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Notizie 16-30 novembre 2019


Altra meraviglia archeologica in provincia di Arezzo: scoperta una tomba etrusca

Si trova nel centro storico di Monte San Savino, all'interno dell'edificio denominato "Casa del Trono del Rabbino" che ospitava un tempo una sinagoga. Il sindaco Scarpellini, etruscologa, ha individuato all'interno un'antica camera sepolcrale.

 
 
Nel centro storico di Monte San Savino riemergono testimonianze della civiltà etrusca. E' la grande scoperta di queste ultime settimane - spiegano dal Comune - frutto del rapporto di stretta collaborazione fra l'Amministrazione Comunale e il mondo ebraico per cui si profila una nuova visione per la storia della città e del suo territorio.

 Nella ex sinagoga
  Nell'edificio adiacente alla ex Sinagoga di proprietà comunale, edificata nel 1732 dalla comunità ebraica savinese, presente in città nei secoli XVII e XVIII, sono infatti riemerse le vestigia di una precedente sinagoga, che presumibilmente fu edificata intorno alla metà del '600 prima che la comunità ebraica, cresciuta nel numero dei suoi componenti, ne costruisse un'altra per sopperire alla necessità di maggiori spazi.
   L'edificio - proseguono dal Comune savinese - è quello che finora veniva chiamato "Casa del Trono del Rabbino", perché in esso sorgevano un trono scavato nella pietra e una vasca presumibilmente utilizzata per la miqvé, il bagno rituale . Su tale edificio si è incentrato l'interesse di Jack Arbib, proprietario e Presidente dell'Associazione Salomon Fiorentino nonché dello storico locale Renato Giulietti che hanno voluto approfondire il tema.
   E' stato poi il sindaco Margherita Scarpellini, di professione etruscologa, a ravvisare nel corso di una visita all'edificio un riutilizzo e adattamento di una struttura precedente, risalente a molti secoli prima.
   "Ho subito avuto la profonda convinzione che l'edificio ebraico sia stato ricavato da una tomba ipogea etrusca scavata nel macigno, di epoca arcaica" spiega il sindaco "Il trono è quindi a tutti gli effetti attribuibile alla civiltà etrusca, addirittura ornato sullo schienale da un motivo decorativo ad onde 'del cane corrente' (inizi V sec. a.C.). Si tratta di un tipico esempio di sepoltura con vestibolo e camera sepolcrale, ampiamente attestata in Etruria".
   La tomba ipogea sorgeva circa 3 metri sotto il piano di calpestio. Si può apprezzare l'antica lavorazione della roccia affiorante, nelle pareti e nelle piccole scalinate. La struttura è stata riadattata nei secoli, a testimonianza di questo si notano le canalette in terracotta, sostanzialmente intatte, che dal tetto portano l'acqua piovana fino alla vasca per le abluzioni. "Anche in questo caso" continua il Sindaco "si è semplicemente riutilizzato qualcosa di già esistente, appunto riconducibile all'epoca degli Etruschi".
   "Si rafforza quindi la conoscenza sul rapporto fra il mondo etrusco e le nostre città murate" conclude il Sindaco "Questa scoperta è di grande importanza a livello assoluto, ma arricchisce anche in modo significativo la storia di Monte San Savino e il valore del nostro patrimonio. Porterà molte implicazioni e suggestioni e sarà senza dubbio oggetto di studi futuri".

(Arezzo Notizie, 23 novembre 2019)


Netanyahu resiste: non lascio. Dopo l'incriminazione pressing di Gantz

Il giorno dopo l'incriminazione di Benyamin Netanyahu, le opposizioni chiedono le dimissioni del primo ministro. Il primo passo lo ha avanzato Blu-Bianco, il partito di Benny Gantz, il militare centrista diventato il grande rivale del leader israeliano. Gantz ha chiesto al Procuratore generale Avichai Mandelblit (nominato proprio da Netanyahu) di costringere il premier a lasciare immediatamente i quattro portafogli ministeriali che occupa Oltre che primo ministro, Netanyahu è infatti titolare dei dicasteri della sanità, della diaspora, dell'agricoltura e degli affari sociali. Blu-Bianco ha fatto appello a precedenti legali della Corte suprema secondo cui un ministro, sotto incriminazione, non può continuare ad essere tale. Ma il premier ha respinto l'attacco rimettendo tutto alle decisioni della giustizia: «Questo processo sarà alla fine deciso in Tribunale. Accetteremo la decisione e su questo non c'è dubbìo. Subito dopo però Netanyahu ha ripetuto le sue accuse alla magistratura e alla polizia, rivolgendosi direttamente agli israeliani («in definitiva, chi deciderà chi sarà il primo ministro siete voi cittadini») e lasciando dunque intuire la strategia con cui spera di uscire dall'angolo: puntare tutto sulle nuove elezioni che ~ ormai sembra inevitabile - si terranno di qui a pochi mesi, sperando di ottenere dalle urne un'ennesima investitura popolare.

 Le piazze
  Le rispettive piazze intanto cominciano a mobilitarsi: ieri i laburisti hanno tenuto un sit davanti la sede del Likud per chiedere al premier di farsi da parte. Il Movimento per la qualità del governo - organizzazione che si definisce apolitica - ha annunciato una grande manifestazione pubblica il 30 novembre per «estromettere» Netanyahu. Mentre per martedì a Tel Aviv è annunciato un corteo delle destre in favore di Bibi.

(Il Messaggero, 23 novembre 2019)


*


Israele, Netanyahu spacca il Paese

! laburisti' chiedono le dimissioni del premier. Nel Likud ora c'è voglia di primarie

di Fiammetta Martegani

L'incriminazione del premier Benjamin Netanyahu sta spaccando Israele. Ieri i laburisti hanno organizzato una manifestazione per chiedere le dimissioni di Bibi proprio davanti al quartier generale del Likud, esortando i membri del partito del premier ad «avere pietà per il Paese» e a premere sul loro leader affinché si dimetta in modo da evitare il ritorno alle urne per la terza volta in meno di un anno.
   Nel Likud, però - e non solo nel Likud - sono molti i politici che dichiarano il proprio sostegno nei confronti del primo ministro, sintonizzandosi con la retorica della «caccia alle streghe» su cui Netanyahu ha impostato gran parte della sua difesa quando giovedì sera ha commentato la sentenza emessa dal procuratore generale Avichai Mandelblit. Il ministro degli Esteri, Israel Katz, figura chiave del Likud, ha espresso appoggio a Netanyahu affermando che non c'è ragione perché si dimetta: «Israele - ha detto - è uno Stato di diritto e la presunzione di innocenza vale per ogni persona, incluso il premier». Tuttavia, il terremoto giudiziario sta squassando il partito. E cominciano a vedersi le prime crepe. Gideon Sa'ar, numero 5 del Likud e da sempre voce fuori campo rispetto ai fedelissimi del premier, ha dichiarato che è necessario indire le primarie del partito (non accadeva dal 2014), e di essere pronto a candidarsi come leader al posto di Netanyahu: «In queste circostanze, la cosa giusta da fare - ha affermato - è cominciare a impostare una nuova agenda per il Likud. Sono convinto di essere la persona in grado di formare un governo e unire assieme le diverse istanze della nazione». Ai deputati del Likud guarda anche Benny Gantz, leader del partito Blu Bianco, che ha sempre detto di essere pronto a lavorare con il partito del premier, sempre se il premier si farà da parte.
   Nel Paese il malcontento cresce. Attraverso i social media è stata organizzata una manifestazione contro Netanyahu per questa sera a Tel Aviv. Il Movimento per la «qualità del governo», che si definisce apolitico, ha annunciato invece una grande mobilitazione il 30 novembre per chiedere l' «estromissione» del premier dalla Knesset. Questo, spiegano gli organizzatori, alla luce della sua «incapacità» di governare il Paese, dovendo far fronte a un iter giudiziario che lo vede incriminato in tre differenti casi giudiziari per frode, corruzione e abuso di ufficio. Aria di tempesta per Bibi. Su tutti i fronti.

(Avvenire, 23 novembre 2019)


Le basi giuridiche della scelta di Washington sugli insediamenti in Cisgiordania

Il Direttore di La Stampa, Maurizio Molinari, risponde alla lettera di un lettore

Caro Direttore,
la decisione del presidente americano Trump di definire legittimi gli insediamenti israeliani in Cisgiordania contrasta con dozzine di risoluzioni Onu, smentisce decenni di politica internazionale e ostacola la creazione di uno Stato palestinese sui Territori occupati da Israele nella guerra del 196 7. Perché mai gli Stati Uniti hanno preso tale decisione?
Giulio Valente (La Spezia)



Caro Valente,
la decisione del Segretario di Stato Mike Pompeo di affermare che gli insediamenti ebraici in Cisgiordania «non violano la legge internazionale» si origina dalla scelta di considerare infondato il memorandum di quattro pagine redatto dal consigliere legale del Dipartimento di Stato Herbert Hansell nel 1978 sulla base del quale il governo Usa iniziò ad affermare che gli insediamenti erano «illegali» perché Israele era una «potenza occupante». Le obiezioni giuridiche dell'amministrazione Trump a quel documento sono due. Innanzitutto Israele non poteva essere considerata «potenza occupante» perché la Cisgiordania non aveva alcuna sovranità essendo stata catturata dalla Giordania nel 1949 al termine del Mandato britannico, senza contare che Israele ne entrò in possesso nel 1967 al termine di una guerra difensiva iniziata per fronteggiare le minacce annate immediate da parte di Egitto, Giordania e Siria. E in secondo luogo parlare di «illegittimità» degli insediamenti israeliani creati, richiamandosi alla IV Convenzione di Ginevra contro «il trasferimento di popolazione da parte di una potenza occupante», stride con il fatto che tale norma non sia mai stata applicata e neanche invocata, in alcuna sede internazionale, in altre situazioni simili: dal trasferimento di tedeschi occidentali a Berlino Ovest nel 1948 da parte delle potenze alleate al trasferimento di russi in Crimea dal 2014 fino al trasferimento di turchi nel Nord della Siria dal 2016.
   Ma non è tutto perché, secondo l'amministrazione Usa, c'è un'altra base legale della svolta politica adottata ovvero il fatto che la risoluzione 242 delle Nazioni Unite, approvata dal Consiglio di Sicurezza dopo la guerra dei Sei Giorni del 1967 e considerata la base di ogni composizione del conflitto arabo-israeliano ha due pilastri: richiede a Israele di ritirarsi «da territori» (secondo il testo originale inglese) e non «dai territori» a seguito di negoziati diretti coni Paesi arabi e non definisce l'occupazione israeliana «illegale».
   Più in generale, la scelta della Casa Bianca sugli insediamenti in Cisgiordania segue quelle in favore della sovranità israeliana sul Golan - anch'essa conseguenza del conflitto del 1967 - e del riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico nell'evidente intento di far venir meno le più radicate obiezioni arabe alla legittimità di Israele per poter creare una cornice legale capace di risolvere il conflitto mediorientale in un'ottica diversa dal passato. Ovvero assicurando ad Israele garanzie di sicurezza tali da rendere possibili le concessioni necessarie per arrivare ad un accordo di pace permanente capace di rispondere anche alla richiesta dei palestinesi di avere un proprio Stato.
   Saranno i prossimi mesi a dire se tale approccio di Washington potrà avere più o meno successo, di certo le deboli proteste dei maggiori Stati arabo-sunniti alle mosse di Trump lasciano intendere lo spessore delle trasformazioni in atto nella regione, dove la maggiore preoccupazione, tanto in Israele che nei Paesi arabi, viene dalle mire strategiche dell'Iran.

(La Stampa, 23 novembre 2019)



L'Onu è illegale

 


La terra è una casa

"Il fatto che io non abiti a Gerusalemme è secondario: Gerusalemme abita in me. E' indissociabile dal mio essere ebreo e resta al centro del mio impegno e dei miei sogni".

di Elie Wiesel

Ovunque vada, diceva il celebre Rabbi Nahman di Bratislava; i miei passi conducono a Gerusalemme". Eppure. Ebreo residente negli Stati Uniti, per molto tempo mi sono imposto di non intervenire nei dibattiti interni dello Stato di Israele. Non condividendo le sue tragedie, non essendo esposto ai pericoli che ne minacciano la popolazione e forse perfino l'esistenza, non mi arrogo il diritto di dare consigli sul modo di superarli. Avendo vissuto quello che ho vissuto e scritto quello che ho scritto, credo che il mio dovere morale sia semplicemente e inevitabilmente quello di aiutarlo, nella misura del possibile, a raggiungere la felicità e la stabilità senza generare infelicità intorno a sé. E di amarlo nella gioia e nel dolore. Al di là delle frontiere, considero il suo destino anche mio, poiché la mia memoria è legata alla sua storia. Anche la sua politica mi riguarda, certo, ma indirettamente. Le sue campagne elettorali mi interessano e le sconfitte mi imbarazzano, ma non essendo cittadino israeliano non vi partecipo. Provo simpatia per quel politico e ho qualche riserva su quell'altro, ma sono mie faccende personali e non ne parlo.
   Questo comportamento mi ha fruttato "lettere aperte" e articoli aspri da parte di giornalisti e intellettuali di sinistra; mi rimproverano di non protestare ogni volta che la polizia o l'esercito israeliano esagerano verso palestinesi civili o armati,
   E' raro che io risponda. I miei critici hanno la loro concezione dell'etica sociale e individuale, e io la mia. Io accordo loro il diritto di criticarmi, ma loro mi negano quello di astenermi dal rispondere.
   Oggi però si tratta di Gerusalemme, e la cosa è diversa. La sua sorte non coinvolge solo gli israeliani, ma anche gli ebrei della diaspora come me. Il fatto che io non abiti a Gerusalemme è secondario: Gerusalemme abita in me. E' indissociabile dal mio essere ebreo e resta al centro del mio impegno e dei miei sogni. Rispetto alla politica, per me Gerusalemme è situata a un livello più alto. Citata oltre 600 volte nella Bibbia, Gerusalemme è ancorata nella tradizione ebraica, di cui rappresenta l'anima collettiva e il punto di riferimento nazionale. Esiste una religione o una storia nella quale Gerusalemme svolga un ruolo più continuo o occupi un posto di maggior risalto? E' lei che ci lega gli uni agli altri.
   Non c'è preghiera più bella o più nostalgica di quella che ricorda il suo passato splendore e il ricordo terribile della sua distruzione.
   Un ricordo personale: quando ci andai per la prima volta, ebbi l'impressione che non fosse la prima volta. E, da allora, ogni volta che ci vado è sempre la prima volta. Quello che provo lì non lo provo in nessun altro posto. La sensazione di tornare nella casa dei miei antenati. Lì mi aspettano Re Davide e Geremia.
   Eppure. Ora, negli ambienti politici, si parla di un piano che vedrebbe la maggior parte della Città Vecchia finire sotto la sovranità palestinese. Il monte del Tempio, sotto il quale si trovano le vestigia del tempio di Salomone e di quello di Erode, apparterrebbe dunque al nuovo stato palestinese.
   Che i musulmani tengano a conservare un legame privilegiato con quella città, uguale a nessun'altra, è comprensibile. Benché il suo nome non compaia nel Corano, è la terza città santa della loro religione. Ma per gli ebrei continua a essere la prima. O, meglio, l'unica. Perché i palestinesi non dovrebbero essere soddisfatti di conservare il controllo sui loro luoghi sacri come i cristiani continuerebbero ad avere diritto al controllo dei loro?
   Come si può dimenticare che, dal 1948 al 1967, mentre la Città Vecchia era occupata dalla Giordania, gli ebrei non avevano accesso al Muro del pianto, malgrado l'accordo ratificato dai due governi? A quel tempo i palestinesi non rivendicavano uno stato per loro e non menzionavano mai Gerusalemme. Sfido chiunque a dimostrarmi il contrario.
   Perché improvvisamente i palestinesi si ostinano a voler conquistare Gerusalemme come capitale, mettendo in pericolo tutti i negoziati internazionali sugli accordi di Oslo? Forse per sostituire, al momento buono, Egitto e Arabia Saudita nel ruolo di leadership dell'intero mondo arabo?
   Yasser Arafat, che pure piace tanto a certi ufficiali di Washington, è riuscito a sbalordire i capi della diplomazia americana quando, a Camp David, rifiutando le generosissime concessioni di Ehoud Barak, dichiarò che a Gerusalemme non c'era mai stato nessun tempio ebraico. Un'ignoranza sorprendente? Possibile. Ma sarebbe un errore non considerare questa dichiarazione sotto l'angolazione politica. In altre parole, quando Arafat pretende la Città Vecchia per farne la sua capitale, priva di fatto il popolo ebreo della sua legittimità sulla città di Davide e del suo diritto sul suo passato storico.
   Ci dicono che se Israele fa delle concessioni senza precedenti è per la giusta causa. Per la pace. Un'argomentazione che certo ha il suo peso. La pace è la più nobile delle aspirazioni, e merita che le sacrifichiamo quanto di più caro abbiamo. Sono d'accordo. Mi sembra un precetto saggio e generoso. Ma è applicabile a tutte le situazioni? Si può sempre dire "la pace a qualunque costo"? L'infame accordo di Monaco non era motivato, per inglesi e francesi, da un ingenuo desiderio di salvare la pace del mondo? Se cedere dei territori può sembrare, in certe condizioni, concepibile in quanto politicamente pragmatico se non addirittura imperativo, si può dire altrettanto di un piano che comporterebbe la rinuncia alla storia o la sua mutilazione?
   Insomma, c'è uno storico o un archeologo che possa negare la presenza ebraica tre volte millenaria sul monte del Tempio? Ma, allora, con che diritto Arafat lo rivendica? E perché il presidente Clinton, che pure è amico di Israele, gli dà il suo appoggio? E poi, ancora, con quale diritto il primo ministro israeliano Ehoud Barak si potrebbe sottomettere alle sue pressioni? Ma, per i miei fratelli in Israele, togliere la dimensione storica di Gerusalemme e di Israele non significa negare il loro diritto di risiedervi e di costruire lì le loro case?
   Mi si chiederà: e la pace, in tutto ciò? Io continuo a crederci con tutto il cuore. Ma dare la Città Vecchia di Gerusalemme ad Arafat e ai suoi terroristi, non significa approvare il loro comportamento e forse addirittura ricompensarli?
   I palestinesi insistono anche sul "diritto di tornare" di oltre tre milioni di rifugiati. Su questo punto, il rifiuto di Israele è compatto. Anche i pacifisti più fervidi, tra cui i grandi scrittori Amos Oz, A. B. Yehoshua è David Grossman, si oppongono pubblicamente. E vigorosamente. La soluzione di un ritorno di massa è impensabile. Portare tre milioni di palestinesi in Israele equivale fisicamente al suo suicidio, cosa che nessun israeliano in buona fede può accettare.
   Nello stesso ordine di idee, non si può forse dire che amputare Gerusalemme della sua parte storica equivarrebbe per molti ebrei a una sorta di suicidio morale?
   Quando, nel 1967, il giovane colonnello paracadutista Motta Gur gridò nel suo telefono da campo "il Monte del tempio è nelle nostre mani!", tutto il paese si mise a piangere. Dovremmo adesso piangerne l'abbandono?
   Lo dico con tristezza: dopo aver visto sui teleschermi i volti contratti dall'odio dei giovani palestinesi durante l'intifada II, dopo aver sentito i discorsi infuocati dei loro dirigenti, dopo aver studiato i manuali scolastici pubblicati nel 2000 sotto l'Autorità palestinese, oggi mi è più difficile credere alla volontà di pace dei palestinesi. Per i loro militanti, Israele rappresenta un'offesa permanente.
   Non vogliono un Israele ridotto: non vogliono Israele e basta. E' semplicissimo. Eppure. Poiché sembra che tutte le opzioni possibili siano state esaurite, la pace resta il nostro unico sogno da entrambe le parti, guerra e violenza hanno riempito troppi cimiteri. Così non si può e non si deve andare avanti. Lo dico in quanto ebreo che ama Israele: i palestinesi sono esseri umani. Hanno il diritto di vivere liberamente, dignitosamente, senza paura e senza vergogna. E il mondo e Israele devono fare il possibile per aiutarli senza far loro perdere la faccia.
   Questo è ancora più vero per gli arabi che risiedono in Israele: sono cittadini israeliani e i loro diritti devono essere protetti meglio. In questo modo, non saranno tentati dai demoni della doppia lealtà. Quanto al problema di Gerusalemme, non sarebbe meglio regolare le crisi e le emergenze in un clima di fiducia e di rispetto reciproci, rimandando le decisioni sulla sorte di Gerusalemme a più tardi?
   Nel frattempo, si potrebbero costruire deì ponti umani tra le due comunità: visite reciproche di gruppi scolastici, dagli scolari delle elementari agli studenti delle università,; scambi regolari tra insegnanti, musicisti, scrittori, ricercatori, artisti, industriali, giornalisti. E più in là, diciamo tra vent'anni, i loro figli saranno più preparati e meglio disposti ad affrontare la più scottante delle questioni: Gerusalemme. E tutti capiranno meglio dei loro genitori e dei loro nonni perché l'anima ebrea porta in sé la ferita e l'amore di una città senza la quale si sentirebbe mutilata, e le cui chiavi sono custodite dalla nostra memoria.

(Il Foglio, 23 novembre 2019)


Al Palagiustizia di Torino una targa per i 54 avvocati ebrei esclusi dalle leggi razziali

Sono passati 80 anni dall'emanazione delle leggi razziali fasciste che vietarono l'esercizio della professione a 54 avvocati ebrei di Torino.
I loro nomi sono oggi incisi su una targa commemorativa affissa a Palazzo di Giustizia di Torino. "Perché l'odio e l'indifferenza verso l'altro non debbano mai più ripetersi e perché sia bandita ogni discriminazione" si legge sotto l'elenco.
Un gesto che ha voluto riscrivere l'identità di 54 avvocati torinesi, cancellati dall'albo e perseguitati, solo perché ebrei.
La cerimonia si è svolta ieri, 20 novembre, nel corridoio di Palazzo di Giustizia davanti alla sede dell'Ordine degli avvocati. Subito dopo, nei locali di fronte all'aula magna, è stata inaugurata una mostra dal titolo "54 esclusi" curata da Claudio Vercelli con il fotografo Alessandro Pession.
"Siamo qui per fare ammenda del silenzio passivo osservato allora" - osserva la presidente dell'ordine degli avvocati di Torino, Simona Grabbi - "mentre ora dobbiamo avere il coraggio di ricordare. Meditare di queste cose. A maggior ragione in questo momento storico"
Alla cerimonia erano presenti, oltre all'avvocato Simona Grabbi, il Procuratore Generale Francesco Saluzzo e il Vicario Paolo Borgna. In rappresentanza del Comune l'assessore Alberto Sacco.

(mole24, 23 novembre 2019)


Liliana Segre torna sul caso Napoli

«Non faccio da scudo umano all'assessora che odia Israele»

Al Corriere della Sera: «Amo moltissimo Napoli, la prima città italiana insorta contro i nazisti, ma lei voleva strumentalizzarmi. Non mi presto per levare dall'imbarazzo l'assessora».
Intervista di due pagine sul Corriere della Sera alla senatrice a vita Liliana Segre. Torna sui casi delle proposte di cittadinanza onoraria, tra cui Napoli.

- A Sesto San Giovanni il sindaco ha detto che lei «non ha a che fare con la storia della città». A Biella Ezio Greggio ha rinunciato alla cittadinanza onoraria dopo che era stata negata a lei.
  «Avere creato imbarazzo a quelle giunte mi dispiace. Il caso di Biella è stato però l'occasione di ricevere un fiore raro come il gesto di Greggio, che è molto più di una cittadinanza».

- A Napoli lei stessa ha fatto un passo indietro…
  «In quel caso non c'è stata una proposta dell'amministrazione comunale, ma la strumentalizzazione di un'assessora (Eleonora de Majo, ndr). Per rispondere alle critiche sulle sue dichiarazioni di odio verso Israele, ha detto: "Allora facciamo la Segre cittadina onoraria". Io amo moltissimo Napoli, la prima città italiana insorta contro i nazisti, ma non mi presto come scudo umano per levare dall'imbarazzo l'assessora».

- Salvini è venuto a casa sua. Come è andato l'incontro?
  «Non voglio dire nulla perché ci siamo impegnati entrambi alla riservatezza per evitare strumentalizzazioni politiche. In ogni caso incontrarsi e parlarsi, a maggior ragione tra due colleghi senatori e concittadini milanesi, più che un gesto di civiltà dovrebbe essere considerato un fatto normale».

- È stata proposta la sua candidatura a presidente della Repubblica. Lei ha declinato.
  «Ho grande stima per Lucia Annunziata e sono certa che abbia fatto quella proposta per manifestarmi apprezzamento e solidarietà. Tuttavia mi sono trovata, mio malgrado, ad essere già una figura sulla quale si concentrano fin troppi significati simbolici. Non è il caso di aggiungerne altri e di coinvolgermi in ambiti impropri. Alla presidenza della Repubblica deve stare un arbitro che abbia le energie per correre in mezzo al campo e che soprattutto abbia una sopraffina sapienza politica ed istituzionale, come il presidente Mattarella. Non una novantenne arrivata come una marziana sulla scena politica».

(ilnapolista, 22 novembre 2019)


Sorpresa: in Italia crolla l'antisemitismo

Un europeo su quattro è ostile agli ebrei, da noi -11%. Il dato peggiore in Medio Oriente

di Daniel Mosseri

BERLINO - La regione del mondo peggiore per gli ebrei? Il Medio Oriente e l'Africa settentrionale. Qua la grande maggioranza della popolazione (il 74%) nutre sentimenti di ostilità per il popolo d'Israele.
   Seguono a distanza l'Europa centro-orientale, una regione in cui gli antisemiti sono il 34% (e il dato è in crescita) e poi quella occidentale con il 24%. Fanno meglio l'Asia (22%) e le Americhe (19%). Lo si legge nell'ultimo rapporto diffuso dalla organizzazione newyorchese dedita alla lotta contro l'odio antisemita e il pregiudizio in genere. ADL ha stilato una poco onorevole classifica dell'odio antiebraico, la cui lettura dà subito il senso di un fenomeno estremamente mutevole nelle sue manifestazioni. Fra i 18 paesi scelti da ADL per la propria indagine condotta su un campione globale di 9 mila persone primeggia la Polonia: qua il sentimento antiebraico è condiviso dal 48% dei cittadini, secondo ADL, mentre per quasi tutti gli intervistati «gli ebrei parlano troppo di cosa è successo loro durante l'Olocausto». Una risposta che non sorprende in un paese il cui governo si è impegnato in una battaglia culturale tesa a dimostrare che i polacchi hanno subito lo sterminio degli ebrei imposto dai nazisti tedeschi, con tanti saluti alla memoria dei pogrom e delle stragi come quella di Kielce perpetrata nel 1946, a guerra finita, da cittadini polacchi contro altri polacchi colpevoli di essere ebrei. Paese che vai, antisemitismo che trovi: così in Ungheria il 42% dei cittadini ce l'ha con gli ebrei soprattutto perché «indeboliscono la nostra cultura nazionale favorendo l'immigrazione nel nostro paese»; una posizione in linea con la netta chiusura del governo di Viktor Orbàn verso i fenomeni migratori. Secondo ADL l'antisemitismo europeo è di casa anche in Ucraina (46%) e in Russia (31%). Fuori dal Vecchio continente spicca il Sudafrica (47%) paese attraversato da potenti rigurgiti antisionisti targati BDS, il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele e giudicato una forma moderna di odio antisemita da diversi paesi occidentali. Tornando in Occidente, l'Italia fa segnare un 18% di antisemiti (contro il 29% cinque anni prima) un dato in linea con Austria, Francia e Germania (15%). Nel Belpaese gli ebrei sono accusati in primo luogo di «doppia lealtà», poi di ricordare troppo l'Olocausto e di controllare la finanza internazionale.
   Ma il pregiudizio è un pozzo senza fondo e permette di accusare gli ebrei anche di controllare i media e scatenare guerre mondiali. Più liberi dal pregiudizio appaiono invece la Svezia (4%), il Canada (8%) e l'Olanda (10%). Di rilievo anche la nota di ADL secondo cui la presenza di minoranze musulmane è associata a livelli di antisemitismo più elevati. Allo stesso tempo il rapporto sottolinea che «i risultati dei musulmani d'Europa sono nettamente inferiori a quelli misurati in Medio Oriente e Africa del Nord in 2014, forse per effetto dell'educazione alla storia dell'Olocausto, per la conoscenza diretta di ebrei e la diffusione nella società di accettazione e tolleranza». Una nota diffusa proprio nelle stesse ore in cui la Süddeutsche Zeitung annunciava che la cancelliera tedesca Angela Merkel il prossimo 6 dicembre si recherà in visita all'ex campo di stermino di Auschwitz, in Polonia, su invito della Fondazione Auschwitz-Birkenau. Una prima assoluta per Merkel che pure in passato ha visitato altri lager come Dachau e Buchenwald. Una visita che segue a un periodo di particolare recrudescenza degli atti di antisemitismo in Germania.

