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Notizie 16-30 giugno 2026


Israele riconosce il genocidio armeno

di Ugo Volli

• Il riconoscimento
  Con una decisione unanime del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, lo Stato di Israele ha riconosciuto domenica scorsa il genocidio degli armeni, avvenuto circa un secolo fa tra il 1915 e il 1916 (con prolungamenti fino al 1923 in alcune aree). La decisione va inquadrata nella tensione crescente con la Turchia. Finora la preoccupazione di non dare pretesti all’opinione pubblica turca e soprattutto al governo di Erdogan, negazionista sul genocidio armeno come tutti i governi precedenti e tendenzialmente ostile a Israele, aveva consigliato di evitare questo passo. C’erano stati i riconoscimenti di alcune città come Haifa e Petah Tikvah e il parere favorevole delle commissioni competenti della Knesset e perfino un’opinione personale di Netanyahu espressa in un’intervista, ma mancava una presa di posizione ufficiale dello Stato (che andrà ancora perfezionata da un voto parlamentare). Adesso però i rapporti si sono così deteriorati e l’aggressività turca verso Israele è arrivata al punto tale che non ha più senso trattenersi dal dire la verità. Come ha detto lo stesso Sa’ar, non è mai troppo tardi per “compiere un dovere storico e morale”.

• L’Azerbaigian
  Sempre sul piano politico bisogna tener conto però della forte opposizione dell’Azerbaigian, nemico storico dell’Armenia. Si tratta di uno Stato musulmano e sciita, che appartiene a un gruppo etnico fortemente rappresentato anche in Iran, con cui condivide un confine importantissimo perché piuttosto vicino a Teheran. L’Azerbaigian è un’ex repubblica sovietica retta ancora dalla dittatura degli Aliyev, la famiglia al potere fin dai tempi dell’Urss. Ma esso si è progressivamente avvicinato all’Occidente ed è diventato un alleato importantissimo per Israele a causa delle forniture energetiche e soprattutto del valore militare della sua posizione. Israele gli ha fornito molte delle armi con cui ha vinto le guerre con l’Armenia per il Nagorno-Karabakh (2020-2023) e l’Azerbaigian ha permesso a Israele azioni di intelligence e forse anche attività militari vere e proprie durante la guerra con l’Iran. Il riconoscimento del genocidio armeno certamente dispiace all’Azerbaigian, anche se il Paese non è coinvolto in questo crimine, perché al tempo del genocidio non esisteva ancora come Stato indipendente con questo nome, ma era una regione dell’Impero zarista. Ma bisogna supporre che Israele, molto attento ai rapporti diplomatici nella regione, non abbia fatto questa mossa senza assicurarsi che essa non provocasse una vera crisi con gli azeri.

• Il riconoscimento internazionale
  Il riconoscimento del genocidio armeno è un dovere morale per tutti. Anche l’Italia l’ha proclamato con una mozione della Camera dei Deputati nel 2019 e così anche Francia, Germania, USA, Canada e altri trenta stati circa. La ragione è che si tratta del solo caso, oltre alla Shoah, in cui uno Stato moderno abbia sterminato e cercato di eliminare completamente un gruppo etnico e religioso di suoi cittadini. Ma a differenza della Germania, che ha riconosciuto la sua colpa (prima con un discorso del cancelliere Adenauer nel 1951 e poi fra l’altro con il celebre omaggio in ginocchio reso dal suo successore Willy Brandt alle vittime del Ghetto di Varsavia, nel 1970) e ha pagato riparazioni politiche ed economiche a Israele, la Turchia ha sempre negato il genocidio, ha rifiutato ogni riparazione e ha mostrato costante ostilità all’Armenia, prima facendo guerra all’effimera Repubblica Armena pre-sovietica del 1918-20, poi cercando di isolare e di danneggiare il più possibile lo Stato indipendente attuale, costituito nel 1991. Il riconoscimento del genocidio armeno, anche quello senza conseguenze politiche ed economiche proclamato da molte città e regioni anche in Italia, è stato combattuto e sabotato dai turchi in ogni maniera possibile e lo è ancora. Questo ostinato negazionismo ha avuto un certo successo nel nascondere l’atroce sterminio compiuto dal governo dei Giovani Turchi in tutto l’Impero ottomano. Fu un’operazione capillare: la caccia agli armeni famiglia per famiglia, uomo per uomo; la loro uccisione sul posto o spedendoli a morire nel deserto siriano; l’esproprio delle loro case, dei loro averi, la distruzione di tutti i monumenti e perfino di chiese millenarie e cimiteri; il rapimento dei bambini da allevare come turchi e delle donne usate come schiave sessuali. Alla fine le vittime furono circa un milione e mezzo sui due milioni della popolazione armena dell’Impero Ottomano.

• L’importanza per il popolo ebraico
  Il dovere del riconoscimento è però particolarmente importante per il popolo ebraico. Furono ebrei i principali testimoni che denunciarono lo sterminio, dall’ambasciatore americano Henry Morgenthau che cercò di mobilitare il suo governo, a Aaron Aaronsohn e sua sorella Sarah, che vedendo le stragi allestirono una rete antiturca in Terra di Israele, al grande scrittore ebreo tedesco Franz Werfel che diffuse la storia del genocidio e della resistenza armena col suo romanzo “I quaranta giorni del Musa Dagh”. Il governo dei Giovani Turchi, che aveva il progetto generale di “purificare” l’impero ottomano dagli “estranei”, dopo lo sterminio degli armeni (e anche dei greci e dei cristiani di Siria), progettava di eliminare tutti gli ebrei presenti in quello che oggi è Israele.

• Il rapporto con la Shoah
  Soprattutto il genocidio degli armeni è per molti versi il precedente diretto della Shoah. Quando il genocidio si svolse, la Turchia era alleata della Germania nella Prima guerra mondiale; ne furono testimoni (spesso complici, qualche volta però anche moderatori) i numerosi ufficiali tedeschi che facevano da consulenti militari per le forze armate turche. Alcune delle tecniche usate per rastrellare e sterminare gli armeni, che erano cittadini e vivevano in tutto l’impero ottomano, come l’impiego di gruppi speciali per razziare i villaggi, i campi di concentramento e le marce della morte, furono riprese e perfezionate dai nazisti contro gli ebrei. Lo stesso Hitler, alla vigilia dello scoppio della Seconda guerra mondiale (22 agosto 1939), in un discorso ai capi militari, che si mostravano riluttanti allo sterminio degli ebrei temendo di essere poi incriminati per le stragi che veniva loro richiesto di compiere, pronunciò una allucinante argomentazione giustificativa: “Chi, dopo tutto, parla oggi dello sterminio degli armeni?” [a vent’anni o poco più dal genocidio]. Chi dunque si ricorderà, voleva concluderne Hitler, degli ebrei se li sterminiamo tutti? Il Führer si sbagliava sugli ebrei e anche sugli armeni. Anche per questo il ricordo della Shoah come del Mets Yeghern (il “grande male”, nome armeno del genocidio) e il riconoscimento di Israele con l’autorità morale che viene al popolo ebraico dalla Shoah, benché tardivo, è importantissimo.

(Shalom, 30 giugno 2026)

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La grotta della storia dell’umanità

I reperti rinvenuti in una grotta a sud di Haifa, rimasta sigillata per centinaia di migliaia di anni, potrebbero risolvere uno dei più grandi misteri sulla preistoria dell’Homo sapiens

di Sabine Brandes 

FOTO 1
Uno sguardo agli scavi nei pressi di Fureidis

FOTO 2
Uno dei bifacciali particolarmente ben conservati rinvenuti nella grotta

È una finestra sul passato rimasta sigillata per centinaia di migliaia di anni. Ora è stata aperta e permette di gettare uno sguardo su ciò che accadde ancora prima dell’avvento dell’uomo moderno. La sensazionale scoperta, nascosta sotto rocce e terra, è una grotta nel nord di Israele che custodisce un tesoro di reperti risalenti a una misteriosa era preistorica, poco prima della comparsa dei Neanderthal.
Nascosta sotto le rocce e una fitta vegetazione nei pressi della città di Fureidi, a sud di Haifa, la grotta è rimasta intatta per un periodo compreso tra i 250.000 e i 400.000 anni, conservando così testimonianze della cultura acheuleo-yabrudiana (tardo Paleolitico superiore), un periodo cruciale nell’evoluzione dell’umanità.
«Grazie al recupero di questa grotta, rimasta nascosta a causa di un crollo, abbiamo trovato una sorta di capsula del tempo di questo periodo unico, poco prima che i Neanderthal e l’Homo sapiens entrassero nella storia dell’evoluzione umana», afferma Kobi Vardi, archeologo dell’Autorità israeliana per i beni culturali. Il tetto originario della grotta si era corrotto ed era crollato. Questo crollo ha protetto la grotta e il suo contenuto preistorico.
Sei mesi fa il team ha iniziato gli scavi, in vista dei lavori di costruzione di una nuova strada per Fureidis. In generale, in Israele ogni progetto edilizio deve essere accompagnato da un cosiddetto scavo di salvataggio, al fine di mettere al sicuro eventuali reperti archeologici. Lo scavo preventivo è finanziato dall’impresa edile, in questo caso la Ayalon Highways Company. Data l’importanza scientifica del sito, è stato ora costruito un ponte sopra la grotta per consentire il proseguimento dei lavori archeologici.
Anche l’archeologo Ron Shimelmitz dell’Università di Haifa è entusiasta: «Questo è l’unico sito sul Monte Carmelo in cui si trovano esclusivamente reperti di questo periodo. E ciò è assolutamente unico, perché ci permette di concentrarci davvero su questo periodo estremamente interessante dell’evoluzione umana». Sebbene la grotta fosse già stata scoperta alcuni decenni fa da ricercatori impegnati nella mappatura dei siti preistorici sul Monte Carmelo, questi l’avevano attribuita al Paleolitico medio. Gli archeologi dell’Autorità per i Beni Antichi e dell’Università di Haifa hanno tuttavia scoperto, grazie a numerosi utensili in pietra e a ossa di animali straordinariamente ben conservate, che il sito era stato abitato già molto prima.
Hanno identificato utensili, tra cui piccoli bifacciali affilati, raschietti e lame, risalenti all’ultima fase del Paleolitico inferiore. Secondo Vardi, i siti risalenti a questo periodo sono una vera rarità. «Ci sono solo una decina di siti noti in tutto il Medio Oriente. Questo è l’unico sito sul Monte Carmelo in cui questa cultura si è conservata nel suo stato originario, senza essere stata ricoperta da strati archeologici successivi.»
«L’utensile più comune che abbiamo trovato è uno speciale raschietto laterale, tipico di quel periodo, che veniva utilizzato per molti scopi, tra cui la preparazione della carne e la pulizia del cuoio», spiega l’esperto. «E ne abbiamo trovato non uno, ma ben 100.» Gli archeologi hanno inoltre identificato bifacciali di fattura particolarmente raffinata, che insieme ai raschiatori laterali sono caratteristici della cultura acheuleo-yabrudiana.
Shimelmitz ha scoperto che i primi esseri umani che li utilizzavano cacciavano grossa selvaggina, condividevano il cibo e vivevano in gruppi più numerosi. «Inoltre, sappiamo che accendevano il fuoco quotidianamente e utilizzavano tecnologie molto avanzate per la fabbricazione di utensili in pietra». Le ossa rinvenute di daini, gazzelle, cavalli preistorici e bovini selvatici presenterebbero tutte tracce di caccia e lavorazione da parte dell’uomo.
«E anche questo – trovare ossa (di animali) risalenti a 300.000 anni fa in condizioni così buone – è praticamente impossibile», sottolinea ancora una volta Vardi. Sebbene i ricercatori ritengano possibile che gli animali fossero stati cotti, finora non hanno trovato né tracce di bruciature sulle ossa né indizi di focolari nella grotta. Hanno invece scoperto sedimenti che indicano la probabile presenza di una sorgente proprio accanto al sito di scavo, il che lo rendeva un luogo ideale per la comunità preistorica.
Finora non sono state rinvenute ossa umane tra i reperti, ma «crediamo fermamente che troveremo anche resti umani», afferma Vardi. «Ciò ci aiuterebbe a capire chi vivesse esattamente qui in questo affascinante periodo di transizione.»
I fossili umani potrebbero risolvere uno dei più grandi enigmi della preistoria: quali primi esseri umani hanno popolato il Levante durante la fase di transizione precedente alla comparsa dei Neanderthal e dell’Homo sapiens? Una domanda alla quale gli archeologi vorrebbero tanto trovare una risposta. «Infatti, i graduali cambiamenti che si manifestarono in quel periodo nella fisiologia, nella tecnologia e nella società umana anticiparono le caratteristiche e i complessi modelli comportamentali che in seguito avrebbero contraddistinto sia i Neanderthal che gli esseri umani moderni», spiega Shimelmitz. E Vardi aggiunge: «Questo è solo l’inizio della nostra ricerca».

(Jüdische Allgemeine, 30 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Hamas accusato di usare l’ospedale Al-Ahli per gli interrogatori

Un analista nato a Gaza denuncia che l’antico ospedale della città sarebbe stato trasformato in un centro di repressione contro chi sostiene le proteste popolari anti-Hamas

di Shira Navon 

L’ospedale Al-Ahli di Gaza City, uno dei simboli più antichi dell’assistenza sanitaria nella Striscia, torna al centro della guerra con accuse che, se confermate, aggiungerebbero un ulteriore tassello al rapporto sempre più controverso tra Hamas e le infrastrutture civili. A lanciare la denuncia è Ahmed Fouad Alkhatib, analista palestinese-americano nato a Gaza e senior fellow dell’Atlantic Council, secondo il quale uomini dei servizi di sicurezza di Hamas avrebbero utilizzato l’ospedale per interrogare, intimidire e minacciare palestinesi sospettati di sostenere le manifestazioni popolari del 26 giugno contro il movimento islamista.
Alkhatib, che dirige anche il progetto “Realign for Palestine”, ha raccontato che alcuni suoi amici residenti nella Striscia sarebbero stati convocati all’interno dell’Al-Ahli Arab Hospital, conosciuto anche come ospedale battista o Al-Ma’amadani, nel quartiere di Zeitoun, dove avrebbero subito interrogatori, pestaggi e minacce di esecuzione con l’accusa di appoggiare le proteste oppure di collaborare con Israele. Le sue dichiarazioni sono state pubblicate sui social e riprese dal sito Jewish Onliner, che precisa tuttavia di non aver potuto verificare in maniera indipendente le accuse.
Secondo il suo racconto, Hamas avrebbe avvertito diversi palestinesi che un semplice messaggio di sostegno alle manifestazioni pubblicato su Facebook oppure un aiuto logistico ai dimostranti avrebbe potuto essere interpretato come collaborazione con Israele e quindi punito con la morte. Alkhatib ha definito «criminale sotto ogni aspetto» l’eventuale utilizzo dell’ospedale come sede delle attività dei servizi di sicurezza e ha rivolto un appello all’Organizzazione mondiale della sanità, all’UNICEF, all’UNRWA, al Comitato internazionale della Croce Rossa e a Medici Senza Frontiere affinché verifichino la situazione all’interno della struttura.
L’Al-Ahli occupa un posto particolare nella storia della Striscia. Fondato nel 1882 dalla missione anglicana, è considerato il più antico ospedale ancora operativo di Gaza e negli ultimi anni è diventato uno dei luoghi più citati del conflitto, soprattutto dopo l’esplosione del 17 ottobre 2023 che provocò centinaia di vittime e alimentò una durissima battaglia sulla ricostruzione dei fatti. Da allora la struttura è stata più volte coinvolta nelle operazioni militari e nelle accuse reciproche tra Israele e Hamas. Organizzazioni internazionali e autorità israeliane hanno inoltre discusso a lungo dell’uso di ospedali da parte dell’organizzazione islamista per attività militari o logistiche, mentre Hamas ha sempre respinto queste contestazioni.
Le nuove accuse arrivano pochi giorni dopo le manifestazioni del 26 giugno, quando centinaia di palestinesi sono scesi in strada in diverse località della Striscia chiedendo «vita, dignità e libertà» e, in numerosi casi, reclamando apertamente la fine del governo di Hamas. Immagini diffuse da diversi organi di informazione internazionali, fra cui The Times of Israel e +972 Magazine, hanno mostrato cartelli con slogan come «Hamas fuori», «Non siamo pedine» e «Vogliamo vivere». Secondo varie testimonianze raccolte dalla stampa israeliana e da attivisti palestinesi, uomini armati di Hamas avrebbero cercato di impedire le manifestazioni, minacciando gli organizzatori e scoraggiando i giornalisti dal documentarle.
Le denunce di Alkhatib si inseriscono in un quadro più ampio. Nel marzo 2025 migliaia di palestinesi avevano già manifestato contro Hamas nel nord della Striscia, mentre Amnesty International aveva successivamente documentato un modello ricorrente di intimidazioni, arresti arbitrari, interrogatori e violenze contro cittadini che esercitavano il diritto di protestare. Anche la Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi, in un rapporto diffuso nel giugno 2026, ha descritto i civili palestinesi come vittime delle violazioni commesse da più attori del conflitto, richiamando l’attenzione anche sugli abusi perpetrati da Hamas contro oppositori e presunti collaboratori.
Resta dunque aperta una questione destinata ad avere conseguenze profonde. Gli ospedali godono di una protezione speciale nel diritto internazionale umanitario proprio perché rappresentano luoghi destinati esclusivamente alla cura dei civili. Qualora venisse accertato che una struttura sanitaria sia stata trasformata anche in un centro di interrogatori o di repressione politica, verrebbe compromessa la neutralità di uno degli ultimi spazi che dovrebbero rimanere sottratti alla guerra. Per questo motivo le accuse formulate da Ahmed Fouad Alkhatib richiedono verifiche rigorose e indipendenti. Se trovassero conferma, mostrerebbero ancora una volta come il prezzo più alto continui a ricadere sui palestinesi che, oltre alla guerra, cercano anche il coraggio di contestare chi governa la Striscia.

(Setteottobre, 30 giugno 2026)

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Un viaggio nel trauma e nella cura dopo il 7 ottobre: la lezione di Israele

di David Gerbi

All’aeroporto Ben Gurion c’è una scena che porto ancora dentro di me. L’ho vissuta nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre 2023 e l’ho ritrovata, quasi identica, nei viaggi successivi in Israele. Ogni volta mi è sembrato di tornare nello stesso luogo, ma con uno sguardo diverso. La fila riservata ai cittadini israeliani era lunga. Erano uomini e donne che rientravano dall’estero per raggiungere le proprie famiglie o rispondere al richiamo come riservisti. Nei loro volti si leggeva un’unica urgenza: tornare a casa.
La fila dei visitatori, invece, era completamente deserta. C’ero soltanto io. Israele era quasi fermo. Molti voli erano stati cancellati. Bar e ristoranti erano chiusi. Gran parte dei negozi aveva abbassato le serrande. Restavano aperti soltanto i supermercati, le farmacie e i servizi essenziali. Le sirene interrompevano continuamente la vita quotidiana e milioni di persone avevano ormai il rifugio come nuovo punto di riferimento della propria esistenza. Quando arrivai al controllo passaporti, uno degli agenti mi guardò con sorpresa. «Per quale motivo è venuto in Israele?». Gli risposi che avevo qui mia sorella, i miei fratelli, i miei nipoti, gli zii, i cugini, gli amici e i colleghi. Lui annuì. Poi aggiunsi quasi d’istinto: «Ma soprattutto sono venuto per solidarietà. Sentivo il bisogno di essere vicino a chi stava soffrendo. È un po’ come la mitzvah del Bikur Cholim, la visita ai malati. Non potevo cambiare ciò che era accaduto. Ma potevo esserci».
L’agente rimase in silenzio. Ebbi l’impressione che stesse cercando di capire. Forse non riusciva a spiegarsi perché qualcuno scegliesse volontariamente di entrare in Israele proprio in quei giorni, mentre tanti cercavano di allontanarsene. Poi sorrise. Mi restituì il passaporto. «Benvenuto in Israele. Grazie per essere venuto». Ancora oggi, mentre scrivo queste righe, mi emoziono. In quel momento non immaginavo che quel viaggio avrebbe cambiato anche me. Pensavo di andare a portare solidarietà. Non sapevo che sarei tornato con una domanda destinata ad accompagnare il mio lavoro di psicologo e psicoanalista negli anni successivi.
Chi si prende cura di chi, ogni giorno, si prende cura del trauma degli altri? Ci sono domande che non nascono leggendo un libro. Nascono incontrando delle persone. Quel viaggio non aveva un programma scientifico. Ero partito perché sentivo che, come ebreo e come uomo, non potevo restare lontano da Israele in quei giorni. Avevo bisogno di stare vicino a mia sorella e ai miei nipoti, che vivevano ormai al ritmo delle sirene e delle corse nei rifugi. Ma avevo anche bisogno di incontrare amici e colleghi con cui, negli anni, avevo costruito rapporti profondi. Ripensandoci oggi, credo che quel viaggio sia stato una forma di Bikur Cholim rivolta non a una sola persona, ma a un intero Paese ferito. Nella tradizione ebraica visitare un malato non significa soltanto offrirgli aiuto. Significa dirgli, con la propria presenza: «Non sei solo».
La presenza non elimina il dolore. Non cancella il trauma. Ma impedisce che la sofferenza si trasformi in abbandono. Forse è proprio questa la prima forma della cura. Nei giorni trascorsi in Israele mi resi conto che il trauma non rimane confinato nelle persone direttamente colpite. Si diffonde come un’onda. Attraversa le famiglie, entra nelle scuole, negli ospedali, nelle comunità e perfino negli studi degli psicologi. Nessuno rimane davvero fuori. Fu allora che sentii il bisogno di incontrare alcuni colleghi della New Israeli Jungian Association, con i quali collaboravo da tempo. Pensavo di parlare con loro del trauma dei pazienti. Non immaginavo che mi avrebbero aiutato a comprendere qualcosa di ancora più profondo. Mi resi conto quasi subito che il vero cambiamento prodotto dal 7 ottobre non riguardava soltanto chi aveva subìto direttamente il massacro, chi aveva perso un familiare, chi era stato evacuato o chi viveva con l’angoscia degli ostaggi. Era cambiata anche la posizione di chi quel dolore era chiamato ad ascoltarlo ogni giorno.
Tra le persone che più mi aiutarono a comprendere ciò che stava accadendo vi fu Iris Meroz, allora presidente della New Israeli Jungian Association. Le nostre conversazioni non erano semplici aggiornamenti professionali. Erano il racconto di una realtà che cambiava sotto i loro occhi. Mi spiegava quanto fosse difficile continuare ad aiutare persone profondamente traumatizzate mentre anche loro, gli psicoterapeuti, vivevano la stessa guerra. Terminavano una seduta e, poco dopo, correvano nei rifugi insieme ai propri figli. Ascoltavano il dolore delle famiglie dei sopravvissuti, degli ostaggi e degli sfollati e, uscendo dallo studio, ritrovavano la stessa tensione nella propria vita quotidiana. Compresi allora che il confine tra terapeuta e paziente si era improvvisamente assottigliato. Per la prima volta mi trovavo davanti a professionisti che condividevano lo stesso scenario traumatico delle persone che cercavano di aiutare.
Questa intuizione mi spinse a intervistare gli psicoanalisti junghiani Moshe Alon e Lidar Shani. Le loro risposte mi colpirono profondamente. Mi spiegarono che nei primi giorni dopo una tragedia di quelle dimensioni non si può ancora parlare di psicoterapia nel senso tradizionale del termine. Prima viene una sorta di pronto soccorso psicologico. Occorre impedire che il trauma si cristallizzi. Bisogna aiutare le persone a piangere, a raccontare, a ripetere la propria storia, a dare un nome all’indicibile. Ricordo una risposta che non ho più dimenticato. Se una persona diceva: «Non riesco più a dormire», loro non rispondevano: «Lei soffre di un disturbo». Rispondevano: «È normale che lei non riesca a dormire dopo quello che ha vissuto». In quella frase era racchiusa una lezione fondamentale. Prima della diagnosi viene il riconoscimento. Prima della tecnica viene la relazione. Prima dell’interpretazione viene l’umanità. Fu allora che iniziai a capire che stavo imparando qualcosa che andava oltre la psicologia del trauma. Stavo imparando un modo diverso di intendere la cura.
Quell’esperienza non poteva rimanere soltanto in Israele. Sentivo il bisogno di costruire un ponte con l’Italia. Non un ponte politico, ma umano, culturale e professionale. Per questo, dopo la proposta di Moshe Alon, iniziai a lavorare affinché alcuni colleghi israeliani potessero venire in Italia a raccontare la loro esperienza. Non volevo organizzare un dibattito sulla guerra. Volevo creare uno spazio di ascolto. Ero convinto che la psicologia dovesse conservare la capacità di accogliere il dolore prima ancora di interpretarlo. Tra le persone che mi aiutarono in questo progetto vi fu ancora una volta Iris Meroz. Lavorammo insieme all’organizzazione di un convegno dedicato al trauma individuale e collettivo seguito al 7 ottobre. Per coordinarlo affrontai diversi viaggi, a mie spese, tra Roma e Tel Aviv, dopo essere stato incaricato dal presidente dell’associazione di seguirne l’organizzazione. Tutto era pronto. I colleghi israeliani avevano dato la loro disponibilità, il programma era stato definito e il viaggio era stato organizzato. Poi arrivò la cancellazione. Ricordo ancora il senso di smarrimento che provai.
L’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA), nella quale mi ero formato e che aveva inizialmente invitato i colleghi israeliani, era stata fondata da due psicoanalisti ebrei. Proprio per questo mi risultò ancora più difficile comprendere quanto stava accadendo. Mi fu spiegato che la presenza di relatori israeliani avrebbe provocato forti tensioni interne e il rischio che alcuni colleghi lasciassero l’associazione. Ebbi l’impressione che il clima segnato dall’antisemitismo e dall’antisionismo avesse finito per rendere impossibile persino un incontro dedicato al trauma. Naturalmente ciascuno può leggere quella vicenda in modo diverso. Io la vissi come il segno di un tempo nel quale anche parlare delle conseguenze psicologiche del 7 ottobre era diventato difficile. Non si trattava di discutere strategie militari o decisioni dei governi, ma di riflettere sul trauma di migliaia di persone.
Fu allora che compresi una cosa che, da psicologo, considero fondamentale. Esiste una seconda ferita. La prima è il trauma. La seconda è la negazione del trauma. Quando una persona che soffre sente che il proprio dolore viene minimizzato, relativizzato o trasformato immediatamente in una disputa ideologica, sperimenta una nuova forma di solitudine. Per questo decisi di non restare in silenzio. Sono nato in Libia, in un Paese dove il silenzio era spesso una forma di sopravvivenza. Da bambino avevo imparato che alcune parole potevano diventare pericolose. Vivendo oggi in Italia, ho sentito invece il dovere di parlare. Non per alimentare una polemica, ma perché ritenevo che impedire un confronto sul trauma significasse infliggere un’ulteriore ferita proprio a chi quel trauma lo stava vivendo. Qualche mese dopo quel progetto trovò finalmente una nuova casa. La Fondazione Luigi Einaudi accolse la proposta di organizzare a Roma il convegno “Dal 7 ottobre 2023 ad oggi. La civiltà violata – Trauma e guarigione”. Fu un momento che vissi come una ripartenza. Quel convegno fu possibile grazie alla Fondazione Luigi Einaudi, al suo presidente Giuseppe Benedetto e al sostegno del presidente del LIRPA, Antonio Grassi, che in quel momento di grande difficoltà condivisero e sostennero questo progetto.
Iris Meroz partecipò online insieme a Gadi Maoz, mentre l’attuale presidente della New Israeli Jungian Association, Yoram Inspector, portò il proprio contributo clinico. Partecipò anche il presidente dell’IAAP, conferendo all’incontro un’importante dimensione internazionale. La collega Ora Cuperman affiancò alla riflessione psicologica le sue opere artistiche, mostrando come anche la creatività possa diventare uno spazio di trasformazione del dolore.  Nel corso della giornata tornammo più volte sullo stesso punto. Il trauma non può essere curato se prima non viene riconosciuto. Negarlo significa renderne più difficile l’elaborazione.
Ripensando oggi a tutto quel percorso, mi ha colpito leggere un recente articolo del Jerusalem Post dedicato ai terapeuti del Centro di Resilienza di Sha’ar HaNegev. Dopo oltre due anni di lavoro con sopravvissuti, ostaggi liberati, famiglie in lutto, bambini traumatizzati e comunità evacuate, quei professionisti erano stati invitati a trascorrere alcuni giorni insieme sulle rive del Mediterraneo. Non era una vacanza. Era una forma di cura. L’articolo raccontava come, per la prima volta dopo anni, molti terapeuti avessero avuto la sensazione di poter deporre il peso che portavano dentro e di sentirsi finalmente parte di una comunità. Leggendo quelle pagine ho ritrovato, quasi confermata, la stessa intuizione nata parlando con Iris Meroz subito dopo il 7 ottobre. Anche chi cura ha bisogno di essere curato. Da psicoanalista junghiano ho ripensato ancora una volta a Jung. Nessun contenitore può continuare ad accogliere all’infinito senza essere, a sua volta, rigenerato.
Anche il terapeuta ha bisogno di un luogo dove poter deporre il peso delle storie che ascolta ogni giorno. Forse è questo il significato più profondo della comunità professionale. Non soltanto un luogo dove confrontare idee. Ma uno spazio dove anche chi ascolta può sentirsi ascoltato. Ripensando a questi tre anni, mi accorgo di essere partito per Israele pensando di portare solidarietà. Sono tornato con molto di più. Ho imparato che la cura comincia dal riconoscimento. Che la presenza precede ogni interpretazione. Che nessuna tecnica può sostituire una relazione autentica. E ho imparato anche che esiste una responsabilità della testimonianza. Per questo ho continuato a tornare in Israele. Per questo ho continuato a scrivere. Per questo ho cercato di costruire un dialogo tra Israele e l’Italia. Non per convincere qualcuno. Ma per raccontare ciò che avevo visto.
Ogni volta che torno all’aeroporto Ben Gurion ripenso a quel funzionario del controllo passaporti. Rivedo il suo sorriso. Riascolto quelle poche parole. «Benvenuto in Israele. Grazie per essere venuto». Allora pensavo che stesse semplicemente accogliendo un viaggiatore. Oggi credo di averne compreso il significato più profondo. Non mi stava ringraziando per un viaggio. Mi stava ringraziando per una presenza. Quando ripartii da Israele, all’aeroporto Ben Gurion, durante il controllo di sicurezza, dissi all’agente, una giovane donna, che non avevo mai visto il Paese così: le strade quasi deserte, tanti negozi chiusi, il silenzio interrotto soltanto dal suono delle sirene. Mi guardò e mi rispose con una frase che non ho più dimenticato: «Israele è in depressione». Quelle parole mi fecero comprendere quanto il trauma non riguardasse soltanto le vittime dirette del 7 ottobre, ma avesse attraversato l’intero Paese.
Ripensando a tutto questo, mi accorgo che il Bikur Cholim non riguarda soltanto la visita a una persona malata. Può diventare un modo di stare nel mondo. Significa scegliere di esserci quando sarebbe più facile allontanarsi. Significa non lasciare solo chi soffre. È forse questa la lezione più grande che Israele mi ha consegnato dopo il 7 ottobre. Sono partito pensando di poter offrire qualcosa. Sono tornato profondamente trasformato. Quel giorno, senza accorgermene, Israele è entrato un po’ più dentro di me.

(HaKol, 30 giugno 2026)

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Aumentano gli attacchi informatici iraniani contro Israele

Secondo Yossi Karadi, direttore generale della Direzione nazionale israeliana per la cybersicurezza (INCD), nel giugno 2025, durante le operazioni militari israeliane contro l’Iran, le autorità israeliane hanno registrato circa 1.600 incidenti informatici ostili. Nello stesso mese del 2026 gli episodi sarebbero saliti a circa 4.800, quasi il triplo.

di Nina Prenda

Gli attacchi informatici attribuiti all’Iran contro Israele sono aumentati in modo significativo dopo l’offensiva militare condotta da Israele e dagli Stati Uniti contro Teheran. Lo ha dichiarato Yossi Karadi, direttore generale della Direzione nazionale israeliana per la cybersicurezza (INCD), in un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt.
Secondo Karadi, nel giugno 2025, durante le operazioni militari israeliane contro l’Iran, le autorità israeliane hanno registrato circa 1.600 incidenti informatici ostili. Nello stesso mese del 2026 gli episodi sarebbero saliti a circa 4.800, quasi il triplo.
«Alcuni gruppi sono estremamente competenti», ha affermato Karadi. «Siamo in grado di contrastarli, ma non possiamo sottovalutarli. A differenza del conflitto convenzionale, nel cyberspazio non esiste un cessate il fuoco».
Secondo il responsabile dell’INCD, gli attacchi hanno preso di mira infrastrutture critiche, enti pubblici, aziende e cittadini. Tra gli obiettivi figurano anche piccole e medie imprese, come studi legali e società di revisione contabile. «Finora, e auspichiamo che continui così, siamo riusciti a impedire che le infrastrutture critiche subissero danni», ha dichiarato.
Karadi ha aggiunto che le organizzazioni meno protette hanno in diversi casi visto i propri sistemi informatici compromessi o completamente cancellati, senza tuttavia indicare i nomi delle aziende coinvolte.
L’Iran ha sempre respinto le accuse di condurre campagne di hackeraggio contro altri Paesi, denunciando invece di essere esso stesso bersaglio di attacchi informatici.
Già a febbraio, la Direzione nazionale israeliana per la cybersicurezza e lo Shin Bet avevano avvertito dell’esistenza di una vasta campagna di cyberattacchi, iniziata nella seconda metà del 2025, contro funzionari governativi, membri dell’apparato di sicurezza, accademici e personalità dei media israeliani.
Karadi ha inoltre sottolineato l’importanza della cooperazione internazionale nel settore della cybersicurezza. «La collaborazione con gli Stati Uniti rimane eccellente. Continuiamo a sostenerci a vicenda e i risultati sono molto positivi», ha affermato, ricordando anche la recente firma di un accordo con la Germania per l’istituzione di un collegamento permanente tra le rispettive autorità competenti in materia di sicurezza informatica.

(Bet Magazine Mosaico, 30 giugno 2026)

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L'organizzazione terroristica mantiene il controllo sulla Striscia di Gaza

Centinaia di abitanti della Striscia di Gaza scendono in piazza contro Hamas. Tuttavia, le minacce dell'organizzazione terroristica sortiscono effetto e la protesta risulta molto più contenuta del previsto.

GAZA – Attraverso una massiccia campagna intimidatoria, l’organizzazione terroristica islamista Hamas ha impedito lo svolgimento di grandi proteste contro il proprio dominio nella Striscia di Gaza. Nelle ultime due settimane, alcuni attivisti – in particolare attraverso canali social vicini a Fatah – avevano indetto una grande manifestazione per venerdì. Questa avrebbe dovuto essere diretta contro le pessime condizioni di vita, la guerra in corso e la leadership di Hamas.
Nonostante le minacce, secondo quanto riportato dal quotidiano «Yediot Aharonot», diverse centinaia di palestinesi sono scesi in strada in varie località. Sui cartelli erano riportati slogan come «Se Dio vuole, via Hamas», «Non siamo pedine» o «Vogliamo vivere». Un abitante della Striscia di Gaza ha riferito che membri armati di Hamas avrebbero impedito le proteste, in particolare nel quartiere di Deir al-Balah. Allo stesso tempo, i giornalisti sarebbero stati avvertiti di non riferire sulle manifestazioni.

• Terroristi armati impediscono manifestazioni di grande portata
  Hamas, secondo quanto da essa stessa dichiarato, si era preparata alle proteste e nei giorni scorsi aveva intensificato le misure di dissuasione. Tra queste, secondo quanto riportato, figurava anche l’annuncio pubblico delle esecuzioni di presunti collaboratori con Israele. Parallelamente, l’organizzazione ha indetto contro-manifestazioni contro Israele e contro gli sforzi di mediazione internazionali.
Secondo le valutazioni dell’esercito israeliano, le minacce e la forte presenza di terroristi armati di Hamas sulle strade principali e agli incroci hanno contribuito in modo determinante a far sì che la partecipazione rimanesse nettamente al di sotto delle aspettative degli organizzatori.

• I piani internazionali continuano a incontrare grandi ostacoli
  Gli osservatori israeliani rilevano che, nonostante i combattimenti in corso da oltre due anni e mezzo, Hamas mantiene il controllo su ampie zone della Striscia di Gaza. L’organizzazione continua a esercitarvi il dominio di fatto e agisce con fermezza contro gli oppositori reali o presunti. Allo stesso tempo, non è chiaro quanto sia diffuso il reale malcontento nei confronti di Hamas tra la popolazione, poiché protestare apertamente comporta grandi rischi personali.
Le proteste hanno anche un significato politico per gli sforzi internazionali sul futuro della Striscia di Gaza. Gli Stati Uniti e altri mediatori stanno portando avanti piani per un’amministrazione di transizione e la ricostruzione della zona costiera una volta terminata la guerra. Tuttavia, finché Hamas non deporrà le armi e non rinuncerà alla propria posizione di potere, tali progetti sono considerati irrealizzabili. Gli osservatori avvertono inoltre che una ricostruzione della Striscia di Gaza nell’attuale assetto di potere potrebbe consolidare ulteriormente la posizione di Hamas. (mh)

(Israelnetz, 29 giugno 2026)

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"L'intesa" di Trump con i terroristi: il regime iraniano rimane al potere per arrestare, torturare e uccidere

In Iran, l'abbandono dell'Islam è considerato un reato punibile con la pena di morte. La pena di morte è prevista anche per chi offende il profeta Maometto, si esprime contro l'Islam o promuove l'ateismo o religioni non musulmane. I cristiani, in particolare, continuano ad essere tra i gruppi maggiormente esposti al rischio di arresti e persecuzioni nel Paese e, secondo un recente rapporto di Amnesty International, tra gli oltre 6mila iraniani arrestati arbitrariamente e, in alcuni casi, sottoposti a sparizioni forzate dall'inizio della guerra, figurano anche i cristiani.

di Uzay Bulut *

Il 17 giugno, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha firmato con la Repubblica Islamica dell'Iran il "Memorandum d'Intesa di Islamabad" (MOU). Nel documento, gli USA si impegnano a elaborare un piano che preveda "almeno 300 miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell'Iran". L'intesa sembra configurarsi come un accordo preliminare, un accordo che potenzialmente concede al regime iraniano quasi tutte le concessioni da esso richieste.
A prescindere dalla loro provenienza, i fondi finiranno comunque per essere utilizzati nella ricostruzione dell'apparato di potere iraniano accusato di sostenere il terrorismo. Ma chi farà rispettare questo accordo irrealistico dopo la fine del mandato di Trump? E se gli Stati Uniti hanno vinto la guerra, perché l'Iran dovrebbe dettare loro le proprie condizioni? Peggio ancora, i cittadini iraniani, dopo essersi sentiti dire che "gli aiuti sono in arrivo", continueranno a subire arresti, abusi e condanne a lunghi anni di carcere per "reati" come il mancato rispetto delle norme inerenti all'uso del velo da parte di una donna, la richiesta di libertà o la conversione al Cristianesimo.
I cristiani, in particolare, continuano ad essere tra i gruppi maggiormente esposti al rischio di arresti e persecuzioni nel Paese.
Nel gennaio scorso, Ghazal Marzban, una convertita dall'Islam al Cristianesimo, è stata arrestata nella propria abitazione a Teheran. Durante la perquisizione, gli agenti hanno sequestrato la sua Bibbia e altro materiale cristiano. Di recente, è stata condannata a nove anni e otto mesi di carcere dal famigerato giudice del tribunale rivoluzionario Iman Afshari, sulla base di accuse che includono "propaganda contro lo Stato mediante slogan" e "associazione a delinquere contro la sicurezza nazionale".
Marzban era già stata arrestata nel novembre 2024 e aveva trascorso due mesi nel carcere di Evin per aver protestato contro le vessazioni subite da quando, sette anni prima, si era convertita al Cattolicesimo.
Al momento dell'arresto, avvenuto nel gennaio scorso, la donna è stata condotta in una località sconosciuta, senza ricevere alcuna spiegazione. Due ore dopo, ha telefonato a casa per informare il marito di trovarsi in una struttura del Ministero dell'Intelligence. In seguito, è rimasta per un mese in isolamento, senza possibilità di comunicare con l'esterno.
Secondo l'organizzazione per i diritti umani britannica Article18, Marzban, laureata in diritto islamico, sarebbe stata sottoposta a pressioni durante gli interrogatori affinché ammettesse di utilizzare la Bibbia e altro materiale cristiano a fini missionari. Lei ha negato tale accusa, affermando che i testi erano destinati esclusivamente a un uso personale e che, in quanto cristiana, aveva il diritto di possederli.
Dopo la sua conversione, le è stato impedito di sostenere l'esame per l'abilitazione alla professione forense ed è stata sottoposta a pressioni affinché lasciasse il Paese. Il marito, anch'egli convertito, non ha potuto più ottenere i farmaci necessari per la cura del morbo di Parkinson.
A causa delle condizioni di salute del marito, ha affermato il direttore esecutivo di Article18, Mansour Borji, la detenzione di Marzban è stata in realtà "una condanna per entrambi".
L'organizzazione per i diritti umani Open Doors ha dichiarato che il 25 maggio Marzban ha iniziato lo sciopero della fame.
Bahar Sahraian, stimata avvocata nota per la difesa di cristiani e altri prigionieri politici in Iran, è stata arrestata il 16 maggio nella città di Shiraz. Il suo arresto è avvenuto mentre lavorava ad alcuni casi presso un tribunale rivoluzionario.
Quella mattina è stata condotta presso l'ufficio del procuratore è accusata di "associazione a delinquere finalizzata ad agire contro la sicurezza nazionale", "attività di propaganda contro il sistema islamico" e "diffusione di informazioni false", per poi essere trasferita nel carcere di Adel Abad.
Già nel 2022, Sahraian figurava tra gli oltre 30 avvocati arrestati dopo l'ondata di proteste nazionali scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini, avvenuta mentre la donna era in custodia. All'epoca, migliaia di manifestanti erano in attesa di processo, senza però poter beneficiare di un'adeguata assistenza legale, e si chiedeva a gran voce la loro condanna a morte, una tendenza che persiste ancora oggi.
Tra i clienti di Sahraian figurano Sam Khosravi e Maryam Falahi. La loro figlia adottiva, Lydia, è stata allontanata dalla famiglia per ordine di un tribunale perché i genitori si erano convertiti al Cristianesimo e Lydia era considerata nata musulmana. In un altro procedimento, Sara Ahmadi e Homayoun Zhaveh sono stati condannati complessivamente a 10 anni di carcere. Homayoun, sessantenne, soffre di una forma avanzata di morbo di Parkinson.
Nel caso di Khosravi e Falahi, Sahraian è riuscita ad essere colpita da due fatwa emesse da Grandi Ayatollah, le più alte autorità islamiche sciite in Iran, che sancivano la "liceità" dell'adozione di Lydia da parte della coppia convertita al Cristianesimo, vista la "natura delicata" della vicenda, le condizioni di salute della minore e l'indiscusso legame affettivo con i suoi genitori.
La donna era anche una dei 120 avvocati che firmarono una lettera aperta indirizzata all'allora capo della magistratura, Ebrahim Raisi. Nella lettera gli si chiedeva di ribaltare la decisione, ma lui respinse la richiesta.
Un altro avvocato che si occupava della difesa di cristiani, Shima Ghosheh, è stata arrestata nel gennaio scorso. A marzo è stata rilasciata su cauzione per un importo equivalente a quasi 40mila dollari.
Ha rappresentato cristiani, tra cui la famiglia iraniano-assira Bet-Tamraz e convertiti accusati di "apostasia", reato che in passato ha comportato condanne a morte.
In Iran, l'abbandono dell'Islam è considerato un reato punibile con la pena di morte. Il sistema giudiziario prevede la pena capitale per accuse di apostasia e blasfemia. Sebbene l'apostasia non sia esplicitamente considerata un reato capitale nel Codice penale iraniano, la magistratura può applicare la legge islamica (sharia) quando la legislazione vigente non disciplina una determinata fattispecie. Chi abbandona l'Islam può essere condannato a morte o all'ergastolo. La pena di morte è prevista anche per chi offende il profeta Maometto, si esprime contro l'Islam o promuove l'ateismo o religioni non musulmane.6
In molti casi, coloro che abbandonano l'Islam e abbracciano la fede cristiana perdono il lavoro, le fonti di sostentamento, l'accesso all'istruzione e persino la libertà personale.
Fatemeh Mary Mohammadi, una convertita al Cristianesimo che lavora come difensore dei diritti umani e giornalista, è stata di recente arrestata e non si sa dove si trovi.
Mohammadi è stata arrestata più volte con accuse pretestuose legate alle sue proteste contro il regime iraniano. Nel 2021 finì di nuovo in carcere, presumibilmente per aver violato le norme sull'uso del velo islamico. Nei dodici mesi successivi al suo rilascio, le è stato impedito di esercitare un'attività lavorativa.
Il 18 gennaio scorso, è stata di nuovo arrestata dalla "polizia morale" iraniana, che ha contestato il suo abbigliamento, affermando che i suoi pantaloni erano troppo aderenti, il velo non copriva adeguatamente il capo e il cappotto era sbottonato.
Mohammadi aveva già trascorso sei mesi in prigione per appartenenza a una chiesa domestica. I membri di queste chiese vengono regolarmente etichettati dal regime iraniano come "gruppi nemici" appartenenti a un culto "sionista". Le era stata inoltre inflitta una condanna detentiva sospesa per aver preso parte a una protesta pacifica.
La donna ha dichiarato che, nonostante i buoni rapporti con il suo datore di lavoro, non è stata in grado di tornare a lavorare come istruttrice di ginnastica dopo la sua scarcerazione avvenuta nel 2020.
Secondo Mohammadi, era "molto chiaro" che il suo datore di lavoro fosse stato sottoposto a pressioni da parte di agenti dei servizi segreti per impedirle di tornare al lavoro. L'uomo aveva affermato di non potersi permettere di correre rischi perché aveva un figlio piccolo.
In precedenza, era già stata richiamata dalle autorità per aver indossato l'hijab in modo improprio, dopo essersi recata alla polizia per denunciare un'aggressione subita. Nel dicembre 2019, venne espulsa dall'università proprio alla vigilia della sessione d'esami.
Nell'ottobre del 2020, Mohammadi affermò che vedersi negata l'istruzione equivale a "una condanna all'ergastolo o all'esilio inflitta in contumacia".
"Tutto ne risente. Il tuo lavoro, il tuo reddito, il tuo status sociale, la tua identità, la tua salute mentale, la tua soddisfazione personale, la tua vita, il tuo posto nella società, la tua indipendenza.
"Ed è ancora più difficile, in quanto donna, continuare ad avere pazienza e sopportare, in una società così ostile alle donne e alla femminilità, pur reclamando entrambe."
All'inizio di quest'anno, mentre era in viaggio, Mohammadi è improvvisamente scomparsa. La sua famiglia era rimasta in contatto con lei regolarmente prima che ogni comunicazione si interrompesse alla fine di febbraio. Amnesty International ha riferito che era stata arrestata ad Ahvaz, ma poi trasferita in un luogo sconosciuto il 2 aprile.
Amnesty International ha avvertito che lei e gli altri detenuti sono "esposti a un grave rischio, a causa delle segnalazioni di torture e altre forme di maltrattamento in carcere nonché di decessi avvenuti durante la detenzione in circostanze sospette".
Un rapporto pubblicato da Open Doors rileva:
"Purtroppo, episodi del genere non sono rari in Iran, così come non lo è il rifiuto delle autorità di fornire ulteriori informazioni. Le voci che si battono per la giustizia a favore dei cristiani e di altre minoranze sono spesso prese di mira per aver denunciato le ingiustizie del governo in Iran, e Mary Mohammadi è una figura di spicco tra i dissidenti che sostengono i cristiani. Nel 2023, le è stato conferito il St Stephen's Award, il Premio Santo Stefano, per i cristiani perseguitati durante una cerimonia a Bonn per il suo 'straordinario coraggio' e la sua 'eccezionale abnegazione'."
Secondo un recente rapporto di Amnesty International, tra gli oltre 6mila iraniani arrestati arbitrariamente e, in alcuni casi, sottoposti a sparizioni forzate dall'inizio della guerra, figurano anche i cristiani.
"Le autorità hanno arrestato arbitrariamente, minacciato e/o convocato centinaia di manifestanti; difensori dei diritti umani; avvocati; giornalisti e altri operatori dei media; attivisti della società civile; sindacalisti e attivisti per i diritti dei lavoratori; studenti; insegnanti; familiari in cerca di giustizia di manifestanti e passanti uccisi illegalmente o giustiziati arbitrariamente; minoranze etniche, tra cui arabi ahwazi, baluci e curdi; e minoranze religiose, tra cui bahá'í e cristiani...
"Amnesty International ha documentato casi di maltrattamenti e torture sin dal 28 febbraio 2026, come finte esecuzioni, pistole infilate in bocca, percosse, sospensioni per le mani e per i piedi, isolamento prolungato e diniego di cibo e cure mediche, afferma il rapporto. "Le autorità hanno inoltre utilizzato 'confessioni' estorte con la forza come strumento di propaganda, trasmettendo video sui media statali prima dello svolgimento dei procedimenti giudiziari".
Il rapporto cita arresti di massa in almeno 20 province del Paese. Tra queste, Yazd, dove a maggio un procuratore ha affermato di aver arrestato tre leader di "una rete evangelista cristiana".
Secondo Erika Guevara Rosas di Amnesty International:
"La comunità internazionale non deve consentire alle autorità iraniane di usare il conflitto come cortina fumogena per rafforzare il proprio apparato repressivo e commettere impunemente crimini ai sensi del diritto internazionale. La crisi dei diritti umani e dell'impunità in Iran richiede un'azione diplomatica internazionale urgente e costante al fine di prevenire ulteriori crimini atroci da parte della comunità, nonché creare percorsi per garantire meccanismo di giustizia internazionale, incluso il possibile deferimento della situazione iraniana alla Corte Penale Internazionale da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite."
Secondo quanto riferito a TIME da due alti funzionari del Ministero della Salute iraniano, solo l'8 e il 9 gennaio ben 30mila persone sono state uccise nelle strade del Paese. Il numero di persone massacrate dalle forze di sicurezza iraniane in quei due giorni è stato talmente elevato da superare la capacità dello Stato di smaltire i cadaveri.
Il 13 gennaio, Trump ha esortato i manifestanti in Iran a continuare e ha promesso che "gli aiuti sono in arrivo".
Il nuovo accordo di Trump con questo regime terroristico è un colossale tradimento. Condanna gli iraniani a tempo indeterminato ad abusi, torture e morte.
Un accordo che permette alla Repubblica islamica dell'Iran, una delle principali fonti di terrorismo e instabilità in Medio Oriente e non solo, di rimanere al potere significa che donne, cristiani, avvocati per i diritti umani e altri innocenti continueranno a essere arrestati, torturati, imprigionati e uccisi.
Con la firma di questo memorandum d'intesa, Trump non solo tradisce milioni di iraniani che hanno creduto negli Stati Uniti e hanno sacrificato la propria vita per la libertà, ma "trasformando la vittoria in sconfitta" danneggia sia la reputazione dell'America sia la propria.
* Uzay Bulut, una giornalista turca, è Distinguished Senior Fellow presso il Gatestone Institute.

