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Notizie 1-15 maggio 2019


Ora Israele aspetta «l'accordo del secolo». Così Trump cerca la pace con i palestinesi

A giorni la presentazione del piano Usa. «Due aree invece dei due Stati»

di Fiamma Nirenstein

Ancora l'eco dei 700 missili di Hamas sul sud di Israele echeggia; i morti sono stati pianti e seppelliti; i feriti sono ancora ricoverati; Natal, l'organizzazione che risponde al telefono alle richieste di aiuto psicologico, ha ricevuto mille telefonate durante i giorni della miniguerra; e adesso Israele incrocia le dita. È in arrivo oggi a Gaza l'inviato del Qatar con la prima tranche dei 480 milioni di dollari per Hamas, Israele lascia entrare lui e i grandi camion di merci di ogni genere attraverso Kerem Shalom chiuso dal 4 maggio. Passano merci nella misura di 15mila tonnellate al giorno.
   Il passaggio affogato di sole, di polvere, di misure di sicurezza che tante volte hanno salvato gli addetti da attacchi terroristici adesso è di nuovo aperto per i latticini, la carne, la frutta per la popolazione di Gaza. È una misura di calma, se non di pace. Più facile il modesto accordo odierno con Israele: Netanyahu ha gestito tutta la vicenda evitando il confronto verticale nonostante la gente del sud sofferente chiedesse (compresa la sinistra) un'operazione di guerra per porre fine agli incendi, agli assassini, agli assalti delle masse al confine e alle distruzioni. Il numero dei morti israeliani è di 4, quello dei palestinesi 23, in larga misura militanti. Ma i due milioni di abitanti di Gaza, che anche l'Egitto tiene al bando per motivi di sicurezza, soffrono giorno dopo giorno la dittatura islamista di Hamas, che detta la quotidianità sempre in guerra.
   Giovedì comincia a Tel Aviv l'Eurovision, le delegazioni canterine di tutto il mondo provano nel mondo ideale delle moquette e dei lustrini: è un'occasione diplomatica che nessuno vuole disturbata da un missile. Ma tutti sanno che, anche se l'Eurovision passerà tranquilla, la quiete è provvisoria. Né calma le acque il ripetuto annuncio che ormai mancano pochi giorni, quelli che si contano fino alla fine del Ramadan in corso, e fino alla festa ebraica di Shavuot il 10 giugno perché venga presentato il famoso «Accordo del secolo» di Donald Trump. Il principale fautore ne è il consigliere per il Medio Oriente e genero del presidente Jared Kushner, che è pronto a dire on the record solo che il piano richiederà sacrifici da tutte e due le parti. È evidente che Netanyahu, grato del passaggio dell'ambasciata a Gerusalemme, accoglierà il piano con atteggiamento positivo, anche se non è affatto da escludere che gli chieda rinunce territoriali che non gli piaceranno affatto e che potrebbero fare cadere l'eventuale governo, per ora in costruzione. Invece i palestinesi non fanno passare giorno senza che Abu Mazen faccia sapere che non se ne parla nemmeno, che non ci sarà «una pace economica o umanitaria», come la motteggia lui. Ma quello che si sa dalle poche rivelazioni sempre tuttavia smentite, è che invece di parlare di «due stati» si parla di «aree»; uno Stato includerebbe una militarizzazione palestinese ingestibile per la sicurezza delle parti; che tuttavia verrà disegnato un confine senza prevedere espulsioni né di popolazione ebraica né palestinese, ma cancellando avamposti e piccoli insediamenti. Il piano si occupa anche di Gerusalemme, e conserverebbe lo status quo pur nel riconoscimento dell'autonomia palestinese. Kushner, sembra, prevede forti contributi economici per uno sviluppo notevole e tuttavia ben controllato, in modo che il denaro non finisca in violenza, della parte palestinese. Netanyahu potrebbe trovarsi in difficoltà di fronte alle proposte dell'amico, ma potrebbe incentivarlo il consenso che Trump richiede dai Paesi sunniti dell'area, forse trasformato in una promessa di pace generale, il sogno di ogni israeliano.

(il Giornale, 13 maggio 2019)


Il piano di pace Usa: trenta miliardi per i palestinesi

Indiscrezioni sulla bozza Kushner, investimenti anche dai Paesi del Golfo e dell'Unione Europea

di Paolo Mastrolilli

NEW YORK - Trenta miliardi di dollari di investimenti in cinque anni; un'autostrada sopraelevata per collegare Gaza alla Cisgiordania; un nuovo aeroporto e fabbriche costruite su territori ceduti dall'Egitto alla Striscia; la Valle del Giordano sotto il controllo israeliano; gli insediamenti attuali annessi allo Stato ebraico; la Nuova Palestina costituita in Giudea, Samaria e Gaza; Gerusalemme indivisa e capitale per entrambi.
  Sono gli elementi chiave del piano di pace per il Medio Oriente che il genero del presidente Trump, Jared Kushner, si prepara a presentare a giugno. «La Stampa» li ha ricevuti da una fonte vicina alla Casa Bianca, che non lavora per il governo federale. Non siamo in grado di confermare la loro autenticità, e potrebbero cambiare fino all'ultimo, ma il testo è molto simile all'indiscrezione pubblicata nei giorni scorsi da «Israel Hayom», il giornale di Sheldon Adelson, stretto alleato di Trump e Netanyahu.

 L'accordo
  L'accordo con cui dovrebbe nascere la Nuova Palestina in Giudea, Samaria e Gaza sarà tripartito. Hamas quindi dovrà siglare una propria intesa, garantita da Turchia e Qatar, i suoi principali alleati. Gli insediamenti attuali resteranno a Israele, con piccole aggiunte. Gerusalemme rimarrà indivisa e capitale di Israele e Nuova Palestina. La gestione dei Luoghi Sacri sarà invariata. Il Comune della città sarà responsabile dei servizi per tutti, tranne l'istruzione, che per i palestinesi verrà gestita dal nuovo governo. Gli israeliani non potranno comprare le case degli arabi, e viceversa.
  L'Egitto cederà terre da annettere a Gaza, per costruire un aeroporto e fabbriche. Un'autostrada sopraelevata a 30 metri di altezza dal suolo collegherà la Striscia alla Cisgiordania. La costruiranno i cinesi, che finanzieranno il 50% del progetto, aiutati per il resto da Giappone, Corea del Sud, Australia, Canada, Usa e Ue. Hamas dovrà consegnare le sue armi. La Nuova Palestina non avrà un esercito, ma una polizia con armi leggere. Israele firmerà un accordo con cui si impegnerà a fornire la difesa da aggressioni esterne, in cambio di un pagamento.
  La Valle del Giordano resterà sotto il controllo dello Stato ebraico, e la Route 90 che va dal confine con il Libano al Mar Rosso diventerà un'autostrada a quattro corsie, con due attraversamenti controllati dalla Nuova Palestina. Tutti i confini della Striscia, e quelli fra le due entità, saranno aperti al passaggio di merci e lavoratori. Entro un anno si terranno elezioni democratiche, a cui potranno partecipare tutti i cittadini palestinesi, per eleggere il governo. Un anno dopo la consultazione e la formazione dell'esecutivo, i prigionieri saranno rilasciati, gradualmente nell'arco di tre anni.
  Sul piano economico, il progetto costerà 30 miliardi di dollari in cinque anni, che saranno finanziati per il 20% dagli Usa, il 10% dalla Ue, e il 70% dai paesi del Golfo, in percentuali basate sulla loro produzione di petrolio. Se l'Autorità palestinese accetterà l'accordo, mentre Hamas e la Jihad islamica lo rifiuteranno, gli Usa toglieranno ogni supporto finanziario e appoggeranno le operazioni per punirli. Se Israele si opporrà, perderà tutti gli aiuti economici.
  Le indiscrezioni pubblicate da «Israel Hayom» hanno generato speculazioni non solo sulla loro autenticità, ma anche sulla motivazione. Per alcuni analisti potrebbero essere finalizzati a provocare la bocciatura preventiva da parte dei palestinesi, o comunque rinviare la presentazione del piano. Alcuni punti del testo, come l'accordo separato per Hamas, l'autostrada sopraelevata, l'aeroporto a Gaza, il controllo sulla Valle del Giordano e sui confini, i finanziamenti, sembrano plausibili. Altri, come l'incertezza sul ruolo dell'Anp, Gerusalemme, il controllo sulle città della Cisgiordania e sulle forze palestinesi già addestrate dagli americani, sono meno convincenti.

(La Stampa, 13 maggio 2019)


Tutte le sfide di Israele

La preoccupazione maggiore riguarda il confine settentrionale. Hamas, Hezbollah e Iran: sono questi i tre fronti dello Stato ebraico. E ora le Forze di difesa israeliane si interrogano sul proprio futuro.

Israele, come ha dichiarato una volta l'ex primo ministro Ehud Barak, si considera una villa nella giungla. Questa affermazione, ben lontana dai canoni del politicamente corretto, costò a Barak diverse critiche nell'opinione pubblica, nonostante si sia rivelata piuttosto efficace, come hanno insegnato gli eventi degli ultimi due decenni.
  Tra il 2000 e il 2005 durante la Seconda intifada palestinese, Israele ha affrontato una delle più devastanti campagne di attentati suicidi nella sua storia. Un anno dopo, quando è scoppiata la seconda guerra del Libano contro Hezbollah, migliaia di razzi sono piovuti contro i centri abitati israeliani. E gli ultimi otto anni di caos nel mondo arabo hanno portato all'ascesa di gruppi jihadisti sunniti come Isis e Al Qaeda vicino ai confini israeliani, destabilizzando l'intero Medio Oriente. In tempi recenti, Israele ha affrontato tutte queste costanti sfide mantenendo l'occupazione dei territori palestinesi in Cisgiordania. Per questo ha dovuto fare i conti con una crescente condanna da parte della comunità internazionale.
  La sua posizione geografica fa sì che Israele si trovi sempre all'avanguardia perché deve misurarsi con nuove minacce terroristiche e di guerriglia che spesso si presentano solo più tardi alle porte dell'Occidente. Questa condizione ha costretto Israele a sperimentare rapidamente nuove strategie e soluzioni operative. Al culmine della Seconda intifada, le Forze di difesa israeliane (Idf) e i servizi segreti (noti con il loro acronimo ebraico Shabak) hanno sviluppato un nuovo metodo per identificare e contrastare gli attacchi suicidi. In seguito, di fronte a una crescente minaccia di attacchi missilistici dal Libano e dalla Striscia di Gaza, Israele ha sviluppato e realizzato un sistema di «difesa antimissile multistrato» che, nelle ultime offensive, ha ottenuto una percentuale di successo vicina al 90%. Più recentemente, nel 2015, in risposta a un'ondata di attacchi da parte dei cosiddetti «lupi solitari», per lo più perpetrati da giovani palestinesi con armi da taglio, le autorità israeliane hanno iniziato a monitorare attentamente i social media palestinesi e a condurre arresti preventivi di sospetti sulla base dei contenuti di incitamento alla violenza che avevano pubblicato. Queste strategie, alcune delle quali piuttosto aggressive, non hanno messo la parola fine ai problemi di Israele. Alcune delle soluzioni che gli israeliani hanno sviluppato sono state solo parziali. L'instabilità generale nella regione continua. li Medio Oriente si è trasformato in un' enorme area d'incertezza e questo ha un impatto inevitabile sia sulle sfide quotidiane di Israele sia sulla sua capacità di pianificazione. L'arena più esplosiva è quella palestinese, con crescenti possibilità nei prossimi mesi di un massiccio scontro militare tra Israele e Hamas a Gaza, a causa del deterioramento delle infrastrutture nella Striscia e delle sue condizioni quasi invivibili.
  Ma la preoccupazione maggiore per il governo israeliano riguarda la situazione al confine settentrionale. La guerra civile siriana si è di fatto conclusa con una vittoria del regime di Bashar al Assad e dei suoi sostenitori, ovvero l'asse radicale sciita guidato dall'Iran. Per Israele queste sono pessime notizie. Le cose sono peggiorate quando migliaia di combattenti di Hezbollah, che avevano partecipato alla guerra, sono tornati in Libano e hanno iniziato a trarre insegnamento dall'esperienza militare acquisita per perfezionare le loro strategie contro Israele. Le agenzie d'Intelligence israeliane ritengono che il segretario generale di Hezbollah Hassan Nasrallah non stia attivamente cercando una guerra con Israele, perché è perfettamente consapevole del prezzo che il Libano si troverebbe a pagare per una simile decisione. Al tempo stesso, però, Hezbollah ha sviluppato capacità militari che gli consentirebbero di infliggere danni più ingenti sul fronte interno israeliano. Considerando che tutte le ultime campagne militari a Gaza e in Libano sono iniziate a causa di errori di valutazione e non sono state frutto di decisioni calcolate, il pericolo di una guerra non pianificata continua però a incombere. La presenza militare russa in Siria, ìniziata nel 2015 per salvare il regime di Assad dalla sconfitta, complica ulteriormente la situazione strategica nel Nord e limita lo spazio di manovra israeliano.
  Questo gennaio, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha presentato ai vertice delle Forze armate la sua visione per le Forze di difesa israeliane «Idf 2030», un piano a lungo termine per potenziare le capacità dell'esercito. Netanyahu ha menzionato cinque aree di massima priorità sulle quali la Difesa dovrebbe investire: migliori capacità di attacco, guerra informatica, sistemi d'intercettazione missilistica, potenziamento della difesa antimissile per siti militari e centri abitati e completamento delle barriere che si stanno costruendo lungo i confini israeliani. Ciò che è mancato nella lista del primo ministro è stato un qualsiasi accenno alle truppe di terra. Molti dei generali ai vertici dell'esercito hanno più volte denunciato che l'esercito israeliano deve urgentemente aggiornare la sua capacità di inviare truppe di terra per manovre militari estese ali' interno del territorio nemico, se si dovesse rivelare necessario in caso di guerra. Il mese scorso, un comandante di brigata è stato persino filmato mentre contestava allo Stato Maggiore dell'Esercito che i suoi uomini e i suoi mezzi non erano stati utilizzati a sufficienza durante le ultime campagne militari israeliane. «Abbiamo molto da offrire, ma non ci state utilizzando - ha denunciato ai suoi superiori - è una morte clinica».
  La propensione di Netanyahu a contare su strategie di attacco da distanza di sicurezza (aviazione, missilì e artiglieria) si basa sulla presa di coscienza di un importante cambiamento all'interno della società israeliana, che oggi è meno disposta ad accettare grandi perdite umane rispetto al passato. In tutte le ultime campagne a Gaza e in Libano, l'opinione pubblica ha espresso forte preoccupazione per l'alto numero di vittime che si potrebbe verificare se le forze di terra venissero effettivamente schierate in territorio nemico. E qui sta il paradosso: sebbene l'aviazione israeliana sia considerata una delle migliori al mondo, finora ha fallito nel garantire una vittoria nelle recenti campagne militari. Se, per ipotesi, i nemici di Israele - Hezbollah in Libano o Hamas a Gaza - lanciassero migliaia di razzi sui centri abitati israeliani, la soluzione più logica sarebbe quella di inviare forze di terra per garantirsi il controllo di porzioni significative di territorio nemico. Ma come sarà possibile se le forze di terra non sono adeguatamente equipaggiate e addestrate per affrontare questa sfida?
  Questo dilemma dovrà essere risolto presto. All'inizio di marzo, il nuovo capo di Stato Maggiore dell'Idf, il tenente generale Aviv Kochavy, ha convocato i suoi alti ufficiali per una tre giorni intitolata «Come vincere». A differenza di Netanyahu, Kochavy ritiene che sia necessario investire massicciamente sulle truppe di terra se si vuole potenziarne rapidamente le capacità e adattarle alle necessità militari attuali. Dovranno essere prese delle decisioni, ma ciò avverrà con ogni probabilità a giugno, dopo la formazione del nuovo governo e dopo che il procuratore generale avrà deciso sull'incriminazione, per vari scandali legati alla corruzione, del primo ministro. Qualunque sia l'urgenza militare, i calcoli politici vengono prima di tutto il resto.

(InsideOver, 13 maggio 2019).


Metterebbero il collare a un leader islamico?

La vignetta antisemita del New York Times

Scrive il Jerusalem Post (28/4)

In un periodo di crescente antisemitismo, mentre si moltiplicano allusioni e strizzate d'occhio a più vieti cliché antiebraici, l'edizione internazionale del New York Times ha fatto l'equivalente di dire 'mo' vi facciamo vedere noi di cosa siamo capaci' e ha pubblicato una vignetta satirica che mostra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump come un cieco guidato da un cane con al collare la Stella di Davide e al posto della testa la caricatura del volto del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu", scrive Seth Frantzman. "Quando ho visto la vignetta online non riuscivo a credere che fosse vera. Anche molti miei colleghi non ci credevano. Ho passato tutta la giornata di sabato cercando di rintracciarne una copia cartacea. Ho telefonato ad amici e ho ottenuto un pdf dell'edizione online, ma ancora non ci credevo. Finché in un supermercato aperto 24 ore su 24 ho trovato l'edizione di giovedì 25 aprile e, con circospezione, l'ho sfogliato fino a pagina 16. E lì l'ho vista, quella orribile immagine di un presidente americano cieco con tanto di kippà in testa, guidato da un cane con il volto del primo ministro d'Israele. Non bastasse, sì: il cane portava una Stella di Davide al collare. Questo dunque è ciò che l'autorevolissimo e citatissimo NewYorkTimes pensa di noi israeliani. Anche se poi hanno cercato di fare marcia indietro dicendo che si è trattato di un 'errore', resta il fatto che avevano ritenuto che fosse giusto e appropriato (e forse anche spiritoso) diffondere in tutto il mondo una vignetta che mostra il presidente della prima potenza mondiale ciecamente portato in giro dal 'cane ebreo'. Fino a poco fa ci dicevano che Trump 'promuove una nuova ondata di antisemitismo negli Stati Uniti'. Ma la vignetta lo raffigura come un ebreo con tanto di kippà. Allora come la mettiamo? Trump promuove l'antisemitismo, ma adesso è un ebreo occulto guidato dal cane ebreo Israele? Fino a poco fa si diceva che certe immagini 'evocavano' le raffigurazioni antisemite degli anni 30. Ma questa vignetta non 'evoca': questa vignetta è esattamente come quelle dell'antisemitismo degli anni 30. Erano i nazisti che raffiguravano gli ebrei come animali. E che li etichettavano con la Stella di Davide. Sono gli antisemiti quelli che hanno sempre paragonato gli ebrei a cani, maiali e scimmie. Finora era nell'estrema destra e nella propaganda islamista che gli ebrei venivano raffigurati come una piovra o un ragno che ghermisce e controlla il mondo. Ma adesso vediamo che è diventata 'opinione corrente' incolpare gli ebrei e Israele per tutti i mali e i problemi del mondo. La vignetta è chiara come la luce del sole. Mostra gli ebrei, simboleggiati da quel collare con la Stella di Davide, che controllano segretamente il presidente degli Stati Uniti: Trump è controllato da Israele, dallo stato ebraico. Nessun altro paese o gruppo di minoranza è soggetto a un odio così implacabile e sistematico da parte di grandi giornali occidentali. Nessun grande giornale oserebbe mettere la faccia di un leader islamico su un cane, addobbato con simboli islamici, che porta in giro il presidente degli Stati Uniti. Ovviamente no. Il direttore lo impedirebbe. Starebbero tutti molto attenti. Piuttosto sbaglierebbero nell'altro senso, pur di non essere offensivi".

(Il Foglio, 13 maggio 2019)


Israele riapre i valichi con i territori palestinesi

Una settimana dopo i momenti di forte tensione con le autorità di Gaza, Israele ha riaperto i valichi di frontiera verso il territorio palestinese. I valichi di Erez e Kerem Shalom sono nuovamente aperti, secondo quanto riportato dai media israeliani ieri mattina. Il primo può essere utilizzato da stranieri e palestinesi con permessi speciali, come malati che necessitano di cure mediche. Il valico di Kerem Shalom è, invece, principalmente utilizzato per il passaggio di merci.

(il Fatto Quotidiano, 13 maggio 2019)


La Germania scopre la giudeofobia islamica

Per la prima volta un ente tedesco descrive l'antisemitismo musulmano

Scrive il Besa Center (30/4)

L'agenzia tedesca per la sicurezza interna ha pubblicato un rapporto di 40 pagine dal titolo 'Antisemitismo islamico'. Mai prima d'ora un'agenzia di intelligence europea aveva pubblicato un rapporto su questo tema: una rottura importante con il passato tedesco, perché è la prima pubblicazione ufficiale di un organismo nazionale che espone in modo ragionevole i dettagli dell'antisemitismo originario in alcune parti della comunità musulmana in Germania". Così Manfred Gerstenfeld. "Solo un anno e mezzo fa, parlare di antisemitismo musulmano era un tabù in Germania, non veniva mai menzionato dai politici, nonostante il fatto che fosse generalmente noto che vi erano stati gravi incidenti di matrice antisemita causati dai musulmani. Il rapporto rileva come gli atti estremisti sono stati compiuti da persone che non risultavano aver avuto in precedenza rapporti con organizzazioni islamiste. Un dato che non era mai stato pubblicato prima. Lo studio afferma che è fondamentale contrastare la diffusione dell'antisemitismo estremo tra la popolazione musulmana in Germania. Ciò richiede una maggiore consapevolezza di questo problema nell'opinione pubblica. Lo studio conclude che gli oltre 100 incidenti antisemiti causati ufficialmente da musulmani nel 2017 sono probabilmente solo la punta dell'iceberg. A causa dell'importanza dell'agenzia governativa che ha pubblicato questo rapporto, l'antisemitismo musulmano in Germania è stato descritto nei dettagli alla pubblica opinione, anche se dopo un lungo ritardo.
   Secondo le conclusioni del rapporto, i membri della minoranza musulmana cercano un capro espiatorio in una minoranza ancora più piccola, gli ebrei. La relazione è stata oggetto di pesanti critiche. Il corrispondente politico della Welt, Alan Posener, ha scritto che l'antisemitismo tra i giovani musulmani è il risultato di preesistenti pregiudizi antisemiti. L'esperto in scienze politiche Hamed Abdel-Samad ha anche negato che l'antisemitismo musulmano sia il risultato della "islamofobia". Ha scritto che se così fosse, il mondo musulmano sarebbe libero dall'islamismo e dall'antisemitismo poiché l'islamofobia è inesistente in quei paesi".

(Il Foglio, 13 maggio 2019)


Eurofestival partito a Tel Aviv. Mahmood: «La musica strumento che unisce i popoli»

Il cantante rifiuta le polemiche politiche e dice: sono italiano

Atteso da un anno, l'Eurovision Song Contest 2019 formato Israele è partito ieri pomeriggio a Tel Aviv in completa fibrillazione per un evento molto seguito. Non c'è praticamente luogo in città dove non campeggi il cartellone ufficiale del festival con l'insegna «Osa sognare» e l'elenco delle decine di manifestazioni previste fino alla finale di sabato prossimo, 18 maggio, con Madonna ospite d'onore. 41 i paesi in gara per il podio più alto in un paese, Israele, che ha vinto già 4 volte e che, grazie all'affermazione di Netta Barzilai con Toy nella passata edizione di Lisbona, ospita di nuovo la competizione. E 41 saranno i cantanti. Con il numero 38 sarà la volta di Mahmood, il cantante italiano vincitore di Sanremo con Soldi e che da venerdì scorso prova la sua performance a Tel Aviv.
   Anche per l'Eurovision Song Contest si sono strette le maglie della sicurezza, già molto alte in Israele. Sono circa 20mila gli agenti schierati sul campo per assicurare che «tutto si svolga secondo i piani». Per l' «Orange Carpet» di ieri sera è stata chiusa un'intera zona della città e i controlli per accedere alla manifestazione sono piuttosto severi.
   Le forti misure di sicurezza tuttavia non hanno minimamente intaccato l'atmosfera di festa che si respira in tutta la città: l'organizzazione - la spesa totale sembra si aggiri attorno a circa 24 milioni di euro - ha puntato ad un'accoglienza. Anche l'Eurofestival (nato nel 1956 sul modello Sanremo) ha il suo coté politico: se il Movimento per il boicottaggio di Israele, con in testa Roger Waters ex Pink Floyd, ha chiesto nelle settimane passate agli artisti e alla stessa Madonna di non partecipare alla gara, l'Autorità nazionale palestinese (Anp) è andata all'attacco della manifestazione. Ed ha chiesto all'Unione europea che Israele, «potenza occupante», ritiri spot e video di «propaganda inaccettabili» girati «a Gerusalemme occupata».
   «Io - ha detto ieri Mahmood a chi gli chiedeva che effetto gli facesse con il suo nome cantare in Israele - sono un artista italiano venuto a cantare in Israele. Sarebbe stato sbagliato non essere qua. Già che si faccia un festival europeo è un passo avanti per unire i popoli. La musica è un modo di unire e l'Eurovision è un buon punto di partenza».

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 13 maggio 2019)


I 70 anni di amicizia tra Israele e Italia

Lettera dell'Ambasciatore d'Israele in Italia a "Il Messaggero"

Caro Direttore,
quella appena trascorsa è stata una settimana molto intensa per tutta Israele. Iniziata con la grave aggressione dalla Striscia di Gaza con oltre 700 missili lanciati e 4 civili israeliani uccisi nel sud d'Israele, l'intera nazione si è poi fermata in occasione di Yom HaShoah (Giorno della Memoria) e per le celebrazioni di Yom HaZikaron (Giorno del Ricordo) in memoria dei soldati caduti e delle vittime del terrorismo, per poi, finalmente, riempire le piazze e scendere in strada per festeggiare lo Yom HaAtzmaut, il 71o anniversario dell'Indipendenza dello Stato d'Israele. Questo passaggio dalla tristezza alla gioia mostra perfettamente lo spirito di Israele e il suo incrollabile desiderio di celebrare la vita.
   Non è certo un caso che Israele celebri due giornate dedicate al ricordo: la prima serve a commemorare le vittime che il popolo ebraico ha subito ottant'anni fa durante la Shoah in assenza di uno Stato che potesse difenderle ed accoglierle. La seconda a tenere memoria dell'elevato prezzo in vite umane per l'esistenza dello Stato ebraico. Fin dalla sua nascita, infatti, Israele ha dovuto fronteggiare numerosi tentativi di distruzione da parte delle potenze regionali e le minacce del terrorismo, che con il tempo si è fatto sempre più violento e sofisticato.
   Purtroppo il tempo della pace non è ancora arrivato, le minacce che Israele deve affrontare sono tuttora molte e complesse. Oggi, assistiamo alla chiara volontà di provocare una nuova guerra regionale, i nemici alle nostre porte sono finanziati e supportati tecnologicamente da Teheran, che non si fa scrupolo a destabilizzare e causare morte anche in Yemen, Iraq e Libano.
   Israele, da parte sua, nonostante queste sfide, non ha mai abdicato ai suoi principi e alla missione di costruire una società democratica e dinamica. Chiunque abbia avuto la possibilità di visitare il Paese ha potuto toccare con mano il ritmo dello sviluppo tecnologico e sociale, l'entusiasmo e l'energia proveniente dalle università, dalle startup e dalle imprese. Negli ultimi anni l'economia è cresciuta con ritmi del 3%, con una quota di investimenti in ricerca e sviluppo pari al 4.3% del PIL e il primato nel mondo per il numero di startup per abitante. Grazie alla naturale apertura internazionale, il Paese offre concrete possibilità di cooperazione e sinergie industriali e tecnologiche, consentendo il fiorire di nuove relazioni e l'intensificazione dei rapporti con i nostri partner.
   Quest'anno, celebriamo con l'Italia i 70 anni di relazioni diplomatiche, un'importante pietra miliare per l'amicizia tra i nostri due Paesi. L'Italia è vista come un alleato strategico e uno dei principali partner commerciali e scientifici. Il 2018 è stato un anno record: quasi 4 miliardi di dollari interscambio commerciale e 150.000 italiani in visita in Israele. L'affinità che vi è tra Israele e Italia sul piano della democrazia, sul piano caratteriale, sul piano dei rapporti tra le persone, la creatività, la tendenza all'innovazione e alla cooperazione accademica, rappresenta un legame forte che cementa ulteriormente i rapporti eccellenti tra i nostri Paesi. I giorni che ci attendono sono altrettanto ricchi di opportunità e sfide, la formazione del nuovo governo in Israele rappresenterà l'occasione per dare nuovo slancio alla realizzazione di progetti comuni nell'ambito della cooperazione internazionale ed europea, della sicurezza e dell'aerospazio e, non ultimo, in occasioni delle fasi finali dell'Eurovision Song Contest 2019 dal 14 al 18 maggio che quest'anno sarà ospitato a Tel Aviv, la possibilità di unirci nelle celebrazioni dei comuni valori dell'amicizia e della diversità.
Ofer Sachs
Ambasciatore d'Israele in Italia

(Il Messaggero, 12 maggio 2019)


Jamil, il padre di Israele sotto copertura

Cohen sembrava islamico, conosceva l'arabo ed era un ebreo nato a Damasco. Arruolato dai Servizi segreti per la capacità di mimetizzarsi è stato un fondatore della nazione che il 14 maggio compie 71 anni. Eppure di lui si sa poco. Forse perché è il simbolo di un Paese la cui storia è molto più complicata di quella ufficiale.

di Matti Friedman

Jamil Cohen (a sin.) e Shimon Horesh in Beirut nel 1948
L'11 novembre, a tarda sera, i soldati di Hamas hanno fermato un furgoncino nel Sud di Gaza, vicino alla città di Khan Yunis. Dentro c'era un gruppo di uomini e donne che parlavano arabo e dicevano di essere operatori umanitari. I soldati erano diffidenti. Quando i passeggeri hanno capito che i miliziani non se l'erano bevuta, hanno gettato la maschera e hanno tirato fuori le armi: nello scontro a fuoco che è seguito, hanno perso la vita sette uomini di Hamas e uno dei passeggeri, prima che un'unità militare israeliana arrivasse a evacuarli.
   I passeggeri del furgoncino erano agenti sotto copertura, ma in ebraico la loro professione ha un nome specifico: mista'arvim, "quelli che diventano come arabi". Il lavoro dei mista'arvim, che servono nell'esercito e nella polizia israeliana e hanno il compito di muoversi tra le zone palestinesi senza farsi individuare, ha ottenuto una certa notorietà negli ultimi tempi grazie al successo della serie tv Fauda, una versione romanzata delle loro imprese.
   Ma questo strano termine ha radici più antiche dello Stato d'Israele, e più profonde del mondo dei servizi segreti. Le sue origini ci dicono molto, non solo sulla storia delle operazioni sotto copertura in questa parte del mondo, ma anche sulla complicata identità del Paese.
   Israele tende a raccontarsi in un'ottica europea -Theodor Herzl, il socialismo, l'Olocausto - ma anche tralasciando quel quinto di cittadini israeliani che sono arabi musulmani, metà della popolazione ebraica affonda le sue radici nel mondo islamico: sono i figli e i nipoti di persone come Jamil Cohen.
   Chi è Jamil Cohen? Non è famoso. Ma la sua biografia apre una finestra su una storia tanto cruciale quanto dimenticata dello Stato ebraico.
   Cohen nacque nel 1922 a Damasco, in Siria, e crebbe nei vicoli dell'antico quartiere ebraico della città. L'esistenza di un quartiere ebraico oggi sembra inimmaginabile. Ma quando Cohen era ragazzino c'erano circa un milione di ebrei che vivevano in Paesi islamici, e nella maggior parte dei casi parlavano arabo; Bagdad, la capitale irachena, a quei tempi era composta per un terzo da ebrei.
   A ventuno anni Cohen decise di scappare per unirsi ai pionieri sionisti decisi a forgiare un nuovo futuro ebraico nel Paese accanto, il Mandato Britannico della Palestina. Attraversò il confine a piedi e si unì a un gruppo di giovani idealisti che lavoravano la terra in un kibbutz. Era l'inizio del 1944, con la Seconda guerra mondiale che ancora infuriava e la creazione dello Stato d'Israele che sarebbe avvenuta solo quattro anni dopo.
   Per i pionieri del kibbutz, Jamil Cohen era uno che lasciava disorientati. Sembrava arabo, nell'aspetto, nel suo accento ebraico, nella musica che amava, come quella della diva egiziana Oum Khaltoum. Smise di usare il nome arabo della sua infanzia, Jamil, cominciò a usare quello ebraico, Gamliel, ma questo non risolse il problema. Si fece degli amici, ma non parlava della sua vecchia vita a Damasco: non erano interessati. «Ero io quello che doveva faticare, che doveva smussare gli angoli per adattarsi alla macchina che gira vorticosamente». Saper «smussare gli angoli» è un'abilità utile per una spia, come avrebbe presto scoperto.
   Il corso della sua vita cambiò l'anno seguente, quando qualcuno venne a cercarlo: non a cercare Gamliel, ma la sua precedente incarnazione, Jamil. Scoprì che l'identità araba era proprio quello di cui il movimento sionista aveva bisogno. Consapevoli che gli ebrei in Palestina ben presto avrebbero dovuto fronteggiare una guerra per la sopravvivenza contro la potenza combinata del mondo arabo, alcuni ufficiali dell'esercito ebraico clandestino gestivano un'unità di intelligence chiamata "la Sezione araba". I suoi membri avevano il compito di raccogliere informazioni nelle zone arabe. Avevano bisogno di gente che potesse farsi passare per araba.
   Le persone che erano in grado di fare questa cosa non volevano essere chiamate "spie" o "agenti", nomi che consideravano disonorevoli. Avevano bisogno di un altro termine per definire il servizio che svolgevano, e lo trovarono nella lunga storia degli ebrei nel mondo arabo.
   Nella città siriana di Aleppo, per esempio, c'erano sempre state due comunità ebraiche: una erano i sefarditi, che erano stati espulsi dalla Spagna dopo il 1492, e la seconda era composta da persone che vivevano nella città fin da prima del cristianesimo o dell'islam, e che avevano adottato l'arabo dopo l'arrivo dei conquistatori arabi, nel VII secolo. Quegli ebrei si chiamavano, in arabo, musta'arabin, "quelli che diventano come arabi"; in ebraico, la parola è quasi identica.
   L'artefice del progetto dei mista'arvim, all'interno degli ancora embrionali servizi segreti israeliani, fu un ebreo istruito di Bagdad, che era conosciuto con il nome arabo di Saman (il suo nome ebraico era Shimon Somech). La recluta ideale della Sezione araba, spiegò una volta, «non è semplicemente un giovane uomo con la pelle scura e i baffi che sa parlare arabo». Un candidato efficace, scrisse, «dev'essere un attore di talento, capace di interpretare la sua parte ventiquattr'ore al giorno».
   Con questa visione in mente, alla fine della guerra Saman si mise a reclutare giovani che venivano dal mondo arabo. Una delle reclute fu Cohen, che avrebbe lavorato sotto le spoglie di un musulmano palestinese di nome Yussef el-Hamed,
   I membri della Sezione araba erano parte di quello che in seguito sarebbe diventato il Mossad. Quando Cohen morì, nel 2002, dopo aver passato gran parte della sua vita sotto un'identità fittizia, fu descritto da uno storico militare come uno degli agenti più efficaci di Israele: «Non abbiamo mai sentito parlare di lui perché non si è mai fatto beccare». Ma non è di quello che fecero che mi preme parlare, bensì di chi erano e di cosa può dirci la loro esperienza riguardo al Paese che contribuirono a creare.
   È una questione importante, che va oltre il caso specifico di queste spie. La spaccatura fra ebrei provenienti da Paesi cristiani (noti come aschenaziti) ed ebrei provenienti da Paesi musulmani (generalmente chiamati misrachi) è sempre stata la linea di faglia principale della società israeliana, con i primi in chiara posizione dominante. Ma negli ultimi anni è diventato più accettabile ammettere o addirittura celebrare la componente mediorientale dell'identità ebraica di Israele. Lo stile musicale pop noto come mizrahi, per molto tempo guardato con sufficienza, ora domina la scena.
   Come scoprì Jamil Cohen quando venne reclutato, negli anni 40, il mondo dell'intelligence militare, paradossalmente, è un angolo della società israeliana in cui l'identità araba è sempre stata rispettata. «Lo spionaggio», disse una volta John Le Carré, «è il teatro segreto della nostra società». I Paesi hanno anche storie occulte e identità nascoste. L'identità delle spie di Israele ci insegna che Israele deve praticare lo spionaggio, naturalmente: ma ci dice anche molto su cos'è Israele, e quanto sia diversa dal Paese che conosciamo dalle storie.

(la Repubblica, 12 maggio 2019)


"Boicotta l'Eurovision in Israele". Il festival ora è campo di battaglia

di Vincenzo Nigro

Mancano tre giorni all'inizio dell'Eurovision Song Contest, il festival di canzoni europee che quest'anno si terrà in Israele. E saranno giorni di tensione altissima, di battaglia politica, di propaganda, di sfida totale su Internet. Con il rischio che la sfida pro e contro l'Eurosong possa tornare ad essere perfino una guerra vera e propria, come quella che Israele e Hamas hanno combattuto per tre giorni fino a domenica scorsa.
   Quest'anno l'Eurosong si terrà a Tel Avìv perché l'anno scorso in Portogallo vinse l'israeliana Netta Barzilai con "Toy": la regola è che l'anno successivo il festival si tenga proprio nel paese del cantante che ha vinto. Israele, in particolare il governo Netanyahu, da mesi ha fatto del festival un fatto di gioia, di orgoglio, un successo che vuole coronare con una edizione del contest che riporti il paese all'attenzione del mondo per una storia di canzoni e spettacolo. Ma gli avversari e i nemici di Israele sono pronti a rovinare la festa a Netanyahu e a tutto il paese.
   Innanzitutto, su Internet da mesi è forte il movimento "Bds" (boicotta, disinvesti, sanziona) per punire il paese che tiene sotto occupazione migliaia di palestinesi nei Territori. Un movimento politico molto attivo soprattutto nei paesi anglosassoni. Bds si è allargato anche a Eurosong: Roger Waters dei Pink Floyd, Brian Eno, il regista Ken Loach hanno invitato a boicottare il festival. Una petizione per chiedere alla Bbc di non trasmettere il festival è stata firmata da 40.000 ascoltatori. Dall'altra parte invece Madonna ha confermato che parteciperà al festival, cantando durante l'intervallo, e molti artisti americani hanno firmato un appello per difendere il festival, il suo carattere pacifico e positivo.
   In questi giorni "Bds" ha concentrato le sue forze, soprattutto su Internet, contro l'Eurosong: sulla rete lancia gli appelli a fare di tutto per bloccare la manifestazione. Tanto che il governo Netanyahu ha reagito mobilitando i suoi attivisti e creando siti e account Twitter, fra cui un "boycotteurovision.net" che invece di incitare al boicottaggio elenca tutte le ragioni per evitarlo.
   La verità è che dietro le battaglie su Internet, il pericolo più grosso è che gli accordi sotterranei di Israele con Hamas e Jihad, mediati dagli egiziani e pagati dal Qatar, possano saltare. Il pericolo è un nuovo round di razzi e proiettili da Gaza magari proprio contro Tel Aviv. Dieci giorni fa, quando la Jihad islamica lanciò i primi razzi da Gaza, lo scopo era chiaro: i fondamentalisti islamici legati all'Iran dissero apertamente «vogliamo prevenire che il nemico abbia successo nel realizzare un festival destinato a danneggiare la narrativa palestinese». Come dire vogliamo bloccare Eurosong, vogliamo evitare che Israele festeggi, offrendo l'idea di un paese pacifico e allegro mentre i palestinesi continuano ad essere sotto occupazione.
   Dal 14 al 18 maggio, giorno della finale, il festival riporterà Israele sotto gli occhi del mondo: se la guerra ritornasse, sarebbe trasmessa in eurovisione.