(il Giornale, 22 novembre 2019)


Il crollo dei simboli del khomeinismo

Il regime dell'Iran reprime le rivolte con metodi fascistoidi Ma gli iraniani non hanno più timore di tutta l'ideologia che li circonda da quarant'anni, la deridono e quando possono la distruggono. Ed è così anche negli altri paesi in rivolta.

di Daniele Raineri

ROMA - Ieri la connessione internet è tornata in alcune parti dell'Iran, circa il 10 per cento del paese, ed è il segno che le rivolte popolari che sono durate per sei giorni hanno rallentato e sono di nuovo considerate in qualche modo controllabili. Per il momento, almeno. Il regime dell'Iran stacca internet ogni volta che si sente minacciato per impedire che i rivoltosi si organizzino e si coalizzino assieme e così la connessione internet - o la sua mancanza è diventata l'unità di misura dell'intensità delle sommosse. In questi giorni era superiore al novantacinque per cento, grazie anche al fatto che in questi anni il governo del cosiddetto "moderato" Hassan Rohani ha spostato internet su una piattaforma nazionale centralizzata che di fatto permette alle autorità di tenere il dito sulla connessione di un paese da più di ottanta milioni di persone e di staccarla quando vuole. Siti con notizie internazionali e posta elettronica sono i primi a diventare inaccessibili. Il sistema fu pensato nel 2009dopo le proteste della cosiddetta Onda verde e permette di far andare avanti alcuni segmenti della nazione, come siti di notizie nazionali controllati dallo stato oppure le transazioni bancarie, per mitigare un poco il danno economico (che comunque resta rovinoso). E' una delle tante facce della distopia iraniana, un paese dove i leader scrivono molto su Twitter che però è ufficialmente vietato ai cittadini e dove gli iraniani tirano avanti nel grigiore di un'economia asfissiata mentre i rampolli dell'establishment della rivoluzione del 1979vivono all'estero e pubblicano sui social foto e video di divertimenti pazzi.
  Anche se questa ondata di rivolte si stesse indebolendo e stesse per spegnersi come è successo a quelle prima, il crollo dei simboli del regime è il fatto importante e definitivo a cui abbiamo assistito - grazie ai video sfuggiti al blocco di internet. Tutto quello che dovrebbe essere riverito e temuto nella Repubblica islamica dell'Iran dopo quarant'anni di indottrinamento khomeinista è invece il bersaglio della rabbia e della derisione di una massa enorme di iraniani. Le immagini degli ayatollah sono divelte o bruciate, i cartelloni della propaganda sono strappati, i murales sono sfregiati, le sedi della Banca centrale assaltate, il monumento all'anello dell'ayatollah Khomeini è stato coperto di benzina e incendiato. Khomeini, padre fondatore di questo Iran. Le donne nelle proteste si tolgono il velo, che ormai da anni è diventato il gesto di sfida politica per eccellenza. E le cause che in teoria dovrebbero rendere fieri i cittadini iraniani come la guerra permanente contro Israele al fianco dei palestinesi o l'alleanza in Siria con il governo di Bashar el Assad sono considerate follie senza senso. "Non ci sono soldi, non c'è benzina, all'inferno la Palestina" è uno degli slogan della piazza. L'obiettivo non sono i palestinesi, ma i vertici dell'Iran che hanno deciso che il paese deve bruciare le sue risorse per espandere il suo potere nella regione. Secondo un rapporto uscito due giorni fa, tra il 2011 e il 2018 l'Iran ha speso sedici miliardi di dollari per pagare i suoi alleati all'estero, come il gruppo Hezbollah in Libano. Sostenere che la gente protesta soltanto per l'improvviso aumento del prezzo della benzina è riduttivo, ci sono strati di rancore vulcanico contro la classe religiosa e militare al governo che vengono fuori dopo decenni di repressione. La cosa non è sfuggita al regime, che infatti non parla di proteste contro il caro benzina ma di un complotto contro il paese e di combattimenti sul "fronte della sicurezza", come ha detto l'ayatollah Khamenei, e di "un piccolo gruppo di soldati nemici", come ha detto il presidente Rohani. Pretendere che l'attacco sistematico ai simboli del regime sia il frutto di un'arrabbiatura da carovita sarebbe bizzarro anche per loro, la gente vede e capisce. C'è insofferenza contro il regime.
  Non c'è un numero ufficiale dei morti. Amnesty dice che sono più di cento, altre fonti parlano del doppio ma non c'è modo di verificare. I video che sono filtrati fino al mondo esterno mostrano gruppi di centinaia di manifestanti in molte città diverse che cantano contro il governo ma sono dispersi a colpi di fucile da cecchini appostati sui tetti oppure sono cacciati nelle strade dalle milizie armate che si tengono sempre pronte proprio per questo scopo, la controinsurrezione, e sono le forze bassij e le Guardie della rivoluzione. I guardiani del regime sparano contro gli assembramenti e poi dopo qualche ora vanno a prendere i feriti negli ospedali. Ma il ritmo di queste rivolte negli anni è in accelerazione, in Iran c'è un'instabilità strutturale, prima passavano intervalli di tre-quattro anni fra un'eruzione e l'altra, adesso ogni anno ha la sua rivolta. Per non menzionare lo stillicidio di proteste e grandi scioperi che scandisce la vita del paese, mese dopo mese - a volte si fermano i camionisti, a volte gli insegnanti, a volte studenti oppure i pensionati. E poi ci sono le tensioni etniche. Tra i posti dove le forze di sicurezza sono state più brutali ci sono il Kurdistan iraniano e il Khuzestan, dove c'è una minoranza araba - sono entrambe aree che da sempre malsopportano il controllo di Teheran. La violenza dall'alto blocca in pochi giorni le proteste e la maggioranza silenziosa non prende posizione, ma la tenuta ideologica di uno dei paesi più ideologizzati del mondo non è mai sembrata così debole.

(Il Foglio, 22 novembre 2019)


Netanyahu incriminato per corruzione e truffa

Il premier: "È un tentativo di golpe per abbattermi" Ora ha 30 giorni per chiedere l'immunità alla Knesset

di Giordano Stabile

Il procuratore generale di Israele Avichai Mandelblit ha deciso di incriminare il premier Benjamin Netanyahu per corruzione, frode e abuso d'ufficio. E la prima volta che succede a un primo ministro in carica. Mandelblit ha deciso di procedere dopo l'audizione di oltre quattro ore dello scorso ottobre. Ha spiegato che lo ha fatto «con il cuore pesante» ma che «il rispetto della legge riguarda tutti, non è questione di destra e sinistra». È un duro colpo per Netanyahu, che si avvia verso la terza campagna elettorale in meno di un anno. Subito dopo l'annuncio il leader del Likud ha convocato i sostenitori sotto la sua residenza e ha respinto tutte le accuse: «È un tentativo di golpe per abbattermi, bisogna indagare gli inquirenti, perché non cercano la verità, cercano me».
   Le indagini sul premier vanno avanti da anni. Il filone più grave è il Caso 4000, nel quale Netanyahu è accusato di corruzione, frode e abuso di ufficio. Il premier avrebbe promesso norme favorevoli al magnate delle telecomunicazioni Shaul Elovich, in cambio di una copertura positiva sul sito Walla, il più seguito in Israele. L'accusa sostiene che Elovich avrebbe guadagnato circa 500 milioni di dollari nello scambio. Il secondo filone è il Caso 1000, nel quale Netanyahu è accusato di aver ricevuto regali per centinaia di migliaia di dollari da uomini d'affari da lui favoriti. ll terzo caso, il 2000, riguarda scambio di favori con l'editore del giornale Yediot Ahronoth, Amon Mozes. Netanyahu avrebbe danneggiato il principale concorrente, Israel Hayom in cambio di una copertura favorevole.
   Adesso il premier ha 30 giorni di tempo per chiedere l'immunità alla Knesset. Dovrebbe essere discussa da uno speciale Comitato, che però non è più stato nominato dopo le elezioni anticipate dello scorso 4 aprile, seguite da quelle del 17 settembre. Finché la richiesta di immunità non sarà discussa il procedimento penale non potrà cominciare. La Knesset potrebbe decidere però di eleggere il comitato vista la situazione di emergenza. Nel caso i parlamentari dessero il via libera al processo Netanyahu potrà appellarsi alla Corte suprema. Netanyahu non può essere costretto a dimettersi ma, secondo il procuratore dello Stato Shai Nitzan, «non potrà ottenere l'incarico per formare un nuovo governo».
   In ogni caso Israele si trova in una situazione inedita nei suoi 71 anni di storia. Sia Netanyahu che il principale oppositore, Benny Gantz, non sono riusciti a formare un nuovo governo. Il presidente Reuven Rivlin deve decidere se chiedere alla Knesset di individuare un terzo premier oppure andare di nuovo al voto, che dovrebbe tenersi a marzo 2020. A questo punto è la soluzione più conveniente per Netanyahu. Ma è una via rischiosa. L'integerrimo ex generale Gantz ha già detto che «un premier con le inchieste sul collo non può governare» e punterà sulla necessità di voltare pagina e unire un Paese assediato da una regione ostile.

(La Stampa, 22 novembre 2019)


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Bibi incriminato per corruzione. «Un tentato golpe contro di me»

Accusato anche di frode e abuso di fiducia. Il premier respinge gli addebiti: «Attacco motivato politicamente».

di Fiamma Nirenstein

 
GERUSALEMME - "Ho preso questa decisione col cuore pesante, ma è doverosa» ha detto Avichai Mandelblit, l'Avvocato dello Stato, prima di una lunga disamina legale. E ha annunciato l'incriminazione di Benjamin Netanyahu in tutti e tre i casi in cui è accusato. Due ore più tardi Netanyahu pallidissimo, con le lacrime agli occhi come non si era mai visto, gli ha risposto in sostanza occupando il suo stesso terreno, quello dell'accusa senza remissione: «Io vado fiero del nostro sistema giudiziario, famoso in tutto il mondo. Ma qui una tendenza malata nutrita da inquisitori spinti da pregiudizio hanno preso il sopravvento, sospinti dall'odio contro la mia parte politica e contro di me. E sono stati compiuti dei crimini durante l'istruttoria: nessuno è sopra la legge, né gli investigatori né i giudici, e violazioni di ogni criterio di giustizia sono state compiute durante la fase inquisitoria». Qui Netanyahu ha fornito una lunga lista degli inganni con cui sostiene siano state estorte confessioni false dai testimoni di giustizia per arrivare a quella che ha definito un «ribaltamento del potere» antidemocratico. Bibi di nuovo propone la sua strada e la sostanza è questa: «Io ho dato la vita per questo Paese, ho combattuto, sono stato ferito, ho condotto il Paese a risultati meravigliosi, adesso combatterò per ristabilire la verità. Giudici e polizia sono indispensabili, ma nessuno dei loro membri sta al di sopra della giustizia stessa». Insomma, Netanyahu non intende arrendersi anche se lo Stato d'Israele si erge oggi a accusatore contro il suo primo ministro, per la prima volta nella storia.
   Il premier è stato incriminato con decisione che ormai data la pressione culturale, e perfino antropologica in uno Stato in cui l'etica e la sinistra sono parte della storia genetica, era del tutto prevedibile. Il potere giudiziario israeliano ama la sinistra e non è il solo nel mondo. E neppure lo sa: la scelta di Mandelblit si inserisce quasi inconsapevolmente nella turbolenta vicenda politica che lo stato Ebraico attraversa in questo periodo. Di fatto Netanyahu, dopo 13 anni di gestione di potere liberista, tecnologico, per niente consenziente verso i nemici, viene spinto fuori dalla scena politica con mezzi giudiziari. Quanto siano giustificati, lo dirà il processo. Bibi è stato ieri accusato (e non c'è motivo di pensare che Mandelblit, un tempo stretto collaboratore di Netanyahu, non sia semplicemente fedele a principi giudiziari, come ha più volte ripetuto appassionatamente) di corruzione e abuso di fiducia nel tripudio dei suoi nemici politici.
   È una svolta molto drammatica per lo statista che ha trasformato Israele da potere regionale a protagonista della rivoluzione tecnologica e scientifica mondiale, ne ha fatto crescere l'economia e la democrazia, lo ha condotto a rapporti internazionali mai sognati. Dopo più di un anno di studi Mandelblit è arrivato a conclusioni proprio quando, la mattina, Reuven Rivlin, il presidente d'Israele, avendo ricevuto da Benny Gantz la rinuncia ufficiale a formare il governo, aveva avvertito alla gente di Israele nella prospettiva che a marzo si possa votare per la terza volta. Questo avverrà se un qualunque membro della Knesset (120 deputati) non raccoglierà 61 voti per formare un governo. Difficile specialmente adesso: i due protagonisti hanno promesso di continuare nello sforzo di raggiungere l'obiettivo di un governo di coalizione, ma le già enormi difficoltà si accumulano. Blu e Bianco di Gantz adesso che Netanyahu è indiziato, ha tutti gli argomenti per rifiutarlo come partner.
   Netanyahu può chiedere entro 30 giorni come parlamentare l'immunità, ma a causa della crisi non esiste la commissione preposta alla decisione come richiede la legge. Un'occhiata sommaria alle tre accuse mostra un sistema certamente molto accurato e anche pericolosamente giustizialista, e stavolta trasformato in un coltello acuminato dalla febbre politica. Adesso tristemente queste accuse si avviano verso il tribunale mentre il primo ministro, furioso e depresso, si avvia a una nuova battaglia. Immaginiamo quanto è contento il governo iraniano.

(il Giornale, 22 novembre 2019)


Israele fa i conti con l'instabilità e con due pericolose prime volte

La prima condanna a Netanyahu, il primo incarico alla Knesset e un "periodo oscuro" che non sa come finire.

di Micol Flammini

ROMA - Ieri, mentre Israele entrava in una fase politica mai conosciuta prima e mentre attendeva il via libera al processo decisivo per le sorti di Benjamin Netanyahu, tra i seggi della Knesset i deputati iniziavano a contarsi. Benny Gantz, il leader del partito Blu e bianco, ha comunicato mercoledì che non sarebbe stato in grado di formare un governo, nemmeno di minoranza, nemmeno con l'improbabile alleanza dei partiti arabi. Prima di lui aveva fallito Benjamin Netanyahu, il primo ministro e leader del Likud, ed era fallita anche la proposta del presidente israeliano Reuven Rivlin di formare un governo di unità nazionale. In quel caso Netanyahu e Gantz avrebbero assunto la premiership a rotazione, due anni l'uno due l'altro, ma chi avrebbe iniziato per primo avrebbe avuto un'arma sull'altro. Mancava la fiducia e il tentativo di un governo di unità nazionale è naufragato.
   Ieri il paese è entrato in una nuova fase, mai esplorata, "una fase oscura", come l'ha definita il presidente Rivlin, che ha comunicato alla Knesset che il mandato di formare una nuova coalizione ora è nelle sue mani. Se il sostegno di almeno 60 deputati convergerà su un parlamentare entro 21 giorni, a partire da ieri, il parlamentare designato avrà a disposizione due settimane per formare un governo. E' iniziata la lotta di sguardi, tra chi si nasconde, chi volta le spalle, chi accenna amicizie, ma si fa fatica a riconoscere i volti, a indovinare il nome di chi sarà in grado di smuovere abbastanza deputati per non far dissolvere, ancora una volta, la terza in un anno, la Knesset. Reuven Rivlin ha posto tutti di fronte a una domanda: "In questi 21 giorni non devono esserci blocchi o partiti, Ognuno di voi dovrebbe guardare alla propria coscienza e rispondere a una domanda: qual è il mio dovere verso lo stato di Israele?". Il tentativo di affidare al Parlamento il compito di estrarre un leader, di sceglierlo, sembra non avere soluzioni. La politica israeliana è molto polarizzata, e sullo sfondo si anima una situazione internazionale pericolosa. La scorsa settimana contro lo stato ebraico il Jihad islamico ha lanciato da Gaza una pioggia di missili, costringendo gli israeliani, anche a poca di distanza da Tel Aviv, a correre nei rifugi antimissile per due giorni. C'è l'Iran, che dalla Siria lunedì ha colpito le alture del Golan con quattro razzi e la frammentazione politica aumenta i rischi, altissimi, per la sicurezza.
   Rivlin ha chiesto ai parlamentari di ritrovare l'anima dello stato ebraico tra i banchi della Knesset, evitare un nuovo voto e cercare una coalizione, ampia, il più possibile. Ma tra quei banchi, senza volto e senza nome, si sussurra già la data delle prossime elezioni, il 20 marzo, il giorno di Purim, perché se nessuno sembra convinto che in questi 21 giorni sarà possibile trovare una maggioranza, c'è chi invece dice di avere una ricetta, ma serve il voto, anzi ne servono due. Uno nazionale, ma da tenersi soltanto dopo quello interno al Likud. Uno dei membri del partito, Gideon Sa'ar, lo scorso mese aveva lanciato la sua prima provocazione gridando su Twitter "sono pronto", pronto a sfidare Benjamin Netanyahu, il leader del Likud e primo ministro dal 2009. Quel "sono pronto" era arrivato come un fulmine, aveva riempito il partito di domande e Benny Gantz di speranze, ma Netanyahu aveva escluso le primarie, meglio aspettare.
   Ormai lo stallo del Likud sembra assomigliare a quello del Parlamento. Sa'ar è stimato, è pronto al compromesso, ha buoni rapporti nel partito, si è conquistato la fiducia di altri compagni, e ha giurato che se dovesse vincere le primarie, sarà in grado di dare a Israele un governo. Il Likud è in parte sfinito, ma come tutto il paese rimane aggrappato a un'era importante, storica, di sicurezza e stabilità legata a un primo ministro a cui tutti sanno di dovere molto, quindi Sa'ar vuole agire con cautela, di tradimenti non se ne parla, dentro al partito non piace sapere che qualcuno stia tramando contro Netanyahu, soprattutto in un momento di difficoltà. Ieri il procuratore Avichai Mandelblit, ex segretario di gabinetto del premier, ha annunciato la sua decisione, attesissima, di incriminare Benjamin Netanyahu per corruzione in una delle tre inchieste a suo carico, confermando l'accusa di frode e abuso di ufficio. E anche questa è una prima volta per Israele, la prima volta che un premier in carica viene accusato di corruzione. Il pericolo legale per il leader non è immediato, Netanyahu chiederà l'immunità al Parlamento che però non è ancora riuscito a formare le sue Commissioni, quindi non ci sono organi, al momento, per decidere sull'immunità. Anche per questo servono elezioni.
   Israele sembra guardare più ai novanta giorni di campagna elettorale che lo attendono che ai venti di trattative interne alla Knesset. Oltre Benjamin Netanyahu Israele fa fatica a trovare il suo futuro, troppi volti anonimi troppo persi per ritrovare l'anima dello stato, come ha chiesto il presidente. Rimane una sovrapposizione di paralisi, di blocchi dentro al Likud e dentro al Parlamento.

(Il Foglio, 22 novembre 2019)


Rivlin dopo incriminazione Netanyahu: «Un tempo di oscurità senza precedenti»

Israele non muore senza Netanyahu così come non vive grazie a Netanyahu

di Franco Londei

 
Prima di tutto una premessa: non vogliamo e non possiamo entrare nel merito delle accuse rivolte dalla magistratura israeliana a Benjamin Netanyahu, non perché ci mancano gli input, ma perché riteniamo che in una democrazia come quella israeliana il concetto di separazione dei poteri debba essere uno dei fondamenti indispensabili per far funzionare il sistema democratico e non diventare un campo di battaglia politico.
Come ho avuto modo di dire in altre occasioni, Rights Reporter difenderà sempre Israele a prescindere da chi lo guida. Non condizioneremo cioè il nostro sostegno allo Stato Ebraico a seconda del partito o dell'uomo al comando come invece purtroppo vediamo fare da altri.
Per questo motivo, forse per la prima volta in vita mia, sono in parte d'accordo con un articolo di Haaretz scritto da Chemi Shalev (anche se non nei toni estremisti) che rimprovera a Netanyhau di non essersi dimesso e quindi di non essere un patriota.
«Questo è un momento di oscurità senza precedenti nella storia dello Stato di Israele» ha detto ieri sera il Presidente Reuven Rivlin durante la cerimonia in cui, per la prima volta, consegnava al portavoce della Knesset, Yuli Edelstein, l'incarico di trovare una maggioranza e quindi di formare un Governo dopo che sia Netanyahu che Benny Gantz avevano fallito in questo compito.
E non ha tutti i torti il Presidente israeliano. Dopo due votazioni in pochi mesi e mentre lo Stato Ebraico è letteralmente circondato dal nemico iraniano, non si è riusciti a formare quel Governo di cui Israele avrebbe tanto bisogno e si rischia di andare ad una terza elezione che probabilmente darà lo stesso risultato delle due precedenti.
Uno stallo politico che potrebbe andar bene in qualsiasi altro Stato del mondo (vedi la Spagna) ma non per Israele continuamente sotto attacco militare.
Le dimissioni di Netanyahu aprirebbero probabilmente molte possibilità per superare questo momento, ma il Premier, dispiace dirlo, ha posto i propri interessi personali davanti a quelli molto più importanti del Paese.
E lo dice uno che Netanyahu lo ha sempre difeso in tutti questi anni, anche quando le sue decisioni erano criticabili. Questo è scritto nero su bianco in migliaia di articoli su questo sito.

 Ma Israele non muore senza Netanyahu così come non vive grazie a Netanyahu.
  Non mi interessa la questione giudiziaria, è compito della magistratura stabilire se le accuse rivolte al Premier siano reali o meno, così come non mi interessano le liti politiche. Mi interessa piuttosto che Israele abbia un Governo in grado di prendere le decisioni necessarie per difendersi dall'attacco iraniano e dai nemici arabi.
Questo interesse dovrebbe essere anche l'interesse di tutti i politici israeliani, nessuno escluso. Invece in questi mesi abbiamo visto solo prese di posizione ideologiche che hanno portato Israele in uno stallo politico davvero senza precedenti proprio nel momento peggiore.
E non fa bene nemmeno il tifo politico da stadio a cui stiamo assistendo in queste ore sui social da parte di pseudo-difensori di Israele.
Mettere in dubbio la democrazia israeliana e il suo sistema giudiziario non è da "difensori di Israele senza se e senza ma", è solo l'ennesimo scontro politico volto a tirare acqua al proprio mulino senza pensare al bene del Paese, quasi condizionando il proprio sostegno allo Stato Ebraico a seconda di quale fazione politica sia al timone. Lo trovo odioso e miserabile.
Si lasci che la magistratura israeliana faccia il suo corso, Netanyahu pensi al bene del Paese e faccia un passo indietro per favorire la formazione di un nuovo governo invece di arroccarsi sulle proprie posizioni. Non è davvero il momento di lasciare il Paese senza un Governo in grado di prendere le gravi decisioni necessarie alla sua difesa.
Se, come dice lui, le accuse sono false avrà modo di riprendere la guida di Israele in un secondo momento. Ma intanto dia al Paese la possibilità di potersi difendere con tutti i mezzi che ha a disposizione, perché se c'è un favore che non si può fare al nemico iraniano è proprio quello di mostrarsi deboli e confusi.

(Rights Reporters, 22 novembre 2019)



Firmarono il Manifesto della Razza, Roma li cancella dalla toponomastica

 
"Dobbiamo imparare a conoscere la storia per capire chi siamo stati e scegliere come vogliamo essere. Con questo atto voi avete fatto una scelta di campo, avete scelto e preso una posizione. E si può scegliere solo se si è consapevoli".
   Parla agli studenti romani la sindaca Virginia Raggi. E lo fa al cinema Andromeda, in un giorno speciale, quello che segna la conclusione del processo partecipativo che ha portato a una diversa intitolazione delle strade che fino a poche ore fa portavano il nome degli scienziati Edoardo Zavattari e Arturo Donaggio, firmatari nel '38 del Manifesto della Razza.
   Al loro posto eminenti figure che risaltano per percorsi di vita e impegno accademico ben diverso: il medico Mario Carrara, che rifiutò il giuramento di fedeltà al fascismo; Nella Mortara, tra le primissime docenti donna di Fisica alla Sapienza, ed Enrica Calabresi, ordinaria di Entomologia a Pisa, che subirono entrambe i provvedimenti antiebraici del regime, con quest'ultima che si suicidò per evitare la deportazione.
   "Voi attraverserete sempre le strade della città e quando alzerete lo sguardo domani capirete che i nomi indicati hanno sempre una storia e un significato" ha sottolineato Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, rivolgendosi agli studenti romani. "A voi, cari ragazzi, tocca non solo studiare la storia, ma esserne parte, esserne artefici in positivo e, un giorno, i vostri nipoti si fermeranno davanti a un cartello e potranno anche loro capire cosa vogliono dire vita, dignità e libertà".
   Una scelta, quella dell'amministrazione capitolina, che è di segno opposto rispetto a quella adottata dal Comune di Verona. La presidente UCEI ha condannato con ferme parole la decisione della commissione toponomastica locale di dare il via libera all'intitolazione di una strada a uno dei principali propagatori di antisemitismo dell'epoca fascista: Giorgio Almirante.
   Commovente la testimonianza di Lea Polgar, ebrea fiumana che aveva appena cinque anni quando le Leggi razziste entrarono in vigore. Una storia, la sua, che è raccontata nel documentario "1938. Quando scoprimmo di non essere più italiani", realizzato da Pietro Suber e prodotto da Dario Coen. Proprio grazie a questo lavoro, di cui sono stati proiettati alcuni spezzoni, e a una esplicita richiesta di revisione toponomastica rivolta da Suber e Coen alla sindaca, ha preso avvio questo percorso condiviso, conclusosi con la scopertura a fine mattinata delle nuove targhe. "Una giornata storica" afferma la sindaca Raggi.
   Tra i presenti alla cerimonia l'ambasciatore statunitense Lewis Eisenberg, il suo omologo israeliano Dror Eydar, il presidente della Fondazione Museo della Shoah di Roma Mario Venezia e il segretario generale UCEI Uriel Perugia.

(moked, 21 novembre 2019)


"Questo clima è un crematorio". Gli ecologisti che usano la Shoah

di Giulio Meotti

ROMA - Il più puro, il più idealista, il più indomito dei salvatori del pianeta, il fondatore di "Extinction Rebellion" Roger Hallam, arrestato pochi mesi fa per aver tentato di far volare un drone sull'aeroporto di Heathrow per fermare il traffico aereo, è finito nei guai. In un'intervista al settimanale tedesco Zeit, Hallamha liquidato l'idea che l'Olocausto sia un evento eccezionale: "E' un fatto che milioni di persone nella nostra storia sono state regolarmente uccise in circostanze terribili", per questo "a voler essere onesti" l'Olocausto "è un evento quasi normale" e "solo un'altra stronzata nella storia dell'umanità".
   Hallam è stato ovviamente travolto dalle critiche. Peccato che siano anni che gli ambientalisti minimizzano, abusano, banalizzano e arruolano persino l'Olocausto nella propria agenda ideologica. C'era già un discorso di Hallam a un evento dell'organizzazione per i diritti umani Amnesty International in cui l'ambientalista paragonava Auschwitz alla crisi climatica: "Come non c'era poesia dopo Auschwitz, così non ci sono parole sull'emergenza ecologica". Scrive il sociologo Frank Furedi su Spiked: "Molti vedranno le parole di Hallam come un semplice errore di giudizio. Ma il suo disprezzo per la memoria dell'Olocausto è sostenuto da una più ampia sensibilità antiumanista. Se credi sinceramente che le generazioni del passato abbiano sistematicamente distrutto il pianeta, allora ha un senso deformato interpretare l'Olocausto come una nota a piè di pagina di migliaia di anni di incessante depravazione umana e di ecocidio". Era il 1989 quando l'allora senatore del Tennessee, futuro vicepresidente degli Stati Uniti e padrino dell'ambientalismo apocalittico, Al Gore, scriveva sul New York Times un articolo sulla "Notte dei cristalli ecologista": "Nel 1939, quando le nuvole della guerra si addensarono sull'Europa, molti si rifiutarono di riconoscere ciò che stava per accadere. Nessuno poteva immaginare un Olocausto, anche dopo la Notte dei cristalli. I leader mondiali si crogiolarono e attesero, sperando che Hitler non fosse quello che sembrava, che la guerra mondiale potesse essere evitata. Più tardi, quando le fotografie aeree avrebbero rivelato i campi di sterminio, molti hanno fatto finta di non vedere. Nel 1989, nuvole di diverso tipo segnalano un Olocausto ambientale senza precedenti. Eppure oggi le prove sono chiare come i suoni del vetro frantumato a Berlino". Ospite del festival Trieste Next due settimane fa, l'oceanologo britannico Peter Wadhams ha detto che nell'Artico è in corso un "genocidio", la parola coniata dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin per indicare lo sterminio dei sei milioni di ebrei europei e da allora entrata nel canone internazionale. Marina Silva, la socialista brasiliana volto della campagna di denuncia dei roghi in Amazzonia, ha detto che si tratta di un "olocausto ambientale". In un recente studio dello Università ofCollege London, si parla di un "genocidio da C02" per la colonizzazione delle Americhe da parte delle potenze europee del tempo. "Il genocidio climatico sta arrivando", titola il New York Magazine. "Il prossimo genocidio", commenta sul New York Times lo storico Timothy Snyder. "Può il cambiamento climatico causare un altro Olocausto", si domanda New Republic. Il cardinale di Myanmar, Charles Maung Bo, in una nota all'agenzia Fides scrive che "stiamo affrontando un olocausto ecologico". "Stiamo attraversando un olocausto ecologico", ha detto l'ambientalista Prema Bindra. "Genocidio ambientalista", dice l'arcivescovo anglicano John Sentamu. "Mettiamo fine all'ecocidio e al genocidio", scrive Vandana Shiva, neoconsulente del ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti e che ha accusato la Monsanto di "genocidio".
   Chi mette in discussione il global warming così come viene presentato dagli ecologisti usurpatori dell'Olocausto è oggi definito "negazionista". Peccato che non esista commissione possibile per questa banalizzazione. Perché chi dovrebbe denunciarla siede comodamente dalla parte di chi parla di una "Auschwitz climatica", le ciminiere di C02 evocate da Greta Thunbergnel libro "Scenes from the heart". Ciminiere simili a crematori. Ieri gli ebrei, oggi le piante. Roger Hallam ha "soltanto" sbagliato a parlare della vera Shoah. Se si fosse limitato a denunciare quella green sarebbe ancora un benefattore.

