziativa non c’è soltanto una sensibilità ecologica. C’è un tentativo concreto di ricostruire legami sociali in una zona di Tel Aviv che per decenni è stata considerata periferica, trascurata e lontana dall’immagine scintillante della città delle startup. Shapira si trova infatti oltre il cavalcavia che separa il centro finanziario dai quartieri popolari del sud. Qui convivono israeliani nati nel Paese, immigrati provenienti dall’ex Unione Sovietica, ebrei bukhariani, lavoratori stranieri, rifugiati africani, famiglie religiose e laiche.
Ogni due settimane il giardino comunitario Tel Hubbes si trasforma in un piccolo mercato. Le persone arrivano con le loro lire di carta, raccolgono pomodori, cetrioli, zucchine e altri ortaggi coltivati sul posto, incontrano i vicini, acquistano prodotti locali e trascorrono qualche ora insieme. In un’epoca in cui molte relazioni sociali si svolgono davanti a uno schermo, il progetto ha riportato nello spazio pubblico una forma concreta di comunità.
L’iniziativa coinvolge oggi circa 300 famiglie e produce tra cinque e dieci tonnellate di rifiuti organici ogni mese. Una parte significativa del compost utilizzato dall’orto proviene proprio da questi scarti. Il risultato è un ciclo quasi completo nel quale ciò che normalmente finirebbe in discarica ritorna a essere una risorsa.
L’idea è nata sette anni fa grazie a Perry Samnon, che ha preso spunto da esperienze internazionali di economia circolare. Con il tempo il progetto è diventato un modello osservato da altre città israeliane. A Haifa è nato ShtarGalim, ad Harish si sta sviluppando Lish Harish, mentre nel kibbutz Tziv’on prende forma AsimonTziv’on. A Beersheva un gruppo di attivisti ha lanciato Groo-v, un nome che richiama contemporaneamente il vecchio grush, la piccola moneta israeliana, e l’iniziale della città.
La forza di queste esperienze sta nella fiducia. Nessun ispettore controlla il contenuto dei sacchi. I residenti registrano autonomamente il peso dei rifiuti e ricevono il corrispettivo in valuta locale. Il sistema funziona grazie alla partecipazione volontaria di decine di persone che si occupano dei contenitori per il compost, della manutenzione dell’orto e dell’organizzazione del mercato.
Israele è spesso raccontato attraverso la guerra, la politica e le crisi regionali. Tutto questo esiste e occupa inevitabilmente una parte enorme della vita pubblica del Paese. Esiste però anche un altro Israele, fatto di cittadini che sperimentano soluzioni pratiche ai problemi quotidiani, trasformando un terreno abbandonato in un giardino produttivo e gli scarti della cucina in uno strumento di coesione sociale.
In un angolo del sud di Tel Aviv, le bucce di verdura e i fondi di caffè hanno acquisito un valore economico. Ancora più importante, hanno acquisito un valore umano.
(Setteottobre, 15 giugno 2026)
........................................................
Non posso cambiare il passato, ma posso cambiare il futuro»: storia della pronipote di gerarchi nazisti che combatte l’antisemitismo
Porta al collo una collana con la parola ebraica “Tikvah”, speranza. Eppure la sua storia familiare affonda le radici nell’orrore della Shoah. Quando Anna-Suzette Pfeiffer ha scoperto che il nonno lavorò nel campo di sterminio e che due bisnonni parteciparono alla macchina di morte nazista, ha deciso di non voltarsi dall’altra parte. Oggi, a 23 anni, è impegnata nella difesa della memoria dell’Olocausto e nella lotta contro l’antisemitismo. Una storia di coraggio, consapevolezza e responsabilità che dimostra come il passato possa essere affrontato senza esserne prigionieri.
di Marina Gersony
C’è un vecchio detto che attraversa i secoli e le culture: le colpe dei padri non devono ricadere sui figli. Eppure la storia, spesso, è più complicata dei proverbi. Perché se la responsabilità morale non si eredita, la memoria sì. E con essa il peso delle domande, dei silenzi, delle ferite lasciate aperte dalle generazioni precedenti.
È il paradosso che accompagna molti discendenti dei protagonisti delle pagine più oscure del Novecento. Nessuno sceglie la famiglia in cui nasce. Nessuno è responsabile dei crimini commessi dai propri antenati. Ma quando il passato irrompe nel presente con tutta la sua forza, ignorarlo diventa impossibile.
La storia di Anna-Suzette Pfeiffer è una di quelle vicende che costringono a riflettere sul rapporto tra colpa, memoria e responsabilità.
Ha 23 anni, vive in Germania e porta al collo una collana d’oro con una sola parola in ebraico: “Tikvah”, speranza. Un simbolo che racchiude il senso del suo percorso personale. Perché Anna-Suzette non è ebrea. Anzi. La sua storia familiare affonda le radici proprio nell’universo che contribuì a rendere possibile la Shoah.
Attraverso anni di ricerche negli archivi storici, la giovane donna ha scoperto una verità sconvolgente. Suo nonno lavorò ad Auschwitz ed ebbe un ruolo nella gestione di alcune infrastrutture del campo. Ancora più difficile da accettare è stato ciò che ha scoperto sui suoi bisnonni: due di loro furono direttamente coinvolti nell’apparato nazista. Uno contribuì alla realizzazione delle camere a gas e delle recinzioni elettrificate di Auschwitz. Un altro, membro delle SS, partecipò alle persecuzioni e alle uccisioni di ebrei e partigiani nei Paesi Bassi.
Per molti sarebbe stato più semplice chiudere gli occhi. Voltarsi dall’altra parte. Rifugiarsi nella rassicurante convinzione che il passato appartenga al passato.
Anna-Suzette ha scelto la strada opposta.
Ha studiato l’ebraico fino a parlarlo quasi fluentemente. Ha trascorso due anni come volontaria nel sud di Israele. Ha costruito amicizie profonde con sopravvissuti e famiglie israeliane. E oggi è tra i volti della Marcia della Vita, il movimento internazionale che riunisce anche numerosi discendenti di soldati e ufficiali del Terzo Reich impegnati in un percorso di memoria e riconciliazione.
In questi giorni è arrivata a Gerusalemme insieme a centinaia di partecipanti per prendere parte a una serie di eventi e manifestazioni di solidarietà verso Israele e il popolo ebraico. Tra questi, anche l’inaugurazione di una mostra dedicata all’antisemitismo, alla memoria della Shoah e alla responsabilità delle nuove generazioni nel contrastare l’odio.
«Sono piena di dolore e di rimpianto – racconta in una lunga intervista pubblicata in questi giorni da Ynet News –. Non posso cambiare il passato, ma posso contribuire a cambiare il presente e il futuro».
Parole che colpiscono perché non cercano assoluzioni. Non c’è alcuna richiesta di essere liberata da una colpa che non le appartiene. C’è invece la consapevolezza che conoscere la verità comporti una responsabilità: quella di non lasciarla sprofondare nell’oblio.
La sua vicenda richiama un tema sempre più studiato dagli psicologi e dagli storici: il trauma transgenerazionale. Le colpe non si trasmettono nel sangue. I traumi, invece, spesso attraversano le generazioni. Sopravvivono nei racconti mancati, nei segreti di famiglia, nelle domande senza risposta. E finiscono per influenzare anche chi non ha vissuto direttamente gli eventi.
I discendenti dei gerarchi nazisti rappresentano forse uno degli esempi più complessi di questa realtà. Alcuni hanno scelto la negazione, difendendo fino all’ultimo l’operato dei propri familiari. Altri, al contrario, hanno deciso di affrontare quella memoria dolorosa, trasformandola in un impegno concreto contro l’antisemitismo e ogni forma di odio.
Anna-Suzette appartiene chiaramente a questo secondo gruppo.
La sua presenza in Israele assume un significato ancora più forte in un momento storico segnato da nuove tensioni, dalla crescita dell’antisemitismo in molte parti del mondo e da un clima di crescente polarizzazione.
Secondo la giovane tedesca, l’odio contro gli ebrei non è mai realmente scomparso. Ha semplicemente cambiato linguaggio, simboli e modalità di espressione. Un fenomeno che, a suo giudizio, rende ancora più urgente studiare la storia e comprenderne i meccanismi.
La mostra alla quale ha collaborato nasce proprio con questo obiettivo: interrogarsi su come sia stato possibile arrivare all’Olocausto e chiedersi perché, ottant’anni dopo, certi pregiudizi continuino a riemergere sotto forme nuove.
È una domanda che riguarda tutti. Perché la memoria non è soltanto un esercizio rivolto al passato. È uno strumento per leggere il presente.
Forse è proprio questo l’aspetto più potente della storia di Anna-Suzette Pfeiffer. Non il senso di colpa per ciò che hanno fatto i suoi antenati, ma il coraggio di guardare quella verità senza fuggire. Di trasformare un’eredità di morte in un messaggio di responsabilità. Di scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
Alla fine, la speranza racchiusa nella parola “Tikvah” che porta al collo non è soltanto un simbolo personale. È la dimostrazione che la storia può lasciare cicatrici profonde, ma non determina inevitabilmente il destino di chi viene dopo.
E forse la lezione più importante è proprio questa: non siamo responsabili del passato che ereditiamo. Siamo però responsabili di ciò che decidiamo di farne.
(Bet Magazine Mosaico, 14 giugno 2026)
........................................................
|
Tre giudizi biblici, specchio del nostro tempo
Il mondo occidentale si sta separando da Dio. E dove gli uomini mettono Dio da parte, non di rado Dio stesso arretra di un passo. Viviamo in un tempo in cui le parole di Gesù risuonano in modo spaventosamente attuale: una grande luce comporta una grande responsabilità. E una luce rifiutata porta con sé conseguenze tanto più gravi.
di Nathanael Winkler
La Bibbia afferma in modo inequivocabile che il giudizio di Dio non comincia anzitutto nel mondo, bensì presso il suo popolo. Lo leggiamo, per esempio, in Osea 4,6. Là si parla del popolo d'Israele, un popolo che ha ricevuto molto e che tuttavia ha continuamente rigettato ciò che gli era stato dato. Vi è scritto:
«Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza. Poiché tu hai rifiutato la conoscenza, anche io rifiuterò di averti come sacerdote; poiché tu hai dimenticato la legge del tuo Dio, anche io dimenticherò i tuoi figli».
Questa parola non era rivolta a popoli pagani che non avevano mai ricevuto il messaggio di Dio. Era rivolta al popolo che aveva ricevuto la Parola di Dio; al popolo che Dio aveva chiamato a essere luce. Ma essi respinsero la loro alta vocazione, e così il giudizio venne su di loro.
L'apostolo Pietro conferma questo principio nel Nuovo Testamento:
«Infatti è giunto il tempo in cui il giudizio deve cominciare dalla casa di Dio ... » (1 Pietro 4,17).
La casa di Dio è anzitutto là dove c'è la chiesa, ma anche là dove c'era luce: dove la luce di Dio si è manifestata, dove gli uomini l'hanno riconosciuta e poi l'hanno rigettata.
In questo articolo desidero parlare soprattutto del mondo occidentale, plasmato dal cristianesimo: della chiesa e delle comunità. Esse non sono tra coloro che ignorano. In un mondo segnato dal cristianesimo ci sono state predicazioni bibliche, teologia, Riforma, risveglio, eredità spirituale. In molti Paesi la legislazione occidentale comincia con ”nel nome dell'Onnipotente". Il suo fondamento era riposto nella Parola di Dio. In ogni villaggio, in ogni città, sorgono chiese. Esse sono un richiamo a Cristo.
Ma che cosa è rimasto?
E così, allora come oggi, valgono le parole di Gesù: « ... A chi molto è stato dato, molto sarà ridomandato ... » (Luca 12,48).
Alla luce di questo consideriamo tre giudizi presenti nella Bibbia: il tempo di Noè, la torre di Babele e Sodoma. Essi sono uno specchio profetico del nostro tempo, un ammonimento per la società e per la chiesa negli ultimi tempi, come dice Pietro:
«se non risparmiò il mondo antico ma salvò Noè predicatore di giustizia, con sette altri, quando fece venire il diluvio su un mondo di empi; se, riducendo in cenere le città di Sodoma e Gomorra, le condannò alla distruzione perché servissero d'esempio a quelli che in avvenire avrebbero vissuto empiamente» (2 Pietro 2,5-6).
I giorni di Noè: indifferenza nonostante l'annuncio
Nel suo discorso escatologico sul monte degli Ulivi, Gesù richiama i giorni di Noè:
«Come fu ai giorni di Noè, così sarà alla venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni prima del diluvio si mangiava e si beveva, si prendeva moglie e si andava a marito, sino al giorno che Noè entrò nell'arca, e la gente non si accorse di nulla, finché venne il diluvio che portò via tutti quanti, così avverrà alla venuta del Figlio dell'uomo». (Matteo 24,37-39)
Questi versetti descrivono anche la nostra società: mangiano e bevono, prendono moglie e marito. Non si accorgono affatto di ciò che accade intorno a loro. Non regna il caos, ma la normalità; una normalità però senza Dio, senza timore di Dio. Pietro scrive che Noè era un «predicatore di giustizia». L'arca era lì, visibile. Dio operava.
L'avvertimento era pubblico. Il tempo per convertirsi c'era. Ma poi venne il giorno del giudizio, ed era troppo tardi.
Il Signore Gesù dice che il tempo che precederà il suo ritorno sarà come quei giorni di Noè. Ciò che allora era attuale, lo è ancora oggi.
Una delle dottrine più diaboliche del nostro tempo è la teoria dell'evoluzione. Viene presentata come scienza, e viene inculcata ai bambini già in età prescolare. E guai allo studente o all'alunno che osi contraddirla: rischia perfino il voto negativo. Il creazionismo - la fede che Dio è il Creatore - non è ben accetto. L'uomo moderno vuole credere al caso piuttosto che a un Creatore.
La creazione rende chiaro chi è il Creatore, da dove viene la vita: da Dio.
«Nel principio Dio creò i cieli e la terra» (Genesi1,1).
Paolo descrive l'umanità in Romani 1 e mostra chiaramente come, alla fine, tutti senza eccezione siano colpevoli davanti a Dio. L'uomo può riconoscere Dio nella creazione. Ma l'apostolo spiega che gli uomini non lo hanno glorificato come Dio né lo hanno ringraziato; al contrario, «si sono dati a vani ragionamenti e il loro cuore privo d'intelligenza si è ottenebrato. Benché si dichiarassero sapienti, sono diventati stolti».
Il XX e il XXI secolo, segnati dalla teoria dell'evoluzione, hanno dato origine a una società senza Dio e a uno dei periodi più sanguinosi della storia del mondo. Il celebre scrittore, storico e critico politico Aleksandr Solzenicyn riassunse la tragedia del XX secolo in una frase sconvolgente: «Gli uomini hanno dimenticato Dio. Per questo è accaduto tutto ciò».
Viviamo in una società nella quale Dio non ha più posto.
Solzenicyn, però, non si riferiva soltanto ai sistemi atei, ma a ogni società che vive come se non esistesse alcuna responsabilità davanti a Dio. Dove Dio viene espulso, l'uomo perde il criterio della verità, della colpa e della dignità. Per questo il vero rinnovamento non inizia dalle strutture e dai programmi, ma dalla conversione del cuore a Dio.
Lo scrittore britannico, studioso di letteratura e apologeta cristiano C. S. Lewis osservò che una società senza Dio non conduce alla liberazione, bensì alla perdita della morale oggettiva e, infine, alla disumanizzazione. L'abolizione dell'uomo esprime questo pensiero, in sostanza, così: il pericolo più grande non è che noi educhiamo uomini cattivi, ma che educhiamo uomini che non sono più neppure uomini.
Dove la morale muore, muore anzitutto la coscienza; poi muoiono i deboli, e infine muore l'uomo stesso. Lewis lo aveva previsto. Ai suoi tempi questo processo era già iniziato; oggi è divenuto socialmente accettabile.
Il più grande bagno di sangue del nostro tempo non avviene nel clamore, ma nel silenzio. Sì, guardiamo all'Ucraina, guardiamo al Medio Oriente, vediamo guerre e minacce di guerra, ed è terribile ciò che vi accade. E tuttavia il più grande genocidio non si consuma sui campi di battaglia, ma nelle cliniche. Non per mezzo delle armi, ma mediante interventi medici. Non nel segreto, ma sotto copertura legale. È l'uccisione della vita non ancora nata.
E come Noè non tacque, così anche noi cristiani non dovremmo tacere. Siamo ambasciatori di Dio e dovremmo costituire un contrappeso all'empietà della società.
La Bibbia descrive l'umanità come sicura di sé e spiritualmente indifferente. Gli uomini vivono, progettano e si godono la vita come se questo mondo fosse tutto ciò che conta. La Parola di Dio viene forse ascoltata, ma non presa sul serio. Gli avvertimenti vengono rimossi, finché l'intervento di Dio diventa inevitabile. Allora molti si accorgeranno di ciò che hanno trascurato. Ma allora sarà troppo tardi.
Così avvenne al tempo del diluvio. Il predicatore di giustizia era lì: Noè. Da Noè possiamo imparare. Come Noè, anche noi dobbiamo essere luce e sale. Probabilmente egli non comprendeva tutto - costruire un'arca mentre tutto era asciutto era qualcosa di assolutamente unico. Ma Noè sapeva questo: Dio stava preparando qualcosa, ed egli era pronto.
• La torre di Babele: unità senza Dio
In Genesi 11,4 leggiamo:
«Venite, costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo, e acquistiamoci fama, affinché non siamo dispersi sulla faccia di tutta la terra».
Anche oggi si costruiscono torri. Nel mondo arabo sembra quasi una gara a chi innalzi la torre più alta. Uno l'ha già costruita, una torre che sfiora i novecento metri; altri stanno lavorando a una torre oltre i mille metri; altri ancora parlano di una torre che superi i duemila metri.
Naturalmente si può restare ammirati davanti a simili realizzazioni architettoniche, davanti a ingegneri che hanno calcolato ogni cosa. Ma anche questa sapienza, in ultima analisi, è una sapienza che Dio dona, e a Dio spetta ogni onore. A Babele, però, si trattava di superbia: l'uomo voleva dimostrare qualcosa, voleva «farsi un nome». L'uomo cerca identità, importanza e sicurezza, ma senza Dio.
Il "nome" di cui parla Genesi 11,4 indica un'autodefinizione al posto della vocazione divina, la propria gloria al posto dell'onore dovuto a Dio, l'autonomia al posto della dipendenza da Dio. Nella costruzione della torre di Babele l'uomo si oppose direttamente alla volontà di Dio. La volontà di Dio era: «Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra». Ma gli uomini volevano esattamente il contrario: restare uniti e non disperdersi. Allora Dio intervenne, perché altrimenti l'uomo avrebbe finito per distruggere sé stesso.
L'unità senza Dio conduce a un sistema che diventa bestiale. Dove Dio non è più al centro, il sistema si disumanizza. E così Dio produsse la confusione delle lingue. Questo intervento fu insieme giudizio e grazia: fermò la costruzione, ricondusse al mandato divino di «riempire la terra» e fu una protezione, perché una vera unità senza Dio non è possibile.
Eppure esiste un luogo in cui Dio mostra che la confusione delle lingue ha fine. Ciò accadde duemila anni fa, a Pentecoste: lo Spirito Santo scese sugli apostoli e sui convenuti da ogni parte del mondo, ed essi cominciarono a parlare in altre lingue. Gli uomini udivano, ciascuno nella propria lingua, l'unico vero messaggio di salvezza che viene dalla croce.
C'è un luogo in cui l'unità è davvero possibile: in Cristo, per mezzo di Cristo. Lo vediamo nella chiesa, il corpo di Cristo. Paolo lo afferma più volte: non c'è né Giudeo né Greco, né circonciso né incirconciso, né barbaro né Scita; tutti siamo uno in Gesù Cristo. Ma questa unità è possibile soltanto per mezzo di Gesù Cristo. Altrimenti no.
Oggi assistiamo a tentativi simili a quelli di allora a Babele. Si stanno costruendo strutture politiche ed economiche globali. Vediamo l'interconnessione tecnologica e uomini che spesso non hanno più un'opinione autonoma. Un tempo si andava in un altro Paese e si notava quanto diversamente pensassero le persone. Oggi, invece, si ha l'impressione che gli uomini pensino sempre più tutti allo stesso modo, soprattutto la generazione più giovane che vive online.
È in atto un'omologazione ideologica. Si cerca l'unità non sul fondamento della verità, ma su quello del consenso e del potere. Dio viene estromesso dal pensiero pubblico. Valori comuni vengono definiti senza alcun radicamento divino.
A Babele la motivazione era chiara: «per non essere dispersi». L'uomo voleva ottenere sicurezza mediante struttura, tecnica e controllo. Oggi confidiamo nella tecnologia, nella sorveglianza, nei dati e nell'intelligenza artificiale, che si sviluppa con rapidità impressionante. I sistemi dovrebbero garantirci sicurezza. Cercare sicurezza in sé non è sbagliato; diventa però problematico quando, nel farlo, si perde la fiducia in Dio. Allora l'uomo voleva essere Dio. Così è anche oggi.
La torre «fino al cielo» simboleggia il superamento dei limiti, l'auto-divinizzazione, la pretesa di un'autorità divina. Oggi questa pretesa si manifesta in un termine sconosciuto a molti: transumanesimo. È il tentativo dell'uomo di diventare simile a Dio mediante la tecnologia e di ottenere salvezza senza Dio.
A questo si aggiunge la manipolazione genetica. In Cina un ricercatore è stato arrestato e poi rilasciato. Egli ha fatto, e continua a fare tutto il possibile per creare un essere umano artificiale attraverso il DNA. Vi è poi questa idea della possibilità assoluta e dell'autonomia morale: tutto è possibile, tutto è permesso. L'uomo non vuole soltanto vivere senza Dio, ma prendere il posto di Dio.
Perciò siamo chiamati a essere vigilanti: a esaminare, a discernere; non a respingere tutto indistintamente, ma a riconoscere dove tutto questo conduce.
Una società che elimina Dio perde il suo ultimo criterio.
Il bene e il male non vengono più misurati sulla verità, ma sulle maggioranze, sui sentimenti e sugli interessi. Ciò che ieri valeva, domani può essere rigettato. L'uomo pone sé stesso al centro e decide che cosa sia giusto. I valori diventano negoziabili.
In una simile società tradizione e fede vengono considerate d'intralcio. Il fondamento giudeo-cristiano viene rimosso e nuove ideologie ne prendono il posto. La tolleranza sostituisce la convinzione, l'adattamento prende il posto della fermezza.
Si tenta di rendere "uno" ciò che non può diventarlo. Si cerca di tollerare l'islam radicale nella nostra società, senza accorgersi di gettare a mare i propri valori. Il crescente antisemitismo è un risultato di questo sviluppo. Esteriormente
la società appare aperta e moderna. Ma interiormente crescono smarrimento, paura e divisione. Dove Dio viene escluso, alla fine non resta neutralità, ma un vuoto spirituale e morale. È in questo tempo che oggi viviamo.
E tuttavia questo è anche un tempo di opportunità: molti giovani sono in cerca di orientamento. E noi abbiamo una risposta: la Parola di Dio.
Dal punto di vista biblico, questo sviluppo sfocerà in un sistema escatologico. Possiamo leggerlo in Apocalisse 13, 14, 17 e 18: una potenza mondiale anticristiana.
• Sodoma: quando il peccato viene normalizzato e la verità combattuta
Sodoma rappresenta una società moralmente pervertita e interiormente indurita.
In Genesi 18,20 leggiamo: «Siccome il grido che sale da Sodoma e Gomorra è grande e siccome il loro peccato è molto grave».
Il peccato era pubblico, socialmente accettato e moralmente difeso. Era onnipresente. Quale peccato? La perversione morale e sessuale.
In Genesi 19 appare chiaro fino a quale profondità fosse giunta questa perversione. E Sodoma e Gomorra erano state avvertite. Ma gli uomini reagirono con aperto rifiuto: «Vattene! Vuoi forse fare il giudice su di noi?».
Anche questa è l'immagine di un tempo in cui non si vuole più ascoltare la verità, in cui gli avvertimenti non devono più essere accolti, anzi neppure pronunciati. Paolo ne parla anche in Romani 1. Abbiamo già visto il disprezzo del Creatore. Ora vediamo il disprezzo dell'ordine della creazione.
Dio creò l'uomo: maschio e femmina. E in Genesi 2,24 leggiamo: «Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una sola carne». Gesù stesso conferma quest'ordine in Matteo 19,4-6.
Sodoma è un monito di ciò che accade quando l'ordine creato da Dio viene reinterpretato, deriso e combattuto.
«Guai a quelli che chiamano bene il male e male il bene» (Isaia 5,20).
E provate a parlare contro questo nella nostra società.
Una donna in Israele mi raccontò che sopra l'ingresso di una scuola a Haifa era stata appesa una bandiera LGBTQ. Ma suo figlio disse che non osava parlare contro, altrimenti non avrebbe superato la maturità.
Quando guardiamo al declino morale di oggi e a Sodoma, pensiamo con orrore a quanto in basso possa cadere una società. Ma non dobbiamo dimenticare che Gesù prende Sodoma come esempio di un peccato molto più grande:
«E tu, o Capernaum, sarai tu forse innalzata fino al cielo? No, tu scenderai fino nell'Ades, perché se in Sodoma fossero state fatte le opere potenti compiute in te, essa sarebbe durata fino a oggi. Perciò, io lo dichiaro, nel giorno del giudizio la sorte del paese di Sodoma sarà più tollerabile della tua» (Matteo 11,23-24).
Gesù prende Sodoma come termine di paragone. Sodoma cadde a motivo della sua perversione. La parola "sodomia" viene usata nel mondo per indicare la sessualità pervertita. Ma Gesù dice che c'è qualcosa di ancora più grave: Capernaum. Che cosa aveva vissuto Capernaum? La presenza di Gesù. Le sue parole limpide. In nessuna città avvennero tanti miracoli quanto lì. Capernaum viene chiamata «la città di Gesù». E oggi Capernaum è davvero una città in rovina. Là accaddero molte cose, eppure mancò una vera conversione. Perciò Gesù dice: Sodoma, nonostante tutta la sua empietà, sarà giudicata con minore severità rispetto a una città che ha consapevolmente respinto la rivelazione di Dio.
Molti che visitano la Svizzera dicono: «Questo Paese è così benedetto». Si meravigliano della Svizzera. E possiamo essere grati per la bellezza del Paese, per un certo ordine che ancora vi regna, per la quiete, per la libertà di fede. Ma dobbiamo renderci conto che stiamo vivendo uno sviluppo che non è buono. Questo sviluppo riguarda tutta l'Europa, anzi l'intero Occidente.
Abbiamo avuto la Riforma. Abbiamo avuto la Bibbia nella lingua del popolo. Abbiamo avuto predicazioni fedeli alla Scrittura e tempi di risveglio. Letteratura cristiana e teologia, chiese e molti missionari partiti verso il mondo. Molte università cristiane o di impronta cristiana. Vediamo l'opera visibile di Dio attraverso i secoli. Eppure oggi questa luce viene consapevolmente rigettata, ignorata e disprezzata. Qual è la conseguenza? Una società che ha ricevuto così tanta luce divina e che nondimeno se ne allontana diventa matura per il giudizio. Non perché Dio sia crudele, ma perché la sua verità è stata respinta.
La Svizzera si separa da Dio. La Germania si separa da Dio. Il mondo occidentale si separa da Dio. E là Dio si ritira. Viviamo in un tempo in cui le parole di Gesù risuonano con una precisione spaventosa. Il giudizio di Dio è ormai alle porte, e insieme a esso il suo ultimo invito alla conversione.
Ed è qui che c'è bisogno di noi: della chiesa. «affinché i principati e le potenze nei luoghi celesti conoscano oggi, per mezzo della Chiesa, la infinitamente varia sapienza di Dio» (Efesini 3,10). La chiesa è chiamata da Dio a essere ambasciatrice di Dio, perfino davanti al mondo invisibile. Questo messaggio sul giudizio si rivolge anche e soprattutto a noi. Perché noi non apparteniamo a quelli senza conoscenza. Abbiamo ricevuto luce. Conosciamo la verità, il Vangelo, e questo appello alla conversione ci riguarda con particolare serietà: «A chi molto è stato dato, molto sarà richiesto». I giudizi di Dio sul tempo di Noè, su Babele e su Sodoma non sono racconti del passato, ma segnali di allarme. Segnali di allarme per la chiesa degli ultimi tempi e per l'intera società. Ci gridano: non abituarti al peccato. Non relativizzare mai la verità di Dio. Non rimanere mai nell'indifferenza spirituale. Non è questo il tempo dei compromessi. Non è il tempo della comodità spirituale. È tempo di svegliarsi, di ravvedersi e di rimettersi nuovamente sotto la Parola di Dio. Perché il giudizio comincia dalla casa di Dio.
E se Dio ancora avverte, lo fa per grazia. Noi sappiamo che il Signore viene presto. Operiamo dunque finché è ancora giorno.
(Chiamata di Mezzanotte, marzo-aprile 2026)
|
........................................................
Volano parole grosse tra Ankara e Gerusalemme
Cambiano gli equilibri in Medio Oriente e di conseguenza il livello dello scontro (per ora solo verbale) fra Turchia e Israele continua a salire. Erdoğan dice che Israele è una minaccia per l’intera umanità. Netanyahu risponde che Erdoğan è un tiranno genocida amico dei terroristi di Hamas. Trump butta acqua sul fuoco.
di Yoni Ben Menachem
L’inasprimento dei rapporti tra Ankara e Gerusalemme sta alzando il livello del confronto in Medio Oriente. In Israele, a livello politico è opinione diffusa che la Turchia esasperi la percezione della minaccia israeliana e sia diventato in Medio Oriente un fattore destabilizzante.
Il 10 giugno il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha definito Israele una minaccia non solo regionale ma anche mondiale. Intervenendo a un incontro parlamentare del Partito della Giustizia e dello Sviluppo, ha dichiarato che la sicurezza nazionale della Turchia non si limita ai propri confini ma si estende all’intero spazio del Medio Oriente, e che Israele sia «una minaccia per l’intera umanità», poiché destabilizza Siria e Libano con operazioni che non danneggiano soltanto i Paesi colpiti ma compromettono la sicurezza dell’intera area mediorientale.
Non è la prima volta che Erdoğan attacca Israele, di solito in relazione alla politica verso i palestinesi. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha risposto: «Il tiranno antisemita Erdoğan, è autore di un genocidio contro i curdi, appoggia l’organizzazione terroristica Hamas, opprime il suo stesso popolo e mette in carcere gli avversari politici: è l’ultimo che può fare la morale allo Stato di Israele».
Qualche giorno prima, il ministro degli Interni turco Mustafa Çipçi aveva espresso la speranza di poter un giorno ricoprire la carica di governatore di una Gerusalemme sotto il dominio della Turchia. In risposta, il ministro della Difesa Israel Katz aveva scritto su X: «Gerusalemme non è Costantinopoli e lo Stato di Israele non è un impero crociato in decadenza».
Il presidente americano Donald Trump, alla richiesta di un commento sulle parole di Erdoğan, ha risposto: «È un mio amico, lo stimo molto. È una persona molto forte […] Non succederà nulla finché sarò presidente».
Fonti politiche israeliane osservano come il dibattito pubblico in Turchia sia sempre più pervaso da una retorica nostalgica dell’Impero Ottomano. Posizione condivisa anche in alcuni ambienti dell’opposizione turca.
Secondo fonti militari israeliane, l’inasprimento del tono di Erdoğan verso Israele nasce da diverse motivazioni interne, regionali e di posizionamento internazionale. Sul piano interno, la Turchia deve fare i conti con inflazione elevata e calo del potere d’acquisto – e conseguenti pressioni dell’opinione pubblica – oltre alle tensioni politiche con l’opposizione.
In questo contesto, attaccare Israele a Erdoğan serve a scaricare le tensioni su una minaccia esterna (un vecchio trucco, e che la minaccia sia vera o meno è secondario) per sviare l’attenzione dai problemi interni e di rafforzare il senso di unità nazionale contro il “nemico”.
Ma parallelamente a quella tattica, esiste anche una dimensione strategica: da anni Erdoğan lavora per consolidare il ruolo di supremazia della Turchia nel Mediterraneo orientale, in Siria e nel mondo sunnita. Il confronto verbale con Israele gli consente di presentarsi come protagonista nella questione palestinese e come voce di una linea più decisa rispetto a quella di alcuni Paesi arabi.
Il generale riassetto degli equilibri di potere in Medio Oriente, inoltre, genera ad Ankara la paura di un nuovo ordine in cui l’influenza israeliana e occidentale si rafforzi, soprattutto in Siria, in Libano e nel Mediterraneo orientale. L’escalation verbale, quindi, serve alla Turchia anche a dire: “ci sono anch’io”.
A questo si aggiunge la gestione dei rapporti con Washington. La reazione tranquillizzante di Trump alle parole di Erdoğan e la sua frase «finché sarò presidente non succederà nulla» lasciano ad Ankara un margine di manovra evitando uno scontro diretto con gli Stati Uniti, che continuano a porsi come elemento super partes nello scacchiere mediorientale.
(The Epoch Times, 13 giugno 2026)
........................................................
Le proteste in Albania sfociano in antisemitismo. Ebrei e israeliani nel mirino
di Enrico Cerchione
Nelle strade di Tirana e Valona migliaia di persone scendono in piazza da giorni con fenicotteri gonfiabili rosa, non per folklore. È la "rivoluzione dei fenicotteri", il nome che i manifestanti hanno dato alla protesta contro il mega-resort di lusso che Jared Kushner, genero di Donald Trump, vuole costruire con la sua società Affinity Partners nell'area protetta di Narta-Zvemec, di fronte all'isola disabitata di Saseno. Quella zona è uno degli ultimi ecosistemi costieri intatti del Mediterraneo e ospita colonie di fenicotteri, foche monache, tartarughe marine e oltre 200 specie di uccelli migratori. Una riforma del 2024 ha reso possibile lo sviluppo turistico anche in aree protette e il governo di Edi Rama ha dato il via libera al progetto da miliardi di dollari, difendendolo come occasione di sviluppo economico. Le proteste sono nate per ragioni ambientali e di sovranità territoriale; sono spontanee, prevalentemente giovanili, auto-organizzate. Hanno già prodotto scontri con la polizia e momenti di forte tensione. Fin qui, tutto è comprensibile: difendere il proprio patrimonio naturale da un "ecomostro" è un diritto democratico. Ma nei giorni scorsi il movimento si è intrecciato con un altro evento: l'amichevole di calcio Albania-Israele del 3 giugno a Tirana, finita 0-1 per gli ospiti con un gol di Oscar Gloukh. L'incontro si è svolto in uno stadio pesantemente blindato. Alcuni tifosi albanesi hanno fischiato l'inno israeliano. Dopo il gol, Gloukh ha esultato in modo platealmente provocatorio (dito alla bocca verso il pubblico). Ne è nata una rissa in campo, con il difensore albanese Elseid Hysaj protagonista di un clamoroso contatto fisico con il giocatore israeliano. Nel finale sono volati oggetti dagli spalti. Parte dei manifestanti ha portato bandiere palestinesi. La rabbia per il resort si è mescolata con Gaza e Libano, la moda del momento. Sui social è scattata una vera ovazione per il gesto di Hysaj, condito dai soliti insulti antisemiti a cui siamo abituati da tempo. Lo fanno i giornalisti, gli scrittori, gli invitati esperti in tv; figuriamoci dei tifosi che sono sempre in cerca di epiteti infelici. Perché, per questi analfabeti con tastiera, la squadra di calcio israeliana rappresenta il governo di Israele, il popolo ebraico nel suo complesso e persino Jared Kushner, cittadino americano di origine ebraica che fa i suoi interessi. Un'associazione automatica con "gli ebrei" come categoria collettiva. Gli ebrei del mondo sono 15 milioni (una vera minoranza) di persone con idee politiche diversissime: ci sono israeliani di destra e di sinistra, ebrei americani, europei, laici, religiosi, critici feroci delle politiche del loro governo. Farne un blocco unico responsabile delle azioni di un esecutivo o di un singolo imprenditore significa resuscitare lo stereotipo della "colpa collettiva", uno degli ingredienti più pericolosi dell'antisemitismo moderno. La "rivoluzione dei fenicotteri" nasce da una causa giusta: la difesa di un ecosistema fragile contro un progetto di cementificazione. Se si lascia contaminare da generalizzazioni indebite o da derive antisemite, perde forza morale e politica. L'Albania, Paese candidato all'Unione europea, ha tutto l'interesse a dimostrare che sa gestire le proteste in modo pacifico, tutelare l'ambiente e attrarre investimenti trasparenti e sostenibili, senza cedere né al populismo interno né a vecchi riflessi. Ma la distinzione è netta e va mantenuta con rigore: si può essere fermamente contrari alle scelte di un governo senza odiare un popolo. Si può contestare un progetto immobiliare senza fare di un imprenditore il simbolo di un'intera comunità. In un Mediterraneo e in un'Europa sempre più attraversati da tensioni identitarie e geopolitiche, episodi come questi sono un test, che da anni ha risultati pessimi. La chiarezza concettuale non è un vezzo intellettuale: è la condizione minima perché una protesta ambientale rimanga tale e non si trasformi in qualcos'altro. I fenicotteri di Narta meritano di essere difesi. Le piazze albanesi meritano ascolto, ma senza macchiarsi del più osceno dei caratteri antisemiti che finiscono per indebolire proprio le cause che si vogliono sostenere.
(Il Riformista, 13 giugno 2026)
........................................................
Delusione in Israele per l’accordo con l’Iran: «Trump ci ha fregati»
Il corrispondente di Israel Heute parla della crescente preoccupazione in Israele che l’accordo in fase di definizione con l’Iran possa peggiorare la posizione strategica di Israele.
di Itamar Eichner
GERUSALEMME - «Trump ci ha fregati», ha affermato un rappresentante israeliano che ha voluto mantenere l’anonimato, in riferimento all’accordo in fase di definizione con l’Iran.
Un altro rappresentante israeliano ha dichiarato:
«L’accordo in fase di definizione si prospetta molto negativo. Dal nostro punto di vista è un disastro, perché non rispetta nessuno dei principi di cui abbiamo parlato fin dall’inizio, quando è iniziata l’operazione militare alla fine di febbraio.»
Un terzo rappresentante israeliano ha detto:
«In primo luogo, non è sicuro che ci sarà un accordo. E qualsiasi accordo, qualunque forma assuma, sarà visto nella regione come il risultato della pressione iraniana e di una resa degli americani – e non il contrario. In ogni caso, questo è il sentimento nella nostra regione, e quindi un accordo sarà considerato un fallimento, almeno nel breve termine. Continuo a essere scettico riguardo alla firma di un accordo, e anche riguardo alla sua durata nel lungo periodo. A mio avviso, l’Iran ha ‘capito’ che può ottenere risultati con la forza e ne approfitterà nel prossimo futuro nei confronti dei suoi vicini e anche nei nostri confronti. La vera prova dell’accordo, o almeno il minimo necessario per salvare l’onore dell’Occidente, è il trasporto dell’uranio e la sua distruzione. Se anche questo non accadrà, la sensazione che si tratti di un cattivo accordo diventerà qualcosa di molto più tangibile.”
È importante mettere un punto interrogativo su tutto questo accordo, perché disponiamo solo di informazioni parziali. A quanto pare si sta delineando un accordo. Penso che la situazione sembri piuttosto chiara in tal senso, ma nessuno sa altro. Anche le dichiarazioni di Trump da una parte e degli iraniani dall’altra lasciano volutamente molta ambiguità. Questa ambiguità dovrebbe consentire, alla fine, a entrambe le parti di presentare l’accordo come un successo a casa propria. Gli iraniani diranno: non ci siamo arresi, abbiamo lottato fino all’ultimo momento e abbiamo insistito sui nostri principi. E Trump dirà: li ho messi alle strette, li ho minacciati con attacchi militari e si sono arresi. Ognuno avrà quindi la propria versione dei fatti.
A giudicare dalla fredda reazione dell’ufficio del primo ministro, in Israele si ritiene che questo accordo sia pessimo, addirittura un disastro, perché non rispetta nessuno dei principi di cui si era parlato fin dall’inizio, quando è iniziata l’azione militare alla fine di febbraio. Naturalmente qui non c’è alcun cambio di regime, al contrario. Questo accordo rafforza solo il regime iraniano.
Molto probabilmente l’accordo non affronta nemmeno la questione dei proxy e consente sostanzialmente agli iraniani di continuare ad armarli. Si può già vedere come, di conseguenza, Hezbollah stia alzando la testa. Ciò mette in discussione l’accordo con il governo libanese, un accordo che dovrebbe essere abbastanza significativo da prevalere su Hezbollah. Si può sperare che l’Iran, forse proprio in seguito all’accordo, dia il via libera a Hezbollah per accettare un accordo con il governo libanese che respingerebbe Hezbollah a nord del Litani e porterebbe a un cessate il fuoco duraturo, consentendogli di riprendersi.
In base all’accordo che si sta delineando, gli Stati Uniti sbloccheranno tra i 12 e i 15 miliardi di dollari di fondi congelati. L’Iran, tuttavia, non li riceverà in contanti, ma potrà utilizzarli esclusivamente per l’acquisto di medicinali e generi alimentari tramite il Qatar, che fungerà da fiduciario dei fondi. Grazie al consenso iraniano a depositare il denaro presso il Qatar, gli americani hanno accettato di aumentare la somma. Inoltre, l’Iran potrà vendere petrolio – il che porterà una grande quantità di denaro nelle sue casse. In Israele si sostiene che non vi sia un’unità di teatro con il Libano e che l’Iran abbia fallito nel suo tentativo di creare un’equazione. In Israele si sottolinea che la libertà d’azione dell’IDF di affrontare qualsiasi minaccia emergente rimane garantita.
Per quanto riguarda i missili, sembra che l’intera questione della tecnologia missilistica sia stata completamente messa da parte, perché Trump non vede in essa un pericolo esistenziale, né per lo Stato di Israele né per nessun altro. Per questo si è anche permesso di dire a Bibi: «Senti, da voi non sono state uccise persone, quindi metti fine a questa guerra, basta così».
Il tema centrale è la questione nucleare. Ora, ci sono diverse dimensioni in gioco, perché non basta portare via il materiale fissile arricchito al 60%. Anche in questo caso ci saranno evidentemente dei compromessi, e il materiale fissile non verrà portato via, ma diluito in loco sotto la supervisione degli ispettori dell’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Questo di per sé è positivo, ma non giustifica l’intera operazione.
La cosa peggiore è che l’Iran negozia da una posizione di forza. Viene percepito come un interlocutore alla pari, come qualcuno che non ha ceduto di fronte all’uso della forza da parte degli Stati Uniti e di Israele, come qualcuno che ha reagito con una contro-violenza che ha messo in ginocchio l’economia mondiale, come qualcuno di cui gli Stati della regione hanno paura e come qualcuno le cui richieste vengono ascoltate e prese in considerazione. L’Iran ha consolidato la sua posizione di forte potenza regionale che non prende sul serio Israele, non prende sul serio l’Europa e guarda dritto negli occhi gli Stati Uniti. Tutti gli Stati della regione, compresa la Turchia, hanno visto che Israele non può imporre la propria volontà all’Iran – e nemmeno gli Stati Uniti possono farlo. Le conclusioni che ne saranno tratte non saranno a nostro favore. Abbiamo perso la deterrenza e abbiamo perso la leva strategica.
A parte questo, non è chiaro cosa succederà dopo. L’Iran si impegna davvero a non proseguire la strada nucleare verso la bomba? C’è un modo per monitorarlo? C’è un modo per controllare gli impianti nucleari dell’Iran e le sue attività scientifiche?
Basta che l’Iran lo faccia in segreto, come ha perfezionato in passato. Può farlo anche in altri luoghi. I russi e i cinesi hanno infine dimostrato quanto siano in stretta amicizia con gli iraniani, e alla fine ci ritroveremo con un programma nucleare iraniano che viene portato avanti, ad esempio, in Russia. Ci sono quindi moltissimi elementi in gioco. Sembra una capitolazione, sembra un fallimento, sicuramente un fallimento israeliano. Forse dal punto di vista degli Stati Uniti è un buon accordo. Trump dirà: guardate, ho comprato la tranquillità per i prossimi 15 anni, ed è fantastico e meraviglioso. Ma dal punto di vista israeliano non va bene. In che cosa differisce sostanzialmente dall’odiato accordo nucleare di Obama con la famosa clausola sunset, che «ha spianato la strada all’Iran verso la bomba», secondo le parole di Netanyahu?
Questo è ben lontano dalla soglia minima a cui puntavamo quando siamo entrati in guerra. In definitiva, questa guerra non ha migliorato la nostra situazione. È possibile che l’abbia addirittura peggiorata dal punto di vista strategico, perché ha dato agli iraniani un senso di forza e sicurezza che non avevano mai avuto prima. Hanno visto che possono resistere anche a un attacco militare pesante e feroce e che alla fine, grazie a una mossa molto intelligente, la chiusura dello Stretto di Hormuz, e alcuni altri aspetti, sono riusciti a trasformare l’amaro in dolce. In sostanza, guadagnano più di quanto perdono. L’Iran potrà ora continuare così a lungo termine? L’economia iraniana riuscirà a riprendersi? Cosa succederà alla popolazione? Cosa succederà al regime? Sono domande valide, ma sono domande che l’accordo non affronta. Dovremo affidarci alla fortuna affinché nei prossimi anni le cose vadano in una direzione che, dal nostro punto di vista, sia positiva. Purtroppo si presenta come una scommessa folle.
In definitiva, l’accordo che si sta delineando è molto lontano da ciò che Bibi e Trump avevano promesso. Ciò che sarebbe un successo era già disponibile fin dall’inizio: l’apertura di Hormuz. È un male che non vi sia alcun riferimento ai missili e ai proxy. Sembra esserci un'unità dei fronti, e questo è negativo. E non è chiaro cosa sia stato concordato riguardo all'uranio. Ma sembra che, in questo contesto, ciò comporti più o meno un ritorno all'accordo di Obama.
Parole del primo ministro Benjamin Netanyahu:
- Finché sarò primo ministro di Israele, l'Iran non avrà armi nucleari. Su questa questione c'è piena concordanza tra me e il presidente Trump.
- Da più di 30 anni sono in prima linea nella lotta internazionale contro il programma nucleare dell’Iran.
- Senza questa lotta, l’Iran avrebbe già da tempo bombe atomiche per distruggere Israele.
- L’Iran sta lavorando per distruggere lo Stato ebraico, e io dedico la mia vita all’obiettivo di impedirglielo.
- Finché sarò Primo Ministro di Israele, ciò non accadrà.»
(Israel Heute, 12 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Prima donna nell'unità d'élite dell'IDF Sayeret Matkal
Dal 2024 anche le donne possono essere ammesse in questa misteriosa unità. Ora, per la prima volta, una donna israeliana ha superato il difficile esame di ammissione
di Sabine Brandes
 |
 |
FOTO
Sabine Brandes è corrispondente da Israele per il quotidiano «Jüdische Allgemeine». Ha svolto il tirocinio presso il quotidiano «Neue Westfälische» a Bielefeld, dove ha anche studiato economia aziendale e ha scritto la sua tesi di laurea sul boicottaggio arabo contro Israele in collaborazione con l’Università di Tel Aviv. È autrice della guida turistica «Tel Aviv Stadtabenteuer» (2023). Vive in Israele da più di 20 anni, in precedenza ha vissuto anche a New York, New Orleans e Los Angeles. Scrive per la Jüdische Allgemeine dal 2004.
|
|
È considerata l'unità più prestigiosa e anche la più misteriosa dell'esercito israeliano: l'unità di commando d'élite Sayeret Matkal. Di molte delle sue missioni l'opinione pubblica non sa nulla ancora oggi. Ora l'unità ha aperto un nuovo capitolo della sua storia. Come comunicato giovedì dall'IDF, per la prima volta nella storia di Israele una donna ha completato e superato con successo l'impegnativo addestramento dell'unità speciale.
«L'IDF si congratula con la soldatessa per il suo risultato significativo e rivoluzionario», ha dichiarato il comando militare, aggiungendo che a breve sarà «integrata nelle attività dell'unità in base alle esigenze operative». La giovane donna aveva precedentemente superato un processo di selezione in più fasi e soddisfatto tutti i criteri richiesti. Successivamente ha completato un percorso di addestramento durato più di un anno e mezzo.
Secondo l'esercito, l'addestramento è stato sostanzialmente identico a quello dei soldati maschi. Sono stati adeguati solo alcuni parametri relativi allo sforzo fisico. L'IDF ha sottolineato espressamente che la soldatessa ha dovuto soddisfare gli stessi requisiti professionali dei suoi commilitoni maschi.
• Il progetto pilota è stato avviato nel dicembre 2024
Il progetto pilota per l’integrazione delle donne nella Sayeret Matkal è stato avviato solo nel dicembre 2024. Fa parte di una revisione più ampia all’interno dell’esercito volta a stabilire quali ulteriori funzioni di combattimento potranno essere aperte alle donne in futuro.
Non è ancora chiaro quale ruolo concreto assumerà la soldatessa all'interno dell'unità. La Sayeret Matkal opera in una varietà di settori operativi altamente specializzati, in continua evoluzione. Per questo motivo, la sua assegnazione non è stata ancora definita in modo definitivo, ha spiegato l'esercito. Inoltre, i suoi compiti saranno diversi da quelli dei combattenti maschi all'interno dell'unità.
L'apertura di ulteriori funzioni di combattimento alle donne non avviene solo per ragioni sociali. Fin dall'inizio della guerra di Gaza, l'IDF ha chiarito di aver urgente bisogno di personale aggiuntivo. Secondo i dati dell'IDF, attualmente mancano circa 12.000 soldati, dopo che le forze armate regolari e i riservisti sono stati messi a dura prova dalla guerra contro Hamas e da ulteriori sfide alla sicurezza. Inoltre, la maggior parte dei giovani uomini ultraortodossi rifiuta il servizio militare.
«Sfruttare appieno il potenziale di servizio dei soldati, uomini e donne, provenienti da tutti i ceti sociali è attualmente una necessità imprescindibile», ha dichiarato l’IDF. Si proseguirà su questa strada, tenendo conto al contempo delle esigenze operative dell’esercito.
I numeri mostrano quanto sia già cambiato il ruolo delle donne nelle unità di combattimento. Secondo i dati dell’IDF, nel 2025 circa 8.500 donne hanno prestato servizio in posizioni di combattimento durante il loro servizio militare. Ciò corrisponde a un aumento di quasi il 240% rispetto al 2015. Attualmente le donne rappresentano il 21,2% di tutti i soldati di combattimento nel servizio militare obbligatorio regolare.
Gli eventi del 7 ottobre 2023 hanno avuto un'influenza decisiva su questo sviluppo. Nel giorno del devastante massacro di Hamas, numerose soldatesse sono state direttamente coinvolte nei combattimenti contro l'organizzazione terroristica.
Particolare attenzione è stata riservata quel giorno a una compagnia di carri armati composta esclusivamente da donne, che ha combattuto per ore contro gli aggressori uccidendo decine di terroristi. Le prestazioni delle soldatesse durante l’invasione hanno rafforzato, all’interno della società israeliana, le argomentazioni di coloro che sostengono un’ulteriore integrazione delle donne nelle unità di combattimento.
• L’apertura delle unità d'élite alle donne è anche controversa
Tuttavia, l'apertura delle unità d'élite alle donne rimane controversa. I critici mettono in guardia dai possibili effetti sulla capacità operativa delle truppe. Essi sottolineano, tra l'altro, che le soldatesse soffrirebbero più frequentemente di disturbi legati allo stress e al sovraccarico. Inoltre, viene criticato il fatto che alcuni requisiti fisici siano stati adattati.
I sostenitori, invece, vedono in questo un passo atteso da tempo. Israele si allineerebbe così ad altri eserciti occidentali e sfrutterebbe finalmente l’intero potenziale della sua popolazione.