(la Repubblica, 12 maggio 2019)


"Vi raderemo al suolo": l'Iran minaccia Israele

Le città israeliane di Tel Aviv e Haifa verranno "completamente distrutte" se Israele si comporterà in modo "stupido". È la minaccia ripetuta dall'ayatollah Ahmad Khatami, che ha guidato la preghiera del venerdì a Teheran. "Rafforzeremo le nostre capacità missilistiche nonostante le pressioni occidentali - ha detto Khatami nel suo intervento trasmesso dalla tv di Stato - Israele sappia che se agirà in modo stupido, Tel Aviv e Haifa verranno completamente distrutte". Khatami, che è membro dell'Assemblea degli Esperti, ha già minacciato in passato la distruzione delle due città israeliane, anche lo scorso aprile quando, a modo suo, ha messo in guardia Israele da attacchi contro il movimento sciita libanese Hezbollah, storicamente sostenuto da Teheran.
   L'lran accusa Israele di aver effettuato raid in Siria sulla base di "pretesti infondati". "I ripetuti attacchi del regime sionista sul territorio siriano sono stati sferrati sulla base di pretesti inventati dallo stesso regime e privi di fondamento", ha detto il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Bahram Qassemi. L'Iran, sostenitore del leader siriano Bashar al-Assad, si è già dichiarato estraneo agli attacchi contro Israele dalla Siria e ha accusato Israele di "mentire", ribadendo che "la Siria ha tutto il diritto di difendersi". "I molteplici attacchi del regime sionista sul territorio siriano e le palesi violazioni della sovranità del Paese, soprattutto negli ultimi giorni, costituiscono una chiara aggressione - ha incalzato Qassemi -. I continui attacchi del regime sionista sul territorio siriano, sferrati sulla base di pretesti inventati e infondati, rappresentano una violazione della sovranità nazionale e dell'integrità territoriale della Siria e violano il diritto internazionale". "Il regime sionista non può tollerare la pace e la stabilità nella regione", ha detto il portavoce che, citato da Press Iv, ha accusato Israele di sostenere "terroristi" che combattono contro Assad.
   "Oggi - ha aggiunto - i principali sostenitori di questi gruppi stanno attaccando e invadendo i territori siriani nel tentativo di vendicarsi dopo i molteplici fallimenti dei loro terroristi". Inoltre l'Iran è pronto a riprendere le attività di arricchimento dell'uranio "su scala industriale" e "senza alcuna restrizione" dopo l'uscita degli Stati Uniti dall'accordo sul suo programma nucleare. È quanto si legge in una nota del governo iraniano diffusa dal ministero degli Esteri e rilanciata su Twitter dal capo della diplomazia della Repubblica islamica, Mohammad Javad Zarif.

(Secolo d’Italia, 12 maggio 2019)



L’etica di Himmler

L'annientamento sistematico di esseri umani inermi richiese anche l'eliminazione di ogni scrupolo morale. «Ci sono casi», disse Himmler, «in cui i valori borghesi non bastano più e tocca al singolo diventare giudice ed esecutore insieme, non perché sia crudele e assetato di sangue», ma perché lo richiedeva l'«onore d'una superiore comunità», perché occorreva «salvaguardare l'animo e la vita del nostro popolo». Himmler elaborò un'apposita morale per le sue SS; non voleva assolutamente che i suoi uomini uccidessero per sadismo o per altre, «basse» motivazioni.

di Guido Knopp

Se il capitolo più nero della storia tedesca è legato al nome Heinrich Himmler, questo non dipende dall'astruso castello concettuale che elaborò nelle vesti di «ideologo», né dalla nuova struttura esecutiva cui diede vita come «tecnocrate del potere» Neppure l'apparato spionistico di Himmler, materialmente costruito dal responsabile della polizia e dell'SD, il fido Reinhard Heydrich, e poi dal suo successore Ernst Kaltenbrunner, rappresentò un'eccezione: se ne possono agevolmente citare, in gran numero, predecessori ed eredi non meno funzionali nei paesi tedeschi e altrove. Men che meno il giudizio si può derivare dalle prestazioni militari delle SS. L'aura di efficienza bellica che tuttora circonda agli occhi di taluni le SS va attribuita semmai alle Waffen-SS, le unità combattenti che costituirono - assieme ai reparti «Testa di morto» (addetti alla sorveglianza nei campi di concentramento) e alle comuni SS - una parte soltanto del complesso delle Schutzstaffeln. Le Waffen-SS, filiazione delle squadre operative, furono solo una specie di secondo esercito affiancato a quello della Wehrmacht.
   No, il giudizio è legato all'esistenza di altri settori delle SS, quelli che sotto il comando supremo di Himmler si impegnarono in una guerra di sterminio fondata sui pregiudizi e sull'intolleranza razziale. Il loro obiettivo non fu quello di sconfiggere militarmente un esercito avversario, ma di annientare intere popolazioni inermi. E fu Heinrich Himmler, in questo caso personalmente e senza intermediari, a creare le strutture che servirono per eseguire il compito con micidiale efficacia.
   I nemici del «risanamento della nostra popolazione» erano stati da tempo individuati. «Vorrei che non vi fosse più alcun dubbio», disse Himmler in un discorso del 1935, «sul fatto che noi siamo in guerra con i più antichi, millenari avversari del nostro popolo, con gli ebrei, i massoni e i gesuiti.» E ben presto estese il campo avverso a tutti coloro che considerava «non tedeschi», a interi gruppi etnici come i «subuomini slavi» e «gli zingari», ai seguaci di altre ideologie come «i comunisti e i «bolscevichi», ai malati, ai cristiani, agli asociali, agli omosessuali e ad altri ancora. La teoria secondo cui esisteva una «subumanità» da eliminare diede a Himmler la legittimazione per procedere al massacro di tutti coloro che per un verso o per l'altro potevano essere d'ostacolo ai piani di Hitler. E fu la guerra contro l'Unione Sovietica, la «guerra delle guerre», a offrire le condizioni necessarie per procedere all'esecuzione di quella che fu una vera e propria campagna di annientamento.
   Era uno «sporco lavoro», per eseguire il quale Hitler non se la sentì di impiegare i soldati e gli ufficiali tedeschi. Fece ricorso ad altre strutture, estranee allo Stato. E' bensì vero che anche la Wehrmacht fu partecipe dei crimini di guerra e che l'uniforme del soldato tedesco non è rimasta sempre così immacolata come qualche reduce ha tentato di affermare a posteriori, però i massacri deliberati e sistematici furono compiuti da unità speciali, appositamente costituite per tale scopo.
   Himmler formò questi famigerati «Einsatzgruppen» - i «gruppi operativi» - attingendo soprattutto al personale della polizia politica e dell'SD, e assegnò loro il compito di provvedere al disbrigo dei«compiti particolari» nelle retrovie del fronte. Fu il responsabile dell'SD Heydrich, anche in questo caso instancabile organizzatore, a spiegare nel maggio del 1941 gli obiettivi ai comandanti dei «gruppi operativi», forti inizialmente di tremila uomini: «Eliminazione di tutti gli ebrei, di tutti gli asiatici abietti, di tutti i funzionari comunisti e di tutti gli zingari». E i responsabili degli Einsatzgruppen si accinsero allo svolgimento dei loro «compiti particolari» con la più disumana precisione. Otto Ohlendorf, comandante di uno dei quattro gruppi, indicò in «circa 90.000» il numero delle fucilazioni eseguite dal suo Einsatzgruppe fino alla fine del 1941. E' un aspetto che va sottolineato: i boia di Hitler registrarono meticolosamente il genocidio, annotando ordinatamente le date delle esecuzioni in massa e l'«ammontare» delle vittime. Si adeguarono cioè disciplinatamente alla mentalità da contabile di Heinrich Himmler.
   Uno dei problemi più complessi da risolvere parve quello di riuscire a procedere all'eliminazione di grandi quantità di persone - come in occasione delle fucilazioni in massa eseguite nell'ucraina Babi Yar - senza che agli esecutori ne derivassero danni psichici o rimorsi di coscienza. Come «digerire» psicologicamente oltre che eseguire materialmente quelle carneficine? Himmler offrì, per tutta risposta al problema, la sua visione dell'omicida «pulito e corretto».
    «Desidero affrontare qui con voi, e con estrema chiarezza, anche un capitolo molto difficile», fu l'esordio del discorso che rivolse a Posen (la polacca Poznan) ai Gruppenführer (ufficiali superiori) delle SS e che mozza oggi ancora il respiro a chi lo legge: «E' venuto il momento di parlarne molto francamente fra di noi. Mi riferisco all'evacuazione degli ebrei, allo sterminio del popolo ebraico. E' uno di quei principi che è facile enunciare. 'Il popolo ebraico va eliminato', dice ogni membro del partito, 'ed è ovvio che così sia perché è scritto nel nostro programma. Bisogna togliere di mezzo gli ebrei, farli fuori: ma certo!' Poi però vengono tutti, uno per uno, i nostri cari ottanta milioni di tedeschi, e ognuno di loro ha il suo bravo ebreo da proteggere. [ ... ] Ma non uno di quelli che parlano così ha mai assistito a ciò che poi di fatto succede, non uno che abbia dovuto superare questa prova. I più di voi sanno invece che cosa significa trovarsi davanti a cento cadaveri, a cinquecento o a mille. Aver provveduto a tutto questo e - a parte le eccezioni costituite da alcuni episodi di umana debolezza - essere rimasti ugualmente corretti e decorosi: ecco che cosa ci ha resi duri».
   Corretti e decorosi? L'annientamento sistematico di esseri umani inermi richiese anche l'eliminazione di ogni scrupolo morale. «Ci sono casi», disse Himmler, «in cui i valori borghesi non bastano più e tocca al singolo diventare giudice ed esecutore insieme, non perché sia crudele e assetato di sangue», ma perché lo richiedeva l'«onore d'una superiore comunità», perché occorreva «salvaguardare l'animo e la vita del nostro popolo». Himmler elaborò un'apposita morale per le sue SS. «Il Führer ha sempre ragione» era il primo comandamento, e «lo scopo santifica i mezzi» il secondo.
   Himmler non voleva assolutamente che i suoi uomini uccidessero per sadismo o per altre, «basse» motivazioni. Cercò invece di stravolgere l'orrore dello sterminio di massa prospettandolo come una «secolare missione» che non si poteva fare a meno di compiere. «Dover incedere sui cadaveri è la maledizione che incombe sui grandi», dichiarò dopo aver assistito a Minsk, nel «cuore «di competenza» dell'Einsatzgruppe Nebe, all'esecuzione di duecento ebrei e dopo essere stato colto da un momento di smarrimento subito dopo la prima salva di fucileria perché i plotoni di esecuzione non erano riusciti a uccidere subito due donne. La sua doppia etica arrivò al punto che riconobbe ai suoi uomini il diritto (anzi, il dovere) di eseguire massacri, e condannò invece severamente il furto di beni confiscati agli ebrei:
    « il diritto morale, il dovere verso il nostro popolo di eliminare quel popolo che voleva eliminare noi. Però non abbiamo il diritto di arricchirci anche soltanto d'una pelliccia, d'un orologio, di un marco o di una sigaretta».
Himmler temeva per la purezza del suo ideale e minacciò pene draconiane: «Non assisterò passivamente al manifestarsi di un solo segno di marciume. Lì dove dovesse formarsi, l'estirperemo insieme. Però nel complesso possiamo affermare che [ ... ] non ne abbiamo derivato danni interiori, nel nostro animo, nel nostro carattere».
   Per conseguire quest'obiettivo, occorreva che la vittima fosse precedentemente degradata a vile oggetto, che le fosse negata ogni qualità umana:
    «Quel prodotto di natura in apparenza biologicamente simile all'uomo, dotato di mani e piedi, di occhi e bocca, e anche d'una specie di cervello, è in realtà tutt'altra cosa, è un essere spaventoso, è solo un aborto d'uomo, dai tratti somatici simili a quelli dell'uomo, ma d'animo e spirito inferiori a quelli d'una qualsiasi specie animale. Nel profondo della sua essenza è un orrendo caos di passioni selvagge e sfrenate, di indicibile volontà di distruzione, di appetiti primitivi, di scoperta perfidia. Sono subuomini, e nient'altro!»
tuonò il Reichsführer nel 1942. Di fronte a esseri siffatti ogni riguardo era superfluo: questo fu il messaggio che Himmler trasmise ai suoi carnefici con ossessiva insistenza. Ed è in queste parole che si trova la risposta alla domanda di come un uomo che, a caccia, si rifiutava di «sparare su povere bestie innocenti che pascolano indifese e ignare sul margine di un bosco», poté invece far massacrare esseri umani senza alcuna esitazione. Per lui esistevano tre categorie di creature: gli uomini, gli animali e i subuomini. Negli stessi giorni in cui procedeva ai massacri, Himmler almanaccava su come «inoculare sistematicamente» dopo la guerra «l'amore per gli animali» nei bambini tedeschi e attribuire poteri di polizia alle associazioni per la protezione degli animali.
   Per Himmler i sentimenti umanitari erano solo segno d'una «estenuata decadenza di civilizzazione». I valori etici che dovevano sorreggere e saldare la sua truppa erano altri: fedeltà, sincerità, disciplina, durezza, correttezza, parchezza e coraggio. Ed era un'etica di portata limitata:
    «Per l'uomo delle SS deve valere assolutamente un principio fondamentale: noi siamo tenuti ad essere leali, corretti, fedeli e camerateschi soltanto con coloro che hanno il nostro stesso sangue e con nessun altro».
   Negare umanità alla vittima, dichiarare indispensabile la sua eliminazione e provvedere meccanicamente all'esecuzione: basta questo per spiegare la duplicità, il volto di Giano di Himmler e dei suoi complici di carneficine? O non vi è alcuna spiegazione razionale per venire a capo del comportamento irrazionale di un individuo che confezionava amorevolmente, con le sue stesse mani, i regali per la domestica dei genitori e che contemporaneamente ordinava la fucilazione di altre decine di migliaia di ebrei?
   Dalle annotazioni di Rudolf Höss, comandante del lager di Auschwitz, Himmler emerge come il freddo pianificatore ed esecutore del genocidio. Anche se Höss ha cercato di scaricare una parte almeno delle sue colpe sul superiore, le sue affermazioni non sono campate in aria. Nell'estate del 1941, ha scritto Höss, Himmler lo convocò a Berlino e gli dichiarò: «Il Führer ha «ordinato di procedere alla soluzione finale della questione ebraica. Noi, le SS, dobbiamo eseguire quest'ordine. Gli impianti di sterminio che già operano nell'Europa orientale non sono nella condizione di poter realizzare le vaste azioni cui occorre provvedere. E quindi ho destinato Auschwitz a questo scopo». Vincolato alla massima segretezza, Höss fu incaricato di organizzare materialmente il genocidio assieme ad Adolf Eichmann, responsabile dell'ufficio per gli affari ebraici presso la quinta sezione della centrale dei servizi di sicurezza del Reich. L'uno, Eichmann, provvide con la massima perfezione ai trasporti; l'altro,
   Höss, si incaricò di eseguire con non minor zelo l'eliminazione delle vittime. Entrambi si accinsero al compito con la stessa, assoluta mancanza di scrupoli e con altrettanta indifferenza. Organizzarono l'uccisione di esseri umani come se si fosse trattato di distruggere delle cose.
   
Da “Tutti gli uomini di Hitler”, di Guido Knopp



Levi Della Vida, l'orientalismo rivoluzionario

Una nuova antologia rivela la grande competenza, l'attualità e l'ironia dello studioso che rifiutò di giurare fedeltà al regime fascista.

di Giulio Busi

Il primo articolo è del 1922. L'ultimo, del 1964. Se quarantadue anni vi sembrano pochi, pensate a tutto quello che è successo. L'ascesa e la caduta del fascismo, le leggi razziali, la seconda guerra mondiale
e la Shoah, la crisi del colonialismo, la guerra fredda. Giorgio Levi Della Vida, nato a Venezia nel 1886, in una famiglia di origine ebraica, e scomparso nel 1967, molti di questi avvenimenti li visse in prima persona.
   Nel 1931, fu uno dei pochissimi professori universitari italiani a rifiutare il giuramento al regime fascista, una scelta che gli costò la cattedra alla Sapienza di Roma. Nel 1939 lasciò l'Italia per gli Stati Uniti. Fece ritorno solo nel 1948. Un uomo capace di fare scelte scomode, e di pagarne il prezzo. E uno studioso in grado di unire la cura minuziosa del filologo all'impegno e alla penna del divulgatore. Merce rara, questa della divulgazione, nel panorama della nostra accademia, allora come ora. E ancora più difficile da trovare nel campo di cui Levi Della Vida fu inarrivabile protagonista, quello degli studi orientalistici.
«L'Oriente e noi» è il titolo del primo dei dieci contributi di alta divulgazione, raccolti nel bel volume antologico curato da Tommaso Munari. Nel 1922 si parlava ancora di Oriente con i toni e gli accenti dell'età coloniale. Del resto, l'intero sviluppo delle discipline universitarie di quel settore era allora legato alle esigenze del colonialismo, accettato e condiviso anche dalle classi intellettuali dell'epoca. Pur calato nell'atmosfera del suo tempo, Levi Della Vita mostra da subito la sua vena ironica, e la capacità di scegliere percorsi laterali.
   «L'orientalista - bisogna riconoscerlo onestamente - agli occhi del pubblico, e anche del pubblico colto, è poco meno che un mattoide». La frase, posta in apertura del saggio, la dice lunga sul carattere anticonvenzionale di questa Orientalistica dei primi anni Venti, e sul desiderio di uscire dalle regole del mestiere. Mattoidi che si occupano di cose strane e in apparenza inutili, incomprensibili ai più, gli studiosi delle culture orientali sono vittime, secondo Levi Della Vida, di due nemici congiunti. Innanzitutto, della superficialità del pubblico, che cerca «le vie trite e rifugge da quelle poco battute, preferendo assorbire la così detta cultura in formule già preparate». Ma l'avversario più pericoloso è la tendenza degli eruditi stessi a chiudersi nel loro isolamento, a dialogare tra specialisti, senza mai cercare i lettori "normali". Una buona divulgazione, «compiuta dai competenti e non dai soliti dilettanti», ecco l'insegna che contraddistingue una parte importante della biografia di Levi Della Vida.
   "Vie trite", "dilettantismo", "elitarismo". Parole vecchie di quasi cent'anni, e pure ancora attualissime. Se pensiamo all'inondazione di mediocri saggi, di solito tradotti dall'inglese, che ci affligge, e alla scarsità di prodotti pensati da esperti per il pubblico italiano, il mea culpa del 1922 mantiene tutta la sua validità. Che non sia inutile, scrivere con competenza di mondo islamico, ce lo mostra la cronaca di tutti i giorni. Per provare a capire è necessaria profondità storica, capacità di distinguere, attenzione per i dettagli. Sono insomma utili i ferri del mestiere dello studioso, da usare però con lo stile e l'abilità di chi sa farsi leggere e non tedia.
   L'Islam di Levi Della Vida non annoia mai. Il libro offre contributi di taglio storico, come «Il mondo islamico al tempo di Federico II» o «Costantinopoli nella tradizione islamica», realizzati con fine tessitura filologica, assieme ad altri, rivolti alla politica e alla contemporaneità. È il caso di «Panislamismo e Califfato», del 1924, o di «Nazione araba e nazionalismo arabo» del 1956. Sorprende, nello sfogliare le analisi di Levi Della Vida, la "freschezza" di parecchie osservazioni. « Vicende storiche recentissime - leggiamo in apertura dell'articolo del 1924 - anzi tuttora in via di svolgimento, conferiscono un interesse attuale a quell'ordine di problemi storico-religiosi dell'Islam che vanno noti sotto i nomi di "Panislamismo" e di "Questione del Califfato"». Sono parole che avremmo potuto scrivere oggi e che ci fanno capire come certe dinamiche politiche del mondo islamico abbiano una lunga durata, e si ripropongano, pur in varianti diverse, a intervalli quasi regolari. È per questo che Levi Della Vita ritorna più volte, con brillante intuizione, al tema del Califfato, come fenomeno storico ma anche come simbolo di un'utopica restaurazione dell'unità araba. È quanto avviene in un articolo inedito, pubblicato qui per la prima volta, sulla «Fine del Califfato». Il testo era stato composto nel 1958, ed è stato rintracciato da Munari nell'Archivio storico del «Corriere della Sera». Fu ritenuto troppo erudito e respinto dal direttore Mario Missiroli, un rifiuto che indusse Levi Della Vida a interrompere la propria collaborazione con il giornale. Viene da chiedersi, dopo parecchi decenni, se l'erudizione fosse davvero così fastidiosa, o non servisse piuttosto a vederci chiaro, in un subbuglio politico e religioso tanto difficile da decifrare, come quello musulmano.
   Dopo aver ricostruito le tappe dell'istituzione medievale, Levi Della Vida conclude richiamandosi all'«odierno - del 1958 - mondo islamico, in cui fermentano sogni e speranze». Sarebbe possibile, si chiede, immaginare un nuovo Califfato? «Per ora non crediamo che ci pensi seriamente nessuno. Ma in questo nostro secolo inquieto tante cose sono morte che parevano immortali e tante che parevano morte sono risorte, che sarebbe avventato così negare come affermare che prima o poi i musulmani possono ricuperare il loro "Principe dei credenti"». La proclamazione del "Califfato", da parte dello Stato Islamico, è del 2014, e l'ultimo video-messaggio del "Califfo" Abu Bakr al-Baghdadi ha appena fatto il giro del mondo. Orientalisti mattoidi? Decidete voi.

(Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2019)




«Una cosa sola è necessaria»

Mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio; e una donna, di nome Marta, lo ospitò in casa sua. Marta aveva una sorella chiamata Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola. Ma Marta, tutta presa dalle faccende domestiche, venne e disse: «Signore, non ti importa che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e sei agitata per molte cose, ma una cosa sola è necessaria. Maria ha scelto la parte buona che non le sarà tolta».

Dal Vangelo di Luca, cap. 10

 


La svolta cyber nel conflitto tra Israele e Hamas

In risposta al lancio di missili da Gaza, Israele ha colpito anche il presunto quartier generale informatico nella Striscia neutralizzando attacchi hacker. Si apre uno scenario di guerra ibrida.

di Eleonora Lorusso

«La minaccia cyber è più preoccupante di quella terroristica». Suonano profetiche le parole pronunciate nel 2015 da James R. Clapper, ex generale e già direttore della National Intelligence statunitense. O solo realistiche, visto che nei giorni scorsi si è verificata una novità assoluta nella storia dei conflitti mondiali. Per la prima volta lo scontro tra Israele e Gaza si è spostato su un piano informatico, portando Israele a una mossa a sorpresa: il ricorso a raid per fermare attacchi hacker. Le forze armate israeliane hanno colpito, tra gli altri obiettivi, anche quello che ritenevano il quartier generale tecnologico e informatico di Hamas. Per il governo di Netanyahu, fresco del rinnovo del mandato, la minaccia cyber ha assunto un'importanza tale da costringere a un intervento militare.

(Lettera43, 11 maggio 2019)


Tensioni tra Israele e Turchia per l'appoggio di Erdogan ad Hamas

 
Haniyeh (Hamas) & Erdogan (Turchia)
La Turchia è furiosa con Israele perché durante l'ultima escalation tra lo Stato Ebraico e i terroristi di Gaza i bombardamenti israeliani hanno colpito e distrutto l'edificio che ospitava l'ufficio stampa della agenzia Anadolu.
Secondo il corrispondente dell'agenzia di stampa turca, l'edificio è stato distrutto «deliberatamente con almeno cinque missili».
Il Ministero degli Esteri turco con un comunicato ha condannato fermamente quelli che ha definito «deliberati attacchi alle agenzie di stampa a Gaza» e ha chiesto alla comunità internazionale di condannare le «sproporzionate azioni israeliane».
Erdogan ha denunciato con forza quello che ha definito «il tentativo da parte di Israele di far tacere i testimoni sul campo per coprire i crimini commessi a Gaza».
Abd al-Lateef Qano'u, uno dei portavoce di Hamas a Gaza, ha detto che Israele prendendo di mira i media e le installazioni civili ha dimostrato la sua brutalità. Poi ha ringraziato la Turchia per dare appoggio ad Hamas e un rifugio sicuro ai suoi leader.
La Turchia appoggia e protegge la Fratellanza Musulmana di cui Hamas ne è una propaggine. Da diversi anni ospita un ufficio di Hamas a Istanbul e non ha mai nascosto di appoggiare con ogni mezzo i terroristi che tengono in ostaggio la Striscia di Gaza.

 La reazione israeliana
  La reazione israeliana alle accuse mosse dalla Turchia non si è fatta attendere. Secondo un funzionario del Ministero degli Esteri di Gerusalemme, che ha parlato a condizione di anonimato, «se appoggi un gruppo terrorista che vuole apertamente la distruzione di Israele non puoi avere buoni rapporti con Gerusalemme» aggiungendo poi che «la diffusione di notizie false e faziose alimenta il terrorismo e aiuta Hamas» con chiaro riferimento alla distruzione dell'edificio che ospitava l'agenzia di stampa turca.
Un funzionario della difesa israeliana ha invece affermato che «chi diffonde notizie false e incita continuamente all'odio contro Israele è di fatto un target legittimo».
L'aperto e smaccato appoggio turco ad Hamas ha esasperato i rapporti tra Israele e Turchia che negli ultimi mesi si sono fatti via via più tesi.
Solo un anno fa Erdogan proponeva la creazione di un esercito islamico per distruggere Israele e riprendersi Gerusalemme senza che nessuno all'interno della comunità internazionale proferisse parola nonostante le gravissime affermazioni del dittatore turco. E come sempre Israele è stato costretto a difendersi da solo.

(The World News, 11 maggio 2019)


Israeliano aggredito a Berlino durante una manifestazione Bds

Un musicista israeliano che studia in Germania è stato attaccato da una folla di arabi in un evento anti-Israele a Berlino. L' uomo israeliano, in seguito identificato come il 27enne Daniel Gurfinkel, è stato picchiato da un gruppo di uomini arabi in un evento BDS.

di Franco Meda

Gurfinkel, un clarinettista, studia musica, insieme al fratello gemello, al conservatorio di musica Hochschule für Musik Hanns Eisler di Berlino. L'incidente è avvenuto mentre Gurfinkel stava attraversando la piazza, quando ha notato la manifestazione anti-israeliana che si stava tenendo per protestare contro l'imminente competizione Eurovision a Tel Aviv.
Quando Gurfinkel ha gridato "viva Israele" in risposta alla manifestazione anti-Israele, è stato immediatamente attaccato da un gruppo di uomini arabi. "Immediatamente, , hanno iniziato ad attaccarmi".
Gli agenti di polizia sul posto inizialmente hanno scelto di ignorare l'attacco. Solo dopo cinque minuti la polizia ha deciso di intervenire senza arrestare nessuno. "Vivo a Berlino da circa quattro anni e non avrei mai immaginato che potesse succedere qualcosa del genere."

(Italia Israele Today, 11 maggio 2019)


In Ungheria la memoria della Shoah aiuta a non ripetere gli orrori del passato

PÉCS - Il 9 maggio la Comunità di Sant'Egidio e la Comunità ebraica di Pécs hanno reso omaggio alle vittime della Shoah in una solenne cerimonia. Lo storico Istvàn Vörös all'inizio della manifestazione ha evocato le origini culturali e politiche dell'Olocausto e le misure che portarono alla strage compiuta con la collaborazione dello Stato ungherese.
   Una marcia silenziosa si è diretta verso la sinagoga, con striscioni e manifesti a ricordare l'inizio della ghettizzazione degli ebrei 75 anni fa in questi giorni di maggio, ma anche i campi di concentramento in Europa. Nella sinagoga, dove era presente György Udvardy, vescovo di Pécs, alcuni alunni della scuola battista hanno letto brani dalle memorie di sopravvissuti, mentre Gàbor Fàbiàn, attore del teatro di Pécs ha recitato alcune poesie. Jànos Nagy di Sant'Egidio ha sottolineato che il male comincia sempre con il disprezzo, ma nessuno merita disprezzo. La memoria ci rende più aperti alla sofferenza di coloro chi oggi vivono l'emarginazione: anziani, senzatetto e quelli che vengono considerati invasori ancor prima di arrivare. Andràs Schönberger, rabbino capo di Pécs, ha concluso la cerimonia, deprecando la crescita dell'antisemitismo nel mondo. Ma - ha aggiunto - anche i cristiani soffrono per le persecuzioni.
L'evento si è svolto in un clima d'amicizia e di familiarità. Un anziano ha detto: "Io sono qui per ricordare un mio compagno di scuola che è stato deportato. Non voglio dimenticarlo".

(Sant'Egidio, 11 maggio 2019)


Beresheet, la missione continua

È fallito sul più bello il tentativo di allunaggio della sonda israeliana Beresheet, che ha subito un guasto al motore nella fase conclusiva dell'operazione, Resta comunque un'impresa storica, destinata ad aprire una strada. "Non è andata come speravamo, ma prima o poi ce la faremo" ha sottolineato il Presidente israeliano Reuven Rivlin, dicendosi ammirato dal gruppo che ha lavorato al progetto. "Se una prima volta non ci si riesce, si prova di nuovo" il commento del Premier Benjamin Netanyahu.
   Un paese intero si era sintonizzato per guardare Beresheet atterrare sulla Luna e portare la bandiera israeliane lì dove poche altre sono state affisse (americana, russa e cinese). Per di più - missione unica nel suo genere - il tutto fatto attraverso un progetto privato. L'allunaggio non c'è stato e le telecamere hanno mostrato le lacrime di chi sperava nell'evento storico. "Abbiamo avuto un guasto nella navicella spaziale. Purtroppo non siamo riusciti a sbarcare con successo" ha detto Opher Doron, direttore generale della divisione spaziale di Israel Aerospace Industries. "E un risultato straordinario fino ad ora" ha aggiunto, dicendo che la sonda aveva già reso Israele il settimo paese ad orbitare intorno alla Luna e il quarto a raggiungere la superficie lunare. Finanziato quasi interamente da donazioni,
Beresheet è stata costruita da SpaceIL, no-profit israeliana istituita per la missione, in collaborazione con l'industria aerospaziale israeliana. E costata circa 80 milioni di euro, una frazione del costo delle precedenti missioni statali.
   Tre giorni dopo lo schianto sulla Luna, SpaceIL ha annunciato il suo piano per costruire e lanciare una seconda navicella spaziale, Beresheet 2, entro i prossimi due o tre anni. "Costruiremo una nuova navicella spaziale; la metteremo sulla Luna, e completeremo la missione" ha detto il presidente della SpaceIL e capo finanziatore Morris Kahn in un tweet, impegnandosi a finanziare la seconda missione, i cui lavori inizieranno non appena sarà completata l'indagine sulle cause del fallimento dell'atterraggio dell'11 aprile. "Abbiamo raggiunto la Luna. Questo è il messaggio più importante" ha detto Yonatan Winetraub, co-fondatore di SpaceIL. "Dal punto di vista tecnologico, è stato un grande successo. L'abbiamo fatto stando sotto i 100 milioni di dollari, a un costo minore di qualsiasi altra missione sulla Luna, e siamo stati la prima organizzazione finanziata privatamente a tentare di farlo",
   Uno dei motivi principali per cui Beresheet è considerata un successo è che il progetto è stato il pioniere dell'uso di piccole navicelle spaziali a basso costo. Ha anche dimostrato che le navicelle spaziali possono utilizzare la gravità della Terra e della Luna come fonte di energia libera, il che riduce significativamente la spesa per il carburante dei razzi. Il progetto Beresheet sta già influenzando il futuro del volo spaziale commerciale. L'ente tecnologico tedesco che ha stipulato un contratto per la costruzione di Beresheet prevede di proporre all'Agenzia Spaziale Europea un progetto simile per le prossime missioni. "Questo dimostra - la valutazione di Winetraub - che questa iniziativa è davvero innovativa e che si può fare molto di più in campo scientifico utilizzando missioni più piccole rispetto a grandi missioni".
   

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L’ebraismo guarda alla Luna

 
La Luna nell'ebraismo. Birkat HaLevana - Seminario Teologico Ebraico d'America, New York
La missione Beresheet, seppur fallita, ha portato grande attenzione in Israele verso lo spazio. Haaretz ha calcolato che Israele al momento investe 2,50 dollari per cittadino all'anno nella ricerca spaziale, rispetto ai 65,5 dollari degli Stati Uniti. Nonostante questo piccolo investimento, le capacità tecnologiche israeliane collocano il Paese in prima linea nelle nazioni coinvolte nella ricerca spaziale. "E ci si può aspettare che l'aumento degli investimenti si ripaghi da solo in tempi brevi. La dimensione stimata del mercato spaziale internazionale è oggi di 350 miliardi di dollari e, secondo le ultime stime, dovrebbe raggiungere tra uno e tre trilioni di dollari in 20-30 anni" sottolinea il quotidiano. Inoltre, l'auspicio di Beresheet è quello di avere un effetto simile a quello dell'Apollo negli Stati Uniti: "Come negli anni '60 in America gli Apollo che si susseguivano si portavano dietro una galassia di invenzioni e innovazione, SpaceIL con il lancio (adesso i lanci) di Beresheet vuole contribuire a orientare i bambini e i giovani israeliani allo studio della matematica e delle materie scientifiche. E non lo fa per divertirsi, ma per aiutare il paese a mantenere la sua natura di Start Up Nation" spiegava Daniela Fubini in un suo editoriale sul Portale moked.it.
   "Far sognare loro la luna è un buon modo per convincere i bambini a studiare le tabelline, o così si spera a SpaceIL, che intende cavalcare l'onda emotiva del primo successo incompleto e continuare con le iniziative educative già partite con Beresheet 1. Israele Start Up Nation e Israele sulla luna - concludeva Fubini - due ottimi motivi per tifare per Beresheet 2".
   Intanto la Biblioteca nazionale d'Israele, in tutto questo fermento lunare, ha riportato di recente l'attenzione sul rapporto tra ebraismo e luna. Molti secoli fa, nel mondo antico, gli ebrei hanno adottato la luna come base del calendario ebraico. La luna, spiega la Biblioteca nazionale israeliana in un articolo della sua newsletter settimanale, è emersa come il vincitore indiscusso nella battaglia per la prospettiva ebraica del tempo. Mentre i giorni nella cultura ebraica sono determinati dal sole - dal tramonto al tramonto - il calcolo dei giorni in mesi dipende dalla "nascita" della luna.
   "Mentre i pagani consideravano la luna come un dio a sé stante, la funzione centrale della luna nell'ebraismo si esprime non solo nel calcolo dei mesi, ma anche nella benedizione recitata all'inizio di ogni mese ebraico - 'Birkat HaLevana' [la 'Benedizione della Luna']. La benedizione loda l'unico Dio, il Santo sia benedetto' creatore di tutti i fenomeni naturali.
   Questo sembra essere anche il motivo per cui, nel corso delle generazioni, gli ebrei hanno disegnato la luna con tratti umani, in quanto è considerato un fenomeno naturale creato da Dio e quindi non una trasgressione del divieto di fare idoli o immagini scolpite".

(Pagine Ebraiche, maggio 2019)



Le forze della Resistenza raderanno al suolo Tel Aviv e Haifa

Lo sceicco Akram al Ka'abi, segretario generale del partito iracheno Nojaba Islamic Resistance ha avvertito che il Fronte della Resistenza Islamica non risparmierà gli sforzi per costringere gli Stati Uniti e le forze sioniste a uscire dai territori islamici.
   Le sanzioni e l'embargo economico non riusciranno a costringere le forze della Resistenza ad arrendersi, ha dichiarato lo sceicco Akram al Ka'abi, segretario generale di Nojaba Islamic Resistance durante una cerimonia per commemorare i sacri difensori del santuario a Baghdad, riferisce l'agenzia web Nojaba.
   Al Ka'abi ha dichiarato che le forze della Resistenza non riconoscono l'ordine mondiale unipolare guidato dagli Stati Uniti, sottolineando che le loro forze "non si fermeranno fino a quando non taglieranno la testa della vipera statunitense e sionista".
   Il comandante delle Forze di mobilitazione popolare irachene ha riferito della creazione di una brigata speciale per liberare le alture del Golan, avvertendo che "vogliamo informare il regime sionista che non permetteremo ai loro gruppi fantoccio Takfiri di spargere il sangue dei musulmani con il supporto dei sionisti. Al Ka'abi ha aggiunto che le forze della Resistenza ridurranno Tel Aviv e Haifa in macerie e trasformeranno le due città israeliane nel deserto di Atacama.
   Il Consiglio politico del movimento di Resistenza Harakat Hezbollah al-Nujaba, in una dichiarazione, ha chiesto al governo e al parlamento iracheni di adempiere alle proprie responsabilità e preparare il terreno per l'espulsione degli "aggressori" americani dalla terra irachena. La dichiarazione ha anche descritto gli Stati Uniti come "il Grande Satana", affermando che ha costantemente violato la sovranità nazionale dell'Iraq.
   Infine, il leader della Resistenza Islamica irachena ha ammirato il coraggio del popolo yemenita per la sua resistenza contro la brutale aggressione saudita.

(il faro sul mondo, 10 maggio 2019)


Strage di grifoni sul Golan, specie in pericolo

 
Otto grifoni, circa la metà della popolazione di questa specie ancora esistente nell'area, sono stati trovati morti per avvelenamento sulle Alture del Golan occupate da Israele. Ne dà notizia il sito del quotidiano Times of Israel. Altri due esemplari di questo uccello, anch'essi avvelenati, sono sopravvissuti e vengono ora curati. I responsabili dei parchi naturali israeliani hanno detto che un'inchiesta è in corso per individuare e perseguire i responsabili. Sembra che i volatili si fossero cibati dalla carcassa di una mucca che era stata avvelenata. Vicino sono stati rinvenuti anche due volpi e due sciacalli morti. Meno di 15 anni fa la popolazione di grifoni nell'area era stimata in circa 130 esemplari. Le uccisioni dei volatili sono in gran parte attribuite ad allevatori locali, decisi ad eliminare le specie predatrici che minacciano il loro bestiame.

(ANSA, 10 maggio 2019)


Shoah, alla scrittrice Lia Levi il premio Exodus 2019 a La Spezia

La scrittrice e giornalista Lia Levi ha ricevuto a La Spezia, dal sindaco Pierluigi Peracchini, il premio Exodus 2019 che da 19 anni il Comune assegna per ricordare il viaggio di molti ebrei verso la Palestina. La Spezia è considerata Porta di Sion in quanto dal golfo spezzino partirono migliaia di ebrei scampati ai campi di concentramento verso la Palestina. La solidarietà degli spezzini stremati dalla guerra nei confronti degli ex deportati a bordo delle navi Fede e Fenice, bloccate nel porto dagli inglesi, hanno valso alla città la medaglia d'oro al valore civile.
   Lia Levi da bambina subì la persecuzione razziale e racconta nei suoi libri il dramma della Shoah. «La memoria è l'eterno presente di tutto ciò che ha senso e valore, la chiave per entrare nel cuore degli uomini per proiettare il passato nel presente» ha detto Levi nella lectio magistralis. Critica la premiata sul clima italiano: «Sono stati fatti passi indietro dal punto di vista della civiltà e del linguaggio, non c'è il rispetto dell'altro». Il sindaco Peracchini ha annunciato che il 18 giugno verrà inaugurato il percorso della memoria a molo Pagliari, con il monumento nella piazza che sarà dedicata alla Memoria: si tratta della banchina da cui partirono la Fede e la Fenice. «Il percorso sarà intitolato alla memoria Yehuda Arazi e Ada Sereni», protagonisti di quelle vicende.

