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Notizie 16-31 ottobre 2016


Israele può rimanere uno stato ebraico?

di Roberto Della Seta

Israele riceve in queste ore la visita del nostro presidente della repubblica Sergio Mattarella. In quello che tutti abbiamo imparato a conoscere - e quasi tutti gli ebrei del mondo ad amare - come lo Stato ebraico, Mattarella trova un Paese nel quale sembra sempre più solida l'egemonia politica della destra e del suo leader Netanyahu, capo del governo ininterrottamente dal 2009, e sempre più lontana la prospettiva della pace con i palestinesi.
   "Stato ebraico", appunto. Ma qual è il senso attuale e l'orizzonte futuro di questo concetto? Pochi giorni fa Sergio Della Pergola, ebreo triestino naturalizzato israeliano che insegna all'Università di Gerusalemme ed è considerato uno dei più autorevoli studiosi di demografia dell'ebraismo, ha pubblicato sul giornale "Maariv-Sof-Hashavua" un articolo intitolato "Con la demografia non si scherza" in cui dà una sua risposta dal punto di vista stretto della "scienza della popolazione" (l'intervento tradotto in italiano si può leggere su "Moked", il portale dell'ebraismo italiano).    Come scrive Della Pergola, la popolazione di Israele è oggi di 8 milioni e 585 mila persone, di cui il 74,8% ebrei e il 20,8% arabi; il dato comprende anche i 220 mila ebrei e i 320 mila arabi residenti a Gerusalemme est e i 400 mila coloni israeliani che vivono nei territori occupati. Il rapporto di forze tra ebrei israeliani tende ad un sia pure lento incremento della percentuale di arabi: perché il tasso di fecondità delle donne ebree è un po' più basso di quello delle donne arabe e perché gli arabi, sebbene abbiano tuttora una speranza di vita inferiore agli ebrei, però hanno un'età media più bassa e dunque muoiono di meno. Questa tendenza si può riassumere in un dato simbolico: nell'ultimo anno il nome più frequente dato ai bambini nati in Israele è Mohammed.
   Quanto ai territori occupati della Cisgiordania e di Gaza, qui - secondo i dati forniti da Della Pergola - vivono stabilmente 4 milioni e 199 persone. Se a questi due numeri più grandi - cittadini israeliani e cittadini arabi residenti nei territori occupati - si aggiungono i lavoratori stranieri e i profughi, si sfiorano i 13 milioni di persone: bene, di questi solo il 49,1% sono ebrei.
   I dati, eloquenti e incontrovertibili, proposti da Della Pergola, danno forma a un paradosso. Se domani si avverasse il "sogno" degli ultra-nazionalisti israeliani che vorrebbero l'annessione a Israele dei territori occupati, l'idea stessa di "Stato ebraico" perderebbe molto del suo senso, o per lo meno chi la sostiene si troverebbe a un bivio: o accettare che questo "grande Israele" per rimanere uno Stato democratico non sia più "Stato ebraico", oppure pretendere che resti "Stato ebraico" ma ammettendo che cessi di essere democratico, e che si tramuti in una replica del Sudafrica dell'apartheid che era al tempo stesso uno Stato "bianco" e un Paese abitato da una maggioranza di neri.
   Del resto, un problema analogo seppure meno vistoso riguarda anche il "piccolo Israele", quello compreso dentro i confini di prima del 1967: dove gli arabi costituiscono un robusta minoranza e dove, per più di un aspetto, sono cittadini "di serie B", senza una vera parità di diritti con i cittadini ebrei israeliani. Giustamente Israele rivendica di essere l'unica democrazia del Medio Oriente, ma questa sua natura trova un'oggettiva e ingombrante limitazione proprio in quella declinazione "nazionalista" del concetto di Stato ebraico cara alla destra di Natanyahu. Israele può e anzi deve rivendicare le proprie radici ebraiche, come l'Europa non può né deve smettere di sentirsi l'erede della tradizione giudaico-cristiana: ma se vuole rimanere democratico, dovrà ridefinirsi anche come "patria" di tutti coloro - ebrei, arabi, né ebrei né arabi - che nascono o diventano cittadini israeliani.
   Sempre di più nel futuro, Stato "ebraico" e Stato "democratico" saranno per Israele termini difficili da far convivere. La pace con i palestinesi, la fine dell'occupazione della Cisgiordania e la nascita di uno Stato palestinese libero e sovrano - vie rese impervie sia dalla miopia dell'attuale leadership israeliana sia dalla cronica inaffidabilità delle classi dirigenti palestinesi -, gli darebbero qualche decennio in più per costruire questa convivenza. Convivenza non tra popoli ma tra concetti, forse ancora più ardua da realizzare.

(L'Huffington Post, 31 ottobre 2016)

*

Con l’astrologia non si scherza

 
Demografia
«La demografia... è una disciplina accademica che richiede conoscenza delle fonti di dati e dei metodi di ricerca, comprensione della teoria e capacità di applicarla», scrive il prof. Della Pergola nel suo articolo dal titolo «Con la demografia non si scherza». Togliendo l’aggettivo “accademica”, la stessa cosa potrebbe dirsi dell’astrologia. Ma forse è proprio sull’aggettivo “accademica” che si voleva far cadere l’attenzione, perché con ciò che è “accademico” non si scherza. Alcuni pensano che difendendo una metodologia di lavoro si difenda automaticamente il risultato che si ottiene. Ma è il valore del metodo che deve essere discusso. Si raccolgono mari di dati, li si rappresentano con grafici, li si estendono per estrapolazione a zone ancora prive di dati perché stanno nel futuro, e di questo futuro si ottiene un quadro della realtà con cui... non si scherza, perché è accademico. Certo, l’estrapolazione non viene fatta a capriccio, ma segue anch’essa regole tratte dalla metodologia scelta. Tutto serio, tutto preciso, tutto pieno di numeri, e con i numeri, si sa, non si scherza: "dati eloquenti, incontrovertibili", come quelli proposti dal professor Della Pergola. Ma qual è il valore di verità della metodologia usata? A questo si dedica non la demografia, e neppure la matematica o la fisica, ma l’epistemologia, una disciplina che dovrebbe essere tenuta in maggiore considerazione da tecnici accademici quando si avventurano in conclusioni che riguardano popoli e nazioni. Perché con il destino di popoli e nazioni non si scherza.
I demografi oggi sono diventati gli epigoni degli aruspici pagani e dei profeti ebrei: prevedono il futuro. Ed è proprio una specifica previsione del futuro che convinse a suo tempo Ariel Sharon a sgomberare Gaza, perché gli era stato detto che la demografia “prevede” che gli arabi diventino in Israele una maggioranza e quindi bisogna abbandonare l’idea di uno stato ebraico unico. Non sembra che la demografia abbia previsto anche quello che poi è successo a Gaza con Hamas. Ma forse si dirà che questo non era compito suo. Sarà così, ma allora non è compito suo nemmeno interessarsi di queste cose. I demografi si accontentino di fare carriera universitaria e ottenere prestigio accademico dedicandosi a raccogliere dati e disegnare grafici interessanti, ma non parlino di conseguenze concrete nella vita reale di popoli e nazioni. Perché con queste cose non si scherza. Soprattutto quando si tratta di Israele. M.C.

(Notizie su Israele, 31 ottobre 2016)


Ad Haifa la conferenza "Medical Design, un'opportunità di collaborazione tra Italia e Israele"

L'iniziativa domani all'IIC nell'ambito della XVI edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo

HAIFA - È in programma domani, martedì 1o novembre, all'Istituto Italiano di Cultura di Haifa alle ore 19 la conferenza intitolata "Medical Design, un'opportunità di collaborazione tra Italia e Israele" a cura di Noemi Bitterman, professoressa di Industrial Design alla Facoltà di Architettura e Urbanistica dell'Università Technion di Haifa.
L'incontro presenterà l'attività di ricerca scientifica e di collaborazione accademica tra due dei principali programmi di pianificazione industriale, l'uno a Venezia (IUAV) e l'altro a Haifa (Technion), nel campo della progettazione di dispositivi di assistenza sanitaria utilizzabili da casa, quale frutto di anni di stretta collaborazione tra i professori Bitterman e Medardo Chiapponi (IUAV, Dipartimento di Progettazione e Pianificazione in Ambienti complessi) all'interno di un gruppo di studio internazionale sul MEDdesign.
L'iniziativa, in ebraico e ad ingresso libero, si svolge nell'ambito della XVI edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo.

(Inform, 31 ottobre 2016)


La scomparsa di Piero Norzi, a 82 anni, anima della comunità ebraica mocalvese

MONCALVO — Domenica mattina all'ospedale di Casale é mancato Piero Norzi, anima della comunità ebraica mocalvese (abitava a villa Foa). Era nato nel gennaio 1934, lascia la moglie Roselma Manacorda e i figli Guido e Debora. Il funerale si terrà martedì alle 11 al cimitero ebraico di Moncalvo.
Era molto attivo nelle iniziative culturali moncalvesi e portava sempre ai giovani i suoi racconti personali e le riflessioni sulla Shoah durante la Giornata della memoria. Si era ancora adoperato nella scorsa Giornata della cultura ebraica, il 18 settembre, nell'accoglienza dei visitatori del cimitero ebraico.
Una curiosità: per molti anni Norzi aveva prodotto vino kasher, molto apprezzato.
Il cordoglio della comunità moncalvese viene espresso dal sindaco Aldo Fara: "Con Norzi scompare una persona che attraverso il recupero e il mantenimento delle tradizioni ebraiche voleva fortemente contribuire alla storia di Moncalvo, città che amava molto... Con lui abbiamo sempre collaborato in tutti gli eventi: dal Giorno della memoria a quello della Cultura ebraica, ai restauri cel cimitero e della casa del custode, alla intitolazione dell vicolo vicino alla Sinagoga che ricordava la Shoah...".

(Il Monferrato, 31 ottobre 2016)


Il rabbino capo di Roma in visita a Raito

 
Rav Riccardo Di Segni
VIETRI SUL MARE - Raito di Vietri sul Mare, piccola perla della costiera amalfitana, ospita il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, il dottore Riccardo Di Segni, per un incontro esegetico sul terzo capitolo dell'Esodo dal titolo 'Nel suo Nome'. L'appuntamento è fissato per giovedì 10 novembre alle ore 19.30 presso la sala convegni dell'Hotel Raito. Ad introdurre la serata è don Ciro Giordano, parroco delle comunità di Raito ed Albori, mentre a monsignor Orazio Soricelli, arcivescovo dell'Arcidiocesi di Amalfi - Cava de' Tirreni, spetta il compito di tracciare le conclusioni.
   L'incontro nasce dalla consapevolezza dell'importanza che l'approfondimento del testo sacro è fondamentale e necessario per la conoscenza del proprio credo religioso ed è prerogativa della comunita? ebraica essere portatori della Parola di Dio, così come si legge nel paragrafo 40 del documento redatto dalla commissione vaticana per i rapporti con l'ebraismo: "I cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede in Gesù Cristo anche davanti agli ebrei; devono farlo però con umiltà e sensibilità, riconoscendo che gli ebrei sono portatori della Parola di Dio". E' proprio la Sacra Scrittura al centro di questo importante momento formativo con il rabbino di Segni a cui è affidato il compito di dare una lettura esegetica secondo la scuola ebraica del capitolo 3 dell'Esodo. In questo passo della Scrittura si narra di Mosè che mentre pascola il gregge sul monte Oreb vede un roveto ardente che mai si brucia ed è lì che Dio si rivela, si preoccupa della sofferenza del suo popolo avendone ascoltato il grido di dolore. Dio, inoltre, comunica a Mosè il suo nome rappresentato dalle quattro consonanti che costituiscono il sacro tetragramma, impronunciabile per gli ebrei, che ha assunto nel corso del tempo diverse interpretazioni. Grazie all'autorevole e profonda conoscenza della scuola rabbinica di Rav Di Segni si vuol cercare di capire qual è la corretta traduzione ebraica del tetragramma.
   La presenza del rabbino capo di Roma nella comunità parrocchiale di Raito ha anche una seconda finalità che va inquadrata in un contesto di dialogo interreligioso, tema che sta molto a cuore al giovane parroco da sempre studioso di altre culture e religioni. L'incontro con l'ebraismo si sussegue al momento di preghiera con l'islam avvenuto nello scorso mese di febbraio presso la chiesa di S. Maria delle Grazie, parrocchia in cui don Ciro svolge il suo ministero. L'appuntamento del 10 novembre si rivela, quindi, essere un momento di cultura, crescita, fratellanza e occasione concreta di amicizia e condivisione con gli ebrei in un periodo storico in cui le differenze religiose sono viste erroneamente come portatrici di violenza e disprezzo.

(Salernoinweb, 31 ottobre 2016)


L'ostilità contro lo stato ebraico è la stessa di cento anni fa

Secondo Netanyahu la radice del conflitto è l'opposizione palestinese alla sovranità ebraica entro qualunque confine, e i primi a dargli ragione sono proprio i palestinesi.

Ben custodito e visibile solo con un permesso speciale, giace alla British Library l'originale della Dichiarazione di Balfour, la lettera d'intenti - breve ma di enorme risonanza - con cui un secolo fa il ministro degli esteri del governo britannico Arthur James Balfour voleva far rivivere la sovranità ebraica in Terra Santa. In un'elegante cartella tenuta sotto chiave è conservata anche una prima bozza della Dichiarazione, una versione che venne fatta circolare fra vari funzionari perché esprimessero le loro valutazioni ed eventuali proposte di modifica prima che il testo definitivo venisse diramato il 2 novembre 1917....

(israele.net, 31 ottobre 2016)


Israele: niente cerimonia in ricordo di Rabin

Organizzatori: mancano i fondi. Herzog: faremo un evento alternativo

Per la prima volta dal 1995 la tradizionale cerimonia in ricordo dell'ex primo ministro Yitzhak Rabin, ucciso da un estremista ebreo, non si terrà per mancanza di fondi. Una prospettiva che ha spinto il leader laburista Isaac Herzog ad organizzare almeno un evento alternativo in modo da ricordare Rabin. La cerimonia - che ogni anno, affollatissima, si svolge a Tel Aviv nella centralissima piazza dove il leader israeliano fu colpito a morte e che da allora è a lui intitolata - è sempre stata organizzata da privati. Ora però gli stessi hanno annunciato forfeit per difficoltà di fondi necessari a coprire le spese tecniche e di sicurezza. Faremo di tutto - ha assicurato Herzog - per "organizzare un evento" che ricordi Rabin.

(ANSA, 31 ottobre 2016)


"I teatri d'acqua nei giardini storici italiani" all'IIC di Haifa

 
Tivoli - Villa D'Este - Viale delle Cento Fontane

HAIFA - In occasione della XVI edizione della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo e nell'ambito della serie "All'ombra dei giardini, in Italia e all'estero", l'Istituto Italiano di Cultura di Haifa, in Israele, ospita oggi, 31 ottobre, dalle ore 19.00 alle 20.30, la conferenza "I teatri d'acqua nei giardini storici italiani" a cura di Ada V. Segre del Technion e Centro Accademico Wizo di Haifa.
L'acqua è la massima espressione della vita e tuttavia non ha alcuna forma. La spina dorsale dei giardini rinascimentali è data da linee d'acqua lungo le quali si trova una serie di fontane. Immobile come uno specchio nelle vasche per i pesci, nelle grotte e nei ninfei, l'acqua diventa una forza in movimento nei teatri acquatici. Ci racconta una storia che poteva essere compresa dai visitatori rinascimentali, ma che oggi spesso ci sfugge. Le fontane dovevano suscitare meraviglia e ammirazione nei visitatori; allo stesso tempo erano uno scherzo giocoso e l'espressione di uno status symbol.
Questa conferenza prende in considerazione i diversi elementi d'acqua presenti nei giardini rinascimentali italiani con particolare riferimento ai giardini di Villa Lante a Bagnaia, Palazzo Farnese a Caprarola e Villa d'Este a Tivoli.
La conferenza si svolgerà in lingua italiana e sarà preceduta da un rinfresco.
Storica e restauratrice di giardini, Ada V. Segre ha studiato presso l'Università Ebraica di Gerusalemme, le Università di Bologna e di York in Gran Bretagna. Ha restaurato i Giardini Segreti di Villa Borghese a Roma, il Giardino meridionale di Palazzo Doria Pamphilj a Genova, la Delizia estense del Verginese vicino a Ferrara, il Giardino di Poggio Torselli a S. Casciano vicino a Firenze ed è stata consulente per il recupero della vegetazione storica del Giardino di Villa Garzoni a Collodi, vicino a Pistoia. Ha pubblicato numerosi articoli e due libri sulla storia dell'architettura del paesaggio. Attualmente insegna presso il Technion e il Wizo College a Haifa ed è consulente del Weizmann Institute e il Comune di Tel Aviv per la conservazione dei giardini storici.

(Aise, 31 ottobre 2016)


Armare di coltello dei bambini di otto anni, e non vergognarsene nemmeno

Finché l'Unione Europea continua a finanziare questo livello di odio, inutile illudersi che ci possa essere un vero processo di pace

Come eravate a otto anni? Magari ricordate poco, ma quel poco ha sicuramente a che fare con la scuola, i giocattoli e una quantità praticamente illimitata di energie per giocare. Magari giocavate a indiani e cowboy, ma senza mai pensare di far davvero del male a qualcuno.
Non ci sono più molte cose che possano scioccarmi. A 16 anni mi trasferii in Irlanda del Nord, e quelli dell'IRA vennero a casa nostra e puntarono le armi contro mia madre e mia zia mentre si prendevano la nostra macchina. Mi sono impegnato per un certo numero di anni nel processo di pace dell'Irlanda del Nord, prima che il mio percorso ebraico mi portasse ad occuparmi delle ragioni di Israele. Sicché, come in Irlanda del Nord, raramente trasalisco quando si tratta dei modi e dei mezzi spietati e barbari che i palestinesi indottrinati escogitano per aggredire, mutilare e uccidere israeliani innocenti...

(israele.net, 31 ottobre 2016)


L'odio della sinistra per Israele nacque all'ombra del Muro di Berlino

Il nuovo formidabile libro di Jeffrey Herf svela le campagne ideologiche e terroristiche che la Ddr orchestrò contro "i sionisti".

Weckly Standard (19/10/2016)

Il nuovo, profondo, libro dello storico Jeffrey Herf, dimostra come il terrorismo della sinistra tedesca contro Israele non era una tattica, ma piuttosto era parte della strategia di una guerra a lungo termine per distruggere lo stato ebraico". L'analisi accademica e dei media sullo stato comunista della Germania dell'est ormai defunto, e sui gruppi estremisti della Germania dell'ovest, finora non erano riusciti a capire in profondità la loro guerra continua contro Israele (e si potrebbe dire contro gli Stati Uniti). Adesso arriva lo studio monumentale di Herf: "Undeclared Wars with lsrael. East Germany and the West German Far Left, 1967-1989" (Cambridge University Press). Per capire la Ddr si deve conoscere la sua opposizione alla filosofia su cui si basa la fondazione dello stato ebraico, vale a dire, il sionismo. Herf scrive: "La dittatura della Germania dell'est era un tipo diverso di dittatura rispetto a quella nazista che l'aveva preceduta, ma, sia pure per ragioni diverse, è diventata una seconda dittatura che ha considerato il sionismo come un nemico". Herf analizza ripetutamente con grande ironia la vuota retorica antifascista della Ddr e dei tedeschi occidentali estremisti. "I leader del regime, molti dei quali avevano combattuto il nazismo, avevano interiorizzato il mortale antisemitismo di Hitler, e questo li ha inesorabilmente spinti a volere la distruzione di Israele. La Ddr ricorda la famosa frase di Bertolt Brecht : 'Il ventre da cui nacque (quel mostro) è ancora fecondo"'. Herf fornisce la prova esaustiva di forniture militari segrete della Ddr ai nemici di Israele in medio oriente, tra cui il regime di Hafez al Assad in Siria, un partner strategico per la Germania orientale. Prendiamo per esempio il periodo 1970-1974, in cui "la Germania dell'est ha consegnato circa 580 mila armamenti, kalashnikov e mitragliatrici, alle forze armate d'Egitto e Siria, curato la manutenzione e riparazione di circa 125 dei loro aerei da combattimento Mig e consegnato milioni di proiettili, molte migliaia di lanciarazzi, granate anticarro e mine, e milioni di cartucce". Herf ha scavato con grande accuratezza negli archivi tedeschi per ottenere informazioni sul terrorismo di stato della Ddr.
Nella sua analisi sul Generale Heinz Hoffmann, potente Ministro della Difesa della Ddr, si coglie perfettamente l'alleanza di stile stalinista tra la Germania socialista e i dittatori del medio oriente nei primi anni Settanta. Hoffmann aveva parlato ai suoi interlocutori iracheni di "punti in comune della nostra lotta contro l'imperialismo e il sionismo". Uno dei tanti nuovi contributi di Herf nello scandagliare il terrorismo di stato della Ddr è quella che lui chiama "la definizione eurocentrica del controterrorismo della Germania dell'est". Un elemento di questa definizione è stata la politica equivoca riguardo alle organizzazioni terroristiche palestinesi. La Ddr aveva fornito armi e addestramento sofisticati ai palestinesi in cambio della loro astensione dal compiere attacchi terroristici in Europa occidentale. "In altre parole, la Ddr in gran parte subappaltava la sua guerra contro gli ebrei agli arabi del medio oriente". Tuttavia, i tedeschi dell'est, intenzionalmente o inconsapevolmente, nel 1986 hanno permesso ai libici di distruggere a colpi di bombe La Belle, una discoteca a Berlino ovest, uccidendo tre persone, di cui due soldati americani, e ferendone altre 229, tra cui 79 addetti militari degli Stati Uniti. Sulla base del materiale d'archivio non è possibile stabilire un collegamento concreto tra il gruppo palestinese Settembre Nero, l'uccisione di undici atleti israeliani e il servizio di polizia tedesca alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. Tuttavia, quando il muro di Berlino è crollato nel 1989, i funzionari della Stasi e altro personale della Ddr avevano provveduto a distruggere una enorme quantità di documenti. Ulrike Meinhof, la militante di estrema sinistra della Germania occidentale, forse la più famosa terrorista tedesca al tempo del gruppo terrorista Baader Meinhof, era euforica per la strage degli israeliani. Il suo saggio che celebra gli assassini degli atleti israeliani, è stato definito da Herf come "uno dei documenti più importanti della storia dell'antisemitismo in Europa dopo la Shoah". La Meinhof aveva definito l'attacco di Settembre Nero "antimperialista, antifascista e internazionalista". L'attacco di Monaco era diretto contro il "nazifascismo di Israele". Herf mostra anche acutamente la frattura evidente tra la retorica della Germania ovest e l'azione, scrivendo: "La posizione neutrale della Germania ovest ... fu pari a una scelta di parte a favore degli stati arabi". Il libro è denso di nuove analisi sulla letale politica estera antisemita della Ddr e sulla mortale socio-psicologia degli estremisti della Germania occidentale. L'ossessione in molti settori delle élite tedesche per lo sterminio degli ebrei durante la Shoah e l'odio per Israele nacque allora. Nacque allora anche la violenza ideologica della sinistra verso il piccolo stato ebraico. Purtroppo, il libro di Herf non ha scalfito la sinistra tedesca. Il Partito della Sinistra, successore del Partito Socialista Unificato della Ddr, è oggi il più grande partito di opposizione nel Bundestag e continua la tradizione di aggressione nei confronti di Israele. Il Partito Socialdemocratico, partner di coalizione della Cancelliera Angela Merkel, ha formato una "partnership strategica" con l'organizzazione palestinese Fatah che inneggia all'uccisione di israeliani. Questo libro indispensabile va letto e diffuso, introduce una più profonda comprensione della guerra della sinistra contro Israele. Il libro di Herf dovrà per questo trovare al più presto un editore tedesco disposto a tradurlo e pubblicarlo.

(Il Foglio, 31 ottobre 2016)


Trasporti - Con Caravaggio Hitachi Rail Italy punta su Israele

Hitachi Rail Italy scommette su Caravaggio, il treno pendolari con cui ha vinto la maxi commessa di Trenitalia, e punta su Israele dove ha presentato l'offerta per una gara dal valore di un miliardo: il vincitore, che sarà annunciato a metà 2017, dovrà fabbricare 60 treni doppio piano, realizzare lo stabilimento per la manutenzione e garantirla per 15 anni. Un boccone che potrebbe portare nuovo lavoro a Pistoia.

(Corriere Fiorentino, 31 ottobre 2016)


Alzheimer: Scienziati israeliani annunciano significativo passo in avanti

Gli scienziati dell'Università di Tel Aviv ritengono di aver fatto una scoperta che potrebbe aiutare a curare la malattia di Alzheimer, modificando un gene nei topi che causa la malattia neuro-degenerativa.
I ricercatori sotto la guida del Prof. Daniel M. Michaelson sono riusciti a cambiare la natura del gene ApoE (Apolipoproteina E) nei topi, il quale è associato alla comparsa del debilitante morbo.
Il gene in questione, ha una forma sana chiamata APOE3 e una forma correlata alla malattia chiamata ApoE4, che si trova nel 60 per cento dei malati.
Con un comunicato l'Università spiega:
I ricercatori hanno sviluppato un nuovo meccanismo con cui convertire l'ApoE4 in ApoE3, ovvero da "cattivo" a "buono".
I risultati dello studio, che è stato condotto congiuntamente con l'università e la società Artery Ltd., con sede in California, sono stati pubblicati lo scorso mese sul Journal of Alzheimer.
Queste le parole del Prof. Michaelson:
L'ApoE4 è un obiettivo molto importante e poco studiato.
I ricercatori, nel corso della somministrazione del trattamento ai topi, hanno evidenziato che coloro prima mostravano disorientamento, successivamente erano in grado di individuare un'isola sommersa nel mezzo di un laghetto artificiale.

(SiliconWadi, 31 ottobre 2016)


Sinai sigillato, niente ingressi in Israele

Nel 2016, 2800 ritorni in Africa con incentivi monetari

La barriera eretta da Israele lungo il confine con l'Egitto funziona e da oltre sei mesi nessun migrante africano è riuscito a valicarla. Lo scrive Haaretz, sulla base di statistiche fornite dal Dipartimento israeliano per l'immigrazione. Nel 2012, prima della sua costruzione, ogni mese si registravano migliaia di ingressi dal Sinai in Israele.
Attualmente il numero complessivo di migranti africani residenti in Israele ("infiltrati", secondo la terminologia ufficiale) è sceso a 41 mila, in prevalenza eritrei e sudanesi.
Le partenze verso Paesi africani quest'anno sono state 2.800, in lieve aumento rispetto allo stesso periodo nell'anno precedente.
I migranti che accettano di tornare in Africa, non necessariamente nei loro Paesi di origine, percepiscono da Israele 3500 dollari ed il rimborso dei biglietti aerei.

(ANSAmed, 31 ottobre 2016)


Venezia - Attracca la nave da crociera israeliana: cecchini e mezzi antisommossa

Terminal osservato speciale per due giorni per la presenza della "Golden Iris", che fa parte della compagnia "Mano Maritime". Domenica sera livello d'allerta innalzato da 1 a 2

 
La nave da crociera "Golden Iris"

Marittima osservata speciale a partire dalle 20 di domenica sera, quando ha attraccato la nave da crociera "Golden Iris". Risultato: cecchini in posizione strategica e mezzi antisommossa delle forze dell'ordine. Il livello di allerta (e quindi di sicurezza) per quanto riguarda la banchina in cui l'imbarcazione sosterà per due giorni, ripartendo martedì prossimo, è stato innalzato da 1 a 2. Quando 3 sarebbe il livello massimo. In quel caso in pratica la Marittima "chiuderebbe".
Non che la nave da crociera appena arrivata abbia qualcosa di particolare per com'è costruita o ciò che offre: 8 ponti, area divertimento, ristoranti, 1.500 ospiti più l'equipaggio. Insomma, tutto ciò che serve per garantire una vacanza all'altezza. Il "problema", se così si può chiamare, è che la "Golden Iris" è di proprietà della compagnia "Mano Maritime". Una società israeliana. Per questo le maglie dei controlli in chiave antiterrorismo si sono inesorabilmente strette. Nulla viene lasciato al caso: alla banchina 117 (poi l'imbarcazione è stata spostata al terminal 123) gli accertamenti sono continui per garantire la sicurezza degli ospiti, i quali intanto si godono 48 ore da sogno nel capoluogo lagunare. La nave prevederebbe anche un proprio servizio armato a bordo da parte di personale di sicurezza israeliano.
L'imbarcazione fu costruita negli anni settanta per la Cunard Line con il nome di Cunard Princess. Nel 1995 venne acquistata dalla Msc Crociere e chiamata Rhapsody. Nell'aprile 2009 venne venduta alla Mano Cruises. L'imbarcazione batte bandiera panamense ed è lunga 148 metri, con larghezza massima di 23 metri. La stazza lorda è di 16.852 tonnellate. Il suo viaggio è partito il 25 ottobre scorso da Haifa, in Israele. La nave ha poi fatto tappa a Souda, in Grecia, Corfù, isola ellenica, Bari e, infine, a Venezia. In cui è scattato il protocollo di sicurezza ad hoc.

(Venezia Today, 31 ottobre 2016)


Shock: il terremoto è una punizione per il voto dell'Italia all'Unesco

Scioccanti le dichiarazioni del Viceministro Israeliano

"Il terremoto in Italia è una punizione divina per l'astensione di Roma all'Unesco nel voto sulla Città Vecchia di Gerusalemme", lo ha detto Ayoub Kara, il vice ministro israeliano della Cooperazione regionale e membro del Likud, il partito di centrodestra di cui fa parte anche il premier Benjamin Netanyahu.
Come riportato dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth quando è avvenuto il terremoto nelle Marche Kara era in missione in Vaticano e ha affermato che :
"Passare attraverso un terremoto non è stata la più piacevole delle esperienze, ha detto Kara, citato dal sito, ma abbiamo avuto fiducia che la Santa Sede ci avrebbe tenuto al riparo. Sono certo che il terremoto sia avvenuto a causa della decisione Unesco che il Papa ha fortemente disapprovato. Ha anche detto che la Terra Santa è legata alla Nazione di Israele".

(Il Ticinese, 30 ottobre 2016)

*


Terremoto in diretta, paura negli studi di Rainews24

Terremoto in diretta tv durante la rassegna stampa. La scossa delle 7.40 ha interrotto la rassegna stampa in onda su Rainews24. Nello studio, le luci hanno continuato ad oscillare a lungo.

(RaiNews, 30 ottobre 2016)


"Il primo terremoto è avvenuto a causa della decisione Unesco; il secondo perché mi hanno preso in giro per averlo detto”. Questo, il viceministro Ayoub Kara certamente non l’ha detto, ma potrebbe averlo pensato. E nessuno può scientificamente dimostrare che non sia vero. In ogni caso, lo shock del nuovo terremoto avrà fatto passare agli scioccati lo shock delle parole del viceministro. M.C.


Natalia Ginzburg lessico gerosolimitano

La scrittrice torinese è tra le più amate e studiate in Israele dove domani si terrà un convegno nel centenario della nascita.

di Manuela Consonni*

Natalia Ginzburg
GERUSALEMME - Le ragioni che spiegano la fortuna per la quale, ancora oggi a 25 anni dalla morte, Natalia Ginzburg rimane una delle scrittrici più amate, lette e studiate in Israele sono molteplici. Intanto la sua fama letteraria, legata a tematiche letterarie e storiche che l'hanno resa una delle voci più interessanti e importanti del Novecento, e non solo in Italia.
  Una fama internazionale, che però non basta da sola a spiegare il successo goduto, da trent'anni, in un paese come Israele dove si legge molto, molta letteratura in traduzione e in originale, e dove vengono operate scelte editoriali che si rivolgono al meglio della diaspora ebraica. Un'appropriazione e un recupero propriamente culturale, di una memoria individuale ebraica, che diventa tassello di tante altre memorie che non si vuole che vadano perdute. Alla Biblioteca Nazionale di Gerusalemme sono conservate tutte le opere scritte da ebree e ebrei, tutti gli originali e tutte le traduzioni, in tutte le lingue. E la Ginzburg è li, assieme agli altri: Giorgio Bassani, Elsa Morante, Primo Levi, Ida Finzi, Carlo Levi, Alberto Moravia, Umberto Saba, Cesare Lombroso, Arnaldo Momigliano, Vittorio Foa, Luciana Nissim, solo per nominarne alcuni.

 Qualcosa di famigliare
  Nello specifico, credo che il successo sia stato determinato dalla qualità letteraria della sua scrittura sospesa tra l'autobiografia e la testimonianza, due generi molto amati in Israele, che ne ha reso facilmente accessibile la lettura per giovani e meno giovani, per gli addetti ai lavori e per i semplici amanti della buona letteratura. I suoi libri sono caratterizzati quasi sempre dalla voce di un io narrante al plurale, in cui il vissuto personale è il segno di un dolore collettivo più vasto, nazionale, che ha marcato indelebilmente il ritmo narrativo. Nella sua scrittura il mondo israeliano ha ritrovato qualcosa di distintamente riconoscibile, un Heimlich freudiano, una familiarità nota, residuo esso stesso di un mondo scomparso, discriminato, perseguitato, torturato prima nelle prigioni, e poi sterminato nei campi di concentramento.
  Lexicon Mishpahti (Lessico famigliare) fu il primo dei suoi libri a essere tradotto in ebraico, nel 1988, da Miriam Schusterma per Am Oved, una storica casa editrice del paese. Fu un successo di pubblico immediato. In Israele si colse il valore, il fascino di questa storia familiare, che raccontava pagina dopo pagina, con toni pacati, arguti e auto-ironici, della Torino tra gli anni Trenta e gli inizi degli anni Cinquanta, in cui l'autrice imponeva la sua scrittura intesa come il luogo per eccellenza per esprimere sé stessi.

 Adatta alla lingua ebraica
  Un libro affollato di personaggi, denso come una foto di famiglia, che richiedeva ai lettori israeliani un esercizio di memoria e di studio, un'attenzione per i legami che vi si svelavano, che invitava a guardare dentro a questo mondo ebraico poco conosciuto, di cui si intuiva però lo spessore quasi aristocratico.
  E poi la sobrietà della scrittura, l'essenzialità del linguaggio, la nitidezza delle parole sono stati altri elementi fondamentali per la trasmissione in ebraico di Natalia Ginzburg. Una scrittura, la sua, che si è adattata subito alle esigenze stilistiche e sintattiche dell'ebraico, lingua essenziale e concisa, priva di orpelli stilistici, ostile alla pesantezza linguistica, quasi povera, a un occhio distratto. Nella collana «Nuova Biblioteca» di Kibbutz Hameuhad apparvero in ordine cronologico e con ritmo serrato per mano di traduttori sapienti: Kol Etmolenu, 1990 (Tutti i nostri ieri); Qolot haErev, 1994 (Le voci della sera); Michele Sheli, 1995 (Caro Michele); Ha'ir veHaBait, 1998 (La città e la casa); Valentino (2001); Caha ze Karà, 2005 (È stato così). La casa editrice Carmel nel 2005 ha pubblicato la traduzione di È difficile parlare di sé (Qashe leAdam ledaber al Atzmo), la raccolta di interviste radiofoniche raccolte da Marino Sinibaldi nel 1990 nel programma Antologia su Rai3, e uscite per Einaudi a cura di Lisa Ginzburg e Cesare Garboli nel 1999. Nel 2012 Kibbutz HaMeuhad ha deciso di svecchiare la traduzione di Lessico famigliare che è stato ripubblicato con un'altro nome: Amirot Mishpaha, letteralmente «detti, frasi famigliari».

 Oltre le distanze politiche
  I saggi Le piccole virtù, Mai devi domandarmi, Vita immaginaria non sono stati invece tradotti. Questo rafforza l'idea che dietro alle traduzioni dei libri di Natalia Ginzburg esista una scelta editoriale ben precisa, una scelta di gusto più indirizzata verso il romanzo, verso il racconto, verso la scrittura di invenzione. Hirschfeld, uno dei più importanti studiosi di letteratura ebraica in Israele, docente a Gerusalemme, critico letterario e scrittore egli stesso, ha affermato che in Israele la lettura critica della scrittrice torinese è scientificamente solida e impegnata, strettamente legata alla letteratura e meno alla saggistica, determinata, a suo avviso, «dalla straordinaria e profonda analisi, attraverso l'arte del dialogo, dei rapporti umani nel contesto di un modernismo letterario particolare, che è narrativo e poetico al tempo stesso».
  Il successo di Natalia Ginzburg è infine semplicemente dovuto all'amore e al grande rispetto che gli israeliani provano per l'Italia, per la sua cultura e per la sua storia. Le sono profondamente legati da sempre. Basti pensare che negli anni Trenta Leah Goldberg, la poetessa dell'Yishuv ebraico, e raffinata traduttrice, pubblicò in ebraico Petrarca e Pirandello. Anche la Goldberg peraltro è legata per uno strano caso del destino a Torino, dove al dipartimento di Orientalistica dell'Università sono conservate le sue lettere a Paul Kahle, insigne orientalista tedesco che era stato suo maestro a Bonn.
  Le posizioni critiche di Natalia Ginzburg verso la politica dello Stato di Israele negli anni Ottanta, dopo il massacro di Sabra e Chatila, e le sue scelte religiose - personali e non discutibili - hanno sempre interessato poco Israele e la sua cultura, popolare e scientifica, che continua a onorarla come parte integrante del proprio codice genetico e del proprio patrimonio culturale.


* Direttrice del Programma di Studi Italiani, Università ebraica di Gerusalemme

(La Stampa, 30 ottobre 2016)


Netanyahu annuncia visite inedite in Australia, Singapore e Kazakistan

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato questa mattina che nei prossimi tre mesi visiterà tre paesi in cui non si era mai recato da capo del governo: Australia, Singapore e Kazakistan. Lo riferisce il quotidiano locale "Jerusalem Post", secondo cui tra le prossime tappe del premier israeliano ci sarà anche l'Azerbaigian (già visitato da Netanyahu nel 1997). Parte dei prossimi viaggi del capo del governo di Tel Aviv sarà dedicata al tema dell'energia: Israele acquista la maggior parte del petrolio proprio da Azerbaigian e Kazakistan. Paese, quest'ultimo, che a partire da gennaio disporrà di un seggio al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La tappa a Singapore servirà a Netanyahu per ricambiare la precedente visita in Israele del collega Lee Hsien Loong, mentre quella in Australia sarà utile a rafforzare i già solidi rapporti bilaterali. Il premier israeliano non ha precisato le date delle visite, che si aggiungono a quella che il presidente Reuven Rivlin effettuerà in India tra due settimane.

(Agenzia Nova, 30 ottobre 2016)


Quando nei kibbutz vestivano alla spartana

Rinasce la linea di abbigliamento Ata, simbolo dello stile essenziale di Israele. Amata da Ben Gurion; disegnò le uniformi inglesi negli anni Quaranta e si affermò con le divise da lavoro per i nuovi immigrati del Paese. Le linee squadrate rispondevano all'esigenza di sfruttare al massimo I tagli di tessuto. Gli scarti erano usati per i vestiti del bambini

di Fabiana Magri

TEL AVIV - Nel centro di Tel Aviv, all'angolo tra la commerciale Allenby e la raffinata Montefiore, appena qualche mese fa ha inaugurato una boutique dall'inequivocabile atmosfera vintage. Con una grande ambizione: riportare in vita la linea di abbigliamento Ata, una delle più importanti industrie tessili del Paese che per cinquant'anni è stata il simbolo dello stile di vita essenziale e del design funzionale di Israele.
   Fondata nel 1934 nell'allora Palestina sotto Mandato britannico dai cugini Erich e Hans Moller, industriali fuggiti dalla Cecoslovacchia, Ata è stata la prima azienda israeliana a progettare e realizzare tessuti. Il suo successo fu un mix di know how europeo e ottima materia prima locale. L'industria aprì gli stabilimenti nel nord del Paese, non distante dal porto di Haifa, a Kiryat Ata. Eppure il nome non deriva dal luogo: è invece l'acronimo di Ariga Totzeret Artzenu, ovvero «Tessuti prodotti nel nostro Paese».
   Il lancio della linea di abbigliamento arrivò con l'inizio della Seconda guerra mondiale: gli inglesi, di stanza a Beirut, avevano bisogno di uniformi e la qualità dei tessuti Ata era ottima. Fu così che l'azienda dei Moller divenne il maggiore fornitore di divise per l'esercito britannico durante il conflitto. Allo stesso tempo Ata produceva i vestiti degli olim hadashim (i nuovi immigrati ebrei che arrivavano dall'Europa) e dei kibbutznikim, le uniformi scolastiche dei bambini e le divise da lavoro degli operai. Ben Gurion, padre fondatore di Israele che amava sottolineare anche con l'abbigliamento l'impronta pioneristica del nuovo Stato, indossava gli Shiver shorts di taglio inglese prodotti da Ata. Una sorta di paradosso, visto che il movimento sionista adottava colori e forme delle divise dell'esercito britannico considerato il nemico da battere per ottenere l'indipendenza nazionale.
   L'epoca d'oro del brand, sebbene intensa, fu però breve e Ata perse terreno rispetto alla concorrenza finendo per chiudere nel 1984.
   Non è completamente d'accordo con questa interpretazione Ilana Efrati, artista multidisciplinare nata e cresciuta a Tel Aviv dove, da autodidatta, nel 1985 - un anno dopo la fine di Ata - ha fondato la sua casa di moda. «Le cause del fallimento furono le nuove scelte dei consumatori», spiega Efrati, che dalla storia di Ata ha sempre tratto ispirazione. «Indossare un pantalone color cachi, negli anni '40, in Israele, era uno statement. Con una camicia blu o bianca - continua la stilista - dichiaravi la tua ideologia sionista e socialista, la fiducia nel kibbutz, la vicinanza al partito dell'HaAvoda, ai laburisti. Ata era lo specchio di Israele. Mio padre, che era nato a Gerusalemme ed era stato nell'Haganah con Yitzhak Rabin, Ariel Sharon e Moshe Dayan, ha sempre vestito così».
   Il pensiero dietro i modelli Ata era talmente funzionale che le linee squadrate degli abiti rispondevano all'esigenza di sfruttare al massimo i tagli di tessuto. Gli scarti erano usati per confezionare vestiti per bambini e maniche lunghe da aggiungere, in inverno, alle camicie corte estive.
   «È interessante notare - dice ancora Ilana Efrati a pagina 99 - che il punto di svolta fu la Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Scemata l'onda emotiva della fondazione dello Stato, l'ideale sionista è cambiato radicalmente e la sua essenza si è legata all'Occidente, in particolare agli Stati Uniti». Se operai, contadini, soldati e membri dei movimenti giovanili indossavano abiti Ata, i cittadini e i borghesi preferirono via via un abbigliamento più ricercato, un guardaroba internazionale. Ata cominciò a sapere di stantio e la fabbrica fallì proprio perché gli israeliani non volevano più apparire come pionieri ma guardavano con ammirazione ai prodotti importati dall'estero. «Per me invece ancora oggi la scelta di tessuti di alta qualità nei colori bianco, cachi e blu è lo sfondo per uno stile israeliano semplice ed elegante, adatto al clima caldo, conclude liana Efrati, che ha appena celebrato i vent'anni della sua etichetta Aleph Aleph 100% cotone, un omaggio ad Ata risalente al 1995. Il termine Aleph Aleph indica "prima qualità" e si riferisce alla resistenza del gabardine, che non si rovina mai, anzi, invecchiando migliora. Per il ventesimo anniversario i capi sono stati arricchiti con inserti di tovaglie ricamate a mano e trasformati in pezzi unici. Un approccio di avanguardia intellettuale che manca al recente rilancio di Ala, che invece fa leva sulla nostalgia e strizza l'occhio al marketing. È il 2011 quando Shahar Segal, imprenditore e ristoratore di successo, visita una mostra dedicata ad Ata all'Eretz Israel Museum di Tel Aviv e fiuta il business. Segai si rivolge a Yael Shenberger, una delle migliori costumiste in Israele, che quando parla di vestiti sfoggia un gergo degno di un critico gastronomico. Tra sostenibilità e chilometro zero, è musica per le orecchie del socio in affari del grande chef israeliano Eyal Shani, oggi testimonial Ata con l'attrice Keren Mor. «Il mio lavoro - spiega Yael Shenberger - nasce da meticolose ricerche per le strade e nei mercatini dove vent'anni fa vintage era sinonimo di Ata. All'inizio ero certa che se non fossi stata in grado di replicare esattamente i modelli originali, l'operazione non avrebbe funzionato. Allo stesso tempo dovevo scontrarmi con una realtà diversa, a partire dalla materia prima che non potrà mai essere la stessa di allora perché oggi non c'è più nessuno che produca tessuti in Israele».
   Il punto di partenza della Shenberger è stato il pacco di prima necessità che ogni nuovo immigrato riceveva al suo arrivo e che conteneva un lenzuolo, pantaloni e camicia cachi, abiti da lavoro blu e un camicia bianca per shabbat.
   «Mi sono interrogata sull'attualità di quel guardaroba di emergenza - racconta la costumista - perché anche se non viviamo più nei kibbutz, nello stile di ogni israeliano la praticità conta ancora prima di tutto». Certo, con qualche aggiornamento. «Ho allargato le tasche per adattarle agli smartphone e ogni capo viene testato facendoci un giro in bicicletta. Pare inoltre che i clienti pensino che la collezione sia unisex. Ne sono felice perché ciò che rende speciale un capo di abbigliamento è la persona che lo indossa», conclude Shenberger. Del resto se uno chef e un'attrice famosi hanno preso il posto di operai e kibbutznikim nella campagna pubblicitaria del brand, è perché i tempi stanno cambiando.

(pagina99, 30 ottobre 2016)


La rinascita dell'ebraico

Ad Eliezer Ben Yehudah il merito di aver rivitalizzato una lingua che per secoli era come congelata, superando difficoltà e anche molti oppositori.

di David Meghnagi

Eliezer Ben Yehudah
1897. E' un anno particolarmente denso di significati per la recente storia dell'ebraismo. A Basilea, Theodor Herzl riunisce il primo congresso del movimento sionista. Nella zona di residenza coatta dell'Impero zarista, dove gli ebrei sono forzatamente concentrati, si riunisce il primo congresso del Bund. Il Bund è la prima organizzazione socialista nell'impero zarista. In quello stesso anno a Vienna, Sigmund Freud elabora la teoria dell'Edipo. Sullo sfondo del lutto per la perdita del padre, e in risposta all'antisemitismo dilagante a Vienna, Freud aderisce al movimento internazionale dei B'nai B'rith. Dieci anni prima nel 1887 Ludwig Lazar Zamenhof, un ebreo polacco, gettava le basi a un utopico progetto di riconciliazione fra le genti, attraverso la creazione di una lingua complessa e allo stesso tempo facile da apprendere. L'anno dopo il padre della rinascita dell'ebraico moderno, Eliezer Ben Yehudah lanciava il suo appello perché l'ebraico fosse utilizzato come lingua parlata. La rinascita dell'ebraico, lo sviluppo dello jiddisch sono figli di una stessa vicenda storica, parte di un processo di rinascita e di riscatto dopo secoli di oppressione, che toccava ogni aspetto dell'esistenza, e hanno dei punti di contatto con la creazione dell'esperanto. Non a caso l'autore della prima grammatica dello jidisch sia stato Zamenhof.
   Se lo jiddisch è il gergo materno di undici milioni d'ebrei, da cui ha preso origine una corposa letteratura e poesia moderne, l'ebraico è la loro radice più antica, il nucleo attorno a cui è stata conservata e sviluppata l'esistenza religiosa attorno alla sinagoga nel corso dei secoli.
   Per secoli, generazioni di studiosi hanno lottato perché l'ebraico non morisse come lingua e ne hanno arricchito il lessico, con parole e termini che resero possibile, nell'epoca dei Mori, la traduzione d'importanti opere filosofiche e la ricerca poetica per la composizione di opere liturgiche e profane.
   Il progetto di Eliezer Ben Yehudah, il padre della rinascita linguistica ebraica, non è nato per avere una vita facile. All'interno delle comunità ebraiche dell'Europa orientale, ha dovuto fare i conti con un'opposizione concentrica dei nuclei più assimilazionisti, delle autorità religiose e del movimento bundista. Sul versante esterno ha dovuto fronteggiare l'ostilità dei movimenti rivoluzionari, in particolare dei bolscevichi, ma anche dei menscevichi. Bundisti e sionisti si sono combattuti ferocemente, anche nella scelta linguistica (lo jiddish contro l'ebraico}, sino a quando le loro differenze non sono state rese "risibili" da un mondo folle oltre ogni immaginazione. Negli anni bui dello stalinismo, il solo possesso di una grammatica ebraica, comportava la deportazione in Siberia.
   I progetti di Eliezer Ben Yehudah (il vero nome era Perlman} e di Ludwik Lazar Zamenhof, il padre dell'esperanto, sono agli antipodi, ma entrambi figli della stessa condizione e del bisogno di trovare una soluzione ai dilemmi della condizione ebraica. Eliezer ben Yehudah ritiene che la rinascita dell'ebraico, sia una condizione imprescindibile del processo di riscatto nazionale e di riappropriazione culturale del passato e di progettazione del futuro. Rinascendo come nazione libera, gli ebrei avrebbero contribuito al rinnovamento del mondo.
   Lavorando anche diciotto ore al giorno, Ben Yehudah pescò le sue perle nel vasto territorio del Tanakh, della Mishnah, della Ghemarah e della letteratura rabbinica. Quando non è l'ebraico antico a essergli di aiuto, per coniare una parola nuova, Ben Yehudah fa ricorso all'aramaico. Se l'aramaico non basta, si appoggia alla lingua araba. Per non parlare delle lingue europee e dello stesso jiddisch.
   L'impresa di Eliezer Ben Yehudah è unica nel suo genere. Le parole e i verbi da lui coniati sono religiosamente appresi e utilizzati nei kibbutz e nei moshav dell'Yshuv. Nel 1888, Ben Yehuda prende una decisione difficile. Da un giorno all'altro con i figli parla solo in ebraico. La ricerca sulla lingua ebraica svolta da un solo uomo sopravanza quella di un'intera generazione di studiosi. Nella cella di un carcere turco, dove fu rinchiuso per due anni per un suo articolo sulla rinascita nazionale ebraica, Perlman lavora al suo progetto per diciotto ore al giorno, dalle sei di mattina alle dodici di notte. In America dove vivrà per un certo periodo, per dodici, tredici ore al giorno. Dei sedici volumi di cui si compone l'atlante storico della lingua ebraica, terminato solo nel 1959, sei sono suoi. Quando nel 1922, Ben Yehudah muore consumato dallo sforzo immane cui si è sottoposto, l'ebraico parlato è la lingua di una piccola comunità, che tre decenni dopo si farà stato. Nei decenni successivi l'ebraico ha recuperato secoli perduti, dando vita a una letteratura tra le più interessanti.

(Shalom, ottobre 2016)


Non cessa di stupire la spudorata doppiezza dei dirigenti palestinesi

Ecco il consigliere di Abu Mazen che parla di coesistenza davanti agli israeliani e predica l’odio ai palestinesi

Un paio di settimane fa, il presidente israeliano Reuven Rivlin ha incontrato Mahmoud Al-Habbash, consigliere del presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) per gli affari religiosi e islamici, nel quadro di un incontro con rabbini israeliani e leader religiosi palestinesi.
Nelle intenzioni degli organizzatori, citati dal New York Times (13.10.2016), l’incontro aveva lo scopo di “forgiare uno sforzo congiunto contro la violenza religiosa e promuovere la pace e la convivenza”. Si legge in una dichiarazione diramata dai partecipanti all’incontro: “Noi crediamo che l’uccisione deliberata o il tentativo di uccidere deliberatamente innocenti è terrorismo, non importa se commesso da musulmani, ebrei o altri. In questo spirito, incoraggiamo tutti i nostri popoli a operare per una pace giusta, per il reciproco rispetto della vita umana e della status quo nei luoghi santi, e per sradicare l’odio religioso”....

(israele.net, 29 ottobre 2016)


Comunità ebraica in visita a Bova Marina: lettura della Torah e momento di preghiera

di Marilena T. Avenoso

Resti della Sinagoga del Parco Archeologico di Bova Marina
Sabato 22 ottobre, in occasione della celebrazione dello shabat, una Comunità Ebraica si è riunita in preghiera presso la Sinagoga ebraica di IV-VI sec. d.C. presente all'interno del Parco Archeologico "Archeoderi".
Prima dell'inizio della preghiera vera e propria, il Rabbino Capo, venuto da Israele, ha subito fatto notare ai partecipanti come l'antico e il moderno si fondano in una quasi totale armonia, dal momento che la Sinagoga ebraica del suddetto Parco Archeologico è situata proprio sotto il manto stradale della SS.106.
A questa emozionante giornata di preghiera hanno preso parte ebrei provenienti da quasi tutta Italia, in particolare Roma, Milano, Calabria e Sicilia.
La cerimonia, durata quasi 3 ore, è stata allietata da canti e preghiere, nella fattispecie per tutti i defunti, per tutto il personale del Parco Archeologico e per le forze dell'ordine che hanno "vegliato" su questa numerosa comunità raccolta in preghiera.
Due sono stati i momenti più emozionanti e salienti di tutta la celebrazione: il momento della lettura della Torah, e il momento di preghiera per tutte le vittime della shoah.
È stato davvero toccante vedere quanto questa triste pagina di storia sia impressa a fuoco nell'animo e nella memoria di questo popolo tormentato, vessato e abusato fin dai tempi antichi. Una ferita ancora aperta e sanguinante quella della shoah nell'animo dei partecipanti, i quali si sono stretti in un commosso abbraccio.
Alla fine della preghiera è stato altrettanto emozionante aver sentito da uno dei partecipanti che finalmente, dopo quasi 1700 anni, l'Aula della Preghiera della Sinagoga ebraica del Parco Archeologico "Archeoderi", abbia sentito riecheggiare le voci di una intera comunità ebraica raccolta in preghiera.
Questo shabat, spiegava un giovane partecipante appartenente alla Comunità Ebraica di Milano, è stato particolarmente significativo perché ha coinciso con la Festa delle Capanne.
In occasione di tale festività, nel villaggio "La Perla Jonica", dove la comunità ha soggiornato, è stata costruita una capanna con canne e foglie di palma, dal cui tetto era sempre visibile il cielo.
Dopo la celebrazione di tale festività, la quale ricorda la liberazione degli ebrei dal popolo di Egitto, la comunità ha consumato all'interno della capanna un pasto in comune con cibo rigorosamente kosher.
Alla sera, al termine dello shabat, l'intera comunità si è riunita nuovamente in preghiera, alla fine della quale si è assistito al racconto e alla spiegazione di alcuni passi della Torah, e al racconto di storie legate alla shoah.
È stata davvero un'emozione unica assistere in prima persona a tale celebrazione.

(deliapress.it, 29 ottobre 2016)


Da nipote di un palestinese intimo di Arafat, a cristiana che difende Israele

 
Sandra Salomon
(Times of lsrael) - Nipote di Saher Habash - uno dei fondatori del partito palestinese Fatah, tra i leader della seconda Intifada e intimo confidente di Yasser Arafat - Sandra Salomon è nata da musulmana a Ramallah sotto un altro nome, ma è cresciuta in Arabia Saudita, prima di trasferirsi in Canada e convertirsi al cristianesimo.
"Sono cresciuta in una casa che odiava gli ebrei, osannava Hitler e l'olocausto", ha dichiarato la Salomon in un'intervista lo scorso mercoledì. Tatuaggio con la scritta "Israele" in ebraico sotto la nuca e stella di David al collo, è diventata una sostenitrice pubblica di Israele e spera che il popolo ebraico la perdonerà per gli insulti e la demonizzazione da parte della sua famiglia e delle persone che frequentava mentre cresceva.
Famiglia che l'ha denunciata per la sua conversione che, dice la Salomon, "non è avvenuta dal giorno alla notte" e che è stata principalmente guidata dal suo essere cresciuta in Arabia Saudita: "Indossare lo hijab è la principale ragione per cui ho lasciato l'islam. E anche per lo stile di vita sotto la shari'a, ha dichiarato durante l'intervista.
La Salomon ha detto che il suo "sogno, un giorno, è andare in Israele, alzare la bandiera e salutarla", aggiungendo che "lo Stato di Israele è stato creato per restare, non per essere cancellato".
Ha infine aggiunto che se suo zio fosse vivo, l'avrebbe sicuramente accusata per le sue azioni e per il suo sostegno a Israele, come hanno fatto altri musulmani e palestinesi. "Continuerò a dire la verità anche se dovesse portare alla mia morte, un giorno. Almeno saprò che ho avuto l'onore di morire per la verità", ha concluso.

(ArabPress, 28 ottobre 2016)


Italia punita con il terremoto per il voto all’Unesco?

Polemiche in Israele e in Italia per le parole del vice ministro israeliano della Cooperazione regionale Ayoub Kara (Likud), secondo cui "il terremoto in Italia è avvenuto" per punizione divina per l'astensione italiana all'Unesco nel voto sulla Città Vecchia di Gerusalemme.
Kara - secondo quanto riferisce il sito di Ynet - mercoledì era in missione in Vaticano quando c'è stata la scossa.

(ANSA, 28 ottobre 2016)


Che il terremoto sia stato una punizione divina, il ministro non poteva dirlo con certezza, ma certamente nessuno può dire con certezza nemmeno il contrario. Quindi invece di ridere o scandalizzarsi, sarebbe meglio riflettere. M.C.


Convegno di Chiamata di Mezzanotte a Torino

Nei giorni 4-6 novembre 2016 si svolgerà a Torino l'annuale convegno dell'associazione "Chiamata di Mezzanotte", con conferenze e possibilità di interazione con i relatori.

Locandina

(Chiamata di Mezzanotte, 28 ottobre 2016)


"Haaretz": Israele si prepara alla fine dell'era Abbas

GERUSALEMME - Il governo del presidente palestinese Mahmoud Abbas in Cisgiordania è ormai giunto alle sue battute conclusive. Lo scrive oggi il quotidiano israeliano "Haaretz", ripercorrendo il "lento" processo di sgretolamento del potere politico di Abbas. Il declino del ruolo politico dell'anziano leader di Fatah è "ormai accettato come un fatto innegabile" dalla maggior parte degli attori locali, prosegue l'editoriale.Il leader dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) deve affrontare attacchi e sfide provenienti sia dall'interno del suo movimento politico, Fatah, così come da Hamas. L'editoriale del quotidiano specifica, inoltre, che esiste un'ostilità crescente anche da parte di diversi paesi arabi. Il suo isolamento politico ha fatto crescere la tensione interna a Ramallah, in Cisgiordania, che potrebbe avere implicazioni sia per la stabilità all'interno dei Territori palestinesi, sia per le relazioni dei palestinesi con Israele. La minaccia più significativa, secondo "Haaretz", proviene dal Muhammad Dahlan, esponente di spicco di Fatah, che vive in esilio. Abbas non nasconde il suo disprezzo per Dahlan, che gestiva la Striscia di Gaza quando nel 2007 sono scoppiati gli scontri con Hamas.

(Agenzia Nova, 28 ottobre 2016)


Visita di radiologi e biologi israeliani all'ospedale Cannizzaro di Catania

CATANIA - Un gruppo di oltre cento radiologi e biologi israeliani ha fatto visita, tra ieri e oggi, all'ospedale Cannizzaro di Catania. Gli ospiti, provenienti da vari ospedali di Israele, hanno incontrato il Direttore Generale, Angelo Pellicanò, che, con il direttore sanitario Salvatore Giuffrida, ha dato loro il benvenuto e ha illustrato la mission dell'emergenza che contraddistingue l'ospedale, il bacino di popolazione di riferimento e le specialità caratterizzanti secondo la rete ospedaliera. La platea si è dimostrata interessata e ha posto domande sull'organizzazione aziendale e sul servizio sanitario nazionale.
Distinti in due gruppi, gli israeliani hanno quindi avuto modo di approfondire le dotazioni tecnologiche e il funzionamento di realtà d'avanguardia dell'Azienda Cannizzaro: la Diagnostica per Immagini, la Neuroradiologia e l'Anatomia Patologica. Giovedì mattina, i radiologi hanno infatti visitato l'area di interventistica, le sale dedicate alla Tac, all'angiografo e alla diagnostica per immagini "body", mentre venerdì i biologi sono stati guidati dal direttore Filippo Fraggetta nei laboratori di Anatomia Patologica in cui si effettuano le analisi di tessuti e cellule e biologia molecolare.

(Live Sicilia Catania, 28 ottobre 2016)


Missione in Israele e Territori Palestinesi per il ministro russo Dmitry Medvedev

Il 10 novembre sarà nel Paese ebraico dove incontrerà Netanyahu e Rivlin. Il giorno successivo a Ramallah, dove vedrà Abu Mazen e visiterà gli edifici educativi e culturali costruiti con l'aiuto della Russia.

