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Notizie 1-15 marzo 2019


"Hezbollah ha un battaglione segreto nel Golan"

Israele rivela le informazioni di intelligence sugli sciiti. Sostenuta dai pasdaran iraniani, la milizia libanese si prepara a un possibile attacco dal confine siriano.

di Vincenzo Nigro

Israele ha declassificato le informazioni di intelligence su una cellula operativa, o forse una vera e propria unità militare, che Hezbollah ha creato negli ultimi mesi sul Golan, dalla parte siriana del confine. La milizia sciita libanese da anni è in Siria dove, con l'appoggio dei pasdaran iraniani, ha combattuto per sostenere il governo di Bashar Assad contro l'Isis e contro gruppi jihadisti come Al Nusra.
   L'esercito ha passato le sue informazioni a molti giornali israeliani e ha fatto anche il nome del capo del gruppo. L'unità sarebbe stata messa in piedi da un certo Ali Mussa Daqduq, un miliziano libanese di Hezbollah che nel 2007 venne arrestato in Iraq dagli americani dopo aver messo a segno un attacco terroristico in cui morirono 5 marines. In Siria nei mesi scorsi Daqduq avrebbe contattato diversi combattenti siriani con l'aiuto dei pasdaran per creare questa struttura sul Golan. L'operazione - dicono gli israeliani - sarebbe stata messa in piedi in segreto, alle spalle dell'esercito dello stesso presidente siriano Assad e probabilmente dei russi.
   Gli Stati Uniti, che nel 2007 in Iraq avevano individuato e arrestato Daqduq, nel 2011 lo passarono al governo iracheno che più tardi lo ha liberato. Secondo l'esercito di Israele "la rete di Daqduq attualmente è impegnata a ispezionare l'area delle Alture del Golan. La sua intenzione è quella di controllare gruppi di operativi siriani nel lancio di attacchi contro Israele".
   Il gruppo - sempre secondo Israele - sarebbe operativo nella zona tra il villaggio di Quneitra e quello di Ernah, proprio a ridosso della linea di separazione fra Israele e Siria. Alcune infrastrutture (come depositi di munizioni ed esplosivi) sono state piazzate attorno al villaggio druso di Chader.
   Il generale Amit Fisher, comandante della divisione Golan, ha dichiarato che "Israele agirà con tutta la sua forza per buttare fuori dalle Alture questa organizzazione e assicurare la stabilità della regione". È chiaro che la rivelazione di Israele può essere stata motivata anche da ragioni di "propaganda", e perfino di propaganda politica interna. In Israele fra poco si vota, e il governo Netanyahu tiene alto il livello della sfida verbale per rassicurare il suo elettorato. Israele d'altronde da mesi segnala innanzitutto alla Russia, che è la prima potenza straniera alleata di Assad presente in Siria, che la presenza degli iraniani e di Hezbollah ai suoi confini è un elemento inaccettabile. La rivelazione dell'esistenza di questa unità di Hezbollah quindi in qualche modo fa parte della strategia di Israele di tenere alta la tensione sui "nemici alle porte". Ma Israele difficilmente inventerebbe una storia del genere, con tanto di nomi e cognomi, soprattutto per non perdere credibilità di fronte agli eserciti avversari ma soprattutto nei confronti della Russia di Vladimir Putin.

(la Repubblica, 15 marzo 2019)


Usa, Pompeo la prossima settimana sarà in Libano, Israele e Kuwait

Il segretario di Stato terrà anche colloqui con i leader israeliani, ciprioti e greci su questioni energetiche e di sicurezza

Mike Pompeo
Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo si recherà in Libano, Israele e Kuwait la prossima settimana per discussioni su una serie di questioni, compresi i colloqui con i leader israeliani, ciprioti e greci sulle questioni energetiche e di sicurezza nella regione del Mediterraneo. Lo ha detto il Dipartimento di Stato in un comunicato stampa.
   "Il Segretario di Stato Michael R. Pompeo viaggerà a Beirut, Gerusalemme e Kuwait City dal 19 al 23 marzo", ha detto il comunicato. "Mentre si trova a Gerusalemme, il Segretario parteciperà anche ad un incontro con i leader israeliani, ciprioti e greci per discutere le questioni chiave in materia di energia e sicurezza che la regione del Mediterraneo orientale si trova ad affrontare".
   Il Mediterraneo orientale è diventato una delle zone di perforazione offshore più calde del mondo, con una serie di importanti scoperte di gas naturale negli ultimi anni. Ma le controversie in corso sui confini marittimi - anche tra Libano e Israele, e tra Turchia e Cipro - hanno ostacolato gli sforzi per sviluppare le risorse.
   Mentre si trova in Israele, Pompeo incontrerà anche funzionari israeliani per riaffermare l'impegno degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele e gli sforzi dell'amministrazione Trump per combattere l'antisemitismo. A Kuwait City, il Segretario guiderà la delegazione statunitense al terzo dialogo strategico USA-Kuwait, che si concentrerà su aree di crescente cooperazione bilaterale, tra cui la difesa, l'antiterrorismo e la sicurezza informatica, così come i legami commerciali e gli investimenti.
   A Beirut, la visita di Pompeo si concentrerà sulle sfide politiche, di sicurezza, economiche e umanitarie che il Libano deve affrontare. Pompeo enfatizzerà anche il sostegno degli Stati Uniti alle "legittime istituzioni statali del Libano".

(AGV, 15 marzo 2019)



Aqua Aura porta la "storia millenaria degli ebrei e del paesaggio" a Marfisa e in sinagoga

Sabato l'inaugurazione della "sublime" mostra di arte contemporanea. Pesaro: "Finalmente riapriamo il centro culturale della comunità ebraica".

Ci voleva l'arte contemporanea di Aqua Aura per valorizzare la palazzina Marfisa d'Este e riaprire la Sinagoga grande della scola Italiana, chiusa dal terremoto. Una doppia sede espositiva per la mostra "Paesaggi Curvi" del noto artista Raffaele Piseddu che presenta per la prima volta a Ferrara videoinstallazioni inedite e opere storiche incentrate sull'estetica del sublime.
   Un "allestimento sorprendente", come lo definisce il dirigente del settore Attività culturali Giovanni Lenzerini, che "si sposa felicemente" con gli spazi della palazzina di corso Giovecca e dell'ex sinagoga di via Mazzini che "finalmente torna al suo splendore e alla fruibilità della nostra piccola comunità" annuncia il presidente della comunità ebraica di Ferrara Andrea Pesaro che mira a "riproporre il grande salone come centro di cultura" .
   Un'anticipazione in attesa della riapertura delle sinagoghe e del museo ebraico ferrarese - il cosiddetto "complesso di via Mazzini" - prevista in estate e che "sarà sicuramente - anticipa il vicesindaco Massimo Maisto - una bella festa per la città".
   Ma cosa hanno in comune una città rinascimentale, l'arte contemporanea, la comunità ebraica e i paesaggi sublimi? A creare un collegamento è il rabbino capo Rav Luciano Caro: "La comunità ebraica ha avuto nel passato una forma di opposizione all'arte, dovuta al testo biblico che recita 'non ti farai scultura e alcuna immagine' per evitare l'idolatria, ma in questa mostra si percepisce il messaggio della Shekinah diretto verso il cielo, verso un bene superiore, ovvero il dovere dell'essere umano di rispettare e custodire la natura come nel giardino dell'Eden".

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   Arte e fede, realtà e immaginazione, provocazione e riflessione intorno a un'unica domanda: quanto tempo rimane al nostro Paese? Per rispondere al quesito, l'artista ha compiuto un lungo viaggio in Islanda, nel luogo del freddo e del ghiaccio, dove ha scattato numerose fotografie utilizzate per le opere, costruite anche in computer grafica, e per le sculture sonore allo scopo di "far vedere e sentire le realtà possibili a causa del cambiamento climatico" spiegano le curatrici Maria Letizia Paiato e Chiara Serri.
   Un "ponte tra umano e luogo grazie alla millenaria cultura ebraica", per usare le parole dello stesso Aqua Aura, visibile da sabato 16 marzo, quando la mostra - in collaborazione con i Musei civici di Arte Antica di Ferrara e con il patrocinio di Regione Emilia-Romagna, Comune di Ferrara e Meis - verrà inaugurata alle 18 alla palazzina Marfisa d'Este dove sarà visitabile fino al 5 maggio e nella Sinagoga grande della scola italiana dove sarà visitabile fino al 16 aprile.
   
(estense.com, 15 marzo 2019)


Autorità Palestinese in crisi economica: pesano gli stipendi ai terroristi

di Ugo Volli

Pochi se ne sono accorti finora, ma l'Autorità Palestinese si è dichiarata in crisi economica e ha tagliato della metà gli stipendi a tutti i suoi dipendenti che guadagnano più di 500 euro. Questo accade nonostante che l'Autorità palestinese sia l'entità più ricca di aiuti internazionali di tutto il mondo. Si calcola che fra il 2006 e il 2016 siano arrivati ad Abbas 24 miliardi di dollari cioè circa 560 dollari a testa all'anno, se si accettano le cifre della popolazione fornite dall'AP, che molti giudicano decisamente esagerate; se si bada ai numeri reali della popolazione presente sul territorio di Giudea, Samaria e Gaza, probabilmente il doppio. Solo l'Onu spende 540 milioni l'anno per i 3 o 4 milioni di sudditi dell'Autorità Palestinese, lo stesso che spende per gli iracheni, che sono dieci volte tanto e vengono da guerre rovinose, e di più dei 340 milioni che dà ai 34 milioni di afgani.
"Rispetto ai paesi africani come il Burundi ($ 113 milioni in aiuti per 10 milioni di persone) o il Camerun ($ 304,5 milioni per 23 milioni di persone), il divario è ancora più allarmante.".
Gli Stati Uniti danno 600 milioni circa.
Perché dunque questa miseria? Le ragioni sono parecchie.
  • La prima è che l'AP in pratica si occupa solo di fare la guerra agli ebrei e non lavora affatto per far crescere la propria economia, il che richiederebbe un accordo con Israele. Comunque l'economia è l'ultimo dei problemi per l'AP, tanto che essa non ha prodotto una propria moneta e non ha costruito un apparato doganale e fiscale. Per queste cose si appoggia a Israele.
  • La seconda ragione è che i governi di Ramallah e Gaza sono immensamente corrotti e inefficienti: anche se qualcuno cerca di realizzare imprese e produrre qualcosa, i taglieggiamenti sono tali da scoraggiare ogni innovazione.
  • La terza ragione è contingente ma rivela un problema decisivo. Dalla sua fondazione l'OLP e poi l'AP che ne ha assunto le funzioni amministrative, pagano stipendi ai loro terroristi condannati al carcere e alle famiglie di coloro che sono morti in attività terroristica. Sono cifre molto consistenti.
"Il salario minimo per un detenuto, da pagarsi dall'inizio della sua detenzione e fino a 3 anni, è di 300 euro al mese. I detenuti che sono stati condannati tra 3 e 5 anni ne ricevono 400. Tra i 5 e i 10 anni riceveranno 800. Tra i 10 e i 15, 1200. Tra i 15 e i 20, 1400. Tra i 20 e i 25, 1600. Tra i 25 e i 30, 2000. Oltre, 2500)".

Le famiglie di terroristi uccisi ricevono 1000 euro circa, sempre al mese Il totale fa 345 milioni di dollari. Il totale fa circa 350 milioni di dollari l'anno, il 7 per cento del budget complessivo dell'AP.
   Che un'entità politica paghi stipendi a terroristi condannati da regolari tribunali e che lo faccia in proporzione alla gravità dei loro reati è naturalmente una vergogna. Dopo molte esitazioni, dopo aver richiesto che il malcostume cessasse gli stati donatori hanno iniziato a ritirare i fondi. L'hanno fatto l'Australia, la Norvegia, gli Stati Uniti (per merito di Trump). E di recente Israele ha approvato una legge per detrarre i fondi dati come stipendi ai terroristi dalle tasse doganali che Israele raccoglie per l'Autorità Palestinese. Abbas, dittatore dell'AP, ha indicato solennemente che non avrebbe mai cessato di pagare i "martiri" e ha tagliato invece finanziamenti e spese per l'assistenza dei poveri. Poi per montare il caso ha rifiutato di accettare le tasse che venivano da Israele, da cui era stata sottratta la quota dedicata agli stipendi dei terroristi, accusando Israele di non rispettare gli accordi di Oslo, anche se essi impongono alle parti contraenti, dunque anche all'AP di non appoggiare o incoraggiare in alcun modo il terrorismo, cosa che evidentemente questi stipendi fanno. Il caso è arrivato al consiglio di sicurezza dell'Onu, per iniziativa dello Yemen, ed è significativo che paesi europei a loro volta vittime del terrorismo come Francia e Gran Bretagna si siano schierati dalla parte dei palestinisti. Israele secondo loro non deve interferire economicamente con l'incoraggiamento economico dei terroristi che assassinano i suoi cittadini…
   Sembra un caso paradossale, ma esso espone il cuore dell'attacco terroristico a Israele. La ragion d'essere dell'Autorità Palestinese è l'eliminazione di Israele, non la costruzione di uno "stato palestinese". Per questo chi si espone a sgozzare, sparare, bombardare, accoltellare, investire con la macchina, ammazzare in tutti i modi gli ebrei per loro è un eroe, non un criminale: è il soldato che rischia la pelle (e spesso la perde) per portare lutti e lacrime all'odiato nemico. Un sentimento condiviso dalla piazza musulmana e coltivato dalla demagogia dei governi, anche se magari fanno accordi militari ed economici con lo stato ebraico. Quanto ai governi europei, la diagnosi è difficile. Se siete ottimisti, potete pensare che non capiscano che i terroristi che colpiscono a Gerusalemme o al Gush Etzion è esattamente uguale a quello che colpisce a Parigi o a Londra. Se siete pessimisti o realisti, dovete pensare che al di là dei bei discorsi delle Giornate della Memoria, l'Europa ha cercato per mille anni e passa di eliminare gli ebrei, fino alla Shoah. E dunque non può non sentire sotto sotto una certa solidarietà con chi ci ritenta oggi.

(Progetto Dreyfus, 14 marzo 2019)



Due razzi da Gaza verso Tel Aviv. Israele: «Hamas è responsabile»

Israele ha cominciato a colpire obiettivi a Gaza per rappresaglia contro i due razzi lanciati verso Tel Aviv poche ore prima dalla Striscia.

di Davide Frattini

GERUSALEMME - Le sirene d'allarme non risuonavano a Tel Aviv da quasi cinque anni, dai cinquantanove giorni di guerra tra Israele e Hamas nell'estate del 2014. I razzi lanciati sono due, nessuno intercettato dal sistema di difesa Cupola di Ferro. Sono caduti - spiegano i portavoce dell'esercito - da qualche parte senza vittime nella zona centrale del Paese, verso la città sul Mediterraneo. Più tardi la risposta: la zona sud della Striscia di Gaza è stata bombardata. I militari israeliani non sono in grado di capire chi sia stato a lanciare i razzi su Tel Aviv, ammettono di essere stati colti di sorpresa, dal punto di vista strategico israeliano la situazione non cambia: il gruppo fondamentalista che domina sulla Striscia di Gaza dal 2007 è considerato responsabile. Così Hamas ha già evacuato le postazioni e gli israeliani hanno avvertito una delegazione egiziana di andarsene al più presto da Gaza. Perché le bombe stanno per cadere. Allo stesso tempo è stato deciso di non annullare gli eventi pubblici a Tel Aviv, il segnale che i generali non cercano lo scontro totale.
   Gli agenti segreti inviati dal Cairo hanno fatto in questi giorni avanti e indietro tra i due contendenti proprio per cercare di mediare una tregua di lunga durata e di ridurre le tensioni sul confine che vanno avanti dalla primavera dell'anno scorso. Da quando Hamas ha dato il via alle manifestazioni lungo i reticolati e la barriera che la divide da Israele. I cortei e i disordini hanno creato una situazione d'attrito quasi quotidiano: i palestinesi marciano verso la rete e lasciano volare in cielo aquiloni o palloncini con attaccati esplosivo e bottiglie incendiare.
   Lungo questa linea del fronte sono appostati in cecchini israeliani che respingono la folla sparando. Il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione d'emergenza del consiglio di sicurezza. Hamas - che nega di aver ordinato il lancio di razzi - potrebbe aver deciso di premere sul governo israeliano in queste tre settimane verso le elezioni del 9 aprile. Netanyahu fronteggia il partito Blu Bianco — come la bandiera nazionale — che ha messo insieme tre ex capi di Stato Maggiore. Deve dimostrare di meritare ancora il titolo che gli ha permesso di restare al potere da dieci anni: Mr Sicurezza.

(Corriere della Sera, 15 marzo 2019)


*


Attacco a sorpresa. Tel Aviv, allarme per due missili sparati da Gaza

E Netanyahu raduna ministri e capi militari

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Ieri sera l'allarme rosso delle sirene ha risuonato nelle vie in genere piene di vita e di senso di sicurezza di Tel Aviv, i rifugi sono stati aperti, le tv e le radio hanno cominciato una interminabile trasmissione in diretta cercando di calmare i cittadini ma anche di dare indicazioni e ordine: due missili Fajr sono stati sparati da Gaza, uno è caduto in uno spazio aperto, senza feriti o danni; il secondo è stato distrutto in aria dal sistema «scudo di acciaio». Mentre scriviamo, Netanyahu che è anche ministro della Difesa, è in riunione alla «Kirya», il sofisticato centro della sicurezza israeliana con tutti i consiglieri e i capi militari, e certamente la risposta non potrà essere banale, dato che l'attacco colpisce la vita di Israele in uno dei suoi cuori pulsanti, la sua seconda capitale, come fosse Milano in Italia. La difesa del Sud del Paese, di consueto sotto mira da parte di Hamas e della jihad Islamica, ambedue sospettati di essere gli autori anche di questa ultima impresa, è stata nell'ultimo anno gestita con molta cautela nonostante tutte le nuove tecniche incendiarie, le aggressioni di massa ai confini, le esplosioni continue, i missili. L'inviato del Qatar che ha portato di nuovo aiuti economici con il permesso di Israele è ancora dentro i confini di Gaza, e così anche un gruppo di mediatori egiziani, tutti interessati a una situazione di calma. Ma evidentemente questo scopo è inottenibile quando si parla di un'organizzazione terrorista che gestisce il potere su base ideologica e religiosa, sussidiata con soldi stranieri, mai impiegati per il benessere della popolazione ma solo in armi e imprese terroristiche, fortemente sostenuta dall'Iran. Ieri a Gaza si era svolta una rara manifestazione di protesta per la mancanza di lavoro e di cibo, contro la miseria. Hamas l'ha spezzata con ronde armate. Le moschee hanno gettato ieri di nuovo tutta la colpa della fame su Israele. Adesso, è facile il nesso fra la repressione della ribellione interna e la decisione strategica di spostare l'odio su Israele. Più difficile adesso decidere cosa fare. Di certo, una risposta ci sarà. Intanto da Gaza si viene a sapere che i grandi capi hanno sgomberato case e uffici e che la delegazione egiziana lascia la Striscia e torna al Cairo. Comincia una nuova lunga notte, in piena campagna elettorale.

(il Giornale, 15 marzo 2019)


*


Israele bombarda Hamas: poi il cessate il fuoco

Dopo i due razzi contro Tel Aviv, sono stati colpiti «oltre 100 gli obiettivi terroristici di Hamas » a Gaza colpiti durante la notte scorsa dall'aviazione israeliana. Lo ha detto il portavoce militare, aggiungendo che tra questi anche quartier generali dell'organizzazione nel sud della Striscia.
   Grazie alla mediazione egiziana Hamas e Israele hanno poi raggiunto un cessate il fuoco a distanza di 12 ore dai primi lanci di razzi contro Tel Aviv e il sud del paese. Lo dice la tv israeliana Kan - riferita da Times of Israel - riprendendo notizie simili apparse sui media palestinesi. Non c'è al momento conferma da parte di fonti ufficiali israeliane.
   Tra gli altri obiettivi colpiti dall'aviazione israeliana - ha spiegato il portavoce militare - ci sono anche una postazione navale che serve come luogo di costruzione di armi e anche un sito sotterraneo di manifattura dei razzi. Il ministero della sanità di Gaza - riferito dai media - non ha dato finora notizia di feriti durante gli attacchi. Sia Hamas sia la Jihad islamica - hanno spiegato i media - in attesa della reazione di Israele dopo i razzi su Tel Aviv hanno ritirato in anticipo i propri uomini da molte delle loro basi. Grazie alla mediazione egiziana Hamas e Israele hanno raggiunto un cessate il fuoco a distanza di 12 ore dai primi lanci di razzi contro Tel Aviv e il sud del paese. Lo dice la tv israeliana Kan - riferita da Times of Israel - riprendendo notizie simili apparse sui media palestinesi. Non c'è al momento conferma da parte di fonti ufficiali israeliane.
   Poco prima media palestinesi, citati da Times of Israel, avevano riportato la dichiarazione di un esponente di Hamas secondo cui gli sforzi della mediazione egiziana - cominciati la scorsa notte - hanno portato a risultati e che la calma è stata ristabilita dentro e fuori la Striscia. Uno dei segnali a testimonianza della nuova situazione è la cancellazione, e lo spostamento al 30 marzo, della consueta "Marcia del ritorno", appoggiata da Hamas, che si sarebbe dovuta svolgere nel primo pomeriggio a Gaza lungo la linea difensiva con Israele. I media, nell'ambito delle notizie sulla possibile tregua, riportano anche una dichiarazione del portavoce della Jihad islamica a Gaza Daoud Shehab secondo cui l'organizzazione «è impegnata alle intese del cessate il fuoco» per tutto il tempo in cui Israele ferma la sua aggressione contro il popolo palestinese».
   Le proteste «rinviate» sono quelle che ogni venerdì vedono i palestinesi della Striscia di Gaza manifestare a ridosso della barriera al confine con Israele. «Nell'interesse della popolazione, si è deciso di rinviare eccezionalmente le attività previste per oggi», afferma un breve comunicato diffuso dagli organizzatori e rilanciato dai media palestinesi. È la prima volta che vengono annullate le proteste. La notizia arriva dopo l'escalation delle ultime ore, con il lancio di razzi dalla Striscia verso Israele e la risposta dello Stato ebraico, che ha reso noto di aver colpito «100 obiettivi militari di Hamas» in raid aerei contro l'enclave palestinese. Secondo le autorità di Gaza, dall'inizio delle proteste del venerdì volute da Hamas sotto lo slogan della "Grande Marcia del Ritorno" sono oltre 260 i palestinesi che hanno perso la vita e più di 29mila quelli rimasti feriti.

(Il Messaggero, 15 marzo 2019)



"Come riconoscere l'ebreo". In Polonia dilaga il tic nazista

Il giornale "Tylko Polska" (Solo Polonia) presente nel press-kit del Parlamento pubblica un vademecum per individuare i nemici della patria L'ebreo devi individuarlo dal nome, dalle caratteristiche antropologiche, dalle espressioni facciali, dai tratti del corpo E' un attacco al Paese, quel professore è un antipolacco, questo non può continuare! Gli ebrei dobbiamo sconfiggerli!

di Michela A. G. Iaccarino

Come si riconosce un ebreo?" Nella pallida Polonia europea lo spiegano, a lettere cubitali, in prima pagina sul Tylko Polska, ovvero "solo Polonia". Non prima tra le altre: nazione unica, sola. "L'ebreo devi individuarlo dal suo nome, dalle caratteristiche antropologiche, dalle apparenze". Poi "dalle espressioni facciali, i tratti del corpo", da un non specificato "metodo delle operazioni e delle attività di disinformazione". Stampata nei colori accecanti della bandiera della patria, il bianco e il rosso, una domanda arriva al posto di una conclusione: "Questo non può continuare! Gli ebrei dobbiamo sconfiggerli!". ,
   "Attacco alla Polonia". E' il secondo titolo che urla giallo su nero. "Hanno colpito la Polonia alla conferenza di Parigi" quando ha preso la parola l'ebreo polacco Jan Gross, oggi professore di storia a Princeton. La faccia dell'accademico ricopre per intero la prima pagina del settimanale distribuito ai parlamentari del Sejm, parlamento di Varsavia.
   Premiato con la medaglia dell'ordine di merito della Repubblica polacca, - un titolo che il partito Pis, ora al potere, ha tentato però di ritirargli nel 2016 -, Gross ha ricordato durante la recente conferenza nella capitale francese, come fa nei suoi corsi agli studenti americani, che frange della popolazione polacca collaborarono con i soldati nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Per questo è "un anti - polacco e attacca la Polonia" scrive Tylko Polska, sulle cui prime pagine svettano però sempre semiti. Su una copertina c'è un ebreo deformato, su un altro numero un ebreo ha la testa di maiale. Su un'altra copertina la Merkel indossa l'hijab musulmano tra le moschee. A volte svastiche bruciano con titoli rossi che sanguinano.
   Nel paese dell'autoritario Jaroslaw Kaczynski, a capo del Pis, partito Diritto e Giustizia, dove si rischia di finire in galera per 3 anni se si associano i campi di concentramento nazisti ai polacchi, questa storia non è titolo da prima pagina. A Varsavia stanno per andare in stampa con "dilemmi più grossi". Se in Europa l'antisemitismo polacco è una notizia, non lo è nella redazione della Gazeta Wyborcza, il maggior quotidiano del paese: "Non conosco i dettagli del nuovo caso, ma hai idea di quanti articoli abbiamo pubblicato? Sono anni che scriviamo di quell'antisemita pazzo di Bubl". Roman Imelski, editorialista di punta della Gazeta Wyborcza, ha fatto il callo al cuore nero della sua patria.
   Leszlek Bubl è l'editore di Tylko Polska, un cantante rock che dedica le sue note di odio ai rabbini, e l'intervistatore di se stesso nei filmati youtube che definisce corsi sulla "vera storia della Polonia". Con la pancia che preme contro i bottoni della camicia, le fessure degli occhi dietro il vetro opaco delle lenti, nell'ultimo video del 9 marzo, racconta la sua versione sul pogrom di Jedwabne: per la storia, su ordine dei nazisti, i polacchi non ebrei del villaggio tolsero la vita ad almeno 340 semiti. Ma Bubl spiega che non è andata così, mentre la sua faccia pallida diventa rubizza e spiritata sotto i capelli grigi.
   Imelski fa da bastione contro l'autoritarismo governativo insieme alla redazione da anni e ci sono altre due questioni gravi su cui la Varsavia ufficiale vuole far calare il sipario dell'oblio in questi giorni: la distruzione dell'indipendenza del sistema legislativo e le vittime dei preti della chiesa, nella cattolicissima Polonia dove la devozione al crocefisso è più importante della verità. Un pezzo d'Europa dove alle donne è ormai vietato abortire.
   "Rendere impossibile l'exit della Polonia dall'Unione europea": questa è la missione dell'opposizione per le prossime elezioni europee. Per la battaglia di maggio l'opposizione al Pis, - il partito Psl, liberali, socialdemocratici e verdi - si è unita battezzandosi "coalizione europea" e facendo scudo dietro le spalle di Grzegorz Schetyna, leader del partito Piattaforma Civica, di cui faceva parte il sindaco Pawel Adamowich, assassinato sul palco di Natale a Danzica.
   Intanto Michal Kaminski, legislatore dell'opposizione, in queste ore chiede che Tylko Polska venga bandito. Ma quello che è successo è solo un incidente, ha reso noto l'ufficio stampa del Sejm: "La cancelleria richiederà la rimozione della pubblicazione dal press kit". Ma non dalle edicole. Qualche giornalista ha chiesto della diffusione dell'antisemitismo nel Paese o se si procederà contro l' editore del giornale perché "la diffusione di odio basato su religione e razza è contro la legge in Polonia, cioè è un crimine", ha ricordato Kaminski, ma in cambio hanno ottenuto solo silenzio. Come se niente fosse successo. Domani a Varsavia è già un'altra notizia.
   
(il Fatto Quotidiano, 15 marzo 2019)


Berlino contro l'antisemitismo. Ecco il piano per lo "sviluppo della prevenzione"

"Ora applichiamolo", ci dice il Rabbino Yehuda Teichta

di Daniel Mosseri

 
Sigmount Königsberg
BERLINO - L'iniziativa è partita da due deputate berlinesi, la socialdemocratica Susanne Kitschun e la cristiano-democratica Cornelia Seibeld. L'idea è piaciuta a tutta la Abgeordnetenhaus, l'assemblea dei deputati della capitale, che con voto unanime ha incaricato il Senat (la giunta) di dare forma e sostanza al progetto. E' nato così, sotto la guida del senatore alla Giustizia Dirk Behrendt, il Piano statale per l'ulteriore sviluppo della prevenzione dell'antisemitismo. "Ulteriore" perché le autorità berlinesi ci tengono a fare sapere al mondo che questa non è la prima delle loro azioni per combattere l'odio antiebraico. Basti ricordare che lo scorso settembre lo stesso Land-capitale ha designato il procuratore generale Claudia Vanoni quale commissario contro l'antisemitismo presso la procura di Berlino. Gesti e decisioni che la giunta rosso-rosso-verde del borgomastro Michael Müller non ha preso per vantare patenti di democraticità e progressismo ma per combattere la Judenhass: gli atti di ostilità antiebraica in Germania sono in netta crescita.
   Rispondendo a un'interrogazione parlamentare, a metà febbraio il governo federale ha affermato che i reati a sfondo antisemita sono stati 1.646 nel 2018 in Germania contro i 1.504 del 2017. Poi ci sono gli atti di ostilità antiebraica: fra quelli denunciati alle autorità e quelli non riportati, la Recherche - und Information sstelle Antisemitismus Berlin (Rias) ne ha contati 527 solo a Berlino nella prima metà del 2018.
   E' qua che interviene il "piano ulteriore", come ha spiegato Behrendt: "Il programma definisce obiettivi e misure per la prevenzione dell'antisemitismo nei settori 'Istruzione e gioventù', 'Giustizia e sicurezza interna', 'Vita ebraica nella cultura urbana di Berlino', 'Scienza e ricerca' e 'Antidiscriminazione, protezione e prevenzione delle vittime'", Tutti quei settori, cioè, di competenza statale e non federale dove la Judenhass si è manifestata.
   Un approccio che piace molto a Sigmount Königsberg, commissario all'antisemitismo della comunità ebraica della capitale. "Mi piace soprattutto il cambio di paradigma: non si condanna ex post, ma si mette in piedi un piano d'azione là dove si educano le nuove generazioni", dice al Foglio. Secondo i piani del ministro Behrendt, tutti gli studenti berlinesi avranno l'opportunità di informarsi sugli sviluppi storici e sull'attualità dell'antisemitismo anche nei luoghi di apprendimento extrascolastico. "D'altronde a scuola non si può solo imparare l'abc o a fare i calcoli: bisogna trasmettere anche i valori", riprende Königsberg. La sua osservazione non è per nulla scontata se si considera che nella Germania responsabile dello sterminio di sei milioni di ebrei "quattro studenti su dieci non sanno nulla di Auschwitz", come denunciato al Tagesspiegiel da Sawsan Chebli la sottosegretaria di stato della giunta berlinese. Chebli, figlia di due profughi palestinesi accolti in Germania, ha anche ribadito che a Berlino l'antisemitismo non può essere di casa e che sta anche ai musulmani combattere per questa causa. Oltre all'approccio pragmatico, Kongisberg apprezza molto lo spirito trasversale con cui è nata l'iniziativa, votata da tutti i partiti democratici dell'Abgeordnetenhaus "e da AfD". E immagina già che il piano berlinese possa fare da apripista per un'azione analoga sul piano federale: "Non è la Bibbia, e non potrà fare miracoli contro l'antisemitismo. Ma potremo applicarlo e cambiarlo se e dove necessario", conclude, confermando il suo appoggio. Entusiasta si dice anche Yehuda Teichtal, rabbino della comunità ebraica berlinese e leader della locale comunità Chabado "Plaudo al Senato e al borgomastro Michael Muller, col quale mi sono incontrato due volte negli ultimi mesi", dice al Foglio. Per Teichtal "essere il primo Land a sviluppare un piano del genere fa onore a Berlino". Le buone intenzioni da sole però non bastano e il rabbino chiede la decisa applicazione del piano d'azione a cominciare dalla tolleranza zero contro ogni atto di antisemitismo. "Solo così si potrà garantire la vita ebraica: dobbiamo poter avere piena fiducia nel governo e nelle istituzioni".

(Il Foglio, 15 marzo 2019)


La festa infinita

di Haim Fabrizio Cipriani

La festa ebraica di Purim, che sarà celebrata nei prossimi giorni, è una ricorrenza minore del calendario ebraico. Ciononostante, la tradizione rabbinica insegna che, mentre in futuro tutte le altre feste saranno abolite, Purim sarà l'unica a permanere eternamente [Midrash Mishlè, 9]. Perché proprio Purim sarebbe mantenuto, e non la celebrazione della libertà, Pessach, o il solenne giorno delle Espiazioni, Yom Kippur? Proviamo a capirlo!
   Purim è basata sul libro biblico di Ester, in cui una nutrita comunità ebraica, esiliata nelle diverse contrade dell'impero persiano, rischia di essere sterminata a causa di un decreto dell'empio ministro Haman. Ma la regina di Persia, l'ebrea Ester, interviene convincendo il re a dare agli ebrei la possibilità di difendersi, possibilità che essi sfruttano adeguatamente, riuscendo ad eliminare i loro persecutori (don't try this at home !!!).
   Numerosi sono gli aspetti affascinanti di questo racconto antistorico, il cui presagio genocidario si è però rilevato essere tragicamente fondato.
   Ho sempre trovato centrale il pretesto usato con successo da Haman per convincere il re ad accettare il suo progetto di sterminio: "C'è un popolo disperso e separato dai popoli, in tutte le città del tuo regno. Le loro leggi differiscono da quelle di tutti i popoli, perciò il re non ha utilità a tollerarli" [Est. 3:8]. Haman sembra voler convincere il re che la fedeltà degli ebrei ad alcuni particolarismi della loro cultura comporti necessariamente un disprezzo delle leggi persiane e una conseguente disobbedienza. Questa idea, speciosa e infondata, sovverte peraltro un elemento centrale della cultura ebraica, che è quello di voler mantenere modelli comportamentali specifici non al fine di creare disordine sociale, ma piuttosto con lo scopo di ricordare la necessità per ogni società di saper conservare e onorare l'alterità e la differenza. Non è un caso che nella narrazione biblica il progetto ebraico nasca con Avraham, subito dopo l'episodio della torre di Babele, che si apre con le parole "Tutta la Terra aveva un linguaggio unico, e parole uniche" [Gen. 11:1]. In quell'episodio biblico, la molteplicità dei linguaggi viene a salvare l'umanità dal pericolo del pensiero unico, e immediatamente dopo viene introdotta la figura di Avraham, colui che si allontana proprio dalla regione di Babele, per garantire la possibilità della differenza, della critica e della presa di distanza dalla visione della maggioranza. Non a caso, in Gen. 23:4 lui stesso si definirà gher toshav, ossia straniero residente, esprimendo in questa definizione l'essenza del progetto ebraico.
   Che ci piaccia o meno, lo straniero, quello che nel libro di Ester è rifiutato e condannato a causa della sua differenza, è colui che ci interroga, che ci pone domande che noi non ci eravamo posti. La sorte terribile che minaccia il popolo ebraico in questa narrazione biblica vuole essere un simbolo della fragilità estrema di chi pone queste domande, rimettendo in discussione le convenzioni acquisite.
   Ma il tragico epilogo, in cui sono i persiani a pagare un carissimo prezzo, ci ricorda che l'incapacità di porsi domande, specie le più scomode, quelle poste da chi si è costruito su basi diverse dalle nostre, può portare alla distruzione, degli individui come delle società.
   La tradizione ebraica ha voluto esorcizzare la gravità di questa riflessione sviluppando la festa di Purim in una dimensione quasi eccessivamente festiva, efficacemente espressa dall'esigenza normativa di bere più abbondantemente, al fine di confondere la percezione delle cose. Analogamente Purim prevede la pratica del travestimento, che va anch'esso a confondere identità e appartenenze. Quasi a voler fuggire, eludere o quantomeno nascondere il peso di certe problematiche. Forse quindi a rendere Purim eterno è proprio il fatto che, dietro questa patina festiva, essa pone più di ogni altra celebrazione la questione dell'alterità, della differenza, del grave pericolo che esse comportano, e dell'incommensurabile ricchezza che esse sono suscettibili di portare.
   Fino a quando vi saranno esseri umani al mondo, questa realtà non potrà che sussistere.
   Purim Sameach, un Gioioso Purim a noi tutti!
   
(Facebook, 15 marzo 2019))



“Numerosi sono gli aspetti affascinanti di questo racconto antistorico”, dice l’autore. Perché antistorico? La propensione a considerare il libro di Ester una bella favola da cui trarre interessanti spunti di riflessione è molto diffusa nell’ebraismo religioso-liberal. Si dirà che si vuol essere più realisti del re, ma siamo tra quegli evangelici “fondamentalisti” che ritengono strettamente storico anche questo tesoro del patrimonio ebraico, e ne cercano una spiegazione che fa intervenire quel Dio di cui si parla in tutta la Bibbia, anche se in questo libro non se ne usa il nome. M.C.


Levico Terme - La mistificazione storica dei «Protocolli di Sion»

Due giorni di convegno

È uno dei falsi storici più noti e purtroppo più duri a morire: «I Protocolli dei savi anziani di Sion». Attribuiti a suo tempo, agli inizi del Novecento a una fantomatica «Internazionale ebraica», furono usati dagli antisemiti di tutto il mondo per dimostrare che esisteva un complotto ebraico. Ma erano solo un clamoroso falso, costruito dalla polizia zarista di inizio Novecento.
Ora il Csseo, il centro studi di Levico sulla mitteleuropa e i Paesi dell'est ha deciso di approfondire la questione con un grande convegno di due giorni che inizierà oggi.
Il Csseo lo ha definito, nella presentazione, un convegno su uno spettro che da oltre un secolo si aggira per l'Europa. Erano il falso resoconto di una inesistente organizzazione, frutto di una operazione antisemita dell'Okhrana, la polizia segreta dell'Impero zarista. Negli anni successivi alla Prima guerra mondiale, conobbero una vasta notorietà, diffondendosi persino in paesi in cui la presenza ebraica era praticamente inesistente, come il Giappone.
I regimi antisemiti e quelli totalitari ne hanno fatto parte integrante della loro propaganda, avvallando l'idea del complotto mondiale ebraico: dalla Germania nazista alla loro «fortuna» nell'Italia fascista grazie anche all'accreditamento del filosofo Julius Evola. Hanno poi conosciuto una ampia diffusione e credito nel Medio Oriente. Basti pensare che nei paesi arabi, oggi, con successo, circola addirittura una serie televisiva tratta dai Protocolli.
I Protocolli sono stati più volte ripubblicati e continuano a rappresentare uno strumento di propaganda antisemita anche nel nostro Paese. Fortunatamente in Italia la loro circolazione è limitata a piccoli gruppi dell'estremismo radicale neonazista.
Secondo il Csseo «I Protocolli sono una caricatura, non un documento. Eppure hanno avvelenato il Ventesimo secolo e i giorni nostri, alimentando l'idea di una misteriosa lobby che ancora oggi controllerebbe la finanza internazionale. In un momento in cui assistiamo a una preoccupante risorgenza dell'antisemitismo in Europa, a partire dalla Francia, riteniamo utile ricostruire e ragionare sulla vicenda dei Protocolli dei Savi di Sion».
Il convegno inizierà alle ore 15.30 con l'introduzione di Massimo Libardi della Biblioteca Archivio del Csseo. Tra i relatori, Alessandro Cifariello, Fernando Orlandi, Mattia Di Taranto, Francesco Germinario, Vincenzo Pinto, Carlo Panella, Davide Zaffi, Alessandro Litta Modignani.
I lavori del convegno si terranno a Levico Terme, nella sede della Biblioteca Archivio del Csseo, in via Stazione 16. Chi volesse partecipare deve mandare una mail a: info@ba-csseo.org. Oppure per informazioni può chiamare la segreteria del Csseo al numero 0461-706469.

(l'Adige, 15 marzo 2019)


Golan e West Bank non sono più "occupati" ma "sotto controllo israeliano"

Mike Pompeo lo aveva promesso a Netanyahu che avrebbe cambiato la terminologia nei documenti ufficiali americani e lo ha fatto. Ora bisogna vedere se si tratta solo di un escamotage per rimandare il riconoscimento del Golan o se è solo un primo passo in quella direzione.
   
Per il Dipartimento di Stato americano il Golan e le regioni di Giudea e Samaria (comunemente chiamate West Bank) non sono più "occupate da Israele" ma sono "sotto controllo israeliano".
La differenza semantica di non poco conto emerge dall'ultimo rapporto del Dipartimento di Stato americano sui Diritti Umani pubblicato nella giornata di ieri....

(Rights Reporters, 14 marzo 2019)


Varsavia. La rinascita degli ebrei

Nella capitale polacca arrivano ogni anno migliaia di persone in cerca delle origini. Tanti trovano tracce dei nonni o dei genitori. Nel 1994 nasce anche una scuola ebraica: i bambini sono i primi educati nella propria cultura. Dalla cucina ai balli, è la riscoperta dell'identità.

I più giovani parlano senza timori della loro identità ebraica. A volte dico loro di non essere così aperti
Stas Wojciechowicz, Rabbino
Le leggende sugli omicidi rituali di bambini cattolici da parte degli ebrei circolavano almeno dal Settecento
Joanna Fikus, Direttrice del museo Polin

di Elisabetta Rosasplna

VARSAVIA - Gli ebrei sono tornati a essere polacchi. O i polacchi a cercare le loro origini ebraiche. Ne erano sopravvissuti circa trecentomila (su tre milioni e mezzo) ai campi di sterminio nazisti, ma ne rimasero in patria trentamila nel 1957, quando il regime del nazionalista Wladislaw Gomulka aprì le frontiere inducendo i «sionisti», epurati da uffici e istituzioni, ad andarsene in Israele. Nel 1968, invisi all'Urss, i «nemici del popolo» furono espulsi in massa e la comunità ebraica in Polonia diventò pressoché invisibile. Negli Anni 90 la terza generazione, i nipoti delle vittime della Shoah, ha rotto il silenzio e l'oblio, e ora alleva la seguente nella consapevolezza della propria identità. Dalla scuola, alla cucina, alla cultura e alle danze si torna alle radici, con il timore che anche l'antisemitismo abbia conservato le sue.
  È quasi festa al dipartimento di Genealogia dell'Istituto storico ebraico di Varsavia: dopo cinque anni di ricerche, la tomba di Zenek Rozenberg è stata appena ritrovata. Ad Haifa, nord di Israele. Anna Przybyszewska Drozd, alla guida del centro da vent'anni, si era subito appassionata alla vicenda: una storia d'amore iniziata prima della Seconda guerra mondiale a Radom, un centinaio di chilometri a sud di Varsavia. Protagonisti Zenek, un ricco ragazzo ebreo, e Gienia, una giovane cattolica. Entrambe le famiglie si erano opposte a quell'unione, ma la coppia non si era arresa e, sotto l'occupazione tedesca e le leggi razziali, i genitori di Gienia la ricattarono: se non avesse sposato l'uomo che avevano scelto per lei, avrebbero denunciato Zenek.

 L'amore proibito di Gienia e Zenek
  «Il marito di Gienia si rivelò una persona straordinaria - racconta Anna, commossa-. Era innamorato e disposto ad aspettare che lei lo ricambiasse. Nacque una figlia, ma Gienia non tagliò il filo che la univa a Zenek e corse in suo aiuto quando seppe che lui e la sua famiglia erano in pericolo. Al ritorno, era incinta. Il marito accolse la seconda bambina, Londzia, come fosse sua». Alla fine della guerra, Zenek emigrò, senza perdere il contatto con Gienia. Quasi certamente si rividero a metà degli anni 50, perché Londzia conserva il vago ricordo di un uomo misterioso incontrato quando aveva appena 9 anni in un negozio di Varsavia: «Se tu non fossi nata durante la guerra, avresti un altro cognome», Gienia le svelò tempo dopo.
  Gli anni sono passati. Le tracce di Zenek sembravano svanite tra le migliaia Rozenberg sparsi nel mondo. Gienia e il marito sono morti, e il nipote è approdato qui, in questa stanza con quattro computer e due scaffali ingombri di vecchi annuari, nel palazzo anni 20 che fu sede della Biblioteca ebraica di Varsavia, accanto alla Grande Sinagoga polverizzata dalle SS, a chiedere aiuto per ritrovare il nonno. Ora aspetta da Israele le foto di Zenek in età matura e potrà mostrarle a Londzia che, di lui, possiede solamente un'immagine infantile color seppia. Anna e i suoi tre ricercatori non si sono mai arresi, nonostante la mole di richieste: «Ogni anno si presentano qui 2.500 fra americani, europei, israeliani che sanno o sospettano di avere radici ebraiche in Polonia e vogliono saperne di più» informa Matan Shefi .
  «È la mia generazione, nata negli anni 70, quella che ha cominciato a fare domande» spiega Karolina Szykier-Koszucka, responsabile dell'Educazione ebraica alla Lauder-Morasha School di Varsavia. Inaugurata nel '94, la prima a riaprire in Polonia dal dopoguerra, ha circa 200 iscritti, dall'asilo alle medie. Karolina, figlia di un ebreo e di una cattolica, entrambi polacchi e di laiche vedute, ha sempre saputo, in realtà, che il nonno paterno era ebreo. Aveva lasciato la famiglia e la Polonia dietro la Cortina di ferro, nel 1957, per raggiungere Israele, dove è morto nel '90, senza rivedere il figlio, nato nel '52, e senza conoscere la nipote, che è tornata alla sua stessa fede e la trasmette alla propria figlia: «La nostra è una piccola scuola privata aperta a tutti, ebrei e non. Oltre alle materie del programma ministeriale, abbiamo lingua e storia ebraiche. La mensa è kosher, si celebrano tutte le feste ebraiche e il venerdì inizia lo shabbat. Così riannodiamo i fili con le nostre origini».

 Sinagoga e discoteca
  Non tutti gli ebrei polacchi, o i polacchi di origine ebraica, ne hanno l'intenzione. Molti sono rimasti «Ebrei invisibili», come li definiscono Gabriele Eschenazi e Gabriele Nissim nel libro dedicato a «I sopravvissuti dell'Europa orientale dal comunismo a oggi» (Mondadori editore); e il conteggio dei residenti è approssimativo, con stime che oscillano tra 40 mila a poche migliaia. Soltanto 8 mila sono iscritti alle organizzazioni ufficiali: «Ma io ne conosco almeno venti che non rientrano nei censimenti» calcola la rabbina «conservatrice» Malgorzata Kordowicz, 45 anni, l'unica allieva ebrea del corso serale di danze folcloristiche israeliane del gruppo «Snunit», rondine in ebraico, che Monika Leszczyska coordina da dieci anni.
  «La maggioranza della comunità ebraica polacca non è religiosa» ha una spiegazione il rabbino 41enne Stas Wojciechowicz, la cui sinagoga, al quarto piano di un moderno palazzo d'uffici, è considerata liberal-progressista rispetto all'ortodossa, ottocentesca No yk, l'unica d'anteguerra scampata alle devastazioni. «I ragazzi, una trentina, vengono alla funzione del venerdì sera, prima di andare in discoteca - prosegue Wojciechowicz -; al sabato mattina invece abbiamo le famiglie». Conversioni? «Ne stiamo seguendo 10 o 15, contando le fidanzate polacche di israeliani a Varsavia per lavoro. I più giovani, nati nella Polonia già libera, parlano senza timori della loro identità ebraica. A volte dico loro di non essere così aperti, perché vivono in un paese dove gli ebrei sono ancora considerati stranieri». La kippah, avverte il rabbino, può attirare sguardi ostili per strada: «Nel 95% dei casi non succede nulla di grave, ma da quando è cambiato il governo, nel 2015, e il PiS (il partito di destra Diritto e Giustizia, n.d.r.) è arrivato al potere, ci sentiamo più insicuri. Attacchi e ingiurie hanno buone probabilità di restare impunite».
  Non ha dubbi che il «male» sia sempre in agguato Bogdan Bialek, presidente della «Jan Karsky Society», fondata a Kielce, 188 chilometri da Varsavia, nella palazzina di via Planty in cui fu perpetrato l'ultimo pogrom, un anno dopo la fine della guerra. Lì vivevano riuniti 200 superstiti dei campi di sterminio, nell'estate del '46, quando un bimbo del quartiere scomparve per un paio di giorni e raccontò, al suo ritorno, di essere stato tenuto prigioniero nella cantina degli ebrei, per essere sottoposto a riti satanici. «Era una leggenda corrente almeno da secoli, come dimostra questo dipinto che raffigura un processo settecentesco a un rabbino accusato di omicidi rituali di bambini cattolici» mostra un piccolo trittico Joanna Fikus, direttrice artistica del Museo Polio di Varsavia, dedicato alla storia degli ebrei polacchi. Ma a Kielce fu organizzata una spedizione punitiva, e via Planty 7/9 si trasformò in un mattatoio, con 42 morti e 80 feriti, prima che si scoprisse che, lì, nemmeno esisteva una cantina e che il bambino si era inventato tutto.

 Memoria storica e revisionismo
  «Non si sa da chi sia stato ispirato, ci sono tante ipotesi al riguardo» lascia aperto il caso Mateusz Szpytma, presidente dell'Istituto per la Memoria Nazionale, l'ente statale incaricato, tra l'altro, di vigilare sul rispetto della controversa legge con cui, un anno fa, è diventato reato sostenere qualunque responsabilità storica polacca nello sterminio degli ebrei. «La Polonia, a differenza di Francia, Ungheria, Cecoslovacchia e Italia, non ebbe mai un governo collaborazionista - ricorda Szpytma -. I lager, come Auschwitz-Birkenau e Treblinka, non erano campi polacchi: erano organizzati dai tedeschi sul territorio occupato polacco. E durante il comunismo non sono stati solo gli ebrei a perdere i loro beni, tutti i polacchi sono stati espropriati». Per chiunque adombrasse complicità nelle deportazioni erano previsti originariamente tre anni di carcere, ma dopo le polemiche internazionali e le tensioni provocate dalla nuova legge con il governo israeliano, la pena è stata ridotta a una sanzione amministrativa.
  «Meglio così, certo. Ma la legge mantiene la sua funzione intimidatoria nei confronti di storici, insegnanti, intellettuali e danneggia il reale lavoro di memoria storica fatto in Polonia negli ultimi 30 anni» eccepisce lo scrittore Konstanty Gebert, editorialista di Gazeta Wyborcza, uno dei principali organizzatori dell'istruzione clandestina durante il comunismo e membro del sindacato Solidarnosc. Per sintetizzare il travagliato Novecento degli ebrei polacchi, Gebert sceglie le parole dello scrittore Leopold Unger: «I miei genitori sono nati e si sono sposati in Austria, hanno vissuto e procreato in Polonia, sono stati uccisi in Germania e sepolti in una tomba anonima in Unione Sovietica. Tutto questo senza mai muoversi dalla stessa casa, nella stessa strada della stessa città, Leopoli».

(Corriere della Sera, 14 marzo 2019)


«Fare fuori i cattivi». La storia degli 007 che difendono Israele riguarda anche noì

«Inside the Mossad» spiega l'agenzia, da Eichmann ai terroristi. La sicurezza costa scelte dolorose: una lezione per tutta Europa I servizi israeliani avevano la chance di eliminare Khomeini appena prima che prendesse il potere. Non lo fecero, e ora lo reputano un errore Negli anni '60 l'Egitto assoldò ingegneri tedeschi per creare missili con cui colpire Tel Aviv. Ma i tecnici furono resi inoffensivi reclutando un ex Ss

di Gabriele Gambini

Dagli anni Cinquanta a oggi la storia del Mossad, il servizio segreto israeliano, è molto più del racconto di un'istituzione a garanzia indispensabile della sopravvivenza dello stato di Israele, con disinvoltura controllata nell'azione e autosufficienza morale nella strategia. E storia d'Occidente. Potrebbe giocare ancora un ruolo decisivo sugli scenari dell'Europa, che ha nella nuova ondata di antisemitismo - spesso di matrice islamica - un pericolo derubricato da molti governi a problema di ordine pubblico.
   Anche per questo Inside the Mossad, una produzione televisiva israeliana distribuita da Netflix, stimola un interesse che va al di là della narrazione documentaristica. Si manca dalla tentazione emozionale delle serie televisive di fiction, tratta l'argomento intervistando i principali dirigenti del servizio segreto di Tel Aviv e gli agenti operativi. Ricostruisce decenni di azioni con l'intimità della voce dei protagonisti, ma anche col distacco necessario a non indirizzare aprioristicamente lo spettatore.
   Dal giorno della sua creazione il Mossad ha arrestato criminali nazisti, si è accreditato come interlocutore autorevole con governi amici e ostili, ha pianificato omicidi mirati di capi di organizzazioni terroristiche, perché talvolta «un'azione preventiva e difensiva che contempli l'uccisione di un colpevole, previene la morte di molti innocenti», dice Raft Eitan, tra i principali ex comandanti del servizio segreto. Ha agito all'ombra del governo israeliano, esplorando il confine sottile tra lecito e illecito, eticamente controverso e però giustificabile.
   Proprio Raft Eitan, uno dei protagonisti delle quattro puntate del documentario, ha diretto le operazioni che portarono al rapimento e all'arresto dell'ex ufficiale delle Ss Adolf Eichmann, uno fra i principali responsabili dell'Olocausto, rifugiatosi in Argentina sotto falsa identità dopo la Seconda Guerra Mondiale.
   Eichmann fu scovato grazie a uno strenuo lavoro di intelligence, avvicinato con una scusa dagli agenti del Mossad a Buenos Aires, drogato, caricato su una macchina e poi su un aereo diretto in Israele, dove fu processato e condannato nel 1961 all'impiccagione per crimini contro l'umanità.
   Ma è lo stesso Eitan a raccontare - col medesimo disinvolto pragmatismo che portò alla cattura di Eichmann - come il Mossad avvicinò l'ex ufficiale nazista Otto Skorzeny, non per arrestarlo bensì per offrirgli l'unica via d'uscita possibile a evitare l'arresto o peggio la morte: collaborare. Fornire informazioni utili sul conto degli scienziati tedeschi che a cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta furono assoldati dall'Egitto per allestire un sistema d'attacco missilistico capace di colpire Israele.
   Il Mossad pianificò l'operazione Damocle - una serie di omicidi mirati e di intimidazioni deterrenti nei confronti degli ex scienziati nazisti al soldo del presidente egiziano El Nasser - che portò l'Egitto a desistere dai suoi piani bellici proprio grazie al contributo decisivo dell'ex nazista Skorzeny. Fu evitata una guerra in campo aperto che avrebbe causato migliaia di vittime, grazie a una battaglia surrettizia condotta con azioni studiate ad arte. Anni dopo, Skorzeny, già decorato con la croce di ferro da Hitler in persona, noto per aver liberato Mussolini nell'operazione Quercia, peri di morte naturale. Al suo funerale si radunarono centinaia di nostalgici del Reich, inconsapevoli che il loro camerata trascorse gli ultimi anni della sua vita come alleato di Israele.
   Ma la vicenda del Mossad è storia anche di rimorsi e incertezze. Il comandante Zvi Zamir racconta nel dettaglio le drammatiche ore che precedettero la morte degli atleti israeliani nel 1972 durante le Olimpiadi di Monaco, a causa di un assalto di terroristi palestinesi. Spiega le differenze di vedute tra le scelte che il Mossad avrebbe voluto compiere e le decisioni operative della polizia bavarese. Lo stesso Zamir racconta anche di quando fu a un passo dalla decisione di assassinare l'ayatollah Khomeini poco prima che completasse la rivoluzione culturale sciita in Iran. Le implicazioni diplomatiche, le incertezze sugli scenari successivi, i delicati equilibri politici mediorientali che sarebbero stati stravolti davanti all'uccisione di un capo di stato, portarono all'abbandono del proposito. Suscitando rimpianti in alcuni analisti di geopolitica dei decenni successivi: a oggi l'Iran costituisce una minaccia potenziale per la sopravvivenza di Israele.
   Proprio sul peso cruciale assunto da una decisione da prendere nell'immediato, dallo smantellamento di una cellula terroristica alla raccolta di informazioni su soggetti ostili, da un «si» e da un «no» che potrebbero condizionare un futuro geopolitico, evitando o scatenando guerre dalle conseguenze imprevedibili, è uno degli aspetti su cui Inside the Mossad si concentra attraverso le interviste ai suoi protagonisti. Spiegando senza retorica come funzioni la macchina complessa del servizio segreto meglio organizzato nel mondo: ciò che si può dire e si deve fare, ciò che si può fare ma non si deve dire, la soggettività del bene da compiersi attraverso la soggettività del male, se serve a evitare un male ancora più grande.
   E poi il reclutamento degli agenti, la loro formazione ed educazione, i rapporti con i palestinesi, col Libano e la Giordania, con l'Europa, con gli Stati Uniti d'America, i legami avvertiti dai suoi componenti come costitutivi di un'identità collettiva.
   Il documentario, di riflesso, suscita considerazioni collaterali ma di stretta contingenza. È notizia recente, confermata dallo storico Georges Bensoussan, che la metà della popolazione di origine ebraica della città francese di Grenoble si sia trasferita altrove perché minacciata dalle continue aggressioni di cittadini musulmani di origine nordafricana. L'80% degli ebrei avrebbe lasciato il dipartimento della Seine Saint Denis per le medesime ragioni. La stessa aggressione subita dal filosofo ebreo Alain Finldelkraut a Parigi, durante una manifestazione dei gilet gialli, sarebbe avvenuta a opera di individui noti alle forze dell'ordine per la loro militanza in frange confessionali salafite, come confermato dallo stesso Finkielkraut.
   Dulcis in fundo, durante i festeggiamenti del carnevale nella città belga di Aalst, sostenuto dall'Unesco, un carro allegorico con le caricature di due ebrei ha sfilato tra gli applausi di molti presenti, verosimilmente sostenitori dell'esasperazione multiculturale relativista che applica pesi e misure differenti quanto al rispetto verso identità e confessioni religiose.
   L'antisemitismo con radici islamiste soffia nell'Europa che mette in dubbio le sue radici giudaico cristiane e molti ebrei si sentono oggi più sicuri in Israele piuttosto che in una strada di Parigi. Inside the Mossad racconta esclusivamente gli aspetti operativi di un servizio segreto a tutela della sicurezza di uno stato, ma è impossibile non pensare a come molte delle minacce alla sopravvivenza di quello stato oggi nascano su suolo europeo.