(Il Messaggero, 10 maggio 2019)


Il Libano aderisce al Trattato sul commercio delle armi

ROMA - Il Libano è il 102mo Stato che aderisce al Trattato sul commercio delle armi, dopo aver depositato all'Onu la ratifica del documento da parte del parlamento. Il Trattato stabilisce le norme comuni che regolamentano il commercio internazionale delle armi convenzionali. Si tratta di una tappa "cruciale" per il Libano, "che afferma il suo impegno ad attuare efficacemente il Trattato e sottolinea la sua fiducia in un sistema multilaterale fondato su determinate regole", sottolinea il quotidiano libanese "L'Orient le jour". In tal modo, il Libano auspica di partecipare attivamente alla quinta conferenza degli Stati membri, prevista a Ginevra ad agosto, sotto la presidenza della Lettonia. Il parlamento libanese aveva ratificato il Trattato lo scorso 25 settembre, provocando le proteste del partito sciita Hezbollah e di alcuni blocchi parlamentari dei sunniti indipendenti. Il tema del disarmo di Hezbollah, la cui milizia opera e talvolta si sostituisce alle forze militari regolari, è da tempo al centro delle questioni geopolitiche del Medio Oriente. In particolare, Israele e alcuni Stati sunniti della regione esprimono preoccupazione per il transito di armi dall'Iran attraverso la Siria destinate a rafforzare l'arsenale militare di Hezbollah e per la creazione del cosiddetto "corridoio sciita" che conduce fino agli Houthi nello Yemen.

(Agenzia Nova, 10 maggio 2019)


Belgio, cresce l'antisemitismo. «Nessuno brucia bene come un ebreo»

«Da nessuna parte in Unione Europea, fatta eccezione per la Francia, gli ebrei incontrano maggiore ostilità nelle strade che in Belgio»

di Leone Grotti

«Da nessuna parte in Unione Europea, fatta eccezione per la Francia, gli ebrei incontrano maggiore ostilità nelle strade che in Belgio». È quanto si legge nel rapporto del Kantor Centre sull'antisemitismo nel mondo.
  L'analisi è confermata dal Centro per le pari opportunità finanziato dal governo belga, secondo cui nel 2018 si sono verificati 101 casi di antisemitismo nel paese rispetto ai 56 del 2017.

 «Nessuno brucia bene come un ebreo»
  Secondo il rapporto, il 42 per cento della popolazione ebraica in Belgio ha pensato di emigrare negli ultimi cinque anni. Il 39 per cento degli ebrei belgi hanno subito molestie antisemite nell'ultimo anno. Insulti e violenze arrivano soprattutto da «gruppi di estrema sinistra, estrema destra e musulmani». «Il livello di antisemitismo tra la popolazione musulmana è più alto rispetto al resto dei belgi», si legge ancora. Nell'ultimo anno, in particolare, è diventato di moda un coro negli stadi di calcio belgi: «Mio padre era un militare, mia madre militava nelle Ss, insieme hanno bruciato gli ebrei perché nessuno brucia bene come un ebreo».

 Fuga dalle scuole pubbliche
  Ariella Woitchik, direttrice dell'ufficio legale del European Jewish Congress, ha dichiarato al Guardian che i dati non la sorprendono: «Nelle scuole pubbliche in Belgio l'insulto più diffuso è "ebreo". Davanti a questa ostilità, sempre più famiglie decidono di ritirare i figli dalla scuola pubblica per inviarli in istituti ebraici. I genitori non hanno scelta: o mandano i loro figli in una scuola pubblica rischiando che diventino un bersaglio oppure li mandano in una scuola ebraica, sapendo che le scuole confessionali sono un bersaglio».
  Tutte le scuole ebraiche in Belgio sono protette dai militari e, Woitchik racconta, questo turba i bambini: «Mia figlia di tre anni un giorno mi ha chiesto: "Mamma, perché ci sono sempre dei soldati davanti alla nostra scuola?". Come faccio a spiegarglielo?».

(Tempi, 10 maggio 2019)


Biennale di Venezia 2019, al Padiglione Israele la "clinica" di Aya Ben Ron


"Prendete un numero di turno"; "Sfogliate il Libretto FHX"; "Guardate il Programma televisivo FHX"; "Quando il vostro numero viene chiamato, andate al Banco di Accoglienza"; "Scegliete un Braccialetto a rischio".

di Desirée Maida

 
Field Hospital X (FHX)
In questi giorni di preview di Biennale a Venezia molti visitatori si stanno imbattendo in queste singolari indicazioni - in realtà sono solo alcune, l'elenco è più lungo - fornite all'ingresso del Padiglione Israele, che quest'anno vede protagonista l'artista Aya Ben Ron. Field Hospital è il titolo del progetto che ha trasformato il Padiglione Israeliano in una clinica "dove voci tacitate possono essere sentite e ingiustizie sociali possono esser viste. È un'istituzione mobile, internazionale, che offre i suoi servizi in diverse località nel mondo", si legge nel manuale di istruzioni fornito all'ingresso del Padiglione. Field Hospital X (FHX) è una nuova istituzione internazionale itinerante fondata da Aya Ben Ron e che a Venezia in occasione della Biennale d'Arte sta facendo la sua prima tappa. Scopo del progetto è quello di proiettare il video No Body, opera video di Aya Ben Ron sul tema dell'abuso in famiglia. Qui l'artista racconta la sua storia personale, creando un luogo in cui le persone possano osservare la sua e in cui anche altre storie possano trovare ascolto.

 La "clinica" del padiglione Israele"

Ai visitatori che accedono al Field Hospital X viene dato un numero per attendere il loro turno prima di proseguire il percorso. Nel frattempo, possono guardare il programma televisivo FHX, un'opera video di Aya Ben Ron che fornisce informazioni sull'idea che sta alla base del concept dell'ospedale, sulle sue Care-Area, reparti dedicati alle cure, e sui Care-Kits. Una volta che il numero viene chiamato, i visitatori accedono alle Care-Area e ai servizi di FHX, tra cui il Safe-Unit, una cabina nella quale i visitatori possono imparare a emettere un urlo in uno spazio appartato (Self-Contained Shout). Dopo Venezia, il progetto toccherà altre città, coinvolgendo di volta in volta artisti locali e internazionali. Intanto ecco il video dei "pazienti" e della clinica…

(Artribune, 10 maggio 2019)


Israele, Hamas e Iran

di Davide Tabarelli

Ieri in Israele era festa, chiassosa, felice, orgogliosa, anche risentita. Era l'Independence Day, per i 71 anni della fondazione dello Stato, la cui esistenza è costantemente sotto minaccia. Il giorno prima, come tutti gli anni, è stato il momento del ricordo dei 23 mila soldati caduti nelle varie guerre e delle oltre 3 mila persone morte per attentati terroristici, fra cui gli ultimi 4 della scorsa settimana, colpiti da qualcuno degli oltre 700 razzi sparati da Hamas dalla striscia di Gaza. Chi sostiene apertamente Hamas, non solo a parole, è ormai rimasto solo il regime iraniano, mentre il resto del mondo arabo preferisce tenersi fuori. L'Iran è una spina nel fianco per i paesi arabi e un problema per tutto il Medio Oriente. Con un approccio molto semplice, Trump ha deciso un anno fa, esattamente in questi giorni, di uscire dall'accordo siglato con tanta fatica da Obama nel 2015. Ha reintrodotto le sanzioni sulle esportazioni di petrolio, quelle che però aveva deciso lo stesso Obama, nel 2012, perché il nucleare l'Iran lo vuole sviluppare da tempo.
   Mercoledì scorso, ad un anno di distanza dall'annuncio di Trump, l'Iran inevitabilmente ha fatto sapere che comincerà a lavorare sugli impianti al di fuori degli accordi del 2015 e ciò potrebbe consentirgli di avere la bomba nucleare velocemente. La contro reazione americana è stata quella di spedire la portaerei Lincoln e bombardieri B52, ovviamente facendo preoccupare tutti gli altri. La Cina, che ha bisogno del greggio iraniano, è contro gli USA, la Russia, ovviamente non vede l'ora di trovare ragioni per criticare Trump. Gli europei, sempre in ordine sparso, non si sa. Di certo è che gli iraniani hanno un disperato bisogno dell'Europa per cercare di contenere gli effetti devastanti che le sanzioni hanno sull'economia interna.
   Difficile è che ci riescano, perché ora il petrolio non è un problema nemmeno per gli europei, arriva anche dagli USA e l'Arabia Saudita sembra pronta a mantenere i prezzi stabili intorno agli attuali 70$. A Tel Aviv in questi giorni molti lamentano che gli americani non fanno gran che per difenderli da chi finanzia i missili sui civili. Nelle prossime ora potrebbero ricredersi.

(il Quotidiano del Sud, 10 maggio 2019)


Seminario di formazione a Gerusalemme sull'insegnamento della Shoah

Come partecipare

Il seminario di formazione sull'insegnamento della Shoah si terrà presso lo Yad Vashem (Gerusalemme) dall'8 al 16 settembre 2019. Può partecipare un docente per ogni regione.
In attuazione del Protocollo d'Intesa siglato il 20 marzo 2018 fra il Miur e l'Istituto di Studi Superiori dello Yad Vashem, il Miur organizza un seminario di formazione rivolto ai docenti italiani.
  La partecipazione al seminario è consentita ad un solo docente in rappresentanza di ogni Ufficio Scolastico Regionale, così da poter contare su una rete di docenti capaci di cooperare a livello nazionale e di agire costruttivamente sul territorio regionale.
  La partecipazione è consentita unicamente a docenti che non abbiano mai avuto esperienza di corsi di formazione presso lo Yad Vashem, neanche a titolo personale.
  E' importante - sottolinea il Miur - che la scelta ricada su un docente che abbia dimostrato interesse e competenza in materia e che si renda disponibile a cooperare positivamente, mettendo a frutto, a livello regionale e locale, i risultati della propria esperienza formativa presso lo Yad Vashem.
  Il seminario sarà articolato in lezioni frontali, momenti seminariali e attività di gruppo. Nella giornata di sabato si prevede l'organizzazione di una visita al Paese ospitante. Al termine del seminario è prevista la consegna degli attestati di partecipazione e del materiale didattico distribuito dallo Yad Vashem.
  Il seminario si terrà in inglese con un servizio di interpretariato di supporto. È necessaria pertanto una conoscenza dell'inglese a livello intermedio.
  Il Miur sostiene le spese del viaggio e dell'alloggio dei partecipanti, che saranno ospitati in albergo in camera doppia. Lo Yad Vashem si farà carico dell'organizzazione e dei costi dei pranzi di lavoro e della visita culturale nel Paese. I partecipanti al seminario dovranno risultare in possesso di un passaporto con validità di almeno sei mesi dalla data di ingresso in Israele prevista per l'8 settembre p.v.

(Orizzonte Scuola, 10 maggio 2019)


Startup israeliana sviluppa scooter elettrici gestiti con smartphone

La startup Blitz Motors ha sviluppato delle motociclette elettriche veloci che vengono gestite con smartphone, non con chiavi, e sono destinate al mercato aziendale.
Raphael Moszynski, che ha fondato la società nel 2012 a Tel Aviv, a The Times of Israel dichiara:
"Volevo fare qualcosa di nuovo. Ho notato che nel mondo non ci sono motociclette elettriche ad alta velocità e così mi sono dedicato allo sviluppo di scooter intelligenti".
 Moto normali e veicoli elettrici
 
  Per viaggiare da Tel Aviv alla vicina Herzliya, ad esempio, una moto ha bisogno di una velocità di 80 chilometri (50 miglia) all'ora almeno.
La maggior parte dei veicoli elettrici sulla strada oggi non sono ammessi sulle autostrade in quanto non soddisfano i requisiti di velocità, viaggiando ad un massimo di 45-50 km/h.
Blitz invece produce motociclette elettriche che raggiungono una velocità di circa 120 km/h e possono percorrere più di 100.000 chilometri - più di una normale motocicletta a benzina che ha una vita di circa 60.000 chilometri.
Le moto, gestite con smartphone, sono disponibili in due modelli: il Blitz 3000, con un motore da 3000 W simile a quello di una Honda 125 o Piaggio, e il Blitz 6.000, con un motore da 6.000 W, simile ad un Moto 250cc.
Il design delle moto è fatto in Israele, insieme alla produzione della batteria e di altre parti elettroniche. L'assemblaggio avviene in Cina.

 Come funzionano le moto della startup Blitz
 
  Il software, comprese le tecnologie Bluetooth e GPS, tiene sotto controllo le moto - l'idea è che i conducenti saranno più attenti sapendo che possono essere monitorati. Inoltre, le motociclette sono dotate di sensori giroscopici per aiutare con l'equilibrio e frenano quando necessario. Tutto ciò aiuta a ridurre i costi assicurativi.
Le batterie al litio che alimentano le moto sono collegate a un sistema di gestione della batteria progettato in Israele. Questa tecnologia consente a Blitz di percorrere circa 100 chilometri per carica e di ricaricarsi in meno di tre ore, rispettando l'ambiente.
La startup israeliana ha appena completato i test delle sue moto in Israele. Adesso afferma di essere pronta per il mercato di massa e sta cercando di espandere le sue attività in Europa e in India.

 Il fondatore della società ha infine precisato:
Speriamo di avviare un programma di ridesharing in Europa e in Israele, insieme a un forte partner locale".
(SiliconWadi, 10 maggio 2019)


"Per me la Giornata dell'Indipendenza è il momento in cui tutti gli israeliani sono uniti"

Lo dice il medico druso chiamato ad accendere una delle tredici torce nella cerimonia che apre i festeggiamenti di Yom HaAtzmaut.

Le polemiche della comunità drusa israeliana, che conta 160.000 persone, per la controversa legge sullo stato-nazione devono lasciare spazio, per un momento, al sentimento di unità nazionale e alla festa, nel giorno in cui Israele celebra l'anniversario della propria indipendenza. Lo afferma il cittadino druso Salman Zarka, colonnello medico riservista delle Forze Difesa israeliane.
   Il dottor Zarka, direttore dello Ziv Medical Center di Safed, già comandante dell'ospedale da campo gestito per anni dell'esercito israeliano sulle alture del Golan per curare le vittime della guerra civile siriana, è uno dei cittadini chiamati quest'anno ad accendere le 13 torce sul Monte Herzl di Gerusalemme nella tradizionale cerimonia che inaugura i festeggiamenti di Yom HaAtzmaut, la Giornata dell'Indipendenza....

(israele.net, 10 maggio 2019)


In Canada aumenta l'antisemitismo

di Nathan Greppi

Uno studio commissionato dal B'Nai Brith Canada rivela che nel 2018 i crimini di stampo antisemita sono aumentati del 16,5% rispetto al 2017; in totale, ne sarebbero avvenuti 2041, facendo sì che il 2018 sia il quinto anno di seguito in qui aumentano nel paese.
Secondo l'EJ Press, l'antisemitismo è cresciuto su tutti i fronti: su internet, nelle manifestazioni in piazza, nella politica, nei campus universitari e anche alla luce di diverse aggressioni avvenute in pubblico. "I crimini e le aggressioni antisemite spaziano su tutti gli schieramenti politici, passando dall'estrema destra all'estrema sinistra, con contributi significativi anche da parte di islamisti e nazionalisti arabi," hanno dichiarato Amanda Hohman e Aidan Fishman del B'Nai Brith.
   Gli incidenti sono di vari tipi: si va dai graffiti antisemiti sulle scuole ebraiche nella zona nord di Toronto a una lettera minacciosa inviata a una famiglia ebraica nella città di Winnipeg, a cui si aggiunge una foto con una svastica e la scritta "gli ebrei devono morire!" inviata a Chanukka ad almeno 8 sinagoghe in 4 città diverse. Lo studio dimostra anche che le minacce sono aumentate dopo che Donald Trump ha deciso di spostare a Gerusalemme l'ambasciata americana in Israele. A ciò si aggiungono diverse minacce e aggressioni nei campus, e in particolare nelle università di McGill, Ryerson e McMaster.
   Michael Mostyn, capo del B'Nai Brith Canada, ha dichiarato che "stiamo vivendo una nuova inquietante normalità per quanto riguarda l'antisemitismo in questo paese, con manifestazioni di odio antiebraico che emergono in regioni che in genere sono meno propense a certi pregiudizi. È particolarmente preoccupante l'aumento delle molestie antisemite sui social, comprese minacce di morte, di violenze e una retorica antiebraica maliziosa."

(Bet Magazine Mosaico, 8 maggio 2019)


Conte incontra i giovani ebrei russi: l'oblio è peggio dell'odio

Il presidente del Consiglio Conte visita la sinagoga di Roma e incontra 800 studenti ebrei provenienti dalla Russia. Il premier italiano ribadisce l'impegno contro ogni intolleranza e nel ricordo di Primo Levi sottolinea l'importanza della cultura per trasmettere valori universali e sconfiggere l'odio.

di Riccardo Pessarossi

Il Presidente Conte nella Sinagoga di Roma
ROMA, 8 maggio 2019 - A 100 anni dalla nascita di Primo Levi ed alla vigilia dello Yom Ha'azaamaut, giorno dell'Indipendenza di Israele e del 9 maggio, Giornata della Vittoria, nelle vie dell'ex ghetto di Roma si sente parlare in russo.
Arrivano di prima mattina i ragazzi e ragazze del programma di studio Yahad: un viaggio premio dopo un anno di studio delle proprie radici, che coinvolge quasi un migliaio di giovani appartenenti alle comunità ebraiche di Russia ed altri paesi dell'Ex Unione Sovietica. Quella di Roma è una tappa intermedia a risalire verso Venezia, dove i ragazzi leggeranno la Torah nel luogo dove nel 1532 venne stampato il primo tomo del Talmud, la Croazia ed infine Auschwitz che domenica 12 maggio ospiterà la marcia della pace.
Per loro si tratta di un'esperienza dai forti connotati spirituali, nella quale memoria e preghiera prevalgono sull'aspetto turistico.

 Una lezione di fratellanza
  La cerimonia alla sinagoga di Roma inizia con il saluto di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, che ribadisce il legame di lunga data tra la comunità ebraica capitolina e quella russa, che arriva fino ad oggi:
«Ci state insegnando una lezione importante. Una lezione di amicizia, di fratellanza. Noi siamo abituati a considerare la Russia un paese lontano e poco comunicante, ma la barriere vanno abbattute: ciascuno si deve aprire all'altro con la propria identità. Grazie per essere qui.»

 Sami Mondiano nel ricordo di Primo Levi
  Particolarmente toccante è stato l'intervento di Sami Mondiano, ebreo originario di Rodi, deportato nel campo di concentramento di Birkenau, dove conobbe anche Primo Levi:
«E' la prima volta che dò la mia testimonianza a dei ragazzi russi.I russi mi hanno salvato il 27 di gennaio 1945, quando sono entrati nel campo Birkenau: io sono grato all'Armata Rossa che è arrivata in tempo per donarmi la vita. Anche perché devo dirvi che non si sperava di uscire vivi da quell'inferno: eravamo dei condannati a morte, ma il padreterno ha voluto che qualcuno rimanesse in vita per cercare di trasmettere l'esperienza alle nuove generazioni. Quello che voglio dirvi ragazzi è che voi siete la speranza per domani: io ho una certa età, continuo a dare la mia testimonianza ogni giorno, perché spero e auguro che questo sia di insegnamento a voi. Sono sicuro che quando noi non ci saremo, ci sarete voi giovani di questa nuova generazione".

La visita degli studenti russi in Italia Il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni saluta i giovani russi in visita a Roma
I bambini del coro della Sinagoga di Roma
Berl Lazar e Sami Mondiano
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 Lazar: la vittoria sul nazismo è ogni giorno
  La cerimonia prosegue con i canti del coro dei bambini della scuola ebraica e l'accensione di sette candele in memoria degli ebrei morti nell'Olocausto e dei soldati israeliani caduti in guerra. In attesa dell'arrivo del primo ministro Conte prende la parola Berl Lazar, rabbino capo di Russia, che si rivolge alla platea in italiano e ricorda l'importanza dell'anniversario della Vittoria sul Nazismo:
«Venire in Italia è un messaggio di fratellanza, umiltà. E' un grande onore che il presidente Conte venga a darci il suo saluto. Il nostro messaggio oggi è la Vittoria. Il 9 maggio in Russia è il giorno della Vittoria sul Nazismo: la vittoria sul Nazismo non è qualcosa che è successo 74 anni fa, ma succede ogni giorno e ogni giorno non aggiungiamo un giorno e diamo il messaggio che quello che abbiamo fatto ieri, per ricordare questa vittoria, è poco per oggi, e quello che faremo oggi è poco per domani»

 Conte: "L'oblio è peggio dell'odio"
  Chiude la cerimonia l'intervento più atteso, quello del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Arriva in ritardo per il protrarsi del Consiglio dei Ministri, e parla per venti minuti ai ragazzi: legge la prima descrizione del lager in «Se questo è un uomo» e cita «La Tregua», in cui Primo Levi ricorda il viaggio di ritorno dopo la liberazione dal campo di concentramento:
«Ci tenevo davvero ad incontrarvi e nonostante un consiglio dei Ministri che si è protratto oltre il tempo ho rispettato il desiderio di venire qui. La testimonianza di Primo Levi dimostra quanto l'arte sappia dar voce ai sentimenti dei popoli, per esprimere l'indicibile, per vedere l'essenziale. La presenza di voi studenti per ricordare Primo Levi conferma quanto questo scrittore italiano sia riconosciuto, apprezzato, amato. La cultura è un veicolo di valori universali. Il sentimento di appartenenza ad un'umanità che con la cultura è unita in un unico destino.»

Conte ribadisce le parole espresse già nella sua precedente visita alla sinagoga di Roma, nello scorso mese di gennaio. Da presidente del consiglio conferma l'impegno dell'Italia contro ogni forma di intolleranza e discriminazione, anche di fronte al verificarsi di nuovi episodi di antisemitismo:
«Come ho ricordato nella mia precedente visita, l'Uomo Europeo non sarebbe quello che è senza l'ebraismo e senza tutto quello che questa straordinaria religione ha prodotto. La memoria della guerra vissuta in Europa ha radicato nella nostra coscienza collettiva il senso di comune appartenenza che nessuna divisione ha potuto cancellare. L'oblio è il più micidiale alleato dell'odio. Desidero in questo luogo così evocativo ribadire l'impegno dell'Italia in Europa e nel mondo per tutelare e promuovere la libertà religiosa e il dialogo e combattere senza esitazioni ogni forma di intolleranza e discriminazione. L'antisemitismo è il suicidio dell'uomo europeo»

Dopo il suo intervento Conte non rilascia dichiarazioni alla stampa, ma si concede volentieri alle foto ricordo con i giovani ebrei, a cui augura di godersi Roma, baciata dal sole di maggio.

(Sputnik Italia, 9 maggio 2019)


La sfida di Teheran a Stati Uniti ed Europa. "Torniamo ad arricchire il nostro uranio"

La scelta riporta l'instabilità in tutto il Medioriente. Israele in fibrillazione

di Gian Micalessin

 
     Rohani vs. Pompeo
Soffiano venti di guerra sul Medio Oriente. Venti resi più impetuosi dall'inatteso arrivo, ieri, a Baghdad del segretario di Stato Mike Pompeo e dall'avvicinarsi della portaerei Uss Lincoln dirottata verso il Golfo Persico dopo le segnalazioni del Mossad su possibili attacchi ai soldati americani in Irak.
   A infiammare l'atmosfera s'aggiunge l'ultimatum del presidente iraniano Hassan Rohani all'Unione europea e agli altri firmatari dell'accordo sul nucleare. Rohani ha annunciato ieri l'abbandono di tutti i punti dell'intesa entro 60 giorni se gli europei non riprenderanno, come promesso, i rapporti commerciali. La Ue contraria alla rottura dell'accordo, voluta un anno fa dal presidente Donald Trump, si era impegnata ad aggirare le sanzioni americane (ieri Trump ne ha introdotte di nuove su alluminio e acciaio) e a continuare le relazioni commerciali con l'Iran. Alla fine però ha rinunciato a sfidare Washington. Così ora Rohani annuncia l'immediato ripristino delle scorte di uranio a basso arricchimento e di acqua pesante. Se l'Europa non riavvierà i rapporti economici entro 60 giorni, riprenderà anche la costruzione del reattore di Arak e l'arricchimento dell'uranio «senza considerare ogni limite».
   La mossa di Rohani è la conseguenza delle pressioni dei settori più intransigenti del regime iraniano decisi a sfidare Usa ed europei dopo la cancellazione dell'intesa da parte americana. Proprio da quei settori, legati a doppio filo ai pasdaran, sembra provenire la minaccia segnalata dagli israeliani. In questo contesto l'arrivo di Pompeo in Irak va interpretato come un avvertimento agli «alleati» non sempre affidabili di Baghdad. Il governo del premier Haider Al Abadi, seppur appoggiato dagli Usa nella lotta all'Isis, resta infatti un esecutivo sciita vicino a quell'Iran che ogni anno devolve un miliardo di dollari alle milizie sciite irachene conosciute come Unità di Mobilitazione Popolare. Tra le loro fila si contano 100mila combattenti sciiti a cui s'aggiungono i consiglieri militari iraniani presenti ai vertici di molte unità. Lo stesso capo della Brigata Al Quds Soleimani è spesso in Irak. Gli americani, che di recente hanno inserito i pasdaran nelle liste del terrorismo, temono una rappresaglia orchestrata dai vertici di Al Quds utilizzando volontari iracheni. Un attentato, seguito da bombardamenti americani, rischia però d'innescare una reazione fuori controllo. Dall'Irak potrebbero partire attacchi contro un'Arabia Saudita coinvolta in Yemen nella guerra ai ribelli houti appoggiati da Teheran. E le conseguenze potrebbero estendersi a Israele, Gaza e Libano. A Gaza sia la cosiddetta Jihad Islamica, sia una parte dell'ala militare di Hamas sono controllate dagli iraniani che garantiscono fondi e addestramento. In Libano sono pronte all'azione le milizie di Hezbollah che già hanno messa a dura prova l'esercito israeliano nel 2006. Non a caso Ziad al Nabala, segretario generale della Jihad Islamica palestinese, ha descritto il recente lancio di missili contro Israele come «una preparazione per la grande battaglia» destinata a scoppiare la prossima estate.
   Certo, ad acuire la tensione contribuiscono anche i falchi della Casa Bianca, primo fra tutti quel consigliere per la Sicurezza John Bolton, che ha voluto l'invio della portaerei Lincoln nel Golfo Persico e ha premuto sulla Casa Bianca perché approvasse, nonostante i pareri contrari di Pentagono e Segreteria di Stato, l'inserimento dei pasdaran nelle liste del terrorismo. Alla fine per fare la guerra serve, però, il sì di Trump. E fin qui, nonostante dichiarazioni e tweet vulcanici, il presidente, sia in Corea del Nord, sia in Venezuela, non ha scelto la strada dell'intervento, ma quella della trattativa e della pressione economica.

(il Giornale, 9 maggio 2019)



Al via l'Eurovision Song Contest a Tel Aviv

di Marina Gersony

                                  Bar Refaeli                                                                   Erez Tal
Il conto alla rovescia è iniziato. Mancano pochi giorni alla grande festa dell'Eurovision Song Contest che si svolgerà a Tel Aviv tra 14 e il 18 maggio. Anche quest'anno la nota rassegna musicale europea riunirà i più grandi talenti del Continente.
   Per l'occasione la città è pronta ad accogliere turisti e visitatori provenienti da tutto il mondo. Sono previste oltre 10.000 presenze per questa 64esima edizione dell'Eurovision, la terza in Israele dopo quelle del 1979 e del 1999. Non solo: Tel Aviv accoglierà i turisti della rassegna con le tradizionali cene di Shabbat nelle case dei suoi abitanti grazie all'iniziativa Shabbat Dinner Project prevista per venerdì 17 maggio, alla vigilia della finale. I visitatori di ogni fede e tradizione potranno così vivere un'esperienza unica entrando in contatto con le secolari tradizioni ebraiche. Questo progetto ricalca un trend sempre più diffuso tra i turisti e i viaggiatori nel mondo, ossia il "turismo esperienziale", dove le persone cercano sempre più di immergersi nelle culture locali vivendo delle esperienze autentiche.
   Per Israele, Paese ospitante che ha vinto lo scorso anno a Lisbona con il brano Toy di Netta, si esibirà Kobi Marimi, che proporrà la canzone Home. Toccherà invece a Mahmood rappresentare l'Italia: il vincitore dell'ultimo Festival di Sanremo porterà sul palco la sua hit Soldi. Condurranno lo show tre volti noti della televisione israeliana: Erez Tal, Assi Azar e Lucy Ayoub accanto alla supermodella Bar Rafaeli.
   Ron Huldai, sindaco di Tel Aviv-Yafo, ha dichiarato: «Stiamo lavorando duramente per assicurarci che l'Eurovision Song Contest sia un'esperienza indimenticabile per tutti, inclusi i residenti che vogliono partecipare a questo grande boom turistico. Lo Shabbat Dinner Project è uno dei tanti modi di mettere in relazione migliaia di turisti con le famiglie di Tel Aviv, mostrando loro la splendida tradizione ebraica dello Shabbat in Israele. Io stesso ho già avvisato Yael, mia moglie, di non prendere impegni per il venerdì prima della finale dell'Eurovision, dato che saremo impegnati a cucinare!», ha concluso in sindaco. (Fonte della dichiarazione: Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo di Milano).
   Infine, in considerazione che dal venerdì sera al sabato sera gli ebrei osservanti non possono svolgere una serie di attività lavorative, l'organizzazione ebraica dell'Eurovision Song Contest ha cercato di procurarsi un microfono e degli strumenti che permettessero agli osservanti di partecipare alla gara canora senza violare le leggi della Torà. In un articolo pubblicato su Euronews, si legge che la richiesta è stata avanzata all'Istituto Tzomet, azienda che dal 1976 produce ogni tipo di oggetti che, approvati dai rabbini, possono essere utilizzati durante lo Shabbat.
   Le tre dirette live dall'Expo di Tel Aviv dell'Eurovision Song Contest 2019 sono trasmesse come di consueto dalle reti Rai: per le semifinali sarà impegnata Rai 4, mentre la trasmissione della finale verrà curata da Rai 1.

(Bet Magazine Mosaico, 9 maggio 2019)


Il gioco saudita contro gli ayatollah per fermare l'egemonia sul Golfo

L'obiettivo è bloccare le operazioni iraniane in Medio Oriente. L'uscita degli Stati Uniti dall'accordo ha favorito i piani di Riad.

di Stefano Stefanini

RIAD - Le pentole già bollivano: in Libia, a Gaza, in Siria, in Yemen. Il ritiro di Teheran dall'accordo nucleare (Jcpoa) getta benzina sul fuoco. Alle strette per le sanzioni Usa, stanco di aspettare sollievo europeo, l'Iran ha risposto con l'arma della ripresa dell'arricchimento. L'annuncio mette in difficoltà gli europei, rafforza la linea dura dell'amministrazione Trump e porta acqua al mulino dell'Arabia Saudita e dei suoi alleati regionali che hanno sempre sostenuto che «il Jcpoa non basta».
   Come ha detto il Presidente Rohani, le misure annunciate lasciano la porta aperta alla diplomazia. Ma l'arma è spuntata. Mai gli europei sceglieranno di sfidare le sanzioni americane per salvare il petrolio iraniano. Se il messaggio «vogliamo trattare» è indirizzato a Washington, il nucleare non basta. L'obiettivo dell'amministrazione Trump è il contenimento di Teheran. Vuole sul tavolo espansionismo regionale iraniano, minacce a Israele, destabilizzazione nel Golfo, sostegno a Hezbollah in Siria e in Libano, agli Houthi in Yemen, a Hamas a Gaza. L'Iran l'ha sempre rifiutato.
   Il ritiro parziale dal Jcpoa dà fiato a Israele e agli alleati sunniti che lamentavano di non trarne alcun beneficio visto che l'accordo, sostengono, ha incoraggiato l'Iran a perseguire mire egemoniche sul Golfo. Qui Teheran trova la strada sbarrata soprattutto dall'Arabia Saudita, come dimostra la sanguinosa guerra in Yemen. Avendo visto Teheran rafforzarsi e piantare radici nella Siria di Assad vincitore, senza Iraq a fare da baluardo, Riad non può permettersi di perdere altre posizioni, per di più al confine.
   Ora, più sale la temperatura nel confronto fra Iran e Usa, più i sauditi si sentono protetti. Erano tranquillizzati dallo strangolamento economico che ha fatto crollare le esportazioni di petrolio iraniano. L'Abraham Lincoln in navigazione verso il Golfo è un altro segnale rassicurante nell'eventualità che l'Iran minacci la navigazione nel vitale collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz. In un gioco ad alto rischio per tutti Riad sa di poter contare sull'America.
   Questo permette ai sauditi di allargare il raggio di politica estera dal Golfo al Medio Oriente allargato, fino a Nord Africa e Mediterraneo. Innanzitutto per politica interna. la scommessa di un Principe ereditario trentenne, Mohammed bin Salman Al Saud (MbS) si basa sul patto non scritto con la maggioranza giovane della popolazione: farla vivere «meglio» cioè più all'occidentale. Con azzardi e passi falsi internazionali, MbS lo rispetta: di qui l'indiscussa popolarità interna. In parallelo cerca di decapitare la versione estremista dell'Islam che l'Arabia Saudita aveva tacitamente fatto prosperare, con l'epurazione di decine e centinaia di «predicatori dell'odio».
   La forma più pericolosa dello stesso estremismo è il terrorismo con controllo del territorio: potrebbe trapiantarsi nel Regno. Lo Stato Islamico a Raqqa ha suonato il campanello dell'allarme. Di qui l'attenzione alla Libia: Riad vuole disinnescare le micce che, a torto o ragione, vede nelle milizie che sostengono il governo internazionalmente riconosciuto di Tripoli. L'appoggio a Haftar è strumentale a tenerle a bada più che a far vincere il generale.

 La deriva di Ankara
  In Libia i sauditi vedono la lunga mano della Fratellanza Musulmana. Ecco il fossato che li divide dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan che non fa mistero di sostenerla. Ad aggravare le cose, la politica estera «neo-ottomana» di Ankara è anatema per il mondo arabo che un secolo fa ha combattuto una feroce rivolta (ricordiamo Lawrence d'Arabia ... ) per liberarsi del giogo dell'Impero ottomano. La Turchia Nato e candidata Ue va benissimo. Più Ankara si allontana dall'alveo euro-atlantico per andare verso nostalgie di grandezza mediorientale, più viene ai ferri corti con Riad.
   L'Iran è il nemico conosciuto, rivale per l'egemonia regionale. Ma c'è l'America ad arginarlo. Fratellanza Musulmana e Turchia neo-ottomana sono nemici nuovi, pertanto più insidiosi. Uno dei campi di battaglia è la Libia - la diplomazia italiana se ne rende ben conto, prova ne sia la recente visita a Riad del Direttore Politico della Farnesina, Sebastiano Cardi.

(La Stampa, 9 maggio 2019)


Tra israeliani e palestinesi metti una soap

Una Mata Hari araba dall'accento francese, un romantico generale israeliano e un agguerrito resistente palestinese: sono i popolarissimi protagonisti di Tel Aviv in fiamme, incandescente soap-opera ambientata sullo sfondo della Guerra dei sei giorni che, pur girata in ottica palestinese, tiene ogni settimana inchiodato davanti alla tv il pubblico di entrambi i fronti. Con paradossali conseguenze che il regista Sameh Zoabi di Nazareth mette in scena in chiave di commedia sulla base di un copione scritto con l'americano Dan Kleinman. Là dove ogni dialogo appare impossibile, sarà dunque l'ironia a salvarci? Inanellando una serie di equivoci che coinvolgono Salam (Kais Nashif, premiato a Venezia), lunare tuttofare del set, e Assi (Yaniv Biton), ufficiale del posto di blocco fra Gerusalemme e Ramallah la cui consorte è appassionata spettatrice della telenovela, la satira risulta a tratti un po' troppo facile, ma l'idea di esorcizzare pregiudizi, rancori e tensioni attraverso la risata resta forte; e vuoi vedere che provando a parlarsi, e soprattutto ad ascoltarsi, magari si trova davvero un punto di incontro?

(La Stampa, 9 maggio 2019)

*

«Tutti pazzi a Tel Aviv»

Una soap opera su Israele e Palestina

di Giovanna Branca

«La grande illusione che non cambia niente, come gli accordi di Oslo»: così il produttore di una soap opera girata a Ramallah e ambientata nel 1967 della Guerra dei sei giorni, molto seguita anche in Israele - definisce l'ipotetico finale «conciliatorio» in cui l'ufficiale israeliano sposa la spia palestinese. Il titolo della fiction è Tel Aviv on Pire, una specie di Gli occhi del cuore in tempo di guerra che dà anche il titolo originale al film di Sameh Zoabi, che in Italia esce come Tutti pazzi a Tel Aviv.
   Il protagonista Salam, palestinese che vive a Gerusalemme, viene assunto dallo zio produttore come consulente sui dialoghi in ebraico, ma per una serie di fortuite coincidenze si ritrova presto fra gli sceneggiatori della soap, incaricato delle scene che riguardano uno dei protagonisti: il generale israeliano Yehud. Solo che l'autore «nell'ombra" è il vero ufficiale che tutti i giorni Salam incontra al check point per entrare e uscire da Ramallah, che vuole impressionare la moglie appassionata di Tel Aviv on Pire dando un «nuovo corso» alla fiction e imponendo a Salam il sogno naif di riconciliazione rappresentato dal gran finale con il matrimonio fra l'israeliano e la palestinese.
   Zoabi vira in commedia il conflitto con il suo film che replica in qualche modo la soap opera nel sogno a occhi aperti di ricomporre i traumi nell'immaginario, negli amori, le amicizie e colpi di scena della narrazione. Un rispecchiamento deformato fra soap opera, film e realtà che si moltiplica in mille idee diverse proprio quando si tratta di trovare il finale, intrappolato in ciò che esso rappresenta per ogni personaggio. Dai riferimenti cinefili del produttore che cita Il falcone maltese di John Huston al desiderio di una serialità infinita «all'americana" dello sceneggiatore che tiene allo stipendio - ma naturalmente è su come debba concludersi il conflitto, che adombra quello fra Israele e Palestina, che le opinioni divergono. Con la tentazione di credere ancora a una «grande illusione".

(Il manifesto, 9 maggio 2019)


La compagnia brasiliana Petrobras investirà in Israele

Nonostante i dati ricevuti sull'asta per il bacino Leviatan

BRASILIA - Il governo israeliano ha approvato un piano per riprendere l'esplorazione dei vasti giacimenti di gas naturale di Leviathan dopo una serie di incertezze normative. Lo riporta il sito "Petronoticias". Oltre a Leviathan, ci saranno offerti anche altri 18 campi. La notizia della ripresa delle operazioni di esplorazione è stata data dal ministro israeliano dell'Energia, Yuval Steinitz. "Dopo un ritardo di sei anni, la revisione della clausola di stabilità consentirà non solo lo sviluppo di Leviathan, ma aprirà anche il mare all'esplorazione di nuovi giacimenti di gas e garantirà le esportazioni di gas israeliano verso i paesi vicini e l'Europa", ha detto Steinitz. L'aspettativa è che il gas naturale sarà estratto dai bacini del Leviathan a partire dalla fine del 2019.

(Agenzia Nova, 8 maggio 2019)



Dietro i missili contro Israele

C'è la Jihad islamica pilotala dall'Iran. Non a caso i razzi sono stati lanciati dopo le sanzioni Usa. La tregua raggiunta è solo temporanea e precaria.

di Paolo Vites

Grazie alla solita intermediazione egiziana si è raggiunta una tregua tra palestinesi e israeliani dopo il rovente lancio cli missili e conseguenti bombardamenti aerei degli ultimi giorni. Una tregua fragilissima, ci ha detto Filippo Landi, ex corrispondente Rai a Gerusalemme, che si regge solo su motivazioni politiche e destinata a cadere quando Israele e palestinesi avranno deciso in che modo procedere. Sempre secondo Landi, l'appoggio totale di Trump a Netanyahu sta dando a questi la possibilità cli mettere in atto il piano che ha in mente da tempo, la fine cioè dell'ipotesi di due Stati confinanti perseguita per decenni dall'Unione Europea e dagli Stati Uniti. L'ormai prossima annessione di gran parte dei territori della Cisgiordania dopo quelle di Gerusalemme e delle alture del Golan sarebbe il passo definitivo che cambierà ogni cosa.