MOSCA - Missione in Israele e Territori Palestinesi per il primo ministro russo Dmitry Medvedev, che il 10 novembre si recherà nel Paese ebraico e il giorno successivo a Ramallah. In Israele incontrerà il suo omologo Benjamin Netanyahu e il presidente Reuven Rivlin. Lo rende noto il servizio stampa del governo. In discussione "questioni prioritarie nell'agenda bilaterale, tra cui le strade per rafforzare ulteriormente il commercio, l'economica, gli investimenti, l'innovazione tecnico-scientifica e la cooperazione umanitaria" tra i due paesi. Nei Territori vedrà "il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen), visiterà edifici culturali ed educativi, costruiti con l'aiuto della Russia". Inoltre, le parti discuteranno anche di questioni bilaterali e della situazione in Medio Oriente.

(il Velino, 28 ottobre 2016)


Pizza for Israel: grande successo a Roma per la quinta edizione

 
Non si è fatta attendere la risposta alle risoluzioni "antisioniste" dell'Unesco. Roma ha reagito nel migliore dei modi.
Un momento indimenticabile per tutti coloro che hanno partecipato: la quinta edizione dell'iniziativa "Pizza for Israel", come le precedenti, si è rivelata occasione propizia per una rimpatriata tra amici che hanno poche possibilità di vedersi dal vivo. Per alcuni si è trattata della prima partecipazione, altri hanno comunque conosciuto per la prima volta amici che fino a quel momento erano solo "virtuali".
Una grande famiglia, unita dal sostegno ad Israele.
L'iniziativa è stata promossa, come sempre, dall'Associazione Romana Amici di Israele di Flaminia Sabatello. I proventi raccolti sono stati inviati a Tsahal Pizza, organizzazione che si occupa di raccogliere fondi che vengono utilizzati per acquistare pizze oppure beni di prima necessità per i soldati dell'esercito di Israele.
La cena si è svolta al ristorante Yotvata all'interno dell'ex ghetto ebraico romano, con una settantina di partecipanti.
Henri Sebbane, il titolare di Tsahal Pizza, ha ringraziato organizzatori e partecipanti per la buona riuscita dell'evento.
La serata ha avuto il suo culmine nel momento finale, in cui tutti i partecipanti in piedi hanno intonato
l'inno israeliano.


(L'Informale, 28 ottobre 2016)


''Le tribù rivali del Medio Oriente convivano nelle confederazioni''

Il presidente israeliano riceverà. Mattarella: i nostri popoli hanno radici comuni.

di Maurizio Molinari

La convivenza
Le tribù non stanno insieme senza dittatori che glielo impongono. Solo confede- razioni fra etnie possono tutelare le identità.
Lo scontro all'Unesco
L'Unesco afferma che Gerusalemme non ha alcun legame con l'ebraismo: as- surdo, gli ebrei sono qui da quattromila anni.
Il ruolo di Putin
La Russia è tornata in Medio Oriente ed è destinata a restarci perché Putin è determinato a difendere gli interessi russi e dei russofoni.

GERUSALEMME - Le confederazioni per far convivere le tribù rivali del Medio Oriente, il dialogo con i sunniti, la Russia protagonista, la Realpolitik dell'America ma soprattutto il legame indissolubile con Gerusalemme, dove gli ebrei vivono da 4000 anni nonostante le «assurdità» dell'Unesco: sono idee e valori che Reuven Rivlin, presidente dello Stato di Israele, illustra a «La Stampa» anticipando l'agenda che discuterà con il capo dello Stato Sergio Mattarella, in arrivo domenica, nel segno di «radici comuni che ci permettono di guardare assieme al futuro».

- Cosa l'ha colpita di più del voto dell'Unesco su Gerusalemme?
  «La mia famiglia arrivò da Vilna, in Lituania, a Gerusalemme, sette generazioni fa e ora l'Unesco afferma che questa città non ha alcun legame con l'ebraismo. Gli ebrei sono qui da 4000 anni, Gesù visse nella Gerusalemme ebraica e Tito la distrusse, dando inizio alla Diaspora dove gli ebrei hanno sempre pregato verso Gerusalemme, fino al loro ritorno grazie al sionismo. Israele si può criticare, anche aspramente, per questa o quella politica, ma negare il legame fra gli ebrei e Gerusalemme è un'assurdità».

- Da dove si genera, a suo avviso, tale «assurdità»?
  «A spiegarla non basta l'antisemitismo. C'è qualcosa di più: l'argomento dei palestinesi che gli ebrei non hanno nulla a che fare con questa terra. Gli ebrei sono venuti qui da oltre 70 Paesi
ma il rigetto arabo del sionismo si è motivato con il fatto che fossero dei corpi estranei. Dietro tali risoluzioni c'è la volontà politica di affermare che Israele non ha diritto di esistere. Il rigetto palestinese delle nostre radici in questa terra è una tragedia perché mina la costruzione della convivenza. Nessuno può capirci meglio dell'Italia perché il Foro romano ha nell'Arco di Tito la prova concreta della Menorà catturata nel Tempio di Gerusalemme. Le nostre storie sono intrecciate».

- Cosa si aspetta dalla visita di Sergio Mattarella?
  «Sarà un onore ospitarlo. Lo aspettiamo a cuore aperto e guardando con fiducia al futuro comune. I nostri popoli e le nostre nazioni hanno radici comuni, dunque sono convinto che abbiamo davanti una Storia da scrivere assieme. Così come la Storia passata, la stessa vissuta da Gesù, ci accomuna. Giuseppe Flavio ha scritto nella lingua dell'Impero romano, dunque universale, fatti chiari sui romani, gli ebrei e Gerusalemme».

- Il premier Matteo Renzi ha avuto dure parole di condanna per la risoluzione dell'Unesco, smentendo di fatto l'astensione votata dal nostro ambasciatore. Cosa pensa della posizione italiana?
  «Davanti alla Storia non si può essere neutrali. Gerusalemme è da sempre simbolo di coesistenza e convivenza fra popoli, etnie e fedi».

- Israele ed Europa condividono i timori per il terrorismo jihadista. Cosa sta avvenendo in questa regione?
  «Il problema del Medio Oriente nasce dalla crisi del nazionalismo arabo e dal conseguente dilagare del terrorismo. In questa regione vi sono quattro nazioni - Egitto, Israele, Turchia e Iran - mentre altri Paesi hanno una natura etnica o tribale. In Siria a combattersi sono sette-otto eserciti, in Iraq vi sono tre etnie diverse: curdi, sciiti e sunniti. Sono tali motivi che consentono a Isis di proliferare. Ed è peggio di Al Qaeda perché Osama bin Laden voleva operare dentro gli Stati mentre Isis vuole distruggerli, sostituendoli con uno Stato islamico. Il terrore che ha colpito Israele si ripete contro altri Paesi, è un metodo di vita tribale. In Siria dopo la rivolta antiAssad e in Libia dopo Gheddafi non vi sono dittatori in grado di dominare le tribù e dunque riemerge la violenza. È il fondamentalismo che spazza la regione, spinge la gente a fuggire verso l'Europa, sognando di arrivare in Germania o in Italia».

- È un processo inarrestabile o può essere fronteggiato?
  «Alla genesi c'è il conflitto fra differenti tribù, è una questione di ostilità fra sciiti-sunniti e al loro interno di ulteriori divisioni. Paghiamo le conseguenze della creazione di Stati fittizi, decisi a tavolino con gli accordi di Sykes-Picot nel 1916. L'unica maniera per fronteggiare tale processo è creare delle confederazioni per riunire etnie e tribù. Ad esempio in Iraq fra sunniti, sciiti e curdi che per vivere assieme devono essere separati ma avere accordi comuni sulle questioni strategiche. Ipotizzare di tenere al potere Assad non ha molto senso perché ha causato una strage immane, portando a far riemergere le differenze fra Aleppo e Damasco. Gli alawiti non andranno mai con i sunniti e viceversa. Per trovare un metodo di convivenza bisogna partire dalla tutela delle identità, le tribù non stanno assieme senza dittatori che glielo impongono. Solo le confederazioni possono impedire flussi di massa di profughi come quelli che arrivano in Europa. Solo le confederazioni fra etnie e tribù possono difendersi dalle idee di Isis che arrivano via Internet».

- La confederazione può essere una via d'uscita anche al conflitto fra israeliani e palestinesi?
  «Certo, il primo a suggerirlo fu Zeev Jabotinsky, uno dei primi leader sionisti, che previde cosa sarebbe avvenuto agli ebrei in Europa; riteneva che non c'era altra scelta all'emigrazione in Israele ma affermava con grande realismo che gli arabi li avrebbero rigettati. Nel 1923 diceva che l'unica maniera era "convivere con chi non ci accetta" costruendo "muri di ferro non per attaccare ma difendersi" e "tenendo finestre aperte per cogliere, appena possibile, opportunità di dialogo sul lato opposto" perché alla fine è sempre la convivenza che prevale. Noi dobbiamo vivere assieme ai palestinesi, non dobbiamo dominarli, bisogna vivere assieme con entità differenti ovvero in una confederazione. Per riuscirci bisogna creare fiducia, si è parlato in passato di confederazione anche con i giordani ma loro vogliono restare in uno splendido isolamento e potrà esservi solo a Ovest del Giordano».

- L'Europa accoglie molti migranti. Più Paesi si interrogano su come far coesistere le popolazioni nazionali con minoranze di origini diverse. Israele ha il 20% di cittadini arabi e lei più volte ne ha sottolineato il valore per la vita democratica. Qual è la ricetta della convivenza?
  «Bisogna accettare l'idea di vivere assieme, appartenendo alla stessa collettività. È un processo di maturazione interna, difficile ma inevitabile. I migranti che arrivano in Italia devono fare loro valori e ideali italiani così come l'Italia deve rispettarne l'identità. Qui è più difficile per il conflitto israelo-palestinese. Sotto certi versi siamo ancora nemici sebbene gli arabi hanno partiti e deputati. Siamo una nazione con diverse comunità e ciò comporta diverse responsabilità: gli ebrei non devono imporsi, la minoranza araba deve accettare lo Stato. La "Speranza d'Israele" è che ogni cittadino ebreo, cristiano o musulmano condivida l'idea di avere cura degli altri».

- Circolano indiscrezioni a raffica sui contatti fra Israele e Stati sunniti. Cosa c'è di vero?
  «Quando in Iran c'era lo Scià temeva gli Stati sunniti e per questo dialogava con noi, ora la situazione è rovesciata: l'Iran ha il nucleare e promuove il terrorismo dunque sono gli Stati sunniti a temerlo, e dialogano con noi. Israele è minacciato da due organizzazioni terroristiche - Hezbollah in Libano e Hamas a Gaza - sostenute dall'Iran ed ora i sunniti percepiscono simili minacce da Teheran. Inoltre, i sunniti vogliono allearsi con chi combatte non solo l'Iran ma anche Isis. Dunque, cercano noi. Isis non è solo un esercito ma un fenomeno che entra nelle teste dei musulmani. A capirlo bene sono i russi perché hanno avuto la Cecenia: comprendono il pericolo fondamentalista».

- Quanto conta oggi la Russia in Medio Oriente?
  «In questa regione il vuoto non esiste. Quando gli americani hanno iniziato a disimpegnarsi, i russi sono arrivati. I russi hanno sentito la pressione americana in Ucraina e hanno risposto difendendo i loro interessi nel Mar Nero e nel Mediterraneo Orientale, partendo dal porto di Latakia. Tutto ciò ha portato a tensioni Est-Ovest. Israele ne ha tratto le conseguenze: in Siria è la Russia che controlla lo spazio aereo e dobbiamo cooperare con loro. Ma abbiamo stabilito delle linee rosse come non consentire ad Iran ed Hezbollah di arrivare ai confini sul Golan.

- La Russia è destinata ad accrescere il proprio ruolo?
  «La Russia venne espulsa dal Medio Oriente nel 1856 con la guerra di Crimea, vi tornò nel 1956 dopo la crisi di Suez, sbarcando in Egitto. Poi con la fine della Guerra Fredda ci sono stati soprattutto gli americani ma la Russia è tornata ed è destinata a rimanerci perché Putin è determinato a difendere gli interessi russi e dei russofoni».

- Se Hillary Clinton dovesse diventare presidente Usa le tensioni Est-Ovest in questa regione potrebbero impennarsi.
  «Se la Clinton diventerà presidente si troverà davanti alla Russia. L'Italia e i suoi leader sanno bene quello che sappiamo noi: Russia e Usa duellano ma possono trovare interessi comuni».

- Quanto dice mi fa venire in mente Dan Segre, lo scrittore ebreo italiano che fu collaboratore di David Ben Gurion ed ambasciatore di Israele in Africa, sulla possibilità che lo Stato ebraico abbia davanti a sé un futuro di «neutralità». Cosa ne pensa?
  «I fondatori di Israele erano russi, come Ben Gurion, molti sognavano Marx e Lenin, la Russia fu una delle prime nazioni a riconoscerci e dalla Russia abbiamo ricevuto dagli Anni Novanta 1,5 milioni di immigrati. I pionieri sionisti non leggevano solo lo Zio Tom e la letteratura italiana ma anche Dostojevsky e Tolstoi. L'America è il nostro più grande alleato, ci sentiamo parte dell'Europa ed abbiamo una enorme comunità marocchina: siamo di tutte le origini, siamo parte del mondo libero ma siamo in Medio Oriente, circondati dalle sue guerre. La nuova situazione ci consente di dialogare con tutti; per questo ciò che ha scritto Dan Segre è molto vero, ha saputo guardare lontano. Al tempo stesso non dimentichiamo che il popolo ebraico è tornato alla sua terra e non abbiamo altro posto dove andare ad eccezione di Israele».

(La Stampa, 28 ottobre 2016)


Mahmoud Abbas incontra i vertici di Hamas in Qatar

DOHA - Il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, ha incontrato ieri in Qatar i vertici del movimento islamista di Hamas per riprendere il processo di riconciliazione tra i due principali gruppi politici palestinesi. Secondo quanto riferisce l'emittente qatariota "al Jazeera", erano presenti all'incontro il presidente dell'ufficio politico di Hamas, Khaled Meshaal, ed il suo vice, Ismail Haniyeh, ex premier di Gaza e considerato futuro leader del gruppo che controlla la Striscia di Gaza dal 2006. Il vertice è stato sponsorizzato dal ministro degli Esteri del Qatar, Sheikh Mohammed Bin Abdel Rahman al Thani, che ha partecipato alla riunione incentrata sulla ripresa del processo di riconciliazione nazionale palestinese tra Fatah e Hamas. I funzionari politici palestinesi presenti a Doha hanno ribadito la necessità di riprendere il dialogo iniziato in passato in Qatar tra i due partiti per organizzare le elezioni e per rimuovere tutte le divergenze che finora hanno ostacolato la nascita di un governo di unità nazionale. In una nota Hamas ha confermato la sua volontà di dare vita ad un governo unitario e ad un programma politico che contrasti la politica israeliana degli insediamenti.

(Agenzia Nova, 28 ottobre 2016)


Il canto del muezzin a Tor Vergata

L'università di Roma fa un patto con il Qatar, burattinaio dell'islamismo e del boicottaggio di Israele (anche all'Unesco). I principi sauditi ci tengono lezione. Orsini: "Si parli pure ai talebani, ma forti nella propria identità".

di Giulio Meotti

 
Hamad Bin Abdulaziz al Kawari riceve la laurea honoris causa a Tor Vergata
ROMA - Quando la Northwestern University aprì un ateneo satellite nel deserto del Qatar, a Doha, il professor Stephen Eisenman, già presidente del Senato accademico di quella facoltà americana, pubblicò un rapporto che metteva in dubbio "l'etica di aprire un campus in un paese autoritario e che vanta tra i propri alleati numerosi regimi e gruppi oppressivi". All'Università di Roma Due, Tor Vergata, sembra che il dubbio non abbia sfiorato nessuno di fronte al patto di ferro che l'ateneo ha stretto con il Qatar.
  La scorsa settimana, in merito alla battaglia all'Unesco per cancellare le radici ebraiche di Gerusalemme, abbiamo reso conto del ruolo del Qatar in seno all'agenzia dell'Onu. Ieri, l'Unesco ha votato un'altra risoluzione antisemita (soltanto due i paesi che hanno votato contro). Tre settimane fa, l'ex ministro della Cultura del Qatar, Hamad Bin Abdulaziz al Kawari, giunto a Roma per lanciare la sua candidatura a direttore dell'Unesco, ha ricevuto una laurea honoris causa proprio a Tor Vergata. A fare gli omaggi di casa c'erano Giuseppe Novelli, il magnifico rettore, Giorgio Adamo, vicedirettore del dipartimento di Storia dell'Università, e Maria Giovanna Stasolla, coordinatrice dei dottorati in Beni culturali.
  Da due anni, l'Università romana sigla accordi con il Qatar. A febbraio, una folta delegazione accademica di Tor Vergata è andata fino a Doha. Il rettore, accompagnato da una delegazione composta dal professor Maurizio Talamo, dal professor Riccardo Cardilli e dalla dottoressa Marina Tesauro, è stato impegnato in incontri con i vertici dell'Università del Qatar e della Qatar Foundation. L'interscambio è proseguito a Tor Vergata, dove sempre alla presenza del rettore ha parlato in Ateneo il vice primo ministro del Qatar, Abdullah bin Hamad al Attiyah. In precedenza, Tor Vergata ha siglato un accordo che riguarderà le aree di economia, medicina, ingegneria, lettere, diritto con l'Università del Qatar. La firma è avvenuta alla presenza del rettore e del presidente dell'università qatariota, Hassan Rashid al Derham. Va avanti così da almeno un anno. Pur avendolo contattato, non abbiamo ottenuto risposta dal rettore a domanda se il dubbio non fosse sorto almeno a lui sulla liaison fra una grande e importante università italiana e un regime accusato di tessere le fila dell'islamismo nel mondo e che finanzia e ospita i capi dell'organizzazione terroristica Hamas. Non solo, il Qatar finanzia le principali conferenze per il boicottaggio di Israele. Come quella che si è tenuta in Tunisia e dal titolo "Boycott as a Strategy to Counter Israel's Occupation and Apartheid", organizzata dall'Arab Center for Research and Policy Studies (Acrps) con sede a Doha, un centro finanziato dal sultano Ghanim al Kuwari, uomo d'affari legato alla monarchia qatariota di al Thani. Il rettore di Tor Vergata un anno fa ha stretto un accordo accademico importante con le istituzioni scientifiche israeliane. La nuova amicizia con il Qatar induce in confusione.
  Come induce in confusione l'apertura di Tor Vergata a un altro baluardo dei diritti umani in medio oriente e che non fa mistero di voler esportare nel mondo l'islam: l'Arabia Saudita. "E' una giornata storica per Tor Vergata": così il rettore Novelli ha salutato la prima edizione della summer school in lingua e cultura araba organizzata dal Centro interdisciplinare di studi sul mondo islamico di Tor Vergata diretto dal professor Massimo Papa, in cui il principe saudita Turki al Faisal al Saud ha tenuto una lectio al corpo docente di Tor Vergata sui "nuovi scenari politici del mondo arabo". A conclusione, il principe saudita è stato persino insignito della Pergamena d'onore dell'Università come Professore emerito dell'ateneo. C'erano anche gli ambasciatori in Italia degli Emirati Arabi Uniti, dell'Oman e della Lega Araba. Facilitatore culturale della partnership di Tor Vergata con il mondo islamico è Massimo Papa, ordinario di Diritto musulmano e dei paesi islamici a Tor vergata. Il professor Papa ha partecipato anche alla conferenza a Tor Vergata con il vice premier del Qatar al Attiyah.

 Sfruttano il pluralismo occidentale
  Non vedo un pericolo in sé nell'apertura di un'università italiana all'università di qualunque paese del mondo", dice al Foglio il professor Alessandro Orsini, dal 2013 al 2016 direttore del Centro studi sul terrorismo a Tor Vergata, in questi giorni al Mit di Boston e appena nominato direttore dell'Osservatorio sulla sicurezza internazionale della Luiss di Roma. "Dal mio punto di vista, che è il punto di vista di un uomo abituato a parlare con tutti, assassini compresi, sarebbe lodevole stipulare convenzioni, e scambi di studenti, persino con le università talebane. L'importante è aprirsi agli altri per ascoltare ciò che hanno da dire, ma anche per mostrare loro la bellezza dei valori liberali. Se le università italiane iniziano a stipulare convenzioni accademiche con il Qatar, a me va benissimo. Ma bisogna avere una precisa identità nazionale per aprirsi agli altri, senza lasciarsi penetrare da valori in contrasto con i valori liberali. I nostri ragazzi conoscono benissimo Bin Laden o al Baghdadi, ma conoscono pochissimo Karl Popper. Se noi non vogliamo diventare fondamentalisti islamici, dobbiamo sapere esattamente che cosa siamo. Dobbiamo sapere qual è la cultura politica che ci ha consentito di diventare la civiltà più libera che sia mai apparsa sulla terra. Questa cultura politica è la cultura liberale. Se le università italiane stipulano convenzioni con il Qatar, avendo questa consapevolezza culturale, e questo orgoglio identitario, possiamo arricchirci, prendendo il meglio dalla società del Qatar, che ha molte cose belle da offrirci. Nello stesso tempo, possiamo arricchire culturalmente i ragazzi che provengono da quei paesi del medio oriente che sono pieni di fondamentalisti islamici. Non a caso, il capolavoro di Popper si fonda sulla parola 'apertura'. Il suo titolo è: 'La società aperta e i suoi nemici'. Riassumerei Popper così: apritevi al prossimo, ma state attenti".
  Più critica la posizione di un altro importante docente nell'ateneo romano che preferisce restare anonimo e dice al Foglio: "Cosa c'entra Tor Vergata con uno stato mediorientale? Un ateneo che stringe simili patti col Qatar rinuncia alla propria autonomia scientifica e crea una dinamica che alimenta il boicottaggio di Israele. Questi accordi generano una zona grigia in seno alle università: i pochi che si oppongono pagano un prezzo, chi tace ne beneficia, alimentando la zona grigia, appunto. Il Qatar è bravissimo a sfruttare i punti deboli del pluralismo occidentale".

(Il Foglio, 27 ottobre 2016)


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A questo articolo, pubblicato ieri, risponde oggi il Rettore dell'Università di Tor Vergata con una lettera al direttore del Foglio.

"Le università devono dialogare con tutti"

Caro Meotti, Caro direttore,
da lettore del Foglio devo complimentarmi per il bell'articolo apparso oggi (ieri, ndr) sulle Vostre pagine. Ritengo però doverose alcune precisazioni, per il rispetto dell'istituzione che rappresento e per il lavoro di tanti. Il mandato delle università è quello di dialogare con tutti: questo principio ispiratore trova preciso riscontro anche nella complessa rete di relazioni internazionali intessuta dall'ateneo di "Tor Vergata", e intensificata negli ultimi anni. L'accordo scientifico-culturale siglato a gennaio 2016 tra l'Università degli Studi di "Tor Vergata" e l'Università del Qatar riguarda le aree di Economia, Ingegneria, Lettere, Giurisprudenza, Scienze e Medicina. Mio co-firmatario, il presidente dell'Università del Qatar, Hassan Rashid al Derham. La partnership triennale attiva collaborazioni di ricerca e didattica attraverso lo scambio di esperti, docenti, studenti e staff scientifico, la condivisione di informazioni e pubblicazioni e la definizione di programmi di studio condivisi finalizzati a titoli congiunti. Ma l'accordo con l'ateneo del Qatar è soltanto uno degli oltre 500 accordi bilaterali e di cooperazione culturale e scientifica attivati dall'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata". Tra i paesi con cui sono attive delle partnership, cito Burkina Faso, Ghana, Nigeria, Israele, Cina, Stati Uniti, Kwait e Oman, dal quale, per fare un esempio, arrivano, ogni anno 11 chirurghi nell'ambito di programmi attivi presso le nostre strutture. Il nostro ateneo è fortemente impegnato nella promozione della dimensione internazionale degli studi e della ricerca. Tra gli attuali 108 percorsi di studio, 16 sono "internazionali" e la maggior parte dei 31 programmi di dottorato, in inglese, rilascia titolo congiunto con atenei stranieri. Ultimo in ordine di tempo, il Master of Science in Economics, che grazie ad un accordo con l'Università di Göteborg (Svezia) prevede il rilascio di un "dual degree" e la possibilità, per i futuri economisti, di studiare un anno a Roma e un anno all'estero. Solo nell'ultimo biennio, inoltre, si contano 2.000 collaborazioni scientifiche con istituzioni internazionali e 8.000 pubblicazioni in coautoraggio con ricercatori di tutto il mondo (fonte: dati SciVal - Elsevier Scopus). In crescita anche la percentuale degli studenti stranieri, provenienti da circa 120 nazioni diverse: con il 12 per cento di presenze, ci attestiamo tra i primi posti in Italia. La nostra sede di Monteporzio Catone, Villa Mondragone, ha ricevuto il titolo di House of Life, conferito dalla Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg, in memoria del salvataggio di alcuni ebrei durante la persecuzione nazista E proprio a Villa Mondragone, soltanto un mese fa, "Tor Vergata" è stata ancora una volta sede della "World Conference of University Rectors", organizzata dal Vicariato di Roma, cui hanno preso parte i Rettori di oltre 50 Paesi (tra questi: Siria, Palestina, Giordania, Iran e Federazione Russa), con lo scopo di internazionalizzare il dibattito sulla costruzione della pace. Un evento di enorme portata, dove rappresentanti degli Atenei di Paesi in lotta fra loro, seduti attorno allo stesso tavolo, hanno prodotto la "Carta di Roma instrumentum laboris", la risoluzione finale per il ruolo delle università da proporre ai massimi livelli internazionali per contribuire al dibattito su disuguaglianze, migrazione e sviluppo. Cito anche un progetto, ancora in fase di studio, sull'attivazione di un corso di Scienze delle Religioni in collaborazione con l'Università di Bologna. Perché se come diceva Vietar Hugo "chi apre una scuola, chiude una prigione", è intervenendo sulla conoscenza, lavorando lungo direttrici interdisciplinari e intersettoriali che si può contribuire in maniera attiva allo sviluppo sostenibile globale. E infine, voglio ribadire l'orgoglio con cui vengono conferiti i titoli onorifici del nostro ateneo. Tra le principali personalità nazionali e internazionali che ne hanno ricevuto uno, oltre a Hamad Bin Abdulaziz al Kawari, cito il Premio Nobel per la Chimica israeliano Aaron Ciechanover, che è anche presidente del Board internazionale e intersettoriale di "Tor Vergata", il matematico neozelandese Vaughan F. R. Jones, il presidente emerito Giorgio Napolitano, il direttore d'orchestra britannico Antonio Pappano, mentre, tra i prossimi conferimenti, segnalo quelli al divulgatore scientifico Piero Angela (il prossimo 14 novembre) e alla scienziata Fabiola Gianotti.
Buon lavoro,
Giuseppe Novelli
Rettore dell'Università degli Studi di Roma "Tor Vergata"

(Il Foglio, 28 ottobre 2016)


Adesso Israele chiede aiuto alla Chiesa

Yuli Edelstein, Presidente del parlamento israeliano, ha mandato un lettera in Vaticano, contro la pretese dell'Unesco di attribuire ai palestinesi i luoghi sacri .

di Antonino D'Anna

Va avanti la telenovela tra Israele, l'Unesco e il Vaticano. Il presidente della Knesset, (il parlamento israeliano) Yuli Edelstein ha scritto il 25 ottobre una lettera diretta al Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin per chiedere l'ulteriore pressione diplomatica del Vaticano contro l'approvazione, da parte del Comitato del Patrimonio Unesco, di una nuova risoluzione palestinese che, secondo Tel Aviv danneggia Israele sui Luoghi Santi e la libertà di religione. Edelstein ha definito la risoluzione: «Scandalosa e senza fondamento». Inoltre, tale decisione è: «Un assalto alla nostra storia ed è profondamente offensiva per i cristiani e gli ebrei». Il Vaticano, quindi, è invitato a: «Usare i suoi migliori uffici per impedire che si verifichino situazioni simili».
   Il nuovo documento è stato approvato il 25 ottobre scorso con 10 voti favorevoli, 2 contrari e 8 astenuti. Il testo, che indica i Luoghi Santi solo con la denominazione araba, allude a danni perpetrati dagli ebrei. Qualcosa che Tel Aviv ritiene inaccettabile.
   Nella lettera a Parolin, Edelstein ribadisce la richiesta di utilizzare la moral suasion vaticana per impedire altre decisioni antiisraeliane targate Unesco. «Negare la storicità dei due Templi di Gerusalemme e della Montagna del Tempio come viene descritta sia dall'Antico che dal Nuovo Testamento è un terribile errore della comunità internazionale quando tale risoluzione viene adottata ripetutamente da un organismo delle Nazioni Unite», afferma.
   Inoltre, scrive il presidente: «È il momento di garantire l'adozione, da parte della comunità internazionale, di un'altra risoluzione nella quale si riaffermi che Gerusalemme è una città santa per tutte le religioni monoteiste, una città nella quale si trovavano i due Templi e dalla quale la Parola di Dio è stata diffusa per la prima volta dai nostri profeti a tutta l'umanità».
   Questa seconda risoluzione fa seguito ad un'altra molto simile approvata il 13 ottobre e che ha fatto gridare Israele allo scandalo, parlando di un tentativo di cancellare i legami tra Gerusalemme e il popolo ebraico. Una decisione sulla quale l'Italia si era astenuta e che aveva fatto infuriare il premier Matteo Renzi, il quale aveva chiesto spiegazioni al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Il titolare della Farnesina ha poi chiarito il 26 ottobre, davanti alla seconda risoluzione che ha fatto scattare la lettera di Edelstein in Vaticano, che alla prossima votazione (prevista nell'aprile 2017), se sarà presentato un documento simile a questo l'Italia voterà «no».
   Il peso della moral suasion esercitato dalla Chiesa attraverso i suoi diplomatici all'Onu è molto forte e Israele conta anche su questo per difendere le sue posizioni. E, in effetti, il Papa ha detto qualcosa in merito. Mercoledì 25 ottobre, poco dopo la votazione Unesco e qualche minuto prima di incontrare il ministro israeliano per la Cooperazione regionale Ayoub Kara, Francesco ha dichiarato: «Il popolo d'Israele, dall'Egitto dove è stato ridotto in schiavitù, ha camminato per 40 anni nel deserto fino a raggiungere la terra promessagli da Dio».
   La Santa Sede non ha comunque ancora rilasciato una dichiarazione ufficiale sulle risoluzioni Unesco e questo ha dato il mal di pancia a qualche voce della stampa israeliana. In un editoriale uscito sullo Jerusalem Post il 20 ottobre, David Weinberg ha scritto: «Quello che più fa infuriare e dispiacere è il silenzio assordante di importanti figure cristiane». E spiegato: questi documenti approvati dall'Unesco non annullano solo la storia ebraica, ma anche quella cristiana. «Pensate che sia il papa che i principali leader protestanti si possano alzare a protestare contro la negazione arabo-islamica della storia e legittimità giudaico cristiana (...). Che perdano la pazienza quando l'Unesco dice che l'evangelista Matteo è un mentitore, visto che è stato lui a testimoniare come il messia cristiano buttò fuori dal tempio ebraico di Gerusalemme i cambiavalute», si chiede. «E invece no, non ho sentito neanche un sospiro dal papa. Non una parola di critica della dimenticanza Unesco della storia biblica. Neanche un borbottio di disapprovazione».
   Weinberg incalza: «Gli osservatori amici del Vaticano spiegano che l'immobilismo romano su questa cosa nasce dalla preoccupazione per i cristiani in Medio Oriente, sotto attacco degli islamici radicali. Come lo strano silenzio del papa aiuti i cristiani nel mondo mi sfugge», si chiede. Che farà Roma?

(ItaliaOggi, 28 ottobre 2016)


Adesso forse si possono capire meglio i silenzi di Pio XII: stesse motivazioni, stesso stile. M.C.


Vaticano, l'ambasciatore israeliano incontra il papa

Udienza privata ieri in Vaticano tra papa Bergoglio e il nuovo ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Oren David. L'Osservatore Romano, che pubblica oggi una sua breve biografia, scrive: "A sua Eccellenza il signor Oren David, nuovo ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, nel momento in cui si accinge a ricoprire il suo alto incarico, giungano le felicitazioni del nostro giornale".

(moked, 28 ottobre 2016)


Battaglia per l'Unesco: proporre Israele patrimonio dell'Umanità

Lettera al direttore del Foglio

La stupida Unesco ha colpito ancora. Gli arabi se la suonano e se la cantano e in un'altra commissione ( stavolta senza nemmeno gli Usa, la Gb, l'Italia e altri) si sono votati, per la seconda volta, la pacchiana e insultante mozione che nega la storia di Gerusalemme, dell'ebraismo e dei diritti di Israele. Meriterebbero ara solo spallucce e disprezzo. Tanto lo sanno: con quelle mozioni naziste a Israele fanno un baffo. E loro si qualificano per quello che sono: culturalmente feccia. La bellissima notizia è invece la dichiarazione del ministro Gentiloni che dice due cose: ad aprile, quando si voterà nuovamente sul Muro del Pianto, se la mozione non cambia l'Italia voterà contro. Finalmente. La seconda cosa che Gentiloni dice è: l'Italia è stanca dell'uso che sifa dell'Unesco: invece di salvaguardare i beni culturali si usa per proclami politici sull'oggi. E l'Italia si muoverà di conseguenza. Renzi è stato di parola.
Umberto Minopoli


E' una buona notizia, certo. Ma se l'Unesco vuole avere ancora un senso e vuole dimostrare di non essere sottomessa all'islamicamente corretto può fare una cosa semplice: dichiarare Israele patrimonio dell'Umanità. Perché si sia iscritti nella Lista del patrimonio mondiale, dice l'Unesco, "occorre presentare un eccezionale valore universale e soddisfare almeno uno dei dieci criteri di selezione illustrati nelle Linee Guida per l'applicazione della Convenzione del patrimonio mondiale". Ne citiamo alcuni: "Mostrare un importante interscambio di valori umani, in un lungo arco temporale o all'interno di un'area culturale del mondo, sugli sviluppi nell'architettura, nella tecnologia, nelle arti monumentali, nella pianificazione urbana e nel disegno del paesaggio"; "essere testimonianza unica o eccezionale di una tradizione culturale o di una civiltà vivente o scomparsa"; "costituire un esempio straordinario di una tipologia edilizia, di un insieme architettonico o tecnologico, o di un paesaggio, che illustri uno o più importanti fasi nella storia umana". Coraggio, proviamoci.

(Il Foglio, 28 ottobre 2016)


Israele e il voto Unesco: una risposta dall'archeologia

di Rossella Tercatin

Nel giorno in cui l'Unesco, il braccio delle Nazioni Unite dedicato a cultura, scienza ed istruzione, procedeva per la seconda volta nel giro di una settimana all'approvazione di una risoluzione in cui si ignora il legame tra ebraismo e Monte del Tempio, la Israel Antiquities Authority presentava al pubblico una straordinaria testimonianza della storia della capitale israeliana risalente a 2700 anni fa. Nel corso della conferenza dedicata alle novità in fatto di archeologia nella regione, è stato infatti rivelato un papiro che contiene la più antica menzione della città fuori dal contesto biblico oggi conosciuta. "Dalla serva del re, da Naharat, anfore di vino a Gerusalemme," si legge sul frammento, lungo circa 11 centimetri e largo 3. Durante l'incontro, il biblista Shmuel Ahituv, vincitore del Premio Israele, ha tra l'altro spiegato come il nome della città sia riferito nella forma "Yerushalem", invece di Yerushalaim, che viene utilizzata nell'ebraico moderno che compare però solo una manciata di volte nel Tanakh. Si può inoltre desumere dal contesto, che il messaggio riguardasse il pagamento dei tributi da parte di una donna di ceto elevato al sovrano.
   In Israele, l'archeologia, l'impegno a riportare alla luce le migliaia di anni di storia della regione, viene considerato uno sforzo di primaria importanza. Una questione di attaccamento alla terra e alle sue radici, di identità, ma anche di politica, come testimonia lo stesso voto dell'Unesco, che ha peraltro spesso criticato gli scavi archeologici portati avanti a Gerusalemme, non da ultimo nella risoluzione votata la scorsa settimana.
   E sull'importanza dell'archeologia, ma anche sulla sua capacità di attirare il grande pubblico, le autorità israeliane sono pronte a scommettere ulteriormente, come riportato dal Washington Post negli scorsi giorni. La Israel Antiquities Authority sta infatti portando avanti un progetto per creare proprio a Gerusalemme un complesso museale e multimediale dove esporre le scoperte che risalgono a un periodo lungo più di un milione di anni. Il vice direttore della IAA Uzi Dahari, ha spiegato che in questo modo si troverà una collocazione per due milioni di reperti attualmente chiusi in magazzini, senza volere in nessun modo fare concorrenza ad altri poli espositivi dedicati alle antichità, come l'Israel Museum e il Biblical Museum. Il National Campus for the Archeology of Israel sarà completato nel 2018 e conterrà anche laboratori per la ricerca, il restauro, e una delle più vaste biblioteche sulla materia di tutto il Medio Oriente. L'edificio, progettato dall'architetto Moshe Safdie, si svilupperà in sotterraneo su dieci livelli, e offrirà tra l'altro al visitatore la possibilità di camminare su un ponte sospeso su migliaia di reperti. "Un'esperienza dal fascino di un'avventura di Indiana Jones" assicura la giornalista del Washington Post Ruth Eglash.

(moked, 27 ottobre 2016)


L'Unesco ci riprova: «Gerusalemme non è degli ebrei"

Nuova risoluzione votata a maggioranza islamica, il ministro israeliano twitta: «È spazzatura». Gentiloni: «Noi diremo no».

di Clara Rampoldi

 
L'hanno rifatto. Come se si fossero dimenticati il foglio con l'intestazione Unesco dentro la fotocopiatrice. Il comitato del patrimonio mondiale ha approvato una nuova risoluzione che continua a negare il legame millenario tra gli ebrei e i luoghi sacri di Gerusalemme.
   Dieci a favore, due contrari, otto astenuti: dopo le polemiche dei giorni scorsi (quando l'ente aveva di fatto stabilito che il Muro del Pianto non sarebbe un sito ebraico e l'aveva citato solo in arabo) l'Unesco ci ha riprovato e ha ottenuto lo stesso risultato. Un disastro, una frittata internazionale che avrà ancora una volta conseguenze negative in campo diplomatico. Il primo commento su Twitter del portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, non brilla per lirismo: «Il voto dell'Unesco su Gerusalemme è spazzatura e giustamente l'ambasciatore israeliano all'organismo ne ha gettato il testo nel bidone dei rifiuti. Lunga vita a Gerusalemme ebraica».
   Cosi l'Unesco, che dovrebbe occuparsi di monumenti, usa i monumenti per fare politica. E accodandosi con reiterata convinzione al sempre più preoccupante corteo antisemita mondiale, mette in imbarazzo le istituzioni sovranazionali, tacciate sempre più spesso a ragione di atteggiamenti antisraeliani.
   Questa nuova risoluzione sfornata dall'ente con sede a Parigi denuncia i danni materiali perpetrati da Israele al Monte del Tempio, che per i palestìnesi è la Spianata delle Moschee, dove sorge quella simbolica di Al Aqsa. C'è un vento arabeggiante dietro queste decisioni che Tel Aviv liquida come «provoeazioni», Lo si intuisce andando a verificare i membri pro tempore dell'esecutivo Unesco: Angola, Azerbaigian, Burkina Faso, Croazia, Cuba, Finlandia, Indonesia, Giamaica, Kazaldstan, Kuwait, Libano, Perù, Filippine, Polonia, Portogallo, Corea del Sud, Tanzania, Tunisia, Turchia, Vietnam, Zimbabwe. Maggioranza musulmana più storici nemici di Israele e qualche agnostico, il cocktail avvelenato è servito.
   Dopo l'intervento del premier Renzi in seguito alla prima votazione («Allucinante l'astensione dell'Italia, ho chiesto ai nostri di smetterla»), il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, si è esibito in una spettacolare conversione a U. E ieri nel question time ha spiegato: «Se le stesse proposte ci saranno ripresentate in aprile il governo italiano passerà dall'astensione al voto contrario. La risoluzione si ripropone due volte l'anno dal 2010. Dal 2014 contiene le formulazioni che negano le radici ebraiche del Monte del Tempio. Credo che dobbiamo lavorare perché l'Unesco faccia l'Unesco. Non possiamo accettare l'idea che invece di concentrarsi sulla tutela del patrimonio culturale diventi cassa di risonanza di conflitti politici». Meglio tardi che mai, anche se la percezione che il sentimento antisraeliano sia più forte che mai s'è fatta palpabile. Basta mettere in fila alcuni episodi recenti che testimoniano l'astio di una parte (sorprendente) del mondo verso il piccolo stato circondato dall'oceano islamico. Eccoli. L'Unione europea ha tolto Hamas dalla lista nera dei terroristi. Il Consiglio dei diritti umani di Ginevra ha presentato a sua volta una lista nera delle aziende che fanno affari nei Territori amministrati da Israele. Si moltiplicano i boicottaggi di prodotti israeliani sui banchi dei centri commerciali dell'Occidente, soprattutto in Francia, in Olanda e nei paesi scandinavi. Questo ha costretto il governo israeliano a presentare alla Knesset, nella lista dei paesi nemici, accanto all'Iran anche la Svezia.
   Il vizio della memoria non è di tutti. Forse per questo il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha condannato gli attentati terroristici in Francia, Sinai, Libano, Mali, Tunisia, Turchia, Irak, Siria, Nigeria, Sudan, Somalia ma non in Israele. E forse per questo la commissione Onu per la salvaguardia dei bambini nei conflitti armati appaia Israele a Isis e Boko Haram. Forse per questo in mezza Europa docenti universitari non vedono l'ora di strizzare l'occhiolino agli studenti con keffiah boicottando i colleghi israeliani.
   Contro tutto questo non ci sono difese tecnologiche, coloni con il fucile sotto il letto, batterie antimissile Patriot. E neppure il Mossad può farci nulla. È una ghiandola della società che ha ricominciato a produrre quel veleno. Cancellare Israele, scrivere «Judenrein». Non si può fare dalle mappe? Si comincia dalla storia dell'arte.

(La Verità, 27 ottobre 2016)


Israele chiama il Vaticano contro l'Unesco

Gerusalemme cerca alleati per ostacolare gli Stati musulmani che fanno passare una nuova «risoluzione allucinante».

di Caterina Maniaci

Da giorni circolavano notizie su incontri diplomatici ad alto livello per tentare la strada della mediazione, ma ora l'appello è pubblico. La Santa Sede intervenga contro la risoluzione dell'Unesco sulla Città Vecchia di Gerusalemme che è «un affronto per cristiani ed ebrei». La richiesta è partita dal presidente della Knesset (Parlamento) Yuli Edelstein in una lettera indirizzata al segretario di Stato vaticano cardinale Parolin. Edelstein - secondo i media israeliani - ha esortato la Santa Sede a «usare i suoi migliori uffici per impedire il ripetersi di sviluppi di questo tipo». Vengono lette come «risposta indiretta», ma neppure tanto indiretta, all' appello le parole usate da papa Francesco proprio ieri durante un incontro in Vaticano dedicato ai temi dell'immigrazione: «Il popolo di Israele dall'Egitto, dove era schiavo, ha camminato attraverso il deserto per quarant'anni finché ha trovato la Terra promessa da Dio». La Terra promessa da Dio al popolo di Israele: parole richiamate con grande evidenza dal quotidiano Jerusalem Post, che ricorda anche come sempre ieri Francesco abbia incontrato Ayoub Kara, deputato israeliano Ayoub Kara, membro della coalizione del governo di Benjamin Netanyahu.

 Il nuovo voto
  A riaccendere il fuoco della reazione è stato il nuovo voto del Comitato del patrimonio mondiale dell'Unesco, con il quale è stata approvata una nuova risoluzione che nega il legame millenario tra gli ebrei e i luoghi sacri di Gerusalemme. La votazione si è svolta a scrutinio segreto ed è passata con lO voti a favore, 2 contrari e 8 astenuti. Nella risoluzione si fa riferimento ai luoghi sacri con i soli nomi musulmani e, come la precedente, approvata la settimana scorsa, denuncia i «danni materiali» perpetrati da Israele. Dura la reazione su twitterdel portavoce del ministero degli Esteri israeliano Emmanual Nahshon: il nuovo voto è «spazzatura», ha scritto. E il premier Netanyahu sarebbe pronto a richiamare «per consultazioni» l'ambasciatore israeliano all'Unesco Carmel Shama Cohen.
  La crisi è ormai conclamata. Per evitare il peggio gli israeliani hanno cercato la «sponda» vaticana, ma questo secondo voto non è stato impedito. Dunque, la richiesta di intervento è più marcata di una settimana fa quando, secondo fonti di stampa israeliane, l'ambasciatore di Israele in Vaticano, Oren David, ha contattato monsignor Antoine Camilleri, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. La Santa Sede non è membro Onu, ricopre il ruolo di osservatore: comunque non si può negare il suo peso diplomatico. Bisogna poi considerare che la risoluzione, avanzata stavolta da Tunisia e Libano e dal titolo «La città vecchia di Gerusalemme e le sue mura», nega di fatto le origini ebraico-cristiane di Gerusalemme. Basta solo pensare alla basilica del Santo Sepolcro che fa parte di Gerusalemme vecchia, dentro le sue mura. L'appello che arriva da Israele è quindi preso molto sul serio Oltretevere.

 Reazioni italiane
  Intanto il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha ricevuto alla Farnesina una delegazione dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, guidata dalla presidente Noemi Di Segni. Si è trattato, ha dichiarato Di Segni, di «un incontro positivo e costruttivo. Siamo certi che d'ora in poi in sede Unesco e nelle altre istituzioni internazionali i nostri rappresentanti faranno registrare un deciso cambio di rotta». Se le stesse proposte dell'organizzazione internazionale «ci saranno ripresentate ad aprile», ha avvertito poi lo stesso Gentiloni, «il governo italiano passerà dall'astensione al voto contrario». Per il responsabile della Farnesina, infatti, bisogna «lavorare affinché l'Unesco faccia l'Unesco». Perché «non si può accettare l'idea che invece di concentrarsi sul patrimonio culturale diventi cassa di risonanza di tensioni politiche».

(Libero, 27 ottobre 2016)


Per l'Unesco c'è solo l'Islam. Israele chiede aiuto al Papa

L'ente Onu conferma il voto su Gerusalemme araba. Appello a Francesco: «Negando l'eredità biblica sotto tiro l'ebraismo, ma anche il cristianesimo».

di Aldo Baquis

TEL AVIV - L'Unesco e Israele sono tornati ieri a scontrarsi frontalmente, quando il Comitato per il patrimonio mondiale della organizzazione Onu ha approvato un documento giordano-palestinese sulla preservazione dei Luoghi santi di Gerusalemme che torna a disconoscere i legami storici del popolo ebraico con il Monte del Tempio: la Spianata dove oggi sorgono il Duomo della Roccia e la moschea al-Aqsa. Per gli ebrei, che lo chiamano Har ha-Bait, si tratta da tre millenni del luogo più sacro al mondo. Ma nel testo approvato a maggioranza relativa dai 21 membri del Comitato, è indicato esclusivamente col suo nome arabo: Haram al-Sharif (il Nobile santuario) - moschea di al-Aqsa.
   Già la settimana precedente l'esecutivo dell'Unesco aveva condannato a grande maggioranza le attività israeliane nella Spianata delle Moschee. Nel frattempo il testo è stato lievemente rielaborato. Israele non è più qualificato come 'Potenza occupante' a Gerusalemme, e sono state rimosse le virgolette per il Muro Occidentale (ossia il Muro del Pianto) che viene così equiparato per dignità alla sua denominazione araba: al-Buraq.
   Ma in definitiva è ribadito che la Spianata delle Moschee è luogo di culto islamico e va difesa da una serie di attività condotte da Israele che rischiano (per l'Unesco) di alterarne il carattere peculiare. Anche se la risoluzione ha scarse probabilità di applicazione, l'indignazione in Israele ha toccato livelli di guardia. «Pura immondizia!», ha esclamato il solitamente pacato portavoce del ministero degli esteri. «Questa Risoluzione nega la Storia, e la Storia la cancellerà», è sbottato il ministro dell'istruzione Naftali Bennett. Il premier Netanyahu ha convocato per consultazioni l'ambasciatore israeliano all'Unesco e confermato la sospensione di ogni cooperazione israeliana con l'organizzazione: «Quello è il teatro dell'assurdo». Il presidente della Knesset Yoel Edelstein si è rivolto a Papa Francesco: ormai sotto attacco, avverte, non c'è solo l'ebraismo ma anche il cristianesimo.
   Forse non a caso l'Autorità israeliana per le antichità ha rivelato di avere requisito a trafficanti di reperti archeologici un rarissimo papiro del settimo secolo a.c., in cui si parla di una fornitura di vino spedita dalla località di Naarata a Gerusalemme. Già allora, secondo gli studiosi, era la capitale amministrativa del Regno di Giudea. «Da mezzo secolo - ribatte il segretario generale dell'Olp Saeb Erekat - gli israeliani sono soliti avvalersi dell'archeologia e della distorsione di fatti pur di giustificare la annessione illegale di Gerusalemme est».

(Nazione-Carlino-Giorno, 27 ottobre 2016)


"Israele chiede aiuto al Papa". L'ultima cosa che potrebbe interessare il Papa è la difesa di Israele. Ma c’è la difesa del cristianesimo, dirà qualcuno. Neppure questo l’interessa. Lui ormai è andato oltre il cristianesimo; lui pensa all’ONU delle religioni. Chi meglio di lui potrebbe essere il primo Segretario dell’ORU, Organizzazione delle Religioni Unite? Quanto al Monte del Tempio o Spianata delle Moschee forse sta aspettando il momento di fare la proposta geniale: iscrizioni bilingue. E la storia? Che c’entra la storia? Pur di ottenere la pace si riscrivono anche i libri di storia. Promovuendo la pace al seguito del Papa si farà la nuova storia: quella del futuro e quella del passato. M.C.


Israele svela papiro, Gerusalemme ebrea già nel 700 a.C.

 
 
GERUSALEMME - Un papiro del settimo secolo avanti Cristo, che reca la più antica menzione non religiosa di Gerusalemme in ebraico, è stato presentato in Israele, nel pieno della polemica sulla risoluzione dell'Unesco per la preservazione della città sacra alle tre fedi monoteiste, in cui è negato il legame millenario tra gli ebrei e quei luoghi. "Si tratta per l'archeologia israeliana della prima menzione in ebraico della città di Gerusalemme fuori del Vecchio Testamento" ha detto Amir Ganor, dell'Aia, l'Autorità israeliana delle Antichità, presentando il documento in una conferenza stampa a Gerusalemme.
La datazione al carbonio nella comparazione con le scritture su vasellame permette di affermare che questo papiro, datato circa 700 anni prima di Cristo, è più antico dei manoscritti del Mar Morto, che rimontano al secondo secolo avanti Cristo. Il papiro presentato alla stampa non è stato scoperto durante una ricerca archeologica, ma - riferisce l'Aia - mentre stava per essere venduto sul mercato nero internazionale delle antichità da trafficanti della regione di Hebron. Era stato ritrovato in una grotta nel deserto della Giudea, nella regione del Mar Morto, e il suo recupero dopo "un'inchiesta lunghissima" ha permesso di sgominare tre reti di trafficanti, ha detto Ganor, che dirige il nucleo di lotta al contrabbando.
Il papiro consta di un frammento di una decina di centimetri di lunghezza ed è ricoperto da una iscrizione in proto-ebraico ancora ben leggibile. Si tratta di un elenco di spedizioni per alcune giare di vino destinate al re di Gerusalemme, redatto da un funzionario della regione dell'attuale Gerico (in Cisgiordania). "Il suo valore di mercato è assai rilevante ma il suo valore archeologico lo è ancora di più, perché è la Storia del popolo ebreo, di questo paese, ma soprattutto di Gerusalemme che viene a salutarci con questo papiro" ha detto l'archeologo. Il papiro assume, a questo punto, una valenza politica alla luce della risoluzione dell'Unesco: testimonia infatti che "da 2.700 anni gli ebrei sono in questa citta'".
La improvvisa "apparizione" del manufatto, che le autorità israeliane detengono dal 2012, non è che "una coincidenza" secondo le autorità: "Avevamo previsto di annunciare questa scoperta otto mesi fa" ma le indagini si sarebbero dilungate. Il ministro israeliano della Cultura, Miri Regev, una esponente della destra proveniente dalle fila del Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu, ha qualificato il papiro come "prova che Gerusalemme e' stata e restera' sempre la capitale eterna del popolo ebreo".

(AGI, 27 ottobre 2016)


Se Gerusalemme è solo araba l'Unesco non è dell'umanità

Ancora una risoluzione anti-israeliana di un'agenzia che è solo strumento politico. E l'Italia guida la rivolta. Certificato il fallimento d un organismo dominato dai Paesi islamici.

di Fiamma Nirenstein

Ieri dopo la risoluzione del World Heritage Committee con cui l'Unesco ha dichiarato ancora la distruzione di Gerusalemme come luogo di nascita del monoteismo di Abramo regalandolo al solo retaggio musulmano, Netanyahu ha richiamato l'ambasciatore di Israele dall'organizzazione dell'Onu. È un segnale per tutto il mondo: è un sentito «basta» alla perversione internazionale che cancella la storia, sottrae col sotterfugio i diritti, rende buoni gli aggressori e aggredisce i buoni. È il segno della destrutturazione, della fine dell'organizzazione nata per proteggere la cultura mondiale e invece dedita a distruggerla. Il fallimento dell'Unesco è tale da farci pensare che sia arrivato il momento di sperare nella fine sua e delle sue organizzazioni sorelle, le molte altre agenzie dell'Onu, gonfie di funzionari, di corruzione, dominate da una lobby antisemita cui negli anni si sono aggiunti al blocco islamico con quello che era un tempo il blocco comunista e terzomondista, varie pavide nazioni europee. L'ambasciatrice Crystal Nix Hiness ha dichiarato che pensa si tratti di una risoluzione che creerà un incendio. Come se non mancassero nel mondo gli attentati in nome della Moschea di Al Aqsa.
  Ma il tetto stavolta si è crepato sotto il peso eccessivo dell' antisemitismo facendo prevedere il crollo definitivo. Ieri mattina invece di parlare l'ambasciatore israeliano Carmel Shama Hacohen ha gettato nel cestino della spazzatura la risoluzione in cui il Monte del Tempio a Gerusalemme, cioè il cuore della storia ebraica, viene dichiarato solo islamico col nome di al Ahram al Sharif. La crepa si è mostrata al momento del voto: sulla scia delle dichiarazioni di Italia, Messico e Brasile, che tuttavia non partecipavano al voto perché non sono membri della commissione i palestinesi e i giordani avevano messo in guardia i 21 Stati membri della commissione: se la risoluzione non sarà accolta all'unanimità senza voto, bombarderemo l'Unesco di risoluzioni e «dovremo ritirarci da ogni linguaggio consensuale». L'hanno scritto in una lettera in cui chiedevano a tutte le delegazioni di comunicare il loro consenso già martedì pomeriggio. Ma i voti segreti a favore sono stati 11, astenuti 8, contrari 2 e 1, la Giamaica, assente. Se valessero gli astenuti, i contrari e gli assenti, l'antisemitismo dell'Unesco avrebbe perso. Il voto è segreto. Certo tutti gli Stati arabi più Vietnam e Cuba (vecchia alleanza sovietica!) hanno votato a favore, e fra gli europei la Polonia, la Finlandia, la Croazia e il Portogallo si sono astenuti.
  Il resto si saprà nelle prossime ore. Intanto l'Italia ha dichiarato che la prossima volta voterà «no». Intanto, chi veramente si sente rassicurato o protetto da un'organizzazione come quella? Chi può pensare che salverà la sua storia, la sua tradizione, le sue piazze, i suoi pittori? I più di mille siti nelle sue liste oltre che delle immense distruzioni in Siria e in Irak, soffrono anche sul fronte della sistematica razzìa architettonica che distrugge i più bei paesaggi urbani: se ne lamenta con una lista di delusioni O liver W ainwright sul Guardian britannico un anno fa, citando Londra e Dresda, ma anche la rinuncia a proteggere la natura, come è successo in Oman quando l'Unesco ha dovuto togliere un pregiato parco di antilopi dalla lista perché il governo gliene ha tolto il 90 per cento. Spesso per avere il timbro dell'Unesco, i Paesi si affrettano a restauri hollywoodiani e gonfiati, come accadde a Pechino con la Città Proibita mentre gli abitanti venivano cacciati dai quartieri circostanti per una sommaria risistemazione con bar e pub. Anche la Grande Muraglia ha subìto la stessa sorte, ne è rimasta ormai solo un terzo. Le Cascate del Niagara sono punteggiate di alberghi e ristoranti, la città sacra di Angkor Wat in Cambogia ha ormai per periferia una specie di Las Vegas a Siem Reap ... All'Italia, col patrimonio che abita ogni borgo e paesaggio, dovrebbe importare più che a tutti gli altri che lo scenario della cultura sia pulito.

(il Giornale, 27 ottobre 2016)



Parashà della settimana: Bereshit (In principio)

Genesi 1.1-6.8

 - In questa settimana è stata terminata la lettura del quinto libro di Torah con la parashà di "Vezot ha berachà" (Questa è la benedizione) e senza interrompere si continua la lettura con libro della Genesi (Bereshit).
Questo primo libro della Torah inizia con la lettera ebraica "bet" essendo il mondo stato creato sotto il segno della benedizione.
La Creazione che è avvenuta dal "nulla" sta a significare la superiorità di D-o sulla materia che non può essere "eterna" in quanto non esisteva prima dell'evento creativo. Solo D-o è eterno cioè fuori dal tempo e dallo spazio.
Nella Genesi sono descritte le origini del mondo materiale e nello stesso tempo anche l'inizio della storia dell'uomo in generale e di Israele in particolare con l'istituzione del giorno del "Sabato" con cui si chiudono i sei giorni della Creazione.
Con la formazione di Adamo dalla terra, la volontà di D-o inizia a materializzarsi nella storia. "D-o creò l'uomo a sua immagine" (Gen. 1.27) significa che nell'uomo sono presenti, luce ed oscurità bene e male per cui il comportamento morale di questo dipende unicamente dal suo libero arbitrio.
Il Signore D-o disse: "Non è bene che l'uomo rimanga solo" (Gen. 2.18). Fece cadere un sonno sull'uomo che si addormentò. Da una sua costola costruì una donna da cui l'uomo venne subito attratto. Si comprende allora come la storia dell'uomo si articoli intorno alla donna che contiene le energie più forti della Creazione.

Il Peccato
Il problema principale che prima o poi ogni uomo dovrà risolvere è senza dubbio il suo rapporto con la morale, dove l'uomo deve dare prova della sua libertà nella scelta. Il primo uomo si vide immediatamente posto difronte a questo problema. Di cosa si trattava? Di non mangiare il frutto dall'albero della conoscenza del bene e del male perché il giorno in cui ne mangerà, morirà.
Il peccato di Adamo non è quello di aver mangiato il frutto quanto quello di aver alterato la Parola di D-o. Cosa difatti risponde Eva al serpente? Dell'albero che è in mezzo al giardino D-o ha detto: "Non mangiatene e non lo toccate altrimenti morrete" (Gen.3.2).
Adamo nel riportare l'ordine ad Eva "aggiunse" qualcosa che D-o non aveva detto cioè "non lo toccate". Adamo parla a nome di D-o. Questo è il suo vero peccato, di cui non si rende conto e si addormenta, lasciando al "male" di fare il suo libero corso. Il serpente, il più astuto degli animali, mentre parla con Eva spinge questa sull'albero, che toccandolo, non morì. Pertanto prendere il frutto, mangiarne e darne ad Adamo fu tutta una sua conseguenza logica.

La Punizione
Nella tradizione ebraica la punizione consiste nella riparazione del malfatto con conseguente miglioramento morale dell'uomo. La riparazione riguarda il rapporto tra l'uomo e il suo prossimo a cui segue attraverso la teshuvà (pentimento) il ritrovato equilibrio morale. Esaminiamo ora la punizione scritta nella Torah.
E all'uomo D-o dice: "Maledetta sarà la terra per te… mangerai pane con il sudore della tua fronte" (Gen. 3.18). La lotta per l'esistenza diventa una necessità da cui l'uomo impara che le strade facili non esistono. La parola "pane" ha le stesse lettere ebraiche della parola "combattimento".
E alla donna D-o dice: "Aumenterò i tuoi dolori e nella sofferenza partorirai" (Gen 3.16). Nell'accettare questa sofferenza per amore del bambino ancora invisibile la donna capirà questo insegnamento: il bene si ottiene rinunciando all'egocentrismo, lottando contro se stessi.
Dopo queste considerazioni appare fuori luogo parlare di "maledizione" tipo "peccato originale". Nessuna parola di D-o condanna l'uomo ad un esistenza incapace di raggiungere la perfezione. Al contrario dopo una tale prova l'uomo sarà pronto a riconoscere il senso della sua missione verso la Redenzione. La tradizione orale (ghematria) fa riflettere sulla constatazione che il termine Nahash (serpente) e Messiah (Messia) hanno lo stesso valore numerico. Il male non deve essere distrutto ma trasformato in bene.

