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Notizie 1-15 maggio 2020


Il Bund: note per una riflessione sull'auto-organizzazione ebraica tra Otto e Novecento

Storia della Lega generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Russia e Polonia

di Claudio Vercelli

Alle traversie alle quali gli ebrei di quella parte dell'Europa orientale che era sotto il dominio zarista dovettero ripetutamente fare fronte, soprattutto a causa della recrudescenza di un antisemitismo che nell'ultimo quarto del XIX secolo divenne tanto patologico quanto sistematico, vennero date risposte tra di loro diverse. Il sionismo era una di queste, ma non di certo l'unica. Migrare era di fatto la valvola di sfogo alla quale fecero ricorso quasi tre milioni di ebrei tra il 1881 (anno dell'assassinio di Alessandro II) e la Prima guerra mondiale. In realtà, la durissima reazione delle autorità zariste - in ciò legittimate e coadiuvate dalla Chiesa ortodossa - nella sua irrimediabile drasticità, rivelava la fragile situazione nella quale versava l'intero Impero russo. Non di meno, nei suoi effetti diventa anche un indice delle trasformazioni che l'ebraismo russo-polacco stava conoscendo al suo interno. Se una parte di questo subì, ancora una volta, le avversità del caso, altri decisero che la misura era colma e che ci si dovesse adoperare attivamente per mutare il quadro della situazione.
  In questo contesto si fecero largo diverse ipotesi di affrancamento e superamento della «questione ebraica», ossia dalle antiche servitù di sempre, tra cui anche il rischio di essere assimilati all'interno della maggioranza cristiana: dalla ancora tenue formulazione di una via nazionale (quella sionista, per l'appunto) che implicava il superamento definitivo della Diaspora, all'adesione, inizialmente ben più massiccia (e convinta), alla lotta politica contro il regime degli zar. Che ben presto assunse i connotati di una opposizione per più aspetti rivoluzionaria.
  Nella Zona di residenza coatta (un'amplissima area geografica, istituita dalle autorità russe alla fine del Settecento, che partiva dal Baltico per arrivare alla Crimea, fungendo da cuscinetto tra l'Occidente e l'Oriente europeo) - dove la stragrande maggioranza degli ebrei aschenaziti, quasi cinque milioni, erano
Il clima esasperato, causato dai pogrom e dall'antisemitismo di Stato, decretò l'impossibilità di pervenire all'integrazione attraverso un atteggiamento per molti aspetti tanto attendista quanto fatalista.
obbligati a soggiornare in condizioni deplorevoli, l'attività politica era stata molto contenuta fino al 1870. Al declino dell'opzione liberale, fatta invece propria dagli ebrei che avevano aderito all'Haskalah, l'esperienza dell'illuminismo ebraico, seguì peraltro di pari passo la radicalizzazione dell'operato delle autorità russe. Il clima esasperato, causato dai pogrom - le sollevazioni popolari contro la presenza ebraica - e dall'antisemitismo di Stato, decretò l'impossibilità di pervenire all'integrazione attraverso un atteggiamento per molti aspetti tanto attendista quanto fatalista, da molti denunciato come passivo, incapace quindi di cogliere la sfida del tempo. L'Impero russo non solo sembrava non riformabile ma pareva chiudersi sempre di più in sé, soprattutto rispetto a qualsiasi tentativo di influenzare in maniera mitigatrice il suo agire reazionario. Se il percorso legalista era di fatto impedito, non di meno l'ipotesi di una struttura ebraica indipendente (ovvero di un partito su base etnica), da certuni caldeggiata sulla scorta dei modelli di milizia politica clandestina, eversiva e nichilista, che andavano diffondendosi in Russia in quei decenni, risultava impraticabile qualora non fosse stata fondata su solide basi. Le quali richiamavano essenzialmente il principio dell'organizzazione di classe, legata alle rivendicazioni in campo non solo economico ma di riconoscimento politico e civile.
  Agevolavano verso questo approdo le condizioni, spesso miserande, in cui versavano le masse ebraiche, costrette ad un'urbanizzazione tanto repentina quanto traumatica, impegnate a svolgere sfiancanti attività lavorative in opifici e fabbriche dove erano imposte condizioni durissime, se non insopportabili, al limite di una vera e propria sopravvivenza. Il lavoro industriale, peraltro, nelle zone di insediamento ebraico aveva per buona parte soppiantato quello artigianale. Le comunità locali, con la seconda metà dell'Ottocento, avevano quindi subito, nel volgere di pochi decenni, una profonda trasformazione sociale: alla crescita demografica degli anni precedenti era seguita un'accelerata proletarizzazione, che rischiava di travolgere uomini e abitudini, tradizioni e condotte altrimenti consolidati.
  La Russia, ebraica e non, si stava quindi rivelando terra fertile alla diffusione del pensiero socialista, tanto più nella sua variante marxista. Ma non solo, trattandosi di un enorme subcontinente dove tutte le ideologie politiche accompagnavano gli innumerevoli fermenti sociali. A Vilna, la «Gerusalemme dell'Est», già nella prima metà degli anni Ottanta si erano costituiti alcuni convivi intellettuali ebraici, animati perlopiù da studenti, particolarmente proclivi allo scambio di idee con l'estero così come ispirati al pensiero di Marx. Come d'abitudine in questi casi, il reclutamento degli aderenti avveniva con la distribuzione di materiale stampato e con il proselitismo diretto, attraverso una miriade di riunioni, incontri ma anche comizi e iniziative pubbliche, queste ultime spesso represse violentemente dalle autorità. La funzione della stampa, anche in campo ebraico, avrebbe quindi esercitato un ruolo strategico nella comunicazione e nella condivisioni di temi, idee ma anche e soprattutto parole d'ordine capaci di mobilitare le comunità. Per cerchi concentrici, attraverso la redazione, la stampa e la diffusione di opuscoli in lingua yiddisch, andò formandosi un circuito di piccole strutture che ben presto, unificando gli sforzi, divennero partecipi degli scioperi e delle rivendicazioni che attraversavano la Russia Bianca.
  Data quindi al 1897 la loro costituzione in «Bund», contrazione dell'yiddish Algemeyner Yidisher Arbeter Bund in Lite, Poyln un Rusland, ovvero «Lega generale dei lavoratori ebrei di Lituana, Russia e Polonia»). Di fatto si trattava di un vero e proprio partito, un organismo di massa, costituito pressoché esclusivamente da ebrei, nato dall'incontro tra l'intellettualità rivoluzionaria e il proletariato della Zona di residenza coatta. Prossimo al Posdr, il Partito operaio socialdemocratico russo nato l'anno seguente, antesignano della successiva organizzazione leninista, il Bund, sia pure con tutti i limiti storici del suo operato, rappresentò a lungo, per la sua vocazione ad un riformismo radicale, il più significativo esempio di autorganizzazione ebraica in età contemporanea.
  Malgrado i numerosi dissensi interni - dilacerante quello tra assimilazionisti e autonomisti (i primi propensi a garantire una struttura partitica a sé ma inserita dentro la società non ebraica; i secondi
A fronte del ripetersi dei pogrom, la Lega ebraica organizzò gruppi di autodifesa armati all'interno delle comunità. L'idea di fondo era che l'emancipazione delle masse ebraiche dovesse seguire una via collettiva.
interessati a dare seguito a forme più pronunciate di autogestione, anche di natura territoriale) - e l'opposizione di una considerevole parte del notabilato e della borghesia ebraiche, riuscì comunque a conseguire notevoli risultati. A fronte del ripetersi dei pogrom, la Lega ebraica organizzò gruppi di autodifesa, armati e ben visibili all'interno delle comunità. L'idea di fondo, di contro al principio liberale di un affrancamento individuale e per piccoli passi, era che l'emancipazione delle masse ebraiche dovesse seguire una via collettiva, partendo dalle richieste economiche per giungere, successivamente, alle rivendicazioni politiche. Nel mentre, gli ebrei avrebbero dovuto maturare una coscienza di sé in quanto produttori, come tale soggetto strategico del mutamento economico e sociale. Non essendo, in ciò, un gruppo a sé stante ma facendo parte di una più ampia classe, quella per l'appunto proletaria. Si trattava di costruire e mantenere un difficile equilibrio tra il solidarismo comunitario, maturato tra ebrei, e l'identificazione con il più generale flusso del mutamento che stava attraversando la società russa.
  Senza per questo venire meno agli elementi peculiari della propria ebraicità, non più però vissuti come un vincolo religioso bensì in quanto tratto identitario da valorizzare per la costruzione di una vita migliore, il partito ebraico si inserì quindi a pieno ritmo dentro il dibattito, a tratti quasi furioso, che attraversava la composita società russa. Il Bund partecipò pertanto alla rivoluzione russa del 1905 e a tutto quanto agitò, alle radici, l'Impero russo, fino alla seconda (e poi terza) rivoluzione, quella del 1917. A riscontro del rapporto, peraltro non facile, con i socialisti, all'epoca ci fu chi causticamente osservò che «il membro del Bund è un sionista che teme il mal di mare» (così Georgi Plekhanov, all'epoca il maggiore teorico del marxismo russo). Peraltro la storia della Lega ebraica si spense definitivamente solo a causa dell'azione di due dittatori, Stalin ed Hitler. Il primo, già negli anni Venti, nella più generale prassi di "bolscevizzazione" dell'ampio insieme di organizzazioni socialiste che erano ancora presenti nel territorio sovietico, provvide a cancellarne l'esistenza di autonoma formazione politica. Il troncone polacco e lituano, invece, dopo le alterne vicende degli anni a cavallo tra le due guerre mondiali, sarebbe stato quasi integralmente distrutto nel 1939 e nel 1941 dalle armate della Germania nazista, sopravvivendo solo nell'azione della resistenza dei combattenti dei ghetti, a partire da quello di Varsavia.
  Il programma del Bund era fondato sull'unificazione di tutti i lavoratori ebrei dell'Impero zarista sotto un unico partito socialista. Proprio poiché tale, cercò quindi di allearsi con il movimento socialdemocratico russo, antesignano del futuro partito comunista, per la realizzazione di una società democratica e socialista e per ottenere il riconoscimento giuridico degli ebrei come minoranza nazionale. In quanto partito socialista laico auspicava l'emancipazione sociale, economica e culturale ebraica in Russia. Poste queste premesse, nel 1898, a Minsk, entrò come componente ebraica nel Partito operaio socialdemocratico russo. Durante la rivoluzione del 1905 il Bund fu la forza trainante nelle zone polacche dell'Impero, mobilitando anche diversi non ebrei. Negli anni successivi, tuttavia perse progressivamente seguito. Nel 1912, dopo la scissione interna al Posdr tra menscevichi e bolscevichi, il Bund diventò parte della federazione creata dai primi. In tale veste, accolse con favore la Rivoluzione di febbraio del 1917, ma non sostenne la Rivoluzione d'Ottobre, quella in cui i bolscevichi presero il potere. Con la guerra civile russa (tra il 1918 e il 1921) e l'aumento dei pogrom antisemiti dei nazionalisti e dell'Armata bianca, gli oppositori paramilitari al nuovo potere (presenti soprattutto nelle regioni occidentali della Russia), il Bund fu costretto dalle circostanze a riconoscere il nuovo governo sovietico e i suoi militanti combatterono in gran numero nell'Armata rossa, guidata da Lev Trockij.
  Dopo la definitiva dissoluzione dell'Impero russo, il partito si divise in due: da una parte la maggioranza comunista (Kombund) e dall'altra la minoranza socialdemocratica. Se nel 1921, il Bund si sciolse formalmente, e i suoi membri entrarono in buon numero nel Partito comunista, solo però nel 1923 cessò di esistere l'ultimo gruppo bundista autonomo della Russia Sovietica.
  Peraltro, molti ex bundisti morirono durante le purghe staliniane degli anni Trenta. Durante la Seconda guerra mondiale il Bund continuò invece ad operare in maniera clandestina in Polonia, paese che era rinato nel 1918 e nel quale l'organizzazione ebraica non era mai venuta meno. Tra i nomi più noti rimane quello del giovanissimo bundista Marek Edelman, cofondatore nel 1942 del Żydowskahiedesse Organizacja Bojowa (l' «Organizzazione ebraica di combattimento») che guidò la rivolta del ghetto di Varsavia ed è stato anche parte del movimento di resistenza polacca. Il Bund polacco proseguì infine la sua attività fino al 1948. Ad oggi, l'eredità e la memoria bundiste sono rappresentate attraverso l'International Jewish Labor Bund, presente nei paesi di lingua inglese, tra le comunità ebraiche anglosassoni. Così come nelle diverse
Elemento di base era il principio di auto-organizzazione ebraica, nella convinzione che una federazione di strutture territoriali e professionali potesse costituire il nerbo di una coscienza di sé che, altrimenti, fino ad allora aveva difettato.
cattedre universitarie che studiano l'ebraismo dell'Europa orientale, la cultura e la lingua yiddisch, la storia di società che furono stravolte dai grandi sconvolgimenti del Novecento, tra la Prima e la seconda guerra mondiale.
Ciò che rimane di quell'esperienza, e dei suoi programmi politici, può essere racchiuso in una serie di assunti e di principi, sulla scorta dei quali diede corpo e sostanza alla sua azione, durata una ventina d'anni nella sua fase più significativa, ossia fino alla fine della Prima guerra mondiale, per poi proseguire nei due decenni successivi: il principio di auto-organizzazione ebraica, nella convinzione che una federazione di strutture territoriali e professionali, legate alla centralità del lavoro, potesse costituire il nerbo di una coscienza di sé che, altrimenti, fino ad allora aveva difettato; l'idea che ai processi di emancipazione liberale, di natura individualista, che avevano interessato i correligionari delle comunità dell'Europa occidentale, nell'Europa orientale dovesse invece sostituirsi un movimento collettivo che, partendo dalle società territoriali e dalle organizzazioni sindacali, mutualistiche e cooperativiste, avrebbe creato le condizioni per l'emancipazione comune; l'impegno per la creazione di organizzazioni di autodifesa armata per la protezione delle comunità ebraiche contro i pogrom, nella convinzione che alla lotta politica si accompagnasse anche quella attraverso il ricorso alla forza fisica; la promozione dell'uso dello yiddisch come lingua nazionale ebraica; il tentativo di costruire una piattaforma d'azione comune che permettesse di legare al movimento dei lavoratori industriali (e rurali) anche il diffuso artigianato e il commercio ebraico, così come la stessa intellettualità; l'opposizione, spesso decisa, al sionismo, inteso come risposta non solo inadeguata ma fuorviante ai problemi della società ebraica, ritenendo semmai che il nazionalismo non costituisse l'orizzonte risolutivo per la «questione ebraica». Rimane il fatto che fra tutti i partiti politici ebraici del tempo si rivelò il più progressista, praticando la parità dei generi con oltre un terzo degli iscritti di sesso femminile.
  Dopo un lungo oblio, soprattutto nell'Europa occidentale, la memoria del Bund è progressivamente riemersa in anni più recenti. Si tratta a tutt'oggi di un lavoro di scavo ancora in corso. Poiché, al pari di esperienze similari e coeve, non fu solo traiettoria di un partito (un termine assai riduttivo, soprattutto se rapportato al linguaggio odierno) ma di una comunità politica, sociale e culturale che si confrontò con i mutamenti, a tratti vertiginosi, dell'età che ebbe in sorte di vivere.

(JoiMag, 15 maggio 2020)


Sionismo cristiano - Orde Wingate

Lettera di un cristiano non-ebreo, ufficiale dell'esercito britannico, a un amico ebreo:
    Considero un privilegio sostenerti nella tua battaglia. A questo scopo voglio consacrare la mia vita. Credo che la stessa esistenza dell'umanità sia giustificata soltanto quando si basa sul fondamento morale della Bibbia. Si dovrà combattere contro chiunque oserà alzare la mano contro di te e contro la tua impresa.
    Orde Wingate (1903-1944)
 
Orde Wingate
L'avventura del ritorno degli Ebrei dall'esilio nella loro vecchia patria Eretz Israel è una delle più avvincenti storie del secolo scorso. La lotta e la vittoria del movimento sionista fondato cento anni fa da Theodor Herzl, non ha uguali nella storia dell'umanità: circa duemila anni di peregrinazioni e sofferenze degli Ebrei hanno condotto alla rinascita di Israele.
  Una delle chiavi principali che permettono l'accesso al pensiero di Herzl e ne spiegano il successo è l'influenza dei suoi amici cristiani. Nel periodo in cui Herzl discuteva su dove si potesse trovare un luogo di rifugio per gli Ebrei che fuggivano dai pogrom che avvenivano in Russia e nell'Europa dell'Est, il pastore William E. Blackstone gli mandò un'edizione dell'Antico Testamento in cui erano segnati tutti i passi profetici che riguardano il ritorno degli Ebrei nella terra d'Israele. E William Hechler, cappellano e precettore della casa regnante tedesca, favorì l'incontro di Herzl con il Kaiser Guglielmo II, facendo sì che la questione del sionismo diventasse uno dei principali temi della discussione geopolitica europea.
  L'influenza di queste figure cristiane è la riprova di un fatto innegabile: le origini del movimento sionista sono molto più antiche di Herzl: sono radicate nella Bibbia e nella milleniale speranza del ritorno degli Ebrei nella terra d'Israele, così come hanno promesso i profeti biblici. E in effetti molto spesso sono stati proprio dei cristiani che, credendo fermamente nelle promesse profetiche, si sono rivelati come i più forti sostenitori del ritorno degli Ebrei in Sion.
  A seguito della Riforma e della sua accentuazione dell'autorità della Scrittura, diversi movimenti protestanti che fuggivano davanti alle persecuzioni religiose, si identificarono con le sofferenze del popolo ebreo ed edificarono le loro comunità sul modello del patto di Dio con gli Ebrei. Furono soprattutto i Puritani che, quando lessero le promesse dei profeti biblici sulla riunificazione del disperso Israele, mostrarono grande interesse al pensiero di riportare gli Ebrei nella loro terra.

 I movimenti di risveglio hanno annunciato la ricostituzione di Israele
  Durante i potenti risvegli che percorsero l'Inghilterra e l'America nel diciottesimo e nel diciannovesimo secolo, i predicatori cristiani annunciavano che la riunione degli Ebrei in Israele sarebbe stato un segno anticipatore degli ultimi giorni e dell'imminente ritorno del Messia.
  Eminenti personalità ecclesiastiche e politiche come Lord Palmerston e Lord Shaftesbury dichiararono che soprattutto l'Inghilterra era stata prescelta da Dio per favorire l'insediamento degli Ebrei in Medio Oriente. Nel 1891, sei anni prima del primo Congresso Sionista, Blackstone presentò una petizione al Presidente americano Benjamin Harrison in cui si chiedeva di riportare gli Ebrei in Israele. Tra i firmatari c'erano il cardinal Gibbons, John Rockefeller, J.P. Morgan e più di 400 preminenti americani.

 La Dichiarazione Balfour del 1917
  Questi sforzi portarono i frutti al momento opportuno. I "fautori del ritorno" influenzarono la politica e le decisioni della Gran Bretagna quando il governo di David Lloyd George emise la Dichiarazione Balfour, in cui si auspicava la fondazione di un "focolare nazionale per il popolo ebreo in Palestina". Dopo che per decenni dei cristiani avevano caldeggiato il ritorno degli Ebrei in Terra Santa, il pensiero prevalente tra i partecipanti occidentali alla Conferenza di pace di Versailles, era quello di favorire senz'altro i diritti nazionali degli Ebrei e il loro collegamento con la terra dei loro padri, affidando alla Gran Bretagna il Mandato sulla Palestina.

 Cristiani in lotta a fianco degli Ebrei
  Anche nella stessa terra di Israele ci furono cristiani decisi a sostenere la questione del sionismo. Il colonnello Henry Patterson comandò dapprima il corpo dei "muli di Sion" e poi la legione ebraica che nel 1917 combatté con l'esercito britannico per cacciare i Turchi dalla Palestina. Così facendo contribuì al raggiungimento di un obbiettivo caro a molti sionisti (tra cui il giovane Ze'ev Jabotinsky, che militò sotto Patterson): la formazione di una forza militare ebraica e la rinascita dell'antico spirito combattivo. Il generale di divisione Orde Wingate, un ufficiale britannico del servizio segreto operante nel territorio mandatario della Palestina, rischiò la sua carriera militare addestrando in segreto degli speciali "squadroni della notte" (il Palmach) per compiere incursioni contro gli squadroni d'assalto arabi e impedire così di fare attacchi contro lo Yishuv (comunità ebraica). Ispirandosi a figure bibliche come Davide e Gedeone, Wingate contribuì a formare il nucleo delle dottrine militari israeliane: intimidazione e autonoma iniziativa.
  La storia del ritorno degli ebrei nella terra d'Israele è piena di esempi di cristiani che, avvertendo il significato profetico del ritorno degli esuli ebrei e della rinascita d'Israele, giocarono un ruolo significativo nella crescita del sogno sionistico. Persuadendo persone politiche che occupavano posizioni chiave, esercitarono influsso su avvenimenti politici di importanza storica, salvarono Ebrei dallo sterminio e favorirono la sicurezza e la prosperità del moderno Stato d'Israele.

(da "International Christian Embassy Jerusalem" - trad. www.ilvangelo-israele.it)


*

Testimonianza di Moshé Dayan

Tra i i componenti gli "squadroni della notte" agli ordini di Wingate ci fu anche Moshé Dayan. Ecco come ne parla nella sua "Story of my Life".

Wingate era un uomo snello di altezza media. Procedeva con una pesante rivoltella al suo fianco, con in mano una piccola Bibbia. I suoi modi erano gradevoli e sinceri, il suo sguardo intenso e penetrante. Ricordo che giunse appena prima del tramonto. Chiese al nostro gruppo di riunirsi. Voleva insegnarci in che modo combattere. Insistette perché si parlasse in ebraico, ma dopo un po' gli chiedemmo di passare all'inglese, in quanto facevamo fatica a capire il suo strano accento. Ci descrisse le tecniche delle imboscate notturne. Concluse il suo discorso con la sorprendente proposta di uscire subito con lui in quello stesso momento, organizzando un'imboscata. Ci chiese una mappa, sorprendendoci ulteriormente: indicò come luogo l'incrocio situato nelle vicinanze del villaggio arabo di Mahlul, a poche miglia da noi. Un concetto nuovo per noi, abituati a difendere le vicinanze del nostro kibbutz. Ci caricammo delle nostre armi e c'incamminammo lungo le creste delle colline e non i sentieri. Quando giungemmo a destinazione egli ci divise in due gruppi. Nessun arabo apparve quella notte, ma la lezione aveva raggiunto lo scopo. Wingate mi aveva notevolmente impressionato. Immediatamente prima di uscire in missione avevo dato un'occhiata a questo straniero inesperto chiedendomi se sarebbe stato capace di procedere al buio in un terreno a lui sconosciuto. E quando avevamo lasciato il sentiero per issarci sulle rocce, avevo fieri dubbi sulla sua capacità di mantenere un passo sicuro. Sembrava così fragile. All'alba i miei dubbi erano svaniti. Sul terreno a me familiare questo inusuale ufficiale inglese ne sapeva molto di più di me stesso. Era una marcia dura, che esauriva chiunque, ma aveva il piede sicuro, non scivolò mai, e in nessun momento ci chiese di fermarci per riposare.
   C'era una professionalità in Wingate, una positività, un'ostinata mancanza di compromesso. Con la sua dominante personalità egli comunicò a tutti noi il suo fanatismo e la sua fede. L'ho incontrato spesso dopo. Inseguivamo i terroristi in aree lontane da quelle da me battute, dalle colline della Galilea alla selvaggia Giudea vicino a Betlemme. A volte eravamo fortunati, incontravamo il nemico e gli infliggevamo perdite. Comunque gli attaccanti arabi erano stati costretti a realizzare che non ci sarebbe più stato per loro nessun luogo sicuro. [... ] A volte Wingate giungeva ad un punto di esaurimento estremo e pensavo che l'avrebbe colto un collasso. Ma egli marciava ancora, condotto da una volontà di ferro. Credeva incrollabilmente nella Bibbia. Prima di ogni azione leggeva il brano biblico relativo ai luoghi dove avremmo operato e vi coglieva la testimonianza della vittoria di Dio e degli Ebrei. All'alba tornavamo a Shimron e Wingate si sedeva in un angolo, nudo come un verme, leggendo la Bibbia e masticando cipolle crude. Secondo la norma non lo si sarebbe considerato normale. Era un genio militare e un uomo meraviglioso.

(da "Sionisti cristiani in Europa", di Elia Boccara)


C'era una volta la sinistra israeliana

 
Levi Eshkol, Golda Meir, Yitzhak Rabin, Shimon Peres ed Ehud Barak. Il partito laburista HaAvodà erede del Mapai di David Ben Gurion, con questi cinque nomi, tutti diventati Primi ministri, ha segnato la storia d'Israele. In particolare - senza nulla togliere a Barak - i primi quattro hanno costruito le fondamenta della stessa democrazia israeliana. Politici di sinistra di una levatura indiscussa tanto da essere ancora rimpianti: si pensi soprattutto alla ipercitata Golda Meir ma anche al dolore ancora vivo per l'assassinio di Rabin e all'affetto con cui a livello internazionale viene ricordato Peres. Salvo la parentesi Barak - l'unico ad aver battuto, da sinistra, il leader indiscusso della destra israeliana Benjamin Netanyahu - nessun leader laburista è riuscito a raccogliere il testimone di questi illustri predecessori. Anzi, come dimostra il grafico in questa pagina, il consenso nel paese - tradotto in seggi elettorali - si è costantemente eroso fino ai miseri risultati delle ultime tre elezioni: 6, 5 e 3 seggi.
   Un disastro che ha portato molti giornalisti a scrivere in queste settimane un vero e proprio elogio funebre per il partito laburista, nato nel 1968, a seguito di un'unione tra Mapai, Achdut HaAvoda e Rafi. Amir Peretz, attuale segretario del partito, aveva promesso che non si sarebbe mai unito a Netanyahu, lo ha definito un corrotto, si è persino tagliato i suoi famosi baffi - una scenetta per cui è stato ridicolizzato dai media - per dimostrare che faceva sul serio. E poi ha ceduto, insieme al collega Itzik Shmuli (emerso come fìgura di primo piano grazie alla famosa "protesta delle tende" di dieci anni fa, quella contro Netanyahu e il carovita), e si è accodato a Gantz, scegliendo di entrare nel governo Likud-Kachol Lavan. Una decisione che appare come una pietra tombale posta sull'intero partito. "C'è chi sostiene che il ruolo storico del Partito laburista si sia concluso con l'assassinio di Rabin, nel 1995, e con la successiva elezione di Netanyahu. nel 1996.
   Questo ha portato alla delegittimazione dell'eredità di Rabin, per non parlare di quella degli accordi di Oslo - scrive il giornalista israeliano Shlomi Eldar - Ciò che la defezione di Peretz rappresenta è la fine di una sinistra sionista e nazionalista basata su valori che prevedono due stati per due popoli. Peretz è un ideologo. Crede sinceramente nell'ideale di una soluzione a due Stati. Gli elettori del Partito laburista non hanno avuto bisogno delle buffonate imbarazzanti dei suoi baffi, perché credevano nel percorso politico da lui sostenuto negli ultimi quattro decenni" Ma il fatto di essere entrato in un governo che sostiene l'opposto, ovvero l'annessione degli insediamenti in Cisgiordania e quindi lo smantellamento di Oslo, ha costretto quegli elettori a ricredersi e a guardare Peretz come a un traditore dei loro ideali. Lui ha risposto affermando che ora potrà cambiare veramente le cose, avendo un posto nell'esecutivo. Ma un governo di 36 ministri, fondato sulla diffidenza, difficilmente garantirà a lui e Shmuli molto spazio di manovra. ''Abbiamo una grande opportunità per ricostruire un'alternativa. Questa è la nostra opportunità di riportare questo partito ad essere quello che ricostruisce questo Paese dopo l'era di Netanyahu", l'appello di Merav Michaeli, l'unica dei tre laburisti alla Knesset che si è opposta all'entrata nel governo. La sua idea è sfumata così come la fiducia dei pochi elettori rimasti fedeli al partito di Golda Meir, Peres, Rabin. Orfani e parte di una tribù sempre più minoritaria e in cerca disperata di un leader convincente.

(Pagine Ebraiche, maggio 2020)


King Bibi inciampa sulla nomina dei ministri

Slitta il giuramento del nuovo esecutivo, rimandato a domenica. Malumore all'interno del Likud e nei tre partiti religiosi alleati.

di Fabio Scuto

GERUSALEMME - Il primo ministro Benjamin Netanyahu è stato costretto a rinviare il giuramento del nuovo governo, quasi travolto dal malcontento del suo stesso partito, il Likud. Dopo aver parlato con il leader di Kahol Lavan Benny Gantz - l'ex rivale e ora alleato - ha chiesto un rinvio di un paio di giorni per completare la distribuzione dei portafogli di ministro nel suo partito. Nonostante questo sia il governo con il maggior numero di ministri della storia di Israele - sono 36 con 16 viceministri - Netanyahu non ha ancora definito una nuova posizione per sette dei suoi stretti sostenitori del Likud, la maggior parte dei quali erano ministri nel suo ultimo gabinetto.
   La capacità di persuasione del Bibi nazionale ha adesso tutto il week end per trovare una soluzione. Tra gli importanti incarichi ministeriali sicuri nel nuovo governo ci sono Gabi Ashkenazi (Kahol Lavan), che diventerà ministro degli Esteri, Israel Katz (Likud) che sarà alle Finanze, Avi Nissenkorn (K. L.) che assumerà il portafoglio della Giustizia e Yuli Edelstein (Likud), che sostituirà Yaakov Litzman come ministro della Sanità. Si prevede che Yariv Levin (Likud) sarà il prossimo presidente della Knesset dopo che Gantz si è dimesso dalla carica mercoledì pomeriggio. Amir Peretz e Itzik Shmuli, (Labour), dovrebbero diventare rispettivamente ministri dell'Economia e del Welfare. I restanti incarichi sono nelle mani di Bibi. Il nuovo governo del primo ministro Netanyahu chiude un anno di stallo politico in Israele, con tre elezioni consecutive.
   Già mercoledì sera Netanyahu aveva informato formalmente il presidente Reuven Rivlin e il presidente della Knesset Benny Gantz che era riuscito a formare una squadra.
   Le difficoltà di Netanyahu non riguardano gli accordi con Kahol Lavan di Benny Gantz - il protocollo di intesa tra i due partiti consta di 14 pagine, comprende la rotazione del premier dopo 18 mesi ed è stato firmato già da una settimana - ma oltre al Likud ci sono anche quelli alleati. Nell'Esecutivo certamente non ci sarà il partito sionista Yamina dopo che i colloqui di mercoledì tra il suo leader Naftali Bennette Netanyahu non hanno prodotto risultati. Nel Likud, Avi Dichter (ex capo del Mossad) ha annunciato che non voterà a favore del governo dopo aver visto sfumare il suo posto da ministro e con lui la lista dei delusi è piuttosto lunga.
   Nonostante ciò la fiducia al governo non appare in discussione con oltre 70 voti sicuri (la maggioranza alla Knesset è 61 seggi). Gli israeliani sperano che Yuri Eldestein - un fedelissimo di Netanyahu - destinato alla Sanità mostri una visione più moderna del suo predecessore Yaakov Litzman, un ministro già controverso molto prima dello scoppio della pandemia, ma il virus lo ha fatto diventare il bersaglio per ogni errore compiuto in Israele in questi tre mesi. Litzman - un religioso ultra-ortodosso - prima ha ignorato il coronavirus, poi ha evocato le preghiere come argine alla pandemia, poi ha violato personalmente le direttive del suo ministero sui comportamenti sociali andando per sinagoghe, meeting religiosi e funerali, infine si è contagiato e ha contagiato mezzo governo.
   Ma sarà ancora ministro. Perché Litzman è il leader di uno dei tre partiti religiosi che da dieci anni sono alleati stabili nei governi guidati da Netanyahu. L'anziano religioso avrà l'Edilizia.
   In che modo il primo ministro intende garantire contemporaneamente che Israele sia pronto per la prossima ondata del coronavirus, approvare il piano di annessione della Cisgiordania che rischia di riaccendere il fronte palestinese (i cui primi allarmanti segnali si sono già visti questa settimana) e gestire la sua difesa nel processo al tribunale distrettuale di Gerusalemme?
   Solo Netanyahu lo sa. Forse, come indicato dalla campagna orchestrata contro il procuratore generale e il procuratore di Stato, "colpevoli" di aver mandato a processo, spera ancora in un "big bang" istituzionale che fermerà i suoi processi.

(il Fatto Quotidiano, 15 maggio 2020)


Pnina Tamano-Shata, la prima donna di origine etiope che entrerà a far parte del governo

Pnina Tamano-Shata
GERUSALEMME - Per la prima volta una donna originaria dell'Etiopia entrerà a far parte del governo di Israele. Si tratta di Pnina Tamano-Shata, destinata a diventare il nuovo ministro dell'Immigrazione e dell'assorbimento (aliyah) nel nuovo esecutivo guidato per i primi 18 mesi da Benjamin Netanyahu, e successivamente da Benny Gantz. Il giuramento del futuro esecutivo è previsto per domenica prossima, 17 maggio. Nata nel 1981 nel villaggio di Wuzaba, nella regione degli Amara, Tamano-Shata è arrivata in Israele a soli tre anni nell'ambito dell'Operazione Mosè, condotta fra il 1984 e il 1985 dai servizi segreti israeliani con l'obiettivo di portare in tutta segretezza 8 mila ebrei etiopi (falascia) in Israele a causa della devastante carestia che colpì il paese del Corno d'Africa. Prima di raggiungere Israele, Tamano-Shata si recò in Sudan insieme a suo padre e ai suoi cinque fratelli, dove furono prelevati e trasportati nello Stato ebraico a bordo di un aereo messo a disposizione dalle autorità israeliane. Dopo aver conseguito la laurea in Giurisprudenza, Tamano-Shata è diventata un attivista e nel 2012 si è unita al partito Yesh Atid (C'è un futuro) fondato dal giornalista Yair Lapid, venendo eletta nella Knesset (il parlamento monocamerale di Israele). Attualmente Tamano-Shata fa parte del partito Kahol-Lavan (Blu e bianco) di Gantz.

(Agenzia Nova, 15 maggio 2020)


«La povertà come scelta per studiare la Torah»

Ma ora Israele ha bisogno di un rapporto nuovo. Lo scrittore Yossi Klein Halevi, cresciuto a Brooklyn e immigrato a Gerusalemme nel 1982: «Gli ultraortodossi, nella loro stretta osservanza. cercano di preservare l'era rabbinica, quella dell'esilio, ricca di saggezza. Adesso rischiano però di bloccare l'innovazione religiosa e intellettuale».

di Davide Frattini

È cresciuto in una famiglia ortodossa, senza l'ultra. Scuola relìgiosa e amici in un quartiere di Brooklyn «che mio padre, sopravvissuto all'Olocausto, aveva scelto perché ci abitavano già dei conoscenti. Eravamo "ortodossi moderni": profondamente immersi nella tradizione e allo stesso tempo nella vita corrente. In questo senso la mia educazione è stata unica: ho avuto la possibilità di scoprire gli haredim dall'interno restando un osservatore esterno».
  Yossi Klein Halevi è immigrato in Israele nel 1982, dove ha continuato a meditare su come l'ebraismo possa integrarsi con la modernità, aprirsi al pluralismo religioso. Sono i temi che affronta con gli altri ricercatori e gli studenti dell'Istituto Shalom Hartman. Gli anni negli Stati Uniti gli hanno fatto conoscere «un ambiente ortodosso diverso, la gente non era ancora ripresa dall'Olocausto, non era particolarmente devota, c'era molta rabbia rivolta verso Dio. Ma voleva rivitalizzare le comunità distrutte, per onorare la memoria dei genitori e per il bene dei figli. Anche se vivo a Gerusalemme, da allora ho avuto pochì contatti con il mondo ultraortodosso: più gli haredim hanno avuto successo nel loro progetto di rinascita, più ho percepito che innalzavano muri. Ho sempre sentito comunque il bisogno di proteggerli: in un periodo di attacchi crescenti fuori da Israele contro gli ebrei, sono i più visibilmente ebrei e quindi vulnerabili. Studio lo hassidismo e amo la musica hassidica. Da una certa distanza».
  Da una certa distanza e con diffidenza (reciproca). Così il resto degli israeliani convive con gli haredim, che in ebraico significa «coloro che tremano davanti alla parola di Dio». Una separazione in casa che si è evidenziata durante la crisi sanitaria causata dal Covid-19: il virus è dilagato nelle città e nelle aree a maggioranza ultraortodossa, sotto accusa sono finiti i rabbini che non volevano fermare gli studi nelle yeshiva.

- Dice il Talmud: «Colui che studia la Torah protegge l'universo intero». Non chiudere le scuole significava forse per i rabbini contribuire a lottare contro il virus?
  «La religione non è una polizza di assicurazione, è una modalità per affrontare le terribili incertezze della vita. Non conosco un sistema più potente e interessante della fede per confrontarsi con l'esistenza: con il fatto che il mondo non visibile risulta più reale di quello materiale sperimentato dai nostri cinque limitati sensi; che la frammentazione degli esseri umani è un'illusione perché tutti noi esistiamo all'interno di una singola "mente" divina. La religione comincia a non funzionare quando fa promesse che non può mantenere».

- Mettere al mondo figli è una mitzvah, un precetto da adempiere. Le donne ultraortodosse faticano tra gravidanze e la famiglia da seguire.
  «La condizione femminile nel mondo ultraortodosso è insostenibile. Madri che crescono numerosi figli e allo stesso tempo mantengono tutti, perché gli uomini devono poter studiare la Torah a tempo pieno. Alcuni cambiamenti sono provocati proprio dalle donne che hanno conosciuto il mondo più dei loro mariti. Può sembrare paradossale in una società patriarcale ma è un risultato naturale quando le mogli escono di casa e fanno parte della forza lavoro, mentre i maschi restano chiusi nelle aule».

- I rabbini del passato ammonivano contro il restare disoccupati.
  «L'idea di una comunità composta da centinaia di migliaia di persone tutta costruita attorno allo studio della Torah è interamente nuova nei quattromila anni di Storia ebraica. È una risposta diretta all'Olocausto, che devastò il mondo ultraortodosso».

- Lei ha scritto: sarò sempre grato agli haredim per aver preservato senza compromessi l'identità ebraica.
  «Nel 1945 la vita ebraica era in frantumi. La più numerosa comunità sopravvissuta, quella americana, era già per metà assimilata. Gli ebrei dell'Unione Sovietica venivano eliminati o assorbiti con la forza nella cultura sovietica. Gli ebrei che vivevano nel mondo arabo stavano per diventare rifugiati. Nella piccola comunità della terra d'Israele, i pionieri sionisti laici cercavano di costruire donne e uomini nuovi scollati dalla tradizione. Gli ultraortodossi sono stati fondamentali nel conservare una cultura millenaria che rischiava di scomparire. C'è qualcosa di profondamente emozionante in un'intera comunità che sceglie la povertà per studiare la Torah. Ma in Israele non possiamo più permettercelo, abbiamo bisogno di un nuovo rapporto».

- Come può evolvere questa relazione?
  «Nella società israeliana sta avvenendo una guerra culturale tra la seconda e la terza era dell'ebraismo. La prima è stata quella biblica, durata circa duemila anni. La seconda quella rabbinica, dell'esilio, altri duemila anni. Stiamo vivendo l'epoca che non ha ancora un nome: è definita dalla distruzione delle comunità ebraiche in Europa, dal ritorno del popolo ebraico alla sovranità, dall'emergere di comunità della Diaspora che sono per la maggior parte accettate dalla popolazione non-ebrea. Gli ultraortodossi, in quanto stretti osservanti della legge rabbinica, stanno cercando di preservare la seconda era e trasportarla nella terza. La seconda era possiede grande saggezza da offrire, non può però bloccare l'innovazione religiosa e intellettuale».

- Il film e le serie televisive scelgono di raccontare soprattutto le esperienze di chi ha lottato per andarsene dalla comunità.
  «Usare le storie di chi è fuggito per aprire una finestra giornalistica o artistica è comprensibile. Fino a un certo punto. Alcuni gruppi oltranzisti - la setta Satmar, per esempio - meritano il biasimo di film come Unorthodox. Abbiamo anche bisogno del tocco umanizzante alla Shtisel per ricordarci che quello ultraortodosso è davvero un mondo e merita molto più rispetto di quanto gli estranei siano disposti a offrire, ma non la deferenza acritica che i rabbini sembrano pretendere».

(Corriere della Sera, 15 maggio 2020)


Grand Hotel Israel

Bombe e accordi di pace, leader mondiali e star. Haim Shkedi, direttore del King David di Gerusalemme, se ne va in pensione e cl apre il libro dei ricordi. Che poi sono quelli del suo paese.

di David Lerner

 
Haim Shkedi
GERUSALEMME - Risalendo dalla città vecchia di Gerusalemme in direzione ovest, attraverso le caselle della colonia degli artisti un tempo terra di nessuno fra Giordania e Israele, l'albergo King David si staglia imponente.
  La pietra bianca gerosolimitana dell'edificio in stile palazzo neo-rinascimentale riluce sotto il sole della città santa. Ma le sue 237 camere, e il salone decorato con eleganti stucchi in cui si serve la colazione più sontuosa del Medio Oriente, rimangono vuoti. L'ingresso con l'insegna dorata e la vecchia porta girevole è sbarrato, i corridoi sono immersi nel buio, la terrazza affacciata sul giardino con piscina in cui si beve l'aperitivo con la vista sulle mura di Solimano è orfana della clientela mondana.

 L'ospite egiziano
  Non era certo così che Haim Shkedi, direttore dal 1994, dopo aver cominciato la carriera all'albergo da manager delle risorse umane a fine anni 70, sognava dì andare in pensione. Costretto a chiudere i battenti dopo decenni frizzanti scanditi da visite di capi di Stato, dive del cinema, diplomatici e uomini ricchi di tutto il mondo. Gli ultimi giorni di lavoro li passa attaccato al telefono opponendosi all'idea di fare del King David un ricovero di ammalati di coronavirus, la sorte toccata ad altri hotel di lusso della catena Dan che non ne eguagliavano prestigio e storia.E anche la situazione politica gli mette amarezza - il capo dell'opposizione Benny Gantz ha da poco gettato la spugna accettando di fare un governo di unità nazionale con il premier Benjamin Netanyahu «È molto triste, ancor più da uomo di sinistra», dice.
  L'angoscia è tale che all'inizio dell'intervista Shkedi mette le cose in chiaro: non una parola sul coronavirus, oppure me ne vado. Anzi, ti faccio causa. Si parte allora dall'accaduto più lontano nel tempo dalla pandemia, che però rimane scolpito nel cuore del direttore: la memorabile visita del presidente egiziano Anwar Sadat a Gerusalemme, nel novembre 1977. «Ero arrivato da poco al King Davide la notizia ci fu data con appena 48 ore di anticipo» racconta. «Per noi non era una cosa facile da contemplare, con gli egiziani avevamo appena finito di fare la guerra. Ma gli impiegati arabo-israeliani dell'hotel erano fuori di sé dalla gioia, il più grande leader del mondo arabo stava arrivando. Conoscendo meglio la mentalità araba, hanno dato un contributo decisivo alla visita». Era il prologo degli accordi di pace fra Israele ed Egitto. Ma il King David, costruito negli anni 30 proprio da facoltosi ebrei egiziani (arrivò quasi subito l'imperatore etiope Hailé Selassié in fuga dagli italiani), di storia ne aveva già macinata un bel po'. La monumentale biografia di David Ben Gurion firmata da Tom Segev (Uno Stato ad ogni costo, non tradotto in italiano) racconta come nel 1945 il fondatore di Israele perorasse fra queste mura la causa dell'immigrazione in Palestina dei sopravvissuti alla Shoah, di fronte a una commissione d'inchiesta anglo-americana. E, solo un anno più tardi, i sionisti radicali del gruppo Etzel facevano saltare in aria l'ala meridionale dell'albergo, dove il mandato britannico aveva stabilito il proprio quartier generale. Le vittime furono 90, all'epoca non c'era mai stato al mondo attentato più sanguinoso. «Da bambino, quando passavo con mio padre di fianco ai detriti, non era per nulla fiero di quell'attacco» ricorda Shkedi, che da 74enne ha più anni dello Stato. «Fu la goccia che fece traboccare il vaso per gli inglesi. Di lì a poco, se ne andarono».

 Lo sgarbo a Putin
 
  Ma torniamo al 2020. A gennaio Shkedi ha fatto in tempo ad essere protagonista di un'ultima grande kermesse internazionale, prima dell'insorgere della piaga. In occasione del Fifth World Holocaust Forum, 47 leader mondiali sono arrivati a Gerusalemme e il King David è andato in overbookinq. «Ho dovuto negare una stanza a Vladimir Putin, l'ambasciata russa si è mossa tardi» racconta. «Quando arrivano richieste di questo calibro, è necessario cancellare tutte le prenotazioni pre-esistenti per fare spazio alla delegazione.A nessuno piace sentirsi dire che c'è qualcuno più importante di lui, e in questo caso il prezzo da pagare era troppo alto: avevamo già i presidenti di Italia, Francia e Germania~. Fra gli "scaricati" avrebbe dunque rischiato di esserci anche Sergio Mattarella, che si è poi trovato al centro di una disputa per la camera. «L'ambasciata italiana ha insistito affinché gli dessi una delle due suite al sesto piano (la più grande misura 180 metri quadrati, la più piccola 145, ndr). che sono migliori di quella del quinto, ma avevo già assegnato la stanza al principe Carlo. Che alla fine ha ceduto. È già stato qui tre volte e va sempre in camera facendo le scale, quindi non credo gli sia dispiaciuto dormire un piano più in basso».
  Quando l'hotel si riempie di massime autorità - a gennaio erano in 20 - non è un grande affare dal punto di vista finanziario, racconta Shkedi. «Di solito il conto lo paga il ministero degli Esteri israeliano, e a noi tocca fare lo sconto (il prezzo corrente della stanza occupata a gennaio da Carlo sarebbe di 4mila dollari a notte sui 7 mila quella di Mattarella, ndr). Ma ovviamente contano anche pubblicità e prestigio».

 I funerali di Rabin
  «Ma più delle visite istituzionali sono di difficile gestione quelle degli artisti» prosegue il direttore. Ne sono arrivati tantissimi nel corso degli anni: da Barbra Streisand a Bono a Kirk Douglas, a cui uno Shkedi guascone disse di aver inciso le iniziali KD (King David) in tutto l'albergo per onorarlo.
  «Le star sono più esigenti e capricciose, anche perché non sono qui per lavoro» racconta, rigorosamente senza fare nomi. «Una volta un'attrice molto famosa si è accorta a mezzanotte che il letto della camera era troppo alto perché il suo cane potesse saltarci sopra, e ho dovuto far venire un falegname perché costruisse una scaletta».
  E poi ci sono i presidenti americani, un'altra categoria a sé. Shkedi ricorda in particolare la prima visita di Bill Clinton, in occasione dei funerali dell'ex primo ministro israeliano Yitzhak Rabin nel 1995 (solo l'addio all'ex presidente Shimon Peres attirò un numero di autorità paragonabile in Israele, e quindi al King David). «Ogni israeliano si ricorda quel sabato sera terribile in cui arrivò la notizia dell'assassinio di Rabin. Pochi minuti dopo mi chiamò l'ambasciatore americano e mi disse: il Presidente è in arrivo. In quelle giornate di grande dolore per il mio adorato leader, ci aiutò moltissimo il fatto di dover lavorare freneticamente, perché ci distraeva dal lutto. Venne persino Muharaks.

 Panico per Obama
  Shkedi, che accoglie sempre i suoi ospiti importanti all'ingresso, ricorda Clinton come un uomo aperto e amichevole. Al contrario, Trump gli è parso freddo, scorbutico. La sua richiesta più particolare? Di procurargli delle caramelle Tic Tac. Con Obama ha invece vissuto il più grande panico della carriera. «La sera della cena della Pasqua ebraica del 2013 doveva essere l'ultimo giorno della visita di Obama, che aveva lasciato l'albergo per andare a Betlemme, e da lì doveva ripartire per l'aeroporto e poi alla volta degli Stati Uniti. Con gli americani c'è la regola ferrea che l'albergo deve rimanere "sterile" fino a quando l'aereo presidenziale è in volo da almeno un'ora, non possiamo toccare nulla. Ma una tempesta di sabbia bloccò il suo elicottero a Betlemme, e dovetti ritardare la riapertura. Fra le proteste furiose degli altri ospiti».
  Dico a Shkedi che ho un ricordo personale del King David. Nel 2006 nella hall vidi i genitori dei due soldati israeliani rapiti nel blitz di Hezbollah. Volevano intercettare il Segretario Onu Kofi Annan per chiedergli di impegnarsi per il loro rilascio (alla fine ritornarono solo i corpi senza vita). «Ricordo bene» dice il direttore. «I genitori di soldati israeliani rapiti in guerra li ho conosciuti tutti, vengono qui per inseguire le autorità e facciamo il possibile per aiutarli». Ha mai facilitato un incontro risolutivo? Shkedi scuote la testa: «Possiamo permetterci piccole deviazioni di protocollo, ma l'Hotel è solo uno strumento, dobbiamo stare al nostro posto e conoscere i nostri limiti».

 La versione di Mostafa
  Lasciando il King David mi imbatto nell'inserviente arabo Mostafa Karawi, che lavora nell'albergo da 35 anni (più della metà dei dipendenti sono musulmani). «Non aveva mai chiuso dal 1931, l'anno dell'apertura» dice sconsolato. Lo sguardo fiero e malinconico, comincia anche lui a rievocare gli ospiti d'eccezione che ha incontrato negli anni, partendo non a caso dai leader arabi. «Quando venne Hussein di Giordania gli dissi: "Tu accendi una luce su Gerusalemme"» racconta, indicando l'antico tavolo che l'albergo diede in prestito per la firma del trattato di pace fra Giordania e Israele nel 1994. Poi ride: «Sarkozy mi mandò a tarda notte a procurargli un pacchetto di sigarette», Su Netanyahu ha un aneddoto non troppo edificante. «Pranzò qui, nella Oak Room dietro la reception, subito dopo essere diventato premier per la prima volta nel 1996. Ordinò un Cabernet Sauvignon del 1989 da 1.000 shekel (250 euro) e al momento di pagare il conto prese a lamentarsi del prezzo. Io non sapevo cosa fare e corsi dal direttore Shkedi. Mi disse di fargli pagare solo due bicchieri».
  E infine Sergio Ramos, il capitano del Real Madrid. Dice Karawi: «Prese a insultarci e lanciò il telefonino a un collega che gli aveva soltanto chiesto una foto». Salutandoci, cosi conclude: «Spero che torneremo presto a fare la storia».