(Gatestone Institute, 29 giugno 2026 - trad. di Angelita La Spada)

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“Operazione Closing Verse”: l’IDF distrugge infrastrutture di Hezbollah vicino al confine israeliano

La distruzione da parte di Israele di un complesso di tunnel costruito dall’Iran nel Libano meridionale segna l’inizio di una nuova fase: non più il contenimento di Hezbollah, ma il tentativo di eliminare la minaccia che essa rappresenta al confine, nell’ambito di un accordo quadro mediato dagli Stati Uniti.

di Ryan Jones

GERUSALEMME - Domenica le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno distrutto un grande complesso sotterraneo di Hezbollah nei pressi di Majdal Zoun, nel sud-ovest del Libano. Secondo quanto riferito dall’esercito, è stato fatto saltare in aria un sistema di tunnel lungo oltre 200 metri e profondo più di 25 metri.
Il complesso avrebbe ospitato centinaia di armi e diverse postazioni di lancio di missili puntate verso il territorio israeliano. Secondo l’IDF, la struttura è stata costruita con tecnologia e competenze provenienti dall’Iran.
L’operazione è stata condotta dopo che Israele aveva informato gli Stati Uniti e il rappresentante americano in Libano. L’obiettivo era quello di inviare un messaggio nel contesto della nuova realtà diplomatica: Israele intende portare a termine l’eliminazione delle infrastrutture di Hezbollah nel Libano meridionale, indipendentemente dal fatto che Beirut sia in grado di farlo o meno.
La distruzione rientra nel contesto dell’«Operazione Closing Verse» («Verso finale») israeliana. Per anni Hezbollah ha dettato le regole al confine settentrionale di Israele: tunnel, razzi, droni, fuoco anticarro e la costante minaccia di un’invasione. Israele ha resistito, ha scoraggiato, ha reagito – e ha aspettato.
Questa epoca potrebbe ora entrare nel suo capitolo finale.
La scorsa settimana, l’amministrazione Trump ha mediato un accordo quadro tra Israele e il Libano, il cui primo obiettivo è l’allontanamento di Hezbollah dal Libano meridionale e lo smantellamento delle sue infrastrutture militari in quella zona. Israele continua a insistere sul fatto che le sue forze armate rimarranno nel Libano meridionale fino a quando Hezbollah non sarà disarmato e non costituirà più una minaccia per le comunità nel nord di Israele. Le vecchie ipotesi, basate su garanzie prive di efficacia, sono ormai storia.
Naturalmente nessuno si aspetta che tutto proceda senza intoppi.
Hezbollah farà di tutto per preservare il proprio arsenale e il proprio diritto di veto politico. L’Iran non rinuncerà senza combattere al suo principale braccio armato al confine con Israele. E gli alleati di Hezbollah all’interno del sistema politico libanese cercheranno molto probabilmente di ritardare, indebolire, reinterpretare o sabotare qualsiasi accordo che metta a rischio l’autonomia militare del gruppo. Il presidente del Parlamento libanese Nabih Berri lo ha già annunciato pubblicamente.
Per questo motivo Israele non considera l’accordo una garanzia, ma un’opportunità.
La distruzione del tunnel di Majdal Zoun è stata un atto di affermazione. Ha fatto capire chiaramente a Hezbollah che le infrastrutture, un tempo nascoste sotto il suolo libanese, ora sono vulnerabili. Ha fatto capire a Beirut che le firme a Washington non sostituiranno le azioni sul campo.
E ha fatto capire agli abitanti del nord di Israele che Gerusalemme non intende lasciarli tornare alle illusioni del periodo prebellico.
«Operazione Closing Verse» è una scelta di rotta.
Israele vede l’inizio della fine della minaccia rappresentata da Hezbollah al suo confine settentrionale. Hezbollah si trova ad affrontare una sfida esistenziale per il proprio «Stato nello Stato» armato. Il Libano si trova ora tra queste due realtà.
La fase successiva determinerà se l’accordo quadro diventerà un punto di svolta – o semplicemente un altro documento che verrà sepolto sotto le macerie del conflitto mediorientale.

(Israel Heute, 29 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


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Libano, l’accordo con Israele divide il fronte filopalestinese scoppia la rivolta dei sostenitori di Hezbollah

Accademici, attivisti e influencer attaccano il governo di Beirut dopo l’intesa con Israele mentre Hezbollah minaccia il Paese e rifiuta il disarmo

di Paolo Montesi 

L’accordo firmato a Washington tra Israele, Libano e Stati Uniti ha provocato una frattura che va ben oltre i confini del Medio Oriente. Mentre il presidente libanese Joseph Aoun lo presenta come il primo passo per restituire piena sovranità al Paese e ridurre il peso di Hezbollah, una parte del mondo accademico, dell’attivismo filo-palestinese e dell’informazione militante ha reagito schierandosi apertamente contro il governo di Beirut, fino ad accusarlo di tradimento e a invocarne l’isolamento internazionale.
L’intesa, raggiunta il 26 giugno sotto la mediazione americana, prevede un percorso graduale che collega il ritiro israeliano dal Libano meridionale al disarmo verificabile di Hezbollah, affidando all’esercito libanese un ruolo centrale nel controllo del territorio. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha definito il testo un passaggio destinato a rafforzare la sovranità del Libano e a smantellare l’infrastruttura militare del movimento sciita sostenuto dall’Iran.
La reazione di Hezbollah è stata immediata. Il segretario generale Naim Qassem ha bollato l’accordo come una “resa”, lo ha dichiarato privo di qualsiasi validità e ha avvertito che ogni tentativo di imporre il disarmo potrebbe trascinare il Libano verso una nuova guerra civile. Una posizione che conferma quanto il controllo delle armi rappresenti il vero nodo politico del Paese.
A sorprendere è stata soprattutto la mobilitazione internazionale a sostegno della linea di Hezbollah. Tra le voci più dure figura Sami Hermez, antropologo e direttore del Liberal Arts Program della Northwestern University in Qatar, che ha rilanciato sui social un appello del Palestinian Youth Movement definendo il governo libanese “traditore” e chiedendone apertamente l’isolamento. Il messaggio riprendeva uno slogan destinato a diventare virale negli ambienti filopalestinesi, secondo cui Beirut avrebbe firmato una “pace del tradimento” sotto la supervisione degli Stati Uniti.
Le prese di posizione di Hermez hanno attirato nuove attenzioni anche per il suo passato. Già il 7 ottobre 2023 aveva descritto l’attacco di Hamas come un momento di grande valore simbolico sul piano psicologico, mentre in precedenti interventi pubblici aveva promosso campagne contro ogni forma di normalizzazione dei rapporti con Israele e, in un vecchio articolo pubblicato da Electronic Intifada, aveva accostato l’ex leader di Hezbollah Hassan Nasrallah a figure come Mahatma Gandhi e Nelson Mandela. Il Middle East Forum, in un rapporto pubblicato nel 2025, aveva già indicato Hermez tra gli accademici ritenuti vicini alle posizioni di Hamas e Hezbollah.
Nel mirino è finita anche Ana Kasparian, volto noto del programma americano The Young Turks. Commentando l’accordo, la giornalista ha definito Aoun “una disgrazia” e ha sostenuto che Hezbollah venga considerata un’organizzazione terroristica soltanto da chi, a suo dire, starebbe occupando il Libano. Le sue parole sono arrivate in risposta alla giornalista israelo-americana Emily Schrader, favorevole al disarmo della milizia sciita previsto dall’intesa.
Anche il Palestinian Youth Movement ha diffuso un duro comunicato nel quale i rappresentanti ufficiali del Libano vengono descritti come semplici “cosiddetti rappresentanti” che avrebbero firmato un accordo di capitolazione con “l’occupazione sionista”. L’organizzazione, nata in opposizione agli Accordi di Oslo, respinge ogni forma di normalizzazione con Israele. L’Anti-Defamation League ha inoltre documentato come il movimento abbia ospitato, dopo il 7 ottobre 2023, manifestazioni nelle quali alcuni interventi hanno elogiato Hamas e, nel 2024, abbia organizzato una conferenza insieme a esponenti collegati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, organizzazione inserita dagli Stati Uniti nella lista dei gruppi terroristici.
Lo scontro che accompagna il nuovo accordo mostra quanto il dossier libanese abbia ormai assunto una dimensione internazionale. Da una parte si collocano il governo di Beirut, gli Stati Uniti e quanti ritengono indispensabile riportare il monopolio della forza nelle mani dello Stato; dall’altra restano Hezbollah e una rete di sostenitori politici e mediatici che considera il disarmo della milizia un cedimento strategico a Israele. La vera partita, tuttavia, si giocherà nei prossimi mesi, quando il governo libanese dovrà dimostrare di avere la forza politica e militare necessaria per trasformare il testo firmato a Washington in una realtà sul terreno.

(Setteottobre, 29 giugno 2026)

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Israele teme un altro 7 ottobre in vista delle imminenti elezioni

I nuovi sondaggi evidenziano una profonda preoccupazione a livello nazionale, un ampio sostegno a favore di un’inchiesta e un’opinione pubblica che continua a guardare agli avvenimenti politici sullo sfondo del trauma del massacro perpetrato da Hamas.

GERUSALEMME - A quasi tre anni dagli attacchi del 7 ottobre, secondo un nuovo sondaggio di Channel 12, gli israeliani continuano a essere attanagliati dal timore che il Paese possa subire un nuovo attacco di pari portata.
Il sondaggio ha rivelato che il 74% degli israeliani è preoccupato per la possibilità di un altro attacco simile a quello del 7 ottobre, mentre solo il 20% ha dichiarato di non essere preoccupato per un simile scenario.
Questo timore attraversa tutti gli schieramenti politici. Anche tra gli elettori vicini alla coalizione di governo, il 66% ha dichiarato di temere che un attacco simile possa ripetersi.
I risultati indicano che il Paese vive ancora all’ombra dell’attacco più letale mai verificatosi in un solo giorno nella storia di Israele, quando, il 7 ottobre 2023, forze guidate da Hamas hanno fatto irruzione in alcune comunità nel sud di Israele, uccidendo circa 1.200 persone e rapendone altre 251 per portarle a Gaza.
Il massacro non ha solo ridefinito la situazione di sicurezza di Israele, ma sta influenzando anche la politica del Paese.
Secondo il sondaggio, il 53% degli intervistati ha dichiarato che il 7 ottobre influenzerà il proprio voto alle prossime elezioni parlamentari, previste per ottobre. Questo dato suggerisce che il giudizio dell’opinione pubblica in merito alle responsabilità, alla preparazione in materia di sicurezza e alla conduzione della guerra sarà probabilmente al centro della campagna elettorale.
Inoltre, la maggioranza degli israeliani esige delle risposte. Il sondaggio ha rivelato che il 66% è favorevole all’avvio di un’indagine nazionale sulle mancanze che hanno reso possibile l’attacco.
L’attacco guidato da Hamas ha scatenato una guerra protratta su più fronti, che ha coinvolto la Striscia di Gaza, il Libano, la Siria, lo Yemen e l’Iran. Gli israeliani si trovano così a dover affrontare non solo il ricordo dell’aggressione, ma anche la questione se lo Stato abbia completamente risolto le carenze che l’hanno resa possibile.

(Israel Heute, 29 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il razzismo antiebraico dell’Orientale di Napoli

di Antonio Cardellicchio

FOTO
Un dottorando ebreo israeliano Benjamin Birely è stato demonizzato, de-umanizzato, fatto oggetto di una campagna di odio sistematica, ossessiva, da parte di un gruppo fanatico islamo-fasciocomunista-camorrista che domina la facoltà, costretto a troncare il suo programma di ricerca scientifica, costretto a tornare in Israele.
L’orrore di questo episodio tipico non conosce limiti. Birely è apertamente critico nei confronti del governo israeliano, per cui cade la solita etichetta della lotta al governo di “estrema destra” e si evidenzia con brutalità l’assoluto razzismo antiebraico. Il linciaggio è senza mezzi termini, di violenta criminalizzazione, da cellula di Hamas.
Tale Vincenzo Fullone, estremista antisemita già partecipante della Flotilla, pubblica nel 2025 un video dove marchia Birely come “soldato senza divisa” agente del governo israeliano inviato a Napoli per condizionare il dibattito sul conflitto. Da qui si scatena un’ondata virale aggressiva da parte del gruppo Link Orientale, che arriva a classificarlo come “dottorando in genocidio” in un crescendo di aggressione verbale che minaccia aggressione fisica. Il giovane ebreo è costretto a lasciare Napoli per continuare i suoi studi in Israele, in modalità remota.
Birely è un pacifista convinto che ritiene di operare per la pace e la coesistenza tra israeliani e palestinesi. Dichiara con franchezza:  “Non presto alcun servizio nell’Idf. Sono solo un dottorando giunto a Napoli con tutte le intenzioni di rimanerci il tempo necessario per completare il mio progetto di ricerca. Non avrei mai avuto alcuna intenzione di lasciare Napoli che amo, come i napoletani, che per molti versi mi ricordano il caos e la voglia di vivere di Israele e degli israeliani. Tuttavia, il silenzio è l’inerzia da parte dell’ateneo non mi hanno lasciato altra scelta che andarmene per proteggere la mia sicurezza personale a causa del continuo incitamento all’odio e alle minacce”.
Solo un gruppo di studenti dell’opposizione iraniana lo difende, a estrema vergogna dell’Istituto Orientale e del debole latitante civismo napoletano.
Birely è nato negli USA nel 1990, ha fatto l’Aliyah in Israele nel 2010, era arrivato a Napoli per realizzare il proprio programma di dottorando nel dipartimento di Asia, Africa e Mediterraneo dell’Orientale. Nessuno ha mosso un dito per proteggere la sua dignità e incolumità, tutti hanno taciuto su questa azione di antiebraismo virulento, smaccato, barbarico. Così hanno dominato le menti colonizzate dall’islamismo genocida. I docenti tutor hanno dichiarato che Birely ha lasciato Napoli a causa di una “situazione estremamente pericolosa”. Il dottorando dice sconsolato: “mi sento completamente abbandonato dall’intero sistema accademico. Il silenzio e l’inerzia dell’Università sono stati per me devastanti”. Il sindaco tace, il re travicello della Regione resta chiuso nella sua nullità, il Rettore chiede scusa ma prima non era intervenuto. Questo antisemitismo spietato, tossico, ottuso, massificato è un indicatore infallibile dello svuotamento e degenerazione delle nostre università, ridotte a istituti professionali, centri d’indottrinamento del politicamente corretto, con covi di teppisti squadristi barbarici. Istituzioni anti-universitarie, anti-scientifiche, livellate verso il basso, che boicottano le università israeliane, collaborano con le università iraniane e accolgono servilmente finanziamenti arabi vincolanti.

(L'informale, 29 giugno 2026)

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Il palestinismo è una religione nera che impedisce la pace in Medio Oriente

di Francesco Lucrezi

Di recente, caso unico nella storia, tutti i palestinesi del mondo hanno ricevuto la cittadinanza onoraria di Parigi. Auguri. A proposito di questo meritato riconoscimento, faccio un paio di brevi riflessioni. Ho sempre pensato, purtroppo (e sottolineo il purtroppo), che una soluzione pacifica e negoziata del conflitto israelo-palestinese non ci sarà mai. O meglio, mai fino a quando non si capirà che la cosiddetta “questione palestinese” non è che un sottoprodotto, subdolo e ingannevole, della ben più antica “questione ebraica”. 
La formuletta “due popoli due Stati” è frutto o di una assoluta ingenuità o di totale malafede. Se tutte le cosiddette zone occupate (ossia Gaza e Cisgiordania) fossero completamente libere dalla sola ombra di un israeliano, se Gerusalemme (anche con tutta la città vecchia, compreso il Muro del Pianto) fosse sotto completa sovranità araba, senza la benché minima traccia di un ebreo, beh, allora questa famosa soluzione sarebbe, infine, praticabile? O ancora no? Ebbene, questo futuro radioso non è difficile da immaginare. Non bisogna sognare una idilliaca realtà che potrà venire tra qualche migliaio di anni, dopo chi sa ancora quante guerre.
Basta tornare con la memoria un po’ indietro, di 59 anni, esattamente fino al 4 giugno 1967. Perché, fino a quel giorno, la situazione era esattamente quella. Tutta Gerusalemme, tutta la Cisgiordania, tutta Gaza, anche tutto il Golan assolutamente “judenfrei”. Totale, immediata possibilità di fare il secondo Stato, e quindi di avere i due Stati per i due popoli. Cosa lo avrebbe impedito? E sappiamo quello che è successo. Coloro che sognano una Palestina libera “dal fiume al mare” sembrano più intransigenti e sanguinari, e certamente lo sono, ma, almeno, sono più sinceri. In questi 59 anni, certo, sarebbe potuto avvenire qualche cambiamento, da parte araba e di tutti i nemici di Israele, tale da rendere la soluzione del compromesso, finalmente, praticabile. Qualche cambiamento che inducesse ad accettare serenamente e senza finzioni la legittimità dell’esistenza storica dello Stato di Israele, il diritto naturale del popolo ebraico a vivere nella sua terra, o almeno in una parte di essa, in un rapporto di proficuo e buon vicinato con i popoli confinanti. A porre termine alle continue violenze contro quel piccolo popolo e quel piccolo Stato, e a combattere senza esitazioni tutti gli estremisti, di qualsiasi colore, che si oppongono alla pacifica convivenza. 
E, in effetti, dei cambiamenti ci sono stati, e molto rilevanti. Solo che sono andati nella direzione esattamente opposta. Forse i più giovani non ricordano che, fino al 1967, nessuno parlava di “questione palestinese”, e nessuno sapeva, per esempio, che la Palestina avesse una bandiera (che, nella versione attuale, è stata creata nel 1964): chi l’aveva mai vista? Si parlava solo di questione israeliana, ossia della abusività di quel piccolissimo staterello ebraico nell’immensità delle sconfinate terre arabe e islamiche. Poi, dal 1967, è nato il trucco della questione palestinese. Un trucco. 
Da allora la narrativa del mondo è stata sempre la stessa, ossia quella di una sistematica, capillare, ossessiva, morbosa criminalizzazione di Israele, ma con un’importante novità: un’altrettanto sistematica, capillare, ossessiva, morbosa santificazione della Palestina. I palestinesi sono diventati il popolo martire per eccellenza, sono oggetto di una devozione di tipo religioso, da parte degli appartenenti a tutte le fedi del mondo. Tutti, ma proprio tutti li venerano: arabi, musulmani, cristiani, ebrei, comunisti, democratici e totalitari, occidentali e orientali. Tutti. È l’unica cosa che mette d’accordo neofascisti e terroristi rossi, sacerdoti e atei, razzisti e attivisti per i diritti civili. Il palestinismo è una religione nera, ma non è una religione nuova. Come ho avuto modo di notare, non è che l’ultimo abito della vecchia religione antisemita.
Dopo il 7 ottobre, entrambi i fenomeni (che poi sono le due facce della stessa medaglia), ossia la criminalizzazione di Israele e la santificazione della Palestina, hanno raggiunto picchi inimmaginabili. I singoli cittadini di Israele, e spesso i singoli ebrei, sono oggetto di una sorta di caccia all’uomo, in tutto il mondo, cacciati da Università, alberghi, ristoranti, festival letterari e musicali, trattati come degli appestati o degli untori, mentre chiunque possa presentarsi come palestinese (e il numero degli aventi diritto si è ingigantito in modo impressionante) è accolto come una sorta di Cristo sofferente, meritevole di soccorso, amore, riconoscimento, tutto. Ai primi, tutto il male del mondo; ai secondi, tutto il bene.
Tanto si è allargata la divaricazione tra la mostrificazione dei primi e la santificazione dei secondi che pare impossibile che essa continui ancora ad ampliarsi. Eppure, accade. Non è dato sapere cosa accadrà in futuro, ma una cosa è certa. Ogni gesto di santificazione, così come ogni gesto si criminalizzazione, non fa che allontanare ancora di più questo miraggio della pace. Come potrebbe mai un popolo di angeli vivere in pace a un popolo di demoni? Quale barriera di fuoco dovrebbe dividere questi due regni, l’Inferno dal Paradiso? Quel giorno, quindi, si allontana sempre di più. Ma, in realtà, il “mai” non può allontanarsi ulteriormente. Mai vuol dire mai. Quindi, caro Sig. Grégoire, Sindaco di Parigi, mi dispiace dirtelo, ma il tuo gesto non è servito a niente. Nada de nada.

(HaKol, 29 giugno 2026)
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Leggere anche La nuova religione laica: il palestinismo".

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Perché crediamo in un futuro millennio sulla terra 

di Jeff Kinley 

La posizione premillenarista afferma che, al suo secondo avvento, Gesù ritornerà sulla terra prima di instaurare un regno letterale di mille anni. Questa dottrina presuppone che il regno millenario di Cristo appartenga a un'epoca futura e sostiene che Satana sarà legato durante questo periodo di mille anni, secondo Apocalisse 20,1-9
  Il premillenarismo fu la posizione dominante tra i padri della Chiesa antica: Ignazio, Policarpo, Tertulliano, Clemente di Roma, Barnaba e Giustino martire. I premillenaristi credono - come anche coloro che professano altre visioni escatologiche - che Dio sia sovrano e regni in ogni tempo su tutte le cose, anche oggi (Salmo 115.3). La differenza, tuttavia, sta nel fatto che il premillenarismo vede una chiara distinzione nel modo e nell'estensione del governo di Gesù nell'epoca presente rispetto al suo regno nel futuro Millennio. Quel giorno, il regno di Cristo sarà mondiale, giusto e pienamente visibile. 

• Perché dunque il premillenarismo? 
  Ci sono diversi motivi, fondati sulla Scrittura, che sostengono questa visione. Occorre tenere presente che la comprensione e l'interpretazione dei «mille anni» in Apocalisse 20 dipendono da come si interpreta l'intero libro dell'Apocalisse. Come su una strada che conduce a una meta precisa, così la vostra ermeneutica (metodo di interpretazione) vi condurrà verso una determinata visione complessiva della Bibbia. In altre parole: il modo in cui si comincia determina il punto in cui si finisce. 
  Ritengo che il metodo letterale, grammaticale, storico, culturale e contestuale sia il più efficace e accurato per interpretare la Scrittura. È così che la Bibbia dovrebbe essere compresa. Ed è lo stesso metodo che anche i sostenitori delle altre posizioni utilizzano quando interpretano le profezie riguardanti il primo avvento di Gesù. 
  Con questo approccio, ogni credente diligente può comprendere il significato della Scrittura da Genesi ad Apocalisse - inclusi gli insegnamenti sul Regno Millenario. Su questa base, presenterò sette ragioni per cui credo che il secondo avvento di Gesù precederà il Millennio. 

Motivo Nr. 1 - Il premillenarismo è coerente con le promesse che Dio fece ad Abrahamo e Davide. 
  Dio concluse con entrambi un patto e diede promesse concrete: 
  Ad Abrahamo fu promesso che sarebbe diventato il padre di una grande nazione (Genesi 12,2). 
  Questa promessa si è effettivamente compiuta, poiché da lui nacque la nazione d'Israele. 
  Dio promise ad Abrahamo che lo avrebbe benedetto e che tutte le nazioni sarebbero state benedette attraverso di lui (Genesi 12,3). 
  Questa promessa si è adempiuta mediante Gesù e il suo sacrificio sulla croce. 
  Ad Abrahamo e alla sua discendenza fu assegnata una porzione di terra ben definita (Genesi 12,1; 15,18-21). 
  Il re Salomone si avvicinò all'adempimento di questa profezia, ma non regnò mai sull'intera estensione del territorio promesso ad Abrahamo. 
  In realtà Israele non ha ancora raggiunto i confini territoriali promessi. 
  Questa profezia deve dunque ancora realizzarsi - e lo farà durante il Millennio. 
  Dio disse a Davide che il suo «discendente» avrebbe regnato per sempre sul suo trono (2 Samuele 7,12-16). 
  In questi versetti compare tre volte l'espressione «per sempre», a conferma del carattere irrevocabile della promessa. 
  E questa profezia riguardante Cristo (cf. Matteo 19,28; Luca 1,31- 33; Atti 1,6-7) non si è ancora compiuta. 
  Attualmente Gesù non regna dal trono di Davide (Ebrei 12,2). 
  Ma al suo ritorno Egli assumerà il suo legittimo posto su quel trono (Atti 15,15-18). 

Motivo Nr. 2 - Il premillenarismo è coerente con la risurrezione descritta in Apocalisse 20,1-6 (« ... essi tornarono in vita e regnarono con Cristo per mille anni»). 
  La parola tradotta con «risurrezione» (gr. anàstasis) ricorre 41 volte nel Nuovo Testamento e si riferisce sempre a una risurrezione corporea e letterale. 
  Non ha alcun senso pensare che i santi della tribolazione risorgano per poi regnare con Gesù in una sorta di regno simbolico o spirituale di durata indeterminata. 
  E perché i non credenti, morti durante la tribolazione, dovrebbero risorgere corporalmente solo dopo un periodo di mille anni inteso in modo meramente figurato, per essere giudicati? 
  Se la risurrezione e i giudizi sono letterali, ne consegue necessariamente che anche il Millennio lo è. 

Motivo Nr. 3 - Il premillenarismo fu la posizione dominante della Chiesa primitiva e rimase tale per i primi tre secoli della storia cristiana . 
  Alcuni dei padri della Chiesa che sostennero questa visione furono: 
  Papia (ca. 60-130 d.C.) - vescovo di Gerapoli, compagno di Policarpo e discepolo dell'apostolo Giovanni - affermò che anche gli apostoli Andrea, Pietro, Filippo, Tommaso, Giacomo e Matteo condividevano la posizione premillenarista. 
  Ignazio (t 108 d.C.) - vescovo di Antiochia nel I secolo. 
  Policarpo (69-155 d.C.) - discepolo dell'apostolo Giovanni. 
  Giustino martire (ca. 100-165 d.C.) - parlò del regno millenario di Cristo nel suo Dialogo con Trifone. Ireneo (ca. 130-202 d.C.) - vescovo di Lione, fu discepolo di Policarpo. 
  Fu solo quando Agostino (IV-V secolo d.C.) «spiritualizzò» il regno che la visione amillenarista acquistò rilevanza. Fino ad allora, questa posizione era associata a interpretazioni non letterali della Bibbia, considerate eterodosse. 

Motivo Nr. 4 - La prima venuta di Gesù Cristo sulla terra non fu né simbolica né spirituale, ma un fatto reale. 
  Poiché le profezie riguardanti la prima venuta di Cristo si sono adempiute in modo letterale, non vi è alcun Motivo convincente per ritenere che le profezie riguardanti il suo ritorno e il suo regno millenario non si compiranno anch'esse in modo letterale. 
  La Sacra Scrittura sembra infatti affermarlo con chiarezza (Isaia 2,3; Daniele 7,14; Zaccaria 14,4.9; Apocalisse 19,11-21; 20,2.4). 

Motivo Nr. 5 - Il premillenarismo è sostenuto dalla lettura più semplice e naturale delle profezie dell'Apocalisse. 
  Abbiamo dunque due possibilità: o il ritorno di Gesù, il suo futuro regno sulla terra, il giudizio davanti al grande trono bianco e l'eternità sono eventi letterali e reali, oppure sono simbolici, figurativi o collocati in un mondo spirituale invisibile. 
  Tuttavia, è problematico interpretare la profezia dell'Apocalisse come una verità spirituale astratta. 
  Secondo Giovanni in Apocalisse 1,7, al suo ritorno «ogni occhio lo vedrà». Occhi fisici vedranno un ritorno fisico. 
  E un ritorno reale conduce in modo logico e naturale a un Millennio fisico e letterale. 
  Inoltre, in Apocalisse 5,10 si afferma che i santi in cielo «regneranno sulla terra» - letteralmente. 

Motivo Nr. 6 - Il premillenarismo è coerente con l'incatenamento di Satana. 
  In Apocalisse 20,1-3 Giovanni ci fornisce dettagli precisi riguardo all'incatenamento di Satana. 
  Se questo fosse inteso solo in senso metaforico, si svuoterebbe di significato l'intero linguaggio impiegato. 
  Deve quindi trattarsi di un incatenamento reale. Giovanni, ispirato dallo Spirito Santo nella redazione della Sacra Scrittura, scelse accuratamente ogni parola. Descrive oggetti, azioni e luoghi specifici e fornisce persino una cronologia dettagliata: «angelo», «chiave», «abisso», «catena», «mano», «afferrare», «legare», «mille anni», «scagliare», «rinchiudere», «sigillare». 
  Credere che il diavolo sia attualmente legato durante il cosiddetto regno spirituale millenario di Gesù è insostenibile. Basta guardarsi intorno nel mondo. 
  Satana è ancora molto vivo e attivo sul nostro pianeta. 
  È ancora «il dio di questo mondo», che «ha accecato le menti» (2 Corinzi 4,4), ed è ancora per gli increduli «il principe della potenza dell'aria» (Efesini 2,2). 
  È ancora colui che «seduce tutta la terra» (Apocalisse 12,9) e appare come il nostro grande «avversario» (1 Pietro 5,8). 
  Una cosa, però, certamente non è: «incatenato» o «legato». 

Motivo Nr. 7 - Il premillenarismo utilizza un approccio semplice, letterale e grammaticale nell'interpretazione dell'Apocalisse. 
  È vero che Giovanni, nell'Apocalisse, usa espressioni che si riferiscono a periodi di tempo più generici o indefiniti, come «ancora un breve tempo» (Apocalisse 6,11), «poco tempo» (Apocalisse 12,12) e «per un breve tempo» (Apocalisse 20,3). In questi casi Dio non è specifico. 
  Ma se il numero mille anni, ripetuto sei volte in sette versetti (Apocalisse 20,1-7), non deve essere interpretato letteralmente, allora perché Dio lo ripete più e più volte? 
  Perché non dire semplicemente «un lungo periodo»? Perché il Signore ribadisce continuamente un numero preciso, quando avrebbe potuto usare espressioni generiche per indicare un periodo indefinito? 
  Interpretare il numero mille in senso letterale è logico, se consideriamo altri numeri che Giovanni cita in modo altrettanto preciso: «144.000» (Apocalisse 7,4; 14,1), «due testimoni» (Apocalisse 11,3), «200 milioni» (Apocalisse 9,16), «1260 giorni» (Apocalisse 11,3; 12,6), «7000 persone» (Apocalisse 11,13), «sette teste» e «dieci corna» (Apocalisse 13,1), «un terzo angelo» (Apocalisse 14,9). 
  Perché si dovrebbero usare numeri definiti per trasmettere concetti vaghi e simbolici? Perché Dio non avrebbe semplicemente detto ciò che intendeva? 
  E perché non dovremmo credergli? 
  Interpretare questi numeri in modo simbolico porta solo a speculazioni e confusione. Per me, questi sette motivi costituiscono una prova convincente che la posizione premillenarista è quella che meglio corrisponde all'insegnamento della Bibbia. Con ciò, non voglio sminuire chi sostiene visioni diverse. Tutte le posizioni devono essere confrontate e valutate alla luce della Sacra Scrittura. 
  Questo aiuta a eliminare confusione, a mantenersi informati e a rafforzare la fiducia in ciò che crediamo. 
  Sia l'Antico sia il Nuovo Testamento parlano di un futuro regno letterale (Salmo 2,9; Isaia 9,6; Zaccaria 14,9). 
  Tuttavia, solo nel libro dell'Apocalisse scopriamo che esso durerà mille anni. 

(Chiamata di Mezzanotte, novembre/dicembre 2025)


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Testo integrale dell’accordo quadro tra Israele e il Libano

Il documento trilaterale firmato a Washington è considerato un primo passo volto a «garantire la sovranità e la sicurezza dei due Paesi e a instaurare tra loro relazioni di buon vicinato pacifico» — prevede un leggero ritiro delle forze armate israeliane (Tsahal)

di Times of Israel Staff  

Di seguito il testo integrale dell’accordo quadro trilaterale concluso tra Stati Uniti, Israele e Libano, che le parti hanno firmato a Washington, DC, in data 26 giugno 2026, e che prevede il ritiro dell’esercito israeliano da alcuni settori del Libano meridionale dove ha combattuto contro Hezbollah:

Il governo di Israele e il governo del Libano, con il pieno sostegno degli Stati Uniti, sotto la presidenza di Donald J. Trump, affermano il loro obiettivo comune di instaurare una pace e una sicurezza durature. Come riflesso nel presente accordo quadro trilaterale («l’Accordo quadro») e attraverso futuri accordi, i due paesi dichiarano la loro ambizione di porre fine al conflitto che li oppone, di garantire la sovranità e la sicurezza di ciascuno e di instaurare relazioni pacifiche di buon vicinato.

    1. Israele e il Libano affermano il diritto di ogni Stato di esistere in pace, nonché la loro volontà comune di vivere in sicurezza in quanto Stati sovrani confinanti. Israele e il Libano dichiarano con la presente la loro intenzione di porre definitivamente fine al conflitto, di affrontarne le cause profonde e, così facendo, di porre ufficialmente fine a qualsiasi stato di guerra tra loro. Questo quadro, frutto di molteplici cicli di negoziati diretti tra le parti, si basa sugli accordi e sulle intese proficue conclusi in precedenza ed esprime la determinazione a compiere progressi irreversibili verso la risoluzione globale di tutte le questioni tra i due paesi. I due paesi ribadiscono la loro intenzione di risolvere tali questioni in qualità di Stati sovrani attraverso negoziati bilaterali diretti, con la mediazione e il sostegno degli Stati Uniti.

    2. Il governo di Israele e il governo del Libano si impegnano a seguire un processo reciproco e progressivo, accompagnato da condizioni chiare, nell’ambito del quale le Forze armate libanesi (FAL) ripristineranno la loro effettiva autorità sovrana su tutto il territorio libanese, subordinatamente al disarmo verificato dei gruppi armati non statali e allo smantellamento delle relative infrastrutture – il che consentirà a Tsahal di ritirarsi progressivamente dal territorio libanese. Gli elementi costitutivi di tale processo saranno descritti in dettaglio in un allegato relativo alla sicurezza, elaborato con il pieno sostegno degli Stati Uniti, che andrà a integrare il presente quadro. Tale quadro definirà le misure richieste, le disposizioni in materia di sicurezza e i meccanismi di verifica necessari per portare avanti tale processo. L’attuazione efficace di questo quadro aprirà la strada a relazioni stabili e pacifiche tra i due paesi e consentirà all’esercito israeliano di ritirarsi dal territorio libanese.

    3. Conformemente all’allegato sulla sicurezza e nell’ambito degli sforzi più ampi volti a garantire il monopolio dello Stato libanese sulle armi e il controllo sovrano del proprio territorio, le Forze armate libanesi (FAL) assumeranno progressivamente la piena ed effettiva responsabilità della sicurezza in zone pilota, che fungeranno da meccanismo per i ridispiegamenti progressivi e verificati dell’esercito israeliano e per i dispiegamenti delle FAL. Due zone iniziali sono state concordate dall’esercito israeliano e dalle FAL, e anche le future zone pilota saranno oggetto di un accordo di comune intesa. Non appena sarà confermato l’effettivo disarmo dei gruppi armati non statali e lo smantellamento delle loro infrastrutture in tali zone, le FLA assumeranno la piena ed effettiva responsabilità della sicurezza in tali zone, avranno inizio gli sforzi di ricostruzione sostenuti dalla comunità internazionale e i civili libanesi potranno tornare in tutta sicurezza in tali zone poste sotto il controllo esclusivo delle autorità dello Stato libanese.

    Gli Stati Uniti intendono lavorare in stretta collaborazione con entrambi i paesi per verificare e sostenere questo processo.

    4. Il governo libanese ribadisce il proprio impegno risoluto e irreversibile a ripristinare ed esercitare la piena sovranità su tutto il proprio territorio. Il governo libanese ripristinerà il monopolio dello Stato sull’uso della forza, realizzerà il disarmo completo e verificato di tutti i gruppi armati non statali e garantirà che tali gruppi non abbiano alcun ruolo militare o di sicurezza e non dispongano di alcuna capacità armata in tutto il Libano. Il governo libanese sollecita con la presente il sostegno dei propri partner internazionali, e in particolare di quelli arabi, sotto la guida degli Stati Uniti, per raggiungere tale obiettivo.

    5. Il governo israeliano sottolinea che le proprie azioni militari in Libano sono esclusivamente la conseguenza degli attacchi, della minaccia rappresentata dai gruppi armati non statali e delle loro intenzioni ostili, in particolare da parte di Hezbollah. Il governo israeliano insiste sul fatto che la fine di tale minaccia, grazie al disarmo e allo smantellamento di tali gruppi su tutto il territorio libanese, nonché grazie a ulteriori misure di sicurezza da concordare tra i due paesi, renderà superflua qualsiasi azione militare o futura presenza dell’esercito israeliano in Libano. In linea con quanto sopra, il governo israeliano dichiara di non nutrire alcuna ambizione territoriale in Libano.

    6. Il governo libanese, in conformità con la Carta delle Nazioni Unite e nell’esercizio della propria autorità sovrana, ribadisce che le sue forze di sicurezza assumono la responsabilità esclusiva della sicurezza e della difesa del Libano e che il governo libanese detiene l’autorità sovrana esclusiva di dichiarare guerra e di concludere la pace. Il governo libanese respinge qualsiasi pretesa da parte di uno Stato o di un attore non statale di ricorrere alla forza a suo nome senza la sua esplicita autorizzazione, e ribadisce che qualsiasi pretesa da parte di uno Stato o di un attore non statale di esercitare un ruolo militare o di sicurezza è illegale alla luce delle decisioni del governo libanese e contraria agli interessi nazionali libanesi.

    7. Il governo libanese e il governo israeliano affermano che nessuna disposizione del presente quadro impedisce loro di esercitare il proprio diritto intrinseco alla legittima difesa, come riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite e in conformità con il diritto internazionale applicabile, e ribadiscono che nessuna terza parte può esercitare tale diritto a loro nome. I due governi si impegnano a istituire un gruppo di coordinamento militare, con il sostegno e la partecipazione degli Stati Uniti, al fine di garantire l’attuazione globale del presente quadro.

    8. I due paesi affermano di condividere l’obiettivo di un Libano sicuro e ricostruito, sotto la piena sovranità dello Stato libanese, in cui nessun gruppo armato non statale costituisca una minaccia per Israele, per il Libano o per i cittadini di uno o dell’altro paese. Inoltre, entrambi i paesi riconoscono che il ripristino della sicurezza nel Libano meridionale grazie al dispiegamento delle Forze armate libanesi (FAL), il ritorno in condizioni di sicurezza della popolazione civile e la sicurezza delle comunità del nord di Israele sono essenziali per la stabilità e la pace a lungo termine.

    9. Il governo libanese si impegna ad attuare un programma rigoroso e orientato ai risultati, volto a consentire alle Forze armate libanesi (FAL) di esercitare il pieno controllo militare e di sicurezza all’interno del Libano, in conformità con le disposizioni di sicurezza concordate nel quadro dei negoziati, nonché a procedere al disarmo di tutti i gruppi armati non statali e ad esercitare un’autorità effettiva su tutto il territorio libanese. Il governo libanese accoglie con favore la volontà degli Stati Uniti di sostenere tali sforzi, pur riconoscendo che qualsiasi nuovo aiuto statunitense sarà strettamente subordinato a tappe verificabili, a una trasparenza totale, a risultati tangibili e a un monitoraggio continuo. Questo impegno consentirà il ripristino sicuro e ordinato della sovranità libanese, contribuendo così alla stabilità e alla sicurezza più ampie dell’intero Medio Oriente.

    10. Inoltre, e contemporaneamente, gli Stati Uniti mobiliteranno i propri partner internazionali affinché sostengano attivamente il governo libanese nella ricostruzione del Paese, nel ripristino delle infrastrutture, nella ripresa economica e nella creazione di prospettive di prosperità. Ciò dovrebbe includere, in particolare, la mobilitazione di un aiuto sostanziale alla ricostruzione e di aiuti umanitari a favore del Libano, nonché programmi di rilancio economico e iniziative di investimento, affinché il Libano possa riprendersi da diversi anni di conflitto e offrire un futuro migliore a tutti i suoi cittadini.

    11. Il Libano e gli Stati Uniti si impegnano a impedire che i fondi vengano versati a qualsiasi entità, organizzazione o persona affiliata a gruppi armati non statali e ad adottare le misure giuridiche disponibili per vietare le attività di qualsiasi entità, organizzazione o persona di questo tipo. Il governo libanese si impegna esplicitamente a impedire che i fondi destinati alla ricostruzione vengano dirottati a beneficio di gruppi armati non statali e di entità ad essi collegate.

    12. Non appena sarà firmato il presente quadro, i due paesi si adopereranno per istituire gruppi di lavoro incaricati di redigere l’accordo globale di pace e sicurezza. Inoltre, al fine di raggiungere gli obiettivi del quadro, i due governi avvieranno immediatamente percorsi complementari di dialogo diretto e continuo, facilitati dagli Stati Uniti. I due governi si impegnano ad agire in buona fede fino al raggiungimento di una pace completa e duratura, che garantisca sicurezza, stabilità e prosperità ai popoli di Israele e del Libano.

    13. In linea con i loro obiettivi comuni volti a instaurare relazioni stabili e pacifiche, Israele e il Libano si impegnano ad adottare misure in buona fede che dimostrino un’intenzione positiva, in particolare la cessazione di qualsiasi azione ostile o pregiudizievole in seno alle istanze politiche o giuridiche internazionali, e si impegnano a collaborare alla ricerca e alla restituzione delle salme, nonché al rilascio dei detenuti.

    14. I due governi riconoscono il ruolo svolto dagli Stati Uniti nel sostenere i loro sforzi volti a porre fine a decenni di conflitto e a instaurare una stabilità duratura nonché una pace globale tra i due paesi, ed esprimono la loro profonda gratitudine per la visione e la leadership del presidente Donald J. Trump.

Firmato a Washington DC il 26 giugno 2026, in tre esemplari originali, in lingua inglese.

(The Times of Israël, 27 giugno 2026)

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Israele e Libano firmano un accordo quadro mediato dagli Stati Uniti per ripristinare la sovranità libanese nella parte meridionale del Paese

“Abbiamo rimesso il treno sui binari e sta procedendo nella giusta direzione”, ha affermato Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano a Washington. “Destinazione finale? La pace tra i nostri due Paesi.”

di Mike Wagenheim

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Donald Trump incontra l’inviata libanese Nada Hamadeh, l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter
e l’ambasciatore statunitense in Libano Michael Issa nello Studio Ovale, il 23 aprile 2026.       

Venerdì Israele, il Libano e gli Stati Uniti hanno firmato un accordo quadro e un allegato sulla sicurezza volti a rimuovere il gruppo terroristico Hezbollah, sostenuto dall’Iran, dal sud del Libano e a gettare le basi per una più ampia cooperazione politica tra i paesi confinanti.
«È l’inizio dell’inizio. C’è ancora molto lavoro da fare», ha dichiarato il Segretario di Stato americano Marco Rubio dopo la cerimonia della firma.
In una dichiarazione successiva, ha definito «una decisione coraggiosa» quella di Israele e del Libano di unirsi.
L’accordo è stato raggiunto al termine di cinque round di colloqui a Washington, compreso un inaspettato quarto giorno di negoziati questa settimana, dopo che giovedì le discussioni si erano arenate sulla formulazione finale.
Rubio ha definito l’accordo quadro un primo passo importante verso futuri negoziati tra Israele e il Libano.
Ha aspramente criticato Hezbollah definendolo «il più pericoloso braccio armato dell’Iran», responsabile di aver trascinato il Libano in guerra e di aver pianificato attacchi contro gli americani. Ha aggiunto che l’organizzazione sostiene anche «reti di traffico di droga che alimentano la violenza nel nostro emisfero e al di fuori degli Stati Uniti e minacciano direttamente i cittadini americani» a livello globale.
«Il primo passo a volte è il più difficile, ma è importante», ha dichiarato Rubio in occasione della firma dell’accordo. «Speriamo di poter avere molte altre conversazioni di questo tipo e di compiere progressi reali e tangibili, affinché i popoli di entrambi questi paesi possano guardare con speranza al futuro: un futuro di pace, un futuro di prosperità, un futuro di convivenza reciproca».
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’accordo «un grande risultato» per lo Stato ebraico.
«Stiamo mantenendo la zona di sicurezza originaria al di fuori della portata dei missili anticarro», ha dichiarato Netanyahu. «Non permettiamo né a Hezbollah né alla popolazione di entrarvi. La zona viene mantenuta, e la cosa più importante è che Israele affermi: “La nostra sicurezza viene prima di tutto”».
In base all’accordo, Hezbollah si ritirerebbe, o verrebbe allontanato, dalle zone pilota designate, che verrebbero poi trasferite simultaneamente dal controllo militare israeliano alle Forze Armate libanesi.
Il processo graduale proseguirà fino a quando il Libano non assumerà la responsabilità del sud, sebbene funzionari israeliani abbiano affermato che lungo il confine rimarrà una zona di sicurezza ampliata.
L’accordo prende il via con due zone pilota raccomandate dalle Forze di Difesa Israeliane, secondo quanto riferito da funzionari israeliani.
Una si trova a sud del fiume Litani, di importanza strategica, al di fuori della zona di sicurezza recentemente istituita nota come ‘Linea Gialla’, mentre l’altra è a nord del Litani, con una piccola porzione che si estende nella zona di sicurezza ampliata.
Rubio ha inoltre annunciato l’istituzione di un Gruppo di coordinamento militare trilaterale per il Libano, insieme a contributi per 100 milioni di dollari in aiuti umanitari a sostegno del Libano, in collaborazione con le Nazioni Unite. Ha inoltre affermato che saranno stanziati 30 milioni di dollari a titolo di rimborso per le Forze Armate Libanesi, al fine di sostenerle nella loro missione.
Nama Hamadeh, ambasciatrice del Libano negli Stati Uniti, ha fatto eco alle parole di Netanyahu.
«Il quadro trilaterale che abbiamo firmato oggi è il primo passo sulla strada per ripristinare la sovranità e l’integrità territoriale del Libano, garantendo una cessazione permanente e definitiva delle ostilità», ha affermato.
Hamadeh ha aggiunto che ciò consentirà «al nostro popolo di tornare alla propria terra» e permetterà «a tutti i libanesi di vivere in pace, sicurezza e prosperità».
Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, si è complimentato con Hamadeh. «Lei e il suo team siete un esempio di patriottismo per il vostro Paese», ha detto. «Lei combatte come una leonessa».
Leiter ha richiamato le sue sorprendenti osservazioni all’inizio dei colloqui di questa settimana, in cui aveva messo in guardia dai pericoli del memorandum d’intesa firmato dagli Stati Uniti e dall’Iran e dalla potenziale apertura che esso offriva a Teheran per far deragliare la pace tra Israele e il Libano.
«Con grande impegno, abbiamo riportato il treno sui binari e lo stiamo facendo procedere nella giusta direzione», ha affermato Leiter. «Destinazione finale? La pace tra i nostri due Paesi. Una pace vera, in cui entrambi i Paesi vivranno in sicurezza, dove la sovranità di Israele e del Libano sarà rispettata, onorata e protetta».
In risposta a una domanda di JNS, Leiter ha dichiarato ai giornalisti dopo l’annuncio che quei commenti all’inizio della settimana erano rivolti a Washington «per chiarire una volta per tutte – e così è stato nel corso di questi colloqui – che l’Iran sarà tenuto fuori dall’equazione libanese che abbiamo raggiunto grazie a questo accordo quadro».
«Penso che sia un risultato straordinario», ha dichiarato a JNS.
Durante la cerimonia, Leiter ha attribuito il merito della realizzazione dell’accordo alla «resilienza del popolo di Israele, e in particolare dei residenti della nostra Galilea settentrionale», che sono stati costantemente colpiti da Hezbollah, insieme al coraggio delle Forze di Difesa di Israele (IDF).
Ha dichiarato ai giornalisti che i colloqui di questa settimana sono stati «intensi» e «difficili», ma l’accordo firmato venerdì «consentirà il raggiungimento di un accordo di pace completo tra i nostri due paesi».
Israele è in guerra con Hezbollah, non con il Libano, ha ribadito.
«L’accordo facilita la presenza continuativa di Israele in una zona di sicurezza fino a quando l’esercito libanese non sarà abbastanza forte e sufficientemente sostenuto dagli Stati Uniti per assumersi la piena responsabilità della sovranità libanese», ha affermato Leiter. «Si tratterà di un avanzamento graduale e basato sui risultati, nella misura in cui l’esercito libanese dimostrerà di essere in grado di smantellare e disarmare Hezbollah».
«Procederemo con ulteriori zone pilota e con la definizione definitiva di un confine riconosciuto a livello internazionale, sicuro e concordato», ha affermato Leiter.
Ha aggiunto che la sovranità del Libano «non potrà essere pienamente esercitata fintanto che Hezbollah occuperà il Paese».
«Si tratta di occupanti ostili del Libano», ha detto. «Devono andarsene».
Israele non si ritirerà completamente finché «non avremo neutralizzato completamente il Libano dal terrorismo» e «non prima di allora», secondo Leiter.
Nel frattempo, non verrà fissata alcuna tempistica per il completamento dell’operazione, «perché ci sono altri fattori che esercitano un’influenza negativa e potrebbero causare un ritardo», ha affermato.
«Dipende davvero dall’esercito libanese», ha detto. «Dipende dal sostegno che l’esercito libanese riceve dagli Stati Uniti, e riteniamo che sarà solido».
«La libertà di azione militare delle IDF sarà mantenuta in tutta la zona di sicurezza per eliminare minacce di qualsiasi tipo», ha affermato un alto funzionario diplomatico israeliano.
Le recenti dichiarazioni dei funzionari libanesi hanno infuso fiducia in Leiter, ha affermato l’inviato, sul fatto che siano in arrivo «misure volte a rafforzare la fiducia», tra cui modifiche alla formulazione delle leggi che criminalizzano il riconoscimento di Israele e i contatti con gli israeliani.
«Vogliamo salire in auto a Tel Aviv e fare un giro fino a Beirut», ha detto Leiter. «Vogliamo che Beirut venga qui e faccia un giro fino a Tel Aviv. È questa la direzione verso cui ci stiamo muovendo».