Già alla fine dello scorso anno l’IDF aveva valutato come un successo un programma pilota per l’integrazione delle donne nell’unità d’élite Yahalom del corpo dei genieri. Anche presso l’unità di soccorso dell’aeronautica militare 669 è attualmente in corso un progetto pilota analogo.
Giovedì, più di 20 rabbini di varie yeshivot hanno minacciato di non inviare più gli studenti delle loro scuole religiose alle unità corazzate a causa dei progetti pilota per l’integrazione delle donne nelle forze armate. Sebbene la maggior parte degli Haredim si rifiuti di prestare servizio militare, alcuni giovani uomini non sarebbero «adatti allo studio della Torah alla yeshiva», spiegano i rabbini, e potrebbero arruolarsi nell’esercito con il loro permesso.
Il capo di Stato Maggiore Eyal Zamir ha dichiarato in merito al boicottaggio annunciato: «Le forze armate israeliane sono l’esercito del popolo e attribuiscono la massima importanza all’integrazione di tutti i gruppi della popolazione nelle loro file, in particolare nelle operazioni di combattimento». Questa complessa integrazione avverrà sempre in modo tale che tutte le comunità possano servire fianco a fianco, ha aggiunto. «Senza che l’una vada a discapito dell’altra».
(Jüdische Allgemeine, 12 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Israele premia i satelliti Ofek 13 e Ofek 19, gli “occhi nello spazio” decisivi contro l’Iran
I due satelliti d’intelligence hanno ricevuto il Premio per la Sicurezza di Israele 2026 grazie alla loro capacità di individuare minacce in tempo reale, seguire attività strategiche a grande distanza e contribuire sia alle operazioni offensive sia alla difesa del Paese
di Shira Navon
Dalla sorveglianza dei siti strategici iraniani all’individuazione di missili lanciati verso Israele, una parte crescente della sicurezza nazionale israeliana si gioca ormai a centinaia di chilometri sopra la Terra. Non sorprende quindi che il progetto dei satelliti Ofek 13 e Ofek 19 sia stato premiato con il Premio per la Sicurezza di Israele 2026, il più prestigioso riconoscimento conferito dallo Stato a programmi che abbiano dato un contributo eccezionale alla difesa nazionale.
La cerimonia si è svolta mercoledì 10 giugno presso la residenza del presidente della Repubblica a Gerusalemme, alla presenza del presidente Isaac Herzog, del ministro della Difesa Israel Katz e del capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, il tenente generale Eyal Zamir. Il progetto premiato riguarda l’operatività e l’impiego dei satelliti Ofek 13 e Ofek 19, due piattaforme spaziali che consentono al sistema di sicurezza israeliano di ottenere informazioni d’intelligence affidabili e aggiornate in qualsiasi momento. Secondo quanto emerso durante la premiazione, il programma rappresenta un significativo salto di qualità nelle capacità di raccolta dati, nel rapporto tra prestazioni e peso e nell’efficienza complessiva del sistema.
L’importanza di questi satelliti è diventata ancora più evidente durante il confronto diretto tra Israele e Iran degli ultimi anni. Le piattaforme spaziali permettono infatti di monitorare costantemente aree molto lontane dal territorio israeliano, costruendo nel tempo un quadro dettagliato delle attività militari, industriali e logistiche che si svolgono in regioni difficilmente raggiungibili da altri strumenti di raccolta informativa. Una delle capacità più rilevanti consiste nell’identificazione di minacce in tempo reale. I satelliti sono in grado di contribuire alla localizzazione di missili lanciati contro Israele e di fornire informazioni utili sia per la difesa sia per la pianificazione di eventuali operazioni offensive. La raccolta continua di immagini e dati consente inoltre di individuare cambiamenti, movimenti e preparativi che, osservati singolarmente, potrebbero apparire insignificanti ma che, inseriti in una prospettiva temporale più ampia, assumono un valore strategico.
Per una potenza regionale come Israele, che deve monitorare costantemente programmi missilistici, attività nucleari e movimenti militari a oltre mille chilometri di distanza, la capacità di costruire una fotografia aggiornata e permanente del teatro iraniano rappresenta un vantaggio difficilmente sostituibile.
Il riconoscimento è stato assegnato alla Divisione Sistemi Missilistici e Spaziali e alla Divisione Elta della Israel Aerospace Industries, alla Direzione Spazio del ministero della Difesa, all’unità di ricerca e sviluppo della Direzione per la Ricerca e lo Sviluppo della Difesa (Mafat) e all’Unità 9900 della Direzione dell’Intelligence Militare israeliana, specializzata nell’elaborazione e nell’analisi di immagini satellitari e geospaziali. I sensori installati sui satelliti consentono di raccogliere informazioni ad altissima risoluzione in una vasta gamma di condizioni operative. In molti casi riescono a rilevare dettagli che sfuggirebbero ad altri sistemi di osservazione, offrendo agli analisti un livello di conoscenza particolarmente prezioso nelle fasi di crisi.
Il programma satellitare israeliano affonda le proprie radici negli anni Novanta. Dopo un primo tentativo fallito nel 1991, Israele riuscì a costruire nel 1995 una costellazione nazionale di satelliti da ricognizione che nel corso dei decenni è diventata una delle più avanzate al mondo in rapporto alle dimensioni del Paese. Una delle caratteristiche distintive della serie Ofek è proprio la capacità di concentrare prestazioni elevate in piattaforme relativamente leggere e compatte.
Il premio assegnato agli Ofek 13 e 19 si inserisce in un’edizione particolarmente significativa del Premio per la Sicurezza di Israele. Tra i progetti premiati figurano anche un sistema d’arma che avrebbe svolto un ruolo importante nella recente campagna contro l’Iran, una capacità operativa classificata sviluppata dal Mossad, nuove tecnologie elaborate dall’Unità 81 dell’intelligence militare e sistemi avanzati di guerra elettronica destinati a preservare la superiorità aerea dell’aeronautica israeliana.
Alla cerimonia hanno partecipato anche il direttore del Mossad, Roman Gofman, e il direttore dello Shin Bet, David Zini, a testimonianza dell’importanza attribuita da Israele a un settore che rimane in gran parte avvolto dal segreto ma che oggi costituisce uno degli elementi centrali della competizione strategica con l’Iran e con gli altri attori ostili della regione.
(Setteottobre, 13 giugno 2026)
........................................................
I leader palestinesi rifiutano ancora di riconoscere il diritto di Israele a esistere
Quando i leader palestinesi parlano del "diritto al ritorno", non si riferiscono al reinsediamento dei rifugiati in un futuro Stato palestinese in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza. L'obiettivo è quello di inondare Israele di milioni di palestinesi e trasformare gli ebrei in una minoranza nel loro stesso Paese.
di Khaled Abu Toameh *
 |
 |
FOTO
Palestinesi marciano a Ramallah, sventolando bandiere, portando le "chiavi del ritorno" e scandendo slogan del tipo "Ogni giorno viviamo una nuova Nakba" e "Non dimenticheremo mai il diritto al ritorno", il 12 maggio 2026.
|
|
L'11 e il 12 maggio scorsi, l'Autorità Palestinese ha organizzato manifestazioni di massa in tutta la Cisgiordania per commemorare la Nakba (la "Catastrofe"), il termine che i palestinesi usano per descrivere la nascita dello Stato di Israele nel 1948.
Centinaia di palestinesi hanno sfilato per le strade di Ramallah, capitale de facto dei palestinesi, sventolando bandiere, portando le "chiavi del ritorno" e scandendo slogan del tipo "Ogni giorno viviamo una nuova Nakba" e "Non dimenticheremo mai il diritto al ritorno".
Alla manifestazione hanno partecipato alti funzionari palestinesi, tra cui figure di spicco della fazione al potere Fatah e dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), riaffermando ancora una volta il loro impegno sulla questione dei rifugiati palestinesi e sul cosiddetto "diritto al ritorno".
Wasel Abu Yousef, membro del Comitato Esecutivo dell'OLP, ha asserito che dopo 78 anni, "l'occupazione [israeliana] sta cercando di minare il sacro diritto al ritorno". E ha aggiunto che "il diritto al ritorno" dei rifugiati rimarrà "una costante storica che non può essere persa con il passare del tempo".
A prima vista, il "diritto al ritorno" può sembrare una rivendicazione di natura umanitaria e simbolica. In realtà, però, esso costituisce una delle richieste più drastiche nel contesto del conflitto israelo-palestinese.
Quando i leader palestinesi parlano di "diritto al ritorno", non si riferiscono al reinsediamento dei rifugiati in un futuro Stato palestinese in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza. Pretendono che a milioni di palestinesi classificati come "rifugiati", compresi i discendenti dei rifugiati originari del 1948-1949, sia permesso di stabilirsi all'interno di Israele stesso. L'obiettivo è quello di inondare Israele di milioni di palestinesi e trasformare gli ebrei in una minoranza nel loro stesso Paese.
Questa rivendicazione contraddice radicalmente l'idea di una "soluzione a due Stati". Ma in una reale "soluzione a due Stati", i palestinesi creerebbero un proprio Stato indipendente accanto a Israele. Eppure, i leader palestinesi stanno di fatto affermando di volere non solo uno Stato palestinese, ma anche la distruzione demografica di Israele attraverso migrazioni di massa.
Nessun governo israeliano (di sinistra, di destra o di centro) potrebbe mai acconsentire a un suicidio nazionale.
Ecco perché il "diritto al ritorno" è rimasto uno dei principali ostacoli ai negoziati di pace sin dalla firma degli Accordi di Oslo tra Israele e l'OLP nel 1993.
La continua glorificazione della Nakba e l'ostinazione a rivendicare il "diritto al ritorno" dimostrano che molti palestinesi non hanno abbandonato il loro sogno di lunga data di rimpiazzare Israele, anziché vivere pacificamente al suo fianco.
Per molti in Occidente, il "Giorno della Nakba" è spesso rappresentato come un giorno di lutto e di commemorazione dei rifugiati palestinesi che persero le loro case durante la guerra arabo-israeliana del 1948-1949. Ciò che viene spesso ignorato, tuttavia, è il messaggio politico che si cela dietro tali commemorazioni e le pericolose implicazioni che esse comportano per un futuro processo di pace tra palestinesi e israeliani.
Definendo la creazione di Israele una "catastrofe" la leadership palestinese sta di fatto dicendo al suo popolo che l'esistenza stessa di Israele è illegittima. Questo non è il linguaggio della riconciliazione, della coesistenza o del compromesso. È il linguaggio del rifiuto e dell'estremismo.
Si immagini una situazione in cui una delle parti in conflitto celebri annualmente la nascita dello Stato dell'altra come un evento da cancellare dalla storia. Chi potrebbe davvero sostenere che una retorica di questo tipo contribuisca a creare le condizioni per la pace e il compromesso?
Le commemorazioni annuali della Nakba non si limitano a esprimere il dolore per gli eventi storici. Rafforzano la narrazione secondo cui gli ebrei sarebbero colonialisti stranieri, privi di un legittimo legame storico o nazionale con la terra. Questa narrazione cancella migliaia di anni di storia ebraica a Gerusalemme, Hebron, in Giudea, a Safed, a Tiberiade e in altre zone di Israele.
Il messaggio che i palestinesi ricevono dai loro leader è inequivocabile: Israele è nato nel peccato, non ha diritto di esistere e un giorno dovrebbe scomparire. Questa visione aiuta a comprendere il motivo per cui gli sforzi per raggiungere una pace duratura abbiano incontrato continui ostacoli nel corso degli anni.
Uno dei principali ostacoli al raggiungimento della pace è sempre stato il mancato impegno della leadership palestinese nel preparare la propria popolazione a un compromesso con Israele. A dirla senza mezzi termini, non c'è alcuna volontà di farlo. Mentre alcuni occidentali continuano a parlare di una "soluzione a due Stati", i leader palestinesi continuano a promuovere una narrazione secondo la quale l'intero territorio israeliano viene presentato come "Palestina occupata".
I libri di testo scolastici palestinesi, i media ufficiali, i discorsi e gli eventi pubblici non contribuiscono a preparare i palestinesi all'idea che gli ebrei posseggano una legittima identità nazionale e un diritto di autodeterminazione in Medio Oriente. Al contrario, ai palestinesi viene insegnato a considerare Israele come un'entità temporanea e priva di legittimità storica o politica. Le mappe utilizzate nei libri di testo di geografia e storia di solito omettono lo Stato di Israele. L'intera regione compresa tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo viene indicata come "Palestina", sostituendo i nomi delle città israeliane con denominazioni palestinesi.
Le più recenti celebrazioni della Nakba assumono un significato particolare alla luce del momento storico in cui si sono svolte.
Le manifestazioni si inseriscono in una fase delicata dei rapporti con Washington, mentre l'amministrazione Trump chiede all'Autorità Palestinese interventi di riforma, in particolare nell'ambito dell'istruzione, del contrasto all'incitamento all'odio e della governance.
Da anni, i governi occidentali esercitano pressioni sull'Autorità Palestinese affinché riveda i contenuti dei programmi scolastici, contrasti l'incitamento all'odio contro Israele, combatta l'antisemitismo e prepari i palestinesi alla coesistenza pacifica. Le autorità palestinesi, il più delle volte, rispondono con impegni generici a favore di riforme e moderazione.
Le scene provenienti da Ramallah e da altre città palestinesi, tuttavia, raccontano una storia ben diversa.
Come può una leadership che celebra la creazione di Israele come una "catastrofe" essere seriamente intenzionata a promuovere la pace? Come possono dei leader che continuano a promuovere l'illusione del "diritto al ritorno" affermare di essere favorevoli alla coesistenza? Come può la comunità internazionale aspettarsi riforme reali mentre i leader palestinesi continuano a indottrinare il loro popolo con narrazioni incentrate sul rifiuto e sul vittimismo?
Oppure la comunità internazionale non si aspetta alcuna riforma e spera segretamente che i palestinesi possano "risolvere la questione ebraica" senza doversi sporcare direttamente le mani?
L'amministrazione Trump e i donatori occidentali dovrebbero prestare molta attenzione ai messaggi che provengono da Ramallah. Il problema non è solo Hamas o la Jihad Islamica Palestinese, è molto più profondo e diffuso.
Anche i leader dell'Autorità Palestinese, considerati "moderati", continuano a promuovere narrazioni che non riconoscono l'esistenza di Israele e negano i diritti storici degli ebrei nella regione.
Una leadership realmente orientata alla pace dovrebbe educare la propria popolazione al compromesso, al riconoscimento reciproco, al rispetto e alla coesistenza. Dovrebbe insegnare ai palestinesi che gli ebrei non sono invasori stranieri, ma un popolo con profonde radici storiche nella regione che risalgono a quasi 4.000 anni fa. Inoltre, dovrebbe incoraggiare i palestinesi a costruire il proprio futuro, anziché sognare di ribaltare l'esito della guerra del 1948. Al contrario, i leader palestinesi continuano a commemorare la nascita di Israele come una tragedia e a promettere che la lotta contro la sua esistenza non è finita. Finché questa narrazione continuerà a dominare la cultura politica palestinese, la pace rimarrà irraggiungibile.
---
* Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.
(Gatestone Institute, 12 giugno 2026 - trad. di Angelita La Spada)
........................................................
La Slovenia revoca le misure anti-israeliane
Dopo il cambio di governo, la Slovenia cambia rotta nei confronti di Israele e revoca le restrizioni. Il ministro degli Esteri Sa'ar reagisce con soddisfazione.
LUBIANA / GERUSALEMME – Giovedì il nuovo governo sloveno ha revocato diverse misure rivolte contro Israele. Tra queste figurano i divieti di ingresso per i politici e un embargo sulle armi.
Il precedente governo guidato dal primo ministro Robert Golob (Movimento per la Libertà) aveva imposto diverse misure lo scorso anno: a luglio, il ministro della Polizia Itamar Ben-Gvir (Forza Ebraica) e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich sono stati dichiarati persone indesiderate a causa di dichiarazioni controverse.
Ad agosto è seguito un divieto di importazione di prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani. Un mese dopo, la Slovenia ha comunicato che anche il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) non avrebbe potuto entrare nel Paese – a causa del mandato di arresto internazionale. Inoltre, alla luce della guerra contro il gruppo terroristico Hamas, il governo precedente aveva parlato di un “genocidio” a Gaza.
• Bandiera palestinese rimossa
Il nuovo governo guidato dal primo ministro Janez Jansa (Partito Democratico) si è attivato subito dopo il suo insediamento la scorsa settimana. Una bandiera palestinese è stata rimossa. Sventolava simbolicamente sul palazzo del governo dal riconoscimento dello «Stato di Palestina» nel 2024.
In risposta, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar (Nuova Speranza) ha telefonato al suo nuovo omologo Tone Kajzer (Democratici). Ha annunciato la riapertura dell’ambasciata israeliana a Lubiana. Attualmente, la rappresentanza nella capitale austriaca Vienna si occupa delle questioni diplomatiche in Slovenia.
Riguardo alla revoca dell’embargo sulle armi, il governo sloveno ha dichiarato che esso era “inutile”. Le leggi nazionali sulla difesa e i criteri dell’UE in materia di esportazione di armi sono sufficienti.
• Dialogo e diplomazia silenziosa
«Attraverso il dialogo politico e la diplomazia silenziosa sarà possibile rafforzare il ruolo della Slovenia negli sforzi per raggiungere una pace duratura in Medio Oriente», si legge sul sito di notizie «Slovenia Times». Questi passi hanno riaperto le porte alla cooperazione su interessi comuni. Verrebbero ripristinate le condizioni per un normale dialogo politico con Israele.
Sa’ar ha accolto con favore la «decisione rapida e giusta di revocare le misure anti-israeliane distorte del precedente governo sloveno». Ha definito Jansa un «leader coraggioso e un vero amico di Israele».
(Israelnetz, 12 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Erdogan accusa Israele e rilancia le ambizioni turche su Gerusalemme
Il presidente turco sostiene che le operazioni israeliane in Siria e Libano minacciano Ankara mentre nel suo governo torna il richiamo alla sovranità turca sulla Città Santa
di Rosa Davanzo
Le parole pronunciate da Recep Tayyip Erdogan segnano un ulteriore salto di qualità nello scontro politico e diplomatico tra Ankara e Gerusalemme. Il presidente turco ha infatti sostenuto che le operazioni militari israeliane in Siria e in Libano hanno ormai raggiunto un livello tale da rappresentare una minaccia diretta anche per la sicurezza della Turchia, aggiungendo che “l’aggressione di Israele costituisce una minaccia per il mondo intero”. Dichiarazioni che arrivano mentre il Medio Oriente attraversa una fase di forte instabilità e che sono state accompagnate da affermazioni ancora più controverse provenienti da esponenti del governo turco.
Intervenendo sulla situazione nel Mediterraneo orientale, Erdogan ha accusato Israele di promuovere iniziative pericolose nella regione e ha avvertito che Ankara reagirà con fermezza qualora venissero compromessi gli interessi turchi o quelli della comunità turco-cipriota. “La nostra risposta sarà chiara e forte”, ha dichiarato il presidente, inserendo le attività militari israeliane in un quadro molto più ampio che coinvolge gli equilibri energetici, marittimi e strategici del Mediterraneo orientale.
Le parole del leader turco riflettono una crescente preoccupazione presente negli ambienti governativi di Ankara riguardo all’espansione dell’influenza israeliana nell’area. Negli ultimi anni Israele ha consolidato la cooperazione con Grecia e Cipro, ha rafforzato i rapporti con diversi Paesi arabi e ha intensificato le attività militari contro le milizie sostenute dall’Iran in Siria e in Libano. Evoluzioni che la leadership turca osserva con crescente inquietudine, soprattutto perché riducono il margine di manovra regionale che Erdogan aveva cercato di costruire attraverso una politica estera sempre più assertiva.
La risposta di Benjamin Netanyahu è stata immediata e particolarmente dura. Il primo ministro israeliano ha definito Erdogan “un dittatore antisemita che compie un genocidio contro i curdi, sostiene l’organizzazione terroristica Hamas e reprime il proprio popolo”. Netanyahu ha aggiunto che Israele continuerà ad agire con determinazione contro l’Iran e contro le organizzazioni armate che Teheran sostiene in tutta la regione, ribadendo che la sicurezza dello Stato ebraico rimane una priorità assoluta.
Al di là dello scambio di accuse, a suscitare particolare attenzione sono state alcune dichiarazioni provenienti dall’interno dello stesso governo turco. Nei giorni scorsi il ministro dell’Interno Mustafa Ciftci ha affermato di augurarsi che Gerusalemme possa un giorno tornare sotto il controllo turco. “Queste terre saranno di nuovo nostre”, ha dichiarato durante un intervento pubblico, evocando il passato ottomano della città e accostando Gerusalemme a località che, secondo la sua interpretazione, sarebbero state “liberate” nel corso della storia recente.
Le affermazioni del ministro hanno suscitato forti reazioni in Israele perché richiamano una corrente ideologica presente da tempo nell’universo politico vicino ad Erdogan. Negli ultimi quindici anni il presidente turco ha progressivamente recuperato simboli, riferimenti storici e linguaggi legati all’eredità dell’Impero Ottomano, alimentando una visione della Turchia come potenza guida del mondo musulmano sunnita. In questa prospettiva Gerusalemme occupa un posto centrale, sia per il suo valore religioso sia per il suo peso simbolico nell’immaginario politico neo-ottomano.
La retorica di Ankara si inserisce inoltre in una fase nella quale i rapporti tra Turchia e Israele attraversano uno dei momenti più difficili degli ultimi decenni. Dopo il 7 ottobre 2023 Erdogan ha intensificato gli attacchi verbali contro Israele, ha accolto pubblicamente dirigenti di Hamas e ha trasformato la causa palestinese in uno dei principali strumenti della sua politica interna e internazionale.
Dietro le accuse rivolte a Israele emerge dunque una competizione più ampia per l’influenza nel Medio Oriente del dopoguerra. Erdogan cerca di presentarsi come il difensore dei palestinesi e dei musulmani della regione, mentre Israele considera la Turchia uno degli attori che contribuiscono ad alimentare l’instabilità attraverso il sostegno politico offerto a Hamas. Le parole pronunciate nelle ultime ore confermano che il confronto tra Ankara e Gerusalemme è destinato a rimanere uno dei fronti diplomatici più tesi dell’intera regione.
(Setteottobre, 12 giugno 2026)
........................................................
Buone notizie
Eccoci dunque all’intesa, o al memorandum di intesa ma forse che sì, forse che no. Intesa a cui Israele non ha partecipato. D’altronde, Trump è stato esplicito, “Bibi fa quello che gli dico io”, alla faccia dei Lucio Caracciolo e company per i quali la Casa Bianca sarebbe eterodiretta da Israele.
Sembra concludersi l’estenuante suk negoziale tra Stati Uniti e Iran con l’apertura immediata dello Stretto di Hormuz e tante promesse per il futuro riguardo l’uranio arricchito e i missili balistici. Time will tell. Intanto Trump può millantare una grande vittoria negoziale. Nella sua immaginazione l’Iran ha capitolato, ha dovuto subire una catastrofica umiliazione e gli Stati Uniti escono con la schiena diritta. In realtà, al di là delle proiezioni oniriche di Trump, si tratta di una umiliazione senza precedenti.
Non solo l’Iran non ha capitolato, non solo il regime, per quanto ammaccato, è sopravvissuto, non solo ha costretto gli Usa, frettolosi di trovare un accordo, a sedersi al tavolo dei negoziati per concordare una intesa che è più a salvaguardia delle esigenze interne di Trump che di qualsiasi altro fattore, non solo ha dimostrato di potere tenere testa militarmente alla più grande potenza militare del pianeta, ma ha ottenuto anche che fosse il Qatar, sempre il Qatar, grande lobbista e con i piedi in molte scarpe, il Qatar che ha giurato fedeltà alla Fratellanza Musulmana e ha sponsorizzato Hamas per anni, il Qatar che ha salvato Steve Witkoff dalla bancarotta e a cui dopo che Israele aveva violato la sua sovranità con il fallito assassination attempt di Doha, ha ottenuto da Trump la protezione massima, a fare da mediatore per questo ultimo round.
L’intesa, da cui Israele è stato estromesso, dovrebbe salvaguardare anche Hezbollah principale proxy iraniano: non più attacchi in Libano e l’abbandono da parte dell’IDF delle postazioni già conquistate.
Netanyahu, ormai trasformato da Trump in un suo impiegato, lo ha perfino ringraziato per l’impegno profuso. Fantozzi non avrebbe potuto fare meglio.
(L'informale, 12 giugno 2026)
........................................................
Comunità di Napoli denuncia raffigurazione antiebraica
TORRE DEL GRECO - La Festa dei Quattro Altari è una storica manifestazione popolare di Torre del Greco, Comune di quasi 80mila abitanti parte della città metropolitana di Napoli, nata come celebrazione dell’Eucarestia e che unisce nell’intenzione degli organizzatori elementi di spiritualità, arte e intrattenimento. L’edizione al via questa sera propone oltre 40 eventi nel territorio comunale ma anche un’installazione pubblica a tema “ultima cena” che ha suscitato la reazione sdegnata del Consiglio della Comunità ebraica napoletana, comparendo tra i protagonisti della scena «un uomo anziano barbuto con cappello nero che maneggia il denaro, richiamando un classico stereotipo dell’antigiudaismo».
La Comunità è intervenuta con una nota inviata al sindaco di Torre del Greco, Luigi Mennella, e per conoscenza al prefetto di Napoli, Michele Di Bari, al questore del capoluogo campano, Maurizio Agricola, e al dirigente della Digos locale, Walter Dian. Per la Comunità, «è inaccettabile che una tale immagine offensiva e diffamatoria nei confronti degli ebrei venga esposta in una piazza o in una pubblica via per una festa ed è ancor più inammissibile che ciò avvenga con il beneplacito dell’amministrazione comunale». La Comunità annuncia pertanto l’intenzione di «ricorrere nelle sedi legali opportune nei confronti dei responsabili di questo scempio che si rifà alla becera propaganda nazifascista» e al contempo viene chiesta «la rimozione ad horas della suddetta installazione».
(Pagine Ebraiche, 12 giugno 2026)
........................................................
l mondo cristiano ha perso la pazienza con Israele?
Quasi nessun altro avvenimento ci preoccupa attualmente più di questo: perché proprio quei cristiani che per decenni sono stati particolarmente vicini allo Stato ebraico si stanno allontanando sempre più da Israele o prendono le distanze interiormente? Nella maggior parte dei casi non si tratta dei classici oppositori di Israele. Non sono attivisti del movimento BDS, né rappresentanti di un antisionismo laico e spesso nemmeno persone ostili al popolo ebraico. Al contrario. Molti di loro hanno amato Israele, hanno pregato per Israele, hanno visitato Israele, hanno difeso Israele e per decenni si sono sentiti legati al popolo ebraico. Proprio per questo le loro critiche meritano attenzione.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera da un ex lettore e cliente di lunga data di Israel Heute. Le sue parole sono rappresentative di un’evoluzione che osserviamo sempre più spesso negli ultimi anni.
Ha scritto: «Sì, il motivo della mia disdetta ha a che fare con la mia visione differenziata, che non ritrovo in Israel Heute. Cioè, ritengo sbagliato equiparare lo Stato di Israele e l’ebraismo 1 a 1 con l’Israele biblico, i discendenti di Giacobbe, ma è proprio questo il tono che traspare in modo coerente da Israel Heute. Certamente vedo una sovrapposizione, tuttavia è mia convinzione personale che nello Stato di Israele e nell’ebraismo si trovino molto più di Esaù (e altri) che di Giacobbe. Già ai tempi di Gesù c'era una chiara commistione. Personalmente non ho nulla contro le persone (tranne quelle che seguono la dottrina luciferina della Kabbalah e del Talmud babilonese). Il punto è che le promesse dell'Antico Testamento valgono per Giacobbe e i suoi discendenti. Mi auguro quindi che “Israel Heute” offra una copertura mediatica con una visione più differenziata.”
Molti cristiani oggi distinguono maggiormente tra lo Stato moderno di Israele e l’Israele biblico. Si chiedono se ogni decisione politica di Gerusalemme possa essere automaticamente equiparata alle promesse di Dio ad Abramo, Isacco e Giacobbe. Vedono in Israele non solo l’adempimento della profezia biblica, ma anche uno Stato moderno con tutti i punti di forza, le debolezze, gli errori e le sfide morali che ogni Stato possiede.
A ciò si aggiunge il fatto che alcuni cristiani hanno l’impressione che in alcune parti del panorama mediatico cristiano Israele non venga considerato in modo sufficientemente critico. Si chiedono perché spesso si parli con maggiore cautela di corruzione, lotte di potere politico, tensioni sociali, conflitti religiosi o derive morali rispetto agli stessi problemi in altri paesi. Per loro questo crea una tensione tra il loro amore per Israele e la loro comprensione del messaggio biblico. Inoltre, in diverse occasioni, parlando con cristiani all’estero, ho sentito dire che stanno lentamente perdendo la pazienza con Israele.
Questo processo si è intensificato soprattutto dopo il 7 ottobre 2023. Inizialmente molti cristiani si sono schierati incondizionatamente dalla parte di Israele. Ma più la guerra andava avanti, più immagini di sofferenza e distruzione dalla Striscia di Gaza facevano il giro del mondo e più il linguaggio politico si inaspriva da tutte le parti, più alcuni hanno iniziato a porsi domande difficili. Non perché improvvisamente sostengano Hamas o mettano in discussione il diritto all’esistenza di Israele. Piuttosto, cercano di conciliare la loro solidarietà con Israele con la loro concezione cristiana di giustizia, misericordia e responsabilità morale.
A ciò si aggiunge un aspetto teologico. Una parte dei cristiani è convinta che le promesse bibliche siano ancora valide, ma che queste non giustifichino automaticamente ogni azione dello Stato moderno di Israele. Altri si spingono ancora oltre e distinguono chiaramente tra il popolo biblico di Israele e l’odierno Stato di Israele. Ne derivano tensioni che si riflettono sempre più anche nelle comunità cristiane, nelle opere e nei media.
Inoltre, per molti cristiani l’Antico Testamento è semplicemente troppo «antico», mentre il Nuovo Testamento è percepito come molto più rilevante per la loro fede personale e la loro vita quotidiana. Le promesse di Dio a Israele, che attraversano l’Antico Testamento e vi occupano un posto centrale, compaiono in misura nettamente minore nel Nuovo Testamento.
• Forse, però, qui si nasconde un malinteso ancora più profondo.
Molti cristiani in Occidente leggono la Bibbia soprattutto attraverso la lente dei miracoli divini. Il Mar Rosso si divide. La manna cade dal cielo. Le mura crollano. Gli angeli intervengono. Dio parla direttamente a profeti e re. Ciò crea facilmente l’impressione che la storia di Israele sia stata soprattutto una storia di miracoli spettacolari, mentre la politica, la diplomazia, gli interessi di potere e l’azione umana avrebbero avuto solo un ruolo secondario.
Ma la Bibbia stessa racconta una storia molto più complessa. Sì, Dio agisce. Ma agisce per lo più nel mezzo degli sviluppi politici, economici e sociali del suo tempo. Il ritorno dall’esilio babilonese non avvenne per un momento magico. Fu reso possibile dal cambiamento dei rapporti di forza in Medio Oriente, dalla sconfitta di Babilonia da parte dell’Impero persiano e dalla nuova politica perseguita dal re Ciro. Esdra e Neemia non tornarono a Gerusalemme come figure celesti. Agirono come attori politici all’interno di un ordine mondiale concreto.
Lo stesso vale per la fondazione dello Stato di Israele nel 1948. Per gli ebrei e i cristiani credenti, essa può certamente essere intesa come l’adempimento delle promesse bibliche. Ma questa promessa non si è realizzata a prescindere dalla storia. Si è realizzata attraverso la diplomazia, ondate migratorie, decisioni internazionali, attività di lobbying politico, il crollo di imperi, l’Olocausto e la disponibilità al sacrificio di persone in carne e ossa. Famiglie come i Rothschild hanno sostenuto la costruzione di insediamenti ebraici. I leader sionisti hanno negoziato con i governi. I diplomatici hanno lottato per il riconoscimento internazionale. I soldati hanno difeso la patria nascente con le armi in pugno.
L'esistenza di Israele non è solo un miracolo biblico, ma anche un fatto politico e storico straordinario. Dove troviamo un altro esempio nella storia del mondo che mostri come un popolo, dopo quasi 2.000 anni di dispersione, ritorni nella sua patria storica, vi fondi nuovamente uno Stato sovrano e riesca persino a far rivivere la sua antica lingua come lingua viva di uso quotidiano? È proprio questo legame unico tra promessa biblica, identità nazionale, azione politica e realtà storica a rendere straordinaria la storia di Israele.
Credetemi: tra 500 anni, le persone guarderanno probabilmente alla rinascita di Israele così come noi oggi guardiamo alle grandi storie della Bibbia. Molti dettagli dei processi politici, dei negoziati diplomatici, degli interessi internazionali e delle decisioni umane saranno ormai da tempo dimenticati. Rimarranno le grandi linee della storia: un popolo è stato radunato da ogni angolo della terra, è tornato nella sua antica patria dopo quasi 2.000 anni, vi ha fondato nuovamente uno Stato e ha riportato in vita la sua lingua millenaria. Allora molte cose appariranno sacre, miracolose e quasi soprannaturali.
Forse alcuni cristiani si aspettano inconsciamente una sorta di «magia sacra» che renda visibili le promesse bibliche. Ma la Bibbia mostra spesso il contrario. Dio non scrive la storia al di fuori della politica, ma proprio al suo interno. Egli opera non solo attraverso i miracoli, ma anche attraverso re, diplomatici, guerre, sviluppi economici e decisioni umane.
Chi lo dimentica, spesso misura l’Israele di oggi con un’immagine idealizzata dell’Israele biblico, che non è mai esistito in questa forma. Anche l’Israele ai tempi di Davide, Salomone, Ezekia, Esdra o Neemia non era esente da conflitti politici, lotte di potere, corruzione, guerre e fallimenti morali. La Bibbia non tace su questa realtà. Al contrario. Ne parla apertamente e senza mezzi termini.
Forse la vera sfida consiste proprio nel tenere presenti due verità contemporaneamente. Israele è uno Stato moderno con tutti i difetti, le tensioni e le contraddizioni della storia umana. E allo stesso tempo milioni di ebrei e cristiani credenti vedono nella sua esistenza una parte di una storia più grande, che non è ancora conclusa.
La domanda cruciale forse non è quindi se si debba idealizzare o criticare Israele. La vera domanda è se si è disposti a considerare Israele nella stessa tensione con cui la Bibbia stessa descrive il popolo d’Israele, come un popolo chiamato da Dio, ma composto comunque da esseri umani fallibili. È proprio questa tensione che attraversa l’intera Bibbia. Se ricorriamo a dei paragoni, è perché questa tensione spiega forse l’Israele di oggi più di quanto molti, da entrambe le parti del dibattito, vogliano ammettere.
(Israel Heute, 12 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
____________________
A commento l'articolo che segue.
*
Favole ispirate?
Israel Heute ha il merito di fare riferimenti alla Bibbia che quanto meno spingono a riflettere, e quindi possono tastare qual è il rapporto che ha il lettore col testo biblico. La forma del giudizio che si dà (interessante, ingenuo, fuorviante, riprovevole, ecc) è già un'indicazione.
Dico allora che non condivido il confronto letterale che qualche volta si fa nel giornale tra quello che nel passato ha fatto l'esercito di Israele con quello fa oggi l'IDF, ma le ragioni non sono certamente quelle del lettore cristiano citato dall'autore. Direi anzi che queste sono più preoccupanti, perché rivelano una distorsione del messaggio biblico che è tanto più grave in quanto giace nel profondo ed è diffusa. È una sorta di inavvertito morbo spirituale che traduce in contemporanea i forti e spigolosi testi biblici in un linguaggio piacevole alle orecchie di chi legge.
Per dirla in breve, si legge e si interpreta l’Antico Testamento a partire dal Nuovo, secondo un processo che si chiama “spiritualizzazione”. Ciò che è materiale diventa figura di ciò che è spirituale. E così la spiegazione diventa illustrazione di un insegnamento morale, in forma simile a quella di una favola. Ma essendo la Bibbia ispirata, vorrà dire che si tratta sì di una favola, ma di una favola ispirata da Dio. Non lo si dice, ma si agisce come se fosse proprio così.
Prendiamo per esempio la bella “favola” della caduta delle mura di Gerico. “Il popolo dunque gridò e i sacerdoti suonarono le trombe; e avvenne che, quando il popolo ebbe udito il suono delle trombe, lanciò un grande grido, e le mura crollarono” . Bellissimo. Si può raccontare ai bambini, magari illustrandolo con immagini. E che succede poi? “Il popolo salì nella città, ciascuno diritto davanti a sé, e si impadronirono della città. E votarono allo sterminio tutto ciò che era nella città, passando a fil di spada, uomini, donne, fanciulli e vecchi, e buoi e pecore e asini”. Questo sarebbe più impegnativo illustrarlo con immagini. È meglio ritornare al “buon Gesù” che guarisce i malati e risuscita i morti.
Il fatto grave è che questa distorsione comincia proprio nella comprensione della persona di Gesù. È quello che chiamo il “vangelo a una dimensione”: quella umana. È un vangelo che parte dall’uomo per arrivare a un Dio che è tanto buono con l’uomo. E il ciclo si chiude. È una “lettura antropocentrica” della Bibbia. Non c’è da farsi illusioni e gli ebrei sono avvertiti: dove è diffuso questo tipo di lettura, prima o poi emerge un sentimento di avversione verso gli ebrei. Che può assumere forme diverse, ma in ogni caso è motivo di pena per gli ebrei e di vergogna per i cristiani. M.C.
........................................................
Dal faraone a Erdogan
Perché Israele viene costantemente dichiarato una minaccia per l’umanità?
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - È uno dei fenomeni più sorprendenti della storia mondiale. Quasi nessun popolo è così piccolo come quello ebraico. Quasi nessuno Stato è così minuscolo come Israele. Eppure, da millenni, grandi potenze, imperi, re, califfi, papi, dittatori e presidenti si occupano ripetutamente dello stesso Paese e dello stesso popolo. Dai faraoni d’Egitto a Haman in Persia, da Antioco ai Romani, dall’Inquisizione ai pogrom europei, da Hitler all’Unione Sovietica fino agli ayatollah di Teheran, ricorre sempre la stessa affermazione: gli ebrei sarebbero un pericolo. Israele sarebbe un pericolo. Lo Stato ebraico minaccerebbe la pace, l’ordine o addirittura l’umanità stessa. Oggi sentiamo di nuovo parole simili. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan afferma che Israele è «una minaccia per l’intera umanità». La leadership iraniana ha definito Israele per decenni un nemico dei popoli. Ali Khamenei ha definito Israele per anni un «tumore maligno», un «cane rabbioso» e ha dichiarato più volte che Israele deve scomparire o che in futuro non esisterà più. L’ex presidente iraniano Ebrahim Raisi ha parlato di una futura fine di Israele e ha dichiarato che ne avrebbero visto e celebrato la rovina. A proposito, entrambi sono morti: uno è deceduto a causa del suo «tumore maligno» durante un bombardamento israeliano, e l’altro ha perso la vita in un incidente in elicottero.
Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, durante l’ultima seduta del suo partito AKP al Parlamento turco, ha sferrato duri attacchi contro Israele, lanciando al contempo avvertimenti in direzione della Siria, del Libano e del Mediterraneo orientale. Nel suo discorso, Erdoğan ha messo in relazione diretta gli sviluppi in Medio Oriente con gli interessi di sicurezza della Turchia e ha dichiarato: «La sicurezza della Turchia non inizia ad Hatay, ma ad Aleppo, Damasco e Beirut. Non accetteremo fatti compiuti negli Stati dei nostri fratelli e non chiuderemo gli occhi di fronte agli attacchi. Conosciamo molto bene l’obiettivo finale dell’illusione israeliana della ‘Terra Promessa’. Se Allah vorrà, non lo permetteremo mai».
Con riferimento alla guerra nella Striscia di Gaza e agli scontri militari di Israele con l’Iran e Hezbollah, Erdogan ha accusato Israele dei crimini più gravi e ha affermato: «L’occupazione della Palestina e il genocidio dei palestinesi proseguono sistematicamente. Israele, che sta commettendo il genocidio più sanguinoso della storia dell’umanità, ha attaccato contemporaneamente l’Iran e, non contento di ciò, ha anche iniziato a occupare il Libano. Nonostante le posizioni degli Stati della regione, in particolare della Turchia, Israele si rifiuta di ritirarsi dal Libano e continua lì le sue operazioni sanguinose».
Erdogan ha inoltre dichiarato che Israele è ormai diventato una minaccia ben oltre i confini del Medio Oriente: «Sotto l’attuale governo, Israele è diventato sempre più arrogante ed è diventato una fonte di minaccia non solo per la regione, ma per l’intera umanità. Gli attacchi di Netanyahu e della sua rete criminale contro la Siria e il Libano hanno raggiunto un punto in cui minacciano non solo questi due Stati fratelli, ma anche la Turchia.»
Allo stesso tempo ha chiesto un intervento internazionale contro Israele e ha messo in guardia dalle conseguenze di un’ulteriore escalation: «Se le vessazioni israeliane non vengono fermate, l’intera regione e l’intera umanità ne subiranno le conseguenze. Israele deve essere fermato. È un dovere dell’umanità e del fronte umanitario. Non si può permettere che la storia si ripeta.»
Nel suo discorso, Erdogan ha parlato anche del vertice NATO che si terrà il mese prossimo ad Ankara. Ha accolto con particolare favore l’annunciata partecipazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e ha dichiarato: «L’annuncio che il presidente degli Stati Uniti Trump parteciperà personalmente al vertice è un passo importante per la coesione dell’alleanza. Abbiamo intensificato i nostri preparativi per garantire che il vertice di Ankara diventi un punto di riferimento storico nella storia della NATO». Inoltre, Erdogan ha lanciato un chiaro monito agli Stati del Mediterraneo orientale e ha dichiarato in merito alla situazione a Cipro: «Se i diritti e gli interessi della Turchia e dei turco-ciprioti nel Mediterraneo orientale dovessero essere minacciati, sappiate tutti che la nostra risposta sarà molto chiara e molto dura».
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha reagito immediatamente, respingendo con forza le accuse. Ha dichiarato: «Il dittatore antisemita Erdogan, che sta commettendo un genocidio contro i curdi, sostiene l’organizzazione terroristica Hamas, opprime il proprio popolo e imprigiona gli oppositori politici, è l’ultimo che possa dare lezioni di moralità allo Stato di Israele. Lo Stato di Israele e l’IDF, l’esercito più morale del mondo, continueranno ad agire con determinazione contro l’Iran e le sue organizzazioni proxy, che minacciano il Medio Oriente e il mondo intero».
Negli ultimi anni, il sultano turco ha notevolmente inasprito la sua retorica contro Israele. Mentre in passato criticava soprattutto la politica israeliana, dal 7 ottobre 2023 parla sempre più spesso di Israele come di uno «Stato terrorista», difende apertamente Hamas e ricorre ripetutamente a paragoni storici con il nazismo, che vengono respinti con forza da Israele e da molti Stati occidentali.
- Novembre 2023: ha definito Israele uno «Stato terrorista» e ha accusato Israele di commettere un «genocidio» contro i palestinesi.
- Dicembre 2023: Erdogan ha paragonato il primo ministro Benjamin Netanyahu ad Adolf Hitler e ha dichiarato che Netanyahu «non è diverso da Hitler». Allo stesso tempo ha paragonato l’operato di Israele nella Striscia di Gaza alla persecuzione degli ebrei da parte dei nazisti.
- Marzo 2024: Erdogan ha ribadito ancora una volta che la Turchia è «solidale con i leader di Hamas» e collabora apertamente con Hamas.
- Maggio 2024: In un discorso particolarmente duro ha insultato Netanyahu definendolo «psicopatico» e «vampiro succhiasangue» e ha ribadito le sue accuse di genocidio contro Israele.
- Luglio 2024: Erdogan ha lasciato intendere che la Turchia potrebbe intervenire militarmente, come in precedenza in Libia o nel Nagorno-Karabakh, cosa che in Israele è stata interpretata come una minaccia contro lo Stato ebraico.
- Giugno 2026: Ora ha dichiarato che Israele è «una minaccia non solo per la regione, ma per l’intera umanità», ha accusato Israele di «occupare» il Libano, ha parlato di una visione israeliana della «Terra Promessa» e ha avvertito che la Turchia non lo permetterà mai.
Da un punto di vista biblico, non si tratta di una novità. Già il profeta Zaccaria descrive Gerusalemme come una «coppa di stordimento per tutti i popoli circostanti» e come una «pietra pesante per tutte le nazioni». La Bibbia dipinge l’immagine di un popolo che, nonostante le sue piccole dimensioni, sarà sempre al centro della storia mondiale. Non per la sua forza militare o la sua estensione geografica, ma per il suo ruolo speciale nella storia di Dio. Non è necessario condividere questa visione teologica. Tuttavia, anche l’osservatore più spietato non può fare a meno di constatare che sulla terra ci sono molte guerre, molti conflitti e molti Stati più grandi, più potenti e più sanguinari di Israele, eppure, quasi nessun altro Paese suscita emozioni così forti, dibattiti così intensi e reazioni così estreme come lo Stato ebraico. Forse è proprio questo uno dei grandi enigmi della storia. O, come direbbero alcuni credenti, un ulteriore indizio del fatto che, agli occhi del mondo, Israele è sempre stato più di un semplice piccolo paese sul Mediterraneo orientale.
(Israel Heute, 11 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Dal 7 ottobre 2023 raccolti più di 9,5 milioni di dollari attraverso campagne europee legate ad Hamas
Secondo lo studio, ciascuna delle organizzazioni identificate ha raccolto almeno 100.000 dollari. Sette campagne online hanno raccolto più di 1 milione di dollari ciascuna, mentre quattro campagne aggiuntive hanno raccolto tra 500.000 e 1 milione di dollari. 23 delle campagne sono state identificate come aventi legami con Hamas e altre organizzazioni terroristiche.
di Nina Prenda
Un nuovo studio del Ministero degli Affari della Diaspora e della Lotta all’Antisemitismo ha rilevato che una vasta rete di crowdfunding che opera in Europa ha raccolto più di 9,5 milioni di dollari per Gaza dal 7 ottobre 2023, attraverso circa 45 organizzazioni e campagne presentate come iniziative di beneficenza.
Secondo lo studio, ciascuna delle organizzazioni identificate ha raccolto almeno 100.000 dollari. Sette campagne online hanno raccolto più di 1 milione di dollari ciascuna, mentre quattro campagne aggiuntive hanno raccolto tra 500.000 e 1 milione di dollari. Il Ministero ha dichiarato che 23 delle campagne sono state identificate come aventi legami con Hamas e altre organizzazioni terroristiche.
Lo studio ha esaminato l’attività di raccolta fondi in diversi Paesi europei e ha rilevato che le campagne nel Regno Unito hanno raccolto più di 11 milioni di sterline solo attraverso piattaforme di crowdfunding. In Francia, le campagne hanno raccolto circa 1,4 milioni di euro, mentre le campagne in Spagna e Paesi Bassi hanno generato centinaia di migliaia di euro. I ricercatori hanno identificato quella che hanno descritto come un’infrastruttura integrata di raccolta fondi che opera attraverso piattaforme di crowdfunding, siti web organizzativi, bonifici bancari, applicazioni di pagamento e criptovalute. Secondo il rapporto, c’è poca distinzione tra le piattaforme utilizzate dalle organizzazioni percepite come legittime e quelle utilizzate da entità con legami con Hamas e altre organizzazioni terroristiche. Lo studio ha affermato che ciò indica una mancanza di meccanismi di filtraggio efficaci ed evidenzia la necessità di una supervisione più stretta dei metodi di raccolta fondi.
Il rapporto ha anche trovato lacune significative nella trasparenza. Mentre le campagne di donazione e i metodi di pagamento sono generalmente visibili al pubblico, i ricercatori hanno dichiarato che le informazioni riguardanti il trasferimento di fondi, entità intermediarie e destinatari finali a Gaza sono spesso non disponibili. Lo studio ha rilevato che non sono stati trovati quasi dettagli finanziari riguardanti le entità destinatarie.
Tra i principali canali di raccolta fondi identificati c’erano JustGiving nel Regno Unito, che ospitava campagne che andavano da centinaia di migliaia di sterline a oltre 1,5 milioni di sterline per campagna. HelloAsso in Francia ha presentato campagne che vanno da decine di migliaia di euro ad almeno 197.000 euro. Ulteriori attività di raccolta fondi sono state identificate attraverso Big Give, GoFundMe, GlobalGiving, siti web organizzativi, bonifici bancari, PayPal e transazioni in criptovaluta.
Il Ministero ha dichiarato che si stima che i canali di raccolta fondi diretti, inclusi i siti web organizzativi, i bonifici bancari e PayPal, abbiano generato milioni di dollari aggiuntivi oltre gli importi visibili sulle piattaforme di crowdfunding pubbliche. I ricercatori hanno anche identificato donazioni in criptovaluta in diversi casi, anche se la portata totale di tali donazioni rimane poco chiara.
• I legami con il terrorismo
Il rapporto distingue tra legami diretti e indiretti con le organizzazioni terroristiche. I legami diretti includono organizzazioni precedentemente designate come entità terroristiche, individui identificati con Hamas o attività caratterizzate come sostegno al terrorismo. I legami indiretti includono la cooperazione con organizzazioni legate a Hamas, trasferimenti di fondi a entità identificate con il gruppo o dichiarazioni pubbliche che sostengono o giustificano il terrorismo.
Come parte dello studio, il Ministero ha esaminato le organizzazioni e gli individui che operano all’interno di enti di beneficenza e ONG. Il supplemento al rapporto ha citato esempi tra cui personale affiliato alla Fondazione Alkhair con sede nel Regno Unito e un individuo impiegato da Medici Senza Frontiere che è stato successivamente identificato dalla Jihad islamica palestinese come membro dell’organizzazione.
Il Ministro degli affari della diaspora e della lotta all’antisemitismo Amichai Chikli ha dichiarato: “Questo è un rischio per la sicurezza che non può essere ignorato. Paesi europei, svegliatevi! I fondi, anche sotto copertura umanitaria, sono suscettibili di raggiungere elementi associati a Hamas. Ci si aspetta che le piattaforme di crowdfunding agiscano con fermezza e decisione contro questo fenomeno e le nazioni europee devono impedire il flusso di fondi senza una supervisione sufficiente”.
Il direttore generale del Ministero Avi Cohen-Scali ha dichiarato: “Questo fenomeno è molto più ampio di quanto sembri. Decine di campagne, dozzine di entità e oltre 9,5 milioni di dollari identificati solo nella parte visibile. Quando i fondi fluiscono attraverso i canali pubblici con trasparenza solo parziale e entità di contatto con legami con Hamas e le organizzazioni terroristiche, costituisce una sfida di sicurezza, politica ed economica che richiede una risposta sistemica”.
Secondo il Ministero, lo studio si è concentrato sugli sforzi pubblici di raccolta fondi e non ha esaminato le donazioni private di individui facoltosi o altri canali non pubblici. I ricercatori hanno valutato i Paesi che appaiono nelle liste di controllo del terrorismo utilizzate dalle autorità di sicurezza israeliane e dall’amministrazione statunitense, mentre esaminavano i collegamenti noti con Hamas, la Jihad islamica palestinese e le organizzazioni correlate.
Il rapporto ha osservato che Hamas e la Jihad islamica palestinese sono organizzazioni terroristiche designate sia nell’Unione europea che nel Regno Unito, rendendo vietata la raccolta fondi aperta per loro conto. I ricercatori hanno detto che il presupposto di lavoro è che la raccolta fondi destinata a tali organizzazioni sia stata presentata come aiuto umanitario. Hanno aggiunto che l’importo effettivo raccolto è probabilmente significativamente superiore alle cifre identificate nello studio a causa dei canali di raccolta fondi che non sono visibili pubblicamente.