(la Repubblica - il Venerdì, 15 maggio 2020)



Israele

Qualche anno fa è comparso in Italia un "Dizionario di teologia evangelica" di più di 800 pagine. Ebbene, se qualcuno, tra le oltre 700 voci elencate nel dizionario, cerca il termine "Israele", non lo trova. Non c'è. Non è strano? Dovrebbe essere, ma evidentemente non per tutti. Così, quando mi è ricapitato in mano un “Dizionario del pensiero protestante” (ed. Morcelliana) che da tempo non consultavo, sono andato subito a cercare la voce “Israele”. Ebbene, c’è. Ho tirato un sospiro di sollievo. Anche se nell’originale tedesco “Theologie für Nichttheologen” l’articolo è apparso nel 1966, cioè prima della guerra dei sei giorni, vale la pena di rileggerlo, sia per quello che è ancora valido, sia per quello che oggi è superato dai fatti. M.C.

di Karl Heinrich Rengstorf

Oggi Israele è sulle bocche di tutti. Appena si pronuncia la parola di regola è subito chiaro di che si tratta. Penso ci dovrebbero esserci molto poche persone che non seguono, con interesse, la marcia del giovane Stato d'Israele, chiamato in vita nella primavera del 1948, dopo una lunga storia, piena di vicissitudini e che, da allora, ha avuto un stupefacente sviluppo sotto ogni riguardo. Il numero dei turisti cresce continuamente. In realtà ciò che si può vedere e sentire in Israele, fa parte degli avvenimenti più sorprendenti finora, di questo nostro sec. XX non certo povero di vere sorprese di ogni genere. Un popolo che, per molte e molte generazioni, era stato disperso nel mondo e per la sua sopravvivenza, in pratica, poteva esclusivamente contare sul culto delle sue speciali tradizioni religiose, riconquista la terra dei suoi padri e la trasforma, in meno di una generazione, da un territorio apparentemente e irrimediabilmente sottosviluppato in una nazione di cultura e civiltà che non ha l'eguale in tutto il Medio Oriente.
  Fino al 1948, le cose erano totalmente diverse. Chi fino a quel tempo, parlava di Israele, si riferiva alla storia del popolo che precedette la rivelazione cristiana, secondo la comune persuasione conclusa per sempre, di cui testimonia, in forma classica, la prima parte della Bibbia cristiana: l'Antico Testamento. La storia di Israele costituiva un settore della scienza dell'antichità ed era, essenzialmente, dominio di dotti professori di teologia cristiana, oltre che materia di esame, soprattutto per futuri ecclesiastici e insegnanti di religione. Se tutto andava bene, questa storia nelle lezioni o nei seminari degli atenei, veniva trattata al massimo fino all'anno 70, fino, cioè, alla caduta di Gerusalemme e alla distruzione del tempio, nella lotta di liberazione contro la dominazione romana, nel Paese che da tempo aveva perso la libertà. Ciò che seguiva a quella data non era più considerato storia d'Israele, ma vicende dell'ebraismo; non più, dunque, storia di un popolo, ma di una comunità religiosa che viveva in un ambiente straniero, senza centro politico o spirituale, da esso isolata e isolandosi, essa stessa, dal medesimo. Israele voleva dire 'passato' e sembrava che lo fosse diventato per sempre. Era rimasto l'ebraismo che, in generale, veniva considerato come qualcosa di superato, di antiquato; non tanto un corpo estraneo, quanto, piuttosto, qualcosa che era sopravvissuto a se stesso ed ora possedeva solo un'importanza da museo. Anche l'ebraismo era diventato insicuro nei propri riguardi. Ne sono espressione i numerosi passaggi al cristianesimo, agli inizi dei tentativi, al principio del sec. XIX, di concedere agli ebrei la piena parità di diritti. In parte avevano preso la forma di regolare movimento per il battesimo, e hanno decimato soprattutto l'ebraismo dell'Europa centrale e, in particolare, il ceto intellettuale. Si aggiungano continue perdite forti in bambini con i matrimoni misti e l'immediata crescente preoccupazione per la giovane generazione, dato il regresso della natalità al di sotto della media. Fino agli anni trenta del nostro secolo la situazione era sviluppata in modo tale che si poté affermare, frivolamente, che si sarebbe potuto sbarrare i confini per l'immigrazione ebraica orientale: il problema, allora, dell'ebraismo tedesco si sarebbe risolto da solo, relativamente in breve tempo, con il battesimo e la denatalità.
  Bisogna tener presente tutto questo per capire l'eccezionalità della situazione dinanzi alla quale si trova, oggi, l'umanità e la cristianità nei riguardi del problema del nuovo Israele; di uno Stato, per di più e di un popolo giovane, pieno di forza, di slancio, di fantasia e di coscienza di sé. Una situazione che è tanto più straordinaria per il fatto che l'ebraismo è assurto di nuovo al ruolo di potenza e valore politico, dopo che, nella nostra generazione - responsabili e autori i tedeschi - è stato sottoposto ad un salasso che gli è costata la perdita di non meno di un terzo della sua popolazione, tra le più immani crudeltà; per non parlare anche di altre perdite. Il fenomeno Israele influisce in duplice maniera sul mondo non ebraico che lo circonda: affascina e sconcerta. Ciò non muta per nulla nemmeno se si considera che, a cavallo tra il sec. XIX e il XX, l'ebraismo è passato attraverso un duplice movimento di rinnovamento, uno esterno e uno interno, strettamente congiunti in ampia misura e fecondantisi a vicenda. Si tratta anzitutto del sionismo, al quale Theodor Herzl ha dato forma e la forza di penetrazione di un movimento popolare efficacemente politico. C'è, poi, tutto un processo spirituale in corso per una rigenerazione interna dell'ebraismo, per il quale - all'inizio - accanto a Achad Ha'am ed altri è stato particolarmente attivo Martin Buber; processo che è stato inteso - e lo è ancora - come rinascimento ebraico. Entrambi i movimenti, ciascuno a suo modo e non senza le più forti tensioni, hanno preparato la strada al nuovo Stato d'Israele e l'accompagnano tuttora. Senza ciò, oggi l'ebraismo non sarebbe quale si presenta attualmente al mondo: una comunità religiosa, cioè, la cui consistenza numerica non è in alcun rapporto con la sua importanza nell'ambito delle religioni del mondo.
  Sia il Sionismo come il movimento del rinnovamento spirituale dell'ebraismo, hanno avuto la loro origine nell'area linguistica tedesca dell'Europa centrale. Non solo hanno visto la luce in questo ambiente, ma da esso, parimenti, ne sono venuti influssi fondamentali per il loro successo. Lo stesso discorso vale per il liberalismo religioso ebraico. Al suo consolidamento, però, hanno pure contribuito la struttura ecclesiale e la teologia protestante. Ciò risulta palese non soltanto dal sorgere di un numero considerevole di importanti istituti culturali di teologia ebraica nel territorio di lingua tedesca durante il sec. XIX, che fin dall'inizio divennero la culla della cosiddetta scienza dell'ebraismo, bensì anche dal fatto - anche se piuttosto esteriore - che i rabbini tedeschi ormai istruiti in teologia, hanno preso la divisa, come ministri di culto, degli ecclesiastici tedeschi protestanti, per trasmetterla poi anche ai loro colleghi non tedeschi.
  Tutto questo costituisce lo sfondo indispensabile per capire il problema di Israele tra i cristiani, oggi di nuovo di attualità. È chiaro ora che questo 'Israele' rappresenta una situazione di fatto molto complessa. In essa si intrecciano elementi storici con altri di politica attuale, mentre per di più in entrambi il fattore teologia contribuisce alla dinamica in maniera assai inquietante. Non sembrava, infatti, che la storia d'Israele fosse finita ed essa legittimamente continuasse quale storia religioso-spirituale, nelle vicende del cristianesimo e della Chiesa, ove si erano magnificamente avverate almeno spiritualmente le promesse ai padri dell'Antico Testamento, per mezzo di Gesù Cristo, l'Unto di Dio, in quanto non si trattava invero in senso letteralissimo del possesso della terra e della santa città dei re? Chi poteva dubitare essere ormai senza speranza di futuro l'ebraismo rimasto dall'Israele d'un tempo? Con la storia del mondo anche la storia religiosa non aveva superato e lasciato addietro Israele e non era ciò chiaro soltanto a considerare la dispersione del popolo ebraico e la sua rapida crescente secolarizzazione? Che cosa si poteva ancora attendere da esso, se non una lenta, ma sicura sparizione, una lenta, ma inarrestabile estinzione?
  Si potrebbe oggi pensare che la cristianità avrebbe dovuto, da tempo, notare che qualche cosa era in movimento. Nel sec. XIX essa si è sforzata, con molta dedizione, di condurre gli ebrei alla fede in Gesù Cristo, il loro Messia, e non sono mancati i risultati positivi. Non ha importanza ora conoscere i motivi per i quali molti ebrei sono passati al cristianesimo; se sia stato, cioè, veramente l'Evangelo la causa della loro conversione, oppure soltanto la cultura europea, che ad essi appariva come cultura cristiana, così che l'accesso ad essa sembrava possibile soltanto tramite il battesimo, come è stato per Heinrich Heine e per molti altri, prima e dopo di lui. Una cosa è certa: la situazione era del tutto cambiata già prima della guerra 1914-'18. E ciò non per il fatto che le Chiese avrebbero cessato di occuparsi degli ebrei o avrebbero almeno allentato i loro sforzi. Il motivo - come oggi possiamo ben capire - era nell'ebraismo stesso. Già allora esso era in procinto di ritrovare se stesso, scoprendo che Israele non era finito, appunto, con il regno, la città santa e il tempio, ma viveva ancora, mentre le antiche promesse erano valide sempre senza riserve.
  Nel frattempo l'ebraismo ha preso coscienza di tutto questo, dopo aver riflettuto su se stesso e il mondo. Ciò ha trovato la sua chiara espressione nel fatto che dal movimento sionista e dal rinascimento giudaico è sorto un nuovo stato ebraico, che si è dato il nome di 'Israele'. In Israele esso ha professato che la storia del popolo del Patto del Sinai è la sua propria storia e con esso - anche se meno di diritto che di fatto - ha preteso per sé le promesse divine collegate con tale Patto. Chi ha potuto ascoltare l'ex-presidente del Concilio dei ministri israeliano David Ben-Gurion, quando parlò ufficialmente in lingua ebraica, dinanzi a molto pubblico in Gerusalemme, sui compiti e le mete del nuovo Stato, sa molto bene come ciò avvenne in forma decisa e con quali prospettive si compì.
  Tuttavia, nonostante intenda essere una nazione ebraica e proclami, per esempio, il sabato festa a tutti gli effetti di legge, il nuovo Stato è, per costituzione, moderno e - se si vuole - laico. Parimenti Ben-Gurion non si fece definire ebreo nel senso della tradizionale ortodossia ebraica. Tuttavia non si può, per questo motivo, affermare essere contraddittoria la posizione di Israele. Il motivo è - per esprimerci argutamente - che l'ebraismo ha riscoperto (forse anche scoperto per la prima volta) in se stesso un frammento di escatologia, anzi un frammento decisivo della presenza di Dio nel mondo per il suo futuro. C'è qui un compito che aspetta nel mondo e che può essere risolto soltanto con il non distinguere più - come si è stati abituati per tanto tempo - tra Israele ed ebraismo. Tale differenziazione interesserebbe il fenomeno soltanto dall'esterno e non corrisponderebbe alla sua propria comprensione di sé.
  La cristianità non può rinunciare alla convinzione di dover predicare l'Evangelo anche agli ebrei. Non si può aggirare o eludere l'espressione dell'apostolo Paolo che dichiara essere valido l'Evangelo, come forza di Dio, per la salvezza di tutti gli uomini, «prima per gli ebrei» (Romani 1,16). La cristianità metterebbe in pericolo il suo compito missionario e il suo diritto ad annunciare l'Evangelo a tutte le creature, perfino le fondamenta della sua esistenza, se ammettesse che gli ebrei - diversamente dagli altri uomini - non hanno bisogno dell'Evangelo, perché Dio, avendoli scelti come sua proprietà e avendo loro manifestato, nella Legge, la sua volontà, ha indicato loro una via propria per la salvezza, sulla quale avrebbe mantenuto l'ebraìsmo fino ai nostri giorni. Ciò non significa però che il servizio del messaggio cristiano agli ebrei debba essere condotto nello stesso modo che la Chiesa ha stabilito dal sec. XVIII: qui il missionario che deve parlare e persuadere, là gli ebrei a cui non resta altro da fare che ascoltare e convenire che ora viene loro offerta la possibilità di salvezza, senza la quale sarebbero perduti. Arrivato ad una nuova e approfondita coscienza di sé, l'ebraismo oggi non si lascia più trattare come un povero, che può dichiararsi lieto se il ricco lo fa partecipe del suo benessere.
  E non soltanto questo! la cristianità invece si deve interrogare in tutta serietà, quando intende portare l'Evangelo agli ebrei, come voglia congiungere il suo messaggio e la sua propaganda per gli ebrei con tutto quanto di terribile è stato sempre perpetrato contro di essi - in modo particolare e nella forma più sconcertante nella nostra generazione - non certo in nome di Gesù, ma ad opera di popoli cristiani. Da questo ne deriva che oggi, al posto della missione vecchio stile, è subentrato il dialogo ebraico-cristiano e cristiano-ebraico, nel quale non si tratta più, come un tempo, della verità intellettuale e della sua accettazione e, meno che mai, di assoggettare il più debole con gli argomenti del più forte; ma bensì di mettere alla prova ciò che si annuncia nella fede e nella vita.
  Bisogna aggiungere che, da parte della comunità di Gesù, hanno riacquistato rilevanza, sotto l'impressione di ciò che è accaduto negli ultimi decenni, parole - scritte o ascoltate - che si erano da tempo dimenticate. Ne fa parte, non da ultima, quella parola dell'apostolo Paolo, secondo la quale le promesse dell'Antico Testamento non sono state né soppresse né semplicemente trasferite alla cristianità, ma appartengono ad Israele (Romani 9,4). Paolo era intimamente persuaso che Dio non si corregge, proprio perché è Dio, e perciò non si può pentire delle sue promesse. Ciò ha come conseguenza che oggi la cristianità comincia a riconoscere dover essa rivedere, a fondo e con coscienza, i suoi rapporti con l'ebraismo, alla luce delle promesse ad Israele. Ed essa non potrà giungere alla necessaria comprensione, se non la cerca nel dialogo con l'ebraismo, il quale ha ricevuto prima della cristianità le promesse e, come la cristianità stessa, ora le reclama per sé. Ed è questa situazione - trattandosi della comprensione della Chiesa di Gesù Cristo alla luce dell'Antico e del Nuovo Testamento - che conferisce, oggi, tale peso e tale significato al dialogo tra cristianità ed ebraismo.
  Per la sua riuscita, è condizione essenziale che si tratti di un vero dialogo e non di un susseguirsi di monologhi, nei quali l'interessato pensa soltanto a sé e al suo diritto oppure, anche, riesce ancora solo a parlare della propria colpa. Dio è più grande di ogni colpa umana, e il suo diritto va più in là di ogni diritto terreno, perché la sua giustizia si compie, trova la pienezza nella bontà. È per questo che, nel dialogo cristiano-ebraico, può trattarsi soltanto di 'Israele' nel senso di 'attenzione' di Dio per il mondo. Se così avviene, tale dialogo si svolge allora con certezza sotto quella promessa divina di cui parlano con questo termine l' Antico e il Nuovo Testamento.

(Notizie su Israele, 15 maggio 2020)

 


14 maggio 1948, la Dichiarazione d'indipendenza dello Stato di Israele

Il 14 maggio 1948 è la data in cui venne proclamata la nascita dello Stato di Israele (secondo il calendario ebraico 5 di Iyar del 5708). La Dichiarazione d'Indipendenza fu letta da David Ben Gurion, di lì a poco la prima persona a ricoprire l'incarico di Primo ministro del suo Paese.
  Ben Gurion, leader dell'Organizzazione sionista mondiale nel 1946 e Capo dell'Agenzia Ebraica, proclamò ufficialmente la nascita dello Stato ebraico con questo discorso:
     
    "In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale. Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo. Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele. Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni. Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele".
Come detto la data ebraica della nascita dello Stato d'Israele è il 5 di Iyar del 5708, in cui Israele festeggia Yom Ha Atzmaut, appunto la festa dell'indipendenza che segue Yom Hazikaron, giornata in memoria delle vittime delle guerre e del terrorismo.

(Progetto Dreyfus, 14 maggio 2020)


Pompeo da Netanyahu, uno stop all'espansione di Pechino

La visita del Segretario di Stato Usa

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Il braccio di ferro Usa-Cina ha raggiunto Gerusalemme, in occasione della visita lampo del Segretario di Stato americano Mike Pompeo ieri in Israele. Durante la breve dichiarazione alla stampa in apertura del colloquio con Netanyahu, Pompeo ha ringraziato il premier per la grande partnership nella lotta al coronavirus e per avere condiviso informazioni «a differenza di altri Stati che le hanno offuscate e nascoste». Aggiungendo: «Parleremo anche di quel Paese», alludendo probabilmente non solo alla controversia sull'origine del Covid, ma anche al malumore americano verso i crescenti investimenti cinesi in infrastrutture israeliane. Tra i progetti presi di mira, la costruzione e gestione del porto di Haifa, nei pressi di una base della marina militare, la valutazione di partner cinesi per lo sviluppo della rete 5G e soprattutto l'appalto per la costruzione di un impianto di desalinizzazione, che sarà responsabile del 25% del fabbisogno idrico israeliano, in cui una multinazionale cinese è arrivata alla fase finale. Gli Usa protestano anche per via della prossimità dell'impianto alla base militare di Palmachim, dove transitano soldati americani,
  «A un giorno dal giuramento del nuovo governo Netanyahu-Gantz, è evidente che Pompeo è venuto qui non solo per parlare. di quello che sta a cuore a Israele, ma anche di ciò che importa agli americani» dice a Repubblica Mordechai Chaziza, esperto di relazioni sino-mediorientali. «C'è anche un precedente che viene in mente: nel 2000 gli Usa di Clinton bloccarono la vendita alla Cina da parte di Israele del sistema radar Phalcon, poco prima dell'inizio dei colloqui di Camp David, voluti fortemente dall'allora premier Ehud Barak»,
  Ora a Gerusalemme sta a cuore capire se l'amministrazione Usa darà luce verde a una possibile annessione di alcune aree della Cisgiordania, come previsto dal piano "Pace per prosperità" presentato da Trump a gennaio. L'accordo di governo tra Netanyahu e il suo ex rivale, ora alleato, Benny Gantz - che pure ha avuto un colloquio separato con Pompeo - prevede che dal 1° luglio sia possibile portare avanti una legislazione per il riconoscimento della sovranità israeliana su alcune parti nei Territori e, a partire dalla Valle del Giordano, dove la popolazione palestinese è minima e gli interessi di sicurezza israeliani sono strategici. In un'intervista al quotidiano Israel Hayom, Pompeo ha affermato che la decisione sull'annessione spetta a Israele, ma nelle scorse settimane erano giunti altri segnali dall'amministrazione Trump: qualsiasi mossa da parte di Israele dovrà essere inclusa nella visione onnicomprensiva del piano, ovvero anche il riconoscimento dello Stato Palestinese. Gli Usa stanno valutando che impatto avrebbe un'eventuale mossa unilaterale di Israele sulla stabilità dell'area e le ripercussioni per Trump in vista delle elezioni di novembre.

(la Repubblica, 14 maggio 2020)


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Mike Pompeo in Israele inizia a disegnare il fronte contro la Cina

Il viaggio lampo di Pompeo in Israele dedicato al pericolo iraniano e soprattutto a quello cinese. E proprio in queste ore scoppia il caso delle patch per il kernel Linux prodotte da Huawei.

Il viaggio lampo di Mike Pompeo in Israele non ha riguardato minimamente la questione della ventilata annessione della Valle del Giordano e degli insediamenti in Giudea e Samaria.
«Il Segretario di Stato Mike Pompeo non ha volato per mezzo mondo per parlare di annessione» fanno sapere fonti del Dipartimento di Stato americano.
Al contrario, i colloqui avuti da Pompeo con il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, e con l'alleato di governo, Benny Gantz, sono stati incentrati su "altre principali priorità" che preoccupano gli Stati Uniti.
Prima di tutto hanno parlato del pericolo iraniano, un pericolo sempre più incombente che però a Gerusalemme sanno come affrontare.
Poi hanno parlato di quello che veramente ha spinto Pompeo a volare per mezzo mondo: il pericolo cinese.

 A Washington sono preoccupati per le relazioni sempre più strette tra Israele e Cina.
  Gli investimenti cinesi in società altamente tecnologiche in tutto il mondo e in particolare in alcune Start Up israeliane non fanno dormire sonni tranquilli al Presidente Trump.
«Gli investimenti strategici della Cina in tutto il mondo sono fonte di grande preoccupazione in quanto non esiste una sola società privata e indipendente in Cina» affermano fonti del Dipartimento di Stato americano.
L'interesse mostrato da alcune società cinesi per i "gioielli tecnologici" israeliani ha fatto scattare tutti i campanelli di allarme nell'intelligence americana.
Quello che Mike Pompeo ha chiesto a Netanyahu e Gantz è quindi un maggior coordinamento per contrastare l'espansione cinese nel settore dell'alta tecnologia e della tecnologia militare. «L'esperienza del COVID-19 ci insegna che non ci si può fidare di Pechino, di un regime cioè dove non esiste alcuna trasparenza» affermano le fonti del Dipartimento di Stato americano.

 Il caso di Huawei e delle pacth per il kernel Linux
  Neanche a farlo apposta proprio in queste ore scoppia il caso di Huawei e delle patch prodotte dal colosso cinese per il kernel Linux, patch che dopo un severo controllo hanno mostrato una "vulnerabilità di sicurezza banalmente sfruttabile".
Per chi non lo sapesse le maggiori società mondiali (Google, Amazon, Microsoft ecc. ecc.) usano server Linux based. E come funziona nel circuito open source ognuno è libero di produrre e proporre della patch di sicurezza.
Domenica 10 maggio una patch "buggata" è stata presentata dal colosso cinese attraverso una mailing list. Chiamata HKSP (Huawei Kernel Self Protection), la patch avrebbe dovuto introdurre una serie di opzioni per rafforzare la sicurezza nel kernel Linux.
Dopo un primo positivo stupore da parte degli sviluppatori Linux per l'interessamento di Huawei per il kernel Linux, lo stupore si è trasformato in sgomento quando gli sviluppatori di Grsecurity (società che fornisce patch di sicurezza per Linux) hanno scoperto il bug che in sostanza generava un buffer overflow facilmente sfruttabile da malintenzionati.
Non sono servite le dichiarazioni di Huawei sul fatto che il colosso cinese non c'entrasse nulla con quella patch ma che fosse stato un singolo dipendente a produrre e distribuire la stessa, ormai quasi tutti si sono convinti che era un tentativo (assai ingenuo, a dire il vero) della società cinese di introdurre furtivamente una vulnerabilità nel kernel di Linux, cioè del sistema operativo usato in tutti i server delle maggiori società occidentali.
Tutta acqua al mulino di Washington che Pompeo non ha potuto fare a meno di usare nei suoi colloqui con i leader israeliani per convincerli della pericolosità nell'avere qualsiasi rapporto con la Cina.

(Rights Reporters, 14 maggio 2020)


La fase due delle sinagoghe italiane

Nuove sfide e nove regole all'orizzonte: il pensiero dei rabbini che hanno il polso della vita comunitaria.

Si avvicina anche per le sinagoghe italiane il momento della riapertura, con un percorso individuato all'interno del serrato confronto apertosi nel quadro della cosiddetta "fase due" tra l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, con il coinvolgimento diretto del rabbinato, e il governo. Nuove sfide e nuove regole all'orizzonte, mentre anche nel resto dell'Europa ebraica la vita religiosa riprende il suo corso (nell'immagine scattata prima di uno Shabbat, il rav Avichai Apel della sinagoga maggiore di Francoforte sale da solo sulla Bimà della grande sala indossando la mascherina).
   "Abbiamo tutti l'obbligo di rispettare le regole di salute pubblica. Ma fa parte della salute del singolo e della società anche l'armonia dello spirito con il corpo". Così il rabbino capo di Roma, rav Riccardo Di Segni, il primo tra i rabbini italiani a sollecitare a fine aprile un fermo impegno del governo in tal senso. Per il rav Di Segni, in uno scenario di situazione sanitaria ancora allarmante come la prospettiva di disastri economici e sociali che ne deriveranno, "esistono modi per garantire accessi sicuri e riunioni di preghiera nel rispetto delle norme sanitarie.
   Tante le voci di rabbini ascoltate nelle scorse settimane da Pagine Ebraiche.
   Affermava rav Giuseppe Momigliano, rabbino capo di Genova e assessore al Culto dell'Unione: "Nel momento in cui si iniziano ad aprire altri luoghi, dai musei ai negozi, risulterebbe poco comprensibile un blocco all'attività religiosa. È bene ricordare che la preghiera pubblica, in un determinato spazio, non può essere sostituita dalla preghiera in collegamento. A distanza si può studiare. Ma non pregare". "Come qualsiasi altra istituzione - il pensiero di rav Adolfo Lacci, rabbino capo di Padova - dobbiamo agire in conseguenza a quanto stabilisce chi ci governa, senza esporci in giudizi". Fondamentale in ogni caso il tema della formazione, "per far rispettare in modo corretto tutte le specifiche che saranno indicate". Rav Lacci portava I'esempio della sua Comunità: "La nostra sinagoga non è molto grande e ha un unico accesso. Ogni possibilità andrà studiata con attenzione. Riapriremo quando saremo capaci di far rispettare le regole". Questa la posizione del rav Alexander Meloni, rabbino capo di Trieste: "Le persone hanno bisogno di conforto, anche spirituale. Tante le ferite che questo periodo di quarantena ha suscitato in tutti noi. Se riaprono i musei, a maggior ragione devono aprire anche i luoghi di culto". Rav Meloni chiedeva sin da subito una linea intransigente: 'Abbiamo rinunciato a Pesach, non possiamo replicare con Shavuot". Rav Gadi Piperno è rabbino capo di Firenze. "Garantire il distanziamento - ricordava a Pagine Ebraiche - è fondamentale. Tutte le regole che ci saranno indicate andranno naturalmente rispettate. Qui a Firenze, facilitati anche da un tempio di grandi dimensioni, stiamo pensando di far occupare un posto ogni tre, ogni due file". Tante, afferma rav Piperno, le situazioni che si stanno valutando con il Consiglio. "Ma con i nostri spazi ampi - sottolineava - senz'altro possiamo farcela".
   Rav Ariel Di Porto, rabbino capo di Torino, ha espresso alcune remore. Almeno per quanto riguarda la sua Comunità. "I rabbini italiani - le sue parole - stanno dando in questi mesi prova di grande responsabilità. L'ambizione di ripartire almeno per Shavuot è giusta e condivisa. Guardo però alla mia Comunità e dico che è giusto essere realisti, per non creare false illusioni. Ci vorrà del tempo, più tempo di altri. E le cose, almeno fin quando ci sarà questo virus, non saranno come prima. Anche in sinagoga". Rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna, diceva di "non veder l'ora". Negli scorsi mesi è stato molto attivo con lezioni e interventi a distanza, spesso tenuti proprio all'interno della sinagoga. "C'è però - affermava - un gran bisogno di rioccupare gli spazi fisici, di sentirci Comunità non solo in virtuale". Rav Yosef Labi, rabbino di Verona, è nel gruppo dei più cauti: "I rabbini non sono medici. I rabbini hanno un certo tipo di compito, molto importante, ma gli esperti di salute sono loro. È bene quindi ascoltare con attenzione tutto quel che ci sarà indicato, pronti ad agire e ad equipaggiarci con ogni necessità. La speranza è quella di ripartire presto, certo. Ma i fatti ci hanno dimostrato che bisogna vivere giorno per giorno".
   Così invece il maskil Ariel Finzi, rabbino di riferimento per Napoli e per tutto il Meridione: "Sono un ingegnere e ho la tendenza a parlare solo quando vedo qualcosa di scritto, definito, certo. Aspettiamo quindi una indicazione chiara e poi valutiamo. In ogni caso, fin quando non sarà garantita la circolazione tra regioni, la vedo molto dura" Nel frattempo proseguirà l'attività a distanza, particolarmente intensificatasi in questo periodo. "È paradossale - ci spiegava - ma le cose stanno andando molto meglio che in passato. Alle lezioni partecipa oggi chi prima non veniva. Contatti e occasioni di studio insieme sono drasticamente aumentate". Anche rav Avraham Dayan, rabbino capo di Livorno, non si sbilancia. "Il desiderio di tornare a pregare al Tempio è forte. Però davanti a ogni altra considerazione dobbiamo porre la tutela della salute. La cosa più importante in assoluto. Per noi stessi - dice - e per gli altri". Si accoglieranno quindi le indicazioni senza metterle in discussione. Il rav è comunque ottimista sulla messa in sicurezza della sinagoga: "Per fortuna il Tempio è piuttosto arioso".

(Pagine Ebraiche, maggio 2020)


Israele-Iran, la guerra segreta

All'ombra del virus

di Bernardo Valli

Il coronavirus non ha sospeso, e ancor meno congelato, la crisi mediorientale. La formazione del governo israeliano di "urgenza nazionale", oggi alla Knesset per il rituale giuramento, è stata ufficialmente motivata dalla necessità di lottare contro l'epidemia, ma dovrebbe anche aprire la strada all'annessione della Valle del Giordano e degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. Benjamin Netanyahu intenderebbe attuarla, stando alle sue già vecchie dichiarazioni, a partire dal prossimo primo luglio. Tuttavia l'annunciata intenzione non sembra troppo realizzabile. Ci sono voluti sedici mesi e tre elezioni legislative per arrivare al varo del nuovo esecutivo, e nel frattempo molte cose sono cambiate. Anzitutto, il 20 aprile scorso, l'ex generale Benny Gantz si è infine messo d'accordo con il rivale Benjamin Netanyahu, per formare il governo di "urgenza nazionale".
  I due saranno a turno primi ministri per diciotto mesi. Comincerà Netanyahu, che dovrà tener conto dell'ex rivale, il quale è piuttosto esitante, e comunque non troppo chiaro, sul problema delle annessioni così come l'intende il suo partner. Perplessi sulla questione sono anche molti israeliani, secondo i sondaggi.
  La presenza a Gerusalemme del segretario di Stato, Mike Pompeo, viene interpretata come un segnale di via libera a Israele (secondo la "visione" di Donald Trump); in realtà è apparso spesso che la grande alleata frenasse gli ardori israeliani dopo averli assecondati o addirittura stimolati. Washington non può prendere sotto gamba le conseguenze di un'annessione unilaterale israeliana. Potrebbe suscitare le reazioni apertamente negative dei Paesi arabi come l'Egitto, la Giordania e l'Arabia Saudita, alleati degli Stati Uniti, ma anche di Israele, contro l'Iran. E Washington non ha alcuna intenzione di mettere ancora più in crisi il fronte arabo avversario della Repubblica islamica sciita degli ayatollah. Le dichiarazioni di Donald Trump e dei suoi collaboratori rivelano la loro ossessione quando affrontano il problema . iraniano. L'embargo contro Teheran sulle armi convenzionali scade in ottobre e già l'amministrazione americana si dà da fare per coinvolgere altri Paesi (Francia e Germania, per esempio) quando la sanzione verrà rinnovata. Il segretario di Stato in visita a Gerusalemme non deve convincere gli interlocutori israeliani già impegnati a fondo contro l'Iran. In particolare contro le sue truppe in Siria, ai confini con Israele. I soldati degli ayatollah non sono vicini graditi. Ma Pompeo insisterà sull'argomento. È un rito irrinunciabile.
  Diventando ancora una volta primo ministro (più longevo al potere di Ben Gurion, il padre della patria), Netanyahu ha di nuovo dimostrato la sua forza politica, nonostante porti il peso di tre incriminazioni: per corruzione, frode e abuso di fiducia. Il processo doveva cominciare il 24 maggio, ma il coronavirus ha paralizzato la Giustizia. E la Corte suprema ha poi deciso che la presunzione di innocenza lascia libero Netanyahu di ricoprire una carica politica, compresa quella di primo ministro. Per gli americani, il riconfermato premier israeliano è un sicuro e intransigente alleato contro l'Iran., oltre che in tanti altri campi.
  Tra Israele e l'Iran c'è un conflitto non dichiarato, ma non segreto, in corso da anni. Almeno dieci. Ed esso è venuto spesso sul tappeto mentre Netanyahu e Gantz trattavano per il governo di "urgenza nazionale". Pochi giorni fa, una riunione dedicata alla sicurezza ha avuto come argomento principale i cyberattacchi che hanno colpito la rete idraulica israeliana il 24 e il 25 aprile. La televisione ha dato la notizia domenica precisando che alcune centrali ne erano state gli obiettivi. I danni non sono stati gravi, ma l'avvenimento andava preso sul serio perché riguardava installazioni civili. Per gli esperti gli attacchi erano una minaccia strategica di rilievo per Israele. Il governo di Gerusalemme li ha giudicati una svolta nel confronto con l'Iran, al punto da considerare l'opportunità di reagire; di rispondere, mirando in campo avversario le stesse installazioni, non militari, con più intensità del consueto. Secondo la Fox News americana, la prima a dare la notizia, gli hacker iraniani avrebbero usato server informatici situati negli Stati Uniti.
  Se confermata la responsabilità iraniana, sulla quale pochi hanno dubbi, sarà la prima volta che l'Iran colpisce obiettivi civili israeliani. Sarebbe la risposta, meno cara e meno , esposta, alle incursioni israeliane sulle truppe iraniane in Siria. È una nuova tattica nella guerra tra la Repubblica islamica e lo Stato ebraico. Nell'ultimo mese l'aviazione israeliana ha compiuto almeno sette bombardamenti in Siria su località occupate dagli iraniani o da milizie pro iraniane. E ha ucciso più di trenta persone. Il 31 marzo ha puntato sulla provincia di Homs. Il 20 aprile sul deserto nelle vicinanze di Palmira dove erano accampati, insieme ai militari iraniani, degli Hezbollah libanesi e dei miliziani di varie nazionalità. Nove morti. Secondo l'Osservatorio siriano dei diritti dell'uomo, sulla cui obiettività non sempre si può contare, il 27 aprile, nella notte, un'incursione israeliana a sud di Damasco ha ucciso quattro persone.

(la Repubblica, 14 maggio 2020)


Se gli aiuti europei finiscono nelle tasche dei terroristi

L'Unione Europea finanzia "gruppi della società civile" palestinese anche quando assumono persone coinvolte col terrorismo. E preferisce chiudere gli occhi.

Il denaro donato da governi e privati europei rischia di approdare facilmente nelle casse delle organizzazioni terroristiche. Lo denuncia un rapporto che il Ministero degli affari strategici israeliano ha pubblicato dopo che l'Unione Europea ha ufficialmente confermato che i suoi finanziamenti possono andare a "organizzazioni della società civile" palestinese anche quando queste annoverano fra i loro membri persone che sostengono in vario modo il terrorismo.
Secondo quanto risulta dal rapporto, gli attivisti palestinesi hanno da tempo istituito un modo per garantirsi donazioni monetarie europee che consentono loro di svolgere attività terroristiche in aggiunta al lavoro nella società civile. "I collegamenti con le entità della società civile in Occidente offrono loro una via per garantirsi un'assistenza finanziaria che non potrebbero ricevere in nessun altro modo", si legge nel rapporto....

(israele.net, 14 maggio 2020)


L'attentato alla sinagoga di Halle ha amplificato l'antisemitismo in Germania

di Paolo Castellano

Il 10 maggio è stato diffuso un nuovo rapporto sulla diffusione dell'antisemitismo nello stato tedesco. Secondo il documento prodotto da un'associazione che si occupa delle manifestazioni di odio anti-ebraico, in Germania c'è stato un incremento degli episodi antisemiti dopo l'attacco terroristico alla sinagoga di Halle durante lo scorso Yom Kippur.
   Come riporta Israel National News, l'Associazione federale dei dipartimenti di ricerca e informazione sull'antisemitismo (RIAS) - un osservatorio tedesco sull'antisemitismo - ha detto che i gruppi di estrema destra hanno intensificato le loro azioni contro gli ebrei dopo i tragici fatti di Halle. «La pubblica percezione sul tema dell'antisemitismo è stata fortemente segnata dall'attacco terroristico dell'estrema destra contro i fedeli della sinagoga di Halle», si legge nel report della RIAS.
   Il resoconto ha infatti registrato 1.253 aggressioni antisemite nel 2019. Tali atti d'odio sono avvenuti in 4 stati federali della Germania, compreso quello in cui si trova Berlino. Quest'anno lo studio ha inoltre incorporato le segnalazioni dagli stati federali di Brandeburgo, Schleswig-Holstein e Baviera.
   L'analisi sull'antisemitismo in Germania della RIAS afferma che l'odio anti-ebraico è parte fondante dell'ideologia politica dei gruppi neonazisti. Nel 2019, la maggior parte di coloro che hanno compiuto attacchi antisemiti apparteneva a circoli di estrema destra. In particolar modo nello stato del Schleswig-Holstein, dove l'antisemitismo non si nasconde ma viene sbandierato pubblicamente.
   Considerando il contesto generale, la RIAS ha avvertito che l'antisemitismo non è solamente il prodotto delle fazioni neonaziste. L'odio anti-ebraico va oltre alle ideologie politiche assumendo diverse forme: l'antigiudaismo, il negazionismo e la retorica anti-israeliana. Secondo il documento dell'osservatorio sull'antisemitismo, il 46% dei casi sono legati allo svilimento della Shoah e all'esaltazione del nazismo di Hitler.
   Il clima di preoccupazione sul dilagare dell'antisemitismo in Germania è stato avvalorato da recenti attacchi alla comunità ebraica tedesca da parte dei neo-nazisti. A fine aprile, un gruppo di estrema destra ha postato foto di Hitler e lanciato slogan antisemiti durante una videoconferenza organizzata dall'ambasciata di Israele a Berlino.

(Bet Magazine Mosaico, 13 maggio 2020)


"Perché il diritto al ritorno dei palestinesi rischia di allontanare la pace"

Parlano gli autori del libro "War of Returns": "Le Nazioni Unite assecondano una pericolosa illusione. La guerra arabo-israeliana è finita nel 1948. E chi vive in Giordania, Canada o Germania, non può essere considerato un rifugiato".

di Gabriella Colarusso

Nel 2002, ricostruendo i giorni della trattativa a Camp David due anni prima, l'ex premier israeliano Ehud Barak descrisse l'atteggiamento di Arafat "una performance" più che un vero negoziato: l'obiettivo era strappare concessioni, ma non era mai stato veramente la pace. Nonostante la proposta israeliana di concessioni territoriali più marcate, Arafat non era per nulla disponibile a rinunciare al diritto al ritorno, secondo l'ex premier israeliano.
   Sei anni dopo, nel 2008, Abu Mazen, il nuovo capo dell'Autorità nazionale palestinese in Cisgiordania, oppose lo stesso tema sul tavolo dei colloqui con l'allora segretario di Stato dell'amministrazione Bush, Condoleezza Rice, e l'allora premier israeliano Ehud Olmert: i quattro milioni di palestinesi che sarebbero dovuti tornare "nelle loro terre".
   Il tema del "diritto al ritorno" che i palestinesi rivendicano dal 1948 è quello che ha pesato di più nella storia delle trattative fallite tra Ramallah e Tel Aviv e che rischia di allontanare per sempre la pace e la possibilità di uno Stato indipendente palestinese, secondo la tesi di due studiosi israeliani, entrambi liberal, autori di un libro molto discusso in Israele, War of Return: How Western Indulgence of the Palestinian Dream Has Obstructed the Path to Peace (La Guerra del ritorno: come l'indulgenza occidentale sul sogno palestinese ha ostacolato il processo di pace).
   Gli autori, Einat Wilf e Adi Schwartz, vengono dal mondo progressista israeliano: Wilf ex parlamentare laburista vicina a Barak, Schwartz ex giornalista del quotidiano di "sinistra" Haaretz. "Le marce al confine tra Gaza e Israele non vengono fatte per l'assedio di Gaza o per uno Stato indipendente: ma sono, e le chiamano così, 'Marce del Ritorno'", ha detto Wilf, presentando il libro alla stampa estera. "Non è un nome simbolico o una rivendicazione vuota, è quello che vogliono i leader palestinesi. Ma non esiste nessun diritto al ritorno, la guerra del 1948 è finita e le persone nate in Giordania, o in Canada, o in Germania non possono essere considerate rifugiati. Non è successo nella storia per nessun altro Paese che abbia vissuto un conflitto. Le Nazioni Unite assecondando questa idea coltivano una pericolosa illusione". Dai documenti dell'Olp che Schwartz ha analizzato emerge che in caso di accordo con Israele "il numero dei profughi intenzionati ad insediarsi in Israele sarebbe compreso fra centinaia di migliaia e due milioni".
   I palestinesi fanno generalmente riferimento a circa 5 milioni di "rifugiati" nel mondo che avrebbero diritto a tornare. In altri documenti si arriva fino a 8 milioni. Il tema non è mai stato superato in nessuno dei tentativi di pace fatti fin qui. L'ultimo piano presentato dall'amministrazione americana, il deal of the century di Trump, non ne fa accenno.
   "La Palestina avrebbe bisogno di un Willy Brandt", dice Wilf, riferendosi all'ex cancelliere tedesco che firmò con la Polonia l'accordo che non prevedeva il ritorno dei tedeschi fuggiti durante la guerra. "Parliamo di 12 milioni di tedeschi. Lo stesso si può dire di chi è fuggito dalla Corea del Sud durante la guerra: a nessuno di questi popoli le Nazioni Unite riconoscono lo status di rifugiati, tranne che ai palestinesi, come se le guerra del 1948 non fosse mai finita".
   I tedeschi fuggiti dalla Polonia però avevano la Germania, uno Stato in cui restare. La Palestina non è uno Stato. Quando il libro è uscito in Israele l'anno scorso ha fatto molto discutere. La destra ha applaudito alla posizione di Wilf e Schwartz sul non-diritto del ritorno: i profughi palestinesi vanno assorbiti e integrati in Cisgiordania, a Gaza e in Giordania, non in Israele. Alla sinistra è piaciuto il loro sostegno alla formula due popoli due Stati. Il processo di pace intanto resta in stallo.

(la Repubblica, 13 maggio 2020)



Yuli Edelstein nuovo ministro della sanità

di Luca Spizzichino

 
Yuli Edelstein
Nella serata di martedì è stato scelto il Ministro della Sanità nel nuovo governo formato da Benjamin Netanyahu e da Binyamin Gantz. Quello che sarà uno dei ruoli più delicati del prossimo esecutivo, considerata l'emergenza coronavirus, sarà ricoperto dal Presidente uscente della Knesset Yuli Edelstein.
   La decisione di Edelstein di ricoprire questa carica, è avvenuta dopo aver constatato l'impossibilità di poter ricoprire la carica di Speaker della Knesset, carica ricoperta dal 2013 al 2020, dopo il veto posto sulla sua nomina dal partito Blu e Bianco prima e dal Presidenza della Corte Suprema poi. Edelstein sarà anche membro dell'importante Gabinetto di Sicurezza.
   Nato a Chernivtsi, città dell'attuale Ucraina, nel 1958, è considerato uno dei refusenik più importanti dell'Unione Sovietica. Cresciuto con i suoi nonni materni, sin dall'infanzia si interessò allo studio dell'ebraico, proseguendo lo studio della lingua anche dopo la morte del nonno, con il quale studiava.
   Durante i suoi studi universitari, nel 1977 decise di richiedere i documenti per l'emigrazione, che gli vennero rifiutati. Decise così di partecipare a lezioni clandestine organizzate da alcuni insegnanti ebrei. Ciò causò l'espulsione di Edelstein dall'università nel 1979 e numerose vessazioni da parte del KGB e della polizia. Nel 1984 venne arrestato insieme ad altri insegnanti ebrei ed internato in un gulag in Siberia, fino al 1987, quando una volta liberato, decise di emigrare in Israele.
   Quasi subito entrò in politica, prima come membro del Partito religioso nazionale (il Mafdal, partito sciolto nel 2008) e vicepresidente del Forum sionista. Nel 1996 Edelstein fondò il partito Yisrael BaAliyah insieme al collega e dissidente sovietico Natan Sharansky, venendo inoltre eletto alla Knesset e coprendo il ruolo di Ministro dell'Aliyah e dell'Integrazione nel governo Netanyahu del '96 e nel governo Sharon nel '99.
   Dopo che il suo partito è entrato a far parte del Likud nel 2003, è entrato a far parte in pianta stabile nella leadership del partito, sedendo al Ministero dell'Informazione e della Diaspora nel 2009 e poi proprio come Speaker della Knesset dal 2013, ricoprendo una delle cariche più importanti della politica israeliana, ruolo ricoperto in passato anche dall'attuale Presidente dello Stato d'Israele Reuven Rivlin.

(Shalom, 13 maggio 2020)


Israele, da luglio riapre ai voli con i Paesi poco colpiti. Italia esclusa

Israele sta lavorando per riaprire a partire da luglio i collegamenti aerei con una serie di Paesi poco colpiti dall'epidemia di coronavirus: farà controlli accurati sui passeggeri prima della partenza e al ritorno, ma senza obbligarli alla quarantena una volta rientrati. Parallelamente, le autorità sono impegnate a mettere a punto un piano che permetta la piena riapertura dell'aeroporto Ben Gurion agli israeliani fin dal 1 giugno.
   Secondo Times of Israel, l'Autorità aeroportuale spera di ottenere il via libera per voli da e per Cipro e Grecia dal 1 luglio, per poi riaprire i collegamenti, se le condizioni di sicurezza lo permetteranno, con altri Paesi come Austria, Croazia, Bulgaria, Montenegro, Ungheria, Svizzera, Germania, Polonia e Islanda: tutte nazioni che sono inserite in una cosiddetta 'lista verde' dove i tassi di contagio sono bassi e c'è l'obbligo di indossare la mascherina.
   Ad anticipare questa fase di riapertura, un progetto pilota - preparato dai dirigenti delle compagnie aeree e sottoposto al ministero della Salute - che prevede la ripresa, già dal prossimo mese, di voli verso destinazioni vicine non meglio specificate. In questo caso, però, sarà obbligatoria la quarantena di 14 giorni una volta rientrati in patria, e i passeggeri verranno sottoposti al tampone. Se non si registrerà una nuova ondata di casi di Covid-19, verrebbero revocate le misure di isolamento e altre restrizioni.

(Affaritaliani.it, 13 maggio 2020)


Coronavirus: Israele, solo 13 contagi in 24 ore

Solo 13 nuovi contagi si sono aggiunti da ieri alla lista dei malati di coronavirus in Israele. Lo ha reso noto il ministero della Sanità israeliano secondo cui finora i casi positivi sono 16.539 e le guarigioni 12.173. Dei 4.104 malati, 191 sono ancora ricoverati in ospedali mentre gli altri sono isolati in casa o in appositi alberghi messi a disposizione dalle autorità. I decessi sono stati 262.

(ANSAmed, 13 maggio 2020)


Israele - Questionario online per controllare la pandemia

Con questo sistema si riesce a capire dove si diffonderà il virus

Kira Radinsky.
 
Richiesta di informazioni in strada
Kira Radinsky, oggi a capo della Diagnostic Robotics e precedentemente direttrice del laboratorio di Data Science di eBay, ha costruito la sua carriera sui dati e sull'intelligenza artificiale. Il Ministero della salute di Gerusalemme l'ha voluta nel suo gruppo di esperti chiamato a sviluppare contromisure digitali per arginare la pandemia. Così ha creato, con il suo team, un questionario online sui sintomi del coronavirus, sviluppato in molti altri Paesi e anche dall'OMS ma raramente entra nel dibattito pubblico concentrato sulle sole app. I risultati raggiunti dal gruppo di Kira Radinsky sono notevoli: stando allo European Centre for Disease Prevention and Control, le attuali 234 vittime in Israele, a fronte di 16mila casi e 9mila ricoverati, significano circa 26,8 persone decedute per milione di abitanti contro i 477 dell'Italia.
   Radinsky racconta la nascita dell'idea: "Abbiamo iniziato guardando ad uno dei problemi maggiori della pandemia: il possibile sovraffollamento delle strutture ospedaliere, soprattutto per quel che riguarda le terapie per pazienti con insufficienza respiratoria. Per questo abbiamo pensato subito ad un questionario da compilare online per avere in tempo reale un'idea relativamente precisa delle condizioni dei cittadini giorno per giorno. Una serie di domande su possibile febbre, tosse e altri sintomi che portano a isolare i casi più probabili di contagio capendo quali probabilmente richiederanno l'intervento medico e quali invece possono esser trattati a casa.".
   Le analisi predittive sull'epidemia nascono proprio da queste informazioni. "Circa un mese fa il Ministero della salute qui in Israele ha richiesto una tecnologia basata sull'intelligenza artificiale che aiutasse lo smistamento dei pazienti. Da allora abbiamo cominciato a collaborare con cinquanta ospedali. Forniamo una piattaforma epidemiologica predittiva che li aiuta a sapere, con diversi giorni d'anticipo, dove il virus si diffonderà grazie al questionario. In tal modo sappiamo dove inviare il materiale e il personale necessario per affrontare la pandemia e quali misure adottare, se una quarantena stretta o una a maglie più larghe".
   Il questionario viene inviato, quotidianamente, a tutti i cittadini israeliani tramite un link inviato via messaggio. Nel caso in cui la situazione richieda un accertamento medico, si viene messi telematicamente in contatto con l'ospedale. Esistono diversi livelli di rischio e per chi è risultato positivo ai test o chi probabilmente lo è, è obbligatorio avere l'app per il tracciamento dei contatti chiamata Hamagen ("Scudo" in ebraico). L'insieme di questi due sistemi, app e questionario, ha permesso di limitare fortemente il numero di decessi avendo indicazioni puntuali su cosa fare, dove e quando.
   La Radinsky si esprime sulle polemiche mondiali legate ai timori di violazione della privacy di queste app: "Si tratta di sfruttare i dati per il bene della società e per la salute pubblica, alla fine. Non solo. Questo processo ha anche aiutato a prendere decisioni importanti riguardo le strutture produttive o il grado di isolamento nelle varie zone.".

(Resto al Sud, 12 maggio 2020)


Germania, Hezbollah e le minacce dell'Iran: cosa c'è dietro?

di Daniel Clark

La decisione della Germania di mettere al bando Hezbollah ha provocato le ire dell'Iran, che ha minacciato il governo di Berlino. È l'estrema sintesi di una questione molto più complessa, che dallo scacchiere mediorientale si intreccia con le politiche dell'Ue e con la sicurezza nazionale di diversi paesi europei. Per dipanare la matassa dobbiamo porci la domanda: perché l'Iran minaccia la Germania per il divieto a un'organizzazione terroristica del Libano?
   Risposta scontata, ma solo per i più attenti: Teheran si serve di Hezbollah come strumento di pressione e influenza in Medio Oriente e in Europa, in quell'ottica di espansione che lo porta a fare lo stesso con Kataib Hezbollah in Iraq, con gli Houti in Yemen e con il sostegno a molte attività di terrorismo internazionale, guerriglia, traffici e criminalità che arrivano in America del Sud.
   Che Hezbollah sia un braccio armato della Repubblica islamica è stato confermato da Hassan Nasrallah, attuale segretario generale del gruppo terroristico libanese: "Hezbollah, le sue entrate, le sue spese, tutto ciò che mangia e beve, le sue armi e i suoi razzi provengono dall'Iran". Entrando ancora di più nello specifico, la distinzione fra ala militare e ala politica di Hezbollah da parte di molti paesi dell'Ue è sempre stata contradetta dagli stessi Hezbollah, come nel 2012 quando il vice segretario generale, Naim Qassem, disse: "Non abbiamo un'ala militare e una politica".
   Riassumendo: per sua stessa ammissione non c'è distinzione fra ala politica e ala militare di Hezbollah, che vengono finanziati e utilizzati per la propria politica dall'Iran. Iran che per attaccare la Germania ha fatto scendere in campo anche il giornale Vatan. Emrooz, che in un articolo ha rivolto un durissimo attacco contro la cancelliera tedesca Angela Merkel ritenuta "peggio di Hitler" e contro l'ambasciatore tedesco a Teheran, Michael Klor-Berchtold, additato come "spia sionista". Frasi sprezzanti che aiutano a capire ancora meglio il motivo per cui Teheran abbia minacciato conseguenze alla Germania per la messa al bando di Hezbollah.
   Andiamo ancora più a fondo e leggiamo come il divieto è stato commentato dall'ammiraglio Ali Shamkhani, segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale iraniano:"Una nuova sorpresa, i fornitori di armi di distruzione di massa all'ex dittatore iracheno Saddam Hussein sono diventati difensori dei diritti umani e chiamano il movimento di resistenza Hezbollah 'terrorista' per paura dei loro amici israeliani uccisori di bambini". Tralasciando la bieca propaganda anti-israeliana riguardo ai bambini, cosa c'è dietro le parole dell'esponente politico iraniano? C'è la consapevolezza della collaborazione tra Israele e alcuni paesi europei, nel caso specifico la Germania, riguardo attività di intelligence e di sicurezza nazionale dei singoli stati. A rivelarlo è stato un funzionario israeliano: "La mossa è il risultato di molti mesi di lavoro con tutti gli interlocutori in Germania. Ai responsabili dei servizi si chiede di presentare le prove di un coinvolgimento legale diretto e comprovato che lega l'organizzazione a chiara attività terroristica, ed è quello che abbiamo fatto". Il servizio segreto dello Stato ebraico, il Mossad, ha raccolto informazioni dettagliate sulle attività terroristiche di Hezbollah sul suolo tedesco, fra cui la presenza di una serie di depositi nella Germania meridionale appartenenti al gruppo terroristico libanese (centinaia di chilogrammi di nitrato di ammonio, usato per la fabbricazione di esplosivi) e il riciclaggio di denaro sporco con trasferimenti di milioni di euro che nel tempo sono finiti nei conti bancari appartenenti a Hezbollah.
   Quindi da una parte abbiamo l'Iran che si serve di Hezbollah per attività terroristiche e di riciclaggio in Europa e dall'altra Israele, che aiuta i singoli paesi europei a difendersi da questa minaccia. È ancora così difficile capire chi appoggiare e chi no?

(Progetto Dreyfus, 6 maggio 2020)


Come l'antisemitismo muta con il coronavirus. Il report israeliano

Ebrei e Stato ebraico accusati di utilizzare il coronavirus per scopi politici o economici. Ecco come gli stereotipi più classici dell'antisemitismo si adattano alla pandemia. Il rapporto del ministero degli Affari strategici di Gerusalemme.

di Gabriele Carrer

"La crescita della retorica antisemita sul coronavirus è stata accompagnata anche da minacce violente contro ebrei e israeliani". Negli Stati Uniti l'allarme targato Fbi: estremisti di destra potrebbero tentare di infettare gli ebrei (c'è perfino chi propone di usare il coronavirus per uccidere gli ebrei parlando di Holocough, giocando su Holocaust e cough, tosse). Il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ha minacciato così Israele: se a Gaza dovessero venire a mancare i respiratori, "sei milioni di israeliani non respireranno". È l'allarme lanciato in "The virus of hate", il virus dell'odio, un rapporto del ministero degli Affari strategici di Israele a cui Formiche.net ha avuto accesso, che ha analizzato le convergenze, in particolare online, tra delegittimazione e antisemitismo ai tempi del coronavirus.
   Si tratta di fenomeni osservati anche dalle Nazioni Unite. Ahmed Shaheed, inviato speciale per le libertà religiose, ha avvertito che "i discorsi d'odio antisemiti sono aumentato in maniera allarmante dallo scoppio della crisi di Covid-19" e ha chiesto "misure più severe" per contrastare questo preoccupante sviluppo. Elan Carr, inviato speciale degli Stati Uniti per monitorare e combattere l'antisemitismo, ha parlato di un "nuovo antisemitismo", adattamento di quello classico alla contingenza della pandemia.
   Dal rapporto emergono due diverse tipologie di teorie del complotto antisemita, che condividono il messaggio: accusano gli ebrei e Israele di utilizzare e diffondere il virus per scopi politici o economici giocando sugli stereotipi antisemiti più classici.
   La prima è l'antisemitismo classico contro gli ebrei, accusandoli di diffondere virus e pestilenze. È perpetrato dall'estrema destra in Nord America (attivissimo l'ex capo del Ku Klux Klan David Duke) ed Europa, ma anche, seppur "in misura minore, dal grande pubblico e dalla sinistra radicale". In questo caso la "vittima" degli ebrei e di Israele sarebbe "il mondo", cioè i non ebrei.
   La seconda è il nuovo antisemitismo contro lo Stato di Israele: una campagna di delegittimazione orchestrata da governi, attori parastatali, organizzazioni terroristiche e società civile, "nello specifico Iran, Autorità palestinese, Hamas e movimento Bds". In questo caso, invece, le "vittime" sarebbero i palestinesi. Questa immagine diffusa dall'International Campaign Against Normalization (contro la normalizzazione dei rapporti tra Stati arabi e Israele) è un esempio perfetto: il virus a forma di Stella di David.
   Alcuni giorni fa, presentazione del rapporto dell'Istituto Kantor dell'Università di Tel Aviv (nel 2019 un aumento del 18% rispetto all'anno precedente nel mondo), Moshe Kantor, presidente del Congresso ebraico europeo, aveva spiegato (come riporta ProgettoDreyfus.com): "Dall'inizio della pandemia Covid-19, si è registrato un aumento significativo delle accuse secondo cui gli ebrei, sia come individui sia come collettivo o come Stato ebraico, sarebbero dietro alla diffusione del virus o ne trarrebbero direttamente profitto. Il linguaggio e le immagini utilizzate indicano chiaramente un revival delle 'calunnie del sangue' di stampo medievale, quando gli ebrei venivano accusati di diffondere malattie, avvelenare pozzi o controllare le economie".
   Che fare? L'inviato Usa, Carr, ha comunicato che il suo ufficio sta mettendo insieme un piano di contrasto dell'antisemitismo — che facilmente può essere replicato anche in Europa — che include il rafforzamento della sicurezza per le comunità ebraiche; promuovere l'adozione della definizione di antisemitismo dell'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto; contrastare l'antisemitismo online; iniziative di educazione positiva sul contributo ebraico degli Stati Uniti alla società.

(Formiche.net, 13 maggio 2020)


L'Affaire Dreyfus e la Civilta' Cattolica

di Tommaso Todaro

La disfatta dell'esercito francese nella guerra franco-prussiana del 1870/71 e la conseguente cessione dell'Alsazia e di parte della Lorena all'impero germanico, creò in Francia un profondo senso di sfiducia e di avvilimento, che defluirono sovente nel più becero complottismo antisemita.
In quel contesto va inquadrata la vicenda di Alfred Dreyfus, ufficiale d'artiglieria di origini alsaziane ed ebreo, ricco di famiglia e con una bella moglie. Il capro espiatorio era perfetto.
La vicenda, molto nota, è stata oggetto, nel tempo, di numerosissime trattazioni e dibattiti nonché rappresentazioni teatrali e cinematografiche tra cui il recente film di Polanski.1...