(La Verità, 14 marzo 2019)


L'organizzazione che salvò cinquemila ebrei

Lettera a "il Giornale

Nel periodo bellico, prima dell'8 settembre' 43, era in attività la DeLaSem, organizzazione ebraica italiana di soccorso, con sede a Genova in piazza della Vittoria. La delegazione di assistenza emigranti forniva agli ebrei profughi dalla Germania e, soprattutto dai Paesi dell'Est, l'aiuto necessario per raggiungere la Palestina. Il periodo di massima attività di assistenza si è registrato dal 1940 fino al' 43, durante il quale si calcola che almeno cinquemila ebrei riuscirono ad imbarcarsi per tutte le destinazione. L'uomo che guidava l'organizzazione umanitaria era un avvocato, Lelio Vittorio Valobra, aiutato da Raffaele Cantoni e da Massimo Teglio. L'organizzazione ha potuto operare per un buon periodo di tempo in completa libertà proprio grazie a Valobra che, negli anni precedenti, si era conquistato diverse benemerenze fasciste. È anche giusto ricordare che, prima del conflitto, in Italia migliaia di ebrei erano iscritti al Pnf e diverse decine di loro avevano preso parte alla marcia su Roma, dal 26 al 30 ottobre 1922. Va anche precisato che gli ebrei in Italia erano una esigua minoranza, peraltro ben integrata. Subivano però, periodicamente, attacchi, in particolare dal mondo culturale, con libri e interventi sulla stampa. Ma dopo l'8 settembre la situazione precipitò. Valobra dovette fuggire e venne nascosto dal vescovo di Chiavari mentre la DeLaSem trovò riparo nella Curia Arcivescovile di Genova.
Oggi, il nome di Valobra è iscritto a Gerusalemme nel Libro d'Oro e a Raffaele Cantoni è stata dedicata la foresta «Modìn» oltre a un'aula della Fondazione Einaudi, sempre a Gerusalemme. Personaggi e fatti quasi del tutto ignorati o dimenticati in Italia. Non in Israele.
Gabriele Suardi, Bergamo

(il Giornale, 14 marzo 2019)


Hezbollah sta stabilendo basi nelle Alture del Golan siriane per attaccare Israele

Il gruppo radicale sciita libanese Hezbollah starebbe reclutando decine di miliziani nelle Alture del Golan siriane, vicino al confine con il territorio israeliano, con l'obiettivo di organizzare nuovi attacchi contro Israele, ha scritto il quotidiano israeliano Haaretz citando diverse sue fonti. Secondo Haaretz, Hezbollah avrebbe già reclutato decine (forse centinaia) di miliziani locali e avrebbe iniziato a raccogliere informazioni di intelligence. I miliziani, che starebbero ricevendo un compenso mensile, sarebbero inoltre già armati di esplosivi, missili anticarro e armi leggere.
   Se confermata, la notizia sarebbe molto importante per Israele, che da anni sta cercando di evitare che miliziani di Hezbollah e forze fedeli all'Iran (alleate di Hezbollah) si stabiliscano vicino al confine israeliano, da cui potrebbero compiere nuovi attacchi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato in diverse occasioni del pericolo per la sicurezza nazionale di Israele provocato dal rafforzamento dell'Iran e di Hezbollah in Siria, e per questo negli ultimi anni ha ordinato numerosi attacchi aerei contro obiettivi iraniani in territorio siriano.

(il Post, 13 marzo 2019)


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Hezbollah, la nuova minaccia in Siria. Israele svela la rete del terrore

Israele ha scoperto una rete terroristica segreta creata da Hezbollah sul versante siriano delle alture del Golan, per compiere attacchi contro lo Stato ebraico. A renderlo pubblico nelle scorse ore, l'esercito israeliano, che ha spiegato che la rete è stata creata dal gruppo terroristico libanese senza che il presidente siriano Bashar Assad ne fosse a conoscenza. Per il momento questa cellula terroristica è impegnata principalmente nella raccolta di informazioni sull'esercito israeliano, affermano da Tsahal, nel reclutamento di membri e nella costruzione di infrastrutture militari segrete ma il suo obiettivo è quello di compiere incursioni oltreconfine.
   La rete comprende decine di miliziani ed è guidata da Ali Mussa Daqduq, unitosi ai terroristi di Hezbollah nel 1983. Nel 2012 Daqduq era stato rilasciato dalle carceri irachene, dove era stato rinchiuso perché accusato dagli Stati Uniti di aver orchestrato un sequestro del 2007 che portò all'uccisione di cinque militari statunitensi.
   Secondo i funzionari dei servizi segreti israeliani, l'unità creata da Daqduq è così segreta da essere passata inosservata al regime di Assad in Siria, e persino molti elementi all'interno dello stesso Hezbollah non erano a conoscenza della sua esistenza. La speranza dell'esercito, spiegano i quotidiani israeliani, è che la diffusione della notizia dell'esistenza di questa rete porti il regime di Damasco a porre fine alle sue attività in Siria. "Oggi abbiamo presentato al mondo il coinvolgimento di [Hezbollah] nel terrorismo al confine israeliano. - ha dichiarato alla radio israeliana il ministro per la Pubblica Sicurezza Gilad Erdan - Questo ha spinto Hezbollah all'imbarazzo e al silenzio, non verso un conflitto contro di noi. Se entriamo in un conflitto, ne pagheranno il prezzo gli abitanti del Libano e della Siria. Sono loro [Hezbollah] a doversi spiegare alla comunità internazionale". Anche il ministro degli affari strategici Yisrael Katz ha parlato della questione in queste ore: "Stiamo conducendo una battaglia contro i tentativi dell'Iran e di Hezbollah di prendere piede in Siria e di creare un fronte terroristico contro Israele sulle alture del Golan. Non esiteremo a prendere tutte le misure necessarie per prevenire le minacce", ha detto Katz.
   Secondo l'ex generale maggiore Amiram Levin, già alla guida del Comando del Nord, queste notizia non è una novità: "è una tempesta in bicchiere d'acqua", ha detto Levin alla radio Kan.
   "Sembra che l'esercito venga usato per fissare un'agenda politica. Non c'è niente di nuovo qui. Hezbollah ha cercato di affermarsi e di fare ogni sorta di cose. Non c'e' niente di nuovo e nessuna nuova minaccia".

(moked, 13 marzo 2019)


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Netanyahu a Hezbollah e Iran, cellula terroristica nel Golan "punta iceberg"

GERUSALEMME - La scoperta di una cellula terroristica del movimento sciita libanese Hezbollah è "soltanto la punta dell'iceberg" dell'operato di Iran e del partito di Dio. Lo ha detto oggi il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, in un video messaggio. "Ho un messaggio chiaro per l'Iran e per Hezbollah: Israele sa cosa state facendo, Israele sa dove state agendo. Quello che abbiamo svelato oggi è la punta dell'iceberg. Sappiamo molto di più", ha affermato Netanyahu. Questa mattina, le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno reso noto che Hezbollah sta costruendo una cellula terroristica sulle Alture del Golan, in Siria, pronta a essere attivata contro Israele. La rete, denominata "Il progetto Golan", si trova nella sua fase iniziale di costruzione e reclutamento e non è ancora operativa, spiegano le Idf. La cellula, proseguono le Idf, è guidata dal comandante di Hezbollah Ali Mussa Daqduq, che ha trascorso cinque anni in una prigione dell'Iraq per aver ucciso cinque militari statunitensi in un attacco nel governatorato di Kerbala nel 2007. Il miliziano sciita è stato rilasciato nel 2012 e ha fatto ritorno in Libano. Secondo le Idf, Daqduq la scorsa estate ha raggiunto il Golan con l'incarico di creare una cellula terroristica. Tra gli altri combattenti di Hezbollah identificati dalle Idf vi sono Bashar e Ismail Mustafa, Talal Hassoun e Fahim Abu Qais. Il progetto ha preso il via la scorsa estate, dopo che l'esercito di Damasco ha ripreso il controllo del versante siriano del Golan, spiegano le Idf. "Hezbollah ha tratto vantaggio dal fatto che Assad fosse impegnato nel nord del paese e che gli abitanti dei villaggi nel Golan siriano necessitavano di denaro", hanno dichiarato ufficiali del Comando settentrionale delle Idf, sottolineando che "se Assad fosse serio, allora dovrebbe avere il pieno controllo e sapere cosa accade sul suo territorio".

(Agenzia Nova, 13 marzo 2019)


Perché l'antisemitismo è fuori controllo?

Chiedetelo alla sinistra che detiene le leve della cultura

"Perché l'antisemitismo è ormai fuori controllo in Occidente?", si chiede la giornalista inglese Melanie Phillips. "L'odio per gli ebrei è sempre stato con noi. Il massimo che possiamo aspettarci è che sia tenuto giù da una disapprovazione sociale inequivocabile. Ciò che lo fa esplodere in un'epidemia incontrollata è l'indebolimento di quel potente stigma sociale. Dopo l'Olocausto, l'enormità di quel crimine fu tale che l'antisemitismo andò sottoterra. Lo scorso fine settimana, i partecipanti a una festa di strada per la Quaresima nella città belga di Aalst hanno sfilato con fantocci di ebrei grottescamente caricaturali su monete d'oro e sacchi di denaro ai loro piedi. Uno, con un topo nella spalla, stava fumando un sigaro e allungando una mano come per raccogliere soldi. Il rabbino capo olandese, Binyomin Jacobs, ha condannato questo spettacolo come 'caricature scioccanti, tipiche e antisemite del 1939'.
   La cosa davvero scioccante, tuttavia, è stata che le persone che lo hanno prodotto non sono state cacciate dal carnevale come paria sociali. Al contrario: hanno costruito questa oscenità supponendo che avrebbero ottenuto l'approvazione e l'entusiasmo dei cittadini di Aalst. In America, Ilhan Omar ha twittato poco dopo la sua elezione che l'AIPAC ha acquistato il sostegno del Congresso con i 'Benjamins'. La giusta risposta a tale sfacciato e ripetuto antisemitismo sarebbe stata quella di rimuovere Omar dal Congresso. Nel frattempo, quei presunti sostenitori della decenza liberal, The New York Times e The Washington Post, hanno suggerito rispettivamente che l'attacco di Omar all'AIPAC sollevava importanti questioni sull'influenza esercitata dai sionisti e dagli ebrei e che, se Nancy Pelosi avesse condannato in modo inequivocabile l'antisemitismo, avrebbe provocato delle domande sulla politica americana nei confronti di Israele. Perché c'è tanta tolleranza per questo intollerabile bigottismo?
   Attualmente l'antisemitismo proviene da quattro gruppi: la sinistra, il mondo islamico, i neonazisti e, negli Stati Uniti, gli afro-americani radicalizzati. Di questi, la sinistra è la più importante, poiché controllano le leve della nostra cultura. E la sinistra è attualmente incubatrice e facilitatrice dell'antisemitismo. Ecco perché.
  • Innanzitutto, molti di loro ora aderiscono alla visione marxista secondo cui la vita è una battaglia costante tra i potenti e gli impotenti. Quelli che fanno soldi sono cattivi; quelli senza soldi sono buoni. Gli ebrei fanno soldi. Pertanto, gli ebrei sono potenti e cattivi.
  • La seconda ragione è il motivo distintivo della sinistra della cultura della lamentela e della 'intersezionalità', in cui i gruppi di identità sovrapposti usano la carta del vittimismo. Ciò conferisce a tali gruppi un lasciapassare morale sulla base del fatto che le vittime non possono essere ritenute responsabili delle proprie malefatte. Gli ebrei non possono essere vittime. Quindi sono visti come onnipotenti.
  • Peggio ancora, c'è un risentimento bruciante contro lo status percepito degli ebrei come le vittime supreme del mondo. Sotto la superficie bolle la convinzione che l'Olocausto abbia permesso agli ebrei di ottenere un lasciapassare gratuito.
  • Oltre a ciò, la sinistra sostiene la causa palestinese, che si basa sull'antisemitismo; e si lanciano su qualsiasi critica dei musulmani o della comunità nera come islamofobia o razzismo. In questo modo, il profondo antisemitismo delle loro stesse fila viene legittimato.
Questa è la ragione scioccante e davvero terrificante per cui l'antisemitismo in occidente è ora fuori controllo".

(Controverso, 13 marzo 2019)


Erdogan ha accusato Netanyahu di essere un ladro e un tiranno

Il presidente turco va all'attacco. E promette che Ankara sarà in prima linea «per i diritti dei palestinesi e per un'amministrazione di Gerusalemme in linea con il peso che ha per il mondo musulmano».

 
Scontro frontale tra Recep Tayyip Erdogan e Benjamin Netanyahu. Il presidente turco ha accusato il premier israeliano di essere un «ladro» e un «tiranno» che «massacra bambini palestinesi di 7 anni». L'attacco è arrivato dopo che il portavoce di Erdogan, Ibrahim Kalin, aveva tacciato Netanyahu di «razzismo» verso gli arabi israeliani di religione islamica. Parole cui il capo del governo israeliano aveva replicato definendo Erdogan «il dittatore della Turchia» che mette in carcere «giornalisti e giudici».

 L'affondo durante un comizio ad Ankara
  Erdogan ha rincarato la dose il 13 marzo, rivolgendosi direttamente a Netanyahu durante un comizio ad Ankara in vista del voto amministrativo del 31 marzo: «In Turchia non abbiamo perseguitato nessun ebreo, non abbiamo fatto a nessuna sinagoga nulla di ciò che tu hai fatto alle moschee. Non provocarci. Non parteciperemo a questo gioco, ma ti chiederemo il conto davanti alla comunità internazionale».

 Speculazioni politiche dietro il duello
  Il premier israeliano, anziché «impedire l'oppressione dei musulmani», secondo Erdogan sarebbe reo di «speculare in vista delle prossime elezioni» in programma a Tel Aviv nel mese di aprile. Noi, ha aggiunto il presidente turco, «continueremo a lottare fino all'ultimo respiro per i diritti dei palestinesi e per un'amministrazione di Gerusalemme in linea con il peso che ha per il mondo musulmano».

 La replica di Netanyahu
  La replica di Netanyahu non si è fatta attendere: «Il dittatore che ha gettato decine di migliaia di oppositori politici in carcere, ha fatto strage di curdi e occupato il Nord di Cipro fa la predica a me, allo Stato di Israele e all'esercito sulla democrazia e l'etica della guerra. È uno scherzo». Quanto alla chiusura temporanea da parte di Israele della Spianata delle Moschee, decisa il 12 marzo a seguito del lancio di una bomba incendiaria contro la polizia, Netanyahu si è limitato a dire che la Turchia non deve interferire su Gerusalemme. Erdogan «può solo imparare da noi come si rispettano tutte le religioni e i diritti umani».

 Il precedente di aprile 2018
  Non è la prima volta che Erdogan lancia pesanti accuse contro Netanyahu. Ad aprile del 2018, durante il primo giorno della Marcia per il ritorno organizzata dai palestinesi per ricordare quella che essi considerano l'espropriazione dei loro territori per mano israeliana, ci furono 16 morti e circa 1.400 feriti. In quell'occasione il presidente turco definì Netanyahu «un terrorista». E il premier israeliano rispose così: «L'esercito più etico al mondo non ha bisogno di ricevere lezioni di morale da chi ha bombardato indiscriminatamente i civili per anni».

(Lettera43, 13 marzo 2019)


Ministro iraniano: risposta ferma contro le minacce di Israele a export petrolifero

TEHERAN - L'Iran risponderà in maniera determinata alle minacce di Israele verso le sue esportazioni petrolifere. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa della Repubblica islamica, generale Amir Hatami, dopo che il 6 marzo scorso il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha accusato Teheran di contrabbandare petrolio e ha annunciato che la marina israeliana avrà "un ruolo importante" nel bloccare le azioni iraniane. Parlando all'agenzia di stampa ufficiale "Irna", Hatami ha dichiarato che l'Iran "è abbastanza potente da dare una ferma risposta alle minacce israeliane" e che anche "la comunità internazionale non accetterà misure di questo tipo". "Le forze armate iraniane difenderanno le rotte commerciali e le vie marittime internazionali", ha promesso il ministro. Secondo Hatami, le forze navali israeliane dispongono di tre fregate Saer e otto motocannoniere missilistiche nel Mar Mediterraneo, nel Mar Rosso e nel Canale di Suez. Quelle iraniane sono presenti parimenti nel Golfo di Aden, nello stretto di Bab el Mandeb, nel Mar Rosso, nel Canale di Suez e nel Mediterraneo con l'obiettivo di proteggere le rotte commerciali iraniane. Le forze di Teheran hanno anche a disposizione cacciatorpediniere di fabbricazione interna come Jamaran, Sahand, Alborz, Alvand e Sabalan, che insieme ai sottomarini sono in grado di lanciare missili da crociera, siluri e missili anti-nave.

(Agenzia Nova, 13 marzo 2019)


Israele, sottomarini classe Dakar in produzione dal 2021

I nuovi sottomarini di Israele, armati con testate nucleari a base di plutonio, sostituiranno le tre unità della classe Dolphin I.

di Franco Iacch

Entro i prossimi mesi, Israele dovrebbe firmare con la società tedesca ThyssenKrupp Marine Systems, un contratto per la produzione di tre nuovi sottomarini d'attacco classe Dakar.
  L'unità capofila della nuova classe dovrebbe entrare in produzione nel 2021, con primo pattugliamento previsto nel 2030. I sottomarini classe Dakar, scaturiti dal Programma Future Israeli Navy Submarine, rileveranno gradualmente le tre unità della classe Dolphin I attualmente in servizio.

 Israele, sottomarini d'attacco classe Dolphin I
  La costruzione dei primi tre sottomarini classe Dolphin, l'Ins Dolphin, l'INS Leviathan e l'Ins Tekuma (Rinascita), prese il via all'inizio degli anni '90 nei cantieri navali della Thyssen-Krupp Marine Systems (Tkms) a Kiel, in Germania, Le prime tre unità a propulsione diesel elettrica della classe Dolphin entrarono in servizio tra il 1999 e il 2000. Lunghi 57 metri e larghi 6,8, hanno un dislocamento di 1900 tonnellate in immersione. Sono in grado di spingersi ad una profondità massima di 350 metri (test) e di raggiungere una velocità di venti nodi. La classe Dolphin è pesantemente armata con dieci tubi lanciasiluri a prua: sei da 533 millimetri e quattro da 650 millimetri. Questi ultimi rappresentano la chiave del sistema deterrente israeliano poiché progettati per il lancio di missili da crociera con testate nucleari. La classe Dolphin trasporta fino ad un massimo di sedici sistemi d'arma tra siluri pesanti SeaHake, missili antinave Harpoon e da crociera Popeye Turbo.

 Sottomarini d'attacco classe Dolphin II
  La classe Dolphin II è stata ordinata a metà degli anni 2000. I nuovi sottomarini, virtualmente identici alla prima serie, sono molto più avanzati ed il 28% più grandi con l'aggiunta di una sezione di undici metri nello scafo per ospitare il sistema AIP. L'Ins Tanin (coccodrillo), capofila dalla classe Dolphin II e l'Ins Rahav (Demone) sono lunghi 69 metri. Hanno un dislocamento di 2400 tonnellate in immersione e raggiungono una velocità massima di 25 nodi. La maggiore letalità dei sottomarini d'attacco classe Dolphin II è conferita dal sistema Aip o propulsione indipendente dall'aria.
  Il sistema AIP consente al sottomarino non nucleare di operare senza l'utilizzo dell'aria esterna. Mentre per il reattore di un sottomarino nucleare si deve pompare continuamente liquido di raffreddamento, generando una certa quantità di rumore rilevabile, i battelli non nucleari alimentati a batteria con sistema AIP, navigherebbero in silenzio. Un sottomarino classe Dolphin II propulso con sistema Aip potrebbe effettuare missioni di pattugliamento o deterrenza per trenta giorni. Ogni sottomarino Dolphin ha un costo stimato di 550/600 milioni di euro. Berlino ha interamente coperto i costi di costruzione per i primi due sottomarini classe Dolphin. La Germania ha coperto un terzo dei costi per i sottomarini Tekumah, Tanin e Rahav. Il sesto sottomarino, l'Ins Dragon costerà ai contribuenti tedeschi 135 milioni di euro. Dovrebbe essere consegnato alla Marina israeliana entro la fine dell'anno. I Dolphin sono in grado di ospitare fino a dieci elementi dello Shayetet 13

 La ridondanza di Israele
  La ridondanza di Israele si basa su due sottomarini classe Dolphin I/II in servizio deterrente a copertura di possibili obiettivi in pattugliamento nel Mar Rosso e nel Golfo Persico. Una terza unità è sempre in stand-by. Gli altri due, infine, sono in addestramento o in manutenzione. La classe Dolphin, pesante il doppio della classe Gal Tipo 540 che sostituisce, è inquadrata nello Shayetet 7, Haifa.

 L'architettura Dolphin
  L'architettura Dolphin garantisce una "capacità di secondo attacco" concepita sul principio della deterrenza nucleare: nessun avversario avrebbe alcuna ragionevole possibilità di cancellare l'intero arsenale strategico israeliano e sfuggire ad un attacco di rappresaglia.
  Sviluppato alla fine degli anni '80, l'AGM-142 Have Nap noto anche come Popeye può colpire bersagli ad 80 km di distanza. Pesante 1400 chili, il missile a medio raggio è armato con testata da 360 kg, espressamente concepita per distruggere grandi bersagli o strutture corazzate. Il missile utilizza immagini a infrarossi e guida inerziale per colpire con precisione i bersagli. L'aeronautica degli Stati Uniti acquistò 154 missili Popeye per armare i bombardieri B-52 per gli attacchi convenzionali, ribattezzandoli Agm-142. La versione Popeye Turbo a combustibile liquido, lungo circa 6,25 metri, dovrebbe avere un portata di oltre 320 km. Il deterrente nucleare israeliano potrebbe basarsi proprio sul missile da crociera Popeye Turbo ottimizzato per l'architettura Dolphin.
  Questa è una conclusione logica sebbene vi siano indiscrezioni sulle versioni nucleari dei missili Gabriel e Harpoon. In realtà Israele manifestò interesse per i missili da crociera Tomahawk degli Stati Uniti, ma la richiesta fu negata dall'amministrazione Clinton. L'unico test del Popeye Turbo Slcm potrebbe essersi svolto nel 2002, nell'Oceano Indiano. Un sottomarino classe Dolphin avrebbe lanciato con successo un missile di 6,5 metri di lunghezza con diametro di circa 52 cm, al largo delle coste dello Sri Lanka. Al test avrebbero assistito osservatori americani. Secondo la Federation of American Scientists, quel sistema d'arma avrebbe potuto colpire bersagli a 1500 km di distanza ed imbarcare una testata nucleare a base di plutonio di 200 kg. La resa esplosiva stimata era infine di 200 kt, circa quattordici volte più potenti della bomba sganciata su Hiroshima.
  Diciassette anni dopo il primo volo di quel missile, è ragionevole presumere che Israele abbia costantemente ottimizzato la tecnologia ed incrementato il raggio degli asset Slcm, cosi da colpire diversi bersagli da posizioni relativamente sicure.

(il Giornale, 13 marzo 2019)


Netanyahu apre alla marijuana (grazie alla destra)

Il premier ha detto che potrebbe pensare di legalizzarla e il leader laburista Avi Gabbay ha ammesso di averla fumata, «è ora di mettersi al passo con i tempi».

di Davide Frattini

 
Un uomo esamina le piante di cannabis, coltivate in Israele per uso medico
GERUSALEMME - Le citazioni bibliche gli servono durante i comizi a proclamare il diritto degli ebrei a tenersi tutta la Cisgiordania o a propugnare la legalizzazione della marijuana. Le sue posizioni estremiste hanno costretto perfino il Likud a posizionarlo così in basso nella lista da assicurarsi che non venisse eletto. Moshe Feiglin è riuscito a entrare in parlamento quattro anni fa e alla Knesset ha continuato le sue battaglie: annessione delle terre arabe catturate nel 1967 e offerta di incentivi economici ai palestinesi perché emigrino in altri Paesi. Allo stesso tempo, posizioni libertarie, quasi anarchiche, contro qualsiasi intervento dello Stato nella vita degli individui «perché siamo schiavi solo davanti a Dio».
   Stanco della moderazione (secondo lui) imposta da Benjamin Netanyahu al partito della destra tradizionale, ha deciso di fondare la sua squadra che fin dal nome richiama il nazionalismo oltranzista. Feiglin, che vive nella colonia di Karnei Shomron, è stato bandito nel 2008 dalla Gran Bretagna «perché le sue idee fomentano la violenza», si oppone da sempre agli accordi di pace firmati a Oslo e la sinistra non gli perdona l'incitamento all'odio nei mesi precedenti l'assassinio di Yitzhak Rabin. Eppure il suo Zehut (Identità) sembra raccogliere consensi anche tra quei giovani radical-progressisti delusi dai soliti partiti. I sondaggi gli danno per ora 4 seggi, abbastanza per avere voce nella formazione del prossimo governo, lui già chiede il ministero delle Finanze e quello dell'Istruzione.
   In più per la prima volta in vent'anni alle elezioni non partecipa Ale Yarok (Foglia verde) che aveva come unico obiettivo la legalizzazione della cannabis: non ha mai superato la soglia per accedere in parlamento ma quell'1,1 per cento di voti è lì da recuperare perché non vada in fumo. Così la marijuana è entrata nei dibattiti che portano al voto del 9 aprile. Il premier Netanyahu ha risposto che potrebbe pensare di legalizzarla e il leader laburista Avi Gabbay ha ammesso di averla fumata, «è ora di mettersi al passo con i tempi». Feiglin considera la liberalizzazione per tutti — già adesso l'uso in Israele è di fatto depenalizzato e quasi 20 mila pazienti hanno accesso all'erba terapeutica — come una sfida personale: la moglie è afflitta dal morbo di Parkinson e ne fa uso a casa. «Ho visto i benefici, la aiuta. Le leggi attuali impediscono ai malati come lei di stare meglio». Per lui è anche un comandamento religioso: «Dio ci ha dato la marijuana — ha scritto qualche anno fa in un commento sul quotidiano Yedioth Ahronoth , il più venduto nel Paese — ed è lui a detenere il brevetto. Le grandi case farmaceutiche limitano la nostra libertà perché non vogliono intromissioni nei mercati che dominano».

(Corriere della Sera, 13 marzo 2019)


Missione in uno degli ecosistemi delle start-up. "Così l'lnnovation Center fa scoprire Israele''

di Marco Pivato

Il petrolio italiano è la creatività e tanti imprenditori del Made in Italy lo dimostrano. L'ultimo caso in ordine di tempo è una missione capitanata dal Gruppo Intesa Sanpaolo, in collaborazione con la Camera di Commercio e Industria Israel-Italia, per portare 11 imprese nostrane a cercare partnership in uno dei mercati più innovativi: Israele.
  Al primo posto per start-up pro-capite e per la creazione di brevetti con una percentuale sul Pil investito in ricerca&sviluppo pari al 4,1 %, il Paese è un magnete per i capitali stranieri: nel solo 2018 le start-up israeliane hanno raccolto 6,1 miliardi di dollari. L'Italia ha molto da imparare da questo habitat. Non ha, infatti, un «ecosistema dell'innovazione» all'altezza, né la necessaria fluidità burocratica. Allora, se non è una «startup nation» ad andare dall'imprenditore, è l'imprenditore ad andare nella «start-up nation» (che ora vuole fare un salto ulteriore e diventare «smart nation») e i numeri dicono che la versione israeliana non è da meno rispetto a quella americana. «L'hi-tech è in vertiginosa crescita in Israele, ma il Paese è un provider puro di tecnologia, senza una vera e propria manifattura, ed è quindi un'economia complementare all'Italia. Per questo motivo possono nascere partnership per le nostre aziende, in settori come automotive, healthcare e farmaceutica, aerospaziale e cyber security», spiega Vincenzo Antonetti, Head of promotion and development of innovation dell'International Network di Intesa Sanpaolo Innovation Center.

 Aziende e software
  Molte le aziende italiane coinvolte che operano nell'hi-tech. Alcune di grandi dimensioni, soprattutto nel campo dell'ingegneria delle costruzioni come la bergamasca GF Elti, capaci di sviluppare software per modellizzare il comportamento nel tempo di grandi infrastrutture, stampare componentistica raffinata e «gioielli» di tecnologia in 3D. Altre sono impegnate nella logistica o nella progettazione di dispositivi medici innovativi e non mancano le start-up che studiano alternative alla generazione di energia, riduzione dell'inquinamento da parte dei veicoli e stoccaggio e sfruttamento dell'idrogeno come combustibile. Internet, Big Data e telecomunicazioni sono invece gli strumenti di spin-off come W-Sense, costola dell'Università La Sapienza.
  La corsa agli investimenti nelle «high» e nelle «hard technologies» non è un'intuizione nuova. La «Big Science» - come la chiamano gli anglosassoni - rende sempre e tanto: i progetti «big», dagli acceleratori di particelle all'esplorazione spaziale, creano brevetti remunerativi, oltre a un indotto enorme. Dal momento, però, che i progetti sono, per l'appunto, «big» è necessario creare consorzi che sostengano certe spese, tenendo presente che la scienza ripaga molto, ma in tempi lunghi. Pensiamo, per esempio, al costo dei nuovi medicinali: per 10 mila composti candidati, che entrano nella sperimentazione, solo uno arriva in commercio, dopo oltre 10 anni, con una spesa, nel frattempo, che oscilla tra 800 milioni e 1 miliardo di dollari. E soltanto allora, se il mercato risponde positivamente, comincerà il rientro e, a quel punto, il guadagno vero e proprio.
  Ora l'Italia non può rimanere fuori da un mercato tanto avanzato. Ma dovrà lottare. «L'alta tecnologia israeliana piace ai francesi, ai tedeschi, agli asiatici e a molti altri- avverte Antonetti -: perciò facciamo squadra con una rete di aziende italiane ambiziose». Nella società della conoscenza» è il sapere l'elemento strategico. «Non possiamo perdere l'occasione - aggiunge Mario Costantini, direttore generale di Intesa Sanpaolo Innovation Center - di introdurre i nostri imprenditori negli ecosistemi di innovazione più sviluppati al mondo, favorendo opportunità di business e sviluppo attraverso la condivisione di asset e competenze».
  In Israele, d'altra parte, si entra in affari con il gotha della scienza anche in maniera «ecologica». Il modello è quello dell'economia circolare: quando si pensa al prodotto, si pensa alla sua dismissione per rientrare in una nuova filiera produttiva. Uno studio su «Science Advances» ha stimato 8,3 miliardi di tonnellate la quantità di plastica prodotta dall'umanità, da quando l'ha inventata, con le conseguenze che conosciamo. L'unica economia possibile adesso è quella pensata per rigenerarsi da sola.

 Piattaforma di crowfunding
  L'Innovation Center ha puntato l'attenzione su Israele e può contare su importanti partnership con la piattaforma di crowdfunding «OurCrowd», con l'acceleratore di start-up «The Floor» e con le principali istituzioni italiane presenti nel Paese. Proprio con l'ambasciata italiana ha lanciato un bando per l'accelerazione di start-up italiane in Israele per un periodo di tre mesi, con un contributo fino a 10mila euro ciascuna. Il ruolo del Gruppo è supportare le imprese nella fase di avvio e accompagnarle nella crescita con differenti strumenti finanziari: «Neva finventures» (un fondo di venture capital), servizi di crescita «scale-up», prestiti garantiti dal Mediocredito Centrale e, infine, il «convertible-note», uno strumento che in una prima fase finanzia l'impresa e che poi si trasforma in capitale di rischio della stessa.

(La Stampa, 13 marzo 2019)


Il caso Ilhan Omar, anche in America la sinistra radicale sposa l'antisemitismo

Ocasio-Cortez: vorrei vedere una reazione simile quando si attaccano i latinos L'attivista Linda Sarsour esprime solidarietà e attacca le femministe bianche La stessa Nancy Pelosi ha toccato sull'argomento vertici di condiscendenza

di Bernard-Henry Lévy

lhan Omar è un'esponente di quei giovani democratici che, grazie alle elezioni di medio termine dello scorso novembre, sono entrati a far parte del Congresso degli Stati Uniti.
   È nera.
 
lhan Omar
   Di origine somala. È musulmana e indossa l'hijab.
   Ed è, da qualche giorno, all'onore delle cronache per aver fatto osservazioni scandalose e offensive su Israele e la lobby filoisraeliana negli Stati Uniti.
   Già nel 2012, agli albori della sua carriera politica, aveva fatto notizia dichiarando che Israele aveva «ipnotizzato il mondo» e che lei pregava Allah di «svegliare il popolo» e aiutarlo a «vedere chiaramente le sue atrocità».
   Poi, alcuni anni dopo, in risposta a un avversario che aveva rispolverato quella dichiarazione ed era rimasto spiacevolmente colpito dal fatto che lei, al Congresso dello Stato del Minnesota, si fosse unita ai sostenitori del boicottaggio di Israele, aveva obiettato che «attirare l'attenzione sull'apartheid israeliano» non faceva di lei una persona che «odiava gli ebrei».
   Ma ecco che stavolta la giovane rappresentante si spinge ancora oltre e dice, in sostanza, che i suoi nuovi colleghi che sostengono Israele non lo fanno per convinzione o per amore della democrazia, o in virtù di un'analisi approfondita degli interessi del Paese, ma grazie a «Benjarnin», ovvero al biglietto da 100 dollari (che effigia Benjamin Franklin n.d.t.), insomma, perché sono stati corrotti dalle potenti lobby filosioniste.
   Quest' affermazione ha l'effetto dirompente di una bomba. Ed è condannata dalla maggioranza degli esponenti repubblicani e dei democratici, è evidente che l'ostilità verso lo Stato ebraico opera come un magnete in grado di attrarre, riciclare e riattivare i più banali pregiudizi antisemiti: doppia fedeltà, amore per il lucro, propensione al tradimento.
   Ma maggioranza non significa unanimità. E almeno tanto importante quanto il clamore è lo strano dibattito a cui questo caso ha dato luogo.
   Sorvolo sulla reazione di vecchi antisemiti come David Duke, l'ex-Grande Mago» del Ku Klux Klan, che è arrivato in soccorso della giovane donna e, in risposta a Donald Trump che ne chiede le dimissioni, si congratula con lei per avere «denunciato le bustarelle israeliane ricevute dai membri del Congresso».
   Ma non posso sorvolare sull'immediata solidarietà di Alexandria Ocasio-Cortez, democratica, eletta a New York e astro nascente del partito, che si è sorpresa per le critiche «offensive» di cui sua la collega era oggetto e ha reclamato lo stesso «livello di reazione quando altri eletti rilasciano dichiarazioni sui latinos o su altre comunità».
   Né su quella dell'attivista Linda Sarsour, icona della Women's March e, peraltro, sostenitrice della sharia (non ha forse detto, in un tweet poi cancellato, che Ayaan Hirsi Ali meritava, in quanto «cattiva» musulmana, che le fosse «strappata la vagina»?) che dice di «appoggiare la rappresentante Ilhan Omar» e condannare l'atteggiamento delle «femministe bianche» che, mentre le chiedono di scusarsi, fanno il «lavoro sporco» per gli «uomini di potere bianchi».
   Né su quella della presidente democratica della Camera, Nancy Pelosi, che, dopo un tète-à-téte con Omar, che ha convinto, in effetti, a chiedere scusa, tenta di discolparla con una dichiarazione che raggiunge vertici mai visti di condiscendenza e/o relativismo affermando che la giovane americano-somala «non misura il peso delle sue stesse parole» e ha una «diversa esperienza» dell'uso della lingua. Né, a maggior ragione posso sorvolare sulle dichiarazioni di James Clyburn, rappresentante della Carolina del Sud, che spiega questo passaggio all'antisemitismo con il suo doloroso passato di rifugiata in Kenya; dicendo che, invece di prendersela con lei, i suoi colleghi dovrebbero «rispettare e onorare» la vittima che è stata; e concludendo che lei ha una relazione con la sofferenza «più personale» rispetto ai figli delle vittime della Shoah.
   Per non dire di Debbie Dingell, rappresentante del Michigan e democratica della vecchia scuola, che ha esortato «entrambe le parti» (sì, «entrambe le parti»! Le parole di Donald Trump dopo Charlottesville!) a non diffondere odio, razzismo e islamofobia.
   E cosa dobbiamo pensare del testo stesso della risoluzione infine adottata dal Congresso, che, dopo accesi dibattiti in cui la condizione di Omar, donna nera e musulmana sembrava pesare almeno tanto quanto le critiche a lei rivolte, condanna sì l'antisemitismo - ma 1. senza nominarlo espressamente e 2. avendo cura di condannare anche, nello stesso afflato di tartuferia benpensante e confusione politica, la «discriminazione anti-musulmana e l'intolleranza contro ogni minoranza».
   La sequenza è istruttiva in più di un senso. Dimostra che il dibattito sulla metamorfosi dell'antisemitismo, rianimato dall'antisionismo, non è una specialità francese. Illustra la deriva di una parte della giovane guardia democratica, che ragiona come i laburisti di Jeremy Corbyn ed è pochissimo incline a denunciare il preoccupante ritorno dell'antisemitismo di sinistra.
   E rivela come gli Stati Uniti, che con Trump avevano già la destra più deplorevole della loro storia, stiano assistendo alla nascita, speculare, di una sinistra allo stesso tempo stupida, malevola, falsamente anti-razzista e antifascista - consegnata nel peggiore dei casi all'antisemitismo e, nella migliore delle ipotesi, a quella lebbra dell'intelligenza che è la credenza nell'inevitabile competizione tra vittime e ricordi.
   Che le due cose siano collegate, che la corbinizzazione dei democratici sia un effetto indotto della trumpizzazione dei repubblicani è tutt'altro che rassicurante. Per coloro che speravano di veder cambiare il Paese nel giro di due anni è lo spirito di Martin Luther King e Barack Obama a essere assassinato - ed è terribile.

(La Stampa, 13 marzo 2019 - trad. Carla Reschia )


Patron di Rio Mare e Simmenthal. Addio a Joseph Nissim, il riservato re dei marchi

Si è spento all'età di 100 anni. Nel gruppo Bolton oltre 50 brand per famiglie

di Mario Gerevini

Joseph Nissim
Abbiamo comprato per anni, tutti i giorni, i suoi prodotti senza sapere chi fosse lui e quale fosse la sua azienda. È morto a Milano un signore che aveva appena compiuto 100 anni: è sfuggito alle deportazioni nei campi di concentramento, poi si è arruolato nei parà inglesi e ha combattuto a El Alamein prima di stabilirsi in Italia e mettere le radici a un gruppo che oggi ha superato i 2 miliardi di fatturato con 220 milioni di utile. Lui si chiamava Joseph Nissim, ebreo di Salonicco, nato il 22 gennaio 1919, e la sua azienda è la Bolton. Ma, come diceva sempre il vecchio Nissim, conta il prodotto, che deve entrare nella vita quotidiana, con slogan «comprensibili da Torino a Catania».
   Così la notorietà del gruppo e del suo proprietario, al comando fino all'ultimo, è inversamente proporzionale a quella dei suoi marchi: il tonno Rio Mare, Palmera, Saupiquet in Francia, Simmenthal, Wc Net, Bostik, Borotalco, Neutro Roberts, Collistar, Vetril e molti altri. Non c'è una riga sul sito web della Bolton su consiglio di amministrazione e presidente. La riservatezza era la seconda religione dell'ex parà. Leggiamo però che «sono oltre 50 le marche forti e prestigiose», sette hanno più di 50 anni e tre sono centenarie. «Molte sono leader internazionali e ogni giorno più di 100 milioni di famiglie in 139 Paesi del mondo» scelgono i prodotti Bolton.
   Stessa pasta imprenditoriale di un altro grande vecchio come Bernardo Caprotti, scomparso nel settembre 2016: uno metteva gli scaffali l'altro li riempiva. Sembra semplice ma entrambi erano dei fuoriclasse del marketing e della gestione, galoppando sempre davanti a tutti, con decisione, pragmatismo e tutte le leve di comando sotto controllo. Tant'è che le loro aziende alla voce debiti hanno sempre registrato il minimo indispensabile.
   Quando iniziò l'avventura italiana, il futuro re dei marchi mise in un cassetto la medaglia dell'esercito inglese e creò una rete commerciale che lavorava per Procter & Gamble. Durò poco: lavorare sotto padrone non faceva per Nissim. Cominciò con il tonno Rio Mare. Più che una scatoletta fu un trampolino. Alla Bolton oggi lavorano più di 5 mila dipendenti in 12 stabilimenti, con il 44% del fatturato in Italia. Oltre la metà sono prodotti alimentari.
   La successione nel gruppo era già indirizzata da tempo: la gestione da anni è affidata alla figlia Marina (l'altro figlio, Gabriele, è un giornalista, saggista e storico) e all'ad Salomone Benveniste. In consiglio di amministrazione è entrato cinque anni fa il nipote Leone Manfredini, 29 anni, figlio di Marina.
   Solo pochi giorni fa, celebrando nel Duomo di Milano la giornata dei Giusti dell'Umanità, Gabriele Nissim diceva: «Sono stato fortunato ad avere un padre come lui, che fu uno dei primi ad avvertire il pericolo del nazismo e a combattere per la libertà. Lo vorrei ricordare oggi, perché ha appena compiuto cento anni e mi ha insegnato il gusto della libertà e della responsabilità, ad avere coraggio e determinazione».

(Corriere della Sera, 13 marzo 2019)


Torino - Libri ebraici a casa Savoia

di Alice Fubini

"Libri ebraici a corte" approda sul sito ufficiale dell'Archivio di Stato di Torino. Si tratta di un'ampia sezione dedicata alla raccolta delle fonti utili per la ricostruzione della storia delle collezioni librarie ebraiche acquisite nel tempo dai Savoia, una delle raccolte librarie ebraiche più importanti, per ampiezza e rilevanza, in Italia e nel mondo, oggi custodite alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino e solo in parte studiata e inventariata.
   Questo il risultato di un'importante e impegnativo lavoro di ricerca e schedatura realizzata da Chiara Pilocane, direttrice dell'Archivio Ebraico Terracini, con la supervisione scientifica di Corrado Martone, professore di Lingua e Letteratura ebraica presso l'Università di Torino, che lo ha definito "un lavoro di grandissimo pregio".
   Alla presentazione della nuova sezione del portale hanno preso parte, tra gli altri, Dario Disegni, presidente della Fondazione Beni Culturali Ebraici in Italia, nonché presidente della Comunità ebraica di Torino; Alberto Pelissero, vicedirettore alla ricerca in rappresentanza del Dipartimento Studi Umanistici dell'Università di Torino e Franca Porticelli, responsabile della Sala Manoscritti e Rari della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino.
   Una vera e propria ricostruzione a ritroso dei testi, per lo più a stampa, che cerca di dar conto del loro "destino" una volta usciti dalle tipografie per mano dei possessori, poi approdate nelle comunità ed infine nelle biblioteche. Molti di questi sono stati acquisiti in seguito ad atti di confisca, ma che paradossalmente ne hanno permesso la conservazione. La più ampia parte delle fonti è costituita dai nomi dei proprietari, tecnicamente "le note di possesso", che hanno permesso la ricostruzione di note biografiche, da oggi fruibili in modo semplice ed interattivo nella sezione del portale online. "Le note di possesso", spiega Chiara Pilocane, "rappresentano delle tracce per dire cosa si leggeva in quel tempo, cosa si possedeva sia a livello puntuale sia mappando l'insieme delle collezioni". Dalla mappatura infatti emergono piccole collezioni librarie, un tassello importante per la ricostruzione di una parte di storia dell'epoca. "Si tratta di un lavoro metodologicamente innovativo rispetto all'approccio al libro ed in particolare al libro ebraico", prosegue, "questa ricerca non arriva ad punto finale, ma si pone come punto di partenza per altre ricerche che interesseranno tutte le altre collezioni".

(moked, 12 marzo 2019)


Chi è Kobi Marimi, il cantante di Israele all'Eurovision Song Contest

Gioca in casa al concorso in programma a Tel Aviv. La sua canzone si chiama Home. Ha la stessa età di Mahmood e un debole per il brano "Soldi" che ha vinto Sanremo.

Kobi Marimi voleva diventare da grande un attore, di quelli che non si dimenticano. Invece, a 27 anni, il suo grande schermo sarà la finale dell'Eurovision Song Contest, in programma dal 14 al 18 maggio a Tel Aviv, dove rappresenterà Israele. A lanciarlo come cantante è stata la vittoria nel talent show 'Prossima stella', programma cult della tv israeliana che ne ha fatto subito una star. Ha la stessa età di Mahmood, il vincitore di Sanremo, suo avversario nel prossimo concorso. «Mi piace tantissimo: è carismatico ed ha una voce unica. La sua canzone», racconta mentre accenna al ritornello di 'Soldi, soldi' - mi ha creato un po' di dipendenza e penso che abbia molte buone possibilità di vincere». Ma certo non esclude che a prevalere sia lui.«Sarebbe fantastico vincere l'Eurovision, specialmente qui a casa, in Israele». Come canzone ha scelto 'Home' (composta da Ohad Shragai e Inbar Vaizma), molto lontana dal tecno pop di 'Toy' il brano con cui Netta Barzilai si è imposta nel 2018 portando il concorso in Israele.

(Lettera43, 12 marzo 2019)


La Sinagoga di Gorizia è la suggestiva cornice di un concerto

Musica improntata su un umorismo "di secondo livello"

di Paola Pini

La tredicesima edizione di ENoArmonie, il Festival in cui "la grande musica da camera incontra i vini d'eccellenza", prosegue il suo viaggio facendo tappa a Gorizia, nella bella Sinagoga settecentesca di rito ashkenazita in cui il Comune, che ne è proprietario da qualche decennio, ospita idonee attività culturali; la struttura rettangolare della sala del tempio s'incontra con la forma ellittica del matroneo che la sovrasta rendendo naturalmente necessario l'impianto bifocale in base al quale l'Aron-ha-Kodesh, l'armadio che custodisce i rotoli della Torah (il Pentateuco) è posto di fronte alla Bimah, il pulpito dal quale si celebrano le funzioni religiose.
   Il vino è, assieme al pane, alimento simbolicamente molto importante nella vita ebraica e soggetto a regole molto precise per la sua produzione; se rispettate, sono segnalate con un'apposita certificazione per essere riconosciuto "kasher" (permesso) dalle persone osservanti. In occasione del concerto organizzato dall'Associazione Sergio Gaggia, il vino proposto è stato il Pinot Grigio Kasher DOC 2017 dell'Azienda Colutta di Manzano (Ud), vino non pastorizzato (al momento l'unico prodotto di questo genere realizzato in Friuli Venezia Giulia), per creare così un legame coerente tra il luogo scelto come sede del concerto e un vino del territorio.
   Gli organizzatori hanno deliberatamente scelto di non proporre un programma di musica esplicitamente legata al mondo ebraico, preferendo creare una sorta di summa ideale partendo da un elemento tipico, l'umorismo, declinato in modo molto particolare e intelligente; ciò ha permesso, grazie alle chiose di Valerio Corzani, versatile musicista, autore e conduttore radiofonico, giornalista e fotografo di mescolare la memoria dell'assaggio, questa volta preventivo, del vino con aneddoti ed episodi della vita dei compositori, puntuali premesse all'ascolto di pagine caratterizzate da una leggerezza dotata di gran corpo. Nicola Bulfone (clarinetto), Valentino Zucchiatti (fagotto) e Andrea Rucli (pianoforte) dal canto loro, sollecitati da Corzani, hanno preceduto le esecuzioni con ulteriori commenti più strettamente legati alle opere proposte.
   Il "Trio in mi bemolle maggiore per clarinetto, fagotto e pianoforte op. 38 (dal Settimino op.20)" di Ludwig van Beethoven ha aperto il concerto. Si tratta di una trascrizione in cui lo stesso Beethoven ridusse l'organico per favorire l'esecuzione da parte di ensemble meno ampi, scrivendo in origine le parti per pianoforte, clarinetto (o violino) e violoncello (qui rappresentato molto degnamente dal fagotto). Momenti in cui sono prevalsi brillanti botta e risposta carichi di ironia tra il clarinetto e il fagotto, con il pianoforte che sembrava vegliare su di loro, si sono alternati ad altri solo inizialmente solenni, presto seguiti da una festosa corsa virtuosistica. Il movimento che meglio si è legato al luogo è stato forse l' "Adagio cantabile", simbolicamente ricco come ogni elemento del tempio e pure come la produzione di un vino kasher, dolcissimo come una carezza data da un angelo, carico di spiritualità, ideale santificazione del tempo, con il suono meraviglioso del clarinetto e la delicatezza del fagotto, sostenuti entrambi dal pianoforte, colonna portante del tutto in un assieme che sembrava provenire da un altrove lontano, insito però nel profondo di ognuno di noi.
   Il secondo dei "Klavierstücke op.114" di Felix Mendelssohn-Bartholdy è stato caratterizzato da una leggerezza vorticosa e brillante; attraverso suggestioni ora sognanti, ora rapidissime, si sono esplorate le innumerevoli possibilità date ai fiati (qui il fagotto svolge la parte originariamente assegnata al corno da bassetto); in particolare nell'andante, sonorità dolci, evocative, fiabesche e un po' nostalgiche hanno dato vita a una danza che ha visto impegnati il clarinetto e il fagotto, mentre il pianoforte se ne sta sempre un po' in disparte, intervenendo sì, ma in fondo lasciando fare.
Il concerto si è concluso con il "Trio 'Pathetique' in re minore" di Michail Ivanovi─Ź Glinka, dominato da un'elegante e briosa convergenza tra gli opposti: nostalgie solari, drammaticità brillanti, lirismi assertivi, con il "Maestoso risoluto" in cui le tre voci si mescolano sfociando in un ideale "pas de trois" prima dell' "Allegro" finale carico di tonalità luminose.
   Un bis di tutto rispetto e perfettamente in linea con l'intero programma ha concluso la serata: il Terzo Tempo del "Trio per clarinetto, violoncello (qui è di nuovo il fagotto a prenderne le parti) e pianoforte di Nino Rota.