(JNS, 27 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele continua a costruire il futuro: 7 ricercatori ottengono i prestigiosi finanziamenti dell’European Research Council

di David Gerbi

In questi mesi Israele viene raccontato quasi esclusivamente attraverso la guerra, il terrorismo, la politica e le tensioni internazionali. Eppure esiste un’altra Israele che continua a lavorare in silenzio. Sette ricercatori israeliani appartenenti ad alcune delle più prestigiose università del Paese hanno ottenuto gli ERC Advanced Grants del Consiglio Europeo della Ricerca, tra i finanziamenti scientifici più competitivi e prestigiosi al mondo. I progetti riguardano campi che spaziano dalla genetica alla medicina, dalle neuroscienze alla biologia molecolare, fino alla fisica e all’astrofisica.
Questa notizia va oltre il semplice riconoscimento accademico. Ricorda che una società può essere giudicata anche dalla sua capacità di investire nella conoscenza, nella ricerca e nella formazione delle nuove generazioni. Israele è un Paese piccolo, privo di grandi risorse naturali. La sua principale ricchezza è sempre stata il capitale umano. Per questo motivo la ricerca scientifica rappresenta uno dei pilastri della sua identità nazionale.
La celebre battuta attribuita a Golda Meir esprime bene questa realtà: «Mosè ci ha fatto camminare quarant’anni nel deserto per portarci nell’unico posto del Medio Oriente dove non c’è petrolio». Dietro l’ironia si nasconde una verità storica. Privo delle grandi risorse energetiche che hanno trasformato molti Paesi della regione, Israele è stato costretto a investire sulla risorsa più preziosa che possedeva: l’intelligenza delle persone. Università, ricerca scientifica, istruzione e innovazione sono diventate così il vero «petrolio» di Israele, la ricchezza sulla quale costruire il proprio futuro.
Nel 2022, in occasione della Giornata dedicata ai profughi ebrei dei Paesi arabi e del Medio Oriente, celebrata il 30 novembre su iniziativa dello Stato di Israele, organizzai a Roma una settimana di incontri per ricordare l’esodo degli ebrei di Libia, in collaborazione con diverse istituzioni e con l’Ambasciata d’Israele. Al termine di quella settimana il viceambasciatore d’Israele mi consegnò un libro che conservo ancora oggi come uno dei riconoscimenti più significativi ricevuti per quel lavoro. Il titolo era «Riparare il mondo. Innovazioni da Israele per l’umanità», di Avi Jorisch. Quelle pagine spiegavano come cibo per gli affamati, acqua per gli assetati, salute e protezione siano alcuni dei contributi che Israele ha offerto al mondo, indicando nel Tikkun Olam e nella chutzpah due elementi fondamentali della cultura dell’innovazione israeliana.
Rileggendo oggi quelle parole, mentre altri sette ricercatori israeliani ricevono uno dei più prestigiosi riconoscimenti scientifici europei, ne comprendo ancora di più il significato. Ogni volta che torno in Israele rimango colpito dalle gru che ridisegnano il paesaggio, dagli edifici antisismici con rifugi di protezione, dalle università, dai laboratori e dai centri di ricerca che continuano a produrre conoscenza. È un Paese in continua trasformazione. Non costruisce soltanto case e infrastrutture: costruisce idee, ricerca, innovazione e futuro. Forse è questo il significato più profondo del Tikkun Olam: contribuire, attraverso la conoscenza e la responsabilità, a migliorare il mondo intero. Per questo ogni riconoscimento internazionale ottenuto dai suoi ricercatori non rappresenta soltanto un successo accademico, ma conferma una scelta strategica compiuta fin dalla nascita dello Stato: trasformare il sapere nella principale risorsa nazionale.
È significativo che, proprio mentre il Paese affronta una delle fasi più difficili della sua storia recente, continui a produrre ricerca di livello mondiale. La guerra occupa le prime pagine dei giornali, ma nei laboratori si continua a lavorare per comprendere le malattie, sviluppare nuove terapie, esplorare l’universo e immaginare il futuro. Forse è anche questo uno degli aspetti meno raccontati di Israele: la capacità di trasformare la scarsità in creatività, le difficoltà in innovazione e il capitale umano nella propria più grande ricchezza. Le armi possono difendere un Paese nel presente. La conoscenza, invece, è ciò che gli permette di costruire il proprio domani. Forse è proprio questa la vocazione più profonda di Israele: non soltanto difendere la propria esistenza, ma continuare a vivere il Tikkun Olam, contribuendo, attraverso la conoscenza, la ricerca e l’innovazione, alla riparazione del mondo.

(HaKol, 27 giugno 2026)

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"Colonia israeliana" nelle valli piemontesi Quando il linguaggio è discriminazione 

di Delia Gubbay

Ho letto l'articolo de L'Indipendente sulla Valsesia con quella sensazione che ormai mi è diventata familiare un senso di freddo, e insieme di stanchezza. 
"Colonia israeliana". Nelle valli del Piemonte. Famiglie con bambini che cercano un posto tranquillo dove vivere. Medici, ingegneri, insegnanti che comprano case abbandonate, iscrivono i figli a scuola, portano vita dove c'era spopolamento. E qualcuno li chiama coloni. 
Vorrei che chi ha scritto quell'articolo si fermasse un momento a sentire cosa significa quella parola, per noi ebrei. Cosa evoca. Dove porta. Non credo sia un caso che sia stata scelta proprio quella. Il Progetto Baita è nato da un'idea semplice e bella: persone che amano l'Italia, che hanno radici culturali profonde e un legame con questo Paese, e che in un momento di grande dolore dopo il 7 ottobre, dopo la riforma giudiziaria che ha spaccato Israele, dopo anni di tensione crescente hanno scelto di costruire qualcosa di nuovo qui. Non di occupare. Di abitare. Di contribuire. 
Lo so perché lo vivo ogni giorno nel mio lavoro alla Comunità Ebraica di Milano. So cosa vuol dire scegliere di restare, e so cosa vuol dire la paura che spinge ad andare. Non sono scelte che si giudicano da fuori con un'etichetta ideologica. 
L'articolo mi cita, e usa le mie parole sull'antisemitismo per poi accusare la nostra Comunità di criminalizzare ogni critica a Israele. È un meccanismo che conosco bene, e che mi avvilisce profondamente. Si prende la denuncia del dolore di chi si sente minacciato, e la si trasforma in prova di malafede. Se dico che mi sento meno sicura, è perché voglio silenziare il dissenso. Se dico che certe parole fanno paura, è perché voglio censurare il giornalismo. 
No. Io voglio solo che si usi il linguaggio con onestà. "Colonia" non è una parola neutra. Non in questo momento storico, non riferita a ebrei che si trasferiscono in una valle italiana. È una scelta. E le scelte hanno conseguenze. 
Le famiglie israeliane che stanno costruendo una nuova vita in Valsesia non sono responsabili delle politiche del governo Netanyahu. Non più di quanto io, ebrea milanese, sia responsabile di ogni decisione presa da chiunque nel mondo si definisca ebreo. Questa idea, che ogni ebreo risponda collettivamente di ogni cosa fatta da Israele ha un nome. E quel nome non è critica. È pregiudizio. 
Baita significa casa. La Valsesia non sta diventando una colonia. Sta diventando un posto dove si sente, di nuovo, il rumore dei passi dei bambini che vanno a scuola. 

(Il Riformista, 27 giugno 2026)

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Il Mossad e il colpo del secolo in una base segreta africana

Yossi Cohen rivela che prima del blitz nell’archivio nucleare di Teheran gli agenti israeliani si sono addestrati su una replica perfetta del complesso costruita in Africa per preparare una delle operazioni d’intelligence più audaci degli ultimi decenni.

di Shira Navon 

Per mesi gli uomini del Mossad si sono addestrati ad aprire casseforti identiche a quelle custodite a Teheran, hanno imparato a muoversi all’interno di un edificio costruito centimetro per centimetro come l’originale e hanno ripetuto ogni passaggio fino a trasformarlo in un gesto automatico. Quel luogo, però, non si trovava in Israele e nemmeno in Iran. Era una base segreta in Africa, dove il servizio d’intelligence israeliano aveva realizzato una replica a grandezza naturale del deposito che custodiva il più importante archivio nucleare della Repubblica islamica.
Il particolare, rimasto finora sconosciuto, è stato rivelato dall’ex direttore del Mossad, Yossi Cohen, l’uomo che ha guidato una delle operazioni di spionaggio più spettacolari della storia recente. La scelta dell’Africa rispondeva a un’esigenza di sicurezza. Costruire in Israele la copia fedele di una struttura così specifica avrebbe potuto attirare l’attenzione di servizi segreti stranieri o di osservatori in grado di comprenderne il significato. All’estero, invece, gli agenti potevano addestrarsi lontano da occhi indiscreti, simulando ogni fase della missione senza correre il rischio di compromettere il piano.
L’operazione è entrata nella leggenda nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio 2018. Un commando del Mossad è penetrato nel magazzino di Shorabad, nella periferia di Teheran, dove l’Iran custodiva migliaia di documenti cartacei e file digitali relativi al Progetto Amad, il programma destinato allo sviluppo di armi nucleari. Gli agenti sono rimasti all’interno del complesso per sei ore e ventinove minuti, riuscendo a forzare decine di enormi casseforti, selezionare il materiale più importante e lasciare il Paese prima che le autorità iraniane comprendessero quanto era accaduto.
Secondo Cohen, proprio le esercitazioni sulla replica africana hanno reso possibile un’operazione che molti specialisti consideravano irrealizzabile. Gli uomini del Mossad hanno provato ripetutamente il taglio delle pesanti porte d’acciaio utilizzando strumenti capaci di sviluppare temperature elevatissime, imparando a rispettare tempi rigidissimi. Ogni minuto trascorso nel deposito aumentava infatti il rischio che le forze di sicurezza iraniane scoprissero l’intrusione.
Quando il materiale è arrivato in Israele, gli analisti si sono trovati davanti a decine di migliaia di pagine, fotografie, schemi tecnici, supporti digitali e progetti che documentavano anni di attività nucleare clandestina. Pochi mesi dopo, il 30 aprile 2018, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha mostrato pubblicamente una parte dell’archivio durante una conferenza stampa destinata a fare il giro del mondo. Davanti alle telecamere ha sostenuto che quei documenti dimostravano come Teheran avesse mentito sulla natura esclusivamente civile del proprio programma nucleare, conservando accuratamente il patrimonio scientifico necessario per un eventuale rilancio del progetto militare.
Le conseguenze politiche sono state immediate. L’amministrazione del presidente Donald Trump ha utilizzato anche le informazioni raccolte dal Mossad per sostenere che l’Iran aveva agito in malafede durante la negoziazione dell’accordo sul nucleare del 2015, il Joint Comprehensive Plan of Action, conosciuto con l’acronimo JCPOA. Pochi giorni dopo Washington ha annunciato il ritiro dall’intesa e il ripristino delle sanzioni economiche contro la Repubblica islamica, una decisione destinata a modificare profondamente gli equilibri del Medio Oriente.
Le dichiarazioni di Yossi Cohen aggiungono oggi un tassello importante alla ricostruzione di quell’impresa. Fino a questo momento si conoscevano il blitz, la fuga dall’Iran e il valore dell’archivio recuperato. Resta invece avvolta dal riserbo la localizzazione della base africana utilizzata per l’addestramento, un dettaglio che Israele continua a considerare riservato.
L’episodio conferma una caratteristica costante delle operazioni del Mossad. I successi che emergono alla luce del sole sono quasi sempre il risultato di anni di preparazione invisibile, di simulazioni meticolose e di una pianificazione che riduce al minimo l’improvvisazione. La copia perfetta del deposito di Teheran, costruita migliaia di chilometri più a sud, rappresenta forse l’immagine più efficace di questo metodo, perché racconta come una missione entrata nella storia dell’intelligence sia stata vinta molto prima che il primo agente mettesse piede in Iran.

(Setteottobre, 27 giugno 2026)

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Maratona alla Knesset per approvare la legge fondamentale sullo studio della Torah

La consulente giuridica mette in guardia dalla tentazione di affrettare l’approvazione di questa legge prima dello scioglimento della Knesset e delle elezioni.

di Ariela KarmelStav Levaton

La prossima settimana, la commissione della Knesset terrà tre sessioni maratona con l’obiettivo di far approvare il controverso disegno di legge fondamentale della coalizione, volto a rendere lo studio della Torah uno dei valori fondanti dello Stato di Israele.
Questo disegno di legge è opera dei partiti ultraortodossi, con l’obiettivo di proteggere chi si rifiuta di prestare servizio militare da sanzioni e altre azioni legali. In Israele, in assenza di una costituzione, sono le leggi fondamentali ad avere il rango giuridico più elevato.
Nella sua versione rivista, questo disegno di legge abbandona la formulazione precedente – che equiparava lo studio a tempo pieno della Torah al servizio militare – definendolo invece un «servizio significativo» per lo Stato. La precedente formulazione era stata vivacemente criticata, anche da deputati della coalizione, in quanto poneva de facto su un piano di parità renitenti, soldati e riservisti.
Ciononostante, l’obiettivo del disegno di legge rimane immutato. Il testo rivisto stabilisce che il riconoscimento dello studio della Torah come valore fondante mira a instaurare «un giusto equilibrio con gli altri valori fondanti». Le note esplicative, anch’esse invariate, indicano chiaramente che la legge ha lo scopo di aggirare gli ostacoli giuridici creati dalle sentenze della Corte Suprema che annullano le esenzioni dal servizio militare per gli studenti delle yeshiva.
In una lettera inviata giovedì ai membri della commissione, la consulente giuridica della Knesset, Sagit Afik, ha esortato i deputati a dare prova di un’etica legislativa «particolarmente elevata» nel momento in cui tenteranno di far approvare il disegno di legge «a marce forzate» con sessioni maratona, la prossima settimana.
Ha inoltre ribadito la sua opposizione al trasferimento del disegno di legge dalla commissione per la Costituzione, le Leggi e la Giustizia alla commissione della Knesset, una misura adottata la scorsa settimana, sostenendo che aggirare la commissione responsabile della legislazione costituzionale comportasse «vizi e pregiudizi al processo legislativo».
Il presidente della Knesset, Amir Ohana, sarebbe stato invitato a convincere Afik a schierarsi a favore dell’adozione di questa legge.
Secondo quanto riportato giovedì sera dall’emittente N12, mercoledì Ohana avrebbe parlato con il segretario di governo Yossi Fuchs, a capo dell’iniziativa, il quale gli avrebbe chiesto di convincere Afik a ritirare la sua opposizione.
Secondo alcune fonti, questo disegno di legge sarebbe il frutto di un accordo tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e i partiti ultraortodossi, volto a soddisfare alcune delle loro richieste legislative in cambio del loro sostegno alla coalizione – un’informazione che lo Shas e lo Yahadut HaTorah negano categoricamente.
Per due settimane la coalizione ha ritirato tutti i propri disegni di legge dall’ordine del giorno della Knesset a causa del boicottaggio dei partiti haredim, scontenti del rifiuto della coalizione di sottoporre a votazione la cosiddetta «legge sugli asili nido», volta a ripristinare i sussidi agli asili nido che accolgono i figli di coloro che si sottraggono al servizio militare. Da allora, il boicottaggio si è esteso ad altre richieste degli haredim relative alla coscrizione.
I deputati stanno cercando di far approvare il loro disegno di legge prima dell’inizio delle vacanze parlamentari, il 16 luglio.
Questo disegno di legge è l’ultima iniziativa in ordine di tempo dei partiti haredim per salvaguardare l’esenzione dal servizio militare a favore degli studenti – reali o meno – delle yeshiva; in precedenza, un disegno di legge sulla coscrizione sostenuto dalla coalizione e promosso dal presidente della commissione Affari esteri e Difesa della Knesset, Boaz Bismuth, era stato presentato e poi abbandonato il mese scorso, a causa della mancanza di accordo tra i partiti ultraortodossi e i membri della coalizione di Netanyahu.
La controversia affonda le sue radici in un feroce dibattito nazionale che dura da anni sulle esenzioni generali dal servizio militare concesse da molto tempo agli haredim.
Le richieste di coscrizione degli haredim si sono moltiplicate da quando Israele sta conducendo una guerra su più fronti in seguito al pogrom perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023 e poiché le Forze di Difesa di Israele (Tsahal) hanno un urgente bisogno di effettivi, stimato dai militari in 12.000 uomini e donne. Si stima che siano 80.000 gli uomini ultraortodossi di età compresa tra i 18 e i 24 anni idonei al servizio militare, ma non arruolati.
All’inizio di giugno, la Knesset ha votato con 56 voti contro 43 per portare avanti questo disegno di legge, con l’opposizione di quattro deputati della coalizione: i deputati del Likud Dan Illouz e Yuli Edelstein, la viceministra degli Affari esteri Sharren Haskel e il deputato del partito HatZionout HaDatit Moshe Solomon.
Anche se questo disegno di legge dovesse essere approvato dalla Knesset, è altamente probabile che la Corte Suprema lo annulli nella sua totalità o, quantomeno, nella parte in cui equipara lo studio della Torah al servizio militare.

(The Times of Israël, 26 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Sondaggi. Uno su due: gli Stati Uniti troppo pro-Israele

Il consenso verso l’alleato mediorientale cala soprattutto tra democratici e indipendenti mentre la maggioranza giudica negativamente la guerra contro l’Iran

di Rosa Davanzo

Quasi un elettore americano su due ritiene che gli Stati Uniti sostengano eccessivamente Israele. È il dato più alto registrato negli ultimi nove anni dal Quinnipiac University Poll e rappresenta uno dei segnali più evidenti del cambiamento che sta attraversando l’opinione pubblica americana, dove il conflitto mediorientale continua a pesare sempre di più sulle scelte politiche, soprattutto all’interno dell’elettorato democratico.
Secondo il sondaggio, pubblicato mercoledì e realizzato tra il 18 e il 22 giugno su un campione di 1.165 elettori registrati, il 48 per cento degli intervistati ritiene che Washington sia “troppo favorevole” a Israele. Soltanto il 38 per cento considera l’attuale livello di sostegno adeguato, mentre appena il 7 per cento vorrebbe un appoggio ancora maggiore. Si tratta della percentuale più elevata da quando Quinnipiac ha iniziato a porre questa domanda nel 2017.
Il dato cambia profondamente in base all’appartenenza politica. Fra gli elettori democratici due persone su tre, il 66 per cento, ritengono eccessivo il sostegno americano a Israele. Appena il 18 per cento lo considera appropriato e soltanto il 9 per cento vorrebbe un impegno ancora più marcato. Sul fronte repubblicano la situazione è quasi speculare. Il 69 per cento ritiene che la posizione degli Stati Uniti sia corretta, appena il 20 per cento la giudica eccessiva e il 6 per cento vorrebbe un sostegno più forte. Gli indipendenti si collocano più vicini ai democratici: il 55 per cento pensa che Washington stia facendo troppo per Israele.
L’indagine arriva in un momento politicamente delicato. Soltanto ventiquattr’ore prima della pubblicazione dei risultati, nelle primarie democratiche di New York tre candidati molto critici verso Israele, fra i quali due apertamente antisionisti, hanno ottenuto importanti vittorie per la Camera dei rappresentanti. Parallelamente, anche candidati tradizionalmente vicini alle posizioni filoisraeliane hanno mantenuto una certa distanza dall’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), segnale di un clima politico profondamente mutato rispetto agli anni precedenti.
Il sondaggio affronta anche il tema della guerra contro l’Iran e restituisce un quadro altrettanto netto. Il 60 per cento degli intervistati ritiene che l’intervento militare americano “non sia valso la pena”, mentre soltanto il 34 per cento esprime un giudizio positivo. Anche in questo caso la divisione segue fedelmente gli schieramenti politici. Il 93 per cento dei democratici considera la guerra un errore, posizione condivisa dal 66 per cento degli indipendenti. I repubblicani, invece, sostengono in larga maggioranza l’intervento: il 75 per cento lo giudica giustificato.
L’accordo raggiunto il 17 giugno fra Washington e Teheran, che ha aperto un periodo di sessanta giorni di negoziati senza prevedere l’abbandono del programma nucleare iraniano, convince poco gli elettori. Il 59 per cento dichiara di avere scarsa o nessuna fiducia nella possibilità che l’intesa produca risultati concreti, mentre il 61 per cento ritiene probabile che l’Iran riesca comunque a sviluppare un’arma nucleare.
Un altro dato merita attenzione. Alla domanda su quali temi influenzeranno maggiormente il voto per il rinnovo della Camera dei rappresentanti, il conflitto israelo-palestinese viene indicato dal 41 per cento degli intervistati. Si colloca così davanti a questioni molto presenti nel dibattito americano, come l’intelligenza artificiale e i data center, entrambi al 38 per cento, e persino alla figura di Donald Trump, anch’essa ferma al 38 per cento. Restano in cima alla graduatoria il costo della vita, indicato dal 70 per cento degli elettori, e l’assistenza sanitaria, al 59 per cento.
Il sondaggio registra anche un deterioramento dell’immagine personale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il 48 per cento degli intervistati dichiara di avere un’opinione sfavorevole nei suoi confronti, mentre soltanto il 20 per cento esprime un giudizio positivo. Un ulteriore 30 per cento afferma di non conoscerlo abbastanza da poter formulare una valutazione.
Questi numeri non indicano un improvviso ribaltamento dell’alleanza tra Washington e Gerusalemme, che continua a poggiare su solide basi strategiche, militari e tecnologiche condivise dai due governi. Fotografano però un cambiamento culturale che attraversa soprattutto una parte consistente dell’elettorato democratico e indipendente e che potrebbe influenzare in misura crescente il dibattito politico americano, le campagne elettorali e, nel tempo, anche il margine di manovra della Casa Bianca nei confronti di Israele.

(Setteottobre, 26 giugno 2026)

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50 anni fa. Il dirottamento aereo di Entebbe

Terroristi tedeschi e palestinesi dirottarono un aereo, ma quasi tutti gli ostaggi furono liberati. Il fratello maggiore dell’attuale primo ministro israeliano, Jonathan Netanyahu, perse la vita nell’incidente. L’operazione ricorre quest’anno nel suo 50° anniversario.

di Jörn Schumacher

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Gli ostaggi liberati esultano per il loro salvataggio

Il 27 giugno 1976 e la settimana successiva sono rimasti impressi a fuoco nella memoria dello Stato di Israele. Terroristi palestinesi del PFLP-EO e due terroristi tedeschi di estrema sinistra dirottarono un aereo passeggeri dell’Air France in volo da Tel Aviv a Parigi. Il tedesco Wilfried Böse procedette a una selezione tra ebrei e non ebrei, risvegliando nel mondo cupi ricordi dei campi di concentramento nazisti. Si compie ora il 50° anniversario del dirottamento e della spettacolare liberazione ad opera dei soldati israeliani.
L’aereo, un A300, era decollato il 27 giugno 1976 da Tel Aviv, con destinazione Parigi via Atene. A bordo c’erano 258 passeggeri e dodici membri dell’equipaggio. Poco dopo il decollo da Atene, l’aereo fu dirottato. I terroristi tedeschi selezionarono tra i 253 passeggeri 77 israeliani e altri cinque ostaggi. Alcuni ostaggi furono identificati come ebrei – in parte erroneamente – a causa del loro presunto nome ebraico.
Questa prima selezione tra ebrei e non ebrei dopo l’Olocausto suscitò sgomento in tutto il mondo. Il politico dei Verdi Joschka Fischer dichiarò nel 2001 in un’intervista che per lui quell’evento era stato un fattore decisivo per prendere le distanze dalla violenza e dal militante: «Ci rendemmo conto gradualmente che coloro che avevano iniziato allontanandosi dalla generazione dei propri genitori come antifascisti, erano finiti per adottare le azioni e il linguaggio del nazionalsocialismo».
Con il dirottamento aereo si voleva ottenere con la forza il rilascio di 53 detenuti dalle carceri di Israele, Francia, Repubblica Federale Tedesca e Svizzera; inoltre, i dirottatori chiesero 5 milioni di dollari al governo francese.
L’aereo dirottato fu indirizzato verso l’aeroporto di Bengasi in Libia, dove rimase per più di sei ore. La mattina del 28 giugno l’aereo atterrò all’aeroporto di Entebbe, all’epoca sede del governo dell’Uganda. Qui ai quattro dirottatori si unirono altri combattenti armati del PFLP-EO.

• Ribattezzata «Operazione Jonathan»
  Per l’operazione di liberazione, l’esercito israeliano e i servizi segreti esteri del Mossad raccolsero inizialmente informazioni per diversi giorni. Gli israeliani si esercitarono nell’intervento in un hangar ricostruito ad hoc. Il 4 luglio, poi, diversi aerei israeliani volarono verso Entebbe. La squadra d’assalto composta da 29 uomini era guidata dal tenente colonnello Jonathan Netanyahu, fratello maggiore dell’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
Gli israeliani si diressero verso l’edificio principale imitando un convoglio del dittatore Idi Amin con un’auto di Stato; ne seguì uno scontro a fuoco con le truppe ugandesi. Tuttavia, gli israeliani riuscirono a fare irruzione nell’edificio dell’aeroporto. Durante l’operazione, Jonathan Netanyahu fu ucciso.
I combattenti israeliani, travestiti con uniformi ugandesi, fecero irruzione nell’edificio principale, dove erano tenuti prigionieri i 105 ostaggi. Uccisero tutti e sette i sequestratori. Inoltre, persero la vita tre ostaggi e almeno venti soldati ugandesi. Per proteggere il successivo decollo con gli ostaggi liberati, il commando israeliano distrusse undici aerei da combattimento ugandesi.
L’operazione era stata inizialmente denominata in Israele «Colpo di tuono» o anche «Operazione Entebbe», ma fu successivamente ribattezzata «Operazione Jonathan» in onore del comandante Netanyahu. Inoltre, in Israele diverse decine di scuole, parchi e altre strutture pubbliche portano il suo nome.

• Il dittatore accolse i sostenitori dei terroristi
Poiché l’aereo fece scalo in Kenya durante il volo di ritorno verso Israele, il dittatore ugandese Amin accusò in seguito il Paese dell’Africa orientale di sostenere Israele; si dice che abbia fatto uccidere diverse centinaia di kenioti residenti in Uganda. Amin, invece, accolse personalmente all’arrivo i militari e le forze di sicurezza ugandesi che avevano sostenuto i terroristi palestinesi.
Inizialmente il dittatore intratteneva buoni rapporti con Israele: era amico di un addetto militare israeliano ed era stato addestrato come paracadutista dalle forze armate israeliane. Ma poi cambiò idea.

• Ostaggio assassinato
  Durante la presa di ostaggi, alla 74enne israeliana Dora Bloch rimase incastrato un boccone di cibo nell’esofago. La sera del 2 luglio fu portata in un ospedale di Kampala su consiglio medico. Due giorni dopo fu rapita e assassinata per ordine di Amin.
Ancora oggi una targa commemorativa sull’edificio dell’aeroporto di Entebbe ricorda l’operazione. Il Boeing 707, utilizzato come quartier generale volante, è esposto nel museo dell’Aeronautica Militare israeliana.

• 43 anni dopo: primo atterraggio di un aereo El Al
  Nel 2016, in occasione del 40° anniversario del dirottamento, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha visitato il luogo del fatto e nel suo discorso ha ricordato la missione di salvataggio. «Sono commosso di trovarmi qui, proprio nel luogo in cui mio fratello Joni, comandante dell’unità speciale, è stato ucciso mentre guidava la truppa che ha fatto irruzione nel vecchio terminal, ha sopraffatto i terroristi e liberato gli ostaggi», ha affermato. Netanyahu ha elogiato l’allora capo del governo Yitzhak Rabin «per la leadership di cui ha dato prova quando ha preso la fatidica decisione di dare il via all’operazione».
Nel febbraio 2019, per la prima volta dall’«Operazione Jonathan», un aereo della El Al è atterrato nell’ex capitale ugandese. A bordo c’erano 230 turisti provenienti da Israele.
Il pilota francese dell’aereo dell’Air France dirottato, Michel Bacos, durante la presa di ostaggi ebbe la possibilità di abbandonare l’aereo insieme ad altri passeggeri non ebrei. Decise tuttavia di restare con gli ostaggi ebrei e in seguito fu celebrato come un eroe. Bacos è morto nel marzo 2019 all’età di 95 anni.

(Israelnetz, 26 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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«Tutti gli ebrei ne hanno abbastanza di te!» Trump avrebbe urlato contro Netanyahu

Secondo un nuovo libro, la causa scatenante della lite sarebbe stato un attacco israeliano contro membri della leadership di Hamas a Doha.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe esercitato una forte pressione sul primo ministro Benjamin Netanyahu durante una telefonata tesa, pochi giorni prima del raggiungimento di un accordo su Gaza. È quanto emerge da un nuovo libro dei giornalisti del «New York Times» Maggie Haberman e Jonathan Swan, di cui riportano i media americani e israeliani.
Secondo quanto riportato, durante la conversazione – alla quale avrebbero partecipato anche suo genero Jared Kushner e l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff – Trump avrebbe reagito con rabbia all’atteggiamento di Netanyahu. Secondo il libro, Trump avrebbe urlato al primo ministro israeliano: «Sono tutti stanchi di te, Bibi. Tutti gli ebrei ne hanno abbastanza di te! Persino i due ebrei presenti in questa conversazione ne hanno abbastanza di te».
La conversazione avrebbe avuto luogo durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre, quando il governo statunitense stava lavorando per porre fine alla guerra di Gaza. Il punto di partenza era il piano in 20 punti presentato in seguito da Trump per un accordo tra Israele e l’organizzazione terroristica palestinese Hamas, che non è ancora stato attuato poiché Hamas si rifiuta di deporre le armi.

• Il fattore scatenante: l’attacco a Doha
  Secondo il libro, uno dei fattori scatenanti delle tensioni è stato un attacco israeliano contro membri della leadership di Hamas a Doha. Kushner e Witkoff sarebbero stati irritati dall’attacco militare israeliano in Qatar, dopo aver discusso poco prima con Ron Dermer, uno stretto confidente di Netanyahu, sul futuro della Striscia di Gaza.
«Dermer ci ha mentito», avrebbero detto Kushner e Witkoff, secondo quanto riportato, ai collaboratori della Casa Bianca. Kushner avrebbe ritenuto la reazione del Qatar talmente problematica da aver detto a un confidente: «Io ne sono fuori. Gli israeliani sono pazzi».
Secondo la ricostruzione degli autori, tuttavia, il conflitto si è poi trasformato in una leva politica. Kushner avrebbe capito che la crisi poteva essere sfruttata per convincere Netanyahu, dopo quasi due anni di guerra, ad accettare i negoziati. Da ciò sarebbe infine nata la bozza del piano di Trump per Gaza.

• «Il migliore amico»
  Durante un incontro a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, Kushner e Witkoff avrebbero illustrato due possibilità: il Qatar potrebbe isolare ulteriormente Israele – il che sarebbe comprensibile – oppure sfruttare la situazione per esercitare pressioni a favore dei colloqui. Secondo il libro, il capo del governo qatariota avrebbe quindi apportato immediatamente delle modifiche alla bozza.
Trump avrebbe poi presentato il piano inizialmente agli Stati arabi e musulmani, prima che Netanyahu venisse coinvolto. Kushner e Witkoff avrebbero avvertito i collaboratori della Casa Bianca che Netanyahu avrebbe potuto tentare di impedire l’accordo tramite un colloquio diretto con Trump.
Quando Netanyahu alla fine avrebbe chiamato alla Casa Bianca, sarebbero stati collegati in conferenza Kushner e Witkoff. Secondo il libro, Trump avrebbe iniziato la conversazione con parole dure. «Non puoi tirarti indietro. Sono il miglior amico che Israele abbia mai avuto. Tutti ti odiano, e io ti ho sostenuto», avrebbe detto Trump. Avrebbe aggiunto: «Questo è un ottimo accordo per Israele».

• Ostaggi liberati
  Netanyahu alla fine avrebbe acconsentito. Pochi giorni dopo, Trump e Netanyahu si sono presentati a una conferenza stampa congiunta mostrando unità, sebbene l’accordo a quel punto non fosse ancora stato definitivamente concluso. Trump dichiarò allora che Netanyahu avrebbe ricevuto il suo pieno sostegno nel caso in cui Hamas avesse rifiutato l’accordo.
Secondo il rapporto, l’accordo è stato definitivamente siglato all’inizio di ottobre. Poco dopo, gli ostaggi israeliani allora ancora in vita sono stati liberati dalla Striscia di Gaza.
Secondo gli autori, il libro descrive nel complesso un rapporto contraddittorio tra Trump e Netanyahu: mentre il presidente degli Stati Uniti sottolineava ripetutamente in pubblico il suo sostegno a Israele e al suo capo di governo, internamente avrebbe reagito più volte in modo estremamente critico e rabbioso nei confronti di Netanyahu.

• Impressionante e terrificante
Altri passaggi del libro trattano, tra l’altro, delle reazioni di Trump alla guerra tra Israele e l’Iran, nonché all’operazione israeliana «Pager» contro Hezbollah in Libano. Secondo quanto riportato, Trump avrebbe trovato l’operazione al tempo stesso impressionante e terrificante, esprimendo perplessità sui rischi che comportava.
Gli autori descrivono inoltre che, dopo l’attacco statunitense agli impianti nucleari iraniani, Trump avrebbe reagito con irritazione nei confronti del vicepresidente JD Vance, poiché quest’ultimo non avrebbe ripreso alla lettera la sua formulazione secondo cui il programma nucleare iraniano sarebbe stato «completamente distrutto». Vance avrebbe sottolineato che il programma avrebbe subito un notevole arretramento.

(Jüdische Allgemeine, 26 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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La pazienza: la forza strategica sottovalutata di Israele

Perché il conflitto con l’Iran dimostra che non è sempre la rapidità a fare la differenza – e cosa insegna la Bibbia sulla pazienza come forza politica e spirituale.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Devo ammetterlo: la pazienza non è tra i miei talenti naturali. In un mondo che funziona con un semplice clic, ogni attesa spesso sembra una sconfitta. Col tempo, però, comincio a capire che questo «adesso e subito» è un’illusione moderna che ci rende vulnerabili. Sto imparando a fatica che la pazienza non è una resistenza passiva, ma una forma di architettura interiore. Ed è proprio per questo che la pazienza non è una questione secondaria nemmeno dal punto di vista geopolitico. Chi osserva il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran se ne rende presto conto: spesso lì non vince il più veloce o il più rumoroso, ma chi resiste alla pressione senza rinunciare alla propria strategia.
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non rivela solo tensioni militari o economiche, ma anche una profonda differenza culturale e spirituale nella concezione del tempo, della pazienza e della strategia.
Non è la prima volta che si ha l’impressione che il regime iraniano degli ayatollah – come in precedenza vari regimi arabi in Medio Oriente – sia disposto a pensare in archi temporali storici più lunghi rispetto all’Occidente. Gerusalemme e Washington sono sotto la pressione dei cicli mediatici, delle elezioni, dell’opinione pubblica e delle aspettative economiche. Le decisioni devono produrre risultati il più rapidamente possibile. Ma è proprio qui che risiede una debolezza strategica.
I regimi islamici e le organizzazioni terroristiche non ragionano in termini di settimane o mesi, ma di generazioni. Se oggi non ottengono ciò che vogliono, aspettano. Non percepiscono necessariamente il tempo come una minaccia, ma spesso come un vantaggio strategico rispetto all’Occidente. Si rimanda, ci si logora, si osserva, si mette alla prova la fermezza dell’avversario e si attende il suo esaurimento interiore o un cambiamento politico.
Ciò era già evidente durante gli anni di Oslo. Israele voleva soluzioni rapide, riconoscimento internazionale e la fine del conflitto. La mentalità occidentale credeva che le firme avrebbero automaticamente cambiato la realtà. Ma molti nel mondo arabo non consideravano Oslo come una pace definitiva, bensì come una fase intermedia in un processo più lungo. All’epoca Israele era impaziente – gli Accordi di Oslo fallirono.
È proprio qui che si scontrano due concezioni del tempo: il bisogno occidentale di una soluzione immediata e la disponibilità orientale a non perdere la pazienza. Ciò non significa che ogni strategia musulmana o iraniana sia automaticamente superiore. Ma significa che la pazienza stessa può diventare un’arma geopolitica.
È interessante notare la parola ebraica per «pazienza»: סבלנות (Savlanut). Deriva dalla radice ס־ב־ל (s-b-l), che originariamente significa «portare», «sopportare un peso», «sopportare» o «resistere». In ebraico, quindi, la pazienza non è semplicemente un’attesa passiva. Descrive la capacità di sopportare consapevolmente tensione, pressione, incertezza e stress senza perdere la stabilità interiore. È una differenza enorme.
Nella mentalità biblica, la pazienza non è mai solo un rinvio nel tempo. È forza di carattere. È la capacità di non perdere la rotta sotto pressione. Chi non ha pazienza diventa manipolabile. Chi vuole risolvere immediatamente ogni tensione è più incline a compromessi affrettati. Proprio per questo la Bibbia mette ripetutamente in guardia dall’impazienza.
Il popolo d’Israele perse spesso la pazienza nel deserto. Mosè rimase troppo a lungo sul Sinai e il popolo si fabbricò un vitello d’oro. Il re Saul perse la pazienza e offrì sacrifici di propria iniziativa prima che arrivasse Samuele. Abramo e Sara persero la pazienza riguardo alla promessa di Dio – e così ebbe inizio la storia di Agar. La Bibbia lo dimostra ripetutamente: l’impazienza porta a decisioni sbagliate. Il re Salomone scrive: «Chi è paziente è migliore dell’eroe». E il profeta Isaia dice: «Con la conversione e la calma sareste salvati; nella quiete e nella fiducia risiede la vostra forza». Questi versetti sembrano quasi una controproposta alla moderna nervosità occidentale.
Ciò rimane rilevante anche dal punto di vista geopolitico. Gli Stati che agiscono solo sotto la pressione del breve termine spesso perdono profondità strategica. Chi reagisce semplicemente al ciclo di notizie successivo diventa vulnerabile al ricatto, al panico o a concessioni affrettate. La pazienza, in questo contesto, non significa né debolezza né inattività. La Bibbia non conosce una passività ingenua nei confronti dei nemici. Israele ha dovuto difendersi, condurre guerre e proteggere i propri confini. Ma distingue chiaramente tra forza risoluta e fretta dettata dal panico.
Forse è proprio questa una delle lezioni spirituali e politiche più importanti del nostro tempo: non tutti i conflitti si vincono con la rapidità. Alcuni si decidono con la fermezza. Tuttavia, per molte persone un appello alla pazienza cade comprensibilmente nel vuoto  quando i prezzi del petrolio salgono alle stelle in tutto il mondo a causa del conflitto con il regime iraniano.
A volte la forza più grande di un popolo non è la sua potenza di fuoco, ma la sua capacità di resistere alle pressioni senza perdere la rotta. È proprio questa lezione che anch’io continuo a imparare ogni volta.

(Israel Heute, 26 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Daniel Pipes: "Accordo catastrofico. Così l'Occidente è più debole"

- Per l'analista internazionale il tycoon incolpa gli alleati per il suo fallimento L'intesa con l'Iran, dettata dai pasdaran, un disastro storico, politico ed economico.

di Francesco Subiaco 

«Trump ha siglato con l’Iran un accordo catastrofico, che ha tradito il popolo iraniano, l’alleato israeliano e gli interessi strategici americani, offrendo al tempo stesso un impulso incalcolabile all’asse delle dittature». È questa la tesi di Daniel Pipes, docente, analista internazionale, direttore del Middle East Forum che ha prestato servizio in cinque amministrazioni statunitensi, svolgendo ruoli chiave, specie nell’era Bush, nell’ambito della sicurezza e dell’antiterrorismo, sui nodi dello scenario mediorientale e le loro conseguenze negli equilibri globali.

- Come valuta lo stato attuale della diplomazia tra Iran e Stati Uniti alla luce degli incontri di questi giorni?
  «Teheran sta praticamente dettando le condizioni a Washington, uno sviluppo straordinario considerando il dominio statunitense nella guerra combattuta. Questo conferma come, quando si tratta di sopportare il dolore, una dittatura possa resistere più a lungo di una democrazia».
  
  - In che modo l’esito della guerra israelo-statunitense contro l’Iran ha ridisegnato l’equilibrio di potere nella regione?
  «Se l’accordo tra Stati Uniti e Iran dovesse essere attuato — e ci sono serie ragioni per dubitare che ciò accada — lascerebbe la Repubblica Islamica dell’Iran più povera, ma molto più forte e con maggiori fonti di reddito rispetto a prima dell’inizio della guerra. Sempre ammesso che l’accordo regga, l’influenza statunitense subirà una grave diminuzione, sia a causa della potenza iraniana sia per la reazione negativa degli alleati americani.
  L’eredità di Donald Trump sarà quella di aver supervisionato il peggior esito militare della storia americana».
  
  - In che modo la guerra ha influenzato il peso regionale di Turchia e Cina?
  «La Turchia ne uscirà bene grazie alla sua posizione geografica, ai suoi legami economici con l’Iran e alla sua appartenenza a un nuovo blocco sunnita di Stati ormai legittimato.
Anche la Cina prospererà, soprattutto grazie al rafforzamento della posizione di Teheran e all’indebolimento di quella di Washington».
  
  - Quale futuro prevede per una possibile intesa tra Stati Uniti e Iran?
  «La diffusa opposizione all’accordo sia in Iran sia negli Stati Uniti suggerisce che le relazioni tra i due Paesi resteranno pessime, se non tossiche, ancora a lungo».
  
  - Quanto peserà la questione dello Stretto di Hormuz sul futuro ordine regionale?
  «Hormuz è un perfetto esempio di conseguenze impreviste della guerra. L’assalto israelo-statunitense all’Iran ha trasformato lo Stretto da una questione marginale a una preoccupazione globale centrale.
Probabilmente rimarrà tale ancora per molto tempo».
  
  - Alla luce delle tensioni attuali lungo il confine tra Libano e Israele, come potrebbe evolvere il confronto tra Hezbollah e Israele?
  «La leadership iraniana ha manovrato abilmente l’amministrazione Trump affinché limitasse le risposte di Israele quando Hezbollah lo attacca.
Questo lascia il governo israeliano davanti a un dilemma: permettere che il nord del Paese diventi inabitabile oppure sfidare le richieste di Trump.
Sospetto che Tel Aviv combatterà Hezbollah, qualunque sia il costo diplomatico».
  
  - Alla luce di ciò come cambierà il rapporto tra Stati Uniti e Israele, considerando le preoccupazioni o persino l’opposizione di Israele all’accordo con l’Iran?
  «Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha riposto la sua fiducia in Donald Trump e, come molti altri prima di lui, si è ritrovato usato e poi scartato.
Questa crisi probabilmente danneggerà le relazioni tra Stati Uniti e Israele per anni».
Come vede svilupparsi la competizione tra Israele e Turchia, sia in Siria sia nella regione più ampia? «La Turchia sotto Recep Tayyip Erdogan è diventata una grande antagonista di Israele e ha conflitti con essa in molti teatri, in particolare quello siriano. Con il suo potente esercito e la sua appartenenza alla Nato, la Turchia rappresenta per Israele una minaccia molto più grande di quanto l’Iran sia mai stato». Come giudica il recente attacco frontale del Presidente Trump contro alleati europei come la Presidente del Consiglio italiana Meloni e il Primo Ministro britannico Starmer, oltre che contro la Nato? «Le menzogne di Trump su Meloni, secondo cui lei lo avrebbe “supplicato” per una foto insieme, simboleggiano il suo ego fuori controllo e il suo crescente disprezzo per gli interessi nazionali degli Stati Uniti. È una tragedia anomala, considerando la brillante creazione americana dell’ordine successivo alla Seconda guerra mondiale, durato ottant’anni e ora messo in pericolo proprio da un presidente americano».