(Il Nuovo Monitore Napoletano, 13 maggio 2020)


L'Iran prepara e finanzia una nuova intifada contro Israele

di Sarah G. Frankl

Una nuova intifada contro Israele. È quello che sta preparando, senza nemmeno nasconderlo, l'Iran. A rivelarlo è il capo della magistratura iraniana, Hojatoleslam Seyed Ebrahim Raeisi, durante la riunione del lunedì del Consiglio supremo della magistratura.
   «L'annessione della Cisgiordania da parte israeliana provocherà una nuova intifada» ha detto il giudice iraniano affermando che «l'Iran contribuirà a sostenere la resistenza in tutti i territori occupati».
   Il fatto che a fare un annuncio del genere sia un magistrato non deve stupire. Hojatoleslam Seyed Ebrahim Raeisi è membro importante del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC) messo proprio dall'IRGC a guida della magistratura iraniana.
   «Fino ad oggi l'Iran ha sempre accettato che la soluzione della questione palestinese fosse affidata ai negoziati» ha proseguito il magistrato mentendo spudoratamente, «ma visto che ogni negoziato è risultato inutile a causa dell'arroganza israeliana la Repubblica Islamica ha deciso di appoggiare con ogni mezzo, finanziario e militare, tutte le iniziative della resistenza».
   Intanto eri il Parlamento iraniano ha approvato una legge con la quale ha stabilito la creazione di una ambasciata "virtuale" a Gerusalemme Est, cioè in quella che i legislatori iraniani hanno chiamato «la legittima capitale dello Stato di Palestina».
   Nello stesso disegno di legge, votato all'unanimità, sono comprese restrizioni, multe e arresti per tutti coloro che «direttamente o indirettamente favoriscono qualsiasi commercio con prodotti israeliani o materiale contenente componenti prodotti in Israele».
   Sarebbe curioso sapere se tra questi prodotti ci sono anche i chip Intel (o derivati) per i computer e per i telefoni usati quotidianamente in Iran.

(Rights Reporters, 13 maggio 2020)


Israele: il nuovo governo pronto al giuramento

di Massimo Caviglia

Superati gli ostacoli della Corte Suprema, che ha respinto i ricorsi contro il patto di coalizione, e del Parlamento che ha approvato gli emendamenti che danno il via libera all'accordo di rotazione tra i due leader, giovedì 14 maggio Israele dovrebbe avere un nuovo governo. Gantz e Netanyahu hanno infatti riempito numerose caselle dei dicasteri, anche se a tre giorni dal giuramento molti nomi sono ancora da definire. Il ministero della Difesa andrà al Generale Gantz, che vuole per il suo partito Blu e Bianco anche il dicastero della Salute per giustificare, con l'emergenza di combattere il Coronavirus, l'ingresso nel governo insieme a Netanyahu.
   Il Likud ha invece chiesto al premier di conservare il ministero dell'Istruzione e il controllo degli insediamenti, per tenere vicini gli alleati di destra, anche se i ministri degli Esteri dell'Unione Europea stanno considerando di imporre sanzioni a Israele se decidesse di annettere le colonie della Cisgiordania. E mentre sembra attenuarsi la minaccia del Covid, riappare in tutta la sua pericolosità la sfida iraniana. Gli hacker di Teheran hanno colpito con un attacco informatico l'azienda farmaceutica che produce il Remdesivir, il farmaco approvato per il trattamento del Coronavirus, e hanno attaccato il sistema idrico israeliano in un' escalation che ha preso di mira le infrastrutture civili e che va contro tutti i codici di guerra. I servizi di sicurezza israeliani hanno bollato l'atto come un "superamento della linea rossa" e stanno valutando una risposta adeguata. Una sfida che l'Iran ha lanciato proprio nel momento in cui afferma di essere pronto a scambiare i suoi prigionieri con gli Stati Uniti. Mostrando però contemporaneamente le sue capacità di offensiva informatica e non solo nucleare.

(San Marino RTV, 12 maggio 2020)


Tel Aviv, riaprono i mercati

di Simonetta Clucher

 
 
 
 
Mentre ci sono Paesi che ancora combattono con i contagi da Covid-19 c'è chi piano piano sta tornando alla normalità. È il caso di Tel Aviv, dove le normative statali hanno consentito la riapertura dei mercati Carmel Market e HaTikva.
   Certo la situazione non è ancora tornata come quella che ho visto io durante il mio viaggio in Israele. I mercati dal 7 maggio sono stati riaperti, ma commercianti e visitatori devono comunque rispettare alcune regole importanti legate all'emergenza Covid-19 che vanno dal il divieto di assembramento e l'obbligo dell'utilizzo della mascherina.
   Il distanziamento sociale è garantito anche grazie ad una serie di adesivi calpestabili sul pavimento. Provvedimenti necessari che non sono caduti dall'alto ma decisi in maniera congiunta con i commercianti che sono impegnati ad una costante e regolare sanificazioni delle superfici. Inoltre a disposizione dei visitatori sono stati istallati degli erogatori di gel disinfettante.
   Ai mercati si può andare, ma all'interno non è consentito il consumo degli alimenti, almeno in questa fase. Per aiutare i cittadini nel modo corretto, sono stati predisposti dei volantini informativi da distribuire quotidianamente ai visitatori.
   Per ora questi i mercati aperti al pubblico, ma la Municipalità di Tel Aviv-Yafo e il Ministero della Salute stanno lavorando insieme per arrivare all'elaborazione di un piano che consenta la piena riapertura di tutti mercati. Presto dovrebbero rialzare le saracinesche anche i ristoranti, la cui riapertura è stato oggetto, la settimana scorsa, di una bozza relativa.
   Parallelamente è nata "Jaffa a casa" per la consegna a domicilio prodotti alimentari quali di pesce, frutta e verdura, oltre a tutti i vari ingredienti della cucina israeliana.
   Il Comune ha attuato un provvedimento per venire in aiuto a quegli esercenti che vorranno stare aperti fino a notte fonda, per loro è previsto il congelamento delle tasse relative all'apertura notturna per i prossimi 4 mesi.
   Insomma la città si sta preparando per tornare ad una vita normale non solo per quanto riguarda i propri cittadini, ma anche il ritorno dei turisti. "Tel Aviv, città con un'importantissima vocazione turistica - ha detto Avital Kotzer Adari, direttrice dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo - si sta organizzando per riprendere ad accogliere in serenità e sicurezza i turisti, nel clima di sempre straordinaria famigliarità che caratterizza questa città, sinonimo in tutto il mondo di convivenza tra culture".

(Sulle Strade del Mondo, 12 maggio 2020)


Il parlamento Teheran approva un disegno di legge contro le "minacce israeliane"

TEHERAN - Il parlamento iraniano ha approvato un disegno di legge urgente riguardante misure contro "complotti del regime sionista di Israele contro la pace e la sicurezza regionali e internazionali". Lo riferisce l'agenzia stampa governativa "Irna". La legge - approvata con 43 voti a favore e nessuno contrario - include 14 articoli su misure da intraprendere contro gli "atti del regime contro la pace", ha dichiarato il presidente della commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e le politiche estere Mojtaba Zolnouri. Secondo quest'ultimo, Israele sta tentando di sfruttare la situazione creata dalla pandemia da coronavirus per danneggiare gli interessi nazionali iraniani e l'approvazione della legge sarà di sicuro giovamento a Teheran. Il presidente del parlamento Ali Larijani ha chiesto alla commissione competente di preparare il disegno di legge per il voto dei parlamentari la prossima settimana. Tra i 14 articoli della legge, figura l'obbligo per la Repubblica islamica di sanzionare tutte le istituzioni economiche, commerciali e finanziarie appartenenti a cittadini israeliani o registrate nei Territori palestinesi.

(Agenzia Nova, 12 maggio 2020)


L'Ue avverte Israele : 'In caso di annessioni, agiremo'

I ministri degli Esteri dei 27 ne discuteranno venerdì

I ministri degli Esteri della Ue stanno considerando la possibilità di"imporre sanzioni" nei confronti di Israele se procedesse nei suoi piani di"annessione degli insediamenti ebraici in Cisgiordania e della Valle del Giordano", riferisce la Wafa, l'agenzia dell'Autorità palestinese (Anp) che cita una fonte"europea ben informata" che ha ricordato che"ogni risoluzione della Ue deve essere approvata dai 27 membri, nonostante le previsioni che alcuni Paesi metteranno il veto a causa delle loro relazioni con Israele". Per evitare questo veto, ha continuato la fonte, l'Ue farebbe ricorso ad altri passi, come"il congelamento del programma Horizon Europe 2021-2027, attraverso cui think-tank israeliani ricevono miliardi di dollari". C'è anche, ha spiegato, la"possibilità di sospendere l'Accordo Ue-Israele che dà a quest'ultimo libertà di accesso ai mercati europei". I mancati rinnovi,"priverebbero Israele di significativi vantaggi economici". Infine la fonte ha riferito che l'Ue mira a"pressioni diplomatiche e politiche su Israele" per impedirgli passi unilaterali.

(ANSA, 12 maggio 2020)


Oltremare - Beit ha-Corona

di Daniela Fubini

Fra le mirabolanti libertà del vivere in un paesino in mezzo alla verde campagna israeliana durante il lockdown, c'è stato sicuramente il fatto di poter fare un po' di sano sport all'aria aperta. E per fortuna il covid-19 ha deciso di azzerare i nostri altrimenti quotidiani movimenti in giro per il paese verso la fine delle piogge, che in casi estremi impediscono già da sole, senza l'ausilio virale, l'uscita e anche le camminate intorno al moshav. Perciò, negli ultimi due mesi abbiamo fatto giri più o meno all'interno del numero di metri consentiti, e una delle cose che abbiamo notato da subito è stato un movimento di camion e mezzi con materiali di costruzione in entrata ed uscita senza sosta, salvo al sabato. Proprio nel punto in cui la strada sterrata che fa da perimetro esterno al moshav si divide in due e prendendo a sinistra si va verso i campi di grano e oltre gli avocado, se invece si resta aderenti al retro delle case, di norma l'unica cosa da riportare era sempre stata la presenza saltellante di un cane che abbaiava istericamente, per quanto lontana la sterrata fosse da casa sua. Mai capito quale fosse la sua ansia. Durante tutto il lockdown invece, abbiamo assistito alla intera costruzione di una casa, in un lotto che era ancora restato vuoto fra due case. Dallo svuotamento della terra alla posa delle fondamenta alla struttura del primo piano fino alla costruzione del tetto. Beit ha-Corona, la casa del corona, è diventata il perno sul quale si misura il tempo del virus. È anche un esempio di quanto, almeno in Israele, il Covid-19 ha lasciato tempo ai privati, ma anche allo stato, di procedere a velocità record con costruzioni e lavori vari tremendamente necessari: case, palazzi, raccordi autostradali, nuove strade, ponti, la elettrificazione delle ferrovie di tutto il paese, solo per fare esempi. Alla fine di questa primavera, noi privati cittadini avremo o non avremo trovato il tempo per prendere una laurea online, o per imparare a fare il pane e pasticcini inarrivabili. Ma di certo, le infrastrutture devono aver fatto un balzo in avanti che vale interi anni senza virus. E la prossima volta che vedremo un cartello "Lavori in corso" il primo pensiero sarà per tutti "ma non potevano pensarci quando tutto il paese era ai domiciliari?".

(moked, 11 maggio 2020)


Da parte ebrea. Narrazioni dalla Grande guerra a dopo la Shoah

di Gualberto Alvino

Carlo De Matteis
Da parte ebrea. Narrazioni dalla Grande guerra a dopo la Shoah
Utrecht, Icojil, 2019

Contemporaneista di larghi interessi (Il romanzo italiano del Novecento; Prospezioni su Gadda; In lingua e dialetto. Poesia italiana del primo e secondo Novecento), storico della critica (Contini e dintorni; Filologia e critica in Italia tra Otto e Novecento), filologo romanzo (edizione critica della Cronica di Buccio di Ranallo e del Libro della Confraternita de Sancto Tomasci de Aquino), esegeta di grande valore cui torna il merito, oggi rarissimo, di saper inquadrare l'analisi linguistico-stilistica del testo letterario in una concreta e organica visione storica, Carlo De Matteis raduna in questo volume otto saggi di notevole acribia e rigore, oltre che di esemplare chiarezza, già comunicati ai convegni dell'ICOJIL (International Conferences on Jewish Italian Literature) nell'arco d'un decennio.
  Gli autori trattati (Saul Bellow, Primo Levi, Karl Kraus, Italo Svevo, Elias Canetti, Giorgio Bassani, Marina Jarre, Lion Feuchtwanger, Hans Günther Adler e lo sloveno Boris Pahor, l'unico non ebreo, ma a quella condizione accomunato dall'appartenenza a un'etnia oppressa e perseguitata) sono tutti ebrei laici che acquistano piena contezza della propria "diversità" non prima che le leggi razziali o l'atroce notizia delle deportazioni nei campi di concentramento irrompano traumaticamente nelle loro vite e nelle loro coscienze di scrittori scatenando un processo di profonda immedesimazione etica, civile, culturale: «Ebrei si diventa — scrive De Matteis nella intensa Premessa — e il dato agnostico di partenza di questi autori si muta in una attestazione di fedeltà […], senza abiure, tuttavia, agli originari convincimenti laici. Non si tratta perciò di una conversione alla religione dei padri ma di una scelta di campo, solidale con un popolo perseguitato cui essi avvertono di appartenere, ovvero di una presa d'atto imposta da una volontà esterna».
  Per costoro, dunque, l'ebraismo è non fede, ma da un lato civiltà tradizione cultura (per alcuni anche lingua), dall'altro condivisione di un destino tragico che sentono il dovere categorico di rappresentare nelle opere narrative, pur non abdicando alla propria laicità. Si pensi a Primo Levi, ebreo per caso e poi «di ritorno», come egli stesso si definisce («dopo un'educazione ebraica che non lascia traccia, egli sceglie la strada della lotta partigiana per la quale, catturato, viene deportato ad Auschwitz, dove conosce il destino cui sono condannati gli ebrei e ne diventa di necessità partecipe. Al ritorno narra la sua esperienza in due libri ma alla fine diventa anche il cantore della guerra partigiana ebraica in un romanzo che è anche un omaggio alla civiltà askenazita ed alla sua lingua yiddish»). Si pensi al praghese Adler, che prende atto della propria identità solo quando, durante un soggiorno in Germania, viene additato al pubblico disprezzo come «sporco ebreo» («Anche nel suo caso, l'impatto con la realtà dell'antisemitismo montante in quel paese, ma poi anche nel suo, lo radica in uno stato di differenza culturale e sociale, che indirizza altresì la sua riflessione sulla specificità del mondo ebraico. Poi, deportato, sentirà di appartenere al "popolo che tutti maledicevano" e ne narrerà le sofferenze attraverso la sua personale esperienza di ebreo consapevole di esserlo»). O a Giorgio Bassani, che decide di affrontare letterariamente la questione nel momento in cui viene a conoscenza dello sterminio («Prima [del suo capolavoro Il giardino dei Finzi-Contini] c'erano stati solo i racconti di Una città di pianura, in cui la tematica ebraica era assente, anche se l'avvertimento da parte dello scrittore della propria identità era già scoccato con l'emanazione delle leggi razziali»). O si consideri il particolarissimo caso di Marina Jarre, che, dopo aver ricevuto un'educazione ebraica dalla famiglia paterna, viene iniziata alla fede cattolica da quella materna, per poi ritornare all'ebraicità in occasione del viaggio memoriale nella terra dove il padre è stato ucciso dai nazisti («Seppur attraverso un percorso del tutto diverso dalla vicenda di Levi, anche quello della Jarre può configurarsi come un ebraismo di ritorno, che non comporta, naturalmente, alcuna conversione confessionale ma è circoscritto nell'ambito affettivo»). Un'altra «variante di identità ebraica» è incarnata da Saul Bellow, totalmente estraneo e indifferente alla storia ebraica fino al 1959, dopo una visita al campo di sterminio di Auschwitz; le sue opere maggiori con personaggi ebrei sono infatti successive a quella data («Se tracce di una psicologia ebraica sono ravvisabili nei romanzi antecedenti al 1959, esse appartengono piuttosto alla sfera dell'inconscio dell'autore, o meglio a una sorta di inconscio ebraico collettivo di tipo junghiano»).
  «Ciò che in definitiva tiene insieme questi scrittori — riassume il critico — è il particolare punto di vista ebraico, attraverso il quale essi narrano e interpretano gli eventi della storia e della vita, non solo ebree, che li hanno coinvolti o li hanno segnati. È questo il senso del titolo di questa raccolta, l'equivalente contratto, appunto, del 'punto di vista ebraico', formula con la quale avrebbe egualmente potuto intitolarsi».
  Quanto all'ebraicità degli unici autori che non conobbero la Shoah, Kraus e Svevo, studiati da De Matteis in relazione alla Grande guerra nel magnifico saggio dal titolo Apocalissi novecentesche, essa rimane un dato della coscienza o dell'inconscio, sicché non grava se non minimamente sulle loro esistenze e sulle loro poetiche.

(Treccani, 11 maggio 2020)


Adriano Olivetti è di nuovo giornalista, fu espulso dall'Ordine perché ebreo

È stato direttore della rivista «Tecnica ed Organizzazione»: nel '38 l'espulsione dall'Ordine del Piemonte per le leggi razziali.

di Paolo Morelli

 
Adriano Olivetti - 1957
Nel gennaio del 1937 uscì il primo numero di Tecnica ed Organizzazione, rivista periodica edita dalle Edizioni di Comunità, voluta da Adriano Olivetti per dibattere sui temi e le problematiche più importanti dell'industria che, all'epoca, cercava di affermarsi sui mercati internazionali. Con diversa periodicità, questa pubblicazione proseguì fino al 1958 (gli archivi sono alla Fondazione Adriano Olivetti), ma c'è una storia in particolare legata a questo giornale. Fra i diversi direttori che si sono alternati alla sua guida ci fu anche lo stesso Olivetti, che risultò iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte, nell'elenco speciale, fino al 1938. Quell'anno, infatti, fu espulso, insieme a tanti altri, a causa delle Leggi razziali, in quanto ebreo.

 Gli espulsi illustri
  L'elenco è piuttosto nutrito ed è stato elaborato dalla Fondazione Paolo Murialdi, dopo aver concluso un'altra ricerca sui giornalisti caduti nella Prima guerra mondiale. Fra gli espulsi più illustri c'è anche Adriano Olivetti, celebrato e considerato tra le menti più importanti della storia recente del nostro Paese, che proprio questo Paese emarginò per motivi razzisti. L'Ordine dei Giornalisti del Piemonte, due giorni fa, ha deliberato il reintegro di Olivetti e degli altri, sulla base della lista elaborata dalla Fondazione Murialdi, un gesto simbolico con un grande significato politico. Anche il Lazio ha fatto lo stesso con la propria lista. «È importante che a Roma la Fondazione Murialdi e a Torino il Centro Pestelli — commenta il presidente dell'Ordine piemontese, Alberto Sinigaglia —, oltre alla storia del giornalismo, studino quanto è capitato ai giornalisti come cittadini: caduti da soldati nella Grande Guerra; licenziati, picchiati, arrestati, deportati durante il fascismo. È giusto rendere loro onore prescindendo dai ruoli. È bene farlo nel 2020, quando speravamo sepolto per sempre il razzismo e l'odio antiebraico, che invece riappare in Europa e persino in America». Anche le altre sezioni regionali dell'Ordine potrebbero seguire l'esempio. «È bello ricordare che uno dei cacciati dall'Albo, Adriano Olivetti, era un grande italiano che, tra tanti meriti, ebbe anche quello di fondare L'Espresso, un settimanale-scuola, ideato e diretto da Arrigo Benedetti, maestro di giornalismo politico e di inchiesta».

 «Una vergogna grandissima per l'Italia»
  Ma una ventina d'anni prima (L'Espresso nacque nel 1955), la rivista Tecnica ed Organizzazione fu già una prima espressione dell'attitudine di Olivetti al confronto e al ragionamento, frutto di una cultura industriale sviluppatasi nel territorio di Ivrea. Ne ha scritto di recente anche Furio Colombo, con Maria Pace Ottieri, nel libro Il tempo di Adriano Olivetti (Edizioni di Comunità, 2019). Colombo lavorò per l'industriale piemontese e fu da lui inviato in America. «Non fu soltanto un grande della vita e della storia italiana — dice Furio Colombo — ma anche nella storia del mondo industriale contemporaneo. Furono proprio le persone come lui a essere colpite, fa effetto che si va da lui al dirigente d'azienda, fino all'impiegato d'ordine di questo o quel ramo dell'attività giornalistica. Non importava chi fosse il più grande degli italiani in quel momento, veniva tranquillamente espulso come fosse l'ultimo, in base al fatto di essere ebreo. Una vergogna grandissima per l'Italia, per questo l'iniziativa di reintegrare questi nomi appare grande e importante. È anche sensazionale, in un ritaglio della vita italiana di quel periodo ci ricorda la grandezza del delitto».

 Gli altri
  Oltre a Adriano Olivetti, sono stati reintegrati altri cinque giornalisti professionisti, tre pubblicisti, otto iscritti all'elenco speciale e tre fra dirigenti, impiegati e tipografi, con molti nomi di Gazzetta del Popolo e La Stampa. «Questa iniziativa — conclude Colombo — ci ricorda una cosa di una inciviltà immensa. Una legge firmata dal re. Ogni volta che qualcuno viene avanti a fare il saluto romano o dire che il fascismo ha fatto anche cose buone, si ricordi che quel fascista di oggi si porta addosso quella lista».

(Corriere Torino, 9 maggio 2020)


In Israele l'industria militare ora combatte il Covid 19

Dal riconoscimento facciale ai robot, le aziende dell'hi-tech si stanno convertendo ai servizi di diagnosi e di assistenza ai malati.

di David M. Halbftnger

GERUSALEMME - La branca di ricerca e sviluppo del ministero della Difesa israeliano è famosa soprattutto per la sua capacità di inventare e sperimentare modi all'avanguardia per ammazzare esseri umani e far saltare in aria le cose. La sua ultima missione, invece, punta a salvare vite umane: da marzo, sta guidando uno sforzo ampio e accelerato per scatenare alcune delle tecnologie più avanzate del Paese contro un nemico di altro genere, il Covid-19. Ecco alcuni dei progetti più promettenti.

 Test diagnostici
  Mentre alcuni Paesi cominciano ad allentare le restrizioni antivirus, le autorità reclamano a gran voce metodi per testare rapidamente masse di persone e individuare quelle contagiose. Diverse startup israeliane fanno a gara a sviluppare test diagnostici rapidi per odorare, ascoltare o vedere i segni rivelatori di un'infezione-da coronavirus.

 Suono
  Un'azienda, la Vocalis Health, che usa la tecnologia audiosensibile, l'intelligenza artificiale e l'apprendimento automatico per analizzare la voce e l'alito, sta cercando di individuare un indicatore vocale del coronavirus. Lavorando con lo Sheba Medicai Center, sta registrando campioni vocali di pazienti di Covid- 19 per affinare un'applicazione in grado di classificare le infezioni come lievi, moderate o gravi a seconda del suono.

 Vista
  Molti degli strumenti più interessanti per contrastare il virus sono stati sviluppati dall'AnyVision, una società specializzata in tecniche di sorveglianza e riconoscimento facciale per scansionare i visi delle persone ai posti di blocco delle forze armate. Al Tel Aviv-Sourasky Medicai Center, gli scienziati stanno usando l'AnyVision a livello microscopico, addestrandola a individuare le cellule del Covid-19 cercando i modi in cui il virus distoglie le cellule sane dalle loro funzioni consuete.

 Tracciamento
  La sorveglianza in stile Grande Fratello dell'AnyVision è usata anche per contenere la diffusione del virus all'interno degli ospedali: allo Sheba, è stata installata provvisoriamente in una rete di circa 600 telecamere posizionate nelle aree pubbliche del nosocomio e fa scattare l'allarme quando qualcuno entra in un reparto senza indossare una mascherina.

 Telemedicina
  Diversi altri progetti sono finalizzati a ridurre al minimo i contatti diretti fra operatori sanitari e pazienti. La Temi ha già individuato un mercato per assistenti personali robot, del costo di circa 2 mila dollari, che assomigliano a un iPad montato su un piedistallo alto quanto un parcometro. La Rafael e la Elbit li hanno adottati per utilizzarli in gruppi e consentire ai medici di monitorare i pazienti o somministrare loro medicine senza nemmeno dover entrare nella stanza, dice Yossi Wolf, che in precedenza aveva sviluppato robot che aiutavano i soldati israeliani contro tunnel di Hamas o armi chimiche.
Separatamente, l'Israel Aerospace Industries ha convertito un sistema di sensori radar ed elettro-ottici usato per "sbirciare" oltreconfine e scovare nemici in un dispositivo in grado di rilevare i segnali vitali dei pazienti senza toccarli, dice Amira Sharon, vice presidente dell'azienda.

(la Repubblica, 11 maggio 2020)


Sessant’anni fa la cattura di Eichmann da parte del Mossad

La sera dell'11 maggio del 1960 in Calle Garibaldi, quartiere di San Fernando, periferia di Buenos Aires, il 'senor' Ricardo Klement ritornò Herr Adolf Eichmann, responsabile tecnico della 'Soluzione Finale': la sua lunga fuga era finita. Mentre - complice il buio e il silenzio della zona deserta - lo caricavano di peso in una macchina poco lontano comprese subito chi lo aveva scovato. Nell'abitacolo c'erano agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano, che aveva così portato a termine un'operazione destinata a diventare leggenda. In particolare due: Peter Malkin, un ebreo tedesco fuggito nel 1936 con la famiglia nell'allora Palestina inglese e il sabra Rafi Eitan, il capo della squadra. Nel cuore di quest'ultimo - come raccontò lui stesso anni dopo - erano risuonate le parole della Canzone dei Partigiani. Malkin aveva studiato per giorni la corretta accentazione delle parole 'Un momentito senor' con cui aveva abbordato Eichmann.
   Eppure non fosse stato per una serie di fortunate coincidenze e l'ostinazione di un gruppo di uomini, Eichmann, che all'epoca aveva 54 anni, forse sarebbe di nuovo rientrato nelle tenebre come avvenne per Josef Mengele, il 'medico' criminale di guerra di Auschwitz. Il destino finale di Eichmann - che nella Conferenza dei capi nazisti di Waansee del 1942 era stato nominato coordinatore e responsabile della macchina delle deportazioni, riuscendo a dileguarsi alla fine della guerra - era stato segnato da due uomini dalla memoria di ferro. Il primo era Lothar Hermann, un ebreo sopravvissuto alla Shoah e diventato cieco per le percosse delle SS la cui figlia - entrambi vivevano a poca distanza della casa dei Klement - del tutto causalmente stava frequentando il figlio di Eichmann. E questi si era presentato alla ragazza con il suo vero nome. Hermann c'aveva messo poco a mettere in connessione quel nome con quello del criminale di guerra più ricercato.
   Ma tutto sarebbe stato inutile se i suoi sospetti non fossero arrivati al procuratore tedesco Fritz Bauer, scappato in quanto ebreo dalla Germania nazista, e reintegrato nel suo posto. Fu Bauer ad informare il Mossad che, tuttavia, in un primo momento apparve piuttosto esitante, vista non solo l'incerta identificazione come le tante già avvenute in passato ma anche la complessità di un'operazione che si sarebbe svolta a migliaia di chilometri di distanza da Israele. Alla fine - e un ruolo non da poco lo svolse il premier Ben Gurion - il capo del Mossad Isser Harel decise che valeva la pena di provare.
   A identificare senza ombra di dubbio Klement come Eichmann fu Zvi Haroni uno dei migliori uomini dei servizi israeliani. Da lì cominciò la caccia. Eichmann fu catturato, nascosto in un casa sicura per 9 giorni - mentre la polizia argentina e squadre di nazisti frugavano il paese - e il 20 maggio travestito da steward messo su un aereo della El Al e portato in Israele. Eichmann ebbe un regolare processo, nelle cui udienze i sopravvissuti testimoniarono in un indicibile dolore che rappresentava quello di un'intera nazione. L'Avvocato dello Stato Gideon Hausner nell'arringa ricordò che contro Eichmann c'erano 6 milioni di morti.
   Al termine del processo, ci fu la condanna a morte che avvenne il 1 giugno del 1962: l'unica civile mai eseguita ad oggi in Israele. Eichmann venne impiccato, il suo corpo cremato e le ceneri sparse sul Mediterraneo.

(ANSA, 11 maggio 2020)


Estinto nella Shoah lo yiddish rinasce in tv

di Elena Loewenthal

La storia dello yiddish è unica. Nato nel Medioevo come mediazione tra l'ebraico e il tedesco, divenne il veicolo di una ricca letteratura a uso prettamente femminile, una sorta di «volgare» letterario per un pubblico che non aveva accesso ai tomi tradizionali in ebraico. Fu inoltre per secoli la vera lingua franca dell'Europa: un commerciante ebreo di Minsk comunicava così con il collega di Amsterdam o di Venezia. Era, è una lingua con una sua musicalità, tutta particolare: più amara che dolce, più ironica che melodica. E soprattutto una miniera di immagini pregnanti, di parole eloquenti. Una lingua ironica ma anche dolcissima, ricca di metafore come poche altre. Vivida e prepotente. Pareva morta, vittima di un destino collettivo ineludibile.
   Dopo millenni di vita e parole, lo yiddish si è estinto nello spazio di quella notte che fu la Shoah. Insieme con sei milioni di ebrei, anche questa lingua è stata sterminata in Europa dentro i forni crematori, nelle fosse comuni: lo yiddish è ammutolito di colpo. In America ha resistito ancora un po' in letteratura e nei giornali (la dinastia dei Singer la usava per scrivere, parallelamente all'inglese) ma come struggente eco della memoria, puro residuo del passato. E' diventata, insomma, la lingua della nostalgia, di un mondo che non c'è più né potrà mai più tornare, tanto in Europa quanto nella Goldene Medina, il «paese dell'oro», l'America.
   E invece no. Come una fenice ammaccata ma straordinariamente tenace, lo yiddish risorge oggi dalle ceneri per merito della ... tivù. Cioè per merito di alcune serie televisive che mietono successo ai quattro angoli del mondo, come si direbbe in yiddish. Prima Shtisel, ambientato in un quartiere ultraortodosso di Gerusalemme, poi Mrs Maisel, l'esilarante storia di una artista della stand up comedy negli anni 50 a New York, dove lo yiddish affiora qua e là in casa e per strada. E ora con Unortodox, la vicenda di una giovane donna che fugge dall'ultraortodossa Williamsburg per trovare la libertà a Berlino: qui tutto è in yiddish, con rare parentesi in inglese e tedesco. Produzione e regia di queste quattro puntate in onda su Netflix esultano per un successo al di là delle aspettative, merito anche della lingua. E assicurano che la rinascita dello yiddish sul piccolo schermo non finisce qui, anzi.

(La Stampa, 11 maggio 2020)


Italia-Israele, sinergie nell'emergenza

 
"Sono giorni di sostegno reciproco della comunità e rafforzamento delle equipe mediche, che lottano giorno dopo giorno per la salute e la vita di molti. Noi, le squadre del Magen David Adom in Israele, vi siamo vicini e le nostre preghiere sono rivolte a voi. Vi auguro dal profondo del nostro cuore una buona salute e di tornare presto a giorni e felici". È il messaggio di sostegno inviato al mondo ebraico italiano da Eli Bin, direttore generale del Magen David Adom (Mda), l'organizzazione di soccorso dello Stato d'Israele. Proprio il Magen David Adom, come racconta l'associazione italiana in suo sostegno, ha lavorato intensamente in queste settimane per aiutare a contrastare l'emergenza sanitaria dovuta al virus Covid-19. Tra le iniziative messe in campo, l'aumento dei mezzi, il reclutamento di 500 nuovi volontari, formati per gestire le chiamate (quasi 100mila al giorno); organizzare ed effettuare i test per individuare le persone contagiate e le persone con esse venute in contatto. L'ente - ringraziato a Tel Aviv con la proiezione sul municipio del suo simbolo, la stella di David rossa - si è attrezzato per effettuare il maggior numero di test tampone, arrivando a farne oltre 8.000; ha realizzato centri di controllo mobili Test and Drive, per effettuare in soli 4 minuti i test, facendo rimanere le persone a bordo della propria auto; ha dotato 50 ambulanze di una separazione tra l'abitacolo e il posto di guida per trasportare i pazienti Covid positivi.
   Oggi è inoltre in prima linea nel programma "passive vaccine" che promuove le trasfusioni da pazienti guariti dal Covid 19 per aiutare i malati positivi al virus.
   "Gli amici italiani del Maden David Adom sono impegnati a far conoscere questa esperienza perché possa essere messa a frutto anche nel nostro Paese. - racconta la Onlus italiana che sostiene l'organizzazione israeliana - Specie sui social dove l'appuntamento più seguito è quello con Giada, una volontaria del Mda che ogni settimana spiega in Italiano cosa sta capitando in Israele e fornisce suggerimenti utili in base all'evolversi della situazione. Ma il dialogo Italia-Israele porta a risultati anche sul campo, come quando MDA Italia ha ricevuto un appello per la ricerca di mascherine da parte del Dipartimento Emergenza Urgenza del Piemonte 118, con il quale esiste una stretta collaborazione. Una notte di telefonate a Tel Aviv ha permesso di trovarne in Brasile e fare spedire 3 milioni di pezzi in Italia". L'impegno è affinché collaborazione tra Italia e Israele prosegua in questa emergenza e non solo.

(moked, 10 maggio 2020)


Di fronte al nemico invisibile israeliani e palestinesi si scoprono sullo stesso lato della barricata

Quante previsioni sono andate in fumo nelle ultime settimane? Quanti vaticini sulle sorti e le questioni attorno a un partito, una singola figura politica, un conflitto decennale si sono arenati di fronte al diffondersi del coronavirus in tutto il mondo?

di Paolo Salom

Improvvisamente tutto è stato azzerato. In alcuni casi addirittura ribaltato: pensate a Israele e alle tre elezioni consecutive che alla fine hanno partorito l'unico risultato che appariva evidente sin dalla prima: un governo di unità nazionale. Ecco: quel che prima appariva inaccettabile, ora è visto come la naturale risposta a un'emergenza.
   Proviamo dunque a fare una similitudine. Cerchiamo di ragionare sulla realtà, invece che sulle fantasie strombazzate da decenni di propaganda sul conflitto tra Israele e gli arabi palestinesi. Al di là delle solite scempiaggini che si leggono sui social network (e non solo) - frutto della malafede mai doma nel lontano Occidente e nell'odio dei soliti noti nelle fila dell'Anp - scopriamo che la collaborazione per sconfiggere il Covid-19 ha funzionato egregiamente, che lo Stato ebraico non ha lesinato aiuti alle popolazioni dei Territori e che addirittura diversi Stati arabi hanno guardato a Gerusalemme per organizzare la lotta al virus piuttosto che alle potenze lontane, Russia, Stati Uniti o Cina.
   Che significa tutto questo? Significa, a nostro parere, che il conflitto in corso in un piccolo spicchio di mondo, tra il Giordano e il Mediterraneo, non è e non sarà senza soluzione, irrisolvibile per "definizione", fino alla totale distruzione di uno dei due contendenti. Almeno, non è obbligatorio vederlo così. Potenza della Natura! Cosa avranno pensato i fanatici della retorica "Gaza è un campo di concentramento", "una prigione a cielo aperto", di fronte alla notizia che i primi due (e speriamo gli unici) residenti della Striscia risultati positivi all'infezione si erano ammalati durante un viaggio in Pakistan (e con grande probabilità nel corso della loro sosta all'aeroporto del Cairo)?
   E che dire della chiusura delle moschee, compresa Al Aqsa, non per un ordine "criminale" delle autorità israeliane ma per volere del Waqf, in conseguenza alla necessità di prevenire i contagi tra i fedeli? O cosa avranno pensato i teorici dell'instabilità permanente del Medioriente dovuta alla presenza di un "corpo estraneo" (Israele), leggendo che persino alcuni imam iraniani si sono detti possibilisti nell'utilizzo di farmaci e/o vaccini anti Covid-19 eventualmente scoperti nei laboratori dell'"entità sionista"?
   Tutto questo per dire che se popoli nemici possono collaborare di fronte a una minaccia invisibile, un virus che colpisce senza fare distinzioni di etnia, religione, ricchezza o idee politiche, perché non dovrebbero trovare un'intesa sulla spartizione di terra e risorse, queste sì quantificabili in termini di relativa importanza e appartenenza? Ecco quanto abbiamo scoperto nelle ultime settimane di quarantena: speriamo soltanto che la scomparsa del virus non si porti via tutta la ritrovata saggezza. Sempre che non sia stato tutto un abbaglio.

(Bet Magazine Mosaico, 11 maggio 2020)


Primo Levi. Lo strano caso del palindromo scomparso

Lo scrittore spesso si dilettava con le frasi reversibili. Le inseriva nei suoi racconti, ma in un caso si autocensurò.

di Alberto Cavaglion

Primo Levi aveva una grande passione per l'enigmistica: compose sciarade, rebus, logogrifi, anagrammi, palindromi. Chiese e ottenne dalla Sip che il numero telefonico della sua seconda casa fosse anagramma del numero della prima. Duellò alla pari con Giampaolo Dossena, uno dei massimi esperti di giochi linguistici. Nel 1978, sul numero di Ferragosto di Tuttolibri, pubblicò Calore vorticoso, un racconto che tre anni dopo raccoglierà in Lilìt. Il protagonista è Ettore: ha un nome omerico, in realtà è un funzionario che nelle riunioni s'annoia. Sognando di raggiungere a Sperlonga per il weekend la sua bella Elena, scarabocchia su un foglietto una frase reversibile: «Elena, Anele». Poi una seconda: «Essa è leggera, ma regge le asse». Sembra che il tempo faccia marcia indietro: «È lo senno delle novità, genere negativo nelle donne sole». I palindromi sono versi dell'assurdo, che si leggono da sinistra a destra, da destra a sinistra. Si allontana dal tavolo di lavoro: tornando a casa, tampona una macchina in retromarcia, gli sembra che le lancette dell'orologio ruotino al contrario. Si guarda allo specchio: la barba è lunga, non si era sbarbato la sera prima? Impreca contro la sua città: «A Roma fottuta tutto fa mora».
  Nella cerchia di amici i parodisti, i poeti giocosi, le burle non mancavano. Si ricordi Guido Bonfiglioli, protagonista di un racconto, "Il lungo duello", co-autore con Emanuele Artom di un libretto di parodie ispirate alla figura di Elena. Il ritratto di Ettore ha una vaga somiglianza con uno degli amici più cari di Levi, Eugenio (Euge) Gentili-Tedeschi. Architetto, partigiano, uomo di cultura: un torinese trasferitosi a Milano, protagonista dell'architettura moderna. Copia di quegli schizzi, di quelle poesiole liceali, parzialmente raccolti in un libro ("I giochi della paura", 1999), si conservano oggi nella casa dell'amico, dove Levi si recava spesso in visita. Come Ettore del racconto, Euge teneva sempre a portata di mano penne, pennarelli colorati e carta (buste, cartoncini, qualsiasi cosa) su cui scarabocchiare quel che gli passava per la mente. Di pugno di Levi, in uno di questi cartoncini conservati fra le carte di Gentili-Tedeschi, disposti in forma di poesiola, troviamo 5 palindromi. Il cartoncino reca il timbro della Banca Commerciale, è piegato in due e all'interno porta una riproduzione di un quadro con gli auguri per le feste, aggiunti a macchina e firmati (Virgilio Galassi) e la data: 8.12. 78. Facile immaginare cosa sia successo: chiacchierando dopopranzo sarà riemersa la comune passione per "i giochi della paura". Levi avrà chiesto qualcosa su cui scrivere.
  Quattro su cinque palindromi sono gli stessi che troviamo nel racconto per Tuttolibri, uno, quello che fa più ridere, è inedito e tale resterà quando Levi raccoglierà il racconto in volume: «Erede, sodo sedere». Sintatticamente richiedeva di caratterizzare un personaggio con due qualità (l'essere erede e la dote anatomica), una delle quali un po' audace. Forse un po' troppo, magari Levi avrà pensato se fare della fidanzata di Ettore un'ereditiera callipigia, oltre che vagheggiare i suoi nei «morbidi, ... pieni di bromo». Leggendo i libri di Levi scontri fra il sacro e il profano non meravigliano. Guai se le frasi reversibili fossero vere. Sarebbero «sentenze di oracolo», come quella dei santi e dei martiri: «Eppure... eppure, quando le leggi a rovescio, e il conto torna, c'è qualcosa in loro, qualcosa di magico, di rivelatorio: lo sapevano anche i latini, e le scrivevano sulle meridiane, Sator Arepo tenet opera rotas ... ».
  Il palindromo farà la sua ultima apparizione in una scena cruciale del romanzo Se non ora, quando? «Lo vedi, si legge da destra a sinistra e da sinistra a destra: vuol dire che tutti possono dare e tutti possono restituire». Un giorno, con un pezzo di carbone, un personaggio del libro, militante nel Bund, il partito socialista ebraico, scrive nell'intonaco bianco cinque grosse lettere: VNTNV. Un palindromo perfetto: «V'natnu», «Ed essi restituiranno». Una parola che si trova nella Bibbia (Es 30,12), da cui ha origine una riflessione destinata a molta fortuna nell'ebraismo secolarizzato di fine Ottocento, quando giustizia sociale e filantropia attraevano più dell'enigmistica. Si riceve quanto si è dato. Il primo a elaborare quel pensiero, nel XIII secolo, è Ja'qov ben Aser, poi ripreso dal grande saggio, il Gaon di Vilna. I giochi di parole non sono mai semplici trastulli, gli estremi che si rincorrono caratterizzano la morale di Levi «Le due classi, dei pessimisti e degli ottimisti, non sono peraltro così ben distinte: non già perché gli agnostici siano molti, ma perché i più, senza memoria né coerenza, oscillano fra le due posizioni-limite, a seconda dell'interlocutore e del momento». -

(Il Secolo XIX, 11 maggio 2020)


Leader religioso di Hamas: «uccidete ebrei ovunque si trovino»

Importante chierico di Hamas chiede una fatwa che seguendo gli ordini di Allah imponga di uccidere gli ebrei ovunque essi si trovino.

 
Yunis al-Astal
Si chiama Yunis al-Astal ed è un importantissimo e influente chierico di Hamas colui che durante una seduta del parlamento religioso del gruppo terrorista ha chiesto di «uccidere ebrei ovunque si trovino».
Parlando della possibilità che Israele annetta una parte di Giudea e Samaria, il chierico di Hamas ha detto che una azione del genere sarebbe «un crimine contro la volontà di Allah» dopo di che ha chiesto al Parlamento religioso di emettere un ordine (fatwa) affinché «i fedeli uccidano gli ebrei ovunque essi si trovino».
Nella sessione del 6 maggio, trasmessa su Al-Aqsa, la TV di Hamas, al-Astal ha affermato che gli ebrei sono «la più corrotta delle creature di Allah».
«Gli ebrei - ha aggiunto - sono più pericolosi del Coronavirus e stanno pianificando di occupare parti della penisola arabica, tra cui Medina».
La soluzione, secondo il chierico di Hamas, è quella di seguire i dettami di Allah, il quale sugli ebrei ordina «uccidili ovunque li trovi e allontanali dai luoghi da dove ti hanno cacciato».

(Rights Reporters, 11 maggio 2020)


Israele. Finalmente il nuovo governo… o una nuova paralisi annunciata?

di Ugo Volli

Superati gli ultimi ostacoli, con il voto della Knesset sulle modifiche legislative necessarie e con la decisione della corte suprema di non intervenire su di esse o impedire la nomina di Netanyahu, fra qualche giorno entrerà in carica il nuovo governo di Israele, il primo a pieni poteri dopo un anno abbondante di crisi politica e tre elezioni. E' difficile però trovare espressioni di gioia per questo risultato sulla stampa o nella politica israeliana. La destra lo vive come una mezza sconfitta, perché contro la volontà della maggioranza dell'elettorato i ministeri cruciali (Difesa, Esteri, Giustizia) andranno a politici di Kahol Lavan; il loro schieramento però si è spaccato, non è riuscito a eliminare Netanyahu e ha perso credibilità nel paese; la forzatura tentata dall'apparato giuridico dello Stato, violando la divisione dei poteri, non è arrivata al suo obiettivo; la lista araba non è riuscita a entrare nella stanza dei bottoni e Lieberman a valorizzare il suo potere di veto. Il governo è una strana entità con due anime che si detestano, tenuto assieme da un contratto di decine di pagine con evidenti forzature costituzionali (vi sono in sostanza due primi ministri, uno attivo e uno in sonno, che nominano i loro ministri e l'azione di governo è bloccata dai diritti di veto previsti nel contratto). Netanyahu ha bloccato la manovra del deep state per squalificarlo, ma deve ancora affrontare il processo derivante dalla pretestuosa incriminazione di Mandelblit. Probabilmente vi sarà l'estensione della legge israeliana sulla Valle del Giordano e sugli insediamenti e l'accettazione del Piano Trump. Netanyahu potrà compiere questo gesto fondamentale per il futuro di Israele (in questo caso il contratto esclude il veto), ma non è certo che, con tutta la sua abilità, riesca a gestire la delicata fase politica che ne seguirà, con l'inevitabile aggressione palestinista e la minaccia dell'atomica iraniana. Si dice "mal comune, mezzo gaudio". Ma forse in questo caso Israele si ritroverà a rimpiangere le quarte elezioni evitate al costo di una nuova paralisi.

(Shalom, 10 maggio 2020)


«Anche l'armonia spirito-corpo fa parte della salute del singolo»

Il Governo non dovrebbe trascurare le esigenze spirituali delle collettività religiose, ciascuna con le sue specificità

di Giacomo Meingati

Il Rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma Riccardo Di Segni è intervenuto sul tema caldo del persistere, anche nella Fase 2 della lotta al Covid-19, del divieto alle funzioni religiose da parte del governo, reiterato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nel Dpcm dello scorso 26 aprile, che dava il via alla Fase 2 a partire dal 4 maggio, regolamentando questo momento transitorio di prudente convivenza con il virus. «Il governo - ha dichiarato Riccardo Di Segni in una nota - non dovrebbe trascurare le esigenze spirituali delle comunità religiose, ciascuna vista nella sua particolare specificità». L'intervento di Rav Di Segni, Rabbino capo di una tra le più importanti comunità ebraiche della Diaspora, e quindi di fatto una delle più influenti voci dell'ebraismo contemporaneo, si inserisce con tono prudente e pacato nel contesto dell'acceso confronto che ha visto nei giorni scorsi protagonisti i vescovi cattolici italiani e il governo. La Conferenza Episcopale Italiana infatti lavorava da settimane ad una delicata trattativa con il governo per ottenere la riapertura delle funzioni religiose già a partire dal 4 maggio, con l'immediata fine del lockdown e l'avvio della Fase 2.
  Dopo un confronto serrato tra la Cei e il Viminale, in un clima collaborativo di scambi di proposte tra il presidente della Cei, il Cardinale Gualtiero Bassetti, e la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, gli esiti della trattativa non avevano soddisfatto i vescovi, che non avevano tardato a far udire con forza la propria voce contrariata. «Non possiamo accettare - avevano dichiarato i vescovi - di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l'impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale». Una reazione durissima, alla quale erano seguite le parole distensive di Papa Francesco, che aveva stemperato la tensione e ribadito la necessità, in questo momento delicato, di essere prudenti ed attenersi alle disposizioni del governo e del comitato tecnico scientifico, propiziando la ripresa delle trattative e l'accordo di massima tra la Cei e il governo per la probabile ripartenza delle messe a fine mese, curva epidemiologica permettendo.
  In questo contesto si è inserito nel dialogo Riccardo Di Segni, con una posizione che auspica la ripresa delle funzioni religiose, e invita il governo a considerare l'impatto positivo che la spiritualità ha sulla salute del singolo e quindi della collettività. «La situazione sanitaria - ha detto Di Segni - è ancora allarmante, così come lo è la prospettiva di disastri economici e sociali che ne deriveranno. Abbiamo tutti l'obbligo di rispettare le regole di salute pubblica, ma andrebbe tenuto presente che l'armonia dello spirito con il corpo fa parte della salute del singolo, e quindi della collettività. Esistono modi per garantire accessi sicuri e riunioni di preghiera nel rispetto delle norme sanitarie. Il governo sta prendendo in questi giorni decisioni gravi e difficili, ma non dovrebbe trascurare le esigenze spirituali delle collettività religiose, ciascuna con le sue specificità».
  Un punto di vista autorevole quello di Riccardo Di Segni, la cui voce, sul tema della salute connessa con la spiritualità, assume una particolare rilevanza, per l'intrecciarsi nella sua figura del punto di vista del medico e della guida spirituale. Riccardo Di Segni ha infatti esercitato per oltre 40 anni la professione di medico radiologo, e alla formazione scientifica di medico abbina quella spirituale di Rabbino, composta da studi complessi che affondano le radici nella millenaria tradizione spirituale ebraica. Intervenuto in un'intervista al Tg2, il rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma ha parlato anche più in generale del momento difficile che tutto il mondo vive per il Coronavirus, e ha detto: «Non è la prima volta che l'umanità si trova di fronte ad eventi catastrofici come questo, basti pensare alle grandi epidemie del passato. La Bibbia stessa ci racconta di episodi terribili, dai quali però l'umanità si è sempre ripresa. Da questo tunnel certamente ne usciremo, dobbiamo uscirne. Sarà difficile ma lo faremo. All'indomani di questa pandemia ci sarà un nuovo mondo, tutto quanto sarà diverso, e dobbiamo conservare la speranza che questa diversità possa rivelarsi una diversità positiva».

(Il Caffè, 10 maggio 2020)


Correzioni a un articolo pro-Palestina

Riportiamo volentieri le correzioni che Emanuel Segre Amar ci ha fatto pervenire relativamente all’articolo di Global Voices "COVID-19 in Palestina: vivere tra speranza e paura” che abbiamo riportato ieri. Siamo grati di correzioni come queste, anche perché purtroppo i lettori non sufficientemente preparati ci sono, e forse si pecca di ottimismo sperando che non sia così.

L'articolo di Global Voices riporta alcune affermazioni, che qui intendo riprendere, che sono del tutto fuorvianti per un lettore non sufficientemente preparato:
    "Come potenza occupante, Israele...": Israele non è potenza occupante di nemmeno un centimetro quadrato di Gaza.
    "...Israele è stata sollecitata ... ad allentare il blocco imposto ... ed a consentire la libera circolazione di merci essenziali": da sempre le merci essenziali entrano liberamente a Gaza dalla frontiera israeliana, attraversata da centinaia di tir ogni giorno.
    "...Israele è stata gravemente colpita dal virus": Israele è una delle poche Nazioni al mondo, insieme ad Australia e alla Nuova Zelanda, ad avere avuto pochissime persone colpite dal Coronavirus (percentuali minime rispetto al numero degli abitanti).
    ..."l'iniziativa (di collaborazione medicale) è stata bloccata dal governo israeliano ": nella realtà i medici di Gaza hanno potuto incontrarsi coi medici israeliani subito dopo l'inizio dei contagi, ed hanno fornito loro tutte le principali indicazioni da seguire per affrontare al meglio la pandemia.
Credo che ai lettori sarà utile la lettura attenta dell'articolo di Franco Londei riportato subito sotto quello di Global Voices; Londei segue molto più da vicino la realtà quotidiana senza essere acciecato da un odio... politico (per non usare un altro termine).
Emanuel Segre Amar

(Notizie su Israele, 10 maggio 2020)


Gerusalemme, riapre il Muro del Pianto: tornano le preghiere

Sul grande piazzale antistante il "Kotel" riammessi i fedeli in 500 per volta, divisi in gruppi di 19. Le pietre bianche del muro sono state sanificate, i bigliettini con le preghiere e le suppliche raccolti e seppelliti nel cimitero del Monte degli Ulivi, come prevede la tradizione per i testi che contengono il nome di Dio.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - I grandi blocchi di pietra bianca che rappresentano, nella loro modesta monumentalità, il luogo di culto più simbolico per l'ebraismo, sono tornati questa settimana a custodire le preghiere di molti. Nel cuore della città vecchia di Gerusalemme, il Muro Occidentale (in ebraico "Kotel") - noto anche come il Muro del Pianto - ha riaperto al grande pubblico, nel momento in cui sono decadute in Israele le restrizioni di movimento e sono state allentate le limitazioni agli assembramenti.
  Il piazzale antistante al Kotel è di fatto la sinagoga più grande al mondo, che nei momenti più solenni arriva a ospitare anche centomila persone. La fede ai tempi del Corona invece è limitata a 500 persone a turno, a loro volta distribuite in gruppi di massimo 19 fedeli separati da alti pannelli tendati. Anche qui è richiesto il distanziamento di 2 metri tra le persone e l'obbligo di indossare le mascherine, mentre ci si raccomanda di non baciare le pietre. Accedendo all'area, più che del controllo del metal detector per le solite ragioni di sicurezza, si teme ormai il responso del termometro.
  Nella prima fase di allentamento del lockdown, dopo la Pasqua ebraica, l'accesso al Kotel era limitato solo ai residenti della città vecchia ed essendo un luogo all'aperto, il Ministero della Salute ha acconsentito ad assembramenti di massimo 10 persone, il quorum richiesto per la preghiera pubblica. Le tre preghiere quotidiane sono sempre state trasmesse online e Daniel Yom Tov, l'immancabile responsabile delle funzioni, recita ogni giorno i salmi per i malati i cui nomi vengono inviati tramite il sito internet. Ogni giorno dispone anche i bigliettini con i messaggi inviati online da tutto il mondo, non solo da ebrei, tra le fessure delle pietre millenarie di quello che fu il muro di contenimento della Spianata del Tempio, una delle opere monumentali realizzate da Erode il Grande nel I sec. a.C.
  A fine marzo, le pietre sono state sanificate e ripulite delle migliaia di bigliettini, che verranno seppelliti nel cimitero del Monte degli Ulivi, come uso fare nella religione ebraica per i testi che contengono il nome di Dio. La Spianata delle Moschee, amministrata dal Waqf giordano, è ancora chiusa ai fedeli e così pure il Santo Sepolcro, ma la previsione è che entro fine maggio riaprano i battenti. Prima del coronavirus, Israele stava registrando un boom di turisti senza precedenti (rispetto al 2017, +25% di ingressi, con l'Italia tra i paesi con l'incremento più significativo) e muoversi nella città vecchia a volte era un'impresa. Senza turisti in giro, nei vicoletti della città vecchia e nel suk si incontrano principalmente ebrei, cristiani e musulmani residenti dell'area, il cui tradizionale vestiario ha ora un elemento in comune, la mascherina, oltre a un senso di solidarietà che traspare dal sorriso degli occhi.
  Alessandra Andreoni Waldman, che vive da 18 anni in Israele ed è guida turistica in italiano, e fino a due mesi fa il chilometro quadrato che racchiude i luoghi santi era abituata a girarlo in lungo e in largo quasi ogni giorno, è tornata non appena è stato possibile con un paio di guide amiche. È stato bello constatare che durante il periodo di chiusura hanno sfruttato il tempo per manutenzione e pulizia, ristrutturando anche alcune strade malmesse" racconta. "La cosa più emozionante è stata realizzare che stavamo guardando qualcosa che non avremmo mai più visto così: normalmente affollato e caotico all'inverosimile, ora sembra un posto incontaminato. È stato come vivere un attimo nel tempo".

