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Notizie 1-15 settembre 2017


Deserto anglicano

L'ultimo fedele sta per spegnere la luce e chiudere la chiesa. Parla Murray: ''Abbiamo perso ogni legame culturale con ciò che siamo''.

di Giulio Meotti

 
I resti dell'abbazia di Whitby nello Yorkshire
Nell'ottobre di un anno fa, la Church of England iniziò a pensare a una rivoluzione. Le leggi canoniche della chiesa d'Inghilterra richiedono che le chiese officino le funzioni ogni domenica. Mattina e sera. Ma il gelido e lungo inverno della religione cristiana in Gran Bretagna, fatto di congregazioni sempre più canute e di sacerdoti sempre più smarriti, sta spingendo la Church of England a riscrivere quelle regole, in modo da evitare di dover rispettare il rito in chiese ormai vuote e abbandonate. Non solo, ma le chiese di campagna potrebbero essere chiuse, tranne nei giorni sacri come il Natale e la Pasqua. Una relazione sul futuro dei sedicimila luoghi di culto anglicani in Inghilterra ha già riconosciuto che la situazione non è più "sostenibile". Un quarto delle parrocchie rurali - duemila chiese - ora ha meno di dieci fedeli regolari e la metà non ne accoglie più di venti ogni domenica.
Dal 2000 a oggi, un crollo della metà degli anglicani. E non si prevede che l'emorragia si fermi per i prossimi trent'anni
Adesso arriva un rapporto-choc a cura del British Social Attitudes Survey, "Più di metà della popolazione inglese non ha alcuna religione e il numero di coloro che aderiscono alla Church of England è caduto sotto il 15 per cento", recita il rapporto diffuso dal Telegraph. Dei giovani inglesi fra i 18 e i 24 anni, soltanto tre su cento si dicono oggi "anglicani". Gli atei si felicitano per i risultati, come se si inverasse la profezia dell'arcivescovo George Carey, per cui la chiesa anglicana sarebbe diventata l'anima di "una nazione sostanzialmente atea".
   Il direttore di Humanists Uk, Andrew Copson, ha dichiarato che le cifre sono la prova che la chiesa sta attraversando un disastro "irreversibile". Calano pure i cattolici, dal dieci al nove per cento. Nel 2000, gli anglicani erano il 30 per cento della popolazione. Un crollo della metà in soli diciassette anni. Sullo Spectator, Damian Thompson si è chiesto la scorsa settimana: "La chiesa d'Inghilterra sta morendo?". "La gente ha un enorme attaccamento sentimentale agli edifici cristiani, ma non partecipa alle funzioni", gli ha detto il reverendo Ravi Holy, vicario di paese a Wye, nel Kent, dove nelle chiese più piccole spesso ha meno di sei fedeli.
   Documenti interni alla chiesa d'Inghilterra dicono che la congregazione anglicana dovrebbe dimezzarsi nei prossimi tre decenni. Mentre attualmente 18 inglesi su mille frequentano regolarmente la chiesa, nei prossimi trent'anni si prevede che si dimezzino con solo dieci persone su mille. Non è più una "crisi" quella che attraversa la Church of England, ma una vera e propria autoliquidazione. Una chiesa che è non soltanto la terza congregazione cristiana al mondo, ma che è parte dello stesso paesaggio britannico, incorniciato dai suoi campanili, oltre che una grande ispirazione della sua migliore letteratura, da T. S. Eliot a Chaucer e i "Racconti di Canterbury". Un nuovo libro, "The Religious Lives of Older Laywomen" di Abby Day, pubblicato dalla Oxford University Press, avverte che la chiesa d'Inghilterra sta affrontando una perdita "catastrofica".
   Negli ultimi quarant'anni, il numero dei partecipanti adulti si è dimezzato, mentre il numero dei bambini che frequentano il culto regolare è diminuito di quattro quinti. "Perdiamo circa l'un per cento dei nostri fedeli ogni anno" ha detto il vescovo di Norwich, il reverendo Graham James.
   Nel 2004, fu il vescovo di Manchester, Right Nigel McCulloch, a scandire che la chiesa d'Inghilterra sarebbe "gradualmente scomparsa da questa terra". L'anno prima erano uscite statistiche senza
Si dovranno chiudere quasi tutte le chiese di campagna. Per questo si studia già la riforma della liturgia: basta messa ogni domenica
precedenti: dal 1990 al 2001, la Church of England aveva perso il 18 per cento dei fedeli, il 17 per cento del clero e l'un per cento degli edifici. Oggi un decimo del clero cattolico inglese è un ex membro della Church of England passato con i "papisti" di Roma. A giugno si era parlato di una fusione della Church of England con i metodisti duecento anni dopo la scissione. Gli anglicani le tenteranno tutte per salvarsi.
Poi sono arrivate le statistiche del NatCen Social Research Institute, le quali hanno mostrato che tra il 2012 e il 2014 il numero di britannici che si identificavano come anglicani è sceso ulteriormente dal 21 al 17 per cento della popolazione, con una diminuzione di 1,7 milioni di persone.
   In Inghilterra, diecimila chiese sono state già chiuse e altre quattromila lo saranno entro il 2020. Con "The Last Christian" come titolo dell'inchiesta, il settimanale Spectator ha messo in copertina l'immagine di un'anziana signora unica fedele in una cattedrale. "Si dice spesso che le congregazioni della Gran Bretagna si stanno riducendo, ma questo non si avvicina a esprimere il livello del disastro cui si trova di fronte il cristianesimo in questo paese. Se il tasso di declino continua, la missione di sant'Agostino presso gli inglesi, insieme a quella dei santi irlandesi presso gli scozzesi, arriverà a termine nel 2067".
   Centinaia di chiese di Londra sono state convertite in pub e locali a uso civile. Dietro la facciata di mattoni rossi nel quartiere Muswell Hill a nord della capitale, musica pop e barili di Guinness animano oggi una chiesa anglicana del 1902. Gli archi gotici ci sono ancora, ma invece di un altare ci sono tavoli, sgabelli e slot-machine. Oggi la chiesa è un pub irlandese. Delle 900 cappelle metodiste in Cornovaglia, solo 250 sono ancora all'attivo; le altre sono diventate appartamenti e ville.
   Le chiese locali potrebbero scomparire in gran parte della Gran Bretagna rurale in meno di un decennio,
   ha avvertito il Sinodo generale della chiesa di Inghilterra. John Spence, presidente della commissione finanziaria della chiesa, ha detto che due terzi dei membri anglicani hanno oggi più di 55 anni. "Se si guarda al fenomeno in proiezione aritmetica, si vede che dal 2007 al 2057 la presenza e l'appartenenza alla chiesa cadrà da 1,2 milioni di persone su base regolare a qualcosa come due o trecentomila", ha detto Spence.
   Nel 2050, la Church of England potrebbe non avere più di 150 mila fedeli. Il livello di atrofia dell'anglicanesimo è tale che si aspetta di dover collassare in continuazione per i prossimi trent'anni. "Metà delle cattedrali anglicane sono a rischio chiusura". Lo rivela la Bbc, raccogliendo la denuncia-choc di Adrian Newman, arcivescovo di Stepney:
   "Metà delle cattedrali affrontano sfide economiche e non è inimmaginabile che debbano affrontare una situazione disperata". I fedeli sono ridotti al lumicino, lo stato non è più interessato a finanziare la riparazione delle chiese e le donazioni vanno perlopiù verso cause umanitarie anziché a conservare il patrimonio del cristianesimo. Il rischio è di dover chiudere un certo numero di cattedrali.
Sta morendo il centro angli- cano "bianco" di Londra, mentre tengono le periferie nere e tradizionaliste del Global South
Per far fronte alla vendita delle chiese, la Church of England ha allestito anche una sezione speciale sul suo sito Internet: "Churches available far sale or lease". Il numero di persone che frequentano regolarmente i servizi religiosi anche in Scozia è diminuito di oltre la metà negli ultimi trent'anni, passando da 854 mila a 390 mila. La ricerca di Brierley Consultancy ha anche rivelato che il 42 per cento dei membri della chiesa ha una età superiore ai 65 anni. Il compianto cardinale Cormac Murphy-O'Connor a una riunione di sacerdoti rivelò: "Sembra che in Gran Bretagna, specialmente in Inghilterra e Galles, il cristianesimo sia ormai quasi stato sconfitto".
   Inevitabile pensare alle tante, troppe divisioni in questi anni in seno alla chiesa anglicana, in particolare attorno a temi come le ordinazioni episcopali di sacerdoti gay o donna, o i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Cinquecentosettantaquattro anni dopo l'Act of Supremacy, che sancì il distacco da Roma e la nascita della Chiesa d'Inghilterra di Enrico VIII, gli anglicani sono sempre a un passo dallo scisma. Da una parte c'è il centro "bianco" londinese aperto a questi cambiamenti, dall'altro le "province nere" del Global South, specie la Nigeria, dove le comunità sono più fedeli a una linea tradizionale. Negli anni Settanta c'erano cinque milioni di anglicani in Nigeria e sedici diocesi. Oggi sono venti milioni e oltre ottanta diocesi. Nei paesi "bianchi" (Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda), gli anglicani sono meno di tre milioni. Negli Stati Uniti ci sono appena due milioni di anglicani. 700 mila nel Regno Unito.
   Tutti gli ultimi arcivescovi di Canterbury avevano tentato di fermare l'eutanasia della propria chiesa. L'evangelico George Carey ci aveva provato richiamando il principe Carlo alla continenza sessuale, l'arei liberal Robert Runcie aveva tentato aprendo al mondo con l'agenda gay friendly e il mistico dostoevskijano Rowan Williams con l'indulgenza ecumenica un po' hippie. Ma quella anglicana è ormai una linea di faglia sempre pronta ad allargarsi. E ora si parla di Justin Welby come dell'"ultimo arcivescovo", il manager del declino, l'amministratore delegato della fine dell'anglicanesimo. Welby può solo sperare nella corrente evangelica e negli immigrati dall'Africa, gli unici che riempiono le chiese.
   "Siamo di fronte a un processo storico che risale a molti decenni fa", dice al Foglio Douglas Murray, ateo, editorialista del Times, dello Spectator e autore di un recente bestseller, "The strange death ofEurope", che è in classifica da quasi un mese: "Solo il tre per cento dei giovani inglesi si dichiara 'anglicano'. Non c'è bisogno di essere un fedele per capire l'importanza di una appartenenza culturale. Abbiamo perso il legarne culturale con la nostra origine, ciò che siamo. Se scomparirà la Church of England, ci ritroveremo in una Inghilterra totalmente differente da quella in cui ci troviamo oggi".
Molte chiese si convertono a un nuovo uso: sale per concerti di musica rock e pop. In una Annie Lennox ha sistemato il suo studio
Il 5 settembre 1174, quattro anni dopo l'assassinio di Thomas Becket, la cattedrale di Canterbury fu distrutta da un incendio. Gervasio, un monaco cronista testimone della sciagura, scriveva: "La casa di Dio. fino ad ora luogo di delizie, un paradiso dei piaceri, non e più che un cumulo di ceneri, ridotta a un triste deserto". Letto mille anni dopo, più che una profezia, appare come una presa d'atto. Per secoli, quelle chiese sono state piene di congregazioni che intonavano inni al Signore. Ora, molte chiese inglesi hanno un nuovo uso: ospitano a pagamento concerti di musica pop e rock.
   L'idea è venuta a Dave Stewart degli Eurythmics, che ha collaborato con il Churches Conservation Trust per portare una serie di concerti nelle chiese storiche d'Inghilterra. Stewart e Annie Lennox hanno anche comprato e sistemato il loro studio di registrazione in una chiesa abbandonata a Crouch End, Londra. La Church of England consiglia apertamente di affittare le chiese: "Ci potete fare un bel gruzzolo, fino a 64 mila sterline all'anno".
   Eccola l'Inghilterra, dove gli anglicani fanno soldi dalla vendita e dall'affitto delle proprie chiese vuote, mentre l'islam edifica di continuo moschee sempre piene con i soldi che arrivano copiosi dalle monarchie del medio oriente. Se i trend in atto continuano, le città britanniche saranno in futuro dominate non più dal suono delle campane, ma dal canto del muezzin.

(Il Foglio, 16 settembre 2017)


Riportiamo volentieri articoli di Giulio Meotti perché spesso fotografano aspetti della realtà su cui molti non si soffermano. Certo però che, coi tempi che corrono, se gli riuscirà di evitare l'incriminazione per islamofobia potrebbe trovare sulla sua strada un magistrato che prima o poi lo incrimina per istigazione al suicidio. Di ebrei prima e di cristiani poi, rispettando le precedenze bibliche. Lasciando agli ebrei di dire la loro in fatto di tikvà, come cristiano tengo a precisare che il declino epocale della secolare cristianità storica trionfante non toglie speranza a chi crede in Gesù Cristo, così come annunciato nei Vangeli e non come strumentalizzato dai poteri religiosi di questo mondo. Ciò che può cadere deve cadere, in una forma o nell'altra. "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno" (Luca 21:33). M.C.


Il premier israeliano in disaccordo con l'intelligence sul nucleare iraniano

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa di Gerusalemme, Avigdor Lieberman, non sono d'accordo con i capi dell'intelligence israeliana sulla possibilità di chiedere agli Stati Uniti di annullare l'accordo nucleare con l'Iran. Se gli Usa decidessero che l'Iran sta violando gli impegni sottoscritti nel 2015, questo porterebbe a un ritiro degli Stati Uniti dall'accordo e all'imposizione di nuove sanzioni. Secondo quanto riferito oggi dalla stampa israeliana, le posizioni di Netanyahu e Lieberman, secondo cui un'uscita di Washington dall'accordo sarebbe nell'interesse di Tel Aviv, sono in contrasto con quelle della maggior parte degli esperti e analisti israeliani del Mossad e del Comitato per l'energia atomica, secondo cui non sussiste al momento nessuna prova di un eventuale violazione degli accordi da parte dell'Iran. L'accordo sul nucleare dell'Iran, conosciuto come Piano globale d'azione comune (Jcpoa), è stato firmato nel luglio 2015 a Vienna dai delegati di Teheran e dei paesi del gruppo 5+1 (Cina, Francia, Regno Unito, Russia, Stati Uniti più la Germania).

(Agenzia Nova, 15 settembre 2017)


Israele accelera in America Latina

La prima volta di un premier israeliano: Netanyahu in Paesi con maggior presenza ebraica - Argentina e Messico - e in Colombia. Affari e cooperazione, ma anche intensa attività diplomatica

 
Netanyahu incontra il presidente del Paraguay Horacio Cartes
Prima di recarsi all'Assemblea delle Nazioni Unite a New York, dover ritroverà Donald Trump e il presidente palestinese Mahmud Abbas, il premier israeliano Netanyahu ha visitato Argentina e Messico, con una tappa di alcune ore in Colombia. Per il primo viaggio in America Latina di un primo ministro israeliano, sono stati scelti Paesi con una forte presenza ebraica o comunque commercialmente e diplomaticamente amichevoli. Colombia e Messico sono tra i 15 Paesi latinoamericani a non aver riconosciuto l'Autorità nazionale palestinese (Anp), mentre in Argentina vive la collettività ebraica più grande dell'America Latina e la sesta a livello mondiale.
  Netayahu ha atteso un momento in cui i principali governi ostili a Israele nella regione hanno lasciato il passo ad altri decisamente più amichevoli. Prima, in effetti, l'ascendenza di Hugo Chàvez sui governi del blocco dell'Alba (Alleanza bolivariana dei popoli della nostra America), formato da Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua, Cuba e altri Paesi dei Caraibi, vi aveva esteso il rapporto privilegiato col nemico numero uno d'Israele, l'Iran, con il quale il Venezuela e i suoi soci avevano interessi petroliferi e commerciali, oltre alla simpatia ideologica per la causa palestinese da esso sostenuta. In quegli anni anche l'Argentina e un Brasile emergente sulla scena internazionale erano governati da progetti politici affini al chavismo e non proclivi a stringere un'amicizia con Tel Aviv. Ma dopo le vicissitudini degli ultimi anni, la bilancia delle influenze geopolitiche si è spostata, in parte almeno, dal piatto dell'Iran a quello di Israele.
  In agosto dello scorso anno il ministro degli Esteri di Teheran ha visitato la regione evitando Argentina e Brasile. E non a caso, nella sua prima giornata sudamericana, Netanyahu ha ricordato che l'Iran incoraggia «il terrore in tutto il mondo», che la sua «minaccia è permanente e include l'America Latina» e che «Israele sarà la punta di lancia» contro questo pericolo, invitando i suoi «soci in America Latina» ad unirvisi.
  Il premier è giunto in Argentina in compagnia di oltre 30 imprenditori, rappresentanti soprattutto di aziende tecnologiche e della sicurezza - eufemismo per indicare il settore militare -: solo nel 2016, le industrie di armi israeliane hanno esportato in America Latina per un valore di circa 500 milioni di euro. Da anni la Colombia è cliente regolare di Israele, e il presidente Santos l'ha riaffermato, in un momento in cui la pace con la guerriglia ha aperto il campo all'azione di gruppi paramilitari e narcos. Simile è il caso del Messico, in guerra senza quartiere contro i cartelli della droga. Con la Colombia, Netanyahu ha firmato un documento per la cooperazione scientifica e in quella turistica. A Buenos Aires, il premier si è incontrato anche col presidente del Paraguay Horacio Cartes, col quale ha auspicato prospettive di collaborazione in termini di tecnologia, sicurezza, agricoltura e acqua. Israele è il quarto Paese di destinazione per l'esportazione di carne paraguayana, e gli acquisti sono in crescita.
  Il maggiore ostacolo recente tra Argentina e Israele è stato il protocollo d'intesa con l'Iran per le indagini relative all'attentato all'istituto previdenziale ebreo Amia del 1994, che causò 85 morti e 300 feriti, e per il quale sono imputati otto iraniani, tra i quali due ex funzionari dell'ambasciata. Israele ha sempre accusato il governo iraniano del fatto e ora, da Buenos Aires, Netanyahu ha affermato di «non poter scartare l'idea che l'Iran sia dietro alla tragica morte» dell'avvocato dell'accusa in quella causa, l'ebreo Alberto Nisman, avvenuta nel 2015 e per la quale si era parlato inizialmente di suicidio. Pochi giorni fa, un giudice ha chiesto di indagare l'ex presidente Cristina Kirchner per ostruzione della giustizia e copertura degli imputati. Il presidente attuale, Mauricio Macri, ha di fatto annullato il protocollo d'intesa con l'Iran, recuperando i buoni rapporti con Israele.
  Ma oltre al commercio e alla geopolitica, c'è un altro fattore da tenere in conto quando si parla di Israele e America Latina, che esula da questo viaggio ma che non ne è stato estraneo. La regione è storicamente un'oasi dove arabi ed ebrei hanno convissuto e convivono in armonia ed è tuttora forte in essa la presenza di organizzazioni pacifiste. Ciò è particolarmente evidente in alcune città dove è forte la presenza di entrambe le comunità. Prime fra tutte San Paolo e Buenos Aires, ma anche Rio de Janeiro, Caracas, Città del Messico, Santiago del Cile, Córdoba… Buenos Aires è la sesta "città ebraica" al mondo fuori d'Israele, con circa 300 mila "discendenti di Mosè". Il quotidiano spagnolo El Paìs sintetizza: «È l'unica città al mondo dove si incrociano, ovviamente non per caso, il viale Stato di Israele e la via Stato della Palestina. Qui, scuole ebree ed entità musulmane convivono a pochi metri di distanza senza conflitti. Il Paese è stato presieduto da Carlos Menem, di origine siriana e musulmana - poi era diventato cattolico - e oggi ha come ministro dell'Ambiente un rabbino che non lascia mai la sua kippa, Sergio Bergman, mentre l'attuale first lady proviene da una nota famiglia siro-libanese».
  Se non sono mancate le proteste da parte di gruppi pro-palestinesi antisionisti, anche i gruppi pacifisti si sono fatti sentire. L'organizzazione "Ebrei latinoamericani progressisti per la pace", ad esempio, ha chiesto al presidente messicano Peña Nieto di intercedere presso Netanyahu per rinnovare gli sforzi di pace e di condannare l'espansione degli insediamenti israeliani e la demolizione di case palestinesi.
  A Montevideo - sono in pochi a saperlo - le Nazioni Unite hanno organizzato nel 2011 una conferenza internazionale sul conflitto Israele-Palestina, nella quale si sono seduti allo stesso tavolo, tra gli altri, alcuni giovani, figli di palestinesi e di ebrei nati in queste terre. Raccontavano - ne sono stato testimone - dei tanti secoli di convivenza pacifica dei loro avi nella terra d'origine, e dei decenni della stessa esperienza qui in Sudamerica. Se è stato possibile per tanto tempo, non si può sperare che torni ad esserlo?

(Città Nuova, 15 settembre 2017)


Terroristi, integralisti e antisemiti minacce esistenziali per l'Europa

ROMA, 15 set - Si è conclusa in queste ore a Montecitorio la terza giornata del ciclo di conferenze dedicate alla lotta all'antisemitismo e al terrorismo organizzate in Vaticano e a Roma dall'Isgap, Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy. "L'antisemitismo non è solo un pensiero, è un'attitudine, è violenza, è una mania collettiva", ha sottolineato in apertura Gea Schirò, membro della XIV Commissione Politiche Europee della Camera dei Deputati, dando il suo plauso al lavoro fatto dall'Isgap a livello internazionale nella lotta alla minaccia antisemita. "Una lotta - ha spiegato Robert Hassan, direttore Isgap Europa - che è in primo luogo culturale e in cui abbiamo al nostro fianco anche il pontefice, come ci ha ribadito lui stesso nell'incontro privato che ha avuto con lui la nostra delegazione". Nel suo messaggio di saluto la Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni ha poi ricordato la risoluzione del Parlamento europeo "che invita tutti i Paesi Ue ad adottare la definizione di antisemitismo dell'IHRA e a promuovere le misure necessarie per difendere i loro concittadini ebrei e le istituzioni ebraiche, costituendo uffici statali di coordinamento alla lotta contro il pericolo antisemita. È necessario - le parole di Di Segni - che le autorità a tutti i livelli agiscano per contrastare le diverse maschere dell'antisemitismo. È necessario che il mondo musulmano si difenda da chi non gli consente di maturare ed integrarsi. È necessario che la popolazione civile si desti".
   Tanti gli ospiti israeliani intervenuti all'incontro, da Mordechai Kedar, esperto di mondo arabo, ad Anat Berko, criminologa e membro della Knesset, dal giornalista Ben Dror Yemini al professore Sergio Della Pergola, protagonista della prima giornata di convegno in Vaticano, a cui ha partecipato anche l'ex Premier britannico Tony Blair.
   Molti dei relatori oggi hanno sottolineato la pericolosità dei Fratelli Musulmani, nati in Egitto e percepiti erroneamente in Europa come una realtà islamica moderata mentre invece non lo sono affatto. "Il Fratelli musulmani continuano a propagare odio in Europa. In Italia con associazioni come l'Ucoii", ha affermato Dina Lisnyansky, ricercatrice ed esperta di sicurezza e cultura islamica. Dato sull'Italia confermato anche da Lorenzo Vidino, direttore del Programma sull'estremismo dell'Università George Washington e ricercatore dell'ISPI: "c'è una perversa ignoranza da parte delle istituzioni, anche in Italia, rispetto alle realtà islamiche scelte come partner: ci sono rappresentanti che un giorno incontrano i ministri dicendo che rispettano i principi della nostra Costituzione" e poi insegnano l'opposto. Il richiamo di Vidino, così come di molti altri relatori ospiti della tre giorni dell'Isgap, è una maggiore attenzione al fenomeno del radicalismo islamico, un'azione a tutti i livelli per isolarlo, per promuovere le comunità musulmane che rispettano i principi democratici e un lavoro trasversale contro l'antisemitismo. d.r.

(moked, 15 settembre)


Facebook consente agli inserzionisti pubblicità mirata agli antisemiti

La pratica non etica del social scoperta da un'inchiesta di Propublica negli Stati Uniti. La pagina è stata cancellata dopo che i giornalisti hanno chiamato Menlo Park per un commento sulla vicenda

NEW YORK - Facebook ha dato la possibilità ai suoi inserzionisti di fare pubblicità mirate a persone interessate a temi come "antisemitismo" e "come bruciare gli ebrei". Lo sostiene una inchiesta svolta da Propublica, che ancora una volta mette in luce come il gruppo consenta pratiche non etiche per fare profitti: nell'articolo si spiega come Facebook abbia permesso di fare inserzioni mirate a 2.300 persone interessate in temi legati all'antisemitismo, tra cui anche: "Storia del perché gli ebrei rovinano il mondo". I giornalisti di Propublica hanno cercato di capire il funzionamento del sistema pagando 30 dollari per fare pubblicità a questi gruppi specifici. E cosa è successo? Tre pubblicità sono state approvate in 15 minuti. Facebook ha poi eliminato le categorie dopo che Propublica ha contattato il colosso per avere un commento.
   Un product manager del social network ha contattato dal Guardian ha confermato di "aver rimosso le pubblicità" e ha aggiunto: "Sappiamo che abbiamo ancora molto lavoro da fare per evitare che altri episodi come questi accadano in futuro". Facebook ha anche detto che sta considerando di cambiare l'algoritmo che ha creato queste categorie. L'inchiesta arriva in un periodo difficile per il social, accusato di essere il principale veicolo di diffusione di notizie false e non verificate. Facebook ha più volte ripetuto di voler lavorare al miglioramento del suo algoritmo e allo stesso tempo ha investito denaro in progetti indipendenti di verifica delle fonti. ''Non c'è spazio per hate speech e messaggi razzisti sulla nostra piattaforma'', ricorda l'azienda di Menlo Park in una nota, sottolineando che la policy impone di proteggere gli utenti da attacchi o pubblicità discriminatore basate su origini, religione o altre caratteristiche personali e private''.
   Già l'anno scorso Propubblica aveva rivelato come il sistema pubblicitario del social network fosse razzista: permetteva infatti di fare pubblicità di case a New York mirate, dando la possibilità agli inserzionisti di escludere gli afroamericani.

