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Notizie 16-30 maggio 2026


Gli ebrei morti non danno fastidio

La nostra cultura della memoria ama le pietre d’inciampo, ma non inciampa sull’antisemitismo che si trova proprio davanti alla propria porta di casa. Come la lotta contro l’odio verso gli ebrei fallisce a causa del necrosemitismo.

di Nelly Eliasberg *

FOTO
Nelly Eliasberg

Esiste una parola per descrivere il rapporto disfunzionale con gli ebrei: necrosemitismo. Il termine è stato coniato per la prima volta dagli studiosi della Rete dei docenti universitari ebrei nel loro saggio «Nie wieder wehrlos» (Mai più indifesi) nell’aprile 2026.
Si tratta di qualcosa di molto semplice e molto brutto, che spiega con precisione cosa non funziona oggi. Necrosemitismo significa: si amano gli ebrei finché sono morti. Finché i destini e i simboli ebraici giacciono nei musei e sono visibili in foto in bianco e nero. Finché gli ebrei lasciano diari che si possono reinterpretare come assoluzione. Finché gli ebrei non contraddicono, non chiedono nulla, non fanno domande e non citano in giudizio nessuno.
Si possono piangere con dignità gli ebrei morti, accendere candele, deporre corone, dire «mai più» e considerarsi una persona perbene. Non appena gli ebrei vivono, parlano, si organizzano e si difendono, hanno uno Stato e un esercito, proteggono i confini, combattono i terroristi e dicono: «Non ci faremo più massacrare», la sentimentalità finisce. Allora la realtà viene distorta, perché gli ebrei che si difendono non s’inseriscono: gli ebrei vengono reinterpretati come carnefici, la protezione diventa aggressione, l’autodifesa diventa oppressione. La sovranità ebraica diventa un problema.

• «Lotta contro l’antisemitismo» rimane un anacronismo
  La nostra cultura della memoria è per questo così comoda. Ama Anna Frank, ma sa ben poco del presente ebraico. Ama le pietre d’inciampo, ma non inciampa sull’odio antiebraico davanti alla propria porta di casa. Ama i discorsi commemorativi, ma non ascolta quando gli ebrei dicono: «Non sappiamo per quanto tempo potremo ancora restare qui».
Ama Auschwitz, ma non vuole capire cosa significhi realmente «Mai più»: mai più indifesi. Mai più dipendenti dalla buona volontà degli altri. Mai più aspettare che la società maggioritaria forse, un giorno, reagisca e comprenda e difenda gli ebrei come parte di sé.
Il necrosemitismo spiega perché la «lotta contro l’antisemitismo», proclamata in modo cronico, rimanga così spesso un anacronismo. Si combatte l’odio verso gli ebrei così com’era in passato. Non come è nel presente. La nostra società ha imparato dal passato, ma non ha tratto tutte le giuste conclusioni. Non ha imparato che l’odio verso gli ebrei è un virus mutante che si adatta sempre allo spirito del tempo e oggi dilaga sotto forma di antisionismo.
Non viviamo più nell’era dell’antigiudaismo. E nemmeno più nell’era dell’antisemitismo. Viviamo nell’era dell’antisionismo, in cui tutti i mali di questo mondo vengono proiettati su Israele, l’ebreo collettivo, e il singolo ebreo diventa un bersaglio. Perché l’ebreo collettivo si trova ancora una volta tra il presente sconvolto da guerre e catastrofi e un’utopia di libertà.

• Una spina nella zona di comfort
  Gli ebrei viventi sono la spina fastidiosa nella zona di comfort della società necrosemita. Le mettono davanti uno specchio, davanti al quale il necrosemita fugge nel passato (passato) orribilmente confortevole e si rifiuta di assumersi responsabilità nel presente. Il necrosemitismo è espressione di un gigantesco fallimento.
L'odierna lotta contro l'odio verso gli ebrei fallisce perché troppi sono solidali con gli ebrei solo quando questi sono morti. Poiché però il pessimismo è un lusso che un ebreo non può permettersi (Golda Meir), la frase conclusiva sia ottimistica: per fortuna oggi c'è Israele.
* L'autrice è portavoce della WerteInitiative e vive a Berlino.

(Jüdische Allgemeine, 31 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il Grande Segreto

Dio al centro: non è solo capire, è vivere. È ascoltare, crescere, lasciare andare ciò che pesa e allineare mente, cuore e azioni a un percorso di verità, pace e direzione. 

di Nino Trimigno

Dio ha il controllo! Ci sono stagioni in cui la vita sembra sfuggire di mano. Programmi, pianifichi, ti impegni... e poi basta poco perché tutto cambi: una notizia, una perdita, un imprevisto, un "no" che non ti aspettavi. In quei momenti affiora una domanda che ci accomuna tutti: "Se non controllo io, chi controlla?" È una domanda onesta. E spesso, proprio lì, inizia il percorso più importante: scoprire che il controllo non è la nostra salvezza, ma la nostra fatica. Il grande segreto non è diventare invincibili. È scoprire che non siamo soli e che non siamo noi a reggere il mondo. Il grande segreto è questo: Dio ha il controllo. Non in modo freddo o distante, ma come Padre che vede ciò che noi non vediamo, che guida anche quando noi ci sentiamo fermi, che protegge anche quando noi ci sentiamo esposti. Mettere Dio al centro non significa negare le responsabilità. Significa smettere di vivere come se tutto dipendesse da noi. Perché quando il centro della vita è il "devo farcela", ogni errore diventa una condanna. Quando il centro è l'ansia, ogni imprevisto diventa una minaccia. Quando il centro è l'ego, ogni confronto diventa competizione. Ma quando il centro è Dio, le tempeste non spariscono, eppure cambiano significato: diventano un luogo di crescita, non un verdetto finale. La consapevolezza nasce così: non da una teoria, ma da un risveglio. È accorgersi che siamo pieni di rumore: urgenze, aspettative, paure, paragoni. È riconoscere che spesso la nostra frenesia è una forma di controllo mascherata: "Se faccio di più, mi sentirò al sicuro." Ma la sicurezza non arriva dalla quantità di cose che facciamo. Arriva dalla roccia su cui stiamo. Qui si apre una scelta: continuare a stringere i pugni o aprire le mani. Perché la fede, prima di essere energia, è fiducia. Dire "Dio è in controllo" non è una frase motivazionale. È un atto: 
   "Signore, io faccio la mia parte, ma non mi sostituisco a Te." È un modo nuovo di stare nella vita: con responsabilità, ma senza schiavitù; con impegno, ma senza panico; con desiderio, ma senza idolatria. Dalla consapevolezza alla realizzazione, con Dio al centro, non è solo capire: è vivere. È iniziare a vedere che non tutto ciò che perdi è una sconfitta; a volte è una liberazione. Non tutto ciò che tarda è un fallimento; a volte è una protezione. Non tutto ciò che cambia è un crollo; a volte è una guida. E quando ti accorgi che Dio ha il controllo, anche il tuo cuore smette, piano piano, di vivere in allarme. Inizia a respirare. 
   Consapevolezza: smascherare le illusioni del controllo La consapevolezza, quando Dio è al centro, ha un compito preciso: smascherare le illusioni. La più grande illusione è pensare che il controllo ci garantisca pace. In realtà, il controllo garantisce solo tensione. Più cerchi di controllare, più ti accorgi che la vita è più grande di te. E allora ti affatichi, ti irrigidisci, ti difendi. Il cuore diventa un ufficio operativo: sempre acceso, sempre in modalità emergenza. 
   Essere consapevoli significa riconoscere ciò che ci governa. A volte è la paura: paura di fallire, di non essere abbastanza, di restare soli. A volte è l'approvazione: il bisogno di essere visti, stimati, desiderati. A volte è la perfezione: l'idea che, se non sbagli, nessuno potrà ferirti. E queste forze, senza chiedere permesso, occupano il trono della  nostra interiorità. 
   Dire "GOD IS IN CONTROL'' ribalta questa dinamica. Non perché ci rende passivi, ma perché ci libera. Se Dio è in controllo, allora posso lavorare senza farmi divorare. Posso amare senza possedere. Posso scegliere senza pretendere di sapere tutto. Posso affrontare l'incertezza senza perdere identità. Perché la mia identità non dipende da quanto controllo: dipende da Chi mi guida. 
   La consapevolezza spirituale è anche imparare a riconoscere i falsi segnali. L'ansia urla, ma non sempre dice la verità. L'ego promette sicurezza, ma spesso nasconde una ferita. La fretta sembra produttività, ma spesso è paura di sentire. E perfino la colpa, se non viene guarita, diventa una catena: ti tiene inchiodato al passato e ti convince che non meriti un nuovo inizio. Con Dio al centro, la consapevolezza cambia tono: non è più "devo sistemarmi per meritare amore", ma "sono amato, quindi posso cambiare". È una differenza enorme. Perché se cerchi di trasformarti per meritare, prima o poi ti spegni. Ma se ti trasformi perché sei già sostenuto, allora puoi perseverare. 
   Un segno concreto di consapevolezza è questo: inizi a scegliere con più pace. Non perché non hai problemi, ma perché non sei più governato dall'urgenza. Inizi a dire "no" a ciò che ti ruba la fiducia. Inizi a riconoscere schemi che si ripetono: relazioni che ti consumano, abitudini che ti anestetizzano, pensieri che ti incatenano. E nel vedere,  nasce libertà. 
   La consapevolezza, però, non è il traguardo. È la porta. 
   La porta che ti conduce alla parte più difficile e più bella: lasciare andare. Perché finché non lasci andare il bisogno di controllare tutto, non potrai sperimentare davvero quanto  Dio è fedele. 

• Lasciare andare: consegnare il timone 
   Lasciare andare è il passo che trasforma una convinzione in vita. Molti dicono "Dio ha il controllo", ma dentro continuano a tenere il timone con forza. È comprensibile: il controllo dà l'illusione della sicurezza. Ma l'illusione, alla lunga, pesa. E ciò che pesa, prima o poi, si trasforma in stanchezza: stanchezza mentale, emotiva, spirituale. Lasciare andare non significa smettere di impegnarsi. Significa smettere di credere che tutto dipenda da te. È consegnare il timone a Dio senza abbandonare la nave. È lavorare, ma senza idolatrare il risultato. È seminare, ma senza pretendere il raccolto immediato. È pregare non solo per cambiare le circostanze, ma per cambiare il cuore con cui attraversi le circostanze. 
   C'è un peso invisibile che molti portano: la paura del futuro. La paura di sbagliare. La paura di perdere. La paura di non farcela. E allora controlliamo: persone, tempi, soldi, reputazione, emozioni. Controlliamo perfino le relazioni, perché ci spaventa la vulnerabilità. Ma Dio non ci chiama a una vita blindata; ci chiama a una vita fiduciosa. 
   Lasciare andare significa anche perdonare. Non perché tutto sia stato giusto, ma perché non vuoi più essere governato da ciò che ti ha ferito. Significa interrompere il ciclo del veleno: "Non pagherò con il mio futuro l'errore di qualcun altro." A volte significa chiedere perdono: riconoscere che, per paura, hai chiuso; per orgoglio, hai ferito; per bisogno di controllo, hai manipolato. La consapevolezza diventa reale quando produce umiltà. 
   Lasciare andare, spesso, è anche accettare che Dio vede ciò che tu non vedi. Ci sono porte che si chiudono e tu pensi: "È finita." Ma Dio può proteggerti anche attraverso un "no". Ci sono tempi che si allungano e tu pensi: "Sono in ritardo." Ma Dio può maturarti anche attraverso l'attesa. Ci sono cambiamenti che ti spaventano e tu pensi: "Sto perdendo tutto." Ma Dio può spostarti per salvarti, non per punirti. 
   Quando consegni a Dio il controllo, nasce uno spazio nuovo: spazio per ascoltare, per guarire, per scegliere. E soprattutto nasce pace. Non una pace superficiale, ma una pace di profondità: la certezza che non devi portare il mondo sulle spalle. Il mondo non è tuo. È Suo. 
   Ed è qui che la realizzazione diventa possibile. Perché la realizzazione non è "ottenere tutto". È diventare una persona capace di camminare con fiducia anche quando non ottiene tutto. È un cuore che si allinea al cuore di Dio. 

• Allineamento: obbedienza, fiducia, coerenza 
   Dopo aver visto e dopo aver consegnato, arriva l'allineamento: mente, cuore e azioni nella stessa direzione. È qui che la fede si misura. Non nelle parole, ma nelle scelte. Dire "Dio è in controllo" significa vivere come se fosse vero: smettere di guidare con l'ansia e iniziare a guidare con la fiducia. 
   Allinearsi non è diventare rigidi. È diventare coerenti. 
   È trasformare la spiritualità in quotidiano. È scegliere ciò che semina pace invece di alimentare caos. È proteggere ciò che entra nella mente. È curare ciò che esce dalla bocca. È costruire relazioni sane senza possesso. È lavorare con integrità quando nessuno guarda. 
   Questo allineamento si costruisce con pratiche piccole e ripetute. Fermarsi ogni giorno, anche pochi minuti, per pregare con sincerità: non preghiere perfette, ma vere. Leggere parole che nutrono invece di riempirsi di rumore. Fare silenzio: non come fuga, ma come ascolto. Scrivere ciò che provi per non lasciarlo confondere. Mettere confini: non per escludere, ma per proteggere ciò che Dio sta edificando. 
   L'allineamento include anche il corpo. Il corpo parla: tensioni, insonnia, stanchezza cronica sono spesso spie di una vita disallineata. Se Dio è in controllo, allora posso rispettare i ritmi: riposo, lavoro, relazione, solitudine. Il riposo non è un lusso; è un atto di fiducia. È dire: "Io mi fermo, perché Dio non si ferma." 
   Allinearsi significa anche accettare che l'obbedienza precede molte volte la comprensione. Vorremmo capire tutto prima di muoverci. Ma la fede spesso funziona al contrario: fai il passo, e la luce si accende. Dio raramente consegna una mappa completa; più spesso dà una direzione e la grazia per oggi. 
   La realizzazione, allora, non è un evento spettacolare. 
   È una costruzione. È la somma di scelte fedeli: dire la verità anche quando costa, amare senza calcolo, perdonare senza negare il dolore, servire senza pretendere applausi, restare integri anche quando sarebbe più facile scendere a compromessi. 
   Quando mente, cuore e azioni si allineano a questa verità - Dio è in controllo - accade qualcosa: la vita non diventa perfetta, ma diventa stabile. Non perché tutto va come vuoi, ma perché non sei più governato dal panico. E in quella stabilità nasce un frutto raro: la pace che non dipende dalle circostanze. 

• Verità, pace, direzione: i frutti di un centro solido 
   Quando Dio è davvero al centro, i frutti sono riconoscibili. Non sono teorie: si vedono. Si sentono. Il primo frutto è la verità. La verità ti libera perché ti riporta alla realtà: non sei Dio, e va bene così. Non devi controllare tutto, e va bene così. Non devi salvare tutti, e va bene così. La verità spegne la recita e accende l'onestà: "Signore, questo è ciò che sono. Questo è ciò che temo. Questo è ciò che desidero." E soprattutto ho preso consapevolezza mai come ora di ciò che Paolo afferma in 2 Corinzi 12:9: «La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza. Perciò molto volentieri mi vanterò piuttosto delle mie debolezze, affinché la potenza di Cristo riposi su di me». O anche in modo più completo "affinché la potenza di Cristo mi ripari, dimori e abiti in me. Mi Protegga!" 
   Il secondo frutto è la pace. Pace non significa assenza di problemi. Significa presenza di Dio. È un centro stabile mentre fuori tutto si muove. È la capacità di attraversare una giornata difficile senza perdere dignità. È non essere dominato dalle emozioni, ma guidato da una fiducia più profonda. È la certezza che, anche se non capisci, non sei abbandonato. 
   La pace diventa anche un criterio di scelta. Se un'opportunità ti ruba pace e ti rende disumano, forse non è la tua strada. Se una relazione ti consuma e ti svuota, forse non è amore. Se un obiettivo ti porta lontano da Dio e da te stesso, forse non è chiamata. Quando Dio è in controllo, la pace smette di essere un premio raro e diventa una bussola. 
   Il terzo frutto è la direzione. Senza direzione, anche la libertà diventa dispersione. Fare mille cose non significa andare da qualche parte. La direzione dà senso alla fatica: ti permette di sopportare la lentezza perché sai dove stai andando. Ti rende resistente ai compromessi perché hai uno scopo. Ti aiuta a dire "non è per me" senza sentirti in ritardo rispetto agli altri. Direzione, però, non è controllare il futuro. È fidarsi del prossimo passo. Dio guida spesso così: passo dopo passo. E la direzione più profonda non è "avere tutto", ma diventare una persona vera. Una persona che non vive in balia delle circostanze. Una persona che sa pregare anche quando non sente. Una persona che sa restare integra quando sarebbe più facile cedere. Verità, pace, direzione: questi frutti crescono perché Dio è affidabile. Non perché noi siamo sempre forti. perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza Ci saranno giorni in cui la verità costerà. Giorni in cui la pace sembrerà lontana. Giorni in cui la direzione sarà confusa. Ma quando il centro è Dio, non devi inventarti la forza da zero: la ricevi. E impari che "Dio è in controllo" non è solo una frase del numero della rivista. È una casa interiore dove tornare. 

• Conclusione: vivere "GOD IS IN CONTROL'' 
   Il grande segreto, alla fine, è semplice e radicale: Dio ha il controllo. Ma questo segreto non cambia la vita perché lo ripeti; la cambia perché lo vivi. È una pratica quotidiana. È scegliere, ogni giorno, di non mettere sul trono ciò che non regge: ansia, ego, paura, controllo, bisogno di approvazione. È tornare al centro. 
   Ogni giorno hai un bivio, anche se non lo noti. Puoi vivere guidato dall'urgenza o dalla presenza. Dalla paura o dalla fede. Dal controllo o dall'affidamento. Il grande segreto è riconoscere quel bivio e fare un passo verso Dio. 
   Questo percorso non elimina la fragilità. La trasforma. Ti accorgi che puoi essere fragile senza perdere valore. Puoi chiedere aiuto senza sentirti sconfitto. Puoi ricominciare senza vergognarti del passato. E ricominciare è spesso la forma più alta di fiducia: "Signore, non so come, ma mi fido." Vivere "GOD IS IN CONTROL'' significa anche accettare che la vita non ti deve nulla, ma Dio ti offre tutto ciò di cui hai bisogno per camminare: grazia, perdono, direzione. Significa smettere di pretendere che ogni cosa sia chiara prima di obbedire. Significa credere che anche ciò che non comprendi può essere usato per il bene, perché Dio non spreca nulla: né le attese, né le ferite, né i cambiamenti. 
   E quando cadi? Perché si cade. A volte per stanchezza, a volte per tentazione, a volte per vecchie ferite che riaffiorano. Il grande segreto include anche questo: non rimanere a terra. Tornare. Chiedere perdono. Riprendere il cammino. La grazia non è un premio per i forti; è un dono per chi si arrende alla verità. 
   Dalla consapevolezza alla realizzazione, con Dio al centro, non è solo capire: è vivere. È lasciare andare ciò che pesa e consegnare ciò che non puoi portare. È allineare mente, cuore e azioni a un percorso di verità, pace e direzione. È smettere di sopravvivere e iniziare a camminare con fiducia. 
   Forse oggi non puoi cambiare tutto. Ma puoi fare un passo. E se Dio è in controllo, quel passo non è piccolo: è l'inizio di una stabilità nuova. Perché il grande segreto non cambia solo ciò che fai. Cambia chi e cosa diventi. Forse, nel nostro cuore, sentiamo confusione, stanchezza o perfino sfiducia. Ma non dimentichiamo: "Io so i pensieri che medito per voi", dice il Signore, "pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza" . 

(Chiamata di Mezzanotte, gennaio/febbraio 2026)


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Libano, l'ldf attraversa il fiume Litani e avanza Bibi accelera per disarmare Hamas a Gaza 

Il piano per la Striscia non è annessione né occupazione: l'obiettivo è renderla inoffensiva Israele si prepara alle elezioni: chiunque vincerà vorrà difendere lo Stato ebraico dai terroristi 

di Giuseppe Kalowski 

TEL AVIV  - In Israele cominciano le grandi manovre per le prossime elezioni politiche generali, che presumibilmente si terranno nel prossimo mese di ottobre. Sono passati esattamente trent'anni dalla vittoria elettorale di Netanyahu nei confronti di Shimon Peres, ed è iniziato così il nuovo corso con poche interruzioni. Nella coalizione dell'opposizione, che in teoria è in vantaggio nei sondaggi sulla coalizione governativa, si comincia già a litigare. Yair Golan, leader dei "Democratici", il partito di sinistra, quando ha preso in considerazione l'ipotesi di un accordo con i partiti religiosi ortodossi, qualora dovesse servire per formare un governo senza Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvìr, è stato subito contraddetto dai leader alleati Bennett e Lapid del partito "Yachad", con un netto: "Il servizio di leva sarà obbligatorio per tutti senza eccezione". Anche Eizenkot, forte dei suoi 17 seggi rilevati dai sondaggi col suo nuovo partito "Yashar", si è inserito polemicamente nella dialettica politica, favorendo di fatto Netanyahu e i suoi alleati. Fare delle previsioni su chi vincerà le prossime elezioni è impossibile. 
  Il premier Netanyahu l'altro ieri sera ha dichiarato che Israele vuole prendere il controllo sul 70% del territorio di Gaza. Prendere il controllo, innanzitutto, non vuol dire annessione, né tantomeno occupazione a tempo indefinito con lo scopo poi di tenersela sine die. L'obiettivo è puramente strategico. Il famoso trattato Trump non fa progressi, e il punto 2 - in cui è previsto il disarmo di Hamas - è totalmente disatteso e, anzi, Hamas, all'interno della sua porzione di Gaza dove esercita il potere, ha ripreso il controllo militare, politico e amministrativo. L'unico scopo di Israele, al di là di tutte le speculazioni e menzogne che si leggono e si vedono in giro, è quello di rendere la Striscia di Gaza inoffensiva, con le buone, tramite una forza internazionale, o con le cattive, con il proprio esercito. 
  Il 7 ottobre è sempre vivo nella memoria dell'opinione pubblica israeliana, e l'unica cosa sicura è che lo Stato ebraico non accetterà mai uno status quo ante. Se ne facciano una ragione coloro che parlano a vanvera sulla possibilità attuale di due popoli e due Stati, progetto ammirevole, per quanto banalmente e platealmente non percorribile e non realizzabile. Israele, indipendentemente da quale schieramento verrà governato, vorrebbe vivere in pace con i vicini gazawi, ma l'esperienza recente, e meno recente, ha reso lo Stato ebraico diffidente e sempre sul chi va là, costretto a difendersi da una guerra ideologica ed estremista. 
  Hamas sta utilizzando i droni a fibra ottica, simili a quelli impiegati da Hezbollah al nord, gli stessi che hanno permesso di colpire i sistemi di osservazione israeliani il 7 ottobre 2023. A ciò si aggiunge l'indagine statunitense sull'agenzia Onu per i rifugiati a Gaza, l'UNRWA, sospettata che 1.500 suoi dipendenti facciano parte di Hamas, con la conseguenza che l'agenzia verrebbe etichettata come organizzazione terroristica. Sul fronte libanese, l'intento dell'Idf continua a essere quello di colpire Hezbollah e spingere indietro sempre di più la minaccia sciita. In una visita alle truppe dislocate al nord di Israele, il capo di stato maggiore di Tzahal, Eyal Zamir, ha dichiarato che nulla potrà salvare Hezbollah e che la linea gialla di divisione stabilita per il cessate il fuoco non limiterà le operazioni dell'Idf. La popolazione israeliana che vive al nord, minacciata continuamente da Hezbollah, è la priorità per Israele. Le città di confine sono continuamente colpite dai droni a fibra ottica. 
  Netanyahu conferma che le truppe dell'ìdf hanno attraversato il fiume Litani e che le forze sono "operanti a Beirut e nella valle della Bekaa". Si rischia che la situazione possa evolvere in una guerra di attrito, che Israele non può accettare, ma il memorandum di intesa tra Usa e Iran, se verrà accettato dal presidente Trump, rischia di portare proprio a quello come tragico epilogo. 

(Il Riformista, 30 maggio 2026)

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Clima di paranoia in Hamas dopo la morte del capo

Dopo l’uccisione di Muhammad Odeh, il braccio armato di Hamas nella Striscia di Gaza è sotto pressione. L’intensa campagna di eliminazioni mirate condotta dall’esercito israeliano sta spietatamente decimando i vertici dell’organizzazione terroristica, costringendo i comandanti a rimanere nascosti e complicando la nomina di un successore

di Yoni Ben Menachem

Fonti militari di Epoch Israel riferiscono che all’interno dell’ala militare di Hamas nella Striscia di Gaza sta crescendo un forte clima di paranoia, alimentato dall’intensa campagna di eliminazioni mirate dei vertici dell’organizzazione terroristica condotta dall’esercito israeliano.
Le Forze armate israeliane stanno incrementando il numero delle operazioni contro i comandanti e i quadri di Hamas nella Striscia. Nella giornata di ieri il portavoce dell’esercito ha annunciato l’eliminazione di Ihab Karizim, ritenuto responsabile di una vasta rete di trasferimento di fondi per Hamas che movimentava milioni di dollari, e del terrorista Muhammad al-Habash, capo di un’unità appartenente allo staff di produzione dell’organizzazione.
Due giorni fa le forze israeliane avevano inoltre eliminato Ez ad-Din al-Bak, comandante della brigata nord della Striscia, e Imad Aslim, vicecomandante della brigata di Gaza e comandante del battaglione Zeitoun. Secondo quanto riferito, i due si trovavano insieme in un edificio nella città di Gaza al momento dell’attacco.
L’operazione è avvenuta appena un giorno dopo l’eliminazione di Muhammad Odeh, capo della branca militare di Hamas, ucciso meno di due settimane dopo la sua nomina.
Secondo le fonti, l’esercito israeliano sta modificando la propria strategia operativa nella Striscia di Gaza. Con l’approvazione del massimo livello politico, le forze armate avrebbero ampliato in modo significativo le aree di intervento oltre la cosiddetta «linea gialla», parallelamente all’intensificazione delle eliminazioni dei vertici di Hamas. Le stesse fonti sostengono che le forze israeliane controllino attualmente tra il 60 e il 70 per cento del territorio della Striscia e siano impegnate in operazioni di bonifica delle infrastrutture terroristiche.
Gerusalemme avrebbe poi autorizzato un ulteriore allargamento delle operazioni antiterroristiche nella Striscia, con l’obiettivo di contrastare qualsiasi tentativo di riorganizzazione da parte di Hamas.
Secondo le valutazioni israeliane, l’ala militare dell’organizzazione si trova ora in gravi difficoltà proprio a causa del successo delle operazioni mirate condotte dall’esercito. I comandanti sono costretti a rimanere costantemente rintanati nelle gallerie e nei rifugi per il timore costante di essere localizzati ed eliminati.
Una delle questioni più urgenti che Hamas deve affrontare riguarda ora la scelta del nuovo comandante dell’ala militare. Non sarebbe stata ancora presa una decisione definitiva, ma  la nomina potrebbe arrivare a breve. Secondo le stesse fonti, Hamas starebbe valutando anche la possibilità di non rendere pubblica l’identità del successore di Muhammad Odeh, nel timore che possa diventare immediatamente un nuovo obiettivo per Israele.
Tra i membri dello stato maggiore dell’organizzazione jihadista in carica dal 7 ottobre 2023, Imad Aql — comandante del fronte interno — sarebbe l’ultimo ancora in vita, ma secondo le fonti, non avrebbe avuto alcun ruolo nella pianificazione o nella supervisione delle stragi, rapimenti e stupri perpetrati il 7 ottobre.
Il nome indicato con maggiore insistenza come possibile successore è quello di Hussein Fayyad, noto come Abu Hamza, comandante del battaglione di Beit Hanoun, che sarebbe stato nominato vice di Odeh.
All’interno della struttura militare di Hamas sarebbe inoltre in corso una verifica interna per capire in che modo l’intelligence israeliana riesca a ottenere informazioni così precise sugli spostamenti dei comandanti di alto livello. L’obiettivo dell’organizzazione sarebbe individuare e chiudere le falle informative (ossia le spie) che permettono a Israele di colpire con tale precisione.
Parallelamente, Hamas starebbe osservando con attenzione l’evoluzione dei negoziati tra Iran e Stati Uniti e attenderebbe di capire se verrà raggiunto un memorandum d’intesa definitivo tra Washington e Teheran, accordo che — secondo le valutazioni interne — potrebbe avere conseguenze anche sul fronte libanese e influenzare quindi le future decisioni strategiche dell’organizzazione.
Analisti nella Striscia di Gaza sostengono infatti che Hamas tema un possibile spostamento delle operazioni israeliane. Secondo queste valutazioni, se un eventuale accordo dovesse limitare la libertà d’azione di Israele in Libano, Tel Aviv potrebbe concentrare in misura ancora maggiore la propria attività militare contro Hamas nella Striscia di Gaza.

(The Epoch Times Italia, 30 maggio 2026)

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NYC. Alla parata per Israele anche una delegazione musulmana

L’iniziativa guidata da Anila Ali rompe uno schema consolidato e porta alla manifestazione di Manhattan una voce musulmana schierata contro antisemitismo ed estremismo

di Paolo Montesi

Domenica 31 maggio, lungo la Fifth Avenue di Manhattan, andrà in scena una novità che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata quasi impensabile. Accanto alle scuole ebraiche, alle yeshivot, alle organizzazioni comunitarie e ai gruppi che tradizionalmente partecipano alla grande parata di sostegno a Israele, sfilerà anche una delegazione musulmana. È la prima volta nella storia della manifestazione, uno degli appuntamenti più simbolici e partecipati della vita ebraica americana.
A guidare il gruppo sarà Anila Ali, presidente dell’American Muslim & Multifaith Women’s Empowerment Council, organizzazione impegnata nel dialogo interreligioso e nel contrasto all’estremismo. La sua presenza assume un significato particolare in un momento nel quale le tensioni legate alla guerra in Medio Oriente hanno contribuito ad accentuare divisioni profonde all’interno della società americana e a rendere più difficile il confronto tra comunità diverse.
Anila Ali ha spiegato che la sua partecipazione nasce dalla volontà di mostrare una realtà spesso ignorata dal dibattito pubblico. Le manifestazioni anti-israeliane e gli episodi di antisemitismo che negli ultimi anni hanno segnato alcune città americane, ha osservato, non rappresentano l’insieme dei musulmani statunitensi. Esiste invece una parte della comunità musulmana che considera il dialogo con gli ebrei americani un valore da difendere e che guarda con preoccupazione alla radicalizzazione di una parte dell’attivismo politico.
In un’intervista concessa a JNS, Ali ha ricordato come, dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, furono proprio numerose organizzazioni ebraiche a manifestare solidarietà verso i musulmani americani, diventati improvvisamente oggetto di sospetto e ostilità. Da quella esperienza, ha spiegato, è nato un rapporto costruito nel tempo attraverso iniziative comuni, incontri e collaborazioni che hanno rafforzato la fiducia reciproca.
La decisione di partecipare alla parata arriva in una fase nella quale molti ebrei americani denunciano un clima sempre più ostile. L’aumento degli episodi antisemiti registrati negli Stati Uniti dopo il 7 ottobre 2023, insieme alle manifestazioni radicali che hanno interessato università e grandi città, ha alimentato un diffuso senso di insicurezza. In questo contesto, la presenza di una delegazione musulmana viene percepita da molti organizzatori come un segnale importante, capace di rompere la rappresentazione di uno scontro inevitabile tra comunità.
Ali non nasconde che la scelta possa suscitare critiche. «Molte persone hanno paura, noi no», ha dichiarato. Il gruppo che guiderà dovrebbe essere composto da circa trenta partecipanti, un numero modesto rispetto alle migliaia di persone attese lungo il percorso, ma sufficiente a conferire all’iniziativa una forte valenza simbolica.
La parata di quest’anno sarà segnata anche da un’altra assenza destinata a far discutere. Zohran Mamdani, sindaco di New York, ha annunciato che non prenderà parte all’evento. Si tratta di una rottura con una tradizione consolidata che, secondo gli organizzatori, proseguiva senza interruzioni dal 1964, quando tutti i sindaci della città avevano sempre partecipato alla manifestazione. In compenso sarà presente l’ex sindaco Eric Adams, che ha confermato la sua adesione pur non ricoprendo più alcun incarico amministrativo.
La partecipazione del gruppo guidato da Anila Ali non cancellerà le profonde divisioni che attraversano la società americana intorno a Israele, ma introduce un elemento nuovo in un dibattito spesso dominato dagli estremi. Per una giornata, lungo una delle strade più celebri del mondo, musulmani ed ebrei marceranno dalla stessa parte. In tempi segnati dalla contrapposizione permanente, anche questo rappresenta un fatto politico che merita attenzione.

(Setteottobre, 30 maggio 2026)

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Dall’ebreo a Israele: Furio Jesi e la continuità del mito

di David Pacifici

Gli aspetti paradossalmente utili di vivere in un periodo così agghiacciante sono anche questi: ti obbliga a riaprire libri che avevi sfogliato trent’anni prima che non avevi capito. Mi è successo rileggendo Furio Jesi, soprattutto Mito, Violenza e memoria e L’accusa del sangue. E la sensazione inquietante è che Jesi avesse compreso con un anticipo impressionante qualcosa che oggi appare osceno nella sua evidenza: l’antisemitismo moderno non nasce necessariamente dall’odio dichiarato verso gli ebrei, ma dalla costruzione mitologica di una figura simbolica su cui concentrare ansie, colpe, pulsioni morali e fantasie di purificazione collettiva.
Jesi aveva capito che a un certo punto il linguaggio politico smette di descrivere il reale e comincia invece a produrre “liturgia”. Le parole cessano di essere strumenti analitici e diventano formule evocative, oggetti rituali, condensatori emotivi. Nell’Europa del Novecento le parole-totem erano sangue, terra, razza, purezza, tradizione, decadenza. E l’ebreo in quel contesto diventava allora il contenitore simbolico di tutte le contraddizioni europee: insieme capitalista e rivoluzionario, cosmopolita e tribale, apolide e infiltrato. Non serviva alcuna coerenza.
Il mito non deve essere logico; deve funzionare emotivamente.
L’attualità di Jesi è impressionante perché oggi, dentro una grammatica ideologica apparentemente opposta, il funzionamento simbolico si riproduce identico.
Cambiano soltanto le parole “sacre”: colonialismo, apartheid, genocidio, suprematismo, decolonizzazione. Ma il meccanismo resta sorprendentemente simile. Israele non viene mai trattato come uno Stato reale immerso nella brutalità geopolitica mediorientale, con i suoi errori, le sue contraddizioni, le sue paure e la sua violenza storica. Viene trasformato in allegoria metafisica del Male occidentale.
Ed è qui che emerge la sproporzione patologica del fenomeno. Mentre gli Uiguri vengono internati in Cina, gli oppositori impiccati in Iran, i massacri in Sudan ignorati, i cristiani sterminati in Nigeria, gli Yazidi dimenticati, le donne cancellate dallo spazio pubblico in Afghanistan e intere guerre africane totalmente rimosse dal discorso pubblico occidentale, Israele occupa invece una centralità ossessiva, permanente, rituale. Non siamo più semplicemente dentro l’indignazione politica. Siamo dentro una costruzione mitologica.
Ed è precisamente ciò che Jesi aveva descritto: la politica che smette di pensare e comincia a officiare. La realtà concreta diventa secondaria rispetto alla funzione emotiva del simbolo.
Israele deve incarnare qualcosa; deve diventare il punto di condensazione morale attraverso cui una parte dell’Occidente mette in scena la propria innocenza spettacolare.
Nel Novecento l’ebreo disturbava il mito della purezza nazionale europea. Oggi Israele disturba il mito della purezza morale progressista occidentale.
In entrambi i casi il meccanismo profondo è identico: la necessità di un elemento impurificante capace di sostenere narrativamente la comunità dei “giusti”.
Questo l’aspetto più perturbante: vedere riapparire meccanismi che Jesi aveva analizzato nelle mitologie politiche europee del Novecento proprio dentro ambienti convinti di rappresentarne l’antitesi assoluta. Non il ritorno del fascismo nelle sue forme storiche, ma il ritorno della stessa fame di semplificazione morale, della stessa ebbrezza dello schieramento, della stessa trasformazione della complessità storica in teatro simbolico.

(David Pacifici, 29 maggio 2026)

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L’ostilità della sinistra italiana verso Israele ha un cuore antico

di Michele Magno

Dalla svolta del Pci dopo il venir meno dell’appoggio sovietico a Israele fino agli anni Settanta e Ottanta, il rapporto della sinistra italiana con lo Stato ebraico si è caricato di ambiguità, automatismi ideologici e linguaggi che, spesso, hanno finito per confondere antisionismo e antichi riflessi antisemiti.
Il presente, cioè l’ostilità della sinistra italiana verso Israele, ha un cuore antico. Lo dimostra un aureo volume di Alessandra Tarquini, che oggi merita di essere letto e riletto (La sinistra italiana e gli ebrei, il Mulino, 2020).
Cominciamo col ricordare che nel 1970 un esponente del Pci, Luciano Ascoli, pubblicò un piccolo pamphlet in cui affrontava temi che in Europa e in America avevano già trovato accoglienza: l’identità dello Stato di Israele, i rapporti fra l’antisionismo e l’antisemitismo, la riflessione sul testo di Marx del 1844 Sulla questione ebraica (Sinistra e questione ebraica, La Nuova Italia).
Nelle sue pagine, Ascoli sosteneva che la nascita dello Stato d’Israele non era riconducibile all’antisemitismo degli anni Trenta. Nato a fine Ottocento dai nuclei di coloni che avevano raggiunto la Palestina, il sionismo non derivava soltanto da una reazione alle persecuzioni che avevano segnato la vita degli ebrei dalla fine del XIX secolo fino al 1948.
Si trattava di un movimento politico prodotto da una spinta nazionale che aveva permesso agli ebrei di diventare uno Stato e di interrompere un’antica tradizione.
Secondo Ascoli, fra l’altro, l’idea che Israele esistesse per rispondere all’odio antiebraico degli anni Trenta e alla Shoah lasciava intendere che, quando fosse venuta meno l’ondata di antisemitismo, anche il nuovo Stato non avrebbe avuto motivo di esistere e ogni israeliano sarebbe potuto “ridiventare un normale ebreo”, nel momento in cui si fosse smesso di perseguitarlo.
Per queste ragioni Ascoli criticò duramente quanto sostenuto pochi anni prima dallo storico marxista francese Maxime Rodinson.
Nel 1968 Rodinson aveva pubblicato Israël et le refus arabe, che fu tradotto in diverse lingue contribuendo a stimolare l’impegno politico di un’intera generazione in favore della causa palestinese.
Rodinson accusava gli israeliani di aver dato vita a un movimento colonialista, che aveva basi etnico-religiose e “settarismo”, e che aveva cercato il sostegno delle potenze internazionali per perseguire una politica di guerra nel cuore del Medio Oriente.
Contro questa interpretazione, Ascoli obiettò che il sionismo non era una forma di colonialismo, perché colonizzare un paese significava sfruttarne le risorse, drenando profitti verso la madrepatria.
Il libro scatenò un dibattito vivace all’interno del Pci e venne recensito duramente da Luca Pavolini, il direttore di Rinascita, che scrisse: “La posizione duramente critica verso la linea espansionistica e annessionistica dei governanti dello Stato di Israele non è una scelta ideologica ma politica”.
Come sottolinea Tarquini, si trattava di posizioni interne al mondo comunista, ma inconciliabili.
Da questo punto di vista, l’antologia curata da Massimo Massara nel 1972, Il marxismo e la questione ebraica, fu decisamente più rappresentativa della cultura politica del Pci a inizio anni Settanta.
Pubblicato dalle edizioni del Calendario, un editore vicino al partito, il volume raccoglieva testi del pensiero marxista per mostrare la condanna del sionismo e l’impossibilità per i comunisti di essere antisemiti.
Nell’introduzione, Massara definisce il sionismo un’ideologia imperialista che predicava l’unione di tutti gli ebrei in quanto tali, indipendentemente dalla loro collocazione di classe, e nota che nessuno come i comunisti avrebbe potuto combattere l’antisemitismo, dato che “il socialismo scientifico, il marxismo, è la concezione del mondo e della vita di coloro che si battono per la liberazione dell’uomo”.
Coerentemente con queste premesse, presentate come se fossero sufficienti a mostrare l’assenza di pratiche antisemite nella cultura e nella politica di sinistra, Massara sosteneva che i sionisti cercavano di far accettare al movimento operaio un’ideologia borghese, reazionaria e nazionalista e di tenere in vita l’antisemitismo.
Ora, se è vero che tutta la sinistra italiana, allo scoppiare della prima guerra arabo-israeliana, era stata compatta nel sostenere Israele, già alla fine degli anni Quaranta, con il venir meno dell’appoggio dell’Urss al neostato, cambiò posizione.
Durante la guerra di Suez del 1956, ad esempio, socialisti e comunisti avevano maturato un’avversione nei confronti della politica di Israele, sostenuto a quel punto dal solo partito socialdemocratico e dai repubblicani.
Certamente la guerra dei Sei giorni esasperò i termini della questione.
Come hanno rilevato diversi storici, dal 1967 cambiò una percezione dell’opinione pubblica internazionale: per la prima volta, da piccolo paese in guerra per difendere la propria esistenza, agli occhi di molti Israele si trasformò in uno Stato aggressore nel cuore del Mediterraneo.
Nel 1967, a sostenere le ragioni dello Stato ebraico nella sinistra italiana vi erano il partito socialdemocratico, il partito repubblicano, dal 1948 suoi tenaci sostenitori, e il partito socialista di Nenni, che dall’inizio degli anni Sessanta aveva mutato il proprio atteggiamento abbandonando l’antisionismo degli anni Cinquanta.
Il partito comunista era, invece, su una posizione di dura critica che non avrebbe abbandonato per molto tempo.
Alla metà degli anni Ottanta, invece, il Psi guidato da Bettino Craxi aveva assunto una posizione di chiaro sostegno alla causa palestinese, mitigando notevolmente la vicinanza a Israele espressa dalla segreteria di Pietro Nenni, mentre il Pci di Achille Occhetto aveva iniziato a smussare il proprio tradizionale filoarabismo (chi scrive, come membro del suo staff, ne è stato un testimone diretto).
Due storici, in particolare, hanno ricostruito la reazione dell’opinione pubblica di fronte alla guerra del Libano e all’attentato alla Sinagoga di Roma dell’ottobre del 1982, considerandolo un evento rivelatore di importanti tendenze della storia della questione arabo-israeliana (Guri Schwarz e Arturo Marzano, Attentato alla sinagoga. Roma, 9 ottobre 1982. Il conflitto israelo-palestinese e l’Italia, Viella).
Confermando un giudizio presente in alcune ricerche precedenti, hanno mostrato come dal 1967 la politica italiana si sia gradualmente spostata verso la causa palestinese, condividendo, nella maggioranza dei casi, le posizioni che fino a quel momento erano state del Pci.
A sostegno di questa interpretazione, Marzano e Schwarz non limitano l’analisi alla stampa di partito, ma la estendono all’editoria, dai fumetti ai pamphlet dei gruppi studenteschi, ragionando quindi sugli stereotipi, sui modi di rappresentare Israele o di presentare i palestinesi, descritti come un simbolo della lotta antimperialista e accomunati ai Vietcong, quando non ai partigiani antifascisti del 1943.
A questo proposito ricordano che “il movimento studentesco aveva chiara convinzione che esistesse un legame unico tra le forze che nei vari contesti sostenevano l’imperialismo americano”.
In effetti, la difesa della causa palestinese non rimase confinata a un problema di politica internazionale: per tutti gli anni Settanta, e poi in modo evidente dopo l’invasione del Libano, molti protagonisti del dibattito pubblico, e moltissimi esponenti della sinistra extraparlamentare, diffusero un’immagine che avrebbe avuto ampio successo: quella degli israeliani come nuovi nazisti.
Da Servire il popolo a Lotta continua, per arrivare ad alcune firme della stampa vicina al Pci, intellettuali e politici sostennero che gli ebrei imponevano ai palestinesi le sofferenze subite durante il regime nazista.
Non stupisce, dunque, che il clima politico alla vigilia dell’attentato alla sinagoga di Roma del 1982 fosse ostile nei confronti dello Stato ebraico.
Schwarz e Marzano, inoltre, osservano che, sebbene antisemitismo e antisionismo siano realtà profondamente diverse, i critici di Israele assunsero toni e utilizzarono linguaggi di antica matrice antisemita, tanto da rendere difficile una vera e propria distinzione fra i due livelli del discorso.
Mi fermo qui. Perché da qui storia del passato e cronaca del presente diventano quasi indistinguibili.