(Il Foglio, 22 novembre 2019)


La Corte di Giustizia dell'Unione Europea applica due pesi e due misure

di Soeren Kern*

L'azienda vinicola Psagot Winery, con vigneti in uno dei cosiddetti territori palestinesi occupati
La Corte di Giustizia dell'Unione Europea ha stabilito che i prodotti alimentari provenienti dagli insediamenti ebraici a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nelle alture del Golan devono essere specificatamente etichettati con l'indicazione del loro territorio d'origine e non possono recare la dicitura generica "Made in Israel".

La Corte di Giustizia dell'Unione Europea, il tribunale supremo dell'UE, ha stabilito che i prodotti alimentari provenienti dai cosiddetti insediamenti ebraici a Gerusalemme Est, in Cisgiordania e nelle alture del Golan devono essere specificatamente etichettati con l'indicazione del loro territorio d'origine e non possono recare la dicitura generica "Made in Israel".
La sentenza, che concentra l'attenzione su Israele, è stata presumibilmente motivata non dalle preoccupazioni in merito alla sicurezza alimentare o alla tutela dei consumatori, ma dalla preferenza di una politica estera anti-israeliana da parte dell'Unione Europea. La decisione è stata duramente criticata come faziosa, discriminatoria e antisemita.
La questione dell'etichettatura ha origine in problemi riguardanti l'interpretazione del Regolamento EU n. 1169/2011, del 25 ottobre 2011, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori. Il regolamento era ambiguo sulla questione dell'etichettatura dei prodotti alimentari provenienti da Israele.
Il 12 novembre 2015, la Commissione europea, nel tentativo di rendere più chiara la normativa UE in vigore sulla fornitura di informazioni sull'origine dei prodotti provenienti dai territori occupati da Israele, adottò una cosiddetta Comunicazione interpretativa. Questa direttiva precisava che gli alimenti venduti nell'UE non potevano riportare l'etichetta "Made in Israel", se prodotti al di fuori dei confini di Israele antecedenti al 1967. Il documento spiega:
    "L'Unione Europea, in linea con il diritto internazionale, non riconosce la sovranità di Israele sui territori occupati dal giugno del 1967, ossia alture del Golan, Striscia di Gaza e Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, che non considera parte del territorio di Israele, indipendentemente dal loro status giuridico nell'ordinamento israeliano".
Il 24 novembre 2016, il Ministero francese dell'Economia e delle Finanze pubblicò un cosiddetto Avviso ministeriale (JORF No. 0273, Text No. 81) che delineava l'interpretazione da parte del governo francese della legislazione dell'UE in materia di etichettatura dei prodotti israeliani. I criteri francesi, ancor più rigorosi di quelli dell'Unione Europea, stabiliscono che:
    "Per i prodotti della Cisgiordania o delle alture del Golan originari degli insediamenti, sarebbe inaccettabile un'indicazione che recitasse solo 'prodotto delle alture del Golan' o 'prodotto della Cisgiordania'. Anche se tali indicazioni designassero la zona o il territorio più ampi di origine del prodotto, l'omissione delle informazioni geografiche aggiuntive relative alla provenienza del prodotto dagli insediamenti israeliani sarebbe ingannevole per il consumatore sotto il profilo dell'origine reale del prodotto. In tali casi occorre aggiungere, ad esempio, l'espressione 'insediamento israeliano' [colonies israéliennes] o altra espressione equivalente tra parentesi. Potrebbero di conseguenza essere impiegate espressioni come 'prodotto delle alture del Golan (insediamento israeliano)' o 'prodotto della Cisgiordania (insediamento israeliano)'".
Nel gennaio del 2017, Psagot Winery Ltd., un'azienda vinicola israeliana, con vigneti in uno dei cosiddetti territori palestinesi occupati, e un gruppo franco-ebraico chiamato Organizzazione ebraica europea, intentarono una causa in cui chiedevano al Consiglio di Stato, il più alto tribunale amministrativo della Francia, di annullare l'Avviso ministeriale perché i criteri francesi equivalevano a promuovere un boicottaggio economico di Israele.
Il 30 maggio 2018, il Consiglio di Stato dichiarò di non essere in grado di pronunciarsi sul caso e lo deferì alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea per un parere.
Il 12 novembre 2019, la Corte di Giustizia con sede in Lussemburgo si è espressa in favore del governo francese:
    "Gli alimenti originari di territori occupati dallo Stato di Israele devono recare l'indicazione del loro territorio di origine, accompagnata, nel caso in cui provengano da una località o da un insieme di località che costituiscono un insediamento israeliano all'interno del suddetto territorio, dall'indicazione di tale provenienza.
    "L'omissione di una simile indicazione potrebbe indurre in errore i consumatori, facendo pensare loro che tale alimento abbia un paese di origine o un luogo di provenienza diverso dal suo paese di origine o dal suo luogo di provenienza reale.
    "Il fatto di apporre su alcuni alimenti l'indicazione secondo cui lo Stato di Israele è il loro 'paese d'origine', mentre tali alimenti sono in realtà originari di territori che dispongono ciascuno di uno statuto internazionale proprio e distinto da quello di tale Stato, che sono occupati da quest'ultimo e soggetti a una sua giurisdizione limitata, in quanto potenza occupante ai sensi del diritto internazionale umanitario, sarebbe tale da trarre in inganno i consumatori.
    "L'indicazione del territorio di origine degli alimenti in questione è obbligatoria (...), al fine di evitare che i consumatori possano essere indotti in errore in merito al fatto che lo Stato di Israele è presente nei territori di cui trattasi in quanto potenza occupante e non in quanto entità sovrana.
    "L'omissione di tale indicazione, che implica che sia indicato solo il territorio di origine, può indurre in errore i consumatori. Questi ultimi infatti, in mancanza di qualsiasi informazione in grado di fornire loro delucidazioni al riguardo, non possono sapere che un alimento proviene da una località o da un insieme di località che costituiscono un insediamento ubicato in uno dei suddetti territori in violazione delle norme di diritto internazionale umanitario.
    "Le informazioni fornite ai consumatori devono consentire loro di effettuare scelte consapevoli nonché rispettose non solo di considerazioni sanitarie, economiche, ambientali o sociali, ma anche di considerazioni di ordine etico o attinenti al rispetto del diritto internazionale.
    "Al riguardo, la Corte ha sottolineato che simili considerazioni potevano influenzare le decisioni di acquisto dei consumatori".
La Corte di Giustizia dell'UE, che favorisce di fatto i rigidi criteri di etichettatura francesi da applicare in tutto l'Unione Europea, è stata fermamente condannata perché espressione del pregiudizio anti-israeliano da parte dell'Unione Europea. Molti commentatori hanno osservato che fra tutti i numerosi conflitti territoriali nel mondo - dalla Crimea a Cipro del Nord, dal Tibet al Sahara occidentale - l'UE ha discriminato Israele come unico Paese soggetto a speciali criteri in materia di etichettatura.
Il Ministero degli Affari esteri israeliano ha dichiarato che la sentenza è "inaccettabile dal punto di vista morale e di principio". E ha poi aggiunto:
    "Israele respinge la recente sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea, che funge da strumento nella campagna politica contro Israele. L'obiettivo della sentenza è quello di evidenziare e applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele. In tutto il mondo, ci sono più di 200 dispute territoriali in corso, eppure la Corte di Giustizia europea non ha emesso un'unica sentenza relativa all'etichettatura dei prodotti provenienti da questi territori. La sentenza odierna è tanto politica quanto discriminante nei confronti di Israele.
    "Questa sentenza non solo diminuisce le possibilità di raggiungere la pace e contraddice le posizioni dell'Unione Europea sul conflitto. Fa il gioco dell'Autorità Palestinese, che continua a rifiutare di avviare negoziati diretti con Israele e incoraggia i gruppi radicali anti-Israele che promuovono e invocano i boicottaggi contro Israele e negano il suo diritto di esistere".
L'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha affermato che la decisione riflette il clima antisemita dilagante oggi in Europa:
    "Questo è un altro esempio di un'Europa che continua ad arrendersi ai nemici di Israele. La discriminazione dell'UE contro l'impresa sionista fornirà una copertura legale all'antisemitismo. La decisione della Corte diffonderà questa vecchia intolleranza in tutto il continente, offrendo ulteriore carburante alle forze che cercano di minare e danneggiare lo Stato ebraico. Oggi, segna una macchia scura nell'operato dell'Europa che non potrà essere eliminata".
Il Lawfare Project con sede a New York, che finanzia azioni legali per contrastare l'antisemitismo, ha dichiarato che la normativa dell'UE ammette la discriminazione nei confronti degli ebrei israeliani e consente di utilizzare le etichette dei prodotti per scopi politici:
    "La decisione della Corte è discriminatoria: i beni prodotti da ebrei e musulmani nella stessa area avranno etichette differenti a causa delle decisioni politiche prese dai funzionari europei. Permettere che un elemento etnico e religioso contraddistingua l'etichettatura dei prodotti è un precedente pericoloso. A dire il vero, la decisione è del tutto inapplicabile in aree come il Golan, in cui non vi sono 'insediamenti' definiti e la conformità richiederebbe una sorta di censimento dell'etnia, della nazionalità e/o della religione dei produttori per stabilire come i prodotti debbano essere etichettati. La mancanza di logica della sentenza è ulteriormente evidenziata dal fatto che i musulmani palestinesi - quegli stessi che secondo la Corte sono gli abitanti legali delle aree sotto il controllo di Israele, e che lì lavorano - saranno essi stessi soggetti all'offensiva etichettatura. E se Israele è la patria storica del popolo ebraico, la Corte cerca di definire stranieri gli ebrei a casa loro. L'affermazione della Corte che anche la più precisa localizzazione geografica o l'indirizzo del produttore sono inadeguati, e che l'etnia e/o la nazionalità dei produttori stessi sono un fattore necessario per l'etichettatura, è un'indicazione ben definita del fatto che l'intenzione è quella di incoraggiare la discriminazione".
Secondo il direttore esecutivo di Lawfare Project, Brooke Goldstein, "la decisione di codificare la discriminazione religiosa in legge è imbarazzante per l'Europa". E la Goldstein ha inoltre aggiunto:
    "Non esiste una ragione legittima per cui i beni prodotti da musulmani ed ebrei nello stesso luogo geografico siano etichettati in modo diverso. In effetti, trattare le persone in modo differente a causa della loro religione è segno di intolleranza e noi sappiamo cosa accade quando l'Europa segue questa strada. I musulmani che vivono sotto l'Autorità Palestinese sono 'coloni' tanto quanto gli ebrei: entrambi sono legalmente autorizzati a vivere lì, ai sensi dello stesso trattato, gli accordi di Oslo".
    Il consulente legale capo di Lawfare Project, François-Henri Briard, ha affermato che la decisione della Corte asseconda i "pregiudizi politici". E ha quindi aggiunto:
    "Se tale etichettatura viene applicata ai prodotti israeliani, di certo dovrà essere applicata anche a decine di Paesi nel mondo e questo potrebbe essere considerato come una violazione del diritto internazionale".
Il consulente legale dell'azienda vinicola Psagot Winery, Gabriel Groisman, ha dichiarato:
    "Se ci si dà molto da fare per discriminare e boicottare Israele, coloro che vengono colpiti dai boicottaggi devono continuare a difendere i loro diritti nelle aule dei tribunali in ogni angolo del mondo. Nonostante la sentenza sfavorevole di questa Corte, state certi che Psagot non smetterà di lottare affinché i suoi diritti godano di un trattamento in modo equo e corretto ai sensi della legge".
Il Dipartimento di Stato statunitense ha affermato che il criterio dell'etichettatura è "indicativo di pregiudizi anti-israeliani" e ha poi aggiunto:
    "Questo criterio serve solo a incoraggiare, agevolare e promuovere boicottaggi, disinvestimenti e sanzioni (BDS) contro Israele. Gli Stati Uniti si oppongono inequivocabilmente a qualsiasi tentativo di impegnarsi nel BDS o di esercitare pressioni sul piano economico, di isolare o di delegittimare Israele. La strada che conduce alla soluzione del conflitto israelo-palestinese passa attraverso i negoziati diretti. L'America sta dalla parte di Israele contro i tentativi di esercitare su di esso pressioni economiche, di isolarlo o di delegittimarlo".
Eugene Kontorovich, docente della George Mason University Antonin Scalia Law School e direttore del Kohelet Policy Forum, con sede a Gerusalemme, ha dichiarato che la Corte di Giustizia dell'UE sta "apponendo un nuovo tipo di stella gialla sui prodotti ebraici". E ha inoltre aggiunto:
    "Ora i prodotti ebraici sono gli unici a dover recare etichette speciali in base alla loro origine. Questa palese discriminazione rende più urgente che mai la necessità di opporsi a Bruxelles da parte dell'amministrazione Trump rendendo ufficiale quella che è stata a lungo la prassi statunitense, e non permettere che tali prodotti rechino l'etichetta 'Made in Israel'.
    "La sentenza mostra anche che non riguarda i palestinesi, ma gli ebrei. Perché sulle alture del Golan, dove non ci sono palestinesi e non si parla di Stato palestinese, gli europei hanno imposto la stessa norma. E sappiamo che non riguarda l'occupazione, perché non si applica questa norma in nessun territorio occupato in qualsiasi parte del mondo o in qualsiasi luogo".
Il presidente dell'Associazione ebraica europea, con sede a Bruxelles, Menachem Margolin, lo riassume così:
    "L'intera base della politica di etichettatura è puramente discriminatoria nei confronti dell'unico Stato ebraico al mondo. Esiste un altro Paese al mondo con un territorio conteso soggetto a una politica così palesemente unilaterale? La risposta è no. Va anche contro gli standard internazionali stabiliti dall'Organizzazione Mondiale del Commercio.
    "Ciò che è particolarmente irritante è il messaggio inviato oggi alla popolazione israeliana.
    "Mentre i negozi, le scuole e le imprese sono costretti a chiudere a causa del massiccio lancio di razzi da Gaza, mentre gli israeliani si mettono al riparo e le città e i villaggi vicini al confine si preparano psicologicamente al peggio, l'UE invia loro un segnale non di sostegno o di solidarietà, ma di un'etichettatura penalizzante e inutile.
    Questo è il peggior modo di armeggiare, mentre Roma brucia. La Corte europea che cita Israele per la 'violazione delle norme di diritto umanitario internazionale', mentre Hamas e i suoi accoliti bombardano civili innocenti in Israele, è uno dei più perversi paradossi di cui sono testimone da un po' di tempo".

* Soeren Kern è senior fellow al Gatestone Institute di New York.

(Gatestone Institute, 21 novembre 2019)


Raid aereo contro le basi dei pasdaran in Siria: 23 morti

di Giordano Stabile

La scorsa settimana la Jihad islamica, ieri le milizie iraniane a Damasco. Israele torna a mostrare i muscoli in Siria, con l'attacco più massiccio da un anno a questa parte, che ha coinvolto anche i cacciabombardieri «invisìbili» F-35 e inflitto perdite pesanti alle Forze Al-Quds, i reparti speciali dei pasdaran. I raid sono stati lanciati alle 4e 30 di ieri mattina dallo spazio aereo sopra il Golan israeliano. Pochi minuti per accendere di fiammate rosse la periferia occidentale della capitale siriana. Alla fine il bilancio è stato di 23 morti, due civili, 16 «stranieri» e cinque soldati dell'esercito governativo.

 Distrutti depositi di armi e missili
  Come ha spiegato il portavoce delle Forze armate israeliane, generale Hidai Zilberman gli obiettivi, «decine», appartenevano sia alle «Forze Al-Quds» sia al «regime di Bashar al-Assad», e questo perché l'anti-aerea siriana ha lanciato missili contro i jet con la Stella di David, nonostante fosse stata avvertita di «non farlo». Colpiti «sistemi avanzati di difesa anti-aerea, depositi di armi, centri di comando e basi militari». Schegge di un missile hanno però centrato anche una palazzina a Sud di Damasco.
   I raid arrivano dopo una settimana di escalation, in seguito all'uccisione nella capitale siriana del figlio di un altro dirigente della Jihad islamica palestinese, sostenuta dall'Iran, e al lancio di quattro razzi, martedì mattina, verso il Golan siriano. Israele lo ha attribuito alle Forze Al-Quds, che rispondono al generale Qassem Suleimani. Potrebbe anche essere legato alla rivolta in corso in Iran, che la dirigenza di Teheran ritiene sia fomentata da «interferenze esterne» di Stati Uniti e Israele.
   Il neoministro della Difesa israeliano Naftali Bennett ha avvertito che «le regole sono cambiate, ora chiunque lanci razzi contro Israele durante il giorno non dormirà di notte: è successo la scorsa settimana a Gaza ed è successo adesso in Siria». Il messaggio all'Iran, ha aggiunto, «è semplice: non siete più immuni, ovunque allunghiate i vostri tentacoli vi troveremo». Sulla stessa linea il premier Benjamin Netanyahu: «Se loro ci colpiscono, noi colpiamo loro», ha ribadito. Ma la decisione di alzare di nuovo il tiro in Siria, dopo che per quasi un anno le forze aeree russe avevano frenato raid massicci, è legata alla situazione nella regione. Come sottolineano analisti militari israeliani era importante far capire che «Israele non è l'Arabia Saudita», rimasta passiva dopo l'attacco del 14 settembre sui suoi impianti petroliferi.

(La Stampa, 21 novembre 2019)


Israele ha detto di aver eliminato una figura di spicco iraniana in Siria

In seguito alla notizia Teheran avrebbe deciso di rispondere lanciando dalle basi in Siria quattro missili contro le alture del Golan nella notte tra lunedì e martedì. I razzi sono stati intercettati dal sistema antimissilistico israeliano Iron Dome e non hanno causato danni. Gerusalemme ha reagito alla provocazione colpendo venti obiettivi nella periferia di Damasco: basi militari e campi di addestramento di milizie filoiraniane. Nel clima di proteste e tensioni interne a Teheran, è plausibile che i vertici iraniani decidano di rimandare l'annuncio che confermerebbe la morte di una figura di spicco del suo esercito e di svelare la sua identità. Dalla capitale la scorsa settimana sono partite le proteste, scoppiate a causa di un aumento del prezzo del carburante che si sono rapidamente estese a tutto il paese e si sono trasformate in manifestazioni contro il regime. Un blocco a intermittenza di internet impedisce la circolazione delle notizie e secondo un rapporto di Amnesty International le vittime tra i manifestanti sarebbero più di cento. Ieri il presidente Hassan Rohani ha annunciato di aver sedato con successo le rivolte: "I ribelli erano organizzati e armati e seguivano uno schema tracciato da altri, come sionisti e americani. Considero questa un'altra grande vittoria per la nazione iraniana", ha detto Rohani. Le proteste contro il regime di Teheran sono le più grandi dal 1979, ha detto un funzionario israeliano aggiungendo: "Il nostro attacco aereo mostra esattamente dove stanno andando i soldi iraniani".

(Il Foglio, 21 novembre 2019)


Gantz rinuncia al mandato e attacca Netanyahu

Niente da fare per Benny Gantz.

Israele scivola verso nuove elezioni, le terze in meno di un anno. Benny Gantz, il leader centrista di Blu-Bianco che ha vinto di misura le elezioni dello scorso settembre, ha rinunciato al mandato di formare il nuovo governo.
Lo ha fatto - prima delle 24 (ora locale), termine ultimo - attaccando il premier Benjamin Netanyahu autore di "un muro" invalicabile, pur avendo tentato - ha spiegato - di "rigirare ogni pietra".
Netanyahu - ha attaccato Gantz - "conduce una campagna di odio e incitamento, il cui scopo è di giustificare che lui si abbarbichi al governo di transizione contro la volontà dell'elettore". Tuttavia la sorte del tentativo di Gantz era segnata da questa mattina quando il leader nazionalista laico Avigdor Lieberman - che si è confermato king maker della situazione - ha annunciato che erano fallite le trattative per un "governo unitario nazionale e liberale" con il Likud di Netanyahu e con i centristi di Gantz.
   Ma che, soprattutto, non aveva intenzione di appoggiare nessuno dei due possibili alleati, vanificando così anche quella sorta di scappatoia perseguita da Gantz: un governo di minoranza appoggiato dall'esterno sia da Lieberman sia dai partiti arabi alla Knesset. Una strada in salita. E così due giorni dopo l'annuncio di Trump sulla legalità per gli Usa degli insediamenti israeliani in Cisgiordania che ha rafforzato la posizione di Netanyahu ma che è stata attaccata oggi sia dalla Santa Sede sia dall'Onu entrambi schierati decisamente sulla soluzione a 2 stati, Israele si ritrova in una clamorosa impasse politica.
   Dopo la doppia rinuncia di Netanyahu e quella di Gantz, lo stato ebraico è entrato politicamente in 'un territorio inesplorato' - per usare l'espressione di alcuni analisti - che non ha precedenti nella storia politica del Paese. C'è ancora una sottilissima barriera - anche questa mai sperimentata - prima dell'annuncio di nuove elezioni che potrebbero svolgersi a marzo. La legge prevede che i deputati israeliani abbiano 21 giorni durante i quali ogni parlamentare della Knesset (Netanyahu e Gantz compresi) può decidere di appoggiare un collega come primo ministro.
   Se questo signor qualcuno ottiene 61 seggi (la metà più uno dei 120) allora è primo ministro. Solo se questo non avviene - e allo stato attuale nessuno è pronto a scommetterci - il presidente Rivlin convocherà le urne. Una realtà che in questi oltre due mesi dal voto - con l'incarico prima a Netanyahu, poi a Gantz - tutti i partiti hanno sempre detto di voler evitare ad ogni costo.
   Netanyahu ha tentato un ultimo strappo chiedendo a Gantz, dopo le trattative fallite tra Likud e Blu-Bianco, di sedersi ad un tavolo perché ancora "c'era tempo" per un accordo e che le "distanze non erano grandi". Ma soprattutto ha chiesto all'ex capo di stato maggiore di rinunciare all'alleanza con il suo vice Yair Lapid e con l'altro leader centrista Moshe Yaalon, più ostici nei confronti delle richieste e della maggioranza di destra e religiosa del premier.
   Una mossa che Gantz non poteva, e non voleva, fare. Molto - secondo le indiscrezioni - sembra essersi arenato sulla questione dell'alternanza alla leadership tra Netanyahu e Gantz così come l'aveva immaginata il presidente Rivlin per un governo di unità nazionale. Anche perché in quella eventuale alternanza c'era una questione di fondo, definita "etica" da Gantz: cosa sarebbe successo se Netanyahu fosse stato incriminato nelle inchieste che lo riguardano? Si sarebbe dimesso o avrebbe fatto ricorso, come previsto dalla legge, alla immunità parlamentare? E proprio stasera i media hanno riportato che l'Avvocato generale dello stato Avichai Mandelblit alla fine è pronto a dare il suo giudizio e che ha intenzione già domani di incriminare Bibi per frode ed abuso di ufficio in due delle quattro indagini.

(swissinfo.ch, 20 novembre 2019)



Il significato storico della dichiarazione di Mike Pompeo sui territori contesi
         Artico OTTIMO!


di Ugo Volli

Il significato storico della dichiarazione di Mike Pompeo sui territori contesi. I giornali italiani, anche quelli che parlano molto di Medio Oriente non perdendo occasione di attaccare "coloni" e "colonie", non ne hanno quasi parlato, ma si tratta di una notizia davvero storica, che merita di essere oggetto di commento e di riflessione: il segretario di stato, cioè il ministro degli esteri americano Mike Pompeo, evidentemente su indicazione del presidente americano Trump,ha emesso una dichiarazione ufficiale in cui certifica la decisione americana di non considerare "territori occupati" più Giudea e Samaria e Gerusalemme "Est" e quindi di non ritenere che agli insediamenti israeliani in questi territori si debba applicare la convenzione dell'Aia che proibisce spostamenti di popolazione da parte delle potenze "occupanti". In sostanza, gli Usa non credono più nel mantra di tutti quelli che sentenziano e moraleggiano sul conflitto fra Israele e i palestinisti, cioè che "le colonie sono illegali" e di conseguenza le pianificazioni israeliane di nuove abitazioni sono "crimini di guerra" e (almeno nell'opinione dei più estremisti) la "resistenza" (magari includendo il terrorismo) è giustificato. Da ultimo anche la molto politicizzata e molto antisionista (il che, lo sappiamo significa antisemita) "corte di giustizia" europea ha sentenziato che bisognava etichettare i prodotti provenienti da Giudea e Samaria in maniera diversa da quelli provenienti dal territorio di Israele a ovest della linea verde, in modo che i consumatori potessero rendersi conto del loro carattere "ingiusto".
  Queste tesi non hanno nessun serio fondamento né storico né giuridico e Israele, coi suoi sostenitori, le ha sempre rifiutate con ottime ragioni. Le ricapitolo brevemente: non c'è mai stato uno stato palestinese che Israele abbia occupato. Fino al 1918 tutto il territorio che costituisce Israele e i paesi confinanti era da parecchi secoli parte dell'impero ottomano. Dopo la guerra esso fu suddiviso in vari stati dai trattati di pace e poi dall'assemblea della "Società delle Nazioni" (l'Onu del tempo) che all'unanimità costituì il "Mandato britannico di Palestina", con lo scopo esplicito e unico di fornire al popolo ebraico una "casa nazionale" (eufemismo per Stato) e di favorire "la popolazione e l'insediamento ebraico" in quel territorio che comprendeva l'attuale Israele, Giudea e Samaria e tutta la Giordania. Un primo tradimento degli inglesi alla loro missione consistette nello scorporare la "Palestina" dal mandato per destinarlo agli arabi (per cui la divisione in due stati è già avvenuta, quasi un secolo fa). In seguito gli inglesi cercarono di comprarsi la benevolenza araba limitando l'immigrazione israeliana e non reprimendo la guerra che bande arabe facevano contro gli insediamenti israeliani, fino ad aiutare la loro aggressione del 1948.
  Lo stato di Israele fu stabilito una seconda volta con la deliberazione dell'Assemblea dell'Onu del novembre 1947, che proponeva (ai termini dello statuto dell'Onu non poteva disporre) una divisione del territorio che fu respinta dagli arabi e poi travolta dalla guerra di indipendenza che Israele vinse. Alla fine di questa guerra si consolidarono delle linee armistiziali (la famosa linea verde) che gli arabi stessi badarono bene a definire nei trattati di armistizio come provvisori, da non considerarsi confini internazionali. La Giordania occupava così anche parti del mandato al di là dei confini che le erano stati assegnati trent'anni prima dai britannici, ma questa occupazione non fu riconosciuta da nessuno nella comunità internazionale, salvo gli stati arabi. Quando Gerusalemme, Giudea e Samaria furono liberate da Israele nella Guerra dei Sei Giorni, non si trattò di un'occupazione, perché non vi era uno stato proprietario (in particolare non esisteva proprio uno stato palestinese) da cui quelle terre potessero essere tolte e "occupate". Israele ha infatti continuato a parlare di "territori contesi". I trattati di Oslo non hanno modificato questa situazione: non vi si parla di Stato Palestinese, né si riconoscono occupazioni. Si dice che il destino dei territori contesi sarà deciso alla fine delle trattative e si stabilisce un'"autonomia" palestinese, cosa ben diversa da uno stato.
  E allora perché i movimenti palestinisti chiamano Giudea e Samaria (ma spesso anche il resto di Israele) "territori occupati"? Semplice, perché desiderano occuparli loro e pensano che la loro volontà costituisca un diritto, anche alla luce della credenza islamica che un luogo in cui si siano insediati, magari anche con la forza, i musulmani sia loro di diritto e che nessun altro debba governarli. Questa è fra l'altro la ragione per cui quando c'era l'occupazione giordana di Giudea e Samaria o quella egiziana di Gaza non hanno mai protestato: gli occupanti erano musulmani, quindi legittimati.
  E perché gli europei e fino a poco tempo fa anche gli americani e molte organizzazioni internazionali condividono questa menzogna dell'"occupazione"? I motivi sono due. Da un lato si vuole compiacere gli arabi e i musulmani - naturalmente a spese di Israele. Lo si vuol fare per ragioni economiche (il petrolio, gli sbocchi commerciali), per senso di colpa nel ricordo del colonialismo, per avere in cambio appoggio diplomatico. Dall'altro, per odio a Israele e agli ebrei. E' il vecchio antisemitismo che non si è mai spento, unito all'ostilità che i carnefici provano per le loro vittime, anche quando sono costretti a pentirsene. Entrambi questi aspetti si vedono confrontando le politiche antisraeliane dell'Unione Europea, di Obama, di molti politici e intellettuali "progressisti" col silenzio sulla Cina che opprime il Tibet e Hong Kong, sulla Turchia che ha invaso Cipro (stato membro dell'UE), sulla Russia che ha continuato a fare la potenza coloniale in Cecenia, Georgia, Ucraina.
  Bisogna dire che l'amministrazione Trump ha saputo abbattere il tabù delle menzogne intorno a Israele. Come per Gerusalemme capitale, così per l'"occupazione", è impossibile sapere quali saranno le conseguenze politiche a lungo termine. Ma certamente un po' di luce è entrata nella fitta nebbia ideologica che avvolge la situazione reale del conflitto. Sarà impossibile almeno dare per scontato che Tel Aviv, dove non ha sede né il Parlamento, né il capo dello stato, né la corte suprema, né i ministeri (salvo uno) israeliani, sia la capitale dello stato ebraico. E così non potrà più considerare ovvio che gli insediamenti ebraici nella terra d'origine (perché "giudeo", "jew", "jude" "juif" ecc. vengono dall'essere cittadino della Giudea) siano "colonie illegali", "occupazione", "furto della terra araba". Di questo dobbiamo essere grati a Trump e a Netanyahu che ha saputo costruire un rapporto con lui tale da indurlo a questi passi. Speriamo che entrambi continuino a governare, alla faccia della politicizzazione della giustizia, e a far del bene a Israele.