(la Repubblica, 15 settembre 2017)


Israele incontra gli operatori specializzati nei pellegrinaggi

L'ufficio nazionale israeliano del turismo ha dato appuntamento a un pool di operatori che si occupano principalmente di turismo religioso per un incontro-confronto sui temi chiave legati a questo segmento. «Si tratta della prima tappa di alcuni incontri che vorremmo riproporre in altre città italiane a cominciare da Roma - spiega il direttore per l'Italia dell'ufficio israeliano del turismo, Avital Kotzer Adari -. Oggi abbiamo dialogato con alcuni tour operator che si occupano di Israele ricevendo utili informazioni e impostando insieme una strategia di collaborazione ancor più proficua per il futuro. Il pellegrino sta cambiando e insieme possiamo studiare nuovi prodotti e cercare nuovi mercati di riferimento». Fra i temi caldi della promozione di Israele, il rilancio della campagna "Two cities, one break", al decollo proprio in questi giorni e il focus sul deserto del Negev e su Eilat. In pieno sviluppo anche il pool di operatori impegnati a promuovere il turismo Glbt creato dall'ufficio del turismo: Twizz, Quiiky, Il Viaggio, Travelgay e Rainbow Travel. «In termini generali, i nuovi voli Ryanair ed easyJet sicuramente contribuiranno a incrementare numeri che quest'anno sono già molto positivi» ha concluso Avital Kotzer Adari.

(Omniagate, 16 settembre 2017)


Si celebra Rosh Ha-Shana, il capodanno ebraico

Da mercoledì 20 al 22 settembre. Letture dalla Torah in occasione della festa di Rosh Ha-shanà, tra le più importanti e sentite della comunità ebraica.

di Daniele Silva

TORINO - I primo e il secondo giorno del mese di Tishri - primo mese del calendario lunare ebraico - si celebra la festività di Rosh Ha-shanà, il capodanno. Quest'anno la festa, tra le più sentite e importanti per le comunità ebraiche di tutto il mondo, cade a partire dal tramonto di mercoledì 20 settembre e termina al tramonto di venerdì 22.
   Gli ebrei torinesi celebrano la ricorrenza nella sinagoga di piazzetta Primo Levi, con preghiere la sera e la mattina in entrambi i giorni; durante il rito, si leggono i passi della Torah (Antico Testamento) che riguardano le vicende di Sara, moglie di Abramo, e in particolare il celebre episodio del sacrificio di Isacco. Per cento volte si ascolta il suono dello Shofar: lo strumento di origine biblica, ricavato dal corno di un ariete, ricorda al popolo ebraico alcune vicende particolarmente importanti della Torah, oltre a rappresentare l'invito a compiere le «mitzvot» (i precetti) e a portare avanti le buone azioni attraverso la «teshuvà», il pentimento. Rosh Ha-shanà non è quindi solo un momento di gioia, un benvenuto al nuovo anno che comincia (il 5778 secondo il calendario ebraico), ma anche il primo dei dieci «Yamim Noraim» («giorni penitenziali»), cioè un periodo di particolare introspezione, riflessione, ed espiazione dei peccati commessi, che termina con il digiuno di Kippur (29 e 30 settembre); per queste ragioni la festa è chiamata anche «Yom Hadin» (Giorno del giudizio), «Yom Ha-Zikkaron» (Giorno del ricordo) o «Yom Teruà» (Giorno del suono). Il capodanno ebraico si festeggia anche in famiglia: terminate le preghiere in sinagoga si prepara infatti il «Seder», una cena rituale in cui si mangiano, accompagnate delle relative benedizioni, alcune pietanze tipiche e simboliche, tra cui le mele accompagnate con il miele - come buon auspicio per un anno dolce - zucca, pesce, fichi, melograno.

(La Stampa, 15 settembre 2017)


Lo strano Giro d'Italia che partirà da Israele

Il Giro è un'iniziativa molto importante per la capitale e per lo Stato degli ebrei: Israele ne fa un perno del suo sforzo internazionale per festeggiare i 70 anni di età.

di Fiamma Nirenstein

Potrebbe essere il 4 o il 5 di maggio del 2018, ancora c'è un po' di nebbia, ma Gerusalemme risplende chiara, brillante, alta all'orizzonte. Sarà da qui, ed è un evento che fa allegria in un mondo orientale grigio e aggrondato, che partirà il prossimo Giro d'Italia: ormai è sicuro. Già a metà agosto il consolato generale d'Italia nella capitale d'Israele aveva fatto sapere di essere in contatto con gli organizzatori, poi piano piano la cosa è cresciuta e così, per la prima volta la competizione tanto cara al cuore degli italiani, giunta alla sua 101esima edizione, parte dalla Città Santa. Niente è ancor sicuro, ma probabilmente la prima tappa percorrerà le strette salite della Città Vecchia, e poi si terranno altre due tappe in Israele per partire alla volta della Sicilia e risalire lo Stivale. Il ritratto che dominerà la gara è nientemeno che quello di un fiorentino d'oro, Gino Bartali, un'icona non soltanto di valore sportivo indomito, ma anche di coraggio fisico e morale legato al salvataggio di tanti ebrei durante le persecuzioni e le deportazioni nazifasciste, quando Bartali non temeva di recapitare documenti falsi, con cui nascondersi e rifugiarsi, a bordo della sua bici. Al Museo della Shoah, Yad va Shem, ha un posto nell'empireo dei Giusti.
   Il Giro è un'iniziativa molto importante per la capitale e per lo Stato degli ebrei: Israele ne fa un perno del suo sforzo internazionale per festeggiare i 70 anni di età dello Stato d'Israele e lo interpreta certamente come un segnale di amicizia verso l'unica democrazia del Medio Oriente. Di certo se come sembra si concluderà a Roma, capitale del mondo cristiano, questo accentuerà l'aspetto parallelo, già annunciato, di «Giro della Pace», come sarà probabilmente chiamato.
   Ma, non preoccupiamoci, parlando di Gerusalemme non mancheranno le polemiche: nonostante per la prima volta i fedeli delle tre religioni monoteiste abbiano la libertà di frequentare tutti i luoghi della loro fede e averne cura in proprio, liberamente, da quando finalmente nel 1967 attaccata dalla Giordania che ne occupava la metà Gerusalemme fu unificata, non è solo una città contesa, a anche coperta di menzogne e di pretese. È per questo per esempio che l'Unesco dominata dallo schieramento arabo sostenuto dal mondo dei «Paesi non allineati» e dalla ambiguità europea l'ha recentemente dichiarata patrimonio culturale musulmano persino laddove la memoria storica più evidente la dimostra ebraica, come al Muro del Pianto.
   Succede ogni giorno: la storia ebraica della città, testimoniata persino dalla vita di Gesù Cristo oltre che da mille testi religiosi e storici, viene discussa e contestata. Il fatto che lo Stato d'Israele accolga un evento italiano così importante e di valore universale è segno tuttavia di un desiderio intenso di un contatto pacifico e sorridente col resto del mondo cui l'Italia risponde: c'è da esserne fieri. Pare che Israele sia disposta a investire nel grande evento 12 milioni di euro, di cui 4 milioni andrebbero direttamente a Rcs Sport per i diritti di hosting. Lo riporta la rivista Cycling week. Un ruolo chiave nell'avviare i lavori l'ha avuto il giovane team manager dell'Israel Cycling Academy, la squadra ciclistica israeliana. L'evento verrà presentato lunedì dai ciclisti Alberto Contador e Ivan Basso.

(il Giornale, 15 settembre 2017)


Legge sull'antifascismo. Minacce a Fiano

«Ci vediamo in piazza»; «festeggiate voi che poi festeggiamo noi». Dopo l'approvazione da parte della Camera del disegno di legge che stabilisce il reato di propaganda fascista, dal web sono piovuti insulti e minacce all'indirizzo del primo firmatario della proposta, il deputato Pd Emanuele Fiano. Tra i più scatenati sui social media anche alcune vecchie conoscenze dell'estremismo «nero». «Ogni tanto mi riprende la nostalgia dei bei vecchi tempi della galera», ha tuonato sul suo profilo Facebook Mario Tuti, fondatore negli Anni 70 del Fronte Nazionale Rivoluzionario. Intenzioni ancor più chiare quelle espresse dall'ex terrorista Maurizio Murelli, già condannato a 18 anni di carcere per omicidio: «lo credo che sia giusto abradere Israele dalla Palestina ... Non prima di averci mandato Fiano». Non si è fatta attendere la reazione del deputato Pd: «Ogni minaccia va presa sul serio, ma certo non ci faremo intimidire».

(La Stampa, 15 settembre 2017)


Ci voleva molto a immaginare che una simile proposta di legge con primo firmatario un ebreo avrebbe offerto un’altra occasione per attaccare ebrei e Israele? E tutto questo per far uscire un’altra inutile legge da aggiungere alle “gride manzoniane” con cui si vogliono combattere gli ismi del fascismo, estremismo, negazionismo, terrorismo, antisemitismo e così via. Fiano fa bene a non farsi intimidire, ma cerchi anche di non farsi irretire in uno stolido modo di fare politica. M.C.


Svolta clamorosa tra Israele e Palestina. Forse

Netanyahu e il saudita bin Salman lavorano alla legittimazione di uno Stato in Cisgiordania. E all'emarginazione definitiva di Hamas a Gaza. Una soluzione che avrebbe effetti dirompenti.

di Carlo Panella

 
L'intero scenario del Medio Oriente è stato terremotato dalla visita compiuta a Gerusalemme all'inizio di questa settimana dall'effettivo re dell'Arabia Saudita, il ministro degli Esteri, e figlio del re Salman (malatissimo e incapace di governare), Mohammed bin Salman, al premier israeliano Bibi Netanyahu. Tutto è fuori dall'ordinario in questo vertice, a partire dalla coraggiosa decisione del principe ereditario saudita di recarsi in Israele: un riconoscimento de facto dello Stato ebraico che peraltro il suo Paese si rifiuta di riconoscere formalmente sin dal 1948 e contro il quale ha condotto - blandamente - più guerre. Per andare al sodo, questa formalizzazione di una "entente cordiale" tra l'Arabia Saudita e Israele, preparata da due anni di incontri informali di alti dirigenti dei due Paesi, sancisce formalmente la nascita di un asse ebraico-arabo contro l'Iran che avrà profondissimi effetti positivi sulla questione palestinese.

 Un riavvicinamento partito da lontano
  I primi segnali di questo riavvicinamento tra i due Stati si ebbero tre anni fa, quando fonti attendibili israeliane - mai smentite - diedero notizia dell'assenso dei sauditi al sorvolo del proprio spazio aereo da parte dei jet israeliani quando e se Netanyahu avesse deciso di bombardare i siti nucleari dell'Iran. Seguirono poi un incontro tra Dore Gold - il braccio destro di Netanyahu - con alti dirigenti sauditi a New York e molti altri vertici "segreti" ad altissimo livello. Naturalmente, non esiste nessun comunicato ufficiale dello storico incontro di Gerusalemme, ma è facile indovinarne i contenuti: il perfezionamento di un accordo tra Paesi del Golfo (a egemonia saudita, escluso il Qatar) e Israele in funzione anti-iraniana; il contributo indiretto di Israele alla clamorosa riforma produttiva di una Arabia Saudita che bin Salman vuole svincolare dalla monocultura energetica, per avviare un grandioso progetto di sviluppo industriale e agricolo; e infine una soluzione innovativa alla questione palestinese.
Non è un caso infatti che questo incontro sia coinciso con la notizia di un accordo saudita-israeliano (ed egiziano) per individuare in Mohammed Dahlan il successore dell'anziano Abu Mazen alla guida della Anp. Dahlan era il capo delle Forze di Sicurezza palestinesi designato da Yasser Arafat e ha vissuto alcuni anni di appannamento della propria posizione nel vertice palestinese dopo che i suoi uomini sono stati massacrati e messi in fuga da Gaza da Hamas nel 2008. Un ritiro in secondo piano che ha preparato -sempre con l'appoggio saudita- l'ipotesi di un clamoroso ritorno.

 L’importanza dii Dahlan
  Oggi, come spiega il quotidiano Haaretz, la strategia di Dahlan è chiara: «Una Palestina senza Abu Mazen e senza Hamas». Di fatto, una bipartizione della Palestina con un accordo pieno con Israele limitato alla sola Cisgiordania e l'isolamento di Hamas nella enclave di Gaza. A questo innovativo progetto lavora da mesi il principe bin Salman e ora pare proprio che abbia perfezionato un accordo anche con Netanyahu, che aspira a passare alla storia come il primo leader israeliano che ha trovato una soluzione concordata al contenzioso con la Palestina. Dahlan, peraltro, è l'unico leader palestinese in grado di garantire a Israele il rispetto degli accordi sulla sicurezza che verranno definiti, così come è in grado di sviluppare appieno il contrasto al consistente impianto di Hamas anche in Cisgiordania.

 Impatto enorme sul Medio Oriente
  La soluzione della bipartizione della Palestina tra Cisgiordania e Gaza è naturalmente traumatica, ma è inevitabile: Hamas - che è supportata dall'Iran e dal Qatar - non è estirpabile da Gaza ed è evidente -dopo anni di trattative- che è impossibile anche un suo accordo con l'Anp, persino per il solo governo unitario della Anp, men che meno sulle strategie di trattativa con Israele. Dunque: emarginazione formale e radicale di Hamas dalla rappresentanza palestinese nel "ghetto di Gaza" (circondato da un Egitto ostile) e accordo con Israele -con piene garanzie per la sua sicurezza- con uno Stato palestinese che di fatto governa solo sulla Cisgiordania. Questo il progetto. Se si realizzerà, assisteremo a una svolta clamorosa con impatto enorme su tutto il Medio Oriente.

(Lettera43, 14 settembre 2017)


"Haaretz": la Russia punta sulla riconciliazione tra Hamas e Fatah per salvare Assad

GERUSALEMME - Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha rivelato durante una conferenza stampa con l'omologo saudita Adel al Jubeir che la Russia ha intrapreso una serie di colloqui con i paesi arabi per promuovere una riconciliazione tra i partiti palestinesi Hamas e Fatah. Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, il coinvolgimento della Russia negli affari interni palestinesi trova la sua ragion d'essere nelle ripercussioni che il nuovo governo di unità nazionale palestinese potrebbe avere sulla gestione della crisi siriana. Attualmente, ammette il quotidiano "Haaretz", la Russia è l'attore di riferimento incontrastato nel quadro della crisi siriana, e la maggior parte degli Stati della regione, tra cui Turchia, Egitto, Giordania e Israele stanno cercando di ottenere garanzie da Mosca per la protezione dei propri interessi.

(Agenzia Nova, 15 settembre 2017)


Così Raggi volta le spalle alla comunità ebraica

Il Festival di cultura ebraica che si tiene da dieci anni a Roma non ha più lo sponsor del Comune. "Troppe le iniziative nel primo municipio".

di Maurizio Stefanini

Virginia Raggi
Sono circa 2200 anni che gli ebrei vivono a Roma: la più antica comunità della Diaspora, e l'unico posto al di fuori della Palestina dove siano rimasti tanto a lungo ininterrottamente. Il 20 settembre sono giusto 147 anni da quando un ufficiale ebreo sparando il primo colpo di cannone a Porta Pia spianò la strada perché Roma divenisse capitale d'Italia. Sono dieci anni che per celebrare questa antica relazione, ogni settembre, la comunità ebraica di Roma promuove e organizza un Festival internazionale di letteratura e cultura ebraica che riscuote ogni volta un grande successo di pubblico. Ma sono due anni che il Comune di Roma non sponsorizza più questo Festival. Esattamente da quando Virginia Raggi è diventata sindaco.
  La comunità ebraica di Roma non sta montando una polemica su questa situazione. Il divorzio è però evidente. Primo, perché nelle locandine della manifestazione, in agenda al quartiere ebraico dal 9 al 13 settembre, sono evidentissimi i loghi della Regione Lazio, della Camera di commercio di Roma, dell'ambasciata israeliana e della comunità ebraica di Roma: lo scudo rosso con l'Spqr del Comune è drammaticamente assente. Secondo, perché se si cerca su Internet, le tracce dell'impegno delle precedenti amministrazione a favore del Festival fino al 2015 sono evidentissime. Il 3 settembre di quell'anno alla conferenza stampa di presentazione era ad esempio intervenuta lo stesso assessore alla Cultura Govanna Marinelli, che aveva sottolineato l'importanza di esser giunti all'ottava edizione del Festival e di come "questa continuità si inserisca in maniera uniforme al contesto culturale romano". Proprio per questa evidente latitanza alla conferenza stampa di presentazione di questa edizione, dopo che erano stati ringraziati per il patrocinio Regione Lazio e Camera di Commercio, è stata fatta una inevitabile domanda: "E il Comune?". "Non pervenuto", è stata la risposta - a nome dell'organizzazione - di Raffaella Spizzichino. "Negli ultimi due anni del bando non ci hanno finanziato perché dicono che le iniziative nel primo Municipio sono troppe. Per il 2018 forse proporremo di spostare la Sinagoga in periferia".
  Il giorno dopo il Foglio ha contattato Raffaella Spizzichino, per chiedere ulteriori delucidazioni. Spizzichino sottolinea che né lei né la comunità vogliono alimentare polemiche giornalistiche, che finirebbero per fuorviare inutilmente rispetto alla presentazione della ricca offerta di questo appuntamento. "Il tema conduttore è la Terra in tutte le sue accezioni: il confine, l'identità, la memoria. Ci sono una quarantina di foto legate al ritorno in Palestina alla vigilia della nascita dello Stato di Israele. C'è l'incontro tra la regista Cristina Comencini e l'autrice Déborah Lévy-Bertherat. Si parlerà in un altro momento ancora delle tradizioni di quell'ebraismo del sud Italia che per anni è stato dimenticato. C'è l'altro incontro sulla storia di Gerda Pohorylle, la fotografa che fu il grande amore del grande fotografo di guerra Robert Capa. C'è il dibattito sulla geopolitica virtuale, il modo in cui i social media stanno influenzando gli stati: con Franco Frattini, Luca Lanzalone di Acea, Giampiero Massolo, Mario Sechi, Marco Panella. E terrei molto a segnalare quell'incontro di chiusura che è un omaggio a un grande musicista innovatore come Herbert Pagani, che abbiamo voluto far riscoprire nei cinquant'anni dall'arrivo degli ebrei libici in Italia, e che fu un antesignano dell'ecologismo".
  Però, sul Comune di Roma, conferma. "Sono tra gli organizzatori ma non sono portavoce, e la Comunità sul punto trova più costruttivo evitare polemiche", sottolinea. "A domanda, non posso che rispondere con la verità. Abbiamo fatto come sempre il bando, ma ci hanno detto che non avevamo raggiunto un punteggio adeguato. C'erano altre iniziative più meritevoli della nostra". Più meritevoli dell'unico festival di cultura ebraica che si fa in Italia, a cura della comunità che è la più antica abitatrice ininterrotta del territorio del primo Municipio?

(Il Foglio, 14 settembre 2017)


Esordio amaro per il Lugano in Europa: in Israele vince 2-1 l'Hapoel Beer Sheva

di Silvano Pulga

Debutto caldo, in tutti i sensi, per gli svizzeri del Lugano in Europa League, nella tana dei campioni israeliani del Beer Sheva. Ne esce una partita nella quale i padroni di casa si dimostrano superiori sul piano fisico e tecnico, segnando un gol per tempo; i ticinesi riaprono l'incontro con un'autorete, ma non riescono a raddrizzare una partita difficile, uscendo sconfitti 2-1.

Partenza con gli israeliani che passano subito in vantaggio al 2'. Melikson sulla destra supera Mihajlovic emette la sfera rasoterra in mezzo dove Einbinder, tutto solo perché Mariani non lo ha seguito, infila Da Costa sul secondo palo: 1-0 per i padroni di casa. La partita è giocata a ritmi elevati: il Lugano cerca di palleggiare, ma sulla propria fascia di sinistra i ticinesi sono decisamente in crisi. In una di queste incursioni, al 10', gli israeliani ottengono un calcio di rigore, per fallo di mano di Golemic Da Costa però fa il miracolo, gettandosi sulla sua sinistra, e respingendo il tiro teso di Pekhart. I ticinesi soffrono il pressing dei rivali, che appaiono decisamente più energici. Col passare dei minuti, il Lugano prende coraggio: Gerndt al 28' scalda le mani al portiere avversario con un tiro forte, ma centrale.
   Ripresa, con Tami che cambia assetto tattico, gettando nella mischia Yao e Bottani, e disponendo la retroguardia con i quattro difensori. E l'inerzia della partita cambia, con i ticinesi che fanno la partita, nonostante gli israeliani appaiano comunque in grado di mantenere il controllo. Al 59', al primo vero affondo della ripresa, i padroni di casa vanno di nuovo sul dischetto, per un fallo di Golemic su Melikson. Questa volta, dagli 11 metri, ci prova Tzedek, il quale trasforma con un tiro centrale. Poi, al 67', il Lugano riapre l'incontro: percussione da sinistra di Bottani, che mette al centro un pallone velenoso. Tzedek si allunga e, con la punta del piede, mette alle spalle del proprio portiere: 2-1. Le squadre ora sono stanche: i ticinesi sono generosi, ma gli israeliani tengono il campo e, nonostante i 3' concessi dall'arbitro, il risultato non cambia: 2-1 per il Beer Sheva.

(Mondo sportivo, 14 settembre 2017)


Sette principi per una comunità

di Rav Lord Jonathan Sacks

Il popolo ebraico è polemico. Che io sappia, siamo l'unica civiltà i cui testi canonici sono, dal primo all'ultimo, vere e proprie antologie di dibattiti.
I profeti discutono con Dio, i rabbini discutono tra di loro e ognuna di queste discussioni è riconosciuta come sacra, in quanto è parte di ciò che siamo. E siamo persone con punti di vista rigidi.
Diciamo "Il Signore è il mio pastore", ma di fatto nessun ebreo è mai stato una pecora.
Mi ricordo che una volta, mentre dialogavo con lo scrittore israeliano Amos Oz, lui esordì dicendomi: "Non sono sicuro che mi troverò d'accordo con il rabbino Sacks su qualunque cosa dica, ma d'altra parte nella maggior parte dei casi non mi trovo d'accordo neanche con me stesso".
È proprio così, siamo oratori feroci e parte della nostra forza è data da questo, dalla nostra abilità nel dibattere, dalla nostra netta diversità, sia in ambito culturale che in qualsiasi altro ambito. C'è da dire, però, che tutto ciò può diventare molto pericoloso nel momento in cui ci porta sulla strada della divisione. Perché nessun imperatore su questa Terra è mai stato capace di sconfiggerci, ma in diverse occasioni siamo stati molto bravi a sconfiggerci da soli.

(moked, 14 settembre 2017)

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"In quel tempo non vi era re in Israele"

In quel tempo non vi era re in Israele; ognuno faceva quello che gli pareva meglio (Giudici 17:6).
Noi tutti eravamo smarriti come pecore, ognuno di noi seguiva la propria via (Isaia 53:6).
Un pensiero ebraico sempre ricorrente sostiene che la perenne litigiosità tra ebrei, l'inconciliabile diversità delle loro opinioni (due ebrei, tre opinioni), l'insanabile frammentarietà delle loro ideologie siano un segno di forza, un'ammirevole caratteristica del loro mondo. Indubbiamente è una caratteristica, ma è davvero ammirevole? Ammirevole, anzi stupefacente, è il fatto che un popolo così sia rimasto sostanzialmente unito col passar dei secoli, ma questo è avvenuto, e continua ad avvenire, perché loro sono così o nonostante siano così? Nel primo caso è merito loro, nel secondo caso è merito di un Altro. Il versetto di Isaia 53 continua così: "... e l'Eterno ha fatto cadere su di lui l'iniquità di noi tutti". Qualcuno dunque dovrà pagare, anzi ha già pagato, perché sia tolta l'iniquità da cui proviene un simile smarrimento. Un giorno lo smarrimento delle pecore finirà. E non sarà per merito loro, ma per l'amore di un Altro verso di loro.
    "Da tempi lontani l'Eterno m'è apparso. 'Sì, io t'amo d'un amore eterno; perciò ti prolungo la mia bontà. Io ti riedificherò, e tu sarai riedificata, o vergine d'Israele! Tu sarai di nuovo adorna dei tuoi tamburelli, e uscirai in mezzo alle danze di quei che si rallegrano. Pianterai ancora delle vigne sui monti di Samaria; i piantatori pianteranno e raccoglieranno il frutto [...] O nazioni, ascoltate la parola dell'Eterno, e proclamatela alle isole lontane, e dite: 'Colui che ha disperso Israele lo raccoglie, e lo custodisce come un pastore il suo gregge'. Poiché l'Eterno ha riscattato Giacobbe, l'ha redento dalla mano d'uno più forte di lui. E quelli verranno e canteranno di gioia sulle alture di Sion, e affluiranno verso i beni dell'Eterno: al frumento, al vino, all'olio, al frutto dei greggi e degli armenti; e l'anima loro sarà come un giardino annaffiato, e non continueranno più a languire. Allora la vergine si rallegrerà nella danza, i giovani gioiranno insieme ai vecchi; io muterò il loro lutto in gioia, li consolerò, li rallegrerò liberandoli del loro dolore" (Geremia, cap. 31).
(Notizie su Israele, 15 settembre 2017)


Leva e cibo kasher. L'Alta Corte israeliana «strappa»

Dopo la decisione sul servizio militare per gli ortodossi, quella sulle certificazioni, non più esclusiva del rabbinato di Stato. «Vogliono far cadere il governo Netanyahu».

di Federica Zoja

 
Gerusalemme - La Corte Suprema
E' ormai scontro aperto fra la Corte Suprema israeliana e il Governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. Sono due gli interventi degli alti giudici destinati ad avere ripercussioni politiche di rilievo, oltre che sociali, e a mettere in difficoltà il premier nel suo delicato rapporto con il rabbinato ortodosso e le forze ultra-conservatrici. La prima decisione, resa nota martedì, riguarda l'obbligo del governo di mettere fine ai privilegi di cui godono gli studenti dei collegi rabbinici in materia di leva militare. La seconda, emessa ieri, concerne invece il cibo kasher (rispettoso della religione ebraica) e le certificazioni concesse, fino ad oggi, ai ristoranti del Paese dal rabbinato di Stato. D'ora in poi, i ristoratori potranno fare a meno del placet delle autorità centrali di fatto scavalcate fornendo informazioni dettagliate sulla preparazione delle pietanze.
   In Israele il servizio militare è obbligatorio per tutti i cittadini, uomini e donne, e svolto generalmente a 18 anni. La durata della leva è di due anni e otto mesi per gli uomini e di due anni per le donne. Ai cittadini è poi richiesto di tenersi a disposizione delle Forze armate in quanto riservisti. Gli ebrei ultra-ortodossi, in virtù di uno specifico emendamento alla legge adottato nel 2015, usufruiscono di un esonero di massa nel corso dei loro studi in yeshiva (seminario). Per la precisione, l'attuale legislazione concede loro di rinviare il servizio militare: numeri alla mano, la Corte ha verificato che solo poche migliaia di studenti haredi (ultra-ortodossi) hanno scelto di arruolarsi, mentre altri 12mila no. I nove giudici dell'Alta Corte incaricati di esaminare gli effetti della legge del 2015 hanno deciso che l'emendamento in questione crea dunque una violazione del «principio di uguaglianza» fra i cittadini. Al momento del voto, otto giudici contro uno si sono pronunciati per la cancellazione di tale regime. Ora i legislatori avranno 12 mesi di tempo per individuare una formula ragionevole sia per la Corte sia per gli alleati ultraconservatori dell'esecutivo, il cui sostegno è vitale per la tenuta dell'assetto politico.
   Il dibattito rappresenta solo un tassello di un puzzle complesso, in cui si fronteggiano le istanze laiche della società e quelle ultra-conservatrici. Immediata la reazione dei due partiti ultra-ortodossi di puntello al Governo, che hanno accusato l'Alta Corte di giustizia di «lontananza dalla tradizione ebraica» e «astio innato nei confronti di coloro che si dedicano allo studio» dei libri sacri. Lapidario il commento del ministro della Sanità, rabbino Yaakov Litzman (del Fronte unito della Torah): «I giudici della Corte Suprema di Gerusalemme vogliono far cadere il Governo di Benjamin Netanyahu».
   La non immediata applicazione della sentenza è comunque una concessione al fronte ultra-conservatore, affinché la pillola da mandare giù risulti meno amara. E soprattutto perché il Parlamento abbia il tempo di approvare una legge che vieta all'Alta Corte di annullare quanto stabilito dai deputati, progetto ventilato dalla destra israeliana negli ultimi giorni.