(InOltre, 29 maggio 2026)

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Le soldatesse israeliane: molto più di un semplice supporto

Le donne hanno sempre fatto parte dell’esercito israeliano. Ma l’attuale guerra dimostra quanto sia cambiato radicalmente il loro ruolo, fino ad arrivare al combattimento diretto.

di Dov Eilon

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GERUSALEMME - Alcuni visitatori in Israele devono prima abituarsi a vedere nel panorama urbano molti soldati che portano con sé le armi. Ancora più insolito è il fatto che tra loro ci siano molte donne.

• Ambiti di impiego in passato
  Le donne in divisa militare hanno sempre fatto parte della vita quotidiana. Anche prima del 1948 le donne combattevano nell’Haganah e nel Palmach. Per lo più svolgevano compiti di supporto, lavoravano come infermiere o operatrici radio, mantenevano i collegamenti. Solo raramente impugnavano le armi.
Dopo la fondazione dell’esercito israeliano, la loro presenza è rimasta scontata. Tuttavia, il loro impiego si è mosso a lungo all’interno di ambiti chiaramente definiti. Lavoravano negli uffici, nell’addestramento e nel servizio sanitario. Facevano parte dell’esercito, ma non erano al centro delle operazioni di combattimento.
Oggi è diverso. Alle donne vengono ora affidate anche altre responsabilità.
Per decenni l’integrazione delle donne è stata un processo cauto e graduale. Alcuni settori sono stati aperti, altri sono rimasti loro preclusi. Dietro a ciò non c’erano solo considerazioni sociali, ma anche questioni militari: resistenza, capacità operativa, struttura delle unità.
Con il tempo il confine si è spostato. Le donne sono diventate piloti, hanno assunto ruoli centrali nei servizi di intelligence, nella ricognizione tecnologica, nella difesa informatica. Proprio lì dove la guerra moderna dipende meno dalla forza fisica che dall’analisi, dalla velocità e dalla precisione, sono diventate indispensabili.

• Presenza oggi
  Oggi le donne sono presenti in quasi tutti i settori dell’esercito. Sono di guardia ai confini, sorvegliano i movimenti, valutano le informazioni e prendono decisioni che hanno un impatto immediato sullo svolgimento delle operazioni.
Nelle unità che gestiscono i sistemi di difesa missilistica, le donne costituiscono oggi una parte consistente dei soldati. Non solo sono sedute alle console, ma in pochi secondi decidono se un missile deve essere intercettato. Sono decisioni che possono determinare se una città verrà colpita o meno.

• Impiego in combattimento
  Il fatto che oggi le donne prestino servizio anche in ruoli operativi e in prima linea è particolarmente evidente nei battaglioni da combattimento misti come Caracal o Bardelas. Queste unità sorvegliano i confini e reagiscono alle minacce. Uomini e donne prestano servizio insieme. Non come esperimento, ma come realtà vissuta.
Anche i numeri mostrano questa evoluzione. Secondo i dati dell’IDF del 2025, circa 8500 soldatesse prestavano servizio in ruoli di combattimento – un aumento di quasi il 240 per cento rispetto al 2015. Le donne rappresentano oggi il 21,2 per cento delle truppe da combattimento. Allo stesso tempo, gran parte delle funzioni militari è in linea di principio aperta anche alle donne.
E poi è arrivato il 7 ottobre.
Quel giorno non ha scosso solo Israele. Ha anche reso visibile quanto lontano fosse già arrivato questo sviluppo.
Improvvisamente le soldatesse non erano più in secondo piano. Facevano parte delle prime reazioni, della difesa, delle decisioni in una situazione che si è evoluta nel giro di pochi minuti.
Le soldatesse di osservazione al confine sono state tra le prime a subire l’attacco. Alcune hanno perso la vita, altre sono state rapite da Hamas. Molte avevano segnalato in precedenza anomalie – indizi che solo a posteriori hanno mostrato tutta la loro portata.
Ma il 7 ottobre ha reso visibile ancora di più. Particolarmente impressionante è stato l’intervento di un equipaggio di carri armati dell’unità Caracal. Quella mattina diverse giovani soldatesse furono inviate nella zona di combattimento quando gli attacchi erano già in corso. Si trovarono in una situazione confusa, caotica e pericolosa. Si imbatterono in terroristi pesantemente armati, furono prese di mira e dovettero prendere decisioni senza una chiara visione della situazione, senza alcuna preparazione per uno scenario del genere.
Per molte ore hanno mantenuto la loro posizione. Sono intervenute nei combattimenti, hanno impedito ulteriori attacchi alle località circostanti e hanno stabilizzato una situazione che in molti punti rischiava di precipitare. Era la prima volta che un equipaggio di carri armati composto esclusivamente da donne veniva impiegato in una missione di questo tipo. Ma soprattutto è stato un momento che ha chiarito che oggi le donne non sono più ai margini. Purtroppo, questo si riflette anche nelle perdite.

• Perdite
  Un esempio è Eden Nimri, un’ufficiale di 22 anni di Modi’in, caduta il 7 ottobre durante l’attacco di Hamas alla base di Nahal Oz. Per me il suo nome non è astratto. Faceva parte della classe di diploma di mio figlio minore. Poco dopo era in missione – e non è tornata.
Anche Noa Marciano, una soldatessa di 19 anni di Modi’in, è stata rapita quel giorno e successivamente uccisa a Gaza.
E questa tendenza si è manifestata anche nel corso della guerra. La medico di guerra Agam Naim è caduta nel 2024 durante i combattimenti a Rafah. Un edificio in cui era entrata la sua unità era disseminato di trappole esplosive.
Questi casi rappresentano giovani donne cadute in missione – e dimostrano che prestano servizio alle stesse condizioni dei loro commilitoni.

• Sforzo
  Tuttavia, l’impiego delle soldatesse non avviene principalmente in prima linea. Una collega mi ha raccontato della figlia di una sua conoscente. Presta servizio in un’unità in cui vengono elaborati dati operativi. Ha poco più di vent’anni e aveva appena terminato il servizio regolare quando il 7 ottobre è stata richiamata dalla riserva. Il suo compito consisteva, tra l’altro, nel registrare i feriti e i caduti dalla Striscia di Gaza e nel supportare le unità sul posto. Non era in prima linea – eppure le era vicina come quasi nessun altro. Ciò che sentiva e elaborava non la lasciava indifferente. Tornava a casa ogni tanto per qualche giorno, esausta, spesso in lacrime, incapace di dare un senso a ciò che aveva vissuto. Le ci è voluto molto tempo per ritrovare l'equilibrio.
Chi lavora dietro le quinte ed è direttamente collegato al fronte non fa meno. La pressione è diversa, ma non minore.

• Conclusione
  Nonostante tutti i progressi, le donne continuano a essere sottorappresentate nelle classiche unità di prima linea. Le brigate di fanteria e le unità di combattimento specializzate sono ancora prevalentemente maschili. È lì che si registrano anche la maggior parte delle perdite. Questo spiega perché ci sono relativamente poche soldatesse cadute.

Non perché contribuiscano meno o corrano rischi minori, ma perché vengono impiegate più raramente negli scenari di combattimento più pericolosi.
Tuttavia, il confine si sta spostando sempre più. Nel 2026 la Corte Suprema ha stabilito che le donne devono avere, in linea di principio, lo stesso accesso alle funzioni di combattimento degli uomini. Ciò cambia non solo la struttura dell’esercito, ma anche le aspettative nei suoi confronti.
Le soldatesse israeliane si sono guadagnate il loro posto non solo attraverso le rivendicazioni, ma anche attraverso il loro servizio. Oggi è scontato che le donne gestiscano i sistemi che proteggono le città. Che forniscano informazioni sulla base delle quali vengono prese le decisioni militari. Che stiano ai confini.
Ormai è scontato che le donne prestino servizio anche dove la situazione diventa pericolosa. La guerra non ha determinato questo sviluppo. Ma ha reso evidente che le donne sono da tempo al centro delle vicende militari.

(Israel Heute, 29 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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The Flag of Flags: 700 bandiere israeliane cucite insieme dall’artista Tal Tenne Czaczkes diventano un simbolo di unità nazional

di Pietro Baragiola

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Quasi 700 bandiere israeliane cucite insieme con del filo dorato per creare un enorme arazzo di 180 metri quadrati. È questo il cuore di The Flag of Flags, il progetto dell’artista israeliana Tal Tenne Czaczkes, ideato come risposta personale e collettiva alla crescente frammentazione del Paese.
In questi giorni l’opera viene portata all’interno di scuole, ospedali ed esposta durante le cerimonie commemorative e gli incontri pubblici in tutto Israele, trasformandosi in un simbolo di resilienza e identità condivisa.
“La bandiera appartiene a ciascuno di noi, ognuno con una speranza e una storia diversa” ha spiegato Tal Tenne Czaczkes. “È un’opera che vuole rappresentare tutta la nostra società”.

• Le bandiere abbandonate
  L’idea del progetto è partita 8 anni fa, durante le celebrazioni per il Giorno dell’indipendenza israeliana.
In quel periodo Tal Tenne Czaczkes, diplomata alla prestigiosa Bezalel Academy of Art and Design e già autrice di diverse installazioni pubbliche a Tel Aviv, stava attraversando una fase personale piuttosto difficile.
“Mi sentivo a pezzi, come una bandiera rotta” ha raccontato nella sua intervista rilasciata a The Times of Israel. “Quel giorno ho visto diversi ragazzi che, tra i festeggiamenti della città, finivano per calpestare involontariamente le piccole bandiere israeliane cadute a terra nella piazza principale ed io mi identificavo proprio in quelle bandiere.”
È stato così che Tal Tenne ha deciso di raccoglierle, portarle a casa, lavarle e piegarle con cura, senza sapere esattamente cosa ne avrebbe fatto. Da allora, ogni volta che l’artista trova una bandiera israeliana abbandonata per strada, la recupera e la porta a casa.
“Quando ne trovo una, mi sento come se rialzassi anche me stessa da terra” ha aggiunto Tal Tenne. “C’è qualcosa di molto personale in quel gesto di recupero.”
Nel 2019 l’artista ha iniziato a cucire insieme una trentina di bandiere, creando così il primo grande arazzo del progetto e riflettendo sui concetti ebraici di tikvah e tkuma.
“All’inizio nessuno capiva perché parlassi di rinascita riferendomi a questo progetto” ha spiegato Tal Tenne. “Ma dopo il 7 ottobre questo messaggio è inteso più che mai.”

• Dal 7 ottobre a simbolo di unità
  Come reazione iniziale all’attacco di Hamas, l’artista ha messo da parte l’arazzo, convinta che qualcosa si fosse spezzato nel rapporto tra gli israeliani e i propri simboli nazionali e decidendo di dedicarsi al volontariato per visitare le famiglie colpite dalla tragedia e aiutarle dove possibile.
È stata una sua amica che, qualche settimana più tardi, per affrontare il lutto dei suoi genitori ha chiesto a Tal Tenne di farle rivedere l’arazzo composto dalle decine di bandiere cucite insieme. In quel momento l’artista ha capito che la sua opera poteva rappresentare qualcosa non solo per lei, ma anche per tutti gli altri suoi connazionali.
Da allora The Flag of Flags è diventato un progetto itinerante, esposto durante i principali incontri con i sopravvissuti del Nova Festival, le famiglie degli ostaggi, i veterani e le comunità ebraiche, druse, beduine e musulmane. L’opera viene spesso aperta e sorretta da centinaia di persone, un risultato che Tal Tenne paragona ad “una massa di gocce di pioggia”.
Gran parte delle cuciture sono state realizzate con filo dorato, ispirandosi al kintsugi, l’arte giapponese che ripara gli oggetti rotti evidenziandone le crepe con l’oro, per dare a ciascuna cicatrice un nuovo valore.
“Non rinuncio a nessuna bandiera, non importa in che stato si trovi” ha spiegato Tal Tenne che negli ultimi mesi ha iniziato a collaborare con il Ministero dell’Istruzione israeliano, coinvolgendo studenti e famiglie in laboratori dove i ragazzi raccolgono, lavano e ricuciono insieme le bandiere. “Le tengono davvero strette a sé.”
Con l’avvicinarsi dell’80° anniversario dello Stato di Israele, Tal Tenne Czaczkes sogna ora di portare The Flag of Flags anche nelle comunità ebraiche della diaspora e trasformare il progetto in un documentario.
“Voglio raccontare come una persona sola possa scegliere di cambiare la propria storia attraverso un piccolo gesto” ha concluso l’artista. “E portare le persone all’interno di questa realtà.”

(Bet Magazine Mosaico, 29 maggio 2026)

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Certi intellettuali e la colpa di Israele di esistere e difendersi

di Tonino Nocera

Un vecchio articolo di Mario La Cava torna a parlare al presente: Israele accusato non per ciò che fa, ma per il fatto stesso di esistere e difendersi. Dietro certi giudizi degli intellettuali, lo scrittore vedeva già l’ombra di un antisemitismo riemerso sotto nuove forme.

Lo scrittore Mario La Cava, il 24 settembre 1986, scrisse l’articolo Gli intellettuali e gli ebrei, poi pubblicato il 3 novembre 2004 dal quotidiano Gazzetta del Sud. Dopo quarant’anni, le sue parole sono, purtroppo, ancora attuali.
Già nel suo libro Viaggio in Israele si era dovuto confrontare con i tanti, pessimi luoghi comuni su Israele. Come quello che definisce aggressive e imperialiste le guerre vinte da Israele per esistere. La Cava evidenzia che in guerra si combatte per vincere, non per perdere. E poi: è forse necessario perdere la guerra per acquisire una sorta di moralità?
Contesta chi, citando la superiorità tecnica impiegata in guerra da Israele, la ritiene una soverchieria. Condanna chi considera gli israeliani i nuovi nazisti. Denuncia un antisemitismo “risorgente dalla profondità dei sentimenti occulti”.
Nell’articolo, inoltre, scrive: “Sembra a molti intellettuali come quello cui abbiamo accennato che se un popolo nel corso della sua storia sia stato sempre sopraffatto dagli altri, non debba acquistare mai il diritto né la capacità di difendersi. Si crede doveroso attribuire al popolo vinto il privilegio del martirio e quello del susseguente perdono cristiano”.
Per questi intellettuali Israele è colpevole. Colpevole di esistere. Colpevole di combattere per sopravvivere. Colpevole di aver raggiunto obiettivi ritenuti impossibili, come far fiorire i deserti.
A chi afferma che così si condanna l’altra parte a vivere perpetuamente sotto le tende, La Cava ricorda che le tende potrebbero essere sostituite da “dimore di re”, se il denaro non fosse dilapidato in azioni temerarie.
Per La Cava, questi intellettuali non amano l’Occidente, gli Stati Uniti e i loro alleati, pur apprezzandone i vantaggi, e in realtà vogliono la scomparsa d’Israele.
Ignorano che la distruzione di Israele significherebbe l’inizio della fine per tutto l’Occidente. Non si curano del furore dei movimenti religiosi di cui si avverte il risveglio: “Almeno noi staremo in pace, dicono con sorprendente incoscienza”.

(InOltre, 29 maggio 2026)

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Una modesta proposta

di Davide Cavaliere

Mentre crescono le tensioni in Giudea e Samaria, nota anche come Cisgiordania, tra i suoi legittimi abitanti ebrei — impropriamente noti come «coloni» — e i veri colonizzatori di quell’area, i cosiddetti «palestinesi», che per una astuzia della storia sono oggi considerati gli abitanti «originari» di quel territorio, in tutto l’«Occidente», se ancora si può evocare questa entità, aumenta la preoccupazione per il progetto di una Grande Israele — Eretz Yisrael HaShlema, la Terra biblicamente promessa —, così spesso evocata dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.
Un’eventuale estensione del territorio israeliano — si plachino pure i lettori di «Sinistra per Israele» o «Pro-Pal» — realisticamente non andrà oltre l’area C (e forse l’area B); il controllo del territorio promesso in Genesi 15:18-21, ossia dal Nilo all’Eufrate, non è nelle possibilità di Israele. Ma, qualora lo fosse o lo diventasse, l’«israelizzazione» di una porzione così vasta dell’area mediorientale sarebbe moralmente e politicamente accettabile.
Con questo articolo intendiamo offrire proprio questo: una difesa morale dell’idea stessa di «Grande Israele», che, spogliata della sua dimensione messianica, si rivela non solo difendibile ma persino auspicabile.

• L’imperium come necessità politico-morale
  Per comprendere quanto sarebbe necessario un imperium politico-morale israeliano per mantenere la stabilità geopolitica e l’ordine civile in Medio Oriente, è necessario tenere presente un fatto: fin dalla sua fondazione nel 1948, il moderno Stato d’Israele è stato oggetto, da parte islamica, di una volontà di distruzione assoluta, religiosamente motivata e legittimata, che ha trasceso le divisioni tra «laici» e «religiosi», sunniti e sciiti. L’odio per Israele è più forte delle rivalità alimentate dal narcisismo delle «piccole differenze» dottrinarie.
L’Islam ha un impianto fortemente teopolitico: è religione in senso lato, ma anche diritto, ed è pertanto più suscettibile rispetto ad altre fedi a trasformarsi in ideologia politica. L’islamismo, ossia l’Islam nella sua forma più politicizzata e jihad-centrica, non rappresenta una «deviazione», bensì una variante logicamente coerente alla luce delle sue premesse. Al cuore dell’Islam vi è la volontà di fondare e rendere universale lo Stato islamico: il Califfato. È ciò che fecero Maometto e i suoi successori. In nessun testo tale intenzione è più evidente ed esplicita che nello Statuto di Hamas, che chiede l’eliminazione degli ebrei dal mondo intero, inscrivendo la guerra contro Israele in una prospettiva apocalittica. Lo stesso vale per Hezbollah e per l’Autorità Palestinese, poiché anch’esse abbracciano una visione soteriologica della lotta contro gli ebrei e gli «infedeli».
L’Islam, in tal senso, e dal momento che non si intravedono voci di riforma all’interno del mondo musulmano, rappresenta un nemico perenne, con cui è possibile soltanto un rapporto di «inimicizia assoluta», per usare un’espressione di Carl Schmitt.
Dato che non è possibile eradicare l’Islam dal mondo — progetto tanto utopico quanto pericoloso — è tuttavia necessario che le organizzazioni più violente siano annichilite e che almeno i Paesi che minacciano direttamente Israele siano soggiogati e controllati dall’unico Stato della regione che non è politicamente fallito: Israele stesso. È necessario prendere atto che tutti i tentativi di pervenire alla pace e alla convivenza sono naufragati a causa della componente apocalittico-genocida insita nella mentalità islamica.
Per dissipare la menzogna secondo cui Israele, e in particolare la destra israeliana, avrebbero ostacolato il processo di pace e la soluzione a due Stati, è bene richiamare alcuni fatti chiave.

Il rigetto islamico 
  Nel luglio 2000, il Presidente Clinton riunì a Camp David Ehud Barak, decimo Primo Ministro di Israele, e Yasser Arafat, capo dell’OLP, con l’intento di raggiungere un accordo di pace. Nel corso del vertice, durato due settimane, Barak avanzò ai palestinesi offerte senza precedenti: propose di condividere la sovranità su Gerusalemme — cosa che nessun leader israeliano aveva mai fatto prima —, offrì tutta Gaza, il 92 per cento della Giudea e della Samaria e il controllo della Valle del Giordano. Come risposero Arafat e i palestinesi a tale proposta? Risposero scatenando la feroce Seconda Intifada, che causò la morte di oltre mille israeliani e sessantaquattro cittadini stranieri.
Il 16 settembre 2008, il Primo Ministro israeliano Ehud Olmert avanzò a Mahmoud Abbas, presidente dell’OLP, un’offerta di pace ancora più generosa della precedente, unitamente al riconoscimento della statualità palestinese. A condizione che fosse posto fine al conflitto con Israele, Olmert offrì ad Abbas il 94 per cento della Giudea e della Samaria, altri 327 chilometri quadrati di territorio all’interno dei confini sovrani israeliani, adiacenti alla Striscia di Gaza e alla Samaria settentrionale, la sovranità sui quartieri arabi di Gerusalemme e il trasferimento della sovranità sul Monte del Tempio e sulle altre aree sacre della Città Vecchia a un organismo internazionale. Propose inoltre un limitato diritto al ritorno per i discendenti degli arabi che lasciarono Israele nel 1948-49. Abbas rifiutò.
Tutto ciò non dovrebbe sorprendere. Come si può ragionare e negoziare con dei terroristi il cui unico scopo è smembrare gli ebrei attraverso un programma di pay-for-slay — «paga per ammazzare» — e cancellare un intero popolo dalla regione in nome di una dottrina che vieta esplicitamente di scendere a patti con coloro che sono considerati «nemici eterni» dell’Islam?
Di fronte a un tale avversario, Israele ha il diritto di invadere, se lo ritiene opportuno per la salvaguardia della propria sicurezza, qualsiasi Paese del Medio Oriente. Taluni obietteranno che occorre rispettare la sovranità degli Stati vicini; ma la sovranità non è una prerogativa politica assoluta, né un assioma giuridico. È soggetta a vincoli: la giustizia per tutti, l’uguaglianza davanti alla legge e la protezione delle libertà, che comprendono il diritto all’integrità fisica, la libertà di parola, di coscienza e di opinione, la libertà di riunione, di culto e di perseguire una concezione della buona vita consona alla propria disposizione individuale.

• L’annullamento del contratto sociale attraverso la Sharia
  Nell’era moderna, a partire dalla nascita del liberalismo politico nel XVII secolo, il «buon governo» deriva dalla libera volontà del popolo che acconsente a essere governato, a condizione che i suoi rappresentanti ne proteggano i diritti e il benessere. Come ricorda John Stuart Mill, i rappresentanti politici sono i nostri servitori: il popolo affida loro il potere per proteggere la propria proprietà, prima fra tutte la «proprietà» che ciascuno possiede della sua persona. Li autorizza a governare in suo nome per mezzo di un contratto sociale. È il popolo a conferire la sovranità allo Stato affinché questi svolga le sue funzioni. La sovranità si fonda sulla volontà razionale di un popolo, che non desidera vedere annientata la propria personalità giuridica. Nessun popolo razionale può concepire la propria sottomissione.
Secondo questa logica, ogni Paese islamico governato dalla legge coranica — che impone l’apartheid di genere, la non reciprocità religiosa e la prescrizione totalitaria della Sharia — annulla la propria sovranità. La loro sovranità de facto non è valida, perché i principi filosofico-politici che stabiliscono la sovranità de jure risultano esplicitamente invalidati dall’applicazione del diritto islamico.
Il Libano non può essere considerato uno Stato sovrano, almeno finché Hezbollah — organizzazione terroristica che governa ampie zone del Paese, specialmente nel Sud — continuerà a rappresentare una minaccia esistenziale per Israele. La milizia sciita ha usurpato le funzioni proprie di un governo e reso impossibile l’instaurarsi di una società libera e pluralista. I Paesi che violano sistematicamente i diritti dei propri cittadini e che minacciano i vicini perdono ogni legittima pretesa di sovranità e retrocedono allo stato di natura, che li pone al di fuori di qualsiasi accettabilità politica.
Nel contesto specifico, spetta a Israele assumersi il dovere, qualora lo ritenga politicamente conveniente, di colpire tali nazioni per proteggere sia i propri interessi nazionali, sia i diritti dei cittadini di quegli Stati falliti. L’Arabia Saudita, l’Iran e il Qatar sono Stati terroristi: il fatto che usino la propria sovranità per sponsorizzare il jihadismo e il terrore, facendosi scudo col concetto di sovranità, dovrebbe allarmare le nazioni civili e democratiche. Al contrario, tra quest’ultime, prevale l’idea che la «sovranità» di questi Stati-terroristi vada sempre e comunque rispettata.
Non è accettabile che i «diritti» di entità statali costitutivamente distruttive verso gli ebrei e i non musulmani prevalgano sulla volontà di un popolo razionale di vivere in sicurezza. Laddove la volontà di un popolo sia allineata a precetti codificati di guerra, martirio e annientamento — come nel caso di molti palestinesi di Gaza che continuano a sostenere Hamas — Israele può e deve riprendere la propria sovranità sull’intera Striscia di Gaza. I terroristi e i loro sostenitori non hanno alcun diritto di governare un Paese.

• Israele e la tutela dei diritti delle minoranze
  Israele è un Paese che ha cittadini arabo-israeliani seduti alla Knesset; un giudice arabo-cristiano, George Karra, presiedette il collegio del tribunale distrettuale di Tel Aviv che nel 2010-2011 ha condannato l’ex presidente israeliano Moshe Katsav a sette anni di prigione per stupro, e in seguito servì come giudice della Corte Suprema di Israele dal 2017 al 2022. Israele ha concesso la cittadinanza e la residenza permanente a circa due milioni di arabi, che vivono con pieni e uguali diritti riconosciuti a tutti i cittadini israeliani, costituendo il 20 per cento della popolazione. Ci sono ebrei seduti negli organi di rappresentanza in Iran, Giordania, Arabia Saudita, Libano, Siria o in qualsiasi Paese islamico del Medio Oriente? La risposta è ovviamente no.
In assenza di una riforma islamica, sarà difficile giustificare la legittima sovranità di qualsiasi Stato islamico. Se si sottopone ogni nazione a un test di decenza politica in termini di protezione dei diritti — basti pensare che Israele funge da rifugio per i cristiani e le minoranze sessuali che vivono in Medio Oriente, laddove queste ultime vengono decapitate in Arabia Saudita e violentemente perseguitate in ogni Stato islamico della regione — quale nazione otterrebbe i punteggi più alti nell’area mediorientale? Israele, senza dubbio, secondo qualsiasi parametro equo e giudizioso — il che gli conferisce il diritto di proclamare la propria supremazia politica e civile e, con essa, la facoltà morale di conquistare e porre sotto la propria amministrazione ciascuno di quei Paesi politicamente regressivi che operano sotto le spoglie di una pseudo-sovranità.
Vale la pena ricordare che, sotto il dominio islamico, la Sharia è la legge del Paese. Secondo l’ideologia politica islamica, il mondo è diviso in due parti: il Dar al-Islam, dove la Sharia è la legge vigente e la pena per l’apostasia è la morte, e il Dar al-Harb, la «casa della guerra», dove la legge islamica non è in vigore. L’obiettivo a lungo termine dell’Islam è quello di annientare il Dar al-Harb, affinché il mondo intero diventi Dar al-Islam, e il mezzo per raggiungere tale obiettivo è il Jihad — la guerra contro tutti i non musulmani. La prova di quanto affermato risiede nel fatto che i tre più importanti regimi islamici: l’Iran, governato da una teocrazia; l’Arabia Saudita, un regno in cui le libertà personali e i diritti individuali sono banditi; e il Qatar, un feudo islamico politicamente reazionario che ha girato fedeltà alla Fratellanza Musulmana, sponsorizzano organizzazioni terroristiche internazionali, come Hamas ed Hezbollah, e tramano per la distruzione dell’Occidente e di Israele in particolare.

• La Grande Israele, come estensione e salvaguardia della libertà
  Quando si parla del Medio Oriente, ad eccezione di Israele, due parole dovrebbero venire immediatamente in mente: «Stati canaglia». Questi Paesi sono zavorre politiche che distruggono la felicità dei propri cittadini, destabilizzano gli equilibri internazionali e trascinano la regione in un permanente stato di insicurezza geopolitica.
La Grande Israele, se mai si realizzasse, rappresenterebbe una vittoria della civiltà nella regione. Nessun compromesso, accordo o temporanea convergenza politica con qualche vicino arabo — laddove oggettivamente non ne può esistere alcuna — risolverà il dilemma di Israele.
Finché Israele non si affermerà come epicentro e futuro del Medio Oriente, non vi sarà né pace né stabilità.

(L'informale, 29 maggio 2026)

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La prossima guerra dell'Iran potrebbe colpire Israele più rapidamente che mai

Il Comando del Fronte Interno dell'IDF ritiene che, nella prossima guerra, l'Iran cercherà di lanciare missili contro Israele più rapidamente rispetto al passato. Il Comando del Fronte Interno sottolinea che anche la prossima volta la segretezza all'inizio della guerra contro l'Iran andrà a discapito della protezione, il che significa che non verrà dato alcun preavviso alla popolazione. E ancora: entro quanti anni tutti gli israeliani saranno protetti?

di  Lilach Shoval

Il Comando del Fronte Interno dell'IDF si sta preparando all'eventualità di una terza guerra contro l'Iran. La valutazione è che la prossima guerra inizierà a sorpresa, senza alcun preavviso al pubblico, alle autorità locali o agli ospedali, al fine di cogliere di sorpresa gli iraniani per la terza volta.
Durante l'Operazione Rising Lion, gli iraniani hanno impiegato 18 ore per rispondere dall'attacco iniziale al primo missile. Nell'Operazione Lion's Roar, ci sono volute due ore e 50 minuti dall'attacco iniziale e dall'assassinio dell'Ayatollah Ali Khamenei al primo missile. Questa volta, il Comando del Fronte Interno valuta che gli iraniani cercheranno di lanciare missili sul fronte interno israeliano in un tempo più breve rispetto al passato. Di conseguenza, anche questa volta l'intero fronte interno diventerà “rosso” nelle fasi iniziali della campagna, il che significa un blocco totale della sfera civile, compresi l'aeroporto Ben-Gurion e il sistema scolastico.

• 2-3 colpi al giorno
  Un'analisi dei dati della seconda guerra con l'Iran, l'Operazione Roaring Lion, mostra che la maggior parte delle vittime dei missili iraniani, 21 in totale, erano anziani, compresi adulti che non parlavano affatto l'ebraico. Il Comando del Fronte Interno non dispone di dati su nemmeno una persona uccisa dai missili a grappolo iraniani mentre si trovava all'interno di uno spazio protetto.
Secondo i dati del Comando del Fronte Interno, solo il 28% dei missili iraniani erano missili “normali”, con testate contenenti centinaia di chilogrammi di esplosivo. Il resto, il 72%, trasportava munizioni a dispersione, ovvero missili a grappolo.
Circa 1.000 submunizioni a grappolo hanno colpito il fronte interno israeliano durante i 40 giorni di guerra, con una media di due o tre attacchi al giorno sul fronte interno. Le bombe a grappolo hanno ucciso sette israeliani, nessuno dei quali, come già detto, si trovava in uno spazio protetto al momento dell'impatto.
Secondo l'analisi del Comando del Fronte Interno, i missili a grappolo contenevano tra le 20 e le 80 piccole bombe, con una testata a dispersione media che trasportava circa 30 submunizioni. Ciascuna submunizione conteneva in media tra i 2 e gli 8 chilogrammi (da 4,4 a 17,6 libbre) di esplosivo, sebbene la maggior parte pesasse 3 chilogrammi (6,6 libbre).
Gli iraniani hanno lanciato 550 missili, creando 25 siti di distruzione significativa. Il Comando del Fronte Interno sottolinea che anche la prossima volta la segretezza all'inizio della guerra contro l'Iran andrà a discapito della protezione, e quindi non verrà dato alcun preavviso al pubblico.
Il Comando del Fronte Interno ha completato le sue istruzioni preliminari per i lanci dal Libano e intende dare un preavviso di due minuti prima che le sirene suonino per i lanci di missili dal Libano verso Gush Dan e Tel Aviv.
Per quanto riguarda la minaccia dei droni esplosivi provenienti dal Libano, il Comando del Fronte Interno ritiene che Hezbollah abbia costruito la sua flotta di droni in fibra ottica sulla base degli insegnamenti tratti dall'Operazione Northern Arrows, la guerra del 2024 in Libano. Oggi, solo il 67% della popolazione israeliana ha accesso alla protezione. La valutazione attuale è che entro 33 anni tutti avranno protezione, e si sta lavorando costantemente per accelerare il processo.

(IsraelHayom, 28 maggio 2026)

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Scrivere per non impazzire: il diario segreto di Maxim Herkin nei tunnel di Gaza

Per oltre due anni ha vissuto nel buio dei tunnel di Gaza, ostaggio di Hamas dopo il massacro del 7 ottobre. Per non cedere alla paura e alla follia, Maxim Herkin scriveva di nascosto un diario clandestino, trasformato oggi in un libro-testimonianza sconvolgente. Un racconto di sopravvivenza, memoria e resistenza umana che richiama le grandi pagine dei diari nati nell’orrore della persecuzione e della prigionia.

di Nina Deutsch

Il libro di Maxim Herkin
Scrivere per non scomparire. Per non impazzire. Aggrapparsi alle parole quando tutto il resto viene strappato via: la luce, il tempo, la libertà, perfino l’idea di essere ancora umani. Riempire pagine nel buio soffocante dei tunnel per non lasciarsi inghiottire dalla paura, dal silenzio, dalla follia. Trasformare pensieri, ricordi e disperazione in un ultimo atto di resistenza. Perché scrivere, a volte, significa sopravvivere.
È quello che ha fatto Maxim Herkin, ex ostaggio nelle mani di Hamas, che oggi ha deciso di trasformare in un libro il diario che scrisse clandestinamente durante oltre due anni di prigionia nei tunnel sotterranei di Gaza.
La sua storia richiama inevitabilmente alla memoria altri diari nati nel cuore delle persecuzioni e delle tragedie umane. Da Anne Frank alle testimonianze clandestine lasciate da deportati, perseguitati politici e prigionieri dei gulag sovietici, la scrittura torna ancora una volta a essere molto più di un semplice sfogo: diventa sopravvivenza, resistenza, memoria collettiva.
Herkin ha pubblicato in ebraico Coming to Light (“Venire alla luce”), libro che raccoglie le pagine annotate di nascosto durante la prigionia. Il titolo completo dell’edizione in ebraico è “Il diario di prigionia del capitano che custodiva un segreto”, riferimento al fatto che l’uomo, cittadino con doppia cittadinanza russa e israeliana, non rivelò mai ai suoi sequestratori di essere un ufficiale di riserva delle Forze di Difesa Israeliane.
Aveva 37 anni quando il 7 ottobre 2023 fu rapito durante l’attacco di Hamas al festival musicale Nova, vicino a Re’im. Era il primo rave della sua vita. Con lui c’erano gli amici Matías ed Einav Burstein, uccisi mentre tentavano di fuggire dal massacro. Herkin sarebbe stato liberato soltanto il 13 ottobre 2025.
Secondo quanto raccontato da The Times of Israel, il diario fu scritto e nascosto durante tutta la detenzione nei tunnel di Gaza. Un gesto rischiosissimo ma fondamentale per conservare lucidità mentale e identità personale in condizioni estreme.
Nel libro, Herkin racconta di aver trasformato la scrittura in una sorta di missione quotidiana: raccogliere informazioni, annotare dettagli, osservare i comportamenti dei carcerieri, registrare emozioni e pensieri. Un modo per opporsi alla disumanizzazione della prigionia e per impedire che il tempo sotterraneo cancellasse chi fosse davvero.
In un messaggio pubblicato sui social, l’ex ostaggio ha spiegato quanto fosse importante vedere finalmente quella storia prendere forma pubblicamente.
«Oggi, una storia che ho vissuto a lungo dentro di me è finalmente diventata un libro – ha scritto –. Spero che queste pagine tocchino le persone e restino con loro anche dopo l’ultima pagina».
Tra i dettagli più impressionanti del racconto ci sono anche i tentativi disperati degli ostaggi di mantenere un contatto con il mondo esterno. Herkin descrive come lui e altri prigionieri riuscissero talvolta a captare le trasmissioni della radio dell’esercito israeliano utilizzando i cavi delle lampade come antenne improvvisate. Il sistema funzionava soltanto quando le luci venivano spente nei tunnel.
Durante la prigionia fu detenuto insieme ad altri ostaggi provenienti dal rave Nova, tra cui Yosef-Haim Ohana e Segev Kalfon. Condivise parte della detenzione anche con Ohad Ben Ami, liberato nel febbraio 2025 e con Elkana Bohbot e Bar Kuperstein, rilasciati insieme a lui nell’ottobre 2025.
Dopo il ritorno in Israele, Herkin ha anche ripreso i contatti con la sua unità militare. In un’intervista, l’ex ostaggio ha raccontato come il sostegno ricevuto dall’opinione pubblica e dalle persone che chiedevano la liberazione degli ostaggi abbia rappresentato una fonte concreta di forza psicologica durante la prigionia.
Altri reportage pubblicati in questi mesi, hanno inoltre ricostruito alcuni aspetti delle condizioni di detenzione e delle violenze subite dagli ostaggi nei tunnel di Gaza, descritti da diversi sopravvissuti come luoghi di isolamento estremo, fame e costante terrore.
Ma la storia di Maxim Herkin assume un significato ancora più profondo se inserita nella lunga tradizione dei diari scritti in condizioni di persecuzione e prigionia. Diversi studi dedicati ai “diari dell’Olocausto” sottolineano come queste testimonianze non rappresentino soltanto documenti storici, ma veri atti di resistenza umana.
Il progetto internazionale, Research Network Holocaust Diaries, dedicato allo studio dei diari scritti durante la Shoah, evidenzia come molte di queste opere siano nate dalla necessità di “preservare la propria umanità” davanti alla distruzione sistematica dell’identità personale.
Anche il European Journal of Life Writing ha dedicato ricerche ai diari clandestini scritti nei campi nazisti, come quello della giovane ebrea Fela Szeps, sottolineando il ruolo della scrittura come strumento di sopravvivenza psicologica.
Un meccanismo che attraversa la storia del Novecento fino ai racconti contemporanei. Lo scrittore ebreo polacco e partigiano antisovietico, Gustaw Herling-Grudziński, sopravvissuto ai gulag, definì la scrittura un «atto di sopravvivenza alla prigionia».
Anche per questo il diario di Maxim Herkin va oltre la cronaca. Non è soltanto il racconto di un ostaggio sopravvissuto. È una testimonianza nata nel cuore dell’orrore che oggi entra nello spazio della memoria collettiva. Pagine scritte nel buio dei tunnel di Gaza che chiedono di essere ascoltate, custodite e ricordate.
VIDEO
Herkin ha scritto il suo libro in ebraico. Ha pubblicato sui social media un messaggio in cui esprime la speranza che venga pubblicato anche in inglese. Altri ex ostaggi hanno scritto libri sulle loro esperienze, tra cui Eli Sharabi, Aviva Siegel e Kuperstein, i quali affermano tutti che la scrittura è parte integrante del loro processo di guarigione.