(la Repubblica, 9 maggio 2020)


Ambasciatore israeliano all'Onu: sistemi d'arma iraniani giunti anche sul suolo libico

GERUSALEMME - In Libia sarebbero presenti dei sistemi d'arma di fabbricazione iraniana. A denunciarlo è l'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, in un'intervista rilasciata al quotidiano "Jerusalem Post". "Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite deve prendere in considerazione l'esito della fine dell'embargo sulle armi in Iran", ha dichiarato Danon. Il prossimo ottobre il Consiglio di sicurezza deciderà se estendere o meno l'embargo sulle armi. "Il regime iraniano continua a trasferire illecitamente armi avanzate in tutta la regione, inclusa la presenza di un avanzato sistema fabbricato dall'Iran sul suolo libico", ha sottolineato il diplomatico israeliano. "Queste azioni costituiscono una violazione dell'embargo sulle armi e un divieto delle attività di costruzione di missili balistici come determinato dal Consiglio di sicurezza", ha continuato il diplomatico israeliano. "Questa è un'ulteriore prova delle ambizioni del regime iraniano per l'influenza regionale".

(Agenzia Nova, 9 maggio 2020)


Israele riapre i grandi parchi nazionali

Uno dei grandi parchi nazionali

Israele - Shivta National Park
A seguito di un importante e costante calo di casi di COVID-19, il governo israeliano ha recentemente inaugurato una nuova fase, per ritornare alla normalità al più presto, ma in tutta sicurezza. Questa nuova routine, che investirà inizialmente i mesi di maggio e giugno vedrà ripartire, seppur gradualmente, attività fondamentali come scuole, musei, negozi e imprese pubbliche e private. Da metà giugno torneranno anche cinema, teatri, ristorante e lo sport agonistico.
   Uno dei settori maggiormente coinvolti dalla riapertura è quello dei grandi parchi nazionali, con la Israel Nature and Parks Authorities che ha già lanciato un piano per la ripresa delle visite in 20 aree sotto la sua giurisdizione. Tra le aree coinvolte dal provvedimento troviamo siti di grande interesse turistico, come Cesarea, Apollonia, En Gedi, Masada, Banias e Hula.
   La riapertura dei parchi, resa possibile grazie alla stretta collaborazione con i Ministeri della Salute e del Turismo, è partita lo scorso 6 maggio e avverrà in maniera graduale, così da garantire la sicurezza e il benessere di tutti i visitatori senza nulla togliere alla loro esperienza nel parco. Ognuna delle aree coinvolte avrà una quota massima di visitatori giornaliera e sarà accessibile solo su prenotazione, in modo da rendere più semplice il monitoraggio degli ingressi e il rispetto del distanziamento sociale.
   Anche lo staff del parco prenderà tutte le precauzioni necessarie per la tutela dei visitatori: le reception sono state dotate di separatori, il personale è tenuto ad indossare mascherine e sono state installate diverse postazioni per la distribuzione di disinfettante.
   In attesa di una ripresa del turismo internazionale, gli israeliani hanno accolto con entusiasmo la riapertura ei parchi: il primo weekend è andato presto sold-out, con oltre 50.000 prenotazioni in poche ore. La settimana prossima è prevista la riapertura di altri 20 tra parchi e riserve naturali, oltre a 6-8 campeggi.
   "La riapertura dei parchi e delle riserve naturali di Israele, vero tesoro di questa nazione, rappresenta un segnale molto positivo verso il ritorno alla normalità - afferma Avital Kotzer Adari, direttrice dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo. "Ci auguriamo di poter tornare presto ad accogliere turisti da tutto il mondo e a far scoprire loro le nostre meraviglie, incantevoli sia dal punto di vista archeologico che da quello naturalistico".
   I 20 parchi e riserve attualmente aperti sono: Ma'ayan Harod, Caesarea, Yarkon-Tel Afek, Yarkon Sources, Apollonia, Bet Guvrin, Herodium Castel, En Gedi Antiquities, Masada, HaBesor Park, Banias, Snir Stream, Ayun Stream, Yehudiya, En Afek, Hula, Taninim Strram, Enot Tsukim, En Gedi, Matsok HaTsinim.
   Israele resta un Paese dagli elevatissimi standard sanitari e prenderà ogni altra misura ritenuta necessaria per tutelare la salute dei suoi cittadini e dei suoi visitatori.

(Varese7Press, 9 maggio 2020)


Adriano Olivetti è di nuovo giornalista, fu espulso dall'Ordine perché ebreo

È stato direttore della rivista «Tecnica ed Organizzazione»: nel '38 l'espulsione dall'Ordine del Piemonte per le leggi razziali

Nel gennaio del 1937 uscì il primo numero di Tecnica ed Organizzazione, rivista periodica edita dalle Edizioni di Comunità, voluta da Adriano Olivetti per dibattere sui temi e le problematiche più importanti dell'industria che, all'epoca, cercava di affermarsi sui mercati internazionali. Con diversa periodicità, questa pubblicazione proseguì fino al 1958 (gli archivi sono alla Fondazione Adriano Olivetti), ma c'è una storia in particolare legata a questo giornale. Fra i diversi direttori che si sono alternati alla sua guida ci fu anche lo stesso Olivetti, che risultò iscritto all'Ordine dei Giornalisti del Piemonte, nell'elenco speciale, fino al 1938. Quell'anno, infatti, fu espulso, insieme a tanti altri, a causa delle Leggi razziali, in quanto ebreo.

 Gli espulsi illustri
  L'elenco è piuttosto nutrito ed è stato elaborato dalla Fondazione Paolo Murialdi, dopo aver concluso un'altra ricerca sui giornalisti caduti nella Prima guerra mondiale. Fra gli espulsi più illustri c'è anche Adriano Olivetti, celebrato e considerato tra le menti più importanti della storia recente del nostro Paese, che proprio questo Paese emarginò per motivi razzisti. L'Ordine dei Giornalisti del Piemonte, due giorni fa, ha deliberato il reintegro di Olivetti e degli altri, sulla base della lista elaborata dalla Fondazione Murialdi, un gesto simbolico con un grande significato politico. Anche il Lazio ha fatto lo stesso con la propria lista. «È importante che a Roma la Fondazione Murialdi e a Torino il Centro Pestelli — commenta il presidente dell'Ordine piemontese, Alberto Sinigaglia —, oltre alla storia del giornalismo, studino quanto è capitato ai giornalisti come cittadini: caduti da soldati nella Grande Guerra; licenziati, picchiati, arrestati, deportati durante il fascismo. È giusto rendere loro onore prescindendo dai ruoli. È bene farlo nel 2020, quando speravamo sepolto per sempre il razzismo e l'odio antiebraico, che invece riappare in Europa e persino in America». Anche le altre sezioni regionali dell'Ordine potrebbero seguire l'esempio. «È bello ricordare che uno dei cacciati dall'Albo, Adriano Olivetti, era un grande italiano che, tra tanti meriti, ebbe anche quello di fondare L'Espresso, un settimanale-scuola, ideato e diretto da Arrigo Benedetti, maestro di giornalismo politico e di inchiesta».

 «Una vergogna grandissima per l'Italia»
  Ma una ventina d'anni prima (L'Espresso nacque nel 1955), la rivista Tecnica ed Organizzazione fu già una prima espressione dell'attitudine di Olivetti al confronto e al ragionamento, frutto di una cultura industriale sviluppatasi nel territorio di Ivrea. Ne ha scritto di recente anche Furio Colombo, con Maria Pace Ottieri, nel libro Il tempo di Adriano Olivetti (Edizioni di Comunità, 2019). Colombo lavorò per l'industriale piemontese e fu da lui inviato in America. «Non fu soltanto un grande della vita e della storia italiana — dice Furio Colombo — ma anche nella storia del mondo industriale contemporaneo. Furono proprio le persone come lui a essere colpite, fa effetto che si va da lui al dirigente d'azienda, fino all'impiegato d'ordine di questo o quel ramo dell'attività giornalistica. Non importava chi fosse il più grande degli italiani in quel momento, veniva tranquillamente espulso come fosse l'ultimo, in base al fatto di essere ebreo. Una vergogna grandissima per l'Italia, per questo l'iniziativa di reintegrare questi nomi appare grande e importante. È anche sensazionale, in un ritaglio della vita italiana di quel periodo ci ricorda la grandezza del delitto».

 Gli altri
  Oltre a Adriano Olivetti, sono stati reintegrati altri cinque giornalisti professionisti, tre pubblicisti, otto iscritti all'elenco speciale e tre fra dirigenti, impiegati e tipografi, con molti nomi di Gazzetta del Popolo e La Stampa. «Questa iniziativa — conclude Colombo — ci ricorda una cosa di una inciviltà immensa. Una legge firmata dal re. Ogni volta che qualcuno viene avanti a fare il saluto romano o dire che il fascismo ha fatto anche cose buone, si ricordi che quel fascista di oggi si porta addosso quella lista».

(Corriere Torino, 9 maggio 2020)



La comunione cristiana

di Dietrich Bonhoeffer

La comunione cristiana è tale per mezzo di Gesù Cristo e in Gesù Cristo. Ogni comunione cristiana non è né più né meno di questo. Solo questo è la comunione cristiana, si tratti di un unico, breve incontro, o di una realtà quotidiana perdurante negli anni. Apparteniamo gli uni agli altri solo per e in Gesù Cristo.
Che significa ciò?

In primo luogo, significa che un cristiano ha bisogno dell'altro a causa di Gesù Cristo.
In secondo luogo, che un cristiano si avvicina all'altro solo per mezzo di Gesù Cristo.
In terzo luogo, significa che fin dall'eternità siamo stati eletti in Gesù Cristo, da lui accolti nel tempo e resi una cosa sola per l'eternità.

Sul primo punto: è cristiano chi non cerca più salute, salvezza e giustizia in se stesso, ma solo in Gesù Cristo. Il cristiano sa che la Parola di Dio in Gesù Cristo lo accusa, anche se non ha alcun sentore di una propria colpa, e che la Parola di Dio in Gesù Cristo lo assolve e lo giustifica, anche se non ha alcun sentimento di una propria giustizia. Il cristiano non vive più fondandosi su se stesso, non vive dell'accusa o della giustificazione di cui è egli stesso soggetto, ma dell'accusa e della giustificazione di Dio. Vive interamente della Parola di Dio pronunciata su di lui, della sottomissione al giudizio di Dio nella fede, sia che questo lo dichiari colpevole sia che lo dichiari giusto. Morte e vita del cristiano non sono circoscritte dentro di lui, ma si ritrovano solo nella Parola che sopraggiunge dal di fuori, nella Parola che Dio gli rivolge. In questi termini si esprimono i Riformatori: la nostra giustizia è una «giustizia estranea», una giustizia che ci viene fuori di noi. Hanno inteso dire che il cristiano può contare solo sulla Parola di Dio che gli viene detta. Egli si orienta verso qualcosa di esterno, la Parola che gli sopraggiunge. Il cristiano vive interamente della verità della Parola di Dio in Gesù Cristo. Se gli si chiede: dov'è la tua salvezza, la tua beatitudine, la tua giustizia?, non può mai indicare se stesso, ma la Parola di Dio in Gesù Cristo, da cui gli viene salvezza, beatitudine, giustizia. Egli cerca sempre questa Parola, in tutti i modi. La fame e la sete continua di giustizia lo spingono a desiderare continuamente la Parola redentrice. Essa può venire solo da fuori. Preso a sé egli è povero e morto. Da fuori deve venire l'aiuto, ed in effetti è venuto e viene ogni giorno di nuovo nella Parola di Gesù Cristo, che ci dà la redenzione, la giustizia, l'innocenza e la beatitudine. Ma Dio ha messo questa Parola in bocca ad uomini, per consentire che essa venga trasmessa fra gli uomini. Se un uomo ne viene colpito, la ridice all'altro. Dio ha voluto che cerchiamo e troviamo la sua Parola viva nella testimonianza del fratello, in bocca ad uomini. Per questo il cristiano ha bisogno degli altri cristiani che dicano a lui la Parola di Dio, ne ha bisogno ogni volta che si trova incerto e scoraggiato; da solo infatti non può cavarsela, senza ingannare se stesso sulla verità. Ha bisogno del fratello che gli porti e gli annunci la Parola divina di salvezza. Ha bisogno del fratello solo a causa di Gesù Cristo. Il Cristo nel mio cuore è più debole del Cristo nella parola del fratello; il primo è incerto, il secondo è certo. Quindi è chiaro lo scopo della comunione dei cristiani: essi si incontrano gli uni gli altri come latori del messaggio di salvezza. In questo senso Dio fa in modo che si trovino insieme e dona loro la comunione. Questa si fonda solo in Gesù Cristo e nella «giustizia estranea». Potremmo dunque dire: il messaggio della giustificazione dell'uomo per sola grazia, che ci viene dalla Bibbia e dai Riformatori, fa nascere la comunione dei cristiani, è il solo fondamento del desiderio cristiano di ritrovarsi insieme.

Sul secondo punto: un cristiano si avvicina all'altro solo per mezzo di Gesù Cristo. Fra gli uomini c'è conflitto. «Egli è la nostra pace» (Efesini 2,14), dice Paolo a proposito di Gesù Cristo, in cui la vecchia umanità dilacerata ha trovato la propria unità. Senza Cristo non c'è pace tra Dio e gli uomini, non c'è pace tra uomo e uomo. Cristo si è posto come mediatore e ha fatto pace con Dio e in mezzo agli uomini. Senza Cristo, non conosceremmo Dio, non potremmo invocarlo o giungere a lui. E senza Cristo non potremmo conoscere neppure il fratello né accostarci a lui. E il nostro stesso io a sbarrarci la strada. Cristo ha aperto la strada che conduce a Dio e al fratello.
Ora i cristiani possono vivere in pace tra loro, possono amarsi e servirsi reciprocamente, possono diventare una cosa sola. Ma sempre e solo per mezzo di Cristo. Solo in Gesù Cristo siamo una cosa sola, solo per suo mezzo siamo reciprocamente legati. Egli resta in eterno l'unico mediatore.

Sul terzo punto: il Figlio di Dio, nell'incarnarsi, per pura grazia ha assunto il nostro essere, la nostra natura, ha assunto noi stessi veracemente, fisicamente. Questo era l'eterno decreto del Dio trinitario. Ora noi siamo in lui. Dove egli è, porta la nostra carne, ciò che noi siamo. Dove è lui, lì siamo anche noi, nell'incarnazione, sulla croce e nella risurrezione. Apparteniamo a lui, perché in lui siamo. Per questa ragione la Scrittura ci chiama corpo di Cristo. Se dunque prima di saperlo o di essere in grado di volere qualcosa di simile, siamo eletti e accolti in Gesù Cristo, noi e tutta la comunità, allora apparteniamo tutti insieme a lui in eterno. Noi che viviamo qui nella sua comunione, un giorno saremo presso di lui in comunione eterna. Chi guarda il suo fratello, deve sapere che sarà unito a lui in eterno in Gesù Cristo. La comunione cristiana è comunione per e in Gesù Cristo. Questa è la premessa su cui si fonda ogni prescrizione o regola della Scrittura per la vita comune dei cristiani.

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Dal momento che la comunione cristiana è fondata solo in Gesù Cristo, si tratta di una realtà pneumatica e non della psiche. Questo è l'elemento che la distingue nettamente da tutte le altre forme di comunione. La sacra Scrittura definisce pneumatico, cioè «spirituale», ciò che è creato solo dallo Spirito santo, il quale fa entrare nel nostro cuore Gesù Cristo Signore e Salvatore. Nella Scrittura si chiama invece psichico, cioè «proprio dell'anima umana», tutto ciò che viene dai naturali impulsi, dalle risorse e disposizioni dell'anima umana.
  II fondamento di ogni realtà pneumatica è la Parola di Dio, chiara e manifesta in Gesù Cristo. Il fondamento di ogni realtà psichica è l'oscurità impenetrabile degli impulsi e dei desideri dell'anima umana. II fondamento della comunione spirituale è la verità, il fondamento della comunione psichica è la brama. L'essenza della comunione spirituale è la luce - infatti «Dio è luce e tenebra alcuna non è in lui» (1 Giovanni 1,5), per cui «se camminiamo nella luce, come egli stesso è nella luce, noi siamo in comunione scambievole» (ibid. 1,7). L'essenza della comunione psichica è oscurità infatti «dal di dentro, dal cuore dell'uomo, escono i cattivi pensieri» (Marco 7,21). E' a notte profonda che si stende sulle origini di qualsiasi azione umana, anche e soprattutto sugli impulsi nobili e religiosi. La comunione spirituale è costituita da chi è stato chiamato da Cristo, la comunione psichica dalle anime devote. Nella comunione spirituale vive il limpido amore del servizio fraterno, l'agape; nella comunione psichica arde il torbido amore dell'impulso pio, ma in realtà empio, l'eros; nella prima si ha un servizio fraterno ordinato, nella seconda un disordinato desiderio di godere di questa comunione; nella prima l'umile sottomissione al fratello, nella seconda la superba sottomissione del fratello ai propri desideri, pur nell'apparenza dell'umiltà. Nella comunione spirituale è solo la Parola di Dio che governa, nella comunione psichica essa è affiancata dall'uomo dotato di particolari risorse, ricco di esperienze, capace di esercitare una suggestione quasi magica. Nella prima l'unico elemento vincolante è la Parola di Dio, nella seconda ci sono anche degli uomini che legano a sé gli altri. Nella prima si rimette allo Spirito santo ogni potere, onore e dominio, nella seconda si cerca e si alimenta una sfera personale di potere e di influenza: certamente, finché si tratta di persone devote, l'intento è quello di servire la causa dell'Altissimo e del massimo bene, ma in effetti non si fa che togliere allo Spirito santo il suo ruolo centrale e renderlo inefficace, tenendolo a distanza. Qui in effetti si sente solo l'efficacia dell'elemento psichico. Se nel primo caso domina lo Spirito, qui invece si ha la psicotecnica, il metodo; nel primo, l'amore senza artificio, pre-psicologico, pre-metodico, mosso solo dall'intento di essere disponibili al fratello; nel secondo, l'analisi e la costruzione psicologica; nel primo il servizio umile, semplice al fratello, nel secondo la manipolazione dell'estraneo, con intento indagatore e calcolatore.

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Tra me e l'altro c'è Cristo, perciò non posso aspirare ad una comunione immediata con l'altro. Solo Cristo ha potuto parlarmi in modo da venirmi in aiuto; per la stessa ragione anche l'altro può ricevere soccorso solo da Cristo. Il che significa risparmiare all'altro tutti i miei tentativi di condizionarlo, di costringerlo, di dominarlo con il mio amore. Senza dipendere da me, l'altro vuol essere amato per come è, vale a dire come uno a vantaggio del quale Cristo si è fatto uomo, è morto ed è risorto, ha conseguito la remissione dei peccati e ha preparato una vita eterna. Cristo è intervenuto in modo decisivo nei confronti del mio fratello, ben prima che io potessi iniziare ad agire, per cui non posso che ritirarmi, lasciando il fratello a disposizione di Cristo, e incontrandolo solo per quello che è già in Cristo. E' questo il senso del dire che l'altro si può incontrare solo nella mediazione di Cristo. L'amore psichico si fa una propria immagine dell'altro, di ciò che è e di ciò che dovrà essere. Prende la vita dell'altro nelle proprie mani. L'amore spirituale trae da Gesù Cristo la vera immagine dell'altro, cioè l'immagine su cui Gesù Cristo ha lasciato e vuole lasciare la propria impronta.
  Perciò l'amore spirituale si dimostra nel fatto di affidare a Cristo l'altro, qualunque cosa dica o faccia. Non cercherà di suscitare emozioni psichiche nell'altro, intervenendo in modo troppo personale e immediato, ingerendosi scorrettamente nella vita dell'altro, non si compiacerà di un eccessivo entusiasmo devozionale di natura psichica, ma porterà all'altro nell'incontro la limpida Parola di Dio, e sarà pronto a lasciarlo a lungo solo con questa Parola, sarà pronto a congedarsi da lui, in modo da consentire l'intervento di Cristo in lui. Ci sarà rispetto del limite, che Cristo ha posto fra noi e l'altro, e la piena comunione sarà trovata in Cristo, l'unico legame che si stabilisce fra noi e ci unifica. Per cui sarà preferibile parlare con Cristo del fratello che non parlare col fratello di Cristo. L'amore è consapevole che la via più breve verso l'altro passa attraverso la preghiera a Cristo, e che l'amore per l'altro dipende interamente dalla verità in Cristo. E' nella prospettiva di questo amore che Giovanni dice: «Non ho gioia più grande che sapere come i miei figli camminino nella verità» (3 Giovanni 4).

(Da "La vita comune" di Dietrich Bonhoeffer)

 


Coronavirus, come gli israeliani hanno contenuto la pandemia (finora)

di Giuliano Longo

La risposta alla domanda del titolo la dà David Horovitz su Times of Israel del 30 aprile scorso, riportato dal periodico on line di informazione Israele.net. A ben vedere anche se è presto per nutrire entusiasmi, ad oggi i dati della pandemia in Israele registrano 16409 casi positivi di cui attivi 5157 mentre i guariti sono 11.007, ma sorprendente (senza nulla togliere alla tragedia di questi eventi) è il numero dei decessi, 245.
   "Come mai Israele è riuscito a contenere in maniera così efficace il coronavirus? - si domandava Gabriele Genah nella rassegna-stampa del Corriere della Sera del 5 maggio -. Come è possibile che in una nazione di nove milioni di abitanti siano decedute meno di 250 persone mentre a New York, che ha più o meno la stessa popolazione, i morti sono circa 18mila?".
   David Horovitz così risponde su Times of Israel: "Eppure siamo gente abituata a scambiare baci e abbracci e i flussi turistici non erano proporzionalmente molto meno massicci da noi che in paesi come Italia, Spagna e Regno Unito". Anzi, prosegue, "la Svezia che ha scelto un approccio radicalmente meno interventista, ha circa 10 volte più morti di Israele su una popolazione di 10 milioni solo leggermente più grande di quella israeliana. Il Belgio, con 11 milioni di abitanti, ha 34 volte più vittime di Israele. Gli Stati Uniti, con 36 volte la popolazione d'Israele, hanno avuto quasi 300 volte più morti".
   Tre sono le ipotesi che vengono avanzate: la rapidità nel prendere le misure di contenimento quando ancora non c'erano focolai significativi nel paese, le prestazioni del servizio sanitario nazionale e il comportamento della popolazione.
   Su quest'ultimo aspetto Micah D. Halpern sul Jerusalem Post del 29 aprile fa notare che la popolazione ha seguito e rispettato alla lettera le indicazioni del governo "perché gli israeliani sono abituati, loro malgrado, alle crisi nazionali (basterebbe ricordare le maschere anti-gas e le stanze sigillate durante la guerra del Golfo del 1991)".
   Va aggiunto che in Israele la sicurezza "è da sempre presa molto sul serio" e chi non segue i protocolli sanitari viene segnalato, mentre dove il buon senso non arriva, ci pensano i servizi segreti. Infatti secondo l'articolo riportato da Israele.net, lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, usa le proprie risorse tecnologiche per tracciare i potenziali vettori del virus. Una scelta che ha suscitato una serrata discussione sul confine fra sicurezza e privacy, anche se la Corte Suprema ha concesso una proroga di altre tre settimane per queste tecniche di tracciamento.
   Poi c'è il numero di test effettuati, ad oggi circa 250mila, di cui 100mila in postazioni drive-in sparse per il paese, 90mila in appartamenti privati e le restanti su postazioni drive-in e oggi si attuano altre misure quali il monitoraggio delle acque di scarico di tutto il Paese per controllare la presenza del virus prevenendo un'eventuale seconda ondata.
    Horovitz realisticamente osserva che anche in Israele tutto questo ha comportato un altissimo costo in termini di tracollo economico e di impatto sulla salute mentale delle persone, tanto che in un'intervista televisiva di qualche giorno fa è stato chiesto a Moshe Bar Siman-Tov, direttore generale del Ministero della sanità, se Israele non avesse reagito in modo eccessivo. La risposta è stata "possiamo fare un controllo molto semplice. Eravamo arrivati a un ritmo in cui il numero di nuovi malati raddoppiava ogni tre giorni. A un certo punto, in un solo giorno il numero di pazienti gravemente malati è aumentato del 50%. Se questa tendenza fosse continuata, oggi avremmo più di 600.000 malati, di cui oltre 10.000 bisognosi di ventilatore, e molte migliaia di persone sarebbero morte".
   "Dopo due mesi di chiusure e restrizioni - riflette l'editoriale del Jerusalem Post del 5 maggio - Israele sembra finalmente tornare a una parvenza di normalità", ma fa notare che la popolazione e l'esercito sono addestrati ad affrontare tutti gli scenari che potrebbero cogliere il paese di sorpresa, come attacchi aerei o terremoti. Addirittura "il Comando Fronte Interno delle Forze di Difesa israeliane - prosegue l'editoriale - istruisce costantemente le persone su come trovare il rifugio più vicino in caso di attacco missilistico. Anche gli edifici sottoposti al piano edilizio nazionale chiamato Tama 38, volto a rafforzare le strutture in vista di terremoti, fanno ormai parte del paesaggio israeliano. Eravamo pronti quasi a tutto. Ma non a una pandemia".
   Insomma detta così abbiamo a che fare con un sistema di prevenzione e sicurezza collaudato ormai nei decenni dalla fondazione dello stato di Israele, eppure anche lì sono stati colti di sorpresa e hanno avuto carenze di forniture mediche, di equipaggiamenti protettivi, di medici e paramedici. "Non dimentichiamoci - prosegue il Jerusalem Post - che sono dovuti intervenire il Mossad (servizio di sicurezza Israeliano, ndr) e le unità d'élite dell'esercito per procurare mascherine e ventilatori".
   Israle.net riporta anche le dichiarazioni del direttore del Ministero della salute, Moshe Bar Siman-Tov al New York Times del 5 maggio, secondo il quale Israele per affrontare la seconda ondata sta avviando un massiccio programma da 100mila test sierologici sugli anticorpi per l'immunità da Covid-19, ma ha aggiunto "non possiamo presumere che non ci sarà una prossima ondata e che non sia in pieno inverno". Se poi il virus dovesse mutare, aggiunge Bar Siman-Tov, "i 2,4 milioni di test sugli anticorpi ordinati agli Stati Uniti e all'Italia potrebbero non avere valore".
   Il quotidiano economico israeliano Calcalist del 6 maggio riferisce che il Ministero della sanità si sta attrezzando per una situazione che potrebbe comportare 3.000 pazienti sottoposti a ventilazione, facendo scorte e aggiornando le unità di terapia intensiva sulla base di finanziamenti che il Tesoro deve ancora approvare.
   "Dobbiamo essere pronti per la prossima ondata e sfruttare in modo proattivo il tempo che abbiamo per sistemare le cose al meglio possibile", ha scritto Bar Siman-Tov in una lettera al consigliere per la sicurezza nazionale Meir Ben Shabbat, perché aggiungiamo noi, si può essere diligenti, organizzati, preparati ed efficienti, ma la "bestia" del Coronavirus fa ancora paura in tutto il mondo.

(Cinque Quotidiano, 8 maggio 2020)


Israele, le due anime e il nuovo governo. Una chiacchierata con Assaf Gavron

Lo scrittore racconta i suoi dubbi sul deal of the century di Trump e come si può imparare la convivenza, anche attraverso un videogioco

di Chiara Clausi

Assaf Gavron
Al mattino Tel Aviv è accarezzata dal sole e la sua luce bianca fa brillare il cielo e le fronde degli alberi lungo King George Street. E' un susseguirsi di negozietti e caffè come il Little Prince bookstore, dove si trovano libri usati in ebraico e inglese. Henry Miller, Amos Oz, Ken Follett, Etgar Keret. Più avanti il Carmel market è un tripudio di colori, verdure, frutta, abiti, spezie, mandorle, noci, datteri. Poco distante si incrocia Marshall Street, quartiere residenziale di villette e giardini nel cuore della città. Platani e pini percorrono la lunga stradina stretta e appartata, e non c'è nessuna macchina a disturbare l'isola di pace, una bolla fuori dal tempo. E' al Caffè Louis che ci aspetta lo scrittore israeliano Assaf Gavron. "Tel Aviv è il mio linguaggio, la mia vita, la mia cultura, il suo cibo mi appartiene, è la mia speranza - esordisce - Ho vissuto a Londra, negli Stati Uniti, a Vancouver, a Berlino, ho il passaporto inglese, ma soltanto qui mi sento a casa".
  Ma Israele ha molte anime. "Lo spirito pionieristico è stato essenziale per creare lo stato. I miei genitori sono emigrati dalla Gran Bretagna, hanno vissuto in un kibbutz nel deserto di Arad. Però ora siamo oltre. Israele ha una grande economia, è una forza militare. E' liberale, occidentale, aperta". Ma c'è anche un'altra realtà. "La West Bank, selvaggia, una nuova frontiera. Come negli Stati Uniti quando i bianchi occupavano la terra degli indiani. Una terra senza legge, dove rischi tutti i giorni di essere ammazzato".
  E al centro di questi due mondi opposti c'è Gerusalemme, che ogni israeliano "porta con sé ovunque vada". "Incroci la storia ovunque, ma è una città impossibile per la tensione tra gli arabi e gli ultrareligiosi. E' divisa, contraddittoria, è una città assurda". Come le ultime elezioni, che ancora una volta hanno diviso il paese e hanno portato a un governo di unità nazionale. Gerusalemme conservatrice per Benjamin Netanyahu e Tel Aviv liberal più vicina a Benny Gantz. Ma Gavron non è ottimista. "L'idea di un governo di coalizione a causa dell'emergenza coronavirus non è una cattiva idea, anche se è partorita da ragioni non pure, ma opportunistiche". Questo nuovo governo di cui Netanyahu sarà premier per diciotto mesi e poi toccherà a Gantz prendere la guida del paese, dovrà affrontare la questione del piano di pace americano, che per Gavron è "ridicolo, è fondamentalmente il piano 'israeliano' e impossibile da implementare".
  Il deal of the century è un accordo irrealizzabile, per lo scrittore, e forse serve più fantasia per superare le divisioni. Per questo Gavron è anche tra gli ideatori del video game "Peacemaker". "Ogni giocatore può essere una parte: israeliana o palestinese, gli Stati Uniti o i terroristi. Il messaggio è che siamo in un conflitto complesso e per risolverlo dobbiamo guardare a tutte le parti in gioco con gli occhi dell'altro". E' noto infatti il piacere tutto ebraico per la disputa e lo humor. "Abbiamo molti detti e barzellette sulle nostre divisioni, per esempio: se ci sono due ebrei nel deserto è sicuro che ci saranno almeno due sinagoghe - ricorda Gavron divertito -. Oppure, dove vivono due ebrei ci saranno almeno tre opinioni. E dove ci saranno tre di loro, Dio ci salvi!".
  Questo è lo spirito di Israele e ne fa un mondo poliedrico. "Io combatto contro ogni semplificazione, sono contro il bianco e il nero, contro chi chiude gli occhi di fronte a chi ha idee opposte alle proprie". E' un grande pericolo una visione ultrareligiosa. "Sono contro chi pensa di essere sempre dalla parte giusta. Amo la mia cultura, ma sono contro ogni fanatismo". Poi ricorda un altro proverbio ebraico: gli occhi vedono e le orecchie sentono e tutte le azioni sono segnate. "Significa tutto è registrato da Dio e lui decide su tutto, cosa decidono le persone invece non ha alcuna importanza. E' un'idea molto pericolosa".
  Ma Gavron non è solo uno scrittore, è una personalità sorprendente. Da 30 anni fa parte della band Mouth and Foot con due amici. "Nei testi parlo di amore, politica, ci sono pezzi divertenti con molti nonsense e humor, è un lavoro creativo interessante perché è fatto con la collaborazione di altre persone". Ma la sua grande passione è la letteratura. "Io non voglio insegnare nulla con i miei libri, scrivo per capire. Non pretendo di conoscere il futuro anche quando scrivo di mondi possibili, vorrei far riflettere i lettori su dove stiamo andando. Nel mio libro Idromania affronto il problema dell'approvvigionamento dell'acqua così importante per Israele, al centro di molti conflitti con i palestinesi. Cosa ci sarà quando gli Stati Uniti non saranno così potenti e la Cina diventerà sempre più pervasiva? Mi chiedo".
  Poi Gavron rivela il suo amore per Philip Roth. "I suoi libri sono pieni di humor ebraico, mentre penso che Jonathan Safran Foer abbia del talento, ma non lo sento vicino, nel suo libro Eccomi trovo che non abbia saputo raccontare bene Israele, forse perché più vicino alla cultura ebraica americana". Ora è impegnato in due nuovi lavori. "Una storia su una possibile realtà post-capitalista e una serie tv storica sul '47". Poi parla di sé. "Sono simile ad un pastore che espande i suoi orizzonti, ama viaggiare, imparare tutti i giorni. Ma ho voglia anche di stare nel mio angolo con le persone che mi piacciono". E cosa vede nel futuro? "La storia è sostanzialmente un progresso. Spero che il mondo diventi un posto in cui anche persone che non si amano possano finalmente vivere insieme".

(Il Foglio, 9 maggio 2020)


COVID-19 in Palestina: vivere tra speranza e paura

Orgoglio palestinese a Gaza
La Striscia di Gaza, un territorio palestinese sovrappopolato e povero governato dai leader di Hamas, si trova in una situazione particolarmente delicata con la pandemia di COVID-19. Anche la Cisgiordania, dove l'Autorità Nazionale Palestinese esercita il potere sotto la guida di Abu Mazen, versa in condizioni simili.
  Ciò che rende la situazione particolarmente preoccupante in entrambi i luoghi sono l'elevata concentrazione della popolazione e possibilità economiche molto limitate.
  Il 5 marzo 2020 la Cisgiordania ha registrato i primi casi di COVID-19. Il 30 aprile il numero di casi è salito a 340 e le morti a 2.
  Il 22 marzo, la segnalazione nella Striscia di Gaza di 2 casi riguardanti persone di ritorno dal Pakistan ha paventato una potenziale crisi umanitaria. Il 30 aprile il numero dei casi ha raggiunto quota 12 aumentando la paura di diffusione del virus, anche se fino ad allora non erano stati registrati morti.
  Le autorità locali hanno adottato misure rapide e dirette a rallentare la diffusione del virus. Con l'aumento dei casi riportati nella vicina Israele sono stati vietati gli assembramenti. Il Ministero della Salute ha esortato gli abitanti di Gaza ad indossare le mascherine, sebbene non ne abbia imposto l'uso.
  Le autorità hanno anche introdotto un divieto parziale per i viaggi e da fine marzo chiunque ritorni a Gaza è tenuto a mettersi in quarantena per 21 giorni. Per attuare questa politica, sono stati predisposti centri improvvisati destinati alla quarantena per accogliere chi rientra nel paese:
  Le autorità palestinesi hanno chiuso tutte le moschee e imposto misure di distanziamento sociale. Il 23 aprile un palestinese è stato condannato a sei mesi di reclusione per aver violato i provvedimenti restrittivi.
  Secondo le autorità palestinesi, in Cisgiordania i lavoratori di ritorno da Israele costituiscono la principale fonte di infezione e rappresentano almeno un terzo dei casi riportati. Circa 150.000 lavoratori palestinesi sono ritornati nei territori palestinesi e si sono messi in quarantena.
  Con l'inizio del mese sacro del Ramadan, il 24 aprile 8000 lavoratori hanno attraversato la frontiera di ritorno da Israele destando preoccupazioni in merito a possibili casi non riportati. Le autorità locali hanno adottato misure restrittive per limitare gli spostamenti e imposto due settimane di quarantena per chiunque attraversi il confine con Israele.
  Molti lavoratori si sono trovati all'improvviso senza lavoro a causa delle misure entrate in vigore e della chiusura delle attività. Ciò ha avuto un impatto diretto sul tasso di povertà nei territori. Secondo le autorità locali, 53.000 palestinesi sono finiti sotto la soglia della povertà da quando il 29 marzo il presidente dell'Autorità Palestinese Abu Mazen ha dichiarato lo stato d'emergenza.
  A destare preoccupazioni sono le zone più povere a causa dell'elevata densità abitativa. Nella Striscia di Gaza 2 milioni di abitanti sono distribuiti su un'area di 300 chilometri. Nella città di Jabaliyah, per esempio, 115.000 persone sono concentrate in una zona di 1 x 2 chilometri. Circa l'80% della popolazione dipende da aiuti esteri e si stima che il tasso di disoccupazione si aggiri intorno al 40%.
  Un abitante di Gaza commenta la gravità della situazione: «Di solito riceviamo fondi, donazioni e cibo, ma quest'anno sarà diverso a causa del COVID».
  Il personale sanitario locale è anche preoccupato per la mancanza di attrezzature per far fronte ad un potenziale focolaio. Un operatore sanitario che lavora a Gaza riferisce: Non abbiamo abbastanza ospedali o posti letto nell'unità di terapia intensiva o ventilatori. Questi sono i fatti.
  La mancanza di attrezzatura medica è particolarmente evidente a Gaza, dove i ventilatori sono meno di 100, gli ospedali limitati e mancano letti in terapia intensiva. Secondo le autorità locali, Gaza ha circa 120 posti letto, ma la maggior parte è occupata da pazienti non affetti da COVID-19.
  In una conferenza stampa, le autorità locali hanno fatto appello alla comunità internazionale affinché si assicuri che Israele fornisca dispositivi di protezione individuale e medicinali. L'elettricità di solito è disponibile per metà giornata e ciò costituisce un limite per l'attività degli ospedali.

 Colmare le lacune portate alla luce dal COVID-19
  L'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) ha intrapreso diverse azioni per colmare le lacune emerse con la pandemia. Il primo aprile l'UNRWA ha iniziato ad effettuare consegne a domicilio di aiuti alimentari a 240.000 famiglie.
  Il 14 aprile, le autorità palestinesi hanno lanciato un piano di soccorso per le famiglie povere in parte fondato dall'Unione Europea che prevede la distribuzione di 134 sicli (38.30 dollari) a persona. Adnan Abu
 
Centro destinato alla quarantena per coronavirus costruito a Gaza
Hasna, un portavoce dell'UNRWA a Gaza, ha spiegato che è stato richiesto un fondo d'emergenza di 14 milioni di dollari per combattere il coronavirus nei 58 campi profughi palestinesi, ma finora solo il 30% dell'importo è stato garantito.
   Una compagnia palestinese con sede a Gaza ha iniziato a produrre mascherine e attrezzatura medica lo scorso mese. Il 7 aprile l'azienda aveva realizzato 150.000 maschere e 5.000 camici. La distribuzione locale è stata rapidamente estesa alla Cisgiordania e ora la compagnia sta vendendo mascherine direttamente ad Israele, che ne è diventato il principale acquirente.
  Sempre a Gaza la startup Tashkeel 3D ha prodotto centinaia di visiere mediche utilizzando stampanti 3D. Inoltre, le richieste da parte dei ristoratori alle autorità locali sono state accolte e ai ristoranti è stato concesso di riaprire il 29 aprile a patto che vengano rispettate le regole di distanziamento sociale.

 Un barlume di speranza
  Durante la crisi non è passata inosservata la collaborazione fra le autorità israeliane e palestinesi. Il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Nikolay Mladenov, ha recentemente sottolineato che l'emergenza di COVID-19 costituisce un "esempio virtuoso di cooperazione che va oltre le linee di conflitto".
  Come potenza occupante, Israele è stata sollecitata da organizzazioni non governative internazionali e organizzazioni locali ad allentare il blocco imposto sui kit per l'igiene e a consentire la libera circolazione di merci essenziali.
  Con circa 15.147 casi e 198 morti registrati, Israele è stata gravemente colpita dal virus e si prepara per una potenziale seconda ondata proveniente direttamente dalla Cisgiordania o dalla Striscia di Gaza.
  Il 15 aprile, il ministro delle finanze israeliano, Moshe Kahlon, ha promesso un prestito finanziario ai territori palestinesi per aiutarli «a far fronte alla crisi». Le autorità stanno analizzando le misure in vigore insieme alle Nazioni Unite per garantire che le entrate concesse dalle autorità israeliane non scendano sotto i 137 milioni di dollari nei prossimi quattro mesi.
  Il 12 aprile l'esercito israeliano ha introdotto dei test nel laboratorio militare Tzirfin per gli abitanti di Gaza. Tuttavia, a causa della mancanza di coordinamento, l'iniziativa è stata bloccata dal governo israeliano.
  Esempi di cooperazione non nascondono le tensioni incombenti fra i due governi.
  Il 21 aprile, il nuovo governo israeliano ha ufficialmente reso nota la sua volontà di iniziare il processo di annessione della Cisgiordania. Le autorità palestinesi hanno risposto minacciando di cancellare gli accordi bilaterali fra i due paesi.
  Le autorità di Hamas che amministrano la Striscia di Gaza hanno anche dichiarato che se non riceveranno l'attrezzatura medica necessaria, 6 milioni di israeliani "smetteranno di respirare".
  Un deterioramento della situazione politica potrebbe ripercuotersi negativamente sull'emergenza del COVID-19 ed avere un impatto sui civili di entrambi i territori. Gli abitanti di Israele e Palestina vivono ora in equilibrio precario fra speranza e paura.

(Global Voices, 8 maggio 2020)


Come il COVID-19 ha sepolto definitivamente Abu Mazen

di Franco Londei

Fortunatamente la tempesta scatenata dal virus cinese COVID-19 in Medio Oriente non sembra aver determinato gli sconvolgimenti che si temevano.
Se si esclude l'Iran e in parte Israele, gli altri Paesi mediorientali sembrano aver attraversato la tempesta senza troppi danni.
Tuttavia c'è almeno una vittima eccellente tra quelle fatte, seppur indirettamente, dal COVID-19. È Abu Mazen (Mahmud Abbas), il Presidente della Autorità Nazionale Palestinese (ANP).
Intendiamoci, fisicamente il vecchio Presidente palestinese sta benissimo (salvo qualche acciacco dovuto all'età). È politicamente che forse finalmente potremo vedere la parola "FINE" al lungo regime del successore di Arafat.
Abu Mazen ha fatto un errore imperdonabile quando ha cercato, come fa sempre, di alimentare odio verso Israele sostenendo che gli israeliani stavano diffondendo deliberatamente il virus in Giudea e Samaria.
Questa volta gli è andata malissimo, bocciato in questo tentativo dal suo stesso popolo che ha capito non solo l'assurdità delle accuse, ma anche che il vecchio rais stava compromettendo gli aiuti israeliani ai colpiti dal virus.
Per un po' lo hanno seguito anche i suoi fedelissimi, come il Primo Ministro palestinese Mohammad Shtayyeh, salvo poi abbandonare precipitosamente queste assurde calunnie e scegliere, a dispetto di quanto avrebbe voluto Abu Mazen, di collaborare con le autorità israeliane.
Ne è venuta fuori una collaborazione mai vista prima dove la popolazione palestinese si è affidata diligentemente ai propri dirigenti e ai propri servizi di sicurezza appoggiati da quelli israeliani.
La cosa stupefacente è che tutto è filato liscio come l'olio. Anche il controllo sui malati e sui regimi di quarantena affidati agli israeliani non hanno suscitato alcuna reazione da parte della gente palestinese. Al contrario, hanno visto una collaborazione mai vista prima.
E così Abu Mazen si è letteralmente eclissato, se si fa eccezione per un paio di inutili comparsate. La dirigenza palestinese ha dimostrato di poter fare a meno tranquillamente del vecchio rais, anzi, ne ha fatto proprio a meno dimostrando che non è affatto vero che dopo Abu Mazen c'è il nulla oppure c'è il regime di Hamas come nella Striscia di Gaza. Sono riusciti a resistere anche a una banda di pericolosi fanatici che non accettavano la chiusura delle moschee come mezzo di prevenzione.
In queste ore Abu Mazen sa cercando di riprendere "visibilità" attaccando a man bassa l'idea israeliana di annettere gli insediamenti in Giudea e Samaria, ma sta incontrando l'indifferenza della gente che ormai ha capito la sua totale inutilità e persino quanto il vecchio rais possa essere nocivo persino alla stessa causa palestinese.
Rimane purtroppo l'Europa a sostenere questo che è a tutti gli effetti un regime che dura ormai dal 2005 e che in tutti questi anni non ha fatto nulla di concreto per migliorare le condizioni di vita palestinesi.

(Rights Reporters, 9 maggio 2020)


A Noemi Di Segni il Premio Exodus 2020

Menzione speciale a Daniele Tommaso, autore del documentario 'Terra Promessa'. La cerimonia rimandata in autunno.

 
Noemi Di Segni
LA SPEZIA - A Noemi Di Segni, prima donna presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, il Premio Exodus 2020. "Ricevere il Premio Exodus è stato un grande onore - afferma la stessa premiata - , per questo ringrazio il sindaco Pierluigi Peracchini e tutta la città della Spezia. Questo importante riconoscimento è stato negli anni assegnato a personalità di chiara fama, che hanno saputo diffondere i valori della solidarietà e dell'amicizia tra i popoli, proseguendo idealmente l'agire illuminato di quei cittadini spezzini che subito dopo la guerra scelsero di soccorrere e sostenere i superstiti della Shoah, che anelavano di raggiungere la Terra d'Israele. È dunque con grande sorpresa e commozione che ho appreso di ricevere questo riconoscimento e anche forti delle tante iniziative organizzate insieme in questi anni, con l'Ucei e le Comunità ebraiche e con le autorità e istituzioni israeliane; e ci auguriamo che queste relazioni possano sempre più crescere e fortificarsi". A causa dell'emergenza Coronavirus, la premiazione e gli eventi ad essa collegati saranno rinviati in autunno: quel giorno sarà proiettato parte del film di Daniele Tommaso, 'Terra Promessa', presentato il libro di Massimo Minella 'Campo 52. Pian di Coreglia 1941-1944' e presentato un focus storico su Exodus, mentre Noemi Di Segni terrà una lectio magistralis.
   "Il Premio Exodus è parte del nostro Dna cittadino, e anche in un momento di difficoltà come questo non lo abbiamo dimenticato - dichiara Peracchini - - . Il conferimento del Premio a Noemi Di Segni, penso sia un importante segnale per la sua persona, la sua storia e il suo lavoro svolto negli ultimi anni all'Ucei. Tra il Comune della Spezia e l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane vi è sempre stata una grande stima reciproca, rafforzata dalla continuità del Premio Exodus nel corso degli anni". A Daniele Tommaso, regista, va invece la menzione cittadina. "Per aver contribuito in modo determinante alla diffusione della storia di solidarietà della nostra città, protagonista nel suo documentario". In esso si racconta tutta la storia dell'Aliyah Bet dall'Italia tra il 1945 e il 1948, ma uno spazio importante è dedicato all'episodio accaduto alla Spezia nella primavera del 1946. "Un sentito ringraziamento - conclude Peracchini - a Marco Ferrari (a nome del comitato scientifico di riferimento, ndr), che anche quest'anno ha dato il suo importante contributo alla realizzazione dell'evento". L'importante riconoscimento è stato assegnato negli anni a personalità di chiara fama. "Non posso che apprestarmi ad agire da tramite - afferma Di Segni - per attribuirlo idealmente a chi ho conosciuto attraverso racconti di famiglia, pagine dei libri storia e documenti, che si è prodigato per la salvezza altrui, fisica e spirituale. Un legame ideale congiunge Israele e La Spezia, terre di millenaria memoria, tanto che la vostra bella città è conosciuta e soprannominata in Israele 'Schàar Zion', Porta di Sion. Il popolo d'Israele e La Spezia sono unite dal passato, guardano al futuro insieme".

(La Nazione, 8 maggio 2020)


Le spie del Vaticano attraverso l'Europa nazista

Un docu-thriller, tra romanzo e saggio storico

di Daniela Cohen

La figura di Papa Pio XII è stata spesso discussa per l'ambiguità con cui si comportò ufficialmente nei confronti di Hitler ai tempi del periodo più buio del Novecento. In concomitanza con l'apertura degli Archivi Vaticani relativi al periodo del suo pontificato, la Mondadori ha pubblicato un libro ponderoso: Le spie del Vaticano, La guerra segreta di Pio XII contro Hitler.
  Lo ha scritto Mark Riebling, storico, saggista, cofondatore del Center for Policing Terrorism, docente alla Columbia, a Dartmouth e a Berkeley, in California. Scrive su vari giornali tra cui il New York Times ma anche il Guardian di Londra.
  Il suo volume, che si legge con la frenesia di chi si avventura in un thriller, alla fine risulta una vera pietra miliare nel campo della ricerca di argomenti scottanti, con in più la capacità assolutamente personale e certosina di trasformare una quantità impressionante di dati in un vero e appassionante romanzo. Si basa su ricerche che vengono documentate con note, riferimenti e indicazioni talmente maniacali che, delle quasi 400 pagine di testo, le fonti coprono 29 pagine fittissime, mentre l'indice dei nomi ne riempie 5. Ma le note, quelle, nonostante i caratteri minuscoli, occupano ben 94 pagine! Vale a dire che circa 160 pagine su 384 contengono informazioni a supporto di quanto il testo afferma.
  Non solo: fin dalle prime righe, il tutto si trasforma in uno dei più coinvolgenti libri di spionaggio: "In guerra il Vaticano cercò di mantenersi neutrale. Poiché rappresentava i cattolici di tutte le nazioni, il papa doveva apparire imparziale. Schierarsi con l'uno o con l'altro dei contendenti avrebbe costretto alcuni fedeli a tradire il loro paese e altri a tradire la loro confessione". Hitler aveva invaso la Polonia, un paese molto caro ai cattolici e il pontefice si sentì in dovere di parlare e lo fece con una enciclica pubblicata il 20 ottobre 1939 e i cui contenuti furono interpretati come un attacco alla Germania nazista. "Il papa condanna i dittatori, i violatori di trattati e il razzismo", scrisse in prima pagina, a caratteri cubitali, il New York Times" afferma Riebling e inserisce i commenti della Jewish Telegraphic Agency. Ma " ... era una promessa valorosa e vana. Pacelli non avrebbe più pronunciato la parola ebreo o giudeo in pubblico fino al 1940.
  Durante la guerra le agenzie di stampa alleate ed ebraiche continuarono a salutarlo come un antirazzista ma, col tempo, il suo silenzio rese più tesi i rapporti tra cattolici ed ebrei e ridusse la credibilità morale della religione cattolica" Papa Pacelli, uomo alto e magro, nato nel 1876 a Roma, aveva lavorato da vescovo e da cardinale in Germania e in altri Paesi sviluppando numerose amicizie. Non si sarebbe forse immaginato di essere nominato Papa il 12 marzo 1939, in uno dei periodi più neri per l'Europa. Fece scalpore l'uscita dal balcone appena nominato, accolto da una enorme folla festante che egli benedisse tre volte per poi voltarsi e rientrare senza dire una sola parola alla gente. Da quel momento - è la tesi del libro - decise che avrebbe fatto di tutto per distruggere il potere di Hitler, considerando persino l'omicidio e formando una rete di informatori che avrebbe inviato in vari Paesi europei: le spie più importanti del Novecento, quelle del Papa. Le loro storie rendono James Bond un fumetto per bambini perché qui si parla di gente che è stata torturata e uccisa, che ha rischiato la vita o è stata rinchiusa nei lager. Anche i tedeschi avevano infatti le loro talpe, che sospettavano di Papa Pio XII; sebbene non avesse mai pubblicamente attaccato il Fiihrer, erano convinti che giocasse contro di lui. " .. .i cardinali del Reich - si legge - avevano esortato Pacelli a evitare il confronto diretto perché, lo avevano avvertito, parlare chiaro era servito solo a peggiorare le condizioni della Chiesa nel Reich. Qualunque cosa il nuovo pontefice avesse fatto contro Hitler, avrebbe dovuto farla nell'ombra".
  Un capitolo è dedicato a come il Papa chiese direttamente a Guglielmo Marconi di mettere fili ovunque in Vaticano, specialmente nei suoi alloggi e in Biblioteca, da dove sarebbe partita la Radio Vaticana; ma in quel periodo gli apparecchi avrebbero soprattutto permesso a Pacelli di registrare tutto ciò che i suoi ospiti avrebbero detto, sia durante la sua presenza sia in sua assenza. Il primo, grandioso esempio di spionaggio all'interno di un piccolissimo Stato, quello Vaticano, che non era nuovo a simili sistemi ma mai così sofisticati! In una delle tantissime Note, troviamo segnalato che "In uno studio della CIA del 1959 si trovarono 'abbondanti prove del fatto che già durante la prima guerra mondiale l'intelligence aveva fatto un uso estensivo dei microfoni e di altri congegni segreti di intercettazione ambientale". Pare che una tecnica molto temuta dell'epoca fosse il cosiddetto microfono caldo: "convertiva il telefono in microfono per l'intercettazione ambientale quando l'apparecchio non veniva usato per fare le telefonate ( CIA, 'Audiosorveillance, 1960, CSI/SI, 14, 3) ... Analogamente, il cardinale Celso Costantini, prefetto della Sacra Congregazione per la dottrina della fede, osservò che il vescovo Antonio Giordani, 'prima che si cominciasse a parlare', ebbe la precauzione di chiudere con un otturatore il telefono". Questa è una nota trovata nel diario dello stesso Costantini, datata 31 gennaio 1941 a pag. 152. Ed ecco cosa racconta Riebling nelle primissime pagine della sua opera: "Le registrazioni audio del Papa sarebbero rimaste uno dei segreti meglio custoditi del Vaticano. Solo settant'anni dopo, l'ultimo membro vivente delle operazioni clandestine della Chiesa in epoca nazista, il gesuita tedesco Peter Gumbel che ormai da quarant'anni si occupava del processo di canonizzazione di Pacelli, ne confermò l'esistenza".
  Ma non è tutto: " ... Le intercettazioni ambientali erano diventate tecnicamente possibili proprio all'epoca in cui Pacelli diventa Papa. Negli anni successivi Hitler, Stalin, Churchill e Roosevelt avrebbero tutti quanti registrato di nascosto; appena pochi giorni prima, durante una perlustrazione della Cappella Sistina, si era trovato un dittafono nascosto e, quanto a capacità di intercettazione, il Vaticano stesso non aveva nulla da invidiare alle potenze laiche. La Santa Sede era stata munita delle necessarie apparecchiature di ascolto da Guglielmo Marconi, l'inventore della Radio. Pacelli in persona si era rivolto in precedenza a Marconi per ammodernare la sede del papato. Lo scienziato aveva impiantato, gratis, un centralino telefonico, una stazione radio e un collegamento a onde corte con la residenza estiva del pontefice, a Castel Gandolfo. In cambio, la Sacra Rota gli aveva annullato il matrimonio, permettendogli di risposarsi e di avere una figlia, a cui era stato dato il nome di Elettra". Riebling spiega che alcuni ingegneri di Marconi avevano continuato a lavorare per il papa alle dipendenze di un fisico gesuita che dirigeva Radio Vaticana. Potevano sia registrare i discorsi ufficiali del Papa come intercettare i discorsi dei suoi visitatori. Ma la descrizione di tanti personaggi che diventeranno spie per il Papa e di quelli che invece tentavano di scoprirli, rimane uno dei punti solidi e inquietanti, molto documentati, della storia a cui si aggiungono numerosi fatti di cui l'autore ha ritrovato prove sufficienti.
  Anche nelle note ci sono storie dettagliate e, se si leggono, si rischia di non sapere più se andare avanti col romanzo o con le sue note. "Hitler era andato al potere legalmente ma governava iniquamente, era diventato un oppressore e rientrava quindi nella categoria dei farabutti che, come avevano argomentato Tommaso d'Aquino e alcuni teologi gesuiti, i cittadini potevano assassinare ... L'efferatezza di tali politiche emergeva chiaramente dal dossier di Müller sulla Polonia. Come avrebbe riassunto in seguito in Vaticano, la documentazione mostrava che nel primo mese centinaia di preti erano stati arrestati e fucilati dai tedeschi, mentre gli intellettuali cattolici, religiosi o laici che fossero, erano stati arrestati e spediti nel campo di concentramento di Oranienburg, vicino a Berlino ... In pratica quel piano mirava a eliminare l'élite intellettuale e la tradizionale influenza del clero".
  Il dossier conteneva anche prove dello sterminio sistematico degli ebrei, come "film, foto, rapporti dalle cui parole e immagini risultava che uomini, donne e bambini ebrei erano stati gettati in massa, nudi, in fosse da loro stessi scavate e presi a mitragliate; in una foto si vedeva un poliziotto tenere stretto tra le ginocchia un bambino e sparargli". Pio XII era convinto che fosse Hitler a volere quel tipo di politica. Come avrebbe lamentato in seguito il Papa, alcuni vescovi tedeschi continuavano a considerare il Führer il difensore dei valori cristiani ma, in realtà, convinto com'era che il cristianesimo avesse indebolito le virili tradizioni tribali tedesche, Hitler era rammaricato che i musulmani non avessero conquistato l'Europa: "La nostra disgrazia è appunto di avere una religione sbagliata. Perché non ci è toccata in sorte, piuttosto, quella dei giapponesi, che vede nel sacrificio per la Patria la cosa più grande? Lo stesso Islam sarebbe più adatto a noi che la fiacca tolleranza del cristianesimo".
  Il testo incalza con le parole di Hitler: "Tutta la nostra deformità e la nostra atrofia di spirito e anima non si sarebbero mai generate se non fosse stato per questa pagliacciata orientale, questa abominevole mania di livellare, questo maledetto universalismo del cristianesimo, che nega il razzismo e predica una tolleranza suicida". Pio XII non aveva dimenticato la promessa di Hitler di calpestare la Chiesa come un rospo; corre voce che "Himmler sperasse di inaugurare un nuovo stadio di calcio giustiziando pubblicamente il Papa ... ". Il libro si arricchisce di storie di persone, di fatti, eventi e avventure al limite dell'incredibile. Come pure di storie familiari, ragazzini che aspettano un padre o una madre. Vite sconvolte da eventi senza senso, persone che non credevano avrebbero mai potuto comportarsi come invece si sono comportate, alcune nel bene altre nel male, ma sempre vivendo tempi assurdi, perché ogni guerra è una follia.