- In questi ultimi scontri si notato due posizioni differenti all'interno dei palestinesi: da una parte Hamas che ha chiesto immediatamente una tregua, dall'altra la cosiddetta Jihad islamica che invece minaccia di proseguire nel lancio dei razzi con obiettivi come una centrale nucleare. Che cosa rappresenta questa Jihad islamica?
  La Jihad islamica a Gaza è un movimento e una struttura militare irrobustitasi negli ultimi anni facendo leva sul malcontento, soprattutto dei giovani, nei confronti di Hamas per la sua incapacità di raggiungere alcuni chiari obbiettivi, in particolare l'indebolimento dell'assedio israeliano. Un movimento che ha trovato in questa debolezza politica di Hamas il modo di rafforzarsi, propugnando un atteggiamento più duro e segnato da un'attività militare decisamente più vasta nei confronti di quella che Hamas usa cli tanto in tanto anche come strumento politico.

- Chi c'è dietro a questo movimento dal punto di vista internazionale?
  Secondo gli israeliani ma anche secondo altre fonti il punto di riferimento è l'Iran. Non è probabilmente un caso che queste tensioni si siano accentuate e il lancio di razzi sia aumentato proprio nel momento in cui Trump ha comunicato nuove sanzioni economiche nei confronti dell'Iran e l'invio di una portaerei nel Medio oriente come avvertimento proprio all'Iran.

- Israele ha immediatamente disposto lungo il confine una brigata militare, potrebbe davvero esserci una invasione di terra come si è sentito dire?
  Sicuramente c'è in atto una valutazione politico-militare in Israele nei confronti di cosa fare di Gaza e sono in gioco due elementi.

- Quali?
  Il primo è che un attacco terrestre comporterebbe una perdita di vite umane da parte palestinese difficilmente gestibile politicamente. Sull'altro fronte c'è il timore di lanci massicci di razzi sulle città del centro e del sud d'Israele nel momento in cui Netanyahu desse l'ordine di attacco. L'annessione poi di una parte importante dei territori in Cisgiordania che ormai molti analisti ritengono prossima e imminente dopo quelle di Gerusalemme e dei territori del Golan potrebbe scatenare una durissima reazione palestinese. Sembra che Netanyahu sia deciso a portare avanti questa opzione politica dell'annessione decretando la fine dell'ipotesi dei due Stati che per molti anni è stata sostenuta dall'Unione Europea e dagli Usa.

- Trump ha già infatti parlato di sostegno americano al 100 per cento ...
  Sì, sembra che Netanyahu abbia l'appoggio di Trump contro l'ipotesi dei due Stati, che appare ormai definitivamente morta.

- Cosa comporterà questo? La tregua secondo lei quanto è destinata a durare?
  È sicuramente una tregua molto fragile, esposta più che a esigenze militari a esigenze politiche, e non è detto che i due contendenti non siano invece determinati a far venire meno la tregua stessa quando le decisioni politiche verranno assunte.

(Il Sussidiario.net, 8 maggio 2019)


Yom HaAtzmaut, la Festa dell'Indipendenza

La Festa dell'Indipendenza, festa nazionale israeliana, ricorda la Dichiarazione di Indipendenza di Israele, segnando la fine del Mandato Britannico. È l'unica festività piena del calendario sancita per legge, senza avere una tradizione di centinaia o migliaia di anni.
  La Festa dell'Indipendenza cade il 5 del mese ebraico di ""Iyar"" (tra la fine di aprile e la metà di maggio), giorno in cui David Ben-Gurion, primo Primo Ministro di Stato, dichiarò l'indipendenza del Paese nel 1948. È stata dichiarata festività piena in una legge emanata dal Knesset nel 1949. Nel corso degli anni, varie tradizioni si sono evolute per celebrare la festa ed ora è caratterizzata da pic-nic di famiglie in luoghi particolarmente belli per tutto il Paese.
  Le celebrazioni per la Festa dell'Indipendenza hanno inizio la sera del 5 di ""Iyar"" con la fine di Yom Hazikaron, il Giorno della Memoria dei Caduti delle Guerre di Israele, con cerimonie speciali che segnano la transizione dal lutto ai festeggiamenti. La cerimonia più importante si tiene a Har Herzl, (Monte Herzl), a Gerusalemme. Durante la Festa dell'Indipendenza, si disputa a Gerusalemme il World Bible Quiz, quiz mondiale sulla Bibbia e prestigiosi premi israeliani vengono distribuiti ai vincitori dell'anno in una speciale cerimonia.
  La maggior parte delle attività sono chiuse per la Festa dell'Indipendenza, ma bar, ristoranti e altri luoghi di intrattenimento restano aperti perché non è una festività religiosa.

 Tradizioni della festa
  Bandiere - Molti Israeliani fanno sventolare le bandiere fuori dalle case, portici e automobili, spesso con decorazioni colorate.
  Eventi di spettacolo - A causa della natura profondamente secolare della Festa dell'Indipendenza, una tradizione si è evoluta in spettacoli gratuiti di artisti, danzatori e comici su palchi allestiti nei centri città ed altre comunità nel giorno della vigilia. Gli spettacoli spesso sono accompagnati da fuochi d'artificio. Le vie principali di paesi e città sono solitamente congestionate di gente.
  Barbecue - La Festa dell'Indipendenza è diventata la festa ufficiosa del barbecue di Israele, con le famiglie che fanno pic-nic con enormi quantità di carne in ogni spazio verde che trovano nel Paese.
  Visite dei campi IDF - Molti dei campi dell'esercito sono aperti al pubblico per la Festa dell'Indipendenza, offrendo così la possibilità di vedere armamenti, flotta navale,carri armati e aerei di Israele.
  Cinema israeliano - I canali locali dedicano tutta la loro programmazione a questa festa e, spesso, mandano in onda vecchi film israeliani che sono diventati film cult.
  Preghiera - Anche se si tratta di una festa nazionale e non religiosa, i Sionisti religiosi tendono a recitare una speciale preghiera composta dal rabbino capo. Questa preghiera, a volte, comprende il suono di uno shofar (corno d'ariete).

(goisrael.com, maggio 2019)



*


Il grande miracolo

Riprendiamo da Pagine Ebraiche di qualche anno fa un'interessante riflessione sulla ricorrenza di Yom haAtzmaut. L'avvenimento ricordato è indubbiamente politico, perché rappresenta il successo di un sionismo laico che in quel tempo s'interessava ben poco di religione e religiosità. Ed ecco allora la domanda: di questo fatto essenzialmente storico-politico è lecito farne anche un momento religioso? La risposta del rabbino Somekh può essere di stimolo anche per noi cristiani. La domanda è la stessa: la nascita dello Stato ebraico d’Israele ha un significato biblico? La nostra risposta è SI. NsI

di Rav Alberto Moshe Somekh

 
 
Paradossalmente una rara occasione di incontro ideologico fra haredim
religiosi
e laici è data proprio dalla considerazione per lo Yom ha-'Atzmaut, l'anniversario dell'indipendenza dello Stato d'Israele. Lo scorso anno i miei allievi di Milano, tutti di stretta osservanza, mi domandarono se vi avrei o meno recitato i Tachanunim, le preghiere penitenziali come in un qualsiasi giorno feriale. Sotto i loro sguardi attoniti risposi che non solo non l'avrei fatto, ma avrei aggiunto i salmi del Hallel
Salmi di lode 113-117
come nelle feste, sia pure senza la relativa benedizione e soggiunsi che c'è nel mondo nazional-religioso anche chi dice la benedizione. Rientrato a Torino in un ambiente di orientamento completamente diverso mi fu chiesto all'improvviso: "Perché voi religiosi vi siete impossessati di Yom ha-'Atzmaut, che è una festa laica!" Insomma, su un punto tutti i miei interlocutori concordavano: Yom ha'Atzmaut non ha alcuna valenza halakhica
religiosamente normativa
. Entrambi sono kefuyyè tovah, "ingrati"! Non affronto qui una discussione approfondita sull'ebraismo "laico". Mi basti dire che parlando delle sciagure Maimonide, il grande razionalista, ci invita a non affidarle al caso, bensì a interpretarle come un monito da parte di H.
HaShem, il Nome (di Dio)
sul male da noi compiuto e come uno sprone a fare Teshuva
Pentimento
. Per questo i nostri Maestri istituiscono digiuni in occasione di disgrazie. Se così commemoriamo le ricorrenze tristi, tanto più dobbiamo festeggiare le occasioni liete come un atto di gratitudine al S.B.
Santo Benedetto
per i benefici che ci ha elargito. Va da sé che chi è credente e osservante vede nei passi della Storia, buoni o cattivi che siano, il segno di una Mano più grande che opera nell'interesse del Bene. Il fatto che talvolta Egli si serva di persone molto lontane da Lui per portare avanti i Suoi progetti, non è sufficiente a negare valore religioso alle Sue azioni: si pensi agli Assiro-Babilonesi, definiti dai Profeti shevet appì ("bastone dell'ira" del Santo Benedetto: Yesha'yahu
Isaia
10,5) in quanto investiti da H. di una missione punitiva nei confronti dell'antico Israele; in modo uguale e contrario gli stessi fautori "laici" del sionismo moderno hanno realizzato un sogno carico di significato religioso, sia pure senza riconoscerlo e senza essere riconosciuti!
   È quel sogno di cui oggi beneficiano largamente anche gli ortodossi. Quando venticinque anni or sono studiavo alla Yeshiva University di New York, ricordo che l'insegnante ottantenne, reduce dalle Yeshivot lituane dell'anteguerra spazzate via dal nazismo, interruppe un giorno la lezione di Talmud per esclamare:
   "Ai miei tempi non si studiava Torah: oggi sì che si studia Torah!" Quanto sono ancor più vere quelle parole oggi, un quarto di secolo dopo! Questa fioritura degli studi ebraici senza precedenti non sarebbe stata pensabile senza la Medinat lsrael
Stato d'Israele
, che torna dopo secoli a essere a tutti gli effetti il centro intellettuale e spirituale di tutto il popolo ebraico. Ecco che la fondazione dello Stato rivela sempre più il proprio carattere ruchanì
spirituale
. Perché non ringraziare il S.B. di un simile miracolo? Accennavo al fatto che i nostri Maestri hanno stabilito la recitazione del Hallel in giornate segnalate come forma di ringraziamento per i miracoli di cui abbiamo beneficiato da parte di H. Le più antiche attestazioni sono in alcuni Yamim Tovim
giorni buoni
indicati nella Torah: Pessach, Shavu'ot e Sukkot. Essi ricordano rispettivamente l'Uscita dall'Egitto, il Dono della Torah e la protezione accordataci durante i quarant'anni trascorsi nel deserto. Ma non solo. Recitiamo il Hallel con la relativa Berakhah
Benedizione
anche negli otto giorni di Chanukkah per commemorare gli eventi dei Chashmonaim: questa è una dimostrazione del fatto che la Halakhah ha saputo rinnovarsi in epoca post-biblica. Spiega infatti il Talmud (pessachim 117a) che "i Profeti stabilirono che il Hallel fosse recitato dopo la liberazione da qualsiasi sciagura" anche recente. Ne consegue che la recitazione dello Hallel è parimenti giustificata per lo Yom ha-'Atzmaut, che segna la proclamazione della nostra indipendenza nazionale dopo duemila anni di esilio e persecuzioni.
   Rimane materia di discussione se lo Hallel di Yom ha-'Atzmaut debba essere accompagnato dalla relativa Berakhah o meno. Chi esprime cautela si basa su diverse valutazioni. Le principali sono le due seguenti: 1) La proclamazione dello Stato d'Israele non ha segnato l'inizio di un'epoca di tranquillità. Al contrario: sono cominciate le guerre e il terrorismo. Vero. Ma anche per questo aspetto è istruttivo l'illustre precedente di Chanukkah. In quel caso il Hallel fu istituito sì dopo la prima vittoria, quella che portò alla liberazione di Yerushalaim dai Greci, sebbene questa sia stata seguita da una lunga fase di guerre in alcuni casi persino intestine. Nonostante ciò il Hallel di Chanukkah con la Berakhah è stato accettato come un obbligo fino a oggi. 2) Il Chidà (Resp. Chayim Shaal, 2,11) scrive che si può recitare la Berakhah sul Hallel solo se il miracolo riguarda tutta la collettività d'Israele. Finora la popolazione ebraica residente nella Terra dei Padri non raggiungeva il 50% del totale mondiale e questo ha rappresentato indubbiamente una difficoltà. Ma sappiamo che il momento del "sorpasso" è ormai vicino. Nel momento in cui la maggioranza degli Ebrei del mondo vivrà in Israele potremo affermare secondo la Halakhah che "la maggioranza equivale alla totalità" (rubbò ke-khullò) e verrà a cadere il principale motivo ostativo affinché Yom ha-'Atzmaut possa essere accolto fra le grandi festività del popolo d'Israele a pieno titolo.

(Pagine Ebraiche, maggio 2016)


Quotidiano israeliano pubblica dettagli accordo di pace proposto da Trump

GERUSALEMME - Il quotidiano israeliano "Israel Hayom", considerato vicino al primo ministro Benjamin Netanyahu, ha pubblicato alcuni presunti dettagli del cosiddetto "accordo del secolo" proposto dal presidente statunitense Donald Trump per trovare una soluzione all'annosa questione mediorientale. Il documento, proveniente da fonti anonime, starebbe circolando tra funzionari del ministero degli Esteri israeliano e, secondo "Israel Hayom", sarebbe compatibile con i contenuti dei colloqui informali sul tema avuti con il governo israeliano dal presidente Trump, dal suo genero Jared Kusnher e dal suo consigliere speciale Jason Greenblatt. Il testo verrebbe proposto a tre parti firmatarie: Israele, l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e il movimento islamista Hamas. Prevedrebbe la nascita di uno Stato chiamato "Nuova Palestina" sui territori della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.
  Sempre in base alla presunta proposta della Casa Bianca, dopo un anno verrebbero organizzate libere elezioni nel nuovo Stato e Israele inizierebbe a rilasciare i prigionieri palestinesi, processo che durerebbe tre anni. Gerusalemme, riconosciuta dall'amministrazione Trump come capitale d'Israele nel dicembre del 2017, resterebbe "indivisa", ma con responsabilità amministrative condivise tra Israele e "Nuova Palestina" e un controllo generale affidato allo Stato ebraico. I residenti palestinesi di Gerusalemme diventerebbero cittadini del nuovo Stato palestinese, ma la municipalità israeliana resterebbe incaricata delle questioni relative all'amministrazione del territorio. La "Nuova Palestina" pagherebbe una tassa alla municipalità israeliana e, in cambio, si occuperebbe dell'istruzione dei residenti palestinesi. La popolazione della città è stimata in circa 435 mila persone e attualmente agli abitanti palestinesi è concesso un permesso di residenza che può essere revocato da Israele.
   L'intesa proposta da Trump, secondo il testo di "Israel Hayom", preserverebbe l'attuale status quo dei siti sacri della città e vieterebbe agli israeliani di religione ebraica di acquistare case palestinesi e viceversa. Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, considerati illegali dalle Nazioni Unite, verrebbero formalmente riconosciuti come parte dello Stato d'Israele. Ancora, stando al presunto documento, l'Egitto offrirebbe alla Striscia di Gaza della "Nuova Palestina" una porzione di territorio necessaria per la costruzione di un aeroporto e di una zona industriale, senza che ai palestinesi venga tuttavia permesso di risiedere in tali aree. L'individuazione di tali territori verrebbe determinata successivamente nel quadro di un accordo da attuare nel giro di cinque anni. Per collegare la Striscia di Gaza alla Cisgiordania, inoltre, verrebbe realizzata un'autostrada sopraelevata a 30 metri d'altezza, finanziata per il 50 per cento dalla Cina e per il 10 per cento da Corea del Sud, Australia, Canada, Stati Uniti e Unione europea. Secondo il presunto documento, a finanziare e promuovere l'accordo sarebbero gli Stati Uniti, l'Unione europea e non meglio precisati paesi del Golfo, con la garanzia di fondi pari a 30 miliardi di dollari complessivi - 6 miliardi di dollari l'anno - per il finanziamento di progetti nella "Nuova Palestina".
   Gli Stati Uniti coprirebbero il 20 per cento dei costi di tali progetti, ovvero 1,2 miliardi di dollari l'anno, l'Unione europea il 10 per cento e i paesi del Golfo il 70 per cento. Per ciò che concerne Washington, si tratterebbe di una cifra inferiore rispetto ai 3,8 miliardi di dollari versati ogni anno a Israele in aiuti militari sulla base di un'intesa siglata nel 2016. Alla "Nuova Palestina" non verrebbe concessa la formazione di un esercito, ma solo di una forza di polizia. La proposta di Trump prevedrebbe anche un trattato di sicurezza tra Israele e il nuovo Stato palestinese in base al quale quest'ultimo pagherebbe allo Stato ebraico una somma di denaro per essere difeso da qualsiasi eventuale attacco straniero. Alla copertura di tale somma potrebbero contribuire anche altri paesi arabi. Una volta siglato l'accordo di pace, Hamas dovrebbe quindi consegnare tutte le sue armi, incluse quelle personali, alle autorità egiziane. In compenso, i militanti del movimento islamista verrebbero compensati con stipendi mensili pagati dai paesi arabi. I confini della Striscia di Gaza verrebbero riaperti al commercio attraverso i terminal e i punti di frontiera israeliani.
   Finché non verrà realizzato un porto e un aeroporto nel nuovo Stato, ai palestinesi verrebbe garantito l'uso di scali israeliani. L'Olp e Hamas dovrebbero invece fronteggiare "punizioni" se si rifiutassero di firmare l'accordo: in pratica, gli Stati Uniti interromperebbero ogni forma di finanziamento e ogni progetto di sviluppo a beneficio dei palestinesi e chiederebbero ai loro partner di fare altrettanto. Va ricordato che Washington ha già tagliato lo scorso anno tutti i fondi precedentemente concessi all'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) e smesso di finanziare gli ospedali palestinesi a Gerusalemme. Se l'Olp firmasse l'accordo ma Hamas e Jihad islamico si rifiutassero, gli Stati Uniti sosterrebbero "pienamente" un'operazione militare israeliana contro le due fazioni che controllano la Striscia di Gaza. Se invece a respingere l'intesa fosse Israele, gli Stati Uniti interromperebbero qualsiasi forma di sostegno finanziario verso lo Stato ebraico.

(Agenzia Nova, 8 maggio 2019)


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Una sopraelevata suggellerà la pace in Medio Oriente (nel piano di Trump)

di Rebecca Mieli

Le prime indiscrezioni del progetto redatto dalla Casa Bianca sotto l'egida di Jared Kushner (consigliere del Presidente). La condizione indispensabile è l'indebolimento di Hamas. Hamas è in crisi ora più che mai, in particolare dopo aver chiesto a Israele una tregua in seguito alla massiccia risposta di Gerusalemme ai settecento missili che avevano colpito il Paese. L'enclave è in totale rovina, e potrebbe essere il momento propizio per avviare il discussissimo piano di pace di Jared Kushner.

 Cosa accadrà
  La situazione economica e umanitaria di Gaza sembra senza via d'uscita. Questa non migliorerà in modo significativo neanche se Israele dovesse decidere di richiedere una nuova ondata di aiuti economici (circa duecento milioni sono quelli richiesti) dal Qatar. Per cambiare la disastrosa condizione nella Striscia - afferma Ynet - è necessario investire miliardi, e questo non accadrà finché Hamas - e non l'Autorità Palestinese - sarà alla leadership di Gaza. Per questo motivo la riconciliazione tra Hamas e Fatah sarà in via non ufficiale un requisito preferenziale per il piano di pace elaborato dall'amministrazione Trump, del quale stanno uscendo in questi istanti le prime indiscrezioni.

 New Palestine
  Non è ancora una certezza, ma secondo alcune fonti locali, il piano di pace che verrà ufficialmente rilasciato a giugno, potrebbe includere la smilitarizzazione di Hamas, e il ricongiungimento delle due enclave attraverso un'autostrada sopraelevata. Oltre a questo, il deal del secolo dovrebbe prevedere l'annessione di blocchi di insediamenti israeliani dalla Cisgiordania; il mantenimento dello status quo nei siti sacri di Gerusalemme e il controllo municipale israeliano, considerata l'importanza strategica, dell'esclusivo controllo israeliano sulla Valle del Giordano.

 Il sostegno di Israele
  Alcune fonti (come l'agenzia di stampa palestinese Maam) dicono che la Nuova Palestina dovrà acquisire servizi di sicurezza nazionale da Israele a condizione di permettere lo svolgimento di elezioni democratiche. Oltre a questo, è probabile che le proprietà immobiliari rimangano separate - ovvero nessun ebreo potrà acquistare proprietà arabe nei territori palestinesi e viceversa.

 Egitto, alleato importante
  Tra gli aspetti economici della proposta dovrebbe esserci anche il sostegno dell'Egitto probabilmente pronto a cedere alcune parti della penisola del Sinai alla nuova realtà statale, sostenendo anche economicamente la creazione di un porto a Gaza. Secondo alcune indiscrezioni, potrebbe essere proprio il Cairo (alcuni parlano addirittura di un massiccio investimento cinese) a sostenere economicamente la costruzione di autostrade e ponti tra Gaza e la Cisgiordania. Non indifferente dovrebbe essere anche l'intervento dei Paesi del Golfo, ai quali l'indiscrezione trapelata dal giornale israeliano Israel Hayom attribuirebbe il 70% delle spese e degli investimenti previsti dall'accordo. Dal canto suo, Israele probabilmente aprirà i valichi di confine per permettere la libera circolazione di persone e merci, anche se tutto questo richiederà con ogni probabilità la totale smilitarizzazione dei palestinesi. Le ipotesi sono tante, l'unica certezza è che l'indebolimento di Hamas a Gaza potrebbe rappresentare la rimozione dell'ultimo grande ostacolo contro la pace.

(formiche, 8 maggio 2019)


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Il "piano del secolo" di Trump per Israele e Palestina

Israel Hayom ne pubblica alcuni punti ma…

 
Israel Hyom
Israel Hayom, giornale vicino al primo ministro Benjamin Netanyahu, ha rivelato alcuni dettagli del piano di pace per Israele e Palestina che gli Stati Uniti si accingono a ufficializzare il mese prossimo. Il documento non ha trovato nessuna conferma ufficiale, ma è stato ripreso dai media internazionali.
Ecco alcuni punti chiave.
  1. Lo Stato palestinese si chiamerà Nuova Palestina
  2. L'intesa dovrà essere siglata da Israele, Olp e Hamas
  3. La Nuova Palestina comprenderà la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, senza le colonie già esistenti.
  4. Gli insediamenti rimarranno sotto il controllo israeliano e saranno ampliati affinché possano essere collegati alle colonie isolate in Cisgiordania.
  5. Gerusalemme sarà condivisa tra Israele e la Nuova Palestina. Gli abitanti arabi saranno trasferiti per diventare cittadini della Nuova Palestina e non più israeliani. Il comune di Gerusalemme sarà responsabile di tutti gli affari nei territori di Gerusalemme ad eccezione dell'Istruzione che sarà curata dalla Nuova Palestina che pagherà al Comune della Gerusalemme ebraica una tassa per l'Acqua e per l'Arnuna, l'imposta di residenza che sono costretti a pagare gli abitanti arabi della città santa. Gli arabi non potranno comprare le case degli ebrei e viceversa. Gerusalemme sarà arricchita di nuovi territori. Nessuna variazione è prevista per quanto riguarda i luoghi santi.
  6. L'Egitto donerà alla Nuova Palestina dei terreni per costruire un aeroporto, un' area industriale e una zona di libero commercio e per l'agricoltura. Ma i palestinesi non potranno abitare in questi nuovi territori.
  7. Lo stato della Nuova Palestina non avrà un esercito nazionale e non potrà dotarsi di armi se non di quelle in uso dalla polizia.
  8. In base ad un accordo che dovrà essere firmato tra le parti, Israele si assumerà la difesa della Nuova Palestina da qualsiasi aggressione estera ma la Nuova Palestina dovrà pagare questo servizio. Sulla cifra verrà avviata una trattativa tra lo Stato Ebraico e i Paesi arabi.
  9. Alla firma dell'accordo, Hamas dovrà deporre le armi, comprese quelle personali dei suoi leader, e consegnarle all'Egitto.
  10. I confini di Gaza saranno aperti al commercio internazionale attraverso i valichi israeliani e egiziani ed anche al mercato della Cisgiordania per via marittima.
  11. Un anno dopo la firma dell'accordo saranno convocate le elezioni per eleggere il governo della Nuova Palestina e ogni cittadino palestinese avrà diritto a candidarsi.
  12. Un anno dopo la firma dell'accordo, tutti i detenuti palestinesi nelle carceri israeliane saranno rilasciati gradualmente entro tre anni.
  13. Entro 5 anni dalla firma dell'accordo, sarà costruito un porto marittimo e un aeroporto dello stato della Nuova Palestina e fino a quella data i palestinesi potranno usufruire dei porti e degli aeroporti israeliani-
  14. I confini tra la Nuova Palestina e Israele saranno aperti per il passaggio di cittadini e merci.
  15. Sarà costruito un ponte autostradale ad una quota alta 30 metri dal livello del mare che collegherà Gaza alla Cisgiordania ed i lavori saranno affidati ad una azienda cinese.
  16. Tra gli Stati che hanno accettato di aiutare l'esecuzione dell'accordo e finanziarlo economicamente figurano gli Stati Uniti, l'Unione Europea e i Paesi del Golfo. Saranno stanziati 30 miliardi di dollari americani da versare in cinque anni per finanziare i progetti nella Nuova Palestina, così ripartiti: 20% a carico degli Usa, 10% a carico dell'Unione Europea e il 70% dai paesi produttori del Petrolio del Golfo.
(Futuro Quotidiano, 8 maggio 2019)


Rohani sfida Trump, l'Iran riprende il programma nucleare che era stato sospeso

A un anno esatto dall'uscita degli Stati Uniti dall'intesa sul programma atomico l'Iran ha deciso di sospendere alcuni dei suoi impegni nell'ambito dell'accordo internazionale raggiunto nel 2015, in particolare per quanto riguarda l'arricchimento dell'uranio, che proprio l'intesa aveva limitato per evitare che Teheran raggiungesse la capacità di realizzare ordigni nucleari. La decisione arriva dopo la nuova stretta americana sull'export di petrolio e l'invio nel Golfo da parte dell'America di una squadra navale, guidata da una portaerei nucleare, e di bombardieri strategici B-52. L'annuncio, atteso, è arrivato anche in concomitanza di una visita del segretario di Stato Mike Pompeo a Baghdad ed è stato accompagnato da una lettera del presidente Hassan Rohani ai leader dei Paesi che fanno parte del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, a parte gli Stati Uniti, più la Germania.

 Nuove misure fra 60 giorni
  Nella lettera Rohani specifica che l'Iran si ritirerà progressivamente dagli impegni per quanto riguarda l'arricchimento dell'uranio e "fra 60 giorni" ci sarà un ulteriore passo in questa direzione. Il presidente iraniano avverte anche che ci sarà "una reazione decisa" da parte dell'Iran se il caso sarà portato al Consiglio di Sicurezza, per eventuali misure contro la Repubblica islamica. L'Iran, spiega ancora Rohani, non cesserà anche di vendere e consegnare a Paesi terzi, in particolare la Russia, il suo uranio arricchito e la sua acqua pesante già prodotti e stoccati, un altro impegno che aveva preso con l'accordo del 2015, siglato dall'allora presidente americano Barak Obama e revocato da Donald Trump l'8 maggio 2018.

 Porta aperta a nuovi negoziati
  Teheran ha specificato che "la decisione di smettere di agire su alcuni degli impegni della Repubblica islamica nell'intesa sul nucleare è stata comunicata ai capi di Stato dei Paesi" che ancora fanno parte dell'accordo, cioè Gran Bretagna, Cina, Francia, Germania e Russia, ha comunicato il ministero degli Esteri iraniano. Nella sua lettera Rohani però lascia una porta aperta e si dice pronto "a riprendere le trattative" perché "il collasso dell'accordo sul nucleare è pericoloso per il mondo".

 Le pressioni americane
  L'annuncio di Rohani arriva mentre la portaerei americana Uss Abraham Lincoln, un gigante da 100 mila tonnellate di dislocamento con a bordo oltre 40 cacciabombardieri F-18, arriverà nei pressi del Golfo. Gli Stati Uniti hanno una grande base navale in Bahrein, vicino a Manama, e si preparano a rafforzare il loro dispositivo militare anche con l'invio di nuovi bombardieri, che possono trovare posto in Qatar o negli Emirati Arabi. Due giorni fa il consigliere alla Sicurezza della casa Bianca John Bolton aveva spiegato che l'invio di rinforzi nella Us Central Command Region, cioè nel Golfo, era un "messaggio inequivocabile al regime iraniano" anche se l'America "non sta cercando una guerra" ma si prepara "a rispondere a ogni attacco, sia da parte di milizie alleate che da parte delle Guardie rivoluzionarie o dalle forze regolari iraniane". Le tensioni sono però ai massimi, tanto che Pompeo ha annullato un previsto incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel ed è volato in Iraq per compattare il fronte anti-Iran.

(Il Secolo XIX, 8 maggio 2019)


Intolleranza a Torino, la democrazia forte non teme il pensiero ma la stupidità

di Carlo Nordio

Fa parte dei paradossi della Storia dover citare un nostro amatissimo scrittore ebreo per difendere un editore che si definisce fascista. Ma il noto ammonimento di Heinrich Heine, secondo cui dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini, esprime proprio questa apparente contraddizione, che oggi riemerge in quella sorta di "salon des refusés" dell'esposizione libraria torinese.
   È vero che la tragedia si ripresenta, ancora una volta, sotto una forma di farsa, perché le vittime non sono più Heine o Freud, e i libri non si vogliono più gettare al rogo ma solo estromettere. Ma è una farsa molto amara, perché dimostra la fragilità della nostra cultura liberale, e quindi della stessa democrazia, che fa della tolleranza la sua prima ragion d'essere.
   Noi possiamo anche capire che le vittime, o i figli delle vittime, della persecuzione nazifascista sentano ribollire il sangue davanti a ogni forma di negazionismo, giustificazionismo, revisionismo o comunque si voglia chiamare una qualsiasi difesa di quei funesti regimi. Ma, al netto delle emozioni istintive, vorremo far riflettere che scriminare - o sopprimere - le voci del dissenso, per quanto stupide o odiose, significa proprio tradire gli ideali per i quali quei regimi sono stai combattuti e vinti.
   Perché la libertà di manifestazione del pensiero non tollera condizionamenti o confini, e anzi trae proprio dal confronto con i suoi nemici la sua legittimazione e la sua superiorità morale. Se questa libertà fosse concessa soltanto a chi ne condivide i fondamenti perderebbe la sua stessa ragion d'essere, e si avviterebbe su se stessa in una sorta di assolutismo autoreferenziale.
   Non occorre scomodare Hegel per capire che un valore si afferma solo attraverso la sua opposizione a un valore contrario, che non avremmo la cognizione del bello, del vero e del giusto se non sapessimo cos'è il brutto, il falso e l'iniquo. Ed è singolare che questi concetti minimi siano posti in discussione proprio in occasione di un evento culturale come quello del Salone internazionale del libro di Torino. Purtroppo questa cultura si rivela ora, come dicevamo, in tutta la sua ambigua fragilità. Perché queste iniziative discriminatorie non emergono solo nei Paesi dittatoriali, ai quali sono, per così dire, consustanziali, ma anche in quelli dove la libertà non è entrata pienamente nel codice genetico di una nazione. Quando Churchill, in pieno tempo di guerra, limitò alcune di queste libertà, fu oggetto di critiche così aspre che dovette - lui, liberale a tutto tondo - spiegare che talvolta la sopravvivenza nazionale, e solo quella, impone la sospensione di alcune prerogative; e dovette promettere solennemente che alla fine del conflitto tutte sarebbero state pienamente restaurate, cosa che ovviamente avvenne senza indugio. Perché una democrazia forte non ha paura del pensiero, ma semmai della stupidità.
   Ed è singolare che, a distanza di pochi giorni dal monito del Presidente Mattarella che quando si limitano le libertà invocando la sicurezza ci si mette su una brutta strada, si voglia ora battere questa via odiosa in nome di un antifascismo che invece, per definizione, dovrebbe esser tollerante.
   Vi è infine una dimensione ancora più paradossale in questa vicenda. Che qualcuno ha invocato la violazione della legge penale. Ora, a parte il fatto che l'apologia di fascismo non può esser ricondotta- come si insegna - a una mera "difesa elogiativa", ma richiede connotati ben più pregnanti, la contraddizione si rivela in tutta la sua originalità proprio dal punto di vista, diremmo, editoriale.
   Il nostro codice penale è infatti stato redatto da tre giuristi fascistissimi, Arturo e Alfredo Rocco e Vincenzo Manzini; nella relazione di accompagnamento si afferma che esso esprime «nel modo più netto la purezza e la filosofia del regime fascista». E, ciliegina sulla torta, è firmato da Benito Mussolini. Questo codice è ancora in vigore, campeggia negli scaffali delle librerie, sui tavoli degli avvocati, dei giudici e dei procuratori. Chiuderemo dunque i negozi, gli studi e magari i palazzi di Giustizia? Oppure vieteremo solo la vendita del codice? Saranno domande assurde, ma sono domande che sorgono quando, appunto, la tragedia dei roghi di Heine diventa la farsa dei dissidenti di Torino.

(Il Mattino, 8 maggio 2019)


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"Più dell'antifascismo ci vorrebbe l'anti imbecillismo"

Così Padellaro a proposito del Salone del libro di Torino

di Salvatore Merlo

ROMA - "L'antropologia dell'eterno antifascista è Truce come quella di Salvini". E un po' gli scappa da ridere, ad Antonio Padellaro, che è da sempre di sinistra. "Ma di che stiamo parlando?". Beh, stamattina leggendo Repubblica abbiamo scoperto che ci sono i fascisti e gli antifascisti. Alcuni stanno boicottando il Salone del libro di Torino, e chi non boicotta protesta, perché è ospitata anche una piccola casa editrice vicina a CasaPound. "Ma a Torino si presentavano i libri di Franco Freda! Il terrorista nero. Oggi non è la piccola casa editrice che mette paura. Ma è Salvini. Senza Salvini nessuno si sarebbe occupato di questa casa editrice. Il problema è un libro, diciamolo. E' un libro intervista con Salvini. Ma questo vi sembra un modo di ragionare a un salone del libro? Tra l'altro io questo libro non l'ho letto ... Tu l'hai letto?". No non l'ho letto nemmeno io. "Ecco, appunto, non l'ha letto nessuno. Cosa dice Salvini? Dice che bisogna mandare gli ebrei ad Auschwitz? Perché se dice questo sono il primo a dire che dove viene promosso un libro così non ci vado. Ma non credo lo dica. Quindi stiamo facendo il processo a una casa editrice di destra per aver pubblicato un libro che nessuno ha letto. Ma è una cosa meravigliosa! Posso lanciare una proposta". Prego. "Dopo l'antifascismo, dovremmo inventare l'anti imbecillismo". Vasto programma.
   Ma i fascisti? Non dobbiamo resistere? "I fascisti ci sono sempre stati. E in piena democrazia. Il Msi si rifaceva direttamente a Mussolini, aveva per simbolo una fiamma che sembrava scaturire dalla bara del duce. Eppure stava in Parlamento, e la Dc ci faceva accordi. Il Msi arrivò a raccogliere fino al 10 per cento dei voti. Quella sì che era un'onda nera.
   Oggi quanto conta CasaPound? Lo zerovirgola?". Ondina nera. Però c'è Salvini. "Appunto. Alla fine questo antifascismo più che col fascismo ha a che vedere con la campagna elettorale. Io le tesi di Salvini le respingo. Ma per contrastarlo ci vogliono argomenti forti, più forti di quelli che agita lui. E dargli del fascista invece non è un argomento. E' un epiteto. Ma come si può dimostrare che Salvini è fascista? Qual è il suo richiamo all'ideologia fascista? Vuole le corporazioni? E' per le leggi raziali? Non so. Vorrei capire".
   Ogni tanto cita Mussolini. Poi gli piace molto mandare bacioni dal balcone. "Quello ha il Bignami delle frasette del duce in tasca. Sbeffeggia e provoca gli antifascisti eterni. Che ci cascano come il cane di Pavlov". Al Salone del libro è scoppiato un pandemonio. Christian Raimo, scrittore e consulente del festival, aveva parlato di fascisti al Salone. Su Facebook ha redatto anche una breve lista. "Mi piace confrontarmi con tesi ben argomentate, non mi occupo di quelle fatte solo per strappare un titolo sul giornale". Nella lista di Raimo ci sono anche Pietrangelo Buttafuoco e Alessandro Giuli, che vengono dal Foglio. "Già la sola idea di una lista di proscrizione mi fa stare un po' male. E poi sulla base di cosa? Ma di che stiamo parlando? Bisogna aver mandato il cervello all'ammasso". Quindi tu ci andrai al Salone di Torino? "Certo. E a quanto vedo ci vanno anche i resistenzialisti". Presenterai il tuo libro ("Il gesto") su Berlinguer e Almirante che collaborarono nei giorni del rapimento di Moro. "Provo a spiegare perché due personaggi così diversi e opposti cercarono di parlarsi e confrontarsi di fronte a un pericolo maggiore: il terrorismo. Evidentemente c'è anche un altro modo di stare al mondo rispetto a lanciarsi ogni minuto sputi, sampietrini e insulti".

(Il Foglio, 8 maggio 2019)


Israele: lutto nazionale per i caduti

Chiusi i valichi con Cisgiordania e Gaza

GERUSALEMME - Al suono delle sirene Israele si raccogliera' stasera in un minuto di raccoglimento in memoria dei 23.741 soldati ed agenti caduti per la sua indipendenza, prima della costituzione dello Stato di Israele (1948) e nelle guerre che l'hanno seguita. La cerimonia che rappresenta l'inizio della Giornata dei caduti (che sara' osservata domani) si svolgera' nella Spianata del Muro del Pianto di Gerusalemme, alla presenza delle principali autorita' civili e militari. Domani mattina, al suono di sirene, la vita si fermera' in Israele per altri due minuti, mentre i familiari dei caduti si recheranno nei cimiteri militari. Al termine delle solenni celebrazioni, domani sera inizieranno quindi i festeggiamenti per la Giornata di indipendenza. In questa circostanza Israele ha chiuso i valichi con la Cisgiordania e con Gaza.

(ANSA, 7 maggio 2019)


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Che cos'è Yom Hazikaron

Yom Hazikaron, il Giorno della Memoria per i Caduti delle Guerre di Israele e per le Vittime del Terrorismo ricorre ogni anno il 4 di "Iyar" (verso la fine di aprile e inizi di maggio), una settimana dopo il Giorno della Memoria dell'Olocausto e due settimane dopo Pesach (la Pasqua ebraica). La festa è dedicata alla commemorazione dei soldati del Paese e degli appartenenti alle forze di sicurezza, la memoria dei caduti della clandestinità antecedente lo Stato e delle vittime del terrorismo.
Yom Hazikaron fu formalmente istituita per legge nel 1963, ma la pratica di commemorare i caduti in questo giorno iniziò già nel 1951, per ricordare il collegamento tra Festa dell'Indipendenza e le persone che sono morte per raggiungere e mantenere tale indipendenza.
La festa inizia con la sera del 4 "Iyar" e finisce la sera successiva, con l'apertura delle celebrazioni della Festa dell'Indipendenza. Per legge, tutti i luoghi di intrattenimento sono chiusi per Yom Hazikaron, si tengono cerimonie che commemorano i caduti in tutto il Paese e le bandiere sono a mezz'asta. La vigilia di Yom Hazikaron suona una sirena alle 8 di sera e poi di nuovo alle 11 del mattino seguente. È usanza stare in piedi in silenzio quando queste sirene suonano.
Cerimonie di commemorazione si tengono nei centri urbani, edifici pubblici e cimiteri; i programmi della radio e della televisione sono dedicati a questo tema.

 Le tradizioni per Yom Hazikaron
  È difficile trovare qualcuno in Israele che non abbia perso un familiare, un amico o un conoscente nelle guerre d'Israele, il che rende significativa questa festa per ogni Israeliano. Molti vanno alle cerimonie commemorative e i familiari dei caduti si recano nei cimiteri militari in questo giorno.