(Bet Magazine Mosaico, 28 maggio 2026)

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Da Civitavecchia ad Akko: la scuola italiana che contribuì alla nascita della Marina d’Israele

di Josef Oskar

All’inizio degli anni ’30 del secolo scorso il leader del movimento sionista Betar, Zeev Jabotinsky, ebbe una visione. In un futuro Stato ebraico qualcuno doveva pensare anche agli aspetti legati alle attività marittime commerciali, militari e, non ultima, alla pesca. Il futuro Stato ebraico avrebbe avuto un lungo litorale sul Mediterraneo. Jabotinsky riuscì a convincere le autorità dell’Italia fascista ad aprire una scuola nautica nella quale giovani ebrei di tutta Europa avrebbero potuto ricevere un’adeguata educazione marittima. La scuola venne inaugurata a Civitavecchia, nel Lazio, nel 1934. Il primo corso contò 28 cadetti, la maggioranza dei quali proveniva dalla Polonia.
L’intenzione era quella di formare dei quadri il più in fretta possibile e i giovani cadetti furono sottoposti a una vera e propria maratona scolastica, tanto è che il materiale didattico di tre anni fu compresso in uno solo. Le materie insegnate erano in italiano: navigazione, costruzioni navali, cartografia, pragmatica di bordo, tecniche di manovra e altro ancora. Fu anche acquistato un vascello italiano che venne battezzato Sara, dal nome della consorte di un benefattore di nome Efraim Kirschner, ebreo belga. Nel corso dei quattro anni di attività, circa duecento cadetti ottennero il diploma di frequenza.
Nel 1938, con l’introduzione delle leggi razziali da parte di Benito Mussolini, la scuola fu costretta a interrompere bruscamente le attività. Durante gli anni della persecuzione nazista diversi ex cadetti persero la vita. Altri, soprattutto gli ebrei palestinesi, riuscirono a sopravvivere per diventare poi figure di spicco nelle attività marittime del nascente Stato ebraico. La scuola nautica fu riaperta a Haifa nel 1938 per poi essere trasferita definitivamente nel 1952 ad Akko, dove tuttora ha la propria sede. Fu a questo punto che il Collegio Nautico di Akko entrò nella mia vita.
Nel 1963, all’età di 15 anni, completamente ignaro dei fatti sopra narrati, fui ammesso a questo Collegio, che mi avrebbe portato alla maturità. La pressione dell’istruzione scolastica si era trasferita da Civitavecchia ad Akko. L’agenda giornaliera era fittissima, dalle 06.00 alle 22.00, quando veniva suonata la tromba della buona notte. Le materie da seguire erano sedici: oltre a matematica, fisica, materie letterarie e inglese, c’erano navigazione e officina meccanica. L’educazione fisica era estremamente impegnativa sotto la guida di un maestro molto preparato ed altrettanto esigente. La selezione alla fine del primo anno fu spietata: il 50 per cento della classe non riuscì a passare al secondo. Il regime spartano proseguì fino alla maturità.
Un diplomato del Collegio era a prova di bomba, in grado di sostenere i massimi livelli di stress. Il servizio militare si svolgeva obbligatoriamente nella Marina, con il compito di proteggere il confine marittimo dello Stato ebraico, lungo 198 chilometri, il terzo in termini di lunghezza dopo quello con la Giordania e quello dell’Egitto. Finiti i tre anni di leva, molti continuarono nella Marina mercantile. Io scelsi di continuare a studiare e, dopo varie vicissitudini, sono finito in Italia. È qui che ho scoperto che le origini della mia scuola avevano radici italiane molto significative.
La Marina israeliana è oggi nell’occhio del ciclone, con le varie flottiglie che arrivano per farle perdere tempo e distrarla dal gravoso compito di difendere i litorali dall’incombente terrorismo via mare. Per noi è interessante sapere che le prime nozioni della navigazione apprese dagli ebrei, in un momento critico, portarono anche un’impronta italiana. È giusto ricordarlo con gratitudine.

(Setteottobre, 28 maggio 2026)

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Il tesoro nascosto del ghetto ebraico di Będzin

di Michelle Zarfati

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Un vecchio sottotetto polveroso, assi di legno consumate dal tempo e un silenzio rimasto intatto per oltre ottant’anni. È qui, nel cuore della città polacca di Będzin, che un gruppo di ricercatori ha riportato alla luce frammenti dimenticati della vita ebraica durante la Shoah. Durante alcuni lavori di scavo e recupero in un edificio appartenuto all’antico ghetto ebraico, i volontari della Fondazione Brama Cukermana hanno scoperto oggetti dal valore storico e simbolico enorme: un siddur del 1934, il tradizionale libro di preghiere ebraico, nascosto sotto una botola costruita artigianalmente, e una fascia logora con la Stella di David.
Secondo i ricercatori, il libro era stato collocato in un nascondiglio preparato con estrema cura, separato dal resto del sottotetto e protetto da un doppio strato di assi. “Come se qualcuno avesse voluto salvarlo per il futuro”, hanno spiegato i membri della fondazione.
Il ritrovamento è avvenuto in un edificio legato alla storia della resistenza ebraica contro i nazisti. Proprio lì, nell’agosto del 1943, alcuni combattenti del ghetto di Będzin tentarono un’estrema rivolta contro le deportazioni tedesche, ispirati dall’insurrezione del ghetto di Varsavia. Tra gli oggetti recuperati sono emersi anche fotografie rovinate dal tempo, frammenti di giornali, bottiglie di medicinali con scritte in tedesco e documenti in ebraico. Piccoli resti quotidiani che oggi raccontano la vita spezzata di un’intera comunità.
Uno dei dettagli che ha colpito maggiormente gli studiosi è il nome scritto all’interno del siddur: Moses Merin, figura controversa che guidò il Judenrat del ghetto di Sosnowiec prima di essere deportato e ucciso ad Auschwitz. Non è ancora chiaro se il libro appartenesse davvero a lui o a un omonimo.
Per i volontari impegnati negli scavi, ogni oggetto recuperato rappresenta molto più di una semplice scoperta archeologica. “Questa casa continua a parlare”, hanno spiegato. “Bisogna solo avere la pazienza di ascoltare ciò che il tempo aveva sepolto sotto la polvere”. La Fondazione Brama Cukermana, nata per preservare la memoria ebraica di Będzin, continuerà gli scavi nelle prossime settimane nella speranza di ritrovare altri frammenti nascosti della storia del ghetto.

(Shalom, 28 maggio 2026)

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Salute e benessere fanno parte del servizio a Dio

Il dotto medievale Maimonide era medico e filosofo. Dava consigli medici e commentava le raccolte di leggi ebraiche.

di Gundula Madeleine Tegtmeyer

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Una scultura di Maimonide a Cordoba

Il vostro cibo sarà la vostra medicina, affermò un tempo il dotto ebreo Mosè Maimonide (1138–1204).
Maimonide – un importante filosofo, giurista, teologo e medico ebreo sefardita, attivo in Al-Andalus e al Cairo – sosteneva che la salute fosse lo stato naturale che Dio aveva previsto per le sue creature. Una persona sana «cammina sulla via della natura», dice Maimonide, «quando conduce una vita equilibrata». Se una persona si allontana da questa via, si ammala; se invece ritorna sul sentiero, subentra la guarigione, secondo la sua convinzione.
Lo studioso ebreo seguiva un approccio olistico, quindi globale: il pensiero olistico considera l’uomo come un tutto, come un’unità di corpo, mente e anima. Esso mira a comprendere in modo completo le connessioni, le cause e le interazioni, invece di limitarsi a sintomi isolati. A differenza della medicina tradizionale, Maimonide era convinto che le malattie non potessero essere considerate isolatamente dal contesto emotivo e sociale dei pazienti.
Maimonide conosceva bene le nozioni mediche e la saggezza degli antichi egizi, gli insegnamenti dei filosofi arabi contemporanei e la filosofia greca: come medico, si basava sulla tesi di Ippocrate: «Il cibo è la tua medicina».

• Fiducia nelle capacità di autoguarigione
  L'assunto centrale di Maimonide è che il nostro corpo sa come guarire se stesso. In questo possiamo sostenerlo con un'alimentazione sana ed erbe medicinali, ma dovremmo evitare il più possibile di intervenire nel processo di guarigione e, se lo facciamo, iniziare sempre con una medicina delicata; solo quando non è più possibile ottenere alcun effetto dovremmo ricorrere a rimedi più forti.
Il nostro benessere occupa un posto importante e di grande valore per Maimonide, che descrive la gioia e i momenti felici come la forza curativa più potente. Il compito dei medici sarebbe quello di sostenere i pazienti nel loro processo di autoguarigione attraverso parole di incoraggiamento. Oggi anche la medicina tradizionale riconosce che la gioia ha un effetto benefico sul nostro sistema immunitario.
Maimonide nacque come Moshe ben Maimon il 14 Nissan 4895 (1135 d.C.), alla vigilia di Pesach, a Cordova, in Spagna. Suo padre Maimon – si dice che fosse un discendente diretto del re Davide – era giudice presso il tribunale rabbinico della città. Sua madre morì quando era ancora piccolo.

• Fuga in Marocco
  Quando i fanatici Almohadi presero il controllo anche della sua città natale, la famiglia dovette fuggire. Maimonide all’epoca aveva 13 anni. Gli Almohadi, in arabo al-muwaḥḥidūn, i “proclamatori dell’unicità”, erano un movimento di riforma islamico-berbero radicale e una dinastia. Essi governarono nel XII e XIII secolo (circa 1147–1269) sul Maghreb e sull’Andalusia. Gli Almohadi avevano precedentemente rovesciato gli Almoravidi per imporre un’interpretazione più rigorosa dell’Islam e fondarono un vasto impero con Marrakech come capitale.
La ricerca di una nuova dimora portò infine la famiglia a Fès, in Marocco. Nel 1165 Maimonide visitò la Terra Santa e successivamente si trasferì ad Alessandria d’Egitto. In seguito si stabilì a Fustat, la prima capitale dell’Egitto sotto il dominio musulmano – oggi integrata nel Cairo –, dove visse fino alla morte.
In Egitto Maimonide fu sostenuto finanziariamente dal fratello David, un commerciante che importava diamanti dall’India. Grazie a questo generoso sostegno poté dedicarsi allo studio della Torah e redigere la sua opera scientifica sulla Mishnah, il testo fondamentale sul diritto ebraico del II secolo.

• Diverse tragedie
  Nel giro di due anni lo colpiscono una serie di dolorose tragedie: nel 1166 muore suo padre, seguito dalla moglie – la cui identità non è chiaramente documentata – e da due dei suoi figli. L’identità della sua seconda moglie è documentata da reperti nella Geniza del Cairo: era la figlia di Mishael Ben Yeshayahu Halevi e la sorella di Ibn Almali, un segretario reale in Egitto. Si tramanda che Maimonide abbia dedicato molto amore e attenzione all’educazione del suo unico figlio, Abraham.
Cinque anni dopo subisce un altro duro colpo: David, suo fratello e generoso sostenitore, annega nel naufragio della sua nave mentre era in viaggio verso l’India.
Da quel momento in poi, lo studioso deve provvedere da solo al sostentamento della sua famiglia e di quella di suo fratello. Questo lo spinge a esercitare la professione di medico – con successo, poiché nel 1185 viene nominato medico personale da un cortigiano reale e in seguito addirittura medico personale di Salah ad-Din (Saladino), sultano d’Egitto e di Siria.

• Raccomandazioni sulle abitudini alimentari
  Le sue nuove cariche e mansioni garantiscono a Maimonide una stabilità finanziaria, che gli permette di dedicarsi alle sue attività di scrittore. Nonostante tutta la sua fama, come medico rimane sempre legato alla gente semplice e senza mezzi, spesso non esigendo alcun onorario dai più poveri tra i poveri. La raccomandazione «l’uomo dovrebbe mangiare al mattino come un re, a mezzogiorno come un principe e la sera come un povero» proviene da Maimonide. Inoltre, i pasti dovrebbero essere il più possibile naturali e terminare prima che subentri la sensazione di sazietà, poiché questa si manifesta con un certo ritardo.
Maimonide sostiene la separazione tra cibo e bevande. La sua regola empirica è: venti minuti prima e circa una o due ore dopo un pasto. Il vino dovrebbe essere bevuto con moderazione e non a stomaco vuoto. La sua raccomandazione per il consumo di carne e pesce è «una o due volte alla settimana», mentre sconsiglia i latticini. Inoltre, raccomanda di masticare accuratamente – e: «Mangiate con gioia!».

• Opere scientifiche
  L’opera principale di Maimonide è la codificazione del diritto ebraico, che egli chiamò Mishneh Torah, «Seconda dopo la Torah». L’opera in quattordici volumi è una codificazione logica e sistematica del diritto ebraico. Maimonide scrisse inoltre la «Guida dei perplessi», in ebraico: More Nevuchim, un’opera fondamentale della filosofia ebraica.
Nella «Lettera del martirio», incoraggiò gli ebrei yemeniti nella loro difficile situazione. Le lettere furono raccolte in «Pe’er Hador» e pubblicate anch’esse in un volume. Inoltre, Maimonide scrisse un «Giuramento dei medici»; gli vengono attribuiti anche vari testi medici.
La sua letteratura conteneva sempre spiegazioni comprensibili, per poter raggiungere anche le persone meno istruite. Il suo stile unico e la sua chiarezza gli valsero il titolo di “lingua d’oro”. Di notte meditava sul Talmud.
Prima di Maimonide, per comprendere la legge ebraica era necessario studiare l’intero Talmud. Poiché il Talmud stesso era talvolta ambiguo e conteneva spesso opinioni contraddittorie, era necessario studiare anche i vari commentari che chiarivano la legge definitiva. Il famoso rabbino Yitzhak Alfasi, noto come il Rif, fu il primo a codificare la legge ebraica applicabile – come commento al Talmud.
La difficoltà, tuttavia, consisteva nel fatto che le disposizioni talmudiche – così come i commenti citati – non erano ordinate né in modo rigorosamente enciclopedico né logico, il che rendeva la ricerca estremamente laboriosa. Per studiare, ad esempio, le leggi dello Shabbat nel Talmud, è necessario consultare decine di trattati.
Maimonide fu il primo a raccogliere e sistematizzare l'intera Torah orale – entrambi i Talmud, i vari Midrashim halachici, le opere successive dei Geonim e persino i testi cabalistici. Con il termine Geonim si indicano i capi delle due grandi accademie talmudiche babilonesi di Sura e Pumbedita. Il singolare è Gaon, che in italiano significa “Eccellenza” o “Gloria”. Essi erano i leader spirituali e giuridici dell'ebraismo e hanno caratterizzato l'era del Gaonat, all'incirca dal VI all'XI secolo.

• Leggi codificate
  Maimonide codificò le leggi relative allo Shabbat, alle festività, alla preghiera, alle leggi alimentari e quelle che regolano la vita quotidiana ebraica. Durante il suo soggiorno al Cairo come medico alla corte di Salah ad-Din, scrisse undici testi incentrati sulla medicina preventiva, l’alimentazione e l’igiene. Insegnò che tutte le nostre azioni dovrebbero essere improntate alla santità e al timore di Dio: «La salute e il benessere del corpo», afferma Maimonide, «fanno parte del servizio a Dio.»
Un'altra caratteristica distintiva dei volumi è che non si limitano alle leggi applicabili ai nostri giorni – che costituiscono solo una piccola parte dei 613 comandamenti biblici. Essi comprendono anche leggi dell'era messianica, come quelle relative alla decima, all'anno giubilare e al servizio nel Tempio. Nessun'altra opera copre l'intero diritto ebraico.

• I tredici principi di fede
Maimonide è venerato in molti luoghi come la personalità ebraica più influente dopo il Mosè biblico. Egli stabilì anche 13 principi di fede, che sono:

  • Esistenza di Dio: Dio è il Creatore e il Sostenitore di tutte le cose.
  • Unità di Dio: Dio è un'unità assoluta e indivisibile.
  • Immaterialità: Dio non ha forma fisica.
  • Eternità: Dio è il Primo e l’Ultimo.
  • Adorare solo Dio: solo Dio merita adorazione.
  • Profezia: Dio si rivela attraverso i profeti.
  • Profezia di Mosè: Mosè è il più grande di tutti i profeti.
  • Divinità della Torah: l’intera Torah proviene direttamente da Dio.
  • Immutabilità della Torah: la Torah non sarà mai sostituita da un'altra legge.
  • Onniscienza di Dio: Dio conosce tutti i pensieri e le azioni degli uomini.
  • Giustizia: Dio ricompensa il bene e punisce il male.
  • Messia: la fede nella venuta del Messia.
  • Resurrezione: i morti risorgeranno in un mondo futuro.

Maimonide formulò questi Shlosha-Asar Ikarim, i tredici principi di fede, come linee guida per distinguere l’ebraismo dalle dottrine errate. Risalgono all’incirca all’anno 1200. Ani Ma’amin, in italiano: «Io credo», è una trasposizione in prosa dei principi di fede di Maimonide. Yigdal, letteralmente: «Che Egli sia grande/esaltato», è uno degli inni ebraici più noti e solenni e riassume anch’esso i tredici principi di fede del RaMBaM. È noto anche con questo acronimo che sta per «Rabbi Moshe Ben Maimon».
Intorno all’anno 1404 d.C., Daniel Ben Judah Dayyan traspose i principi di fede di Maimonide in una poesia di tredici versi. Jigdal viene spesso cantato alla conclusione delle funzioni serali dello Shabbat.

• Tradizione: Tomba a Tiberiade
  Maimonide morì nel 1204. Secondo la tradizione ebraica, la sua tomba si trova a Tiberiade. La fonte più antica a sostegno di questa affermazione si trova in Al-Qifti (circa 1172–1248), uno storico, biografo, enciclopedista e amministratore arabo-egiziano al servizio dei sovrani ayyubidi di Aleppo. Si trattava di una potente dinastia musulmana sunnita di origine curda, che governò su gran parte del Medio Oriente dalla fine del XII alla metà del XIII secolo (1171–1254). Il fondatore dell’impero fu Saladino.
I fedeli ebrei e le fedeli ebree si recano in pellegrinaggio a Tiberiade, presso la tomba di Maimonide, sebbene il venerato RaMBaM si fosse espresso esplicitamente contro la visita alle tombe dei giusti.
La vita di Maimonide coincise con l’età d’oro dell’Islam. Egli gettò un ponte tra la filosofia greca, la scienza islamica e la teologia ebraica. Sebbene il suo approccio razionale abbia suscitato polemiche ai suoi tempi, la sua opera rimane ancora oggi un pilastro della storia intellettuale ebraica. Conosciuto nel mondo arabo come Musa Ibn Maimun, le sue opere hanno influenzato in modo duraturo il pensiero ebraico, cristiano e islamico del Medioevo.
Maimonide è una delle figure più affascinanti della storia della medicina ebraica; molte delle sue scoperte sono ancora attuali.

(Israelnetz, 28 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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La Turchia di Erdogan: il membro della NATO che sostiene il terrorismo

La Turchia, Stato membro della NATO, è diventata un centro operativo, logistico e finanziario fondamentale per l'infrastruttura terroristica globale di Hamas. Sul piano ideologico, oltre che militare e finanziario, Erdogan ha manifestato apertamente il proprio sostegno ai leader di Hamas. 

di Khaled Abu Toameh *

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Erdogan rende omaggio al defunto leader di Hamas Ismail Haniyeh al Parlamento di Ankara, il 3 gennaio 2012

Per anni il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha portato avanti un ambiguo doppio gioco: presentandosi all'Occidente come mediatore regionale e alleato responsabile della NATO, e trasformando al contempo la Turchia in una base sicura per i terroristi di Hamas, al di fuori della Striscia di Gaza.
Le nuove rivelazioni emerse dalle indagini dei servizi di sicurezza israeliani hanno mandato in frantumi ogni illusione sul fatto che il rapporto tra la Turchia e Hamas si limiti a un mero "sostegno politico" o a un "impegno sul piano diplomatico". Le prove indicano uno scenario ben più allarmante: la Turchia è diventata un centro operativo, logistico e finanziario primario della rete terroristica globale di Hamas.
I Paesi che favoriscono il terrorismo non possono al contempo essere considerati partner indispensabili nella lotta contro il terrorismo.
Secondo un recente servizio dell'emittente pubblica israeliana KAN, miliziani di Hamas avrebbero partecipato apertamente ad addestramenti al combattimento in poligoni di tiro situati sul territorio turco e lo avrebbero fatto indossando abiti civili per non destare sospetti. Ancora più allarmanti sono le segnalazioni secondo cui alcuni membri di Hamas avrebbero frequentato corsi professionali per piloti di droni, ottenendo licenze ufficiali turche per il pilotaggio di droni.
L'addestramento, secondo funzionari israeliani citati nel reportage, sarebbe finalizzato a preparare i miliziani di Hamas al dispiegamento in Libano, Giordania e in Cisgiordania in vista di possibili futuri attacchi contro Israele.
Non si tratta di un sostegno "simbolico" alla causa palestinese. Si tratta di assistenza militare, equivalente al sostegno che il regime iraniano fornisce ad Hamas da decenni.
I droni sono ormai tra gli strumenti più importanti utilizzati dal regime iraniano e dai suoi proxy, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi, nel loro jihad (guerra santa) contro Israele. Hamas ha fatto ampio uso di droni durante l'invasione di Israele del 7 ottobre 2023, nonché in attacchi contro sistemi di sorveglianza e basi militari israeliane.
Consentendo ai membri di Hamas di sviluppare capacità di utilizzo di droni sul suolo turco, Ankara sta deliberatamente preparando terroristi per future guerre contro Israele.
La Turchia, anziché limitarsi a ospitare funzionari di Hamas, sta deliberatamente formando una nuova generazione di miliziani del gruppo, garantendo al contempo l'ulteriore espansione dell'asse jihadista legato all'Iran.
Inoltre, la Turchia si è progressivamente consolidata come un hub finanziario strategico per Hamas e i suoi sostenitori in Iran.
Nel dicembre 2025, le Forze di Difesa Israeliane e lo Shin Bet, l'agenzia di intelligence e di sicurezza interna di Israele, hanno dichiarato di aver smantellato quella che hanno descritto come una vasta rete di riciclaggio di denaro, diretta dall'Iran e attiva sul territorio turco. Documenti interni di Hamas indicherebbero inoltre l'esistenza di un sistema finanziario sofisticato, gestito in gran parte da gazawi espatriati affiliati al gruppo e trasferitisi in Turchia.
Le IDF e lo Shin Bet hanno identificato pubblicamente almeno tre individui coinvolti nella rete di finanziamento operante in Turchia. Secondo quanto riferito, Tamar Hassan opera direttamente sotto la supervisione del leader di Hamas Khalil al-Hayya. Anche Khalil Farwana e Farid Abu Dayir sono stati indicati come figure chiave all'interno della più ampia rete di società di cambio.
"Gli agenti di Hamas in Turchia trasferiscono fondi destinati ad attività terroristiche", ha dichiarato il portavoce in lingua araba delle Forze di Difesa Israeliane, Avichay Adraee, aggiungendo: "Ė legittimo chiedersi per quale ragione un membro della NATO contribuisca a rendere possibile il sostegno al terrorismo".
Il ruolo chiave svolto dalla Turchia sul piano finanziario è particolarmente rilevante perché fornisce ad Hamas un canale di accesso al sistema finanziario internazionale attraverso il territorio di un Paese membro della NATO. Una circostanza che dovrebbe destare profonda preoccupazione tanto a Washington quanto nelle capitali europee.
Sul piano ideologico, oltre che militare e finanziario, Erdogan ha manifestato apertamente il proprio sostegno ai leader di Hamas. Il presidente turco si è ripetutamente rifiutato di classificare il gruppo come organizzazione terroristica, preferendo piuttosto difenderne con forza l'operato e definirne i membri "combattenti della resistenza" e appartenenti a un "movimento di liberazione", impegnati nella difesa delle terre palestinesi.
Alti esponenti di Hamas, tra cui Khaled Mashaal e Ismail Haniyeh, ucciso nel 2024, sono stati accolti per anni in Turchia come ospiti di riguardo. Alcuni funzionari di Hamas avrebbero ottenuto passaporti turchi, permessi di soggiorno e un'ampia libertà di movimento all'interno del Paese.
L'allineamento di Erdogan con Hamas sembra radicato nella sua più ampia affinità ideologica con il movimento dei Fratelli Musulmani e con altri gruppi islamisti. Nel corso degli anni, il suo governo ha sostenuto formazioni islamiste attive in Egitto, Libia, Siria e in altri Paesi.
Era prevedibile che Hamas, la branca palestinese dei Fratelli Musulmani, diventasse uno degli alleati ideologici più stretti di Ankara.
Per anni, i governi occidentali si sono aggrappati all'illusione che Paesi come la Turchia e il Qatar potessero fungere da mediatori neutrali tra Hamas e Israele. Tale convinzione è sempre stata profondamente sbagliata.
Il Qatar è da tempo indicato come il principale finanziatore di Hamas, avendo destinato centinaia di milioni di dollari alla Striscia di Gaza e ospitando i leader del gruppo a Doha. La Turchia, dal canto suo, ha fornito rifugio operativo, addestramento logistico e accesso ai sistemi finanziari.
Il fatto che l'Occidente continui a fare affidamento su Turchia e Qatar come intermediari non ha fatto altro che rafforzare Hamas e protrarre l'instabilità in Medio Oriente.
Come può l'Occidente continuare a considerare la Turchia e il Qatar alleati credibili, mentre questi insistono nel sostenere gruppi terroristici determinati a conquistare non solo Israele, ma anche altri Stati membri delle Nazioni Unite, come dimostrano le mire turche su Cipro e la Grecia?
Nel frattempo, il Qatar continua a cercare di minare gli USA donando, da decenni, molti miliardi di dollari per influenzare il sistema educativo statunitense, dalla scuola primaria e secondaria fino agli studi post-laurea. La Cornell University ha ricevuto 10 miliardi di dollari nel corso degli anni; la Carnegie Mellon "poco meno di 2 miliardi di dollari"; la Texas A&M University "più di 1 miliardo di dollari" (che ha dato al Qatar il pieno controllo su oltre 500 progetti di ricerca in settori quali la scienza nucleare, l'intelligenza artificiale, le biotecnologie, la robotica e lo sviluppo di armi); e la Georgetown University, con 971 milioni di dollari. Perché il Qatar e la Turchia continuano a mantenere rapporti con Hamas pur cercando al contempo la fiducia degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali? Perché l'Occidente continua ad accettare quest'ambiguità?
L'amministrazione Trump si trova di fronte a una prova decisiva. Se Washington intende davvero smantellare le infrastrutture di Hamas e opporsi al regime iraniano, non può continuare a ignorare l'impegno della Turchia a fare esattamente il contrario: proteggere e sostenere Hamas.
La Turchia, Stato membro della NATO, sta agevolando le attività di un gruppo terroristico sostenuto dall'Iran, responsabile dell'uccisione di massa di civili, tra cui molti americani.
Consentendo ad Hamas e ad altri gruppi terroristici di operare liberamente sul suo territorio, la Turchia sta minando proprio quell'architettura di sicurezza che la NATO è stata creata per difendere.
* Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.

(Gatestone Institute, 27 maggio 2026 - trad. di Angelita La Spada)

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Divario tra Gerusalemme e Washington: Israele preoccupato per un possibile accordo con l’Iran

Il corrispondente di Israel-Heute riferisce sull'influenza in declino di Israele a Washington e sul timore di un accordo che avvantaggi l'Iran più di quanto non gli nuoccia.

di Itamar Eichner 

Cittadini iraniani passano davanti a un grande manifesto anti-americano che raffigura Donald Trump e lo Stretto di Hormuz – foto scattata in piazza Valiasr a Teheran - 21 maggio 2026
GERUSALEMME - Nelle ultime settimane si sta delineando un quadro preoccupante dal punto di vista israeliano: gli Stati Uniti e l'Iran si stanno avvicinando a un accordo, mentre la capacità di influenza di Gerusalemme sul presidente degli Stati Uniti Donald Trump appare minore rispetto all'inizio del confronto. Se all'inizio della guerra si aveva l'impressione che Washington e Gerusalemme agissero quasi all'unisono nei confronti di Teheran, ora si profila un profondo divario strategico tra i due alleati – un divario che potrebbe ridisegnare gli equilibri di potere in Medio Oriente.
Le notizie sempre più frequenti su una dichiarazione d’intenti tra Stati Uniti e Iran, che dovrebbe comprendere un cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz, un alleggerimento delle sanzioni e l’avvio di negoziati sul programma nucleare, riflettono in primo luogo il desiderio di Trump di porre fine alla crisi.
Dal punto di vista del presidente americano, la guerra nel Golfo è durata molto più a lungo del previsto, ha generato una notevole pressione economica e ha rafforzato il timore di compromettere la stabilità del mercato energetico mondiale. Ma mentre Trump cerca la stabilità, Israele cerca una decisione.
In Israele cresce il timore che gli accordi che si stanno delineando non risolvano il problema di fondo, ma lo congelino solo temporaneamente. Dal punto di vista di Gerusalemme, qualsiasi accordo che non porti allo smantellamento completo del programma nucleare, alla limitazione del potenziale missilistico balistico e al contenimento dei proxy regionali dell’Iran – Hezbollah, gli Houthi e le milizie sciite – è fondamentalmente un accordo che permette all’Iran di riprendersi.
Questo è il motivo per cui nell’establishment della sicurezza israeliana si ripete spesso: «Se entri nella sala delle trattative con gli iraniani, hai già perso». Dal loro punto di vista, il solo passaggio da una forte pressione militare ed economica a una linea diplomatica garantisce a Teheran un vantaggio strategico: il tempo.
La preoccupazione israeliana si concentra in particolare sulla questione dell’arricchimento dell’uranio. Secondo quanto riferito, l’Iran potrebbe accettare una parziale diluizione dell’uranio arricchito e persino l’esportazione di parte delle scorte fuori dal paese, ma non è chiaro se rinuncerà completamente alla capacità di arricchimento sul proprio territorio. Dal punto di vista di Washington, un arricchimento limitato sotto supervisione potrebbe essere accettabile. Dal punto di vista israeliano, il semplice fatto che l’infrastruttura nucleare rimanga in Iran significa che la capacità di una futura svolta verso l’arma atomica rimane intatta.
È qui che si manifesta il divario più profondo tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e Trump. Secondo quanto riportato dagli Stati Uniti, Netanyahu continua a spingere il presidente americano a tornare a un'operazione militare su vasta scala contro l'Iran, nella convinzione che una pressione militare ed economica costante possa alla fine portare al crollo del regime di Teheran. Dal punto di vista di Netanyahu, si tratta di un'occasione storica che non si ripeterà: l'Iran è indebolito, parte delle sue capacità è stata danneggiata e l'intero sistema regionale è in fase di trasformazione. Ma Trump la vede diversamente.
Il presidente americano si trova a dover affrontare pressioni interne, un calo del sostegno pubblico alla guerra e crescenti preoccupazioni per l’economia mondiale. Più a lungo dura il conflitto, più cresce alla Casa Bianca il desiderio di raggiungere un accordo – anche se temporaneo – che consenta di ripristinare la stabilità dei mercati ed evitare un lungo coinvolgimento militare.
In Israele si registra con attenzione questo cambiamento. Se all’inizio dei combattimenti Trump era ancora pienamente impegnato nella linea dura nei confronti dell’Iran, ora sembra che stia cercando una via d’uscita onorevole.
Uno degli sviluppi più preoccupanti dal punto di vista di Gerusalemme è la sensazione che l’influenza di Israele sul processo decisionale alla Casa Bianca stia diminuendo.
Una serie di indiscrezioni apparse sulla stampa americana negli ultimi giorni riguardo alle tensioni tra Trump e Netanyahu, alla mancanza di coordinamento con Israele e al desiderio americano di ridurre l’influenza di Gerusalemme sui colloqui, lascia un’impressione chiara: il governo americano non fa più automaticamente propria la visione israeliana.
Anche l’affermazione di Trump secondo cui Netanyahu «farà ciò che gli dirò» sulla questione iraniana non è sembrata una dichiarazione di partenariato tra alleati su un piano di parità, ma piuttosto un promemoria del fatto che, dal punto di vista di Washington, l’interesse americano ha la precedenza.
Sullo sfondo aleggia anche una tendenza più ampia: l’erosione del sostegno a Israele all’interno del sistema politico americano. Se in passato Israele godeva di un consenso quasi trasversale, oggi crescono le critiche – sia da parte progressista all’interno del Partito Democratico, sia da correnti isolazioniste all’interno del movimento repubblicano MAGA.
Le conseguenze a lungo termine potrebbero essere drammatiche. Tra circa due anni inizieranno i negoziati sul prossimo pacchetto di aiuti militari tra Israele e gli Stati Uniti, e l’umore a Washington non è più simile a quello dell’epoca di Barack Obama, quando fu firmato l’attuale accordo di aiuti del valore di 3,8 miliardi di dollari all’anno.
Il grande paradosso della guerra attuale consiste nella possibilità che l’Iran, nonostante i danni subiti, possa uscire dal confronto rafforzato dal punto di vista politico e regionale.
Certo, le infrastrutture sono state danneggiate, i sistemi missilistici distrutti e parte delle capacità produttive compromesse. Tuttavia, l’Iran è anche riuscito a dimostrare di essere in grado di minacciare lo Stretto di Hormuz, destabilizzare il mercato energetico mondiale e dettare l’agenda internazionale. Il solo fatto che il mondo intero si affretti ora a raggiungere un accordo con esso gli conferisce – nella percezione e strategicamente – lo status di potenza regionale che non può essere ignorata.
È proprio questo scenario a preoccupare Israele: non un Iran sconfitto e isolato, ma un Iran che entra nei negoziati da una posizione di relativa debolezza – e ne esce con rinnovata legittimità, agevolazioni economiche e capacità di ripresa.
Al di là dei dettagli dell’accordo stesso, Israele è preoccupato anche da ciò che accadrà tra due o tre anni. Anche se Trump continua a dichiarare che non permetterà all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare, a Gerusalemme si teme che un accordo temporaneo possa consolidarsi nel tempo in una realtà permanente. Un futuro presidente americano, meno favorevole a Israele e meno duro nei confronti dell’Iran, potrebbe preferire il contenimento e la negoziazione a una linea di scontro.
Dal punto di vista israeliano, il problema non risiede quindi solo nel contenuto degli accordi, ma nella semplice creazione di un percorso diplomatico che in futuro renderà più difficile un’azione militare autonoma contro l’Iran.
Israele si trova ora di fronte a una situazione complessa: da un lato non vuole una guerra di logoramento regionale senza fine. Dall’altro teme che un’interruzione della pressione proprio ora consentirebbe all’Iran di preservare i propri valori strategici, di riprendersi economicamente e di portare avanti la propria visione regionale. In altre parole: Gerusalemme teme che il mondo preferisca nuovamente una tregua temporanea a una soluzione reale. E questa volta, a differenza del passato, sembra che nemmeno alla Casa Bianca si pensi necessariamente come Israele.

• I punti chiave dell’accordo
L’accordo che gli Stati Uniti e l’Iran stanno per firmare prevede una proroga di 60 giorni della tregua, con l’opzione di un’ulteriore proroga di 60 giorni previo accordo reciproco. Durante questo periodo, lo Stretto di Hormuz dovrebbe essere riaperto, l’Iran dovrebbe poter vendere liberamente il petrolio e dovrebbero svolgersi negoziati su una limitazione del programma nucleare iraniano. L’Iran è tenuto a rimuovere le mine posate nello Stretto di Hormuz, e lo stretto dovrebbe essere aperto senza l’imposizione di dazi. In cambio, gli Stati Uniti revocheranno il blocco dei porti iraniani e concederanno alcune deroghe temporanee alle sanzioni per consentire all'Iran di vendere liberamente petrolio per 60 giorni. Ciò dovrebbe dare un contributo all'economia iraniana, ma allo stesso tempo alleggerire il mercato petrolifero mondiale e portare a un calo dei prezzi del petrolio.
Secondo un alto funzionario americano, la bozza della dichiarazione d'intenti contiene impegni da parte dell'Iran a non tentare mai di dotarsi di armi nucleari, nonché la disponibilità a negoziare la sospensione del proprio programma di arricchimento dell'uranio e l'esportazione delle proprie scorte di uranio altamente arricchito fuori dal paese.
Inoltre, il documento chiarisce che la guerra tra Israele e Hezbollah in Libano deve terminare. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha espresso perplessità su questa condizione e su altri aspetti dell'accordo.

(Israel Heute, 27 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Eliminato il capo militare di Hamas Mohammed Odeh

di Ruben Caivano

Con un post su X, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha confermato l’eliminazione del capo militare di Hamas Mohammed Odeh, in un’operazione condotta dall’IDF a Gaza.
“Il comandante del braccio militare numero quattro dell’organizzazione terroristica di Hamas a Gaza è stato eliminato ieri ed ha raggiunto i suoi complici nelle profondità dell’inferno”, ha scritto Katz.
Il ministro si è poi congratulato con l’IDF e con lo Shin Bet per il “brillante lavoro”, ribadendo l’impegno dello Stato di Israele a eliminare “tutti coloro che hanno guidato il massacro del 7 ottobre”.
In una precedente dichiarazione congiunta, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e Katz avevano affermato che Odeh era il capo dell’intelligence di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre 2023 e che, la scorsa settimana, era stato nominato come successore di Izz al-Din al-Haddad alla guida dell’ala militare del gruppo terroristico nella Striscia di Gaza.
Secondo l’IDF, infatti, Odeh avrebbe avuto un ruolo centrale nella pianificazione e nel coordinamento dell’attacco del 7 ottobre e, successivamente, avrebbe diretto operazioni di intelligence e attacchi contro le truppe israeliane durante la guerra a Gaza.
Le agenzie di sicurezza israeliane hanno inoltre descritto Odeh come uno degli ultimi alti comandanti militari di Hamas ancora in vita coinvolti nella pianificazione del massacro del 7 ottobre, sostenendo che la sua uccisione rappresenti “un duro colpo” per gli sforzi del gruppo di ricostruire le proprie capacità operative.
L’uccisione di Mohammed Odeh si aggiunge dunque a quelle di altri alti dirigenti di Hamas eliminati da Israele dopo il 7 ottobre, tra cui Yahya Sinwar, Mohammed Deif, Mohammed Sinwar e Ismail Haniyeh.

(Shalom, 27 maggio 2026)

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Musulmani in Israele: il numero delle studentesse è doppio rispetto a quello degli studenti

In Israele, il numero delle studentesse musulmane che intraprendono un percorso di studi universitari è più che doppio rispetto a quello dei loro omologhi maschi. Inoltre, la popolazione musulmana è in crescita.

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Studentesse musulmane posano per una foto in Israele

GERUSALEMME  – In Israele, più del doppio delle donne musulmane rispetto agli uomini intraprende studi universitari entro gli otto anni successivi al conseguimento del diploma di maturità. È quanto emerge dallo studio “Popolazione musulmana in Israele 2026” pubblicato martedì dall’Ufficio ufficiale di statistica. Lo studio esamina gli sviluppi demografici e i dati relativi alla comunità musulmana in Israele.
Secondo lo studio, circa mezzo milione di musulmani frequenta attualmente le scuole israeliane. Tre quarti di loro conseguono il diploma di maturità. Tra tutte le donne musulmane che ottengono il diploma di maturità, circa la metà decide di intraprendere studi universitari entro otto anni. Tra gli uomini, solo uno su cinque. Circa 50.000 membri della comunità islamica studiano attualmente nelle università israeliane.

• La popolazione islamica cresce
  Inoltre, si registra una crescita della popolazione musulmana in Israele di poco inferiore al 2%, con circa due milioni di fedeli che vivono nel Paese. Ciò significa che circa una persona su cinque nello Stato ebraico appartiene alla comunità islamica. Gerusalemme ha la più alta percentuale di popolazione musulmana, con quasi il 40%.
L'ufficio di statistica ha pubblicato lo studio nel giorno della festa del sacrificio “Eid al-Adha”. Si tratta della festa islamica più importante e viene celebrata come momento culminante durante l'Hajj, il pellegrinaggio musulmano alla Mecca. Tra gli altri, l'account X ufficiale arabo dello Stato di Israele “IsraelArabic” ha condiviso i risultati dello studio in questa giornata.

(Israelnetz, 27 maggio 2026)

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Che cosa c'entra l'intelligenza artificiale con l'antisemitismo?

Un intervento di Roman Haller, sopravvissuto all'Olocausto

di Roman Haller *

Durante le conferenze sulla cultura della memoria mi viene chiesto spesso cosa si possa fare contro l'antisemitismo in rapida crescita. Non esiste una risposta semplice. La situazione con cui ci troviamo a confrontarci oggi è troppo complessa.
L'antisemitismo attinge da diverse fonti: dalle ideologie di estrema destra e di estrema sinistra, dal fanatismo religioso, dalle teorie del complotto diffuse sui social network e, non da ultimo, anche da ambienti sociali in cui l'odio verso gli ebrei viene trasmesso da generazioni. A ciò si aggiunge il fatto che in Europa arrivano persone provenienti da Stati in cui le narrazioni antisemite sono in parte ancora parte integrante dei libri di testo, dei media o della propaganda di Stato.
Chi vuole comprendere l’attuale sviluppo non deve né contrapporre fra loro queste diverse cause né minimizzarle.