Caino e Abele
La comprensione della Torah necessita dell'acquisizione di chiavi di lettura, che nella storia di Caino ed Abele possono farci capire il suo vero significato. Lo schema semplicistico di un buon Abele e un cattivo Caino è sbagliato. Abele non aveva più alcun ruolo nella storia mentre Caino, agricoltore che lavora la terra, prende le energie in questa contenute per continuare il disegno divino nella storia.
Caino dunque è il depositario delle forze spirituali della terra e per questo il male lo cercava. "Il peccato sta in agguato alla porta. Esso ha desiderio di te ma tu puoi dominarlo" (Gen.4.7).
Di quale porta si tratta? Si tratta della porta della terra che ingoierà il sangue di Abele. Caino è messo in guardia da D-o che le forze materiali e spirituali della terra si chiuderanno, a causa del suo peccato. Ma egli non vuol comprendere anche se stimolato da D-o a dialogare e uccide il fratello nel campo. Svuotato della sua energia spirituale per il peccato commesso Caino diventa "carne" ritrovandosi privo di un'anima vitale.
La mancanza di dialogo spesso conduce l'uomo a commettere gravi errori, da cui nascono menzogne. Difatti alla domanda di D-o dove fosse Abele, Caino risponde: "Non lo so. Sono forse il custode di mio fratello?" (Gen. 4.9). F.C.

*

 - "Nel principio...", comincia così il libro più importante e più diffuso nel mondo. E' un libro che indubbiamente appartiene al patrimonio ebraico, ma come è potuto accadere che un simile testo antico, scritto in una lingua che ben pochi conoscono, sia diventato nei secoli un "patrimonio dell'umanità"? e che sui capitoli di questa parashà siano state scritte tonnellate di libri, saggi, articoli? e che proprio questi primi racconti della creazione siano diventati talmente noti da diventare spunto universale per storielle e barzellette di ogni tipo?
Un ebreo, che sia religioso o no, può sempre dire che considera questo libro un patrimonio del suo popolo, e questo gli basta per renderlo interessante, indipendentemente dal credere o no a quello che vi è scritto.
Ma un non ebreo come me, che motivo ha di leggerlo e commentarlo? Mi sembra importante rispondere a questa domanda, perché molti commentatori della Bibbia non lo fanno: danno per sottinteso il loro interesse a partire dalla posizione che occupano, o dal lavoro che svolgono: come storici, o archeologi, o teologi, o filosofi, o medici, o psicologi, o ... cristiani.
Ovviamente, è quest'ultima categoria che m'interessa.
Partirò allora dalla mia esperienza personale, non per esibizionismo ma in primo luogo perché il rapporto con la Bibbia richiede un chiaro e onesto coinvolgimento personale: chi pensa di poter trattare questo libro come un oggetto di pura osservazione e analisi, dovrebbe sapere che mentre lo sta osservando, Qualcuno osserva lui e lo analizza. Inoltre, il tipo di esperienze fatte può servire bene a illustrare ciò che vale per molti altri.
Dunque sono partito, sessant'anni fa, da una posizione giovanile di scetticismo radicale e di ignoranza biblica altrettanto radicale. Alcuni cristiani evangelici mi misero in mano un Nuovo Testamento. Naturalmente non l'avevo mai letto, come tanti altri della mia età. Cominciai a leggerlo, ponendo continuamente critiche e domande, fino a che non arrivai a quel passo in cui Gesù parla al popolo nel famoso "Sermone sul Monte" del Vangelo di Matteo. Alla fine della lettura non avevo capito quasi niente di quello che c'era scritto, ma una cosa mi era diventata assolutamente chiara: chi parla qui non è un uomo, ma Dio stesso. Ero diventato un credente in Gesù.
Quando lo venne a sapere mio padre, mi disse soltanto che la "sbornia" mi sarebbe passata presto. Col passar degli anni s'accorse che questo non avveniva e allora mi concesse la sua stima. Ma non di più.
Pur nella mia ignoranza, sapevo che nel cristianesimo si parla di Antico e Nuovo Testamento, e io avevo letto soltanto il Nuovo. Decisi allora di comprarmi una Bibbia completa, questa volta con i miei propri soldi.
Cominciai a leggerla dall'inizio: "Nel principio Dio creò i cieli e la terra. La terra era informe e vuota, le tenebre coprivano la faccia dell'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque". Andai avanti nella lettura di quelle parole semplici e solenni; e alla fine del primo capitolo arrivai alla stessa conclusione che avevo fatta dopo la lettura del Sermone sul Monte: avevo capito ben poco di quello che c'era scritto, ma una cosa mi era diventata assolutamente chiara: chi parla qui non è un uomo, ma Dio stesso. Lo stesso Dio.
Mi era successo quello che in altre forme accade ad ogni gentile che arriva alla fede in Cristo: prima incontra Gesù, poi - se va bene - incontra Israele. Per un ebreo invece il percorso è diverso: prima incontra Israele, poi - se va bene - incontra Gesù.
Nei casi migliori accade questo: il gentile che dopo aver incontrato Gesù incontra Israele nel modo giusto si sente fortificato nel suo rapporto con Gesù; l'ebreo che dopo aver incontrato Israele incontra Gesù nel modo giusto si sente fortificato nel suo rapporto con Israele. Entrambe le cose sono accadute e continuano ad accadere, anche se certamente non sono la maggioranza dei casi.
Chi ha conosciuto personalmente Gesù, mentre legge le solenni parole della Genesi: "Nel principio Dio creò i cieli e la terra" non può fare a meno di andare con la mente all'inizio del Vangelo di Giovanni: "Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta", senza avvertire in questo un'alternativa al testo della Genesi, ma piuttosto un suo compimento.
Purtroppo è vero che molti cristiani "cristianizzano" i testi ebraici della Bibbia in modo illecito e distorcente, ma resta il fatto che l'Antico Testamento senza il Nuovo è come un romanzo giallo in cui manca il capitolo finale: quello in cui si rivela il nome dell'assassino e si spiegano i movimenti dei vari personaggi.
In ogni caso, resta il fatto che se i preziosi libri ebraici del Tanach, come questo Bereshit, sono stati conosciuti, letti e studiati per secoli da milioni di non ebrei, questo è dovuto a un particolare ebreo di nome Gesù. Senza di Lui, tutto questo non sarebbe avvenuto.
"E saremmo stati tutti molto meglio", penserà certamente qualche ebreo. Liberi di pensarlo, ma non è così.
Un altro fatto è bene precisare. Chi scrive segue una linea teologica che considera i fatti descritti nella Genesi, anche quelli della creazione, non come mito o pedagogica favola, ma come storia. Gli amanti delle favole si trovano altrove. Tra gli evoluzionisti, per esempio. M.C.

  (Notizie su Israele, 27 ottobre 2016)


Israele - Gentiloni: "Unesco cambi, il prossimo voto sarà no"

ROMA - "Se ad aprile ci verranno di nuovo presentate le stesse formulazioni" contenute nella risoluzione approvata dall'Unesco sui luoghi sacri di Gerusalemme, "passeremo dal voto di astensione al voto contrario": il cambiamento di linea dell'Italia è stato confermato dal ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, nel corso di un question time alla Camera in cui ha chiesto che l'agenzia Onu cessi di essere "cassa di risonanza dei conflitti politici".

 La risoluzione sui Luoghi Santi mediorientali dell'Unesco
  La risoluzione dell'Unesco "non è novità di quest'anno", ha ricordato il titolare della Farnsina, "ma si propone due volte l'anno dal 2010. Dal 2014 contiene le formulazioni che negano le radici ebraiche per i monumenti".
Sullq questione era intervenuto con forza il premier, Matteo Renzi, che a margine del Consiglio europeo a Bruxelles aveva definito "un errore" l'astensione italiana.
"La diplomazia italiana - ha sottolineato il titolare della Farnesina - non è mai stata indulgente con queste posizioni, perché quale che sia la discussione su Gerusalemme, e sull'accesso ai luoghi santi, queste tensioni non giustificano in alcun modo l'utilizzo di quelle formulazioni".
Gentiloni ha chiesto un cambiamento da parte dell'agenzia Onu per l'Educazione, la Scienza e la Cultura: "Credo che dobbiamo lavorare affinché l'Unesco faccia l'Unesco. Non possiamo accettare l'idea che invece di concentrarsi sulla tutela del patrimonio culturale, diventi cassa di risonanza di conflitti politici".

 Nuova risoluzione all'Unesco
  Intanto si è appreso che il Comitato del patrimonio mondiale dell'Unesco ha approvato una nuova risoluzione che nega il legame millenario tra gli ebrei e i luoghi sacri di Gerusalemme. Lo riferisce il quotidiano israeliano Haaretz. La risoluzione si è svolta a scrutinio segreto ed è passata con 10 voti a favore, 2 contrari e 8 astenuti. Uno dei 21 Stati membri del Comitato era assente. Nella risoluzione si fa riferimento ai luoghi sacri con i soli nomi musulmani, e, come nella precedente, approvata la settimana scorsa, denuncia i "danni materiali" perpetrati da Israele.
Dura la reazione su Twitter del portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanual Nahshon: il nuovo voto e' "spazzatura", ha scritto. "L'ambasciatore israeliano nell'organismo ha gettato il testo nel bidone della spazzatura", ha aggiunto

 Gentiloni incontra la comunità ebraica
  Gentiloni ha ricevuto alla Farnesina una delegazione dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, guidata dalla presidente Noemi Di Segni. Si e' trattato, ha detto Di Segni, "di un incontro positivo e costruttivo" nel corso del quale il titolare della Farnesina ha fornito "rassicurazioni", alla luce del voto con cui l'Unesco il 18 ottobre scorso ha negato l'ebraicità del Monte del Tempio, il sito di Gerusalemme che per gli arabi è la Spianata delle moschee. "Siamo certi", ha aggiunto Di Segni, "che d'ora in poi in sede Unesco e nelle altre istituzioni internazionali i nostri rappresentanti faranno registrare un deciso cambio di rotta. In questi tempi di grave minaccia alla sicurezza e ai piu' fermi valori dell'integrazione europea e di radicamento del fondamentalismo islamico, come ha sottolineato il ministro, la politica estera deve svolgere la sua seria azione. L'Italia ha tutte le potenzialita', oltre che il dovere, di essere un punto di riferimento credibile anche per le altre grandi nazioni d'Europa e del mondo".

(AGI, 26 ottobre 2016)


"Politica estera, dal ministro importanti rassicurazioni"

L'incontro con Gentiloni alla Farnesina

"Un incontro positivo e costruttivo. Con grande apprezzamento, accolgo le rassicurazioni e le indicazioni fornite oggi dal Ministro Gentiloni. Siamo certi che d'ora in poi in sede Unesco e nelle altre istituzioni internazionali i nostri rappresentanti faranno registrare un deciso cambio di rotta. In questi tempi di grave minaccia alla sicurezza e ai più fermi valori dell'integrazione europea e di radicamento del fondamentalismo islamico, come ha sottolineato il ministro, la politica estera deve svolgere la sua seria azione. L'Italia ha tutte le potenzialità, oltre che il dovere, di essere un punto di riferimento credibile anche per le altre grandi nazioni d'Europa e del mondo".
   Così la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni al termine di un incontro avuto questa mattina con il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, convocato dallo stesso a pochi giorni dal voto dell'Unesco su Gerusalemme che, con duplice astensione italiana, ha negato l'ebraicità storica di alcuni luoghi di Gerusalemme. Voto che il Primo ministro Matteo Renzi, con cui la presidente UCEI ha intrattenuto nei giorni scorsi un positivo e costruttivo confronto, aveva definito "allucinante".
   Una valutazione positiva è stata espressa anche dalla Presidente della Comunità ebraica di Roma Ruth Dureghello, che ha partecipato all'incontro alla Farnesina assieme al vicepresidente dell'Unione Giorgio Mortara e al segretario generale UCEI Gloria Arbib. "È stato - ha detto Dureghello - un incontro sincero, ma è necessario seguire come dalle dichiarazioni di principio si passerà ai fatti. Ed è soprattutto necessario comprendere che quando parliamo di Gerusalemme non parliamo solo di un elemento del conflitto mediorientale, parliamo anche e soprattutto di un cardine culturale della nostra civiltà, di un riferimento universale che tocca tutti i popoli e tutte le fedi".
   "Una riflessione importante - ha concluso il vicepresidente UCEI Mortara - è stata avviata. L'Italia dovrà fare la sua parte, anche se sappiamo tutti come la situazione in alcune organizzazioni internazionali sia pesantemente inquinata da posizioni preconcette che non sarà facile rimuovere".

(moked, 26 ottobre 2016)


Nuova risoluzione Unesco su Gerusalemme: restano solo i nomi arabi

WASHINGTON - Nonostante le proteste di Tel-Aviv
, che ha interrotto temporaneamente la sua collaborazione con l'agenzia delle Nazioni unite per l'Educazione, l'Unesco ha approvato una nuova risoluzione dove i luoghi sacri di Gerusalemme sono denominati solamente con il loro nome in arabo e non in ebraico. Il nuovo testo ricalca abbastanza fedelmente quello già approvato la settimana scorsa, e ha denunciato i «danni materiali» perpetrati da Israele nella città.

 L'Italia dovrebbe aver cambiato rotta
  Questa volta il voto si è svolto a scrutinio segreto: 10 a favore, due contrari e otto astenuti, mentre la scorsa settimana solo sei Paesi si erano espressi contro, e molti si erano astenuti, fra cui l'Italia. Prima della votazione il ministero degli Esteri israeliano ha moltiplicato le pressioni diplomatiche per ottenere la bocciatura della risoluzione. L'Italia stando alle parole del premier, Matteo Renzi, che ha tuonato contro la precedente astensione di Roma e di quelle del ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, dovrebbe essersi schierata con i contrari. Gentiloni avrebbe rassicurato il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche in Italia (Ucei), Noemi Di Segni, che al termine dell'incontro con il ministro ha dichiarato: «Con grande apprezzamento, accolgo le rassicurazioni e le indicazioni fornite oggi dal ministro Gentiloni. Siamo certi che d'ora in poi in sede UNESCO e nelle altre istituzioni internazionali i nostri rappresentanti faranno registrare un deciso cambio di rotta».

 Operazione di lobbying dagli Usa
  Operazioni di lobbying per votare contro la risoluzione UNESCO sono state portate avanti anche da un gruppo di senatori e membri del Congresso degli Stati Uniti, capitanati dal senatore repubblicano Ted Cruz (Texas) e dalla repubblicana Ileana Ros-Lehtinen (Florida). I politici americani hanno scritto una lettera in cui è spiegato che «purtroppo, la risoluzione proposta è l'ennesimo tentativo di riscrivere la storia, negando i legami di ebrei e cristiani con Gerusalemme. Il Monte del Tempio, il luogo più sacro del giudaismo, insieme al Muro Occidentale, dove gli ebrei di tutto il mondo vengono a pregare, sono ancora una volta descritti esclusivamente come luoghi santi musulmani e sono indicati solo dai loro nomi musulmani. I riferimenti al muro occidentale sono virgolettati, a implicare l'assenza di una valenza storica. La Città Vecchia di Gerusalemme è importante per le tre religioni monoteiste, e celebriamo il patrimonio e i legami culturali di queste religioni con Gerusalemme».

 Chi siede nel comitato del patrimonio mondiale dell'Unesco
  Gli attuali 21 membri del comitato del patrimonio mondiale dell'Unesco sono: Angola, Azerbaigian, Burkina Faso, Croazia, Cuba, Finlandia, Indonesia, Giamaica, Kazakistan, Kuwait, Libano, Perù, Filippine, Polonia, Portogallo, Repubblica di Corea, Tanzania, Tunisia, Turchia, Vietnam, Zimbabwe. Obiettivo del comitato è concedere un'assistenza finanziaria in funzione delle richieste degli Stati membri ed esaminare, tra l'altro, lo stato dei siti iscritti al patrimonio mondiale.

(Diario del Web, 26 ottobre 2016)


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Israele: il voto dell'Unesco «è spazzatura»

Il portavoce degli Esteri israeliano: «Lunga vita a Gerusalemme ebraica»

GERUSALEMME - Il nuovo voto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (Unesco) su Gerusalemme «è spazzatura». Lo ha detto su twitter il portavoce del ministero degli esteri israeliano Emmanuel Nahshon sottolineando che «giustamente l'ambasciatore israeliano nell'organismo ne ha gettato il testo nel bidone dell'immondizia». «Lunga vita - ha concluso - a Gerusalemme ebraica».

(tio.ch, 26 ottobre 2016)


Israele: sventata cellula jihadista.

Preparava un grosso attacco terroristico a Beer Sheva in una sala concerti

di Paolo Castellano

Tre dei quattro palestinesi sospettati di organizzare un attentato di grandi dimensioni a Beer Sheva
Nel mese di settembre l'agenzia di intelligence per gli affari interni dello stato di Israele Shin Bet ha arrestato quattro individui sospettati della pianificazione di un attacco terroristico in una sala eventi a Be'er Sheva. I quattro terroristi avevano anche intenzione di accoltellare un soldato dell'IDF. La notizia è stata riportata da Ynetnews il 20 ottobre.
   Secondo le accuse rivolte contro i quattro, i sospettati avevano pianificato di lanciare delle granate all'interno di un gruppo di ballerini durante le celebrazioni nella sala eventi Narnia. Le armi prima di essere usate sarebbero state nascoste nei cestini ed estratte una volta iniziato lo spettacolo. I quattro avevano anche pensato di detonare alcune bombe nascoste sotto i tavoli da pranzo.
   Inoltre, il gruppo terroristico aveva cominciato ad accumulare fondi per commettere un attacco separato che prevedeva il rapimento di un soldato dell'esercito dalla stazione centrale dei bus. L'intenzione era quella di ucciderlo e trucidarlo per ottenere alcune concessioni da parte del governo israeliano.
   Durante l'investigazione sui quattro cospiratori si è scoperto che uno di questi risiedeva nella città beduina di Tel as-Sabi nel Negev e gli altri tre erano stranieri di Gaza. Gli inquirenti hanno inoltre scoperto che l'attacco pianificato era un'idea di una cellula islamica jhiadista ubicata a Gaza.
   I sospetti, due dei quali avevano lavorato nella sala eventi che intendevano colpire, avevano pianificato con circospezione il loro attacco collezionando varie informazioni sui loro obiettivi.
   I membri della cellula sono stati arrestati prima che avessero acquisito le armi necessarie per compiere l'attacco. Tuttavia, l'investigazione ha rivelato che i terroristi avrebbero preso un appartamento in affitto nell'area in cui avevano pianificato l'assalto e in cui intendevano uccidere il soldato rapito. La base operativa avrebbe permesso di conoscere meglio la sala con l'obiettivo di infliggere il maggior numero di vittime.
   Il leader del gruppo terroristico - ricordiamo che tutti i membri sono stati arrestati il 21 settembre dallo Shin Bet in un'operazione coordinata con l'unità centrale della polizia del Negev - è stato identificato come Mahmoud Yusuf Hasin Abu-Taha proveniente da Khan Yunis nel sud di Gaza. Egli era entrato in Israele attraverso il valico di Erez per motivi commerciali.
   Quest'ultimo è stato reclutato da una cellula terroristica guidata da Wael Abu-Taha, un anziano ufficiale del movimento jihadista islamico che vive a Gaza.
   A maggio, Mahmoud e Wael si sono resi responsabili dei pani per l'esecuzione dell'attacco nella sala, per questo fine, hanno controllato il numero di entrate nel complesso. Era stato deciso che il 55enne Shafik Hamad Ahmad Abu-Taha proveniente da Gaza - che lavorava nel luogo - avrebbe fatto entrare i terroristi, incluso Mahmoud che aveva pianificato di lavorare nel giorno fissato per la carneficina.
   Durante un incontro con Wael, Mahmoud aveva ricevuto l'ordine di focalizzarsi sul rapimento del soldato piuttosto che sull'esplosione del Narnia.
   Le accuse per i crimini contro la sicurezza pubblica sono state inoltrate anche dal distretto di Be'er Sheva contro il 39enne Ajmad Taysir Abd Elrahman Abu-Taha, Shafik e contro il 40enne Hani Abu-Amra che risiede nel Negev.
   I quattro arrestati sono accusati, tra le altre cose, di aver stabilito un contatto con degli agenti stranieri, divulgato informazioni al nemico, frode, residenza in Israele senza documentazione legale e attività con organizzazioni illegali.
   Secondo le accuse, Wael avrebbe sostenuto che lo scorso marzo Mahmoud avrebbe organizzato l'attacco al Narnia insieme a Shafik poiché entrambi avrebbero lavorato lì in quel giorno.
   Come parte del piano del rapimento, Wael aveva ordinato a Mahmoud di orchestrare il sequestro e l'omicidio di due o tre civili israeliani ebrei che sarebbe poi stati sepolti. Queste terribili azioni sarebbero state utilizzate per costringere Israele ad acconsentire alle varie richieste politiche del gruppo. Wael avrebbe promesso di dare a Mahmoud una nuova auto e una nuova casa in cambio della buona riuscita della missione.

(Mosaico, 26 ottobre 2016)


La mostra - I libri ebraici salvati dalle suore di Rasano

di Massimiliano Castellani

FIRENZE - Passata la tempesta, l'alluvione fiorentina del 1966, le acque dell'Arno si calmarono. Citando la Genesi, E le acque si calmarono, è ora il titolo della mostra organizzata dalla fondazione Beni culturali ebraici che raccoglie testi documentali, stampe, manufatti e libri portati in salvo e poi restaurati in seguito alla calamità naturale che si era abbattuta sul capoluogo toscano.
   Questo lavoro di recupero venne svolto anche dalle suore benedettine del monastero di Santa Maria a Rosano (Rignano sull'Arno), luogo in cui risiedeva spesso il cardinale Ratzinger prima di salire al soglio come papa Benedetto XVI e che dispone di un laboratorio di restauro di pergamene e libri antichi di primo ordine. L'opera delle suore di Rasano ha permesso ai Beni culturali ebraici in Italia, insieme alla Biblioteca nazionale centrale e con il contributo determinante dell'ente Cassa cli risparmio cli Firenze, di mettere in mostra i volumi restaurati che consentono di approfondire la storia plurisecolare della comunità ebraica fiorentina, attiva sul fronte editoriale a partire dal '600.
   La mostra che si inaugura domani (alle ore 17.30), sarà preceduta (alle 15.30) da un convegno sul significato storico del patrimonio ebraico a Firenze. «Dopo cinquanta anni siamo riusciti a riportare nella nostra città un patrimonio fondamentale, che è testimonianza dell'attaccamento della comunità ebraica alla tradizione e alla storia fiorentina» dichiara Renzo Funaro, presidente dell'Opera del Tempio ebraico di Firenze, che per la fondazione ha promosso e coordinato l'iniziativa insieme a Silvia Alessandri della Biblioteca nazionale.

(Avvenire, 26 ottobre 2016)


Tel Aviv mette in mostra il manoscritto di Bassani

Il presidente del Meis: «Saremo là per parlare del nostro Museo».

di Anja Rossi

 
Il sindaco di Ferrara firma la donazione da parte della famiglia Foscari alla presenza del ministro Franceschini
FERRARA - Tempo qualche giorno e un filo diretto collegherà Ferrara a Israele, nel segno del Meis. Il museo dell'Ebraismo e della Shoah, ora in costruzione, verrà presentato ufficialmente per la prima volta nello Stato d'Israele, in occasione della visita di stato di Sergio Mattarella a Tel Aviv. A raccontare il Meis, ma anche la città di Ferrara e delle loro importanti connessioni, saranno il presidente Dario Disegni e la direttrice Simonetta Della Seta, che con il ministro della cultura Dario Franceschini e il sindaco Tiziano Tagliani costruiranno un ponte importante a livello internazionale.
   «Parleremo del museo e di quello che vorrà raccontare ai visitatori sia italiani che dall'estero, ovvero della storia più che millenaria dell'ebraismo in Italia e del suo apporto allo sviluppo del Paese e alla cultura - spiega Dario Disegni -. Spiegheremo come il Meis sarà un museo moderno, aperto non solo alle mostre permanenti, ma che diventerà un centro di cultura, di ricerca e di confronto». Parlare di Meis, che nell'autunno del 2017 dovrebbe aprire nella sua prima parte (e i cui lavori si concluderanno nel 2020, grazie ai 25 milioni di euro finanziati dal Cipe), vuol dire parlare di Ferrara. «L'idea, da sempre, è quella di un museo diffuso, che si colleghi alla città, ai luoghi della Ferrara ebraica, del ghetto, della sinagoga, del cimitero ebraico. Costruiremo un ponte importante. È essenziale che il museo possa inserirsi nella rete museale internazionale - continua il presidente Disegni -. Per questo è importante rafforzare i legami culturali con Israele, le sue università e musei, ma anche per studiare possibili fonti di finanziamento che saranno necessarie per la gestione di attività in un museo così ampio e complesso». A coronare l'unione tra Israele e Ferrara sarà un importante oggetto, patrimonio della città estense: il manoscritto autografo de Il Giardino dei Finzi Contini. Ora di proprietà del Comune, il prezioso libro di Giorgio Bassani sarà infatti esposto all'Eretz Israel Museum di Tel Aviv. L'opera, donata al Comune di Ferrara nel maggio scorso da Ferigo Foscari, sarà infatti concessa in prestito al museo israeliano per la sua esposizione nell'ambito delle iniziative culturali in programma per la visita del Presidente della Repubblica italiano. E, un domani, quando il Meis sarà finalmente aperto, verrà ospitato nel museo che vuol far conoscere la Ferrara ebraica nel mondo.

(Il Resto del Carlino, 26 ottobre 2016)


Arabia Saudita interrompe finanziamenti a palestinesi

L'Arabia Saudita ha interrotto senza dare alcun spiegazione qualsiasi finanziamento ai palestinesi. Lo riferiscono alti funzionari della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) al Times of Israel.
Secondo quanto riportato ieri dal Times of Israel negli ultimi sei mesi l'Arabia Saudita non avrebbe versato la somma di 120 milioni di dollari (20 milioni di dollari al mese) a favore della ANP, il tutto senza fornire alcuna spiegazione né alcun preavviso.
Fonti palestinesi riferiscono che durante questi mesi diversi emissari della ANP si sono recati in Arabia Saudita per capire i motivi di questa improvvisa interruzione dei flussi di denaro a favore della Autorità Palestinese senza però riuscire ad ottenere risposte esaurienti....

(Right Reporters, 26 ottobre 2016)


Il popolo ebraico in festa: oggi si celebra la "Gioia della Torah"

di Simona Stillitano

Una delle festività ebraiche più belle e gioiose è proprio quella di Simchat Torah, che significa "gioia della Torah"(a. e. 5777) e che si celebra oggi 25 ottobre. I nostri Fratelli maggiori seguono il calendario lunisolare, questo dettaglio ci serve per capire un po' di più lo schema del ciclo delle loro ricorrenze. Una festa bellissima e importante, dedicata come si può intuire dal nome alla Legge, che gli Ebrei chiamano Torah, un'occasione in cui il gaudio del popolo ebraico è davvero contagioso. Le feste d'Israele durano 7 giorni, mentre in diaspora un giorno in più, tutte rievocano momenti decisivi del popolo ebraico come narrano i libri veterotestamentari.
   La Legge, comprende i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio che noi cristiani chiamiamo anche Pentateuco. In questo giorno si termina la lettura della Torah; ma subito dopo si ricomincia con la prima parola Bereshit (Genesi), infatti non deve mai essere interrotto lo studio del testo sacro, ecco perché nello stesso giorno la sua lettura viene ripetuta, per dare il senso di continuità.
   La cerimonia è molto suggestiva, vengono agitati i rami di salice che alludono alla pioggia simbolo di prosperità e si compie per sette volte il giro attorno alla Torah, (giro della Tevah) con danze, canti e inni di lode a Jhwh e con in mano il ramo verde di palma (lulav) e i rotoli (sefarim) di pergamena del testo sacro, custoditi durante l'anno nell'Arca Santa. E' tradizione delle comunità ebraiche italiane, lanciare sui fedeli in modo particolare ai più piccoli caramelle e dolcini.
   Il Sefer Torah, il rotolo della Torah, è l'unico oggetto di devozione per gli Ebrei, perché tutto quello che è stato frutto della mente e d'insegnamento che fa migliorare l'uomo e la società, si deve omaggiare in quanto permette all'uomo di avvicinarsi al suo Creatore. Coloro che in questo giorno devono leggere la Torah, sono considerati come "sposi" di essa e come tali vengono festeggiati.

(In Terris, 25 ottobre 2016)


Palestinesi arrestati dall'Autorità palestinese: avevano festeggiato con gli israeliani

di Luca Rampazzo

Quattro Palestinesi, che avevano preso parte ad una festa Ebraica in una città della West Bank, sarebbero stati arrestati dalle forze di sicurezza dell'Autorità Palestinese poco dopo. "Qualsiasi cooperazione palestinese con i coloni è vista come violazione della legge, come se cooperassero con il nemico" ha detto un alto ufficiale della sicurezza Palestinese al Times di Israele. Oded Revivi, sindaco di Efrat e tenente colonnello dei riservisti, aveva invitato qualche dozzina di palestinesi dai villaggi vicini a festeggiare la festa Ebraica del Sukkot. I palestinesi si sono incontrati con circa 30 israeliani.
   "C'era un clima civile" riporta il Washinghton Post. "Un contadino Palestinese era seduto vicino ad un diplomatico israeliano. Un Rabbi da un insediamento ha spezzato il pane con un muratore Palestinese. Gli ospiti si sono stretti le mani, si sono fatti selfie, e si sono datti pacche sulle spalle a vicenda. Entrambi i gruppi sembravano un po' scossi mentre celebravano una festa Ebraica assieme".
   "È assurdo che prendere un caffè con gli Ebrei sia considerato un crimine dall'Autorità Palestinese" ha detto Revivi dopo gli arresti. "Iniziative che cercano di incoraggiare la cooperazione e la pace tra i popoli dovrebbero essere sostenute, non silenziati. È tempo che l'Autorità Palestinese si chieda se preferisce soffiare sul fuoco del conflitto invece di unire le genti". Nulla di nuovo nella West Bank, verrebbe da dire. Ottant'anni dopo le leggi razziali, mangiare e bere con degli ebrei è ancora passibile di arresto. Purtroppo, per i filo-palestinesi di ogni latitudine, qualsiasi cosa provenga dai nemici di Israele è ben fatta. Così non riescono a capire questi amari paradossi storici. Né sono in grado di combatterli.

(l'Occidentale, 25 ottobre 2016)


"Studenti contro il Technion" - Lettera aperta al Rettore dell'Università di Cagliari

Riceviamo da un nostro lettore e volentieri diffondiamo.

Alla cortese attenzione della Prof.ssa Del Zompo
Rettore dell'Università degli Studi di Cagliari

Gentile Rettore,
 
Qualche giorno fa le mandai una missiva dove esprimevo tutti i miei dubbi in merito alle reali intenzioni di un "dibattito aperto" svoltosi presso l'università di Cagliari sulla cooperazione tra la nostra Università ed il Technion Institute. In particolare, ravvisavo ogni mio dubbio (non solo mio, ma di molti altri amici di Israele presenti in Sardegna) in merito al fatto che l'iniziativa nascondesse capziosamente soltanto una intenzione di puro e semplice boicottaggio fine a se stesso della cultura accademica Israeliana.
Stamane, davanti alla sede dell'Università, sono apparsi degli striscioni e dei manifesti del Movimento Bds (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni ) uniti a quelli degli "studenti contro il Technion", dove si ribadiscono slogan come "Fuori Israele dall'Università" o "resistenza contro il Sionismo". Voglio farle notare che uno di questi manifesti, del quale le allego anche una foto, riporta anche una sigla, quella del sito stoptechnionitalia.wordopress.com.
Voglio farle notare che Il sito "stoptechnionitalia.wordpress.com" dipende da un sito in inglese, PACBI, Palestinian Campaing for the Accademic and Cultural Boycott of Israel, il cui indirizzo è il seguente: PACBI, P.O.Box 1701, Ramallah, Palestine pacbi@pacbi.org
Il Palestinian Campaign for the accademic and cultural boycott of Israel ha quindi fornito la sua sigla anche per i manifesti del recente convegno svoltosi all'università a Cagliari. Vi è quindi la prova certa ormai che queste iniziative portano solo a voler effettuare un boicottaggio culturale di tutto quello che proviene dallo stato di Israele, e non creare "dibattiti aperti" sul tema .
Ci auguriamo che in futuro l'università non assista a simili manifestazioni di odio .
In fede

Alessandro Matta
Associazione Memoriale Sardo della Shoah

(Notizie su Israele, 25 ottobre 2016)


Adesso Lutero è meno antisemita

Settanta esperti ci hanno lavorato per ben cinque anni.

di Roberto Giardina

BERLINO - Cinquecento anni, o quasi, per cambiare una parola. La nuova edizione della Bibbia
di Lutero appare in ottobre, in occasione dei 500 anni delle tesi del monaco ribelle, affisse sul duomo di Wittemberg, anniversario che sarà ricordato nel 2017 con celebrazioni che dureranno per l'intero anno. La versione riveduta è meno antisemita e meno antifemminista. Lutero era imbevuto di pregiudizi contro gli ebrei, come la quasi totalità dei cristiani del suo tempo. A volte i cambiamenti potrebbero sembrare sfumature per chi non conosce il tedesco, e non è un esperto della Bibbia, come ovviamente non sono io. Quindi mi affido al commento di Eduard Kopp, redattore per problemi teologici della rivista evangelica Chrismon, distribuita mensilmente come inserto grat.uito dei principali quotidiani nazionali. «Ende eines Fluches», questo il titolo, fine di una maledizione.
   «Il suo sangue ricadrà su di noi e i nostri figli», queste parole nel Vangelo di Matteo, hanno giustificato per secoli l'odio e le persecuzioni contro gli ebrei. E, si rammarica Eduad Kopp, settant'anni dopo Auschwitz, vengono cantate nella Matthaus-Passion di Johan Sebastian Bach. Secondo Lutero, il sangue di Cristo ricadrà dunque sul ganzen Volk, sull'intero popolo ebraico di generazione in generazione. Nella nuova versione si legge «alles Volk». Ganz e alles, tutto o intero, sembrano sinonimi, ma la differenza è sostanziale. Secondo il professore di teologia di Lipsia, Christian Kiihler, per «alles Volk» si intende solo il popolo radunato in quell'ora e in quel giorno, sulla piazza di Gerusalemme. La maledizione viene effettivamente pronunciata, ma non riguarda gli ebrei di secolo in secolo fino ad oggi, e soprattutto non giustifica la Shoah, sempre che ciò dovesse essere ancora spiegato.
   Semplicemente, commenta Kühler, Lutero non era perfetto, le sue capacità linguistiche avevano dei limiti e ha sbagliato la traduzione. Un errore, comunque, che continua a persistere nei testi cattolici, e nella versione della Bibbia in Svizzera. Così nella Iettera ai romani, l'espressione «l'accusa contro gli ebrei», viene con più esattezza resa con «le domande agli ebrei», «Israele non ha alcuna scusa», diventa «perché Israele non si è convertito alla fede». La «Synagoge des Satans» non si ritrova neppure nell'originale di Lutero, che scriveva «la scuola di Satana».
   Un lavoro immane durato cinque anni a cui hanno preso parte settanta esperti, la prima reale revisione compiuta sul testo originale che risale al 1545. L'italiano è rimasto quasi inalterato attraverso i secoli, perché era una lingua di corte, riservata a un'élite. Anche chi non ha fatto studi classici può leggere un sonetto di Dante, magari equivocando su qualche parola. Un operaio inglese ha difficoltà a capire Shakespeare, e un tedesco segue a fatica Schiller. Lutero usa il termine Hausfrau, casalinga. La nuova versione riporta solo Frau, donna. Ma Kühte la moglie di Lutero, non era una casalinga dei nostri tempi, amministrava un podere e una fabbrica di birra. «Nella Bibbia» commenta il teologo Christoph Levin di Monaco, «per casalinga si intende una donna che governa la sua casa e la famiglia, non una sorta di domestica». Kühte van Bora nella casa di Wittemberg sedeva accanto al marito e discuteva con altri teologi, con studenti e amici.

(ItaliaOggi, 25 ottobre 2016)


Anche questa volta il titolo dell'articolo è ad effetto, ma non corrisponde ai fatti. Lutero non diventa certo meno antisemita se si corregge un aggettivo nella sua traduzione. Lutero resta indubbiamente un antisemita, ed il suo antisemitismo è particolarmente grave proprio perché teologico e tuttavia non tutta la sua teologia è da rigettare, tutt'altro! Lutero è stato uno strumento del Signore in un periodo critico della storia della cristianità, ma proprio per questo è stato preso di mira da Satana affinché arrivasse a dire, sorretto da una "società cristiana" malata, frasi tremende che indubbiamente hanno contribuito a rendere possibile la Shoah. Il Vangelo è dinamite, quindi bisogna fare attenzione a come lo si maneggia, perché se è usato male può scoppiare fra le mani e fare danni enormi, a sé e agli altri. M.C.



L'antisemitismo teologico di Lutero

Non c'è davvero da sorprendersi che i più feroci antisemiti del regime nazista abbiano considerato Lutero uno dei più grandi tedeschi della storia mondiale.
Ma peggiore ancora dell'ammirazione degli antisemiti è il tentativo di certi studiosi cristiani di attenuare l'antisemitismo di Lutero proponendone una contestualizzazione storica e teologica.
Si pensa evidentemente che attribuendo il truculento linguaggio antisemita di Lutero alla sua impostazione teologica se ne attenui la gravità. E' vero il contrario: non è la teologia che attenua l'antisemitismo, è l'antisemitismo che contamina e aggrava la teologia rendendola portatrice di funeste conseguenze. Se gli ammiratori del riformatore germanico non se ne sono accorti è perché il bacillo dell'antisemitismo teologico molto probabilmente ha infettato anche loro.
Tre volte, in quella lettera ai Romani il cui commentario ha contribuito alla fama di Lutero, l'ebreo Paolo fa riferimento alla superbia che potrebbe cogliere il gentile che si avvicina alla grazia offerta da Dio in Cristo a tutti gli uomini: "... non insuperbirti contro i rami; ma, se t'insuperbisci, sappi che non sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te... non insuperbirti, ma temi" (Romani 11:18-20). E invece è proprio questo il peccato in cui Lutero è caduto, e come lui cadono ancora oggi moltissimi gentili che non sospettano di essere antisemiti: la superbia di fronte agli ebrei.
La superbia è un atteggiamento diabolico, non una semplice debolezza umana. Chi fin dall'inizio si è insuperbito contro Dio è Satana: non è strano allora che in questo atteggiamento di superbia si sia insinuato proprio colui che nella Bibbia viene chiamato l'Avversario. L'Olocausto è stato voluto in primo luogo dal Diavolo, che ha trovato nella superbia dei cristiani gentili verso gli ebrei un terreno adatto ai suoi scopi.


 


L'Unesco ci riprova

In arrivo un'altra risoluzione contro Israele. E' jihad diplomatico

Mercoledì l'Unesco ci riprova. Dopo la risoluzione che ha de-ebraicizzato Gerusalemme, l'agenzia dell'Onu per la cultura e la scienza si riunisce nuovamente al cospetto del World Heritage Committee per rafforzare la bugia secondo cui ebrei e cristiani non hanno nulla a che fare con la città santa. "Come se si affermasse che il sole crea il buio", ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. La nuova risoluzione dal titolo "La città vecchia di Gerusalemme e le sue mura" e che, analogamente a quella approvata la settimana scorsa dall'Unesco, disconosce il carattere ebraico e cristiano di Gerusalemme, non vedrà l'Italia impegnata perché il comitato che vota è formato da ventuno stati di cui l'Italia non fa parte. Sono chiamati a esprimersi Finlandia, Polonia, Portogallo, Croazia, Turchia, Azerbaigian, Corea del sud, Indonesia, Filippine, Vietnam, Kazakistan, Tunisia, Kuwait, Libano, Perù, Cuba, Giamaica, Burkina Faso, Zimbabwe, Angola e Tanzania. Non un bel parterre. Il Monte del Tempio viene chiamato nella risoluzione col nome musulmano e viene definito "luogo santo musulmano di preghiera". Niente riferimento all'"importanza della Città Vecchia di Gerusalemme per le tre religioni monoteiste". Netanyahu ha parlato di "un jihad diplomatico contro il popolo ebraico". L'obiettivo, infatti, è lo stesso del fronte arabo dal 1948 a oggi: la cancellazione dello stato ebraico e la creazione di un'unica Palestina araba che comprenda anche tutta l'area oggi riconosciuta come lo stato d'Israele. Una strategia di guerra basata sulla riscrittura della storia e delle religioni.

(Il Foglio, 25 ottobre 2016)


Decisioni burlesche

Lettera al Giornale

Con stupore ho letto sul nostro Giornale la giustificazione che il ministro Gentiloni ha dato sull'astensione del voto in merito al Muro del Pianto. Personalmente mi sarei vergognato di una giustificazione di tal fatta: «...mi astengo in modo che gli altri capiscano che la mia astensione non è un'astensione vera e propria ma una protesta per la decisione dell'Unesco... » Ma signor ministro non era meglio votare contro, fornendo un segnale inequivocabile?
Giovanni Piero Clementi (Carnerino)

(il Giornale, 25 ottobre 2016)


La risoluzione Unesco, un attacco agli ebrei

di Marcello Malfer*

La recente risoluzione approvata dall'Unesco ha avuto l'impudenza di negare e disconoscere i legami ebraici con il Monte del Tempio a Gerusalemme, il luogo dove ha preso inizio il radicamento di quel popolo nella sua terra, e che è sempre stato al centro della memoria individuale e collettiva di tutte le generazioni di ebrei, in ogni luogo e in ogni tempo.
   Se non riguardasse Israele e gli ebrei, la risoluzione potrebbe essere tranquillamente etichettata come semplicemente ridicola, al pari della pretesa di negare il legame tra Roma e gli italiani, o il Vaticano e i cattolici. Ma si capisce bene che, nel momento in cui Israele è sempre più colpito, isolato e minacciato sul piano internazionale, e in cui la mala pianta dell'antisemitismo mostra un'impressionante recrudescenza, in tutto il mondo, tale presa di posizione assume un colore molto preciso, che è quello di un ulteriore, concreto e micidiale attacco agli ebrei e alla loro patria storica.
   Il Parlamento italiano, con concreto e lodevole impulso, ha recentemente approvato un'importante misura legislativa, volta a punire pubblicamente il reato di negazionismo, colpendo così gli antisemiti che intendono negare l'enorme voragine della Shoah. Ma che cos'è, questa dell'Unesco, se non un'altra forma di negazionismo? Negare la Shoah e negare le radici storiche del popolo ebraico sono due cose sostanzialmente identiche: in entrambi i casi si nega una realtà di irrefutabile evidenza, e in entrambi i casi si colpisce il popolo ebraico e lo Stato di Israele. Tutti i negazionisti saranno contenti, così come tutti quelli che hanno votato a favore della risoluzione sono negazionisti, o quantomeno, hanno un atteggiamento malevolo e irrispettoso nei confronti della
memoria della Shoah.
   Il voto di astensione di fronte alla falsificazione della storia equivale all'indifferenza che negli anni Trenta accompagnò la salita al potere del nazismo e la preparazione dello sterminio. Anche allora pochi si resero conto. Oggi l'esistenza di uno Stato di Israele forte e prospero consente al popolo ebraico di confidare in un futuro migliore. Proprio per questo è ancora più vergognoso l'atteggiamento di chi si astiene, ben sapendo di assecondare chi vuole annullare Israele.
   Anche il voto dell'Italia in sede Unesco è stato di astensione, una posizione che ha profondamente deluso e indignato le comunità ebraiche. Certamente tale voto lascia una profonda ferita nell'onore, nella tradizione di democrazia e civiltà del nostro Paese ed è grave che ciò accada senza la sua opposizione, la cui politica estera non può certo essere dettata dal caso, dalla superficialità, o peggio ancora, dall'opportunismo.
   Israele e il popolo ebraico non hanno bisogno di solo parole di amicizia, ma di una solidarietà concreta e operante, consistente in un'attiva e costante azione di contrasto contro l'odio e la violenza, a favore di ogni iniziativa utile a favorire le prospettive di pace in Medio Oriente, che questa scellerata risoluzione tende clamorosamente ad allontanare.
* Presidente Associazione trentina Italia- Israele

(Corriere del Trentino, 25 ottobre 2016)


Il segreto della famiglia Aznavour: «Ebrei salvati nella Parigi nazista»

Il cantante: i miei, scampati al genocidio armeno, aiutavano i fuggiaschi. «Non ne abbiamo mai parlato perché ci sembrava naturale, una sorta di nostro dovere».

di Aldo Baquis

 
Charles Aznavour
TEL AVIV - In una Parigi che negli anni Quaranta pullulava di nazisti, una coppia di armeni sopravvissuti al genocidio del loro popolo diede rifugio a persone di nazionalistà diverse (ebrei, armeni, russi, comunisti attivi nella Resistenza) mettendo in costante pericolo la propria esistenza. La loro abnegazione e il loro coraggio sono rimasti per decenni avvolti nel silenzio familiare, «per una forma di pudore». Solo adesso, a 92 anni compiuti, il figlio Charles Aznavour, con la sorella maggiore Aida, ha accettato di parlarne con un ricercatore israeliano, Yair Auron, che ha pubblicato un libro commovente: 'Salvatori combattenti'. Uscito in ebraico e in francese, presto sarà tradotto anche in armeno.
   Nel rione Marais, scrive Auron, ebrei e armeni vivevano in buon vicinato. Al mercato, i banconi degli uni si mischiavano a quelli degli altri. I genitori di Aznavour, Micha e Knar, erano rimasti soli al mondo dopo le stragi perpetrate dai turchi. Dotati di spirito artistico, avevano mantenuto un approccio positivo alla vita. Fra i loro amici, un'altra coppia di emigrati armeni: la poetessa Melinee Manouchian e il suo compagno Missak, futuro leader di un gruppo di resistenza ai nazisti, l'Affiche Rouge. Gli Aznavourian avevano un appartamento di 90 metri quadri al 22 della Rue Navarin: tre stanze, ingresso, un cucinino e i servizi. Per 1500 giorni consecutivi furono là ospitati fuggiaschi che a volte i padroni di casa nemmeno conoscevano. Arrivavano. Bruciavano ogni cosa potesse tradirli. Si munivano di documenti falsi. Poi ripartivano. In un'occasione gli Aznavourian nascosero undici persone contemporaneamente. Quanti riuscirono a salvarsi? Charles e Aida, a distanza di decenni, non ne hanno idea. «La prima donna a bussare alla nostra porta - ricorda Aznavour nella prefazione - era in apparenza armena e cercava rifugio per il marito, ebreo». Questi dormiva nello stesso letto di Charles, allora 16enne. «Dopo di lui abbiamo avuti altri due-tre ebrei, poi tanti altri».
   Il libro si legge come un thriller. Gli Aznavuorian avevano una vicina di casa di origine tedesca, ammiratrice di Hitler. Poteva bussare senza preavviso, per fare quattro chiacchiere amichevoli. I fuggiaschi dovevano trovare un nascondiglio immediato e «smettere di respirare». La polizia francese e anche la Gestapo visitavano talvolta la casa. «Ci sono estranei nell'edificio?», chiedevano. La coppia di portinai mantenne sempre il segreto, a protezione degli Aznavourian. Nel frattempo Missak Manouchian - oggi eroe nazionale in Armenia - guidava un gruppo armato clandestino composto da immigrati armeni, ebrei e anche italiani. Per loro Knar trafugava armi in un passeggino.
   «I miei - dice Aznavour - hanno fatto quello che sembrava loro un dovere, senza pensare che mettevano in pericolo le nostre vite. Quello che abbiamo fatto durante l'occupazione ci sembrava la cosa più naturale, al punto che col tempo abbiamo cominciato a dimenticarcelo: finché un anno fa Auron è venuto a farcene parlare». A gennaio Aznavour sarà in Israele per piantare un ulivo in ricordo dei genitori a Nevé Shalom: il vilaggio di Auron, dove coabitano arabi ed ebrei e dove si tiene viva la memoria di giusti di varie nazionalità fra cui turchi, armeni, circassi, palestinesi, israeliani.

(Nazione-Carlino-Giorno, 25 ottobre 2016)


Rotoli della Torah e Talmud, il tesoro ebraico che si è salvato

La mostra alla Biblioteca Nazionale di Firenze. L'occasione per conoscere un patrimonio di cui si sa pochissimo anche per i 50 anni di forzata rinuncia.

di Maria Cristina Carrato

La loro sorte è stata finora quasi ignorata, confusa con quella degli innumerevoli libri alluvionati di tutta Firenze, ma il 4 novembre del '66 l'acqua dell'Arno distrusse o danneggiò, più o meno gravemente, anche uno specialissimo e inestimabile patrimonio, librario e non solo: quello custodito nella sede di via Farini della Comunità ebraica di Firenze, dentro il Tempio e in un locale al pianterreno. Ovvero la metà dei 15 mila volumi della biblioteca, quasi tutti i 95 rotoli della Torah (i cui resti furono poi 'sepolti', come da tradizione, nel cimitero ebraico di via di Caciolle, mentre uno è a Roma, nella tomba dell'"angelo del fango" Luciano Camerino), i circa 200 documenti e le centinaia di oggetti liturgici, testimoni della storia della Comunità dal Medioevo alla metà del XX secolo. Un danno incalcolabile che oggi, 50 anni dopo, trova parziale risarcimento nella mostra (da giovedì alla Biblioteca Nazionale, ore 17 .30, con tavola rotonda sui restauri, dalle 15.30) intitolata "E le acque si calmarono" (da un versetto della Genesi, citazione sul diluvio universale). Ideata dal presidente dell'Opera del Tempio di Firenze e vicepresidente della Fondazione per i beni culturali ebraici italiani Renzo Funaro, curata da rav Amedeo Spagnoletto, Milka Ventura, Dora Liscia Bemporad, Gisella Guasti, e realizzata insieme alla Biblioteca nazionale (custode di un rilevante Fondo di libri ebraici) col decisivo contributo dell'Ente Cassa di Risparmio di Firenze, vi si ammireranno testi rarissimi come il lungo rotolo di fine '300 con un diario di viaggi.o in Terra Santa, un Talmud Babilonese del 1177, uno dei 3 rotoli della Torah salvati, e preziosi oggetti rituali ( candelabri a sette bracci, mantelli di preghiera, puntali dei bastoni della Torah, calici per lo shabbat, arnesi per le circoncisioni). «Un'occasione - spiega Funaro - per conoscere un patrimonio di cui la città sa pochissimo, anche per i 50 anni di forzata rinuncia a tanto materiale danneggiato». In gran parte inviato, subito dopo l'alluvione, all'Istituto di patologia del libro dell'Ucei, a Roma, e che ora «sta piano piano tornando a Firenze», come appunto alcuni testi esposti, mentre una decina di volumi è stata appena restaurata dalle suore di clausura di Rosano, e per i circa 4 mila ancora da restaurare si cercano sponsor internazionali.

(la Repubblica, 25 ottobre 2016)


Bombe e giocattoli: la vita quotidiana a Tel Aviv nei fumetti di Asaf Hanuka

di Francesco Fasiolo

Roberto Saviano è seduto davanti al pc. La scrivania su cui poggia il suo portatile è liquida, color rosso sangue. Lo stesso del cielo che si intravede dietro a una finestra chiusa con un lucchetto. Il muro è pieno di crepe. L'ombra della lampada assomiglia a una pistola, puntata sull'ombra di Saviano. Lui, nonostante tutto, rimane serio e concentrato: fissa lo schermo e scrive. Questa per ora è l'unica immagine che possiamo sbirciare di uno dei fumetti più attesi del 2017. Non conosciamo ancora il titolo, ma sappiamo che racconterà la vita dello scrittore napoletano. Lo stesso Saviano è l'autore dei testi, come ha annunciato sul suo profilo Facebook: "È la storia a fumetti della mia vita, raccontata da me e disegnata da Asaf Hanuka. Dopo dieci anni di scorta e di battaglia di parole sentivo il bisogno di fare il punto, di raccontare le mie emozioni, le mie paure, la mia quotidianità. Ho incontrato Asaf e abbiamo deciso di farlo insieme. Si è offerto di aiutarmi a raccogliere frammenti di vita. Il fumetto uscirà l'anno prossimo, ma vi terrò aggiornati".

(la Repubblica, 24 ottobre 2016)


Scoprendo la Giordania: il tanto controverso quanto bel vicino d'Israele

di Iacopo Luzi

Si odiano ma fanno accordi commerciali, sostiene apertamente i palestinesi ma ha i confini aperti con lo stato d'Israele, dicono sia un paese pericoloso eppure non lo è. La Giordania è una nazione particolare, ma nasconde meraviglie inimmaginabili.

Viste le vacanze forzate, anche se ormai giunte agli sgoccioli per mia fortuna, ho deciso di prendere un autobus e fare un salto in Giordania. Fin da piccolo ho sempre sognato di visitare Petra, una delle sette meraviglie del mondo.
Sarà che ci hanno girato Indiana Jones e i predatori dell'arca perduta, eppure il sud della Giordania ha sempre esercitato su di me un fascino mistico. Eppure attraversare il confine non è proprio una passeggiata.
Infatti, è possibile accedere in Giordania attraverso due singoli passaggi, uno a nord e uno a sud d'Israele, e il visto, tra uscire da un paese ed entrare in un altro, può costare fino a 120 dollari. E la frontiera va varcata a piedi, se si usano i mezzi pubblici. Immaginate una striscia lunga un centinaio di metri da attraversare da soli, mentre simpatici soldati armati vi squadrano con occhi sospetti, con controlli sia da una parte che dall'altra.
E' facile perdere un'ora abbondante per attraversare il confine e ricevere il beneamato timbro giordano sul passaporto.
Una volta in Giordania, ciò che vi aspetta sarà un'immensa distesa di sabbia e rocce a perdita d'occhio, tanto che per raggiungere Petra, chiamata la Variopinta, dovrete attraversare un'autostrada che taglia letteralmente in due il deserto per centinaia di chilometri. In fondo, l'80% del territorio giordano e composto da montagne e deserti, con una popolazione di 7 milioni di abitanti che vive prevalentemente nel nord del paese.


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Arrivare a Petra è qualcosa di unico e, sebbene uno si domandi come sia possibile che in un posto tanto sperduto potesse sorgere un prospero impero come quello dei Nabatei nei primi secoli dopo Cristo, la bellezza è disarmante. Avventurarsi fra i vari canyon che conducono alla città è un'attesa che cresce, sale, non si spiega, mentre lentamente si scende dentro queste strette vie fino a culminare di fronte a quello che i beduini chiamano "Il Tesoro".
Un tempio, o forse una tomba, ancora non si sa bene, scolpito nella pietra, sopravvissuto a millenni d'intemperie e vicissitudini storiche. Maestoso. Petra merita di essere vista, anche se il sole di mezzogiorno può spaventare, ma è letteralmente l'unica cosa di cui doversi preoccupare. In molti mi dicono: "Si, ma la Giordania è pericolosa!".
No, non lo è affatto.
Certo, il fatto di confinare con la Siria e l'Iraq non è uno scherzo, ma la realtà è che i crimini sono quasi inesistenti in Giordania: ci sono 50 crimini ogni 10000 persone e tra questi "crimini" vengono conteggiati anche i reclami per l'affitto non pagato. Se contiamo quindi i crimini reali il numero è decisamente più basso.
La colpa è dei mass media, quelli farlocchi, che fanno passare un messaggio totalmente diverso e che priva tantissima gente di posti come Petra, che è considerata una delle sette meraviglie del mondo moderno non a caso. E' disarmante.
Talmente bella che, se un giorno avrò una figlia, la chiamerei Petra, affinché sia bella come questo ponto unico nel suo genere.
Eppure la gente ha paura ed è un vero peccato.
Ora, non fraintendetemi: la Giordania è un paese sicuro ma ha le sue controversie, vista la sua situazione geopolitica e visto l'emergenza rifugiati che si è trovata ad affrontare improvvisamente e senza le dovute misure con lo scoppio della guerra in Siria. Basti pensare che la Giordania ospita attualmente il campo profughi più grande del mondo, chiamato Zaatari, nel nord del paese.
Altra questione spigolosa: I rapporti con Israele sono abbastanza pacifici anche se, memori delle guerre passate, i due popoli non si amano. Basti pensare che a Eilat, l'unica città israeliana che si affaccia su Mar Rosso, capeggia una gigantesca bandiera israeliana che si affaccia direttamente sulla costa giordana. Stessa cosa succede ad Aqaba, unico accesso sul mare per la Giordania, proprio di fronte Eilat, dove sventola una gigantesca bandiera giordana, la più grande del mondo.
Il tutto sembra una grande gara per far vedere chi sia il più grande, ma rende bene l'idea di come siano i rapporti fra i due paesi. Della serie: "Facciamo accordi commerciali, ma senza troppi sorrisi."

(Informazione TV, 24 ottobre 2016)


Startup - Moovit: «Il segreto del successo? Guardare all'estero dal primo giorno»

La scaleup israeliana con la sua app per il trasporto pubblico locale ha 40 milioni di utenti in 800 città, di cui 3,5 in Italia. Yovav Meydad, VP Product & Marketing, a EconomyUp: «Chi nasce in Israele pensa subito a come espandersi fuori, il mercato locale è insufficiente. E bisogna restare un'eterna startup, affamati e ambiziosi».

di Luciana Maci

 
Yovav Meydad, VP Product & Marketing di Moovit
"Per una startup quando è il momento per cominciare a pensare a valicare i confini del proprio Paese e espandersi all'estero? Dal primo giorno della sua nascita". È partendo da questo principio che Moovit, giovane società israeliana fornitrice di un'app per il trasporto pubblico locale con oltre 40 milioni di utenti in più di 800 città nel mondo, ha lanciato la scalata ai mercati esteri. Con successo, almeno finora. "Molti in UK, in Svezia e anche in Italia mi chiedono se una startup deve cominciare ad andare fuori dal proprio Paese dopo due o tre anni di attività, o ancora più tardi, o un po' prima" dice a EconomyUp Yovav Meydad, VP Product & Marketing di Moovit. "Io rispondo che noi di Moovit non abbiamo mai avuto questo problema: sapevamo fin dall'inizio che dovevamo espanderci fuori da Israele. Abbiamo usato il nostro Paese come test per replicare il modello altrove. Molte società israeliane sanno che devono 'pensare internazionale', perché il mercato nazionale non sarà mai abbastanza. È uno dei segreti dell'ecosistema di Israele".
  Moovit è nata come una startup, ma ormai ha acquisito dimensioni da scaleup. "Però ci sentiamo ancora una startup - precisa Meydad - perché siamo 'affamati' e ambiziosi: "Nel mondo siamo sette miliardi di persone, ma soltanto 800 milioni utilizzano l'automobile, gli altri usano autobus, treni, tram e metropolitane. C'è ancora molto da fare".

 Gli inizi
  L'anno di nascita di Moovit è il 2011. Co-founder e Ceo è Nir Erez, da oltre 20 anni imprenditore seriale specializzato in startup tecnologiche. Co-founder e VP Operations è Roy Bick, che ha portato in azienda l'esperienza nello sviluppo di software e di gestione dell' R&D acquisita da impieghi precedenti in organizzazioni locali e globali. Hanno cominciato a discutere del progetto mentre si allenavano per una maratona e non hanno più smesso. Uno dei membri del board è Uri Levine, co-founder e chairman di Waze, applicazione gratuita di navigazione stradale per dispositivi mobili basata sul concetto di crowdsourcing acquisita nel 2013 da Google. Insomma, per Moovit non si è mai trattato di startupper alle prime armi, ma di imprenditori già esperti che hanno fatto confluire le loro diverse competenze ed esperienze in una nuova realtà imprenditoriale.