Gorizia, Sinagoga, 10 marzo 2019


Israele, i dubbi e gli incastri politici del nuovo Knesset in vista delle elezioni

Il premier più longevo della storia del Paese è in difficoltà politica e giudiziaria, potrebbe perdere lo scettro del potere dopo dieci anni di successi economici. I numeri dei sondaggi, i possibili scenari e cosa bolle nel calderone delle opposizioni in attesa del 9 aprile.

di Armando Michel Patacchiola

«To Bibi or not to Bibi» . E' un'Israele amletica, che muta ma rischia di non cambiare veramente, semmai diventare più instabile e potenzialmente aggressiva, quella che uscirà dalle prossime urne il prossimo 9 aprile, quando il Knesset, il Parlamento israeliano, sarà rinnovato per la ventunesima volta nella storia del Paese.
   Quarantasette i partiti regolarmente registrati per la competizione, il numero più alto dal 1949, quando si insediò la Costituente. Con ogni probabilità più della metà dei voti sarà fagocitata dai partiti più grandi: il "Likud", il partito sionista, liberal-nazionalista e conservatore dell'attuale primo ministro Benjamin Netanyahu, il premier più longevo nella storia del Paese, e il nuovo "Blu e Bianco", a trazione centrista, il partito dei delusi: quelli dal graduale irrigidimento delle politiche di Netanyahu e quelli stanchi dalle politiche inefficaci e delle lotte intestine dei partiti di sinistra. Una novità nata dalla fusione tra "Hosen L'Yisrael" (Resilienza per Israele), il nuovo partito di Benjamin Gantz, popolare generale dell'esercito israeliano collocato tra i partiti centristi, e "Yesh Atid" (C'è un futuro) di Yair Lapid, centrista e sionista, arrivato secondo alle precedenti consultazioni con 19 seggi.
   "Blu e Bianco", secondo gli ultimi sondaggi, sarebbe il partito più votato dagli israeliani ed è in lizza per essere incaricato dal Presidente della Repubblica Reuven Rivlin per avviare i dialoghi ufficiali propedeutici alla formazione dell'Esecutivo. Gantz, che per i primi due anni sarebbe il titolare di Beit Aghion (negli altri due anni spetterebbe a "Lapid") arriverebbe a 33 seggi, la maggioranza relativa, contro i 26 mantenuti da Netanyahu (rispetto al 2015 "Likud" perderebbe solo quattro scranni). In totale i partiti che si contenderanno i 120 seggi del Knesset dovrebbero essere 12, una formazione che però dovrebbe favorire la coalizione di destra, che manterrebbe quindi il Governo.
   Nel prossimo Knesset dovrebbero esserci i partiti arabi di Ayman Odeh e Ahmad Tibi (9 scranni) che rimarrebbe terza forza del Paese, ma che perderebbe quattro esponenti rispetto al 2015. Problemi per i "Labor" di Avi Gabbay (8) vicini al tracollo con un terzo dei consensi in meno. Migliorano la "Nuova Destra" di Naftali Bennett e Ayelet Shaked (8 scranni, cinque in più) e gli ebraici di "United Torah Judaism" di Yaakov Litzman (8, due in più), entrambi vicini a Netanyhau e ostili a "Blu e Bianco". Non dovrebbero avere problemi nemmeno i secolaristi della sinistra della battagliera Tamar Zandberg di "Meretz " (8) in salita nei consensi (+3), e nemmeno i religiosi ortodossi di "Casa Ebraica " e "Tkuma " praticamente stabili (8).
   Ci sarà posto anche per il partito che lotta contro la povertà, "Kulanu" (4), il partito centrista dell'ex ministro dell'economia Moshe Kahlon che perderebbe 6 scranni, ma che si candida ad essere ago della bilancia tra i due schieramenti. Ci dovrebbe essere, infine, la conferma degli ultra-ortodossi sefarditi di "Shas " (4) in calo di tre scranni. Nuovo, invece, l'apporto dei liberisti e liberali di Moshe Feiglin "Zehut" (4), nati dalla costola di "Likud"ma pronti ad allearsi con chiunque a patto venga legalizzata la cannabis. Resterebbe fuori, stando al sondaggio pubblicato dalla free-press "Israel HaYom", il pluri-ministro Avigdor Lieberman di "Israele, Casa Nostra", anti-palestinese e filo- Orientale, che non supererebbe la soglia prevista dal proporzionale israeliano del 3.25 percento e che nel precedente parlamento occupava 6 seggi.
   Un panorama eterogeneo che, stando ai numeri e alle trame politiche dovrebbe portare, però, a novità sostanziali rispetto al 2015, quando dopo un testa a testa "L'Unione sionista" di centrosinistra Yitzahk Herzog finì in minoranza. Nonostante i guai giudiziari Bibi Netanyahu, imputato in tre casi di corruzione, dovrebbe riuscire ad essere eletto nuovamente premier seppur con un margine più ristretto di cinque scranni (61) rispetto al 2015, e con una modulazione più incline al suprematismo dell'ultra-destra di Peretz, Smotrich, e all'intransigenza Kahanista di Ben Ari, oltre a quelle libertarie di Feiglilo. Uno spostamento verso l'ultra destra che si evince ancor più dalle parole dell'attivista anti-migranti May Golan, ora in lista con "Likud", che ha giustificato il suo passaggio da "Otzma Yehudit" (Potere Ebraico) col fatto che sia stato «Likud ad essergli venuto incontro» e non lei a moderarsi.
   Non è detto, però, che l'eventuale quinto governo Netanyhau, che si ritiene innocente e vittima di una cospirazione, abbia lunga vita. Se infatti le accuse del pm Avichai Mandelblit fossero convalidate dal giudice durante l'audizione del prossimo aprile il governo potrebbe cadere e lo scenario cambiare.
   Secondo un recente sondaggio pubblicato da "Chanel 11" due terzi degli israeliani pensano che Netanyhau dovrebbe dimettersi qualora venisse giudicato colpevole dai giudici. Una posizione condivisa da alcuni partiti politici, tra cui "Kulanu" (Tutti noi) pronto a sfilarsi dalla flebile maggioranza in caso di condanna.
   Anche la probabile coalizione formata da "Blu e Bianco" e i suoi alleati, però, appare tutt'altro che stabile. Sicuramente è rissosa e meno oleata dalle difficili convivenze dei partiti della sinistra, di quelli arabi e di quelli centristi. Preminente è la questione palestinese, visto che il partito di Gantz, strategicamente, non ha espresso una posizione chiara e decisa sulla teoria della "soluzione a due stati", un cavallo di battaglia per i partiti della sinistra, ostili a soluzioni diplomatiche troppo mediate, annacquate e non risolutive. Poi c'è "Meretz ", rivitalizzato dopo due quadrienni in discesa, ma che è avulso alla religione e che non si alleerebbe con le destre (esattamente come i "Labor"). Proprio la necessità di recuperare consenso dal maggior partito di coalizione potrebbe portare attriti e divisioni in seno all'Esecutivo. Senza contare le possibili difficoltà con i nuovi alleati provenienti dalle destre: per esempio qualora fosse necessario l'accordo con "Zehut" favorevole alla "one state solution". Un puzzle, anche questo, tutt'altro che semplice e che rischia di minare decenni di crescita e di sviluppo economico.
   Un recente sondaggio ha evidenziato come la popolazione israeliana sia preoccupata per il proprio futuro, soprattutto per il fatto di non poter risparmiare abbastanza denaro per poter aiutare i propri figli. Preoccupazioni, però, ritenute infondate da "Bloomberg", uno delle più autorevoli testate mondiali, secondo cui l'economia israeliana sarebbe solida e sostenuta da fondamenta tecnologiche e ingegneristiche avanzate.
   Lo evidenziano tutti parametri economici più significativi, come la crescita economica: in media di 3.69 punti percentuali dal 2000 ad oggi. Un andamento che da qui al 2020 addirittura migliorerà, almeno secondo l'Oecd, secondo cui Israele scalerà ben due posizioni arrivando al secondo posto tra le 36 economie analizzate. Parametri che tengono conto dell'oculata gestione dei conti dello Stato, il cui debito pubblico è sceso dal 70.7 percento del Pil del 2010, al 61.39 di oggi, e che lo relega al 63esimo posto nel ranking mondiale, dietro comunque a Danimarca, Norvegia e Cina, ma meglio di Giappone, Italia e Stati Uniti.
   Bene anche i dati sulla disoccupazione, sono bassi e in costante discesa (3.7 secondo le ultime stime del Central Bureau of Statistics), molti dei quali inoccupati per scelta. Anche qui, comunque, c'è margine di miglioramento: molti lavoratori, infatti, sono part-time e molti sono mal pagati. Il tasso di povertà è al 17.7 percento è il secondo più alto dell'Oecd. Secondo alcune stime più di due terzi della forza lavoro israeliana percepisce meno della media nazionale, c'è un diffuso malcontento per le infrastrutture e per la Sanità

(AgoraVox Italia, 12 marzo 2019)


«Tutta l'attualità della questione antisemita»

A colloquio con l'autore di una rigorosa storia dell'odio nei confronti degli ebrei.

di Matteo Airaghi

Dai pogrom in Russia al caso Dreyfus, dall'idea di un «complotto sionista» ai lager nazisti, il XX secolo ha registrato un agghiacciante salto di qualità nella violenza degli attacchi. Proprio quando l'integrazione nelle società contemporanee sembrava un fatto acquisito, l' antiebraismo di matrice religiosa ha ceduto il passo all'antisemitismo fondato su presunte basi razzistiche. Roberto Finzi, che ha insegnato Storia economica, Storia del pensiero economico e Storia sociale negli atenei di Bologna, Ferrara e Trieste, con la sua «Breve storia della questione antisemita», da poco edita da Bompiani, ci conduce alla scoperta di questo male oscuro strisciante nella storia dell'umanità, di cui l'antisemitismo moderno è solo una parte della vicenda. Ne abbiamo parlato con lui anche per riflettere su questo inizio del terzo millennio, meraviglioso per le straordinarie innovazioni tecniche ma ancora impregnato di antichi, radicati pregiudizi».

- Professor Finzi, perché è di fondamentale importanza proprio oggi analizzare con rigore l'origine e la storia della questione antisemita?
  «A dire il vero una rigorosa analisi di quella che volutamente chiamo la "questione antisemita" - in contrapposizione all'usuale "questione ebraica'; che esiste solo perché c'è chi vede l'ebreo come nemico - è, purtroppo, sempre attuale. Oggi di più? Può essere a seguire le cronache. Perché mai? Mi sembra a stare alla storia un segno inquietante in quanto i rigurgiti o le esplosioni antisemite in epoca contemporanea sono uno dei segnali premonitori di crisi profonde, politiche e sociali.
Ancora: il discorso pubblico, come si suole dire, è oggi più che mai impregnato di pregiudizi. Smontarli attraverso i fatti della storia è assolutamente necessario. A questo mi sono dedicato negli ultimi anni. Non solo relativamente agli ebrei ma pure, ad esempio, nei confronti della donna con Il maschio sgomento. Una postilla sulla questione femminile, uscito nel 2018 sempre per Bompiani arricchito da una assai bella postfazione di Ingrid Rossellini».

- Dall'innegabile e secolare matrice religiosa all'antisemitismo ancorato a presunte motivazioni razzistiche: come avviene in Europa questa progressiva mutazione di uno dei mali più oscuri, agghiaccianti e apparentemente inestirpabili della storia occidentale?
  «Soprattutto nel secolo XIX, e poi nel XX, al tradizionale nodo del problema dell' "altro'; del da noi diverso - che a un tempo attrae e impaurisce - se ne sovrappone un altro, l'emergere e il prevalere dell'idea e del sentimento di nazione. In un'epoca per di più in cui si diffonde la visione della scienza come unico sapere oggettivo. È attraverso la combinazione di questi due elementi - nazionalismo e scientismo - che si determina il passaggio di cui mi chiede. Passaggio che non elimina ma, in qualche, modo ingloba gli antichi stereotipi antiebraici di matrice religiosa. L'ideologia nazista è stata definita da qualcuno una "filastrocca veterinaria" perché, a parte altre elucubrazioni "filosofiche'; si fonda in buona parte sulla trasposizione al campo umano di osservazioni legate alle tecniche di allevamento animale. Più in generale il razzismo si basa sull'indebita supposizione della corrispondenza tra determinati caratteri fisici e determinati caratteri psichici e morali. Dimenticando bellamente, ad esempio, nientepopodimeno che Charles Darwin nel cui L'origine dell'uomo del 1871 si legge esattamente il contrario: sebbene le differenze esteriori degli africani o degli indigeni dell'Amazzonia rispetto agli europei fossero notevoli Darwin era rimasto colpito da come "le loro menti siano simili alle nostre''. Insomma il razzismo - con cui si vuole legittimare l'antisemitismo - non ha basi scientifiche. Come ha affermato un genetista della fama di Luigi Luca Cavalli Sforza «le razze non esistono come entità chiaramente e facilmente distinguibili». Il razzismo - prosegue - non ha basi biologiche ma politiche: è legato, soprattutto, all'emergere, nel secolo XIX, dell'idea di nazione e alla sua degenerazione nel nazionalismo».

- Per restare all'ambito strettamente storico, che è poi il filo conduttore della sua ricerca, vorrei parlare di tre casi emblematici dell'inquietante storia dell'antisemitismo: il «caso Mortara», l'affaire Dreyfus e l'infinita e persino grottesca vicenda dei fantomatici Protocolli dei savi di Sion. Ce ne può riassumere il significato e la rispettiva importanza nel contesto di una assurda e secolare tragedia?
  «Le tre storie che cita - che prendono avvio rispettivamente nel 1858, nel 1894 e ai primi del Novecento - sono ampiamente raccontate nel mio libro. Quello che posso qui sottolineare e che mi pare risponda al senso profondo della sua domanda è che si tratta di "casi" che in realtà, al di là e oltre gli accertamenti storici, in un certo senso non finiscono mai. Nel 2005 Vittorio Messori pubblica Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX: il Memoriale inedito del protagonista del caso Mortara, tradotto nel 2017negli Stati Uniti. Con un'ampia introduzione che perora la giustezza del suo allontanamento dalla famiglia, Messori pubblica l'autobiografia di Edgardo Mortara, educato dal clero nella fede cattolica e fattosi sacerdote che soffre per i suoi cari rimasti ebrei. Qualcuno ha scritto che la lettura di questo libro avrebbe indotto Steven Spielberg ad annullare il film sul caso che aveva già in progetto di fare. Non so se sia così. So però che Messori si scaglia contro la reazione della famiglia e poi di molti ebrei in tutta Europa di fronte al fatto che il bambino fosse stato strappato alla famiglia. E lo fa basandosi sullo scritto dell'ormai sacerdote Mortara che si appella alla Provvidenza. Un modo per dire che era stato un atto giusto. Mi chiedo e chiedo: è davvero chiuso il caso Mortara? Almeno per certo cattolicesimo che non ha digerito il Concilio Vaticano II. Per quanto riguarda Dreyfus basti ricordare che solo nel 1995 l'esercito francese dichiara ufficialmente che il capitano accusato di tradimento nel 1894 era innocente. Sui Protocolli invece, che la critica storica ha unanimemente accertato essere un assoluto falso, ci sarebbe molto da dire. Ricordo solo che l'articolo 32 di Hamas, l'organizzazione che governa Gaza, recita testualmente: "Oggi si tratta della Palestina, domani di uno o più altri Paesi. Perché lo schema sionista non ha limiti e dopo la Palestina cercherà di espandersi dal Nilo all'Eufrate. Quando avrà digerito la regione di cui si è cibato, guarderà avanti verso un'ulteriore espansione e così via. Questo è il piano delineato nei Protocolli degli Anziani di Sion e il comportamento presente del sionismo costituisce la migliore testimonianza di quanto era stato affermato in quel documento"».

- L'apocalisse senza precedenti della Shoah e la sofferta nascita dello Stato di Israele avrebbero potuto rappresentare un vero momento di svolta e la fine di ogni persecuzione antiebraica: perché questo non è avvenuto o è avvenuto soltanto in parte?
  «Mi fa domande per la cui risposta ci vorrebbe un tomo di notevole mole. Ma sono spericolato ... Perché la shoah divenisse un vero punto di svolta l'Europa intera avrebbe dovuto interrogarsi sul rapporto tra la "soluzione finale del problema ebraico" e quella che si è soliti chiamare la modernità, oltre che sulla sua radice cristiana, in tutte le forme in cui si è storicamente incarnata: cattolica, ortodossa o protestante che sia. Pensi solo alla cosiddetta "sperimentazione" medica nei campi di sterminio e al dibattito che ne è seguito: si potevano usare quei risultati se "scientificamente" utili? In molti hanno risposto di sì».

- In conclusione vorrei la sua opinione sulla classica domanda delle domande: perché proprio gli ebrei? Perché tutto questo odio, questa violenza, questa moltitudine di antichi, radicati pregiudizi nei confronti di un popolo che, tra l'altro, ha dato un contributo fondamentale alla fondazione e allo sviluppo più alto della cultura occidentale?
  «Da decenni e decenni mi sento dire: ma cosa hanno mai fatto gli ebrei perché in tanti e per tanto tempo ce l'abbiano avuta e ce l'abbiano con loro. Io, come ho fatto nel libro, rovescerei la prospettiva: a che problemi, pulsioni, ansie di chi odia gli ebrei serve la loro avversione e il loro odio? Come suol dirsi a trovare un capro espiatorio. E questo, prima di tutto, deve essere "altro'; diverso da te. In questo meccanismo, così evidente nell'Europa d'oggi a proposito degli immigrati, gli ebrei hanno un posto "privilegiato" per la lunga predicazione di odio verso di loro da parte del cristianesimo. Anzi la/le Chiese creavano determinate condizioni concrete per gli ebrei e poi le usavano contro di loro per aizzare l'odio antiebraico. Pensi a tutta la questione dell'usura, condannata dalla Chiesa sulla base di precetti della Bibbia e permessa soltanto agli ebrei ... La ragione? Montesquieu diceva: "In fatto di religione le più affini sono le più grandi nemiche''. Solo che nel caso specifico si confrontavano una corazzata e un moscerino, che pure tanto ha dato sul piano culturale al mondo. Cristianesimo e islamismo compresi».

(Corriere del Ticino, 12 marzo 2019)


Il vero artefice del ghetto ebraico

Sarà presentato oggi al Gabinetto Vieusseux a Firenze alle 17.30 (Palazzo Strozzi, Sala Ferri) il libro sulla storia del vero artefice del ghetto ebraico di Firenze (1571) raccontata dall'archivista e paleografa Ippolita Morgese dal titolo «Nessuno sa di lui» (Le Lettere, 158 pagine, 14,50 euro), libro che ripercorre la vita privata e pubblica di Carlo Pitti. Grazie al ritrovamento del suo archivio privato, l'autrice compone un ritratto fino a oggi sconosciuto sul ruolo determinante di Pitti, che fu uno dei membri del Magistrato supremo, organo giudiziario per eccellenza dello Stato Mediceo, e ricostruisce cause e ragioni della creazione del ghetto.
   Il volume racconta un mondo di intrighi e destini basandosi sui diari manoscritti originali di Carlo Pitti, e anche l'ambiente dell'epoca, con la descrizione di abitudini, tradizioni familiari e usanze di vita nel secondo '500. Ripercorrendo l'intera storia del ghetto di Firenze - voluto da Cosimo I dei Medici che, per ottenere il titolo di granduca, muta all'improvviso la politica verso gli ebrei -, evidenzia il ruolo di Pitti che opera dietro le quinte, firma e produce rapporti, inchieste: è lui a investigare sui banchieri ebrei in Toscana, a ordinare il censimento di quelli che vivono nello Stato Mediceo, a stilare la bozza del decreto di espulsione. I suoi dossier porteranno Cosimo I alla chiusura dei banchi ebraici, l'espulsione degli israeliti, l'istituzione del ghetto.
All'incontro introdotto da Alba Donati, interviene con l'autrice Susanna Nirenstein.

(la Nazione, 12 marzo 2019)



Tempi lunghi per i corpi in Italia. Esperti israeliani in cerca dei resti dell'aereo

L'aereo si è sbriciolato su un'area equivalente a due campi da calcio. I rottami anche a 3 km. Nel cratere ruspe in azione. Il Dna dei parenti da 36 Paesi per identificare le salme.

di Andrea Nicastro

A un giorno dallo schianto, il cratere dell'impatto è ancora ben visibile: nero, fumante, puzzolente di carburante e plastica bruciata. Se un atterraggio d'emergenza è stato tentato è chiaro anche a occhio nudo come sia fallito miseramente. Nessuno a bordo aveva la minima possibilità di sopravvivere. Una ruspa arancione gratta la terra bruciata perché i tecnici etiopi e americani che hanno preso la responsabilità dell'indagine pensano che qualcosa del Boeing 737 possa essersi addirittura infilato sottoterra. Tanta era la velocità, tanta era la violenza con cui l'aereo è arrivato al suolo. Più come un missile con il muso in basso che come un aereo che tenta di planare e magari atterra di pancia o di coda. La ruspa smuove le zolle con la delicatezza di cui è capace. Poca.
   L'aereo si è sbriciolato a una cinquantina di chilometri da Addis Abeba, ai piedi di collinette verdi, su un'area di terra fertile grande come due campi di calcio, ma ci sono pezzi della carlinga e vestiti bruciacchiati anche a tre chilometri di distanza. Non esiste neppure una vera e propria scena del disastro. Non ci sono tutt'attorno le fettucce bianche e rosse dei telefilm e neppure i tecnici in camice bianco. Nessuna parvenza di scientificità. Tutto il contrario. Una variegata umanità si aggira tra i resti del grande aereo. Ci sono giornalisti e curiosi. Qualcuno ha la pettorina della Croce Rossa, la maggior parte sono in jeans e ciabatte di plastica. Non si capisce in base a quale principio alcuni frammenti vengano raccolti e ammucchiati da un lato e altri lasciati lì dove sono.
   Questa tragedia ha ucciso 157 persone e fatto piangere 36 Paesi più l'intero sistema dell'aiuto umanitario, dalle Ong alle agenzie delle nazioni Unite. L'unica fortuna è che, precipitando, il Boeing non ha colpito nessuna casa, nessun villaggio. Tra le zolle annerite qualche pezzo di lamiera grande un metro, un ingranaggio che parrebbe di turbina, un paio di bombolette per l'ossigeno, frammenti che potrebbero essere di valige o di armadietti dell'aereo. E poi, qua e là, quelle terribili sagome nere che sono i corpi carbonizzati. Poche troppo poche. E piccole, troppo piccole. L'aereo si è sminuzzato ed è completamente bruciato. I passeggeri a bordo hanno subito la stessa sorte.
   L'operazione di identificazione si presenta complicata. La Farnesina sta seguendo il coordinamento tra le famiglie e le autorità locali. La procedura dovrebbe essere lineare: bisognerà raccogliere i campioni del Dna dei parenti in tutto il mondo e inviarli in Etiopia. Lì, nel frattempo, tecnici locali con l'aiuto anche di esperti israeliani già arrivati, cercheranno di ricomporre i resti. A quel punto, e solo a quel punto, si potrà incrociare i dati e sperare di dare un nome alle salme confrontando il Dna trovato sul campo con quelli arrivati da tutto il mondo.
   Recupero, identificazione, riconoscimento, rimpatrio. Ogni fase avrà le sue complicazioni burocratiche, la necessità per i singoli Paesi di origine dei passeggeri di coordinarsi con Addis Abeba. Un calvario infinito, tanto più che andrà ripetuto 157 volte senza che esista ad Addis Abeba una struttura così efficiente e organizzata da affrontare numeri così grandi.
   «Sono passaggi ineludibili» ha detto il responsabile dell'Unità di Crisi Stefano Verrecchia assicurando la massima assistenza possibile alle famiglie delle vittime. Alla Farnesina non lo dicono, ma è probabile che si tratti di un impegno da calcolare in settimane, non giorni.
   Più veloce dovrebbe essere la decodifica delle due scatole nere entrambe recuperate nel primo pomeriggio di ieri. Il Dfdr, il registratore dei dati di volo, e il Cvr, il registratore delle conversazioni nella cabina di pilotaggio, dovrebbero aiutare a chiarire le ragioni dello schianto.

(Corriere della Sera, 12 marzo 2019)


L'udienza preliminare per Netanyahu a metà luglio

GERUSALEMME - L'udienza preliminare del processo per presunta corruzione contro il primo ministro Benjamin Netanyahu si terrà nel mese di luglio. Lo riferisce il quotidiano "Times of Israel", spiegando che tutti i sospettati, incluso l'attuale capo del governo, saranno convocati a tre mesi dalla consegna del materiale attualmente in mano ai magistrati che sarà consegnato il giorno successivo alle elezioni del 9 aprile. Il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit, infatti, ha dichiarato che il fascicolo verrà depositato solo a urne chiuse, per evitare che il materiale possa trapelare alla stampa e inquinare il clima elettorale, accogliendo in tal senso una richiesta del team legale di Netanyahu. Mandelblit ha annunciato lo scorso 28 febbraio l'incriminazione di Netanyahu per corruzione, frode e violazione di fiducia in tre episodi distinti. Si tratta del cosiddetto "Caso 4000", che riguarda i rapporti tra il primo ministro e il magnate delle telecomunicazioni Shaul Elovitch; del "Caso 2000", che concerne un presunto accordo tra Netanyahu e il proprietario del quotidiano "Yedioth Ahronoth", Arnon Mozes, per una copertura mediatica favorevole; e del "Caso 1000", secondo cui il premer è sospettato di aver ricevuto benefici per circa 282 mila dollari da alcuni miliardari in cambio di favori. Secondo alcuni sondaggi, l'annuncio della decisione da parte del procuratore potrebbe aver un impatto decisivo sul risultato delle elezioni per Netanyahu e per il suo partito, il Likud.

(Agenzia Nova, 11 marzo 2019)


Usa, i democratici odiano gli ebrei? Casa Bianca non commenta

Sarah Sanders, portavoce del presidente Trump
NEW YORK - La Casa Bianca non si sbilancia nel dire se il presidente americano, Donald Trump, crede davvero che i democratici odino gli ebrei. E' quello che il leader Usa avrebbe detto ai suoi donatori durante incontri privati al suo resort a Mar-a-Lago, almeno stando a quanto riportato da Axios nel fine settimana.
Durante il primo briefing con i giornalisti in 42 giorni, alla portavoce Sarah Sanders è stata fatta quella domanda tre volte. Lei si è limitata a dire che "il presidente è un alleato impegnato e inamovibile di Israele e del popolo ebraico e francamente, le dichiarazioni che sono state fatte da una serie di democratici che non sono state criticate dalla leadership democratica sono ripugnanti".

(askanews, 11 marzo 2019)


Hamas in Egitto

di Giancarlo Elia Valori

La questione del Sinai e del suo jihad è sempre più importante, data anche la nuova strategia di Hezb'ollah in Libano meridionale, oltre alla attuale dislocazione delle forze iraniane, siriane, russe e di varia provenienza sunnita e jihadista tra il Golan e la Bekaa, ai limiti del confine tra Siria e Israele.
La storia del jihad "della spada" nella penisola del Sinai comunque è, ormai, poliennale.
Nel 2011, proprio nel momento della massima tensione, sia occidentale, ma anche interna ad alcune forze islamiche cosiddette "moderate" operanti nel Maghreb, di dare vita alle varie "primavere" nazionali, si forma, sempre, appunto, nella penisola del Roveto Ardente, il gruppo Ansar Bayt Al-Maqdis.
Come era facile prevedere, la destabilizzazione dei vecchi regimi aveva rafforzato, non indebolito, le organizzazioni jihadiste, diversamente da quello che pensavano, in quel momento, a Langley.
Questa AMB è la nuova rete di scambio, addestramento, informazioni e raccolta fondi del jihad locale che, per la prima volta, si configura in un suo ruolo autonomo.
L'occasione della caduta di Mubarak è poi troppo fortunata per lasciarla cadere, da parte di tutte le organizzazioni della "guerra santa" egiziano-palestinese.
ABM, l'Ansar neo-costituitosi, riesce poi facilmente, nel vuoto di potere (e di welfare per le popolazioni sinaitiche) a conquistare la simpatia delle popolazioni locali.
C'è poi da dire che il Cairo, sia pure da sempre attento, salvo che nella vacanza strategica prodottasi con il governo della Fratellanza Musulmana, quello di Mohammed Morsi, che dura dal 30 giugno 2012 al 3 luglio 2013, quando il golpe del capo dei Servizi militari, Al Sisi, lo allontana da potere, pensa solo alla sicurezza delle reti petrolifere del Sinai, non al sostegno delle popolazioni locali.
Anche l'Egitto di oggi paga, con l'emersione del jihad del Sinai, la sua distrazione strategica e la carente analisi sociale e politica del sistema peninsulare intorno ai sui canali.
Ma i soldi sono pochissimi, per il Cairo di Al Sisi, quindi una certa semplicità analitica è del tutto comprensibile.
La sola securizzazione delle reti del Sinai accade già fin da Mubarak fino all'attuale Al Sisi, che però sa benissimo che, dopo la "cura" della Fratellanza, non può fidarsi del tutto né delle sue polizie né dei suoi Servizi, e quindi pensa ad una sorta di "affitto della sicurezza", anche a terzi, per la penisola sinaitica.
A questo punto, arriva però la notizia che le forze israeliane stanno utilizzando proprio elementi palestinesi, per raccogliere informazioni primarie sull'Isis del Sinai, uno degli attuali sviluppi dell'ABM.
ABM è uno dei primi gruppi fuori dal sistema sirio-iraqeno a giurare fedeltà al "califfo" Al Baghdadi.
Gerusalemme utilizza queste reti informative solo per sostenere Il Cairo nella sua specifica war on terror locale, visto che il Daesh-Isis ha ancora almeno 2000 elementi attivi nella Penisola.
Che, per ora, non si direzionano specificamente contro lo stato ebraico.
L'11 gennaio 2019, per esempio, le FF.AA. egiziane hanno colpito con successo e quindi eliminato 11 terroristi, che erano già in fase di operazioni contro la città di Bir-el-Abad, nel nord del Sinai.
Si dice, persino, che l'intelligence di Gerusalemme abbia infiltrato lo stesso Daesh-Isis locale, cosa peraltro confermata dallo stesso Presidente egiziano Al-Sisi che, in una intervista al canale TV americano CBS, resa il 3 gennaio 2019, ha confermato esserci una stretta cooperazione tra i Servizi di Israele e le Forze egiziane, in tutte le operazioni anti-jihadiste in Sinai.
L'obiettivo di ABM, intanto confluito rapidamente nel "califfato" di Al Baghdadi, è quello del deterioramento stabile delle relazioni tra Egitto e Israele, con ogni evidenza.
Si noti poi che la continua azione terroristica contro le reti del gas e del petrolio, in Sinai, ha costretto la Giordania a cercare e comprare idrocarburi altrove.
Ovvio, quindi, che la stabile insicurezza delle reti nel Sinai rallenti e, spesso, blocchi le prospettive di espansione del gas e del petrolio israeliani nel loro nesso, sia con l'Egitto, che con la lunga rete della Arab Pipeline che arriva fino a Damasco e, poi, verso la Turchia e da lì al mercato europeo.
Quindi, l'ABM, che è ormai parte del sistema pseudo-califfale, si concentra, dal 2013 del fortunato golpe di Al Sisi a oggi, in un solo obiettivo: la lotta contro le FF.AA. e il potere egiziano.
Ecco quindi la nuova rete jihadista del Sinai: il Wilayat al Sinai, ovvero la rete dello pseudo-califfo, alcuni gruppi legati ad Al Qaeda, quali Jund al Islam, una struttura che opera soprattutto nel deserto occidentale sinaitico, poi Ansar al Islam e altri, sempre attivi nel Nord della penisola del Roveto.
Vi sono anche gruppi militanti che sono legati esplicitamente alla Fratellanza Islamica, come lo Hassm (sigla dell'"Esercito del Movimento Egiziano") e il Liwa al Thawra, ovvero "la bandiera della Rivoluzione" che, però, opera soprattutto in Egitto, tra Alessandria, il Cairo e Suez.
Si noti, poi, che sia lo stato-"califfato" islamico del Daesh-Isis che la stessa Al Qaeda, proprio per bocca di Ayman Al Zawahiri, hanno postato in rete, lo scorso febbraio, un video che critica duramente il comportamento della Fratellanza Musulmana in Egitto e, soprattutto, in Sinai.
Al Sisi, nel 2014, militarizza quindi il Sinai.
Una guerra a bassa intensità che, ormai, conta, senza che le cose siano molto note, diverse migliaia di morti.
L'ABM, ri-denominatasi Wilayat al Sinai dopo la sua affiliazione al Daesh-Isis, raccoglie ancora molta della popolazione sinaitica, mentre la crisi economica dell'area si aggrava con l'embargo imposto dal Cairo, finalizzato a bloccare il contrabbando di petroli e il vastissimo traffico di armi.
A questo punto, Al Sisi lancia la sua grande Comprehensive Operation Sinai 2018, azione militare, che ha inizio il 9 febbraio 2018, organizzata tra il delta del Nilo e il nord e il centro deli Sinai.
Il tutto ha inizio, in effetti, dopo l'attentato alla moschea di Al-Rawda del 24 di novembre 2017, e si noti che Al-Rawda una moschea legata alla setta sufi Jayiria, un "ordine" mistico molto diffuso proprio nel Sinai, soprattutto nell'area di Bir el-Abed.
Sulla base dei risultati, efficaci, di questa grande operazione, l'Egitto ha anche chiuso il confine di Gaza e quello di Rafah, che è comunque stato riaperto da non molto.
La "grande operazione" viene lanciata poco prima, è bene notarlo, delle elezioni politiche e presidenziali egiziane del marzo 2018.
Quindi, ecco i dati dell'equazione: forte minaccia jihadista anti-egiziana nel Sinai, forze limitate a disposizione dell'Esercito e dell'intelligence egiziana ma, poi, c'è soprattutto la questione del prestito del Fondo Monetario Internazionale all'Egitto, che non può non avere un rilievo strategico e militare, anche nel Sinai.
La credibilità militare di Al Sisi è, quindi, uno degli elementi essenziali della sua salvezza finanziaria.
Nel novembre 2016, infatti, il FMI ha accordato una Extended Fund Facility per il Cairo per 12 miliardi di usd.
Tutte le rewiews applicative, fino a quella ultima del 4 febbraio 2019, sono state già approvate dal board del Fondo.
Le riforme del regime di Al Sisi sono state fino ad oggi valutate, comunque, sempre positivamente, sempre dal suddetto board.
E anche da molte banche di affari private, che potrebbero anche subentrare al FMI alla fine della extended fund facility.
Stabilizzazione macroeconomica, quindi, ma ripresa della crescita del PIL, in primo luogo.
Il turismo, voce primaria dell'economia egiziana, ha ripreso a marciare molto bene, le rimesse degli emigranti pure, il prodotto del settore non-petrolifero e manifatturiero, che il FMI ha individuato come la chiave della futura crescita egiziana, sta ricostituendosi e comunque è anch'esso in crescita costante.
La protezione sociale messa in atto del governo egiziano, essenziale per "tenere la piazza" (e, spesso, anche il terrorismo jihadista periferico) sostiene il cibo per i bambini, gli alimenti primari, è attivo per le medicine, con un recente e significativo aumento della disponibilità di liquidità nelle moltissime smart cards già distribuite ai poveri.
I programmi takafol e karama, ideati per sostenere gli standard di vita delle famiglie povere, operano già per oltre 2,2 milioni di nuclei familiari, ovvero per ben 9 milioni di egiziani.
Troppi poveri, quindi, allora molti candidati al jihad, con a disposizione una rete ormai efficacissima, tra para-califfati, Al Qaeda e tutto il resto, ma soprattutto la rete dei "giovani" della Fratellanza Musulmana, che si stanno ri-direzionando verso un jihad "a lenta corsa", ma non meno efferato o efficace, anzi.
Ed ecco, quindi, che il Cairo ha, senza peraltro farne esplicita nota a Gerusalemme, messo in linea proprio Hamas nella sua guerra a bassa intensità nel Sinai.
Il gruppo ex-ABM in Sinai ha peraltro già sequestrato, alla fine del novembre 2018, un carico di armi iraniane, soprattutto missili kornet, armi che andavano dall'Iran verso Hamas via la Striscia di Gaza.
Ma le relazioni tra il Jihad islamico Palestinese e l'Egitto, da qualche anno, si sono indebolite, grazie al noto sostegno che il gruppo palestinese di Gaza, legato peraltro alla Fratellanza Musulmana, ha dato al jihad del Sinai; e quindi il vero nesso strategico è, oggi, nello scontro strutturale, nella penisola del Roveto Ardente, tra Daesh-Isis e Hamas.
Ovviamente, l'obiettivo primario dell'intelligence di Gerusalemme, è sempre quello di ottenere ottima intelligence sul sistema di Al-Baghdadi nella Penisola, ma Hamas non è certo silente.
All'inizio di gennaio 2019, infatti, il ministro degli interni della Striscia di Gaza, ovviamente un dirigente di Hamas, ha arrestato ben 54 collaboratori delle forze israeliane, che erano, sempre secondo Hamas, degli operativi di Shabak, l'Agenzia di Sicurezza di Israele.
L'Isis in Sinai ha ancora e comunque una strettissima correlazione con Hamas, ed è a tutt'oggi il principale vettore del contrabbando di armi nella Striscia.
Ma ora il "califfato", e questa è la vera nuova notizia, ha rotto duramente con il gruppo della Fratellanza che comanda nella Striscia di Gaza.
E ora, di conseguenza, l'Egitto ha arruolato, come dicevamo prima, proprio Hamas, nella sua lotta contro il c.d. "califfato".
Non sono certo qui inutili i portentosi finanziamenti del Qatar, anche, concessi solo al regime di Al Sisi, il che è un dato essenziale, per comprendere sia la nuova equazione strategica sia dell'Emirato di Doha che quella dell'Egitto attuale.
E' proprio all'inizio del gennaio 2018, comunque, che il "califfato" ha apertamente dichiarato guerra ad Hamas.
E, in seguito, vi sono stati attacchi anche gravi, a marzo 2019, proprio su postazioni civili israeliane, a partire dalla Striscia di Gaza.
I servizi di Gerusalemme hanno, poi, verificato che l'ala specificamente militare di Hamas, le "brigate Ezz-el-Din Al Qassam", si sono già accordate con le Forze armate egiziane per combattere il "califfato", soprattutto nelle aree al confine della Striscia di Gaza.
L'intelligence del Cairo ha poi notificato agli israeliani, agli Usa e ai sauditi, che ben conoscono le transazioni militar-finanziarie del regime egiziano con il Qatar, ma anche ad altri (i russi) che l'accordo tra Hamas e le Forze del Cairo è finalizzato a "recuperare" stabilmente il gruppo palestinese di Gaza, mentre gli egiziani hanno anche organizzato un breve accordo tra Hamas e Israele, lo scorso ottobre 2018, per diminuire la tensione tra le due aree.
In sostanza, proprio nelle more della prossima cessazione delle attività militari in Siria, si sta creando un nuovo ordine tripartito, nel Medio Oriente, tra i sauditi, l'Egitto e gli Emirati; e tutti e tre questi attori vogliono proprio che Israele partecipi alla intera stabilizzazione dell'area.
Questo implica la stabile soluzione della questione palestinese, come è ovvio, magari con una nuova leadership unificata, possibilmente anche diversa dalle attuali, e quindi una nuova ripartizione, anche dentro il mondo palestinese, delle aree di influenza.
L'Egitto vuole controllare direttamente la Striscia di Gaza, ovvero Hamas e le più piccole reti locali del Fatah e della Jihad Palestinese, sempre nella Striscia, ma senza dimenticare i legami militari e finanziari di queste tre organizzazioni con l'Iran.
Che deve, nelle mire del nuovo accordo tripartito arabo, togliere rapidamente il disturbo.
Il Cairo immagina qui una sorta di unificazione tra i vari gruppi della antica resistenza palestinese, con nuove organizzazioni della rappresentanza politica interna a Gaza.
E, forse, anche nei Territori dell'ANP.
Ma si verificheranno molti problemi, ovviamente: l'Autorità Nazionale Palestinese, espulsa de facto dall'area di Gaza, non ha alcuna notizia né nozione sullo stato della sicurezza nella striscia da almeno dieci anni.
Ma l'Egitto non vuole, però, mettere nelle sole mani di Hamas l'intera questione della stabilità del Sinai, oltre ai suoi delicati, ma fondamentali, rapporti con Israele.
Al Sisi sta soprattutto osservando, con estrema attenzione, il ruolo del n.2 dell'ANP, Mohammed Dahlan, che ha buoni rapporti con Hamas ma che è ancora accusato dai suoi di Fatah di essere stato "colui che ha perso la Striscia di Gaza, nel 2007".
E, in ogni caso, l'Egitto e Israele (Al Sisi e Netanyahu si sentono regolarmente al telefono ogni settimana) sono oggi in ottimi rapporti, mentre è bene ricordare che è stata proprio l'emergenza del jihad del Sinai a consentire al Cairo di militarizzare le zone in cui gli era stato proibito, proprio dal Trattato di Pace con lo stato ebraico.
Altro tema centrale è la collaborazione tra Gerusalemme e l'Egitto sulle questioni energetiche.
Poco tempo fa, vi è stato un accordo per permettere all'Egitto di importare gas naturale israeliano per liquefarlo.
L'Egitto ha una necessità assoluta di avere il sostegno di Gerusalemme, visto che, in questo contesto, la lotta contro la Turchia era ed è senza quartiere.
Ma questa nuova collocazione dell'accordo militare tra l'Egitto ed Hamas ha posto in difficoltà anche Israele, che non è stato consultato, prima di questa alleanza, intorno alla Striscia di Gaza.
Il patto tra il gruppo della Fratellanza Musulmana nella Striscia e gli egiziani è divenuto noto, a Israele, solo quando Hamas ha fatto notare agli egiziani che vi erano state delle interruzioni nella "tregua", che peraltro l'esercito di Gerusalemme non conosceva ancora in tutta la sua valenza strategica.
In ogni caso, Israele ha triplicato la cessione di energia elettrica a Gaza, mentre ben 11.000 TIR sono stati inviati, dallo stato ebraico, a sostegno della popolazione della Striscia.
Sono stati poi conferiti, sempre alle organizzazioni politiche e umanitarie di Gaza, oltre 15 milioni di usd di aiuti, da parte del solo Qatar.
Hamas, in effetti, voleva soprattutto un rimborso, o un sostegno in denaro, da Israele, ma ben maggiore di quanto previsto, almeno per i fondi che lo stesso Mahmoud Abbas, capo dell'ANP, aveva deciso autonomamente di togliere alla amministrazione autonoma della Striscia di Gaza.
Ovvio che, come al solito, la risposta sia stata di tipo terroristico, con bombe lanciate verso le truppe dell'IDF e la popolazione ebraica fuori dal confine.
Hamas, malgrado i progetti di stabilizzazione di cui abbiamo fatto cenno, vuole quindi sfruttare al massimo il clima delle prossime elezioni in Israele, ad aprile.
E il prossimo obiettivo dei gruppi palestinesi sarà, con piena certezza, l'esercitazione congiunta Israele-Usa prevista per il 4 marzo prossimo venturo.
Si tratterà di un esercizio militare molto importante: una batteria dell'USEUCOM (United States European Command) composta da missili antimissile THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) sarà resa operativa, proprio al confine tra la striscia e lo stato ebraico.
Il THAAD verrà quindi aggiunto presto ai sistemi di difesa israeliani, insieme all'Iron Dome, che opera soprattutto contro i missili a corto raggio, al sistema Arrow, che intercetta i missili a lungo raggio nella loro fase eso-atmosferica, oltre alla David's Sling, la "fionda di Davide", per colpire i missili balistici tattici.
Sia il THAAD che lo Arrow sono già inseriti nella rete di early warning di USEUCOM, tramite una serie di radar posti in una base usa nel deserto del Negev.
Una base che, comunque, già monitora ogni tipo di lancio missilistico possibile proveniente dall'Iran.
Ovviamente, la rete THAAD è un implicito suggerimento, da parte di Washington, a non cedere alle lusinghe del trattato sunnita sulle nuove aree di influenza, ovvero quello, ancora scritto sulla sabbia del Sinai, tra Egitto, Sauditi e Qatar.

(il Denaro.it, 11 marzo 2019)


Quell'odio antisemita che ritorna

di Sergio Harari

L'antisemitismo è tornato a farsi sentire forte, in Italia come nel resto del mondo la sua voce si è alzata distintamente in questi ultimi mesi. Gli insulti via web alla senatrice Segre non sono che l'ultimo di una serie di episodi che dalla Francia all'Argentina, dall'Austria all'Ungheria mostrano il volto dell'odio antisemita. Come un fiume carsico che continua il suo flusso emergendo a tratti, così oggi il pregiudizio contro il diverso, l'ebreo, è stato sdoganato, è tornato libero di farsi sentire, sul web, nelle istituzioni, nei salotti, negli stadi, sui muri delle città ( come è avvenuto a Milano ma non solo), e nei discorsi di tutti i giorni. «E più difficile disintegrare un pregiudizio che un atomo», scriveva Albert Einstein, costretto all'esilio dalle leggi razziali e denigrato da altri due premi Nobel, Philipp von Lenard e Johannes Stark, per i suoi lavori scientifici di cosiddetta «fisica ebraica».
   Il pregiudizio antiebraico è duro a morire e resta, ancor oggi, ben radicato, a tutti i livelli, non conosce barriere sociali o discriminanti culturali. Traspare nella parola sfuggita di bocca, nella battuta acida, nella barzelletta razzista. L'oscuro potere della lobby ebraica viene sempre evocato attorno al successo di un ebreo, più o meno sottovoce, retropensiero nelle frasi ammiccanti profferite in un discorso. Il complotto pluto-giudaico-massonico, insomma, è ancora qui molto più forte di solo qualche anno fa. Certi temi, certe battute fino a qualche tempo fa erano banditi, non si formulavano neanche sommessamente, stava male; ciò non voleva dire che non esistesse più l'antisemitismo ma non era apertamente dichiarato, né socialmente accettato, oggi invece affiora nella generale indifferenza, infiltrandosi nelle pieghe della crescente xenofobia.
   La cultura, la ragione, purtroppo, non proteggono dal razzismo, così l'antisemitismo si insinua nella quotidianità, anche nel nostro Paese. Come ha scritto tempo fa su questo giornale Claudio Magris «è caduto un muro morale, che aveva messo al bando una volta per tutte ogni barbarie razzista, e dunque in primo luogo quella antisemita».
   L'antisemitismo non è solo rappresentato dai campi di sterminio o dai negazionisti: è anche quello, solo apparentemente innocuo, che si introduce vilmente nelle nostre vite. Guardiamolo bene in faccia e non voltiamoci dall'altra parte perché è qui di fronte a noi e la responsabilità di reagire spetta a tutti, nessuno oggi può appellarsi ai «non avevo visto, non immaginavo». L'indifferenza e l'ignavia pagheranno il giudizio dei giusti e della storia.

(Corriere della Sera, 11 marzo 2019)


150.000 missili puntati contro Israele

di Jonatan Della Rocca

Ely Karmon
Il pericolo rappresentato dai miliziani Hezbollah che sognano di distruggere le città israeliane. Lo spiega ai lettori di Shalom, Ely Karmon, esperto internazionale di terrorismo.
Ely Karmon è uno dei massimi esperti di terrorismo, soprattutto di quello di matrice iraniana a cui dedica da decenni studi apparsi in diverse pubblicazioni che hanno ricevuto il plauso da ogni parte del mondo. È professore senior all'istituto internazionale di controterrorismo di Herzlia e presso l'IDC, e partecipa spesso a eventi internazionali per la sua conoscenza approfondita del mondo mediorientale nelle sue implicazioni geopolitiche. Shalom lo ha intervistato.

- In che cosa consiste la minaccia di Hezbollah?
  Hezbollah rappresenta la maggiore minaccia a Israele al confine settentrionale. La leadership della sua organizzazione è subordinata ideologicamente e strategicamente al regime di Teheran, che ha come fine la distruzione di Israele. Hezbollah possiede un arsenale che secondo le stime dell'intelligence israeliana arriva a 150 mila missili, tra cui numerosi a lunga gittata. E vanta una consolidata esperienza di combattimento maturata nelle operazioni in Siria. I tunnel che sono stati costruiti al confine con Israele avevano la funzione di facilitare un'offensiva militare nei centri abitati in Galilea, come già annunciati dal leader Hassan Nasrallah e comunicati in un video dell'organizzazione rilasciato nel gennaio del 2015 in cui viene trasmessa la simulazione di un attacco di terra. È stato un successo senza dubbio dell'intelligence israeliana scovare e neutralizzare questi tunnel. Ciò assicura gli abitanti di Israele di essere più al sicuro, per il momento.

- Ha influenza Hezbollah nel quadro politico libanese?
  Hezbollah gode di un significativo potere di influenza nel sistema politico libanese e nel Parlamento. Tanto che il presidente Michel Aoun ha definito Hezbollah "il legittimo protettore del Libano" e talvolta coopera con l'esercito libanese.

- Quale potrebbe essere lo scenario che si apre con il ritiro americano dalla Siria?
  Innanzitutto dalla decisione di Trump del ritiro ne potrebbero approfittare non solo Russia, Iran e Turchia; anche la Cina avrebbe l'opportunità come potenza globale nella ricostruzione del Paese. Se l'Iran stabilisse una base permanente in Siria per mezzo delle Guardie rivoluzionarie e l'aiuto di Hezbollah e di diverse milizie sciite costituirebbe una minaccia strategica per Israele. In virtù di ciò Israele ha sistematicamente distrutto in diverse operazioni negli ultimi due anni la presenza militare di Iran, Hezbollah, di milizie afghane e pakistane al confine del Golan. Sebbene rimanga il pericolo costante di infiltrazioni di questi nell'esercito siriano, come filtra da diverse fonti di intelligence. Va detto che gli analisti israeliani ipotizzano che potrebbe ripetersi ciò che è già accaduto dopo la guerra del Libano del 2006, con l'espansione di Hezbollah sia militarmente che politicamente. Da qui nasce la necessità di Israele per impedire che ciò possa ripetersi in Siria, oggi.

- Quale è il ruolo della Russia?
  L'intervento della Russia dal settembre del 2015 nella campagna contro le forze oppositrici di Assad a Damasco, Aleppo, Hama e nella parte meridionale del territorio siriano, è avvenuto in cooperazione militare con l'Iran ed Hezbollah. Va tenuto conto che Israele ha negoziato con il governo di Putin le azioni per neutralizzare la minaccia iraniana in Siria. Sembra che dopo le pressioni russe verso Teheran di ridurre la sua attività in Siria, sia in atto un trasferimento del suo potenziale bellico, nell'arsenale militare di Hezbollah in Libano, a Beirut. La Russia, dopo i ritrovamenti dello scorso mese grazie all'azione israeliana, ha condannato l'uso dei tunnel da parte di Hezbollah.

- A est c'è anche l'Iraq di cui si parla poco
  Israele sembra avere trascurato la minaccia potenziale del paese iracheno dove l'Iran sta incrementando la presenza militare e l'influenza politica. Giungono indiscrezioni che qui Teheran stia dislocando missili a lunga gittata, e addestrando milizie sciite per mantenere l'asse che congiunga il corridoio territoriale Iraq, Siria, Libano e territori controllati da Hezbollah.

- Come vede la situazione al sud con Hamas?
  Dallo scorso marzo Hamas ha pianificato una strategia di lotta popolare, con marce composte da decine di migliaia di persone al confine che gettavano palloni incendiari e tendevano attacchi provocatori con il lancio di migliaia di razzi. Essendo coscienti che Israele non voglia una guerra ma nello stesso tempo è pronto a controbattere alle provocazioni con decisione e determinatezza, e fintanto le loro esigenze sono appagate, come i rifornimenti dei beni necessari e di gas e benzina, non hanno intenzione di provocare una escalation che porti a un conflitto. Certo se si alzasse la tensione al nord non posso escludere che anche Hamas decida di unirsi con attacchi continui di razzi verso il sud israeliano.

(Shalom, febbraio-marzo 2019)


Incontro con Ugo Foà, ebreo sopravvissuto allo sterminio della seconda guerra mondiale

 
Ugo Foà
MOLFETTA - La scuola ITET "G. Salvemini" apre le sue porte e il suo cuore al Sig. Ugo Foà, ebreo sopravvissuto al disumano sterminio della seconda guerra mondiale. Allora era solo un bambino sereno di appena dieci anni, che vide strapparsi con violenza il suo desiderio di frequentare il primo Ginnasio.
   Una testimonianza doverosa la sua, dice Foà, che ha nascosto in quarant'anni di silenzio la sua testimonianza ma oggi necessaria per onorare anche la memoria di coloro che non ce l'hanno fatta, di coloro che sono stati strappati alla vita quotidiana senza alcun pudore e che da quei campi di sterminio non sono più tornati.
   Dopo un breve inquadramento storico, a cura della docente di letteratura italiana prof.ssa Grillo il microfono è tenuto stretto nelle mani del sig. Ugo, che si immerge nei suoi ricordi del passato - quelli che nessuno potrà mai togliergli - e che con un'umanità leggibile negli occhi e nei modi, comincia a parlare ad una palestra gremita di ragazzi e professori.
   Egli, ormai novant'enne, descrive l'indifferenza che ha caratterizzato quegli anni, a partire dai suoi compagni di classe che non ha più rivisto da quando, con l'emanazione delle leggi razziali, gli italiani di origine ebraica non hanno potuto più frequentare la scuola, costretti a studiare privatamente, denudati di qualsiasi rapporto umano.
   Sebbene l'indifferenza e la paura dilagassero, l'umanità in qualcuno era ancora un valore ben radicato. A proposito di ciò il sig. Ugo rimarca la figura di una professoressa, che dopo averlo fatto sedere all'ultimo banco isolato da tutti per volere delle leggi, gli si avvicinò e con fare gentile e solidarietà umana- afferma egli stesso - gli sussurrò " Foà, fatti coraggio. Passerà", un gesto che gli scaldo' il cuore e che, a distanza di anni portò Ugo a ritrovare quella docente e a ringraziarla.
   Agli ebrei fu tolta la libertà: non potevano avere un telefono, un lavoro, una domestica di religione cattolica in casa. Famiglie smembrate che non avevano più una vita, ma che combattevano il dolore con la forza dell'amore, perché quello non è mai mancato- afferma Foà.
   Tra sguardi un po' commossi, racconta anche dell'affetto ricevuto da una domestica, ormai parte integrante della famiglia, costretta a lasciarli perché non ebrea, ma che dopo anni sarà ritrovata dal fratello e riportata nel suo nuovo nido familiare.
   Tante sono state le curiosità dei ragazzi, che tra un video e il racconto della docente di francese Torchetti che ha preso parte al "Treno della Memoria", hanno preso parola.
   E tante anche le curiosità e gli aneddoti del Sig. Foà che racconta "Dopo la guerra sono entrato in classe un po' spaventato, mi sono seduto in quel famoso secondo banco e quando è arrivato il momento dell'appello, ci ho messo qualche istante a rispondere, perché pensavo che dopo il cognome il professore aggiungesse di razza ebraica".
   Prima della chiusura dell'assemblea incoraggia i ragazzi per il quasi imminente esame di Stato, e ringrazia ancora tutti per avergli permesso di "recuperare un altro giorno di scuola".

(il Fatto.net - Molfetta, 11 marzo 2019)


Ultimatum della Siria a Israele sul Golan: una minaccia da non sottovalutare

Se non ve ne andate dal Golan vi attaccheremo. E' questo l'ultimatum lanciato nei giorni scorsi dalla Siria nei confronti di Israele. In molti pensano "solo" a una mossa politica. In realtà la minaccia non andrebbe affatto sottovalutata e vi spieghiamo perché.

La Siria che lancia un ultimatum a Israele minacciando di attaccarlo se non lascia il Golan farebbe già ridere così se non fosse un cosa vera e terribilmente seria, non tanto per il pericolo rappresentato dalle minacce di Assad, che ha un esercito che sta insieme con lo scotch, quanto piuttosto per il pericolo che rappresenta chi muove la "marionetta Assad", cioè l'Iran.
La notizia non è freschissima ma ci siamo presi un paio di giorni per verificarne la veridicità in quanto due giorni fa, quando la notizia è stata ripresa da diversi media, ci sembrava una delle solite sparate propagandistiche del regime siriano che per sconfiggere ISIS è dovuto ricorrere al massiccio aiuto di Russia, Iran ed Hezbollah e ora si sente così forte da minacciare Israele, il cui esercito non può certo essere paragonato ai terroristi con le infradito dello Stato Islamico....

(Rights Reporters, 11 marzo 2019)


Abu Mazen nomina un premier "anti Hamas" per la Palestina

E il movimento islamista, che controlla la Striscia di Gaza, risponde subito che non riconoscerà "un governo separatista e senza consenso nazionale".

di Umberto De Giovannangeli

Mohammed Shtayieh e Abu Mazen
Un nuovo primo ministro per regolare i conti in campo palestinese. Un premier "anti Hamas". La scelta compiuta oggi dal presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) Abu Mazen, è una scelta "conservativa": Abu Mazen ha nominato un suo fedelissimo, Mohammed Shtayieh, a primo ministro, con un obiettivo tutto politico: dar vita a un nuovo governo targato al-Fatah, il movimento di cui lo stesso è presidente.
   Il tutto a discapito di Hamas, il movimento islamista rivale. A dicembre, il presidente dell'Anp aveva annunciato di voler sciogliere il Consiglio legislativo palestinese (Clp, il Parlamento dei Territori) controllato da Hamas e indire nuove elezioni entro sei mesi Un mese dopo, a gennaio, l'allora primo ministro, Rami Hamdallah, aveva rassegnato le sue dimissioni. L'annuncio della nomina di Chtayyeh alla guida del nuovo esecutivo, è un messaggio, concordano gli analisti politici palestinesi a Ramallah, lanciato ad Hamas.
   Un messaggio tutt'altro che distensivo. E Hamas ha subito risposto. Il movimento islamista, che controlla la Striscia di Gaza, ha annunciato che non riconoscerà "un governo separatista e costituito senza un consenso nazionale". E' scontro frontale. Il portavoce di Hamas, Fawzi Barhum, ha liquidato il governo nascente come una "provocazione" che, sottolinea in un comunicato, "riflette l'unilateralismo di Abu Mazen e il suo monopolio del potere", mettendo in guardia contro la volontà del presidente palestinese che, sostiene Hamas, vuole separare la Striscia di Gaza dalla Cisgiordania occupata.
   Al di là della "guerra delle dichiarazioni", resta il fatto che la scelta di Abu Mazen riflette la crisi interna al campo palestinese. Una crisi che indebolisce il già flebile potere contrattuale dei Palestinesi non solo nei confronti d'Israele ma anche nei confronti della comunità internazionale e dei regimi arabi.
Economista e alto dirigente di Fatah, Shtayieh è stato anche negoziatore con Israele e attualmente è capo del Consiglio economico palestinese per lo sviluppo e la ricostruzione. Una competenza tanto più importante, nel momento in cui gli Stati Uniti hanno annunciato di voler presentare, subito dopo le elezioni in Israele (il 9 aprile) il "Deal of the Century", il "Piano del secolo messo a punto dall'Amministrazione Trump, in particolare dal consigliere-genero di Trump, Jared Kushner, che ne ha fatto il centro del suo recente tour diplomatico in Medio Oriente che lo ha portato in Arabia Saudita, Oman, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar. Alla base del "Piano" c'è la convinzione, molto pragmatica, che soldi e investimenti sono le precondizioni per la pace. Il cuore di questo piano, sarà in Cisgiordania e a Gaza. L'amministrazione Usa sta cercando di promuovere progetti economici nel Sinai settentrionale che potrebbero migliorare la situazione, sempre più degradata, nella Striscia.
   Nell'immediato, l'obiettivo principale di Washington è vedere l'Autorità nazionale palestinese ripristinare il proprio controllo sull'enclave costiera, da undici anni in mano ad Hamas. A questo fine, nella visione statunitense, saranno decisivi i finanziamenti delle petromonarchie del Golfo per la ricostruzione di Gaza. Abu Mazen ne è consapevole, ed è soprattutto per questo che ha deciso di mettere il suo fedelissimo economista alla guida del nuovo governo.