(Il Tempo, 24 giugno 2026)

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Trump ha tradito Israele… e la sua eredità

L’accordo con l’Iran non va a vantaggio degli interessi a lungo termine degli Stati Uniti.

di Joseph Puder

La rivoluzione islamista guidata dall’Ayatollah Ruhollah Khomeini rovesciò all’inizio del 1979 Mohammad Reza Pahlavi, lo scià dell’Iran. Khomeini lo aveva accusato di essere un lacchè degli americani. Odiava l’Occidente, in particolare l’America, e definiva gli Stati Uniti il «Grande Satana».
La sua presa di potere in Iran, dopo 14 anni di esilio, fu rapida e totale. Eliminò ogni forma di americanismo e di cultura occidentale in Iran. E anche se forse non diede l’ordine diretto di occupare l’ambasciata degli Stati Uniti a Teheran, il suo odio smisurato fu senza dubbio fonte di ispirazione per quell’azione.
Il vecchio proverbio secondo cui «il leopardo non può cambiare le sue macchie» vale anche per l’attuale leadership della Repubblica Islamica. La loro ideologia religiosa khomeinista li costringe a essere eterni nemici degli Stati Uniti d’America.
Arrendendosi a questo regime sanguinario e spregevole, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha tradito Israele – un fedele alleato e partner – e allo stesso tempo ha abbandonato il popolo iraniano, che ha lottato così duramente per liberarsi da questo regime. C’è un filo conduttore comune: su consiglio del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, Trump ha abbandonato già nel suo secondo mandato anche gli alleati curdi americani in Siria.
Trump ha dichiarato di aver condotto il conflitto con la Repubblica Islamica e di essersi fatto carico di tutti i costi connessi per impedire all’Iran di costruire un’arma nucleare. Nonostante questa sua dichiarata convinzione, il Memorandum of Understanding (MoU) tra gli Stati Uniti e l’Iran non affronta nemmeno questo tema. Dato che tra due anni e mezzo Trump non sarà più in carica, la forza che attualmente si presume domini in Iran, le Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), non può che sorridere beffardamente di fronte alle sue vanterie.
L’errata convinzione di Trump che i suoi interlocutori iraniani siano favorevoli a un «cambio di regime» rivela una fatale ignoranza – sia essa consapevole o inconsapevole. Quarantasette anni di indottrinamento islamista della cerchia di Khomeini sul Vilayat-e faqih («governance dei giuristi islamici») non sono scomparsi grazie al «fascino» di Trump.
Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano e capo negoziatore nei colloqui con gli Stati Uniti, è un islamista intransigente ed ex comandante dell’IRGC. Ha messo in atto la taqiyya (dissimulazione e inganno) nei confronti di un personaggio di poco peso: il vicepresidente statunitense JD Vance.
Ghalibaf ha senza dubbio ricoperto Trump di complimenti, ben sapendo che, lusingando l’ego del presidente, gli americani sarebbero stati disposti a pagare la jizya (una tassa di protezione per i non musulmani).
Non esiste alcun precedente storico per l’accordo di Trump con l’Iran: un vincitore si dichiara disposto a versare al vinto 300 miliardi di dollari a titolo di protezione o tributo. La revoca delle sanzioni americane sulle esportazioni petrolifere iraniane, il permesso concesso alla Repubblica Islamica di conservare i propri missili letali, nonché la messa a disposizione di somme miliardarie che l’Iran utilizzerà per finanziare il terrorismo globale e per armare e finanziare massicciamente Hezbollah in Libano, gli Houthi nello Yemen e Hamas nella Striscia di Gaza, nonché in Giudea e Samaria, sono fatti incomprensibili.
I mullah del regime valutano correttamente il protocollo d’intesa: hanno sconfitto gli infedeli cristiani proprio dove conta di più – al tavolo delle trattative. Per loro questo accordo è addirittura migliore del trattato di Hudaibiya del 628 d.C., che il Profeta Maometto – all’epoca ancora debole – stipulò con la tribù mekkana dei Quraish, solo per attaccare in seguito La Mecca quando si sentì abbastanza forte.
Trump ha deciso di fidarsi di Stati islamisti dittatoriali come l’Emirato del Qatar – il principale finanziatore dei Fratelli Musulmani e dell’organizzazione terroristica Hamas, che controlla la Striscia di Gaza. A quanto pare, l’aereo che l’emiro del Qatar ha regalato a Trump ha trasformato i qatarioti in «brave persone» di cui ci si può fidare.
Il Pakistan è un altro Stato islamista sunnita radicale, e la Turchia di Erdoğan è considerata una paladina dei Fratelli Musulmani. Nessuno di questi Stati considera Trump e l’America come veri amici, ma piuttosto come potenti miscredenti che devono essere placati finché l’Islam non disporrà dei mezzi per annientarli.
Trump era disposto a mettere a rischio la sua eredità di negoziatore e pacificatore per la promessa a breve termine dell’IRGC di riaprire lo Stretto di Hormuz al commercio internazionale. Questa mossa, da sola, dimostra fino a che punto Trump sia andato incontro agli astuti iraniani, che in futuro useranno lo stretto per riscuotere una tassa – o comunque vogliano chiamarla – dalle navi di passaggio.
Si è così creato un precedente che continuerà a perseguire gli Stati Uniti e i loro alleati. Infatti, anche altri Stati situati lungo vie navigabili internazionali di importanza strategica potrebbero in futuro esigere il pagamento di diritti dalle navi di passaggio.
Gli interessi americani in Medio Oriente, e in particolare nel Golfo Persico, consistono nel garantire il libero commercio attraverso questa via navigabile vitale, nel promuovere la stabilità politica nella regione e nel rafforzare gli Accordi di Abramo del 2020. Tuttavia, finché i fanatici sciiti governeranno l’Iran, le visioni di Trump di pace, stabilità e libera navigazione non diventeranno mai realtà.
L’IRGC, il vero potere dietro il nuovo Leader Supremo dell’Iran Mojtaba Khamenei, ha capito che il modo più efficace per intimidire la comunità internazionale è quello di utilizzare il controllo dello Stretto di Hormuz come leva di pressione. Prima o poi verranno riscossi pedaggi in quella zona e, finché esisterà questo regime iraniano, non si raggiungeranno né la pace né la stabilità nella regione. Inoltre, le organizzazioni terroristiche Hezbollah e Hamas continueranno a provocare guerre contro Israele e ad attaccare chiunque l’Iran indichi loro come bersaglio.
Gli alleati della Seconda guerra mondiale erano determinati a costringere la Germania alla resa incondizionata e a liberare il Paese dalla sua ideologia nazista e dal suo culto della morte. Anche l’attuale regime di Teheran e il suo culto della morte devono essere eliminati. Con un regime del genere non può esserci alcun accordo.
Eppure l’amministrazione Trump ha sacrificato gli interessi degli israeliani e del popolo iraniano, convinta di poter moderare un regime di stampo nazista che invoca la morte del «Grande Satana» americano e giura di «cancellare Israele dalla mappa».
Inoltre, il presidente ha tradito Israele collegando il Libano al suo accordo con l’Iran e, al contempo, offendendo la leadership del Paese sulla scena mondiale. Israele è ed è sempre stato l’alleato più affidabile dell’America. Ha dimostrato le proprie capacità e la propria forza nella lotta comune fianco a fianco con gli Stati Uniti. Ora Gerusalemme è stata abbandonata, solo per placare il suo nemico mortale.
Il protocollo d’intesa di Trump passerà agli annali come uno dei più grandi fallimenti della storia.

(Israel Heute, 25 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Katz: l’IDF rimane nel Libano del Sud – anche in caso di eventuali pressioni da Washington

• «L’IDF è pronta… e non ci ritireremo», afferma il ministro della Difesa israeliano
  Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha escluso un ritiro dell’esercito israeliano dal Libano meridionale. Nemmeno una richiesta in tal senso da parte degli Stati Uniti cambierebbe la situazione, ha spiegato Katz mercoledì secondo quanto riportato dal «Times of Israel». Allo stesso tempo ha sottolineato che al momento non è stata avanzata alcuna richiesta del genere da Washington.
«L’IDF è pronta… e non ci ritireremo», ha affermato Katz durante un evento rivolto ai politici locali a Tel Aviv. «Abbiamo annunciato che in ogni caso non ci ritireremo.»
Israele mantiene attualmente una zona di sicurezza lungo l’intero confine comune con il Libano. Secondo le informazioni fornite da Israele, l’area si estende in alcuni punti fino a dieci chilometri all’interno del territorio libanese e, in alcune zone, oltre il fiume Litani fino alle vicinanze di Nabatieh.

• Attacchi e ordigni esplosivi
  Katz ha motivato la posizione del governo con le esperienze passate nelle zone di sicurezza. «200.000 abitanti [libanesi] non torneranno [nelle loro case evacuate]. Perché ciò che è accaduto in passato nelle zone di sicurezza con una popolazione civile sono state trappole esplosive ai bordi delle strade e attacchi contro i soldati. Per questo non lo permetteremo», ha affermato il ministro.
La situazione in Libano continua a essere un elemento importante dei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Un memorandum concordato di recente, che aveva posto fine agli scontri tra Washington e Teheran, prevedeva anche un cessate il fuoco nel conflitto tra Israele e l’organizzazione terroristica libanese Hezbollah. Israele sostiene tuttavia che le sue truppe debbano rimanere nella zona fino a quando non sarà eliminata la minaccia rappresentata dall’organizzazione sostenuta dall’Iran.

(Jüdische Allgemeine, 25 giugno 2026)

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I giornalisti di Hamas che giornalisti non erano

Le ammissioni tardive delle organizzazioni terroristiche di Gaza riaprono una questione centrale della guerra e mettono in discussione parte delle accuse rivolte a Israele sugli operatori dei media uccisi nel conflitto

di Shira Navon

Per quasi tre anni una delle accuse più pesanti rivolte a Israele è stata quella di aver preso deliberatamente di mira giornalisti palestinesi nella Striscia di Gaza. Oggi, però, una serie di documenti e necrologi pubblicati dagli stessi Hamas e Jihad islamica palestinese sta costringendo osservatori, organizzazioni internazionali e associazioni per la libertà di stampa a fare i conti con una realtà molto più complessa di quanto fosse stata raccontata.
L’inchiesta pubblicata dal Times of Israel ha esaminato centinaia di annunci funebri diffusi nelle ultime settimane dalle ali militari delle due organizzazioni terroristiche. Da quei documenti emerge che diversi uomini presentati per mesi come giornalisti civili erano in realtà membri operativi di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese, alcuni con ruoli di comando, altri inseriti nelle strutture di intelligence, propaganda o supporto militare.
Uno dei casi più significativi riguarda Ahmed Abu Eisha. Quando fu ucciso nel luglio 2025, numerose organizzazioni internazionali lo identificarono come giornalista dell’emittente Palestine Today. Il Committee to Protect Journalists lo inserì nel proprio database dei giornalisti morti durante la guerra. Successivamente, però, la Jihad islamica palestinese lo ha commemorato come comandante e membro della propria “Central Information Unit”, una struttura che appare collegata alle attività informative e di intelligence dell’organizzazione.
Il caso di Abu Eisha non è isolato. Mohammed Nasser Abu Huwaidi era stato presentato come giornalista di Al-Istiqlal e la sua morte aveva provocato perfino una presa di posizione dell’UNESCO. Eppure, nel marzo 2026, la Jihad Islamica lo ha inserito ufficialmente nell’elenco dei propri combattenti caduti, descrivendolo come appartenente alla propria unità di “media militari”.
Situazioni analoghe riguardano Yaqoub Anan al-Bursh, direttore di una radio locale e contemporaneamente membro di un battaglione della Brigata Nord di Hamas, e Maysara Salah, indicato inizialmente come giornalista del Quds News Network e successivamente celebrato da Hamas come appartenente a una delle proprie unità combattenti.
Di fronte a queste nuove informazioni, il Committee to Protect Journalists ha iniziato a rivedere il proprio archivio. Negli ultimi mesi ha rimosso diversi nominativi precedentemente classificati come giornalisti dopo aver concluso che avevano preso parte ad attività militari. Il totale delle vittime inserite nel database è così diminuito in modo significativo.
La questione va oltre il semplice conteggio delle vittime. In una guerra combattuta anche sul terreno dell’informazione, la distinzione tra giornalista e militante armato assume un’importanza decisiva. Le Convenzioni di Ginevra garantiscono una protezione speciale agli operatori dei media perché sono considerati civili. Quando però una persona partecipa direttamente alle ostilità o svolge funzioni operative per un’organizzazione armata, il quadro giuridico cambia radicalmente.
Questo non significa che ogni giornalista ucciso a Gaza fosse un combattente. Significa però che alcune delle statistiche utilizzate per accusare Israele sono state costruite su classificazioni incomplete o errate o del tutto, e volontariamente, false.
L’esercito israeliano sostiene da tempo che una parte degli operatori dei media presenti a Gaza svolgesse contemporaneamente attività per Hamas e per la Jihad islamica. Nel 2024 le Forze di Difesa Israeliane avevano già diffuso documenti che, secondo Israele, dimostravano l’appartenenza di alcuni collaboratori di Al Jazeera alle organizzazioni terroristiche della Striscia. Quelle accuse furono accolte con grande scetticismo. Oggi alcune ammissioni provenienti direttamente dalle organizzazioni palestinesi sembrano rafforzare almeno una parte delle affermazioni israeliane.
Resta aperta una domanda che riguarda l’intero sistema dell’informazione internazionale. Per anni molte organizzazioni hanno accettato senza particolari verifiche le qualifiche professionali diffuse da fonti locali controllate da Hamas. Le rettifiche arrivate adesso mostrano quanto sia difficile distinguere, dentro un territorio dominato da un’organizzazione terroristica armata, tra attività giornalistica, propaganda politica e partecipazione operativa al conflitto.
La guerra di Gaza, iniziata dopo l’orrore del 7 ottobre per mano terrorista, ha certo prodotto tragedie umane e distruzione. Tuttavia, mentre si contano morti e macerie, emerge anche un’altra necessità: verificare con rigore chi fossero davvero le persone dietro le statistiche che hanno alimentato il dibattito internazionale. Perché la verità dei fatti, soprattutto in tempo di guerra, resta sempre la prima vittima da difendere.

(Setteottobre, 25 giugno 2026)

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Gli esseri umani si sono adattati ai cambiamenti climatici

I cambiamenti climatici non significano automaticamente la fine di una popolazione. Anche durante periodi di siccità estrema, gli esseri umani hanno trovato il modo di sopravvivere. È quanto emerge da uno studio israeliano che analizza diverse migliaia di anni di storia geologica.

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Thomas E. Levy

HAIFA – I cambiamenti climatici non costringono sempre una popolazione al collasso o all’esodo. Anche durante i periodi di siccità, gli esseri umani hanno trovato il modo di sopravvivere. È quanto emerge dallo studio pubblicato a maggio dall’Università di Haifa, intitolato: «Fluttuazioni climatiche e cambiamenti culturali nel Mediterraneo orientale dalla preistoria alla metà dell’Olocene».
  I ricercatori hanno esaminato gli strati geologici della zona umida di Kebera, sulla costa del Monte Carmelo, nel nord di Israele. Grazie a due carote di perforazione, hanno ottenuto informazioni relative a 4.000 anni di storia dell’umanità.

• Trivellazioni profonde 16 metri
  Il team scientifico guidato da Gilad Schtienberg e Thomas E. Levy ha effettuato trivellazioni fino a una profondità di 16 metri. Grazie alle analisi dei sedimenti, è stato possibile trarre conclusioni precise, con un’accuratezza di decenni, sui cambiamenti climatici. In particolare, è stato analizzato il periodo compreso tra l’8.000 e il 4.000 a.C.
  I ricercatori hanno esaminato i campioni di terreno alla ricerca, tra l’altro, di granuli di polline, tracce di carbone e residui di organismi d’acqua dolce. A seconda della frequenza e del tipo, hanno tratto conclusioni sulle condizioni climatiche. Secondo gli autori dello studio, ad esempio, le conchiglie e le lumache d’acqua dolce sono un indizio di periodi piovosi.
  Hanno utilizzato il «Grado di umidità relativo di Kebera» (KRWL), sviluppato appositamente. Questo metodo mette in relazione tra loro diversi parametri rilevanti per il clima. In base ai risultati dello studio, sono emersi quattro diversi livelli di umidità: umido, semi-umido, semi-arido e arido. Ciò costituisce una prova dei drastici cambiamenti climatici avvenuti nel corso dei millenni esaminati.

• L’orzo testimonia una gestione idrica guidata dall’uomo
  Gli scienziati hanno poi confrontato i dati ottenuti con le informazioni archeologiche relative allo sviluppo degli insediamenti nell’intera regione. Ne emerge chiaramente che condizioni climatiche avverse e siccità possono contribuire all’esodo o al collasso di una popolazione, ma non necessariamente.
  Secondo Schtienberg, le persone non si sono ritirate di fronte a condizioni più difficili. Hanno invece sviluppato nuove strategie per sopravvivere. L’orzo ne è un buon esempio. I resti vegetali rinvenuti negli strati di terreno suggeriscono che le persone irrigassero in modo controllato questa varietà di cereale. Pertanto, le piante non dipendevano esclusivamente dalle precipitazioni. È quanto ha dichiarato l’archeologo al sito di notizie «Times of Israel».

• Periodi di siccità e calo demografico
  Tuttavia, lo studio dimostra che i cambiamenti climatici influenzano anche una società. La regione ha registrato una delle densità di popolazione più basse poco meno di 4.000 anni prima di Cristo. Nello stesso periodo, il KRWL ha registrato diversi periodi di siccità consecutivi.
  In un’intervista al «Times of Israel», Schtienberg si è tuttavia detto ottimista: «I nostri risultati dimostrano che i cambiamenti ambientali non causano automaticamente il collasso sociale». Essi potrebbero invece rimodellare l’economia, i modelli di insediamento e il comportamento umano.

(Israelnetz, 25 giugno 2026)

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L’intesa Stati Uniti-Iran mette gravemente a rischio il fronte nord di Israele

di Paola P. Goldberger

Alti funzionari israeliani della sicurezza hanno messo in guardia sul fatto che le decisioni prese finora dagli Stati Uniti nel corso dei negoziati svizzeri con l’Iran equivalgono di fatto ad accettare la volontà iraniana di applicare il principio dell’«unificazione dei fronti» anche alle relazioni tra l’Iran e il Libano.
Secondo i funzionari israeliani, gli iraniani si sono impegnati a mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, a condizione che in Libano regni la calma e che l’Esercito di Difesa di Israele (IDF) cessi le operazioni contro Hezbollah – e gli Stati Uniti hanno acconsentito. Inoltre, Washington ha acconsentito alla richiesta iraniana di istituire un «organismo per la prevenzione degli attriti in Libano», nell’ambito di un cessate il fuoco regionale con la partecipazione del Qatar e del Pakistan.
Il nuovo organismo dovrebbe supervisionare l’attuazione del cessate il fuoco in Libano e gli accordi tra Stati Uniti e Iran. In pratica, il suo obiettivo sarà quello di garantire la cessazione degli attacchi israeliani contro Hezbollah e, in seguito, di promuovere il ritiro completo dell’IDF dal sud del Libano. Ciò, dopo che gli Stati Uniti si sono impegnati, nell’ambito del memorandum d’intesa, a preservare l’integrità territoriale del Libano.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno annunciato ieri che l’IDF rimarrà in Libano e non si ritirerà dal Paese. Tuttavia, in molti ritengono che la questione possa portare a uno scontro diretto tra Israele e gli Stati Uniti, a seguito della firma del memorandum d’intesa con l’Iran.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha commentato ieri sera la dichiarazione di Netanyahu secondo cui Israele non intende ritirare le proprie forze dal Libano. «Valuteremo la questione», ha detto Trump ai giornalisti alla Casa Bianca. «Non ho intenzione di dirvi come risolverò la questione, ma risolvo i problemi molto rapidamente, anche con Bibi».
Secondo fonti di intelligence il timore è che la pressione americana su Israele riguardo alla questione libanese continui ad aumentare. Ciò potrebbe compromettere la capacità dell’IDF di proteggere le forze dispiegate sul territorio libanese e, in seguito, anche ridurre la sua capacità di difendere gli insediamenti del nord dai lanci di missili anticarro di Hezbollah e da un tentativo di invasione da parte delle forze di Radwan nel territorio israeliano.
Attualmente l’IDF difende gli insediamenti del nord dall’interno del territorio libanese e dalla zona cuscinetto che ha istituito. Tuttavia, fonti della intelligence avvertono che il destino è già scritto: il cedimento degli Stati Uniti alle pressioni dell’Iran e di Hezbollah potrebbe portare, in seguito, al ritiro dell’IDF dal sud del Libano e consentire all’organizzazione terroristica di ricostituire le proprie forze.
Nel frattempo, l’IDF si trova in una situazione di stallo nel sud del Libano, soggetta a restrizioni sull’uso delle armi da fuoco. Le forze non possono avanzare, mentre Hezbollah monitora le loro attività, raccoglie informazioni e si prepara ad attacchi a sorpresa.
Anche le operazioni volte a distruggere le infrastrutture strategiche di Hezbollah, tra cui l’estesa rete sotterranea sulla cresta di Ali Taher, sono state sospese a seguito degli accordi raggiunti tra Stati Uniti e Iran durante i colloqui in Svizzera. Non è ancora chiaro se all’IDF sarà consentito distruggere tali infrastrutture, quale sarà il destino delle decine di terroristi di Hezbollah assediati nel complesso fortificato e se gli Stati Uniti chiederanno a Israele di trasferire la gestione della situazione all’esercito libanese.
Al momento, la leadership politica e l’IDF mantengono una posizione risoluta secondo cui Israele non intende ritirarsi fino alla linea di confine internazionale. La loro posizione è che l’IDF debba rimanere almeno nell’area della «linea gialla», per garantire la difesa degli insediamenti del nord.
D’altra parte, l’Iran sta intensificando la pressione sull’amministrazione americana e chiede il ritiro completo delle forze dell’IDF, oltre al ritorno di tutti i residenti libanesi nei villaggi del sud del Libano e nelle loro case distrutte.

(Rights Reporter, 24 giugno 2026)

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L’accordo di Trump visto dall’opposizione iraniana in Italia

Proprio perché in un primo momento Washington e Gerusalemme hanno intercettato più di qualunque altro governo occidentale i sentimenti di quegli iraniani che desiderano veder crollare quel regime teocratico che da 47 anni opprime il loro popolo, la decisione di Donald Trump di trattare la pace con l’Iran senza che ci sia stato il tanto atteso cambio di regime ha lasciato molti spiazzati. Qui l’opinione di alcuni iraniani in Italia.

di Nathan Greppi

Chi ha assistito alle proteste degli iraniani antiregime degli ultimi mesi, a Milano come in altre città italiane, non può non aver notato la vicinanza da loro mostrata nei confronti degli Stati Uniti e Israele. Dopo aver festeggiato per la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, in molte manifestazioni gli iraniani hanno gridato “Thank you Bibi, thank you Trump!”.
Proprio perché in un primo momento Washington e Gerusalemme hanno intercettato più di qualunque altro governo occidentale i sentimenti di quegli iraniani che desiderano veder crollare quel regime teocratico che da 47 anni opprime il loro popolo, la decisione di Donald Trump di trattare la pace con l’Iran senza che ci sia stato il tanto atteso cambio di regime ha lasciato molti spiazzati. E sebbene non sia detto che un eventuale tregua regga, data l’imprevedibilità con cui cambia costantemente la situazione, è giusto chiedersi cosa ne pensino gli iraniani residenti in Italia.

• Rabbia e delusione
  “Siamo veramente delusi, non ci aspettavamo che finisse in questo modo”, ci racconta Armin Nia, presidente dell’associazione degli studenti iraniani dell’Università di Torino e fondatore dell’Associazione Leone e Sole. “Il presidente Trump prima ci ha detto che sarebbe venuto in nostro aiuto, ma dopo mesi ha cambiato idea dicendo che non voleva un cambio di regime. Siamo arrabbiati e confusi, perché abbiamo detto tante volte che con questo regime la diplomazia non funziona. L’unica persona con la quale si può negoziare è il principe ereditario Reza Pahlavi, l’unica alternativa democratica alla Repubblica Islamica”.
Già il 16 giugno, con le prime avvisaglie di un possibile accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran per porre fine alla guerra, Pahlavi ha criticato duramente la scelta di negoziare con Teheran. Durante una visita a Londra per incontrare dei parlamentari britannici, ha scritto sui social che “Trattare con questo regime sarà un fallimento e ne subiremo tutti le conseguenze. La guerra portata avanti dal regime da 47 anni contro il popolo iraniano continua. Così come non ha mai fatto pace con i suoi stessi cittadini, non potrà mai veramente farla con il mondo”.
Nia aggiunge che la decisione di Trump di trattare con il regime è il secondo grande sbaglio commesso dagli Stati Uniti nella storia dei loro rapporti diplomatici con l’Iran: “Il primo sbaglio è stato nel 1979, quando gli americani non hanno sostenuto il governo dello Scià e hanno permesso che venisse rovesciato dall’Ayatollah Khomeini. Ciò ha portato alla crisi degli ostaggi nell’Ambasciata americana a Teheran, nonché all’esportazione del terrorismo attraverso Hamas, Hezbollah e altri gruppi che minacciano la sicurezza regionale e l’esistenza d’Israele”.

• Opinioni divergenti
  “Su questo, come su tanti altri temi, gli iraniani all’estero sono molto divisi”, spiega a Mosaico Ashkan Rostami, analista geopolitico e dissidente iraniano residente in Italia da diversi anni. “La parte pro-regime è contenta di questo accordo, e prova a venderlo come una vittoria. Poi, c’è una parte della diaspora che non è favorevole al regime ma è contenta perché pensava che andasse rovesciato senza una guerra, in altri modi. E anche tra coloro che criticano questo accordo ci sono delle differenze tra coloro che si chiedono perché la guerra è finita così, e quelli che invece dicono che tanto valeva non farla la guerra se doveva andare a finire in questo modo”.
Alla domanda su come la diaspora iraniana valuta l’operato degli Stati Uniti e d’Israele, Rostami risponde che “chi era contro la guerra non vede alcuna differenza tra i due paesi, accusati di aver voluto la guerra, ma una buona parte della gente non la pensa così. Io e molti altri sin dal primo giorno ci siamo fidati molto più d’Israele che degli Stati Uniti, e anzi pensiamo che alla fine sarà Israele a finire il lavoro”.
Di diverso avviso l’analista geopolitico Bahram Farrokhi, già consigliere del Partito Radicale Transnazionale. “Questa guerra non ha aiutato l’opposizione al regime all’interno dell’Iran, né i dissidenti che stanno fuori. Tutti loro ne sono usciti sconfitti. Ora ci vorrà più tempo perché il movimento di liberazione possa vincere. Il problema è anche che Netanyahu non è in grado di trasformare le vittorie militari in vittorie politiche, e non avrebbe dovuto colpire infrastrutture civili e industriali”.
La firma dell’accordo da parte di Trump, secondo Farrokhi, “permetterà al regime di rafforzarsi. Alla lunga potrebbe evolversi, da un modello più religioso a uno fondato sulla retorica nazionalista. Cosa questo comporterebbe, è ancora da vedere”.

• Incompresi dagli italiani
“Non ci aspettavamo un simile sviluppo e in maniera così rapida”, afferma Parisa Pasandehpoor, giornalista che scrive sul sito di notizie IranGate. “Sono rimasta delusa, e penso che Trump abbia tradito il popolo iraniano. L’unico che beneficerà da questo accordo sarà il regime della Repubblica Islamica, che potrà nuovamente dare soldi a Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, Hashd al-Shaabi in Iraq e agli Houthi in Yemen”.
Spesso gli iraniani che vivono nel nostro paese non si sentono compresi dai loro conoscenti italiani. A tal proposito, Pasandehpoor racconta che “anche quando dico ai miei amici quello che succede in Iran, per loro sembra incredibile che un regime possa ammazzare più di 30.000 persone in soli due giorni. Forse perché la loro generazione ha sempre vissuto in un sistema politico democratico, dove nessuno ti arresta se sei contro il governo o perché sei un giornalista che ha scritto un articolo contro il Primo Ministro”.
Aggiunge che la maggioranza degli italiani “non ci hanno mai neanche dato il loro sostegno, forse perché hanno capito che gli iraniani volevano tornare alla monarchia. Ricordo che quando abbiamo fatto le manifestazioni a Genova, dove vivo io, c’erano pochi italiani. Eravamo solo noi iraniani della diaspora e quei pochi italiani che sostenevano l’America e Israele. Tutti gli altri hanno scelto di non sostenerci, probabilmente perché si sono resi conto che vogliamo un rapporto pacifico con Israele, mentre loro credono alla propaganda di Hamas per quello che succede a Gaza”.

(Bet Magazine Mosaico, 24 giugno 2026)

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L’ex ostaggio Ilana Gritzewsky all’Onu: “Silenzio sulle violenze di Hamas”

di Michelle Zarfati

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Ilana Gritzewsky al Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 27 agosto 2025.

Un duro confronto si è consumato al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, dove l’ex ostaggio Ilana Gritzewsky ha denunciato quello che ha definito il mancato riconoscimento delle violenze sessuali commesse da Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre 2023.
  Intervenendo davanti ai delegati internazionali, Gritzewsky ha rivolto un appello diretto alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne, Reem Alsalem, contestandone le posizioni assunte negli ultimi mesi. “Il suo rapporto parla di violenza contro le donne. Perché non c’è alcun riferimento ad Hamas?”, ha chiesto pubblicamente.
  La donna, rapita durante l’assalto al kibbutz Nir Oz e successivamente detenuta nella Striscia di Gaza, ha raccontato la propria esperienza personale, descrivendo le violenze subite durante il sequestro. Nel suo intervento ha ricordato le condizioni in cui fu catturata e il trauma che continua a portare con sé dopo la liberazione. “Non sono una statistica né una voce in un rapporto”, ha detto. “Sono una sopravvissuta e una testimonianza vivente delle violenze subite”. Le sue parole hanno riportato al centro del dibattito internazionale una delle questioni più discusse legate agli eventi del 7 ottobre: l’utilizzo della violenza sessuale come arma durante l’attacco contro le comunità israeliane al confine con Gaza.
  Le accuse di Gritzewsky si inseriscono in una polemica già aperta nei confronti di Alsalem. La funzionaria delle Nazioni Unite è stata criticata in passato per alcune dichiarazioni nelle quali aveva sostenuto che non esistessero prove indipendenti di stupri avvenuti durante il massacro del 7 ottobre. Posizioni che hanno suscitato forti reazioni da parte di organizzazioni ebraiche, esponenti politici israeliani e associazioni per i diritti delle donne.
  L’intervento dell’ex ostaggio rappresenta un nuovo capitolo nello scontro tra Israele e alcuni organismi internazionali sulla narrazione degli eventi del 7 ottobre. Per molte vittime e per le loro famiglie, il riconoscimento pubblico delle violenze subite rimane una questione fondamentale non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello della memoria e della dignità delle persone coinvolte. A quasi tre anni dagli attacchi che hanno sconvolto Israele e innescato la guerra a Gaza, il dibattito sulle responsabilità, sulle violazioni dei diritti umani e sul ruolo delle istituzioni internazionali continua a dividere.

(Shalom, 24 giugno 2026)

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A piedi a Gaza. Riflessioni di un soldato tedesco

Il combattimento urbano è un’escalation dell’«inferno» che la guerra rappresenta già di per sé per i soldati, sostiene un ex soldato tedesco. Egli descrive come potrebbe svolgersi una missione nella Striscia di Gaza.

di Henning Danneberg

Chi attacca decide dove si combatte. Chi decide dove si combatte può «preparare» il campo di battaglia. È proprio ciò che Hamas e la «Jihad Islamica Palestinese» (PIJ) hanno fatto in modo smisurato. La Striscia di Gaza è lunga circa 41 chilometri e larga in media circa 9 chilometri. Sotto questa superficie sono stati costruiti 560 chilometri di cunicoli sotterranei – la «metropolitana di Gaza». Un forte candidato al titolo di più grande rifugio antiaereo del mondo. Circa 5.000 ingressi in scuole, moschee, ospedali, negozi e condomini.
Nessun civile avrebbe dovuto morire durante i raid aerei israeliani. Eppure, a nessun civile è mai stato permesso di accedere a questa rete. Mentre le brigate di Hamas si nascondevano sotto la scuola e immagazzinavano razzi nelle aule, era compito degli studenti morire per proteggere i «soldati».
La guerra è l’inferno sulla terra. Ogni guerra. Il combattimento urbano e casa per casa è un ulteriore aggravamento, un abisso particolare di questo inferno. Ma questa guerra è stata preparata in modo specifico, come nessun’altra, per distruggere le anime dei soldati costretti a combatterla. La guerra è iniziata con un massacro, Israele DOVEVA reagire. Per provocare con assoluta certezza la reazione israeliana, altri 251 ostaggi sono stati trascinati in questo inferno preparato ad hoc…

• Ognuno ha il proprio incarico di copertura
  La pattuglia di fanteria nella Striscia di Gaza descritta di seguito non ha mai avuto luogo. Tuttavia, riprende esperienze vissute altrove e le inserisce nel contesto di questa guerra. In qualità di ex soldato tedesco, riesco a immaginare bene la situazione: in un clima di estrema tensione, il tuo gruppo avanza a tentoni lungo la fila di case. Fila di tiratori, sempre uno a sinistra e uno a destra della strada. Attenzione a non avvicinarsi troppo a chi sta davanti. Altrimenti, se scoppia un colpo, morite entrambi. Ognuno di voi ha il proprio compito di copertura.
Le case sono allo stesso tempo fonte di pericolo e riparo. Da ogni finestra potrebbero sparare. Ogni porta d’ingresso potrebbe esplodere. Finora, per fortuna, è tutto tranquillo. Gli appartamenti sembrano vuoti. Gli avvisi che il quartier generale ha inviato ieri via SMS sembrano aver sortito effetto. Alcuni edifici sono crollati. Per fortuna l’aviazione era già intervenuta in precedenza e ha bonificato i punti caldi noti. Il vostro obiettivo è la scuola in fondo alla strada. La notte scorsa sono state lanciate granate dal cortile della scuola. Ancora un incrocio, poi qualche casa – e avete raggiunto la vostra meta.
Vedi un gruppo di bambini nel cortile della scuola. Quattro ragazzini, forse di nove o dieci anni. Della stessa età del tuo figlio maggiore. Cavolo, cosa ci fanno qui?!
Se adesso ti sparano da una delle aule, hai perso. O la vita, o l’anima. I ragazzini vi notano, gridano parole incomprensibili e – per fortuna – alla fine se la danno a gambe; non devi sparare loro.

• Rispondere al fuoco è più intelligente
  Istintivamente ti metti in ginocchio. Fatti piccolo e poco appariscente. Ecco che partono già i primi spari. Frammenti di mattoni volano dappertutto. La polvere si alza e si diffonde nell’aria. Reprimi il desiderio di correre al riparo più vicino. Lì ti aspetterebbe comunque solo un ordigno esplosivo. Rispondere al fuoco è più intelligente. Anche i terroristi mirano peggio quando gli vola del piombo intorno alle orecchie.
Gli impatti dall’altra parte della strada indicano due case accanto alla scuola. Per ora basta la direzione approssimativa. Premi il grilletto tre volte. Poi, a intervalli regolari, ancora e ancora. Anche i tuoi compagni. C’è odore di petardi e fuochi d’artificio. Ogni volta ti sorprende di nuovo quanto uno scontro a fuoco ti ricordi la notte di Capodanno.
È subito chiaro in quali case si sono trincerati. Al piano terra c’è un negozio di cellulari e davanti al negozio accanto ci sono taniche di olio di palma. Ovvio: servono a garantire la ritirata ai terroristi. Se li inseguite… bam. Il capo è stato colpito all’addome. Un commilitone lo trascina indietro. La morfina è ora la sua migliore amica. Speriamo che i soccorritori arrivino in tempo. Il vicecomandante segnala all’aviazione: il vostro compito più importante ora è assicurarvi che il nemico non si muova. È necessaria disciplina nel fuoco, perché potrebbe volerci un po’ di tempo.
Finalmente il rombo liberatorio nel cielo. Poi un colpo infinito. C’è polvere ovunque. Piccoli frammenti di edificio vi volano intorno alle orecchie. Per fortuna i pezzi più grandi non volano così lontano. Mantenete il fuoco fino a quando non riuscite a vedere di nuovo qualcosa. Poi avanzate a tentoni. Fila di tiratori. Il solito gioco. La parete laterale della scuola è stata parzialmente squarciata dalla pressione dell’esplosione. Sotto le macerie riesci a distinguere tre canne e granate da mortaio. E qualcosa che sembra la protezione in legno per le mani di un kalashnikov.

• All’improvviso regna il silenzio
  L’ulteriore ricognizione del complesso scolastico viene affidata al drone. Da qualche parte qui deve esserci ancora l’ingresso di un tunnel. Di solito è minato. Ma lo smantellamento delle mine è compito dell’unità Jahalom. Voi vi occupate della messa in sicurezza. All’improvviso torna il silenzio. Fai un respiro profondo. Non è stata una bella giornata oggi. Ma il tuo cuore batte ancora. Per ora deve bastare.
La concomitanza di esistenzialità e banalità di tali situazioni, protratta per mesi, può causare gravi danni psicologici. I civili non sono gli unici a soffrire a causa della guerra. I più colpiti sono i riservisti. Perché, in caso di dubbio, devono distruggere una famiglia per proteggere la propria.
Vi prego di includere nelle vostre preghiere i soldati israeliani in servizio a Gaza e in Libano! E ringraziate il Signore perché, in quanto tedeschi, non siete costretti a difendere la vostra patria come soldati, mettendo a rischio la vostra vita.
E se incontrate un israeliano di età inferiore ai 45 anni, abbracciatelo! È molto probabile che abbia vissuto qualcosa di simile a quanto descritto sopra.

(Israelnetz, 24 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Per chi suona la sirena. Il coraggio di vivere

Una giornata di normalità ostinata nel nord d’Israele, mentre tutti sanno che la tregua potrebbe essere soltanto una pausa tra due guerre

di Luciano Assin 

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Questo sabato abbiamo ospitato gli abitanti di un altro kibbutz, anch’esso situato al nord, molto più colpito del nostro: decine delle loro abitazioni sono state colpite da razzi anticarro e missili sparati da Hezbollah. È stata una giornata molto piacevole e piena di umanità nella sua semplicità.
La giornata è cominciata con il tradizionale brunch che si svolge nella sala comune del kibbutz. Grazie agli ospiti, più di un centinaio, il locale era gremito, ma tutto si svolgeva secondo un copione e dei codici prestabiliti per chi abita in un kibbutz.
Molta calma, cortesia e senso di appartenenza. Tutti sorridenti e amichevoli, come se ci conoscessimo da sempre. Per chi vive in questo tipo di società è molto facile riconoscere a occhio nudo un kibbutznik. Dopo aver rifocillato il corpo è venuto il momento di cibare lo spirito.
A questo ha pensato la compagnia di danza moderna dei kibbutzim, che ha la sua sede a una ventina di chilometri da dove abitiamo. Una dozzina di ballerini si sono esibiti sul prato principale del kibbutz, niente palco e niente giochi di luci, solo arte allo stato puro. Ma il vero spettacolo consisteva nell’aver saputo coinvolgere il pubblico, bambini e adulti, che hanno partecipato di buon grado alle improvvisazioni che intervallavano lo spettacolo vero e proprio.
Conclusa la parte culturale rimaneva da soddisfare soltanto il lato ludico. A questo ci ha pensato la piscina, dove adulti e bambini hanno potuto lasciarsi alle spalle, sia pure per qualche ora, le preoccupazioni quotidiane che assillano ognuno di noi. Ad aggiungere un tocco di coesistenza pacifica ci ha pensato una famiglia drusa che ha improvvisato una bancarella dove vendere le proprie specialità gastronomiche, doppiamente apprezzate, sia perché veramente buone, sia perché stando a mollo nell’acqua viene sempre una certa fame.
L’atmosfera era idilliaca: noi felici di ospitarli e loro contenti di evadere dalla routine quotidiana. Tutti sorridenti, ma contemporaneamente pensierosi sui possibili sviluppi di questa situazione di stallo che molti chiamano tregua. I commentatori israeliani, così come i loro colleghi stranieri, non si stancano di interpretare i nuovi equilibri e stabilire chi ha vinto e chi ha perso, come se fossimo al Mondiale.
Alla luce della situazione attuale hanno perso quasi tutti: israeliani, palestinesi, libanesi e il popolo iraniano. E il futuro non lascia presagire niente di buono. La tregua odierna è il preludio alla prossima guerra, presumibilmente più sanguinosa e feroce di quella attuale. Ci vuole molta buona volontà e molta speranza per superare questa situazione che da quasi tre anni insanguina la regione. E soprattutto ci vuole coraggio, molto coraggio: il coraggio di vivere.

(Setteottobre, 23 giugno 2026)

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Israele introduce su tutto il territorio le lezioni di inglese basate sull’intelligenza artificiale

A partire dal prossimo anno scolastico, tutti gli studenti delle scuole medie israeliane seguiranno lezioni di inglese supportate dall’intelligenza artificiale. In questo modo il governo intende alleggerire il carico sul sistema educativo.

GERUSALEMME  – Nelle scuole pubbliche israeliane, a partire dal prossimo anno scolastico, tutti gli studenti a partire dalla settima classe impareranno l’inglese con l’ausilio dell’intelligenza artificiale (IA). Lo hanno annunciato l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro dell’Istruzione Joav Kisch (entrambi del Likud) in una dichiarazione congiunta. A partire da settembre, ogni studente della scuola media (classi dalla settima alla nona) avrà a disposizione un software di IA personalizzato. Tra le altre cose, il programma creerà un piano di apprendimento su misura, farà esercitazioni con gli studenti, segnalerà loro gli errori e ripasserà quanto appreso.
Israele è quindi uno dei pionieri in questo campo. Secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), questa iniziativa proietta lo Stato ebraico tra i primi tre sistemi educativi più all’avanguardia basati sull’IA, rispetto agli altri Stati membri.

• Rivoluzione nel settore dell’istruzione
  Netanyahu parla di un software «vantaggioso e di facile utilizzo», che potrà essere impiegato anche dopo il percorso scolastico ufficiale. Kisch lo definisce una «rivoluzione» nel settore dell’istruzione.
In precedenza, Israele aveva testato il modello didattico «Progetto 720» in 28 scuole per un anno. Nel nuovo anno scolastico, tutte le 180 scuole medie del Paese saranno dotate di questi sistemi didattici.
Il nome deriva dalla somma di 360 e 360. Sta a significare un’assistenza a 360 gradi per gli studenti e un sostegno a 360 gradi per il personale docente. Per gli insegnanti in carne e ossa sono inoltre disponibili opportunità di formazione continua supportate dall’intelligenza artificiale.

• L’obiettivo è colmare le lacune
  Secondo Kisch, all’ampliamento del progetto partecipano personalità di spicco del mondo accademico, del settore high-tech e dell’industria. Il loro compito è quello di contribuire a «colmare il divario» esistente tra l’attuale sistema educativo e le esigenze del mercato del lavoro di domani.
Da anni Israele deve fare i conti con la carenza di insegnanti, i bassi livelli salariali del personale docente e le classi sovraffollate.

(Israelnetz, 23 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Conseguenze del disturbo da stress post-traumatico: quello che tre anni di guerra in Israele hanno provocato sul mio corpo 

“Pensavo di stare bene. Poi mi sono resa conto di come il corpo continui a portare dentro di sé la guerra, anche molto tempo dopo il cessate il fuoco”. Un racconto molto personale di una corrispondente di Israel Heute.

di Oriel Moran

Oriel in America
Provengo da una zona rurale del Texas, dove le mucche pascolano su prati infiniti e dove i fuochi d’artificio del 4 luglio sono l’evento più emozionante dell’anno. La mia infanzia, trascorsa qui negli anni ’90, è stata caratterizzata dalla pace in uno dei paesi più meravigliosi del mondo.
A un certo punto fu chiaro: la mia famiglia avrebbe scambiato la cosiddetta «Bible Belt» con la vera terra della Bibbia. Avremmo vissuto la nostra identità ebraica nella patria dei nostri antenati – là dove Giosuè vide crollare le mura di Gerico e dove Davide sconfisse Golia con un sasso liscio lanciato dalla fionda. Stavo per unirmi alla terra degli eroi invincibili, una nazione di vincitori i cui nemici giacciono nella polvere e i cui accusatori vengono puniti da Dio in persona.
Più o meno era questa la nostra idealistica visione. Ciò che io e la mia famiglia portavamo con noi dagli Stati Uniti, lo trasportammo in un paio di valigie fino alla fermata dei taxi. Un volo notturno ci portò a Tel Aviv. Finalmente mettemmo piede in Eretz Israel, sfiniti dal lungo viaggio, ma con un travolgente senso di appagamento.
Con mia grande delusione, nella terra dove scorrono il latte e il miele, ricevemmo un caloroso benvenuto con un «Allahu akbar». Nel 2000, infatti, scoppiò la seconda Intifada e la mia mente di bambina di otto anni non riusciva a capire come le persone potessero essere così cattive. Ma tutto il mio corpo dovette assorbire quel fatto. Gli occhi registravano violenza e terrore attraverso lo schermo televisivo; per mesi le mani tennero vicina la maschera antigas; le gambe mi portavano tremanti e tra preghiere sugli autobus di linea, e non era solo lì che  si poteva diventare in qualsiasi momento il bersaglio di un attentatore suicida.
Il mio sistema nervoso ha dovuto seguire il corso accelerato «Sopravvivere in Israele». Nonostante tutti gli sforzi per mostrarmi disinvolta, l’alto numero di attacchi terroristici mi ha messa in uno stato di massima allerta. L’inquietudine si è insediata in modo permanente nel mio corpo, mentre si abituava al male. La vita era pervasa da una costante corrente sotterranea di paura. Non si sapeva mai da dove sarebbe arrivato il prossimo attacco terroristico.

• Attacco di panico in un negozio di articoli di seconda mano
  Gli anni passarono e i conflitti incessanti mi resero insensibile. Quando, il 7 ottobre 2023, Hamas uccise oltre mille persone e prese 251 ostaggi, Israele si trovò ad affrontare un livello di trauma completamente nuovo. Fu l’innesco di uno stato di guerra quasi ininterrotto. Si stima che nel 2024 e nel 2025 a un civile su cinque sia stato diagnosticato un disturbo da stress post-traumatico (PTSD) causato dalla guerra. E molti devono essere i casi non denunciati.
Oggi sono una corrispondente di guerra. Riferisco direttamente dai luoghi degli eventi. Intervisto persone colpite dalla guerra e dalla perdita dei loro cari. Nel mio quotidiano lavoro, i miei occhi assistono a orrori e omicidi. Non in televisione, ma dal vivo.
A un certo punto sono diventata stanca della guerra, triste e tesa. Avevo un disperato bisogno di vacanza. In tutte quelle guerre, non avevo mai fatto un viaggio per riposarmi. Così ho comprato un biglietto per gli Stati Uniti, mentre la guerra era ancora in corso. Persone come me pregano: «Speriamo che ci sia un cessate il fuoco che duri abbastanza da permetterci di salire su un aereo civile, alla ricerca di un po’ di pace e tranquillità!»
Ho iniziato il mio viaggio nella Florida circondata da palme. In America, la quiete mi ha colpita come un pugno. Sono andata a trovare mia zia. Ha 76 anni e vive in una residenza per anziani. Adesso so come là ci si sente: il silenzio può essere sgradevole, addirittura assordante. Ho fatto fatica a capire che una telefonata non è un allarme del comando del fronte interno; che una moto che passa non è una sirena; che il rombo di un tuono non è  un missile intercettato. Ero talmente suggestionata che un aereo nel cielo notturno non poteva essere altro che un missile.
Il mio corpo faceva fatica a trovare la calma. Ho dovuto costringermi a riprendere il controllo, perché calma e tranquillità non sono necessariamente la stessa cosa. 
Io e mia zia passavamo i giorni dedicandoci ad attività semplici e tranquille. Una di queste era lo shopping nei negozi di seconda mano. 
Il negozio era enorme; la scelta di vestiti, scarpe e mobili era illimitata. La musica di sottofondo mi sembrava assordante. Spingevo il carrello nel reparto scarpe, ma il battito irregolare del mio cuore mi impediva di concentrarmi. Respiravo affannosamente, ero disorientata: ero caduta in uno stato di totale confusione. C’erano troppe semplici decisioni che non riguardavano la vita o la morte, e mi riusciva difficile prenderne una. Ero abituata a calcolare quanto fosse lontano il rifugio antiaereo più vicino, non quanto potessi risparmiare sui sandali estivi.
In quel negozio stavo vivendo l’inizio di un attacco di panico. Mia zia non si vedeva da nessuna parte. Decisi di mettere in pratica quello che predico sempre a chi soffre di disturbo da stress post-traumatico, ovvero «rivolgersi alla comunità». Aprii Instagram e condivisi le mie emozioni. In questo modo non ci si sente soli e si hanno buone possibilità di scongiurare una crisi. Cercai di contrastare i miei sentimenti. Ripetevo frasi ad alta voce per razionalizzare: «Sono al sicuro. Nessuno sta cercando di uccidermi. È solo una reazione del mio corpo…». Chi voleva, poteva seguire tutto in diretta su Instagram.
Sono andata al reparto mobili e mi sono seduta su una sedia. Ho messo via il cellulare e ho chiuso gli occhi. La tecnica di respirazione «box» è semplice ma efficace. Si conta ogni volta fino a quattro: si inspira, si trattiene il respiro, si espira, si rimane brevemente senza respiro e si inspira di nuovo. La chiave sta nel ripetere questo ciclo finché il corpo non si rilassa e la mente non si calma. Ho dovuto spiegare a mia zia cosa stavo facendo. Mi sono venute le lacrime agli occhi: le ho lasciate scorrere.
Per due anni e mezzo avevo represso il pianto. Non avevo provato quasi nulla di fronte a cose che normalmente rendono tristi. Mi ero trovata in luoghi dove erano caduti razzi e dove erano morte delle persone. Ero stata lì dove gli ostaggi, tornati con le ultime forze, si erano schierati per ricordare i loro compagni di sventura.
Mi sono ritrovata in mezzo a folle che manifestavano con veemenza – tutto questo ora mi stava travolgendo. La guerra mi avrebbe perseguitata fino ai confini del mondo.