(Bet Magazine Mosaico, 11 giugno 2026)
........................................................
Libano come Gaza, l’informazione al servizio della propaganda
Quando le fonti di Hezbollah diventano dati incontestabili, le contraddizioni spariscono dalle cronache e il doppio standard giornalistico riappare identico a quello visto durante la guerra di Gaza.
di Anna Borioni
• I numeri delle vittime
Nelle cronache sulla guerra in Libano, quando vengono citati i numeri delle vittime libanesi viene indicata come fonte il ministero della Salute di Beirut. Nessun giornalista specifica che il ministro della Salute, Rakan Nassereddine, è un alto esponente di Hezbollah e che, quindi, la fonte non è al di sopra delle parti, non è neutrale, ma è l’espressione di una parte belligerante. Così come nessun giornalista sottolinea che i bollettini diramati da Nassereddine non distinguono fra civili e miliziani, ma parlano solo di persone. Vista la provenienza, dovrebbe almeno sorgere il dubbio che i dati delle vittime possano non essere frutto di una visione imparziale, ma costituire uno strumento di propaganda. Ma tant’è: questi dati vengono ripresi tal quali dalle agenzie e dalle testate giornalistiche internazionali che, così facendo, accreditano come autorevole e obiettiva una fonte che invece è parte in causa. Ci risiamo: è lo stesso schema che è servito a disinformare sulla guerra di Gaza. È uno schema che non informa, ma fa da cassa di risonanza alla propaganda di gruppi terroristici il cui obiettivo dichiarato è la fine dello Stato ebraico.
Francesca Mannocchi, sulla Stampa del 1° giugno, scrive: «Dal 17 aprile, giorno in cui il cessate il fuoco è entrato formalmente in vigore, almeno 3.355 persone sono state uccise e 10.095 ferite sul territorio libanese. Sono i dati del ministero della Salute di Beirut». Il giorno dopo, 2 giugno, su Avvenire Camille Eid ci informa che il bilancio delle vittime, aggiornato ogni ventiquattr’ore dal ministero della Sanità libanese – che efficienza questi funzionari di Hezbollah, se si pensa che gli israeliani ci hanno messo mesi a giungere al numero definitivo delle vittime del pogrom del 7 ottobre 2023! – ha raggiunto in tre mesi «quota 3.433 morti e 10.395 feriti, di cui 1.118 morti solo dal 17 aprile». Quindi in una notte sarebbero morte 78 persone. Guarda caso è la media giornaliera delle morti avvenute nei 46 giorni che vanno dal 17 aprile al 1° giugno, che secondo Mannocchi ammontano a 3.355. Che però, per Eid, nello stesso periodo sarebbero invece 1.118. Ahi ahi, che confusione! Ad aumentarla ci si mette anche Fabio Tonacci che il 4 giugno, su Repubblica, scrive: «Più di 900 morti libanesi, bombardamenti nel Sud e nella valle della Bekaa».
• Fonte? Non pervenuta.
E poi siamo proprio sicuri che queste siano tutte vittime del fuoco israeliano, come sostiene Pasquale Porciello sul Manifesto? Dopo tutto in Libano a sparare sono due fronti. E se proprio volessimo fare il conto totale allora ci sarebbero gli oltre mille razzi e i 400 droni esplosivi lanciati da Hezbollah contro i civili israeliani dal 16 aprile 2026. E se ci allunghiamo un po’, ci sarebbero anche gli oltre 19 mila razzi arrivati dal Libano dal 7 ottobre 2023. Ma chi lo ricorda? Ne scrive solo Francesca Musacchio il 2 giugno sul Tempo. In sette giorni di cronache che descrivono in dettaglio le tribolazioni dei libanesi dovute alla guerra, si trova un solo articolo, a firma Marta Serafini sul Corriere del 4 giugno, che racconta quelle degli abitanti del nord d’Israele sotto costante minaccia dei droni a fibra ottica di Hezbollah, che le difese israeliane hanno difficoltà a intercettare.
• La tregua
Il 2 giugno la Stampa titola a grandi lettere: «Netanyahu frena la pace». Poi nel sottotitolo si autosmentisce: «Tel Aviv e Hezbollah accettano lo stop agli attacchi». Ma come? Netanyahu accetta lo stop e frena la pace allo stesso tempo? Il 5 giugno la Stampa viene smentita anche da Hezbollah che dichiara un netto no alla tregua. Allora chi frena la pace? Hezbollah ha rifiutato la tregua, ma il quotidiano Domani, irriducibile, scrive il 5 giugno: «Il premier israeliano usa il no dei miliziani per affossare definitivamente l’accordo». Cioè, come sarebbe a dire? La colpa non sarebbe di chi si oppone alla tregua, Hezbollah, ma di Israele che l’ha accettata? E poi se Hezbollah non vuole la tregua allora vuol dire che vuole continuare la guerra, o no? Ma i giornalisti non si vergognano mai?
• Ucciso un casco blu
Il 4 giugno un soldato serbo dell’Unifil viene ucciso e altri due commilitoni feriti da colpi di mortaio sparati dalle postazioni di Hezbollah. Ci si aspetterebbe titoli strillati, tipo: «Hezbollah spara su una base Unifil e uccide un soldato e ne ferisce due», seguiti da articoli che raccontano l’accaduto con dovizia di particolari, magari corredati da interviste a qualche responsabile dei caschi blu, dichiarazioni di ferma condanna di politici, notizie sulla tragedia che subisce la famiglia della vittima. Ma niente di tutto ciò si trova sulla stampa nazionale.
Su Corriere, Repubblica e Stampa del 5 giugno la notizia è «Ucciso un casco blu» e non merita nemmeno un titolo autonomo, ma la si trova dispersa nei sottotitoli dei pezzi che riportano il no di Hezbollah all’accordo sulla tregua. Ma chi l’ha ucciso? Per saperlo bisogna andare a cercarlo all’interno degli articoli, dove l’accaduto viene liquidato in poche righe.
Marta Serafini, che pure ci aveva dato un barlume di speranza, sul Corriere del 5 giugno mette la morte del soldato accanto alle vittime degli attacchi aerei nella valle della Bekaa: «Ieri è morto anche il sergente serbo Milovan Jovanovic, uno dei 170 caschi blu serbi, dopo che un colpo di mortaio ha colpito la sua postazione vicino a Marjayoun. L’esercito israeliano ha accusato Hezbollah di aver sparato colpi di mortaio caduti all’interno della postazione delle Nazioni Unite durante la notte». Stop.
Poche righe anche quelle dedicate da Paolo Brera su Repubblica, che ci tiene a precisare che è stato un “colpo indiretto, come si chiamano tecnicamente quelli di mortaio o artiglieria, proveniente dal nord del Litani, avverte Unifil. È la zona controllata da Hezbollah. Unifil parla di indagini in corso sulle responsabilità, ma quelle parole sostanziano le accuse dell’IDF ai miliziani secondo cui è stato un loro colpo di mortaio”. Stop.
Fabiana Magrì sulla Stampa riesce a essere ancora più striminzita, senza citare neppure Hezbollah: «…un peacekeeper della missione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil), morto a causa di ferite causate da colpi di mortaio che hanno colpito la sua postazione vicino a Marjayoun nel Libano sud-orientale. Milovan Jovanovic, di nazionalità serba, avrebbe compiuto 37 anni domani». Stop.
L’Avvenire riesce a fare un vero capolavoro di ipocrisia e ambiguità già nel sottotitolo: «La vittima è un soldato serbo, feriti anche due spagnoli. Solito scambio di accuse fra i due fronti». E poi nel pezzo, a firma Lucia Capuzzi: «…Milovan Jovanovic raggiunto da un colpo di mortaio». Tirato da chi? Più avanti scopriamo che «Israele accusa Hezbollah» e che l’Onu «ha aperto un’indagine sull’aggressione». In ogni caso, «gli attacchi alle truppe Onu devono cessare immediatamente», ha dichiarato il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres. Ah ecco, ci mancava.
Potremmo andare avanti con altre testate, ma tanto la linea è la stessa, quindi ci fermiamo qui. Viene tuttavia spontanea una domanda: se il colpo l’avesse sparato Israele?
La risposta la conosciamo bene. L’11 ottobre 2024 Israele colpisce la torretta di una base italiana dell’Unifil: nessun italiano colpito, due caschi blu indonesiani feriti. Titoli cubitali. Corriere della Sera: «Attacco a Unifil, l’ira dell’Italia». Repubblica: «Israele spara sugli italiani». La Stampa: «Israele attacca le forze Unifil, colpito avamposto italiano». Avvenire: «Israele spara sull’Onu».
Ciascun quotidiano dedica più articoli all’accaduto. Interviste ai ministri Tajani e Crosetto, dichiarazioni che evocano persino possibili crimini di guerra, colloqui con il portavoce della missione Onu, interventi dei vertici del contingente Unifil, analisi sul perché Israele avrebbe sparato contro la missione internazionale.
Abbiamo capito. Israele spara, attacca, compie crimini di guerra. A Hezbollah invece cadono per caso colpi di mortaio che, sempre per caso, uccidono un soldato. D’altro canto c’è la guerra, no? È scontato che le persone possano morire, tanto più i soldati. Per questa, forse, settimana basta così.
(Setteottobre, 11 giugno 2026)
........................................................
Il Museo della Torre di Davide lancia un appello a tutto il mondo: “cerchiamo vecchie fotografie del Muro Occidentale”
Questa iniziativa rientra nell’allestimento di “Eyes on the Wall”, una grande mostra prevista per il 2027 in occasione del 60° anniversario della riunificazione di Gerusalemme dopo la Guerra dei Sei Giorni. Il progetto punta a raccontare la storia del Kotel attraverso le persone che lo hanno visitato, fotografato e vissuto nel corso di oltre un secolo.
di Pietro Baragiola
A Gerusalemme il Museo della Torre di Davide ha lanciato un appello invitando tutto il mondo alla ricerca di fotografie del Muro Occidentale conservate negli album di famiglia e negli archivi personali.
In particolare il museo è interessato alle foto realizzate tra il 1860 e il 1968, l’anno successivo alla conquista della Città Vecchia da parte delle forze israeliane.
Questa iniziativa rientra nell’allestimento di “Eyes on the Wall”, una grande mostra prevista per il 2027 in occasione del 60° anniversario della riunificazione di Gerusalemme dopo la Guerra dei Sei Giorni. Il progetto punta a raccontare la storia del Kotel attraverso le persone che lo hanno visitato, fotografato e vissuto nel corso di oltre un secolo.
• L’appello del museo
“Attraverso questa iniziativa speriamo di scoprire ulteriori testimonianze visive che illuminino e preservino non solo le pietre del Muro Occidentale, ma l’esperienza umana dell’incontro con esso attraverso le generazioni” ha dichiarato nell’appello il curatore Shimon Lev. “C’è qualcosa di profondamente commovente nel momento in cui una foto familiare attraversa il confine tra memoria privata e patrimonio condiviso.”
L’obiettivo dell’appello non è soltanto documentare l’aspetto del Muro nel corso del tempo, ma anche raccogliere le storie delle persone che vi si sono recate per pregare, celebrare momenti importanti o semplicemente visitare Gerusalemme.
“Come museo invitiamo chiunque possieda fotografie, cartoline, negativi o altri materiali visivi a verificare i propri archivi familiari e a condividere eventuali documenti utili alla nostra ricerca” ha aggiunto Lev.
• L’album di Freedman
A rafforzare la convinzione che molte immagini storiche attendano ancora di essere riscoperte è stata un recente ritrovamento avvenuto in Canada.
Qui, il professor David Freedman ha rinvenuto un album fotografico appartenuto a suo nonno, il dottor Abraham Orkin Freedman, che ha vissuto a Gerusalemme nel 1920. L’album, trovato mentre il professore stava riordinando il seminterrato della casa dei genitori, contiene fotografie della città e dei suoi abitanti durante il periodo del Mandato britannico.
Freedman ha subito deciso di donare questo materiale al Museo della Torre di Davide, in modo da offrire ai ricercatori nuove immagini di una Gerusalemme ormai scomparsa.
“È stato proprio questo ritrovamento a dimostrare come documenti di grande valore storico possano ancora emergere da collezioni familiari apparentemente ordinarie” ha concluso Lev. “Con la mostra del 2027, il Museo della Torre di Davide spera di affiancare alle grandi pagine della storia anche le testimonianze di chi, attraverso una semplice fotografia, ha contribuito a preservare la memoria del Muro Occidentale e della città di Gerusalemme.”
Una volta trovate, le immagini potranno essere inviate direttamente all’istituzione, che sta lavorando per ampliare il proprio archivio visivo dedicato al luogo più sacro dell’ebraismo.
(Bet Magazine Mosaico, 11 giugno 2026)
........................................................
Trump avverte l’Iran e si interroga sul futuro di Netanyahu
La notte nel Golfo Persico è stata lunga. Caccia americani hanno colpito radar e difese aeree iraniane nella zona dello Stretto di Hormuz, in due ondate. La risposta dei pasdaran non si è fatta attendere: droni contro la Quinta Flotta in Bahrein, missili a lungo raggio contro la base di al-Azraq, in Giordania. All’origine di tutto, denuncia Washington, l’abbattimento di un elicottero Apache sopra lo Stretto di Hormuz. «Una risposta proporzionata a un’aggressione ingiustificata», ha fatto sapere il Centcom. Poi si è fatto sentire il presidente Usa Donald Trump: «L’Iran è solo parole e niente fatti», ha scritto sul social Truth. «Il bullo del Medio Oriente è morto. Hanno perso troppo tempo a negoziare un accordo che era ottimo per loro, e ora ne pagheranno il prezzo». Poi, intervistato da Fox News, ha aggiunto: «Sono vicino a ordinare nuovi attacchi. Includeranno centrali elettriche e ponti». Parole in netta contraddizione con l’ottimismo espresso 24 ore prima dallo stesso Trump, che parlava di un accordo imminente. La diplomazia, intanto, prova a correre più veloce delle bombe, scrive Ynet. Una delegazione di mediatori qatarioti è arrivata a Teheran, in coordinamento con Washington, per chiudere l’intesa sul nucleare. Quattro i nodi sul tavolo, secondo il New York Times: il congelamento dell’arricchimento dell’uranio con l’obiettivo Usa di arrivare a un termine di 15 anni, la diluizione delle undici tonnellate già arricchite, lo smantellamento dei siti di Natanz, Fordo e Isfahan, e il via libera a ispezioni a sorpresa, ovunque e in qualsiasi momento. Da Teheran, il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf ha risposto: «La via della vittoria passa per la resistenza e il martirio».
• Trump e il futuro politico di Netanyahu
Oltre a parlare di Iran, il presidente Usa, intervistato da Abc News, ha parlato del futuro del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. «Non so se Bibi voglia continuare», ha affermato. «Ha avuto una carriera straordinaria. Vuole continuare? È un premier di guerra, e la guerra la vinceremo molto presto, in un modo o nell’altro». Il Likud, partito di Netanyahu, ha risposto in poche ore, confermando la candidatura del leader israeliano che «correrà alle prossime elezioni e, a Dio piacendo, vincerà». Secondo un sondaggio dell’Israel Democracy Institute, il 61% degli israeliani non vuole una ricandidatura di Netanyahu contro il 35% che lo sostiene. La spaccatura attraversa il suo stesso campo: la destra resta con lui con il 69% favorevole alla sua candidatura, ma nel centro-destra i due terzi gli chiedono di fermarsi. Tra gli elettori del Likud, di Sionismo Religioso e dei partiti haredi (i “timorati”), circa un quarto pensa che il suo tempo sia finito. Eppure, alla domanda su quale blocco abbia più chance di formare il prossimo governo, la risposta più frequente tra gli ebrei israeliani resta la stessa: quello di Netanyahu, indicato da più di un terzo, contro un quarto che scommette sull’opposizione. Il 61% sostiene una legge che limiti a due i mandati dei primi ministri. Dal rapporto emerge un altro dato legato alla Casa Bianca: scende drasticamente la fiducia degli israeliani in Trump. A marzo – nel pieno della campagna contro l’Iran – il 64% degli ebrei israeliani riteneva che il presidente Usa avesse tra le sue priorità la sicurezza di Israele. Nel rilevamento di inizio giugno il dato è crollato al 41%, il valore più basso mai registrato dall’istituto da quando, nel novembre 2024, ha cominciato a porre la domanda.
(Pagine Ebraiche, 10 giugno 2026)
........................................................
Gli interessi di Israele e degli Stati Uniti coincidono ancora?
di Davide Cucciati
Nei primi dieci giorni di giugno qualcosa si è incrinato nel rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Le dichiarazioni pubbliche, le ricostruzioni giornalistiche e le diverse priorità strategiche emerse sul dossier iraniano suggeriscono una domanda più ampia: fino a che punto gli interessi degli Stati Uniti e quelli di Israele continuano a convergere?
Il segnale più evidente è arrivato il 9 giugno. In un’intervista al em>Financial Times, Trump ha dichiarato che Netanyahu “non avrà scelta” se Washington dovesse raggiungere un accordo con l’Iran. Nella stessa intervista ha aggiunto una frase destinata a far discutere: “I call the shots”, rivendicando che l’ultima parola sulla strategia verso Teheran spetta a Washington.
La dichiarazione arriva al termine di una sequenza crescente di attriti: il 1° giugno Axios ha riferito che Trump avrebbe frenato un’operazione israeliana contro obiettivi di Hezbollah a Beirut, ritenendo che un’escalation potesse compromettere i negoziati con la Repubblica Islamica dell’Iran. Reuters ha poi descritto gli sforzi dell’amministrazione americana per evitare un allargamento del conflitto e preservare il percorso diplomatico con Teheran. Il 5 giugno la stessa Reuters ha pubblicato un approfondimento sulle difficoltà emerse nel rapporto tra i due leader. Netanyahu ha riconosciuto l’esistenza di “disaccordi tattici” con Washington, pur insistendo sulla solidità dell’alleanza tra i due Paesi. L’8 giugno sempre Reuters ha inoltre evidenziato che Trump avrebbe espresso forte preoccupazione per il rischio che nuove iniziative militari potessero compromettere il percorso diplomatico con Teheran.
Per Israele l’Iran continua a rappresentare una minaccia strategica di primo piano. Il programma nucleare, il sostegno a Hezbollah, agli Houthi e ad altri attori regionali vengono percepiti come elementi di un pericolo diretto alla sicurezza nazionale.
Per l’amministrazione Trump la priorità appare diversa: il presidente americano continua a puntare sulla possibilità di un accordo che riduca il rischio di una guerra regionale e possa essere presentato come un successo diplomatico.
Le due posizioni possono convivere, ma la loro convergenza non è automatica. A rafforzare questa impressione sono arrivate anche le dichiarazioni del vicepresidente JD Vance. Intervistato da Fox News l’8 giugno, Vance ha affermato che “Israele e Stati Uniti hanno molti interessi condivisi, ma esistono anche situazioni in cui i loro interessi divergono”. Ha poi aggiunto che, rispetto ai negoziati con l’Iran, “a Israele potrà piacere o meno, ma riteniamo che questo sia nell’interesse degli Stati Uniti d’America”.
Si tratta di parole significative perché pronunciate non da un commentatore o da un esponente della galassia MAGA esterna all’amministrazione, ma dal vicepresidente degli Stati Uniti. In pochi anni, una riflessione che sembrava confinata ad alcuni settori del movimento America First è arrivata ai vertici della politica americana.
Proprio questo tema era emerso in un articolo pubblicato su Mosaico il 24 aprile scorso, dal titolo “La destra MAGA spinge Trump contro Israele e ne erode il consenso fra gli elettori”. In quell’analisi si osservava come una parte crescente dell’universo America First stesse mettendo in discussione alcuni presupposti tradizionali della politica estera americana. L’idea è semplice: se la priorità assoluta deve essere la tutela dell’interesse nazionale degli Stati Uniti, ogni alleanza viene valutata in funzione dei vantaggi concreti che produce per Washington. Nessun rapporto può essere considerato immune da questa logica.
Da qui nasce una riflessione ancora più ampia: per decenni si è parlato di “Occidente” come di una comunità strategica relativamente compatta. Durante la Guerra Fredda esisteva una minaccia comune, l’Unione Sovietica, che contribuiva a tenere insieme alleanze, interessi e priorità politiche. Oggi è lecito chiedersi se questo termine abbia ancora un significato politico sul piano della postura internazionale: la competizione con la Cina, la guerra in Ucraina, le tensioni energetiche e le crisi mediorientali hanno riportato al centro gli interessi specifici dei singoli Stati.
Se la dottrina America First viene applicata fino alle sue conseguenze più estreme, il sostegno a Israele tende a essere subordinato a una valutazione costante dell’interesse nazionale americano. La domanda, quindi, è quanto i due Paesi continuino a leggere nello stesso modo il proprio interesse strategico.
(Bet Magazine Mosaico, 10 giugno 2026)
........................................................
Israele continua a operare in Libano – come se l’Iran non esistesse
Il corrispondente di Israel Heute parla delle pressioni di Trump su Netanyahu, della deterrenza israeliana nei confronti di Teheran e delle operazioni in corso contro Hezbollah in Libano.
di Itamar Eichner
“«Qui la situazione è stata gestita in modo molto corretto. Col senno di poi, non è affatto male che Trump abbia detto no a Israele due volte e che Netanyahu abbia detto sì due volte. Nel giro di 24 ore abbiamo agito due volte contro la posizione dichiarata del presidente. Non è cosa da poco. Abbiamo colpito nella Dahiyeh quando Trump ha detto no. E abbiamo colpito in Iran quando Trump ha detto no. Non è una cosa da poco. Non è male e rafforza la deterrenza israeliana agli occhi degli iraniani e degli arabi. Alla fine, i nemici hanno visto che Trump ha detto no – e noi abbiamo detto sì. Ma da parte nostra, e questa è la cosa più importante: non abbiamo reciso i legami con gli americani. Trump mantiene il suo impegno sulla questione nucleare, insiste sul trasporto dell’uranio e sull’arricchimento pari a zero, non sblocca i fondi congelati e non revoca le sanzioni contro l’Iran, continua il blocco contro l’Iran, le forze armate americane rimangono qui e l’opzione militare rimane in piedi.”
È quanto affermano alti funzionari israeliani dopo la riunione notturna del gabinetto, durante la quale sono stati discussi i risultati dell’ultimo round di negoziati. Nonostante l’impressione che si è creata nell’opinione pubblica quando Trump ha richiamato Netanyahu all’ordine nell’attuale round, Netanyahu ha ricevuto il sostegno della maggioranza dei ministri per la sua linea nei confronti di Trump.
Dai resoconti presentati ai ministri emerge che la conversazione di Netanyahu di domenica sera è stata molto tesa. Trump gli ha chiesto di non attaccare l’Iran, ma Netanyahu gli ha risposto che non se ne parlava: non appena si spara su Israele, si tratta di un attacco alla sua sovranità e bisogna agire. La conversazione del giorno dopo a mezzogiorno è stata invece molto cordiale. Trump ha detto a Netanyahu: «Hai agito contro la mia opinione, ma ora fermati e torniamo ai negoziati». Il filo che lo legava a lui non si è spezzato e l’impegno di Trump sulla questione del programma nucleare iraniano è rimasto in piedi.
Un membro di alto rango del governo ha detto: «Qui c’è l’arte di una corretta gestione, e qui c’è l’ipocrisia dell’opposizione. Se non reagisci, rendi Israele un protetto degli Stati Uniti. E se reagisci, distruggi i rapporti con gli Stati Uniti. Si tratta qui di una gestione molto sottile, strategicamente molto corretta».
Secondo alti funzionari israeliani, l’Iran è entrato in gioco solo perché Hezbollah è in grave difficoltà, comprende di essere in pericolo di annientamento e ha lanciato l’allarme. Il piano originale era che Hezbollah proteggesse l’Iran – non che l’Iran proteggesse Hezbollah. Mai prima d’ora c’era stata una bonifica così radicale nel Libano meridionale: la distruzione sistematica delle infrastrutture terroristiche e dei fondi del terrorismo. Questo processo si sta sempre più intensificando. Hezbollah ha costruito infrastrutture sotterranee per 15 anni, chilometro dopo chilometro. Tutto questo verrà distrutto. Si trova in grave difficoltà e ha comunicato questa difficoltà agli iraniani. Gli iraniani hanno detto che avrebbero sparato di nuovo se avessimo attaccato il Libano meridionale, ed ecco: per tutta la notte l’IDF ha attaccato nel Libano meridionale. L’IDF sta intensificando la manovra e sta avanzando verso est e verso Beaufort. Stiamo operando lì con forza, e gli iraniani non fanno nulla.”
Un membro di altissimo rango del governo ha dichiarato: «La prova sarà nella questione dell’equilibrio. Dopotutto, ieri abbiamo ordinato all’esercito di mantenere l’equilibrio. Finché ci saranno bombardamenti destinati ad attraversare la recinzione, spareremo sulla Dahiyeh. Stiamo operando con grande intensità nel Libano meridionale – per eliminare la minaccia. Si tratta di un’azione che avrà un impatto per decenni a venire. Se ci saranno bombardamenti sui nostri villaggi, spareremo sulla Dahiyeh. Quello che stiamo facendo ora è consolidare il successo: ripulire le infrastrutture ed eliminare tutte le infrastrutture terroristiche sulla linea di contatto, distruggere le infrastrutture strategiche che Hezbollah ha costruito nella zona di Beaufort. Si tratta di un evento grazie al quale gli abitanti del nord vivranno in una realtà corretta per 20 o 30 anni.”
L’alto funzionario ha aggiunto: «Se la guerra finisce con Hezbollah respinto oltre il Litani – e noi abbiamo distrutto tutte le infrastrutture vicine al confine su un raggio di nove-dieci chilometri – allora si tratterà di un successo straordinario. Ciò significa che non c’è minaccia di infiltrazione, non c’è minaccia anticarro, centinaia di migliaia di sciiti non hanno un luogo in cui tornare. Non è la zona di sicurezza degli anni ’80 e ’90. È un’area sterile, dove non c’è nessuno. È una realtà di sicurezza diversa. In seguito raggiungeremo anche le zone della Bekaa e potremo occuparci anche dei missili balistici che gli sono rimasti – il 30 per cento di quelli che avevano. L’unico motivo per cui l’Iran è intervenuto è che Hezbollah era in grave difficoltà e gli iraniani sono venuti in suo aiuto. Loro hanno sparato e noi abbiamo reagito. Continuiamo in Libano come se l’Iran non esistesse. Se ci sarà un limite alle nostre operazioni di terra in Libano, allora gli iraniani avranno avuto successo. Ma nel complesso gli americani sono qui con noi e ci lasciano lavorare.”
In Israele si presume che si raggiungerà un accordo con il governo libanese. Un alto funzionario israeliano ha dichiarato: «Hezbollah pensava che l’Iran li avrebbe salvati, ma ora capisce che l’Iran non lo farà, perché l’IDF continua a operare, a bombardare e a sventare i piani. E cosa gli resta? Cercherà di arrivare proprio a quell’accordo che, dal suo punto di vista, è un accordo di capitolazione. È un successo incredibile: c’è accordo tra il Libano e gli Stati Uniti sul fatto che la tregua significhi che Hezbollah si ritiri a nord del Litani. L’IDF rimane in tutta l’area e continua la bonifica e la distruzione delle infrastrutture terroristiche, mentre Hezbollah non spara. In un cessate il fuoco normalmente non si spara. Qui si tratta di un cessate il fuoco unilaterale. Se questa è la situazione finale, allora è una manna dal cielo.”
Alti funzionari israeliani affermano: “La grande prova sarà nei prossimi giorni – stiamo operando in Libano. Se Hezbollah aprirà il fuoco, noi colpiremo la Dahiyeh, e poi vedremo cosa succederà in Iran.”
Riguardo ai contatti di Trump per un accordo con l’Iran, alti funzionari israeliani affermano: «Trump vuole un accordo a tutti i costi per motivi economici. Non vuole essere colui a cui si attribuisce il crollo dell’economia mondiale. Viene accusato per i prezzi dell’energia e le perdite sui mercati azionari. Ma non può permettersi di cedere e sta attualmente dimostrando grande determinazione sulle questioni nucleari. Trump insiste sulla rimozione del materiale arricchito e sull’arricchimento pari a zero. Questo non si avvicina affatto a Obama. Si raccomanda di ascoltare solo Trump stesso. È possibile che funzioni in due fasi. Il blocco contro l’Iran rimarrà in vigore fino all’accordo definitivo. È possibile che voglia una tregua di 60 giorni per aprire lo Stretto di Hormuz. Ma non sbloccherà i fondi congelati, non revocherà le sanzioni e non porrà fine al blocco – fino all’accordo completo. Insiste sull’arricchimento pari a zero, sullo smantellamento di tutti gli impianti e sulla diluizione fino a ottenere solo materiale naturale – arricchimento pari a zero.”
In Israele si ritiene che la probabilità che l’Iran accetti le condizioni di Trump sia vicina allo zero. Pertanto, è altamente probabile che alla fine non ci sarà alcun accordo e che si possa addirittura tornare alle ostilità. «Negli ultimi due mesi l’economia iraniana è in fase di collasso. L’inflazione è all’84% per la valuta e al 130% per i generi alimentari. Non c’è modo di comprare da mangiare. Gli Stati Uniti stanno di fatto cercando di costruirsi un alibi all’interno dell’America nel caso in cui l’Iran rifiutasse un accordo e gli Stati Uniti tornassero a combattere. Ma Trump non può permettersi di cedere sulla questione nucleare».
Qual era, secondo un alto rappresentante israeliano, l’obiettivo degli iraniani nella loro azione nei confronti del Libano? «In sostanza, gli iraniani hanno cercato di impedirci di continuare a combattere in Libano – e in questo hanno fallito. I libanesi stanno cercando di inserire questo punto nell’accordo con gli americani, compreso un ritiro, e Israele lo rifiuta categoricamente. In un certo senso, proprio l’accordo in Libano aumenta la probabilità che l’Iran accetti le condizioni di Trump per un accordo sul nucleare, al fine di fermare ciò che sta accadendo in Libano.»
«Gli iraniani sono distrutti. L’economia è distrutta, ma sono sopravvissuti. Dal loro punto di vista, hanno vinto nel momento stesso in cui si sono trovati di fronte alla più grande potenza del mondo, gli Stati Uniti. Per Israele è chiaro che, strategicamente, il regime deve essere rovesciato. Abbiamo lavorato bene nel danneggiare le infrastrutture missilistiche e nucleari. Li abbiamo fatti regredire di anni. Il rovesciamento del regime arriverà con il collasso economico. L’attuale fase, in cui c’è un blocco, è molto positiva per noi. Ogni giorno che passa logora economicamente l’Iran. Dobbiamo impegnarci a fondo affinché non vengano sbloccati i fondi congelati e non vengano revocate le sanzioni.”
Secondo un alto funzionario israeliano, l’Iran ha lanciato contro Israele missili che non hanno colpito il bersaglio e sono stati intercettati, mentre Israele ha distrutto nove impianti radar e tre impianti petrolchimici, causando un grave danno economico. «Abbiamo inflitto loro un danno venti volte superiore a quello che ci hanno inflitto, e non hanno ottenuto nulla. Ciononostante, si stanno auto-convincendo di aver vinto, anche se non è sicuro che ci credano davvero. A livello militare, l’Iran voleva fermare i combattimenti in Libano e ha fallito. Noi continuiamo a lavorare. Continuiamo a consolidare i successi nel Libano meridionale e a respingere Hezbollah.»
Durante la riunione del gabinetto ristretto e durante la seduta del gabinetto, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha proposto un'alternativa a un attacco in Iran. «Se si vuole chiudere un conto con il nemico, bisogna fargli male – il massimo dolore al minimo costo per noi. Attaccare in Iran è un'impresa ardua. Quattro ore di volo. E anche per pareggiare i conti, per fare davvero male agli iraniani, non basta un solo attacco, come abbiamo fatto ora. D’altra parte, il Libano è molto più facile, economico e accessibile. Cinque minuti di volo e un aereo pieno di munizioni. Secondo me, bisogna dire agli iraniani: avete creato un collegamento tra i teatri d’operazione – nessun problema. Per ogni vostro missile su Israele, abbatterò 20 edifici nella Dahiyeh. Non volete nella Dahiyeh perché è complicato? Allora lo facciamo nella Bekaa. Se l’Iran spara, evacuiamo l’intera popolazione dalla Bekaa – ancora una volta mezzo milione di sciiti scappano dalle loro case nel centro del Libano. Nel giro di due giorni Hezbollah supplicherà l’Iran di smetterla. A quel punto o avrò separato i teatri e vinto – o forse il contrario: gli iraniani potrebbero diventare ancora più flessibili nei negoziati con gli USA e accettare solo per far cessare i bombardamenti in Libano. Qui bisogna agire con astuzia e non andare nel luogo prevedibile. Reagire in modo doloroso in Libano è per me molto più facile. È proprio questa la differenza tra un volo di quattro ore con una certa quantità di munizioni e un volo di cinque minuti con molte più munizioni, per causare danni molto più gravi.”
Durante la riunione di gabinetto, il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha chiesto di arrestare anche le donne e i bambini dei terroristi di Hezbollah: «Bisogna pensare fuori dagli schemi. Anche occupare il territorio e uccidere molti terroristi, ma anche arrestare le loro donne e i loro giovani e portarli in prigione – questo è ciò che fa loro più male.»
Riassumendo, un alto rappresentante israeliano ha detto: «Finché abbiamo piena libertà d’azione in Libano, l’equazione che gli iraniani volevano creare non si è verificata. Volevano creare un'equazione che ci impedisse di agire in Libano, e noi agiamo – compresa l'equazione della Dahiyeh: se ci sono bombardamenti sui nostri villaggi, attacchiamo nella Dahiyeh. E continuiamo a consolidare i successi nel Libano meridionale e a respingere Hezbollah».
(Israel Heute, 10 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Sondaggio: crolla la fiducia degli israeliani in Donald Trump
di Sarah G. Frankl
Un sondaggio pubblicato martedì e condotto dall’Israel Democracy Index ha rivelato che sempre meno israeliani ritengono che la sicurezza di Israele sia una priorità per Donald Trump.
Il sondaggio è stato condotto dal 31 maggio al 5 giugno, quindi prima che l’Iran riprendesse il lancio di missili contro Israele per la prima volta in due mesi e che Trump chiedesse al Primo Ministro Benjamin Netanyahu di non reagire, cosa che logicamente Israele non ha fatto.
Solo il 44% degli israeliani intervistati dall’IDI ritiene che la sicurezza di Israele sia una priorità per Trump, una percentuale in netto calo rispetto al 60% di marzo, quando Israele e gli Stati Uniti erano impegnati nell’offensiva congiunta contro l’Iran.
Tra gli israeliani di origine ebraica, il 41% ha affermato di ritenere che la sicurezza di Israele sia una delle principali preoccupazioni di Trump, in calo rispetto al 64% di marzo. Al contrario, la convinzione che la sicurezza di Israele sia una delle principali preoccupazioni di Trump è salita al 59% tra gli israeliani di origine araba, rispetto al 43% di marzo.
Analizzando i dati in base all’orientamento politico, il sondaggio dell’IDI ha rilevato che solo il 25,5% degli israeliani ebrei di sinistra, il 32% dei centristi e il 48% degli israeliani ebrei di destra ritengono che la sicurezza dello Stato ebraico sia una preoccupazione fondamentale per Trump, in calo rispetto al 34,5%, al 62% e al 70% rispettivamente registrati a marzo.
A provocare questo netto calo della fiducia degli israeliani verso Donald Trump sono principalmente due fattori: il primo è il cessate il fuoco con l’Iran ma, soprattutto, che il Presidente americano tratti con gli Ayatollah senza coinvolgere Israele.
Secondo il sondaggio solo il 29% degli israeliani ebrei ha risposto di ritenere che porre fine alla guerra nelle condizioni attuali sarebbe “in larga misura” compatibile con gli interessi di sicurezza di Israele, mentre il 63% ha affermato di ritenerlo compatibile “in piccola misura” o “per niente”, e l’8% ha dichiarato di non saperlo.
Tra gli arabi israeliani, gli intervistati hanno risposto in modo opposto: il 60,5% ha affermato che porre fine alla guerra attraverso negoziati sarebbe nell’interesse della sicurezza di Israele, mentre il 33% ha affermato il contrario.
• Poca fiducia in un eventuale accordo
Agli intervistati è stato chiesto anche quali fossero le loro aspettative riguardo al contenuto del potenziale accordo tra Stati Uniti e Iran e se questo avrebbe affrontato in modo adeguato la minaccia delle armi nucleari, dei missili balistici e il futuro del regime estremista iraniano.
La maggioranza degli intervistati ha dichiarato di ritenere che l’accordo includerà disposizioni contro il programma nucleare iraniano, con il 56% che ritiene che esso «impedirà il proseguimento dello sviluppo di armi nucleari».
Tuttavia, solo il 32% degli intervistati ritiene che l’accordo eliminerà la minaccia di un attacco con missili balistici, e solo il 28% si aspetta che indebolisca il regime iraniano.
Rispetto al sondaggio di marzo, è evidente che vi è maggiore ottimismo riguardo alla possibilità di raggiungere questi obiettivi attraverso un’offensiva militare piuttosto che tramite negoziati.
Sebbene Netanyahu abbia ripetutamente affermato che non vi siano divergenze tra la posizione degli Stati Uniti e quella di Israele sull’Iran, negli ultimi giorni sono emerse alcune crepe, dopo che Trump ha esortato Israele a non reagire quando, domenica sera, l’Iran ha lanciato diverse ondate di missili balistici contro il nord del Paese, temendo che ciò potesse compromettere i negoziati volti a porre fine al conflitto.
Secondo Axios, Trump ha avvertito Netanyahu in una telefonata che Israele avrebbe potuto ritrovarsi da solo se avesse proceduto con attacchi di rappresaglia, e ha detto che non avrebbe concesso a Israele il “via libera” per colpire la Repubblica Islamica, anche se Netanyahu ha comunque autorizzato gli attacchi.
Secondo quanto riferito, Trump lo avrebbe infine frenato lunedì pomeriggio, persuadendo Netanyahu a annullare un attacco di grande portata contro l’Iran quando i caccia erano già sulla pista.
Netanyahu ha suggerito in una dichiarazione video lunedì sera che, con gli attacchi, stava inviando un messaggio all’Iran e a Hezbollah e dimostrando a Trump che Israele deciderà autonomamente quando usare la forza militare.
Secondo Channel 12, tuttavia, la decisione di Netanyahu di sospendere il fuoco israeliano è arrivata solo dopo una forte pressione da parte di Trump, il quale ha dichiarato alla rete televisiva di aver avvertito Netanyahu che Israele avrebbe potuto essere lasciato solo se avesse intensificato il conflitto con l’Iran.
(Rights Reporter, 10 giugno 2026)
........................................................
Come il Medioriente sta dividendo Trump e Netanyahu. E non sono divergenze marginali
Tra Stati Uniti e Israele non c’è una rottura politica, ma una divergenza crescente sugli obiettivi della guerra e sull’assetto regionale. Trump punta a chiudere i dossier aperti e a rivendicare risultati diplomatici; Netanyahu mira a preservare la deterrenza di Israele (e la tenuta della propria maggioranza).
di Filippo Piperno
Il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu resta fondato su una convergenza strategica profonda. Oggi, tuttavia, questa sintonia non elimina le divergenze. Gli Stati Uniti continuano a considerare Israele un alleato centrale, ma la Casa Bianca sembra orientata a contenere l’escalation regionale e a privilegiare soluzioni negoziali. Netanyahu, invece, deve dimostrare che Israele non intende rinunciare alla propria deterrenza dopo il 7 ottobre.
Il segnale più chiaro è arrivato già a febbraio: dopo un lungo colloquio alla Casa Bianca, Trump ha ammesso che con Netanyahu non era stata raggiunta alcuna intesa definitiva sull’Iran, ribadendo però che i negoziati con Teheran sarebbero proseguiti.
La distanza non riguarda l’alleanza in sé, ma la definizione degli obiettivi: Trump cerca risultati diplomatici rapidi e comunicabili; Netanyahu chiede garanzie operative più solide.
• Iran, il dossier più delicato
Il punto di frizione principale resta l’Iran. Trump considera possibile un accordo con Teheran, purché consenta agli Stati Uniti di ridurre il rischio di una guerra più ampia. Netanyahu, al contrario, vede nell’Iran la minaccia strategica centrale per Israele: non solo per il programma nucleare e missilistico, ma anche per il sostegno a Hezbollah, Hamas, Houthi e milizie sciite.
Questa tensione è esplosa nei giorni scorsi. Dopo una notte di raid israeliani contro obiettivi militari iraniani e di missili iraniani su Israele, Trump ha chiesto a entrambe le parti di fermarsi per salvare la via diplomatica, e Netanyahu si è allineato alle indicazioni del presidente americano, pur avvertendo che la partita non è chiusa.
Secondo i media israeliani, il premier ha respinto le pressioni dell’ala più radicale del proprio governo, che chiedeva di prendere le distanze da Washington.
L’episodio dice due cose. La prima: la divergenza non è tattica ma strategica: gli Stati Uniti cercano una cornice negoziale, Israele teme che quella cornice limiti la propria capacità di prevenzione e risposta. La seconda: nessuno dei due attori è monolitico.
Dentro la coalizione di governo israeliana convivono linee diverse sul rapporto con Washington, e la stessa amministrazione americana oscilla tra la tentazione dell’accordo rapido e la minaccia dell’opzione militare.
• Gaza e il problema del dopo
Anche su Gaza emergono differenze significative. Trump ha interesse a trasformare il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi in un percorso politico più stabile. Il suo obiettivo è arrivare a una conclusione del conflitto che possa essere presentata come successo diplomatico americano.
Netanyahu, invece, deve tenere insieme più esigenze: impedire la ricostituzione di Hamas, garantire la sicurezza israeliana, evitare concessioni percepite come premature e contenere le tensioni nella propria coalizione. Per il premier israeliano, la fine della guerra apre anche il capitolo della responsabilità politica interna.
Il nodo è la sequenza. Washington spinge per un accordo complessivo; Israele chiede che il disarmo di Hamas e le garanzie di sicurezza precedano ogni passaggio politico irreversibile.
• Libano, Hezbollah e rischio escalation
Il fronte libanese rappresenta il punto in cui la divergenza si è fatta più concreta. Per Israele, Hezbollah rimane una minaccia diretta al confine settentrionale. Dopo il 7 ottobre, la presenza di un attore armato così rilevante a ridosso del territorio israeliano è considerata ancora meno sostenibile.
Per Washington, però, un’escalation in Libano rischia di compromettere i negoziati regionali, in particolare quelli con l’Iran. Quando Netanyahu ha annunciato un attacco imminente su Beirut, Teheran ha reagito sospendendo le trattative con gli Stati Uniti e minacciando di chiudere, oltre a Hormuz, anche Bab el-Mandeb.
Trump ha posto il veto sui raid sulla capitale libanese e ha ottenuto, tramite intermediari, l’impegno di Hezbollah a non attaccare se Israele non avesse attaccato.
L’episodio mostra il meccanismo nella sua forma più nitida: la pressione militare israeliana, pensata per ristabilire deterrenza, diventa per Washington una variabile che mette a rischio l’intero tavolo negoziale. E impone alla Casa Bianca di intervenire direttamente per disinnescarla.
• Qatar e canali diplomatici
Il Qatar è un caso emblematico. Per gli Stati Uniti, Doha è un alleato importante e un mediatore essenziale nei contatti con Hamas. Per Israele, il ruolo qatariota resta ambiguo: necessario nei negoziati, ma problematico per i rapporti intrattenuti con Hamas negli anni.
Il raid israeliano del settembre 2025 contro i vertici di Hamas riuniti a Doha ha reso questa tensione esplicita: Israele ha rivendicato il diritto di colpire i dirigenti nemici ovunque si trovino, mentre Washington si è trovata a dover ricucire con un alleato che ospita la più grande base americana nella regione.
Il contrasto riguarda quindi il metodo: per Trump il mediatore va preservato; per Netanyahu la lotta contro Hamas non può essere vincolata eccessivamente dalla diplomazia.
• Arabia Saudita e questione palestinese
Trump mira a rilanciare e ampliare gli Accordi di Abramo, con l’obiettivo di includere l’Arabia Saudita. È un progetto coerente con la sua visione del Medio Oriente: normalizzazione arabo-israeliana, cooperazione di sicurezza e contenimento dell’Iran.
Il problema è che Riyadh continua a collegare la normalizzazione a un percorso credibile verso la statualità palestinese. Per Netanyahu, dopo il 7 ottobre e con l’attuale coalizione, accettare questa condizione è politicamente molto difficile.
Il risultato è una frizione strutturale: il successo diplomatico che Trump vorrebbe ottenere richiede concessioni che Netanyahu non sembra in grado di garantire senza mettere a rischio la propria maggioranza.
• Cisgiordania e coalizione israeliana
La Cisgiordania è un altro terreno sensibile. La destra israeliana continua a spingere per forme più esplicite di annessione o consolidamento del controllo israeliano. Netanyahu deve tenerne conto per preservare la stabilità del governo.
Trump, invece, ha interesse a evitare mosse che possano ostacolare la normalizzazione con i Paesi arabi e complicare la posizione americana. Un’annessione formale renderebbe molto più difficile qualsiasi intesa con l’Arabia Saudita e alimenterebbe nuove tensioni diplomatiche.
Qui le priorità non solo divergono, ma operano su scale temporali diverse: la coalizione di Netanyahu si misura in mesi, il progetto regionale di Trump in anni. È un’asimmetria che rende il compromesso strutturalmente instabile.
• Chi ha la leva
Descrivere due agende diverse non basta: conta chi dispone degli strumenti per imporre la propria. E qui l’asimmetria è evidente, ma non assoluta.
Trump ha leve formidabili: le forniture militari, la copertura diplomatica nelle sedi internazionali, il peso che il suo sostegno personale esercita sulla posizione politica interna di Netanyahu. Le indiscrezioni su un Trump furioso al telefono con il premier israeliano, vere o calibrate che siano, segnalano che la Casa Bianca non esita a usare anche la leva più personale.
Netanyahu, però, non è privo di strumenti. Ha la leva del fatto compiuto: un’operazione militare unilaterale può ridisegnare il tavolo prima che Washington reagisca, come il raid di Doha e gli attacchi in Iran hanno dimostrato.
Ha la leva del tempo: Trump ha fretta di chiudere il capitolo iraniano per concentrarsi sulle elezioni di metà mandato, e chi ha fretta paga un prezzo negoziale. E conserva un sostegno radicato nella base repubblicana e al Congresso che rende costoso, per il presidente, ogni strappo pubblico.
Il risultato è un equilibrio instabile: Washington può fermare Israele caso per caso, ma non può impedirgli di creare i casi.
• Due obiettivi diversi
La relazione tra Trump e Netanyahu non va letta come una rottura. Resta un rapporto tra alleati, fondato su interessi comuni e su una lunga convergenza politica. Tuttavia, l’attuale fase mediorientale mette in luce una differenza essenziale.
Trump vuole ridurre i fronti aperti, chiudere accordi e rivendicare una leadership negoziale. Netanyahu vuole conservare margini di azione militare, impedire il ritorno di Hamas, contenere Hezbollah e mantenere pressione sull’Iran.
In sintesi, gli Stati Uniti cercano una stabilizzazione diplomatica; Israele chiede garanzie di sicurezza più robuste prima di accettare compromessi politici. È dentro questa distanza, e dentro il braccio di ferro sulla leva, che si collocano le tensioni più recenti tra Washington e Gerusalemme.
(InOltre, 10 giugno 2026)
........................................................
Israele, le critiche a Netanyahu e il trucco retorico dell’”antisionismo”
Si può sostenere il diritto di Israele a esistere e, insieme, criticare duramente il governo Netanyahu. Il punto è distinguere tra lo Stato, la sua legittimità, le scelte politiche di chi lo guida e l’antisemitismo che spesso traveste da critica ciò che è ostilità verso l’ebraismo.
di Stefano Piperno
Il come sempre ottimo e documentato articolo di Donatello D’Andrea su InOltre di ieri, pone la questione di come è rappresentata la realtà israeliana e le reazioni che produce.
Un problema serio nella sua totalità, del quale in questa sede mi propongo di affrontare il nocciolo più controverso.
Si può essere “sionisti” e, nel contempo, esecrare la politica del governo presieduto da Netanyahu con l’appoggio dei suoi sodali?
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, premettendo che chi scrive è un italiano ebreo e che, come affermava Max Weber, è moralmente corretto non celare i propri riferimenti culturali quando si svolge un’analisi politica.
Ho avuto modo di ribadire più volte, e in varie sedi, che il movimento sionista fondato da Theodor Herzl ha esaurito il proprio compito nel momento stesso in cui ha raggiunto il suo unico obiettivo: la creazione di un focolare nazionale ebraico in quella che allora anche gli ebrei chiamavano Palestina ed era un mandato britannico affidato dalla Società delle Nazioni dopo il disfacimento dell’Impero Ottomano.
La nascita dello Stato d’Israele rappresentò il compimento di quell’aspirazione, punto.
Definire oggi “sionisti” gli israeliani e coloro che nel mondo sostengono Israele o semplicemente ne comprendono le ragioni equivale, a mio avviso, a negarne implicitamente il diritto a esistere.
Mi si passi il paradosso: in un certo senso sarebbe come chiamare “risorgimentali” gli italiani, laddove il Risorgimento fu un processo ancora in fieri nel 1870, con la breccia di Porta Pia, concludendosi poi con l’annessione di Trento e Trieste dopo la vittoria contro l’Impero austroungarico nel novembre del 1918.
Quando una nazione completa il proprio percorso unitario di fondazione, nato da una rivoluzione o da altri eventi storici, diviene uno Stato se ottiene il riconoscimento giuridico della comunità internazionale. Così avvenne per il Regno d’Italia, che von Metternich nel 1847 aveva definito una “espressione geografica” e che la regina di Spagna Isabella II riconobbe soltanto nel 1865. Lo stesso è valso per gli Stati Uniti d’America e per le nuove nazioni sorte dalla decolonizzazione in Africa, Asia e America Latina; deve valere anche per Israele.
Chi non riconosce a Israele il diritto di esistere dovrebbe trovare un altro modo per esprimere la propria convinzione, senza rifugiarsi dietro il termine sionismo che, in questo senso, ha perso il suo significato originario. Definirsi anti-israeliano sarebbe forse più logico e più onesto.
Chiarita questa questione ipocritamente nominalistica, veniamo a Netanyahu.
Molti, come Anna Foa, sostengono che Israele, per effetto delle scelte compiute dal suo governo, non possa più essere annoverato tra i Paesi democratici. Altri concentrano invece tutto il proprio risentimento sulla figura di Netanyahu, commettendo così un grave errore di semplificazione.
Ai primi consiglierei di attendere le elezioni previste entro l’autunno del 2026. Se, come tutto lascia prevedere, esse si svolgeranno regolarmente, qualunque ne sia l’esito sarà perlomeno azzardato continuare a sostenere quella tesi. Dovranno trovare motivazioni nuove.
Quanto a Netanyahu, è certamente lecito, e forse doveroso, essere critici nei confronti del governo che presiede, nel quale siedono ministri religiosi estremisti come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, che quasi quotidianamente, con parole e azioni, mostrano il volto più aggressivo e retrivo della coalizione. Purtroppo essi sono indispensabili per garantire la sopravvivenza dell’esecutivo, assicurandogli la maggioranza alla Knesset.
La principale responsabilità politica di Netanyahu è stata quella di aver sacrificato l’unità nazionale successiva alla guerra di Gaza per non perdere l’appoggio dei partiti religiosi che sostengono il governo. Secondo molti osservatori, egli teme che la fine del suo mandato possa riaprire con maggiore forza le vicende giudiziarie che lo riguardano, senza garanzie di immunità.