 Gli obiettivi
  Il team è partito dall'analisi delle potenzialità del mercato nel quale si accingevano ad entrare. "Abbiamo elaborato uno studio sui tempi di trasferimento con mezzi pubblici nelle diverse città del mondo: è venuto fuori, per esempio, che a Barcellona, le persone trascorrono in media 60 minuti al giorno sui mezzi, a Rio de Janiero due ore" dice Yovav Meydad. "Ci siamo resi conto - prosegue - che, dovunque uno viva, trascorre buona parte della giornata su tram, autobus o treni. Inoltre usare i mezzi pubblici non è solo questione di tempo impiegato, ma di come usi questo tempo: puoi non sapere quale linea prendere della metropolitana, avere bisogno di informazioni su eventuali incidenti o lavori in corso ecc. ecc. Perciò hai bisogno di fare affidamento sul crowdsourcing: gli utenti della comunità riescono a segnalare un problema pochi minuti dopo che si è verificato".

 I fondi raccolti
  Un incoraggiamento iniziale è arrivato a Moovit dal Chief Scientist, ovvero l'Autorità per l'Innovazione di Israele, ente governativo che eroga centinaia di milioni di dollari per sostenere progetti di ricerca i quali poi possono concretizzarsi in realtà imprenditoriali.
  Alla startup sono state assegnate alcune centinaia di migliaia di dollari per lo sviluppo di una tecnologia che utilizzava il crowdsourcing per la raccolta di informazioni. Ma ancora era nella fase early stage, quella sulla quale è concentrata l'attività del Chief Scientist. In seguito sono arrivati i finanziamenti più robusti. Il primo round da 3,5 milioni di dollari, nel 2014, è stato guidato dal fondo di venture capital Brm e da Gemini Israel Ventures. Sempre quell'anno la startup ha raccolto ulteriori 24 milioni di dollari, in un round guidato da Sequoia Capital. Alla fine del 2015 il terzo round da 50 milioni di dollari da parte di una serie di investitori strategici: tra gli altri Nokia Ventures, Keolis, l'attore americano Ashton Kutcher, noto investitore in startup, Guy Oseari, israeliano naturalizzato californiano, manager di Madonna e degli U2, e l'imprenditore francese Bernard Arnault. Un parterre stellare di investitori.

 La crescita
  "Sono entrato nel 2013 quando avevamo un milione di utenti - dice Meydad- adesso ne abbiamo 40 milioni, offriamo il nostro servizio in 44 lingue e forniamo i dati in 200 città di 67 Paesi. Abbiamo il 50% di dati in più di Google. Abbiamo il più grande numero di data points rispetto alle altre app per il trasporto pubblico. Ogni giorno lanciamo il nostro servizio in una nuova città. Abbiamo una grande comunità di 75000 editors che stanno mappando le informazioni nelle loro città".

 Il business model
  "Abbiamo sperimentato molti modelli di monetizzazione negli ultimi anni. Per esempio puntiamo su location e destination. Se l'utente sta tornando a casa dal lavoro, gli proponiamo attraverso l'app di ordinare del cibo in determinati locali. Sono messaggi personalizzati e geo-localizzati. Poi abbiamo partnership con compagnie di taxi, Uber, EasyTaxi ecc. ecc. Quando l'utente deve andare da una destinazione all'altra gli suggeriamo il percorso con il mezzo pubblico, ma anche l'eventuale percorso con Uber o con il taxi. Mostriamo i risultati nell'app e lui può scegliere la soluzione che preferisce". A Roma Moovit ha appena lanciato Carpooling, servizio di condivisione dell'auto per mettere in contatto automobilisti e utenti del trasporto pubblico che si muovono ogni giorno su tutta l'area di Roma e del Lazio. Il servizio, già testato con successo in Israele e attivo ora su tutta la Regione Lazio, si rivolge agli automobilisti desiderosi di condividere il passaggio e le spese di viaggio. Sembra ricordare UberPool, l'app di Uber per lo scambio di passaggi tra persone che però è stata dichiarata illegale in Italia perché considerata concorrenza sleale nei confronti dei tassisti. Moovit farà la fine di UberPool? "Abbiamo controllato le regole in altri Paesi- replica Yovav - è un servizio che consente di dare passaggi in cambio di condivisione delle spese, non è fornito da driver professionisti. A Roma abbiamo aperto in collaborazione con Atac, l'azienda del trasporto pubblico locale, che già durante la canonizzazione dei Papi aveva raccomandato pubblicamente la nostra app per cercare di gestire al meglio il flusso di pellegrini".

 Moovit e l'Italia
  "L'Italia è uno dei Paesi top per noi" dice Yovav. "Stiamo offrendo il servizio in ogni regione e in 39 città, alcuni sono piccoli centri che vengono mappati dalla comunità. Abbiamo 3,5 milioni di utenti, siamo presenti in tutte le regioni e abbiamo notato una grande apertura degli italiani all'utilizzo delle nuove tecnologie. Non a caso abbiamo lanciato Carpooling in Italia come primo Paese dopo Israele". Moovit ha complessivamente 105 dipendenti, la maggior parte in Israele. In Italia c'è il country manager Samuel Sed Piazza, basato a Roma, e un'altra persona a Milano. "Solo in alcune città abbiamo più di una persona sul posto, è il segno che puntiamo sul vostro Paese".

(EconomyUp, 24 ottobre 2016)


Borse di studio in Israele per la ricerca sul cancro

di Maria Adele Cerizza

Quattro borse di studio per la ricerca sul cancro: le prevede il «Lombroso Program», un programma di finanziamento in collaborazione tra Italia e Israele. Destinatari i ricercatori italiani che ambiscono a svolgere un periodo di ricerca presso l'Istituto Weizmann, con sede a Rehovot, in Israele.
   Ogni anno vengono assegnate quattro borse nell'ambito della medicina, farmacia, fisica, chimica, biotecnologia, scienze biologiche, ingegneria biomedica. Tra le tipologie di borse disponibili figurano le "visiting student" rivolte a candidati iscritti all'ultimo anno di un corso di laurea, a un ente di ricerca pubblico o a candidati iscritti ad un corso di dottorato in Italia, che abbiano concordato un soggiorno presso l'Istituto Weizmann. La durata è di 6 o 12 mesi. Ci sono poi le "visiting scientist" rivolte a ricercatori senior con più di cinque anni di esperienza. Gli importi della borsa sono stabiliti di volta in volta. E infine le borse "postdottorato" rivolte a candidati in possesso di un dottorato di ricerca o titolo equivalente da non più di 2 anni, per seguire un programma di post-dottorato presso il Weizmann Institute. La durata è fino a due anni. L'importo della borsa è di poco più di 27mila euro l'anno.
   Le domande possono essere presentate tutto l'anno e verranno esaminate in due periodi: dal 15 dicembre al 5 gennaio e dal 1o al 15 giugno.
   Per la presentazione consultare le informazioni del bando reperibile a questolink.

(Il Sole 24 Ore, 24 ottobre 2016)


Gerusalemme, l'Unesco fa il bis. "Ebrei e cristiani non c'entrano"

Dopo il Muro del pianto, mercoledì si vota un'altra folle risoluzione. L'Italia non partecipa ma può farsi sentire.

di Fiamma Nirenstein

Una volta portato a casa il bel risultato antisemita del Comitato Esecutivo dell'Unesco, adesso, a una sola settimana di distanza, mercoledì, avanti l'World Heritage Commitee dello stesso organismo per rafforzare la menzogna si va a votare di nuovo la risoluzione più «allucinante» (parola di Matteo Renzi) che ci sia: quella per cui ebrei e cristiani non hanno nulla a che fare con Gerusalemme, e col suo patrimonio culturale e archeologico.
   «Come se si affermasse che il sole crea il buio», ha detto Netanyahu.
   La luce che accende l'Unesco è di nuovo psichedelica: solo i musulmani, secondo il board e adesso secondo il comitato, potranno vantarne l'eredità culturale e quindi gestirne anche, ovviamente, l'aspetto istituzionale e statale. Perché per l'Unesco la Palestina è uno stato: l'ha votato, primo nel mondo, nell'ottobre del 2011 per poi, indovinate, passare l'anno successivo alla consegna al nuovo membro dell'Unesco del... Se cercavate di indovinare di quale sito ebraico si tratta dobbiamo disilludervi. Non di un'eredità ebraica si tratta, ma della Chiesa della Natività di Betlemme, quella della mangiatoia e del bue e l'asinello. La portavoce dell'Autorità palestinese Hanan Ashrawi dichiarò subito che si trattava di un'affermazione della sovranità palestinese. Ed è appunto questo il punto. Tutte queste mosse tendono a un'affermazione politica che non ha niente a che fare con la cultura, ma solo con la politica che prevede la criminalizzazione e la negazione di ogni diritto del popolo ebraico alla sua terra. Una strategia programmata che prevede una guerra diplomatica mortale, sin dai tempi di Arafat.
   Adesso, mercoledì, la nuova risoluzione non metterà alla prova l'Italia perché il comitato che vota è formato da 21 stati di cui l'Italia non fa parte. Ed è sicuro, se si guarda la lista, che non ci saranno neppure quelle consolazioni che aveva sottolineato l'ambasciatore israeliano all'Unesco, Carmel Shama-Hacohen per la precedente deliberazione: il Monte del Tempio viene chiamato nella nuova risoluzione col nome musulmano e basta «Al Aqsa Mosque e Al Haram al Sharif», e definito «un luogo santo musulmano di preghiera». Almeno la settimana scorsa nel testo c'era un passaggio (periferico) che parlava dell'«importanza della Città Vecchia di Gerusalemme per le tre religioni monoteiste». Adesso questo passaggio è sparito. Il Messico e il Brasile che si sono anch'esse pentite di aver votato «si», oltre all'Italia, astenuta, non sono membri del comitato. Netanyahu che dopo la decisione di Renzi gli ha telefonato per esprimergli apprezzamento, ha aggiunto che se i Palestinesi continuano a scegliere questo «pericoloso sentiero, cioè una jihad diplomatica contro il popolo ebraico, si dovranno accorgere che le sorprese dell'ultima settimana da parte del Messico e dell'Italia non sono che l'inizio».
   In effetti, tutto il palcoscenico approntato dall'Unesco è una finzione, che nasconde ormai una crescente impazienza fra gli antichi sostenitori di Abu Mazen perché l'ideologia palestinese che loda il terrorismo e non lascia posto alla trattativa. Sia l'Egitto che l'Arabia Saudita che i Paesi del Golfo, per non parlare della Cina e dell'India, partigiani della causa palestinese tout court, stanno rivedendo il rapporto con Israele in nome della comune guerra contro l'islamismo e il terrore e per lo sviluppo tecnologico e economico. L'Unesco vuole rimanere la casamatta della scelta di distruggere lo Stato Ebraico che somiglia molto, però, a una tecnica suicida. Commentando la posizione di Renzi, Netanyahu ha anche detto che «il cambiamento delle istituzioni dell'Onu prenderà qualche anno ma ecco i primi segni di un cambiamento molto benvenuto». Sarebbe bello se l'Italia, pronunciandosi sulla prossima seduta di mercoledì, invitasse i colleghi a una nuova presa di posizione.

(il Giornale, 24 ottobre 2016)


I critici di Israele hanno scoperto la "villa nella giungla"

In privato, molti leader liberal americani esprimono crescente adesione al punto di vista israeliano secondo cui "non c'è nessun interlocutore con cui parlare".

Durante la mia ultima visita a Washington ho incontrato uno dei personaggi mediatici più importanti e influenti negli Stati Uniti, uno che non ha mai risparmiato critiche ai governi israeliani in generale e al primo ministro Benjamin Netanyahu in particolare. Questa volta mi sono trovato davanti a una persona meditabonda e misurata. La realtà sul terreno in campo arabo, mi ha detto, ha colpito sotto la cintura molti osservatori, giacché ha svelato propensioni di una violenza e di una crudeltà di dimensioni che non si vedevano da decenni. Non si può ignorare mezzo milione di morti ammazzati in Siria, ha aggiunto, e intanto concentrare tutta la propria attenzione e il proprio sdegno sul comportamento mortificante di un paio di guardie di frontiera israeliane a un posto di blocco in Cisgiordania....

(israele.net, 24 ottobre 2016)


Giappone sceglie Israele come partner tecnologico per le Olimpiadi 2020

 
Giappone sceglie Israele come partner tecnologico per le Olimpiadi 2020. Il Giappone è in procinto di firmare un memorandum d'intesa con Israele per una cooperazione tecnologica come parte dei suoi sforzi per aumentare la sicurezza informatica in vista delle Olimpiadi di Tokyo 2020.
La firma potrebbe avvenire quest'anno.
Mentre il Giappone vuole aumentare le sue difese contro gli attacchi informatici in vista giochi olimpici del 2020, Israele sta cercando di rafforzare la propria presenza nel mercato della cyber sicurezza in Asia.
Fino a qualche anno fa, Beersheva era semplicemente conosciuta come area incontaminata dove l'attività più redditizia era la pastorizia. Oggi Beersheva è cambiata drasticamente, in meglio.
Il governo israeliano, due anni fa ha istituito il CyberSpark, una speciale zona diventata centro nazionale leader nella cyber-sicurezza.
Il moderno complesso, inaugurato agli inizi del 2016 dal Premier Benjamin Netanyahu, ospita gli uffici di Deutsche Telekom e di moltissime altre società.
CyberSpark è diventato un luogo dove persone competenti con un background militare, industriale e accademico fondono le loro idee per ingannare i tanto temuti hacker.
Israele oggi è leader nella cyber-sicurezza, in pochissimo tempo riesce a scoprire falle nei sistemi informatici e fornire soluzioni ottimali per affrontare i numerosi problemi legati alla sicurezza informatica, motivo per cui moltissimi paesi oggi scelgono lo Stato di Israele come partner.

(SiliconWadi, 24 ottobre 2016)


Lieberman: la prossima guerra contro Gaza sarà anche l'ultima

Il ministro della difesa ha poi chiarito: "Non abbiamo intenzione di iniziare una nuova guerra contro i nostri vicini nella Striscia di Gaza o nella Cisgiordania, in Libano o Siria".

Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, in un'intervista al quotidiano palestinese Al Quds, ha detto che la prossima guerra contro i militanti islamici a Gaza sarà anche "l'ultima, perché li annienteremo completamente". Lieberman ha poi aggiunto di non avere intenzione, al momento, di sferrare un nuovo attacco contro la Striscia di Gaza, ma ha invitato i palestinesi a fare pressioni su Hamas, il movimento radicale islamico che governa il territorio palestinese, a "fermare la sua folle politica".
   "In quanto ministro della Difesa vorrei chiarire che non abbiamo intenzione di iniziare una nuova guerra contro i nostri vicini nella Striscia di Gaza o nella Cisgiordania, in Libano o Siria", ha detto Lieberman al quotidiano palestinese. "Ma a Gaza, come in Iran, loro intendono eliminare lo Stato di Israele... Se scateneranno una nuova guerra contro Israele, questa sarà anche l'ultima. Lo voglio dire chiaramente: sarà la loro ultima guerra perche li distruggeremo definitivamente".
   Esponente dei falchi israeliani, Lieberman, che ha assunto l'incarico di ministro della Difesa nel maggio scorso, ha criticato il presidente palestinese Abu Mazen per non essere sceso a compromessi per giungere alla pace. Il presidente Abu Mazen, 81 anni, espressione di Fatah, governa senza mandato dal 2010 e, secondo alcuni sondaggi, la maggioranza dei palestinesi vorrebbe che si dimettesse.

(RaiNews, 24 ottobre 2016)


Palestinesi arrestati dall'ANP per aver visitato un insediamento israeliano

Alcuni palestinesi 'rei' di essersi recati in visita alcuni giorni fa nell'insediamento di Efrat in Cisgiordania per la festa ebraica dei Tabernacoli (Sukkot) sono stati subito arrestati dai servizi di sicurezza dell'Anp e rischiano un processo e il carcere.
Lo scrive su Facebook il premier Benyamin Netanyahu che esprime grande stupore per il silenzio mantenuto sul caso, a suo parere, dalle organizzazioni umanitarie.
''Costoro non hanno fatto male a nessuno'' prosegue Netanyahu. ''ma adesso rischiano di essere processati e incarcerati per il crimine di 'normalizzazione con Israele'. Netanyahu fa dunque appello alla comunità internazionale affinché si adoperi per la liberazione di "palestinesi innocenti, il cui arresto è una prova ulteriore del rifiuto palestinese della pace".

(swissinfo.ch, 23 ottobre 2016)


Abbiamo riportato la notizia di questa visita l’altro ieri, tradotta dal tedesco perché sul fatto non abbiamo trovato niente in italiano. Vedremo se sarà mantenuto il silenzio anche su queste parole di Netanyahu. M.C.


Israele, altra gaffe del governo. Ora scoppia il caso Gentiloni

La Farnesina difende l'astensione dell'Italia al voto sui luoghi sacri: «Si fa sempre così». Furiosa l'opposizione.

di Anna Maria Greco

L'intervista al «Corsera»
Il ministro nel mirino cerca di rimediare: «Cambiamo atteggiamento ad aprile»
Dure proteste politiche
Forza Italia insorge: «Giochetti politici penosi» Mozione in Senato

ROMA - Così si è sempre fatto, così fan tutti (quasi), dice in sostanza il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, per giustificare l'astensione dell'Italia sulla risoluzione dell'Unesco che riguarda i luoghi sacri di Gerusalemme, Hebron e Betlemme.
   Dopo la retromarcia di Matteo Renzi, che ha riconosciuto l'«errore inaccettabile» e si è impegnato a correggerlo, il titolare della Farnesina si arrampica sugli specchi per presentare come una studiata strategia qualcosa che appare come una colossale svista da parte della nostra diplomazia, un «automatismo» (così ha detto il premier) incomprensibile.
   «La negazione da parte dell'Unesco - spiega Gentiloni, in un' intervista al Corriere della Sera -, del legame tra ebraismo e luoghi sacri di Gerusalemme è assurda, ma si ripete da anni. È l'undicesima volta che l'Italia si astiene. Ricordo che quest'anno per la prima volta i Paesi astenuti sono più di quelli a favore: 27 a 23 con 6 voti contrari. Rispetto alla precedente votazione una decina di Paesi, tra i quali Francia e Svezia, sono passati dal sì all'astensione». Il ministro si rende però conto «che questo calcolo diplomatico non è stato capito e che la scelta di voto abbia ferito la sensibilità di molti» e dice che, dopo aver parlato con Renzi, si è deciso che «alla prossima occasione, in aprile, cambieremo il nostro atteggiamento».
   Certo le dure proteste di Israele e delle Comunità ebraiche italiane, oltre che del centrodestra, hanno pesato parecchio e infatti, dopo la correzione di rotta del presidente del Consiglio c'è stata una telefonata distensiva con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e apprezzamenti ufficiali del suo governo.
Gentiloni ora cerca di far apparire la scelta del non voto, come un primo passo verso il no, da fare insieme ad altri Paesi. «La discussione fra le diplomazie - dice - è sia il modo migliore di contrastare questa assurdità sia di cercare di ridurre l'area di consenso a questa posizione, strada seguita fin qui dall'Italia, ovvero, come fanno Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania, se sia meglio testimoniare la propria contrarietà»,
   Il Corsera calca la mano e titola l'intervista «Il voto all'Unesco? Un nostro successo», e subito l'ufficio stampa della Farnesina precisa che il ministro Gentiloni «ha definito "una assurdità" il voto Unesco sui luoghi sacri di Gerusalemme» e dunque il titolo è «evidentemente fuorviante».
   La verità è che la gaffe è stata tale che è difficile recuperare. «Gentiloni conferma la validità di quella scelta e la descrive addirittura come una posizione vincente - protesta Maurizio Gasparri di Fi -. Ho depositato in Senato una mozione su questa vicenda che chiedo venga discussa con urgenza».
Per un altro senatore azzurro, Lucio Malan, «il gioco delle parti tra il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri sul vergognoso voto dell'Italia, e le bugie connesse sono penose per il nostro Paese che si trova rappresentato così male nelle sedi internazionali». Quella del governo, aggiunge il leghista Roberto Calderoli, è «una figuraccia da vergognarsi». Solo Bobo Craxi del Psi riesce ad apprezzare le spiegazioni del ministro su un'astensione «tutt'altro che pilatesca, ma piuttosto diplomatica e tradizionale». Fosse così...

(il Giornale, 23 ottobre 2016)


Della Pergola: «Ci sono volute ben due astensioni prima che l'Italia capisse»

di Massimo Lomonaco

"Renzi ha colto il messaggio di profonda protesta seguita alla Risoluzione dell'Unesco e per questo lo ringraziamo". Lo ha detto il demografo italo-israeliano Sergio Della Pergola che nei giorni scorsi ha criticato la posizione di astensione assunta dall'Italia in sede di votazione e ha chiesto un cambio radicale di scelta.
"Del resto Renzi - ha aggiunto Della Pergola con l'ANSA - nella sua visita alla Knesset aveva fatto un forte discorso di amicizia con Israele. Proprio per questo ci è sembrata ancora più incomprensibile la mossa italiana all'Unesco".
Della Pergola ha tuttavia ricordato che quella della scorsa settimana "è stata la seconda volta che l'Italia si è astenuta. La prima è avvenuta il 21 aprile scorso e in quell'occasione le proteste da parte del mondo ebraico furono le stesse. Ci sono volute dunque ben due interventi di astensione prima che l'Italia infine capisse.
Mi sembra quindi che l'intervento di Renzi di oggi mostri la necessità su questi temi di un coordinamento politico tra centro e periferia".

(ANSAmed, 23 ottobre 2016)


Esteri, il viceministro sull'Unesco: "Italia lavora per il cambiamento"

Un cambio di orientamento della diplomazia italiana a fronte di quanto accaduto con la risoluzione Unesco su Gerusalemme, condannata da Israele e dal mondo ebraico italiano. È quanto prevede accadrà il viceministro agli Esteri Mario Giro, protagonista dell'intervista di Pagine Ebraiche di novembre. Il viceministro spiega al giornale dell'ebraismo italiano (in stampa in queste ore) il perché dell'astensione italiana - definita dal Premier Matteo Renzi un errore -, sottolineando la necessità di un cambiamento da parte del nostro Paese dell'atteggiamento nei confronti dell'Unesco: "Credo sia necessario smetterla di accettare risoluzioni che usano la cultura come un'arma, perché è evidente che non è questo lo scopo dell'Unesco. Dobbiamo opporci a questa logica", sottolinea Giro, che poi risponde su temi di più ampio respiro, come la collaborazione di Roma con Gerusalemme, il ruolo della cooperazione internazionale, la sfida della convivenza in un'Europa in profondo cambiamento.

di Daniel Reichel

Mario Giro, Viceministro al Ministero degli Affari Esteri
La sconcertante risoluzione dell'Unesco su Gerusalemme, che cancella il legame tra il Monte del Tempio e l'ebraismo, ha messo in luce la contraddittorietà di una certa diplomazia internazionale. Troppo spazio è stato lasciato a quei paesi che a priori si esprimono contro Israele, che usano sedi come l'organizzazione che dovrebbe tutelare la cultura e la scienza per colpire e delegittimare lo Stato ebraico. Di questa situazione, diventata oramai insostenibile, si sono resi conto anche a Roma, soprattutto grazie alle proteste del mondo ebraico italiano: l'astensione dell'Italia in sede Unesco di fronte a una risoluzione tanto grave e scorretta ha fatto molto rumore, aprendo una riflessione sulla necessità di un cambio di orientamento della diplomazia del Bel Paese. Tanto che lo stesso Primo ministro Matteo Renzi ha definito il voto della rappresentanza italiana "incomprensibile, inaccettabile e sbagliato", spiegando "di aver chiesto espressamente ai nostri di smetterla con queste posizioni. Non si può continuare con queste mozioni finalizzate ad attaccare Israele. Se c'è da rompere su questo l'unità europea, che si rompa". E il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha confermato che "nelle prossime votazioni, cambieremo atteggiamento". A ribadire a Pagine Ebraiche la necessità di intraprendere un nuovo corso, che contrasti apertamente iniziative come quella dell'Unesco, anche il viceministro degli Esteri - con delega alla Cooperazione Internazionale - Mario Giro. In un confronto che ha toccato diversi temi legati al ruolo dell'Italia nel panorama internazionale, il viceministro Giro ha spiegato al nostro giornale il motivo del voto italiano all'Unesco, auspicando un cambio di rotta.

- Viceministro, il mondo ebraico italiano, a partire dalla Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, ha criticato molto la scelta della nostra rappresentanza all'Unesco di astenersi rispetto a una risoluzione volta chiaramente a colpire Israele e l'ebraismo, un documento promosso dalla delegazione palestinese e sottoscritta da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan. Quello che l'ebraismo italiano si è chiesto è: perché astenersi di fronte a un'iniziativa che nega la storia, omettendo, il legame tra il Monte del Tempio di Gerusalemme e l'ebraismo?
  L'Italia si è sempre astenuta in occasioni simili, per marcare la differenza nei confronti delle proposte che vengono fatte da una serie di paesi arabi. Questo però crea un'inerzia che va superata, perché cambiano le situazioni, un astensione o un voto di un certo tipo non è detto che vada bene sempre. Questo tipo di atteggiamento deve essere infatti rivisto. Troppo spesso all'Unesco si usano questioni culturali per mascherare posizioni politiche. E ciò non è più accettabile. Nel caso dell'ultima votazione, l'astensione è dovuta, come dicevo, all'inerzia, con una mancanza di comunicazione tra la burocrazia e chi ha la responsabilità politica.

- Qual è la sua valutazione rispetto alla risoluzione in sé?
  È evidente che il Muro del pianto o Muro Occidente è un luogo ebraico, è noto a tutti questo. Credo sia necessario smetterla di accettare risoluzioni che usano la cultura come un'arma, perché è evidente che non è questo lo scopo dell'Unesco. Dobbiamo opporci a questa logica. E ne ho parlato anche con gli ambasciatori d'Israele a Roma e in Vaticano, in occasione della marcia in memoria del rastrellamento degli ebrei romani compiuto dai nazifascisti il 16 ottobre 1943.

- Lasciando la vicenda Unesco, i rapporti tra Israele e Italia continuano a consolidarsi attraverso collaborazioni sul piano scientifico ed economico. In particolare, lei ha la delega alla Cooperazione internazionale e su questo fronte avete aperto con Gerusalemme un nuovo percorso. Ce ne può parlare?
  Con Israele i rapporti sono ottimi. Abbiamo recentemente firmato un accordo per sviluppare progetti di cooperazione bilaterale in Africa. In particolare, le iniziative partiranno dall'Africa e poi vedremo di coinvolgere altri paesi dell'area. Il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha recentemente visitato diversi paesi africani, parlando di un continente sempre più strategico per gli interessi nazionali. Affermazione altrettanto vera per l'Italia, come dimostra la sua recente visita proprio in Africa.

- Perché investire in questo continente?
  Il nostro partenariato con paesi africani ha molteplici finalità. In primo luogo dare stabilità a un'area in balia di conflitti e dove il terrorismo islamista trova terreno fertile. Purtroppo molti giovani africani, che davanti a sé non vedono un futuro, vengono indottrinati dai maestri del male. Dare loro un lavoro attraverso progetti di cooperazione internazionale vuol dire dare a queste persone e ai loro paesi una stabilità, prosciugare il bacino del terrorismo. Ed è una risposta anche alle grandi migrazioni: creando opportunità i giovani si legano ai loro territori e non sono spinti ad andarsene.

- Parlando in generale, il suo impegno è molto concentrato sulla cooperazione internazionale ma sembra che in Italia non ci sia molta attenzione a questa materia, almeno non da parte dell'opinione pubblica.
  Si fa molto ma forse non se ne parla abbastanza. Ad esempio, la nuova struttura dell'agenzia per la cooperazione internazionale permetterà all'Italia di ottenere più risorse dall'Unione europea. Si tratta di una vera e propria trasformazione nella cooperazione che coinvolge la Cassa Depositi e Prestiti. L'Agenzia diventerà uno strumento a servizio di tutto il Sistema Italia e lavorerà in particolare con i Paesi del Mediterraneo, sulla base del "migration compact" proposto dal governo, assieme a tutti i partner coinvolti, anche senza aspettare l'Unione europea. Inoltre sono state aumentate, grazie al Premier Renzi, le risorse per la cooperazione e non dobbiamo dimenticarci che l'Italia e la quarta o quinta realtà del G7. La cooperazione crea futuro e benessere sia per i paesi in cui andiamo a operare sia per l'Italia.

- Ha citato l'Unione europea: i paesi dell'Ue sono stati criticati per non essere riusciti a mettere sul terreno un piano per dare risposte comuni sul fronte dei migranti e intanto le spinte xenofobe minacciano dall'interno diversi suoi paesi. Qual è la situazione? E condivide la critica?
  Sicuramente l'Europa non si sta muovendo a sufficienza. Le spinte xenofobe di cui parla sono preoccupanti ma aggiungo anche l'allarme per un crescente antisemitismo che minaccia la convivenza europea. Su questo fronte il governo italiano è in prima fila e non permetterà mai che le sue minoranze, tra cui quella ebraica, vengano minacciate. Come ho detto, ho partecipato anche quest'anno alla marcia del 16 ottobre organizzata dalla Comunità ebraica romana con la Comunità di Sant'Egidio. Si tratta di un momento che ci ricorda come sia un nostro dovere difendere la realtà ebraica così come le altre minoranze. Come governo, teniamo molto alla convivenza perché è l'unica vera risposta del futuro anche di fronte alle incertezze portate dalla globalizzazione. Bisogna imparare a convivere e condividere.

(moked, 23 ottobre 2016)


Lo schiaffo dell'UNESCO agli ebrei: un insulto all'umanità

Si arriva perfino a negare la realtà storica in nome di squallidi interessi di parte.

di Iris Canonica

Che le organizzazione internazionali siano sempre più in balìa di meri interessi economico-politici di parte e a maggioranze di comodo, talvolta sconquassate e altre pericolose, è cosa risaputa e pertanto non stupisce che, per assecondare le pretese di certuni, esse giungano a sfornare decisioni e risoluzioni ingiuste e arbitrarie. Che però l'UNESCO, ossia l'organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, sia addirittura arrivata a negare la verità storica, cancellando il passato, le identità e gli elementi fondanti di culture, popoli e religioni, per rispondere a diatribe e contenziosi politici attuali, è squallido e demenziale.
  Eppure, è accaduto nei giorni scorsi, quando il consiglio esecutivo dell'UNESCO, di cui la Svizzera attualmente non fa fortunatamente parte, riunito a Parigi, ha adottato, su proposta dei palestinesi e di diversi paesi arabi e musulmani (Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan), una risoluzione, denominata "Palestina occupata", che concerne la Città Vecchia di Gerusalemme (Gerusalemme est), tramite la quale si vuole recidere il legame storico che unisce gli ebrei al Monte del Tempio (per i musulmani, la Spianata delle moschee), dove un tempo sorgeva il primo tempio del re Salomone (risalente al decimo secolo avanti Cristo e dove Gesù di Nazareth pregò e scacciò i mercanti), a ridosso del muro del Pianto, che rappresenta il sito più sacro della religione ebraica. Tutto ciò scrivendo il nome del luogo solo in lingua araba, cancellando il riferimento all'ebraismo e ai 3mila anni di storia ad esso correlati, perché è bene ricordare anche ai finti smemorati che, in quelle terre, i primi ad insediarsi furono proprio gli ebrei, seguiti dai cristiani e in terza battuta dai musulmani.
  Si tratta, senza ombra di dubbio, di una sfacciata operazione di "negazionismo", pilotata scioccamente dall'UNESCO, divenuto ormai un referente di comodo e facilmente manovrabile, per rispondere ad interessi particolari di alcuni Paesi e di determinate alleanze. Delle Nazioni rappresentate nel Consiglio esecutivo di questo organismo internazionale, 24, per la maggior parte di religione islamica, hanno votato a favore della mozione negazionista, 26 si sono astenute, due erano assenti e 6 si sono opposte. Diciamo subito il nome di queste sei coraggiose Nazioni che si sono opposte alla demenziale proposta:
  Stati Uniti, Gran Bretagna, Lituania, Olanda, Germania ed Estonia. Fa riflettere e suscita molto rammarico e preoccupazione, invece, che Paesi europei di grande cultura, come la Francia, l'Italia, la Svezia e la Grecia si siano astenuti, mostrandosi pusillanimi ed ignavi. Nel canto terzo dell'"inferno", Dante mise gli ignavi, che detestava profondamente, nell'antinferno, ma forse, chissà, oggi il sommo poeta troverebbe per costoro un'altra collocazione nei gironi bassi dell'oltretomba.

 Un voto contro la convivenza pacifica
  Il voto dell'UNESCO di considerare Gerusalemme Est e l'area della moschea di AI-Aqsa esclusivamente arabe non è solo antistorico e per certi versi ridicolo. È un voto contro gli ebrei, contro Israele, contro la convivenza pacifica ed è un insulto all'intera umanità. Nell'edizione del "Corriere della Sera" del 20 ottobre scorso, Giuseppe Laras, Presidente del Tribunale rabbinico del Nord Italia, in un articolo, che è anche una grande lezione di storia e di civiltà, afferma: "Se si può negare il riferimento specifico fondamentale e fondante del Monte del Tempio all'Ebraismo e agli ebrei, si può negare tutto, radicalmente, e cancellare, dopo la storia e le sue evidenze, gli esseri umani. .. E può accadere ovunque e non solo agli ebrei".
  Già! La storia ci ha purtroppo dato drammatici esempi di quanto scritto da Laras. Non l'abbiamo ancora imparato o forse facciamo finta di non vedere e di non capire.
  Sarebbe davvero meglio chiudere definitivamente con certe manipolate e manipolabili organizzazioni internazionali, cominciando a tagliare i copiosi fondi elargiti, visto che ormai esse sono degli strumenti in mano a chi intende portare avanti interessi particolari, anche a costo di annientare la storia e non solo quella, purtroppo. Da queste organizzazioni ci si può aspettare davvero di tutto, anche che fra qualche decennio, in virtù di maggioranze particolari, si stabilisca, come ha scritto qualcuno, che Roma non è mai stata la sede del papato.

(TICINOlive, 23 ottobre 2016)


Ma il nemico resta sempre Israele

Com'è possibile che il nemico numero 1 resti sempre Israele?

di Furio Colombo

Immaginate di essere parte di una delegazione presso l'Unesco (dove si va per nomina, una sorta di "chiara fama" e non necessariamente attraverso un percorso diplomatico). Immaginate di avere letto in rete, o nel vecchio pacco di giornali, un po' di notizie. Ci sono le banche in pericolo. C'è il problema dei troppi anziani, c'è la penuria di cibo e lo spreco di cibo, quasi porta a porta, c'è il problema dei rifiuti e dell'inquinamento, c'è la solitudine dei malati e l' abbandono nella penuria di troppi bambini.
  E poi ci sono le guerre, a cui partecipano tutti, divisi, armati e pericolosi secondo tribù, etnie, tradizioni, religioni, finanziamenti senza fine, produzione libera delle armi. E ci sono le grandi potenze, con i loro leader in scena, mentre nuovi e perfetti bombardamenti scientifici, con e senza pilota, fanno una strage di bambini a strette ondate successive. E poi ci sono, a volte con dettagli terribili, le testimonianze sul morire fuggendo dalle guerre, centinaia di morti in mare ogni notte e le frontiere chiuse e il filo spinato. Chiudete il pacco di giornali o la vostra fonte elettronica di notizie, vi riunite con i vostri colleghi dell'assemblea dell'Unesco e scrivete, discutete e approvate un documento di denuncia, ammonimento e condanna. Sulla guerra, che si fa anche per fame, e dopo avere eliminato gli ospedali, come ad Aleppo? Sui bambini, mai così tante piccole vittime di queste guerre a grappolo che si generano a vicenda, con variazioni frequenti di sostegno e alleati? Sul muro che attraversa Macedonia e Ungheria e blocca il passaggio ai profughi scampati dai naufragi? Sul delitto pauroso e civilissimo della "giungla di Calais" o della chiusura dell'Austria? No. Ecco l'agenda di lavoro della massima assemblea della cultura del mondo nei giorni che abbiamo appena descritto. Ammonire e condannare Israele perché governa un luogo del mondo, Gerusalemme, su cui gli ebrei non hanno alcun legame e alcun diritto, e dove tutto (nonostante il titolo di anzianità di alcuni millenni) è di pertinenza islamica. S'intende che la discussione è legittima, benché a molti appaia assurda. S'intende che tutti sappiamo che le motivazioni religiose sono spesso fondate su paradossali interpretazioni della realtà e della storia. Ma all'Unesco? Oggi?Proprio oggi, con precedenza sulle stragi in corso, e mentre Israele resta estraneo alle cento guerre islamiche che sconvolgono il mondo e lo disseminano di vittime, proprio oggi ci riuniamo a discutere e poi a votare e poi a condannare Israele e perché sorveglia in modo troppo poliziesco la Spianata del Tempio (un voto su cui l'Italia prudentemente si astiene per dire agli arabi: "Attenzione, business come prima")?
  Ci sono altre coincidenze che guidano a una lettura di questa strana sequenza di eventi. Scrive Roger Cohen, firma di punta del New York Times (19 ottobre) che non potrà più restare nel partito laburista, che ha eletto Jeremy Corbyn (con un vasto voto popolare) leader di quel partito, un partito che adesso dovrebbe chiamarsi, sul modello hitleriano, nazional-socialista a causa della fortissima deriva anti-israeliana, anti ebrea, anti semita che Corbyn ha lanciato in quel che era il socialismo inglese. Ma non dimentichiamo che Corbyn è tutt'altro che isolato, nel suo partito e fuori. Del resto era abituale sentir dire dall'ex sindaco di Londra Boris Johnson che "non si vede perché ciò che di demoniaco c'è negli ebrei, adesso non dovrebbe esserci negli israeliani". Nello stesso tempo, e mentre stiamo attendendo di sapere il tanto narrato e filmato e ritardato assalto del mondo libero a Mosul avrà o no successo (probabilmente abbastanza per proclamare la vittoria, ma non abbastanza per occupare e controllare la regione) si moltiplicano le università inglesi che proclamo il boicottaggio delle università israeliane, e che, però, non hanno mai accennato al boicottaggio di università in Siria (Damasco) e Iraq (Bagdad).
  Tutto ciò spiega perché all'Unesco devono essere stati meravigliati per la sconfessione della prudentissima e tipica decisione italiana di astenersi. Due principi devono avere guidato le decisioni del nostro ministro degli Esteri e del suo rappresentante. Il primo è che, se due parti si fronteggiano, non è politicamente consigliabile (a meno che sia una cerimonia pubblica) metterti dalla parte dell'israeliano. Prima o poi, in buona parte dei media, risulterà che ha torto. Secondo, se il nemico non è israeliano, i bambini di Aleppo e quelli che galleggiano in mare contano molto meno. Diciamo, come se fossero vittime della natura.

(il Fatto Quotidiano, 23 ottobre 2016)


Satellite militare israeliano spierà la Corea del Nord

Israele e Corea del Sud si trovano su latitudini simili, tra i 30 ei 40 gradi a nord dell'equatore. Grazie alla sua traiettoria, il satellite Ofek 11 garantirebbe immagini dei siti sospetti della Corea del Nord da diverse angolazioni.

di Franco Iacch

La Corea del Sud potrebbe utilizzare un satellite spia israeliano per monitorare le strutture militari e nucleari della Corea del Nord.
La conferma arriva dal Ministero della Difesa di Seul in risposta alla minaccia nucleare rappresentata da Pyongyang. La Corea del Sud, la scorsa settimana, ha ufficialmente dichiarato di essere disposta ad accettare il supporto delle intelligence straniere per fornire informazioni sulle attività della Corea del Nord. La capacità satellitare di sorveglianza della Corea del Sud, sarà pienamente operativa entro il 2023. La decisione di sfruttare le capacità del satellite israeliano Ofek 11 non è casuale. Israele e Corea del Sud si trovano su latitudini simili, tra i 30 ei 40 gradi a nord dell'equatore. Grazie alla sua traiettoria il satellite Ofek 11, lanciato lo scorso 13 settembre, garantirebbe una copertura ottimale della regione coreana. Grazie alle sue sofisticate apparecchiature, come il Jupiter High-Resolution Imaging, il satellite spia di Israele potrebbe offrire immagini dei siti sospetti da diverse angolazioni rispetto a quelle già forniti dalla rete orbitale statunitense.

(il Giornale, 23 ottobre 2016)


La nuova normalità degli ebrei in Francia

Dopo gli attentati degli ultimi anni sembrava ci potesse essere una migrazione in Israele, ma la più grande comunità ebrea in Europa sta invece imparando a convivere con la minaccia.

di James McAuley - The Washington Post

Il capodanno ebraico dovrebbe essere un momento di gioia, passato tra mele e miele, famiglia e religione. Ma in Francia - il paese con la più grande comunità ebraica d'Europa - le feste sono anche un periodo di metal detector e perquisizioni su tutto il corpo, controlli dei documenti e interrogatori sulle strade fuori dalla sinagoghe. Nella Francia del 2016 è questa la nuova normalità. Nonostante le molte notizie che parlano di un possibile "esodo" degli ebrei dalla Francia verso Israele, gli ebrei di Francia rimangono in gran parte dove sono e si adattano alla nuova e arbitraria minaccia del terrorismo, che non colpisce le persone solo sulla base della loro religione ma anche a seconda del bar con i tavoli all'aperto che hanno scelto.
  «La cosa importante da sapere è che oggi - anche se continuano a essere un bersaglio - gli ebrei non sono i soli a essere minacciati», ha detto Francis Kalifat, presidente del Conseil Représentatif des Institutions juives de France, la più grande organizzazione ebrea in Francia. Da anni la violenza di stampo antisemita è una presenza fissa nei titoli dei giornali francesi: accoltellamenti, sparatorie e insulti. Dopo l'attacco del gennaio 2015 a un supermercato kosher fuori Parigi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva invitato gli ebrei francesi a trasferirsi in Israele. Alcuni l'hanno fatto: in una comunità di circa 600mila persone, l'anno scorso in circa 8mila si sono spostati in Israele, il numero più alto di sempre. Nonostante molti di loro se ne siano andati dalla Francia per motivi che non hanno a che fare con l'antisemitismo - ma piuttosto con fattori come le prospettive economiche, la pensione e il desiderio di riunirsi alla loro famiglia - l'immagine è stata comunque terribile. Agli occhi del mondo la Francia, il primo paese europeo a riconoscere gli ebrei come cittadini con pari diritti, non sembrava più un posto sicuro.
  Questa idea è stata ampiamente diffusa dai media internazionali, soprattutto negli Stati Uniti. Il provocatorio articolo principale del numero dell'aprile 2015 dell'Atlantic si concentrava molto sulla situazione in Francia, arrivando a chiedersi se «non è il momento che tutti gli ebrei lascino l'Europa?». In molti hanno iniziato a pensare che fosse così. Ma poi sono arrivati gli attacchi di novembre a Parigi e quelli di luglio a Nizza, in cui il numero dei morti è stato il più alto sul territorio francese dal 1945. Le oltre 200 persone uccise nei due attacchi erano state scelte in maniera totalmente casuale: erano adolescenti che avevano comprato per caso i biglietti per un particolare concerto, o bambini che in quel preciso istante stavano guardando i fuochi d'artificio sul lungomare.
  I due attacchi non hanno fatto discriminazioni: sono stati una specie di minaccia improntata alle "pari opportunità". Oggi la Francia potrebbe non essere un posto più sicuro per gli ebrei, ma non è sicura per nessuno allo stesso modo. «Gli ebrei di Francia sono stati condannati e trascurati per troppo tempo dalla società, che tendeva a osservare da lontano le persone morte in attentati e altri attacchi», ha detto Haìm Korsia, il capo dei rabbini francesi. Subito dopo gli attentati del gennaio 2015 - quelli al giornale satirico Charlie Hebdo e al supermercato kosher - il governo francese aveva fatto partire l'Opération Sentinelle, uno squadrone di 10mila soldati armati pesantemente che erano stati mandati a controllare i posti sensibili, tra cui scuole ebraiche, sinagoghe e centri per la comunità locale. L'operazione fu criticata quasi subito da membri delle forze armate, analisti e alcuni politici, che la giudicavano una spesa alta senza una chiara missione. «Pensavano che non fossero degli obiettivi e che una violenza del genere non li avrebbe mai colpiti», ha detto Korsia, aggiungendo che «ora che tutti sanno di essere un potenziale bersaglio. Ho la sensazione che siano tutti diventati più responsabili e attenti nei confronti degli altri».
  In un periodo di attacchi indiscriminati una comunità nazionale più unita potrebbe essere qualcosa in più di una banalità politica. "L'esodo" di massa degli ebrei francesi non c'è mai stato. Quest'anno l'immigrazione verso Israele è diminuita sensibilmente, secondo alcune stime addirittura del 40 per cento. Alcune delle persone che avevano lasciato la Francia, inoltre, stanno iniziando a tornare. A luglio il quotidiano francese Le Monde ha pubblicato una lunga indagine secondo cui ogni anno tra il 15 e il 30 per cento degli ebrei francesi che si trasferisce in Israele finisce per tornare in Francia. Non si conoscono le cifre esatte, dal momento che Israele non compila statistiche sulle persone che lasciano il paese. Per dirla con le parole di una donna intervistata da Le Monde: «In Israele mi mancava l'idea della Repubblica; la meritocrazia e il principio di uguaglianza. In Israele ho capito di essere prima di tutto francese, mentre prima avevo l'impressione di essere innanzitutto ebrea».
  In Francia l'antisemitismo è tutt'altro che sparito. Nonostante le ampie misure di sicurezza, ha continuato a esserci un flusso stabile di attacchi su piccola scala contro ebrei religiosi. Un venerdì sera di agosto un uomo ebreo di 62 anni è stato accoltellato a Strasburgo. A settembre fuori da una sinagoga di Marsiglia è stata trovata un'auto contenente alcune bombole di gas. «La cosa non dovrebbe sconvolgervi», ha detto Kalifat, «abbiamo una minaccia da cui proteggerci». Da qui i metal detector e le perquisizioni durante le feste. Per Korsia è semplicemente un dato di fatto, soprattutto in una Francia presa sempre più di mira dallo Stato Islamico. «Sì, ci piacerebbe andarcene in giro, andare alle funzioni o lasciare i nostri figli a scuola senza dover essere scortati», ha detto, «ma per quanto possa sembrare un paradosso, gli ebrei francesi ci si sono abituati». Come ora deve fare tutta la Francia.

(il Post, 23 ottobre 2016)


Firenze, ecco i libri ebraici salvati dall'alluvione

Concluso il restauro dei testi che erano nella Biblioteca Nazionale nel "Codex Firenzae" il celebre Talmud babilonese.

di Fabio lsman

 La mostra
  Dopo mezzo secolo dall'alluvione di Firenze, tra gli altri le monache benedettine di Rosano, nella provincia, hanno concluso il restauro degli importanti libri ebraici antichi che erano nella Biblioteca nazionale. Da giovedì saranno in mostra, nell'istituto fiorentino, anche per merito di Renzo Funaro, vicepresidente della Fondazione dei beni culturali ebraici in Italia che ha lavorato per questo progetto. I volumi, infatti, erano stati smistati in più archivi; e ora incunaboli e "cinquecentine", tornati alla loro integrità, si potranno ammirare di nuovo. Li ha catalogati il rabbino Amedeo Spagnoletto, che racconta di una pagina manoscritta di Hilkhot Rav Alfas di Sabbioneta, autore medievale di un commento del Talmud «ancora utilizzato per ogni trattazione del diritto ebraico». In una lista del Settecento, c'è il timbro di una confraternita, gli Amatori della Torah: una lista di 15 adepti, alcuni precettori delle Leggi, forse coordinati da David Rimini, figlio di un gioielliere.
  I libri della comunità toscana, continua Spagnoletto, «ci raccontano un passato glorioso, in cui l'istruzione era il pilastro di un'identità che le discriminazioni non avevano scalfito». Ecco le Bibbie stampate a Venezia, nella prima metà del Cinquecento, da Daniel Bomberg; testi di preghiere pubblicati a Bologna nel 1540, perfino censurati: spesso si leggono le firme di chi lo faceva. L'alluvione danneggiò 92 rotoli della Torah, le Scritture, che erano nella sinagoga; in parte, i 15 mila volumi e i 200 manoscritti e incunaboli nell'edificio della Comunità. I testi più preziosi (89 sono in mostra) erano nella Biblioteca; pure il «Codex Firenzae» del 1200, il più antico manoscritto datato, che contiene il celebre Talmud babilonese. Sarà accanto alle Ketubot, gli antichi patti nuziali, arredi e tessuti preziosi. E ci sarà un ricordo di Luciano Camerino, romano, scampato alla Shoah: quando vide la devastazione della sinagoga fiorentina, un malore gli fu fatale.

(Il Messaggero, 23 ottobre 2016)


Firenze - Una mattinata in ricordo di Luciano Camerino con la comunità ebraica

Questa mattina la comunità Fiorentina ebraica, insieme all'associazione Firenze Promuove, alla presenza delle 3 figlie ha ricordato la figura di Luciano Camerino, ebreo morto di infarto davanti al disastro provocato alla Sinagoga dall'alluvione del 1966.
   La cerimonia si è svolta nel piazzale della sinagoga davanti alla lapide che ricorda i deportati fiorentini nei campi di sterminio. Erano presenti il rabbino capo della comunità ebraica di Firenze Joseph Levi, il presidente della comunità ebraica di Firenze Dario Bedarida, il presidente dell'opera dei tempio ebraico Renzo Funaro, il presidente di Firenze promuove Franco Mariani, il presidente della commissione ambiente del Comune di Firenze presente con il Gonfalone comunale.
   Al termine della funzione, con non poca commozione, la figlia maggiore di Camerino ha ricordato come sulla tomba del babbo, al cimitero ebraico di Roma, sia ancora presente, dopo vent'anni, il sasso del fiume Arno, donato da Mariani nel 1996 alla mamma, quando ci fu in assoluto, per la prima volta in città il ricordo del babbo, per essere portato, come è consuetudine nella tradizione ebraica, sulla tomba.
   Camerino è stato sepolto nel cimitero ebraico di Roma assieme a uno dei 95 Seraphin alluvionati che sempre per tradizione ebraica se rovinati non possono essere restaurati ma devono essere sepolti.

(gones.it, 23 ottobre 2016)


La risoluzione dell'Unesco su Gerusalemme

Retromarcia sul voto anti-lsraele. Il Rottamatore: «Un errore astenersi, siamo andati in automatico». Ma se n'è accorto tardi.

di Carlo Panella

 
«Il voto di astensione dell'Italia sulla risoluzione Unesco che nega il legame tra l'ebraismo e il Monte del Tempio è stato un errore. È una tesi allucinante. Se su questo si deve rompere con l'Europa, che si rompa. Al mio rientro in Italia ho convocato il ministro Gentiloni per discuterne»: in diretta radio, Matteo Renzi ha fatto ben di più che correggere una posizione sbagliata dell'Italia in una importante votazione internazionale. Ha sferrato un pugno nello stomaco più che al ministro GentiIoni - che pare non sia per nulla responsabile diretto del voto - alla tradizionale «dottrina» equilibrista della Farnesina, che si è dimostrata pronta, per non discostarsi dalla maggioranza dei paesi della Ue («Siamo andati in automatico», ha detto il premier, confermando che il contenuto della risoluzione è stato messo in secondo piano), a irridere un punto cardine bipartisan della politica estera italiana: il riconoscimento pieno, assoluto, intransigente del legame indissolubile tra l'ebraismo, Gerusalemme e Israele.
   Per di più, non riuscendo nell'intento, perché, anche in quel voto, la Ue ha dimostrato di essere inesistente come comunità. Germania, Inghilterra, Lituania, Estonia e Lettonia hanno infatti votato contro, e gli altri si sono astenuti.
   A Libero risulta che questa pagina nera della nostra diplomazia, giustamente denunciata dal premier nel modo più doloroso possibile per la Farnesina, in un dibattito radiofonico, senza nessun rispetto del protocollo, abbia avuto questi sviluppi. Gentiloni è stato genericamente informato del dossier prima del voto, non ha saputo del contenuto antiebraico del testo, non ha avuto notizia degli schieramenti ( cioè del voto contrario di 5 paesi U e) se non a posteriori e si è limitato a dare indicazioni di massima di seguire la solita linea: salvaguardare la unità della Ue, senza minimamente condividere il contenuto «allucinante» della risoluzione. Dopo di che, una volta verificata la spaccatura della Ue - e il voto pesantissimo di Inghilterra e Germania - l'ambasciatrice italiano all'Unesco Vincenza Lomonaco, la cui poltrona traballa ora non poco, ha autonomamente deciso di astenersi, contrattando questa posizione con la rinuncia di alcuni paesi Ue a votare a favore. Trattativa impropria, che ha messo al primo posto il cervellotico gioco diplomatico e ha portato di fatto alla negazione di un punto di fondamentale valore etico, storico e politico della nostra politica estera.
   A questo punto, a disastro compiuto (a sua insaputa) Gentiloni si è trovato nella scabrosa posizione di un ministro degli Esteri che avrebbe dovuto smentire l'operato della sua stessa struttura e ha delegato il compito di smentire la scelta sbagliata al premier, responsabile massimo della politica estera, evitando così uno scontro interno al ministero degli Esteri tra il ministro e la struttura diplomatica e spostandolo al massimo livello: presidenza del Consiglio contro Farnesina. Scontro istituzionale inedito, clamoroso, senza precedenti, con futuri, gravi sviluppi (per la Farnesina).
   Rabbiosa la reazione palestinese alla posizione espressa ieri da Renzi - riprova di quanto il voto dell'Italia e quella risoluzione Un esco siano sciagurati- espressa dal dirigente di al Fatah Nabil Saath: «Rifiutiamo queste dichiarazioni e le consideriamo inaccettabili e contrarie alla politica europea e anche alla posizione italiana, che appoggia da sempre il processo palestinese. Auspichiamo che gli amici in Italia non cadano nel tranello israeliano, che vuole cambiare la storia per giustificare gli insediamenti e rendere ebraica Gerusalemme, ai danni dei suoi abitanti palestinesi, sia musulmani che cristiani». Dunque, secondo i palestinesi, presentatori della risoluzione Unesco, «rendere ebraica Gerusalemme cambierebbe la storia» e costituirebbe un «tranello israeliano». Antisemitismo allo stato puro.
   Opposta, ovviamente, la reazione israeliana, espressa dal portavoce del ministero degli Esteri Emmanuel Nahson: «Ringraziamo e ci felicitiamo con il governo italiano per questa importante dichiarazione».

(Libero, 22 ottobre 2016)


Figuraccia per l'Italia. Renzi finge di non sapere e si indigna dopo tre giorni

La risoluzione sul Muro del Pianto «luogo islamico» e non ebraico ha visto il ruolo negativo del nostro Paese. Il premier: «Noi astenuti? Scelta assurda» Ma Israele aveva avvertito il governo da settimane Gentiloni convocato a Palazzo Chigi, poi l'incontro con la comunità ebraica e la telefonata a Netanyahu.

Gian Micalessin

Il problema c'è, si nasconde ai piani alti del ministero degli Esteri, ed è grosso come una casa. Tanto che neppure un mago della comunicazione, come Matteo Renzi riesce tenerselo in gola. «Trovo la risoluzione dell'Unesco incomprensibile e sbagliata. È una vicenda che mi sembra allucinante bisogna smetterla con queste posizioni, e se c'è da rompere su questo l'unità europea che si rompa. Ho chiesto al ministro Esteri di vederci subito», sbotta ieri il premier condannando, dopo tre giorni d'indifferente silenzio, l'astensione dell'Italia sulla mozione dell'Unesco che riconosce esclusivamente i legami storici degli arabi e dell'Islam con i luoghi santi di Gerusalemme.
  La frase rivelatrice del problema, scivolata delle labbra di un premier imbufalito, è quella sulla convocazione del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Dietro l'incomprensibile e intorpidita astensione del nostro Paese si nasconde infatti, secondo fonti de Il Giornale, l'inspiegabile muro di gomma con cui la Farnesina ha reagito alle sollecitazioni di una diplomazia israeliana impegnata da settimane a sottolineare l'importanza di una presa di posizione chiara dell'Italia. «Quelle sollecitazioni - rivelano le fonti di Gerusalemme - hanno interessato i livelli più alti del vostro ministero degli Esteri, sono state estremamente esplicite e sono iniziate settimane prima del voto, ma il risultato è stato nullo. Quindi o il messaggio non è stato passato a Gentiloni o il ministro ha preferito non recepirlo e non trasmetterlo ali' ambasciatore Unesco a Parigi. Due ipotesi gravi perché sinonimo di un apparato fuori controllo e restio a comunicare con Gentiloni o, peggio, d'un ministro incapace di comprendere la delicatezza d'una scelta capace di compromettere i rapporti con il governo israeliano.
  E per comprendere quanto attesi fossero i segnali di vita del nostro premier basta la tempestività con cui dopo un paio d'ore Gerusalemme ringrazia Renzi per «l'importante dichiarazione». Una dichiarazione seguita dalla «soddisfazione» della Comunità Ebraica italiana e, sul fronte palestinese dal disappunto di Al Fatah che definisce «inaccettabili e spiacevoli» le parole del premier. E in serata il premier ha anche avuto una conversazione telefonica con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Il problema è però il torpore con cui Renzi, distratto dalle cene alla Casa Bianca e dalle zuffe europee sulle legge di bilancio, ha risposto ad una gaffe diplomatica imperdonabile. Una gaffe che difficilmente può venir giustificata con gli automatismi impostici dalle scelte europee.
  Nel voto di martedì scorso al Comitato Esecutivo dell'Unesco cinque paesi europei come Gran Bretagna, Lituania, Olanda, Germania ed Estonia si sono presi la libertà di votare contro la mozione presentata dal delegato palestinese con l'appoggio di Egitto, Algeria, Marocco, Libano, Oman, Qatar e Sudan. Di fronte all'evidente ideologizzazione di un documento ispirato dal blocco islamico anche la Francia ha preferito cambiare idea passando dal «sì» all'astensione. L'automatismo di stampo europeo era quindi tutt'altro che scontato. Scontato sarebbe stato piuttosto un approfondimento che partendo dai vertici diplomatici della Farnesina coinvolgesse il ministro degli Esteri e, su richiesta di quest'ultimo, la presidenza del Consiglio. Soprattutto di fronte ad una mozione che appariva, fin dal titolo «Palestina Occupata», palesemente provocatoria e poco in linea con le finalità di un organismo Onu incaricato di preservare i beni artistici e culturali. Ma leggendo titolo e contenuti della mozione vien anche da chiedersi come si siano comportati i funzionari della nostra missione Unesco quando hanno esaminato i passaggi in cui si parla di Israele come «un potere occupante», si deplora con linguaggio da centri sociali «il blocco israeliano» di una Striscia di Gaza che poco o nulla centra con i beni culturali. Per non parlare del capzioso passaggio in cui la «Porta di Mughrabì», la rampa che salendo dal Muro del Pianto consente ai «non islamici» di accedere alla Moschea di Al Aqsa diventa parte integrante della stessa. Un'affermazione, in cui si nasconde il tentativo d'integrare anche i resti dell'antico tempio ebraico nell'area di competenza islamica. Un'affermazione che gli uffici della rappresentanza italiana all'Unesco di Parigi avrebbero dovuto sottolineare in rosso aggiungendola alle segnalazioni arrivate alla Farnesina da parte israeliana. Ma se Roma dormiva Parigi sonnecchiava. Con buona pace di Renzi e dei suoi convivi americani.

(il Giornale, 22 ottobre 2016)


Ma l'astensione italiana era un favore al Qatar in cambio di investimenti

L'emirato che punta alla direzione dell'Unesco ha già messo le mani sull'Ateneo di Tor Vergata.