• Quando la doppia cittadinanza non serve a nulla
  Mia zia mi ha chiesto: «Perché non te ne vai da lì? Perché non vivi qui?» La sua domanda scaturiva dall’istinto naturale di ogni essere umano di mettersi al sicuro dalla morte e dalla sventura. Ma non è così semplice. Gli americani possono scegliere a loro piacimento dove vivere tra i 50 Stati federali. Gli ebrei, invece, hanno una sola patria. Hanno solo questo minuscolo Paese, nel quale si difendono con sovranità.
In qualche modo riuscii a continuare a fare acquisti. Non volevo concedere ad Hamas, a Hezbollah, agli Houthi o al regime iraniano di privarmi anche di quel piccolo piacere che era l’esperienza di shopping americana. Dopo una settimana, il mio corpo aveva accettato il dono della pace. A poco a poco, gli aerei tornarono ad essere semplicemente aerei e le moto erano solo moto. Nelle restanti due settimane il mio corpo ha poi riscoperto la calma, una sensazione che mi era diventata estranea.
Di ritorno in Israele, la guerra mi ha di nuovo raggiunta. Amici che tornavano dai combattimenti in Libano mi hanno riportato con i piedi per terra.  Anche se l’America aveva potuto dare pace al mio corpo, non poteva comunque darmi un senso, una fermezza, una gioia vittoriosa, e quell’unità che soltanto il soffrire e il sopravvivere possono generare.
È vero che la vita in questo paese martoriato dalla guerra va a discapito della nostra salute fisica e mentale. Ma tutti coloro che ne valutano i costi sono disposti a pagare il prezzo per il bene del nostro Paese e dei nostri cari. Questo mi ricorda che siamo davvero una nazione di eroi. Israele è costituito da questi tanti individui che, nonostante le difficoltà, hanno deciso di restare.
Non ho una soluzione duratura per lo stress che grava su tutto il mio organismo. Forse il mio corpo non ha ricevuto la notizia che sono state proclamate tregue e che sono in vista accordi di pace. Forse continuerà a soffrire finché non prenderò un volo verso una destinazione tranquilla oltreoceano. Che la guerra finisca o no, il mio corpo soffrirà per sempre. Ma se questo è il suo destino, tanto vale che lo viva a casa.

(Israel Heute, 22 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Iran e Stati Uniti concordano una tabella di marcia per i negoziati

Nel corso di una prima tornata di colloqui in Svizzera, l’Iran e gli Stati Uniti si sono accordati sui negoziati previsti. Particolare attenzione è stata dedicata al Libano.

LUCERNA – Domenica l’Iran e gli Stati Uniti hanno concordato una tabella di marcia comune per i negoziati. Secondo quanto riferito dai paesi mediatori, Qatar e Pakistan, il primo ciclo di colloqui tra i rappresentanti dei paesi coinvolti si è svolto in un’«atmosfera positiva e costruttiva». Le delegazioni si sono riunite in un hotel di lusso sul monte Bürgenstock, nei pressi di Lucerna.
Entro 60 giorni dovrebbe essere raggiunto un accordo definitivo, secondo quanto indicato nell’intesa pubblicata lunedì. Se si considera lunedì come punto di partenza, la conclusione dei negoziati è prevista per il 21 agosto.
Tra i punti concordati figura inoltre l’istituzione di un Alto Comitato incaricato della supervisione politica dei negoziati. I capi negoziatori riferiranno regolarmente a quest’ultimo. Gruppi di lavoro si occuperanno, tra l’altro, del programma nucleare e delle sanzioni, nonché della mediazione in caso di controversie.
Inoltre, per tutta la durata dei negoziati verrà istituito un canale di comunicazione. Questo servirà a evitare «incidenti e malintesi» in relazione allo Stretto di Hormuz.

• Il Libano al centro dell’attenzione
  Il testo affronta anche la questione del Libano: secondo quanto riportato, i paesi hanno concordato di istituire un organismo di coordinamento per la risoluzione dei conflitti. L’obiettivo è il «rispetto della cessazione delle operazioni militari in Libano, in conformità con la dichiarazione d’intenti». La dichiarazione d’intenti firmata mercoledì sottolinea nel suo primo paragrafo la «cessazione definitiva delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano».
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Aragschi ha dichiarato che il centro di coordinamento previsto rappresenta «la prima vera prova» dell’accordo. Domenica l’Iran aveva ancora affermato che non avrebbe aperto lo Stretto di Hormuz a causa dei continui combattimenti in Libano. Lunedì, tuttavia, gli osservatori hanno segnalato un aumento del traffico navale nello stretto.
Domenica i negoziati rischiavano di fallire a causa della questione libanese. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha scritto sui social media, riferendosi alla milizia terroristica Hezbollah, che l’Iran deve impedire ai gruppi da esso finanziati in Libano di provocare disordini.
Secondo i media statali iraniani, i rappresentanti del regime avrebbero quindi abbandonato temporaneamente i negoziati. I rappresentanti degli Stati Uniti hanno tuttavia minimizzato la situazione, spiegando che gli iraniani dovevano dimostrare alla popolazione di negoziare con fermezza.

• Rappresentante israeliano: si valuta un ritiro simbolico
  Secondo un rapporto della CNN pubblicato lunedì, Israele sarebbe disposto a ritirarsi da alcune zone minori nel sud del Libano. L’emittente americana fa riferimento a una fonte israeliana anonima. La mossa dovrebbe rappresentare un gesto nei confronti del governo libanese e avere soprattutto un valore simbolico.
Nel contempo, Israele punta a mantenere le posizioni centrali nel Libano meridionale per continuare a combattere la milizia terroristica di Hezbollah. Domenica il ministro della Difesa Israel Katz (Likud) ha sottolineato che l’esercito non si ritirerà dal castello di Beaufort, conquistato da Israele poco più di tre settimane fa.

• Aspri combattimenti
Sabato e domenica l’esercito ha segnalato la morte di un soldato in entrambi i giorni nel Libano meridionale. Già nella notte tra giovedì e venerdì quattro soldati erano caduti in quella zona.
  Domenica l’esercito ha inoltre reso noto il ritrovamento di un tunnel terroristico di Hezbollah. Secondo quanto riferito, si trova sotto il villaggio di Majdal Sun, a circa sei chilometri a nord del confine. Hezbollah lo avrebbe costruito nel corso di 20 anni. Il tunnel presenterebbe quattro piattaforme di lancio per missili e dodici alloggi. I soldati vi hanno trovato centinaia di armi immagazzinate.

• JD Vance: Israele ha il diritto di difendersi
  Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance, a capo della delegazione americana in Svizzera, ha dichiarato lunedì in una conferenza stampa che Israele ha il diritto di difendersi. Tuttavia, il centro di coordinamento dovrebbe servire a mantenere il dialogo tra le parti in conflitto, al fine di prevenire un’escalation.
Vance ha inoltre sottolineato che ora si tratta di un processo al termine del quale dovrebbe essere possibile garantire sia l’inviolabilità territoriale sia le esigenze di sicurezza israeliane.
Secondo le parole del vicepresidente degli Stati Uniti, l’Iran ha invitato gli osservatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) a effettuare ispezioni. Si tratterebbe di una «grande pietra miliare per il popolo americano» e di un primo passo per porre fine al programma nucleare militare.
Vance ha inizialmente parlato di «denuclearizzazione» dell’Iran, ma si è subito corretto, limitandosi a menzionare il programma nucleare militare. Ciò indica la disponibilità degli Stati Uniti a concedere all’Iran l’arricchimento dell’uranio; in precedenza Washington aveva rifiutato tale possibilità.

(Israelnetz, 22 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Netanyahu: Israele ha sventato la bomba iraniana

Il premier israeliano ha definito l’attacco all’Iran la «più grande operazione aerea» nella storia del Paese

In occasione di un vertice politico internazionale a Gerusalemme, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha nuovamente posto al centro dell’attenzione il conflitto con l’Iran, difendendo le operazioni militari e dei servizi segreti del suo Paese. Secondo quanto da lui affermato, grazie a interventi tempestivi Israele ha impedito a Teheran di entrare in possesso di armi nucleari. Ne ha dato notizia anche «The Jerusalem Post».
Netanyahu ha affermato che Israele ha scongiurato una minaccia esistenziale che, senza il suo intervento, sarebbe diventata realtà. «Avrebbero avuto un’arma nucleare, una bomba atomica, per annientarci», ha spiegato ai partecipanti al Jerusalem News Syndicate International Policy Summit. «Abbiamo impedito che ciò accadesse». Secondo la sua versione, negli ultimi anni Israele ha adottato misure mirate a tal fine.
Riferendosi agli attacchi israeliani contro obiettivi iraniani, il capo del governo ha parlato della «più grande operazione aerea» nella storia del Paese, che sarebbe stata inoltre condotta in coordinamento con gli Stati Uniti. L’intento di Israele sarebbe stato quello di indebolire in modo duraturo l’infrastruttura nucleare dell’Iran. In tale contesto sarebbero stati uccisi anche scienziati che lavoravano al programma. «Se si eliminano gli scienziati, è molto difficile costruire un’arma nucleare», ha affermato Netanyahu.

• Azione preventiva
  Secondo quanto da lui riferito, Israele avrebbe inoltre causato danni ingenti alle strutture militari iraniane e a quelle delle Guardie della Rivoluzione. Le operazioni avrebbero modificato l’equilibrio di potere nella regione. Allo stesso tempo, ha sottolineato che Israele ha così stabilito una nuova linea di politica di sicurezza: un’azione preventiva contro le minacce, prima che queste possano concretizzarsi pienamente.
Netanyahu ha spiegato che per molto tempo a Israele era stato sconsigliato di agire direttamente contro obiettivi in Iran. La situazione è cambiata di recente. «Abbiamo cambiato le regole. Attacchiamo, cogliamo di sorpresa, agiamo contro i nemici che vogliono annientarci prima che ne siano in grado», ha affermato.
Le operazioni contro l’Iran farebbero parte di una strategia più ampia, che includerebbe anche altre zone di conflitto. Netanyahu ha parlato di un indebolimento degli avversari regionali e di uno smantellamento delle reti di influenza iraniane. Inoltre, secondo quanto da lui affermato, Israele avrebbe recuperato numerosi ostaggi e indebolito notevolmente le strutture militanti in diverse aree.

• Serie di azioni di sabotaggio
  In questo contesto, Netanyahu ha menzionato anche operazioni contro esponenti di spicco di Hamas e lo smantellamento delle infrastrutture terroristiche a Gaza. Ha definito il ritorno degli ostaggi uno dei risultati più importanti degli ultimi anni.
Anche il conflitto con Hezbollah libanese ha fatto parte del suo discorso. Netanyahu ha fatto riferimento a operazioni sotto copertura e ad attacchi mirati contro l’organizzazione, tra cui l’uccisione del suo leader di lunga data Hassan Nasrallah e una serie di azioni di sabotaggio contro i sistemi di comunicazione.
«Abbiamo fatto saltare in aria i cercapersone, abbiamo neutralizzato Nasrallah, abbiamo smantellato l’apparato militare di Hezbollah», ha affermato. Inoltre, Israele avrebbe distrutto gran parte dell’arsenale missilistico dell’organizzazione e ne avrebbe fortemente limitato la capacità di penetrare nel nord di Israele.

• Sponsor del terrorismo
  Parallelamente, Netanyahu ha parlato dell’istituzione delle cosiddette «zone di sicurezza» lungo i confini con Gaza, la Siria e il Libano. Queste verrebbero mantenute per tutto il tempo necessario alla difesa di Israele.
Lo Stato iraniano è stato definito da Netanyahu «il più grande sponsor del terrorismo del pianeta». Allo stesso tempo, ha esortato indirettamente la popolazione iraniana a perseguire cambiamenti nel proprio Paese e a superare l’attuale governo.
Con riferimento alla situazione internazionale, il primo ministro ha esortato gli ebrei di tutto il mondo a opporsi al crescente antisemitismo. «Condurremo questa lotta anche a livello mondiale», ha affermato. «Non tenete la testa bassa, non abbiate paura, difendetevi.»

(Jüdische Allgemeine, 22 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Hamas, il grande inganno che preparò il 7 ottobre

Documenti sequestrati durante la guerra rivelano una strategia costruita per convincere Israele che Hamas cercasse stabilità economica e calma militare mentre preparava da anni l’attacco più devastante della sua storia

di Shira Navon 

Per anni Hamas ha lavorato affinché Israele credesse esattamente ciò che voleva fargli credere. Che fosse interessata alla gestione quotidiana della Striscia di Gaza, preoccupata per l’economia e poco incline a una nuova guerra su larga scala. Secondo uno studio basato su documenti interni sequestrati durante la guerra e pubblicato dall’Istituto Amit per la Ricerca sul Terrorismo e l’Intelligence, quell’immagine era il prodotto di un articolato piano di inganno strategico destinato a preparare il terreno al massacro del 7 ottobre 2023.
I documenti descrivono un progetto elaborato e multidimensionale che coinvolgeva politica, attività militare, comunicazione ed economia. L’obiettivo consisteva nel creare una percezione falsa e consolidarla nel tempo, inducendo Israele e i suoi apparati di sicurezza a ritenere che Hamas avesse rinunciato a una grande offensiva e fosse concentrata soprattutto sul consolidamento del proprio governo nella Striscia.
Secondo la ricerca, la svolta avvenne dopo l’operazione israeliana Guardiano delle Mura (Shomer HaHomot), combattuta nel maggio 2021. Mentre in Israele quella campagna veniva considerata un duro colpo per Hamas, la leadership dell’organizzazione, guidata da Yahya Sinwar e dal comandante delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam, Mohammed Deif, ne trasse conclusioni molto diverse. Nei documenti interni, Hamas descrive infatti quell’episodio come un successo strategico che dimostrava la possibilità di sfidare Israele e preparare una fase successiva molto più ambiziosa.
Già nel settembre 2022 l’intelligence militare delle Brigate Izz ad-Din al-Qassam sottolineava la necessità di costruire un vasto piano di inganno che operasse contemporaneamente sul piano politico, militare, economico e mediatico. Lo scopo era garantire che l’attacco futuro cogliesse Israele completamente di sorpresa.
Uno degli elementi più significativi emersi dai documenti riguarda la cosiddetta politica di contenimento. Hamas impartì istruzioni affinché molti episodi potenzialmente esplosivi non degenerassero in uno scontro aperto con Israele. Agli occhi degli analisti israeliani, quella prudenza venne interpretata come un segnale di deterrenza e di cautela. Per la leadership di Hamas rappresentava invece un investimento strategico destinato a proteggere il progetto più importante.
Nelle riunioni interne, i dirigenti dell’organizzazione manifestavano soddisfazione per il fatto che Israele stesse interpretando nel modo desiderato il comportamento di Hamas, convincendosi che il movimento non fosse interessato a un confronto diretto. Anche quando alcune iniziative potevano apparire provocatorie, venivano calibrate in modo da evitare una risposta che potesse compromettere i preparativi dell’attacco.
Particolarmente significativa appare la gestione dei rapporti con la Jihad Islamica Palestinese. Dai documenti emerge che Hamas lavorò sistematicamente per frenare l’organizzazione rivale durante le escalation non programmate. Attraverso la cosiddetta “stanza operativa congiunta”, Hamas cercò di impedire che azioni della Jihad Islamica trascinassero Gaza in una guerra prematura. In una riunione del maggio 2023, Yahya Sinwar spiegò apertamente che Hamas non sarebbe intervenuta nei combattimenti che coinvolgevano esclusivamente la Jihad Islamica perché una battaglia tattica avrebbe potuto compromettere il piano strategico molto più vasto che era in preparazione.
Un altro tassello fondamentale dell’operazione riguardava il denaro proveniente dal Qatar. Per anni i fondi qatarioti sono stati considerati uno strumento destinato a sostenere la popolazione della Striscia e a favorire una relativa stabilità. Hamas comprese perfettamente il valore politico di quella percezione. Mentre i finanziamenti continuavano ad arrivare e migliaia di famiglie dipendevano da quegli aiuti, l’organizzazione alimentava l’idea di essere interessata soprattutto al miglioramento delle condizioni economiche di Gaza.
Secondo lo studio, molti esponenti dell’establishment della sicurezza israeliana erano arrivati alla conclusione che Sinwar fosse ormai concentrato sulle responsabilità di governo e sulla gestione della popolazione palestinese della Striscia. Hamas sfruttò quella convinzione a proprio vantaggio. Anche le tensioni lungo il confine vennero utilizzate per garantire la continuità dei finanziamenti e creare il clima di relativa tranquillità necessario a proseguire indisturbata la preparazione dell’attacco.
Parallelamente, Hamas concentrò l’attenzione pubblica sulla Cisgiordania, sul Monte del Tempio e sulla questione dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Figure di primo piano come Saleh al-Arouri insistevano pubblicamente sulla centralità della Cisgiordania come fronte principale della lotta contro Israele. Mentre il dibattito internazionale seguiva quella direzione, Gaza appariva relativamente tranquilla.
La parte forse più impressionante dell’intero piano riguarda le esercitazioni militari. Per mesi le Brigate al-Qassam organizzarono manovre che simulavano l’invasione di Israele, la conquista di basi militari, l’occupazione di comunità civili e il rapimento di soldati. I video venivano diffusi apertamente e presentati come semplici dimostrazioni di forza o come preparativi difensivi in caso di attacco israeliano. In realtà, spiegano gli autori dello studio, quelle immagini mostravano con notevole precisione ciò che sarebbe accaduto il 7 ottobre.
Persino nei giorni immediatamente precedenti al massacro, Hamas continuò a inviare segnali rassicuranti, alimentando la convinzione che stesse cercando nuovi accordi economici e una maggiore stabilità nella Striscia. L’ultima fase dell’inganno consistette proprio nel rafforzare l’idea che l’organizzazione fosse interessata a una sistemazione pragmatica del conflitto.
I documenti sequestrati raccontano quindi una storia che va oltre il semplice fallimento dell’intelligence. Descrivono una strategia paziente, costruita nell’arco di anni, che sfruttò aspettative, convinzioni e interpretazioni diffuse sia nei servizi di sicurezza sia nella leadership politica israeliana. Il risultato fu uno dei più clamorosi successi di deception militare dell’epoca contemporanea e uno dei più gravi errori di valutazione mai commessi da Israele.
Una nota finale: ho corretto anche un passaggio concettuale dell’incipit. Dire che Hamas fosse “dissuasа” non è il termine più naturale in italiano; nel testo ho mantenuto l’idea ma con una formulazione più fluida e giornalistica. Inoltre ho verificato le forme oggi più accreditate: Yahya Sinwar, Mohammed Deif, Saleh al-Arouri, Brigate Izz ad-Din al-Qassam e Shomer HaHomot.

(Setteottobre, 22 giugno 2026)

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Rav Goldberg su Donald Trump: la nostra storia ci impone cautela

I cambiamenti di rotta dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran hanno suscitato reazioni opposte e speculari, c’è chi vi legge la conferma di una diffidenza mai abbandonata verso il presidente americano e chi, al contrario, vive queste scelte come un tradimento inatteso. Secondo il rabbino Efrem Goldberg, autore di un intervento pubblicato su Aish, entrambe le letture rischiano però di mancare il punto essenziale: Trump, osserva, non è mai stato un leader immune da critiche né una figura da considerare al di sopra delle contingenze politiche. La sua azione è sempre stata guidata da valutazioni pragmatiche e da una visione centrata sugli interessi degli Stati Uniti. Per un lungo periodo questo approccio ha coinciso con le priorità di Israele e con quelle di larga parte del mondo ebraico. I risultati ottenuti in quella fase, sostiene rav Goldberg, restano tali anche se oggi il quadro appare mutato e al tempo stesso nessuno di quei risultati poteva garantire che le circostanze non cambiassero o che la convergenza di interessi fosse destinata a durare indefinitamente.
  Da qui nasce probabilmente la delusione di molti osservatori e l’autore definisce comprensibile il senso di smarrimento provocato dall’atteggiamento di un’amministrazione che in passato aveva promosso una cooperazione senza precedenti contro l’Iran e che oggi sembra orientarsi verso posizioni più concilianti.
  Ugualmente difficile da accettare appare il contrasto tra alcune dichiarazioni recenti e l’immagine di un presidente che si era presentato come amico di Israele, difensore della sua leadership politica e sostenitore della legittimità morale delle sue azioni militari. Eppure proprio questa esperienza dovrebbe ricordare una lezione che la storia ebraica ha proposto più volte; per Goldberg il problema non consiste nell’essere riconoscenti verso chi sostiene Israele o il popolo ebraico, la gratitudine è doverosa. Ciò che richiede cautela è la tendenza a trasformare qualunque alleanza politica in una certezza permanente. Dopo secoli di vicende segnate da cambiamenti improvvisi, protezioni concesse e poi ritirate, entusiasmi e delusioni, gli ebrei dovrebbero sapere che nessun leader umano può essere considerato un garante definitivo. Rav Goldberg richiama un verso dei Proverbi in cui il cuore del re è nelle mani di Dio e ricorda quella formula presente nella liturgia quotidiana che invita a non riporre la propria fiducia nei principi e nei diplomatici.
  In una prospettiva religiosa gli eventi politici, le decisioni dei governi e le loro conseguenze fanno parte di un disegno più ampio che sfugge alla comprensione immediata e da cui deriva un invito alla pazienza. Dall’attacco del 7 ottobre ai successivi sviluppi del confronto con l’Iran, gli ultimi anni hanno prodotto continui cambiamenti e forti oscillazioni emotive, e rav Goldberg suggerisce di guardare oltre il presente e mantenere lo sguardo sul lungo periodo.
  La storia ebraica, scrive, è una storia di attesa, resilienza e speranza e per questo la partecipazione politica, il voto, il sostegno e la critica restano strumenti necessari, ma non possono trasformarsi in una fede assoluta nei governanti. Le leadership passano, le strategie cambiano, le alleanze si modificano. La fiducia, suggerisce rav Goldberg, va collocata altrove, e deve essere accompagnata dalla consapevolezza che gli avvenimenti del momento sono soltanto un frammento di una vicenda molto più lunga.

(Pagine Ebraiche, 21 giugno 2026)

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Proiettile al sindaco di Varallo Valsesia contro le famiglie israeliane. Meghnagi (CEM): “Un gesto vile, osceno, squallido”

“Questa dilagante deriva antisemita è stata guardata per troppi anni con superficialità – quando non con aperto compiacimento – da parte di settori della politica e non solo- dichiara il presidente della Comunità ebraica milanese -. Un linguaggio politico sempre più aggressivo, che normalizza l’odio e sdogana l’ostilità verso le minoranze, prepara il terreno su cui germogliano gesti come questo.

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La lettera recapitata al sindaco Bonetti

Un proiettile recapitato al Municipio di Varallo Valsesia, centro dell’Alto Vercellese, destinato al sindaco Pietro Bondetti con un messggio: “Questo è l’unico avviso prima di cominciare a sparare”. E ancora: “Non permetteremo il trasferimento di altri macellai nazi sionisti”. Firmato: “Movimento anti sionista”. 
Un’intimidazione contro il primo Cittadino della località che ospita il “Progetto Baita” di Ugo Luzzati, modello di integrazione che ha portato in Valsesia le famiglie da Israele. 
“Un gesto vile, osceno, squallido” secondo il presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi che colpisce  “famiglie israeliane che hanno fondato una comunità in Valsesia con lo scopo di ripopolare il territorio. L’auspicio è che le indagini della Procura di Vercelli portino al più presto a identificare gli autori”.
“Visto che la situazione sta degenerando, è necessario che il Parlamento completi l’iter di approvazione del disegno di legge contro l’antisemitismo, già approvato da un ramo del Parlamento: non vi è più alcuna ragione per ulteriori ritardi – continua la nota stampa -. Questa dilagante deriva antisemita è stata guardata per troppi anni con superficialità – quando non con aperto compiacimento – da parte di settori della politica e non solo. Non possiamo però limitarci a condannare i singoli episodi senza interrogarci sul clima che li alimenta. Un linguaggio politico sempre più aggressivo, che normalizza l’odio e sdogana l’ostilità verso le minoranze, prepara il terreno su cui germogliano gesti come questo. Le parole hanno un peso: chi occupa ruoli pubblici ha la responsabilità di non trasformare il dibattito democratico in un campo di battaglia retorico dal quale chi è già nel mirino esce ulteriormente esposto e vulnerabile». 

(Bet Magazine Mosaico, 21 giugno 2026)

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“L’Amministrazione Trump sta favorendo il jihad globale”: Intervista a Robert Spencer

di Davide Cavaliere

Robert Spencer, direttore di Jihad Watch e tra i maggiori esperti internazionali di Islam e jihadismo, è un interlocutore abituale de L’Informale.
  In passato ha tenuto seminari su questi temi per l’FBI, il Comando centrale e il Comando dell’esercito degli Stati Uniti, il Joint Forces Staff College, l’Asymmetric Warfare Group, la Joint Terrorism Task Force (JTTF), l’Anti-Terrorism Advisory Council del Dipartimento di Giustizia e l’intera comunità di intelligence americana.
  Ha inoltre approfondito i temi del jihad e del terrorismo in un seminario co-sponsorizzato dal Dipartimento di Stato americano e dal Ministero degli Esteri tedesco. È senior fellow del Center for Security Policy. Per il suo lavoro ha ricevuto il sostegno e la stima di importanti figure internazionali: Oriana Fallaci lo definì «il mio compagno d’armi, il mio amico», Geert Wilders lo ha chiamato «un eroe dei nostri tempi» e attestati di ammirazione sono giunti anche da Daniel Pipes, Ayaan Hirsi Ali e Bat Ye’or.
  Insieme al giornalista Daniel Greenfield, ha scritto un opuscolo intitolato Why We’re At War With Iran. 

- Potrebbe spiegarci perché il regime iraniano rappresenta una minaccia globale?
  Sia l’Ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica Islamica, sia il suo successore, l’Ayatollah Khamenei, hanno chiarito fin dall’inizio che la Rivoluzione islamica in Iran doveva fungere da modello per l’islamizzazione del mondo intero. Era un progetto da esportare ovunque, ed è esattamente ciò che Teheran ha cercato di fare: finanziando Hamas e Hezbollah e costruendo la cosiddetta «Mezzaluna sciita» — che in passato univa questi gruppi al regime di Assad in Siria, agli Houthi in Yemen e al governo sciita di Baghdad. La Repubblica Islamica ha collaborato persino con il Venezuela e con il partito di sinistra Podemos in Spagna. Continuerà questa espansione globale finché ne avrà la possibilità.

- L’accordo quadro raggiunto tra Stati Uniti e Iran sembra rappresentare una sconfitta per Israele. Qual è la sua valutazione in merito? Sono previste garanzie sufficienti a impedire a Teheran di sviluppare l’arma nucleare?
  L’accordo è un disastro. Rigenera la Repubblica Islamica e le garantisce un flusso di denaro che va ben oltre le più rosee aspettative di Barack Obama; fondi che verranno utilizzati per rilanciare la jihad contro gli Stati Uniti e Israele. Non offre alcuna garanzia reale sul blocco del programma nucleare rispetto a quante ne prevedesse il precedente accordo di Obama.

- A fronte della debolezza europea e del suo rifiuto ideologico di ricorrere alla forza, fin dal suo insediamento l’attuale amministrazione Trump ha cercato freneticamente un accordo, prima con Hamas a Gaza e poi con gli ayatollah in Iran. Come si spiega questa incapacità di comprendere la natura jihadista di queste entità e la loro conseguente incompatibilità con qualsiasi accordo stabile?
  È estremamente sconcertante. Nel 2016, Trump tenne un importante discorso in cui spiegava come avrebbe combattuto il jihad. Tutto questo sembra ora svanito nel nulla, apparentemente sotto l’influenza del Qatar. Trump è così facilmente corruttibile? O è stato bersaglio di un’operazione di pressione e propaganda? O entrambe le cose? Al momento non abbiamo una risposta chiara, ma il risultato è evidente: l’amministrazione Trump sta favorendo il jihad globale più di quanto abbiano mai fatto Obama o il vecchio Joe Biden.

- In seguito all’eccidio del 7 ottobre, abbiamo assistito in Occidente a un allineamento ideologico tra i movimenti di estrema sinistra e le fazioni islamiste. Come analizza questa convergenza politica e quali ritiene saranno le sue conseguenze a lungo termine per le democrazie occidentali?
  La sinistra corteggia l’Islam perché odia l’Occidente. Odia la civiltà giudeo-cristiana e, di conseguenza, si allea con il suo storico avversario. L’obiettivo della sinistra è distruggere le società libere per instaurare un mega-stato socialista e autoritario; in questo vede nell’Islam un alleato naturale, dato che anche quest’ultimo auspica un mega-stato autoritario basato sulla Sharia. Entrambi i fronti odiano il dissenso e negano la libertà di parola. I progressisti s’illudono di poter controllare e domare l’Islam una volta sconfitto l’Occidente, ma li attende una brutta sorpresa.

- Può illustrare quali sono i testi e gli elementi dottrinali che gli jihadisti utilizzano maggiormente per giustificare l’odio antiebraico? Esistono differenze a questo riguardo tra sunniti e sciiti?
  Su questo punto non c’è alcuna differenza tra sunniti e sciiti. Gli Hadith usano gli ebrei come capro espiatorio e li demonizzano, accusandoli di aver ucciso Maometto, di complottare contro i musulmani e molto altro. Il Corano non è da meno. Nel testo gli ebrei sono definiti i più acerrimi nemici dei musulmani (5:82); sono accusati di falsificare le scritture attribuendole ad Allah (2:79; 3:75, 3:181), di affermare che il potere di Allah sia limitato (5:64), di amare le menzogne (5:41) e di disobbedire costantemente ai Suoi comandamenti (5:13). Vengono descritti come litigiosi e indecisi (2:247), inclini a nascondere la verità e a ingannare il prossimo (3:78), ribelli contro i profeti (2:55) e ipocriti (2:14, 2:44). Il testo sostiene che antepongano i propri interessi agli insegnamenti di Maometto (2:87), che augurino il male agli altri (2:109) e che si Cruccino per la felicità altrui (3:120). Li accusa di superbia per considerarsi il popolo eletto (5:18), di depredare le ricchezze altrui con l’inganno (4:161), di calunniare la vera religione (4:46), di aver ucciso i profeti (2:61) e di essere spietati (2:74). E ancora: di non mantenere mai le promesse (2:100), di peccare senza freni (5:79), di essere codardi (59:13-14) e avari (4:53). Si menziona persino la loro trasformazione in scimmie e maiali per aver violato il sabato (2:63-65; 5:59-60; 7:166). Il Corano conclude che sono sotto la maledizione di Allah (9:30) e che i musulmani devono muovere loro guerra fino a sottometterli all’egemonia islamica (9:29).

- Se l’ideologia jihadista è intrinsecamente legata a una specifica interpretazione dei testi sacri, quale ritiene debba essere la strategia fondamentale per sconfiggerla?
  Bisogna prima di tutto sensibilizzare i non musulmani su questo tema. Al contempo, occorre chiarire ai musulmani che vivono in Occidente che determinati comportamenti non sono tollerati: sono liberi di praticare la propria religione, ma non il jihad o quegli aspetti dell’Islam che contrastano con i valori occidentali. Questo messaggio deve essere chiaro ed esplicito, imponendo nelle moschee programmi trasparenti, verificabili e che si schierino apertamente e onestamente contro queste derive.

- Molti accademici e osservatori internazionali la accusano di promuovere una visione «essenzialista» e letteralista dell’Islam che, a loro dire, non distingue a sufficienza tra la maggioranza dei musulmani cosiddetti «moderati» e la minoranza radicale o jihadista. Come risponde a questa critica? A suo parere, è possibile riformare l’Islam per sradicare l’antisemitismo e il concetto di jihad violenta?
  Sono passati venticinque anni dall’11 settembre e da allora si sono registrati quasi 50.000 attacchi terroristici di matrice jihadista in tutto il mondo. Se la stragrande maggioranza dei musulmani si opponesse davvero a tutto questo, oggi vedremmo grandi organizzazioni islamiche nate per combattere il fenomeno e per insegnare ai giovani a rifiutarlo. Parliamo di realtà che dovrebbero contare milioni di membri, e ogni moschea del mondo dovrebbe tenere corsi per spiegare perché la visione «essenzialista» e «letteralista» sia errata. Eppure, non esistono organizzazioni del genere e nessuna moschea offre programmi simili. Perché? I miei critici non rispondono mai a questa domanda. L’antisemitismo e il jihad non possono essere espunti dall’Islam. Allah stesso afferma che l’Islam è «perfetto» (Corano 5:3), e ciò che è perfetto non si riforma. Qualsiasi tentativo in tal senso verrebbe immediatamente bollato come un’innovazione inaccettabile (bid’a), cioè un’eresia. Sono precetti non riformabili. Possono solo essere gestiti e arginati dai non musulmani, a patto che agiscano da una posizione di assoluta e incrollabile fermezza. Ma l’Occidente, oggi, non ha la volontà politica di farlo.

(L'informale, 20 giugno 2026)

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Perché Dio ha creato il mondo? - 29

Un approccio olistico alla rivelazione biblica.

di Marcello Cicchese

Una “tre giorni” eccezionale
  Nei primi tre giorni del terzo mese dopo l’uscita del popolo dall’Egitto, sul monte Sinai e nei suoi immediati dintorni avvengono fatti straordinari.
Lo svolgersi dei fatti segue la cadenza dei movimenti di Mosè su e giù per il monte, secondo gli ordini che riceve da Dio (Esodo 19:1-20:21).

- PRIMO GIORNO
- 1. Mosè sale - Dio chiama Mosè sul monte e lì gli espone la bozza del patto che vuole stipulare con il popolo.
- 2. Mosè scende - Mosè torna nell’accampamento e sottopone la bozza al popolo. Il popolo approva.
- 3. Mosè sale - Mosè risale sul monte e presenta a Dio la risposta positiva del popolo. 
  Dopo il buon andamento delle trattative preliminari, Dio comunica a Mosè il suo prossimo passo: avere un incontro ravvicinato e diretto tra Lui e il suo popolo. Sarà Dio a scendere in terra, perché non può certo pretendere che sia il popolo a salire in cielo. Sarà un evento eccezionale, mai avvenuto prima nella storia del mondo: la discesa di Dio sulla terra alla presenza del popolo che si è formato. 
  Si possono fare paragoni tra questo straordinario evento e ciò che che lo ha preceduto, anzi preparato: la discesa di Dio nel roveto ardente, quando il Signore disse a Mosè: “Ho visto, ho visto l'afflizione del mio popolo che è in Egitto … e sono sceso per liberarlo dalla mano degli Egiziani” (Esodo 3:7-8). Se prima era sceso nel roveto ardente e di lì aveva parlato a Mosè per dirgli di liberare il suo popolo, ora Dio si prepara a scendere su un “monte ardente” da cui parlerà al popolo per affidargli un preciso incarico preparato per lui.
  - 4. Mosè scende - Preso atto dei compiti da svolgere, Mosè torna nell’accampamento.

- SECONDO GIORNO
  Continuando nel paragone col roveto ardente, se a Mosè Dio aveva detto di non avvicinarsi e di togliersi le scarpe perché la terra su cui poggiava i piedi era sacra, ora ordina a Mosè di “santificare” il popolo nei primi due giorni e di non farlo avvicinare al monte oltre i limiti fissati, pena la morte. E tutti sono invitati a tenersi pronti per il grande avvenimento del terzo giorno: quando udranno il suono del corno, e soltanto allora, potranno avvicinarsi e salire sul monte (19:10-15).

- TERZO GIORNO
  L’inizio della giornata è impressionante. 

    Il terzo giorno, quando fu mattino, ci furono dei tuoni, dei lampi, apparve una fitta nuvola sul monte, e si udì un fortissimo suono di tromba; e tutto il popolo che era nell'accampamento, tremò (19:16).

Il popolo trema, ma Mosè non viene meno al suo compito:

    E Mosè fece uscire il popolo dall'accampamento per condurlo incontro a Dio; e si fermarono ai piedi del monte (19:17).

È questo il punto centrale dell’avvenimento del terzo giorno: l’incontro fra Dio e il suo popolo. La scena è spaventosa: in una fitta nuvola, in mezzo al fuoco, Dio scende sul monte Sinai che fuma. La terra trema, e il popolo pure. Dai piedi del monte Mosè parla a Dio che sta sulla vetta, ed Egli risponde, legittimando così Mosè come interlocutore privilegiato presso il popolo (19:9). 
  Sia pur tremando, il popolo è spinto dalla curiosità ad avvicinarsi pericolosamente al luogo proibito. 
- 5. Mosè sale - Dio allora richiama precipitosamente Mosè per dargli istruzioni e impedire che questo avvenga. Dopo uno scambio sulla vetta, Dio gli dà precisi ordini: 

    “Va', scendi giù; poi salirai tu e Aaronne con te; ma i sacerdoti e il popolo non facciano irruzione per salire verso l'Eterno, affinché non si avventi contro di loro” (19:24).

- 6. Mosè scende - “Mosè scese dal popolo e glielo disse” (19:25).

Il famoso decalogo
  Al popolo dovutamente santificato e raccolto ai piedi del monte ma a debita distanza, arriva dalla vetta una voce che si rivolge direttamente a lui:

    “Allora Iddio pronunciò tutte queste parole, dicendo: “Io sono l'Eterno, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di servitù” (20:1-2). 

Comincia così un discorso epocale: Dio si presenta. E se dal roveto ardente Dio si era presentato a Mosè dicendo:“Io sono l'Iddio di tuo padre, l'Iddio di Abraamo, l'Iddio di Isacco e l'Iddio di Giacobbe” (Esodo 3:6), al popolo riunito ricorda di essere Colui che l’ha fatto uscire dal paese d’Egitto. 
  E per la prima volta nella storia, in un terrificante contesto di tuoni, fulmini, scosse di terremoto e sottofondo assordante di suono di corno, il popolo sente con le sue orecchie la voce stessa di Dio che supera tutti gli altri suoni e scandisce in modo categorico, come colpi di fucile, i termini della sua volontà: i cosiddetti dieci comandamenti  (20:1-17).
  Una particolarità esclusiva di queste "dieci parole" rispetto ai precetti della legge che compariranno in seguito sta nel fatto che tutto il popolo le udì pronunciare dalla viva voce di Dio. E ne furono talmente atterriti che temettero di morire; tanto che furono spinti ad affidarsi ancora di più a Mosè, implorandolo di continuare a fare da intermediario, perché il peso di ascoltare direttamente la voce di Dio era per loro insopportabile. 
  Alla fine del viaggio, prima di entrare in Canaan, Mosè ricorderà al popolo quello che dissero dopo aver udito la voce di Dio:

    "Quando udiste la voce che usciva dalle tenebre, mentre il monte era tutto in fiamme, i vostri capi tribù e i vostri anziani si accostarono tutti a me, e diceste: ‘Ecco, l'Eterno, il nostro Dio, ci ha fatto vedere la sua gloria e la sua grandezza, e noi abbiamo udito la sua voce di mezzo al fuoco; oggi abbiamo visto che Dio ha parlato con l'uomo e l'uomo è rimasto vivo. Ma ora, perché dovremmo morire? Questo grande fuoco infatti ci consumerà; se continuiamo a udire ancora la voce dell'Eterno nostro Dio, noi moriremo. Poiché chi tra tutti i mortali ha udito come noi la voce del Dio vivente parlare dal fuoco ed è rimasto vivo? Avvicinati tu e ascolta quanto il Signore nostro Dio dirà; ci riferirai quanto il Signore nostro Dio ti avrà detto e noi lo ascolteremo e lo faremo" (Deuteronomio 5:23-27).

Forse allora non potevano capirlo, e facciamo fatica a capirlo anche noi oggi, ma quando Dio nella sua santità si avvicina all’uomo nella sua posizione di peccatore, risuona in lui quella voce che ad Adamo disse: “Nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai” (Genesi 2:17). L’uomo sente avvicinarsi la morte, quando si avvicina Dio. E ha paura.
  Sorge allora una domanda: ma perché Dio ha fatto questo? Perché ha terrorizzato il popolo facendogli rintronare nelle orecchie la sua voce che scandisce uno per uno i dieci comandamenti? 
  Dio risponde attraverso il suo servitore:

    Mosè disse al popolo: Non temete, poiché Dio è venuto per mettervi alla prova, affinché il suo timore vi stia dinanzi, e così non pecchiate" (20:20). 

Gli israeliti avevano visto la potenza di Dio abbattersi sui loro nemici: "Voi avete visto quello che ho fatto agli egiziani e come vi ho portato sopra ali d'aquila e vi ho condotti a me" (19:4). Dunque avevano sperimentato la grazia di Dio in loro favore, ma poiché erano destinati a diventare "un regno di sacerdoti e una nazione santa" , dovevano sperimentare la devastante potenza di Dio che si avvicina nella sua santità.
  Il decalogo dunque è un avvenimento, non un insieme di norme. Un avvenimento unico nella storia degli uomini, per un popolo unico al mondo. Nella sua forma, ciò che è accaduto al Sinai riguarda esclusivamente due soggetti: Dio e Israele. È al popolo di Israele che Dio si rivolge, con riferimenti a precisi fatti storici che hanno preceduto questo incontro. Su quel monte si compie il fatto straordinario di Dio che si lega a Israele in un solenne contratto di cui il decalogo è uno degli elementi che lo definiscono. Questo è il punto: il patto eterno fra Dio e Israele. Che non è costituito da una serie di ordini che finiscono poi per essere rimaneggiati, troncati, alterati e adattati secondo i gusti e le circostanze. È l’esclusività del rapporto fra Dio e Israele a essere in gioco. 
  Si può notare infatti che da quando la carovana uscita dall’Egitto è arrivata al Sinai, ogni mossa di Dio mira a caratterizzare Israele come popolo unico in rapporto a Lui. 
Un elenco:

  1. Dio riconosce al popolo di Israele una personalità giuridica, giudicandolo adatto a stipulare con Lui un patto bilaterale;
  2. Dio predispone un incontro con Israele scendendo sulla vetta del monte Sinai in presenza di tutto il popolo
  3. Dio si rivolge al popolo di Israele facendo sentire a tutti la sua viva voce.

Il decalogo non è il testo del contratto che sarà stipulato fra le due parti: il decalogo è l’autopresentazione della parte proponente alla parte consenziente, in conformità con quello che Dio aveva preannunciato il primo giorno: “… il terzo giorno l'Eterno scenderà in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai” (19:11).
  L’autopresentazione comincia infatti con le parole: Io sono l’Eterno, il tuo Dio… ; e ciò che segue è anamnesi storica: che ti ho fatto uscire dal paese d'Egitto, dalla casa di servitù
  Segue una serie di norme, ma anche queste fanno parte dell’autopresentazione, perché nei preliminari del contratto esposti il primo giorno Dio aveva posto una condizione: se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto. Era necessario dunque - prima che il contratto fosse giuridicamente controfirmato - che la parte consenziente avesse una migliore conoscenza di Colui a cui avrebbe dovuto sottomettersi e una più chiara percezione della sua fondamentale volontà. L’accento dunque non va messo sull’obbligo a cui è sottoposto il popolo per essere in regola con Dio, ma sulla rivelazione che Dio fa di Se stesso al popolo per legarlo a Lui in un rapporto d’amore che è necessariamente asimmetrico, perché tramite esso il Creatore dona e ordina, mentre la creatura ringrazia e ubbidisce. 
  In ogni caso, anche pensando agli aspetti obbliganti delle norme, il decalogo è ritagliato su misura per Israele. A nessun altro popolo Dio avrebbe potuto rivolgersi usando le stesse parole. Si pensi al primo comandamento: Non avere altri dei di fronte a me; a quale altro popolo Dio avrebbe potuto dare questo ordine? Se fosse stato possibile, perché non l’ha dato direttamente al Faraone d’Egitto? Perché non si è presentato a lui con potenti manifestazioni di sovranità imponendogli minacciosamente di distruggere tutti gli altri dei e di sottomettersi ai suoi ordini? Ha fatto invece un’altra cosa: gli ha dato l’ordine di lasciar andare Israele, progenie di Abraamo, a cui l’Eterno si era rivelato come l’unico vero Dio che ha fatto i cieli e la terra. A questo popolo, e soltanto a questo popolo, con la precisa storia che l’ha portato fino ai piedi del Sinai, Dio poteva dare l’ordine “Non avere altri dei di fronte a me”.
  Decisivo poi è il quarto comandamento: quello del riposo, che è un invito a ricordare il riposo di Dio, secondo la rivelazione ricevuta nel deserto, quando in quel particolare giorno fece mancare al popolo la manna caduta dal cielo. A chi altri, al di fuori di Israele, poteva essere fatta una simile raccomandazione?
  Universalizzare il decalogo staccandolo da Israele, come usualmente si fa, è un’operazione di inaccettabile violenza. È furto con scasso. Il decalogo non è morale universale, ma storia d’Israele. 
  Al termine dell’autopresentazione di Dio, il popolo, anche se stravolto dalla terrificante scena che ha visto sul monte e terrorizzato dal suono di quella voce che rimbomba nelle loro orecchie, rinnova timorosamente il suo impegno a ubbidire agli ordini di Dio che gli arrivano attraverso la voce di Mosè. Ma continua a tremare, e resta a debita distanza (20:20-21).
  Mosè invece si avvicina a Dio e si apparta con Lui sul monte, dove avverrà la stesura del contratto da controfirmare (Esodo 21-23).

(29. continua - se Dio vorrà)
precedenti 

(Notizie su Israele, 21 giugno 2026)


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Chi è l’ex generale Eisenkot, il rivale di Netanyahu

Gadi Eisenkot, di origine marocchina, ha perso un figlio e due nipoti a Gaza dopo il 7 ottobre. A differenza di Benjamin Netanyahu, pensa al dopo. E le sue idee convincono la gente.

di Davide Frattini

GERUSALEMME - Al funerale del figlio ha ricordato quando venticinque anni prima era arrivato in ritardo. «Sono corso dalla caserma sulle alture del Golan, ma non ho fatto in tempo e non ho potuto vederti venire al mondo». Adesso Gadi Eisenkot ha fretta e tira dritto anche per la promessa depositata quel giorno sulla tomba di Gal, caduto in un’imboscata a Gaza nel dicembre del 2023: «Il sacrificio tuo e quello degli altri non sarà stato inutile, faremo qualunque cosa per essere degni di voi».
L’ex capo di stato maggiore non sta pensando solo alla «vittoria» militare, l’obiettivo posto dal governo di eliminare Hamas dalla Striscia, Hezbollah dal Libano gli ayatollah dall’Iran. A differenza di Benjamin Netanyahu, pensa al dopo. È per questa ragione che per qualche mese entra nel consiglio di guerra ristretto, per senso del dovere dopo gli eccidi del 7 ottobre 2023 e perché spera di poter indirizzare il premier che agisce come un capo solo al comando. Se ne va in disaccordo per come viene gestita la crisi degli ostaggi — troppe tregue rinviate che avrebbero potuto riportarli a casa prima — resta però in politica, sempre per mantenere quell’impegno verso le nuove generazioni, i caduti in battaglia (a Gaza ha perso anche due nipoti) e chi in Israele continuerà a vivere.
Da esordiente della politica che gli altri politici trattano come un principiante, è riuscito a portare il suo partito Yashar (Dritto!) in testa ai sondaggi: ha raggiunto per la prima volta il Likud di Netanyahu e sorpassato l’accoppiata Naftali Bennett–Yair Lapid, che fino a ieri sembrava quella destinata a scalzare Bibi dal potere dopo quasi un ventennio. Invece questo ex generale che ha passato in divisa 44 dei suoi 66 anni, robusto e poco telegenico, è ora considerato il contendente principale. 
Perché in un Paese polarizzato dalla figura esagerata di Netanyahu, stremato dalla sua dottrina della «guerra permanente», esasperato dagli isterismi fanatici della destra, Eisenkot rappresenta una novità: per tanti israeliani è un uomo normale. Non è stato nelle forze speciali (come Netanyahu e Bennett) ma nella più banale eppure fondamentale Brigata Golani, fanteria, l’unità più vecchia dell’esercito. È nato a Tiberiade e cresciuto a Eilat, alla periferia della società anche perché figlio di immigrati dal Marocco e se venisse eletto capo del governo sarebbe il primo di origine mizrahi.
Non sfodera l’inglese a raffica da fondatore di start-up come l’iper-attivo Bennett e neppure quello raffinato dagli anni all’Mit di Boston esibito sui palchi globali da Netanyahu. Gli strateghi elettorali del primo ministro hanno pensato fosse un punto debole e hanno diffuso via social media un video in cui paragonano la pronuncia stentate di Gadi con quella stentorea di Bibi. 
La mossa si è rivelata controproducente, perché la maggior parte degli israeliani a questo punto sembra convinta che Netanyahu prenda le decisioni sbagliate anche se le rivende con le parole giuste. Ed è stato fin troppo facile per Eisenkot replicare: «Dov’era l’inglese eccellente di Netanyahu il 7 ottobre? O quando bisognava rafforzare le relazioni tra Israele e gli Stati Uniti, che sono al livello più basso?»
Ai più anziani ricorda l’inglese parlato da Yizthak Rabin con l’accento aspro del sabra, la parola ebraica che significa fico d’India e indica i pionieri venuti su spinosi e coriacei come i cactus nel deserto e in molti cominciano a paragonarlo al premier assassinato nel 1995: per ora Eisenkot non è però pronto a resuscitare il processo di pace coi palestinesi ucciso con Rabin quella sera di novembre.