(Bet Magazine Mosaico, maggio 2020)



Per evitare che il prossimo contragga una malattia?

La Bibbia non dice così.

di Marcello Cicchese

In ambito evangelico qualcuno sostiene che nell'isolamento imposto dalle autorità per il coronavirus non ci sia nulla di nuovo perché nella Bibbia si troverebbe un precedente imposto dal Signore stesso. Cito da una rivista evangelica di questo mese:
    «Un aspetto interessante di questo periodo un po' anacronistico, è l'autodenuncia del malato. Sappiamo bene che oggi chi accusa sintomi deve avvisare il suo medico il quale dovrebbe appurare se si tratti di infezione da coronavirus. Ma ancor prima di questo, sappiamo con quanta insistenza ci si stia consigliando di utilizzare la mascherina pur non avendo alcun sintomo, per evitare di contagiare altri, qualora si fosse contagiati.
    Sempre nella Legge [mosaica, ndr] leggiamo che ''gli abiti di un lebbroso dovevano essere strappati, la sua testa doveva essere scoperta, doveva coprirsi la barba e gridare: «Impuro! Impuro!» (Levitico 13:45).
    Nulla di nuovo dunque. Il malato doveva autodenunciarsi per evitare che qualcuno da lontano si avvicinasse al di sotto della" distanza di sicurezza" e rischiasse il contagio. Questo passo è molto chiaro. Parla di amore verso il prossimo per evitare che potesse contrarre una malattia [in grassetto nell'originale].
    Questo fa pensare ad una lezione preziosa a riguardo della tutela nei confronti della salute altrui. Amare il nostro prossimo come noi stessi vuoI dire anche fare la massima attenzione per non rischiare di recare un danno agli altri attraverso un comportamento superficiale.
    Questo è un aspetto del quale, come figli di Dio, dobbiamo curarci particolarmente.»
In un articolo di ieri avevo scritto, adattando una dichiarazione di provenienza ebraica:
«per l'evangelico che professa la fede nella Bibbia e anche nella scienza secolare, la minaccia del coronavirus ha contribuito a illuminare dove si concentri la sua enfasi.»
Nel caso sopra citato l'enfasi è senza dubbio concentrata sulla scienza. Dire che nella "distanza di sicurezza" richiesta a tutti dal governo non ci sia "nulla di nuovo" perché qualcosa di simile aveva chiesto il Signore al suo popolo imponendo al lebbroso di gridare "impuro, impuro" significa fare della scienza umana e della politica che se ne serve il metro per valutare il valore della Parola di Dio. La Bibbia non dice così. Il grido d'avvertimento dell'impuro non parla di amore per il prossimo ma di timore per la santità di Dio. La minaccia che incombeva all'avvicinarsi di un lebbroso non era la buona salute dei suoi vicini ma la profanazione del santuario in cui Dio aveva deciso di venire ad abitare nel “tabernacolo che è in mezzo a loro". Alla fine dei tre capitoli del Levitico che contengono le norme sulle varie di forme d’impurità, il Signore riassume così il motivo dei suoi ordini:
    «Così terrete lontani i figli d'Israele da ciò che potrebbe contaminarli, affinché non muoiano a motivo della loro impurità, contaminando il mio tabernacolo che è in mezzo a loro» (Levitico 15:31).
Ma oggi, anche in ambito evangelico, l’accento religioso è posto innanzitutto sull’uomo, la sua felicità, il suo “stare bene”. Un benessere eterno in primo luogo, certo, ma subito dopo, in un secondo luogo che tende insistentemente a diventare il primo, un totalizzante benessere temporale nell’azione e nel pensiero. Un rabbino lubavitch una volta ha detto: «La differenza tra la nostra religione e le altre è che la nostra cerca il bene, le altre cercano lo stare bene». Si dovrà mettere fra queste altre anche la religione evangelica?

--> Il lebbroso purificato
Il lebbroso purificato
  1. Ed avvenne che, trovandosi egli in una di quelle città, ecco un uomo pieno di lebbra, il quale, veduto Gesù e gettatosi con la faccia a terra, lo pregò dicendo: Signore, se tu vuoi, tu puoi purificarmi.
  2. Ed egli, stesa la mano, lo toccò dicendo: Lo voglio, sii purificato. E in quell'istante la lebbra sparì da lui.
  3. E Gesù gli comandò di non dirlo a nessuno: Ma va', gli disse, mostrati al sacerdote ed offri per la tua purificazione quel che ha prescritto Mosè; e ciò serva loro di testimonianza.
  4. Però la fama di lui si spandeva sempre più; e molte turbe si adunavano per udirlo ed essere guarite delle loro infermità.
  5. Ma egli si ritirava nei luoghi deserti e pregava.
Dal Vangelo di Luca, cap. 5

Marcello Cicchese
novembre 2015


 

Cyber attacco iraniano contro il sistema idrico di Israele

L'Iran avrebbe condotto un cyber attacco contro il sistema idrico israeliano passando attraverso server americani. Lo afferma l'emittente americana Fox news, rilanciata dai siti israeliani. Un alto funzionario del dipartimento americano dell'Energia non ha volto fare commenti, riferendo all'emittente conservatrice che un'indagine è in corso. Secondo il sito israeliano Ynetnews, un cyber attacco contro l'infrastruttura idrica è avvenuto il 24 e 25 aprile. Le autorità hanno subito reagito, ordinando il cambiamento immediato delle password. Un funzionario della acyber sicurezza della Autorità israeliana delle acque ha assicurato che non vi è stato nessun danno al sistema di fornitura dell'acqua.

(Adnkronos, 8 maggio 2020)


Israele-Usa: colloqui sul ridimensionamento della missione nel Sinai

GERUSALEMME - Israele e Stati Uniti discuteranno del possibile ridimensionamento del ruolo statunitense all'interno della missione multinazionale di osservatori (Mfo) dispiegata nel Sinai. Lo ha dichiarato oggi il ministro dell'Energia uscente di Israele, Yuval Steinitz, all'emittente radiofonica "Tel Aviv 102 Fm". "La forza internazionale in Sinai è importante e la partecipazione statunitense al suo interno è importante", ha dichiarato Steinitz. Le dichiarazioni di Steinitz giungono dopo che il 7 maggio il quotidiano "Wall Street Journal" ha reso noto che il segretario alla Difesa Usa, Mark Esper, starebbe facendo pressioni per il ritiro di parte del contingente in forza nella Mfo. Secondo quanto riferisce il quotidiano israeliano "Jerusalem Post", le ambasciate di Usa ed Egitto in Israele e l'ufficio Mfo in Israele non hanno commentato le notizie circolate sul "Wall Street Journal".
   Attualmente la missione vede impiegati 1.156 uomini, 454 statunitensi, in virtù del fatto che gli Usa guidano la missione. Secondo l'indiscrezione del "Wall Street Journal" che cita funzionari Usa, sia il Dipartimento di Stato che Israele si oppongono al piano di Esper perché ostacolerebbe la missione di mantenimento della pace in un momento in cui si sta riaccendono l'attività del gruppo Wilayat Sinai, affiliato allo Stato islamico. La missione Mfo è una forza internazionale di peacekeeping che controlla dal 1982 i termini del Trattato di pace tra Egitto e Israele, siglato nel 1979, dopo gli accordi di Camp David del 17 settembre 1978 tra Stati Uniti, Egitto e Israele. Gli accordi di Camp David hanno stabilito la restituzione all'Egitto da parte di Israele della penisola del Sinai, di cui le forze di Gerusalemme avevano assunto il controllo durante la Guerra dei sei giorni (1967).

(Agenzia Nova, 8 maggio 2020)


Israele invia droni alla Grecia per monitorare i confini

 
I Ministeri della Difesa di Grecia e Israele hanno raggiunto un accordo sul prestito di due droni, i quali saranno utilizzati da Atene per sorvegliare i propri confini.
   È quanto rivelato, giovedì 7 maggio, dal quotidiano ellenico Ekathimerini, il quale ha altresì specificato che l'accordo, raggiunto dopo circa due anni di trattative, è stato siglato nella giornata di mercoledì. A tale riguardo, Reuters specifica che la firma è avvenuta da remoto, a causa delle misure imposte per fronteggiare l'emergenza da coronavirus. In aggiunta, il Jerusalem Post rivela che l'accordo, il primo in tale ambito, è stato siglato dal direttore generale del Ministero della Difesa israeliano, il generale Udi Adam, e il direttore generale del Dipartimento per gli armamenti e gli investimenti della Grecia, il generale Theodoros Lagios.
   Nello specifico, i droni che Israele invierà alla Grecia sono due velivoli a guida autonoma (UAV) i quali possono volare per un raggio di azione pari a 1.000 chilometri. Il prestito durerà tre anni, con rinnovo annuale, e avrà un costo inferiore a 40 milioni di euro. Al termine dei tre anni, la Grecia potrà decidere di acquistare i due droni.
   I due velivoli, prodotti dalla Israel Aerospace Industries Ltd, saranno consegnati ad Atene entro il prossimo novembre e saranno utilizzati per il pattugliamento aereo dei confini ellenici. I droni, che secondo Reuters sono sistemi Heron, sono impiegati dall'Esercito e dalla Marina israeliani nelle proprie missioni all'esterno e sono dotati di equipaggiamento diurno e notturno, radar per il pattugliamento marittimo e sistemi di comunicazione satellitare.
   Con tale equipaggiamento, fonti locali greche, riprese dal Jerusalem Post, hanno evidenziato la possibilità che i droni saranno utilizzati da Atene come deterrente nei confronti della Turchia, la quale ha già inviato i propri droni nel Mar Egeo e presso la regione di Evros, al confine con la Grecia.
   Nel dare l'annuncio sull'accordo raggiunto, il Ministero della Difesa israeliano ha altresì reso noto che le relazioni in materia di sicurezza tra Grecia e Israele sono in espansione. In aggiunta, il direttore del Dipartimento per la cooperazione internazionale in materia di Difesa, Yair Kulas, ha dichiarato che Gerusalemme intende siglare ulteriori accordi con la Grecia e con altri Paesi europei, per sostenerli nell'affrontare le sfide in materia di sicurezza.
   Reuters rivela che le relazioni tra Grecia e Turchia risultano compromesse per via di molteplici fattori. Principalmente, ad aver incrinato i rapporti tra Ankara e Atene concorrono le dispute in materia di diritti minerari nel Mar Egeo, all'interno delle quali si inserisce la controversia sulle trivellazioni condotte dalla Turchia a largo delle coste di Cipro, ricche di gas naturale. In aggiunta, le relazioni risultano ulteriormente compromesse da quando la Turchia ha dichiarato, il 28 febbraio, che non avrebbe più trattenuto i migranti all'interno del proprio territorio, come invece sancito da un accordo siglato da UE e Turchia, il 18 marzo 2016, con cui Ankara aveva accettato di bloccare il flusso di rifugiati e migranti verso l'Europa in cambio di miliardi di euro di aiuti. Secondo la Grecia, si è trattato di un "attacco pianificato contro la Grecia e contro l'Europa".
   Per rispondere al clima di tensione tra Grecia e Turchia, Atene sta rafforzando i rapporti e le collaborazioni in materia di Difesa, anche attraverso acquisti di armamenti, sia con alleati storici, come la Francia e gli Stati Uniti, sia con i principali rivali di Ankara, come Israele, Egitto e Arabia Saudita.

(Sicurezza Internazionale, 8 maggio 2020)


Luce verde al governo di coalizione Netanyahu-Gantz

La Corte Suprema ha respinto le petizioni, la Knesset ha proposto a maggioranza il premier uscente e il presidente Rivlin ha conferito l'incarico al leader del Likud scongiurando una quarta tornata elettorale

La Corte Suprema israeliana ha respinto all'unanimità, mercoledì sera, una serie di petizioni volte a impedire l'incarico a Benjamin Netanyahu di formare il nuovo governo, a causa delle incriminazione a suo carico, e a bloccare l'accordo di coalizione firmato lo scorso 20 aprile da Netanyahu e dal leader del partito Blu-Bianco Benny Gantz.
La sentenza ha aperto la strada ai due leader per portare avanti il loro accordo sulla condivisione del potere in base al quale Netanyahu servirà come primo ministro per i primi 18 mesi per poi passare la mano a Gantz (va tuttavia segnalato che, secondo alcune fonti, i due stanno prendendo in considerazione l'idea di estendere la durata del governo a quattro anni, cioè alla durata dell'intera legislatura, alternandosi nuovamente per 6 mesi ciascuno)....

(israele.net, 8 maggio 2020)


e-Limmud, gli eventi virtuali degli ebrei russi nel mondo che sfidano il Coronavirus

di Roberto Zadik

Dalla caduta del Muro di Berlino e dell'Unione Sovietica, molti ebrei russi stanno vivendo un grande fermento culturale non solo negli Stati dell'ex Urss ma soprattutto in Israele, Usa e Canada. Lo dimostrano gli eventi di cultura ebraica russa e-Limmud, che, stando a quanto pubblicato da Jewish Telegraphic agency (JTA), in questo periodo, vanno in onda su Zoom: il primo appuntamento è stato lo scorso 3 maggio con altri eventi i prossimi 10- 15, 16 e 17 maggio, registrando un grande successo con visualizzazioni da varie città del mondo. Unico requisito, una perfetta conoscenza del russo e dell'inglese perché l'iniziativa è organizzata dalle comunità ebraiche russofone presenti oltreoceano. Un mondo affascinante e totalmente sconosciuto, rinato dai massacri di nazismo e comunismo e una fotografia della stimolante realtà socio- culturale affascinante degli ebrei russi odierni.
   Organizzato dall'ente internazionale non profit Limmud FSU, formato da ebrei madrelingua russa che vivono in America, che in tempi normali organizza eventi fisici.
   Suddiviso in svariate tematiche, nello show, si passa dall'educazione con Dima Zicer, alla satira col giornalista satirico Victor Shenderovic, alla cucina con lo chef Vova Tashaev che ha fatto "sognare" al suo pubblico un delizioso pesce piccante, alla nordafricana in stile Hraimi. Un caleidoscopio di argomenti che comprende anche la scienza con lo scienziato inglese Ari Sacher che illustra in maniera ironica i meccanismi difensivi della barriera israeliana missilistica Iron Dome e gli insegnamenti di ebraismo di Rabbi Mordechai Becher, professore della Yeshiva University che si è soffermato sulle incertezze della vita, rassicurando il pubblico virtualmente presente, sul fatto che anche in questo periodo difficile "dobbiamo confidare nella fiducia Divina nei nostri confronti."
   "E' la quarta volta che sono presente a questa iniziativa e la prossima spero di essere qui di persona" ha aggiunto nel suo discorso. L'idea della "virtualità" si è dunque rivelata vincente anche se concepita improvvisamente, quando a fine marzo, è cominciata la pandemia e l'unica alternativa era di posticipare evento mettendolo online. Tutto, secondo gli organizzatori è stato trasferito in rete, con un grande lavoro di squadra in cui appartenenti ai vari team da Israele, alla Bielorussia, all'Ucraina, alla Russia con centinaia di partecipanti hanno lavorato serratamente per realizzare il Festival.
   E così domenica 3 maggio la manifestazione è cominciata con i saluti del presidente dell'organizzazione Aaron Frenkel, della co-fondatrice Sandra Kahn e del chairman del comitato internazionale del Limmud, Matthew Bronfman per poi evolversi nelle performance musicali del pianista Alexander Drouz e della cantautrice e attrice Marina Maximilian, israeliana di origini ucraine. "E' stata un'ottima maniera per intrattenere la gente, distraendola dal virus e dall'ossessività con cui se ne parla tutto il giorno" ha sottolineato Alina Bittel ebrea ucraina, 26enne residente a New York dove è a capo della sede newyorchese dell'organizzazione. Realizzata grazie al lavoro di una equipe di volontari che hanno lavorato con New York, la Costa Occidentale, la famosa West Coast e il Canada e l'assistenza del manager americano del progetto Noam Shumakh-Khaimov, la manifestazione è stata un vero successo. Tante sorprese sono previste per I prossimi eventi che si terranno fra maggio e giugno. Ad esempio domenica 10 maggio, il presidente Limmud, Frenkel e il giudice della Corte Suprema Israeliana Elyakim Rubinstein discuteranno insieme a uno dei vertici del museo per la Shoah, Yad Vashem, Rabbi Israel Meir Lau, di argomenti molto importanti, come l'aumento dell'antisemitismo dopo l'esplosione della pandemia. Un tema che secondo il rappresentante riunisce tutti gli ebrei in un momento internazionalmente particolarmente difficile.

(Bet Magazine Mosaico, 8 maggio 2020)


Covid-19: in Israele la cultura italiana è on line

Gianluigi Benedetti, ambasciatore italiano in Israele
In Israele la cultura va in scena on line. La pandemia da coronavirus non ha infatti fermato l'offerta di eventi culturali italiani in Israele, che continua ad essere molto alta. Si è spostata in rete e continua ad essere accolta con successo. «Nell'attesa che sale cinematografiche e da concerto, conferenze e gallerie d'arte tornino a riempirsi per eventi culturali dal vivo, assieme agli Istituti italiani di Cultura di Tel Aviv e di Haifa, abbiamo dato vita ad un programma di iniziative fruibili in rete che ha riscosso un importante successo di pubblico, fin dalle prime settimane di lockdown», ha spiegato l'amb. Gianluigi Benedetti.
   La programmazione culturale online dei due Istituti è aperta già dal 25 marzo, con la prima edizione del «Dantedì», ossia la giornata annuale promossa dal Ministero dei Beni culturali, dedicata a Dante Alighieri, che ha visto la diffusione on line della Lectura Dantis in lingua ebraica del canto del Conte Ugolino (XXXII dell'Inferno) a cura di Yoav Rinon, docente alla Hebrew University e traduttore della Commedia in ebraico.
   È proseguita ai primi di aprile con la proiezione in esclusiva in streaming del film «Luci del varietà», opera prima di Federico Fellini, che ha raggiunto in pochi giorni, come ha sottolineato l'ambasciata, più di 5.000 visualizzazioni, organizzata in collaborazione con le cineteche israeliane di Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, Herzliya, Sderot, Holon, Rosh Pina e Maalot, in occasione delle celebrazioni per il centenario della nascita del Maestro.
   Anche il Festival Cinema Italia, ormai giunto alla sesta edizione, si è spostato in rete e prevede in calendario la proiezione in streaming di un film a settimana, per 4 settimane nel mese di maggio: due capolavori felliniani «La strada» e «I vitelloni» e due opere contemporanee, «Il traditore» di Marco Bellocchio e «Martin Eden» di Pietro Marcello.
   L'ambasciata ha poi posto in evidenza «l'ampio spazio» dato anche agli eventi editoriali italiani. A questo proposito, lo scrittore Marco Balzano sarà ospite della più importante rassegna letteraria israeliana, il «Jerusalem Writers Festival», quest'anno in versione digitale, per parlare del suo romanzo «Resto qui» (Einaudi 2018), pubblicato da poco anche in ebraico, che «sta riscuotendo un ottimo successo di pubblico e di critica in Israele».
   Molto seguito anche il ciclo di conferenze on line dedicato ai 12 finalisti del Premio Strega che, con una serie di 4 incontri domenicali dal 26 aprile al 18 maggio, contribuirà a presentare le opere selezionate anche in Israele. Per l'editoria per ragazzi, si è spostata in rete la mostra «Eccellenze italiane: Figure per Gianni Rodari», organizzata dalla Fiera del libro per ragazzi di Bologna, nell'anno che segna il centenario della nascita del grande scrittore, pedagogista e poeta, nell'interpretazione di alcuni importanti illustratori italiani quali Bruno Munari, Altan ed Emanuele Luzzati.
   In cantiere anche una serie di seminari e incontri dedicati all'arte contemporanea e alla promozione del territorio e della gastronomia italiana. In preparazione, infine, una serie di iniziative culturali relative ai settori del cinema, dell'opera e del balletto, da fruire in rete in occasione della prossima Festa della Repubblica del 2 giugno.

(Giornale Diplomatico, 6 maggio 2020)


Netanyahu dichiara ''vittoria" contro il virus. E così si prepara al suo possibile ritorno

di Giulio Meotti

ROMA - Moshe Bar Siman-Tov, il direttore generale del ministero della Sanità israeliano, in tv ha detto: "Eravamo a un ritmo in cui il numero di nuovi pazienti raddoppiava ogni tre giorni. .. C'è stato un solo giorno in cui il numero di pazienti gravemente malati è aumentato del 50 per cento. Se questa tendenza fosse continuata, oggi avremmo oltre 600 mila persone malate, oltre 10 mila sotto ventilatore e molte migliaia di persone che sarebbero morte". Israele ha invece "sconfitto il virus", come ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
   Basta contare il numero di morti per milione. Israele ne ha 20, molto dietro Francia (302), Regno Unito (237), Italia (391), Spagna (437), Belgio (490) e Olanda (215). Non è prematuro affermare che, tra i paesi occidentali e assieme a Nuova Zelanda e Australia, Israele è stato l'unico ad aver contenuto la pandemia. Il tasso di mortalità pro capite in Israele è tra i più bassi dell'Ocse. Il sistema sanitario israeliano non ha mostrato segni di crisi. Israele è stato il primo paese occidentale ad applicare quarantene mirate e restrizioni di viaggio. Israele ha condotto 17 test ogni mille persone, come la Germania (16) e molto più della Corea del Sud (10), della Francia (5) e del Regno Unito (4). Gli over 70 e 80 sono stati molto protetti e Israele non ha assistito alla devastazione nelle case di riposo, routine nei paesi avanzati colpiti dal virus. Israele ha affrontato la crisi anche come un problema di sicurezza, coinvolgendo i suoi servizi segreti e l'intelligence per tracciare l'infezione violando la privacy dei cittadini che lo hanno accettato senza mugugni. Israele non ha chiesto l'aiuto soltanto del Mossad per trovare forniture mediche indispensabili all'estero. Il comandante della segretissima unità d'élite Sayeret Matkal è stato arruolato un mese fa per condurre più test giornalieri. E Gal Hirsh, che guidò l'esercito israeliano contro Hezbollah nelle terribili battaglie di BintJbeil e Maroun al Ras, ha assunto il comando della quarantena nelle città ultraortodosse, le più colpite dalla pandemia.
   Meno di otto settimane dopo aver avvertito che la pandemia avrebbe potuto uccidere decine di migliaia di israeliani, il primo ministro Netanyahu lunedì notte ha detto alla nazione che Israele ha tenuto il virus sotto controllo con 235 vittime. "Una grande storia di successo", ha detto Bibi, mentre il paese tornava a una forma di normalità. In Svezia e in Belgio, paesi con un numero di abitanti simile a Israele, i morti sono stati rispettivamente tremila e ottomila. "Nessuno sa cosa accadrà dopo", ha detto Bibi, "non i leader mondiali, né gli esperti. Come con un pilota che controlla gli indicatori, 'se si accende una luce rossa, dovremo cambiare la politica"'. Netanyahu nel frattempo sigillava la propria sopravvivenza politica con un accordo di grande coalizione con Benny Gantz, che gli consentirà di tenere la premiership per i prossimi diciotto mesi.
   Due giorni fa, da Israele, che ha il più alto numero di ricercatori pro capite al mondo con 17 ogni mille abitanti (quasi il doppio degli Stati Uniti) sono arrivate due notizie scientifiche che hanno fatto il giro del mondo. Israele sta preparando un test sierologico nazionale, "uno dei maggiori sforzi compiuti per determinare la prevalenza di anticorpi al Covid- 19", scrive il New York Times. "Questa è la missione più importante: prepararsi alla prossima ondata" ha detto Moshe Bar-SimanTov. L'affollatissima via Dizengoff di Tel Aviv ieri era piena. Fra due settimane Israele valuterà gli effetti della riapertura. Israele ha speso quasi 40 milioni di dollari per 2,4 milioni di test da due fornitori, gli Abbott Laboratories negli Stati Uniti e l'italiana Diasorin. Intanto, ha isolato un anticorpo chiave nel suo principale laboratorio, l'Istituto israeliano per la ricerca biologica (Iibr). Lo ha indicato il ministro della Difesa, definendolo "un passo importante" verso una possibile terapia per il Covid-19. A metà aprile, Netanyahu era stato irriso quando aveva dichiarato, citando un rapporto del Deep Knowledge Group, che Israele è il paese più sicuro durante questa epidemia. Forse aveva ragione.

(Il Foglio, 7 maggio 2020)


Israele, dalla Corte suprema via libera a Netanyahu premier

Il nuovo governo tra Likud e Blu e Bianco giurerà il 13 maggio

di Vincenzo Nigro

 
Il premier di Israele Benjamin Netanyahu dovrebbe aver superato l'ultimo ostacolo alla formazione del suo nuovo governo con l'alleato Benny Gantz di "Blu e Bianco". La Corte suprema israeliana di fatto ha convalidato l'accordo di governo tra il Likud e Blue e Bianco, e ha respinto all'unanimità le petizioni che chiedevano di impedire a Netanyahu di ricevere un nuovo incarico da premier visto che è in stato d'accusa per corruzione (presto dovrebbe essere processato).
   A questo punto il nuovo governo potrebbe giurare il 13 maggio, chiudendo la fase di crisi politica più lunga della storia di Israele.
   La Corte suprema era stata chiamata a decidere su due questioni: innanzitutto la possibilità per Benjamin Netanyahu di presiedere il nuovo governo adesso che è in attesa di processo. La Corte ha verificato che secondo la legge la condizione per ricevere l'incarico di formare un governo è quella di essere membro della Knesset. E Netanyahu lo è: soltanto in caso di condanna il premier dovrà passare la mano.
   Il secondo punto su cui i giudici supremi si sono espressi è quello della legge che il Likud e Blu e Bianco hanno varato per definire il loro accordo. Anche su questo è arrivato il via libera. Chi aveva presentato ricorso alla Corte aveva obiettato che gli accordi fra Likud e Blu e Bianco di fatto diventavano uno scudo per permettere a Netanyahu di aggirare il processo e nuove possibili imputazioni. I giudici hanno fatto notare che l'accordo fra i due ex rivali è "inusuale" nella storia politica israeliana, ma hanno poi aggiunto che "non c'è materia per intervenire in alcuna delle clausole".
   Con un comunicato congiunto di Likud e Blu e Bianco, i due partiti hanno annunciato che la cerimonia per l'insediamento del nuovo governo si terrà il 13 maggio.

(la Repubblica, 7 maggio 2020)


Israele oltre l'emergenza. Al via asili, negozi e hotel

Governo Ganz- Netanyahu, ok della Corte Suprema

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Israele, con la maschera e i guanti, si avventura nello sconosciuto mondo della ripresa. Per ora si può dire che abbia attraversato il fuoco alla grande: con circa la stessa popolazione della Svezia, intorno ai 10 milioni, ha avuto 237 morti (su circa 10mila malati) contro 2500; il Belgio, che conta 11 milioni di abitanti, purtroppo ha subito 7500 lutti, 34 volte quelli di Israele. E da questo fine settimana si ricomincia, con preoccupazione e speranza, a vivere: ci si può avventurare sui mezzi pubblici lontano da casa e persino fuori città; il lavoro riprende negli uffici, nei negozi e nelle officine, con numeri chiusi e cautele; si può andare al mare senza fare il bagno, dai nonni, ma senza abbracciarli; in uno spazio aperto 20 persone possono riunirsi; domani riaprono, oltre ai negozi di strada, anche i grandi centri acquisti e gli alberghi. E mentre le scuole sono tornate domenica scorsa a funzionare per la gran parte, fra due giorni si riaprono persino gli asili.
   Tutto con restrizioni, distanziamento, igiene e mascherine. E anche con molta confusione, la gente qui come ovunque insiste per aver chiarimenti ulteriori. E per ricevere il più rapidamente possibile il contributo fino a 10mila shekel per commercianti e lavoratori che si autocertifìcano, ottenuta secondo il governo già da 190mila cittadini. «Le verifiche le faremo tutte più avanti» ha detto Netanyahu preoccupato ma deciso nel riaprire la vita bloccata da due mesi.
   Israele non si impressiona per le mascherine: al tempo di Saddam Hussein la gente girava per le strade con la maschera antigas appesa al braccio, e la sirena spesso annunciava un bombardamento. L'isolamento, per chi conosce come tutti i rifugi e le istruzioni del fronte interno, è triste, difficile, ma non spaventoso. Il Paese ha risposto con la solita unità, con le lezioni e i «webinar» di ogni genere, cucina, ginnastica, Torah, oltre che con la solita verve polemica, alla spinta insistente del governo all'ubbidienza e alla resistenza. Netanyahu ha chiuso alle prime avvisaglie ai voli dall'estero, ha subito imposto la quarantena a chiunque arrivasse dall'estero sopportando le accuse di essere un dittatore, ha optato per la segregazione quando i numeri sono schizzati dopo la festa del Purim il 9 di marzo, il governo ha separato i giovani dagli anziani. Per trovare i macchinari per la respirazione, i medicinali, le maschere si è sguinzagliato il Mossad, che ha fatto acquisti in vari angoli del mondo. E anche con lo Shabbach si sono applicati sistemi antiterrorismo di individuazione dei malati, in anticipo su tutto il mondo. Netanyahu alla tv non si è stancato di mostrare come lavarsi le mani e come tenere la distanza. Intanto l' esercito si trasformava in sistema sanitario complementare. E la ricerca scientifica è tutta in moto per realizzare un vaccino. Sembra che quasi ci siamo.

(il Giornale, 7 maggio 2020)


Covid-19, l'ebraismo charedì e il pensiero "magico"

Durante il lock-down noi giudichiamo gli ultraortodossi per aver messo in pratica quello che altri ebrei in realtà predicano

di Shaul Magid*

Ad una conferenza accademica alcuni anni fa ho ascoltato la seguente barzelletta raccontata dal filosofo Slavoj Zizek: Uno studente andò a casa del suo professore di filosofia per una visita. Mentre bussava alla porta d'ingresso, notò che c'era un ferro di cavallo appeso sopra il frontespizio. Quando il professore andò ad aprire, lo studente gli disse: "Caro professore, perché ha un ferro di cavallo appeso sopra la sua porta? Tutto ciò che ci ha insegnato sembra intendere che credere in queste cose sia senza senso." Il professore rispose: "Oh sì, di certo non credo in nulla di simile. Ma pare che funzioni anche se non ci credi."
  Ho pensato a questa barzelletta mentre leggevo i numerosi saggi relativi alle reazioni al coronavirus degli ebrei charedi, od ultra-ortodossi. Sono stati fatti molti tentativi per cercare di capire, e spesso criticare, la mancanza di senso pratico da parte della comunità charedi nel chiudere le yeshivot, mettere in atto il distanziamento tra persone e prestare ascolto ai consigli medici. Sono state fornite molte ragioni per cui ciò sia avvenuto, alcune più convincenti di altre. Alcuni attribuiscono le loro azioni a sottese credenze nel carattere protettivo dello studio della Torà, altri alla forte propensione al culto religioso collettivo. Spesso troviamo commenti, spesso provenienti da ambienti modern orthodox, che queste credenze siano così radicate nel mondo charedi al punto da avere minato la loro capacità di tener conto della scienza. Altri sostengono che la mancanza di educazione scientifica degli charedim li ha resi impreparati a comprendere cosa fosse in gioco.
  Un certo atteggiamento cinico è alla base di alcune di queste accuse, come a voler suggerire che gli ebrei charedi abbiano in qualche modo mal interpretato o frainteso l'ebraismo normativo in modi che li hanno condotti a mettere in pericolo le loro comunità. Ma ciò che trovo più convincente come spiegazione è una innata sfiducia nella capacità delle autorità civili di valutare quando un pericolo sia così estremo da obbligare a interrompere le attività religiose. Gli charedim sono certamente consapevoli che il pericolo richiede prevenzione e distanziamento. Ecco un esempio. Il rabbino Moshe Schick (1807-1879), noto come MaHaRaM Shick, fu una delle più venerate autorità halachiche charedi della sua generazione. Nel mezzo di un lungo responsum ha scritto:
.. anche relativamente alle cose legate al corpo (שייך לגוף), è vietato andare sotto un ponte instabile o un muro sbilenco, ed a maggior ragione così in qualsiasi luogo pericoloso per quanto riguarda l’anima (שייך לנפש), come insegna la Torà, “Proteggi te stesso e proteggi la tua anima.” (Deuteronomio 4: 9). Poiché la legge proibisce di andare in un posto che potrebbe mettere in pericolo il proprio corpo, scopriamo anche che è vietato andare in qualsiasi luogo in cui vi sia pericolo [più in generale], poiché la Torà non insegna forse: “Non si trovi sangue nella tua casa.” (Deuteronomio 22: 8) …
Gli charedim sono certamente consci di dover evitare il pericolo. La questione riguarda piuttosto l'autorità: chi abbia titolo per determinare il pericolo e chi per decidere quali attività devono cessare in base a ciò.
  Ma ciò che è stato meno esaminato è più in generale in che misura questa terribile situazione metta a nudo alcune spaccature esistenti nelle moderne versioni dell'ebraismo. Essa rende evidente ciò che tutti sapevamo, e cioè che molti ebrei che rivendicano fedeltà alla legge e alla pratica ebraica, così come esse sono radicate nella tradizione testuale, hanno anche assimilato completamente l'idea dell'Illuminismo che la scienza o la conoscenza scientifica costituiscano la rappresentazione più accurata della realtà - persino, o soprattutto, quando è in conflitto con le credenze religiose. È certamente vero che i leader charedi hanno giudicato male questa pandemia ed i membri delle loro comunità hanno pagato un prezzo elevato. Tuttavia, gli charedim sono stati "negligenti" in parte perché in realtà hanno preso sul serio le credenze religiose che molti ebrei tradizionali sostengono di avere. In altre parole: loro ci credono per davvero!
  La nozione di reciprocità pattuale, secondo cui le nostre azioni sono una risposta a un comandamento divino che evocherà la misericordia divina, scorre lungo la spina dorsale dell'intera tradizione. Non suggerisce che le mitzvot ci proteggeranno sempre come se fossero una formula magica; sappiamo che non è così, come insegnano, in qualche modo cinicamente, i saggi: "non ci sono premi per le mitzvot in questo mondo". Ma questa equazione è probabilmente il sistema operativo stesso dell'ebraismo. Altre comunità ebraiche che si impegnano ad essere fedeli alla tradizione sono ben consapevoli di questi precetti rabbinici e di questa idea. Ma in realtà non ci credono davvero, non quando messe di fronte all'evidenza contraria scientifica. E cosa dice esattamente ciò a proposito della "fede" dell'ebreo moderno?
  Ora è certamente vero che il precetto rabbinico relativo una situazione pericolosa per la vita (Pikuach Nefesh) annulla tutti gli obblighi, e gli charedim lo sanno tanto quanto gli ebrei non charedi. Ma quando esattamente la pandemia abbia reso il pikuah nefesh halachicamente obbligatorio è una questione sulla quale ci può ben essere dibattito. Pikuah nefesh non è una categoria halachica facilmente utilizzabile su di un'intera popolazione e gli effetti di ciò sono di vasta portata. In uno stato di Pikuah Nefesh, si può mangiare cibo non kasher, profanare lo Sabbath e mangiare a Yom Kippur. C'è la famosa storia del rabbino Israel Salanter (1809-1883), il fondatore del moderno movimento Musar che fece il Kiddush in sinagoga a Yom Kippur durante un'epidemia di colera (la storia è raccontata da Baruch Epstein, in Mekor Baruch 2:11). C'è qualche dubbio sul fatto che abbia effettivamente fatto il Kiddush nella sua sinagoga, ma il fatto che abbia mangiato in pubblico per incoraggiare i membri della sua comunità a fare lo stesso è ampiamente riconosciuto. Ma questo ragionamento non è certamente applicabile alla situazione attuale del lock-down.
  Per l'ebreo che professa fede nella tradizione e anche nella scienza secolare, la minaccia del coronavirus ha contribuito a illuminare esattamente dove si pone il suo accento. In un recente saggio su questo argomento: "Il Corona Virus è un campanello d'allarme per ebrei ultra-ortodossi", il rabbino-eroe modern orthodox Irving "Yitz" Greenberg afferma che la "teologia [degli charedim] è confutata dai fatti". Ma come fanno i "fatti" a confutare una teologia? O a supportarla? Continua: "La seconda grave errata interpretazione nella teologia charedi è di vedere la malattia e le catastrofi naturali come punizione divina per i peccati invece che come fenomeni naturali". Naturalmente, quella "teologia" non è esclusivamente "charedi", ma scorre attraverso la maggior parte della tradizione canonica, compresa la nostra liturgia (ad esempio, "a causa dei nostri peccati, siamo stati esiliati").
  Inoltre, Greenberg attribuisce l'inerzia charedi alla credenza nella "magia". Scrive: "La magia afferma che attraverso certe parole o azioni - in questo caso, la fede / i comportamenti religiosi - Dio è 'costretto' a fare ciò che il praticante vuole. … La Torà considera la magia come disgustosa." Questo è vero, ma non è esattamente quanto era in questione con gli charedim. Quando si dice che lo studio della Torà protegge l'ebreo, non si sta dicendo che "costringe" Dio a proteggerli dai pericoli. Piuttosto, suggerisce che fare la volontà di Dio serve a rafforzare un legame di alleanza tra Dio e Israele che merita protezione divina. Questa supposizione può essere trovata in migliaia di fonti canoniche. Non c'è nulla di intrinsecamente mistico o magico al riguardo. Greenberg accusa la comunità charedi di impegnarsi in ciò che lui chiama "magia" tramite il fatto di credere (letteralmente), ed agire di conseguenza, sulla base di ciò che i saggi hanno detto a proposito della natura protettiva del mitzvot.
  Considerate che gli ebrei recitano spesso i Salmi in tempi di pericolo. È solo per calmare i nostri nervi o crediamo che possa essere, in qualche modo reale, efficace? Se il caso fosse quest'ultimo, sarebbe "magia"? Il fatto che le moderne comunità ortodosse e altre comunità ebraiche abbiano cessato rapidamente di studiare la Torà in forma pubblica, abbiano chiuse le scuole ed invece si siano riparati è stato davvero intelligente e corretto. Ma il fatto che non ci sia stata molta considerazione, per quanto ne so, sull'insegnamento rabbinico e sull'efficacia del mitzvot dice anche qualcosa sui modi con i quali queste comunità navigano tra tradizione e modernità. Sembra chiaro che, quando la scienza batte la pratica religiosa, crediamo nella scienza. Non c'è nient'altro da dire. Gli charedim, d'altra parte, credono veramente a questi precetti religiosi e quindi sono stati più lenti a concedere in questa circostanza - con risultati tragici.
Ma forse noi scartiamo la risposta charedi troppo in fretta. Cosa dice tutto ciò sulla nostra relazione con la tradizione?
Se si trattasse solo del fatto che comunità ebraiche moderne tengono conto della loro fiducia nella scienza prima che nella religione, qui non ci sarebbe nulla di così nuovo o interessante. Ma la storia non finisce qui. La complessità di modernità ed ebraismo, e religione in generale, è composta di un altro importante strato. Le moderne comunità tradizionali spesso selezionano e scelgono cosa credere e cosa non credere, cosa prendere sul serio e cosa scartare, a volte in modi molto più vicini alla "magia" di quanto non lo sia la convinzione che lo studio della Torà ti protegga dal pericolo.
  Ad esempio, quando un noto cabalista israeliano di nome Ben Tov, che sosteneva di essere in grado di vedere la radice dell'anima di chiunque leggendo la sua mezuzà, visitò New York all'inizio degli anni 2000, dozzine, persino centinaia, di ebrei modern orthodox si misero in coda nell'Upper West Side, a Manhattan, mezuzot alla mano. E quando una moderna coppia ortodossa che conosco ha avuto un incendio in casa, la prima cosa che hanno fatto in seguito è stata quella di controllare le proprie mezuzot. Volevano vedere se mezuzot non kasher potessero spiegare la loro sventura.
Per l'ebreo che professa fede nella tradizione e anche nella scienza secolare, la minaccia del coronavirus ha contribuito a illuminare dove si concentri la sua enfasi.
La mezuzà è un buon esempio, perché il grande codificatore legale Maimonide chiarisce abbastanza bene quanto facilmente la mezuzà possa essere trattata dal suo proprietario come un amuleto, cioè qualcosa che proteggerà la tua casa dai danni. Dopotutto, una fonte offerta come appoggio testuale per la mezuzà è il sangue sugli stipiti delle case Israelite in Egitto per proteggerli dalla morte dei primogeniti. Per Maimonide, tuttavia, l'unico scopo della mezuzà è di essere un promemoria della presenza divina. Qualsiasi altra cosa rasenta la "magia". Ma, naturalmente, gran parte della tradizione successiva, certamente influenzata dalla Cabbala, sostiene che la mezuzà ha, in effetti, un potere protettivo ("magico") e quindi dovrebbe essere controllata se calamità colpisce. Non sono certo solo gli charedim a crederlo (vedi "Le leggi dell'idolatria" di Maimonide 11:12 e Guida dei perplessi 1:61).
  Inoltre, quanti ebrei ortodossi moderni viaggiano per ricevere una benedizione da un cabalista in Israele o hanno ricevuto un dollaro dal rebbe Lubavitcher, che è stato poi salvato come amuleto (segulà)? Ricordo molti dei miei amici in Israele, religiosi e laici, che avevano una bottiglia d'acqua benedetta dal famoso cabalista israeliano Yitzhak Kaduri (1898-2006) nascosto nel loro frigorifero con l'etichetta "non bere". Quanti fanno il viaggio verso la tomba del saggio del I secolo Yonatan ben Uziel, ad Amuka in Galilea, per pregare per un'anima gemella? O infilano biglietti nelle crepe del Kotel? Sebbene non ci sia nulla di male in questo comportamento, è un ebraismo del tipo "non può far male", o forse un ebraismo popolare. Forse questi ebrei non credono davvero che sarà efficace ma, come il "professore" di Zizek, forse pensano che funzioni anche se non ci credi.
Ma che succede se ci credi davvero?
Il mio punto è che mentre gli charedim possono essere esemplari di ciò che lo studioso di religione Bruce Lincoln chiama massimalismo religioso, altri ebrei tradizionali possono essere esemplari di minimalismo religioso. Tale minimalismo, tuttavia, non è coerente: include una incredulità di tipo "non può far male", quello che possiamo forse chiamare "ferro di cavallo di Zizek". Se abbiamo un disturbo, andiamo da un medico e poi, a volte, potremmo ricevere una benedizione da un cabalista. Il primo è necessario e la seconda è una specie di "hai-visto-mai-ismo".
  Per l'ebreo charedi, tuttavia, entrambi potrebbero essere necessari, forse in misura uguale. Molti ebrei tradizionali moderni studiano passaggi talmudici che sostengono la posizione degli charedi, ma quando il mondo secolare - in questo caso, la scienza - interviene, quelle visioni cedono il passo rapidamente. Perché? Bene, in parte perché sanno che quegli insegnamenti non dovrebbero essere presi alla lettera. Ma allora come possiamo determinare cosa dovremmo prendere alla lettera e cosa non dovremmo?
  Questo potrebbe essere un momento adatto per esaminare il nostro minimalismo religioso. Molti di noi professano fedeltà a una tradizione che ci insegna cose in cui semplicemente non crediamo, ma non siamo ancora pronti ad ammetterlo. Quando William James chiese a uno scolaretto di Cambridge, nel Massachusetts, se sapeva cosa fosse la religione, il ragazzo rispose: "Certo, credere in qualcosa che sai non essere vero." Quando la scienza interviene nella nostra orbita religiosa, scegliamo senza bisogno di rifletterci la scienza senza pensare molto a ciò che rappresenta quella scelta. Di fronte a COVID-19, ovviamente, questa era la scelta giusta, ma non dovrebbe anche dirci qualcosa sulla nostra fede? Lo scolaro di Cambridge aveva ragione?
  Penso che la tesi di Peter Berger nel suo The Sacred Canopy possa essere illuminante su questo punto. Sulla secolarizzazione e sul problema della plausibilità, Berger scrive:
Detto in altri termini, la secolarizzazione ha provocato un crollo diffuso della plausibilità delle definizioni religiose tradizionali della realtà … In altre parole, il fenomeno chiamato "pluralismo" è un correlato strutturale sociale della secolarizzazione della coscienza … diversi strati della società moderna sono stati influenzati dalla secolarizzazione in modo diverso in termini di vicinanza o distanza da questi processi.
Per molti di noi, le nostre vite religiose esistono sotto il baldacchino del secolare, una visione della realtà che ha in qualche modo minato la plausibilità della religione intesa come cornice di come definiamo il mondo. Come diceva Krister Stendahl, professore della Harvard Divinity School e vescovo di Stoccolma, "La religione è una cosa molto pericolosa". Soprattutto se ci credi. E così, quando le cose sono in gioco, scegliamo la scienza e denigriamo chiunque rifiuta, o è lento, di seguire l'esempio.
  L'ambiguità, il dubbio o lo scetticismo sono al centro dell'esperienza religiosa moderna più in generale e dell'esperienza ebraica moderna in particolare. Ciò non riguarda solo la fede (ad esempio: "credo davvero nei principi che la tradizione impone come vera?"), ma nella natura stessa dell'interpretazione dei testi canonici. Su questo, il filosofo David Tracy scrive, in Plurality and ambiguity: "come hanno sempre riconosciuto i grandi interpreti, i classici non saranno facilmente domati. Potremmo rischiare di identificarci con loro solo al prezzo di trovare la nostra attuale identità di sé annullata." Ciò può risalire ai dibattiti sul "fatto contro la virtù" nel primo Illuminismo. Cosa possiamo veramente sapere della religione in relazione alla verità?
  Ci sono pochi tradizionalisti contemporanei che hanno capito la profondità dell'ambiguità e dello scetticismo nel giudaismo meglio di Joseph Soloveitchik, pioniere dell'ortodossia moderna. Tuttavia, mentre il suo ebraismo rimane influente, il motore interno di ambiguità, dubbi e scetticismo che sta alla sua base sembra essere in gran parte scomparso. Un amico ed una volta studente di Soloveitchik, Fred Sommers, una volta mi disse di aver detto a Soloveitchik a metà degli anni '40, "Ho dei dubbi sull'esistenza di Dio", a cui Soloveitchik, mettendo il braccio attorno al suo giovane studente, rispose: "Fred, intellettualmente è circa 50-50 … Ma noi dobbiamo crederci." Fred lasciò l'Ortodossia negli anni '50 per diventare un famoso filosofo analitico. Soloveitchik evitò in gran parte di soccombere all'attrazione delle irrazionalità che ai suoi tempi erano già diventate piuttosto normative, anche nella sua comunità. C'è una storia in cui uno studente una volta gli si avvicinò e gli disse: "Rabbi Soloveitchik, vorrei che tu mi dessi una benedizione", a cui il Rav rispose: "Perché, sei una mela?"
  Gli charedim, o almeno alcuni di essi, vivono in un'orbita spirituale diversa. Prendono i saggi alla lettera. Ricevono benedizioni perché credono che funzionino. Studiano la Torà perché credono che funzioni. Quando discutono in Israele che lo studio della Torà protegge Israele e quindi dovrebbero essere esentati dal servizio militare, noi guardiamo con aria interrogativa. Siamo cinici. Non crediamo che almeno alcuni di loro lo credano davvero. E c'è un modo qualunque con il quale possiamo davvero dimostrare che si sbagliano?
  Molti di noi considerano gli charedim come antiquati, ingenui, disinformati, in un'era precedente avremmo potuto definirli "incivili". Ma disinformato su cosa esattamente? Che lo studio della Torà non li proteggerà come insegnano i saggi? Che le mitzvot producano una ricompensa o, come insegna la Torà, "producano frutta nella sua stagione?" Gli ebrei tradizionali lo recitano due volte al giorno nella liturgia dello Shema. Sono allora gli charedim colpevoli di "magia" perché credono a queste cose? Difficilmente. Possono essere colpevoli del massimalismo religioso e di non avere sufficiente discernimento in tali questioni. Ma è diverso.
  Molti ebrei moderni vivono come se avessimo risolto il paradosso della religione e della modernità, se avessimo trovato la grande sintesi, la formula segreta che ci consente di essere sia religiosi che moderni. Ma questo è uno inganno. Quel paradosso non è mai risolto e non può essere risolto. Spesso siamo costretti a scegliere e, quando siamo costretti a scegliere, scegliamo principalmente la scienza. Perché? Perché ci crediamo più di quanto crediamo nella tradizione. Qui è dove ci separiamo dagli charedim. Anche loro credono nella scienza in una certa misura, cercano cure mediche quando necessario, ma credono di più nella tradizione. E così quando la scienza impone comportamenti che limitano la tradizione, sono più lenti a rispondere.
  Possiamo ricorrere al modello di Maimonide che ci ha offerto un ebraismo razionale. E questo va bene. Ma il punto di vista di Maimonide sul razionale non è il nostro. Noi viviamo sotto il baldacchino della secolarizzazione moderna. Inoltre, molti di noi fanno anche molte cose che Maimonide troverebbe disgustose, come controllare le nostre mezuzot se le cose non vanno bene o aspettare in coda che un cabalista ci dica i segreti della nostra anima e come curare la nostra nonna malata. Il tradizionalismo moderno non è maimonideo. È una strana e spesso contraddittoria miscela di insegnamento rabbinico, Maimonide, Cabbala, strade popolari e secolarismo. Gli charedim sono credenti in modi in cui non lo siamo. In questo caso ciò ha ucciso molti di loro. Ma chi sia tra noi e loro a vivere in una stretta fedeltà con la tradizione resta da vedere. Crediamo di meno, ed in questo caso ciò ci ha aiutato a sopravvivere. Ma per quanto valga la pena di censurare la loro convinzione massimalista, vale la pena contemplarne la nostra mancanza.

* Shaul Magid, redattore collaboratore di Tablet, è il Distinguished Fellow of Jewish Studies presso il Dartmouth College e Kogod Senior Research Fellow presso lo Shalom Hartman Institute of North America.

(Kolòt, 7 maggio 2020)


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Vite di fede sotto il baldacchino del secolare

E’ confortante osservare che in ambito ebraico si parli, anche in modo contenzioso, del significato che sta dietro ai comportamenti che gli uomini sono indotti, od obbligati, ad assumere in una situazione imprevista come quella del coronavirus. Secolari contro ortodossi, scienza contro tradizione, con motivazioni di fondo che in ogni caso fanno riflettere.
Nulla di simile invece in ambito evangelico. Molti di noi potranno vantarsi di essere rimasti sempre uniti, tutti dalla stessa parte: quella della scienza, naturalmente. Che ovviamente, si pensa, non può essere in contrasto con la Bibbia. Anche perché - si direbbe - la Bibbia non ha niente da dirci al riguardo. Si tratta di scienza e di politica. E in entrambi i casi il credente evangelico deve essere rispettoso e sottomesso. Ma anche smettere di pensare?
Per stimolare in qualche modo la riflessione si può provare a “tradurre” alcune frasi dell’articolo precedente e verificare se, fatte le dovute sostituzioni, non potrebbero applicarsi anche a noi evangelici.
    Molti evangelici che rivendicano fedeltà alla Bibbia e alla pratica biblica, così come esse sono radicate nella tradizione testuale, hanno anche assimilato completamente l'idea dell'Illuminismo che la scienza o la conoscenza scientifica costituiscano la rappresentazione più accurata della realtà - persino, o soprattutto - quando sono in conflitto con le credenze bibliche.