(L'HuffPost, 10 marzo 2019)


La calunnia dell'Onu

Il 18 marzo è prevista una giornata antisraeliana con sette rapporti e cinque risoluzioni contro lo stato ebraico

di Ugo Volli

L'Onu, si sa, è un'immensa organizzazione burocratica che ha più di 100.000 dipendenti (anche se è difficilissimo trovare le cifre esatte, qui ci sono dei dati disaggregati, ma non il totale) con un bilancio"core" cioè centrale di circa sei miliardi di euro e probabilmente il triplo di spese complessive. Ne fanno parte 27 enti istituiti dall'assemblea generale 14 dal segretariato, 28 dal consiglio economico e sociale 4 tribunali. Ognuna di queste realtà ha consigli, segretari, consulenti, "special rapporteurs", consulenti dei consulenti e così via, che parlano sempre dicendo di essere l'Onu. Dato che nell'organizzazione internazionale vige una ferrea lottizzazione politica e statale e dato che dei 193 stati che vi aderiscono vi è un'automatica maggioranza terzomondista, islamista, post - o neocomunista, e che quindi questi funzionari, "esperti" e reggicoda sono nominati in grandissima parte perché aderiscono a queste posizioni, è chiaro che dichiarazioni, prese di posizione opinioni e giudizi "dell'Onu" si moltiplicano contro tutto ciò che non sia islamicamente e terzomondisticamente corretto.
   Prendiamo alcuni fatti recenti. Il 25 febbraio scorso è uscito un rapporto "dell'Onu" che condanna Israele nei termini più violenti per aver difeso la propria frontiera con Gaza contro i tentativi di sfondamento di massa e gli attacchi terroristici commessi durante le "marce per il ritorno" organizzate da Gaza. Il rapporto, se a qualcuno interessa, si trova qui. Fra falsità palesi, per cui per esempio gli assalti armati alla frontiera diventano "pacifiche dimostrazioni" esagerazione di numeri, unilateralità (mai si parla dei continui attacchi missilisti su Israele, delle bombe volanti lanciate da Hamas, della distruzione dei posti di frontiera, delle minacce di "cancellare Israele"), la paziente e moderata autodifesa israeliana dei confini viene travestita da attacco ai diritti palestinesi, scambiando aggressore e aggredito, com'è da secoli abitudine degli antisemiti.
   Sennonché questo scritto non è "dell'Onu" come la stampa ha riportato, ma di uno dei suoi organi più velenosi e deviati, di quel Consiglio dei Diritti Umani (HRC), di cui fanno parte stati famigerati per la loro mancanza degli stessi diritti come Afganistan, Algeria, Angola, Azerbaigian, Burkina Faso, Cina, Cuba, Egitto, Eritrea, Etiopia, Indonesia, Pakistan, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Somalia Venezuela, Vietnam… Da che pulpito! Ma in realtà il rapporto non è neppure ancora del consiglio, ma di tre consulenti che vengono da Argentina, Bangladesh e Kenia,
   Ma presto il consiglio rimedierà. Il 18 marzo è prevista una giornata antisraeliana con sette rapporti e cinque risoluzioni contro Israele. E' la giornata in cui l'ebraismo europeo (con significative delegazioni anche dall'Italia) si mobiliterà a Ginevra davanti alla sede della commissione per denunciare il carattere antisemita della persecuzione di Israele. Per la cronaca, la sede di Ginevra dell'Onu ha appena deciso di esporre una gigantografia del personaggio con cui evidentemente l'organizzazione si identifica: Che Guevara, terrorista, avventuriero, torturatore di nemici politici, carnefice di omosessuali e dissidenti.
   La tentazione di non prendere sul serio questo consiglio, di considerarlo una barzelletta dentro un ferrovecchio inutile, è fortissima. Ma sarebbe un errore. C'è un metodo in queste follie: quello goebbelsiano della ripetizione. A forza di mozioni, di risoluzioni, di rapporti che si richiamano l'un l'altro, sulla carta la colpa di Israele diventa inequivocabile, come lo era quella degli ebrei nei documenti dell'Inquisizione. E il vecchio antisemitismo islamico ed europeo trova facile alimento. Bisogna reagire, documentare, distinguere, non accettare la calunnia come se fosse una cosa normale.

(Progetto Dreyfus, 9 marzo 2019)


In Germania, un tweet antisemita contro un giocatore della nazionale israeliana

È successo durante la partita della seconda divisione a Berlino, FC Union Berlin-Ingolstadt. Il governo israeliano si dice «scioccato».

Una partita di calcio, un cartellino rosso e un tweet antisemita. È successo in Germania venerdì scorso, 8 marzo, nel corso della partita della seconda divisione a Berlino, FC Union Berlin-Ingolstadt. Al 65', il giocatore israeliano Almog Cohen, centrocampista dell'Ingolstadt e giocatore della nazionale israeliana, riceve un cartellino rosso. E on line compare un tweet di un utente che appare come un sostenitore della FC Union Berlin. Il supporter si augura che Cohen «sparisca in una gaskamer»: le camere a gas usate dai nazisti per uccidere gli ebrei durante l'Olocausto.
   «Siamo scioccati dal tweet antisemita contro Almog Cohen e ci aspettiamo che le autorità tedesche intraprendano un'azione decisa contro il colpevole», dice all'agenzia AFP il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon. Il governo israeliano si dice «scioccato» dal tweet antisemita. Sull'episodio sta indagando la polizia dopo che la FC Union Berlin ha presentato denuncia per istigazione all'odio. Il tweet antisemita è stato condannato da entrambe le società calcistiche.
   «Mi vergogno di questi tifosi dell'Unione», dice in una nota il presidente del club Dirk Zingler. «La FC Union si basa su valori umanistici e democratici: chiunque non condivida questi valori non ha posto nel nostro club o nel nostro stadio.

(Open, 10 marzo 2019)


Il problema di Israele: non gli arabi ma gli ebrei americani

Crescono le divisioni e le visioni tra l'ebraismo di Eretz Israel e quello degli States. Non è solo una questione religiosa è anche una crescente contrapposizione politica.

di Ugo Volli

Israele, si sa, ha molti problemi cui fare fronte. Deve fare i conti con il terrorismo quotidiano, piccolo per numero delle vittime e per i mezzi artigianali utilizzati (automobili, sassi, coltelli, qualche volta bombe molotov e armi da fuoco), non pericoloso sul piano militare, ma omicida, seminatore continuo di lutti e di insicurezza. Deve difendere i propri confini, anche quelli nati dalla guerra di indipendenza del '49 e internazionalmente riconosciuti, da molteplici aggressioni: i tunnel che cercano di penetrarli da Gaza e dal Libano, gli assalti di massa e i missili sparati da Hamas. È costretto a prevenire oggi l'aggressione futura di eserciti numerosi e bene organizzati, soprattutto al Nord: siriani, Hezbollah, l'Iran. Subisce l'aggressione politico-diplomatica dei paesi musulmani, dell'Unione Europea, in parte anche della Russia in appoggio all'Iran. Tutti questi pericoli esterni sono però ben fronteggiati e controbilanciati dalla forza tecnologica e militare del paese, dai successi diplomatici, dal fatto che l'America di Trump non è più un nemico com'era sotto Obama e che i paesi sunniti hanno capito che il vero pericolo viene per loro dall'Iran, non da Israele.
  Sul fronte interno, alla vigilia delle elezioni, il sistema politico ha mostrato una notevole fragilità, con scissioni, ricomposizioni, uscite di scena di personaggi e l'emergere di nuovi leader che vengono dall'esercito o dai media e sono percepiti come toccasana, ma spesso non sono in grado di reggere la complessità della politica e poi rapidamente perdono popolarità, con la conseguenza che molti di loro, dopo la stagione di grazia, si agitano cercando una ricollocazione. Il solo leader vero oggi in Israele è Netanyahu ed è un grandissimo statista superato nella storia dello stato ebraico solo da Ben Gurion, ma la sua leadership è insidiata dall'invadenza di un sistema giudiziario che cerca di eliminarlo con accuse infamanti che almeno da lontano appaiono molto esagerate. La battaglia è comunque aperta, al momento in cui scrivo, come lo è quella più generale dell'interventismo della Corte Suprema sulle leggi e le politiche decise dalla maggioranza parlamentare, che essa si riserva di valutare più o meno costituzionali, anche se in Israele non esiste una costituzione scritta bensì solo "leggi fondamentali" che però la Corte pretende comunque di discutere sulla base di quel che le sembra equo, ignorando dunque la divisione dei poteri.
  Ma se si guarda al complesso della situazione di Israele alla vigilia dell'elezione della XXI Knesset, essa è sicuramente buona, probabilmente la migliore di tutti i settantun anni di vita del paese sia sul piano economico, che su quello militare. diplomatico, tecnologico. Vi è un problema molto grave, che è peggiorato assai nell'ultimo periodo, ma esso non riguarda lo stato bensì il popolo ebraico nel suo complesso e consiste in una divisione crescente fra le due parti maggiori del nostro popolo, che hanno dimensioni abbastanza simili: gli ebrei israeliani, che sono circa 7 milioni e quelli degli Usa. che (a seconda delle definizioni di ebraicità) sono fra i 4 e i 6 milioni. Sul piano religioso i primi fanno in grandissima parte riferimento alle varie sfumature della tradizione che si usa definire ortodossa, anche quando non sono praticanti - mentre i secondi si riferiscono in maggioranza alle correnti non ortodosse (Reform, Conservative, Rercostructionist ecc.). Sul piano politico la grande maggioranza degli ebrei israeliani preferisce un governo di centro-destra, non crede alla possibilità di un accordo a breve termine con l'Autorità Palestinese, valuta positivamente l'operato di Netanyahu e anche di Trump; mentre gli americani sono in gran parte vicini al partito democratico, cioè di sinistra, detestano Trump e anche Netanyahu, pensano che il problema più urgente sia porre fine all'"occupazione della Palestina" e che sia possibile farlo accordandosi con Abbas. Gli israeliani non vogliono interferenze straniere nel loro sistema politico, gli ebrei americani si sentono snobbati e stanno progressivamente abbandonando la difesa di Israele come tema politico fondamentale.
  Non è una situazione del tutta nuova. L'ebraismo americano dominante, dall'istituzionalizzazione del movimento reform a Pittsburg nel 1885 fino almeno alla guerra dei Sei Giorni, ha cercato di stabilirsi come pura e semplice religione americana, rinunciando ai temi nazionali, al sionismo e anche alla dimensione religiosa dell'attaccamento al Tempio e alla Terra di Israele. Per questa ragione vi fu poca sensibilità in questo ambito per la Shoah, mentre essa si compiva (e vi sono state abbondanti autocritiche su questo punto), ma ancor minor appoggio alla costituzione dello Stato di Israele e alla sua autodifesa, nei primi anni, fino alla sua affermazione militare e tecnologica e agli accordi di Oslo, che permisero di conciliare la sensibilità "progressista" dell'ebraismo americano con l'orgoglio per le realizzazioni israeliane. Ma questo momento positivo è finito presto, con l'evidenza del fallimento di Oslo e il conseguente divorzio dell'elettorato di Israele dalla sinistra. L'opposizione fra Israele e Obama e l'accordo con Trump hanno peggiorato la situazione: non solo il governo ma l'elettorato israeliano sta dalla parte che buona parte degli ebrei americani detestano ed essi sono visti come insensibili e arroganti da Israele.
  Ora si è probabilmente superato un punto critico, con il partito democratico che segue la stessa strada dei laburisti inglesi e della sinistra europea più o meno estrema verso l'antagonismo aperto con Israele e l'antisemitismo che vi emerge. Ma a differenza degli ebrei inglesi, che hanno denunciato con forza Corbyn e il suo Labour, la maggioranza degli ebrei americani non ha rinunciato a sentirsi parte della sinistra e cerca di dare la colpa anche del suo scivolamento verso l'antisemitismo ai comportamenti di Israele. Naturalmente il percorso che ho brevemente descritto riguarda solo una parte degli ebrei americani, non tutti, perché fra essi vi sono anche molti sionisti autentici. Ma i sondaggi mostrano che tale posizione coinvolge una cospicua maggioranza e con essa non solo organizzazioni dichiaratamente ostili a Israele e alle sue politiche, da quelle più estreme come Jewish Voice
  for Peace fino a quelle più politiche come J Street, ma anche strutture che avevano in passato un atteggiamento di appoggio esplicito allo stato ebraico, come l'Anti Defamation Ligue. È un grande problema, che è accentuato dall'altissimo tasso di assimilazione e matrimoni misti (circa il 60%), che sono ormai accolti senza ostacoli nelle sinagoghe Reform o Conservative e, al di là di qualunque altra considerazione, certamente contribuiscono ad allentare i vincoli di parentela fra ebrei americani e israeliani. Effetti analoghi hanno le differenze nell'autodefinizione e lo scivolamento della religione americana dalla liturgia tradizionale verso un'ideologia progressista, che ha al centro l'idea di un intervento contro le ingiustizie nel mondo e non certo la vita collettiva del popolo ebraico e il suo rapporto con il divino; mentre l'insistenza sulla sicurezza e la scarsa disponibilità ad accordare alla piccola minoranza non ortodossa di Israele il peso che essa esige, per esempio nella gestione del Kotel, irritano gli ebrei americani.
  Il rischio ormai largamente percepito è che il popolo ebraico si divida in due ebraismi, che non si riconoscono e non si parlano, mirano a obiettivi diversi e si considerano a vicenda ciechi rispetto ai problemi davvero importanti. Per fortuna l'ebraismo europeo è ben lontano dalle posizioni americane, più attaccato a Israele e capace di dialogare con la sua tradizione, anche quando non è osservante. Ma rispetto ai due grandi blocchi della popolazione ebraica, si tratta di minoranze, anche molto piccole come quella italiana. Dal nostro punto di vista, minoritario e modesto, possiamo fare poco se non sperare che i nuovi successi di Israele, la sua capacità di dar vita alla prima società ebraica dopo due millenni, di portarla all'eccellenza economica, culturale, scientifica, di difenderla dai pericoli, di farla rispettare dal mondo, diventino di nuovo evidenti, motivo di orgoglio e di sicurezza anche per la maggioranza dell'ebraismo americano, e che tutti capiscano il fondamentale significato storico, ma anche religioso della sua esistenza.

(Shalom, febbraio-marzo 2019)


Ebrei in fuga dalla Libia, i sapori della terra perduta

Daniela Dawan rivive in un romanzo (e/o) le violenze dopo la vittoria israeliana nella Guerra dei Sei Giorni e la necessità dl'lasciare il Paese. L'autrice aveva 10 anni quando con la famiglia fu costretta a scappare in Italia dalla Tripolitania.

di Lorenzo Cremonesi

Domina soprattutto la struggente, intima, delicata memoria-nostalgia per i sapori, i colori, i profumi, i rituali della comunità ebraica della Libia perduta dell'infanzia in questo nuovo romanzo di Daniela Dawan, Qual è la via del vento (e/o), al quale sarà dedicato un evento domani sera a Milano al Teatro Franco Parenti (Caffè Rouge, ore 21, con letture di Roberta Lidia De Stefano).
   Nel libro, i dolci al miele della cucina ottomana, i merduma e makud di peperoni e pomodori, i burik con carne e uova sode, il caffè nero, il mischiarsi fortunato della tradizione culinaria sefardita con i piatti arabi e quelli degli italiani arrivati dopo il 1911 fanno da sottofondo al racconto, arricchendolo di sincera gioia e terrena sensualità anche nei passaggi più drammatici.
   Passaggi che non mancano affatto. Anzi, il tema di fondo è tragico, molto reale nella sua immediatezza. Impossibile non cogliere il doloroso vissuto auto- biografico dell'autrice del romanzo nei fatti narrati attraverso gli occhi del personaggio centrale: Micol Cohen, la bambina che già nelle prime pagine è costretta a nascondersi nel monastero delle suore italiane a Tripoli, dove va a scuola, per sfuggire ai pogrom.
   La Dawan aveva 10 anni nel 1967, quando con la famiglia fu costretta a fuggire in Italia dalla Tripolitania violenta della «caccia agli ebrei» in risposta alla vittoria israeliana nella Guerra dei Sei Giorni. Però il libro ha più letture. A quella della persecuzione degli ebrei sefarditi nella Libia post 1945 si aggiunge la sincera malinconia per quel mondo perduto.
   Non mancano i casi di amori tra ebrei e arabi, ma neppure le frizioni tra ebrei italiani laicizzati arrivati assieme ai circa 120 mila connazionali ammaliati dalle promesse del colonialismo fascista, e invece i discendenti dell'antica comunità ebraica locale radicata a quella regione sin dai tempi del regno di re Salomone.
   Nel finale Micol, diventata avvocato (come la Dawan reale) fa parte della delegazione di ebrei libici invitati da Gheddafi nel 2004 per la restituzione dei loro beni con l'offerta di un loro ritorno di massa. Ma in quella visita lei troverà soprattutto risposte alla questione cardine di tutta la sua adolescenza.

(Corriere della Sera, 10 marzo 2019)



«Lo voglio, sii purificato!»

Venne a lui un lebbroso e, buttandosi in ginocchio, lo pregò dicendo: «Se vuoi, tu puoi purificarmi!» Gesù, impietositosi, stese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio; sii purificato!» E subito la lebbra sparì da lui, e fu purificato. Gesù lo congedò subito, dopo averlo ammonito severamente, e gli disse: «Guarda di non dire nulla a nessuno, ma va', mostrati al sacerdote, offri per la tua purificazione quel che Mosè ha prescritto; questo serva loro di testimonianza». Ma quello, appena partito, si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare apertamente in città; ma se ne stava fuori in luoghi deserti, e da ogni parte la gente accorreva a lui.

Dal Vangelo di Marco, cap. 1

 


Visita alla Sinagoga di Amsterdam

di Marco Grassano

È l'una e mezza. Fa piuttosto caldo. Decidiamo di andare subito alla Sinagoga, che si trova a poche centinaia di metri e non fa pausa di chiusura. Attraversiamo l'incrocio di fianco della chiesa di Mosè e Aronne e quindi costeggiamo una piazza tagliata diagonalmente dai binari del tram. Una siepe di lavande. Una fila di bassi e tozzi ulivi in vaso. L'accesso al perimetro del tempio, interamente cintato da una costruzione a un piano in cui si aprono numerose finestre.
  Varchiamo l'androne di ingresso. Sulla sinistra, la biglietteria. Il tagliando che ci consegnano permette di vedere la Sinagoga, il Museo dell'Olocausto e il vicino Memoriale, il Museo Storico ebraico e il Museo dei bambini. Acquisto, per un euro, un bell'opuscolo illustrativo bilingue. Ci viene fornita un'audioguida in italiano, che si aziona puntando l'apparecchietto, come un telecomando, sull'indicatore numerico della sezione di volta in volta visitata.
  Inscritto in aurei caratteri ebraici sull'architrave del portale, il versetto dei Salmi (5:8) ritualmente recitato dai fedeli sefarditi prima di varcare la soglia del Tempio: "Io, per la grandezza della Tua benignità, entrerò nella Tua casa".

Il portale della Sinagoga
 Il cortile
Noi, però, non ci entriamo ancora: facciamo prima il giro del cortile. L'ex sede del rabbinato. La stanza dove si piangevano i defunti. Il vano in cui lavarsi le mani prima delle funzioni religiose. Il locale per la custodia delle candele votive. I contrafforti (steunberen, in olandese) che ornano il retro della Sinagoga, a imitazione di Gerusalemme. La sukkah, o cabana: una camera dove sono disposti numerosi sedili, utilizzati, durante la Festa delle Capanne (Sukkot), per le cene liturgiche; le pareti sono coperte di disegni colorati; il soffitto, di rade canne, consente di scorgere le stelle, con la sensazione di trovarsi all'aria aperta (come avvenne, anticamente, ai Padri rifugiatisi nel deserto al séguito di Mosè) e di percepire la protezione di Dio.
  Durante questo percorso informativo, la mia tristezza inizia a sciogliersi in commozione, di fronte alle sofferenze del popolo giudaico e alla sua tenacia nel conservare la propria identità.

La galleria delle donne
 La galleria delle donne
Saliamo due rampe di scale. L'alta galleria riservata alle donne, illuminata da ampi finestroni e chiusa, verso l'interno, da una griglia di legno. Inizialmente, le signore benestanti vi si recavano in abiti sfarzosi, che occupavano molto spazio, dopo aver inviato le domestiche a prendere il posto. Poi entrambe le prassi, scorrette nei confronti delle altre fedeli, furono vietate. Nell'angolo di fondo, una scala, dissimulata da pannelli, conduce al sottotetto: lassù furono nascosti, durante la guerra, gli oggetti cultuali preziosi e i testi sacri.
  La mikvah, stanza da bagno per le abluzioni purificatorie dopo il parto e il mestruo, ancora parzialmente in uso. L'archivio-segreteria. Le cucine. L'audioguida ci racconta che le ricette tradizionali sefardite si erano perse, rimpiazzate da quelli askenazite. Di recente, però, hanno ritrovato un ricettario di inizio Novecento, che ne contiene ancora molte. Tra esse, l'arroz de pato, che si preparava in occasione di Hanukkah - la Festività delle Luci, celebrata a dicembre. Questo succulento riso all'anatra ricordo di averlo mangiato a Lisbona, in una tasca dalle parti della chiesa di S. Miguel, nell'Alfama, un giorno uggioso di fine 1996.
  Ad ascoltarla bene, la voce femminile nelle cuffie tradisce un lievissimo accento romanesco: presumo appartenga a qualche componente della comunità israelitica laziale, prestatosi per la registrazione. Pronuncia all'italiana tutte le parole o espressioni portoghesi inserite nel commento (esnoga, cabana, pasteis, bolos, arroz de pato…), diventate comuni fra gli ebrei di Amsterdam per il gran numero di confratelli provenienti dalla Penisola Iberica, sfuggiti, dopo la fine del Quattrocento, alle persecuzioni religiose cattoliche. Mi chiedo se lungo le straducole all'epoca avvolte qui attorno fervesse la medesima animazione che illumina il quartiere natale di Elias Canetti nei primi capitoli di "La lingua salvata".
  La mahamad o Sala del Consiglio: sedie massicce disposte attorno a un ampio tappeto rosso nel cui centro è ricamata la Fenice, antico simbolo della Congregazione; specchio e lampadario dorati; quadri raffiguranti l'Esnoga lungo i secoli.

La Sinagoga invernale
 La Sinagoga invernale
L'ambiente successivo, dalle pareti rivestite in legno turchese, ospita la "Sinagoga invernale". Inizialmente, questa era la medras (aula) della scuola sefardita, ma, col venir meno dei corsi, si è passati a utilizzarla, durante i mesi più freddi, per le funzioni religiose. Ora l'attività didattica è ricominciata: c'è di nuovo un maestro, e alcuni bambini frequentano le lezioni. Appesi in cornice, elenchi (pautas) dei preferiti allievi, tutti coi doppi cognomi portoghesi. In Olanda, la legge ammette un solo nome di famiglia, spiega la guida, ma, per loro, poterne esibire vari era segno di nobiltà. Rido, con Ester, ricordando come abbiamo chiamato una delle nostre gatte: Siami de Oliveira Almeida da Silva.
   Attigua alla scuola - senza, però, che i visitatori possano accedervi liberamente, considerato il valore di libri, stampe e manoscritti conservati sotto la tutela della Legge olandese - è la biblioteca (libraria) Ets Haim-Montesinos. L'espressione semitica vuol dire "albero della vita"; ad essa è abbinato il cognome del responsabile che, a fine Ottocento, devolvette la sua collezione personale. Si tratta della più antica biblioteca ebraica tuttora in funzione.
  I volumi ammontano a molte migliaia, di carattere sacro ma anche no, come la traduzione in spagnolo dell'Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, e sono impreziositi da belle rilegature. L'attuale preposto, un volontario che di lavoro fa l'infermiere per anziani, ha rilevato un'analogia fra la fragilità delle vecchie carte e quella delle vecchie persone.
  Una rampa di gradini si inabissa verso lo scantinato. La scendiamo. Nella stanza introduttiva, dove sono disposti vari sedili, si proietta un suggestivo video sulla storia della Comunità ebraica di Amsterdam e sull'importanza simbolica delle luci e delle candele. Attivando la guida, è possibile seguire l'audio del filmato nella lingua prescelta.
  Gli altri locali contengono, esposti entro vetrine o teche di varia dimensione, libri di preghiera, indumenti e attrezzi ancora utilizzati per le cerimonie religiose, ad esempio durante il Bar mitzvah dei ragazzi. Fitto vasellame di lucenti metalli preziosi. Alcuni ponteiros, ossia bastoncini che terminano in piccole mani d'argento, oro e diamanti, con l'indice teso: servono ad aprire e sfogliare la Torah senza toccarne le sacre pagine. Paramenti che un'addetta, anch'essa volontaria, mantiene in efficienza, rimuovendovi, dopo ogni utilizzo, le tracce del sego gocciolato dalle candele.

L'interno della Sinagoga
 La Sinagoga
Terminato il periplo, entriamo nel corpo principale della Sinagoga. La corona di enormi finestre soffonde una luce ferma, dorata. Alcuni visitatori si aggirano con attenta lentezza. Mi emoziona pensare che Baruch Spinoza (mia figlia lo ha da poco studiato a scuola) avesse frequentato questi luoghi prima di essere "bandito e separato dalla Nazione d'Israele in conseguenza della scomunica" pronunciata per "le orribili eresie che egli sosteneva e insegnava e le azioni mostruose che commetteva". Ossia, per la colpa imperdonabile di essere razionalista.
  La nostra voce romana ci spiega, via via, la funzione delle varie parti. A lato dell'ingresso, la Teba, piattaforma balaustrata da dove il cantore guida la funzione. In fondo, l'Hechal, struttura a pannelli e colonne di legno con ornamenti di cuoio e d'oro, nella quale sono custoditi i rotoli della Torah. Su entrambi gli scudi laterali a protezione dei Dieci Comandamenti, il versetto di Malachia (4:4) "Ricordatevi della Legge di Moise, mio servidore, al quale ordinai in Horeb statuti".
  La Ner tamid, lampada perennemente accesa. I due divani su cui siedono i membri della congregazione chiamati a salmodiare i testi sacri. La Chuppah, baldacchino al riparo del quale si celebrano i matrimoni: che possono anche tenersi fuori Sinagoga, purché sotto questo telo. La parte volutamente non finita, per commemorare la distruzione del Tempio di Gerusalemme. I palchi destinati ai Presidenti e alle autorità statali in visita, mentre il Sindaco siede nei banchi degli amministratori.
  Le gavetas (ulteriore termine portoghese): scanni riservati ai singoli fedeli, ognuno con un cassetto in cui custodire il libro di orazioni e lo scialle per la preghiera. Gli stalli del coro. Ci viene data notizia dei vari canti, in particolare di uno, composto da un congregato per mettere in musica versetti liturgici. Mi viene in mente la canzone di Leonard Cohen "Who by fire", nata allo stesso modo.
  Restituiamo, ringraziando, gli apparecchietti alla biglietteria e usciamo dall'area.

(ALIBI online, 9 marzo 2019)


Chi controlla veramente la Striscia di Gaza? Il ruolo di Teheran

Le intelligence israeliana ed egiziana lanciano l'allarme in merito a chi controlli veramente la Striscia di Gaza. Hamas sta perdendo colpi a favore della Jihad Islamica (e quindi dell'Iran) ed è un rischio che Israele non si può permettere di correre, a costo di intervenire militarmente in maniera pesante o, al contrario, di fare più concessioni ad Hamas.

Qualcosa è cambiato nel controllo della Striscia di Gaza. Anche se Hamas apparentemente ne ha ancora il controllo, il ruolo della Jihad Islamica, gruppo controllato direttamente da Teheran, si fa via via sempre più importante. Secondo un rapporto presentato dalla intelligence militare israeliana la Jihad Islamica, forte del sostegno finanziario e militare dell'Iran, avrebbe smesso di "obbedire" ad Hamas e praticamente andrebbe per conto proprio.
Ne hanno parlato in settimana i servizi segreti israeliani ed egiziani in occasione della visita in Israele di un gruppo di negoziatori egiziani capeggiati dal Generale Omar Halfi, capo del fantomatico "Dipartimento Palestina", visita avvenuta in concomitanza con quella di alcuni funzionari del Qatar i quali dovevano valutare le conseguenze della decisione presa da Doha nel febbraio scorso di tagliare i finanziamenti ad Hamas....

(Rights Reporters, 9 marzo 2019)


Nuova illuminazione per la Sinagoga di Modena

 
La facciata della Sinagoga di Modena
La facciata della Sinagoga, in piazza Mazzini, è oggi valorizzata da un nuovo impianto d'illuminazione, progettato e realizzato da Hera Luce con un investimento a proprio carico di circa 50.000 euro. La società del Gruppo Hera che si occupa di illuminazione pubblica e artistica sta infatti partecipando alle attività di riqualificazione della piazza, avviata dall'Amministrazione Comunale, che prevedono anche il rifacimento dell'illuminazione pubblica, oltre al già concluso rinnovo dei sottoservizi, affidato al Gruppo Hera.
   L'attuale illuminazione della piazza vede l'utilizzo di corpi illuminanti cilindrici a colonna, di nuova concezione, all'interno dei quali si trovano 6 proiettori led orientabili.
   Per dare maggiore risalto alla facciata del tempio israelitico di Modena, edificato nella seconda metà del XIX secolo, e agli edifici circostanti, sono state utilizzate due di queste colonne, eleganti, intelligenti e polifunzionali, che si inseriscono perfettamente nel contesto architettonico di Piazza Mazzini. Quattro proiettori sono stati diretti sulla facciata della Sinagoga, per farla risaltare nelle ore notturne. L'utilizzo di lampade led e di sistemi di accensione e spegnimento temporizzati assicurano anche una gestione del nuovo impianto d'illuminazione più sostenibile sul piano ambientale.
   Sul perimetro della piazza sono stati collocati proiettori di piccole dimensioni, praticamente invisibili nelle ore diurne, che dal momento della loro accensione, mettono in rilievo i margini, assicurando migliore visibilità del contesto architettonico in tutto il suo complesso.
   La migliore percezione visiva della piazza nelle ore notturne, pone attenzione a una zona urbana di alto pregio e garantisce maggiore sicurezza ai cittadini.

(Sassuolo 2000, 8 marzo 2019)


Palestinesi minacciati dai loro leader: guai a voi se andate nel supermercato degli ebrei

di Antonio Pannullo

Mentre in Italia si discute e ci si divide se aprire o non aprire i centri commerciali la domenica e i festivi, in Israele succede molto peggio. La nuova "guerra santa" dei palestinesi adesso è contro un supermercato di Gerusalemme Est. La storia è raccontata dal Gatestone Institute da un giornalista arabo musulmano, Bassam Tawil. In pratica, un imprenditore israeliano Rami Levy, che possiede una importante catena di supermercati in Israele, ha "osato" aprire a Gerusalemme Est (che per i palestinesi è un territorio occupato) un centro commerciale, i cui dipendenti sono per la maggior parte arabi così come i clienti. Al Fatah, considerata la fazione "moderata" dei palestinesi, guidata da Mahmud Abbas, ha invitato la popolazione - racconta il Gatestone Institute - addirittura a boicottare il supermercato. L'apertura del centro è stata definita dai leader di al Fatah "nakba", ossia una "catastrofe". Il centro in verità reca vantaggi enormi soprattutto ai palestinesi, non solo perché molti di loro ci lavorano ma anche perché i prezzi sono competitivi, inferiori anche a quelli dei negozi di proprietà araba.
   Siamo di fronte a un ennesimo esempio della cecità della leadership palestinese che davvero non ha intenzione di trovare una convivenza con gli israeliani, anche perché in un altro centro commerciale Levy, a nord est di Gerusalemme, molti palestinesi hanno affittato negozi nonostante la contrarietà dei loro leader, e a quanto pare gli affari funzionano e la convivenza anche. La politica dell'odio e dell'intransigenza fin qui perseguita da parte palestinese non paga, perché il giorno dell'inaugurazione del supermercato di Gerusalemme Est, avvenuta in gennaio, moltissimi palestinesi sono andati in massa a fare acquisti da Levy. E' anche vero che quel giorno, dopo minacce che andavano avanti da mesi, estremisti palestinesi hanno lanciato bombe incendiarie contro il negozio, ma per fortuna non vi sono stati feriti. Va detto anche, racconta l'articolo, che i supermercati degli israeliani assumono senza problemi manodopera palestinese, stanca evidentemente di campare solo con gli aiuti internazionali. Ma poi, si fa notare in Israele, se i palestinesi non volevano un supermercato Levy, perché nessun imprenditore arabo ha aperto un analogo esercizio? Oggi metà dei dipendenti della Levy sono palestinesi, il primo fu assunto nel 1976, e molti di essi oggi ricoprono posizioni dirigenziali. Tutti i dipendenti, arabi ed ebrei, sono trattati allo stesso modo, e le retribuzioni vanno solo in base alla posizione ricoperta e all'efficienza, dice ancora l'articolo di Bassam Tawil. Certo, se la dirigenza palestinese non tollera che il proprio popolo possa comprare a migliore prezzo e addirittura trovare un lavoro solo perché gli imprenditori sono ebrei, ci sono davvero poche speranze per il raggiungimento della pace duratura.
   La leadership palestinese ha accusato Israele di voler minare il commercio arabo a Gerusalemme e renderlo succube dell'economia israeliana. Qualcuno è arrivato anche a dire che il palestinese che compra da un israeliano è un traditore della patria perché sostiene l'entità sionista. Ma il vero nodo della questione, peraltro notato anche da parte palestinese, è la carenza di coraggio da parte dell'imprenditoria araba locale: se avessero presentato un progetto palestinese di centro commerciale, è indubbio che avrebbe avuto la precedenza su Levy, ma così non è stato. A quanto pare i ricchi palestinesi preferiscono investire il loro denaro altrove, come se non avessero fiducia nella propria gente. Conclude l'articolo del Gatestone Institute: se Abbas, Fatah e i suoi non riescono a tollerare che un palestinese compri un litro di latte in un negozio israeliano, se non riesce a tollerare che un palestinese si guadagni lo stipendio lavorando per un israeliano, come potrebbero mai sforzarsi di raggiungere un accordo e una convivenza duratura?

(Secolo d'Italia, 9 marzo 2019)


Il no automatico dei palestinesi alle proposte di pace

In Israele siamo abituati alla loro intransigenza, ma nel mondo arabo le reazioni potrebbero essere molto diverse.

Anche ad uno scrutinio scrupoloso dei discorsi palestinesi, nei giornali e nei social network, è difficile trovare una sola voce significativa che non respinga totalmente il cosiddetto "accordo del secolo" del presidente americano Donald Trump. Da notare che i palestinesi non sanno nemmeno cos'è che rifiutano con tanto ardore, dal momento che i contenuti dell'annunciato piano di pace dell'amministrazione Trump rimangono vaghi, anche dopo l'intervista televisiva di Jared Kushner della fine di febbraio. Qui in Israele, nel frattempo, siamo così assuefatti all'intransigenza palestinese che non ci soffermiamo neppure più a domandarci: perché?...

(israele.net, 8 marzo 2019)


Fra Italia e Israele un'alleanza naturale sulla sicurezza

La collaborazione fra i Paesi deve crescere. Israele può offrire le sue eccellenze, noi una sponda fidata nel Vecchio continente.

di Carlo Pelanda

La relazione industriale tra Israele e Italia è molto proficua per ambedue, in particolare dal 2002, quando fu siglato un accordo bilaterale tra ministeri della Difesa per lo sviluppo cooperativo di nuove tecnologie - ministro all'epoca era Antonio Martino con cui ebbi l'onore di collaborare - ampliato da uno nel 2018. Ora ritengo utile segnalare l'utilità per l'interesse nazionale italiano di estendere e approfondire ulteriormente la relazione economica con Israele.

 Start up
  Il punto: nell'industria tecnologica residente in Italia e operante nel perimetro delle funzioni di sicurezza c'è un gap a livello di prodotti per la sicurezza informatica e guerra cibernetica. Il motivo non è tanto la mancanza di competenze, ma il fatto che queste sono imprigionate in aziende troppo piccole per finanziare lo sviluppo continuo della tecnologia e/o bloccate dall'assenza di un vero mercato dei capitali denso di fondi finanziari capaci di investire in start up tecnologiche e di sostenerle via acquisizioni espansive. Ciò comporta il rischio sia di dover importare sicurezza dall'estero senza un controllo nazionale della stessa, sia di non essere competitivi in un settore industriale sempre più di punta, non solo militare, ma anche civile. Per esempio, prima o poi la Bce dovrà emanare degli standard di sicurezza molto evoluti per evitare penetrazioni malevole nelle transazioni bancarie e simili sempre più robotizzate. Sarebbe meglio, ovviamente, che Banca d'Italia, Consob e sezione fintech dei servizi segreti (Dis) nonché polizia postale disponessero di un sistema tecnologico nazionale integrato - anche collegato al monitoraggio «humint» - e non importato da altri senza possibilità di vero controllo su una funzione cosi vitale per l'economia italiana.

 L'obiezione
  All'obiezione che dovremmo avere fiducia nell'europeizzazione di tale sicurezza dovremmo rispondere cortesemente non denunciando gli eurogiochi di dominio a nostro svantaggio né segnalando l'arretratezza delle tecnologie francesi e tedesche nel settore in confronto a quelle cinesi, russe, americane e perfino iraniane, ma dicendo che parteciperemo ai nuovi standard con una piattaforma nazionale evoluta ed euro compatibile. Il problema è che, allo stato attuale, non abbiamo la capacità per poterlo fare. Inoltre, il sistema finanziario italiano è in ritardo tecnologico, con conseguenze decompetitive. Da un lato, c'è un'accelerazione nel processo di adeguamento. Dall'altro, nel migliore dei casi, il sistema resterà in ritardo competitivo endemico nei confronti di altri. Pertanto l'Italia ha il problema di importare tecnologie nei settori sia della sicurezza sia civile che possano colmare rapidamente il gap detto, ma trovando un partner che permetta la costruzione di sistemi a controllo nazionale o comunque basati su iniziative imprenditoriali residenti in Italia per non essere impoveriti dalla concorrenza esterna. Secondo me Israele è il partner perfetto per tale scopo perché il suo peculiare sistema di innovazione ha le tecnologie che servono all'Italia, o è più avanti nel loro sviluppo, e non ha intenti condizionanti. Anche l'America potrebbe essere un buon fornitore, ma le aziende statunitensi potrebbero pretendere un dominio che limiterebbe le possibilità degli sviluppi residenti nel settore mentre le aziende israeliane sarebbero interessate a sostenerli. Ma è Israele cosi evoluta sul piano tecnologico? Per resistere come nazione minuscola in dintorni ostili ha dovuto necessariamente puntare sulla superiorità tecnologica, configurandosi tutta come un laboratorio innovativo e incubatore di start up. Ma ha difficoltà a scaricare sul mercato tutto il potenziale così creato. Possiamo fidarci di Israele? La domanda giusta è: di chi Israele può fidarsi in Europa? Germania? Mai. Francia? È troppo condizionante. Regno Unito? Anni fa Israele mandò agli inglesi un (mini)missile di nuova generazione affinché lo valutassero per l'acquisizione, ma Londra non glielo restituì per l'embargo dell'export di armi a Israele: surreale e certamente rimasto nella memoria.

 Il satellite
  Resta, tra le potenze industriali, solo l'Italia. Anche perché con questa, oltre alla non condizionalità geopolitica, Israele ha potuto instaurare una relazione commerciale simmetrica: ha comprato un numero rilevante di aerei addestratori prodotti da Leonardo e altro, per un miliardo, e l'Italia ha acquistato sistemi israeliani, tra cui un satellite, per analogo valore. Conviene ad ambedue estendere e rendere più profonda la relazione, appunto. Sta avvenendo, ma mi permetto di suggerire relazioni più forti tra la due agenzie spaziali, la creazione di una piattaforma di cybersecurity italo-israeliana, un accordo economico per fornire bandiera fiscale italiana ad aziende israeliane in via di internazionalizzazione e una banca italo-israeliana (e americana) fintech, con raggio globale.

(La Verità, 9 marzo 2019)


Roma - Gli estremisti di Forza Nuova scendono in piazza contro Israele

Ponte Milvio blindato

di Jacopo Belviso

 
Dopo aver ospitato migliaia di laziali in occasione del derby capitolino giocato sabato 2 marzo, domani [oggi per chi legge]- intorno alle ore 18 - Ponte Milvio torna ad essere blindata per la manifestazione nazionale organizzata da Forza Nuova in sostegno del popolo palestinese e contro lo Stato d'Israele. "Forza Nuova sarà in corteo per la libertà del popolo palestinese, in perfetta coerenza con la nostra opposizione totale al globalismo e alla dittatura di Washington e Bruxelles. Lottare per la pace in Palestina, stare al fianco della Siria che resiste e chiedere una politica estera mediterranea, significa difendere la libertà di quei popoli e la nostra dalla sostituzione etnica. Sabato ci vediamo in piazza per la Palestina, per tutti i popoli oppressi dai globalisti e per la nostra Italia", scrivono nel comunicato pubblicato sulla pagina Facebook del movimento neofascista. L'iniziativa era stata annunciata sui social già diverse settimane fa ed era stata accolta da numerosi commenti provocatori: «Questa azione fa onore a forza Nuova», scrive Leizar G., militante forzanovista. «Israele è uno stato terrorista che applica l'apartheid», risponde un altro seguace. Non mancano però simpatizzanti critici nei confronti della protesta: «Vi siete bevuti il cervello? Ma questi sono anni che compiono attentati, io sto con Israele e vi ho votati!», scrive Maurizio R., irritato per la presa di posizione del movimento estremista. «Concordo, ma mai con i mussulmani. Che destra è una destra che li appoggia?», scrive Massimiliano M., tra i commenti più apprezzati.
   La locandina del corteo, che in realtà è un presidio, è stata condivisa anche sui canali Instagram del partito, dove diversi militanti hanno risposto alla convocazione con commenti antisemiti e razzisti. «La Palestina va liberata perché occupata da islamici e giudei», commenta Maurizio_muscas. «Cacciamo gli ebrei dalla Palestina, cacciamo i giudei dall'Europa», risponde Mario_88.
   La manifestazione è stata autorizzata dalla Questura e secondo i promotori vedrà la partecipazione di circa 200 manifestanti. In piazza, accanto alla bandiere nere di FN, sfilerà anche Jawad Yassine, responsabile dell'ufficio stampa dell'Autorità Nazionale Palestinese (Anp) con sede a Roma dalla fine del 1979 fino al 2010. Finito il presidio, i partecipanti si sposteranno in via Cassia 1134, dove - a partire dalle ore 20.30 - si svolgerà il concerto in memoria di Massimo Morsello, fondatore del partito estremista assieme a Roberto Fiore.

(Il Messaggero, 98marzo 2019)


Antisemitismo, in Germania ritorna la paura

Atti di vandalismo e violenza contro gli ebrei hanno funestato la cronaca berlinese degli ultimi mesi. Episodi che sono solo la punta di un iceberg. Lo scorso anno sono stati 1.647 i crimini di matrice religiosa che hanno visto vittime membri della comunità israelitica.

di Matteo Corallo

La libreria antiquaria Bücherhalle, nel centrale quartiere berlinese di Schöneberg, è una delle meglio fornite della capitale tedesca. Passandoci a fianco, nelle sue grandi vetrine è possibile rimirare le copertine dei libri esposti: romanzi storici, trattati di geopolitica, un intero riquadro dedicato alle religioni, libri in inglese e molto altro ancora fanno di questa libreria uno dei pochi spazi silenziosi dove sfogare l'ormai inflazionato stress metropolitano. Eppure, nella notte di venerdì 4 gennaio, un gruppo di teppisti ha pensato bene di distruggere una delle tre grandi vetrine del negozio, che esponeva ed espone tuttora dei libri particolari, tramite grossi petardi, con tutta probabilità rimasugli del Capodanno da poco passato. Nessun libro è stato rubato né alcun danno è stato causato all'interno dello spazio. La vetrina frantumata esponeva poco prima dell'accaduto alcuni libri dedicati alla religione ebraica e anche alla tragedia dell'Olocausto.
   Qualche giorno dopo il fatto, con la vetrina ancora in riparazione, è stato chiesto alla vecchia proprietaria, che assieme al marito gestisce la libreria, se non ritenesse che si fosse trattato di un atto di antisemitismo. L'anziana signora si è messa a ridere sonoramente, quasi volesse autoconvincersi che non fosse successo nulla, e ha anzi risposto che si è trattato di un mero atto di vandalismo, e non quindi di un gesto antiebraico. Ha aggiunto infine che nella vetrina erano per lo più visibili libri per ragazzi e di moto e non invece quelli sull'ebraismo con la stella di Davide in bella mostra. In ogni caso quello della vetrina distrutta non sarebbe il primo atto di antisemitismo verificatosi nella capitale tedesca. La posizione della libreria è alquanto particolare; si trova difatti nella centrale Hauptstrasse, a pochi metri di distanza dal mitico numero 155, dove aveva vissuto per qualche anno David Bowie.
   Anche il quartiere di Schöneberg non è come gli altri: prima che gli ebrei venissero cacciati o uccisi dalla lucida follia nazista, era il quartiere con la più alta concentrazione ebraica a Berlino. Anche Albert Einstein ci visse negli anni in cui insegnò alla Humboldt Universität. Ora i tempi sono cambiati e le tracce della presenza ebraica a Schöneberg sono appena visibili. In realtà, dopo la fine dei regimi socialisti, molti ebrei dell'Europa orientale, invece che emigrare in Israele, avevano deciso di stanziarsi proprio a Berlino, anche per la sua fama di città libera ed anticonformista. Diversi sono gli episodi di antisemitismo che hanno funestato la cronaca berlinese degli ultimi mesi. Per esempio l'anno scorso, nel quartiere «di sinistra» e progressista di Prenzlauer Perg un giovanissimo siriano di 17 anni aveva preso letteralmente a cinghiate un altro giovane, che aveva avuto l'unica colpa di portare la kippah sulla testa. Lo stesso giovane oggetto dell'attacco aveva ripreso l'aggressore col suo cellulare, facendolo così arrestare. Il video fece il giro della Germania, aprendo cosi il dibattito sul ritorno dell'antisemitismo nel Paese.
   Un altro episodio di odio antiebraico si era verificato perfino in un prestigioso college privato. Un ragazzino quindicenne, figlio di un ebreo americano di New York che da tempo vive e lavora a Berlino, è stato vittima di attacchi verbali ed intimidazioni. Per mesi la direzione della scuola non aveva visto o aveva finto di non vedere, finché il ragazzo, esausto al punto da darsi malato, non aveva deciso di denunciare il tutto, sollevando un discreto scandalo sui media locali. I piccoli antisemiti in erba sono stati cacciati dal prestigioso istituto privato, mentre la giovane vittima ha deciso di andarsene e cercare un istituto dove l'omertà di studenti e professori non fosse la regola.
   Solo poco più di un mese fa, il 19 gennaio, un ragazzo che portava anch'egli la kippah era stato offeso pubblicamente da un uomo, che in ebraico gli aveva intimato di togliersela pena conseguenze peggiori. Il dettaglio interessante è che l'aggressione verbale era avvenuta verso le 20 di un sabato sera qualunque nella stazione ferroviaria di Nikolasee, che altro non è che la stazione precedente a quella di Wannsee. Quest'ultimo nome dovrebbe dirci qualcosa, visto che sempre in un freddo giorno di gennaio di 72 anni fa in quel quartiere borghese, adiacente all'omonimo lago, venne progettata in una villa la soluzione finale del problema ebraico.
   Sembra che i passanti pur presenti sul posto non abbiano affatto intimato all'aggressore di smetterla. Lo stesso uomo, che parlava ebraico, protagonista dell'ennesimo gesto di antisemitismo a Berlino, non è ancora stato individuato dalla polizia.
   In un report governativo uscito l'agosto scorso, gli episodi di antisemitismo acclarato a Berlino nella sola prima metà del 2018 erano stati 80, quasi il doppio rispetto a tutta la Baviera con invece 43 atti di violenza denunciati. Proprio qualche giorno fa, sempre il governo tedesco, rispondendo a un'interrogazione parlamentare, ha riportato che gli atti di antisemitismo nell'intera Germania denunciati alla polizia nel 2018 sono aumentati del 10% rispetto all'anno precedente. In totale si sono registrati 1.647 crimini, mentre l'anno prima si erano fermati a 1.504. Ovviamente non è stato preso in considerazione tutto quel sottobosco di intimidazioni verbali e pressioni psicologiche, come quello della scuola privata, che non sempre vengono denunciati. Non ci sarebbe infine da sorprendersi di scoprire come anche il caso della vetrina distrutta, descritto all'inizio, possa rientrare nelle statistiche di odio antiebraico per l'anno corrente.

(La Verità, 9 marzo 2019)


La Disneyland di Hezbollah

A 70 km da Beirut sorge un parco tematico/museo e il loro odio contro Israele.

di Nicola Zecchini

 
Un parco a tema dedicato alle imprese belliche di Hezbollah. Si chiama Tourist Landmark of the Resistance e sorge vicino al villaggio di Mleeta, una collina remota situata nella regione di Nabatieh, a circa 70 chilometri da Beirut. Inaugurato nel 2010 alla presenza dell'esimio linguista/filosofo/scienziato cognitivista/attivista politico/tuttologo Noam Chomsky, la Disneyland di Hezbollah è costituita da quattro edifici che si affacciano su una piazza principale dove è presente una grande installazione artistica denominata L'abisso e una serie di percorsi a tema che attraversano un bosco da dove partivano le incursioni del Partito di Dio contro Israele durante la guerra del 2006. Per chi vuole rilassarsi tra un invito al martirio e carte d'identità di soldati israeliani morti in battaglia è disponibile anche un caffè e un ristorante dove si possono degustare le specialità locali. L'abisso è una grande aerea in cui sono allestiti veicoli militari israeliani distrutti come camion, elicotteri o carri armati, tra cui un tank Merkava-4 israeliano con il cannone annodato. Il resto del percorso è composto da una serie di gallerie e tunnel percorribili con tanto di cucine, dormitori e trincee con ai lati missili, mortai e manichini con il colori di Hezbollah intenti ad azionare un lanciarazzi o a trasportare un ferito in barella. C'è persino una nicchia dove andava a pregare l'ex segretario dell'organizzazione Abbas Moussawi. Alla fine, dulcis in fundo, c'è il "Campo della Libertà" un'esposizione della forza militare che mette in mostra droni, razzi Katyusha e missili Tow di fabbricazione americana con al centro una lapide commemorativa su cui è incisa una frase di Nasrallah: "Israele è più debole di una tela di ragno". L'intento narrativo della struttura è chiaro: quello di inquadrare di Hezbollah come un movimento di resistenza nazionale legittimo ed associarlo a concetti quali patriottismo, libertà e lealtà, tenendo completamente nascosti aspetti quali l'integralismo religioso o il fatto che l'organizzazione sia etichettata come terrorista da paesi come Stati Uniti, Israele, Australia e Canada.

(Shalom, febbraio-marzo 2019)



I segni dell'odio verso l'ebreo

Esposti oggetti, documenti, filmati della propaganda nazista. Perfino sui fiammiferi e nei giochi del luna-park s'insinuava il credo che il giudeo fosse da sterminare.

di Beneditta Cucci

L'antisemitismo in Europa agli inizi del Novecento e poi nello specifico in Germania e in Italia, l'invenzione delle razze e il razzismo, le caricature antisemite in Italia. Tanti e dai titoli che aprono memorie ferite e ci rammentano che certe parole sono molto in voga - purtroppo - ancora oggi, sono i capitoli approfonditi nella mostra «La razza nemica: la propaganda antisemita nazista e fascista», visibile fino a venerdì 15 all'istituto Laura Bassi di via Sant'Isaia 35. L'esposizione, con la curatela di Marcello Pezzetti e Sara Berger per la Fondazione Museo della Shoah di Roma, in collaborazione con l'Istituto Storico Parri, apre le porte della scuola, dove si forma il pensiero del futuro, e occupa i suoi muri con un materiale molto potente e in molti casi inedito, fatto di manifesti, oggetti, cartoline, documenti, filmati che, inseriti all'interno del percorso, mostrano «l'evoluzione e la consequenziale azione di questa campagna che ha portato allo sterminio di migliaia di persone», come spiega Alessandro Nicosia di Creare Organizzare Realizzare, tra le pagine del catalogo, a sua volta documento di studio. Dagli oggetti di uso quotidiano come la caricatura del viso di un uomo ebreo utilizzata per uno schiaccianoci o i giochi di un luna-park con un volto dalle fattezze ebraiche sul quale lanciare palline, dai boccali di birra con scene antisemite alle scatole di fiammiferi con grafiche macabre, ecco alcuni dei manufatti concessi in prestito dalla collezione Wolfgang Haney, «che spiegano fin dove l'odio razziale sia riuscito ad arrivare»: nelle immagini dell'Archivio Storico Luce e nei manifesti della propaganda, gli ebrei vengono disegnati come personaggi di fantasia, non umani, nemici «in casa» da combattere, anzi, da annientare».
   È un viaggio nella tragedia madre del Novecento, questa mostra, e una sezione cospicua di documenti è dedicata anche al ruolo dell'informazione e alla documentazione visuale di cartoline illustrate e vignette, di cartoni animati e film, perché per ottenere il consenso del popolo, «il fattore ideologico unito a quello visivo» si dimostrava vincente per catturare l'attenzione del popolo acritico. Perché conoscere e riflettere su una delle pagine più buie della storia è importante? Lo racconta ad alcuni studenti delle Laura Bassi, la vicesindaco Marilena Pillati: «Perché a causa di quelle leggi razziali, in questo paese si è sancita sul piano giuridico, l'esistenza di una discriminazione, non nei confronti degli 'altri', ma nei confronti di una parte dei cittadini italiani e ha visto anche persone che avevano vissuto in queste strade, nella nostra città, partire per un destino tragico tra l'indifferenza di tanti».
   La mostra si può visitare dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14,30 alle 16,30.