Gian Micalessin

 
Hamad bin Abdulaziz al Kawari

Incominciando da quella del 16 gennaio scorso che lo ritrae a Palazzo Madama in compagnia del ministro dell'Istruzione Stefania Giannini mentre presenzia all'accordo di collaborazione tra l'Università dei Tor Vergata e l'emirato del Qatar. Un accordo con cui viene concesso all'emirato wahabita, grande ispiratore e sostenitore della mozione anti-israeliana, di penetrare il nostro mondo accademico. Subito dopo quell'accordo il governo Renzi e il nostro paese si trasformano nei grandi sponsor di Hamad bin Abdulaziz al Kawari, il diplomatico ed ex ministro della Cultura del Qatar candidatosi alla carica di prossimo Direttore Generale dell'Unesco. Una candidatura presentata in vista della fine del mandato della bulgara Irina Bokova in scadenza tra un anno. Proprio in virtù del sostegno concessogli dal nostro governo il 19 settembre scorso Al Kawari si presenta a Roma dichiarando di voler iniziare dall'Italia la campagna per la poltrona dell'Unesco. Una decisione seguita dall'immediato omaggio di una laurea «honoris causa» regalatagli proprio dall'Università di Tor Vergata. Una laurea che solleva i sospetti di molti accademici. I più scrupolosi fanno notare come l' assegnazione si sia conclusa in maniera quanto meno anomala visto il mancato voto preventivo del Dipartimento interessato. I più maliziosi obbiettano sull'opportunità di assegnare un titolo così prestigioso ad un personaggio accusato dal Centro Simon Wiesenthal di aver patrocinato le pubblicazioni anti semite distribuite dallo stesso Al Kawari, in qualità di Ministro della Cultura, durante la fiera del libro di Doha.
   Ma a sollevare ulteriori voci sulle relazioni intessute dal nostro governo con il candidato alla Direzione Generale dell'Unesco contribuiscono anche le foto che lo ritraggono, un mese fa, in compagnia del ministro dell'istruzione Stefania Giannini e poi di quello dell'Economia Pier Carlo Padoan. Incontri perfettamente leciti, ma sproporzionati all'importanza del passaggio romano di Al Kawari.
   L'inusuale sostegno fornito ad Al Kawari e l'astensione su una mozione Unesco fortemente appoggiata dal suo paese vanno visti, però, anche alla luce della penetrazione del Qatar nelle nostra economia e nella nostra società. Una penetrazione avviata all'epoca del governo Monti quando l'allora premier si reca nell'emirato prospettando alla «Qatar Investment Authority» investimenti a prezzi di saldo in un'economia abbattuta a colpi di spread.
   Sul fronte economico la prima conseguenza è la costituzione, nel marzo 2013, di una «joint venture» denominata «IQ Made in Italy Investment Company S.p.A.» controllata al cinquanta per cento dal «Fondo Strategico Italiano Spa» - la holding di Cassa Depositi e Prestiti - e dalla Qatar Holding LLC. Un'iniziativa seguita dai massicci investimenti del Qatar che oltre a comprarsi i grattacieli di Milano Porta Nuova, acquisisce il controllo del gruppo Valentino, di gran parte della Costa Smeralda, di un 25% del gruppo Cremonini e di numerosi hotel a cinque stelle. Investimenti condotti parallelamente al trasferimento di 25 milioni di euro destinati alla costruzione di 33 fra moschee e centri islamici. Con buona pace di chi ancora si chiede perché all'Unesco non difendiamo più Israele.

(il Giornale, 22 ottobre 2016)


L’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, in tarda età, forse preso da scrupoli di rimorso, in riferimento al logo Moro aveva confessato: “Abbiamo venduto gli ebrei ai palestinesi”. Speriamo che in futuro qualcuno non debba dire, in un contrito tono da Giorno della Memoria: “Abbiamo venduto Israele ai musulmani”. M.C.


Princìpi non negoziabili

Se Renzi vuole davvero difendere Israele ora deve impegnarsi contro l'ascesa all'Unesco del Qatar.

di Giulio Meotti

ROMA - Il Qatar, che già siede nell'executive board dell'Unesco, l'agenzia dell'Onu per la cultura e la scienza che ha appena cancellato tremila anni di storia ebraica a Gerusalemme, ha messo gli occhi sulla poltrona principale dell'ente con sede a Parigi: il posto di successore del segretario Irina Bokova. Il favorito per quell'incarico è, infatti, l'ex ministro della Cultura del Qatar dal 2008 al 2016, Hamad bin Abdulaziz al Kawari, attualmente "consigliere culturale dell'emiro" al Thani. Nel 2017 la direzione dell'Unesco dovrebbe andare a un rappresentante del mondo arabo per la rotazione geografica e Kawari dovrà superare la candidatura di un egiziano e di un libanese. Ieri Kawari era a Roma per incontrare la sindaca, Virginia Raggi, che ha ricevuto in Campidoglio una delegazione dell'emirato islamico. Hanno partecipato l'ambasciatore Abdulaziz Bin Ahmed Al Malki Jehani e l'assessore alla cultura Luca Bergamo.
   Non è un mistero che Kawari abbia iniziato da Roma il suo tour promozionale (la settimana scorsa ha ricevuto una laurea dall'Università di Tor Vergata). Il politico qatariota ha avuto un incontro al ministero dei Beni culturali di Dario Franceschini e ha avuto un colloquio con il ministro dell'Istruzione, Stefania Giannini. In cambio, Kawari ha promesso: "Venezia e Ercolano le priorità del mio mandato".
   Lo scorso giugno Kawari era in Vaticano per la firma dell'accordo fra la Biblioteca Apostolica Vaticana e la Qatar Foundation for Education. Kawari, che parla arabo, inglese e francese come prima lingua, è un affabile uomo di mondo a proprio agio a Parigi, dove si è laureato alla Sorbona, e che nella sua scalata al vertice dell'Unesco gode dell'appoggio dell'Arabia Saudita e dei potentati del Golfo. Il Qatar è interessato a comprare non soltanto pezzi dell'economia europea (Hochtief, Volkswagen, Porsche, Canary Wharf), ma anche ad avere un ruolo chiave nella costruzione delle moschee, nei programmi sociali nella banlieue parigina e adesso nella gestione dell'Unesco (Kawari nel 2010 è riuscito a far nominare Doha "capitale della cultura araba" dall'Unesco).
   Le organizzazioni dei diritti umani e quelle ebraiche sono già schierate per impedire che questo fine diplomatico qatariota prenda la guida dell'Unesco. Citando una quantità sterminata di materiale antisemita presente alla fiera della Letteratura di Doha, fiore all'occhiello di Kawari, il Centro Wiesenthal ha lanciato una campagna contro la sua candidatura. In una lettera a Kawari, Shimon Samuels, direttore del Wiesenthal per le relazioni internazionali, ha detto che il materiale in mostra ogni anno a Doha "vìola i valori promossi dall'Unesco". Samuels ha elencato almeno 35 titoli antisemiti, tra cui nove edizioni del falso antisemita "I Protocolli dei Savi di Sion", quattro edizioni del "Mein Kampf" di Adolf Hitler e quattro edizioni di Henry Ford "L'Ebreo Internazionale". "Da questo punto di vista, Doha è molto lontana da Parigi", ha detto Samuels, riferendosi al quartier generale dell'Unesco. Si prepara un nuovo caso Farouk Hosni, dal nome dell'ex ministro egiziano della Cultura che perse la guida dell'Unesco a causa di esternazioni antisemite ("brucerò tutti i libri israeliani") e di politiche culturali (fece bandire anche "Schindler's List").
   Kawari gode di un grande sostegno politico anche in Francia, dove questo fine settimana il settimanale Le Point ha messo in copertina le "relazioni pericolose" fra Parigi e Doha. L'occasione è l'uscita del libro "I nostri cari emiri" a firma di Christian Chesnot e Georges Malbrunot, che documenta i legami strettissimi fra la classe dirigente francese, il Qatar e l'Arabia Saudita. Sei anni fa, l'Italia commise il terribile errore di appoggiare la nomina di Hosni all'Unesco. Speriamo che non commetta lo stesso sbaglio con il Qatar, burattinaio della risoluzione antisemita su Gerusalemme e centrale mondiale dell'islamismo. La cultura occidentale non può finire all'ombra della mezzaluna.

(Il Foglio, 22 ottobre 2016)


Una battaglia giusta e una parola tardiva

Sul voto all'Unesco e l'astensione dell'Italia il governo arriva tardi.

di Fiamma Nirenstein

«La verità è incontrovertibile. Il panico può negarla, l'ignoranza se ne può far beffe, la malizia può distorcerla, ma è comunque là».
   L'ha detto Winston Churchill, uno che spesso aveva ragione. E così alla fine Matteo Renzi ha definito «allucinante» la decisione Unesco di negare agli ebrei ogni rapporto storico con Israele, con Gerusalemme, col Muro del Pianto donandone il retaggio storico solo ai musulmani. E ha convocato il ministro Gentiloni per chiedergli come mai l'Italia si sia astenuta invece di rifiutare, come Regno Unito e Germania, una bugia tanto mostruosa. È un bene per l'Italia che questo accada. Un bene per la ragione e il buon senso. E una soddisfazione per noi che scriviamo.
   In queste ore due nuove scoperte archeologiche si sono aggiunte alle già tante prove dell'ebraicità di Gerusalemme: un papiro di 2.700 anni fa ritrovato nel deserto, in cui la parola Gerusalemme è scritta in ebraico, e il sito della battaglia con cui le truppe di Tito nel 70 D.C. violarono le mura della città. Come se ce ne fosse bisogno: chi non sa che Gerusalemme è la patria degli ebrei? L'Onu e i suoi derivati non lo sanno e l'Italia si conforma a dinieghi antisemiti. Ma dopo le nostre ripetute proteste sulle prime pagine del Giornale, dopo la bella campagna organizzata dal Foglio quotidiano, dopo lo scandalo dell'ebraismo mondiale, Matteo Renzi ha realizzato la gravità dell'errore della delegazione italiana che si è astenuta sulla mozione che regala al mondo islamico il retaggio più prezioso della storia ebraica: Gerusalemme.
   Non avviene spesso che un premier critichi definendolo «un automatismo» un gesto del suo governo. Ma all'Onu e nelle sue organizzazioni è un tic: tutti salvo alcuni coraggiosi sono disposti a votare perfino che gli asini volano purché si rispettino due regole basilari, ovvero l'unità e la criminalizzazione di Israele. Il Consiglio dei diritti umani ha adottato dal 2006 al 2015 135 risoluzioni, di cui 68 contro Israele; l'Assemblea generale dal 2012 al 2015 ne ha approvate 97, di cui 83 contro Israele; e l'Unesco che dovrebbe difendere la cultura mentre si distrugge Palmira, adotta ogni anno 10 risoluzioni, il 100 per cento, contro Israele. L'Italia si astiene o vota a favore, non ho memoria di una contrapposizione coraggiosa. Se Renzi si è svegliato, accorgendosi di questa realtà, è grazie anche ai nostri urli. Sappia che l'Italia si è astenuta anche quando Hebron - con la Tomba dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe - è stata dichiarata musulmana; anche quando l'Organizzazione mondiale per la sanità, che vota solo risoluzioni per migliorare la salute nel mondo, ha sanzionato un unico Paese, quello che cura le famiglie di Gaza, i feriti della guerra in Siria, i familiari dei capi di Hamas e di Al Fatah. E allora signor primo ministro, la battaglia è appena cominciata. Noi la continueremo certi che così farà anche lei, adesso che ha potuto verificare l'assurdità dell'odio anti-israeliano nelle istituzioni internazionali.

(il Giornale, 22 ottobre 2016)


Quelle ossessioni rivelate su Israele

do Pierluigi Battista

L'affaire Unesco non è un incidente di percorso, ma l'ennesima rivelazione di un'ossessione antisionista, e antiebraica tout court, di un organismo internazionale che già in passato si è macchiato di imperdonabili atteggiamenti antisemiti. E dunque Matteo Renzi ha fatto bene, sia pur troppo tardivamente, a chiedere al ministro Gentiloni spiegazioni sull'«allucinante» astensione dell'ambasciatore italiano su una mozione Unesco che ha negato millenni di storia ebraica, de-ebraizzando con protervia il Monte del Tempio a Gerusalemme. Ma la spiegazione su un singolo episodio deplorevole non basta. Bisogna andare alla radice, chiedersi perché l'Italia abbia sentito il bisogno (per ragioni diplomatiche, geopolitiche, economiche, commerciali?) di non contrastare, come invece, e meritoriamente, altri Paesi democratici hanno fatto, la deriva antisemita che l'islamismo politico ha portato in una sede internazionale, e non soltanto in qualche tumultuosa piazza medioorientale. E chiedersi perché i Paesi nemici di Israele hanno proposto in sede Unesco una mozione così sciagurata e offensiva. Interrogarsi su quale obiettivo simbolico intendevano raggiungere. Chiedersi se questo voto non sia l'ultimo di una serie di atti ostili nei confronti di Israele che si sono consumati per decenni con la sostanziale indifferenza del nostro Paese. E chiedersi soprattutto perché sono riusciti a trascinare anche l'Italia nel disonore di questo voto.
   E qualcosa bisognerà pur dire su un organismo come l'Unesco, che pure dovrebbe promuovere la pace mondiale nella cultura e nell'arte, e che nel 2002 stava per designare come suo direttore, contrastato con successo da Elie Wiesel, l'egiziano Farouk Hosni, famoso per aver dichiarato davanti al Parlamento del Cairo di voler bruciare personalmente i libri israeliani raccolti nella Biblioteca di Alessandria. E dire qualcosa sulla casa madre dell'Unesco, l'Onu, di cui ancora non si perdona il patrocinio della disgustosa gazzarra antisemita di Durban nel 2001, quando i rappresentanti islamisti, lo ha raccontato Nadine Gordimer, ostentarono t-shirt con invettive hitleriane contro gli ebrei. Una coazione a ripetere di cui si possono rintracciare i sintomi già in epoche più remote, come la risoluzione Onu del 1975 che equiparava il sionismo al «razzismo» (dimentichi della lezione di Martin Luther King che rivendicava il diritto ebraico a una Patria). Con episodi grotteschi, se non fossero tragici, come la nomina della Libia dell'allora leader Gheddafi, uno Stato poliziesco che sguinzagliava gli squadroni della morte per annientare i dissidenti anche espatriati, a capo della Commissione dei diritti umani, e dell'Iran degli ayatollah e della lapidazione delle adultere alla testa della Commissione sui diritti delle donne.
  Per complesse ragioni politiche e morali, non ultima la storica indole filo-araba della classe dirigente della Repubblica italiana ( soprattutto della Prima, nella sua versione democristiana e in quella comunista), l'Italia non ha mai affrontato esplicitamente il tema degli inquinamenti anti israeliani e antisionisti dell'ideologia «onusiana» di cui l'ultima mozione sulla non ebraicità dei luoghi sacri dell'ebraismo è stato l'episodio più clamoroso. Ed è probabile che nell'opzione astensionista del rappresentante italiano abbia agito quello che lo stesso Renzi ha definito l'«automatismo» culturale di una subalternità alle tesi dei Paesi arabi e islamisti. Le istituzioni come l'Onu e l'Unesco, purtroppo, dispongono di maggioranze formate da Paesi che non conoscono la democrazia e senza un'azione di contrasto dei Paesi democratici, l'ondata antisemita rischia di dilagare, mentre dalle università europee partono pericolose esortazioni al boicottaggio anche scientifico di Israele e l'Ue sta maturando un atteggiamento «morbido» nei confronti di Hamas che pure non nasconde il suo programma di annientamento. Va ripensato il nostro atteggiamento complessivo nei confronti dell'Unesco e delle sue impresentabili maggioranze. Le scuse non bastano. L'«allucinante» astensione non deve avere mai più una replica.

(Corriere della Sera, 22 ottobre 2016)


Da forza morale a farsa morale. Bibi contro Onu e Unesco

Il j'accuse contro le Nazioni Unite del presidente israeliano: "Il pregiudizio ossessivo contro Israele non è solo un problema per il mio paese, è un problema per i vostri paesi". Il discorso fatto dal premier israeliano Benjamin Netanyahu davanti all'Assemblea generale delle Nazioni Unite lo scorso 22 settembre. La traduzione è a cura di Progetto Dreyfus.

di Benjamin Netanyahu

"Le donne vengono vendute come schiave in tutto il mondo. E qual è l'unico paese che l'Onu ha scelto di condannare?" "Non è lontano il giorno in cui Israele sarà in grado di contare su molti, molti paesi che ci sostengono alle Nazioni Unite" "Ma tutto cambierà presto: i vostri governi, a casa, stanno cambiando il loro atteggiamento nei confronti di Israele" "Oggi Israele ha relazioni diplomatiche con più di 160 paesi. Il doppio di quando ero qui come ambasciatore circa 30 anni fa"
"Un pilastro centrale della difesa per noi, è il supporto costante degli Stati Uniti per Israele alle Nazioni Unite" "Israele è pronto a negoziare ma una cosa non potrò mai negoziare: il nostro diritto a un solo e unico stato ebraico" "Perché l'Onu spende così tanto tempo per condannare l'unica democrazia liberale in Medio Oriente?" ''Mentre Israele cerca la pace con i suoi vicini, la pace non ha più grande nemico delle forze dell'islam militante"

 
Signor presidente, signore e signori, Quello che sto per dire vi scioccherà: Israele ha un futuro luminoso alle Nazioni Unite. Ora, so che sentire ciò da me sarà una sorpresa, perché anno dopo anno in piedi su questo podio ho sempre accusato le Nazioni Unite per la loro propensione ossessiva contro Israele. Le Nazioni Unite meritavano ogni parola sferzante - per la disgrazia dell'Assemblea generale che lo scorso anno ha approvato 20 risoluzioni contro lo stato democratico di Israele e un totale di tre risoluzioni contro tutti gli altri paesi del pianeta. Israele: venti; resto del mondo: tre.
  E che dire dello scherzo di chiamare Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, chi ogni anno condanna Israele più di tutti i paesi del mondo messi insieme. Mentre le donne vengono violentate sistematicamente, uccise, vendute come schiave in tutto il mondo, qual è l'unico paese che la Commissione delle Nazioni Unite sulle donne ha scelto di condannare quest'anno? Sì, avete indovinato - Israele. Israele. Israele, dove le donne pilotano aerei da combattimento, guidano grandi aziende, sono a capo di università, hanno per due volte presieduto la Suprema Corte e sono state presidente del Parlamento e Primo Ministro. E questo circo continua presso l'Unesco. Unesco, l'organismo delle Nazioni Unite incaricato di preservare il patrimonio mondiale. Ora, questo è difficile da credere, ma l'Unesco ha appena negato la connessione lunga 4.000 anni tra il popolo ebraico e il suo luogo più sacro, il Monte del Tempio. Questo è assurdo come negare la connessione tra la Grande muraglia cinese e la Cina.
  Signore e signori, l'Onu, nata come forza morale, è diventata una farsa morale. Così, quando si tratta di Israele alle Nazioni Unite, penserete probabilmente che non cambierà mai niente, giusto? Bene, pensateci meglio. Vedete, tutto cambierà e molto prima di quanto pensiate. Il cambiamento avverrà in questa sala, perché a casa, i vostri governi stanno rapidamente cambiando il loro atteggiamento nei confronti di Israele. E prima o poi, ciò cambierà il modo in cui votate su Israele alle Nazioni Unite.
  Sempre più nazioni in Asia, in Africa, in America latina, sempre più nazioni vedono Israele come partner potente - un partner nella lotta contro il terrorismo di oggi, un partner nello sviluppo della tecnologia di domani.
  Oggi Israele ha relazioni diplomatiche con più di 160 paesi. Quasi il doppio di quando ero qui come ambasciatore di Israele circa 30 anni fa. E quei legami diventano più ampi e profondi di giorno in giorno. I leader mondiali apprezzano sempre più che Israele è un paese potente, con uno dei migliori servizi di intelligence del mondo. A causa della nostra esperienza senza pari e comprovate capacità nella lotta al terrorismo, molti dei vostri governi cercano il nostro aiuto nel mantenere i vostri paesi sicuri. Molti cercano anche di beneficiare dell'ingegnosità di Israele nell'agricoltura, nella sanità, nelle risorse idriche, nell'informatica e nell'integrazione dei grandi volumi di dati, nella connettività e nell'intelligenza artificiale - l'integrazione che sta cambiando il nostro mondo in ogni modo.
  Considerate questo: Israele è leader mondiale nel riciclo delle acque reflue. Noi ricicliamo circa il 90 per cento delle nostre acque di scarico. Non è straordinario? Dato che il successivo paese sulla lista ricicla solo il 20 per cento delle sue acque reflue, Israele è una potenza globale dell'acqua. Quindi, se si ha un mondo assetato, e lo abbiamo, non c'è alleato migliore di Israele.
  Che dire della sicurezza informatica? Questo è un problema che riguarda tutti. Israele conta un decimo dell'uno per cento della popolazione mondiale, ma l'anno scorso abbiamo attirato circa il 20 per cento degli investimenti privati globali nella sicurezza informatica. Voglio che assimiliate questo numero. In informatica, il valore di Israele è enorme, 200 volte il proprio peso. Così Israele è anche una potenza informatica globale. Se gli hacker prendono di mira le vostre banche, gli aerei, le vostre reti elettriche e tutto il resto, Israele può offrire un aiuto indispensabile.
  I governi stanno cambiando il loro atteggiamento nei confronti di Israele, perché sanno che Israele può aiutarli a proteggere i loro popoli, può aiutarli a sfamarli, li può aiutare a migliorare la loro vita. Questa estate ho avuto l'opportunità incredibile di vedere questo cambiamento in modo così vivo nel corso di una visita indimenticabile in quattro paesi africani. Questa è la prima visita in Africa da parte di un primo ministro israeliano negli ultimi decenni. Più tardi, oggi, incontrerò i leader di 17 paesi africani. Discuteremo come la tecnologia israeliana può aiutarli nei loro sforzi per trasformare i loro paesi. In Africa, le cose stanno cambiando. Anche in Cina, in India, in Russia, in Giappone, l'atteggiamento nei confronti di Israele è cambiato. Queste potenti nazioni sanno che, nonostante le sue ridotte dimensioni, Israele può fare una grande differenza in molte, molte aree che sono importanti per loro.
  Ma ora vi sorprenderò ancora di più. Vedete, il più grande cambiamento di atteggiamento nei confronti di Israele è in atto altrove. E' in atto nel mondo arabo. I nostri trattati di pace con l'Egitto e la Giordania continuano ad essere ancore di stabilità in un medio oriente instabile. Ma devo dirvi questo: per la prima volta nella mia vita, molti altri Stati della regione riconoscono che Israele non è il loro nemico. Essi riconoscono che Israele è loro alleato. I nostri nemici comuni sono l'Iran e l'Isis. I nostri obiettivi comuni sono la sicurezza, la prosperità e la pace. Credo che nei prossimi anni lavoreremo insieme per raggiungere questi obiettivi collaborando apertamente.
  Quindi le relazioni diplomatiche di Israele sono in una fase niente di meno che rivoluzionaria. Ma in questa rivoluzione, non dimentichiamo mai che la nostra alleanza più cara, la nostra più profonda amicizia è con gli Stati Uniti d'America, la più potente e la più generosa nazione sulla terra. Il nostro legame indissolubile con gli Stati Uniti d'America trascende i partiti e la politica. Essa riflette, soprattutto, il sostegno enorme per Israele del popolo americano, il supporto che è a livelli record e per il quale siamo profondamente grati.
  Le Nazioni Unite denunciano Israele; gli Stati Uniti sostengono Israele. E un pilastro centrale della difesa è il supporto costante degli Stati Uniti per Israele alle Nazioni Unite. Apprezzo l'impegno del presidente Obama per questa politica di lunga data degli Stati Uniti. Di fatto, l'unica volta che gli Stati Uniti hanno posto un veto in Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite durante la presidenza Obama è stato contro una risoluzione anti Israele nel 2011. Come il presidente Obama ha giustamente dichiarato da questo podio, la pace non verrà da dichiarazioni e risoluzioni delle Nazioni Unite.
  Credo che non sia lontano il giorno in cui Israele sarà in grado di contare su molti, molti paesi che ci sostengono alle Nazioni Unite. Di riflesso, lentamente ma inesorabilmente stanno arrivando al termine quei giorni in cui gli ambasciatori delle Nazioni Unite condannano Israele.
  Signore e signori, la maggioranza automatica di oggi contro Israele alle Nazioni Unite mi ricorda la storia, l'incredibile storia di Hiroo Onoda. Hiroo era un soldato giapponese che era stato inviato nelle Filippine nel 1944. Viveva nella giungla. Frugava per procurarsi il cibo. Evitava la cattura. Alla fine si arrese, ma solo nel 1974, circa 30 anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Per decenni, Hiroo si era rifiutato di credere che la guerra fosse finita. Mentre Hiroo era nascosto nella giungla, i turisti giapponesi nuotavano in piscine di alberghi di lusso americani nella vicina Manila. Infine, per fortuna, l'ex comandante di Hiroo fu inviato a convincerlo a uscire dalla clandestinità. Solo allora Hiroo depose le armi.
  Signore e signori, signori delegati provenienti da così tanti paesi, ho un messaggio per voi oggi: abbandonate le armi. La guerra contro Israele alle Nazioni Unite è finita. Forse alcuni di voi non lo sanno ancora, ma sono sicuro che un giorno, in un futuro non troppo lontano riceverete anche voi il messaggio dal vostro presidente o dal vostro primo ministro che vi informa che la guerra contro Israele presso le Nazioni Unite è conclusa. Sì, lo so, ci potrebbe essere una tempesta prima della quiete. So che si parla di coalizzarsi contro Israele alle Nazioni Unite entro la fine dell'anno. Data la sua storia di ostilità nei confronti di Israele, qualcuno crede davvero che Israele permetterà alle Nazioni Unite di determinare la nostra sicurezza e i nostri interessi nazionali vitali? Non accetteremo alcun tentativo da parte delle Nazioni Unite di dettare condizioni ad Israele. La strada per la pace attraversa Gerusalemme e Ramallah, non New York. Ma indipendentemente da ciò che accadrà nei prossimi mesi, ho totale fiducia che negli anni a venire la rivoluzione nella posizione di Israele tra le nazioni finalmente penetrerà in questa sala delle nazioni. Ho tanta fiducia, infatti, che prevedo che tra una decina d'anni un primo ministro israeliano si alzerà in piedi proprio qui dove sono in piedi io e realmente applaudirà l'Onu. Ma voglio chiedervi: perché dobbiamo aspettare un decennio? Perché continuare a diffamare Israele? Forse perché alcuni di voi non comprendono che il pregiudizio ossessivo contro Israele non sia solo un problema per il mio paese, è un problema per i vostri paesi. Perché se l'Onu spende così tanto tempo per condannare l'unica democrazia liberale in medio oriente, ha molto meno tempo per affrontare la guerra, la malattia, la povertà, il cambiamento climatico e tutti gli altri gravi problemi che affliggono il pianeta.
  Il milione e mezzo di siriani massacrati sono aiutati dalla vostra condanna di Israele? Lo stesso Israele, che tratta migliaia di siriani feriti nei nostri ospedali, tra cui un ospedale da campo che ho costruito al confine del Golan con la Siria. Lo sono i gay, che penzolano dalle gru in Iran, aiutati dalla vostra denigrazione d'Israele? Lo stesso Israele, dove i gay marciano orgogliosamente nelle nostre strade e siedono nel nostro parlamento, tra cui, sono orgoglioso di dire, anche nel mio stesso partito Likud. Lo sono i bambini, che muoiono di fame per la brutale tirannia nella Corea del nord, aiutati dalla vostra demonizzazione di Israele? Israele, il cui know-how agricolo nutre gli affamati in tutto il mondo in via di sviluppo? Quanto prima l'ossessione delle Nazioni Unite per Israele finisce, meglio è. Meglio per Israele, meglio per i vostri Paesi, il meglio per le stesse Nazioni Unite.
  Signore e signori, se le abitudini sono dure a morire alle Nazioni Unite, le abitudini palestinesi muoiono ancora più difficilmente. Il presidente Abbas ha appena attaccato da questo podio la Dichiarazione Balfour. Sta preparando una causa contro la Gran Bretagna per questa dichiarazione del 1917. Quasi 100 anni fa - parla come bloccato nel passato. I palestinesi potrebbero altrettanto bene citare in giudizio l'Iran per la Dichiarazione di Ciro, che ha permesso agli ebrei di ricostruire il nostro tempio di Gerusalemme 2.500 anni fa. A pensarci bene, perché non una class action palestinese contro Abramo per l'acquisto di quel pezzo di terra a Hebron dove i patriarchi e le matriarche del popolo ebraico sono stati sepolti 4.000 anni fa? Non state ridendo. E' assurdo come questo. Citare in giudizio il governo britannico per la Dichiarazione Balfour? Sta scherzando? E questo viene preso sul serio qui? Il presidente Abbas ha attaccato la Dichiarazione Balfour, perché ha riconosciuto il diritto del popolo ebraico ad un focolare nazionale nella terra di Israele. Quando le Nazioni Unite hanno sostenuto la creazione di uno Stato ebraico nel 1947, hanno riconosciuto la nostra storia ed i nostri diritti morali nella nostra patria e per la nostra patria. Eppure oggi, quasi 70 anni dopo, i palestinesi si rifiutano ancora di riconoscere tali diritti - non il nostro diritto ad una patria, non il nostro diritto ad uno Stato, non il nostro diritto a nulla. E questo rimane il vero nocciolo del conflitto: il persistente rifiuto palestinese di riconoscere lo stato ebraico in qualsiasi confine. Vedete, questo conflitto non tratta di "insediamenti". Non è mai stato.
  Il conflitto infuriava per decenni prima che ci fosse un solo "insediamento", quando la Giudea-Samaria e Gaza erano tutte in mani arabe. La Cisgiordania e Gaza erano in mani arabe e ci hanno attaccato ancora e ancora e ancora. E quando abbiamo sradicato tutti i 21 "insediamenti" a Gaza e ci siamo ritirati da ogni centimetro di Gaza, non abbiamo ottenuto la pace da Gaza - abbiamo ottenuto migliaia di razzi sparati da Gaza contro di noi. Questo conflitto infuria perché per i palestinesi, i veri insediamenti che stanno cercando sono Haifa, Jaffa e Tel Aviv. In ogni caso la questione degli "insediamenti" è reale e può e deve essere risolta in negoziati sullo status finale. Ma questo conflitto non ha mai riguardato gli "insediamenti" o la creazione di uno stato palestinese. E' sempre stato circa l'esistenza di uno stato ebraico, uno stato ebraico in qualsiasi confine esso sia.
  Signore e Signori, Israele è pronto, sono pronto a negoziare tutte le questioni dello status finale, ma una cosa non potrò mai negoziare: il nostro diritto ad un solo ed unico stato ebraico.
  Wow, il primo ministro di Israele sostenuto da applausi all'Assemblea generale? Il cambiamento avviene prima di quanto pensassi. Se i "palestinesi" avessero detto sì a uno stato ebraico nel 1947, non ci sarebbe stata nessuna guerra, nessun rifugiato e nessun conflitto. E quando i palestinesi finalmente avranno detto sì ad uno stato ebraico, saremo in grado di porre fine a questo conflitto una volta per tutte. Ora ecco la tragedia, perché, vedete, i palestinesi non sono solo intrappolati nel passato, i loro capi stanno avvelenando il futuro. Voglio che immaginiate un giorno nella vita di un ragazzo palestinese tredicenne, lo chiamerò Alì. Alì si sveglia prima della scuola, va a fare sport con una squadra di calcio che ha preso il nome da Dalal Mughrabi, un terrorista palestinese responsabile dell'omicidio di 37 israeliani in un autobus. A scuola, Alì partecipa ad un evento promosso dal ministero della Pubblica istruzione palestinese per onorare Baha Alyan, che l'anno scorso ha ucciso tre civili israeliani. Tornando a casa a piedi, Alì guarda in alto verso una statua imponente eretta solo poche settimane fa dall'Autorità Palestinese per onorare Abu Sukar, che ha fatto esplodere una bomba nel centro di Gerusalemme uccidendo 15 israeliani. Quando Alì torna a casa accende la Tv e vede un alto ufficiale palestinese, Jibril Rajoub, che dice che se avesse avuto una bomba atomica, l'avrebbe fatta esplodere sopra Israele quel giorno stesso. Alì accende poi la radio e sente il consigliere del presidente Abbas, Sultan Abu al-Einein, sollecitare i palestinesi, ecco una citazione, "tagliate la gola agli israeliani ovunque li troviate". Alì controlla il suo Facebook e vede un recente post del partito Fatah del presidente Abbas, che definisce il massacro di 11 atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco un "atto eroico". Su YouTube, Alì guarda una clip dello stesso presidente Abbas che dice:
  "Diamo il benvenuto ad ogni goccia di sangue versato a Gerusalemme". Citazione letterale. Durante la cena, Alì chiede a sua madre cosa succederebbe se uccidesse un ebreo e fosse finito in una prigione israeliana. Ecco quello che lei gli dice. Lei gli dice che avrebbe ricevuto migliaia di dollari ogni mese da parte dell'Autorità palestinese. In realtà, lei gli dice che se avesse ucciso altri ebrei, avrebbe ricevuto più soldi. Oh, e quando esce di prigione, Alì avrebbe avuto garantito un posto di lavoro con l'Autorità palestinese.
  Signore e signori, tutto questo è reale! Succede ogni giorno, sempre. Purtroppo, Alì rappresenta centinaia di migliaia di bambini palestinesi che vengono indottrinati all'odio in ogni momento, ogni ora. Si tratta di abusi su minori. Immaginate il vostro bambino durante questo lavaggio del cervello. Immaginate quello che ci vuole per un ragazzo o una ragazza per uscire liberamente da questa cultura dell'odio. Alcuni lo fanno ma troppi non lo fanno. Come può qualcuno di noi aspettarsi che giovani palestinesi sostengano la pace, quando i loro leader avvelenano le loro menti contro la pace? Noi in Israele non facciamo questo. Educhiamo i nostri figli alla pace. Abbiamo recentemente lanciato un programma pilota, per rendere lo studio della lingua araba obbligatorio per i bambini ebrei in modo che ci si possa capire meglio l'un l'altro, in modo che si possa vivere insieme fianco a fianco in pace. Naturalmente, come tutte le società anche Israele ha frange. Ma è la nostra risposta a quegli elementi marginali, è la nostra risposta a quegli elementi marginali che fa la differenza. Prendete il tragico caso di Ahmed Dawabsha. Non dimenticherò mai la visita ad Ahmed in ospedale poche ore dopo essere stato attaccato. Un ragazzino, in realtà un bambino, è stato gravemente ustionato. Ahmed è stato vittima di un atto terroristico orribile perpetrato da ebrei. Giaceva fasciato e incosciente mentre medici israeliani lavoravano tutto il giorno per salvarlo. Nessuna parola può portare conforto a questo ragazzo o alla sua famiglia. Eppure, mentre ero al suo capezzale ho detto allo zio: "Questa non è la nostra gente. Questo non è il nostro modo". Poi ho ordinato misure straordinarie per portare gli assalitori di Ahmed davanti alla giustizia e oggi i cittadini ebrei di Israele accusati di aver attaccato la famiglia Dawabsha sono in carcere in attesa di giudizio. Ora, per alcuni, questa storia dimostra che entrambe le parti hanno i loro estremisti ed entrambe le parti sono ugualmente responsabili di questo conflitto apparentemente senza fine. Ma ciò che la storia di Ahmed dimostra in realtà è l'esatto contrario. Esso illustra la profonda differenza tra le nostre due società, perché mentre i leader israeliani condannano i terroristi, tutti i terroristi, arabi ed ebrei allo stesso modo, i leader palestinesi celebrano terroristi. Mentre Israele imprigiona la manciata di terroristi ebrei tra noi, i palestinesi pagano le migliaia di terroristi tra di loro. Così ho chiamato il Presidente Abbas: hai una scelta da fare. Puoi continuare ad alimentare l'odio come hai fatto oggi o puoi finalmente combattere l'odio e lavorare con me per stabilire la pace tra i nostri due popoli.
  Signore e Signori, sento un ronzio. So che molti di voi hanno rinunciato alla pace. Ma voglio che sappiate che io non ho rinunciato alla pace. Rimango impegnato ad una visione di pace sulla base di "due stati per due popoli". Credo che come mai prima i cambiamenti in atto nel mondo arabo di oggi offrono un'occasione unica per far progredire la pace. Mi congratulo con il presidente dell'Egitto, al Sisi, per i suoi sforzi per far progredire la pace e la stabilità nella nostra regione. Israele accoglie lo spirito dell'iniziativa di pace araba e accoglie un dialogo con gli stati arabi per far avanzare una pace più ampia. Credo che perché una pace più ampia possa essere pienamente raggiunta, i palestinesi debbano essere parte di essa. Sono pronto ad avviare negoziati per raggiungere questo obiettivo oggi - non domani, non la prossima settimana, oggi. Il presidente Abbas ha parlato qui un'ora fa. Non sarebbe stato meglio se invece di parlare uno dopo l'altro avessimo parlato tra di noi? Presidente Abbas, invece di inveire contro Israele alle Nazioni Unite a New York, ti invito a parlare al popolo israeliano alla Knesset a Gerusalemme. E sarei felice di venire a parlare al parlamento palestinese a Ramallah.
  Signore e Signori, Mentre Israele cerca la pace con tutti i suoi vicini, sappiamo anche che la pace non ha più grande nemico delle forze dell'Islam militante. La scia di sangue di questo fanatismo attraversa tutti i continenti rappresentati qui. Attraversa Parigi e Nizza, Bruxelles e Baghdad, Tel Aviv e Gerusalemme, Minnesota e New York, da Sydney a San Bernardino. Così molti hanno sofferto la sua ferocia: cristiani ed ebrei, le donne, gli omosessuali, gli yazidi, i curdi e molti, molti altri. Eppure, il prezzo più alto, il prezzo più alto di tutti è stato pagato dai musulmani innocenti. Centinaia di migliaia senza pietà macellati. Milioni trasformati in profughi disperati, decine di milioni brutalmente soggiogati. La sconfitta dell'Islam militante sarà quindi una vittoria per tutta l'umanità, ma sarebbe soprattutto una vittoria per quei tanti musulmani che cercano una vita senza paura, una vita di pace, una vita di speranza. Ma per sconfiggere le forze dell'Islam militante, dobbiamo lottare senza tregua. Dobbiamo combattere nel mondo reale. Dobbiamo combattere nel mondo virtuale. Dobbiamo smantellare le loro reti, interrompere i loro finanziamenti, screditare la loro ideologia. Possiamo sconfiggerli e noi li sconfiggeremo. Il medievalismo non può competere con la modernità. La speranza è più forte dell'odio, la libertà più forte di paura. Possiamo farcela.
  Signore e Signori, Israele combatte questa battaglia mortale contro le forze dell'Islam militante ogni giorno. Manteniamo i nostri confini sicuri da Isis, impediamo il contrabbando di armi camuffate da giocattoli a Hezbollah in Libano, contrastiamo gli attacchi terroristici palestinesi in Giudea e Samaria, in Cisgiordania e scoraggiamo gli attacchi missilistici da Gaza controllata da Hamas. Hamas è quella organizzazione terroristica che crudelmente, incredibilmente crudelmente si rifiuta di restituire i corpi di tre nostri cittadini e nostri soldati caduti. Oron Shaul e Radar Goldin. I genitori di Radar Goldin, Lia e Simcha Goldin, sono qui con noi oggi. Hanno la richiesta di seppellire il loro amato figlio in Israele. Tutto quello che chiedono è una cosa semplice: poter visitare in Israele la tomba del figlio Radar caduto. Hamas rifiuta. Non può importargli di meno. Vi imploro di stare con loro, con noi, con tutto ciò che è decente nel nostro mondo contro la disumanità di Hamas - tutto ciò che è indecente e barbaro. Hamas infrange ogni regola umanitaria esistente, rinfacciateglielo. Signore e Signori, la più grande minaccia per il mio paese, alla nostra regione, e, infine, al nostro mondo resta il regime militante islamico dell'Iran. L'Iran cerca apertamente la distruzione di Israele. Minaccia paesi in tutto il medio oriente, sponsorizza il terrore in tutto il mondo. Quest'anno, l'Iran ha lanciato missili balistici in sfida diretta delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Ha speso la sua aggressione in Iraq, in Siria, nello Yemen. L'Iran, il principale sponsor mondiale del terrorismo ha continuato a sviluppare la sua rete del terrore globale. Quella rete del terrore si estende ora su cinque continenti. Quindi il mio punto per voi è questo: la minaccia che l'Iran rappresenta per tutti noi non è dietro di noi, è davanti a noi. Nei prossimi anni, ci deve essere uno sforzo sostenuto e unito per respingere l'aggressione dell'Iran e del terrore iraniano. Con i vincoli nucleari verso l'Iran un anno più vicini ad essere rimossi, voglio essere chiaro: Israele non permetterà al regime terrorista dell'Iran di sviluppare armi nucleari - non adesso, non tra dieci anni, mai!
  Signore e Signori, sono qui davanti a voi oggi mentre l'ex presidente di Israele, Shimon Peres, sta lottando per la propria vita. Shimon è uno dei padri fondatori di Israele, uno dei suoi uomini di stato più audaci, uno dei suoi leader più rispettati. So che tutti siete uniti a me e uniti a tutto il popolo di Israele nell'augurargli refuah shlemah Shimon, una pronta guarigione. Ho sempre ammirato l'ottimismo senza limiti di Shimon e come lui, anch'io sono pieno di speranza. Sono pieno di speranza perché Israele è in grado di difendersi da sola contro ogni minaccia. Sono pieno di speranza perché il valore dei nostri uomini e donne combattenti non è secondo a nessuno. Sono pieno di speranza perché so che le forze della civiltà, in ultima analisi trionfano sulle forze del terrore. Sono pieno di speranza perché nell'era della innovazione, Israele - la innovation nation - è fiorente come mai prima. Sono pieno di speranza perché Israele lavora instancabilmente per promuovere l'uguaglianza e l'opportunità per tutti i suoi cittadini: ebrei, musulmani, cristiani, drusi, tutti. E io sono pieno di speranza perché, nonostante tutti gli scettici, credo che negli anni a venire, Israele forgerà una pace duratura con tutti i nostri vicini.
  Signore e Signori, sono fiducioso di quello che Israele può compiere perché ho visto ciò che Israele ha compiuto. Nel 1948, anno dell'indipendenza di Israele, la nostra popolazione era di 800.000. La nostra principale esportazione erano arance. Allora la gente diceva che eravamo troppo piccoli, troppo deboli, troppo isolati, troppo demograficamente in inferiorità numerica per sopravvivere, per non parlare di prosperare. Gli scettici si sbagliavano su Israele, allora; gli scettici si sbagliano su Israele ora.
  La popolazione di Israele è cresciuta dieci volte, la nostra economia quaranta volte. Oggi la nostra esportazione più grande è la tecnologia - la tecnologia israeliana che alimenta il mondo dei computer, telefoni cellulari, automobili e molto altro ancora.
  Signore e signori, il futuro appartiene a coloro che innovano e questo è il motivo per cui il futuro appartiene a paesi come Israele. Israele vuole essere il vostro partner nel cogliere quel futuro, quindi chiedo a tutti voi: cooperate con Israele, abbracciate Israele, sognate con Israele. Sogno del futuro che possiamo costruire insieme, un futuro di progresso mozzafiato, un futuro di sicurezza, prosperità e pace, un futuro di speranza per tutta l'umanità, un futuro in cui, anche alle Nazioni Unite, anche in questa sala, Israele infine, inevitabilmente, prenderà il suo legittimo posto tra le nazioni.
  Grazie.

(Il Foglio, 21 ottobre 2016)



Due cose preoccupano in questo discorso del Primo Ministro dello Stato d'Israele: 1) Il vanto per i risultati politici e tecnologici ottenuti; 2) il vanto per l'accettazione dell'omosessualità, anche nel suo stesso partito. Sono preoccupanti non per motivi politici umani, ma per quello che Israele è destinato da Dio ad essere. Nel primo caso si dà gloria all'uomo per ciò che Dio ha dato la forza di fare con il suo aiuto; nel secondo caso si dà gloria all'uomo per aver fatto ciò che Dio ha vietato di fare con i suoi comandamenti. M.C.


La strana astensione dell’Italia all’Unesco

E' un'astensione misteriosa, e credo che mercoledì prossimo verrà spiegata in Aula dallo stesso ministro. Al momento ciò che abbiamo raccolto sulla vicenda è questo: l'Italia ha scelto di astenersi per raggiungere un risultato politico-diplomatico, ovvero convincere qualche paese orientato sul sì ad astenersi per certificare che il sì su temi sensibili come questo è minoritario all'Unesco (le astensioni sono state 28, i voti favorevoli sono stati 26, sette in meno di quelli registrati in passato su risoluzioni simili). Vedremo se sarà davvero questa la spiegazione (un po' minimale). Ma fino a che non ci sarà una versione ufficiale l'impressione sarà sempre la stessa: l'Italia avrebbe potuto votare no alla cancellazione di 4.000 anni di storia israeliana e invece, clamorosamente, ha votato nì.

(Il Foglio, 21 ottobre 2016)

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Lettere al direttore del Foglio


Furbizia miope

Leggendo il suo accorato editoriale sulla scandalosa astensione dell'Italia all'Unesco, mi riecheggiava, maligna, la frasaccia di Buonanima che suonava più o meno così: "mi bastano alcune migliaia di morti per sedermi al tavolo dei vincitori", detta all'ingresso dell'Italia nella seconda guerra mondiale. Mutatis mutandis, la costante furbizia miope, la perseveranza della contabilità cinica di bottega, la mancanza di ideali e di senso di giustizia anche di fronte alla palese crudeltà e alla falsità storica, restano innegabilmente parte della nostra storia nazionale.
Alessandra Padrono Martini

(Il Foglio, 21 ottobre 2016)


Perché l'astensione dell'Italia all'Unesco? Una risposta c'è

Questa è una lettera aperta al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.
Caro Paolo, l'Italia si è astenuta nella votazione con cui l'Unesco ha approvato in via definitiva la risoluzione in cui i luoghi santi della Città vecchia di Gerusalemme vengono menzionati esclusivamente con i loro nomi islamici e in cui si definisce Israele "potenza occupante". Ti conosco da anni, ho anche scritto un libretto in polemica con una tua legge, ho motivo di ritenere che la mia stima sia ricambiata. Ricordo le tue iniziative durante la sindacatura Rutelli: non devo spiegare a te che cosa significa la risoluzione dell'Unesco per Israele e per gli ebrei, perché questa venga a ragione considerata una Shoah culturale. Ma voglio sapere il come e il perché. Il come. Qual è la procedura con cui è deciso il voto dell'Italia all'Onu? è una decisione diplomatica o politica? Immagino che la struttura avrà preparato un dossier con i suoi pareri. Ma poi, chi decide? L'ambasciatore o il ministro? Il ministro o il governo? Viene informato il presidente della Repubblica? Quale procedura è stata seguita in questo caso? Il perché. Cinque paesi europei hanno votato contro, noi ci siamo astenuti. La struttura diplomatica sapeva certo quali sono le varie posizioni, sapeva che la risoluzione sarebbe passata comunque e ha deciso di astenersi. Evidentemente ha preferito allinearsi con la maggioranza anziché votare contro, come hanno fatto Inghilterra, Germania, Olanda, Estonia, Lituania Evidentemente perché ragioni di convenienza hanno prevalso su quelle logiche ed etiche, nonché sulla verità storica. Quali erano quelle ragioni? La possibilità di avere un seggio temporaneo in Consiglio di sicurezza? Quella di vederci riconosciuto un ruolo di mediatore nelle vicende mediorientali? Oppure erano ragioni di convenienza economica, gli investimenti che le nazioni arabe hanno già fatto da noi, e quelli che potrebbero fare? O sono ragioni di politica interna, vedi mai anche queste legate al referendum del 4 dicembre? E' una questione politica di prima grandezza, non la si può archiviare e lasciare che l'indignazione riempia le pagine del Foglio e poi si smorzi. Abbiamo il diritto di sapere quali sono i valori a cui il governo ispira il suo agire.
Con amicizia,
Franco Debenedetti


(Il Foglio, 21 ottobre 2016)


Renzi dà ragione al Foglio: "Allucinante la decisione dell'Unesco su Israele"

Dopo la nostra denuncia e la manifestazione in piazza di mercoledì, il presidente del Consiglio parla finalmente della risoluzione Onu che cancella la storia di Israele da Gerusalemme: "Non si può continuare con queste mozioni. Ho chiesto al ministro degli Esteri di vederci al mio ritorno a Roma".

"Trovo la decisione dell'Unesco incomprensibile e sbagliata". A parlare così, dopo giorni di silenzio, è il premier Matteo Renzi, che a margine del Consiglio europeo si dice "allucinato" dalla risoluzione dell'agenzia Onu che cancella le origini ebraiche dei luoghi santi a Gerusalemme. "Non si può continuare con queste mozioni - ha detto ai microfoni di Rtl 102.5 - una volta all'Onu una volta all'Unesco, finalizzate ad attaccare Israele. Credo sia davvero allucinante e ho chiesto di smetterla con queste posizioni, e se c'è da rompere su questo l'Unità europea, che si rompa pure". La risoluzione era stata bocciata solo da alcuni paesi, e non dall'Italia, che si è astenuta. "Ho espressamente chiesto ai diplomatici che si occupano di queste cose di uscire da queste cose", ha continuato Renzi. "E' una vicenda che mi sembra allucinante - ribadisce a più riprese il presidente del Consiglio - ho chiesto al ministro Esteri di vederci subito al mio ritorno a Roma".
Da subito il Foglio aveva denunciato la risoluzione dell'Unesco, una "shoah culturale", raccogliendo centinaia di firme contro l'agenzia Onu e scendendo in piazza mercoledì per chiedere all'Unesco e al governo spiegazioni sulla decisione. Dopo qualche giorno di attesa, finalmente il Presidente del Consiglio si è espresso contro.

(Il Foglio, 21 ottobre 2016)


Al Presidente del Consiglio italiano gli ci sono voluti diversi giorni per dare corso alla sua indignazione davanti a una “vicenda allucinante”, come lui stesso dice. Ha detto che ne parlerà col ministro degli Esteri. Più tardi. A Roma. Quando ritornerà dal viaggio. Ma prima della votazione non ci aveva parlato? M.C.


Lettera a Mattarella - Caro Presidente, il voto all'Unesco ha ferito gli ebrei

di Noemi Di Segni
   Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Illustre Presidente Mattarella,
il momento della sua partenza per l'attesa visita in Israele, la prima nel suo mandato di Presidente della Repubblica, è ormai vicino.
   Alla vigilia di questo importante appuntamento, vorrei condividere in questo messaggio i nostri sentimenti di ebrei italiani, cittadini che credono nella pace e nel progresso.
   La sua visita si annuncia intensa e carica di significati, volta a riaffermare la storica amicizia che lega lo Stato ebraico all'Italia, ai suoi rappresentanti, al suo popolo, alla sua cultura.
   Italia e Israele, sono oggi al fianco in molte sfide. Collaborano strettamente sul piano istituzionale, e questo viaggio ne è la più alta conferma, ma la cooperazione si estende anche in molti altri campi.
   Un flusso continuo di persone, idee e progetti che rafforza un comune impegno al servizio dell'intera collettività e del suo benessere economico, intellettuale, spirituale. Un vissuto plurimillenario, che tra ebraismo e cristianesimo, tra Gerusalemme e Roma, due capitali della civiltà mediterranea, testimonia un confronto vivo, talvolta contrastato, ricco di storia, di vicende, di speranze talvolta tradite, di conquiste che hanno spesso un risvolto quasi miracoloso.
   Per questo gli ebrei italiani, e con loro tutti i cittadini che si riconoscono nel primario valore che è la verità vissuta, che agiscono in buona fede e trasparenza, che credono e accordano la loro fiducia alle massime istituzioni democratiche, sono sconcertati e feriti dal comportamento tenuto in questo mese di ottobre dalla rappresentanza diplomatica italiana all'Unesco.
   Sulla base di una proposta di alcuni Paesi arabi, e con un'alzata di mano di altri che vi hanno aderito, è stata negata l'identità ebraica di Gerusalemme e dei suoi storici luoghi di preghiera e raccolta, di pianto e feste, di inno alla vita e alla libertà ritrovata. Diverse le civiltà del passato che hanno violato e distrutto il nostro Tempio. Diverse le ragioni che nei secoli hanno fatto percorrere ai pellegrini la lunga distanza dai remoti luoghi di provenienza. Come non comprendere che oggi gruppi estremisti e aggregazioni di ogni genere, che di civile nulla detengono, cercano la distruzione e l'annientamento? Come accettare che l'Unesco, agenzia preposta allo sviluppo della cultura, si esprima in tal modo?
   Per ben due volte, a distanza di pochi giorni, nonostante chiari segnali d'allarme, il rappresentante italiano ha scelto attraverso l'astensione di rimanere in silenzio. Un silenzio che dimentica le raffigurazioni riportate sull'Arco di Tito. Un silenzio assordante. Un silenzio che concorre ad un negazionismo contro il quale oggi tutti alziamo la voce.
   Illustre Presidente, tra qualche giorno lei avrà modo di visitare Gerusalemme, di camminare lungo le vie in cui ogni pietra dichiara come la città sia la capitale del risorto Stato di Israele e la casa di tutti coloro che amano la pace, di varcare la soglia dei luoghi sacri alle grandi religioni monoteiste, di vedere davanti ai suoi occhi scorrere la vita quotidiana degli abitanti di questa città che non conosce eguali.
   Potrà facilmente constatare come ogni luogo di Gerusalemme, capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele, parli una lingua plurimillenaria. La lingua dell'identità, della spiritualità, del più autentico rispetto dell'altro.
   Tra le centinaia di dediche, di rappresentazioni artistiche, di canzoni religiose, epiche, più allegre e più tristi dedicate nei secoli a Gerusalemme, Le cito quella sul Kotel (parole di Yosi Gamzu), che con la sua musica struggente insegna che al di là di quanto si sente e si vede, al di là di come si è vestiti conta quanto si è donato e sacrificato nei millenni ed ancora oggi: «Esistono pietre con un cuore umano e uomini con cuore di pietra», troppo vero.
   Illustre Presidente, le scrivo perché gli ebrei italiani restano fiduciosi che dall'alto del suo prestigio il Quirinale possa risvegliare un orientamento di saggezza ed equilibrio, l'unico che possa rappresentare i sentimenti di tutte le identità e di tutti i cittadini, e affermare i nostri più importanti valori costituzionali.
   Non abbiamo altro da chiedere che tenere in alto l'onore dell'Italia e garantire al nostro Paese un ruolo da protagonista nell'immenso lavoro di costruzione della pace che ci deve vedere tutti impegnati.


In un commento di ieri avevamo scritto:
«Sarà il Presidente Mattarella a illuminare l’offuscata immagine morale dell’Italia elevando un’alta voce di dissenso? O sarà proprio Mattarella a rivelarsi come l’autentico rappresentante di una pavida Italia “astenendosi” anche lui dal prendere posizione? Si vedrà.»
Ripetiamo: Si vedrà. Per il resto, nel commento della Presidente Di Segni è notevole il riferimento a "Gerusalemme, capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele". E' importante che sia stato detto, perché nemmeno tutti gli ebrei sono uniti su questo. C’è da temere allora che proprio su questo aspetto politico della questione, fondamentale ma non in primo piano a questo riguardo, si concentri la risposta, e si riprenda il mantra dei “due stati per due popoli che vivano l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza”.
Si vedrà. M.C.

(La Stampa, 21 ottobre 2016)


Gerusalemme - Marcia di solidarietà contro l'Unesco

Sostenitori di Israele provenienti da tutto il mondo hanno marciato a Gerusalemme per esprimere solidarietà allo Stato ebraico dopo la risoluzione dell'Unesco che, per Israele, significa negare i legami tra il giudaismo e la città che considera sua indivisibile capitale. Il consiglio esecutivo dell'Unesco ha adottato il 18 ottobre una risoluzione dal titolo "Palestina occupata" sulla città vecchia di Gerusalemme in cui si fa riferimento al Monte del tempio solo con il nome arabo, ovvero Spianata delle moschee.
Per Israele si tratta di una negazione dell'evidente legame tra gli ebrei e la Città Vecchia, dove sorge il Muro del pianto.

(Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2016)


L'Unesco e la scelta vergognosa dell'Italia

Lettera al direttore di La Stampa

Caro Direttore, le confesso tutto il mio stupore per la decisione dell'Unesco in merito a Gerusalemme. Si è trattato infatti di una decisione politica che nulla dovrebbe avere a che fare con le finalità dell'ente.
Se volessimo banalmente fare un calcolo a ritroso la prima delle tre religioni ad affacciarsi su quei pochi metri quadrati di odio e rancore fu l'Ebraismo.
L'Islam è arrivato anche dopo il Cristianesimo. Se invece volessimo fare un ragionamento storico non potremmo pretendere di riportare indietro l'orologio della storia a prima del 1948 con la sua insensata spartizione.
D'altronde sin dalla composizione del gruppo promotore della risoluzione era chiaro che l'intenzione era di dare una legittimazione politica allo stato palestinese. Nulla a che vedere quindi con la parola Cultura! dell'acronimo.
Ferisce invece l'appiattimento del voto italiano. Nei lontani anni democristiani ci si vantava di riuscire a barcamenarsi tra Israele e l'allora inesistente Palestina.
Un colpo di qua e uno di là e gli attentati li facevano altrove. Speravo che quei tempi di nanismo politico fossero per sempre allontanati e invece ora non riusciamo nemmeno più ad esprimere un voto e ci rifugiamo dietro una vergognosa astensione. Per un governo finto decisionista quale quello renziano questo immobilismo stona assai.
Sono sempre stato un amico di Israele pur non condividendo la sua recente politica in merito alla questione palestinese. Credo infatti che la via della pace sia l'unica perseguibile e penso che finalmente se ne sia reso conto anche il mondo arabo.
Mi domando allora perché sporcare una decisione culturale con una inutile scelta faziosamente di parte.
Ezio Vardanega

(La Stampa, 21 ottobre 2016)


Festa delle Capanne: musulmani palestinesi visitano un insediamento

Gli insediamenti israeliani in Cisgiordania sono visti da molti come un ostacolo alla pace. Questo però è stato manifestamente ignorato da 110 musulmani che hanno fatto visita a una Sukka in Efrat.

Nell'insediamento Efrata israeliani e palestinesi hanno celebrato insieme la Festa delle Capanne

EFRAT - "Dobbiamo mostrare al mondo che siamo in grado di fare la pace". Con queste parole, il quotidiano israeliano "Ma'ariv" ha citato Riad Abu Ahmad, un residente della città palestinese di Abu Dis, vicino a Gerusalemme. Mercoledì il musulmano ha preso parte ad una manifestazione nell'insediamento Efrat, per contribuire alla riconciliazione tra israeliani e palestinesi. Efrat si trova a sud ovest di Betlemme.
Ad invitarlo è stato il presidente del Consiglio regionale locale, Oded Revivi. Così 110 musulmani sono venuti dalla Cisgiordania nella sua Sukkah. Tra gli ospiti c'erano capi palestinesi di Wadi Nis, Hebron e Betlemme. "Siamo felici di venire a Efrat,", ha detto Abu Ahmad. "Allah vi conceda di avere un buon anno", ha detto facendo riferiimento al Capodanno ebraico di due settimane e mezzo fa. "Noi ci nutriamo in Israele, quindi dobbiamo avere cura del piatto da cui mangiamo. Bisogna porre fine al terrorismo e fare la pace."
Hanno accettato l'invito anche rappresentanti di alto livello della polizia israeliana e dell'esercito. Il comandante del personale della sede centrale dell'esercito, il generale Nitzan Alon, ha osservato che Efrat è sempre stato un modello da imitare per i rapporti di buon vicinato. "Quando ci si incontra e si parla, si possono risolvere molti problemi, e perfino sfide nel campo della sicurezza."
Il comandante della Brigata-Etzion, Roman Gofman, ha parlato di un "buon inizio per ulteriori incontri di lavoro". Era presente anche il comandante della polizia israeliana in Giudea e Samaria, Moshe Barkat, come pure il capo della polizia di Hebron, Morris Chen.

 Abbastanza posto per tutti
  L'ospitante Revivi ha espresso tuttavia il proprio rammarico perché non è venuto alla visita in Efrat il capo dell'organizzazione anti-governativa "B'Tselem", Hagai El-Ad. Sarebbe stato molto meglio, invece di andare alla riunione del Consiglio di Sicurezza, dove venerdì scorso l'israeliano ha invitato la comunità internazionale ad agire contro gli insediamenti israeliani.
Tutti gli ospiti seduti alla Festa dei Tabernacoli "sono venuti per vedere e dimostrare che c'è abbastanza spazio per tutti", ha aggiunto il presidente regionale. Ci sono stati temi di conversazione e argomenti su cui i visitatori sono stati unanimi. "Quanto più si parla, tanto più si arriva a conoscerci, tanto maggiore è il potenziale per una vita migliore."
Nella Sukka erano presenti più di 100 persone, ha valutato Revivi prima recitare la preghiera: "Il Misericordioso ci risolleverà la capanna di Davide." Questo si riferisce a una promessa contenuta nel libro del profeta Amos: al capitolo 9, versetto 11, leggiamo: "In quel tempo io rialzerò la capanna di Davide, ne riparerò i danni, ne rialzerò le rovine e la ricostruirò com'era nei giorni del passato."

(israelnetz, 21 ottobre 2016 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


In ascolto - Sukkot

di Maria Teresa Milano

La mia nonna aveva una straordinaria abilità narrativa, che le veniva da una curiosità innata per il genere umano e dal desiderio di custodire memorie di vita, un desiderio che mi ha lasciato in eredità. In effetti sono cresciuta con l'idea che tra le cose più importanti da salvare al mondo ci siano senz'altro le storie.
   Per Sukkot ho ripreso in mano una vicenda poco conosciuta e "salvata" dallo storico Paolo Veziano, autore di un saggio davvero interessante sulla comunità ebraica di Sanremo, la cittadina della Riviera ligure che fin dal medioevo cominciò ad attirare ebrei dall'Europa centrale per via dell'ottima qualità di cedri e palme. "Gli statuti di Sanremo del 1435 tutelavano gli interessi dei commercianti ebrei, autorizzati a scegliere i cedri che avessero le caratteristiche necessarie all'uso rituale ma a partire dal 1600, con l'intensificarsi del commercio, il famoso "taglio all'ebrea" di cedri e palme innescò problemi di natura economica", spiega Veziano. Gli ebrei, che venivano in Riviera partendo addirittura da Praga, da Cracovia e dalla Lituania, si procuravano il mirto (in dialetto mortella) a Seborga, nell'entroterra....