Vi è anche chi ipotizza che il protrarsi del conflitto su più fronti risponda, almeno in parte, alla necessità di rinviare il momento della resa dei conti politico-giudiziaria. Ma, fino a prova contraria, Netanyahu guida un governo pro tempore (come tutti i governi democratici) e, prima o poi, il giudizio degli elettori arriverà.
La società israeliana appare oggi profondamente divisa. Una parte, fino a questo momento minoritaria, continua a ritenere possibile una soluzione fondata sulla pacifica convivenza con i palestinesi. Un’altra parte, oggi maggioritaria, ritiene invece che le condizioni di sicurezza non consentano simili aperture, più volte respinte a suo tempo anche dall’OLP, e preferisce convivere con una situazione di conflitto permanente.
Il governo Netanyahu ha scelto la seconda strada.
Il 7 ottobre 2023 e quanto ne è seguito possono essere letti anche come il risultato della convinzione che Hamas ed Hezbollah fossero soltanto problemi di ordine pubblico gestibili. Considerarli in questi termini consentiva infatti di rinviare il confronto con la prospettiva dei “due popoli, due Stati”, alla quale il governo e la sua maggioranza si sono sempre mostrati contrari e hanno anzi operato per allontanare sine die tale ipotesi.
Più difficile immaginare quale sarebbe stata la reazione di un governo di segno opposto di fronte agli eventi del 7 ottobre. Personalmente ritengo che, almeno nella fase iniziale, essa non sarebbe stata molto diversa.
È possibile tuttavia che un esecutivo di altra impostazione non avrebbe investito con la stessa convinzione sugli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, che molti analisti indicano come uno dei fattori che hanno contribuito a inasprire il quadro regionale culminato nel pogrom del 7 ottobre.
Le guerre recenti e tuttora in corso contro l’Iran e i suoi proxy, che hanno visto Israele combattere da solo o con l’aiuto degli Stati Uniti, non sono concluse e per ora non è possibile prevederne gli esiti. Si può discutere della loro utilità, ma non della legittimità delle loro motivazioni, fintanto che sarà in gioco l’esistenza stessa dello Stato.
Tutto ciò ha contribuito a generare quel vero e proprio tsunami di antisemitismo al quale stiamo assistendo dall’inizio della guerra di Gaza. Un fenomeno che continua a manifestarsi anche attraverso rappresentazioni mediatiche spesso unilaterali del conflitto.
Ho volutamente utilizzato il termine “antisemitismo” perché ritengo che, in molti casi, non si tratti soltanto di critica politica a Israele, ma di una deformazione ideologica che trascende il giudizio sui governi e finisce per colpire l’intero ebraismo, compreso quello del tutto estraneo e incolpevole della diaspora che vive principalmente in America ed Europa.
Prima o poi il governo Netanyahu verrà sostituito, ma in mancanza di una soluzione che garantisca la convivenza pacifica difficilmente in Medio Oriente scoppierà la pace.
(InOltre, 10 giugno 2026)
........................................................
Iran, il cambio di regime non arriva e i cittadini perdono la speranza
Dopo mesi di guerra, crisi economica e un fragile cessate il fuoco, molti iraniani raccontano paura, rabbia e disillusione. Anche tra gli oppositori del regime cresce la sensazione che il Paese sia stato distrutto senza aprire una vera alternativa politica.
di Alessandro Carmi
La guerra aveva acceso, in una parte dell’opposizione iraniana, l’illusione che il regime potesse finalmente crollare. Oggi, dopo mesi di bombardamenti, infrastrutture distrutte, prezzi fuori controllo e un cessate il fuoco che non riesce a cancellare la paura, quella speranza si è trasformata in una disillusione amara. Molti iraniani raccontano al New York Times un Paese stremato, sospeso tra la rabbia contro la Repubblica islamica e la sfiducia verso chi aveva lasciato intravedere un cambiamento politico dall’esterno.
Quando Israele e Stati Uniti hanno colpito l’Iran alla fine di febbraio, alcuni oppositori del regime islamico hanno pensato che l’operazione potesse aprire la strada alla fine di decenni di dominio clericale. L’ondata di attacchi, la distruzione estesa e l’aggravarsi della crisi economica hanno però prodotto un effetto diverso. La popolazione si ritrova più povera, più impaurita e più incerta, mentre l’apparato di potere di Teheran appare ancora in piedi.
Secondo le testimonianze raccolte dal quotidiano americano tra Teheran, Isfahan, Ahvaz e Mashhad, il sentimento dominante è una miscela di ansia, confusione e sfiducia verso tutti gli attori coinvolti. Il bilancio della guerra, riportato dalla stampa internazionale, parla di circa 1.700 civili uccisi e di danni gravi a infrastrutture, fabbriche, aeroporti, porti, ponti, università e quartieri residenziali. La ripresa dei lanci missilistici iraniani contro Israele ha reso ancora più precario il clima seguito al cessate il fuoco.
La crisi economica aggrava ogni cosa. La paralisi di settori industriali essenziali, il danno al commercio attraverso lo Stretto di Hormuz e il pesante blocco navale imposto dagli Stati Uniti hanno provocato un forte aumento dei prezzi e un peggioramento rapido delle condizioni di vita. In molte città la preoccupazione politica ha lasciato il posto alla sopravvivenza quotidiana.
“Sono arrabbiata. Mi sento sola”, ha raccontato Kimia, designer venticinquenne di Teheran. “A nessuno nel mondo importa davvero di noi. Ci vedono come strumenti di guerra e di negoziato, ma siamo esseri umani”.
La delusione si è fatta più profonda dopo la diffusione di indiscrezioni secondo cui Israele e Stati Uniti avrebbero valutato, nelle prime fasi del conflitto, l’ipotesi di affidare un ruolo politico all’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. L’idea ha indignato molti iraniani ostili alla Repubblica islamica, perché Ahmadinejad resta per loro il simbolo di una stagione autoritaria, populista e repressiva.
“A che cosa è servito tutto questo?”, si è chiesto Amir-Ali, ingegnere sessantaduenne di Teheran. “Hanno bombardato e distrutto il nostro Paese, gli aeroporti, le strade e le fabbriche in nome del cambio di regime, per portare Ahmadinejad? Questo dimostra che l’obiettivo non era rendere l’Iran migliore o più libero”.
Nel racconto degli intervistati emerge una società che ha quasi smesso di ragionare in termini politici. Un professore in pensione di Teheran sostiene che la popolazione abbia perso fiducia nella possibilità di un vero cambiamento. Un direttore di fabbrica nella regione di Mashhad racconta di avere sospeso la produzione di bottiglie di plastica e mandato i dipendenti in congedo forzato per mancanza di materie prime, dopo i danni subiti dall’industria petrolchimica.
Anche la sanità mostra segnali di cedimento. Un medico di Isfahan ha riferito che le farmacie stanno limitando la distribuzione dei medicinali e che ai medici viene chiesto di prescrivere soltanto farmaci essenziali. Amin Afshar, presidente dell’Iranian Hemophilia Society, ha dichiarato ai media iraniani che le scorte di medicinali indispensabili per i pazienti emofilici sono quasi esaurite e che l’importazione è diventata estremamente complessa.
Sui social media compaiono sempre più storie personali di lutto. Una delle più condivise è quella di Hamed Mirzaei, che ha raccontato di avere perso dodici familiari in un attacco israeliano nella zona di piazza Resalat, a Teheran, nel mese di marzo. “Per ogni giorno che vivrò, non permetterò che i vostri nomi vengano dimenticati”, ha scritto. “Racconterò di ciascuno di voi. Non vi lascerò morire invano”. Persino molti oppositori del regime chiedono ora che la guerra si fermi e che si torni al negoziato. Lida, ambientalista quarantaquattrenne di Teheran, contraria alla Repubblica islamica, dice di essere favorevole a colloqui nelle circostanze attuali. “Abbiamo perso molte vite, infrastrutture e risorse umane. Francamente, non credo che la guerra sia nel nostro interesse”.
Gli analisti osservano che l’entità della distruzione ha cambiato il modo in cui molti iraniani valutano il conflitto. Ellie Geranmayeh, senior policy fellow e deputy head del programma Middle East and North Africa dell’European Council on Foreign Relations, ha spiegato che per gli iraniani questo è un momento di riesame della realtà, in cui si valuta che cosa abbia funzionato e che cosa no. La resistenza del regime, nonostante le speranze di rovesciarlo, rappresenta per gli oppositori un passaggio molto amaro.
Il malcontento economico cresce anche tra i sostenitori del governo. Mehdi, impiegato statale cinquantaduenne, racconta che il suo stipendio finisce già a metà mese e che carne e pollo sono ormai fuori dalla portata della sua famiglia. “Ho comprato a credito nel negozio di quartiere”, ha detto. “Quando sono tornato per pagare, il conto era già raddoppiato perché i prezzi erano aumentati”.
Un altro uomo, Hamed, descritto come un sostenitore conservatore del governo, ammette che l’inflazione colpisce tutti allo stesso modo. “Gli aumenti dei prezzi non distinguono tra sostenitori del governo e oppositori. Riguardano tutti noi”. I dati del Centro statistico dell’Iran mostrano la profondità della crisi. In un anno l’olio da cucina è aumentato del 430 per cento, le uova del 345 per cento, il riso del 287 per cento e il latte del 139 per cento. Numeri che spiegano meglio di molti discorsi perché la frustrazione stia entrando anche nelle famiglie più vicine al sistema.
Sanam Vakil, direttrice del Middle East and North Africa Programme di Chatham House, ha riassunto il sentimento dominante con parole nette. Nessuno, dice, sembra pensare davvero agli iraniani o tenere conto delle loro opinioni. Sono diventati vittime secondarie di un conflitto che sfugge alla loro capacità di influenza e controllo.
Per milioni di cittadini iraniani, la domanda sul cambio di regime si è così trasformata in qualcosa di molto più elementare. Arrivare alla fine del mese, trovare medicine, proteggere la famiglia, restare vivi. La politica resta sullo sfondo, mentre il presente divora tutto.
(Setteottobre, 10 giugno 2026)
........................................................
L’aeroporto di Ben Gurion resta aperto, ma si valutano limitazioni
di Michelle Zarfati
Nonostante la ripresa delle ostilità e i lanci di missili dall’Iran verso Israele, l’aeroporto internazionale Ben Gurion continuerà per il momento a operare regolarmente. Le autorità israeliane stanno tuttavia valutando una significativa riduzione del traffico aereo per ragioni di sicurezza e gestione dell’emergenza.
Secondo quanto riferito da fonti governative, il Comando del Fronte Interno delle Forze di Difesa israeliane ha proposto di limitare il numero di passeggeri presenti nello scalo a circa 2.500 persone, una misura che comporterebbe inevitabilmente una riduzione dei voli in partenza. Il Ministero dei Trasporti, invece, sostiene una soglia più elevata, pari a circa 5.000 passeggeri, nel tentativo di mantenere una maggiore operatività dell’aeroporto.
Al momento, il principale scalo del Paese rimane aperto e funziona senza modifiche sostanziali, ma le autorità continuano a monitorare l’evoluzione della situazione sul fronte della sicurezza. Eventuali nuove restrizioni potrebbero essere introdotte con breve preavviso qualora il quadro militare dovesse deteriorarsi.
Nel frattempo, la compagnia aerea nazionale El Al ha annunciato misure di flessibilità per i viaggiatori. I passeggeri in possesso di biglietti per voli programmati fino al 13 giugno potranno rinviare gratuitamente la partenza oppure ricevere un voucher da utilizzare per futuri spostamenti.
Anche l’aeroporto di Haifa prosegue le proprie attività senza interruzioni. La compagnia Air Haifa mantiene infatti i collegamenti con diverse destinazioni del Mediterraneo orientale, tra cui Larnaca, Paphos, Atene e Mykonos, garantendo ogni giorno il trasporto di centinaia di passeggeri.
Parallelamente, il Ministero del Turismo ha attivato un centro operativo di emergenza per coordinare l’eventuale trasferimento di residenti le cui abitazioni dovessero essere danneggiate dagli attacchi missilistici. La struttura, istituita dopo una riunione di valutazione guidata dal direttore generale Michael Itzhakov, avrà il compito di collaborare con le autorità locali per garantire l’accoglienza degli sfollati nelle strutture alberghiere disponibili sul territorio nazionale.
I responsabili regionali del ministero sono stati invitati a prepararsi a un possibile impiego straordinario e a seguire le direttive emanate dal Comando del Fronte Interno, nell’ambito del passaggio da una gestione ordinaria a una modalità operativa d’emergenza.
Secondo i dati diffusi dal dicastero, oltre 27mila turisti entrati in Israele negli ultimi trenta giorni si trovano ancora nel Paese. Le autorità stanno monitorando anche la loro situazione, nel tentativo di garantire assistenza e continuità dei collegamenti internazionali.
Mentre il conflitto con l’Iran continua a generare incertezza, Israele cerca dunque di mantenere aperte le principali infrastrutture civili, bilanciando esigenze di sicurezza, mobilità e gestione dell’emergenza.
(Shalom, 9 giugno 2026)
........................................................
Toronto, 60.000 persone alla marcia pro-Israele: è il record nei 57 anni della manifestazione
Dopo New York, dove lo scorso 31 maggio l’Israel Day Parade ha portato sulla Fifth Avenue decine di migliaia di partecipanti registrando una delle affluenze più elevate degli ultimi anni, è stata Toronto a diventare il centro di una delle più imponenti manifestazioni di sostegno a Israele del Nord America.
di Nina Deutsch
Secondo quanto riportato da Jewish News Syndicate (JNS), circa 60.000 persone hanno preso parte domenica alla tradizionale “Walk with Israel” (“Camminata con Israele”), trasformando le strade del centro della città canadese in una grande manifestazione di solidarietà, identità e partecipazione comunitaria.
L’evento, organizzato dalla UJA Federation of Greater Toronto sulla base delle stime fornite dalla polizia locale, ha registrato la partecipazione più alta nei suoi 57 anni di storia. Alla marcia hanno aderito anche numerosi rappresentanti istituzionali provenienti dai diversi livelli di governo canadese.
Il presidente del consiglio di amministrazione della Federazione, Ken Tanenbaum, ha definito la giornata «una straordinaria dimostrazione di forza, resilienza e unità». Secondo Tanenbaum, la manifestazione ha lanciato «un messaggio chiaro di orgoglio, determinazione e coesione», sottolineando inoltre il sostegno ricevuto da amici e alleati della comunità ebraica.
«Questa partecipazione testimonia il profondo legame che la nostra comunità sente con Israele e con i propri membri», ha aggiunto.
Sulla stessa linea Adam Minsky, presidente e amministratore delegato della UJA Federation, che ha parlato di «una straordinaria espressione di solidarietà, orgoglio e speranza». Minsky ha evidenziato come decine di migliaia di persone abbiano scelto di manifestare pubblicamente il proprio sostegno alla comunità e ai valori che essa rappresenta.
«Oggi abbiamo ricevuto un forte promemoria: l’odio non ci definirà. Scegliamo l’unità invece della divisione, la connessione invece della paura e la speranza invece dell’odio», ha dichiarato.
Parallelamente alla manifestazione, il Servizio di Polizia di Toronto ha comunicato l’arresto di sei persone in relazione agli eventi della giornata. Gli interventi si sono concentrati principalmente nell’area dell’incrocio tra Bathurst Street e Sheppard Avenue West.
Nel corso della mattinata una donna è stata fermata con l’accusa di aver ostacolato un pubblico ufficiale, mentre un uomo è stato arrestato poco dopo per presunta aggressione a un agente. Successivamente le forze dell’ordine hanno sanzionato un individuo per l’utilizzo non autorizzato di un drone in prossimità dell’evento e hanno effettuato ulteriori arresti per disturbo della quiete pubblica, aggressione e intralcio all’operato della polizia.
Le autorità non hanno precisato se le persone fermate stessero partecipando a proteste contro la manifestazione. Interpellato sulla questione, il dipartimento di polizia ha fatto sapere che ulteriori dettagli saranno diffusi attraverso un comunicato ufficiale.
Tra i partecipanti figurava anche Brad Bradford, consigliere comunale e candidato alla carica di sindaco di Toronto, che ha ribadito il proprio sostegno alla comunità ebraica.
«Camminiamo per la pace, la giustizia, il pluralismo e il diritto di ogni persona a prosperare in una Toronto accogliente, tollerante e sicura per tutti», ha affermato. «Alla comunità ebraica di Toronto: sono con voi e camminerò al vostro fianco oggi e ogni giorno».
Presente anche Melissa Lantsman, deputata federale e vice leader del Partito Conservatore del Canada, che ha ringraziato le forze dell’ordine e gli alleati intervenuti alla manifestazione.
«Quando il governo non ti sostiene, la tua voce diventa più forte», ha scritto sui social, condividendo immagini della giornata.
Alla marcia ha partecipato inoltre il deputato liberale Vince Gasparro, che ha sottolineato la necessità di contrastare l’antisemitismo a tutti i livelli della società canadese.
«Nessun canadese dovrebbe sentirsi insicuro per ciò che è o per il modo in cui pratica la propria fede. Combattere l’antisemitismo è una responsabilità condivisa da ogni livello di governo e da ogni settore della nostra società», ha dichiarato.
Nel mese di maggio e giugno 2026, le manifestazioni di solidarietà e i raduni pro-Israele nelle grandi città americane ed europee si tengono seguendo diverse modalità e date specifiche:
• Città Americane
- New York City: La tradizionale Celebrate Israel Parade (nota anche come Israel Day on 5th) si è svolta domenica 31 maggio 2026. Le modalità hanno previsto una massiccia sfilata lungo la Fifth Avenue (dalla 62ª alla 74ª strada) dalle 11:30 alle 16:00, guidata da associazioni come Magen David Adom e le delegazioni delle federazioni ebraiche, con decine di migliaia di partecipanti, bande musicali e carri celebrativi.
- Miami: Durante i mesi di maggio e giugno, la comunità locale esprime solidarietà attraverso eventi istituzionali e conferenze di leadership geopolitica, come la Florida Leadership Conference promossa dallo Shalom Hartman Institute e tavoli di cooperazione economica bilaterale (tra cui l’Israel Tech Week Miami). Le modalità si concentrano su incontri comunitari protetti e forum di discussione presso i centri culturali ebraici della contea.
• Città Europee
- Londra: Si è tenuto il grande raduno di solidarietà Standing Strong, Extinguish Antisemitism domenica 10 maggio 2026. Migliaia di manifestanti della comunità ebraica britannica e loro alleati si sono radunati a Whitehall a partire dalle 13:00, sfilando in un corteo compatto fino ai cancelli di Downing Street per chiedere interventi governativi mirati e manifestare vicinanza a Israele. (Leggi anche: ->).
- Parigi: I raduni pro-Israele si svolgono prevalentemente sotto forma di presidi e mobilitazioni mirate in piazze simboliche, come la manifestazione svoltasi a Place Saint-Augustin (8° arrondissement). Le modalità francesi privilegiano assembramenti concordati con le autorità locali e presidiati da ingenti misure di sicurezza per via delle forti tensioni geopolitiche urbane.
• Eventi Speciali in Israele (Internazionali)
- Gerusalemme e altre città: Dal 31 maggio al 3 giugno 2026 si è tenuta la March of the Nations. Pur svolgendosi sul suolo israeliano, ha visto la partecipazione fisica di delegazioni provenienti da tutto il mondo (incluse America ed Europa) con marce di riconciliazione e solidarietà distribuite tra Gerusalemme, Ashkelon, Netanya, Haifa e Tiberiade.
- Israel Emergency Alliance, operante con il nome StandWithUs, è un’organizzazione internazionale e apartitica dedicata all’educazione su Israele. La sua missione è ispirare e informare persone di ogni età e provenienza, contrastare la disinformazione e combattere l’antisemitismo, organizzando anche eventi, avvalendosi di risorse interdisciplinari e del supporto di professionisti del diritto per difendere i diritti civili e umani di coloro che condividono la sua missione di sostegno a Israele e di contrasto all’antisemitismo.
(Bet Magazine Mosaico, 9 giugno 2026)
........................................................
Il Pentagono teme le spie israeliane e la crisi tra Trump e Netanyahu viene allo scoperto
Secondo una ricostruzione di NBC News, la Difesa americana avrebbe elevato Israele al livello massimo di rischio controspionaggio
di Alessandro Carmi
Dietro la solidità apparente dell’alleanza tra Stati Uniti e Israele si starebbe consumando uno dei momenti di maggiore diffidenza reciproca degli ultimi anni. Una ricostruzione pubblicata da NBC News sostiene infatti che il Pentagono abbia elevato Israele al livello più alto della propria scala interna di minaccia controspionaggio, classificandolo come rischio “critico” per la sicurezza delle informazioni sensibili americane.
La notizia, immediatamente smentita sia dalla Casa Bianca sia dall’ambasciata israeliana a Washington, arriva in una fase particolarmente delicata dei rapporti tra il presidente Donald Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu, divisi dalla gestione della crisi con l’Iran e dall’evoluzione del conflitto tra Israele e Hezbollah in Libano.
Secondo NBC, che cita funzionari americani in servizio ed ex funzionari dell’amministrazione, la Defense Intelligence Agency avrebbe diffuso nelle ultime settimane una comunicazione interna accompagnata da un dossier di sette pagine nel quale vengono elencati diversi episodi che avrebbero alimentato la preoccupazione degli apparati di sicurezza statunitensi. Le fonti non precisano quali siano questi episodi né indicano un singolo evento scatenante, ma sostengono che le attività di raccolta informativa attribuite a Israele avrebbero superato il livello normalmente tollerato tra Paesi alleati.
Si tratta di un’accusa estremamente sensibile perché tocca uno dei nervi più scoperti del rapporto tra Washington e Gerusalemme. Gli Stati Uniti e Israele condividono ogni giorno enormi quantità di informazioni di intelligence, collaborano sul piano militare e coordinano numerose attività di sicurezza. Proprio per questo motivo eventuali sospetti di spionaggio reciproco assumono una rilevanza politica molto superiore rispetto a quella che avrebbero tra Paesi meno strettamente legati.
La reazione israeliana è stata immediata e categorica. Un portavoce dell’ambasciata israeliana negli Stati Uniti ha definito il rapporto di NBC “completamente falso”, affermando che Israele non conduce attività di intelligence contro enti americani né contro funzionari del governo degli Stati Uniti. Secondo la stessa dichiarazione, gli sforzi dell’intelligence israeliana sono rivolti contro nemici e avversari strategici e non contro alleati.
Anche la Casa Bianca ha respinto il contenuto dell’articolo. Un funzionario dell’amministrazione Trump ha dichiarato all’emittente che l’intera ricostruzione sarebbe falsa e basata su fonti prive di conoscenza diretta dei fatti. Il Pentagono, dal canto suo, ha scelto di non commentare.
La vicenda riporta inevitabilmente alla memoria il caso Jonathan Pollard, il più grave scandalo di spionaggio mai esploso tra i due Paesi. Nel 1985 Pollard, allora analista dell’intelligence della Marina americana, venne arrestato con l’accusa di avere trasmesso informazioni riservate a Israele. Condannato all’ergastolo, trascorse trent’anni in carcere prima di essere liberato nel 2015. Quell’episodio lasciò ferite profonde nei rapporti tra i servizi dei due Paesi e portò Israele ad assumere formalmente l’impegno di non condurre operazioni di intelligence sul territorio americano.
Proprio per questo motivo le rivelazioni attribuite a NBC hanno provocato particolare attenzione negli ambienti diplomatici e della sicurezza.
Dietro la vicenda emerge però anche il deterioramento del rapporto politico tra Trump e Netanyahu. Da settimane circolano indiscrezioni su divergenze significative riguardo alla strategia da adottare nei confronti dell’Iran. Netanyahu continua a considerare prioritario il contenimento militare e strategico di Teheran, mentre Trump appare più interessato a verificare la possibilità di un accordo diplomatico che riduca il rischio di un conflitto regionale più ampio.
Le tensioni si sono riflesse anche sul fronte libanese. L’amministrazione americana avrebbe esercitato pressioni affinché Israele evitasse un’ulteriore escalation contro Hezbollah, mentre il governo israeliano ritiene indispensabile mantenere una forte pressione militare sul movimento sciita sostenuto dall’Iran. A rendere ancora più evidente il clima difficile è stata la conferma da parte dello stesso Trump di una telefonata particolarmente dura con Netanyahu. Il presidente americano ha ammesso di aver usato espressioni pesanti nei confronti del premier israeliano, pur precisando di rispettarlo e di continuare a lavorare bene con lui.
Per il momento nessuna prova pubblica conferma le accuse contenute nel rapporto di NBC. Resta però il fatto che la sola comparsa di una simile ricostruzione in una fase di attrito politico tra Washington e Gerusalemme rappresenta un segnale significativo. Anche le alleanze più solide attraversano momenti di sospetto e tensione, soprattutto quando sul tavolo ci sono dossier come il programma nucleare iraniano, la guerra in Libano e il futuro equilibrio strategico del Medio Oriente.
Finché non emergeranno elementi concreti sarà impossibile stabilire se la vicenda sia il riflesso di reali preoccupazioni dell’apparato di sicurezza americano oppure l’ennesimo episodio di una battaglia politica e burocratica combattuta dietro le quinte del potere. In ogni caso, il semplice fatto che l’argomento sia arrivato al centro del dibattito pubblico mostra quanto la relazione tra Trump e Netanyahu stia attraversando una fase di forte turbolenza.
(Setteottobre, 9 giugno 2026)
........................................................
Hamas e l’equivoco dell’organizzazione di resistenza
di Claudia Conte
Nel dibattito pubblico occidentale, Hamas viene spesso descritto semplicemente come un movimento di resistenza palestinese. Una definizione che, pur cogliendo una parte della realtà politica e militare del conflitto israelo-palestinese, rischia di occultare un elemento essenziale: l’identità ideologica che il movimento stesso ha scelto di attribuirsi nel suo documento fondativo.
Il Patto di Hamas del 1988 non è un manifesto nazionalista tradizionale. È un testo che definisce l’organizzazione come un ramo della Muslim Brotherhood e fonda la propria azione politica e militare su una visione religiosa totalizzante. Il documento afferma esplicitamente che il programma del movimento è l’Islam e che il suo obiettivo è innalzare la legge islamica su tutta la Palestina storica.
Ancora più significativo è il rifiuto di qualsiasi soluzione politica definitiva basata sul compromesso territoriale. Nel testo del 1988, la liberazione della Palestina viene presentata come un dovere religioso e il ricorso alla jihad come strumento centrale della lotta. Diverse disposizioni escludono che conferenze internazionali o negoziati possano rappresentare una soluzione autentica alla questione palestinese.
Vi è poi un aspetto che per molti anni è stato sottovalutato o minimizzato: il linguaggio rivolto agli ebrei. Il documento non limita il conflitto allo Stato d’Israele o al sionismo politico, ma utilizza in numerosi passaggi riferimenti agli ebrei come collettività religiosa ed etnica. Alcuni articoli richiamano tradizioni religiose che descrivono uno scontro finale contro gli ebrei, elemento che ha portato numerosi studiosi e osservatori a definire il testo come portatore di contenuti antisemiti.
I difensori di Hamas sottolineano che nel 2017 il movimento ha pubblicato un nuovo documento politico più pragmatico, nel quale accetta l’idea di uno Stato palestinese entro i confini del 1967 senza però riconoscere formalmente Israele. Tuttavia, la leadership del movimento non ha mai revocato esplicitamente il Patto del 1988, che continua quindi a rappresentare un riferimento storico e ideologico rilevante.
Comprendere Hamas significa partire dai suoi stessi testi. Ignorare il contenuto del Patto del 1988 equivale a rinunciare a capire una parte fondamentale della natura del movimento. Allo stesso tempo, ridurre l’intera questione palestinese all’ideologia di Hamas sarebbe un errore speculare. La tragedia del Medio Oriente nasce proprio dall’incapacità di distinguere tra le aspirazioni legittime di un popolo e i programmi politici delle organizzazioni che pretendono di rappresentarlo.
La pace richiede realismo. E il realismo impone di leggere i documenti per ciò che sono, non per ciò che vorremmo che fossero. Il Patto di Hamas del 1988 resta una testimonianza storica importante perché mostra, senza filtri, le radici ideologiche di uno dei protagonisti più influenti e controversi del conflitto israelo-palestinese.
(l'Opinione delle Libertà, 9 giugno 2026)
........................................................
Israele: alla scoperta di una democrazia sotto assedio che non smette mai di discutere
Israele è tra i Paesi più discussi al mondo, ma spesso la sua politica interna scompare dietro simboli, giudizi e schieramenti. Eppure la società israeliana resta attraversata da fratture, contropoteri e conflitti democratici che impediscono di ridurla al governo del momento.
di Donatello D’Andrea
Uno degli aspetti più curiosi del dibattito occidentale su Israele è che si tratta probabilmente di uno dei Paesi più discussi e meno analizzati del sistema internazionale contemporaneo.
La sua politica occupa stabilmente il dibattito pubblico europeo e statunitense. Le sue operazioni militari vengono commentate quotidianamente. Le sue elezioni producono reazioni internazionali. Le sue scelte dividono governi, università, giornali e opinioni pubbliche. Proprio mentre viene osservato con una frequenza quasi ossessiva, però, una parte significativa della sua realtà politica tende a scomparire dalla narrazione.
Di Israele abbondano i giudizi. Molto meno le descrizioni. Restano spesso sullo sfondo le fratture che attraversano la società israeliana, le differenze tra le sue culture politiche, le tensioni tra religiosi e laici, tra universalismo liberale e nazionalismo, tra sicurezza e libertà. In altre parole, scompare la politica israeliana.
Il paradosso è evidente. Concentrandosi esclusivamente sui nemici di Israele, sui doppi standard internazionali o sulle mobilitazioni ostili allo Stato ebraico, si finisce spesso per raccontare molto bene ciò che circonda Israele e molto meno Israele stesso.
Israele resta invece una delle realtà politiche più articolate e pluraliste del panorama democratico contemporaneo. Per comprenderlo occorre tornare alla sua politica, alle sue fratture interne, alle sue discussioni e ai suoi conflitti. In altre parole, occorre sostituire la rappresentazione con l’analisi.
• Il racconto che sostituisce la realtà
Negli ultimi anni il dibattito occidentale su Israele ha progressivamente assunto una caratteristica peculiare: parlare sempre più di Israele e sempre meno della politica israeliana.
Israele è diventato uno dei principali terreni di questa dinamica. Per alcuni rappresenta il paradigma del nazionalismo contemporaneo; per altri l’avamposto della democrazia liberale in Medio Oriente. Entrambe le letture colgono aspetti reali, ma finiscono spesso per comprimere una realtà politica molto più articolata.
Il problema non è l’esistenza di giudizi differenti. Il problema è che il giudizio tende progressivamente a sostituire l’analisi. Israele viene raccontato attraverso categorie morali, identitarie e simboliche che rendono più semplice prendere posizione ma più difficile comprendere la realtà. La politica lascia spazio alla rappresentazione e la complessità viene sacrificata alla logica della mobilitazione emotiva.
La tendenza è particolarmente evidente anche nel dibattito italiano. Una parte significativa della discussione pubblica si concentra sulle manifestazioni pro-palestinesi, sull’antisemitismo crescente nelle società occidentali, sulle polemiche universitarie, sulle risoluzioni delle organizzazioni internazionali o sulle controversie diplomatiche che accompagnano il conflitto mediorientale. Temi importanti e spesso decisivi. Il risultato, però, è paradossale: il lettore finisce per conoscere molto bene il dibattito occidentale attorno a Israele e molto poco Israele stesso.
Quando un Paese viene raccontato soprattutto attraverso le reazioni che suscita all’esterno, la sua vita politica interna tende inevitabilmente a scomparire. Le elezioni diventano referendum morali. I governi vengono confusi con la nazione. Le posizioni più radicali finiscono per rappresentare l’intero sistema politico. La pluralità lascia il posto alla semplificazione.
La realtà è diversa. La storia dello Stato ebraico è la storia di una società attraversata da divisioni profonde, culture politiche concorrenti, conflitti ideologici e continui processi di mediazione. Per comprenderla occorre allora spostare lo sguardo dalle rappresentazioni alle dinamiche politiche che ne animano la vita pubblica.
• Le molte Israele
Se il principale limite del dibattito occidentale consiste nel rappresentare Israele come un soggetto unitario, il primo passo per comprenderlo consiste nel riconoscerne la straordinaria pluralità politica. Una pluralità che non rappresenta una deviazione rispetto alla natura dello Stato ebraico, ma uno dei suoi elementi costitutivi.
La stessa storia del sionismo dimostra quanto sia fuorviante immaginare Israele come il prodotto di una sola cultura politica. Fin dalle sue origini, il movimento sionista è stato attraversato da correnti differenti e spesso concorrenti: socialiste, revisioniste, liberali, religiose e nazionaliste. Le divergenze riguardavano il modello economico, il ruolo della religione, l’organizzazione delle istituzioni e la collocazione internazionale del futuro Stato. Ciò che accomunava queste tradizioni non era l’uniformità ideologica, ma il riconoscimento di un principio fondamentale: il diritto all’esistenza di Israele come Stato nazionale del popolo ebraico.
Questa articolazione continua a caratterizzare la politica israeliana contemporanea. Il sistema proporzionale e la tradizione coalizionale hanno prodotto una vita pubblica nella quale convivono sensibilità molto diverse e spesso in competizione tra loro. Le fratture attraversano il rapporto tra religione e Stato, il ruolo della magistratura, la definizione dell’identità nazionale, la gestione della sicurezza, la questione palestinese e il futuro stesso del progetto sionista. Israele non è una realtà politicamente uniforme; è una società nella quale il conflitto politico rappresenta una componente strutturale della vita democratica.
Questa caratteristica è emersa con particolare evidenza negli ultimi anni. Le imponenti mobilitazioni contro la riforma della giustizia proposta dal governo Netanyahu hanno portato in piazza per mesi centinaia di migliaia di cittadini, coinvolgendo settori tradizionalmente molto diversi tra loro: università, associazioni civiche, professionisti, riservisti delle Forze di Difesa Israeliane e parti dell’establishment economico. Al di là del giudizio sulla riforma, quelle proteste hanno mostrato una società capace di discutere apertamente il rapporto tra poteri dello Stato, ruolo della magistratura e natura della propria democrazia.
Il caso è particolarmente significativo perché mostra uno degli aspetti meno compresi della politica israeliana. Un governo può certamente tentare di imprimere una direzione al sistema, ma si confronta costantemente con una pluralità di contropoteri: la Corte Suprema, l’opposizione parlamentare, la stampa, la società civile organizzata e persino settori dei riservisti delle Forze di Difesa Israeliane. Le mobilitazioni del 2023 hanno reso visibile proprio questa dinamica, ricordando quanto sia difficile descrivere Israele come una realtà politica compatta o priva di conflitti.
Anche le questioni che all’estero vengono spesso trasformate in simboli identitari sono, in Israele, oggetto di un confronto politico permanente. La questione degli insediamenti costituisce da decenni una delle principali linee di frattura della politica nazionale. Attorno ad essa si confrontano visioni differenti della sicurezza, del futuro dei rapporti con i palestinesi e della stessa identità dello Stato. Il dibattito attraversa partiti, media, università e settori degli apparati di sicurezza, confermando ancora una volta quanto sia fuorviante descrivere Israele come una realtà politicamente uniforme.
Le stesse divisioni attraversano la gestione della guerra seguita agli attacchi del 7 ottobre. La questione degli ostaggi ha generato mobilitazioni che hanno coinvolto familiari, associazioni civiche e settori dell’opinione pubblica apertamente critici verso il governo Netanyahu. Parallelamente, il dibattito strategico continua a contrapporre visioni differenti sugli obiettivi militari, sui margini di una possibile soluzione negoziale, sul rapporto con gli Stati Uniti e sui rischi di isolamento internazionale.
In Israele convivono posizioni che chiedono di mantenere la massima pressione militare su Hamas, altre che attribuiscono priorità assoluta al ritorno degli ostaggi e altre ancora che discutono apertamente il grado di dipendenza strategica da Washington. Anche il conflitto esterno, dunque, non elimina il conflitto politico interno.
Lo stesso vale per figure come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, spesso presentate nel dibattito europeo come espressione dell’intera società israeliana. In realtà, le loro posizioni sono oggetto di un confronto costante che coinvolge opposizione, magistratura, stampa, mondo accademico e settori dell’establishment della sicurezza.
Le divisioni emergono persino all’interno della maggioranza: Ben Gvir e Smotrich hanno sostenuto in più occasioni una presenza israeliana permanente a Gaza e il ritorno degli insediamenti nella Striscia, ipotesi dalle quali Netanyahu ha talvolta preso le distanze o che ha ridimensionato pubblicamente, pur restando politicamente legato al sostegno parlamentare dei loro partiti. Anche sul futuro di Gaza e sugli obiettivi della guerra convivono dunque visioni differenti, spesso in tensione tra loro.
È proprio qui che emerge il limite delle rappresentazioni più diffuse. Quando Israele viene ridotto al governo del momento, a una singola personalità politica o a una determinata corrente ideologica, scompare ciò che lo caratterizza maggiormente: una realtà attraversata da conflitti, compromessi, visioni concorrenti e continue ridefinizioni degli equilibri interni. In altre parole, una democrazia reale, con tutte le tensioni e le contraddizioni che una democrazia reale inevitabilmente produce.
• La vera eccezione israeliana
Nel dibattito pubblico occidentale, l’eccezionalità di Israele viene spesso associata alla sua capacità militare, al suo sviluppo tecnologico o al ruolo strategico che occupa nel Medio Oriente contemporaneo. Esiste però un elemento meno visibile e, sotto molti aspetti, più rilevante dal punto di vista politico.
Dalla sua fondazione nel 1948, Israele convive con una condizione che accompagna pochi altri Stati contemporanei. Guerre convenzionali, terrorismo, organizzazioni armate ostili, attori regionali che ne contestano apertamente la legittimità e una rete di gruppi proxy sostenuti dall’Iran hanno rappresentato una costante della sua storia. Dalla guerra d’indipendenza del 1948 alle guerre del 1967 e del 1973, dagli attentati suicidi della Seconda Intifada agli attacchi di Hamas e Hezbollah, la sicurezza non ha mai costituito una parentesi della vita nazionale. È rimasta una dimensione permanente dell’esperienza israeliana.
In molti Paesi una simile pressione avrebbe favorito una progressiva riduzione del pluralismo politico e una crescente subordinazione del dibattito pubblico alle esigenze della sicurezza. Israele ha seguito una traiettoria diversa. Le minacce esterne non hanno eliminato le divisioni interne, né hanno impedito il confronto tra visioni differenti del futuro del Paese. Il confronto politico, culturale e ideologico ha continuato ad attraversare la società israeliana anche nei momenti più difficili della sua storia.
È questo l’aspetto che spesso sfugge a una parte del dibattito occidentale. L’eccezionalità israeliana non consiste nell’assenza di tensioni o contraddizioni. Consiste nella persistenza di una competizione democratica intensa all’interno di una realtà che continua a percepire la propria sicurezza come una questione esistenziale. Nonostante le guerre, il terrorismo e le minacce regionali, il conflitto politico non è stato sospeso. È rimasto uno degli elementi centrali della vita pubblica del Paese.
(InOltre, 9 giugno 2026)
........................................................
Israele da solo contro il fronte iraniano
di Ugo Volli
• Le origini dello scontro
È di nuovo guerra aperta fra l’Iran e Israele: lanci di missili contro bombardamenti aerei. Tutto è iniziato questa volta dal Libano. La calma relativa che si era installata nel Golfo Persico dopo la fine dei bombardamenti americani dello scorso 8 aprile, con tregue prolungate durante le trattative in Pakistan, non si è mai davvero estesa al Libano. Hezbollah non ha mai cessato di lanciare missili contro le città e i villaggi della Galilea e Israele ha reagito prima con bombardamenti, poi con un’azione di terra che l’ha portato a controllare tutta la zona a sud del fiume Litani (dove, in base a una risoluzione dell’ONU, non dovrebbero essere presenti altre forze armate oltre all’esercito libanese) e anche alcuni punti a nord del fiume, come il castello di Beaufort, dove è stata scoperta una grande fortificazione sotterranea del gruppo terrorista, con numerose rampe di lancio, infrastrutture logistiche e depositi di armi per centinaia di combattenti.
Di fronte alla prosecuzione degli attacchi di Hezbollah, Israele ha reagito negoziando con il governo libanese un accordo di cessate il fuoco che impegnava nuovamente il Libano a disarmare il gruppo terrorista. Hezbollah ha però rifiutato tali accordi e ha continuato i propri attacchi non solo contro i soldati israeliani, ma anche contro la popolazione civile. Israele ha dunque intensificato la propria azione sul terreno e i bombardamenti aerei contro le basi terroristiche nel Libano centrale. Alla fine, Gerusalemme ha annunciato ufficialmente che, se fossero continuati gli attacchi di Hezbollah contro la Galilea, avrebbe colpito nuovamente i suoi centri di comando situati a Beirut, nel quartiere sciita di Dahieh, nonostante le limitazioni imposte dagli Stati Uniti.
• I combattimenti
L’Iran, che ha sostenuto che la tregua in corso con gli Stati Uniti dovesse estendersi anche ai propri alleati di Hezbollah, ha annunciato che avrebbe colpito direttamente Israele qualora lo Stato ebraico avesse dato seguito alla minaccia. Incoraggiato da questa protezione politica, Hezbollah ha continuato e intensificato nell’ultima settimana i bombardamenti. Israele ha quindi colpito ieri mattina un edificio di Dahieh, prendendo di mira un centro militare ed eliminando due comandanti di Hezbollah: una risposta chiaramente limitata. In serata, con grande enfasi propagandistica, l’Iran ha lanciato contro Israele undici missili balistici, dotati di un elevato potenziale distruttivo. Tutti sono stati intercettati dai sistemi antimissile israeliani, ad eccezione di uno caduto in una zona aperta nei pressi di un villaggio arabo.
Israele ha reagito nella notte con bombardamenti aerei contro installazioni missilistiche, aeroporti, radar e centri di comando militare in Iran. Teheran ha risposto con nuovi lanci di missili, anch’essi finora senza effetti rilevanti. Israele ha quindi colpito ulteriormente, prendendo di mira anche un importante complesso petrolifero, obiettivo strategico per un’economia iraniana già duramente colpita dal blocco navale. Negli scambi sono intervenuti anche gli Houthi dallo Yemen, che hanno lanciato un missile balistico verso Israele, anch’esso intercettato, e hanno colto l’occasione per colpire l’Arabia Saudita e dichiarare chiuso alle navi israeliane lo stretto di Bab el-Mandeb.
• L’assenza americana
In questa nuova fase del conflitto emerge un protagonista rilevante soprattutto per la propria inattività militare: gli Stati Uniti. Negli ultimi giorni Donald Trump aveva annunciato per l’ennesima volta di essere vicino a un accordo globale con l’Iran, definito da lui stesso “ottimo”. Aveva inoltre intimato a Israele di non estendere le operazioni in Libano oltre la semplice autodifesa immediata e aveva dichiarato di non essere stato informato preventivamente dell’operazione su Beirut, affermando di non averla gradita.
Di fronte alla ripresa degli attacchi iraniani contro Israele, Trump ha pubblicato un messaggio il cui senso era sostanzialmente: “Avete lanciato i vostri missili, adesso basta e torniamo alle trattative”. Ha inoltre dichiarato di aver invitato Israele a non reagire, sostenendo che “comando io, non Netanyahu” e che “siamo alla vigilia di un grande accordo”. In serata si è svolta una telefonata con il primo ministro israeliano, mentre i vertici militari americani hanno lasciato intendere che, qualora Israele avesse scelto di proseguire l’azione militare, lo avrebbe fatto senza il diretto supporto degli Stati Uniti.
• Le prospettive
In questa ripresa dei combattimenti, almeno fino al momento in cui questo articolo viene scritto, Israele sta mostrando ancora una volta la propria superiorità militare. Le minacce iraniane appaiono in larga misura un bluff, poiché gli equilibri emersi nei precedenti confronti diretti tra i due Paesi — nel giugno 2025 e nel marzo-aprile 2026 — non sembrano essere cambiati in maniera sostanziale. L’assenza dell’intervento diretto americano riduce certamente la potenza complessiva dello schieramento occidentale, ma non modifica la superiorità tecnica israeliana. Israele ha addirittura mantenuto operativo il proprio aeroporto internazionale, segnale della limitata percezione del rischio di un attacco iraniano realmente efficace contro tale obiettivo.
Sul piano politico, però, la situazione è molto diversa. Israele si ritrova ancora una volta a combattere senza il sostegno di Washington. Un presidente americano chiede allo Stato ebraico di assorbire l’aggressione senza reagire pienamente e senza eliminare la minaccia dei propri nemici, in nome di un accordo ancora tutto da definire e dai contorni incerti. È una situazione che richiama altre fasi della storia israeliana, dal 1956 al 1967, fino al 1973, quando alle truppe israeliane vittoriose fu imposto di fermarsi. Una dinamica che si è poi ripetuta più volte nella lotta contro il terrorismo.
Questa volta, con una decisione particolarmente delicata, Netanyahu ha scelto almeno per il momento di non conformarsi alle richieste americane. Non conosciamo i dettagli della conversazione con Trump, ma è plausibile immaginare che non sia stata semplice. Alcuni segnali di comprensione, tuttavia, emergono all’interno dell’amministrazione statunitense. Il Segretario di Stato Marco Rubio, ad esempio, ha commentato che «solo un Paese stupido non si difende dall’aggressione, e Israele non lo è». Resta il rischio che Trump presenti un conto politico per questa scelta. E resta il rischio che Israele, già osteggiato da gran parte dell’opinione pubblica europea e in cattivi rapporti con Russia e Cina, possa trovarsi isolato anche rispetto agli Stati Uniti. Era però evidente che Israele non avrebbe potuto evitare di reagire agli attacchi continui di Hezbollah contro il proprio territorio e, ancor meno, ai missili iraniani, senza compromettere la fiducia interna e la propria credibilità strategica nella regione.
(Shalom, 8 giugno 2026)
........................................................
La crisi della convergenza
L’attacco israeliano nel cuore di Beirut contro una postazione di Hezbollah in risposta ai continui attacchi di quest’ultimo nel nord di Israele, arriva nel corso degli estenuanti negoziati tra Stati Uniti e Iran e infrange il diktat trumpiano in base al quale Israele debba starsene quieto in attesa che l’accordo sia finalizzato.
Appare ormai sempre più evidente che la convergenza tra l’Amministrazione Trump e il governo israeliano presieduto da Benjamin Netanyahu si sta divaricando, nonostante i soliti proclami ufficiali di un perfetto collimare di vedute.
Donald Trump sta cercando di uscire dal pantano in cui si è trasformata l’operazione militare congiunta contro l’Iran attuata insieme a Israele, operazione che secondo Trump e Netanyahu avrebbe dato al regime di Teheran la spallata decisiva. Non solo non è accaduto, ma il regime ha saputo giocare al meglio e con astuzia la sua partita obbligando gli Stati Uniti a sedersi a un tavolo per negoziare un accordo che il regime sa benissimo che a volerlo è soprattutto Trump, il che significa una oggettiva posizione di debolezza da parte americana. D’altro canto Israele non può accettare un accordo che metta in mora la propria sicurezza.
La priorità di Trump non è che l’Iran non sia più una minaccia per Israele e per l’intera stabilità mediorientale. La priorità di Trump è trovare una via di uscita che gli permetta di affermare che l’Iran si è piegato in qualche modo ai desiderata americani, ottenendo nell’immediato la navigazione libera dello Stretto di Hormuz, la calmierazione del prezzo del petrolio e spostando nel futuro la questione dell’arricchimento dell’uranio e l’eliminazione dello stoccaggio attuale già predisposto dal regime di Teheran per uso atomico.
Sia Trump che Netanyahu sono prossimi a tornate elettorali determinanti. Trump sa che l’operazione americana in Iran propagandata come essenziale per gli interessi americani non solo ha avuto scarso consenso interno, ma gli ha alienato molte simpatie anche all’interno della sua base.
Netanyahu, avendo finora supinamente assecondato Trump rischia di apparire, alla vigilia delle prossime elezioni, come un leader vassallo incapace di mettere al centro della scena prima del rapporto essenziale con gli Stati Uniti, la sicurezza di Israele.
La divergenza di intenti ed esigenze non necessariamente porterà a uno strappo, ma ci vuole un soverchiante e cieco ottimismo per pensare che queste contraddizioni possano fondersi hegelianamente in una sintesi.
(L'informale, 8 giugno 2026)
........................................................
Israele apre la sua prima ambasciata in Slovenia
Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha annunciato giovedì 4 giugno che Israele aprirà un’ambasciata nel Paese dell’Europa centrale per la prima volta, dopo anni di aspri legami con il premier uscente Robert Golob. Da quando le relazioni sono state stabilite nel 1992, gli affari diplomatici di Israele in Slovenia sono stati gestiti tramite l’ambasciata a Vienna.
di Nina Prenda
Dopo che il parlamento sloveno ha approvato la formazione di un governo sotto il neoeletto primo ministro Janez Jansa, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha annunciato giovedì 4 giugno che Israele aprirà un’ambasciata nel Paese dell’Europa centrale per la prima volta, dopo anni di aspri legami con il premier uscente Robert Golob.
Da quando le relazioni sono state stabilite nel 1992, gli affari diplomatici di Israele in Slovenia sono stati gestiti tramite l’ambasciata a Vienna.
“Janez Jansa è un amico chiaro e fermo di Israele, e la sua elezione crea un’opportunità unica per far progredire le relazioni bilaterali tra i nostri Paesi, che sono state a un punto basso negli ultimi anni a causa dell’ostilità del precedente governo di Lubiana”, ha detto Sa’ar in una dichiarazione, aggiungendo che il Ministero degli Esteri “agirà senza indugio” per attuare l’apertura dell’ambasciata.
Jansa, un premier nazionalista, è conosciuto come ammiratore del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e sostenitore di Israele. Dopo che Golob non è riuscito a concludere un accordo dopo le elezioni parlamentari di marzo, è stato in grado di raggiungere un accordo di coalizione per formare un governo.
Sotto Golob, la Slovenia ha riconosciuto uno stato palestinese nel maggio 2024 ed è uno dei pochi paesi dell’UE ad accusare che la guerra di Israele contro il gruppo terroristico di Hamas a Gaza fosse un “genocidio”, un’affermazione che Israele ha fortemente respinto.
L’emittente pubblica slovena RTV è stata la prima in Europa a chiedere l’esclusione di Israele dall’Eurovision Song Contest 2025 e l’ha boicottata nel 2026, citando la guerra in corso a Gaza.
La Slovenia è diventata anche il primo Paese dell’UE a imporre un divieto di viaggio al primo ministro Benjamin Netanyahu lo scorso settembre.
Jansa aveva precedentemente detto che, se fosse tornato al potere, avrebbe trasferito l’ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme e annullato il riconoscimento dello stato di Palestina.
(Bet Magazine Mosaico, 8 giugno 2026)
........................................................
La polizia militare indaga sugli spari mortali di un soldato contro un veicolo palestinese
HEBRON – Venerdì sera, a Hebron, un soldato israeliano ha aperto il fuoco contro un veicolo palestinese. Nell’incidente è rimasto ucciso un neonato, Sam Fahd Abu Haikal, di sette mesi. La madre ha riportato ferite molto gravi. Secondo quanto da lui stesso dichiarato, il militare pensava di trovarsi in pericolo di vita.
Il veicolo avrebbe dato l’impressione di voler accelerare e dirigersi velocemente verso i soldati, si legge in un primo comunicato dell’esercito. La famiglia non sarebbe stata coinvolta in attività terroristiche. L’esercito ha espresso «il più profondo rammarico per qualsiasi danno causato a civili non coinvolti». Domenica ha dichiarato che la polizia militare sta indagando sull'incidente.