(il Resto del Carlino, 9 marzo 2019)


Cattolicesimo zombi

"Il cristianesimo è entrato nella fase terminale in Francia". Le rivelazioni di Jérome Fôurquet

di Giulio Meotti

Marie. Un secolo fa, oltre il venti per cento dei francesi portava il nome della madre di Gesù. Oggi appena lo 0,3 per cento della popolazione, Dal battesimo di Clodoveo nel Quinto secolo a oggi, il cattolicesimo ha plasmato anche i paesaggi della campagna francese, organizzati attorno ai campanili intervallati dai vigneti. Un enorme peso culturale che aveva fatto dire anche a Jean-Paul Sartre: "Siamo tutti cattolici". Secondo Jèrôme Pourquet, autore del nuovo libro L'archipel français. Naissance d'une nation multiple et divisée, uscito questa settimana per le edizioni Seuil e accolto come uno dei più ricchi di informazioni sul cambiamento in corso nella società francese, quel tempo è finito e siamo entrati a pieno regime in una "èra post cristiana". Fourquet, forse il miglior studioso dell'opinione pubblica francese sulle questione dell'identità, sarà una delusione per i sostenitori della negazione della realtà....

(Il Foglio, 9 marzo 2019)


L'eresia di Deen, ebreo in fuga dall'ortodossia

Che cosa succede se, dentro una comunità ebraica ultra tradizionalista, come quella degli Skver (tra i più intransigenti), un uomo che fin da bambino ha meditato ogni più piccola sfumatura di Torah e Talmud si accorge di non credere più? Ecco la storia di Shulem raccontata da lui stesso.

di Giorgio Bernardelli

Vivono a trenta miglia da New York ma parlano rigorosamente yiddish. Indossano il soprabito lungo e il cappello di pelliccia come nel villaggio dell'Ucraina da dove i loro antenati emigrarono negli Stati Uniti nel 1948. Del resto il posto dove vivono è in tutto e per tutto uno shtetl degli ebrei ortodossi dell'Europa Orientale trapiantato nel cuore dell'America; dove i riti e i costumi dei chassid si perpetuano nell'isolamento totale di un universo parallelo dove non solo tv e cinema sono banditi, ma non si studiano nemmeno la matematica e le scienze dei goyim, i non ebrei. Ma che cosa succede se, all'interno di una realtà come questa, un uomo di trent'anni che fin da bambino ha dedicato la vita alla conoscenza di ogni più piccola sfumatura della Torah e del Talmud si accorge di non credere più?
   E' il percorso singolare che Shulem Deen racconta nel suo libro Indietro non si torna, proposto nella traduzione italiana da Enrico Damiani Editore (pagine 352, euro 18). Lo stile è quello di un memoire, la storia vera raccontata da un ebreo giudicato apikoros (cioè eretico) e per questo cacciato dalla comunità degli Skver, una delle più intransigenti nella galassia chassidica. A emergere dalle pagine è lo spaccato di un mondo anacronistico, fatto di uomini con i payot (i boccoli degli ebrei ortodossi), donne con la parrucca e matrimoni combinati tra ragazzi poco più che adolescenti nell'America di oggi. Dove la parola definitiva su ogni cosa è quella del rebbe, il gran rabbino della comunità. Ma, soprattutto, un universo dove la religione è un fideismo senza alcuno spazio per le domande, molto lontano dall'originaria mistica dei chassidim esaltata da Martin Buber. Il racconto di Shulem Deen è una testimonianza interessante sulla vita quotidiana di queste comunità, solitamente inaccessibili a uno sguardo esterno. E pur nella sua critica per molti versi molto aspra, dal racconto traspare comunque tutta la malinconia di chi tra mitzvah e riti in sinagoga si è sentito a lungo a casa propria, amandoli anche intensamente.
   Ecco allora Shulem, figlio di una coppia di ex sessantottini che aveva concluso la propria parabola accasandosi tra i chassidim, ricordare che cosa lo abbia portato a scegliere proprio New Square, il villaggio degli Skver. Un luogo fondato negli anni Cinquanta dal rebbe della cittadina ucraina di Skvyra dopo che, appena sceso dalla nave proveniente dall'Europa, aveva stabilito che New York non era un posto adatto per veri ebrei timorati di Dio. Partecipando a un rito nella loro sinagoga il tredicenne Shulem, già studente di una yeshiva, la scuola rabbinica, sperimenta una sensazione nuova: «Qui c'era estasi e gioia - scrive riandando con la memoria a quel giorno -. II nero dei loro cappotti e dei loro cappelli, indistinguibile da quello della sala scura, generava una spiritualità spiazzante, al tempo stesso malinconica e, in un certo senso, festosa».
   L'altro volto, però, è un'educazione e un sistema di vita che tratta ogni domanda e contributo esterno come un fattore destabilizzante da stroncare sul nascere. A partire dall'interrogativo più elementare per un diciannovenne: perché dovrei sposare Gitty, un'adolescente come me che nel mondo di New Square - dove la segregazione tra maschi e femmine è rigidissima - non ho nemmeno mai visto? Essendo il matrimonio già approvato dal rebbe la domanda può restare solo nel cuore del giovane chassid. Lasciando spazio, invece, al menage familiare di uno studente della Torah e della sua osservantissima moglie, presto benedetti dalla nascita di cinque figli. Però anche in un posto come New Square è impossibile sigillare ogni contatto con l'esterno; e proprio dall'incontro con un amico, anche lui chassid ma un po' meno intransigente rispetto alla modernità, nella mente di Shulem inizia a farsi strada il tarlo delle domande. Quello da cui i maestri locali invitano i giovani a stare alla larga, perché «Rambam (il grande filosofo ebreo Mosé Maimonide, ndr) ha già risposto a tutto».
   Deen racconta passo dopo passo il suo distacco, fatto all'inizio di gesti ben poco rivoluzionari: guardare di nascosto un film come Beethoven, iscriversi a un corso per programmatori informatici, leggere i quotidiani dei goyim... Ma l'eresia, ammonisce il Talmud, è come una donna di facili costumi: «Quanti vanno da lei non fanno ritorno». E per Shulem alla fine va a finire proprio così: in un ambiente come New Square, per non far del male alla sua famiglia, cerca di salvare le apparenze. Ma una sera viene convocato dal bezdin, il tribunale rabbinico: si è venuto a sapere che ha minato alle fondamenta la comunità incoraggiando un giovanissimo chassid nella sua scelta di andarsene dalla famiglia per studiare al college. Per gli anziani è la prova definitiva che l'ex studioso della Torah ormai è un eretico. E c'è una sola via d'uscita: se ne deve andare insieme a sua moglie e ai suoi figli.
   Durerà poco, perché fuori dal villaggio degli Skver anche il suo matrimonio, che pure negli anni si era trasformato in un rapporto sincero, andrà in frantumi. E col divorzio perderà anche i figli: cresciuti nell'ambiente chiuso di New Square e sobillati dalla comunità non vorranno più vederlo. Anche fuori dallo shtetl, con i bluejeans addosso e le cene non kosher, Deen farà comunque a lungo fatica a trovare il suo posto. E alla fine lo troverà solo in un'associazione che aiuta gli ex chassidim, abbandonati completamente dalle loro comunità, a rifarsi una vita fuori da quell'ambiente: oggi è uno scrittore laico che collabora con numerose riviste ebraiche americane. In una delle ultime pagine del libro racconta comunque con nostalgia il suo ritorno in una sinagoga (questa volta non ortodossa) a Manhattan: «Per la perdita della fede, per l'incapacità di abbracciare la bellezza mitica di queste parole, per il distacco da tutte queste cose che un tempo mi erano care lasciai scivolare le lacrime sulle pagine aperte del libro delle preghiere».

(Avvenire, 9 marzo 2019)


La missione in Israele di Intesa Sanpaolo con 11 imprese hi-tech

Si svolge tra Tel Aviv e Gerusalemme l'lsrael lnnovation Tour, progetto a supporto di 11 imprese hi- tech Italiane. L'iniziativa è di Intesa Sanpaolo lnnovation Center in collaborazione con la Camera di Commercio lsrael-ltalia. Al summit è prevista la presenza di oltre 1.000 investitori internazionali, 550 multinazionali, in rappresentanza di oltre 120 Paesi e 460 venture capitalist.

di Paola Pica

Incontri con più di mille investitori in Israele per le 11 imprese italiane impegnate nella innovazione tecnologica e in viaggio in questi giorni con Intesa Sanpaolo in Israele, lo stato più innovativo al mondo con il più alto numero di startup e brevetti pro capite e una percentuale superiore al 4% di Pil investita in ricerca e sviluppo. La missione si svolge fra Tel Aviv e Gerusalemme.
   L'iniziativa nasce da un progetto di Intesa Sanpaolo Innovation Center, guidata da Mario Costantini, in collaborazione con la Camera di Commercio e Industria Israel-ltalia. Obiettivo è creare sinergie tra le aziende clienti del gruppo bancario italiano e le realtà tecnologiche israeliane, anche attraverso eventuali partnership finanziarie. «Nell'ottica di promuovere l'innovazione - ha affermato Costantini - è strategico facilitare la rete di scambi tra le imprese tecnologiche italiane e gli ecosistemi di innovazione più sviluppati nel mondo. Siamo convinti che attraverso la condivisione di asset e competenze si possano creare opportunità di business e di sviluppo che favoriscano le strategie di Open Innovati on dei nostri clienti».
   Anche per le startup italiane si aprono attraverso intesa delle opportunità a Tel Aviv. Nell'ambito delle attività previste da un accordo italo-israeliano di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica, l'Ambasciata d'Italia in Israele, con l'ambasciatore Gianluigi Benedetti, ha aperto un bando per «le giovani startup italiane», attive da meno di tre anni. Il programma viene realizzato in collaborazione con lo stesso Innovation Center e con acceleratori israeliani che ospiteranno le startup. Il bando si chiude il prossimo 15 marzo ed è pensato per «agevolare un breve periodo di accelerazione» startup che abbiano un interesse a sviluppare il proprio piano d'impresa in Israele. La mobilità sarà agevolata per tre mesi con un contributo a fondo perduto di 10 mila euro per ogni startup.

(Corriere della Sera, 8 marzo 2019)


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Israele, paradiso di startup e venture capital

Missione a Gerusalemme
Il Comune di Torino testerà alcune delle tecnologie di punta sviluppate dalle imprese innovative israeliane
Il progetto di Intesa Sanpaolo
Imprese in cerca di partnership su intelligenza artificiale e blockchain. Delegazione italiana di 11 aziende

di Marzio Bartoloni

GERUSALEMME - Un drappello di imprese italiane in cerca di partnership su investimenti e tecnologie come l'intelligenza artificiale o la blockchain. E un accordo che farà di Torino un laboratorio a cielo aperto per le ultime soluzioni hi-tech sviluppate da startup israeliane. C'è anche un po' di Italia nel più grande evento sull'innovazione del medio oriente organizzato a Gerusalemme da Ourcrowd - una delle piattaforme di crowdfunding leader al mondo che ha raccolto quasi 1 miliardo di dollari dalla sua nascita 6 anni fa- e che organizza questo appuntamento a cui quest'anno partecipano un migliaio di investitori, 550 multinazionali e 460 venture capitalist che guardano a Israele, la startup nation per eccellenza, come il paradiso del venture capital, Qui l'anno scorso sono stati raccolti 5,7 miliardi di euro e il mondo delle startup israeliane - ne nascono mille all'anno in un Paese con 6 milioni di abitanti - ha fatto segnare exit per un valore di quasi 11 miliardi. Con l'intelligenza artificiale la biomedicina e la cybersecurity tra le frontiere più promettenti su cui sta scommettendo il piccolo Paese: solo nella corsa alle tecnologie legate all'intelligenza artificiale e al machine learning Israele conta quasi 400 startup, piazzandosi al terzo posto dopo Usa e Cina.
  La missione italiana nasce da un'idea di Intesa San paolo Innovation Center in collaborazione con la Cameradi Commercio e Industria Israel-Italia per creare nuove sinergie tra le realtà tecnologiche presenti in Israele attraverso diverse forme di partnership sia finanziarie che tecnologiche. La delegazione italiana composta da 11 aziende (Gfelti, Natlive, Malinvemo metalli, Propa group, Wm capital, Irtop, Tecnoenergy, Fpt-Cnh, Csi, Creostudios, W sense) attive in diversi settori - dalla meccanica al packaging - del nostro Made in Italyt ecnologico oltre a incontri nei giorni scorsi nella startup valley vicino a Tel Aviv ieri ha presentato il proprio business nell'italian Pavilion di Intesa San paolo all'interno di questo affollatissimo evento a cui hanno partecipato diecimila persone da 120 Paesi. «Nell'ottica di promuovere l'innovazione - spiega Mario Costantini, direttore generale di Intesa San Paolo Innovation Center -, riteniamo strategico facilitare la rete di scambi tra le imprese tecnologiche italiane e gli ecosistemi di innovazione più sviluppati nel mondo. Siamo convinti che attraverso la condivisione di asset e competenze si possano creare opportunità di business e di sviluppo specialmente in un mercato a forte vocazione tecnologica come quello israeliano».
  C'è anche un'altra partnership partita ufficialmente ieri che vede Italia e Israele affiancate. Il comune di Torino ha siglato un accordo con la piattaforma israeliana Ourcrowd per testare alcune delle tecnologie di punta sviluppate dalle imprese e dalle startup israeliane. La sperimentazione vedrà coinvolto il Torino lab che promuove nuove soluzioni innovative in un contesto reale: cittadini, imprese e Paese esplorano e sperimentano insieme prodotti, tecnologie e servizi innovativi in un'area specifica della città con l'obiettivo di testarne funzionalità e utilità per gli utenti finali e valutare gli effetti sulla qualità della vita: dai sistemi di pagamento alle prenotazioni di visite mediche fino ai trasporti (Torino nei giorni scorsi ha testato il primo minibus elettrico a guida autonoma). «La nostra prima priorità è la mobilità sia terrestre, spingendo sulla guida autonoma che per noi cambierà le città, sia aerea, come quella dei droni per i beni ma in futuro anche degli esseri umani», spiega l'assessore all'Innovazione Paola Pisano anche lei presente a Gerusalemme. Che aggiunge: «Le altre nostre priorità sono i servìzi per cittadini, gli ospedali o le imprese che si possono sviluppare con il5Gela robotica da testare anche negli uffici comunali. Noi daremo una opportunità sia alle nostre aziende che a quelle israeliane». «Gli investitori sono in cerca di qualcosa di più di una buona idea, vogliono tecnologie che funzionino nella vita reale», chiarisce Jon Medved, fondatore e ceo di Ourcrowd.

(Il Sole 24 Ore, 8 marzo 2019)


Lugano, il segno del rabbino Kantor

La trasformazione della Comunità: un tempo centro chassidico, è oggi gestita dal Movimento Chabad

 
L'ingresso della sinagoga
 
Lony Angert
 
Il rabbino Kantor mentre studia
È il 1919 quando, a Grande Guerra appena conclusa, con molti stravolgimenti in corso in Europa e nel mondo, si affaccia a Lugano un primo nucleo di ebrei chassidici. Vengono dall'Est attraversato da turbolenze, sul lago Ceresio trovano tranquillità e rifugio. E così il piccolo nucleo, con il tempo, diventa una vera e propria Comunità.
   In tanti a Lugano ricordano questa presenza d'impatto. La via Maderno, sede della sinagoga costruita a metà del secolo scorso, popolata da centinaia di studiosi e rabbini, con il caffettano e molti figli al seguito. Ristoranti casher, hotel casher, l'yiddish patrimonio linguistico comune. La sinagoga il punto di riferimento. E ancor prima i locali del ristorante Venezia, dove fino agli Anni Cinquanta e Sessanta ci si ritrovava in preghiera.
   Oggi, di quel nucleo gradualmente dispersosi a New York, Londra, Anversa e Gerusalemme, praticamente non resta nulla. Salvo la sinagoga, che è ancora un luogo vivo di identità e incontro. È però cambiato del tutto l'assetto comunitario: da oltre 10 anni infatti la comunità è gestita da un rabbino del Movimento Chabad, il newyorkese Yaakov Kantor. Quando lo incontrammo la prima volta, sette anni fa, il suo arrivo era relativamente fresco. Oggi è possibile tracciare un bilancio più esaustivo.
   "Intanto, devi aggiornare il conto dei miei figli: adesso siamo ad otto" sorride rav Kantor. Un'immissione di vitalità che sta giovando a una Comunità che, sottolinea, è molto particolare nel suo genere. "Siamo circa 300 in tutto il Ticino, dalle provenienze più disparate ed eterogenee. Le famiglie più radicate nel cantone possono vantare due o tre generazioni qui, non di più. Un mix molto interessante e stimolante", Tra questi una ventina di giovani che partecipano alle attività di studio organizzate dal rav e da sua moglie Yuti. Ma lo zoccolo duro degli "anziani" è fondamentale: "Ogni sabato in sinagoga abbiamo minian, non è una cosa da poco''. Le iniziative ruotano attorno al luogo di culto, evidentemente. Ma anche attorno al nuovo centro comunitario che si sta realizzando in prossimità. Un progetto di lunga data che sta trovando attuazione perché, riflette il rav, "un centro ebraico è necessario per garantire un futuro".
   Quali le caratteristiche che fanno della Lugano ebraica un polo attrattivo? Per il rabbino Kantor sono "la tranquillità e la stabilità della Svizzera, il clima disteso che si respira nei confronti di questa minoranza, il contorno paesaggistico che rende questa città la meta di alcuni progetti ambiziosi". Come, cita con orgoglio, una Summer Yeshiva che si svolge ogni estate e che porta a Lugano alcune decine di studenti. Positiva anche la relativa vicinanza con Milano, che per i Kantor è una frequentazione quotidiana. Sette dei loro figli sono infatti studenti della scuola del Merkos, gestita dal movimento Chabad. E quindi ogni giorno varcano la frontiera per ben quattro volte: due al mattino e due al pomeriggio. "Nessuna fatica - commenta il rabbino - avere così tanti figli è una benedizione".
   All'ingresso della sinagoga luganese troviamo ad accoglierci Lony Angert, che gestisce non lontano un'attività commerciale. È nato in Israele, ma la sua famiglia si è trasferita qui nel '79 (quando lui aveva 7 anni). Sorride: "Festeggio 40 anni in Ticino. Mi sento ancora del tutto israeliano, ma certo pure un po' luganese. Ricordo bene l'epoca chassidica, anche perché abitavamo davanti alla sinagoga. Quando finiva la funzione dello Shabbat c'erano così tante persone per strada che le macchine facevano fatica a passare. Scene indimenticabili". Con la scomparsa di quel mondo, racconta, i pochi ebrei luganesi autoctoni o acquisiti come lui dovettero ripensarsi. Fu prima predisposta una sinagoga in un appartamento nel quartiere Paradiso. Una situazione non semplice da gestire. L'arrivo del rabbino Kantor, in questo senso, ha dato nuovo e decisivo slancio. "È lui tra l'altro a tenere i rapporti con i chassidici, ancora proprietari della sinagoga. Grazie a un accordo che è stato stipulato possiamo ancora beneficiare di questo luogo. Ed è un bene". Cosa è la Lugano ebraica oggi, per Lony? "Un luogo in cui, malgrado i piccoli numeri, si fanno tante cose. E in cui una traccia del passato in qualche modo è ancora tangibile. Anche attraverso la conservazione di quel minhag. Uno Shabbat con noi è una esperienza che consiglio: un tuffo indietro di 100 anni".

(Pagine Ebraiche, marzo 2019)



Strasburgo - "Non è stato un atto antisemita"

Una manovra in retromarcia è stata la causa del danneggiamento della stele commemorativa dell'antica sinagoga di Strasburgo

La stele commemorativa che segna il luogo dell'antica sinagoga di Strasburgo, distrutta dai nazisti nel 1940, è stata accidentalmente colpita da un automobilista lo scorso fine settimana. Non si è trattato quindi di un atto antisemita, stando a quanto rivelato giovedì da una fonte vicina all'inchiesta.
L'esame della videosorveglianza e l'ascolto di vari testimoni hanno permesso alle forze dell'ordine di identificare l'autore del sinistro, un uomo di 31 anni, che facendo retromarcia ha urtato il monumento, del peso di 1,6 tonnellate. A suo carico sono state mosse le accuse di fuga dal luogo dell'incidente e mancato controllo del veicolo, ma nessuna di antisemitismo.

(RSI.ch, 8 marzo 2019)


Bereshit: il lander israeliano invia il suo primo selfie dallo Spazio

 
Nella scritta, in ebraico: "Il popolo d'Israele vive"
Il lander israeliano Bereshit, lanciato nello spazio per raggiungere la Luna da un Falcon 9 della SpaceX, ha inviato il suo primo selfie dallo spazio. L'immagine mostra parte del lander con la Terra sullo sfondo, ed è stata trasmessa dal centro di controllo di questa missione, che si trova a Yehud in Israele. La sonda si trova ora a 37.000 km di distanza dal centro, secondo quanto affermato dai principali partner del progetto Bereshit.
Il progetto infatti è finanziato da privati, che hanno lanciato il lander da Cape Canaveral in Florida. Fanno parte del progetto la NGO SpaceIL, che lo ha costruito, e le Israel Aerospace Industries. La navicella pesa circa 585 kg e affronterà un viaggio di 384.000 km che durerà sette settimane, prima di atterrare sulla Luna l'11 Aprile.
Per il team israeliano, l'atterraggio rappresenta la parte principale della missione. Inoltre Bereshit è equipaggiato con un particolare strumento che studierà il campo magnetico lunare, aiutandoci così nella comprensione della formazione della Luna.
Sulla Luna, atterreranno con Bereshit, anche una capsula con dei file digitali della Bibbia, disegni fatti da bambini, canzoni israeliane ed i ricordi dei sopravvissuti all'olocausto, insieme alla bandiera di Israele.

 Il futuro dell'esplorazione spaziale comprende numerosi missioni sulla Luna
  Per quanto riguarda il futuro, dopo la Cina, che ha inviato il suo rover Chang-4 sul lato oscuro della Luna, e Israele con Bereshit, anche l'India progetta di andare sulla Luna. In primavera infatti l'India pensa di partire con la sua missione Chandrayaan-2, ovvero l'invio di un rover sulla superficie lunare per raccogliere dati.
Anche il Giappone conta di inviare un piccolo lander, chiamato Slim, per studiare uno dei crateri lunari. La missione giapponese è prevista per il 2020-2021.
Anche gli Stati Uniti pensano di tornare sulla Luna. Come ha annunciato il direttore della NASA, Jim Bridenstine, affermando che si tratterebbe del volere del Presidente USA, Donald Trump. Idea che trova il suo appoggio anche da parte di Elon Musk, fondatore della SpaceX. La NASA infatti, che ha installato alcune strumentazioni su Bereshit, ha invitato le aziende private, come la SpaceX, a proporre i loro progetti per una nuova missione americana sulla Luna.
Il progetto sarebbe quello di costruire una piccola stazione spaziale orbitante attorno nostro satellite. Il progetto, denominato Gateway, dovrebbe essere realizzato entro il 2026.

(FocusTECH, 7 marzo 2019)



La commissione elettorale della Knesset esclude dalle elezioni la lista araba

La Commissione elettorale della Knesset (Parlamento) ha votato ieri a maggioranza per l'esclusione dalle elezioni politiche del 9 aprile della lista araba 'Balad-Raam' e del deputato comunista Ofer Kasif. In entrambi i casi, secondo la stampa, i deputati sono giunti alla conclusione che le loro piattaforme politiche sono inconciliabili con la definizione di Israele quale Stato ebraico. Tuttavia, è possibile che in un prossimo ricorso, fissato per domenica, i giudici della Corte Suprema annullino questo voto e autorizzino la loro partecipazione.
I membri della Commissione elettorale hanno invece autorizzato la candidatura del leader del movimento di estrema destra 'Potere ebraico', Michael Ben Ari. Si tratta di un seguace del rabbino xenofobo Meir Kahane, il cui movimento - Kach - fu messo fuori legge nel 1994. Due liste di sinistra hanno fatto ricorso alla Corte Suprema a cui hanno chiesto di vietare la candidatura ai due rappresentanti di 'Potere ebraico', Ben Ari ed Itamar Ben Gvir.

(ANSAmed, 7 marzo 2019)


Baseball - Black mette i tentacoli, Roll la mira e il Maccabi Tel Aviv espugna Monaco

Decisiva la fuga degli ospiti nel terzo periodo, vinto dagli israeliani 25-16

di Paolo Zerbi

Il Maccabi Tel Aviv torna a vincere lontano da Israele (un successo nelle ultime cinque partite) e ottiene due punti fondamentali per conquistare un posto tra le prime otto. Superato a Monaco di Baviera l'FC Bayern, bissando così il successo del girone d'andata. In Germania finisce 70-77.
Primi due quarti all'insegna dell'equilibrio, padroni di casa che hanno il solito contributo fondamentale dalla panchina di Derrick Williams (17 punti e 7 rimbalzi per quello che è un titolare aggiunto) mentre il Maccabi trova punti preziosi da Scott Wilbekin. Il numero uno chiude con 19 punti e 6 assist, facendosi così perdonare il 3/11 da tre punti.
Decisivo lo scatto israeliano già nel terzo periodo (vinto 25-16). Bayern costretto sempre ad inseguire e aggrappatosi ai canestri di Danilo Barthel (16 punti e 6 rimbalzi), ma il Maccabi risponde sempre colpo su colpo. Vuoi con la bimane di Tarik Black (14 punti e 7 rimbalzi senza errori al tiro), vuoi con il canestro di Jeremy Pargo, vuoi con la tripla di Wilbekin. E, nel finale, è preziosissimo il rimbalzo offensivo di Black: palla a Michael Roll che manda a bersaglio la seconda tripla della sua partita. Gara in ghiaccio, Maccabi continua a crederci.

(Sportando, 7 marzo 2019)



Raphael Luzon lancia la petizione: Giustizia per gli Ebrei di Libia

Giustizia per gli Ebrei di Libia: questo è l'obiettivo della petizione lanciata da Raphael Luzon, Presidente, ed Ever Cohen, Presidente Onorario dell'Unione degli Ebrei di Libia. Luzon e Cohen intendono "intraprendere un'azione legale internazionale contro la Libia al fine di ottenere il rispetto dei nostri diritti e l'accesso coordinato con altre richieste di compensazioni e restituzione del maltolto in quel Paese". Dopo 2.000 anni di storia l'ebraismo libico non esiste più. Centinaia di ebrei assassinati; i superstiti costretti alla fuga, lasciando in Libia tutti i loro beni: aziende, case, terreni, conti correnti. Fu permesso loro di portare solo una piccola somma di denaro. In questa azione saranno coinvolti gli organismi internazionali: l'ONU, l'Alta Corte Internazionale dell'Aja, la Croce Rossa Internazionale, Amnesty International. Ma, anche, i governi di molte nazioni. Chiunque può aderire: inviando una mail a Raphael Luzon (raphaelluzon54@gmail.com). Luzon e Cohen affermano di essere "totalmente aperti e disponibili a eventuali suggerimenti, consigli o proposte". Dichiarano di volere coinvolgere avvocati ed esperti in Diritto internazionale che accettino di lavorare per la loro causa solo sulla base di compensi a buon fine dell'opera: "no win, no fee". Tutti coloro che aderiranno all'iniziativa, la cui collaborazione sarà sempre benvenuta e gradita, saranno tenuti al corrente dei futuri sviluppi.

(ilMetropolitano, 7 marzo 2019)


New Left antisemita. Stalinisti chic

Rimpiangono il Muro di Berlino e inneggiano ai missili su Israele. Murray e Milne, i cervelli del laburista Corbyn che rimpiangono l'Unione sovietica e giustificano il terrore contro Israele.

di Giulio Meotti

ROMA - "L'antisemitismo è intimamente legato alla loro politica e al modo in cui operano nel Labour", ha detto l'ex parlamentare laburista Joan Ryan uscendo dal partito per entrare nel nuovo Independent Group. Come ci è entrato invece l'antisemitismo nel Labour? Lo ha spiegato ieri sul Times Daniel Finkelstein, che ha raccontato l'inner circle di Jeremy Corbyn, ovvero Andrew Murray e Seumas Milne. Murray, principale consigliere di Corbyn, ha condannato "le contro rivoluzioni del 1989 che spazzarono via la maggior parte degli stati della classe operaia". Per "stati della classe operaia" Murray intende la Cecoslovacchia e la Polonia comuniste. La caduta del Muro di Berlino? "Un battuta d'arresto storica per il progresso umano". Secondo Murray, "il più grande pericolo che il mondo deve affrontare non è il terrorismo", ha detto nel 2015. "E' l'imperialismo". Murray, già alla testa di Unite (il più grande sindacato del paese) e del Partito comunista britannico, ha detto a un comizio di Stop the War che Israele si sta "scavando la tomba". Murray ha espresso "solidarietà con l'eroico popolo di Gaza" mentre lanciava missili su Israele. Nella corte di Corbyn, pochi esercitano più potere del suo spin doctor Seumas Milne. Un membro del Labour ha detto questa settimana al Jerusalem Post: "Non è esagerato dire che Milne è il cervello di Corbyn". Prima di entrare a far parte del vertice laburista, Milne era un giornalista del Guardian. Figlio di un ex direttore generale della Bbc, Milne ha studiato a Winchester, una delle principali scuole pubbliche inglesi, e a Oxford. Due giorni dopo 1'11 settembre, Milne ha scritto dell'America: "Non riescono a capire perché sono odiati". Stessa posizione quando la sua città natale è stata attaccata il 7 luglio 2005, accusando il governo inglese per i kamikaze nella metropolitana di Londra.
   Come Andrew Murray, Seumas Milne nutre simpatia per l'Unione sovietica. "Il comunismo in Unione sovietica, nell'Europa orientale e altrove ha prodotto rapida industrializzazione, istruzione di massa, sicurezza del lavoro e enormi progressi nell'uguaglianza sociale e di genere", ha detto Milne dopo che l'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha votato per condannare i "crimini dei regimi comunisti".
   A una manifestazione anti Israele nel 2014, Milne ha detto che "Israele non ha il diritto di difendersi", mentre i palestinesi di Gaza quel diritto ce l'hanno, anche "con la forza". "Il dispiegamento di missili a lungo raggio che hanno dimostrato di raggiungere Tel Aviv e Gerusalemme sta iniziando a spostare quello che è stato un enorme equilibrio unilaterale di deterrenza", ha detto Milne a favore dei missili di fabbricazione iraniana lanciati da Hamas.
   "La politica di Seumas Milne è guidata dal principio di estrema sinistra che vale la pena sostenere chiunque stia ostacolando il potere americano", ha detto Dave Rich, autore di un libro sull'antisemitismo di sinistra. "Combina il radical chic della New Left con un grado sconcertante di cinismo stalinista". Ricordando che Milne ha difeso la Germania dell'Est, il giornalista britannico Nick Cohen ha notato sulla Welt che "il razzismo della sinistra britannica, nel suo contenuto e tono, risale alle quasi dimenticate campagne anti sioniste di Stalin" del processo Slansky e del complotto dei medici, quando per la prima volta in Europa si fece pubblicamente uso della parola "sionista" in senso dispregiativo, per indicare un nemico.
   Entrambi, Murray e Milne, sembrano la brutta copia di quella immortale figura uscita dalla penna del celebre umorista del Telegraph Peter Simple. Si chiamava Mrs Dutt-Pauker, era una ereditiera che viveva in una casa chiamata "Marxmount House", dove collezionava gli scritti di Stalin e aveva un figlio di nome "Bert Brecht Mao Rudy Che Odinga". Al tempo, quella figura fu oggetto di sarcasmo e divertimento, per schernire le classi ciarliere e intellettuali di sinistra nel Regno Unito. Domani potrebbe entrare al numero 10 di Downing Street. E non ci sarebbe più niente da ridere.

(Il Foglio, 7 marzo 2019)


"Scrivere è dialogare”, incontro nell'Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv

di Anna Lisa Signoriello (Segretaria Edipi)

Fulvio Canetti presenta il libro "Sta scritto" nell'Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv
Mercoledi 6 marzo 2019 nell' Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv ha avuto luogo l'incontro "Scrivere è dialogare. Il rapporto fra le fedi in vari esempi di scrittura autobiografica ed epistolare.
   Come relatori della serata erano presenti: Cinzia Klein, "Ambasciatrice di Memoria" dell"Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, Sabrina Fadlun in veste di lettrice, Fulvio Canetti per la presentazione del libro "Sta Scritto"; e Fiammetta Martegani in veste di intervistatrice. Dopo l'apertura della serata con i saluti e ringraziamenti vari ha preso la parola Cinzia Klein spiegando l'importanza di tenere il diario personale perché la storia può essere raccontata oltre lo Storico. Attraverso il diario si può avere uno sguardo diretto sulla storia, specialmente se si vuole ricordare soprattutto per il popolo ebraico. La Sig.ra Klein ha fatto notare che in Italia, io aggiungerei anche in Europa, c'è poca memoria per quanto riguarda Israele e i fatti sono distorti. Segue poi la lettura da parte di Sabrina Fadlun di una pagina del diario di tre persone differenti e di epoche differenti, tra le quali la pagina del diario di Don Milani che per mia sorpresa ho scoperto che era di origine ebraica. I suoi genitori pur essendo agnostici e anticlericali, negli anni trenta con l'espandersi dell'antisemitismo e l'ascesa del nazismo decisero di convertirsi al cattolicesimo. Miriam Canetti interviene facendo notare come nella cultura ebraica/Torah c'è sempre la costanza di ricordare... Ricordati del giorno del riposo... ricordati di Abraamo... ricordati davanti al Signore... ecc... ecc...
   Dopo una breve pausa Fulvio Canetti prende parola ringraziando i relatori, l'altro autore del libro Marcello Cicchese, i presenti, inclusa la rappresentate di Edipi, Anna Lisa Signoriello. Inizia poi un'intervista fatta da Fiammetta Martegani che come prima domanda chiede come gli era venuto in mente di fare un libro del genere. Canetti cosi ha spiegato com'è avvenuto l'incontro con Cicchese, prima via on line e poi di persona a Gerusalemme, da lì a pochi giorni di distanza. In quell'incontro a Gerusalemme ha incontrato anche il Pastore Ivan Basana, che in seguito ha avuto l'idea di trasformare il rapporto epistolare per via mail che si era creato tra Canetti e Cicchese sulle rispettive considerazioni delle Parashot. Canetti ha evidenziato il punto d'incontro tra lui e Cicchese, cioè non di contendere con la Parola ma di dare le proprie impressioni senza interferenze. Grande ringraziamento anche all'editore del libro che ha mostrato molta sensibilità nelle scelte, specialmente con le foto. Attraverso poi alcune spiegazioni delle varie Parashot si è evidenziato il rapporto speciale che Dio ha con la terra d'Israele, la Sua terra, e di come gli ebrei sono "obbligati" a prendersene cura. A questo punto a me viene in mente una delle prime parole ebraiche sentite: Tikkun Olam - Riparare il mondo. Per noi cristiani questo può avvenire attraverso Yeshua Hamashia.
   La serata si è poi conclusa con un delizioso rinfresco.

(EDIPI, 7 marzo 2019)


1935, l'ottimismo naïf di Einstein: 'In Germania le cose cambiano'

Una lettera al figlio tra i documenti inediti diffusi dalla Hebrew University

A 140 anni dalla nascita, una collezione di 110 manoscritti ora accessibili a tutti «Il riarmo tedesco è pericoloso, ma l'Europa inizia finalmente a prenderlo sul serio» All'amico Michele Besso: «Non andrai all'inferno, anche se ti sei fatto battezzare»

di Francesca Paci

«Leggo con preoccupazione di un significativo movimento in Svizzera aizzato dai banditi tedeschi. Ma credo che anche in Germania le cose stiano lentamente cambiando. Speriamo solo che nel mentre non ci sia una guerra in Europa. Il riarmo tedesco in sé è certamente molto pericoloso, ma il resto dell'Europa inizia finalmente a prenderlo sul serio, specialmente gli inglesi». Scriveva così, due anni dopo l'ascesa al potere di Hitler, il Premio Nobel per la fisica Albert Einstein al figlio 26enne Hans Albert, all'epoca residente a Zurigo. La lettera, finora inedita, fa parte di una collezione di 110 manoscritti diffusi ieri, quasi tutti per la prima volta, dall'Einstein Archive della Hebrew University di Gerusalemme per celebrare il 140o anniversario della nascita del genitore della relatività.
   Tra le chicche ora consultabili, che integrano uno schedario da 100 mila voci, l'epistola al figlio datata 11 gennaio 1935 più altre due all'amico Michele Besso, rimasto in Germania, e due cartoline.
   «Conoscevamo l'esistenza di questi documenti originali ma non sapevamo dove fossero, finché lo scorso anno siamo stati contattati da un collezionista americano che ci ha messo così in condizione di digitalizzare il materiale e renderlo disponibile a tutti gratuitamente» spiega il direttore dell'archivio Roni Grosz. Quel che raccontano le parole antiche al mondo contemporaneo è come l'ottimismo quasi naif di Einstein prevalga sulla paura del presente nelle considerazioni private al figlio e quanto invece precoce sia sul piano scientifico, quando nel 1916, con quasi mezzo secolo di anticipo, scrive a Besso della capacità «luminosa» degli atomi, anticipando di fatto i fondamenti della tecnologia al laser.
   «Possiamo dire che Einstein prevedesse assai meglio la scienza che la politica» scherza Grosz. A ben scartabellare, tra le pagine e pagine di calcoli presentate nel 1930 alla Royal Prussian Academy of Science e il cui valore matematico non è stato ancora ben definito, si trovano le tracce di un sodalizio, quello con Besso, l'ingegnere che Einstein definiva la sua «migliore cassa di risonanza in Europa», fatto di spirito, scambio intellettuale, consapevolezza sociale di un genio che comunque, nel 1933, con l'acuirsi dell'antisemitismo, si era trasferito negli Stati Uniti.
   «Sicuramente non andrai all'inferno, anche se sei stato battezzato» si legge tra le righe indirizzate all'amico che nel frattempo si era convertito al cristianesimo. «In quanto goy (non ebreo, ndr) non sei obbligato a studiare la lingua dei nostri antenati, mentre io, in quanto "santo ebreo", dovrei essere imbarazzato dal fatto che non ne so quasi nulla. Eppure preferisco sentirmi in imbarazzo piuttosto che studiarla». Scherza, ma in quegli anni, dall'esilio americano, sa bene che con il nazismo trionfante i premi Nobel Philipp von Lenard e Johannes Stark conducono una campagna senza esclusione di colpi per screditare i suoi lavori, marchiandoli come «fisica ebraica» e dunque nemica di quella «tedesca» o «ariana».
   Le teorie di Einstein restano tra i capisaldi della fisica contemporanea, ma le lettere e gli scritti del grande fisico, tra cui alcuni degli Anni 40 sui principi base della bomba atomica e dei reattori nucleari, rivelano una semplicità quasi disarmante, come quando, il 12 dicembre 1951, confessa a Besso che per quanto ci abbia lavorato non è ancora venuto a capo della natura quantistica della luce: «Cinquant'anni di studio non mi hanno rivelato cosa siano davvero le particelle di luce. Oggi ogni sempliciotto pensa di conoscere la risposta, ma si sta prendendo in giro». Besso sarebbe morto 4 anni dopo, un mese prima di Einstein che al suo funerale avrebbe recitato queste parole: «Ora se n'è andato da questo strano mondo un po' prima di me. Ma non significa nulla. Le persone come noi, che credono nella fisica, sanno che la distinzione tra passato, presente e futuro è solo un'illusione ostinatamente persistente». Lapidario.
   «Ci sono due elementi in questo materiale», osserva Hanoch Gutfreund, ex preside della Hebrew University. «Sul piano scientifico parliamo di oltre 100 fogli scritti in linguaggio soprattutto matematico, relativi a quella seconda metà degli Anni 40 in cui Einstein è concentrato sulla definizione di una teoria sistemica che comprenda tutto. Sul piano personale c'è l'uomo, l'amicizia, l'identità ebraica». I tasselli di un grande puzzle.

(La Stampa, 7 marzo 2019)


La bellezza della santità

di Jonathan Sacks, rabbino

 
Vogelkopf-Haggadah, Baviera, 1300 circa, Museo d'Israele
In Ki Tissa e a Vayakhel incontriamo la figura di Betzalel, un personaggio raro nella Bibbia ebraica - l'artista, l'artigiano, il plasmatore della bellezza al servizio di Dio, l'uomo che, insieme a Oholiab, ha realizzato gli articoli associati al Tabernacolo. L'ebraismo - in netto contrasto con l'antica Grecia - non ha a cuore le arti visive. Il motivo è chiaro. Il divieto biblico contro le immagini scolpite le associa all'idolatria. Storicamente, immagini, feticci, icone e statue erano collegati nel mondo antico con pratiche religiose pagane. L'idea che si potesse adorare "l'opera delle mani degli uomini" era un anatema contro la fede biblica.
   Più in generale, l'ebraismo è una cultura dell'orecchio, non dell'occhio. Come religione del Dio invisibile, attribuisce santità alle parole udite, piuttosto che agli oggetti visti. Quindi c'è un atteggiamento generalmente negativo all'interno del giudaismo nei confronti dell'arte rappresentativa. Ci sono alcuni famosi manoscritti illustrati ( come la Vogelkopf-Haggada, Baviera, 1300 circa) in cui le figure umane sono raffigurate con teste di uccello per evitare di rappresentare la forma umana completa. L'arte non è proibita in quanto tale; c'è una differenza tra la rappresentazione tridimensionale e quella bidimensionale. Come il rabbino Meir di Rothenburg (1215-1293 ca.) ha chiarito in un responso: "Non c'è violazione [nei libri illustrati] del divieto biblico ... [Le illustrazioni] sono solo macchie di colore piatte e prive di sufficiente materialità [per costituire un'immagine scolpita]". In realtà molte sinagoghe antiche in Israele avevano mosaici piuttosto elaborati. In generale, tuttavia, l'arte era meno enfatizzata nel giudaismo che nelle culture cristiane in cui l'influenza ellenistica era forte.
   I riferimenti positivi all'arte nella letteratura rabbinica sono rari. La più forte affermazione positiva sull'arte di cui sono a conoscenza è stata fatta dal rabbino Abraham ha-Cohen Kook, il primo rabbino capo ashkenazita di Israele (prestatale), che descrive il suo soggiorno a Londra durante la Prima Guerra Mondiale: "Quando vivevo a Londra, visitavo la National Gallery, e i quadri che amavo di più erano quelli di Rembrandt. Secondo me Rembrandt era un santo. Quando ho visto per la prima volta i dipinti di Rembrandt, mi hanno ricordato l'affermazione rabbinica sulla creazione della luce. Quando Dio creò la luce [il primo giorno], era così forte e luminosa che era possibile vedere da un capo all'altro del mondo. E Dio temeva che i malvagi ne facessero uso. Che cosa ha fatto? Lo ha nascosto per i giusti nel mondo a venire. Ma di tanto in tanto ci sono grandi uomini che Dio benedice con la visione di quella luce nascosta. Credo che Rembrandt fosse uno di loro, e la luce nei suoi quadri è quella luce che Dio ha creato nel giorno della Genesi".
   Rembrandt è noto per aver avuto un affetto speciale per gli ebrei. Li ha visitati nella sua città natale di Amsterdam, e li ha dipinti, così come molte scene della Bibbia ebraica. Sospetto che quello che il rabbino Kook ha visto nei suoi dipinti, però, sia stata la capacità di Rembrandt di trasmettere la bellezza della gente comune. Non fa alcun tentativo (soprattutto nei suoi autoritratti) di abbellire o idealizzare i suoi soggetti. La luce che risplende da loro è, semplicemente, la loro umanità.
   Fu Samson Raphael Hirsch a distinguere l'antica Grecia dall'antico Israele in termini di contrasto tra estetica ed etica. Nel suo commento al versetto "Che Dio allarghi Japheth e lo lasci abitare nelle tende di Shem" (Genesi 9:27), egli osserva: "Lo stelo di Japheth ha raggiunto la sua massima fioritura nei Greci; quello di Shem negli Ebrei, Israele, che portava e portava il nome (Shem) di Dio attraverso il mondo delle nazioni ... Japheth ha nobilitato il mondo esteticamente. Shem l'ha illuminato spiritualmente e moralmente".
   Eppure, come si vede dal caso di Betzalel, l'ebraismo non è indifferente all'estetica. Il concetto di hiddur mitzvah, "abbellire il comandamento", significa, per i saggi, che dovremmo sforzarci di eseguire i precetti nel modo esteticamente più piacevole. Le vesti sacerdotali dovevano essere "per l'onore e l'ornamento" (Esodo 28:2). Gli stessi termini attribuiti a Betzalel - saggezza, comprensione e conoscenza - sono attribuiti dal libro dei Proverbi a Dio stesso come creatore dell'universo.
   La chiave di Betzalel sta nel suo nome. Significa "All'ombra di Dio". Il dono di Betzalel risiedeva nella sua capacità di comunicare, attraverso la sua opera, che l'arte è l'ombra gettata da Dio. L'arte religiosa non è mai "arte per l'arte". A differenza dell'arte secolare, essa indica qualcosa al di là di se stessa. Lo stesso Tabernacolo era una sorta di microcosmo dell'universo, con una particolarità preponderante: che in esso si sentiva la presenza di qualcosa oltre - ciò che la Torah chiama "la gloria di Dio" che "riempì il Tabernacolo" (Esodo 40:35).
   I greci, e molti nel mondo occidentale che hanno ereditato la loro tradizione, credevano nella santità della bellezza [...]. Gli ebrei credevano nel contrario: hadrat kodesh, la bellezza della santità: "Date al Signore la gloria dovuta al suo nome; adorate il Signore nella bellezza della santità" (Salmi 29:2). L'arte nell'ebraismo ha sempre uno scopo spirituale: renderci consapevoli dell'universo come opera d'arte, testimoniandoci l'Artista supremo, Dio stesso.

(Pagine Ebraiche, marzo 2019)


Israel Innovation Tour: così Intesa punta a innovare il made in Italy

Al via Israel Innovation Tour, iniziativa dedicata a 11 aziende 'made in Italy' che puntano a internazionalizzazione e innovazione. Il progetto, nato da un'idea di Intesa Sanpaolo Innovation Center, si svolge in collaborazione con la Camera di Commercio e Industria Israel-Italia.

Attraverso il proprio Innovation Center, Intesa Sanpaolo ha avviato diverse attività in Israele: numerose collaborazioni con le principali istituzioni italiane presenti nel Paese, tra cui il recente bando di agevolazione della mobilità in Israele delle giovani startup italiane promosso in collaborazione con l'Ambasciata Italiana, e tante partnership in essere, come quelle con la piattaforma OurCrowd e con l'acceleratore di startup The Floor.
  "Nell'ottica di promuovere l'innovazione", ha dichiarato Mario Costantini, Direttore generale di Intesa Sanpaolo Innovation Center, "riteniamo strategico facilitare la rete di scambi tra le imprese tecnologiche italiane e gli ecosistemi di innovazione più sviluppati nel mondo. Siamo convinti che attraverso la condivisione di asset e competenze si possano creare opportunità di business e di sviluppo che favoriscano le strategie di Open Innovation dei nostri clienti, specialmente in un mercato a forte vocazione tecnologica come quello israeliano. I clienti del Gruppo Intesa Sanpaolo possono infatti contare su una proposta di accesso agli ecosistemi di innovazione supportato anche da un'offerta specializzata sulla ricerca di soluzioni innovative, l'internazionalizzazione sugli investimenti in innovazione".

 Israel Innovation Tour: le aziende italiane in Israele
  Una missione di internazionalizzazione e innovazione riservata alle imprese italiane interessate a esplorare il mercato tecnologico israeliano. È in corso in questi giorni tra Tel Aviv e Gerusalemme l'Israel Innovation Tour, progetto a supporto delle imprese clienti della Divisione Banca dei Territori del Gruppo Intesa Sanpaolo che hanno l'esigenza di ricercare e sviluppare nuove soluzioni innovative. L'iniziativa nasce da un'idea di Intesa Sanpaolo Innovation Center in collaborazione con la Camera di Commercio e Industria Israel-Italia. Obiettivo dell'iniziativa è creare nuove sinergie tra le realtà tecnologiche presenti in Israele attraverso diverse forme di partnership sia finanziarie che tecnologiche.
  Nelle classifiche internazionali Israele è al primo posto per startup pro-capite e per la creazione di brevetti con una percentuale sul Pil investito in ricerca e sviluppo pari al 4,1%. Il Paese è anche rinomato per la forte capacità di attrarre capitali stranieri (circa il 47% contro una media europea del 9%): nel solo 2018 le startup israeliane hanno raccolto circa 6,1 miliardi di dollari.
  Per la delegazione italiana, composta da 11 aziende attive in diversi settori, sono previste diverse iniziative tra cui una serie di incontri per potenziali partnership e la partecipazione all'Our Crowd Global Investor Summit 2019, l'evento internazionale organizzato dall'omonima piattaforma di equity crowdfunnding che dal suo lancio ha raccolto oltre 900 milioni di dollari a fronte di 170 investimenti in startup e 26 exit. Al summit è prevista la presenza di oltre 1.000 investitori internazionali, 550 multinazionali, in rappresentanza di oltre 120 Paesi e 460 venture capitalist.
  Durante il summit, all'interno dell'Italian Pavilion sponsorizzato da Intesa Sanpaolo Innovation Center, le aziende effettueranno sessioni di presentazione del proprio business e incontreranno potenziali partner e investitori internazionali.

(Affaritaliani.it, 7 marzo 2019)


Dal calcio alla Shoah, la storia di Weisz diventa un cartoon

di Filippo Massara

NOVARA - Libri, documentari e canzoni. Presto anche un cartone animato. La storia di Arpad Weisz (1896-1944) sarà disegnata dai ragazzi del liceo artistico «Scuola del libro» di Urbino. La sfida creativa attraversa l'Italia con la regia dell'Ufficio scolastico territoriale di Novara, una delle città dove Weisz insegnò calcio e lasciò il segno.
  L'allenatore ungherese, di origine ebraica, guidò la squadra azzurra nel '34. Quattro anni prima aveva già vinto il suo primo scudetto con l'Inter, allora chiamata Ambrosiana, poi ne avrebbe conquistati altri due a Bologna. Il maestro allenò anche l'Alessandria, ma da vice, e il Bari. Dal '38 al '40 l'ultima panchina con il Dordrecht in Olanda, dove Weisz si rifugiò con il resto della famiglia per l'introduzione delle leggi razziali. Quando poi i tedeschi occuparono quella zona, l'uomo venne arrestato assieme alla moglie e ai due figli. Loro tre furono subito uccisi nelle camere a gas ad Auschwitz, mentre Weisz inviato nei campi di lavoro dell'Alta Slesia. Quindici mesi dopo però anche l'allenatore venne rispedito ad Auschwitz e morì a sua volta in una camera a gas.

 Le iniziative
  Dopo quasi 60 anni di oblio, negli ultimi tempi si sono moltiplicate le iniziative in sua memoria: dal libro di Matteo Marani Dallo scudetto ad Auschwitz al racconto per Sky di Federico Buffa, quindi le targhe e le intitolazioni negli stadi italiani a cui Weisz era legato, le cerimonie e anche un brano composto dal rapper novarese Andrea Licata, in arte Red Riot. Mancava un cartoon. «È un linguaggio universale, proprio come il messaggio di Weisz - osserva Gabriella Colla, dell'Ufficio scolastico di Novara -. Gli studenti lo racconteranno come uomo e sportivo. È stato un innovatore nel calcio anche nell'attenzione al benessere dell'atleta. Ci siamo rivolti all'istituto di Urbino perché loro hanno un indirizzo dedicato al disegno animato. Il progetto rientra nelle attività di alternanza scuola-lavoro». La colonna sonora verrà invece composta al liceo artistico coreutico Casorati di Novara dal docente di musica Giuseppe Canone.
  La voce narrante sarà quella di Maria Grazia Aschei: è la studentessa di Robbio (Pavia), iscritta al Casorati, che ha appena partecipato al programma tv «Sanremo Young» e si è esibita nella sinagoga di Cracovia durante il viaggio della memoria. «Il lavoro sarà presentato in anteprima nel corso della prossima edizione del Salone del libro di Torino - spiega Colla -. Verrà diffuso nelle scuole, dalla primaria alle superiori, anche grazie al ministero dell'Istruzione. Sul sito Internet del Miur c'è infatti una sezione dedicata alla Shoah dove potrà essere caricato il cartoon per proiettarlo nelle aule».

(La Stampa, 7 marzo 2019)


Golda Meir, la donna miglior uomo di governo

di Sergio De Benedetti

 
Il 7 marzo 1969 l'ex ministro degli Esteri di Israele, Golda "Mabovìtch" Meir veniva designata dal partito di maggioranza "Mapaì" a succedere al primo ministro Levi Eshkol, deceduto il precedente 26 febbraio. Nata a Kiev, Ucraina, il 3 maggio 1898, Golda era figlia di un falegname che emigrò negli Stati Uniti nel 1906 e trovò subito lavoro a Milwaukee, Wisconsin. Trasferita tutta la famiglia a Denver, Colorado, Golda incontrò un pittore, Morris Meyersen, che sposerà nel 1916 e con il quale si trasferirà nel 1921 in Palestina. I due vivranno in un kibbutz fino al 1924 quando nascerà il loro primo figlio, Menachem, in parallelo purtroppo con la malattia di Morris (morto nel 1950) che imporrà il trasferimento a Gerusalemme. Due anni dopo sarà la volta della nascita di Sarah. Intanto, Golda si è avvicinata al mondo del lavoro e nel 1928 diviene segretario generale del "Women Working Council" mentre nel 1930 è tra i fondatori del Partito Mapai, in seguito denominato Partito Laburista Israeliano.
  Capo del Dipartimento Politico per la Palestina nel 1946, il 14 maggio 1948 è tra i 24 firmatari della dichiarazione di indipendenza dello Stato d'Israele. Nominata ambasciatore in Unione Sovietica, quando il primo ministro designato, David Ben Gurion, forma il suo primo Governo, chiama Golda affinché diventi vice. Ma Golda non accetta e da Mosca fa sapere che tornerebbe a Tel Aviv soltanto in qualità di ministro del Lavoro, sollevando polemiche a non finire. Ben Gurion, infuriato con lei, le affida l'incarico per sfida ma Golda terrà il dicastero con merito fino al 1956 quando sarà chiamata a dirigere la politica estera di Israele, proprio nel frangente della crisi del Canale di Suez tra l'Egitto di Nasser e i governi di Francia e Gran Bretagna, risolta con l'intervento dell'ONU.

 Il linfoma
  Nel 1963 le viene diagnosticato un linfoma e tre anni dopo è costretta a dimettersi. Torna in scena alla fine del 1968, giusto in tempo per essere candidata a ricoprire la carica di primo ministro. I fatti più salienti di questa gestione riguarderanno l'attacco durante i Giochi Olimpici di Monaco di Baviera del 1972 dove gli otto atleti israeliani massacrati saranno vendicati dagli agenti del Mossad con l'uccisione di tutti i palestinesi coinvolti, i rapporti sempre più stretti con gli Stati Uniti al tempo del presidente Richard Nixon e l'improvvisa guerra di "Yom Kippur" provocata nell'ottobre 1973 da Egitto e Siria. Il conflitto volgerà nel giro di pochi giorni in favore di Israele ma sulla Meir si scateneranno le polemiche per essersi comunque lasciata sorprendere.
  Golda, già malata, si dimette in favore di Itzak Rabin e si ritira definitivamente dalla politica. Morirà a Gerusalemme l'8 dicembre 1978. Famose le baruffe tra lei e Ben Gurion che, pur stimandosi, avevano caratteri opposti. Ne citiamo due per far comprendere meglio l'odio/amore tra loro. Quando era ministro del Lavoro, le disse «Sei il miglior uomo del mio governo» e lei rispose «allora, a uomini sei messo male, stupido polacco» e mentre era ministro degli Esteri, egli se ne uscì urlandole «sei una vecchia p .... na corrotta» e lei replicò gelida «vecchia senz'altro, p .... na non più di altre, corrotta mai». Meno male che si stimavano.