    Per l’evangelico che professa la fede nella Bibbia e anche nella scienza secolare, la minaccia del coronavirus ha contribuito a illuminare dove si concentri la sua enfasi.

    Questo potrebbe essere un momento adatto per esaminare il nostro minimalismo religioso. Molti di noi professano fedeltà a una tradizione che ci insegna cose in cui semplicemente non crediamo, ma non siamo ancora pronti ad ammetterlo. Quando William James chiese a uno scolaretto di Cambridge, nel Massachusetts, se sapeva cosa fosse la religione, il ragazzo rispose: "Certo, credere in qualcosa che sai non essere vero." Quando la scienza interviene nella nostra orbita religiosa, scegliamo senza bisogno di rifletterci la scienza, senza pensare molto a ciò che rappresenta quella scelta.

    Il fenomeno chiamato "pluralismo" è un correlato strutturale sociale della secolarizzazione della coscienza … diversi strati della società moderna sono stati influenzati dalla secolarizzazione in modo diverso in termini di vicinanza o distanza da questi processi.
    Per molti di noi, le nostre vite di fede esistono sotto il baldacchino del secolare, una visione della realtà che ha in qualche modo minato la plausibilità della fede intesa come cornice di come definiamo il mondo. Come diceva Krister Stendahl, professore della Harvard Divinity School e vescovo di Stoccolma, "La religione è una cosa molto pericolosa". Soprattutto se ci credi. E così, quando le cose sono in gioco, scegliamo la scienza e denigriamo chiunque rifiuta, o è lento, di seguirne l'esempio.

    Molti evangelici moderni vivono come se avessimo risolto il paradosso della fede e della modernità, se avessimo trovato la grande sintesi, la formula segreta che ci consente di essere sia credenti che moderni. Ma questo è un inganno. Quel paradosso non è mai risolto e non può essere risolto. Spesso siamo costretti a scegliere e, quando siamo costretti a scegliere, scegliamo principalmente la scienza. Perché? Perché ci crediamo più di quanto crediamo nella Bibbia.
M.C.

(Notizie su Israele, 7 maggio 2020)


L'Unrwa è in crisi, con i tagli Usa il 31 maggio stop agli stipendi

di Michele Giorgio

Gerusalemme - Il «Con il blocco di finanziamenti essenziali all'Oms e il mancato coordinamento con i nostri più stretti alleati, Trump ha perseguito politiche controproducenti che rendono il mondo meno sicuro. Anche per questo chiediamo di liberare tutti i fondi stanziati dal Congresso a sostegno del popolo palestinese e di ripristinare le relazioni degli Stati uniti con l'Unrwa». Questo appello firmato da due deputati democratici, Rashida Tlaib e Alan Lowenthal, la prima di origine palestinese, il secondo un ebreo, è stato pubblicato il 2 maggio dal Washington Post.
Con l'intento di persuadere la Casa Bianca, di fronte all'emergenza coronavirus nel mondo, a revocare il taglio deciso nel 2018 delle donazioni americane ai palestinesi che ha colpito l'Unrwa, l'agenzia Onu che assiste i profughi palestinesi (oltre cinque milioni), e i progetti di sviluppo nei Territori occupati affidati a ong locali e alla statunitense Usaid.
   Quell'appello non ha avuto effetti sulle scelte di Trump. Così come non ne ha avuti la lettera che 59 membri del Congresso hanno indirizzato all'Amministrazione chiedendo che siano ripresi gli aiuti ai civili palestinesi. Trump finanzia solo le forze di sicurezza dell'Autorità nazionale che cooperano in Cisgiordania con i servizi segreti israeliani.
I 360 milioni di dollari negati dagli Usa all'Unrwa rappresentano il buco più vistoso nel bilancio dell'agenzia che ha ottenuto quest'anno donazioni per appena un terzo del suo budget di 1,2 miliardi di dollari per il 2020 e che ha fondi sufficienti solo fino al 31 maggio. «Ormai lavoriamo su base mensile. In questo momento abbiamo finanziamenti per pagare i nostri 30mila operatori sanitari fino alla fine di questo mese», ha avvertito martedì Elizabeth Campbell, direttrice dell'Unrwa a Washington, sottolineando l'«impatto corrosivo» che i tagli Usa hanno avuto sull'istruzione e l'assistenza sanitaria ai rifugiati palestinesi.
   Anche altri donatori hanno ridotto o sospeso gli aiuti. Alcuni hanno dirottato i loro fondi verso l'Unhcr che per le Nazioni unite assiste tutti i rifugiati. Altri, inclusi quelli arabi, sono sempre più disattenti verso la condizione dei palestinesi.
   Senza dimenticare le pressioni di Israele e Usa per chiudere l'Unrwa e costringere Libano, Siria e Giordania ad assorbire in via definitiva i profughi palestinesi che ospitano dal 1948. Il fine è proclamare decaduto il diritto al ritorno nella loro terra d'origine assicurato ai rifugiati dalla risoluzione 194 dell'Onu. A gennaio il capo ad interim dell'Unrwa, Christian Saunders, aveva accusato non meglio precisate organizzazioni filo-israeliane di fare pressioni su parlamenti stranieri per fermare i finanziamenti. Nonostante ciò l'Assemblea generale Onu ha rinnovato fino al 30 giugno 2023 il mandato dell'Unrwa e nominato nuovo commissario generale lo svizzero Philippe Lazzarini.

(il manifesto, 7 maggio 2020)


Raid israeliani in Siria

Colpite postazioni di milizie ritenute legate all'Iran

DAMASCO - Non ostante la relativa tregua per la pandemia di coronavirus in Vicino oriente. Due ondate di attacchi aerei attribuite a Israele sono state registrate nelle ultime ore nella Siria settentrionale e orientale, come riferiscono diverse agenzie di stampa internazionali.
   Fonti concordanti siriane e regionali affermano che la prima serie di attacchi aerei è avvenuta attorno alla mezzanotte locale nella zona orientale di Mayadin, lungo l'Eufrate, non lontano dal confine con l'Iraq. Diverse ong attive sul terreno affermano che in questi attacchi sarebbero morte almeno 14 persone. Israele non ha confermato né smentito la notizia dei raid. Successivamente, un'altra ondata di attacchi aerei - sempre attribuita a Israele ma anche questa non confermata né smentita dallo Stato ebraico - ha preso di mira la zona settentrionale di Aleppo, colpendo in particolare «strutture di un centro di ricerche scientifico», a sud-est della città, già preso di mira in passato.
   L'agenzia siriana ufficiale Sana afferma che «l'attacco aereo nemico ha colpito depositi militari», causando «danni da verificare». Dal canto suo l'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (voce dell'opposizione in esilio a Londra) precisa che l'attacco nella zona di Mayadin, confermato da fonti locali e dal sito di informazione Davrazzore q, ha preso di mira «postazioni e depositi
di armi di milizie filo-iraniane». Secondo l'Osservatorio, «altri depositi di armi di milizie filo-iraniane sono stati colpiti nella zona di Aleppo; ci sono anche perdite umane».
   Israele, come detto, non ha confermato né smentito i raid. Tuttavia, poco dopo la notizia dei bombardamenti, i media israeliani, citando fonti della sicurezza dello stato ebraico, hanno riferito che «l'Iran ha cominciato a ridurre la sua presenza militare in Siria in maniera significativa». Secondo quanto riferiscono i media israeliani, «Teheran ha iniziato a evacuare le basi militari vicino al confine con Israele sin dall'inizio dell'epidemia di coronavirus». Gli israeliani, scrive il quotidiano «Haaretz», ritengono che ciò sia dovuto alla crisi economica iraniana ma anche alla pressione militare dei raid.
   «Iran non ha niente da fare in Siria. ( ... ) e noi non ci fermeremmo finché loro non avranno lasciato la Siria ... Siamo determinati, più determinati dell'Iran - ha detto il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett - e posso spiegare il perché: per l'Iran, la Siria è un'avventura a mille chilometri da casa. Per noi, si tratta delle nostre vite». I soldati iraniani in Siria - ha detto ancora Bennett - «rischiano la propria vita e pagano un prezzo di sangue. Noi non consentiremo la costruzione di una base avanzata iraniana in Siria».

(L'Osservatore Romano, 6 maggio 2020)


Israele - La sorveglianza sui cellulari per contagio prosegue per tre settimane

La commissione intelligence del parlamento israeliano ha concesso al governo altre tre settimane per poter usare il sistema di sorveglianza sui telefoni cellulari inteso a limitare il contagio del coronavirus. Il governo, che aveva chiesto sei settimane, dovrà utilizzare questo tempo per mettere a punto una legge che affronti gli aspetti legali del sistema. La tecnologia usata serviva originariamente per individuare sospetti terroristi. Alla fine di aprile la Corte Suprema israeliana ha dato il via libera alla sua utilizzazione da parte dei servizi interni d'intelligence dello Shin Bet per individuare e avvertire chi è stato i contatto con una persona contagiata. Tuttavia la Corte aveva fatto dei rilevi sulla tutela della privacy. Il sistema è stato criticato da attivisti per i diritti umani. Lo Shin Bet ha intanto assicurato che i dati raccolti non verranno conservati in permanenza.

(Adnkronos, 6 maggio 2020)


Israele isola l'anticorpo contro il coronavirus

Il ministro Bennett: "Svolta significativa"

di Michael Soncin

Il ministro israeliano Naftali Bennett
Il ministro israeliano Naftali Bennett ha definito come una "svolta significativa" verso una possibile cura, l'isolamento di un anticorpo chiave del covid-19, messo a punto dall'IIBR Israel Institute for Biological Research.
  I biologi avrebbero terminato la fase di sviluppo, per poi brevettare e produrre la potenziale cura. L'anticorpo monoclonale attacca la particella virale neutralizzandola.
  The Times Of Israel fa sapere che Bennett durante la visita al laboratorio IIBR, unità segreta nei pressi di Ness Ziona, ha dichiarato di essere orgoglioso dal team degli scienziati per il grande traguardo raggiunto. "La loro creatività e il loro spirito ebraico hanno portato a questo straordinario risultato", afferma il ministro.
  Si definisce inoltre fiducioso che i principali centri di ricerca israeliani con i suoi scienziati di prestigio mondiale e l'innovazione, parte caratterizzante del paese, possano permettere insieme di svolgere un ruolo decisivo nell'ottenere rilevanti progressi.
  "Speriamo di collaborare con le altre nazioni per sfruttare le nostre singolari capacità per trovare soluzioni a beneficio di tutti".
  Allo stesso tempo Bennett dice che il lavoro condotto dagli studiosi segue un piano preciso che richiede il tempo dovuto. Del resto chi si occupa di scienza, saprà bene che non c'è altra scelta e che essa per certi aspetti è connotata da stime temporali non sempre facilmente prevedibili.

 Gli altri studi del vaccino
  Gli istituti nel globo che stanno studiando ad un vaccino sono pressappoco un centinaio e una piccola parte di essi è già alla fase di sperimentazione sull'essere umano. Attualmente non c'è un modo per prevedere quali di essi funzionerà, e anche quando verrà identificato quello idoneo sembra che inizialmente non possa esser per tutti sufficiente.
  Ad inizio febbraio prima che il patogeno colpisse Israele, Benjamin Netanyahu oltre ad incaricare il ministro della salute e l'IIBR nell'ideazione di un vaccino, aveva designato di stabilire quale fabbrica potesse esser deputata alla produzione.
  "È possibile che se lavoriamo abbastanza velocemente, con un budget adeguato e le persone di talento che abbiamo, Israele sarà in vantaggio rispetto al mondo", aveva detto allora.
  Sono diverse le compagnie israeliane - di cui Mosaico ha precedentemente parlato - che si stanno applicando per trovare un vaccino contro il coronavirus, che vanno dal Migal al Technion fino alla TAU, per citarne alcune. Ed ora anche l'IIBR è tra queste.
  "L'istituto biologico è un'agenzia di ricerca e sviluppo di fama mondiale, ora ci sono più di 50 scienziati esperti che lavorano nell'istituto per la ricerca e lo sviluppo di un rimedio medico per il virus", ha concluso il ministro riferendosi all'IIBR.

(Bet Magazine Mosaico, 6 maggio 2020)


Almeno 14 morti tra le forze alleate di Damasco nel presunto raid israeliano nel nordest

BEIRUT - Almeno 14 combattenti iraniani ed esponenti delle milizie sciite alleate del governo di Damasco sarebbero rimasti uccisi negli attacchi avvenuti questa notte tra le province di Deir ez Zor e Aleppo. Lo riferisce l'Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione non governativa con sede a Londra. Secondo l'organizzazione, le incursioni aeree sarebbero state "condotte durante la notte da aerei da combattimento israeliani" nell'area desertica di al Mayadine e nelle località di al Salihiyya e a Kawriyya. Uno degli obiettivi dei raid degli attacchi è stato il centro di ricerca del governo siriano ad Aleppo, dove secondo lo Stato di Israele si svolgerebbero esperimenti di sviluppo missilistico in collaborazione con l'Iran. Il raid è stato confermato anche dai media siriani. Secondo quanto riporta l'agenzia di stampa "Sana", i sistemi di difesa antiaerea hanno respinto l'attacco missilistico nell'area di Al Safira a sud-est di Aleppo.

(Agenzia Nova, 5 maggio 2020)



Israele: «Le truppe dell'Iran si stanno ritirando dalla Siria»

Teheran per ora tace, anche se emerge il ruolo di Mosca «ostile» all'ingerenza degli ayatollah.

di Camille Eid

L'Iran si sta gradualmente ritirando dalla Siria e chiude le sue basi militari nel Paese. Lo hanno riferito fonti militari israeliane a distanza di poche ore dagli ultimi raid condotti nella notte tra lunedì e martedì in due zone del Paese. «Siamo determinati, più determinati dell'Iran - ha detto il ministro della Difesa israeliano Naftali Bennett - e posso spiegare il perché: per l'Iran, la Siria è un'avventura a mille chilometri da casa. Per noi, si tratta delle nostre vite».
   «I soldati iraniani in Siria ha detto ancora Bennett mettono a rischio la propria vita. Noi non consentiremo la costruzione di una base avanzata iraniana in Siria». Negli attacchi sarebbero stati uccisi 14 tra iraniani e loro alleati. I raid hanno preso di mira una base militare ad al-Safirah, in provincia di Aleppo, e la zona di Mayadin, sull'Eufrate, dove da tempo si registrano intensi movimenti di milizie filo-iraniane e di pasdaran. Citando fonti straniere, la radio pubblica israeliana ha riferito che nelle ultime settimane sono stati attribuiti ad Israele almeno sei attacchi in territorio siriano. Se confermato, il ritiro sarebbe un duro colpo per Teheran che in questi anni ha allargato non solo la sua presa militare in Siria, ma anche le maglie della sua influenza finanziaria. Si tratta per Bennett del raggiungimento di un obiettivo importante. A dicembre, il ministro della Difesa aveva detto, rivolgendosi agli iraniani, che «la Siria sarà il vostro Vietnam». E, infatti, lo è diventata. Sebbene non ci siano statistiche aggiornate, un ufficiale dei pasdaran ha parlato nel marzo 2019 di «2.300 martiri» iraniani in Siria, senza parlare delle vittime tra le migliaia di miliziani sciiti convogliati nel Paese dal Libano, l'Iraq e l'Afghanistan.
   L'annuncio israeliano giunge oltretutto in un momento di particolare tensione all'interno del clan di Assad che riflette, secondo alcuni osservatori, le crescenti divergenze tra Mosca e Teheran - i due maggiori alleati del regime - sul futuro della Siria. La Russia guarda con sospetto alle "pedine" seminate da Teheran all'interno dell'establishment e dell'esercito siriani. Ragion per cui i russi non hanno mai cercato di contrastare le ripetute incursioni israeliane contro le basi iraniane in Siria né contro i depositi di missili destinati alle milizie filo-iraniane di Hezbollah.

(Avvenire, 6 maggio 2020)


L'ora di Asma

Il regime siriano di Bashar el Assad ha un piano per mettere sua moglie al comando e sbloccare le sanzioni Sofisticata, cresciuta a Londra, la moglie di Assad coprirebbe meglio gli orrori. La Russia non è contro

di Daniele Raineri

ROMA - Asma el Assad, la moglie sofisticata del dittatore siriano Bashar, è la soluzione politica che potrebbe risolvere di colpo la crisi che paralizza il regime di Damasco - spiega da Washington Ruwan al Rajoleh, un'analista siriana-americana con entrature a Damasco. E, continua l'analista, risolverebbe anche i problemi della Russia, che in questi anni è stata uno dei grandi sponsor internazionali della Siria assadista. Il regime ha una serie di problemi molto gravi. Ha vinto la guerra civile grazie all'intervento di iraniani e russi, ma ha un controllo molto scarso sul paese e ha le casse vuote. L'economia è quasi al tracollo, non c'è ripresa e non ci sono risorse sufficienti per la ricostruzione del paese - che è stato devastato dal conflitto. La valuta siriana non vale quasi più nulla. I pochi pozzi di greggio sono rimasti nelle zone sotto il controllo della minoranza curda. Inoltre ci sono scadenze a breve termine molto pericolose. A giugno entra in vigore il Caesar Syria Civilian Protection Act, una legge americana firmata dal presidente Trump a dicembre 2019 che punisce con sanzioni chiunque appoggi alcuni settori della Siria - militare, energetico, delle costruzioni e dell'ingegneria - a meno che il regime non intraprenda una serie di azioni, come liberare i prigionieri politici e compiere la transizione a un governo che rispetti i diritti umani. In breve: la ricostruzione e gli investimenti in Siria con questo governo sono a rischio di sanzioni americane. Vedi, tra gli altri, i contratti di esplorazione petrolifera concessi alle compagnie russe Mercury Llc e Velada Llc poco prima della legge americana. A luglio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite discute il rinnovo del programma umanitario Onu che porta aiuti a milioni di civili siriani e che è essenziale. L'ultima volta, a gennaio, fu rinnovato all'ultimo minuto e soltanto per sei mesi. L'anno prossimo c'è un'altra scadenza cruciale: le elezioni presidenziali. Di solito in Siria il voto è una farsa che Bashar vince con percentuali vicine al cento per cento perché l'opposizione non è legale - chi ci prova finisce torturato nelle prigioni.
  Che poi è il grande equivoco di chi crede che "o Assad oppure lo Stato islamico". Entrambe le parti usano la violenza contro le elezioni libere. Di fatto questa volta il momento del voto sarà più interessante del solito. Tutta la guerra civile è stata fatta per mantenere Bashar al potere - "Assad o bruciamo il paese" era il motto delle sue milizie e lo hanno fatto davvero -ma se Bashar resta al potere tutto l'enorme business della ricostruzione resta bloccato. Ed ecco la soluzione Asma: considerata sofisticata (come scordare il ritratto che fece di lei Vogue nel 2011, un mese prima che scoppiasse la rivoluzione, con il titolo "A rose in the desert"), cresciuta a Londra, appena guarita da un cancro, è la faccia ideale per mitigare la pressione internazionale inorridita dai crimini di Bashar. La struttura di potere di Bashar el Assad resta al suo posto, ma il volto cambia - roba che Il Gattopardo è una favoletta per bambini. Per essere più precisi: è la faccia ideale per provare uno di quei giochetti di percezione che funzionano in politica, le vittime della repressione assadista non cambieranno idea per questo trucco.
  Questo schema, dice Al Rajoleh al Foglio, spiega i video disperati postati da Rami al Makhlouf su Facebook. Makhlouf è uno degli uomini più ricchi della Siria ed è cugino di Assad, in pratica hanno sempre funzionato come una bestia a due teste nella spartizione permanente delle ricchezze del paese. Se volevi fare affari in Siria, dovevi cederne una parte a Makhlouf. Ma da un po' di tempo il cugino è caduto in disgrazia, è stato accusato di corruzione (che nei regimi è sempre un'accusa comoda quando ti vuoi liberare degli ex amici) e nei video appena usciti si lamenta che c'è un attacco del regime contro di lui per spogliarlo degli affari. Usa un linguaggio e alcune connotazioni per insinuare che ci sarebbe un piano da parte di gente sunnita vicina al presidente per prendere il controllo delle ricchezze del paese dalle mani degli alawiti (gli alawiti sono l'élite dominante della Siria ma sono appena il dieci per cento, Bashar e Rami ne fanno parte). Chi è la persona sunnita più vicina al rais? Asma. La moglie comincia a svuotare il palazzo dei possibili rivali. La Russia in questo groviglio prende le parti di tutti, sa che la sostituzione morbida di Assad è la chiave per accedere al business illimitato del dopoguerra siriano - e con il petrolio che ha perso moltissimo valore e lo sconquasso economico portato dal Covid-19 sarebbe un successo strategico.

(Il Foglio, 6 maggio 2020)


La verità, vi prego, su Pio XII

Gli archivi di Papa Pacelli getteranno luce sui misteri del Vaticano? Ancora presto per dirlo. Amico della Germania, ma non del nazionalsocialismo; nemico giurato del comunismo sovietico; sospettoso verso gli ebrei accusati di essere la matrice del bolscevismo. Eppure aprì i conventi ai perseguitati. Chi era davvero Pio XII?

di Claudio Vercelli

La vicenda dell'accessibilità degli archivi vaticani in relazione al pontificato di Pio XII si trascina da almeno cinquant'anni, ossia dal momento che il giudizio sulla sua azione nei lunghi giorni dell'occupazione nazista-fascista dell'Italia, tra il settembre 1943 e l'aprile del 1945, fu fatto sempre più spesso oggetto di letture tra di loro contrapposte. Come è risaputo, da una parte coloro che nel tempo andarono maturando un'opinione molto severa, fondata sul convincimento che il pontefice non solo non si fosse adoperato adeguatamente contro gli occupanti ma che - addirittura - un'ombra su di lui si fosse stesa, essendo evidentemente sceso a impliciti patti, ovvero ad un'irrisolta compiacenza, con il dispositivo criminale tedesco. Non un coinvolgimento diretto (se si fa eccezione per la lettura offerta da alcune stravaganti posizioni) bensì come una sorta di amorale "lasciare fare", laddove - invece - avrebbe potuto intervenire, quanto meno indirettamente, per attenuare la brutalità della politica razzista e assassina.
  Il fuoco di questa polemica ruota soprattutto intorno all'episodio della "razzia" degli ebrei romani, il 16 ottobre 1943, e della loro conseguente deportazione ad Auschwitz. Dall'altra parte, in secca contrapposizione, si è strutturata nel tempo una lettura alternativa, alimentata da una diffusa pubblicistica, che capovolge gli assunti delle posizioni precedenti per, invece, attribuire al pontificato di Pacelli non solo un meritevole impegno per contenere la barbarie nazifascista ma addirittura un coinvolgimento in prima persona nell'azione per salvare gli ebrei.
  Non poche di queste affermazioni sconfinano nell'apologetica, ossia nella lettura protesa ad una sistematica esaltazione della figura del vescovo di Roma. In alcuni casi, risultano addirittura al limite dell'imbarazzante.
  Entrambe le posizioni, tuttavia, condividono un presupposto, ossia che il Vaticano, e Pio XII in particolare, fossero a piena e compiuta conoscenza del sistema di sterminio nazista, dei suoi modi di funzionamento, dei suoi criteri e dei suoi mezzi. Non di quello persecutorio, si badi bene, di cui si sapeva molto se non tutto, ma di quello operante tra il tardo autunno del 1941 e l'inizio del 1945 nei paesi dell'Europa orientale, ovvero delle camere a gas per intenderci, Di certo già nel 1942 a Roma dovevano essere giunte informazioni circostanziate al riguardo. Documentazione storica testimonierebbe in tal senso.
  Tuttavia, proprio perché la questione dell'intellegibilità degli eventi in corso era allora non solo maggiormente nebulosa di quanto non lo sia per noi oggi, ma anche per le molteplici implicazioni politiche - a fronte di una Santa Sede in oggettive difficoltà - che la rivelazione pubblica dello sterminio avrebbe portato con sé, la formulazione di un giudizio definitivo rimane molto complicata. Francamente, proprio per questo le posizioni militanti non solo si rivelano stanche, nella loro ossessiva ripetitività, ma impediscono oramai una qualsiasi capacità di interpretazione della complessità di quelle vicende che vada oltre il già detto e risaputo. Ed è anche per questa ragione che risulta assai poco plausibile che l'apertura degli archivi possa portare con sé elementi tali da potere formulare finalmente un giudizio definitivo. Non solo perché gli archivi possono offrire molto, e tuttavia non danno mai quel "tutto" che invano si cerca, ma anche perché è estremamente improbabile che in essi si possa trovare quella carta definitiva che, da sé sola, permetterebbe di esprimersi in modo inequivocabile.
  Certe decisioni (ovvero, anche e soprattutto la mancanza di esse) non si prestano alla loro messa nero su bianco, in un testo destinato a passare ai posteri, come futura memoria. In quanto di esse non si deve, per l'appunto preservare la memoria. Semmai la documentazione, quando è letta e riletta, contestualizzata, compresa, interpretata permette attraverso alcun indici (ricorrenza di determinate parole; natura dei soggetti interloquenti; struttura dei carteggi; collocazione della documentazione medesima e così via) di ricostruire un contesto, una cornice, un ambiente e, con essi, quindi, una propensione.
  A tale riguardo, di Pio XII già si sono da molto tempo identificati alcuni aspetti, non solo del suo pontificato ma della sua stessa persona, delle sue propensioni e delle sue inclinazioni. Da nunzio apostolico in Germania, aveva maturato una grande simpatia per il Paese, nel quale il conflitto politico tra sinistre e destre, insieme alle drammatiche crisi economiche del 1923 e del 1929, avevano indebolito il già fragile tessuto democratico nazionale.
  Pacelli non si riconobbe mai nel nazionalsocialismo, se non altro per la sua visione aristocratica, patrizia delle relazioni sociali, di contro al plebeismo hitleriano. Ma da anticomunista d'acciaio qual era, ritenne che i fascismi potessero costituire un valido baluardo contro l'Est.
  Un universo mentale, all'epoca, agitava i pensieri di quanti si rifiutavano di riconoscere legittimità all'Urss e, soprattutto, alle sue spinte egemoniche.

 Indifferenza verso il destino degli ebrei "bolscevichi"
  La compressione, nell'immaginario collettivo, degli ebrei sul «bolscevismo», attribuendo ai primi la responsabilità storica di avere generato il secondo, fu parte della diffidenza e poi dell'indifferenza, con la quale venne osservato il loro destino. Soprattutto da parte di coloro che, potendo vedere senza necessariamente condividere, comunque si astennero nei fatti dall'intervenire per impedire la catastrofe.
  Quel che si sa, al riguardo, è che la Chiesa cattolica - non sempre coincidente con la curia romana - attraversò quegli eventi in modi tra di loro molto diversi. Le strutture periferiche si adoperarono molto spesso per salvare i singoli perseguitati. Il giudizio su di esse si disgiunge quindi da quello sul pontificato. Non perché le une e l'altro applicassero condotte antitetiche ma per via del fatto che i soggetti non coincidevano, men che meno in un'epoca di guerra totale. Da ultimo rimane un richiamo al fatto che la compressione sistematica della ricerca storica all'interno delle aspettative di taglio pubblicistico, se non spettacolare, mediatico, alla ricerca esasperata dello "scoop", è esattamente ciò che la lettura degli archivi non può e non deve legittimare in alcun modo.

(Bet Magazine Mosaico, maggio 2020)


Coronavirus, Israele riapre le spiagge e il Muro del Pianto (con mascherina)

Il ritorno a una vita «quasi normale» riguarda anche centri commerciali e mercati all'aperto. Solo 31 nuovi casi in 24 ore. Le scuole ripartono il 10 maggio (a giugno bar e ristoranti). Ancora per tre settimane il monitoraggio digitale dei casi sospetti.

di Davide Frattini

 
I surfisti avevano protestato contro i divieti formando una catena umana lungo la costa, le tavole a segnare il distanziamento obbligatorio. Da ieri possono tornare in mare, l'accesso alle spiagge resta controllato, gli sport acquatici sono tutti permessi. «Quasi normale», titoli in prima pagina Yedioth Ahronoth, il giornale più venduto nel Paese. Riaprono i grandi centri commerciali, che per gli israeliani sono quasi una seconda casa. Riaprono i mercati all'aperto, che rappresentano un secondo cortile collettivo. Cancellato anche il limite di 100 metri per gli spostamenti da casa, la gente può andare dove vuole senza dover fornire giustificazioni.

 Distanza di due metri
  Il piano del governo prevede di far ripartire il 10 maggio le scuole fino alle medie, da giugno anche i licei e pure bar, ristoranti, sale per eventi. Se ora del 14 giugno «non si accende la lampadina di allarme» - ha spiegato il primo ministro Benjamin Netanyahu - l'obiettivo è quello di togliere tutte le barriere agli assembramenti. Pian piano era stato innalzato il numero di persone che possono partecipare alla preghiera (le regole impongono almeno 10 uomini) e adesso sono 19, quante possono essere invitate alla cerimonia per la circoncisione. I fedeli tornano al Muro del Pianto, dovranno solo rispettare la distanza di due metri e indossare le mascherine.

 Dati incoraggianti
  La decisione di allentare la quarantena per tutti è stata presa dopo dati incoraggianti: lunedì i nuovi contagi da Covid-19 sono stati solo 31, le guarigioni sono 10.223 su 16.268 positivi, i morti in tutto sono 237. I controlli che il governo non ha ammorbidito sono quelli attraverso il monitoraggio digitale: una commissione parlamentare ha concesso di proseguire con il pedinamento elettronico per altre tre settimane. Gli israeliani rintracciati con i sistemi utilizzati dallo Shin Bet (il servizio segreto interno di solito impegnato a combattere il terrorismo palestinese) sono stati per ora 5.000.

 Nuovo governo
  Netanyahu sta gestendo la crisi sanitaria e le trattative per la formazione del nuovo governo. E' attesa la decisione della Corte Suprema che è stata coinvolta nella disputa politica: alcune petizioni chiedono che i giudici intervengano per impedire a un deputato incriminato (il primo ministro in carica deve andare a processo per corruzione) di mettere insieme e guidare una nuova coalizione. La Corte sembra orientata a non impedire l'intesa tra Netanyahu e l'ormai ex avversario Benny Gantz, che ha accettato di partecipare a un governo di emergenza nazionale per combattere il virus. L'opposizione vuole continuare con le manifestazioni: il sindaco di Tel Aviv ha fatto appiccicare sulle pietre bianche di piazza Rabin, il centro delle proteste nella città e nel Paese, i cartelli che indicano gli spazi da rispettare tra un dimostrante e l'altro. Sopra c'è scritto: «Proteggendo la democrazia. Proteggendo la tua salute».

(Corriere della Sera, 5 maggio 2020)


Vaccino Covid: «Completata in Israele fase di sviluppo dell'anticorpo»

 
Secondo il quotidiano israeliano Jerusalem Post, l' Istituto israeliano per la ricerca biologica avrebbe individuato un vaccino passivo o un anticorpo attivo contro il coronavirus. Si parla di «vaccino passivo» quando gli anticorpi di un paziente guarito sono trasferiti a un altro paziente.
   L'istituto israeliano (IIBR), secondo il ministero della Difesa locale, avrebbe dunque completato la fase di sviluppo dell'anticorpo nelle ultime ore. Il ministro della Difesa, Naftali Bennett, ha visitato il laboratorio con sede a Ness Ziona, a 20 chilometri da Tel Aviv, ed è stato informato dal team di ricerca, che ha scoperto l'anticorpo capace di neutralizzare il virus. Il primo ministro Benjamin Netanyahu lunedì scorso ha promesso 60 milioni di dollari in una conferenza internazionale di donatori che ha raccolto fondi per la lotta congiunta contro la pandemia.
   Stando a quanto riportato ancora dal Jerusalem Post, l' Istituto israeliano per la ricerca potrebbe brevettare il suo anticorpo a breve e garantirsi così un contratto per la commercializzazione. «Sono orgoglioso del personale del Biological Institute», ha detto Bennett. All'inizio di febbraio, prima che il virus raggiungesse Israele, Netanyahu aveva incaricato la IIBR e il Ministero della Salute di lavorare per creare un vaccino contro il virus e per creare una fabbrica di vaccini. «È possibile che anche su questo tema, se lavoriamo abbastanza velocemente, con un budget adeguato e le persone di talento che abbiamo, Israele sarà in vantaggio rispetto al mondo», ha detto.
   
(Il Messaggero, 5 maggio 2020)


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Coronavirus: Israele seleziona un anticorpo attivo

Possibile produzione globale

GERUSALEMME - L'Istituto per le ricerche biologiche israeliano (Iibr) ha selezionato un anticorpo monoclonale attivo contro il coronavirus la cui produzione di massa su scala globale sarebbe possibile. Lo riferisce il quotidiano israeliano "Jerusalem Post", citando il ministero della Difesa. Secondo quest'ultimo, l'Iibr ha completato la fase di sviluppo dell'anticorpo. L'annuncio arriva dopo che il ministro della Difesa israeliano, Naftali Bennett, ha visitato ieri, 4 maggio, il laboratorio dell'Iibr a Ness Ziona ed è stato informato dalla squadra di ricerca della scoperta dell'anticorpo capace di attaccare e neutralizzare il virus nell'organismo. Bennett si è dichiarato orgoglioso del personale dell'Iibr e del suo "un enorme passo in avanti", lodando "la creatività ebraica che ha portato a questa straordinario traguardo". Lo scorso mese, l'istituto aveva annunciato l'inizio di un prototipo del vaccino anticorpale sui roditori. L'Iibr è anche coinvolto nella raccolta di plasma di pazienti guariti dal coronavirus nella speranza che ciò possa aiutare la ricerca. Un secondo team di ricerca israeliano, MigVax, ha reso noto di essere vicino al completamento della prima fase di sviluppo di un vaccino contro il coronavirus. La scorsa settimana, Migvax si è aggiudicato un investimento di 12 milioni di dollari dalla piattaforma OurCrowd per accelerare il percorso verso i test clinici. MigVax è legato al Migal Galilee Research Institute.

(Agenzia Nova, 5 maggio 2020)


Israele sta riaprendo più di altri

Da giovedì gli israeliani potranno uscire di casa senza limitazioni e saranno permessi assembramenti fino a 20 persone, oltre che matrimoni e funerali.

                              Quattro minuti per un tampone, meno di 24 ore per ricevere il risultato. Si tratta dello stand mobile
                              e iper-protetto che è stato collaudato a Tel Aviv nel cortile della clinica Maccabi.

Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato lunedì il piano del governo sull’allentamento delle restrizioni introdotte per limitare la diffusione del coronavirus. Il piano presentato da Netanyahu, che entrerà in vigore giovedì, è piuttosto ambizioso e prevede riaperture più estese e rapide di quelle di molti altri paesi del mondo che sono entrati nella cosiddetta “fase due”. Tra le altre cose, Netanyahu ha detto che da giovedì gli israeliani potranno uscire dalle proprie case senza limitazioni, quindi andando anche oltre la distanza dei 100 metri introdotta lo scorso 25 marzo. Potranno inoltre partecipare a matrimoni e funerali, anche se con qualche limitazione.
   Israele non è stato particolarmente colpito dall’epidemia da coronavirus: finora ha registrato 16.237 casi accertati di COVID-19 e 234 morti.
   Il governo guidato da Netanyahu nelle ultime settimane aveva introdotto severe misure restrittive per limitare il contagio e ha fatto molto affidamento sui servizi di intelligence - sia il Mossad che lo Shin Bet, rispettivamente servizi segreti per l’estero e per l’interno - per recuperare materiale medico dall’estero e realizzare il cosiddetto “contact tracing”, cioè il tracciamento dei contatti. Stando al calo significativo dei contagi e dei morti dell’ultimo mese, sembra che le misure restrittive abbiano funzionato.
   Da giovedì, ha detto Netanyahu, potranno riaprire mercati e centri commerciali e saranno permessi assembramenti fino a 20 persone in spazi aperti. Sarà permessa anche la celebrazione di matrimoni e funerali, ma solo con un massimo di 50 persone, e senza contatti fisici. Il governo israeliano ha annunciato inoltre la riapertura di diversi gradi di scuola: il 10 maggio riapriranno gli asili nido, mentre il resto del sistema educativo e delle attività universitarie riprenderà a metà giugno. Le persone potranno uscire quando vogliono e per fare quello che vogliono, nel rispetto di queste limitazioni.
   Netanyahu ha avvertito però che le misure restrittive potrebbero essere reintrodotte se dovessero realizzarsi alcune condizioni: per esempio se dovessero esserci più di 100 nuovi casi al giorno non provenienti da aree già oggi particolarmente colpite, come alcuni quartieri di Gerusalemme, o se il numero di malati gravi di COVID-19 ricoverati in ospedale dovessero raggiungere i 250 (oggi sono 90). Se invece le cose dovessero andare bene, quindi se non si registrasse un aumento improvviso di nuovi casi, nel giro di due settimane il governo potrebbe permettere assembramenti fino a 50 persone, e a metà giugno potrebbe rimuovere tutte le restrizioni ancora in vigore.
   Nonostante il piano di ripartenza annunciato da Israele sia più esteso e rapido di quello di altri paesi del mondo, anche Netanyahu ha detto che le riaperture saranno graduali e che si decideranno eventuali passi indietro strada facendo, a seconda di come evolverà la situazione nelle prossime settimane.

(il Post, 5 maggio 2020)


Gerusalemme mette a bada l'intelligence

I sistemi di sorveglianza anti virus approvati dal governo (compresa una app) sono stati dichiarati illegittimi dalla Corte Suprema, troppi rischi per la democrazia.

Israele è uno dei pochi casi di successo nel contenimento del coronavirus fuori dall' Asia. Come sempre, la gran parte del lavoro contro il virus è fatta con metodi non tecnologici, come il potenziamento delle infrastrutture sanitarie, la disponibilità di respiratori e mascherine e così via. Ma Israele si distingue anche perché il governo ha deciso di usare tecnologie particolarmente invasive per rintracciare i contagiati e i loro contatti. A fine marzo è stata lanciata la app HaMagen, che significa "scudo", e che è una delle poche che utilizza il gps. Funziona così: la app conserva sul telefono tutti gli spostamenti dell'utente negli ultimi 14giorni. Se l'utente fa un tampone e risulta positivo, la app carica i suoi spostamenti su un server centrale, che diventa così una gigantesca mappa degli spostamenti di tutti i positivi. Le app degli altri cittadini confrontano i propri spostamenti con quelli della mappa generale, e se c'è una coincidenza avvertono l'utente. Ovviamente la app è stata molto criticata per l'invasione della privacy e spesso genera falsi positivi, perché il gps non è preciso. Inoltre lo Shin Bet, i servizi segreti interni, utilizza tecniche di sorveglianza dei telefoni usate abitualmente nell'antiterrorismo per potenziare il tracciamento e sorvegliare le quarantene. Ma a fine aprile la Corte suprema israeliana ha bloccato tutto perché i rischi per i diritti sono troppo alti.

(Il Foglio, 5 maggio 2020)


Gerusalemme: israeliani e palestinesi uniti nella lotta al coronavirus

di Iaia Vantaggiato

 
Forse sarebbe azzardato parlare di inizio di una nuova era, ma di certo si fa sempre più stretta la collaborazione tra il comune di Gerusalemme guidato dal sindaco Moshe Leon e i palestinesi residenti a Gerusalemme est, ora uniti nella lotta contro il Covid 19.
   Era stato proprio Moshe Leon, alla vigila del Giorno dell'Indipendenza, a chiedere all'aeronautica israeliana - pronta a solcare il cielo di Gerusalemme per sorvolare in segno di saluto e di ringraziamento tutti i medici impegnati nella battaglia contro il coronavirus - di cambiare il corso del suo volo o, meglio, di "allungarlo" un po' per arrivare a salutare e ringraziare anche i medici dell'ospedale di St. Joseph a Sheikh Jarrah, l'unico ospedale di Gerusalemme est ad avere aperto un reparto interamente dedicato ai pazienti di Covid. L'Aeronautica ha ottemperato alla richiesta di Leon e dopo aver sorvolato i centri medici Hadassah e Sha'are Tzedek di Gerusalemme, l'aereo ha proseguito verso est. "Questo è stato un evento storico, commovente, che simboleggia l'unità nella battaglia contro il coronavirus", ha detto Leon. Anche nei giorni in cui l'insolito diventa la norma - come ha osservato Nir Hasson su Haaretz - quella sorvolata militare in onore dello staff medico di un ospedale palestinese è un evento da ricordare. I residenti di Gerusalemme est e il personale dell'ospedale hanno visto la mossa come un gesto positivo. "Per la prima volta siamo stati 'riconosciuti' e questo ci consente di essere orgogliosi di ciò che facciamo", ha dichiarato il direttore generale di St. Joseph Jamil Kousa.
   Inoltre il comune ha distribuito migliaia di cestini alimentari ai residenti più bisognosi di Gerusalemme Est anche grazie all'assistenza di volontari locali e lavora con il Comando del Fronte interno per risolvere i problemi relativi al test del coronavirus , alla quarantena e al trattamento dei pazienti di quell'area della città. "Nemmeno una persona a Gerusalemme Est avrà fame", ha detto Moshe Leon.
   Nella maggior parte dei quartieri, infine, sono stati istituiti comitati per imporre il blocco necessario a contenere il contagio da coronavirus, per assistere i bisognosi e garantire che i pazienti affetti da Covid entrino in quarantena.
   La società civile palestinese - sostiene ancora Nir Hassan - è uno degli elementi che hanno permesso questa inedita cooperazione.
   
(Shalom, 5 maggio 2020)


Israele, si accende il dibattito su una serie tv saudita e una egiziana

In Israele si è acceso il dibattito su due serie tv che stanno andando in onda nel mondo arabo durante il Ramadan (mese nel quale i musulmani praticano il digiuno, in ricordo della prima rivelazione del Corano a Maometto).
Una è saudita, l'altra egiziana. E affrontano il rapporto con Israele in maniera diametralmente opposta.
Partiamo da "Umm Haroun" (La madre di Aaron), fiction saudita girata prima della pandemia dal canale satellitare Mbc, di proprietà statale, ambientata negli Anni 40 del '900, che racconta le relazioni tra la comunità ebraica in Kuwait e i musulmani.
L'attrice Hayat al-Fahd presta il volto alla protagonista, un'ostetrica ebrea kuwaitiana, che si trasferisce nel neonato Stato ebraico dopo le vessazioni subite in patria.
In parte del mondo e non solo, la fiction è criticata perché ritenuta un veicolo per continuare il processo di normalizzazione dei rapporti fra Arabia Saudita e Israele. Come se la normalizzazione dei rapporti dei rapporti con lo Stato ebraico fosse una colpa da espiare…
Discorso opposto per la fiction egiziana "El Heyaya" (La fine), che nel primo episodio ha messo in scena una classe di studenti nell'anno 2120 cui viene insegnato che:
    "Quando venne il momento per gli stati arabi di sbarazzarsi del loro nemico giurato, scoppiò una guerra che fu chiamata la guerra per liberare Gerusalemme e che si concluse rapidamente con la distruzione dello stato sionista d'Israele a meno di 100 anni dalla sua fondazione".
Non solo perché l'insegnante, interpretato dal popolare attore egiziano Youssef el Sherif, aggiunge che "la maggior parte degli ebrei d'Israele fuggirono e tornarono nei loro paesi d'origine in Europa". Per dovere di cronaca, la maggioranza degli ebrei israeliani discende da famiglie di origine nordafricana o mediorientale.
Un prodotto per la tv, che ipotizza un futuro che non va oltre il 2048 (anno del centenario di Israele), ritenuto "inaccettabile" dal Ministero degli esteri israeliano, Yisrael Katz, che l'ha definito:
    "Deplorevole e totalmente inaccettabile, soprattutto tra due paesi che hanno firmato un accordo di pace da 41 anni".
In più, la serie va in onda ON, un canale tv privato, la cui trasmissione è stata autorizzata dal censore del governo egiziano. La società che la produce è Synergy, la più grande nel settore in Egitto che ha forti legami con il governo.
Il creatore di "La fine", Amr Samir Atif, contattato da Associated Press, ha detto che la distruzione di Israele "costituisce un futuro possibile in assenza di una vera pace e di una stabilità reale nella regione".
Come spesso accade, una spiegazione che non aiuta a stemperare le polemiche. Anzi…

(Progetto Dreyfus, 4 maggio 2020)


*


Egitto. L'odio anti-israeliano si fa fiction. il caso di "El Nehaya"

di Luca D'Ammando

2120. In un'aula di una scuola egiziana un insegnante racconta ai suoi studenti della «guerra per liberare Gerusalemme» avvenuta circa cento anni dopo la fondazione dello Stato d'Israele e di come gli ebrei «corsero via e ritornarono ai loro paesi di origine» in Europa. È così che si apre "El Nehaya" (La fine), la serie tv egiziana in trenta episodi ambientata in un futuro distopico in cui Israele non esiste più e gli Stati Uniti, «i sostenitori più importanti dello stato sionista», si sono ormai divisi.
   Un'opera di fantasia che, sotto la coperta della finzione e della fantascienza, rappresenta la più subdola propaganda anti-ebraica. Inevitabile la reazione del governo israeliano, che per bocca del ministra degli Esteri Yisrael Katz ha definito "El Nehaya" «infelice e inaccettabile» tanto più perché i due paesi «hanno un trattato di pace da 41 anni».
   Aspetto tutt'altro che secondario, il fatto che "El Nehaya" è prodotta da Synergy, una delle maggiori società del settore dell'Egitto, legata al presidente Abdel Fattah al Sisi, e che viene trasmessa dalla rete televisiva On, la cui proprietà è filo-governativa.
   The Jerusalem Post ha chiesto espressamente al governo di Israele di prendere provvedimenti concreti nei confronti dell'Egitto, non fermandosi alle «blande rimostranze verbali». Il quotidiano israeliano cita anche una clausola del trattato di pace del 1979 che stabilisce che le due parti debbano «astenersi dal fare propaganda ostile una contro l'altra».
   "El Nehaya" è stata lanciata durante il ramadam, periodo in cui gli ascolti televisivi sono all'apice e più volte i paesi musulmani hanno messo in onda fiction che demonizzano gli ebrei e Israele. Basti ricordare che, nel 2002, sempre l'Egitto mandò in onda "Horseman without a horse", una sorta di rappresentazione antisemita dell'attuazione dei Protocolli degli Anziani di Sion. O ancora nel 2017 "Kalabsh" aveva come protagonista una donna ebrea americana che con ogni mezzo cercava di convincere un diplomatico egiziano a danneggiare la sicurezza nazionale del suo paese. Oppure lo scorso anno i telespettatori egiziani hanno potuto godersi la visione di "Alzyb'a", in cui gli ebrei erano i perfidi padroni del mondo. È sempre fiction, ma rappresenta bene il reale odio che in forma più o meno smaccata circonda Israele.

(Shalom, 4 maggio 2020)


La vittoria più bella

Un grande anche fuori dal tatami, Il campione del mondo di judo, l'israeliano Sagi Muki, ha dimostrato di essere davvero un campione anche nella vita di tutti i giorni.

di Amanda Gross

Muki per aiutare il suo Paese in questi terribili giorni ha deciso di vendere all'asta i suoi cimeli conquistati nelle maggiori competizioni sportive del mondo. Ed il grande cuore di Israele ha risposto con slancio, con grande entusiasmo.
Da questa asta di beneficenza sono stati ricavati circa 70 mila euro che verranno investiti per l'acquisto di nuovi ventilatori. La vittoria più bella per Muki

(Italia Israele Today, 4 maggio 2020)


Inviato speciale Usa Jeffrey: appoggiamo i raid israeliani su postazioni iraniane

 
James Jeffrey
LONDRA - Per quanto concerne i recenti raid israeliani in Siria, James Jeffrey ha ribadito che Washington appoggia "gli sforzi israeliani in direzioni della propria autodifesa", evidenziando la "minaccia esistenziale" per lo Stato ebraico costituita dall'Iran e come la Repubblica islamica possa contare in Siria su una presenza numerosa diretta e indiretta tramite propri alleati come il partito sciita libanese Hezbollah. Il diplomatico Usa ha inoltre aggiunto che, proteggendo sé stesso, Israele sta anche proteggendo tutti i vicini di Assad, dalla Giordania alla Turchia passando per Libano e Iraq. Jeffrey ha richiamato poi la politica Usa secondo cui tutte le forze militari approdate in Siria dopo il 2011 debbano lasciare il paese: innanzitutto l'Iran, ma anche Turchia, gli stessi Stati Uniti e Israele laddove fossero confermate le azioni della sua aeronautica; non sarebbe invece inclusa la Russia, giunta nel paese mediorientale prima dello scoppio del conflitto. Jeffrey confida che il regime di Damasco cercherà un accordo negoziato piuttosto che la proclamazione di una vittoria militare incondizionata come fatto finora. Secondo il diplomatico statunitense, tale cambiamento di atteggiamento deriverà in larga parte dalla combinazione di sanzioni, presenza di truppe straniere nei territori finora sfuggiti al controllo di Assad, crollo demografico dato da morti e profughi, attacchi aerei contro forze siriane e iraniane, mancanza di assistenza per la ricostruzione e ostracismo nei confronti del governo siriano da parte della Lega araba e dell'Unione europea.

(Agenzia Nova, 4 maggio 2020)


Israele, si torna a scuola ma solo su base volontaria

Riprendono le lezioni per i bambini dei primi anni di elementari e gli ultimi di liceo: spetta ai genitori la scelta finale sulle presenze. Un alunno per ogni banco e distanza obbligatoria di due metri.

di Sharon Nizza

TEL AVIV - A due settimane dall'avvio della fase 2, ieri Israele ha dato il via a una graduale apertura del sistema scolastico, con il ritorno degli alunni dalla prima alla terza elementare e degli ultimi due anni del liceo.
   In un Paese con una media di 3 figli a famiglia, in cui nelle ormai quotidiane manifestazioni "distanziate" di protesta il grido ricorrente è «moriremo per la crisi, non di corona», l'apertura delle scuole era uno dei provvedimenti più attesi e riguarda circa 800 mila dei 3 milioni di alunni, La decisione è stata ufficializzata solo nel weekend, tra le polemiche di molti comuni, tra cui Tel Aviv, Haifa, Beersheva, che lamentano la mancanza di tempo per adattare le strutture e che hanno annunciato che riapriranno nel corso della settimana.
   Le direttive prevedono: classi dimezzate (fino a 17 alunni per classe), uno studente per banco e rispetto dei 2 metri di distanza, intervalli differenziati per evitare il contatto tra le classi, divieto di giocare col pallone a ricreazione, mascherine d'obbligo dai 7 anni (solo negli spazi aperti, non a lezione, non d'obbligo per bambini con bisogni educativi speciali), sanificazione degli spazi a fine giornata.

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   L'accesso alle strutture avviene in maniera contingentata per evitare assembramenti e solo con autocertificazione quotidiana sullo stato di salute (la febbre, misurata a casa, deve essere sotto i 38°); vietato l'ingresso agli accompagnatori. Al personale scolastico è richiesto di monitorare durante gli intervalli che non si formino assembramenti e che non vi sia contatto fisico tra gli alunni.
   Il ritorno in questa fase è volontario, a discrezione dei genitori. Gli altri gradi scolastici continueranno con gli studi online (in formula ridotta in quanto gli insegnanti si dovranno suddividere tra le classi ridimensionate) e torneranno gradualmente non oltre l'1 giugno. Per gli asili, che apriranno dal 10 maggio, si prevedono gruppi di massimo 15 bambini a turni alterni, tre giorni a settimana ogni classe; niente servizio mensa, i pasti andranno portati da casa.
   Davide Greco, preside del Liceo art Givat Ram di Gerusalemme, ha detto a Repubblica che «a causa del ritardo della comunicazione, non abbiamo riaperto domenica, ma siamo al lavoro per mettere l'istituto in regola, con l'intenzione di aprire per martedì i corsi di preparazione per le maturità. Uno dei problemi principali è la disponibilità della forza lavoro, in quanto insegnanti con malattie pregresse o con bambini piccoli a casa, non possono ancora venire fisicamente, ma continueranno con i corsi online. Tuttavia da una prima indagine che ho condotto tra gli insegnanti, ho trovato grande disponibilità e volontà di ripartire. Si parla della possibilità di prolungare l'anno scolastico anche per parte del mese di luglio: per i ragazzi dell'ultimo anno bisogna capire se fattibile. in quanto luglio è il mese' dell'arruolamento militare. Sono favorevole all'apertura: la situazione in Israele è discreta rispetto a tanti Paesi del mondo e anche dal punto di vista dell'economia è necessario ricominciare. Si può sempre tornare indietro».
   E infatti è nello spirito del "prova e sbaglia" che si sono prese le ultime decisioni sulla riapertura. È stato messo in conto un possibile aumento dell'indice di contagio, nei limiti del sostenibile (sotto 1'1%, come avvenuto in Danimarca con l'apertura delle scuole).
   Finora i dati israeliani hanno supportato le misure prese e rimangono confortanti: solo 8 nuovi contagi ieri e numero di ricoverati in terapia intensiva in calo costante, che al momento occupano solo il 5% della capacità di macchine respiratorie del Paese.
   