(Avvenire, 14 settembre 2017)


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Scontro fra religiosi e laici a Gerusalemme

Anche gli ebrei ultra-ortodossi obbligati al servizio militare

di Ilaria Pedrali

Israele ha deciso di revocare l'esonero del servizio militare per gli ebrei ultra-ortodossi e ora per il premier Netanyahu sono guai. I rabbini, infatti, gridano al complotto contro di loro da parte delle Corte Suprema di Gerusalemme, portabandiera dei valori laici dello Stato di Israele. E a dar loro ragione ci sono i partiti religiosi che tengono in piedi il governo Netanyahu e promettono battaglia. Anche se affermano di non voler abbandonare il governo, si dicono pronti e decisi a lavorare affinché venga varata una legge che impedisca alla Corte Suprema di revocare leggi già approvate in passato dalla Knesset, il Parlamento israeliano.
   Il motivo che ha spinto i giudici della Corte Suprema a esprimersi risiederebbe nel fatto che l'esonero sarebbe una forma di discriminazione in contrasto con i principi egalitari che regolano le basi su cui si fonda lo stato di Israele.
   Gli haredim, cioè gli esponenti più conservatori dell'ebraismo ortodosso, dedicano la loro vita allo studio della torah. Per questo ricevono sussidi da Israele, Stato che alcuni di loro non riconoscono perché convinti che Israele potrà essere costituito solo con la venuta del Messia che attendono.
   Quella del servizio militare per gli ultra ortodossi è questione di vecchia data. Due anni fa entrò in vigore la controversa legge che permetteva ai religiosi di essere esonerati o di prestare un servizio civile sostitutivo. Ma la norma aveva scatenato il fenomeno dei disertori, soprattutto tra le donne. Quando venne approvata la legge che obbligava gli ultra-ortodossi a servire nell'esercito, nel 2014, si scatenò un'ondata di proteste nei sobborghi ultra ortodossi di Gerusalemme, dove vive un decimo della popolazione israeliana.
   Nei mesi scorsi è apparso il fantoccio di un militare israeliano impiccato in Mea She'arim, quartiere haredim per eccellenza della Città Santa. Inoltre c'è il duplice problema delle donne: da un lato perché Israele affida la formazione delle reclute e i giovani ultra ortodossi ritengono di non poter prendere ordini da loro, ma solo dal rabbino. Dall'altro perché anche le donne ultra ortodosse devono servire obbligatoriamente nell'esercito per due anni. E proprio tra queste ultime si sono verificati i casi più numerosi di diserzione.

(Libero, 14 settembre 2017)


Quegli ebrei pionieri del calcio

Le vicende umane e sportive di tre presidenti di fede ebraica, tre personaggi esemplari come Jaffe (Casale), Ascarelli (Napoli) e Sacerdoti (Roma), rivivono nel libro documentato di Adam Smulevich.


di Massimiliano Castellani

Il professor Jaffe insegnava al Leardi, l'istituto tecnico più antico d'Italia, "cantera" del tricolore del 1914, e come Sacerdoti si convertì al cattoli- cesimo. Ma il professore morì ad Auschwitz nel '44 mentre il patron della Roma fece cinque anni al confino. Quello del Napoli fu il primo a costruire uno stadio di proprietà, il Vesuvio, e quando morì per i napoletani divenne l'Ascarelli: lì la Germania hitleriana ai Mondiali del '34 vinse sul campo intitolato a un ebreo.
In Sport e Shoah, lo storico Sergio Giuntini scrive: «Si calcola che tra i sei milioni di vittime del nazifascismo, il martirologio sportivo abbia causato la morte di 60mila atleti, di cui 220 di alto livello». In quel computo tragicamente luttuoso mancano all'appello figure legate allo sport, al calcio in particolare, come quella di Raffaele Jaffe. Il fondatore del Casale Foot Ball Club, la società calcistica del Monferrato nata nel 1909, finì i suoi giorni nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ma il mitico padre patron dei nero stellati di Casale, gli acerrimi antagonisti dei "bianchi" della Pro Vercelli (nei primi due decenni del '900 la formazione vercellese era la vera "Juventus" del pallone italico) è resistito al tempo, così come la storia della sua gloriosa creatura. L'anno in cui Jaffe mise insieme i ragazzi del Casale, la Pro Vercelli vinceva il suo 2o scudetto, al quale avrebbe fatto seguito un "triplete" dal 1911 al 1913, fino al settimo e ultimo sigillo tricolore del '22. Stagione che aprì il ventennio del regime fascista di cui Jaffe, Giorgio Ascarelli e Renato Sacerdoti non furono degli avversari, ma pagarono comunque la loro origine e la fede ebraica.
  I tre sono i protagonisti dell'appassionante e documentato Presidenti (Giuntina. Pagine 136. Euro 12,00). Il saggio di Adam Smulevich (già fine indagatore dei "salvataggi" degli ebrei compiuti da Gino Bartali), si legge il tempo di una partita di calcio e traccia mirabilmente i profili di «tre uomini scomodi», fondatori delle rispettive società calcistiche: il Casale di Jaffe appunto, il Napoli di Ascarelli e la Roma di Sacerdoti. Un'opera che ha il merito di allargare gli orizzonti della "Memoria" sul genocidio compiuto dal nazifascismo, partendo da un campo di pallone. Il fischio d'inizio per Smulevich è suonato «in vista dell'ottantesimo anniversario delle leggi della Vergogna, annunciate da Mussolini in piazza Unità d'Italia a Trieste, il 18 settembre 1938, questo libro - scrive - si propone di gettare nuova luce su tre figure particolarmente significative».
 
  E infatti colpisce a chi assiste ormai a un mondo come quello del calcio odierno diventato mega-showbusiness dominato da cordate di maneggioni senza scrupoli né grande cultura (specie sportiva) che il padre patron del Casale fosse un intellettuale. Il professor Jaffe, laureato in scienze naturali e chimiche, fu docente e poi preside alla Scuola Normale femminile Giovanni Lanza, ma al tempo in cui diede inizio all'avventura del Casale FootBall Club era insegnante al Leardi, l'istituto tecnico più antico d'Italia. E quella scolastica fu anche la "canterà" a cui attinse per reclutare i "pionieri" del football che faceva allenare e giocare nell'assai poco regolamentare Campo del Vecchio Bersaglio (90 metri di lunghezza per 46 di larghezza), alias il Priocco. In appena un lustro quella ragazzaglia forte e che giocava un "calcio di classe" anche fuori dalle aule del Leardi, divenne prima campione del Piemonte (nuova forza del "quadrilatero" comprendente Vercelli, Novara e Alessandria). L'unico, storico tricolore del Casale, è datato luglio 1914 quando i nerostellati in finale sconfissero la Lazio, in casa e nel ritorno a Roma. «Come premio scudetto, un lusso raro, il ritorno in treno in Piemonte avviene non in terza ma in seconda classe». Le cinque stelle dello stemma che dovevano propiziare l'arrivo all'apice del calcio nazionale brillavano al sole della stazione di Casale dove Jaffe e i suoi ragazzi vennero accolti da eroi. E il più eroico di quella gloriosa società era proprio il «Presidente». Per i suoi ragazzi Jaffe rappresentava «un'autentica guida spirituale», un uomo sempre «buono, sorridente e generoso». Il Professore del pallone aveva anche il dono raro dell'imparzialità: dopo alcuni arbitraggi impeccabili delle gare del suo Casale la Federazione lo nominò «arbitro ad honorem». Un monumento vivente che solo la mannaia nazifascista avrebbe potuto abbattere. Eppure Jaffe nel 1927, a Cuneo, aveva contratto matrimonio con Luigia Ceruti, insegnante anche lei, e dieci anni dopo alla vigilia della stagione più nera nella storia italiana ( quella della promulgazione delle leggi razziali) si era convertito al cattolicesimo. «Non ho inteso con questo fare uno spregio alla fede dei miei indimenticabili genitori», scrisse Jaffe della conversione nel suo testamento. Ma l'aver abbracciato la fede cattolica non lo salvò dal marchio a fuoco di «Jude».
  Dopo la lunga prigionia a Fossoli, quando il papà del Casale arrivò ad Auschwitz finì nel girone dei «troppo vecchi», le vittime designate, assieme agli infermi, della soluzione finale. Jaffe morì il 5 agosto del 1944. Tre anni prima, nell'aprile del '41, uno dei suoi pupilli scudettati del '14, il «corazziere» Luigi Barbesino, cadde eroicamente in un blitz aereo in Sicilia. Barbesino nel quadriennio 1933-'37 era stato l'allenatore della Roma del presidente Sacerdoti. L'uomo del popolo romanista che si riuniva sugli spalti lignei del mitico Campo Testaccio. Un tempio quello capitolino, sorto vicino al Monte dei Cocci che è andato perduto ma i suoi resti evocano ancora lo stesso fascino poetico del redivivo stadio Filadelfia, la casa del Grande Torino. Quando nel 1927, dalla fusione delle tre società capitoline, Alba, Fortitudo e Roman, si costituì l' As Roma, Sacerdoti salito alla presidenza (al posto di Italo Foschi) realizzò lo stadio testaccino.
  Il mitico Campo Testaccio accudito dai trilussiani custodi, Zì Checca e la moglie Angelica, fu teatro di battaglie gladiatorie per il bomber fiumano Volk, il "dottore" Fuffo Bernardini - uno dei rarissimi laureati prestati al pensatoio con i piedi - e il "fornaretto" di Frascati, Amadeo Amadei. Dopo un 5-0 rifilato dalla Roma alla Juventus, il regista Mario Bonnard fu talmente ispirato dalla "manita" giallorossa da girarci su un film (l'omonimo Cinque a zero, con Ferraris IV e Bernardini che interpretano se stessi). Una trama drammatica invece, attendeva patron Sacerdoti, convertito anche lui al cattolicesimo ma per il regime del "filo laziale" Benito Mussolini un nemico da condannare a cinque anni di confino. Una pena dolorosissima, scontata fino alla fine della seconda guerra, e di cui restano testimonianze nelle lettere spedite da Sacerdoti ai familiari dai suoi domicili coatti di Ponza, Ventotene e Portici di Bellavista. In quest'ultimo approdo napoletano circolava ancora il nome di Giorgio Ascarelli, il presidente più illuminato della storia del calcio partenopeo. Il figlio di Salomone Pacifico e Bice Foà, possedeva le "stimmate" del presidente moderno: panchina affidata al futuro condottiero juventino Carlo Carcano e visione societaria in linea con la rivoluzionaria Carta di Viareggio (per la prima volta distingueva i calciatori da dilettanti e non dilettanti), sottoscritta il 2 agosto del 1926, il giorno seguente alla fondazione della Società Sportiva Napoli Calcio. Ma soprattutto., Ascarelli fu il primo massimo dirigente ad aver investito e realizzato uno stadio di proprietà. Lo stadio Vesuvio, dove, dopo la sua morte prematura - per peritonite, nel 1930, aveva solo 36 anni - si giocò la finale del 3o posto dei Mondiali del 1934 (vinti dall'Italia del "tenente" Vittorio Pozzo) tra l'Austria e la Germania hitleriana.
  I tedeschi vinsero (3-2) su quel campo intitolato a un ebreo ma che per la stampa di regime poi sarà semplicemente il Vesuvio. Il terreno di gioco dove durante una sfida con la Juventus un "ciuccio" fece invasione di campo e da allora l'asino è diventato il simbolo del Napoli Calcio. Il nome di Ascarelli venne defalcato dal fascismo, tolto per sempre dalle insegne dello stadio Vesuvio. Oggi Ascarelli è riapparso è il nome dato al periferico impianto di Ponticelli. Troppo poco rispetto a ciò che ha dato quel giovane illuminato a un calcio che, grazie anche a figure come la sua, era ancora uno sport poetico. Quello di Ascarelli era un Napoli in cui il bomber, l'oriundo paraguayano Attila Sallustro, giocava ma a patto di non ricevere compensi, per via di una promessa fatta al padre. Qualcuno racconti queste tre storie di presidenziali piene di umanità ai nuovi tycoon cinesi, agli americani della Roma e al cinepresidente del Napoli Aurelio De Laurentiis. Loro sono i nuovi padroni di un calcio che per Sacerdoti, già nel 1958, anno in cui lasciò per sempre la Roma, non era più un gioco. «Per noi vecchi presidenti - disse allora il papà dei giallorossi - lo sport è stato romanticismo, passione schietta, e oggi non possiamo accettarlo come affare e come veicolo pubblicitario. Ben vengano gli altri presidenti, noi ce ne andiamo».

(Avvenire, 14 settembre 2017)


Israele, parla il leader dei coloni:
"In queste terre non ci sarà mai pace"

Daniel Luria, guida dell'organizzazione Ateret Cohanim, giudica Netanyahu troppo debole e dichiara: "Gli arabi prestino giuramento ai principi dell'ebraismo. Qui eravamo all'inizio e qui rimarremo per sempre"

di Roberta Zunini

 
Daniel Luria sul tetto di una casa a Gerusalemme est, nel 2015
Daniel Luria
Un detto ebraico recita: «Anche se è kosher, puzza». Tradotto: anche se si tratta di cibo e comportamento in linea con i dettami religiosi, è andato a male. Per la destra ultranazionalista e ortodossa israeliana che dal 2015 fa parte della coalizione di governo, il primo ministro Benjamin Netanyahu è una guida troppo debole per il paese. Ma non a causa delle indagini per corruzione e frode nei suoi confronti, della moglie Sara e di alcuni suoi fedelissimi aperte dalla polizia giudiziaria che ha portato agli arresti un paio di suoi fedelissimi. Bensì per il suo comportamento troppo moderato e laico.
Il partito conservatore Likud, di cui Netanyahu è il leader, viene bollato dal neonazionalismo religioso in crescita di estrema arrendevolezza e il suo segretario di non essere "l'uomo forte" necessario in questo frangente storico turbolento. «La retromarcia di Benjamin Netanyahu sul controllo del Monte del Tempio è stata una vera e propria capitolazione. Togliere i metal detector dopo le proteste violente dei palestinesi musulmani e dei loro sostenitori internazionali ha dimostrato tutta la debolezza del primo ministro. Un vero tradimento nei confronti di chi lo ha votato. Bibi ha sprecato l'ennesima occasione per dimostrare di essere un leader che fa ciò che promette in campagna elettorale». Daniel Luria, direttore esecutivo dell'organizzazione israelo-americana Ateret Cohanim (che ha fondato l'unica colonia ebraica con una Yeshiva a Gerusalemme Est), scandisce il termine capitolazione per enfatizzare in senso negativo la recente decisione di Netanyahu di far rimuovere i metal detector dal Monte del Tempio o Spianata delle Moschee (per i musulmani) dopo averli fatti installare in seguito all'attentato del 14 luglio scorso. Che ha riportato la questione israelo-palestinese sulle prime pagine dei media internazionali.

- Signor Luria, non è un giudizio eccessivo?
  «Uso il termine "capitolazione" perché è quello corretto e appropriato. Se Netanyahu avesse sempre detto la verità all'opinione pubblica israeliana e internazionale, non ci troveremmo a questo punto».

- Quale per l'esattezza?
  «Che gli accordi di Oslo sono morti, che lo Stato palestinese non nascerà mai, che il Monte del Tempio appartiene a Israele essendo il cuore della religione ebraica e che Gerusalemme Est è parte integrante di Gerusalemme e non parte di quelli che l'Onu definisce erroneamente Territori Occupati».

- Netanyahu, così come il Parlamento non hanno mai nascosto che Gerusalemme Est, dove sorge la Città Vecchia con il Monte del Tempio-Spianata delle Moschee, facciano parte di Israele. È la comunità internazionale che non ha mai riconosciuto la legge votata dalla Knesset nel 1980 sull'indivisibilità di Gerusalemme, unilateralmente dichiarata capitale dello Stato ebraico.
  «Certo, ma Netanyahu nei fatti ha continuato ad agire in modo ambiguo circa l'affermazione dell'ebraicità del Monte del Tempio e sul negoziato di pace. Non ci sarà mai pace in cambio di terra, come hanno dimostrato le reazioni violente dei palestinesi, sostenuti dalla Turchia e dal Qatar, alla logica decisione di installare semplici misure di sicurezza attorno a un luogo cruciale per noi ebrei da dove sono sbucati i terroristi che il 14 luglio hanno ucciso due poliziotti israeliani».

- Ma in questo caso erano arabi di nazionalità israeliana e fede islamica che hanno colpito due agenti delle forze dell'ordine e non dei civili.
  «Se è per questo anche i poliziotti uccisi erano israeliani non di fede ebraica, ossia drusi. Ciò che voglio dire è che Bibi, essendo una persona intelligente, capace e preparata, dopo aver ottenuto il secondo mandato avrebbe dovuto spiegare senza se e senza ma che siamo al punto in cui non ha più senso parlare di negoziati di pace, di blocco delle colonie perché non vi è alcuna occupazione in corso dato che quelle terre, la Giudea e la Samaria, appartengono al popolo ebraico dalla notte dei tempi e non agli arabi. Se all'opinione pubblica si dice la verità con chiarezza e senza tentennamenti, tutti rispetteranno le decisioni conseguenti».

- Questa però non è l'opinione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che nella risoluzione approvata lo scorso dicembre ha intimato a Israele di interrompere le attività di espansione e costruzione di nuovi insediamenti nei Territori.
  «Ma è l'opinione del governo israeliano che però non ha un leader in grado di tradurla in fatti concreti, pur sapendo che nessuno si opporrà. Cosa potrebbero mai farci? Nulla. Come si è visto nel corso del tempo. Eppure Bibi non ha il coraggio di prendersi le proprie responsabilità».

- La sua già scarsa fiducia nei confronti del primo ministro crollerebbe definitivamente se le investigazioni della polizia giudiziaria circa tre casi di sospetta corruzione a suo carico lo portassero davanti al giudice?
  «No, e non penso ne rimarrebbe impressionata nemmeno la maggior parte degli israeliani».

- Perché?
  «Perché l'opinione pubblica, al contrario dei media, non è granché interessata a questa disputa. Economicamente Israele è forte, il governo è riuscito a far crescere il paese ma, per quanto riguarda la questione della sicurezza, primaria per gli israeliani, c'è urgente bisogno di un leader sostenuto da una forte ideologia, determinato a proteggere il nostro diritto di abitare sulla terra che ci è stata data da Dio. Che non può essere considerato un argomento a parte perché l'ebraicità di Israele è parte costitutiva dello Stato stesso».

- Se venissero indette elezioni anticipate, il nuovo leader di HaAvoda, l'Unione sionista in cui è confluito anche il vecchio partito laburista, avrebbe delle chance, come suggeriscono i sondaggi?
  «Al vertice dei sondaggi per ora rimane ancora Bibi e in seconda posizione, ma con molti punti di distacco Gabbay. Si tratta di un fuoco di paglia dovuto alle recenti primarie che lo hanno visto trionfare. L'opinione pubblica sta virando sempre più a destra, una destra religiosa e combattiva che non può essere insidiata da una persona che proviene dal mondo del business ».

- Lei dunque voterebbe per l'attuale ministro dell'Economia e dei Servizi Religiosi Naftali Bennett, leader di HaBayit HaYehudi (la Casa Ebraica), il partito di riferimento dei coloni, che vuole un Grande Israele dal Mediterraneo al Giordano?
  «Spero ancora che Bibi si ravveda e mostri il suo vero potenziale approfittando del supporto del presidente Trump, ma non penso accadrà».

- I palestinesi secondo lei dove dovrebbero andare se non nascerà mai il loro Stato, se la terra che rivendicano diventerà parte del Grande Israele?
  «Ci sono numerose alternative. Se non vogliono andare in Giordania, per esempio, possono rimanere dove si trovano e chiedere la nazionalità israeliana prestando giuramento ai principi dell'ebraismo. Io non ho nulla contro gli arabi e i musulmani purché non pretendano di sottrarci i luoghi dove i nostri antenati sono nati e vissuti molto prima di loro. Qui c'eravamo all'inizio e qui rimarremo per sempre».

(L'Espresso, 13 settembre 2017)


La visita di Netanyahu ratifica l'inversione di marcia della politica estera argentina

 
Intervento di Netanyahu in un incontro di carattere economico a Buenos Aires
MADRID - Il passaggio in Argentina di Benyamin Netanyahu, primo capo di governo israeliano a viaggiare in America Latina, dà modo al quotidiano spagnolo "El Pais" di descrivere l'inversione a 180 gradi compiuta da Buenos Aires a favore della causa israeliana. L'arrivo del presidente Mauricio Macri ha rivoluzionato la politica estera argentina, rompendo l'avvicinamento all'Iran (alla Cina e alla Russia) e recuperando la tradizionale alleanza con Stati Uniti e Israele. Netanyahu "ne ha approfittato per accusare l'Iran dei peggiori attentati della storia dell'Argentina, negli anni 90, e ha chiesto che sia trattato come uno Stato terrorista".
   Il tutto sullo sfondo di una città, Buenos Aires, in cui si incrociano "non a caso" il corso Stato di Israele con la via Stato di Palestina,, dove le due comunità, forti delle rispettive istituzioni religiose e scolastiche, convivono senza "che ci siano forti conflitti sociali". E in un paese che grazie alla sua tradizionale accoglienza ha aperto le porte "tanto a musulmani in fuga da guerre e carestie quanto ad ebrei che scappavano dalla persecuzione religiosa in Europa". Per la verità anche ad alcuni degli ex gerarchi nazisti, "punto chiave della storia nera dell'Argentina, che ha a sua volta avuto un ruolo nella visita di Netanyahu". Macri ha consegnato al suo ospite 139.000 documenti storici sull'olocausto, compresi quelli che raccontano gli aiuti ricevuti da nomi come Adolf Eichmann.
   La riconversione "strategica" di Buenos Aires all'Occidente esalta però la lotta politica interna argentina. Cancellato il polemico memorandum d'intesa stretto nel 2013 con l'Iran, segna il brusco stop alle scelte che per oltre un decennio hanno visto la politica estera nazionale più in sintonia con paesi neosocialisti come Venezuela, Ecuador, Nicaragua o Cuba. Mettendo forte l'accento sul caso Nisman, il magistrato morto poche ore prima di consegnare al Parlamento argentino la sua accusa contro l'ex presidente Cristina Kirchner e il ministro degli Esteri Hector Timerman, ritenuti colpevoli di aver coperto le presunte responsabilità di Teheran nell'attentato del 1994 alla sede dell'Amia, che costò la vita a 85 persone.
   Netanyhau si muove ora alla volta di Colombia e Messico, "due paesi che non hanno mai abbandonato il tradizionale asse delle relazioni estere latinoamericane e che ora sono nelle mani di governi di centrodestra", e dove cercherà di dare altro vigore alle ambizioni di crescita nei rapporti commerciali. "La nuova relazione con l'Argentina porta con sé interscambi commerciali più robusti, investimenti di imprenditori israeliani e possibili acquisti di materiali di sicurezza,tema molto polemico in un paese in cui ogni episodio di repressione poliziesca provoca intense discussioni politiche".