(Libero, 7 marzo 2019)


Tra attentati e risposte, Israele accerchiato dai nemici continua a vivere

Tre fatti accaduti nelle ultime ore dei quali in occidente non sentirete parlare. La "normalità" della vita di chi vive costantemente sotto minaccia.

Un attentato veicolare avvenuto in Cisgiordania ha provocato il ferimento di due soldati israeliani di cui uno in maniera grave, ripetuti attacchi con palloni incendiari alle comunità del sud che confinano con Gaza tengono in continuo allarme milioni di persone, minacce dalla Siria prontamente neutralizzate dall'artiglieria ricordano che il fronte nord è sempre il più pericoloso.
Una "normale" giornata di vita in Israele che, se appunto non si trattasse di Israele, farebbe la felicità dei titolisti di tutto il mondo, passa invece del tutto inosservata sui media internazionali.
Ma andiamo con calma e ricostruiamo le ultime ore vissute in Israele....

(Rights Reporters, 7 marzo 2019)


L'opposizione di Roma blocca a Bruxelles il gasdotto dei record

L'Ue è pronta a finanziare il progetto destinato a unire i giacimenti di Israele e Cipro con Grecia e Italia ma il nostro governo è contrario.

2000 km
EastMed è fra i più lunghi del mondo: riduce la dipendenza da Mosca e Ankara
5 anni
necessari alla costruzione, ma Di Maio chiede continui rinvii

di Marco Bresolin

 
BRUXELLES - Il pressing di tre Paesi che chiedono il rispetto degli impegni presi. L'Europa che osserva con impazienza gli sviluppi. Il governo che nicchia, prende tempo. Le due anime della maggioranza divise sul da farsi. Le proteste che arrivano dal territorio. Sembra un film già visto, con una trama nota, anche se questa volta il protagonista non si chiama Tav o Tap, ma «EastMed». Un progetto da oltre sei miliardi di euro per costruire un gasdotto lungo più di due mila chilometri, con un tratto sottomarino tra i più estesi al mondo (1300 chilometri). Un canale per portare in Europa 15-20 miliardi di metri cubi di gas naturale l'anno dai giacimenti al largo di Israele e di Cipro, via Grecia, favorendo la diversificazione energetica e riducendo così la dipendenza dalla Russia. Lo sbocco in Italia è previsto ad Otranto, una trentina di chilometri a Sud di Melendugno, il luogo in cui terminerà il contestato gasdotto del Tap.
  Il progetto «EastMed-Poseidon» (Poseidon è il nome del tratto tra Italia e Grecia) è già stato approvato dai precedenti governi italiani: l'ex ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, aveva siglato nel 2017 una dichiarazione congiunta con i colleghi di Grecia, Cipro e Israele. A benedire l'intesa c'era anche il commissario europeo Miguel Arias Cafiete, visto che l'Ue si è impegnata a cofinanziare i lavori. La firma dell'accordo definitivo era prevista entro la fine di marzo, ma ora l'Italia ha fatto sapere di volersi prendere un po' di tempo. Nonostante Matteo Salvini si fosse speso in prima persona per sostenere l'utilità di questo progetto durante la sua visita in Israele nel dicembre scorso: «Credo in questo progetto - aveva detto - e invito le aziende italiane a partecipare. Non c'è alcun impatto di tipo ambientale. Avere maggiori forniture di gas aiuta a ridurre il costo della bolletta per gli italiani».
  Ma il M5S, dopo aver deluso gli attivisti pugliesi con il via libera alla realizzazione del Tap, ora è di nuovo sotto la pressione degli ambientalisti. Una trentina di associazioni hanno sottoscritto una lettera a Conte, Di Maio e al ministro dell'Ambiente Costa chiedendo di bloccare l'opera. Per questo l'esecutivo ha deciso di premere sul tasto «rinvio». Il ministero dell'Ambiente avrebbe ordinato una nuova valutazione di impatto ambientale.
  «Il governo italiano non ci ha fornito motivazioni concrete», racconta - sotto garanzia di anonimato - un diplomatico che lavora per uno degli altri Paesi coinvolti. «La nostra impressione - continua - è che ci siano ragioni elettorali dietro questo stop e non un ripensamento sul merito. Ma non sappiamo ancora se dopo le elezioni qualcosa si sbloccherà». Il via ai lavori era previsto già per quest'anno, con l'obiettivo di concludersi nel giro di 5 anni.

 La fretta dei partner
  Per Cipro e Grecia l'opera ha un'importanza strategica non soltanto dal punto di vista economico: andrebbe a sigillare una partnership regionale molto più vasta con Israele. I governi dei tre Paesi hanno fretta perché vogliono presentarsi alle elezioni (per Israele quelle parlamentari) con il progetto avviato. Per questo si è fatta largo anche l'ipotesi di un'intesa preliminare a tre, con l'Italia che si aggiungerebbe in corsa. Ma difficilmente potrebbero partire i lavori senza un accordo con Roma.
  Il progetto è osteggiato dalla Turchia - che vede ridursi la sua influenza regionale e il suo ruolo di hub energetico - e dall'Egitto, che invece punta a un accordo con Nicosia per trasferire sulle sue coste il gas naturale estratto al largo dell'isola. In realtà l'Egitto, con i grandi giacimenti potrebbe in un secondo momento essere associato proprio a EastMed. Nei giorni scorsi Exxon Mobil ha annunciato di aver scoperto un giacimento di gas naturale al largo di Cipro, un bacino che avrebbe una capacità pari a 200 miliardi di metri cubi. Ovviamente anche la Russia, principale fornitore Ue, non vede di buon occhio il nuovo gasdotto. La Commissione Ue ha dichiarato che il gasdotto EastMed è un «progetto di interesse comune». Ha già stanziato circa 100 milioni di euro per gli studi di fattibilità e ora è in attesa della firma per definire il finanziamento. «La decisione - spiega un funzionario Ue - è prevista per l'autunno di quest'anno».
  Lunedì a Bruxelles c'è stata una riunione dei 28 ministri dell'Energia e per l'Italia era presente il sottosegretario Andrea Cioffi. Contattato per avere chiarimenti sulla posizione italiana, lo staff dell'esponente MSS ha invitato a rivolgersi direttamente ai piani più alti del ministero dello Sviluppo Economico. Ma, nonostante le ripetute richieste, non è arrivata alcuna spiegazione ufficiale.
  Del caso ne hanno parlato, a fine gennaio, anche il premier Conte e il presidente cipriota Anastasiadis a margine del summit Med7 a Nicosia, ma anche Netanyahu e il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, durante la sua recente visita in Israele. Ma al momento l'intesa è bloccata.

(La Stampa, 6 marzo 2019)


Le omelie anti Hitler e il silenzio di Pio XII

di Gian Antonio Stella

«Le tre prediche del vescovo von Galen procurano anche a noi, sulla via del dolore che percorriamo insieme con i cattolici tedeschi, un conforto e una soddisfazione, che da molto tempo non provavamo. Il vescovo ha scelto bene il momento per farsi avanti con tanto coraggio». Così scriveva Pio XII il 30 settembre 1941 al vescovo di Berlino, Konrad von Preysing, per lodare le furenti omelie del presule di Münster contro la decimazione nazista dei disabili che passerà alla storia come l' «Aktion T4». La decisione di papa Francesco di aprire agli storici gli archivi segreti di Eugenio Pacelli riuscirà a fare luce sulle scelte controverse di quel pontefice che, prima di essere eletto al Soglio di San Pietro era stato Nunzio apostolico in Germania e come Segretario di Stato aveva poi firmato il Reichskonkordat con il regime di Adolf Hitler nel '33? Vedremo. Almeno la lettera a von Preysing, comunque, è nota da anni. Ed è stata ripresa integralmente, ad esempio, nel libro «Un vescovo contro Hitler», dalla vaticanista e scrittrice Stefania Falasca, amica di papa Francesco, il quale deve aver apprezzato in modo particolare, lui che batte e ribatte contro la «cultura dello scarto», certi passaggi della predica più dura e sferzante di quello che passerà alla storia come «II Leone di Münster». «Hai tu, ho io il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri?», tuonò allora il grande Clemens von Galen, che dopo esser stato obbligato dal Concordato a giurare fedeltà al regime aveva cominciato a remare contro un poco su tutto, «Se si ammette il principio ora applicato, che l'uomo "improduttivo" possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti! Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi, i quali nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze, le loro ossa sane, le hanno sacrificate e perdute!». Fu una bomba, quella predica, tra i cattolici tedeschi. Al punto di costringere Hitler a fermare (formalmente) le decimazioni dell'Aktion T4. «E stato l'attacco frontale più forte sferrato contro il nazismo», sibilò Martin Bormann chiedendo furente l'impiccagione del vescovo ribelle. Ma era troppo amato, von Galen. Troppo popolare. Nessuno osò toccarlo. Tanti anni dopo c'è chi si chiede ancora, angosciato: perché non parlò, il Papa?

(Corriere della Sera, 6 marzo 2019)


Sfilata antisemita in Belgio

Presi di mira gli ebrei ortodossi. Il rabbino capo: come nei giorni più bui

 
 
Carnevale di Aalst, 2019
Un carro carnevalesco sfilato domenica nelle strade di Aalst, cittadina belga a pochi chilometri da Bruxelles, ha fatto fremere la comunità ebraica locale, sollevato commenti preoccupati ed indignati in Israele e suscitato una secca condanna da parte della Commissione europea. Il Carnevale di Aalst è rinomato da secoli ed è indicato a modello anche dall'Unesco.
Ma quest'anno la sua vena ironica ha provocato un'ondata di sbigottimento e collera quando su uno dei carri allegorici si sono viste grandi rappresentazioni in cartapesta di due ebrei ortodossi - col tipico cappello di pelliccia, nasi adunchi e folta barba - circondati da sacchi di monete e lingotti d'oro. Accanto a uno di essi c'era anche un ratto di grandi dimensioni.
In un carro vicino - secondo immagini della tv israeliana - si vedevano attori danzare con palandrane caratteristiche degli ebrei ortodossi. Il Brussels Times aggiunge che a breve distanza dai carri si sono viste altre persone che indossavano cappucci bianchi appuntiti simili a quelli del Ku Klux Klan. Con loro, secondo il giornale, si trovava un senatore nazionalista.
«Quelle immagini - ha detto il rabbino capo degli ebrei belgi Avraham Ghighi - ci hanno ricordato i giorni più bui della storia europea. L'aspetto peggiore è che proprio l'Unesco abbia finanziato la promozione di idee antisemite e razziste». In Israele la tv pubblica ha paragonato il carro alle caricature antisemite della rivista nazista Der Sturmer.

(Nazione-Carlino-Giorno, 6 marzo 2019)


La Polonia e le atrocità contro gli ebrei

Ho letto con rammarico l'articolo di Fiamma Nirenstein «Il vertice non si fa più. Israele e Polonia litigano sull'Olocausto» pubblicato sul Giornale il 19 febbraio scorso. Mi ha colpito la frase: «l'enorme coda di paglia della Polonia per il genocidio degli ebrei di cui è stata senza dubbio volenterosa testimone e anche complice». Parole profondamente ingiuste verso la storia e verso la verità. Un conto è la responsabilità degli Stati, un conto quella dei singoli. Dal primo punto di vista, la Shoah è di piena responsabilità materiale e morale del Terzo Reich, senza eccezioni e senza distinguo, e la Polonia non può minimamente essere assimilata alla Germania nazista. Il governo polacco in esilio a Londra fu l'unico tra gli Alleati a creare il Consiglio di Aiuto agli Ebrei (Zegota). Furono gli ufficiali polacchi Witold Pilecki e Jan Karski a informare il mondo libero sulle atrocità di Auschwitz e dei lager, e a chiedere di far cessare lo sterminio. Nell'esercito del generale Wladyslaw Anders, che ha contribuito alla liberazione dell'Italia, militavano soldati ebrei. Le stelle di David al cimitero di Montecassino (e anche a quello di Loreto) lo testimoniano. Sarebbe così se lo Stato polacco fosse stato complice di nazisti? Quanto ai singoli è indubbio (e mai negato) che ci furono spregevoli profittatori, delatori, complici, come peraltro in tutta Europa. Ma furono un'esigua minoranza, spesso manipolata dai nazisti, e non di rado i militanti dell'Armia Krajowa, l'esercito clandestino della Polonia occupata, processavano e condannavano (a volte giustiziavano) chi collaborava con i nazisti. Solo in Polonia, in tutt'Europa, era prevista la pena di morte per chi aiutava gli ebrei, eppure i «Giusti tra le nazioni» polacchi sono un quarto dei 27mila di tutto il mondo. Sei milioni di polacchi hanno pagato con la vita la barbarie dei nazisti. Accomunarci a loro è ingiusto e falso, prima ancora che offensivo.

Szymon Wojtasik
chargé d'affaires a.i.
Ambasciata di Polonia
Roma


Gentilissimo, mio padre Alberto-Aron era polacco ed era anche un importante storico della Shoah, la nostra famiglia di Baranov è stata per la gran parte sterminata; abbiamo dedicato molto pensiero all'argomento, pur con affetto e nostalgia per la Polonia. Ho anche sempre ritenuto importante l'amicizia fra Israele e Polonia. La sua lettera ha un incomprensibile atteggiamento categorico: mi sembra che non abbia letto bene il mio pezzo. I polacchi hanno combattuto i nazisti con grande coraggio e con una perdita umana gigantesca, forse 2 milioni e mezzo di persone. Nessuno li assimila all'occupante nazista, tanto meno attribuisco la realizzazione dei campi di sterminio ai polacchi: i campi erano nazisti, proprio come dice la vostra legge che punisce chi afferma il contrario. Non ho mai pensato il contrario. Mi sembra però assurdo dimenticare le responsabilità dei polacchi verso gli ebrei; non dello Stato, né di tutti i polacchi. Ma quando dico «volenterosi testimoni», chi può dimenticare nel film di Lanzmann, Shoah, la scena dei polacchi che fanno agli ebrei rinchiusi nei vagoni il segno del taglio della gola? Gli ebrei polacchi, 3 milioni, sono stati deportati e uccisi per il 90 per cento, anche se, sia onore al merito di quegli eroi, i tedeschi uccisero 50mila polacchi per aver nascosto degli ebrei. Sono, appunto, eroi, mentre parecchi polacchi, per quanto anti-nazisti, collaborarono o assistettero con indifferenza allo sterminio sulla loro terra. La bibliografia è infinita. Accadde anche in altri Paesi europei? Sì, certo! Ma non conosco episodi come quelli dei pogrom gestiti in proprio dai polacchi, come quello di Ieduiabne nel 1941 e quello compiuto addirittura sui sopravvissuti a Kielce il 4 luglio del 1946. Quando mio padre tornò a Baranov dopo la guerra andò a rivedere la sua casa, la bottega del suo babbo, il mio nonno Jossef, deportato con la moglie, il figlio Moshe e quattro bambine a Sobibor: la casa era occupata. Il babbo fu approcciato da una compagnia di uomini che lo invitarono ad andarsene prima che calasse la sera, pena la morte. Questo non ha tuttavia spogliato mio padre del suo amore per la Polonia, i suoi boschi, le sue canzoni, le prime che mi sono sentita cantare. Con questo spirito di conciliazione, prego i signori dell'ambasciata polacca di accettare le responsabilità storiche, non di collaborazionismo, ma di antisemitismo da emendare.
Fiamma Nirenstein

(il Giornale, 6 marzo 2019)


L'alleanza Blu e Bianca, una lista anti-Bibi

di Daniel Reichel

 
I candidati di Kahol Lavan visitano Quneitra sulle alture del Golan
Blu e bianco, la bandiera d'Israele. "Perché per noi Israele è prima a tutto". Il messaggio di Benny Gantz e Yair Lapid all'elettorato israeliano è chiaro: la loro è un'alleanza patriottica sin dal nome del loro partito che richiama i colori della bandiera con la Stella di David. Ma soprattutto la loro è un'alleanza per sconfiggere l'attuale Premier Benjamin Netanyahu. Come sottolineano i commentatori israeliani, la compagine di Kahol Lavan ("Blu Bianco", il nome della nuova lista in ebraico) ha praticamente come unico vero collante quello di metter fine al dominio incontrastato di Netanyahu nella politica israeliana. Fino al 9 aprile sarà un collante sufficiente a tenere insieme tre ex capi dell'esercito - Gantz, Gabi Ashkenazi e Moshe Yaalon - e un ex giornalista televisivo - Yair Lapid -, dopo quella data, quando si sapranno i risultati delle urne, si vedrà. Per il momento i sondaggi danno avanti Kahol Lavan rispetto al Likud: 36 seggi contro 30, seggio più seggio meno. E per la prima volta qualcuno - Gantz - ha potuto pronunciare la frase, "siamo il più grande partito d'Israele", senza suonare ridicolo. Per la prima volta Netanyahu ha un vero avversario davanti a sé e dovrà impegnarsi per convincere l'elettorato di essere ancora la persona giusta per guidare il paese. L'elettorato è diviso, sottolinea Nahum Barnea, "tra chi vuole che Netanyahu continui a governare e chi pensa che per lui sia ora di andare, lui e le sue norme, lui e la sua famiglia, lui e i suoi politici veterani. Quest'ultimo elemento è ciò che collega gli elettori di Gantz, Lapid, Yaalon e Ashkenazi. Netanyahu è il grande fattore unificante in queste elezioni: non c'è nessun altro che lui". Secondo Gantz, "qualcosa è andato storto nell'ultimo decennio, perché Israele ha perso la sua strada". "Questo è un governo di divide et impera che distrugge le persone" e per questo lui e Lapid hanno messo "da parte i nostri ego a favore di un'agenda condivisa. Nessuno di noi due è al di sopra del popolo e dello Stato. Il 9 aprile vinceremo le elezioni". "La mia più grande argomentazione contro Netanyahu negli ultimi due anni è stata di aver messo se stesso davanti al paese, - ha dichiarato Lapid - E improvvisamente mi sono detto: 'Non stai facendo la stessa cosa?" Lapid, leader di Yesh Atid, entrato in politica con la speranza di diventare Primo ministro, ha spiegato di aver deciso di unirsi a Gantz una volta saputo dell'accordo tra due partiti di estrema destra, HaBayt HaYehudi e Otzma Yehudit. In quest'ultimo figurano dei discepoli del rabbino Meir Kahane, fondatore del partito Kach, messo al bando in Israele e in seguito considerato un organizzazione terroristica.
   "Ci siamo seduti e abbiamo discusso all'infinito, e improvvisamente è arrivata la notizia che i kahanisti stavano entrando nella Knesset e che Netanyahu ha promesso a Smotrich di essere il prossimo ministro dell'istruzione dei nostri figli" ha detto Lapid, riferendosi al capo di HaBayt HaYehudi Bezalel Smotrich. "Improvvisamente, tutto il resto ha perso importanza. Improvvisamente ho detto: dobbiamo evitare che questo accada", le parole del leader di Yesh Atid, ben conscio che questa potrebbe essere la sua più grande chance per diventare finalmente Premier. Secondo un accordo interno a Kachol Lavan, dovrebbe esserci una rotazione alla guida del paese in caso di vittoria: per i primi due anni e mezzo il Premier sarà Gantz mentre Lapid dovrebbe diventarlo nella successiva metà del mandato, con Ya'alon ministro della Difesa.
   "Per la prima volta dal 2009, abbiamo una sfida competitiva per la Premiership e questo è il risultato dell'emergere di questa nuova forza centrista" scrive Yohananan Plesner, ex parlamentare e presidente del think tank Israel Democracy Institute. "Ci sono ora, come risultato di questa unione, due, direi, legittimi grandi partiti" il pensiero di Plesner. "Penso che Netanyahu abbia ancora più probabilità di vincere e di emergere come Primo ministro alla fine di questa campagna elettorale, ma è una gara competitiva" spiega l'analista. Ma è difficile parlare di bipartitismo quando in realtà Kahol Lavan non ha un'ideologia politica unica. "Comprende persone di chiara destra come Moshe Ya'alon, che ha portato con sé Zvi Hauser, ex segretario del governo di Netanyahu, e Yoaz Hendel, ex consulente mediatico di Netanyahu. - spiega il giornalista Ben Caspit - I due sono stati espulsi dall'ufficio del primo ministro perché hanno riferito al procuratore generale sui dettagli di un episodio di molestie che coinvolgeva Natan Eshel, uno dei favori della signora Sara Netanyahu. Questi tre sostengono la legge sulla Nazione (che fa riferimento alla natura ebraica di Israele), il rafforzamento dell'insediamento israeliano in Cisgiordania, e non sono entusiasti di negoziati diplomatici con i palestinesi. Con loro, Kachol Lavan include parecchi candidati con posizioni centriste o di sinistra che cercano di modificare la legge sulla nazionalità e di sostenere una soluzione a due Stati". Caspit definisce Blu e Bianco "un tipico partito da supermercato, una sorta di grande magazzino che cerca di presentare tutta la merce possibile, dove il cartello luminoso sopra la porta pubblicizza un solo vero e proprio programma: sostituire Netanyahu".

(Pagine Ebraiche, marzo 2019)


I democratici americani hanno un guaio con l'antisemitismo

di Paola Peduzzi

MILANO - Insieme e sorridenti, attivissime, le dame democratiche del Congresso americano riempiono copertine e talk-show, hanno messo da parte le ritrosie iniziali, generazionali soprattutto, e si sono strette nella loro opposizione all'Amministrazione Trump. In questi ultimi giorni, ci sono state evoluzioni importanti al Parlamento, il vento è cambiato ripetono i deputati e i senatori democratici (soprattutto i primi che, dopo le elezioni di metà mandato nel novembre scorso hanno conquistato la maggioranza alla Camera).
  Sul muro che il presidente Donald Trump vuole con tutte le sue forze, i democratici hanno trovato persino il sostegno repubblicano: il Senato voterà contro lo stato di emergenza richiesto dalla Casa Bianca per smobilitare i fondi per costruire il muro al confine tra Stati Uniti e Messico. Alla Camera, la commissione Giustizia ha dato seguito alle informazioni raccolte con la testimonianza di Michael Cohen, ex avvocato di Trump: ha inviato 81 lettere a collaboratori del presidente, compresi i suoi figli e compreso "l'uomo dei soldi" della Trump Organization, Allen Weisselberg. Laddove l'inchiesta sulla Russia resta ancora misteriosa, il filone "follow the money" sta prendendo corpo: decisiva, la scorsa settimana, sono state le domande poste a Cohen da Alexandria Ocasio-Cortez.
  Poi però ci sono le crepe, che negli abbracci non si vedono, ma sono profonde, culturalmente e storicamente profonde. Ieri la leadership del Partito democratico alla Camera, cioè Nancy Pelosi, ha presentato per la votazione un documento di quattro pagine che condanna l'antisemitismo in tutte le sue forme. A costringere i democratici a questo chiarimento pubblico è stata Ilhan Omar, neoeletta deputata del Minnesota (il suo nome non compare esplicitamente nella risoluzione) con i suoi commenti della settimana scorsa e i suoi tweet al riguardo. La Omar, che sorride sulla copertina di Rolling Stone assieme alla Pelosi e alle altre, è già al suo secondo scontro sul tema: il mese scorso aveva detto che Israele ha "ipnotizzato il mondo", creando molte reazioni e tanti imbarazzi, e poi si era scusata.
  Nei giorni scorsi, a un evento in un ristorante di Washington, ha parlato dei difensori di Israele e della "influenza politica in questo paese che sostiene che sia giusto insistere sulla fedeltà a un paese straniero". La Omar ha poi ribadito su Twitter: "Ogni giorno mi dicono che sono anti americana se non sono pro Israele. Credo che questa questione sia problematica e non sono la sola. Ne ho appena parlato e sono finita sotto attacco". Non sembra si voglia scusare, insomma, e così il gruppo democratico ha dovuto affrontare la questione, perché i repubblicani sono molto pressanti e chiedono che la Omar sia rimossa dalla commissione Affari esteri della Camera - anche Donald Trump ha sottolineato il fatto con un tweet - e perché la stessa leadership del Partito democratico è storicamente sostenitrice di Israele.
  La risoluzione sull'antisemitismo circola da lunedì, la gran parte dei democratici è restia a rilasciare commenti, dice di far riferimento al documento che esplicita e condanna "il mito della doppia fedeltà", che è considerato uno degli argomenti più citati nei commenti antisemiti. Ma la crepa che si apre sulla questione ebraica - che è delicata e rilevantissima, soprattutto in questa stagione in cui l'antisemitismo è tornato molto potente: in America c'è stata la strage di ebrei più grave della storia moderna nella sinagoga di Pittsburgh, da parte di un estremista di destra - si allarga ogni volta che si trattano temi relativi alla politica estera. Sul Venezuela e sul sostegno americano all'opposizione a Maduro le contraddizioni interne ai democratici sono state molto visibili. Ed è su questo fronte, al di là degli abbracci e della forza, che l'ondata dei democratici radicali preoccupa di più.

(Il Foglio, 6 marzo 2019)


Leonardo - Accordo con Israele per 16 elicotteri militari

di Gianni Dragoni

Leonardo vende 16 elicotteri militari a Israele per un valore di circa 330 milioni di euro. Sette velivoli già comprati, in più ci sono opzioni di acquisto per altri nove elicotteri, che verranno esercitate entro il prossimo agosto. È il contenuto dell'accordo tra Italia e Israele per la vendita di elicotteri da addestramento.
   L'accordo si inquadra in un'intesa tra i due governi per l'acquisto reciproco di mezzi e tecnologie militari. La firma c'è stata il 14 febbraio scorso, come anticipato dal Sole 24 Ore il 14 febbraio. Ma non c'è stato un annuncio ufficiale, almeno da parte italiana. Circolano però foto della firma, ritraggono il capo della divisione elicotteri di Leonardo, Gian Piero Cutillo, con il segretario generale della Difesa Nicolò Falsaperna e l'omologo israeliano, Udi Adam.
   La cornice è un accordo intergovernativo. La Difesa di Israele compra gli elicotteri italiani, l'Italia compra da Israele tecnologie militari per un valore equivalente, soprattutto simulatori prodotti da Elbit per addestrare piloti di elicottero Nh90 e Aw101. Secondo la stampa israeliana la Difesa italiana potrebbe comprare anche missili anticarro Spike.
   Leonardo fornirà i monomotore Aw119 Koala. Il gruppo di Alessandro Profumo si espande su un nuovo mercato. Gli israeliani usavano elicotteri americani Beli. Leonardo farà anche la manutenzione per 20 anni. Sul sito dell'ufficio israeliano per il commercio in Italia si legge che «il Ministero della Difesa dello Stato di Israele ha annunciato che acquisterà sette elicotteri da addestramento da Leonardo» e che l'intesa riguarda «l'acquisto di sette elicotteri da addestramento Aw119 per un valore di circa 350 milioni di dollari (con l'opzione per altri 9 elicotteri da esercitare entro agosto)».
   La formula ricalca quella applicata nel 2012 quando Alenia vendette 30 addestratori M-346 a Israele per un miliardo di dollari. Il governo italiano comprò da Israele due satelliti e un aereo da ricognizione per lo stesso valore. L'operazione negli elicotteri è partita da un accordo del 2015 tra l'allora a.d. di AgustaWestland Daniele Romiti e l'a.d. di Elbit, Butzi Machils. Cutillo, subentrato a Romiti nell'ottobre 2017, ha finalizzato il contratto.

(Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2019)


"Metà degli ebrei di Grenoble è fuggita". La Francia si svuota per antisemitismo

Bensoussan: "l'80 per cento ha lasciato la Seine-Saint-Denis"

di Giulio Meotti

ROMA - "In dieci anni, l'80 per cento degli ebrei di Seine-Saint-Denis ha lasciato il dipartimento. Qualcuno ha sentito invocazioni a protestare? Invece abbiamo visto i presidenti delle due Assemblee e il Presidente della Repubblica andare al Memoriale della Shoah, a nutrire una memoria gentrificata e sempre più vanitosa".
   E' agghiacciante il numero e durissimo il giudizio su questo fenomeno di sfollamento di massa di una parte della popolazione francese che lo storico Georges Bensoussan consegna in una intervista al settimanale Valeurs Actuelles. L'ottanta per cento degli ebrei sono scappati dal "93", il dipartimento della Seine-Saint-Denis dove vivono un milione e mezzo di persone e che fa parte della piccola corona dell'Ile-de-France. Fino a poco tempo fa, il "93" ospitava oltre un decimo di tutta la popolazione ebraica francese. Ad Aulnay-sous-Bois, il numero di famiglie ebree è sceso da 600 a 100, a Blanc-Mesnil da 300 a 100, a Clichy-sous-Bois da 400 a 80, alla Courneuve da 300 a 80, a Stains da 250 a 50, a Villepinte da 300 a 70, a Neuilly da 275 a 100, a Pantin da 1200 a 700.
   Nei giorni scorsi la vicenda di questo grande dipartimento era finita alle cronache per l'affermazione di Eric Zemmour secondo cui "non ci sono più bambini ebrei nelle scuole pubbliche in Seine-Saint-Denis. I giornalisti della sezione "Factual" di TFl sono andati a controllare e ne hanno trovati "quattro o cinque". Una stima confermata anche da Jean-Michel Blanquer, ministro dell'Istruzione. "I colleghi hanno scoperto che dall'inizio degli anni Duemila, molte famiglie ebree hanno iscritto nelle scuole private il loro bambino", ha detto a Bftmv Christine Guimonet, insegnante di scuola superiore a Pontoise, nella Val-d'Oise.
   In questi anni, la Francia ha fatto notizia per l'alyah verso Israele, la partenza di 60 mila cittadini ebrei verso Tel Aviv. Ma come dimostra l'affermazione di Bensoussan, c'è anche una alyah intérieure, una massiccia emigrazione interna, che fa ancora più impressione. Strasburgo, dove qualche giorno fa c'è stato un attacco alla stele di una sinagoga, ad esempio è la nuova destinazione di tante famiglie ebraiche che lasciano i quartieri popolari della regione parigina, "dalla Val-deMarne alla Val-d'Oise", riferisce Le Parisien. Parlando con la radio Bleu Isère nel weekend, il rabbino Nissim Sultan di Grenoble ha rivelato che la metà dei membri della comunità ebraica nella sua città di 150 mila abitanti, nella Francia orientale, se ne è andata a causa dell'antisemitismo. "È un fenomeno inquietante iniziato quindici anni fa", ha detto Sultan. "Le persone che costituiscono il nucleo della nostra comunità se ne sono andate, comprese le giovani famiglie con bambini. Partono per Israele, per altrove in Francia, per gli Stati Uniti e il Canada. Temiamo per i nostri bambini a scuola, per strada. Quindi, da genitori responsabili, prendiamo delle misure". Hakim El Karoui, che lavora all'Institut Montaigne e consigliere del governo, è "preoccupato della fuga degli ebrei da dipartimenti come Seine-Saint Denis. La situazione si sta deteriorando. La comunità musulmana dovrebbe gridare forte che è inaccettabile, c'è invece molta omertà''
   Il mese scorso, le autorità francesi hanno chiuso proprio la moschea al Kawthar di Grenoble a causa dell'incitamento all'odio anche contro gli ebrei da parte degli imam. La moschea era frequentata ogni giorno da 400 fedeli. "La Francia è una bomba di islamismo e correttezza politica" ha detto lo scrittore algerino Boualem Sansal al Figaro del weekend. "In alcuni distretti, la Francia è un'aspirante repubblica islamica". E come in medio oriente, questa porta con sé il Judenrein. La cacciata degli ebrei.

(Il Foglio, 5 marzo 2019)



Gli Stati Uniti schierano batteria antimissile Thaad in Israele

Per la prima volta una batteria Thaad è stata schierata in Israele. I lanciatori saranno trasferiti in un sito segreto nel sud del Paese.

di Franco IacchMar

 
Gli Stati Uniti hanno schierato per la prima volta in Israele un sistema di Difesa d'area terminale ad alta quota o Thaad.
Lo schieramento è temporaneo e, secondo quanto sottolineato dal Comando Europeo degli Stati Uniti, non è correlato agli attuali sviluppi nella regione. La batteria Thaad, attualmente nella base aerea di Nevatim prima di essere trasferita in un sito segreto, non sarà integrata in modo permanente nello scudo di difesa antimissile israeliano.

 Come funziona il radar AN-TPY-2
  Nessuno sistema missilistico di difesa assicura una schermatura completa. Sono asset concepiti per ridurre la percentuale dei missili in entrata e per garantire la rappresaglia. Il Kinetic Kill del Terminal High Altitude Area Defense o Thaad, è ritenuto in grado di distruggere un missile balistico a medio e corto raggio grazie all'energia cinetica da impatto. Non è mai stato utilizzato in combattimento. Una batteria Thaad può includere fino a nove lanciatori, ciascuno con otto intercettori pronti al lancio. Il raggio di intercettazione è di 200 km ad un'altitudine operativa di 150 km ed una velocità massima di Mach 8.24. Il suo raggio di intercettazione è di 120o: un sottomarino, concettualmente, potrebbe lanciare il suo carico da qualsiasi direzione. Per farla breve: radar e lanciatori non possono intercettare una minaccia proveniente da una raggio diverso da quello preimpostato. Dovranno essere nuovamente riposizionati. Quando il radar AN-TPY-2 della Raytheon rileva un missile, acquisisce, traccia e discrimina il grado della minaccia. In modalità avanzata, il radar è posizionato a ridosso di un territorio ostile per acquisire i missili balistici nella fase di salita, subito dopo il lancio. Quando l'An / Tpy-2 viene impiegato in modalità terminale il radar rileva, acquisisce, traccia e discrimina i missili balistici nella fase di discesa. Mentre nella modalità avanzata, il radar passa le informazioni critiche al Command and Control Battle Management, in quella terminale si attivano direttamente gli intercettori. Quando incorporato in un'architettura di difesa, il Thaad incrementa la possibilità di intercettare i missili in entrata (parliamo sempre di una manciata di missili). Ogni singolo intercettore del Terminal High Altitude Area Defense costa mediamente 11 milioni di dollari, rispetto ai 2,5/4 milioni del Patriot. Il reale vantaggio del Thaad è il radar interoperabile An-Tpy-2 e la sua capacità comando e controllo C2 Bmc (Battle Management, and Communications System) delle minacce in arrivo per la migliore soluzione di tiro: Pac-3 Mse, Pac-3, Pac-2, Thaad. L'implementazione momentanea del sistema è quindi legata alle capacità del radar An-Tpy-2, poiché in grado di rilevare, classificare e tracciare i missili balistici diretti contro Israele. Un'architettura di difesa missilistica avanzata quindi, simile all'Aegis Ashore in Europa. Il Thaad è concepito per intercettare una manciata di missili in arrivo, non per contrastarne centinaia in fase terminale.

 Sistema antimissile a corto raggio Iron Dome
  Il sistema mobile Iron Dome della Rafael è operativo dal 2011. E' concepito per proteggere le aree urbane contro le minacce a corto raggio come razzi e proiettili di artiglieria. Il sistema di solito lancia una coppia di intercettori Tamir (per prevenire errori o malfunzionamenti) soltanto se reputa la minaccia in grado di colpire una zona abitata. Ogni lanciatore è equipaggiato con venti missili. L'Iron Dome ha la capacità di intercettare tutte le minacce a corto raggio ad una distanza massima stimata di 70 km ed in tutte le condizioni meteo. I tempi di reazione alla minaccia, dalla rilevazione al calcolo della traiettoria di intercettazione, sono compresi tra i 15 ed i 40 secondi. Tutte le stazioni del sistema di difesa sono sempre operative e presidiate dall'esercito israeliano. La polemica che ha contraddistinto lo sviluppo dell'Iron Dome è legata principalmente al suo costo proibitivo rispetto alle minacce nemiche intercettate. Ogni intercettore Tamir costa circa quarantamila dollari. Il tasso di intercettazione è pari all'85 per cento.

 Sistema antimissile a medio raggio David's Sling
  Il David Sling Weapon System è stato sviluppato congiuntamente dalla israeliana Rafael e dal suo partner statunitense Raytheon. Il David's Sling è il più moderno sistema integrato di difesa entrato in servizio in Israele. L'ultima versione è ritenuta in grado di intercettare anche i missili da crociera ed i droni. L'architettura Iron Dome e David's Sling, precedentemente nota come Short-Range Ballistic Missile Defense, utilizza lo stesso radar sviluppato da Elta Systems. La differenza sostanziale tra i due sistemi è la testata del missile. A differenza della testata esplosiva del Tamir dell'Iron Dome, il David's Sling è armato con il missile a due stadi Stunner della famiglia hit-to-kill, progettato cioè per distruggere le minacce con l'energia cinetica da impatto. L'Iron Dome ha un raggio d'azione tra i 4 ed i 75 chilometri. Il David's Sling può ingaggiare bersagli in entrata da un minimo di 40 ad un massimo di 300 chilometri.

 Sistema antimissile a lungo raggio Arrow
  L'Arrow Weapon System è progettato per rilevare, identificare, rintracciare, discriminare ed eliminare un obiettivo che viaggia rapidamente attraverso lo spazio. Il 19 gennaio del 2017, l'aviazione israeliana ha dichiarato la capacità operativa iniziale del nuovo sistema di intercettazione Arrow-3. Volando quasi il doppio dell'Arrow-2, la versione 3 del sistema cinetico, pesante la metà del precedente vettore, è progettata per identificare i missili balistici iraniani. L'Arrow 2 non era concepito per le intercettazioni esoatmosferiche. Rispetto al precedente sistema, l'Arrow-3 aumenta di quattro volte la capacità di distruggere le minacce avanzate. Può essere lanciato in anticipo dopo il rilevamento delle minacce ed impegnare obiettivi ad altitudini maggiori al di fuori dell'atmosfera terrestre rispetto ai sistemi precedenti. L'architettura Arrow Weapon System utilizza la griglia dei radar a scansione elettronica della famiglia Green Pine per individuare e tracciare le minacce. Boeing è direttamente coinvolta sul sistema Arrow 3.

 Lo scudo di Israele interfacciato nella griglia di rilevamento degli Stati Uniti
  L'Anti-ballistic Missile System di Israele è certamente integrato nella rete di allarme precoce statunitense. Le forze militari americane sono regolarmente schierate in Israele sia per le esercitazioni congiunte che per la cooperazione di routine con l'Idf. Da dieci anni l'esercito statunitense gestisce una struttura indipendente nel deserto del Negev. La base, gestita esclusivamente da personale americano, ospita il radar An/Tpy-2 Integrato con i sistemi di allerta precoce israeliani, è concepito per monitorare un possibile attacco missilistico proveniente dall'Iran. Gli Stati Uniti gestiscono anche una base permanente all'interno della Mashabim Air Base dell'Aeronautica israeliana, a ovest delle città di Dimona e Yerucham. Non si tratta di un semplice avamposto: la base ospita sistemi operativi di difesa per identificare ed intercettare minacce aeree ad ampio spettro integrati nella rete israeliana. La base statunitense è alle dipendenze di Eucom, il Comando Europeo degli Stati Uniti. Israele, infine, riceve le informazioni provenienti dalle costellazioni del Defense Support Program e Space Based Infrared System.

 Il più grande accordo di assistenza militare estero mai siglato nella storia degli Stati Uniti
  Nel settembre del 2016 Stati Uniti ed Israele siglarono un nuovo programma di assistenza militare decennale pari a 38 miliardi di dollari. Il precedente Memorandum Of Understanding era fissato a 3,1 miliardi di dollari l'anno. A partire dall'esercizio di bilancio 2019, gli Stati Uniti garantiscono finanziamenti per 3,8 miliardi di dollari l'anno. Il nuovo Memorandum Of Understanding scadrà nel 2028. Israele chiedeva aiuti militari con budget ritoccato a 4,5 miliardi di dollari l'anno. I 38 miliardi di dollari saranno cosi divisi: 33 miliardi in forniture militari ed i restanti cinque per la difesa missilistica (pari a 500 milioni di dollari l'anno). Fino all'esercizio di bilancio 2018, l'intero asset missilistico di difesa di Israele veniva finanziato separatamente dal Congresso su base annua per oltre 600 milioni di dollari. Nel nuovo programma di assistenza militare, Israele è obbligata a reinvestire le somme ottenute nell'industria americana. Cancellata, quindi, la possibilità, in vigore fino allo scorso anno fiscale, di investire parte delle somme ottenute dagli Usa nelle industrie israeliane. Il nuovo programma di assistenza militare non può essere rinegoziato per legge.

 Enormous overkill
  L'Anti-ballistic Missile System di Israele è uno dei più costosi al mondo. Gli intercettori, lanciati sempre in coppia per evitare malfunzionamenti, hanno dimostrato la loro efficacia, ma tali caratteristiche hanno un prezzo esorbitante, se paragonato alle minacce come i razzi Qassam. Il divario economico si fa ancora più evidente qualora un intercettore del costo di milioni di dollari, venisse lanciato contro un drone. Episodio già avvenuto e confermato dal Pentagono. La strategia di logoramento nota come Enormous overkill, prevede l'adattamento della tecnologia civile a buon mercato e facilmente reperibile da scagliare contro i costosi sistemi di fascia alta progettati per la guerra convenzionale tra stati. Se venisse applicata su larga scala, la strategia Enormous overkill potrebbe portare un paese sull'orlo del dissesto finanziario.

(il Giornale, 5 marzo 2019)


Dopo Varsavia, i paesi arabi più vicini a Israele

 
Nessun paese può permettersi di rimanere ai margini e non affrontare le sfide del Medio Oriente legate a Iran, Siria, Yemen e alla pace tra israeliani e palestinesi. È il messaggio lanciato da Varsavia dal Segretario di stato usa Mike Pompeo in occasione della conferenza internazionale dedicata proprio al Medio Oriente. "Gli Stati Uniti cercano [di costruire] una nuova era di cooperazione tra tutti i nostri paesi per affrontare questi problemi" ha detto Pompeo ai ministri degli Esteri - tra cui quello italiano Enzo Moavero Milanesi - e agli altri funzionari provenienti da oltre 60 paesi. "Nessuna delle sfide della regione si risolverà da sola. Dobbiamo lavorare insieme per la sicurezza. Nessun paese può permettersi di rimanere in disparte". Il summit di Varsavia era esplicitamente nato come un incontro per formare un'alleanza internazionale in funzione anti-Iran. poi gli Stati Uniti hanno deciso di ammorbidire i toni parlando di "Conferenza per promuovere un futuro di pace e sicurezza in Medio Oriente". Secondo il New York Times "l'incontro di Varsavia è stata una rara dimostrazione di cooperazione in Medio Oriente, che ha riunito Israele e i paesi arabi del Golfo, compresa l'Arabia saudita".
   Chi ha espresso un giudizio positivo sul vertice è stato il Primo ministro Benjamin Netanyahu che ha parlato di "punto di svolta storico". "In una sala con circa 60 ministri degli esteri e rappresentanti di decine di governi, un primo ministro israeliano e i ministri degli esteri dei principali paesi arabi si sono riuniti e hanno parlato con insolita forza, chiarezza e unità contro la minaccia comune del regime iraniano", ha dichiarato Netanyahu. "Penso che questo segni un cambiamento, un'importante comprensione di ciò che minaccia il nostro futuro, di ciò che dobbiamo fare per tutelarlo, e delle possibilità di cooperazione".
   Alcuni paesi europei, Germania e Francia su tutti, hanno scelto di non partecipare alla conferenza o di non far presenziare i propri ministri perché critici sull'opportunità di fare un incontro in chiave anti-iraniana. Il vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence non ha apprezzato questa cautela. Da Varsavia, Pence ha accusato gli alleati europei di Washington di aver cercato di evitare le sanzioni statunitensi contro Teheran e li ha invitati a ritirarsi dall'accordo nucleare con l'Iran. "Purtroppo, alcuni dei nostri principali partner europei non sono stati altrettanto cooperativi. In realtà, hanno guidato lo sforzo di creare meccanismi per rompere le nostre sanzioni". "È un passo sconsigliato che non farà altro che rafforzare l'Iran, indebolire l'UE e creare ancora più distanza tra l'Europa e gli Stati Uniti" ha avvertito il vicepresidente Usa. In Iran intanto l'ala più oltranzista preme per cancellare del tutto l'accordo sul nucleare e minaccia Israele, dove - unica cosa in cui tutti sono d'accordo - il regime degli sciiti è visto come il pericolo numero uno.

(Pagine Ebraiche, marzo 2019)



Enoarmonie nella sinagoga di Gorizia

La musica incontra il vino kosher friulano. Domenica 10 marzo evento senza precedenti nel luogo sacro

Un atteso ritorno e una prima assoluta: il festival Enoarmonie, ideato e curato dall'Associazione Musicale Sergio Gaggia di Cividale, tocca nuovamente, dopo diversi anni, la città di Gorizia e lo fa in una location decisamente inedita e di grande fascino: la Sinagoga, dove, domenica 10 marzo, alle 18, sarà proposto un concerto di alto livello.
   Protagonisti dell'esibizione saranno tre eccellenti musicisti friulani: il clarinettista Nicola Bulfone, Valentino Zucchiatti, primo fagotto dell'orchestra La Scala di Milano, e il pianista Andrea Rucli. Li accompagnerà, cercando le correlazioni fra i brani in scaletta (Beethoven, Glinka, Mendelssohn) e il vino Kosher dell'Azienda Colutta, l'enorelatore Valerio Corzani.
   Uno dei punti di forza dell'appuntamento sarà proprio il luogo prescelto, la Sinagoga appunto, spazio non ancora noto come meriterebbe per la sua lunga storia: di impianto veneziano, eretta nel 1756 all'interno del ghetto (nell'attuale via Ascoli) istituito nel 1696, quella di Gorizia è infatti la più antica della regione. L'austero interno, di impostazione neoclassica, è impreziosito da due elementi barocchi, l'armadio che custodisce la Torà e il podio per la lettura e un etereo matroneo.
   In un settore del luogo sacro sarà possibile degustare il vino Kosher (un Pinot Grigio doc Friuli) che l'azienda di Giorgio Colutta ha iniziato a produrre di recente, coadiuvata dalla società Bluma di Bergamo. A collegare l'insolito vino con le musiche eseguite dal trio friulano sarà il poliedrico Valerio Corzani, musicista, autore e conduttore radiofonico, giornalista e fotografo.
   Corzani scrive di musica e viaggi per Il Manifesto, Alias, Il Giornale della Musica e molti altri magazine e collabora con RadioRai. E' anche uno degli ideatori, conduttori e autori di "Alza il volume", "Sei Gradi" e "File Urbani", nonché consulente musicale di "Pagina3", "Ad alta voce", "Passioni", "Museo Nazionale", "Fahrenheit", "Wikiradio", "A3", tutte trasmissioni di Radio3.
   Il programma musicale proposto (il Settimino di Beethoven nella sua versione per trio, il Konzertstuck di Mendelssohn e il trio "Pathetique" di Glinka) non affronta, deliberatamente, un repertorio legato ad autori o tematiche connesse all'ebraismo. E' piuttosto avvolto da un senso di leggerezza e di humor, di cui questo mondo è maestro. Il concerto è organizzato in collaborazione con il Comune di Gorizia e l'associazione Amici di Israele.

(Il Friuli, 5 marzo 2019)


Papa: 2 marzo 2020 apertura archivi pontificato Pio XII

Annuncio durante l'udienza a personale Archivio Segreto Vaticano. Di Segni,nostro giudizio storico non cambia

Fra un anno, esattamente dal 2 marzo del 2020, il Vaticano aprirà l'Archivio segreto relativo al pontificato di Pio XII. Lo ha annunciato Papa Francesco, durante l'udienza ai membri dell'Archivio Segreto Vaticano ricevuti nella sala Clementina del palazzo Apostolico. "Annuncio la mia decisione di aprire alla consultazione dei ricercatori la documentazione archivistica attinente al pontificato di Pio XII, sino alla sua morte, avvenuta a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958", ha dichiarato solennemente il Pontefice.
   "Ho deciso che l'apertura degli Archivi Vaticani per il Pontificato di Pio XII avverrà il 2 marzo 2020, a un anno esatto di distanza dall'80o anniversario dell'elezione al Soglio di Pietro di Eugenio Pacelli.Assumo questa decisione - spiega il Papa - sentito il parere dei miei più stretti collaboratori, con animo sereno e fiducioso".
   Il Pontefice si dice "sicuro che la seria e obiettiva ricerca storica saprà valutare nella sua giusta luce, con appropriata critica, momenti di esaltazione di quel Pontefice e senza dubbio anche momenti di gravi difficoltà, di tormentate decisioni, di umana e cristiana prudenza, che a taluni poterono apparire reticenza e che invece furono tentativi, umanamente anche molto combattuti, per tenere accesa, nei periodi di più fitto buio e di crudeltà, la fiammella delle iniziative umanitarie, della nascosta ma attiva diplomazia, della speranza in possibili buone aperture dei cuori".
   Papa Francesco, annunciando l'apertura dei documenti sul pontificato di Pio XII conservati nell'Archivio segreto Vaticano, ha sottolineato che "la Chiesa non ha paura della Storia, anzi, la ama e vorrebbe amarla di più e meglio, come la ama Dio! Quindi, con la stessa fiducia dei miei predecessori, apro e affido ai ricercatori questo patrimonio documentario".
   Per il Papa, "la figura di quel Pontefice, che si trovò a condurre la Barca di Pietro in un momento fra i più tristi e bui del XX secolo, agitato e in tanta parte squarciato dall'ultimo conflitto mondiale, con il conseguente periodo di riassetto delle Nazioni e la ricostruzione postbellica, questa figura è stata già indagata e studiata in tanti suoi aspetti, a volte discussa e perfino criticata, si direbbe con qualche pregiudizio o esagerazione".
   Oggi, sottolinea ancora il Pontefice, "essa è opportunamente rivalutata e anzi posta nella giusta luce per le sue poliedriche qualità: pastorali, anzitutto, ma poi teologiche, ascetiche, diplomatiche".
   "Il nostro giudizio storico non cambia". Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, è di poche parole. Posate. Ragionate. La notizia dell'apertura degli archivi vaticani sul discusso Pontificato di papa Pio XII non lo sorprende più di tanto. Le centinaia di migliaia di documenti che dal 2020 saranno a disposizione degli studiosi difficilmente potranno svelare notizie clamorose sull'operato del Vaticano durante la Seconda Guerra Mondiale, è il senso del discorso di Di Segni: "Noi non abbiamo dubbi su quello che sia successo", spiega il rabbino.
   Il rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943 con la deportazione di oltre mille persone nel campo di concentramento di Auschwitz e il silenzio della Santa Sede nei confronti delle politiche fasciste restano "dati oggettivi storici", sottolinea Di Segni che chiede poi che vengano messi a disposizione "tutti i documenti". "Onestamente penso che se ci fosse stato qualcosa di clamoroso in quei documenti, sarebbe già uscito fuori", conclude il Rav, aggiungendo che anche studiosi della comunità ebraica faranno richiesta per l'accesso agli atti. "Ci sarà da lavorare", conclude. La decisione di papa Bergoglio di aprire gli archivi, soddisfa il Museo dell'Olocausto Yad Vashem che "si compiace" per il gesto della Santa Sede. "Per anni - si legge in una nota - abbiamo fatto appello per la loro apertura, cosa che consentirà una ricerca obiettiva e aperta, nonché un discorso comprensivo sulle questioni collegate alla condotta del Vaticano in particolare, e della Chiesa cattolica in generale, durante l'Olocausto".
   Yad Vashem "si aspetta che ai ricercatori sia dato pieno accesso a tutti i documenti archiviati". "L'augurio e la speranza ora è che si faccia chiarezza sul ruolo avuto da Pio XII nel periodo della Seconda Guerra Mondiale", è il parere della presidente della comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello che però contiene gli entusiasmi. "Purtroppo - dice - dovremo aspettare il 2020, tra un anno. Ma meglio tardi che mai. E' una notizia positiva dalla quale speriamo di ottenere chiarezza su quel periodo storico e sul ruolo ricoperto dal papa". "Questa apertura - conclude la presidente dell'Ucei, Noemi Di Segni - darà modo a tutti coloro che si occupano di ricerca di accedere a materiale d'interesse inedito per poter ricostruire con ancor più chiarezza la posizione della Chiesa anche nel periodo della Shoah".

(Radio Colonna, 5 marzo 2019)


Se fosse vero e giusto quello che lo Stato del Vaticano dice di se stesso, allora si dovrebbe dire che Papa Pio XII ha fatto né più né meno quello che il Capo di quello Stato, per sua natura al centro del mondo e per importanza superiore ad ogni altro Stato della terra, doveva fare in quel momento: difendere l’esistenza e il benessere di quel sacro Stato. Un laico può essere moderatamente soddisfatto che degli archivi siano resi accessibili agli studiosi, ma per un credente in quel Cristo di cui l’attuale Papa si considera Vicario, è uno scandalo il solo fatto che esistano degli “Archivi Vaticani” aperti o chiusi a discrezione del sedicente Vicario. Certo, se è vero quello che dicono i papalini, se è vero che il Papa ha le chiavi del Regno dei cieli, chi altri se non lui può avere le chiavi anche degli Archivi vaticani? Il Papa ha le chiavi di tutto, molti non l’hanno ancora capito. Ce lo spiega bene Gioachino Belli, cittadino romano dello Stato pontificio ottocentesco:
    Ma er Papa a ggenio suo pô llegà e ssciojje
    tutti li nodi lenti e cquelli stretti,
    ce pô scommunicà, ffà bbenedetti,
    e ddàcce a ttutti indove cojje cojje.
    E inortr’a cquesto che llui sciojje e llega,
    porta du’ chiave pe ddacce l’avviso
    che cquà llui opre e llui serra bottega.
M.C.


Confermata dal giudice di Pace di Padova l'espulsione di Shaban Caca

Cittadino di origine albanese, Shaban Caca era stato espulso dopo che la Digos aveva riscontrato condotte ritenute pericolose per la sicurezza nazionale.

Il giudice di Pace di Padova ha rigettato il ricorso contro il decreto di espulsione per pericolosità sociale connessa al rischio di derive terroristiche nei confronti dell'albanese Shaban Caca. L'uomo era stato espulso dall'Italia poiché la Digos di Padova aveva riscontrato condotte ritenute pericolose per la sicurezza nazionale. Il giudice di Pace ha riconosciuto la fondatezza delle motivazioni di espulsione per le frequentazioni pericolose di Caca che sul suo profilo Facebook aveva pubblicato post che comprovavano il suo collegamento con imam radicali, alcuni dei quali già coinvolti in indagini inerenti il reato di istigazione all'odio razziale e di reclutamento di giovani volontari nelle file dell'Isis.
Caca aveva inoltre forti risentimenti verso gli ebrei, la cultura occidentale e le festività cristiane. La Digos ha accertato che Caca aveva intrapreso un'azione di indottrinamento all'islam radicale nei confronti di un connazionale con cui condivideva il proprio appartamento.