Il padre, Fahd Abu Haikal, che era al volante, ha affermato di non aver avuto intenzione di accelerare. Anzi, avrebbe accostato su ordine dei soldati. I colpi sarebbero stati sparati senza preavviso. È stato ferito alla mano.
Nel veicolo c'era anche sua madre, Ferial Abu Haikal. Sabato ha raccontato al quotidiano israeliano «Yediot Aharonot»: «Ho sentito mia nuora gridare: “Mio figlio, mio figlio”. Era coperto di sangue».
• In viaggio verso i parenti
La famiglia vive a Betlemme e si stava recando dai parenti a Hebron: «Ogni giovedì mio figlio mi accompagna da loro e il venerdì mi riporta a casa. Eravamo in viaggio come al solito e non pensavamo che sarebbe successo qualcosa. Procedevamo lentamente a causa delle condizioni della strada. Ho visto dei soldati a circa 10 metri da noi. Ero seduta davanti e ho visto tutto. Improvvisamente si sono sentiti degli spari. Ho pensato che fosse un avvertimento per farci fermare».
Suo figlio, al posto di guida, avrebbe alzato la mano per dimostrare che non rappresentava una minaccia. «Ma il proiettile gli ha colpito la mano, l’ha attraversata ed è penetrato nell’auto.» Lei sarebbe poi scesa dall’auto e avrebbe gridato. «I soldati se ne sono andati e non ci hanno aiutato. Siamo rimasti lì da soli fino all’arrivo dei soccorsi, che ci hanno portato in ospedale.» Suo nipote di undici anni, che era anch’egli a bordo del veicolo, avrebbe detto: «Nonna, hanno ucciso il mio fratellino.»
• Il padre: «Il soldato ha visto i bambini»
Il padre del bambino ucciso ha dichiarato al quotidiano «Ha’aretz» di essersi completamente fermato prima che il soldato sparasse i colpi mortali. L'incidente sarebbe avvenuto verso le 19:30 ora locale, quindi in pieno giorno. Inoltre, l'auto non avrebbe avuto i finestrini oscurati. Il soldato «ha visto me, mia moglie e i bambini». Non si sarebbe trattato di un posto di blocco riconoscibile, i soldati sarebbero stati di pattuglia.
Sua moglie è ancora in ospedale. Le sue condizioni sarebbero critiche, ma stabili. Secondo quanto riferito da Abu Haikal, una scheggia le si è conficcata vicino al cuore.
• Si indaga sulla morte del piccolo Sam Fahd Abu Haikal
La nonna, nel frattempo, non capisce perché i soldati non siano rimasti sul posto se ritenevano che ci fosse un pericolo. «Perché non c’è stato un aiuto immediato? Perché avete portato via le telecamere di sorveglianza che hanno documentato l’incidente?», ha chiesto all’esercito durante l’intervista. «Non abbiamo un passato violento. Siamo una famiglia tranquilla che voleva vivere in pace. Non si può comprendere una situazione del genere.»
(Israelnetz, 8 giugno 2026)
........................................................
Dalla Bibbia alla geopolitica: lo stretto come punto di svolta
Il destino del mondo non si decide nei suoi spazi aperti, ma nei suoi punti di strozzatura.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Non sono più solo missili, droni o carri armati a decidere della guerra e della pace. Sono stretti corsi d’acqua, appena visibili sulla mappa del mondo, ma di enorme importanza strategica. Chi li controlla, controlla il flusso dell’economia mondiale. E chi li disturba, paralizza non solo gli avversari, ma interi continenti.
• Il mondo nella cruna di un ago
Gli attacchi della milizia Houthi alle navi mercantili nello stretto di Bab al-Mandab hanno dimostrato quanto sia vulnerabile questo sistema. Improvvisamente, una rotta che collega l’Europa all’Asia diventa una zona a rischio. Il Canale di Suez, per decenni simbolo della stabilità commerciale globale, perde enormemente di importanza, perché le compagnie di navigazione scelgono la deviazione intorno all’Africa. Per l’Egitto ciò significa perdite miliardarie, per il mondo prezzi in aumento, ritardi nelle catene di approvvigionamento e crescente incertezza.
Ancora più grave è la situazione nello Stretto di Hormuz. Qui scorre l’arteria vitale energetica del mondo. Una parte considerevole del commercio globale di petrolio attraversa quotidianamente questo stretto. Se l’Iran minaccia di bloccarlo, non si tratta di una semplice minaccia a livello regionale, ma di un intervento diretto nella stabilità dell’economia mondiale. La reazione degli Stati Uniti, la presenza militare e il controllo sul traffico marittimo dimostrano quanto velocemente le questioni economiche possano trasformarsi in un’escalation militare.
Ma il vero problema è più profondo. Questi punti di strozzatura non sono isolati. Formano una rete. Se uno viene a mancare, gli altri finiscono sotto pressione. Lo Stretto di Malacca in Estremo Oriente, attraverso il quale passa gran parte del commercio asiatico, è altrettanto vulnerabile. Gli stretti turchi, il Bosforo e i Dardanelli, determinano l’accesso al Mar Nero e quindi le esportazioni di cereali e l’equilibrio geopolitico nell’Europa orientale.
E poi c’è quella soglia insignificante ma decisiva all’ingresso del Mediterraneo, lo Stretto di Gibilterra. Se venisse bloccato, non si tratterebbe più di un incidente regionale, ma di uno shock globale. Il Mediterraneo verrebbe di fatto tagliato fuori dall’Atlantico. L’Europa, Israele e il Nord Africa perderebbero il loro collegamento marittimo più importante con il mondo esterno. Un simile blocco equivarrebbe a un atto di guerra, con conseguenze militari difficilmente calcolabili.
• Quando stretti diventano armi
Dal punto di vista del diritto internazionale, la situazione è chiara, almeno sulla carta. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare garantisce il libero transito attraverso gli stretti internazionali, ma la realtà è ben diversa. Stiamo assistendo a una nuova forma di conduzione dei conflitti, non a dichiarazioni di guerra aperte, ma a interferenze mirate.
Non si tratta di blocchi classici, ma di interventi ibridi. Le regole valgono, ma vengono sempre più aggirate.
È proprio qui che risiede il cambiamento strategico del nostro tempo. I conflitti non si decidono più solo sul campo di battaglia, ma lungo le infrastrutture globali. Chi oggi vuole esercitare il potere non attacca necessariamente l’avversario direttamente, ma le sue arterie vitali: energia, commercio, approvvigionamento.
• La logica biblica dei colli di bottiglia
Già durante l’esodo dei figli d’Israele dall’Egitto, un collo di bottiglia diventa il palcoscenico decisivo della storia. Il popolo si trova di fronte al mare, alle sue spalle l’esercito del Faraone. Un collo di bottiglia naturale, apparentemente senza via d’uscita. Solo quando la via si apre, la situazione si ribalta. Il collo di bottiglia nell'acqua diventa salvezza per gli uni e rovina per gli altri. Più tardi, Edom nega a Israele il passaggio attraverso la cosiddetta Via dei Re, una delle rotte commerciali più importanti della regione. Ciò che accade qui non è altro che un blocco politico. Un popolo controlla l'accesso, l'altro deve deviare. Tempo, risorse, forza: tutto diventa più costoso.
Anche la regione costiera di Canaan mostra questo schema. I Filistei dominano la rotta commerciale centrale tra l’Egitto e il nord, chiamata Via Maris. Israele rimane a lungo tagliato fuori da questo asse, con evidenti svantaggi strategici. Questa è anche una delle spiegazioni politiche del perché il popolo d’Israele dovette fare la deviazione attraverso il deserto e non poté prendere l’autostrada Via Maris direttamente lungo la costa verso la Terra Promessa.
Infine, le città fenicie come Tiro e Sidone controllano il commercio marittimo e diventano così superpotenze economiche. In epoca biblica, la ricchezza si spiega proprio con questo controllo e la loro caduta viene descritta come il crollo di un'intera rete commerciale.
Anche gli assedi seguono lo stesso principio. Le città non vengono sempre distrutte direttamente, ma isolate. Le linee di rifornimento si interrompono, insorge la fame, la resistenza crolla. È la forma più antica di blocco e funziona ancora oggi.
• Dall'antichità al presente
Ciò che oggi sta accadendo tra l’Iran, gli Stati Uniti e i loro alleati non è in sostanza altro che la continuazione moderna di questo schema. A sud del Mar Rosso viene interrotta una rotta commerciale. Nel Golfo Persico viene messa sotto pressione una vena energetica. I mercati globali reagiscono immediatamente. La differenza rispetto all’antichità non sta nel principio, ma nella portata. Ciò che un tempo aveva ripercussioni regionali, oggi ha conseguenze globali.
Non sempre è la forza dell'esercito a decidere, ma il controllo sulle vie di comunicazione. Già nell'antichità le rotte commerciali erano assi di potere. Chi le dominava determinava l'ascesa e la caduta degli imperi. Oggi poco è cambiato, solo che la dimensione è diventata globale. Il mondo si trova quindi in un punto pericoloso. Se più di uno di questi stretti viene messo sotto pressione contemporaneamente, non si crea più un conflitto regionale, ma una reazione a catena con conseguenze globali. Le catene di approvvigionamento si interrompono, i prezzi dell’energia esplodono, le tensioni politiche si inaspriscono.
Gli stretti corsi d’acqua di questo mondo non sono più da tempo semplici dettagli geografici. Sono leve strategiche. E mostrano quanto sia fragile l’ordine su cui poggia il nostro sistema globale. Alla fine, la stabilità del mondo non si decide solo nelle capitali o sui campi di battaglia, ma in pochi chilometri d’acqua tra due coste.
• Strettezza, pressione, decisione: un principio biblico della storia
La parola “Mezar” (מצר) in ebraico non è un arido termine geografico per indicare una “strettezza”, ma un’espressione dal significato profondo, che si muove tra la realtà fisica e l’esperienza esistenziale.
In senso fondamentale, un Mezar indica un luogo stretto, un passaggio angusto che collega due spazi, come gli stretti marini centrali, ad esempio lo Stretto di Hormuz o Bab al-Mandab. Ma già nella radice linguistica צ־ר si trova una dimensione aggiuntiva: pressione, angustezza, angoscia.
Nel contesto biblico, questo significato si estende ben oltre la geografia. “Mezar” diventa la descrizione di una condizione umana, di un momento di disperazione, di pericolo, di crisi. Il versetto “Dallo stretto ho invocato il Signore, il Signore mi ha risposto con ampiezza” esprime proprio questo passaggio, dall’angoscia allo spazio, dalla minaccia alla salvezza. Il Mezar non è solo un luogo, ma un punto di prova in cui la vita si condensa e l’uomo si trova a confrontarsi con i propri limiti. Proprio da questa angusta situazione nasce la possibilità di ampiezza, di cambiamento, di svolta.
Ciò che la Bibbia descrive come principio spirituale è oggi realtà geopolitica: i punti di strozzatura non sono zone marginali, ma spazi decisionali. Concentrano potere, paura e azione. «Mezar» non è solo un confine, ma il punto in cui la storia cambia direzione. Che sia sul Mar dei Giunchi o nello Stretto di Hormuz: nello stretto la situazione si fa così intensa che una svolta diventa inevitabile.
È proprio qui che sta il parallelo con il presente: lo stretto non solo genera pressione, ma impone chiarezza. Essa mostra chi è preparato, chi rimane dipendente e chi ha il controllo sulle vie decisive. Nella Bibbia essa conduce o alla salvezza o al crollo, mai a una situazione di stallo. Lo stesso schema si delinea oggi, con diversi punti di strozzatura nei mari che si trovano contemporaneamente sotto tensione.
A ciò si aggiunge un’ulteriore, delicata dimensione. In un sistema altamente interconnesso, la responsabilità raramente viene distribuita in modo neutrale, ma piuttosto attribuita politicamente. Le attuali tensioni nei principali stretti marini vengono interpretate a livello internazionale sempre più nel contesto del conflitto israelo-palestinese. Gli attacchi e le perturbazioni lungo queste rotte vengono letti come parte di un’arena di conflitto allargata, in cui Israele diventa il punto di riferimento, indipendentemente dal coinvolgimento operativo concreto. In questo modo la situazione si sposta da una disputa puramente di politica di sicurezza a una di natura strategica e narrativa. Non si tratta solo del controllo delle vie navigabili, ma della sovranità interpretativa: chi viene percepito come l'innescatore, chi ne porta la responsabilità politica? Proprio in questi stretti marini si decide quindi non solo il flusso del commercio e dell'energia, ma anche quanto crescerà la pressione internazionale su Israele, poiché i conflitti regionali si condensano qui in crisi globali.
• Stretto di terra
Megiddo era, in epoca biblica, una sorta di antico “stretto” di terra. Proprio come oggi lo Stretto di Hormuz o Bab al-Mandab determinano il commercio, l’energia e l’influenza geopolitica, Megiddo era allora lo stretto strategico tra Africa e Asia. Chi voleva spostarsi dall’Egitto verso l’Assiria, la Babilonia o più avanti verso l’Anatolia, doveva attraversare la pianura di Jezreel presso Megiddo. Lì passava la famosa «Via Maris», la più importante via commerciale e militare del mondo antico.
Geograficamente, qui si formava uno stretto corridoio tra il Mediterraneo, le montagne e le valli – un «Mēzar», un passaggio stretto. Nel pensiero biblico, un luogo stretto è sempre anche un luogo di decisione. Chi controllava Megiddo, controllava gli eserciti, il commercio e il corso della storia. Per questo motivo il luogo è stato più volte teatro di battaglie decisive tra grandi imperi. Non a caso da ciò è nato in seguito il termine “Armageddon” – “Har Megiddo”, il monte di Megiddo.
Nell’Apocalisse questo luogo diventa il simbolo dell’ultima grande battaglia decisiva dell’umanità.
Il principio alla base di tutto ciò non è cambiato fino ad oggi. Che si tratti di Megiddo allora o di Hormuz oggi – chi controlla i passaggi controlla il potere, l’economia e l’influenza. I punti di strozzatura non sono mai solo punti geografici. Sono punti nevralgici politici, economici e spesso anche spirituali, in cui si decide in quale direzione si muove la storia.
(Israel Heute, 8 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
____________________
Il passo biblico citato dall’autore è il Salmo 118:5, che nella traduzione Diodati viene così reso: “Essendo in distretta, io invocai il Signore; E il Signore mi rispose, e mi mise al largo”. Purtroppo nelle moderne traduzioni italiane, ad eccezione della Riveduta Luzzi, il termine “distretta” è stato sostituito con altri nomi come angoscia, sventura, tribolazione. La Nuova Riveduta, ad esempio traduce: “Nella mia angoscia invocai il SIGNORE; il SIGNORE mi portò in salvo”. Anche quando non avevo alcuna conoscenza di ebraico, avvertivo che in molti casi il termine “distretta” si applica meglio al contesto biblico, come è evidente in questo versetto, dove al מצז (stretto) si oppone il מרחב (largo). Ma è una caratteristica dell’odierna cultura laica: sostituire il concreto fisico con l’universale astratto. E con ciò si resta sempre più lontani sia dalla Bibbia sia dal mondo di Israele. M.C.
........................................................
|
Dio in azione
Dalla Sacra Scrittura
MATTEO 1
- La nascita di Gesù Cristo avvenne in questo modo. Maria, sua madre, era stata promessa sposa a Giuseppe e, prima che fossero venuti a stare insieme, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo.
- Giuseppe, suo marito, essendo uomo giusto e non volendo esporla a infamia, si propose di lasciarla segretamente.
- Ma, mentre aveva queste cose nell'animo, ecco che un angelo del Signore gli apparve in sogno, dicendo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria tua moglie, perché ciò che in lei è generato è dallo Spirito Santo.
- Ella partorirà un figlio e tu gli porrai nome Gesù, perché è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati”.
- Tutto ciò avvenne, affinché si adempisse quello che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
- “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, al quale sarà posto nome Emmanuele”,
che, interpretato, vuol dire: “Dio con noi”.
- E Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato; prese con sé sua moglie
- e non ebbe con lei rapporti coniugali finché ella non ebbe partorito un figlio, al quale pose nome Gesù.
EBREI 1
- Dio, dopo aver molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti,
- in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato i mondi,
- il quale, essendo lo splendore della sua gloria e l'impronta della sua essenza e sostenendo tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi
- ed è diventato così di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro.
MATTEO 3
- Allora Gesù dalla Galilea si recò al Giordano da Giovanni per essere da lui battezzato.
- Ma questi vi si opponeva dicendo: “Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni a me?”.
- Ma Gesù gli rispose: “Lascia fare per ora, poiché conviene che noi adempiamo così ogni giustizia”. Allora Giovanni lo lasciò fare.
- E Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall'acqua ed ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire sopra di lui.
- Ed ecco una voce dai cieli che disse: “Questo è il mio diletto Figlio nel quale mi sono compiaciuto”.
ESODO 19
- Allora l'Eterno disse a Mosè: “Va' dal popolo, santificalo oggi e domani, e fa' che si lavi le vesti.
- E siano pronti per il terzo giorno; perché il terzo giorno l'Eterno scenderà in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai.
- E tu fisserai tutto attorno dei limiti al popolo, e dirai: Guardatevi dal salire sul monte o dal toccarne le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte.
- Nessuna mano tocchi quel tale; ma sia lapidato o trafitto da frecce; che sia animale o uomo, non sia lasciato in vita! Quando il corno suonerà a distesa allora salgano pure sul monte”.
- E Mosè scese dal monte verso il popolo; santificò il popolo, e quelli si lavarono le vesti.
- Ed egli disse al popolo: “Siate pronti fra tre giorni; non accostatevi a donna”.
- Il terzo giorno, quando fu mattino, ci furono dei tuoni, dei lampi, apparve una fitta nuvola sul monte, e si udì un fortissimo suono di tromba; e tutto il popolo che era nell'accampamento, tremò.
- E Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento per condurlo incontro a Dio; e si fermarono ai piedi del monte.
- Il monte Sinai era tutto fumante, perché l'Eterno era disceso in mezzo al fuoco; e il fumo saliva come il fumo di una fornace, e tutto il monte tremava forte.
- Il suono della tromba si faceva sempre più forte; Mosè parlava, e Dio gli rispondeva con una voce.
- L'Eterno dunque scese sul monte Sinai, in vetta al monte; e l'Eterno chiamò Mosè in vetta al monte, e Mosè vi salì.
MATTEO 4
- Allora Gesù fu condotto dallo Spirito su nel deserto, per essere tentato dal diavolo.
- E, dopo che ebbe digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame.
- E il tentatore, accostatosi, gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pani”.
- Ma egli rispondendo disse: “Sta scritto:
'Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che procede dalla bocca di Dio'”.
- Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa e lo pose sul pinnacolo del tempio
- e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto:
'Egli darà ordine ai suoi angeli intorno a te, ed essi ti porteranno sulle loro mani, perché tu non urti con il piede contro una pietra'”.
- Gesù gli disse: “È anche scritto:
'Non tentare il Signore Dio tuo'”.
- Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse:
- “Tutte queste cose io te le darò, se, prostrandoti, tu mi adori”.
- \Allora Gesù gli disse: “Vattene, Satana, poiché sta scritto:
'Adora il Signore Dio tuo, e a lui solo rendi il culto'”.
- Allora il diavolo lo lasciò ed ecco degli angeli vennero a lui e lo servivano.
SALMO 91
- Poiché tu hai detto: “O Eterno, tu sei il mio rifugio”; tu hai fatto dell'Altissimo il tuo asilo,
- male alcuno non ti colpirà, né piaga alcuna si accosterà alla tua tenda.
- Poiché egli comanderà ai suoi angeli di proteggerti in tutte le tue vie.
- Essi ti porteranno sulla palma della mano, perché il tuo piede non inciampi in nessuna pietra.
- Tu camminerai sul leone e sull'aspide, calpesterai il leoncello e il serpente.
- Poiché egli ha posto in me il suo affetto, io lo salverò; lo proteggerò, perché conosce il mio nome.
- Egli m'invocherà, e io gli risponderò; sarò con lui nei momenti difficili; lo libererò, e lo glorificherò.
- Lo sazierò di lunga vita e gli farò vedere la mia salvezza.
(Notizie su Israele, 7 giugno 2026)
|
........................................................
Hezbollah sabota l'accordo Israele-Libano. Aoun ammonisce Teheran: «Ci sta usando»
Il presidente libanese accusa l'Iran di usare Beirut come merce di scambio nei negoziati con gli Usa
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - Giornata calda, estiva. La gente si affolla come nei momenti migliori al mare e nelle vie centrali per l'immancabile brunch prima del silenzio serale dello Shabbat. È una città laica, ma che continua comunque a tenere alle proprie tradizioni. Questo venerdì, però, è stato particolarmente affollato, come non sempre accadeva negli ultimi mesi di guerra. Un ipotetico turista ignaro difficilmente potrebbe immaginare che Israele si trovi in equilibrio precario tra iniziative di pace con il Libano e una probabile ripresa della guerra con Hezbollah e, di conseguenza, con il suo principale sostenitore, l'Iran. Alla base dello stallo vi è la totale indisponibilità di Naim Qassem, segretario generale di Hezbollah, ad accettare un cessate il fuoco che non preveda il ritiro dell'Idf dal sud del Libano.
Chiunque osservi la situazione in buona fede, senza i soliti pregiudizi nei confronti dello Stato ebraico, sa che un ritiro puro e semplice non è considerato possibile da Israele. A Gerusalemme viene percepito come un rischio dalle conseguenze facilmente prevedibili per la popolazione che vive nel nord del Paese e come una scelta destinata a provocare pesanti contraccolpi sul piano della politica interna. Da ieri mattina, a fronte del totale rifiuto di Hezbollah di accettare un cessate il fuoco ritenuto ragionevole da Israele e dei continui attacchi con droni nell'area di Shlomi, nel nord del Paese, dove era prevista una visita del premier Netanyahu, l'Idf ha condotto diversi attacchi nel Libano meridionale, con eliminazioni mirate di terroristi e fuoco di artiglieria. La volontà di sabotare gli accordi promossi a Washington tra le delegazioni israeliana e libanese appare, agli occhi del governo israeliano, sempre più evidente. Il presidente libanese Aoun ha accusato l'Iran di usare il Libano come merce di scambio nei negoziati con gli Stati Uniti. Netanyahu ha dichiarato che non sottoporrà alcun accordo al voto del gabinetto di sicurezza finché Hezbollah non ne accetterà formalmente i termini.
Al momento il primo ministro, alla luce della netta opposizione di Hezbollah, sta elaborando con i propri ministri diversi scenari operativi per un possibile ampliamento delle operazioni militari in Libano. Il ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvìr, e il ministro dell'Energia, Eli Cohen, hanno chiesto a Netanyahu misure più severe contro Hezbollah, invitandolo a parlare nuovamente con il presidente Trump per spiegargli la realtà vissuta da troppo tempo dalla popolazione del nord di Israele, impossibilitata a condurre una vita normale. Da qui, secondo diversi esponenti della coalizione, la necessità di colpire anche Dahiyeh, il sobborgo meridionale di Beirut considerato una delle principali roccaforti di Hezbollah. La sensazione, condivisa da gran parte del governo, è che il tempo non giochi a favore di Israele e che, nel tentativo di assecondare le richieste di Trump, si finisca per favorire indirettamente l'Iran e il suo proxy libanese, ai quali il trascorrere delle settimane consentirebbe di riorganizzarsi militarmente.
A sorpresa, soltanto il ministro delle Finanze, Bezalel Smotrich, si è dichiarato pienamente favorevole a un cessate il fuoco, richiamando l'attenzione sulle difficili condizioni politiche nelle quali si trova oggi lo Stato ebraico. Questa posizione quasi unanime all'interno dell'esecutivo trova riscontro anche nei sondaggi, secondo i quali la maggioranza degli israeliani ritiene che Netanyahu non dovrebbe consentire a Trump di determinare l'intensità delle operazioni militari contro Hezbollah. Per il momento, l'unico dato certo è che Hezbollah continua a colpire i centri abitati israeliani. E mentre la vita a Tel Aviv sembra scorrere normalmente sotto il sole di giugno, la sensazione è che l'escalation sia dietro l'angolo.
(Il Riformista, 6 giugno 2026)
........................................................
Beaufort, la fortezza che domina il Libano: perché la sua riconquista è così importante
di Luca Longo
Da roccaforte crociata a simbolo della guerra tra Israele e Hezbollah. La presa del castello di Beaufort riporta alla memoria quarant’anni di conflitti, occupazioni e ritirate. E arriva in un momento in cui il futuro politico di Israele e la stabilità del Libano sono nuovamente in bilico.
Per chi osserva attraverso i comunicati militari quotidiani la guerra di Israele contro Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen e gli ayatollah in Iran, la notizia della conquista del castello di Beaufort da parte delle Forze di Difesa Israeliane potrebbe apparire come un episodio marginale. Un’antica fortezza medievale, qualche bandiera issata sulle mura e una collina conquistata nel Libano meridionale.  In realtà, pochi luoghi concentrano altrettanta storia, simbolismo e valore strategico quanto Beaufort. La sua riconquista rappresenta molto più della presa di una posizione elevata. È un messaggio politico rivolto a Hezbollah, al Libano, all’Iran e persino all’elettorato israeliano.  Per comprenderne il significato bisogna tornare indietro di quasi novecento anni.
• Una fortezza costruita per controllare il Levante
Il castello di Beaufort, conosciuto in arabo come Qalaat al-Shaqif, sorge su uno sperone roccioso che domina da un’altezza di 700 metri la valle del fiume Litani, e si trova solo a 14,5 chilometri dall’attuale confine con Israele. Costruito nel XII secolo dai Crociati, deve il proprio nome francese, Beau Fort, “bella fortezza”, alla posizione spettacolare da cui controlla l’intera regione della Galilea e gran parte del Libano meridionale.
La sua importanza deriva dalla geografia prima ancora che dall’architettura. Da questa altura si osservano le principali vie di comunicazione che attraversano il sud del Libano. Chi controlla Beaufort può monitorare spostamenti militari, movimenti logistici e linee di rifornimento in un’area vastissima. Ancora oggi, nell’era dei satelliti e dei droni, quella posizione mantiene un valore operativo considerevole.
Nel corso dei secoli la fortezza è passata di mano innumerevoli volte. Fu conquistata da Saladino durante le guerre contro i Crociati, passò ai Templari, ai Mamelucchi e successivamente all’Impero Ottomano. Ogni potenza che ha dominato il Levante ha compreso la stessa verità: chi controlla Beaufort possiede una delle chiavi del Libano meridionale.
Per gran parte del Novecento il castello fu poco più di una suggestiva rovina storica. Poi la guerra civile libanese lo riportò al centro della storia.
• Dall’Olp a Hezbollah: il castello come simbolo della resistenza
Negli anni Settanta le organizzazioni palestinesi dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina trasformarono Beaufort in una base operativa avanzata. Dalla fortezza e dalle alture circostanti partivano operazioni contro Israele e venivano osservati i movimenti lungo il confine.
Quando Israele invase il Libano nel 1982, Beaufort fu uno degli obiettivi principali dell’offensiva. La battaglia per la conquista della fortezza entrò rapidamente nella memoria collettiva israeliana. Le truppe della Brigata Golani subirono perdite significative nell’assalto notturno contro le postazioni palestinesi. Per una generazione di israeliani, Beaufort divenne il simbolo del prezzo pagato per la sicurezza del confine settentrionale.
Dopo la conquista, il castello rimase per quasi diciotto anni uno dei punti nevralgici della cosiddetta “fascia di sicurezza” mantenuta da Israele nel Libano meridionale. Le sue mura ospitavano osservatori, postazioni radar e reparti incaricati di monitorare le attività delle milizie sciite emergenti.
Fu proprio in quegli anni che Hezbollah costruì gran parte della propria legittimità politica e militare. Gli attacchi contro le guarnigioni israeliane nella fascia di sicurezza divennero il cuore della narrativa della “resistenza islamica”. Beaufort, occupato dagli israeliani, rappresentava uno dei simboli più visibili di quella presenza.
Quando Israele si ritirò unilateralmente dal Libano nel maggio del 2000, Hezbollah ne stravolse il significato e presentò l’evento come una propria vittoria storica. Le immagini della bandiera gialla del movimento che sventolava sulle rovine del castello fecero il giro del mondo arabo. Per molti libanesi sciiti, Beaufort diventò la prova tangibile che Israele poteva essere “costretto a ritirarsi”.
La riconquista di pochi giorni fa ribalta completamente quel simbolismo.
• Perché Israele è tornato a Beaufort
L’operazione che ha portato le truppe israeliane nuovamente all’interno della fortezza, anche se dista solo pochi chilometri da Israele, rappresenta la più profonda avanzata terrestre nel Libano meridionale degli ultimi ventisei anni.
Dal punto di vista tattico, il valore è evidente. Beaufort domina una vasta area del Libano meridionale, inclusi importanti assi di comunicazione e numerose zone utilizzate da Hezbollah per il trasferimento di uomini e materiali. Controllare il castello significa migliorare capacità di osservazione, raccolta di informazioni e coordinamento delle operazioni terrestri.
Ma il valore militare non è l’unica spiegazione: oggi Israele può monitorare e contrastare rapidamente movimenti offensivi di truppe e armi grazie a droni e satelliti.
La conquista è soprattutto un’operazione psicologica. Per Hezbollah, Beaufort era uno dei luoghi che raccontavano il successo della lunga guerra di logoramento contro Israele. Vedere nuovamente la bandiera israeliana e quella della Brigata Golani sulle mura del castello significa assistere alla demolizione di un simbolo costruito in oltre due decenni di propaganda.
Anche per il Libano il messaggio è pesante. La riconquista dimostra che Israele non considera più invalicabili molte delle linee che avevano definito l’equilibrio successivo al ritiro del 2000. La presenza israeliana oltre il Litani evoca ricordi che gran parte della popolazione libanese sperava appartenessero ormai al passato.
Esiste infine una dimensione interna israeliana. Dopo anni in cui Hezbollah era stato percepito come una minaccia crescente (tanto da trascurare completamente Hamas, che nel frattempo stava trasformando Gaza in una gigantesca fortezza sotterranea, ma questa è un’altra storia), la conquista di Beaufort offre al governo Netanyahu un’immagine di forza, iniziativa e capacità offensiva. Non è casuale che il castello sia diventato immediatamente uno dei simboli più fotografati della campagna militare in Libano.
• La fragile tregua e il futuro del fronte libanese
La riconquista di Beaufort arriva mentre Israele e Libano hanno appena annunciato il rinnovo di una tregua estremamente fragile, mediata dagli Stati Uniti. L’accordo prevede la creazione di “zone pilota” nel Libano meridionale affidate esclusivamente al controllo dell’esercito libanese e prive della presenza di Hezbollah. Il meccanismo dovrebbe iniziare nelle aree a sud del Litani, storicamente considerate il cuore operativo del movimento sciita.
Sulla carta, l’intesa potrebbe rappresentare il primo passo verso una stabilizzazione duratura del confine.
Nella realtà, il percorso appare molto più complicato.
Hezbollah ha già espresso forti riserve e continua a considerare inaccettabile qualsiasi accordo che consolidi la presenza israeliana in territorio libanese o che limiti in modo permanente le proprie attività militari.
Inoltre, la guerra tra Israele e Iran continua a proiettare la propria ombra sul Libano. Hezbollah resta il principale strumento regionale di deterrenza iraniana contro Israele. Finché lo scontro strategico tra Gerusalemme e Teheran rimarrà aperto, sarà difficile immaginare una completa smilitarizzazione del sud del Libano.
Anche la politica israeliana contribuisce all’incertezza. Tassativamente, entro il 27 ottobre 2026, Israele dovrà affrontare nuove elezioni legislative. Benjamin Netanyahu si avvicina a quell’appuntamento in un clima politico complesso, segnato dalle polemiche sulla gestione della guerra, dalle tensioni interne e dai procedimenti giudiziari che continuano a influenzare la vita politica del Paese. In questo contesto, ogni successo militare assume inevitabilmente anche una dimensione elettorale.
La storia di Beaufort offre una lezione di prudenza. Nel 1982 Israele conquistò la fortezza credendo di aver risolto il problema della sicurezza nel Libano meridionale. Diciotto anni dopo, come è successo infinite volte in precedenza, decise di rientrare nei propri confini. Oggi la stessa posizione è tornata sotto controllo israeliano, ma le dinamiche profonde che alimentano il conflitto restano in gran parte immutate.
Per questo la riconquista del castello non rappresenta la conclusione di una storia. Semmai ne apre un nuovo capitolo. E come spesso accade in Medio Oriente, le pietre di una fortezza medievale raccontano molto più del passato: aiutano a comprendere le guerre del presente e, talvolta, a intravedere quelle del futuro.
(InOltre, 6 giugno 2026)
........................................................
Gran Bretagna, un medico ebreo denuncia l’antisemitismo negli ospedali
«Alcuni colleghi mi hanno detto che non curerebbero un israeliano in fin di vita». Le rivelazioni di un medico londinese provocano indignazione e spingono il governo britannico a ordinare una revisione urgente del sistema sanitario.
di Alessandro Carmi
L’idea che un medico possa rifiutarsi di curare un paziente per la sua nazionalità o per la sua identità ebraica colpisce uno dei principi fondamentali della professione medica. Eppure è proprio questo che un medico ebreo britannico sostiene di aver ascoltato da alcuni colleghi all’interno del sistema sanitario del Regno Unito. Le sue dichiarazioni, raccolte dall’emittente ITV, hanno suscitato forte preoccupazione e spinto il governo britannico a intervenire pubblicamente.  Il medico, identificato con lo pseudonimo di Baruch per ragioni di sicurezza, lavora in un ospedale londinese e afferma di avere assistito negli ultimi mesi a un deterioramento del clima nei confronti degli ebrei, sia all’interno del sistema sanitario sia nella società britannica più in generale. L’episodio più grave riguarda alcuni commenti che avrebbe sentito da colleghi medici.  «Se qualcuno stava morendo al pronto soccorso ed era israeliano, c’erano medici che mi dicevano che non lo avrebbero curato», ha raccontato. «Lo trovo vergognoso».  Si tratta di accuse estremamente serie, che toccano il cuore dell’etica professionale. Il principio secondo cui ogni paziente debba ricevere assistenza indipendentemente dalla sua origine, religione, nazionalità o orientamento politico rappresenta infatti uno dei pilastri della medicina moderna. Per questo motivo le dichiarazioni di Baruch hanno provocato una reazione immediata da parte delle autorità britanniche. Secondo il medico, il problema non si limita però alle conversazioni private. Egli sostiene di avere osservato casi nei quali pazienti ebrei ricoverati non ricevevano pasti kosher adeguati e racconta di aver subito personalmente insulti e intimidazioni per strada. Tra gli episodi citati vi sono slogan come «torna da dove sei venuto» e persino minacce di aggressione con l’acido.  Baruch vive con la moglie Daniela e i figli a Golders Green, quartiere londinese storicamente associato alla comunità ebraica britannica. La famiglia sta preparando il trasferimento in Israele, una decisione che, secondo quanto dichiarato, deriva anche dal crescente senso di insicurezza percepito nel Regno Unito.  «Non avrei mai pensato di avere paura di indossare una kippah a Londra», ha spiegato. «Sono cresciuto qui e non avrei mai immaginato di dovermi porre questo problema».  La vicenda assume un valore simbolico particolare perché la famiglia di Baruch vive in Gran Bretagna da quasi quattro secoli. Gli ebrei furono riammessi ufficialmente nel Paese durante il XVII secolo, dopo secoli di espulsione, e molte famiglie ebraiche britanniche considerano il Regno Unito la propria patria da generazioni.  «Probabilmente sarò l’ultimo della mia famiglia a lasciare questo Paese», ha detto il medico. «I miei genitori e le mie cinque sorelle vivono già in Israele. È triste pensare che una famiglia presente qui da quasi quattrocento anni senta oggi il bisogno di andarsene». Anche la moglie Daniela descrive un clima profondamente cambiato. Secondo il suo racconto, amici e parenti in Israele si mostrano spesso più preoccupati per la loro sicurezza in Gran Bretagna che per quella di chi vive in Medio Oriente. Una situazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata paradossale.  Le dichiarazioni di Baruch arrivano mentre le statistiche sull’antisemitismo nel Regno Unito continuano a registrare livelli record. Diverse organizzazioni ebraiche britanniche hanno documentato un forte aumento degli episodi antisemiti dopo il 7 ottobre 2023. Aggressioni verbali, vandalismi, minacce e intimidazioni sono diventati una preoccupazione costante per molte comunità ebraiche del Paese.  Il ministero della Salute e dell’Assistenza sociale ha definito le segnalazioni «scioccanti» e ha sottolineato che nessuno dovrebbe sentirsi insicuro nel lavorare o nel ricevere cure all’interno del Servizio sanitario nazionale. Il governo ha inoltre annunciato una revisione urgente dell’antisemitismo e di altre forme di razzismo nel sistema sanitario britannico. L’indagine sarà guidata da Lord Mann, consigliere indipendente del governo per l’antisemitismo.  Le accuse formulate da Baruch dovranno naturalmente essere approfondite e verificate. Tuttavia il fatto che un medico ebreo scelga di lasciare il Paese in cui la sua famiglia vive da secoli, citando l’antisemitismo come una delle ragioni principali della sua decisione, rappresenta già di per sé un segnale che molti osservatori considerano allarmante. Per una nazione che ha sempre rivendicato la propria tradizione di tolleranza e pluralismo, la semplice possibilità che l’identità ebraica possa influenzare il trattamento di un paziente costituisce una questione che va ben oltre il singolo episodio e investe direttamente la credibilità delle istituzioni.
(Setteottobre, 6 giugno 2026)
........................................................
Dalla propaganda dei social ai titoli dei giornali
Come l'informazione sta perdendo sé stessa, in particolare quella italiana. E come Gaza è diventata il terreno chiave per il collasso delle notizie di qualità.
di Roger Abravanel
Per decenni il rapporto tra media tradizionali e opinione pubblica è stato relativamente chiaro: i giornali verificavano, la televisione selezionava, i social - prima che esplodessero - semmai commentavano. Oggi il meccanismo si è rovesciato. Non sono più i social a inseguire i media, ma troppo spesso i media a inseguire i social. E quando il tema è Israele, il risultato è devastante: fake news, narrazioni manipolate, linguaggio emotivo e abbandono quasi totale dei criteri fondamentali del giornalismo di qualità.
Il Medio Oriente e, soprattutto Gaza dopo 7 ottobre 2023, è diventato il terreno chiave per il collasso della informazione di qualità.
• Il circolo virtuoso dell'informazione che diventa vizioso in tutto il mondo occidentale
Fino alla esplosione dei social 25 anni fa, funzionava un "circolo virtuoso" dell'informazione. Un quotidiano di qualità come il Washington Post, un settimanale eccellente come l'Economist, una TV pubblica come la BBC (si vantava che i sondaggi dicevano che chi pagava il suo canone lo faceva volentieri ed avrebbe anche accettato aumenti), questi media eccellenti "istruivano" i loro lettori che a loro volta pagavano profumatamente i loro servizi, permettendo di assumere giornalisti e producers eccellenti che facevano sempre più qualità, più audience. Il New York Times negli anni Novanta aveva oltre 1.200 giornalisti in redazione. Il Guardian poteva permettersi uffici in tre continenti. La RAI aveva corrispondenti in ogni capitale del mondo. Il Corriere della Sera vendeva 700.000 copie al giorno. Non erano perfetti - anche allora esistevano faziosità, pressioni degli editori, distorsioni politiche - ma c'era una base economica sufficientemente solida da sostenere un giornalismo con risorse reali. E soprattutto c'era un contratto implicito con il lettore: paghi perché l'informazione che ricevi vale il tuo denaro.
In un mio saggio, ho definito questo processo il "circolo virtuoso" dell 'informazione. Ebbene oggi, questo circolo virtuoso e il modello economico che ne conseguiva, si sono spezzati e non ci sono più e la causa è la rivoluzione nei media nel nuovo secolo. Per colpa (o merito) di alcuni innovatori che hanno cominciato a offrirli gratuitamente, sono spariti gli annunci classificati (lavoro, immobili, auto usate) che rappresentavano il 40 % del fatturato di molti giornali locali, che sono così spariti in pochi anni a migliaia. Poi sono arrivati Facebook/Meta e Google che si sono presi 50 % del business della pubblicità. Infine è arrivata la gratuità come elemento culturale: i giornali hanno iniziato a mettere i contenuti online gratuiti, spezzando il contenuto psicologico del contratto alla base del circolo virtuoso tra media e lettore /audience perché questi ultimi smettono di pagare per l'informazione di qualità. Una trappola da cui solo pochissimi editori, quelli con grandi brand globali e nazionali sono riusciti a uscire e comunque con i conti devastati
Il risultato è oggi un circolo vizioso che funziona esattamente all'opposto di quello virtuoso che aveva reso grande il giornalismo del Novecento.
La perdita di ricavi ha imposto tagli alle redazioni. I tagli hanno colpito innanzitutto le figure più costose: i corrispondenti esteri permanenti, i giornalisti investigativi senior, i fact-checker, i redattori esperti. Con meno risorse umane e meno tempo, le redazioni rimaste hanno dovuto produrre più contenuti in meno tempo. La velocità ha sostituito la verifica. Il numero di articoli pubblicati al giorno è aumentato esponenzialmente, ma la qualità media di ciascuno è precipitata.
Per compensare la perdita di pubblicità tradizionale, le testate si sono messe a inseguire il traffico online a tutti i costi. E il traffico online si genera con ciò che l'algoritmo premia: contenuti emotivi, polarizzanti, semplificati, che generano click e condivisioni. Non necessariamente contenuti veri o utili. Solo quelli che attirano l'attenzione della persona. Gli algoritmi sono disegnati con unico fine: massimizzare la loro capacità di cattura della nostra attenzione o, come si dice nel settore, di engagement. Quando, per esempio, un utente cerca una notizia sulla cronaca, l'algoritmo adatta le sue proposte a ciò che attira l'utilizzatore, misurando la capacità di tenerlo incollato allo schermo. In questo modo aumenta il tempo di utilizzo, migliora la profilazione dell'utente (ovvero ciò che il social sa di noi) e crescono i ricavi pubblicitari. È nata quella che, nel mio ultimo saggio, ho chiamato l'economia dell'attenzione.
Così i media tradizionali hanno cominciato a inseguire i social media, invece di distinguersi da essi. Invece di offrire ciò che i social non possono offrire - verifica, contesto, analisi, indipendenza - molte testate hanno cominciato a replicarne la logica emotiva e reattiva. Il risultato è stato la perdita della ragione principale per cui valesse la pena pagare per leggerle.
Con meno lettori paganti e meno credibilità, le risorse calano ulteriormente, i giornalisti migliori se ne vanno o vengono licenziati, la qualità scende ancora, e il circolo vizioso continua.
• L’Italia: alunno speciale che ha sempre peccato di preparazione
L’editoria italiana è entrata nel secolo della rivoluzione internet dei media, già debole e vulnerabile con un circolo virtuoso che era tale solo in poche rare occasioni. L'editoria italiana non ha mai veramente vissuto sul mercato, da un lato i sussidi pubblici alla editoria che esistono dagli anni 80. Dall'altro il capitalismo familista (industriale non editoriale) che controllava testate e televisioni. Lo fa tutt'ora (per esempio il Sole 24 ore è ancora di proprietà di Confindustria e Leonardo del Vecchio junior ha appena acquistato 1'80% di Editoriale Nazionale con la quale controlla il Giorno, la Nazione, il Resto del Carlino). Quando si pensa ai conflitti di interesse tra informazione e politica viene naturale pensare a quelli di Silvio Berlusconi, ma la politica ha da sempre avuto un ruolo chiave: Aldo Moro scrisse in prigionia che la stampa era troppo frammentata in 25 giornali e difficile da controllare, meglio concentrarla in 4/5 più facili da condizionare. Questo pensiero è talmente accettato dalla società italiana che da decenni nessuno si stupisce per il teatrino delle nomine RAI a ogni cambio di governo.
Tutto questo ha falsato la qualità del giornalista: non ha sempre dovuto necessariamente dare l'informazione di qualità per fare funzionare il circolo virtuoso, ma tenere contenti chi pagava i conti, che si trattasse dei politici e degli imprenditori del passato e del presente.
C'è però un elemento che manca quasi sempre nell'analisi della crisi del giornalismo italiano, e che invece è forse il più importante per comprendere l'entità del problema: il ruolo della scuola.
Come ho raccontato in un mio saggio sulla scuola, il pensiero critico non è una dote naturale. Si insegna. Nei paesi nordici, in Gran Bretagna, in Asia, esiste una tradizione scolastica consolidata di analisi delle fonti, di dibattito strutturato, di esposizione a posizioni contrastanti fin dalle elementari. Si insegna esplicitamente a fare le domande fondamentali davanti a ogni informazione: chi ha scritto questo? Per quale scopo? Quali sono le fonti citate? Esistono versioni alternative? Come posso verificarlo?
In Italia la scuola forma prevalentemente alla memorizzazione e alla riproduzione del sapere ricevuto, non alla sua valutazione critica. Lo studente italiano mediamente impara a ripetere, non a interrogare. Impara le risposte, non le domande. Impara a fidarsi dell'autorità del testo, non a metterla alla prova.
Il risultato è che quando quel giovane studente diventa adulto e consumatore di informazione, non ha la capacità di distinguere una fonte verificata da una narrativa costruita, un'analisi indipendente da un comunicato lobbistico, un fatto da un'opinione presentata come fatto. Ed è quindi più vulnerabile esattamente al meccanismo che alimenta il circolo vizioso: la narrativa emotiva e semplice dei social batte la complessità verificata del buon giornalismo perché non ha gli strumenti per valutarle entrambe.
Nelle classifiche OCSE di media literacy - la capacità di valutare criticamente le informazioni - l'Italia è sistematicamente nelle ultime posizioni tra i paesi sviluppati. Finlandia, Svezia ed Estonia sono ai primi posti: e guarda caso sono anche i paesi con la maggiore resistenza documentata alla disinformazione online, i paesi dove i media di qualità tengono meglio, i paesi dove il modello degli abbonamenti funziona di più. Non è una coincidenza.
La connessione tra qualità del sistema scolastico - intesa come formazione al pensiero critico, non come mera quantità di nozioni trasmesse - e resilienza del sistema informativo è diretta. Una popolazione che non sa valutare le fonti non sa riconoscere la qualità dell'informazione. Una popolazione che non riconosce la qualità non la paga. Un sistema che non viene pagato per la qualità non produce qualità. E il circolo si chiude.
• La rivoluzione digitale colpisce un malato già debole
Quando la rivoluzione digitale - internet, poi i social media, poi gli smartphone - colpisce il sistema dell'informazione occidentale, trova in Italia un paziente già debilitato da queste quattro fragilità strutturali: sussidi che hanno corrotto gli incentivi di mercato, proprietà conflittuali che hanno compromesso l'indipendenza, un pubblico abituato a ricevere informazione gratuitamente dalla TV, e un tasso di analfabetismo funzionale tra i più alti dell'Occidente.
In paesi come Germania, Regno Unito o Svezia, la rivoluzione digitale colpisce sistemi che hanno anticorpi più robusti. Il Guardian riesce a costruire un modello di finanziamento dai lettori perché ha un pubblico che sa valutare la qualità e ha la tradizione di sostenerla. The Economist mantiene gli abbonati perché offre qualcosa che nessun social può offrire - analisi profonda, indipendente, internazionale - a un pubblico capace di riconoscerlo. Der Spiegel sopravvive perché in Germania c'è un bacino di lettori con alta literacy, abituati a pagare per l'informazione e culturalmente orientati a distinguere tra fonti.
In Italia nessuno di questi anticorpi è sufficientemente sviluppato. Il risultato è che ogni elemento del circolo vizioso - perdita di ricavi, tagli alle redazioni, inseguimento dei social, calo della qualità, perdita di credibilità, ulteriore perdita di ricavi - si amplifica più che altrove. Le redazioni italiane partivano già con meno risorse: i tagli le portano a livelli critici. I giornalisti italiani partivano già con meno autonomia: la pressione del traffico online li rende ancora più dipendenti da logiche esterne. Il pubblico italiano partiva già con meno strumenti critici: i social lo rendono ancora più vulnerabile alle narrative costruite.
Un indicatore sintetico: secondo i dati Reuters Institute, la fiducia nei media italiani è tra le più basse in Europa. Ma la risposta degli italiani a questa sfiducia non è cercare fonti migliori: è la disillusione generalizzata. Si smette di credere ai giornali, ma non si sa a chi credere. Si diventa più permeabili alle narrative dei social, non meno. La sfiducia, paradossalmente, aumenta la vulnerabilità invece di ridurla.
• Il Medio Oriente: terreno perfetto per il collasso
Se volessimo progettare in laboratorio la storia ideale per smascherare tutte le debolezze di un sistema informativo fragile, difficilmente potremmo fare di meglio del conflitto israelo-palestinese e della guerra di Gaza. È come se ogni elemento che rende un'informazione difficile, complessa e vulnerabile alla manipolazione fosse presente contemporaneamente, amplificato al massimo. E a Gaza i social sono diventati un vettore di propaganda professionale.
Gaza è stato il primo conflitto di questa scala nell'era di TikTok. E TikTok ha dimostrato una capacità di amplificazione delle narrative pro-palestinesi senza precedenti. Non perché esista una cospirazione algoritmica, ma perché i contenuti emotivi - bambini feriti, famiglie sfollate, macerie - generano un engagement enormemente superiore a qualsiasi analisi contestuale.
Attori statali e parastatali medio-orientali hanno investito risorse significative per alimentare queste narrative. Fondi legati a Qatar, Iran e ai Fratelli Musulmani hanno finanziato importanti campagne sui social. Non si tratta di teoria del complotto: è una pratica documentata che riguarda tutti i conflitti moderni e tutti gli attori coinvolti. L'asimmetria sta nel fatto che i contenuti emotivi e semplici - che tendono a prevalere nelle narrative anti-israeliane - si prestano molto meglio alla viralizzazione rispetto ai contenuti che richiedono contesto e sfumatura.
Il caso dell'ospedale Al-Ahlì è stato emblematico. Nel giro di pochi minuti, il 17 ottobre 2023, gran parte dei media occidentali titolò che Israele aveva bombardato un ospedale causando centinaia di morti. Molti giornali e televisioni usarono titoli assertivi, senza condizionale. Nei giorni successivi, analisi indipendenti condotte da Associated Press, New York Times e BBC, insieme alle valutazioni delle intelligence americana e britannica - nonché di organizzazioni strutturalmente critiche verso Israele - misero fortemente in dubbio quella versione, indicando con elevata probabilità il malfunzionamento di un razzo palestinese. La rettifica non ebbe neppure 1'1% dell'impatto della notizia iniziale. La menzogna aveva già vinto.
Da allora abbiamo assistito a una serie impressionante di fake news dei social riprese dai grandi media. La BBC chiese scusa per avere ingiustamente accusato l'IDF di prendere di mira personale medico di lingua araba all'interno dell'ospedale Al Shifa, mentre la realtà era che tra gli israeliani che aiutavano nell'ospedale ce ne erano alcuni che parlavano arabo.
Ecc Ecc fino al recente articolo del NYT che ha denunciato stupri delle prigioniere palestinesi ad opera di cani. Con opposizioni da mille parti e in particolare da esperti cinofili.
Il problema supera Israele. Se il giornalismo rinuncia alla funzione di filtro razionale e diventa amplificatore emotivo, la società perde strumenti di comprensione collettiva. Cresce la politica della rabbia. Aumentano l'estremismo e l'odio. Il passaggio da «critica a Netanyahu» ad «antisionismo» - la negazione del diritto di Israele a esistere - e infine ad antisemitismo è oggi molto più rapido di quanto la storia ci abbia abituati a pensare.
• Inevitabile che il collasso fosse più forte in Italia
L'ecosistema italiano dei media particolarmente debole è stato inevitabilmente vittima della propaganda dei social su Gaza in modo molto più severo dei media internazionali che, pur facendo anche loro errori, fanno il loro fact checking e hanno molta più meritocrazia nelle carriere dei giornalisti. Da noi, dal 7 ottobre 2023, si vede mancare proprio l 'ABC del giornalismo indipendente.