(Goisrael, maggio 2019)



Tregua fra Hamas e Israele. Si ferma la pioggia di razzi

Dopo un durissimo e sanguinoso weekend di guerra. Mediazione di Onu e Egitto

di Massimo Lomonaco

Torna la calma con Gaza. Dalle 4.30 ( ora locale) della notte di domenica la pioggia di razzi su Israele si è fermata e sono cessati gli attacchi dell'esercito israeliano sulla Striscia. Ancora una volta la mediazione dell'Onu e dell'Egitto ha spento la tensione riportando una quiete che non pochi, tuttavia, definiscono fragile.
   L'annuncio del cessate il fuoco è arrivato dalla tv di Hamas, ma è stato alcune ore più tardi l'esercito israeliano - vista la mancanza di contatti diretti tra le parti- a dare la conferma che l'intesa era effettiva. «Dalle 7 - hanno comunicato le forze armate (Idi) - ogni restrizione protettiva sul fronte interno è tolta». L'ennesimo scontro era dunque finito. Difficile però archiviare circa 700 razzi lanciati in due giorni sullo stato ebraico (240 intercettati dal sistema di protezione Iran Dome), 320 raid di risposta su Gaza, 4 vittime israeliane (il maggior numero dalla sanguinosa guerra del 2014) da sabato scorso e 27 uccisi, nello stesso periodo, a Gaza di cui, per ammissione di Hamas e Jihad islamica, 10 miliziani (15 per Israele). Senza dimenticare le distruzioni civili nelle comunità israeliane più vicine all'enclave palestinese, bersagliate giorno e notte dai razzi.
   Hamas e la Jihad, dopo l'annuncio del cessate il fuoco, hanno subito cantato vittoria: i media a loro vicini hanno usato toni trionfalistici proclamando che «la resistenza ha conseguito un grande successo, e ha ottenuto gli obiettivi che si prefiggeva avendo sconfitto il nemico». Secondo le stesse fonti, Israele si sarebbe impegnato ad estendere le zone di pesca di fronte a Gaza, ad introdurre nella Striscia nuove merci e a facilitare l'ingresso di aiuti finanziari dal Qatar.
   Il premier Benjamin Netanyahu ha parlato invece di «un colpo duro» inferto a Gaza ammonendo che «la campagna non è terminata. Adesso occorrono pazienza e ponderatezza». Poi ha rivendicato - indicando a quanto sembra le ragioni del cessate il fuoco - che «l'obiettivo era e resta garantire calma e sicurezza per chi vive nel sud di Israele». In Israele, però, non tutti sono stati d'accordo: l'opposizione ha attaccato l'operato del premier sottolineando che l'ennesimo round ha lasciato tutto come prima e che la calma non è stata affatto raggiunta. Proprio un esponente storico del Likud (il partito del premier) e acerrimo rivale di Netanyahu, l'ex ministro dell'Interno Gideon Saar ha lanciato la sfida. «Il cessate il fuoco, nelle circostanze in cui è stato raggiunto - ha denunciato - è privo di successi per Israele». Secondo Saar, i confronti armati con Hamas si stanno ripetendo a un ritmo crescente e «le organizzazioni terroristiche si rafforzano». «Il confronto con loro - ha concluso attirandosi le ire degli altri esponenti del partito - non è stato evitato, ma solo rinviato».

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 7 maggio 2019)


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La (fragile) tregua in Israele. In frantumi il piano dell'Iran

Firmato nella notte sul cessate il fuoco. Ancora minacce incrociate Netanyahu-Hamas: ma l'intesa per ora regge.

L'intento degli ayatollah
Allontanare il conflitto dai propri confini attraverso la jihad islamica
La mossa degli Usa
Bolton ha spostato la portaerei Lincoln nel golfo Persico coi caccia a bordo

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Netanyahu non l'ha chiamata tregua, né «cessate il fuoco». Ha solo ripetuto che gli interessa unicamente la sicurezza della gente. Dopo che la mattina alle 4,30 gli avevano riportato la richiesta di Hamas, perché è stato Ismail Haniye a spedirgli i suoi tramiti, ha detto solo «la campagna non è finita, abbiamo ancora bisogno di pazienza e giudizio». Poi, ha riassunto mentre le scuole ripristinavano le lezioni e i treni verso il Sud riprendevano le corse, che cosa ha fatto l'esercito in questi giorni: distrutti 350 obiettivi, tutti militari (depositi, uffici di Hamas, nidi missilistici), colpiti leader terroristi e i loro attivisti. Una fredda descrizione, senza nessuna retorica, della gelida strategia di contenimento e di deterrenza che ha portato Hamas a chiedere di fermare lo scontro. È stata una campagna che in tre giorni ha bloccato le rampe di missili, senza introdurre sul terreno di Gaza un soldato, senza toccare la popolazione civile vittima a sua volta di Hamas e certamente oggi poco soddisfatta della sua leadership (vedremo nei prossimi giorni). La gente israeliana del Sud, coi suoi quattro morti (giovani, passanti, cittadini, padri di famiglia) con le sue centinaia di feriti, i bambini traumatizzati, la ripetuta esperienza di violenza giorno e notte, non è affatto contenta che Hamas resti al potere, sa bene che certo già si prepara al prossimo match, una manifestazione in piazza chiedeva ieri a Netanyahu di proseguire la guerra. Parte dei cittadini insiste perché l'esercito occupi la Striscia o la si affidi a Abu Mazen che però, e questa è ormai comune percezione, è murato da anni in una comprovata strategia di rifiuto di Israele e di sostegno del terrore. Quindi non c'è che contenere e distogliere, e agire con abilità professionale colpendo ciò che serve alla propria difesa, e questo è quello che ha piegato Hamas, anche se naturalmente risponde a Bibi che: «La resistenza ha piegato l'esercito di Netanyahu» e promette il prossimo round.
   La guerra, come ha notato il generale Yaakov Amidror, ex capo dell'Intelligence dell'Esercito ed ex consigliere di Netanyahu per la sicurezza, è stata iniziata da ripetuti lanci di razzi della Jihad islamica: l'organizzazione è totalmente nelle mani dell'Iran, come gli Hezbollah sciiti. L'Iran ha cercato lo scontro per interposta organizzazione locale: così fa anche in Siria, in Irak, in Yemen, in Libano. E poi ha mobilitato anche Hamas, che gode anch'essa dei suoi finanziamenti. Lo scopo, una guerra antisraeliana che gli permetta di navigare nelle attuali difficoltà. Il piano gli avrebbe consentito di seguitare a costruire un confine antisraeliano attrezzato in Siria, dove invece Israele seguita a distruggergli gli avamposti e le fabbriche d'armi. In secondo luogo, questo avrebbe creato una zona di deterrenza contro gli Usa, che agiscono duramente contro gli ayatollah e minacciano guerra: il consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton ha annunciato che la portaerei Abramo Lincoln sta dirigendosi verso il golfo Persico dal Mediterraneo e, con essa, aerei bombardieri caccia. Il mese scorso le «Guardie della Rivoluzione» sono state dichiarate «organizzazione terroristica» e i rinvii delle sanzioni a otto stati sull'acquisto del petrolio iraniano sono stati revocati con enorme danno dell'economia iraniana.
   L'Iran ha sempre contato molto sulla sua bandiera genocida antisraeliana, e per questo finanzia Hamas e la Jihad islamica. Questa è la situazione che probabilmente il gabinetto ha discusso prima che Netanyahu ha probabilmente discusso prima di annunciare che l'unica cosa importante è la sicurezza della popolazione. Un obiettivo modesto? No: una sfida mondiale, una sciarada che solo un'indomabile determinazione alla sopravvivenza riesce a superare giorno dopo giorno.

(il Giornale, 7 maggio 2019)


Iran - Effetto sanzioni

Benzina razionata. A Teheran la carta per i rifornimenti

Le sanzioni americane sul greggio pesano a Teheran. Il viceministro del Petrolio, Amir Hossein Zamaninia, annuncia che il Paese «ha mobilitato tutte le risorse e sta vendendo petrolio sul mercato nero. Certamente non venderemo 2,5 milioni di barili al giorno come durante l'accordo sul nucleare, ma abbiamo trovato un mercato nero». In casa le cose non funzionano. Le autorità hanno annunciato una «Fuel Card», con una quota per le vendite di benzina in uno dei maggiori Paesi produttori di petrolio al mondo. Secondo Behrouz Nemati, portavoce del presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani, il comitato parlamentare ha deciso l'approvazione della misura per far fronte all'aumento del prezzo della benzina deciso dalle autorità. Nemati ha detto che il governo di Teheran annuncerà questa nuova misura la prossima settimana. Secondo le indiscrezioni trapelate da alcune agenzie di stampa iraniane, il provvedimento prevede la vendita di soli 60 litri di benzina al mese a persona. Chiunque richiederà una quantità superiore dovrà pagare un'imposta aggiuntiva.

(il Giornale, 7 maggio 2019)


The show must go on

Non è un caso se la Jihad Islamica palestinese ha esplicitamente minacciato l'Eurovision di Tel Aviv: non sopportano che gli ebrei abbiano da 71 anni uno stato libero e forte.

Se avete una sensazione di deja vu per gli eventi dello scorso fine settimana, non siete i soli. Tutto Israele è nella stessa barca. Ancora una volta Hamas e i suoi compari del terrorismo hanno sparato una raffica di centinaia di razzi colpendo il sud di Israele e causando morti, feriti e danni. Venerdì le Forze di Difesa israeliane avevano diffuso i dati sul numero dei morti civili e militari che Israele ricorderà mercoledì per Yom HaZikaron, la giornata dedicata alla memoria dei soldati caduti e delle vittime del terrorismo. Ma ce ne sono già altri quattro da aggiungere alla lista, assassinati dai razzi terroristi (Moshe Agadi, Moshe Feder, Ziad Alhamamda e Pinchas Menachem Prezuazman)....

(israele.net, 7 maggio 2019)


Il malcontento dei giovani nell'enclave palestinese

La rivolta contro gli islamisti: «Non fanno nulla per la gente»

di Francesca Ghirardelli

Nella notte fra sabato e domenica, via Whatsapp, Moumen Alnatour, venticinquenne di Gaza, parlando dell'attacco israeliano in corso, scriveva: «Spero che la comunità internazionale fermi subito i bombardamenti». Ora che non piovono più razzi palestinesi né missili israeliani, Moumen racconta quanto accaduto e ci parla del movimento di protesta di cui è promotore nella Striscia. Con lo slogan "We want to live", a marzo, ha portato migliaia di persone per le strade di Gaza, per rivendicare una vita dignitosa per i palestinesi dell'enclave.
   Il giovane ha criticato la gestione di Hamas (ed è stato arresto per questo), anche se, sotto i bombardamenti, la protesta contro il malgoverno palestinese si unisce a quella verso «l'antico nemico». «Detesto il governo di Hamas e spero in elezioni democratiche qui, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est - spiega -, ma certo non posso non denunciare i crimini di Israele».
   Moumen racconta dei morti e dei feriti. E se si fa riferimento ai razzi palestinesi dice: «Quelli sparati da Gaza sono colpi di armi grossolane. Gli aerei da combattimento israeliani, invece, possono distruggere un intero quartiere in un attimo. Abbiamo organizzato le manifestazioni di marzo contro tutte le autorità: Israele, Hamas, l'Anp. Israele è la potenza occupante, è vero. Ma Hamas riscuote le tasse e non fa nulla per combattere la povertà. La mia protesta contro Hamas andrà avanti finché non troveremo una soluzione ai problemi che soffocano la popolazione: chiediamo lavoro per i laureati, il pagamento per intero degli stipendi agli impiegati statali, il calo delle tasse. Gaza è piena di guai: alta disoccupazione (al 70 per cento fra i giovani, ndr), assenza di aeroporto e porto. Quello che chiediamo è vivere. Hamas ha commesso un errore nel 2007 prendendo il controllo della Striscia, ora sbaglia a non lasciare il potere».
   Altro errore, secondo Moumen, è stata la repressione violenta delle proteste, del dissenso: «Pestaggi, arresti continui. Mi hanno accusato di essere una spia. Sono solo un giovane laureato in giurisprudenza che ancora non ha lavoro. Si trovi una soluzione giusta per Gaza, vogliamo elezioni democratiche. Tutto qui». Hamas l'ha arrestato e interrogato per giorni, prima di rilasciarlo. Per lui e per molti abitanti di Gaza la lista dei nemici è lunga. E una soluzione accettabile ancora lontana.

(Avvenire, 7 maggio 2019)


“We want to live”, dice pubblicamente il giovane palestinese. E poi si sorprende se Hamas lo pesta e l’imprigiona! Non sa forse, il venticinquenne di Gaza, che cose simili le hanno già dette prima di lui e le dicono ancora i giovani ebrei in Israele? Non sa forse che nel 2004 il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, sostenitore della “causa” palestinese, ha riassunto l’ideologia apocalittica del suo movimento con queste parole: 'Gli ebrei amano la vita; noi stiamo andando a vincere perché loro amano la vita e noi amiamo la morte'". Dire pubblicamente “noi vogliamo vivere” significa esporsi all’accusa di filoebraismo, perché anche gli ebrei di Israele vogliono vivere, ed è per questo che per non morire mettono in funzione lo scudo Iron Dome e rispondono ai missili. Ma - osserva il giovane laureato di Gaza - i razzi palestinesi sono “colpi di armi grossolane”, mentre gli aerei israeliani “possono distruggere un intero quartiere in un attimo”. “Appunto - potrebbero rispondere quelli di Hamas - i bombardamenti israeliani provocano molti morti, come già sapevamo, ed è ben per questo che mettiamo le rampe di lancio in appartamenti, scuole e ospedali: più morti ci sono, più vicini siamo alla vittoria”. Il giovane laureato di Gaza potrebbe essere sottoposto, se continua così, ad un corso teorico e pratico di recupero accelerato dell’autentica dottrina hamassiana. M.C.


Gli ebrei oggi in Francia

Gruppo Sionistico Piemontese
Comunità Ebraica di Torino,
Centro Sociale, martedì 7 Maggio 21:00 - 23:00

Una serata con lo storico Georges Bensoussan. Al centro l'analisi della situazione attuale della Francia, punto di partenza per una visione più ampia sull'Europa e gli ebrei oggi. Un dibattito con Vittorio Robiati Bendaud.

(Gruppo Sionistico Piemontese, 7 maggio 2019)


Dal Qatar pioggia di soldi ai palestinesi per progetti ONU

Il Qatar ha annunciato di aver stanziato 480 milioni di dollari a beneficio dei palestinesi che risiedono in Cisgiordania e a Gaza. La notizia e' stata rilanciata oggi con grande evidenza dai media israeliani perche' giunge all'indomani del raggiungimento di un cessate il fuoco fra Israele e Hamas che si basa, fra l'altro, anche sull'ingresso a Gaza di aiuti del Qatar.
Secondo i media locali, 300 milioni di dollari (in parte sono prestiti) andranno all'Autorita' nazionale palestinese e serviranno a finanziare la sanita' e l'istruzione. Altri 180 milioni di dollari saranno inoltrati invece in qualita' di "aiuti umanitari di emergenza". Il Qatar fra l'altro si impegna a sostenere progetti dell'Onu a beneficio dei profughi, fra cui un rafforzamento della produzione di energia elettrica.

(Imola Oggi, 7 maggio 2019)



La pietra di scandalo

Il profeta come Mosè del libro del Deuteronomio (18:15-22) e il Servo dell'Eterno del profeta Isaia (52:13-53:12 sono due figure bibliche che corrispondono ad un'unica persona: il Messia. Ma chi è il Messia? E' una persona, un sistema politico, una metafora linguistica? E' già venuto? Deve ancora venire? Sulle risposte a queste domande le strade si dividono. E' chiaro - ma non è inutile sottolinearlo con decisione - che dirsi cristiani significa confessare che il Messia è già venuto in Israele una prima volta nella persona di Gesù, come attestato negli scritti del Nuovo Testamento.
   Si sa bene che per molti questo è uno scandalo e una pietra d'inciampo. Certo, sarebbe auspicabile che a causa di questo argomento non volino pietre in direzione di chi ci crede, né si accendano roghi destinati a chi non ci crede, ma non è bene che per ragioni di buona educazione ecumenica ci si accordi nel non parlarne affatto. Il problema esiste, resta scottante, è centrale: non deve dunque essere evitato.
   In forma molto schematica si può dire che:
  • la soluzione dei problemi del mondo è collegata alla soluzione della questione ebraica;
  • il nocciolo della questione ebraica sta nel concetto di nazione ebraica;
  • la nazione ebraica ha il suo centro unificante nella persona del Messia.
Non ha senso quindi sperare di risolvere alla radice i problemi del mondo trascurando la persona del Messia, e, viceversa, non si può riflettere in modo approfondito sulla persona del Messia senza essere indotti a prendere seriamente in considerazione i problemi del mondo.
   E' vero che esiste un cristianesimo spiritualizzante ed edonistico che sembra interessarsi di Gesù soltanto per la possibilità che offre di salvare anime dalle fiamme dell'inferno e mandarle a godere in paradiso, ma è un Gesù ritagliato artificiosamente dai testi biblici per far emergere soltanto alcuni aspetti prediletti della sua figura, a scapito di tanti altri che restano colpevolmente trascurati, soprattutto quelli che hanno a che fare con Israele. Tenendo conto che la parola "eresia" proviene da un termine greco che significa "scelta", si può dire che anche in questo caso si tratta di una vera e propria eresia: una “eresia di omissione”.
   Si considerino allora i quattro Vangeli. Molti, anche tra gli atei, li trovano interessanti; i moralisti vi ricavano storielle istruttive, i credenti esempi edificanti, i teologi dottrine complicate. Ma leggendoli attentamente ci si accorge che i quattro Vangeli hanno un unico oggetto di interesse: la persona di Gesù. Sono stati scritti per rispondere a una precisa domanda: "Chi è Gesù?" E al lettore pongono a loro volta una precisa domanda: "E tu, chi dici che sia Gesù?" Dalla risposta a queste due domande dipendono tutte le dottrine e tutti gli insegnamenti pratici che se ne possono trarre. Non ha senso tirar fuori, qua e là, dai racconti evangelici, spunti di attualizzazione pratica senza prima prendere posizione sulla persona di Gesù. E non è possibile comprendere pienamente la persona di Gesù se non la si colloca nel suo contesto ebraico. Non è lecito, per esempio, fare del sermone sul monte (Matteo, capp. 5-7) un modello universale di condotta morale senza tener conto della persona che l'ha pronunciato e dell'ambiente storico e religioso in cui quei fatti sono avvenuti.
   Gesù stesso ha espresso la necessità di una precisa presa di posizione a suo riguardo in un serio e grave colloquio avuto con i suoi discepoli verso la fine del suo ministero:
    "Poi Gesù, giunto nei dintorni di Cesarea di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «Chi dice la gente che sia il Figlio dell'uomo?» Essi risposero: «Alcuni dicono Giovanni il battista; altri, Elia; altri, Geremia o uno dei profeti»." (Matteo 16:13-14)
Le risposte, come si vede, sono tutte positive, ma nessuna di queste è quella giusta. Gesù allora interpella direttamente i discepoli:
    "Ed egli disse loro: «E voi, chi dite che io sia?»" (Matteo 16:15).
Chiede dunque una precisa presa di posizione.
    "Simon Pietro rispose: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»" (Matteo 16:16).
Questa, e solo questa, è la risposta giusta. Tutte le altre sono sbagliate, anche se le intenzioni di chi le ha date erano buone. Gesù è il Cristo, cioè il Messia, il Figlio di Dio di cui si parla nelle Scritture. Pietro riceve conferma dell'esattezza della sua risposta:
    "Gesù, replicando, disse: «Tu sei beato, Simone, figlio di Giona, perché non la carne e il sangue ti hanno rivelato questo, ma il Padre mio che è nei cieli." (Matteo 16:17).
Gesù non dice: «Bravo, Pietro! Risposta esatta!» E tanto meno promette un premio, come nei quiz televisivi. Quella confessione non è opera umana: a Pietro Gesù dice «Beato», cioè benedetto, toccato dalla grazia della rivelazione di Dio.
   Sulla base di quella confessione Gesù promette che fonderà la sua chiesa. L'istituzione politico-religiosa che è sorta in seguito sfruttando illegittimamente le parole di Gesù è stata, e sostanzialmente è ancora, antigiudaica. E' inevitabile, perché pretende di occupare un posto che Dio ha riservato soltanto a Israele. Pietro, il preteso primo papa, non solo era ebreo, ma la confessione su cui Gesù ha promesso di fondare la sua chiesa poteva essere fatta soltanto da un ebreo. Un pagano, potente o colto che fosse stato, non avrebbe mai potuto dire a Gesù "Tu sei il Messia" per il semplice fatto che non sapeva neppure che cosa fosse il Messia.



 


Da Gaza una pioggia di fuoco contro Israele. I razzi uccidono quattro civili, decine di feriti

700 i razzi e colpi di mortaio sparati dalla Striscia di Gaza contro lo Stato di Israele nelle ultime 24 ore. Gerusalemme risponde con i raid: uccise 16 persone. Eliminato capo militare di Hamas con legami con Teheran.

di Rolla Scolari

 
La brigata di fanteria Galani è stata schierata dall'esercito israeliano lungo il confine Sud con Gaza per rafforzare la presenza armata attorno alla Striscia controllata dal movimento islamista palestinese Hamas. È stato il secondo giorno di violenze nell'area, ieri, tra i gruppi armati palestinesi e l'esercito israeliano.

 La difesa antimissile
  Nell'arco di 24 ore, hanno fatto sapere i portavoce militari israeliani, sono stati sparati oltre 700 tra razzi e colpi di mortaio verso le comunità rurali attorno a Gaza, oltre la barriera di separazione, dove le scuole ieri, giorno feriale in Israele, sono rimaste chiuse. Se 400 missili sono caduti in spazi aperti, 200 hanno colpito zone abitate. 1'86 per cento dei razzi lanciati è stato intercettato dal sistema difensivo israeliano, Iron Dome. Un missile ha invece colpito i sobborghi industriali della cittadina di Ashkelon, porto sulla costa, a Nord di Gaza e sulla via di Tel Aviv, uccidendo due israeliani. Un terzo uomo è morto quando la sua automobile è stata colpita da un missile mentre viaggiava nei pressi della cittadina di Sderot, a ridosso del confine.
  E l'ultima vittima è un uomo di 35 anni che era inizialmente rimasto ferito per le schegge di un missile a Ashdod. I feriti sono decine.
  Da parte palestinese, le fonti mediche parlano invece di 16 vittime nella Striscia, tra cui civili. L'aviazione israeliana continua a bombardare Gaza, posizioni militari e di lancio razzi, e obiettivi legati ai gruppi armati di Hamas e Jihad islamico. E i jet militari hanno portato a termine la prima «esecuzione mirata» dal 2014: è stato colpito un membro di Hamas, Hamed al-Hudari, che secondo l'esercito israeliano faceva entrare nella Striscia denaro iraniano in favore delle fazioni armate. Il raid, hanno detto i vertici del movimento palestinese, «è stato un grave errore» che porterà, hanno minacciato, a un intensificarsi del lancio di razzi verso Israele.
  Dall'altra parte, con un tweet il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto sapere di aver dato l'ordine all'esercito di continuare gli attacchi nei confronti delle «organizzazioni terroristiche della Striscia di Gaza». Il primo ministro è da poco stato rieletto, il 9 aprile. Nei giorni prima del voto, la situazione nella Striscia era tesa e soltanto dopo alcuni giorni di violenze si era raggiunta una tregua tra le parti, mediata dall'Egitto, impegnato anche in queste ore nel tentativo di far dialogare le parti.

 Rischio di escalation
  Secondo molti osservatori politici e parte della stampa israeliana, sia Netanyahu sia Hamas hanno interesse a evitare una vera e propria guerra a Gaza, ma la situazione in queste ore sembra andare in una direzione opposta, e se il numero delle vittime civili israeliane dovesse aumentare o un razzo a lunga gittata dovesse colpire Tel Aviv o altri centri abitati, il primo ministro israeliano avrebbe delle difficoltà a gestire le pressioni degli alleati di ultra destra della sua coalizione, che da anni spingono per una politica militare di confronto massiccio nei confronti di Hamas nella Striscia e per un'offensiva di terra capace di sradicare la leadership del movimento. Un indizio delle attuali preoccupazioni arriva da Netanya, cittadina a Nord di Tel Aviv, dove il sindaco ha ordinato la riapertura dei rifugi antimissile. A intimorire non sono i razzi di Hamas, bensì quelli delle milizie sciite libanesi di Hezbollah, e quindi la possibile apertura di un fronte simultaneo a Nord.

(La Stampa, 6 maggio 2019)


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Da Gaza oltre 600 missili. Israele risponde coi raid. Ucciso un capo di Hamas

Quattro le vittime israeliane, 21 nella Striscia. L'Ue per la prima volta non condanna Tel Aviv.

di Fiamma Nirenstein

 
Iron Dome intercetta i missili
GERUSALEMME - Potrebbe fermarsi la grandine di fuoco sulle case e le strade di Israele: verso sera è stata confermata una richiesta di Hamas, attraverso mediatori probabilmente egiziani, di «cessate il fuoco», anche se è difficile prevederne gli sviluppi. Di certo, Hamas ci ripensa, mentre nella giornata aveva lanciato, causando grande rovina, più o meno 600 missili dopo che dal cielo un proiettile lanciato dagli Fl5 ha distrutto, con uno di quegli attacchi mirati che non si vedevano da anni, l'auto guidata da Hamed al Khoudari: è finito così il re di denari di Hamas, colui che riciclava per l'organizzazione i milioni iraniani e qatarioti. Così, i capi della Jihad e di Hamas hanno forse capito il messaggio di Netanyahu, ieri in riunione di gabinetto per ore e ore mentre sul suo Paese si abbattevano una serqua di tragedie.
   Dopo i tre morti israeliani del giorno prima (uno era un 58enne padre di quattro figli), quattro sono stati uccisi anche ieri, uno mentre lavorava in fabbrica a Ashkelon e l'altro mentre guidava a Sderot. A pochi minuti l'uno dall'altro Hamas li ha fatti fuori, chi piglia piglia. I feriti, i ricoverati per traumi di ogni genere si contano ormai a centinaia. Scuole chiuse, lavoro bloccato, trasporti fermi. Una scena che ha spezzato il cuore a tutta Israele è quella di una madre che al suono di una sirena ha finalmente ritrovato, impazzita d'ansia, suo figlio di sette anni sull'attenti sul marciapiedi: il bambino pensava che il suono fosse quello che segnalerà, giovedì, l'ingresso della Festa dell'Indipendenza.
   Israele sta molto attento per ora, mentre ammassa le truppe di terra sul confine, a contenere le operazioni nell'ambito dell'attacco a Hamas e alle sue istituzioni. Ha bombardato circa 260 obiettivi sensibili, nidi di missili, depositi di armi, sedi terroriste, case di capi riconosciuti, ha ucciso circa 21 uomini, garantisce che la donna e la bambina che sono state uccise sabato sono vittime di uno dei 90 missili lanciati da Hamas che non hanno raggiunto Israele. La risposta di Israele è mirata, e ha fatto paura: se alcuni boss sono in Egitto, altri si nascondono nelle cantine degli ospedali, qualcuno, promette l'accaduto, sarà dietro l'angolo con una fawda definitiva quando si aggireranno per Gaza.
   «Quello che non si ottiene con la forza, si ottiene con più forza»: è un vecchio detto da soldati israeliani. Non ci piace? No, ma è indispensabile per sopravvivere: è questo è il fondamentale dilemma filosofico dello Stato d'Israele, da sempre assediato e da sempre assorto in uno (spesso inutile) esercizio di ponte fra autodifesa e pacifismo liberale. A noi occidentali non piace la guerra, i muri, la violenza, gli scoppi... Ci piace immaginare una società in continuo progresso verso la comprensione universale. Non è una contraddizione da poco per Israele, che nasce odiata sin dall'inizio dai nemici islamisti proprio mentre il mondo si aggiusta alla pace dopo la mostruosa Seconda Guerra Mondiale, rinunciando alla guerra per sempre. Il Sionismo stesso è una ideologia progressiva e liberale, che vuole fondare una società pacifica. E così, pretendendosi ignara dell'attacco che dal 1948 il mondo arabo le ha portato, ha sopportato che Hamas spari sulla soglia degli asili nido, nelle case, sulle autostrade ... fino a Tel Aviv, senza tentare di annichilire quel potere che opprime una popolazione di due milioni di abitanti. Netanyahu non vuole certo prendersene il fardello e in realtà forse spera che gli egiziani si facciano avanti.
   Intanto deve contenerne gli eccessi, ma con i terroristi, specie quando mezzo mondo non vuole sentire dire questa parola, è difficile gestire un'autodifesa che piaccia. Tuttavia una novità c'è: anche l'Europa, che in genere aspetta avida di condannare Israele, stavolta, compresa la Mogherini, si spinge fino a affermare audacemente che: «Il fuoco da Gaza deve cessare immediatamente».
   Poi però non si contiene, e torna a dire che «solo una soluzione politica può portare la violenza a conclusione». Ah sì? Ma l'ha mai letta la carta di Hamas che auspica non solo la distruzione di Israele ma anche quella di tutta la cristianità, compresa Roma e certo anche Bruxelles?

(il Giornale, 6 maggio 2019)


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La crisi tra Gaza e Israele è politica non militare

di Pierre Haski

Ci sono due modi di reagire a questa nuova ondata di violenza, ora sotto controllo, tra Israele e i palestinesi nella Striscia di Gaza. Si possono ripetere i soliti slogan accusatori, a seconda che si sostenga Israele o si soffra per la tragedia degli abitanti della Striscia di Gaza, ma questo, evidentemente, impedisce di comprendere cosa sta realmente accadendo tra i due popoli vicini.
  L'altro approccio è più politico e più complesso. Partiamo dalle peculiarità del momento: siamo a pochi giorni dall'apertura dell'Eurovision in programma a Tel Aviv, un importante appuntamento per l'immagine di Israele. Può sembrare futile, ma è la realtà.
  Forse le organizzazioni palestinesi hanno pensato di poter fare pressione al governo israeliano evitando il rischio di rappresaglie troppo brutali grazie alla coincidenza con l'Eurovision. Dal 5 maggio, Israele ha messo in chiaro che, a prescindere dal concorso canoro, la risposta ai lanci di razzi sarà sempre brutale. Considerando la presenza di vittime civili in Israele, l'opinione pubblica non avrebbe accettato nessun'altra risposta.
  Il rapporto di forze tra l'esercito israeliano e i palestinesi è tale che l'obiettivo non può mai essere militare. Poche centinaia di razzi lanciati dalla Striscia di Gaza possono seminare il terrore tra i civili che vivono nel sud di Israele, ma non hanno alcuna possibilità di mettere in crisi il più potente esercito del Medio Oriente.
  L'obiettivo è dunque politico, e illustra una dimensione poco conosciuta del contesto regionale. Dallo scorso autunno Israele e Hamas, l'organizzazione islamista che controlla Gaza, stanno negoziando tramite gli egiziani un allentamento della tensione in cambio di un alleggerimento del blocco imposto dallo stato ebraico ormai da un decennio.
  In vista delle elezioni in Israele, Benjamin Netanyahu aveva allentato la presa durante la campagna elettorale, autorizzando il versamento di denaro proveniente dal Qatar nelle casse di Hamas e promettendo concessioni economiche. Alcuni la considereranno una mossa cinica, altri un atteggiamento pragmatico. Hamas ritiene le promesse non siano state mantenute del tutto, e deve aver pensato di poter ottenere di più.

 Durante la campagna elettorale israeliana la questione palestinese è stata assente
  In ogni caso, anche il fragile cessate il fuoco di stamattina è stato negoziato con la mediazione egiziana, e permetterà, almeno per un po', di fermare l'aumento degli attacchi che hanno causato vittime civili da entrambe le parti, e che minacciavano di degenerare in guerra aperta
  Ma tutti sanno benissimo che la soluzione non sarà mai militare, a prescindere dai mezzi impiegati. Durante la campagna elettorale israeliana la questione palestinese è stata praticamente assente. Gli israeliani ritengono che lo statu quo - né guerra né pace - li favorisca.
  Crisi come questa ci ricordano che solo una soluzione politica potrebbe mettere fine alle tensioni. Ma nessuno vuole saperne. Né Hamas che si nutre della tensione permanente, né Donald Trump che sostiene apertamente Netanyahu. Questa crisi sarà superata, ma i problemi di fondo non spariranno.

(Internazionale, 6 maggio 2019)


La trappola di Gaza: perché si è riaperta e che cosa Israele può fare

di Ugo Volli

Riassumo la situazione di Gaza per chi non l'avesse seguita o non fosse riuscito a capire quel che è successo dalle cronache del tutto insufficienti dei giornali. Venerdì pomeriggio Hamas ha organizzato il solito assalto di massa verso il confine di Israele. Erano pochi, meno di diecimila, ma quanto basta per mandare centinaia di bombe incendiarie volanti sul territorio israeliano, per coprire un terrorista armato di coltello che è stato arrestato dopo che aveva superato la barriera di sicurezza e soprattutto dei cecchini che hanno sparato sui soldati israeliani incaricati di difendere il confine, ferendone due. A questo punto le forze israeliane hanno reagito come è necessario in questi casi, sparando contro le posizioni di Hamas e uccidendo due terroristi. La reazione dei gruppi terroristi è stata molto intensa. In circa 24 ore hanno sparato quasi 500 razzi e proiettili di mortaio su città e villaggi israeliani vicini a Gaza. La maggior parte di questi missili sono caduti in campagna o sono stati fermati dal sistema antimissile Iron Dome, ma alcuni sono arrivati direttamente nelle case, uccidendo un uomo e facendo alcune decine di feriti. Un paio di morti li hanno provocati con razzi difettosi sulla popolazione di Gaza. Bisogna sottolineare che obiettivi dei razzi e perdite riguardano solo civili: non si è trattato di un confronto militare, ma di un atto terroristico. Israele ha reagito con un bombardamento mirato su impianti militari e su sedi di Hamas, sembra anche sulle case dei suoi massimi dirigenti. Mentre vi scrivo (domenica a mezzogiorno) il confronto va avanti nonostante il tentativo di mediazione egiziano. Per aggiornamenti continui, vi consiglio questo link.
   Fin qui la cronaca. Per capire che succede, bisogna porsi alcune domane. La prima è: che cosa fa la comunità internazionale, l'Unione Europea, l'Onu, il Vaticano di fronte allo spettacolo di un gruppo terrorista che cerca di incendiare il territorio di uno stato vicino, spara alle guardie di frontiera, spedisce 430 razzi in un giorno contro la sua popolazione civile? La risposta è "nulla", se va bene spende qualche parola di "condanna alla violenza". "Da tutt'e due la parti", naturalmente. L'eccezione è l'America, ma si sa che Trump è un "sovranista" cattivo e che non conta. Magari altri "sovranisti" si uniranno alla solidarietà americana, chessò, Bolsonaro, Orban Salvini; ma sono cattivi anche loro. Nessuna sorpresa, basta vedere le cronache dei giornali per capire come questo atteggiamento di tolleranza del terrorismo contro Israele sia condiviso dai benpensanti.
   La seconda domanda, più seria, è perché i terroristi agiscono così. La risposta va divisa in punti. Il primo punto è che non si tratta affatto di gesti popolari o spontanei. Il fatto che gli attacchi da Gaza procedano a ondate, con l'uso massiccio di risorse militari, testimonia che sono sotto il controllo delle centrali terroriste, che sono atti politici, di cui bisogna capire il senso. Si possono ricostruire tre obiettivi principali. Il primo è cercare di conquistare nuove regole del gioco, in cui sia sancita che la violenza quotidiana di Hamas (attacchi al confine, spari sui soldati, palloni incendiari, oltre ovviamente ai coltelli e al resto della "resistenza popolare") è legittimo e dev'essere subito, mentre la reazione israeliana non lo è e merita rappresaglie. E' una stortura criminale che ho cercato di spiegare qui, ma è anche un loro obiettivo politico costante. Il secondo obiettivo è ottenere vantaggi concreti (l'ampliamento della zona di pesca, la consegna dei finanziamenti che vengono dal Qatar ecc.), approfittando con attenzione delle scadenze interne israeliane: un mese fa le elezioni, oggi il concorso dell'Eurovision, che è importante per il turismo e l'immagine internazionale di Israele. Il terzo è procedere verso l'obiettivo strategico della distruzione di Israele e del genocidio che vorrebbero realizzare, e più realisticamente mostrare a tutti i militanti palestinisti che questa è la strada che si persegue a Gaza, a differenza dei mollaccioni di Ramallah, indebolendo ulteriormente l'incapace e senile Mohamed Abbas.
   Un quarto obiettivo, che probabilmente è il principale, viene dall'esterno, dal regime iraniano che controlla, finanzia e arma sia Hamas che la Jihad islamica, l'altro gruppo terrorista di Gaza che sta crescendo di forza e dimensioni. L'Iran grazie all'azione dell'aviazione israeliana sta perdendo la battaglia decisiva per la costruzione di un'infrastruttura militare in Siria da cui attaccare Israele. E' interesse vitale dell'Iran dividere e logorare le forze armate di Israele, che non possono essere numerosissime, data la dimensione del paese. Altrettanto importante per gli ayatollah è rompere la coalizione che si è formata per contrastare la loro spinta imperialistica, in cui Israele è la parte militarmente più importante, insieme a Egitto e Arabia. Per ottenere entrambi questi risultati il modo migliore sarebbe far impantanare l'esercito israeliano in un'operazione e poi magari in un'occupazione a Gaza, che impegnerebbe forze importanti distogliendole dal fronte settentrionale e produrrebbe molte perdite sia fra i militari sia inevitabilmente nella popolazione civile in Israele come a Gaza, esaltando i sentimenti antiebraici dei paesi arabi, anche quelli di fatto oggi alleati a Israele.
   E' un calcolo che fanno tutti, gli iraniani che ci sperano, Hamas che ci rimetterebbe ma deve starci visto che i suoi padroni vogliono così (e che comunque ne ricava uno spazio di immunità) e il governo e lo Stato Maggiore israeliano che devono pagare dei prezzi politici per non cadere in trappola (a questo proposito sono particolarmente ciniche le dichiarazioni di Gantz, che sa di cosa parla, e di Lapid, che probabilmente invece non capisce, cioè degli sconfitti delle ultime elezioni che attaccano il governo su scelte condivise da tutto l'apparato militare). In sostanza i responsabili di Israele, e prima di tutto Netanyahu, sanno di non dover cadere nella trappola iraniana di cui Hamas è l'esca. Un'operazione su Gaza porterebbe i morti dalle unità alle centinaia, esporrebbe a rischio la popolazione israeliane e probabilmente non sarebbe risolutiva se non seguita da una complicata, difficile e sanguinosa rioccupazione di Gaza.
   Anche perché le perdite delle due ultime grosse ondate di terrorismo dei missili, questa e quella del Novembre scorso (tre morti finora e alcune decine di feriti) sono ben lungi dal presentare un pericolo esistenziale per Israele, anzi sono inferiori ai costi del terrorismo spicciolo, quello dei coltelli, delle macchine, delle bombe incendiarie e dei sassi, che Israele subisce da anni cercando di arrestare o eliminare i terroristi. Noi siamo più impressionati dai missili, ma non bisogna cedere all'emozione. Anche perché le minacce di bombardare Tel Aviv o l'aeroporto Ben Gurion sono rimaste per ora sulla carta, ma certamente in caso estremo sarebbero attuate, provocando probabilmente altre perdite.
Che può fare dunque Israele? probabilmente potrebbe ampliare i suoi obiettivi, di alzare il prezzo del terrorismo dei missili, mirando a colpire la catena gerarchica di Hamas, cosa che negli ultimi anni non si è fatta. Anche qui con molta oculatezza, perché al di là della retorica del tifo, l'escalation non è interesse di Israele. Vedremo il seguito di questa vicenda. Ricordando sempre che essa non va valutata sulla base passionale dello sdegno per i crimini terroristi o del bisogno di vendetta immediata, ma sulla logica strategica dei danni e delle convenienze.