(Corriere della Sera, 20 giugno 2026)

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La resa di Trump

C’è qualcosa di più oscuro all’opera qui, oltre alla semplice preoccupazione per l’aumento dei prezzi del carburante.

di Melanie Phillips

In risposta ai critici del suo accordo con l’Iran, il presidente degli Stati Uniti li ha definiti «sciocchi» e «persone invidiose o cattive», poiché «il mercato azionario ha appena raggiunto un MASSIMO STORICO e i prezzi del petrolio stanno crollando».
Quindi l’economia è tutto ciò che conta in una lotta volta a neutralizzare un regime rivoluzionario islamico fanatico che mette in atto le sue minacce quando grida «Morte all’America»?
Al vertice del G7 tenutosi questa settimana in Francia, il buon umore di Trump lasciava intendere che credesse davvero alle sue stesse affermazioni, nelle quali descriveva i termini del suo Memorandum of Understanding (MoU) come una resa di Teheran.
Ma è vero proprio il contrario. Ha consegnato l’America in balia dell’Iran.
Lui stesso ha ammesso di aver posto fine alla guerra a causa del pericolo di una catastrofe economica, qualora fosse proseguita. Tale pericolo derivava dallo shock petrolifero provocato dal fatto che l’Iran avesse assunto il controllo dello Stretto di Hormuz.
Trump ha così segnalato che l’America è impotente nel sconfiggere il regime. In un colpo solo ha trasformato gli Stati Uniti in una tigre di carta, considerata non disposta a fare ciò che è necessario per condurre una guerra fino alla vittoria.
In questo modo ha assicurato che Teheran avrà il sopravvento in tutto ciò che seguirà nei negoziati su un «accordo» definitivo. Potrà facilmente ingannare gli americani riguardo alla prevista «miscelazione online» dell’uranio arricchito, alla cui distruzione Trump aveva un tempo promesso, alla distruzione delle centrifughe, alla verifica del disarmo o a qualsiasi altra cosa.
Anziché inaugurare un paradiso economico, Trump ha dato all’Iran la capacità di tenere in ostaggio in modo permanente l’economia mondiale. Al termine del periodo di negoziazione di 60 giorni previsto dal MoU, nulla gli impedirà di continuare il suo ricatto nello Stretto di Hormuz, imponendo tariffe alle navi per garantire un passaggio sicuro in modo selettivo.
Come hanno constatato i servizi segreti statunitensi, l’Iran mantiene ora la capacità di chiudere lo Stretto in qualsiasi momento, consentendo alla Repubblica Islamica di provocare in qualsiasi momento gravi perturbazioni economiche.
Il MoU non contiene alcun riferimento alla distruzione dei missili balistici iraniani né al sostegno ai gruppi terroristici alleati. Per quanto riguarda l’obiettivo fondamentale di distruggere in modo permanente la capacità del regime di dotarsi di una bomba atomica, vi è solo una vaga dichiarazione secondo cui l’Iran «ribadisce che non acquisirà né svilupperà armi nucleari».
È esattamente ciò che ha affermato per quattro decenni, mentre nel contempo lavorava alacremente per svilupparle. È stato dimostrato che ha mentito ripetutamente e sfacciatamente. L’idea che qualcuno possa credere anche solo a una parola di ciò che dice il regime è un insulto al buon senso.
Ancora più sorprendente è il fatto che Teheran ottenga enormi vantaggi finanziari prima ancora che vengano discusse questioni sostanziali. Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti concederà immediatamente deroghe per «l’esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petroliferi e derivati, nonché per tutti i servizi correlati, inclusi quelli bancari, le transazioni, le assicurazioni, i trasporti ecc.».
Inoltre, «sbloccherà immediatamente e completamente i fondi e i beni congelati o soggetti a restrizioni della Repubblica Islamica dell’Iran». Infine, al regime verranno messi a disposizione almeno 300 miliardi di dollari per la «ricostruzione e lo sviluppo economico».
Tutto questo denaro confluirà direttamente nel finanziamento di Hezbollah, degli Houthi, di altre milizie proxy, del terrorismo globale, della produzione di missili, di un programma nucleare ripreso, dell’ulteriore oppressione del popolo iraniano e di una guerra rilanciata per la distruzione di Israele e dell’America.
Questo rafforzamento spingerà gli Stati del Golfo a riavvicinarsi all’Iran. Inoltre, spingerà fortemente Hezbollah e Hamas a intensificare i propri attacchi.
Hamas sta già apertamente preparando un’escalation contro Israele e segnala che sposterà la propria guerra di annientamento contro lo Stato ebraico dalla Striscia di Gaza alla Giudea e alla Samaria – in altre parole, un’altra «Intifada» diretta contro i civili israeliani.
La cosa straordinaria è che la guerra che Trump ha condotto insieme a Israele contro la Repubblica Islamica ha ottenuto successi senza precedenti. Ha eliminato la leadership iraniana, decimato il suo arsenale missilistico, affondato la sua marina, distrutto la sua difesa aerea e fatto arretrare di diversi anni la minaccia nucleare immediata.
Ma ora sta vanificando tutto ciò. Inoltre, le sue dichiarazioni degli ultimi giorni sono state assolutamente bizzarre.
Trump ha affermato che l’Iran «deve avere missili in una certa misura», perché anche altri paesi come l’Arabia Saudita ne possiedono. Ma l’Arabia Saudita non è in guerra contro l’America o Israele. Anziché sparare contro di loro, come ha fatto l’Iran, li ha piuttosto aiutati nella lotta contro i guerrafondai di Teheran.
Le dichiarazioni più inquietanti del presidente hanno riguardato però Israele, stretto alleato degli Stati Uniti in guerra. Ha accusato lo Stato ebraico di combattere da troppo tempo contro Hezbollah in Libano e di uccidere troppi civili in edifici residenziali. Ha poi suggerito che il presidente siriano Ahmad al-Sharaa dovrebbe occuparsi di Hezbollah, «se Israele non è in grado di portare a termine il lavoro senza uccidere tutti gli altri».
Si è trattato di dichiarazioni scandalose. Come nella Striscia di Gaza, Israele ha compiuto grandi sforzi per colpire Hezbollah con attacchi mirati, riducendo al minimo, per quanto possibile, le vittime civili. E al-Sharaa, che Trump sembra ammirare così tanto, è l’ISIS o Al-Qaeda in giacca e cravatta.
Il motivo delle dichiarazioni di Trump era tanto ovvio quanto terrificante. L’Iran ha minacciato di far fallire l’accordo con l’America se Israele non smette di attaccare la carta vincente più importante di Teheran – Hezbollah –, che attacca incessantemente il nord di Israele.
Washington ha tenuto Israele fuori dai colloqui che hanno preceduto il MoU, che mina così gravemente la sicurezza di Israele. Allo stesso tempo, Trump si è piegato alla richiesta dell’Iran che Israele smettesse di difendersi dall’esercito per procura del regime, che cerca di cancellare lo Stato ebraico dalla mappa.
Trump ha firmato l’accordo perché si è ritrovato in una trappola da cui tutte le vie d’uscita erano svantaggiose. Ma ciò è avvenuto perché si era rifiutato di accettare la valutazione di Israele, secondo cui il regime di Teheran doveva essere rovesciato e che ciò avrebbe richiesto un anno di logoramento.
Dopo aver dato il via a un’altra guerra, più breve, ha poi minato il piano di vittoria elaborato con cura da Israele, interrompendo all’ultimo momento gli attacchi decisivi.
Cercare una via d’uscita dalla guerra per evitare un collasso politico o economico è razionale, seppur deplorevole. Presentare una ritirata tattica come una vittoria per mascherare il disastro causato dalla stessa incompetenza di Trump è altrettanto razionale, sebbene riprovevole.
Tuttavia, la portata della sua capitolazione nei confronti dell’Iran, la ridicola assurdità delle sue dichiarazioni e l’ostilità verso il suo grande alleato, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, indicano che qui c’è in gioco qualcos’altro.
Si è sempre dato per scontato che Trump avrebbe fatto attenzione a non passare alla storia come un secondo Barack Obama, che ripete il catastrofico accordo con l’Iran del 2015; né avrebbe tollerato di essere considerato un ingenuo.
Ma cosa succederebbe se il narcisismo cronico di Trump gli impedisse di rendersi conto che è successo proprio questo? Sappiamo per lunga esperienza che spesso egli descrive gli eventi come vorrebbe che fossero, e non come sono realmente. E se, quindi, nella sua mente avesse effettivamente trasformato una capitolazione in una vittoria? E se credesse davvero che l’America abbia vinto questa guerra?
Potrebbero esserci spiegazioni ancora più oscure per questa debacle. Ci sono i legami finanziari tra l’Iran, alleato del Qatar, e alcune figure dell’amministrazione Trump – per non parlare del trilione di dollari che il Qatar ha ora promesso di investire negli Stati Uniti, oltre alle ingenti somme con cui ha già comprato l’America.
E lo scorso aprile ha suggerito Lee Smith su Tablet che l’operazione di influenza della «camera di risonanza» del regime iraniano a Washington, D.C., già attiva nel 2015 per promuovere l’accordo nucleare di Obama, fosse tornata in azione durante l’attuale guerra per proteggere il programma nucleare iraniano. Questa volta, però, avrebbe un uomo all’interno dell’amministrazione Trump: il vicepresidente JD Vance.
Israele si trova ora di fronte a una scelta terribile: rinunciare alla propria difesa militare contro gli incessanti attacchi di Hezbollah – questa settimana un altro soldato israeliano è stato ucciso in Libano e molti altri sono rimasti feriti – oppure rischiare la vendetta di Trump.
I detrattori di lunga data di questa guerra potranno anche rallegrarsi ora, ma l’interesse nazionale americano esigeva – ed esige tuttora – che il regime iraniano venga neutralizzato.
La guerra dell’Iran contro l’Occidente non è finita. La capitolazione di Trump ha creato una crisi, non solo per Israele, ma anche per l’America.

(JNS, 19 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele presenta a Parigi il laser aereo contro droni e missili da crociera

Alla fiera Eurosatory 2026 Elbit Systems svela un sistema laser installato su elicotteri che promette di abbattere droni e minacce aeree a costi minimi

di Shira Navon 

La corsa contro i droni passa ormai sempre meno dai missili e sempre più dai fotoni. Alla fiera internazionale della difesa Eurosatory 2026, in corso a Parigi, Elbit Systems ha mostrato per la prima volta un dimostratore di laser ad alta potenza installato su elicottero, un progetto che punta a trasformare il modo in cui vengono intercettati droni, missili da crociera e altre minacce aeree. Se il programma raggiungerà la maturità operativa prevista dagli ingegneri israeliani, Israele potrebbe trovarsi in una posizione di vantaggio in un settore che le grandi potenze inseguono da decenni con risultati spesso deludenti.
L’idea è semplice soltanto in apparenza. Invece di lanciare costosi intercettori contro velivoli senza pilota che possono costare poche decine di migliaia di dollari, un elicottero equipaggiato con un potente raggio laser sarebbe in grado di colpire il bersaglio mantenendo la focalizzazione per alcuni secondi, fino a provocarne il cedimento strutturale o la distruzione dei sistemi essenziali. Il costo del singolo ingaggio diventerebbe quasi irrilevante rispetto a quello di un missile tradizionale.
È proprio questo il punto che sottolinea Oded Ben David, direttore tecnologico di Elop, la divisione elettro-ottica di Elbit. Secondo il manager israeliano, la sfida strategica consiste nel rompere quella che definisce una “folle equazione economica”, nella quale per neutralizzare un drone relativamente economico si impiegano intercettori dal costo molto superiore. La guerra in Ucraina, le operazioni nel Mar Rosso contro gli Houthi e il conflitto mediorientale degli ultimi anni hanno reso evidente il problema a quasi tutte le forze armate del mondo.
Il progetto presentato a Parigi nasce da una collaborazione tra Elbit e il ministero della Difesa israeliano. I dettagli relativi ai finanziamenti e ai tempi di sviluppo restano riservati, ma gli addetti ai lavori ritengono che la versione destinata agli elicotteri possa entrare in servizio prima di quella prevista per i caccia. La ragione è tecnica: integrare un sistema laser ad alta energia su un aereo da combattimento richiede soluzioni ancora più sofisticate per gestire peso, raffreddamento, alimentazione elettrica e vibrazioni.
La novità arriva mentre Israele accelera su più programmi legati alle armi a energia diretta. Negli ultimi anni il ministero della Difesa e Rafael hanno sviluppato il sistema “Iron Beam” (“Magen Or”, nella denominazione israeliana più recente), destinato a integrare la difesa antimissile esistente. Elbit, che già contribuisce a questi programmi, sta cercando di estendere il concetto al dominio aereo, dove i vantaggi potrebbero essere ancora maggiori.
Uno degli ostacoli storici delle armi laser è sempre stato rappresentato dall’atmosfera. Umidità, turbolenze e variazioni di temperatura disperdono il fascio e ne riducono l’efficacia. Operare da un elicottero a quote elevate permette invece di superare gran parte di questi problemi. L’aria è più stabile e il raggio conserva precisione e potenza su distanze maggiori. È una differenza che potrebbe fare la fortuna di questa tecnologia.
Il settore conserva tuttavia una lunga lista di promesse mancate. Gli Stati Uniti investirono miliardi di dollari nel programma Airborne Laser, che prevedeva l’installazione di un gigantesco laser su un Boeing 747. Dopo anni di sviluppo il progetto venne cancellato. Oggi, grazie ai progressi dei laser a fibra ottica, il quadro appare diverso. Invece di una singola sorgente enorme, i sistemi moderni combinano numerosi moduli più piccoli in un unico fascio ad alta energia, ottenendo maggiore efficienza e dimensioni molto più contenute.
Elbit sostiene di avere già dimostrato nel 2021 la fattibilità del concetto, quando un laser installato su un piccolo velivolo sperimentale abbatté diversi droni sopra il Mediterraneo. Il passo mostrato a Parigi rappresenta qualcosa di più ambizioso: una piattaforma militare capace di accompagnare le forze sul campo e di creare un nuovo livello di protezione mobile.
Dietro la presentazione francese si intravede anche una competizione industriale globale. Sul fronte dei laser terrestri esistono diversi concorrenti internazionali. Nel segmento dei laser aerei, invece, Israele e la statunitense Lockheed Martin figurano tra i pochissimi attori che hanno raggiunto risultati concreti.
Per un Paese che da anni affronta sciami di droni, razzi e missili provenienti da più fronti, la prospettiva è evidente. Se il progetto manterrà le aspettative, il futuro della difesa aerea potrebbe dipendere meno dagli arsenali tradizionali e molto di più dalla capacità di concentrare un fascio di luce sul bersaglio giusto, nel momento giusto.

(Setteottobre, 20 giugno 2026)

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Abu Ghosh: crocevia culturale e religioso

Il sobborgo di Gerusalemme Abu Ghosh è degno di nota sotto diversi aspetti. I visitatori possono ammirare la Chiesa della Resurrezione, di grande interesse storico-artistico. Alcuni ritengono che questo luogo corrisponda alla Emmaus biblica.

di Gundula Madeleine Tegtmeyer

FOTO
Vista all’interno della Basilica della Resurrezione con i suoi affreschi
Ogni Shabbat si ripete la solita scena: una colonna di auto apparentemente infinita si arranca ad Abu Gosch a passo d’uomo lungo la strada che sale, mentre il piccolo paese trabocca di gente. La gente del posto la prende con calma, i commercianti musulmani, abili negli affari, ne sono felici: dopotutto, l’afflusso nei fine settimana garantisce un fatturato aggiuntivo.
Molti israeliani abbinano le loro lunghe sessioni di shopping alla visita delle chiese, alcuni danno anche un’occhiata alla gigantesca moschea, e di solito la giornata di shopping si conclude in uno dei ristoranti con hummus, falafel e mezze, gli opulenti e deliziosi piatti arabi di antipasti – e non di rado con vivaci ma pacifiche discussioni su chi abbia inventato l’hummus e il falafel, se gli arabi o gli ebrei.

• Posizione strategicamente favorevole
  Abu Gosch si trova sui monti della Giudea, a circa 13 chilometri a ovest di Gerusalemme, direttamente sulla kvisch achad, la strada principale n. 1 tra Tel Aviv e Gerusalemme. La sua posizione strategicamente favorevole presso una delle poche sorgenti della zona ha reso il luogo ambito nel corso dei secoli. Già nel Neolitico – l’età della pietra recente e quindi la fase di transizione dalla vita di cacciatori-raccoglitori alla sedentarietà con l’agricoltura e l’allevamento – qui si insediarono delle popolazioni.
L’agricoltura della regione si basava su cereali, ortaggi, olive, frutta a nocciolo e vite. Quest’ultima è una possibile spiegazione del nome originario del luogo risalente all’epoca della conquista araba nel VII secolo, Qariat al-‘Inab, in italiano: «villaggio dell’uva».
Intorno al 1806 lo scrittore di viaggi francese François-René de Chateaubriand e, trent’anni dopo di lui, il suo connazionale Alphonse de Lamartine trovarono il piccolo borgo in uno stato relativamente intatto. Alphonse de Lamartine (1790–1869) era un rinomato poeta, scrittore e statista francese che, negli anni 1832 e 1833, viaggiò in regioni che oggi appartengono a Israele, al Libano e alla Turchia. Documentò le sue impressioni e i suoi incontri in Voyage en Orient.
Si ritiene che i due francesi abbiano dato al luogo il nome attuale di Abu Gosch, dal nome di uno sceicco di origine circassa che all’epoca dominava la regione. I suoi eredi riscuotevano «tasse di protezione» dai viaggiatori e dai pellegrini diretti a Gerusalemme o provenienti da essa; tali estorsioni cessarono intorno al 1835 sotto il governatore egiziano Ibrahim Pascià.

• Convivenza pacifica
  Nonostante la fondazione dei vicini kibbutz Kiriat Anavim (1920) e Ma‘ale HaChamischa (1938), i rapporti tra gli abitanti prevalentemente musulmani di Abu Gosch e gli ebrei rimasero amichevoli e pacifici, anche durante la guerra d’indipendenza israeliana. Si tramanda che alcuni abitanti del villaggio abbiano persino collaborato con l’Hagana e, inoltre, con il gruppo militante LECHI, che nel 1940 si era separato dall’Irgun – un’organizzazione clandestina paramilitare sionista.
Al LECHI si attribuiscono numerosi atti terroristici; esso prese di mira insediamenti arabi e le truppe del Mandato britannico e fu classificato come organizzazione terroristica. Il nome LECHI è un acronimo dell’espressione ebraica Lochamei Cherut Israel, che tradotto significa «Combattenti per la libertà di Israele». Poiché il gruppo paramilitare fu fondato da Abraham Stern, gli inglesi lo chiamavano anche «banda di Stern».
La biblica Kiriat-Jearim si trova all’interno dei confini del comune di Abu Gosch. Secondo la Bibbia ebraica, durante la loro marcia verso la Terra Promessa gli Israeliti portavano con sé l’Arca dell’Alleanza, che il Signore aveva ordinato loro di costruire in legno di acacia.
Spesso i Bnei Israel, i «figli d’Israele», la portavano con sé nelle battaglie. A Eben-Ezer l’Arca dell’Alleanza cadde nelle mani dei Filistei, ma portò loro solo sventura: quando collocarono il sacro oggetto catturato nel loro tempio ad Ashdod, Dagon, il dio principale dei Filistei, cadde dal suo piedistallo e si frantumò. Secondo la tradizione biblica, l’Arca dell’Alleanza trascorse circa 20 anni nella biblica Kiriat-Jearim (1 Samuele 7,1–2), dopo essere stata restituita dagli Filistei agli Israeliti. Rimase nella casa di Abinadab prima che il re Davide la trasferisse a Gerusalemme.

• Identificata dai crociati come Emmaus
  Nell’anno 1141 i crociati identificarono l’odierna Abu Gosch come Emmaus, il luogo in cui due discepoli, durante la cena, riconobbero nel loro compagno di viaggio Gesù, il Risorto (Luca 24,13–32):
I Cavalieri di San Giovanni chiamavano Abu Gosch anche «Emmaus della fonte» e eressero la Chiesa della Resurrezione, simile a una fortezza, sulle rovine di una chiesa bizantina. La cripta racchiude una sorgente che probabilmente serviva per l’approvvigionamento idrico di un castello romano, come indica una pietra murata presso la porta della cripta. Essa reca la seguente iscrizione: VEXILLATIO.X. FRE(TENSIS).
Ciò indica che qui era di stanza un distaccamento della 10ª Legione Fretensis. Ottaviano, il futuro Augusto, aveva costituito la legione intorno al 40 a.C. per combattere nelle guerre civili che accompagnarono la caduta della Repubblica romana.
Già a metà del IX secolo i califfi abbasidi costruirono un caravanserraglio presso il bacino idrico. Discendevano da Abbas, zio del profeta Maometto, avevano la loro capitale a Baghdad e rovesciarono gli Omayyadi. Promossero la scienza, l’arte e il commercio, prima che l’impero mongolo ponesse fine al loro califfato.
Tra i sovrani famosi troviamo anche Harun al-Rashid (786-809), che intratteneva relazioni diplomatiche con Carlo Magno, il quale nell’anno 801 ricevette in Italia una delle delegazioni di Rashid. In Occidente è noto anche grazie alla raccolta Le mille e una notte, in cui Harun al-Rashid ricopre un ruolo centrale in molte storie.

• Sfide nella costruzione della chiesa
  La chiesa dei crociati è una basilica a tre navate. Alla navata centrale a tre campate si collega un coro con tre absidi semicircolari, che all’esterno terminano in un presbiterio rettilineo. Nella navata centrale la luce del giorno penetra attraverso una finestra situata in alto, mentre la navata centrale e quelle laterali sono coperte da volte a crociera.
La costruzione della chiesa pose i crociati di fronte a una serie di sfide. Le imponenti mura della cisterna romana imponevano una struttura e un orientamento diversi da quelli necessari per la realizzazione di una grande chiesa orientata verso est, con navata centrale e navate laterali, coro e abside. Anche il caravanserraglio degli Abbasidi – all’epoca utilizzato come alloggio per mercanti e pellegrini e ancora oggi sede di ospitalità per i pellegrini – limitava ulteriormente la costruzione.
Ciò spiega perché i costruttori abbiano concluso le navate con una piccola abside ciascuna, sebbene le fondamenta della cisterna, a rigor di termini, imponessero testate piatte. Inoltre, a ovest, il capomastro dovette adattarsi alla pendenza del terreno. Costruendo pilastri attorno alla sorgente nel seminterrato, fu possibile realizzare una cripta.
I pilastri fungono al contempo da supporti per le fondamenta della basilica in superficie.

• Magnifici affreschi
  I visitatori dovrebbero dedicare particolare attenzione agli affreschi. Vale la pena avere la pazienza di attendere che l’occhio si sia abituato all’oscurità all’interno della chiesa. Si viene ricompensati con affreschi, sebbene in parte danneggiati, ma comunque magnifici.
Nonostante i danni – causati da terremoti, agenti atmosferici e incuria umana – i dipinti murali costituiscono un esempio straordinario di arte affrescata. Sono stati realizzati da pittori di icone greco-ortodossi. Gli esperti le datano alla fine del XII secolo, durante il regno dell’imperatore Manuele I Comneno (1118–1180) – un’epoca attribuita alla fase «dinamica» dello stile comneno.
Sorto sotto il dominio della dinastia dei Comneni, si caratterizza per una fusione tra un rigoroso formalismo e un’elevata eleganza, emotività e ricchezza di dettagli. Manuele I Comneno regnò dal 1143 fino alla sua morte ed è considerato uno degli ultimi sovrani di rilievo di Bisanzio, l’odierna Costantinopoli. Il suo regno segnò l’apogeo dell’Impero.

• Cinque scene
  L’iconografia della chiesa si articola essenzialmente in cinque scene. Gli affreschi nelle tre absidi sono tematicamente riconducibili al Giudizio Universale: nell’abside settentrionale è raffigurata una scena della Deësis. Nell’iconografia cristiana, una Deësis raffigura solitamente un gruppo di tre figure con Cristo al centro, affiancato da sua madre Maria e da Giovanni Battista. Maria e Giovanni Battista alzano entrambe le braccia e si rivolgono a Cristo con umiltà e supplica, nella cosiddetta posizione degli oranti.
Nell’abside centrale viene ripreso il motivo della discesa di Cristo negli inferi e della sua risurrezione, mentre nell’abside meridionale il seno di Abramo e la presenza dei tre patriarchi simboleggiano il paradiso. Sotto la seconda sezione della parete nord, nel registro centrale, l’artista ha dedicato una scena alla Dormizione di Maria.
La Chiesa ortodossa e quella cattolica insegnano che Maria morì serenamente e che Cristo accolse la sua anima in Paradiso. Nella Chiesa cattolica romana questa festa corrisponde all’«Assunzione di Maria al Cielo», che è una «solennità». Nel 1950 papa Pio XII elevò a dogma l’Assunzione corporale di Maria al Cielo.
Nella parte destra del murale, i fedeli sono raffigurati all’interno di una struttura architettonica a colonne. Secondo alcune ricerche, vi sono indizi che suggeriscono che due artisti di pari talento abbiano collaborato alla realizzazione dei murales nella Basilica della Resurrezione.
Altri affreschi affascinano: la rappresentazione di Gesù nel tempio, l’Adorazione dei Magi, l’annuncio della nascita di Giovanni Battista a suo padre Zaccaria nel tempio. Secondo il Vangelo di Luca, Zaccaria era un sacerdote ebreo e marito di Elisabetta. La coppia viveva a Ein Kerem e rimase a lungo senza figli. Mentre Zaccaria offriva un sacrificio nel tempio, gli apparve Gabriele e gli promise un figlio che si sarebbe chiamato Giovanni. Il nome deriva dalla parola ebraica Jochanan e dalla forma greca Ioannes, e significa: Dio è misericordioso, oppure il Signore è misericordioso.

• Affreschi restaurati
  Gli espressivi affreschi furono descritti per la prima volta nel 1903 dal conte de Piellat e immortalati in disegni. Nel 1995 i restauratori tedeschi M. Maul e M. Boimling iniziarono la pulizia a regola d’arte. Un altro team, guidato da Isabelle Dangas, proseguì i lavori di restauro negli anni 2000-2001, portandoli a termine con successo. È grazie a entrambi i team che i colori degli affreschi si avvicinano allo stato originale.
Un tempo un cielo stellato adornava la volta della cripta, simile a quello della «Grotta del Tradimento» nel Getsemani. Anch’essa risale all’epoca delle crociate.
Nei dipinti murali si ritrovano contenuti teologici dell’Impero bizantino e del Regno latino di Gerusalemme; in situazioni di emergenza militare venivano stipulate alleanze di convenienza. Ciò spiega perché le iscrizioni descrittive siano talvolta in latino e talvolta in greco.

    L’anno 1187 segna una cesura: i Cavalieri di San Giovanni furono cacciati dal luogo dal sultano Salah ad-Din (Saladino), primo sultano d’Egitto dal 1171 e sultano di Siria dal 1174. La chiesa fu risparmiata, anche dalla conversione in moschea.
    Con la sconfitta dei crociati in Terra Santa, causata dalla caduta del loro ultimo baluardo, Acri, nel maggio 1291, si concluse l’era di circa 200 anni degli Stati crociati in Terra Santa. I cavalieri cristiani rimasti e gli abitanti delle città costiere di Tiro, Sidone e Beirut si ritirarono definitivamente dalla regione. I Cavalieri di San Giovanni si rifugiarono a Rodi.
    Con la vittoria dei Mamelucchi, la Chiesa della Resurrezione fu utilizzata come magazzino; nel XVI secolo fu abbandonata e inizialmente lasciata a se stessa. I Mamelucchi erano per lo più mercenari, soldati-schiavi e liberati di origine turca, caucasica, mongola, nonché dell’Europa orientale e sud-orientale, ai quali nel mondo islamico venivano affidati incarichi militari e amministrativi di alto livello. Tradotto, il nome significa approssimativamente: «colui che è in possesso di un altro», nel senso di «schiavo».
    Venivano acquistati come schiavi militari, convertiti all’Islam e addestrati nelle arti belliche e di corte. Al termine della loro formazione venivano liberati, pur rimanendo parte della casta militare dominante.
    I reggimenti mamelucchi costituivano la spina dorsale dell’esercito egiziano sotto il dominio degli Ayyubidi tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Tutto ebbe inizio sotto il primo sultano ayyubide, Saladino (regno 1174–1193), che sostituì la fanteria africana del califfato fatimide con i mamelucchi. Furono proprio i mamelucchi a infliggere all’Impero mongolo la sua prima sconfitta decisiva nel 1260, nella battaglia di Ain Jalut, fermandone l’inarrestabile espansione in Medio Oriente.

Diversi luoghi rivendicano di essere l’Emaus del Nuovo Testamento. I candidati sono: Emmaus-Nikopolis, Abu Gosch, Moza e Al-Qubeibe.ggÈ difficile individuare con certezza l’Emmaus biblica, poiché il Nuovo Testamento non indica un luogo preciso, ma menziona solo la distanza da Gerusalemme.
La maggior parte degli antichi manoscritti del Vangelo di Luca, ancora conservati, indica una distanza di 60 stadi tra Gerusalemme ed Emmaus. Uno stadion è un’unità di misura romana e corrisponde a circa 185 metri. Le antiche versioni greche del Nuovo Testamento, come il cosiddetto Codex Sinaiticus – scoperto nel monastero di Santa Caterina nella penisola del Sinai – e il Codex Siptrius, indicano invece la distanza tra Emmaus e Gerusalemme come pari a 160 stadi. Ciò potrebbe spiegare perché Eusebio e Girolamo abbiano associato l’Emaus biblica a Nicopoli.

• Scavi privati
  I sostenitori della tradizionale identificazione dell’Emaus neotestamentaria con Amwas / Nicopoli fanno riferimento a scavi privati condotti a partire dagli anni ’90. Grazie a questi scavi, Nicopoli si sarebbe rivelata il luogo con la tradizione cristiana di Emmaus più antica e duratura in Terra Santa. Tra i sostenitori figurano l’archeologo e scrittore Karl-Heinz Fleckenstein e lo storico biblico evangelico Rainer Riesner. Anche i sostenitori della suora cattolica romana Mirjam Baouardy, canonizzata il 17 maggio 2015, sostengono questa tesi: ella afferma di aver riconosciuto il luogo del banchetto di Emmaus ad Amwas nel 1878 sulla base di una visione.
Si fa riferimento a tombe ossuarie giudeo-cristiane risalenti al I secolo d.C. e a mosaici del V secolo, che potrebbero essere interpretati come testimonianze del culto del luogo anche come scenario dell’evento di Emmaus.
Fleckenstein interpreta i mosaici come un indizio della tradizione tramandata nel V secolo dallo storico ecclesiastico tardoantico Sozomeno, secondo cui Gesù sarebbe stato a Emmaus già prima della sua crocifissione e si sarebbe lavato i piedi nella sorgente curativa locale.
Il primo teologo moderno a identificare questo luogo con Emmaus fu il protestante americano Edward Robinson, professore all’«Union Theological Seminary» di New York e importante conoscitore della terra d’Israele. Egli visitò Emmaus-Nikopolis negli anni 1838 e 1852. Robinson fu il primo a rendersi conto che alcuni nomi arabi contemporanei avevano conservato al loro interno i nomi antichi, ciò che oggi in ebraico chiamiamo Schimur Scham: Schimur, che in ebraico significa conservazione o mantenimento, e Scham, il termine arabo per indicare la regione del Levante/Siria. Questa intuizione gli permise di identificare molti siti antichi.

• Legame con le sorgenti termali
  Il nome Emmaus è considerato una forma abbreviata del nome aramaico Hamata o dell’ebraico Hamat. Il nome Hamat è associato a luoghi in cui sono presenti sorgenti termali o bacini geotermici.
Il nome greco Emmaus si è conservato anche nel nome del villaggio arabo di Imwas, un villaggio palestinese in Cisgiordania. È stato distrutto e spopolato dalle forze armate israeliane durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Imwas si trovava nel corridoio di Latrun, di importanza strategica, tra Tel Aviv e Gerusalemme.
I ricercatori dell’Università Teologica di Basilea hanno condotto scavi nel sobborgo di Gerusalemme chiamato Moza, che a sua volta, in epoca neotestamentaria, era probabilmente chiamato Emmaus. Il luogo è menzionato già nella Bibbia ebraica, nel Libro di Giosuè. Werner Thiede, teologo e pubblicista protestante tedesco, identifica Moza con il luogo menzionato da Flavio Giuseppe nella sua opera storica La guerra giudaica, chiamato Ammassa o Ammaous («Emmaus»), che potrebbe derivare dal nome ebraico Ham-moza, attestato nella Bibbia e nel Talmud.

• Localizzazione francescana
  Dopo la sconfitta dei crociati contro Salah ad-Din nel 1187 e la loro ritirata da Gerusalemme, i pellegrini cristiani intrapresero un nuovo itinerario verso nord per raggiungere la città. Esso partiva nei pressi dell’odierno Parco Nazionale del Canada e conduceva all’odierno villaggio palestinese di El-Qubeibe, nella parte settentrionale della Cisgiordania, a circa 11 chilometri da Gerusalemme.
Questo luogo viene identificato soprattutto dai francescani con l’Emaus biblica e venerato come Emmaus Al-Qubeibe. La chiesa cattolica di San Cleopa, detta anche chiesa di Emmaus, è una chiesa crociata ricostruita e oggi funge da chiesa conventuale dei francescani. Cleopa era uno dei due discepoli che Gesù risorto aveva incontrato lungo il loro cammino verso Emmaus.
Nel 1853 il marchese de Vogüé, studioso dell’Oriente, esaminò e descrisse il luogo. Fu proprio lui a negoziare con il sultano di Costantinopoli la cessione della basilica allo Stato francese. Fin dalla loro vittoria sui Mamelucchi nel 1516/1517, gli Ottomani dominavano la regione del Levante. Quando nel 1870 la Chiesa greco-ortodossa rilevò un luogo di culto a Lydda (Lod) di proprietà francese, il sultano cedette. Concedette alla Francia – come gesto di compensazione – la basilica di Abu Gosch. I monaci benedettini restaurarono la chiesa e fondarono un monastero, che fu inizialmente gestito dai benedettini e poi dai Lazzaristi.
Nel 1899 lo Stato francese acquistò il complesso con la Chiesa della Resurrezione. Nel 1901 fu rilevato dai benedettini francesi e la nuova consacrazione ebbe luogo nel 1907. Nel 1956 la chiesa passò ai Lazzaristi e dal 1974 è nuovamente gestita dai benedettini.

• Società di vita apostolica
  Oggi è un doppio monastero che ospita donne e uomini dell’Ordine. La Congregazione della Missione, sigla CM, detta anche Vincenziani o Lazzaristi, è una comunità di sacerdoti secolari simile a un ordine religioso. Fu fondata nel 1625 dal sacerdote Vincenzo de’ Paoli per il servizio ai poveri a Parigi.
La Congregazione ha la forma giuridica canonica di una società di vita apostolica. I membri vivono in una comunità simile a quella monastica, ma non pronunciano voti religiosi solenni; si legano invece alla comunità tramite una promessa privata, conducendo una vita secondo i consigli evangelici. Si tratta dei consigli che Gesù Cristo diede nel Vangelo a coloro che – come descritto in Matteo 19,21 – volevano «essere perfetti»:

    Gesù gli disse: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che possiedi e dai ⟨il ricavato⟩ ai poveri! E avrai un tesoro nei cieli. E vieni, seguimi!»

L’osservanza della castità, della povertà e dell’obbedienza non è necessaria ai cristiani – secondo Paolo nella sua Lettera ai Romani – per ottenere la vita eterna:

    Ma che cosa dice? «La Parola è vicina a te, nella tua bocca e nel tuo cuore». Questa è la Parola della fede che noi predichiamo: se con la tua bocca confessi che Gesù è il Signore e credi nel tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato. Infatti con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si professa per ottenere la salvezza. Poiché la Scrittura dice: «Chiunque crede in lui non sarà deluso.» (Romani 8–11)

I consigli si basano sull’insegnamento e sull’esempio di Cristo. Sono un dono di Dio per quei credenti che Egli chiama in modo particolare a seguirli.
L’edificio più caratteristico di Abu Gosch è la nuova moschea, visibile da lontano, intitolata al presidente ceceno Ahmad Kadyrov. È l’unica moschea in Israele e nei Territori palestinesi autonomi dotata di quattro minareti – questo stile architettonico è prevalente in Asia centrale e in Turchia. Considerando il numero di abitanti di Abu Gosch, è molto grande: può ospitare 1.200 fedeli.
Gran parte dei lavori, tra cui gli arredi interni come il mihrab, la nicchia di preghiera orientata verso La Mecca, e il minbar, il pulpito, sono stati eseguiti da un’impresa turca. Gran parte dei costi di costruzione è stata donata dai ceceni alla città di Abu Gosch. Un’altra moschea si trova nelle immediate vicinanze della chiesa dei crociati; è dedicata al profeta biblico Esdra e riporta la sura 9,30 At-Tauba, Il Pentimento:
Gli ebrei dicono: «Esdra (Usajr) è il figlio di Allah». E i cristiani dicono: «Il Messia è il figlio di Allah». Così dicono con la loro bocca. Ripetono le stesse parole degli infedeli che li hanno preceduti. Che la maledizione di Allah ricada su di loro! Come sono privi di ragione! (Fonte: Il Corano, tradotto da Max Henning, rivisto e curato dal dott. Murad Wilfried Hofmann, Diederichs Verlag, Monaco di Baviera.)

• Famiglie cristiane si sono trasferite ad Abu Gosch
  Il giro ad Abu Gosch e alla sua storia si conclude con un incontro con la suora araba Rim nella chiesa di Notre Dame de l’Arche d’Alliance – Nostra Signora dell’Arca dell’Alleanza. Rim racconta che alcune famiglie cristiane straniere e di lingua inglese si sono stabilite ad Abu Gosch e di tanto in tanto partecipano alla funzione religiosa, cosa di cui lei è molto felice: «Siamo solo sei suore e il numero dei cristiani è molto esiguo. Siamo felici dell’arrivo di cristiani ad Abu Gosch, la gente qui in paese è aperta».
Resta da sperare in un incontro con le famiglie cristiane appena trasferitesi in occasione di una delle prossime visite ad Abu Gosch, magari durante una delle meravigliose serate di concerto in cima al complesso della chiesa di Notre Dame de l’Arche d’Alliance. Il Festival musicale di Abu Gosch è leggendario: si tratta di un rinomato evento biennale dedicato alla musica vocale e classica. Si svolge in autunno durante la festività ebraica di Sukkot e in primavera durante Shavuot. A questi concerti di altissimo livello accorrono ad Abu Gosch musulmani, cristiani ed ebrei.

(Israelnetz, 20 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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I repubblicani criticano con insolita asprezza l’accordo con l’Iran di Trump

«La storia dimostra che è una pessima idea dare miliardi di dollari a dei fanatici teocratici che vogliono ucciderci», afferma il senatore Ted Cruz.

L’accordo con l’Iran negoziato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta incontrando una crescente opposizione all’interno del Partito Repubblicano. Nelle ultime ore, diversi senatori influenti hanno espresso notevoli dubbi sugli accordi e hanno messo in guardia da concessioni di ampia portata a Teheran. Lo hanno riferito i media americani.
La critica è particolarmente degna di nota perché non proviene solo da noti oppositori di Trump, ma anche da alleati di lunga data del presidente. Secondo la CNN, tra i senatori repubblicani regna un «elevato grado di sconcerto» riguardo all’accordo.
Il senatore repubblicano Roger Wicker, presidente della Commissione per le forze armate del Senato, ha attaccato l’accordo con insolita durezza. Ha dichiarato di temere che il memorandum «metta a repentaglio i successi dell’operazione militare contro l’Iran in un modo che è in totale contraddizione con gli obiettivi del presidente».

• «Come una mancia»
  Molti repubblicani vedono con occhio particolarmente critico le agevolazioni economiche previste per l’Iran, tra cui la revoca delle sanzioni e un fondo di ricostruzione da miliardi di dollari. Wicker ha spiegato che, a suo avviso, i 300 miliardi di dollari previsti «farebbero sembrare i benefici dell’accordo nucleare del 2015, al confronto, una mancia».
Anche il senatore Ted Cruz, del Texas, ha espresso aspre critiche. «La storia dimostra che è un’idea straordinariamente pessima dare miliardi di dollari a fanatici teocratici che vogliono ucciderci», ha affermato. «Purtroppo, a quanto pare, il presidente riceve consigli davvero pessimi su questo accordo.»
Cruz ha inoltre messo in guardia dalle conseguenze di eventuali aiuti finanziari a Teheran. «Se diamo miliardi di dollari all’Iran, quel denaro verrà utilizzato per uccidere gli americani. Per questo motivo non credo che dovremmo farlo.»

• Primo passo
  La senatrice repubblicana Joni Ernst ha espresso un parere simile. Ha chiesto informazioni più dettagliate sul finanziamento del fondo previsto. «Devo sapere da dove proverranno questi soldi, perché non credo che i miei elettori ne sarebbero particolarmente felici se si trattasse esclusivamente di denaro dei contribuenti statunitensi.»
Anche la senatrice Lisa Murkowski si è mostrata scettica. Le risulta difficile riconoscere che l’accordo metta gli Stati Uniti in una posizione migliore. «È difficile affermare che questo accordo metta l’Iran in una posizione peggiore e gli Stati Uniti in una migliore». Considerati gli alti costi e le perdite degli ultimi mesi, sembra piuttosto «che oggi l’Iran sia quasi tornato al punto in cui si trovava prima».
Persino il leader della maggioranza John Thune ha reagito inizialmente con cautela. Ha dichiarato di dover ancora «digerire» i dettagli. In seguito ha definito l’accordo «un passo nella giusta direzione», sottolineando tuttavia che si trattava solo di un primo passo.

«Idea assurda»
  Alla Casa Bianca, nel frattempo, il governo e gli alleati si sono adoperati per arginare le critiche. Il vicepresidente JD Vance ha difeso l’accordo durante una conferenza stampa. «Direi a ogni critico: abbiate un po’ di fiducia nel presidente degli Stati Uniti. L’idea che possa concludere un accordo dannoso per il popolo americano è assurda.»
Allo stesso tempo, diversi repubblicani hanno ammesso di non disporre ancora di informazioni importanti. Un consigliere di Trump ha dichiarato alla CNN: «Facciamo tutti finta di sapere cosa c’è scritto. Io non so cosa ci sia scritto.»
Il governo si era impegnato a non pubblicare inizialmente il testo completo, il che ha reso ancora più difficile difendere l’accordo. Secondo quanto riportato dai media, i rappresentanti del governo hanno infine letto il contenuto ai giornalisti durante una teleconferenza, affinché l’accordo potesse essere reso pubblico.
Lo stesso Trump ha reagito con irritazione alle critiche provenienti dalle proprie file. Sulla sua piattaforma Truth Social ha scritto: «Questi sciocchi che credono che io non sia stato abbastanza duro con l’Iran, mentre il mercato azionario ha appena raggiunto un massimo storico e i prezzi del petrolio stanno crollando, sono o invidiosi, o persone meschine, o stupidi». Le crescenti critiche potrebbero diventare un problema politico per Trump.

(Jüdische Allgemeine, 19 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


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L’ora dei dilettanti

Un accordo peggiore era difficile immaginarlo. Trump e l’Occidente ne escono a pezzi e a Teheran possono festeggiare

di Emanuele Ottolenghi

Non ci sono parole migliori per descrivere l’accordo che il presidente Donald J. Trump ha appena firmato di quelle che lo stesso Trump, nel 2015, scrisse a proposito dell’accordo nucleare del presidente Obama: “È difficile credere che un presidente degli Stati Uniti possa davvero apporre la propria firma su un accordo con lo Stato terrorista dell’Iran che sia così pessimo, così mal strutturato e così terribilmente negoziato da aumentare l’incertezza e ridurre la sicurezza per l’America e i nostri alleati, incluso Israele”.
Così esordiva il pungente editoriale che Trump, all’epoca aspirante alla presidenza, pubblicò l’8 settembre 2015 sulle pagine di USA Today. Come candidato, vivisezionò con analitica ferocia l’accordo nucleare che l’amministrazione Obama aveva appena negoziato con la Repubblica islamica dell’Iran. Come presidente, ha appena fatto infinitamente peggio.
All’amministrazione Obama ci vollero quasi due anni per produrre un documento dettagliato lungo 159 pagine, oltre ad allegati e memorandum classificati e segreti, che un esercito di avvocati, esperti di non proliferazione, regolatori finanziari, scienziati nucleari e responsabili della conformità hanno contribuito a redigere, assicurandosi che ogni dettaglio fosse perfetto. Trump la definì “l’ora dei dilettanti”. Eppure, la versione di Obama dell’accordo nucleare, con tutti i suoi indiscutibili difetti, non si avvicina nemmeno lontanamente alla débâcle di Trump.
A favore di Trump va detto che è stato più veloce, e più efficiente in termini di personale e di conteggio delle parole rispetto a Obama: ci sono voluti solo due mesi, tre dilettanti e un documento di due paginette per capitolare. L’accordo di Trump con l’Iran – sia chiaro, ancora da negoziare, ancora aperto agli imprevisti, ancora suscettibile di cambiamenti e dei capricci della diplomazia – è molto peggiore.
Trump ha accettato di rinunciare a una significativa leva economica fin da subito, prima ancora che Teheran faccia una sola concessione significativa, e di revocare rapidamente tutte le sanzioni – comprese quelle dell’ONU – una volta sigillato l’accordo; in cambio, si accontenta di una promessa da marinaio: l’Iran non costruirà mai armi nucleari. Il regime iraniano è firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare dal 1970 e ha ribadito il proprio impegno a non costruire mai una bomba atomica nel 2015, impegni che Teheran non ha mai ritenuto vincolanti. Quelle parole solenni sono sempre state disattese dai fatti. E in cambio, il presidente sta rimuovendo tutti gli ostacoli affinché Teheran possa conseguire velocemente un arsenale nucleare e sta cedendo tutta la leva che l’America aveva in cambio della stessa identica promessa che gli ayatollah fecero a Obama nel 2015, insieme a molti più incentivi economici di quanti ne avesse concessi Obama.
Trump criticò l’accordo di Obama perché “l’Iran riceve una fortuna inaspettata di 150 miliardi di dollari, che senza dubbio finanzierà il terrorismo in tutto il mondo”. Eppure, ora ne sta offrendo il doppio in un fondo per la ricostruzione, insieme alla revoca immediata di tutte le sanzioni. È come se l’America avesse offerto alla Germania nazista un piano Marshall nel 1944, con Hitler ancora al potere, la Wehrmacht e le SS ancora armate fino ai denti e i V-2 che ancora piovevano su Londra.
Dopotutto, l’Iran ottiene di mantenere e, una volta revocate le sanzioni e rimpatriati i beni congelati del regime, di ricostruire il proprio arsenale di missili balistici. A febbraio, l’arsenale missilistico iraniano era, plausibilmente, un casus belli. Ora a Trump non importa più.
L’accordo di Obama offriva al programma nucleare iraniano delle clausole di scadenza (sunset clauses) che avrebbero alla fine lasciato la sua capacità di perseguire armi nucleari contenuta per un certo periodo, ma alla fine senza restrizioni dopo la scadenza di tali clausole. Tuttavia, distribuivano il rischio sull’arco di 15 anni. L’accordo di Trump cerca semplicemente di diluire le attuali scorte di uranio (che gli Stati Uniti dovranno probabilmente aiutare l’Iran a recuperare, dato che sono per lo più sepolte sotto le macerie) e di avere una moratoria sull’arricchimento (rimandando il problema alla prossima amministrazione statunitense) per un periodo molto più breve. Ma promettendo di rimuovere tutte le sanzioni non appena l’accordo sarà concluso, dà essenzialmente al regime l’accesso a tecnologie e scambi commerciali, per così tanto tempo limitati, che permetteranno rapidamente a Teheran di ricostruire ciò che è stato distrutto e di accelerare i suoi sforzi nel campo nucleare.
L’economia dell’Iran, nel frattempo, si riprenderà rapidamente. Il regime sarà inondato di denaro contante, non dovendo più fare i conti con l’architettura delle sanzioni che gli Stati Uniti hanno impiegato più di quarant’anni a costruire pazientemente.
Come se questo non fosse già abbastanza grave, Trump ha accettato le richieste di Teheran affinché Washington metta la museruola a Israele in Libano. Il regime sta di fatto costringendo Trump a salvare Hezbollah dall’annientamento e a finanziare lo sforzo della Repubblica Islamica per ricostruire la sua rete di alleati per procura, assicurando che gli ayatollah saranno in grado di continuare a seminare il caos nella regione, con una grande differenza rispetto all’accordo dell’era Obama: la deterrenza dell’America è svanita. Il regime ora sa di poter sopravvivere a una guerra sconvolgendo l’economia globale perché il suo principale avversario cederà rapidamente.
Il presidente è entrato in guerra senza fare i preparativi necessari per affrontare la probabile risposta del suo avversario: la chiusura di Hormuz. Ha ammesso questo spettacolare fallimento in diretta, al G7, davanti a tutti quegli alleati che ha passato i suoi primi 17 mesi in carica a bullizzare, rimproverare e allontanare, riconoscendo che la chiusura di Hormuz da parte dell’Iran rischiava di causare una recessione globale. Ora è impegnato a dare la colpa a chiunque tranne che a sé stesso, pur rivendicando la vittoria e affidandosi alle stesse scuse che il team di Obama ha usato per difendere il proprio disastroso accordo.
Svanito è il suo clamore sui social media riguardo all’eliminazione di Ali Khamenei; dimenticati sono i suoi iniziali obiettivi di distruggere l’arsenale di missili balistici dell’Iran, porre fine al sostegno di Teheran ai gruppi per procura e al terrorismo, o correre in soccorso del popolo iraniano. Ha alimentato le loro speranze promettendo che “gli aiuti sono in arrivo” e li ha illusi a credere che il loro malvagio regime avesse finalmente trovato pane per i suoi denti. Alla fine, l’unico aiuto in arrivo si sta dirigendo dritto tra le braccia del regime iraniano. Il popolo iraniano, e la regione, dovranno raccogliere le macerie che questo circo di principianti si è ora lasciato alle spalle.