Come per esempio la qualità dei titoli di molti quotidiani. Da noi, spesso il titolista diventa strumento di propaganda. Sempre più spesso il titolo non descrive il contenuto dell'articolo, ma serve a produrre indignazione immediata nel lettore già predisposto. Qualche esempio ormai quotidiano:
«Israele rompe la tregua bombardando il Libano» - poi nel testo si scopre che Hezbollah aveva lanciato missili poche ore prima. «Raìd israeliano su civili in fuga» - e sotto si legge che nell'area operavano miliziani armati.
«Massacro vicino agli aiuti umanitari» - e dopo dieci righe emerge che le dinamiche erano ancora incerte o contestate.
Il titolo è diventato propaganda emotiva; il testo, spesso più sfumato, arriva troppo tardi. La maggioranza dei lettori si ferma al titolo, esattamente come sui social. Il buon titolista sintetizza, illumina e incuriosisce. Quello pessimo distorce, banalizza e urla. Sul caso della flottiglia: il pessimo scrive «Israele sequestra illegalmente la flottiglia della pace»; il mediocre «Bloccata la flottiglia per Gaza: polemiche sulla legalità»; quello bravo «flottiglia fermata da Israele: il blocco navale è davvero illegale? Cosa diceva l'ONU».
Il titolo ha particolarmente impatto su un pubblico già pieno di pregiudizi. Legge un titolo in linea con il suo credo e evita di leggere tutto il pezzo perché lo conferma. I risultati del circolo vizioso italiano sono sotto gli occhi di tutti: secondo un sondaggio YouGov del marzo 2024, solo il 9% degli italiani giustifica le operazioni israeliane a Gaza successive al 7 ottobre, contro il 18% nel Regno Unito, il 25% in Francia e il 25% in Germania. È un dato che non riflette semplicemente opinioni - riflette una dieta informativa.
Purtroppo, il pubblico italiano arriva al conflitto di Gaza con un pregiudizio strutturale che si è formato nel tempo. La sinistra italiana - che ha tradizionalmente la maggiore influenza nel mondo culturale e quindi indirettamente nei media - ha storicamente una posizione critica verso Israele che risale almeno agli anni Settanta, quando il terrorismo palestinese veniva letto in chiave antico coloniale da ampi settori della sinistra europea. Questa postura culturale preesistente rende molto più facile accettare le narrative pro-palestinesi senza sottoporle allo stesso scrutinio critico che si applicherebbe a narrative alternative.
Non si tratta di sostenere che una posizione sia più corretta dell'altra. Si tratta di riconoscere che il pregiudizio preesistente abbassa la soglia critica: una notizia che conferma quello che già credi viene verificata meno di una notizia che lo contraddice. Questo vale per tutti, non solo per gli italiani e non solo sulla questione palestinese. Ma in Italia, con un sistema di formazione al pensiero critico particolarmente debole, questo meccanismo agisce con meno resistenza che altrove.
La debolezza strutturale di molti media italiani non permette fact checking, corrispondenti locali, tempo per chiedere opinioni di esperti e soprattutto di analizzare e ricordare il contesto in cui nasce la notizia -Cosa particolarmente difficile nel caso del conflitto israelo-palestinese, dove la complessità storica è irriducibile.
Il conflitto ha radici che risalgono alla fine dell'Ottocento, attraversa due guerre mondiali, il colonialismo britannico, la Shoah, cinque guerre arabo-israeliane, decenni di occupazione, intifade, accordi di pace falliti, elezioni che portano al potere Hamas. Capirlo davvero richiede anni di studio. Raccontarlo in modo onesto richiede una competenza specifica che pochissime redazioni italiane possono permettersi. Un giornalista italiano medio mandato a coprire Gaza nel 2023 non aveva quasi mai studiato la storia della regione in modo approfondito. Non conosceva la geografia politica interna dei territori palestinesi, le differenze tra Hamas e Fatah, le dinamiche interne alla società israeliana, le complessità del diritto internazionale applicato ai conflitti armati. Copriva una storia enormemente complessa con gli strumenti di chi copre una storia normale.
In assenza di reportage indipendenti verificabili, i media sono stati costretti a scegliere tra le versioni delle parti in conflitto. E la scelta di quale parte credere non è mai neutrale: è sempre politica, sempre influenzata da pregiudizi preesistenti, sempre vulnerabile alla manipolazione. E in questo caso è stata quasi sempre una fonte di Hamas anche se definita come "il ministero della salute" (senza citare che si tratta di Hamas).
Non si tratta di sostenere che una posizione sia più corretta dell'altra. Si tratta di riconoscere che il pregiudizio preesistente abbassa la soglia critica: una notizia che conferma quello che già credi viene verificata meno di una notizia che lo contraddice. Questo vale per tutti, non solo per gli italiani e non solo sulla questione palestinese. Ma in Italia, con un sistema di formazione al pensiero critico particolarmente debole, questo meccanismo agisce con meno resistenza che altrove.
In questi giorni di maggio assistiamo alla ennesima flottiglia fermata in acque internazionali. Due talk show in parallelo mostravano politici scatenati sullo "scandaloso" arresto in acque internazionali, entrambi aizzati dalle conduttrici più scatenate di loro nelle loro critiche invece di applicare l'ABC del giornalismo di qualità: concedere il "diritto di replica". Che in questo caso avrebbe dimostrato che un rapporto dell'ONU (tutto tranne un amico di Israele), il rapporto Palmer, aveva considerato l'intervento legale perché a bordo c'erano rappresentanti di Hamas La copertura è stata quasi unanimemente emotiva, semplificata e guidata dalla viralità social. Tito li ha costruiti sull'urgenza degli italiani fermati, sull'immagine potente delle barche in mare contro le navi militari. Un racconto con eroi e cattivi chiaramente identificati, senza spazio per la complessità.
Oltre a non fornire il diritto di replica sulla presunta illegalità del blocco, la moderatrice non innescava mai l'informazione e il dibattito su domande chiave come: chi finanziava la missione e con quali obiettivi dichiarati? Alcune delle organizzazioni coinvolte avevano legami documentati con movimenti ideologicamente filoiraniani o dei fratelli musulmani, era essenziale raccontarlo. Perché non usare canali legittimi già attivi per l'invio di aiuti umanitari a Gaza? nessuno che faceva notare che la quantità di aiuti che la flottiglia poteva materialmente trasportare era simbolica rispetto ai bisogni reali di Gaza e che gli stessi organizzatori avevano dichiarato apertamente che l'obiettivo principale era mediatico - creare un'immagine, provocare una reazione, generare una narrativa. Esistevano canali legittimi già attivi per l'invio di aiuti umanitari a Gaza che la flottiglia non utilizzava. Infine, mentre impazzava la notizia del politico del governo israeliano che ignobilmente metteva in ginocchio gli attivisti (è il primo politico che fa o dice cose indegne per un po' di voti?) nessuno ha descritto i profili anche violenti dei molti "attivisti" che poi in Spagna sono stati attaccati dalla polizia spagnola con episodi grande violenza, molto peggio di quanto avvenuto in Israele.
Nel caso della flottiglia il meccanismo del lavaggio informativo ha funzionato perfettamente. Una narrativa potente - eroi umanitari europei contro uno Stato militare - è partita dai social, è stata amplificata dagli algoritmi, è stata ripresa dai media tradizionali senza verifica adeguata, e si è trasformata in 'fatto' nella percezione di milioni di italiani. Chi ha provato a sollevare domande sulla natura e gli obiettivi reali della missione è stato facilmente marginalizzato come complice o apologeta.
È tutto così nei media italiani? Per fortuna no. Ci sono quotidiani nazionali, in cui si leggono spesso voci di giornalisti autorevoli che cercano di educare i lettori alla realtà.
Raramente si tratta di cronisti, più spesso di opinionisti che sanno che il proprio brand personale attrae lettori con spirito critico che non perdonerebbe fake news e parzialità. Come loro, esistono trasmissioni TV e quotidiani di nicchia che cercano di informare i propri utenti più sofisticati in modo corretto equilibrato, senza cadere nell'eccesso opposto di parzialità e superficialità, anche quando difendono le ragioni di Israele.
• Due proposte, una realistica l'altra utopica
Come se ne esce? Non è facile, per questo ci vogliono soluzioni innovative e di grande portata.
Una potrebbe essere cercare di fare della RAI il punto di partenza per bloccare il circolo vizioso della informazione italiana. Per scala, risorse e presenza territoriale è l'unico soggetto capace di fissare un benchmark per l'intero sistema informativo italiano - privato e carta stampata inclusi. Ma la governance attuale la rende impossibile: un Comitato di Vigilanza fatto di soli parlamentari che conta i minuti di par condicio, un Consiglio di Amministrazione nominato dalla politica che si preoccupa di formalità amministrative e giuridiche.
Anni fa, in un mio saggio, proposi una nuova governance della RAI, mai attuata. I tempi sono maturi per riprenderla e, se anni fa proposi il modello BBC, oggi il modello da guardare è quello tedesco. ARD e ZDF hanno una governance totalmente diversa da RAl. L'AD riporta al Consiglio di Amministrazione che controlla la gestione e nomina i direttori di programma e altri leader. Poi, invece della commissione di vigilanza costituita dai politici dei vari partiti che controllano il "minutaggio" (tempo ai partiti) per garantire la par condicio esiste il Rundfunkrat/Fernsehrat, il supremo organo di controllo della qualità e della indipendenza che nomina l'AD e il CDA. È composto da rappresentanti selezionati della società civile, chiese, sindacati, università. I politici sono assenti.
La seconda proposta, quella utopica, è di Karl Popper, 1994: chi ha il potere di formare l'opinione di milioni di persone dovrebbe rispondere del proprio lavoro come un medico o un avvocato. Una licenza professionale revocabile. Non censura: responsabilità. L'Ordine dei Giornalisti italiano esiste già, ma non ha mai radiato nessuno per disinformazione sistematica e come la maggioranza degli ordini professionali in Italia non si preoccupa della qualità del servizio, ma protegge i suoi iscritti. Che, a loro volta, lo proteggono come se fosse una Corporazione. Popper non chiedeva un albo burocratico: chiedeva una responsabilità sostanziale proporzionata al potere esercitato.
Nell'era dei social è ancora più utopica di trent'anni fa. E ancora più necessaria.
In tutto il mondo la crisi dei media rischia di essere una crisi della democrazia, sia da sinistra che da destra. Ma l'Italia ha una responsabilità particolare. Fu l'unico Paese dell'Europa occidentale a consegnare spontaneamente ai campi di sterminio una quota significativa dei propri ebrei: circa il 20% di quelli presenti sul territorio, in un contesto in cui la Germania ne deportò poco meno del 30%. La Germania ha fatto la Vergangenheitsbewaltgung, una profonda autocritica che da noi non è mai stata fatta perché la Resistenza ha funzionato come alibi collettivo, "noi eravamo partigiani", quindi la colpa era degli altri, dei fascisti e dei tedeschi. Quella storia dovrebbe renderci i più vigili, i più esigenti, i più rigorosi. Invece rischiamo di essere tra i meno attrezzati. Non è una colpa ideologica, gli italiani non sono più antisemiti dei francesi o degli spagnoli: è un fallimento professionale dei nostri media, oltre che della politica. Ed è ancora possibile correggerlo.
(Il Riformista, 6 giugno 2026)
........................................................
Il Premio Chaim Herzog a Yael Arad: fu la prima medaglia olimpica di Israele
di Jacqueline Sermoneta
“È un momento incredibilmente toccante che chiude un cerchio”. Con queste parole Yael Arad, prima atleta israeliana a conquistare una medaglia olimpica, ha commentato il conferimento del Premio Chaim Herzog, ricevuto nel corso di una cerimonia ufficiale presso la residenza presidenziale di Gerusalemme.
Il riconoscimento, assegnato dall’Università Ebraica di Gerusalemme in collaborazione con Yad Chaim Herzog, è stato consegnato alla presenza del presidente Isaac Herzog e di sua moglie Michal, del rettore dell’ateneo, il professor Tamir Sheafer, e del presidente, il professor Menahem Ben-Sasson.
Arad è entrata nella storia dello sport israeliano nel 1992, quando conquistò la medaglia d’argento nel judo alle Olimpiadi di Barcellona, regalando a Israele la sua prima medaglia olimpica. Un successo che la campionessa dedicò alla memoria degli undici atleti israeliani uccisi durante il tragico massacro di Monaco nel 1972. Terminata la carriera agonistica, Arad è diventata una delle figure più influenti dello sport nazionale, fino ad assumere la presidenza del Comitato Olimpico israeliano e a entrare nel Comitato Olimpico Internazionale. Nel suo intervento, Herzog ha sottolineato il valore simbolico del riconoscimento: “Sono orgoglioso che il premio dedicato a mio padre, Chaim Herzog, venga assegnato a una donna che ha infranto ogni barriera, dalla conquista della prima medaglia olimpica per Israele ai successi ottenuti alla guida del Comitato Olimpico. Fu proprio mio padre, allora presidente, a salutare con orgoglio Yael prima della partenza per i Giochi e ad accoglierla al ritorno con la storica medaglia”.
Arad ha definito il premio “un grande privilegio”, ricordando il legame con la famiglia Herzog: “Nel 1992 il presidente Chaim Herzog ci benedisse prima delle Olimpiadi e ci accolse da vincitori al ritorno. Oggi, ricevere questo riconoscimento dalle mani di suo figlio Isaac Herzog e della signora Michal Herzog rappresenta una conclusione profondamente significativa di quel percorso”.
Anche il rettore Sheafer ha voluto rendere omaggio ad Arad, definendola “un esempio di determinazione, eccellenza, resilienza mentale, leadership e capacità manageriali”.
(Shalom, 5 giugno 2026)
........................................................
Cosa rimane di Hamas nella Striscia di Gaza e perché è ancora pericoloso
Hamas sta usando il cessate il fuoco per riorganizzarsi e finanziarsi attraverso lo sciacallaggio sugli aiuti umanitari
di Paola P. Goldberger
All’inizio della guerra, Hamas era organizzato come una forza combattente sia sul mare che sulla terraferma, in battaglioni e divisioni di circa 20.000-25.000 combattenti, alcuni dei quali addestrati (anche in Iran), ben equipaggiati e integrati in una rete di tunnel di combattimento, comando e controllo a varie profondità e lunghi circa 500-700 km. Altri 10.000-15.000 combattenti erano garantiti dai bambini soldato, spesso usati come vera e propria “carne da macello”.
Questa forza era equipaggiata con decine di migliaia di armi leggere, come fucili d’assalto Kalashnikov, fucili di precisione, mitragliatrici e grandi quantità di granate, ordigni esplosivi improvvisati (IED) e altri dispositivi esplosivi.
Il 7 ottobre, i battaglioni di Hamas erano stati equipaggiati con armi anticarro di grosso calibro. Queste armi includevano diversi lanciarazzi RPG e vari tipi di micidiali missili Kornet, che rappresentano una minaccia per carri armati e altri veicoli blindati, nonché per gli edifici in cui sono stanziate le forze di difesa israeliane (IDF).
Per quanto riguarda le minacce aeree, si stima che all’inizio della guerra Hamas possedesse circa 18.000-30.000 razzi e missili a bassa precisione. La maggior parte di essi con una gittata corta (fino a 10 km), media (fino a 40 km) e alcuni a lunga gittata (fino a 160-250 km). Hamas aveva anche un numero imprecisato di droni e UAV (veicoli aerei senza pilota) per scopi fotografici, d’attacco o kamikaze.
Dopo i primi quattro-sei mesi di guerra Hamas aveva perso circa il 70% degli operativi, tra uccisi e feriti in modo grave.
Ad oggi circa l’85% dei quadri reggimentali è stato eliminato; campi e quartier generali, officine e impianti di produzione militare, sia in superficie che sotterranei, sono stati distrutti; e la catena di comando è stata praticamente annientata.
Allora perché Hamas è considerato ancora pericoloso e continua a controllare una parte della Striscia di Gaza e degli aiuti destinati alla popolazione? Di quali armi dispone?
• I nuovi combattenti
Hamas sta cercando di ricostituire i battaglioni persi, ma buona parte degli effettivi addestrati è stato eliminato. Quindi è passato all’arruolamento dei ragazzini e persino dei bambini come mostrano le immagini proveniente da Gaza.
• Le armi in mano ad Hamas
L’organizzazione conserva ancora una significativa quantità di armi leggere, sistemi anticarro e ordigni artigianali.
La capacità balistica pesante (come i lanciarazzi a lungo raggio) è stata quasi interamente azzerata o consumata, ma il gruppo mantiene intatta la capacità di condurre una guerriglia urbana a bassa intensità sfruttando depositi clandestini.
Armi leggere e di squadra
- Fucili d’assalto: Modelli in stile AK-47 (Kalashnikov) ed M16, distribuiti capillarmente tra i circa 15.000 miliziani stimati rimasti o arruolati di recente.
- Mitragliatrici: Modelli di origine cinese o iraniana, come il Type 80 e il PKM-T80.
- Fucili di precisione: Fucili anti-materiale a lungo raggio di fabbricazione iraniana, in particolare l’AM-50 Sayyad calibro .50
Sistemi controcarro e droni
- Lanciarazzi e RPG: Versioni artigianali palestinesi (come lo Yassin 105) e versioni importate come l’RPG-29 Vampire.
- Missili guidati anticarro (ATGM): Sistemi Kornet di fabbricazione russa e varianti nordcoreane/iraniane (come il Bulsae-2) in grado di minacciare i veicoli corazzati.
- Droni e UAV: Velivoli commerciali modificati per missioni suicide o per lo sgancio di piccoli esplosivi dall’alto (come i droni Zuwari).
Razzi e Artiglieria
- Razzi a corto raggio e mortai: Sistemi rudimentali a corto raggio (fino a 10 km) assemblati localmente nelle officine sotterranee. I fitti lanci di missili a lungo raggio che arrivavano a Tel Aviv sono diventati rarissimi per via della distruzione delle catene di montaggio e dei depositi.
- Trappole esplosive e mine: IED (ordigni esplosivi improvvisati) realizzati riconvertendo fertilizzanti civili o riciclando il materiale bellico inesploso lanciato da Israele.
Le armi residue si trovano per la maggior parte nascoste all’interno dei tunnel sotterranei superstiti della Striscia. Nel quadro dei piani internazionali per il cessate il fuoco, Hamas ha mostrato una parziale apertura iniziale a cedere le armi leggere in dotazione alle sue forze di polizia interna. Al contrario, l’ala militare (le Brigate Izz al-Din al-Qassam) oppone ancora una forte resistenza all’idea di un disarmo completo o alla consegna dell’arsenale pesante.
• Riorganizzazione di Hamas
Nei fatti Hamas sta sfruttando la tregua per ricostruire i quadri combattenti, per addestrare i bambini soldato e per mantenere un ferreo controllo di quella parte della Striscia di Gaza ancora nelle loro mani.
Nel contempo, per garantirsi l’autosufficienza economica, Hamas controlla direttamente o indirettamente quasi l’intero flusso di aiuti umanitari. Nell’area dove non c’è l’IDF ha eliminato brutalmente ogni forma di “concorrenza”, mentre nell’area sotto controllo dell’esercito israeliano lo controlla tramite gruppi legati ad Hamas od ONG compiacenti.
Secondo il COGAT, nella Striscia di Gaza entrano giornalmente tra 600 e 800 camion di merci suddivisi tra merci commerciali e aiuti umanitari alla popolazione. Buona parte di questi sono controllati da Hamas o da gruppi ad esso affiliati che lo rivendono alla popolazione a prezzi gonfiati. Solo il 20% delle merci che entrano a Gaza riesce ad arrivare alla popolazione in forma gratuita. Il resto bisogna pagarlo ad Hamas.
Questa situazione è perfettamente nota alle ONG che tuttavia continuano ad incolpare Israele per la scarsità di aiuti umanitari disponibili in forma gratuita.
(Rights Reporter, 5 giugno 2026)
........................................................
L’Arabia Saudita costruisce il suo drone kamikaze e copia la lezione dell’Iran
Riyadh sviluppa un velivolo ispirato allo Shahed-136 iraniano. Dopo la guerra, il regno riconosce che droni economici e prodotti in massa possono cambiare gli equilibri strategici più delle armi più sofisticate
di Alessandro Carmi
Per decenni l’Arabia Saudita ha rappresentato il cliente ideale dell’industria militare occidentale. Caccia americani di ultima generazione, sistemi antimissile Patriot e THAAD, tecnologie avanzatissime acquistate a costi enormi e considerate il simbolo della superiorità militare del regno. Oggi, però, Riyadh sta compiendo una scelta che racconta meglio di qualsiasi dichiarazione ufficiale come la guerra abbia cambiato il modo di pensare delle monarchie del Golfo. I sauditi stanno sviluppando un proprio drone kamikaze basato sullo Shahed-136 iraniano, il velivolo senza pilota che negli ultimi anni è diventato uno dei simboli della strategia militare di Teheran.
La decisione possiede un valore che va ben oltre gli aspetti tecnici. Significa che uno dei principali rivali regionali dell’Iran riconosce implicitamente l’efficacia del modello sviluppato dalla Repubblica islamica. Per anni Teheran, isolata dalle sanzioni internazionali e impossibilitata a competere con le grandi potenze sul terreno delle tecnologie più avanzate, ha costruito una dottrina militare fondata su strumenti relativamente semplici, poco costosi e facilmente riproducibili. Missili e droni sono diventati il cuore di una strategia che punta a logorare il nemico, saturarne le difese e imporre costi elevati senza dover conquistare la superiorità aerea.
La recente guerra ha mostrato chiaramente la logica di questo approccio. Molti droni iraniani sono stati abbattuti, ma il loro impiego ha comunque raggiunto obiettivi strategici importanti. Ogni lancio costringe infatti l’avversario a utilizzare intercettori che possono costare decine di volte di più del drone che devono distruggere. Uno Shahed-136 viene prodotto per poche decine di migliaia di dollari. Un missile intercettore può costarne centinaia di migliaia, in alcuni casi persino milioni. In queste condizioni anche un velivolo abbattuto contribuisce a consumare risorse economiche e operative del nemico.
È proprio questa lezione che sembra aver convinto Riyadh. Secondo quanto riferito da fonti saudite, il nuovo programma prevede la produzione locale di un drone con un raggio d’azione di circa 1.500 chilometri, progettato per essere realizzato in grandi quantità e a costi contenuti. La filosofia è molto diversa da quella che ha guidato finora la modernizzazione delle forze armate saudite. Accanto alle piattaforme sofisticate e costose si affianca ora uno strumento relativamente semplice, destinato a essere impiegato su larga scala.
L’aspetto più interessante è che il cambiamento non riguarda soltanto il piano militare. Lo sviluppo di una capacità nazionale nel settore dei droni si inserisce infatti nel progetto Vision 2030 promosso dal principe ereditario Mohammed bin Salman, che punta a ridurre la dipendenza economica e tecnologica dall’estero e a creare un’industria nazionale della difesa. Il drone diventa quindi anche uno strumento industriale e politico, parte di una strategia più ampia che mira a rendere il regno meno dipendente dagli Stati Uniti.
Dietro questa scelta emerge inoltre una crescente consapevolezza riguardo alle vulnerabilità saudite. L’attacco del settembre 2019 contro gli impianti petroliferi di Abqaiq e Khurais, attribuito a droni e missili iraniani, aveva già mostrato quanto fosse difficile difendere infrastrutture strategiche enormi da minacce relativamente economiche. Oggi quella lezione sembra essere stata definitivamente assimilata.
Le conseguenze potrebbero estendersi ben oltre i confini sauditi. Se l’Iran è stato il primo attore regionale a fare dei droni kamikaze un elemento centrale della propria strategia, ora gli Stati del Golfo stanno seguendo la stessa strada. Il risultato potrebbe essere una nuova fase della corsa agli armamenti mediorientale, nella quale il numero di droni disponibili e la capacità di produrli rapidamente diventeranno fattori importanti quanto i missili balistici, gli aerei da combattimento e i sistemi di difesa aerea.
Il paradosso è evidente. Per contenere l’influenza iraniana, l’Arabia Saudita sta adottando alcuni degli strumenti che hanno reso efficace la strategia iraniana. In altre parole, uno dei principali successi ottenuti da Teheran non consiste tanto nei bersagli colpiti durante la guerra, quanto nell’aver convinto i propri avversari che il suo modello militare merita di essere imitato.
Nel Medio Oriente del 2026, dove le guerre vengono combattute sempre più spesso da sciami di droni anziché da flotte di bombardieri, il riconoscimento più significativo dell’efficacia dello Shahed-136 arriva proprio da chi per anni lo ha considerato una minaccia. Riyadh ha tratto la sua conclusione. Per affrontare l’Iran non basta possedere armi più sofisticate. Occorre anche imparare a usare le armi che hanno permesso alla Repubblica islamica di sfidare avversari molto più ricchi e tecnologicamente avanzati.
(Setteottobre, 5 giugno 2026)
........................................................
Gli altri sanno meglio di noi chi siamo?
«Da dove vengo? Chi sono?» – Antichi miti, nuove teorie e la sorprendente certezza di alcuni di conoscere le mie origini meglio di me stesso.
di Dov Eilon
Qualche tempo fa mi è stata inoltrata un’e-mail. Un lettore scriveva che negli ambienti cristiani in Germania – e a quanto pare anche su vari canali Telegram – si discute seriamente se l’odierno popolo ebraico sia davvero identico all’Israele della Bibbia. Se le promesse siano ancora valide. Se l’alleanza abbia ancora un’identità. O se forse siamo solo un errore storico.
Questo dibattito è accompagnato dagli ormai noti ingredienti: Epstein Files, Rothschild, Rockefeller, élite presumibilmente corrotte che avrebbero “costruito” lo Stato di Israele nel 1948. E naturalmente riappare anche lei – la tesi dei khazari. Gli ebrei di oggi non sarebbero in realtà discendenti degli israeliti, ma deriverebbero da un popolo di origine turca del Medioevo.
Si legge questo e ci si chiede per un attimo se ridere o scuotere la testa.
Ho deciso di fare entrambe le cose.
• Il mio percorso verso Israele
Sono nato a Oldenburg. Mio padre era norvegese, mia madre un’ebrea tedesca. Per me Israele non era un progetto geopolitico, né un gioco di simulazione teologica e tanto meno una cospirazione delle élite finanziarie internazionali. Israele è stato, a un certo punto, una decisione personale.
Da giovane ho iniziato a confrontarmi consapevolmente con le mie radici ebraiche. Non era un impulso di moda né una tendenza politica. Mi sono semplicemente reso conto che la mia storia rimaneva incompleta senza Israele.
La vera svolta è arrivata grazie a un articolo di giornale apparentemente insignificante. La città di Oldenburg cercava famiglie ospitanti per un gruppo di giovani provenienti da Israele. Mia nonna non si limitò a mettere da parte il giornale. Cominciò a raccontare.
Parlò della sua infanzia. Di come, durante lo Shabbat, sedeva in sinagoga con sua madre, vestita di bianco. Di come gli uomini pregavano al piano di sotto. Mi raccontò che sua madre cucinava secondo le regole kosher. Per lei non era nulla di speciale, ma semplicemente la cornice della sua vita quotidiana.
E menzionò una famiglia Rosenthal di Nahariya. Si dice che mio nonno li abbia aiutati all’epoca a emigrare in Israele passando per l’Olanda. Non ricordo più tutti i dettagli. Ma ricordo il tono con cui ne parlava – come se Israele non fosse mai stato lontano.
Quell’articolo di giornale era insignificante. Per me fu un inizio.
Tornammo alla comunità ebraica. Mia madre ed io iniziammo a imparare l’ebraico. E io cominciai a comprendere la mia ebraicità non solo come origine, ma come parte della mia vita.
Guardando indietro, posso dire: è lì che è iniziato il mio cammino verso Israele. Non in un dibattito politico. Non in una discussione teologica. Ma al tavolo della cucina, con un giornale e i ricordi di mia nonna.
A 22 anni sono emigrato. Rothschild non mi ha invitato. Me ne sono andato perché avevo capito che l’identità è più di una semplice voce sul passaporto.
• I khazari – ancora una volta
Sì, nel primo Medioevo esisteva un Impero dei khazari a nord del Caucaso. E sì, probabilmente i governanti di questo impero abbracciarono l’ebraismo. Ciò è menzionato in diverse fonti storiche.
Ciò che se ne ricava, tuttavia, è una storia completamente diversa. Da una particolarità storica nasce una narrazione sostitutiva: gli ebrei europei non sarebbero in fondo discendenti degli israeliti, ma un costrutto tardivo ed estraneo.
Sembra spettacolare. Ma non regge.
Non sono un genetista. Ma so leggere gli studi. E da anni questi dimostrano piuttosto chiaramente che le comunità ebraiche dell’Europa, del Nord Africa e del Medio Oriente condividono radici comuni nel Mediterraneo orientale. Naturalmente con influenze regionali – 2.000 anni di diaspora lasciano il segno. Ma la linea di fondo è chiara.
L'affermazione secondo cui l'ebraismo odierno sarebbe essenzialmente un progetto khazaro non regge a un esame serio. Anche se su Internet è sorprendentemente longeva.
• Perché riaffiora sempre? Più interessante della teoria stessa è il suo ritorno.
Tali dibattiti raramente nascono dal nulla. Emergono quando Israele è sotto pressione politica. Quando la critica a decisioni concrete si trasforma improvvisamente in un dubbio sull’esistenza. Quando il confronto politico diventa una questione di identità.
Allora non basta più criticare singole mosse. Allora ci si chiede: chi siete in realtà?
Un tempo si parlava di “ebraismo mondiale”. Oggi si parla di “élite globali”. Un tempo si dubitava della lealtà. Oggi si dubita dell’origine.
I termini cambiano. Lo schema rimane.
• Popolo o religione?
In discussioni di questo tipo emerge sempre la domanda: l’ebraismo è davvero un popolo – o solo una religione?
La risposta onesta è: è entrambe le cose. Ed è proprio questo che irrita molti.
L’ebraismo non è una chiesa a cui ci si iscrive semplicemente e che rimane puramente privata. E non è nemmeno un albero genealogico biologico, verificato in laboratorio. È una comunità storica – con lingua, legge, memoria e tradizione.
In ebraico si parla di Am Israel – il popolo d’Israele.
Allo stesso tempo, l’appartenenza non è mai stata solo una questione di sangue. Nel corso della storia, molte persone si sono convertite all’ebraismo. La conversione è possibile ancora oggi.
L’identità non è mai stata quindi puramente biologica – ma nemmeno solo privata-religiosa.
Forse è proprio qui che risiede il malinteso di molti dibattiti moderni. In Europa si fa una netta distinzione tra nazione e religione. L’ebraismo non rientra in questo schema.
Non sono un ebreo particolarmente religioso. Ma faccio parte di un popolo che ricorda da millenni.
• E poi c’è Rothschild
Naturalmente, nel XIX secolo, il barone Edmond de Rothschild sostenne i primi insediamenti ebraici. Senza di lui, alcuni forse sarebbero falliti.
Ma Israele non è nato nel caveau di una banca. Israele è nato grazie agli immigrati, ai pionieri, ai sopravvissuti all’Olocausto, agli ebrei provenienti dai paesi arabi, dalla Russia, dall’Etiopia. E grazie a una guerra nel 1948.
Israele non è un progetto. Israele è realtà.
• Forse è proprio qui il punto
Io vivo qui. Sento l’ebraico per strada. Vedo giovani soldati i cui nonni venivano da Minsk, Baghdad o Addis Abeba – e che leggono tutti gli stessi salmi.
Che qualcuno in Germania pensi che siamo “in realtà Khazari”, non cambia nulla.
Israele non è Israele perché ogni albero genealogico è documentato in modo completo. Israele è Israele perché ricorda. Perché è tornato. Perché è rimasto.
Sono nato a Oldenburg. Oggi vivo a Modi’in, tra Tel Aviv e Gerusalemme.
Questa non è una teoria. È la mia vita.
E questo non si può negare.
(Israel Heute, 5 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Uno studente trova una gemma di 1.500 anni fa in Galilea
CHORAZIN – Uno studente dodicenne ha trovato una rara gemma antica nel parco archeologico israeliano di Chorazin, in Galilea. Secondo quanto riferito dall’Autorità israeliana per la natura e i parchi, il reperto è una “pietra di Nicolo”. Ha almeno 1.500 anni.  Le “pietre di Nicolo” sono pietre preziose costituite da strati di diversi colori – solitamente si tratta di agata o della sua varietà cromatica, l'onice. Lo strato superiore viene levigato fino a diventare così sottile da far trasparire gli strati sottostanti.  Il giovane israeliano, Alon Horowitz, ha trovato la pietra durante un cosiddetto scavo didattico. Questo viene organizzato ogni anno dall’Autorità per la natura e i parchi e seguito scientificamente dai ricercatori dell’Università di Ariel. Nel corso del programma, della durata di diversi giorni, gli studenti della regione imparano qualcosa sull’antichità e partecipano a progetti di ricerca.
• Uno sguardo allo status socioeconomico degli antichi abitanti
La scoperta è stata fatta dallo studente di prima media l'ultimo giorno dell'iniziativa e solo dieci minuti prima della sua conclusione, ha comunicato lunedì l'Autorità per la natura e i parchi. Alon avrebbe mostrato immediatamente il suo ritrovamento a uno degli archeologi presenti sul posto. Quando si è capito quanto fosse notevole la sua scoperta, lo studente ne è stato molto felice.
Il responsabile degli scavi Achia Cohen Tavor dell'Università di Ariel ha affermato che il ritrovamento della gemma offre una visione approfondita della vita personale degli abitanti. Le pietre di Nicolo erano uno status symbol nell'antichità. Pertanto, dal ritrovamento si può dedurre che a Corazin vivessero anche cittadini benestanti.
Corazin si trova a nord del Lago di Tiberiade ed era un'antica città ebraica, abitata fino all'XI secolo. Viene menzionata nei Vangeli di Matteo e Luca nel contesto di esortazioni di sventura: «Allora [Gesù] cominciò a rimproverare le città nelle quali erano state compiute la maggior parte delle sue opere, perché non si erano pentite: Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida» (Matteo 11,20-21). (mw)
(Israelnetz, 5 giugno 2026)
........................................................
Sionisti evangelici
di Daniel Reichel
 |
 |
FOTO
Volontari dell’International Fellowship of Christians and Jews
|
|
Nel 1897, al Primo Congresso Sionista di Basilea, Theodor Herzl contava tra i 208 delegati solo dieci cristiani. Il sionismo del resto era un progetto di autodeterminazione ebraica: il sostegno esterno, quando esisteva, era un’eccezione diplomatica, non una struttura portante. Centoventinove anni dopo, nel febbraio 2026, il Primo Congresso Sionista Giudeo-Cristiano di Nashville ha provato a ribaltare quel paradigma. «Oggi il 99 per cento dei sionisti del mondo non è ebreo», ha sostenuto Calev Myers, tra i promotori dell’evento negli Usa. Myers è avvocato israelo-americano e fondatore di Arise – la Alliance for Rights of Israel’s Sovereignty and Existence – un’organizzazione che fornisce supporto legale gratuito a enti e individui che operano in favore di Israele di fronte a corti internazionali, media e istituzioni accademiche. Arise si presenta come un ponte tra il mondo evangelico americano e lo Stato ebraico, operando su un terreno dove il diritto incontra la narrativa pubblica. A Nashvile Myers e altri relatori hanno insistito su un paradosso: nonostante l’enormità di consenso tra gli evangelici, in Israele è quasi invisibile. «La stragrande maggioranza degli israeliani non ha idea di chi siano gli evangelici», ha spiegato, definendoli un vantaggio strategico sistematicamente sottoutilizzato. Centinaia di milioni di cristiani – per lo più evangelici e in particolare negli Stati Uniti – costituiscono oggi una delle principali basi del sostegno internazionale a Israele. Un bacino enorme, finora privo di una struttura coordinata. Il congresso di Nashville ha cercato di colmare questo vuoto con l’obiettivo di costruire una piattaforma capace di agire in modo organizzato nei media, nelle università, negli spazi politici. Un’iniziativa che ha ottenuto riconoscimento istituzionale: il presidente d’Israele Isaac Herzog ha inviato un messaggio di sostegno, contribuendo a legittimare l’operazione sul piano diplomatico. Sullo sfondo, la guerra a Gaza e la crisi regionale seguita al 7 ottobre 2023 hanno conferito all’evento una gravità inedita. Nashville non era solo un congresso, hanno dichiarato i promotori, era la risposta di un’ala del mondo cristiano a ciò che percepisce come un’ondata di delegittimazione globale di Israele, accelerata dalla guerra: «l’Ottavo fronte», nella definizione di Myers.
• Radici teologiche e politicizzazione
Il rapporto tra Israele e il mondo evangelico affonda le radici in un’esegesi biblica ottocentesca che vedeva nel ritorno degli ebrei in Terra Santa il preludio necessario alla seconda venuta del messia cristiano. Questa visione, inizialmente confinata alla teologia, subì una rapida politicizzazione dopo la Guerra dei Sei Giorni del ‘67: la conquista di Gerusalemme e della Cisgiordania – biblicamente, Giudea e Samaria – fu interpretata da milioni di fedeli americani non come un evento bellico, ma come l’adempimento di una profezia. La vera svolta diplomatica arrivò nel 1977, con l’ascesa al potere di Menachem Begin. A differenza dell’élite laburista che lo aveva preceduto – laica e diffidente verso il mondo cristiano – Begin intuì il potenziale di una sponda religiosa americana per legittimare il controllo israeliano sui territori biblici. Coltivò legami personali con le figure chiave della destra religiosa statunitense, su tutti Jerry Falwell, fondatore della Moral Majority. Il rapporto fu abbastanza solido da spingere Begin, dopo il bombardamento del reattore nucleare iracheno di Osirak nel 1981, a chiamare Falwell prima ancora di molti alleati ufficiali, per spiegargli le ragioni dell’operazione. Begin aprì le porte anche a Pat Robertson, fondatore del Christian Broadcasting Network e voce dominante della televisione evangelica americana, intuendo nel movimento evangelico una sponda che andava oltre i canali diplomatici tradizionali. Sotto Benjamin Netanyahu, il legame con il mondo evangelico è diventato un asset strategico dichiarato: nel 2017, il primo ministro israeliano lo ha formalizzato definendo gli evangelici «tra i più grandi amici di Israele». Durante la prima presidenza Trump quel legame produsse risultati concreti: lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme e il riconoscimento della sovranità israeliana sul Golan. Nel secondo mandato, la nomina di Mike Huckabee ad ambasciatore in Israele ha segnato un ulteriore passo: Huckabee, un pastore battista, sostiene la legittimità della presenza ebraica in Giudea e Samaria non su basi storiche o di diritto internazionale, ma bibliche.
• Un’alleanza condizionata
Questa convergenza contiene però un’ambiguità strutturale, che il documentario Til Kingdom Come (2020) della regista israeliana Maya Zinshtein ha portato alla luce con precisione chirurgica. Nel film, le voci degli evangelici americani descrivono l’ebraismo come “la chiave” di un disegno escatologico che culmina nella redenzione cristiana: una volta aperta la porta della profezia, la chiave non è più necessaria. Il pastore Boyd Bingham IV esplicita senza reticenze la natura condizionata dell’alleanza: pur sostenendo Israele per obbedienza letterale al testo biblico, definisce gli ebrei «spiritualmente ciechi» finché non riconosceranno la messianicità di Gesù. L’obiettivo finale, afferma, resta che «ogni ginocchio si pieghi» davanti alla sua fede. Questa visione – nota come dispensazionalismo – prevede che la storia converga verso una battaglia finale, Armageddon, in cui l’identità ebraica è destinata a scomparire o a trasformarsi. Per i critici, l’abbraccio di Nashville del 2026 non è dunque un atto di solidarietà politica, ma l’arruolamento di Israele in un dramma teologico altrui che ne nega, in ultima istanza, l’autonomia spirituale. È su questo crinale che si articola un dibattito rabbinico israeliano tutt’altro che secondario. Le posizioni di alcuni rabbini riflettono una tensione profonda tra utilità politica e integrità religiosa, tra opportunità strategica e rischio identitario.
• Il dibattito rabbinico
La voce più intransigente è quella di rav Shlomo Aviner, guida della yeshiva Ateret Yerushalayim e figura di riferimento della destra nazional-religiosa. Il suo rifiuto delle aperture al cristianesimo è netto. «Non lasciatevi ingannare dalla loro gentilezza», ha ammonito in un’intervista ad Arutz Sheva, con riferimento diretto al mondo evangelico. Per Aviner, il cristianesimo rientra nella categoria halakhica dell’avodah zarah – il culto estraneo, l’idolatria – perché dottrine come la Trinità e l’incarnazione violano l’unità assoluta di Dio. La collaborazione con istituzioni cristiane, nella sua lettura, rischia di compromettere quella separazione spirituale che deve caratterizzare il popolo ebraico. E aggiunge: «Non esiste un pranzo gratis. Chi ci dà denaro oggi, domani chiederà la nostra anima». Di segno opposto la posizione di rav Shlomo Riskin, tra i fondatori dell’insediamento di Efrat e del network Ohr Torah Stone, tra i principali esponenti dell’ebraismo modern-orthodox. Sul Jerusalem Post, Riskin ha descritto il sostegno cristiano a Israele come «un miracolo», leggendolo come parte di un processo storico di riconciliazione. Per Riskin, il sostegno evangelico non è solo utile, ma anche teologicamente significativo: segnala, a suo avviso, un ritorno del cristianesimo alle proprie radici ebraiche. «Se un cristiano riconosce il patto eterno tra Dio e il popolo ebraico, non è più un nemico, ma un partner». Una posizione intermedia è quella di rav David Rosen, direttore per gli Affari interreligiosi dell’American Jewish Committee. In una conferenza del 2022 intitolata I rapporti con i cristiani dopo la Shoah, Rosen non ha negato il valore del sostegno evangelico, ma ha insistito sulla lucidità necessaria nel gestirlo. «Non sto dicendo di respingerli. Non credo che Israele possa permettersi di essere troppo schizzinoso riguardo a chi è disposto a sostenerlo nel mondo reale in cui viviamo». Ma è necessario mantenere chiarezza sui limiti: «Non bisogna dare al proprio interlocutore l’impressione di essere partner della sua agenda della fine dei giorni». La collaborazione, nella sua visione, è possibile e necessaria, a condizione di non dissolvere i confini identitari: «Ci sono cose su cui siamo in forte disaccordo, e che fanno parte della nostra identità e del nostro rispetto di noi stessi».
• Obiettivi apocalittici
Una preoccupazione diversa, e per certi versi più urgente, emerge nelle parole di rav Avidan Freedman, studioso e co-fondatore del centro Yaniv per la democrazia ebraica. Freedman non mette in guardia contro un rischio teorico: scrive durante la guerra con l’Iran, scoppiata il 28 febbraio, e lo fa guardando a ciò che accade dentro l’esercito americano. Centinaia di denunce di soldati, ha raccontato su Maariv, riferiscono di comandanti che spiegano gli obiettivi delle operazioni militari in termini religiosi e apocalittici, e che Trump «è stato scelto da Gesù per accendere un fuoco in Iran che provocherà la guerra di Armageddon». In questo contesto, il tatuaggio «Deus Vult» sul braccio del segretario americano alla Guerra Pete Hegseth – il grido della Prima Crociata del 1096 – cessa di essere un dettaglio biografico e diventa un segnale. «Non c’è limite alla distruzione che una persona può causare quando crede che questa sia la volontà di Dio», ha ammonito Freedman. Un avvertimento che vale per Washington, ma che il rav ha rivolto anche verso casa: gli stessi venti, osserva, soffiano in Israele, tra ministri «in estasi per un’epoca di miracoli» e soldati che portano «simboli e sogni messianici». Per Freedman, accettare l’abbraccio del sionismo cristiano apocalittico significa rischiare di legittimare una logica in cui la profezia ha la precedenza sulla responsabilità e in cui, alla fine, «le promesse si infrangono contro il muro della realtà».
(Pagine Ebraiche, 4 giugno 2026)
____________________
Articolo nel complesso equilibrato: cerca di rendere conto di diversi aspetti del fenomeno, osservandolo da entrambe le parti. Anche il sionismo cristiano, come l’ebraismo, ha diversi volti, e non sarebbe intelligente stilizzarlo in una forma unica per poi dargli addosso, oppure, al contrario, per attribuirgli chissà quali capacità risanatorie. I sionisti cristiani condividono con gli ebrei un fatto: che sono strani. I cluster in cui sono archiviati sono innumerevoli. Vorrei indicarne uno in cui non vorrei essere inserito. Non si dica, per favore, che i cristiani desiderano la conversione degli ebrei per affrettare il ritorno di Gesù, come dire: più ebrei si convertono, più vicino è il suo ritorno. Faccio soltanto una breve citazione da Romani 11: “… un indurimento parziale si è prodotto in Israele, finché sia entrata la pienezza dei gentili e tutto Israele sarà salvato”, da cui segue che è il numero dei gentili credenti in Gesù che deve essere colmato, non quello degli ebrei. Dopo di che “il liberatore verrà da Sion; Egli allontanerà da Giacobbe l'empietà; e questo sarà il mio patto con loro, quando io toglierò via i loro peccati”. Gli ebrei hanno molti motivi psicologici sociologici teologici per essere diffidenti, ma non commettano l’errore di non saper riconoscere i veri amici. M.C.
........................................................
Israele e Libano concordano di rinnovare il cessate il fuoco
Al termine dei colloqui a Washington, il Libano accetta che il proprio esercito assuma il controllo totale di alcune zone “pilota”, sebbene le modalità di attuazione rimangano poco chiare; il cessate il fuoco dipenderà dalla cessazione delle attività del gruppo terroristico.
di Emanuel Fabian
 |
 |
FOTO
L'ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee (secondo da sinistra), accompagnato, a partire dal terzo posto a sinistra: Dan Holler, Sr., capo di gabinetto del Dipartimento di Stato, Michael A. Needham, consigliere e direttore dell’Ufficio di pianificazione politica del Dipartimento di Stato, e Michel Issa, ambasciatore degli Stati Uniti in Libano, mentre incontrano Yechiel Leiter, ambasciatore di Israele negli Stati Uniti, e Nada Hamadeh, ambasciatrice del Libano negli Stati Uniti, presso il Dipartimento di Stato, a Washington, il 2 giugno 2026.
|
|
Mercoledì, Israele e il Libano hanno concordato di rinnovare il loro fragile cessate il fuoco e di creare diverse zone di sicurezza “pilota” in Libano, da cui sarebbero banditi i terroristi di Hezbollah.  In un comunicato congiunto pubblicato al termine di un quarto ciclo di colloqui condotti sotto l'egida degli Stati Uniti presso il Dipartimento di Stato, le due parti hanno dichiarato che la tregua «dipenderà dalla cessazione totale dei tiri di Hezbollah e dall'evacuazione di tutti gli operatori di Hezbollah» dalle zone situate a sud del fiume Litani. Le modalità con cui queste zone di sicurezza saranno istituite rimangono vaghe, ma l’accordo prevede che l’esercito libanese ne assuma il controllo totale.  «Queste misure consentiranno di progredire verso un accordo globale di sicurezza e di pace», ha indicato il comunicato.  «Tutti i paesi hanno ribadito che il futuro delle relazioni tra Israele e il Libano deve essere deciso dai due governi sovrani. Hanno respinto qualsiasi tentativo, da parte di qualsiasi attore, statale o meno, di prendere in ostaggio il futuro del Libano».  Quest'ultima osservazione faceva riferimento alla Repubblica islamica dell'Iran, che sostiene Hezbollah e che ha insistito affinché gli attacchi israeliani contro il Libano cessassero nell'ambito di un accordo provvisorio con gli Stati Uniti volto a porre fine al conflitto con l'Iran.  Il gruppo terroristico sciita libanese non ha partecipato ai colloqui tra Israele e Libano.  I due paesi non intrattengono relazioni diplomatiche e sono ufficialmente in stato di guerra dal 1948. Israele e gli Stati Uniti desiderano vedere Hezbollah disarmato, un obiettivo condiviso dal governo libanese, ma respinto dal gruppo terroristico.  Questo nuovo annuncio ha lasciato intendere che la dichiarazione rilasciata da Donald Trump, lunedì – secondo cui Washington aveva negoziato un nuovo cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah dopo il fallimento di quello concluso ad aprile – non va oltre la sospensione delle operazioni previste da Israele a Beirut, poiché gli attacchi sono proseguiti nel sud del Libano, mentre il gruppo terroristico continuava a lanciare razzi e droni contro Israele.  I leader israeliani avevano minacciato di colpire la periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, se il gruppo terroristico sostenuto da Teheran avesse attaccato le comunità israeliane.  Questo nuovo annuncio sembra anche mirare a dissociare gli sforzi per raggiungere un accordo per porre fine al conflitto in Libano dai colloqui avviati con il regime di Teheran. Quest'ultimo ha insistito per collegare le due questioni, cercando di proteggere il suo alleato, Hezbollah, e cercando anche di continuare a influenzare gli eventi in Libano. Mentre gli Stati Uniti e Israele si oppongono, gli sforzi compiuti lunedì da Washington per ottenere un nuovo cessate il fuoco in Libano, solo poche ore dopo che Teheran aveva minacciato di abbandonare i colloqui, sembrano andare contro tali sforzi.  Questa pressione è intervenuta mentre il precedente cessate il fuoco, negoziato il 16 aprile, era stato ampiamente infranto, con Hezbollah che continuava i suoi incessanti attacchi con razzi e droni e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) che conducevano un'operazione terrestre ampliata e attacchi aerei sempre più estesi.  Prima di questo annuncio, il capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, ha dichiarato mercoledì, durante una visita alla base navale di Haifa, che in Libano «non c’è cessate il fuoco per le nostre forze».  «Ci stiamo impegnando per massimizzare la libertà d’azione che ci è stata concessa e coglieremo ogni occasione per eliminare le minacce che incombono sui cittadini di Israele e sulle nostre forze», ha dichiarato, secondo quanto riportato da Tsahal.  Zamir ha inoltre affermato che la marina israeliana sta diventando «un’ulteriore arma strategica a lungo raggio» di Tsahal.  «Fin dal mio insediamento, ho ordinato il potenziamento della marina, che ora costituisce un'arma strategica aggiuntiva a lungo raggio di Tsahal. Stiamo ora accelerando l'attuazione di questo concetto operativo», ha aggiunto.

 |
 |
FOTO
Il capo di Stato Maggiore dell’esercito israeliano, il tenente generale Eyal Zamir, mentre saluta un ufficiale della marina alla base navale di Haifa, il 3 giugno 2026.
|
|
Zamir ha dichiarato che la marina opera «su tutti i fronti di combattimento, in zone marittime difficili, vicine o lontane, nonché nell’ambito di operazioni che non possono ancora essere rese pubbliche».  «L'esercito israeliano, in tutti i suoi rami, è pronto a riprendere immediatamente la lotta contro il regime terroristico iraniano. La marina svolge un ruolo decisivo nella nostra capacità di colpire nuovamente con forza questo regime terroristico, come abbiamo fatto in passato», ha aggiunto.  Inoltre, il colonnello Ayub Kayuf ha assunto il comando della brigata Golani, succedendo al colonnello Adi Gonen, durante una cerimonia di passaggio di comando tenutasi mercoledì mattina al castello di Beaufort, nel sud del Libano.  Kayuf ha precedentemente comandato l’unità d’élite Shaldag dell’aeronautica militare israeliana, la brigata regionale Menashe in Cisgiordania e il Dipartimento delle Operazioni all’interno del Direttorato delle Operazioni.