(Progetto Dreyfus, 21 novembre 2019)


Una nuova storia di Israele. Michael Brenner e l'identità dello Stato ebraico

di Veronica Bortolussi

Auspicata dal movimento sionista dalla seconda metà dell'Ottocento, la nascita dello Stato di Israele all'indomani del secondo conflitto mondiale fu portatrice di cambiamenti non solo geopolitici, ma anche e soprattutto identitari, destinati ad acuirsi in tempi diversi.
   Proprio la questione dell'identità di questo giovane Stato è il tema dell'interessante saggio Israele. Sogno e realtà dello Stato ebraico (Donzelli Editore, Roma, 2018) dello storico Michael Brenner, docente di Storia e cultura ebraica presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco e direttore del Center for Israel Studies presso l'American University. Nelle parole dell'autore
questo volume non cerca né di sostanziare né di demistificare la questione se Israele sia uno Stato unico o uno «Stato come tutti gli altri». Vuole piuttosto tracciare un discorso proprio attorno a questo interrogativo, che attraversa il testo come un filo conduttore. Vuole offrire una chiave per affrontare le questioni più rilevanti per comprendere la vera natura del primo Stato ebraico nella storia moderna. È uno Stato basato su un'etnia o una religione comune? Dovrebbe essere uno Stato in cui gli ebrei di tutto il mondo possano trovare un porto sicuro, continuando tuttavia a vivere la propria vita come facevano prima, nelle loro case o patrie precedenti, o dovrebbe piuttosto essere uno Stato ebraico in cui possano prender vita nuovi valori, diversi da quelli delle nazioni di origine? Quali sono i confini di questo Stato? E qual è il ruolo dei non-ebrei in uno Stato ebraico?
La difficoltà di definizione dello Stato ebraico è il fulcro attraverso il quale Brenner ripercorre l'intera storia di Israele, partendo dalle teorie sioniste per arrivare fino ai giorni nostri, lasciando in secondo piano i
numerosi avvenimenti, soprattutto bellici, che ne hanno segnato la storia. Le guerre di Israele, infatti, vengono lette e interpretate attraverso la lente della costante ricerca di una propria identità, divenendo dunque conflitti combattuti per rivendicare il diritto della popolazione ebraica a esistere in una terra a loro ostile.
Di particolare interesse, è la ricostruzione minuziosa di come, negli anni, sia cambiato il modo di vedersi degli stessi israeliani. La visione degli ultra-ortodossi, per esempio, li vedeva legittimi cittadini di uno «Stato miracolo», divenuto realtà per volontà divina, scontrandosi con quella parte della popolazione israeliana laica che definiva Israele uno «Stato di insediamento coloniale», «istituito rimuovendo con la forza gran parte della popolazione indigena dai suoi confini e poi assegnando a coloro che erano rimasti una serie di diritti e doveri che solo la comunità di coloni può determinare»: due visioni contrapposte, dunque, che contribuiscono a creare divisioni interne allo Stato e nelle diverse comunità ebraiche nel mondo che persistono tutt'oggi. A proposito della situazione della popolazione ebraica, è degno di nota il concetto di «allosemitismo», coniato dal sociologo Zygmunt Bauman per riferirsi alla
consuetudine di descrivere gli ebrei come un popolo radicalmente diverso dagli altri, per la cui descrizione e comprensione sono necessari concetti particolari e che richiede di assumere un atteggiamento speciale nella totalità o quasi dei rapporti sociali. […] Il termine non contraddistingue in maniera chiara l'odio o l'amore per gli ebrei ma contiene il germe di entrambi e indica che qualunque dei due sentimenti appaia esso sarà intenso ed estremo.
Tale definizione, dunque, ribadisce ancora una volta la difficoltà di trovare una definizione condivisa di chi possa - o meno - ritenersi israeliano, non solo per quel che riguarda i cittadini dello Stato ebraico ma anche per chi cerca di definirne l'identità dall'esterno, tra chi si sente «ebreo israeliano» e chi, invece, si sente membro di una «Israele globale» priva di reali confini, sentendosi sì ebreo ma «cittadino del mondo». Una sorta di ritorno al passato, dunque, quando gli ebrei, prima della nascita di Israele, vivevano in tutta Europa sentendosi, di volta in volta, cittadini dello Stato in cui vivevano.
   È proprio questa situazione, secondo Brenner, a non essere stata prevista dai fondatori e propugnatori di uno Stato israeliano: la possibilità che gli ebrei, nonostante l'esistenza di Israele, potessero preferire una vita all'estero, mentre l'immigrazione nei suoi confini venisse dominata - su tutto - da ebrei di recente conversione, provenienti specialmente da Asia e Africa, autoproclamatisi discendenti delle antiche «tribù perdute», in particolare di India, Sudafrica e Nigeria.
   Secondo le stime più recenti, riportate dallo storico, risulta che Israele è un Paese in continuo divenire, caratterizzato oggi come ieri da un forte interscambio di immigrati ed emigrati, tanto da poter sostenere senza timore di smentita che «la storia dell'emigrazione ebraica dalla Palestina è vecchia quanto la storia dell'immigrazione ebraica». È in questa realtà in costante mutamento che si realizza, a parere di Brenner, il paradosso stesso della storia di Israele:
«il desiderio del popolo ebraico di essere al tempo stesso normale ed eccezionale», una «contraddizione che attraversa tutta la parabola della definizione di una nuova identità ebraica e israeliana e, contemporaneamente la ricerca di un posto sicuro di Israele nel consesso delle nazioni».

(Parentesi Storiche, agosto 2019)



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Un libro che tutti gli interessati a Israele dovrebbero assolutamente leggere

Quasi sicuramente anche i più grandi conoscitori della storia di Israele potrebbero trovare, nella lettura di questo libro di Michael Brenner, Israele, sogno e realtà dello stato ebraico, qualche particolare che a loro è sfuggito, o su cui quanto meno non avevano riflettuto. L’autore unisce ad una conoscenza eccezionale dei fatti che stanno intorno alla formazione di Israele, testimoniata da una sterminata citazione di fonti di vario genere, una capacità di presentare in modo conciso e chiaro tutte le importanti visioni politiche e religiose che si sono mosse, e spesso scontrate, nel contrastato percorso che ha portato a quell’autentico miracolo storico che è la nascita dell’attuale Stato d’Israele.
Se ne consiglia vivamente la lettura. Il testo esiste anche in formato ebook.
Riportiamo dall’introduzione un breve estratto.
    «Il terzo capitolo segue il percorso che porterà alla nascita di Israele in seguito alla Dichiarazione Balfour del 1917, che aveva promesso agli ebrei un «focolare nazionale in Palestina», ma senza definire esattamente cosa significasse questo termine così vago. I sionisti stessi si mantennero vaghi a lungo sul significato del concetto di sovranità ebraica. Alla luce di studi recenti, si potrebbe affermare che sia per i maggioritari «sionisti generali» guidati da Chaim Weizmann sia per i sionisti socialisti guidati da David Ben Gurion, un'ampia autonomia sotto il governo britannico o internazionale sembrava un'opzione più realistica rispetto alla totale indipendenza, almeno fino alla seconda guerra mondiale. Anche i nazionalisti revisionisti radunati attorno a Vladimir Ze'ev Jabotinsky, che lottavano per uno Stato ebraico su entrambe le rive del Giordano, avevano idee molto diverse su ciò che sarebbe dovuto diventare lo Stato di Israele. Nella visione di Jabotinsky di una più grande Palestina su entrambe le rive del Giordano, gli arabi non avrebbero goduto soltanto della piena uguaglianza, ma sarebbero stati rappresentati ai più alti livelli del potere.
       Questo capitolo analizza i diversi progetti relativi a una futura casa nazionale ebraica, all'interno della Palestina o altrove. Le idee alternative a una futura società ebraica in Palestina erano parte di una più ampia lotta globale per creare un luogo di autodeterminazione degli ebrei. Durante gli anni venti e trenta l'ascesa di regimi di destra e antisemiti in Europa accrebbe l'urgenza di trovare una sede che offrisse rifugio agli ebrei di tutto il mondo. A differenza dei sionisti, che aspiravano a un insediamento degli ebrei nella loro patria storica, i territorialisti propugnavano l'istituzione di un territorio ebraico in Australia, Africa orientale o America del Sud, luoghi in cui essi supponevano di non incontrare opposizione. Abbandonando l'idea di riconnettere il territorio del futuro Stato all'antico passato ebraico essi abbandonavano anche la nozione di unicità che derivava appunto da quel passato. Ma fu proprio la mancanza di un legame storico a rendere questi progetti impopolari tra la maggior parte degli ebrei. L'idea di creare uno Stato ebraico in Africa orientale o in America del Sud aveva un certo pragmatismo e - retrospettivamente - avrebbe forse contribuito a salvare molte vite umane, ma non aveva l'attrazione emotiva del progetto sionista, che ricollegava gli ebrei alla loro terra ancestrale.
       Come già ricordato, la Dichiarazione d'indipendenza dello Stato di Israele fece propria la nozione di «normalizzazione» della storia ebraica in un passo centrale del testo che rivendica «il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano». Gli ebrei - si argomentava - erano sempre stati l'archetipo dell'«altro» nella storia. Soltanto mettendo fine alla situazione «anomala» della loro dispersione nella diaspora mondiale e riportandoli nel loro piccolo Stato ebraico dopo due millenni, sarebbe stata ristabilita la normalità. Ma l'idea non era quella di creare uno Stato «come gli altri»: i fondatori sostenevano infatti che uno Stato ebraico, che sorgeva da una catastrofe che essi consideravano come il culmine di una lunga storia di sofferenze, era obbligato ad avere un ruolo di unicità: sarebbe dovuto diventare la materializzazione della missione biblica degli ebrei di essere «una luce tra le nazioni». E il rifiuto dell'esistenza dello Stato ebraico da parte dei vicini arabi non fece che rafforzare il bisogno di legittimazione.»
(Notizie su Israele, 21 novembre 2019)


Basket - Olimpia Milano batte Maccabi Tel Aviv 92-88

Nella notte di Dino Meneghin

L'Olimpia Milano mantiene l'imbattibilità casalinga in Eurolega superando il Maccabi FOX Tel Aviv e resta così in vetta alla classifica con un record di 7-2 in compagnia dell'Anadolu Efes Istanbul in attesa delle partite di mercoledì sera di Barcellona e CSKA Mosca. Luis Scola è il miglior marcatore per l'Olimpia con 20 punti, seguito dai 18 di Sergio Rodriguez.
La mitica maglia numero 11 di una leggenda del passato biancorosso penderà da oggi per sempre dal soffitto del Forum. In campo, altre due leggende moderne trascinano l'Olimpia Milano a una bellissima vittoria sul Maccabi Tel Aviv. Con la benedizione del grande Dino Meneghin, Luis Scola e Sergio Rodriguez sono ancora una volta i grandi protagonisti che mantengono inviolato il parquet del Forum a livello internazionale: quinta vittoria casalinga, settima complessiva in questo inizio di stagione di Eurolega, e Milano rimane lassù in vetta alla classifica in coabitazione con l'Anadolu Efes Istanbul (prossimo avversario, giovedì sera, nel doppio turno settimanale), in attesa dei risultati delle partite di domani sera di Barcellona e CSKA Mosca.

(Eurosport, 20 novembre 2019)


Almeno 11 morti nell'attacco israeliano in Siria. Sette sono iraniani

La Russia ha condannato l'attacco israeliano

di Sarah G. Frankl

Ci sarebbero almeno 11 morti, tra cui sette iraniani, nell'attacco israeliano in Siria avvenuto ieri sera come risposta al lancio di quattro missili dal territorio siriano verso Israele.
A riferirlo è un gruppo siriano che monitora la guerra in Siria.
Nessuna conferma su queste voci arriva da Gerusalemme che tuttavia conferma di aver preso di mira decine di siti collegati alla Forza Quds.
Tra questi, una struttura presso l'aeroporto internazionale di Damasco che Israele afferma essere stata utilizzata per coordinare il trasporto di hardware militare dall'Iran alla Siria e verso altri paesi della Regione.
«Abbiamo colpito un edificio gestito da iraniani all'interno dell'aeroporto di Damasco. Valutiamo che ci siano degli iraniani uccisi e feriti» a detto una fonte dell'esercito israeliano a condizione di rimanere anonimo.
È la stessa fonte a confermare che i jet israeliani hanno preso di mira anche basi della Forza Quds all'interno di complessi militari siriani e che quando la contraerea siriana ha preso di mira gli aerei israeliani, questi hanno reagito distruggendo le postazioni.

 La Russia condanna l'attacco israeliano
  Intanto la Russia ha duramente condannato l'attacco israeliano in Siria. Il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov ha affermato che gli attacchi israeliani in Siria sono stati «una mossa sbagliata» oltre ad essere «in netto contrasto con il diritto internazionale».
Bogdanov ha anche affermato che la Russia stava contattando i suoi alleati regionali per concordare quale risposta dare a Israele.
Ma le parole del viceministro della difesa russa non concordano con le dichiarazioni fatte ieri mattina dal comando dell'IDF il quale affermava di aver coordinato gli attacchi con Mosca.

 Esercito israeliano pronto per una probabile rappresaglia iraniana
  Questa mattina l'IDF ha affermato che si stava preparando per una probabile rappresaglia iraniana. «Ci stiamo preparando alla difesa e al contrattacco e risponderemo a qualsiasi tentativo di ritorsione», ha detto il portavoce dell'IDF Hidai Zilberman.
«Siamo pronti per tre scenari: nessuna risposta, una risposta minore e una risposta più significativa» ha poi aggiunto.

(Rights Reporters, 20 novembre 2019)


Insediamenti «legittimi». Israele soddisfatto. E Bibi tratta con Gantz per il nuovo governo

Attesa per il futuro esecutivo, mentre Trump benedice gli insediamenti israeliani

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Quando proprio non si ha più niente da dire contro Israele, quando è impossibile sostenere che è uno Stato di Apartheid, o che i palestinesi sono poveri oppressi il cui terrorismo è solo lotta per la libertà, ecco che sempre esce fuori l'argomento principe, quello preferito dalla Mogherini (anche ieri con inveterata perseveranza ha fatto la sua dichiarazione antisraeliana che fa seguito alla decisione del labeling): i terribili, diabolici pericolosissimi «insediamenti» nei «Territori», quelli che secondo la «lectio» comune sono l'impedimento per la pace. Non il terrorismo, non il rifiuto di trattare, ma le costruzioni in Giudea e Samaria. Ma da lunedì, quando si sentirà affermare che gli insediamenti sono «illegali», si potrà chiedere «chi l'ha detto?». Infatti il segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che gli Stati Uniti dopo molti studi, non li considerano illegali. Bestemmia? Niente affatto, gli insediamenti non sono illegali: sono territori disputati, così sono stati riconosciuti fino al tempo di Obama e Kerry come una questione da toccare con cautela, oggetto di discussione fra due parti in causa.
   Ma il biasimo non era mai stato gettato come negli ultimi anni interamente su Israele, riconoscendo alcuni fatti essenziali che danno ragione a Pompeo: intanto perché, dice Pompeo, «chiamare la costruzione di insediamenti civili incruento rispetto alla legge internazionale non ha avanzato la causa della pace». Al contrario, assegnare in sede di Consiglio di Sicurezza dell'Onu e di Unione europea i territori ai palestinesi senza trattativa né promessa di abbandonare la violenza e di delegittimazione di Israele stesso (non nei confini del '67 ma in quelli del '48) ha incitato l'odio palestinese e incoraggiato il terrorismo. Inoltre i «territori» la cui restituzione Israele ha tentato con trattative frequenti e larghe, salvo sensibili zone di sicurezza, sono sempre stati alla fine rifiutati in vista di una soluzione escatologica. Le zone incriminate sono inoltre state conquistate in una guerra di difesa nel '67 mentre erano occupate dalla Giordania, mai riconosciuta come legittimo proprietario da nessuno, e di Stato Palestinese non si parlava nemmeno. La base per l'illegalità internazionale non esiste. Inoltre, il pericolo di vita sostanziale che la mancanza di controllo in alcune zone comporta per Israele è patente e non si ha nessun segno che sia un fenomeno passeggero. Inoltre la dichiarazione Balfour e via via ogni altro documento fondamentale per la nascita dello Stato Ebraico, cita la ragione di fondo per cui Israele è qui e non altrove: gli ebrei sono tornati a casa, nella terra d' origine, con cui hanno mantenuto un rapporto senza fine. Non c'è nessun motivo di non vedere anche quelle zone in questa luce, a meno di vedere Israele come una potenza coloniale.
   La votazione in cui gli Usa consentirono di condannare per la prima volta lo Stato d'Israele come Paese occupante fu una picconata a Netanyahu; al contrario qui appare che Trump voglia dare una mano all'amico almeno in fase di conclusione. Ieri è stato un giorno di incontri a porte chiuse, tutti hanno incontrato tutti fino a che Bibi e Benny Gantz si sono trovati faccia a faccia. Ancora mentre scriviamo l'incrocio dei veti sui religiosi per Netanyahu e sui partiti arabi per Gantz sono ostacoli degni di Sisifo. Tuttavia, poiché l'orologio faustiano batte le ultime ore dell'incarico di Gantz, si ripete la discussione sulla possibilità di un governo di coalizione in cui Netanyahu parta per primo, Gantz impari la politica e poi tocchi a lui. Non sarebbe una cattiva idea, giudici permettendo.

(il Giornale, 20 novembre 2019)


La decisione di riconoscere gli insediamenti israeliani è storica e delicata

La posizione americana è una risposta alle risoluzioni Onu contro lo stato ebraico, in attesa che Gerusalemme abbia un governo.

di Micol Flammini

Roma. La decisione annunciata lunedì dal segretario di stato, Mike Pompeo, secondo la quale per gli Stati Uniti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania non sono più illegittimi, è arrivata in un momento delicato per la politica israeliana. All'annuncio, che sovverte la posizione che Washington aveva mantenuto dal 1978, quando il presidente Jimmy Carter definì quei territori "contrari alle leggi internazionali", il premier Benjamin Netanyahu ha risposto con entusiasmo- "è una verità storica!", ha detto - mentre Benny Gantz, leader del partito Bianco e blu, ha ringraziato, ma ha preferito sottolineare che il destino degli insediamenti "dovrebbe essere determinato da accordi che diano garanzie di sicurezza e che promuovano la pace". Tra i due sfidanti, il primo, Netanyahu, ha molto da guadagnare dalla decisione del Dipartimento di stato, il secondo, Gantz, che fino a questa sera è impegnato nel tentativo di formare un governo, ha qualcosa da perdere. L'ex generale non riuscirà a raggiungere la quota di seggi necessaria per formare un governo, 61 su 120, e sta lavorando sulla possibilità di un governo di minoranza con l'appoggio esterno dei partiti arabi. Se durante il fine settimana sembrava possibile che Gantz fosse a un passo dalla formazione di un esecutivo, il nuovo status conferito dagli Stati Uniti agli insediamenti rende più difficili i colloqui con i partiti arabi. Israele attraversa un momento di fragilità interna, con due elezioni durante l'ultimo anno, nessun partito in grado di formare una maggioranza, e dei leader, Netanyahu e Gantz, che posti davanti alla soluzione di un governo di unità nazionale non riescono ad andare avanti: non si fidano l'uno dell'altro e ognuno dei due ha degli alleati scomodi ai quali non può rinunciare. Il paese della stabilità, per il quale la stabilità è una condizione indispensabile per la sicurezza, è diventato più che mai instabile e la decisione americana rischia di incrinare ancora di più il delicato equilibrio.
  Tuttavia la decisione ha anche un altro valore: è la risposta alle otto risoluzioni che venerdì le Nazioni unite hanno adottato contro Israele. Anche l'Unione europea la scorsa settimana, mentre il Jihad islamico lanciava missili contro Tel Aviv, ha preso una decisione grave, stabilendo che "i prodotti originari dei territori occupati dallo stato di Israele dovranno presentare l'indicazione del territorio di origine". L'annuncio di Mike Pompeo quindi è una presa di posizione che tutte le forze politiche israeliane, chi con più chi con meno entusiasmo, non potevano che salutare con favore, pur intuendone il rischio. Il rischio maggiore nasce dalla diffidenza che domina la politica all'interno di Israele, ma anche a livello internazionale. Il rapporto tra lo stato ebraico e l'alleato americano è storico, ma ultimamente anche gli israeliani, compreso Netanyahu, hanno cominciato a fare i conti con un possibile tradimento, la frase che tormenta ogni calcolo è: "Se Trump lo ha fatto con i curdi, chi lo dice che non potrebbe farlo con noi". L'Amministrazione americana in passato ha sì riconosciuto Gerusalemme come capitale, ha sì riconosciuto le alture del Golan, ma la decisione di cambiare posizione sugli insediamenti è stata vista anche come opportunistica, come il tentativo di distogliere l'attenzione dai guai interni del presidente. E pur di riconquistare il favore degli ambienti vicini a Israele, Trump avrebbe fatto una scelta rischiosa per i suoi alleati.
  I leader politici dello stato ebraico sanno che non possono fidarsi di Donald Trump, di un presidente che ha insistentemente tentato di flirtare con Hassan Rohani e con tutti i vertici iraniani, la massima minaccia per lo stato di Israele. Ma c'è diffidenza anche da parte dei coloni che vivono negli insediamenti sia nei confronti del presidente americano, sia nei confronti di Benjamin Netanyahu. I coloni temono che Trump presto potrebbe volere qualcosa in cambio per le tre storiche concessioni - Gerusalemme, il Golan e gli insediamenti - e questo potrebbe comportare il sacrificio proprio dei loro territori. L'annuncio di Pompeo è un favore a Benjamin Netanyahu ma rende la pace tra israeliani e palestinesi ancora più complicata. Sullo sfondo di una politica troppo instabile per poter portare qualcosa di positivo in medio oriente- se Gantz non formerà il governo, il Parlamento ha 21 giorni per trovare un altro candidato a cui affidare l'incarico prima di convocare nuove elezioni - si attende che Jared Kushner sveli i dettagli del suo piano di pace che prevede che il 90 per cento della Cisgiordania venga dato ai palestinesi. E per i coloni israeliani non è questa la soluzione migliore.

(Il Foglio, 20 novembre 2019)


Io sto con Israele

di Maurizio Belpietro

Nel febbraio del 1991 il giornale per cui lavoravo, l'Europeo, mi inviò in Israele, al seguito di un gruppo di ebrei italiani e di politici milanesi. Era un viaggio della vicinanza, un modo per manifestare sostegno, perché in quei mesi le città israeliane erano prese di mira dai missili di Saddam Hussein. Ricordo i crateri provocati dagli Scud iracheni nei quartieri di Tel Aviv e gli arrivi, nonostante la guerra, degli aerei carichi di ebrei russi in cerca della terra promessa. Ricordo anche le serrande abbassate nei negozi del quartiere arabo di Gerusalemme e la paura negli occhi del negoziante palestinese che, dovendo sfamare la famiglia. cercava di vendermi qualche oggetto, rischiando la vendetta dei miliziani di Hamas che imponeva con le armi il coprifuoco e l'Intifada. I morti che addebitavano agli israeliani a volte erano infatti solo commercianti, che per aver venduto qualche cosa erano accusati di collaborazionismo.
   Da allora, dopo quello che ho visto e soprattutto dopo aver toccato con mano la faziosità di gran parte della stampa italiana sul conflitto arabo-israeliano, sto dalla parte di Israele, senza se e senza ma.
   Certo, non sono mai andato a braccetto degli Hezbollah, cioè degli esponenti di un movimento terroristico libanese, come certi ministri degli Esteri della sinistra tipo Massimo D'Alema, il quale non si fece scrupolo di dimostrare la vicinanza a un gruppo che spesso e volentieri aveva tirato missili su Israele. Tutto ciò per dire che non sono certo sospettabile di antisemitismo, di fascismo (non ho mai nutrito nostalgia per il Ventennio) e neppure di tutti quei sentimenti che si nutrono di discriminazione. Ho anche grande rispetto per la tragedia di Liliana Segre, che fu deportata insieme alla famiglia ad Auschwitz, vivendo sulla propria pelle e su quella dei propri cari la Shoah. Nessuno che abbia visitato - e io l'ho fatto due volte - Yad Vashem, ossia il memoriale dell'Olocausto, può non averlo. Dunque sono lieto che Liliana Segre sia stata nominata senatore a vita, perché penso che sia un parzialissimo risarcimento per le leggi razziali del 1938. E mi fa orrore che qualcuno. sui social o altrove, la insulti o la offenda.
   Ciò premesso, non posso però non dire che la commissione che si è voluto istituire in Parlamento per indagare sui fenomeni di discriminazione serve solo a strumentalizzare la storia della senatrice Segre ai fini di una lotta politica.
   In Italia esiste dagli anni Cinquanta una legge che punisce chiunque provi a ricostituire il partito fascista e spesso la magistratura è chiamata a giudicare atteggiamenti o movimenti ritenuti fascisti. Dal 1993 è in vigore la legge Mancino, dal nome dell'ex ministro dell'Interno ed ex presidente del Senato. che non solo ribadisce il divieto di costituire movimenti che si ispirino al fascismo, ma sanziona penalmente chiunque discrimini le persone in base alla razza o alla religione. E anche in questo caso il giudizio è rimesso alla magistratura.
   Dunque, diciamo che se c'è un nazista o un fascista in circolazione e se questo nazista o fascista minaccia la sicurezza di un ebreo (ma anche di un musulmano o di un valdese) il nostro codice può essere tranquillamente applicato. Perciò non si capisce a che cosa serva una commissione d'inchiesta con i poteri della magistratura. La legge c'è e chi la viola può essere condannato. Per quale ragione dunque un gruppo di persone in Parlamento dovrebbe indagare sulle discriminazioni sovrapponendosi all'azione delle Procure? Serve alla lotta politica, in particolare a qualcuno che intende usare l'arma della commissione per convocare, interrogare e semmai censurare le persone che su certi argomenti non hanno un pensiero politicamente corretto. In parole povere, serve a dire che in Italia si rischia il ritorno del fascismo e del nazismo, che chi critica l'immigrazione dissennata discrimina le persone in base al colore della pelle o della religione. che l'Italia è un Paese sostanzialmente xenofobo, islamofobo, segregazionista e razzista. Non importa che le indagini demoscopiche dicano il contrario e neppure che le elezioni ogni volta smentiscano questa tesi (perché i cosiddetti movimenti di estrema destra, alle elezioni prendono sempre lo «zero virgola»). Non importa neppure che si lancino allarmi che non hanno alcun fondamento, come i numeri delle minacce quotidiane contro Liliana Segre e gli ebrei italiani, passati sulle pagine di Repubblica da 200 l'anno - come sono - a 200 al giorno, con il risultato di gonfiare il fenomeno e di accreditare a mezzo stampa una falsità.
   L'antisemitismo non c'è, ma bisogna continuare a evocarlo, perché altrimenti gli antifascisti in servizio permanente effettivo non saprebbero più cosa fare. E da disoccupati, senza la mission di difendere la democrazia dalle squadracce nere, si troverebbero all'improvviso a doversi cercare un lavoro e una professione. Dunque a noi tocca il fascismo latente, che non c'è, ma è addormentato e sul punto di risvegliarsi appena se ne presenterà l'occasione. Anzi, è già sulla rampa di lancio delle strumentalizzazioni, pronto a essere utilizzato al bisogno. Perché a questo serve la commissione. Non ad aiutare gli ebrei italiani a difendere la propria storia e la propria identità e a rammentare lo sterminio. Serve a colpire qualcuno che non la pensa come il pensiero dominante. Risultato, con la commissione ci attende un fiume di melassa, anzi un fiume di retorica. Come se non ci bastasse quella del fascismo, ci tocca pure quella dell'antifascismo. Anzi, quella dell'antirazzismo. Perché la commissione vuole arrivare a impedire di parlare degli immigrati, accolti dalla sinistra come nuovi italiani, ma anche come nuovi schiavi a basso costo. lo sto con Israele e con gli ebrei, non con chi usa l'antisemitismo per impedire di parlare di immigrazione, paragonando le leggi razziali al decreto sicurezza, i barconi affondati all'Olocausto. lo sto con Israele e gli ebrei, non con chi banalizza a fini politici la Shoah.