(Agenzia Nova, 13 settembre 2017)


"Nasce la Comunità ebraica pugliese", ma l'UCEI prende le distanze

L'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sulla notizia della costituzione di una "Comunità ebraica pugliese": "Materia disciplinata da norme precise norme, costituzione non può essere proclamata unilateralmente".

"Un'iniziativa illegittima e in alcun modo autorizzata". Così l'Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) commenta la notizia della costituzione di una "Comunità ebraica pugliese", "che dovrebbe essere presentata, con tanto di organi dirigenti e rabbino capo, nella giornata di domani, 14 settembre".
   "La costituzione di una "Comunità ebraica" legalmente riconosciuta come tale - si legge nella nota dell'Ucei - ai sensi dell'Intesa firmata nel 1987 tra l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Repubblica italiana (legge di applicazione 8 marzo 1989, n. 101, recante norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), cosi come la nomina dei rispettivi Rabbini, è materia riservata e disciplinata da ben precise norme di legge e di Statuto e non può essere proclamata unilateralmente o autonomamente da alcun gruppo di persone. Ferma restando la libertà di qualsivoglia gruppo di promuovere attività culturali in ambito ebraico, la competenza istituzionale legalmente stabilita per ogni iniziativa connessa alla costituzione di nuove comunità è attribuita all'Unione delle Comunità Ebraiche d'Italia e all'Assemblea Rabbinica Italiana per quanto concerne gli aspetti di carattere religioso".
   "Le attività nella Regione Puglia e gli ebrei ivi residenti - sottolinea ancora il comunicato - fanno capo alla Comunità ebraica di Napoli, alle quali già sono connesse le sezioni di Trani e San Nicandro. A chiunque affermi fatti diversi o a chiunque, persone fisiche o enti, anche locali, che divulghino o favoriscano in qualsiasi modo tali attività, è intimata l'immediata cessazione e l'invito a raccordarsi con UCEI e ARI".

(Bari Today, 13 settembre 2017)


Alla scoperta della Festa del Libro Ebraico tra musica, libri e dibattiti

Due giornate ricche di appuntamenti, tra musica, libri, e dibattiti. Torna, il 16 e il 17 settembre, per la terza edizione, la festa del Libro Ebraico. Ospite anche il ministro per l'istruzione Valeria Fedeli.

"Ebraismo, partecipazione e cittadinanza" è questo il tema della "Festa del Libro Ebraico a Ferrara", che si svolgerà la sera di sabato 16 e per tutta la giornata di domenica 17 settembre.
Libri protagonisti, con le presentazioni di 6 volumi, presso la sala estense nel pomeriggio di domenica, ma anche musica, sabato sera alle 21.30 l'originale concerto del pianista e compositore Yakir Arbib, che rivisita per la prima volta, tra jazz e classica, i temi più noti della musica ebraica italiana. Un legame stretto con il Meis, naturalmente con un'occasione imperdibile, domenica mattina alle 9, in Rampari San Paolo, da dove partirà l'itinerario "Alla scoperta del grande MEIS. Visita all'edificio restaurato".
Per due ore, a gruppi, sotto la guida dell'architetto Carla Di Francesco, dell'ingegnere Angela Ugatti e di Andrea Frabetti, sarà possibile accedere al futuro cuore pulsante del Museo, apprendendo com'è stato trasformato. E ancora una mostra, nel palazzo Municipale, sulla partecipazione degli Ebrei alla grande guerra, curata dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea. Infine i momenti di confronto.
A precedere la tavola rotonda sarà la firma del protocollo d'intesa tra il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah e il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.

(Telestense Ferrara, 13 settembre 2017)


Corte Suprema di Israele: ristoranti kosher anche senza il visto dei rabbini

La Corte Suprema israeliana, in un nuovo intervento destinato ad avere molte ripercussioni, ha sentenziato che i ristoranti del paese possono dire ai loro clienti che il cibo servito è kasher anche se non hanno la certificazione relativa prescritta dal rabbinato di stato.
Una mossa che sembra destinata a mettere fine all'attuale predominio del rabbinato di stato considerato fino ad ora l'unico organismo del paese in grado di poter stabilire se un ristorante è kasher o no. La sfida è stata lanciata da un gruppo di ristoranti di Gerusalemme decisi a trovare una "terza via" tra kasher e non kasher e, dopo una lunga battaglia legale, la Corte ha accettato il loro reclamo.

(ANSAmed, 13 settembre 2017)


A Crotone convegno sulla Diaspora degli ebrei

Si è tenuta stamani, nella sala consiliare del Comune di Crotone, la sesta tappa calabrese della Giornata europea della cultura ebraica sul tema "Diaspora: identità e dialogo". Al centro della discussione, oltre che la conoscenza dell'ebraismo, anche la costruzione di percorsi comuni con le altre comunità e le altri fedi. All'appuntamento hanno preso parte, tra gli altri, il rabbino capo della comunità ebraica di Napoli Umberto Piperno, il prefetto di Crotone Cosima Di Stani, il vicesindaco Antonella Cosentino, il vicario dell'arcivescovo di Crotone don Serafino Parisi, e il referente della comunità ebraica calabrese Roque Pugliese. "Si deve avere un rapporto materno con il proprio passato, con la propria terra, ma nello stesso momento si deve guardare verso altro" ha detto il rabbino capo della comunità di Napoli. L'iniziativa si è conclusa con un momento musicale durante il quale il gruppo "Peri Hadar" e il Gruppo musicale Zambrone hanno suonato strumenti musicali ebraici che hanno accompagnato canti in dialetto calabrese sulla Diaspora.

(Il Dispaccio, 13 settembre 2017)


Al bando l'amico di Israele

Da Adonis a Sansal, quegli scrittori mediorientali che hanno osato incontrare esponenti dello stato ebraico. Ecco il prezzo per aver violato il grande tabù.

di Giulio Meotti

 
Amin Maalouf, giornalista e scrittore libanese naturalizzato francese
ROMA - Amin Maalouf, che ha il passaporto libanese e francese, non aveva trovato nulla di strano nel rilasciare una intervista al canale israeliano i24. Forse pensava che il fatto di aver vinto un Goncourt (il maggior premio letterario francese), di aver ricevuto la Legione d'onore, di essere uno degli "Immortali" dell'Accademia di Francia, lo avrebbe protetto. Ovviamente la testa di Maalouf ha cominciato a rotolare subito dopo l'intervista: richieste di privarlo della cittadinanza libanese, di metterlo a processo, di fargli la pelle. "Leo l'israeliano", è stato ribattezzato il grande scrittore, scimmiottando un protagonista dei suoi romanzi. Il regista libanese Ziad Doueiri ha fatto qualcosa di peggio: girare alcune scene di una sua pellicola in territorio israeliano. Così tre giorni fa la polizia libanese lo ha atteso all'aeroporto di Beirut di ritorno dalla mostra del cinema di Venezia. Doueiri è stato arrestato e interrogato dal tribunale militare, accusato di "collaborazionismo con Israele".
  Eccola, mezzo secolo dopo la guerra del 1967, l'accusa ancora più infamante per un artista e scrittore mediorientale. Boualem Sansal, il grande scrittore algerino di "2084", avrebbe dovuto ricevere il Prix du Roman Arabe, il premio al maggiore romanzo arabo in Francia, per il libro "Rue Darwin", edito da Gallimard. Ma la giuria ha annullato il riconoscimento. Motivo? Un viaggio di Sansal a Gerusalemme, per partecipare al festival letterario di Mishkenot Shaananim. I ventidue ambasciatori nella commissione del premio hanno sospeso il riconoscimento. Due anni prima c'era stato un caso simile ma ancora più scandaloso, quando a due scrittori arabo-israeliani, Ala Hlehel e Adania Shibli, tradotti anche in italiano e che dovevano partecipare al Festival della letteratura di Beirut, finanziato dall'Unesco, il Libano ha impedito di atterrare in quanto "israeliani". Per aver visitato Israele, il grande scrittore egiziano Ali Salem ha visto la propria carriera distrutta per sempre. Era il 1994, quando a pochi mesi dalla firma degli Accordi di Oslo, il celebre scrittore satirico egiziano scelse di entrare in Israele. "Non un viaggio d'amore, ma un tentativo di sradicare l'odio", dirà in seguito. Ne nacque un libro, "My drive to Israel". Prima l'associazione egiziana dei cineasti e poi quella degli scrittori cacciano Salem per aver visitato Israele. I teatri vietano le sue pièce, come successe in Unione sovietica a Michail Bulgakov, l'autore del "Maestro e Margherita". E l'ostracismo colpì anche l'unico difensore di Salem, il Nobel per la Letteratura Naguib Mahfouz, perseguitato dai fondamentalisti islamici, che non gli hanno mai perdonato le pagine "irriverenti" e lo "spirito laico", ma soprattutto l'appoggio che Mahfouz fornì al presidente Sadat per la firma del trattato di pace di Camp David con Israele. Per questo nel 1979 i paesi arabi presero a boicottare i libri di Mahfouz. Il grande scrittore ebbe anche numerosi rapporti con l'intellighenzia israeliana, come il professor Sasson Somekh della Tel Aviv University, che lo introdusse alle opere di S. Y. Agnon,
  Il più noto blogger iraniano, Hossein Derakhshan, è finito nel carcere a Evin accusato di "spionaggio a favore di Israele". La sua colpa? Una visita in Israele, per "mostrare la vita quotidiana del popolo ebraico" e smascherare i pregiudizi antisemiti. "Ho intenzione di mostrare agli israeliani che la vasta maggioranza degli iraniani non si identifica con la retorica di Ahmadinejad", disse. Il boicottaggio ha colpito anche un altro scrittore algerino, Yasmina Khadra, reo di favorire la normalizzazione con lo stato ebraico. La Lega Araba ha chiesto ai 22 membri di boicottare "The attack", il suo libro forse più celebre. "Mentre la Siria sprofonda nelle fiamme, l'Iraq soffre di innumerevoli attacchi suicidi, e la Libia sta affondando, la Lega araba se la prende con un artista", ha detto Khadra al Times of lsrael. "Non è forse il culmine dell'oscenità?". Anche il poeta più famoso del mondo arabo, il siriano Adonis, è stato espulso dall'Unione degli scrittori arabi per essersi incontrato con gli israeliani a Granada a margine di una conferenza dell'Unesco. Ad altri scrittori a favore della normalizzazione dei rapporti con Israele è andata peggio.Nel 1992 il più importante giornalista liberale d'Egitto, Farag Foda, venne pugnalato a morte, accusato di "apostasia" e di essere a favore dei rapporti diplomatici con Israele.
  Sono trascorsi cinquant'anni da quando questi paesi arabi furono umiliati da Israele nella Guerra dei sei giorni. Con molti di quei regimi, dalla Giordania all'Egitto, lo stato ebraico ha oggi rapporti diplomatici. Ufficiali sauditi discutono con i colleghi israeliani di sicurezza nella regione. Ma resta il grande tabù degli scambi culturali con gli odiati "sionisti". Come se questi regimi arabo-islamici fossero terrorizzati dall'unicità di Israele, una goccia con i suoi ventimila chilometri quadrati rispetto ai tredici milioni dei paesi arabo-islamici, e che in una grande mezzaluna che va da Casablanca a Mumbai è l'unico stato libero della regione. Questi scrittori e artisti arabi entrando in Israele hanno dimostrato di essere più liberi e onesti di tanti colleghi europei, che aderiscono al boicottaggio culturale dello stato ebraico.

(Il Foglio, 13 settembre 2017)


Se Israele si schiera con i curdi

L'appoggio di Israele cambierà qualcosa per i curdi?

di Giordano Stabile

Massoud Barzani, presidente del Kurdistan iracheno
A 12 giorni al referendum sull'indipendenza del Kurdistan iracheno, Israele si schiera senza remore a fianco del «popolo senza patria» e chiede a Stati Uniti ed Europa di fare altrettanto. La nascente nazione curda è un alleato affidabile dell'Occidente ma finora Washington e Bruxelles sono state molto prudenti, e hanno suggerito al presidente Massoud Barzani di rinviare la consultazione, perché i tempi non «sono adatti».
   L'unico governo nel campo occidentale che ha espresso una posizione cosi netta è lo Stato ebraico. Ieri il ministro della Giustizia Ayelet Shaked ha ribadito l'appoggio a Erbil e ha invitato America e Ue a sostenere il processo per l'indipendenza, perché i curdi «se lo meritano» ed è nell'interesse dell'Occidente. La scommessa è che un Kurdistan democratico, laico e rispettoso delle minoranze, incuneato fra le potenze arabe, l'Iran e la Turchia, potrebbe essere un fattore di cambiamento positivo per tutto il Medio Oriente.
   Ma la strada si sta facendo più ripida. Ieri il Parlamento di Baghdad ha approvato una legge che definisce la consultazione «incostituzionale». È un primo passo per stoppare la marcia dei curdi, anche se il governo centrale iracheno non ha i mezzi per impedire fisicamente il voto. I seggi apriranno e le urne si riempiranno di sì.
   Non è questo che preoccupa i leader curdi a Erbil. Ci sono altre nubi: la battaglia politica potrebbe diventare militare attorno a Kirkuk, la provincia conquistata nel 2014 dai Peshmerga e unita al Kurdistan assieme ad alcuni distretti di quella di Ninive. Kirkuk, il secondo centro petrolifero dell'Iraq, è la vera cassaforte del Kurdistan, la base economica per rendere la nuova nazione autosufficiente. Dopo il voto del Parlamento, disertato dai deputati curdi, i Peshmerga hanno rafforzato le difese a Sud della città. In zona si stanno ammassando le truppe regolari e i miliziani sciiti delle Hashd al-Shaabi, per lanciare un'offensiva contro un distretto confinante controllato ancora dall'Isis, quello di Hawija. Anche i Peshmerga vogliono partecipare, come a Mosul, ma presto le due forze potrebbero scontrarsi fra loro. Il premier Haider al-Abadi ha detto chiaro e tondo che Kirkuk appartiene all'Iraq, Barzani è andato ieri in città a ribadire la legittimità del referendum. È pronto a difendere con le armi l'indipendenza, e il petrolio di Kirkuk, ma ha bisogno di appoggi internazionali. Possibilmente netti come quello di Israele.

(La Stampa, 13 settembre 2017)


In Israele annullata la legge che esonera gli ebrei ortodossi dal servizio militare

Infuriate le reazioni dei partiti ortodossi la Corte Suprema ha mostrato ancora l'astio verso quanti dedicano la vita allo studio della Torah.

Polemiche in Israele: la Corte Suprema ha annullato una legge controversa sul servizio militare degli ebrei ortodossi, entrata in vigore due anni fa, che di fatto garantisce loro esoneri in massa. Secondo la Corte Suprema, non ha ridotto le diseguaglianze nel servizio militare dei laici e dei nazional-religiosi da un lato (che sono chiamati ad arruolarsi) e degli ortodossi dall'altro, fra i quali solo una esigua minoranza indossa la divisa o presta un servizio civile sostitutivo. Il parlamento ha ora 12 mesi per ovviare alla situazione.
Infuriate le reazioni dei partiti ortodossi, rappresentati alla Knesset secondo cui «la Corte Suprema ha mostrato una volta di più il proprio astio verso quanti dedicano la loro vita allo studio della Torah».
Ma alcuni esponenti politici ortodossi hanno anche aggiunto che in questa fase non lasceranno la coalizione guidata da Benyamin Netanyahu. Prima, hanno spiegato, devono verificare se sia possibile far approvare una legge che vieti alla Corte Suprema di abrogare quanto stabilito dalla Knesset.

(globalist, 12 settembre 2017)


Argentina - Il presidente Macrì riceve il premier israeliano Netanyahu

Commento sotto il video di youtube  
ROMA - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è stato ricevuto dal presidente argentino Mauricio Macrì nel secondo giorno della sua visita in Argentina.
Quello di Netanyahu è il primo tour di un capo di governo israeliano in America latina. Netanyahu ha in programma anche un incontro con la comunità ebraica argentina.
Israele cerca di allargare i suoi legami economici e commerciali con nuove regioni e di avvicinarsi a Paesi che possano votare in suo favore presso le istanze delle Nazioni Unite, dove lo Stato ebraico è spesso condannato per l'occupazione dei Territori palestinesi.
Il primo ministro si recherà anche in Colombia e Messico, per poi partecipare a New York all'Assemblea generale dell'Onu.

(RDS, 12 settembre 2017)


Israele si ritaglia una "zona cuscinetto sicura" in territorio siriano

WASHINGTON - Sin dalle prime fasi del conflitto in Siria, Israele ha dato inizio al programma "Good Neighbors" ("Buoni vicini"), che garantisce assistenza medica a civili e combattenti siriani attraverso il confine tra i due paesi, nel Golan. Nel corso degli anni, il programma si è esteso sino a trasformarsi in una operazione più complessa, che ora prevede anche l'invio di carburante, generi alimentari ed altri rifornimenti verso le aree di confine del territorio siriano ancora controllate dai ribelli. Le autorità di Tel Aviv pongono l'accento sull'aspetto umanitario del programma, ma il suo vero obiettivo, scrive la "Washington Post", è un altro: creare una "zona amica" in territorio siriano, da utilizzare come cuscinetto difensivo contro il nemico giurato di Israele, il movimento sciita libanese Hezbollah. Israele osserva da mesi con preoccupazione la decisa svolta del conflitto siriano in favore del regime siriano e dei suoi principali alleati: l'Iran ed Hezbollah.
   Per il momento, grazie anche all'appoggio israeliano, i "gruppi ribelli" sunniti controllano ancora gran parte del lato siriano del confine tra i due paesi; l'obiettivo di Tel Aviv è di impedire che gli equilibri attuali subiscano mutamenti. Ufficialmente, le Forze di difesa israeliane negano di aver fornito appoggio diretto ai militanti sunniti, ma un ex ufficiale dell'intelligence militare israeliana citato dalla "Washington Post" sostiene che almeno una dozzina di gruppi abbiano ottenuto il sostegno anche finanziario di Israele. Dal 2013 ad oggi Israele sostiene di aver fornito assistenza medica a circa 3 mila siriani nel Golan, ma il dato reale sarebbe maggiore; ora che i combattimenti nell'area si sono fatti meno intensi, Tel Aviv ha iniziato ad offrire assistenza contro patologie e condizioni mediche ordinarie, e nell'arco degli ultimi 12 mesi circa 600 bambini siriani sono stati ricoverati negli ospedali israeliani. Israele ha trasferito 360 tonnellate di cibo, quasi 120 mila galloni di benzina, 90 bancali di medicinali e 50 tonnellate di capi di vestiario oltre il confine, assieme a generatori, tubature per l'acqua e materiale da costruzione, spiegano le Forze di difesa.
   Rapporti più stretti con i ribelli oltreconfine garantiscono a Israele anche un maggiore accesso a informazioni d'intelligence. Il paese, dunque, ha mantenuto solo formalmente una posizione neutrale nei confronti del conflitto siriano, come dimostrato del resto dai molteplici attacchi aerei attribuiti all'Aviazione israeliana contro convogli di armi dirette a Hezbollah e altri obiettivi sul suolo siriano; l'ultimo risale soltanto alla scorsa settimana, ed ha colpito una struttura militare che pare servisse da stabilimento per la produzione di razzi destinati al gruppo militante libanese.

(Agenzia Nova, 12 settembre 2017)


Cipro - Il ministro Fokaides in Israele per il varo della prima nave da pattugliamento

La nave da pattugliamento offshore ordinata da Cipro a Israele
NICOSIA - Il ministro della Difesa di Nicosia Christophoros Fokaides si è recato oggi in visita in Israele, dove ha preso parte alla cerimonia per il varo della prima nave da pattugliamento offshore della Marina militare cipriota. Il ministro della Difesa cipriota ha espresso soddisfazione per il percorso che ha portato al varo della nave. Nel corso della sua visita a Tel Aviv, Fokaides ha incontrato il suo omologo israeliano Avigdor Lieberman, convenendo con lui sull'importanza e sulla necessità di rafforzare ulteriormente la cooperazione nel campo della difesa e sicurezza tra Cipro e Israele.

(Agenzia Nova, 12 settembre 2017)


Israele - Via al Watec 2017: droni e pannelli solari sfidano la siccità

di Gianluca Perino

Sempre meno piogge. E un fabbisogno di acqua che cresce costantemente, coinvolgendo aree della terra che prima erano al sicuro. La sfida alla siccità parte da Tel Aviv, dove si sono dati appuntamento per il Watec Israel 2017 scienziati, esperti del settore, aziende e politici. Sul tavolo i temi più urgenti: la necessità di incrementare la desalinizzazione, il riciclo delle acque reflue, la difesa dell'ambiente e l'applicazione delle nuove tecnologie allo sfruttamento e alla condivisione di questo bene primario. Con un occhio di riguardo alle realtà più depresse.

 I numeri
  Secondo un recente studio dell'Oms (l'Organizzazione Mondiale della Sanità) sarebbero infatti oltre settecento milioni le persone che non hanno accesso a fonti di acqua potabile, e di questi oltre la metà vive in Africa. Se poi si parla di acqua sicura, subito disponibile a casa, i numeri diventano ancora più grandi: nel mondo (rapporto Oms-Unicef 2017) tre persone su 10, ovvero 2,1 miliardi, sono di fatto tagliati fuori.
  L'obiettivo quindi è duplice: portare l'acqua dove non c'è ed utilizzare meglio, anche riciclandola, quella che transita nelle zone con meno problemi. Ma per farlo, secondo quanto diranno oggi e domani a Tel Aviv molti degli esperti che prenderanno parte al Watec, la parola chiave è una: le nuove tecnologie. Una strada già intrapresa e che può contare su esperienze fatte un po' in tutto il mondo. Dai pannelli solari che "puliscono" l'acqua in Messico ai progetti israeliani in India e Vietnam (fogli di plastica per condensare l'acqua dall'aria calda), fino alle esperienze italiane con sistemi di sensori al suolo per rilevare lo stress idrico della terra e l'irrigazione con i droni.

(Il Messaggero, 12 settembre 2017)


Il sindaco di Livorno riceve l'Ambasciatore d'Israele in Italia

Il sindaco Filippo Nogarin ha ricevuto questa mattina a palazzo comunale l'Ambasciatore d'Israele in Italia, il signor Ofer Sachs, che si trova in questi giorni a Livorno per incontrare la Comunità ebraica locale e per partecipare al Convegno IWA-International Water Association che si sta svolgendo a Villa Letizia.
In occasione dell'incontro, l'Ambasciatore ha espresso subito la sua vicinanza ai familiari delle vittime e a tutta la comunità livornese che sta vivendo momenti drammatici per il tragico nubifragio. Ha quindi espresso l'invito ad una riflessione corale sui cambiamenti climatici che stanno radicalmente stravolgendo il territorio, qui, come nel resto del mondo. Da qui l'appello a lavorare tutti insieme per prevenire i danni di questa nuova condizione climatica mondiale.

(Livorno24, 12 settembre 2017)


World Jewish Congress a Londra. "Contro antisemiti, ebrei siano uniti"

Da Londra, il presidente del World Jewish Congress (Congresso mondiale ebraico) Ronald Lauder ha lanciato un appello all'unità dell'ebraismo internazionale nella comune lotta contro la minaccia antisemita. "L'antisemitismo sta aumentando in tutto il mondo - ha detto Lauder, - e colpisce tutti gli ebrei, ortodossi, reform, di sinistra e di destra. L'obiettivo più importante per il Wjc oggi, nella nostra lotta quotidiana e globale contro l'antisemitismo, è quella di guarire le fratture (interne all'ebraismo) e costruire l'unità ebraica, tra tutte le organizzazioni e indipendentemente dalle denominazioni religiose o dalle affiliazioni politiche". Un messaggio alla collaborazione inviato da Lauder dalla Capitale inglese dove si è riunito il Comitato esecutivo del World Jewish Congress a cui ha preso parte la presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni (nell'immagine con la delegazione del Wjc a Westmister). Nel corso della riunione è stata fissata l'agenda per il prossimo anno dell'organizzazione che raccoglie le istituzioni ebraiche del mondo e sono state approvate alcune risoluzioni politiche. I membri del World Jewish Congress hanno poi incontrato John Bercow, portavoce della Camera dei Comuni, che ha parlato del pericolo dell'antisemitismo in Europa e in Gran Bretagna. "Ci sono ancora persone che negano la Shoah o che arrivano a glorificarla, che guardano ad Adolf Hitler come a una grande figura della nostra storia - ha detto Bercow - Non dobbiamo essere paranoici ma d'altra parte non possiamo essere compiacenti. C'è una minaccia per il popolo ebraico e per la sicurezza ebraica in questo paese, in Europa e in tutto il mondo". A dimostrarlo, anche le cronache delle scorse ore con la notizia arrivata dalla Francia di un grave episodio di antisemitismo: tre membri di una famiglia ebraica sono stati rapiti, legati, brutalmente picchiati e derubati giovedì sera nella loro casa nel sobborgo di Livry-Gargan, a nord-est di Parigi. "Questo atto odioso è la prova, se ce ne fosse bisogno, che gli ebrei di Francia arrivano ad essere minacciati nelle strade e nelle loro case. È un dato molto preoccupante - ha dichiarato il presidente del Conseil représentatif des institutions juives de France Francis Kalifat - Dopo l'atroce omicidio di Sarah Halimi nella sua casa, questa nuova aggressione deve portare le autorità del nostro paese ad una maggiore vigilanza e a sanzioni esemplari e dissuasive". A condannare l'accaduto anche Lauder e i rappresentanti del Congresso Ebraico Europeo (EJC), che hanno ha chiesto misure più severe da parte dalle autorità francesi contro questo tipo di azioni. d.r.