 |
 |
FOTO
Il nuovo comandante della brigata Golani, il colonnello Ayub Kayuf (a sinistra), il comandante della 36ª divisione, il generale di brigata Yiftah Norkin (al centro), e il comandante uscente della brigata Golani, il colonnello Adi Gonen, durante una cerimonia di passaggio di consegne al castello di Beaufort, nel sud del Libano, il 3 giugno 2026
|
|
Le truppe della brigata Golani hanno preso il controllo dello strategico castello di Beaufort all'inizio della settimana, mentre l'Esercito israeliano sembrava estendere le proprie operazioni nel sud del Libano a causa degli incessanti attacchi di Hezbollah.  Da parte sua, il gruppo terroristico sciita libanese Hezbollah ha pubblicato un video che mostra un drone in visione in prima persona (FPV) dotato di una telecamera per la visione notturna che sorvola il castello, presumibilmente ripreso lunedì. Tuttavia, nessuna truppa israeliana appare in queste immagini.  L'ultima ondata di scontri tra Israele e Hezbollah è iniziata il 2 marzo, quando il gruppo terroristico ha lanciato razzi sul nord di Israele, due giorni dopo che Stati Uniti e Israele avevano attaccato il suo principale sostenitore, l'Iran. Da allora, 26 soldati di Tsahal e un impiegato civile del Ministero della Difesa sono stati uccisi nel sud del Libano, di cui 14 dall’entrata in vigore del cessate il fuoco il 16 aprile. Anche due civili sono stati uccisi dai razzi di Hezbollah, e un civile israeliano è stato ucciso per errore nel nord durante un bombardamento di artiglieria israeliano.  Tsahal ha dichiarato di aver eliminato più di 2.500 terroristi di Hezbollah in Libano dall’inizio di marzo, tra cui centinaia di membri della forza d’élite Radwan del gruppo terroristico.  Dal 2 marzo, secondo l’esercito israeliano, Hezbollah ha lanciato circa 5.500 razzi contro i soldati dell’esercito israeliano operanti nel sud del Paese, oltre a circa 2.500 contro Israele. In Israele sono stati contati almeno 75 punti di impatto dei razzi.  Inoltre, secondo l’esercito israeliano, il gruppo terroristico sciita libanese Hezbollah ha lanciato circa 300 droni, 25 dei quali hanno colpito Israele.  L'esercito israeliano stima che Hezbollah disponga ancora di migliaia di razzi a corto raggio, oltre a centinaia di proiettili a più lungo raggio. Tsahal ha indicato che il gruppo terroristico sta lanciando la maggior parte dei suoi attacchi dall'interno del sud del Libano, a nord del fiume Litani, e non da zone vicine al confine.
(The Times of Israël, 4 giugno 2026)
........................................................
Accordo tra Libano e Israele per prolungare la tregua e istituire zone “hezbollah free”
Tutti i paesi hanno ribadito che il futuro delle relazioni tra Israele e Libano deve essere deciso dai due governi sovrani. Hanno respinto qualsiasi tentativo, da parte di qualsiasi attore statale o non statale, di tenere in ostaggio il futuro del Libano.
di Sarah G. Frankl
Mercoledì Israele e Libano hanno concordato di rinnovare il loro fragile cessate il fuoco e di istituire una serie di zone di sicurezza “pilota” all’interno del Libano, dalle quali sarebbero banditi i terroristi di Hezbollah.
In una dichiarazione congiunta rilasciata dopo il quarto ciclo di colloqui mediati dagli Stati Uniti presso il Dipartimento di Stato, le due parti hanno affermato che il cessate il fuoco “è subordinato alla completa cessazione dei tiri da parte di Hezbollah e all’evacuazione di tutti i membri di Hezbollah” dalle aree a sud del fiume Litani. Non è chiaro come sarebbero state istituite le zone di sicurezza, ma l’accordo prevede che l’esercito libanese assuma il pieno controllo di quelle aree.
«Questi passi consentiranno di compiere progressi verso un accordo globale di pace e sicurezza», si legge nella dichiarazione. «Tutti i paesi hanno ribadito che il futuro delle relazioni tra Israele e Libano deve essere deciso dai due governi sovrani. Hanno respinto qualsiasi tentativo, da parte di qualsiasi attore statale o non statale, di tenere in ostaggio il futuro del Libano».
Quest’ultimo è un riferimento all’Iran, che sostiene Hezbollah e ha insistito affinché gli attacchi israeliani al Libano vengano interrotti come parte di un accordo provvisorio con gli Stati Uniti per porre fine al conflitto con l’Iran. Hezbollah non fa parte dei colloqui tra Israele e Libano.
I due paesi non hanno relazioni diplomatiche e sono formalmente in stato di guerra dal 1948. Israele e gli Stati Uniti vogliono che Hezbollah venga disarmato, un obiettivo condiviso dal governo libanese ma respinto dal gruppo terroristico sostenuto dall’Iran.
Il recente annuncio ha suggerito che la dichiarazione di Trump, secondo cui Washington avrebbe mediato una nuova tregua tra Israele e Hezbollah dopo il fallimento di quella raggiunta ad aprile, non si è estesa oltre la sospensione delle operazioni pianificate da Israele a Beirut, poiché gli attacchi sono continuati nel sud del Libano, mentre il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran ha continuato a lanciare razzi e droni contro Israele.
I leader israeliani avevano minacciato che le Forze di Difesa Israeliane avrebbero preso di mira la periferia sud di Beirut, roccaforte di Hezbollah, se il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran avesse preso di mira le comunità israeliane.
Il nuovo annuncio sembra anche tentare di separare il conflitto in Libano e alla guerra con l’Iran. Teheran ha insistito nel collegare le due questioni, poiché cerca di proteggere il suo proxy Hezbollah e continuare a influenzare gli eventi in Libano. Mentre gli Stati Uniti e Israele si sono opposti a tale collegamento, lo sforzo di Washington lunedì per garantire un altro annuncio di tregua in Libano, poche ore dopo che Teheran aveva minacciato di abbandonare i colloqui, sembrava minare tali sforzi.
La spinta di Washington per un nuovo cessate il fuoco è arrivata mentre quello precedente negoziato il 16 aprile era in gran parte svanito, con Hezbollah che continuava i suoi incessanti attacchi con razzi e droni e le Forze di Difesa Israeliane che portavano avanti un’operazione di terra ampliata e intensificavano i raid aerei.
Prima dell’annuncio, il capo di Stato Maggiore dell’IDF, il tenente generale Eyal Zamir, ha affermato che in Libano “non c’è cessate il fuoco per le nostre forze”, durante una visita alla base navale di Haifa mercoledì.
“Stiamo lavorando per massimizzare la libertà d’azione che ci è stata concessa e coglieremo ogni opportunità per rimuovere le minacce ai cittadini di Israele e alle nostre forze”, ha detto, in dichiarazioni fornite dall’IDF.
Zamir ha affermato anche che la Marina israeliana sta diventando «un ulteriore braccio strategico a lungo raggio» dell’esercito.
«Non appena ho assunto la mia carica, ho ordinato il potenziamento della Marina come ulteriore braccio strategico a lungo raggio dell’IDF. Ora stiamo accelerando l’attuazione del concetto operativo», ha dichiarato.
Zamir ha dichiarato che la Marina ha operato «su tutti i fronti di combattimento, in aree marittime difficili vicine e lontane, e in operazioni che non possono ancora essere rese pubbliche».
«L’IDF, in tutti i suoi rami, è pronta a tornare immediatamente a combattere contro il regime terroristico iraniano. La Marina svolge un ruolo decisivo nella nostra capacità di colpire ancora una volta con forza il regime terroristico, come abbiamo fatto in passato», ha aggiunto.
Nel frattempo, il colonnello Ayub Kayuf ha assunto il comando della Brigata Golani dell’IDF dal colonnello Adi Gonen, durante una cerimonia di passaggio di consegne tenutasi questa mattina al Castello di Beaufort nel sud del Libano.
Kayuf ha precedentemente comandato l’unità d’élite Shaldag dell’Aeronautica Militare israeliana, la Brigata Regionale Menashe in Cisgiordania e il Dipartimento Operativo della Direzione Operativa.
Le truppe Golani hanno conquistato lo strategico Castello di Beaufort all’inizio di questa settimana, mentre l’esercito sembrava espandere le proprie operazioni nel sud del Libano a causa degli incessanti attacchi di Hezbollah.
Hezbollah, nel frattempo, ha pubblicato un video che mostra un drone con telecamera a visione notturna in modalità first-person view (FPV) che sorvola il castello, apparentemente lunedì. Tuttavia, nelle immagini non sono visibili truppe israeliane.
L’ultima ondata di combattimenti tra Israele e Hezbollah è iniziata il 2 marzo, quando Hezbollah ha lanciato razzi nel nord di Israele due giorni dopo che gli Stati Uniti e Israele avevano attaccato il suo principale sostenitore, l’Iran. Da allora, 26 soldati dell’IDF e un appaltatore civile del Ministero della Difesa sono stati uccisi nel sud del Libano, 14 dei quali dopo l’introduzione del cessate il fuoco il 16 aprile. Anche due civili sono stati uccisi dai razzi di Hezbollah, mentre un civile israeliano è stato ucciso per errore nel nord del Paese da un bombardamento dell’artiglieria israeliana.
In Libano, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver ucciso oltre 2.500 membri di Hezbollah, tra cui centinaia di membri della Radwan Force, l’unità d’élite del gruppo terroristico, dall’inizio di marzo.
Dal 2 marzo, secondo l’esercito, Hezbollah ha lanciato circa 5.500 razzi contro le truppe dell’IDF operanti nel sud del Paese, oltre a circa 2.500 contro Israele. In Israele si sono registrati almeno 75 punti di impatto dei razzi.
Inoltre, secondo l’IDF, Hezbollah ha lanciato circa 300 droni, 25 dei quali hanno colpito Israele.
L’IDF ritiene che Hezbollah possieda ancora migliaia di razzi a corto raggio, oltre a centinaia di proiettili a più lungo raggio. L’IDF ha affermato che Hezbollah sta lanciando la maggior parte dei suoi attacchi dall’interno del Libano meridionale, a nord del fiume Litani, e non da zone vicine al confine.
(Rights Reporter, 4 giugno 2026)
........................................................
Hezbollah cambia la guerra dei droni e Israele scopre il buio
I nuovi attacchi notturni con droni FPV nel Libano del Sud allarmano l’IDF e riaprono il problema del cessate il fuoco violato.
di Alessandro Carmi
Il Libano del Sud sta mostrando a Israele una versione più insidiosa della guerra con Hezbollah, fatta di piccoli droni esplosivi, voli notturni, sensori termici e soldati costretti a muoversi sapendo che anche il buio ha smesso di proteggerli. Dopo la morte del sergente maggiore Michael Tyukin, 21 anni, di Ashkelon, e del sergente maggiore Adam Tzarfati, 20 anni, di Rosh HaAyin, l’allarme dentro l’IDF riguarda ormai una domanda precisa. Hezbollah ha imparato a colpire di notte con droni FPV capaci di individuare le tracce di calore dei militari israeliani?
La risposta, almeno secondo le prime valutazioni operative e secondo diversi esperti, va presa molto sul serio. Fino a pochi giorni fa l’esercito israeliano riteneva che questi droni esplosivi, guidati in prima persona dall’operatore, avessero limiti significativi nelle ore notturne. La comparsa di attacchi efficaci dopo il tramonto cambia invece il quadro tattico lungo la Linea Gialla, l’area di sicurezza nella quale le forze israeliane cercano di muoversi riducendo al minimo la vulnerabilità.
Il primo episodio è avvenuto sabato sera, quando un drone di Hezbollah ha colpito una posizione in cui operavano soldati dell’unità di ricognizione della brigata Givati. Tyukin, immigrato dall’Ucraina in Israele nel 2020 insieme alla madre, è rimasto ucciso e altri soldati sono stati feriti. Nelle ore successive un nuovo attacco ha colpito le forze nel settore di Beaufort, dove Israele ha ripreso il controllo della storica fortezza crociata, simbolo militare e psicologico del fronte libanese. In quell’area è stato ucciso anche il capitano dottor Ori Yosef Silvester, medico del battaglione Shaked della brigata Givati.
Il punto delicato riguarda la rapidità con cui Hezbollah sta adattando le proprie tecniche. All’inizio della campagna, secondo fonti militari israeliane, i miliziani usavano soprattutto razzi e missili anticarro. Dopo essere stati respinti in diversi settori, hanno aumentato l’impiego dei droni carichi di esplosivo, affinando pilotaggio, scelta dei bersagli e capacità di avvicinamento alle unità israeliane. L’IDF ha reagito con reti difensive, procedure di allerta più rigide e sistemi di intercettazione dedicati, ma i droni FPV restano difficili da fermare, soprattutto quando volano bassi, sono piccoli e vengono guidati fino all’impatto.
Cameron Chell, amministratore delegato di Draganfly ed esperto di tecnologia dei droni, ha spiegato a Fox News che Hezbollah starebbe usando sensori termici per individuare di notte le forze israeliane attraverso le tracce di calore. La tecnologia in sé non è nuova, e proprio questo rende il problema più inquietante. Servono componenti relativamente accessibili, catene di rifornimento elastiche e operatori addestrati abbastanza da trasformare strumenti commerciali o semi-commerciali in armi da campo. Dietro questa evoluzione si intravede la mano dell’Iran, che da anni alimenta le capacità missilistiche e aeree dei suoi proxy regionali.
Per Israele il problema militare diventa subito politico. Il cosiddetto cessate il fuoco sul fronte libanese continua a produrre morti, feriti, sirene nel nord, scuole chiuse e comunità di confine che vivono in una normalità solo apparente. Un soldato israeliano citato dalla stampa ebraica ha riassunto con amarezza il sentimento diffuso tra le truppe, parlando di quindici morti durante un cessate il fuoco che nei fatti non esiste. È una frase dura, perché dice ciò che la diplomazia spesso lascia fuori campo. Quando Hezbollah continua a colpire e l’IDF continua a operare per impedirgli di ricostruire postazioni, depositi e linee di fuoco, la tregua diventa un lessico per conferenze stampa, mentre sul terreno resta guerra.
La nuova minaccia costringe l’esercito israeliano a rivedere abitudini consolidate. Muoversi di notte, usare mezzi pesanti, restare fermi troppo a lungo, operare vicino a edifici sospetti o in aree da cui Hezbollah può lanciare droni, tutto diventa più rischioso. Persino bulldozer ed escavatori, indispensabili per lavori di ingegneria militare, sono stati ridotti perché troppo visibili e troppo vulnerabili. Le reti anti-drone, le armi a disturbo elettronico e le protezioni improvvisate davanti a veicoli e installazioni indicano una guerra che torna a essere artigianale proprio mentre diventa tecnologica.
Hezbollah, guidato oggi da Naim Qassem, presenta i droni come una prova di forza. Israele li considera invece la conferma di una minaccia in continua mutazione, sostenuta da una filiera esterna e da un apprendimento rapido sul campo. La battaglia del Libano del Sud, dunque, riguarda anche il futuro prossimo delle guerre asimmetriche. Costa poco colpire, costa moltissimo difendersi, e ogni innovazione del gruppo terroristico obbliga uno Stato avanzato a ripensare procedure, protezioni, tempi e movimenti.
La domanda decisiva, per Israele, riguarda il prezzo dell’adattamento. Se Hezbollah riesce a vedere nel buio, l’IDF deve imparare a rendersi meno visibile anche quando la notte sembrava dalla sua parte. È una lezione brutale, pagata con il sangue di soldati giovanissimi, e dice qualcosa che Gerusalemme conosce bene. Nel Medio Oriente di oggi ogni tregua fragile può diventare il laboratorio della prossima minaccia.
(Setteottobre, 4 giugno 2026)
........................................................
Un hotel bavarese invia un messaggio antisemita a turisti israeliani
«Ci dispiace, nel nostro hotel non sono ammessi ebrei»: questo è il messaggio che alcuni turisti israeliani hanno ricevuto dall’hotel «Zum Hirschen» nella località di Lam.
di Imanuel Marcus
Un hotel a Lam, in Baviera, ha rifiutato la prenotazione a dei viaggiatori israeliani con una motivazione apertamente antisemita. Secondo quanto riferito dal Consolato Generale di Israele a Monaco di Baviera, le persone interessate hanno ricevuto tramite la piattaforma di prenotazione booking.com il messaggio: «Ci dispiace, nel nostro hotel non sono ammessi ebrei».
Questo episodio si è diffuso sui social media. Anche i giornali israeliani hanno riportato la notizia.
Gli israeliani avevano cercato di prenotare una camera nell’hotel «Zum Hirschen», vicino al confine ceco. Dopo aver ricevuto il messaggio, si sono rivolti a booking.com. Di conseguenza, la struttura è stata rimossa dalla piattaforma e al momento non è più possibile prenotarla. Hanno coinvolto anche il Consolato Generale di Israele a Monaco.
Dopo una verifica, secondo quanto riferito dai diplomatici israeliani, l’autenticità del messaggio è stata confermata. L’hotel avrebbe inizialmente negato di essere responsabile del messaggio. Successivamente, tuttavia, sarebbe stato ammesso che un dipendente aveva inviato il messaggio.
La console generale israeliana a Monaco, Talya Lador, ha reagito indignata. Sulla piattaforma X ha scritto: «Siamo tornati agli anni ’30? Un hotel ha risposto a un israeliano: ›Sorry, there are no Jews allowed in our hotel‹. Sono lieta che booking.com abbia rimosso questo hotel dalla sua homepage.»
Il Consiglio centrale degli ebrei in Germania chiede un'indagine giudiziaria. «L'affermazione disumana “vietato l'ingresso agli ebrei” non può essere in alcun modo giustificata, indipendentemente dal tentativo di contestualizzarla», ha affermato il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster. «Mi aspetto che questo episodio venga esaminato per verificarne le conseguenze penali».
Il caso è stato nel frattempo trasmesso al responsabile per l’antisemitismo del Ministero della Giustizia bavarese. Qui si valuterà se siano possibili azioni legali. Non è ancora chiaro se ne deriverà un procedimento formale.
L’hotel di Lam si sarebbe nel frattempo scusato con il destinatario del messaggio antisemita e lo avrebbe invitato. Il messaggio sarebbe stato scritto da un dipendente per la frustrazione causata da un’ondata di prenotazioni false.
Il presidente del Consiglio centrale Schuster critica comunque aspramente l’hotel: «Anche se ho preso atto delle scuse per questa espressione inaccettabile, rimane scioccante che qualcuno non solo abbia avuto questo pensiero, ma lo abbia anche messo per iscritto e inviato».
Una serie di segnalazioni di atti ostili contro ebrei e israeliani in Europa e Nord America è stata registrata a partire dal 7 ottobre 2023, quando l’organizzazione terroristica palestinese Hamas ha ucciso 1200 persone in Israele e ne ha rapite 251, portandole in ostaggio a Gaza. Solo pochi giorni fa, due donne ebree statunitensi hanno riferito che è stato loro negato l’accesso a una sauna a Barcellona a causa delle loro collane con la stella di David.
Già in precedenza, alcuni turisti israeliani in California avevano denunciato di essere stati insultati da un dipendente di un hotel. Alcune riprese video hanno mostrato come questi abbia definito gli ospiti, tra l’altro, «assassini di bambini» e li abbia interrogati sul loro servizio militare in Israele.
Anche in Germania l’antisemitismo rimane un problema grave, come dimostrano cifre e episodi allarmanti. Ieri a Flensburg un negoziante è stato condannato a una multa e a sei mesi di libertà vigilata per aver esposto un cartello antisemita nella sua vetrina. La scritta recitava: «Divieto di accesso agli ebrei».
(Jüdische Allgemeine, 4 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Arrestato studente palestinese diretto a Roma. Idf: “È un terrorista di Hamas”
“È un terrorista della brigata nord di Hamas, che ha preso parte al massacro del 7 ottobre 2023”. A dichiararlo l’ldf che martedì scorso ha arrestato al valico di Kerem Shalom, Mahmoud al Najjar. Originario di Jabaliya, al Najjar era stato ammesso insieme ad altri 17 studenti palestinesi a partecipare ai percorsi di studio all’Università di Roma Tor Vergata. L’uomo sarebbe stato riconosciuto grazie alla tecnologia israeliana che utilizza sistemi avanzati di identificazione facciale.
“Non si trattava di uno studente fermato per motivi di studio all’estero. – ha affermato in un post su X la portavoce dell’Idf Ariella Mazor – Mahmoud al Najjar è un terrorista operativo di Hamas che è stato fermato dopo essere stato identificato come uno degli infiltrati in Israele il 7 ottobre 2023 e come partecipante al massacro guidato da Hamas che ha ucciso circa 1.200 persone e ha preso in ostaggio oltre 250 uomini, donne e bambini”
Secondo organizzazioni e fonti palestinesi, al Najjar sarebbe un accademico specializzato in scienze amministrative. L’uomo avrebbe ricevuto una borsa di studio dopo aver “ottenuto il permesso di viaggio e le autorizzazioni ufficiali dopo mesi di tentativi”.
(Shalom, 4 giugno 2026)
........................................................
Un appello contro l’esclusione di Keshet Italia dal Roma Pride
“Chiediamo al Sindaco di Roma Capitale, quale rappresentante della città e delle istituzioni che sostengono e patrocinano il Roma Pride, un confronto con gli organizzatori della manifestazione – si legge nell’ìappello al sindaco Gualtieri – affinché siano individuate soluzioni che garantiscano a Keshet Italia una piena partecipazione al Roma Pride 2026 in condizioni di sicurezza e uguaglianza. Siamo convinti che Roma debba continuare a essere una città aperta, democratica e capace di dare spazio a tutte le sue componenti”.
di Nathan Greppi
Nel momento in cui scriviamo, ha già raccolto più di 900 firme un appello per chiedere al Sindaco di Roma Roberto Gualtieri di prendere posizione contro la recente esclusione dell’organizzazione LGBT ebraica Keshet Italia dal Roma Pride 2026 (si può firmare l’appello cliccando qui.
“Le persone firmatarie esprimono profonda preoccupazione per la decisione del Coordinamento del Roma Pride di escludere Keshet Italia, associazione LGBTQIA+ ebraica, dalla partecipazione alla manifestazione con un proprio carro”, si legge all’inizio dell’appello.
I firmatari proseguono affermando: “Questa decisione arriva dopo anni di crescenti difficoltà nella partecipazione agli spazi del movimento LGBTQIA+ per l’organizzazione. Tali criticità hanno raggiunto il loro apice durante il Roma Pride 2025, quando aderenti e sostenitori di Keshet Italia sono stati oggetto di contestazioni e insulti, rendendone necessaria l’evacuazione da parte delle forze dell’ordine. A tali episodi non è seguita alcuna presa di posizione pubblica da parte dell’organizzazione del Pride”.
Viene spiegato che proprio “per affrontare le criticità emerse, Keshet Italia aveva chiesto di partecipare al coordinamento del Roma Pride e alla stesura del Documento Politico. La richiesta non ha avuto seguito e all’associazione è stato invece comunicato che non sussistono le condizioni nemmeno per la partecipazione con un proprio carro”.
L’appello aggiunge che la “proposta del Roma Pride di consentire a Keshet Italia la sola partecipazione a piedi non appare una soluzione adeguata né sufficientemente sicura viste le esperienze del Pride 2025. La mancata possibilità di partecipare con un carro può infatti tradursi in un concreto rischio per l’incolumità dell’associazione e dei suoi aderenti, configurando di fatto una forma di ‘discriminazione indiretta’”.
Facendo riferimento alla situazione internazionale, viene affermato che la “partecipazione di un’organizzazione ebraica italiana non può essere condizionata né negata in base a posizioni relative all’operato di governi stranieri o a questioni geopolitiche estranee alla sua missione associativa. La vicenda non riguarda soltanto la partecipazione di una singola associazione ad una manifestazione pubblica, ma solleva una questione più ampia di rilevanza civile e democratica”.
L’appello si conclude così: “Chiediamo al Sindaco di Roma Capitale, quale rappresentante della città e delle istituzioni che sostengono e patrocinano il Roma Pride, un confronto con gli organizzatori della manifestazione, affinché siano individuate soluzioni che garantiscano a Keshet Italia una piena partecipazione al Roma Pride 2026 in condizioni di sicurezza e uguaglianza. Siamo convinti che Roma debba continuare a essere una città aperta, democratica e capace di dare spazio a tutte le sue componenti”.
(Bet Magazine Mosaico, 4 giugno 2026)
____________________
L’ideologia transgender è una bestemmia contro il Dio che fatto i cieli e la terra di cui parla la Torà. Che degli ebrei invece di inorridire per chi la esalta rivendichino il diritto a partecipare ai suoi onori, è una vergogna. Come cristiano non punto il dito contro questi ebrei, ma partecipo alla vergogna che provo per l’insulto che riceve Colui che è anche il mio Dio. M.C.
........................................................
Trump frena Netanyahu su Beirut: tregua fragile tra Israele e Hezbollah mentre cresce la tensione tra Iran e Stati Uniti
di Anna Balestrieri
La nuova tregua tra Israele e Hezbollah nasce nel pieno di uno scontro politico senza precedenti tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Secondo ricostruzioni pubblicate da Axios e rilanciate dai media israeliani, il presidente americano avrebbe telefonato al premier israeliano per fermare un’imminente offensiva contro Beirut, accusandolo di rischiare un’escalation regionale incontrollabile.
• La telefonata tra Trump e Netanyahu che scuote l’alleanza Usa-Israele
Secondo fonti americane citate nell’articolo, Trump avrebbe apostrofato Netanyahu con toni estremamente duri: “You’re fucking crazy. You’d be in prison if not for me” (Sei pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me) e “Everybody hates Israel because of this” (Tutti odiano Israele per questo), accusandolo di compromettere la strategia americana in Medio Oriente. Secondo le stesse fonti, Trump avrebbe ricordato a Netanyahu di averlo più volte difeso pubblicamente anche sul piano giudiziario, facendo riferimento ai suoi processi per corruzione ancora in corso in Israele.
La Casa Bianca teme infatti che un’offensiva israeliana sulla capitale libanese possa far saltare non solo il fragile cessate il fuoco con Hezbollah, ma soprattutto i negoziati indiretti in corso con Teheran sul nucleare e sulla sicurezza regionale.
Intanto, il 2 giugno a Washington si è aperto il quarto round di colloqui indiretti tra Israele e Libano sotto mediazione americana. Gli incontri, ospitati dal Dipartimento di Stato, vedono la partecipazione degli ambasciatori dei due Paesi e puntano a rafforzare il fragile cessate il fuoco lungo il confine libanese attraverso possibili “zone pilota” di de-escalation e un progressivo dispiegamento dell’esercito libanese nel sud del Paese.
• Netanyahu ridimensiona lo scontro ma rinuncia ai raid su Beirut
L’ufficio del premier israeliano ha cercato di ridimensionare la gravità dello scontro, ammettendo però che il colloquio è stato “teso”. Secondo fonti vicine a Netanyahu, Trump non avrebbe insultato personalmente il premier, ma avrebbe espresso forte preoccupazione per l’impatto internazionale delle operazioni israeliane in Libano.
Alla fine della trattativa telefonica, Israele avrebbe accettato di congelare i bombardamenti su Beirut a condizione che Hezbollah interrompesse gli attacchi contro il territorio israeliano. Netanyahu avrebbe comunque chiarito che l’offensiva nel sud del Libano continuerà fino al raggiungimento degli obiettivi militari israeliani.
Trump, dal canto suo, ha annunciato pubblicamente su Truth Social che “non ci saranno truppe dirette a Beirut”, sostenendo di aver ottenuto rassicurazioni sia da Israele sia da Hezbollah.
• Hezbollah continua gli attacchi e minaccia Tel Aviv
Nonostante l’annuncio della tregua, Hezbollah ha continuato a lanciare razzi e droni contro il nord di Israele. Nelle ultime ore sirene d’allarme sono risuonate a Metula e in altre comunità della Galilea occidentale, mentre l’esercito israeliano ha riferito di aver intercettato nuovi razzi e droni lanciati dal Libano meridionale.
Secondo Channel 12, Hezbollah avrebbe inoltre minacciato di colpire Tel Aviv e Haifa nel caso in cui Israele tornasse a bombardare Beirut.
Nei giorni precedenti, un attacco con droni FPV lanciato dal gruppo sciita aveva provocato la morte del capitano medico Ori Yosef Silvester e il ferimento di sette soldati israeliani nel sud del Libano. L’episodio ha evidenziato la crescente capacità operativa di Hezbollah e la difficoltà israeliana nel neutralizzare i droni esplosivi utilizzati dal movimento sciita.
Secondo i dati diffusi dall’Idf, dall’inizio della nuova fase del conflitto Hezbollah ha lanciato circa 5.500 razzi contro le truppe israeliane in Libano e circa 2.500 contro il territorio israeliano, oltre a centinaia di droni.
• Gli scambi tra Iran e Stati Uniti restano aperti
Dietro la pressione americana su Israele c’è soprattutto il timore di compromettere il delicato negoziato con Teheran. Nonostante le tensioni regionali e gli scontri indiretti nel Golfo Persico, Washington e Iran continuano infatti a scambiarsi messaggi attraverso mediatori.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato al Senato americano che l’Iran avrebbe accettato di discutere aspetti del proprio programma nucleare che fino a pochi mesi fa rifiutava perfino di prendere in considerazione.
Rubio ha però chiarito che qualsiasi alleggerimento delle sanzioni americane dipenderà da concessioni concrete sul nucleare e dalla riapertura completa dello Stretto di Hormuz, bloccato da Teheran nelle ultime settimane.
Secondo Washington, l’Iran dovrebbe garantire la libera navigazione commerciale nel Golfo Persico e interrompere ogni attacco contro navi e infrastrutture energetiche. Rubio ha inoltre sostenuto che la guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei sarebbe tornata a partecipare più direttamente ai negoziati, seppur tramite intermediari.
Teheran, invece, ha accusato Israele di voler sabotare il dialogo con gli Stati Uniti attraverso l’escalation in Libano. Media iraniani hanno riferito che la Repubblica islamica avrebbe temporaneamente sospeso alcuni canali di comunicazione con Washington dopo le minacce israeliane contro Beirut.
Trump ha però smentito qualsiasi interruzione dei colloqui, dichiarando che i contatti con Teheran “continuano ogni giorno”.
• Cresce il fronte critico negli Stati Uniti
Le scelte della Casa Bianca hanno aperto anche un duro scontro interno negli Stati Uniti. Diversi esponenti democratici hanno accusato Trump di aver trascinato il Paese nel conflitto per sostenere Netanyahu.
Il senatore democratico Chris Van Hollen ha definito il presidente americano “stupido e irresponsabile” per aver appoggiato la strategia israeliana contro l’Iran e Hezbollah.
Anche in Israele non mancano le critiche. L’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot ha accusato Netanyahu di “arrendersi” alle pressioni americane, sostenendo che il governo stia danneggiando la sicurezza israeliana pur di mantenere il sostegno di Trump.
Sul fronte opposto, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha chiesto al premier di ignorare le richieste americane e intensificare invece gli attacchi contro Hezbollah.
• L’Europa valuta nuove pressioni e possibili sanzioni
Nel frattempo cresce anche la pressione europea su Israele. In diverse capitali dell’Unione Europea si discute della possibilità di introdurre nuove misure diplomatiche o economiche contro il governo Netanyahu in caso di ulteriore escalation regionale.
Il dibattito riguarda soprattutto eventuali restrizioni alla cooperazione militare e commerciale, dopo le minacce israeliane di colpire Beirut e il peggioramento della situazione umanitaria tra Libano e Gaza.
Per il momento non esiste ancora una linea comune europea, ma il tema delle sanzioni contro Israele è ormai entrato apertamente nell’agenda diplomatica di Bruxelles e di diversi governi europei.
• Una tregua ancora appesa a un filo
Sul terreno, intanto, la situazione resta estremamente fragile. Israele ha alleggerito alcune restrizioni nelle comunità del nord del Paese, consentendo la riapertura di scuole e attività pubbliche in diverse aree vicine al confine libanese.
Ma la tregua appare ancora precaria. Hezbollah continua a mantenere alta la pressione militare, Israele prosegue le operazioni nel sud del Libano e gli Stati Uniti cercano di impedire che il conflitto si allarghi definitivamente all’Iran e all’intero Golfo Persico.
Dietro il cessate il fuoco resta così uno scenario profondamente instabile: una guerra regionale congelata solo temporaneamente dalla pressione diplomatica americana, mentre Washington, Teheran e Israele continuano a muoversi su un equilibrio sempre più sottile.
(Bet Magazine Mosaico, 3 giugno 2026)
........................................................
Perché Israele invade il Libano spiegato semplice
All'atto pratico, che è quello che conta, i libanesi non saranno mai in grado di liberarsi di Hezbollah e della piovra iraniana senza un intervento diretto di Israele
di Franco Londei
Mentre a Washington proseguono i colloqui diretti tra Libano e Israele, quello che appare chiaro a tutti è che quei colloqui non possono portare a niente senza che Beirut non riesca a liberarsi di Hezbollah.
I critici di Israele sostengono che è sbagliato il solo pensare di eliminare Hezbollah dal Libano in quanto il Partito di Dio siede in parlamento votato da centinaia di migliaia di libanesi e pensare di liberarsene senza passare per il voto equivarrebbe a una sorta di colpo di Stato.
Su questo specifico punto i critici di Israele hanno ragione: nel Parlamento libanese Hezbollah controlla direttamente 13 seggi su un totale di 128. Altri 15 seggi sono controllati dal Movimento Amal, anch’esso sciita. Questi due partiti rappresentano il “blocco filo-iraniano” che insieme ad altri piccoli partiti (alleanza dell’8 Marzo) fino al 2022 deteneva una solida maggioranza con 71 seggi.
Tuttavia dopo il 2022 a causa del crollo dei partner di coalizione (in particolare i cristiani maroniti della Corrente Patriottica Libera), il blocco filoiraniano si è fermato a 62 seggi, perdendo la maggioranza assoluta fissata a quota 65.
Ora, qual è il Punto? Il punto è che sebbene sieda in Parlamento il Partito di Dio si comporta come se fosse un elemento estraneo al Libano. Ha un proprio sistema di walfare, un proprio sistema di servizi dedicato agli sciiti e, soprattutto, un proprio esercito molto più potente di quello libanese.
Hezbollah non opera per il bene del Libano, non adotta una politica pensando ai libanesi nella loro totalità, Hezbollah adotta una politica dettata dall’Iran per il bene dell’Iran, non del Libano. Di fatto la parte del Libano controllata da Hezbollah è una enclave iraniana.
I libanesi sono perfettamente consci che se oggi Israele è costretto ad attaccare il Libano è perché Hezbollah, per conto dell’Iran, è una minaccia seria allo Stato Ebraico. I libanesi sanno perfettamente che il Partito di Dio opera come se fosse uno Stato nello Stato e che delle sorti del Libano e dei libanesi non gliene importa nulla.
Cosa prevedono i colloqui diretti tra il governo libanese e Israele? Prima di tutto il disarmo di Hezbollah, disarmo che oltretutto sarebbe dovuto avvenire molti anni fa quando nel 2006 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite votò la risoluzione 1701 che tra le altre cose prevedeva l’istituzione di UNIFIL incaricata di controllare il disarmo delle milizie nel sud del Libano.
Quali sono le difficoltà? Il Libano non è in grado di disarmare Hezbollah. L’esercito regolare libanese è militarmente inferiore alle milizie di Teheran, quindi non riesce a fare quello che gli israeliani chiedono e che il Governo libanese ha promesso. Oltretutto il rischio di una guerra civile è molto alto. Quindi, se i libanesi non riescono a disarmare Hezbollah lo dovrà fare l’esercito israeliano.
E qui siamo alle ragioni per cui l’esercito israeliano (IDF) è entrato così in profondità nel Libano meridionale: gli israeliani devono fare quello che i libanesi non riescono a fare, cioè disarmare e persino eliminare Hezbollah.
Purtroppo Hezbollah, come tutti i gruppi terroristi islamici, ama nascondersi tra i civili, sotto gli ospedali, nei quartieri affollati. E per quanto le bombe israeliane siano precise, il rischio di colpire anche i civili è molto alto.
Il 2 marzo 2026 con una decisione storica il governo libanese ha dichiarato illegali le attività svolte da Hezbollah al di fuori delle istituzioni statali, segnando una svolta storica nei rapporti tra lo Stato libanese e l’organizzazione sciita.
Lo scopo di questa decisione è principalmente quello di colpire le milizie armate di Hezbollah e il loro network (dis)informativo. Per altro la decisione è stata presa sotto una fortissima pressione popolare che incolpa giustamente Hezbollah di fare gli interessi dell’Iran e quindi per la guerra in Libano.
Ora, è chiaro che a livello politico il fatto che Israele e Libano si parlino è una cosa importantissima, tanto più che i due Stati sarebbero ancora formalmente in guerra. Ma al lato pratico, senza un intervento israeliano i libanesi non potranno mai liberarsi di Hezbollah. Ed è quello che oggi i libanesi vogliono, in barba alla grancassa mediatica anti-israeliana che racconta tutta un’altra storia, fuori dalla realtà.
(Rights Reporter, 3 giugno 2026)
........................................................
Il giogo e il prezzo da pagare
di Niram Ferretti
Ci sono ormai delle evidenze lampanti relativamente alle divergenze tra Stati Uniti e Israele che possono essere negate solo dai più incalliti sostenitori dell’idea che tra Trump e Netanyahu ci sia un siodalizio a prova di bomba. La realtà, come sempre, si incarica di smentire questo assunto.
L’ultimo episodio riguarda la tempestosa telefonata occorsa tra il presidente americano e il premier israeliano, durante la quale, il primo lo avrebbe pesantemente apostrofato per la conduzione aggressiva della campagna militare israeliana in Libano. All’Iran non è piaciuto che Beaufort da vent’anni sotto il controllo di Hezbollah sia stato espugnato, non è piaciuto che Israele prosegua la sua campagna a nord contro il suo proxy più agguerrito, e siccome Trump sta cercando disperatamente di uscire dal cul de sac nel quale si è infilato in Iran (va detto, anche grazie a Netanyahu e alle sue assicurazioni che il regime di Teheran avrebbe avuto vita breve, poi rivelatosi completamente infondate), gli è dispiaciuto molto che gli iraniani si siano risentiti e abbiano minacciato di fare saltare il tavolo negoziale.
Va detta tutta fino in fondo e senza sconti. La cosiddetta operazione “Epic Fury”, al di là del suo roboante nome è stata se non un flop un mezzo aborto. Vero che l’Iran ha subito danni ingenti, vero che c’è stata la decapitazione di una buona parte della classe dirigente del regime a partire dal suo simbolo, Khamenei, vero che il blocco navale americano compromette ulteriormente una già precaria situazione economica, ma il regime è ancora in sella, è aggressivo, gli ingressi ai siti missilistici colpiti pesantemente dai bombardamenti vengono progressivamente riaperti con le ruspe, lo Stretto di Hormuz è sotto il suo controllo come mai prima d’ora e l’uranio arricchito, tutta la scorta, è ancora nelle sue mani. Ma, il dato più fondamentale è un altro, ed è che invece di proseguire con la campagna militare, impiegare i soldati sul terreno, a Kharg per esempio, di esercitare la propria potenza militare per liberare lo Stretto, gli Stati Uniti si sono fermati e hanno deciso di negoziare alla pari con il principale regime terrorista del Medioriente.
Lo schema è esattamente quello utilizzato con Hamas a Gaza. Non si procede per sconfiggere il nemico, per metterlo nelle condizioni di arrivare ai negoziati in una posizione sottomessa, no, ci si ferma molto prima di questo esito e gli si consente di dettare le sue condizioni. Tra le condizioni che l’Iran pone è che Israele non continui una serrata campagna militare in Libano che possa compromettere in modo irreparabile Hezbollah, il proprio proxy principale. E qui la divergenza tra Usa e Israele si fa netta e irrimediabile, perchè Trump, il quale solo pochi giorni fa trattando Netanyahu come un suo dipendente ha dichiarato pubblicamente che “fa quello che gli dico io”, vuole, fortissimamente vuole, l’accordo con gli iraniani perché ha bisogno di tirarsi fuori dal pantano. Da canto suo, Israele ha la necessità di depotenziare drasticamente Hezbollah, si tratta di una questione esistenziale come si è sempre trattato per Israele nel corso di tutte le guerre che è stato costretto a combattere. Per Trump la questione prioritaria non è certo la sicurezza di Israele, ma un accordo con chi ne vuole la distruzione. In questa situazione a Israele non resta che abbozzare avendo un margine di manovra ridottissimo. Netanyahu ha già dovuto subire l’imposizione dell’accordo con Hamas per la liberazione degli ostaggi che Steve Witkoff gli ordinò per conto di Trump a pochi giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca, ottenendo come risultato che Hamas non solo non si è disarmato ma controlla ancora poco meno della metà di Gaza. Successivamente Trump gli ha imposto di scusarsi pubblicamente con il Qatar per avere violato la sua sovranità quando Israele cercò senza successo di eliminare alcuni dei capi di Hamas riuniti a Doha. Ci fu poi l’alt perentorio alla coda della breve operazione durata dodici giorni contro l’Iran, quando un Trump furioso intimò a Israele di smettere di colpire il Paese, e ora siamo arrivati all’alt alle operazioni in profondità in Libano. Netanyahu esegue, Trump si rabbonisce. Go and stop, go and stop. E’ il prezzo che si paga al giogo.
(L'informale, 2 giugno 2026)
____________________
Sull'affidabilità del sostegno americano alla difesa di Israele abbiamo già scritto più volte. Riportiamo qui un commento dei primi tempi.
*
Un sostegno di canna rotta
Ai tempi del profeta Isaia, quando la potenza emergente dell'Assiria si faceva sempre più minacciosa, nel popolo d'Israele c'era chi proponeva di cercare l'appoggio dell'Egitto, la grande potenza storica mondiale dell'antichità. Il re d'Assiria, Sennacherib, che dopo aver conquistato le città fortificate di Giuda si apprestava a dirigersi verso Gerusalemme per espugnarla, cercò di minare la fiducia degli israeliti negli egiziani facendo arrivare a Ezechia, il re d'Israele, queste realistiche parole:
«Ecco, tu confidi nell'Egitto, in quel sostegno di canna rotta, che penetra nella mano di chi vi si appoggia e gliela fora; così è il faraone, re d'Egitto, per tutti quelli che confidano in lui» (Isaia 36:6).
Con il progredire della cosiddetta Road Map, forse si avvicina il tempo in cui Israele dovrà sperimentare che anche la grande potenza mondiale dei nostri tempi si rivelerà per lui "un sostegno di canna rotta, che penetra nella mano di chi vi si appoggia e gliela fora".
Per sapere come sono andate a finire le cose con Sennacherib, e in che modo si è risolto l'assedio a Gerusalemme del re d'Assiria, si possono leggere i capitoli 36, 37 e 38 del libro del profeta Isaia. M.C.
(Notizie su Israele, 22 maggio 2003)
........................................................
Ebrei invisibili nella Norvegia del dopo 7 ottobre
Un rapporto ufficiale del governo norvegese denuncia isolamento, paura e discriminazioni crescenti mentre molti ebrei scelgono di nascondere la propria identità e i bambini pagano il prezzo più alto
di Rosa Davanzo
Anche in Norvegia essere ebrei sta diventando un esercizio di prudenza quotidiana. Non si tratta soltanto di episodi di ostilità o di insulti occasionali. A preoccupare gli stessi ricercatori che hanno condotto l’indagine è un fenomeno più profondo e insidioso, perché riguarda la progressiva scomparsa degli ebrei dallo spazio pubblico, dalle scuole e dalle relazioni sociali. Una ritirata silenziosa che nasce dalla paura di esporsi e che colpisce soprattutto i più giovani.
A lanciare l’allarme è un nuovo rapporto del Centro per gli Studi sull’Olocausto e le Minoranze Religiose, istituto di ricerca che opera sotto l’autorità del ministero dello Sviluppo Regionale e degli Enti Locali norvegese. Lo studio analizza la situazione vissuta dagli ebrei e dagli israeliani nel Paese scandinavo e descrive un clima che negli ultimi due anni si è fatto progressivamente più ostile. Secondo il rapporto, molti ebrei norvegesi sentono la necessità di nascondere la propria identità, soprattutto nei momenti di passaggio tra una scuola e l’altra o in nuovi contesti sociali. La conseguenza è un’invisibilità crescente che rischia di marginalizzare ulteriormente una comunità già minuscola sul piano numerico.
Le conclusioni dello studio arrivano dopo oltre due anni segnati dalle conseguenze del massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023. Da allora, come in molte altre nazioni occidentali, anche in Norvegia si è registrato un aumento degli episodi antisemiti e delle tensioni che coinvolgono direttamente le comunità ebraiche.
Il ministro dello Sviluppo Regionale e degli Enti Locali, Bjørnar Skjæran, ha riconosciuto apertamente la gravità della situazione. «Sapevamo già che l’antisemitismo in Norvegia si era intensificato dopo il 7 ottobre. Questo rapporto fornisce ora una documentazione concreta di come gli ebrei vivono questa realtà». Parole che assumono un peso particolare perché provengono da un membro del governo e non da un’organizzazione comunitaria.
La parte più inquietante dello studio riguarda i bambini. I genitori intervistati raccontano episodi ripetuti di esclusione sociale, isolamento e difficoltà di integrazione nelle scuole. Cortili e aule scolastiche, che dovrebbero rappresentare luoghi di crescita e socializzazione, stanno diventando per molti giovani ebrei ambienti nei quali è preferibile mimetizzarsi. «È profondamente preoccupante che gli ebrei in Norvegia sperimentino insicurezza e isolamento», ha dichiarato ancora Skjæran, aggiungendo di essere particolarmente colpito dalla vulnerabilità degli studenti ebrei.
La comunità ebraica norvegese conta appena poche migliaia di persone ed è concentrata soprattutto nell’area di Oslo. Si tratta di una delle cinque minoranze nazionali ufficialmente riconosciute dal Paese. Le sue dimensioni ridotte la rendono particolarmente esposta. Ogni episodio di ostilità produce infatti effetti amplificati rispetto a quelli che potrebbero verificarsi in comunità numericamente più consistenti.
Anche i servizi di sicurezza norvegesi hanno più volte segnalato un deterioramento del quadro generale. La Police Security Service ha avvertito che il contesto per le comunità ebraiche è diventato più instabile e che le misure di protezione attorno a sinagoghe, scuole e centri comunitari richiedono un rafforzamento costante.
Il risultato è una vita ebraica sempre più condizionata dalla sicurezza. Telecamere, controlli, personale dedicato e procedure di protezione stanno diventando elementi ordinari dell’esistenza quotidiana di una comunità che fino a pochi anni fa considerava queste precauzioni eccezionali.
Il dato forse più significativo emerso dal rapporto riguarda però la dimensione culturale del fenomeno. Quando una minoranza sceglie di rendersi invisibile per evitare problemi, la questione supera il numero degli incidenti registrati dalla polizia e investe direttamente la qualità della democrazia. La Norvegia, considerata da molti un modello di inclusione e tolleranza, si trova oggi davanti a una domanda difficile. Quanto può dirsi davvero aperta una società nella quale una parte dei suoi cittadini ritiene più sicuro non mostrare chi è?
(Setteottobre, 3 giugno 2026)
........................................................
Beaufort tra storia, letteratura e cinema: dalla conquista al simbolo
di Michelle Zarfati
La fortezza di Beaufort, castello crociato situato nel sud del Libano, fu conquistata dall’esercito israeliano nel 1982, nel corso della prima guerra del Libano. Da quel momento divenne uno dei punti strategici più importanti della cosiddetta “fascia di sicurezza” israeliana nel Libano meridionale, mantenendo una posizione dominante sulla valle dello Zahrani e sull’area circostante. Nel corso degli anni, Beaufort assunse però un significato che andò ben oltre quello militare. La sua collocazione isolata, la continua esposizione agli attacchi e le condizioni operative sempre più difficili ne fecero uno dei simboli della lunga presenza israeliana nel sud del Libano, culminata nel ritiro unilaterale del maggio 2000.
Proprio da questa esperienza nasce una delle rappresentazioni più note della vicenda: il romanzo “Tredici soldati” di Ron Leshem, pubblicato in Israele nel 2005 con il titolo originale “Im Yesh Gan Eden” (Se esiste il paradiso). Il libro narra gli ultimi mesi di permanenza di un’unità israeliana nella fortezza prima dell’evacuazione definitiva. Leshem costruisce una narrazione corale che segue la vita quotidiana dei soldati all’interno del complesso fortificato: l’attesa, la paura e la routine militare. Beaufort diventa così un luogo sospeso, per il lettore e per i protagonisti. Il romanzo ottenne un forte riconoscimento in Israele, vincendo il Premio Sapir e imponendosi come una delle opere più significative sulla guerra del Libano e sulle sue conseguenze umane e generazionali.
Nel 2007 il libro è stato adattato per il cinema con il film Beaufort, diretto da Joseph Cedar, che ha co-sceneggiato la pellicola insieme allo stesso Leshem. Il film mantiene il contesto degli ultimi giorni di presenza israeliana nella fortezza, concentrandosi sul gruppo di soldati incaricati di difenderla fino all’ordine di evacuazione. Beaufort ha ottenuto un importante riconoscimento internazionale, vincendo l’Orso d’Argento per la miglior regia al Festival di Berlino nel 2007 e ricevendo la candidatura all’Oscar come miglior film in lingua straniera.
Nel passaggio dalla storia alla letteratura e poi al cinema, Beaufort si è trasformata da avamposto militare a simbolo culturale: un luogo in cui si concentra l’esperienza della guerra nel Libano meridionale e in cui una generazione ha elaborato, attraverso la narrazione, il senso del limite, dell’attesa e della fine del conflitto.
(Shalom, 2 giugno 2026)
........................................................
Bibi spinge per l'assalto a Beirut
Pronta la rappresaglia dopo l'uccisione da parte di Hezbollah di un giovane sergente. Ordinate azioni nelle roccaforti sciite. Donald fa il pompiere: «Gli scontri finiranno».
di Mirko Molteni
I combattimenti fra Israele ed Hezbollah in Libano complicano il quadro mediorientale, anche se nel tardo pomeriggio di ieri indiscrezioni di Axios davano per possibile un «cessate il fuoco totale e immediato» e, verso sera, si aveva notizia di una telefonata con cui il presidente Usa Donald Trump intendeva chiedere al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu «cosa succede in Libano». Per poi rassicurare: «I combattimenti finiranno». Ali Hamdan, vicino a Hezbollah e consigliere del presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, ha fatto sapere ad Axios: «Ho chiamato l'ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, e gli ho detto a nome del presidente Berri che Hezbollah sarà pronto a impegnarsi totalmente per un cessate il fuoco completo e siamo pronti a garantirlo». Per ora, tuttavia, non si intravedono indizi concreti. Mentre le truppe di Israele avanzavano nel Sud del Paese, il presidente libanese Joseph Aoun ha ribadito ad Al Jazeera che «non c'è alternativa al negoziare con gli israeliani». Ma Beirut non ha controllo su Hezbollah, il partito armato sciita filoiraniano che è uno «Stato nello Stato». E finché gli sciiti spareranno ordigni sul Nord di Israele, le truppe con la stella di Davide continueranno i combattimenti a terra e i raid dal cielo. Lo ha ricordato anche il segretario di Stato americano Marco Rubio, dopo aver parlato con Aoun e Netanyahu: «Hezbollah per prima deve cessare gli attacchi su Israele». Per la serata era prevista una riunione d'urgenza del Consiglio di sicurezza dell'Onu, richiesta dalla Francia, ex potenza mandataria del Libano in epoca coloniale. Ieri Netanyahu ha ordinato nuovi attacchi aerei sulla periferia Sud di Beirut, il quartiere Dahiyeh, roccaforte di Hezbollah, sollecitandone l'evacuazione. È la rappresaglia per il raid con droni di Hezbollah che ha ucciso il sergente maggiore israeliano Adam Tzarfati, 20 anni, e ne ha feriti altri due vicino all'antico castello crociato di Beaufort, ruderi dell'ancora preziosa posizione strategica, che nelle ore precedenti era stato strappato ai guerriglieri filoiraniani. Hezbollah ha però dichiarato ieri che «i combattimenti nell'area di Beaufort proseguono» poiché sta conducendo «una battaglia di logoramento». Intanto il ministro della Difesa ebraico, lsrael Katz, è stato chiaro: «Se non c'è pace al Nord d'Israele, non ci sarà pace a Beirut». Ha precisato che «il nostro obiettivo è mettere sotto controllo l'area del fiume Litani». L'esercito ebraico è avanzato di 25 km oltre il fiume e ha dichiarato «zona di guerra» una fascia fino a 50 km. Media israeliani come Channel 12 hanno sostenuto che per ora non ci sarebbe un ok degli Stati Uniti all'espansione delle operazioni israeliane in Libano, ma i24 News riporta invece voci da un «funzionario statunitense» secondo il quale il via libera ci sarebbe. Ieri si segnalavano almeno due ulteriori droni sciiti lanciati su Israele, uno caduto senza vittime vicino a una base militare a Shomera, l'altro intercettato, mentre un terzo drone ha fatto scattare l'allarme ma non ha passato la frontiera. Razzi sciiti hanno inoltre fatto suonare le sirene a Margaliot e Kiryat Shmona. Nonostante i sistemi di difesa come l'Iron Dome abbattano la maggior parte degli ordigni, Israele reputa vitale una fascia di sicurezza oltre il confine. Vero è, però, che ieri è stato deciso il ritiro di una divisione israeliana, la 146 dal fronte libanese, il che lascerebbe ora schierate sul campo solo le divisioni 91 e 36. Fra le azioni israeliane, soldati della Brigata Givati hanno ucciso con droni tre miliziani di Hezbollah a Nord del fiume Litani, mentre incursioni aeree su un incrocio stradale e un edificio vicino all'ospedale Jabal Amel di Tiro hanno causato 6 morti e 23 feriti. Da quando il 2 marzo è iniziata la nuova fase della perenne guerra fra Israele ed Hezbollah, a seguito dei lanci di missili dal Libano in solidarietà all'Iran, il ministero della Sanità di Beirut ha stimato che i raid abbiano causato 3.433 morti e 7.755 feriti, mentre Israele afferma, dal canto suo, di aver ucciso «900 terroristi di Hezbollah».