(Panorama, 20 novembre 2019)


Festeggiati i 70 anni di rav Riccardo Di Segni

di Luca Spizzichino

 
Nel rispetto della tradizione ebraica che vede nello studio della Torà la massima espressione umana, il rabbino capo della Comunità di Roma, Rav Riccardo Di Segni, ha voluto festeggiare il suo settantesimo compleanno, con una lezione su "Le aggadòt del Talmud e una storia ebraica romana del '600 dimenticata".
Ad assistere alla lezione, e a festeggiare Rav Di Segni, una sala gremita del Pitigliani, tra cui i vertici dell'ebraismo romano e italiano. Ad accogliere il Rav, il Presidente della Comunità Ebraica Ruth Dureghello e il presidente de Il Pitigliani Bruno Sed, che dopo dei brevi discorsi hanno augurato, come da tradizione di arrivare a 120 anni.
Non sono mancate le sorprese in questa felice serata in compagnia della propria comunità, con i bambini della Scuola Elementare Vittorio Polacco che hanno cantato al Capo Rabbino buon compleanno, ovviamente in ebraico, con altre canzoni diretti dal Morè Josy Anticoli.
La lezione di Rav Di Segni ha avuto per tema le Aggadot (אגדות) all'interno del Talmud, ovvero quell'insieme di racconti che si possono trovare all'interno dei trattati, ma "queste Aggadot - come ha spiegato - hanno un'importante problematica, la loro interpretazione", infatti per capire fino in fondo questi racconti, "abbiamo bisogno dei commenti dei nostri Maestri". Navigare nella vastità di racconti e di commenti, fino a poco tempo fa risultava difficile, ma grazie allo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche tutto è diventato più semplice, grazie all'avvento di siti come Halachà Brurà. Un sito il cui progetto di sviluppo - ha osservato Rav Di Segni - è basato su un libro, l'"Asaf HaMazkir" che proviene da Roma e il cui autore era un certo Zekaria MiPorto, rabbino, vissuto a Urbino e a Firenze. Partendo da quest'opera, Rav Di Segni ha quindi spiegato un brano del Trattato di Kiddushin, parte del Talmud che parla del vincolo matrimoniale e delle sue regole.
La lezione si è conclusa con un brindisi e con il consueto taglio della torta. Mazal tov rav Di Segni.

(Shalom, 20 novembre 2019)


Un momento decisivo (e preoccupante) della storia di Israele

di Ugo Volli

Il sistema politico israeliano è a una svolta, comunque vadano le cose. Mercoledì scadranno i termini di legge per l'incarico di formare il governo a Gantz, dopo il fallimento del primo tentativo di Netanyahu. A questo punto per la legge israeliana il presidente Rivlin non potrà dare altri incarichi, ma vi sarà un periodo in cui qualunque deputato potrà cercare di formare il governo, portando al presidente le firme di una maggioranza di deputati (almeno 61 su 120) che dichiarino di sostenerlo: una procedura mai realizzata nella storia di Israele. Se nessuno ci riesce, si torna alle elezioni, la terza tornata in un anno.
   I dati parlamentari sono questi. Vi è un blocco di centrodestra col Likud, i nazionalisti e i religiosi che appoggia Netanyahu ed ha 55 seggi; un blocco di centrosinistra che appoggia Gantz con Bianco-azzurri, laburisti ed estrema sinistra, che conta 44 seggi. I partiti arabi riuniti ne hanno 12, il partito ideologicamente di destra ma contrario a Netanyahu e ai compromessi coi religiosi, Israel Beitenu, presieduto da Liberman, che ne ha 9. Gantz è disposto ad allearsi col Likud e a cedere a Netanyahu il primo turno di un premierato in alternanza solo se rinuncia all'alleanza con gli altri partiti del suo blocco, che per Netanyahu sarebbe un suicidio. Dunque una "grande coalizione" è impossibile. Restano solo tre soluzioni: le elezioni, un governo di centrodestra con il ritorno di Lieberman che avrebbe 64 voti, un governo di minoranza di Gantz con l'appoggio degli arabi (56 voti) e l'astensione di Lieberman. Non sarebbe possibile invece l'inverso, l'appoggio di Lieberman e l'astensione degli arabi, che porterebbe il governo a 53 voti, contro i 55 del centrodestra (ma potrebbe esserci una via di mezzo, col voto di alcune fazioni della lista araba e l'astensione di altre e anche di Lieberman). Sembra impossibile poi che arabi e Lieberman votino entrambi a favore dello stesso governo.
   In sostanza dunque, a parte le nuove elezioni, si sta fra la riproposizione di un governo di destra, che ha una netta maggioranza di consenso elettorale, e un governo minoritario, in cui l'appoggio dei partiti arabi sarebbe decisivo. E a parte la mancanza di una maggioranza, che è consentita dai meccanismi legali, ma politicamente non è certo il segnale per un buon lavoro o per un consenso democratico sostanziale nel paese, la presenza determinante dei partiti arabi è un problema, agli occhi dell'opinione pubblica e molto concretamente per la sicurezza di Israele. Non certo per ragioni etniche o religiose: vi sono stati ministri arabi e musulmani, come vi sono giudici della corte suprema, sindaci, ecc. ecc. e nessuno ha obiettato alla loro presenza. Il problema è che questi ministri non erano stati eletti nell'ambito dei partiti che sono alleati nella lista con cui Gantz sta cercando di accordarsi per il governo.
   Questi partiti sono tutti antisionisti, contrari alla definizione di Israele come stato ebraico, alcuni fra essi strettamente, organicamente legati ai terroristi di Fatah e di Hamas. Alcuni dei loro leader sono stati in passato condannati per spionaggio o complicità col terrorismo, sono fuggiti dal paese o si sono dimessi dal Parlamento per questo. Com'è possibile renderli determinanti per il governo di un paese minacciato, assediato e colpito da un terrorismo che essi assolvono, e spesso appoggiano attivamente. Come avrebbe potuto un governo così composto fare anche l'operazione antiterrorismo a Gaza della settimana scorsa, per non parlare dell'eventualità di guerre più gravi?
   La prospettiva di un governo israeliano guidato sì da un gruppo di generali, ma ostaggio di partiti vicini al terrorismo è molto inquietante; è il frutto di un lungo lavoro per cercare di rovesciare in parlamento la maggioranza di centrodestra che è chiara nel paese e di delegittimare a ogni costo Netanyahu. Questo è il momento in cui tale lavoro, che risale almeno ai tempi di Obama, potrebbe realizzarsi, provocando fra l'altro una divisione estremamente aspra nella società israeliana. Chiunque ami Israele non può che essere in ansia per le sorti dello Stato ebraico, già minacciato dall'offensiva esterna dell'Iran.

(Progetto Dreyfus, 19 novembre 2019)


Kasher, biologico, Vegan… E se si trattasse solo di marchi commerciali?

Filosofia della Kashrut ai tempi dell'ossessione (consumistica?) della dieta perfetta

di Haim Fabrizio Cipriani*

 
Perché è importante mangiare Kasher? E perché oggi gli alimenti con questo marchio sono ritenuti "più sani" di altri? Che rapporto c'è tra le norme alimentari ebraiche e il mantenimento della buona salute? E ancora, in un momento storico in cui la questione del benessere personale comincia proprio a tavola, dove si colloca la Kashrut? Ne abbiamo parlato con Rav Haim Fabrizio Cipriani, che precisa subito: "La Kashrut ha costituito nella storia ebraica un efficace mezzo di separazione fra Ebrei e Gentili. La modernità ha offerto ai primi come ai secondi la possibilità di vivere in un mondo più aperto, in cui le energie e le culture possono conoscersi e confrontarsi, con enorme vantaggio per tutti. Se da un lato l'ebreo moderno deve tenere presente il rischio reale di assimilazione, dall'altro è importante cercare un cammino equilibrato. Conservare questo codice comportamentale che rafforza l'identità, evitando estremismi che esprimano un rifiuto di integrazione e mostrino una visione ostile del mondo non ebraico, è senza dubbio difficile. In ogni caso, la scelta di mangiare Kasher oggi non potrebbe che essere libera, perché la vita ebraica stessa costituisce oggigiorno, in un mondo libero ed aperto, una scelta". Queste le premesse al pensiero di Rav Cipriani, raccolto nel testo che segue.
  La questione del rapporto fra Kashrut e salute è molto antica. Già nel Medioevo M. Maimonide [XIII sec.], che era medico oltre che rabbino, reputava che in origine le regole alimentari fossero radicate in principi di tipo salutistico e igienico. I. Abravanel [V sec.] invece pensava che leggere queste prescrizioni in tal senso significasse ridurre la Torà a un piccolo manuale medico. Senza contare che, come Abravanel fa notare, questo implicherebbe che i non ebrei, i quali consumano tutti i cibi proibiti, dovrebbero avere un livello di salute decisamente inferiore, cosa che già all'epoca appariva evidentemente falsa.
  Anche in epoche più moderne, con una maggiore conoscenza del funzionamento del corpo umano, si è tentato di leggere le norme alimentari in questo senso. Alcuni hanno fatto notare che la combinazione fra latticini e altri alimenti potrebbe creare difficoltà all'organismo perché il nostro stomaco digerisce le diverse tipologie di alimenti con ritmi propri; nel caso di carne e latte, che la Torà proibisce di consumare congiuntamente, si tratta di cibi molto proteinici che potrebbero dare un apporto nutritivo squilibrato. Ma io ritengo, con Abravanel, che questo non sia il punto. Nella mia visione l'idea fondamentale della Kashrut è quella del limite, ossia del fatto di permettere una soddisfazione degli appetiti degli essere umani, ma solo attraverso prudenza, analisi, e mediazione fra le pulsioni e gli atti che vanno a soddisfarle. Quando si parla di Kashrut ci si riferisce quindi a una pedagogia, il cui fine è quello di canalizzare le pulsioni dell'individuo. In tal senso è importante ricordare che la Kashrut non solo è un insieme di norme. Essa nasce dalla necessità di avere un rapporto equilibrato ed etico con l'appetito, e in senso più generale con ogni tipo di appetito.
  Oggi la salute alimentare occupa un posto di rilievo, e questo ha generato diverse ortoressie alimentari (cioè modalità di alimentazione considerate "corrette"): quella del "senza" (senza zucchero, uova, latte…), quella vegana, quella rigorosamente biologica, ecc. Analogamente alla Kashrut, questi sistemi pongono il problema della necessità di mangiare responsabilmente, e in tal senso da un punto di vista ebraico essi non possono che essere visti positivamente, sottolineando anche l'importanza di un rapporto di rispetto nei riguardi della natura e degli animali. Una posizione particolare è quella della dieta vegetariana e vegana, che in alcuni ambienti ebraici è osteggiata perché tradizionalmente viene considerato importante consumare carne nei momenti di festa. Ma si tratta di una concezione legata ad epoche di povertà in cui la carne era segno di ricchezza, e varie fonti rabbiniche ritengono che il vino possa svolgere la stessa funzione.
  Nel contesto attuale di ricerca e riflessione sull'alimentazione, la Kashrut riveste senza dubbio un ruolo importante perché costituisce una presa di coscienza alimentare, che richiede riflessione e quindi lentezza. Non a caso, prevede di recitare le benedizioni prima di consumare qualsiasi cibo. Queste benedizioni non sono standard, ma evocano l'origine dei vari generi alimentari (frutti della terra, dell'albero, ecc…), obbligandoci a mantenere un legame con questa e il modo con cui i vari alimenti sono giunti a noi.
  Senza questa visione etica, la Kashrut, come altre ortoressie, rischiano di essere alimentate da logiche strettamente commerciali e di mercato. Il marchio Kasher tende a imporsi anche tra i non ebrei come garanzia di qualità, insieme a quello biologico. Molti ritengono che sia una garanzia di qualità e sicurezza, di conseguenza che i prodotti a marchio Kasher facciano meglio di altri. In una certa misura, è vero: i cibi Kasher sono sottoposti a rigide regole in base alle quali vengono prodotti e a ispezioni e controlli approfonditi per essere certificati. Ma in realtà spesso i prodotti Kasher sono ricchi di additivi chimici, usati per sostituirne altri considerati potenzialmente problematici. Anche nei confronti della carne Kasher vi è spesso una presunzione di maggiore qualità. In realtà gli animali macellati sono gli stessi, allevati nello stesso modo degli altri, ed è solo il metodo di macellazione a cambiare. A mio avviso, per ora non si è riusciti a combinare l'idea di Kashrut con una visione più olistica della cura dell'ambiente e delle persone. Io cerco e sogno da tempo di realizzare un progetto in tal senso.

* Haim Fabrizio Cipriani svolge il suo ministero rabbinico nelle comunità francesi di Marsiglia e Montpellier, e in Italia presso la comunità Etz Haim. In parallelo svolge un'intensa attività internazionale di violinista concertista e di autore di saggi a tema ebraico.

(JoiMag, 20 novembre 2019)




Savio è colui che vede la realtà come essa è, che vede le cose nella loro profondità. Savio perciò è soltanto colui che vede le cose in Dio. Comprendere la realtà è tutt'altra cosa che conoscere i fatti esteriori: significa piuttosto discernere l'essenza delle cose. L'uomo meglio informato non è il più savio, anzi, per la molteplicità delle sue informazioni rischia di misconoscere l'essenziale.
Dietrich Bonhoeffer

 


Gantz pronto a cedere a Netanyahu: premier a rotazione

Blu e Bianco e' pronto ad accettare la proposta per formare un governo di unita' nazionale avanzata dal presidente israeliano Reuven Rivlin

Blu e Bianco e' pronto ad accettare la proposta per formare un governo di unita' nazionale avanzata dal presidente israeliano Reuven Rivlin che prevede Benjamin Netanyahu come primo premier a rotazione, con l'assicurazione che prendera' un congedo a tempo indeterminato in caso di incriminazione per corruzione. Lo scrive Yedioth Ahronoth mentre si moltiplicano gli sforzi del leader del partito centrista, Benny Gantz, per mettere insieme i numeri per formare un esecutivo in vista della scadenza di domani sera a mezzanotte per presentarlo.
Gantz e Netanyahu si incontreranno stasera alle 22, ora locale. Intanto Rivlin ha cominciato un nuovo round di colloqui con i leader dei partiti, a cominciare da Rafi Peretz del Focolare ebraico; seguiranno nel pomeriggio Nitzan Horowitz del Campo Demoratico, e per concludere Netanyahu a nome del Likud. Il giro di incontri terminera' domani con i leader dei partiti religiosi e con il ministro della Difesa, Naftali Bennett, de La Nuova Destra.

(Affaritaliani.it, 19 novembre 2019)


Israele, sventato attacco con missili dalla Siria

La radio militare dell'esercito israeliano definisce l'attacco «molto grave» ed è prevedibile una reazione da parte delle forze di Gerusalemme. La stessa radio militare ha precisato che verso le ore 5 locali (le 4 in Italia) quattro razzi sono stati lanciati in direzione del monte Hermon sulla alture del Golan, e intercettati in volo
Il sistema di difesa Iron Dome ha sventato stamane un attacco lanciato dalla Siria verso le alture del Golan. Secondo il portavoce militare israeliano ci sono stati quattro lanci (di razzi o di missili) i quali sono stati intercettati in cielo. Secondo la radio militare non ci sono vittime. Gli abitanti della zona sono nei rifugi.
Nel frattempo la vita nelle alture del Golan è tornata alla normalità. Secondo la emittente è possibile che questo episodio vada inserito negli sforzi attribuiti da Israele all'Iran di destabilizzare il suo confine settentrionale, anche mediante le milizie sciite attive nella zona.
In merito a notizie giunte dalla Siria relative ad esplosioni avvertite presso l'aeroporto di Damasco, la radio militare ha precisato che la scorsa notte Israele non ha condotto alcun attacco in Siria.

(Il Sole 24 Ore, 19 novembre 2019)


"Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono legittimi"

Svolta di Washington, il segretario di Stato Pompeo replica alla Ue: "Negarlo non aiuta la pace". Bruxelles: "Per noi restano illegali".

di Giordano Stabile

Il segretario di Stato americano Mike Pompeo difende gli insediamenti israeliani in Cisgiordania, in una mossa che secondo Washington ridarà «spazio alle trattative con i palestinesi» ma che suscita subito reazioni negative nel mondo arabo. Pompeo ha precisato che gli insediamenti «non sono contro la legge internazionale» e il loro status finale sarà deciso nei colloqui di pace.
   Non è ancora un riconoscimento della sovranità israeliana, come aveva fatto il presidente Donald Trump ad aprile riguardo le Alture del Golan. Ma la presa di posizione è una spinta importante verso un futuro, possibile inglobamento nello Stato ebraico. Ed è una svolta a 180 gradi nella politica statunitense che dal 1978, in base a un rapporto legale del dipartimento di Stato, definiva gli insediamenti «in contrasto con la legge internazionale».
   Secondo Pompeo dichiarare fuorilegge gli insediamenti «non ha fatto avanzare la causa della pace», non ha «funzionato» ed è molto meglio «riconoscere la realtà sul terreno». La svolta si inserisce in due contesti. Uno, immediato, è la risposta alla decisione dell'Unione europea di imporre etichette diverse ai prodotti degli insediamenti rispetto a quelli israeliani. Non potranno essere più definiti «made in Israel». La decisione di Strasburgo segna un punto a favore dei palestinesi. La dichiarazione Usa ne ridimensiona la portata. Il secondo contesto si lega alle trattative di pace.

 Il piano di pace Usa
  Il piano americano, «l'accordo del secolo» promesso da Trump, si è perso nei meandri mediorientali. Ma un passo decisivo in quel senso è l'accettazione nel mondo arabo dell'annessione di Gerusalemme Est e di parte della Cisgiordania. La nuova posizione di Washington ricalca quella israeliana, che considera gli insediamenti non illegali ma parte dei «territori disputati», il cui status finale sarà stabilito appunto da un trattato di pace. Le prime reazioni arabe sono state negative. Il presidente palestinese Abu Mazen ha ribattuto che la scelta americana «è in totale contraddizione con la legge internazionale». Il ministro degli esteri giordano Ayman Safadi ha denunciato il rischio di «pericolose conseguenze». Quanto a Bruxelles, l'Alto rappresentante Federica Mogherini ha ripetuto che "La nostra posizione sulla politica di insediamento israeliana nel territorio palestinese occupato è chiara e rimane invariata. Le attività di insediamento sono illegali ai sensi del diritto internazionale". Pompeo ha in qualche modo messo in conto tutto. Anche perché è arrivato subito il plauso del governo israeliano che ha sottolineato come la decisione degli Usa «corregge un errore storico e riflette una verità storica» e cioè che gli abitanti degli insediamenti «non sono coloni stranieri in Giudea e Samaria: in realtà si chiamano ebrei (giudei) proprio perché sono originari della Giudea».

 L'aiuto a Netanyahu
  Ed è questo il terzo contesto: la decisione degli Usa dà una mano a Netanyahu. Domenica il premier uscente ha convocato il suo partito, il Likud, dopo una nota dell'Intelligence aveva dato per probabile la formazione di un governo di minoranza guidato da Gantz, con l'appoggio esterno dei partiti arabi. Ieri l'ipotesi s'è allontanata, per le resistenze di Lieberman, e si sono avvicinate le terze elezioni anticipate.

(La Stampa, 19 novembre 2019)


Boom dell’economia israeliana: pil +4,1% nel terzo trimestre 2019

Il prodotto interno lordo di Israele è aumentato del 4,1 per cento su base annua nel terzo trimestre del 2019, secondo un rapporto pubblicato domenica dall'Ufficio Centrale di Statistica dello Stato. Si tratta di un aumento relativamente elevato del ritmo di crescita di Israele, dopo un moderato aumento dello 0,8% nel secondo trimestre. I dati mostrano un aumento del 2,8% dei consumi privati nel terzo trimestre, e un leggero aumento dello 0,8% dei consumi privati pro capite, a fronte di una diminuzione del 2,5% nel secondo trimestre. Il Pil pro capite israeliano è aumentato del 2,1% nel terzo trimestre, dopo un calo dello 0,9% nel periodo aprile-giugno. L'aumento della crescita è stato influenzato principalmente dall'aumento degli acquisti di veicoli e dalle spese del governo israeliano. I dati mostrano anche che le importazioni israeliane di beni e servizi sono aumentate dell'1,9% nel terzo trimestre di quest'anno, dopo un aumento del 2,5% nel secondo trimestre. D'altra parte, le esportazioni totali di beni e servizi israeliani sono diminuite dell'8,4% nel terzo trimestre, dopo un aumento del 2,9% nel secondo trimestre.

(Adnkronos, 19 novembre 2019)I SU:


Il problema non sono gli insediamenti in Giudea e Samaria, ma "l'uomo di Ramallah"

Ma davvero qualcuno può credere che pochi insediamenti con qualche migliaia di abitanti mettono in pericolo la soluzione del conflitto arabo-israeliano?

Fa molto piacere, anche a un "non amante" di Trump come il sottoscritto, che finalmente il Dipartimento di Stato americano abbia detto di voler cancellare quella vergognosa dichiarazione del 1978 secondo la quale gli insediamenti israeliani in Giudea e Samaria erano incompatibili con il Diritto Internazionale.
Pur non essendo un estimatore di Trump gli va dato atto di aver posto la questione palestinese nell'alveo che gli compete, quello cioè delle questioni secondarie, quasi irrilevante rispetto ad altre più impellenti.
La diatriba tra Israele e arabi cosiddetti "palestinesi" si trascina ormai da troppo tempo ed ha alimentato un giro di puro business e di speculazioni politiche che fino ad oggi hanno ottenuto come unico risultato quello di allontanare qualsiasi soluzione del conflitto.
Non starò a ripetere quante volte i palestinesi hanno avuto l'opportunità di creare un loro Stato, non starò nemmeno a ricordare il mare di denaro sparito nei conti dei leader palestinesi nel corso di questi anni, di come mentre la popolazione araba vive in miseria i leader palestinesi si sono alzati lo stipendio (già elevatissimo) del 67%. Sono cose che si sanno e non c'è bisogno di ricordarle.
«Chiamare la creazione di insediamenti civili incompatibili con il diritto internazionale non ha fatto avanzare la causa della pace»
Lo ha detto Mike Pompeo evidenziando come la vicenda degli insediamenti, per altro tutt'altro che illegali, altro non sia che l'ennesima scusa per non cambiare nulla.
Ed è questo il vero punto della questione. Tutte le mosse fatte fino ad ora dall'Amministrazione Trump puntano a dimostrare che la cosiddetta "questione palestinese" è solo un enorme meccanismo estorsivo, un meccanismo per altro ormai vetusto che con il cambiamento delle politiche in Medio Oriente è diventato un peso enorme anche per gli stessi Paesi arabi che lo avevano creato.
Ho letto decine di post, da ambo le parti, che rivendicano le proprie ragioni sulla legittimità o illegittimità degli insediamenti in Giudea e Samaria dopo l'importante presa di posizione della Amministrazione Trump.
Non serve a niente, mettetevi il cuore in pace. Il problema non sono gli insediamenti israeliani, il problema è il regime di Ramallah che non intende rinunciare all'enorme business che rappresenta la questione palestinese e si aggrappa a tutto pur di rimanere in sella.
L'uomo di Ramallah e la donna di Bruxelles
Stupisce piuttosto che chi dovrebbe rappresentare la parte che tutela i Diritti degli arabi, dalla UE fino all'ultimo degli attivisti pro-pal, continui a reggere il gioco a un dittatore spietato come Mahmud Abbas (alias Abu Mazen), uno che è al potere senza nessuna elezione (salvo la prima) dal 2005, quindi da 14 anni, quando il suo mandato scadeva nel 2009.
A leggere le dichiarazioni rilasciate dalla solita Federica Mogherini o da altri "illustri" personaggi palestinisti sembrerebbe che la decisione annunciata dall'Amministrazione Trump sia invece una coltellata al processo di pace (quale?) o, nella migliore delle ipotesi, un regalo a Netanyahu.
Ma come è possibile che a questa gente non passi per la testa che il vero problema è l'uomo di Ramallah che non si schioda e rifiuta di tutto e non i legittimi insediamenti in Giudea e Samaria?
Che poi, davvero qualcuno può credere che pochi insediamenti con qualche migliaia di abitanti mettono in pericolo la soluzione del conflitto arabo-israeliano?
Se lo si vuole credere, liberissimi di farlo. Ma così non si fa un buon lavoro per quella pace che tutti, a parole, bramano.
Se non si parte dalla testa del problema, se non si affronta una volta per tutte la questione della leadership arabo-palestinese, si continuerà all'infinito a girare attorno al vero problema.
Lo ha capito benissimo Trump e si è comportato di conseguenza. Cosa manca al resto dell'occidente, Europa in testa, per capirlo?

(Rights Reporters, 19 novembre 2019)


Israele nel mirino del disumanitarismo

Il Jihad lo bombarda, l'Iran vuole eliminarlo, l'Onu (con l'Italia) vota otto risoluzioni contro. Israele nel mirino

di Giulio Meotti

ROMA - La settimana scorsa il Jihad islamico palestinese ha usato contro Israele un nuovo missile con una testata da 300 chili. Citando fonti di intelligence, Channel 12 ha rivelato che il missile, che ha lasciato un cratere di sedici metri nel sud dello stato ebraico, è stato sviluppato "con l'aiuto di ingegneri iraniani". Il rapporto afferma che il Jihad islamico è riuscito a superare le capacità del gruppo terroristico di Hamas, dotandosi di missili simili a quelli di Hezbollah in Libano. Nelle stesse ore, la Guida suprema iraniana Ali Khamenei tornava a minacciare lo stato ebraico di annientamento: "La distruzione di Israele significa la distruzione di quel regime e di criminali come Netanyahu, non degli ebrei". Mentre il braccio armato dell'Iran a Gaza lanciava 450 missili su Israele e il leader della Rivoluzione islamica iraniana parlava di "distruggere Israele", le Nazioni Unite orchestravano il più intenso attacco diplomatico contro Gerusalemme. Dopo la pioggia di missili, quella delle risoluzioni (la settimana scorsa la Corte di giustizia della UE aveva deciso anche per la marchiatura delle merci israeliane dai territori contesi, caso unico). Venerdì, la quarta commissione dell'Assemblea generale dell'Onu votava ben otto mozioni contro Israele. In nessuna si parla del Jihad islamico palestinese. Si va dalle "azioni israeliane che sconvolgono i diritti umani palestinesi" agli "insediamenti israeliani", passando per la "Gerusalemme occupata" e il "Golan siriano occupato". "La quarta commissione Onu ha appena adottato otto risoluzioni che colpiscono Israele, sono scoraggiata da questo assalto alla pace e da molti alleati degli Stati Uniti", ha commentato l'ambasciatrice americana all'Onu, Kelly Craft. A parte gli Stati Uniti, tra i grandi paesi occidentali soltanto Canada e Australia hanno votato contro le otto risoluzioni anti israeliane. Anche l'Italia ha votato a favore di tutte le risoluzioni dell'Onu volute dal blocco dei paesi islamici.
   Dopo l'Onu, le ong, Amnesty International ha accusato Israele di aver bombardato l'ufficio di un'organizzazione palestinese per i diritti umani, quando l'incidente aveva in realtà coinvolto un missile del Jihad islamico. "Condanniamo fermamente l'attacco alla Commissione indipendente palestinese per i diritti umani il cui ufficio a Gaza è stato colpito da un missile israeliano questa mattina", aveva detto Amnesty, Trey Yingst, corrispondente di Fox News e testimone dell'incidente, ha risposto: "Israele non ha colpito l'edificio. E' stato un razzo da Gaza. Ero dall'altra parte della strada quando è successo". L'affermazione di Amnesty è stata smentita anche da un rapporto del quotidiano israeliano Haaretz a firma di Amira Hass, una famosa giornalista filo-palestinese. I responsabili, ha detto, erano "certamente membri del Jihad islamico".
   E sull'Iran che ha appena ucciso dieci manifestanti e ne ha arrestati mille, quante risoluzioni ha approvato l'Onu? Zero. E quante le risoluzioni sulla Cina, che continua a brutalizzare Hong Kong e a "rieducare" musulmani nello Xinjiang? Sempre zero. Anzi, al Consiglio dei diritti umani di Ginevra, 95 paesi su 111 hanno appena elogiato l'Iran sui diritti umani. Zero è anche la credibilità delle Nazioni Unite e dell'Unione europea, che votano ormai compatte contro il capro espiatorio ebraico nei palazzi dell'umanitarismo.

(Il Foglio, 19 novembre 2019)


"La distruzione di Israele significa la distruzione di quel regime e di criminali come Netanyahu, non degli ebrei", dice la guida suprema iraniana Ali Khamenei. E’ la stessa distinzione tra “quel regime” e gli ebrei fatta dall’assessora alla cultura di Napoli Eleonora De Majo. Ormai è chiaro: la linea di difesa per chi si sente accusato di antisemitismo sarà questa: gli ebrei sono una cosa, Israele è un’altra. E prima o poi l’ONU arriverà a stabilire, una volta per tutte, che “distruggere Israele non è antisemitismo”. Anzi, con riferimento ai poveri palestinesi liberati dalle crudeltà del mostro israeliano, sarà un avanzamento nella linea dell’umanitarismo internazionale. M.C.