(moked, 20 ottobre 2016)


Il silenzio italiano sulla Shoah culturale

L'astensione dell'Italia all'Unesco su Israele è l'ultimo atto di una sospetta e pericolosa sottomissione

di Claudio Cerasa

 
Ieri pomeriggio lo abbiamo fatto: siamo andati in piazza, di fronte alla sede dell'Unesco, a Roma, per trasformare il muro dell'Unesco in un Muro del Pianto, per fare un po' di chiasso pacifico contro la decisione folle dell'organizzazione delle Nazioni Unite di cancellare con una mozione e con un tratto di penna la vita millenaria della Gerusalemme ebraica e lo abbiamo fatto con centinaia di lettori e amici appassionati che con noi hanno deciso di rompere il muro dell'indifferenza inviando un messaggio chiaro: la negazione della storia di Israele coincide con la negazione della legittimità dell'esistenza di Israele, e tutto questo altro non è che una forma di Shoah culturale, di rimozione della memoria. In questa ennesima storia di violenza inaudita che riguarda il popolo ebraico, e non solo, c'è una storia nella storia che è quella dell'Italia. La questione la conoscete: la mozione maledetta che è stata votata all'Unesco e con la quale è stato negato ogni rapporto fra l'ebraismo e il Monte del Tempio e il Muro del Pianto, il primo luogo santo degli ebrei, che da qualche giorno non va più chiamato con l'ebraico "Kotel" ma con l'arabo "al Buraq", ha ricevuto pochi voti contrari e tra questi non c'è stato il voto dell'Italia, che ha scelto di astenersi.
  Al termine della giornata di ieri, quando la nostra manifestazione si è spostata dalla sede dell'Unesco al Palazzo Chigi, due deputati del Partito democratico, Emanuele Fiano e Lia Quartapelle, si sono avvicinati a noi e ci hanno detto di essere in difficoltà: nessuno sa spiegare perché il governo ha dato mandato al suo ambasciatore all'Unesco di astenersi e non, come hanno fatto Germania, Olanda, Stati Uniti e Gran Bretagna, di votare contro una risoluzione scellerata. La storia nella storia non riguarda però soltanto la vicenda dell'Unesco ma riguarda un rapporto più generale che il governo italiano ha scelto di avere con alcuni paesi arabi. La mozione contro Israele è stata depositata dal regime islamico del Sudan, il cui presidente Bashir è ricercato all'Aia, ed è stata sostenuta da alcuni paesi islamici (Algeria, Egitto, Marocco, Oman, Qatar) di fronte ai quali evidentemente il nostro governo ha scelto di non volersi schierare contro. Ci possono essere mille motivazioni politiche e geopolitiche che suggeriscono a un governo di non inimicarsi, diciamo così, i paesi islamici ma negli ultimi due anni ci sono stati alcuni fatti eclatanti, gravi, di fronte ai quali il presidente del Consiglio ha sempre scelto di glissare, personalmente e attraverso la sua maggioranza. Non si può dire, perché non è così, che Renzi non sia amico di Israele, anzi. Si può dire però che alcuni episodi fanno dubitare di una capacità italiana: non essere sottomessi all'islamicamente corretto. Episodio numero uno, ottobre 2015, un anno fa: a Palazzo Vecchio, a Firenze un nudo dell'artista Jeff Koons venne coperto con un paravento per non urtare la sensibilità dello sceicco Mohammed bin Zayed al Nahyan. Episodio numero due, gennaio 2016: il governo riceve il presidente iraniano Rohani e per non urtare la sensibilità dell'ospite sceglie di utilizzare pannelli bianchi per coprire i nudi di marmo durante la visita a Roma del presidente, che non a caso subito dopo la visita ha ringraziato di cuore il presidente del Consiglio per il grande senso di ospitalità mostrato dall'Italia.
  Episodio numero tre: la scelta, rispetto al riconoscimento della Palestina, di non seguire la linea di Inghilterra e Olanda, che hanno votato contro il riconoscimento, ma di approvare due mozioni pasticciate per non prendere definitivamente posizione e dire sì ma anche nì. A tutto questo va poi aggiunto qualche dettaglio che non è soltanto un dettaglio. La scelta del ministro qatariota Hamad bin Abdulaziz al Kawari di aprire proprio in Italia la sua campagna per l'elezione a direttore generale dell'organizzazione Onu per la cultura. La decisione o forse solo la tentazione di lavorare per un massiccio ingresso di fondi di investimento del Qatar - i cui rapporti con l'estremismo islamico sono più che ambigui, per usare un eufemismo - all'interno del capitale del Monte dei Paschi di Siena. La scelta dello stesso Rohani di puntare sull'Italia come primo paese europeo da visitare da presidente della Repubblica islamica. Sono tutti episodi diversi, molti dei quali legati alla realpolitik, ma sono tutti episodi in cui il governo non fa altro che alimentare la sua ambiguità culturale: come si può, a parole, stare dalla parte di Israele, fare buoni discorsi alla Knesset, dirsi amico del popolo ebraico e poi coltivare ambiguità tipiche da sottomissione con tutti coloro che sognano la cancellazione della memoria, passata e futura, del popolo ebraico? L'astensione dell'Italia all'Unesco non è solo un semplice incidente ma è la spia di un problema più grande che riguarda l'identità di un paese, e che riguarda un tema che chi ha a cuore le sorti d'Israele non può che augurarsi che sia risolto in fretta. Grazie.

Perché siamo scesi in piazza

(Il Foglio, 20 ottobre 2016)


L'Unesco e Gerusalemme una ferita per l'umanità
    Articolo OTTIMO!


UN MONITO - Se si può negare il riferimento specifico del Monte del Tempio ali'ebraismo, si può negare tutto e cancellare, dopo la storia, anche gli esseri umani.
IPOCRISIA - L'astensione italiana sconfessa i discorsi dei nostri politici alle Giornate della Memoria.

di Giuseppe Laras *

 
Caro direttore, infamie e verità negate. Riguardo alle delibere Unesco e Onu sull'importanza di Gerusalemme per Ebraismo, Cristianesimo e Islam, si vorrebbe pensar bene. Invece, circa il Monte del Tempio, i nomi appaiono solo in arabo e la pregnanza spirituale riconosciuta è solo islamica. Inoltre, compaiono riferimenti unilaterali alle violenze da parte ebraica, senza menzione alcuna circa i terroristi islamici e le efferatezze di cui, da sempre, sono vittime gli israeliani. Uno sguardo, infine, ai Paesi firmatari, per lo più islamici, molti dei quali non democratici, almeno per come è inteso in Occidente tale aggettivo; Paesi in cui è sconsigliabile e pericoloso appartenere a minoranze religiose (pena sottomissione o persecuzione), essere donna o gay.
  La domanda è semplice: il Monte del Tempio è un sito solo islamico? Il muftì di Al-Aqsa, M. A. Hussein, sostiene addirittura che non sia mai esistito alcun Santuario sul Monte del Tempio, ma solo una moschea. Da sempre! E così, nella dichiarazione Onu-Unesco, la passata e presente memoria ebraica del Tempio scompare, nonostante Salomone, Erode, l'ebreo Gesù di Nazareth che vi pregò e i Romani che lo distrussero; nonostante migliaia di ebrei abbiano nei secoli successivi, non appena veniva concesso loro, continuato a recarvisi e a pregarvi; nonostante Karl Marx si sia lamentato per come i musulmani colà affliggessero gli ebrei; nonostante Freud, Einstein, Wiesel, Levinas, Buber e tanti altri (in teoria molto amati dagli occidentali); nonostante Shimon Peres, per cui i governanti italiani hanno versato lacrimucce. Meno male che, prima che della pace, Peres si preoccupò della sicurezza di Israele! La preghiera alla Spianata è riservata ai musulmani, che l'hanno interdetta a cristiani ed ebrei (a differenza del Muro, accessibile a chiunque). Perché alcuni ebrei potessero pregarvi, è stato necessario proteggerli con l'impiego di militari. Assieme ai check-point per contenere gli attentati e agli studi biblico-archeologici in loco, che - quale stranezza! - rinvengono reperti della storia ebraica, questi sarebbero i crimini degli israeliani controllanti il sito. E che dire del luogo (Hebron) ove sono sepolti Abramo, Isacco e Giacobbe - i Patriarchi del popolo ebraico-, definito con nomenclature solo islamiche?
  Dietro alla clamorosa infamia politico-ideologica perpetrata, dimora un assunto teologico che i Paesi musulmani firmatari non dichiarano: secondo la loro tradizione religiosa, Abramo avrebbe legato sul Monte Moriah Ismaele e non Isacco, e la Bibbia, alterata a loro avviso dagli ebrei, risulterebbe falsa e ogni pretesa ebraica, dunque, illegittima. La Bibbia precede di secoli il Corano e la storia ebraica e cristiana, come pure ellenistica, romana e bizantina, narra ben altri fatti, comprovati peraltro da testimonianze archeologiche e filologiche. Per il muftì, invece, c'è la moschea dall'origine del mondo!
  Questo è il cul de sac in cui ci troviamo: la necessità di garantire degna libertà di culto a tutti e drammatiche omissioni più chiare di mille parole, almeno per chi sa leggerle. A peggiorare le cose, ecco i Paesi europei (Italia inclusa), con la morale astensionistica (anzi anti sionistica!), con cittadini musulmani da ingraziarsi più numerosi degli ebrei, con i ricatti economici dei Paesi islamici e, prima di tutto, con un'assordante pusillanimità culturale e morale. E i cristiani europei, i rappresentanti e le forze politiche dove sono? È nobile e doveroso l'impegno per la pace (che noi ebrei condividiamo). Ne consegue che è parimenti nobile e doveroso affrontare il reale con le sue difficoltà e spigolature: tacere sulla santità e significanza del Monte del Tempio per gli ebrei, è tacerlo anche in relazione al Cristianesimo. Anzi, negando agli uni ciò, lo si nega ai secondi, facendone rovinare a terra l'edificio religioso e simbolico. Ma anche da questi pulpiti silenzi e buonismo imperante. Dissimulato marcionismo di ritorno? Devo dedurre che il dialogo ebraico-cristiano è stato ed è una farsa?
  La storia attesta che, quando dominata da cristiani o musulmani, Gerusalemme spesso risultò inaccessibile ai due restanti monoteismi. Pur con difficoltà e limiti, è divenuta città accogliente qualunque pellegrino (come pure chi non ha fede) solo da quando c'è lo Stato di Israele, e questo è un dato incontrovertibile. Se si può negare il riferimento specifico fondamentale e fondante del Monte del Tempio all'Ebraismo e agli ebrei, si può negare tutto, radicalmente, e cancellare, dopo la storia e le sue evidenze, gli esseri umani. Negazionismo sub utraque specie. E può accadere ovunque e non solo agli ebrei! Israele si conferma necessario e indispensabile freno a tale abominio, ed è doveroso l'appoggio dei Paesi liberi, altrimenti in contraddizione con loro stessi. Infine, se l'Italia non è riuscita a essere ferma su questo (sconfessando Spadolini e altri), mi chiedo come possa essere un credibile «agente di pace» in Medio Oriente. Da superstite della Shoah, da italiano e da ebreo, dinanzi a tale sì vile e infamante astensione, ritengo che, signori politici italiani, alle Giornate della Memoria e della cultura ebraica, dovreste starvene a casa vostra e non nausearci con discorsi melensi e ipocriti, per di più postumi, sconfessati dalle vostre stesse pratiche.
* Presidente del Tribunale rabbinico Centro Nord Italia

(Corriere della Sera, 20 ottobre 2016)


La sparata Unesco sul Monte del Tempio è talmente grossa che ha buone probabilità di estendersi e mettere radici. Perché contrariamente a quello che si pensa, la menzogna, soprattutto quella di stampo islamico, per diventare popolare e diffondersi deve essere così enorme da occupare quasi tutto lo spazio visivo e colpire gli oppositori in modo tale da renderli così smarriti da non sapere quasi da che parte cominciare a rispondere. Alcuni, come rav Laras, hanno deciso di cominciare dall’inizio, e hanno fatto bene, ma probabilmente pensavano che non avrebbe dovuto essere necessario. Invece era necessario, e come, ma basterà? Basterà a far crollare quel cumulo di piccole e meno piccole menzogne che si sono accumulate durante gli anni sotto il rassicurante mantello della “pace”? E’ lecito dubitarne. M.C.


Il voto all'Unesco è parte di uno tsunami contro Israele che arriva dall'Europa

di Giulio Meotti

ROMA - Nel 2010, il Reut Institute di Tel Aviv pubblicò un rapporto che recitava: "Israele andrà incontro a un'ondata di delegittimazione globale". Sei anni dopo, l'ondata è diventato uno tsunami. E per fermarlo, Israele non può schierare la fanteria, i checkpoint, gli F-35, le batterie antimissile. E' una specie di ipnosi: cancellare Israele, costi quel che costi. Non solo col sangue, ma anche con l'inchiostro. E' questo il significato della risoluzione dell'Unesco, con sede a Parigi, che ha reso "Judenrein" (libera da ebrei) Gerusalemme. Lo vedi, per citare una serie di episodi nell'ultimo anno, quando l'Unione europea toglie Hamas dalla "lista nera" dei terroristi. Lo vedi quando alla Knesset il governo israeliano presenta la lista dei paesi nemici e, oltre all'Iran, scopri che è entrata in lista anche la Svezia. Lo vedi quando il Consiglio dei diritti umani di Ginevra fa un'altra "lista nera" con le aziende che fanno affari nei Territori amministrati da Israele. Lo vedi quando Daniel Goldhagen, nel libro "The devii that never dies", annuncia che "oggi duecento milioni di europei vedono Israele come simil nazista". Lo vedi quando Leila Zerrougui, commissaria Onu per i bambini nei conflitti armati, include Israele in una lista assieme a Isis, Boko Haram e talebani. Lo vedi quando il Consiglio di sicurezza dell'Onu quest'anno condanna gli attentati in Francia, Sinai, Libano, Mali, Tunisia. Turchia, Iraq, Siria, Nigeria, Burkina Faso, Somalia e Sudan, ma mai in Israele. Lo vedi quando, da Napoli a Palermo alla banlieue parigina, i sindaci di tante città danno la cittadinanza onoraria a Marwan Barghouti, stragista e stratega dell'Intifada (no, non ci sono strade intitolate a Totò Riina o ai fratelli Abdeslam a Gerusalemme). Lo vedi dal fiume di denaro che le ong ricevono dai paesi europei per far confessare a Israele i suoi "crimini di guerra" (hanno testimoniato questa settimana al Consiglio di sicurezza dell'Onu). Lo vedi quando politici israeliani, come Tzipi Livni, non possono mettere piede a Londra senza il timore di essere arrestati (è successo a luglio, quando Livni è stata "convocata" dalla magistratura inglese). Lo vedi dal numero di docenti in Europa che aderiscono al boicottaggio dei colleghi israeliani. Lo vedi quando i musei in Danimarca e in Francia allestiscono mostre sui "martiri" palestinesi. Lo vedi quando i titoli di giornale di tutto il mondo, dal New York Times alla Cnn, nascondono i coltelli della Terza Intifada. Lo vedi quando il Journal du Dimanche pubblica un sondaggio da cui emerge che il sessanta per cento dei francesi addossa agli ebrei parte della responsabilità per l'antisemitismo. Lo vedi quando Abu Mazen parla al Parlamento europeo, dichiara che Israele avvelena i pozzi palestinesi e raccoglie una standing ovation. Lo vedi quando i fondi pensioni in Norvegia escono dal mercato israeliano per ragioni "etiche". Lo vedi quando le chiese di Londra riproducono il checkpoint di Betlemme ai piedi dei loro altari. Lo vedi quando le donne israeliane sono uccise nelle loro case e il presidente Hollande si rifiuta di inserirle nell'elenco delle vittime globali del terrorismo. Lo vedi quando un giudice in Austria stabilisce che gridare "morte agli ebrei" è un legittimo slogan politico. Lo vedi quando un ministro olandese dell'Economia suggerisce di spostare lo stato ebraico in Galizia. Lo vedi quando Israele scompare dai libri di testo della Harper Collins. Lo vedi quando il laburista Jeremy Corbyn sostiene che "i nostri amici ebrei non sono responsabili delle azioni di Israele come i nostri amici musulmani per l'Isis". Lo vedi quando il quotidiano più venduto in Svezia accusa i soldati israeliani di prelevare organi ai palestinesi. Contro Israele non occorre portare accuse fondate, basta attribuirgli, ricorrendo alla superstizione, di essere la fonte di ogni male, un anacronismo storico, e non la patria dell'umanità. E' così che Israele, per usare le parole del regista danese Lars von Trier, è diventato "il dito nel culo del mondo".

(Il Foglio, 20 ottobre 2016)


Italia ritratti il voto, lettera a Mattarella

Intervista a Sergio Della Pergola

Sergio Della Pergola

L'Italia ha una sola possibilità: quella di ritrattare "l'equivoco non voto" sulla "vergognosa" risoluzione dell'Unesco che "taglia i millenari legami ebraici" con Gerusalemme. L'invito, pressante, arriva dal demografo italo-israeliano Sergio Della Pergola, il quale denuncia una posizione che ha visto l'Italia relegarsi, per sua stessa scelta, ad assistere "in silenzio e in tribuna" ad un voto "clamoroso ed inaccettabile".
Alla vigilia della visita del presidente Sergio Mattarella in Israele dal 29 ottobre al 2 novembre, Della Pergola ha raccontato all'ANSA "il profondo scontento" che gli ebrei italiani d'Israele provano su questo tema. "Non si può rimanere assenti di fronte ad un gesto palesemente anti-ebraico come quello dell'Unesco. L'Italia - ha spiegato - voti con dignità e rifiuti i volgari ricatti che stanno dietro la scelta dell'Unesco". "Mattarella - ha spiegato - è una persona esemplare che ha sempre espresso in maniera inequivocabile grande vicinanza agli ebrei italiani e a lui va il nostro ringraziamento. Il suo primo gesto da presidente è stato quello di recarsi alle Fosse Ardeatine: un atto non atteso e insolito. E nel suo discorso di insediamento ha voluto ricordare Stefano Tachè il bambino ebreo italiano ucciso di fronte alla Sinagoga di Roma da terroristi palestinesi. Non lo abbiamo dimenticato e mai lo dimenticheremo. Proprio per questo deve essere informato di questo nostro profondo scontento: una reazione di cui, spero, si vorrà tenere conto".
Per Della Pergola quello compiuto dall'Unesco "è grottesco, provocatorio, vergognosamente sbagliato. Da millenni gli ebrei sono legati al Monte del Tempio a Gerusalemme di cui il Muro del Pianto è l'ultimo bastione rimasto: sono realtà storica, archeologica e simbolo di fede. Pretendere di chiamare quei luoghi con terminologia esclusivamente araba, assegnata loro da successive vicende storiche, significa castrare la storia, fare del negazionismo. L'Unesco ha compiuto un atto palesemente antiebraico".
Ma non solo: quel voto, a giudizio di Della Pergola, è anche "anti israeliano". "Denunciare l'occupazione di Israele di Gerusalemme come fa quella Risoluzione - ha osservato - non c'entra nulla con la questione che sosteniamo. Anche se Israele non esistesse, il Monte del Tempio resterebbe luogo santo per gli ebrei di tutto il mondo e così continuerebbe ad essere chiamato".
Infine per il demografo c'e' un terzo aspetto: "Ci saremmo aspettati che i nostri confratelli cristiani esprimessero le nostre stesse idee: su quel Monte ha agito da ebreo Gesù e non predicava contro gli imam della Moschea di al Aqsa ma contro i mercanti del Tempio, come ricorda il Vangelo. Tagliare la radice ebraica di questo legame, vuol dire recidere anche quella cristiana con lo stesso luogo". "Invece - ha concluso - assistiamo da parte dei nostri confratelli ad una politica del silenzio e remissiva. Ma quello dell'Unesco resta un insulto".

(ANSAmed, 20 ottobre 2016)


Mattarella è vicino agli ebrei, dice Della Pergola. Questo però non dice niente su quello che pensa di Israele. Sono ormai tanti quelli che mostrandosi amici degli ebrei ritengono di essere moralmente legittimati a respingere Israele. Sarà il Presidente Mattarella a illuminare l’offuscata immagine morale dell’Italia elevando un’alta voce di dissenso? O sarà proprio Mattarella a rivelarsi come l’autentico rappresentante di una pavida Italia “astenendosi” anche lui dal prendere posizione? Si vedrà. M.C.


Firenze e l'Unesco, una tutela da rifiutare, se si offendono gli ebrei

E bastata una scarica di voti per mandare al macero quintalate di carta sul valore del dialogo tra le religioni e sulla cultura come veicolo di pace.
Come valutare diversamente la risoluzione approvata dall'Unesco, l'agenzia delle Nazioni Unite, che ha disconosciuto il carattere anche ebraico della città vecchia di Gerusalemme?
Un colpo di cimosa sull'identità (plurale) del Monte del Tempio è forse accettabile al di là di ogni giudizio politico sull'azione del governo israeliano, mentre l'antisemitismo riprende forza nel mondo?
Il documento era stato presentato da alcuni Paesi islamici ma è stato approvato a maggioranza, con il no di sei Paesi occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna, Lituania, Olanda, Germania ed Estonia) e l'astensione di altri, Italia compresa. Una scelta sconcertante. La polemica è esplosa con virulenza. Il Foglio ha convocato una manifestazione di protesta a Roma. Il significato di quel voto d'altra parte non lascia spazio a dubbi sull'obiettivo da cogliere: contestare la legittimità di Israele (definito «Paese occupante»), la sua storia, l'insediamento degli ebrei in quella terre, ignorare i loro simboli e i loro valori. Negare. Negare una realtà per colpirla. E non ci può essere contestazione che tenga sulla presenza degli israeliani nella parte di Gerusalemme perduta dalla Giordania nel 1967 se si accompagna alla volontà di cancellare i luoghi più sacri del popolo ebraico.
Firenze beneficia da molti anni della tutela dell'Unesco, come ricordano le targhe poste agli ingressi delle mura. Ma tutela dell'Unesco non può significare solo difesa di monumenti, vuol dire difesa della cultura come progresso civile dell'umanità. E questo è il contributo che nei secoli la nostra città ha sempre dato. Questa è la città di Giorgio La Pira, il sindaco che dette voce alla sua vocazione internazionale. Ed è anche la città di Matteo Renzi, che tra i suoi primi atti decise di illuminare la cupola della sinagoga. Qui diamo luce al tempio degli ebrei e accettiamo passivamente il colpo inferto per odio al Muro del Pianto? Dario Nardella ha titolo per chiedere all'Unesco di ripensarci. Altrimenti trovi il coraggio di rifiutare una tutela che cozza scopertamente contro la coscienza di questa città. Un gesto forse più efficace di qualunque mossa diplomatica. (p.e.)

(Corriere fiorentino, 20 ottobre 2016)


Il titolo di questo articolo potrebbe indicare un latente desiderio di rendere antipatici gli ebrei. La legittimità di Israele deve essere difesa soltanto perché altrimenti “si offendono gli ebrei”? M.C.



Parashà della settimana: Vezot ha berachà (Questa è la benedizione)

Deuteronomio 33:1-34:12

 - Vezot ha berachà (questa è la benedizione) che Moshè impartisce ai capi delle tribù d'Israele riuniti intorno a lui nella valle del Giordano. Moshè rivolge a loro parole in cui le benedizioni si mescolano ad avvertimenti e dove le indicazioni del capo si mescolano con quelle del profeta.
La Torah termina con questa parashà dove viene fatto un elogio di Moshè da parte di D-o stesso. "Non è sorto un profeta in Israele come Moshè con cui il Signore ha parlato bocca a bocca… e per tutti i miracoli che Moshè ha compiuto difronte agli occhi di tutto Israele" (Deuteronomio 34.10).
Rashì spiega che difronte "agli occhi" di tutto Israele, Moshè aveva rotto le prime Tavole della Legge ed in questo aveva agito per il bene del popolo. Il commento di Rashì è straordinario! Difatti nel rompere le Tavole nel momento in cui i figli d'Israele avevano fabbricato il vitello d'oro, Moshè aveva salvato il popolo dalla distruzione. Come? Distogliendo l'ira di D-o dal loro peccato verso la necessità di donare al mondo nuove Tavole.
Rompere le Tavole testimonia la vera natura della Torah, dove quello che conta è il suo contenuto anche se ridotto in cocci. Spetta ad Israele difatti ricomporre questo "contenuto" per trovarne il significato e realizzarlo. Quando gli ebrei si allontanano dal peccato, (sur merà) i cocci cioè le lettere tornano a riunirsi e la benedizione del Signore giunge a proteggere il popolo d'Israele.
Moshè nei suoi ultimi giorni di vita benedice le tribù d'Israele seguendo un ordine geografico del territorio di loro appartenenza.

Ruben
"Che Ruben viva e non perisca e numerosi siano i suoi uomini" (Deuteronomio 33.6). La tribù di Ruben era costantenente esposta agli attacchi dei vicini per cui aveva bisogno di molti uomini adatti al combattimento.In più Ruben contrariamente ai suoi fratelli non brilla in qualità, ma non per questo egli deve rinunciare al suo futuro. Ruben vivrà e non morrà perché ogni elemento di Israele non può scomparire senza che la Nazione ne risenta. Il popolo ebraico ha bisogno di tutti senza eccezioni.

Giuda
La tribù di Giuda precederà i suoi fratelli nella conquista del paese di Canaan. Giuda sarà all'avanguardia non solo delle battaglie materiali ma anche di quelle spirituali e formerà lo zoccolo duro del popolo ebraico. Dal suo seno uscirà la famiglia reale con David re d'Israele.

Levi
"Essi insegneranno la tua Legge ad Israele". Saranno i veri guardiani della Torah che metteranno tutte le loro forze al servizio divino (avodat Hashem). Moshè implora l'aiuto diretto di D-o su questa tribù a causa delle avversità che incontrerà nel corso della storia come testimone fedele dell'identità ebraica.

Beniamino
E' "l' amato del Signore" (Deuteronomio 33.12). Dei figli di Giacobbe è stato l'unico a non inchinarsi ad Esaù (antenato dei popoli pagani) in quanto era ancora nel ventre di sua madre Rachele. Per questa ragione il Tempio di Gerusalemme dove verrà riposta l'arca dell'Alleanza, sarà costruito sul suo territorio, protetto da D-o.

Giuseppe
Ricco per la fertilità del suolo e per il favore del cielo, le tribù gemelle di Efraim e Menaschè godranno di una prosperità eccezionale. "Venga questa benedizione sul capo di Giuseppe… che ha lo splendore di un toro primogenito" (Deuteronomio 33.16). In questa benedizione Ba' hya vede un'allusione al messia figlio di Giuseppe che precederà il messia figlio di Davide liberatore delle dieci tribù d'Israele disperse nel mondo, annunciando la Redenzione.

Issacar e Zevulun
Zevulun sarà una tribù di commercianti ingegnosi e di marinai, che andranno in esplorazione di altre terre per incrementare i loro affari.
Issacar sarà l'uomo studioso della Torah e per questo verrà sostenuto dalla ricchezza di Zevulun. L' associazione tra i due darà ad Israele un esempio di fraternità consacrata al servizio della Legge divina.

Gad
Moshè dice: "Benedetto colui che allarga il territorio di Gad". Questa tribù partecipava con valore alle guerre contro i pagani nell'intento di allargare il suo territorio. La tomba di Moshè rabbenu si trova nel territorio di Gad sul monte Nebo.

Dan
Coraggioso e vigoroso come un "Giovane leone che salta da Bashan” (Deuteronomio 33.22). Dan rappresenta la forza di un popolo che ha dato un giudice come Sansone e non mancherà di sostenere Israele con un continuo dinamismo.

Naftali
"E' pieno della benedizione di D-o. Possiede i territori ad oriente e a mezzogiorno" (Deuteronomio 33.23). La benedizione data a Naftali si compone di due ricchezze. Una riguarda questo mondo chiamato mezzogiorno e l'altra il mondo a venire chiamato oriente.

Ascher
"E' il più benedetto dei figli di Giacobbe" (Deuteronomio 33.24) cioè benedetto da una numerosa discendenza. Il territorio di Ascher è ricco di minerali e di abbondanti prodotti della terra la cui ricchezza verrà condivisa con le altre tribù d'Israele.

Se raffrontiamo ora l'ordine delle benedizioni con la situazione geografica del paese, si può notare come Moshè abbia seguito un iter preciso nel nominare le tribù d'Israele, guardando il panorama dal monte Nebo.
Moshè muore "baciato da D-o". Nessuno conosce il luogo della sua tomba per evitare centri di pellegrinaggi e di culto come accade in altre religioni. La morte di Moshè non è il punto finale della sua esistenza, in quanto la parola dell'arciprofeta è ancora oggi presente tra il popolo eletto da D-o. F.C.

*

 - Prima di morire Mosè lascia una benedizione al popolo. Ma che autorità ha Mosè per fare questo? In circostanze come questa, benedire significa trasmettere un bene proveniente da Dio. Per un padre, benedire i figli in punto di morte è come fare testamento a loro beneficio. Ne ha l'autorità, perché è attraverso i genitori che Il Signore fa arrivare ai figli la vita, e quindi anche precisi beni ad essa collegati.
Mosè però non è padre in questo senso, perché Israele non è figlio suo, ma di Dio (Esodo 4:22). Mosè non ha neppure l'autorità di benedire come sacerdote, perché tale non è. Per questo qualcuno potrebbe pensare che la persona più adatta a benedire il popolo in punto di morte sarebbe stata Aaronne, non Mosè. Ma così non è avvenuto.
Quasi a rispondere a questa obiezione, prima che si compia questa solenne benedizione, la Scrittura indica qual è titolo che Mosè riceve per avere l'autorità di compiere quell'atto:
"Questa è la benedizione con la quale Mosè, uomo di Dio, benedisse i figli d'Israele, prima di morire" (Deuteronomio 33:1).
E' la prima volta che nella Scrittura compare l'espressione "uomo di Dio"; nessun patriarca prima di lui aveva ricevuto questo titolo. Senza dubbio questo ha la sua importanza, perché l'introduzione di un nuovo termine nella Bibbia ha sempre un significato che deve essere ricercato. Nel seguito, l'espressione serve sempre a indicare un profeta o, in un paio di casi, il re Davide (2 Cronache 8:14, Neemia 12:24,36), mai un sacerdote.
Mosè, che certamente è stato il primo profeta che ha portato la Parola di Dio al popolo, ha svolto anche funzioni simili a quelle di un re, com'è detto in questo passo: "... ed egli è stato re in Ieshurun" (Deuteronomio 33:5).
A questo si può aggiungere che Mosè ha svolto anche la funzione di mediatore. E' a lui il che popolo deve di essere rimasto in vita, protetto dall'ira del Signore; e adesso è a lui che deve non solo la sopravvivenza, ma anche la pienezza delle benedizioni di Dio.
Senza esaminare da vicino i beni promessi a ciascuna tribù, si può subito notare la differenza di tono tra le benedizioni di Giacobbe e quelle di Mosè. Se là non mancavano rimproveri, condanne e minacce, qui tutto è positivo, tutto è aperto alla speranza, tutto invita a rallegrarsi del futuro glorioso riservato al popolo.
«Rallègrati, Zabulon, nel tuo uscire, e tu, Issacar, nelle tue tende! Essi chiameranno i popoli al monte, e là offriranno sacrifici di giustizia; poiché succhieranno l'abbondanza del mare e i tesori nascosti nella sabbia» (Deuteronomio 33:18-19).
Eppure, nel cantico precedente Mosè aveva denunciato la durezza di cuore e l'infedeltà che il popolo aveva mostrato verso il Signore. Come si spiegano questi repentini cambiamenti di tono nella Scrittura? Non si spiegano, se si rimane "sotto il sole", dove non c'è mai "nulla di nuovo"; si spiegano soltanto se ci si lascia trasportare "sopra il sole" dalla Parola di Dio che annuncia il "nuovo" portato dall'opera di Dio, e non da quella degli uomini.
Le ultimissime parole di Mosè, quelle che stanno tra i versetti 26 e 29 del capitolo 33, sono uno sguardo profetico su un futuro che Dio ha preparato, e che un giorno certamente arriverà. Prima di proseguire, si consiglia di rileggere questi versetti o di averli davanti agli occhi.
"Nessuno è pari al Dio di Ieshurun", si dice per prima cosa, e questo già si scontra con quell'Allahu Akbar (Allah è il più grande) che oggi sentiamo risuonare nelle nostre orecchie.
Poco più avanti si dice un'altra cosa di enorme importanza:
"Te beato, o Israele! Chi è pari a te, popolo salvato dall'Eterno?"
E significativo il collegamento fra i due "pari": come non c'è nessun dio pari al Dio di Israele, così non c'è nessun popolo pari al popolo di Israele. Dunque, l'unicità di Dio è espressa sul piano storico-politico dall'unicità di Israele.
Si spiega allora l'accanimento contro la "pretesa" del popolo ebraico di distinguersi dagli altri: non si accetta la scelta di Dio perché non si accetta che ci sia un Dio che sceglie. Ma poiché Dio sceglie per salvare, chi non accetta un Dio che sceglie non può essere salvato. Questo è vero sia per i singoli, sia per le nazioni.
Israele è "un popolo salvato dall'Eterno", ma affinché questo destino di salvezza diventi una realtà storica dovrà arrivare il giorno in cui Israele userà parole simili a quelle di Maria di Nazaret, che all'annuncio dell'angelo Gabriele: "Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio", rispose umilmente: "Ecco, io sono la serva del Signore; mi sia fatto secondo la tua parola" (Vangelo di Luca, cap. 1).
E la parola dell'angelo Gabriele a Maria è questa:
"Ecco, tu concepirai e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo, e il Signore Dio gli darà il trono di Davide, suo padre".
Gli altri popoli invece dovranno dire se vogliono accettare il fatto che Dio ha scelto il popolo d'Israele, e non solo il Messia d'Israele. Da questo dipenderà la loro entrata nel regno messianico o la definitiva sparizione dalla scena.
L'accanimento contro il popolo ebraico, oggi rappresentato dallo Stato d'Israele, è una costante storica umanamente inspiegabile. Non c'è accanimento pari a quello contro Israele, e anche questo conferma che non c'è un popolo pari a Israele, proprio come la Scrittura attesta.
Attenzione però, perché mettersi contro Israele in opposizione alle scelte di Dio non è privo di conseguenze, perché Israele è un popolo salvato dall'Eterno che ha in Dio uno scudo di difesa e una spada di offesa contro i suoi nemici.
"Te beato, Israele! Chi è pari a te, popolo salvato dall'Eterno? Egli è lo scudo della tua difesa e la spada del tuo trionfo. I tuoi nemici verranno ad adularti, e tu calpesterai le loro alture». M.C.

  (Notizie su Israele, 20 ottobre 2016)


Manifestazione a Roma contro la risoluzione dell'Unesco

Cancella le radici ebraiche dei luoghi santi di Gerusalemme

È di ieri la decisione da parte del Consiglio esecutivo dell'Unesco di adottare il testo della risoluzione in cui si definisce Gerusalemme "patrimonio palestinese" e cancella con un tratto di penna le origine ebraiche di alcuni luoghi della città come il Monte del Tempio e il Muro del Pianto, sancendo di fatto la sacralità per questi luoghi soltanto per la religione musulmana.
   Una risoluzione che come si ricorderà è stata presentata dai palestinesi insieme ad Egitto, Algeria, Marocco, Libano, Oman, Qatar e Sudan e poi adottata con il voto favorevole di 24 paesi. Solo 6 i contrari (Usa, Germania, Gran Bretagna, Lituania, Estonia, Olanda) mentre 26 si sono astenuti, tra cui l'Italia.
"Una decisione assurda", aveva commentato a caldo il premier israeliano Benjamin Netanyahu dopo aver appreso la notizia. "Dire che Israele non ha legami con il Monte del Tempio è come dire che la Cina non ha legami con la Grande Muraglia o che l'Egitto non ha nessun legame con le Piramidi: l'Unesco ha perso quel poco di legittimità che ancora aveva". Parere contrario aveva espresso nei giorni scorsi anche la stessa direttrice generale dell'Unesco, Irina Bokova, condannando le divisioni religiose e culturali all'interno dell'organismo delle Nazioni Unite. "Tremila anni di storia, ebraica ma anche cristiana, cancellati con una decisione di chiaro stampo revisionistico e negazionistico - ha dichiarato al riguardo la presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni. "Questa risoluzione - ha aggiunto - che tratta in modo fuorviante anche l'identità di alcuni siti di Hevron e Betlemme, è un insulto all'intelligenza, alla decenza, alle battaglie che tante persone e Istituzioni responsabili e di buona volontà combattono ogni giorno per contrastare i professionisti dell'odio e della menzogna".
   Per protestare contro la decisione "Il Foglio" ha organizzato oggi pomeriggio una manifestazione sotto la sede dell'organizzazione dell'Onu, con l'intento - si legge nel quotidiano in edicola oggi - "di trasformare la sede dell'Unesco a Roma (Piazza di Firenze, 27, a pochi passi dal Parlamento) nel nostro Muro del Pianto: portando di fronte alla sede italiana dell'organizzazione le lettere del Foglio e dei nostri lettori per spiegare che cancellare la storia di Israele non è Educazione, non è Scienza, non è Cultura: è semplicemente una Shoah culturale".
   La protesta era rivolta soprattutto nei confronti di quello che il direttore del Foglio Claudio Cerasa ha chiamato "il silenzio assordante dell'Occidente e dell'Italia". Si è chiesto in particolare al nostro Presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri di spiegare il loro silenzio e le motivazioni che hanno spinto i nostri rappresentanti diplomatici ad astenersi su una mozione che pretende di cancellare dalla storia di Gerusalemme la millenaria presenza ebraica. Stati Uniti e Germania hanno votato contro, quindi non vale nemmeno la scusa che non ci si voleva distinguere dagli alleati tradizionali.
   I manifestanti hanno intonato gli inni israeliano e italiano dopo aver ribadito il legame storico tra il popolo ebraico e Gerusalemme, capitale unica e indivisibile dello Stato d'Israele. "Vergogna per l'UNESCO, vergogna per la delegazione italiana che si è piegata a questo palese gesto di antisemitismo e antisionismo" hanno ribadito in tanti.
   Presente alla manifestazione una delegazione della Fondazione Levi Pelloni e gli amici della Biblioteca della Shoah di Fiuggi e Trivigliano. Pino Pelloni, a nome della Fondazione si è espresso in termini molto netti: "Fuori di senno questi signori dell'Unesco a cancellare dalla storia ebraica e dalla storia dell'umanità il Muro del Pianto e il Monte del Tempio. Con una mozione dettata dall'odio e dall'imbecillità HarHaBait è scomparso e il Kotel Hamaaravì (muro occidentale) da oggi dovrà chiamarsi al Buraq, il nome del cavallo di Maometto. L'Italia non ha trovato l'ardire di opporsi a questa ignominia che porta la firma di una istituzione (inutile e compromessa) a cui era stato demandato il presidio della cultura e dei suoi monumenti."

(Com. Unica, 19 ottobre 2016)


All'Unesco la Francia ha abbandonato nuovamente gli ebrei

L'Europa è asservita all'islamismo. L'Unesco scaccia gli ebrei da Gerusalemme. Le democrazie si sono astenute per paura.

di Giulio Meotti

ROMA - L'Unesco, l'agenzia delle Nazioni Unite per la cultura, ieri ha approvato in via definitiva una risoluzione che disconosce i legami storici degli ebrei con i luoghi santi della Città vecchia di Gerusalemme, che vengono menzionati esclusivamente con i loro nomi islamici, e in cui si definisce Israele "potenza occupante". "Con o senza l'Unesco, il Monte del Tempio è e rimarrà il luogo più sacro per il popolo ebraico", ha detto la ministra israeliana della Cultura Miri Regev, "Abbracciando la falsa narrazione palestinese, del tutto infondata rispetto ai dati della storia, l'Unesco si è coperta di ridicolo".
  Ma di ridicolo si sono coperte anche le democrazie che si sono astenute sulla risoluzione che priva il popolo ebraico anche del Muro del Pianto. Dei paesi europei, soltanto Germania, Inghilterra, Olanda, Estonia e Lituania hanno votato contro la risoluzione. "L'Unesco ha ufficialmente adottato la narrativa islamica", dice al Foglio Ben-Dror Yemini, editorialista di origini yemenite e firma di punta del principale quotidiano israeliano, Yedioth Ahronoth. "Per loro anche Gesù era un bugiardo e un impostore. La risoluzione dell'Onu è basata sulla menzogna. Ma così facendo non favoriscono la riconciliazione, ma l'estremismo islamico". E che dire del tradimento europeo? "Tutti i paesi occidentali che hanno votato contro Israele lo hanno fatto perché hanno paura dell'islam politico radicale e delle maggioranze arabe automatiche all'Onu. Si sono arresi al fondamentalismo. Non puoi combattere l'islamismo a colpi di astensioni. L'appeasement non porta alla pace, ma alla guerra".

 Il caso dell'ambasciatore Andrés Roemer
  C'è un ambasciatore che non si è arreso durante il voto di Parigi. Andrés Roemer Slomianski, l'ambasciatore del Messico all'Unesco, non è soltanto un diplomatico, un avvocato, un economista e l'autore di svariati libri di scienze politiche. Roemer è anche un eroe. L'unico eroe nella giornata della vergogna in cui l'agenzia dell'Onu per la scienza e la cultura ha votato per il disconoscimento delle radici ebraiche di Gerusalemme.
  Giovedì scorso, il Messico è stato uno dei ventiquattro paesi che si sono uniti al blocco arabo-islamico e che hanno fatto approvare la risoluzione. Ma quando si è trattato di votare, Roemer è uscito dall'aula perché, seguendo la sua coscienza, non se l'è sentita di assecondare la risoluzione. "La sua coscienza non gli avrebbe permesso di votare per ignorare il legame storico e religioso con il Monte del Tempio e il Muro occidentale", ha scritto l'ambasciatore israeliano all'Unesco, Carmel Shama-HaCohen. "Si è alzato e ha lasciato l'aula all'inizio delle operazioni di voto e uno dei suoi vice ha votato al posto suo".
  Proprio a causa della presa di posizione di Roemer e dello scandalo che ne è seguito, ieri il Messico si è astenuto nella nuova votazione. Roemer, intanto, ha perso il suo posto da ambasciatore. Il ministero degli Esteri di Città del Messico ha annunciato che sostituirà Roemer, che è il nipote del grande direttore d'orchestra viennese, Ernesto Roemer, che cambiò il nome da Rosenfeld, fuggì dall'Austria quando i nazisti salirono al potere e riparò in Messico, dove venne ospitato dal pittore Diego Rivera.
  Opporsi alla maggioranza arabo-islamica ha un prezzo. Lo sta pagando anche Irina Bokova, direttore generale dell'Unesco e critica della risoluzione: da ieri, Bokova è minacciata di morte e sotto la protezione della polizia. Bokova aveva preso le distanze dal testo, ritenendo che "il patrimonio di Gerusalemme è indivisibile". C'è rabbia a Parigi per la scelta francese nel voto all'Unesco. Il Crif, l'organizzazione che riunisce le istituzioni ebraiche francesi, ha definito "deplorevole" l'astensione della Francia. Lo scorso maggio, il premier Manuel Valls si era schierato contro la risoluzione che "nega la storia e la presenza ebraica a Gerusalemme". Il rabbino capo di Francia, Haim Korsia, ha attaccato il governo, mentre Meyer Habib, membro dell'Assemblea nazionale e il più alto rappresentante della comunità ebraica francese, ha detto in aula che "la Francia ha perso di nuovo l'opportunità di dimostrare fermezza e credibilità". Il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini si è chiesto in un articolo pubblicato dall'edizione francese dell'Huffington Post: "Quanto a lungo la diaspora e le istituzioni religiose ebraiche rimarranno in un paese che nega l'esistenza stessa del collegamento del giudaismo con il centro mondiale della spiritualità e della storia ebraica?".
  I Paesi Bassi si confermano ancora nell'asse pro Israele in Europa. Ma non tutti sono d'accordo con la politica del premier liberale, Mark Rutte. Duro l'ex primo ministro olandese dal 1977 al 1982, Dries van Agt, che pochi giorni fa ha chiesto di processare per "crimini di guerra" il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Van Agt ha anche detto: "Gli ebrei hanno bisogno di un luogo sicuro? Perché non potevano ottenerne uno in Germania? Sarebbe più logico per gli ebrei aver ottenuto un pezzo di terra in Germania, visto che il medio oriente non aveva nulla a che fare con la Seconda guerra mondiale". I soloni dell'Unesco non avrebbero saputo dirlo meglio. Ma già il nazismo parlava in modo derisorio di "luftmenschen", l'ebreo come una "creatura dell'aria" che non ha casa né radici.

(Il Foglio, 19 ottobre 2016)


Gli occhiali intelligenti che raccontano il mondo a chi non vede

Si chiamano OrCam gli occhiali creati da un'azienda israeliana che, grazie ad un sistema audio e video, riconoscono testi scritti, oggetti e persino volti umani, permettendo a chi non vede di leggere e ascoltare la descrizione che li circonda.

di Ottavia Spaggiari

Fino poco tempo fa Karyn Liard non avrebbe mai pensato di riuscire a leggere una favola ai suoi tre bambini. Nata con una retinite pigmentosa, che le ha provocato una perdita della vista del 98%, Karyn è stata tra i primi utenti in Canada, ad acquistare OrCam, gli occhiali intelligenti che, grazie ad una minuscola videocamera incorporata e ad un audio, permettono ascoltare la descrizione di ciò che viene inquadrato: testi scritti e oggetti, arrivando a trasformare letteralmente la vita di chi non può vedere, come racconta Rafi Fisher, portavoce dell'omonima azienda creatrice del prodotto: «Per via della lingua, quello canadese è uno dei primi mercati su cui abbiamo lanciato il prodotto, insieme a Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele, e la storia di Karyn è una delle più significative: oggi chi legge le storie della buonanotte ai bambini è lei», continua Fisher. «Sono piccole cose come questa che cambiano la qualità della vita. Fare la spesa da soli o leggere un menù al ristorante senza bisogno dell'aiuto di nessuno contribuisce ad acquisire una maggiore sicurezza in sé stessi.»
Basato su un algoritmo di riconoscimento visivo, OrCam è il gioiello dell'omonima azienda israeliana, fondata nel 2010 da Amnon Shashua, ricercatore e professore della Hebrew University di Gerusalemme, già fondatore di Mobileye, società quotata in borsa che sviluppa sistemi di riconoscimento visivo per aumentare la sicurezza delle automobili, permettendo di identificare intuitivamente segnali stradali ed evitare pedoni e ostacoli. Entrato sul mercato nel 2015, dopo 5 anni di sviluppo, OrCam è un esempio eclatante del vivacissimo e paziente ecosistema dell'innovazione israeliano dove è possibile investire su ricerca e sviluppo per progetti a lungo termine, basti pensare che oggi l'azienda conta 100 dipendenti, tra cui diverse persone cieche e ipovedenti, il 50% dei quinali lavorano nel dipartimento di R&S.
   «OrCam risponde a un semplice gesto intuitivo», spiega Fisher, «basta indicare con un dito un oggetto, per ottenerne la descrizione audio. Il sistema risponde all'istante e la cosa interessante è che, oltre a leggere i testi e a riconoscere le cose, identifica anche le persone». Grazie ad un sistema di scannerizzazione e memorizzazione dei volti in un archivio virtuale, infatti OrCam permette, anche a chi non vede di riconoscere le persone che si conoscono, trasformandosi così in una mappa per navigare il mondo e sentirsi più autonomi.
   Gli occhiali My Reader, che vocalizzano i testi scritti , costano 2500$, mentre MyEye lo strumento che oltre alla lettura permette anche il riconoscimento di oggetti, prodotti e persone, si aggira intorno ai 3500$. «L'obiettivo nei prossimi anni è quello di entrare in altri Paesi e sempre più utenti. Anche l'Italia è un mercato interessante». E i non vedenti non sono l' unico target di OrCam. «Lo strumento può essere utile anche per chi soffre di dislessia», continua Fisher. «Non pensiamo di sostituire interamente la lettura automatica alla persona, ma se si è dislessici studiare e leggere è spesso molto faticoso. Vogliamo offrire un supporto che faciliti la vita agli studenti che fanno più fatica».

(Vita, 19 ottobre 2016)


Unesco, l'ira della comunità ebraica: "Grave l'astensione dell'Italia"

L'Ucei dopo la risoluzione su Gerusalemme: ci riporta fuori della storia

di Alessandro Di Matteo.

Per gli ebrei è il «Monte del tempio», per i musulmani è luogo dal quale Maometto fu assunto in cielo, per i cristiani il luogo della sepoltura di Gesù: l'area sacra di Gerusalemme è da sempre un luogo simbolo per tutte e tre le religioni monoteiste, ma ieri l'Unesco ha deciso con una risoluzione di ricordare solo il nome arabo di quel fazzoletto di terra che ospita in pochi metri quadrati moschee, chiese e muro del Pianto. Scelta che ha scatenato l'inevitabile reazione di Israele e che ha aperto anche un 'caso Italia', visto che il documento presentato dai palestinesi insieme ad Egitto, Algeria, Marocco, Libano, Oman, Qatar e Sudan, è stato approvato con il voto contrario di Usa, Germania, Gb, Lituania, Estonia, Olanda e con l'astensione del rappresentante italiano.
   Nella risoluzione, che condanna Israele su vari temi, si utilizza la terminologia araba di «Moschea di Al-Aqsa» e di «Haram al-Sharif» ma non il termine ebraico Har HaBayit. Il Muro del Pianto, poi, è descritto usando la dizione araba. «Assurdo - ha detto Benyamin Netanyahu - è come dire che la Cina non ha legami con la Grande Muraglia». E anche la direttrice generale dell'Unesco Irina Bokova ha criticato la decisione : «Negare, nascondere o voler cancellare una o l'altra delle tradizioni ebraica, cristiana o musulmana significa mettere in pericolo l'integrità del sito».
   Ma l'astensione italiana ha provocato anche la reazione indignata di Noemi Di Segni, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane nata a Gerusalemme. «E' gravissimo che questo accada senza l'opposizione dell'Italia, la cui politica estera non può certo essere dettata dal caso, dalla superficialità o, peggio ancora, dall'opportunismo. Non ci meravigliamo allora se il domani porta con sé atti e fatti di odio e sangue». Una durezza finora mai usata dalla Di Segni, che ha una storia di sinistra, nei confronti del governo italiano. «L'Unesco si pone fuori dalla storia e scrive, con pesanti responsabilità dell'Italia e gli altri Paesi astenuti e favorevoli, una delle pagine più gravi della storia».
   Un chiarimento al governo lo chiede anche il dem Emanuele Fiano: «Non ha senso negare l'ebraicità del muro del Pianto. Chiederò a Renzi e Gentiloni di parlare della questione, sono certo che si cercherà il modo per tornare indietro da questa posizione». Anche per Maurizio Lupi (Ap) la mozione è «assurda e grave ed è grave che l'Italia non si sia opposta». Maurizio Gasparri, Fi, chiede: «Ma Renzi e Gentiloni che hanno da dire?». Il quotidiano il Foglio, intanto, ha promosso una manifestazione per mercoledì prossimo [questo mercoledì, cioè oggi, non il prossimo, ndr] sotto la sede romana dell'Unesco: «Sarà il nostro muro del Pianto».

(La Stampa, 19 ottobre 2016)


Mala tempora

di David Meghnag

Se non fosse per le implicazioni, potenzialmente devastanti, verrebbe da ridere amaramente all'idea che una votazione dell'Unesco - nata per tutelare i beni comuni dell'umanità -, la storia possa essere cancellata con un trattino a uso e consumo di stati autoritari e totalitari in cui l'habeas corpus non esiste nemmeno.
Che gli stati europei, nella loro stragrande maggioranza si astengano e non si oppongano apertamente, a questa nuova e grave deriva dell'antisemitismo, è un segno dei tempi, su cui riflettere.

(moked, 19 ottobre 2016)


L'Italia spieghi il suo silenzio sull'Unesco

di Claudio Cerasa

Il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri dovrebbero spiegare perché il rappresentante italiano si è astenuto sulla pazzesca mozione dell'Unesco che pretende di cancellare dalla storia di Gerusalemme la millenaria presenza ebraica. Stati Uniti e Germania hanno votato contro, quindi non vale nemmeno la scusa che non ci si voleva distinguere dagli alleati tradizionali. Se il rappresentante italiano si è consultato con la Farnesina o con qualche altro organismo governativo, è questo che ne deve rispondere. se invece ha deciso di testa sua va rimosso immediatamente da un incarico che gestisce con tanta superficialità, per non dire di peggio.
   Non si tratta dell'unico caso in cui la rappresentanza italiana si comporta in modo che appare contrario all'orientamento del governo o almeno a quello che il governo fa intendere. Poche settimane fa c'è stato un voto in sede europea su una risoluzione che giustificava la pratica dell'utero in affitto, che in Italia è vietata. I rappresentanti del Partito democratico hanno votato a favore, ma poi, fortunatamente, il documento è stato bocciato dalla maggioranza. In questo caso non c'entra direttamente il governo, ma il partito di cui Matteo Renzi è segretario. Pur con tutte le crepe che attraversano quel partito, sembra incredibile che nessuno abbia sentito l'esigenza di conformare la scelta di voto su una questione così delicata all'orientamento del governo, del partito, persino della legislazione in vigore.
   Il governo punta ad accentuare il ruolo giocato dall'Italia nelle relazioni internazionali, si vanta di aver ottenuto in questo campo risultati eccezionali. Sarà, ma episodi come quelli citati sembrano contraddire questa tesi. Si nota, come minimo, disattenzione e confusione, assenza di una regia che porti a conformare i comportamenti che si tengono nelle sedi internazionali a un orientamento solido. Anche su questo si basa il giudizio sulla serietà e l'attendibilità dell'Italia. Il voto all'Unesco, del quale non è stata data alcuna spiegazione anche dopo le giustificate proteste della comunità ebraica (e quella organizzata dal nostro Foglio) è stato un errore vergognoso, che non può restare senza conseguenze.
   Un governo che ha sempre sostenuto che "chi sbaglia paga" ha il dovere morale di assumersi la responsabilità di questo incomprensibile comportamento, se la responsabilità è sua, o chiedere conto con fermezza a chi ce l'ha, traendone le ovvie conseguenze. Partecipare a questa damnatio memoriae della storia ebraica, rendendosi complici pilateschi di un antisemitismo intollerabile, è una vergogna per l'Italia, che già deve farsi perdonare le ignobili leggi razziali del 1948. La Germania se ne è resa conto, l'Italia no, e questo è davvero insopportabile.

(Il Foglio, 19 ottobre 2016)


L'Unesco ratifica la vergogna: «Il Muro del Pianto è arabo»

Confermato a maggioranza l'antistorico voto di giovedì scorso. E l'Italia contribuisce astenendosi. È un falso evidente come quello di chi nega la realtà dell'Olocausto.

di Fiamma Nirenstein

E un bagno di realtà il voto di ieri all'Unesco, in cui si è stabilito che secondo la maggioranza del mondo gli asini volano, che Roma non è mai stata la sede del papato, ovvero che la luna è fatta di formaggio, cioè che Gerusalemme è un sito solo musulmano e in particolare lo è il monte del Tempio col Muro del Pianto, chiamato nella risoluzione votata solo «complesso della Moschea»: la risoluzione, purtroppo reale, che è stata votata ci dice infatti che le decisioni e le opinioni espresse dall'Onu e dai suoi succedanei su Israele sono pura menzogna, veleno distillato sui principi stessi della conoscenza, negazionismo pari a quello della negazione della Shoah, distruzionismo pari a quello dell'Isis su Palmira. Da questo momento dunque, per chi ha un cervello, forse ci sarà più attenzione a non bersi senza discutere le mille risoluzioni contro Israele dell' Assemblea dell'Onu, del Consiglio di Sicurezza, del Consiglio per i Diritti Umani. La maggioranza che vota è sempre la stessa; gli stessi sono i Paesi occidentali che non sanno dire di no a un' assurdità come quella che ieri è stata statuita.
   Ma che cosa può avere portato la Russia e la Cina a votare per l'arabizzazione di Gerusalemme se non la fame di potere e l'interesse? Che cosa ha condotto l'Italia, che ospita a Roma l'arco di Tito con i bassorilievi degli ebrei in catene con la Menorah, prova provata della loro appartenenza a Gerusalemme; che cosa ha spinto la Grecia, che mai vorrebbe veder discussa la sua eredità storica, ad astenersi? Ma tant'è: 24 nazioni spudorate, per la maggior parte islamiche, hanno votato a favore; 26 pusillanimi fra cui l'Italia si sono astenute; 6 coraggiose hanno votato contro, Stati Uniti, Gran Bretagna, Lituania, Olanda, Germania, Estonia. Si cerca qualche consolazione nell'idea che oggi il voto è meno unanime di quello che sarebbe stato in passato. Ma è poca roba. Le polemiche che lo hanno accompagnato vedono il gesto notevole dell'ambasciatore del Messico Andres Roemer che ha lasciato la sala e ha tentato di cambiare il voto negativo del suo Paese, ed è stato poi licenziato; il tentativo del presidente tedesco del direttivo Michael Worbs che ha espresso opposizione e ha tentato di posporre il voto e poi è stato costretto a autosospendersi; e infine il capo dell'Unesco Irina Bokova, che si era espressa contro e che ha ricevuto quindi minacce di morte e il rafforzamento della scorta.
   È un paradigma indispensabile: la violenza accompagna sempre il furioso odio antisraeliano e anticristiano. Le minacce di morte vengono insieme alla difesa di Israele e dei cristiani. Gesù Cristo è l'icona perfetta della storia ebraica a Gerusalemme: era ebreo, anche lui non c'è mai stato per l'Unesco? O ha salito lo scalone del Tempio di Erode e ha predicato ai mercanti? Flavio Giuseppe ha descritto minuto per minuto la presa di Gerusalemme da parte dei Romani, nei secoli fino a Beniamino di Tudela, Mark Twain, Winston Churchill, chi non ha testimoniato l'amore totale del suo popolo per quel luogo? Persino Giuseppe Verdi l'aveva ben capito, come si canta in «Va' pensiero».
   L'aggressione dell'Unesco non è nuova, esso è sempre stato uno dei corpi più estremisti e corrotti delle Nazioni Unite. Ma stavolta la sua funzione può essere utile. Questo è di prima categoria: si tratta della distruzione culturale di un pilastro della storia, quello della fondazione delle religioni monoteiste. L'attacco agli ebrei ha sempre avuto il segno della distruzione del Mondo Occidentale, della guerra, del terrorismo. Non c'è nulla di strano nel fatto che i Paesi occidentali si siano astenuti nella buona parte: si sono sempre girati dall'altra parte di fronte all'odio degli ebrei accompagnata dalla denigrazione di Israele.

(il Giornale, 19 ottobre 2016)


II Muro del Pianto simbolo dell'ebraismo, Ma l'Unesco lo nega

Lettera al Giornale

Sono rimasto disgustato dall'approvazione della mozione preliminare dell'Unesco che nega ogni rapporto storico del Muro del Pianto con l'ebraismo; in poche parole si afferma che il Muro del Pianto non è un simbolo ebraico. Ma sono ancora più disgustato dal fatto che tra le nazioni che si sono astenute vi sia anche l'Italia. La diplomazia italiana non è nuova a questi atti di codardia, per questo grido: «vergogna Italia, vergogna Renzi, vergogna Mattarella». Spero che le comunità ebraiche italiane facciano sentire la loro voce, perché il Muro del Pianto non riguarda soltanto Israele, ma gli ebrei di tutto il mondo.
Aldo Saccaro

(il Giornale, 19 ottobre 2016)


Il nostro (e vostro) Muro
      Articolo OTTIMO!