(Progetto Dreyfus, 5 maggio 2019)


Addio a Minerbi, pioniere delle relazioni fra Stato ebraico e Santa Sede

Morto a 89 anni l'ex ambasciatore di Israele presso la Comunità europea e studioso della Shoah. Nato a Roma, sfuggì ai nazisti rifugiandosi in un istituto cattolico. Critico severo di Pio XII.

di Manuela Consonni

 
Sergio Minerbi
GERUSALEMME - Si è spento a Gerusalemme all'età di ottantanove anni, Sergio Itzhak Minerbi, il battistrada, l'uomo che ha dedicato la sua vita a sviluppare, indagare, studiare i rapporti tra il Vaticano e gli ebrei. Dotato di una vis polemica forte, tenace, accompagnata da un profondo senso dell'umorismo e da una modestia fuori dal comune. Ha svolto il suo lavoro tra la diplomazia e la Storia con arguzia, impegno e devozione, tra gli esponenti di maggior rilievo del mondo ebraico italiano in Israele, pur mantenendo sempre vivo il suo rapporto con l'Italia e con Roma. Spinto dalla convinzione che il legame, non solo culturale ma diplomatico, fra Stato Ebraico e Santa Sede era nell'interesse di entrambi. Fu lui a battersi per primo, dentro il ministero degli Esteri di Gerusalemme, per cercare canali diretti con il Vaticano così come fu lui a recarsi a Roma in più occasioni per superare l'ostacolo della mancanza di relazioni formali che venne superato solo da Karol Wojtyla dopo la Guerra del Golfo del 1991. Ambasciatore di carriera, Minerbi aveva intrapreso, parallelamente alla sua attività diplomatica, la carriera di storico dell'ebraismo italiano, profondo conoscitore della Shoah e protagonista di lunghe giornate di studio sul comportamento tenuto da Pio XII -di cui rimase sempre un critico feroce - durante le persecuzioni contro gli ebrei per mano dei nazi-fascisti, esprimendo con forza i dubbi e le critiche, verso la politica del pontefice.
   Minerbi era nato a Roma il 3 agosto 1929 da Arturo, un ebreo di origine ferrarese e Fanny Ginzburg, nata a Byalistok in Polonia. Quando aveva 11 anni, nel 1940, pochi mesi dopo l'invasione tedesca della Polonia, la madre Fanny si recò a Varsavia per portare in salvo, a Roma, i suoi genitori. Fu un fatto determinante per la madre Fanny avere assistito alla brutalità nazista che ebbe conseguenze sulla vita della famiglia ed in particolare su quella del giovane Sergio. Infatti, quando il 16 ottobre del 1943 I nazisti iniziarono la razzia nel ghetto di Roma che vide la deportazione di più di mille ebrei ad Auschwitz, due giorni dopo, dal collegio militare dove erano stati radunati, proprio sotto le finestre di Pio XII, la famiglia decise di lasciare la loro casa al numero 24 di Via Ravenna per rifugiarsi a casa di amici cattolici. La madre temeva per la vita del figlio, perciò decise un nascondiglio più sicuro per Sergio, rivolgendosi a don Alessandro Di Pietro nella sua qualità di direttore dell'Istituto San Leone Magno, situato in via Monte bello 124. Il superior accolse Sergio tra i 900 allievi presenti in istituto. La scuola cattolica traeva la propria identità dal carisma religioso marista, trasmesso da san Marcellino Champagnat. Secondo quanto è riportato dallo Yad Vashem, durante la sua permanenza al San Leone Magno, Minerbi fu ben trattato, senza ricevere vere pressioni per convertirsi, malgrado ogni mercoledì, nel pomeriggio, incontrasse un prete che gli dava lezioni private di religione. Pur giovanissimo, la sua identità ebraica era rimasta salda, la sua capacità introspettiva eccezionale, tanto che, pur senza parole, Sergio era consapevole che tra gli alunni dell'istituto c'erano altri ragazzi ebrei, soprattutto italiani, con altri rifugiati provenienti dalla Germania, dalla Francia e dal Belgio. I ragazzi ebrei frequentavano le lezioni, mescolandosi agli altri ragazzi dell'istituto e condividendo la vita del collegio, mangiando e dormendo nelle stesse camerate. Sergio rimase al San Leone Magno fino alla liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, mentre i suoi genitori, Arturo e Fanny, e i suoi nonni trovarono rifugio, sempre in città, nelle case di amici e conoscenti, sopravvivendo alle persecuzioni naziste. Il 16 luglio 2001, Yad Vashem riconobbe Don Alessandro Di Pietro, allora novantatreenne, come Giusto tra le nazioni. Secondo il rapporto di don Di Pietro.
   Nel 1947 Minerbi, dopo essersi unito al movimento dei chalutzim (pionieri), emigrò in Israele, nel kibbutz Ruhama, nel Nord del Negev, dove rimase fino al 1956, per poi trasferirsi a Gerusalemme. Nel 1961, cominciò a lavorare per il ministero degli Esteri israeliano, dove rimase fino al 1989, e dove ricoprì diversi incarichi. Dal 1978al 1983, Minerbi fu ambasciatore di Israele presso la Comunità europea (oggi Unione europea), Belgio e Lussemburgo. Nel 1961 coprì il processo Eichmann per la televisione italiana e in seguito pubblicò un libro sul processo. Fu autore di 11 libri e più di 100 articoli accademici, molti dei quali su ciò che più aveva a cuore: i rapporti tra il Vaticano e gli ebrei.

(La Stampa, 6 maggio 2019)


Il ritorno delle sorelle Bucci: Memoria viva, a 75 anni dalla cattura

 
Le sorelle Andra e Tatiana Bucci prendono la parola davanti all'abitazione in cui furono catturate
 
L'intervento del rabbino Luciano Mose Prelevic
FIUME - "Questa città è anche la vostra. Qui sarete sempre le benvenute". Glielo dice il sindaco, Vojko Obersnel. Glielo dicono i tanti fiumani che le abbracciano in una storica giornata di incontri e Memoria.
   Il 28 marzo del 1944 a Fiume veniva strappata loro l'infanzia e iniziava il loro viaggio verso l'inferno di Auschwitz. A 75 anni esatti dalla cattura le sorelle Andra e Tatiana Succi sono tornate nella città che le vide nascere e crescere, accolte con i massimi onori dall'amministrazione cittadina. E con il compito di chiudere un cerchio, attraverso la posa di altrettante pietre d'inciampo in ricordo dei membri della loro famiglia assassinati nei campi di sterminio: Mira Perlow Succi, Mario Perlow, Sonia Perlow, Jossi Perlow, Aron Perlow, Carola Bra in Perlow; Rosa Farberow Perlow e Silvio Perlow e Sergio De Simone. Una è stata dedicata anche a Roberto Braun, fratello della Testimone della Shoah Kitty.
   L'appuntamento è di prima mattina, davanti al civico 15 della via Mosè Albaharija, Andra e Tati, entrambe emozionatissime, Andra è con le figlie. Tati è accompagnata da uno dei figli. C'è anche il cugino Mario De Simone, fratello del piccolo Sergio che fu ad Auschwitz con le sorelle Bucci e venne poi ucciso in modo atroce nei sotterranei della scuola amburghese di Bullenhuser Oamm. Mario è con suo figlio, che ha scelto di chiamare proprio Sergio in ricordo del fratello mai conosciuto.
   "In un mondo normale - dice il sindaco Obersnel - le pietre d'inciampo non dovrebbero nemmeno esistere. Ma poiché ciò è accaduto abbiamo il dovere di testimoniare e di raccontare queste storie ai nostri giovani. C'è un gran bisogno che certe cose si sappiano, per capire fino a quali conseguenze possono portare l'odio e l'intolleranza".
   Accanto alle sorelle Bucci. in questa giornata speciale, c'erano tra gli altri anche il presidente della Comunità ebraica fiumana Ranko Spigl, il rabbino Luciano Mose Prelevic, l'assessore ai giovani dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Livia Ottolenghi. E ancora, la studiosa Sanja Simper autrice di un ricco studio sulle persecuzioni antiebraiche in Quarnero da poco presentato in municipio e Rina Bramini, tra le coordinatrici della vita ebraica locale.
   "L'idea di realizzare e posare queste pietre è emersa durante il Viaggio della Memoria Miur UCEl del 2018. Fu Tatiana a proporle" ricorda l'assessore Ottolenghi. L'iter avviato da una delle figlie ha trovato un esito positivo anche grazie all'interesse dimostrato dall'amministrazione. "Oggi - ha detto Ottolenghi - si chiude davvero un cerchio. Per questo, anche come UCEI, è stato fondamentale esserci".
   "Mi guardo indietro, guardo queste finestre che stanno alle mie spalle, ed è come se vedessi mia nonna che si affaccia" ha spiegato Tati, con la voce spezzata. "Oggi i nostri cari idealmente tornano qui. Abbiamo il cuore gonfio, ma siamo anche emozionate" confermava accanto a lei Andra. Non parlano molto, ma i loro volti dicono tutto. "Siamo qui con dolore, ma anche con l'orgoglio di ribadire la vocazione di Fiume quale città dell'inclusione e della tolleranza" sottolinea il presidente Spigl nel suo intervento.
   Fiume, che fu sede di una fiorente comunità ebraica capace di attrarre flussi migratori da molti paesi dell'Est Europa e che è oggi l'unica città croata ad aver accolto la posa, di pietre d'inciampo per le vittime del nazifascismo. Una realtà inquietante, rivelatrice di una difficoltà a fare i conti con il passato che sembra colpire il Paese lontano dal Quarnero.
   Poco distante, in Via Pomerio al civico 31, un tempo sorgeva la grande sinagoga distrutta dai tedeschi in fuga nel 1944. Si salvò invece dalla furia nazifascista il Tempio di rito ortodosso. È là che Andra e Tati si recano dopo la cerimonia assieme ai familiari, prima di una visita all'ex Palazzo del Governo simbolo della città.
   A concludere la mattinata la proiezione del cartone dedicato alla loro vita, La stella di Andra e Tati, prodotto dalla Rai, dalla società Larcadarte di Palermo e dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca italiano e recentemente acquistato anche dalla televisione di Stato israeliana con proiezione in occasione di Yom haShoah.
   In sala ci sono centinaia di studenti delle scuole fiumane, che assistono in rigoroso silenzio. Al termine della proiezione le domande si susseguono incalzanti: dai ricordi del lager alla trasmissione del proprio vissuto alle nuove generazioni, da come furono ritrovate dai genitori dopo la liberazione del campo al dolore sempre intenso per la perdita del cugino. È ricordo doloroso del passato. Ma è anche un inno alla vita, in grado di sovrastare ogni avversità. "La nostra volontà - dice Mario De Simone, che è stato concepito nell'immediato dopoguerra - è più forte della cattiveria degli uomini".
   



Due bambine ad Auschwitz

 
La sera del 28 marzo 1944 i violenti colpi alla porta di casa fanno riemergere negli adulti della famiglia Perlow antichi incubi. La pace trovata a Fiume, dopo un lungo peregrinare per l'Europa cominciato agli inizi del Novecento in fuga dai pogrom antiebraici, finisce bruscamente nonna, figli e nipoti vengono arrestati e, dopo una breve sosta nella Risiera di San Sabba a Trieste, deportati ad Auschwitz-Birkenau, dove molti di loro saranno uccisi.
   Sopravvissute alle selezioni forse perché scambiate per gemelle o forse perché figlie di un padre cattolico, o semplicemente per un gioco del destino, le due sorelle Tatiana (6 anni) e Andra (4) vengono internate, insieme al cugino Sergio (7 anni), in un Kinderblock, il blocco dei bambini destinati alle più atroci sperimentazioni mediche.
   In "Noi, bambine ad Auschwitz", da poco pubblicato da Mondadori, le sorelle Bucci raccontano, per la prima volta con la loro voce, ciò che hanno vissuto: il freddo, la fame, i giochi nel fango e nella neve, gli spettrali mucchi di cadaveri buttati negli angoli, le fugaci visite della mamma, emaciata fino a diventare irriconoscibile. E sempre, sullo sfondo, quel camino che sputa fumo e fiamme, unica via da cui «si esce» se sei ebreo, come dicono le guardiane.
   L'assurda e tragica quotidianità di Birkenau penetra senza altre spiegazioni nella mente delle due bambine, che si convincono che quella è la vita "normale". Il solo modo per resistere e sopravvivere alla tragedia, perché la consuetudine scolora la paura. Finché, dopo nove mesi dì inferno, ecco apparire un soldato con una divisa diversa e una stella rossa sul berretto. È il 27 gennaio 1945, la liberazione.
   Dovrà passare altro tempo prima che Tatiana e Andra ritrovino i genitori e quell'infanzia che è stata loro rubata. Le sorelline trascorreranno ancora un anno in un grigio orfanotrofio di Praga e alcuni mesi a Lingfield in Inghilterra, in un centro di recupero diretto da Anna Freud, dove finalmente conosceranno la normalità.
   Tra gli sponsor dell'iniziativa editoriale la Fondazione Museo della Shoah di Roma, che aveva presentato il libro davanti a una folta platea di studenti al Cinema Farnese. "La Fondazione ha creduto fortemente nel progetto, perché vede in questo libro la possibilità di consolidare un impegno di Memoria più che mai necessario" ha sottolineato il presidente Mario Venezia nell'occasione. "Non dobbiamo delegare a nessuno la difesa dei principi fondamentali. Al primo posto la tutela e l'inviolabilità della dignità umana".

(Italia Ebraica, maggio 2019)



Tra israeliani e palestinesi in «Tutti pazzi per Tel Aviv»

Woody Allen e Billy Wilder sono fra i cineasti di riferimento di Sameh Zoabi, palestinese nato vicino Nazareth, cresciuto nel sud di Israele e ora di casa nella Grande Mela dove insegna anche cinema alla New York University. Il suo amore per la commedia satirica, sofisticata, con un tocco surreale e capace di veicolare con intelligenza temi seri, come le diverse prospettive sul conflitto israelo - palestinese, emerge in «Tutti pazzi a Tel Aviv», il suo secondo lungometraggio, che dopo aver debuttato alla Mostra del Cinema di Venezia in Orizzonti, dove il protagonista Kais Nashif, ha vinto il premio della sezione per il miglior attore, arriva in sala dal giovedì con Academy Two. La storia, ambientata nell'oggi, tra quotidiano difficile, militari, file interminabili ai controlli e muro di separazione, riecheggia il meccanismo narrativo di un cult di Allen, «Pallottole su Broadway». Al centro del racconto c'è lo scatenato mondo che si agita dietro una soap opera palestinese di grande successo, «Tel Aviv in fiamme», che dipana intrecci amorosi e spionistici legati alla Guerra dei sei giorni del 1967 e alle sue conseguenze. Un assistente di produzione palestinese, Salam (Nashif) si ritrova a diventarne abile sceneggiatore, grazie all'aiuto di un "ghost writer" inatteso: Assi (Yaniv Biton), comandante israeliano (con una moglie appassionata della soap opera) responsabile del posto di blocco dove Salam deve passare ogni giorno. Nelle puntate, via via il triangolo fra la spia palestinese Manal/Rachel interpretata dalla diva Tala (Lubna Azabal), il generale israeliano che lei deve sedurre per carpirgli segreti, Yehuda (Yousef Sweid), e il combattente della resistenza palestinese Marwan (Ashraf Farah) si complica. Crescono i fan, le polemiche, ma anche le disavventure quotidiane e i colpi di scena per Salam, che nel frattempo cerca di riconquistare la donna di cui è innamorato, Mariam (Maisa Abd Elhadi). Il regista che nella storia ha voluto anche rendere omaggio a una soap opera che vedeva in famiglia da bambino, mette in parallelo, nettamente separati dai colori, la fantasia della storia televisiva animata da toni saturi, e la realtà, raccontata con uno stile quasi documentaristico.

(larena, 6 maggio 2019)


Pioggia di razzi da Gaza, Israele bombarda. "La Jihad islamica dietro all'offensiva"

Almeno sette palestinesi uccisi, fra cui una bambina. Migliaia di civili nello Stato ebraico si rifugiano nei bunker. Hamas tenta il compromesso ma l'ala radicale fa saltare il tavolo.

di Giordano Stabile

Due soldati e due civili israeliani feriti, uno in modo grave, almeno sette palestinesi uccisi, duecento razzi lanciati da Gaza verso Israele e trenta raid dell'aviazione in rappresaglia. È il bilancio di 36 ore di battaglia fra lo Stato ebraico e Hamas, e ancor più la Jihad islamica, che hanno riportato le tensioni lungo il confine con la Striscia ai livelli massimi da un mese. Ma l'elemento nuovo è che mentre Hamas punta a un compromesso, la Jihad islamica sembra determinata a far saltare il tavolo delle trattative, tanto da aver cercato di utilizzare un tunnel di attacco, poi distrutto, una sfida che le forze armate israeliane ritengono non tollerabile.
   L'escalation è cominciata venerdì. Le manifestazioni per le «marce del ritorno» hanno visto l'irruzione di militanti armati della Jihad Islamica. Nel conflitto a fuoco, nella zona di Khan Younis, due soldati israeliani sono rimasti feriti e i tank hanno reagito con colpi di cannone. Quattro palestinesi sono stati uccisi. È scattato il circolo vizioso di rappresaglie e contro-rappresaglie. Nella mattinata di ieri decine di razzi sono caduti su Israele. Un ordigno ha superato le difese anti-aeree e ha colpito una zona disabitata nella comunità di Nirim. I cacciabombardieri con la Stella di David hanno a loro volta preso di mira obiettivi nella Striscia.
   Nel primo pomeriggio la Jihad Islamica ha fatto partire una scarica mai vista, che ha portato il totale dei razzi lanciati a oltre 200. La maggior parte sono stati intercettati dal sistema Iron Dome, altri sono stati lasciati passare verso zone disabitate, ma uno ha centrato in pieno una casa ad Ashkelon. Due persone sono rimaste ferite, una è grave. Il sindaco, Tomer Glam, ha invitato i concittadini a non «radunarsi nelle zone scoperte e tenersi vicini ai rifugi». Sono partiti nuovi raid aerei con un totale di «trenta obiettivi terroristici colpiti» ma anche qui a fame le spese, oltre ad alcuni militanti delle brigate Al-Qassem, sono stati civili. Il ministero della Salute di Gaza ha precisato che una piccola di un anno e due mesi, Seba Abu Arar, e sua madre Falastine Abou Arar, 37 anni. La donna era incinta. Morto anche un 22enne.
   Sono gli scontri più gravi dalla fine di marzo, quando alla vigilia delle elezioni un razzo aveva colpito una casa nei sobborghi settentrionali di Tel Aviv. Secondo il portavoce delle forze armate israeliane Jonathan Conricus è stata però la Jihad a «trascinare» Hamas. «Prima - ha spiegato - hanno sparato razzi, poi hanno usato cecchini e intensificato gli sforzi per attivare un tunnel di attacco». Anche i proclami delle fazioni mostrano lo scollamento, con la Jihad che ha minacciato di colpire «la centrale atomica di Dimona», mentre Hamas si limitava ad accusare Israele di «non rispettare gli accordi», un riferimento al fatto che il flusso di finanziamenti dal Qatar, autorizzato dal governo israeliano, si è inceppato negli ultimi giorni.
   In quel momento i leader di Hamas, Yahya Sinwar, e della Jihad, Ziad Nahala, si trovavano al Cairo per colloqui con l'intelligence egiziana, che sta mediando per una tregua di lungo termine. A ridosso del voto, e subito la vittoria di Netanyahu, la situazione sembrava tornata sotto controllo, e premier aveva acconsentito a un allentamento del blocco. Adesso il nuovo attivismo della Jihad rischia di riportare il caos, proprio mentre Israele si prepara a ospitare l'Eurovision.

(La Stampa, 5 maggio 2019)


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Hamas alza il tiro: 250 missili su Israele

La Jihad islamica: colpiremo aeroporto e reattore nucleare. Raid su Gaza.

Il tragico bilancio
Tre vittime palestinesi Due feriti gravi tra le case israeliane crollate
Quiete infranta
I razzi lanciati mentre nel Paese è in corso l'Eurovision Song Contest

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Estorsione, ricatto: si può chiamare così l'ultimo bombardamento di Hamas, più di duecento missili sparati in una giornata da Gaza sui kibbutz e le cittadine del sud di Israele (Ashkelon, Rehovot, Sderot, Ashdod.. ), 2 feriti gravi dentro le case che crollano, tetti perforati e grandi buche per terra mentre la polizia e i giornalisti corrono da un luogo all'altro come in un videogame, la popolazione che a ogni sirena salta nei bunker, gli ufficiali del fronte interno che alla tv spiegano che si deve giacere per terra in caso manchi un rifugio nei dintorni: le schegge e i detriti volano, e al suolo la possibilità di essere feriti diminuisce del 90 per cento. Israele ha risposto sin dal mattino quando all'inizio, dopo due giorni di aggressioni al confine delle folle organizzate da Hamas, due suoi soldati di ronda sul confine sono stati colpiti; da parte palestinese si parla di tre morti nei vari attacchi, ma i numeri per ora sono incerti. Certi sono i missili a raffica.
   Certa è la rabbia della popolazione che di nuovo vive nella terra desolata dei rifugi, dei bambini che a metà della notte devono essere presi in braccio e portati nei rifugi, che di giorno non possono andare a scuola. Il sistema «Scudo d'acciaio» ha fermato parecchi missili, ma l'escalation è continuata tutto il giorno mentre la domanda sul che fare diventava sempre più acuta, e si riuniva il gabinetto di sicurezza nell'ufficio del primo ministro Netanyahu, seduto con il capo di Stato Maggiore e i principali responsabili della sicurezza. Intensificare gli attacchi dall'aria?
   Ma questo comporta un rischio continuo di colpire innocenti. E chi prendere maggiormente di mira? Hamas o la Jihad Islamica, la cui ala militare ha minacciato di colpire l'aeroporto internazionale di Ben-Gurion, Tel Aviv e le raffinerie petrolifere a Haifa, nel nord? Entrare con i soldati nella Striscia e avventurarsi in una guerra intrisa di sangue? Yehya Sinwar, capo di Hamas e anche i boss della Jihad islamica sono al Cairo, gli altri nei nascondigli, di eliminazioni mirate non si parla.
   Perché Hamas colpisce di nuovo duro? Perché in una situazione di difficoltà soggettiva vede in questi giorni l'opportunità di un ricatto vantaggioso. Mercoledì e giovedì, una dopo l'altra, si celebrano a Gerusalemme il giorno della Memoria dei soldati uccisi in guerra, e subito di seguito il Giorno dell'Indipendenza: gli israeliani non vogliono vedere queste epiche ricorrenze insanguinate. Dal 14 al 18 si svolge a Tel Aviv l'Eurovision Song Contest, festival europeo della musica, e già sono arrivate delegazioni da tutto il mondo, provano le canzoni nel clima festoso e vellutato dei padiglioni preparati per l'evento; che guaio sarebbe un bombardamento sulla festa internazionale e diplomatica. Hamas dall'altra parte inizia stasera un Ramadan molto complicato, fra 10 giorni i palestinesi celebrano la «Nakba», il «Disastro», e non hanno da proporre che guerra. Intanto i cittadini di Gaza in coraggiosi drappelli, peraltro brutalizzati a dovere, sono addirittura scesi in piazza per protestare contro la dittatura teocratica dell'organizzazione che pensa solo al terrorismo invece di fornire sviluppo e lavoro. Abu Mazen, nella Autonomia Palestinese, gli fa concorrenza nella difesa a oltranza dei finanziamenti per i terroristi in galera (125 milioni di dollari l'anno) trattenuti da Israele, e il rifiuto conseguente di usare il danaro invece disponibile: dice che lo userà solo quando tornerà a finanziare la «resistenza». Così è in prima linea nella guerra a Israele. Intanto Bibi, negli ultimi mesi ha dimostrato di non volersi ingaggiare in uno scontro che non porterebbe a nessuna conclusione (non vuole certo pensare a stragi di massa, né che sia preferibile consegnare Gaza a Abu Mazen), e ha lasciato fluire il denaro del Qatar, grande mammella della Fratellanza Mussulmana di cui Hamas fa parte. Ma il denaro non è abbastanza, le facilitazioni promesse non quietano Gaza: la povera gente è agitata e Hamas sa che sparare a Israele è la carta più facile. Probabilmente lo scontro durerà ancora qualche giorno, forse Netanyahu individuerà qualche obiettivo convincente per limitare l'offensiva. È un gioco logorante, crudele per Israele e anche per la gente di Gaza: Hamas è ormai una delle grandi organizzazioni terroristiche che dispongono di armi sofisticate e abbondanti, finanziata da Qatar e dall'Iran, fonte di instabilità per tutto il mondo arabo insieme agli Hezbollah, culla di terroristi islamisti contro l'Europa e gli Usa. E ci si aspetta che Israele risolva il problema per tutti, per poi biasimarlo.

(il Giornale, 5 maggio 2019)


Colpiremo il nucleare di Israele: la minaccia della Jihad islamica

di Davide Bartoccini

L'ala militare della Jihad minaccia Israele per l'escalation su Gaza. Colpiremo gli obiettivi più sensibili: l'aeroporto Ben-Gurion, il reattore nucleare di Dimona e le raffinerie di petrolio di Haifa. È questa la minaccia lanciata da Hamas e dall'estremismo islamista nei confronti dello Stato Ebraico. Nel frattempo sale la tensione alla vigilia del Ramadan; pioggia di razzi lanciati dalla striscia di Gaza e raid dei cacciabombardieri israeliani su obiettivi militari palestinesi. Sarebbero oltre 200 i razzi lanciati su Israele nelle ultime 8 ore. Massima allerta sull'aeroporto di Tel-Aviv protetto dal sistema Iron-Dom.
   A riportare la minaccia che incombe sugli obiettivi annunciati dai jihadisti è stata l'emittente statale israeliana Kan. Israele per parte sua ha lanciato un'accusa nei confronti della Jhiad, citando Hamas, e identificandola come "motore principale" della nuova escalation a Gaza. Secondo il portavoce delle Forze di Difesa israeliane, Jonathan Conricus, la Jhiad avrebbe "trascinato" Hamas ad innescare le attuali tensioni. "La settimana scorsa la Jihad ha sparato un razzo verso il sud di Israele, ieri un suo cecchino ha ferito due soldati e inoltre negli ultimi giorni ha intensificato gli sforzi per attivare un tunnel di attacco sotto il confine con Israele". "È stata la Jihad a provocare l'attuale destabilizzazione". E i raid lanciati dallo Stato Ebraico sarebbero una reazione.Cacciabombardieri ed elicotteri da combattimento dell'Idf hanno condotto una serie di raid sulla Striscia di Gaza colpendo quelli che l'intelligence ha affermato essere "obiettivi terroristici" individuati nell'enclave controllata da Hamas. Sarebbero 30 gli obiettivi colpiti dai missili dell'Iaf.
   Fonti diplomatiche hanno dichiarato che l'inviato delle Nazioni Unite in Medioriente, Nickolay Mladenov, sta lavorando per ottenere prima possibile un cessate il fuoco e fermare l'escalation di violenza che si sta consumando sulla Striscia di Gaza. Nel contempo le autorità israeliane hanno chiuso tutti i valichi lungo la Striscia, chiudendo di fatto le porte per Israele. La tensione, nella Striscia, sale a dismisura. E la minaccia nei confronti degli obiettivi sensibili israeliani è particolarmente importante, soprattutto perché non è la prima volta che viene inserito nell'agenda degli obiettivi il sito di Dimona: lì, nel cuore del segreto nucleare di Israele, si nasconde una delle chiavi per comprendere la strategia dello Stato ebraico in Medio Oriente. E il messaggio nei confronti degli israeliani da parte della Jihad islamica potrebbe avere una eco ben più importante di quella del semplice messaggio di propaganda.

(Gli occhi della guerra, 5 maggio 2019)


Usa, baby-kamikaze in video: "Sgozzeremo gli ebrei"

Nove ragazzini invocano il martirio nel nome del Profeta nel centro islamico di Philadelphia

di Fausto Biloslavo

 
«Taglieremo le teste» degli ebrei e «li sottoporremo a eterna tortura» in nome di Allah»
Per liberare Gerusalemme invocano i «martiri» kamikaze e si dicono pronti a fare lo stesso sacrificando «i nostri corpi e () le nostre anime senza esitazione». Non siamo a Gaza a un'adunanza di Hamas per alimentare la guerra contro Israele, ma a Philadelphia, una grande e normale città americana. Nove ragazzini, femminucce e maschietti, hanno inscenato in occasione del giorno della Ummah, la comunità islamica, una «recita» che incita a conquistare Gerusalemme, a far fuori gli ebrei e a immolarsi come kamikaze. Tutti bardati con i colori della Palestina davanti a pseudo educatori e alle famiglie venute ad assistere all'incredibile sceneggiata.
   Una bambina legge un proclama riferendosi agli ebrei: «Taglieremo le loro teste e libereremo la dolorosa ed esaltata moschea di Al-Aqsa (simbolo musulmano di Gerusalemme, ndr). Condurremo l'esercito di Allah per adempiere alla sua promessa e li sottoporremo alla tortura eterna». La «recita» kamikaze è stata ripresa in video il 22 aprile e scoperta da Memri, un'associazione no profit che monitorizza in rete le minacce dell'estremismo islamico soprattutto nei confronti di Israele. Il fattaccio è avvenuto nel centro islamico, di fatto una moschea, dell'Associazione musulmana americana di Philadelphia. Una potente e discussa organizzazione messa sulla lista nera delle organizzazioni terroristiche dagli Emirati arabi. Ieri la tv americana Fox ha mandato in onda il video scatenando una valanga di proteste e polemiche. L'Associazione musulmana ha condannato i contenuti del filmato ribadendo la propria posizione contro ogni forma di «odio», ma è troppo tardi.
   Nel video nove ragazzini divisi su due file seguono un copione dettato dagli adulti. I bambini cantano in coro: «Ribelli, ribelli, ribelli. Gloriosi destrieri ci chiamano per guidarci sui sentieri che conducono alla moschea di Al-Aqsa. Il sangue dei martiri ci protegge, il Paradiso ha bisogno di uomini veri!». Una ragazzina inneggia ai kamikaze, «i nostri martiri, che hanno sacrificato la loro vita senza esitazione raggiungendo il Paradiso. Il profumo di muschio emanava dai loro corpi. Gerusalemme sarà la loro capitale o un focolaio per codardi?».
   L'assurda «recita» auspica un'invasione di Israele a bordo delle navi del Profeta Maometto e invoca uno dei più famosi condottieri musulmani contro i crociati: «Oh Saladino, la Palestina deve tornare nostra. La vergogna sarà spazzata via».
   A Gaza i fondamentalisti di Hamas fanno sfilare i bambini in mimetica e con le bandane verdi dell'Islam utilizzate dai kamikaze prima di farsi saltare in aria. Oppure gli stessi ragazzini portano in spalla missili di cartapesta per simboleggiare quelli veri che vengono lanciati contro Israele.
   Se sono abbastanza grandi imbracciano pure i kalashnikov, ma è sconvolgente che l'apologia degli attacchi suicidi e della liberazione sanguinosa di Gerusalemme venga messa in scena negli Stati Uniti. L'aspetto paradossale è che i bambini pronti al «martirio» ed i loro genitori, che hanno assistito allo spettacolo intriso di violenza, saranno pure cittadini americani accolti come profughi o perseguitati.

(il Giornale, 5 maggio 2019)


Israele, nasce la Gino Bartali Youth Leadership School

 
Il 1o maggio, nel giorno della memoria dell'Olocausto, da Israele è arrivato l'annuncio della fondazione della Gino Bartali Youth Leadership School, intitolata al grande campione di ciclismo e giusto tra i giusti. Fondata sul principio che lo sport può avere un impatto e cambiare la società, educando i giovani e offrendo un'atmosfera arricchente, mira a creare e celebrare la diversità riunendo giovani di tutte le culture, religioni e background in un unico programma.
   La scuola, il cui primo anno di attività comincerà a settembre 2019, accoglierà un gruppo di massimo 24 persone provenienti da tutto il mondo e si occuperà dello sviluppo del talento in molteplici discipline del ciclismo e allo sviluppo di capacità di leadership attraverso il ciclismo. L'equilibrio tra sport e istruzione servirà come mezzo per aiutare le persone a prendersi cura di se stesse. "La Gino Bartali Youth Leadership School è una bellissima iniziativa" ha commentato Gioia Bartali, nipote del grande Gino. "I valori che hanno guidato il mio amato nonno sono valori di buona volontà, diligenza, modestia e aiuto ai bisognosi. Spero che la sua storia e il suo eccezionale esempio personale possano veramente servire da ispirazione per gli studenti della scuola per molti anni a venire".
   Il direttore della squadra ciclistica Israel Cycling Academy Ran Margaliot dal canto suo ha aggiunto: "Ci sentiamo privilegiati di poter commemorare l'eredità di Gino Bartali in un modo così bello. L'istituzione di questo programma unico al mondo è nelle nostre menti da molto tempo ormai. Volevamo creare un programma scolastico che rappresentasse veramente i valori che hanno guidato la vita di Bartali. Ci stiamo concentrando sull'agenda quotidiana. Più che un programma di eccellenza ciclistica, vogliamo che questa scuola sia una scuola per la vita. Vogliamo che sia una scuola di cui Bartali sarebbe stato fiero".
Il centro svilupperà competenze ciclistiche e coltiverà l'amore per il ciclismo. In tandem con lo sviluppo atletico, insegnerà le abilità essenziali della vita: determinazione, autodisciplina, concentrazione, lavoro di squadra e leadership per potenziare i giovani di oggi. Il processo di iscrizione alla scuola è attualmente aperto fino alla fine di giugno e le domande di iscrizione sono disponibili per gli atleti studenti internazionali. Il programma sarà gestito da un team di coach di fama internazionale, insieme al personale educativo del Ben-Shemen Youth Village.
   La scuola sta lavorando per creare un documentario basato sulla missione scolastica e sugli studenti che si iscrivono, promuovendo l'eredità e l'impatto di Gino Bartali su scala globale.
   Per mandare la propria candidatura: info@ginobartalischool.com.
   Per maggiori informazioni: https://www.ginobartalischool.com.

(TuttoBiciWeb.it, 5 maggio 2019)


60 anni di Beit Italia, la casa dell'integrazione

A Tel Aviv una mostra sul Centro Beit Italia
"Nel 1958 Silvana Castelnuovo, che viveva a Yafo con la sua famiglia, si dedicò alla ricerca di ciò che poteva essere più adatto ad un doposcuola per i bambini che nelle ore pomeridiane non potevano essere accuditi né aiutati nei compiti dai genitori che lavoravano fino a tardi e che sapevano poco l'ebraico. Trovò una vecchia casa araba […] che venne acquistata dal comune di Tel Aviv e dalla Wizo. Si chiamò subito Beith Wizo Italia e iniziò l'attività con due madrichim e con una cinquantina di ragazzi tolti dai pericoli della strada. Lydia Levi e Carla Ben Tovim formarono un Comitato di amiche italiane, 'Yedidei Beith Italia', che da allora fino ad oggi segue giornalmente "questo Centro". Così, nel racconto di Serena Temin Liuzzi, prese il via la storia il centro Beit Italia, nato a Giaffa nel 1958, da un'idea di un gruppo di donne di origine italiana.
   Una casa nata con l'idea di accogliere i ragazzi del quartiere, dopo la scuola, offrendo loro varie attività, sport e musica. Dopo 60 anni, quella casa è diventata una rinomata istituzione a Giaffa (sud di Tel Aviv), un modello di integrazione e convivenza, dove si incontrano ragazzi di etnie e religioni diverse. Una storia che fino al 3 giugno sarà ripercorribile attraverso una mostra curata da Giordana Tagliacozzo Treves e Yael Sonnino Levy, inaugurata alla presenza dell'ambasciatore italiano Gianluigi Benedetti nella struttura del Beit Italia.
   Il centro da tempo non è più la casa araba citata da Temin Liuzzi. Dal 1969 trova sede in un grande edificio progettato dedicato ai fratelli Ugo e Aldo Treves, caduti nella Guerra d'Indipendenza del 1948. Il Beit Italia divenne così a tutti gli effetti una realtà polifunzionale con una grande palestra e un palcoscenico dove dar sfogo all'immaginazione dei ragazzi del quartiere. "Nel sottosuolo - racconta ancora Temin Liuzzi - era stato creato un rifugio antiaereo nel quale potevano trovar posto anche 300 persone. […] Carla Ben Tovim, che ho affiancato dal 1972 e con la quale ho collaborato fino al 1999, anno della sua scomparsa, diceva che, al contrario di altre istituzioni, "noi ingrandiamo la casa quando ce ne è bisogno" e così è sorto il campo di calcio, per reintegrare nella vita normale una ventina di ragazzi difficili che ci erano stati affidati. Questo stesso campo di calcio, a distanza di 50 anni, ci è servito per attirare i ragazzi etiopi che con le loro famiglie abitano nel quartiere Lev Yaffo". Il Beit Italia ancora oggi è un luogo d'incontro dove fare sport, arte, musica, spettacoli, molto importante per la coesione sociale del quartiere. "Il Comune di Tel Aviv apprezza molto il contributo degli amici del Beit Italia e della comunità italiana per questo centro, dalla sua istituzione fino ad oggi", le parole del sindaco Ron Huldai. Oltre 20mila i ragazzi che hanno trovato una seconda casa nel Beit Italia fino ad oggi. E molti ancora si aggiungeranno.

(Pagine Ebraiche, maggio 2019)




«... vedrete il cielo aperto»

Il giorno seguente, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo, e gli disse: «Seguimi». Filippo era di Betsàida, della città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti: Gesù da Nazaret, figlio di Giuseppe». Natanaele gli disse: «Può forse venir qualcosa di buono da Nazaret?» Filippo gli rispose: «Vieni a vedere». Gesù vide Natanaele che gli veniva incontro e disse di lui: «Ecco un vero Israelita in cui non c'è frode». Natanaele gli chiese: «Da che cosa mi conosci?» Gesù gli rispose: «Prima che Filippo ti chiamasse, quando eri sotto il fico, io ti ho visto». Natanaele gli rispose: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele». Gesù rispose e gli disse: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto il fico, tu credi? Tu vedrai cose maggiori di queste». Poi gli disse: «In verità, in verità vi dico che vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell'uomo».

Dal Vangelo di Giovanni, cap. 1

 


Oltre 150 razzi da Gaza su Israele

Netanyahu risponde con un nuovo raid: 30 obiettivi colpiti

 
Immagini del bombardamento dalla Striscia di Gaza

Le sirene di allarme hanno risuonando da stamane nel sud di Israele nelle comunità ebraiche attorno alla Striscia. Hamas a la Jihad islamica hanno lanciato oggi verso Israele oltre 150 razzi, decine dei quali sono stati intercettati dal sistema difensivo Iron Dome. L'aviazione israeliana, da parte sua, ha colpito nella striscia di Gaza una trentina di «obiettivi terroristici». Lo rende noto il portavoce militare israeliano.
   Una coppia che era in una casa colpita dai razzi si è salvata perché, al suono delle sirene di allarme, aveva appena raggiunto la apposita stanza blindata. In quell'area, che si trova a ridosso della Striscia, il preavviso per gli abitanti è di appena 15 secondi.
   La nuova escalation di violenza era cominciata venerdì con il raid di Israele che aveva spiegato che si trattava di una ritorsione per due suoi soldati feriti dai cecchini alla frontiera. Cinque morti il bilancio dell'azione sulla Striscia, aveva riferito il ministero della Salute: tre vittime sono militanti di Hamas, uccisi nei raid, mentre altri due palestinesi sono morti negli scontri lungo la frontiera.
   Il premier e ministro della difesa Benyamin Netanyahu ha deciso di lasciare la propria residenza, malgrado il riposo sabbatico, e di recarsi per consultazioni nella sede del ministero della difesa a Tel Aviv. In risposta alla salva di razzi lanciati dalla Striscia, tank dell'esercito israeliano hanno colpito postazioni militari di Hamas, ha detto il portavoce militare. E' scattato anche in raid aereo contro le postazioni di Hamas.