La Corte di Giustizia UE contro Israele: un verdetto scontato e prevedibile
      Articolo OTTIMO!


di Niram Ferretti

Il verdetto della Corte di Giustizia Europea emesso il 12 novembre, secondo il quale i prodotti provenienti dai cosiddetti "territori occupati" israeliani devono essere etichettati come tali, non può giungere, e infatti non giunge come una sorpresa. Lo evidenzia con sfrontata franchezza la portavoce dell'ambasciata della Unione Europea a Ramat Gan, in Israele, quando afferma che la decisione della corte recepisce la "nota interpretativa" della Commissione Europea del 2015 la quale, per la prima volta, affermava la necessità di etichettare i prodotti provenienti dagli insediamenti. D'altronde, è sempre la portavoce a ribadirlo:
"La Ue ha una consolidata e ben nota posizione, essa non riconosce alcun mutamento ai confini israeliani pre-1967, se non quelli pattuiti dalle parti in causa nel conflitto israeliano-palestinese. La UE considera gli insediamenti nei territori occupati, illegali sotto la legge internazionale".
E' di fatto la posizione espressa dall'ONU e fondata sulla mistificazione della realtà, apertamente contestata da Israele e da insigni giuristi, ma non per questo ormai determinata. Non esistono, infatti, "confini" di Israele pre-1968, ma unicamente line armistiziali convenute tra le parti dopo la guerra del 1948-49, così come non può essere illegale la presenza ebraica nella cosiddetta Cisgiordania sulla base del testo mai abrogato del Mandato Britannico per la Palestina del 1922, secondo il quale, agli ebrei veniva concessa piena disponibilità di insediarsi ovunque nei territori a occidente del fiume Giordano.
   Non solo Israele ha il pieno diritto a trovarsi dove si trova, ma esso non "occupa" assolutamente nulla se per "occupazione" si intende la presa di possesso di una proprietà o di un territorio altrui, visto che i territori della cosiddetta Cisgiordania non hanno legalmente alcun detentore sovrano, e che Israele ha, sulla base del Mandato Britannico per la Palestina, una ben legittima rivendicazione su di essi. Non solo, gli Accordi di Oslo del 1993-1995 stabiliscono che la presenza israeliana nei territori "occupati", nello specifico nell'Area B e C, sia dettagliatamente disciplinata dagli Accordi medesimi e riconosciuta come tale dall'Autorità Palestinese. Il "Diritto internazionale" invocato dalla portavoce della Unione Europea in Israele si fonda interamente su risoluzioni ONU venute in essere soprattutto in virtù della schiacciante predominanza dei paesi arabi e musulmani all'interno del Palazzo di Vetro, le quali non hanno alcuna autorevolezza giuridica vincolante.
   Il verdetto della Corte di Giustizia UE, emesso a seguito della richiesta da parte della casa vinicola israeliana Psagot (che prende il nome dell'insediamento omonimo nella cosiddetta Cisgiordania), di esprimersi su un precedente verdetto emesso da una corte francese nel 2016, secondo cui i prodotti israeliani provenienti dalla cosiddetta Cisgiordania, Gerusalemme Est e le Alture del Golan, andavano etichettati, non poteva essere diverso. E non poteva esserlo per le ragioni esposte dalla portavoce della UE in Israele. L'Unione Europea considera illegali gli insediamenti e si esprime conseguentemente secondo questo assunto giuridicamente fraudolento.
   Motivo per il quale, alcuni funzionari del governo coperti da anonimato avendo previsto anticipatamente lo scontato esito del verdetto e le sue dirette conseguenze, ritenevano che fosse opportuno che la casa vinicola abbandonasse la sua battaglia legale. Uno di questi funzionari, in una dichiarazione rilasciata al quotidiano online The Times of Israel, prima della formulazione del verdetto, aveva dichiarato:
"Il margine di manovra dei paesi europei diminuirà dopo il verdetto. Coloro i quali cercano di delegittimare Israele potranno usare questo verdetto sia sul piano legale sia nei termini della percezione pubblica".
L'etichettatura dei prodotti israeliani provenienti dai territori considerati "occupati" è dunque una logica conseguenza della delegittimazione di Israele sul piano internazionale che inizia con la vittoria dello Stato ebraico nella Guerra dei Sei Giorni del 1967 e prosegue ancora oggi. E' infatti dal momento in cui Israele viene considerato forza occupante all'interno di territori catturati a un nemico che voleva annientarlo, territori che le disposizioni del Mandato Britannico per la Palestina gli assegnava, e dai quali vennero cacciati dagli arabi nella guerra del 1948, che discende tutto il resto, non ultima la decisione discriminatoria e politicamente orientata della Corte di Giustizia della UE.

(Progetto Dreyfus, 18 novembre 2019)



II vero antisemitismo è quello islamico

Dilaga nel mondo l'ostilità dei musulmani verso gli ebrei con attentati e omicidi firmati dagli integralisti. E i giudici chiudono gli occhi davanti alle intolleranze.

di Patrizia Roder Reitter

 
L'antisemitismo riempie le pagine dei giornali, a cominciare da quelli, come Repubblica, che ci hanno costruito su la bufala dei 200 insulti al giorno a Liliana Segre. E ha impegnato il Parlamento in una disputa sulla commissione «anti odio» che porta proprio il nome della senatrice, vittima delle persecuzioni nazifasciste. Ma mentre tutti parlano di questo fenomeno come se riguardasse solo i «rigurgiti» dell'estrema destra, si rischia di dimenticare che una delle principali minacce per gli ebrei in Europa sono gli islamici.
  Nel Vecchio continente e negli Usa si moltiplicano gli osservatori di intolleranza, odio, aggressioni nei confronti degli ebrei. Secondo il Kantor Center per lo studio dell'ebraismo europeo contemporaneo dell'università di Tel Aviv, nel 2018 gli attacchi sono cresciuti del 13% in tutto il mondo. Impennate in Francia (+74%), Italia (+ 66%), Australia (+59%), aumenti nel Regno Unito (+16%) e in Germania (+6%). Lo scorso anno le città di New York e Berlino registrarono rispettivamente + 22% e + 14% di episodi ostili. Il 25% degli ebrei danesi e il 28% di quelli svedesi ha assistito a un attacco antisemita negli ultimi 12 mesi.
  In molti riconoscono la forte influenza del Web nella diffusione di minacce, insulti, istigazione alla violenza. L'atteggiamento prevalente, però, è quello di ricondurre l'onda minacciosa alla destra estremista e, con più ipocrita prudenza, alla sinistra radicale ostile a Israele «sostenuto dagli americani». Quella sinistra che giudica gli ebrei responsabili della «colonizzazione razzista della Palestina». È pesantemente sottovalutato l'atteggiamento di molti musulmani, spesso immigrati, che considerano gli ebrei il nemico, l'incarnazione di una minaccia esistenziale all'islam.
  Nel 2014, la Lega anti diffamazione (Adl) aveva condotto un'indagine in oltre 100 Paesi scoprendo che l'atteggiamento anti ebrei era due volte più comune tra i musulmani che tra i cristiani. L'ultimo rapporto dell'Ue sull'antisemitismo riporta i risultati di un sondaggio condotto tra 2.700 ebrei di età compresa tra 16 e 34 anni di 12 Paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria), in cui vive oltre il 96% della popolazione ebraica. Il 31% dei giovani che ha subito molestie o aggressioni di stampo antisemita (il 45% degli intervistati), ha identificato l'autore come «qualcuno con una visione estremista musulmana».
  Dichiara il think tank Gatestone institute: «In Francia, dire la verità sull'antisemitismo islamico è pericoloso. Per un politico, è un suicidio». L'istituto di analisi ricordava quanto affermò l'ex primo ministro francese Manuel Valla: «Per almeno due decenni, tutti gli attacchi contro gli ebrei in cui l'autore è stato identificato provengono da musulmani». La sinistra però preferisce ignorare la matrice islamica, con vergognosi episodi di accettazione come il silenzio politico e intellettuale che ha avvolto la pièce Moi, la mort, je l'aime, comme vous aimez la vie dell'algerino Mohamed Kacim, che nel 2017 portò nei teatri francesi una rappresentazione delle ultime ore del terrorista Mohammed Merah, autore della strage all'asilo di Tolosa. Voleva provare a spiegare «i disagi» sociali di un assassino, pochi si indignarono. Partiamo da quella mattanza, per ricordare alcuni dei più odiosi episodi di antisemitismo islamico.
  Nel 2012, Mohammed Merah uccide due fratellini ebrei di 6 e 3 anni, il loro padre rabbino e una bambina di 7 anni davanti a una scuola ebraica di Tolosa. Il killer, cittadino francese nato da genitori algerini, aveva trascorso un periodo nei campi di addestramento per i terroristi islamici prima di andare a combattere a fianco dei talebani. Due anni dopo, nell'attentato al museo ebraico di Bruxelles compiuto dal franco algerino Mehdi Nemmouche, tornato in Europa dopo un anno di guerra in Siria, muoiono quattro persone, due delle quali erano turisti israeliani. Nel 2015 Amedy Coulibaly, figlio di immigrati musulmani originari del Mali, assalta un supermarket kosher, tiene in ostaggio 17 persone, ne uccide quattro. Tutti ebrei. Aveva giurato fedeltà all'Isis. A Parigi, nel 2017 il giovane musulmano Kobili Traore picchia selvaggiamente e getta da una finestra al terzo piano del palazzo Sarah Halimi, un'insegnante ebrea di 66 anni, urlando: «Ho ucciso il demonio. Allah akhbar». I giudici esitarono molto prima di aggiungere alle accuse l'aggravante dell'antisemitismo. E a maggio il magistrato è arrivato alla conclusione che Traore era sotto l'effetto di stupefacenti quando commise il delitto, quindi troppo mentalmente instabile per subire un processo.
  Nel 2018 un altro feroce omicidio di stampo islamico sconvolge Parigi. Mireille Knoll, 85 anni, sfuggita nel 1942 alla più grande retata di ebrei in Francia, viene pugnalata 11 volte dal vicino casa musulmano, Yacine Mihoub che aiutato da un complice poi dà fuoco alla poveretta malata di Parkinson. La comunità ebraica francese è ancora la più grande in Europa, ma si sta rapidamente riducendo. Agli inizi di questo secolo contava 500.000 membri, la cifra è ora inferiore a 400.000. Rientrano in Israele. Osserva il politologo Dominique Reynié, direttore di Fondapol, Fondation pour l'innovation politique: «Gli ebrei sono pochi, elettoralmente non contano e non esiste un loro specifico comportamento di voto. I musulmani sono più numerosi e i politici si muovono con prudenza». Quella francese è la più grande comunità islamica d'Europa, 6 milioni di individui (il 9% della popolazione). Pochi giorni fa hanno manifestato a Parigi contro l'islamofobia, eppure sono influenti, islamizzano la società francese con moschee, scuole, associazioni.
  Fuori dalla Francia il clima non è migliore. Nel 2015 la grande sinagoga di Copenaghen viene presa di mira da un terrorista islamico, che in uno scontro a fuoco uccide una guardia giurata. Dieci giorni fa, più di 80 lapidi sono state vandalizzate nel cimitero ebraico Ostre Kirkegard, nella città danese di Randers. Sui social non hanno dubbi, come scrive in un post Rebecca Holt: «Questo accade per colpa di tutti gli islamici mediorientali che l'Europa ha accolto. Odiano gli ebrei». A settembre, studenti israeliani che si trovavano a Varsavia sono stati aggrediti da alcuni uomini originari del Qatar che hanno urlato slogan come «Palestina libera». Lo scorso marzo, ad Amsterdam due ebrei, padre e figlio, sono stati pugnalati da un musulmano radicalizzato. «Abbiamo visto islamisti commettere attacchi omicidi contro le comunità ebraiche in Francia, Belgio, Austria, Copenaghen», dichiarava a luglio John Mann, subito dopo essere stato eletto consigliere sull'antisemitismo da Theresa May. Secondo Mann, fino a oggi simili episodi non si sono verificati nel Regno Unito perché il Paese «è meglio preparato attraverso il lavoro del Community security trust», associazione fondata nel 1994 per garantire la sicurezza della comunità ebraica.
  Il sondaggio 2015 della Lega anti diffamazione mise in luce che il 56% dei musulmani in Germania nutriva atteggiamenti antisemiti, rispetto al 16% della popolazione complessiva. In una strada di Berlino, nell'aprile 2018 un rifugiato siriano di 19 anni si tolse la cintura e iniziò a frustare un giovane israeliano che indossava il kippah, tradizionale copricapo circolare. Dopo quell'episodio, il presidente del consiglio centrale degli ebrei tedeschi, Josef Schuster, dovette ammettere che era pericoloso indossare in pubblico il kippah. Ostentare bandiere palestinesi invece non è proibito dalle autorità.
  Lo scorso giugno, centinaia di manifestanti hanno sfilato a Berlino per la marcia «al-Quds Day», organizzata dal 1979 per chiedere la cancellazione definitiva dello Stato ebraico. Nonostante l'iniziativa abbia l'appoggio di un gruppo terroristico come Hezbollah non è stata vietata neppure quest'anno. Lo scorso maggio Wenzel Michalski, direttore a Berlino di Human rights watch, organizzazione non governativa che si occupa della difesa dei diritti umani, ha raccontato al Magazine del New York Times che quando il suo ultimogenito Salomon rivelò a scuola di essere ebreo e di andare in sinagoga, in classe scese il gelo. Aveva fatto amicizia con un compagno arabo, condividevano la passione per la musica rap ma l'indomani il ragazzino gli disse che «ebrei e musulmani non potevano essere amici». Da quel momento iniziarono pesanti episodi di bullismo.

LIBRI DI TESTO

L'antisionismo in Palestina è materia di studio


Una recente indagine condotta dall'organizzazione Impact-e (Institute for monitoring peace and cultural tolerance in school education), che monitora le influenze estremiste nelle scuole, ha rivelato che i nuovi materiali di studio utilizzati quest'anno nei territori palestinesi contengono più propaganda antisionista e antisemita rispetto al passato. Lo scorso 12 luglio Fathi Hammed, uno dei leader di Hamas, durante una protesta sul confine tra la Striscia di Gaza e Israele, ha così arringato la folla:
«La nostra pazienza si è esaurita. Se questo assedio non viene annullato, esploderemo di fronte ai nostri nemici, con il permesso e la gloria di Dio. L'esplosione non sarà solo a Gaza, ma anche nel West Bank e all'estero. Dobbiamo attaccare tutti gli ebrei del mondo attraverso il massacro e l'omicidio».
Le sue sono poi state definite affermazioni «personali», sui social molti hanno preso le distanze. All'Onu di Ginevra, l'autorità palestinese è stata chiamata a rispondere dell'indottrinamento all'odio e all'antisemitismo ma i rappresentanti hanno difeso quello che secondo loro sono «risposte legittime» all'occupazione israeliana. P.F.R.


(La Verità, 18 novembre 2019)


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La nascita di Israele ha radicalizzato astio e risentimento

Gli studiosi concordi: tra fondamentalisti e moderati non ci sono differenze, la sinistra è muta per paura d'inimicarsi gli immigrati.

ll politologo tedesco Matthias Küntzel afferma che l'antisemitismo europeo «era estraneo all'immagine originale degli ebrei nell'islam». I musulmani li consideravano impuri, li trattavano «con disprezzo o con tolleranza condiscendente» ma, a differenza dell'antisemitismo cristiano, non venivano accusati «di malvagità diabolica», di «avvelenare i pozzi né di diffondere la peste». Su L'Informale Küntzel ha scritto che «l'antisemitismo islamico non si sviluppò spontaneamente ma fu inventato e usato come un mezzo per un fine. Questo processo iniziò circa 80 anni fa nell'ambito dei tentativi arabi di fermare l'immigrazione sionista in Palestina».
  Il primo testo che diffuse tra gli islamici l'odio verso gli ebrei sarebbe stato un opuscolo in lingua araba dal titolo L'Islam e gli ebrei, pubblicato al Cairo nell'agosto del 1937. Nel pamphlet si leggeva: «Tenete duro, lottate per il pensiero islamico, per la vostra religione e la vostra esistenza! Non riposate finché la vostra terra non sarà priva di ebrei». Una copia del libretto venne distribuita a ogni partecipante al Congresso nazionale arabo, di Bludan, in Siria, e poi diffuso e ristampato per anni in tutta Europa. Presunto autore del libretto sarebbe stato Hai Amin Al Hussaini, leader del nazionalismo arabo palestinese e gran mufti di Gerusalemme (una delle più alte autorità dell'islam sunnita).
  Da quel libretto sarebbe iniziata la divulgazione di un hadith, una sacra scrittura «dalle promesse genocide» che incitava a combattere gli ebrei fino all'annientamento. Questo il testo: «Disse il Profeta, su cui sia la pace: l'ora della resurrezione non arriverà fino a quando i musulmani non combatteranno gli ebrei e i musulmani li uccideranno, finché gli ebrei si nasconderanno dietro pietre e alberi, e le pietre e gli alberi diranno: Oh musulmano, servo di Allah, c'è un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo!».
  Lo storico Maurizio Ghiretti scrive così sull'Osservatorio antisemitismo del Cdec, centro di documentazione ebraica: «In seguito alla vittoria israeliana della guerra dei Sei giorni l'attività antisemita subisce un'impennata. Le folgoranti vittorie provocano una brusca metamorfosi nell'opinione pubblica occidentale, soprattutto in quella di sinistra, nei confronti di Israele e degli ebrei che sostengono la sua politica. Le schiaccianti vittorie su nemici tanto più numerosi e potenti smentiscono lo stereotipo dell'"ebreo" debole e spaventato». Ghiretti spiega che «la ripresa dell'antisemitismo a partire dagli ultimi anni del secolo scorso» si manifesta anche nel mondo islamico: «L'animosità antiebraica espressa sia dall'islam fondamentalista sia da quello moderato (entrambi transnazionali) assumono le caratteristiche dell'ebreofobia più radicale: Israele, i suoi cittadini, il sionismo e gli ebrei incarnano il male assoluto. La nuova ideologia antisemita islamica è metastorica; nasce nelle moschee dirette da divulgatori di odio (non necessariamente fondamentalisti), è propagandata dalle organizzazioni islamiste, da rappresentanti politici e religiosi dei paesi arabi, dai media, dai demagoghi dei nuovi piccoli gruppi della sinistra radicale, da quelli della "nuova sinistra" terzomondista e da quelli delle frange radicali dell'estrema destra: tutti fanaticamente antisionisti e antisraeliani e, in ultima analisi, antiebraici».
  Scriveva un paio di settimane fa sulla rivista britannica Spiked Alaa al-Ameri, pseudonimo di un economista libico che vive nel Regno Unito: «È la censura di fatto della sinistra dei critici dell'islamismo che ha permesso agli islamisti di integrare il loro antisemitismo». Times ha ricordato che «i funzionari europei sottostimarono per lungo tempo l'antisemitismo tra i musulmani in Europa, forse per paura di alimentare il sentimento anti immigrato». «L'antisemitismo non è relegato all'estrema destra, o all'estrema sinistra, attraversa ogni categoria sociale. In più non vengono fatti rilievi sulle nuove migrazioni», evidenziava pochi giorni fa su Repubblica lo storico Gadi Luzzatto Voghera, direttore del Cdec. Aggiungeva: «Se vado nella comunità musulmana e chiedo che cosa pensano degli ebrei, la dinamica che scatta è ancora più allarmante. Ma è non tanto l'islam come religione, quanto il mondo islamista, che usa l'ideologia per colpire la minoranza ebraica, a favorire questo odio e far aumentare il rischio».
  Il Web contribuisce pesantemente a diffondere il sentimento anti ebrei. Katharina von Schnurbein, coordinatrice della Commissione europea sulla lotta all'antisemitismo, dichiarava lo scorso luglio che Internet «è diventato anche un melting pot di estremismo. Un'alleanza empia di neonazisti, islamisti e estremisti di estrema sinistra nel credere in una cospirazione ebraica, nel controllo dei governi, dell'economia e dei media». Non possiamo non aggiungere che nei cortei del 25 Aprile per ricordare la liberazione dal nazismo, molte volte l'Anpi ha fatto entrare militanti della resistenza palestinese, diretti discendenti del nazionalismo arabo. P.F.R.

(La Verità, 18 novembre 2019)


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«La minaccia peggiore? Dal Corano»

Intervista a Ugo Volli. L'ex presidente della sinagoga di Milano: «L'intimidazione islamista è duplice perché ha motivi religiosi e anche politici»

di Gabriele Carrer

 
Ugo Volli
Nel Regno Unito 24 intellettuali guidati da John Le Carré hanno annunciato che alle elezioni generali del 12 dicembre non voteranno per Jeremy Corbyn accusandolo di non aver voluto o saputo frenare le tendenze antisemite all'interno del suo Partito laburista. In Francia l'intervista di sabato del Corriere della Sera al filosofo Alain Finkielkraut, che ha parlato di un antisemitismo di sinistra, che «oggi per ragioni elettorali ha scelto il partito dell'islam politico», ha riacceso il dibattito. E in Italia? Ne abbiamo parlato con Ugo Volli, professore ordinario di semiotica del testo all'università di Torino ed ex presidente della sinagoga riformata Lev Chadash di Milano. Dice Volli: «Esistono, nel nostro Paese e in Europa, alcuni isolati ed esagitati neofascisti e neonazisti che fanno cose inaccettabili, dal profanare i cimiteri alla minaccia di compiere stragi. Ma sono pochissimi, residuali e poco organizzati. Folcloristici quando fanno cose un po' nostalgiche come a Predappio. Ma è evidente che non esiste un pericolo per la democrazia».

- Neppure per le comunità ebraiche?
  «Le comunità ebraiche in Europa sono minacciate principalmente dagli islamisti, che rappresentano una minaccia per motivi sia religiosi sia politici, con l'antisemitismo che si sovrappone all'odio per Israele. La polizia e l'esercito davanti alle sinagoghe ci difendono essenzialmente da questa minaccia.

- Che cosa si nasconde dietro a questo allarme fascismo?
  «Una speculazione politica da parte di forze che hanno perso capacità di attrazione, non solo in Italia ma in buona parte d'Europa. Molti di loro sono sinceramente preoccupati dai neofascisti. Ma questa paura deriva dalla scarsa comprensione di che cosa sia il fascismo. È il vecchio vizio della sinistra: gli avversari politici sono sempre tutti sbagliati, criminali, ubriachi, donnaioli, mostri e di conseguenza anche fascisti. Ma il fatto che siano sinceri non rende il tutto meno preoccupante. Da qui, il tentativo di creare allarmi sperando di allargare l'elettorato. Ma ci sono due problemi. Il primo: queste grida "al lupo, al lupo" non impressionano nessuno. ll secondo: la sinistra non sa più rispondere su questioni molto concrete come il modo di vivere e l'identità nazionale, per esempio».

- È delegittimazione o anche una forma di censura?
  «Alla vecchia egemonia della sinistra in Occidente corrisponde un'egemonia che continuano ad avere sulla grande stampa. Ma questa è in grave crisi negli ultimi anni. E così nasce l'idea che la sinistra non venga capita perché il popolo segue altre idee in Rete che subito vengono bollate come fake news. Da qui il tentativo di censurare, di impedire che altre idee circolino sulla Rete».

- Hanno perso il controllo del mezzo e cercano di controllare il messaggio?
  «C'è un recente libro di Christian Rocca intitolato Chiudete Internet (Marsilio). È solo un esempio della tendenza a pensare che sia stato un grave errore far nascere questa cosa diffusissima che è Internet per via delle cose che circolano su quel mezzo. E poiché non piacciono, vengono definiti discorsi di odio, senza qualunque criterio oggettivo. Anche perché se ci fosse un criterio oggettivo i primi discorsi di odio da proibire sarebbero quelli di Vauro, che ha appena pubblicato Sette modi per uccidere Salvini oppure di questo cuoco, Rubio, che si chiama chef».

- E la Commissione Segre come si inserisce in questo contesto?
  «Questa commissione, che porta un po' impropriamente il nome della senatrice Liliana Segre, va esattamente nella direzione di creare le basi per rendere possibile la censura. La senatrice è stata usata per proporre un'agenda che mi ricorda quello che Bertolt Brecht proponeva in maniera ironica nel 1953 ai comunisti della Germania Est dopo gli scioperi operai, cioè sciogliere il popolo. Oggi c'è il tentativo di non fare votare, di impedire la libertà di espressione sulla Rete e molto altro perché c'è una profonda diffidenza e un forte disprezzo nei confronti dell'elettorato. E si tratta di un'involuzione pazzesca per i partiti che si proclamano progressisti e al fianco dei più deboli».

- Non la stupisce la totale assenza dal dibattito pubblico della minaccia islamista?
  «Nelle perversioni mentali della sinistra c'è l'idea che, perso il mondo operaio anticapitalista che oggi vota per altri, si debbano trovare alleati contro l'Occidente. E gli islamici sono gli alleati perfetti. Che poi se la prendano in particolare con gli ebrei e con Israele va anche bene, visto che corrisponde a un profilo di antisemitismo che sta riemergendo a sinistra».

(La Verità, 18 novembre 2019)


Perché la proposta di portare Israele nell'Ue non ha senso

di Mattia Roncalli

 
Ciclicamente nella discussione politica italiana viene avanzata la proposta tanto originale quanto bislacca di far entrare lo Stato di Israele nell'Unione europea.
Il primo a farsi portavoce di questa possibilità fu Marco Pannella, poi politici del calibro di Silvio Berlusconi ed Emma Bonino l'hanno rilanciata e vari giornalisti ed editorialisti ne hanno discusso.
Sicuramente la volontà era mostrare tutto il personale supporto allo Stato ebraico, ma forse la destinazione di approdo, ovvero l'Unione europea, non ha mai mostrato tutta questa sintonia con Israele.
In effetti, la domanda che un osservatore acuto si porrebbe, sarebbe: in quale Unione europea dovrebbe entrare?
In quella dell'ormai ex alto rappresentante Federica Mogherini, celebre per le sue foto con Arafat, sostenitrice dei movimenti palestinesi e dell'accordo sul nucleare iraniano, e più in generale del disgelo con Teheran?
In quella dell'attuale titolare della PESC Josep Borrell, il quale mesi fa ha ammesso candidamente che Israele dovrebbe convivere con il fatto che l'Iran voglia spazzarlo via?
In quella Unione che non definisce come terrorista il movimento Hezbollah e che ha rimosso dalla lista delle organizzazioni del terrore Hamas?
In quella della Corte di Giustizia che ha recentemente imposto di etichettare in modo differente i prodotti provenienti da Israele o da quelli degli "insediamenti"?
O proprio in quella che non riconosce Gerusalemme come capitale unica ed eterna dello Stato di Israele?
Questo elenco potrebbe essere più lungo ma è sufficientemente esaustivo per mostrare quanto sia folle e completamente irrealistica questa ipotesi.
L'Ue riconosce i confini dello stato ebraico antecedenti al 1967 e non riconosce in nessun modo come territori israeliani le Alture del Golan, Gerusalemme Est e l'intera Cisgiordania (Giudea e Samaria per gli ebrei).
Israele non accetterebbe mai di sottostare alla giurisdizione di una Corte di Giustizia che si è già espressa in più sentenze in modo avverso e mai di lasciare lo speciale rapporto con gli Stati Uniti in favore di quello con stati europei che mai l'hanno difesa attivamente. Ed infatti Israele non ha mai avanzato nessuna ufficiale richiesta di adesione all'Unione.
Tale proposta verrà di nuovo rilanciata in un prossimo futuro e quasi sicuramente le condizioni non saranno mutate.