(la Repubblica, 4 maggio 2020)


Come il Coronavirus ha scatenato una stagione di odio aperto contro gli ebrei charedim

La crisi del coronavirus ha scatenato una "accusa del sangue" contro gli ebrei ortodossi, da Brooklyn a Bene Berak. E sono gli ebrei liberal ad averla iniziata.

di Avi Shafran*

Quando i tassi più elevati di infezione e di malattia da coronavirus sono stati segnalati per la prima volta nelle città e nei quartieri charedi, molti di noi charedim sapevamo che cosa stava arrivando. Quando la peste bubbonica devastò l'Europa nel 1300, infatti erano le persone identificabili come ebrei a esser viste come le meno propense a contrarre l'infezione, probabilmente grazie al loro comandamento religioso di lavarsi frequentemente le mani. La più grande parte della popolazione, però, concluse che gli ebrei stavano avvelenando pozzi in cui i cristiani bevevano. Così arrivò un'ondata di brutali torture, confessioni forzate e massacri che decimarono intere comunità ebraiche.
   Ironia della sorte, oggi, i charedim sono stati particolarmente colpiti dalla pandemia del coronavirus e sono stati accusati ancora una volta. Questa volta però non per aver causato la peste contemporanea (anche se è stato detto anche questo sui social media e negli scontri pubblici; l'odio contro ebreo non conosce logica). Ora le accuse contro gli ebrei religiosi riguardano diversi altri presunti crimini: non agire abbastanza rapidamente per chiudere scuole e sinagoghe, disprezzare le conoscenze e i consigli medici e seguire ciecamente dei leader che non possono essere affidabili nelle loro scelte. Ed è così spuntata, come ci aspettavamo, una nuova "stagione di caccia" contro i charedim.
   Sì, alcune comunità charedi non hanno riconosciuto la viralità del virus con la rapidità con cui ora si sarebbe voluto. Ma sinagoghe e yeshivot occupano un posto unico in tali comunità e la loro chiusura è stata traumatica. Il "senno del poi", notoriamente, è impeccabile. Molte altre parti della società - tra cui festaioli, bagnanti sulla spiaggia e leader politici - in un primo momento hanno sottovalutato il grado di minaccia che il virus ha posto, alcuni ben oltre il momento in cui Bene Berak e Brooklyn avevano già acconsentito a tutte le precauzioni necessarie. Ci sono stati infatti charedim che hanno violato le corrette regole dell'autorità sanitaria, ma per ogni funerale di Bene Berak o Brooklyn che attirava una folla di persone in lutto sconvolte, ci sono stati decine di "ultimi saluti" nella stessa e in altre comunità charedi, tra cui quello del Novominsker Rebbe, che hanno avuto luogo con presenti solo una manciata di membri della famiglia e tutti ben distanti l'uno dall'altro. Giudicare un'intera popolazione sulla base di "anomalie recalcitranti" è l'essenza del bigottismo.
   Per quanto riguarda il disprezzo per la conoscenza o la guida della medicina, ci sono pochi gruppi più rispettosi della medicina o più dedicati a preservare la vita dei charedim. In Israele, molti charedim, giustamente o no, nutrono una sfiducia verso il governo. Ma una volta che è stato correttamente e sensibilmente comunicato al settore charedi che la distanza sociale e altre misure erano necessarie per evitare di contrarre o diffondere il virus, i charedim israeliani, come i loro omologhi negli Stati Uniti, hanno prontamente rispettato le regole.
   Ed è anche illuminante la risposta charedi alle richieste delle autorità mediche per le donazioni di plasma da parte di persone sopravvissute all'infezione. Nel giro di poche ore dalla pubblicazione di avvisi sulla necessità della donazione del sangue per condurre ricerche sugli anticorpi, le strutture di New York sono state inondate da migliaia di aspiranti donatori di sangue. La scena si ripeteva in luoghi come Baltimora, Maryland, Lakewood, New Jersey, che ospitano importanti comunità haredi. Più della metà dei donatori di plasma del Mount Sinai Hospital di New York erano identificabili come ebrei ortodossi. Questo è il disprezzo per la scienza e la medicina?
   Ma la diffamazione più comune - e più eclatante - lanciata al mondo charedi nelle ultime settimane si è concentrata sui suoi leader spirituali. Tipico esempio delle esagerazioni su come charedim considerino i loro capi religiosi è stata l'affermazione di Anshel Pfeffer, un eterno critico dei charedim, che i nostri rabbini siano "infallibili". Allo stesso modo nel Jewish Journal di Los Angeles, il rabbino Yitz Greenberg descrive "i leader charedi sono guidati da… un pensiero teologico insulare".
   Il signor Pfeffer ritiene infallibile il più rispettato medico in un determinato campo? Sicuramente no. Questo fatto in qualche modo preclude la ricerca del consiglio del medico? E il rabbino Greenberg non riconosce che l'essenza stessa e il potere dell'ebraismo è una guida basata sulla Torà, cioè un "pensiero teologico insulare"?
   Un esempio di tale pensiero è stata la resistenza dei leader charedi nel chiudere le scuole della comunità quando le scuole pubbliche israeliane stavano chiudendo le porte. Quei dirigenti sono stati ridicolizzati per aver preso sul serio l'insegnamento del Talmud che il "respiro dei bambini" nel loro studio della Torà sostiene veramente il mondo. Ma a questa cosa - ed è una cosa molto importante - noi charedim crediamo davvero. È strano che gli ebrei di mentalità liberale tendano a tollerare agli altri le loro credenze particolaristiche, quando gli altri seguono una miriade di credenze. Ma non lo tollerano se si tratta dei loro compagni ebrei che credono in quello che è stato chiamato l'ebraismo per millenni.
   Per ogni decisione sulla chiusura di qualcosa durante l'inizio della crisi coronavirus, c'è stata la valutazione delle esigenze e dei costi. E per questa ragione fino a adesso, i servizi essenziali, come mantenere operative le reti elettriche e l'acqua corrente, non sono mai stati spenti.
   Per un leader charedi, chiudere le scuole è più vicino a questi esempi, che alla chiusura di imprese e luoghi di intrattenimento. Potete essere in disaccordo, critici, se lo si desiderate, ma per favore non denigrate o odiate i charedim per le loro sincere convinzioni. Tanto rancore nel Klal Yisrael (Comunità di Israele, n.d.t.) è dovuto al rifiuto degli ebrei di immaginare le cose dal punto di vista di altri ebrei. Sì, noi charedim crediamo davvero che la Torà che i bambini imparano mantenga il mondo. Sì, crediamo sinceramente che lo studio della Torà protegga gli ebrei non meno del servizio militare. Sì, crediamo pienamente che lo shabbat sia un dono, non un peso.
   E sì, esorto anche i miei compagni charedim, a cercare di mettersi nei panni di coloro che si oppongono a loro, per cercare di capire meglio le ragioni per cui gli altri provano risentimento. Nei miei sogni più felici, entrambi i campi fanno proprio questo e il mondo ebraico è un luogo molto più piacevole e sano.

* Rav Avi Shafran è blogger e autore, e serve come direttore degli affari pubblici di Agudath Israel.

(Kolòt, 4 maggio 2020 - trad. Davide Levy)


L'impatto del 1948 (e delle due guerre) sulla letteratura israeliana: la generazione del Palmach

di Cyril Aslanov

La proclamazione ufficiale dello Stato di Israele nel pomeriggio del venerdì 14 maggio 1948 (5 Iyar 5708), a poche ore dalla fine del Mandato britannico in Palestina, scatenò manifestazioni di gioia in tutto lo yishuv, ormai diventato Stato di Israele. Ma poche ore dopo i balli improvvisati, dove si esprimeva la gioia di veder rinascere una sovranità ebraica nella terra ancestrale, il paese appena creato rischiò di essere brutalmente cancellato dalla carta quando la mattina del sabato 15 maggio, gli eserciti di 7 paesi arabi (Egitto; Siria; Libano; Transgiordania; Iraq; Arabia Saudita; Yemen) attaccarono Israele dal sud, dall'est e dal nord.
   Quest'insieme di gioia e di angoscia viene ancora percepito dalla contiguità che unisce il giorno in cui si commemorano i caduti delle guerre di Israele alle festività del Giorno dell'Indipendenza con la sola differenza che nel 1948, i lutti interruppero la gioia invece di precederla. La guerra israelo-araba del 1948-1949 che terminò con la vittoria di Israele contro la coalizione araba informalmente sostenuta dalla Gran Bretagna, marcò profondamente la letteratura ebraica. A dire il vero, il poema Vassoio d'argento (Magash Ha-Kesef) di Nathan Alterman, strettamente associato alla memoria dei giovani caduti per rendere possibile la creazione di uno Stato ebraico e per difenderlo dai suoi numerosi nemici, venne composto prima del 1948. Infatti, fu pubblicato nel quotidiano Davar (ormai estinto) il 19 dicembre 1947 quando già si accaniva la guerra civile fra formazioni paramilitari arabe ed ebraiche durante gli ultimi mesi del Mandato britannico sulla Palestina.
   Anche il romanzo Il ragazzo e la colomba di Meir Shalev (Yonah va-na'ar) ), tradotto da Elena Loewenthal e pubblicato nel 2008, finisce con la morte del giovane eroe durante la battaglia di San Simon nel quartiere Katamon di Gerusalemme, a due settimane della proclamazione dello Stato. Al di là del riferimento puntuale agli avvenimenti storici nella letteratura ebraica, va sottolineato che le guerre del 1948 (sia la Guerra civile del 1947-1948 che la Guerra israelo-araba del 1948-1949) furono associate con una generazione intera di scrittori israeliani chiamati con il nome collettivo di "generazione del Palmach".
   Uno dei rappresentanti tra i più famosi di questa generazione è S. Yizhar (Yizhar Smilansky), conosciuto in Italia attraverso il suo racconto La rabbia del vento (Khirbet Khiz'eh) che descrive l'espulsione degli abitanti di un villaggio palestinese. Questo breve romanzo scritto immediatamente dopo la fine della guerra israelo-araba del 1948 fu tradotto da Dalia Padoa e pubblicato da Einaudi nel 2005. Allo stesso S. Yizhar si deve un libro di maggior levatura, Yemei Tsiklag ("I giorni di Tsiklag"), un romanzo di guerra pubblicato nel 1958 che descrive in tutti i particolari una settimana intensa durante la battaglia di Horvat Ma'ahaz (Hirbet Ma'aHaz) che nell'autunno di 1948 oppose la brigata Yiftah a delle forze egiziane numericamente superiori nel nord del Neghev.
   La forza di questo lungo racconto di un periodo breve ma intenso deriva del fatto che permette al lettore di entrare nella soggettività dei sei combattenti principali della brigata e di sperimentare per procura tutto il vissuto autentico di una vera battaglia. L'espulsione narrata nella Rabbia del vento è un testo coraggioso che affronta la realtà senza guanti. Va sottolineato che, in quegli anni, il fatto di raccontare l'espulsione di arabi dal loro villaggio non faceva parte di una posizione pro-araba ma piuttosto della volontà di testimoniare lucidamente al di là del discorso perbenista di propaganda o di auto-giustificazione. Questa ambiguità riflette la situazione di Israele appena nato: costretto a combattere una guerra dalle prime ore della sua esistenza, il giovane Stato di Israele non ha potuto offrirsi il lusso di perdere tempo prezioso in sofisticati esami di coscienza. Questo impegno toccò alle generazioni successive per le quali l'esistenza dello Stato di Israele era percepita già come un fatto evidente e non più come il miracolo paradossale del maggio 1948 o ancora di più, della prima metà del 1949 quando furono firmati gli accordi di cessate il fuoco con gli aggressori arabi.

(Bet Magazine Mosaico, 4 maggio 2020)


Emergenza sanitaria e le regole della democrazia

di Ugo Volli

Una delle cose emerse alla coscienza collettiva con l'epidemia attuale è che l'unità naturale dello solidarietà, dell'orgoglio, del dolore collettivo è ancora la nazione: non la città e la regione, che pure sono realtà amministrative e anche epidemiologiche, ma soprattutto non le entità sovrannazionali, come l'Unione Europea, che pure svolgono o dovrebbero svolgere un ruolo di solidarietà economica. In Italia c'è stato un forte appello all'orgoglio nazionale, con le bandiere esposte ai balconi, gli appelli alla partecipazione alle feste e la rivendicazione da parte dei gestori dell'emergenza di essere un "modello" "imitato" e "ammirato" dal mondo, il che incidentalmente non è affatto vero, come sa chi segue l'informazione internazionale. Senza offendere questo sentimento, vale la pena di fare un confronto con Israele, non solo nei termini della diffusione del morbo (al momento in cui scrivo il 3,4 per mille in Italia e lo 1,8 in Israele) o della mortalità (0,46 contro lo 0,025), ma anche per i comportamenti sociopolitici.
   Le regole del lockdown in Israele sono state un po' più elastiche, compensate però dalla chiusura di "zone rosse" di città o quartieri e dall'uso di tecnologie di tracciamento. Ma soprattutto le istituzioni non hanno smesso di lavorare, la Knesset si è riunita quasi normalmente; si è largamente convenuto che serviva un governo di unità nazionale e si sono sviluppate le trattative per formarlo; non si sono usati provvedimenti di dubbia legittimità costituzionale, come i nostri DCPM, perché le scelte sono sempre passate dagli organi collettive preposti, senza pletorici comitati "tecnico-scientifici"; il sistema giuridico si è espresso sulla legittimità dei provvedimenti assunti, limitandoli; soprattutto il sostegno economico alla popolazione in difficoltà è stato concreto; le decisioni sono state rapide all'inizio e hanno seguito da vicino lo sviluppo della malattia. Insomma Israele, a differenza dell'Italia, ma come parecchi altri paesi, è un esempio di come si possa affrontare un'emergenza sanitaria in maniera efficiente e insieme rispettosa della democrazia.

(Shalom, 3 maggio 2020)


I parlamentari di Blu-Bianco si tagliano lo stipendio del 20% per il Covid-19

di Paolo Castellano

Il partito israeliano Blu-Bianco ha deciso di ridurre del 20% lo stipendio dei propri membri. L'iniziativa è partita ad aprile per cercare di raccogliere denaro per chi sta affrontando l'emergenza Covid-19 in Israele.
   A livello istituzionale si è inoltre deciso che verranno tagliati gli stipendi degli alti funzionari, compresi i ministri e i parlamentari della Knesset (parlamento israeliano). Questa decisione verrà proposta dall'attuale governo in carica nella prossima plenaria della Knesset. Gli stipendi dei politici diminuiranno finché la crisi sanitaria legata al Coronavirus non cesserà.
   L'idea del taglio dei salari per aiutare la ripresa economica israeliana è stata avanzata da Meirav Cohen, membro della Knesset e politico di Blu-Bianco capeggiato da Benny Gantz, che insieme a Benjamin Netanyahu sta guidando l'attuale coalizione al governo di Israele.
   Il 30 aprile, Gantz ha poi affermato di non voler utilizzare la clausola sugli alloggi contenuta nell'accordo di coalizione. Rimarrà dunque presso la sua abitazione di Rosh HaAyin e non dimorerà nella residenza riservata a chi ricopre la carica di vice primo ministro.
   Tuttavia, si sta cercando di esaminare altre opzioni che possano consolidare l'iniziativa del partito di Gantz, estendendola anche ad altri partiti politici. Come riporta Israel National News, prima dell'iniziativa comune sul taglio degli stipendi, altri parlamentari, sia di destra che sinistra, avevano devoluto parte dei loro compensi per finanziare iniziative socialmente utili.

(Bet Magazine Mosaico, 3 maggio 2020)


Dieci paesi europei condannano una eventuale annessione di territori da parte di Israele

Nuove costruzioni a Gerusalemme est e l'annessione di parti dei territori palestinesi nella Cisgiordania sono «passi unilaterali che potrebbero danneggiare gli sforzi di riavvio dei colloqui di pace e avere ripercussioni sulla stabilità regionale». È quanto si legge nella dichiarazione pubblicata ieri da dieci paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna, Italia, Irlanda, Belgio, Svezia, Olanda e Danimarca).
   I rappresentanti dei paesi europei - nel corso di una videoconferenza con il ministero degli esteri israeliano - hanno definito un passo «importante» la formazione di un governo di unità nazionale in Israele ma al tempo stesso hanno detto di essere «profondamente preoccupati» da quelle parti dell'intesa di coalizione del governo Netanyahu-Gantz che intendono realizzare «l'annessione di parti della Cisgiordania. Annessione - hanno spiegato - «che costituirebbe una chiara violazione della legge internazionale» e «avrebbe anche ripercussioni sulla posizione di Israele a livello internazionale».
   Intanto, da segnalare la notizia secondo cui il governo israeliano avrebbe preso in esame proposte per uno scambio di prigionieri giunte nelle ultime settimane da Hamas attraverso mediatori internazionali.

(L'Osservatore Romano, 3 maggio 2020)


Norcia luna park dei salumi grazie agli ebrei

L'imperatore Vespasiano ne deportò 20.000 in Valnerina li costrinse a lavorare il maiale che loro non potevano mangiare perché impuro. E in Umbria nasce la storia degli insaccati italiani, le cui radici leggendarie risalgono a Volterra 2.500 anni fa.

di Morello Pecchioli

 
 
È la Juventus dei salumi, la Vecchia Signora degli insaccati. Signora di nome e di fatto. Di nome perché si chiama proprio cosi: Signora di Conca Casale. Di fatto, perché questo salame del molisano merita il rispetto che si deve a una lady per la bontà e la storia. Conca Casale è un minuscolo paese di 200 anime in provincia di Isernia, nel Molise. Da qui riprendiamo il giro d'Italia dei salumi dimenticati e insoliti, iniziato nelle regioni del sud. La Signora di Conca Casale è un salame femmina di grosse dimensioni (arriva anche a cinque chili) fatto con tagli suini di pregio: lombo e spalla per il magro, lardo di schiena e di pancetta per il grasso. Un tempo la lavorazione era affidata alle massaie. È grazie a un gruppetto di anziane del paese se la Juventus dei salumi non sparirà dall'atlante italiano degli insaccati: l'hanno afferrata per lo spago prima che finisse nel baratro dell'estinzione tramandando l'antica arte norcina alle nuove generazioni.
  Poche signore si producevano un tempo e pochissime se ne confezionano oggi. E quelle poche sono destinate all'uso famigliare. C'è un solo norcino artigiano, Bruno Bucci, che produce un numero limitato di Signore da mettere sul mercato. «Quando si macellavano i maiali in casa e s'appendevano alle travi», spiega Bucci, «questo salume si distingueva dagli altri. Era la "signora" del baldacchino». Sarà per questo che la first lady dei salumi veniva donata a notai, medici e avvocati in cambio di parere favori. Un po' come i capponi che Renzo portava ad Azzeccagarbugli. Il salame a grana grossa, tagliato a punta di coltello, è insaporito con finocchietto selvatico e altre spezie. L'impasto viene insaccato in budello cieco di maiale. La stagionatura dura sei mesi. La signora di Conca Casale è nell'elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali (Pat) del ministero delle Politiche agricole e alimentari e tutelata da Slow Food che l'ha elevata a presidio, l'unico del Molise.
  Dal Molise all'Abruzzo la gastronomia tipica, soprattutto tra gli insaccati, è simile: robusta, contadina e pastorale, di sapori forti. Campotosto, nel Parco del Gran Sasso, coniuga bellezza e bontà. Le mortadelline di Campotosto sono una prelibatezza. Il microclima, l'altezza, la tramontana le coccolano, ma la tradizione impone anche un po' di mistero: le mortadelline vanno lavorate quando la luna volge a ponente. Graziella Picchi, sociologa rurale, ha definito la mortadellina di Campotosto «un salame dal cuore candido» per via del bianco lardello posto al centro del rosso impasto. Tanta poesia crolla in bocca al popolo che, per la forma ovoidale e per la stagionatura fatta in coppia chiama le mortadelline coglioni di mulo: Nome contestato dai norcini di Norcia che ne rivendicano la primogenitura: «Gli autentici coglioni di mulo sono i nostri».
  Chiamarla «antica» è riduttivo. Se nella leggenda che la circonda ha un fondo di verità, la susianella di Viterbo risale agli Etruschi. È la Matusalemme dei salumi italiani. È storia che nel basso medioevo, dal Mille in poi, la susianella di Viterbo era molto apprezzata. Insaccato povero, preparato con le frattaglie del maiale, piaceva anche ad aristocratici e porporati. Si può ragionevolmente pensare che abbia fatto la sua parte nell'elezione di papa Gregorio X (1272). Molto conosciuta nel '200 è facile che questa tipicità viterbese sia stata servita ai cardinali riuniti per eleggere il successore di Clemente IV, morto nel capoluogo della Tuscia nel 1268. È altrettanto ragionevole ritenere che sia stata tolta dal menu quando i viterbesi, esasperati da un conclave che durava da tre anni tagliarono i cibi più ghiotti, susianella compresa, ai cardinali per accelerare la nomina del pontefice. La susianella di Viterbo è preparata con le frattaglie del maiale, cuore, fegato, pancreas, milza, reni, ritagli di parti magre, pancetta, guanciale e condita con sale, pepe, peperoncino e finocchio selvatico. L'impasto viene insaccato in un budellino naturale legato alle estremità a ciambella e messo a stagionare. Ha rischiato l'estinzione dopo il boom economico. A salvare il salame degli Etruschi è stata la, passione dei norcini laziali e Slow Food che ne ha fatto un presidio da salvaguardare.
  Dall'Etruria laziale a quella toscana, da un salume etrusco a un altro. Pure la finocchiona di Volterra allunga radici leggendarie fino a 2500 anni fa. Anch'essa è uno dei salumi patriarchi d'Italia. Giovanni Ballarini, storico dell'alimentazione, sostiene che gli Etruschi conoscevano l'arte della salagione della carne di suino. «Erano innamorati del maiale», ribadisce il volterrano Genuino Del Duca, appassionato di storia e ristoratore dell'Enoteca Del Duca. «Volterra ha tradizioni antichissime di salumeria. La carne di suino della finocchiona è macinata fine e ha i semi di finocchio al posto del pepe nero. Tipicissima di Volterra, ha un bel gusto e piace. Con i suoi scarti, si fa la salsiccia e dagli scarti di questa nascono il buristo, salume povero, ma gustoso, e il mallegato. Entrambi prevedono l'uso del sangue di maiale del quale non si butta niente. Nell'impasto del mallegato, oltre al sangue vanno uvetta, pinoli e mollica di pane». È un presidio Slow Food.
  Leggende a parte la storia dei salumi italiani nasce a Norcia, nel cuore d'Italia, l'Umbria. La sintetizza Carlo Bianconi, storico ristoratore norcino, proprietario del Granaro del Monte, locale del Buon ricordo che proprio quest'anno compie 170 anni di attività. «Fu l'imperatore Vespasiano, nato da queste parti, a "inventare" Norcia deportando in Valnerina 20.000 ebrei. Portarono con loro la cultura della conservazione delle carni, l'aromatizzazione e la salagione. Vespasiano li costrinse a lavorare il maiale che loro non potevano mangiare perché impuro».
  Norcia è il luna park degli insaccati, la Disneyland dei salami. Alcuni hanno nomi serafici, come il salame di San Benedetto che era di Norcia; altri nomi volgari: bastardo, bastardone, cojoni del mulo, palle del nonno. Gioiello dell'oreficeria suina è la corallina di Norcia, testimoniata già nel '6oo. «I!; il miglior salame dell'arte norcina», dice Emiliano Ansuini (nomen omen) della norcineria Fratelli Ansuini di Mastro Peppe. «Dentro al suo budello si concentra una sapienza antica e unica. La corallina di Norcia è il tipico salame della tradizione, in passato consumato nel pranzo pasquale. Prende il nome dal budello gentile in cui si insacca la carne: noce di spalla di maiale ripulita da tutti i nervetti, carne magra, macinata finemente, arricchita di lardelli, sale, pepe, aglio e vino bianco. Insaccata nel budello corallino, stagiona per 70/90 giorni in grotte naturali. Peppe, mio padre, che è ancora molto attivo, andava a venderla a Roma dove affittava una botteguccia nel periodo pasquale».
  A Norcia fanno anche il ciaùscolo, ma qui bisogna dare a Cesare quel che di Cesare è: il ciaùscolo è un salame delle Marche che Graziella Picchi, nell'Atlante dei prodotti tipici, i salumi, edito dall'Istituto di sociologia rurale, definisce felicemente «inconsapevole nutella suina». Il ciaùscolo, nome che deriva dal latino cibusculum, piccolo cibo, merendina che sta tra il pranzo e la cena, è un salume morbido, da spalmare sul pane casereccio caldo. La sociologa avanza timidamente l'ipotesi che la storia del ciaùscolo possa risalire, secolo dopo secolo, ai Senoni, popolazione gallica che si era stabilita sulla dorsale appenninica tra Fabriano, San Severino e Camerino e che producevano patés di maiale. Proprio come i loro discendenti francesi. Insaccato a impasto finissimo, il ciaùscolo delle Marche è IGP, Identificazione Geografica Protetta.

(La Verità, 3 maggio 2020)


"Il lavoro rende liberi", gaffe del Comune di Napoli

L'ira della Comunità ebraica

di Paolo De Luca

«Una semplice distrazione. L'assessore giustifica così quell'orribile manifesto. Non ci sono parole». Il giorno dopo, Lydia Schapirer, è ancora scossa. La gaffe del Comune di Napoli per le celebrazioni della Festa dei Lavoratori ha profondamente scosso la Comunità ebraica (e non solo), che Schapirer presiede.
La locandina pubblicata dall'assessorato al Lavoro e alle Politiche sociali sulla propria pagina Facebook recitava infatti "I maggio virtuale, solo il lavoro rende liberi".
   «Uno slogan infelice - sottolinea Schapirer - e tragicamente evocativo dell'orrore dei campi di sterminio nazisti». Quelle parole richiamano gli stermini di Auschwitz, dove all'ingresso c'era la proprio la scritta "Arbeit macht frei" (che dal tedesco in italiano suona come "Il lavoro rende liberi") che, con macabra ironia, si prendeva gioco della sorte dei suoi internati. Per quanto il depliant sia stato subito corretto
con "Solo il lavoro rende la dignità", la prima versione è circolata in rete, scatenando sdegno e polemiche da parte di numerosi cittadini.
   «Non è possibile - riprende Schapirer - muoversi con tale leggerezza: prendere una frase del genere e banalizzarla così, su un manifesto. Possibile che non si siano accorti del risvolto storico di quelle parole?».
L'assessora comunale Monica Buonanno non si è scusata. Ha definito lo scivolone, come «una distrazione, certo imperdonabile, ma avvenuta nel contesto di un ufficio che in questi giorni sta lavorando incessantemente per fronteggiare le infinite emergenze sociali della nostra città».
   Ma una «distrazione» non è sufficiente per Schapirer. «È stata una disattenzione enorme, quasi insensibile. Non siamo sdegnati per questo atto, siamo in verità amareggiati e addolorati. Le scuse, a questo punto non andrebbero rivolte solo alla nostra piccola comunità, ma a tutte vittime della Shoah».
L'assessore dovrebbe dimettersi? «No di certo, non spetta a me dare certi giudizi - specifica la presidente Schapirer - ma certamente è inaccettabile che una tale superficialità sia diffusa in alcune persone che occupano anche importanti ruoli pubblici».
   Non è un buon periodo per i rapporti tra la Comunità ebraica partenopea e Palazzo San Giacomo. Già negli scorsi mesi c'era stata una forte polemica con l'assessora alla Cultura Eleonora de Maio per le sue "affermazioni contro Israele".
   La rottura è stata talmente profonda che la Comunità ebraica per la prima volta non ha partecipato alle celebrazioni ufficiali del Comune per il Giorno della Memoria il 27 gennaio scorso.

(la Repubblica - Napoli, 3 maggio 2020)


Perché non si fa (ancora) il governo in Israele

di Ugo Volli

Ormai è passata una decina di giorni dall'accordo stretto a sorpresa ma dettagliatissimo fra Netanyahu e Gantz per realizzare un governo di unità nazionale, ma il nuovo ministero non è alle viste. Fra pochi giorni scadrà il termine per depositare la firma della maggioranza dei parlamentari della Knesset alla designazione del nuovo primo ministro (ancora Netanyahu secondo gli accordi), ma neppure questa raccolta è stata iniziata. E' probabile che avvenga all'ultimo momento, dopo di che Netanyahu avrà due settimane per comporre il governo, arrivando vicino alla festa di Shavuot.
  Che il sistema politico israeliano sia complicato e macchinoso, ormai lo sanno tutti: ci sono state tre elezioni in un anno e solo una serie di inaspettati colpi di scena potrebbe aver evitato la quarta. Ciò è dovuto a una macchina elettorale organizzata secondo il sistema proporzionale quasi puro, che consente l'accesso alla Knesset di una dozzina di partiti; ma questo sistema a sua volta è la conseguenza di una società estremamente pluralistica, in cui convivono tribù abbastanza impermeabili fra loro: la minoranza araba e quella religiosa tradizionalista (i cosiddetti "charedim"), quella internazionalista e laicista di Tel Aviv e quella religiosa ma molto sionista che costituisce la base dei partiti di destra e di parte dei Likud, una destra più tradizionale e urbana, la tribù dei russi che vota per Lieberman, i drusi e così via. Tutti questi gruppi esigono rappresentanza e fanno fatica a trovare una sintesi, anche se è chiaro che l'elettorato israeliano è assai più di destra che di sinistra e non crede alle proposte che hanno caratterizzato il filone laburista dopo l'epoca storica di Ben Gurion e di Golda Meir, cioè il tentativo di fare la pace coi terroristi concedendo loro territori e riconoscimenti. Tanto è vero che spesso un'agenda di sinistra si è travestita da centrista o magari di destra, come è accaduto con il partito Bianco Azzurro, che si è rotto in due pezzi dopo la scelta di Gantz di fare un governo con Netanyahu.
  Ma tale frammentazione non spiega del tutto la difficoltà di formare il governo, anche dopo questa svolta. Il fatto è che vi è ben altro sotto le questioni personali, come l'ostilità di buona parte del mondo politico per Netanyahu che, governando da "troppo" tempo e con ottimi risultati, ha frustrato le ambizioni di tutti coloro (tanti) che volevano e vogliono prenderne il posto. O come la distribuzione dei posti di governo, che questa volta si sono dilatati moltissimo per l'appetito del partito di Gantz (e dei suoi alleati laburisti), che pretendono con meno di 20 deputati di avere lo stesso numero di ministri della destra che ne ha quasi 60, e anzi di occupare tutti gli snodi importanti: esteri, difesa, giustizia ecc: una sistemazione che Netanyahu ha accettato per poter fare il governo, ma che certamente non rispetta i pesi politici ed elettorali delle forze in gioco e che quindi crea notevoli tensioni. E non lo spiega neppure l'interferenza del sistema giudiziario e in particolare della Corte Suprema, che dai nemici di Netanyahu è stata interpellata per rendere impossibile l'accordo, dichiarandolo inidoneo all'incarico oppure impedendo l'approvazione dei disegni di legge che servono a concretizzarlo.
  C'è un problema più grosso e importante ed è la strada che deve prendere Israele. Oggi lo stato ebraico, guidato da Netanyahu anche in questi mesi di parentesi politica, è in un'ottima posizione: ha mostrato l'impotenza del terrorismo di Hamas, sia nella versione di massa delle "marce del ritorno", sia nella versione missilistica, come pure degli assalti degli accoltellatori e investitori automobilistici solitari che vengono dai territori dell'Autorità Palestinese (anche se naturalmente i singoli atti di terrorismo, esaltati dalla scuola, dai media e dalla politica palestinista non sono affatto cessati). E' riuscito a bloccare dopo i missili di Hamas anche i suoi tunnel e quelli di Hezbollah. Ha mostrato all'Iran e a Hezbollah che nonostante la protezione russa non sono in grado di costruire un apparato bellico efficiente in Siria. Insomma ha tenuto sotto controllo i pericoli. E poi ha stretto buoni rapporti con un pezzo importante del mondo arabo, ha l'appoggio di Trump e di molti paesi del mondo. L'economia è fiorita e ha retto anche l'urto dell'epidemia, che è stata controllata in Israele molto meglio dei principali paesi europei.
  Insomma le cose vanno bene, ma come bisogna andare avanti? I nemici sono ancora lì, l'Iran nel pieno dell'epidemia continua al lavorare per rafforzarsi in Siria e soprattutto per allestire l'armamento nucleare che gli darebbe se non l'arma definitiva una deterrenza impossibile da superare, i palestinisti continuano a cercare di fare quel che possono per danneggiare Israele sul territorio e in tutte le sedi internazionali, l'ebraismo americano, il più influente e ricco del mondo, appoggia in maniera sempre più tragica posizioni antisraeliane, non è detto che un amico decisivo di Israele come Trump sia rieletto a novembre. Che fare? Le strade sono due. Proseguire nella "Realpolitik" di cui Netanyahu si è mostrato maestro negli ultimi dieci anni, facendo resistenza nei limiti del possibile ai nemici potenti come Obama (e come sarebbe Biden), cercando accordi parziali con possibili interlocutori più o meno simpatici nel mondo, da Putin ai governanti dell'Egitto e dell'Arabia e anche certi paesi europei, dialogando con nuovi amici come l'India e molti paesi africani; cercando di cogliere le opportunità che si aprono per guadagnare posizioni, indebolire i nemici, rafforzare Israele, magari minacciando di usare le armi se necessario. Oppure fermarsi, tornare alla vecchia politica inconcludente del dialogo infinito con i palestinisti, come vorrebbero l'Unione Europea e i democratici americani.
  Il test più evidente di questo bivio sta nella possibilità di approfittare della situazione internazionale per aderire pienamente al piano di pace di Trump e annettere i maggiori insediamenti ebraici in Giudea e Samaria e alcune zone strategiche della valle del Giordano, o almeno estendere loro la legge civile israeliana, che è un passo intermedio verso l'annessione. Questo passo si può fare entro luglio e l'America ha già annunciato il suo consenso. Vorrebbe dire regolarizzare la posizione di oltre mezzo milione di israeliani, estendere le garanzie della legislazione civile anche ai non moltissimi arabi che non vivono già nei territori amministrati dall'Autorità Palestinese, senza toccare l'autonomia di quest'ultima. Vorrebbe dire anche prefigurare una situazione che è data per scontata in tutti gli abbozzi dei piani di pace. Un gesto che chiederebbe un certo coraggio morale, lo stesso del resto che ci è voluto nel 1981 a Menahem Begin per l'annessione del Golan.
  Netanyahu è ben deciso a procedere su questa strada e l'ha inserita negli accordi di governo; ma Gantz e il suo compagno Azkenazi sono contrari: l'unione europea ha fatto appello a Gantz per impedirla e Askenazi ha detto che entrava al governo "per tenere il piede sul freno" e fare da terminale per tutti coloro che si oppongono: Unione Europea, Lega Araba, democratici americani, re di Giordania, Macron ecc. ecc. Vale la pena di leggere questo articolo, del miglior sito che esprime le posizioni filoarabe, per capire questo schieramento e i legami coi bianco-azzurri. Quelli che vorrebbero che Israele si incartasse di nuovo nella vecchia pantomima delle trattative e sprecasse un'occasione storica di realizzare un assetto sostenibile sul territorio, minacciano sfracelli. Ma l'avevano già fatto per il riconoscimento americano dello status di capitale per Gerusalemme, con lo spostamento dell'ambasciata, per la resistenza israeliana al terrorismo di massa a Gaza, e per tante altre occasioni; e nei fatti non è accaduto nulla, perché Netanyahu come in fondo anche Trump calcola bene le sue mosse e sa leggere lucidamente la realtà dei rapporti di forza.
  Insomma il governo tarda a farsi (e ancora non è detto che si faccia davvero), perché i contrasti fra Netanyahu e Gantz sono reali, profondi e riguardano l'asse politico del paese. Sotto le esitazioni, i conflitti su dettagli, la sfiducia che si traduce in accordi formali di molte decine di pagine, bisogna leggere questa tensione. Si vedrà in fretta se Netanyahu, pagando ai bianco-azzurri un prezzo esagerato in termini di posizioni di governo e di turnazione alla guida del gabinetto, è riuscito a imporre la sua via per il futuro di Israele, o se il "freno" di Askenazi (che poi è quello di buona parte dello "stato profondo", dei corpi separati della magistratura, dell'esercito e della cultura) riuscirà a bloccarlo nonostante la sua abilità politica e la sua lucidità.

(Progetto Dreyfus, 1 maggio 2020)



Salmo 62
  1. Solo in Dio l'anima mia s'acqueta;
    da lui viene la mia salvezza.
  2. Egli solo è la mia rocca e la mia salvezza,
    il mio alto ricetto; io non sarò grandemente smosso.
  3. Fino a quando vi avventerete sopra un uomo
    e cercherete tutti insieme di abbatterlo
    come una parete che pende,
    come un muricciuolo che cede?
  4. Essi non pensano che a farlo cadere dalla sua altezza;
    prendono piacere nella menzogna;
    benedicono con la bocca,
    ma internamente maledicono. Sela.

  5. Anima mia, acquétati in Dio solo,
    poiché da lui viene la mia speranza.
  6. Egli solo è la mia ròcca e la mia salvezza;
    egli è il mio alto ricetto; io non sarò smosso.
  7. In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;
    la mia forte ròcca e il mio rifugio sono in Dio.
  8. Confida in lui ogni tempo, o popolo;
    espandi il tuo cuore nel suo cospetto;
    Dio è il nostro rifugio. Sela.

  9. Gli uomini del volgo non sono che vanità,
    e i nobili non sono che menzogna;
    messi sulla bilancia vanno su,
    tutti assieme sono più leggeri della vanità.
  10. Non confidate nell'oppressione,
    e non mettete vane speranze nella rapina;
    se le ricchezze abbondano, non vi mettete il cuore.
  11. Dio ha parlato una volta,
    due volte ho udito questo:
    Che la potenza appartiene a Dio;
  12. e a te pure, o Signore, appartiene la misericordia;
    perché tu renderai a ciascuno secondo le sue opere.
    --> Predicazione
Marcello Cicchese
agosto 2017




San Remo - Il diritto internazionale dimenticato per Israele
Articolo OTTIMO!


Si stenta a credere che un articolo come questo sia potuto comparire sulle pagine di "Come Don Chisciotte", un sito che da sempre ospita articoli velenosi contro lo Stato di Israele. Si legga, per fare un esempio, un articolo del 2018 dal titolo "Le Multinazionali che aiutano Israele nei massacri di Gaza”. Non sappiamo a che cosa attribuire questo inaspettato cambio di passo, ma sottolineiamo che nell’articolo che segue si sostengono in modo chiaro le stesse ragioni che da anni esponiamo sulle nostre pagine. A conferma di questo ripresentiamo di seguito in prima pagina un articolo che già si trova tra i nostri approfondimenti, ma che probabilmente molti non hanno letto, anche perché è lungo e oggi - dicono - bisogna dare ai lettori cibi leggeri e facilmente digeribili, possibilmente con molte figure e poche parole. Ma per dirla con un linguaggio che va di moda oggi, tutta la narrativa popolare e politicamente-corretta sulla genesi dello Stato di Israele è un’enorme fake-news. Ma talmente enorme che si fa fatica a riconoscerla, se non ci si decide, con decisione e onestà, a studiarla e verificarla accanitamente, fino in fondo. M.C.

di Bjørn Hildrum*

I giorni 24 e 25 aprile è caduto il centenario di quando i vincitori alleati Gran Bretagna, Francia, Italia, Giappone e USA si incontrarono nella città italiana di San Remo per decidere della spartizione dei territori dell'impero turco-ottomano conquistati con la vittoria della prima guerra mondiale.
  La conferenza di pace stabilì tre cosiddetti"mandati", zone d'influenza da cui sviluppare i futuri stati. Il mandato per la Palestina diede sovranità nazionale e giuridica a tutto il popolo ebraico che ancora per la maggior parte si trovava sparso in tutto il mondo. Gli abitanti (per lo più arabi) di Irak e Siria/Libano ottennero gli stessi diritti nei rispettivi territori.
  Precedentemente il concetto di "Palestina" veniva usato per indicare un'area geografica dai confini indefiniti. Questo nome non aveva mai indicato un vero e proprio stato. Prima che i Romani conquistassero il Medio Oriente, intorno al 63 A. C., Israele era stato un paese indipendente per centinaia di anni in quei territori. L'intenzione, creando il mandato per la Palestina, fu proprio quello di ripristinare lo stato ebraico negli stessi confini, dopo circa duemila anni di dominazione straniera.
  Per i più la conferenza di Sanremo del 1920 è del tutto sconosciuta. Molti hanno sentito parlare della conferenza di pace di Parigi al termine della prima guerra mondiale, e della fondazione della società delle nazioni. Ma la realtà è che quella di Sanremo, facente parte della conferenza di Parigi, ebbe una straordinaria importanza nello stabilire le basi giuridiche per la definizione dei confini in Medio Oriente così come li conosciamo oggi. Tuttavia c'è stato un forte interesse nel nascondere o negare che le risoluzioni prese fossero ricomprese nel diritto internazionale.
  La dichiarazione Balfour del novembre 1917 riguardante la necessità di dare una patria al popolo ebraico, aveva dato il via all'iter giuridico che portò alle risoluzioni di Sanremo. Fu allora che quella dichiarazione d'intenti inglese divenne un trattato internazionale vincolante. Il diritto storico del popolo ebraico sulla propria antica patria divenne quindi un diritto giuridico. Questo diritto assegnato a Sanremo consiste tuttora di forza legale sia per lo stato di Israele che per il popolo ebraico.
  Allo scadere del centenario è importante sapere che fu assegnato allora un territorio più ampio di quanto è oggi ricompreso nello stato di Israele. Il "mandato " per la Palestina comprendeva i territori su entrambi i lati del fiume Giordano: l'attuale Giordania ad est e la Giudea e Samaria (Cisgiordania) oltre a Gaza ad ovest. Vi era ricompresa inoltre gran parte delle alture del Golan.
  Le risoluzioni di Sanremo furono incluse nel trattato di pace con la Turchia del 10 agosto 1920 e posero le basi per l'accordo franco-inglese del 23 dicembre 1920, che definì i confini esatti nei rispettivi mandati. La risoluzione fu recepita dalla Società delle nazioni, il 24 luglio 1922, con voto unanime, con il sostegno della Norvegia, e poi dagli USA in un trattato con la Gran Bretagna il 03 dicembre 1924.
  La Gran Bretagna, mandataria di quell'area, già nel 1921 tradì gli obiettivi della risoluzione di Sanremo ed escluse temporaneamente i territori orientali dalla mappa del futuro stato ebraico. La Società delle Nazioni approvò questa soluzione temporanea. Venne sottolineata la temporaneità della soluzione, continuando a considerarsi il "mandato" [territorio di giurisdizione inglese] sotto tutti gli aspetti un'unica entità giuridica. Ciò significa che non potevano ritenersi abrogati i diritti degli ebrei sui territori orientali. Invece gli ebrei vennero espulsi e la Gran Bretagna istituì di propria iniziativa la Giordania. Ne consegue che il 78% dei territori assegnati agli ebrei vennero dati agli arabi e resi "de-ebreizzati". Chi invoca oggi la soluzione dei "due stati " è in ritardo di 74 anni.
  La Gran Bretagna si sottrasse alle proprie responsabilità nel governare il mandato anche ad ovest del Giordano. Cedettero alle pressioni arabe rifuggendo dai propri obblighi nei confronti degli ebrei. Nascosero le decisioni prese dopo la prima guerra mondiale e si comportarono spesso da potenza coloniale. Il peggio avvenne quando nel 1939 chiusero la zona di cui erano mandatari all'immigrazione ebraica, in totale contrapposizione con gli intenti del mandato. Ciò accade proprio negli anni in cui gli ebrei avrebbero potuto sfuggire alle persecuzioni naziste.
  Quando la Società delle Nazioni, nel 1945, fu sostituita dall'ONU, in molti erano preoccupati che i diritti raggiunti dagli ebrei potessero svanire. Nel redigere la carta delle Nazioni Unite, si inserì quindi l'articolo 80 come garanzia ulteriore a questi diritti. L'articolo, chiamato nel '45 "clausola Palestina" dice espressamente: "nessuna disposizione di questo Capitolo deve essere interpretata in maniera da modificare in alcun modo i diritti di uno Stato o di una popolazione, o le disposizioni di atti internazionali vigenti, di cui siano parte Membri delle Nazioni Unite." La carta dell'ONU confermò quindi che i diritti concessi nella conferenza di Sanremo mantenevano efficacia.
  La risoluzione di Sanremo aveva ancora validità legale. Il testo approvato dalla Società delle Nazioni nel 1922 iniziava riferendosi a questa risoluzione come fondamento per l'amministrazione fiduciaria della Palestina. È essenziale tenere a mente che i diritti degli ebrei sul territorio del mandato non scomparvero quando gli inglesi se ne tirarono fuori, nel 1948, come sostenuto da molti. Ed il mandato non cessò con la partenza degli inglesi, bensì quando i rappresentanti ebraici proclamarono lo Stato di Israele, il 14 maggio 1948. Quindi gli obiettivi della conferenza di Sanremo erano stati raggiunti nelle aree su cui gli ebrei avevano effettivamente il controllo.
  Legalmente il mandato era stato progettato sia per la gestione che per la tutela di una proprietà. Il governo britannico si era assunto la responsabilità di gestione e tutela fino a che gli ebrei fossero in grado di subentrare. Il fatto che un gestore o un tutore se ne vada senza aver portato a termine il proprio compito, non toglie che questi diritti vadano protetti. Quando a Sanremo fu sottoscritto il mandato per la Palestina uno degli obiettivi principali era proprio la creazione di uno stato ebraico. Tutti i diritti andarono perciò allo stato di Israele dalla mezzanotte del 15 maggio 1948.
  È evidente che gli arabi sono la popolazione che ha ottenuto di più nel 1920. Ottennero inoltre l'indipendenza dopo centinaia di anni di dominazione turca, con un'area 500 volte più grande di quella assegnata agli ebrei. L'esperto di diritto internazionale Jacques Gauthier afferma: "Per gli arabi Sanremo è così importante che avrebbero dovuto festeggiare ogni giorno". Ma non è così, perché dovrebbero ammettere di aver ottenuto questi diritti nello stesso modo in cui li hanno ottenuti gli ebrei. Il loro perseverare in questa "dimenticanza" è stato sostenuto anche dall'ONU.
  Si cerca sempre di dimenticare il significato giuridico di Sanremo e dell'art.80 della carta dell'ONU. Per questo si continua a condannare Israele più di tutte le nazioni messe insieme. Ma tutte queste risoluzioni di condanna non fanno legge, come spesso si dice. Tuttavia i politici, i media e il governo norvegesi ne sono entusiasti. Ciò che "dimenticano" è che le risoluzioni prese dopo la prima guerra mondiale hanno ancora valore legale. I trattati internazionali non hanno scadenza, tranne per le parti contraggono nuovi accordi. Il trattato per le isole Svalbard del 9 febbraio 1920 [la Norvegia ha sovranità limitata, le risorse naturali possono essere sfruttate dagli altri firmatari, principalmente la Russia], redatto secondo le stesse modalità di diritto internazionale usate a Sanremo, ha tuttora validità. La Norvegia vorrebbe veder ricordati e rispettati i propri diritti sulle Svalbard. Ma i diritti degli ebrei?
  Israele ha rinunciato alle sue pretese sui territori orientali del mandato con il trattato di pace sottoscritto nel 1994 con la Giordania. Ma il resto dei territori, ad ovest del Giordano, secondo il diritto internazionale appartengono agli ebrei. Né l'ONU, né nessun altra organizzazione o stato ha l'autorità di privare Israele di questi diritti. "Occupazione illegale", "violazione delle norme internazionali", è stato il mantra per oltre 50 anni. Queste affermazioni sono il peggior travisamento e più ampio abuso del diritto internazionale mai visto. Tali dichiarazioni vengono utilizzate come armi per raggiungere obiettivi politici, tra cui sottrarre agli ebrei il più possibile (per alcuni tutto) di quanto loro assegnato a Sanremo.
  NRK [tv di stato norvegese] ha ospitato recentemente una videoconferenza, prodotta dalla Coalizione Europea per Israele, in cui il premier Netanyahu ha annunciato la prossima annessione di territori in Giudea e Samaria. Ma NRK non ha detto una parola riguardo al fatto che il punto principale della conferenza fosse rivendicare le risoluzioni di Sanremo ed i diritti di sovranità degli ebrei su quei territori. Al contrario il canale di stato ha continuato a citare la favola dell"occupazione".
  Questo mito nasce dalla credenza che Israele sia stato creato dall'ONU con il piano di partizione della Palestina del 1947, quando già gli arabi avevano ottenuto il 78% del territorio. Il piano, che violava i diritti stabiliti nel 1920 e ribaditi dall'ONU stessa con l'art.80, presupponevano l'approvazione di entrambe le parti. Gli arabi rifiutarono ed iniziarono una guerra di logoramento. Perciò fallì il piano.
  Ma, 72 anni dopo, il piano viene ancora utilizzato come argomento per sottrarre ulteriori territori assegnati agli ebrei. La politica e le convinzioni andrebbero fondate sulla verità. Il giorno in cui governo, media e politici norvegesi si sveglieranno con la volontà di attenersi ai fatti storici e giuridici di Sanremo, non vi sarà più motivo di accusare Israele di "occupazioni illegali ".

* Bjørn Hildrum è l'autore del libro "La terra di Israele secondo il diritto internazionale", edito nel 2018

(Come Don Chisciotte, 2 maggio 2020)


ULTIMISSIME - Spiegata la stranezza della presenza di questo articolo su "Come Don Chisciotte". La cosa era apparsa così strana che, prima che eventualmente sparisse, ne ho fatto una stampa in PDF. Ritornato sull'articolo qualche ora dopo la situazione era cambiata. Deve essersi trattato di una svista di un redattore poco avvertito, perché l'articolo è ricomparso con una precisazione iniziale significativa. In PDF si possono leggere le due pagine iniziali dell'articolo. PRiMA e DOPO, M.C.


Israele: erede sfruttato, raggirato e bastonato

di Marcello Cicchese

Il nocciolo del problema mediorientale, anche e proprio nella forma in cui è vissuto oggi, si trova negli avvenimenti successivi alla prima guerra mondiale.
   Partiamo dunque da questa guerra, che è "prima" non solo e non tanto perché ne è seguita una seconda, ma perché niente di simile era mai accaduto in precedenza. A ragione una volta veniva chiamata semplicemente la Grande Guerra. E anche se la seconda è stata più orribile e funesta per le tragedie che ha provocato, a ragione può essere considerata soltanto come una continuazione e una conclusione della prima, la quale resta dunque, nel suo significato, uno spartiacque fondamentale nel corso della storia.
    La Grande Guerra ha prodotto il crollo di ottiche imperiali e la conclusione di ottiche coloniali. E' crollato l'impero austro-ungarico degli Asburgo, l'impero germanico degli Hohenzollern, è imploso l'impero zarista dei Romanov, e, da ultimo, si è disintegrato l'impero islamico dei turchi ottomani. Quest'ultimo crollo è particolarmente significativo per il nostro discorso. Si sente dire oggi che «l'islam dominerà il mondo», ma si dimentica che l'islam ha avuto diversi secoli davanti a sé per vincere la sua religiosa "jihad", ma invece di andare avanti è tornato indietro. L'islamico impero turco è crollato di fronte alle infedeli potenze occidentali, e il fatto interessante è che i popoli arabi musulmani che di tale impero islamico facevano parte non si sono schierati a sostegno del loro stato islamico, che per tanti anni aveva ospitato la sede del califfato, ma si sono messi dalla parte degli infedeli e hanno contribuito a far crollare quello che poteva essere considerato il centro del governo islamico del mondo. In poche parole, invece di difendere l'impero islamico hanno voluto far nascere nazioni arabe. E a questo fine hanno scelto di appoggiare le nazioni contro l'impero islamico
     Le nazioni occidentali, che per tutto l'Ottocento avevano fatto a gara a chi si piglia la fetta più grossa di territori africani o balcanici, all'inizio della guerra intravidero la possibilità di proseguire la loro politica coloniale con la conquista di quello che ancora rimaneva dell'Impero turco ottomano.
    Ha cominciato Gran Bretagna a fare le prime mosse diplomatiche. Risale alla fine del 1915, quindi dopo circa un anno di guerra, il carteggio tra Sir Henry MacMahon, Alto commissario britannico al Cairo e Al-Hussein ibn Ali, Grande Sceriffo di Mecca. Nei vaghi e ambigui termini della diplomazia, i britannici fecero balenare all'Emiro la possibilità di costituire, a guerra finita, uno stato arabo su tutti i territori abitati da arabi, in cambio di una sollevazione degli arabi contro il governo turco.
    Ma bisognava tener conto della concorrenza francese. Il 16 maggio 1916, in un'ottica ancora di tipo squisitamente coloniale, Francia e Inghilterra conclusero un accordo segreto di spartizione del Medio Oriente, noto come "Accordo Sykes-Picot".
    Al 1917 risale infine la ben nota Dichiarazione Balfour, con cui la Gran Bretagna promise la sua benevola attenzione per la costituzione di una "Jewish National Home" in Palestina.
    La guerra finì e con essa finì il colonialismo. O meglio, finì il colonialismo aperto, quello che si poteva fare in buona coscienza assecondando il "sacro egoismo nazionale". Non è che fossero diventati tutti più buoni, ma dopo cinque anni di carneficine, anche le nazioni vincitrici si convinsero che era meglio cercare di evitare il ripetersi di orrori come quelli appena passati. Inoltre, alla guerra vittoriosa avevano partecipato anche due nazioni non europee, Stati Uniti e Giappone, che non avevano l'interesse, e forse neppure la possibilità, di amministrare colonie in una zona da loro lontana.
    Nacque allora, su idea e proposta degli Stati Uniti, la Società delle Nazioni. Si tratta certamente di una novità storica di valore epocale. Questa organizzazione però non è quella superiore autorità sovranazionale che oggi alcuni pensano, a cui le nazioni dovrebbero sottomettersi. In questa visione l'autorità sovrana rimane sempre nelle mani delle Potenze alleate vincitrici, le quali si accordano e stringono un Patto solenne, aperto a tutte le nazioni civilizzate. La Società delle Nazioni diventa la custode di questo Patto, con il compito di controllare l'adempimento degli obblighi internazionali assunti e di contribuire a scongiurare per quanto possibile la guerra. Si tratta dunque di compiti di arbitrato, sorveglianza, suggerimento e stimolo, ma non di sovranità. In particolare, non rientra certo fra i poteri di questa Società il far nascere o morire una nazione.
    Quello che sarà conosciuto come "Patto della Società delle Nazioni" venne stipulato nella Conferenza di Pace di Parigi del 1919 organizzata dai vincitori della prima guerra mondiale, e precisamente come integrazione del Trattato di Versailles. Anche dopo la firma di questo Patto la sovranità resta nelle mani delle Potenze alleate vincitrici, le quali, dopo aver dichiarato che gli Stati sconfitti avevano perso la sovranità sui territori da loro governati prima della guerra, stabilirono le norme secondo cui dovevano essere assegnate nuove forme di sovranità sui territori conquistati.
    Elemento guida nell'attribuzione della sovranità su territori conquistati non doveva essere più la prassi coloniale dell'annessione, ma il principio dell'autodeterminazione dei popoli, secondo il quale ogni popolo sottoposto una volta a dominazione straniera aveva ora il diritto di ottenere l'indipendenza e di scegliere autonomamente il proprio regime politico.
    Fondamentale è l'articolo 22 del Patto della Società delle Nazioni (p. 68):
    Alle colonie e ai territori che in seguito all'ultima guerra hanno cessato di trovarsi sotto la sovranità degli Stati che prima li governavano, e che sono abitati da popoli non ancora in grado di reggersi da sé, nelle difficili condizioni del mondo moderno, si applicherà il principio che il benessere e lo sviluppo di tali popoli è un compito sacro della civiltà, e le garanzie per l'attuazione di questo compito dovranno essere incluse nel presente patto.
Ma quali sono i popoli dell'ex Impero turco ottomano a cui la civiltà deve applicare "il compito sacro" di favorire il benessere e lo sviluppo? Qualcuno aveva già pronta la risposta, preparata ancora prima che iniziasse la Conferenza di Parigi. I popoli sono due: il popolo ebraico per la Palestina, e il popolo arabo per tutto il resto del territorio mediorientale. Era questa la proposta preparata di comune accordo da due altissimi e influenti personaggi dei due popoli: il dottor Chaim Weizmann, Presidente dell'Organizzazione Sionista mondiale, per gli ebrei; e il Grande Sceriffo di Mecca, sua Altezza Reale, Emiro Feisal Ibn al-Hussein, (figlio di quel Hussein che aveva corrisposto con MacMahon), per gli arabi.
    Quel faticoso processo di pace che oggi si porta penosamente avanti, esortando con promesse ed ammonendo con minacce quei due poveretti di Netanyahu e Mahmoud Abbas, spingendoli a dialogare fino alla consunzione affinché arrivino a dividersi da bravi fratelli quel pezzetto di terra che si trova a ovest del Giordano, quell'appassionata brama di vedere "due stati per due popoli che vivono l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza", tutto questo era già pronto prima ancora che le nazioni vincitrici, ansiose di portare la civiltà ai popoli oppressi, si sedessero al tavolo della pace. La Conferenza di Parigi si aprì il 18 gennaio 1919; quindici giorni prima, il 3 gennaio 1919, i due altissimi personaggi del popolo arabo e del popolo ebraico sottoscrivevano di pari consentimento un accordo che oggi nemmeno le più candide colombe di Peace Now oserebbero formulare.
    Ricordiamone il preambolo e alcuni articoli:
    Sua Altezza Reale l'Emiro Feisal, in nome e per conto del Regno Arabo di Hedjaz, e il Dr. Chaim Weizmann, in nome e per conto dell'Organizzazione Sionista, memori dell'affinità razziale e degli antichi legami esistenti fra gli Arabi ed il Popolo Ebraico, comprendendo che il modo più sicuro di portare a compimento le loro aspirazioni nazionali passa attraverso una strettissima collaborazione allo sviluppo dello Stato Arabo e della Palestina, ed essendo desiderosi di confermare ulteriormente la buona intesa che esiste fra loro, si sono accordati sui seguenti Articoli.
Si notino i due binomi: Arabi e Popolo Ebraico, Stato Arabo e Palestina. Il termine Palestina equivaleva a dire Stato Ebraico.
    ARTICOLO I
    La più cordiale buona volontà e comprensione regoleranno tutte le relazioni e gli impegni fra lo Stato Arabo e la Palestina, e a questo fine agenti arabi ed ebrei debitamente accreditati saranno posti e mantenuti nei rispettivi territori.