• Rappresentazioni unilaterali
  C'è però un pericolo che viene spesso sottovalutato: il potere dei media moderni e, in particolare, il ruolo dell'intelligenza artificiale nella manipolazione mirata delle informazioni. Proprio quando si tratta di Israele e del Medio Oriente, assistiamo ripetutamente a un'ondata di rappresentazioni emotive, riduttive o volutamente unilaterali. Immagini e video si diffondono a milioni nel giro di poche ore – spesso prima ancora che se ne possa verificare l'autenticità.
La novità è la velocità e la perfezione con cui l’intelligenza artificiale è ormai in grado di generare contenuti. Immagini, video o voci generati dall’IA sono oggi in parte difficilmente distinguibili dalle registrazioni reali. Ciò crea una nuova dimensione della disinformazione. Le notizie false possono alimentare in modo mirato le emozioni, rafforzare le immagini nemiche e alimentare il risentimento contro gli ebrei o contro lo Stato di Israele.
La storia ci insegna quanto possa essere potente la propaganda. Da sempre le informazioni manipolate sono state utilizzate per generare odio e influenzare l’opinione pubblica. La differenza oggi sta nel fatto che le tecnologie digitali moltiplicano questi meccanismi a una velocità senza precedenti. Ciò che un tempo richiedeva giorni o settimane, oggi raggiunge milioni di persone in tutto il mondo in pochi minuti.

• Obblighi di diligenza più rigorosi
  Particolarmente problematico è il fatto che le successive rettifiche raggiungono solitamente solo una minima parte del pubblico. L’effetto emotivo iniziale permane, anche quando una notizia si rivela in seguito falsa. Da anni studi sull’impatto dei media dimostrano che le persone faticano a correggere immagini e narrazioni una volta radicate.
Per questo non è più sufficiente chiarire solo a posteriori. Le democrazie devono chiedersi come limitare l’abuso dell’intelligenza artificiale a fini di disinformazione mirata, senza però limitare la libertà di espressione. Sarebbero necessarie chiare norme di legge per l’identificazione dei contenuti generati dall’IA, obblighi di diligenza più severi per le piattaforme e i media, nonché sanzioni severe per le notizie false diffuse consapevolmente al fine di manipolare l’opinione pubblica.
Altrettanto importante, però, è il rafforzamento dell’alfabetizzazione mediatica. Chi consuma informazioni deve imparare a verificare criticamente le fonti, a mettere in discussione le immagini e a riconoscere le manipolazioni digitali. La cultura della memoria nel XXI secolo non significa quindi solo ricordare il passato, ma anche riconoscere tempestivamente nuove forme di incitamento all’odio e di propaganda.
L'antisemitismo raramente inizia con la violenza. Spesso inizia con parole, immagini, distorsioni e immagini nemiche create ad hoc. L'intelligenza artificiale può diventare uno strumento potente in questo senso, nel bene come nel male. È quindi tanto più importante che la politica, i media e la società non assistano passivamente a questo sviluppo.
* L'autore è ex direttore della Jewish Claims Conference per la Germania.

(Jüdische Allgemeine, 27 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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“La Memoria nelle mani” in mostra all’archivio di Stato

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Rende omaggio a una grande storia imprenditoriale, una storia anche ebraica, la mostra documentaria “La Memoria nelle mani” allestita all’archivio di Stato di Napoli. Al centro dell’iniziativa ci sono le vicende di due aziende, la società “Samia” (1931-1972) e la ditta individuale “Sandro Temin” (1972-2022) nata in continuità con la prima. Per oltre 90 anni, entrambe hanno rappresentato un’eccellenza nel guanto artigianale, affrontando nel primo scorcio di esistenza la persecuzione antisemita del fascismo per via dell’identità ebraica dei suoi protagonisti.
  Fondata nel 1931 a Ferrara dai fratelli Fabio e Manlio Temin, il primo era il padre di Sandro, l’attività della Samia si sviluppò con l’apertura di due laboratori a Padova, altrettanti punti vendita a Venezia e la creazione di un polo produttivo a Napoli nel 1935, destinato a diventare il principale centro operativo. Tra guanti, lettere, documenti aziendali e strumenti di lavoro, all’archivio di Stato (dove i beni donati dalla famiglia Temin saranno visibili ancora vari mesi, per poi girare l’Italia e diventare infine patrimonio archivistico) ci si può imbattere nei verbali delle assemblee dell’epoca del fascismo. In uno del 1942, come racconta Sandro, già presidente della Comunità ebraica locale, ecco apparire quello che definisce un «capolavoro di ipocrisia»: il verbale è infatti redatto da un notaio che conosceva molto bene sia il papà e lo zio, i quali in quel periodo non potevano però apparire tra i soci e gli azionisti della Samia in quanto ebrei ed erano così riusciti a farsi rappresentare da dei prestanome. Pur essendo a conoscenza di tutto ciò, il notaio scrive di essere «certo dell’identità personale dei comparenti, tutti cittadini italiani di razza ariana».
  Non tutte le imprese guidate da ebrei ressero l’urto dell’antisemitismo in camicia nera, ma la Samia sì perché, racconta Sandro, i fratelli Temin capirono subito, nell’autunno del 1938, la necessità di «arianizzare l’azienda» e per questo chiesero aiuto ai prestanome sopracitati, un nome segnalato in particolare è quello dell’avvocato Scipione Rossi, «grazie alla cui generosità hanno potuto continuare l’attività fino alla cessazione delle leggi razziste, senza subire contraccolpi» e siccome Napoli riuscì a liberarsi prima di altre città italiane grazie alle Quattro Giornate del settembre del 1943 «poterono ritornare in possesso delle loro azioni già nel dicembre di quell’anno». La sede napoletana dell’azienda fu invece requisita prima dalle Regie Poste Italiane e poi dalle truppe alleate, per essere restituita ai legittimi proprietari soltanto nel 1946. Ancora oggi, sottolinea Sandro, «guardando il portone sul muro a destra c’è una targa tonda, di circa 40 centimetri di diametro, con l’indicazione “Guanti Titanico: io chiamo questo tondo il monumento all’imbecillità». La storia, in breve, è questa: il marchio scelto dai fondatori era “Guanti Titanic”. Niente di strano in apparenza. Dopo un po’, però, «le autorità fasciste decisero che questo nome Titanic sapeva di straniero e si doveva italianizzare, e così fu imposto di correggerlo in “Titanico”: chissà in 80 anni quante volte quel pezzo di muro sarà stato dipinto, intonacato e quant’altro, ma quella targa è rimasta tenace sempre lì a testimoniare le ossessioni di un’epoca». Bene, conclude Temin, è ancora lì. a.s.

(moked, 27 maggio 2026)

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Israele, il ritorno al matrimonio tradizionale tra i giovani laici 

“In un mondo instabile, la famiglia è l’unica certezza”

di Anna Balestrieri

In un Israele segnato dalla guerra, dall’incertezza economica e dal trauma collettivo seguito al 7 ottobre, sempre più giovani laici e liberali stanno scegliendo di sposarsi – e spesso proprio attraverso il rabbinato. Un fenomeno che sorprende sociologi e osservatori, soprattutto perché si manifesta in una fascia sociale che, fino a pochi anni fa, appariva sempre più distante dalle istituzioni religiose tradizionali.
Secondo un lungo reportage pubblicato da Haaretz, il matrimonio religioso sta tornando a essere percepito come una forma di stabilità emotiva e identitaria in una società attraversata da tensioni continue, guerre e paure esistenziali.

• “Quando tutto crolla, l’unica cosa che puoi costruire è una famiglia”
  Liel Friedland, studentessa venticinquenne dell’Accademia Bezalel di Gerusalemme, racconta di aver sempre immaginato una vita diversa: qualche anno di lavoro, convivenza informale a Tel Aviv e solo più tardi un eventuale matrimonio. Poi è arrivato il caos degli ultimi anni.
“Quando nulla è certo e tutto sembra instabile, avere una relazione sana diventa qualcosa a cui aggrapparsi”, spiega. “Il mercato del lavoro è precario, si parla continuamente di intelligenza artificiale e di professioni destinate a sparire. Sposarsi dà l’illusione di creare almeno un punto fermo”.
Una sensazione condivisa da molti giovani israeliani. Imri Ziv, 27 anni, parla apertamente di una “svolta conservatrice” generata dal trauma collettivo: “C’è la sensazione che tutto stia crollando intorno a noi. L’unica comunità che puoi davvero pianificare è la famiglia nucleare”.

• La guerra accelera le nozze
  Il 7 ottobre e le guerre successive hanno avuto un impatto profondo anche sulle scelte private. Dopo l’attacco di Hamas e durante gli scontri con l’Iran e Hezbollah, Israele ha visto moltiplicarsi matrimoni celebrati in basi militari, rifugi antiaerei e parcheggi sotterranei trasformati in sale per cerimonie improvvisate.
Mishel Levitan, creativo pubblicitario di 26 anni, racconta che lui e la compagna hanno deciso di sposarsi proprio dopo il trauma vissuto dalle rispettive famiglie: “Abbiamo capito quanto la vita sia fragile. Lei ha perso amici al Nova Festival, la mia famiglia vive a Ofakim. Tutto questo ci ha avvicinati”.

• Non solo religione: il bisogno di continuità
  Il fenomeno non riguarda soltanto la pratica religiosa in senso stretto. Molti giovani laici continuano infatti a non osservare lo Shabbat o le regole kosher, ma scelgono comunque il matrimonio rabbinico perché percepito come parte dell’identità ebraico-israeliana.
La sociologa Shira Offer sottolinea come Israele rappresenti un’eccezione rispetto all’Occidente: mentre in Europa cresce la convivenza senza matrimonio, nello Stato ebraico il matrimonio resta la norma sociale dominante.
In Francia oltre il 40% delle coppie convive senza sposarsi; nei Paesi scandinavi una larga parte dei figli nasce fuori dal matrimonio. In Israele, invece, il 94% delle coppie ebraiche è sposato.

• Il ritorno alla tradizione dopo il trauma
  Questo riavvicinamento alla tradizione non si limita alle nozze. Negli ultimi mesi diversi ex ostaggi israeliani liberati da Gaza hanno raccontato pubblicamente di essersi avvicinati alla religione durante o dopo la prigionia, descrivendo la fede come un’ancora psicologica nei momenti estremi.
Anche questo elemento si inserisce in un clima più ampio di ricerca di significato, continuità e appartenenza collettiva in una società profondamente traumatizzata dalla guerra.
Per molti giovani israeliani, dunque, il matrimonio religioso non rappresenta tanto un ritorno all’ortodossia quanto un tentativo di ristabilire ordine e permanenza in una realtà percepita come sempre più fragile.

• Il rabbinato divide ancora
  Non mancano tuttavia le critiche. La giurista Ruth Halperin-Kaddari, che fu a capo del Dinah project che mise in luce le violenze sessuali sistematiche perpetrate da Hamas il 7 ottobre,  mette in guardia soprattutto le donne laiche dai rischi del matrimonio religioso regolato dalla legge ebraica.
Secondo Halperin-Kaddari, molte giovani spose non sono pienamente consapevoli delle implicazioni legali del matrimonio rabbinico, soprattutto in caso di divorzio e della questione del get, il documento religioso necessario per sciogliere il matrimonio.
“È una forma di tradizionalismo crescente”, spiega, “ma spesso manca la consapevolezza delle conseguenze”.

• Una risposta emotiva all’insicurezza
  Eppure, nonostante le critiche, la tendenza sembra consolidarsi. Per molti ventenni israeliani il matrimonio è diventato una dichiarazione simbolica di sopravvivenza nazionale e personale.
Halperin-Kaddari stessa interpreta il fenomeno come un meccanismo psicologico collettivo: “Si sono alzati per distruggerci, ma noi continuiamo a esistere e a costruire la prossima generazione”.
In altre parole, in un Israele attraversato da guerre, lutti e paura del futuro, la famiglia torna a essere vista come l’ultimo spazio di controllo possibile sul caos del presente.

(Bet Magazine Mosaico, 26 maggio 2026)

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Lapid attacca il possibile accordo tra Stati Uniti e Iran

Lapid definisce il previsto accordo tra Stati Uniti e Iran una «catastrofe». Il fatto che Israele non sia stato coinvolto nell’elaborazione dell’accordo è «assurdo», secondo il politico dell’opposizione

In Israele cresce la resistenza contro l’accordo che si sta delineando tra gli Stati Uniti e l’Iran. Lunedì il leader dell’opposizione Jair Lapid ha accusato il primo ministro Benjamin Netanyahu di non aver ottenuto risultati decisivi nei confronti di Teheran e di Hezbollah. Lo hanno riferito i media israeliani.
Lapid ha definito l'accordo previsto una «catastrofe». Secondo i dettagli resi noti finora, né il programma nucleare iraniano né la minaccia dei missili balistici sarebbero stati affrontati in modo adeguato. Israele dovrebbe mantenere la propria libertà d'azione militare indipendentemente dalle decisioni di Washington.
Allo stesso tempo, Lapid ha criticato il fatto che Israele non sia stato coinvolto direttamente nei colloqui. È «assurdo» che un accordo del genere venga elaborato senza la partecipazione israeliana. Il governo si pone ripetutamente grandi obiettivi per poi fallire, ha affermato il leader del partito Yesh Atid.

• «Vittoria decisiva»
   Lapid ha attaccato Netanyahu personalmente in modo particolarmente duro. Il capo del governo sarebbe sì un politico di talento, ma ormai «diventato vecchio e stanco» e circondato da persone inadatte. Il regime iraniano non si sarebbe indebolito, ma rafforzato.
Anche altri politici dell’opposizione hanno espresso preoccupazione. Avigdor Liberman ha dichiarato che è solo questione di tempo prima che i droni di Hezbollah colpiscano Tel Aviv o Gerusalemme. Israele deve infliggere una «vittoria decisiva» all’organizzazione terroristica sostenuta dall’Iran.
Anche l’ex ministro della Difesa Benny Gantz ha chiesto un approccio più duro. «La migliore difesa contro Hezbollah è l’attacco», ha affermato.
Secondo quanto riportato dai media, l’accordo in fase di definizione prevede inizialmente una proroga di 60 giorni dell’attuale tregua. Inoltre, si intende garantire la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. La questione vera e propria del programma nucleare iraniano verrebbe quindi affrontata solo in colloqui successivi. Anche la fine dei combattimenti tra Israele e Hezbollah in Libano sembra rientrare tra i punti in discussione.

(Jüdische Allgemeine, 26 maggio 2026)

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Come l'Iran sta cambiando la conduzione della guerra nel nord di Israele

Mentre il mondo continua a concentrarsi su missili, aerei da combattimento e grandi sistemi di difesa aerea, il campo di battaglia moderno si sta trasformando già da tempo a bassa quota.

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - L’esercito israeliano ha lanciato ieri sera una nuova ondata di attacchi in Libano – in risposta ai droni kamikaze esplosivi di Hezbollah. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha reagito alle crescenti critiche sull’impotenza di Israele di fronte alla minaccia dei droni e ha dichiarato: «Siamo in guerra con Hezbollah. Non toglieremo il piede dall’acceleratore. Sì, ci attaccano con i droni. Abbiamo una squadra speciale che ci sta lavorando e risolveremo anche questo problema». Allo stesso tempo ha annunciato di voler intensificare ulteriormente gli attacchi contro Hezbollah.
Ma dietro le quinte la preoccupazione cresce enormemente. Un alto funzionario della sicurezza israeliana ha avvertito sui media israeliani: «Al momento ci troviamo di fronte a una realtà letale, in gran parte impotenti. È una vera e propria situazione da roulette russa». Sebbene l’esercito abbia preparato piani operativi contro i droni FPV, questi non sono stati ancora approvati a livello politico. La minaccia dei droni FPV era nota da anni a seguito della guerra in Ucraina, eppure Israele ha sottovalutato il pericolo. L'ex maggiore generale Eli Marom ha dichiarato apertamente che Israele «ha dormito», mentre l'Ucraina stava già sviluppando e impiegando diversi sistemi di difesa.
Fino a quando non saranno disponibili soluzioni tecnologiche migliori, Marom chiede misure di protezione immediate per le truppe, tra cui reti di protezione sopra le postazioni, fucili a canna liscia per la difesa ravvicinata e l'evitare sistematicamente movimenti inutili in terreno aperto.
Un sito web iraniano ha pubblicato un'analisi completa di un totale di 252 attacchi con droni esplosivi di Hezbollah nel periodo dal 19 marzo al 23 maggio. L'indagine fornisce una visione dettagliata della strategia operativa di Hezbollah nel Libano meridionale e mostra quanto sistematicamente la milizia cerchi di ostacolare l'avanzata delle truppe israeliane. Secondo il rapporto, nel giro di circa due mesi Hezbollah ha sferrato un totale di 252 attacchi con droni FPV e droni esplosivi contro obiettivi israeliani. Di questi, 215 attacchi erano diretti contro postazioni dell’IDF e movimenti di truppe all’interno del Libano meridionale, mentre 37 attacchi hanno colpito obiettivi sul territorio israeliano.
Sono stati attaccati con particolare frequenza alcuni punti nevralgici operativi lungo il fronte. L’analisi ha registrato 41 attacchi nel tratto costiero di Al-Biyadah vicino a Nakura, circa sei chilometri a nord di Rosh Hanikra in Israele. Secondo l'analisi iraniana, Hezbollah si è concentrato su tre assi operativi centrali per rallentare o arrestare del tutto l'avanzata israeliana: l'asse costiero Al-Biyadah–Nakura, l'asse del Litani Taiba–Kantara–Wadi Raj lungo il fiume Litani e l'asse Rashaf–Hadatha–Bint Jbeil.
Colpisce soprattutto la scelta degli obiettivi degli attacchi con i droni. L’obiettivo principale erano i carri armati israeliani Merkava, considerati la spina dorsale delle forze corazzate israeliane. In totale, 81 attacchi sono stati diretti contro i carri armati Merkava. Altri 47 attacchi hanno preso di mira veicoli blindati come Hummer, mezzi da trasporto corazzati Namer, veicoli da combattimento e veicoli logistici. A questi si sono aggiunti 27 attacchi contro veicoli tecnici e attrezzature del genio militare come bulldozer ed escavatori. Inoltre, Hezbollah ha attaccato anche sistemi elettronici e difensivi. Otto attacchi hanno preso di mira i sistemi di disturbo israeliani, sette i componenti del sistema di difesa Iron Dome e tre i sistemi di sorveglianza e ricognizione elettronica.

• Cosa sono i droni FPV? 
Questi droni (“First Person View”) sono ormai tra le armi più determinanti della moderna guerra asimmetrica. In origine provengono dal settore dell’hobbistica e delle corse, dove i piloti controllano il drone in tempo reale in prima persona tramite una telecamera. Oggi questi piccoli e economici droni con telecamera vengono sempre più spesso trasformati in armi esplosive ad alta precisione. Caricati di esplosivo e guidati direttamente verso l’obiettivo, possono attaccare carri armati, veicoli blindati, attrezzature tecniche o persino singoli soldati. È proprio qui che risiede la loro importanza strategica: mentre i moderni carri armati da combattimento e i sistemi di difesa aerea costano milioni, i droni FPV sono spesso già operativi per poche centinaia o migliaia di dollari. Volano bassi, veloci e difficilmente individuabili, ponendo così sfide enormi anche agli eserciti tecnologicamente più avanzati. Soprattutto nella guerra in Ucraina, ma anche presso Hezbollah, gli Houthi e altre milizie sostenute dall’Iran, i droni FPV sono stati massicciamente perfezionati. La dottrina militare iraniana descrive questo approccio come il principio del «semplice, economico e piccolo» – ovvero il tentativo di sfruttare e sopraffare le costose tecnologie belliche occidentali con sistemi economici, flessibili e impiegati in massa. Proprio per questo i droni FPV sono ormai considerati uno degli sviluppi più pericolosi ed efficaci della guerra moderna.
L'analisi iraniana interpreta questi modelli di attacco come una strategia mirata a frenare la rapida avanzata israeliana nel Libano meridionale.
Secondo tale analisi, Israele starebbe cercando di avanzare rapidamente con formazioni corazzate e unità tecniche, di erigere fortificazioni temporanee e di distruggere le infrastrutture di Hezbollah. La risposta di Hezbollah consisterebbe nel mettere continuamente sotto pressione le forze corazzate e di genieri israeliane, al fine di aumentare i costi e le perdite dell’operazione e di imporre una guerra di logoramento a lungo termine. Viene sottolineato in particolare il ruolo dei droni FPV. Secondo la versione iraniana, questi si sarebbero dimostrati un'arma estremamente efficace e avrebbero garantito a Hezbollah una sorta di “supremazia aerea a bassa quota” su distanze da 15 a 20 chilometri. Con costi relativamente minimi, si riuscirebbe così a sfidare i costosi sistemi d'arma israeliani.
In Israele, nel frattempo, anche molti esperti di sicurezza e soldati ammettono in privato che l'esercito era strategicamente impreparato ad affrontare la minaccia di massa rappresentata dai droni FPV a basso costo. Nei media se ne parla relativamente poco, ma sono proprio questi piccoli e economici droni kamikaze a causare attualmente danni enormi e a costituire sempre più una delle cause principali dell'aumento del numero di soldati israeliani caduti. Mentre il mondo guarda ai missili, ai jet da combattimento o ai grandi sistemi di difesa aerea, il campo di battaglia si sta trasformando da tempo a bassa quota. Piccoli droni FPV del costo di poche centinaia di dollari colpiscono carri armati, veicoli, postazioni e singoli soldati spesso con precisione letale. È proprio qui che risiede la pericolosa asimmetria di questa nuova forma di guerra: una tecnologia a basso costo costringe anche gli eserciti più moderni a una costosa e complicata lotta difensiva.
L'esercito israeliano sta ora lavorando intensamente a risposte strategiche e tecnologiche contro la crescente minaccia dei droni FPV. Ma è proprio qui che si manifesta uno dei maggiori dilemmi della guerra moderna: la difesa contro droni di massa a basso costo è spesso molto più costosa e complicata dell'attacco stesso. Sistemi come l’Iron Dome sono stati originariamente sviluppati contro missili e ordigni di grandi dimensioni, non contro piccoli droni FPV estremamente veloci, che volano a bassa quota, sono difficili da localizzare e spesso costano solo poche centinaia di dollari. È proprio su questo che si basa la strategia militare iraniana del “semplice, economico e piccolo” – ovvero, sovraccaricare le costose tecnologie d’arma occidentali con sistemi economici.
Israele sta quindi reagendo su più livelli contemporaneamente: con sistemi di disturbo elettronico contro la connessione radio dei droni, sistemi anti-drone mobili su veicoli, ricognizione precoce supportata dall’intelligenza artificiale e il nuovo sistema di difesa laser israeliano Iron Beam, che in futuro dovrebbe essere impiegato in modo più economico e veloce contro i piccoli droni. Anche i carri armati Merkava ricevono sempre più protezione aggiuntiva contro gli attacchi dall’alto, poiché i droni FPV attaccano in modo mirato le zone superiori più vulnerabili dei veicoli. Allo stesso tempo, l’esercito israeliano sta modificando le proprie tattiche, i modelli di movimento, la mimetizzazione e la protezione delle postazioni.
Ciononostante, la sfida rimane enorme. I droni FPV stanno attualmente cambiando l'intera logica della guerra moderna. Un piccolo drone dotato di telecamera e ordigno esplosivo può oggi danneggiare carri armati dal valore di milioni, colpire mortalmente i soldati o rallentare intere operazioni. Proprio per questo molti analisti militari parlano ormai di una «democratizzazione del potere aereo».
La cosiddetta «democratizzazione del potere aereo» descrive il cambiamento per cui oggi gli attacchi aerei e il controllo dello spazio aereo non sono più riservati solo alle superpotenze con F-16, F-35, elicotteri Apache o sistemi di difesa missilistica, ma diventano possibili anche per piccoli attori grazie a droni economici. Particolarmente problematico è il fatto che Hezbollah, grazie al sostegno iraniano, ricorra sempre più spesso ad attacchi coordinati, continui e in sciame, per mettere costantemente sotto pressione le truppe israeliane e logorarle psicologicamente.
L'esercito israeliano impara molto in fretta e continua a essere considerato altamente innovativo dal punto di vista tecnologico. Tuttavia, la realtà degli ultimi mesi dimostra anche che persino gli eserciti più moderni non hanno ancora trovato una risposta perfetta ai droni FPV economici e utilizzati in massa. Proprio per questo motivo sono oggi considerati uno degli sviluppi più pericolosi della guerra asimmetrica.

(Israel Heute, 26 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Premiata la prima donna drusa medico in Israele

La ginecologa Nadia Khir ha cambiato il destino di una generazione di donne

di Michelle Zarfati

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La prima donna drusa in Israele ad aver intrapreso gli studi di medicina è stata insignita di un prestigioso riconoscimento per il suo contributo alla società israeliana e all’emancipazione femminile. La ginecologa Nadia Khir ha ricevuto il premio durante la conferenza “Her Stage”, organizzata dal quotidiano Israel Hayom e guidata dalla filantropa israelo-americana Miriam Adelson.
  Originaria del villaggio druso di Julis, nel nord di Israele, Khir oggi ha 58 anni ed è una ginecologa molto stimata nei distretti di Haifa e della Galilea occidentale. Ma il suo percorso è iniziato in un contesto difficile, segnato da problemi economici e familiari. Secondo quanto riportato dai media israeliani, da ragazza studiava seduta sull’erba perché in casa non c’era nemmeno una scrivania. La malattia della madre e il senso di impotenza provato allora la spinsero verso la medicina.
  Nel 1985 prese una decisione considerata rivoluzionaria per la sua comunità: iscriversi alla facoltà di medicina del Technion – Israel Institute of Technology. In quegli anni pochissime donne druse lasciavano il villaggio per studiare e quasi nessuna sceglieva un percorso lungo e impegnativo come medicina. La sua scelta provocò resistenze e critiche, ma Khir non rinunciò. “Oggi, quando vedo giovani donne scegliere di studiare e avanzare senza paura di rompere le barriere, capisco che ne è valsa la pena”, ha dichiarato la dottoressa durante la cerimonia. Attualmente Khir presta servizio in quattro cliniche che assistono comunità arabe israeliane tra Julis, Tamra, Jatt e Yanuh. La sua esperienza personale si è trasformata in un simbolo di cambiamento sociale, non soltanto all’interno della comunità drusa ma più in generale nella società israeliana. Anche le sue tre figlie hanno seguito percorsi accademici di alto livello: una studia medicina, un’altra ingegneria elettrica e la terza ingegneria informatica. Un’eredità che racconta quanto una singola scelta possa incidere sulle generazioni successive.
  Nel consegnare il riconoscimento, Miriam Adelson ha sottolineato come la decisione di Khir di studiare medicina abbia “cambiato la realtà per un’intera generazione di donne”. Un tributo non solo a una carriera medica, ma a una figura che ha aperto nuove strade in una realtà tradizionalmente conservatrice.

(Shalom, 26 maggio 2026)

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L’orgoglio fragile degli ebrei della diaspora

Certe abitudini dell’ebraismo diasporico raccontano più di quanto sembri: non solo orgoglio identitario, ma il bisogno storico di riconoscersi in nomi, volti e successi capaci di riscattare una minoranza abituata per secoli a sentirsi osservata, sospettata, talvolta avversata.

di Stefano Piperno

Conosco per diretta esperienza familiare diversi comportamenti, o se si vuole abitudini, tipici degli ebrei della diaspora, cioè in sostanza europei e americani, due dei quali sono caduti in disuso per forza di cose.
  Chi si recava a Londra per la prima volta, per lavoro o vacanza, non mancava quasi mai di andare a vedere, almeno da fuori, gli impenetrabili uffici della N M Rothschild & Sons a New Court, in St Swithin’s Lane, nella City, dove storicamente si teneva il celebre “London Gold Fixing” due volte al giorno: alle 10,30 e alle 15,30.
  Quella cerimonia è stata abolita nel 2004 e sostituita nel 2015 da una piattaforma digitale.
  L’altra abitudine consisteva, appena arrivati in albergo in una città straniera, nel compulsare l’elenco telefonico alla ricerca di cognomi tipicamente ebraici. Ora gli elenchi telefonici non esistono più.
  Due comportamenti invece resistono ancora oggi: cercare su YouTube immagini e filmati di ebrei eminenti in tutti i campi, grazie ai doviziosi elenchi presenti sulla piattaforma, oppure stupire amici e conoscenti rivelando che quel determinato personaggio famoso è, inequivocabilmente, ebreo.
  Da queste abitudini sono esclusi sia gli israeliani, sia gli ultraortodossi.
  Proverò a spiegare il perché di questi atteggiamenti così diversi, perché tutto ciò dice molto sugli ebrei in una chiave poco conosciuta, soprattutto nei tempi attuali, nei quali prevale quel che osserviamo tutti i giorni nei confronti dei discendenti di Abramo, alle prese con tribolazioni che credevano di essersi lasciati definitivamente alle spalle.
  Dette così, queste manifestazioni possono apparire come forme di orgoglio identitario, vanità o persino senso di superiorità. Senza dubbio, in alcuni casi, questi sentimenti esistono.
  Ma vi è anche qualcosa di più sottile e profondo che riguarda la condizione storica dell’ebreo della diaspora, stabilmente insediato da secoli in Paesi dove resta comunque una minoranza esigua, spesso osservata con sospetto quando non apertamente avversata.
  Il fatto è che i discendenti delle generazioni uscite dai ghetti ed emancipate hanno assistito, tra la fine dell’Ottocento e per tutto il Novecento, a un impressionante fiorire di personalità ebraiche eminenti in ogni campo, fino alla sorprendente incidenza di premi Nobel.
  Questo ha determinato uno stato d’animo peculiare e, tutto sommato, comprensibile, anche se non sempre razionalmente spiegabile.
  Un paio di esempi possono chiarire meglio.
  L’ebreo Albert Einstein, laico che non rinnegò mai le proprie origini, rivoluzionò la fisica moderna.
  Ma il coevo Max Planck, padre della non meno rivoluzionaria meccanica quantistica, era figlio di un pastore protestante.
  Il punto è che, per un ebreo inglese, Einstein è anzitutto un appartenente al proprio popolo — o, se si preferisce, alla propria storia collettiva — ma anche Peter Sellers, inglese come lui, è “first of all” ebreo, sia pure solo a metà.
  Lo stesso vale per Dustin Hoffman, grandissimo attore, come del resto i cattolici Al Pacino e Robert De Niro. Tuttavia, per il parigino Nathan Levy o il romano Cesare Della Rocca, Dustin Hoffman è soprattutto un ebreo famoso.
  Che cosa significa, in fondo, tutto questo? Significa che, per chi è abituato da secoli a essere considerato diverso, coloro che emergono e si distinguono rappresentano anche un simbolo di riscatto collettivo, soprattutto se riferito a una comunità di circa quindici milioni di persone su una popolazione mondiale di oltre otto miliardi.
  È comprensibile? Forse sì.
  Non è quindi l’orgoglio tipico per gli eminenti compatrioti, ma il riconoscersi in un tipo di appartenenza del tutto diversa, che, in mancanza di una patria comune, si rivolge all’origine religiosa e culturale, che accomuna i tanti Nathan Levy e Cesare Della Rocca sparsi per il mondo.
  Gli israeliani infatti vivono questa dimensione in modo differente, essendo cittadini di uno Stato nato anche come risposta storica alla diaspora e alla persecuzione, forti di un’identità nazionale piena e non più minoritaria, a volte anche arrogante.
  Gli ultraortodossi, invece, hanno poco tempo per queste sottigliezze identitarie, immersi quotidianamente nelle Yeshivot, chini ostinatamente sui testi sacri ed esercitando una dialettica quasi ossessiva attorno alla tradizione rabbinica.
  Per concludere, forse è proprio questo il punto: per un popolo disperso per secoli tra nazioni altrui, ogni volto celebre, ogni nome illustre, ogni talento universalmente riconosciuto diventa inconsciamente la prova non soltanto di essere sopravvissuti alla storia, ma di avere continuato a parteciparvi da protagonisti.
  Ed è forse altrettanto vero che questo particolare stato d’animo, vissuto dall’interno quasi come una forma di reciproco riconoscimento, dall’esterno venga raramente compreso fino in fondo e sia sorgente di sentimenti avversi.

(InOltre, 25 maggio 2026)

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La vita quotidiana tra tregua e realtà

Nonostante i colloqui diplomatici tra Washington e Teheran, il nord di Israele rimane un luogo di continua insicurezza. La vita quotidiana va avanti, ma la realtà della guerra non scompare.

di Dov Eilon

Mattina alla stazione di Modi'in, pendolari in viaggio verso Tel Aviv
Ogni mattina accompagno i miei “ragazzi” alla stazione di Modi’in. È una di quelle routine quotidiane che dovrebbero dare la sensazione che la vita continui. La gente sale sul treno per Tel Aviv con le tazze di caffè in mano, gli studenti siedono assonnati sui sedili posteriori delle auto, alla radio trasmettono notizie, meteo e musica – apparentemente una normale mattina israeliana.
Eppure nulla è davvero normale.
Perché quasi ogni mattina, a un certo punto, arriva questa notizia. Ancora un soldato caduto. Ancora un drone dal Libano. Ancora un nome, un volto, una famiglia strappata in pochi secondi da una vita normale.
Oggi è successo di nuovo. Mentre guidavo, il conduttore del telegiornale parlava di sforzi diplomatici, di colloqui tra Stati Uniti e Iran, di possibili accordi regionali. Quasi nello stesso istante è seguita la notizia di un soldato israeliano caduto nel nord.
Questa simultaneità caratterizza attualmente la nostra vita in Israele.
Da un lato, politici e media internazionali parlano di cessate il fuoco, allentamento delle tensioni e nuove opportunità diplomatiche. Dall’altro, gli israeliani continuano a vivere sirene, attacchi con droni e soldati caduti. La discrepanza tra la percezione internazionale e la realtà israeliana non potrebbe essere più grande.

• Una minaccia che è cambiata

Un drone da combattimento lanciato da Hezbollah vicino al confine israelo-libanese durante un attacco di Hezbollah nel nord di Israele, 19 maggio 2026
L'Hezbollah non si è affatto ritirato completamente, nonostante gli accordi internazionali. L'organizzazione terroristica dispone ancora di enormi capacità militari. Ci sono ancora strutture armate vicino al confine. Ma la natura della minaccia è cambiata.
Da tempo ormai non sono più solo i razzi a determinare la vita quotidiana. Sempre più spesso i notiziari riportano notizie di piccoli droni FPV – droni economici e difficili da localizzare, che vengono diretti direttamente verso veicoli o soldati. Alcuni sono guidati tramite cavi in fibra ottica e sono quindi difficilmente fermabili dai sistemi di disturbo elettronico.

È particolarmente impressionante quanto alcune soluzioni sembrino ormai improvvisate. Secondo i resoconti dei media, l’esercito sta cercando reti speciali come protezione – tra cui anche semplici reti da pesca da stendere sopra veicoli e postazioni, in modo simile a quanto si vede nella guerra in Ucraina. Il fatto che un esercito moderno e high-tech ricorra a tali mezzi dimostra quanto sia cambiata la conduzione della guerra. Oggi la minaccia arriva spesso in silenzio. Nessuna postazione missilistica, nessun aereo da combattimento – ma piccoli droni che possono diventare letali in pochi secondi.
Proprio per questo, per molti israeliani la cosiddetta tregua non sembra affatto pace.

• Cosa significa davvero sicurezza qui
  In Israele la sicurezza non è un concetto politico astratto. Sicurezza ha senso se i genitori possono mandare i propri figli a scuola la mattina con tranquillità.
Se le persone possono dormire la notte senza pensare immediatamente alle prossime notizie dal nord. Se le famiglie nel nord possono effettivamente tornare nelle loro case o devono continuare a vivere in alberghi e alloggi provvisori.
Quando i politici europei parlano di «moderazione da entrambe le parti» o ripetono formule diplomatiche, spesso ciò suona molto lontano da questa realtà. Perché per molte persone qui non si tratta di teoria geopolitica, ma di una domanda molto semplice: Il prossimo drone verrà intercettato o no?
A ciò si aggiunge la sfiducia nei confronti dei colloqui tra Washington e Teheran. Naturalmente molti israeliani desiderano la stabilità. Nessuno brama una guerra eterna. Ma allo stesso tempo si ricorda quante volte l’Iran abbia propagandato pubblicamente la distruzione di Israele. Il sostegno di Teheran a Hezbollah e Hamas non è visto come un problema teorico, ma come una realtà immediata. La preoccupazione non è che la diplomazia sia fondamentalmente sbagliata – la preoccupazione è che in Occidente ci si stia nuovamente illudendo. Gli israeliani hanno visto come l’euforia internazionale per le tregue sia stata superata dalla realtà. Le organizzazioni terroristiche spesso sfruttano le fasi di calma per riarmarsi e prepararsi alla prossima escalation.

• La vita continua comunque

Il centro commerciale della città è pieno – la vita va avanti. Non perché non esista alcun pericolo, ma perché in Israele si è imparato a convivere con l’incertezza.
Eppure la vita quotidiana va avanti. Questa è forse una delle caratteristiche più sorprendenti di questo Paese. I caffè aprono. I bambini vanno a scuola. Si celebrano matrimoni. Si va avanti – non perché non esista alcun pericolo, ma perché si è imparato a convivere con questa incertezza. Non si aspetta la sicurezza perfetta. Si cerca invece di mantenere la normalità in mezzo all’incertezza.
Ma a volte bastano pochi secondi all’autoradio per scuotere questa fragile normalità.
Il nome di un soldato caduto. Un breve servizio su un drone. Una notizia sui combattimenti nel nord. E improvvisamente ci si rende conto di nuovo che la tregua, di cui si parla a livello internazionale, qui è ben lungi dall’essere percepita come vera pace.
Il concetto di “dopo la guerra” suona quasi estraneo in Israele in questo momento. Molti non hanno la sensazione che stiamo già vivendo in quel periodo. Come si previene in modo duraturo la minaccia proveniente dal Libano? Come si affronta un Iran che continua ad espandere la propria influenza nella regione? E come si può mai tornare veramente alla normalità, quando un’intera generazione ha imparato che la calma può rompersi in qualsiasi momento?
Mentre tornavo a casa questa mattina, la vita quotidiana a Modi’in proseguiva normalmente. La vita va avanti. Ma sullo sfondo rimane questa sensazione sommessa: la consapevolezza che la calma potrebbe finire in qualsiasi momento. Non panico costante, non stato di emergenza permanente – ma una vita normale sotto la superficie di una minaccia che non è mai del tutto scomparsa.
Ed è per questo che anche una mattina tranquilla a volte non sembra davvero tranquilla.

(Israel Heute, 25 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Boom di nascite nelle comunità israeliane al confine con Gaza

di Michelle Zarfati

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Nelle comunità israeliane al confine con Gaza, devastate dall’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, la vita prova a riprendersi il proprio spazio. Tra case ancora da ricostruire, famiglie rientrate da pochi mesi e cicatrici ancora aperte, un dato racconta più di ogni altro la volontà di ricominciare: decine di nuovi bambini sono nati nell’ultimo anno.
  A Shlomit, piccolo centro abitato nel sud di Israele vicino al confine con la Striscia di Gaza e a pochi chilometri dall’Egitto, nel 2025 sono nati 20 bambini in una comunità di appena 600 residenti. Un numero simbolico che, durante le celebrazioni di Shavuot, è stato vissuto dagli abitanti come una vera “vittoria della vita”. Tra le famiglie trasferitesi recentemente c’è quella di Oshrit e Nissim Amar. La coppia aveva acquistato un terreno nel 2023 con l’intenzione di costruire la propria casa subito dopo la festività di Simchat Torah. Poi è arrivato il 7 ottobre.
  “Amici e parenti cercavano di convincerci a rinunciare – racconta Oshrit a Ynet – Dicevano che eravamo pazzi. Certo, la paura c’era, ma proprio dopo l’attacco abbiamo sentito ancora più forte il desiderio di vivere qui”. Il loro quinto figlio, Ari, è nato il 25 marzo 2026. Per la famiglia Amar, mettere al mondo un bambino in una zona diventata simbolo del conflitto rappresenta un atto di resistenza civile oltre che personale.
  Anche altre comunità della cosiddetta “Gaza Envelope” registrano segnali di ripresa demografica. Nel 2025 sono nati complessivamente 107 bambini nei piccoli centri dell’area di confine. La comunità di Be’eri, una delle più colpite durante l’attacco di Hamas e non ancora completamente rientrata nelle proprie abitazioni, ha accolto 18 nuovi nati, mentre Kfar Aza ne ha registrati 11. Secondo la Direzione Tkuma, l’ente incaricato della ricostruzione delle aree colpite, circa il 93% dei residenti è tornato a vivere nella regione.
  Parallelamente, anche nuove famiglie immigrate in Israele stanno contribuendo al ripopolamento delle aree agricole del Paese. Nella Valle di Jezreel, decine di nuovi immigrati hanno celebrato il loro primo Shavuot imparando le tradizioni agricole locali e partecipando alle feste della comunità. In un territorio ancora segnato dalla guerra, la crescita delle nascite viene letta dagli abitanti come un messaggio preciso: nonostante il trauma e l’incertezza, la volontà di restare e ricostruire continua a prevalere.