(moked, 12 settembre 2017)


Da Roma a Manhattan, la storia e le voci della comunità ebraica più antica d'Occidente

di Ariela Piattelli

ROMA - Per la prima volta un museo italiano si sposta a New York. Dal giovedì fino a metà gennaio il Museo Ebraico di Roma espone sé stesso e la storia della comunità ebraica più antica d'Occidente a Manhattan, al Center of Jewish History, sulla cui facciata sarà proiettata l'immagine del Tempio Maggiore di Roma. Il «Rome Lab» è un pop-up space, ovvero un museo a tempo, che ospita un percorso multimediale e le voci dal vivo della cultura ebraica romana. L'idea è venuta a Natalia Indrimi, direttrice del Primo Levi Center di New York, e ad Alessandra Di Castro, che dirige il museo ospite.
   «Il Center of Jewish History è un consorzio di musei ebraici, e il Primo Levi Center ne fa parte», spiega Natalia Indrimi. «Lo Yeshiva University Museum ci ha invitato a collaborare a una mostra sull'Arco di Tito, simbolo della presenza bimillenaria degli ebrei a Roma. Da anni collaboriamo con il Museo Ebraico di Roma e abbiamo pensato di portarlo, in contemporanea alla mostra, come casa della comunità ebraica romana, per farlo conoscere agli americani. Con il Rome Lab offriremo un tipo di racconto diverso, che alterna le voci della comunità a quelle di commento di studiosi».
   Il laboratorio, curato da Alessandro Cassin, Valerio Ciriaci e Isaac Liptzin, consiste in un'installazione virtuale, che si articola in tre spazi: il quartiere ebraico, il tempio maggiore e il museo. «Vogliamo mostrare come il quartiere ebraico sia incastonato nella città di Roma», spiega Indrimi, «sulle pareti scorreranno immagini della piazza nel quotidiano. In uno spazio chiuso, che è quello della preghiera, abbiamo creato un soundscape con le eccezionali registrazioni liturgiche fatte dai custodi della memoria Emanuele Pacifici e Leo Levi, sulle pareti sono riprodotte immagini dei luoghi di culto. Infine nello spazio del museo ebraico di Roma scorrono le sue straordinarie collezioni».
   E la sera si spengono i proiettori e arrivano i protagonisti della vita ebraica di Roma assieme agli studiosi per portare testimonianze. L'evento del rabbino Alberto Funaro, che esegue antichi brani liturgici, è già sold out. Ci sarà anche uno studioso, Daniel Leisawitz, che parla del dialetto giudaico romanesco. La storica Serena Di Nepi interviene sulla storia del ghetto di Roma e sulle traduzioni in ebraico che il celebre rabbino Leon da Modena fece dell'Orlando furioso. «Tutto questo ha un grande potere attrattivo sugli americani», conclude Indrimi. «L'ebraismo americano si specchia con una storia ottocentesca, è quello l'orizzonte storico. La possibilità di guardare e conoscere un mondo ebraico vivo, nato prima di quello europeo, crea una grande fascinazione e curiosità. Noi vogliamo far conoscere tutto questo, e presentarlo in modo autentico».

(La Stampa, 12 settembre 2017)


Calendario ebraico e libri rari parlano di secoli di storia

di Pinella Leocata

 
Il calendario astronomico ebreo del XIII secolo, un pezzo prezioso, opera autografa del rabbino, astronomo e matematico lmmanuel ben Jacob Bonfìls di cui esiste una copia alla biblioteca Bodlejana di Oxford. E' il pezzo più importante della mostra «Gli ebrei in Sicilia», aperta fino al 23 settembre alla Biblioteca Ursino Recupero.
 
A sinistra, uno dei voluml del Bonanni dedicato agli strumenti musicali - in questo caso la tromba antica ebrea.
A desra, la Sala di lettura settecentesca con i 22 pannelli didattici sulla storia degli ebrei in Sicilia curati da Nicolò Bucaria.
CATANIA - Fino al 23 settembre è visitabile gratuitamente, nella Biblioteca Ursino Recupero, l'interessante mostra «Gli ebrei in Sicilia» realizzata in occasione della 18' «Giornata europea della cultura ebraica». La mostra e articolata in una parte didattica che, in 22 pannelli curati dallo studioso di storia e cultura ebraica Nicolò Bucari, ricostruisce la storia degli ebrei nella nostra isola, e in una parte antiquaria in cui sono esposti non solo testi cinquecenteschi e settecenteschi relativi alla storia e alle usanze degli ebrei di Sicilia, ma anche alcuni documenti di estremo valore e rarità.
  Il posto d'onore, nella Sala Vaccarini, spetta al calendario astronomico ebraico, un volume del XIII secolo opera autografa di rabbi Emmanuel, cioè di Immanuel ben Jacob Bonfils (1300-1377), matematico e astronomo franco-ebreo che studiò le eclissi e le fasi lunari. Un'opera rara e preziosissima una cui copia è conservata alla libreria Bodlejana di Oxford. Un gioiello arrivato alla biblioteca dei Benedettini di Catania grazie alla sagacia e alla generosità di don Placido Maria Scammacca che, in questo caso su mandato dell'abate, acquistò a Roma, nel 17 41, i pezzi più pregiati della biblioteca del cardinale Jacopo Lanfredini lasciata per testamento ai sacerdoti missionari che la misero subito in vendita. I volumi più importanti e di estrema rarità - come il calendario ebraico - provenivano, a loro volta, dall'eredità di famiglia e, in particolare, dalla biblioteca fiorentina di Giovanni Battista Lanfredini, ministro di Lorenzo il Magnifico.
  Sempre nella Sala Vaccarini si possono ammirare la pergamena del testamento di un ebreo di Messina, datata 1392, con firma in lingua ebraica, e due volumetti di grammatica di fine 600 e inizio 700 in latino con traduzione in ebraico, testimonianza della presenza e del ruolo degli ebrei nella nostra terra. Ancora. E' esposta la bella edizione in latino, in due volumi rilegati del 1727, della raccolta delle leggi rituali degli ebrei redatta a Cambridge da Joanes Spencer, e un «bullarium», un volume che raccoglie le bolle papali che hanno inciso sulla vita degli ebrei, anche in Sicilia. Dai pannelli esplicativi sappiamo che Papa Gregorio emanò una bolla per richiamare il vescovo di Palermo Vittore - che aveva requisito una sinagoga per farne una chiesa - ordinando che nulla sia permesso di fare agli ebrei al di là di quello consentito, ma che nulla sia di ostacolo a quello che è consentito. Bolle a favore degli ebrei emisero anche Callisto II, Eugenio II e Alessandro III (1158-1181) che scomunicò chi sottoponeva gli ebrei a battesimo forzato.
  Ancora. Interessanti, nella sala di lettura settecentesca, i tre volumi del Bonanni relativi agli strumenti musicali e ai costumi dei religiosi, e poi le Bibbie cinquecentesche di De Lyra con testo in ebraico, greco e latino, e tanti altri testi e riviste moderne relative alla storia degli ebrei. Un'esposizione di estremo interesse curata dall'infaticabile e appassionata direttrice della biblioteca civica Rita Carbonaro.
  Tante le notizie e le curiosità che si possono apprendere dalla lettura dei pannelli didattici. Dalle migliaia di documenti in giudeo-arabo (cioè arabo magrebino scritto in caratteri ebraici) ritrovati alla Genizah del Cairo veniamo a conoscenza della ricchezza dei commerci degli ebrei tra la Sicilia e il mondo arabo fino al XII secolo, quando il tarì di Palermo era moneta internazionale, e del fatto che tre secoli di dominazione musulmana non alterarono la compagine della popolazione siciliana. Apprendiamo quanto fosse grande il prestigio dei rabbi siciliani, al punto da influenzare positivamente anche i traffici economici, e che con l'avvento dei Normanni nel 1091 gli ebrei tornano soggetti alla Chiesa e non ricoprirono più incarichi elevati nel!' amministrazione. Apprendiamo che alcuni saggi rabbini erano in contatto con il filosofo Maimonide cui chiedevano guida nel dirimere delle controversie morali quali la liceità del matrimonio, a Siracusa, tra una vedova e un eunuco.
  Apprendiamo che gli ebrei non furono coinvolti nei Vespri, ma nel 1282 erano tra la folla che osannava Pietro d'Aragona cui mostravano i rotoli della Torah, segno che la pratica della religione giudaica era lecita e che non subivano discriminazioni. Apprendiamo che, dopo i Vespri, gli ebrei gestivano i terreni e lavoravano come artigiani per i Frati Teutonici, a loro volta espulsi dalla Sicilia nel 1492, come gli ebrei con l'Editto di Granata. Sappiamo che il Santo Officio siciliano, l'Inquisizione, nel 1511 condannò al rogo 12 ebrei conversi - 11 di persona e 1 in statua - accusati di «giudaizzare», e che nel 17 40 Carlo di Borbone emanò a Napoli un editto per il rientro degli ebrei considerati esperti nel commercio e, in quanto tali, «strumento per fare apprendere alla popolazione» le relative tecniche e pratiche.
  E apprendiamo che tra i Mille garibaldini 9 erano ebrei, e anche nella Seconda Guerra Mondiale, tra luglio e agosto 1943, nel contingente di ben 478.000 militari inviati per lo sbarco in Sicilia, c'erano parecchi ebrei e che a Catania ebbero una loro sinagoga in viale XX Settembre e che nel 1943 festeggiarono il loro capodanno, Rosh HaShanah, e lo Yom Kippur al cinema Lo Po preso in affitto.
  Un'appassionante storia che questa mostra ci fa riscoprire.

(La Sicilia - Catania, 12 settembre 2017)


Processato dopo Venezia

Accuse di «collaborazionismo» con gli israeliani. Corte militare per il regista libanese Doueiri giudicato «colpevole non colpevole» e rilasciato.

di Valerio Cappelli

Ziad Doueiri è nato in Libano nel 1963. Scrittore e regista, ha studiato negli Usa ed è stato assistente alla regia di Quentin Tarantino. A Venezia il suo film«The lnsult» è stato premiato con la Coppa Volpi per il miglior attore, il palestinese Kamel El Bashai. Doueiri ieri è stato trattenuto e poi rilasciato a Beirut con l'accusa di «collaborazionismo col nemico israeliano», per avere girato il suo film «The Attack» (2012) in Israele, Paese con cui il Libano è in guerra dal '48.
Era in volo da Venezia a Beirut, Ziad Doueiri. È il regista di The Insult, per il quale alla Mostra di Venezia l'attore palestinese Kamel El Basha ha vinto come migliore attore. Non ha fatto in tempo a gioire, Doueiri, che si è ritrovato nei guai. È stato bloccato per una vicenda di quattro anni fa, relativa al film precedente. L'accusa: averlo girato in casa del nemico giurato, in Israele. La cassa di risonanza del Festival ha fatto riaprire il caso. La polizia lo attendeva alla dogana: «Passaporto». Ne ha due, libanese e francese (vive a Parigi). «Mi segua», gli ha detto l'agente.
   È stato arrestato e interrogato per tre ore dal tribunale militare (militare: non civile). Con una formula bizantina, come racconta il coproduttore francese Jean Bréhat, il regista è stato giudicato «colpevole non colpevole», una strana formula per l'ordinamento occidentale, «comunque è stato prosciolto». L'accusa era pesante, «collaborazionismo con Israele». Presto la vicenda si è conclusa: «I giudici hanno stabilito che non avevo alcuna intenzione criminale contro la causa palestinese - racconta il regista -, mia madre mi ha allattato con latte palestinese. Speravo che il riconoscimento a un attore palestinese-, dice il regista più celebre in Libano (è stato anche assistente di Quentin Tarantino) - potesse rasserenare gli animi e temperare il clima politico che si è creato nei miei confronti».
   Alla conferenza stampa per The Insult si era cautelato: non è servito. Il giornalista israeliano Amir Kaminer, del quotidiano più influente del paese, Yedioth Ahronoth, gli pose una domanda. In maniera fulminea prese la parola la coproduttrice francese Julie Gayet, compagna dell'ex presidente Hollande. La legge in Libano proibisce che, in un'occasione pubblica, un libanese parli a un cittadino israeliano: si rischia fino a tre anni di carcere.
   «Il Libano è un paese complesso, pieno di contraddizioni e di passione. The Insult evoca il passato e il nostro presente - dice Doueiri -, ho fatto un film sulla giustizia». Di quella vera, ha fatto le spese lui. Alla cena gala della Mostra, al direttore Alberto Barbera è sembrato «ottimista e felice sulla ricomposizione delle polemiche. Mi sembra una forma di persecuzione nei confronti di un regista che ha mostrato di non essere un traditore, ma di capire le ragioni complesse di una situazione esplosiva, le ragioni di tutti». «Perché un regista che contribuisce a superare le divisioni ataviche viene processato da un tribunale militare? Perché il Libano da una parte lo candida per l'Oscar e dall'altra lo arresta?», si chiede Andrea Occhipinti della Lucky Red che il 7 dicembre farà uscire il film.
   L'accusa si riferiva non a The Insult, ma al film precedente, The Attack, girato nel 2013 in Israele. La storia di un noto medico palestinese, apprezzato dall'establishment di Tel Aviv, che fa un'amara scoperta: la donna che si è fatta esplodere, facendo una strage, è sua moglie, palestinese. Un gruppo di integralisti musulmani libanesi non accetta l'idea che Doueiri abbia realizzato un film in Israele, e ha fatto pressioni sulle autorità giudiziarie. Il ministro della Cultura libanese, Ghattas Khury, ha espresso il suo sostegno al regista: «Bisogna rispettarlo e onorarlo».
   Tornato al Lido accanto all'attore che ha vinto la Coppa Volpi, Ziad si è imbarcato alla volta di Beirut per accompagnare l'uscita del film. La storia di The Insult non è così lontana dalla sua brutta avventura: una lite banale tra un cristiano e un palestinese finisce per infiammare l'intero Paese. «Sono stato ispirato da un incidente che mi è accaduto qualche anno fa». Sullo sfondo, la mancata riconciliazione nazionale dopo la guerra del 1990. «Non ci furono né vincitori né vinti», ricorda Ziad. Ha 54 anni, viene da una rinomata famiglia di avvocati, The Insult si svolge per due terzi in un'aula di tribunale.

(Corriere della Sera, 12 settembre 2017)


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Maledizione mediorientale: non c'è pace per la cultura

di Pierluigi Battista

È come se il regista Ziad Doueiri, nel percorso che da Venezia lo ha portato a Beirut, avesse compiuto un vertiginoso viaggio nel tempo, all'indietro però. Un tuffo nel passato, dalla libertà dell'arte e della cultura che per il suo film The Insult nella Mostra veneziana del cinema aveva appena premiato come miglior interprete maschile l'attore Kamel el Basha, al regime autoritario e arrogante del Libano, dove il regista è stato arrestato (e poi rilasciato) con l'accusa grottesca di «tradimento». Sembra una maledizione: non appena il cinema, i libri, l'arte in genere suscita l'illusione di un regno se non ideale, almeno passabilmente decente, in cui la persecuzione ideologica, la protervia bellicista, la discriminazione, la smania censoria siano messe da parte nel mondo della cultura, subito la realtà si incarica di riferirci che un regista apprezzato debba essere minacciato perché nella messa in opera di un film ha osato girare alcune scene nell'odiatissimo, vituperatissimo, scomunicatissimo Stato di Israele. Il Libano avrebbe ben potuto gloriarsi del prestigioso riconoscimento veneziano, e infatti già nei vertici politici libanesi si era fatta strada di fare del film di Doueiri una bandiera nazionale per gli Oscar. Ma niente, ha prevalso l'istinto repressivo, la pulsione incoercibile alla guerra santa. Come se nella fornace del Medio Oriente non possa esserci mai pace, nemmeno una pace culturale, una tregua, un momento di respiro, e infatti un altro film premiato a Venezia, «Foxtrot», sta suscitando ardenti polemiche in Israele prima ancora di essere visto. Come se l'eccesso, la dismisura, la sproporzione di un fanatismo politico senza freni non potesse che agire così, arrestando all'alba un regista apprezzato nel mondo solo perché ha avuto l'imprudenza di oltrepassare un confine proibito. Una maledizione, appunto. Una tragedia politica che non conosce armistizi.

(Corriere della Sera, 12 settembre 2017)


Per affrontare l'antisemitismo agli ebrei servono lenti trifocali

di David Harris (*)

 
David Harris
Sono quasi venti anni che suoniamo il campanello d'allarme sull'antisemitismo. Quando ci chiedono chi sono gli antisemiti, la nostra risposta è sempre la stessa: l'estrema sinistra, l'estrema destra, e i jihadisti. Purtroppo in questo mondo iper-politicizzato sono ancora in molti a rifiutare questa analisi trifocale. Perché i fatti non sono compatibili con l'ideologia. Noi, al contrario, non portiamo avanti una agenda politica particolare, e neanche abbiamo il nostro nemico preferito da affrontare. La nostra è una organizzazione impegnata in prima linea per il mondo ebraico e non si può permettere di scegliere i pericoli in base a una visione politica di parte, sia velata che alla luce del sole.
   Quando centinaia di neo-nazisti hanno manifestato a Charlottesville intonando cori raccapriccianti che ricordavano il Terzo Reich, molti ebrei, e noi tra loro, li hanno giustamente condannati all'istante. Che sia stato saggio o no, alcune personalità ebraiche hanno addirittura scelto di indossare la stella gialla, come quella che erano costretti ad indossare gli ebrei nei ghetti e nei campi di concentramento tedeschi, in modo da marcarli per un probabile sterminio. Pur ammirando questa determinazione "post-Charlottesville" di far sentire la loro voce in quanto ebrei, non ho potuto fare a meno di domandarmi dove fossero queste persone, quando negli anni passati le minacce e gli attacchi provenivano da altre direzioni.
   Per chiarire immediatamente la questione, diciamo subito che il pericolo proveniente dall'estrema destra è reale e immediato. È da qualche tempo che pensavamo che le nubi all'orizzonte fossero più minacciose in Europa dove, al contrario di qui (gli Usa), gli estremisti si sono organizzati sotto gli stendardi di partiti politici come Alba Dorata in Grecia, Jobbik in Ungheria, e il Fronte Nazionale in Francia. Tentano di ottenere consensi alle urne oltre ad agire su internet e per le strade.
   In alcuni casi idoleggiano i fascisti del ventesimo secolo, vogliono stilare liste di ebrei, minimizzano o addirittura negano l'olocausto, e farneticano di potere e influenza ebraiche. A quanto pare hanno i loro omologhi negli Stati Uniti nella gente che marcia per le strade intonando slogan come "gli ebrei non ci rimpiazzeranno" e sognando "sangue e terra", la traduzione in inglese del credo nazista "Blut und Boden".
   Ma il pericolo non comincia, né finisce qui. E quindi anche le nostre preoccupazioni e il nostro sdegno non devono fermarsi qui. Innanzitutto, anche l'estrema sinistra ci mette a durissima prova.
   Pare che molti di loro abbiano un problema con un solo Paese al mondo, e guarda caso quel Paese è l'unico a maggioranza ebraica, sei milioni di ebrei solamente, molti dei quali sono stati vittime dell'estrema destra (e dell'estrema sinistra e dei jihadisti) nel corso del secolo scorso. Nessun'altra nazione attizza il fuoco della confusa passione dell'estrema sinistra quanto Israele. Solo la democratica Israele si trova costantemente nel loro mirino. Non organizzano movimenti Bds, flottiglie, flottiglie volanti, settimane dell'apartheid e proteste varie contro chi abusa veramente dei diritti umani. Nossignore, si fanno sentire solo contro Israele, un Paese che si difende da chi ha dichiarato apertamente di volerlo distruggere.
   Mentre celebrano l'autodeterminazione dei palestinesi, la negano agli ebrei. Questo costante, ossessivo tentativo di affondare le aspirazioni nazionali del popolo ebraico non è forse una forma di antisemitismo? Ovviamente si, e se ne sono accorti il Segretario generale delle Nazioni Unite, il presidente francese, e altri perspicaci leader.
   Per esempio, quand'è stata l'ultima volta in cui qualcuno tra questi sedicenti paladini dei diritti umani dell'estrema sinistra hanno protestato nei campus universitari - o in qualunque altro posto - contro gli stermini in Siria, contro il genocidio degli Yazidi da parte dell'Isis, contro la distruzione del Paese da parte del governo venezuelano, contro i campi di concentramento nordcoreani in cui sono internate centinaia di migliaia di persone, contro l'elezione nelle alte sfere del Partito Laburista britannico di anti-sionisti e antisemiti, eletti addirittura a leader del Partito, contro le continue violazioni dei diritti umani delle donne, degli omosessuali, delle minoranze religiose in Iran?
   Si tratta di faziosità e di ipocrisia senza ritegno. Ma non bastano neanche le lenti bifocali. Servono le trifocali. Negli ultimi tempi, le minacce all'incolumità fisica degli ebrei proviene dai jihadisti. Ricordiamo che ogni attacco fatale contro gli ebrei in Europa negli ultimi anni è stato portato a termine da estremisti islamici. Dal supermercato kosher di Parigi alla scuola ebraica di Tolosa, dal Museo Ebraico di Bruxelles alla sinagoga di Copenaghen, dagli omicidi di Ilan e Sarah Halimi a Parigi agli israeliani (e bulgari) uccisi a Burgas, gli assassini erano tutti jihadisti. E non dimentichiamo poi le ambizioni al genocidio di Iran, Hezbollah e Hamas, gli insegnamenti salafisti di istigazione alla violenza che hanno luogo in molte madrasse, e il costante antisemitismo che sgorga da molte parti importanti dei media arabi.
   E allora benissimo, dimostriamo tutto il nostro disgusto più totale quando i nazisti sfilano a Charlottesville e quando chi siede nell'ufficio ovale non riesce, incredibilmente, a mostrare chiarezza morale nell'affrontare il tema a caldo. Ma allo stesso modo, lo sdegno ebraico deve manifestarsi quando il leader iraniano afferma di volere un mondo senza Israele, quando la principale autorità religiosa di Hezbollah esige lo sterminio degli ebrei, quando bambini ebrei vengono assassinati davanti alle scuole per il solo fatto di essere ebrei, quando organizzazioni universitarie chiedono la delegittimazione e la scomparsa di Israele, solo di Israele! Tra i 193 Paesi membri dell'Onu. E se tutto questo non fosse già abbastanza complicato, non possiamo perdere di vista le bizzarre alleanze in corso, come quelle tra l'estrema sinistra e gli estremisti islamici quando si tratta di Israele e sionismo, o quelle tra l'estrema destra e gli estremisti islamici quando si tratta di negare l'Olocausto e di demonizzare gli ebrei.
   In altre parole, ora, chi ha veramente a cuore l'antisemitismo apra bene gli occhi, senza che ideologie o appartenenze politiche gli impediscano di guardarsi bene attorno.
(*) Ceo dell'American Jewish Committee (Ajc)

(L'Opinione, 12 settembre 2017)


Marsiglia come Mosul

La Francia scossa dal libro di Ravet: ''Sharia e antisemitismo infestano le scuole dove ho fatto il preside"

di Giulio Meotti

ROMA - Primo porto del Mediterraneo, seconda città della Francia, mélange d'etnie, laboratorio di integrazione. Ma per Bernard Ravet, Marsiglia è soprattutto lo specchio del fallimento del multiculturalismo. Ravet è stato preside di tre scuole pubbliche della città francese. Lo choc dell'esperienza lo ha spinto a scrivere un libro che sta facendo scalpore. Principal de collège ou imam de la République?,questo il titolo del libro, ovvero "preside di liceo o imam della Repubblica?", scritto assieme a un giornalista del Monde, Emmanuel Davidenkoff. Ravet ha diretto le scuole dove c'è una forte maggioranza di studenti di religione musulmana. "Per timore di stigmatizzare gli istituti che dirigevo, sono rimasto in silenzio per quindici anni", esordisce Ravet. Ora che è in pensione, Ravet si sente libero di raccontare tutto: "Bisogna finirla con la legge del silenzio che pesa sull'impatto della religione in certe scuole. Il fanatismo bussa alla porta degli istituti e impone i suoi simboli e le sue leggi nello spazio scolastico, durante la ricreazione, in mensa, in piscina".
La stampa di sinistra ha ignorato il libro (Figaro, Express e Valeurs actuelles le testate più impegnate a valorizzare la confessione di Ravet). L'ex preside racconta di una mamma ebrea che voleva iscrivere il figlio al liceo Versaille, dopo essere stata qualche anno in Israele. Racconta Ravet, all'epoca preside di quel liceo: "Quando ho sentito parlare il ragazzo, ho capito che i miei studenti avrebbero scoperto subito la sua provenienza. Se avessero scoperto che veniva da Israele, l'avrebbero distrutto. Così, con imbarazzo, ho chiesto alla mamma di non iscriverlo alla scuola statale, ma ebraica. Quando, solo pochi mesi prima di questo episodio, un giornalista era venuto a chiedere a scuola quali erano i rapporti tra i miei studenti musulmani e i loro compagni ebrei, loro hanno risposto: 'Qui non ci sono ebrei e se ci fossero, sarebbero obbligati a nascondersi'".
   Il risultato è che oggi, come ha denunciato Francis Kalifat, a capo delle organizzazioni ebraiche di Francia, "nella regione parigina non ci sono più studenti ebrei nelle scuole pubbliche". Ravet racconta nel libro di ragazze che indossano il velo nonostante il divieto, di insegnanti ormai impossibilitati a parlare di Shoah, di docenti insultate all'uscita perché indossano la gonna o che si sentono ripetere dagli studenti che quella francese "è la lingua dei miscredenti". Senza contare gli elogi dell'Isis e della sharia.
   "Il divario sta crescendo tra ragazzi e ragazze. Devono essere separati durante l'istruzione sessuale. Alcune ragazze non partecipano più alle lezioni di nuoto. Gli studenti che non fanno Ramadan sono maltrattati". Marsiglia come Mosul, la città in cui il Califfato impose la sharia nelle scuole. "Un giorno Mustapha, un buon allievo, dice al professore di geografia che l'uomo e la donna non sono uguali, che è normale lapidare una donna adultera, come tagliare la mano di un ladro", racconta Ravet. In molte scuole francesi, il "minuto di silenzio" per commemorare le vittime della redazione di Charlie Hebdo venne interrotto dagli alunni musulmani che si rifiutarono di farlo.
   L'apartheid, il bullismo antisemita e l'odio per gli occidentali. E' la "cattiva scuola" multiculturale.