    ARTICOLO II
    Immediatamente dopo il completamento delle delibere della Conferenza di Pace, i confini definiti fra lo Stato Arabo e la Palestina saranno determinati da un'apposita Commissione, gradita ad ambo le parti.

    ARTICOLO III
    Nello stabilire la Costituzione e l'Amministrazione della Palestina si adotteranno tutte le misure possibili per garantire l'applicazione della Dichiarazione del Governo Britannico del 2 novembre 1917.

    ARTICOLO IV
    Si prenderanno tutte le misure per incoraggiare e stimolare l'immigrazione su larga scala degli Ebrei in Palestina e per insediare il più presto possibile gli immigranti ebrei sul territorio, mediante insediamenti contigui e coltivazione intensiva della terra. Nel prendere tali misure i diritti dei contadini e dei proprietari di tenute arabi saranno salvaguardati, ed essi saranno assistiti nel portare avanti il loro sviluppo economico. [...]

    Firmato a Londra, Inghilterra, il 3 gennaio 1919.

    Chaim Weizmann
    Feisal Ibn al-Hussein.
Favorire lo sviluppo dello Stato ebraico significava dunque, per l'influente Sceriffo arabo della Mecca, incoraggiare e stimolare l'immigrazione su larga scala degli Ebrei in Palestina e per insediare il più presto possibile gli immigranti ebrei sul territorio, mediante insediamenti contigui e coltivazione intensiva della terra. Il Re arabo raccomanda dunque quello che oggi fanno i disprezzati "coloni" ebrei.

Perché non si è cercato di dare effetto a questo accordo di pace, che avrebbe creato "due stati per due popoli che vivono l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza"? E' ovvio: perché Gran Bretagna e Francia pensavano più al loro interessi veterocolonialistici che al bene dei popoli. Si è arrivati allora a stabilire il cosiddetto "Sistema dei Mandati".
    Sostanzialmente si tratta di questo: le potenze vincitrici non si annettono terre che appartengono ad altri popoli, ma costituiscono, scegliendoli fra di loro, dei "tutori" che abbiano il compito di far crescere i popoli da loro "liberati", ma ancora bambini, fino a che, una volta diventati adulti, siano in grado di "autodeterminarsi", cioè di essere indipendenti. Come tutori per il Medio Oriente furono scelti, guardacaso, Gran Bretagna e Francia, e prima di riconoscere chi fossero e quanti fossero i popoli che aspiravano all'autodeterminazione, le due potenze si suddivisero le zone territoriali di influenza, dentro le quali avrebbero dovuto cercare e trovare qualche popolo che aspirava ad "autodeterminarsi". Quel Feisal Hussein che aveva stilato l'accordo con Chaim Weizmann, era anche quello che aveva contribuito con i britannici a liberare Damasco dai turchi, e una volta entrato a Damasco si era "autodeterminato" Re di Siria, mentre suo fratello, Abdullah Hussein, aveva deciso di accaparrarsi l'Iraq. Quanto all'Iraq, la cosa poteva andare, perché la zona rientrava nel Mandato per la Mesopotamia assegnato alla Gran Bretagna, con cui gli Hussein avevano contrattato. Ma per la Siria le cose stavano in modo diverso, perché era stato stabilito che in quella zona dovevano essere i francesi ad aiutare i popoli ad autodeterminarsi. Dopo aver aspettato per due anni che Feisal Hussein se ne andasse da solo, furono i francesi a decidersi e buttarono fuori Feisal da Damasco manu militari. E così finì quel regno di Siria che si era autodeterminato in modo non conforme alle regole coloniali.
    La Gran Bretagna allora si trovò nei pasticci, perché da una parte non poteva mettersi contro la Francia, con cui aveva stipulato l'accordo segreto Sykes-Picot, e dall'altra doveva fronteggiare lo scontento degli arabi Hussein che si sentivano traditi dai britannici.
    Qui venne fuori la sublime, secolare arte politica degli inglesi. Oltre al Mandato per la Mesopotamia, la Gran Bretagna aveva ricevuto anche il Mandato per la Palestina, il quale, a differenza degli altri mandati, conteneva l'indicazione precisa del popolo beneficiario: il popolo ebraico, per la costituzione della sua "National Home". Bisogna notare che con il termine "Palestina" era sempre stato inteso un territorio che si estende anche a est del Giordano, e in effetti il Mandato britannico riguardava un'ampia zona che comprendeva l'intera attuale Giordania. I britannici allora presero l'arrabbiato ex Re arabo di Siria Feisal Hussein, sfrattato in malo modo da Damasco, e per calmarlo gli diedero il governo dell'Iraq. Dopo di che sorse il problema del fratello di Feisal, Abdullah, che ormai aveva accarezzato l'idea di essere lui a diventare il governatore dell'Iraq. La decisionista Gran Bretagna risolse allora il problema in questo modo: prese tutta la zona a est del Giordano, cioè i quattro quinti del territorio assegnato dal Mandato per la Palestina al popolo ebraico, e la mise a disposizione di Abdullah Hussein. E così il problema fu risolto. A scapito del popolo ebraico, naturalmente. Ma che importa? Gli ebrei non sono potenti. E poi, a loro la parte a ovest del Giordano basta e avanza, pensavano i britannici.
    E' la prima delle "dolorose privazioni" che il popolo ebraico deve subire per sperare di poter vivere in pace sulla sua terra.
    Il Regno di Feisal Hussein è poi diventato l'odierno Iraq e il Regno di Abdullah Hussein è diventato l'odierna Giordania. Ci si può chiedere allora: Quali sono i popoli che aspiravano ad autodeterminarsi su quelle terre che ora occupano? Dove sono i loro legami storici con quelle terre? Esiste nella storia un popolo arabo iracheno che si è autodeterminato? Esiste un popolo arabo giordano che si è autodeterminato? No, non si sono autodeterminati per il semplice fatto che non sono mai esistiti.Ma se si vuol dire che adesso esistono, bisogna dire che si tratta di un fenomeno prodigioso. Meno di cento anni fa due popoli sono stati generati da due fratelli, e in poco tempo sono diventati due nazioni. Un autentico prodigio di biologia etnica! Hanno fatto molto più in fretta delle bibliche coppie Isacco-Ismaele e Giacobbe-Esaù.
    Ma se il popolo iracheno e il popolo giordano non esistevano prima della Grande Guerra, il popolo arabo palestinese invece esiste da tempo immemorabile, da tempi anteriori alle piramidi d'Egitto, dicono i suoi attuali governanti.
    Quanto alla Francia, anche da lei sono usciti due popoli per due nazioni. Per suoi interessi coloniali divise in due il territorio a lei assegnato e inventò la Siria e il Libano.
    Il sistema dei Mandati escogitato dalle potenze alleate vincitrici della Grande Guerra è quindi, certamente, espressione di un residuo atteggiamento colonialistico delle nazioni occidentali, ma ha dato luogo, comunque, a un'elaborazione del diritto internazionale che arriva fino ai nostri giorni.
    Se ci si rifiuta di considerare come fonte di diritto internazionale le decisioni prese dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale perché frutto di un'illegale occupazione del territorio turco, allora bisognerebbe anche dire che nazioni come Siria, Libano, Iraq, Giordania, Arabia Saudita non hanno diritto di esistenza e decidersi a ridare tutto a Erdogan con tante scuse.
    In caso contrario bisogna dire che il Mandato per la Palestina ha la stessa, se non superiore, validità legale degli atti costitutivi delle altre nazioni mediorientali. Tra tutti i popoli che sono nati in conseguenza della disintegrazione dell'Impero islamico, quello che più di tutti, o forse l'unico, a cui sarebbe stato naturale applicare l'articolo 22 del Patto della Società delle Nazioni, cioè "il principio che il benessere e lo sviluppo di tali popoli è un compito sacro della civiltà", era il popolo ebraico. Esso aveva:
  1. una collettiva identità religiosa costituita da un comune richiamo, mantenutosi vivo nei secoli, a ben precisi scritti, tradizioni e costumi ebraici;
  2. una collettiva identità storica annualmente ricordata nelle feste ebraiche e ravvivata nell'impegno unitario assunto nella Conferenza di Basilea del 1897;
  3. una connessione storica con un zona ben definita dell'ex territorio turco, i cui confini non dovevano essere inventati secondo il capriccio dei vincitori, ma esistevano già delineati in documenti esistenti da secoli in antichi testi sacri che le stesse nazioni vincitrici consideravano autorevoli.
E qui bisogna dire che avvenne uno dei primi miracoli che hanno punteggiato la storia del sionismo. Si direbbe che le Potenze Alleate vincitrici, nonostante tutti i loro calcoli politici, e pensando di perseguire i propri interessi nazionali, siano state spinte dagli eventi a riconoscere gli elementi identitari presenti nel popolo ebraico. Il testo del Mandato per la Palestina, come elaborato nella Risoluzione di Sanremo del 1920, e successivamente approvato all'unanimità dal Consiglio della Società delle Nazioni nella riunione del 1922, è l'espressione chiara di questo riconoscimento, e, insieme all'Articolo 22 del Patto delle Nazioni, costituisce la fondamentale base giuridica della legittimità internazionale dello Stato d'Israele.
Riportiamo alcuni commi del Preambolo del Mandato per la Palestina (p. 56):
    ... le principali Potenze Alleate si sono accordate, al fine di dare effetto alle disposizioni dell'Articolo 22 del Patto della Società delle Nazioni, per affidare a un Mandatario, scelto dalle dette Potenze, l'amministrazione del territorio della Palestina che precedentemente appartenne all'Impero turco entro i confini che potranno essere da loro determinati.
Si noti che il Mandante non è costituito dalla Società delle Nazioni, ma dalle Potenze Alleate che, avendo costituito un Patto registrato da detta Società, si accingono ora a dare effetto a uno dei suoi articoli. Sono infatti le principali Potenze Alleate quelle che prendono le decisioni.
In un Mandato, gli elementi fissi sono due: il Mandante, cioè le Potenze Alleate, e il Supervisore, cioè il Consiglio della Società delle Nazioni. Gli elementi variabili sono invece: il Mandatario e il Beneficiario. Nel caso del Mandato per la Palestina il Mandatario era la Gran Bretagna e il Beneficiario era il popolo ebraico. Il Preambolo continua così:
    ... le principali Potenze Alleate si sono anche accordate che il Mandatario debba essere responsabile per dare effetto alla dichiarazione originalmente fatta il 2 Novembre 1917 dal Governo di Sua Maestà Britannica e adottata dalle dette potenze, in favore della costituzione in Palestina di una nazione per il popolo ebraico...
Dopo aver chiaramente indicato Mandatario e Beneficiario, il Preambolo indica i motivi di questa scelta:
... con ciò è stato dato riconoscimento alla connessione storica del popolo ebraico con la Palestina e alle basi per ricostituire la loro nazione in quel paese...
Queste parole sono di un'importanza capitale: per nessun'altra nazione nata in Medio Oriente dopo la Grande Guerra si potrebbero dire le stesse cose. Le Potenze Alleate riconoscono una connessione storica esistente da secoli tra un popolo e una terra: questo significa che la connessione precede i fatti recentemente avvenuti e non è determinata ma soltanto riconosciuta dalle nazioni. Non si dice all'ebreo Weizmann: "Se ti comporti bene e resti nostro amico ti concediamo di diventare Re di una nazione che costituiremo su quella terra per quelli che stanno lì", come più o meno hanno fatto con i fratelli arabi Hussein, ma riconoscono che esistono già le basi per ricostituire la loro nazione in quel paese. La nazione ebraica in Palestina quindi non è stata inventata dalle Potenze Alleate vincitrici, ma riconosciuta come appartenente storicamente al popolo ebraico sulla terra che in quel momento era chiamata Palestina.
Gli articoli che regolano il Mandato sono tutti finalizzati a determinare il procedimento che avrebbe dovuto portare alla ricostituzione della nazione ebraica.
    Articolo 1 - Il Mandatario avrà i pieni poteri di legislazione e di amministrazione, fatta salva la loro limitazione derivante dai termini di questo mandato.
Il Mandatario agisce come il tutore di un erede che al raggiungimento della maggiore età assumerà l'intero potere sulla sua eredità. Nel tempo di transizione il tutore, cioè il Mandatario britannico, ha i pieni poteri di legislazione e di amministrazione, ma dentro la limitazione derivante dai termini di questo mandato, il che significa che il tutore non può agire come se fosse l'erede: nel periodo di transizione il tutore esercita gli attributi della sovranità, mentre la sovranità de jure appartiene all'erede, cioè al popolo ebraico.
Questo significa che la nazione ebraica è nata de jure nel momento stesso in cui sono stati definiti e approvati i termini del Mandato per la Palestina.
L'erede ebreo ancora bambino è rappresentato dall'Organizzazione Sionista, che, proprio perché deve prepararsi ad assumere i compiti ora svolti dal tutore, è chiamato a dialogare e collaborare con lui:
    Articolo 4 - Un'apposita agenzia ebrea sarà riconosciuta come persona giuridica con lo scopo di consigliare e cooperare con l'Amministrazione della Palestina in questioni economiche, sociali e altre concernenti la costituzione della nazione ebrea e gli interessi della popolazione ebrea in Palestina e, sempre soggetta al controllo dell'Amministrazione, assistere e prendere parte allo sviluppo del paese.
    L'Organizzazione Sionista, fin tanto che la sua organizzazione e costituzione siano adeguate nell'opinione del mandatario, sarà riconosciuta come tale agenzia. Procederà alla consultazione col Governo di Sua Maestà Britannica per assicurare la cooperazione di tutti gli ebrei disposti a collaborare alla costituzione della nazione ebrea.
La crescita dell'erede bambino ebreo non deve avvenire soltanto in termini di istruzione, ma anche di statura fisica, cioè deve crescere numericamente come popolo:
    Articolo 6 - L'Amministrazione della Palestina, nell'assicurare che i diritti e la posizione di altre parti della popolazione non siano pregiudicate, faciliterà l'immigrazione ebrea sotto condizioni appropriate e incoraggerà, in co-operazione con l'agenzia ebrea indicata nell'Articolo 4, la prossima sistemazione degli ebrei sulla terra, incluse terre dello Stato e terre incolte non richieste per scopi pubblici.
E questo dovrà avvenire non soltanto in termini di facilitazioni all'immigrazione, ma anche in termini di agevolazioni giuridiche:
    Articolo 7 - L'Amministrazione della Palestina sarà responsabile per decretare una legge sulla nazionalità. Sarà incluso nelle disposizioni di questa legge quadro come facilitare l'acquisizione della cittadinanza palestinese da parte di ebrei che prendano la loro residenza permanente in Palestina.
La Gran Bretagna aveva dunque il dovere (sarà responsabile) di emanare una legge sulla nazionalità che facilitasse agli ebrei sparsi nel mondo la possibilità di acquisire... la cittadinanza palestinese. In altre parole, la legge sul ritorno avrebbe dovuto farla la Gran Bretagna durante il suo Mandato.

Quindi è mistificante presentare gli ebrei come una minoranza aggressiva che s'impadronisce con la forza di ciò che non è suo, costringendo la comunità internazionale a prendere provvedimenti punitivi. Le Potenze Alleate che hanno sconfitto l'Impero turco islamico e hanno determinato la creazione ex novo di nazioni come Siria, Libano, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, sapevano bene che con il Mandato per la Palestina avevano deciso di ricostituire la nazione per il popolo ebraico. E sapevano benissimo che in quel momento gli ebrei su quella terra erano ancora in minoranza, e proprio per questo avevano deciso di favorire l'immigrazione degli ebrei perché potessero arrivare ad essere maggioranza. Si sapeva benissimo che, di fronte ad altri interessi, questo poteva essere un punto debole, dal momento che per qualcuno autodeterminazione significava soltanto tener conto del numero di abitanti presenti in una certa regione, ed è chiaro che in quel momento gli ebrei in Palestina erano in minoranza. Ma proprio per questo è importante sottolineare che le nazioni in quel tempo avevano riconosciuto l'esistenza di un popolo ebraico disperso e avevano deciso di favorire il suo reinserimento nella terra che storicamente gli apparteneva.
   Ma per questo era necessario un periodo di tutela, affinché l'erede bambino potesse crescere e non fosse ammazzato da piccolo, prima di diventare adulto. E questo era stato pensato nel momento stesso in cui era stato elaborato il Mandato per la Palestina ed era stata scelta la Gran Bretagna come Mandatario-tutore. Nel febbraio del 1919, scrivendo al Primo Ministro britannico Lloyd George, Balfour usò queste parole:
    Il punto debole della nostra posizione è che nel caso della Palestina abbiamo deliberatamente e giustamente rifiutato di accettare il principio dell'autodeterminazione [come generalmente inteso, ndt]. Se gli attuali abitanti fossero consultati, indubbiamente darebbero un giudizio antiebraico. La giustificazione per la nostra politica sta nel fatto che noi consideriamo il caso della Palestina come assolutamente eccezionale, perché giudichiamo la questione degli ebrei fuori dalla Palestina come un fatto di importanza mondiale e crediamo che gli ebrei abbiamo un'aspirazione storica ad una sede nella loro antica terra.
Per quanto riguarda i confini, la questione non fu definita nella conferenza di Sanremo, ma in successivi accordi franco-britannici. Ma anche in questo caso, sia pure nell'accanita discussione che Gran Bretagna e Francia fecero per evidenti interessi nazionali, dai britannici veniva usata spesso l'espressione biblica "da Dan a Beersheba", ricordando con ciò, non si sa quanto consapevolmente e sinceramente, che per delimitare i confini "naturali" dello Stato ebraico è ovvio fare riferimento alla storia biblica. In ogni caso, se qualche discussione poteva sorgere sui confini settentrionali con la Siria e l'attuale Libano, era evidente che per l'Organizzazione Sionista, Palestina significava tutta la parte a occidente del Giordano e una discreta parte a oriente. Questo era stato promesso e questo era stato inteso inizialmente anche dagli interlocutori britannici.

Che cosa accadde, di fatto, in seguito? Accadde che il tutore britannico, che forse all'inizio aveva pensato di far crescere l'erede bambino sotto le sue amorevoli cure per ritrovarselo poi, da adulto, come fedele e riconoscente alleato, si accorse che intorno al bimbo si erano accumulate brame minacciose di altri aspiranti all'eredità. E allora, come spesso accade, il tutore cominciò a farsi gli affari suoi a spese del tutelato. Cominciò col rivendersi una parte consistente dell'eredità (Transgiordania), falsificò i documenti che stabilivano i diritti dell'erede (Libro bianco), prese a trattare male il bambino perché voleva concludere affari vantaggiosi con i suoi nemici.
   Alla fine del Mandato, la Gran Bretagna avrebbe dovuto concludere il suo periodo di tutela presentando al mondo, tra feste e canti, il passaggio alla maggiore età del tutelato, che lei aveva allevato e fatto crescere con amorevoli cure. Fuor di metafora, la fondazione dello Stato ebraico autonomo avrebbe dovuto avvenire sotto le ali del tutore Gran Bretagna. Accadde invece che il tutore, il quale durante il periodo di tutela aveva pensato di perseguire i suoi personali interessi cercando di salvare capra e cavoli, si spinse sempre di più verso i nemici del bambino piuttosto che verso il bambino, ma non riuscendo a zittire le grida di scontento e a evitare i calci rabbiosi del bambino, che nel frattempo era diventato un robusto e risoluto ragazzetto, diede forfait. E consegnò il tutto nelle mani del Supervisore, che nel frattempo aveva cambiato nome e si chiamava Nazioni Unite.
   Il supervisore Nazioni Unite, invece di stigmatizzare l'operato del tutore e difendere legalmente l'erede nella sua legittima proprietà, decise di tagliare anche lui un'altra fetta dell'eredità, dopo quella già tagliata dal tutore, per metterla a disposizione dei nemici dell'erede, offrendo loro, su un piatto d'argento, uno stato nuovo di zecca, inventato di sana pianta: uno stato arabo palestinese. Ma i nemici dell'erede non accettarono nemmeno quello: volevano l'eredità e la morte dell'erede.
Ma l'erede non morì. E invece di ricevere la corona della sovranità nazionale dalle mani di chi fino ad allora l'aveva esercitata per suo conto, cioè il Mandatario britannico, se la mise in testa da solo, come Napoleone, e immediatamente si trovò contro i nemici di prima appoggiati dal suo ex tutore, ansioso di partecipare anche lui all'imminente bottino. Ma il bottino non ci fu, e i nemici dell'erede, insieme all'ex tutore che maneggiava in seconda fila, si ritirarono scornati.

Conclusioni riassuntive:
  1. Lo Stato d'Israele non è il frutto tardivo del colonialismo delle potenze occidentali, ma, al contrario, le sue difficoltà sono dovute al perdurare di atteggiamenti colonialistici europei che hanno favorito la nascita di Stati arabi come Iraq, Giordania, Libano, Arabia Saudita, mentre hanno danneggiato la fondazione dello Stato ebraico.
  2. La legittimità nazionale dello Stato ebraico non nasce nel 1947 con la Risoluzione 181 dell'Onu, ma nel 1920 con la Risoluzione di Sanremo stabilita dalle potenze alleate vincitrici della prima guerra mondiale:
  3. La Risoluzione di spartizione 181 non è la benevola dichiarazione che ha fatto nascere lo Stato d'Israele, ma, al contrario, è la malevola prevaricazione che ha causato l'illegale decurtazione di una parte consistente della terra che già apparteneva, de jure, allo Stato ebraico.
  4. L'Olocausto non è la molla che ha spinto le nazioni, per rimorso e volontà di compensazione, a dare agli ebrei una nazione, ma, al contrario, è la tragedia che ha costretto l'Organizzazione Sionista e l'Agenzia Ebraica ad accettare, obtorto collo, la spartizione della loro terra perché era assolutamente urgente dare asilo alle migliaia di profughi ebrei scampati all'Olocausto, e che nessuno, a cominciare dalla Mandataria Gran Bretagna, voleva accogliere.
  5. Uno Stato palestinese, nel senso geografico del termine, esiste già, ed è lo Stato ebraico d'Israele. Uno stato arabo palestinese non ha alcuna legittimità nella terra che, fin dall'inizio delle trattative successive alla prima guerra mondiale, è stata destinata dalle potenze alleate vincitrici ad essere la sede della nazione ebraica.
  6. Il costituendo stato arabo nella cosiddetta Palestina non nasce con l'intenzione di vivere accanto allo Stato ebraico, ma, al contrario, con il solo scopo di arrivare a distruggerlo. Chi pensa di dar prova di moderazione parlando di "due stati per due popoli che vivano l'uno accanto all'altro in pace e sicurezza" contribuisce, che lo voglia o no, in buona fede o no, al raggiungimento dell'obiettivo arabo.
  7. Per anni la politica d'Israele è stata "terra in cambio di pace": non ha ottenuto niente. Ma il guaio ancora più grande è che Israele ha dato "diritti in cambio di pace". La terra, la vedono tutti. Per vedere i diritti invece bisogna leggere, documentarsi, studiare, se si vuole restare sul terreno della verità e della giustizia. Se invece si predilige la via della forza e della real politik, studiare non serve: basta sparare, quando si può; e mentire, quando non si può. Meglio ancora quando si possono fare le due cose insieme.
Con gli accordi di pace i nemici di Israele, non riuscendo ad abbatterlo subito con la violenza, sono riusciti a metterlo su un piano inclinato. Con piccoli, graduali scossoni provano ripetutamente, con pazienza e tenacia, a farlo scivolare dolcemente sempre più in basso, aspettando soltanto il momento in cui sarà arrivato abbastanza in basso da non esserci più bisogno del piano inclinato: una mazzata e via. Lasciando che si sfilasse da Israele un diritto dopo l'altro, era inevitabile che si arrivasse a parlare di "diritto all'esistenza". Molti lo stanno già facendo, ma evidentemente c'è bisogno che il coro aumenti. E la prossima assemblea generale dell'Onu sarà un'altra prova del coro, con l'inserimento dei nuovi coristi.

Termino, come cristiano evangelico che s'interessa di questi argomenti per motivi strettamente legati alla sua fede, con una mia breve personale interpretazione biblica di questi fatti.
   Dopo la distruzione del primo Tempio, Dio non ha più promesso a Israele il suo sostegno per guerre di conquista o riconquista. Con la presa di Gerusalemme da parte dei babilonesi hanno avuto inizio i cosiddetti "tempi dei gentili", durante i quali Dio continua a proteggere l'esistenza del suo popolo, ma lo fa esercitando il suo potere su e attraverso i gentili. Il primo rientro a Gerusalemme degli ebrei non fu una "riconquista", ma la benevola concessione di un monarca pagano persiano, di cui la Bibbia dice che l'Eterno gli destò lo spirito:
    Nel primo anno di Ciro, re di Persia, affinché s'adempisse la parola dell'Eterno pronunziata per bocca di Geremia, l'Eterno destò lo spirito di Ciro, re di Persia, il quale, a voce e per iscritto, fece pubblicare per tutto il suo regno quest'editto: 'Così dice Ciro, re di Persia: L'Eterno, l'Iddio dei cieli, m'ha dato tutti i regni della terra, ed egli m'ha comandato di edificargli una casa a Gerusalemme, ch'è in Giuda. Chiunque tra voi sia del suo popolo, sia il suo Dio con lui, e salga a Gerusalemme, ch'è in Giuda, ed edifichi la casa dell'Eterno, dell'Iddio d'Israele, dell'Iddio ch'è a Gerusalemme (Esdra 1:1-3).
Il Mandato per la Palestina può essere visto come qualcosa dello stesso tipo. Le Potenze vincitrici sono state spinte a riconoscere l'identità storica del popolo ebraico e hanno deciso di favorirne il rientro sulla sua terra. Considero questo come un'espressione della sovranità di Dio che si esercita sugli uomini e attraverso gli uomini, che essi ne siano consapevoli o no, che essi lo vogliano o no.(1)
    E considero la marcia indietro delle nazioni come una manifestazione di ribellione degli uomini, che Dio permette per il compimento pieno della sua opera.
    Se dopo la distruzione del primo Tempio Dio non ha promesso e non ha dato a Israele il suo appoggio per guerre di conquista, è però intervenuto direttamente e miracolosamente in sua difesa ogni volta che i popoli hanno manifestato l'intenzione di annientarlo. Questo è avvenuto almeno tre volte nella storia: nella guerra dei Maccabei, nella guerra d'indipendenza del 1948 e nella guerra dei sei giorni del 1967.
    Potrebbe sembrare che questo non sia avvenuto contro la volontà sterminatrice dell'Impero romano nel '70 e nel 135, ma questo è solo apparente. La sussistenza del popolo ebraico per quasi duemila anni in condizioni impossibili fa capire che per Dio è soltanto una questione di tempo. La ricostituzione dello Stato ebraico ne è una conferma: "Israele esiste".
    Ma esiste anche, rinnovata e rinforzata, la volontà delle nazioni di distruggerlo. Nient'altro significa oggi l'assemblea generale delle Nazioni Unite di questi giorni. La costituzione dello stato arabo in Palestina non ha altra motivazione e altro obiettivo che la distruzione dello stato d'Israele. Questo proposito viene alla luce in modo sempre più chiaro, ma questo accade affinché le nazioni raggiungano l'adeguato livello di iniquità e siano mature per il giudizio. Ad Abramo Dio rivelò inaspettatamente, in una notte tremenda, che i suoi discendenti non sarebbero entrati subito nella Terra Promessa, ma che sarebbero stati schiavi per quattrocento anni e sarebbero rientrati soltanto alla quarta generazione "perché l'iniquità degli Amorei non è giunta finora al colmo" (Genesi 15:6).
    L'iniquità delle nazioni contro Israele non è ancora, forse, giunta al colmo. Ma al colmo si sta velocemente avvicinando.

(Notizie su Israele, 25 settembre 2011)


NOTA AGGIUNTIVA (scoperta pochi giorni fa)
(1) Un interessante riferimento all'editto di Ciro si può trovare nel libro "Sionisti cristiani in Europa" di Elia Boccara. L'autore sostiene che uomini come David Lloyd George e Arthur James Balfour furono indotti a favorire la formazione di una "National Home" per gli ebrei non solo da interessi politici inglesi, ma anche, come riporta il libro, da «una sincera simpatia nei confronti degli ebrei e nel desiderio religioso di appoggiarne il ritorno nella patria di origine: bisognava inventare una formula che rispettasse sia gli interessi politici inglesi, sia l'aspirazione ebraica a ritornare nella patria originaria, senza ledere i popoli di altra origine già presenti in Palestina, i quali, tra l'altro non superavano le 600.000 anime. Si prospettava quindi una soluzione simile a quella riservata agli ebrei dall'imperatore persiano Ciro: il ritorno degli ebrei a Gerusalemme (questa volta senza la ricostruzione del Tempio, essendo lo spazio già occupato), ora sotto sovranità inglese, per lo meno all'inizio». M.C.


La Lega araba ha definito "crimine di guerra" il piano di annessione della Cisgiordania

I ministri degli esteri della Lega araba, riuniti giovedì al Cairo in videoconferenza, su richiesta palestinese, hanno respinto il piano di annessione di parte del territorio della Cisgiordania che dovrebbe concretizzarsi entro l'estate, conseguenza dell'accordo di Governo tra Benjamin Netanyahu ed il suo ex avversario Benny Gantz.
   La Lega araba ha definito "crimine di guerra" e "flagrante violazione" del diritto internazionale l'anticipazione da parte israeliana della volontà di avviare un piano di annessione di parte dei territori della Cisgiordania entro il prossimo luglio.
   Nella risoluzione che ha concluso la riunione della Lega araba, si annuncia che a tal proposito saranno sostenute le decisioni dello Stato palestinese "attraverso tutti i mezzi politici, diplomatici, giuridici e finanziari di fronte ai piani israeliani di perpetrare questo crimine di annessione"... chiedendo "alla comunità internazionale e all'Onu di assumersi le proprie responsabilità per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale".
   Sempre giovedì, nove ambasciatori di Paesi europei hanno ricordato ad Israele che in caso di annessione vi saranno gravi conseguenze per Tel Aviv sul piano internazionale. In precedenza, anche il commissario agli affari esteri dell'Ue aveva condannato ufficialmente l'annuncio di Netanyahu di voler annettere ad Israele parti dei territori occupati della Cisgiordania.
   Questo sabato, Saeb Erekat, segretario generale del Comitato esecutivo dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), in videoconferenza con il Forward Thinking a Londra e la Harvard University negli Stati Uniti, ha invitato la comunità internazionale a non consentire al governo israeliano di proseguire nel piano di attuazione dell'apartheid e di quello di annessione della Cisgiordania, aggiungendo come sempre più indispensabile la necessità di convocare una conferenza di pace sulla base del diritto internazionale e delle risoluzioni delle Nazioni Unite allo scopo di porre fine all'occupazione israeliana, con il conseguente riconoscimento dello Stato indipendente della Palestina con Gerusalemme Est come capitale entro i confini del 1967.

(Fai Informazione, 2 maggio 2020)


I radar cinesi di Assad: difesa contro Israele, avvertimento alla Russia

I sistemi radar di fabbricazione cinese in dotazione alla difesa aerea siriana stanno mostrando grande efficacia nell'individuare e affrontare gli attacchi missilistici dell'aeronautica israeliana. Lo sottolinea l'agenzia di stampa governativa Syrian Arab News Agency (SANA), ripresa da al-Masdar News, aggiungendo che "i sistemi di difesa aerea siriani hanno intercettato diversi missili lanciati da Israele su Palmyra", alludendo agli attacchi aerei israeliani del 21 aprile.
L'aspetto inedito e che potrebbe avere risvolti militari ma anche politici, è che l'agenzia di stampa ha messo in luce come i sistemi di difesa aerea di fabbricazione russa si siano dimostrati "arretrati" nel far fronte alla minaccia più avanzata portata dagli israeliani....

(Analisi Difesa, 2 maggio 2020)


La Corte penale internazionale accusa Israele. Crimini di guerra contro "lo Stato palestinese"

di Paolo Castellano

Fatou Bensouda, giurista gambiana e Procuratore capo della Corte penale internazionale (CPI), vuole indagare su Israele per crimini di guerra in Giudea, Samaria, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza. Per l'organo internazionale la "Palestina" è infatti un'entità statale e dunque sotto la giurisdizione della CPI. Tre giudici della Divisione preliminare saranno la giuria che dovrà decidere se confermare o rigettare la richiesta della Bensouda.
   Per essere sotto la giurisdizione della CPI bisogna aver firmato lo Statuto di Roma che è stato stipulato il 17 luglio del 1998. Israele non ha mai firmato il regolamento e quindi non fa parte della CPI che ha sede all'Aia nei Paesi Bassi. L'Autorità Palestinese fa invece parte del tribunale per i crimini internazionali pur non essendo uno stato membro delle Nazioni Unite. La CPI non è un organo dell'ONU è non va identificata con la Corte internazionale di giustizia, anch'essa con sede all'Aia.
   Il 30 aprile, il Procuratore capo Bensouda ha quindi prodotto un documento di 60 pagine in cui afferma che la CPI può esercitare la propria giurisdizione nel territorio che comprende la Cisgiordania, incluse Gaza e Gerusalemme Est.
   Circa altri 50 fascicoli a favore e a sfavore dello Stato ebraico sono stati archiviati in passato. Le nazioni che hanno appoggiato le ragioni di Israele sono state Repubblica Ceca, Austria, Germania, Australia, Ungheria, Brasile e Uganda. Lo riporta Israel National News.
   L'Assemblea degli Stati Parte supervisiona la CPI ed è l'organo legislativo dell'organizzazione internazionale che ha riconosciuto la "Palestina" come stato sovrano.
   La ONG Monitor, un'associazione pro-Israele, ha criticato la decisione di Bensouda, sostenendo che il Procuratore capo stia ignorando completamente il fatto che la Corte non sia competente in materia. «Da una parte fa affidamento su affermazioni infondate prodotte da associazioni pro-BDS e legate al terrorismo, dall'altra segue la retorica per nulla indipendente di una parte degli organi dell'ONU, come il Consiglio dei diritti umani», si legge in una dichiarazione dell'associazione Monitor.

(Bet Magazine Mosaico, 1 maggio 2020)


Polemiche e accuse tra palestinesi sull'emergenza economica

L'Autorita' Nazionale Palestinese ha accusato Hamas di utilizzare l'emergenza coronavirus per guadagnare consensi in Cisgiordania. Nelle scorse settimane le forze dell'ordine palestinesi hanno arrestato diversi attivisti di Hamas che erano stati sorpresi a distribuire denaro o pacchi di cibo a persone bisognose, soprattutto ad Hebron. Tra gli arrestati vi e' anche Fadeel Jabareen, capo della Societa' Islamica di Carita', una organizzazione no profit, sospettata di essere affiliata ad Hamas. La moglie di Jabareen ha scritto in un post su Facebook che suo marito e' stato arrestato ingiustamente perche' stava solo cercando di aiutare persone in difficolta', soprattutto bambini. Oltre a Jabareen la polizia ha arrestato anche Eyad Nasser nella citta' settentrionale di Tulkarem. Anche Nasser e' sospettato di far parte di Hamas.
Sin dall'inizio della crisi dovuta alla pandemia di coronavirus, l'Autorita' nazionale palestinese aveva stabilito che solo le organizzazioni e gli enti che fanno capo a Fatah, il principale partito alla guida del governo palestinese, potevano occuparsi di assistere la popolazione fornendo loro eventualmente aiuti, distribuendo cibo e medicine. Questa posizione e' stata fortemente criticata da Hamas. "Il lavoro connesso agli aiuti e alla carita' e' limitato solo a chi appartiene a Fatah?", ha dichiarato Wasfi Qabaha, rappresentante di Hamas nei Territori palestinesi, "la distribuzione di cibo e aiuti alla gente ora e' dunque diventato un crimine?". "L'autorita' nazionale palestinese - ha confermato Omar Abu Rmaileh, un Imam di Hebron - vuole che nessun altro, a parte Fatah, sia coinvolto nelle operazioni di aiuto alla gente locale".

(Shalom, 1 maggio 2020)


Primo maggio, il Comune di Napoli cita Auschwitz: l'indignazione della Comunità Ebraica

 
La Comunità Ebraica di Napoli esprime indignazione e profondo sconcerto nell'apprendere la notizia, pubblicata da alcuni organi di informazione, dello slogan con il quale il Comune di Napoli ha lanciato il suo concerto virtuale «Primo Maggio virtuale: solo il lavoro rende liberi», che richiama la frase che campeggiava all'ingresso del campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz.
   La successiva correzione da parte del Comune di Napoli, che ha sostituito quell'espressione tristemente evocativa di uno dei periodi più bui della storia umana con la frase «solo il lavoro rende la dignità», nulla toglie alla gravità della scelta operata dall'assessorato alle Politiche Sociali e al Lavoro del Comune di Napoli che, con un uso tanto disinvolto delle parole, rivela superficialità, insensibilità e ignoranza inaccettabili da parte di una rappresentanza istituzionale.
   La Comunità Ebraica di Napoli, da sempre impegnata nel dialogo interreligioso e interculturale nel rispetto delle specificità di ciascuno, ritiene offensivo per la memoria delle vittime della Shoah e per gli Ebrei la scelta di quell'espressione odiosa e considera l'episodio un esempio pericoloso di come la conoscenza corretta di quel che è stato abbia sempre meno spazio presso certe amministrazioni, evidentemente più avvezze alla banalizzazione degli eventi storici che alla corretta percezione del loro reale significato.
   Sul fatto interviene anche il presidente nazionale della Federazione delle associazioni Italia-Israele, Giuseppe Crimaldi: «L'ennesimo, grave e pesantissimo scivolone in cui è incorsa l'amministrazione comunale di Napoli nel pubblicare uno slogan celebrativo del Primo Maggio in cui viene menzionata la frase: "Il lavoro rende liberi", gelida rimembranza di ciò che campeggiava all'ingresso di Auschwitz - dichiara Crimaldi - rivela l'approssimazione, l'ignoranza e l'assoluta mancanza di sensibilità civile, umana e politica di certi assessori e funzionari che occupano Palazzo San Giacomo. Un fatto grave, la cui gravità non può liquidarsi e chiudersi con le scuse di qualcuno. Che tristezza, che vergogna».

(Il Mattino, 1 maggio 2020)


L'emergenza mette Israele alla prova. Si deve cambiare rotta. Ma come?

La crisi sanitaria e quella economica colpiscono il modello di sviluppo israeliano, come in tutto l'Occidente. Come si muoverà il nuovo Governo Gantz-Netanyahu? Starà alla Knesset se dirigere il Paese verso una società sicuramente più povera ma anche più egualitaria, oppure lasciare campo libero alle spinte autoritarie. Perché il coronavirus sta mettendo a rischio anche il sistema immunitario della Prima Repubblica israeliana.

di Aldo Baquis

TEL AVIV - Dopo oltre un anno di paralisi politica, e dopo tre tornate elettorali, Israele ha finalmente un governo. Il nuovo esecutivo, definito di "emergenza" nazionale, avrà tre anni di durata e sarà guidato in alternanza da Benyamin Netanyahu (Likud) e da Benny Gantz (Blu Bianco). Decisiva per l'intesa finale fra due partiti che si erano amaramente affrontati nelle elezioni del 2 marzo è stata la pandemia di coronavirus, che da metà marzo ha costretto tutti gli israeliani a chiudersi nelle loro abitazioni. Dopo il voto di marzo le manovre per la formazione di un nuovo governo - pur definito di "emergenza" - avevano richiesto laboriose trattative. Il 15 marzo il presidente Reuven Rivlin aveva affidato l'incarico al leader centrista Benny Gantz (Blu Bianco) che aveva il sostegno di 61 dei 120 deputati della Knesset. Ma subito era emerso che non sarebbe stato per lui possibile formare un governo che avesse l'appoggio contemporaneo sia della Lista araba unita sia del nazionalista Avigdor Lieberman, passato adesso nel fronte anti-Netanyahu.
   Il 26 marzo si è così avuto un drammatico colpo di scena, che ha rivoluzionato il quadro politico.
   Di fronte all'approfondirsi della crisi del coronavirus, Gantz ha accettato la formula di un governo unitario col Likud e l'alternanza alla carica di premier: prima Netanyahu, per un anno e mezzo, e poi lui stesso per altri 18 mesi. In questo modo ha lasciato di stucco un milione di elettori che in tre tornate di voto, dall'aprile 2019, avevano creduto che Gantz mai avrebbe accettato di entrare in un governo guidato da chi, come Netanyahu, era incriminato per corruzione, frode e abuso di potere. Il prezzo della sua scelta è stato immediato: Blu Bianco si è spaccato il giorno stesso in due, lasciando Gantz con appena 19 deputati e ormai alla mercé di Netanyahu.
   Le settimane successive hanno poi visto la liquefazione di quanto restava dello storico partito laburista, quando il suo leader Amir Peretz ha accettato - malgrado i solenni impegni preelettorali - di entrare in un esecutivo Netanyahu-Gantz composto da 36 ministeri. Non proprio il governo di "emergenza" che c'era da aspettarsi per la lotta serrata alla pandemia che ha allora registrato un brusco aumento dei contagi. In quei giorni è stato perfino necessario imporre una sorta di coprifuoco nella popolosa cittadina ortodossa di Bnei Brak (200 mila abitanti, alle porte di Tel Aviv) dopo che al suo interno erano stati rilevati 1000-1400 contagi. Lo stesso provvedimento sarebbe stato poi adottato in 17 rioni, in prevalenza ortodossi, a Gerusalemme.
   Con nove milioni di israeliani chiusi in casa, con le strade deserte presidiate da polizia ed esercito, e con oltre un milione di israeliani ormai privi di lavoro, i politici hanno proseguito imperterriti a lottare per aggiudicarsi fette di influenza nel governo di "emergenza" che stentava ancora a venire alla luce.
   Oltre che sulla distribuzione dei dicasteri, si sono accapigliati su una riforma volta ad indebolire ulteriormente il sistema giudiziario (dopo anni di sistematici attacchi della Destra) e sulla annessione di porzioni della Cisgiordania, nel contesto dei progetti mediorientali dell'amministrazione Trump.
   Mentre venivano a galla le gravi penurie di risorse (sia di strutture, sia di personale) accumulate negli ultimi dieci anni nel sistema sanitario - già denunciate l'anno scorso in un rapporto dell'Ombudsman - Gantz e Netanyahu hanno confermato alla carica di ministro della sanità Yaakov Litzman, esponente di una potente corrente rabbinica ortodossa
Litzman in seguito si è dimesso da ministro della sanità
.
   Nel frattempo, nel mondo politico proseguivano le manovre di assestamento, conclusesi infine il 20 aprile con l'accordo Netanyahu-Gantz; ed è apparso con sempre maggiore evidenza che la crisi sanitaria (al 20 aprile, 13 mila contagiati, 164 decessi, ospedali impegnati a liberare posti letto per accogliere moltitudini di contagiati che potrebbero ancora necessitare aiuti) è destinata ad essere affiancata da una grave crisi economica e sociale. Il problema immediato è quello del mondo del lavoro: da febbraio il tasso di disoccupazione è schizzato da un lusinghiero 4 ad un allarmante 25 per cento.
   Il governo ha approvato un piano di aiuti economici immediati per 80 miliardi di shekel, che ha funzionato come boccata di ossigeno. Netanyahu e il ministro delle finanze Moshe Kahlon hanno elaborato un piano per la graduale ripresa delle attività economiche (attualmente al 15 per cento del loro potenziale) per portarle gradualmente alla fine di maggio al 50- 70 per cento. La priorità sarà data all'hi-tech, all'industria, al commercio, alle istituzioni finanziarie, all'agricoltura e alla edilizia.
   Ma a quanto pare ancora nel 2021 in Israele ci saranno 400 mila disoccupati: in particolare quanti lavoravano nel settore turistico, nella alimentazione, nello spettacolo, nello sport. In prospettiva, occorrerà sostenere a lungo le fasce sociali medio-basse, specialmente nelle cittadine periferiche e nei rioni popolari. Anche i fondi pensione - gestiti da compagnie di assicurazione e da fondi di investimento - rischiano di essere molto ridimensionati.
   Per impedire che la crisi - sanitaria prima ed economica poi - si trasformi infine in una profonda recessione sociale sarà necessario che la élite di Israele innalzi la bandiera della solidarietà. Non solo nella gratuita retorica televisiva (Netanyahu si riferisce spesso alla lotta al coronavirus come una battaglia "fatale" in cui tutti gli israeliani devono mobilitarsi) ma anche nella determinazione a colpire, quando necessario, gli interessi dei monopoli e dei gruppi organizzati di pressione a beneficio della collettività. Si tratta in sostanza - secondo un analista del giornale economico Marker - di utilizzare l'irruzione del virus per una vigorosa ridistribuzione del benessere nazionale, una sorta di "New Deal" alla Roosevelt per la riduzione del divario fra le ristrette élite economiche-finanziarie e i settori più colpiti. Ad esempio, un milione di ebrei ortodossi e un milione e mezzo di arabi.
   Per uscire da quella che Netanyahu definisce già come "la crisi più grave attraversata dal nostro Paese dalla sua fondazione" occorre insomma recuperare la omogeneità sociale del primo Israele, andata gradualmente perduta negli ultimi decenni.
   Ora sta al nuovo Governo stabilire se dirigere il Paese verso una società sicuramente più povera ma anche più egualitaria, oppure procedere verso un modello autoritario, caratterizzato cioè da un esecutivo sempre più insofferente dell'opposizione parlamentare, del potere giudiziario e dei media indipendenti.
   In sintesi, uno degli effetti collaterali del coronavirus potrebbe essere l'aver messo alla prova il sistema immunitario della Prima Repubblica israeliana. Ma speriamo che non tutto il male venga per nuocere. Come nel caso di Sansone che trovò miele nelle fauci di un leone, Me- 'az Yaza' matok: dal forte ne uscì il dolce.

(Bet Magazine Mosaico, maggio 2020)



Coronavirus: Israele, oltre 16 mila casi

Il numero dei casi positivi di coronavirus in Israele ha toccato oggi quota 16.004, 134 in più rispetto a ieri. I decessi sono 223, quattro in più di ieri. Lo ha reso noto il ministero della Sanità. Fra i ricoverati 105 versano in condizioni gravi, e 83 di loro sono in rianimazione. I malati sono attualmente circa 7.000, mentre le persone guarite sono circa 9.000.

(ANSA, 1 maggio 2020)


Iran, minacce alla Germania per il bando a Hezbollah

L'Iran ha annunciato conseguenze per la scelta della Germania di bandire movimento libanese sciita di Hezbollah

L'Iran ha annunciato conseguenze per la scelta della Germania di bandire movimento libanese sciita di Hezbollah sul suo territorio "arrendendosi alle pressioni israeliane e statunitensi". In una dichiarazione rilasciata durante la notte, il ministero degli Esteri iraniano ha affermato che il divieto delle attività del movimento ignora le "realtà nell'Asia occidentale".
La repubblica islamica ha affermato che la mossa si basava esclusivamente sugli obiettivi della "macchina della propaganda dei sionisti e del regime confuso dell'America". Ha "fortemente" condannato la decisione che ha "mostrato totale mancanza di rispetto per il governo e la nazione del Libano, poiché Hezbollah è una parte formale e legittima del governo e del Parlamento del paese". L'Iran ha inoltre affermato che Hezbollah ha avuto un "ruolo chiave nella lotta al terrorismo di Daesh nella regione". "Il governo tedesco deve affrontare le conseguenze negative della sua decisione nella lotta contro i veri gruppi terroristici nella regione", ha aggiunto la diplomazia di Teheran.

(Affaritaliani.it, 1 maggio 2020)


Ebrei e arabi d'Israele nella lotta al coronavirus

Come dice il vecchio adagio, ogni crisi porta anche con sé i semi di nuove opportunità

Il videoclip trasmesso la scorsa settimana dalla tv Canale 13 era decisamente toccante. Due infermieri con le tipiche tute protettive bianche indossate da coloro che si prendono cura dei pazienti affetti da coronavirus sono stati colti mentre posizionavano con grande cura i tefillin (filatteri rituali ebraici) sul braccio di un paziente in quarantena, in un ospedale di Tel Aviv. Ciò che rendeva l'immagine profondamente commovente era che i due infermieri erano arabi israeliani. "B'ezrat Hashem" [con l'aiuto di Dio] ha risposto Khalil Ghazawi, uno dei due infermieri, quando l'intervistatore gli ha detto che sembrava sapere piuttosto bene come si indossano i tefillin.
Pochi giorni dopo è emersa un'altra immagine commovente, questa volta di un medico arabo, Abded Zahalka, anche lui bardato con indumenti protettivi simili a una tuta spaziale, abbracciato a un rotolo della Torah drappeggiato nel tallet (scialle di preghiera) mentre lo portava a ebrei religiosi nel centro medico Ma'aynei Hayeshua, a Bnei Brak, per la loro preghiera quotidiana. Questa foto ha fatto a gara, come spazio sui mass-media israeliani, con le immagini dei soldati in uniforme e mascherina che distribuiscono pacchi di cibo ai residenti dei villaggi arabi di Kafr Yasif e Deir el-Asad....

(israele.net, 1 maggio 2020)


Attacco aereo israeliano contro obiettivi iraniani in Siria

di Chiara Gentili

Elicotteri israeliani hanno lanciato una serie di missili, dalle alture del Golan, contro obiettivi situati nella Siria meridionale. È quanto hanno riferito, venerdì primo maggio, i media di stato siriani, evidenziando un aumento degli attacchi contro le milizie appoggiate dall'Iran. Fonti di opposizione nell'area hanno affermato che diverse postazioni della milizia iraniana sono state prese di mira nei pressi di Quneitra. L'attacco, secondo quanto specificato dai media siriani, avrebbe causato solo danni materiali.
   Basi e convogli gestiti da fazioni filoiraniane e dagli alleati di Teheran, in particolare dalla milizia di Hezbollah, che possiede una forte presenza sulle alture del Golan, sono stati spesso colpiti da Israele, nel corso degli ultimi anni. Hezbollah si concentra soprattutto presso Sayyidah Zaynab e Mezzeh, a Sud di Damasco. Il gruppo riceve il sostegno dell'Iran, che, a sua volta, utilizzerebbe l'aeroporto della capitale siriana per inviare armi e munizioni. Secondo una fonte di intelligence operativa nella regione, Israele avrebbe deciso di intensificare le sue incursioni in Siria, in un momento in cui il mondo è occupato ad affrontare l'emergenza dovuta al coronavirus. L'ultimo attacco risale al 27 aprile, quando le forze di difesa aerea siriana hanno riferito di aver intercettato e distrutto aerei da guerra israeliani, nei pressi di Damasco, causando la morte di 3 civili ed il ferimento di altri 4. In seguito a tale offensiva, il ministro della Difesa israeliano, Naftali Bennett, ha dichiarato pubblicamente ai media israeliani la sua decisione di intensificare la campagna di Tel Aviv contro obiettivi iraniani in Siria. "Siamo passati dal bloccare la trincea dell'Iran in Siria a forzarla fuori di lì, e non ci fermeremo", ha affermato Bennett in una nota, aggiungendo: "Non consentiremo più a minacce strategiche esterne di crescere oltre i nostri confini senza agire, continueremo a portare la lotta sul territorio nemico".
   Israele ritiene che la presenza militare dell'Iran in Siria, dove le milizie di Teheran combattono a fianco del regime di Bashar al-Assad, rappresenti una minaccia alla sua sicurezza e sia un'evidente dimostrazione del fatto che l'Iran è alla ricerca di una presenza permanente lungo i suoi confini settentrionali. La minaccia di uno scontro diretto tra Israele e Iran preoccupa da tempo la Siria, con Tel Aviv che considera Teheran il suo più grande nemico nella regione. Assad, dal canto suo, ha affermato che le forze iraniane sono le benvenute in Siria dal momento che Iran e Russia, grazie ad anni di vittorie militari, hanno avuto un ruolo chiave nel riportare la maggior parte del Paese sotto il controllo del regime.
   Sin dal 2011, Israele ha condotto centinaia di attacchi aerei in Siria, prendendo di mira i suoi principali nemici nella regione mediorientale, ovvero l'Iran, i gruppi palestinesi e l'organizzazione paramilitare libanese Hezbollah, considerati un pericolo per l'integrità dei propri confini territoriali. A tal proposito, Israele si è detto determinato a frenare la crescita della forza militare dell'Iran in Siria, contro cui sarebbe suo diritto continuare a combattere come forma di auto-difesa. In particolare, Teheran starebbe cercando di creare una propria base militare permanente. Gli attacchi aerei israeliani rappresenterebbero altresì un tentativo di colpire i depositi di armi appartenenti ad Hezbollah.
   Sia l'Iran sia Hezbollah appoggiano il presidente siriano, Bashar al-Assad, nella guerra civile in Siria, sin dal 2012. Il conflitto siriano ha avuto inizio il 15 marzo 2011 ed è tuttora in corso. Al momento, i gruppi armati appoggiati dall'Iran, e guidati da Hezbollah, sono riusciti a prendere il controllo di vaste aree della Siria orientale e meridionale, così come di diversi sobborghi della capitale Damasco. In tale quadro, il 20 aprile, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha incontrato il presidente Assad a Damasco. Il meeting, secondo alcuni, ha avuto lo scopo di ribadire il sostegno di Teheran al regime siriano.

(Sicurezza Internazionale, 1 maggio 2020)


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