(Setteottobre, 19 giugno 2026)


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Abbiamo subito un duro colpo!

Bisogna dirlo apertamente e onestamente: Israele ha sbattuto il muso.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Israele ha sbattuto il muso. Non dal punto di vista militare. L’aviazione israeliana, il Mossad, i servizi segreti e i soldati hanno fatto la loro parte. Hanno raggiunto obiettivi che solo pochi mesi fa erano considerati irraggiungibili. Generali iraniani sono stati neutralizzati, scienziati nucleari eliminati, basi missilistiche bombardate e componenti fondamentali del programma nucleare iraniano danneggiati. Eppure oggi ci troviamo di fronte a un'amara realtà. Perché le guerre non si decidono solo sul campo di battaglia. Alla fine, le guerre si decidono al tavolo dei negoziati. Ed è proprio lì che Israele ha perso. Proprio quel Donald Trump, che molti in Israele un tempo paragonavano a re Ciro, sta ora disegnando una nuova mappa del Medio Oriente, una mappa in cui il Qatar sale di importanza, l’Iran viene riabilitato e l’influenza di Israele si riduce. Se questa rotta dovesse continuare, dovremo ammettere: abbiamo fallito clamorosamente.
Mentre molti israeliani credevano ancora che la pressione militare avrebbe messo in ginocchio l’Iran, Donald Trump ha iniziato a delineare un futuro completamente diverso per il Medio Oriente. Un futuro in cui l’Iran non viene isolato, ma riconosciuto come legittima grande potenza regionale. Un futuro in cui il Qatar non è considerato un problema, ma un nuovo partner chiave di Washington. Un futuro in cui Gerusalemme perde influenza e Doha acquista importanza. Fuori Gerusalemme. Entra Doha. Proprio quel Paese che prima del 7 ottobre ospitava la leadership di Hamas, gestisce l’emittente Al-Jazeera, ha sostenuto finanziariamente i Fratelli Musulmani e avrebbe persino piazzato agenti di influenza nell’entourage del primo ministro israeliano Netanyahu, sta ora diventando uno dei più importanti partner strategici di Washington nella regione.
Le dichiarazioni di Trump al vertice del G7 sono quindi ben più che semplici formulazioni diplomatiche. Segnano un cambiamento di rotta strategico. Se il presidente americano dichiara improvvisamente che l’Iran ha lo stesso diritto di possedere missili balistici degli altri Stati della regione, allora non si tratta di una semplice frase di contorno. I missili balistici sono stati e sono tuttora la più grande minaccia convenzionale per Israele. Negli ultimi anni, migliaia di missili di questo tipo sono stati dispiegati e utilizzati contro Israele. Quando Trump afferma contemporaneamente che la nuova Siria potrà occuparsi autonomamente di Hezbollah in futuro, segnala così che Washington è disposta a rivalutare i precedenti presupposti di sicurezza israeliani.
Un altro fattore che sta causando notevole inquietudine a Gerusalemme sono le recenti dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump subito dopo la firma del memorandum. Trump ha definito Israele il «partner molto piccolo» degli Stati Uniti e, riferendosi al primo ministro Benjamin Netanyahu, ha dichiarato:
«Bibi Netanyahu è una brava persona. A volte si lascia un po’ trasportare, ma è davvero una persona molto in gamba.» Allo stesso tempo, Trump ha criticato apertamente l’operato israeliano in Libano, affermando: «Si può agire con un po’ più di cautela, Bibi. Non è necessario far crollare un edificio ogni volta solo perché qualcuno di Hezbollah vi entra.»
Ancora maggiore attenzione hanno suscitato le sue dichiarazioni sul programma missilistico iraniano. Mentre negli ultimi mesi l’eliminazione della minaccia iraniana rappresentata dai missili balistici era stata presentata come uno degli obiettivi principali della strategia americano-israeliana, Trump ha sorprendentemente relativizzato la questione. In sostanza, ha messo in discussione il motivo per cui all’Iran dovrebbero essere vietati i missili balistici, fintanto che anche altri Stati della regione dispongono di tali sistemi d’arma. Per molti osservatori israeliani ciò rappresenta un notevole cambiamento di rotta a Washington. La domanda sorge spontanea: perché Trump ha cambiato così bruscamente la sua linea nei confronti di Israele? È vittima di ricatti o sono in gioco semplicemente altri interessi?
Ma c’è qualcosa di ancora più grave: Trump ormai non parla più dell’Iran come di un nemico da sconfiggere, bensì come di un attore regionale con cui fare affari, stringere accordi e costruire relazioni a lungo termine. Questa è la vera rivoluzione. Gli aiuti miliardari, l’allentamento delle sanzioni, lo sblocco dei fondi congelati, il riconoscimento del ruolo dell’Iran nello Stretto di Hormuz e la disponibilità a negoziare sul futuro del programma nucleare inviano un messaggio inequivocabile: l’Iran non deve essere sconfitto. L’Iran deve essere integrato.
E Israele? Israele osserva dall’esterno. Naturalmente ora si può puntare il dito contro Benjamin Netanyahu. Senza dubbio ha una parte di responsabilità. Ha dimostrato ancora una volta che i successi militari da soli non possono sostituire una strategia politica. Non ha presentato alcun piano convincente per il giorno dopo. Non c’era una strategia di uscita realistica, nessun obiettivo politico chiaramente definito e nessuna preparazione diplomatica riconoscibile per ciò che sarebbe seguito ai successi militari.
Con amara satira, il conduttore del programma televisivo americano in seconda serata Jimmy Kimmel ha sintetizzato l’accordo di Trump con gli ayatollah di Teheran, esprimendo ciò che pensano molti critici dell’accordo: tanta guerra, costi elevati e, alla fine, nessun risultato.

    «Abbiamo ucciso l’ayatollah e lo abbiamo sostituito con un ayatollah più giovane e ancora più radicale. Per i manifestanti in Iran non abbiamo fatto assolutamente nulla. Abbiamo revocato le sanzioni che erano in vigore prima della guerra contro l’Iran. Abbiamo ottenuto un cessate il fuoco che avevamo già prima della guerra. Abbiamo aperto lo Stretto di Hormuz, anche se era già aperto prima. Abbiamo speso Dio solo sa quanti miliardi di dollari in bombe e missili. Molti soldati e civili americani hanno perso la vita. Abbiamo lasciato all’Iran il controllo totale dello Stretto di Hormuz e, per di più, abbiamo promesso almeno 300 miliardi di dollari; perché no, in fondo? In questo momento Melania si starà probabilmente chiedendo come poter ottenere un accordo del genere. Abbiamo ucciso l’Ayatollah.»
Ma chi crede che questa sia solo una sconfitta di Netanyahu, commette un errore.
Le conseguenze non ricadono su Bibi. Le conseguenze ricadono su Israele. Le conseguenze ricadono su ogni cittadino di questo Paese. Per questo la gioia maligna sarebbe fuori luogo. Perché se il principale alleato di Israele inizia a valorizzare l’importanza strategica del Qatar e, allo stesso tempo, a ridefinire il ruolo dell’Iran, allora ciò riguarda l’intera nazione. Gli sviluppi in Libano, nella Striscia di Gaza, nello Yemen e in Siria ne risentiranno.
Hezbollah otterrà nuove possibilità di finanziamento. È dubbio che il governo libanese, che attualmente si oppone al predominio di Hezbollah, possa proseguire la propria linea nelle nuove circostanze. È piuttosto da aspettarsi il contrario. Con nuovi flussi di denaro iraniani e una tregua che potrebbe limitare il margine di manovra di Israele, il riarmo di Hezbollah dovrebbe subire una notevole accelerazione.
Anche gli Houthi nello Yemen potrebbero trarre vantaggio dalla nuova situazione. Lo stesso vale per Hamas nella Striscia di Gaza. È difficile immaginare che un governo americano, così attento alle posizioni del Qatar, concederà in futuro a Israele carta bianca nella ricostruzione della deterrenza o nell’impedire la realizzazione di nuove infrastrutture militari da parte di Hamas.
Da un punto di vista biblico, questo sviluppo contiene una lezione scomoda. La Bibbia mette ripetutamente in guardia Israele dal fondare la propria sicurezza esclusivamente su alleanze politiche e alleati potenti. Il profeta Isaia ammonì il suo popolo dal riporre la propria fiducia in potenze straniere: «Guai a coloro che scendono in Egitto per cercare aiuto e confidano nei cavalli… ma non guardano al Santo d’Israele e non cercano il Signore». (Isaia 31,1) Il messaggio all’epoca non era che le alleanze fossero inutili. Il messaggio era che le alleanze non devono mai costituire il fondamento della propria sicurezza.
Forse è proprio qui che risiede la vera lezione di questi giorni. Molti israeliani credevano che Washington avrebbe perseguito, in ultima analisi, gli stessi obiettivi di Gerusalemme. Oggi risulta evidente che gli interessi americani e quelli israeliani non sono sempre identici. Trump non agisce in qualità di primo ministro israeliano. Agisce in qualità di presidente americano. E se gli interessi americani richiedono un accordo con l’Iran e una più stretta collaborazione con il Qatar, egli seguirà questa strada. Per quanto doloroso ciò possa essere per Israele.
La vera domanda, quindi, non è più cosa farà Trump. La vera domanda è se Israele trarrà i giusti insegnamenti da questo shock. Perché la mappa del Medio Oriente sta cambiando proprio sotto i nostri occhi. E chi non riconosce la realtà, ne verrà travolto. Se questa rotta dovesse confermarsi nei prossimi 60 giorni, allora avremo preso una bella botta.

(Israel Heute, 19 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il Somaliland apre la sua ambasciata a Gerusalemme

L’apertura dell’ambasciata segue il riconoscimento ufficiale del Somaliland da parte di Israele, avvenuto nel dicembre scorso. Gerusalemme è stata il primo Stato al mondo a riconoscere formalmente l’indipendenza dell’ex territorio somalo, che si è separato unilateralmente dalla Somalia nel 1991 e da allora opera come entità autonoma, pur senza ottenere un ampio riconoscimento internazionale. 

di Nina Prenda

FOTO
Il Presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu

Il presidente del SomalilandAbdirahman Mohamed Abdullahi, e il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar hanno inaugurato lunedì 15 giugno la prima ambasciata del Somaliland a Gerusalemme, segnando una nuova tappa nel rafforzamento dei rapporti tra i due Paesi.
La missione diplomatica, situata nel parco tecnologico di Har Hotzvim, diventa l’ottava ambasciata straniera di alto livello presente nella città. La visita rappresenta inoltre il primo viaggio ufficiale all’estero di Abdullahi da quando ha assunto la presidenza.
L’apertura dell’ambasciata segue il riconoscimento ufficiale del Somaliland da parte di Israele, avvenuto nel dicembre scorso. Gerusalemme è stata il primo Stato al mondo a riconoscere formalmente l’indipendenza dell’ex territorio somalo, che si è separato unilateralmente dalla Somalia nel 1991 e da allora opera come entità autonoma, pur senza ottenere un ampio riconoscimento internazionale.
A guidare la nuova rappresentanza diplomatica sarà Mohamed Hagi, nominato a febbraio e considerato uno degli artefici dell’avvicinamento tra Israele e Somaliland. Hagi aveva presentato le proprie credenziali diplomatiche al presidente israeliano Isaac Herzog lo scorso marzo.
Nel corso della cerimonia, Sa’ar ha definito “storica” la decisione del Somaliland di aprire una sede diplomatica nella capitale israeliana. Il ministro ha inoltre rivelato che i contatti tra le due leadership erano iniziati mesi prima del riconoscimento ufficiale, attraverso incontri riservati tenuti nell’ottobre scorso.
“Sono orgoglioso di aver contribuito a scrivere le prime pagine della storia delle relazioni tra Israele e Somaliland”, ha dichiarato Sa’ar, esprimendo la convinzione che la cooperazione bilaterale continuerà a rafforzarsi nonostante le difficoltà e le pressioni internazionali.
Il riconoscimento israeliano del Somaliland ha infatti suscitato critiche da parte dell’Unione Africana e di numerosi Paesi a maggioranza musulmana, che hanno condannato sia la decisione di Israele sia l’apertura dell’ambasciata a Gerusalemme.
Anche Abdullahi ha sottolineato il valore simbolico dell’iniziativa durante un incontro con Herzog presso la residenza presidenziale. Il leader somalilandese ha ringraziato Israele per essere stato il primo Paese a riconoscere la sua nazione dopo oltre tre decenni di tentativi diplomatici.
“Israele ha preso parte a un momento che sarà ricordato nella storia diplomatica del Somaliland”, ha affermato il presidente. “Per 35 anni abbiamo chiesto alla comunità internazionale di essere riconosciuti. Israele è stato il primo a rispondere positivamente a questa richiesta”.
Da parte sua, Herzog ha evidenziato le sfide comuni affrontate dai due Paesi, citando la lotta all’estremismo, la ricerca della stabilità regionale e la tutela della sicurezza marittima nel Corno d’Africa e nel Medio Oriente.
L’avvicinamento tra Gerusalemme e Hargeisa si inserisce inoltre nel quadro di una più ampia strategia diplomatica regionale. Dopo il riconoscimento israeliano, Abdullahi ha annunciato l’intenzione del Somaliland di aderire agli Accordi di Abramo, il processo di normalizzazione avviato nel 2020 con la mediazione degli Stati Uniti.
Attualmente, oltre a Israele, nessun altro Stato membro delle Nazioni Unite riconosce ufficialmente il Somaliland come Paese indipendente.

(Bet Magazine Mosaico, 19 giugno 2026)

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Hanno fatto dell’antisemitismo un valore, dell’odio un vezzo morale

L’odio più degradato oggi non ha bisogno di dottrine, apparati o grandi ideologie: gli basta uno schermo, una platea e una buona dose di vanità morale. Così l’antisemitismo torna come riflesso automatico, travestito da causa, ripulito dalla retorica della parte giusta della storia.

di Iokanaan

Tre secondi. Quattro, se il Wi-Fi decide di partecipare alla tragedia e concedersi una pausa esistenziale. È il tempo necessario perché qualcuno passi dalla visione distratta di un gatto che cade da un tavolo alla sensazione di essere stato investito di una missione morale superiore.
Una specie di miracolo al contrario: non l’uomo che si eleva verso qualcosa di più grande, ma un riflesso privato che si mette una corona in testa e si presenta davanti alla Storia. Il mediocre che diventa epico senza attraversare quella breve e scomoda fase intermedia in cui dovrebbe fermarsi e chiedersi cosa stia facendo.
La Storia deve essere esausta. È seduta da qualche parte con lo sguardo spento. È una noia cosmica. La parte giusta, negli ultimi anni, è diventata sorprendentemente accessibile. Non richiede studio. Non richiede sacrificio. Non richiede nemmeno particolare intelligenza. Richiede una connessione stabile. Un gigantismo etico alimentato a snack, notifiche e riflessi condizionati.
L’oscenità viene depositata nello spazio pubblico con la leggerezza di uno scontrino e l’autostima di una tesi di dottorato. Questo è il punto. Non l’odio. L’odio è una cosa seria. Ha richiesto libri, sistemi, apparati, fanatici, uniformi, predicatori, slogan, organizzazione.
Persino i peggiori mostri del Novecento avevano almeno la decenza di investire tempo nella propria mostruosità. Qui siamo alla versione fast-food del fanatismo. L’intolleranza liofilizzata. L’antisemitismo ridotto a riflesso condizionato, come il ginocchio che scatta quando il medico colpisce il tendine con il martelletto, ma senza la dignità biologica del ginocchio.
Il vero prodigio non è che l’insulto antisemita venga pronunciato. Il vero prodigio è che riesca a percorrere l’intera distanza tra l’impulso e la pubblicazione senza che nessuna parte della mente alzi una sbarra. È l’antisemitismo ridotto a riflesso condizionato. Non più un’idea, nemmeno un odio organizzato: una risposta automatica. Un movimento del corpo prima ancora che della mente. Qui siamo più vicini a un gas che ha imparato a emettere suoni che somigliano a un linguaggio.
Qualcosa che, in una civiltà appena più sana, sarebbe andato in autocombustione nel buio del cranio, cortocircuitato da quell’istintivo, salvifico senso del ridicolo che un tempo chiamavamo decenza; invece attraversa indenne tutte le dogane interiori, evita ogni controllo di frontiera della coscienza e si presenta nello spazio pubblico già ripulito, stirato, rivestito di intenzioni nobili.
È la grande specialità del nostro tempo: la trasfigurazione morale della miseria. Il momento in cui una bassezza smette di vergognarsi di sé e comincia a pretendere rispetto. La parte più sofisticata dell’operazione non è convincere gli altri. È convincere sé stessi. Nessuno vuole essere il cattivo della propria autobiografia. Le parole non servono più a nominare le cose. Servono a renderle abitabili, a costruire una cornice in cui la nostra miseria possa apparire come un principio superiore.
Occorre una distonia, una sorta di miopia selettiva, una micro-frattura della coscienza dove l’etica viene sospesa, archiviata in un sottosistema mentale a cui abbiamo revocato l’accesso, come un processo in background che ci ostiniamo a non chiudere, per trovare perfettamente normale digitare un’oscenità tra un impegno e l’altro.
È un gesto che ha la solennità di uno sbadiglio e la precisione chirurgica di un’infezione. Qui siamo davanti a qualcosa di più misero: l’orgia a briglie sciolte della meschinità. Ciò che fa rabbrividire è la leggerezza atomica di questi termini maneggiati da dita che un attimo prima hanno scrollato video di gatti e un attimo dopo si sono convinte di aver impugnato una torcia della Storia.
Come se la parola fosse un oggetto neutro, un pezzo di pongo, e non un fossile radioattivo che scotta appena lo tocchi. Il problema non è solo che qualcuno trovi il coraggio di dire qualcosa di vile. È che, per una frazione di secondo, quel gesto restituisce al mittente una scossa di rilevanza. Un uomo qualunque smette di essere un nessuno: diventa qualcuno che conta. La miseria diventa droga.
La cosa più moderna dell’odio non è la sua presenza, ma il suo bisogno di pubblico: è una performance della propria interiorità che richiede spettatori per essere reale. Il pubblico, qui, non serve soltanto ad applaudire. Serve a rendere reale il gesto.
Un impulso privato, senza testimoni, resta un impulso; quando attraversa lo schermo e trova una platea diventa una versione di sé. Non è comunicazione. È una prova di esistenza. La miseria, per sentirsi reale, ha bisogno di testimoni. Non è soltanto un fallimento linguistico. È il fallimento del piccolo tribunale interiore che dovrebbe fermare una persona prima ancora che il mondo debba farlo.
Ma la forma non è un corredo. La forma è il contenuto quando il contenuto si è abituato a sé stesso. Quando l’idea diventa troppo confortevole nel proprio guscio di purezza, smette di controllare le proprie deformazioni. La convinzione diventa immunità, la causa diventa assoluzione preventiva, e il pensiero critico diventa solo un fastidio introdotto da chi “non ha capito”.
Poi il colpo di genio: l’arte di immergere la propria bassezza in una vasca di candeggina ideologica. Una meraviglia ingegneristica. Prendi il risentimento più elementare, la rabbia più pigra, la voglia più antica di trovare qualcuno su cui scaricare il proprio disordine interiore; aggiungi una spruzzata di “giustizia sociale”, una goccia di “verità storica” recuperata dal seminterrato più putrido del web, agita bene, ed ecco il miracolo: la bassezza esce dal lavaggio con un certificato di purezza.
La “parte giusta della storia” è una lavanderia industriale a ciclo continuo: si inserisce lo sporco e si ritira la Purezza. Il risultato è una coscienza che odora di pannolino riciclato. Resta la scena più grottesca: l’eroe da vasino. Un performer tragico di sé stesso che si accovaccia nel mezzo della piazza pubblica convinto di officiare un rito.
Cagare in piazza, ecco il gesto. Ma farlo con la convinzione di stare inaugurando una cattedrale. È la confusione patologica tra lo scroscio dei propri impulsi più bassi e la voce di Dio.
Subito dopo, niente. Nessuna euforia del martire, nessuna gratificazione del giusto. Lo schermo che torna a riflettere il tuo viso in una risoluzione troppo nitida per essere gentile, e il silenzio granulare di una stanza in cui non è successo letteralmente nulla. La missione è stata espletata: il mondo è rimasto identico a prima, la Storia non ha tremato, e tu sei soltanto un po’ più vuoto, un po’ più poroso, di quanto non fossi tre secondi fa.
L’antisemitismo, in questa particolare configurazione, cessa di qualificarsi come “argomento” o “idea”, categorie che richiederebbero una manutenzione intellettuale che non siamo più disposti a fornire, e regredisce allo stato di quell’arma antica e pesantemente caricata che la Storia ha incautamente lasciato a prendere polvere sopra il camino.
Un reperto di una ferocia che non ci appartiene più ma che, nell’assenza totale di figure genitoriali o di una qualsivoglia autorità etica che ci proibisca di toccarla, finiamo per staccare dalla parete con la stessa curiosità distratta con cui si maneggia un giocattolo proibito, puntandola, ignorando del tutto la balistica del male, la traiettoria del piombo, la carne che si lacera, verso il cane che dorme ignaro in cortile.
Non per un vero odio verso la bestia, ma per la pura, pornografica gratificazione tattile del rinculo, quella sensazione di forza meccanica che, per un istante, ci illude di aver riacquistato una consistenza nel mondo.
Non serve a convincere. Serve a segnalare che lì, in quella piccola tana digitale, il freno è stato disattivato. È una politica dal basso nel senso più letterale e inquietante: non un progetto o un programma, ma persone che si riconoscono nel momento stesso in cui smettono di trattenersi.
La tragedia vera, se vogliamo essere onesti fino allo scorticamento, non è che esistano ancora idioti prigionieri di vecchi odi. È che quegli odi abbiano perso l’unico argine che ci teneva umani: la vergogna. Ma non quella vergogna intesa come concetto astratto. Parlo di una vergogna che era un evento fisico della mente: un sobbalzo, un calore improvviso che risaliva dal petto, una stretta che toglieva ossigeno alla gola.
Quella vergogna è stata estirpata. Quando l’applauso dei propri simili sostituisce il senso del limite, la diga crolla. Non c’è più bisogno di travestirsi. Si può essere feroci in pigiama. Si può essere mostruosi con la naturalezza di chi sta semplicemente ordinando una pizza.
Perché nessuno nasce dentro una bolla. Le bolle si costruiscono con materiali piccoli e quotidiani: una frase ripetuta, una semplificazione accettata, un’indignazione presa in prestito, un applauso ricevuto nel momento giusto. Il problema non è soltanto chi pronuncia l’orrore. È l’ecosistema che gli insegna a chiamarlo coraggio. È così che una bassezza smette di sembrare una bassezza, non perché venga nascosta, ma perché viene circondata dalle parole giuste.
Il pensiero non serve a salvarci. Serve almeno a impedirci di raccontarci troppo facilmente che siamo già salvi. È un mestiere ingrato: togliere il trucco alla vanità morale, aprire le finestre quando l’aria è diventata irrespirabile, ricordare all’uomo che non ogni impulso con una bandiera diventa una causa e non ogni bassezza con un vocabolario diventa un’idea.
Ed è forse proprio questo il suo compito: togliere alle persone le piccole magie con cui trasformano i propri impulsi in virtù, la propria rabbia in principio, la propria ferocia in innocenza.
Non rendere il mondo più rassicurante. Renderlo più difficile da abitare.

(InOltre, 19 giugno 2026)

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Netanyahu sotto pressione: la guerra contro l’Iran si trasformerà in un boomerang?

Il primo ministro aveva promesso un trionfo, i critici parlano di una sconfitta. Come la guerra contro l’Iran sta mettendo alla prova i rapporti di Israele con gli Stati Uniti e la lealtà di Trump.

di Sara Lemel

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva prospettato al suo popolo una vittoria schiacciante sull’Iran. Gli obiettivi massimi da lui formulati all’inizio della guerra erano l’eliminazione della minaccia nucleare e missilistica iraniana, nonché un indebolimento duraturo – forse addirittura un rovesciamento – della leadership iraniana.
Quasi quattro mesi dopo, tuttavia, il bilancio è deludente. Secondo molti critici, gli ambiziosi obiettivi di guerra non sono stati raggiunti. Il rinomato esperto di questioni iraniane Danny Citrinowicz parla addirittura di una «sconfitta israeliana in Iran». Nonostante l’uccisione di quasi tutta la classe dirigente, i vertici iraniani sarebbero usciti dal conflitto più radicali e ancora più rafforzati. Mentre Netanyahu premeva per una prosecuzione dell’offensiva militare, secondo quanto riportato dai media il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha tirato il freno.
Durante la notte è stato reso noto che Trump e il presidente iraniano Massud Peseschkian hanno firmato un accordo quadro per porre fine alla guerra. Secondo il Pakistan, che ha fatto da mediatore, l’accordo dovrebbe entrare in vigore con «effetto immediato». Allo stesso tempo, i rapporti di Israele con il suo principale alleato hanno subito un danno considerevole. A pochi mesi da elezioni parlamentari decisive, Netanyahu si trova quindi sotto una pressione politica interna che non si vedeva da tempo.

• I critici parlano di una battuta d’arresto
  «Netanyahu ci aveva promesso una vittoria storica – e invece ci siamo ritrovati con una crisi con gli americani, lo Stretto di Hormuz spalancato agli iraniani, fondi per le Guardie della Rivoluzione e missili balistici puntati contro Israele», ha affermato il leader dell’opposizione Yair Lapid in un discorso in Parlamento. «E Israele aspetta fuori dalla porta come un bambino sgridato».
Il giornalista israeliano Ben Caspit, noto per la sua posizione critica nei confronti di Netanyahu, ha dichiarato in un dibattito televisivo: «Neanche nei miei incubi più cupi avrei potuto immaginare un fiasco peggiore».
Netanyahu respinge questa interpretazione. Continua a presentare la guerra contro l’Iran e i suoi alleati nella regione come una serie di successi strategici. «Israele è più forte che mai, e l’asse del male iraniano è più debole che mai», ha affermato durante una conferenza stampa lunedì sera.

• «La missione della mia vita»
  Per anni Netanyahu aveva fatto della minaccia iraniana il tema centrale della sua politica. Quasi nessun altro politico israeliano ha incarnato la lotta contro il riarmo nucleare di Teheran con la stessa forza di lui. «Posso dire che questa è la missione della mia vita», ha affermato durante la conferenza stampa.
Netanyahu aveva sollecitato Trump ad adottare una linea più dura nei confronti di Teheran e nel 2018 aveva sostenuto la sua decisione di ritirarsi dall’accordo nucleare internazionale con l’Iran. Col senno di poi, anche gli esperti di sicurezza israeliani lo considerano un grave errore strategico.
Per Netanyahu, il continuo confronto con l’Iran è diventato un elemento centrale della sua narrativa politica – e una prova della sua leadership. Ha trasformato il suo stretto rapporto con Trump in capitale politico anche durante la campagna elettorale. Nel 2019 è apparso su enormi striscioni insieme al presidente degli Stati Uniti con lo slogan «Netanyahu – un’altra categoria». Il messaggio: Trump sarebbe un alleato straordinariamente favorevole a Israele – e solo Netanyahu avrebbe il giusto filo diretto con lui.

• Profonde crepe nel rapporto
  Prima delle elezioni parlamentari in autunno, tuttavia, questa strategia potrebbe rivelarsi un problema. Infatti, proprio il rapporto con Trump, su cui Netanyahu ha a lungo puntato come carta vincente in politica estera, ha recentemente subito evidenti crepe – in relazione alla guerra con l’Iran e alle tensioni sul Libano.
L’Iran, alleato di Hezbollah, chiede, nell’ambito del cessate il fuoco, anche la cessazione degli attacchi israeliani in Libano; il governo di Gerusalemme, tuttavia, intende mantenere le truppe nel sud del Paese confinante per proteggere gli abitanti della zona di confine israeliana. Questo conflitto rischia però anche di compromettere ripetutamente il cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran.
«Sei completamente pazzo» («You’re fucking crazy»), avrebbe detto Trump a Netanyahu all’inizio del mese, in una telefonata accesa, proprio in questo contesto. «Ora ti odiano tutti», avrebbe affermato Trump secondo quanto riportato dai media, accusando Israele di mettere a repentaglio i suoi sforzi diplomatici nei confronti dell’Iran. Recentemente, in un’intervista al «New York Times», Trump ha definito Netanyahu un «tipo difficile».

• Il peso politico più gravoso
  L’esperto di Medio Oriente Aaron David Miller ha scritto in un articolo su X che nessun presidente degli Stati Uniti aveva mai detto pubblicamente di un primo ministro israeliano ciò che Trump ha detto di Netanyahu.
Per un politico che ha legato la propria carriera così strettamente alla lotta contro l’Iran, questo sviluppo è particolarmente amaro: proprio la questione iraniana, con cui Netanyahu ha dimostrato la propria forza per decenni, sembra ora essere diventata il suo fardello politico più pesante.
Anche il politologo israeliano Jonathan Rynhold ha spiegato che l’andamento della guerra e un possibile accordo degli Stati Uniti con l’Iran avrebbero «danneggiato gravemente» Netanyahu. Ritiene tuttavia che sia ancora troppo presto per cantare l’addio politico a Netanyahu – il primo ministro israeliano più longevo in carica e figura di spicco della politica israeliana degli ultimi decenni.
Le elezioni, per le quali non è ancora stata fissata una data, dovranno tenersi al più tardi il 27 ottobre. Secondo Rynhold, sarà determinante ciò che accadrà durante i 60 giorni di tregua. «Cosa succederà se Trump non raggiungerà un accordo (nei negoziati) e la guerra riprenderà?» Ciò potrebbe modificare nuovamente la reputazione di Netanyahu, spiega l’esperto. «La questione è ancora aperta.»

(Jüdische Allgemeine, 18 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


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Iran. L’intelligence americana riapre i dubbi sull’accordo nucleare

Nuove informazioni raccolte da Washington mettono in discussione la volontà di Teheran di rinunciare davvero al programma nucleare. Il contrasto con l’ottimismo mostrato da Donald Trump al G7 alimenta interrogativi sulla tenuta dell’intesa.

di Alessandro Carmi

Mentre Donald Trump celebrava al G7 in Francia quella che ha presentato come una svolta storica nei rapporti con l’Iran, ai vertici della Casa Bianca arrivava una valutazione molto meno rassicurante. Secondo quanto riportato dal sito americano Axios, il direttore dell’Intelligence nazionale ha informato il presidente che nuove informazioni raccolte dagli apparati di sicurezza statunitensi sollevano seri dubbi sulla reale intenzione di Teheran di rispettare gli impegni che dovrebbero essere alla base dell’accordo sul nucleare in via di definizione.
La divergenza tra le dichiarazioni pubbliche del presidente e le valutazioni della comunità dell’intelligence americana offre una fotografia delle tensioni che continuano a circondare il dossier iraniano. Da una parte vi è la volontà politica della Casa Bianca di presentare un successo diplomatico capace di allontanare il rischio di una nuova escalation militare in Medio Oriente. Dall’altra emergono informazioni che invitano alla prudenza e che suggeriscono come la leadership iraniana possa mantenere margini di ambiguità sui propri obiettivi strategici.
Secondo Axios, gli analisti americani hanno trasmesso al presidente dati che contraddicono almeno in parte il clima di ottimismo emerso negli ultimi giorni. Le informazioni raccolte indicherebbero che all’interno del sistema di potere iraniano non esiste ancora una piena disponibilità a rinunciare in modo definitivo alle capacità che potrebbero consentire al Paese di arrivare alla soglia nucleare.
La questione assume un peso particolare perché arriva mentre Trump si trova in Francia per il vertice delle principali economie industrializzate. Davanti ai giornalisti il presidente americano ha scelto toni estremamente fiduciosi, affermando che la leadership iraniana ha dimostrato intelligenza politica e ha accettato il principio secondo cui non dovrà possedere armi nucleari. Trump si è spinto oltre, sostenendo che il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz potrebbe tornare rapidamente alla normalità e che una fase di stabilizzazione regionale sarebbe ormai vicina.
Le sue parole sono state accompagnate da un avvertimento altrettanto netto. Il presidente ha spiegato che gli Stati Uniti intendono perseguire relazioni migliori con Teheran, ma ha aggiunto che una violazione degli impegni assunti potrebbe riportare rapidamente la situazione sul terreno dello scontro. Nelle sue dichiarazioni ha inoltre fatto riferimento alla volontà di affrontare le tensioni in Libano attraverso il dialogo, evocando la possibilità di contatti indiretti con Hezbollah nell’ambito di un più ampio processo di stabilizzazione regionale.
Le valutazioni dell’intelligence americana si inseriscono in un quadro che resta estremamente complesso. Da anni gli organismi di sicurezza occidentali monitorano con attenzione il programma nucleare iraniano, che ha continuato a svilupparsi anche dopo il collasso dell’accordo del 2015 e il progressivo deterioramento dei rapporti tra Teheran e l’Occidente. I rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica hanno più volte segnalato livelli di arricchimento dell’uranio che destano preoccupazione nella comunità internazionale e che hanno alimentato il timore di una possibile corsa verso la capacità nucleare militare.
La Francia, che ospita il vertice del G7, ha espresso sostegno agli sforzi diplomatici americani. Il presidente Emmanuel Macron ha descritto l’eventuale accordo come un passaggio importante per la stabilità economica e strategica globale, soprattutto in una fase in cui le rotte energetiche del Golfo Persico continuano a rappresentare uno snodo essenziale per l’economia mondiale. Macron ha inoltre lavorato per evitare frizioni pubbliche tra Washington e gli altri partner occidentali, consapevole che qualsiasi segnale di divisione potrebbe essere interpretato da Teheran come un elemento di forza negoziale.
Resta però aperta la domanda fondamentale che accompagna ogni trattativa con la Repubblica islamica da oltre vent’anni. Gli apparati politici e militari iraniani sono davvero pronti ad accettare limiti permanenti alle proprie capacità nucleari oppure considerano l’accordo uno strumento temporaneo per alleggerire le pressioni economiche e diplomatiche?
È proprio questo interrogativo, secondo quanto emerge dalle informazioni circolate a Washington, a preoccupare oggi gli analisti dell’intelligence americana. E mentre Trump continua a parlare di un’intesa destinata a cambiare il volto del Medio Oriente, i suoi stessi servizi di sicurezza invitano a guardare oltre gli annunci e a valutare con estrema cautela le intenzioni reali della leadership di Teheran.

(Setteottobre, 18 giugno 2026)


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Capitolazione catastrofica

di David Horovitz

Il 2 marzo, terzo giorno della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, l’inviato speciale del presidente americano Donald Trump, Steve Witkoff, rilasciò una intervista a Fox News in cui spiegò perché i tentativi dell’amministrazione di negoziare un accordo con il regime di Teheran all’inizio dell’anno erano falliti.
Witkoff rammentò che a lui e a Jared Kushner era stato affidato il compito di cercare un accordo in base al quale l’Iran avrebbe interrotto il suo programma nucleare, smantellato il suo programma di missili balistici, cessato il suo sostegno ai gruppi alleati, smantellato la sua flotta navale “in modo da potere avere la libertà dei mari”.
Lungi dal mostrare una certa disponibilità al compromesso, nonostante le pesanti sconfitte subite nella guerra dei dodici giorni del giugno 2025, Witkoff dichiarò che i negoziatori iraniani si vantarono del fatto che la loro ostinazione e doppiezza stessero dando i loro frutti. Sul fronte nucleare, esultarono, avevano accumulato 460 chilogrammi di uranio altamente arricchito che, come osservò Witkoff nella sua intervista, potevano essere trasformati in uranio arricchito per uso bellico entro 10 giorni.
«In quel primo incontro, entrambi i negoziatori iraniani ci dissero direttamente – senza alcuna vergogna – di controllare 460 chilogrammi di uranio arricchito al 60% e di essere consapevoli che con quella quantità avrebbero potuto costruire 11 bombe nucleari», ricordò Witkoff, sgomento. Gli iraniani, disse, «erano orgogliosi di avere eluso ogni sorta di protocollo di controllo per arrivare al punto di potere realizzare 11 bombe nucleari».
Affermarono inoltre di avere “un diritto inalienabile” ad arricchire il loro combustibile nucleare”, osservò, aggiungendo che lui e Kushner avevano risposto con fermezza dichiarando “che il presidente ritiene che abbiamo il diritto inalienabile di fermarvi immediatamente”.
Secondo il testo ufficiale, letto ad alta voce ai giornalisti, tra cui Jacob Magid del Times of Israel, da un alto funzionario statunitense durante un briefing telefonico avvenuto mercoledì, il memorandum d’intesa in 14 punti concede potenzialmente al regime centinaia di miliardi di dollari, che senza dubbio utilizzerà per tenere a bada la popolazione ribelle, per finanziare massicciamente Hezbollah, Hamas e le sue altre organizzazioni terroristiche affiliate, e per spenderlo, se necessario, nei suoi programmi nucleari e missilistici balistici.
Il protocollo d’intesa prevede la riapertura dello Stretto di Hormuz, la vitale via d’acqua che l’Iran ha occupato e sfruttato per spingere Trump a questo accordo, ma senza alcun impegno a lungo termine da parte del regime per mantenerlo aperto e senza pedaggi.
E questo sposta l’intera questione del programma nucleare iraniano, considerato illegale, a un periodo di negoziazione di 60 giorni, durante il quale è lecito aspettarsi che il regime si mostri intransigente e sprezzante proprio come i suoi negoziatori si sono dimostrati nei confronti di Witkoff e Kushner a gennaio.
Incredibilmente, il protocollo d’intesa premia già il regime per la sua intransigenza: afferma che le “esigenze nucleari” dell’Iran saranno soddisfatte se verrà concordato un quadro di riferimento; i negoziatori statunitensi a quanto pare non sono riusciti nemmeno a persuadere il regime a includere le parole “pacifico” o “civile”, per mantenere almeno la finzione che abbia esigenze nucleari legittime.
In attesa di un accordo definitivo, il testo prosegue in modo assurdo: “L’Iran manterrà lo status quo del suo programma nucleare”. Di quale status quo si tratterebbe? Forse dello “status quo” in base al quale l’Iran ha raggirato gli ispettori nucleari delle Nazioni Unite, al punto che, come i suoi negoziatori si sono vantati con Witkoff, ha accumulato abbastanza uranio quasi a livello militare per 11 bombe atomiche, un deposito sotterraneo sopravvissuto ai bombardamenti dei B-2 dell’esercito americano lo scorso giugno?
Il mese scorso, un alto ufficiale militare israeliano aveva avvertito che se le scorte non fossero state smaltite al termine della guerra, la campagna sarebbe stata considerata “un fallimento totale”. Ed eccoci qui.
Le due parti “hanno concordato di risolvere la questione dello smaltimento del materiale arricchito stoccato secondo un meccanismo che sarà concordato di comune accordo”, si legge solennemente nel protocollo d’intesa, “con la metodologia minima di diluizione in loco sotto la supervisione dell’AIEA”. Ma tutto ciò dovrebbe svolgersi nella nuova era post-protocollo d’intesa, quando gli Stati Uniti si sono già impegnati, e con loro anche Israele, nella primissima clausola del memorandum, alla “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti”.
Il funzionario israeliano ha inoltre avvertito che, qualora l’obiettivo principale di rimuovere le scorte non fosse raggiunto, Israele avrebbe dovuto lanciare un’altra operazione in Iran per conseguirlo. I protocolli d’intesa impediscono a Israele di farlo, poiché anche gli Stati Uniti si sono impegnati, insieme a Israele, a “non iniziare alcuna guerra o operazione militare”.
Fonti statunitensi hanno assicurato nei giorni scorsi che il direttore della CIA, John Ratcliffe, aveva avvertito Trump e i suoi principali collaboratori che il regime stava giocando a carte truccate. Il capo della CIA avrebbe spiegato che le prove raccolte dalle agenzie di intelligence statunitensi sollevano seri dubbi sulla disponibilità dell’Iran a fare le concessioni sul nucleare che gli Stati Uniti desiderano in un eventuale accordo finale. “Le informazioni di intelligence indicano che le intenzioni iraniane non sono in linea con i loro impegni nell’ambito dell’accordo”, ha dichiarato una fonte statunitense ad Axios. “Non sono in linea con i loro impegni”. Che magnifico eufemismo.
Ovviamente gli iraniani non hanno alcuna intenzione di fare concessioni che possano strategicamente ostacolare il loro percorso verso la bomba atomica. Ovviamente, mentono. A gennaio hanno candidamente confessato a Witkoff di avere raggiunto il 60% delle loro scorte grazie alle bugie.
Il pericolo ora, come realisticamente percepito da Israele, è che sfruttino lo “status quo” di 60 giorni per accelerare il percorso verso il conseguimento del nucleare.
Eppure, gli stessi negoziatori dell’amministrazione statunitense che a gennaio avevano reagito con orrore all’ostinazione dell’Iran, a giugno vi hanno ceduto.
L’accordo, rafforza e finanzia in modo palese un regime responsabile di omicidi di massa. Eleva la Repubblica islamica al rango di potenza regionale. Abbandona il popolo iraniano, al quale Trump aveva promesso aiuti.
Mette direttamente in pericolo e limita Israele, con una terminologia che vincola Israele a un cessate il fuoco che non ha contribuito a negoziare: “La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, e i loro alleati nella guerra in corso, firmando il presente Protocollo d’intesa, dichiarano la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano, e si impegnano d’ora in poi a non iniziare alcuna guerra o operazione militare l’uno contro l’altro, ad astenersi dalla minaccia o dall’uso della forza l’uno contro l’altro e a garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Libano.”
Martedì, al vertice del G7, Trump ha affermato che Israele dovrebbe ricoprirlo di gratitudine, poiché è solo grazie a lui che non siamo già stati annientati da un attacco nucleare iraniano.
«Se non fosse stato per gli Stati Uniti d’America – con me, perché Obama era l’opposto – ora Israele non esisterebbe. Israele sarebbe stato spazzato via dalla faccia della terra, al 100%. E ogni persona intelligente in Israele lo sa», ha dichiarato. «Senza di noi, senza gli Stati Uniti, non ci sarebbe Israele. Senza di me, non ci sarebbe Israele, perché nessun altro presidente era disposto a fare quello che ho fatto io [nell’affrontare l’Iran]». L’Iran, ha affermato, era «a due settimane» dall’avere un’arma nucleare.
Ma ora ha raggiunto un accordo che non riesce a precludere definitivamente a Teheran la possibilità concreta di completare il suo programma nucleare e rimuove la leva militare statunitense che potrebbe dissuaderla dal farlo.
E non è tutto.
Al G7, Trump ha anche criticato pubblicamente Israele per la sua azione militare apparentemente sproporzionata contro Hezbollah, il gruppo terroristico sostenuto dall’Iran in Libano.
Usando il linguaggio dei critici più accaniti di Israele, ha affermato che “Israele sta combattendo Hezbollah da troppo tempo e troppe persone vengono uccise”. E, proseguendo, ha replicato seccamente: “Non c’è bisogno di demolire un palazzo ogni volta che si cerca qualcuno. Perché in quei palazzi ci sono molte persone. E non sono tutte di Hezbollah, questo ve lo posso assicurare”.
Quindi, egli auspica una guerra più breve e meno devastante per affrontare un vasto esercito terroristico, insediato in aree civili e diretto dall’Iran per martellare il nord di Israele nelle ultime settimane. Un esercito terroristico determinato, come l’Iran, a distruggere Israele, e che invaderebbe il nord di Israele se ne avesse l’occasione.
Scaldandosi sul suo tema che sfida la realtà, Trump ha suggerito a Israele di “lasciare che la Siria si occupi di Hezbollah. Perché, a essere sincero, penso che lo farebbero meglio”. Si riferiva alla Siria guidata da Ahmed al-Sharaa, un ex jihadista su cui pendeva una taglia di 10 milioni di dollari statunitensi fino a dicembre 2024, ma di cui Trump si è profuso in elogi sin dal loro primo incontro a Riyadh lo scorso maggio. “Molto capace”, ha detto di Sharaa martedì. “Con me è molto cortese”.
Nel mondo capovolto di Trump, Israele è l’ingrato per non avere apprezzato i suoi eroici interventi in nostro favore, e l’aggressore illegittimo per aver cercato di complicare la sua sottomissione a Teheran e ai suoi alleati terroristici. Ma il fatto è che Trump ha rinunciato alla guerra quando è diventato chiaro che vincerla – prima di tutto sventando la conquista iraniana di Hormuz – sarebbe probabilmente costata numerose vite americane. Questa era, ovviamente, una considerazione legittima, ma che avrebbe dovuto valutare prima di iniziare la campagna. Di fronte a nemici decisi a distruggerlo, Israele sa di dovere mettere a repentaglio delle vite per sopravvivere in questa regione insidiosa.
Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, escluso dai negoziati, non era ovviamente presente nemmeno al G7 in Francia: troppo inviso ai presenti e forse anche a rischio di arresto per ordine della Corte Penale Internazionale. Cercando di dissimulare la sua posizione, si ritrova a sostenere che la guerra fallita sia stata un successo, affermando falsamente lunedì sera che la minaccia nucleare iraniana è stata disinnescata, che l’economia iraniana è stata devastata e che la campagna contro l’Iran “non è andata affatto male”. Per i suoi strenui sforzi per evitare uno scontro pubblico con Trump, il presidente americano lo ha ripagato definendolo “un pazzo fottuto” e dichiarando pubblicamente che “non ha alcun giudizio”.
Al contrario, nel mondo di Trump, i leader iraniani, nella loro attuale configurazione, “sono persone molto razionali”. “È stato piacevole trattare con loro. Sono persone forti, persone intelligenti… Non sono radicalizzati e, sapete, cercano di aiutare il loro Paese”, ci ha assicurato martedì.
Ma, comunque, anche se non fosse così, a quanto pare a lui “non è mai importato del cambio di regime”. Questo, detto dal presidente che, il 28 febbraio, mentre iniziavano i raid aerei israelo-americani, disse al popolo iraniano che, quando i bombardamenti si sarebbero fermati, avrebbero dovuto “prendere il controllo del vostro governo. Sarà vostro da prendere”.
La guerra del 2026 tra Stati Uniti e Israele contro il regime iraniano era necessaria. La Repubblica islamica stava massacrando decine di migliaia di suoi cittadini. Stava ricostituendo il suo programma di armi nucleari, riavviando la produzione di missili balistici e ricostruendo le sue organizzazioni terroristiche per procura.
Quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, il regime di Teheran non ha esitato a ricattare il mondo attraverso lo Stretto di Hormuz, prendendo di mira chiunque e qualsiasi cosa percepisse come vulnerabile agli attacchi, non solo Israele (ovviamente) ma anche i propri vicini regionali, lamentandosi al contempo di non avere (per il momento) la capacità di contrattaccare direttamente gli Stati Uniti.
La guerra è stata persa a causa di un’inadeguata pianificazione strategica da parte di Stati Uniti e Israele, e della successiva debolezza del presidente americano. La capitolazione di Trump è un tradimento nei confronti dei cittadini iraniani. Si ritorcerà contro l’America. Lascia Israele più vulnerabile di prima dell’inizio della guerra, con un nuovo accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran che mira a negare a Israele la libertà di proteggersi e difendersi.
Le condizioni che il regime ha imposto e ottenuto dimostrano effettivamente che i suoi leader sono “persone molto razionali”. Lo stesso, con gravi implicazioni per la sicurezza di Israele e del suo popolo, non si può dire di Trump.