(Il Foglio, 12 settembre 2017)


"L'Iran sta per firmare un accordo con la Siria per l’uso di basi militari"

GERUSALEMME - L'Iran sarebbe sul punto di firmare un accordo con il presidente siriano Bashar al Assad che gli consentirebbe di mantenere le proprie infrastrutture militari in Siria per lungo tempo. Lo ha detto oggi il ministro dell'Intelligence e dei Trasporti israeliano, Yisrael Katz, chiarendo che se non verrà fermato, l'Iran costruirà "un porto, un aeroporto e una base militare" in Siria. Lo Stato ebraico ha più volte accusato l'Iran di volersi insediare sulle Alture del Golan attraverso le milizie sciite affiliate, con particolare riferimento al movimento libanese Hezbollah. Inoltre, Katz ha invitato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, a chiedere al presidente statunitense, Donald Trump, di modificare o annullare l'accordo sul nucleare iraniano, in vista del loro incontro previsto la prossima settimana.

(Agenzia Nova, 11 settembre 2017)


11 settembre: la bufala dei 4000 ebrei salvi perché avvertiti degli attentati

 
NEW YORK, 11 settembre 2001, quattromila ebrei che lavoravano nei dintorni delle Twin Towers vengono pre-allertati di non presentarsi al lavoro nella data fatidica, e di non rivelare nulla a parenti, amici o alla stampa. Sedici anni più tardi, questa bufala continua a dilagare sui social network e in molti siti antisionisti e pro-palestinesi.
   Una bufala, per l'appunto. E basta scorrere le liste dei deceduti negli attentati di quella fatale giornata, per rendersene conto con dati alla mano. L'11 settembre 2011 persero la vita 2071 occupanti del World Trade Center, fra le 2749 vittime degli attentati alle Torri Gemelle. Secondo un articolo del Wall Street Journal dell'11 ottobre 2001, circa il 10 % erano di religione ebraica. Analizzando i dati del Medical Examiner Office, vi sono state almeno 400 vittime di confermata religione ebraica o ampiamente ritenuta tale. Ovvero il 15 % del totale delle vittime degli attentati al World Trade Center. Un elenco parziale dei 390 dipendenti della Cantor Fitzgerald che morirono negli attacchi annovera 49 deceduti di religione ebraica, ovvero il 12-13 % del totale.
   Queste stime comprese fra il 10-15 % combaciano con la percentuale di ebrei residenti nella zona di New York. Secondo l'American Jewish Book del 2002, il 9 % della popolazione dello Stato di New York, dove risiedeva il 64 % delle vittime delle Torri Gemelle, è composto di cittadini di religione ebraica. Uno studio del 2002 stimava che la popolazione di New York fosse per il 12 % ebrea. Il 43 % delle vittime del World Trade Center risiedeva nella città di New York. Pertanto, il numero di ebrei vittime degli attentati dell'11 settembre 2001 si avvicina moltissimo al numero di ebrei residenti a New York. Se ben 4000 ebrei non fossero andati al lavoro in quella famigerata data, il numero delle vittime di religione ebraica sarebbe stato ben più basso del 10-15 %.
   Ma com'è nata la favoletta dei 4000 ebrei salvatisi perché pre-allertati di non recarsi al lavoro? Semplice. Il 12 settembre 2001, l'edizione on-line del Jerusalem Post pubblicò un articolo dal titolo "Centinaia di israeliani dispersi nell'attentato al World Trade Center", dichiarando che Il Ministro degli Esteri Israeliano aveva ricevuto "i nominativi di 4000 israeliani ritenuti presenti nella zona del World Trade Center e in quella del Pentagono al momento degli attacchi". Sconosciuti teorici del complotto si gettarono a capofitto su quella cifra, quella dei 4000 dispersi, e vi costruirono sopra la bufala dei 4000 assenti dal lavoro poiché pre-allertati secondo le dinamiche di un complotto plenetario giudaico-massonico.
   Una leggenda metropolitana che resiste all'usura del tempo e che, puntuale come un orologio, si ripresenta a ogni ricorrenza degli attentati alle Torri Gemelle.

(Attualità.com, 11 settembre 2017)


Netanyahu atteso a Buenos Aires, esordio di un primo ministro israeliano in America Latina

MADRID - Benyamin Netanyahu atterra oggi a Buenos Aires, capitale dell'Argentina, esordio di un primo ministro israeliano in America Latina, come scrive il quotidiano spagnolo "El Pais" dedicando un approfondimento alla missione. Il giro, che comprende anche tappe in Colombia e Messico, durerà l'intera settimana e impegnerà una delegazione con al seguito una trentina di imprenditori. A segnare la visita, analizza la testata appoggiandosi anche alle recenti dichiarazioni del primo ministro, le relazioni economiche bilaterali e i contatti con le comunità ebraiche. Netanyahu "cerca di migliorare l'immagine esterna di Israele, appannata dall'occupazione, l'ampliamento delle colonie e la sospensione del dialogo con i palestinesi".
   Si tratta inoltre di un viaggio pensato per "riequilibrare il fianco latinoamericano della politica estera israeliana", dopo le recenti "incursioni diplomatiche negli Stati africani e asiatici", e per rimediare a una dimenticanza "storica verso i paesi del subcontinente che con il loro voto alle nazioni Unite permisero la nascita dello Stato ebraico". Ognuna delle tre tappe, scrive ancora "El Pais", ha poi un suo specifico significato. In Argentina vive la maggior comunità ebraica dell'America latina, 181mila persone, e la settima a livello mondiale. Dopo i governi Kirchner "considerati ostili", le buone relazioni con il presidente Mauricio Macri mettono in discesa una visita che avrà come momento più emotivo l'omaggio alle vittime dell'Amia (Associazione mutua israelita argentina): l'attentato del 1994 costò la vita a 85 persone ma le indagini sul coinvolgimento dell'Iran e i sospetti sulla gestione del caso da parte del governo di Cristina Kirchner sono ancora alte nell'agenda politica argentina.
   Se a Buenos Aires Netanyahu cercherà di rafforzare i legami con la comunità ebraica, in Messico il primo ministro misurerà soprattutto il "dinamismo" delle 150 imprese israeliane nel paese. Ci sarà anche l'incontro con il presidente Enrique Peña Nieto le cui relazioni si sono incrinate a gennaio, dopo un tweet con cui l'israeliano si mostrava d'accordo con l'idea di una costruzione del muro alla frontiera Messico-Usa. In Colombia il premier ritrova Juan Manuel Santos, oggi presidente e ieri ministro della Difesa. L'amicizia tra i due "viene da lontano" ed è maturata all'ombra della lotta anti terrorista.

(Agenzia Nova, 11 settembre 2017)


A Tel Aviv quaranta aziende italiane discutono di acqua

'GreenMed Summit', bilaterale Italia/Israele per 'Watec' 2017

Una due giorni di incontri per promuovere l'High Tech italiano in Israele con la possibile realizzazione di accordi commerciali e produttivi: questo in sintesi il 'GreenMed Summit' in programma a Tel Aviv da domani fino al 14 settembre nell'ambito di 'Watec Israel 2017', una delle maggiori esibizioni internazionali dedicate all'acqua e all'ambiente. E non è un caso che 'GreenMed' si tenga all'interno di Watec: basti pensare che Israele vanta nel settore delle acque circa 250 aziende con un export correlato al comparto di quasi 2.5 miliardi di dollari solo lo scorso anno.
   Le innovazioni tecnologiche israeliane nei campi della desalinizzazione, del trattamento delle acque, del loro recupero, dell'irrigazione a goccia, sono tra le migliori del settore. Il focus di 'GreenMed' permetterà alle aziende italiane di presentare le proprie tecnologie per quanto riguarda il Trattamento delle acque, la Protezione ambientale, l'Ict (Tecnologie dell'informazione e della comunicazione) e le Digital Applications. Coordinatore della missione italiana di quest'anno è Francesco Marcolini. "Le opportunità che le startup italiane potranno trovare - ha spiegato intervistato dal sito StartupItalia - sono principalmente tre: tecnologia di avanguardia con cui fare benchmarking, modelli organizzativi di ricerca, di commercializzazione e di gestione da poter assimilare. E grandi aziende internazionali, presenti sul territorio, con cui poter sviluppare delle collaborazioni e nel caso di startup che abbiano degli alti livelli tecnologici da offrire". Secondo le previsioni dovrebbero essere circa 40 le aziende italiane, tra le maggiori del settore, che parteciperanno alla manifestazione che si svolge sotto gli auspici dell'Ambasciata italiana diretta da Gianluigi Benedetti e dalla sezione scientifica di quest'ultima guidata da Stefano Boccaletti. Nella due giorni, oltre gli incontri bilaterali, anche due seminari: il primo, il 13 - ha spiegato Boccaletti - sarà una vetrina delle innovazioni italiane, e la presentazione delle occasioni di cooperazione con Israele, in relazione al fatto che il bando 2018 per la cooperazione industriale e' aperto ed ha scadenza il 30 novembre. L''altro seminario e' riferito alla Regione Lazio rappresentata dall'assessore allo sviluppo economico Guido Fabiani ed ex rettore dell'Università di Roma 3. Tutte le aziende saranno quindi impegnate in un fitto calendario di incontri bilaterali nel pomeriggio del 13 settembre negli spazi del Watec. "Le aziende e le istituzioni italiane e israeliane avranno così l'opportunità di condividere sfide e soluzioni per le loro strategie e - ha sottolineato una presentazione del Summit - esplorare ogni possibilità di affari".

(ANSAmed, 11 settembre 2017)


Salman, visita segreta in Israele. Dialogo su palestinesi e Iran

L'erede al trono saudita per la prima volta nello Stato ebraico

Mohammed bin Saiman
L'erede al trono saudita, Mohammed bin Saiman, ha visitato in segreto Israele all'inizio della scorsa settimana. La notizia è stata rivelata dal sito russo Sputnik e rilanciata dalla Kan, la radiotelevisione pubblica israeliana. Altre conferme sono arrivate da media arabi, che hanno citato fonti dei servizi segreti emiratini. Si tratta delle prima visita nello Stato ebraico di un esponente di così alto livello dell'Arabia Saudita, pur in incognito. I due Paesi non hanno relazioni diplomatiche e Riad non ha ancora riconosciuto Israele, a differenza di Egitto e Giordania.
   Le relazioni sono però costantemente migliorate a partire dalla Prima guerra del Golfo e il riavvicinamento ha avuto una forte accelerazione negli ultimi due anni, dopo l'ascesa di Re Salman al trono e la nomina, all'inizio di quest'anno, di suo figlio Mohammed bin Saiman a principe ereditario. Mohammed di fatto è alla guida del Regno e in politica estera ha puntato su un approccio molto più muscolare con l'Iran e fatto convergere ancor più gli interessi regionali sauditi con quelli di Israele.
   Durante la visita ha incontrato «alti esponenti» governativi. I colloqui si sono incentrati soprattutto sulle «prospettive di pace», cioè sulla questione palestinese. Nel 2002 Riad ha proposto il «piano saudita», un rilancio del processo di Oslo. Il piano è sostenuto dall'Egitto, altro Paese arabo che si sta riavvicinando allo Stato ebraico, tanto che fra poco riaprirà l'ambasciata israeliana al Cairo. L'azione delle due principali potenze sunnite arabe potrebbe sbloccare la situazione, anche perché sia Il Cairo che Riad hanno individuato in Mohammed Dahlan il possibile prossimo leader palestinese, un personaggio gradito a Israele.
   Un rilancio credibile del processo di pace potrebbe anche portare al passo decisivo, il riconoscimento di Israele da parte dell'Arabia Saudita. Segnali in questo senso sono arrivati dal Sudan, Paese satellite di Riad, che un mese fa, per bocca del ministro degli Investimenti Mubarak al-Fadil al-Mahdi, aveva detto che era «tempo di normalizzare i rapporti». Mohammed bin Salman
ha bisogno di una contropartita per il grande passo, ma ha anche molta fretta.
   Il mancato rovesciamento di Bashar al-Assad in Siria, una vittoria strategica per Teheran, sta avendo un impatto profondo in tutta la regione. Anche se ammantato di contesa religiosa fra sciiti e sunniti, lo scontro fra Arabia Saudita e Iran è soprattutto una competizione fra potenze. Il regime degli ayatollah si è sempre posto come modello e guida per tutti i musulmani: dopo essersi assicurato la «fascia Nord» del mondo arabo, il Bilad al-Sham che va dal Libano all'Iraq, ora punta anche su Palestina e Giordania.
   Il regno hashemita, che conta fra i suoi sudditi una metà di palestinesi, ha mollato i ribelli siriani e si sta riavvicinando ad Assad. Il leader dei Pasdaran Qassem Suleimani sta riallacciando con Hamas. Tutti segnali che indicano come gli iraniani cerchino di sfondare nel mondo sunnita. Per Riad è vitale impedirlo. Dare una prospettiva ai palestinesi significa riassumere la leadership, mentre una normalizzazione dei rapporti con Israele, in sintonia con l'Egitto, significherebbe forgiare un'alleanza formidabile patrocinata dall'America.

(La Stampa, 11 settembre 2017)


Raid sul centro chimico di Masyaf: Mosca tace e il messaggio arriva fino a Teheran

Il regime siriano produce e usa armi chimiche, ma ha le mani legate rispetto ad attacchi ai suoi impianti

Chiunque sia stato a dare l'ordine, nelle prime ore di giovedì scorso, di attaccare una delle strutture del Centro Studi e Ricerca Scientifica siriano, vicino alla città di Hama, ha scelto il momento diplomatico perfetto, e non è stato un caso.
Un giorno prima del raid, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite aveva ricevuto le conclusioni di una Commissione d'inchiesta con le prove che dimostrano che il regime di Assad ha effettuato almeno sette attacchi con armi chimiche contro i propri cittadini fra marzo e luglio 2017, compreso l'efferato attacco di aprile a Khan Sheikhoun, presso Idlib, in cui più di 80 siriani, comprese decine di bambini, sono stati uccisi da un aereo di Damasco che ha rilasciato gas tossici, fra cui il sarin....

(israele.net, 11 settembre 2017)


Gli ebrei in Sicilia da 22 secoli. storia di diaspora e integrazione

Convegno sulla loro presenza nell'isola in occasione della Giornata europea della cultura ebraica

di Pinella Leocata

 
Il convegno per la giornata europea della cultura ebraica nel Salone Bellini del Comune di Catania
Ieri a Catania, come in 6 località della Sicilia e in 83 centri italiani, l'Unione delle comunità ebraiche italiane ha celebrato la 18a «Giornata europea della Cultura ebraica» con l'inaugurazione di una mostra alla Biblioteca Ursino Recupero e con un convegno nel Salone Bellini del Municipio. Incontro al quale hanno preso parte Noemi Di Segni, presidente Ucei, Rafael Erdreic , ministro consigliere dell'ambasciata d'Israele; Gloria Arbib, segretaria generale Ucei, e tre studiosi di storia e cultura ebraica: il dott. Nicolò Bucaria, la prof. Nadia Zeldes dell'Università Ben Gurion e la prof. Myriam Silvera dell'Università di Tor Vergata.
  Ospiti di prestigio per sottolineare l'importanza della presenza ebraica in Sicilia nel corso di 22 secoli, a partire dall'epoca romana fino alla cacciata degli ebrei nel 1492 per volere dei re cattolici di Spagna Isabella di Castiglia e Ferdinando di Aragona. Allora i siciliani cercarono di resistere all'Editto di Granata sostenendo che l'economia dell'isola si sarebbe impoverita e che era impossibile sostituire il prezioso lavoro degli artigiani ebrei. Sostennero, inoltre, che in Sicilia mancavano le premesse che avevano spinto l'inquisitore Torquemada a redigere il bando per cacciare gli ebrei ritenendo che facessero proselitismo tra i cristiani. Obiezioni e richieste che non valsero a nulla se non a differire di qualche mese la cacciata. Eppure i siciliani riuscirono ad ottenere qualche concessione per gli ebrei: che potessero portare con sé i rotoli della Bibbia e i doni che i cristiani avessero voluto fare loro per il viaggio. E furono in tanti - oltre agli sciacalli - i vicini di casa che cucinarono cibi per alleviare il dolore della diaspora agli amici espulsi.
  Gli ebrei ritorneranno in Sicilia a metà Settecento per decisione dei Borboni che pensavano così di dare un apporto salutare all'economia del territorio. E saranno presenti tra i garibaldini che sbarcarono sull'isola per fare l'Italia. Tra fine 800 e primi del 900 erano talmente integrati nella popolazione italiana da ricoprire gli importanti ruoli di senatore, ministro, presidente del Consiglio. Ed erano ebrei Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino cui si deve la prima inchiesta sulla situazione drammatica del Sud, in particolare della Sicilia (1876), loro a mettere per la prima volta la Questione meridionale al centro dell'attenzione pubblica e politica. Ed era ebreo Carlo Levi che nel 1952 descrisse la Sicilia come un paese ancora feudale. Qui, soprattutto a Palermo, nel periodo della Belle Époque, operarono con successo numerosi imprenditori tra cui Guido Jung che fondò la società dei cantieri navali e la prima compagnia armatoriale in Sicilia dove lavoravano ebrei mitteleuropei che parlavano molte lingue e si occupavano dell'import-export degli agrumi. E ancora tanti ebrei intellettuali operarono sul territorio, come il grande clinico medico Maurizio Ascoli colpito poi dalle leggi razziali del fascismo che pure gli ebrei, all'inizio, avevano appoggiato. Tra i perseguitati anche due illustri catanesi ingiustamente dimenticati: Azeglio Bemborad, direttore dell'Osservatorio astronomico, e Mario Ovazza, promotore di una illuminata politica agricola e più volte deputato regionale per il Pci. In Sicilia gli ebrei, in mancanza di campi di concentramento, vennero incarcerati, ma alcuni riuscirono a fuggire. Ed erano ben 9000 gli ebrei che parteciparono allo sbarco alleato in Sicilia e che vicino Catania alzarono per la prima volta la loro bandiera, prima che in Israele.
  Una storia ricca e varia raccontata a più voci sotto un unico tema: «Diaspora, identità e dialogo». Perché la storia degli ebrei, anche quelli di Sicilia, è una storia di sradicamento e di integrazione, segnata dalla necessità di adeguarsi a sempre nuove realtà pur mantenendo salde le proprie radici fondate sul valore della vita, sullo studio della Bibbia, sulla sinagoga e sulla comunità. Una storia che ha molto da insegnare anche oggi, tempi di drammatiche migrazioni, di respingimenti e di accoglienza. Anche per questo la comunità ebraica ha scelto la Sicilia, terra di approdi e di ripartenze.
  In questa ottica il sindaco Enzo Bianco ha annunciato che si farà promotore, nell'ambito della rete dei sindaci siciliani, della realizzazione di percorsi relativi alla presenza ebraica in tutto in territorio e in particolare nell'ambito del Distretto del Sud-Est di cui fanno parte i siti Unesco e i centri del Barocco che, con Catania, si candidano ad essere capitale della cultura italiana per il 2020. Inoltre, accogliendo la proposta di Nicolò Bucaria, ha promesso di intitolare una piazza o una strada a Bemborad e ad Ovazza. E ha assicurato che, come presidente del Consiglio dell'Anci, si spenderà per mettere in atto, nel 2018, varie iniziative contro ogni forma di razzismo, nella ricorrenza degli 80 anni dalla promulgazione delle tragiche e vergognose leggi razziali fasciste.

(La Sicilia - Catania, 11 settembre 2017)


Il regista di "The Insult" bloccato all'aeroporto di Beirut, dovrà comparire in tribunale

Un esposto contro di lui per "collaborazione con il nemico": ha girato un film in Israele

di Giordano Stabile

 
Ziad Doueiri
Di ritorno dall'Italia dopo l'acclamazione alla Mostra di Venezia per il suo "The Insult" il regista libanese Ziad Doueiri è stato bloccato per due ore all'aeroporto di Beirut dalla Sicurezza generale. Gli agenti gli hanno sequestrato i passaporti libanese e francese e oggi dovrà comparire in tribunale.

 Esposto contro lui
  Contro di lui è stato presentato un esposto per "collaborazione con il nemico". Il regista, autore fra gli altri del capolavoro "West Beirut", ha girato parte della sua pellicola "The Attack", nel 2013, in Israele e la legge libanese vieta ogni rapporto con lo Stato ebraico, e anche andare sul suo territorio è considerato un reato. I due Paesi sono ancora ufficialmente in guerra.

 "Mi sento ferito"
  Oggi il commissario governativo nel Tribunale militare, il giudice Sakr Sakr, spiegherà ufficialmente al regista le motivazioni dell'azione nei suoi confronti. "Sono ferito - è stata la sua prima reazione -. Torno in Libano con un premio alla Mostra di Venezia, la polizia libanese ha autorizzato la proiezione del mio film. Non so ancora di che cosa mi si accusa".

(La Stampa, 11 settembre 2017)


Diaspore di ieri e di oggi, dagli ebrei ai giovani

Alla Giornata della Cultura Ebraica si parla di 'emigrazione silenziosa' e antisemitismo

di Federica Pezzoli

Anche Ferrara è stata, domenica 10 settembre, fra le 81 città italiane che hanno ospitato gli eventi della Giornata Europea della Cultura Ebraica, la manifestazione che intende favorire la scoperta del patrimonio culturale ebraico attraverso visite a sinagoghe, musei e antichi quartieri ebraici, coordinata dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e giunta quest'anno alla sua diciottesima edizione.
   Il file rouge scelto per il 2017 è stato "La Diaspora. Identità e dialogo", tema di stringente attualità in questi tempi complessi di flussi migratori di massa e di difficile confronto con l'Altro.
   A Ferrara la giornata è iniziata alle 10 con un convegno a Palazzo Roverella ed è poi proseguita nel pomeriggio con l'apertura dell'edificio delle sinagoghe in via Mazzini e visite alla vecchia zona di insediamento del ghetto in compagnia di componenti della comunità ebraica ferrarese.
   "Ferrara non poteva non fare la propria parte - ci ha detto il sindaco Tiziano Tagliani a margine dell'incontro al quale ha partecipato fra il pubblico - ed è bello che l'iniziativa di stamane sia proprio qui nel palazzo che il circolo dei commercianti ha ereditato da Federico Zamorani, componente della comunità ebraica ferrarese".
   È stata la professoressa Marcella Hannà Ravenna, già docente Unife e componente della comunità ebraica di Ferrara, a fare gli onori di casa presentando i relatori del convegno: Luciano Caro e Andrea
                         Georges Bensoussan                                                      Luciano Caro
Pesaro, rabbino capo e presidente della comunità estense, e George Bensoussan, dal Mémorial de la Shoah Parigi, storico di fama internazionale, recentemente accusato - e poi assolto - di islamofobia per aver citato in una trasmissione radiofonica un sociologo algerino, secondo cui "nelle famiglie arabe in Francia l'antisemitismo viene trasmesso con il latte".
   Assente per motivi famigliari il direttore del Meis, Simonetta della Seta, il cui intervento è stato letto dalla stessa Ravenna. Un intervento sul complesso e contraddittorio rapporto fra Israele ed ebraismo diasporico, fra 'Yhiadut' (essere ebrei) e 'Israeliut' (essere israeliani): "oggi l'identità israeliana è basata su una narrativa nazionale distanziata dai valori della Diaspora. Israele - scrive Della Seta - è grato all'ebraismo diasporico per il sostegno e gli aiuti e riconosce il radicamento europeo del Sionismo", ma "non ama l'ingerenza di ebrei non israeliani negli affari dello Stato".
   Una concezione della diaspora e della dispersione come condizione esistenziale a metà fra punizione e speranza è quella delineata da rav Caro attraverso le parole della Bibbia e dei profeti. "Nella Bibbia l'esilio è considerato come una delle punizioni più gravi che possano colpire l'uomo. Sta scritto: 'L'Eterno ti disperderà' e 'Sarai costretto ad adorare altri dei' e ancora che la terra 'vomita' chi l'ha contaminata con il proprio comportamento".
   Gli ebrei, ha affermato il rabbino, hanno acquisito "la consapevolezza di possedere la terra per volontà divina e, nello stesso tempo, quella della possibilità di vivere in esilio". "La dispersione viene vissuta come una tragedia sul piano collettivo e individuale, ma anche come il tempo preparatorio per forgiare la generazione del ritorno". Infine rav Caro ha tracciato una linea che da Adamo ed Eva arriva fino all'attualità degli odierni spostamenti di popolazioni: "L'esilio diventa situazione metafisica ed esistenziale dell'uomo, una condizione dolorosa, ma anche una prospettiva, un'occasione per un miglioramento morale".
   Il presidente Andrea Pesaro ha, invece, ricordato tutte le diaspore che si sono intrecciate nella lunga storia della comunità ebraica ferrarese: quella degli ebrei romani che spostandosi verso l'Esarcato e Ravenna hanno fondato il primo insediamento nell'allora nascente Ferrara, quella degli ebrei ashkenaziti, arrivati dal Nord nel periodo delle persecuzioni in seguito alla Peste nera del Trecento, e quella dell'ebraismo sefardita e lusitano, seguita alla cacciata dalla Spagna e dal Portogallo tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento.
   Poi "la piccola diaspora" degli ebrei che hanno seguito gli Estensi a Modena, quando Ferrara è tornata fra i domini papali, e quella del Novecento: dopo la Shoah molti hanno scelto gli Stati Uniti, Israele, il Sud America. Infine "la diaspora dei giovani che qui a Ferrara hanno poche prospettive e quindi scelgono comunità italiane più grandi come Firenze o Torino". Nella seconda metà del Novecento c'è stata però anche un'altra diaspora che ha portato nuova linfa alla comunità ferrarese: "quella degli ebrei arabi negli anni Sessanta e Settanta".
   E proprio al poco conosciuto tema dell'esodo dell'ebraismo arabo è stato dedicato l'intervento di Bensoussan, che l'ha chiamata "un'emigrazione silenziosa". La scomparsa di "una vera e propria civiltà", ebrei presenti in Iraq da 2.400 anni, in Marocco da 2.200: nel 1945 nel mondo arabo c'erano "fra i 900.000 e il milione di ebrei", "oggi ne restano 4.000". "Non c'è stato genocidio o espulsione di massa", ma "una segregazione sorda, ostacoli, esclusione etnica, una vita contrassegnata dall'insicurezza e dalla mancanza di sbocchi economici", che ha spinto la popolazione ebraica ad andarsene, portando di fatto a una "purificazione etnica".
   La ragione non è, come sarebbe facile pensare, il conflitto arabo-israeliano: il sionismo e Israele sono stati "un acceleratore", ma la causa profonda, secondo lo storico francese, va ricercata nel lungo periodo, nella "condizione ebraica nelle terre arabe-musulmane". Nel mondo arabo musulmano "l'ebreo è sempre stato considerato soggetto 'protetto', come il cristiano, cioè tollerato: potevano esercitare la propria religione solo a condizione di rispettare determinati vincoli", "un soggetto colonizzato dall'interno". A questo, secondo Bensoussan, va aggiunto un certo "antigiudaismo dottrinale come fondo culturale e intellettuale".
   Questo stato di cose si incrina, secondo Bensoussan, con il processo di emancipazione ebraica della fine dell'Ottocento, con la politica di colonizzazione da parte delle potenze europee prima e con il processo di decolonizzazione poi, che porta i movimenti nazionali arabi a vedere gli ebrei come una quinta colonna. Nella ricostruzione dello storico francese, ad aggravare queste tensioni si aggiunge poi il carattere "sempre più etnicista, basato sulla razza" del nazionalismo arabo negli anni Venti, Trenta e Quaranta del Novecento: "gli ebrei vengono esclusi perché arabi non di nascita, ma in senso culturale. Parlano arabo, la loro musica e la loro cucina sono arabe".
   La Palestina e Israele per Bensoussan non sono che "il simbolo del risentimento arabo musulmano" che non distingue più fra ebrei e sionisti.
   "Se avete dieci ebrei e ne ammazzate cinque, quanti ne rimarranno vivi?": questo è il problema di matematica che una bambina ebrea magrebina è stata chiamata a risolvere dal suo insegnate arabo musulmano nel 1957. Ecco perché, fra violenze e misure di esclusione economica, sociale e culturale, "la stragrande maggioranza degli ebrei arabi se ne andrà" tra il 1945 e il 1960.
   Alla fine, dal pubblico arriva l'inevitabile domanda: ma allora con i flussi migratori che stanno arrivando in Europa dal Medio Oriente, c'è il rischio che si aggravi l'antisemitismo? E George Bensoussan risponde senza incertezze: "Sì, senza dubbio".