(Atlantico, 18 novembre 2019)


Perché Hamas si tiene fuori dallo scontro tra Israele e la Jihad Islamica

li coordinamento politico e per la sicurezza di Israele con Hamas ha risposto ad interessi condivisi per molti anni. Ora Hamas spera di rimanere fuori dall'attuale scontro per estendere se possibile il suo potere politico in Cisgiordania.

di Menachem Klein*

Nella nuova serie di scontri tra Israele e la Jihad Islamica a Gaza si ha l'impressione che ci sia un accordo non scritto tra Israele e Hamas. Ciò non è fuori dal comune nei rapporti tra nemici con interessi comuni. Siria e Israele, per esempio, una volta avevano un accordo riguardante i limiti invalicabili del coinvolgimento di quest'ultimo in Libano.
   Per comprendere la delicata danza tra Israele e Hamas è necessario conoscere la storia recente. Nel 2007 Hamas cacciò Fatah, che allora governava Gaza con l'uomo forte Mohammed Dahlan. In risposta, Israele impose un blocco a Gaza, sperando che avrebbe fatto crollare il regime di Hamas attraverso pressioni esterne o provocando una rivolta interna palestinese. Quella strategia è fallita: fino ad oggi Hamas è rimasta al potere.
   Verso il 2010 Israele cambiò la politica di cacciare Hamas, optando invece per una sorta di coesistenza. Il governo decise di istituzionalizzare la separazione tra Gaza e la Cisgiordania, annettendo gradualmente parti di quest'ultima e cercando nel contempo accordi concreti con Hamas. Israele rifiuta di consentire ad Hamas di avere una posizione forte in Cisgiordania, che è una delle ragioni principali della sua collaborazione per la sicurezza con Mahmoud Abbas e l'Autorità Nazionale Palestinese.
   Quindi Israele rafforza il potere di Abbas incentivando sospetti e ostilità nei confronti di Hamas, ma si è prefissato la conservazione del potere di Hamas a Gaza. Utilizza la classica tattica del divide et impera per controllare entrambe le parti dei palestinesi, comprendendo che, se Hamas dovesse cadere, il vuoto potrebbe essere riempito da uno dei gruppi affiliati all'ISIS presenti nel Sinai. Israele ha bisogno di un rapporto stabile con Hamas per tenere l'ISIS fuori da Gaza.
   Il coordinamento con Hamas è stato sospeso nel 2014, dopo che militanti palestinesi rapirono e uccisero tre ragazzi israeliani in Cisgiordania. Israele accusò Hamas di essere responsabile, ignorando le sue smentite, e riarrestò prigionieri palestinesi che erano stati rilasciati come parte di un accordo per la liberazione di Gilad Shalit [soldato israeliano rapito da Hamas nel 2006, ndtr.]. Ciò mise in moto uno confronto militare che terminò nello stesso modo di precedenti scontri - con la conferma di precedenti accordi strategici, compreso il fatto di alleggerire il blocco, estendere la zona di pesca di Gaza e consentire che entrassero a Gaza finanziamenti del Qatar.
   A settembre, quando la Jihad Islamica ha sparato razzi contro Ashdod mentre Netanyahu vi stava facendo un comizio elettorale, i media israeliani iniziarono a concentrarsi sul bellicoso comandante del gruppo, Baha Abu al-Ata, assassinato martedì mattina. Riunioni dell'intelligence hanno sottolineato che Abu al-Ata era probabilmente un comandante ribelle che non accettava l'autorità di Hamas.
   Abu al-Ata era un obiettivo perché danneggiava gli accordi tra Israele ed Hamas. Assassinandolo Israele ha mandato il messaggio ad Hamas di essere interessato a mantenere questi accordi. Da quando i miliziani della Jihad Islamica hanno iniziato a lanciare razzi in risposta all'assassinio, Hamas ne è rimasta fuori, mentre Israele ha chiarito di agire solo contro la Jihad Islamica. Hamas, i cui principali dirigenti non hanno fatto commenti, non ha interesse a rafforzare la Jihad Islamica o ad essere trascinata in un conflitto armato con Israele. Tuttavia, se la risposta israeliana dovesse uccidere troppi civili palestinesi, Hamas probabilmente risponderà. In una situazione di crescenti tensioni, ciò potrebbe avvenire in conseguenza di errori operativi o di malintesi.
   Politicamente Hamas è concentrata sulle elezioni palestinesi che Abbas ha annunciato all'inizio dell'anno. L'organizzazione intende accettare i parametri di Abbas: elezioni parlamentari seguite da quelle presidenziali. Hamas ha anche accettato che le elezioni avvengano con modalità diverse. Invece di elezioni regionali in 16 distretti dei territori occupati - in cui il partito che vince prende tutto - le elezioni saranno in tutto il Paese. Ciò significa che anche se Hamas non vincesse la maggioranza dei voti, avrebbe la possibilità di conquistarsi una solida posizione in Cisgiordania e presentare un proprio candidato alla presidenza. Abbas, un leader molto impopolare, si è impegnato a non presentarsi per un ulteriore mandato. Hamas spera di poter andare oltre il governo a Gaza e di partecipare alle elezioni nazionali.

* Menachem Klein è docente di scienze politiche all'università israeliana di Bar llan. E' stato consigliere della delegazione israeliana con l'OLP nel 2000 e uno dei leader della Geneva lnitiative.

(Israele-Palestina: testimonianze in attesa, 18 novembre 2019)


Per Gantz possibile un esecutivo di minoranza

Rush finale per il leader centrista BennyGantz per formare il nuovo governo israeliano: mercoledì scadranno i 28 giorni che il presidente Reuven Rivlin gli ha assegnato dopo la rinuncia di Benyamin Netanyahu. E - a meno di ulteriori due settimane, previste dalla legge - l'ex capo di stato maggiore, che ha avuto più seggi di Netanyahu nel voto di settembre, dovrà dare a Rivlin la risposta definitiva ed evitare un terzo turno elettorale. Le premesse non sono delle migliori: Gantz può per ora permettersi solo un governo di minoranza con il leader nazionalista laico Avigdor Lieberman, con i laburisti di Amir Peretz, con la sinistra. E,soprattutto, con l'appoggio esterno di una buona parte della Lista Araba Unita: un quadro inedito per Isarele. L'intesa tra Blu-Bianco e "Israel Beìtenu" di Lieberman - il politico che ha impedito per ben due volte il governo a Netanyahu sembra vicina. I due partiti torneranno ad incontrarsi anche oggi.

(ANSA, 18 novembre 2019)


Il senso di colpa della Germania

Senza l'orgoglio della propria identità, il "peccato originale" continuerà a terrorizzare i tedeschi, accelerandone il collasso, scrive Andreas Lombard su First Things.

La conseguenza di questa autocondanna è la convinzione che i crimini dell'Olocausto non possono essere perdonati. Ciò porta a un'espiazione continua senza soluzione di continuità. I leader cristiani avrebbero potuto consolarci dicendo che i colpevoli erano stati puniti per i loro peccati, e che Dio non attribuiva al popolo tedesco nessuna colpa collettiva ed eterna.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, nessun argomento ha diviso così tanto l'Europa e la Germania in particolare come le migrazioni di massa", scrive Andreas Lombard, direttore della rivista tedesca Cato, sull'americana First Things. "Gli europei hanno il diritto di difendere i propri confini dalle migliaia di migranti africani e mediorientali che ogni giorno tentano di entrare nelle loro nazioni? Quante persone possono essere accolte senza stravolgere la società di uno stato? Queste domande cercano risposta. Ma in Germania, più che altrove, si cerca di rifuggire tali questioni. Il popolo tedesco si sente quasi in dovere di accoglierli tutti, e la difesa dei confini viene vista con imbarazzo. Questa reazione trova le sue motivazioni nel passato. Dopo la Seconda guerra mondiale il popolo tedesco è stato costretto a fare i conti con gli anni del nazismo e delle atrocità contro gli ebrei. I tedeschi hanno introiettato l'idea che solamente ripudiando la propria eredità avrebbero potuto ricostruire una società democratica stabile, anche se ciò avrebbe comportato la negazione, insieme ai loro fallimenti, delle loro conquiste culturali. Un'abnegazione storico-culturale questa, che nella sua espressione più radicale punta all'estinzione. Di conseguenza, l'establishment politico e culturale tedesco usa il ricordo dell'Olocausto per zittire chiunque osi criticare lo status quo.La Germania è divisa da un conflitto politico sull'immigrazione. Le regioni dell'est del paese sono meno accondiscendenti verso politiche di apertura dei confini rispetto alle regioni occidentali. Le zone orientali, infatti, fino alla caduta del Muro non sono state coinvolte nel processo di riflessione storica sul nazismo che si è sviluppato nella Repubblica federale di Germania nel secondo Dopoguerra. Così, mentre le regioni dell'ovest - oppresse dai sensi di colpa del passato - sono più propense ad accogliere i migranti, quelle dell'est preferiscono tutelarsi dalle esternalità negative che accompagnano l'immigrazione. Ma il conflitto politico sull'immigrazione non si ferma alle divisioni territoriali: entra nelle case, divide le famiglie, le aziende, i partiti politici e le istituzioni. Si può dire che tutta la società tedesca sia coinvolta in un continuo dibattito sull'immigrazione.
  Per molti sostenitori dell'immigrazione di massa, non ci sono mai abbastanza barche nel Mediterraneo. Loro finanziano operazioni di salvataggio che incoraggiano sempre più persone a imbarcarsi. Loro credono che la vita dei migranti valga più di quella dei bigotti che si oppongono al loro arrivo (di solito appartenenti alle classi inferiori della società). Un giornalista dello Spiegel è riuscito a scrivere che vorrebbe vedere inverato il 'sogno tedesco' di un melting pot tra europei, persone del medio oriente e africani per creare una nazione assieme. Qualche anno prima, nel 2013, un noto professore di Francoforte aveva scritto che, per espiare i peccati del nazionalsocialismo, sarebbe giusto che la Germania venisse colonizzata dalle minoranze etniche. E questa non è un'opinione isolata. Per molti anni, i diversi presidenti della Germania Federale hanno sempre fatto riferimento alla 'gente di Germania' piuttosto che a 'popolo tedesco'.
  Come siamo giunti a questo punto? Bisogna guardare alla storia recente. La Germania ha subìto due enormi sconfitte in meno di cinquant'anni dall'inizio del Ventesimo secolo. La Prima e la Seconda guerra mondiale non hanno risparmiato a praticamente nessuna famiglia tedesca, morte, carestia e stupri. Ma, secondo molti, tanta sofferenza sarebbe la giusta punizione per le colpe della Germania e per i crimini del nazismo. Questo pensiero, già covato per decenni nel dopoguerra, si è diffuso con successo durante le proteste giovanili degli anni 70: gli studenti universitari additavano il capitalismo come causa delle guerre che avevano stravolto il continente fino a pochi decenni prima. Le cose cambiarono negli anni 80, quando la visione marxista perse credibilità, e al suo posto il genocidio degli ebrei divenne la chiave di lettura della storia. Le critiche al capitalismo vennero sostituite dalle critiche all'antisemitismo. Il sospetto di antisemitismo e xenofobia divennero la prima arma per "combattere le ingiustizie".
  Nei dibattiti sono sempre i non ebrei a sostenere la tesi dell'eccezionalità storica dell'Olocausto. I tedeschi dichiarano la loro eccezionalità di carnefici, non di vittime. I carnefici giudicano i loro crimini come i più efferati della storia umana; un mostruoso tipo di orgoglio mascherato da senso di colpa. Il punto della questione non è la condanna o meno dei carnefici, bensì la loro arroganza. La conseguenza di questa autocondanna è la convinzione, da parte del popolo tedesco, che i crimini dell'olocausto non possono essere perdonati. Ciò porta ad un'espiazione continua dei propri peccati collettivi, senza soluzione di continuità. Il risultato è che i tedeschi non chiedono perdono. Per chiederlo, infatti, dovrebbero affidarsi a un giudice altro da loro stessi. Allo stesso tempo il terrore che un evento così terribile possa ripetersi, tiene la società in perenne allerta. La paura di un nuovo olocausto continua a ispirare campagne promosse da sedicenti difensori della virtù per combattere i 'revisionisti', o i 'fascisti'. I tedeschi in questo modo rendono attuale un concetto di giustizia arcaico. Se un crimine non può essere espiato o punito, l'unica risposta è quella di cancellarlo. Ma non potrebbe darsi che, nella promessa di non dimenticare mai, nella loro impossibilità di non essere perdonati, i tedeschi abbiano dato troppo onore alla barbarie? Stiamo davvero tornando agli inizi della nostra civiltà? Ma perché i tedeschi non lasciano morire Hitler? Perché non viene sepolto? I criminali sono più dei loro crimini: mangiano e pregano, dormono e amano. Come dice Hegel, l'identità è sempre dialettica, fatta di identità e non-identità. Non esiste l'identità negativa pura e semplice. I tedeschi non si accorgono di essere in bilico tra passato e futuro. Il loro caso non è eccezionale. Il loro problema è che si rifiutiamo di riconoscere la loro normalità di popolo".
  Un'efficace descrizione dell'antropologia tedesca viene restituita dalla corrispondenza intercorsa durante l'anno 1945 tra Hermann Broeh e Volkmar von Zülsdorff. Broch descrisse il popolo tedesco come un popolo eccezionale: "Il popolo più estremo, sia nel bene che nel male, di tutto il mondo occidentale". E proprio a causa della loro natura eccezionale, i tedeschi avrebbero guidato la vittoria del mondo sul male. "La Germania giocherà un ruolo di primo piano nella rigenerazione del mondo", scrisse Broch. Improvvisamente, la Germania diventerà la nazione che espierà i peccati degli altri stati. Zuhlsdorff respinse la tesi di Broch. Lui temeva che continuando a incolpare la Germania dei sui crimini, non si sarebbe fatto altro che creare altra ingiustizia. Avvertì: "Un'altra ondata di terrore si riverserà su di noi, si ripeteranno i crimini del nazionalsocialismo in nome dell'antifascismo".
  "In quella corrispondenza - continua Lombard - Broch e Zùhlsdorff hanno delineato le linee del conflitto politico e culturale acceso ancora oggi in Germania. Da un lato, troviamo la fiducia in un potere speciale, in grado di cambiare il mondo, derivante dall'eccezionale colpa tedesca. Si potrebbe dire che una religione dell'Olocausto viene proposta come nuovo vertice dell'umanità. Questo, temo, si trasformerà in una filosofia di distruzione adottata, non dalle vittime ebree, ma da un popolo tedesco che si lacera da solo. Dall'altro lato, Zuhlsdorff pone una certa attenzione sulle questioni del male e della sofferenza umana, l'antico peccato dell'umanità e la lotta per la riconciliazione. Il popolo tedesco non è eccezionale. La storia non si ferma, neanche davanti a eventi atroci.
  La sinistra tedesca, che vuole sostituire le nazioni con un'umanità senza confini, non considera l'Olocausto come un evento generato dal peccato dell'uomo, bensì come un evento di carattere nazionale. Per loro, l'Olocausto è la naturale conseguenza del nazionalismo, e per questo motivo considerano quell'evento come imputabile alla destra in modo esclusivo. Loro promuovono anche il concetto di identità tedesca negativa, con la speranza dell'avvento di un nuovo ordine politico e culturale più giusto. L'europeizzazione e la globalizzazione impongono di negare la storia e le origini tedesche. I cittadini devono rinnegare tutto ciò che contribuisce a creare la loro identità, come la personalità, la famiglia e persino il loro genere. La sinistra dice che queste rinunce sono necessarie per redimere le persone dal loro passato. L'eccezionalità dell'Olocausto assegna alla Germania un ruolo speciale nella storia dell'umanità. I progressisti dicono al popolo tedesco che deve nascere un nuovo movimento d'avanguardia per eliminare il passato, superare le divisioni e costruire una nuova umanità universale. L'Olocausto diventa così lo stimolo necessario al raggiungimento della pace perpetua e della giustizia sociale.
  Di fronte alla strumentalizzazione dell'Olocausto i leader cristiani avrebbero dovuto ricordarci l'antica peccaminosità dell'uomo. Avrebbero potuto consolarci dicendo che i colpevoli erano stati puniti per i loro peccati, e che Dio non attribuiva al popolo tedesco nessuna colpa collettiva ed eterna. E' il singolo a essere condannato per i propri peccati, mai la collettività. Ciò avrebbe placato il sentimento di colpa tedesco, e in secondo luogo, cristiano, per l'Olocausto. Forse è giunto il momento di riaffermare la saggezza della tradizione biblica. Nella sua gentilezza amorevole, Dio offre a tutti la possibilità di essere perdonati. La consapevolezza dei limiti dell'umana prospettiva storica e politica è un dono di Dio e rimane viva nella tradizione biblica europea. I tedeschi devono riprendere confidenza con quella tradizione millenaria che ha forgiato la loro identità prima dei drammatici eventi del Ventesimo secolo. L'alternativa è continuare a nascondersi dietro ai sensi di colpa, mentre la società tedesca, messa a dura prove dalle sfide del nuovo millennio, si avvia al collasso".

(Il Foglio, 18 novembre 2019 - trad. Samuele Maccolini)



La potenza di Israele unica possibilità per fermare il terrorismo palestinese

di Ugo Volli

Oltre a togliere dal gioco un capo terrorista pericolosissimo e spedire un messaggio preciso ai suoi colleghi sparsi fra Libano, Siria, Gaza, Yemen fino all'Iran, l'azione realizzata dalle forze armate israeliane martedì scorso eliminando Baha Abu Al Atta, comandante militare della Jihad Islamica, ha ottenuto un risultato politico importante, dividendo per la prima volta con grande chiarezza le forze terroriste di Gaza. La Jihad islamica, direttamente dipendente dall'Iran, è la seconda per numero e per potenza fra esse. La prima, come tutti sanno, è Hamas, che dipende invece almeno sul piano economico dal Qatar, che a sua volta è stretto alleato della Turchia. Fra Hamas e Jihad Islamica, sotto l'obbligatoria facciata della solidarietà palestinista, non corre buon sangue, come del resto accade fra Hamas e Fatah. Quel che era sempre successo finora è che contro Israele tutte le fazioni terroriste si unissero. Invece Hamas, timorosa di una reazione israeliana che potesse eliminare i suoi capi e distruggere il suo dominio sulla Striscia, questa volta non solo non ha partecipato al bombardamento contro città e villaggi civili in Israele lanciato da Jihad, ma abbia anche diffuso l'ordine di sospendere per questa settimana le manifestazioni del venerdì che da un anno tentano di sfondare il confine con Israele. Non si tratta naturalmente di un'improvvisa conversione al pacifismo da parte di Hamas, ma di un calcolo realistico sui danni possibili. In una parola, per chi ne dubitava, della deterrenza israeliana, la sola condizione per il mantenimento della calma anche in quel pericoloso focolaio terrorista.

(Shalom, 17 novembre 2019)


Netanyahu contro Gantz, che "pensa a un governo con gli arabi"

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha attaccato con forza l'ipotesi che il primo ministro incaricato Benny Gantz possa formare un governo di minoranza che, secondo lui, sia appoggiato dai partiti arabi nella Knesset.
"Stiamo fronteggiando - ha avvisato - una emergenza senza precedenti nella storia di Israele. C'è un'intesa tra i leader di Blu-Bianco per formare un governo di minoranza con la Lista Unita".
Per Netanyahu se "andare a nuove elezioni è un disastro, ancora peggio sarebbe un governo che dipende dai parti arabi". Gantz - a meno che il presidente Reuven Rivlin come prevede la legge non estenda il periodo di altre due settimane - ha ancora quattro giorni di tempo (fino a mercoledì prossimo) per mettere insieme un'alleanza di governo che abbia i numeri in Parlamento.
Tra le ipotesi - ma ancora non c'è certezza - quella appunto di un governo di minoranza di centro sinistra, appoggiato dall'esterno da partiti della Lista e forse anche dal nazionalista laico Avigdor Lieberman.

(tvsvizera, 17 novembre 2019)


Sami e Piero, cittadini di Deruta. "Affermata la volontà civile di Memoria"

Piero Terradina e Sami Modiano
L'esperienza drammatica del lager li ha segnati nel profondo. Insieme alle porte dell'inferno. Insieme nella testimonianza. Piero Terracina e Sami Modiano diventeranno nelle prossime ore cittadini onorari del Comune di Deruta, in provincia di Perugia. Un nuovo riconoscimento istituzionale nel solco di Memoria e impegno civile tracciato in questi anni da entrambi, anche nel segno di una grande amicizia, maturata dai giorni del lager, che è stata la loro risposta all'odio nazifascista.
A festeggiare il riconoscimento è anche la senatrice a vita Liliana Segre, che in un messaggio inviato agli organizzatori scrive: "Oggi i miei fraterni compagni di viaggio Piero e Sami ricevono una pergamena che sancisce e rinsalda, con un pubblico abbraccio, la volontà civile della Memoria. Da oltre trent'anni raccontiamo ai giovani studenti la 'nostra memoria' perché bisogna rompere il silenzio. Lo ha fatto per noi 'salvati' Primo Levi e, da quella vertigine, sono gemmate le testimonianze". Un Paese che ignora il proprio ieri, prosegue la senatrice a vita, non può avere un domani. "Ecco perché ora passiamo il testimone alle giovani sentinelle, spetta a voi, il lavoro, implacabile, sulla Memoria, che è la ricucitura (imperfetta) di un percorso di guarigione civile, percorso che serve a mantenere in buona salute la democrazia".

(moked, 17 novembre 2019)


Due cose di Israele spiegate all'assessore

di Antonio Polito

Eleonora De Majo è una donna giovane e immaginiamo capace, visto che il sindaco l'ha nominata assessore alla Cultura e pare addirittura che la consideri una potenziale candidata a prendere il suo posto (agli elettori piacendo, naturalmente). Proprio per questo, e per la bella carriera politica che sicuramente la aspetta, ci permettiamo di consigliarle di ammettere l'errore che ha commesso quattro anni fa, quando era più giovane e più scapestrata, invece di perseverare e di aggravarlo. Che cosa le costerebbe dire: scusate, in effetti ho sbagliato a dire che il sionismo è come il nazismo?
   O che gli israeliani sono porci accecati dall'odio, negazionisti e traditori finanche della loro stessa tragedia? Soprattutto se oggi deve rappresentare una città, e che città, quella macchia se la deve togliere. II che non le impedirebbe naturalmente di continuare a criticare, come vuol fare e come molte volte è anche giusto fare, le scelte politiche del governo di destra oggi al potere in Israele.
   Invece la De Majo, con il soccorso sconsiderato di de Magistris, ha tentato di difendere quelle frasi sciocche e gratuite. Con l'argomento di sempre: distinguere tra antisionismo e antisemitismo. Vorremmo dirle dove è l'errore, sperando che le sia utile per non commetterlo più.
   II sionismo fu un movimento ottocentesco per l'autodeterminazione e l'indipendenza di un popolo che, esattamente come quello che animò i greci o gli italiani, si proponeva di dare una patria agli ebrei. Ma mentre i greci e gli italiani non avevano dubbi su quale fosse geograficamente parlando la loro patria, perché ci abitavano già, gli ebrei che erano stati sparpagliati dalla diaspora in tutta Europa dovettero scegliersi un luogo, e dopo animato dibattito scelsero il luogo da dove provenivano: la Palestina. Questa loro aspirazione ottenne, dopo la seconda guerra mondiale e l'Olocausto, il sostegno della comunità internazionale. Fu l'Onu a disegnare lo stato di Israele, e fu l'Unione Sovietica il primo paese a riconoscere il nuovo stato. Poi seguirono guerre e sofferenze indicibili, per gli ebrei in Palestina e per gli arabi in Palestina, che dagli anni '60 in poi cominciarono ad essere chiamati palestinesi. Ma questa è la politica dei giorni nostri e su questo ognuno è legittimato ad avere le sue idee.
   Ciò che conta ricordare è piuttosto che il sionismo è il movimento che ha dato una patria agli ebrei nello stato di Israele. Dire che è come il nazismo, o anche solo condannare moralmente il sionismo, equivale a essere contrari all'esistenza dello stato di Israele. E infatti i suoi nemici, come Hamas, non lo chiamano nemmeno Stato, ma appunto «entità sionista», implicando così che non appena possibile bisognerà distruggerlo, e ributtare gli ebrei in mare, da dove sono venuti.
   Può un assessore del comune di Napoli, di qualsiasi idea politica sia, affermare una cosa del genere, mentre tutta la comunità internazionale, innumerevoli risoluzioni dell'Onu, e ormai anche molti stati arabi, riconoscono il diritto a esistere di Israele?
   Ma c'è un'altra ragione per cui antisionismo e antisemitismo possono pericolosamente confondersi. La ragione per cui gli ebrei europei avvertirono infatti il bisogno di uno «stato ebraico» stava nel fatto che non si sentivano al sicuro, accettati e integrati nelle nazioni europee dove vivevano. La storia dei pogrom in Russia, l'affare Dreyfus in Francia, la «soluzione finale» del nazismo, rendevano indispensabile, vitale oseremmo dire, la nascita di uno stato ebraico in cui l'antisemitismo fosse per definizione assente.
   Ecco perché lo stato è ebraico, e non multinazionale, anche se moltissimi arabi sono cittadini di Israele con pieni e pari diritti (cosa spesso dimenticata o ignorata; anche dall'assessore De Majo quando dice che in Israele c'è un regime di apartheid, quanto meno confondendo i Territori occupati con lo stato di Israele).
   Dunque, soprattutto se si deve occupare di cultura, cara assessora, se non si fida di me ricorra almeno a un breve corso di storia delle vicende mediorientali. Sapere aiuta ad evitare errori grossolani. Corregga ciò che di sbagliato e di offensivo e di pericoloso ha evidentemente detto, e mantenga pure le sue convinzioni politiche sul governo di Israele. Ma sapendo che non può e non deve confonderle con quelle del popolo ebraico. Così fanno le persone serie, e siamo convinti che lei lo sia.

(Corriere del Mezzogiorno, 17 novembre 2019)


Aldair, un campione a Gerusalemme

 
Un testimonial d'eccezione: l'ex difensore Aldair Nascimento Santos, più semplicemente noto come Aldair, che con la maglia capitolina fu campione d'Italia nel 2001 al fianco tra gli altri di Totti, Montella e Batistuta. Il calciatore brasiliano è stato l'ospite d'onore del primo dei quattro camp che la Roma ha organizzato nelle scorse settimane in Israele con la collaborazione del Roma Club Gerusalemme. Oltre una quarantina i giovani dalle diverse provenienze e appartenenze religiose che hanno partecipato all'iniziativa, nel segno del taglio multiculturale che da sempre ispira l'azione del club. Il programma è stato caratterizzato da una settimana di allenamenti mattutini e pomeridiani con gli allenatori delle giovanili Simone Sabbatini e Claudio Ranzani, protagonisti anche di un corso di aggiornamento in due giornate per allenatori provenienti da tutto il Paese.
   Due progetti in parallelo presso i campi del Kraft Stadium, svoltisi sotto la supervisione del manager della società Andrea Caloro, responsabile dei camp della Roma nel mondo. Insieme agli staff della Roma e del Roma Club Gerusalemme e all'ambasciatore d'Italia in Israele Gianluigi Benedetti, Aldair ha anche visitato una cinquantina di bambini ricoverati all'ospedale Alyn, donando loro una parola di speranza e anche un piccolo pensiero. Ancora una iniziativa di successo targata Roma Club Gerusalemme. Istituito nel 2008, il club gestisce una scuola calcio per bambini che vi sono attratti senza distinzioni di religione e nazionalità. Un vero e proprio laboratorio di inclusione e dialogo attraverso lo sport, e in particolare il calcio.
"Sport senza frontiere è il nostro motto, passione senza limiti di distanza il nostro principio" sottolinea Samuele Giannetti, grande animatore dell'associazione. Tifosi della Roma, sì. Ma con un occhio aperto a tutti i colori e a tutti i progetti. Purché a fin di bene.

(Pagine Ebraiche, novembre 2019)


Carlo Pitti, l'artefice del ghetto di Firenze

di Luca Scarlini

Il 13 luglio 1571 gli ebrei fiorentini erano posti di fronte a un bivio: o accettare di stare all'interno della struttura del ghetto, che ancora non era stato compiuto, ma la cui struttura era sempre più definita, oppure andarsene. Dietro la regia di questa decisione granducale, che avrebbe segnato la città nei secoli seguenti, c'era Carlo Pitti, appartenente a una illustre famiglia, di cui ora Ippolita Morgese firma un bel ritratto a partire da documenti inediti nel preciso volume Nessuno sa di lui, edito da Le Lettere.
   Nel Granducato molte furono le conversioni, per evitare la nuova vita nei limiti dello spazio ristretto; Pitti stesso informava il Granduca Francesco che c'erano nuovi cristiani in tutto il territorio del regno. Il nuovo luogo di residenza era segnato da due porte, su via della Nave (oggi Tosinghi) e su via del Mercato: l'accesso e l'uscita erano guardati a vista, i palazzi erano attaccati gli uni agli altri, con una densità abitativa notevolissima.
   Sempre nel 1571 comparve sulla porta principale che si apriva sul Mercato Vecchio un grande scudo della dinastia: «Un arme di palle di loro Altezze a tutte sue spese messa sopra la porta del ghetto di verso e suchilinai e tutto d'accordo con messer Carlo Pitti». Quest'ultimo nel frattempo aveva studiato a fondo i regolamenti delle altre città con una simile struttura: Ferrara, Mantova, Roma e Venezia. Da qui la scelta di una normativa severa comunicata ai rappresentanti della comunità in quello stesso anno.

(Corriere fiorentino, 17 novembre 2019)


La rivolta della benzina infiamma tutto l'iran. La polizia apre il fuoco

Sono 11 le vittime di una giornata di blocchi nel Paese. Dopo l'annuncio del razionamento.