(Il Messaggero, 4 maggio 2019)


Indagine sul pregiudizio e l'antisemitismo di oggi

Al Teatro Parenti di Milano due conferenze dell'ermeneuta Haim Baharier

di Marta Ghezzi

È di pochi giorni fa la sparatoria nella sinagoga di San Diego, California. Poco prima, qui da noi, a Ferrara, c'erano stati gli insulti, pesantissimi, di due ragazzini delle medie a un compagno di classe ebreo. Ed è solo la cronaca delle ultime settimane. Non meraviglia, quindi, che Haim Baharier riflettendo sui due incontri «L'antisemitismo o la genesi del pregiudizio» che terrà al Franco Parenti, il primo domattina, il secondo il 19 maggio, si lasci andare a una dichiarazione forte. Dice: «Dirò la verità: il compito comincia a pesarmi. Moltissimo. Ho innescato una bomba a effetto ritardato e mi fa paura». L'idea è nata dalla recrudescenza dell'ostilità verso gli ebrei, in Francia, nell'Europa centrale, forse un po' ovunque. Di fronte all'incredulità, alle perplessità, lo studioso di ermeneutica ed esegesi biblica - parigino di nascita, figlio di ebrei polacchi reduci da Auschwitz, a Milano dal 1973 -, confessa di essersi (nuovamente) interrogato sul perché, e di essere andato alla ricerca di risposte. Compito delicatissimo in questo momento storico. Baharier ne è cosciente, si aspetta critiche, provocazioni. Conosce già il refrain, «ancora voi, con la vostra Shoa. Non siete gli unici: c'è il dramma dei migranti, ci sono gli attacchi suicidi contro i cristiani». E allora, con pazienza, lui ricorda la Storia, rammenta che «la rivoluzione francese è partita da un pogrom, che la Comune di Parigi è iniziata con l'incendio di una sinagoga».
   Due conferenze di un'ora ciascuna . «Farò vedere che il pregiudizio arriva sempre dopo, che è solo un effetto dell'antisemitismo». Baharier spiega di aver cercato nel Pentateuco «i passi in cui si celano fraintendimenti spesso consapevoli, che mostrano una chiara volontà discriminatoria. Così, mattone dopo mattone, ho ricostruito l'edificio con cui oggi siamo ancora costretti a fare i conti». Passi della Bibbia, «ben conosciuti», riletti sotto una nuova luce. «Ho indagato assumendo il punto di vista della vittima, troppo spesso complice involontario».

(Corriere della Sera - Milano, 4 maggio 2019)


Israele: popolazione in crescita, superata quota 9 milioni

Il 74,8% sono ebrei, 21,8% arabi

La popolazione israeliana continua a crescere e nel marzo scorso ha superato la quota di 9 milioni di abitanti. Lo ha reso noto l'ufficio centrale di statistica in occasione della Giornata dell'indipendenza, che sarà celebrata la settimana prossima.
Nel 1948, con la fondazione dello Stato di Israele, gli abitanti erano complessivamente 850 mila. In oltre 70 anni la popolazione è cresciuta dunque di oltre 10 volte. Gli ebrei sono oggi il 74,8%, mentre gli arabi cittadini di Israele sono il 21,8%. A loro si aggiungono 300 mila persone che non hanno precisato la propria identità religiosa, ed altre categorie minori. In questa circostanza è stato reso noto inoltre che in tutti i conflitti nella storia di Israele i caduti sono stati 23.741. I civili uccisi in attentati dal 1948 ad oggi sono stati 3.146.

(ANSAmed, 3 maggio 2019)


Il piano di pace degli Usa per Israele e Palestina: superare il concetto dei "due Stati"

La certezza di Gerusalemme capitale di Israele e il superamento del concetto dei «due Stati», probabilmente facendolo digerire ai palestinesi con proposte che privilegiano lo sviluppo economico dei loro territori. Sono le anticipazioni del piano di pace per il Medio Oriente che emergono da un intervento al Washington Institute for Near East policy del genero-consigliere del presidente americano, Jared Kushner, incaricato da due anni del dossier.
   Kushner dovrebbe svelare il piano all'inizio di giugno, alla fine del mese del Ramadan, ma intanto ha lasciato trapelare alcune indicazioni. E ha lanciato un monito: «spero che entrambe le parti lo esaminino attentamente prima di fare qualsiasi passo unilaterale», ha detto, dopo che il premier israeliano Benjamin Netanyahu si è impegnato ad annettere gli insediamenti ebraici in Cisgiordania all'indomani delle elezioni che lo hanno visto vincere. Una mossa che scatenerebbe l'ira del mondo arabo e complicherebbe gli sforzi di pace americani.
   Ma ciò che più allarma i palestinesi è il fatto che Kushner abbia evocato un piano che non dovrebbe fare riferimento ai «due Stati», soluzione cardine rimasta al centro di tutti i negoziati finora falliti. E che il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, già dichiarato unilateralmente da Trump, «farà parte sicuramente di qualsiasi accordo finale». I palestinesi invece vogliono un proprio stato in Cisgiordania e nella striscia di Gaza, con Gerusalemme est come capitale.
   «Se dite 'due Stati', ha un significato per gli israeliani e un altro per i palestinesi», ha spiegato Kushner. «Noi abbiamo detto 'non parliamone, diciamo solo che lavoriamo sui dettagli di ciò che significa'», ha proseguito. Il genero-consigliere è convinto di essere arrivato ad un «quadro realistico, attuabile, che porterà entrambe le parti a stare meglio». «Un buon punto di partenza per le questioni politiche e un'indicazione di ciò che può essere fatto per aiutare questi popoli a vivere una vita migliore», ha proseguito.
   Due le componenti principali: una politica, che affronta questioni come lo status di Gerusalemme, e una economica che mira ad aiutare i palestinesi rafforzando la loro stentata economia. Un piano in cui anche le autorità israeliane sarebbero chiamate a «fare dei compromessi» - non meglio precisati - e che «dovrebbe essere molto accettabile dai palestinesi». «Il problema che si pone è se i dirigenti palestinesi avranno il coraggio di salire a bordo per migliorare veramente la vita del loro popolo: per noi è molto scoraggiante vederli attaccare un piano che non conoscono invece di discutere con noi», si è lamentato Kushner.
   Ma la leadership palestinese finora ha detto che non riconosce la mediazione dell'amministrazione Trump, dopo le varie mosse a favore di Israele: lo spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme, il taglio degli aiuti ai territori e la chiusura dell'ufficio di rappresentanza dell'Olp a Washington. Kushner, che è ebreo, non gode inoltre di fiducia tra i palestinesi per i suoi legami famigliari con Netanyahu. Ma lui è convinto di farcela: «Quando lavorate per un presidente, fate del vostro meglio ma potete deluderlo. Mentre quando lavorare per vostro suocero, non potete deluderlo».

(Gazzetta del Sud, 3 maggio 2019)


Start-up israeliana: bitcoin dietro gli attentati di Pasqua in Sri Lanka

La criptovaluta bitcoin ha avuto un ruolo nella realizzazione degli attentati terroristici avvenuti in Sri Lanka nella domenica di Pasqua, il 21 aprile scorso, rivendicati dallo Stato islamico (Is). È quanto emerge da uno studio condotto dalla start-up israeliana Whitestream, specializzata sulla blockchain. Secondo quanto rivela il quotidiano israeliano "Globes", Whitestream ha scoperto che alla vigilia degli attacchi è stato registrato un eccezionale trasferimento di bitcoin arrivati all'Is. In particolare, l'Is ha utilizzato i canali di pagamento di CoinPayements, società registrata nelle Isole Cayman, per convertire i bitcoin in moneta corrente. Il portafoglio di pagamento di CoinPayements è passato da 500 mila a 4,5 milioni di dollari alla vigilia degli attacchi. Secondo quanto riferito da "Globes", CoinPayements ha ammesso il coinvolgimento del proprio portafoglio, ma ha negato connessioni con l'Is. "È possibile che la società non sia a conoscenza dell'uso dei propri portafogli, probabilmente perché l'Is utilizza compagnie fittizie per trasferire i capitali", si legge nel rapporto di Whitestream. "Negli ultimi due anni, l'Is ha avviato una campagna di raccolta fondi in bitcoin, con l'obiettivo di rafforzare la sua divisione tecnologica, che si occupa di media, pubblicità e infrastrutture informatiche", ha fatto sapere Whitestream.

(Agenzia Nova, 3 maggio 2019)


A Gerusalemme il ricordo della Shoah

GERUSALEMME - Si è celebrato ieri in tutta Israele il giorno della Shoah, in ricordo dei 6 milioni di ebrei sterminati dai tedeschi.
   Cerimonie si sono svolte a Yad Vashem, al kibbuz Yad Mordechai, al kibbuz Lohame' Haghettaot e nel campo di concentramento ad Auschwitz. Anche la collettività italiana da diversi anni organizza in questa giornata delle cerimonie, imperniate sopra tutto alla lettura dei nomi di coloro che sono stati deportati dall'Italia e non hanno fatto ritorno.
   La cerimonia centrale si è svolta nella Sinagoga italiana di Conegliano Veneto a Gerusalemme. Ha presenziato l'Ambasciatore d'Italia Luigi Benedetti, e anche il Console Generale a Gerusalemme Fabio Sokolovitz.
   Quest'anno la cerimonia è stata fatta da figlie e nipoti di italiani, tutte dell'età, sotto la regia di Cecilia Nizza, di cui riportiamo l'introduzione: "Quello che mi ha spinto a riprendere in mano l'organizzazione del programma per Yom Ha-Shoah velaGevurà, Giorno della distruzione e dell'eroismo, è stata l'idea di coinvolgere le ragazze che stanno entrando nella loro maggiorità religiosa, o che l'hanno fatta da poco.
   Se diventare bat-mitzvà significa assumere la consapevolezza dei propri doveri di ebreo, ho pensato che tra questi ci sia per loro anche quello della trasmissione della memoria, così come ci insegna il passo della hagadà di Pesach che abbiamo appena recitato: "In ogni generazione ciascuno ha il dovere di considerare se stesso come se fosse uscito dall'Egitto".
   Qualcuno ha detto che le ragazze sono troppo giovani per affrontare un argomento così tragico. Penso invece che esse abbiano la fortuna di avere ancora nonne e nonni con ricordi di esperienze vissute personalmente o raccontate dai loro genitori. È un primo passo per la comprensione di questa immane tragedia cui naturalmente dovrà seguire poi la conoscenza della storia, del contesto, dell'ideologia in cui è maturata.
   Quest'anno c'è stata una significativa concomitanza di date. Mentre ancora festeggiavamo Pesah, festa della liberazione dall'Egitto, cadeva il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo. Quasi un richiamo a considerare la libertà come valore supremo.
   Eppure, come succede ormai da qualche anno a questa parte purtroppo, nei cortei di varie città italiane, si è assistito a manifestazioni di odio antisemita, mascherato da antisionismo, contro la Brigata Ebraica, la formazione composta da sionisti che, arruolatisi volontari nell'Esercito Britannico nella Palestina mandataria, contribuirono alla liberazione dell'Italia. Non si sente mai invece una parola sul Gran Muftì di Gerusalemme, la massima autorità religiosa araba, alleato di Hitler e promotore di una divisione Waffen SS bosniaca, responsabile di immani stragi. Il risorgere dell'antisemitismo nelle sue diverse forme significa che qualcosa nel modo di ricordare del mondo non ha funzionato.
   Ma le nostre ragazze sono qui con queste parole, che suonano come una promessa. Noi, seconda, terza, quarta generazione ricorderemo e non dimenticheremo i crimini del passato e veglieremo sulla casa e sullo stato e non consentiremo il ripetersi di questo destino crudele".
   Presenti alla cerimonia diversi componenti la collettività italiana e tra questi il Presidente della Hevra' Sergio Della Pergola, il Presidente del Fondo Anziani Italiani Bisognosi Bruno di Cori, il Presidente del Comites Gerusalemme Beniamino Lazar.

(aise, 3 maggio 2019)


Slogan neonazisti e camicie brune. In Germania marcia in stile Terzo Reich

A Plauen la polizia ha scortato la sfilata di un partito di estrema destra. Lo sconcerto della comunità ebraica: "Quelle immagini fanno paura".

6%
I tedeschi che approvano l'ideologia o fanno parte di movimenti o partiti di estrema
387
Le violenze antisemite più gravi nel 2018 (+13% in un anno)

di Letizia Tortello

 
Plauen, 1 maggio 2019
Camicie brune e divise verdi, 300 camerati che sfilano come un esercito, i tamburi scandiscono la marcia, le torce la illuminano, ovunque simboli romani e slogan nazisti. Non siamo nel 1933 alla presa del potere di Hitler. È il 1o maggio 2019, in un paese a Est della Germania chiamato Plauen, Sassonia. Un grande dispiegamento di polizia ha scortato l'altro ieri, come se si trattasse di una manifestazione qualunque,
la «passeggiata» organizzata dal piccolo partito di estrema destra neonazista «Der dritte Weg», la terza via. Il nome è un chiaro richiamo al Terzo Reich. La cartolina, a vedere chi sfilava, restituiva un clima da adunata del führer, in un tripudio di paganesimo e slogan che incitavano alla pena di morte, alla restaurazione della Germania pre-1945 e alla caccia agli immigrati («Giustizia sociale invece di criminali stranieri» c'era scritto sui manifesti).

 Regolarmente registrato
  D'altra parte, il partito fondato nel 2014 è regolarmente registrato, e anzi a Plauen sta per ingrandire la sua sede, con qualche timida protesta dei nuovi vicini di casa. E così, la «festa» della Terza via, con tanto di sfilata con le bandiere con le foglie di quercia, è stata autorizzata senza problemi, in quella città di 66 mila abitanti, che sta diventando il nuovo centro della scena neonazista tedesca. Nella rosa delle organizzazioni partitiche e civili dell'estrema destra del Paese, dall'Npd ai movimenti di Pegida e dei Reichsbürger, quella di Plauen non conta molti aderenti, ma è attivissima nella società. Come? Offre servizi di aiuto alle famiglie per far fare i compiti ai bambini, organizza corsi di autodifesa per i «giovani tedeschi», regala vestiti ai bisognosi, ha messo in piedi anche una «cucina popolare», naturalmente solo per tedeschi considerati vicini alla visione del partito. Che volutamente non si distanzia molto dall'ideologia propagandata dal Terzo Reich. Gli elettori della «Terza via» - che si presenterà alle prossime comunali - si considerano rivoluzionar-nazionalisti, si ricollegano all'ala sinistra dello Nsdap, il partito nazista. Ambiscono ad essere un'élite anticapitalistica, perché, come dice il loro leader Klaus Armstroff, «le aziende del Capitale portano i tedeschi sul binario morto della disoccupazione e sono avide del sangue degli stranieri». Si professano anticristiani: quei valori, nella Germania che vorrebbero le nuove camicie brune con scarpe da ginnastica nere, dovrebbero essere sostituiti da un esoterismo etnico-germanico.

 Dopo il divieto della Baviera
  «Sono immagini disturbanti, che fanno paura», dichiara il presidente del Consiglio centrale ebraico in Germania, Josef Schuster. «Non è un caso» che il corteo sia stato organizzato all'indomani della giornata del ricordo della Shoah, aggiunge. La sfilata del 1o rappresenta bene il clima tumultuoso, razzista e anti-migranti che prolifera in alcune zone della Sassonia. Da Chemnitz, sede ad agosto di violente proteste di stampo neonazista dopo la morte di un tedesco per mano di uno straniero, a Görlitz, divenuta roccaforte della destra populista. Nel caso di Plauen, le teorie si spingono fino alla rievocazione nostalgica del nazionalsocialismo. «Der dritte Weg» si è formato dopo che la Baviera ha messo al bando la Fsn, la più grande organizzazione neonazi, insediata in Franconia. Cinque anni fa, una ventina di famiglie si sono trasferite nella cittadina sassone, per ricominciare l'attività politica. Il partito è sotto l'occhio costante dell'Ufficio federale per la protezione della Costituzione, che considera la maggior parte degli attivisti violenti, ma continua la sua propaganda.
Non è raro, raccontano le cronache locali, vedere a Plauen simboli che inneggiano al Reich appesi ai lampioni o uomini vestiti di verde salire sui bus per il controllo dei biglietti (in Germania i controllori sono in borghese), che molestano gli immigrati. E poi c'è la testimonianza raccolta dal settimanale «Der Spiegel» di un'insegnante, che racconta come qualche alunno, indottrinato dalla retorica della Terza via, l'abbia salutata con «Heil Hitler». Frasi da brivido, nella Germania 2019.

(La Stampa, 3 maggio 2019)


Netanyahu, premier inevitabile

Benjamin Netanyahu si avvia a diventare il Primo ministro più duraturo della storia d'Israele. Il suo Likud ha ottenuto gli stessi seggi dell'avversario Kachol Lavan (35) ma, a differenza di quest'ultimo, da subito è apparso chiaro che aveva i numeri per formare la coalizione. "Sarò il primo ministro per tutti. Quelli che hanno votato per me e quelli che non l'hanno fatto" ha dichiarato Netanyahu in una conferenza stampa convocata dopo l'ufficialità che la maggioranza dei partiti aveva chiesto al presidente Reuven Rivlin di dare a lui l'incarico di guidare il paese. "Voglio che tutti nella società israeliana, ebrei e non ebrei, siano parte di quella storia di successo chiamata Stato di Israele, e voglio che tutti godano della prosperità e del progresso" ha detto Netanyahu, contrattaccando chi lo aveva messo in guardia dal nominare Yariv Levin del Likud prossimo ministro della Giustizia. Levin ha promesso di riformare il sistema giudiziario ed è stato critico della Corte suprema israeliana. "Ci sono stati rispettati analisti politici che hanno detto che pagherò un prezzo personale se nominerò uno dei nostri amici di talento come ministro della giustizia" ha affermato Netanyahu, aggiungendo di non aver "paura dei media". Nel suo discorso, Netanyahu ha fatto riferimento al mondo arabo. "Vedo una grande apertura per il futuro. Il nostro obiettivo è quello di continuare questo periodo di successi nell'economia, nelle relazioni esterne, nella sicurezza e nell'approfondimento delle nostre relazioni con il mondo arabo.
   Durante la firma per il conferimento dell'incarico di formare il governo, Rivlin si è rivolto a Netanyahu con parole un po' ruvide. "È stata una campagna elettorale difficile. Sono state dette cose che non si sarebbero dovute dire, da tutte le parti... questa cosa del noi e loro, è finita. D'ora in poi, siamo solo 'noi'... Tutte le parti della Knesset ne sono responsabili, e soprattutto lei, signor Primo Ministro, ne è responsabile" il monito di Rivlin.
   Netanyahu dovrà ora sciogliere molte riserve: prima delle elezioni ha annunciato di voler annettere gli insediamenti in Giudea e Samaria, ovvero nei territori che per il diritto internazionale sono considerati occupati da Israele dal '67. Lo auspica il sito nazional religioso Srugim, che paragona il Primo ministro a Houdini e afferma che Netanyahu riuscirà a superare le tre inchieste a suo carico perché ha il pubblico dalla sua parte. "Dimostrerà in tribunale che è un uomo per bene e così avremo per quattro anni un Primo ministro di prim'ordine perché non c'è un altro in tutto l'occidente all'altezza di Netanyahu" aveva spiegato a Pagine Ebraiche David Cassuto, architetto ed ex vicesindaco di Gerusalemme, sentito in un confronto di voci di italkim, italiani d'Israele.
   Tra i critici del Premier, il demografo Sergio Della Pergola, per cui la gestione della cosa pubblica da parte di Netanyahu è pericolosamente vicina a quella di Erdogan e Orban. Quello su cui sostenitori e critici sono concordi è che Netanyahu ha dimostrato di essere insostituibile per la politica israeliana. Supererà Ben Gurion ed entrerà di diritto tra i protagonisti della storia d'Israele.

(Pagine Ebraiche, maggio 2019)


Passa Netanyahu, Rivlin sospinto da guardie corpo

Il retroscena di Yediot Ahronot sull’inaugurazione della Knesset

Durante l'apertura della nuova legislatura della Knesset (parlamento), avvenuta martedì, il capo dello Stato Reuven Rivlin e la presidente della Corte Suprema Esther Hayut sono stati sospinti più volte da guardie del corpo di Benyamin Netanyahu, mentre il premier procedeva a fianco con loro e col presidente della Knesset Yoel Edelstein.
Lo rivela oggi con grande evidenza Yediot Ahronot secondo cui le guardie di Netanyahu si sono comportate in quella occasione "in maniera aggressiva".
Rivlin e Hayut, aggiunge il giornale, si sono risentiti: si sono fermati e hanno lasciato che Netanyahu ed Edelstein li precedessero.
Il giornale precisa che Netanyahu non si è subito accorto di quanto avveniva attorno a lui. Yediot Ahronot ritiene tuttavia che l'episodio sia significativo delle tensioni fra l'esecutivo di Netanyahu da un lato e dall'altro il potere giudiziario e la persona del presidente, che spesso esprime dissenso dall'operato del governo.

(ANSAmed, 3 maggio 2019)


Due razzi palestinesi
Il titolo diceva "israeliani". Sarà una svista?
sul Neghev. L'intero Paese si ferma per la Shoah

Due razzi sono stati sparati da Gaza verso il Neghev occidentale. Non si ha notizia di vittime. Lo ha riferito la radio militare. In precedenza nella zona erano risuonate sirene di allarme. Nella nottata di mercoledì l'aviazione israeliana ha colpito «una base terroristica di Hamas» nel Nord della Striscia. Quell'attacco - ha spiegato un portavoce militare - è giunto dopo che mercoledì palestinesi di Gaza hanno lanciato palloni esplosivi ed incendiari verso Israele. Tre giorni fa, in seguito al lancio di un altro razzo palestinese verso il Sud di Israele, in varie zone del Paese sono state dislocate batterie difensive Iron Dome. Nel Sud di Israele, nella zona vicina a Gaza, viene adesso mantenuto lo stato di allerta anche perché ieri erano previste cerimonie di massa in occasione del Yom ha-Shoah, la giornata di lutto in cui il Paese ricorda le vittime dell'Olocausto. E le fazioni palestinesi di Hamas e della Jihad islamica sono state convocate al Cairo dall'intelligence egiziana con l'obiettivo di prevenire ulteriori escalation di violenza con Israele. La mossa è arrivata dopo la ripresa del lancio di razzi e di palloni incendiari dalla Striscia verso lo Stato ebraico seguiti da una risposta dell'esercito israeliano. Durante la notte di mercoledì sono stati sparati da Gaza altri due razzi verso Israele.
   E alle 10 di ieri in punto (ora locale) Israele si è fermata per commemorare i 6 milioni di ebrei uccisi nella Shoah. A quell'ora le sirene sono risuonate per due minuti e tutto il paese si è fermato per rendere omaggio a quanti sono periti durante lo sterminio. Ovunque si trovassero, nelle scuole, negli uffici, nei negozi, nelle basi militari, per strada o in spiaggia, gli israeliani hanno fermato le loro attività e in piedi in silenzio hanno ricordato. Anche le auto e gli autobus di linea si sono bloccati e i passeggeri sono scesi mettendosi sull'attenti. Subito dopo a Gerusalemme al Museo della Shoah di Yad Vashem si è tenuta la cerimonia del ricordo alla presenza del premier Benjamin Netanyahu, del presidente Reuven Rivlin e dei sopravvissuti. Altre cerimonie e manifestazioni si sono svolte nelle scuole e nei centri comunitari in tutto il Paese. Alla Knesset, come ogni anno in questa occasione, saranno letti i nomi di quanti sono stati uccisi. Circa diecimila persone hanno partecipato alla «Marcia dei vivi», attraverso l'ex campo di sterminio nazista di Auschwitz, per celebrare le vittime della Shoah. Tra loro tanti giovani, insieme con i sopravvissuti ed esponenti politici. Durante il corteo, che ha percorso tre chilometri, sono state sventolate bandiere di Israele, tra insegne con scritto «Dire no all'antisemitismo». Al termine, sono stati collocati dei segnali di legno con i nomi della vittime lungo quel che resta della ferrovia su cui viaggiavano i treni dei deportati. Tra le presenze istituzionali, il primo ministro della Romania Viorica Dancila, il ministro dell'Agricoltura polacco e gli ambasciatori americani in Israele e Polonia.

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 3 maggio 2019)


Aziende tedesche donano per Yad Vashem

Il memoriale dell'Olocausto sarà ampliato

«Sulla soglia tra la vita e la morte, nella certezza che non sopravviverò, voglio dire addio ai miei amici e al mio lavoro ... Lascio le mie opere al Museo Ebraico che sarà costruito dopo la guerra. Addio, amici miei. Addio, popolo ebraico. Non permettere mai più che si ripeta un simile disastro.»
   Sei mesi prima che Gela Seksztajn e sua figlia Margalit fossero trasportate a Treblinka, il 1o agosto 1942 l'artista esprime nel suo testamento il desiderio che il popolo ebraico si rialzi dopo il crollo e edifichi un "Museo Ebraico" in cui fossero conservati i suoi lavori artistici. Subito dopo la seconda guerra mondiale i sopravvissuti cercarono un luogo adatto. Nel 1953, infine, è stato fondato a Gerusalemme il memoriale internazionale dell'Olocausto, Yad Vashem, che da allora ha raccolto i nomi di tutte le vittime dell'Olocausto, gli oggetti e le informazioni che possono aiutare a dare informazioni sul destino dei sei milioni di ebrei assassinati.
   Il memoriale, su cui sono stati pubblicati oltre 250.000 articoli solo dal 2011, adesso sarà ampliato. Nella prevista "Casa delle collezioni (dal tempo della Shoah)" ci sarà una mostra di diari, lettere, giocattoli, rotoli della Torah, tessere alimentari o foto. Ha dato inizio al progetto il Circolo degli Amici tedeschi di Yad Vashem, che in questi ultimi mesi è riuscito a trovare i sostenitori necessari per la costruzione della casa, per la quale vogliono arrivare ad avere a disposizione l'importo di un milione.
   «Con più di un milione di visitatori all'anno, Yad Vashem è il centro mondiale della memoria per le vittime della tirannia nazista. Al fine di svolgere i relativi compiti, Yad Vashem ha bisogno del sostegno di molti» ha detto l'ex capo redattore di "Bild" Kai Diekmann, presidente degli Amici di Yad Vashem. «Sono felice con tutto il cuore e ringrazio il Borussia Dortmund, Daimler, Deutsche Bahn, Deutsche Bank e Volkswagen per il loro impegno nel promuovere la costruzione della nuova Casa delle Collezioni (dal tempo della Shoah), contribuendo così a preservare la memoria dell'Olocausto e il ricordo delle sue vittime per le generazioni a venire».
   "La Casa delle collezioni" dovrà costituire il nucleo del nuovo campus di memoria di Yad Vashem, in cui sono conservate e custodite opere artistiche e materiali d'archivio in condizioni modernamente attuali. La casa sarà costruita in una posizione di rilievo - di fronte alla sala del ricordo, uno dei luoghi più visitati - e si estenderà su quattro livelli sotterranei, che copriranno in totale un'area di 5880 metri quadrati. D.W.

(Die Welt, 3 maggio 2019 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


Il Ghiur, trasformazione dell'individuo e sfida per la collettività

Il tema della conversione all'ebraismo - Ghiur, in ebraico - è una questione delicata e sempre viva nell'ebraismo, di cui su queste pagine si è discusso spesso in passato. Un argomento che intreccia le scelte personali dei singoli con le regole della Legge ebraica, che chiede di essere trattato con la dovuta consapevolezza e sensibilità. Lo dimostra la recente lezione del rabbino capo di Roma rav Riccardo Di Segni tenuta proprio sulle conversioni, che ha generato molta attenzione e ulteriori riflessioni. Proprio per proseguire questo confronto, abbiamo chiesto a rav Roberto Della Rocca, direttore dell'area Cultura e Formazione dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, di tornare sull'argomento e parlarne in questo spazio in modo più approfondito, proseguendo un discorso avviato negli scorsi anni. Su Pagine Ebraiche (settembre 2010), il rav aveva infatti già sottolineato le regole legate all'accoglienza di "chi vuole stare tra noi" e in un altro approfondimento (gennaio 2011) si era soffermato su "cosa deve comprendere chi chiede una conversione all'ebraismo e quale slancio devono mettere in campo i rabbini". Lo abbiamo invitato così a tornare sul tema, per aggiornare, proseguire a costruire un dibattito e confronto proficuo su un argomento molto sentito all'interno della società e del mondo comunitario.



È ormai da qualche anno che l'ebraismo italiano ha iniziato a dividersi sul problema del ghiùr, la conversione all'ebraismo. Credo sia venuto il momento di considerare seriamente se, per un ebraismo di poco più di 25 mila iscritti, siano salutari frammentazioni, polemiche e fratture. Il problema del ghiùr riguarda tutto l'ebraismo mondiale, ma l'ebraismo italiano, a differenza di quello di altri paesi, è ormai ai minimi termini, e ogni crisi gli può risultare letale.
   La crisi demografica dell'ebraismo italiano è purtroppo accompagnata e aggravata dall'assimilazione, la perdita di un'identità forte e vissuta con attiva consapevolezza. Il rischio della nostra scomparsa e della chiusura delle nostre istituzioni non può essere risolto con un'apertura irriflessa o con ghiurìm (conversioni) formali, per il semplice motivo che questa linea rinuncerebbe al legame con la tradizione ebraica, e non andrebbe certamente a beneficio di quanti sono alla ricerca di una coerente e coscienziosa assunzione di identità ebraica. Sarebbe un genere di ghiùr (conversione) utile solo a risolvere, forse, e solo molto parzialmente, il problema demografico, ma non certo il problema della coesione all'interno della comunità ebraica italiana. E non si può essere certi che si risolverebbe così, oltre a un problema personale, anche il problema dell'assimilazione.
   L'atteggiamento di fondo dei Maestri, in tutte le generazioni, è sempre stato di cautela e non d'incoraggiamento, perché la soluzione "evangelizzatrice" implica l'assunzione di una posizione di superiorità.
   Di fatto, mai nella storia il popolo ebraico ha messo in atto un'azione sistematica di proselitismo, accogliendo con una certa difficoltà quanti chiedevano di convertirsi, e sempre con ripetuti avvertimenti a non compiere passi affrettati che avrebbero potuto avere conseguenze drammatiche, a causa delle persecuzioni antisemite. All'ebraismo è stato più volte imputato di essere una religione nazionale, in contrapposizione ad altre religioni "universali". Attraverso il noachismo, l'ebraismo sostiene che l'universalismo più vero sta proprio nel rispetto delle altre culture, e non nella loro sopraffazione. L'atteggiamento missionario, in cui l'ebraismo non si riconosce, contiene invece in sé i germi di un colonialismo spirituale che è estraneo sia alla Torah che ai Profeti di Israele. Per questi motivi, una conversione che non implichi anche la kabalàt mitzvòt (l'accettazione dei precetti) rischia di rappresentare una coercizione con sospette connotazioni di discriminazione razziale e di nazionalismo, perché a importare sarebbe unicamente l'appartenenza nazionale, etnica, culturale o razziale, più che la condivisione di un'educazione, di una cultura, di una fede e di una prassi. Il percorso verso l'ebraismo dovrebbe essere determinato, infatti, da una spinta interiore e non da considerazioni di natura genealogica, sociale, economica, o anche meramente culturale.
   La purezza del sangue, peraltro, non è mai stata una preoccupazione ebraica. Non è il sangue o il colore della pelle a fare di un essere umano l'uomo che è, creato a immagine dell'Eterno. L'uomo si giudica per sé stesso e si definisce per le sue convinzioni e le sue azioni, non per le sue origini. L'erede di un assassino non è un assassino. I discendenti dello stesso Hamàn (nemico paradigmatico del popolo ebraico), secondo il Midràsh, stabilirono una Yeshivah a Bené Beràk.
   Nell'ebraismo, l'orgoglio che deriva dalle proprie radici non consente che si coltivino illusioni di superiorità o pretese di privilegi in grazia dell'appartenenza etnico-religiosa. Aderire all'ebraismo implica, invece, assunzioni di obblighi e di responsabilità. I Maestri di Israele ribadiscono con forza questo concetto quando parlano del mamzer - il figlio che nasce da un adulterio o da un incesto, entrambi severamente proibiti dalla Torah, e che rappresenta la condizione sociale più umile all'interno del popolo ebraico. Dicono i Maestri: "mamzer talmid chacham kodem lecohen gadòl am aaretz" (T.B. Horaiot, 13b), ossia, un mamzer che studia e mette in pratica la Torah ha la precedenza su un cohen (il sacerdote, che rappresenta la classe più elevata del popolo), se questi è ignorante. Il valore dell'uomo, per l'ebraismo, non è in ciò che ha, e neppure in ciò che è, quanto in ciò che fa, giorno dopo giorno.
   Ne è esempio la storia di Ruth, la moabita, che dichiara: "il tuo popolo è il mio, il tuo Signore è il mio" (Ruth 1:16) e attua così la duplice scelta dell'integrazione religiosa e nazionale, assurgendo a paradigma di ogni conversione sincera e disinteressata. Ruth non ha radici nobili - anche se alcuni midrashim la dichiarano di ascendenza regale moabita - eppure non solo è il prototipo della conversione ma, come a evidenziare l'assenza di ogni preclusione nella tradizione ebraica, da lei la Torah fa discendere il Messia. Infatti, con questo estremo paradosso, i Maestri ribadiscono come nella tradizione ebraica l'adesione ai principi coesivi del popolo sia di estrema importanza. I presupposti educativi ed etici risultano essere più rilevanti di quelli biologici e di sangue. Se così non fosse, il ghiùr (la conversione) non sarebbe neppure preso in considerazione.
   Un'altra considerazione la si può fare notando che la Torah non assegna alcun ruolo ai due figli di Moshé. La genealogia di Moshè, infatti, appare rappresentata dai suoi nipoti, i figli del fratello Aron (Numeri 3:2). Da questo, Rashì ricava che "chiunque insegni Torah al figlio del proprio compagno è come se lo avesse generato".
   Ci si chiede che cosa significhi per la cultura rabbinica "generare" un figlio. La tradizione ebraica evidenzia in ogni modo, anche con la forza del paradosso più estremo, l'importanza dell'educazione e della formazione, dello studio e della cultura, anche contro le possibili alternative costituite dal legame biologico. Peraltro, e per paradosso, è proprio in forza dei valori culturali, e negando il valore dei legami biologici, che molti si battono per rendere più semplice quel passaggio di identità che è il ghiùr.
   Sembra necessario, se si vuole parlare di ghiùr, accettare che l'ebraismo non concepisce una conversione intesa come pura e semplice iscrizione formale a una comunità. La conversione implica un cambiamento delicato e complesso, cambiamento psicologico, sociale, e di vita. Comporta un riorientamento della volontà, una difficile metamorfosi dell'anima. Porta spesso con sé una trasfusione di memoria. Può anche trasformarsi in una incomprensibile spinta autodistruttiva verso un rinnovamento. E certo, in tutto questo delicato fenomeno che è anche un percorso, l'ambiente, l'educazione e la pressione del gruppo rivestono un ruolo decisivo.
   Vale la pena, qui, di stabilire alcune premesse per sgombrare il campo da non utili malintesi. La questione del ghiùr è spesso affrontata da un'angolazione influenzata dal vissuto personale, e sfocia così in una contrapposizione personalizzata fra il candidato ghèr e il singolo rabbino, cui è demandato di rappresentare e riconoscere all'aspirante l'identità ebraica.
   Questo incontro, affrontato in modo errato, rischia di diventare uno scontro, e spesso si risolve in una polemica improduttiva e distruttiva, a volte aggravata da logiche di schieramento. Si deve invece accettare che accompagnare un figlio di madre non ebrea verso il ghiùr significa preparare tutto il nucleo familiare, sia il genitore ebreo sia la madre non ebrea. È difficile accettarlo, lo si comprende bene, ma l'ebraismo del minore non è un fatto solo personale, ma un fatto famigliare. All'educazione, alla formazione, e alla vita ebraica in casa, del figlio devono partecipare sia il padre che la madre. Si comprende allora perché ci si aspetta che la madre non ebrea faccia un percorso di ghiùr assieme al figlio. Ovviamente evitando su di lei qualsiasi forma di plagio e pressione. La famiglia si muove, nel suo insieme, verso una consapevolezza incondizionata della strada intrapresa e dell'impegno preso con il Beth Din (il tribunale rabbinico): la conversione dei bambini richiede infatti una trasformazione radicale dell'atmosfera familiare che lo accoglierà. Da qui la necessità di coinvolgere entrambi i genitori nello studio e nell'applicazione delle mitzvot, strumento fondamentale per infondere nei figli il senso dell'ebraismo. Il processo non può essere solo trasmissione di nozioni, sensazioni interiori e storia passata, ma deve attivare una prassi e un vissuto.
   Il discorso sul ghiùr dei minori, che non avendo ancora capacità giuridica non sono in grado di scegliere coscientemente la loro strada, richiede qualche considerazione in più. Fino a qualche anno fa, questa responsabilità è gravata sui genitori e sul Beth Din quando questo ha accolto la richiesta, richiesta che, in ogni caso, secondo la giurisprudenza rabbinica prevalente, nel caso di bambini, va confermata nel momento del Bar/Bat Mitzwà o nel momento della maturità. Siamo troppo spesso testimoni, infatti, del fenomeno di ragazzi che frequentano per anni le istituzioni educative e sociali ebraiche e poi, all'improvviso, si allontanano. Forse l'educazione ebraica che si offre è carente, non del tutto adeguata al livello di ebraismo che si vuole raggiungere in vista di una consapevolezza che garantisca continuità al nostro essere ebrei. Perché i nostri figli sentano l'importanza del loro ebraismo, esso deve abbracciare una dimensione di contenuti maturi, che non siano i meri ricordi dell'infanzia o della festa del Bar/Bat Mitzwà. Un ebraismo passivo, un semplice processo di conoscenza, un ebraismo non vissuto nel quotidiano, diventa prima o poi irrilevante, specie quando sopraffatto dalla cultura dominante che ci attornia.
   Troppo spesso l'educazione ebraica è considerata un complemento, la cui cura è relegata ai ritagli di tempo. Si rischia un approccio letterario, romanzesco, alla propria identità, ci si costruisce una visione della vita ebraica che si avvicina alla realtà virtuale, come se fosse solo una lontana gloria del passato, da vivere nel ricordo e nella conoscenza piuttosto che nella vita quotidiana. Si dovrebbe iniziare a sviluppare una visione dell'identità ebraica attuale e autonoma, una concezione qualitativa, che sostituisca quella che la pressione sociale esercitata dalla realtà circostante propone, o talvolta impone, una diversa idea dell'esistenza più confacente alle esigenze di una vita davvero ebraica. Ma tutto questo non può essere delegato ai rabbini o alle comunità. Le famiglie che lo desiderano devono fare scelte chiare, coraggiose e coerenti.
   Fare educazione significa lavorare sulle proprie rappresentazioni di sé e del mondo: qual è l'immagine culturale ebraica che vogliamo acquisire e trasmettere? Questo è il quesito che dobbiamo porci, e le risposte che daremo saranno decisive per le nostre scelte e dovranno dare il segno del valore che ha per noi l'educazione ebraica dei nostri figli.
   Mancano oggi, a livello nazionale, strutture e istituzioni che garantiscano un percorso di educazione e formazione ebraica ai candidati gherim, soprattutto bambini. I tribunali rabbinici, pur avendo creato condizioni ebraiche favorevoli all'accoglienza delle famiglie che desiderano avvicinarsi, si trovano di fatto ad affrontare da soli un processo complesso e sempre più diffuso. Nella maggior parte dei casi manca l'appoggio della Comunità, intesa non come ente, ma come collettività, che dovrebbe sentire il dovere di entrare in relazione con queste famiglie. I Maestri sono molto attenti alle difficoltà di ordine psicologico che incontra il ghèr: "non opprimerai il gher" (Esodo 23:9), ingiunzione che il Tanà devè Eliahu Rabba, 27, interpreta come "non opprimerlo con le parole… non dirgli: ieri eri idolatra… e hai ancora la carne di maiale tra i denti, e tu adesso vuoi parlare con me?" La Torah ci impone costantemente di destinare un affetto e un amore speciali al convertito. Il comandamento "veahavta et hagher", "amerai il gher", lo straniero, ricorre decine di volte nella Bibbia. Nell'accettare la Legge ebraica, il convertito riceve anche la storia ebraica. È come se gli venisse data una nuova memoria, che sostituisce la sua. A nessuno è lecito rammentare al convertito il suo passato. Esso cessa semplicemente di svolgere un qualsiasi ruolo o di esistere. L'atto della conversione trasforma il convertito in un neonato, un nuovo essere. Per questo i Maestri del Talmud fanno tutto ciò che è in loro potere per evitare che il convertito all'ebraismo possa sentirsi escluso o messo al margine dalla comunità ebraica. Il convertito non deve mai sentirsi inferiore agli altri ebrei. Nella Bibbia l'amore per il gher è un punto fermo assoluto. Ci si deve sforzare in modo speciale, anche al di fuori della norma, per comprendere i problemi anche particolari che il gher si trova ad affrontare. E ciò riguarda la comunità nel suo complesso.
   E questo perché il ghiùr ha sempre, necessariamente, tre attori: il candidato al ghiùr, un rabbino, una comunità. Il candidato che aspira al ghiùr deve essere consapevole di dover affrontare un percorso educativo e di studio, di applicazione e di assunzione d'identità. Dovrà entrare in comunità dalla porta principale e cercarvi il proprio posto nel modo più consono alle sue esigenze e alla sua personalità, secondo la visione realistica dei Maestri.
   Prima di procedere a una conversione la comunità tutta dovrebbe chiedersi: "quanto siamo in grado di amare e di accogliere il gher facendogli sentire che la comunità è la famiglia in cui è rinato?" Non ci si deve aspettare, infatti, che il gher diventi un membro della famiglia del rabbino. La sua famiglia di riferimento deve essere la comunità tutta, e spetta quindi a questa il compito di svolgere la sua parte. Non a caso in molte comunità, Parigi e Londra fra queste, il Beth Din che riceve una domanda di ghiùr affida il candidato a una famiglia osservante che praticamente adotta l'aspirante gher. Al rabbino è affidata solo una funzione di controllo. L'aspirante va accompagnato nell'osservanza delle mitzvot, con consapevolezza e con gioia. Solo così, infatti, egli può apprendere in presa diretta il sentimento di ahavat Israel, dell'amore per il popolo ebraico, che è così centrale nella sua scelta. La conversione consapevole all'ebraismo è, dunque, l'ingresso del gher in una nuova famiglia allargata, in una comunità nella quale si svolgerà la sua vita ebraica.
   Non si fa vita ebraica in solitudine. L'ebraismo pretende società e collettività. Il singolo deve essere accompagnato, anche psicologicamente, e la collettività deve integrare e integrarsi, evitando nell'incontro tensioni e malintesi. Perché chi entra entri con passo leggero, e chi accoglie accolga a braccia aperte e senza riserve. In questo senso anche le persone e le famiglie che hanno già fatto il ghiùr, anch'esse, non possono essere lasciate sole. Il processo di inserimento comporta una partecipazione corale della comunità.
   Il problema dei ghiurim, allora, coinvolge il problema stesso della nostra sopravvivenza e della qualità della nostra comunità. E non solo e non tanto dal punto di vista demografico. Ma, come si è detto, le nostre strutture comunitarie non costituiscono, oggi, un valido riferimento per offrire a chi ne dimostra il bisogno un inserimento equilibrato e dignitoso nella realtà della vita ebraica. Per aiutare l'ebraismo italiano a uscire da uno sterile dibattito e da dannose divisioni, è forse utile partire dall'analisi dei principi fondamentali dell'ebraismo e della situazione attuale. Ci si potrà poi chiedere quali percorsi educativi, formali e informali, si possano intraprendere, e come si possa tentare di unificare procedure e comportamenti. Ma non ha alcun senso parlare di ghiùr se non si parla del modello di famiglia (in primis quella del gher) e del modello di comunità in cui si pensa il convertito possa e debba inserirsi.
   Non ci nascondiamo che il primo passo possa spettare ai rabbini, che sono chiamati a una seria, approfondita e condivisa, riflessione sul tema. Sta ai rabbini agire di concerto e avviare percorsi educativi, di studio, di preparazione, di formazione, di appoggio, e infine di riconoscimento, che renderebbero non solo più fluido, ma anche decisamente più serio e più consapevole, ogni singolo percorso di ghiùr.
   Se rabbini e comunità riusciranno a collaborare insieme, grazie a un progetto organico e condiviso, nella costruzione di percorsi di appoggio, non rimarrà al gher che fare la sua parte, dimostrando con serietà e costanza la sincerità del suo intento. E si potrà contribuire così a ridurre le tensioni che stanno minando il clima delle nostre comunità.
Rav Roberto Della Rocca