(L'informale, 18 giugno 2026)

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Pastori contro l’antisemitismo

Una conferenza incoraggia alla lettura della Bibbia. Oltre 200 teologi e guide spirituali provenienti da più di 30 paesi partecipano al “Vertice d’urgenza di Gerusalemme”. L’incontro di tre giorni mira a rafforzare la capacità di esprimersi contro l’antisemitismo moderno.

di Merle Hofer

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A Gerusalemme i leader esprimono la preoccupazione che i cristiani non conoscano più la Bibbia

GERUSALEMME  – «L’orologio segna le cinque meno dodici». È quanto ha affermato Jürgen Bühler, direttore dell’Ambasciata Cristiana Internazionale di Gerusalemme (ICEJ), durante una conferenza. «I pastori non osano più parlare di Israele». La scorsa settimana l’ICEJ aveva invitato a Gerusalemme 200 teologi e leader spirituali provenienti da oltre 30 paesi. Il nome dell’incontro doveva far riflettere: «Vertice di Gerusalemme – Vertice d’urgenza contro l’antisemitismo».
Gli organizzatori hanno lanciato un monito: in alcune parti del mondo cristiano è scoppiata una nuova crisi. La conferenza mirava a fornire ai pastori gli strumenti per esprimersi contro l’antisemitismo moderno e a metterli in grado di impegnarsi a favore delle comunità ebraiche nei loro luoghi di origine.

• I pastori non osano parlare di Israele
  Bühler ha inoltre chiarito: «La situazione mondiale dopo il 7 ottobre 2023 è critica. Sia dal punto di vista spirituale che politico». Anche all’interno degli ambienti cristiani conservatori si stanno diffondendo punti di vista anti-israeliani. Il giornalista e conduttore televisivo americano Tucker Carlson, così come il commentatore politico americano di destra Nick Fuentes, sono solo la punta dell’iceberg. «Il problema più grave sono i pastori e i leader ecclesiastici che non osano più parlare di Israele».
Il dottore in fisica ne è convinto: «Non tacciono perché sono antisemiti o perché sono di per sé contro il popolo ebraico. Penso addirittura che la maggior parte di loro, segretamente, abbia un atteggiamento positivo nei confronti del popolo ebraico. Ma la maggior parte di loro non è in grado di esprimersi». «Con questa conferenza vogliamo ripristinare la chiarezza biblica riguardo a Israele e rafforzare la testimonianza della Chiesa in un’epoca di confusione morale».
Sebbene, a causa della tesa situazione di sicurezza, fino all’ultimo non fosse chiaro se gli ospiti sarebbero arrivati e se la conferenza di tre giorni avrebbe potuto avere luogo, Bühler ha mantenuto la data: «Dobbiamo agire con urgenza adesso!»
In un videomessaggio, il presidente israeliano Isaak Herzog ha detto ai leader cristiani: «Stiamo osservando la preoccupante tendenza all’aumento dell’antisemitismo in tutto il mondo. Si tratta di una sfida fondamentale per l’umanità, forse addirittura la più antica piaga dell’umanità. Per questo», ha aggiunto il capo di Stato, «dobbiamo restare uniti; i leader laici e religiosi devono combattere insieme l’antisemitismo.»

• Rabbino: i giovani cristiani non conoscono la Bibbia
  Anche il rabbino Pesach Wolicki ha confermato questa impressione: «Nel mondo cristiano ci sono figure che cercano di creare una frattura tra ebrei e cristiani. Usano la teologia come arma di combattimento. Un altro grande problema è che i giovani cristiani non conoscono più la Bibbia. Anche se si definiscono cristiani, non leggono più la Bibbia. Di conseguenza, sono vulnerabili a convinzioni teologiche errate».
Negli ultimi anni si è osservato un aumento della teologia della sostituzione con una connotazione politica. «Ad esempio quando sostengono che il popolo ebraico non abbia il diritto di stare in questa terra. E che non sia cristiano sostenere Israele.»
Eppure i messaggi biblici sull’argomento sono chiari: «In tutta la Bibbia si legge che Dio ha promesso quella terra al popolo ebraico. E la profezia più ripetuta della Bibbia è che un giorno il popolo ebraico tornerà in quella terra. Il ritorno di quel popolo dovrebbe essere visto dai cristiani fedeli alla Bibbia come una conferma e non come una contraddizione».
Il rabbino, fortemente impegnato nel dialogo ebraico-cristiano, ha aggiunto: «Il fatto che siamo tornati dovrebbe suscitare in ogni lettore della Bibbia un forte “Alleluia”».

• Riorientamento teologico attraverso Nicea
  Secondo il parere degli organizzatori, il fatto che la Chiesa si sia allontanata dalle radici ebraiche ha una lunga tradizione. Un punto importante è stato il Concilio di Nicea del 325.
In una conferenza di grande impatto, Petra Heldt ha descritto le ripercussioni del Credo lì stabilito: «La Chiesa primitiva nacque a Gerusalemme, prese forma nelle sinagoghe e fu consolidata dalle alleanze con Abramo, Mosè e Davide».
La pastora, titolare di un dottorato, ha spiegato: «Ma nel IV secolo il potere politico e l’influenza teologica si spostarono verso ovest. A Nicea, concetti teologici estranei alle Sacre Scritture fecero il loro ingresso nel lessico ecclesiastico e plasmarono la fede attraverso la lente della filosofia greca».

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L’ICEJ chiede un’integrazione al Credo di Nicea

Una delle fratture più evidenti si è verificata nella fissazione della data della Pasqua. «Fino ad allora molti cristiani celebravano la festa di Pesach il 14 di Nisan, come insegnava Giovanni e come praticavano le comunità dell’Asia Minore. Ma l’imperatore Costantino insistette per un calendario privo di riferimenti ebraici: scrisse: ‘Seguire l’usanza degli ebrei appare indegno’».
La teologa vede in ciò più di un semplice cambiamento liturgico, ma piuttosto un riorientamento teologico che ha occultato l’identità ebraica di Gesù e della Chiesa apostolica. Heldt ha offerto una prospettiva positiva: «Ma la luce non si è mai spenta. Le comunità sopravvissute – e gli odierni credenti messianici – ne hanno custodito la fiamma». E ha aggiunto un suggerimento pratico: «Il nostro compito è scoprire questi tesori, non abolire i credi, ma ripristinarne il pieno significato, radicato nella storia di Israele e adempiuto nel Messia».
L’ICEJ ha elaborato una affermazione del Credo di Nicea, nella quale «ribadisce ogni parola del Credo adottato 1.700 anni fa come professione di fede cristiana unificante». Allo stesso tempo propone un’integrazione in cui sottolinea alcune omissioni fondamentali riguardo all’umanità di Gesù come ebreo, «che erano indispensabili per confermare la sua credibilità come Messia promesso».
L’organizzazione chiarisce: «Questa dichiarazione provvisoria mira inoltre a ripristinare il nostro apprezzamento per il ruolo unico e centrale di Israele, dei Patriarchi e delle Scritture Ebraiche nella nascita e nella crescita della fede cristiana sin dai suoi inizi. Ogni nuova frase di questa dichiarazione si fonda saldamente sulle verità del Nuovo Testamento».

• «Abbiamo bisogno di protagonisti, non di comparse»
   Il conduttore radiofonico americano Troy Miller ha affermato alla conferenza: «Nelle guerre del passato i campi di battaglia erano tridimensionali: l’esercito, lo spazio aereo e il mare. Ma da qualche tempo è in corso la guerra dell’informazione. Il sostegno dei conservatori di destra a Israele è cambiato».
Per Miller è chiaro: «Non possiamo combattere un problema del XXI secolo con i mezzi del XX secolo. Per questo abbiamo bisogno di “creatori”, persone che producano contenuti in prima persona, e non di portavoce». I cristiani sono chiamati a chiedersi quale sia il loro posto. Devono identificarsi con i contenuti.
Il vicepresidente dell’ICEJ David Parsons ne è convinto: «Molti cristiani ci dicono: “Negli anni ’30 siamo rimasti in silenzio di fronte agli eventi in Germania”. Temiamo che ora, negli ambienti evangelici, ci siano sì cristiani che stanno dalla parte di Israele, ma che abbiano paura di dichiararlo apertamente.»
I cristiani potrebbero continuare a lavorare sui contenuti della conferenza. Il vertice è solo un inizio e deve assolutamente essere ripetuto. Due partecipanti provenienti dalla Frisia orientale tornano a casa appagati. «Dobbiamo ancora assimilare i numerosi contenuti. Ma una cosa possiamo già dirla: il pastore americano Robert Stearns ci ha esortato: “Allargate il vostro campo. Dobbiamo ampliare il movimento”. La responsabilità è nostra.»
I discorso della conferenza possono essere riascoltati qui previa registrazione.

(Israelnetz, 18 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il testo del memorandum tra gli Stati Uniti e l’Iran

Martedì l’emittente saudita «Al Arabiya English» ha pubblicato il presunto testo del memorandum d’intesa («Memorandum of Understanding») tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell’Iran. Di seguito riportiamo il documento in 14 punti nella sua versione in italiano:

Memorandum of Understanding

Articolo 1
La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti, insieme ai propri alleati nell’attuale conflitto, con la firma del presente memorandum d’intesa dichiarano la fine immediata e definitiva della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, e si impegnano a non intraprendere d’ora in poi alcuna azione ostile l’uno contro l’altro e ad astenersi dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza l’uno contro l’altro. L’accordo definitivo confermerà le disposizioni del presente articolo e degli altri articoli.

Articolo 2
La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale l’uno dell’altro e ad astenersi da qualsiasi ingerenza negli affari interni l’uno dell’altro.

Articolo 3
La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti si impegnano a condurre negoziati e a concludere un accordo definitivo entro un termine massimo di 60 giorni, prorogabile di comune accordo.

Articolo 4
Immediatamente dopo la firma della presente dichiarazione d’intenti, gli Stati Uniti revocheranno il blocco navale, porranno fine a qualsiasi ingerenza o ostacolo nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran e ripristineranno pienamente il traffico marittimo entro un termine massimo di 30 giorni; il volume del traffico marittimo da parte della Repubblica Islamica dell’Iran dovrà corrispondere a quello prebellico. Gli Stati Uniti si impegnano inoltre a ritirare le proprie forze armate dalle zone limitrofe entro 30 giorni dalla conclusione dell’accordo definitivo.

Articolo 5
A seguito della firma della presente dichiarazione d’intenti, la Repubblica Islamica dell’Iran adotterà senza indugio misure volte a garantire che il traffico marittimo delle navi mercantili dal Golfo Persico al Mare d’Oman e viceversa raggiunga nuovamente, entro 30 giorni, i livelli prebellici, tenendo conto della necessità che l’Iran elimini gli ostacoli tecnici e proceda allo sminamento.

Articolo 6
Gli Stati Uniti si impegnano, insieme ai propri partner regionali, a elaborare un piano globale concordato da entrambe le parti per la ricostruzione e lo sviluppo economico della Repubblica Islamica dell’Iran, garantendo un finanziamento pari ad almeno 300 miliardi di dollari USA. Il meccanismo di attuazione di tale piano sarà elaborato entro 60 giorni nell’ambito dell’accordo definitivo.

Articolo 7
Gli Stati Uniti si impegnano a revocare, secondo un calendario da concordare nell’ambito dell’accordo definitivo, tutti i tipi di sanzioni a cui la Repubblica Islamica dell’Iran è attualmente soggetta, comprese le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e del Consiglio dei Governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), nonché tutte le sanzioni unilaterali statunitensi, sia primarie che secondarie.

Articolo 8
La Repubblica Islamica dell’Iran ribadisce che non produrrà mai armi nucleari. La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti hanno concordato che la questione del materiale arricchito, nonché tutte le altre questioni concordate di comune accordo relative al programma nucleare, compreso il fabbisogno nucleare dell’Iran, saranno adeguatamente disciplinate in un accordo definitivo; l’accordo definitivo confermerà le disposizioni del presente articolo.

Articolo 9
La Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano di mantenere lo status quo fino alla conclusione di un accordo definitivo: l’Iran manterrà lo status quo per quanto riguarda il proprio programma nucleare e gli Stati Uniti non imporranno nuove sanzioni contro l’Iran né rafforzeranno le proprie forze armate nella regione.

Articolo 10
Gli Stati Uniti si impegnano a far sì che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, immediatamente dopo la firma della presente dichiarazione d’intenti e fino al momento della revoca delle sanzioni, conceda deroghe per l’esportazione di petrolio greggio iraniano, prodotti petrolchimici e loro derivati, nonché per tutti i servizi connessi, comprese le operazioni bancarie, le assicurazioni, i trasporti e simili.

Articolo 11
Gli Stati Uniti si impegnano a garantire che, alla luce dei progressi dei negoziati verso un accordo definitivo, i fondi e i beni della Repubblica Islamica dell’Iran che sono stati congelati o soggetti a restrizioni vengano sbloccati e resi pienamente disponibili. Tali fondi, indipendentemente dal fatto che siano detenuti sul conto principale o trasferiti, saranno utilizzati per tutti i pagamenti ai beneficiari finali stabiliti dalla Banca centrale della Repubblica islamica dell’Iran e saranno resi pienamente disponibili. Gli Stati Uniti si impegnano a rilasciare, su questa base, tutte le autorizzazioni e le licenze necessarie.

Articolo 12
La Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti concordano sull’istituzione di un meccanismo di attuazione volto a monitorare la corretta attuazione dell’accordo definitivo e il futuro rispetto degli impegni in esso contenuti.

Articolo 13
A seguito della firma della presente dichiarazione d’intenti e dopo aver ricevuto garanzie in merito all’avvio dell’attuazione degli articoli 4, 5, 10 e 11 della presente dichiarazione d’intenti, nonché al proseguimento di tali misure, la Repubblica Islamica dell’Iran e gli Stati Uniti avvieranno negoziati su un accordo definitivo che si riferirà esclusivamente agli articoli rimanenti.

Articolo 14
L’accordo definitivo sarà adottato mediante una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Fonte: Al Arabiya English

(Jüdische Allgemeine, 17 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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«Senza di me non ci sarebbe Israele»: Trump critica Netanyahu al G7

Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato ai giornalisti di voler leggere pubblicamente «parola per parola» il suo accordo con il regime iraniano, per mettere le cose in chiaro.

di Jessica Russak-Hoffman

Tra ampie polemiche e speculazioni sul contenuto di una dichiarazione d’intenti con il regime iraniano, annunciata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump senza fornire molti dettagli, martedì il presidente ha dichiarato che probabilmente terrà una conferenza stampa e leggerà il testo «parola per parola», «affinché la stampa possa riportarla correttamente».
«Abbiamo appena firmato un accordo con l’Iran», ha detto ai giornalisti al vertice del G7 in Francia durante un incontro con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan.
«Le navi stanno iniziando a muoversi», ha affermato. «Il petrolio sta iniziando a salire e i prezzi stanno calando rapidamente».
«La cosa più importante è che l’Iran non avrà armi nucleari», ha affermato.
Al presidente è stato chiesto perché volesse aspettare, forse fino a venerdì, per rendere pubblico il testo dell’accordo. «Voglio prima creare un quadro formale», ha detto. «Esaminerò il documento con i media tra un paio di giorni».
Trump ha affermato che un «cambio di regime» non è mai stato importante per lui.
«Ma penso che ci sia un cambio di regime», ha detto riferendosi all’Iran. «Il primo gruppo: sono tutti morti. Il secondo gruppo: sono morti. Una parte del terzo gruppo è scomparsa, e abbiamo a che fare con persone che, a mio avviso, sono ragionevoli».
«Penso che siano più saggi del primo e del secondo gruppo. Non sono radicalizzati e vogliono aiutare il loro Paese», ha affermato. «Ho osservato per anni i cambi di regime. Non hanno mai funzionato».
Gli esperti hanno contestato questa interpretazione. «Se l’attuale leadership del regime iraniano non fosse radicalizzata, oggi non occuperebbe mai quelle posizioni», ha spiegato Jason Brodsky, direttore politico di United Against Nuclear Iran.
«Queste persone sono state tutte vagliate e ritenute affidabili dall’Ali Khamenei, ora deceduto, sono state promosse da lui e sono state plasmate per anni dall’ideologia della Repubblica Islamica», ha affermato. «Esiste letteralmente una segnalazione rossa dell’Interpol contro il comandante in capo della Guardia Rivoluzionaria Islamica».
Durante la conferenza stampa, a Trump è stato chiesto delle operazioni militari in corso da parte di Israele contro Hezbollah in Libano.
Trump ha definito l’organizzazione terroristica «quella piccola spina nel fianco là fuori che continua a rialzare la testa». Ha affermato di non essere stato soddisfatto del fatto che Israele avesse sferrato un attacco contro Hezbollah poche ore prima della firma dell’accordo.
«Se Israele non è in grado di portare a termine il compito senza uccidere tutti gli altri», ha detto, «sarà la Siria a farlo».
«Senza gli Stati Uniti non esisterebbe Israele», ha affermato Trump. «Senza di me non esisterebbe Israele, perché nessun altro presidente era disposto a fare ciò che ho fatto io. Ho avuto un ottimo rapporto con Bibi. Ora Bibi deve agire in modo più responsabile per quanto riguarda il Libano».
Trump ha inoltre elogiato il presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan, per aver aderito «tempestivamente» agli Accordi di Abramo.
«Penso che si uniranno tutti», ha detto Trump riferendosi ad altri Stati arabi. «L’unico conflitto riguardava un posto chiamato Iran».
Il presidente degli Stati Uniti ha affermato che gli Stati Uniti sono «determinati a distruggere l’uranio dell’Iran».
«Se lo riceveremo, lo distruggeremo», ha detto.
Trump ha dichiarato che il Congresso avrebbe detto di non approvare l’accordo.
«E io farò in modo che venga approvato», ha detto. «Qualunque cosa io dica, loro vogliono fare il contrario».
In un incontro separato con Tamim bin Hamad Al Thani, l’emiro del Qatar, Trump ha affermato che «abbiamo concluso il nostro accordo con l’Iran, e dovrebbe avere successo».
«Sta entrando in una seconda fase, che a mio avviso sarà ancora più semplice», ha detto.
Nonostante le notizie secondo cui a Teheran potrebbero essere sbloccati centinaia di miliardi di dollari, il presidente ha affermato che gli Stati Uniti non investiranno denaro in Iran.
«Quella voce che è circolata ieri era ridicola», ha detto. «Abbiamo il diritto, a un certo punto, di intervenire per  fare qualcosa, o se qualcun altro vuole fare qualcosa. Ma non abbiamo alcun obbligo di investire denaro in Iran».
Trump ha affermato che il Qatar «investirà ben più di un trilione di dollari negli Stati Uniti» e ha elogiato il rapporto che ha intrattenuto con il Qatar durante le recenti operazioni militari contro l’Iran.
Il testo originale dell’accordo stabiliva semplicemente che l’Iran non potesse sviluppare armi nucleari, ma è stato modificato in modo tale che l’Iran «non possa nemmeno acquistarle», ha detto Trump ai giornalisti.

(Israel Heute, 17 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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In nome del consenso Donald trascura pure i dati della Cia

Trump si avventura ad annunciare la svolta: il regime starebbe per consegnare l'uranio, mollare lo Stretto, smetterla di assediare Medioriente e Occidente.

di Fiamma Nirenstein

Tu chiamala se vuoi "discrepanza", e visto che si tratta della Cia, il suo direttore John Ratcliffe nominato da Trump, è chiaro che deve esprimersi con garbo. Ma la questione non è garbata, è la conclusione con un accordo di una guerra quasi mondiale: quando il presidente della maggiore potenza indossa la veste del pacificator, si pensa lo faccia in base a informazioni che glielo permettono. Ovvero, gli iraniani sono d'accordo. Trump avverte, firma, va a Evian e Versailles, il mondo celebra, si riunisce, il G7 gioisce, la parola accordo, persino "pace" si fa largo. Per convenienza e buon senso di Trump, che è un businessman, gli iraniani impoveriti, privati di buona parte delle armi e dei proxy, dovrebbero starci. Così dopo gloria, onore, vittoria sul regime omicida di Teheran, dopo "aspettate che arriviamo a salvarvi", la promessa di battere il terrorismo e l'atomica degli ayatollah, Trump si avventura ad annunciare la svolta: il regime starebbe per consegnare l'uranio, mollare lo Stretto, smetterla di assediare Medioriente e Occidente.
Solo Israele non è contento, si dice, ma questo, anzi, serve al consueto esercizio di mettere nell'angolo Netanyahu, che la stampa diffida dal difendere i suoi cittadini dall'attacco continuo degli Hezbollah. Israele deve stare fermo e anzi ritirarsi perché il Libano, forse, è compreso nel prezzo. Ma tutto questo verrà concluso dall'accettazione iraniana di un pacco di soldi in cambio della pace. Davvero? No, non è vero. Discrepanza: parla Ratcliffe. E il direttore della Cia dice appunto quello che noi poveri esperti di Medioriente ripetiamo. C'è una "discrepanza" fra quello che i persiani affermano nei colloqui e quello che poi si dicono fra loro: non hanno nessuna intenzione di cessare dall'arricchimento dell'uranio, di pacificare il Libano, di rinunciare alla propria identità islamica antagonista all'Occidente. Qualcosa si intuisce anche dal fatto che Trump dice che semmai in Libano potrebbero andare a ripulire i siriani di Al Shaara: una strage spaventosa di sciiti per mano dei sunniti dell'Isis. Trump però là vuole affermare la sua verità che dice: punto! Non sa, non vuole ascoltare che cosa dicono gli iraniani, ma i suoi migliori amici sono molto preoccupati: Mark Rubio e Pete Hegseth hanno espresso dissenso, il senatore Lindsey Graham avverte che "è un understatement" pensare che l'Iran possa accettare un accordo e coi denari diventerà un incubo, il senatore Ted Cruz parla di "disastroso errore". 60 giorni, si aggiunge, serviranno addirittura a rimettere in moto le strutture di arricchimento dell'uranio.
La ragion d'essere del regime è trascendentale, è la conquista del mondo contro i nemici dell'islam.
Che cosa si vuole di più per capire che il sorriso felino di Araghchi è una menzogna? Eppure ormai il New York Times glorifica la bimillenaria storia persiana a fronte dell'imperialismo americano e anche israeliano, contento dell'equivoco. È un impazzimento, una negazione della realtà che si pagherà cara, come quella di mettere da parte le informazioni della Cia in nome del consenso.

(il Giornale, 17 giugno 2026)


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L’affondamento degli Accordi di Abramo

di Niram Ferretti

Con il Memorandum di intesa siglato tra Stati Uniti e Iran in virtù anche della mediazione del Qatar, imprescindibile attore di tutte le negoziazioni in Medioriente, mentre Israele veniva tenuto fuori dalla porta, viene messa la pietra tombale sugli Accordi di Abramo.
Il trofeo di politica estera che Trump si intestò nel 2020 e che inauguravano di fatto l’apertura delle relazioni diplomatiche (per altro già in corso da tempo seppure non ufficialmente) tra Israele e gli Emirati, ampliando il raggio al Marocco e al Sudan, ambiva ad avere come suggello la futura intesa tra Israele e Arabia Saudita. Trump è riuscito a fare quello che non era riuscito a nessun altro presidente americano, vanificare il principale successo in politica estera del suo primo mandato.
Il 22 settembre del 2023, a sole due settimane dalla tragedia del 7 ottobre, Benjamin Netanyahu teneva un discorso alle Nazioni Unite in cui indicava per il Medioriente un futuro palingenetico. Annunciava che Israele si trovava “sulla soglia” di un accordo storico con Riad che avrebbe concluso il conflitto arabo-israeliano e ridisegnato gli assetti regionali.
Con la sua abituale efficacia schematica, il premier israeliano contrapponeva da una parte la “benedizione” rappresentata dalla riconciliazione tra ebrei ed arabi, dall’altra la “condanna” rappresentata dalla minaccia dell’Iran, dalle sue ambizioni imperiali.
L’operazione militare americana-israeliana durata centosei giorni ha mostrato chiaramente una cosa agli Stati sunniti, che gli americani non sono in grado di tutelarli, né particolarmente interessati a farlo. L’Iran ha potuto colpirli dove e quando ha voluto mentre Washington si è limitato sostanzialmente a guardare.
L’intesa sunnita allargata con Israele di cui gli Accordi di Abramo rappresentavano il prodromo, aveva come prerequisito lo stretto legame tra Israele e Stati Uniti a garanzia di una protezione futura dalle mire egemoniche iraniane. Il Memorandum di intesa non solo crea uno iato tra gli interessi americani e quelli israeliani, ma evidenzia come gli Stati Uniti, in particolare questa amministrazione tenga scarso conto anche di quelli arabi in funzione anti-iraniana. Sostanzialmente, con il Memorandum di gli Stati Uniti siglano l’infiacchimento del loro ruolo politico e militare in Medioriente.
Dopo il 7 ottobre e la clamorosa rimonta di Israele, lo Stato ebraico si trova ora ad affrontare una realtà ben diversa da quella che avrebbe voluto vedere. Al posto del crollo del regime di Teheran che avrebbe siglato in modo maestoso la sua rimonta, si trova con il regime non solo ancora in sella ma in grado di ridefinirsi politicamente in modo più agguerrito e influente.
La decisione di Trump di non andare fino in fondo, di non proseguire con l’operazione militare, dettata sostanzialmente da ragioni politiche interne e di accordarsi invece con l’Iran, ha aumentato il prestigio politico di quest’ultimo, mostrando in primis agli arabi che negoziare con Teheran è preferibile all’opzione militare.
Questa decisione diminuisce drasticamente l’interesse sunnita ad allargare il perimetro dell’intesa degli Accordi di Abramo, soprattutto da parte saudita.
Israele continua a restare la principale potenza militare regionale ma gli Stati Uniti si definiscono come quella meno affidabile, e senza la garanzia americana gli Accordi di Abramo si afflosciano come un sacco semivuoto.

(L'informale, 17 giugno 2026)
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C.V.D.

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Rapporto USAID: dipendenti UNRWA collegati a Hamas, 70 licenziamenti

Insegnanti, presidi, operatori sanitari: dipendenti dell’UNRWA che, secondo un’indagine americana, avrebbero ricoperto ruoli operativi all’interno di Hamas. È quanto emerge da un’indagine dell’Ispettore Generale dell’USAID, che ha segnalato 108 soggetti al Dipartimento di Stato americano per misure di sospensione o interdizione. L’UNRWA ha risposto licenziando 70 dipendenti a Gaza, ma ha escluso esplicitamente che i provvedimenti costituiscano una validazione delle accuse.
  Il documento investigativo descrive un quadro di infiltrazione sistematica: un vicepreside risulta aver svolto le funzioni di vicecomandante di compagnia nel 5° battaglione di fanteria, un insegnante monitorava l’assegnazione di ordigni esplosivi per il dipartimento di intelligence militare di Hamas, la scuola di un preside ospitava tre postazioni anticarro e l’accesso a un tunnel sotterraneo. Le attività dell’USAID hanno già portato, in un caso, all’interdizione effettiva: Hafez Mousa Mohammed Mousa, preside UNRWA e operativo del Battaglione di Jabaliya Est, è stato interdetto per aver coordinato le comunicazioni tra presunti membri di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre. Si tratta, secondo l’agenzia americana, del primo provvedimento di questo tipo mai adottato dagli Stati Uniti nei confronti di un soggetto affiliato a un’organizzazione terroristica e collegato a un’agenzia ONU attiva nell’assistenza umanitaria. L’USAID ha annunciato ulteriori segnalazioni al Dipartimento di Stato e possibili deferimenti penali al Dipartimento di Giustizia.
  La risposta dell’UNRWA ha sollevato immediate polemiche. Il Commissario Generale ad interim Christian Saunders ha motivato i licenziamenti non con l’accertamento di responsabilità individuali, bensì con ragioni operative. “La decisione è stata presa a seguito di una valutazione della sicurezza delle operazioni dell’UNRWA a Gaza”, ha dichiarato, precisando che “il licenziamento del personale non è parte di un procedimento disciplinare e non costituisce in alcun modo una validazione delle accuse mosse nei loro confronti”. Saunders ha poi aggiunto che “l’UNRWA ha ripetutamente chiesto alle autorità israeliane di fornire informazioni ed elementi di prova a sostegno delle accuse nei confronti dei singoli dipendenti, senza ricevere ad oggi alcuna risposta”. L’agenzia ha inoltre rivendicato i propri limiti strutturali come giustificazione. “L’UNRWA, al pari di altre entità delle Nazioni Unite, non dispone di capacità di polizia o di intelligence e deve fare affidamento sulla cooperazione degli Stati membri, incluso lo Stato di Israele in qualità di Potenza occupante, per proteggere le proprie operazioni e la propria neutralità”.
  L’ambasciatore dello Stato d’Israele in Italia, Jonathan Peled, ha respinto questa impostazione commentando la vicenda su X: “Israele ha sempre denunciato il coinvolgimento di dipendenti dell’UNRWA nel massacro del 7 ottobre. A seguito della pubblicazione di un rapporto di USAID, che conferma quanto asserito da Israele, UNRWA ha licenziato 70 dipendenti. Vergognosa la giustificazione dell’agenzia ONU”. Per Peled, la vicenda ha un significato che va oltre i singoli licenziamenti: “L’UNRWA conferma così di non essere un’agenzia umanitaria, ma un’organizzazione al servizio di Hamas”.

(Shalom, 17 giugno 2026)

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Il giorno in cui Trump ha smesso di essere il Ciro di Israele

Da “Ciro dei nostri tempi” a bersaglio di aspre critiche: l’accordo previsto con l’Iran ha cambiato radicalmente il rapporto di molti israeliani con Donald Trump.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - L’accordo che si sta delineando tra Washington e Teheran ha provocato uno shock nell’ala destra israeliana. Proprio il presidente, che molti celebravano come il più stretto alleato di Israele, viene ora accusato di aver ceduto all’Iran e di aver sacrificato gli interessi di sicurezza di Israele. Alcuni parlano già di un errore storico, altri addirittura di un tradimento. Al momento nessuno sa se l’ultimo capitolo di questa storia sia già stato scritto. Finché non verrà firmato alcun accordo, ci sarà spazio per sorprese. Ma il solo fatto che eminenti sostenitori di Netanyahu e Trump parlino oggi apertamente di delusione, fallimento politico e di una «pugnalata alle spalle» dimostra quanto sia profondo lo sconvolgimento in alcuni settori di Israele.
Il giornalista e commentatore israeliano Yinon Magal ha reagito con insolita asprezza all’accordo con l’Iran promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Allo stesso tempo ha difeso il primo ministro Benjamin Netanyahu e ha attribuito la responsabilità degli attuali sviluppi non a Gerusalemme, ma a Washington. È uno dei tanti giornalisti e commentatori israeliani profondamente delusi dal cambio di rotta di Trump nei confronti di Israele. «Trump ha dovuto fare la figura del perdente», ha spiegato Magal. A suo avviso, il presidente americano avrebbe ceduto alle pressioni di Teheran, abbandonando la linea che aveva seguito finora nei confronti dell’Iran. A suo avviso, la responsabilità ricade su figure della cerchia più ristretta di Trump, tra cui Steve Witkoff, Jared Kushner e il vicepresidente JD Vance, che avrebbero perseguito interessi politici ed economici non in linea con quelli di sicurezza di Israele.
La durezza di questa critica è notevole. Solo pochi mesi fa, e per anni, Trump era considerato in gran parte dell’ala destra israeliana quasi un alleato storico di Israele. Donald Trump è stato più volte paragonato al re persiano Ciro, che permise agli ebrei di tornare a Gerusalemme dopo l’esilio babilonese. Benjamin Netanyahu una volta definì Trump «la cosa migliore che sia capitata al popolo ebraico dai tempi del re Ciro», paragonandolo proprio a Ciro. Suo figlio Yair Netanyahu dichiarò che Trump sarebbe entrato nella storia ebraica «come il re Ciro». Il ministro Shlomo Karhi ha parlato del «Ciro dei nostri tempi», mentre i rabbini del sionismo religioso lo hanno reso omaggio come uno statista inviato da Dio, che ha preso decisioni storiche a favore di Israele. Persino il presidente della Knesset israeliana Amir Ohana ha dato il benvenuto al presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo scorso ottobre in occasione del suo discorso davanti al parlamento israeliano: «Signor Presidente, lei si presenta davanti al popolo di Israele non come un altro presidente americano, ma come una figura di portata storica nella storia ebraica, una personalità per la quale dobbiamo risalire di due millenni e mezzo nelle nebbie del passato per trovare una figura paragonabile: Ciro il Grande». Tanto più grande è ora la delusione tra molti dei suoi ex ammiratori.
«Quindi siamo rimasti soli», ha scritto Magal. «E vinceremo da soli, perché l’eternità di Israele non mente». Per lui è chiaro che Israele, anche dopo l’accordo, dovrà difendere senza compromessi i propri interessi di sicurezza. Ciò significa rimanere presenti in Libano, proseguire le operazioni militari contro Hezbollah, reagire a ogni attacco e attaccare ogni avversario che rappresenti una minaccia per lo Stato ebraico. Secondo un sondaggio dell’Istituto israeliano per la democrazia, citato da Reuters, attualmente solo il 41 per cento degli ebrei israeliani ritiene che la sicurezza di Israele sia una priorità fondamentale per il presidente americano. A marzo la percentuale era ancora del 64 per cento.
«L’amara verità: Trump ha sacrificato la nostra esistenza per un rialzo della borsa». Con queste parole taglienti, il commentatore mediatico israeliano Yaakov Bardugo, uno dei più stretti alleati giornalistici di Benjamin Netanyahu, ha reagito all’accordo che si sta delineando tra Washington e Teheran. Per Bardugo, il previsto «Memorandum of Understanding» non è un accordo di pace, bensì un affare che serve gli interessi degli Stati Uniti, mentre le preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza passano in secondo piano. Riferendosi al Salmo 146,3 – «Non confidate nei principi, in un uomo dal quale non viene la salvezza» – Bardugo sostiene che Israele debba rendersi conto che la sua sicurezza, in ultima analisi, non dipende da Washington, ma dalla propria determinazione e capacità di agire.
Mentre negli Stati Uniti si parla di mercati stabili e prezzi del petrolio in calo, Israele continua ad affrontare una minaccia esistenziale da parte dell’Iran e dei suoi alleati. La sua conclusione è inequivocabile: Israele non deve né rinunciare ai propri successi militari nella Striscia di Gaza, in Libano o nei confronti dell’Iran, né adeguare la propria strategia di sicurezza agli interessi americani. Indipendentemente da ciò che verrà deciso a Washington o a Teheran, Israele deve essere pronto a garantire autonomamente la propria sicurezza.
Con toni simili è intervenuto anche il conduttore di Canale 14, Shimon Riklin. Ha espressamente scagionato Netanyahu dalla responsabilità del voltafaccia americano e ha accusato Trump di voler porre fine alla guerra troppo presto. Di fronte alle crescenti minacce iraniane, Israele deve ora reagire con la massima fermezza. La risposta a ogni aggressione iraniana deve essere devastante e costringere l’Iran a pagare un prezzo elevato. Allo stesso tempo, Magal ha esortato la destra a schierarsi a sostegno del governo e di Netanyahu. «Sosteniamo il governo e il suo capo. È la persona giusta al momento giusto per gestire questa situazione», ha scritto, concludendo con un messaggio personale rivolto al primo ministro: «Bibi, vai a dormire. Domani è un nuovo giorno. Siamo con te».
Nel frattempo, il giornalista Ben Caspit ha espresso un netto dissenso. A suo avviso, Israele non avrebbe raggiunto i propri obiettivi di guerra nei confronti dell’Iran e oggi si troverebbe in una posizione di maggiore isolamento rispetto a prima. Ha valutato in modo particolarmente critico la scelta delle parole di Magal nei confronti dei consiglieri del presidente americano e ha avvertito che tali dichiarazioni potrebbero danneggiare Israele proprio in una fase delicata delle relazioni con Washington. «Siamo diventati un sacco da boxe. Gli obiettivi di guerra nei confronti dell’Iran non sono stati raggiunti», ha affermato Caspit, sottolineando che Netanyahu ha dovuto subire nuovamente aspre critiche da Washington.
Magal ha tuttavia respinto queste critiche e ha insistito sul fatto che non è stato Netanyahu, bensì Trump a cambiare rotta. «Voi criticate Netanyahu perché si è appoggiato a Trump. A chi avrebbe dovuto appoggiarsi? Alla Cina? All’Europa?», ha chiesto. «Trump ha cambiato posizione. Ha dovuto fare la figura del perdente. Non è riuscito a resistere alla pressione degli iraniani. Gli iraniani gli hanno dato una lezione». Magal ha preso di mira anche gli Stati del Golfo. Per paura che la guerra continuasse, avrebbero voluto investire miliardi nella stabilizzazione della regione, contribuendo così indirettamente a far sì che l’Iran potesse ora uscire vincitore dalla crisi.
Per Magal, il conflitto con Trump potrebbe addirittura giovare politicamente a Netanyahu. A suo avviso, il primo ministro dovrebbe persino utilizzare nella campagna elettorale l’affermazione del presidente americano secondo cui Netanyahu sarebbe «una persona molto difficile». «Netanyahu difende gli interessi di sicurezza di Israele di fronte a Donald Trump e non cede», ha spiegato Magal. «Trump ha pugnalato Netanyahu alle spalle. Ha abbandonato la strada intrapresa. Avrebbe dovuto annientare l’Iran fino in fondo, invece di avviare negoziati»- 
Il dibattito mostra quanto siano profonde le divergenze di opinione in Israele riguardo al nuovo accordo con l’Iran. Mentre alcuni lo considerano una svolta diplomatica, altri lo vedono come una ritirata strategica che rafforza l’Iran e pone Israele di fronte a nuove sfide in materia di sicurezza. Per molti critici, la questione cruciale non è quindi ciò che viene celebrato a Washington, ma ciò che ne ricava Teheran.
Forse è proprio qui che risiede la lezione più profonda di questo dibattito. La Bibbia ricorda ripetutamente a Israele che la sua sicurezza, in ultima analisi, non dipende da re, imperi o potenti alleati. Oggi l’alleato si chiama America, ieri si chiamava Persia, Roma o Gran Bretagna. Le alleanze vanno e vengono, gli interessi cambiano, i presidenti modificano la loro politica. Il salmista lo ha espresso secoli fa con notevole chiarezza: «Non confidate nei principi, in un uomo dal quale non viene la salvezza».
Io stesso ho ripetutamente sottolineato negli ultimi anni che, in definitiva, non ci si può fidare nemmeno di Donald Trump, per quanto possa mostrarsi filoisraeliano. Trump rimane Trump: imprevedibile, impulsivo e pronto a cambiare rotta se vi vede un vantaggio per gli Stati Uniti o per se stesso. La delusione nei confronti di Trump può quindi essere dolorosa per molti in Israele. Allo stesso tempo, però, essa ricorda un’antica verità della storia ebraica: alla fine, Israele deve essere sempre pronto a difendere da solo la propria esistenza. Perché chi ripone la propria speranza esclusivamente negli uomini, prima o poi rimarrà deluso.

(Israel Heute, 16 giugno 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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"Perché chi ripone la propria speranza esclusivamente negli uomini, prima o poi rimarrà deluso", dice l'autore. Verissimo, ma prima di queste parole ha scritto: "Israele deve essere sempre pronto a difendere da solo la propria esistenza". Gli uomini di cui non ci si può fidare sono soltanto gli altri? Di se stessi invece ci si può fidare? No, Israele non riuscirà a difendere "da solo" la sua esistenza: anche lui fa parte degli uomini. Di "Dio solo" ci si può fidare. Gli ebrei dovrebbero sapere chi può salvare Israele: "Ma avrò compassione della casa di Giuda; li salverò mediante l'Eterno, il loro Dio; non li salverò con l'arco, né con la spada, né con la battaglia, né con cavalli, né con cavalieri” (Osea 1:7), e "'Non per potenza, né per forza, ma per il mio Spirito', dice l'Eterno degli eserciti" (Zaccaria 4:7). M.C.
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Ahmad Vahidi, il falco che guida l’Iran e complica l’accordo con Trump

Dall’attentato contro la comunità ebraica di Buenos Aires alle proteste represse nel sangue, il nuovo comandante dei Pasdaran emerge come l’uomo forte di Teheran e il principale ostacolo a un’intesa stabile con Washington.

di Paolo Montesi

La decisione dell’Iran di tornare a colpire Israele con missili balistici dopo mesi di relativa calma non è stata soltanto una risposta militare agli attacchi israeliani contro Hezbollah. Dietro quella scelta, secondo un’inchiesta del Wall Street Journal, c’è soprattutto il volto dell’uomo che oggi appare come il vero centro di gravità del potere iraniano: Ahmad Vahidi, comandante dei Pasdaran, ricercato dall’Interpol per il suo presunto coinvolgimento nell’attentato contro la sede della comunità ebraica di Buenos Aires del 1994 e protagonista di una rapida ascesa ai vertici del regime.
Il suo nome dice molto anche a chi osserva l’Iran dall’esterno. Da anni Vahidi appartiene all’ala più ideologica e aggressiva della Repubblica islamica, quella che considera la pressione militare uno strumento indispensabile per conservare prestigio regionale, influenza politica e capacità negoziale. Oggi, dopo la morte del suo predecessore Mohammad Pakpour durante l’operazione israeliana “Ruggito del Leone”, quella corrente dispone di un leader che controlla direttamente il più potente apparato armato del Paese.
Secondo il Wall Street Journal, è stato proprio Vahidi a convincere il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale a rispondere militarmente contro Israele dopo gli attacchi nella Dahieh di Beirut, il quartiere che rappresenta il principale bastione di Hezbollah. Sul tavolo esistevano posizioni differenti. Alcuni dirigenti iraniani, compreso il presidente Masoud Pezeshkian e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, avrebbero preferito evitare un’escalation capace di compromettere i delicati colloqui con l’amministrazione Trump. Alla fine ha prevalso la linea dura.
L’episodio offre una fotografia precisa degli attuali equilibri interni. Nella Teheran del 2026 il potere formale e quello reale coincidono sempre meno. Il presidente parla, il ministero degli Esteri negozia, ma sono i Pasdaran a definire i limiti entro cui la diplomazia può muoversi. E Vahidi, oggi, rappresenta il volto più influente di quell’universo.
La sua biografia aiuta a comprendere la sua visione del mondo. Nato nel 1959, partecipò giovanissimo alla costruzione dei Pasdaran dopo la rivoluzione islamica del 1979. Nel 1982 guidava già il settore intelligence del corpo e contribuì successivamente alla nascita della Forza Quds, l’unità incaricata di esportare l’influenza iraniana attraverso milizie e gruppi armati alleati. Fu il primo comandante di quella struttura che negli anni successivi avrebbe sostenuto Hezbollah in Libano, le milizie sciite in Iraq, Hamas e numerosi altri attori regionali.
La sua figura è circondata da accuse gravissime. L’Argentina sostiene da anni che Vahidi abbia partecipato alla pianificazione dell’attentato contro il centro comunitario ebraico AMIA di Buenos Aires, costato la vita a 85 persone e considerato il più sanguinoso attacco antisemita dalla fine della Seconda guerra mondiale. Teheran ha sempre respinto ogni accusa, ma il mandato internazionale emesso attraverso l’Interpol continua a pendere sul suo nome.
Anche in tempi più recenti il suo curriculum si è arricchito di episodi controversi. Da ministro dell’Interno supervisionò la repressione delle proteste scoppiate dopo la morte di Mahsa Amini nel 2022, una mobilitazione che mise in discussione il sistema politico iraniano e che venne soffocata con arresti, violenze e centinaia di vittime.
Oggi Vahidi esercita la propria influenza anche sul negoziato con gli Stati Uniti. Mentre Donald Trump continua a presentare come imminente un accordo preliminare con Teheran, numerose fonti diplomatiche indicano proprio nei Pasdaran il principale ostacolo a un’intesa duratura. La priorità del nuovo comandante non sembra essere la normalizzazione dei rapporti con Washington, bensì il recupero della deterrenza iraniana dopo un anno in cui Israele ha inflitto colpi durissimi all’asse regionale costruito da Teheran.
Per questo Vahidi insiste sulla difesa di Hezbollah, sulla salvaguardia dell’arsenale missilistico iraniano e sull’accesso ai fondi congelati all’estero senza particolari limitazioni. Nella sua visione, qualsiasi accordo deve partire dal riconoscimento della forza iraniana e non dalla sua riduzione.
La conseguenza è evidente. Ogni trattativa con l’Iran oggi passa attraverso un uomo che considera il confronto strategico con Israele parte integrante dell’identità della Repubblica islamica e che ha costruito la propria carriera all’interno degli apparati più radicali del regime. Se l’accordo con Trump vedrà davvero la luce, sarà necessario misurare il suo peso non sulle dichiarazioni dei diplomatici, ma sulla volontà di Ahmad Vahidi di accettare compromessi reali.
Ed è proprio questo il punto che rende il futuro del negoziato così incerto. A Teheran il volto della diplomazia continua a parlare di dialogo. Quello del potere, sempre più spesso, porta l’uniforme dei Pasdaran.

(Setteottobre, 16 giugno 2026)

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Israele: il Presidente del Somaliland in visita nel Paese. Aperta ambasciata a Gerusalemme

“Un momento storico” che segna l’apertura di “un nuovo capitolo”. Con queste parole Abdirahman Mohamed Abdullahi, presidente del Somaliland, ha definito la sua visita in Israele, il primo Stato a riconoscere ufficialmente il Somaliland il 26 dicembre 2025. Abdullahi, riferisce Fides, è giunto in Israele il 14 giugno, dove ha incontrato il presidente israeliano Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar e altri esponenti del governo. 
  La visita ha avuto come momento centrale l’apertura dell’ambasciata del Somaliland a Gerusalemme. In tale occasione è stata inoltre firmata una dichiarazione congiunta per il rafforzamento della cooperazione tra i due Stati nei settori della sicurezza e della difesa; dell’agricoltura, della gestione delle risorse idriche e delle infrastrutture; della tecnologia, della sanità e dello sviluppo economico; nonché del commercio e degli investimenti produttivi e infrastrutturali. 
  La partnership avviata da Israele con il Somaliland, regione che si è separata dal resto della Somalia nel 1991, si fonda su precedenti legami informali ed è, riferisce Fides, coerente con gli interessi strategici dello Stato ebraico nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso. Tra gli obiettivi principali figura il contrasto agli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran. Secondo alcune fonti, Israele disporrebbe già di una base militare nel territorio del Somaliland, forse condivisa con gli Emirati Arabi Uniti, altro importante sostenitore della regione secessionista. 
  La collaborazione tra Israele e il Somaliland ha suscitato una forte opposizione da parte della Somalia, che continua a rivendicare il Somaliland come parte integrante del proprio territorio, nonché da parte di diversi Paesi arabi, islamici e africani, che la considerano una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale somala. In particolare, Turchia ed Egitto hanno rafforzato la cooperazione militare con Mogadiscio.

(SIR, 16 giugno 2026)

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Chi si ricorda della Conferenza di Evian?

Il vertice del G7 si svolge nel Royal Hotel di Evian, sul cui passato si sorvola; gli ospiti sono stati ricevuti dal presidente Emmanuel Macron con canzoni popolari dei rispettivi Paesi; a noi è toccata “Felicità”, resa popolare de Al Bano e Romina Power. Purtroppo, il destino degli ebrei è stato segnato nel citato Royal Hôtel Évian, un grande albergo della Belle Époque, una fusione di Art Nouveau e Art Déco.
Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt indisse una conferenza nell’amena località francese di Évian-les-Bains fra il 6 e il 15 luglio 1938 nella quale i delegati di 32 Stati seguiti da ben 200 giornalisti si riunirono per dibattere sulla questione dei profughi ebrei che sarebbero dovuti essere sottratti alla ferocia del Terzo Reich nel quale avevano la sventura di abitare.
Hitler non mancò di commentare l’assise: «Posso soltanto sperare che quel mondo, che ha tanta simpatia per questi criminali (ebrei) sia quanto meno così generoso da trasformare questa simpatia in aiuto pratico. Noi, da parte nostra, siamo pronti a mettere tutti questi criminali a disposizione di quei Paesi, per quanto mi riguarda, anche in navi di lusso».
Era presente, per lo Yishuv, Golda Meir, come mera spettatrice. Il mondo qui rappresentato si rifiutò di accogliere gli ebrei, anche in parte minima (qualche manciata finì in America Centrale) dando il via all’Olocausto. Vi chiedo di trovarne mezzo rigo in un testo scolastico purchessia. Qualcosa deve funzionare male, anche da noi, nell’informazione, se il conflitto mediorientale si è trasformato in una campagna d’odio mai vista nemmeno sotto le leggi razziali.
Io, per esempio, aspetto dal 2024 che mi si consenta di replicare su una rete televisiva a chi ha dichiarato che le Comunità ebraiche non vogliono convivere coi palestinesi, un’affermazione criptica, nondimeno discriminatoria. Qualcuno prova a dare la colpa a Israele dell’antisemitismo, come se io giustificassi la misoginia, il razzismo, l’omofobia e così via con la condotta di terzi. Non solo: ormai si nega senza pudore la legittimità dello Stato d’Israele: mai sentito che non si distingua Stato e governo, se non quando spunta la parola “ebreo”.
Auguri al vertice di Evian, un poco meno a chi rimuove e distorce il passato, perché ci danneggia fortemente e ci rende difficile l’esistenza.

(Pagine Ebraiche, 16 giugno 2026)

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