Chiara Clausi

L'Iran è in fiamme. Migliaia di manifestanti sono scesi per le strade dopo che il governo ha annunciato senza preavviso il razionamento della benzina oltre all'aumento del 50 per cento del prezzo. Un colpo tremendo a una popolazione già provata da due anni di crisi economica. Video pubblicati online mostrano automobilisti nella capitale, Teheran, che bloccano il traffico sull'autostrada Imam Ali. In un altro filmato si vede un blocco stradale sull'autostrada Teheran-Karaj, sotto la prima neve di stagione. In altri filmati la polizia spara gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti, mentre a Shiraz sarebbero state usate anche pallottole vere. Le proteste sono scoppiate in tutto il Paese. Teheran, ma anche Kermanshah, Isfahan, Tabriz, Karadj, Shiraz, Yazd, Boushehr e Sari.
   Una persona è stata uccisa durante le proteste a Sirjan (11 in totale), altre sono state ferite quando uomini mascherati e armati di pistole e coltelli si sono infiltrati nelle proteste e si sono scontrati con le forze di sicurezza. I tafferugli con la polizia sono iniziati dopo che i manifestanti hanno attaccato un deposito di carburante e hanno cercato di dargli fuoco. Un manifestante è morto anche nella città di Behbahan.
   Le misure d'austerity sono molto rigide. Ogni automobilista può acquistare 60 litri di benzina al mese a 15.000 rial, pari a 0,13 dollari al litro. Ogni litro aggiuntivo costa quindi. 30.000 rial. Prima, ai conducenti erano concessi fino a 250 litri a 10.000 rial per litro. L'Iran è uno dei più grandi produttori di petrolio al mondo, 4 milioni di barili al giorno, ma ha difficoltà di raffinazione e finanziarie dovute alle sanzioni Usa. Il governo ha precisato che le entrate dovute all'eliminazione dei sussidi alla benzina saranno utilizzate per pagamenti in contanti a famiglie a basso reddito. «Le maggiori entrate saranno indirizzate a 18 milioni di famiglie bisognose, circa 60 milioni di persone», ha assicurato il ministro del Petrolio Bijan Zanganeh.
   Ma sono rassicurazioni che non placano la rabbia popolare. Ieri il presidente Hassan Rouhani ha dichiarato che il 75% degli iraniani era attualmente «sotto pressione» e che le entrate extra derivanti dall'aumento dei prezzi della benzina sarebbero andate a loro. I proventi degli aumenti dei prezzi della benzina in Iran sono stati stimati tra i 300 e i 310 mila miliardi di rial, pari a 2,55 miliardi di dollari all'anno.
   Ma la crisi economica iraniana parte da più lontano. Da quando gli Stati Uniti hanno deciso di ritirarsi dall'accordo sul nucleare del 2015 e di imporre nuove sanzioni al Paese. Molti iraniani sono scontenti a causa della forte svalutazione del rial e dell'aumento del prezzo del pane, del riso e di altri alimenti di base. La misura sulla benzina fa parte degli sforzi per compensare il forte calo delle entrate. Rohani ha anche riconosciuto questa settimana che l'Iran nell'ultimo periodo ha dovuto affrontare una forte diminuzione del flusso di petrodollari nel Paese.
   Per questo il presidente in queste ultime settimane ha parlato della necessità di dialogare con i nemici, cioè gli Stati Uniti. Non è semplice. Il presidente deve confrontarsi all'interno con i falchi della linea dura. La loro posizione è molto chiara: non vogliono scendere a compromessi sulle politiche regionali dell'Iran. Questi disordini però rappresentano un rischio politico anche per Rohani in vista delle elezioni parlamentari di febbraio. I risparmi degli iraniani sono evaporati, la disoccupazione è galoppante e l'inflazione è già al di sopra del 40%. II Fmi ha previsto che l'economia iraniana si contrarrà del 9% quest'anno. L'aumento del prezzo della benzina è stata soltanto l'ultima goccia.

(il Giornale, 17 novembre 2019)


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Iran allo stremo, ma gli Ayatollah non rinunciano alla guerra

Aiutare gli Ayatollah non significa aiutare l'Iran, prima i burocrati di Bruxelles lo capiscono e meglio sarà per gli iraniani e per il mondo intero.

di Sadira Efseryan

In Iran la situazione economica è davvero drammatica. In poche ore il regime ha aumentato del 50% il costo della benzina e l'ha razionata. I pochi risparmi di milioni di iraniani sono andati in fumo a causa della svalutazione della moneta, manifestazioni vengono segnalate in tutto il Paese (represse nel sangue), ma il regime non rinuncia alle sue ambizioni espansioniste.

 Le manifestazioni
  Manifestazioni contro il regime sono scoppiate in tutto il paese dopo che il regime ha deciso di aumentare del 50% il costo della benzina e di razionarla. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Sebbene le manifestazioni siano fondamentalmente pacifiche, in molti casi le forze iraniane le hanno represse violentemente. Internet è stato prontamente oscurato per evitare che video e immagini delle proteste e della repressione potessero diffondersi.
Ieri sera in un messaggio alla nazione la guida suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, ha difeso la decisione del governo e ha etichettato le decine di migliaia di manifestanti come «burattini manovrati dall'estero». Nemmeno gli è passato in testa di ascoltare le ragioni dei manifestanti. Fonti non confermate parlano di almeno una ventina di morti e di decine di feriti tra i manifestanti.

 Gli iraniani non capiscono il regime
  L'Iran potrebbe essere uno dei paesi più ricchi del mondo. Hanno risorse praticamente illimitate, a differenza degli arabi sono tecnologicamente avanzati eppure in Iran si muore di fame o, nella migliore delle ipotesi, si vive in povertà.
Il popolo iraniano non capisce il regime. Non capisce perché debba investire miliardi di dollari in programmi militari, nucleari, balistici ed espansionistici quando la situazione economica del paese è così drammatica.
Nelle manifestazioni in corso i manifestanti non imprecano contro Israele o contro "il grande Satana", non se la prendono con "le forze esterne", contestano Khamenei e Rohuani, contestano la politica degli Ayatollah.
Solo poche ore fa la guida suprema iraniana ha ribadito pubblicamente che l'obiettivo principale per l'Iran è quello di distruggere Israele.
La loro gente muore di fame, sono nel mezzo di una crisi economica senza precedenti, eppure in testa hanno solo la distruzione di Israele.
Qualche giorno fa hanno ripreso l'arricchimento dell'uranio sopra la soglia consentita e hanno iniziato la costruzione di un secondo reattore nucleare a Bushehr. Nessun pensiero alla popolazione allo stremo.
La cosa "buffa" è che mentre gli Ayatollah pensano solo alla guerra lasciando nella miseria un intero popolo, l'Europa non si decide a tagliare i ponti con Teheran proprio per la miseria che la politica guerrafondaia degli Ayatollah ha creato. Si teme che inasprendo il clima a rimetterci sia la povera gente.
Beh, in Europa dovrebbero guardare meglio, dovrebbero vedere la povera gente iraniana contestare il regime degli Ayatollah, dovrebbero vedere il loro sangue che macchia le strade di Teheran e delle maggiori città iraniane.
Peggio di così non può andare e l'unica soluzione è quella di mandare a casa il regime invece di volerlo aiutare come fanno a Bruxelles.
Aiutare gli Ayatollah non significa aiutare l'Iran, prima i burocrati di Bruxelles lo capiscono e meglio sarà per gli iraniani e per il mondo intero.

(Rights Reporters, 17 novembre 2019)



Naaman, il Siro

Dalla Bibbia, secondo libro dei Re, capitolo 5.

Naaman, capo dell'esercito del re di Siria, era un uomo tenuto in grande stima e onore presso il suo signore, perché per mezzo di lui il Signore aveva reso vittoriosa la Siria; ma quest'uomo, forte e coraggioso, era lebbroso. Alcune bande di Siri, in una delle loro incursioni, avevano portato prigioniera dal paese d'Israele una ragazza che era passata al servizio della moglie di Naaman. La ragazza disse alla sua padrona: «Oh, se il mio signore potesse presentarsi al profeta che sta a Samaria! Egli lo libererebbe dalla sua lebbra!» Naaman andò dal suo signore e gli riferì la cosa, dicendo: «Quella ragazza del paese d'Israele ha detto così e così». Il re di Siria gli disse: «Ebbene, va'; io manderò una lettera al re d'Israele». Egli dunque partì, prese con sé dieci talenti d'argento, seimila sicli d'oro e dieci cambi di vestiario; e portò al re d'Israele la lettera, che diceva: «Quando questa lettera ti sarà giunta, saprai che ti mando Naaman, mio servitore, perché tu lo guarisca dalla sua lebbra». Appena il re d'Israele lesse la lettera, si stracciò le vesti e disse: «Io sono forse Dio, con il potere di far morire e vivere, ché costui mi chieda di guarire un uomo dalla lebbra? È cosa certa ed evidente che egli cerca pretesti contro di me».
   Quando Eliseo, l'uomo di Dio, udì che il re si era stracciato le vesti, gli mandò a dire: «Perché ti sei stracciato le vesti? Quell'uomo venga pure da me, e vedrà che c'è un profeta in Israele». Naaman dunque venne con i suoi cavalli e i suoi carri, e si fermò alla porta della casa di Eliseo. Ed Eliseo gli inviò un messaggero a dirgli: «Va', làvati sette volte nel Giordano; la tua carne tornerà sana e tu sarai puro». Ma Naaman si adirò e se ne andò, dicendo: «Ecco, io pensavo: egli uscirà senza dubbio incontro a me, si fermerà là, invocherà il nome del Signore, del suo Dio, agiterà la mano sulla parte malata, e guarirà il lebbroso. I fiumi di Damasco, l'Abana e il Parpar, non sono forse migliori di tutte le acque d'Israele? Non potrei lavarmi in quelli ed essere guarito?» E, voltatosi, se ne andava infuriato. Ma i suoi servitori si avvicinarono a lui e gli dissero: «Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una cosa difficile, tu non l'avresti fatta? Quanto più ora che egli ti ha detto: "Làvati, e sarai guarito"». Allora egli scese e si tuffò sette volte nel Giordano, secondo la parola dell'uomo di Dio; e la sua carne tornò come la carne di un bambino: egli era guarito.
   Poi tornò con tutto il suo sèguito dall'uomo di Dio, andò a presentarsi davanti a lui e disse: «Ecco, io riconosco adesso che non c'è nessun Dio in tutta la terra, fuorché in Israele. E ora, ti prego, accetta un regalo dal tuo servo». Ma Eliseo rispose: «Com'è vero che vive il Signore di cui sono servo, io non accetterò nulla». Naaman insisteva perché accettasse, ma egli rifiutò. Allora Naaman disse: «Poiché non vuoi, permetti almeno che io, tuo servo, mi faccia dare tanta terra quanta ne porteranno due muli; poiché il tuo servo non offrirà più olocausti e sacrifici ad altri dèi, ma solo al Signore. Tuttavia il Signore voglia perdonare una cosa al tuo servo: quando il re mio signore entra nella casa di Rimmon per adorare, e si appoggia al mio braccio, anch'io mi prostro nel tempio di Rimmon. Voglia il Signore perdonare a me, tuo servo, quando io mi prostrerò così nel tempio di Rimmon!» Eliseo gli disse: «Va' in pace!»

--> Lettura fantastica
Il generale Naaman  





 


Tensione Gaza-Israele: missili su Beersheba. Il bluff di Hamas

Due missili su Beersheba nella prima mattinata di oggi scatenano la reazione dell'IDF che questa volta però colpisce obiettivi di Hamas e non della Jihad Islamica

di Sarah G. Frankl

Avete presente la tecnica "del poliziotto buono e del poliziotto cattivo"? È un po' quello che ha cercato di fare Hamas durante l'escalation tra Israele e la Jihad Islamica palestinese.
A differenza delle altre volte quando a seguito del lancio di missili da Gaza verso Israele l'esercito israeliano ha sempre colpito Hamas, ritenendolo giustamente responsabile di quello che succede nella Striscia di Gaza, in occasione della recente escalation l'IDF ha colpito solo obiettivi della Jihad Islamica evitando accuratamente di colpire Hamas. Fino ad ora.
Questa mattina, a seguito del lancio di due missili su Beersheba, ambedue abbattuti da Iron Dome, in quella che è l'ennesima rottura del cessate il fuoco da parte palestinese, l'IDF ha colpito per la prima volta dall'inizio di questa escalation obiettivi di Hamas.
I caccia e i droni israeliani hanno colpito un campo militare, un complesso delle forze navali di Hamas e alcune infrastrutture sotterranee.
Il fatto è particolarmente significativo perché nei giorni scorsi l'aviazione israeliana aveva colpito solo obiettivi della Jihad Islamica specificando che la regola che Hamas fosse responsabile di tutto quello che accadeva nella Striscia non veniva applicata.
Perché allora questa mattina ad essere colpiti sono stati obiettivi di Hamas? Perché, come si sospettava, si è scoperto che Hamas faceva il doppio gioco. Mentre da un lato trattava il cessate il fuoco con l'Egitto e le Nazioni Unite, dall'altro partecipava con suoi uomini al lancio di missili contro Israele.
È stato lo stesso Hamas a tradirsi quando ha annunciato la morte di Ahmed Abdel al-A'al, membro delle Brigate Izz Ad-Din Al-Qassam, l'ala militare di Hamas.
Il terrorista è morto insieme a due suoi fratelli quando un drone ha colpito una postazione della Jihad Islamica che si stava apprestando a lanciare missili contro Israele. La prova che Hamas partecipava allo scontro e non rimaneva quindi neutrale.
«L'organizzazione terroristica di Hamas è responsabile di tutto nella Striscia di Gaza e sopporterà le conseguenze degli atti terroristici compiuti contro i cittadini israeliani», ha detto un portavoce dell'IDF dopo i raid di questa mattina seguiti al lancio di missili su Beersheba.
L'intelligence israeliana sospettava che la Jihad Islamica non potesse condurre un attacco di simili proporzioni senza almeno il tacito consenso di Hamas, ma i vertici politici avevano deciso di lasciare fuori dai combattimenti i terroristi che governano Gaza sperando di non esacerbare ancora di più l'escalation.
Ma l'attacco su Beersheba di questa mattina ha rotto definitivamente quello schema. Da ora si torna all'antico. Il bluff di Hamas non funziona più.

(Rights Reporters, 16 novembre 2019)


Alain Finkielkraut: «L'antisemitismo non è affatto morto (ce ne sono due)»

«Quello di sinistra è cinico calcolo elettorale»

di Stefano Monteflori

Alain Finkielkraut
PARIGI «Se il leader laburista Jeremy Corbyn vincesse le elezioni nel Regno Unito, sarebbe la prima volta dopo Hitler che in Europa arriva al governo un uomo politico antiebrei».

- Corbyn nega di essere antisemita.
  «Ma si è spinto molto lontano nel sostegno alle tesi degli islamisti. E il suo partito è infestato dall'antisemitismo. Mi fa ripensare alla frase di Jacques Julliard, secondo il quale oggi ormai si riconosce un uomo di destra dal fatto che difende gli ebrei, e uno di sinistra perché sta con gli islamisti. E' un capovolgimento inaudito, ma siamo a questo: c'è una sinistra oggi che per ragioni elettorali ha scelto il partito dell'islam politico».

- Secondo Alain Finkielkraut due antisemitismi percorrono oggi l'Europa: quello che affonda le radici nella tradizione dell'estrema destra europea, presente per esempio in Italia o in Polonia, e quello di sinistra, in Francia o in Gran Bretagna.
  «In questa seconda versione l'antisemitismo non è più un volto del razzismo, ma una patologia dell'antirazzismo: per difendere i musulmani, considerati i nuovi dannati della Terra, si attaccano gli ebrei»

- Nel caso invece delle minacce alla senatrice Liliana Segre, il clima politico nazionalista del «prima gli italiani» può averle favorite? In Italia c'è chi torna a distinguere tra veri italiani e persone che «non Io saranno mai»: per esempio il calciatore Balotelli perché nero, o la senatrice Segre perché ebrea.
  «Questo è l'altro tipo di antisemitismo. E' atroce attaccare una donna irreprensibile, sopravvissuta all'Olocausto. Questo significa che la nostra vigilanza deve esercitarsi su due fronti: contro l'avanzata di un antisemitismo legato all'immigrazione islamica, e contro un antisemitismo europeo che mostra in Italia di non essere morto. Sarebbe però sbagliato usare questi episodi terribili per proibire ogni critica dell'immigrazione».

- Si riferisce alla commissione Segre?
  «Sì, penso che l'idea di istituire quella commissione possa avere provocato un'inquietudine legittima. Con il pretesto di lottare contro il razzismo, in Europa c'è la tendenza a stigmatizzare se non addirittura criminalizzare ogni cautela sull'immigrazione. Il Patto di Marrakech, firmato un anno fa da decine di Paesi (ma non dall'Italia, ndr), comincia con un inno all'immigrazione, stabilendo una sorta di canone al quale i media devono conformarsi. Posso capire che in Italia qualcuno non veda di buon occhio una commissione fatta con lo stesso spirito del Patto di Marrakech. Questo ovviamente non legittima gli ignobili insulti a Liliana Segre».

- Nel febbraio scorso lei è stato aggredito per strada a Parigi durante una manifestazione dei gilet gialli.
  «Sono stato vittima del primo tipo di antisemitismo, quello di estrema sinistra, importato dal Maghreb. Mi hanno urlato "sporco sionista, torna a Tel Aviv", e altri insulti. In quel caso l'antisionismo è la foglia di fico dell'antisemitismo».

- Domenica a Parigi c'è stato un corteo contro l'islamofobia.
  «Durante il quale si sono viste le stelle gialle, già usate dai nazisti sugli ebrei destinati allo sterminio, appuntate sulle giacche dei musulmani. Al corteo ha partecipato la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, con uno spaventoso cocktail tra idealismo compassionevole e cinico realismo elettorale: gli ebrei in Francia sono 700 mila, i musulmani 6 milioni».

(Corriere della Sera, 16 novembre 2019)


Le Carré attacca Corbyn: «È anti ebrei»

Lo scrittore guida l'appello degli intellettuali a non votare Labour. Intanto precipita il gradimento del leader.

di Luigi Ippolito

 
                                 John Le Carré                                                                                            Jeremy Corbyn
LONDRA - Forse è più abituato a districarsi nel mondo delle spie, dei tradimenti e delle ombre: ma quando sente odore di antisemitismo, John Le Carré è in grado di riconoscerlo a prima vista. Ed è per questo che il più celebre autore contemporaneo di spy story si è messo alla testa di un gruppo di intellettuali e personaggi pubblici britannici per scrivere una lettera aperta in cui denuncia l'ostilità antiebraica che alligna nel partito laburista: e per chiedere quindi di non appoggiare Jeremy Corbyn alle prossime elezioni.
   Il voto di dicembre, si legge nell'appello, «contiene per ogni ebreo britannico una particolare angoscia: la prospettiva di un primo ministro radicato nell'associazione con l'antisemitismo». Infatti, ricorda la lettera, con Corbyn il partito laburista è finito sotto inchiesta, da parte della Commissione per i diritti umani, per «razzismo istituzionalizzato» contro gli ebrei e diversi deputati del partito di origine ebraica si sono visti costretti a stracciare la tessera perché si sentivano ostracizzati.
   Le Carré e i suoi compagni insistono che «il pregiudizio antiebraico non può essere il prezzo dà pagare per un governo laburista» e che queste considerazioni non debbono passare in secondo piano rispetto alla Brexit. «Noi ci rifiutiamo di votare per il Labour il 12 dicembre», concludono gli autori, fra i quali si contano diversi storici, l'attrice Joanna Lumley, il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, ma anche vari esponenti musulmani, come il fondatore di «Teli Marna», il gruppo che si batte contro l'islamofobia, e il presidente di «Musulmani contro l'antisemitismo».
   La risposta dei laburisti è stata particolarmente stizzita: «E straordinario - ha detto un portavoce - che molti di quei firmatari siano stati a loro volta accusati di antisemitismo, islamofobia e misoginia. Noi prendiamo le accuse di antisemitismo molto seriamente e siamo impegnati a sradicarlo dal partito e dalla società». Ma la polemica sull'atteggiamento antiebraico del Labour, che va avanti da oltre un anno, non è destinata a sgonfiarsi: e va a sommarsi a una serie di altre difficoltà per il partito di Corbyn, la cui popolarità personale è scesa sottoterra, a livelli senza precedenti per un leader dell'opposizione. Per di più il giorno stesso del lancio della campagna elettorale il vice leader Tom Watson - un moderato - si è dimesso clamorosamente, mentre nei giorni successivi una serie di figure di spicco vicine al partito hanno esortato a non votare più per i laburisti, ormai in mano ai marxisti radicali corbyniani.

(Corriere della Sera, 16 novembre 2019)


Israele da film con Unorthodox e GoldaMeir

di Franco Montini

Il cinema israeliano è sempre stato specchio della complessità, del multiculturalismo, delle contraddizioni, dei conflitti che caratterizzano la realtà del paese. Ne fa testimonianza il Pitigliani Kolno'a Festival, vetrina del cinema ebraico, in programma da oggi a mercoledì 20 novembre. Queste caratteristiche si ritrovano anche nella produzione di Eran Riklis, il regista de "La sposa siriana" e "Il giardino dei limoni", ospite d'onore di quest'anno, che domenica interverrà per presentare i suoi film più recenti: "Dancing Arabs", storia di un ragazzo palestinese/israeliano e della sua difficile integrazione in una prestigiosa scuola di Gerusalemme e "Shelter", thriller spionistico con protagoniste un'agente del Mossad e un'informatrice libanese.
   Ad inaugurare il festival, questa sera alle 20,30, è stato scelto "The Unorthodox", film drammatico che racconta l'incapacità degli ebrei sefarditi ad integrarsi nella società israeliana più occidentale. Il regista Eliran Malka sarà in sala per la presentazione. Sempre in tema di contrasti, da segnalare, in programma domenica, un altro lungometraggio, "Working Women" di Michal Aviad, che, attraverso la storia di Orna, vittima delle avances del suo capo, affronta un argomento d'attualità: gli abusi e la violenza cui spesso sono sottoposte le donne. Oltre ai film, nel festival israeliano c'è spazio anche serie tv, cortometraggi e documentari. Fra quest'ultimi "Golda", in programma lunedì alle 21, che, tra testimonianze di sostenitori e oppositori, filmati d'archivio e una rara intervista, traccia il ritratto di Golda Meir, prima ed unica donna premier d'Israele.

(la Repubblica - Roma, 16 novembre 2019)



Ho conosciuto il futuro primo rabbino donna d'Italia

Con lei abbiamo trovato la parola che indica il genitore che ha perso un figlio.

di Concita De Gregorio

 
                           Concita De Gregorio                                                    Miriam Camerini
Ho conosciuto Miriam Camerini per caso, camminando per le strade di Vicenza durante un importante festival dedicato alle religioni, il Festival Biblico. Ho seguito la musica, come nella favola del Pifferaio, e mi sono trovata di fronte a una ragazza magica piena di capelli, di occhi, di sorrisi e di mani che, vestita di verde, cantava in ebraico melodie a me ignote con voce potente e antica. Sono rimasta fino alla fine, incantata. Ho scoperto così che Miriam, nata a Gerusalemme, vive a Milano dove cura spettacoli teatrali e musicali, recita, canta e studia cultura ebraica. Si avvia, nel pieno dei suoi trent'anni, a essere il primo rabbino donna in Italia.
   Con la futura rabbina, finito il concerto, abbiamo parlato di cibo: Ricette e precetti, il suo libro, intreccia la tradizione religiosa e la memoria familiare in una storia che, si sa, inizia con un morso di troppo a una mela. Divieti, obblighi, devozione, ribellione. Il dolce preparato da Noè sull'Arca, per consumare gli avanzi che è vietato - è un peccato! - buttare. Parole piene di acca aspirate e di cappa sonore, l'origine delle parole, la storia delle parole e le ragioni che le hanno portate fìn qui. Siamo così arrivate alla "parola scomparsa", e di questa abbiamo parlato di nuovo quando dopo molti mesi ci siamo reincontrate: «Sai la parola mancante di cui mi parlavi?», mi ha detto. Una mia antica ricerca, dai tempi in cui scrivevo Mi sa che fuori è primavera: manca la parola che indica il genitore che ha perso un figlio. Esiste in ebraico, shakul, e in altre lingue antiche, il sanscrito, l'arabo. È scomparsa nelle lingue moderne. «Ne ho parlato con mio padre», mi ha detto Miriam, «e ci siamo ricordati un testo, L'elegia giudeo-italiana commentata da Sara Natale, in cui si usa la parola "desfigliata''. Tragica e bella, rende l'idea dell' ebraico shakul: Desfigliata. L'unica volta in cui la lingua italiana dà un posto, una casa, alla condizione dei genitori orfani di figli. Devo subito scriverlo a Sandro Veronesi, che nel suo potente e conturbante ultimo romanzo, Il Colibrì, dedica molte pagine proprio a questo. Leggetela, se volete farvi un regalo, la storia di questo padre, Marco Carcera: il colibrì che si muove senza sosta per restare saldo nell'uragano della vita.
   L'elegia giudeo-cristiana, l'incontro delle religioni, la parola desfigliata e Miriam mi hanno fatto tornare in mente, per assonanza, la bellissima vita di Trotula de Ruggiero, maestra della scuola medica salernitana che nell'anno Mille è stata medico stimato e generoso. Anziché essere bruciata come strega, come alle donne che sapevano di medicina (che sapevano, in generale) accadeva in quel tempo, Trotula ha fondato la ginecologia moderna e ha scritto un trattato memorabile, anzi due. Del primo - Trotula maior, Sulle malattie delle donne - sapevo dalla biografia di Paola Presciuttini intitolata, appunto, Trotula. Giorni fa Agnese Mannì, editrice, mi ha consegnato l'altro, il Trotula minor. Earmonia delle donne, un trattato medievale di cosmesi e cura del corpo. Come eliminare le rughe, i peli superflui, l'alitosi, come fare "ut virgo puretur que corrupta fuit", ossia come riacquistare la verginità. Non fatelo con polvere di vetro, suggerisce Trotula, perché fa male a voi e a lui. Piuttosto, spiega di seguito, ecco come. Irresistibile.

(la Repubblica, 16 novembre 2019)


"
Ho conosciuto il futuro primo rabbino donna d'Italia". Sarebbe interessante sapere se la comunità ebraica italiana conferma questa clamorosa notizia. Anche perché se Miriam Camerini aspira a diventare il primo rabbino donna in Italia, qualcuno deve avvertirla che è stata battuta sul tempo, perché un rabbino donna sembra che nel nostro paese ci sia già. Ne parla un sito ebraico in un articolo dal titolo: "Rabbi Barbara Aiello: il mio approccio alla conversione - Un metodo che unisce tecnologia e tradizione: la prima rabbina donna d'Italia scrive per Joimag.”
L’articolo citato comincia così: “Il 16 e 17 luglio 2019, M.C. si è recato in Calabria per unirsi a 13 candidati al fine di completare il processo durato un anno per diventare ebreo”. Dovrebbe essere inutile, ma è bene precisarlo: non abbiamo nulla a che vedere con quel M.C.



Firenze: il prefetto Laura Lega in visita alla Sinagoga

Accolta dal Rabbino Capo Gad Fernando Piperno e dal Presidente della Comunità Ebraica David Liscia, ha tra l'altro ricordato i principi costituzionali sulla pluralità religiosa.

Il Prefetto Laura Lega
Il Prefetto Laura Lega si è recata stamani alla Sinagoga di Firenze dove è stata accolta dal Rabbino Capo Gad Fernando Piperno e dal Presidente della Comunità Ebraica di Firenze David Liscia. Una visita che il Prefetto ha voluto come segno di attenzione alla comunità ebraica in un momento che vede il riacutizzarsi di sentimenti antisemiti.
   Un incontro molto cordiale che ha rappresentato l'occasione per parlare del rapporto tra lo Stato italiano e la comunità israelitica, parte integrante di quella nazionale. Il Prefetto ha ricordato i principi sanciti dalla Costituzione sul pluralismo religioso e sulla libertà di confessione come diritto fondamentale e inviolabile dell'individuo, principi protetti e garantiti dalla nostra Carta. Da qui la necessità, ha sottolineato Lega, di consolidare nella comunità il senso di piena condivisione di questo forte sistema valoriale.
   Lega ha accennato al fatto che oggi siamo a pochi giorni di distanza dall'anniversario del 6 novembre 1943, data della deportazione degli ebrei di Firenze, un momento tragico che " la città deve aver vissuto come una lacerazione molto forte, ha detto il prefetto, così come è avvenuto a Roma per la deportazione del Ghetto nell'ottobre di quello stesso anno". " Per noi è un dovere rafforzare la lotta all'antisemitismo e a qualunque forma di razzismo legato al credo religioso. Per questo ritengo importante, ha proseguito , lavorare insieme in un tavolo interreligioso, che farò partire a breve, con la partecipazione dei rappresentanti di tutte le fedi".
   In conclusione si è parlato anche di un rafforzamento delle misure a protezione della Sinagoga in un quadro di sicurezza generale.

(Nove da Firenze, 15 novembre 2019)



Cittadinanza alla Segre, la de Majo come a scuola

"Studio il conflitto Israele-Palestina da quando avevo 14 anni". Sul Mattino la contro risposta della neo assessora alla senatrice e alle polemiche scaturite dalla sua proposta.

Ieri abbiamo scritto della proposta di cittadinanza onoraria per la senatrice Liliana Segre lanciata dalla neo assessora alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, Eleonora de Majo. Un'iniziativa che la Segre ha rispedito al mittente rifiutando qualsiasi forma di strumentalizzazione.
Oggi il Mattino riporta la controrisposta della de Majo. L'assessora ha detto che la sua era solo una richiesta al sindaco per avere il permesso di avviare le pratiche necessarie, come previsto dall'iter. Non è sua intenzione, dice, polemizzare ancora.
"Loro hanno una posizione, io la mia. Ho un mondo che sta con me e un mondo che sta contro di me. Il conflitto Israele-Palestina lo studio da quando avevo 14 anni".
Ci auguriamo che la Segre non venga mai a conoscenza di queste affermazioni e che nella sua enorme classe scelga il silenzio che regali l'oblio che merita alla questione.

(il Napolista, 16 novembre 2019)


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