(moked, 3 maggio 2019)


Giornata della Memoria, Israele si ferma per commemorare l'olocausto

Scuole e uffici chiusi per ricordare i 6 milioni di vittime del nazismo

Mentre le sirene hanno suonato stamane in tutte le città di Israele in memoria dei sei milioni di ebrei uccisi dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, lo stato ebraico, oggi il 2 maggio, celebra Yom HaShoa, la Giornata della Memoria dell'olocausto.
Le sirene, che hanno suonato alle 10 di questa mattina, sono state seguite da cerimonie nelle scuole, nelle istituzioni pubbliche e nelle basi militari: tra queste una cerimonia al memoriale di Yad Vashem sull'insurrezione del ghetto di Varsavia e la tradizionale recita annuale dei nomi delle vittime nella Knesset. La Marcia dei vivi nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau in Polonia inizierà alle 13:00, come ha riportato The Times of Israele.
Le commemorazioni si chiuderanno ufficialmente con cerimonie al Kibbutz di Lohamei Hagetaot e in quello di Yad Mordechai, dal nome di Mordechai Anielewicz, capo della rivolta di Varsavia.
La giornata nazionale, che si celebra il 27 del mese ebraico di Nisan e quindi cambia ogni anno nel calendario gregoriano, è iniziata già ieri sera al tramonto con cerimonie che si sono svolte in tutto il paese, con canti solenni, lumi di candele e ricordi dei sopravvissuti e dei loro discendenti. I canali TV e le stazioni radio hanno mandato in onda programmi sull'Olocausto mentre negozi e ristoranti sono stati chiusi prima delle commemorazioni.
Al Memoriale e al Museo dell'Olocausto di Gerusalemme, Yad Vashem, un evento ufficiale ha visto sei torce accese da coloro che hanno vissuto il genocidio. Parlando alla cerimonia, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha promesso che Israele "non presenterà il suo collo per il massacro di fronte alle minacce di distruzione", attaccando, il regime iraniano e l'aumento dell'antisemitismo, che a suo dire è stato spesso travestito da critiche a Israele.
La giornata di commemorazione di quest'anno si è svolta proprio mentre in tutto il mondo e in particolare negli Stati Uniti sono stati registrati un brusco aumento di episodi di antisemitismo , come ha ricordato il giornale israeliano.

(askanews, 2 maggio 2019)


Tensione sempre alta nei Territori: da Gaza sono stati sparati due razzi sul Neghev occidentale

Israele ha colpito una base di Hamas nel nord della Striscia.

Dopo un mese relativamente tranquillo, aumenta la tensione tra Israele e i Territori palestinesi. Poche ore fa, infatti, da Gaza sono stati lanciati due razzi verso il Neghev occidentale. Al momento non si hanno notizie di vittime. La zona era stata allertata con le sirene d'allarme. La notizia è stata diffusa da radio militare.

 La reazione israeliana
  Le forze armate israeliane hanno immediatamente reagito dopo che ieri dalla Striscia di Gaza erano stati lanciati palloni esplosivi e incendiari. Così, nella notte, l'aviazione di Israele ha colpito una base terroristica di Hamas.

 Gli episodi a marzo
   Il mese di marzo è stato particolarmente teso, con la rottura della tregua tra Israele e Hamas, in seguito al lancio di alcuni razzi dalla Striscia. Poi, il 30 marzo, in occasione della "marcia del milione", i manifestanti palestinesi avevano lanciato pietre contro i soldati israeliani.
Dopo un breve periodo di calma quantomeno apparente, la situazione sembra destinata a infiammarsi nuovamente. con le potenze mondiali che continuano a monitorare con grandissima attenzione la situazione.

(NewsMondo, 2 maggio 2019)


L'industria Hi-Tech punta sul mondo Haredi

di Aviram Levy

 
Un incontro tra un gruppo di imprenditori haredi- KamaTech
Come è noto, uno dei colli di bottiglia che potrebbe presto provocare un rallentamento del dinamico settore high-tech israeliano è rappresentato dalla penuria di manodopera qualificata; la difficile sfida per le autorità israeliane è quella di aumentare rapidamente la partecipazione, attualmente bassa, della minoranza ultraortodossa (haredi) e di quella araba al mercato del lavoro.
   La notizia, riportata di recente in un lungo reportage del quotidiano Financial Times, è che qualcosa si sta smuovendo, soprattutto per quanto riguarda la comunità "haredì".
   Fino a pochi anni fa, il modello familiare prevalente tra gli ultraortodossi era quello in cui il marito si dedica agli studi (in scuole specializzate, dette yeshivot) e le principali fonti di reddito sono rappresentate dal sostegno della comunità e dallo stipendio della moglie. Ma negli ultimi 15 anni le cose sono cambiate: la percentuale di maschi adulti che lavorano è salita dal 36 al 51 per cento, la percentuale di donne dal 51 al 76 per cento. Ed è a questo aumentato bacino di maschi adulti "occupati" che puntano le autorità e le aziende hi-tech. Un grosso ostacolo è rappresentato dal curriculum di studi inadeguato dei haredim: tipicamente nelle loro scuole religiose si studiano pochissimo le materie scientifiche e la lingua inglese. Per trovare lavoro, le donne ultraortodosse spesso seguono corsi di formazione e scuole professionali ma non di livello universitario, cosa che impedisce loro di trovare lavoro qualificato. Inoltre, i maschi non prestano servizio militare e questo preclude loro sia un addestramento informatico sia il "networking", ossia la rete di relazioni, entrambi elementi che favoriscono l'attività imprenditoriale. Di recente un importante operatore specializzato nella formazione professionale e nel collocamento della manodopera (Ampersand) ha aperto una sede a Bnei Brak, dove vive un grande numero di haredim. Assieme ad un altro operatore del settore (SNC), Ampersand ha sviluppato anche programmi mirati a fornire (anche a distanza, ossia da casa) alle donne ultraortodosse una preparazione informatica specialistica e a collocarle presso le aziende del settore. La rapida espansione di queste società specializzate e il fatto che, secondo molti commentatori. la cultura imprenditoriale sta lentamente permeando anche il mondo haredi, lasciano ben sperare.

(Pagine Ebraiche, maggio 2019)


Una visione distorta della realtà

di Valentino Baldacci

Mi sia consentito di aggiungere qualche considerazione sulle manifestazioni del 25 aprile e in particolare sulle contestazioni ai rappresentanti della Brigata ebraica. Ho partecipato al corteo di Milano assieme a una rappresentanza dell'Associazione Italia-Israele di Firenze, per esprimere la nostra vicinanza a chi manifestava nella capitale dell'antifascismo in un momento così difficile. L'anno prossimo torneremo a partecipare al corteo di Firenze, come abbiamo fatto negli anni scorsi.
   Come tutti, ho visto e sentito le grida ostili e gli insulti di alcuni propal, soprattutto in Piazza San Babila; ma ho sentito anche i tanti applausi indirizzati dalla folla verso lo striscione della Brigata ebraica via via che sfilava per Corso Venezia.
   Ecco, la stampa e in generale i media hanno dato risalto ai gesti di ostilità, ma hanno taciuto sugli applausi. Non solo, ma sui social anche i sostenitori di Israele hanno seguito la stessa condotta, amplificando al massimo le contestazioni e non sottolineando invece i consensi ricevuti.
   Capisco che non si debba tacere sulle posizioni ostili vero Israele che esistono nella società italiana. È giusto mettere in evidenza non solo gli insulti lanciati contro lo striscione della Brigata ebraica ma anche le posizioni antisemite e antisioniste che si sono manifestate all'Università di Torino, nel Comune di Napoli ed altre ancora. Ma insistere esclusivamente sugli aspetti negativi significa dare una visione distorta della realtà, significa amplificare oltre misura la portata e l'influenza di queste manifestazioni, e, al tempo stesso, mettere in ombra le tante manifestazioni di simpatia e di vicinanza verso Israele che quotidianamente si riscontrano nella nostra società.
   Queste considerazioni riguardano molti commentatori che a vario titolo operano sui social, ma riguardano anche le Associazioni che con varie denominazioni sostengono Israele e operano contro l'antisemitismo e l'antisionismo. L'esistenza di tale forma di associazionismo pare essere una caratteristica quasi esclusivamente italiana. Formate in maggioranza da non ebrei, dette associazioni operano naturalmente in autonomia rispetto alle Comunità ebraiche ma possono costituire una risorsa preziosa per far conoscere la realtà di Israele e per combattere l'antisemitismo. Anche in queste associazioni esiste la propensione a privilegiare l'aspetto di denuncia degli attacchi senza fondamento portati contro Israele dai propal. Sarebbe opportuno - accanto a questa attività di denuncia - mettere in evidenza la realtà di Israele, le sue realizzazioni scientifiche ed economiche, lo sviluppo delle relazioni con un numero crescente di Paesi, anche a maggioranza islamica. Molte associazioni si muovono già su tale piano ma probabilmente non basta. Prevale ancora la propensione a privilegiare la dimensione del conflitto israelo-palestinese, mentre sarebbe opportuno mettere in primo piano e sottolineare i tanti progetti di collaborazione - economica, scientifica, culturale, sportiva - che esistono e che sono in via di incremento tra Israele e numerosi Paesi arabo-islamici, oltre che con quelli africani, anche al di là del formale stabilimento di rapporti diplomatici. Se ci si pone in questa prospettiva si finirà per cogliere - e anche per trasmettere - la reale portata delle contestazioni antisraeliane di sparuti gruppetti di propal.

(moked, 2 maggio, 2019)


Al carnevale della politica

di Christian Rocca

Uscito con ottime recensioni in Francia, segnalato sul Financial Times e poi sui giornali in Germania e in televisione in Gran Bretagna, dove presto sarà tradotto, il nuovo libro di Giuliano Da Empoli, Gli ingegneri del caos, arriva domani in Italia edito da Marsilio.
   Da Empoli, presidente del Centro studi Volta ed ex consigliere di Matteo Renzi, da tempo riflette sulle origini del nazional sovranismo contemporaneo ed è l'autore della fortunata espressione secondo cui l'Italia è «la Silicon Valley del populismo globale», ovvero il paese capace di sperimentarne ogni forma possibile e prima di chiunque altro, come ha scritto nel saggio precedente La rabbia e l'algoritmo, «dal populismo regionalista della Lega a quello giudiziario di Antonio Di Pietro, fino all'apoteosi catodica del populismo plutocratico del Cavaliere».
   Gli ingegneri del caos è l'osservazione globale del fenomeno che Da Empoli compie raccontando i personaggi chiave della rivoluzione populista, non solo i Casaleggio padre e figlio e i Matteo Salvini e i Luca Morisi, ma anche l'americano Steve Bannon che è stato il visionario artefice del successo di Trump e oggi è impegnato a organizzare la prima internazionale populista in Europa e non solo, e poi l'ebreo americano Arthur Finkelstein che ha aiutato l'ungherese Viktor Orban, assieme al locale Árpàd Habony, a diventare uno dei leader di questa stagione e, infine, l'ideologo del Cremlino Vladislav Surkov.
   Da Empoli usa un'immagine formidabile per inquadrare l'avanzata del populismo e la prende in prestito da Goethe. L'immagine è quella del carnevale, osservato dal poeta tedesco da una finestra della sua abitazione di Roma, nel 1787. L'allegria, la baruffa, la foga, l'astio, la rabbia e il narcisismo fanno del carnevale, secondo Goethe, «la festa che il popolo offre a sé stesso». Scrive Da Empoli che «del carnevale e del suo spirito sovversivo nessun potere è mai riuscito a liberarsi del tutto». Non solo, la celebrazione del caos «nel corso dei secoli ha cessato di percorrere le strade per trasferirsi nei pamphlet e nelle vignette dei giornali popolari, fino a riemergere in tempi più recenti nella satira dei comici televisivi e nelle invettive dei troll digitali». Continua l'autore: «Ma è solo oggi che il carnevale ha finalmente abbandonato la sua collocazione periferica, ai margini della coscienza dell'uomo occidentale, per assumere un'inedita centralità, posizionandosi come il nuovo paradigma della vita politica contemporanea».
   Dietro questo divertimento chiassoso e grottesco che stiamo vivendo, e dietro i tanti Pulcinella che lo popolano, in realtà si nasconde il lavoro puntuale e tecnico degli ingegneri del caos, di quegli ideologi e spin doctor che reinventano la propaganda al tempo dei selfie, alimentano le paure degli elettori e trasformano la democrazia in un «game da consolle», grazie anche all'aiuto della disintermediazione sociale causata dalla rivoluzione digitale e del modello di business dei social network. Il caos odierno è un videogame cui restare incollati, creato in condivisione dagli ingegneri politici e dai «coders» della Silicon Valley, frutto di un impulso estroso e fantastico tra pubblico e privato, tra ideologia e commercio, e con l'obiettivo di demolire l'opinione pubblica, grazie anche ai troll, ai reality e agli algoritmi che si sostituiscono a pensiero politico per catturare il sentimento prevalente sulla rete.
   E dunque, come nel carnevale, lo spettatore diventa attore, l'elettore diventa politico, Pulcinella va al governo ma alla prova dei fatti resta un travestimento, una contraffazione, una parodia. Il caos di questi anni è La fattoria degli animali che incontra Black Mirror, una realtà surreale dove l'opinione del primo passante vale più di quella degli esperti e l'anonimato produce lo stesso effetto di disinibizione garantito nelle carnevalate dal costume burlesco.
   Chi prova a ragionare, a studiare, a distinguere il vero dalla bufala, scrive da Empoli, ha il ruolo ingrato del guastafeste e per questo è ricoperto di insulti, smorfie e boccacce (che ora si chiamano «meme»). Da Empoli svela i trucchi tecnici di questa epoca, quelli usati per manipolare l'opinione britannica sulla Brexit e quelli escogitati dal team Trump per screditare Hillary Clinton. Spiega anche la nuova religione dell'«engagement» digitale e la trasformazione della politica da centripeta in centrifuga, perché le posizioni estreme provocano emozioni forti, maggiore indignazione e più coinvolgimento rispetto alle noiose posizioni sensate e moderate.
   A leggere il saggio di Da Empoli c'è poco da essere ottimisti: quando le maschere di questo tempo falliranno, e saranno a loro volta oggetto di sberleffo e bersaglio di rancore, è possibile che ne arriveranno di peggiori, perché «è assai improbabile che gli elettori, assuefatti alle droghe pesanti del nazional-populismo, tornino a invocare la camomilla dei partiti tradizionali. Chiederanno qualcosa di nuovo e, forse, di ancora più forte». Considera il carnevale.

(La Stampa, 2 maggio 2019)


Scandalo sulle vignette del New York Times. Ora il nuovo antisemitismo arriva da sinistra

Polemiche e scuse pubbliche del Pulitzer Stephens. Ma c'è un'idea di fondo.

di Fiamma Nirenstein

Giovedì è uscita sul New York Times una caricatura. Il «giornale d'onore» appartiene alla gloriosa storia dei democratici che hanno condotto gli Usa dalla discriminazione razziale contro neri e minoranze, ebrei compresi, a essere patria dei diritti umani. E gli ebrei prima ancora che in Israele, cercarono rifugio in quel mondo e in quella ideologia fino a diventare la più grande comunità ebraica del mondo. Adesso cominciano invece a scappare.
 
Bret Stephens
Il suo "capolavoro"
   Giovedì il premio Pulitzer Bret Stephens ha dovuto scrivere sul Nyt, il suo stesso giornale, una colonna orrificata: «Ecco qui nella versione online un ebreo (Netanyahu, ndr) sotto forma di un cane, un ebreo piccolo ma astuto che guida un americano scemo e fiducioso: l'odiato Trump giudaizzato con una kippà. Il servo, in teoria, invece agisce da vero padrone. Questa vignetta ha usato un tal numero di stilemi antisemiti che l'unica cosa che manca è il segno del dollaro». In genere invece in quelle contro gli israeliani ci sono anche il dollaro, la divisa e i missili. Dopo due giorni in una sinagoga di San Diego un 19enne razzista bianco ha sparato uccidendo una donna e ferendo altri fedeli, compresi dei bambini. Era stato ispirato dal New York Times! Probabilmente non in modo diretto, dato che l'assassino è un tipo di destra, diverso dai suoi lettori. Ma la teoria della cospirazione ebraica per dominare il mondo era proprio quella che il suprematista ha indicato nel suo tweet. Così come la stessa teoria poche settimane prima era stata ripetuta dalla neoeletta al Congresso Ilhan Omar, che ha suggerito che l'America Jewish Commitee paghi i politici americani per fare gli interessi di Israele, che gli ebrei abbiano una doppia lealtà ... e così via. Bernie Sanders, leader della sinistra, si è spinto a dire che le proteste contro la Omar servono a Israele a impedire di discutere i diritti dei palestinesi. Cospirazione dopo cospirazione la Omar è stata sdoganata dalla presidente del Congresso, Nancy Pelosi, e questo supporto amplia il più vasto consenso intorno all'antisemitismo democratico: lodato sia da David Duke, del Ku Klux Klan, sia dalle manifestazioni di donne contro Trump che urlano slogan contro Israele. I gruppi di sinistra danno la caccia agli ebrei nei campus. Dalle parti nostre democratici come Jeremy Corbyn parlano di Hamas e degli Hezbollah chiamandoli «amici».
   Gli ebrei di sinistra, specie in America dove devi odiare Trump anche se sta visibilmente aiutando in modo sensato il Medio Oriente e Israele a trovare una nuova strada verso un processo di pace, costruiscono a catena organizzazioni di pretesi sostenitori dei diritti umani, che spandono menzogne su «Israele Paese di apartheid» o genocida. Tutto questo, e Trump, crea l'atmosfera adatta perché sparino i mitra. Parola di una che, sotto scorta da anni, fu ritratta da un caricaturista di sinistra col naso adunco, il fascio e una stella di David sul petto. I giudici stabilirono che non era antisemitismo. Il coraggioso giornalista Giuseppe Caldarola fu condannato. Il caricaturista restò fiero del suo antisemitismo. Almeno il Nyt si è scusato.

(il Giornale, 1 maggio 2019)


Trump inserirà i Fratelli musulmani tra i terroristi

di Giuseppe Sarcina

WASHINGTON - Donald Trump si prepara a inserire i Fratelli musulmani nella lista delle organizzazioni terroristiche. Una decisione allo studio da almeno due anni, ma che non a caso sembra pronta adesso, poche settimane dopo la visita del presidente egiziano al-Sisi a Washington. La portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders ha fatto sapere che Trump «si è consultato con il suo team del Consiglio di sicurezza nazionale e con i leader della regione per condividere queste preoccupazioni». I «leader della regione» sono sostanzialmente due. Il primo è appunto al-Sisi, l'ex generale salito al potere con un colpo di Stato nel 2013 per rovesciare il presidente Mohamed Morsi, eletto nel 2012 grazie alla spinta dei Fratelli musulmani: una rete sociale e politica che di fatto rappresenta ancora oggi l'unica forza di opposizione in Egitto. Al-Sisi e i servizi di sicurezza temono che la nuova ondata di proteste partita dall'Algeria e alimentata anche dai Fratelli musulmani possa alla fine riaccendere le manifestazioni anche al Cairo, con uno scenario simile alle Primavere arabe del 2011. Da mesi l'ex generale sta chiedendo agli Stati Uniti una copertura internazionale per continuare indisturbato la spietata repressione contro i militanti dei «Fratelli». L'ultimo tentativo, l'incontro con Trump nello Studio ovale, il 9 aprile, sembra sia stato quello buono.
   Ma la decisione della Casa Bianca asseconda anche «le preoccupazioni di un altro leader»: il premier israeliano Netanyahu, convinto che i Fratelli Musulmani abbiano forti legami con il gruppo palestinese di Hamas. L'organizzazione islamista ha ramificazioni in diversi Paesi. In Tunisia, per esempio, i «Fratelli» sono stati tra i protagonisti della Rivoluzione dei Gelsomini nel 2011 e fanno parte della coalizione di governo, sia pure tra accuse e gravi sospetti. In Libia appoggiano il fragile esecutivo di al Sarraj.
   La mossa di Trump alimenterà le tensioni tra gli alleati: i Fratelli musulmani sono appoggiati dal presidente turco Erdogan, mentre l'Arabia Saudita li ha marchiati come terroristi già nel 2014.

(Corriere della Sera, 1 maggio 2019)


Eurovision a maggio in Israele, una lettera aperta contro il boicottaggio

Contro l'appello del Bds si schierano fra gli altri Marina Abramovic e Gene Simmons.

All'appello al boicottaggio di Eurovision 2019, per il fatto che avrà luogo in Israele, ha risposto ieri con una lettera l'associazione Creative Community for Peace, firmata fra gli altri da alcuni artisti e esponenti del mondo dello spettacolo come Marina Abramovic, Stephen Fry e Gene Simmons, contrari al boicottaggio dell'evento che si terrà a maggio a Tel Aviv, Secondo le regole di Eurovision infatti il paese ospitante è quello di provenienza dell'ultimo vincitore del contest, che l'anno scorso è stata la cantante israeliana Netta Barzilai.
   «Crediamo che il movimento per il boicottaggio culturale sia un affronto sia ai palestinesi che agli israeliani che lavorano per raggiungere la pace attraverso il compromesso, lo scambio e il riconoscimento reciproco», recita la lettera di Creative Community for Peace. «Mentre ognuno di noi può avere opinioni differenti sul conflitto israeliano-palestinese e sulla strada da intraprendere per raggiungere la pace, concordiamo tutti che un boicottaggio culturale non sia la soluzione». La lettera giunge in risposta all'appello del Bds (il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni) rivolto agli artisti chiamati a partecipare a Eurovision 2019, a cui si chiede di non prendere parte all'evento e in cui si sostiene che «Israele si sta servendo senza vergogna di Eurovision all'interno di una strategia che punta a presentare il 'volto grazioso' del Paese per normalizzare e distogliere l'attenzione dai suoi crimini di guerra contro i palestinesi». Un appello al boicottaggio era stato scritto anche da degli artisti palestinesi e firmato fra gli altri da Ken Loaeh, Brian Erro, Mike Leigh, Julie Christie, Aki Kaurismaki, Moni Ovadia e Roger Waters - il quale si è anche rivolto personalmente a Madonna, che terrà il concerto inaugurale di Eurovisione dalla quale non è mai arrivata una risposta, affinché rifiutasse di suonare in Israele.
   Di recente era stato chiesto anche alla Bbc di non coprire l'evento: «Il paese ospitante è determinato dalle regole della competizione, non dalla Bbc», ha risposto l'emittente. «Eurovision ha sempre sostenuto i valori dell'amicizia, dell'inclusione, della tolleranza e della diversità e non crediamo sarebbe appropriato servirsi della partecipazione di Bbc per motivi politici». Finora nessuna nazione si è ritirata dal contest, al quale per l'Italia parteciperà Mahmood con Soldi. G.Br.

(Il manifesto, 1 maggio 2019)


Antisemitismo, perché risorge in Francia

Nei quartieri popolari di Parigi, Lione e Marsiglia crescono gli atti di violenza contro gli «Juden». Un'aggressività che viene soprattutto dagli immigrati Islamici di seconda generazione. I musulmani a Parigi sono aumentati, sono molto più visibili, e pensano di avere conti da regolare con la Francia

di Alberto Toscano

PARIGI - Questa volta i parenti delle vittime non gridano allo scandalo. Il processo d'appello ad Abdelkader Merah, fratello del terrorista Mohammed Merah - che il 19 marzo 2012 uccise un insegnante e tre bambini alla scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa, e poi morto in uno scontro a fuoco con la polizia - si è concluso il 18 aprile con una condanna a 30 anni di prigione. Dieci più rispetto al «primo grado». Questa volta i giochi di prestigio della difesa non banno fatto sparire, come nel precedente processo, l'evidente complicità tra i due fratelli, sedotti da una predicazione di odio in nome della religione. Abdelkader, che viene come Mohammed dall'estremismo francese di matrice islamica, paga per il suo ruolo dietro le quinte delle azioni terroristiche. Eric Dupond-Moretti, il principe del foro che difende Abdelkader, ha preannunciato un ricorso in Cassazione. «L"affaire Merah» continua.
  E continuano soprattutto gli atti di intolleranza contro i 450 mila ebrei francesi. Lo scrittore e giornalista Salomon Malka, francese di origini marocchine e autore di Le grand désarroi. Enquéte sur les Juifs de France (Il grande sgomento. Inchiesta sugli ebrei francesi), ritiene che negli ultimi 15 anni almeno 40 mila ebrei transalpini siano andati a vivere in Israele. Altri prendono in conto anche gli ebrei francesi emigrati in America e formulano cifre superiori. Cifre comunque indicative, visto che nessuno può dire con certezza quanti siano partiti in reazione all'antisemitismo e quanti per altri motivi, di famiglia o di lavoro. Talvolta questi elementi si incrociano e si sommano.
  Alcuni citano la propria personale esperienza. «lo posso solo dire che i miei due figli hanno scelto di lasciare Parigi e ora sono ben contenti di essere in Israele. Nelle scuole pubbliche francesi di ogni livello bastava un nonnulla perché un compagno li impallinasse con parole del tipo "sporco ebreo"! Non ne potevano più e se ne sono andati» ci dice l'avvocato Gilles-William Goldnadel, autore del libro Le nouveau bréviaire de la haine (Un nuovo breviario dell'odio) in cui denuncia le provocazioni antisemite. «Anche sul lavoro accade di essere apostrofati con parole insultanti, e accade anche di peggio». Il libro è uscito nel 2001 e Goldnadel, che è stato l'avvocato francese di Oriana Fallaci, pensa che nel frattempo le cose siano molto peggiorate.
  La situazione è critica nei quartieri popolari e, appunto, nelle scuole pubbliche. «Le famiglie preferiscono in molti casi spostare altrove i ragazzi, oggetto di insopportabili provocazioni antisemite. Si passa dalle scuole pubbliche a quelle private » afferma Malka. «Scolari e studenti di famiglia ebraica si inscrivono sempre più spesso in istituti religiosi privati, ebrei o anche cattolici. Le scuole private cristiane sono molto più numerose sul territorio. Stanno diventando importanti per le famiglie ebree francesi».
  Nelle aree della banlieue di Parigi, di Lione, di Marsiglia e delle altre maggiori città la convivenza religiosa è divenuta un problema serio a causa dei fenomeni di intolleranza da parte dei fondamentalisti islamici. È il caso di Sarcelles, una città di 58 mila abitanti in Val-d'Oise, il dipartimento che si attraversa andando da Parigi all'aeroporto di Roissy. «Sarcelles» spiega Goldnadel «ha visto a lungo una forte presenza ebraica, che qui è stata particolarmente significativa e utile all'insieme della collettività; ma le cose sono cambiate negli ultimi vent 'anni e adesso non è facile trovare ebrei nella città di cui è stato sindaco socialista Dominique Strauss-Kahn». E aggiunge: «Una cosa è sotto gli occhi di tutti: la presenza musulmana in quest'area della cintura metropolitana di Parigi è aumentata ed è molto più visibile di prima; soprattutto è cresciuta l'aggressività di immigrati di seconda generazione, che pensano di avere conti da regolare con la Francia».
  Sarebbero gli immigrati di seconda generazione ad affidarsi all'estremismo islamico per prendersi una rivincita e manifestare odio antisemita. Sulla partenza degli ebrei da alcuni dipartimenti «caldi» della banlieue di Parigi e di altre metropoli transalpine non ci sono dubbi. In Francia lo chiamano «esodo interno», che si aggiunge a quello esterno, ossia alla migrazione verso Israele o verso altri Paesi. L'«esodo interno», in atto da anni, sta mandando in crisi quello spirito dì coabitazione costruttiva, tra persone e comunità di diversa origine, che ha contribuito in passato a rafforzare la società francese.
  Lo si è visto anche nel contesto della tempesta politica che scuote il Paese dallo corso 17 novembre: la rivolta dei «gilet gialli». In certi slogan contro la finanza sono state infilate allusioni antisemite. Dopo le manifestazioni, scritte allarmanti sono comparse sui negozi di proprietà ebraica, Malka aggiunge: «Nel corso delle manifestazioni dei gilet gialli sono stati urlati slogan dalla connotazione antisemita. E poi ci sono le scritte sui muri e sui negozi. Si prova un brivido nel vedere che la parola Juden è stata scritta da mani ignote sulla vetrina di un ristorante ebreo. In tedesco. come se si volesse ricordare un'altra epoca». È accaduto quest'anno al ristorante di Bagelstein, nel quartiere ebraico del Marais, dove si sono svolte le retate del 1942, all'epoca dell'occupazione tedesca.
  Salomon Malka insiste anche sul significato drammatico dell'aggressione (insulti e minacce, ma poteva finir peggio) di cui è stato vittima il 16 febbraio il filosofo Alain Finkielkraut, riconosciuto da un estremista islamico presente tra i gilet gialli, in una delle loro manifestazioni parigine. Nella frase urlata a Finkielkraut c'è l'odio per gli ebrei e il desiderio di cacciarli via. «Tornatevene a casa!»
  Secondo quell'estremista islamico, non c'è più posto in Francia per gli ebrei. Urla, scritte, insulti e minacce tendono a identificare l'ebreo con Israele (la «casa» in cui Finkielkraut è stato esortato a «tornare») e alimentano la confusione tra nuovo antisionismo e vecchio antisemitismo. Tutto in un calderone. L'antisemitismo di estrema destra si mischia con quello che scaturisce da una cena predicazione integralista islamica, che demonizza gli ebrei sognando di eliminare Israele e che fa talvolta proseliti nell'estrema sinistra.
  Gli attentati del 2015 sono stati uno choc per la Francia intera. La comunità ebraica porta ancora le stimmate di quel ricordo perché è stata presa di mira direttamente dall'azione terroristica di Amedy Coulibaly, che il 9 gennaio 2015 (due giorni dopo la strage a Charlie Hebdo) ha assassinato quattro persone nel supermercato di generi alimentari ebraici Hyper Cacher di Parigi.
  In altre occasioni, ebrei francesi sono stati aggrediti, sequestrati e uccisi per ragioni in cui la criminalità comune s'intreccia col movente antisemita. Il rischio della violenza estrema c'è sempre, ma non è il solo. Oggi è la continua spirale degli insulti, delle minacce, delle scritte sui muri e delle molteplici provocazioni a oscurare l'orizzonte degli ebrei francesi. L'antisemitismo attuale assume anche la veste di irrisione nei confronti delle vittime della Shoah. Un'irrisione che si mescola con le ricorrenti tendenze negazioniste. Si lascia intendere che lo sterminio degli ebrei non sarebbe stato né così grande né così grave. Insinuazione tanto più indecente quando si verifica in ambienti universitari.
  È accaduto a Strasburgo in margine a una competizione sportiva. Il 17 aprile, il quotidiano Les Dernières Nouvelles d'Alsace ha rivelato che un gruppo di studenti in scienze politiche del capoluogo alsaziano ha intonato una canzone che dice « Uno, due, terzo Reich! Quattro, cinque, sei milioni! Sette, otto, dimostratelo se ci riuscite!», Immediata la risposta di Francis Kalifat, presidente del Crif (Conseil représentatif des institutions juives françaises), che dice: «Davanti a vicende simili, noi sollecitiamo la massima fermezza perché nell'università non dev'esserci posto per l'antisemitismo».
  Intanto è iniziata l'inchiesta della magistratura di Strasburgo sulla profanazione del cimitero ebraico alsaziano dì Quatzenheirn, avvenuta il 19 febbraio. Analoghe profanazioni hanno avuto luogo negli anni precedenti nella stessa zona della Francia: nel dicembre 2018 è stato colpito il cimitero ebraico di Herrlisheim. Prima ancora quelli di Sarre-Union, Wolfisheimen. Diemeringen e Saverne. Le profanazioni dei cimiteri sono una piaga a cui gli ebrei francesi non vogliono assolutamente abituarsi. Con drammatica frequenza, le tombe sono danneggiate, vilipese. Il simbolo della svastica sembra unificare le varie correnti dell'attuale antisemitismo. Una sfida alla memoria. Un'offesa che dimostra quanto le vittime di Auschwitz facciano ancora paura agli antisemiti di ogni specie.

(Panorama, 1 maggio 2019)


Antisemitismo, nel 2018 più morti che nei decenni passati

Il 2018 è stato terribile per l'antisemitismo, che ha fatto registrare più ebrei morti dei decenni precedenti. A rivelarlo è l'annuale Rapporto del Centro Kantor dell'Università di Tel Aviv, redatto insieme all'European Jewish Congress, secondo cui i casi di odio contro gli ebrei hanno subito una crescita del 13% rispetto agli anni scorsi (387):
    "Come si è visto nella seconda sparatoria di massa in una sinagoga degli Usa, molte parti del mondo non sono più luoghi sicuri per gli ebrei, come si pensava in passato".
Gli Stati Uniti sono il paese in cui c'è stato il numero più alto di episodi antisemiti, seguita dall'Europa e in particolare dalla Germania, il cui l'aumento è stato del 70%.
Lo studio conferma l'analisi fatta dal Centro Simon Wiesenthal con lista dei dieci peggiori atti di antisemitismo del 2018, in cui nei primi tre posti di questa triste classifica c'erano proprio gli Usa, dove vivono il maggior numero di ebrei al di fuori di Israele:
  • L'attentato contro la sinagoga di " L'albero della Vita" di Pittsburgh, in cui sono state uccise 11 persone e ne sono state ferite 6;
  • Il comizio di Louis Farrakhan, "l'estremista afro-americano islamista" tenuto nello scorso ottobre a Detroit;
  • I numerosi attacchi contro gli ebrei avvenuti in diverse università (la Duke University, il Teachers College della Columbia University, la Penn State, la Cornell University, i campus della University of California a Berkeley e Davis, e gli atenei Vassar e Marist).
Il Rapporto del Centro Kantor dell'Università di Tel Aviv ha confermato il dilagante odio antiebraico che il 2018 ha portato con sé. Odio tutt'altro che assente in Italia, dove l'antisemitismo è una delle prime forme manifeste dell'avversione verso chi viene percepito come diverso.
Nord, Sud e Centro: nessuna parte del nostro paese può dirsi davvero immune e protetta da questa ventata di odio.

(Progetto Dreyfus, 1 maggio 2019)


L'incubo burocratico creato dalle istituzioni nazionali palestinesi

Perché mai i palestinesi devono tenere in piedi tre sovrabbondanti e costosi organismi di governo, di cui almeno due sicuramente superflui?

L'amministrazione Trump potrebbe svelare il suo sospirato piano di pace per il Medio Oriente a giugno, dopo la formazione di un nuovo governo a Gerusalemme e la fine delle celebrazioni del Ramadan a Ramallah. Sebbene i contenuti del piano rimangano segreti, si può almeno sperare che esso contempli una clausola dedicata alla ristrutturazione delle istituzioni nazionali dell'Autorità Palestinese. Il loro complicato assetto, infatti, contribuisce notevolmente all'anarchia, alla corruzione e all'inefficienza che hanno afflitto l'Autorità Palestinese sin dalla sua istituzione nel 1994....

(israele.net, 1 maggio 2019)


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