(ANSA, 5 marzo 2019)


Feriti due militari israeliani in un attentato in Cisgiordania

Gli Stati Uniti confermano la chiusura del consolato generale di Gerusalemme

Due soldati israeliani sono rimasti feriti in un attacco compiuto prima dell'alba nella parte settentrionale della Cisgiordania. Uno dei due militari è grave, hanno reso noto fonti dell'esercito e ospedaliere citate dal quotidiano «Times of Israel».
I soldati sono stati investiti da un veicolo su cui viaggiavano tre persone e contro il quale i militari hanno subito aperto il fuoco. Due assalitori sono rimasti uccisi, uno ferito. L'attacco è avvenuto nei pressi del villaggio di Nima, vicino a Ramallah.
Secondo fonti palestinesi, si è trattato di un incidente automobilistico provocato dall'asfalto viscido per la pioggia.
Ma un portavoce militare israeliano ha confermato la versione iniziale: prima dello schianto, ha dichiarato, «i tre passeggeri dell'automobile palestinese avevano lanciato bottiglie incendiarie in una strada vicina».
Altre molotov, secondo lo stesso portavoce, sono state trovate all'interno dell'automobile.
Gli Stati Uniti intanto hanno confermato ieri ufficialmente la chiusura del consolato generale di Gerusalemme, che viene accorpato nella nuova ambasciata, che era stata inaugurata a maggio per volontà del presidente Donald
Trump, per creare una sola missione diplomatica. L'annuncio è stato dato dal Dipartimento di stato. La decisione era stata anticipata lo scorso ottobre dal segretario di stato, Mike Pompeo.
L'ambasciatore statunitense in Israele, David Friedman, si incaricherà d'ora in poi dei rapporti non solo con Israele, ma anche con l'Autorità palestinese, che lo scorso maggio aveva duramente protestato per il trasferimento dell'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
Nell'edificio storico del Consolato in via Agron (a Gerusalemme ovest, a breve distanza dalla Città Vecchia) l'ambasciata statunitense costituirà una "unità per gli affari palestinesi".

(L'Osservatore Romano, 5 marzo 2019)


Notevole soprattutto il titolo. Fa piacere il fatto che si accenni prima ai feriti israeliani e poi ai morti palestinesi e si parli di attentato e non di incidente, come appare del tutto verosimile che sia avvenuto.


Gerusalemme - Religioso islamico bandito dalla Spianata delle Moschee

Le autorità israeliane hanno ordinato l'allontanamento dalla Spianata delle Moschee di Gerusalemme per 40 giorni allo sceicco Abdul Azim Salhab, il direttore del Waqf, ossia dell'Ente per la protezione dei beni islamici in Palestina.
Lo riferisce l'agenzia di stampa palestinese Wafa secondo cui il provvedimento è legato ai disordini avvenuti due settimane fa nel lato orientale della Spianata, quando una folla di fedeli islamici ha preso possesso, presso la Porta d'oro, di un edificio che era tenuto chiuso da 15 anni dalla polizia israeliana. In quell'edificio si svolgono adesso preghiere islamiche quotidiane, non autorizzate dalla polizia.
La polizia israeliana, secondo la Wafa, ha inoltre convocato per un interrogatorio Hatem Abdel Qader, principale esponente di al-Fatah a Gerusalemme est, che pure fa parte della direzione del Waqf.

(tvsvizzera.it, 4 marzo 2019)


Nuovo attentato in Cisgiordania contro soldati israeliani

di Nicola Zecchini

 
Questa mattina un gruppo di palestinesi ha utilizzato un'auto per travolgere un gruppetto di soldati israeliani nel villaggio di N'ima, nel nord della West Bank, che ha reagito sparando: due attentatori sono stati uccisi, un terzo e' rimasto ferito. Un portavoce dell'IDF, le Forze di Difesa Israeliane, ha dichiarato che diversi soldati si erano fermati sul lato della strada vicino all'uscita del villaggio quando sono stati attaccati.
   I due soldati feriti, entrambi poco più che ventenni, sono stati ricoverati in un vicino ospedale dove uno rimane in condizioni critiche, hanno riferito i servizi di emergenza. "Quando siamo arrivati ci hanno condotto a un'unita' medica dell'IDF che ha curato i due giovani feriti dall'auto, entrambi pienamente coscienti", ha aggiunto il paramedico della MDA, Ahuva Stern.Tutto questo accade nel giorno in cui gli Stati Uniti accorpano il consolato di Gerusalemme con l'ambasciata, rinnovando il braccio di ferro con l'Anp. Il consolato di Gerusalemme verrà unito con l'ambasciata in Israele e l'ambasciatore Usa a Gerusalemme, David Friedman, d'ora in poi curerà i rapporti sia con Israele sia con l'Anp, che lo scorso maggio aveva duramente protestato per il trasferimento dell'ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.
   Quella degli attacchi terroristici in auto contro soldati è una prassi ormai consolidata: proprio nel marzo dello scorso anno in Cisgiordania, a 10 km da Jenin, erano stati uccisi due soldati israeliani da un'auto scagliata a tutta velocità contro un gruppo di militari appena scesi da una jeep, a 100 giorni dall'annuncio di Trump sull'apertura dell'ambasciata a Gerusalemme. Nel gennaio del 2017 quattro soldati israeliani (tre donne e un uomo) erano stati uccisi da un camion guidato da un palestinese che era piombato su di loro in un quartiere ebraico della parte sud di Gerusalemme est. Solo qualche mese fa, a dicembre, a Idna, nei pressi di Hebron, un'auto palestinese aveva cercato di investire alcuni militari che, reagendo all'attacco, avevano poi ucciso il guidatore.

(Shalom, 4 marzo 2019)


Gli Usa chiudono la loro ambasciata in Palestina

Il dipartimento di Stato ha dichiarato che il "trasferimento di funzioni" a vantaggio dell'ambasciata a Gerusalemme avverrà "in breve tempo", senza però fissare la data di conclusione dell'operazione.

di Gerry Freda

Gli Stati Uniti hanno in questi giorni annunciato la chiusura della loro "ambasciata in Palestina".
Il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha comunicato ai media l'"azzeramento" dei servizi finora svolti dall'ufficio di rappresentanza statunitense in Cisgiordania. Le funzioni della sede diplomatica Usa di Ramallah, aperta nel 1993 all'indomani degli accordi di pace siglati a Oslo da Israeliani e Palestinesi, verranno di conseguenza "trasferite" all'ambasciata di Washington a Gerusalemme, inaugurata nel maggio del 2018. Quest'ultima sarà così, da oggi in poi, l'unica istituzione di rappresentanza americana presente in Terrasanta.
   I servizi espletati in passato dalla sede Usa in Cisgiordania verranno infatti attribuiti a un "ufficio per le questioni palestinesi" appositamente costituito all'interno dell'ambasciata situata nella "Città Santa". Tale "accentramento" di funzioni è stato presentato da Pompeo come una politica intesa a "razionalizzare" e a "rendere più efficiente" l'attività eseguita dai funzionari diplomatici statunitensi in Terrasanta.
   Il dipartimento federale in questione ha dichiarato che il "trasferimento di funzioni" a vantaggio dell'ambasciata a Gerusalemme avverrà "in breve tempo", senza però fissare la data di conclusione dell'operazione. Nonostante l'assenza di un cronoprogramma ben definito, il progetto ventilato dal governo federale è stato subito bollato dalle autorità di Ramallah come "oltraggioso".
Secondo Saeb Erekat, segretario generale dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, Washington, mediante la chiusura della propria sede diplomatica in Cisgiordania, dimostrerebbe infatti di considerare gli abitanti dei territori occupati da Israele come un "popolo inesistente". Costui ha quindi affermato che, a causa della recente decisione dell'amministrazione Trump, gli Stati Uniti non verranno più considerati dall'esecutivo Abu Mazen come "mediatori disinteressati" nell'ambito delle trattative internazionali per la pace in Medio Oriente.
   Nei mesi scorsi, il presidente Trump, il quale dovrebbe a breve annunciare il proprio "piano per la fine del conflitto israelo-palestinese", ha adottato diversi provvedimenti sfavorevoli alle istituzioni di Ramallah. Ad esempio, lo scorso febbraio la Casa Bianca ha "revocato" oltre 500 milioni di dollari di aiuti destinati agli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Tale taglio all'assistenza è stato giustificato da Washington evidenziando le "pulsioni estremiste" che starebbero ormai "dominando" gli esponenti del governo Abu Mazen.

(il Giornale, 4 marzo 2019)


La cybersecurity israeliana, principi e tecniche

In Israele la cybersecurity è il centro d'interesse di numerose startup che, grazie al rapporto diretto tra Forze Armate e Università, ha raggiunto nel corso degli anni livelli altissimi

di Giancarlo Elia Valori

Nel 2018, le somme destinate al finanziamento dell'intera industria della cybersecurity di Israele sono state di ben 1,03 miliardi di usd, con una crescita del 22% rispetto al precedente budget pubblico-privato. Sempre nello scorso anno, il 2018, sono state fondate 66 nuove società del settore cybersecurity, con un aumento del 10% rispetto al 2017, mentre erano, però, 88 nel 2016.
   Tanto maggiore è il tasso di innovazione tecnologica, tanto maggiore è anche la mortalità delle imprese. Un rapido e significativo aumento del giro di affari e degli investimenti nella cybersecurity israeliana che, comunque, prosegue costantemente da ben cinque anni.
   Le aree dove si sono concentrate oggi le specializzazioni delle start-up della cybersecurity israeliana sono, in particolare, la IoT security, ovvero la sicurezza riguardante la Internet of Things, che è sostanzialmente un sistema, in Rete, in cui gli "oggetti", reali o anche simbolici, comunicano tra di loro dati su sé stessi e possono anche accedere, sempre autonomamente, alle informazioni riguardanti altri oggetti.
   Le "cose" di cui si parla possono essere apparecchiature, impianti, sistemi, dispositivi, oggetti materiali, beni, macchine, attrezzature. La IoT nasce dall'idea che la Rete possa e, talvolta, debba, lasciare una traccia riconoscibile nel mondo reale. Ovvero, che la tecnologia web possa e spesso debba indicare la fine della separazione tra la "cosa" materiale e il simbolo formale, nella rete come nel calcolo.
   Si pensi, solo per un momento, che cosa tutto questo vorrà dire, all'interno delle prossime tecnologie produttive e della distribuzione. Ma anche nel campo della stessa progettazione degli "oggetti", con "cose" che si modificheranno autonomamente, nelle loro varie fasi, tra produzione automatizzata, scambio e consumo. Le tecnologie che permettono la creazione di questa nuova forma di spinoziana coincidentia rei et intellectus sono, in particolare, la RFID, radio-frequency identification, con la recente aggiunta dei nuovi protocolli dallo standard IEEE.802.15.4, un modello che utilizza reti a corto raggio wireless integrate tra di loro, appunto secondo gli standard tecnici previsti dallo IEEE.802.15.4.
   Reti radio a bassa frequenza, reti wireless a corto raggio, il tutto integrato in una nuova tecnologia che consente alle "cose" di comunicare tra di loro. Secondo molte stime degli analisti di mercato per il settore, già nel 2020 ci saranno già 29 miliardi di oggetti connessi, a livello globale. Strumenti di controllo, oggetti veri e propri, materiali per analisi mediche, statistiche, informative, tecnologie per l'adattamento just-in-time dei prodotti di una azienda, per non parlare, come è ovvio, del settore Difesa. È immane, solo a immaginarla da profani, l'area di applicazione di queste nuove tecnologie Web.
   Altra applicazione primaria della nuova cybersecurity delle start-up di Gerusalemme è stata, nel 2018, quello della sicurezza per le blockchain. Ovvero, curare la sicurezza di una rete, la blockchain appunto, che è un insieme prefissato e chiuso di computer, che dialogano sempre tra loro, ma che non si conoscono e che, comunque, utilizzano tutti i dati a loro disposizione, anche rispetto agli altri elementi della "catena". Una partita in cui tutti i giocatori conoscono le carte degli altri, ma non conoscono i giocatori e, soprattutto, sono sempre e stabilmente controllati da uno scambio di informazioni costante tra di loro.
   Si pensi, qui, al malware, di probabile origine cinese, che ha infettato la produzione di monete virtuali, in due anni, per un valore di oltre 2 milioni di usd. La moneta virtuale è sempre e comunque prodotta in blockchain, e riuscire a inserire un malware in una rete a blocchi complessa non è certo una operazione molto facile. Il malware di cui parliamo era, come è facile immaginare, il risultato di uno hacking nei confronti di una blockchain. Ogni sistema decentralizzato, come è sempre la blockchain, è sempre strutturalmente debole. Da ciò si deduce che gli amici israeliani vogliano utilizzare la tecnologia blockchain per molti ambiti, non esclusa certo la Difesa, l'Informazione strategica e la Sicurezza.
   Poi, sempre per la Security BC, ci sono i sempre più numerosi attacchi verificatisi sul limite tra la rete e il suo mercato. Nel dicembre 2017, infatti, NiceHash, il più grande mercato virtuale per lo scambio di monete virtuali, è stato hackerato, con una perdita di 60 milioni di usd. Ma ne potremmo citare molti altri.
   Poi, c'è anche l'"attacco 51". Ovvero, quando è stata completata una qualunque transazione blockchain, può esserci una persona della rete che, in quel momento, dispone di una potenza di calcolo maggiore (il "51%") rispetto agli altri "blocchi". E, quindi, ciò gli permette di modificare le transazioni e anche moltiplicarle, spesso mettendo fuori comunicazione gli altri partecipanti alla "catena a blocchi".
   C'è stato, sempre a questo proposito, il caso di Gash, nel 2014, che è arrivata per lungo tempo ad avere il 51% di mining power, che è energia informatica, ovvero di potenza energetica e di calcolo, tale da mettere fuori gioco i concorrenti sia delle altre blockchain che di quelle a cui Gash direttamente partecipava. Poi, ancora, le nuove start-up della cybersecurity israeliana si sono, recentemente, occupate molti di cloud-native security. In altri termini, le cloud-native security sono tecnologie che riguardano, per esempio, i containers o le reti senza controllo centrale autonomo. Ovvero, la sicurezza informativa di tutto ciò che, già oggi, per dimensioni delle reti o per grandezza del mercato, va direttamente nel cloud computing. Si pensi qui alle grandi reti della logistica, o anche alle reti della nuova divisione del lavoro internazionale o alle reti turistiche e di scambi petroliferi, di materiali, di materie prime.
   E, infine, le nuove aziende della cybersecurity di Israele operano molto, e da tempo, nello SPD (Software Defined Perimeter). Si tratta, con lo SPD, di quella che alcuni chiamano anche una black cloud, una "rete nera", un sistema cyber che deriva dalle ricerche fatte alla Defense Information Systems Agency ovvero la Defense Communication Agency, nata nel 1960 e autrice di innumerevoli sistemi di comunicazione-comando-controllo per le FF.AA. statunitensi.
   La black cloud, nata probabilmente nel 2007, è, in linea di principio, un criterio di controllo della sicurezza delle reti. All'inizio delle operazioni, vi è un paradigma alfanumerico in cui viene verificata la posizione e l'identità di ciò che entra nello SPD, ma questa rete è "nera" proprio perché non può essere mai tracciata dall'esterno, o da terzi della Rete non autorizzati; e il tutto accade senza mai, assolutamente mai, esternare uno IP (Internet Protocol) o altre informazioni.
   Sempre nel mercato attuale della cybersecurity di Israele, il settore più importante è stato ultimamente, per la quantità degli investimenti, la IoT, Internet of Things, che ha totalizzato ben 229,5 milioni di usd nell'ultimo anno. La IoT interessa moltissimo il governo e gli investitori privati di Israele, perché è versatile, ma soprattutto poiché consente numerosissime applicazioni industriali, per esempio nella rete dei droni, nella ricerca scientifica, nel remote control e nelle terapie mediche. Ci saranno anche novità tecnologiche e applicative IoT sia per il management che per le reti di immagazzinamento e distribuzione, ma anche per le reti wireless degli uffici amministrativi e per la piccola produzione specializzata.
   Un terzo del totale degli investimenti, nel 2018, è appunto andato in questo settore, alle imprese che si occupano di nuove tecnologie di sicurezza-potenziamento delle Reti. Nel 2018, poi, il 60% dei nuovi imprenditori o fondatori di start-up cyber israeliani avevano già oltre dieci anni di esperienza nel settore, sia come dirigenti che come analisti. Ovviamente, molto di quello che si fa deriva, in Israele, dall'ottimo addestramento che questi tecnici ricevono, in particolare, all'interno delle Forze Armate.
   Il segreto di questa formula di grande successo? In primo luogo, la piena e totale sinergia tra Forze Armate e Università. E già solo questo sembra oggi improponibile, per il nostro sistema-Paese. Tutto questo accade, in Italia, sia per la scarsa elasticità normativa, sia ancora per la assoluta scarsezza dei finanziamenti, sia ancora per una certa miopia degli investitori, che mirano al "prodotto" e non al nuovo "sistema", senza qui poi aggiungere una certa arretratezza culturale generale.
   Anche della Università, arretratezza soprattutto verso quelle tematiche che riguardino un diretto impegno della ricerca scientifica nell'impresa e, ancor più grave, nella Difesa. C'è oggi a disposizione un "Fondo di sostegno al venture capital", presente nella manovra finanziaria 2019 del Governo, che è però tecnicamente una "riserva" del MISE, con 90 milioni di euro distribuiti tra il 2019 e il 2021. Il governo dovrebbe finanziare questo fondo con una quota del 15% dei dividendi realizzati dalle partecipate statali. Il tutto, come si dice nelle campagne toscane, sembra funzionare solo "a babbo morto". Rimane però stabile lo standard classico degli investimenti nel settore delle start-up innovative, che è di 100 milioni l'anno, in Italia, da diversi anni. Ma di tutte, sia ben chiaro, le tipologie dell'innovazione tecnologica di mercato. Non solo della cybersecurity.
   Rispetto ai numeri di Israele, nemmeno vale il confronto, e si tratta della sola, ma essenziale, cybersecurity. È già operativo, ma solo per lo stato ebraico e Washington, il cyber working group bilaterale tra USA e Israele. Nato dalla proposta di Thomas Bossert, già Homeland Security Advisor statunitense, formulata alla Cyber Week di Tel Aviv del 2017; e qui l'idea è quella di una rete bi-nazionale (facile a dirsi, ma meno a farsi) tra i due Paesi per contrastare gli attacchi cyber. Bossert citò, nel suo discorso di Tel Aviv, gli attacchi iraniani alla Sands Casino e alla Saudi Aramco, poi le operazioni della Corea del Nord, che aveva già attaccato la Sony e qui, aggiungeva Bossert, si tratta di Paesi che non hanno certo la raffinatezza tecnologica e operativa di Russia e Cina. L'asse di tutto è quindi, per l'ex-consulente di Trump come per gli israeliani, la cyber defence, che è a Gerusalemme, ma anche a Washington, la spina dorsale della cybersecurity.
   Altro elemento da non dimenticare, per analizzare la rete delle imprese di cybersecurity in Israele, è l'altissimo livello qualitativo fornito dalle università, che in qualche caso si sono specializzate in questo settore, ma sempre con uno stretto e aggiornato rapporto con le FF.AA. di Gerusalemme. Il ciclo di lavoro di un manager di una start-up israeliana è, tradizionalmente, la formazione in ambito militare, poi il perfezionamento in università, poi ancora la fondazione delle varie start-up, i cui prodotti ritornano, in gran parte, nell'ambito della Difesa. Le nuove imprese sono anche ottime per la generazione di profitti privati, ma sono ancor più utili nella stabilizzazione della innovazione costante che caratterizza tutto il settore.
   Molta parte della ricerca che gli stessi privati compiono non è, però sottoposta a divulgazione. Qui, molto, di tutto quello che viene da Israele, è la web intelligence, che è la tipologia di ricerca che utilizza la Intelligenza Artificiale e la Information Technology per costruire prodotti, sistemi e procedure che possano essere riapplicati nella Rete. Questo settore, quindi, si occupa di una somma di data mining (che è la utilizzazione di tecnologie che possano scoprire modelli semantici in vaste raccolte di dati) poi di information retrieval, che la tecnologia che scopre l'informazione nei documenti per cercare sia i dati che i metadati, ovvero dati sui dati. Ma vi è anche, in questo settore, un ruolo rilevante per la predictive analysis, che utilizza molte delle tecniche, ma in modo diverso, tra quelle che abbiamo già notato. Per prevedere fatti o comportamenti, come è facile immaginare.
   La web intelligence e il web monitoring sono, comunque, utilizzati dagli analisti israeliani, pubblici o privati che siano, per verificare sulla Rete quello che, magari più artigianalmente, ogni Servizio fa: la probabilità di fuoriuscita illegale di dati sensibili, l'emergere di elementi di pericolo, sia soggettivi che strutturali, poi l'analisi in Rete dei soggetti di maggiore interesse, positivo o negativo, per il Servizio, la possibile divulgazione illecita di dati da parte di operatori dei Servizi o di persone informate sui fatti, ma anche quella che oggi si tende a chiamare la Adversary Simulation.
   Essa è una tecnologia che si basa, in primo luogo, sulla vera e propria esfiltrazione dei dati del nemico.
   Poi, la adversary simulation opera attraverso una "clausola di compromesso" che si fonda sul fatto che il nemico sia abile, capace e sia, in ogni caso già parte del web. Poi, la tecnologia di cui parliamo crea indicatori tipici del mondo reale all'interno della propria rete e in quella dell'"attaccante", ma a questo punto questa tecnologia diventa, per molti degli utenti pubblici e privati che la acquistano, il massimo livello possibile per il threat assessment e la risposta strutturata ad una qualsiasi minaccia. Una potenziata e innovativa tecnica di strategic games. Che valgono sia per il business che per la Difesa, ovviamente.
   Quello che cambia, oggi, nella tecnologia cybersecurity di Israele, è la possibilità di adattare, per vari livelli di clientela (e di sicurezza) le funzioni del sistema e quindi i potenziali utilizzati dalla Rete. Le soluzioni, quindi, sono sempre distribuite, soprattutto, in modalità Saas (Software al Service). Nel settore dei social media, ma straordinariamente importante per il suo rilievo informativo e la possibilità di data mining, vi è da parte della cybersecurity israeliana la disponibilità a produrre moltissimi avatar, profili on-line, per poi lanciarli nel mondo virtuale. Su queste strutture, si preferisce di solito applicare soluzioni tecniche che riguardino sia il web normale che il dark web. Che è, lo ricordiamo, la rete composta dai siti che non appaiono nei motori di ricerca.
   Una rete per la sicurezza, certamente, ma soprattutto un Web finalizzato all'esplorazione delle informazioni, con una costante attenzione al dual-use e un evidente primazia, per ovvi motivi, del militare sul civile.

(formiche, 4 marzo 2019)


Gli Stati Uniti cambiano idea e rimangono in Siria

di Laura Cianciarelli

Un nuovo cambio di rotta degli Stati Uniti nella politica in Siria: le truppe americane rimarranno ancora nel Paese "per un certo lasso di tempo". Il "gruppo per il mantenimento della pace" sarà di 400 soldati, equamente divisi tra la base americana di Al-Tanf, al confine con l'Iraq, e il territorio nordorientale della Siria.
  Pur dichiarando che il ritiro delle truppe Usa proseguirà "in modo cauto e coordinato", il portavoce del Pentagono, Sean Robertson, ha fornito alcuni dettagli sulla decisione di Washington di rimanere nel Paese mediorientale.
  Nel nord-est della Siria i soldati americani faranno parte di una forza multinazionale di monitoraggio, composta da alleati Nato, che avrà il compito di "mantenere la stabilità e prevenire la rinascita dell'Isis in Siria". Un gruppo composto dalle 800 alle 1.500 unità, con il compito di sorvegliare una "zona cuscinetto lungo il confine con la Turchia", all'interno del territorio dei curdi siriani.
  Soltanto statunitensi saranno, invece, le truppe di Al-Tanf, che si trova in uno snodo strategico per l'Iran. Quel lembo di territorio siriano rappresenta infatti uno dei due corridoi di transito che consentirebbero a Teheran di raggiungere il mar Mediterraneo. Il primo, in cui si trova la base americana, collega l'area di Baghdad a quella di Damasco, proprio attraverso la città di Al-Tanf, al confine con Iraq, Siria e Giordania. Il secondo corridoio, invece, connette la regione di Mosul, in Iraq, con Raqqa, in Siria.

 Inversione di rotta?
  Donald Trump ha negato che si tratti di un dietrofront. "Non sto invertendo la rotta", ha dichiarato il presidente, "nessun altro sarebbe stato in grado di prendere la decisione sul ritiro delle truppe. Allo stesso tempo, lasciamo nel territorio un piccolo contingente, in modo che [l'Isis] non rinasca".
  La zona cuscinetto, stabilita nel nord-est della Siria, al confine con la Turchia, nasce con un duplice scopo: mantenere la pace tra le Forze democratiche siriane (Sdf) e l'esercito turco e impedire la rinascita dello Stato islamico.
  L'idea di una security zone, della profondità di 30 km, era già stata annunciata nel gennaio scorso dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Questa possibilità, emersa in occasione di una telefonata con il presidente americano, Trump, aveva contribuito a smorzare le tensioni tra Washington e Ankara, che si erano create in merito al futuro dei curdi in Siria.
  Stando a quanto riferito dalla Cnn, inizialmente, gli Usa avrebbero dovuto fornire supporto aereo, non truppe di terra. Tuttavia, gli alleati Nato si sarebbero opposti a questa condizione, costringendo Trump a fornirle, pena il fallimento del progetto.
  Peraltro, la decisione di mantenere alcune truppe in Siria potrebbe anche far slittare il ritiro delle forze americane dal Paese, inizialmente fissato entro aprile, secondo quanto affermato da un alto funzionario del Governo.

 Al fianco dei curdi
  La decisione dell'amministrazione Trump di mantenere una presenza militare in Siria sembrerebbe aver temporaneamente rassicurato gli alleati curdi, che temevano di dover scegliere tra l'alleanza con gli americani, salvaguardando così il loro progetto di autonomia all'interno del territorio siriano, e la protezione del presidente siriano, Assad, che avrebbe comportato invece la rinuncia al sogno di indipendenza.
  Nel dicembre dello scorso anno, Trump aveva annunciato il ritiro delle truppe Usa dalla Siria entro il mese di aprile 2019, giustificando la decisione con la sconfitta definitiva dell'Isis nel Paese. Un annuncio che aveva spaventato i curdi siriani, esposti un possibile attacco turco, e che li aveva spinti verso il presidente siriano, Assad, in grado di mantenere la sicurezza della regione attraverso l'esercito governativo.
  L'avvicinamento tra curdi e governo siriano non era stato apprezzato da Washington, che, lo scorso 17 febbraio, tramite le parole del generale Paul LaCamera, comandante della coalizione internazionale, a guida americana, aveva minacciato di non supportare più le Forze democratiche siriane (Sdf) - ovvero i curdi siriani - se si fossero alleate con Assad o con la Russia.

(Gli occhi della guerra, 4 marzo 2019)


Università di Tel Aviv: nuovo studio su celiachia e disturbi alimentari

 
La celiachia è una condizione cronica, caratterizzata da infiammazione e atrofia dell'intestino tenue. Colpisce circa 1 persona su 100 e l'unico rimedio è una rigorosa dieta senza glutine per tutta la vita.
  Un nuovo studio dell'Università di Tel Aviv trova un legame tra la malattia e una maggiore incidenza di comportamenti alimentari disordinati durante l'adolescenza e l'età adulta.
  I ricercatori hanno scoperto che il 19% degli adolescenti e il 7% degli adolescenti maschi con celiachia mostravano disturbi alimentari, rispetto all'8% e al 4% degli adolescenti che non avevano la celiachia.
  I comportamenti alimentari disordinati colpiscono circa il 10% degli adolescenti e fanno riferimento a una vasta gamma di abitudini alimentari anomale, tra cui abbuffate, dieta, saltando regolarmente pasti, vomito autoindotto e conteggio ossessivo delle calorie. Questi comportamenti sono più comuni tra gli adolescenti di sesso femminile più anziani e in sovrappeso con celiachia.
  Lo studio è stato condotto dal dottor Itay Tokatly-Latzer della Facoltà di Medicina Sackler dell'Università di Tel Aviv e del Dipartimento di Pediatria presso il Chaim Sheba Medical Center, in collaborazione con ricercatori israeliani della Facoltà di Medicina Sackler. I risultati sono stati pubblicati su Eating and Weight Disorders.

 I risultati della ricerca
  Come riporta un comunicato dell'Università di Tel Aviv, il dottor Itay Tokatly-Latzer ha spiegato:
"Abbiamo scoperto un aumento del comportamento alimentare disordinato tra gli adolescenti con celiachia. Gli operatori sanitari dei pazienti celiaci devono essere consapevoli della possibilità dei loro disturbi alimentari. La diagnosi precoce di questo può prevenire disturbi come anoressia nervosa e bulimia. I medici di base e i gastroenterologi che incontrano adolescenti con celiachia dovrebbero aumentare la consapevolezza della possibilità di comportamenti alimentari disordinati e, una volta che i casi sospetti vengono notati, indirizzare i pazienti per un trattamento psicologico e nutrizionale".
I ricercatori hanno condotto un'indagine su 136 adolescenti tra i 12 e i 18 anni con CD. L'indagine ha valutato il tasso di comportamento alimentare disordinato dei partecipanti e la loro adesione a una dieta senza glutine.
  Condotta nel corso di un anno, l'indagine comprendeva due questionari di autovalutazione: l'Eating Attitudes Test-26 e il questionario sulla dieta senza glutine. Solo il 32% dei partecipanti ha dichiarato di attenersi rigorosamente a una dieta senza glutine.
  Il dott. Tokatly-Latzer ha inoltre precisato:
"I disordini alimentari hanno una eziologia sconcertante che include elementi biologici, sociologici, psicologici e ambientali. Non solo l'eccessiva preoccupazione per il cibo aumenta la probabilità che gli individui con Celiachia sviluppino disordini alimentari, ma c'è un aspetto importante che riguarda la limitazione del cibo di qualsiasi tipo che probabilmente innesca una predisposizione allo sviluppo di tendenze alimentari patologiche".
 L'obiettivo dei ricercatori israeliani
  Lo studio dei ricercatori israeliani ha l'obiettivo di sensibilizzare il personale medico sull'importanza di monitorare da vicino gli adolescenti con celiachia per comportamenti alimentari disordinati, soprattutto quando sono di sesso femminile, sovrappeso o anziani.
  Secondo il dottor Tokatly-Latzer:
"Poiché gli individui con un comportamento alimentare disordinato sono ad alto rischio di sviluppare una forma clinica di disturbo alimentare, l'identificazione precoce e l'intervento immediato possono migliorare i risultati terapeutici".
(SiliconWadi, 4 marzo 2019)


L'utopia tech che aiuta le tirannie

Effetti inattesi del paternalismo smart della Silicon Valley. Un articolo del New Atlantis.

I pettegolezzi si diffondono come gli incendi. E' stato detto che i musulmani contaminavano le scorte di cibo di un villaggio in Sri Lanka con droghe sterilizzanti". scrive Jon Askonas del New Atlantis. "E' circolato un video in cui un negoziante musulmano sembra ammettere di aver drogato i suoi clienti - ma aveva frainteso la domanda che gli era stata posta. Poi si è scatenato l'inferno. Nell'arco di pochi giorni, dozzine di moschee e di negozi musulmani sono stati bruciati in diverse città. Un giovane giornalista è rimasto intrappolato in casa, ed è morto. La violenza di massa è un vecchio fenomeno, ma gli strumenti che la incoraggiano, in questo caso, non lo sono affatto. Come ha scritto il New York Times lo scorso aprile, i pettegolezzi si sono diffusi attraverso Facebook, il cui algoritmo dava la priorità alle notizie più visualizzate, specialmente i video. Il Nyt scrive che l'algoritmo "promuove tutto ciò che cattura l'attenzione dell'utente. I post che scatenano le emozioni negative, primordiali, come la rabbia o la paura, producono il maggior numero di visualizzazioni". In Sri Lanka. i post di Facebook con i pettegolezzi più incendiari registrano il maggior numero di click, e quindi rientrano tra i contenuti promossi dalla piattaforma....

(Il Foglio, 4 marzo 2019)


Guai con la giustizia, Netanyahu cala nei sondaggi

In vantaggio il candidato dell'opposizione Gantz dopo l'incriminazione del premier

di Vincenzo Nigro

La politica di Israele è entrata in una fase decisamente nuova. In pochi giorni la discesa in campo di un nuovo leader (Benny Gantz, ex capo di Stato maggiore), la creazione della nuova alleanza di Gantz (Blue e Bianco) e l'incriminazione del premier Bibi Netanyahu per corruzione hanno creato le condizioni per una svolta profonda. I sondaggi danno il Likud di Netanyahu in forte calo, ma soprattutto per la prima volta vedono il cartello elettorale di Gantz in vantaggio, capace di creare una coalizione di governo con altri partiti del centrosinistra. Secondo un sondaggio di Maariv, Blue e Bianco di Gantz otterrebbe 37 dei 120 seggi della Knesset e il Likud calerebbe a 25. Nelle ultime settimane i due partiti erano sempre stati testa a testa con 30-32 seggi ciascuno. Ma l'annuncio dell'incriminazione di Netanyahu ha avviato uno spostamento nel gioco fra i vari partitini che potrebbero sostenere il governo dopo le elezioni del 9 aprile. Il numero 2 di Blue e Bianco, l'ex ministro della Difesa Moshe Yaalon, ha detto che se il suo partito fosse il primo cercherebbe un'alleanza proprio con il Likud, "ma senza Netanyahu", Solo in una seconda fase si rivolgerebbe ai laburisti di Avi Gabbai. I sondaggi prevedono un buon risultato anche per l'Unione dei partiti di destra, coalizione che include anche Potere ebraico, il mini-partito della destra radicale che si richiama alle politiche xenofobe del rabbino Meir Kahane. Il suo movimento Kach fu messo fuori legge nel 1994 ed è considerato terrorista dagli Usa. In questi sondaggi all'Unione di destra vengono assegnati 9-10 seggi. Netanyahu ha dichiarato di essere pronto ad accettare i voti di Potere ebraico, ma questo gli allontana il sostegno di elettori di centro e di destra che condannano il messaggio razzista degli eredi del rabbino.

(la Repubblica, 3 marzo 2019)


L'Ue avvisa Sarajevo. "Ora restituite i beni confiscati agli ebrei"

Dal 1945 case e terreni furono nazionalizzati dal regime di Tito. Anche ortodossi e musulmani rivendicano proprietà in tutta la Bosnia. In totale sarebbero stati sottratti un milione di ettari di terra e 3 milioni di mq di edifici .

di Mauro Manzln

SARAJEVO - Il miracolo di Sarajevo è inciso a cavallo della Bascarsija, il quartiere musulmano della capitale bosniaca. Qui, nel raggio di 500 metri, pregano il mufti nella moschea, il vescovo nella cattedrale cattolica e il rabbino nella sinagoga. Tre religioni, tre mondi, tre culture fuse nell'anima di una città. Ma non nella politica che rappresenta i suoi cittadini.

 La risoluzione
  Lo conferma anche l'Europarlamento che nella risoluzione adottata il 13 febbraio scorso ha invitato le autorità di Sarajevo a «garantire il diritto di proprietà» e ha sottolineato «la mancanza di un quadro legislativo completo sulla gestione delle richieste di restituzione» della proprietà e della terra che è stata sequestrata agli ebrei e alle altre comunità durante la seconda guerra mondiale e dal regime jugoslavo di Tito.
Jakob Finci, il presidente della Comunità ebraica in Bosnia, spiega che non ci sono dati precisi sul valore totale delle proprietà che un tempo appartenevano agli ebrei del Paese, ma sottolinea che alcune di queste sono effettivamente utilizzate dalle istituzioni bosniache. «Per esempio c'è l'edificio in cui si trova il ministero degli Interni cantonale di Sarajevo - spiega a Birn - che è l'edificio di La Benevolencija». È ubicato in una strada di Sarajevo dalla quale prende il nome.
La Benevolencija è un'organizzazione ebraica fondata nel 1892 nella capitale bosniaca per aiutare a dare agli studenti ebrei bosniaci l'opportunità di frequentare università in altre parti di quello che allora era l'impero austro-ungarico. Sarajevo ospitava circa 12.000 ebrei prima della seconda guerra mondiale, ora ce ne sono circa mille in tutto il Paese.

 La Benevolencija
  Nel 1945, dopo la fine della guerra, La Benevolencija fu messa al bando dalle nuove autorità comuniste, ma riuscì a riemergere sotto il nome di Sloboda. Nel 1991, ha riottenuto il suo vecchio nome, e Finci è stato nominato primo vicepresidente ufficiale. Durante la guerra bosniaca del 1992-95 e l'assedio della capitale, La Benevolencija fu una delle organizzazioni ben note che fornivano aiuti ai «saralje», i cittadini di Sarajevo. Per quanto riguarda il motivo per cui questo e molti altri edifici non sono stati restituiti ai precedenti proprietari, Finci parla chiaro: «Manca la volontà politica». E la lista dei beni confiscati è lunga e include anche gli ortodossi e i musulmani. I dati della Commissione per la Restituzione del Consiglio dei ministri della Bosnia indicano che circa un milione di ettari di terra e circa tre milioni di metri quadrati di spazi commerciali e residenziali appartenenti a varie comunità religiose nel Paese sono stati nazionalizzati. Stime peraltro inaccettabili per i musulmani che rivendicano 30 milioni di ettari in tutta la Bosnia.

Gli ortodossi
Anche la Chiesa ortodossa afferma che è proprietaria di edifici e terreni in posizioni privilegiate. «Proprietà che si trovano per lo più nel centro di Sarajevo come l'edificio della Facoltà di Economia, oppure quello del Parlamento bosniaco e del Consiglio dei ministri, nonché il terreno dove si trova l'Holiday Inn, l'albergo che ospitò tutti gli inviati di guerra durante l'assedio degli anni Novanta. I musulmani solo a Sarajevo rivendicano la Jat House, gli hotel centrali e della città vecchia, un edificio a Markale, uno nel quartiere di Glass Town (area commerciale), 900 locali a Baséarsijae Bezistan, una casa al civico 32 di via Maresciallo Tito (ironia della sorte) e la terra dove sorgono Skenderija e la presidenza bosniaca. Nel 2016 fu predisposto un disegno di legge sulla denazionalizzazione, ma è caduto vittima dei veti incrociati dei partiti etnici che guidano la Bosnia. A dire di no è stata la Republika Srpska per la quale il problema va risolto a livello cantonale e non statale. Poi più nulla.

(La Stampa, 3 marzo 2019)


Netanyahu: i Paesi seguano l'esempio della Gran Bretagna, fuori legge Hezbollah

Il premier Benyamin Netanyahu ha lanciato oggi un appello alla comunità internazionale affinché segua l'esempio della Gran Bretagna, che "ha messo fuori legge Hezbollah e ha qualificato tutte le sue componenti come un'unica organizzazione terroristica".
   "Si tratta di una decisione importante - ha detto Netanyahu durante la seduta odierna del consiglio dei ministri - perché Hezbollah è un fomentatore di terrorismo e funge inoltre da principale apparato terroristico per conto dell'Iran".
   Netanyahu ha poi ribadito "la determinazione di Israele a lottare contro la presenza militare iraniana in Siria" nel corso del suo recente incontro a Mosca col presidente Vladimir Putin. Questi, ha aggiunto, ha accolto un invito a visitare Israele. Netanyahu ha infine denunciato i recenti episodi di antisemitismo in Francia.

(tvsvizzera.it, 3 marzo 2019)


Il direttore Omer Meir Wellber: «Sul podio da Israele all'Italia»

Il maestro israeliano, 37 anni, guida la BBC Philharmonic e da gennaio 2020 il Teatro Massimo di Palermo. «Apertura con Wagner, autore che per me è ancora un trauma».

di Giuseppina Manin

Omer Meir Wellber
Dove ha casa? Domanda non facile per Omer Meir Wellber. Il barbuto e simpatico direttore israeliano esita a rispondere. «A Tel Aviv c'è la mia famiglia d'origine, per lavoro vado regolarmente a Dresda, Londra e Palermo, la mia compagna e mia figlia stanno a Milano». Un zig zag per l'Europa che a 37 anni è tutta energia per un giovane di talento, dal 2018 direttore principale alla Semperoper tedesca, da quest'anno della BBC Philharmonic, da gennaio 2020 alla guida del Massimo di Palermo. Daniel Barenboim, che su di lui ha scommesso dieci anni fa nominandolo suo assistente alla Staatsoper e alla Scala, aveva visto bene.
   «Palermo è una città con tanti livelli culturali. Mi ricorda Tel Aviv, per starci dietro devi rinnovarti di continuo. Il Massimo deve essere specchio della sua energia. Ho accettato un impegno a lungo respiro, cinque anni, con la garanzia di aver mano libera. Il sovrintendente Giambrone e il sindaco Orlando me l'hanno data».
   E Omer è già al lavoro. Il 9 marzo dirigerà l'Orchestra del Massimo in un concerto all'insegna di Rimskij-Korsakov e Prokofiev. Sempre a marzo, il 28 e 29 a Torino, guiderà la Sinfonica Rai nella Messa in do minore di Mozart. Intanto mette a punto la sua prima stagione di Palermo. Apertura a gennaio con Parsifal, regista Graham Vick. «Ho voluto cominciare dall'autore per me più arduo. Wagner è un trauma non superato, un simbolo d'antisemitismo. Non posso ignorare quel che ha rappresentato».
   Eppure proprio Barenboim è stato il primo a rompere il tabù e proporlo in Israele. «Per Daniel bisogna separare l'uomo dal compositore, per me invece è tutt'uno. Ne abbiamo discusso spesso. Quello che mi irrita è l'aura mistica che avvolge la sua musica. Scegliendo Parsifal, l'opera "sacra", ho voluto mettere il dito nella piaga. Lo dirigerò come fosse Beethoven, togliendogli ogni patina finto spirituale».
   A settembre un secondo progetto «rivoluzionario». «La trilogia Mozart-Da Ponte tutta di fila, ogni cantante impegnato in due ruoli per ciascun titolo. Un allestimento coprodotto con Bruxelles e realizzato dal gruppo The Lab». Una bella sfida. «Barenboim mi ha detto: la prima cosa che devi fare se vuoi arrivare all'anima del pubblico è questa trilogia. Lui non sbaglia mai». Di recente è stato accusato da musicisti della Staatsoper per «atteggiamenti dittatoriali». «Denunce anonime... Poi qualche nome è emerso, musicisti usciti di scena. E la commissione dell'orchestra gli ha ribadito solidarietà. Daniel non ha un carattere facile, ma se c'è uno con cui vale la pena litigare è lui».
   Musica da allargare alla società, una lezione che Omer metterà in pratica a Palermo: «Porteremo Bach in sei luoghi della città, andremo avanti con un progetto di educazione musicale per i giovani. E in omaggio a Beethoven ho commissionato un melologo dove Ludwig comparirà come un rifugiato siriano. Lo spunto è da un suo sogno: si vedeva sperso in un paese arabo».
Da qui al 2025, già decisi i titoli successivi: «Nel '21 Oneghin, poi i Vespri siciliani, regia di Emma Dante e il Grand Macabre con Calixto Bieito. Ogni apertura in una lingua diversa. Un messaggio multiculturale in linea con lo spirito di Palermo».

(Corriere della Sera, 3 marzo 2019)



E' giusto da parte di Dio rendere afflizione a quelli che vi affliggono

Noi ci gloriamo di voi nelle chiese di Dio, a motivo della vostra costanza e fede in tutte le vostre persecuzioni e nelle afflizioni che sopportate. Questa è una prova del giusto giudizio di Dio, perché siate riconosciuti degni del regno di Dio, per il quale anche soffrite. Poiché è giusto da parte di Dio rendere a quelli che vi affliggono, afflizione; e a voi che siete afflitti, riposo con noi, quando il Signore Gesù apparirà dal cielo con gli angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Dio, e di coloro che non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù. Essi saranno puniti di eterna rovina, respinti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando verrà per essere in quel giorno glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che hanno creduto, perché è stata creduta la nostra testimonianza in mezzo a voi."

Dalla seconda lettera dell'apostolo Paolo ai Tessalonices, cap. 1


 


I "cognomi ebraici" e le liste di proscrizione su internet

di Federico Steinhaus

Di questi tempi parlare di antisemitismo è diventato faticoso, come è nuovamente molto faticoso essere ebrei in Europa. Ogni giorno ci raggiungono nuove notizie inquietanti quando non allarmanti sulla diffusione ed intensità di azioni dettate dall'odio nei confronti degli ebrei o di Israele.
   Uno degli aspetti che vengono trascurati a torto è internet, lo strumento meraviglioso che credevamo destinato ad ampliare la sfera di libertà e di conoscenza, ma che si è rivelato anche uno strumento per sfogare gli istinti peggiori senza conseguenze.
   Si veda a questo proposito lo spazio incredibilmente vasto dedicato ai cognomi ebraici, e limitiamoci solamente a quelli italiani e ad alcune voci dell'apposita pagina web.
   Sappiamo che quello dei cognomi è uno dei cavalli di battaglia prediletti da nazisti, neonazisti, veterocristiani, per additare all'odio personaggi" colpevoli" di essere ebrei, o supposti tali. Un certo Dagoberto Bellucci, che si autodefinisce autore di un "avamposto informatico anti-mondialista", gestisce un suo sito nel quale evidenzia un testo "fedelmente estratto dall'omonimo volume pubblicato dall'ebreo (!) Samuele Schaerf nel 1925", dal titolo "I cognomi degli ebrei d'Italia". Si tratta di un trattato del quale il Bellucci auspica "la lettura e l'apprendimento". Nel medesimo sito spicca anche, in maniera certamente non casuale, un necrologio del negazionista francese Robert Faurisson, da poco deceduto.
   Si può anche trovare il libro "Gli ebrei in Italia" di Paolo Orano, che viene proposto nientemeno che da Amazon. E' un libro pubblicato nel 1936, in piena epoca fascista, alla vigilia della svolta antisemita di Mussolini con il censimento degli ebrei del 1938 e le successive misure persecutorie, ma la data di pubblicazione ci rimanda anche alle leggi di Norimberga emanate da Hitler nel 1935. La copertina del libro che campeggia in Amazon, ciliegina sulla torta, ci richiama alla mente la peggiore simbologia antisemita nazista e fascista. La sinossi che Amazon dedica a questo libro è la seguente: "Prima riedizione italiana del dopoguerra del classico di Paolo Orano, dal titolo "Gli Ebrei in Italia", edito nel 1936. Uno studio attento sulla specificità ebraica rispetto alla identità culturale italiana, anche oggi validissimo ed attualissimo. Il testo illustra anche il tentativo fallito dell'Italia mussoliniana di amalgamare l'ebraismo nella italianità. Tentativo di inserimento fallito, perché il mondo ebraico preferì coltivare la propria appartenenza all'ebraismo transazionale e il proprio chiuso esclusivismo. Il testo è impreziosito da illustrazioni d'epoca. In appendice, un saggio sul libro "Il coltello di Shylock", che è costato all'autore, editore di questi libri, una dura repressione giudiziaria. L'esclusivismo ebraico divenuto totalitarismo liberticida nel dopoguerra." Siamo nel 2019, il libro è stato ripubblicato nel 2012, e nessuno ha ancora chiesto ad Amazon di toglierlo dalle proprie offerte insieme alla scandalosa sinossi che lo accompagna.
   Non può mancare in questa breve ed incompleta rassegna il sito Finanza Online, che ha un ampio forum di discussione con argomenti che vertono, ovviamente, su materie finanziarie; ma, sorpresa!, Finanza Online ha anche un settore del forum dedicato senza filtro ai "cognomi di ebrei e falsi convertiti", che nel totale registra all'incirca 85.000 visite e 670 risposte.
   Nel 2011 un articolo di Repubblica denunciava con veemenza un sito americano denominato "Orgoglio bianco" (White Pride), che aveva pubblicato quella che il quotidiano definiva una blacklist dell'odio antisemita; ma già prima erano stati segnalati e talvolta denunciati siti come Holywar (guerra santa), italiani o anche in lingua italiana, poi oscurati d'imperio.
   L'antisemitismo, che sia di matrice neonazista e neofascista, di una sinistra che non ha mai accettato Israele come nazione degli ebrei, veterocristiana od islamista, costringe a non abbassare mai la guardia. Il pericolo non minaccia solamente gli ebrei e le istituzioni ebraiche, obiettivi facilmente identificabili, ma, come sappiamo da sempre, esso è l'indice di una società malata e carica di odio, di rancore, di pregiudizi, e pertanto manipolabile anche a danno di altre minoranze o di suoi segmenti deboli. L'elenco delle aggressioni (verbali o fisiche) nei confronti di ebrei è già lungo ed ogni giorno, in Europa o altrove, si aggiungono nuove casistiche con una velocità divenuta impressionante. Il sionismo torna ad occupare il posto che aveva alle sue origini, ai tempi dei pogrom zaristi in Russia: è Israele la patria, reale o potenziale, di tutti gli ebrei ed in particolare di quelli perseguitati. Anche la dissacrazione dei cimiteri ebraici ha un valore simbolico da non travisare: con questa si vuole cancellare l'identità ebraica, annullare il ricordo della Shoah, umiliare parenti e discendenti di quei morti rinnovando il loro dolore, sottolineare la diversità dell'ebreo in un contesto di persone normali, di buoni cittadini leali, dal quale devono essere emarginati.
   Infine, come hanno affermato Napolitano, Mattarella ed ora anche Macron, e come stabilisce senza equivoci la definizione ufficiale di antisemitismo che l'Unione Europea invita gli stati membri ad adottare, odiare Israele e rifiutare il sionismo equivale ad odiare gli ebrei.

(L’informale, 2 marzo 2019)


Due giorni di gare femminili in Israele, successi per Christoforou e Gafinovitz

Una sorridente Rotem Gafinovitz dopo il successo al Tour of Arava
Oltre alle corse in Belgio, il ciclismo femminile ha visto la disputa di due prove in Israele. Ieri è stato il turno della Scorpions' Pass Time Trial, cronoscalata di 21.4 km; a far segnare il tempo migliore è stata Antri Christoforou, ventiseienne cipriota tesserata per la Cogeas Mettler. 41'48" il suo tempo, ben sufficiente per precedere le due israeliane della Canyon-SRAM: secondo posto a 39" per Omer Shapira, terzo a 2'43" per Rotem Gafinovitz.
Proprio Rotem Gafinovitz ha conquistato oggi il Tour of Arava, gara in linea di 68 km con un tracciato mosso. La ventiseienne si è involata negli ultimi 2 km di salita, precedendo di 34" la tedesca Naima Madlen Disner e di 1'21" la già citata Christoforou che in uno sprint a due ha costretto Shapira a rimanere fuori dal podio.

(Cicloweb, 2 marzo 2019)



Imperia, visita di Scajola in Israele: «Un’occasione per portare investimenti in città»

L'ex ministro replica in toni pacati agli antagonisti di sinistra: «Trovare una soluzione al conflitto in corso riconoscendo i diritti di tutti».

di Diego David

IMPERIA - Il sindaco Claudio Scajola è rientrato nelle scorse ore da Israele, dove ha preso parte, su invito del ministero degli Esteri israeliano, alla 33a Conferenza Internazionale dei sindaci.

- Sindaco, la gente si chiede cosa ci sia andato a fare in Israele…
  È stata un'occasione d'incontro che ha portato sindaci provenienti dalle più diverse parti del mondo a confrontarsi sui temi dell'organizzazione delle aree urbane. Ci sono stati molti appuntamenti con relatori di assoluto livello, come ad esempio l'ex primo ministro Ehud Olmert, e momenti di condivisione di progetti ed esperienze su sicurezza e sviluppo tecnologico. Tutti incontri che sono stati utili per approfondire come l'innovazione possa essere ben utilizzata al servizio delle nostre comunità.

- Si, ma per la nostra città ?
  Appunto, questo evento è stato anche un'occasione per cercare di offrire delle opportunità di investimento nella nostra città. Imperia vuole svilupparsi e per farlo deve guardare ben oltre i propri confini.

- Non sono nemmeno mancate le proteste dell'estrema sinistra per l'inopportunità di una sua visita nel paese del conflitto tra israeliani e palestinesi…
  Ho colto in tutti gli interventi, non si preoccupi. La mia convinzione è che sia importante e necessario trovare una soluzione alla questione tra Israele e Palestina, riconoscendo diritti a ciascuno.

- Cosa si è portato a casa…
  Il meeting si era aperto con la visita al Museo della storia dell'Olocausto. È stato un momento toccante che ci ha fatto riflettere, una volta di più, sugli orrori del Novecento e, più in generale, sui temi dell'uguaglianza e della lotta alle discriminazioni.

(Riviera24, 2 marzo 2019)


Bibi è nei guai ma prepara la sua controffensiva (fondata su un' arte)

Il premier israeliano continua la campagna elettorale. Anshel Pfefffr, suo biografo, cl spiega le conseguenze delle accuse.

di Rolla Scolari

 
MILANO - Le elezioni anticipate del 9 aprile in Israele si sono appena trasformate in un referendum: sì o no a Benjamin Netanyahu. Il leader della destra del Likud potrebbe diventare il primo premier nella storia del paese a essere incriminato mentre è al potere. Il procuratore generale Avichai Mandelblit ha infatti annunciato la sua intenzione di mettere il primo ministro sotto accusa per i reati di corruzione, frode, abuso di fiducia in tre casi che coinvolgono ricchi uomini d'affari, produttori di Hollywood, editori di giornali e una delle principali aziende di telecomunicazioni nazionali. Prima che arrivi ufficialmente l'incriminazione, però, Bibi Netanyahu ha a disposizione un'udienza in cui la sua vasta squadra legale potrà presentare testimoni per la difesa. Il primo ministro, tra i leader più duraturi della storia del paese, al potere da quattro mandati, ha già chiarito che combatterà, e lo farà con tutte le armi a sua disposizione, e che, a differenza di quanto gli chiedono gli avversari politici, andrà dritto al voto di aprile. "Voglio continuare a essere il vostro primo ministro per molti altri anni, ma dipende da voi", ha detto in un video alla nazione giovedì sera dopo l'annuncio del procuratore. In effetti, le prossime elezioni "saranno tutte su Bibi Netanyahu", spiega al Foglio Anshel Pfeffer, autore di "Bibi: The Turbulent Life and Times of Benjamin Netanyahu" ed editorialista del quotidiano liberal Haaretz. Il primo ministro, ci spiega, ha anticipato le elezioni proprio perché sperava che il voto si tenesse prima dell'annuncio dell'incriminazione, ma la procura non ha atteso, perché "un ritardo" avrebbe significato prendere una posizione politica. Ora, sulle sorti di un'elezione-referendum, per o contro il lungo regno di Netanyahu, pesa anche un nuovo e inaspettato elemento: da qualche settimana, nel panorama politico israeliano esiste un nuovo attore, il partito Blu e Bianco, dai colori della bandiera israeliana. Con solide credenziali militari, il movimento sfida il premier sul suo stesso terreno, quella della difesa dello stato ebraico dalle minacce esterne. Alla sua testa c'è l'ex generale Benny Gantz affiancato da due ex capi di stato maggiore, Moshe Ya'alon e Gabi Ashkenazi, e dall'ex presentatore di talkshow, Yair Lapid. Il centro politico in Israele è diventato molto affollato, e rischia di attirare, dopo l'annuncio del procuratore generale, parte dell'elettorato che avrebbe altrimenti scelto Bibi. I primi sondaggi dopo la bomba giudiziaria di giovedì arriveranno all'inizio della settimana prossima. L'ultimo prima dell'annuncio vedeva il partito di Gantz, in caso di incriminazione, schizzare a 44 seggi contro il 25 del Likud.
   In passato, è stato sempre un errore dare per spacciato Netanyahu, uno dei politici più abili nell'arte della sopravvivenza in Israele. E oggi, ci dice Pfeffer, il premier "è ancora un concorrente, perché nessuno tra i suoi alleati lo obbligherà a farsi da parte, perché ha ancora a disposizione un'udienza di difesa, perché pensa di poter essere ancora primo ministro". Benché sia in arrivo un'incriminazione, al primo ministro israeliano non è richiesto di dimettersi. Prima di lui, nel 2008, il premier Ehud Olmert diede le dimissioni perché coinvolto in un'inchiesta per corruzione. Soltanto dopo arrivò l'incriminazione. Lo stesso accadde nel 1977 con Yitzhak Rabin, accusato di aver mantenuto conti in banca negli Stati Uniti quando ai cittadini israeliani era vietato averne all'estero. Netanyahu ha fatto sapere che resterà. Per confermarsi ancora una volta come una reale minaccia elettorale dopo l'intenzione di incriminarlo, deve però tenersi stretta "la destra morbida", "gli elettori che hanno votato Likud o Kulanu (un partito di centro destra alleato del premier, ndr), cui il primo ministro non piace troppo, ma che non hanno alternative valide", dice Pfeffer. Il rischio per il futuro politico di Netanyahu, è che per questa fetta di popolazione Gantz e il suo partito possano diventare un'alternativa possibile.
   Per anni Benjamin Netanyahu ha governato il paese grazie alla sua solida arte di costruire attorno a sé coalizione di governo. Dopo l'annuncio delle scorse ore, il primo ministro potrebbe ritrovarsi indebolito proprio in questa sua abilità, perché, come spiega Pfeffer, per il leader della destra, in caso di un successo alle urne, la vera difficoltà sarà creare attorno a sé una coalizione: un leader con guai con la giustizia e quindi politicamente debole ha meno potere contrattuale davanti ai suoi alleati, che chiederanno molto in cambio di un sostegno.
   Il video-discorso dopo l'annuncio del procuratore generale contiene già le basi della difesa che Netanyahu metterà in campo, con soltanto 40 giorni di tempo prima del voto. Netanyahu tenterà di mobilitare l'elettorato di destra attorno a sé, con un mantra che utilizza già da tempo: il suo unico e credibile rivale, Gantz, è accusato d'essere "di sinistra", un'etichetta che tutti i politici di questi tempi in Israele temono. Per Netanyahu, l'annuncio dell'incriminazione è una "caccia alle streghe" di una magistratura di parte, tentativo di una sinistra che non vince alle urne di farlo uscire di scena con altri mezzi. Non è detto che questa difesa però regga: il procuratore generale all'origine dell'incriminazione, arrivata dopo tre anni di inchieste, è stato nominato dallo stesso primo ministro. Oltre a essere stato segretario di gabinetto di Netanyahu, Avichai Mandelblit - religioso, ex capo dell'ufficio legale dell'esercito - è una personalità che piace alla destra e ai suoi elettori.