Negare e falsare la storia non è solo uno sfregio agli ebrei, cari amici cristiani. La risoluzione dell'Unesco ci chiama in causa. O vogliamo morire di vergogna e tedio, inseguendo le manfrine dell'islamo-gauchismo?

di Vittorio Robiati Bendaud

Ridicolo e tragico vanno talvolta a braccetto, drammaticamente. È il caso della recentissima e vergognosa risoluzione Unesco circa Gerusalemme. Vergognosa anche per noi, cittadini italiani, dato che l'Italia ha deciso, con grande viltà, di astenersi. Come spesso accade, è più complicato e faticoso spiegare l'impostura, specie se colma di omissioni, rispetto al rendere ragione della verità. Ed è esattamente pensata ed argomentata in un'ottica simile la risoluzione in questione. Un documento internazionale che affermi e sancisca il valore simbolico di Gerusalemme per i tre monoteismi sarebbe da salutare con entusiasmo. Tuttavia, dopo le righe introduttive, i toni cambiano e, in relazione al Monte del Tempio, i nomi divengono solo arabi e l'importanza religiosa unicamente islamica. Ricorrendo alla strategia dell'omissione, si nega ogni rapporto tra l'ebraismo e il Monte del Tempio e il Muro Occidentale (noto ai più come "Muro del Pianto"), denominato non "Kòtel", secondo l'originale ebraico -dato che le pietre che lo compongono alla base sono di epoca erodiana -, ma soltanto con il lemma arabo "al-Burak". Bel programma di convivenza! E bella opposizione a tale programma, scellerato e inevitabilmente guerrafondaio, hanno sostenuto, astenendosi e astraendosi dalla questione, alcuni Stati europei, Italia inclusa.
  Nel corso della risoluzione - che non è la prima di tal fatta - si fa poi unilateralmente riferimento alle violenze inflitte dagli ebrei, più o meno fanatici, senza però alcun minimo accenno ai fanatici musulmani, ai terroristi islamici e alle continue violenze di cui sono vittime da decenni ebrei e israeliani. Anche in questo caso, distorsione programmatica del reale e omissioni. Le violenze sarebbero i check-point, i controlli, le richieste di documenti da esibire e, non da ultimo, gli scavi biblici-archeologici sul Monte del Tempio e lungo le fondamenta erodiane, da cui - chissà perché! - emergono reperti inerenti alla storia ebraica o comprove circa alcune narrazioni bibliche. Vi è un'altra violenza a cui si fa riferimento: i militari israeliani che controllano la Spianata. Dimenticando che, non di rado, dalle terrazze della Spianata vengono insultati gli ebrei oranti al Muro, lanciate pietre contro di loro e che sulla Spianata, la preghiera è permessa solo ai musulmani - salvo particolari momenti di turbolenza -, mentre invece gli ebrei hanno restrizioni e il divieto di pregarvi. E così, affinché alcuni ebrei potessero accedervi, è stato necessario tutelarli con una presenza militare.
  Gli israeliani, in queste ultime decadi, sono stati perversamente e pervasivamente dipinti come colonizzatori "fuori tempo massimo", divenuti, dopo essere stati vittime, spietati "carnefici", responsabili di aver "destabilizzato" l'intero Medio Oriente. Adesso, persino la storia ebraica, biblica e non solo, è negata e, quindi, dichiarata falsa.
  La risoluzione è stata depositata dal Sudan, stato retto da un regime islamico non estraneo a nefandezze di ogni genere. Tra i firmatari figurano molti Stati islamici, tra cui spiccano Qatar, Egitto, Libano, Iran, Pakistan, Nigeria. Sunniti e sciiti, altrimenti in guerra tra loro, stavolta in comunione di intenti. Vorrei che rileggeste questi nomi. Vogliamo parlare di come vivono i cristiani in Nigeria, anzi, più esattamente, di come "muoiono"? Vogliamo discorrere della tutela dei diritti umani in Pakistan, cominciando da quello religioso dei cristiani di professare liberamente la loro fede o da quelli femminili? Vogliamo affrontare il tema, ben nutrito, Qatar e sovvenzioni continue al terrorismo islamico? Oppure preferiamo parlare dell'Iran e dei gay penzolanti democraticamente dalle gru, come in Arabia Saudita? I voti di questi Stati - o di altri par loro - possono decidere di Israele, che non è fortunatamente par loro, a meno di negare che il sole sorga ogni giorno (e, ahimé, lo si può fare).

 Erano altri intellettuali
  Riecheggiano tetre e angosciose le parole del Nobel per la medicina André Lwoff: «La maggior parte degli Stati che compongono la maggioranza dell'Onu sono paesi per i quali la Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo è lettera morta». È vero! Per quanto noi occidentali irresponsabilmente si faccia finta di nulla, in molti di questi paesi vige la Dichiarazione Islamica dei diritti umani, che è ben altra cosa per normativa, intenti e fondamenti. Ed è esattamente questo che rende questa scempiaggine non solo ridicola, ma anche pericolosa.
  L'Unesco dichiarò guerra a Israele, con molti soggetti che ricompaiono anche oggi, già nel '74. Gli intellettuali tuonarono contro l'organizzazione Onu: da Aron ad Argan, da Jemolo a Montale, da Sciascia a Soldati, da Mirò a Ionesco. Ma erano altri intellettuali! Anche Papa Paolo VI fece pressioni a favore di Israele… eh già, perché, se gli ebrei non hanno legami spirituali con Gerusalemme, il Monte del Tempio e il Kòtel, beh, anche i cristiani dovrebbero sentirsi un tantino in difficoltà.

 Gerusalemme "città aperta"
  La strategia della cancellazione non è estranea a culture dominanti, divenute maggioritarie, che hanno sottomesso antiche maggioranze, conquistate e condotte a uno status minoritario. Si pensi, per fare un esempio, alla sistematica cancellazione della memoria armena (culturale, artistica, architettonica, cimiteriale e archeologica) nelle vastissime aree della Turchia e dell'Azerbaigian, entrambi paesi islamici - il primo sunnita, il secondo sciita -, ma non solo. E questo è perdurato sino a pochi anni fa o, drammaticamente, è ancora in corso in alcune aree remote, ma ricche di vestigia armene. La memoria storica ebraica nella maggioranza dei paesi arabi, arretrante per lo più a prima dell'islamizzazione di quegli stessi territori, è stata spesso spezzata nel corso della storia, per divenire via via completamente divelta negli ultimi 150 anni. In Israele - e a Gerusalemme in particolare - gli ebrei non negano la storia cristiana o quella islamica. E, a differenza della risoluzione Unesco, persino i nomi di ogni singola strada compaiono in tre lingue: ebraico, arabo e inglese. Indicativo, no?
  Ma torniamo all'Unesco e alla sua delibera. Il Monte del Tempio (Muro incluso) sarebbe davvero un sito solo islamico? La guida religiosa della moschea di Al-Aqsa, Muhammad Ahmad Hussein, devoto del defunto Haij Amin Al-Hussein - il Muftì filonazista di Gerusalemme, successivamente rifugiatosi in Egitto, e "padre" di molto islamismo contemporaneo - ha pubblicamente sostenuto che non mai è esistito il Beth ha-Miqdash (il Santuario) sul Monte del Tempio, ma unicamente una moschea, sin dall'origine del mondo. La logica è la medesima: una negazione (non è mai esistito) e una sostituzione (la moschea e i soli diritti islamici su quel luogo). Con buona pace di Salomone, Nabucodonosor che distrusse il Primo Santuario, Ezra e Neemia che vi tornarono, i Maccabei che lo riconsacrarono, Erode che lo ampliò, Simeone e Gesù di Nazareth di cristiana memoria che vi pregarono, Yochanan ben Zakkai e, infine, dei romani che lo distrussero per la seconda e definitiva volta. E gli ebrei che quotidianamente pregano facendo riferimento spaziale e simbolico tre volte al giorno, da almeno venti secoli, proprio a quel Luogo, alla "Casa Eletta", come è definito dai Maestri di Israele? E che dire, ancora, dei diritti dei discendenti di coloro che per secoli, nonostante le avversità e la dispersione, facevano di tutto e a ogni costo per recarsi a pregare sulle pietre e sulle mura di quel Monte? Negando la memoria ebraica, si nega inevitabilmente anche la memoria cristiana, che viene scippata via e recisa anch'essa, checché qualcuno possa ancora pensare di tergiversare ad assumere questo dato.
  È risaputo che Gerusalemme, quando è stata nella storia in mano cristiana o musulmana, è spesso divenuta città interdetta per le restanti due confessioni religiose. Con tutte le difficoltà, contraddizioni e limiti, è tornata a essere davvero, almeno parzialmente, "città aperta" per i fedeli di tutte le fedi solo da quando c'è lo Stato di Israele. E questo è un dato incontrovertibile, che anche i cristiani dovrebbero tenere a mente, visto purtroppo cosa ne è dei loro luoghi di culto in vaste aree del variegato mondo islamico.
  Negare, ricorrendo all'omissione, la storia ebraica antica, significa negare la storia ebraica (e cristiana) presente. Ma vi è di più, ossia l'affermazione di un principio teologico. Secondo la tradizione teologica islamica, la Bibbia è erronea e la sua rivelazione alterata, dato che gli ebrei ne avrebbero modificato la lettera. E così si mette, da parte islamica, un'ipoteca enorme su cristianesimo ed ebraismo. E ne consegue, ad esempio, che, con ricadute pratiche e specifiche su Gerusalemme, la legatura di cui si narra in Genesi XXII non avrebbe riguardato Isacco ma Ismaele e al Tempio, sorto proprio su quel luogo, viene così sostituita, indipendentemente da ogni evidenza storica e archeologica, la favoleggiata moschea.
  A rendere ancora più desolante e preoccupante questo tetro panorama è l'ignavia di alcuni Stati europei, vittime del loro suicidio culturale e religioso, dell'antisemitismo da cui non sono mai guariti nonostante le tediose manfrine dei politici di tutti gli schieramenti alla Giornata della Memoria, del devastante e dilagante islamo-gauchismo, ammiccante peraltro a molta sinistra cristiana innamorata di utopie stucchevoli. A ciò si aggiungano le vaste fette di popolazione islamica che popolano per immigrazione molti paesi europei e i loro umori, come pure i ricatti economici enormi che quotidianamente le nostre economie subiscono da parte di questi stati, e il letale cocktail è servito.

 Basta buonismo irenista
  Reagiranno i cristiani? L'Occidente smetterà di svendersi e di avere in odio il lascito dell'opera dei propri padri come pure il futuro libero dei suoi figli? Servirà il dialogo ebraico-cristiano a riequilibrare tutto ciò, con consapevolezza e raziocinio? Oppure anche questo dialogo, così prezioso e ancora agli albori, verrà spazzato via dal buonismo irenista e generalista prima e dall'antisemitismo - anche di matrice islamica - poi? Riusciremo, insomma, ad avere il coraggio di dire che "un gatto è un gatto" e che, pur dispiacendo a molti benpensanti, il "gatto non è diversamente cane"?

(Tempi, 19 ottobre 2016)


Unesco: cancellata la storia, gli ebrei non sono mai esistiti

PARIGI, 18 ottobre 2016 - L'Unesco ha definitivamente adottato la controversa risoluzione su Gerusalemme e il Monte del Tempio osteggiata da Israele. Il testo e' stato adottato questa mattina intorno alle "11.30", ha confermato all'ANSA l'ufficio stampa dell'organismo Onu con sede a Parigi. (ANSA)

di Deborah Fait

E così è finita. La mozione negazionista del popolo ebraico presentata a suo tempo dai palestinisti e dalla Giordania è stata definitivamente approvata. La ratifica è stata fatta oggi a Parigi e tutto è stato confermato. L'unico ad opporsi è stato l'ambasciatore ebreo del Messico che il 13 ottobre, dopo la prima votazione, era uscito dall'aula per protesta e sostituito all'istante. In seguito il Messico si è dimostrato dubbioso e pensava di cambiare il voto ma, udite udite, sono stati i paesi occidentali a dissuaderlo e a fare pressione affinché confermasse il voto dato in precedenza.
  I paesi occidentali, capite! Significa che le "democrazie" europee hanno fatto il giochetto iniquo dell'astensione per permettere alle 24 dittature e teocrazie di vincere. Non hanno avuto nemmeno il coraggio di dichiarare apertamente il loro obiettivo di cancellare Israele e di eliminare gli ebrei", si sono accordati sul "... se ci asteniamo non facciamo la figura di essere antisemiti e il NO agli ebrei vincerà comunque....". Vigliacchi, spregevoli vigliacchi ipocriti e disonesti.
  "Under pressure from Western states, Mexico backed away from its initial intention to call for a new vote on the resolution so that it could withdraw its support from the resolution. " "In seguito alla pressione degli stati occidentali il Messico abbandona la sua intenzione di chiedere una nuova votazione in modo da ritirare il proprio sostegno alla risoluzione" L'astensione dal voto della maggior parte dei paesi europei ha decretato che la storia ebraica è una leggenda, no nemmeno una leggenda, semplicemente non è mai avvenuta, che non esiste nessun legame tra ebrei e Gerusalemme, che non è mai esistito il Tempio di Gerusalemme e che il Kotel, l'unico muro del Tempio di Salomone rimasto in piedi dopo la distruzione romana, d'ora in poi si chiamerà Al Buraq Palza, cioè piazza dell'asino Buraq.
  Nemmeno i nazisti sono stati capaci di pensare una cosa del genere, volevano la fine del Popolo ebraico, sono riusciti ad ammazzarne 6 milioni , hanno usato il sangue, il gas e il fuoco, hanno scelto la barbarie. Contro la barbarie però si può combattere, infatti, solamente 3 anni dalla fine della guerra, Israele è stato rifondato sulla sua terra avita. Goebbels, padre della propaganda nazista e dell'idea che una menzogna ripetuta alla fine viene creduta come verità, sarebbe ammirato e deliziato da tanta delirante ipocrisia. L'Unesco e le sue dittature arabo/ islamiche/nazicomuniste, appoggiate dall'occidente codardo, nel loro desiderio di annichilire Israele e il suo popolo, sono stati molto più raffinati del terzo Reich e , consapevoli di non poter distruggere gli ebrei ammazzandoli con le guerre e il terrorismo, hanno usato il voto, lo hanno pagato, si sono serviti della viltà dei partecipanti, della paura, dell'eterno odio antisemita e, in poche ore, hanno delegittimato l'esistenza di Israele e messo in discussione la vita stessa degli ebrei in quanto tali. I valori dell'Occidente sono stati gettati nel cesso ancora una volta, la storia di un intero popolo, uno dei popoli più antichi del mondo, cancellata e, quello che a me fa male, molto male, è l'immutata astensione di un'abominevole e pusillanime Italia.
  In meno di una settimana si sono sprecate le minacce di morte per chiunque volesse cambiare il voto, la stessa Direttrice generale dell'Unesco, Irina Bokova, è stata minacciata per aver osato mettere in dubbio la giustezza della risoluzione. Questa sarà la nuova politica mondiale islam-stile, usare la democrazia per imporre la dittatura. La ratifica di oggi però non è stato che l'ultimo atto di una politica antisemita portata avanti negli anni: l'Unesco, come già scritto, aveva cancellato negli anni tutti i siti sacri agli ebrei che si trovano in Giudea-Samaria e trasformato i loro nomi originali dall'ebraico all'arabo, L'Unesco era arrivata a "convertire" all'Islam persino il filosofo medico ebreo Maimonide, trasformandolo in "Moussa Ben Maimoun" , l'Unesco oggi ha cancellato l'Antico Testamento e i Vangeli in un sol colpo di spugna. Voglio vedere adesso cosa faranno nelle scuole durante l'ora di religione o nelle chiese durante la messa domenicale, come faranno a parlare di Gesù nel Tempio? Come faranno a leggere i passi degli apostoli in cui lo chiamano "Rabbi"? Come faranno a negare che la Famiglia di Gesù si recava ogni anno al Tempio di Gerusalemme per la Pasqua ( che all'epoca era solo ebraica)? Come faranno a negare la vita ebraica di Gesù? Lo chiameranno imam? Il problema è che all'epoca non esisteva ancora l'islam, dovevano passare altri 622 anni per arrivare all'egira di Maometto e dei primi musulmani.
  Beh, certo, questo non è un problema per chi servilmente obbedisce alla legge suprema dell'islam. Che ci vuole, si riscrivono i Vangeli ed è fatta, non se ne accorgerà nessuno. Vi ricordate il Papa recitar messa a Betlemme sotto a un gigantesco ritratto di Gesù bambino in kefiah? Chi ha protestato? Nessuno. Tutto è parso normale ai cristiani il cui cervello è già stato lavato e risciacquato a dovere nei secoli. Sarà interessante, oltre che deprimente, vedere come riscriveranno la religione cristiana. Per noi ebrei non è un problema di identità , nessuna risoluzione antisemita ci cancellerà, siamo esistiti, esistiamo ed esisteremo sempre, siamo un POPOLO e nulla al mondo potrà annientarci, nessuno ci è riuscito finora ma per chi ha solo un'identità religiosa e se la vede sgretolare sotto gli occhi, come farà? Cosa dirà il signor Papa? Finora non ho sentito una sola dichiarazione, silenzio....parla l'islam... silenzio! Ho letto su Il Foglio che il 19 ottobre a Roma vi sarà una grande manifestazione contro l'Unesco ma io mi auguro che in ogni località d'Italia dove esista un solo ebreo, ma anche dove non siamo più presenti, si vada in piazza per manifestare contro questo scempio indegno! E' nell'interesse di tutti, non solo degli ebrei, è nell'interesse dei cristiani, della Verità , della Giustizia, della Storia.
  Ribelliamoci a questo sfacelo della civiltà, ribelliamoci al massacro di ogni tipo di valore e al funerale della cultura occidentale. Ebrei, sollevatevi, alzatevi in piedi, gridate, protestate, fate sentire la vostra voce. Questo è un pericoloso tentativo islamico/comunista di cancellarci, di farci scomparire come Popolo, di arrivare all'annientamento spirituale e fisico di Israele. Non ci riusciranno ma le nostre proteste sono doverose perché è stato attaccato il diritto di un popolo e i diritti fondamentali dell'occidente come ha detto Jean Gerad, ambasciatrice americana all'Unesco.
  Amici Ebrei, abbiamo patito ogni tipo di persecuzione, ci hanno infilzati con i forconi, ci hanno messo sui roghi, ci hanno disumanizzati e portati nei lager, ci hanno gasati e bruciati vivi nelle sinagoghe d'Europa e nei forni. Hanno ammazzato i nostri figli, stuprato e fatto a pezzi le nostre donne, ci hanno gettati ancora vivi nelle fosse comuni, ci hanno fatto sbranare dai loro cani, adesso è il capitolo finale, vogliono cancellare la nostra storia, renderci invisibili e ridurci alla rassegnazione per impadronirsi del nostro Paese e cancellarci dalla memoria del mondo. Ebrei, tutti in piedi a testa alta, sventoliamo con orgoglio la nostra bandiera, non permettiamo a nessuno di violentarci e di scaraventarci nell'inferno di un' esistenza dimenticata, vadano loro all'inferno, non permettete che ci derubino della nostra storia per darla a chi non è ha diritto perché non è la "sua" storia. Noi, tutti insieme, mettiamoci a gridare, a urlare il più forte possibile "Am Israel Chai" "Il popolo di Israele vive" e vivrà per sempre!

(Inviato dall'autrice, 18 ottobre 2016)


E io, oggi più di sempre, canto "Hatikvah"

di Valter Vecellio

È l'inno nazionale d'Israele: "Hatikvah" sta per "La speranza". Un inno che dà speranza, è speranza. Scritto come poesia nel 1877 dall'ebreo galiziano laico Naftali Herz Imber. Il testo "Tikvatenu" ("Nostra speranza") viene pubblicato la prima volta nel 1886. È una poesia che si compone di nove strofe intervallate da un ritornello.

La prima strofa, e il ritornello:

Kol od balevav penimah
Nefesh Yehudi homiyah
Ulfa'atey mizrach kadimah
Ayin leTzion tzofiyah
Od lo avdah tikvatenu
Hatikvah bat shnot alpayim
L'hiyot am chofshi beartzeinu
Eretz Tzion v'Yerushalayim
L'hiyot am chofshi beartzeinu
Eretz Tzion v'Yerushalayim.

In italiano fa così:

Finché dentro il cuore
l'anima ebraica anela
e verso l'Oriente lontano,
un occhio guarda a Sion,
non è ancora persa la nostra speranza,
la speranza due volte millenaria,
di essere un popolo libero nella nostra terra,
la terra di Sion e Gerusalemme.
di essere un popolo libero nella nostra terra,
la terra di Sion e Gerusalemme.

            

"Hatikvah" è la speranza di un popolo disperso e perseguitato, unicamente colpevole di essere tale; la speranza di poter tornare un giorno in quella terra dove hanno vissuto gli antenati. La speranza che quel popolo, esiliato dall'imperatore romano Tito, distrutta Gerusalemme e il Tempio, dopo un vagare di centinaia di anni, ritrovi il suo "focolare". Il Monte Sion è il simbolo di Israele. Nel 1948, quando nasce lo Stato d'Israele, "Hatikvah" diventa l'inno nazionale, anche se bisogna attendere, per l'atto ufficiale, il 2004: quando la Knesset approva una modifica alla legge fondamentale: "Bandiera e stemma dello Stato", che così diventa: "Bandiera, stemma dello Stato ed inno nazionale".
Preambolo necessario per dire che oggi, più di altre volte, "Hatikvah" accompagnerà e scandirà il tempo della mia giornata: il voler essere, ostinato, speranza, come esorta Marco Pannella, e non solo limitarsi a nutrirla, attenderla come una manna che cali provvidenzialmente dal cielo. "Hatikvah" come risposta all'attacco sferrato dall'Unesco che deruba all'ebraismo il Muro del Pianto e vota a larga maggioranza una risoluzione sostenuta da Algeria, Egitto, Marocco, Oman, Qatar e Sudan, che nega l'identità ebraica di alcuni siti di Gerusalemme come, appunto, il Muro del Pianto e il Monte del Tempio. Contro questa miserabile mozione si sono opposti solo Stati Uniti, Gran Bretagna, Lituania, Olanda, Germania, Estonia.
Una vigliaccata, la mozione; una vigliaccata ancora più grande quella dell'Italia, che si è astenuta. "Gli attacchi contro la comunità ebraica israeliana preoccupano molto, e la difesa di Israele deve aumentare in maniera proporzionale all'aumento delle pressioni esterne", dichiara a "Il Foglio" il sottosegretario agli Esteri italiano, Benedetto Della Vedova. Quel voto di astensione, caro sottosegretario Della Vedova, non è indice di preoccupazione, non esprime volontà di difesa, smentisce coi fatti quello che a parole si afferma; quel voto di astensione è sinonimo di pavidità, di colpevole indifferenza, poco importa se dolosa o colposa. Questi i fatti, questa la situazione.

(L'Opinione, 19 ottobre 2016)


Unesco - Adottata la risoluzione su Gerusalemme e il Monte del Tempio

Criticata dal premier israeliano, la risoluzione è stata adottata dall'Unesco stamane.

L'Unesco ha ufficialmente adottato stamane alle ore 11:30 una risoluzione su Gerusalemme Est voluta da dei Paesi arabi a nome della protezione del patrimonio culturale palestinese ma contestata con veemenza da Israele secondo il quale nega il legame millenario degli ebrei con la Città vecchia dove sorge il Muro del Pianto, il luogo più sacro agli ebrei di tutto il mondo. Il testo, presentato da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan, è stato esaminato dai 58 Stati membri del Consiglio esecutivo dell'organizzazione per la pace e la cultura dell'Onu, la cui sede è a Parigi. Al termine dei dibattiti, "è stato adottato". La risoluzione, a giudizio dello stato ebraico, non riconosce legami tra gli ebrei e il Monte del Tempio di Gerusalemme (come gli ebrei chiamano la spianata delle moschee) e il muro del pianto. Una posizione duramente criticata dal premier Benyamin Netanyahu che nei giorni scorsi l'ha definita "assurda" e che equivale a dire che "la Cina non ha legami con la grande muraglia o l'Egitto con le piramidi". A far infuriare gli israeliani è stato in particolare la decisione di usare esclusivamente il nome islamico per riferirsi al complesso della moschea di Al-Aqsa, ignorando il termine ebraico Monte del Tempio. La zona, che riunisce anche il Muro del Pianto, parte del muro occidentale del Tempio ebraico distrutto dai romani, il luogo più sacro al mondo per gli ebrei, e la Spianata delle Moschee, il terzo luogo sacro musulmano, è da sempre fonte di grandissime tensioni. La risoluzione cita la "Palestina occupata" e critica la gestione israeliana dei luoghi santi nella Città Vecchia di Gerusalemme.

(RaiNews, 18 ottobre 2016)


In quel giorno avverrà che io avrò cura di distruggere tutte le nazioni che verranno contro Gerusalemme. E spanderò sulla casa di Davide e sugli abitanti di Gerusalemme lo spirito di grazia e di supplicazione.
Zaccaria 12:9-10
Questa sarà la piaga con cui l'Eterno colpirà tutti i popoli che avranno mosso guerra a Gerusalemme: le loro carni marciranno mentre stanno ancora in piedi; i loro occhi marciranno nelle orbite; la lingua marcirà loro in bocca.
Zaccaria 14:12
In quel giorno, si dirà a Gerusalemme: "Non temere, o Sion, le tue mani non s'infiacchiscano! L'Eterno, il tuo Dio, è in mezzo a te, come un Potente che salva; egli si rallegrerà con gran gioia per via di te, s'acqueterà nell'amor suo, esulterà per te con gridi di gioia".
Sofonia 3:16-17



L'Unesco, l'internazionale della menzogna

All'ombra della Torre Eiffel, dittatori e antisemiti si sono impadroniti dell'Unesco. Benvenuti nel carrozzone delle turpitudini e della menzogna, dove Israele è un paria.

di Giulio Meotti

Negli anni Ottanta, l'Unione sovietica colorò di rosso i programmi dell'orga- nizzazione. Da allora, l'odio per l'occidente è pervasivo I premi al dittatore africano Obiang e a Saddam Hussein per aver "sradicato l'analfabetismo". Il seggio al genocida Bashir. Da anni, l'Unesco
e il mondo arabo collaborano per promuovere "il contributo della civiltà islamica alla cultura europea".
La bugia è santificata dall'Unesco da quan- do si propose un "codice dei valori universali'' contro 'l'imperialismo culturale"

ROMA. "Qui si attaccano i valori fondamentali dell'occidente, i princìpi dei diritti individuali vengono degradati in favore di nebulosi diritti dei popoli", disse Jean Gerard, ambasciatrice americana all'Unesco, nell'annunciare nel 1984 l'uscita degli Stati Uniti dall'agenzia Onu per la cultura. La scorsa settimana, l'Unesco ha negato pure i diritti dei popoli. Quelli del popolo ebraico. L'Unesco ha appena cancellato tremila anni di storia ebraica di Gerusalemme. Per dirla con il quotidiano Haaretz, "è il giorno in cui l'Onu ha degradato il sito ebraico più importante al mondo al rango di una stalla". E' una risoluzione così inaccettabile che lo stesso direttore dell'Unesco, Irina Bokova, e il segretario dell'Onu Ban Ki-moon, hanno ritenuto di doversi dissociare. Dire che la collina sopra la città vecchia di Gerusalemme non è il Monte del Tempio ma "al Aqsa Mosque - al Haram al Sharif" e che il Kotel HaMahariv, il muro occidentale costruito da Erode e che gli occidentali chiamano Muro del Pianto, è "al Buraq Plaza", significa che la più alta istanza mondiale della conoscenza ha incorporato la posizione estremista nell'islam per cui non c'è mai stato nessun Tempio a Gerusalemme. Rispetto a quando la signora Gerard tenne quel discorso, poco è cambiato all'Unesco. Oggi nel board siedono 58 paesi membri. Di questi, secondo l'organizzazione non governativa Freedom House, 20 sono "parzialmente liberi", 15 sono "non liberi" e soltanto 23 "liberi". Dittature e autocrazie dominano la commissione mondiale delle idee. Sono loro a brandire quella che la Heritage Foundation ha definito "la cultura come arma di propaganda antioccidentale".
  Quando Pier Luigi Nervi, Marcel Breuer e Bernard Zehrfuss disegnarono il palazzo in cemento e vetro dell'Unesco a Place de Fontenoy e Pablo Picasso gli regalò gli affreschi, tutti agognavano la rinascita della cultura occidentale dopo la guerra, la Shoah e gli incubi nazisti. Fu uno sfoggio di illuminismo per scrollarsi di dosso un passato cupo. "L'Unesco è il trampolino dell'umanità", proclamavano i funzionari arrivando a Parigi. Mai altrove si erano sentite ripetere tante volte al giorno, e con tanta veemenza, parole come "educazione", "scienza", "cultura", "libertà", "pace", "diritto", "fratellanza". Il futuro doveva essere migliore. Salvo poi che, nelle parole di Jean-François Revel che si scagliò contro questa "internazionale della menzogna", "l'Unesco, la cui missione originaria era diffondere l'educazione, la scienza e la cultura, ha invertito il corso della sua funzione facendo pensare al '1984' di Orwell e al suo Ministero della Verità, il cui compito reale era quello di diffondere la menzogna".
  Nel 1984 Ronald Reagan e l'anno dopo Margaret Thatcher fecero uscire Stati Uniti e Gran Bretagna dall'Unesco. Anche Singapore se ne andò. Gli inglesi sono rientrati soltanto nel 1997 e gli Stati Uniti nel 2002. Dopo diciotto anni di assenza. L'Unesco è l'agenzia Onu che ha ricevuto più critiche durante i suoi settant'anni di vita. La sua greppia è imbarazzante.
  Il sessanta per cento del bilancio finisce in stipendi, e in alcuni casi la percentuale dei costi di struttura ha raggiunto persino l'ottanta per cento. Il principale problema dell'Unesco è che la sede si trova in una città molto bella, per cui i dipendenti appena possono si fanno trasferire a Parigi per diventare "burocrati della cultura". Così i tre quarti del personale ingrossano le file di una macchina superiore anche alla Fao a Roma. Negli anni Ottanta, l'Unione sovietica e i suoi satelliti colorarono di rosso i programmi culturali dell'organizzazione. Da allora, l'Unesco non si è più ripresa. Si vagheggiò un orwelliano "nuovo ordinamento mondiale dell'informazione e della comunicazione". Il dottor Goebbels, celebre per aver teorizzato che una bugia, ripetuta molte volte, finisce per diventare verità, non avrebbe saputo dirlo meglio.
  L'Unesco oggi produce tonnellate di documenti che nessuno legge e che fanno impallidire i piani quinquennali sovietici. Ovviamente, queste tonnellate di carta sono servite a poco per fermare gli scempi islamisti dei siti patrimonio dell'Unesco in medio oriente.
  L'Unesco tende a occuparsi di tutto e niente: educazione familiare e infanzia, edilizia, introduzione ai computer, assistenza d'emergenza, donne in Africa, insegnamento dell'"inclusione", introduzione alla nonviolenza, sradicamento della povertà, istruzione secondaria, scienza e tecnologia, lavoro minorile, scambi culturali con l'estero, sviluppo sostenibile, e chi più ne ha più ne metta. L'Unesco è riuscito però in una missione precisa: strappare schiere di laureati in sociologia alla disoccupazione.
  Nel 1971, gli Stati Uniti accusarono l'Unesco di essere un covo di spie sovietiche. La sede di Parigi sarebbe stata il più importante centro di informazione russo in Europa. Otto su quindici funzionari della missione di Mosca furono schedati dal controspionaggio occidentale. L'"asse" culturale e politico dell'Unesco si è spostato. Da piccolo club di nazioni unite attorno a un progetto condiviso, l'Unesco è diventata una platea mondiale. Nel progetto originario, "educazione", "pace" e "libertà" volevano dire per tutti la stessa cosa. Oggi hanno dieci significati. Adriano Buzzati Traverso fu il più duro contro l'Unesco, che aveva vissuto dall'interno: "Durante i dibattiti non aperti al pubblico ho visto e ascoltato delle turpitudini incredibili; addirittura si è arrivati al licenziamento di un funzionario che esprimeva idee contrarie a quelle del governo del suo paese".
  Succede così che l'Unesco accetti tre milioni di dollari annui per un premio scientifico intitolato a un tiranno corrotto. E' il caso del presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasog. Contro il dittatore, e contro l'Unesco, si sono schierate associazioni che militano per i diritti umani, tra cui Human Rights Watch e Global Witness, ma anche diversi letterati e premi Nobel, come il francese Claude Cohen-Tannoudji, Nobel per la Fisica, ed il canadese John Polanyi, Nobel per la Chimica. Il culto della personalità di Obiang è tale che la maggior parte dei cittadini nel suo paese porta vestiti con la sua faccia impressa, e secondo Forbes ha ammassato una fortuna di seicento milioni di dollari a spese dello stato, dove il novanta per cento della popolazione vive sotto la soglia di povertà. Nelle parole dell'ex ambasciatore americano, John Bennett, "il regime di Obiang non è davvero un governo, ma piuttosto un'ininterrotta cospirazione criminale a carattere familiare". Nel commentare il premio, l'Economist disse che "l'Unesco avrebbe potuto premiare anche Saddam Hussein per il suo multiculturalismo". Peccato che nel 1982 l'Unesco abbia davvero premiato il dittatore iracheno e la sua campagna per "sradicare l'analfabetismo" (il rais sarebbe diventato famoso più per aver sradicato col gas mostarda i curdi). Succede che l'Unesco, nella cornice di L'Avana, abbia assegnato il Premio José Martì a un sincero democratico come il venezuelano Hugo Chàvez. Nel 1997, mentre si concludevano le celebrazioni del 150esimo anniversario dell'abolizione della schiavitù in Francia, all'Unesco scoppiò lo "scandalo schiavi" nella stessa organizzazione dell'Onu che le aveva sponsorizzate. La colpa fu di un alto funzionario del Burundi che "ospitava" alcune nipoti, tenendo le due più grandi in un vero stato di sottomissione che vide anche episodi di violenza fisica e carnale. Si è trattato di Gabriel Mpozagara, che ha relegato alcune nipoti nelle cantine della villa di Versailles del funzionario, senz'acqua, i servizi igienici sostituiti da buchi nel terreno del giardino.
  La gestione grottesca dell'Unesco è pari al suo odio per Israele. Nel corso della XVIII Conferenza generale (17 ottobre-23 novembre 1974), l'Unesco si rifiutò di inserire Israele in una qualsiasi area del mondo, escludendola così di fatto da tutte le sue attività e finanziamenti. La misura, sostenuta dal blocco comunista e arabo, estrometteva lo stato ebraico e i suoi valori spirituali dal consesso delle nazioni mondiali. Un anno prima, l'Unesco aveva inviato a Gerusalemme un archeologo belga, Raymond Lemaire, per vedere lo stato degli scavi israeliani nella città santa. Tornò con un rapporto che dettagliava il rispetto israeliano per la parte araba e cristiana della città. Insoddisfatto del risultato, l'Unesco soppresse il rapporto Lemaire.

(Il Foglio, 18 ottobre 2016)


Convivenza tra minoranze, esperti all'Eurac: «Il Sudtirolo può essere modello per Israele»

di Raffaele Puglia

BOLZANO - Alto Adige e Israele a confronto. Territori lontani, accomunati da un tema molto attuale: la convivenza tra minoranze. Se ne è parlato ieri sera alla tavola rotonda organizzata da Eurac dal titolo «La via del dialogo tra maggioranze e minoranze: Alto Adige/Südtirol e Israele a confronto». Hanno partecipato il senatore Francesco Palermo (direttore dell'istituto del federalismo e del regionalismo dell'Eurac), Janiki Cingoli, direttore del Centro italiano per la pace in Medio Oriente (Cipmo), Mohammed Darawshe, direttore Planning Equality and Shared Society Givat Haviva e Alberto Stenico, presidente di Antenna (nuova associazione che vuole esportare il modello altoatesino»). Presenti anche il teologo don Paul Renner e Heiner Nicolussi Leck, responsabile del progetto Palisco. Il confronto ha analizzato la questione delle minoranze da vari lati, partendo da quello religioso per arrivare al conflitto arabo-palestinese di cui è stato illustrato un excursus storico: «Spesso Israele mostra di essere democratico nei confronti degli ebrei — afferma Darawashe — e meno nei confronti dei non ebrei. Questo porta a scontri. Ci deve essere uguaglianza. Da questo punto di vista l'Alto Adige internazionalmente è visto come soluzione». Dello stesso avviso Cingoli: «Modello altoatesino da replicare, anche in Israele».

(Corriere dell'Alto Adige, 18 ottobre 2016)


Giustissimo! L’abbiamo sempre detto anche noi. Come nello Stato italiano oggi vive una minoranza etnica di lingua tedesca, così nello Stato ebraico d’Israele, comprendente naturalmente anche Giudea, Samaria e Gaza, potrebbe vivere una minoranza etnica di lingua araba. A questo si pensava una volta, ma poi sono venuti gli accordi di Oslo... M.C.


L'alleanza anti-lsis vince ma fa disastri

Iracheni e iraniani, curdi e turchi, tutti insieme contro il Califfo. Un 'ammucchiata di finti amici pronti a scannarsi.

di Carlo Panella

Con due anni di ritardo sulle promesse, è partita ieri la spallata finale della Coalizione anti Isis per conquistare Mosul, sede del Califfato di Abu Bakr al Baghdadi. Molte le incognite. La principale riguarda il comando delle operazioni di terra: i 30.000 soldati che partono all'assalto della seconda città dell'Iraq, infatti, sono incredibilmente in realtà sotto il comando del generale iraniano dei Pasdaran Ghassem Suleimaini. Non solo, tra loro, molte migliaia appartengono alle milizie sciite di Moqtada al-Sadr, che nei precedenti assalti di Falluja, Tikrit e Ramadi si sono comportati con i civili sunniti, esattamente come l'Isis con i cristiani: esecuzioni sommarie, vessazioni, tagli di teste dei prigionieri, denunciati da molte organizzazioni umanitarie, a rappresentare la volontà congiunta di queste milizie e degli iraniani di sottoporre i sunniti al dominio autoritario degli sciiti.
   A questo, si è sommata una strategia dei bombardamenti aerei di tipo «ceceno» sia da parte dell'aviazione russa, che di quella Usa e occidentale. Tikrit, Falluja e Ramadi sono infatti state «liberate» solo dopo che il 70-80% degli edifici civili sono stati sbriciolati dal cielo con innumerevoli vittime civili. Una strategia vincente sul piano militare, ma disastrosa sul piano politico, perché allarga, invece di contrastare, il risentimento dei civili sunniti nei confronti dei «liberatori» sciiti. D'altronde, proprio nell'odio anti sunnita degli sciiti iraniani e iracheni si trova la risposta a un dato colpevolmente dimenticato dai media e criminalmente sottovalutato dagli Usa: larga parte dei sunniti iracheni e anche delle tribù dell'Anbar hanno sinora preferito, sovente scelto lucidamente, il feroce dominio dell'Isis, alla «liberazione» da parte degli sciiti.
   Ma non sono solo queste le incognite di questa battaglia sulla quale si ha una sola certezza: sarà feroce. Innanzi tutto non è chiaro se l'Isis considera questa la sua «Stalingrado», un presidio che va difeso sino alla morte. Oppure se la considera un obiettivo da difendere con vigore, infliggendo agli attaccanti il massimo delle perdite possibili, ma non sino a impegnarvi allo spasimo, sino alla fine, tutto il suo potenziale militare.
   Non basta. Alle truppe di terra che attaccano Mosul si sono ora aggiunti reparti militari turchi ( che domenica hanno dato un contributo determinante alla conquista di Dabiq, in Siria) che non accettano il comando del generale iraniano Suleimaini e che sono ostili alle milizie sciite irachene. Queste truppe turche, appoggiate dall'aviazione di Ankara, sono per di più coordinate con i peshmerga curdi iracheni, che le hanno fatte entrare in Iraq, suscitando l'ira del governo di Baghdad. Sarà dunque interessante verificare quanto omogenee saranno le strategie dei vari comparti degli attaccanti.
   Una sola cosa è certa: la battaglia di Mo sul sarà un calvario per il suo milione e mezzo di abitanti (un altro milione ha lasciato la città dal 2014 a oggi). Mosul è una metropoli in cui l'Isis ha governato per due anni dispiegando un mix di ferocia e conquista del consenso (come sanno i massimi esperti della sicurezza di Israele). È certo che l'Isis cinicamente userà dei civili come scudo contro gli attaccanti. Ma non è affatto detto che tutta la popolazione di Mosul non veda l'ora di essere «liberata».

(Libero, 18 ottobre 2016)


Morte naturale di un ipocrita

Come si sa, la parola "ipocrita" viene dal greco υποκριτής, che significa attore o simulatore. In questo senso, ogni attore è un ipocrita perché simula. Il personaggio che l'attore simula non esiste, ma il bravo ipocrita lo fa parlare e muovere così bene che per un po' attore e personaggio sembrano essere la stessa persona. Allora naturalmente l'attore riceve gli applausi del pubblico.
Qualche volta accade che l'attore-ipocrita arrivi ad essere talmente convinto della sua bravura da pensare che il personaggio più degno di essere rappresentato sia proprio lui. O meglio, non proprio lui, ma quello che lui si è cucito addosso. Allora comincia a rappresentarlo, questo suo personaggio, e non lo fa in una specifica opera teatrale, ma per tutta la vita. Lo fa attraverso il suo mestiere di attore; i personaggi che interpreta possono essere diversi, ma il pubblico non deve pensare ai personaggi rappresentati, ma al personaggio che l'attore-ipocrita ha costruito e rappresenta di se stesso. Che in realtà non esiste, ma che l'attore-ipocrita sa rappresentare così bene da far credere al pubblico che personaggio e persona siano la stessa cosa.
E' accaduto questo a un attore-ipocrita recentemente scomparso: Dario Fo. Con anni di serio lavoro e innegabile bravura è riuscito a cucirsi addosso il personaggio dell'anarchico-rivoluzionario che nessuno intimidisce e nessuno può far tacere. I personaggi rappresentati nelle sue varie opere sono diversi, ma il personaggio principale resta sempre lui: Dario Fo, anarchico-rivoluzionario, magistralmente interpretato da Dario Fo, attore-ipocrita in carne ed ossa. Alla fine è riuscito a far credere a se stesso e agli altri che i due soggetti siano la stessa persona. Nei normali teatri, alla fine della rappresentazione gli attori abbandonano il personaggio, si presentano al pubblico per quelli che sono e ne ricevono i dovuti applausi. Dario Fo questo non l'ha mai fatto: lui non ha mai abbandonato il suo personaggio; non è mai sceso dalla ribalta; ha voluto e ricevuto gli applausi sempre a scena aperta, mentre stava simulando. Cioè per tutta la vita, perché non ha mai smesso di simulare. E neppure gli sarebbe stato possibile, perché come tutti gli ipocriti incalliti è stato il primo a credere che la sua persona reale coincidesse col personaggio della sua immaginazione. Ha accettato un premio Nobel, che non è il massimo per un anarchico-rivoluzionario, ma neppure questo ha scalfito la sua ferma convinzione di essere quell'uomo indomito, scomodo e ribelle che gli piaceva immaginarsi di essere.
Ha cominciato la sua vita politica reale tra i fascisti antisemiti della Repubblica di Salò e l'ha conclusa tra i grillini anti-israeliani del movimento pentastellato.
Morte naturale di un ipocrita. M.C.

(Notizie su Israele, 18 ottobre 2016)


L'eleganza della danza israeliana

A Torino la prima italiana di "L'ombra della luce" del coreografo Galili Una festa per inaugurare la nuova stagione della Compagnia diretta da Loredana Fumo.

 
Nella panoramica Sala prove della Lavanderia a Vapore di Collegno, il famoso coreografo israeliano Itzik Galili e i sei danzatori del Balletto Teatro Torino sono impegnati da almeno un mese nella creazione di una pièce - con il patrocinio dell' ambasciata d' Israele e in collaborazione con TorinoDanza che lo ospita nel proprio cartellone - dal titolo "L' Ombra della Luce" che inaugurerà questa sera (replica domani) la stagione di danza contemporanea curata da Loredana Fumo in prima nazionale. «È' la mia trentesima stagione, l'ottava alla Lavanderia Vapore e la seconda all' interno della Fondazione Piemonte dal Vivo. Per questo ho voluto festeggiare con una nuova creazione, pensata apposta per il Btt», ovvero la Compagnia che dirige da 35 anni. Composto da cinque pezzi illuminati da colori diversi, sentimenti e luci, articolati su diversi registri, compreso quello comico, "L' Ombra della Luce" è una creazione che non intende trasmettere grandi messaggi ma solo parlare di ricordi, vissuti e sentimenti. Ci sono molti aneddoti su Itzik Galil artista abituato ai più importanti teatri del mondo dove i suoi desideri vengono realizzati in un batter d'occhio.
Invece ha capito fin da subito dove si trova e non ha preteso nulla da Btt, in fatto di costumi. Così, per un paio di calzoni di stoffa vecchio stile, si è accontentato di averli in prestito dagli acrobati di Paolo Stratta.
Lo spettacolo è il secondo creato da Itzik Galil per la Compagnia torinese (il primo era "Quasi una fantasia" del 2014), ed è la conferma della considerazione di cui il Btt gode in Italia e soprattutto all'estero.

(la Repubblica - Torino, 18 ottobre 2016)


Si va in piazza contro l'Unesco

Mercoledì 19 ottobre, alle 15, trasformeremo la sede dell'Unesco a Roma nel nostro Muro del Pianto: portando di fronte alla sede italiana dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura le lettere del Foglio e dei nostri lettori per spiegare che cancellare la storia di Israele non è Educazione, non è Scienza, non è Cultura: è semplicemente una Shoah culturale.

di Claudio Cerasa

Nella vergognosa indifferenza di alcuni tra i più grandi paesi dell'occidente, Italia compresa, venerdì scorso l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, l'Unesco, ha scelto di inviare un messaggio negazionista al mondo intero votando a larga maggioranza, a proposito di Educazione, una risoluzione sostenuta da alcuni paesi islamici (Algeria, Egitto, Marocco, Oman, Qatar e Sudan) che negando l'identità ebraica di alcuni siti di Gerusalemme, tra i quali il Monte del Tempio e il Muro del Pianto, il luogo più sacro agli ebrei del mondo intero, ha dato vita a quella che giustamente viene definita una grande Shoah culturale della memoria. Quattromila anni spazzati via con una mozione che cancella la vita millenaria della Gerusalemme ebraica e che contribuisce a negare la legittimità dell'esistenza di Israele attraverso un escamotage culturale: la negazione della sua storia.
   Come abbiamo ricordato sabato sul Foglio, contro questa mozione sono stati appena sei i paesi a votare contro (Stati Uniti, Gran Bretagna, Lituania, Olanda, Germania ed Estonia) e questo giornale si augura che il viaggio in America del presidente del Consiglio Matteo Renzi possa essere un buon auspicio per portare anche l'Italia a ribellarsi contro quello che è uno dei passaggi di una grande e silenziosa guerra culturale di delegittimazione combattuta contro Israele (dall'Unione europea che sceglie di marchiare i prodotti delle colonie israeliane, con lo stesso stile con cui un tempo si imponevano le stelle gialle di Davide; fino alla scelta della Ue di tenere Hamas fuori dalla lista delle organizzazioni terroristiche). Tra lunedì e martedì della prossima settimana la risoluzione sarà sottoposta a un voto definitivo e nei prossimi giorni il Foglio ospiterà i commenti dei suoi lettori sul tema.
   Ma faremo anche di più. L'Unesco ha scelto di cancellare il Muro del Pianto dalla storia di Israele e degli ebrei e noi per un giorno, mercoledì 19 ottobre, alle 15 trasformeremo la sede dell'Unesco a Roma (Piazza di Firenze, 27, a pochi passi dal Parlamento) nel nostro Muro del Pianto: portando di fronte alla sede italiana dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura le lettere del Foglio e dei nostri lettori per spiegare che cancellare la storia di Israele non è Educazione, non è Scienza, non è Cultura: è semplicemente una Shoah culturale. Continuate a scriverci qui: murodelpianto@ilfoglio.it

(Il Foglio, 17 ottobre 2016)


Israele denuncia: Direttrice Unesco minacciata di morte

di Marco De Palma

La direttrice generale dell'Unesco, Irina Bokova, avrebbe ricevuto delle minacce di morte dopo aver espresso delle riserve su una bozza di risoluzione riguardante i Luoghi Santi di Gerusalemme: lo ha dichiarato l'ambasciatore israeliano presso l'organizzazione culturale dell'Onu, Carmel Shama-Cohen.
La risoluzione, presentata dai Paesi arabi, era stata denunciata da Israele perché la terminologia utilizzata nel documento negherebbe il legame millenario fra gli ebrei e Gerusalemme: un voto definitivo per la sua adozione è previsto martedì. Bokova aveva preso le distanze dal testo, ritenendo che "il patrimonio di Gerusalemme è indivisibile".
Bokova aveva anche detto he "ciascuna delle comunità che vivono a Gerusalemme ha diritto al riconoscimento esplicito della sua storia e del suo legame con la città: negare, occultare o cancellare una delle tradizioni ebrea, cristiana o musulmana equivarrebbe a mettere in pericolo l'integrità" del sito, dichiarato patrimonio dell'umanità.

(l'Occidentale, 17 ottobre 2016)


"Jerusalem Post": il sud d'Israele è sicuro, ma Hamas sta ricostituendo le sue forze

GERUSALEMME - Le comunità israeliane vicino a Gaza hanno goduto di un lungo periodo di quiete dopo l'operazione Protective Edge del 2014. La situazione è cambiata dopo i recenti lanci di razzi dalla Striscia. Dalla fine della guerra del 2014, la regione di Eshkol ha registrato un aumento della popolazione pari all'8 per cento, proprio per merito dell'accresciuto senso di sicurezza, nonostante la prossimità ad Hamas e agli altri gruppi armati salafiti appena oltre il confine. Il tenente colonnello Ilan Aizekson è il coordinatore della sicurezza per il Consiglio regionale di Eshkol, un ruolo che lo colloca in una zona grigia tra il mondo militare e civile. Aizekson comunica continuamente con gli ufficiali della brigata dell'Esercito israeliano di stanza a sud di Gaza, ricevendo gli ultimi aggiornamenti sulla sicurezza. Se necessario, si assicura che il Consiglio di Eshkol adotti uno stato di emergenza. L'ufficiale ha spiegato al "Jerusalem Post" che la connessione tra le forze militari locali e il Consiglio Eshkol è sempre più stretta. Hamas, spiega l'ufficiale, sta gradualmente ricostituendo la propria capacità militare: "E' sempre più forte, ma le nostre forze sono migliori. Noi forniamo alle comunità locali un senso di sicurezza".

(Agenzia Nova, 17 ottobre 2016)


Regno Unito: è corsa degli ebrei fuggiti dal nazismo per la cittadinanza tedesca

A Londra circa quattrocento ebrei che fuggirono dalla Germania durante il nazismo vogliono riavere il passaporto tedesco. Le domande sono lievitate dopo la Brexit decisa con il referendum del 23 giugno scorso. Prima l'ambasciata tedesca riceveva una ventina di richieste in media in un anno. La legge tedesca prevede che gli ebrei e i loro discendenti possano riavere la cittadinanza tedesca revocata dai nazisti.
"Mi sono subito reso conto che la Brexit si sarebbe tradotta in una vera e propria perdita. Probabilmente, per me e per la mia famiglia non sarebbe stato possibile vivere e lavorare nei 27 paesi dell'Unione. Dato che non devo rinunciare al mio passaporto britannico e non è necessario che io viva in Germania per imparare il tedesco, mi sono detto che non ho nulla da perdere e quindi per me è meglio dire addio al Regno Unito e benvenuta all'Europa", spiega Thomas Harding, scrittore ebreo.
Nel settembre del 1935 con le Leggi di Norimberga fu formalizzata l'esclusione degli ebrei dalla società tedesca, la prima misura fu la revoca della cittadinanza.
"Ho molti motivi per volerla riavere. Penso soprattutto a mio figlio, voglio che abbia le mie stesse opportunità per poter giocare la sua partita su un campo europeo. Ho lavorato in tutta Europa in vita mia. Amo Berlino e potrei immaginare di viverci. Potrebbe accadere in futuro e voglio che la mia sia una decisione ferma e documentata, voglio che sia scritto nero su bianco che mi oppongo alla Brexit".
Si stima che siano circa 5 mila gli ex perseguitati che vivono nel Regno Unito e decine di migliaia i loro figli e nipoti.

(Euronews, 17 ottobre 2016)


Roma 16-10-43: il rastrellamento del ghetto ebraico

di Umberto Gentiloni

 
"Sono nato in via del Portico d'Ottavia al numero 9. Quella mattina del 16 ottobre 1943 i tedeschi ci entrarono in casa. Ci hanno svegliati e siamo scesi in strada, seguendo istruzioni precise. Dovevamo attraversare la via, passare sul marciapiede opposto e camminare verso il Tevere. Poco più avanti, al primo slargo con un incrocio, ci aspettava un camion dove saremmo dovuti salire per iniziare un lungo viaggio".
Parla con precisione e commozione Mario Mieli (meglio conosciuto come Mario Papà) mentre riavvolge il nastro di una storia che ha inizio alle prime luci dell'alba di un sabato mattina di settantatré anni fa. Sono tracce di memorie lontane, parole che a fatica mettono insieme sensazioni, ricordi, racconti collettivi passati attraverso la ferita di un giorno inimmaginabile: la grande retata degli ebrei romani, la tragedia che giunge in pochi minuti, irrompe nelle famiglie, nelle storie più diverse, senza preavviso. E la vita rimane appesa a un filo, a un confine che non esiste tra il prima e il dopo.
L'irruzione in casa di uomini in divisa, porte sfondate, armi in pugno, il calcio del mitra, terrore diffuso in lunghi attimi di attesa rotti da poche parole per molti incomprensibili. A seguire la consegna delle istruzioni dattiloscritte su un piccolo ritaglio di carta bianca:
  1. Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti.
  2. Bisogna portare con sé:
    a) viveri per almeno otto giorni;
    b) tessere annonarie;
    c) carta d'identità;
    d) bicchieri.
  3. Si può portare via:
    a) valigetta con effetti e biancheria personale, coperte;
    b) denaro e gioielli.
  4. Chiudere a chiave l'appartamento e prendere con sé le chiavi.
  5. Ammalati, anche casi gravissimi, non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova nel campo.
  6. Venti minuti dopo la presentazione di questo biglietto la famiglia deve essere pronta per la partenza.
Un linguaggio sinistro che è già una condanna pianificata: tenere insieme i nuclei delle famiglie per fingere di dare conforto evitando reazioni o resistenze, indicare una meta inesistente (il trasferimento), giocare sul fattore tempo, far presto senza lasciare tracce o prove degli spostamenti di truppe o persone mobilitate in quella mattina. Solo venti minuti prima che la tragedia abbia inizio: appena il tempo di chiudere con la vita precedente per piombare increduli e impreparati nel cono d'ombra della deportazione.
E da lì il destino delle situazioni diverse, degli imprevisti del caso o delle piccole grandi azioni di chi si trova dentro il tracciato di un itinerario che inizia con gli sportelli di un camion parcheggiato dietro casa per concludersi sulla rampa di Auschwitz-Birkenau.

(Diario per non dimenticare, 17 ottobre 2016)


Shoah. Mattarella: una ferita che non scompare

"La Shoah è una pagina nera della nostra storia, triste. E la ferita non scompare assolutamente, oggi l'antisemitismo c'è ancora ma gli anticorpi sono forti. Questa mostra è significativa, mantiene particolarmente vivo il ricordo di quel che è avvenuto. È davvero istruttivo visitarla. Ed è un omaggio ai nostri concittadini che furono rapiti, sottratti alla vita e assassinati". Con questo lungo commento il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si è pronunciato domenica mattina a margine della visita alla mostra sul rastrellamento avvenuto al ghetto ebraico nel '43, "16 ottobre 1943 - La Razzia degli Ebrei di Roma" realizzata dalla Fondazione Museo della Shoah presso la Casina dei Vallati di via Portico d'Ottavia.
   "Va sempre mantenuta con forza una vigilanza contro questi fenomeni", ha poi aggiunto il Capo dello Stato parlando del fenomeno dell'antisemitismo e deponendo una corona di fiori, a Largo 16 ottobre 1943, sulla lapide commemorativa dell'inizio del rastrellamento degli appartenenti alla comunità ebraica di Roma.
Alla commemorazione, inoltre, erano presenti il presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, il presidente della Fondazione museo della Shoah, Mario Venezia.
   I primi a visitare l'esposizione, composta da documenti unici provenienti in gran parte dai discendenti dei cittadini deportati, sono stati il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti e il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio. Oltre alla presidente della Comunità Ebraica romana, a fare gli onori di casa c'era anche Lello Di Segni, l'ultimo in vita dei sopravvissuti alla deportazione degli ebrei romani. "La presenza del Presidente Mattarella - ha sottolineato Dureghello - ha una grande importanza" perché è fondamentale "testimoniare in questo luogo simbolo la necessità di una memoria che deve perpetrarsi".
   Per il governatore Zingaretti "non dobbiamo dimenticare, per le vittime ma anche per ricordare che il mostro del razzismo è ancora vivo". "Questo - ha sottolineato il vicepresidente Di Maio - è uno degli eventi che ci racconta a che punto può arrivare la malvagità umana. Senza memoria non riusciremo a costruire un futuro tutti quanti insieme. Questa iniziativa - ha concluso - ci ricorda quella che può essere la pericolosità nella storia di una società non unita e di una comunità internazionale che non osserva e non lavora per la pace".

(Faro di Roma, 17 ottobre 2016)


Mediterraneo orientale, la nuova frontiera del gas (e dei conflitti)

di Lorenzo Colantoni e Nicolò Sartori

Zohr, Leviathan, Aphrodite: queste le tre maggiori scoperte di gas nel Mediterraneo orientale che potrebbero trasformare alcuni Paesi da importatori a esportatori (Israele), soddisfare una domanda di energia crescente e fornire stabilità all'economia nazionale di altri (Egitto) o potenziare il posizionamento geopolitico di altri ancora (Cipro).
  Questo, se il pericoloso crocevia di irrisolte questioni territoriali, tensioni storiche o nuovi contrasti - che saranno discussi in una conferenza organizzata dallo IAI - non impediranno lo sviluppo e lo sfruttamento di risorse che rappresentano in effetti una novità per il Mediterraneo orientale, e un'opportunità per la sicurezza energetica europea.

 Da Leviathan ad Aphrodite e Zohr
 
  Israele, ad esempio, ha scoperto negli ultimi quindici anni tre grossi giacimenti nel Mediterraneo, di dimensioni crescenti: Mari-B, con circa 28 miliardi di metri cubi (bcm) di gas; Tamar, circa 280 bcm, da solo al momento capace di soddisfare il 40% della generazione elettrica israeliana; Leviathan, con circa 620 bcm, ma la cui produzione partirà non prima del 2019.
  Risorse importanti, ma su cui pende l'incertezza su circa 854 miglia quadrate al confine marittimo con il Libano, vicine alle scoperte di cui sopra, e su cui Beirut ha già cercato di mettere all'asta ipotetiche concessioni.
  Una situazione in realtà che è più critica a Cipro, autore della scoperta nel 2011 di Aphrodite, una riserva di gas che potrebbe contenere dagli 80 ai 140 bcm, la prima nel Paese e che potrebbe portare forse a numerose altre.
  Nonostante sia posizionata alla punta a sud della Zona economica esclusiva, Zee, del Paese, questo non ha però fermato le rivendicazioni della Turchia, che nel 2014 ha inviato due navi da guerra nelle aree dove Eni e Kogas effettuavano le proprie esplorazioni.
  La più grande scoperta è stata però egiziana, con il giacimento Zohr scoperto nel 2015 da Eni pochi chilometri a sud di Aphrodite. Si tratta probabilmente del più grande giacimento nel Mediterraneo, 850 bcm, capace da solo di soddisfare il 40% del fabbisogno energetico annuale egiziano.
  Immune da rivendicazioni territoriali grazie alla definizione delle rispettive Zee con Cipro già nel 2003, lo sviluppo del gas egiziano, così come quello degli altri Paesi, potrebbe però andare incontro ad altri problemi.

 Israele, Cipro ed Egitto e la gestione delle risorse energetiche
  In questo complesso scenario, un punto appare chiaro: nessuno di questi Paesi ha le competenze per sviluppare, da solo, le risorse energetiche di cui è dotato, in parte per la limitata esperienza, come per Cipro e Israele, o per la sua inefficiente struttura, come nel caso dell'Egitto.
  Attrarre però compagnie e investimenti stranieri richiede una stabilità che oggi è minacciata tanto dai conflitti esterni, che da problematiche domestiche.
  Israele, ad esempio, impiegherà almeno nove anni per passare dalla scoperta di Leviathan al suo sfruttamento, più del doppio rispetto al Tamar. Un problema nato dalla ristrutturazione del settore voluta a partire dal 2010 dal governo di Benjamin Netanyahu per ridurre i profitti delle compagnie di idrocarburi ed evitare un monopolio del duo Noble-Delek, autore della scoperta di Leviathan, il cui ritardo potrebbe costare al Paese fino a 26 miliardi di dollari.
  L'Egitto, invece, affronta una domanda domestica senza controllo che potrebbe assorbire le proprie risorse e impedire un'esportazione utile sia alla sua economia, che ad attrarre ulteriori investimenti esteri.
  Crescita economica e demografica, maggiore consumo dovuto all'uso crescente di aria condizionata ed elettronica, e un sistema di sussidi pubblici per l'energia spesso fuori controllo hanno aumentato la domanda di energia del paese del 5,6% dal 2000 al 2012, con un +8,7% nel settore gas.