(estense.com, 11 settembre 2017)


Il ministro della Cultura israeliano: il film di Maoz è contro Israele

Il ministro della cultura israeliano Miri Regev
Botta e risposta tra il ministro della Cultura israeliano Miri Regev che ha criticato «Foxtrot», film Leone d'argento a Venezia, e il suo regista Samuel Maoz. «È oltraggioso», ha detto il ministro Regev, «che artisti israeliani contribuiscano all'istigazione delle giovani generazioni contro l'esercito più morale nel mondo diffondendo bugie travestite da arte». Regev - che è stata in passato portavoce dell'esercito ha accusato il film di «dare forza al Bds (movimento di boicottaggio di Israele) e agli odiatori dello stato ebraico in tutto il mondo».
Nessuna società può fiorire dove «le persone critiche sono considerate traditori. Se critico il posto dove vivo, lo faccio perché sono preoccupato e lo voglio proteggere. Lo faccio per amore» ha ribattuto Maoz.

(Il Mattino, 11 settembre 2017)


Gli uomini di spettacolo sono i meno adatti ad assumere atteggiamenti moralistici. Hanno bisogno dell’applauso. E se un artista israeliano va in giro per il mondo a rappresentare - in modo artistico, naturalmente - i mali di Israele, gli applausi sono quasi garantiti. Ma lo faccio per amore, dice Maoz. Anche lui. E' lecito dubitarne. Come per altri casi. M.C.


Diaspore in cammino, lingue e identità alla deriva

Pubblichiamo la lectio pronunciata dal professore Cyril Aslanov, Aix-Marseille Université/CNRS; Università Statale di San Pietroburgo; Accademia della Lingua Ebraica, Gerusalemme, in occasione "Giornata europea della cultura ebraica" (Milano, 10 settembre).

di Cyril Aslanov

- Diaspore in cammino, lingue e identità alla deriva
Durante gli ultimi decenni, l'opinione pubblica del mondo occidentale ha scoperto con una certa ingenuità una realtà che è sempre esistita, quella delle migrazioni e delle diaspore transnazionali. In questo intervento vorrei mostrare attraverso esempi presi nella storia linguistica e culturale del popolo ebraico che l'estrema mobilità geografica non è necessariamente una minaccia per la preservazione dell'identità che può sopravvivere al cambio di lingue vernacolari purché sia preservato l'uso della lingua sacra nell'ambito della religione e della cultura.
   Vorrei usare questo criterio della preservazione dell'identità linguistica per distinguere quattro modalità di migrazione:
   1. Migrazioni a senso unico
   2. Migrazioni ripetute nello spazio di poche generazioni
   3. Migrazioni centrifughe (modello della ramificazione multipla)
   4. Migrazioni centripete
Per ognuno dei questi casi applicati a un episodio della storia ebraica e paragonato con uno scenario analogo nella storia di altre comunità etniche, vorrei concentrarmi sulla questione della preservazione della lingua.

1. Migrazioni a senso unico
    Si tratta qui dello spostamento di popolazioni intere da un paese all'altro senza via di ritorno come l'emigrazione europea agli Stati Uniti che provocò nello spazio di due-tre generazioni l'erosione e la scomparsa della lingua originale. Nell'ambito ebraico, questo modello si verifica per quanto riguarda 1 milione e mezzo di ebrei che lasciarono l'Impero russo per raggiungere gli Stati Uniti durante gli anni 1881-1914. La generazione degli immigranti parlava naturalmente yiddish e cercava di parlare inglese. Le due prime generazioni conservarono un uso domestico dell'yiddish e parlavano già inglese come tutti gli altri americani. La quarta generazione aveva solo un ricordo frammentario dello yiddish. Questa erosione del vernacolare ebraico dell'Europa orientale può essere paragonata alla scomparsa progressiva dei dialetti italiani meridionali nei ceti degli immigranti provenienti dalla Campania, dalla Calabria e dalla Sicilia. In questo processo di perdita dell'identità linguistica, gli ebrei est-europei radicati negli Stati Uniti avevano per lo meno il vantaggio di poter contare sulla lingua sacra (pronunciata secondo la fonetica che prevale tradizionalmente nel mondo ashkenazita) per manifestare la loro lealtà linguistica nei confronti del proprio passato. Questa lealtà linguistica sopravvisse in un certo modo quando la pratica religiosa in un ambiente tradizionale venne sostituta o rafforzata dall'identificazione con lo Stato di Israele, incitando molti ebrei americani discendenti di yiddishofoni ad imparare l'ebraico israeliano invece di ripristinare la conoscenza dello yiddish, praticato solo da ebrei ultraortodossi o da gruppetti di giovani idealisti che vogliono appunto allontanarsi dal mainstream ebraico americano, attratto piuttosto dall'ebraico moderno israeliano. Tuttavia quando la lingua ebraica non viene conservata nella pratica religiosa e non è neppure sostituta da una conoscenza basica dell'ebraico israeliano, la situazione linguistica degli ebrei americani non è così diversa da quella degli italodiscendenti statunitensi: si preserva la memoria dell'identità etnico-religiosa, ma senza i mezzi linguistici per esprimerla. In questo caso si preservano solo frammenti delle lingue perse (yiddish e ebraico liturgico o israeliano in uno caso; italiano dialettale nell'altro). Qui si verifica il ruolo fondamentale dell'ebraico come modo di preservazione dell'identità ebraica anche dopo la scomparsa dello yiddish e inversamente, la minaccia dell'assimilazione che pesa sulle comunità ebraiche americane della tendenza riformata che ha parzialmente abbandonato l'uso dell'ebraico come lingua liturgica.

2. Migrazioni ripetute nello spazio di poche generazioni
    Questo modello caratterizza comunità in cerca di un rifugio in un'epoca di vicissitudini e di persecuzioni. A lungo termine, si vede come gli ebrei palestinesi che lasciarono Eretz Israel a causa della conquista arabo-musulmana del paese in 635-638, che rovinò l'economia locale, si trasferirono in altre provincie dell'Impero bizantino (come l'Apulia, il bastione più occidentale dell'Impero dopo le perdite territoriali del settimo secolo). Dopo la conquista dell'Italia dai carolingi nel 774, queste comunità ebraiche bizantine ellenofone che poco a poco cambiarono il greco con l'italo-romanzo cominciarono a sistemarsi più vicino del centro dell'Impero carolingo, diventato il Sacro Romano Impero nel 962. Così nacque l'ebraismo ashkenazita germanofono, preservando la sua germanofonia anche dopo il trasferimento degli ebrei tedeschi dalla Germania alla Polonia o alla Lituania nel tardo Medioevo. In quelle terre remote dell'Europa orientale, i dialetti tedeschi medioevali passarono per un processo di slavizzazione, dando nascita allo yiddish, che si conservò nello spazio di due o tre generazioni anche dopo l'immigrazione menzionata sopra di 1 milione e mezzo di ebrei dall'Europa orientale agli Stati Uniti fra il 1881 e il 1914. L'ultima fase di queste conversioni linguistiche ripetute è l'anglofonia nell'ambito della Nazione americana.
   Se cerchiamo un parallelo a queste vicende che provocarono un cambio dell'identità linguistica e culturale a tal punto che nello spazio di 1000 anni, gli ebrei ellenofoni della Palestina bizantina diventarono anglofoni dopo essere stati italofoni, germanofoni e yiddishofoni, troviamo i gitanos della Penisola iberica. Una volta lasciata il nordovest dell'India verso l'anno 1000, i rom raggiunsero il mondo iraniano verso l'undicesimo secolo e da lì si propagarono verso l'Armenia e l'Impero bizantino. Nel Quattrocento cominciarono a trasferirsi verso Occidente e raggiunsero la Catalogna nel 1447. A quei tempi parlavano ancora la loro lingua detta romaní, lingua indoaria con una forte componente lessicale armena e greca. Tuttavia, lungo i secoli, i rom della Penisola iberica lasciarono la loro lingua indoaria e adottarono una varietà di spagnolo chiamata caló (abbreviazione di zincaló, un termine apparentato all'italiano zingaro). In questa varietà zingara di spagnolo sopravvivono vestigi lessicali dell'antico uso del romaní (il quale è ancora vivo dai rom dell'Europa centrale, orientale e balcanica).

3. Migrazioni centrifughe (modello della ramificazione multipla)
    È successo spesso durante la storia ebraica che a causa delle espulsioni scatenate dall'intolleranza religiosa, gli ebrei abbiano dovuto lasciare un paese dove si erano sistemati da molti secoli per disperdersi in varie direzioni. Qui possiamo paragonare due esempi di questo tipo di migrazione centrifuga in varie direzioni. Il più famoso è quello dell'espulsione degli ebrei dalla Spagna nel 1492. Tra i 200.000 ebrei che lasciarono il regno una parte raggiunse l'Impero ottomano passando per l'Italia e un'altra trovò rifugio nel Nordafrica. Questa immigrazione in due direzioni molto diverse (est e sud) non provocò generalmente la perdita dell'uso dello spagnolo che gli espulsi parlavano prima del 1492. Nell'Impero ottomano, nel Nord del Marocco e ad Oran, la pratica dello spagnolo si preservò anche se in un modo trasformato dal contatto con il turco in Oriente o l'arabo in Occidente. Solo nell'interiore del Marocco, ad Algeri e in Tunisia, lo spagnolo venne sostituito dall'arabo. Per apprezzare questa lealtà linguistica nei confronti della lingua della patria perduta, basta paragonare la preservazione della lingua spagnola in ambienti sefarditi con la perdita della lingua che accompagnò l'esilio di un'altra comunità ebraica espulsa durante varie tappe del quattordicesimo secolo. Mi riferisco agli ebrei del Regno di Francia che fra il 1306 e il 1394 vennero espulsi progressivamente. Una parte si rifugiò nel Sacro Romano Impero dove si assimilò linguisticamente alle comunità ebraiche locali, la cui lingua era il tedesco medioevale. Un'altra parte raggiunse il Delfinato e da lì il Piemonte dove perse l'uso del francese per diventare parte dell'ebraismo italiano. Per quanto riguarda gli ebrei che vivevano nel Linguadoca, parte della Corona francese dal 1229, trovarono rifugio nel Regno di Aragona, specialmente a Maiorca, da dove si trasferirono in Algeria a causa delle persecuzioni antisemite di 1391. Ora, a parte la memoria storica che permette di dedurre un'origine francese o francese meridionale dal cognome (Wollach o Bloch nel mondo ashkenazita; Sarfati o Francés nel mondo sefardita, tutti cognomi che significano "francese" in tedesco, in ebraico o in spagnolo), l'uso del francese o del provenzale scomparse dopo qualche generazione.
   Un parallelo a quest'espulsione degli ebrei francesi o linguadociani che risultò in un movimento centrifugo e nella perdita della lingua usata dal paese di origine si trova nella storia degli Ugonotti. Espulsi dalla Francia dopo la Revocazione dell'Edito di Nantes, i protestanti francesi furono raccolti dai paesi dell'Europa settentrionale che condividevano la loro religione: Prussia o altri stati luterani dell'odierna Germania; Olanda e a continuazione la Colonia del Capo; Inghilterra e a continuazione le Tredici colonie). Gli ugonotti diventati prussiani, olandesi o inglesi non mantennero l'uso del francese e solo la storia familiare e il cognome poteva rivelare che un ufficiale prussiano, un colone sudafricano o un latifondista degli Stati Confederati avesse un'origine francese ugonotta.

4. Migrazioni centripete
    Termineremo questa riflessione sul legame fra migrazione e deriva dell'identità linguistica con il paradigma del qibuts galuyot, la riunione degli esiliati che evvenne a partire del 1948 con la creazione dello Stato di Israele e l'abolizione delle limitazioni che i britannici avevano imposto all'immigrazione ebraica in Palestina. In questo caso, l'immigrazione nella terra ancestrale diventata lo Stato-nazione del popolo ebraico ebbe per conseguenza un'altra conversione linguistica, un'altra perdita della lingua, in questo caso le lingue diasporiche sostituite dall'ebraico, lingua ancestrale ripristinata.
   Ora questa riconessione con il patrimonio linguistico ancestrale nell'ambito di uno Stato-nazione diventato luogo di raduno di varie diaspore è un processo ben conosciuto nella turbulenta storia del ventesimo secolo: rimpatrio di armeni della Diaspora (e specialmente dalla Siria e del Libano) nella Repubblica d'Armenia nel 1946 con la necessaria adattazione linguistica che consisteva a cambiare l'armeno occidentale per l'armeno orientale pur conservando l'uso dell'armeno occidentale nell'ambiente domestico; rimpatrio dei tedeschi etnici da vari territori dell'Europa centrale e orientale; e più recentemente accoglienza di Abcasi siriani o turchi nella Repubblica di Abcasia, stato secessionario della Georgia, appoggiato dalla Russia.

- Conclusione
Questo panorama della relazione fra le vicende migratorie e la lealtà linguistica ha contribuito a relativizzare l'unicità dell'esperienza ebraica nella preservazione della lingua. Fra i quattro paradigmi indagati, gli unici esempi di vera preservazione dell'identità linguistica a livello della lingua vernacolare sono lo yiddish e il giudeospagnolo, due lingue che però non hanno realmente sopravvissuto alle ultime vicende migratorie delle comunità ebraiche, costrette a lasciare l'ambiente est-europeo o post-ottomano per trovare un rifugio nelle grandi metropoli dell'Occidente o in Israele. Ma la vera lealtà linguistica manifestata attraverso tante generazioni a prescindere dal frequente cambio di lingue vernacolari è legata al mantenimento della lingua ebraica, almeno come lingua liturgica e culturale, e dalla fine del Ottocento come lingua di comunicazione moderna.

(Tempi, 11 settembre 2017)


Shakshuka

di Michael Meyers

 
Shakshuka
In Medio Oriente si litiga per tutto. Per i confini, per la terra, per le piante. Per chi ha lanciato una pietra per primo e chi ha risposto con un missile. Per chi ha aperto la porta e chi invece, entrando l'ha chiusa. C'è sempre una scusa per litigare.
Ma quella della cucina, è forse la meno nota e meno mediaticizzata.
Tra arabi e israeliani, il litigio trascende anche li, tra pentole e fornelli, per la rivendicazione di piatti ormai mondialmente famosi come i falafel, il mamoul, il hummus, il knafeh e anche la Shakshuka.
Ogni volta che la stampa israeliana, o un tweet o buzzfeed o qualsiasi altro mezzo lancia un'appropriazione indebita da parte israeliana (di qualsiasi natura), il sito The Electronic Intifada risponde in difesa della paternità araba e della giustizia pro Palestina. Qui un esempio.
E ricomincia il litigio.
La Shakshuka è innegabile che sia diventato il piatto nazionale israeliano. Un simbolo gastronomico, come gli spaghetti al pomodoro per l'Italia e le Lumache per la Francia. Quel che è certo, però, è anche che questo piatto, israeliano non è.
Anzi, non ditelo a nessuno, ma una cucina israeliana non esiste. Tutto è preso da qui e da li, e portato nei bagagli degli ebrei immigranti o dagli scambi con gli arabi dei paesi circostanti.
La Shakshuka riunisce i due requisiti. È stata portata in Israele dagli ebrei immigranti dal Magreb, ma le sue origini sono Turche Ottomane, poi adottate dai Magrebini e infine adottata dagli ebrei locali.
Tra gli stufati preferiti nell'Impero ottomano, c'era la Waissaksuka, fatta con varie verdure e carne macinata o fegato.
Con il tempo, e con l'arrivo di nuovi ingredienti dalle Americhe, il piatto si è trasformato. La carne ha cominciato a sparire e il pomodoro è stato definitivamente adottato come ingrediente principale. Gli stufati a base di pomodoro furono molto popolari nei paesi dell'Antico Impero Ottomano: in Turchia, Siria, Egitto, i Balcani e il Magreb, dove furono apprezzati di più.
Quando lo stufato di pomodoro raggiunse il Magreb, fu chiamato Shakshuka o Taktuka e divenne, con l'aggiunta delle uova, la colazione preferita della classe lavoratrice.
Le comunità ebraiche del posto l'adottarono subito e la portarono in Israele, quando cominciarono l'immigrazione massiva.
Il piatto deve gran parte del suo successo alla sua convenienza. Per un immigrato appena arrivato in un paese nuovo, un pasto di uova, pomodoro e verdure era un'opzione decisamente accessibile e semplice. In più era abbastanza versatile per essere colazione, pranzo, o cena.
Agli albori dello Stato Israeliano, la Shakshuka risultò facile e a buon mercato per sfamare i militari, era per niente complicata da cucinare e servire in massa ai soldati, e ciò, secondo gli storici del cibo, avrebbe contribuito alla gran diffusione del piatto.
Negli ultimi anni, la Shakshuka è uscita dai confini orientali per diventare popolare anche in occidente e in tutto il mondo. Parte della sua recente fama internazionale, si deve non solo a una riscoperta dei benefici della dieta Mediterranea sulla salute, ma anche alla sua apparizione in Jerusalem, popolare libro del famoso chef Israelo-britannico Yotam Ottolenghi.
Dalla pubblicazione del libro, la Shakshuka è diventata quasi onnipresente, da ricette sul New York Times, The Guardian e su incontabili blog di cucina.
Come l'hummus e il falafel, la Shakshuka porta con sé, per alcuni, quel senso di appropriazione Israeliana e la rivendicazione di un piatto che, storicamente, è più arabo che israeliano. Certo, come tantissime cose in Medio Oriente, le sue origini sono soggette di dispute e contese, ma la verità è che la gente nel Levante ha sempre mangiato molto similmente e molte volte è difficile da stabilire di chi è cosa.
Però, se si fanno quattro passi a Jaffa, poco lontano dall'antico mercato, si troverà il locale Doktor Shakshuka, uno dei posti più famosi al mondo per mangiarla. Gestito da quasi 20 anni da una famiglia di origine Libica, il ristorante è pieno a qualsiasi ora di gente di tutto il mondo che mangiano la stessa cosa.
È lì che si ritrova la pace. Quando il cibo unisce.
Ricetta

(Calendario del Cibo Italiano, 10 settembre 2017)


Venezia - Un Ghetto, tante nazioni

di Michael Calimani

La Giornata veneziana si è aperta questa mattina nella sala Montefiore della Comunità ebraica. Sono intervenuti per i saluti ufficiali Paolo Gnignati, presidente della Comunità ebraica; rav Scialom Bahbout, rabbino capo della stessa; Cristiana del Monaco, vicepresidente Coopculture; Deborah Onisto, vicepresidente della commissione cultura del Comune; Bruno Pigozzo, vicepresidente del Consiglio Regionale del Veneto.
Un programma intenso di eventi che, nonostante il maltempo, animeranno il ghetto e il Museo ebraico.
Ad aprire le danze nella rinnovata sala Montefiore la lectio magistralis dello scrittore e saggista Francesco Cataluccio, conoscitore attento delle diverse storie relative alle Comunità ebraiche orientali, dal Titolo "La diaspora Centro_Europea: lingue e culture a confronto".
È seguita una breve visita guidata intitolata "Un ghetto tante nazioni" con focus sulle diverse nazioni componenti quella che era chiamata l'Università degli ebrei.
Nel pomeriggio "Di nazione in nazione". Caccia al tesoro, un evento per tutti, tra Campo di Ghetto e Museo ebraico. Quindi una breve introduzione alla mostra di Marie Solange Ladenius alla presenza dell'artista.
Come ogni anno Comunità ebraica e CoopCulture offrono al pubblico diverse opportunità di visita aprendo le sinagoghe Levantina, Tedesca e Canton, il Museo ebraico con la sua Sukkà ottocentesca che sono aperti gratuitamente al pubblico fino al tardo pomeriggio; quest'anno ad arricchire l'offerta museale ci sarà l'allestimento di una sala dedicata alle tematiche del matrimonio e della nascita e la mostra personale di Marie Solange Ladenius.
All'interno del museo l'angolo #dialogoeidentità dove chi vorrà mettersi in gioco in prima persona potrà elaborare un proprio personalissimo passaporto interrogandosi sulla propria identità e volontà di condivisione.
La conclusione della Giornata in Campo di Ghetto Novo con il Recital di Ottavia Piccolo "Diaspora" con accompagnamento musicale a cura del collettivo Rimmonim in sala Montefiore.
Per l'appuntamento, come ogni anno non sono mancati il patrocinio della Regione Veneto e del Comune di Venezia.

(moked, 10 settembre 2017)


Netanyahu: in due mesi sgominate settanta cellule

Progettavano attacchi contro civili e militari israeliani

Nei mesi di luglio e agosto lo Shin Bet, il servizio di sicurezza di Israele, e' riuscito a sgominare settanta cellule clandestine palestinesi. Lo ha riferito Benyamin Netanyahu, aprendo la odierna seduta del consiglio dei ministri. ''Gli israeliani non se ne rendono conto - ha affermato - ma in questi due mesi sono state sgominate settanta cellule che progettavano attacchi contro soldati e civili israeliani''. Il premier ha aggiunto che maggiori dettagli saranno forniti oggi al governo dal capo dello Shin Bet, Nadav Argaman, a cui ha espresso la ''profonda gratitudine'' del Paese per questo ''importante contributo alla sicurezza''.

(ANSA, 10 settembre 2017)


Un'app per scoprire il museo ebraico di Casale Monferrato

Si chiama Casalebraica ed è, insieme, audioguida, piattaforma interattiva per l'esplorazione degli ambienti e tour virtuale

di Lorenza Castagneri

 
Le prime tracce della comunità ebraica di Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, risalgono al Cinquecento. Oggi a farne parte sono rimaste due sole famiglie, che si impegnano per mantenere in vita e rendere accessibili quanto più possibile la sinagoga e gli altri spazi del Complesso museale ebraico.
   Per riuscirci l'ultima mossa è stata puntare sulla tecnologia: con il contributo della Compagnia di San Paolo è nata un'app, Casalebraica, scaricabile gratuitamente su tutti i sistemi operativi, che è, al tempo stesso, un tour virtuale a 360o ad altissima risoluzione, un glossario delle parole ebraiche più comuni, una piattaforma per l'esplorazione delle opere e un'audioguida.
Immergersi dentro il tour virtuale è come trovarsi all'interno della sinagoga, tra stucchi dorati, legni preziosi e le incisioni in ebraico che ne riempiono le pareti. Ma l'app non toglie la voglia di ammirare dal vivo questi ambienti, tutt'altro. Le pagine, curate nei minimi dettagli e interattive, sono uno stimolo ulteriore per decidere di andare a Casale.
   A casa si può iniziare a imparare qualcosa di più su ciò che si vedrà leggendo le schede informative dedicate a ciascuna area e ai suoi arredi più importanti, sul posto, invece, da virtuale il tour diventa reale e l'app si trasforma in un'audioguida, basata sulla tecnologia iBeacons, che permette di conoscere sempre la posizione del visitatore dentro il museo. E allora, basta infilare le cuffie, cliccare in basso a sinistra sull'icona del microfono e ascoltare. In italiano o in inglese: testi, musiche e immagini sono realizzati apposta per l'app, e si può anche condividere l'esperienza sui social.
   È la voce di Micol, avatar virtuale di una giovane ebrea legata alla Comunità locale, ad accompagnare il pubblico attraverso la sinagoga e il Museo dei Lumi, il vanto vero della comunità ebraica di Casale: una collezione di lumi di Chanukkah firmati da numerosi artisti italiani e stranieri.
   Dal menù principale, in alto a sinistra, si può anche accedere a una sezione tutta dedicata al museo, con schede che riproducono le varie opere con la data e il nome dell'autore: si va da Emanuele Luzzati a Elio Carmi ad Antonio Recalcati. Ed è sempre ritornando alla sezione principale dell'app che si arriva al glossario delle parole giudaiche, un'utile guida per muoversi con sicurezza all'interno della cultura ebraica. Oggi è Giornata Europea che la celebra: un motivo in più per scaricare l'app.