(Shalom, 25 maggio 2026)

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Antisemitismo in Australia fuori controllo

Il corpo della Guardie rivoluzionarie iraniane (IRGC) dietro a diversi attacchi contro obiettivi ebraici

L’antisemitismo in Australia è diventato fuori controllo dopo l’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023, che ha scatenato la guerra a Gaza, alimentando la violenza contro il popolo ebraico, ha dichiarato il capo dei servizi segreti del Paese nel corso di un’inchiesta sull’attacco terroristico a Bondi Beach.
Le dichiarazioni sono state rese durante le udienze pubbliche nell’ambito dell’ampia inchiesta nota come « Royal Commission», incentrata sugli eventi che hanno portato all’attacco di Bondi dello scorso dicembre, in cui 15 persone sono state uccise in un attacco contro la comunità ebraica durante una celebrazione di Hanukkah.
Il picco di episodi antisemiti ha contribuito alla decisione dell’agenzia di elevare il livello nazionale di minaccia terroristica a “probabile” nell’agosto 2024, afferma Mike Burgess dell’Organizzazione australiana per l’intelligence di sicurezza.
“Non c’è dubbio che la guerra in Medio Oriente abbia suscitato una serie di emozioni in Australia”, aggiunge Burgess, direttore generale della sicurezza dell’agenzia.
“Alcuni di quegli aspetti violenti… e quei comportamenti, compreso l’antisemitismo che, a nostro avviso, sono stati lasciati senza controllo, sono stati quindi normalizzati e hanno dato più spazio alla violenza… e gli ebrei australiani ne sono stati le vittime”.
Dalla fine del 2024, afferma Burgess, l’antisemitismo si è anche intensificato in termini di gravità, passando da “comportamenti minacciosi e intimidatori a attacchi diretti contro persone, aziende e luoghi di culto”.
Tra questi episodi figurano atti di vandalismo e incendi dolosi contro abitazioni, scuole, sinagoghe e veicoli nei mesi precedenti l’attacco di Bondi.
Burgess afferma che l’agenzia ha concluso che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, l’élite iraniana, fosse dietro due attacchi antisemiti contro un ristorante kosher a Sydney e la sinagoga Adass Israel di Melbourne.
Tale conclusione ha portato all’espulsione dell’ambasciatore iraniano ad agosto.
L’Iran è stato probabilmente coinvolto in altri attacchi, ma l’ASIO “non riesce proprio ad arrivare a quel punto” nelle sue valutazioni per individuare le responsabilità, aggiunge.
“Usano la loro rete di proxy e agenti per eseguire i loro ordini, ovvero per recare danno al popolo ebraico ovunque si trovi nel mondo”.
La prima serie di audizioni della commissione di questo mese si è concentrata sulla natura e la diffusione dell’antisemitismo, raccogliendo le testimonianze dei membri della comunità ebraica.

(Rights Reporter, 25 maggio 2026)

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La débâcle

di Niram Ferretti

La via di uscita scelta da Donald Tump dall’operazione americana in Iran che, negli intenti, avrebbe dovuto essere maestosa, è la peggiore immaginabile.

• Illusioni e realtà
 Dopo la galvanizzazione di gennaio seguita dal blitz venezuelano della cattura di Maduro, Trump e chi gli sta intorno e ne influenza le decisioni, credeva che il regime di Teheran potesse essere messo con le spalle al muro facilmente. Non sarebbe stato semplice come in Sud America ma gli era stato fatto presente anche da Netanyahu che le condizioni per dare una spallata alla struttura nefasta di potere creata da Khomeini nel ’79 esistevano. La gente, a un certo punto, sarebbe scesa in piazza e unita avrebbe completato il lavoro svolto da bombardamenti serrati e mirati alle infrastrutture militari e ai centri operativi di comando del regime. Su Truth, Trump esortava il popolo iraniano a scendere in strada perché la liberazione era prossima, e Netanyahu, sostanzialmente un suo megafono, gli faceva eco, mentre dall’esilio, Reza Phalavi si accreditava come futuro leader.
Ci si era dimenticati che già a gennaio migliaia di iraniani, per essere scesi in piazza in segno di protesta contro il regime, erano stati falcidiati. Che garanzie venivano loro offerte per ripetere la stessa esperienza senza essere massacrati? Nessuna.
Da lì in poi si è passati da parte di Trump a  minacce di distruzioni di civiltà, di ore zero prossime, di inferni dietro la porta per poi arrivare all’attuale bozza di accordo che prevede una moratoria di sessanta giorni, e dovrebbe consentire il libero passaggio dello Stretto di Hormuz. Sull’uranio a un passo dall’impiego nucleare ancora nelle mani dell’Iran, sui missili balistici (argomento in realtà mai affrontato), si vedrà poi in seguito. Intanto è urgente per Trump, a picco nei sondaggi a casa, trovare il modo di districarsi dal pasticcio nel quale si è cacciato, il più disonorevole dopo l’uscita di scena americana dall’Afghanistan del 2021 messa in atto dall’Amministrazione Biden, ma concordata da Trump con i Talebani.

• L’attuale vincitore
 L’Iran, per quanto colpito duramente durante l’operazione militare congiunta israelo-americana, appare nettamente come il vincitore di questo round. Lo è per diversi motivi.  Perché non avendo una potenza militare neanche paragonabile a quella statunitense non solo è riuscito a tenerle testa, non solo ha il regime ancora in sella, ma è riuscito, grazie all’imperizia americana e alla riluttanza di impiegare effettivamente soldati sul terreno, a mettere in modo perentorio le mani sullo Stretto di Hormuz e a farne una formidabile arma di pressione.
È inoltre ulteriormente vincitore perché ha messo gli Stati Uniti nella condizione di sedersi a un tavolo per negoziare sapendo perfettamente che Trump non aveva e non ha nessuna intenzione di spingere oltre l’operazione militare nonostante il suo iperbolico nome “Epic Fury”. La furia di Marte si è rabbonita al tavolo dei negoziati.
Stiamo assistendo alla replica di quello che è accaduto a Gaza dove Trump ha imposto a Israele di negoziare con Hamas e ha messo in piedi una struttura elefantiaca e totalmente priva di sostanza come il Board of Peace, imbarcandovi sostenitori di Hamas come Qatar e Turchia. Quanto a Hamas, che da mesi avrebbe dovuto disarmarsi, non solo non lo ha fatto e non lo farà, ma controlla completamente poco meno della metà di Gaza.

• La scarsa rilevanza di Israele
 Israele, partner fondamentale degli Stati Uniti nell’operazione militare che Netanyahu ha spinto fortemente perché avesse luogo, si è visto progressivamente spinto ai margini delle decisioni prese a Washington. Netanyahu non può fare altro che abbozzare essendosi legato a Trump mani e piedi.
È  stato già umiliato pubblicamente quando dovette chiedere scusa all’Emiro del Qatar per l’incursione israeliana nel Paese e una seconda volta quando Trump ha dichiarato pubblicamente che farà quello che vuole lui. Ora deve accontentarsi di una cambiale in bianco, basata sulla promessa che Trump risolverà in futuro il problema del nucleare iraniano esattamente come ha contribuito a risolvere il problema Hamas a Gaza.

(L'informale, 25 maggio 2026)

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L’antisemitismo generato dall’AI conquista i social: video “in stile Pixar” raggiungono milioni di giovani

di Pietro Baragiola

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Trailer animati in stile Disney-Pixar ambientati nei campi di concentramento, videogiochi fittizi con protagonista Adolf Hitler e meme che trasformano la Shoah in “dark humor”. È questo il nuovo volto dell’antisemitismo online descritto da un rapporto pubblicato questa settimana da CyberWell, non-profit israeliana specializzata nel monitoraggio dell’odio antiebraico sui social media.
Lo studio, uno dei primi dedicati all’uso dell’intelligenza artificiale, ha individuato 307 contenuti generati con AI tra gennaio 2025 e febbraio 2026 accumulando oltre 30 milioni di visualizzazioni e 2,8 milioni di interazioni.
Per raccogliere questi dati i ricercatori hanno osservato video creati attraverso piattaforme come Sora, Veo, Grok e Suno, rilevando una crescita esplosiva del fenomeno soprattutto dalla metà del 2025, periodo da cui proviene il 98,4% dei contenuti identificati.

• La Shoah come “contenuto Pixar”
  Secondo il rapporto, il tratto più preoccupante è la scelta di utilizzare estetiche rassicuranti e familiari per raggiungere un pubblico giovane.
“Gli utenti confezionano contenuti antisemiti generati con AI in formati progettati per attrarre il pubblico più giovane” spiegano i ricercatori nel rapporto, citando in particolare le fake preview “in stile Pixar” e le clip ispirate al mondo dei videogiochi.
Uno degli esempi più discussi è Caust, un falso trailer creato con Sora che utilizza volutamente il termine “Caust” per aggirare i filtri automatici legati alla parola “Holocaust”. Ambientato in un campo di concentramento, il video presenta Hitler in modo caricaturale mentre segue un gruppo di bambini ebrei in fuga.
“Il risultato è quello di “trasformare l’atrocità in intrattenimento e ridurre la gravità della sofferenza ebraica” aggiungono i ricercatori.
Un altro contenuto analizzato, pubblicato su TikTok con il titolo CAUST COMMANDER, ha superato le 66mila visualizzazioni mostrando Hitler come un personaggio da videogioco, con riferimenti ironici allo Zyklon B e ad un merchandising immaginario ispirato ai campi di sterminio.
Il problema è alimentato anche dal fatto che molti creator cercano di evitare la moderazione etichettando questi video semplicemente come “satira” o “dark humor”.
CyberWell ha inoltre individuato contenuti direttamente collegati agli eventi geopolitici recenti, in particolare alla guerra Israele-Iran del 2025. Tra questi compare il video virale Boom Boom Tel Aviv, accompagnato da versi come: “This is what you get for all your evil deeds” e “it’s your time to bleed”.

• L’odio amplificato dall’AI
  In questa diffusione dell’antisemitismo nel mondo dei social, TikTok è risultata la piattaforma con il maggior numero di contenuti individuati, quasi il 36%, ma anche quella con il livello più alto di enforcement, rimuovendo oltre l’88% dei contenuti segnalati. Instagram ha registrato il livello più alto di engagement, raccogliendo circa il 65% delle interazioni complessive, mentre più bassi i tassi di rimozione su YouTube e soprattutto su X, dove sarebbe stato eliminato soltanto il 20% dei contenuti individuati.
Per la CEO di CyberWell Tal-Or Cohen Montemayor, l’intelligenza artificiale sta cambiando radicalmente la diffusione dell’odio online.
“L’intelligenza artificiale ha trasformato la scala e la velocità con cui l’antisemitismo può essere prodotto e distribuito” ha affermato Cohen Montemayor nella sua intervista rilasciata al sito Algemeiner. “L’AI generativa consente oggi di industrializzare l’odio, creando contenuti ad alto impatto capaci di raggiungere milioni di persone prima ancora che vengano moderati”.
Il rapporto lancia inoltre un allarme sul funzionamento stesso dei modelli di intelligenza artificiale. Molti dataset utilizzati per addestrare chatbot e generatori di immagini, infatti, includerebbero siti dove l’antisemitismo è già fortemente presente, rischiando così di incorporare quei pregiudizi direttamente nei sistemi AI.
CyberWell chiede ora alle piattaforme di “andare oltre la semplice etichettatura dei contenuti AI” e “investire in strumenti capaci di riconoscere odio e propaganda nascosti in immagini, audio e linguaggi codificati”.
“Il rischio” conclude il rapporto, “è che le narrative antisemite presenti online vengano incorporate nei modelli e redistribuite su larga scala. Ed è proprio qui che emerge la novità più inquietante: l’odio antiebraico non si presenta più soltanto come propaganda estrema, ma assume sempre più spesso la forma di contenuti virali, ironici e apparentemente innocui pensati per essere condivisi dalle nuove generazioni.”

(Bet Magazine Mosaico, 25 maggio 2026)

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Perché Dio ha creato il mondo? - 28

Un approccio olistico alla rivelazione biblica.

di Marcello Cicchese

• Il patto del Sinai

    Nel primo giorno del terzo mese dopo che furono usciti dal paese d'Egitto, i figli d'Israele giunsero al deserto di Sinai. Essendo partiti da Refidim, giunsero al deserto di Sinai e si accamparono nel deserto; qui si accampò Israele, di fronte al monte (Esodo 19:1-2).

Dopo due mesi di viaggio, il popolo arriva ai piedi del monte Sinai, che è la “montagna di Dio” (Esodo 3:1), dove Mosè era arrivato due mesi prima pascolando il gregge di Ietro, suo suocero. È lì che Dio gli aveva parlato dal roveto ardente, ed è lì che ora vi ritorna. Solo che invece di guidare le pecore di Ietro, ora vi torna guidando i figli d’Israele. È come se dal roveto ardente Dio avesse detto al fuggitivo Mosè: va’, torna in Egitto, libera il mio popolo e portamelo qui. “Missione compiuta”, avrebbe potuto rispondere a questo punto Mosè. 
  Ma qui, ai piedi di quel monte su cui l’Eterno era sceso di persona nel roveto ardente per dare l’incarico a Mosè di liberare il popolo, scenderà ancora una volta Dio per incontrare il popolo, farsi conoscere direttamente da lui e affidargli un incarico di peso eterno nella forma di un patto.
  Si può dire che fino a questo momento Israele, come figlio di Dio, ha conosciuto il Padre soltanto attraverso le parole e le azioni potenti di Mosè in funzione di pedagogo autorizzato. È arrivato allora per il figlio il momento di uscire dalla minore età e assumersi responsabilità dirette davanti a Dio.
  Anche Mosè adesso dovrà passare dalle funzioni di pedagogo del Padre per la cura del figlio minorenne a quella di mediatore di un patto tra Dio e il figlio che si appresta a diventare maggiorenne.

• Un patto di forma nuova
  Dalla cima del monte Sinai arriva a Mosè la voce di Dio che lo chiama per esporgli il patto che intende stabilire con i figli d’Israele.

    Mosè salì verso Dio; e l'Eterno lo chiamò dal monte, dicendo: “Di' così alla casa di Giacobbe, e annuncia questo ai figli d'Israele: 'Voi avete visto quello che ho fatto agli egiziani, e come io vi ho portato sopra ali di aquila e vi ho condotto a me. Ora dunque, se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete fra tutti i popoli il mio tesoro particolare; poiché tutta la terra è mia; e sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa'. Queste sono le parole che dirai ai figli d'Israele(Esodo 19:3-6).

La Bibbia parla di altri tre patti che Dio ha fatto prima di questo: nell’ordine, con Adamo, Noè e Abramo. Questi sono tutti patti “unilaterali”, nel senso che c’è una sola parte che parla: Dio si rivolge all’uomo con un ordine, accompagnato da una minaccia o una promessa.
  Ad Adamo Dio ordina di non mangiare del frutto dell’albero che è  in mezzo al giardino; la minaccia è il sopravvenire in lui della morte (Genesi 2:15-17).
  A Noè Dio ordina di costruirsi un’arca nel deserto; la promessa è di essere salvato dal diluvio (Genesi 6:13-18).
  Ad Abramo Dio ordina di lasciare la casa di suo padre per dirigersi verso un altro paese; la promessa è di fare di lui una grande nazione (Genesi 12:1-3).
  In tutti questi casi è il Creatore che parla; la creatura può solo rispondere con i fatti: ubbidire o no, e sperimentarne poi le conseguenze.
  Dio ha sempre in mente di ottenere risultati che riguardano tutta la creazione, ma in tutti questi casi Dio si è sempre rivolto a un singolo uomo per esporre i termini del suo patto.
  In questo caso la cosa è diversa, per due motivi:

  1. Dio non si rivolge a un uomo, ma a un popolo;
  2. Dio non dà un ordine tassativo, ma presenta un’offerta da cui si attende una risposta.

Quello che ora viene proposto è dunque un patto bilaterale, nel senso che per essere concluso richiede che entrambe le parti si esprimano a chiara voce.
  È una novità nella storia biblica. Dio non “gestisce” il suo popolo, ma “tratta” con esso, considerandolo come un’entità corporativa capace di fare scelte responsabili. A ciò si aggiunge che Dio non riconosce nel popolo alcuna figura che lo rappresenti giuridicamente davanti a Lui. Mosè infatti non è un rappresentante, ma un portavoce: è uno strumento di cui Dio si serve nella trattativa con il popolo, che è rappresentato dagli anziani, non da Mosè.
  D’ora in poi il rapporto tra Dio e il popolo dovrà avvenire all’interno di un patto avente valore giuridico, per la stipulazione del quale dovranno essere compiuti alcuni precisi passi.

• Scambi preliminari
  Quello che Dio vuol proporre al popolo è in sostanza un vincolo d’amore basato su conoscenza e fiducia
  Per prima cosa Dio ricorda di essersi già fatto conoscere nel suo amore per Israele: “Voi avete visto quello che ho fatto agli egiziani, ecc.”; adesso si aspetta di ricevere in risposta la fiducia del popolo, cioè la prontezza ad accogliere e ad eseguire gli ordini che gli giungeranno dalla sua voce, come voce di Uno che hanno già conosciuto come giusto, saggio e buono. 
  Quello che Dio offre a Israele è il privilegio di essere il suo tesoro particolare, cioè di occupare un posto di speciale onore fra tutti i popoli, in vista di un compito che intende affidargli nello svolgimento del suo piano di redenzione. 
  Il patto prevede che Israele diventi un regno. Questo significa che il popolo avrà una terra su cui vivere e un re a cui sottomettersi. La terra è Canaan e il re è Dio: dunque Israele è destinato ad essere una nazione santa, perché popola il regno di Dio, e a diventare un regno di sacerdoti, perché Dio gli affiderà un posto speciale nel rapporto che stabilirà con tutti gli altri popoli.
  Per portare a compimento il patto, per prima cosa Dio chiama sul monte Mosè. Non s’intrattiene con lui per sapere quello che pensa sulla sua proposta, ma gli mette letteralmente in bocca le parole che dovrà dire agli anziani del popolo quando tornerà in pianura: dì così… annuncia questo… queste sono le parole che dirai… È ai figli di Israele rappresentati dagli anziani che ora il Signore vuole rivolgersi, perché è da loro che si aspetta una risposta chiara.
  Mosè scende dal monte e diligentemente ubbidisce:

    Allora Mosè venne, chiamò gli anziani del popolo, ed espose loro tutte queste parole che l'Eterno gli aveva ordinato di dire (Esodo 19:7).

La reazione del popolo è chiara e netta:

    E tutto il popolo rispose concordemente e disse: “Noi faremo tutto quello che l'Eterno ha detto” (Esodo 19:8a).

Mosè allora risale sul monte e consegna la risposta:

    E Mosè riferì all'Eterno le parole del popolo (Esodo 19:8b).

Preso atto della risposta positiva del popolo, Dio trattiene Mosè sul monte per spiegargli il passo successivo che si dovrà fare nell’iter che porta alla conclusione giuridica del patto: ci dovrà essere un avvicinamento tra le due parti.

 • La discesa di Dio sul monte Sinai

    Allora l'Eterno disse a Mosè: “Va' dal popolo, santificalo oggi e domani, e fa' che si lavi le vesti. E siano pronti per il terzo giorno; perché il terzo giorno l'Eterno scenderà in presenza di tutto il popolo sul monte Sinai. E tu fisserai tutto attorno dei limiti al popolo, e dirai: Guardatevi dal salire sul monte o dal toccarne le falde. Chiunque toccherà il monte sarà messo a morte (Esodo 19:10-12).

Ciò che avverrà tra poco sul monte Sinai è il terzo di una serie di collegamenti sensibili tra cielo e terra. Nell’ordine:

  1. la scala nel sogno di Giacobbe (Genesi 28:10-22);
  2. la chiamata di Mosè dal roveto ardente (Esodo 3:1-7);
  3. la discesa di Dio sul monte Sinai (Esodo 19:10-25).

I primi due casi sono stati già trattati nel paragrafo “Il roveto ardente” del capitolo 10, e se ne raccomanda vivamente la rilettura perché è su quella linea che prosegue la spiegazione che qui si vuole dare.
  In tutti e tre i casi l’uomo avverte sensibilmente la presenza di Dio, e questa genera paura (Genesi 28:16-17, Esodo 3:6, Esodo 20:18-19).
  In tutti e tre i casi si nomina la terra, ma se nel primo caso la terra è quella di Canaan, negli altri due casi la terra è quella del Sinai.
  Nel primo caso il collegamento cielo-terra avviene “a distanza”, cioè tramite una scala su cui scorrono su e giù gli angeli; negli altri due casi invece il collegamento è ravvicinato: Dio stesso scende letteralmente sul monte Sinai: la prima volta in “forma privata” per dare a Mosè l’incarico di liberare Israele (Esodo 3:7-8), la seconda volta in “forma pubblica” per presentarsi direttamente al popolo (Esodo 19:10-20:21).
  Si può dire, per facilitare il linguaggio, che sul monte Sinai è avvenuto il primo atterraggio storico di Dio, documentato negli scritti del popolo che ne è stato testimone, cioè Israele.
   Sorge allora una domanda: perché per un fatto così importante come la sua prima discesa sulla terra Dio sceglie il Sinai? Ha forse qualche relazione questo luogo con la promessa fatta ad Abraamo? No, nella Bibbia il nome Sinai non compare mai nella storia dei patriarchi. È Canaan la terra promessa in cui scorre il latte e il miele, il Sinai è invece un deserto che non si trova nemmeno sulla strada che porta dall’Egitto a Canaan. Perché allora Dio ha fatto passare il suo popolo proprio di lì? E proprio lì ha deciso di scendere per incontrare il suo popolo? Il motivo va cercato nella persona di Mosè.

• Un segno per un uomo in fuga
  Da quarant’anni Mosè viveva in Arabia, dove probabilmente aveva deciso di passarci tutta la vita con la sua famiglia.
  Ma questo cambiamento di residenza non era previsto nel programma di Dio per Mosè. L’impulsiva uccisione dell’egiziano che percuote un ebreo, e la successiva fuga per non essere ucciso dal Faraone (Esodo 2:11-15) sono scelte autonome di un Mosè impulsivo e deciso, ma non interessato a conoscere e fare la volontà di Dio. Non segue istruzioni, ma agisce di sua iniziativa. Anticipa i tempi di Dio e si mette nei guai, come nel caso di Abraamo, che per non morire di fame si era messo nei guai cercando salvezza in Egitto (Genesi 12:10-20). Ma dal modo in cui Mosè è nato e cresciuto si capisce che Dio ha scelto proprio lui come strumento per la liberazione del popolo. E allora, come per Abraamo, Dio deve ripescarlo e farlo tornare in Egitto, da dove era fuggito.
  Abbiamo già visto, nel Capitolo 11, che non è stato facile per il Signore convincere Mosè a lasciare i prati erbosi del Sinai per tornare nella fornace d’Egitto, ma per vincere le sue resistenze Dio aveva preso con lui un impegno:

    E Dio disse: “Va', perché io sarò con te; e questo sarà per te il segno che sono io che ti ho mandato: quando avrai tratto il popolo dall'Egitto, voi servirete Dio su questo monte(Esodo 3:12).

Questo è uno di quei versetti su cui i commentatori spesso sorvolano o danno spiegazioni sommarie, collocando le parole all’interno di un sistema dottrinale già collaudato da cui trarre qualche insegnamento per la vita pratica. 
  Ma qui bisogna ricordare che si tratta di storia, cioè di fatti che si producono sulla terra per l’azione di Dio su uomini e popoli ben precisi. Dio ha un progetto di redenzione da mandare avanti: un progetto che in questo passaggio prevede la designazione di un incaricato con il preciso compito di liberare il popolo e guidarlo, su indicazioni di Dio, verso la terra promessa ad Abraamo.
  Ma l’incaricato traccheggia. E Dio sa che non ha senso, e non vuole, costringerlo con la forza: dunque deve trovare il modo di convincerlo. Promette allora di dargli un segno, sottolineando che questo sarà un segno per te, dunque non per il mondo intero, ma per te, Mosè. 
  In quel segno Dio inserisce anche un voi che collega il bucolico Mosè che pascola pecore sui prati del Sinai con i figli d’Israele che gemono sotto i colpi degli egiziani. Voi - dice il Signore a Mosè - cioè non tu e la tua famiglia, ma tu e il mio popolo, verrete qui, proprio qui, su questo monte dove ora ti trovi. Tu smetterai di servire tuo suocero e loro smetteranno di servire il Faraone: e tutti insieme servirete Me su questo monte.
  Ma che significa quel servirete? È una domanda a cui non si può rispondere in modo generico parlando di ubbidienza, sottomissione, disponibilità al servizio o simili. Essendo un segno, deve essere riconoscibile: dunque deve essere un fatto preciso che avviene su questo monte, non altrove. Per capire di che si tratta, si può riandare alle parole con cui Mosè si oppose al Faraone che voleva farli uscire dal paese senza il bestiame:

    “Mosè disse: “Tu ci devi anche concedere di prendere dei sacrifici e degli olocausti, perché possiamo offrire sacrifici all'Eterno, che è il nostro Dio. Anche il nostro bestiame verrà con noi, senza che ne rimanga dietro neppure un'unghia; poiché da esso dobbiamo prenderne per servire l'Eterno Iddio nostro; e noi non sapremo con cosa dovremo servire l'Eterno, quando saremo giunti là” (Esodo 10:25-26).

Non era mai accaduto prima. Da quando erano usciti dall’Egitto non avevano mai offerto sacrifici all’Eterno. Ecco allora il segno: per la prima volta, su quel monte, Israele come popolo servirà l’Eterno offrendogli sacrifici su un altare appositamente costruito:

    Poi Mosè scrisse tutte le parole dell'Eterno; si alzò di buon mattino ed eresse, ai piedi del monte, un altare e dodici pietre per le dodici tribù d'Israele. Poi mandò dei giovani israeliti a offrire olocausti e a immolare giovenchi come sacrifici di ringraziamento all'Eterno” (Esodo 24:4-5).

Resta da esaminare il contesto giuridico in cui avvengono questi sacrifici, ma il solo fatto che Israele abbia servito l’Eterno in questo modo, per la prima volta, è un altro elemento che rivela l’unicità di questo popolo.
  Ma di questo bisognerà riparlare.

(28. continua - se Dio vorrà)
precedenti 

(Notizie su Israele, 23 maggio 2026)


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Il 7 ottobre, i ricordi, un libro. Eli Sharabi parla col Foglio

L’ex ostaggio israeliano racconta i 491 giorni di prigionia dopo il massacro: la morte della moglie e delle figlie, i tunnel di Hamas, la propaganda che cancella il massacro: “Tutto ciò che voglio è non dover stare sottoterra"

di Michele Silenzi

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“Tutto ciò che voglio è di non dover stare sottoterra”. Non è forse un incubo presente nella testa di tutti, essere sepolti vivi? Eppure ormai dimentichiamo la tortura infinita, di quasi due anni per alcuni, inflitta ai rapiti del 7 ottobre. Eli Sharabi ha trascorso 491 giorni in cattività a Gaza, e la maggior parte di essi nei tunnel, dopo essere stato portato via dalla sua casa nel kibbutz Be’eri, a due passi dalla Striscia. Quando è stato rilasciato pesava 44 chili. Per prima cosa chiese di sua moglie Lianne e delle due figlie adolescenti, Noiya e Yahel. Gli risposero che erano stati assassinate sul posto dai palestinesi che avevano compiuto il massacro del 7 ottobre.
  Su tutto questo, sul giorno del suo rapimento e sulla sua prigionia, Eli Sharabi ha scritto un libro straordinario, tragico e bellissimo, asciutto come il suo titolo, L’ostaggio, e incredibilmente privo di qualsiasi vittimismo. Parlano la storia e i fatti, con la loro evidenza. Un libro che dovrebbe rimanere come pietra d’inciampo per tutti coloro, e sono tantissimi, per non dire la maggior parte, che sembrano voler rimuovere la memoria dell’orrore perpetrato dai terroristi palestinesi contro israeliani ed ebrei inermi. Un libro che, nonostante ciò che il suo autore ha attraversato, l’indicibile, testimonia la forza della vita. La forza di una vita che vuole vivere nonostante abbia perso tutto a causa dell’odio più cieco contro di lui e i suoi cari. L’odio di un’ideologia così tremenda, la più cupa, quella del fanatismo islamico di Hamas, con cui l’occidente pensa di poter discutere o persino di poter “comprendere”, trattando quei fanatici criminali con i nostri criteri umanitaristi.
  Raggiungiamo Eli Sharabi al telefono, e lui accetta di rispondere a qualche nostra domanda. Nonostante ripercorrere quei momenti immaginiamo sia ciò che vi è di più doloroso, si avverte in lui il grande compito morale della testimonianza. Per non dimenticare. Per non lasciare che il ricordo di quel massacro sia oscurato dalla propaganda. Dimenticando il 7 ottobre, infatti, diviene facile cancellare le motivazioni profonde e autentiche di tutto quanto è venuto dopo.
  La mattina del 7 ottobre, ci dice Sharabi, è cominciata poco dopo le sei e mezzo del mattino. Sono suonati gli allarmi ma pensavano si trattasse “solo” di un attacco missilistico, uno di quelli che venivano lanciati da Gaza ogni quattro o cinque mesi. Ci dice che lui e la moglie hanno portato le figlie nella “safe room” della casa, un piccolo bunker antimissile, sperando che sarebbe finita presto. Poi il suo telefono e quello della moglie hanno iniziato a ricevere notizie diverse dai team di emergenza del kibbutz. I terroristi di Hamas si erano infiltrati e iniziavano a mietere vittime. Dopo un po’, mentre arrivavano le immagini di quello che stava già avvenendo, sono giunti alla loro porta. Hanno fatto fuoco attraverso le pareti. Eli dice che con la moglie hanno deciso di non opporre resistenza per il bene delle figlie, per evitare che potessero fare loro del male. L’hanno preso e trascinato via, mentre la moglie e le figlie rimanevano in casa. Ci dice che ha gridato loro di non preoccuparsi, che sarebbe ritornato. Non avrebbe mai potuto immaginare che loro sarebbero state assassinate lì, quella stessa mattina.
  Poi Eli ci racconta l’arrivo a Gaza, la folla, tutta la folla, che voleva linciarlo nonostante fosse niente altro che un cittadino qualsiasi strappato una mattina qualsiasi dalla propria casa mentre stava per fare colazione. Ci racconta che è stato trattenuto per alcuni giorni nell’abitazione di una famiglia normale, una famiglia borghese, quasi ospitale, che però faceva da carceriere mentre lui aveva le braccia legate dietro la schiena, con corde così strette da disarticolargli le spalle. Poi ci racconta di come, dopo alcune settimane, è stato sprofondato decine di metri sottoterra, come una bestia, scalzo e lurido e denutrito per più di un anno.
  A questo punto gli chiediamo se non creda che di tutto questo si stia interamente perdendo la memoria in occidente. Ci risponde che è sicuramente così, ma per questo lui gira il mondo e racconta la propria storia. Perché quando le persone ascoltano la sua storia, leggono il libro, vedono i fatti per quelli che sono. Allora, a volte, non sempre, ma a volte riaprono gli occhi. Capiscono. Perché spesso, ci dice, la cosa che più lo sconvolge è quanto la gente non sappia, quanto la gente creda di sapere quando invece è semplicemente indottrinata da una propaganda che è divenuta la “vera” notizia.
  Sharabi ci dice che quando tiene delle conferenze, a volte fa una piccola provocazione. Dice alle persone dinanzi a cui parla di rivedere i video della sua liberazione. Se a Gaza ci fosse stata tutta quella totale carestia di cui tanto si parla, come mai quando l’hanno rilasciato sul palco con lui c’erano uomini di Hamas che pesavano almeno novanta chili? Nessuno risponde mai.
  Sharabi ha vissuto per trentasei anni nel kibbutz di Be’eri, a pochissimi chilometri dalla Striscia. Gli chiediamo come fosse la “convivenza” con i gazawi, come fosse stata per tutti quegli anni. Ci dice che non vuole restituire un’immagine che possa essere necessariamente troppo positiva del suo punto di vista. Ma che la verità è che i kibbutzim, per quel che riguarda Be’eri, hanno vissuto in maniera massimamente pacifica la vicinanza con Gaza. Moltissimi di loro donavano cibo, vestiti, medicine, aiutavano con l’assistenza sanitaria. Ci dice, però, che tutto questo non conta nulla. La popolazione di Gaza ormai da decenni è stata interamente indottrinata. Di Israele non sanno altro che ciò che Hamas impone loro di sapere. E ormai ci credono, vogliono crederci. Si alimentano di quell’odio. La convivenza con loro, ci dice, speriamo sarà possibile in futuro, però è prima necessario un profondo processo di educazione, di normalizzazione dei giovani di Gaza. Un processo che li liberi della orrenda propaganda di Hamas dentro cui sono cresciuti. Non sarà una cosa da poco. Anche perché, aggiunge Sharabi, distinguere Hamas dalla popolazione della Striscia oggi non è facile. Il consenso di Hamas è alto perché è stato costruito con un regime totalitario di indottrinamento. Per farci capire questo ci racconta che la mattina del 7 ottobre quelli che hanno “aperto la via” al massacro erano certo i “soldati” di Hamas. Ma quelli che sono arrivati dopo a fare violenza, a fare razzia, erano “persone normali”, come quelle che volevano linciarlo appena arrivato a Gaza, come quelle che l’hanno tenuto prigioniero, come quelli che volevano linciarlo quando stava per essere rilasciato.
  Ci dice, Eli Sharabi, che tutto questo l’occidente non vuole capirlo. Ma che lui continuerà a testimoniarlo.

Il Foglio, 23 maggio 2026)

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L’intelligence Usa smentisce il trionfalismo su Teheran

Secondo CNN l’Iran sta ricostruendo droni e capacità militari molto più rapidamente del previsto grazie anche all’aiuto di Russia e Cina

di Paolo Montesi 

L’Iran starebbe ricostruendo le proprie capacità militari a una velocità molto superiore rispetto alle previsioni formulate dopo gli attacchi israeliani e americani degli ultimi mesi, tanto che parte del sistema dei droni d’attacco potrebbe tornare pienamente operativo entro sei mesi. La valutazione arriva dall’intelligence statunitense ed è stata rivelata dalla CNN, che cita diverse fonti informate sui rapporti riservati elaborati dagli apparati di sicurezza americani.
La notizia rischia di aprire una frattura politica e militare importante a Washington, perché le conclusioni dell’intelligence sembrano entrare in collisione con le dichiarazioni pubbliche diffuse nelle ultime settimane da esponenti dell’amministrazione americana e da fonti israeliane, secondo cui gli attacchi avrebbero devastato in modo duraturo l’industria bellica iraniana.
Secondo la CNN, le valutazioni più recenti indicano invece che Teheran ha superato molto rapidamente le tempistiche previste per il recupero delle proprie infrastrutture militari e della produzione di droni. Una delle fonti citate dall’emittente americana afferma che “gli iraniani hanno superato tutte le tempistiche previste dalla comunità dell’intelligence per il ripristino”.
Dietro questa accelerazione ci sarebbe anche il sostegno di Russia e Cina. Pechino, secondo il rapporto, avrebbe continuato a fornire componenti utili alla produzione missilistica iraniana nonostante le restrizioni e le pressioni americane. La questione era stata sollevata pubblicamente anche dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante un’intervista alla trasmissione americana “60 Minutes”, nella quale aveva accusato la Cina di aiutare Teheran nella ricostruzione della propria capacità missilistica. Accusa respinta ufficialmente da Pechino.
Il nodo più delicato riguarda però la distanza tra le conclusioni dell’intelligence e le dichiarazioni pubbliche di alcuni vertici militari americani. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM, il Comando Centrale delle forze armate statunitensi, aveva dichiarato davanti alla Commissione Forze Armate del Congresso che l’operazione “Epic Fury” aveva distrutto il 90 per cento della base industriale della difesa iraniana, rendendo impossibile una ricostruzione nel giro di anni.
Secondo le fonti citate dalla CNN, però, quella valutazione sarebbe troppo ottimistica. I danni inflitti avrebbero rallentato il programma militare iraniano soltanto di alcuni mesi e non di anni, anche perché una parte significativa dell’apparato industriale e logistico del regime sarebbe rimasta intatta.
L’intelligence americana ritiene inoltre che Teheran conservi ancora migliaia di droni operativi e circa metà delle proprie capacità nel settore UAV. Una quota molto elevata dei missili da crociera destinati alla difesa costiera non sarebbe stata colpita durante gli attacchi occidentali. Si tratta di un elemento strategico decisivo perché quei sistemi permettono all’Iran di minacciare il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici dell’economia mondiale e del trasporto energetico internazionale.
Anche in Israele cresce la convinzione che il confronto con la Repubblica islamica sia destinato a proseguire ancora a lungo. Yossi Yehoshua, analista militare di Ynet, riferisce che ambienti della sicurezza israeliana considerano inevitabile un futuro ritorno al confronto diretto con Teheran. “Finché questo regime resterà al potere, continuerà a ricostruire le proprie capacità”, ha dichiarato un alto funzionario israeliano citato dal quotidiano.
Per Israele il problema centrale resta infatti la natura stessa del regime iraniano. Anche dopo danni pesantissimi, sostengono fonti della difesa, la leadership della Repubblica islamica continuerà a investire risorse enormi nella ricostruzione militare, persino a costo di aggravare ulteriormente la crisi economica interna e le condizioni della popolazione civile.

(Setteottobre, 23 maggio 2026)

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Il filo invisibile tra Israele e Taiwan: le due fortezze della democrazia

Due società nate dall’emergenza storica, poi diventate potenze tecnologiche e strategiche. Gerusalemme e Taipei condividono lo stesso equilibrio tra prosperità e minaccia permanente

di Antonio Picasso

TAIPEI – Di solito si dice “trova le differenze”. Tra Taiwan e Israele, però, sono molte di più le analogie. Al punto che si potrebbe parlare di gemelli separati alla nascita. Entrambe piccole democrazie, nate sulle rovine della Seconda guerra mondiale – Israele nel 1948, l’anno dopo Taiwan – da popoli perseguitati o in fuga. Gli ebrei sopravvissuti alla Shoah, i nazionalisti cinesi sconfitti dalla Cina maoista. Due terre scarse di risorse e isolate in termini geografici. Taiwan e Israele hanno viaggiato in parallelo nella seconda metà del Novecento. I taiwanesi hanno fatto della propria popolazione un capitale umano su cui costruire un’economia avanzata e modello per tutto il Sud-Est asiatico. Gli israeliani hanno strappato terra al deserto per renderla fertile, abitabile e sede di un’industria di avanguardia.
Entrambe le nazioni sono protagoniste quasi assolute della transizione digitale oggi in corso. Israele viene spesso indicata come “start up country”. Di Taiwan si parla come della Silicon valley asiatica. Sia Taiwan sia Israele sono circondati da tirannie e dai loro proxy. Cina e Iran sono a prima vista ben più grandi di loro e alleate. Non solo, Taipei e Gerusalemme sono vittime di una storia di emarginazione internazionale. Paesi “paria” senza motivo, il cui modello istituzionale è stato spesso accostato a passati regimi – fascista per Taiwan – oppure gli sono stati attribuiti crimini commessi invece dai propri nemici. È il caso di Israele. Questo ha spinto le istituzioni nazionali a dotarsi di una dottrina di difesa di cui, proprio in questo periodo, se ne osservano le caratteristiche. E le differenze. La “strategia del porcospino” di Taiwan prevede che l’isola mantenga un aplomb di facciata che cela una capacità di reazione rapida e una prontezza all’emergenza da parte della società civile, qualora la Cina dovesse attaccare. L’Iron dome israeliano, al contrario, è stato applicato più volte, negli ultimi anni, in quanto il Paese è in aperto conflitto. Questo ha portato il governo Netanyahu a destinare il 7% del Pil alle spese per Difesa e sicurezza. Contro il 2,5% del suo omologo a Taipei, che comunque intende aumentare il budget. Ciò non toglie che anche Israele viva una quotidianità “di pace”. La si avverte nelle strade e nei trend della sua economia. Come appunto avviene a Taipei.
Non è un caso che i due governi e apparati di sicurezza si confrontino. L’utilità del dialogo è simmetrica. Per Taiwan, Israele è una “lesson learnt” da tenere sempre a mente. Eventualmente da aggiornare. Israele guarda alla controparte asiatica come fornitore di innovazione e tecnologia integrata, indispensabili per stare al passo con le evoluzioni dei conflitti in corso. Sia convenzionali sia asimmetrici. Droni, missili, cybersecurity e Intelligenza Artificiale di protezione dagli attacchi informatici costituiscono un apparato di sicurezza di fatto identico. In questa costante lotta alla sopravvivenza, il sostegno degli Stati Uniti è insostituibile. Come si è visto nelle ultime guerre in Medio Oriente e altrettanto nelle tensioni nell’Indo-pacifico. Per questo, l’annuncio del Pentagono della sospensione della fornitura di armi Usa a Taiwan merita una riflessione. Washington ha indicato la guerra in Iran come il fattore scatenante. D’altra parte, era proprio sulla commessa da 14 miliardi di dollari che Trump si era detto perplesso la scorsa settimana, dopo aver incontrato Xi Jinping. Il rischio è che gli Usa chiudano un conflitto con una soluzione poco favorevole a Israele e, al tempo stesso, lascino scoperta Taiwan.

(Il Riformista, 23 maggio 2026)

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Gli Stati Uniti hanno fornito il contributo maggiore alla difesa aerea di Israele

Gli Stati Uniti hanno contribuito in modo determinante a difendere Israele dagli attacchi aerei iraniani. Nel frattempo, l’Iran sta approfittando della tregua per riarmarsi.