(La Verità, 2 giugno 2026)
........................................................
L'ldf avanza in Libano contro Hezbollah ma la Francia fa un appello urgente all'Onu
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - L’altro ieri un grave attentato, ad opera di un palestinese trentenne di Hebron, in Giudea e Samaria, al bivio di Gush Etzion, dove un'automobile è stata lanciata contro una fermata dell'autobus, ha ferito due adolescenti, una delle quali in modo grave. Il terrorista è stato ucciso da un soldato dell'ldf. Israele è sotto attacco anche all'interno del Paese, non solo ai suoi confini settentrionali, dove nella campagna di terra in Libano ha perso, nelle ultime 48 ore, due soldati a causa, come quasi sempre, dei droni a fibra ottica utilizzati da Hezbollah. Questa guerra, ormai definita la "guerra del cessate il fuoco", sta producendo gravi problemi allo Stato ebraico, innanzitutto sul piano della sicurezza dei cittadini del nord, ma anche politicamente, con risvolti strategici molto seri e preoccupanti. L'Iran e il suo principale alleato Hezbollah hanno assunto un approccio arrogante e sfrontato nei confronti di Israele. Il timore delle conseguenze cui potevano andare incontro adottando comportamenti bellici spregiudicati non esiste più. Le cause sono molteplici, ma soprattutto la riuscita dell'invasione del 7 ottobre e, forse ancor di più, la consapevolezza di non essere stati piegati dagli Stati Uniti e da Israele nel corso della recente guerra. Molto semplicemente, ritengono che il peggio sia passato e che lo "Stato sionista" sia aggredibile con successo nella sua interezza. L'Iran ieri ha dichiarato che il Libano è un proprio alleato e che non esiterà a compiere qualsiasi azione per aiutare il Paese dei Cedri contro quella che definisce l'aggressione del regime sionista. È di ieri la dichiarazione del ministro degli Esteri iraniano secondo cui, se Israele attaccherà Beirut, l'Iran colpirà Israele. Teheran ha anche interrotto gli scambi di messaggi con gli Usa a causa dei "crimini d'Israele" in Libano. L'Iran considera un unico fronte il Libano e l'Iran. In questo atteggiamento, Teheran si sente più che supportata dall'Onu, ormai istituzione fatiscente che qualche giorno fa ha inserito Israele nella lista nera dei Paesi accusati di utilizzare la violenza sessuale nei conflitti armati e nei confronti dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, accomunando così Israele e Hamas. Questo nonostante l'Onu abbia ammesso, per bocca della rappresentante speciale Pramila Patten, di non disporre di dati propri, ma soltanto di quelli forniti da Hamas. L'ambasciatore israeliano presso l'Onu, Danny Danon, ha definito oltraggiosa la decisione e ha precisato che più volte i funzionari delle Nazioni Unite sono stati invitati a ispezionare le carceri israeliane, ottenendo però sempre un rifiuto. A questo punto è comprensibile la scelta dello Stato ebraico di interrompere i rapporti con l'ufficio del segretario generale Antonio Guterres, al quale tra pochi mesi scadrà il mandato. In questo quadro, Israele domenica ha conquistato la fortezza crociata di Beaufort, a nord del fiume Litani. Oltre all'importanza strategica, la conquista ha un forte valore simbolico: l'ldf vuole dimostrare che fare la guerra a Israele non può portare ad altro che alla sconfitta. Dopo la dichiarazione di Netanyahu sulla volontà di colpire obiettivi terroristici a Beirut, la popolazione di Dahieh è stata invitata a sgomberare l'area perché destinata a essere bombardata dall'ldf. Il rischio concreto che questo finto cessate il fuoco si trasformi in una vera e propria guerra appare sempre più evidente. Netanyahu ha citato i progressi ottenuti contro Hezbollah, la conquista di Beaufort e l'uccisione di 700 miliziani nell'ultimo mese. Ha inoltre dichiarato di voler riprendere l'iniziativa su tutti i fronti: Gaza, Siria e Libano. Le polemiche provenienti dall'opposizione, in particolare da Bennett ed Eisenkot, che contestano l'utilità della conquista della roccaforte sostenendo che Hezbollah continua a martellare il nord di Israele con droni e razzi dal 2 marzo, rendono però il quadro politico sempre più instabile man mano che ci si avvicina alle elezioni. Anche in questo caso a soccorrere Hezbollah è intervenuta la Francia, che ha chiesto la convocazione del Consiglio di Sicurezza sostenendo che Israele avrebbe violato il diritto internazionale invadendo il Libano. Ma lanciare razzi senza sosta contro il territorio israeliano e rifiutare categoricamente di applicare la risoluzione 1701 dell'Onu, che prevede il ritiro della milizia sciita a nord del Litani e il suo successivo disarmo, che tipo di violazione rappresenta?
(Il Riformista, 2 giugno 2026)
........................................................
BioMed Israel 2026: ricerca medica, futuro e la capacità di guardare oltre
Da Tel Aviv arriva la lezione di un ecosistema che, anche dopo il 7 ottobre, continua a puntare su scienza, innovazione, medtech e cooperazione internazionale.
di Paolo Barbanti
Nelle scorse settimane a Tel Aviv si è tenuto BioMed Israel 2026, un congresso internazionale dedicato ai settori delle life sciences e del medtech che rappresenta da sempre un punto di riferimento per la ricerca, l’innovazione e tutti i componenti di quel dinamico ecosistema che ha fatto di Israele la Start-Up Nation.
Gli argomenti affrontati hanno spaziato in ambiti molto diversi. Dalla ricerca fondamentale, che trova poi applicazione clinica nello sviluppo di nuovi farmaci, allo studio dei nuovi materiali e delle loro applicazioni in ortopedia. Dalla bioconvergenza tra ricerca biologica, medtech e big data, che consente di sviluppare strumenti diagnostici e terapeutici sempre più efficaci accompagnati da un monitoraggio continuo del paziente, alla systems biology che, attraverso l’analisi della complessità cellulare, integra i diversi meccanismi intracellulari coinvolti nella genesi delle malattie.
Grande attenzione è stata dedicata anche agli studi sperimentali sul funzionamento del cervello. In questo settore neurochirurgia, neuroscienze e nuovi dispositivi medici per la trasmissione del segnale consentono oggi percorsi di riabilitazione sempre più efficaci e il recupero di funzioni perdute in pazienti colpiti da patologie o da gravi traumi. Ampio spazio è stato riservato inoltre all’intelligenza artificiale applicata all’attività clinica e alla drug discovery, quel lungo e complesso processo che conduce all’identificazione di farmaci sempre più efficaci, così come ai computer quantistici e alle loro possibili applicazioni in medicina e in numerosi altri settori di rilevanza sociale, economica e geopolitica.
Sono stati tre giorni molto intensi, scanditi da keynote lectures, presentazioni aziendali, incontri con start-up, progetti di ricerca e tavole rotonde. Il tutto in un ambiente professionale, informale e produttivo, dove multinazionali globali presentavano i loro programmi e discutevano insieme a start-up, centri di ricerca, università, venture capital e business angel. Le idee e i progetti nascono proprio da queste collaborazioni, da un’osmosi continua e feconda tra mondi diversi che condividono la stessa tensione verso l’innovazione.
Non voglio soffermarmi qui sulla scienza e sulle tecnologie, che ogni volta rappresentano una straordinaria fonte di ispirazione, né sull’importanza della ricerca e della costante volontà di spingere in avanti la frontiera della conoscenza. Una spinta alimentata dalla curiosità, come ricordava Chaim Weizmann, fondatore di quello che sarebbe diventato il Weizmann Institute of Science, uno dei grandi fari della ricerca scientifica mondiale e una fucina di idee che ha contribuito allo sviluppo di numerosi farmaci innovativi.
Chaim Weizmann, oltre a essere stato un grande scienziato, fu anche il primo presidente dello Stato di Israele. La sua vicenda personale sembra quasi racchiudere una visione: guardare sempre avanti. Lo stesso spirito si ritrova nella Università ebraica di Gerusalemme e nel Technion di Haifa, entrambe fondati prima della nascita dello Stato di Israele, così come nella Università di Bar-Ilan, in quella di Tel Aviv, nella Università Ben-Gurion a Be’er Sheva e nella più recente scuola di medicina dell’Università Reichman di Herzliya, che propone un approccio innovativo sul piano didattico.
Vorrei però fare alcune considerazioni personali. Decine di volte sono andato in Israele e questa è stata la mia settima visita dopo il 7 ottobre. Sono tornato a Rehovot, al Weizmann Institute, per incontrare amici e colleghi. Ho visitato ospedali, incubatori e congressi tra Tel Aviv e Gerusalemme, partecipando sia a BioMed Israel sia a IATI MIXiii.
Era importante esserci. Per me rappresentava quasi un dovere morale, perché ho visto da vicino ciò che è accaduto e le reazioni che ne sono seguite. Ho visto un Paese profondamente scosso, ma capace di reagire.
Ricordo bene marzo 2024, durante IATI MIXiii a Gerusalemme. In quell’occasione Dror Bin, direttore della Israel Innovation Authority, l’agenzia governativa responsabile dello sviluppo dell’innovazione e dell’attrazione degli investimenti, affermò che l’ecosistema della ricerca e dell’innovazione doveva continuare a essere uno dei pilastri del Paese. La deep tech era considerata fondamentale per il futuro di Israele. In quel momento oltre 400.000 riservisti erano stati mobilitati e molti di loro lavoravano proprio nei settori delle life sciences e del medtech. Non dovevano essere lasciati soli. Il messaggio era chiaro: il Paese voleva continuare a guardare avanti.
In quell’occasione ho presentato anche un intervento dedicato alle collaborazioni con l’Italia, alle competenze presenti nel nostro sistema e alle opportunità che avremmo potuto sviluppare insieme. Alcuni Paesi, come la Germania, dopo il 7 ottobre hanno persino intensificato la cooperazione scientifica con Israele. Da parte di una parte significativa dell’accademia italiana, invece, è mancata quella chiarezza e quella vicinanza che sarebbero state auspicabili. Sappiamo bene che cosa è accaduto.
La ricerca medica dovrebbe restare al di sopra delle logiche politiche, conservarsi autonoma, libera e orientata esclusivamente alla conoscenza e al progresso. Per quanto mi riguarda, il bilancino preferisco utilizzarlo per pesare con precisione le sostanze necessarie a un esperimento scientifico.
Resilienza significa anche questo: saper guardare avanti nonostante le difficoltà. Significa continuare a costruire, innovare e collaborare quando sarebbe più facile fermarsi. Da chi riesce a farlo ogni giorno possiamo imparare molto. Israele non deve essere lasciato sola. Ha ancora molte cose da insegnare e da condividere.
(Setteottobre, 2 giugno 2026)
........................................................
Da soldato nel Libano del Sud e ora il ritorno al Beaufort
Quando ho visto le immagini del Beaufort, ho inevitabilmente ripensato al periodo che ho trascorso nel Libano del Sud.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - All'epoca ero un soldato della Brigata Givati. In seguito sono tornato anno dopo anno nella zona di sicurezza come riservista. Per molti giovani israeliani oggi il Beaufort è solo una vecchia fortezza da qualche parte in Libano. Per la mia generazione è qualcosa di diverso. È memoria. È storia. È legato a volti, a compagni che non sono tornati. Tre dei miei amici caddero allora nel Libano del Sud: Oren Kamil, Ronen Weiss e Alex Singer. I loro nomi rappresentano i 256 soldati israeliani che hanno perso la vita durante gli anni della zona di sicurezza. Per questo la notizia che oggi, 26 anni dopo il ritiro, i soldati israeliani sono di nuovo sul Beaufort è per me molto più di un semplice comunicato militare. Tocca una ferita aperta della storia israeliana. Perché con il ritorno sul Beaufort, Israele non torna solo su una cresta strategica. Ritorna a un dibattito che accompagna il nostro Paese da decenni: un ritiro può davvero portare sicurezza, se la controparte lo interpreta non come un passo verso la pace, ma come una vittoria su Israele?
A 26 anni dal ritiro delle truppe israeliane dalla zona di sicurezza nel Libano meridionale, la bandiera israeliana sventola nuovamente sul Beaufort. Per molti di noi nel Paese questa roccaforte in Libano è una sorta di nostalgia, ma in realtà è un momento storico di enorme importanza strategica e simbolica. Il Beaufort, l’antica fortezza crociata sulla cresta di Ali Taher, è profondamente impresso nella memoria israeliana. Già il primo giorno della prima guerra del Libano, nel giugno 1982, la postazione fu conquistata dai soldati dell’unità di ricognizione Golani con gravi perdite. Sei giovani combattenti caddero allora nel tentativo di cacciare i terroristi dell’OLP da uno dei punti di osservazione più importanti del Libano meridionale. Da qui venivano lanciati razzi contro i centri abitati del nord di Israele.
In seguito, il Beaufort divenne non solo un simbolo di coraggio militare, ma anche un simbolo del coinvolgimento israeliano in Libano. Le immagini dell’allora primo ministro Menachem Begin sulla cima del Beaufort sono passate alla storia. Per molti israeliani, da allora in poi la fortezza rappresentò gli anni difficili nella “palude” libanese.
Ora la storia è ritornata in modo sorprendente. Nelle prime ore di domenica mattina, unità della Brigata Golani, della Brigata Givati, della 7ª Brigata corazzata e di altre unità d’élite hanno riconquistato il Beaufort. Supportate da massicci attacchi aerei, fuoco di artiglieria e un preciso lavoro dei servizi segreti, le nostre truppe sono nuovamente avanzate sulla catena montuosa strategica e vi hanno consolidato il loro controllo. Ma questa volta non si tratta solo di simbolismo. La conquista del Beaufort fa parte di una vasta offensiva israeliana contro Hezbollah. Negli ultimi decenni l’organizzazione terroristica aveva trasformato l’intera zona in una fortezza militare. Con il sostegno iraniano vi sono stati costruiti impianti sotterranei, posti di osservazione, rampe di lancio e centri di comando. Da queste postazioni sono stati lanciati centinaia di razzi contro città e villaggi israeliani.
Particolarmente significativo è il fatto che le truppe israeliane abbiano ormai attraversato il fiume Litani e stiano estendendo le loro operazioni a nord del fiume. In questo modo l’IDF si spinge in aree che sono state a lungo considerate il cuore di Hezbollah e che erano rimaste praticamente intatte dal ritiro di Israele nel 2000.
Per Hezbollah, la perdita del Beaufort è molto più che la perdita di una montagna. La roccaforte è considerata una delle sue risorse strategiche più preziose nel Libano meridionale. Chi controlla il Beaufort controlla gran parte dell’area circostante attraverso l’osservazione e la direzione del fuoco. Per questo motivo l’esercito israeliano aveva già previsto in anticipo che Hezbollah avrebbe reagito con un intensificato bombardamento missilistico.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato di una «svolta drammatica». Ha ricordato che 44 anni fa la Beaufort era stata sia un simbolo dell’eroismo israeliano sia un simbolo di divisione interna. Oggi, secondo Netanyahu, Israele è tornato diverso: unito, determinato e più forte di prima. Che si sia d'accordo o meno con questa valutazione, una cosa è difficilmente contestabile: la conquista del Beaufort segna un profondo cambiamento nella strategia di sicurezza israeliana. Per anni il motto è stato: contenimento, deterrenza e reazione. Dal 7 ottobre questo modo di pensare è cambiato radicalmente. Israele non cerca più solo di respingere gli attacchi. Israele sta spostando la difesa in avanti. Le zone di sicurezza non sorgono più solo lungo il confine, ma oltre il confine. Nella Striscia di Gaza, in Siria e ora di nuovo in Libano.
Per gli abitanti del nord di Israele questo è il vero messaggio dell’operazione. Vivono da anni sotto la minaccia di razzi, droni e missili anticarro di Hezbollah. Molti non hanno potuto tornare nelle loro case. La domanda che si pongono è semplice: questa volta riusciranno a tenere il pericolo lontano dal confine in modo permanente? Nessuno oggi conosce la risposta. Una cosa è certa: con il ritorno sul Beaufort, Israele ha superato una linea che, dal ritiro dal Libano nel 2000, era considerata intoccabile.
Ricordiamo: l'uomo che nel 2000 ritirò le truppe israeliane dal Libano meridionale fu l'allora primo ministro Ehud Barak, oggi uno dei più accaniti oppositori politici di Benjamin Netanyahu. Barak pose così fine a una presenza israeliana di 18 anni nella zona di sicurezza. All'epoca molti israeliani accolsero con favore il ritiro. Dopo anni di perdite umane, si sperava in una tregua al confine settentrionale. Durante gli anni della zona di sicurezza israeliana nel Libano meridionale, dal 1985 fino al ritiro nel 2000, 256 soldati israeliani caddero in combattimento. Io stesso ero allora un giovane soldato nell’unità Givati e in seguito prestai spesso servizio come riservista, ogni anno, nella zona cuscinetto del Libano meridionale, spesso insieme ai soldati dell’SLA. Tre dei miei compagni caddero allora nei combattimenti nel Libano meridionale. I soldati dell’SLA (Esercito del Libano Meridionale) erano una milizia prevalentemente cristiana e in parte sciita nel Libano meridionale, che durante la zona di sicurezza israeliana collaborò strettamente con l’IDF e combatté insieme contro l’OLP e, in seguito, contro Hezbollah. Dopo il ritiro israeliano nel 2000, l’SLA si è in gran parte disgregata. Molti dei suoi combattenti e delle loro famiglie sono fuggiti in Israele perché temevano ritorsioni da parte di Hezbollah.
Ma già allora era chiaro a molti: il ritiro avrebbe forse posto fine temporaneamente ai combattimenti, ma non avrebbe portato la pace. Nessuno parlava seriamente di pace. La vera speranza era che, dopo un ritiro completo di Israele, Hezbollah avrebbe perso il suo pretesto per la lotta armata. Questa speranza non si è avverata.
Il Beaufort non è quindi solo una postazione militare. È un simbolo del cambiamento della dottrina di sicurezza di Israele. Il futuro ci dirà se questa nuova strategia porterà stabilità a lungo termine o se inaugurerà una nuova fase del conflitto. Una cosa è certa: dopo 26 anni, Israele è di nuovo a Beaufort, e questo fatto cambia radicalmente la realtà nel Libano del Sud. E dobbiamo prendere atto che i ritiri unilaterali delle truppe, come quello dal Libano e successivamente dalla Striscia di Gaza, non garantiscono nulla. In questo modo forse soddisfiamo il mondo occidentale, ma non noi stessi! Cautela per il futuro!
(Israel Heute, 1 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Hamas teme l’accordo tra Washington e Teheran
Cresce l’allarme all’interno di Hamas. L’organizzazione terroristica teme che un’intesa tra Washington e Teheran possa portare a una nuova fase di intensificazione delle operazioni israeliane nella Striscia di Gaza, con il rischio di un progressivo ampliamento del controllo territoriale da parte di Gerusalemme
di Yoni Ben Menachem
Hamas tace da un po’ di tempo, ma starebbe seguendo con estrema attenzione gli sviluppi dei negoziati in corso tra Stati Uniti e il regime iraniano. Secondo analisti israeliani vicini all’organizzazione, tra i vertici di Hamas cresce la preoccupazione per due dinamiche che potrebbero modificare profondamente gli equilibri del conflitto.
La prima è quella che viene percepita come una nuova strategia israeliana nella Striscia: un progressivo superamento della cosiddetta linea gialla nelle operazioni militari e un ampliamento delle eliminazioni mirate contro i comandanti più importanti dall’ala militare di Hamas; una linea d’azione che godrebbe del sostegno degli Stati Uniti. Il secondo problema, per l’organizzazione terroristica, è la paura che l’accordo in fase di definizione tra Washington e la teocrazia degli ayatollah non contenga alcun riferimento alla situazione nella Striscia di Gaza, lasciando così il territorio palestinese esposto a un’intensificazione delle operazioni israeliane.
Le informazioni che vengono fatte filtrare dai canali diplomatici tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica suggeriscono infatti che il centro delle trattative sia rappresentato da altri dossier, come il Libano, lo Stretto di Hormuz e la questione nucleare. In pratica, la Striscia di Gaza sarebbe secondaria, nell’economia della trattativa; un fatto particolarmente allarmante per Hamas. Che teme infatti che la comunità internazionale stia cercando di favorire una stabilizzazione complessiva del Medio Oriente “declassando” l’importanza della Striscia di Gaza. Fonti militari israeliane di Epoch, confermano che una delle principali preoccupazioni di Hamas riguardi proprio le conseguenze che un’intesa tra Stati Uniti e Iran potrebbe avere per Israele. Finora, il pericolo di una guerra totale contro Iran, Libano, Iraq o Yemen ha costretto Israele a distribuire risorse militari e attenzione politica su più fronti contemporaneamente; ma se la tensione con la teocrazia iraniana dovesse ridursi in seguito all’accordo, Gerusalemme potrebbe concentrare le operazioni militari nella Striscia di Gaza.
Secondo le informazioni disponibili, le intese in fase di elaborazione potrebbero comprendere anche un cessate il fuoco completo in Libano e una serie di accordi sul confine settentrionale israeliano. Uno scenario di questo tipo comporterebbe, agli occhi di Hamas, la neutralizzazione di uno dei principali fronti che hanno contribuito a esercitare pressione su Israele dall’inizio della guerra.
Ma le preoccupazioni dell’organizzazione terroristica non si limitano al piano militare. Tra i vertici di Hamas cresce anche il timore che un eventuale successo diplomatico dell’intesa tra Washington e Teheran possa spostare l’attenzione internazionale verso la distensione in Medio Oriente, relegando progressivamente la questione di Gaza in secondo piano. E il ruolo di Hamas, ormai è evidente, è proprio quello di buttare più benzina possibile sul fuoco del conflitto contro Israele, non certo quello di giungere una soluzione qualsivoglia a Gaza.
In un contesto simile, Israele potrebbe continuare le proprie operazioni nella Striscia senza la pressione politica della comunità internazionale. E Israele, in quel caso, sarebbe in grado di annientare totalmente Hamas. Che teme inoltre che Israele possa rilanciare, con il sostegno o quantomeno il consenso degli Stati Uniti, il progetto di emigrazione volontaria dei residenti della Striscia di Gaza verso Paesi terzi, che prevede la creazione di una struttura amministrativa specificamente incaricata di favorire l’emigrazione volontaria degli abitanti di Gaza verso altri Paesi. Il progetto si inserisce in una linea politica che richiama alcune proposte formulate in passato da Donald Trump riguardo al futuro della Striscia e alla possibilità di ricollocare parte della popolazione palestinese al di fuori di quel martoriato territorio.
In sintesi, Hamas teme che una stabilizzazione degli altri fronti in Medio Oriente possa finire per lasciare Gaza isolata sul piano diplomatico e più vulnerabile sul piano militare, proprio nel momento in cui gli equilibri del Medio Oriente potrebbero essere ridefiniti da un nuovo accordo tra Stati Uniti e la dittatura iraniana.
(The Epoch Times, 1 giugno 2026)
........................................................
Nonostante il boicottaggio di Mamdani: decine di migliaia di persone festeggiano la «Giornata di Israele»
 |
 |
FOTO
Partecipanti alla «Giornata di Israele» a New York festeggiano sulla «Fifth Avenue di Manhattan»
|
|
NEW YORK – Domenica a New York decine di migliaia di persone hanno partecipato all’annuale parata di Israele. Il sindaco Zohran Mamdani (Democratico) non era però presente alla «Giornata di Israele sulla Quinta», come hanno riferito le emittenti internazionali; il nome si riferisce alla Fifth Avenue a Manhattan. Mamdani è quindi il primo sindaco della città a non partecipare all’evento dalla sua fondazione nel 1965.  Il figlio della rinomata regista Mira Nair aveva già annunciato un possibile boicottaggio durante la sua campagna elettorale. Mamdani è considerato un convinto filopalestinese e in passato ha ripetutamente criticato aspramente il governo israeliano.  Il numero di visitatori dell’“Israel Day” è stato tuttavia più alto che mai. Gli organizzatori stimano che i partecipanti alla parata siano stati circa 50.000. Oltre alla sfilata, che si è fatta strada sulla “Fifth Avenue di Manhattan” tra balli, canti e festeggiamenti, numerosi amici di Israele hanno affollato i marciapiedi.  All’evento hanno partecipato anche diversi influenti politici americani, tra cui la governatrice dello Stato di New York, Kathy Hochul (Democratici). Erano presenti anche il predecessore di Mamdani, Eric Adams, e Michael Bloomberg. Oltre ai rappresentanti americani, è arrivata anche una delegazione di politici israeliani, guidata dal portavoce della Knesset Amir Ochana (Likud). Il ministro delle Finanze israeliano di destra nazionalista Bezalel Smotrich (Sionismo Religioso) è apparso senza preavviso.
• Probabilmente il più grande dispiegamento di forze di polizia
La “Giornata di Israele” celebra l’identità ebraica e l’esistenza dello Stato di Israele. Con oltre un milione di abitanti ebrei, New York è la città con la più grande popolazione ebraica al di fuori di Israele. Erik Goldstein, amministratore delegato della più grande organizzazione ebraica di beneficenza di New York, la “UJA-Federation of New York”, ha sottolineato in un’intervista all’emittente americana “Fox 5”, riferendosi al capo del governo Benjamin Netanyahu (Likud): “Non celebriamo la politica di Israele o la linea politica di Netanyahu. Celebriamo il miracolo dell’esistenza dello Stato di Israele”. Il motto dell’evento era: “Proud Americans, Proud Zionists” (Orgogliosi americani, orgogliosi sionisti).
Sebbene negli ultimi mesi gli attacchi antisemiti abbiano fatto sempre più spesso notizia a livello internazionale, durante la parata sulla “Manhattan Fifth Avenue” non si sono verificati disordini. Il capo della polizia di New York Jessica Tisch ha dichiarato: «Probabilmente si tratta del più grande dispiegamento di forze di polizia che la città abbia mai visto in occasione di un evento di questo tipo». Anche la capo della polizia ebrea ha partecipato alla sfilata. All’evento hanno preso parte sia ebrei che cristiani e musulmani.
(Israelnetz, 1 giugno 2026)
........................................................
Israele conquista Beaufort, castello simbolo del Libano meridionale
di Ugo Volli
• La riconquista del castello crociato
La brigata Golani, reparto d’eccellenza dell’esercito israeliano, ha conquistato abbastanza facilmente nella notte tra sabato e domenica la montagna del Libano meridionale sormontata dal castello crociato di Beaufort. È un evento di notevole importanza simbolica e soprattutto strategica. Beaufort era stato conquistato nel 1982 con una difficile battaglia dalla stessa brigata Golani contro i terroristi dell’OLP (oggi sostituiti da Hezbollah) che la usavano come base per gli attentati contro la regione settentrionale di Israele e poi abbandonato nel 2000, nell’ambito del ritiro da Libano ordinato dal primo ministro Barak, con una decisione vissuta dal pubblico israeliano come l’ammissione di una sconfitta o di un’impossibilità di garantire la sicurezza del confine settentrionale dello Stato.
• La dichiarazione di Netanyahu
L’importanza simbolica di questo ritorno è stata sottolineata da una dichiarazione solenne di Netanyahu: “Ieri sera, i nostri eroici combattenti hanno conquistato il castello di Beaufort. Lì hanno issato con orgoglio la bandiera dello Stato di Israele e la bandiera della Brigata Golani. Vi ricordo che 44 anni fa, questo luogo era il simbolo di un’eroica battaglia combattuta dai nostri combattenti, ma era anche il simbolo di una profonda divisione tra noi. Oggi siamo tornati a Beaufort in modo diverso. Siamo tornati uniti, determinati e più forti che mai. […] La conquista di Beaufort rappresenta una tappa fondamentale e un cambiamento radicale nella politica che stiamo portando avanti. Abbiamo abbattuto la barriera della paura. Stiamo prendendo l’iniziativa, stiamo operando su tutti i fronti: in Siria, a Gaza, in Libano; abbiamo istituito zone di sicurezza oltre i nostri confini per proteggere le nostre comunità”.
• L’importanza strategica
La ragione dell’importanza politica e simbolica è una posizione strategica che già era stata riconosciuta dai Crociati, che vi realizzarono nel 1139 un grande e potente castello, i cui resti sulla vetta della montagna sono ancora imponenti. Beaufort controlla dall’alto della sponda orografica destra il fiume Litani, nel punto in cui esso, provenendo da nord-est, cioè dalla valle della Bekaa che arriva fino in Siria, attraversa la catena montuosa del Libano e si dirige a ovest verso il Mare Mediterraneo, seguendo un percorso più o meno parallelo al confine fra Israele e Libano, che si trova quindici chilometri più a sud. Questa svolta del fiume, che forma una stretta valle dominata da Beaufort, è il punto in cui il Litani è più vicino al territorio israeliano, in particolare alle cittadine di Metulla e Kiryat Shmona, ma è anche il solo punto di passaggio facilmente transitabile nella catena montuosa che separa il Libano costiero meridionale dalla valle della Bekaa, entrambe dominate da Hezbollah: un passaggio che porta poi fino a Damasco e in prospettiva all’Iran. Prendere il possesso di Beaufort, dunque, con la sottostante città di Nabatieh, significa spezzare in due l’apparato terrorista, impedire i rifornimenti alle unità che bombardano la Galilea con razzi anticarro e i droni diretti con fibra ottica, i quali non possono essere lontani più di dieci chilometri dall’obiettivo, insomma stabilire il controllo sulla regione di confine, anche superando il limite simbolico del fiume Litani.
• L’offensiva israeliana
Le posizioni strategiche si sono insomma rovesciate, come ha detto Netanyahu: ora Israele è all’offensiva anche sul terreno e non solo dal cielo e può ripulire con tranquillità il territorio dalle basi terroriste, portando a termine il compito che secondo gli accordi internazionali avrebbero dovuto svolgere le forze dell’Onu e l’esercito libanese, ma che esse non hanno saputo o voluto fare. Anche se una tregua fra Usa e Iran bloccasse l’avanzata israeliana, la posizione di Beaufort, insieme a quella non lontana sul versante settentrionale del monte Hermon, è comunque tale da garantire in prospettiva la difesa della Galilea. Nel frattempo, poi, contro la minaccia dei missili a lunga distanza che Hezbollah spara da località libanesi più a nord, Israele ha ripreso l’iniziativa anche con i bombardamenti della città costiera di Tiro e soprattutto del Dahieh, quartiere meridionale sciita di Beirut dove ha sede il centro di comando di Hezbollah. Nonostante il tentativo francese di frenare alle Nazioni Unite l’azione israeliana e la volontà del regime iraniano di salvare il suo più prezioso movimento satellite con il blocco dei combattimenti in Libano, è possibile che questo sia l’inizio della fine per Hezbollah.
(Shalom, 1 giugno 2026)
........................................................
Mentre Trump si gingilla, l’Iran si riarma e riprende possesso di 1.000 missili balistici
Mentre Trump continua a gingillarsi gli iraniani stanno velocemente riprendendo le capacità offensive che avevano prima degli attacchi
di Sarah G. Frankl
Secondo un rapporto pubblicato domenica, l’Iran avrebbe ripristinato gli accessi a decine di impianti missilistici colpiti da Stati Uniti e Israele durante la recente guerra, mentre la Repubblica Islamica continua a ricostruire le proprie infrastrutture militari nel corso dei colloqui di cessate il fuoco con gli Stati Uniti.
Secondo la CNN, che cita immagini satellitari, l’Iran è riuscito a liberare 50 dei 69 ingressi dei tunnel in 18 diversi impianti missilistici sotterranei sparsi in tutto il Paese. Ha inoltre riparato altre aree danneggiate di quelle basi, comprese le principali vie di accesso che gli Stati Uniti e Israele hanno bombardato durante la guerra, secondo quanto riportato.
Il regime è “pronto a lanciare molti più missili a lungo raggio contro Israele e altre nazioni del Medio Oriente dopo aver rapidamente riportato alla luce i propri arsenali sepolti”, afferma il rapporto, citando esperti secondo cui l’Iran possiede ancora circa 1.000 missili balistici, la maggior parte dei quali è conservata in quei 18 siti.
Questo arsenale di missili è conservato in profondità sotto la superficie e è rimasto in gran parte intatto dagli attacchi statunitensi e israeliani, che hanno preso di mira gli ingressi dei tunnel e le infrastrutture circostanti.
Secondo gli esperti citati dalla CNN, le recenti immagini satellitari hanno rivelato i limiti della campagna di bombardamenti, con l’Iran che utilizza bulldozer e autocarri per riaprire i siti missilistici.
L’Iran può ora «continuare a lanciare missili fintanto che dispone di lanciatori e personale, anche se la produzione è stata interrotta», ha dichiarato alla CNN Sam Lair, ricercatore associato presso il James Martin Center for Nonproliferation Studies. «Non c’è nulla che impedisca ai lanciatori di essere armati con l’ampio arsenale di missili di cui gli iraniani dispongono ancora».
Secondo un recente rapporto della TV israeliana Channel 12, l’Iran ha ripreso anche la produzione di missili balistici, a un ritmo molto più veloce di quanto inizialmente previsto. I funzionari della difesa israeliani ritengono inoltre che l’Iran potrebbe ricostruire le proprie capacità in materia di droni nel giro di pochi mesi e aumentare significativamente la produzione di missili balistici entro circa un anno, o forse anche prima, secondo il rapporto.
Il cessate il fuoco dichiarato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump ad aprile è arrivato senza che fossero stati raggiunti gli obiettivi fondamentali della guerra, tra cui garantire che l’Iran non ottenga armi nucleari, distruggere il suo programma missilistico e creare le condizioni affinché il popolo iraniano rovesci il regime.
• Secondo l’Iran gli Stati Uniti non sono affidabili mentre i colloqui procedono lentamente
Mentre Trump cercava di guadagnare terreno su tali questioni in colloqui lunghi e interminabili, il capo negoziatore iraniano ha avvertito domenica che non ci si può fidare degli Stati Uniti, affermando che Teheran non accetterà alcun accordo con Washington a meno che non garantisca pienamente i diritti iraniani.
Le osservazioni di Mohammad Bagher Ghalibaf sono giunte mentre emergevano notizie secondo cui Trump avrebbe inviato all’Iran una proposta di pace più dura, e hanno sottolineato il divario che le parti devono ancora colmare.
Qualsiasi modifica alla bozza potrebbe ritardare ulteriormente un accordo per porre formalmente fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Ormuz, dopo settimane di negoziati tesi segnati da una retorica tagliente e da occasionali focolai di violenza.
“Non approveremo alcun accordo finché non saremo certi che i diritti del popolo iraniano siano stati rispettati”, ha detto Ghalibaf in un video trasmesso dalla televisione di Stato.
Ha aggiunto che i negoziatori iraniani “non si fidano né delle parole del nemico né delle sue promesse”.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha usato toni più concilianti, dichiarando domenica ai media statali che i colloqui e lo scambio di messaggi con gli Stati Uniti erano in corso, ma ha aggiunto che «non dovremmo dare importanza alle speculazioni e non possiamo giudicare i colloqui finché non avremo un risultato chiaro».
Il New York Times e Axios hanno riferito sabato che Trump aveva rinviato un nuovo quadro «più duro» da sottoporre all’esame dell’Iran, anche se i dettagli rimangono poco chiari.
Trump ha affermato che le sue priorità includono impedire all’Iran di sviluppare qualsiasi arma nucleare e riaprire la rotta marittima di Hormuz, che l’Iran ha bloccato dall’inizio della guerra.
«L’unica garanzia che devo avere è che non ci saranno armi nucleari. Hanno acconsentito a questo, ed è stato molto interessante», ha detto a sua nuora Lara Trump in un’intervista nel suo programma su Fox News.
Teheran, tuttavia, ha già espresso dubbi sulle affermazioni di Trump, e le parti rimangono molto distanti su questioni chiave.
Secondo l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, gli scambi sul testo “sono in corso, con entrambe le parti che propongono regolarmente emendamenti”.
“Non è stato ancora finalizzato alcun accordo, ed è possibile che qualsiasi accordo venga respinto”, ha affermato.
L’Iran ha affermato di aver bisogno dello sblocco di 12 miliardi di dollari di beni congelati prima di avviare colloqui sostanziali sul suo programma nucleare, respingendo come “infondati” i precedenti commenti di Trump secondo cui le sue scorte di uranio arricchito sarebbero state distrutte, secondo i media iraniani.
L’Iran, che ha giurato di distruggere Israele, possiede una scorta di oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito a un livello tale da essere a un passo tecnico dal grado utilizzabile per scopi militari. Gli esperti hanno affermato che, se arricchito a livello utilizzabile per scopi militari, tale quantitativo sarebbe sufficiente per 11 bombe nucleari, in un processo che potrebbe richiedere solo poche settimane.
Teheran sostiene da tempo di non essere alla ricerca di armi nucleari, nonostante abbia arricchito l’uranio a un livello che, secondo l’agenzia atomica dell’ONU, non ha alcun uso civile.
(Rights Reporter, 1 giugno 2026)
........................................................
Il ritorno dell’antigiudaismo in abiti laici
La risposta a due interventi, uno di Raniero La Valle e l’altro di Massimo Fini, segnati da un antico e profondo antigiudaismo.
di Rav Roberto Della Rocca *
Gli articoli di Raniero La Valle e Massimo Fini pubblicati dal Fatto Quotidiano il 26 e 27 maggio non sono discutibili soltanto sul piano geopolitico per le critiche alla politica del governo israeliano — legittime come quelle rivolte a qualsiasi democrazia — ma per il riflesso ideologico che rivelano. La Valle e Fini da anni manifestano un’ostilità cronica verso l’ebraismo e Israele utilizzando categorie religiose travestite da giudizio morale e politico. E ciò che oggi appare davvero allarmante è che questi sfoghi intrisi di vecchia teologia antigiudaica trovino ospitalità proprio su un giornale che pretende di leggere Israele attraverso le categorie della sinistra politica.
È qui il nuovo cortocircuito di questa ondata di antigiudaismo: la fusione di politica e religione. Esattamente ciò che questi autori imputano agli ebrei e a Israele, mentre sono i primi a praticarlo. Un tempo, una cultura laica di sinistra avrebbe considerato improponibile leggere un conflitto politico attraverso categorie teologiche medievali. Oggi invece si torna senza imbarazzo al repertorio più antico: l’ebreo legalista, il Dio ebraico crudele, Israele come incarnazione metafisica del male storico.
Lo schema è noto, e proprio per questo andrebbe riconosciuto con più prontezza. L’ebraismo come religione della durezza, della vendetta, della legge senz’anima. Il cristianesimo come religione dell’amore e del perdono. L’ebreo accettabile solo nella versione spiritualizzata, universalista, purificata dalla sua concretezza storica e nazionale. Questa non è analisi politica. È antigiudaismo in abiti laici, con una storia precisa, una storia che conduce, attraverso secoli di predicazione e catechesi, fino alle leggi razziali e oltre. Il meccanismo è sempre lo stesso: si comincia con una critica politica e si scivola, artatamente, verso qualcosa di qualitativamente diverso. Israele cessa di essere uno Stato con un governo criticabile e diventa l’incarnazione di un male metafisico radicato nell’essenza stessa dell’ebraismo. La politica si trasforma in teologia. La critica diventa condanna dell’essere. Vale la pena fermarsi sulla teologia, perché qui l’ignoranza è così densa da richiedere una risposta precisa. Massimo Fini scrive, con una disinvoltura che impressiona, che preferisce “il perdono cristiano all’ira del Dio ebraico”. E spiattella persino il tema del deicidio con una leggerezza che denuncia perfettamente il paradosso di certo agnosticismo contemporaneo: proclamarsi laici e poi riesumare stracci di vecchia teologia polemica quando si tratta degli ebrei.
Raniero La Valle costruisce invece un’intera architettura argomentativa sul “Dio della guerra” ebraico contrapposto al “Dio solo misericordia” cristiano. Peccato che entrambi stiano descrivendo una caricatura, non una realtà delle fonti. L’idea che il Dio ebraico sia il “Dio della vendetta” è una delle falsificazioni più tenaci della storia di un certo pensiero occidentale. Risale almeno a Marcione, teologo del II secolo che voleva espungere la Bibbia ebraica dal cristianesimo perché ritenuta moralmente inferiore al Vangelo. La Chiesa lo condannò come eretico. Eppure il marcionismo non è mai morto: oggi si ripresenta travestito da indignazione geopolitica. La realtà delle fonti dice l’esatto contrario. La Bibbia ebraica è attraversata incessantemente dal tema della misericordia divina. “Padre degli orfani e giudice delle vedove è Dio nella Sua santa sede” (Salmo 68,6). Non sono versetti marginali: sono il cuore pulsante di una tradizione antica che ha plasmato la coscienza religiosa dell’Occidente intero.
E il celebre “occhio per occhio”? La disinformazione è talmente radicata da essere quasi banale da smontare. Le fonti talmudiche — scritte dai tanto deprecati Farisei — chiariscono con precisione inequivocabile che quella norma non ha mai significato ritorsione fisica, ma risarcimento proporzionato del danno: quello che il diritto civile moderno chiama danno emergente, lucro cessante, danno permanente, danno morale. I rabbini elaborarono questo sistema giuridico molti secoli prima che l’Europa cristiana lo scoprisse. Chi usa ancora “occhio per occhio” come prova della crudeltà ebraica o non ha mai letto le fonti, o le legge in malafede.
Analogamente, la parola ebraica “neqamà”, tradotta invariabilmente come “vendetta”, non indica affatto una pulsione biologica o un tratto antropologico — come lascia intendere Fini con il suo inquietante riferimento a una presunta inclinazione inscritta nel “DNA ebraico” — ma significa anche, come il latino vindicta, giustizia riparatrice, ristabilimento dell’ordine violato. Il Salmo 94 che invoca “El neqamot” non evoca un Dio assetato di sangue, ma un Dio che ristabilisce la giustizia a favore dei deboli e dei perseguitati. E l’appellativo “H. Tzevaot”, reso come “Dio degli eserciti”, indica le schiere celesti, non gli eserciti militari. Piccoli dettagli che, se ignorati sistematicamente, producono mostri.
C’è poi un argomento che andrebbe ripetuto ogni volta che si tira in ballo la presunta violenza intrinseca dell’ebraismo. Hitler era battezzato e cresimato nel 1904. Non fu mai scomunicato. La quasi totalità dei nazisti proveniva dalla tradizione cristiana europea, cattolica o luterana. Himmler aveva frequentato un istituto salesiano. Molti responsabili dello sterminio si accostarono ai sacramenti fino alla fine. Nessuno, giustamente, pensa di definire il nazismo come conseguenza logica del Vangelo. Nessuno parla di “nazi-cristiani” come categoria teologica. Eppure, quanti massacri ha subito il popolo ebraico proprio in nome di quella croce. Quando invece si tratta di Israele, ogni azione politica contestabile diventa prova di una colpa metafisica collettiva radicata nella Bibbia.
Il doppio standard non è un’incidentalità: è la struttura stessa dell’antigiudaismo. La distinzione implicita in entrambi gli articoli tra un ebraismo “buono” — spirituale, diasporico, vittimizzato — e un ebraismo “cattivo” — nazionale, sovrano, armato — ha una storia precisa. È esattamente la struttura della teologia della sostituzione, condannata da Nostra Aetate nel 1965: l’idea che l’ebraismo reale, storico, concreto sia una deviazione da un’essenza spirituale ormai appartenente ad altri. L’ebreo accettabile è quello che non esiste più come soggetto della storia: il testimone del passato, la vittima compianta, l’ombra del Libro. Quando torna ad avere uno Stato, scelte politiche contestabili come quelle di qualsiasi altra democrazia, riemerge immediatamente la categoria del “potere ebraico”: duro, vendicativo, moralmente sospetto.
Israele non nasce da Auschwitz come risarcimento morale, perché Auschwitz non è risarcibile da niente e da nessuno. Nasce da un legame millenario tra un popolo, una terra e una tradizione. Nell’ebraismo Torah, popolo e Terra sono intrecciati da tremila anni in un unicum inseparabile. Pretendere di accettare l’ebraismo amputandone la dimensione storica e nazionale significa ridefinire dall’esterno cosa l’ebraismo dovrebbe essere. Significa chiedere a un popolo di esistere solo nella forma che altri ritengono moralmente tollerabile. È esattamente ciò che è stato chiesto agli ebrei per secoli, con risultati che la storia conosce bene. Jules Isaac, sopravvissuto alla Shoah che aveva ucciso sua moglie e sua figlia, comprese che la radice dell’odio non stava solo nella politica ma nelle caricature teologiche sedimentate nei secoli.
Da quella consapevolezza nacque il lungo cammino che portò a Nostra Aetate. Un cammino prezioso, evidentemente non ancora concluso, come dimostrano questi due articoli. Quando il linguaggio politico torna a evocare l’ebreo legalista, crudele, vendicativo; quando si divide l’ebraismo tra forme pure e forme degenerate; quando si rispolverano perfino accuse teologiche come il deicidio dentro un discorso che pretende di essere “laico”, non siamo più nel confronto democratico. Siamo davanti al riemergere di un veleno antico che l’Europa conosce molto bene, e che ha già dimostrato dove porta. Riconoscerlo non è censura: è memoria.
* Direttore del Dipartimento Formazione e Cultura dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane
(il Fatto Quotidiano, 1 giugno 2026)
*
Difendere Dio?
C’è da chiedersi se è utile il tipo di difesa del Dio di Israele che fanno i rabbini. Spiegare il significato di “occhio per occhio, dente per dente” e dell’espressione “Dio degli eserciti” può bastare a convincere i nemici di Israele che il Dio dell’Antico Testamento non è cattivo? E se si fanno citazioni bibliche come il Salmo 94 per dire che il Dio della Bibbia non è “un Dio assetato di sangue, ma un Dio che ristabilisce la giustizia a favore dei deboli e dei perseguitati”, come si potrà rispondere ad altre numerose citazioni che ad occhi profani potrebbero dare proprio quell’impressione? Di seguito alcune citazioni “scomode”.
La presa di Gerico:
Il popolo dunque gridò e i sacerdoti suonarono le trombe; e avvenne che, quando il popolo ebbe udito il suono delle trombe, lanciò un grande grido, e le mura crollarono. Il popolo salì nella città, ciascuno diritto davanti a sé, e si impadronirono della città. E votarono allo sterminio tutto ciò che era nella città, passando a fil di spada, uomini, donne, fanciulli e vecchi, e buoi e pecore e asini (Giosuè 6:20-21)
La conquista del paese:
In quello stesso giorno Giosuè prese Maccheda e fece passare a fil di spada la città e il suo re; li votò allo sterminio con tutte le persone che vi si trovavano; non lasciò un superstite, e trattò il re di Maccheda come aveva trattato il re di Gerico. Poi Giosuè con tutto Israele passò da Maccheda a Libna, e l'attaccò. E l'Eterno diede anche quella con il suo re nelle mani d'Israele, e Giosuè la mise a fil di spada con tutte le persone che vi si trovavano; non lasciò un superstite, e trattò il suo re, come aveva trattato il re di Gerico. Poi Giosuè con tutto Israele passò da Libna a Lachis; si accampò di fronte a questa, e l'attaccò. E l'Eterno diede Lachis nelle mani d'Israele, che la prese il secondo giorno, e la mise a fil di spada, con tutte le persone che vi si trovavano, esattamente come aveva fatto a Libna. Allora Oram, re di Ghezer, salì in soccorso di Lachis; ma Giosuè batté lui e il suo popolo così da non lasciarne nessun superstite. Poi Giosuè con tutto Israele passò da Lachis a Eglon; si accamparono di fronte a questa, e l'attaccarono. La presero quello stesso giorno e la misero a fil di spada. In quel giorno Giosuè votò allo sterminio tutte le persone che vi si trovavano, esattamente come aveva fatto a Lachis. Poi Giosuè con tutto Israele salì da Eglon a Ebron, e l'attaccarono. La presero, la misero a fil di spada insieme con il suo re, con tutte le sue città e con tutte le persone che vi si trovavano; non ne lasciò sfuggire una, esattamente come aveva fatto a Eglon; la votò allo sterminio con tutte le persone che vi si trovavano. Poi Giosuè con tutto Israele tornò verso Debir, e l'attaccò. La prese con il suo re e con tutte le sue città; la misero a fil di spada e votarono allo sterminio tutte le persone che vi si trovavano, senza lasciare nessun superstite. Egli trattò Debir e il suo re come aveva trattato Ebron, come aveva trattato Libna e il suo re. Giosuè dunque batté tutto il paese, la regione montuosa, il mezzogiorno, la regione bassa, le pendici, e tutti i loro re; non lasciò nessun superstite, ma votò allo sterminio tutto ciò che aveva vita, come l'Eterno, l'Iddio d'Israele, aveva comandato. Così Giosuè li batté da Cades-Barnea fino a Gaza, e batté tutto il paese di Goscen fino a Gabaon. E Giosuè prese in una volta sola tutti quei re e i loro paesi, perché l'Eterno, l'Iddio d'Israele, combatteva per Israele. Poi Giosuè, con tutto Israele, fece ritorno all'accampamento di Ghilgal (Giosuè 10:28-43).
Dio è quello che dichiara di essere, come sta scritto in tutta la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento). È rischioso fare la parte dell’avvocato di Dio. Vale la severa ammonizione di Giobbe ai suoi amici: Volete dunque difendere Dio parlando ingiustamente? sostenere la sua causa con parole ingannevoli? (Giobbe 13:7).
Il Dio di cui si parla nel libro di Giosuè e in tutto l’Antico Testamento è lo stesso di cui si parla nei Vangeli e in tutto il Nuovo Testamento. M.C.
(Notizie su Israele, 1 giugno 2026)
........................................................
Notizie archiviate
Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse
liberamente, citando la fonte.
|
|