(Il Foglio, 2 marzo 2019)


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Come (e se) l'incriminazione di Netanyahu influirà sulle elezioni in Israele. Parla Terzi

di Rebecca Mieli

Giulio Terzi
Corruzione e frode. Sono queste le accuse che pendono sul Primo Ministro israeliano, che arriverà alle elezioni di aprile con tre inchieste sulle spalle. Ne discute con Formiche.net Giulio Terzi di Sant'Agata, già ministro degli Esteri e ambasciatore in Israele e negli Stati Uniti
1000, 2000 e 4000. Sono questi i nomi delle tre inchieste che pesano sul futuro giudiziario di Benjamin Netanyahu, così come sulla sua carriera politica. Il procuratore generale Avichai Mandelblit ha avviato le indagini che riguardano i sospetti di frode e corruzione, ma anche le accuse più spinose circa l'eventuale rapporto di favoreggiamento mediatico con il quotidiano Yediot Ahronot e dei portali di proprietà della compagnia di telecomunicazioni Bezeq.
Formiche.net ha parlato con Giulio Terzi di Sant'Agata, già ministro degli Esteri e ambasciatore in Israele e negli Stati Uniti.

- Che rapporto c'è tra il Procuratore Generale Mandelblit e Netanyahu?
  Il procuratore generale è stato segretario di gabinetto dal 2013 al 2016, ed è poi diventato procuratore anche grazie al sostegno di Netanyahu. I due sono considerati abbastanza vicini, tanto che alcuni membri del comitato di selezione giudiziaria erano contro la candidatura di Mandelblit, pensando che non sarebbe stato incline ad avviare indagini contro il primo ministro in caso di necessità. Mandelblit è un uomo del sistema, con tanta esperienza in ambito legale, e comunque ha goduto della fiducia di Netanyahu per molti anni.

- Perché questa notizia arriva proprio in prossimità delle elezioni?
  In realtà le elezioni si sarebbero dovute svolgere a novembre. Sono state anticipate qualche tempo fa, creando uno snodo particolarmente difficile per il procuratore. Da quello che ho avuto modo di vedere durante la mia esperienza in Israele, però, la divisione dei poteri è estremamente netta e intransigente. L'indipendenza della magistratura è totale, nessun magistrato penserebbe di anteporre i propri interessi politici alla rettitudine della decisione giudiziaria, e abbiamo alcuni casi di condanna (come quella contro Ehud Olmert) a dimostrazione di ciò.

- La vicenda giudiziaria può influenzare l'esito delle elezioni?
  Netanyahu è in carica da dieci anni, e anche prima ha ricoperto diverse cariche ministeriali. È l'artefice dell'innovazione e della ricerca in Israele, sin da quando nel 1999 strutturò tutto il settore di ricerca e sviluppò per operare nell'innovazione cyber. Ha diretto l'esecutivo di un paese con dieci anni di piena crescita, arrivando nel 2016 a essere la nazione più in crescita di tutta l'area Ocse (con una crescita del quasi 6,2%). Se Israele è dove è ora, sia da un punto di vista economico che tecnologico, lo deve a Netanyahu.

- Pensa che si tratti di una operazione politica?
  Indubbiamente il punto di partenza di questa vicenda giudiziaria è quello di una lunga e duratura operazione politica contro di lui, che è nata con manifestazioni in piazza ed è proseguita con le aspre critiche nei confronti della moglie. L'inizio di tutta questa vicenda è stato politico, ma l'esito no, poiché non c'è dubbio che la magistratura stia agendo in maniera indipendente e scollegata da qualsiasi interesse. Ciononostante è chiaro che i detrattori del primo ministro imposteranno la campagna elettorale su questo tema. Mi chiedo quanto il pubblico di Israele sia influenzabile, a questo punto.

- Come arriva Benjamin Netanyahu alle elezioni di aprile?
  Israele si è rafforzata molto in questi dieci anni, il Likud è riuscito a mantenere il Paese in crescita e in un contesto di pace, nonostante le minacce, contribuendo alla stabilità regionale con notevoli capacità di governo. Le debolezze di Netanyahu a livello politico sono in primo luogo la nuova alleanza con il partito Otzma Yehudit, Kahanista e anti arabo, che ha creato una forte divisione sia nel Likud sia nelle comunità ebraiche israeliane e americane (in particolare l'Aipac), a causa dell'estremismo religioso e anti-arabo dei suoi sostenitori. Netanyahu ha una vitalità politica straordinaria ed è molto determinato, una particolarità che gli ha permesso di mantenere delle politiche di centro destra anche con il sostegno di gruppi politici meno inclini al dialogo. Tra i suoi meriti, c'è anche quello di aver dialogato lungamente con la leadership palestinese in Cisgiordania, una mossa che ha indebolito la posizione di Hamas a Gaza. Oltre a questo, vorrei sottolineare un'altra cosa.

- Ci dica.
  Vorrei mettere in evidenza la capacità del Likud di impegnare la società nel rafforzamento di barriere tecnologiche, sia in campo civile che militare, riuscendo in virtù di questo a scongiurare più di un conflitto incombente. Infine, Netanyahu ha instaurato, come nessuno aveva fatto sino ad ora, relazioni di fiducia con diversi Paesi arabi, comprese le Monarchie del Golfo, in chiave anti iraniana. Anche su questo piano, un'eventuale nuovo governo Bianco-Blu con Yair Lapid e Benjamin Gantz (i principali rivali dell'attuale primo ministro alle prossime elezioni) dovrà essere abile ad avere la stessa capacità di Netanyahu nel dialogare con gli autocrati arabi.

(formiche, 2 marzo 2019)


Francia, ennesimo atto antisemita: vandalizzata la stele di un'antica sinagoga di Strasburgo

Nuovo episodio di vandalismo, non l'ultimo nella capitale dell' Alsazia, dove negli ultimi tempi si sono verificate profanazioni di cimiteri ebraici

La stele di un'antica sinagoga è stata vandalizzata a Strasburgo. Lo hanno riferito i media francesi tra cui l'Alsace, pubblicando le immagini in cui si vede la stele commemorativa di marmo della sinagoga des Halles non più sul proprio supporto, ma rovesciata a terra. Sul monumento si legge: "Qui si ergeva dal 1889 la sinagoga di Strasburgo, incendiata e distrutta dai nazisti il 12 settembre 1940".
E' di neanche dieci giorni fa la profanazione di 80 tombe del cimitero ebraico di Quatzenheim, sempre in Alsazia. Le tombe sono state profanate nel giorno in cui in tutta la Francia erano state organizzate marce contro l'antisemitismo dopo il moltiplicarsi di atti antisemiti in tutto il Paese. E' ovviamente un nuovo atto antisemita nella nostra città", ha scritto sulla sua pagina Facebook Alain Fontanel, primo vice sindaco di Strasburgo.
"Faremo il possibile per assicurare alla giustizia i responsabili".

(la Repubblica, 2 marzo 2019)


Quando i giovani israeliani e palestinesi parlano tra di loro di pace

Un bellissimo esperimento è riuscito a mettere di fronte 150 giovani israeliani e palestinesi per parlare di pace guardando esclusivamente al futuro senza pensare al passato. Una tenue speranza per chi vorrebbe mettere fine a oltre 70 di conflitto israelo-palestinese.

Che i giovani israeliani e palestinesi siano meglio dei loro padri per parlare di pace? Sembra proprio che sia così, almeno se si guarda al bellissimo esperimento messo in piedi dal Leon Charney Resolution Center della Università di Haifa.
Nei giorni scorsi 150 studenti israeliani e palestinesi hanno dato vita a un congresso organizzato dal Leon Charney Resolution Center, dalla Università di Haifa e dalla ONG Minds of Peace, durante il quale i giovani israeliani e palestinesi si sono confrontati tra di loro senza pregiudizi e hanno simulato trattative di pace per mettere fine all'annoso conflitto che contrappone Israele ai palestinesi.
Cento studenti universitari e 50 studenti delle scuole superiori di entrambe le parti hanno dato vita a un esperimento senza precedenti che ha riservato molte positive sorprese e che ha rivelato come il più delle volte i pregiudizi inculcati dagli adulti, nonché da organizzazioni poco chiare, nelle menti dei giovani israeliani e palestinesi contribuiscono affinché sia sempre più difficile trovare una soluzione al conflitto israelo-palestinese....

(Rights Reporters, 2 marzo 2019)


Cucina ebraica, la Bibbia imparata nel piatto

Regole ben precise indicano ciò che è «kosher», cioè permesso. Vietati equini, maiali, lepri e conigli. Esaltata l'oca, che divenne anche oggetto di posta nelle partite d'azzardo nel ghetto. Il pane azzimo simboleggia la Pasqua, ricordando l'esodo dall'Egitto.

di Giancarlo Saran

 
Pancake di patate accompagnate da pane azzimo, un piatto che viene preparato per la festività ebraica di Hanukkah
Forse nessuna cucina come quella ebraica è così poco conosciuta, nei suoi fondamentali, quanto è presente nella tradizione delle nostre tavole, con declinazioni diverse frutto di contaminazioni e osmosi. Vi è un carattere unificante che risiede nelle regole alimentari del Kosherut, il quale indica tutto ciò che è lecito, kosher, o non permesso, taref. Regole non del tutto semplici da applicare nella realtà quotidiana, ma che «rinviano a un atto del cibarsi inteso come un momento della quotidianità che aiuta a percorrere la via della perfezione». Lo stesso Marce! Proust, la cui mamma era ebrea, riconosceva come, nella cucina ebraica, palato, olfatto e conoscenza erano intrecciati in un processo di sinestesia. Non solo, ma «le mamme insegnavano l'alfabeto ebraico ai propri figli disegnando le lettere con il miele, in maniera tale da associare studio e dolcezza».
  Una realtà affascinante che ci porterà a scoprire piatti dimenticati; piatti che hanno resistito allo scorrere dei secoli; piatti modificati dalla tradizione locale secondo quanto rabbino comanda e viceversa. È l'utilizzo della carne uno dei capisaldi del Kosherut. Devono essere animali non carnivori, ruminanti e dallo zoccolo bifido. Quindi esclusa la carne equina, che ruminante non è, e quella suina perché il maiale, pur dallo zoccolo bifido, è carnivoro. Fuori dal menù anche lepri e conigli. Ampia tolleranza verso i pennuti. Passando al pescato, superano l'esame creature armate di pinne e dalle squame facilmente rimovibili. Dispense aperte quindi per aringhe, sardine, tonno. Paletta scomunicante per crostacei, molluschi, frutti di mare. Sui formaggi la questione era complessa in quanto, come documentato da Leon Da Modena, la sorveglianza di personale ebreo avrebbe dovuto riguardare tutta la produzione, a partire dall'uso del caglio vegetale, anche se poi, molte volte, essendo guardiani donne e bambini, i casari dell'epoca osservavano le regole con molta elasticità. Ai commercianti ebrei era sconsigliato vendere alcuni prodotti ai cristiani che, nelle grandi città, spesso entravano nel ghetto per intriganti peccati di gola. «Mangiare alla giudìa» era un po' come farsi ebreo nel piacere di un momento, come ha ricordato Ariel Toaff.
  L'oca era regina delle tavole, ma anche motivo di contrasto tra le diverse religioni. La sua presenza a Nord della dorsale appenninica, dal Piemonte fino alle Marche, viene fatta risalire agli ebrei askenaziti, provenienti dalle terre germaniche. Nei territori austroungarici era prassi donare oche grasse alla famiglia imperiale, ma un cronista triestino, Nicolas Lernery, faceva risalire le presupposte asperità caratteriali ebraiche proprio all'ingordigia verso queste carni, responsabili delle tonalità più scure di certi volti e anche l'«odore da ebreo» veniva fatto risalire all'oca tentatrice. Negli anni dell'inquisizione se un cattolico si dimostrava troppo goloso di carne d'oca veniva sospettato di apostasia. In Piemonte, in molti paesi, si teneva il palio dell'oca, detto anche palio dell'ebreo, dove le oche grasse divenivano oggetto di cruente pratiche equestri, che terminavano con la loro crudele decapitazione. Verso metà Ottocento, nel ghetto veneziano, si tenne un censimento dei pennuti, arrivando a contarne 1.580, quasi quanto gli abitanti veri. A Reggio Emilia gli «o caro li del ghetto» rappresentavano un problema di igiene pubblica, Gli allevamenti erano limitati alle cantine o alle soffitte, non essendoci spazi verdi a sufficienza e periodicamente, quindi, il letame veniva scaricato sulla pubblica via.
  Una realtà double face, comunque, posto che la lavorazione del fegato grasso attirava una vasta clientela cristiana, spuntando prezzi elevati. L'oca veniva impiattata nelle occasioni ufficiali che vedevano ospiti nobili ed ecclesiastici. Oca aristocratica, posto che si era conquistata l'immagine sul labaro dei nobili Gonzaga, una famiglia trasferitasi da Mantova a Roma. Come del maiale, anche dell'oca non si buttava via niente, e le sue piume si potevano ben trasformare in caldi piumini come ben scoprirono le massaie del tempo. Con il suo grasso si ungeva il petto dei bimbi febbricitanti per i malanni invernali ed era talmente apprezzato da diventare oggetto di posta nelle partite d'azzardo nel ghetto. Il culto dell'oca riguardava anche il norcino, tanto che, i migliori, venivano premiati con il cuore dell'animale, dal forte valore simbolico. Se l'oca è la presenza forte in molti piatti del versante Nord appenninico, a maggioranza askenazita, tolta Roma che è sempre stata un melting pot di contaminazioni diverse, sul versante tirrenico vi era l'influenza sefardita, ovvero l'area mediterranea dalle coste africane alla penisola iberica.
  La presenza dei dolci, delle preparazioni di pesce e del fritto ha segnato preparazioni importanti, con un'ulteriore variante legata all'utilizzo di materie prime povere, sia per la carne che per il pesce, soprattutto in seguito alle pressioni della chiesa, con papa Paolo IV che, nel 1555, istituì il ghetto romano. Ma, al di là delle varianti geografiche, il calendario ebraico aveva delle prescrizioni comuni. Ecco allora il pane azzimo, realizzato solo con farina e acqua. Simbolo della Pasqua ebraica, ricordo dell'esodo dall'Egitto, visto come il pane dei fuggitivi, proprio perché preparato in fretta. In teoria non lo si poteva vendere ai cristiani, ma leggenda racconta che proprio i cardinali ne fossero ghiotti per inzupparlo poi nel latte zuccherato o nel cioccolato. Azzime protagoniste degli scacchi, ritagli bagnati nel brodo di cappone, rosolati nel grasso d'oca e passati al forno alternati a strati di verdure cotte e ritagli di galline mentre a Venezia la farina d'azzime si abbinava a una frittata di spinaci e cipolle. Rito e tradizione anche per il pranzo di Capodanno, nel calendario ebraico a metà settembre. Tra le pietanze era buona tradizione inserire una testa di montone (ma andava bene anche di agnello o di pesce) intonando una formula di buon augurio «che si possa funger da testa e non da coda alle nazioni». Un' espressione che assumeva valenze di compensazione, considerato lo stato degli ebrei rinchiusi nei ghetti. Divertente l'aneddoto delle carote. Tagliate a fette sottili, cotte nel grasso d'oca e miele e poi coperte da zucchero e cannella. Assumevano l'aspetto dal colore dorato e brunito delle monete e, consumate all'entrata del nuovo anno, erano simbolo di augurio e prosperità negli affari.
  Non poteva mancare il carnevale, Purim, in cui tutto (o molto) era permesso. Simbolo di quelle giornate le orecchie di Aman, strisce di pasta sfoglia a forma triangolare, fritte nell'olio d'oliva e spolverate di zucchero, con infinite varianti locali, ma chiaro sberleffo al perfido ministro persiano che tramò per sterminarli a suo tempo. Infine lo shabbat, il sabato giorno del riposo, in cui era proibito lavorare. Ecco allora svilupparsi la tecnica delle cotture a fuoco lento, degli stracotti, con un piatto dal forte valore simbolico: la ruota del faraone (o frinzisal). Rimanda alla fuga dall'Egitto con l'apertura delle acque del Mar Rosso che poi si richiusero ad inghiottire gli Egizi. La preparazione ricorda la forma di una ruota, quella dei carri della fuga. Le tagliatelle increspate dai vari sughi le acque del Mar Rosso. I pezzi di fegato grasso e lo zibibbo, le teste degli egiziani mentre affogavano. Una storia, quella della cucina ebraica, arricchita da mille altre storie, in un viaggio che ci porterà a scoprirne le varietà lungo la penisola.

(La Verità, 2 marzo 2019)


Treviso - Proteste della comunità ebraica: Benetton rimuove l'opera che ricorda Auschwitz

L'installazione dell'artista bresciano Sarenco apriva la nuova mostra alla Galleria delle Prigioni di treviso. La decisione della Fondazione è arrivata dopo la rabbia del medico Brauner.

di Silvia Madiotto

Sarenco, «Gedicht macht frei» alle Gallerie delle Prigioni di Treviso (foto: Marco Pavan)

Sarenco, «Gedicht macht frei» alle Gallerie delle Prigioni di Treviso
TREVISO Si sa che l'arte scatena reazioni, emotive ed estetiche, molto differenti fra persona e persona. A qualcuno, l'installazione che apre la nuova mostra alla Galleria delle Prigioni di Treviso non è piaciuta al punto da chiederne la rimozione: il richiamo all'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz, opera d'arte dell'artista e poeta bresciano Sarenco, ha sollevato la rabbia del principale esponente della comunità ebraica della Marca, il medico legale Ilan Brauner, che si è infuriato per la poca delicatezza nel richiamare uno dei momenti più drammatici della storia, in particolare alla luce degli episodi di antisemitismo e razzismo degli ultimi mesi. E così gli organizzatori, a tre mesi dall'inaugurazione, si vedono costretti a togliere uno dei pezzi principali della mostra, che in altre sedi mai aveva sollevato tali severe reprimende.

 «La poesia rende liberi»
  Un gesto di grande rispetto da parte di Fondazione Benetton e di disponibilità al dialogo, per non offendere le sensibilità che si sono sentite urtate. Si tratta dell'opera «Gedicht macht frei» («La poesia rende liberi») che apre la mostra «Dalla poesia visiva al meme. Poetic Boom Boom» negli spazi recentemente restaurati da Luciano Benetton e Tobia Scarpa in piazza Duomo e diventati uno dei più innovativi e vitali snodi culturali della provincia, ospitando esposizioni di artisti da tutto il mondo e la collezione "Imago Mundi" di Luciano Benetton. La scelta per l'opera d'ingresso è stata volutamente forte, essendo l'edificio centrale l'ex carcere asburgico, «che sembra voler dire a noi e a Wittengstein che i limiti del nostro linguaggio non dovrebbero essere i limiti del nostro mondo», come spiegano i curatori nel sito della Galleria. Ma qualcuno non ha gradito l'accostamento trovandolo eccessivo e offensivo.

 L'opera di Sarenco
  L'opera è molto nota ed è stata realizzata da Sarenco (fondatore delle riviste Lotta Poetica e Poesia Visiva) nel 2002 proprio per ribaltare il senso del più noto portale simbolo della Shoah e delle persecuzioni al popolo ebraico, per essere trasformata in un manifesto di poesia assegnando un nuovo significato alla parola e all'oggetto. La mostra alla Galleria delle Prigioni rimarrà visitabile fino al 7 aprile.

(Corriere del Veneto, 2 marzo 2019)


Camerata Heydrich, lavoro eseguito abbiamo liquidato 33.771 ebrei

La mattina del 29 settembre 1941 i nazisti compirono a Kiev la strage di Babij Jar Kuznecov. testimone da bambino. lo ricostruisce in un romanzo censurato in Urss.

di Serena Vitale

I nazisti occuparono Kiev il 19 settembre 1941. Cinque giorni più tardi, dal centralissimo Kreséatik (là il comando tedesco si era insediato al posto della nomenklatura sovietica) iniziò una serie di esplosioni: prima di ritirarsi gli uomini del NKVD avevano nascosto in più luoghi mine telecomandate. Uno spaventoso incendio devastò la città. Agli ebrei, accusati di spalleggiare i «comunisti», fu intimato di presentarsi «il 29 settembre 1941, alle 8 del mattino, all'angolo tra via Mel'nikov e via Degtarév» prendendo con sé documenti, oggetti di valore, indumenti caldi. Si presentarono. Seguiti da una scorta armata dovettero raggiungere Babij Jar, un grande dirupo - 50 metri di profondità e 2,5 km di lunghezza - nella parte nord-occidentale di Kiev. Furono divisi in gruppi di circa 500- 600 e costretti a spogliarsi. Nudi, 30 o 40 per volta, lungo stretti passaggi presidiati da militari che menavano bastoni e manganelli, arrivavano sul bordo dello strapiombo da cui subito, sotto il fuoco di mitragliatrici e fucili automatici, precipitavano giù.
   Il 2 ottobre '41 Heydrich venne informato: «Dal 29 settembre al 30 settembre il Sonderkommando 4a, con l'appoggio dell'Einsatzgruppe HG ... ha liquidato 33. 771 ebrei. In maggioranza donne, bambini e anziani (la popolazione maschile adulta è stata chiamata alle armi)».
Con quell'1 alla fine, la cifra confermava la rinomata precisione teutonica. Non teneva però conto dei bambini sotto i tre anni: per risparmiare proiettili erano stati gettati ancora vivi nell'orrido. Seguirono altre ondate di esecuzioni (ebrei, ma anche zingari, partigiani, ecc.). I superstiti dei prigionieri di guerra russi che dal 19 al 30 agosto 1943 dovettero occultare le prove dell'eccidio, costruendo pire (uno strato di legna, uno di cadaveri) alte come case di due piani cui poi davano fuoco, testimoniarono che i morti erano almeno centomila. Nel 1950 si decise di inondare Babij Jar con i rifiuti liquidi delle vicine fabbriche. Non furono rispettate le più elementari norme di sicurezza. Il 13 marzo 1961 una colossale massa di fango travolse il quartiere di Kurenévka, prossimo al burrone, facendo più di centocinquanta vittime.
   A Kurenévka aveva trascorso infanzia e adolescenza Anatolij Kuznecov, (1929- 1979) autore di Babij Jar. potente romanzo documentario impossibile da valutare secondo i comuni criteri estetici. Un giorno, con un amico, seguendo gli ossicini di cui era cosparso il fondo di un ruscello Kuznecov arrivò al punto in cui la sabbia diventava grigia. Capì che camminava su cenere di esseri umani. «Raccolsi un blocco di circa due chilogrammi, lo portai a casa e lo conservai ... Decisi che bisognava prendere nota di tutto. Così nacque l'idea del libro ... »,
   Il libro fu pubblicato nel '66 da Junost (un periodico che durante il Disgelo aveva fama di «progressista») in una forma mutila, «vegetariana»: scomparve ogni accenno alla collettivizzazione forzata, alla fame, all'antisemitismo di Stato, alla politica e alla tattica militare di Stalin, alle mille imperfezioni e aberrazioni della vita nel paese dei Soviet. Babij Jar divenne un'opera esclusivamente antinazista e antifascista. Nella retorica postbellica Kiev era una «città-eroe» e non una città martire, il massacro riguardava soltanto «cittadini sovietici»: nulla doveva ricordare la specificità etnica del genocidio. Parole, frasi, interi capitoli da cui trapelava la verità (il sostegno di una parte della popolazione locale ai nazisti, ad esempio) furono accuratamente tagliati - in questa edizione italiana, basata su quella pubblicata all'estero dall'autore, compaiono tra parentesi.
   Nel luglio del 1969 Kuznecov era riuscito a ottenere un visto per l'Inghilterra, dove aveva chiesto e ottenuto asilo politico. Il capo del Kgb, Andropov, informò il Comitato Centrale delle misure adottate per far tornare in patria lo scrittore, uomo immorale che a Londra era subito andato in un nightclub e «nei mesi precedenti la fuga aveva collaborato con un informatore del Kgb» - straordinario paese, l'Urss, dove a chi chiedeva di varcare la cortina di ferro consigliavano vivamente di «collaborare» e poi glielo rinfacciavano ... Su questo particolare della sua biografia, che il transfuga Kuznecov riconobbe pubblicamente come fatale necessità, si basa ancora oggi l'indignazione di molti lettori russi nei confronti del «delatore» e «traditore della patria». Sarà stato uno di loro a scrivere quanto si legge alla voce Babij Jar, romanzo in Wikipedia: «Nel testo sono evidenti i toni ostili nei confronti di Stalin ... ». Toni proibiti nell'epoca del nuovo culto di Stalin, «geniale condottiero».

(La Stampa, 2 marzo 2019)


L'impero morente

Detiene il record di condanne a morte, di fughe di cervelli, di crollo delle nascite e del pil. Benvenuti nella Repubblica islamica dell'Iran.

di Giulio Meotti

L'Iran fa paura. L'impero sciita della Repubblica islamica si estende ormai a numerose capitali del medio oriente: da Teheran a Baghdad, da Damasco a Beirut, da Sanaa a Gaza. L'Iran fa paura e dice di non averne. A quarant'anni dalla loro rivoluzione nel 1979, i mullah parlano di un'America "in declino", come ha detto l'ayatollah Ahmad Jannati, il segretario del potentissimo Consiglio dei Guardiani. "L'America non può gestire i propri affari", ha spiegato Jannati alla televisione di stato per il quarantennale della Rivoluzione islamica, mentre per strada si scandivano i soliti slogan come "morte a Israele". Jannati ha aggiunto che "milioni di persone lì hanno fame e il potere dell'America è in declino". Peccato che a essere in declino, uno spaventoso declino, è proprio il regime iraniano.
L'Iran è stato il primo paese al mondo nel 1979 a far cadere un governo laico e occidentalizzante e a sostituirlo con una teocrazia islamica. Ma l'esperimento ha fallito e il trattamento sta uccidendo il paziente. Anche senza considerare la persecuzione delle donne, dei giornalisti, delle minoranze etniche e sessuali, degli oppositori politici, all'interno il regime è sempre più fatiscente....

(Il Foglio, 2 marzo 2019)


Al via in Israele la missione di aziende italiane con focus su innovazione e high-tech

GERUSALEMME - Prende il via il 4 marzo la missione in Israele di 20 aziende, start-up, università e incubatori di quattro regioni dell'Italia meridionale prevista nell'ambito delle attività promozionali a favore del settore dell'alta tecnologia ed organizzata dall'Ufficio tecnologia industriale, energia e ambiente e l'Ufficio di coordinamento della promozione "made in Italy" della sede di Roma dell'Ice-Agenzia, in collaborazione con l'ufficio Ice di Tel Aviv e l'Ambasciata d'Italia in Israele.
   Finanziata con i fondi del Piano Export Sud 2 - P.O.N. Imprese e Competitività 2014-2020, l'iniziativa è finalizzata ad incrementare la collaborazione e la ricerca congiunta fra Italia e Israele in settori quali l'aerospazio, le scienze della vita e le tecnologie dell'informazione. La missione, della durata di due giorni, prevede momenti formativi con rappresentanti di istituzioni, comunità scientifica e aziende israeliane e oltre 120 incontri "B2B" fra le 20 aziende italiane e i potenziali partner locali, in vista di bandi di finanziamento di progetti di ricerca congiunti come l'Accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica Italia-Israele, o la piattaforma europea Horizon 2020.
   La partecipazione italiana a questa iniziativa e l'interesse degli israeliani per le nostre imprese conferma la rilevanza del rapporto fra Italia e Israele in tutti settori. La missione dei prossimi giorni è, infatti, solo l'ultimo appuntamento dopo la partecipazione collettiva italiana alla Fiera del settore digitale DLD 2018 e le numerose missioni a Tel Aviv di aziende italiane dei settori della cybersecurity, infrastrutture, rubinetterie e calzature ed esportazioni complessive per 2,2 miliardi di euro da gennaio a novembre 2018.

(Agenzia Nova, 1 marzo 2019)


Netanyahu incriminato per tangenti. "Contro di me una caccia alle streghe"

A un mese dalle elezioni il procuratore contesta al premier anche frode e abuso di ufficio. Scagionati moglie e figlio

di Giordano Stabile

 
«Qualcosa di terribile è accaduto e mette in pericolo la democrazia in Israele». Era un Benjamin Netanyahu scuro in volto, teso, allarmato ma determinato a sopravvivere quello che ieri sera alle otto è apparso davanti ai giornalisti. Le indagini che lo assediavano da anni sono arrivate alla fine al dunque. L'Avvocato generale dello Stato Avichai Mandelblit ha deciso di procedere all'incriminazione con accuse pesanti, corruzione, frode, abuso di ufficio.
   Una decisione arrivata nel momento peggiore per il premier israeliano, a poco più di un mese dalle elezioni del 9 aprile, e subito dopo la formazione di un blocco centrista, composto dal generale Benny Gantz e dall'ex presentatore televisivo Yair Lapid, in grado di contendergli la vittoria. Per il premier la decisione è «una caccia alle streghe, frutto delle pressioni della sinistra per abbattere il governo e andare al potere, ma è un castello di carte e crollerà». Ora però dovrà convincere gli elettori.
   Quando ieri mattina si sono diffuse le prime voci sulla decisione imminente di Mandelblit, il Likud, il partito del premier, ha tentato un'ultima mossa, un ricorso per rinviare tutto a dopo il voto. Senza successo. Alle sei di sera è arrivato l'annuncio. Netanyahu avrà la possibilità difendersi in una audizione e la decisione definitiva arriverà non prima di nove mesi. Se comunque riuscisse a vincere e a strappare un quarto mandato, sarà un premier azzoppato, sotto la spada di Damocle di un rinvio a giudizio che lo costringerebbe alle dimissioni.
   Sono tre i filoni delle inchieste, su quattro, che hanno convinto Mandelblit a procedere. Il più grave è il Fascicolo 4000. In questo caso Netanyahu avrebbe spinto per l'approvazione di leggi a favore del patron del gigante delle telecomunicazioni Bezeq, Shaul Elovitch. La merce di scambio era una copertura positiva da parte del sito Walla, proprietà della Bezeq, riguardo l'attività di governo di Netanyahu, che all'epoca era anche ministro delle Telecomunicazioni, e anche riguardo la moglie Sara. Il cambio di linea di Walla avrebbe avuto un impatto importante nelle elezioni del 2015, mentre Elovitch incassava il via libera alla fusione di Bezeq con l'azienda Yes e consolidava la sua posizione. Il direttore generale del ministero, Shlomo Fiber, stretto collaboratore del premier, avrebbe a sua volta guadagnato circa un milione di Shekel, 250 mila euro, in quanto azionista della Yes. Anche lui rischia l'incriminazione per corruzione.
   Il secondo filone è il Fascicolo 1000. In questo caso Netanyahu è accusato di aver ricevuto regali per un milione di shekel da ricchi uomini d'affari, Arnon Milchan e James Packer. Il premier ha prima cercato di ottenere per Packer un permesso di residenza definitivo negli Usa. In seguito ha tentato di far approvare una legge per consentire un'esenzione fiscale in favore di Milchan. La legge alla fine non passò, per l'opposizione dell'allora ministro delle Finanze, ora uno dei due sfidanti del premier, Yair Lapid. Potrebbe essere chiamato a testimoniare in uno show down giudiziario dopo quello elettorale. In questo caso l'Avvocato generale è orientato a incriminare Netanyahu per frode e abuso di ufficio. L'ultimo filone, il Fascicolo 2000, riguarda il sostegno all'editore del quotidiano Yediot Aharonot, Arnon Mozes. Netanyahu si sarebbe impegnato a ostacolare il concorrente Israel Hayom e avrebbe ottenuto in cambio una linea a suo favore da parte del giornale. Anche qui ipotizzati frode e abuso di ufficio.
   Da questo quadro, ricostruito attraverso oltre 60 testimoni, dovrebbero uscire scagionati la moglie Sara, che la polizia ha indagato per cene di lusso e altre spese a carico dei contribuenti, e il figlio Yair, tirato in ballo nel Fascicolo 2000. Per Netanyahu è una magra consolazione. Lo aspetta una campagna elettorale in salita. A meno che non riesca a ribaltare le accuse, con la sua consumata abilità, e a convincere l'opinione pubblica di essere vittima di una persecuzione.

(La Stampa, 1 marzo 2019)


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Blitz dei giudici sul voto: Netanyahu incriminato a quaranta giorni dalle elezioni

Il procuratore contesterà tre casi di corruzione. Replica del premier: «Non vogliono che io vinca». Il leader di «Resilienza per Israele» Benny Gantz chiede le dimissioni

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Israele è scossa e ferita: ieri l'Avvocatura dello Stato, il pubblico ministero Avichai Mandelblit con 57 pagine di accuse e dopo due anni e mezzo di indagini, ha suggerito di incriminare il primo ministro Benjamin Netanyahu per corruzione e frode, mettendo così in discussione non solo un grande protagonista, perno della politica israeliana a casa e nel mondo, ma palesemente influenzando pesantemente anche il risultato delle prossime elezioni che si terranno il 9 di aprile. Ormai che la macchina giudiziaria è stata avviata, è del tutto realistico pensare che la preminenza del Likud subirà uno shock: si prevede già un calo di quattro seggi, e quindi un pareggio con la forza antagonista «Blu e bianco»: non sorprende che i tempi della scelta di Mandelblit facciano parlare di un putsch politico. Nel frattempo, l'ex capo dell'esercito, il tenente generale Benjamin «Benny» Gantz e leader del partito Resilienza per Israele chiede le dimissioni del premier.
   Il brivido della situazione, l'imbarazzo di un Paese che per la seconda volta vede un suo primo ministro impolverato e ferito (anche se Ehud Olmert era accusato di ben altri crimini) è accompagnata anche da evidenti espressioni di soddisfazione, anzi, di gioia, di un largo schieramento di detrattori soprattutto nel mondo dell'informazione, quasi tutto ostile al primo ministro.
   Netanyahu ha affrontato la dura realtà appena rientrato da un incontro con Putin, dopo una notte insonne sull'aereo che lo riportava a casa: aveva ottenuto dalla Russia un silenzio-assenso sull'assoluta determinazione a combattere la presenza iraniana in Siria. Ha cercato di sottoporre alla Corte Suprema la possibilità di rimandare la pubblicità della decisione al dopo elezioni: senza successo.
   Così ora le accuse riguardano tre casi: nel caso 1000, Bibi è accusato di aver ricevuto troppi regali in champagne e sigari, fino a decine di migliaia di dollari in doni, e di avere forse in cambio favorito il donatore. Ma più di una telefonata per favorire la concessione di un visto americano, non sembra apparire come moneta di scambio. Negli altri due, i casi 2000 e 4000, è accusato di aver promosso una legge di finanziamento della compagnia di comunicazione Bezec mentre spingeva a una copertura più favorevole da parte della sua testata Walla. Ma Bibi ha sempre detto che non c'è stata né copertura favorevole né finanziamenti: «Contro di me una caccia alle streghe, non vogliono che vinca», la replica del premier. Le accuse sono ormai dettagliatissime quanto a eventi, incontri, ricevute ma non c'è prova, sembra, che qui ci sia un caso di corruzione, e il timore è che si voglia ridurre all'angolo un primo ministro che è riuscito a contenere il rischio Iran rovesciando la situazione, che ha ormai ottimi rapporti col mondo arabo sunnita e gran parte del globo, che ha portato economia e tecnologia ai primi posti nel mondo. Proprio a 40 giorni dalle elezioni mentre, prima che la richiesta di Mandelblit sia accolta, devono passare mesi.
   Intanto Israele ha un nuovo anche se consueto guaio: il solito Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu, che gli Usa hanno lasciato proprio per il suo inveterato odio contro Israele (negli ultimi 12 anni fra le 311 risoluzioni specifiche 76 sono contro Israele, e solo 27 accusano la Siria) ha comunicato i risultati di una cosiddetta indagine: una commissione composta da noti funzionari antisraeliani indaga per sapere se Israele abbia commesso crimini di guerra a Gaza.

(il Giornale, 1 marzo 2019)


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Processo Netanyahu. Accuse, critiche e reazioni tra guerra legale e campagna elettorale

di Giovanni Quer

 
Qualche tempo fa - Il presidente Benjamin Netanyahu e il pubblico ministero Avichai Mandelblit
Cambierà qualcosa? Prima di andare al processo ci vorrà almeno un anno, ma non pare che il premier israeliano voglia prendere una pausa dalla vita politica, tutt'altro...
   Sono quattro le pratiche che vedono Netanyahu investigato in diverse accuse di corruzione, frode e violazione della fiducia pubblica (un reato entrato nel sistema giuridico israeliano dal diritto inglese e americano), che si configura quando dei pubblici ufficiali compromettono la loro capacità e integrità di agire nell'interesse pubblico. Le quattro pratiche hanno numeri a migliaia, 1000, 2000, 3000 (assegnati dalla Polizia) e 4000 (un numero che è usato invece dai giornalisti). A sei settimane dalle elezioni, l'attorney general ha deciso di avviare l'azione penale contro Netanyahu, dopo aver sentito più di 140 testimoni in due anni. Criticata e lodata, la decisione ha causato reazioni in Israele e all'estero.
   La pratica 1000: Netanyahu è accusato di aver ricevuto favori dai miliardari Aharon Milchan e James Packer, in cambio di diversi aiuti - per esempio, Netanyahu è accusato di aver usato la propria posizione per far ottenere a Milchan un visto negli Stati Uniti, in cambio di costosi regali destinati anche alla moglie Sarah. Accuse: frode e violazione della fiducia pubblica.
   La pratica 2000: Netanyahu è accusato di aver raggiunto un accordo con Arnon Mozes, proprietario del giornale Yedioth Aharonoth, secondo cui il giornale si sarebbe impegnato a garantire una copertura positiva di Netanyahu, che in cambio avrebbe sostenuto la legislazione che avrebbe favorito media come quelli di Mozes. Accuse: frode e violazione della fiducia pubblica.
   La pratica 3000: riguarda l'acquisto dei sottomarini dalla società tedesca Thyssen-Krupp, ma Netanyahu non è coinvolto in prima persona.
   La pratica 4000: in cambio di una copertura mediatica positiva sul sito Walla!, Netanyahu avrebbe aiutato le compagnie Bezeq e Yes, che appartengono alla galassia mediatica di Shaul Elcovitch. Accuse: corruzione, frode, violazione della fiducia pubblica.
   Netanyahu aveva trasformato le indagini contro di lui in un'accusa politica contro la sinistra. Questa settimana una campagna digitale contro l'attorney general Avichai Mandelblit conteneva frasi come "è al servizio della sinistra", "verremo a cercarti a casa!". Netanyahu ha anche accusato Shai Nitzan dell'avvocatura di stato di essersi accanito in passato contro i politici di destra, citando la sentenza di una causa in cui aveva lavorato, e l'altra avvocata coinvolta nelle indagini Liat Ben Ari di aver dimostrato ostilità verso Netanyahu quando invece nel 2013 si era espressa contro le indagini che avrebbero coinvolto l'allora candidata Tzipi Livni. L'Avvocatura di Stato ha risposto alle accuse di Netanyahu, che avrebbe citato una sentenza annullata e avrebbe riportato in maniera parziale la situazione riguardante la Livni, le cui indagini non hanno portato a nessuna accusa contro di lei ma contro il tesoriere del suo partito Kadima. La ministra della Giustizia, Ayelet Shaked, non è d'accordo con Netanyahu - nonostante Mandelblit e Shaked non abbiano avuto una facile cooperazione, tanto che Mandelblit ha definito le iniziative legislative di Shaked un pericolo per lo stato di diritto. Secondo Netanyahu è tutto un piano per metter fine al governo del Likud e favorire i candidati Gantz e Lapid.
   Le critiche arrivano anche dall'estero. Sulla decisione di Mandelblit si è espresso anche Alan Dershowitz con una lettera aperta all'attorney general, in cui gli chiede di non perseguire le accuse di violazione della fiducia pubblica nei casi dei due giornali. Dershowitz, avvocato e professore di diritto internazionale liberal, grande sostenitore di Israele, ha detto in un'intervista alla radio Galei Tzahal che "tutti i politici vogliono una copertura positiva. Una causa del genere sarebbe una violazione della libertà di stampa e della libertà dell'azione politica". La notizia fa il giro del mondo, e Putin, che Netanyahu ha appena incontrato in Russia, ha comunicato che confida in un futuro avvicinamento tra Israele e Russia "nonostante la sua situazione". Elizabeth Warren, senatrice democratica che si candiderà alla presidenza degli Stati Uniti e considerata tra i più vicini a Israele in quello che è ora il campo democratico, ha detto in un post su Twitter: "Prima si unisce all'estrema destra; ora accetta tangenti, manipola la stampa e vende aiuti di stato" e ha aggiunto "la corruzione, in Israele negli Usa o in qualunque altra parte del mondo è un cancro che mette in pericolo la democrazia".
   In Israele, i rivali di Netanyahu colgono l'occasione per avanzare la propria agenda politica: Gantz rifiuta di incontrarsi con Netanyahu, "vista la situazione", Gabai (leader del Labor) chiede a Netanyahu di dimettersi per mettere fine a quella che definisce una "vergogna nazionale".
   Cambierà qualcosa? Prima di andare al processo ci vorrà almeno un anno, ma non pare che Netanyahu voglia prendere una pausa dalla vita politica, tutt'altro, la guerra legale è diventata parte integrante della sua vita politica. Le conferenze stampa e le campagne digitali sono state giudicate come tentativi di influenzare i giudici coinvolgendo il pubblico e delegittimando il potere giudiziale. Gantz si unisce a chi chiede a Netanyahu di dimettersi e incalza "immaginatevi un primo ministro che è sempre occupato con problemi legali". Netanyahu risponde: "Tutto questo avrà fine, ne sono sicuro al 4.000% (riferendosi al nome della pratica), intendo servire il Paese per molti altri anni". In una simile situazione nel 2008, Ehud Olmert si era ritirato dalla vita politica, ma Netanyahu combatte per la propria sopravvivenza.

(formiche, 1 marzo 2019)


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Non si può processare l'eredità di Netanyahu

Le elezioni si giocheranno sulla sua politica, non sui favori fatti

Il procuratore generale d'Israele, Avichai Mandelblit, ieri ha annunciato la clamorosa decisione di accogliere le richieste della polizia e incriminare il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Il Likud, il partito di Netanyahu, aveva provato a bloccare l'incriminazione chiedendo alla Corte suprema di "congelare" il processo fino alle elezioni parlamentari che si terranno il prossimo 9 aprile, ma senza successo. E' la grandezza di Israele, la sua democrazia, la sua stampa accanita col potere, la sua rule of uno, la sua divisione dei poteri (Mandelblit è stato messo lì da Netanyahu con cui era in coalizione). Nei casi contro Netanyahu si parla di corruzione, di regali dal valore di centinaia di migliaia di dollari da produttori di Hollywood e magnati australiani e di scambio di favori con il maggiore editore del paese. Intanto il generale Benny Gantz, che ha appena fondato un nuovo partito e che si avvia a essere il maggiore rivale di Netanyahu con un blocco centrista cospicuo e credibile, è accusato di molestie sessuali. E' la solita politica, molto italiana, molto europea, molto occidentale. Netanyahu domina la vita politica di Israele da vent'anni, ha il consenso del suo paese, i sondaggi lo danno in crisi ma vincente anche alle prossime elezioni e sono già falliti i tentativi di farlo fuori con i tribunali e con la stampa, anziché con le urne. La giustizia farà il suo corso. Resta da capire cosa accadrà adesso. Ma le elezioni si giocheranno non sui sigari, sulla moglie di Netanyahu e sui favori di stampa chiesti da un premier di un paese in guerra a un magnate del giornalismo, ma sull'eredità e sulla visione di Bibi, contro cui Benny deve presentare una seria alternativa. Se vuole davvero batterlo.

(Il Foglio, 1 marzo 2019)


Migliaia di studenti iscritti al Premio Mombaroccio-Sarano

 
PESARO - Si è insediata la scorsa settimana la giuria del Premio "Mombaroccio-Sarano: Luci nel buio della Shoah", concorso nazionale riservato alle scuole di ogni ordine e grado, bandito dal Comune di Mombaroccio e dall'Istituto Comprensivo "Pirandello" di Pesaro in collaborazione con l'Ufficio Scolastico provinciale di Pesaro e Urbino.
  La commissione, presieduta dal Sindaco Angelo Vichi, ha reso noto i dati di questa prima edizione. «Nonostante il bando sia stato promosso in meno di un mese - dice Vichi - sono pervenute iscrizioni da ogni parte d'Italia». Una lunga lista che comprende: Alba, Vercelli, Saluzzo, Massa, Locri, Ostuni, Licata, Bari, Cassino, Capua, Pontedera, Casal di Principe, Faenza, Cervia… e una nutrita rappresentanza della provincia di Pesaro. In totale 88 scuole per 13 regioni rappresentate e migliaia di studenti coinvolti. La giuria del Premio, composta da autorevoli personalità, vede al suo interno anche tre ragazzi della scuola media "Barocci" di Mombaroccio coadiuvati dai loro insegnanti. «Si tratta forse della commissione più giovane d'Italia - spiega il Sindaco - una scelta precisa volta proprio a sottolineare l'importante ruolo affidato ai ragazzi in tema di memoria».
  Ora le scuole avranno di tempo fino al 30 marzo prossimo per far pervenire gli elaborati che concorreranno per un montepremi complessivo di 1.500 Euro. Sono previste due sezioni di gara: letteraria e multimediale. La premiazione avverrà nel teatro comunale di Mombaroccio il prossimo venerdì 17 maggio e per l'occasione interverrà da Israele una delegazione della famiglia Sarano nel cui nome è stato istituito questo riconoscimento. Il Premio nasce infatti per ricordare l'incredibile vicenda della famiglia ebrea di Alfredo Sarano, segretario della Comunità Ebraica di Milano, che nel 1944 riuscì a sopravvivere alla Shoah nascondendosi proprio a Mombaroccio. Qui venne protetta da alcuni contadini del posto ma anche dai frati francescani del convento del Beato Sante e da Erich Eder, un giovane comandante tedesco che, pur avendoli scoperti, decise di non deportarli verso i campi di sterminio. L'intera vicenda viene oggi narrata nel libro "Siamo qui, siamo vivi" edito da San Paolo e curato dal giornalista Roberto Mazzoli con prefazione di Liliana Segre.
  E nei giorni scorsi il premio ha ricevuto un prestigioso riconoscimento della Comunità Ebraica della Baviera. Alla cerimonia di premiazione potrebbe intervenire anche Charlotte Knobloch, sopravvissuta alla Shoah e vicepresidente del Congresso ebraico europeo e Congresso ebraico mondiale. «Erich Eder - ha detto Knobloch - è rimasto umano nel mezzo dell'orrore. Un gesto che non deve mai essere dimenticato!». Tra gli enti promotori del Premio figurano anche: Arcidiocesi di Pesaro, Comunità Ebraica di Ancona e Comunità Ebraica Italiana di Gerusalemme, Federazione Italiana dei Cineclub, Provincia di Pesaro e Urbino, Provincia Picena S. Giacomo della Marca dei Frati Minori, Regione Marche.

(Vivere Pesaro, 1 marzo 2019)


L'Onu scambia Israele per l'lsis

Il Palazzo di Vetro sta con i terroristi di Hamas e accusa Gerusalemme di crimini contro l'umanità.

di Carlo Nicolato

Una Commissione indipendente dell'Onu, ma indipendente da cosa non si sa, ha stabilito che Israele e in particolare le sue forze di difesa [Idf), avrebbero messo in atto pesanti violazioni dei diritti umani durante la gestione delle "manifestazioni" dello scorso anno al confine tra Striscia di Gaza e Israele, passate alla storia poi con il roboante nome di "Grande marcia del ritorno". «Alcune di queste violazioni possono costituire crimini di guerra o crimini contro l'umanità e devono essere immediatamente indagate da Israele» hanno scritto nel loro rapporto i membri della Commissione guidata dall'argentino Santiago Canton, già assistente politico del presidente Jimmy Carter.
  Il gruppo di inchiesta, del quale oltre a Canton fanno parte Sara Hossain del Bangladesh e la keniota Kaari Betty Murungi, era stato appoggiato da 29 Paesi, tra i quali la Spagna e il Belgio, ma non da Stati Uniti e Australia che l'hanno invece osteggiato apertamente. Altri hanno preferito astenersi dal voto, come la Germania e la Gran Bretagna, mentre all'Italia è andata bene, in quanto non è attualmente rappresentata nel Consiglio dei diritti umani del quale la Commissione è emanazione.

 Sentenza scontata
  Il report, compilato dopo un anno di lavoro sulla base di 325 interviste tra manifestanti e fonti israeliane, invita dunque le istituzioni israeliane a indagare sull'Idf, ma la sentenza è già stata emessa ed è in calce allo stesso rapporto. Nel dare la notizia l'Alto commissariato per i Diritti Umani, alla cui guida peraltro c'è l'ex presidente socialista del Cile Michelle Bachelet, ha infatti sottolineato che durante le manifestazioni «più di 6.000 manifestanti disarmati sono stati presi di mira dai cecchini militari, settimana dopo settimana», che «189 palestinesi sono stati uccisi», che «le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 183 di questi manifestanti con munizioni vere» e che 153 di questi erano disarmati. Ma soprattutto sottolinea che «35 delle vittime erano bambini, mentre tre erano paramedici chiaramente contrassegnati, e due erano giornalisti chiaramente segnalati».
  Da parte sua Sara Hussein ha sottolineato che non c'era alcun motivo per sparare a bambini e disabili, ma ha anche evitato di chiedersi che cosa ci facessero bambini e disabili in mezzo a una serie di manifestazioni tutt'altro che pacifiche nelle stesse intenzioni dei presunti dimostranti (basta osservare le immagini che la Commissione ha proiettato durante la presentazione).

 I giornalisti uccisi
  Non è certo una novità che Hamas usi i minorenni come armi, nel senso che li addestra a fare i terroristi e li manda in prima linea, approfittando in termini propagandistici della loro eventuale disgraziata uccisione. «I leader di Hamas sono dei cannibali» disse in proposito durante le manifestazioni l'allora ministro degli Esteri israeliano Lieberman. E la stessa accusa Israele l'aveva lanciata a proposito dell'uccisione dei giornalisti che coprivano la notizia convinti di dover raccontare una manifestazione, così come veniva dipinta da Hamas e dalla stampa allineata di mezzo mondo, e non una battaglia come era in realtà. Ma di tutto questo l'Onu evita di indagare e parlare. In compenso il gruppo di esperti ha raccomandato ai membri delle Nazioni Unite di imporre sanzioni individuali, come il divieto di viaggio o il congelamento dei beni, a quelli identificati come responsabili.
  «Il Consiglio mostra un odio ossessivo per Israele» ha detto Benjamin Netanyahu, mentre il neo ministro degli Esteri Yisrael Katz parla di un rapporto ostile, mendace e prevenuto: «L'intero scopo del rapporto» ha aggiunto il ministro «è di malignare l'unica democrazia in Medio Oriente e di compromettere il diritto di Israele di difendersi da un'organizzazione terroristica assassina».

(Libero, 1 marzo 2019)


Alla luce sepolcro di 76 anni fa, sono ebrei della Bielorussia

Un migliaio di vittime gettate in una fossa comune

BERLINO - Una fossa comune coi resti di un migliaio di ebrei, massacrati dai nazisti durante l'occupazione tedesca della Bielorussia, è stata scoperta per caso, durante i lavori in un cantiere edilizio della città di Brest, ai confini con la Polonia. Per oltre 76 anni, sotto terra, ad appena un metro e mezzo di profondità, sono rimasti sepolti i corpi di centinaia di donne, bambini e anziani. Gli uomini erano stati fatti fuori prima dai tedeschi.
   Il ritrovamento risale al 17 gennaio. La maggior parte delle vittime di quel massacro presenta colpi alla testa. Da una fossa lunga 4 metri e larga 1,5 sono state estratte centinaia di ossa e teschi, ma anche vestiti e scarpe. Si parla dei resti di almeno 24 bambini, e di un neonato di non più di 3 mesi. Sono state accertate spoglie di almeno 730 vittime, ma si calcola che, complessivamente, sepolte sul posto ce ne fossero almeno 1.000. E a ciascuno sarà data sepoltura, nelle intenzioni dell'amministrazione locale.
   «Prima della guerra, Brest contava 56 mila abitanti, 30 mila dei quali erano ebrei», ha raccontato Efim Basin, presidente della comunità ebraica locale. «Dopo la guerra gli ebrei erano 19». Oggi 491, in una città di 300 mila abitanti.
   Le truppe tedesche avevano occupato Brest nel 1941, e migliaia di ebrei furono assassinati. Nel dicembre 1941 fu istituto sul posto un ghetto, nel quale vissero temporaneamente almeno 18 mila persone. Nell'ottobre del 1942, quasi tutti i sopravvissuti furono portati a Bronnaja Gora e uccisi.
In seguito al traumatico ritrovamento, si è aperta a Brest una discussione sull'opportunità di proseguire i lavori per la costruzione di un edificio. È già partita una petizione per fermare il progetto. E c'è chi vorrebbe che sul posto sorgesse un monumento alla memoria delle vittime della Shoah. Ma l'impresa fa resistenza, puntando a realizzare comunque la costruzione.

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 1 marzo 2019)


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