WASHINGTON – Le scorte di intercettori missilistici THAAD americani si sono ridotte della metà a causa del sostegno fornito a Israele nella guerra contro l’Iran. Lo ha riferito giovedì il quotidiano americano “Washington Post”, citando il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.
Secondo quanto riportato, gli Stati Uniti hanno lanciato più di 200 intercettori per difendere Israele dagli attacchi aerei iraniani. La nazione attaccata, invece, ne ha lanciati poco più di 150. Kelly Grieco, ricercatrice senior presso lo Stimson Center, ritiene che questi numeri siano “sorprendenti”. Un consumo così elevato non può essere adeguatamente rifornito, ha dichiarato al “Washington Post”.
Le interpretazioni di queste “sorprendenti” proporzioni sono diverse. Un funzionario di un'agenzia governativa ha dichiarato al giornale: “Israele non è in grado di condurre e vincere guerre da solo”. Il portavoce del Pentagono Sean Parnell la vede diversamente. In una dichiarazione ufficiale scrive che non vi è alcun problema con la ripartizione degli oneri con Israele. I missili citati sarebbero solo uno strumento all’interno di una vasta rete di sistemi e capacità.
Anche il governo israeliano ha preso posizione in una dichiarazione. Sia il primo attacco all’Iran, “Ira epica”, sia il secondo, “Ruggito del leone”, sarebbero stati coordinati ai massimi livelli, nonché pianificati ed eseguiti a beneficio di entrambi i paesi.

• Torneranno alla piena capacità militare tra sei mesi
  Israele ha respinto con decisione l'accusa di non disporre di sistemi di difesa missilistica sufficientemente funzionanti. Tuttavia, ci sono indizi in tal senso. Ad esempio, la produzione dei sistemi di intercettazione “Arrow” è stata drasticamente aumentata nelle ultime settimane. Un funzionario statunitense ha inoltre dichiarato al “Washington Post” che in futuro Israele dipenderà ancora di più dal sostegno americano, poiché ha inviato alcuni dei suoi sistemi di difesa in manutenzione.
La necessità di missili di difesa è attualmente bassa a causa delle cessate il fuoco in corso e dei negoziati di pace. Gli attacchi aerei sono quasi inesistenti. Ciononostante, la questione è scottante, poiché l’Iran sembra riarmarsi più rapidamente del previsto. Lo ha riferito giovedì l’emittente televisiva americana CNN. Nonostante la distruzione di oltre 25.000 obiettivi del regime terroristico da parte degli Stati Uniti e di Israele, il regime sta nuovamente producendo droni – un'arma già ampiamente utilizzata negli attacchi contro i paesi confinanti. Secondo la CNN, gli esperti di guerra stimano che l'Iran potrebbe riacquistare la sua piena forza militare già entro sei mesi.

• Negoziati di pace in Pakistan
  Gli Stati Uniti stanno attualmente negoziando con l’Iran in Pakistan per una possibile pace. Il ministro degli Esteri americano Marco Rubio (repubblicano) ha dichiarato ai giornalisti venerdì a mezzogiorno che si intravedono «lievi progressi». L’Iran continua a mantenere le sue richieste massime, ovvero di conservare tutti i giacimenti di uranio arricchito. Inoltre, il Paese chiede all'America il pagamento di un risarcimento per i danni causati dalla guerra.
All'inizio della settimana si sono registrati disaccordi anche tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente americano Donald Trump. Secondo quanto riportato dai media, all'inizio della settimana hanno discusso al telefono sulla linea da seguire nella guerra contro l'Iran. Non si è ancora giunti a un accordo. 

(Israelnetz, 22 maggio 2026)

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La settimana di Israele. La flottiglia e le trattative con l’Iran

di Ugo Volli

• Le difficoltà di Israele
  Gli ultimi sono stati giorni difficili per Israele, su molti fronti. C’è il gran dubbio sulle vere intenzioni di Trump rispetto alla guerra in Iran. C’è il fronte del Libano, dove nonostante i grandi risultati militari e le trattative con il governo legittimo, i terroristi di Hezbollah continuano a essere pericolosi e hanno inflitto perdite dolorose all’esercito israeliano con i loro droni teleguidati per fibra ottica. C’è Hamas a Gaza che rifiuta di disarmarsi secondo gli accordi di tregua e anzi a quanto pare recluta e addestra nuove milizie, ricevendo di nuovo armi di contrabbando. C’è Fatah che ha tenuto il suo congresso dando spazio soprattutto ai terroristi condannati per crimini sanguinosi. C’è una crisi nella politica interna da quando i partiti religiosi hanno deciso di abbandonare la maggioranza che non avrebbe soddisfatto gli impegni per l’esenzione dalla coscrizione militare degli studenti delle scuole talmudiche: la Knesset ha approvato nella prima delle tre votazioni necessarie la legge per tenere elezioni anticipate, forse all’inizio di settembre o nella seconda metà di ottobre, dopo le feste religiose. E c’è la questione della flottiglia, che ha avuto assai più spazio nei giornali europei che in Israele, ma senza dubbio ha provocato un grave imbarazzo.

• Il blocco navale
  Partiamo da quest’ultimo punto. Israele mantiene un blocco navale su Gaza a partire dall’inizio del 2009. Si tratta di un provvedimento conforme alla legge internazionale che ammette chiaramente lo strumento del blocco in caso di conflitti bellici e chiede solo che esso sia dichiarato, universale ed effettivo, cioè non discrimini fra diverse imbarcazioni rispetto alla loro nazionalità o intenzioni, ma impedisca a chiunque di raggiungere la costa bloccata. È quel che stanno facendo anche gli Usa con l’Iran, che la Gran Bretagna ha fatto con la Germania durante la Prima Guerra Mondiale ecc. Lo scopo non è di affamare la Striscia, che riceve cibo, carburante e altre merci attraverso i confini terrestri con Israele e con l’Egitto, da tempo gestiti da autorità internazionali. Del resto, le grida propagandistiche sulla fame di Gaza sono state smentite da tempo da tutte le autorità competenti. A Gaza sono entrati dall’inizio della guerra circa 3 milioni di tonnellate di aiuti (erano già 2,1 milioni solo da Israele alla fine dell’anno scorso secondo i dati ufficiali del COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories). Il blocco serve a rendere difficile che a Hamas arrivino armi sofisticate in quantità e nuovi rinforzi. Bisogna anche aggiungere che il blocco si estende legalmente anche alle acque internazionali e che basta la dichiarata intenzione di un’imbarcazione di violarlo per autorizzarne il fermo militare.

• L’obiettivo delle flottiglie
  Lo scopo delle flottiglie, dunque, non è certo mai stato “portare aiuti umanitari” a Gaza, come è stato dichiarato spesso; di solito non ne avevano affatto, come hanno mostrato le perquisizioni delle navi bloccate, o al massimo si trattava di qualche oggetto simbolico. Si trattava di “rompere il blocco” rendendo inefficace e dunque illegale secondo le norme internazionali l’azione israeliana e poi di fare propaganda contro Israele, mostrandone un presunto carattere violento per accreditare il “diritto alla resistenza” di Hamas. Infine, l’obiettivo era fare rumore intorno a Gaza, mettendo al centro dell’attenzione dei media la “questione palestinese”, ormai diventata piuttosto marginale. Così accadde già nel maggio/giugno del 2010, con la “Freedom Flottilla” cui apparteneva la nave turca Mavi Marmora dove i filoterroristi turchi cercarono di assalire i militari israeliani venuti a prendere possesso dell’imbarcazione, con la conseguenza di gravi scontri. Così poi è successo per le flottiglie successive (2011, 2015, 2016, 2018, 2025) che non hanno resistito con la forza al sequestro, ma hanno impiegato bugie propagandistiche sempre più insistenti, gravi e sfacciate (qualcuno ricorderà le immagini di Greta Thunberg mentre fingeva di essere ammanettata all’imbarco dell’aereo che la riportava a casa, o le denunce di violenze sessuali su cui anche la giustizia italiana sta indagando).

• L’ultimo episodio
  L’ultima flottiglia, partita una decina di giorni fa dalla Turchia, senza portare alcun aiuto ma con solo intenzioni politiche, è stata bloccata in alto mare dalla marina israeliana, che ha dovuto sparare anche proiettili non mortali di gomma per arrestare le barche che cercavano di sfuggire all’arresto. Poi sono uscite le immagini dei suoi partecipanti costretti al suolo in una base militare, mentre il ministro dell’Interno Itamar Ben Gvir si è fatto filmare mentre ispezionava la scena portando una bandiera israeliana. Si è trattato certamente di modalità di arresto inopportune, anche se bisogna tener conto che Israele è in stato di guerra e i membri della flottiglia sono oggettivamente e spesso soggettivamente legati alla forza terrorista di Hamas, com’erano i capi della penultima flottiglia, quella di un mese fa. Alcune sgradevoli precauzioni sono sempre necessarie nel caso di arresti di massa, in particolare di gruppi in cui potrebbero esserci terroristi capaci anche di violenze suicide. Ma certamente la gestione dell’episodio è stata sbagliata. Il commento più autorevole è quello del primo ministro Netanyahu, che ha stigmatizzato l’episodio, cui si sono poi aggiunti altri ministri, fra cui quello degli esteri Saar. “Israele ha ogni diritto di impedire flottiglie provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza. Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele”.

• Il vero problema è l’Iran
  L’episodio della flottiglia però è solo una provocazione consapevole, che non influenza gli esiti della guerra. Il problema oggi sono le trattative in corso fra amministrazione americana e regime iraniano, che a tratti sembrano doversi rompere, preludendo a una ripresa della guerra, a tratti invece riprendono con voci inverificabili sulle concessioni che Trump avrebbe deciso di fare. È questo il nodo vero da tener presente. Tutto il resto, dalle “rivelazioni” giornalistiche (per esempio su scontri telefonici fra Netanyahu e Trump o alla pretesa intenzione israeliana di riportare al potere il fanatico estremista antisemita Ahmadinedjad) all’assalto simbolico della flottiglia, dall’atteggiamento intransigente di Hamas ai droni di Hezbollah sono azioni laterali, diversioni, campagne propagandistiche, tentativi di prendere vantaggi tattici da far pesare alla fine della guerra.

(Shalom, 22 maggio 2026)

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Una giovane start-up israeliana è stata acquisita dalla “unicorno” della sicurezza informatica Cyera per 50 milioni di dollari

I due fondatori e i cinque collaboratori di Genie Security hanno sviluppato una tecnologia in grado di rilevare i tentativi di fuga di dati sensibili dai dispositivi dei dipendenti, che ricorrono sempre più spesso all'intelligenza artificiale generativa

di Sharon Wrobel

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Il team della start-up israeliana Genie Security

Sei mesi dopo la sua fondazione, la start-up israeliana Genie Security è stata acquisita da Cyera, un unicorno della sicurezza informatica, con l'obiettivo di rafforzare la propria piattaforma di sicurezza dei dati basata sull'IA, in un momento in cui le aziende ricorrono sempre più spesso ad agenti IA autonomi e cercano di proteggere le loro informazioni più sensibili.
Sebbene non siano stati confermati dettagli finanziari, fonti vicine all'operazione hanno stimato il valore dell'acquisizione a circa 50 milioni di dollari. È stato il quotidiano finanziario israeliano Calcalist a rivelare per primo questa notizia, mercoledì.
Genie Security è stata fondata con cinque dipendenti dal suo CEO Nadav Noy, laureato presso la famosa unità di intelligence 8200 dell’esercito israeliano e vincitore del Premio della Difesa di Israele, e dal suo direttore tecnico Noam Dotan, laureato presso l’unità di sicurezza informatica Matzov all’interno di Tsahal. Prima di lanciarsi, sei mesi fa, nello sviluppo di una tecnologia che fosse «in grado di affrontare le enormi sfide di sicurezza legate alla diffusione degli agenti di IA», i due fondatori hanno lavorato insieme presso la start-up israeliana di sicurezza informatica Legit Security.
Questa acquisizione avviene in un contesto di rapida adozione, da parte delle aziende, di agenti autonomi nei loro sistemi software, processi aziendali e flussi di lavoro esistenti, il che comporta rischi di fuga di dati. L'IA agentica, o agenti IA virtuali, funziona in modo simile agli assistenti intelligenti: utilizza il ragionamento per prendere decisioni in tempo reale e svolgere compiti complessi con un intervento umano minimo, come la raccolta e l'analisi di grandi quantità di dati.
Nell'ambito dei flussi di lavoro quotidiani, gli agenti IA autonomi sono in grado di eseguire comandi, modificare file e accedere a dati aziendali sensibili senza alcuna governance, supervisione o gestione delle identità.
Da sei mesi, Genie Security lavora in totale riservatezza allo sviluppo di strumenti tecnologici per la prevenzione della perdita di dati destinati a proteggere e mettere in sicurezza i punti di accesso o i dispositivi degli utenti finali, in particolare computer portatili, telefoni e server. Questa tecnologia è progettata per rilevare i tentativi di fuga di informazioni sensibili, sia che derivino da azioni umane sia dall'uso di strumenti di IA generativa.
Negli ultimi due mesi, Genie Security ha raccolto circa 3 milioni di dollari in un round di finanziamento guidato da Mensch Capital e Dynamic Loop. Tra i suoi angel investor figura Assaf Rappaport, cofondatore e CEO di Wiz.
Commentando questa operazione, Yotam Segev, cofondatore di Cyera, ha dichiarato che il team di Genie «apporta una notevole esperienza tecnica e operativa, che ci consente di implementare su larga scala i controlli relativi all’IA e ai dati fino ai terminali e di attuare una transizione sicura verso l’IA».
Cyera è stata cofondata nel 2021 da Segev, CEO, e Tamar Bar-Ilan, direttore tecnico. I due si sono conosciuti durante il servizio militare in Israele, durante il quale hanno creato e guidato la divisione responsabile della sicurezza cloud all’interno dell’unità 8200 dell’esercito israeliano.
Consapevoli delle sfide legate alla sicurezza dei dati nel cloud, Segev e Bar-Ilan, dopo il servizio militare, hanno deciso di sviluppare una piattaforma unica per la sicurezza dei dati al fine di offrire alle aziende e alle organizzazioni una visione completa su «la localizzazione, l’utilizzo e la protezione» dei loro dati.
Cyera, la cui ultima valutazione è stimata in 9 miliardi di dollari, ha avviato da due anni una serie di acquisizioni. Ad aprile, Cyera ha annunciato un accordo per l’acquisizione della start-up israeliana Ryft, dopo aver rilevato le start-up locali Otterize e Shape AI a giugno, nonché Trail Security nel 2024.
La piattaforma di dati e IA di Cyera è utilizzata dal 20% delle aziende della classifica Fortune 500 che operano nei settori dei servizi finanziari, della vendita al dettaglio, dei media e dell’intrattenimento, della sanità, della tecnologia e delle telecomunicazioni globali, ha reso noto l’azienda.

(The Times of Israël, 22 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il luogo di origine di Pietro: la ricerca sull’esatta ubicazione di Betsaida fa progressi

Da anni i ricercatori cercano di individuare l’esatta ubicazione di Betsaida. I reperti risalenti al I secolo indicano sempre più chiaramente un luogo.

BETSAIDA Lo studioso di religione e archeologo Steven Notley pubblica nuovi progressi sulla localizzazione della città natale degli apostoli Pietro, Andrea e Filippo. Mura del I secolo, vasi di terracotta e un piombo da pesca forniscono nuove informazioni. All’inizio del mese lo studioso ha presentato a Washington gli ultimi risultati delle ricerche del progetto di scavo di El-Arad.
Notley ne è il direttore accademico. Dal 2016 il suo team sta cercando a nord-est del Lago di Tiberiade indizi su Betsaida, la città natale dell’apostolo Pietro. L’emittente cattolica statunitense “EWTN-News” ha riportato il motivo per cui gli scienziati ritengono di essere giunti a destinazione:
Già nel 2018 i ricercatori avevano scoperto i resti di una cappella bizantina. Sotto le mura della cappella, gli archeologi hanno ora trovato un’altra struttura muraria. Questa, tuttavia, non risale al V secolo come la basilica, ma al I secolo – l’epoca in cui vivevano anche gli apostoli. Sono stati rinvenuti anche vasi di terracotta e attrezzi da pesca dello stesso periodo.
Ciò corrisponde ai resoconti del vescovo bavarese Willibald, che nell’VIII secolo si recò in questa zona. Secondo questi resoconti, una cappella sarebbe stata costruita proprio sopra la casa natale di Pietro e Andrea. Inoltre, nelle mura della basilica bizantina si è conservata un’iscrizione a mosaico che definisce Pietro «apostolo e custode delle chiavi del cielo».

• Contrariamente alle ipotesi precedenti
  La Bibbia menziona più volte la città di Betsaida: come luogo di origine dei tre apostoli, ma anche come città nei cui dintorni Gesù compì miracoli. Finora, tuttavia, non era chiara l’esatta ubicazione della città. Gli esperti hanno a lungo ipotizzato che si trovasse sulla collina di Et-Tell, a circa 1,5 chilometri dalla sponda settentrionale del Lago di Tiberiade. Già nel 1987 i ricercatori vi avevano scoperto delle rovine antiche corrispondenti. Sulla base delle nuove conoscenze, gli esperti ritengono che El-Aradsch sia il luogo più probabile.
Notley è inoltre direttore del Centro per lo studio dell’antico giudaismo e delle origini cristiane. Ha vissuto per 16 anni a Gerusalemme con la moglie e i quattro figli. Da oltre 35 anni guida gruppi di visitatori in Israele e nel Mediterraneo orientale.
L'archeologo ha dichiarato in un'intervista a EWTN: «Abbiamo quindi trovato sotto l'abside – nell'architettura ecclesiastica uno spazio semicircolare a nicchia – un muro di casa risalente al I secolo. Non c'è una targa commemorativa con la scritta “Qui ha dormito Pietro”, ma dal punto di vista archeologico non potrebbe essere meglio di così».

(Israelnetz, 22 maggio 2026)

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Le esibizioni di Ben Gvir potrebbero costare caro a Israele

Gli attivisti della flottiglia sono arrivati con un unico obiettivo: mettere Israele in cattiva luce. Il ministro Itamar Ben Gvir si è unito a loro. L'Italia, anello debole del muro diplomatico di Israele all'interno dell'Unione Europea, sta ora affrontando una pressione politica senza precedenti. Se quel muro dovesse crollare, l'ondata che ne seguirebbe danneggerebbe la reputazione di Israele, la sua economia e ciascuno dei suoi cittadini. Anche le comunità ebraiche sono preoccupate e lo stanno condannando con parole molto dure: “Ha distolto l'attenzione dai loro legami con Hamas”.

di Nissan Shtrauchler

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Una delle imbarcazioni della precedente flottiglia per Gaza salpa dall'Italia.

A più di 24 ore dalla pubblicazione del video del ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, che ha già raccolto oltre 17 milioni di visualizzazioni, la questione non accenna a scomparire dai titoli dei giornali in Italia. I principali media del Paese, da La Repubblica al Corriere della Sera e a La Stampa, riportano in prima pagina le testimonianze dei passeggeri della flottiglia di ritorno a casa, che muovono dure accuse sul trattamento ricevuto in Israele.
Sebbene alcune di queste affermazioni non siano particolarmente credibili, Israele si trova ora impotente di fronte a un'ondata di diffamazione. I cittadini europei e del mondo sono stati esposti alla “performance” del ministro responsabile delle forze dell'ordine a Gerusalemme e sono ora pronti a credere a qualsiasi accusa. Questa performance potrebbe far guadagnare voti a Ben Gvir alle urne, ma serve proprio all'obiettivo originale dei partecipanti alla flottiglia.
Gli attivisti sono partiti ben sapendo che Israele avrebbe fermato le navi e hanno fatto scorta di pochissimo cibo e medicine perché il loro vero obiettivo era la provocazione. Alcuni sono dichiarati antisemiti e sostenitori di Hamas che speravano che il loro arresto avrebbe fatto scalpore nei loro paesi e messo sotto pressione i governi. Mentre in passato Israele è riuscito a contenere flottiglie simili attraverso un lavoro diplomatico discreto, questa volta la provocazione di Ben Gvir ha servito loro su un piatto d'argento ciò che volevano.

• Crepe nel muro diplomatico
  Più di 20 paesi hanno già condannato Israele e convocato i suoi ambasciatori per rimproverarli, con critiche che si levano anche dai sostenitori del paese negli Stati Uniti. Accanto a paesi come Spagna, Belgio e Paesi Bassi, che tendono abitualmente ad attaccare Israele, ora si sono unite alle condanne anche Germania e Italia. Sono i principali paesi che difendono Israele all'interno dell'Unione Europea. Questi governi ritengono di non poter rimanere in silenzio di fronte alle immagini che mostrano danni ai propri cittadini.
La situazione è particolarmente complessa in Italia, che sta entrando in un anno elettorale in cui la premier Giorgia Meloni è al suo punto più debole ed è messa in discussione dai partiti di sinistra. Le onde causate dall'incidente attuale potrebbero abbattere un mattone importante nel muro diplomatico di Israele, che negli ultimi tre anni ha tenuto a malapena. Il crollo di quel muro potrebbe portare a un'inondazione che danneggerebbe gravemente la reputazione e l'economia di Israele.
L'Italia gode di uno status speciale nell'Unione Europea e la sua opposizione alle misure anti-Israele è considerata significativa. Alcune sanzioni nell'UE non richiedono l'unanimità, ma piuttosto una maggioranza qualificata di 15 paesi che rappresentino almeno i due terzi della popolazione del blocco. Durante la guerra, sono stati fatti molti tentativi per formare tale maggioranza al fine di sospendere parti dell'Accordo di Associazione, che regola il commercio e la cooperazione accademica tra Israele e l'UE.
La gestione intelligente del Ministero degli Esteri sotto Gideon Sa'ar ha finora mantenuto l'Italia e la Germania dalla parte di Israele, anche se l'opinione pubblica italiana tende ad essere contraria a Israele. I professionisti del ministero comprendono molto bene che se l'Italia ritirasse il proprio sostegno, la maggioranza qualificata necessaria per sospendere l'accordo prenderebbe forma, e la Germania da sola farebbe fatica a fermare la mossa.
Ora, la presa di Meloni sul potere sta cominciando a incrinarsi a seguito della sconfitta nel referendum sulle modifiche costituzionali e delle crescenti pressioni da parte della sinistra.

• Il timore delle sanzioni
  Le pressioni sul governo italiano sono aumentate di recente anche a seguito delle ferite riportate dai soldati italiani in servizio con l’UNIFIL e degli incidenti che hanno danneggiato figure e simboli cristiani. Dopo la “tournée di esibizionismo” di Ben Gvir al porto di Ashdod, la sinistra italiana ha chiesto la rottura delle relazioni e il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha affermato che “è stata superata una linea rossa”. Roma ha già annunciato che valuterà la possibilità di vietare l'ingresso nel Paese a Ben Gvir, ma la vera preoccupazione è che l'Italia sostenga la sospensione dell'accordo di associazione.
La sospensione dell’accordo economico potrebbe costare all’economia israeliana miliardi di euro e portare al collasso delle imprese nel settore agricolo a causa dell’aumento delle tariffe doganali. Inoltre, l’esclusione dai progetti di ricerca e scientifici danneggerebbe gravemente i ricercatori israeliani e la capacità del Paese di accedere a mercati avanzati. I politici in Europa, come i loro omologhi in Israele, agiscono in base agli interessi dell’anno elettorale e potrebbero soccombere alla pressione dell’opinione pubblica.
Le dure condanne non sono arrivate solo dai governi stranieri, ma anche dalle comunità ebraiche e dalle organizzazioni sioniste di tutto il mondo. Il Congresso ebraico europeo ha affermato che Ben Gvir ha “aiutato i peggiori nemici di Israele”, mentre Oskar Deutsch, presidente della Comunità ebraica d'Austria, ha accusato il ministro di trasformare gli attivisti in vittime e di distogliere l'attenzione dai loro legami con Hamas. Anche il Board of Deputies of British Jews e Jeremy Leibler, presidente della Federazione sionista australiana, si sono uniti alle aspre critiche.
Al di là del danno diplomatico, le comunità ebraiche della diaspora temono ora un'ondata di antisemitismo che prenderà slancio in seguito alla diffusione del video umiliante. Anche l'establishment della sicurezza israeliana nutre una sincera preoccupazione per i tentativi di “vendetta” che rifletterebbero il danno e l'umiliazione subiti dai cittadini israeliani residenti all'estero. Il punto fondamentale è che, mentre il dibattito su come gestire la flottiglia è legittimo, l'azione di Ben Gvir ha ottenuto il risultato opposto, ha danneggiato l'interesse nazionale di Israele e ha dato a chi odia Israele esattamente ciò che voleva.

IsraelHayom, 21 maggio 2026)

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Chag Shavuot Sameach - Buon Shavuot!

Riportiano la traduzione italiana del testo  che compare oggi sul sito ebraico “The Temple Institute”.

5 Sivan 5786 / 21 maggio 2026

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Shavuot – la Festa delle Settimane – è conosciuta anche come la Festa delle Primizie, la Festa del Raccolto (del grano) e la Festa del Ricevimento della Torà! Cosa hanno in comune tutti questi nomi? Tutti riguardano il riconoscimento dell'amore benevolo di HaShem per il Suo popolo e il ringraziamento. I due doni più grandi lasciati in eredità da Dio ai figli d'Israele sono la Torà e la terra d'Israele. La terra d'Israele non avrebbe alcun significato se non fosse per la Torà d'Israele. E la Torà d'Israele può essere veramente realizzata solo nella terra d'Israele. E i figli d'Israele sono la nazione incaricata di far sì che ciò avvenga.
A Shavuot ringraziamo Dio per queste benedizioni portando al Tempio Sacro i primi frutti delle sette specie legate alla Torà e alla terra di Israele: fichi, uva, datteri, melograni, olive, grano e orzo. Questo piccolo gesto dice tutto: HaShem, la terra appartiene a Te, i frutti della terra appartengono a Te e le nostre vite appartengono a Te. Offrendoti ciò che è legittimamente Tuo, chiediamo il permesso di partecipare alle molte benedizioni con cui ci hai benedetti.
Il sesto giorno di Sivan, il giorno in cui si celebra Shavuot, HaShem apparve all’intero popolo d’Israele sul Sinai e diede a Israele la sacra Torà. È il dono della Torà che ha plasmato, definito e mantenuto in vita il popolo d’Israele per migliaia di anni. Eppure, il nostro gesto di ringraziamento non è altro che un piccolo, fragile frutto, che perderà la sua fragranza e il suo sapore e marcirà se non consumato in tempo. Questo non sembra certo un'espressione appropriata di gratitudine per una benedizione così immensa come la Torà. Ma proprio come un bambino piccolo presenta ai propri genitori una creazione innocente e semplice fatta con le proprie mani come espressione di amore e apprezzamento assoluti, e la risposta della madre o del padre del bambino è un sentimento travolgente di amore e gratitudine, così anche il nostro modesto gesto commuove HaShem.
Ma c’è uno scambio di doni ancora più profondo in atto. Ricordiamo che Adamo non offrì a HaShem il primo frutto della creazione, ma, insieme a Eva, lo consumò invece, un’omissione di gratitudine che gli costò la vita nell’Eden. Ora che Israele è finalmente tornato dall’espulsione di Adamo dall’Eden, nella terra di Israele e al Tempio Sacro, la cui ubicazione è proprio il luogo del giardino dell’Eden, e al grande altare di pietra, costruito proprio nel punto in cui sorgeva l’Albero della Conoscenza, e restituiamo quel primo frutto rubato al suo legittimo Proprietario, stiamo facendo ammenda storica. Siamo tornati. La nostra mappa è la Torà e la nostra destinazione è la terra di Israele. Grazie, HaShem.
Il Temple Institute porge i propri auguri per le festività a tutti i nostri amici e seguaci, ai nostri generosi sostenitori, all'intera nazione di Israele e a tutti coloro che camminano al nostro fianco in questo incredibile viaggio, sforzandosi di adempiere alla parola di Dio e di camminare nella Sua luce. Che tutti noi possiamo essere benedetti con qualcosa di cui essere grati in questa meravigliosa festa di Shavuot.
Chag Sameach - vi auguriamo una festività serena e gioiosa!

(The Temple Institute, 21 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Entro un decennio: Israele diventerà la patria della maggioranza degli ebrei di tutto il mondo

Quasi la metà degli ebrei vive già in Israele – e la tendenza è chiaramente in crescita: un nuovo rapporto demografico prevede che entro dieci anni Israele diventerà la patria della maggioranza degli ebrei di tutto il mondo.

Gli israeliani hanno molti figli, anche gli ebrei laici
Un nuovo rapporto dell'Istituto londinese per la ricerca sulle politiche ebraiche mostra che, per la prima volta nella storia moderna, entro i prossimi dieci anni Israele potrebbe diventare la patria della maggioranza degli ebrei di tutto il mondo – una svolta demografica di importanza storica che va ben oltre le statistiche.

• Israele supera la diaspora – Tasso di natalità e immigrazione come motori
  La popolazione ebraica mondiale ammonta attualmente a circa 15,8 milioni – meno dei Paesi Bassi. Di questi, quasi 7,8 milioni vivono già in Israele, il che corrisponde a una quota di circa il 49 per cento. La tendenza è chiara: mentre le comunità ebraiche della diaspora si riducono o ristagnano, Israele continua a crescere senza sosta. All’inizio del 2026 Israele ha superato per la prima volta la soglia dei 10 milioni di abitanti, con una percentuale di popolazione ebraica del 76,3%.
Il fattore trainante principale è il tasso di natalità straordinariamente alto di Israele. Anche nella laica Tel Aviv, il numero medio di figli per famiglia è superiore a quello di qualsiasi paese europeo. L’età media in Israele è di appena 29,3 anni – ben al di sotto di quella della Germania (47 anni) o degli Stati Uniti (38 anni). A ciò si aggiungono continue ondate di immigrazione: recentemente, 250 membri della comunità Bnei Menashe provenienti dall’India hanno festeggiato il loro arrivo all’aeroporto Ben-Gurion – un simbolo del continuo adempimento della visione sionista, il ritorno a casa degli ebrei da tutto il mondo.

• La diaspora si riduce – soprattutto in Europa e negli Stati Uniti
  Il professor Sergio Della Pergola dell’Università Ebraica di Gerusalemme, autore del rapporto per l’Istituto, traccia un quadro chiaro del presente e del futuro. Le comunità ebraiche in Europa si stanno riducendo a causa dell’emigrazione, dei bassi tassi di natalità e della crescente assimilazione. Anche negli Stati Uniti – con circa sei-sette milioni di persone, ancora la seconda comunità ebraica più grande al mondo – cresce la preoccupazione: I matrimoni misti, la diminuzione dell’identità ebraica e l’antisemitismo dilagante spingono sempre più ebrei americani verso Israele.
Della Pergola scrive: «Se nel 2126 esisterà ancora un mondo, ci sarà un popolo ebraico – ma uno che sarà fondamentalmente diverso da quello odierno, in un mondo ancora più irriconoscibile di quello in cui viviamo oggi». Entro il 2050, gli ebrei ultraortodossi potrebbero costituire quasi un terzo della popolazione ebraica in Israele – uno spostamento che avrà profonde conseguenze sociali e politiche.
Per Israele questo cambiamento demografico comporta anche uno spostamento geopolitico: in quanto patria della maggioranza degli ebrei di tutto il mondo, cresce la responsabilità dello Stato ebraico nei confronti dell’intero mondo ebraico – e con essa anche la pressione di affermarsi come centro sicuro, vivibile e sostenibile della vita ebraica.

(Israel Heute, 21 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Il deserto del Negev ottiene il riconoscimento come regione vinicola internazionale unica

La mancanza d’acqua nel deserto del Negev ha aiutato i viticoltori a creare un’uva fruttata che è unica e facile da bere. Ora il paesaggio secco e sabbioso che si estende da Kiryat Gat a Eilat viene ufficialmente riconosciuto con l’appellativo di “Negev, una regione vinicola internazionale”, che colloca il sud di Israele e il suo caratteristico territorio desertico sulla mappa globale dei vini. Il Negev ora si unisce ai ranghi delle regioni vinicole riconosciute a livello mondiale come Champagne, Chianti, Bordeaux e Napa Valley.

di Ludovica Iacovacci

La mancanza d’acqua nel deserto del Negev ha aiutato i viticoltori a creare un’uva fruttata che è unica e facile da bere. Ora il paesaggio secco e sabbioso che si estende da Kiryat Gat a Eilat viene ufficialmente riconosciuto con l’appellativo di “Negev, una regione vinicola internazionale”, che colloca il sud di Israele e il suo caratteristico territorio desertico sulla mappa globale dei vini.
Il riconoscimento segue un processo quadriennale in cui un consorzio di esperti di vino israeliani ha dimostrato che i vini prodotti nel Negev hanno un proprio profilo identificabile.
“Se vuoi creare una regione vinicola, devi dimostrare di avere qualcosa di unico e specifico da offrire”, ha detto Guy Haran, un esperto di enoturismo che ha fatto parte del processo sin dal suo inizio.
Questo processo includeva la dimostrazione che la regione in questione ha vigneti, cantine, un’antica e moderna cultura del vino e un territorio e un terreno specifici che sono unici per la regione e il clima.
Haran e i suoi colleghi esperti di vino si sono consultati con storici, geografi e antropologi, con l’obiettivo di mostrare dove inizia e finisce il territorio del Negev, compilando infine un articolo di 150 pagine sulla regione. “Abbiamo fatto degustazioni ufficiali”, ha detto Haran, “compresa una degustazione per dimostrare che i vini del Negev hanno un sapore specifico”.
La documentazione è stata consegnata al Ministero della Giustizia israeliano, che gestisce l’inclusione di Israele nell’Accordo di Lisbona, un trattato internazionale che consente ai produttori di marchi agricoli, tra cui cibo, vini, liquori e artigianato, di creare e proteggere le loro denominazioni di origine.
Una volta che il Ministero della Giustizia ha approvato la documentazione ad aprile, la denominazione Negev è diventata ufficiale e riconosciuta a livello globale, ha detto Haran.
La denominazione geografica serve come garanzia legale per i consumatori che il vino ha origine da uno specifico clima e ambiente del suolo ed è prodotto secondo gli standard globali.
Israele è stato incluso per la prima volta nell’accordo di Lisbona negli anni ’50, quando il Paese voleva preservare e mettere in sicurezza il marchio di arance di Jaffa.
Il Negev ora si unisce ai ranghi delle regioni vinicole riconosciute a livello mondiale come Champagne, Chianti, Bordeaux e Napa Valley.
Nell’agosto del 2020 si è giunti ad una dichiarazione della denominazione della Giudea, come prima regione vinicola ufficiale di Israele. Il marchio di vino Negev è la terza denominazione di Israele.
“Abbiamo iniziato con 12 viticoltori e produttori di vino nel Negev; ora ne abbiamo 60, che producono più di un milione di bottiglie all’anno”, ha detto Haran.
L’intera iniziativa è stata guidata dalla Merage Foundation Israel, fondata da David e Laura Merage di Denver, Colorado, che ha a lungo guidato gli sforzi per posizionare il Negev come destinazione turistica del vino riconosciuta a livello internazionale.
Il riconoscimento della regione vinicola del Negev è una pietra miliare, ha detto Nicole Hod Stroh, direttore esecutivo della Merage Foundation Israel. “Vedo il turismo del vino come un’espressione moderna e significativa del sionismo contemporaneo”, ha detto Hod Stroh. “Questo riconoscimento rafforza il potenziale economico e turistico della regione, posizionando il Negev a livello internazionale come una regione vinicola innovativa e di alta qualità”.
Haran, che viaggia spesso, guidando tour del vino in tutto il mondo, ha detto che riceve regolarmente sostegno da colleghi del vino internazionali per l’appellativo Negev, anche se Israele continua ad essere oggetto di odio e boicottaggi pro-palestinesi. “Quando le persone vedono le foto dei vigneti nel deserto del Negev, è sbalorditivo per loro”, ha detto Haran. “Il vino collega le persone; non è un’arena per combattere”.
Ora, dopo tre anni di guerra, l’appellativo Negev è una designazione di importanza nazionale.
“È tempo per noi di celebrare ciò che è bello in Israele”, ha detto Haran. “Per me, questo è vero sionismo. Guardo le regioni italiane che sono diventate ricche attraverso il turismo del vino. Speriamo di essere in grado di fare lo stesso per il Negev.”

(Bet Magazine Mosaico, 21 maggio 2026)

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Questo non rispecchia l’essenza del nostro Paese!

Non è necessario provare simpatia per gli attivisti della flottiglia per Gaza per disapprovare il modo in cui Itamar Ben-Gvir li ha trattati. Il ministro ha danneggiato la reputazione di Israele

di Sarah Cohen-Fanti *

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Sarah Cohen-Fanti

Una premessa: chiunque partecipi alla flottiglia per crogiolarsi nella presunta superiorità morale – a spese della popolazione civile sia a Gaza che in Israele – mi ripugna. Li porterei in tribunale per violazione del diritto marittimo internazionale e, se del caso, verrebbero condannati. Non proverei nemmeno un briciolo di compassione.
Ciò che non farei, nonostante siano accaniti nemici di Israele e degli ebrei, è aggredirli fisicamente, umiliarli o deriderli e poi mettere tutto in mostra pubblicamente.
Purtroppo è proprio ciò che ha fatto il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir. Non è la prima volta che si fa notare in modo negativo, ma questa volta viene rimproverato sia dai suoi colleghi ministri che dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar: «Ha causato un grave danno a Israele».
Non dobbiamo stendere il tappeto rosso agli antisemiti. Ma umiliare le persone e poi vantarsene? Questo non va bene
Anche le forze armate, che hanno già dimostrato a centinaia di navi della flottiglia e ai loro passeggeri come si fa nel modo giusto – fornire acqua e panini, essere cordiali e professionali – condannano con la massima fermezza questo comportamento.
La reazione di Ben-Gvir? Egli difende il proprio comportamento perché «Israele non porge più l’altra guancia» e «si difende dai propri nemici». Su questo la maggioranza del popolo ebraico sarà probabilmente d’accordo con lui – ma il modo in cui lo fa è sbagliato.
Perché sì, non dobbiamo stendere il tappeto rosso agli antisemiti, e sì, possiamo difenderci dalla propaganda anti-Israele, e sì, possiamo anche difenderci con forza contro il terrorismo e i razzi. Umiliare le persone e festeggiarsi per questo? No, non possiamo farlo, e questo non corrisponde nemmeno all’essenza del nostro Paese, della nostra religione, del nostro popolo.
L’unica cosa che Ben-Gvir è riuscito a ottenere è che, grazie alle sue azioni estreme, chi odia Israele lo sta usando ancora una volta, a torto, come un cartellone pubblicitario gigante per screditare un intero Paese e il suo esercito in tutto il mondo.
Sebbene il ministro degli Esteri Sa’ar abbia sintetizzato il concetto affermando che Itamar Ben-Gvir non rappresenta il volto di Israele, il resto del mondo deve tuttavia chiedersi perché non vi sia altrettanto clamore e critica nei confronti delle aggressioni fisiche, in aumento ogni giorno (!), contro bambini ebrei, viaggiatori israeliani e sinagoghe (come è avvenuto lo scorso fine settimana, quando un israeliano è stato brutalmente picchiato in Inghilterra).
Perché una cosa è chiara: più il mondo protegge e sostiene gli attivisti ostili a Israele e i terroristi, più si abbandona l’unica democrazia del Medio Oriente, e più questo doppio standard finisce per fare il gioco dei Ben-Gvir di questo mondo.
* L’autrice è una giornalista freelance e vive in Israele.