 Mediterraneo orientale, alla ricerca di una governance energetica
  Nonostante alcune aperture sul fronte cipriota e il miglioramento delle relazioni tra Turchia e partner regionali come Israele ed Egitto, la creazione di meccanismi di cooperazione regionale totalmente inclusivi appare ancora difficile.
  Alternative parziali, che non comprendano cioè tutti i Paesi del Mediterraneo orientale, potrebbero però funzionare, come dimostrato dal recente accordo tra il Cairo e Nicosia, o sulla convergenza tra Israele, Cipro e Grecia sul gasdotto East Med. Un'infrastruttura che potrebbe già prendere il via dopo il trilaterale tra Alexis Tsipras, il presidente cipriota Nicos Anastasiades e Netanyahu il prossimo dicembre.
  Ad oggi, la composizione di queste collaborazioni sub-regionali è però legata a doppio filo alla destinazione finale di questo gas. La partecipazione di Cipro di fatto escluderebbe la Turchia come mercato di riferimento - nonostante le ottime prospettive di domanda e l'interesse di Ankara a diversificare rispetto al gas russo - favorendo in alternativa la "via europea".
  L'Egitto potrebbe invece agire da catalizzatore più neutrale per la cooperazione regionale, visti i suoi rapporti generalmente positivi con i Paesi dell'area: resta però aperto il nodo di Israele, con il quale i vicini arabi commerciano con difficoltà, ma che soprattutto vede con sospetto la totale dipendenza da infrastrutture egiziane per le sue esportazioni.
  In generale, una governance energetica regionale mutualmente vantaggiosa potrebbe contribuire a stemperare tensioni geopolitiche vecchie di decenni. Potrebbe anche essere però che la scoperta di maggiori risorse, e in aree contese, scaturiranno ulteriori conflitti per la loro attribuzione, di fatto prevenendone lo sviluppo, come nel Mar Cinese Meridionale per i continui scontri tra Vietnam e Cina.
  Una sfida tra una ratio politica e una economica, su cui forse solo il tempo potrà dare una risposta.

(AffarInternazionali, 17 ottobre 2016)


Israele - Un gol spettacolare

In una partita del campionato di Israele under 21 l'attaccante del Beersheba, Michael Ohana, ha segnato un gol spettacolare.
Ohana riceve la palla sulla linea dell'area di rigore, con un colpo di tacco la fa passare sopra un difensore, la riprende di testa e la manda in rete.

(Big News, 17 ottobre 2016)


Leo Strauss inedito: "Israele come Sparta"

Ripubblicata una lettera del 1957 del grande filosofo tedesco.

Lo stato di Israele sta affrontando una crisi di legittimità, e non per la prima volta nella sua esistenza. "A differenza delle precedenti crisi, quella attuale non è geopolitica, non è il risultato di un fronte del rifiuto arabo o di azioni diplomatiche ostili come la risoluzione infame delle Nazioni Unite del 1975 che ha dichiarato il sionismo una forma di razzismo. Piuttosto, emerge da correnti all'interno dell'occidente stesso", scrive Commentary. La rivista conservatrice traccia un'analogia con la situazione che negli anni 50 il filosofo tedesco Leo Strauss, professore presso l'Università di Chicago, si trovò di fronte. "La differenza è che ai tempi di Strauss, l'attacco alla legittimità di Israele veniva dalla destra politica, mentre oggi viene principalmente dalla sinistra".
   Nel 1957, Strauss pubblicò sulla rivista conservatrice National Review una lettera in difesa dello stato ebraico. Apparve per la precisione nel numero del 5 gennaio 1957, dove Strauss attaccò la rivista e il suo "animus antiebraico" a proposito del trattamento riservato a Israele. Strauss si irritò molto per un articolo di Guy Ponce de Leon, in cui egli scriveva: "Gli ebrei, essi stessi vittime della più nota discriminazione razziale dei tempi moderni, non hanno esitato a creare il primo stato razzista della storia". Strauss parla di Israele come di una combinazione di Sparta ("eroica austerità") e Gerusalemme ("antichità biblica") che definisce il carattere del nuovo paese. Strauss non invoca l'Olocausto come la ragione per l'esistenza di Israele. Se Israele è destinato a restare in piedi, diceva, deve farlo sulle proprie gambe, poggiandosi sulla propria tradizione. Il fondatore del sionismo, Theodor Herzl, era guidato secondo Strauss da un obiettivo fondamentalmente "conservatore", ovvero voleva preservare "la spina dorsale morale" del giudaismo. Strauss scrisse di essersi formato sui testi di Leo Pinsker e Herzl, convinto che il sionismo fosse la risposta giusta al fallimento del liberalismo, della Repubblica di Weimar e del voltafaccia delle democrazie europee a Monaco.
   Nelle parole di Strauss "sionismo" significava, infatti, "un movimento di élite per la restaurazione dell'onore decaduto e perduto attraverso l'acquisizione di una patria". Nella lettera a National Review, Strauss scriveva che "Israele è la sola nazione che è anche un avamposto dell'occidente in oriente. Inoltre è una nazione circondata da nemici morali di una superiorità numerica travolgente, in cui un solo libro domina assolutamente l'istruzione elementare e superiore: la Bibbia ebraica. Lo spirito della nazione può essere descritto in questi termini: austerità eroica supportata dalla frugalità dell'antichità biblica". Un piccolo capolavoro di filosofia politica, profetico per i nostri giorni.

(Il Foglio, 17 ottobre 2016)


Non c'è pace, in casa Jacob e Rachel Terradisraele

Video. In poco più di tre minuti, l'ironico racconto di tremila anni di incursioni viste con gli occhi degli abitanti ebrei.

Il governo israeliano prova a spiegarlo con un sorriso. La presenza del popolo ebraico in Terra d'Israele risale a più di tremila anni fa. In altri termini, gli ebrei in Terra d'Israele sono a casa propria, e tali si sentono a dispetto delle tante invasioni che il paese ha subito nel corso dei secoli.
Un video di 3 minuti e mezzo recentemente messo on-line dal Ministero degli esteri israeliano cerca di comunicare questo concetto, in fondo abbastanza semplice, mettendo in scena l'ironico apologo di una coppia di ebrei la cui casa viene costantemente rivendicata da conquistatori stranieri....

(israele.net, 17 ottobre 2016)


Ecco le pagine ebraiche di Momigliano

Una miscellanea del grande storico sui rapporti tra Atene, Roma e Gerusalemme

 
Un ebreo legge la Torah nella sinagoga La Ghriba, la più antica dell'Africa, sull'isola di Djerba, Tunisia
Un paio di settimane fa segnalammo in breve l'uscita di Pagine ebraiche di Arnaldo Momigliano (Edizioni di Storia e Letteratura, cfr. CdT del 4 ottobre), promettendo ai lettori che, vista l'importanza del libro, saremmo tornati sull'argomento con un intervento più esteso. Eccoci, finalmente.
   Qualche veloce parola sull'autore. Nato nel 1908, morto nel 1987, Momigliano resta tra i maggiori storici italiani del Novecento, settore storia e storiografia greca e latina. Chi ha fatto studi classici avrà familiarità col suo cognome per via di alcuni manuali molto apprezzati, e poi ci sono i dieci volumi dei Contributi alla storia degli studi classici e del mondo antico, né più né meno che un punto di riferimento inaggirabile per ogni specialista.
   Momigliano crebbe in una famiglia ebraica piemontese, di Caraglio ma originaria della Savoia, con due figure in primo piano: il nonno Amadio (in realtà il fratello del nonno Donato, morto giovane) e Felice, primo cugino del padre. L'atmosfera era quella tipica dell'ebraismo ortodosso dell'epoca e di tanti romanzi ebraici e yiddish: «Il tempo scandito dal ritmo delle devozioni - scrive la curatrice Silvia Berti introducendo l'intervista a Momigliano, finora inedita, raccolta nel libro - una vita seria, ordinata, dominata dallo studio e dall'intimità degli affetti». E ancora: «Un mondo che si considerava autosufficiente, tenuto in vita dalla gioia nella Legge e dagli affetti familiari». Nonno Amadio, avveduto mercante e dotto talmudista, leggeva lo Zohar tutte le sera (è uno dei testi essenziali della mistica ebraica) e insegnò l'ebraico ad Arnaldo, componendo per lui una grammatica che il futuro studioso conservò per anni. Felice, invece, più giovane di Amadio di vent'anni, era più inquieto. D'indole mazziniana, lettore di Spinoza, mosso dall'idea di un modernismo ebraico liberato dal recinto della tradizione e arricchito dal portato del cristianesimo, si suicidò nel 1924.
   Due uomini, dunque, due anime nello stesso petto della sempiterna querelle che ogni ebreo intrattiene con se stesso. Da questo lessico famigliare non poteva che svilupparsi in Arnaldo una gran curiosità d'intelletto a proposito di tutti le gli scambi reciproci tra Gerusalemme, Atene e Roma. Ha scritto bene lo storico sociale delle idee David Bidussa: «Il metodo Momigliano consiste nel guardare alle culture come costruzioni nel tempo e come dialogo con altre culture con cui ci si misura, ma soprattutto da cui si assorbe, si riformula. L'idea di partenza è che nessuna cultura è un mondo a sé. I frutti puri impazziscono».
   Ma veniamo al libro, già pubblicato da Einaudi nel 1987. Esso farà la delizia intellettuale dei cultori di una certa ben definita ebraicità di sapore novecentesco: pagine in cui sfilano Max Weber e Leo Strauss, Scholem e Benjamin, seguiti da Flavio Giuseppe, Jacob Bernays, Moses Finley, Eduard Fraenkel, Vidal-Naquet (quest'ultimo, tocca ribadire, sempre troppo poco letto).
   È il saggio che apre la raccolta - Studi biblici e studi classici. Semplici riflessioni sul metodo storico - a inquadrare le linea di ricerca: «Confesserò subito - scrive Momigliano - di essere piuttosto insensibile a ogni asserzione che la storia sacra ponga problemi che non sono quelli della storia profana». Come dire: niente sconti e testa bassa sul dato oggettivo, anche a costo di «ferire» leggende consolidate.
   Altro passaggio sullo stesso tenore, dalla recensione a Gli ebrei in Venezia di Cecil Roth: «La storia degli Ebrei di Venezia, come la storia degli Ebrei di qualsiasi città italiana in genere, è essenzialmente la storia della formazione della loro coscienza nazionale italiana».
   Rilievo che oggigiorno non piacerebbe né a destra né a manca, e nemmeno a gran parte dei diretti interessati: viviamo un tempo di identità impazzite o strumentalizzate, o nient'affatto tranquille, sicuramente noiose. Identità a cui la «verità del passato», sempre cercata da Momigliano, non fornisce più soccorso né brio.

(Corriere del Ticino, 17 ottobre 2016)


E il negozio di piazza Navona si fa pubblicità con le svastiche sullo scudo del centurione

di Paolo Brogi

ROMA - Il centurione fa bella mostra di sé all'ingresso del negozio di articoli per turisti a piazza Navona. Sullo scudo ha una serie di svastiche. «Sono solo croci celtiche», si è sentito dire chi ne ha chiesto conto. Siamo a piazza Navona, scrigno di tesori del Barocco e passaggio obbligato per milioni di turisti in visita nella Capitale. Il centurione è a poca distanza dai capolavori del Bernini e del Borromini. Il negozio che ospita il centurione con le svastiche ha preso il posto da poco dello storico negozio di antiquariato Nardecchia: largo al rivenditore di oggetti turistici, poco importa se all'insegna di strafalcioni storici e di immagini choc come la svastica (il fatto che possa essere il simbolo sanscrito poco cambia alla questione, la percezione di quel simbolo ormai universalmente è legata all'orrore hitleriano.
Fino a un anno fa più che un negozio di antiquariato e di stampe lì era ospitato un salotto di cultura: andare dai Nardecchia è stato per anni un modo per cercare il bello nelle stampe antiche, un'attività in cui si sono mischiati i volti di Sandro Pertini e di Indira Gandhi, di Vittorio Gassman e di tanti altri. Il negozio era lì dal 1955, messo in piedi da Plinio Nardecchia figlio del fondatore della stirpe di antiquari, Attilio, un medico che si era convertito a fine '800 in gran bibliofilo e cartografo oltre a raccoglitore di immagini d'arte. Attilio aveva messo in piedi a Roma un punto di incontro in cui convenivano studiosi e bibliofili illustri, fra i quali Benedetto Croce, Luigi Einaudi, lo storico dell'arte Adolfo Venturi, il matematico Vito Volterra, l'incunabolista don Tommaso Accurti; anche papa Pio XI ne era un fruitore. Ricordiamo questi antefatti per fotografare il presente di quel centurione con le svastiche. Perché i Nardecchia hanno ceduto il passo al nuovo rivenditore? «L'affitto dei Doria Pamphilj era diventato troppo alto per noi - spiega la moglie dell'ultimo erede della dinastia-. E così ci siamo trasferiti in via Monserrato ... ».
Il Nilo con la testa bendata della Fontana dei Fiumi, del Bernini, acquista ora un nuovo significato. Insieme al Rio della Plata che si protegge con la mano: non ce l'avevano col Borromini intento a costruire la chiesa di Sant'Agnese in Agone. Forse presagivano il futuro. E neanche il primo sindaco della Roma liberata, il principe Filippo Andrea Doria Pamphilj, che nel '38 aveva osato rifiutare ospitalità a Hitler in visita a Roma, saprebbe più cosa dire oggi...

(Corriere della Sera - Roma, 17 ottobre 2016)


La scelta dell'Unesco su Gerusalemme e l'astensione dell'Italia

ll testo integrale dell'appello che la presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni ha inviato alle più alte carico dello Stato dopo il vergognoso voto dell'Unesco che nega l'ebraicità di alcuni luoghi di Gerusalemme.

Al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella;
Ai presidenti di Senato e Camera, Pietro Grasso e Laura Boldrini;
Al presidente del Consiglio, Matteo Renzi;
Alla Rappresentanza permanente italiana presso l'Unesco, Vincenza Lomonaco.

Vi scrivo a nome di tutte le Comunità ebraiche italiane e di tutti i cittadini italiani di religione ebraica, ma certa di rappresentare anche il sentimento di chi professa altre religioni ed è ugualmente indignato.
Nelle scorse ore l'Unesco ha votato a larga maggioranza una risoluzione che nega l'identità ebraica di alcuni siti di Gerusalemme tra cui il Muro Occidentale, il luogo più sacro agli ebrei del mondo intero.
Una decisione scioccante, grave e aberrante, che non ha precedenti nella storia di questa organizzazione. Un voto che, di fatto, finisce non solo per negare millenni di storia ebraica nella capitale unica e indivisibile dello Stato di Israele, ma anche per riscrivere l'intera vicenda del Cristianesimo, strettamente legata a quei luoghi, a quelle pietre, a quella eredità.
Al momento del voto l'Italia ha scelto incomprensibilmente di astenersi, gettando un'ombra, con questa decisione, sulla sua solida amicizia con lo Stato di Israele e con l'intero popolo ebraico. A nostro modo di intendere questa scelta rappresenta un'offesa ai valori fondamentali dell'Italia stessa, ai principi della Costituzione e dell'Europa stessa, chiamata a difendere con forza ogni tentativo di distorsione, di negazionismo e revisionismo della storia.
Il Muro occidentale di Gerusalemme è stato inaccessibile agli ebrei fino alla liberazione della città dall'occupazione Giordana nel 1967. Solo da quella data, da quando l'Amministrazione israeliana ha riunito la città, Gerusalemme è davvero città aperta a tutte le religioni e il Kotel luogo di raccolta e di preghiera universale.
Nei prossimi giorni questa risoluzione sarà sottoposta a un voto definitivo. Chiediamo pertanto alle più alte istituzioni dello Stato italiano di adoperarsi anche con gli altri Paesi affinché sia data voce alla verità, alla libertà, esprimendosi nel senso più risoluto a difesa dei valori che oggi uniscono i popoli, e recuperare quel tanto che resta della credibilità delle Nazioni Unite, anche in vista del nuovo corso che va aprendosi.
Auspichiamo di leggere martedì una risoluzione esattamente opposta che inviti tutti coloro che vivono a Gerusalemme e che raggiungono la Città e i suoi luoghi sacri a riconoscerne la sua specialità e storicità di rilievo per tutte le religioni, che inviti a recitare la medesima preghiera per la vita, seppur ciascuno nella sua lingua.
Noemi Di Segni

(La Stampa, 16 ottobre 2016)


Lettere inviate per protesta contro la risoluzione dell'Unesco

Riceviamo e volentieri diffondiamo.

Al Ministro degli Affari Esteri On. Paolo Gentiloni

A nome dell'Associazione Italia-Israele di Firenze Le esprimo la nostra protesta per il voto di astensione che l'Italia ha espresso in merito alla risoluzione dell'Assemblea dell'Unesco che ha deciso di considerare legittimo solo l'uso dei termini arabi per designare luoghi come il Monte del Tempio e lo stesso Muro Occidentale. Di fatto questa risoluzione nega ogni legame tra la storia ebraica e quei luoghi, un legame affermato da qualunque fonte storica e archeologica.
Questa pretesa di riscrivere la storia attraverso una risoluzione di un organismo profondamente screditato come l'UNESCO farebbe sorridere se non fosse invece di una inaudita gravità. Come Lei dovrebbe sapere, l'UNESCO non è nuova a queste prodezze: nel 1974 approvò una risoluzione che toglieva i finanziamenti a Israele considerato uno Stato razzista. L'anno seguente l'Assemblea dell'ONU completò l'opera condannando il sionismo come una forma di razzismo, salvo poi rimangiarsi quella risoluzione molti anni dopo, in seguito agli accordi di Oslo. Ma allora contro la decisione dell'UNESCO si levò alta la voce di Giovanni Spadolini, Ministro per Beni culturali, mentre adesso il rappresentante italiano si rifugia nell'astensione, il che significa dichiararsi incapace di esprimere un giudizio su quanto affermato nella risoluzione. Ciò che rende ancora più grave e inaccettabile il voto del rappresentante italiano è che altri Paesi appartenenti all'Unione Europea - come la Germania, i Paesi Bassi, l'Estonia e la Lituania, nonché la Gran Bretagna - hanno espresso voto contrario alla risoluzione.
Mi auguro, signor Ministro, che, quando sarà chiamato a rispondere in Parlamento del voto espresso dal rappresentante del nostro Paese, Lei sia in grado di fornire una risposta convincente.
Valentino Baldacci
Presidente dell'Associazione Italia-Israele di Firenze


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Al Ministro degli Affari Esteri On. Paolo Gentiloni

Signor Ministro Gentiloni,
le sottoscritte esprimono la loro viva indignazione per il voto di astensione espresso dall'Italia sulla risoluzione dell'Assemblea dell'Unesco, rappresentata in quella sede dall'Ambasciatrice Vincenza Lomonaco, che di fatto, adottando solo la denominazione in arabo, nega qualsiasi legame storico dell'Ebraismo con il Monte del Tempio e iI Muro Occidentale.
Ricordiamo che sul Monte Moriah (questo il nome del monte che figura nella plurimillenaria tradizione ebraica), furono eretti per ben due volte due Templi, il primo distrutto nel 586 a.E.V. da Nabuccodonosor, il secondo da Tito nel 70 d.E.V,, le cui vestigia sono visibili a Roma sotto l'Arco a lui dedicato.
Questi luoghi sono stati il centro della vita spirituale, religiosa e politica del mondo ebraico, ben prima che l'Islam, dopo la conquista araba del 638 d.E.V., legasse Gerusalemme ad un'interpretazione coranica molto virtuale e senza nessun fondamento storico né tantomeno archeologico, dal momento che Maometto a Gerusalemme non mise mai piede.
Non riusciamo a capire il senso dell'astensione della rappresentante italiana, quando altri paesi appartenenti all'Unione Europea, purtroppo solo 6, hanno hanno avuto il coraggio e la dignità di esprimere un voto contrario.
Abbiamo espresso la nostra protesta anche al Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, memori ancora del suo discorso alla Knesset, il Parlamento di Israele, in cui evocava, con grande commozione, il salmo che "ci trasmette l'immagine delle tribù che salgono verso il Tempio cantando la gioia di avvicinarsi nella città santa e lodando il nome del Signore".
Ci aspettiamo una Sua presa di posizione in merito che sia in grado di fornire una risposta convincente.
Distinti saluti,
Angela Polacco e Cecilia Cohen Hemsi, due italiane iscritte all'Aire (con diritto di voto), residenti a Gerusalemme, capitale d'Israele. Insignite dal Presidente Giorgio Napolitano dell'onorificenza di Commendatore della Stella d'Italia.

(Notizie su Israele, 16 ottobre 2016)


Profughi e salvatori nell'Italia fascista e del dopoguerra

Una piccola ma intensa pubblicazione a cura di Donato Grosser fa luce sugli enormi sforzi, portati avanti da pochi valorosi, per salvare tanti ebrei dalla tragedia.

di Riccardo Di Segni

 
Prima che si abbattesse sugli ebrei italiani la tragedia della persecuzione razziale e poi della shoà, l'Italia fu per qualche anno una sorta di isola di salvataggio per migliaia di ebrei in transito in fuga dall'Europa centrale.
La relativa calma politica, malgrado il regime dittatoriale, e la necessità di intervenire in aiuto dei profughi favorirono la nascita e il consolidamento di una struttura organizzata di assistenza, supportata da finanziamenti internazionali e tollerata dalle autorità italiane per vari motivi, non ultimo quello di avere a disposizione qualcuno che al loro posto potesse fare un lavoro ingrato, senza contare il non tanto piccolo beneficio derivante dall'afflusso di valuta estera pregiata.
Ma tutto questo non si sarebbe potuto realizzare senza l'impegno, la competenza e la dedizione di alcune persone: serviva capacità organizzativa, abilità politica, conoscenza delle lingue e con il passare del tempo, quando anche da noi le cose cominciarono a precipitare, una buona dose di coraggio. È proprio uno dei protagonisti di quella stagione, Bernardo Berl Grosser, ad aver trasmesso delle memorie importanti che il figlio Donato David presenta ora in questa pubblicazione.
La prospettiva della vicenda personale intrecciata ai grandi avvenimenti storici è in questa ricostruzione molto suggestiva. Diventano poi particolarmente intense le pagine che parlano degli anni sempre più difficili dal '38 in avanti quando il lavoro crebbe insieme al rischio e gli addetti, da assistenti ai perseguitati diventarono loro stessi perseguitati e braccati.
Il lieto fine della vicenda personale di una nuova famiglia che si crea alla fine della guerra è tanto più goduto quando si pensa a cosa c'è stato prima. Una lettura stimolante che mette in ordine una storia molto bella che si conosceva finora in modo frammentario. Grazie a Donato Grosser per avercela fatta conoscere.

(Kolòt, 16 ottobre 2016)


Roma - 16 ottobre lutto cittadino

di Paolo Conti

«Roma avrebbe un solo modo non retorico il Giorno della Memoria: proclamare solennemente il 16 ottobre una giornata di lutto cittadino». E' il 25 gennaio 2012, la firma è di Pierluigi Battista. Da allora, il Corriere della Sera ha suggerito più volte, e a due diversi sindaci di questa città, cioè a Gianni Alemanno e a Ignazio Marino, di compiere un gesto forte e significativo: ricordare perennemente alla cittadinanza lo sfregio del 16 ottobre 1943, ovvero la razzia degli ebrei romani da parte dei nazisti che occupavano Roma. Ricordiamo le cifre: 1259 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 bambini e bambine, 1023 furono avviati ad Auschwitz. Solo 16 sopravvissero, 15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino, morta poi nel 2000. Si tratta di una ferita indelebile nella storia di questa città. Quel giorno venne colpita la più antica comunità ebraica della Diaspora che coincide anche con la più antica comunità di Roma, duemila anni di presenza ininterrotta. Si dice spesso che gli ebrei romani sono certamente i più sicuri discendenti di chi viveva nella capitale dell'impero romano. Eppure nessuna maggioranza capitolina ha voluto votare un ordine del giorno così semplice ma che rappresenterebbe, se sottratto alla ritualità, un solido cemento per la Memoria collettiva cittadina. Cosa farà la giunta Raggi? Vedremo. Oggi è comunque lutto cittadino e personale per tutti quei romani che non dimenticano. Perché non possono, non vogliono dimenticare.

(Corriere della Sera - Roma, 16 ottobre 2016)


Arabi e israeliani, il cabaret in forma di danza

Hillel Kogan porta a Ferrara «We Love Arabs», dove ironizza in scena sulle differenze e le inevitabili somiglianze fra i due popoli. «A musulmani e profughi siriani è piaciuto».

di Valeria Crippa

C'è il rischio che pensino che tu sia l'ebreo e io l'arabo. Io marcherò te e tu marcherai me», dice seccato Hillel Kogan al collega Adi Boutrous nello spettacolo We Love Arabs. «Che cosa mi hai scritto sulla fronte?», ribatte quest'ultimo. Hillel: «Come la chiamate ... la brioche sulle moschee. È per far capire al pubblico. Tu mi hai disegnato sul petto una stella di David e io ho tracciato sulla tua fronte una croce islamica». Boutrous: «Ah ok. Mah ... io sono cristiano». Hillel: «Eh? Tratteremo quest'informazione più tardi». Non è un cabaret yiddish. Sono battute pronunciate in un dialogo dall'humour corrosivo che traccia le coordinate spaziali della coreografia We Love Arabs dell'israeliano Hillel Kogan in arrivo al Comunale di Ferrara il 4 novembre, all'interno di un focus puntato sulla danza israeliana e palestinese. Un muro immaginario che separa i due danzatori, finché qualcosa dal «territorio» vicino non penetra nell'altro. I movimenti dei due si specchiano per trasmettere un'idea di somiglianza, opposti ma uguali, fino a sdoppiarsi come un oggetto con la propria ombra.
  Identità, coesistenza, cooperazione, usando I'hummus come simbolo di una tessitura coreografica che rimanda alla liquidità delle relazioni. «Perché I'hummus - dice ancora Kogan nello spettacolo - è il simbolo dell'essere israeliano. E mi sono dimenticato che è arrivato da voi. Lo sai che in Russia e nei ghetti polacchi gli ebrei non mangiavano hummus? Ma ora l'hummus sta cancellando la mia identità e diventa la mia nuova faccia, ed è anche la tua identità e la nostra nuova faccia. Ognuno di noi vuole avere hummus nelle proprie mani ed è difficile. È mio, è tuo. E poi finalmente capiamo che non c'è via d'uscita, come in una spirale. L'unico modo per romperla è introdurre la forma di un fiume da attraversare, passo dopo passo, tu ti prendi cura di me, io di te. Con gentilezza».

- Kogan, i suoi testi ricordano quelli del primo Woody Allen, quando recitava da «stand-up comedian» nei locali newyorchesi. Definirebbe il suo lavoro un cabaret danzato?
  «Allen è uno dei miei autori preferiti. Ma non saprei definire i miei pezzi "danza" o "teatrodanza'', pur avendo una formazione di teatro. Le mie composizioni hanno a che fare con il mondo della danza, sono commedia, attualità. Non vedo la danza come un suolo sacro, credo nella virtuosità del corpo e nella capacità di ballare e parlare allo stesso tempo. È importante per me mostrare che i danzatori sono esseri umani e non mimi. Abbiamo accettato la connessione storica tra danza e musica. Lentamente i testi del Novecento sono diventati parte del mondo della danza. Una delle mie missioni è permettere alla danza di parlare e di portare in essa testi e poesia».

- Benché scritto con tratto leggero, «We Love Arabs» è uno spettacolo politicamente «engagé» in un'arte in cui l'impegno politico si manifesta di rado. Perché nella danza ci sono pochi pezzi politici come, ad esempio, «Il tavolo verde» di Kurt Jooss?
  «Forse per il problema del testo. Storicamente e culturalmente, il ruolo delle istanze politiche è sociali è sempre stato giocato dal teatro o dalla letteratura, non dalla musica o dalla pittura, anche se, secondo me, è possibile estrarre contenuti politici da ogni forma d'arte. La danza è tradizionalmente considerata un'arte astratta come la musica e si concentra su forma, tempo, spazio e movimento, focalizzandosi sull'estetica più che sull'etica, che appartiene al teatro e alla letteratura. Questa è una delle ragioni per cui la danza quando è politica la chiamiamo teatrodanza».

- Un mese fa a Torino la compagnia israeliana Batsheva, di cui lei fa parte, ha sollevato le proteste del gruppo filopalestinese Bds che sostiene il boicottaggio di Israele e dei suoi prodotti anche culturali. Il suo tour è sostenuto dal ministero israeliano della Cultura come lo era Batsheva. S'aspetta proteste del Bds?
  «Credo che We Love Arabs presenti un altro aspetto di Israele, un'altra cultura. Mostra il lato ebraico bianco del Paese che detiene il potere e guarda gli arabi dall'alto. È una parodia comica, entertainment che contiene però un messaggio molto forte: guardare allo specchio noi stessi e quello che facciamo. Quanto al governo israeliano, sono in disaccordo con il partito di destra del governo. Siamo una democrazia e gli artisti hanno la possibilità di esprimersi con libertà di parola e di creazione. Gli artisti sono i principali ambasciatori di quella parte di Israele che crede nella pace, nella modernità, nella necessità di mettere fine al conflitto. La comunità internazionale dovrebbe abbracciarci perché siamo la sola speranza di cambiamento».

- Come reagisce il pubblico a «We Love Arabs»? Lo presenterebbe nei Paesi arabi.
  «L'ho portato in molti Paesi e in Israele di fronte a molti tipi differenti di comunità religiose, anche quella araba, ed è stato accettato in modo molto positivo. Alcuni musulmani sono venuti dopo lo show per parlarmi e offrirmi sostegno. Credo che il lavoro sia universale e non riguardi solo ebrei e arabi ma le relazioni umane. In Germania un gruppo di rifugiati siriani è venuto a vedere lo spettacolo e non si è sentito offeso dallo show. Ha girato in Europa e Stati Uniti ma mai in Paesi arabi, spero che un giorno mi invitino. Ma con un passaporto israeliano non ci è concesso di entrare nella maggior parte dei Paesi arabi e musulmani, perché non ci sono relazioni diplomatiche con Israele».

- A Ferrara presenterà anche «Obscene Gesture», pezzo irriverente verso Pina Bausch. L'ha portato in Germania dove la memoria della Bausch è venerata?
  «È vero, Pina è la santa della danza contemporanea, non solo in Germania, dove non ho ancora portato questo mio "solo". A Ferrara sarà infatti il debutto internazionale. È una parodia sul teatrodanza, sui testi di teatro nella danza, ed è una parte di un lavoro più lungo e articolato».

(Corriere della Sera, 16 ottobre 2016)


«Gli ebrei diventino tutti cittadini di Israele»

Circa sei anni fa il giornalista e scrittore Alain Elkann rivolse un accorato appello agli ebrei della diaspora, pubblicato su "la Stampa". Poiché ci sembra che questo appello non abbia affatto perso di attualità, lo ripresentiamo insieme ad un nostro articolo che pubblicammo allora prendendo spunto da quello di Elkann. NsI

di Alain Elkann

Alain Elkann

Se noi ebrei vogliamo esistere ed essere forti, dobbiamo capire che c'è uno Stato ebreo di cui Gerusalemme è la capitale. Non siamo più un popolo errante che viene dal deserto o dalla Diaspora. Siamo ebrei con una nazione dove ci sono dei politici, dei rabbini, dei professori , degli artisti, dei medici, degli operai, e poi commercianti, marinai, attori, cantanti, ballerini, giuristi, soldati, contadini, tutti ebrei e cittadini israeliani.
    Israele è un Paese minacciato da numerose nazioni ostili, con dei detrattori e qualche amico. Spesso, anche gli ebrei della Diaspora condannano la politica degli israeliani e le loro attività belliche. Ciononostante, i nostri figli nel mondo intero dovrebbero sentirsi toccati, e diventare soldati in Israele, all'età richiesta e quando la necessità si fa sentire.
    Tutti gli ebrei dovrebbero conoscere le stesse paure e le stesse speranze per i loro bambini. Significa che tutti gli ebrei della Diaspora dovrebbero lasciare le loro case e stabilirsi in Israele? Sì, forse non per sempre, ma almeno per un certo periodo. Gli ebrei dovrebbero prevedere di mandare i loro bambini in Israele per un anno di "parentesi utile", l'anno generalmente utilizzato per un periodo decisivo di formazione.
    Gli ebrei possono non condividere la politica israeliana a condizione che si considerino come israeliani. Ma è pericoloso per tutti gli ebrei appartenere alla stessa nazione o avere lo stesso passaporto? Per 2000 anni, l'essere ebrei significava qualcosa di più di una religione, una legge morale, dei libri, una sinagoga e una tradizione orale del "popolo di una nazione". Durante un passato recente, gli ebrei sono stati obbligati a indossare una stella gialla con su scritto "Juden" o "ebreo". Adesso, gli ebrei possono essere fieri di essere cittadini israeliani, che parlano l'ebraico, leggono giornali, guardano la televisione e ascoltano la radio nella propria lingua. E' un cambiamento radicale per persone che non potevano diventare cittadini influenti nei Paesi dove vivevano ed erano pienamente accettati. Spesso parlano e scrivono molto bene nella loro lingua d'adozione. Conrad, un ebreo polacco, è diventato un grande scrittore di lingua inglese; Canetti, Musil, Zweig o Kafka scrivevano in tedesco e Bellow, Mailer e Roth in inglese. Svevo, Moravia e Bassani scrivevano in italiano, Sabato in spagnolo. Proust era uno dei maggiori scrittori del suo tempo. Ciascuno di questi autori era inestricabilmente legato alla sua lingua e alla sua cultura. Dunque Roth, Appelfeld, Oz, Grossman, Levitt, Wiesel, Glucksmann, Piperno, Levy sono tutti scrittori ebrei che scrivono in lingue differenti di cui anche l'ebraico fa parte. Dovrebbero essere tutti cittadini israeliani.
    Anche se gli ebrei sembrassero cittadini del Paese in cui sono andati a scuola o dove vivono, non dimenticano mai che sono una minoranza, considerata diversa perché ebrea. Non approfitterò di questa occasione per dilungarmi sui numerosi pregiudizi di cui gli ebrei di tutti i tempi sono stati vittime.
    Se la mia lingua materna è l'italiano, il francese, l'inglese, lo spagnolo, il russo, il tedesco, il polacco, perché dovrei diventare un israeliano che parla l'ebraico? Perché 62 anni fa, il mondo è cambiato quando Israele è diventato lo Stato degli ebrei. Questa idea utopica s'è concretizzata in una realtà a volte pericolosa, a volte entusiasmante. Come un ebreo potrebbe ignorare il fatto che questo paese, il paese dei suoi antenati, quello da cui è stato esiliato per 2 mila anni, è di nuovo governato da ebrei?
    Senza dubbio la maggioranza degli ebrei non ha voglia di abbandonare la propria posizione sociale, acquisita nella Diaspora, e di rinunciare al proprio lavoro, ma devono capire che non hanno più scelta. Hanno un paese che appartiene loro, e se lo desiderano possono acquisire la doppia nazionalità. Se un ebreo vuol veramente diventare un ebreo autentico, deve diventare israeliano.
    Questo può turbare la quiete degli ebrei che hanno vissuto felici per generazioni nei loro Paesi, ma è accaduto un avvenimento straordinario e inatteso (e forse non sempre desiderato): l'esistenza dello stato ebraico di Israele.
    Non penso che questa trasformazione si debba produrre nell'immediato, ma è un passo necessario per scoraggiare i detrattori e i nemici degli ebrei. Se gli ebrei finissero per sentirsi realmente cittadini israeliani, diventerebbero più forti, perché accetterebbero il loro destino. Certamente, questo implicherebbe di perdere i numerosi vantaggi acquisiti nei loro Paesi, soprattutto quello di essere diversi,strani, a volte unici, e dunque interessanti. Al posto di tutto questo, diventerebbero ebrei fra altri ebrei con un passaporto israeliano, un numero di sicurezza sociale e un partito politico.
    Ciò che scrivo non sarà molto apprezzato, perché la maggior parte della gente adora lamentarsi e restare così com'è. Per natura, non ama il cambiamento. Dunque se sono russo o francese, perché dovrei diventare israeliano? Se sono un uomo del Nord o dell'Ovest perché diventare un cittadino dell'Est? Se mio padre e mio nonno erano soldati in Italia o in Francia, perché diventerò un soldato israeliano?
    Gli ebrei hanno sofferto l'Olocausto, la stella gialla e la soluzione finale, in questa stessa Europa dov'erano così ben accettati e assimilati. E' in questa Europa che si sono creati i ghetti e li si sono aboliti, in questa Europa che gli ebrei sono stati uccisi a milioni e in cui solo una piccola minoranza coraggiosa ha reagito. Ricordiamoci che ci sono ancora persone con un numero tatuato sulle braccia, perché sono stati disumanizzati e marchiati per essere uccisi. Gli ebrei avrebbero potuto sparire per sempre. Come possiamo dimenticarlo? Quindi anche se gli israeliani sono criticabili, è una fortuna che esistano. E' loro dovere lottare per la sicurezza, per il diritto di esistere e di permettere a tutti gli ebrei di vivere insieme, e di prendere coscienza della loro appartenenza ad Israele, quale che sia il luogo in cui vivono.
    Scrivo questo perché sono stanco di essere diverso, di pregare solo o di ascoltare le preghiere degli altri. Vivo in Italia, un Paese dove si chiamano gli esseri umani cristiani. E gli altri? Nessuno qui conosce le feste ebraiche. E' vero che fino alla creazione dello Stato di Israele non avevamo altra scelta che essere una minoranza, a volte tollerata e a volte perseguitata. Ma adesso che abbiamo un territorio ebraico, perché non approfittare dei piaceri di un'identità ben definita? So che è difficile cambiare destino, abitudine e Paese, ma gli ebrei devono prendere una decisione. Siamo una religione monoteista che attende il messia o siamo il popolo di una nazione? Saremo ebrei come altri sono greci, italiani o tedeschi?
    Gli ebrei prima erano un popolo che dipendeva da una nazione con un'unica religione, legge e lingua. Poi quando sono stati costretti a dividersi hanno mantenuto la loro religione e le loro tradizioni in famiglia e in sinagoga. Con la creazione dello Stato di Israele le cose sono cambiate e siamo diventati un popolo con un Paese e un lingua. Ovviamente, non è molto semplice comprendere l'idea di essere ebrei e israeliani, da almeno 2000 anni, siamo abituati a considerarci solo ebrei. Ripeto, non credo che dovremmo vivere tutti in Israele, ma credo che dovremmo tutti essere israeliani.
    E' molto importante immaginare un futuro e il modo in cui dovremmo collocarci nel mondo. Alcuni ebrei vorranno seguire la tradizione e sceglieranno di non diventare cittadini di Israele, ma personalmente credo che saranno una minoranza. I nostri nemici e i nostri detrattori ci rispetterebbero di più, se fossimo uniti nel credere che israeliani ed ebrei sono la stessa cosa. In quanto popolo monoteista più antico meritiamo rispetto. Noi ebrei dovremmo essere orgogliosi delle nostri tradizioni, della nostra storia e della nostra posizione nel mondo. Il mondo di oggi è umanamente debole perché ha concentrato tutti gli sforzi nella tecnologia, nella scienza, nelle vacanze e nel fare soldi. I veri valori sembrano essere scomparsi e tutto è diventato immediato, veloce, rapido, giovane, salutare, facile e comodo. Solo i fanatici hanno una visione del mondo che usa le strategie di potere, l'omicidio e la paura in nome di Dio.
    A partire dalla Seconda guerra mondiale l'America è stata l'unica vera amica degli ebrei. Mi ricordo bene una volta in cui due anziani ebrei stavano discutendo metà in ungherese e metà in yiddish in una lavanderia di New York. Ho chiesto a uno di loro: "Da dove venite?", mi ha risposto sorpreso "Che cosa intendi? Siamo americani". Perché un cittadino americano di successo, rispettato nel suo paese e felice della sua vita, dovrebbe sentirsi come un cittadino israeliano solo perché è ebreo? Forse lui o lei potrebbe rispondere che non c'è mai stato un presidente israeliano negli Stati Uniti, considerando che Shimon Peres è il presidente dello Stato di Israele.
    Perché qualcuno che vive tranquillo e felice in California o a Boston dovrebbe sentirsi israeliano? Dovrebbe perché è ebreo e in Israele c'è uno stato ebraico basato su principi ebraici. Essere ebrei in Israele non significa essere una minoranza in un paese sicuro, ma appartenere ad una maggioranza che affronta delle responsabilità e dei pericoli. Gli intellettuali nella Diaspora considerano che hanno il diritto in quanto ebrei di criticare la politica del primo ministro israeliano. Se questi intellettuali fossero cittadini di Israele, potrebbero votare contro il primo ministro e il suo partito, potrebbero combattere per le loro opinioni ed eventualmente cambiare la politica di Israele dall'interno.
    E' difficile per me scrivere questo perché io stesso sono una contraddizione vivente. I vivo tra Italia e Francia e passo parecchio tempo negli Stati Uniti e in altri Paesi. Ho sia il passaporto francese che quello italiano, e faccio da consigliere ad importanti politici italiani. Come giornalista intervisto le persone per una televisione italiana, come scrittore ho scritto libri in italiano. Quindi, che autorità morale ho per invitare gli ebrei a diventare israeliani, se io stesso non rinuncio alle mie occupazioni e ai miei vantaggi nella Diaspora? Forse scrivendo questo "pamphlet" ho iniziato il processo di avvicinamento ad Israele , per cambiare la mia vita e ad accettare la vita ebraica. Forse avvicinandomi maggiormente ai miei amici Appelfeld, Oz and Grossman mi sentirò a casa e sarò in grado di discutere con loro in modo uguale di Israele, politica, letteratura, famiglia, bellezza, hotel, sogni, desideri, passato, futuro, Dio, e di molti altri aspetti della vita. Forse vivere a Gerusalemme significherebbe adottare una normale vita ebraica e finalmente accettarmi per chi sono. Non credo che Israele potrebbe rappresentare solo il luogo dove potrei essere sepolto. Potrebbe esser il posto dove potrei amare, pensare e scrivere.
    Naturalmente rimarrò il figlio, nato a New York, di un francese ebreo e di un'italiana ebrea, e uno scrittore italiano ingaggiato per scrivere in italiano. Per questa ragione ho scritto queste pagine nel mio trascurato inglese, perché volevo esprimere i mie sentimenti sulla mia condizione di ebreo oggi in una sorta di "Esperanto", che non è il mio italiano letterario o l'ebreo.
    In altri termini, volevo esprimere dei sentimenti profondamente personali sul fatto che un ebreo non può più esistere senza sentire, pensare e sapere che Israele è di nuovo il Paese degli ebrei. Un ebreo che vive in Italia con un passaporto italiano non è un esiliato, è qui per scelta. Può in qualunque momento diventare un ebreo israeliano, cosa che può contribuire a cambiare il destino del popolo ebreo dopo 2000 anni di esilio forzato.
    Non so perché ma sento che gli israeliani sopravviveranno e prospereranno. Finiranno per diventare un Paese del Medio Oriente governato da ebrei, come altri Paesi confinanti sono governati da arabi. Alla fine troveranno un modo per vivere insieme, in pace. Non bisogna dimenticare che gli ebrei sono un popolo del deserto, che Abramo ha lasciato il suo focolare per partire nel deserto. Allora perché non torneremo alle nostre radici e alle nostre origini? Gli arabi, gli ebrei e i cristiani troveranno un "modus vivendi". Servirà del tempo, scorrerà ancora sangue e ci saranno anche delle guerre, ma sopravviveremo.
    Dovremmo essere molto fieri, d'avere un paese nostro, e dunque dovremmo sostenerlo e restare uniti. E' sempre un errore sottolineare le differenze. Dobbiamo rispettare le differenti tradizioni accumulate nei paesi della diaspora, considerarle come un'eredità e una diversità culturale. Non dobbiamo rifiutare queste differenze, ma celebrarle. Ascolta Israele, questa è la via! Ma come impegnarci quando siamo gravati di pesanti responsabilità e differenti progetti in altri Paesi. Si dice che gli ebrei sono intelligenti, che hanno prodotto grandi eruditi, filosofi, scrittori, poeti, giuristi, politici e rabbini. So che è difficile, ma bisogna lavorare insieme a trovare una via per essere uniti in quanto ebrei, fieri e senza paura. E' solo una questione di tempo prima che l'antisemitismo venga totalmente sradicato. Abbiamo la grande opportunità di diventare come gli altri popoli, con religione e tradizioni proprie. Lasciatecelo fare, ma ricordate di farlo come israeliani, perchè Israele è ancora il Paese degli ebrei.
    Dio ci benedica.

(La Stampa, 10 giugno 2010)


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Politica e destino

di Marcello Cicchese

I commenti di parte ebraica all'appello di Alain Elkann sono quasi tutti del tipo: bello ma irrealizzabile. E naturalmente non mancano le analisi dettagliate delle molte difficoltà che nell'immediato si presentano. Ma la realizzabilità pratica delle proposte fatte rappresenta davvero l'elemento essenziale dell'appello?
    Nel 1879 un ebreo lituano, allora poco più che ventenne, pubblicò un articolo sulla rivista mensile ebraica "Hashahar", ("L'alba"), edita a Vienna. "Una questione degna di nota" era il titolo dell'articolo, ed era un accorato appello ai suoi confratelli ebrei, simile per certi aspetti a quello di Elkann:
    "Se è vero che tutti i singoli popoli hanno diritto di difendere la loro nazionalità e proteggersi dall'estinzione, allora anche noi, ebrei, dobbiamo avere lo stesso diritto. Perché il nostro destino dovrebbe essere più misero di quello di tutti gli altri? Perché dovremmo soffocare la speranza di un ritorno, la speranza di divenire una nazione nella nostra terra abbandonata, che ancora piange i suoi figli cacciati in terre remote duemila anni fa? Perché non dovremmo seguire l'esempio delle altre nazioni, grandi e piccole, e fare qualche cosa per proteggere il nostro popolo dallo sterminio? Perché non dovremmo sollevarci e guardare al futuro? Perché restiamo con le mani in mano e non facciamo nulla che possa gettare le basi su cui costruire la salvezza del nostro popolo? Se ci importa che il nome di Israele non si cancelli dalla faccia della terra, dobbiamo creare un centro per tutti gli israeliti: un cuore dal quale il sangue scorra lungo le arterie di tutto il corpo e lo richiami a nuova vita. Soltanto il ritorno a Eretz Israel può rispondere a questo scopo. [...]
    Oggi, come nei tempi antichi, questa è una terra benedetta dove mangeremo il nostro pane senza umiliazioni, una terra fertile cui la natura ha donato gloria e bellezza; una terra che ha solo bisogno di forti mani laboriose per farne il più felice dei paesi. Tutti i turisti che visitano quei luoghi lo dichiarano all'unanimità.
    E ora è venuto il tempo per noi - ebrei - di fare qualcosa di costruttivo. Creiamo una società per l'acquisto di terra a Eretz Israel; per comperare tutto quello che occorre per l'agricoltura; per dividere la terra fra gli ebrei che sono già residenti e quelli che desiderano emigrare, e per provvedere fondi per coloro che non possono trovare una sistemazione indipendente".
Si possono immaginare le "realistiche" obiezioni che in quel momento della storia, diciotto anni prima che avesse inizio ufficialmente il sionismo politico di Theodor Herzl (1860-1904), si sarebbero potute fare, e probabilmente furono fatte, a un appello di questo tipo. Quell'ebreo è poi passato alla storia con il nome di Eliezer Ben Yehuda (1858-1922), il creatore della lingua ebraica moderna che oggi si parla in Israele, uno Stato che a quel tempo non esisteva neppure in forma di progetto.
  Dopo quell'articolo Ben Yehuda decise, per coerenza, di trasferirsi a Gerualemme, dove arrivò circa due anni dopo con sua moglie, che aveva sposata durante il viaggio. Pochi mesi dopo il loro arrivo a Gerusalemme, la coppia ricevette la visita inaspettata di un gruppo di giovani ebrei provenienti dall'Europa orientale. Erano sbarcati a Giaffa e avevano percorso a piedi ottanta chilometri per arrivare a Gerusalemme e incontrare Ben Yehuda. Erano giovani idealisti ebrei, quasi tutti studenti universitari che avevano letto l'appello di Ben Yehuda sulla rivista viennese Hashahar" e avevano deciso di lasciare tutto e di stabilirsi in Palestina per collaborare alla rinascita dello Stato ebraico. Si chiamavano Biluim, cioè appartenenti a un gruppo denominato Bilu, dalle iniziali di un'espressione ebraica che significa ""Casa di Giacobbe, vieni, camminiamo". Nel programma del loro gruppo si poteva leggere:
    "[Gli ebrei] hanno dormito, immersi nel sogno menzognero dell'assimilazione... Ora, grazie a Dio, si sono svegliati... I pogrom vi hanno destati... Vogliamo... una dimora nel paese che ci appartiene... perché registrato come nostro negli archivi della storia".
Uno di loro appena arrivato a Giaffa scrisse una lettera a suo fratello:
    "Credi dunque che lo scopo della mia partenza sia soltanto quello di stabilirmi qui, e quindi che, se ci riesco, lo avrò raggiunto e altrimenti sarei degno di commiserazione? No! L'obiettivo finale mio e di molti altri è un obiettivo importante, generoso, nobile ma non impossibile da raggiungere. L'obiettivo finale è di occupare col tempo il paese per restituire agli ebrei l'indipendenza nazionale, della quale sono stati privati da quasi duemila anni. Non ridere, non è un'utopia. Questo obiettivo sarà raggiunto con la creazione di centri agricoli e di artigiani, e con l'installazione di numerose industrie e la loro progressiva espansione, in breve, attraverso uno sforzo per portare tutta la terra e tutta l'economia nelle mani degli ebrei. E' necessario inoltre addestrare i giovani all'uso delle armi (e nella Turchia libera e indisciplinata tutto è possibile). In questo modo - e qui comincio a sognare - arriveremo a vedere il giorno magnifico annunciato da Isaia nelle sue appassionate profezie. Gli ebrei si proclameranno (se necessario, armi alla mano) ad alta voce padroni della loro antica terra. Non importa se questo giorno verrà tra cinquant'anni o ancora più tardi; voi converrete, amici, che si tratta di un'idea meravigliosa e sublime".
Il giorno magnifico annunciato da Isaia non è ancora arrivato, ma il Signore, come spesso ha mostrato di fare nella storia del suo popolo, ha permesso, anzi ha voluto che con la fondazione dello Stato d'Israele si realizzasse uno stralcio anticipatorio del suo progetto, che da una parte servisse come preannunciatore del destino da Lui preparato per Israele e per il mondo, e dall'altra come elemento di valutazione delle scelte compiute dagli individui e dalle nazioni davanti alla manifestazione della sua volontà.

 LAICI E BIBLICI, POLITICA E DESTINO
  I fatti clamorosi che oggi continuano ad avere come centro, per motivi a prima vista inspiegabili, la nazione di Israele pongono ad ognuno due domande: tu da che parte stai? e perché?
  La minoranza delle persone che rispondono alla prima domanda schierandosi in favore di Israele si suddivide poi in almeno due parti davanti alla seconda. La differenza fra le due parti, che per comodità chiameremo semplicemente "laica" e "biblica", è determinata dal modo in cui ci si pone davanti al destino futuro di Israele: per i primi è la politica che determina il destino; per i secondi è il destino che ispira la politica.
  Per i politici il destino di Israele è nelle mani degli uomini: è importante quindi fare o consigliare la politica giusta perché da questa dipenderà il destino di Israele. Così, se i primi sionisti hanno lavorato, faticato e sofferto per far nascere lo Stato ebraico, gli ultimi sionisti lavorano, faticano e soffrono per impedire che questo muoia. La cosa infatti appare spaventosamente possibile. L' ebreo laico Furio Colombo ha scritto un libro dal titolo "La fine di Israele", prospettando la concreta possibilità "politica" che questa avvenga.
  Per i biblici (in senso lato) il destino futuro di Israele è nelle mani del Dio e gli uomini non hanno alcun potere di modificarlo: Israele vive e continuerà a vivere come nazione sulla sua terra; Gerusalemme diventerà il centro del mondo e da Gerusalemme Dio regnerà su tutte le nazioni. Non è quindi il destino di Israele ad essere oggetto di preoccupazione, ma le persone che oggi sono coinvolte in questo destino, ivi compresi noi stessi per la posizione che prendiamo e le scelte che facciamo.
  Ma se il destino di Israele è nelle mani di Dio, a che serve interessarsi di poltica? Non sarebbe meglio lasciare tutto nelle mani di Dio, anche la politica, e interessarsi soltanto degli affari propri? E' un ragionamento che sono in molti a fare, anche tra i cristiani, e magari con il supporto di qualche pezza teologica.
  A due cose serve la politica quando un destino è stato chiaramente rivelato da Dio:
  1) a determinare modi e tempi in cui quel destino si compie;
  2) a manifestare, in vista del giudizio finale, la posizione che ognuno prende davanti alla volontà di Dio.
  Può accadere che su determinate questioni politiche riguardanti Israele, laici e biblici abbiano le stesse idee politiche e si muovano nella stessa direzione. Non è una cosa da rigettare o da guardare con sospetto, ma è chiaro che rimane sottaciuta la divaricazione fondamentale legata alla considerazione del destino. Perché se la politica riguarda il comportamento, su cui in molti casi si può trovare un'utile convergenza, il destino riguarda la verità, su cui è molto più impegnativo trovare un accordo.

 UNA QUESTIONE DI VERITÀ
  I primi sionisti, e oggi anche Alain Elkann, pur provenendo personalmente dal mondo laico hanno assunto di fatto posizioni di tipo biblico perché hanno fatto scaturire le loro proposte politiche da considerazioni di verità. La questione ebraica è una questione di verità, prima che di politica: riguarda in primo luogo il "chi", e solo secondariamente il "come". E se il come può dipendere in parte da noi, il chi dipende soltanto da Dio. Soltanto Dio può rispondere in modo veritiero alla domanda "chi è il popolo ebraico?" Perché è Lui che è intervenuto nella politica del faraone chiamando "mio popolo" quella massa informe di persone che il monarca egiziano considerava un'accozzaglia di esseri subumani da usare come bestie da lavoro; è Lui che ha fatto conoscere al politico faraone il compito che aveva affidato al suo popolo: "Lascia andare il mio popolo, perché mi celebri una festa nel deserto" (Esodo 5:1), "Lascia andare il mio popolo perché mi serva" (Esodo 8:1); è Lui che al monarca orientale che si considerava "figlio di Dio" ha fatto sapere chi era veramente suo figlio: "Così dice l'Eterno: Israele è mio figlio, il mio primogenito", aggiungendo una severa minaccia: "Lascia andare mio figlio, perché mi serva; se tu rifiuti di lasciarlo andare, ecco, io ucciderò tuo figlio, il tuo primogenito" (Esodo 4:22-23).
  Si potrebbe dunque dire, usando un orrendo linguaggio filosofico, che la questione ebraica è di tipo ontologico: riguarda l'essere, prima che il fare.
    "Il nocciolo della questione ebraica sta nel fatto che gli ebrei ci sono. L'esserci degli ebrei è il problema. Ma è un problema delle altre nazioni, che nel loro rifiuto di Israele manifestano la loro profonda, radicale ribellione a Dio. Perché Dio ha scelto Israele".
Con l'avvento del sionismo l'esserci degli ebrei nel mondo si è indissolubilmente legato all'esistenza di una nazione, conformemente al destino che fin dall'inizio era stato preparato da Dio e rivelato ad Abramo: "Io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò grande il tuo nome e tu sarai fonte di benedizione" (Genesi 12:2).
  Oggi Israele c'è, esiste come nazione e come destino, un destino che nulla può cambiare e a cui - dice Elkann - faremmo bene tutti ad adeguarci. Essere ebrei è un fatto, non una scelta: questo gli ebrei l'hanno sempre saputo, anche se molti hanno cercato di sfuggire a questa realtà. Elkann fa un'affermazione esplosiva che non è una proposta, ma la dichiarazione di un fatto: "Se un ebreo vuol veramente diventare un ebreo autentico, deve diventare israeliano".
  Nell'appello sono contenute diverse altre affermazioni che non sono proposte, ma presentazione di situazioni di fatto. Eccone un elenco:
  • C'è uno Stato ebreo di cui Gerusalemme è la capitale.
  • Anche se gli ebrei sembrassero cittadini del Paese in cui sono andati a scuola o dove vivono, non dimenticano mai che sono una minoranza, considerata diversa perché ebrea.
  • 62 anni fa, il mondo è cambiato quando Israele è diventato lo Stato degli ebrei.
  • Come un ebreo potrebbe ignorare il fatto che questo paese, il paese dei suoi antenati, quello da cui è stato esiliato per duemila anni, è di nuovo governato da ebrei?
  • Gli ebrei prima erano un popolo che dipendeva da una nazione con un'unica religione, legge e lingua.
  • Con la creazione dello Stato di Israele le cose sono cambiate e siamo diventati un popolo con un Paese e un lingua.
  • Perché qualcuno che vive tranquillo e felice in California o a Boston dovrebbe sentirsi israeliano? Dovrebbe perché è ebreo e in Israele c'è uno stato ebraico basato su principi ebraici.
  • Israele è ancora il paese degli ebrei."
Sono tutte affermazioni che possono essere discusse, ma è la loro verità che deve essere messa in discussione, non la loro immediata fattibilità.
  Israele c'è perché Dio c'è. E' chiaro allora che un Israele staccato dal Dio d'Israele diventa un idolo. Il Dio della Bibbia è un Dio che parla, ben distinto per questo dagli idoli muti dei pagani.
    "Non a noi, o Eterno, non a noi, ma al tuo nome dà gloria, per la tua bontà e per la tua fedeltà! Perché le nazioni dovrebbero dire: «Dov'è il loro Dio?» Il nostro Dio è nei cieli; egli fa tutto ciò che gli piace. I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno naso e non odorano, hanno mani e non toccano, hanno piedi e non camminano, la loro gola non emette alcun suono. Come loro sono quelli che li fanno, tutti quelli che in essi confidano" (Salmo 115:1-8).
Molti secoli dopo la stesura di questo salmo, un ebreo, rivolgendosi ad altri ebrei, ha scritto:
    "Dio, dopo aver parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha pure creato l'universo. Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, dopo aver fatto la purificazione dei peccati, si è seduto alla destra della Maestà nei luoghi altissimi" (Ebrei 1:1-3).
Se il problema di Israele è una questione di verità, anche questa solenne affermazione deve essere discussa come una questione di verità. E nel 1882, l'anno stesso in cui i Biluim andavano a trovare Ben Yehuda a Gerusalemme, la luce della verità penetrò nel cuore dell'ebreo moldavo Joseph Rabinowitz (1837-1899) mentre camminava sul Monte degli Ulivi:
    "Improvvisamente una parola del Nuovo Testamento, una parola che aveva letto 15 anni prima senza porvi particolare attenzione, penetrò nel suo cuore come un fascio di luce: «Se il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi» (Giovanni 8:36). Da quel momento la verità che Gesù è il Re, il Messia, e che soltanto Lui può salvare il suo popolo, prese possesso della sua anima. Profondamente commosso, ritornò immediatamente al suo alloggio e tirò fuori il Nuovo Testamento. Mentre leggeva il Vangelo di Giovanni fu colpito da queste parole: «Senza di me non potete fare nulla» (Giovanni 15:5). In questo modo, per la provvidenza dell'Onnipotente Dio, fu illuminato dalla luce del Vangelo. Yeshua Achinu (Gesù nostro fratello) fu da quel momento la parola d'ordine con cui ritornò in Russia".
Da quel momento fu convinto che la chiave della questione ebraica sta nelle mani "del nostro fratello Gesù".
  Purtroppo una simile convinzione non emerge nell'appello di Elkann. Per quanto riguarda il futuro, l'autore si limita ad esprimere un sentimento, che tuttavia certamente troverà attuazione perché corrisponde anch'esso a verità: "... sento che gli israeliani sopravviveranno e prosperanno".
  "Dio ci benedica", è l'invocazione con cui si conclude l'appello.
  E a questo non si può che rispondere: "Amen".

(Notizie su Israele, 24 giugno 2010)


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