(Jüdische Allgemeine, 21 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Da Gaza una denuncia contro Hamas per crimini di guerra

Un palestinese porta i leader di Hamas davanti alla Corte Penale Internazionale mentre gran parte dei media occidentali continua a guardare altrove

di Cesare Galli 

Mentre i nostri media in questi giorni sono impegnati a seguire la più recente replica dello show della cosiddetta Flottilla, sta passando sotto silenzio un fatto che arriva da Gaza e che, per un’informazione libera da pregiudizi e paraocchi ideologici, dovrebbe essere il classico “uomo che morde il cane”, cioè – traducendo dal gergo giornalistico – un evento che non ci si aspetta e che quindi “fa notizia”, almeno per chi volesse davvero raccontare il mondo al pubblico e non semplicemente assecondarne i gusti e le aspettative.
Un abitante di Gaza si è infatti rivolto, tramite i suoi avvocati, alla Corte Penale Internazionale, presentando all’Office of the Prosecutor – l’equivalente del nostro Pubblico Ministero – una denuncia per crimini commessi contro il popolo della Striscia. Solo che, questa volta, a essere denunciati non sono i “cattivi” israeliani, ma quattordici capi di Hamas, quelli contro i quali in Europa i “marciatori” di professione non hanno mai ritenuto necessario organizzare cortei. Nemmeno quando bloccavano i convogli umanitari per requisire gli aiuti e venderli ai civili al mercato nero, oppure in cambio di favori sessuali, e nemmeno quando, subito dopo il ritiro delle truppe israeliane, hanno cominciato a “regolare i conti”, rastrellando e assassinando palestinesi che avevano osato alzare la testa e opporsi alla loro leadership, come è stato puntualmente documentato da un video raccolto e geolocalizzato dalla BBC, che mostra la scena agghiacciante di un gruppo di terroristi che raduna in una piazza di Gaza otto civili, li fa inginocchiare e li uccide davanti a una folla di uomini, donne e persino bambini che assiste indifferente.
Le accuse contenute in questa denuncia comprendono tutte le ipotesi più gravi di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dall’utilizzo di civili o altre persone soggette a protezione come scudi umani agli attacchi deliberati contro civili e obiettivi civili, dal provocare deliberatamente gravi sofferenze alle persone alla distruzione e appropriazione delle proprietà altrui, dal mancato ricorso a misure dirette a evitare un numero eccessivo di vittime, feriti o danni accidentali fino agli attacchi contro obiettivi protetti. E ancora, crimini contro la dignità personale, impiego e arruolamento di minori, condanne ed esecuzioni senza regolare processo, omicidio, sterminio, tortura e persecuzione.
Le persone indicate come responsabili di questi delitti sono tutti leader di Hamas: Khaled Mashaal, Mahmoud al-Zahar, Mohammed Odeh, Muhannad Rajab, Khalil al-Hayya, Mousa Abu Marzook, Ghazi Hamad, Izzat al-Rishq, Fathi Hamad, Nizar Awadallah, Husam Badran, Zaher Jabarin, Basem Naim e Izz al-Din al-Haddad, dal maggio 2025 comandante delle Brigate Izz al-Din al-Qassam, il braccio armato di Hamas nella Striscia di Gaza, ucciso il 15 maggio scorso in un’operazione dell’esercito israeliano.
Le accuse sono precise e circostanziate, con nomi, fatti, date e soprattutto prove che dimostrano come l’altissimo numero di vittime civili della guerra sia stato anche il risultato di una precisa strategia di Hamas. Una strategia della morte, cinicamente costruita per raggiungere il risultato politico, purtroppo ampiamente ottenuto, di trasformare agli occhi del mondo chi si difendeva in un carnefice, un carnefice che però annunciava in anticipo gli obiettivi delle proprie operazioni militari invitando i civili ad allontanarsi.
Questa denuncia mette invece nero su bianco ciò che gran parte del mondo, e anzitutto proprio la Corte Penale Internazionale, continua a rifiutarsi di vedere, ossia che il vero responsabile della tragedia del 7 ottobre, degli ostaggi ancora prigionieri e della devastazione della Striscia è Hamas, insieme all’Iran e alle altre milizie, Hezbollah e Houthi, che Teheran ha armato e addestrato nel proprio progetto di espansione regionale. Un progetto del quale fanno le spese anzitutto gli stessi cittadini iraniani, sottoposti da quasi mezzo secolo a un regime repressivo e violento, lo stesso modello che Hamas ha imposto a Gaza e che vorrebbe estendere “dal fiume al mare”, cioè dal Giordano al Mediterraneo, cancellando Israele e i suoi abitanti.
Nonostante tutto questo, per trovare ascolto uno dei due avvocati americani che hanno presentato la denuncia per conto dell’abitante di Gaza ha dovuto rivolgersi al Jerusalem Post, storico quotidiano israeliano, cioè al giornale di uno dei pochissimi Paesi del Medio Oriente dove gli arabi godono di pieni diritti civili e politici, eleggono rappresentanti in parlamento e possono vivere liberamente.
L’autore della denuncia non è un “collaborazionista”, come i terroristi e chi assorbe la loro propaganda definiscono sprezzantemente gli arabi favorevoli a una convivenza con Israele. Al contrario, è un uomo che, come racconta il giornale, nella guerra ha perso la moglie, i figli e altri membri della propria famiglia. E proprio per questo vuole vedere puniti i veri responsabili della loro morte, pur sapendo che con questa denuncia mette a rischio la propria vita.
Ora, in base all’articolo 15 dello Statuto della Corte Penale Internazionale, l’Office of the Prosecutor dovrà valutare la serietà delle informazioni ricevute ed eventualmente raccogliere ulteriori elementi, non solo da Stati e organizzazioni internazionali governative e non governative, ma anche assumendo testimonianze scritte o orali presso la propria sede. E se riterrà che vi sia una base sufficiente per avviare un’indagine vera e propria, dovrà chiedere un’autorizzazione alla Pre-Trial Chamber, una sorta di giudice delle indagini preliminari, alla quale potranno rivolgersi anche le vittime. Tuttavia il silenzio mantenuto in questi anni dal Prosecutor della Corte, che pure avrebbe potuto avviare un’investigazione anche d’ufficio sulla base delle informazioni disponibili, non induce certo all’ottimismo.
Tuttavia è doveroso continuare a sperare e soprattutto impegnarsi, ciascuno nel posto in cui si trova, per fare circolare queste notizie come una piccola Radio Londra. Solo così si può rompere il muro di omissioni e propaganda che continua a deformare ciò che accade davvero a Gaza.

(Setteottobre, 21 maggio 2026)

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Netanyahu inaugura la linea ferroviaria orientale delle Ferrovie israeliane

Alla stazione di Samaria-Tayibe, il Primo Ministro ha dichiarato che la nuova linea ridurrà la congestione del traffico, migliorerà l'offerta e stimolerà lo sviluppo in tutto il Paese.

di Joshua Marks

Benjamin Netanyahu e il ministro dei Trasporti Miri Regev osservano una mappa della linea ferroviaria orientale durante un viaggio sulla nuova linea
Martedì il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, insieme al ministro dei Trasporti israeliano Miri Regev, ha inaugurato alla stazione di Samaria-Tayibe la linea ferroviaria orientale della Israel Railways, affermando che il progetto ridurrà la congestione del traffico e velocizzerà gli spostamenti in tutto il Paese.
La nuova linea alleggerirà il traffico sul corridoio costiero, offrendo un percorso ferroviario alternativo e deviando i treni merci dalle linee passeggeri, migliorando così il servizio su tutta la rete, ha affermato Netanyahu. Il progetto andrà a beneficio di “tutti i nostri cittadini – ebrei e arabi” e stimolerà lo sviluppo regionale, ha aggiunto.
Ha inoltre fatto riferimento a piani a più lungo termine per l’espansione della rete ferroviaria ad alta velocità, comprese tratte con velocità fino a 250 km/h, e ha menzionato una futura linea metropolitana che collegherà Karmiel a nord con Beersheva a sud.
I rappresentanti del governo tagliano il nastro - 19/5/2026
«Questo Paese si sta sviluppando rapidamente. Abbiamo realizzato tutto ciò che avevamo promesso – anche all’inizio di questa legislatura – e questo nonostante tutti coloro che lo hanno liquidato dicendo: “Non succederà”. Naturalmente abbiamo anche avuto una guerra, e ce l’abbiamo ancora. Ci troviamo ancora di fronte a una situazione molto complessa, anche in questi giorni e in queste ore. Ma ce l’abbiamo fatta, voi ce l’avete fatta. E credo che la benedizione e il benessere che questo porterà ai cittadini di Israele siano immensi”, ha proseguito il Primo Ministro.
«Come persona che in passato ha percorso spesso questa strada, o meglio, che l’ha percorsa in bicicletta, vorrei ringraziarvi per aver liberato la gente dagli ingorghi e per aver portato davvero benessere e gioia ai cittadini di Israele. Un doppio piacere, una cosa straordinaria. Grazie mille, siate benedetti e continuate a viaggiare verso nord e verso sud», ha concluso.
La ferrovia orientale fa parte di un'iniziativa più ampia volta a potenziare l'infrastruttura ferroviaria israeliana e a migliorare i collegamenti tra le regioni settentrionali e meridionali del Paese.
Secondo i dati delle Ferrovie israeliane, il progetto, del valore di 8,5 miliardi di shekel (2,9 miliardi di euro), si estenderà per una lunghezza di 65 chilometri in prossimità dell’autostrada 6 e comprenderà, da nord a sud, sei stazioni, cinque delle quali nuove: Hadera Est, Samaria–Tayibe, Tira–Kochav Yair, Rosh HaAyin Nord (una stazione esistente che è stata modernizzata), Elad–South Petah Tikva e Shoham. In totale sono stati costruiti 47 nuovi ponti per il progetto ferroviario.
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«La linea ferroviaria aumenterà la capacità di trasporto della rete ferroviaria nazionale di circa il 30% e offrirà flessibilità operativa al traffico ferroviario (che attualmente dipende dalle due linee costiere sovraccariche). I passeggeri beneficeranno di un viaggio più comodo, poiché potranno aggirare l’area metropolitana di Tel Aviv e gli ingorghi lungo il corridoio di Ayalon”, ha spiegato la Ferrovia israeliana, aggiungendo che la capacità ferroviaria dovrebbe aumentare di circa 150 treni passeggeri aggiuntivi al giorno, oltre a decine di treni merci, con un’aspettativa di fino a sei treni passeggeri all’ora nelle ore di punta.
«La linea ferroviaria orientale dovrebbe entrare in funzione gradualmente nel corso del 2026», si legge inoltre nella dichiarazione.

(Israel Heute, 20 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Hezbollah arruola bambini negli scout del Mahdi e il Libano guarda

Un’inchiesta di MTV Lebanon rilanciata da MEMRI mostra come il movimento sciita trasformi campi giovanili, funerali e culto del martirio in una fabbrica ideologica per futuri miliziani

di Alessandro Carmi 

Quando un movimento armato comincia dai bambini, la guerra ha già cambiato forma. Il servizio mandato in onda da Murr Television, la MTV Lebanon, e rilanciato dal MEMRI, mostra il cuore più inquietante del sistema Hezbollah: una struttura educativa e paramilitare che presenta se stessa come scoutismo, disciplina comunitaria, formazione religiosa, e intanto abitua i ragazzi all’idea che morire per il Partito di Dio sia un destino onorevole, perfino desiderabile.
Al centro dell’inchiesta ci sono gli Imam al-Mahdi Scouts, l’organizzazione giovanile legata a Hezbollah e intitolata a Muhammad ibn al-Hasan al-Mahdi, figura centrale dello sciismo duodecimano. Secondo il servizio televisivo libanese, il movimento usa cerimonie pubbliche, addestramento, visite a miliziani e celebrazioni dei caduti per costruire nei bambini un’appartenenza totale, in cui il Libano scompare dietro l’obbedienza all’asse iraniano e alla milizia sciita.
Il punto più duro del rapporto riguarda i funerali dei minori caduti, trasformati in cerimonie eroiche davanti ai coetanei. Il messaggio è brutale proprio perché viene confezionato con il linguaggio dell’onore, del sacrificio e della vittoria: chi muore diventa modello, chi resta viene invitato a imitarlo. In questa pedagogia della morte, il lutto smette di essere dolore familiare e diventa strumento di reclutamento.
Gli Imam al-Mahdi Scouts non sono una realtà marginale. Le fonti raccolte parlano di circa 80 mila aderenti, compresi quadri e responsabili, con bambini e adolescenti tra gli 8 e i 16 anni. Nel corso degli anni, diversi osservatori hanno descritto questa rete come un passaggio organizzato verso l’apparato militare di Hezbollah. Già nel 2009 Al Jazeera riportava che alcuni membri degli scout proseguivano poi come combattenti del movimento, mentre il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center ha documentato da tempo l’uso di simboli, divise e materiali educativi collegati all’ideologia militante.
Il nome “scout” produce un equivoco comodo. Evoca tende, nodi, bivacchi, disciplina all’aria aperta. Qui, però, secondo le ricostruzioni disponibili, i ragazzi vengono immersi in un ambiente nel quale la fedeltà religiosa e politica viene saldata alla logica della lotta armata. I campi estivi, le parate, gli incontri con i miliziani, la simbologia di Gerusalemme, i ritratti dei leader caduti e il culto di Ali Khamenei concorrono a costruire una visione del mondo chiusa, aggressiva, impermeabile a qualunque appartenenza nazionale libanese.
Nell’ottobre 2025 Hezbollah ha organizzato allo stadio Camille Chamoun di Beirut una grande manifestazione degli scout del Mahdi in onore di Hassan Nasrallah, ucciso nel 2024. Il segretario generale Naim Qassem si è rivolto ai ragazzi definendoli, secondo le ricostruzioni diffuse, “l’esercito dell’Imam al-Mahdi”, educato nel cuore del conflitto. La formula dice molto: quei bambini non vengono preparati a diventare cittadini liberi, vengono inseriti fin dall’infanzia dentro una comunità politica armata.
Il problema riguarda anche lo Stato libanese, perché Hezbollah opera da decenni come potere parallelo, con un proprio apparato militare, una rete sociale, scuole, media, assistenza, fondazioni, strutture religiose. Il bambino che entra in quel sistema non incontra soltanto un’organizzazione giovanile. Entra in un mondo completo, dove la milizia offre identità, protezione, appartenenza e senso, mentre lo Stato appare lontano, debole o complice.
Ali Khalife, autore di Children of Hezbollah, ha sintetizzato il nodo con una frase terribile: l’arma nella mano di un bambino è meno pericolosa dell’arma piantata nella sua mente. È il punto decisivo. Un fucile può essere sequestrato, un campo può essere chiuso, un deposito può essere colpito. Un’educazione fondata sul martirio, sulla fedeltà al capo e sull’odio verso il nemico scava più a fondo, perché lavora sul tempo lungo e trasforma l’infanzia in materia prima della guerra.
La denuncia della televisione libanese è preziosa proprio perché arriva dall’interno del Libano e rompe un’omertà che per anni ha protetto Hezbollah dietro le formule rassicuranti dell’assistenza sociale e della resistenza. Qui l’assistenza diventa controllo, la formazione diventa indottrinamento, lo scoutismo diventa anticamera della milizia. E quando una società permette che i bambini vengano educati alla morte come se fosse una promozione morale, la sconfitta è già entrata nelle scuole, nei campi estivi, nelle case.

(Setteottobre, 20 maggio 2026)

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«L’attimo in cui si fermò la musica» A Londra la mostra sul 7 ottobre 

Aperta nella capitale britannica l'esposizione sulle atrocità commesse da Hamas Un percorso struggente che ripercorre quella tragica mattinata del Nova Festival 

di Adolfo Sansolini 

Alle 6.29 di mattina del 7 ottobre 2023 migliaia di giovani, fra cui trecento stranieri, erano presenti al festival musicale Nova, nel deserto israeliano del Negev, a circa cinque chilometri dal confine con Gaza. In quel momento la musica venne interrotta improvvisamente per far scattare l'allarme. 
  Iniziò una fuga in massa verso i rifugi della zona, mentre migliaia di miliziani di Hamas invadevano l'area del festival e i luoghi limitrofi in moto, camionette e parapendio, sterminando 1200 persone e rapendone 251, di cui 83 poi morte in cattività. Alla vittima più giovane, Naama Abu Rashed, hanno sparato mentre era ancora nel grembo materno e nonostante un parto di emergenza è morta dopo 14 ore. Il più anziano è stato Moshe Ridler, sopravvissuto all'Olocausto ma ucciso a 92 anni da una granata lanciatagli contro la porta di casa. L'età della maggior parte delle vittime era fra i 18 e 30 anni, in larga parte partecipanti al Nova. I sopravvissuti hanno voluto preservare la memoria di quanto accaduto, anche alla luce dell'ondata antisemita e antiisraeliana orchestrata in sintonia con questo attacco. 
  Nel dicembre 2023, mentre molti ostaggi erano ancora prigionieri a Gaza, hanno allestito una mostra usando quanto si è ritrovato dopo il massacro. L'evento si è poi spostato negli Stati Uniti e in Canada, ed è arrivato a Berlino alla fine del 2025. Ha ricevuto oltre 600.000 visitatori. 

"06:29 - The moment the music stood stili" ("Il momento in cui la musica si è fermata") apre oggi a Londra, sotto protezione della polizia per prevenire ulteriori aggressioni antisemite. 
  È un percorso multimediatico incentrato sulle vittime del Nova. Si inizia con la visione delle riprese del Festival in quella tragica mattina, fino al momento in cui è scattato l'allarme. In pochi secondi, una festa nel deserto viene travolta da un panico di cui ancora non si comprendeva l'origine o la portata. 
  La seconda sala ricostruisce la devastazione dell'area, con molte riprese fatte con i cellulari durante la fuga, accanto ai resti originali di tende e vestiti e di alcuni veicoli dati alle fiamme dai miliziani, a volte con i ragazzi chiusi 
  dentro. Sono inclusi alcuni filmati diffusi da Hamas per celebrare l'attacco, come la sfilata dei terroristi a Gaza sulla camionetta dove si esponeva come trofeo il corpo nudo di Shani Louk, una ragazza di 22 anni tenuta sotto i piedi dai miliziani che urlavano ossessivamente "Allahu Akbar". 
  I visitatori sono invitati a toccare gli oggetti presenti e a impugnare i cellulari delle vittime, in cui vengono mostrate le riprese di quel giorno. Nei vari ambienti si trovano testimonianze e informazioni su ciò che è accaduto a chi era convenuto per ascoltare musica e ballare ma improvvisamente è divenuto preda di torturatori, stupratori e assassini. In una grande sala sono presenti i ritratti delle centinaia di vittime e un allestimento simile ai musei della Shoah, con tavoli coperti dalle scarpe e dai vestiti ritrovati nell'area. 
  Nonostante l'esperienza sia molto intensa, gli organizzatori cercano di trasmettere un messaggio positivo di resistenza e rinascita. Si descrivono sia il Progetto Dinah dedicato al riconoscimento e alla giustizia per le vittime di violenza sessuale in guerra, che le iniziative per la salute fisica e mentale organizzate dai reduci di questa tragedia. 
  La mostra rimarrà aperta per sei settimane, offrendo l'entrata gratuita a scuole e università, che sono state fra i maggiori bersagli della propaganda antisemita degli ultimi anni. 

(Il Riformista, 20 maggio 2026)

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Come il «New York Times» demonizza Israele

In un articolo di opinione del NYT l’autore Nicholas Kristof rivolge accuse scandalose a Israele. Tuttavia, non fornisce prove concrete a sostegno delle sue affermazioni, danneggiando così il giornalismo.

di Daniel Neumann *

Ogni volta che si pensa che l’ossessione anti-israeliana abbia raggiunto un limite naturale, la realtà ci dimostra il contrario. L'ultima volta è successo con un articolo di Nicholas Kristof sul «New York Times». In esso non solo riferisce degli abusi sui prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, ma riprende anche la grottesca affermazione secondo cui Israele userebbe i cani per commettere violenze sessuali contro i prigionieri. Non lascia alcun dubbio su quale equazione morale voglia stabilire. Infatti scrive, in sostanza, che ciò che è accaduto alle donne israeliane il 7 ottobre 2023, ora accade ai palestinesi giorno dopo giorno.
Altre domande? Probabilmente no. Perché il messaggio è chiarissimo: Israele non viene solo accusato di permettere singoli crimini o abusi. No. Israele deve apparire come un mostro morale. Come uno Stato la cui crudeltà supera persino quella di Hamas. Perché se qualcosa accade «giorno dopo giorno», mentre Hamas ha commesso i suoi crimini in un solo giorno, allora il messaggio implicito è: le vere bestie si trovano a Gerusalemme.
Per evitare malintesi: naturalmente ci sono violenza, abusi e violazioni dei limiti nelle prigioni israeliane. Proprio come ce ne sono in altre prigioni. In tutto il mondo. Da parte di guardie o di altri detenuti. In un intreccio di frustrazione, aggressività e dominanza. E: probabilmente ce ne sono stati e ce ne sono, dal 7 ottobre, addirittura di più. Non è certo. Ma è almeno possibile.

• Il terreno della demonizzazione politica
  Perché dopo un massacro come quello del 7 ottobre, dopo migliaia di arresti, in condizioni di escalation permanente, sovraccarico e traumatizzazione, non è assurdo supporre che singoli guardie o forze di sicurezza abbiano oltrepassato i limiti. Soprattutto se il ministro responsabile del sistema carcerario è proprio l’estremista di destra Itamar Ben-Gvir. Una cosa è certa: questo è inaccettabile. Punto. Incidenti del genere devono essere indagati, perseguiti e fermati. Perché proprio uno Stato di diritto democratico non deve spostare i propri limiti morali, nemmeno in uno stato di emergenza. Anche se questa è una richiesta difficilmente realizzabile nella realtà israeliana, caratterizzata dalla violenza palestinese, dal terrorismo islamista e da una minaccia costante dall’esterno e dall’interno.
Ma a Kristof non interessa affatto questo. E non gli interessa nemmeno segnalare le irregolarità per ottenere condizioni migliori per i detenuti. Perché per questo Kristof avrebbe potuto anche guardare nel proprio cortile statunitense. Parola chiave: ICE. O Guantanamo. Oppure avrebbe potuto occuparsi delle condizioni nelle carceri palestinesi, iraniane o cinesi. Ma non si tratta di diritti umani. Si tratta di diffamare uno Stato, un collettivo, un sistema. Perché tra l’accertamento che ci sono maltrattamenti nelle prigioni e la costruzione di uno Stato demoniaco che addestra cani allo stupro c’è un abisso sia morale che giornalistico. Qui si abbandona il campo dell’informazione seria e si entra nel terreno della demonizzazione politica.

• Il momento non casuale della pubblicazione
  Ed è proprio qui che sta la perfidia di questo articolo. Perché questa storia circola da anni negli angoli più oscuri del mondo online anti-israeliano. Nei forum ideologici complottisti. Negli ambienti fanaticamente anti-israeliani. Nelle paludi digitali in cui Israele non viene semplicemente criticato, ma immaginato come il male metafisico. Lì da anni si raccontano le fantasie più sfrenate: Israele «vaporizzerebbe» le persone con armi segrete. Israele praticherebbe il prelievo di organi sui palestinesi uccisi su scala industriale. Israele addestrerebbe cani a violentare i prigionieri. Finora i media seri si sono astenuti dal pubblicare questa follia. Ma Kristof no. Il New York Times no. L’incantesimo è spezzato. E una nuova leggenda dell’orrore prende piede.
Kristof non ha scelto a caso il momento della pubblicazione. Infatti, praticamente in contemporanea, il 7 ottobre è apparso il rapporto, annunciato da tempo, della commissione civile israeliana sulla violenza sessuale di Hamas. Un documento dell’orrore che rende visibili con brutale chiarezza gli abissi di Hamas. E il fatto dimostra che l’esercito del terrore ricorre alla violenza sessuale in modo sistematico e come parte della propria strategia.

Il buon senso capitola di fronte all’agitazione anti-israeliana.
Kristof mette consapevolmente in relazione il suo testo con questo. Non relativizza esplicitamente i crimini di Hamas. Perché sarebbe troppo grossolano. Fa qualcosa di più raffinato: costruisce un’equivalenza morale. Anzi, di più: fabbrica un ribaltamento morale. Il messaggio è: ciò che Hamas ha fatto una volta, Israele lo fa sistematicamente. E per di più costantemente. O, nelle sue stesse parole: «Su un punto dovremmo essere d’accordo: siamo contro lo stupro. Il terribile abuso che le donne israeliane hanno subito il 7 ottobre, ora capita giorno dopo giorno ai palestinesi». Questa è tutt’altro che un’analisi obiettiva. È un linguaggio politico figurativo. È una demonizzazione tradotta in parole e frasi.
Eppure l’enorme portata delle indagini sui crimini di Hamas è in netto contrasto con la costruzione di Kristof. Da una parte, una documentazione di diverse centinaia di pagine con oltre 400 testimonianze, migliaia di immagini e innumerevoli ore di materiale video di Hamas, nonché registrazioni da telefoni cellulari, telecamere di sorveglianza e dashcam, redatta con l’aiuto di esperti legali e forensi, nonché di personale medico specializzato e terapeuti del trauma. Qui, invece, dichiarazioni anonime, resoconti difficilmente verificabili, reti di attivisti e affermazioni che sfidano ogni plausibilità.

• Sarebbe stata necessaria una maggiore cautela giornalistica
  Particolarmente degno di nota è il ruolo della cosiddetta organizzazione per i diritti umani Euro-Med Monitor, sul cui materiale si basano parte delle accuse. Da anni, infatti, i critici accusano l’organizzazione e il suo fondatore di parzialità politica e vicinanza a Hamas, o quantomeno di diffondere narrazioni e propaganda vicine a Hamas. Dopotutto, è stata proprio questa organizzazione a diffondere non solo le storie sull’arma di vaporizzazione e sul prelievo sistematico di organi, ma anche quelle sui cani stupratori israeliani. Proprio per questo sarebbe stata necessaria la massima cautela giornalistica. Invece accade il contrario: le affermazioni diventano titoli. Le voci diventano certezze. Le storie raccapriccianti diventano articoli di opinione.

Nel caso di Israele spesso basta un mormorio. Ma questo non danneggia solo Israele.
Ed è proprio qui che inizia il vero problema. Perché quando si tratta di Israele, in molti sembra che ogni autocontrollo intellettuale venga meno. I frangiflutti della ragione non funzionano più. Affermazioni che per qualsiasi altro Stato verrebbero immediatamente messe in discussione o relegate senza mezzi termini nel regno delle favole, qui vengono diffuse con reverente indignazione. Il buon senso capitola di fronte all’agitazione anti-israeliana.

• Affermazioni mostruose in un articolo di opinione
Basti immaginare per un momento che uno Stato occidentale qualsiasi fosse stato accusato di addestrare cani allo stupro sistematico di prigionieri. I giornalisti chiederebbero prove. Analisi forensi. Nomi. Documenti. Video. Plausibilità. Esperti. Contesto. Il dubbio sarebbe d'obbligo. Nel caso di Israele, invece, spesso bastano le voci. Ma questo non danneggia solo l'obiettivo primario: Israele. No! Danneggia il giornalismo stesso.
Eppure era stato orchestrato così abilmente: il testo, infatti, non è apparso né come articolo né come reportage, ma come editoriale. E quindi era soggetto a un certo meccanismo di protezione. Perché in questo modo si possono lanciare affermazioni mostruose senza essere soggetti agli stessi standard del giornalismo investigativo duro. Dopotutto era solo un'opinione! Anche se questa si basa su affermazioni. In ogni caso, è mancata una verifica rigorosa dei fatti. A che scopo: l'aura del venerabile New York Times conferisce alla questione sufficiente serietà.

• I media tradizionali ne subiscono le conseguenze
  È proprio questo a rendere la vicenda così pericolosa. E lo è su due livelli: in primo luogo, la demonizzazione di Israele ha appena raggiunto un livello superiore. La follia ha quindi abbattuto un altro confine. Nulla è troppo assurdo perché non venga utilizzato dagli israelofobi per il loro obiettivo finale (o forse si dovrebbe dire “soluzione finale”?) In secondo luogo, ciò è avvenuto proprio per mano di un giornalista del New York Times, le cui allucinazioni si sono concretizzate in realtà stampata.
Certo: i nemici di Israele esultano, perché ora persino il New York Times stampa nero su bianco i loro miti più fantasiosi. Ma le conseguenze non colpiranno solo Israele. No, le conseguenze si faranno sentire anche sui media tradizionali. Perché i confini tra attivismo e giornalismo si stanno sempre più confondendo. La fiducia si sta erodendo. E la verità si frantuma di fronte all’ossessione diffusa che vede Israele al centro. Può andare ancora peggio? Certamente! Perché la storia è una buona maestra. Anche se non si tratta di buone notizie.
* L’autore è giurista e presidente dell’Associazione regionale delle comunità ebraiche dell’Assia.

(Jüdische Allgemeine, 19 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Smotrich: «L'Autorità Palestinese ha scatenato una guerra, e riceverà una risposta bellica»

Smotrich ha confermato che i procuratori della Corte penale internazionale hanno presentato una richiesta riservata di mandato d'arresto nei suoi confronti.

Martedì il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha accusato l’Autorità Palestinese di aver dichiarato “guerra” allo Stato ebraico, confermando che i procuratori della Corte Penale Internazionale avevano presentato una richiesta segreta di mandato d’arresto nei suoi confronti.
“Il procuratore ha presentato una richiesta di mandati di arresto. Non sappiamo se questi saranno effettivamente emessi o meno; inoltre, non vogliono che lo sappiamo; questo fa parte della tattica”, ha detto Smotrich ai giornalisti durante una conferenza stampa a Gerusalemme.
“Ciò che è certo è che l’Autorità Palestinese e il suo popolo stanno dietro a tutto questo processo”, ha affermato l’alto ministro del Governo. “Sono loro a sostenere la guerra legale presso la Corte Penale Internazionale e la Corte Internazionale di Giustizia”.
Smotrich ha descritto le azioni legali contro alti funzionari israeliani presso la CPI e la Corte internazionale di giustizia non come «una lotta diplomatica né una lotta legale», ma piuttosto come «una dichiarazione di guerra da parte di un’entità ostile contro lo Stato di Israele».
«Questa è una dichiarazione di guerra contro lo Stato di Israele, e quando ci viene mossa guerra, dobbiamo rispondere con forza», ha dichiarato.
Come parte della risposta di Gerusalemme, Smotrich ha detto che avrebbe firmato un ordine militare per evacuare immediatamente Khan al-Ahmar, un sito nel deserto della Giudea dove i beduini palestinesi hanno eretto illegalmente edifici e abitazioni. Gerusalemme cerca da anni di trasferire la comunità, che si trova nel corridoio strategico E1 tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim.
Subito dopo la conferenza stampa, l’ufficio di Smotrich ha pubblicato una lettera in cui egli ordinava a Hillel Roth, suo rappresentante nell’Amministrazione Civile del Ministero della Difesa israeliano, di adottare «tutte le misure necessarie» per portare a termine l’evacuazione il prima possibile.
«Prometto a tutti i nostri nemici: questo è solo l’inizio», ha detto Smotrich nel suo intervento alla conferenza stampa.
«Da oggi in poi, ogni obiettivo economico o di altro tipo contro cui posso agire nell’ambito della mia autorità come ministro delle Finanze o come ministro della Difesa sarà preso di mira – non con parole e espedienti, ma con azioni», ha aggiunto.
L'emittente israeliana Channel 12 News ha riferito lunedì che, oltre a Smotrich, i procuratori della Corte penale internazionale stavano valutando anche mandati di arresto segreti contro il ministro della Difesa israeliano Israel Katz e il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir. Il rapporto afferma che anche il capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa israeliane, il tenente generale Eyal Zamir, e il suo predecessore, Herzi Halevi, sono sotto esame da parte dell'Ufficio del Procuratore.
Nel 2024, la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’allora ministro della Difesa Yoav Gallant in relazione alla guerra contro Hamas a Gaza, iniziata con l’invasione del sud di Israele da parte dei terroristi il 7 ottobre 2023.
Dopo la rielezione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il 6 febbraio 2025 Washington ha imposto sanzioni contro quattro giudici della Corte penale internazionale per aver indagato su cittadini statunitensi e alleati degli Stati Uniti.

(JNS, 19 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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CPI. Pronti nuovi mandati segreti contro ministri e vertici militari israeliani

Dopo Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, l’Aia valuta provvedimenti contro Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e altri alti funzionari israeliani mentre a Gerusalemme cresce il timore di una strategia giudiziaria sempre più politica

di Rosa Davanzo

A Gerusalemme il timore è che si stia aprendo una nuova fase dello scontro con la Corte penale internazionale e che questa volta il bersaglio possa allargarsi fino a coinvolgere ministri in carica, vertici militari e figure centrali dell’apparato di sicurezza israeliano. La notizia filtrata nelle ultime ore, infatti, ha provocato forte preoccupazione dentro il governo israeliano perché all’Aia si starebbe discutendo la possibilità di richiedere nuovi mandati di arresto contro cinque alti funzionari dello Stato ebraico e, soprattutto, di procedere attraverso mandati segreti, una formula molto più insidiosa rispetto a quella utilizzata nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
Secondo quanto riferito dal giornalista israeliano Itamar Eichner, la Corte penale internazionale avrebbe deciso in linea di principio di proseguire il procedimento volto a ottenere nuovi mandati. La Corte ha però precisato ufficialmente che nessun nuovo mandato è stato emesso fino a questo momento e ha definito “inesatte” le indiscrezioni secondo cui il provvedimento sarebbe già stato approvato. La smentita, tuttavia, non ha affatto rasserenato il clima politico israeliano, anche perché il ministero degli Esteri avrebbe già informato il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir della possibilità concreta che il suo nome compaia tra quelli destinatari di future richieste.
I nomi che circolano confermano la delicatezza dello scenario. Oltre a Ben-Gvir e al ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, sarebbero stati citati il ministro della Difesa Israel Katz, l’ex capo di Stato maggiore Herzi Halevi e l’attuale capo di Stato maggiore Eyal Zamir. Una lista che colpisce contemporaneamente il governo politico e la catena di comando militare, in un momento nel quale Israele continua a combattere su più fronti, dalla Striscia di Gaza al Libano meridionale, mentre la tensione regionale con l’Iran resta altissima.
Dietro questo nuovo sviluppo emerge anche un cambiamento interno agli equilibri della stessa Corte. Karim Ahmad Khan, il procuratore che aveva promosso le richieste di mandato contro Netanyahu e Gallant, è stato sospeso, ma il procedimento non si è fermato. A proseguire il lavoro sarebbe stato il suo sostituto, l’avvocato fijiano Nazhat Shameem Khan. Parallelamente continuano le indagini relative ai finanziamenti agli insediamenti israeliani e alla distribuzione di armi ai coloni in Cisgiordania, temi che da anni rappresentano uno dei principali punti di attrito tra Israele e molte organizzazioni internazionali.
Dentro Israele cresce soprattutto la preoccupazione legata alla possibilità di mandati segreti. A differenza di quelli pubblici, annunciati ufficialmente e notificati apertamente agli Stati aderenti alla Corte, i mandati riservati consentono agli investigatori di evitare che gli indagati prendano precauzioni preventive, limitino i propri viaggi o organizzino strategie diplomatiche per sottrarsi a eventuali arresti. In termini pratici, un dirigente israeliano potrebbe venire a conoscenza del mandato soltanto entrando in un Paese che collabora con la Corte penale internazionale.
Il precedente dei mandati emessi contro Netanyahu e Gallant continua intanto a pesare enormemente sul rapporto tra Israele e il tribunale dell’Aia. Quando la Corte annunciò quella decisione, il governo israeliano parlò apertamente di scelta politicizzata e priva di legittimità giuridica, ricordando che Israele non aderisce allo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale. Anche gli Stati Uniti espressero forti riserve, sostenendo che la CPI non possieda giurisdizione nei confronti dello Stato ebraico.
La questione, però, da tempo supera il piano strettamente giuridico. All’interno dell’establishment israeliano si è ormai consolidata la convinzione che una parte delle istituzioni internazionali stia trasformando il conflitto israelo-palestinese in uno strumento permanente di pressione politica contro Israele. Il timore, a Gerusalemme, è che l’obiettivo finale sia limitare progressivamente la libertà d’azione diplomatica e militare dello Stato ebraico attraverso procedimenti giudiziari destinati ad accompagnare per anni la leadership israeliana nei suoi rapporti con il resto del mondo.

(Setteottobre, 19 maggio 2026)

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Istituito un tribunale rabbinico per le comunità liberali in Germania

La corrente liberale dell’ebraismo in Germania ottiene una propria giurisdizione. Ciò ha ripercussioni anche sull’immigrazione in Israele.

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La Nuova Sinagoga in Oranienburger Straße: anche la Comunità ebraica di Berlino partecipa al Bet Din

BERLINO – La Comunità ebraica di Berlino e l’Unione degli ebrei progressisti in Germania hanno istituito un tribunale rabbinico (Bet Din) comune. In futuro, ogni comunità ebraica potrà rivolgersi al “Bet Din liberale centrale della Germania”, hanno comunicato lunedì congiuntamente la Comunità di Berlino e l’Unione degli ebrei progressisti.
L'unico tribunale religioso per l'ebraismo liberale in Germania si occuperà quindi di conversioni all'ebraismo, divorzi religiosi e accertamenti dello stato civile. Grazie al suo riconoscimento da parte di Israele, esso favorisce anche la cosiddetta Aliyah, ovvero l'immigrazione in Israele, si legge nel comunicato stampa.
In base alla Legge sul ritorno, ogni ebreo ha il diritto di immigrare nello Stato ebraico. Anche le persone che si sono convertite all’ebraismo rientrano in questo gruppo. Tuttavia, il Gran Rabbinato israeliano non riconosce tutte le conversioni liberali.

• Sede a Berlino e Bielefeld
  In Germania, anche la Conferenza Generale dei Rabbini e la Conferenza dei Rabbini Ortodossi dispongono di un tribunale rabbinico. Secondo quanto riferito, la fondazione di un Bet Din è stata decisa dall’assemblea annuale dell’Unione domenica a Praga. In futuro avrà sede a Berlino e a Bielefeld.
Il presidente della Comunità ebraica di Berlino, Gideon Joffe, ha dichiarato che la città è da sempre il centro di un ebraismo pluralista e la culla dell’ebraismo liberale. Si è detto lieto di poter «rafforzare ulteriormente l’ebraismo liberale insieme all’Unione attraverso un proprio Bet Din».
La presidente dell’Unione degli ebrei progressisti in Germania, Irith Michelsohn, ha sottolineato che negli ultimi 29 anni dalla fondazione dell’Unione «abbiamo dovuto constatare che non sempre si è tenuto sufficientemente conto delle esigenze degli ebrei liberali». Michelsohn ha ringraziato la comunità di Berlino per il suo sostegno.

(Israelnetz, 19 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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“Sei ebreo?”: giovane israeliano aggredito a Golders Green

Nuovo episodio di antisemitismo a Golders Green, quartiere londinese con la più alta concertazione di popolazione ebraica. Un israeliano di 22 anni è stato aggredito ieri, dopo essere stato sentito parlare in ebraico da un gruppo di uomini che parlavano arabo. La polizia ha aperto un’indagine trattando il caso come un crimine d’odio antisemita.
   La vittima, Shalev Ben Yakar, che si reca spesso a Londra per visitare la famiglia, sarebbe uscita dal proprio appartamento intorno alle 2 del mattino per fare una telefonata, in modo da non disturbare i suoi coinquilini.
   Secondo quanto raccontato da Ben Yakar a Ynet, cinque o sei uomini lo avrebbero avvicinato dopo averlo sentito parlare in ebraico, chiedendogli se fosse ebreo. Dopo la risposta affermativa, gli uomini avrebbero iniziato a colpirlo con pugni e calci, urlandogli contro “Ebreo, ebreo” in arabo.
   Ben Yakar ha raccontato di essere stato trascinato per strada, dove gli aggressori gli hanno strappato i vestiti. Il giovane ha riportato ferite profonde e contusioni al volto e al corpo. “Le cose peggioreranno, senza dubbio. Bisogna fare qualcosa”, ha detto il ragazzo, constatando come Londra stia diventando sempre più pericolosa per gli ebrei che vi risiedono.
   La parlamentare britannica di Golders Green, Sarah Sackman, ha definito l’attentato “intollerabile” e ha affermato di aver parlato con il commissario della polizia metropolitana Mark Rowley. “La recente ondata di attacchi antisemiti e atti terroristici ha diffuso la paura nella nostra comunità. Mi sto battendo per un’azione più incisiva a tutti i livelli” ha detto Sackman.
   Anche il Jewish Leadership Council in un post ha affermato che “si tratta dell’ennesimo attacco orribile nel cuore della comunità ebraica di Golders Green. I nostri pensieri sono rivolti alla vittima e alla sua famiglia. È necessaria una risposta decisa delle forze dell’ordine, che dimostri che coloro che attaccano violentemente gli ebrei dovranno affrontare la piena forza della legge”.
   L’aggressione si inserisce in una crescente serie di episodi che stanno alimentando forti timori per la sicurezza delle comunità ebraiche, tanto da spingere il Primo ministro britannico Keir Starmer a promettere misure più incisive.
   Tre settimane fa, il livello di allerta terrorismo nel Regno Unito è stato innalzato al secondo grado più alto, “grave”, dopo una serie di attacchi contro la comunità ebraica. I funzionari di sicurezza hanno indicato come principali minacce “il terrorismo islamista e di estrema destra”.

(Shalom, 19 maggio 2026)

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L’antisemitismo è un’Idra dalle mille teste

L’antisemitismo non sopravvive perché immobile, ma perché cambia forma. Dal pregiudizio religioso alla visione politica del nemico interno, la sua storia mostra una continuità inquietante: ogni epoca gli offre un linguaggio nuovo, e ogni volta l’Idra rialza una testa diversa.

di Michele Magno

Molto bello il pezzo, qui pubblicato, di Filippo Piperno sul comico e commentatore politico americano Bill Maher (“Bill Maher e l’antisemitismo cool che piace tanto ai progressisti”, 18 maggio). La tesi di Maher, sottolinea Piperno, è semplice: “destra e sinistra, per ragioni diverse e con linguaggi diversi, si sono ritrovate sullo stesso terreno. Non nello stesso punto ideologico, ma nello stesso esito retorico: trasformare Israele e gli ebrei nel bersaglio su cui scaricare ossessioni, rancori e fantasie di purificazione politica”.
Una tesi che designa l’ennesima evoluzione di quello che, per distinguere le persecuzioni subite dagli ebrei nei secoli XIX e XX dalla tradizionale ostilità antigiudaica di epoche anteriori, viene definito “antisemitismo moderno”. Come ha osservato Manuel Disegni, tuttavia, si tratta di un’espressione tutt’altro che scontata, bensì di un ossimoro (“Critica della questione ebraica”, Bollati Boringhieri, 2024). “Antisemitismo moderno” è infatti una contraddizione in termini.
L’emarginazione sociale degli ebrei, i pregiudizi e le calunnie teologiche, i ghetti, i pogrom, sono tutti fenomeni tipicamente premoderni, caratteristici di una società ignorante e brutale non ancora rischiarata dall’Illuminismo; insomma, un emblema dei cosiddetti secoli bui.
Ancora al tempo di Marx il termine “antisemitismo” non esisteva. Si tratta di un neologismo coniato soltanto nella seconda metà dell’Ottocento, che perciò non può essere riferito a epoche precedenti se non in modo impreciso e anacronistico. A rigore, non vi è altro antisemitismo all’infuori di quello “moderno”. E non è forse “curioso il caso di un neologismo coniato per indicare qualche cosa che esiste ed è nota ai più già da tempo immemorabile?” [Disegni].
Ma il fatto che si fosse resa necessaria l’introduzione di un termine nuovo prova che qualcosa era cambiato, se non altro le circostanze medesime. Ma nella storia sono proprio le circostanze a fare la differenza. E la storia dell’antisemitismo è millenaria. Questo fatto così singolare suscita l’impressione che esso abbia in sé qualcosa di misterioso e oscuro, antichissimo, quasi primordiale.
Appare come una mitologica Idra, un mostro immortale capace di manifestarsi con infinite facce diverse e pure sempre identico a se stesso; un fenomeno incommensurabile che sfugge alle nostre capacità d’indagine razionale. Il ricercatore “è tentato di arrestarsi di fronte all’opacità impenetrabile del mistero, oppure di rifugiarsi in spiegazioni di tipo mitologico e irrazionale” [Disegni].
L’antisemitismo viene concepito come una sorta di destino universale e ineluttabile, una costante antropologica, un male inestirpabile, l’unica modalità possibile di rapporto fra ebrei e gentili. È questa un’idea cara tanto alla propaganda antisemita stessa, interessata a rappresentare gli ebrei come nemici dell’umanità intera, quanto a quella del nazionalismo ebraico, interessato a rappresentare l’umanità intera come nemica degli ebrei.
Ora, la ricerca storica ha il compito di analizzare le diverse forme e i diversi contesti in cui si manifesta la straordinaria longevità dell’antisemitismo. Deve cioè superare la concezione di un’atavica “avversione per gli ebrei”, sempre uguale a se stessa attraverso i secoli, e sostituire le definizioni di questo genere, necessariamente astratte, con lo studio della genesi sociale di questo sentimento e della funzione specifica che esso assolve nei contesti politici in cui di volta in volta compare.
L’antisemitismo può essere conosciuto come un oggetto storico solo attraverso le sue trasformazioni.
Le rivoluzioni moderne e la nascita della società borghese avevano suscitato l’illusione che l’antisemitismo fosse ormai prossimo a scomparire. In seguito alle conquiste napoleoniche, anche nell’arretrata Germania gli ebrei avevano ottenuto i diritti civili ed erano divenuti membri a pieno titolo della nuova comunità politica. Le porte dei ghetti erano finalmente state aperte.
L’età delle rivoluzioni, 1789-1848, secondo la periodizzazione di Eric Hobsbawm, fu per gli ebrei un’epoca di emancipazione. Gli ebrei tedeschi nati attorno al 1800 crebbero con la speranza di uscire per sempre dalla loro condizione di emarginazione ed entrare finalmente a far parte davvero della società.
A questa prima generazione emancipata appartenevano fra gli altri il poeta Heinrich Heine, amico di Marx dagli anni del comune esilio parigino, il professor Eduard Gans, che gli insegnò la filosofia hegeliana all’Università di Berlino, e i suoi stessi genitori.
La fiducia nutrita da questa generazione in un riscatto epocale dalla loro secolare oppressione si comprende nel quadro più ampio del comune sentire progressista del movimento liberale e della borghesia rivoluzionaria del primo Ottocento, convinto di essersi lasciato alle spalle i secoli bui: che la violenza nei rapporti fra gli uomini fosse stata ormai abolita dal diritto, l’intolleranza e i pregiudizi sradicati dall’Illuminismo, la barbarie sconfitta dalla civiltà.
Il corso degli eventi successivi, invece, corrispose tanto poco a queste aspettative che verso la fine del secolo dovette essere introdotto nel linguaggio politico il termine “antisemitismo”.
L’emancipazione ebraica non provocò la fine dei pregiudizi e delle persecuzioni. Determinò semmai una loro trasformazione, ma nessuna diminuzione del tasso di violenza e barbarie.
Per un contadino del Sacro Romano Impero gli ebrei erano figuri ignoti e misteriosi, stranieri seguaci di un culto oscuro e antico, privi di fede e di carità, privi di proprietà immobili, privi di cognomi. Vivevano ai margini della società feudale e avevano con essa rapporti minimi. Le comunità locali, a loro volta, riservavano loro atteggiamenti più o meno ostili, a seconda delle congiunture e delle opportunità.
Nella società moderna, invece, gli ebrei sono cittadini titolari di pari diritti. Il nemico di un antisemita moderno è un membro della sua stessa comunità politica, un borghese come lui, un vicino di casa, un collega, un concorrente; inoltre stampa giornali, costruisce ferrovie, detiene cattedre all’università e seggi in Parlamento.
Gli ebrei non rappresentano più una minoranza errante e malvista da incolpare opportunamente in occasioni contingenti, come per esempio la diffusione di un’epidemia, il danneggiamento di un raccolto o la sparizione di un bambino; non più semplicemente un capro espiatorio o una valvola per lasciar sfogare la rabbia popolare senza mettere in pericolo l’autorità e i poteri costituiti.
Nella propaganda antisemita otto-novecentesca la figura dell’ebreo assurge al ruolo di una minaccia universale che incombe sulla collettività intera (chiamata “popolo”). Rispetto ai secoli trascorsi, il pensiero antisemita si fa universale, sistematico, scientifico. Si secolarizza.
Da crocifissori di Cristo gli ebrei si trasformano in affamatori dei popoli, da succhiatori di sangue cristiano in parassiti del lavoro sociale. L’avido banchiere prende il sopravvento sul perfido giudeo. Anziché la fine dell’antisemitismo, la nascita della società moderna segna la sua elevazione da semplice credenza superstiziosa a visione complessiva del mondo.
L’improvviso impeto di violenza brutale e cruenta dei pogrom non si estingue, ma viene razionalizzato, modernizzato, trasformato fino a diventare un progetto politico metodico di contrasto, espulsione e infine distruzione totale degli ebrei.
“Antisemitismo moderno”, dunque, non è un’espressione pleonastica, bensì necessaria per circoscrivere storicamente l’oggetto di indagine e cogliere il suo carattere di novità. Qui sta l’importanza di un monologo come quello di Bill Maher (che vale quanto cento articoli sulla “questione ebraica”).

(InOltre, 19 maggio 2026)
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Fino a quando gli ultraortodossi del laicismo si affaticheranno a dare presentazioni sempre più raffinate di quel misterioso oggetto d’indagine che è l’odio contro gli ebrei, avendo cura di non fare mai alcun riferimento al Dio degli ebrei? È “scientifico” tutto questo? È un metodo corretto esaminare l’odio per un popolo che fa del riferimento a Dio la base del suo esistere senza far intervenire mai Dio nel discorso, sia pure eventualmente per negarlo? Perché la soluzione potrebbe essere cercata proprio lì. Molti l’hanno già detto: è nella pretesa di riferirsi a quel Nome caratterizzante che sta l’elemento di disturbo per tutti gli altri. Se non smettono di farlo, le conseguenze dell’odio se le saranno volute. Dicono. M.C.


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Il nocciolo del problema

di Marcello Cicchese

Da secoli esiste nel mondo una “questione ebraica”. In ogni tempo e ovunque si trovino, gli ebrei costituiscono un problema. Ed è un problema scivoloso, sfuggente, perché mentre davanti a un enigma normalmente ci si chiede “qual è la soluzione?” nel caso degli ebrei invece si è costretti a chiedersi “dov’è il problema?” Risposta:

Il nocciolo della questione ebraica sta nel fatto che gli ebrei ci sono.

L’esserci degli ebrei è il vero problema. In vari modi si è cercato nel passato e si cerca ancora oggi di risolvere i disagi sociali apparentemente legati alla loro presenza, e alla fine si arriva sempre a concludere che se gli ebrei non ci fossero sarebbe meglio. Per carità, non tutti li vogliono morti, ma quasi tutti prima o poi ammettono che tutto sarebbe più semplice se gli ebrei andassero a vivere da qualche altra parte. E questo è l’inizio del genocidio.
  Secondo il filosofo ebreo Emile Fackenheim, nell’antisemitismo del mondo occidentale cristianizzato si possono riconoscere tre tappe. Agli ebrei gli antisemiti dicono:

    Prima tappa:
    “Voi non potete vivere tra noi come ebrei”. 
    Conseguenza: Conversione forzata.

    Seconda tappa:
    “Voi non potete vivere tra noi.”
    Conseguenza: Espulsione.

    Terza tappa:
    “Voi non potete vivere”
    Conseguenza: Sterminio.

• Il popolo che Dio si è formato
  Ma l’esistenza di Israele non potrà mai essere cancellata perché è collegata all’esistenza di Dio. Come è vero che “Dio c’è”, così è vero che “Israele c’è”, e nessuno potrà mai cancellare questa realtà.
  Si dice che Israele è il popolo eletto, ma questa dizione, anche se corretta non è completa. L'espressione fa pensare a un Dio che guarda dal cielo sulla terra, esamina i vari popoli che ci sono e ne sceglie uno che per qualche ragione gli va a genio. Le cose non sono andate così. Dio non ha scelto un popolo tra quelli che c'erano, Dio si è creato un popolo per i suoi scopi.

    "Il popolo che mi sono formato proclamerà le mie lodi "(Isaia 43:21).
    "Così parla il Signore che ti ha fatto, che ti ha formato fin dal seno materno, colui che ti soccorre: Non temere, Giacobbe mio servo, o Iesurun che io ho scelto!" (Isaia 44:2).
    "Ricordati di queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo; io ti ho formato, tu sei il mio servo, Israele, tu non sarai da me dimenticato" (Isaia 44:21).
    "Così parla il Signore, il tuo salvatore, colui che ti ha formato fin dal seno materno: Io sono il Signore, che ha fatto tutte le cose; io solo ho spiegato i cieli, ho disteso la terra, senza che vi fosse nessuno con me" (Isaia 44:24).

Dio ha scelto il popolo che si è formato. Nell'originale ebraico il termine "formato" è lo stesso verbo usato per descrivere la creazione dell'uomo:

    “Dio il Signore formò l'uomo dalla polvere della terra, gli soffiò nelle narici un alito vitale e l'uomo divenne un essere vivente” (Geremia 2:7).

Dio ha creato una cosa nuova, un popolo diverso dagli altri, non per i caratteri fisici, psicologici o morali, ma per vocazione. La diversità non va cercata dentro, ma fuori di lui.

    “Quando Israele era fanciullo, io lo amai e chiamai mio figlio fuori d'Egitto” (Osea 11.1).

Dio si è formato un popolo che poi ha scelto per il servizio che aveva preparato per lui. 
  Il termine elezione fa nascere subito la domanda: perché proprio lui? A questo interrogativo la Bibbia non risponde. Se invece si chiede: per quale scopo è stato eletto? La Bibbia risponde. Questa dunque è la domanda da fare, non l'altra. Se invece di popolo eletto si dicesse popolo incaricato, immediatamente verrebbe spontanea la domanda: incaricato di che cosa? Un incaricato è certamente una persona scelta, ma nella denominazione l'accento è messo sulla specificità del servizio, non sulle caratteristiche della persona. Un incaricato da Dio nel linguaggio biblico viene chiamato servo, e anche questa è una parola biblica adatta ad essere usata perché richiama immediatamente due domande: servo di chi? servo per fare che cosa?

    “Ricordati di queste cose, o Giacobbe, o Israele, perché tu sei mio servo; io ti ho formato, tu sei il mio servo, Israele, tu non sarai da me dimenticato” (Isaia 44:21).

In questo versetto ci sono tre indicativi e un imperativo. I tre indicativi sono: io ti ho formato (passato), tu sei il mio servo (presente), tu non sarai da me dimenticato (futuro). E' in conseguenza di questi fatti che Dio rivolge a Israele l'imperativo: Ricordati di queste cose! "Ricordati di quello che ti ho detto - sembra dire il Signore - perché sono cose che ho detto a te e non ad altri, e queste parole sono per te un incarico da svolgere. Sappi comunque che il tuo presente di servizio è rinserrato tra un passato e un futuro che non dipendono da te. Io ti ho formato, io non ti dimenticherò.
  "Io non ti dimenticherò", questa è la spiegazione del mistero della sopravvivenza del popolo ebraico. E' la memoria di Dio che mantiene in vita il popolo ebraico per il semplice fatto che è dalla memoria di Dio che il popolo è nato. Ad Abraamo Dio aveva promesso: "Io farò di te una grande nazione" (Geremia 12:2), ma in tutto il tempo dei patriarchi questa nazione non si è vista. La nazione si è formata nel periodo della schiavitù d'Egitto, in un periodo di quattrocento anni trascorso senza profeti e senza rivelazioni, in cui gli ebrei avevano certamente fatto in tempo a dimenticare la storia dei loro antenati. Il mistero della sopravvivenza del popolo ebraico era già presente. Ma la sua spiegazione non è difficile:

    "Durante quel tempo, che fu lungo, il re d'Egitto morì. I figli d'Israele gemevano a causa della schiavitù e alzavano delle grida; e le grida che la schiavitù strappava loro salirono a Dio. Dio udì i loro gemiti. Dio si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe. Dio vide i figli d'Israele e ne ebbe compassione" (Esodo 2:23-25).

Il Signore si ricordò del suo patto con Abraamo, con Isacco e con Giacobbe, e tra le doglie delle dieci piaghe d'Egitto e con Mosè come levatrice il Signore portò alla luce la nazione d'Israele. Perché meravigliarsi allora della sopravvivenza del popolo ebraico? Ci sarebbe da sorprendersi del contrario. Dio ha memoria ed è fedele, cioè non solo si ricorda delle promesse che ha fatto, ma anche le mantiene.
  Se dunque la ragione ultima della sopravvivenza del popolo ebraico sta nell’indefettibile volontà di Dio, la radice profonda dell’antisemitismo non può che trovarsi nella resistenza tenace a questa volontà. E’ una resistenza che naturalmente non esce dall'ambito creaturale, ma neppure resta nell'ambito esclusivamente umano, perché i nemici di Dio, e quindi del Suo popolo, sono anche spirituali. 

(da "Dio ha scelto Israele")

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Quando dire “ebreo” non è più politicamente scorretto

L’antisemitismo torna a mostrarsi anche nel linguaggio pubblico: certe identità vengono taciute per prudenza, altre esibite senza esitazione. Una doppia misura che rivela quanto l’odio verso gli ebrei sia ormai entrato nella normalità del discorso occidentale.

di Ilaria Borletti

Ieri tutti i giornali italiani hanno dedicato molte pagine al terribile episodio di Modena e quasi tutti hanno definito l’attentatore, Salim El Koudri (nato a Seriate, in provincia di Bergamo, da famiglia di origine marocchina), un italiano di seconda generazione; solo in seguito, leggendo gli articoli, emergevano ulteriori dettagli sulla sua origine familiare. Ne ha anche scritto ieri Filippo Piperno su InOltre.
Poche settimane fa, un altro ragazzo girava per Roma con una pistola ad aria sparando: è stato arrestato e tutti i giornali che hanno riportato questo evento hanno definito il ragazzo “un ebreo”.
Non può non emergere la diversità di trattamento.
Oggi gli ebrei della diaspora si nascondono, mandano i loro figli a scuola protetti dalla polizia, si tolgono la kippah, evitano la sinagoga, sono nell’ombra, ormai difesi da pochi intellettuali o da cittadini che vengono regolarmente attaccati.
La parola ovvia è “antisemitismo”, anche se, e questa è forse la posizione più ambigua, molti danno la colpa a Israele e alla politica del premier israeliano per spiegare e giustificare quello che sta avvenendo in Occidente, dimostrando di non avere né l’apertura mentale né la cultura per capire che un attacco così ampio e così violento contro gli ebrei della diaspora ha radici più antiche e conseguenze ben più gravi sulla tenuta dei valori occidentali.
La normalità con la quale ormai è stato dato per acquisito l’antisemitismo è paradossale: è normale definire il giovane di Roma un ebreo, ma è evidente il desiderio di non voler essere politicamente scorretti sottolineando subito l’origine familiare dell’autore del grave fatto di Modena.
In qualche modo, i fatti di Roma mettono sotto accusa tutti gli ebrei, tutta la comunità ebraica, colpevole di estremismi.
Ma è giusto evitare che i fatti di Modena siano il pretesto per incitare l’odio contro i migranti, magari installati nel nostro Paese da molto tempo, o contro chiunque non abbia origini simili alle nostre.
Quindi dire “ebreo” non è politicamente scorretto, mentre indicare subito l’origine familiare di un giovane che ha commesso un atto gravissimo diventa discriminante e politicamente scorretto.
Lo stesso è avvenuto in Inghilterra dopo l’attentato sulle ferrovie di oltre un anno fa, quando ci si è ben guardati dal definire la nazionalità degli autori, perché questo sarebbe stato ritenuto politicamente inaccettabile.
Se lo stesso attentato fosse stato compiuto da ebrei, sarebbe stato scritto in tutti i titoli dei media britannici. Un ulteriore motivo di riflessione, in questi giorni, su come l’onda di antisemitismo stia crescendo, al di là dei numeri che purtroppo lo raccontano in modo impietoso.
Resta la domanda: se domani in Medio Oriente tornasse la pace, se Israele, che è una democrazia in cui si vota, decidesse di chiudere la fase di Netanyahu a settembre con le elezioni, gli ebrei italiani, francesi, tedeschi, inglesi sarebbero finalmente liberi di vivere senza essere circondati dall’odio e dalla paura?
Non credo.
Perché l’antisemitismo è il comodo rifugio di tutte le società fallite. E noi purtroppo lo siamo.

(InOltre, 18 maggio 2026)

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aleXsandro Palombo firma HATE, il nuovo murale con Hitler con la kefiah apparso alla manifestazione pro-Palestina di Milano

L’opera raffigura Adolf Hitler mentre applaude, con una kefiah palestinese al collo e una fascia rossa al braccio con la scritta “HATE” (“ODIO”). Il primo murale è apparso nel punto di partenza della manifestazione, dove Hitler è ritratto a mezzo busto. L’immagine si ripete in altri punti del percorso della manifestazione, dove la figura compare anche a corpo intero, trasformandosi in una presenza visiva ricorrente nello spazio urbano al passaggio del corteo Pro Pal. L’intervento richiama i meccanismi della propaganda, della radicalizzazione e della normalizzazione dell’odio nel dibattito pubblico contemporaneo, invitando a una riflessione sui linguaggi estremi e sulle dinamiche di polarizzazione sociale.

di R.I.

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Nel giorno della manifestazione nazionale pro-Palestina a Milano, sabato 16 maggio, un nuovo murale dell’artista aleXsandro Palombo è apparso lungo il percorso del corteo. L’opera raffigura Adolf Hitler mentre applaude, con una kefiah palestinese al collo e una fascia rossa al braccio con la scritta “HATE” (“ODIO”).
Il primo murale è apparso nel punto di partenza della manifestazione, dove Hitler è ritratto a mezzo busto, come se si affacciasse su una piazza pubblica durante un raduno di massa. L’immagine si ripete poi in altri punti del percorso della manifestazione, dove la figura compare anche a corpo intero, trasformandosi in una presenza visiva ricorrente nello spazio urbano al passaggio del corteo Pro Pal. Attraverso questa sequenza, l’intervento richiama i meccanismi della propaganda, della radicalizzazione e della normalizzazione dell’odio nel dibattito pubblico contemporaneo, invitando a una riflessione sui linguaggi estremi e sulle dinamiche di polarizzazione sociale.
Con questa nuova opera, Palombo affronta il tema della crescente normalizzazione dell’estremismo e dell’antisemitismo contemporaneo, denunciando il modo in cui propaganda, radicalizzazione ideologica e discorsi d’odio riescano sempre più a ottenere consenso sociale all’interno delle manifestazioni pro-Palestina e, più in generale, nello spazio pubblico europeo. La figura di Hitler diventa una metafora della legittimazione sociale di linguaggi e comportamenti che, secondo l’artista, stanno progressivamente tornando accettabili nell’Europa contemporanea. L’opera era apparsa in Piazza XXIV Maggio, Arco di Porta Ticinese, e in altri punti del percorso del corteo nazionale tra Corso di Porta Ticinese e Via Molino delle Armi.

• La serie di opere è stata velocemente vandalizzata dai Pro Pal in poche ore.

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A sinistra l’opera originale; a destra vandalizzata

L’intervento arriva pochi giorni dopo gli episodi avvenuti durante il corteo del 25 aprile a Milano, quando membri della Brigata Ebraica e cittadini ebrei italiani sono stati verbalmente attaccati, circondati e insultati con slogan antisemiti mentre partecipavano pacificamente alla manifestazione. Tra i cori uditi vi era anche “Siete solo saponette non finite”, una frase che richiama direttamente l’immaginario della Shoah e che è stata ampiamente condannata in tutta Italia. Secondo l’artista, quanto accaduto ha rappresentato “l’espulsione degli ebrei da una manifestazione storicamente democratica, inclusiva e antifascista”.
L’opera appare inoltre in un contesto di tensioni legate alla presenza di Israele alla Biennale di Venezia, dove gruppi radicali pro-Palestina hanno protestato contro il Padiglione Israeliano, tentando di raggiungerlo durante le manifestazioni e prendendo di mira figure pubbliche israeliane impegnate nel dialogo e nella cooperazione israelo-palestinese, tra cui l’imprenditore e attivista per la pace Eyal Waldman.
Attraverso questo intervento, Palombo riporta ancora una volta al centro della propria ricerca artistica il tema dell’antisemitismo contemporaneo e della sua crescente normalizzazione nello spazio pubblico. Negli ultimi anni, l’artista ha dedicato gran parte del proprio lavoro alla memoria della Shoah, ai diritti civili e alla lotta contro l’antisemitismo. Le sue opere dedicate ai sopravvissuti alla Shoah Edith Bruck, Liliana Segre e Sami Modiano sono state più volte vandalizzate a Milano con slogan e graffiti antisemiti. In seguito agli atti vandalici, le opere “Anti-Semitism, History Repeating” e “The Star of David” sono state acquisite dalla Fondazione Museo della Shoah di Roma e sono oggi esposte permanentemente davanti al Portico d’Ottavia, nel cuore dell’antico Ghetto Ebraico della città.
Tra le opere più note a livello internazionale di Palombo vi è “The Simpsons Go to Auschwitz”, un murale esposto all’esterno del Memoriale della Shoah di Milano, in cui la famiglia Simpson viene deportata nei campi di sterminio nazisti come monito contro la perdita della memoria storica. Anche quell’opera è stata più volte vandalizzata con scritte come “W Hitler” e “Free Palestine”.
Il 29 gennaio 2026, in occasione della Giornata della Memoria, è apparso inoltre un murale raffigurante Primo Levi e Anne Frank su un’ex caserma militare di Milano. Pochi giorni dopo, il volto di Primo Levi è stato deturpato. Con quest’ultimo episodio, il numero di atti vandalici antisemiti contro opere dedicate alla Shoah e alla lotta contro l’antisemitismo è aumentato in modo significativo.

(Bet Magazine Mosaico, 18 maggio 2026)

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«Senza la Torah non esiste il popolo d’Israele»

Il ministro Amsalem equipara gli studenti delle yeshiva ai soldati di truppa, alimentando ulteriormente la polemica sulla legge sulla coscrizione.

di Dov Eilon

Al congresso dell’Associazione degli enti locali a Eilat, il ministro Dudi Amsalem (Likud) ha suscitato scalpore. Come ha riportato il portale di notizie israeliano Ynet, in quell’occasione ha criticato aspramente la magistratura, la sinistra e la legge sulla coscrizione degli Haredim – senza lesinare dichiarazioni provocatorie.
«Senza la Torah non esiste il popolo d’Israele. Considero chiunque studi la Torah un contributore non meno importante di un soldato che sta combattendo a Gaza. Non c’è alcuna differenza tra loro», ha affermato Amsalem alla conferenza. Secondo lui, l’esercito avrebbe un «eccesso di soldati da combattimento», ma si lascerebbe comunque trascinare dalla «retorica tossica della sinistra».

• Attacco frontale alla sinistra
   Amsalem ha approfittato del congresso anche per un duro resoconto con i suoi avversari politici. «Abbiamo alle spalle quattro anni terribili e sono giunto alla conclusione che la sinistra in Israele sia l’elemento più violento e antidemocratico del Paese», ha affermato il ministro. Alla domanda sulla riforma della giustizia, ha rincarato la dose: «Faremo passare la riforma sia con la forza che con la ragione». Riguardo a possibili nuove elezioni, ha detto: «Le elezioni si terranno dopo le festività solenni – a un certo punto di settembre.»

• Una legge che divide Israele da decenni
   Il tema degli haredim e del servizio militare non è nuovo in Israele – ma dal 7 ottobre 2023 ha assunto una connotazione del tutto nuova. Secondo l’esercito, ci sono circa 70.000 haredim soggetti a leva di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Molti semplicemente non si presentano alla data di chiamata alle armi, alcuni bruciano pubblicamente le loro cartelle di precetto. Per i riservisti, che in parte hanno prestato servizio quasi ininterrottamente per due anni, è difficile da sopportare. Secondo un sondaggio, l’85 per cento degli israeliani non ultraortodossi è favorevole a dure sanzioni contro i renitenti – tra cui la revoca delle prestazioni sociali, della patente di guida e persino del diritto di voto.
Come ha riportato il Jerusalem Post, nel gennaio 2026 la coalizione aveva addirittura rinviato la votazione sul bilancio dello Stato perché i partiti haredim Shas e Ebraismo Torah Unito (UTJ) minacciavano di ritirare il loro sostegno. Il capo di Stato Maggiore Zamir ha avvertito con urgenza il Parlamento: l’esercito ha urgente bisogno di decine di migliaia di nuovi soldati – altrimenti si rischia il collasso delle forze armate.

• Opposizione e coalizione sotto pressione

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Il rabbino Dov Lando, leader spirituale della fazione Degel HaTora, ha definito pubblicamente il primo ministro Benjamin Netanyahu un “bugiardo” e ha esortato il suo partito a promuovere lo scioglimento della Knesset. Il partito ha fatto sul serio e ha ritirato il proprio sostegno alla coalizione.
Il leader dell’opposizione Jair Lapid e l’ex primo ministro Naftali Bennett, che nell’aprile 2026 hanno formato una lista comune, hanno reagito prontamente: «Naturalmente è possibile arruolare gli haredim. Lo vedrete», ha detto Bennett secondo il Jerusalem Post. Lapid ha chiesto l’immediato scioglimento della Knesset.
Se la Knesset dovesse effettivamente essere sciolta, le nuove elezioni potrebbero tenersi già all'inizio dell'estate, prima di quanto suggerito da Amsalem.

(Israel Heute, 18 maggio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Maccabiadi confermate a luglio, l'Italia proverà ad esserci

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Un momento della cerimonia inaugurale delle Maccabiadi del 2022

Conosciute anche come “Olimpiadi ebraiche”, le Maccabiadi sono una delle manifestazioni sportive più partecipate al mondo. L’edizione numero 22 del torneo avrebbe dovuto svolgersi nell’estate del 2025 ma fu rinviata al luglio di quest’anno per via della guerra dei Dodici giorni tra Israele e Iran. A fine febbraio è però scoppiato un nuovo conflitto tra i due Paesi, ancora più lungo, e lo scenario geopolitico e in particolare mediorientale resta incerto.
  Le Maccabiadi restano al momento confermate, con inaugurazione prevista il primo luglio allo stadio Teddy Kollek di Gerusalemme e due settimane di gare a seguire. “All’ombra di un’altra guerra con l’Iran, i Giochi del Maccabi in Israele si svolgeranno a luglio”, titola il Times of Israel. Secondo gli organizzatori, degli 8mila atleti inizialmente previsti ne arriveranno 5mila. Un calo drastico, causato anche dalla decisione di varie compagnie aeree di sospendere i voli nella regione. «Non volevamo trovarci di nuovo in questa situazione, ma questa è la realtà in Israele adesso», sottolinea Roy Hessing, il presidente della Maccabi World Union. «La competizione di quest’anno non sarà la più grande, ma il messaggio che stiamo dando è che i Giochi si svolgeranno».
  Proverà ad esserci anche l’Italia, pur in forma ridotta con una mini-delegazione ancora da strutturare «come segno di vicinanza a Israele, come già facemmo nell’edizione del 2001 svoltasi in piena Intifada». Non sarà semplice, chiarisce Vittorio Pavoncello, il presidente del Maccabi Italia, «ma è un tentativo che intendiamo portare avanti e per questo mi sto rivolgendo al comitato organizzatore per chiedergli di venirci il più possibile incontro: i costi sono molto alti, dai voli all’iscrizione al torneo, e non è immaginabile trovare degli sponsor importanti a così breve distanza temporale». Pavoncello ci spera: «Vogliamo esserci. Con una squadra o con pochi atleti, sarà il nostro modo per essere solidali con Israele».

(moked, 18 maggio 2026)

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La lettera di Sinwar a Nasrallah. Il vero piano del 7 ottobre

Il documento firmato dai capi di Hamas mostra che l’obiettivo era trascinare Hezbollah e l’Iran in una guerra totale contro Israele

di Shira Navon 

La lettera inviata alle 6:30 del mattino del 7 ottobre 2023 da Yahya Sinwar, Mohammed Deif e Marwan Issa a Hassan Nasrallah cambia il modo in cui va letto l’attacco di Hamas contro Israele, perché mostra con brutale chiarezza che quella mattina non doveva essere soltanto una strage, ma l’innesco di una guerra regionale destinata a far crollare lo Stato ebraico. Il documento, rivelato da Ben Caspit e ritrovato dalle forze israeliane in un sito sotterraneo di Hamas a Gaza, non parla quasi affatto delle proteste interne israeliane, della riforma giudiziaria o del rifiuto dei riservisti. Parla di Al-Aqsa, di jihad, di Hezbollah, di Iran, di normalizzazione con l’Arabia Saudita da sabotare e di una strategia militare che avrebbe dovuto aprire più fronti contemporaneamente contro Israele.
Il punto più impressionante del testo è proprio questo. I leader di Hamas chiedono a Nasrallah di intervenire subito, nel momento in cui migliaia di uomini delle Brigate al-Qassam stanno già attraversando la barriera di Gaza per colpire basi, comunità israeliane, aeroporti e snodi strategici nel sud del Paese. La lettera, secondo quanto riportato anche dal Jerusalem Post, descrive l’attacco come l’avvio di un piano più vasto, fondato sulla convinzione che Israele potesse essere travolto da un assalto simultaneo da Gaza, Libano e altri fronti dell’Asse della Resistenza.
A colpire è la costruzione ideologica dell’intero documento. Hamas presenta Al-Aqsa come leva assoluta, come parola capace di saldare sunniti e sciiti, palestinesi e libanesi, iraniani e milizie regionali, superando divisioni che da decenni attraversano il mondo islamico. Gerusalemme diventa così il pretesto religioso e politico per chiamare Hezbollah alla guerra totale. Nella lettera vengono evocati versetti coranici legati alla jihad, accuse contro Israele per le tensioni sul Monte del Tempio, riferimenti alle vacche rosse, allo shofar, ai presunti piani per costruire il Tempio e a un complotto di “giudaizzazione” di Gerusalemme.
Il passaggio più rivelatore riguarda però la richiesta operativa. I tre capi di Hamas spiegano a Nasrallah che non serve un intervento diretto della Repubblica islamica iraniana o della Siria come Stati, mentre chiedono con urgenza la partecipazione di Hezbollah e delle altre forze dell’Asse della Resistenza. Vogliono razzi in grandi salve contro aeroporti, comandi militari e obiettivi strategici, così da consumare Iron Dome, paralizzare l’aeronautica israeliana e creare le condizioni per un’offensiva terrestre dal nord. In altre parole, Hamas non immaginava il 7 ottobre come un episodio isolato, bensì come la prima scena di una guerra d’annientamento.
Qui crolla anche una delle letture più comode e velenose circolate in Israele dopo il massacro, quella secondo cui Hamas sarebbe stato spinto ad agire soprattutto dalla crisi interna israeliana. Nel documento compare un accenno alla famosa immagine di Israele come “ragnatela”, formula cara a Nasrallah, ma la lettera non costruisce la propria logica sulla protesta contro Netanyahu o sulla frattura civile israeliana. La struttura del testo è un’altra: Al-Aqsa, jihad, normalizzazione saudita da impedire, coordinamento con Hezbollah e Iran, distruzione dello Stato ebraico.
Proprio la normalizzazione con l’Arabia Saudita appare come una delle ossessioni dei firmatari. Hamas teme che un accordo tra Riyad e Israele possa modificare definitivamente gli equilibri regionali, isolare l’Asse della Resistenza e ridurre lo spazio politico della guerra permanente contro lo Stato ebraico. Per questo l’attacco del 7 ottobre viene presentato come uno strumento per interrompere il processo diplomatico e far saltare i cosiddetti “regimi del tradimento e della normalizzazione”.
Il documento racconta inoltre il rapporto fra Hamas e Hezbollah in modo più realistico di molte analisi esterne. I leader di Hamas ammettono di non aver avvertito Nasrallah in anticipo, chiedono scusa e giustificano il silenzio con la necessità di conservare l’effetto sorpresa. Sapevano che l’intelligence israeliana poteva intercettare segnali, comunicazioni, movimenti. Per questo hanno mantenuto il segreto persino verso l’alleato più importante, salvo poi implorarlo di entrare immediatamente in guerra quando ormai l’attacco era iniziato.
Nasrallah esitò, e quella esitazione cambiò la storia del Medio Oriente. Hezbollah aprì un fronte al nord, ma non lanciò l’offensiva totale che Hamas chiedeva. La lettera mostra quanto Sinwar, Deif e Issa contassero su un collasso rapido di Israele, su una moltiplicazione dei fronti e su un panico strategico capace di trasformare il massacro nel sud in una guerra regionale. Molto di quel piano fallì, anche se il prezzo pagato da Israele fu spaventoso.
Resta il valore politico di questa rivelazione. La lettera toglie ogni velo romantico al 7 ottobre. Non fu “resistenza”, né disperazione, né reazione improvvisa. Fu un progetto freddo, religioso, militare e politico, pensato per assassinare civili, catturare soldati, spezzare Israele dall’interno e incendiare l’intera regione. Chi continua a raccontare quella giornata come un’esplosione di rabbia palestinese dovrebbe leggere quelle righe una per una. Non per Israele. Per decenza.

(Setteottobre, 17 maggio 2026)

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Povero e tuttavia ricco

Tutti vogliono adattarsi al sistema sociale moderno con tutti gli eccessi che questo comporta. 

di Wim Malgo (1922-1992)

APOCALISSE 2

  1. “All'angelo della chiesa di Smirne scrivi: queste cose dice il primo e l'ultimo, che fu morto e tornò in vita:
  2. 'Io conosco la tua tribolazione, la tua povertà (eppure sei ricco) e le calunnie lanciate da quelli che dicono di essere Giudei e non lo sono, ma sono una sinagoga di Satana. 
  3. Non temere quello che avrai da soffrire; ecco, il diavolo sta per cacciare alcuni di voi in prigione, perché siate provati, e avrete una tribolazione di dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e io ti darò la corona della vita.
  4. Chi ha orecchio ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. Chi vince non sarà colpito dalla morte seconda'”.

La causa della povertà della chiesa di Smirne è stata la loro testimonianza per Gesù, perché nella grande città commerciale i credenti avrebbero potuto certamente programmare e vivere nel benessere, come d'altronde facciamo anche noi in occidente in quest'epoca in cui se non possiamo avere l'ultimo modello di telefonino ci consideriamo di un livello socialmente basso. Loro hanno accettato lo svantaggio sociale e questo presupponeva un'assoluta disponibilità alla rinuncia. Questo è un punto focale. Chi accetta ancora oggi svantaggi economici per amore di Gesù? Quasi nessuno anzi, è vero il contrario. Tutti vogliono adattarsi al sistema sociale moderno con tutti gli eccessi che questo comporta. Ma aggrapparsi alle cose materiali, allo stato sociale terreno, alla ricchezza, conduce sempre alla povertà spirituale. Fondamentalmente non è un vantaggio per noi se possiamo muoverci tutti in una certa prosperità. 
  Quindi, non ci è permesso possedere qualcosa? Paolo dice: Posso avere molto e essere nel bisogno. Purtroppo quando ci si affeziona ai propri averi, appena si inizia a meditare su come conservarle o semplicemente non perdere i propri privilegi, si diventa automaticamente poveri in spirito. 
  Perché dovremmo valutare di poter vivere in povertà? Perché la richiesta di Gesù di fare nostra la sua esperienza e di prendere la sua croce in tutti i suoi aspetti presuppone la volontà di rinunciare. Il Signore non lo chiede a tutti. A chi chiede questa auto-rinuncia? A quelli che Lui sa che sono disposti a farlo. Siete disposti? La disponibilità a rinunciare si esprime nella disponibilità al sacrificio. Ma questa è la rinuncia in azione. Quando il Signore dice alla chiesa di Smirne: «Conosco [. ... ] la tua tribolazione e la tua povertà» (Apocalisse 2,9), questo significa che ha assunto la povertà di Gesù. La povertà di Gesù è menzionata in 2 Corinzi 8: 9: 

    «Perché voi conoscete la grazia del nostro Signore Gesù Cristo il quale, essendo ricco, si è fatto povero per amor vostro, affinché, mediante la sua povertà, voi poteste diventare ricchi». 

Questo significa che dobbiamo diventare tutti poveri? No, perché non si tratta di equità sul lavoro. Il significato è staccarsi internamente dai nostri beni. Ci è permesso godere di tutto ciò che abbiamo ricevuto con ringraziamento, ma dovremmo sempre mettere tutto sull'altare! In altre parole: sempre dovremmo essere sempre disposti e pronti a rinunciarvi. 
  La chiesa di Smirne non ha dovuto percorrere questo sentiero di povertà e tribolazione. Ma ha accettato volontariamente ogni svantaggio, ogni rinvio per amore di Gesù. La loro povertà deve essere stata grande, perché la parola greca usata in questo passaggio per indicare povertà è ptocheia. Il termine è usato quando si riferisce all'immagine di un mendicante curvo e sofferente. Ecco quanto erano infelici i credenti a Smirne. Ma a causa della loro disponibilità a rinunciare, il Signore aggiunge subito: «Ma tu sei ricco!».
   Esattamente il contrario di ciò che dice ai cristiani di Laodicea, che non erano né freddi né ferventi, ma tiepidi: 

    «Tu dici: sono ricco, mi sono arricchito e non ho bisogno di nulla; tu non sai, invece, che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo.» (Apocalisse 3:17). 

La chiesa di Laodicea versava in una profonda povertà spirituale a causa del suo attaccamento alle ricchezze. È, come dice lo stesso Signore Gesù, «è più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio!» (Matteo 19:24). Voleva forse dire che non si può essere cristiani e anche ricchi? No, assolutamente no. Ma il cristiano ricco dovrebbe considerarsi solo come l'amministratore dei suoi beni, in quanto non sono suoi. Guai a colui il cui cuore è attaccato ai suoi beni! Nel libro dell’Apocalisse abbiamo i ricchi poveri di Smirne e i poveri ricchi di Laodicea. 
  La domanda naturale da porsi è questa: quanto è grande la tua disponibilità a rinunciare alle tue cose per amore di Gesù? Fino a che punto sei pronto ad avvicinarti alla mente di Gesù? Dice: «Chi di voi non rinuncia a tutto quello che ha non può essere mio discepolo» (Luca 14,33). Dio non costringe nessuno a rinunciare alla sua vita, ma il principio divino è che «Chi ama la sua vita, la perderà; ma chi odia la sua vita in questo mondo [per amore di Gesù] la conserverà per la vita eterna» (Giovanni 12,25). 
  La chiesa di Smirne accettò volontariamente la tribolazione e la rinuncia perché amava Gesù più di ogni altra cosa. Smirne è una delle due chiese che il Signore non rimprovera, cosa che invece fa con gli Efesini, a cui dice: «Ma ho contro di te che hai lasciato il tuo primo amore» (Apocalisse 2:4). 
  Vorrei ribadire con enfasi: il Signore non ci impone di amarlo, perché l'amore è un atto volontario. La comunità di Smirne lo amava ed è per questo li ha incoraggiati così fortemente, anche in vista del disagio che li attendeva: 

    «Non temere ciò che soffrirai! Ecco, il diavolo getterà alcuni di voi in prigione per essere processati, e avrete tribolazione per dieci giorni» (Apocalisse 2:10). 

E poi arriva l'incentivo: «Sii fedele fino alla morte, e ti darò la corona della vita!» 
  I credenti di Smirne erano felici - nel mezzo della loro tribolazione e povertà, nelle loro tentazioni e paure, nei loro tremiti e trepidazioni. La promessa del Signore ha superato qualsiasi peso nella loro vita. 
  Lascia che la promessa del Signore superi tutto ciò che appesantisce la tua vita. Paolo ha voluto chiarire la stessa cosa quando ha detto: 

    “Siamo tribolati in ogni maniera, ma non ridotti all'estremo; perplessi, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; atterrati, ma non uccisi» (2 Corinzi 4: 8-9). 

Esultava nella certezza della vittoria e il Signore era con lui. 

(Chiamata di Mezzanotte settembre/ottobre 2020)


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