(La Stampa, 10 settembre 2017)



Un'eredità incorruttibile, incontaminata e immarcescibile

Benedetto sia il Dio e Padre del Signor nostro Gesù Cristo, il quale nella sua grande misericordia ci ha rigenerati a una viva speranza per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per un'eredità incorruttibile, incontaminata e immarcescibile, conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio mediante la fede siete custoditi, per la salvezza che sarà prontamente rivelata negli ultimi tempi. A motivo di questo voi gioite anche se al presente, per un po' di tempo, dovete essere afflitti da varie prove, affinché la prova della vostra fede, che è molto più preziosa dell'oro che perisce anche se vien provato col fuoco, risulti a lode, onore e gloria nella rivelazione di Gesù Cristo, che, pur non avendolo visto, voi amate e, credendo in lui anche se ora non lo vedete, voi esultate di una gioia ineffabile e gloriosa, ottenendo il compimento della vostra fede, la salvezza delle anime.
Dalla prima lettera dell'Apostolo Pietro, cap. 1

 


L'israeliano Samuel Maoz ha vinto il Gran Premio della Giuria al Festival di Venezia

di Riccardo Ghezzi

Il film Foxtrot, del regista israeliano Samuel Maoz, si è aggiudicato il Gran Premio della Giuria dell'edizione 2017 del Festival del cinema di Venezia, che ha premiato con il Leone d'oro il film The shape of water del messicano Guillermo del Toro.
Maoz, nato a Tel Aviv nel 1962, aveva vinto il Leone d'oro nel 2008 con il film Lebanon, per la realizzazione del quale aveva tratto ispirazione dalla sua esperienza diretta come soldato carrista durante la guerra in Libano del 1982.
Foxtrot è invece un film in tre atti che si apre con l'angosciante lutto di due genitori israeliani alla notizia della morte del loro figlio Jonathan, un soldato. Nel secondo atto si racconta la storia di Jonathan, dislocato ad un surreale posto di blocco nel bel mezzo del deserto. La terza parte collega la seconda con la prima.
Anche per questo lavoro, il regista israeliano si è basato su un'esperienza personale che ha raccontato così: "Mia figlia a Tel Aviv era solita andare a scuola con il taxi perché si alzava sempre tardi. Così io un giorno le ho detto: perché non prendi l'autobus, il numero cinque? Ed è quello che mia figlia ha fatto una mattina, proprio il giorno in cui un gruppo di terroristi ha fatto un attentato su quella linea. Per circa un'ora non ho saputo nulla di lei, se fosse viva o morta. Poi mi ha chiamato: aveva preso l'autobus successivo perché in ritardo".
Il foxtrot che ha ispirato il titolo del film è una danza di origine americana, letteralmente significa "trotto della volpe". Michael, il padre di Jonathan, ad un certo punto della pellicola esclama: "Le nostre esistenze sono come il foxtrot, nonostante tutti gli sforzi si torna sempre al punto di partenza".

(L'informale, 9 settembre 2017)


Storica visita di Netanyahu in America Latina

Ma salterà il Brasile

Benyamin Netanyahu da domani in America Latina per incontrare i leader di Argentina, Paraguay, Colombia e Messico. Il ministero degli esteri ha già qualificato «storica» questa missione perché si tratta della prima visita in assoluto di un premier israeliano in carica. «È inconcepibile - ha esclamato Netanyahu in un incontro con i dipendenti del ministero - che non abbiamo mai visitato questa parte enorme di umanità. Ma adesso abbiamo deciso di prendere il largo». Un riferimento anche ad altre sue visite recenti in aree poco battute in passato da primi ministri di Israele, come l'Estremo Oriente, l'India, il continente africano e l'Europa dell'Est.
  A favorire il viaggio, ha spiegato ieri il ministero, anche «la caduta di governi populisti di sinistra» e la formazione di esecutivi più aperti ad Israele. Accompagnato da decine di uomini d'affari, Netanyahu vedrà in quattro giorni il presidente argentino Mauricio Macri, il paraguayano Horacio Cartes (che si recherà a Buenos Aires), il colombiano Juan Manuel Santos ed il messicano Enrique Pena Nieto. Con loro firmerà accordi di cooperazione nei campi della tecnologia, dell'agricoltura e delle comunicazioni. «In America Latina - ha detto un funzionario israeliano - c'è una vera sete per le nostre innovazioni». Ed è appunto questo uno dei fattori su cui Netanyahu intende far leva per accrescere la presenza israeliana nel mondo. «Noi sviluppiamo la nostra potenza economica e tecnologica - ha spiegato - cosa che ci consente di sviluppare anche quella militare e di intelligence. La combinazione di questi fattori viene al servizio delle nostre attività diplomatiche».
  In America Latina Netanyahu prevedibilmente insisterà sul pericolo per la stabilità mondiale rappresentato dall'Iran. Non a caso a Buenos Aires visiterà i luoghi dove negli anni Novanta ebbero luogo gravi attentati terroristici attribuiti ad emissari iraniani: quello all'ambasciata di Israele e quello al palazzo della organizzazione ebraica Amia. Da questa visita resta fuori il Brasile. Due anni fa ci fu gelo quando le autorità brasiliane si rifiutarono di concedere le credenziali al nuovo ambasciatore di Israele, perché era stato un dirigente del movimento dei coloni. «Ma l'incidente è ora chiuso», assicurano a Gerusalemme. Come sembrano essere superati anche i dissensi scaturiti mesi fa per un commento di Netanyahu sulla grande barriera progettata da Donald Trump che a Città del Messico fu ritenuto particolarmente infelice.

(Il Messaggero, 9 settembre 2017)


I killer dell'Intelligence palestinese eliminarono i due giornalisti italiani

Olp e Settembre Nero: De Palo e Toni considerati spie sul traffico d'armi e sui campi di addestramento frequentati anche da Br, Raf, Ira ed Eta. In questi giorni il 37o del sequestro.

di Massimo Numa

 
Gli scenari sono diversi ma c'è una storia, tragica, avvenuta in Libano nel lontano 1980 che assomiglia molto al caso di Giulio Regeni, il ricercatore rapito e ucciso in Egitto nel gennaio 2016 perché ritenuto una spia, inviata da elementi dei "Fratelli Musulmani" radicati a Cambridge, sede dell'università di cui Regeni era ricercatore. E così, dopo 37 anni, la verità sulle scomparsa (e sulla morte) di due giornalisti italiani, Graziella De Palo e Italo Toni, avvenuta il 2 settembre 1980, arriva semplice e lineare, nonostante gravi ancora il segreto di Stato solo sulle carte relative ai rapporti tra Italia e Olp, dopo anni di depistaggi e di silenzi. La racconta un ex dirigente dei servizi segreti italiani, allora giovanissimo, che indagò negli Anni '80 sulla vicenda: "Sapevamo tutti i particolari della morte dei due giornalisti, chi li aveva rapiti, poi detenuti in una base palestinese, infine torturati e uccisi. I corpi furono sepolti sotto un cumulo di detriti, in un quartiere non distante da Tiro, vicino al mare, all'interno di un cantiere non lontano da uno svincolo autostradale."

 Ignorato il telex dell'ambasciatore
  Dunque rapiti, torturati e uccisi da miliziani palestinesi appartenenti alle frange più estremiste ma comunque legati, non in modo ufficiale, all'OLP di Yasser Arafat. L'ambasciatore di allora a Beirut, Stefano D'Andrea, aveva informato la Farnesina che ad agire erano stati esponenti noti dell'Intelligence palestinese. Fu totalmente ignorato dall'alta gerarchia del ministero degli Esteri, infiltrata da elementi - tra l'altro - della P2 di Licio Gelli. Ma in quegli anni la tragica fine di De Palo e Toni era un capitolo che non si poteva e non si doveva aprire, ma è anche il segno storico di un rapporto speciale tra il nostro Paese e il mondo arabo. Ancora oggi, qualche osservatore-analista fa risalire a questo e ad altri episodi filo-arabi la strana - sino ad ora - invulnerabilità dell'Italia, salvo alcune eccezioni, rispetto al terrorismo islamico, Sigonella compresa.

 Specializzati nel traffico d'armi internazionale
  Spiega l'ex 007: "Non avevamo mai avuto dubbi. In quelle ore De Palo e Toni avevano informato l'ambasciata che sarebbero andati a visitare un presidio avanzato dell'OLP e che, se non fossero rientrati presto, l'ambasciata doveva andare a cercarli". Sapevano che le frange estreme avevano sospetti su eventuali collegamenti con americani e inglesi. Un addetto alla reception dell'Hotel Triumph di Beirut, dove avevano trascorso una settimana (arrivati il 28 agosto da Roma) era un agente di Settembre Nero e loro erano stati attentamente tenuti sotto controllo. Erano in contatto con un'italiana molto vicina (lo è tuttora) all'OLP, ma quando stavano per partire su una jeep, sotto la scorta dei palestinesi di Al Fatah, furono rapiti da miliziani armati e incappucciati, appena usciti dalla strada dell'albergo, come disse in allora un informatore ai nostri 007, quindi trasferiti in un fabbricato, ben noto alla polizia libanese, interrogati e infine uccisi. nel volgere di poche ore. De Palo aveva scritto una serie di servizi, analizzati da italiani filo-OLP e trasmessi in tempo reale ad Al Fatah, residenti in Palestina (tra questi alcuni terroristi delle Brigate Rosse che acquistavano partite di armi ed esplosivi, compresi razzi anti-aerei poi trasportate in Europa con barche a vela; in una di queste operazioni, proprio in quel mesi, c'era il capo colonna delle BR di Genova Riccardo Dura, poi ucciso in un conflitto a fuoco con i carabinieri nel marzo 1980) ad elementi della polizia segreta palestinese. Il Libano era l'arsenale di molte organizzazioni terroristiche europee.

 Sospettati di spiare i terroristi europei nei campi di addestramento
  Graziella aveva 26 anni, Italo Toni 50. Tutti e due si erano in qualche modo specializzati su un tema delicatissimo: il traffico d'armi tra Occidente e Medio Oriente. Volevano farsi accompagnare nelle postazioni vicine al confine israeliano, dove spesso si svolgevano combattimenti ma dove c'erano anche i campi di addestramento frequentati anche dai terroristi europei della Rote Armee Fraktion, delle Brigate Rosse, dell'Ira e dell'Eta basca. Nessuno li vide mai più vivi. In Italia l'indagine venne immediatamente depistata per proteggere i rapporti tra governo e Olp. Un alto ufficiale del Sismi si inventò una fake news: De Palo e Toni rapiti e uccisi dai falangisti cristiano maroniti. Un'altra italiana, sempre legata all'Olp, tentò un nuovo depistaggio sostenendo che i corpi dei due erano da un anno in una cella-frigo dell'obitorio dell'ospedale americano di Beirut. Finalmente la procura di Roma aprì un fascicolo, indagò il pm Giancarlo Armati con una conclusione tranchant caduta nel silenzio: a eliminare i due giornalisti furono - appunto - OLP e Settembre Nero. Ma i capi furono assolti per insufficienza di indizi pochi anni dopo. Nelle carte custodite negli archivi dell'ex Sismi ci sono i nomi e i cognomi dei rapitori-assassini. Nessuno, in Italia, dopo, ha mai voluto indagare a fondo. Fu l'allora presidente del Consiglio Bettino Craxi ad apporre, nel 1984, il segreto di Stato che, di fatto, rese l'inchiesta del tutto inutile.

(Torino Star, 9 settembre 2017)


Curiosità dal mondo dell'archeologia

Secondo una relazione del Times di Israele, un vaso di piccole dimensioni è stato scoperto a Tel Tsaf, nel territorio israeliano della Valle del Giordano, da un team internazionale di archeologi guidato da Danny Rosenberg dell'Università di Haifa.
"È davvero raro e non assomiglia ad alcun genere di vasellame in nostro possesso".
Il vaso, la cui antichità è stata stimata di 7.200 anni, è stato trovato in una stanza collegata a un grande complesso dove sono presenti basi di silos di stoccaggio di grano e orzo.
Le prime valutazioni fanno pensare che il piccolo vaso possa essere stato un modello per la costruzione di silos full size, ma non è da escludere che potesse essere utilizzato in rituali connessi alla conservazione del grano, alla sepoltura e alla rigenerazione della vita.
Nello stesso sito sono stati recuperati anche pezzi di figure rituali, oggetti in rame, una conchiglia importata dall'Egitto e oggetti di ossidiana.

(Orgoglio Nerd, 9 settembre 2017)


A Pisa trovarono rifugio gli ebrei sefarditi

Pisa vanta una lunga storia di città di accoglienza, e vi trovarono casa anche gruppi emarginati in altre nazioni. Fu così per gli ebrei sefarditi che alla fine del '500, su spinta delle lettere pisanine (o livornine), trovarono rifugio in questi due centri della Toscana. «In città come Siena e Firenze, gli ebrei furono rinchiusi nei ghetti a partire dal 1571, a Pisa no. Godevano di maggiori libertà, tantoché nel 1591 la comunità ebraica pisana si ricostituì, con il trasporto a Pisa della Sefer Torah un tempo appartenuta agli ebrei pisani» spiega Lucia Frattarelli Fischer dell'Università di Pisa. Con il ritorno dei libri sacri, è anche allestita una prima sinagoga, nel Palazzo Da Scorno.
   La nuova comunità era composta da "nuovi cristiani", ebrei portoghesi e spagnoli convertiti che mantenevano però legami con la comunità ebraica, e ebrei a tutto tondo, ancora praticanti. Poiché la gran parte di questi nuovi arrivati arrivava da Spagna e Portogallo, terre di durissima Inquisizione cattolica, lo spagnolo era una lingua diffusa nella nuova comunità e con quest'idioma erano anche rappresentati testi teatrali. «Nel 1616, durante una prova pubblica di un'opera di Lopez De La Vega, fu messo in scena un intermezzo comico "La Infanta Palancona", in cui l'effetto comico era dato dall'accostamento confusionario di parole diverse - racconta Valentina Nider dell'Università di Trento -. Il pubblico, perlopiù cattolico, interpretò come sacrilego l'accostamento dei nomi di alcuni santi o cariche curiali con parole basse, e ne nacque un processo per Inquisizione». Il processo, nei cui verbali è accluso il testo comico considerato in odore di eresia, si concluse con 3 condannati alla pena della corda. Un episodio minore nella storia dell'Inquisizione, ma esemplificativo del clima dell'epoca.
   Una comunità, quella ebraica pisana, poliglotta, ispanofona o lusofona per nascita e italiana d'adozione. Ne nacque una vera e propria lingua, parlata dagli ebrei di Pisa, Livorno e Viareggio. «Il Bagitto, così si chiama questa lingua, deriva il suo nome dallo spagnolo "bajito", bassino, e forse dall'espressione "hablar bajito", parlare piano, con attenzione, come dovevano fare chi apparteneva a una comunità marginalizzata molto controllata - spiega il professor Fabrizio Franceschini dell'Università di Pisa. Ancor oggi rimangono tracce di questa lingua nelle parlate famigliari, con espressioni fatte come "Naina lo ze" per "Guarda quel tipo"».
   Questi temi saranno trattati nel convegno "Pisa città di accoglienza e la Nazione Sefardita" organizzato dalla Comunità Ebraica Pisana in occasione della Giornata Europea della Cultura Ebrea, domenica 10 settembre alle ore 15.30. Inoltre sarà possibile visitare gratuitamente la Sinagoga e il Cimitero Ebraico dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15 alle 18.30.

(Pisa Informa Flash, 9 settembre 2017)


Israele studia la gestione dei rifiuti

Tremila dipendenti statali in visita alla Cosmari di Cisterna

 
Tremila persone in due anni. Da aprile a ottobre, un andirivieni di settimana in settimana, per gruppi di una cinquantina di unità. Israele punta forte sull'Italia per fare aggiornamento e qualificazione professionale, ma soprattutto punta forte su Cosmari, il consorzio specializzato nella gestione e lo smaltimento dei rifiuti. E lo fa convogliando nello stabilimento di via Grotte di Nottola una parte consistente della sua pianta organica pubblica. Tremila, come detto, dipendenti statali, verranno in visita, scaglionati, per cercare di capire meglio come funziona il sistema di raccolta, smistamento, riciclaggio e smaltimento dei rifiuti.
   "Non saranno visite turistiche, tanto meno dal sapore culturale", ha detto Arnon Bar David, presidente del sindacato israeliano dei dipendenti pubblici,che nei giorni scorsi ha guidato, insieme al general manager Ofir Elcalay, la delegazione venuta in Italia per studiare la fase operativa del progetto, Accompagnati da Paola Cosimi di CSC Tour. "E' un'esperienza che abbiamo già fatto in altre parti d'Europa. Vogliamo studiare, approfondire, capire i vostri sistemi, non ci interessa altro, almeno in queste occasioni. Certo l'Italia è affascinante, e anche questo territorio lo è, ma il motivo di questa missione resta legato al nostro lavoro. Poi, è chiaro, sono certo che molti cercheranno il modo di ritornare".
   Nel corso del sopralluogo dei giorni scorsi, la delegazione israeliana, che si muove tra Roma e Latina, ha fatto visita anche al sindaco del capoluogo Damiano Coletta.
   Ma è soprattutto in Cosmari che si è voluto fare il punto sugli aspetti tecnici da approfondire. "Hanno fatto molte domande sul sistema di raccolta che abbiamo, sulle quantità conferite dal settore pubblico e dal settore privato - ha spiegato Riccardo Traversa di Cosmari -. Sono interessati ai sistemi utilizzati per il riciclo, allo smaltimento di quello che non può essere riutilizzato. Hanno voluto informazioni anche sul progetto Latina Differenziamoci che abbiamo portato nelle scuole di Latina e che stiamo esportando in altre città della nostra regione".
   Dalla primavera del prossimo anno dunque, inizieranno gli scaglioni di visitatori. Soggiorni di cinque giorni, dalla domenica al giovedì, tra seminari informativi e tour approfondito nei vari reparti dello stabilimento. A coronamento della spedizione, e sempre in tema di salvaguardia dell'ambiente, anche un blitz all'interno del Parco nazionale del Circeo.

(Latina24ore, 10 settembre 2017)


Gerusalemme vs Teheran

di Luciano Assin

I nuovi equilibri politici e militari che si stanno delineando ai suoi confini settentrionali stanno ponendo Israele a rivedere e aggiornare il suo approccio verso i nuovi padroni della regione. E' sotto questa ottica che va analizzato il bombardamento aereo avvenuto giovedì scorso del centro siriano di ricerca di Mysaf, in pratica uno stabilimento di armi chimiche e di missili di precisione.
   Nonostante il governo di Gerusalemme, come di consuetudine, non confermi né smentisca la sua responsabilità, l'attacco aereo è un messaggio molto chiaro, sia per l'asse sciita composta da Iran e Hezbollah affiancati dal regime di Assad, sia per la maggiore forza militare e politica della regione, la Russia di Vladimir Putin. Donal Trump per il momento osserva la partita da lontano, a dimostrazione di aver rinunciato quasi completamente ad avere un ruolo decisivo in quella che sta diventando ormai definitivamente una zona d'influenza esclusivamente russa.
   E proprio la Russia si è dimostrata particolarmente tollerante nel presunto attacco israeliano. La Tass, la sua agenzia di stampa ufficiale, si è limitata a riprendere comunicati di agenzia israeliani che a loro volta riprendevano comunicati provenienti da agenzie arabe rilevando il fatto che Israele non ha interesse a immischiarsi negli affari interni siriani, ma intende agire ogni volta che la sua sicurezza venga messa in discussione. Soprattutto se il pericolo è targato Iran-Hezbollah. Tradotto dal russo significa che entro certi parametri il governo israeliano ha mano libera ad operare militarmente nei cieli siriani.
   Un atteggiamento del genere risulta comprensibile alla luce dei numerosi incontri svoltisi negli ultimi mesi fra il premier Nethanyau e il presidente russo Putin. E' ancora troppo presto però cercare di capire se questo attacco rientri nei parametri russi o sia un messaggio dell'esercito israeliano che la produzione di armi sofisticate nella regione sia inaccettabile.
Israele ha infatti minacciato sia la Siria che l'Iran di interrompere il progetto di sviluppo di nuovi missili in grado di colpire in maniera efficace e precisa bersagli israeliani. Per Israele il bombardamento di giovedì scorso era praticamente una scelta obbligata, visto che in questa zona la credibilità è fondamentale.
   Anche se è solo una coincidenza l'azione israeliana coincide perfettamente col decimo anniversario della distruzione di un impianto nucleare siriano di progettazione nord coreana. Se un impianto del genere fosse diventato operativo nessuno sarebbe in grado di prevedere fino a qual punto i numerosi cambiamenti strategici avvenuti nella regione avrebbero potuto stravolgere la situazione. Immagino che anche i più critici commentatori della politica israeliana non farebbero salti di gioia nel caso l'Isis fosse venuta in possesso di armi nucleari.
   Dal punto di vista militare il successo della missione è ancora più significativo se si tiene conto che l'impianto colpito era difeso dai più sofisticati sistemi di missili anti aerei esistenti oggi sul mercato, batterie russe S-300 comprese.
   Fino a oggi la partita fra Israele e Iran si è svolta in Siria, dove fra l'altro sono stati colpiti almeno un centinaio di convogli destinati alle forze di Hezbollah. Se il regime teocratico di Teheran decidesse di spostare i suoi sforzi in Libano le conseguenza potrebbero portare le forze della regione ad uno scontro militare regionale. Improbabile per il momento, ma non impossibile.

(Alganews, 9 settembre 2017)


Ebrei di Sicilia

L'ebraismo ha avuto nell'isola nei secoli una grande influenza. Una civiltà che domani viene celebrata in trentacinque nazioni in tutta Europa. Palermo capitale nella giornata della cultura ebraica.

Il mercante
Nel 1160 in città v'erano 1500 famiglie ebree e molti cristiani
La macellazione
Nel 1938 non c'erano quelle rituali ma erano note le tecniche
I rapporti
"Eravamo stimati e benvoluti da tutti. Ci fu una grande solidarietà"
Le deportazioni
"Vennero a casa a prendere mio padre: ci segua e porti una borsa"

di Lucia Vincenti

 
Editto di espulsione degli Ebrei dalla Sicilia - Versione ufficiale siciliana

Da sempre, la parola Ebreo ha evocato l'idea della mobilità e della dispersione. Dalla caduta del I Tempio e l'esilio nel 586 a.C, cominciò la disseminazione degli ebrei al di fuori dei loro confini, la Diaspora. Nel 70 d.C il tempio di Salomone fu distrutto e in seguito alla caduta di Gerusalemme gli ebrei viaggiarono in cerca di nuova patria, si integrarono nei luoghi di accoglienza ma, come scritto da Yehuda Ha-Levi, il Cantore di Sion nel XII sec., con "Il mio cuore in Oriente (Gerusalemme), il mio corpo in estremo Occidente".
   La Giornata Europea della Cultura Ebraica si celebra domani e ha, appunto, come titolo comune per i 35 Paesi che vi aderiscono, "Diaspora, identità e dialogo". Palermo, quest'anno è la capofila in Italia. Una sorta di capitale nella giornata della cultura. Il concetto spaziale ebraico, il binomio Terra d'Israele-Diaspora non rappresenta una contrapposizione netta e seppur il raggiungimento della Terra dei padri fosse bramata, vi fu identità col paese d' accoglienza.
   La propensione dell'ebreo a viaggiare, l'idea dell'ebreo errante, è sempre stata una costante e seppur gli ebrei fossero legati alla cultura, allo yddish e all'ebraico instaurarono con la nuova patria un attaccamento doppio ma non bipolare: alle radici e al presente.
   Dopo secoli di discriminazioni, nel 1861 gli ebrei d'Italia ottennero l'equiparazione, parteciparono alla vita dello stato, molti divennero fascisti e 230 presero parte alla marcia su Roma. A Palermo v'erano i fratelli Ovazza, responsabili dei fasci della città, Alberto Ahrens console d'Uruguay e Guido Jung che aveva ricoperto dal 1932 al 1935 la carica di ministro delle finanze e fino al 1938 quella di deputato. Questo il ricordo di Ruth Jacobovitz Milazzo, scampata alla deportazione, moglie di un importante personaggio dell'epoca. «Noi eravamo ben voluti, stimati da tutti, dai vicini di casa, da tante persone. Semmai posso dire che ci fu una campagna di solidarietà nei nostri confronti, non certo di razzismo. Non ho mai avvertito una cosa del genere, mentre in Germania la cosa è stata ben diversa!»
   Una testimonianza simile a quella di Benjarnin Schàchter: «Ricordo che l'atteggiamento nei nostri confronti, quando andavamo in questura, era sempre cortesissimo e di solidarietà, e quando sono venuti a prendere mio padre Moise, lo hanno fatto con la massima discrezione. Non sono venuti ad ammanettarlo, ma dissero: "Guardi, lei ci deve seguire e si porti la borsa, perché abbiamo l'impressione che lei non tornerà a casa».
   Fino al 1492, data della cacciata degli ebrei, Palermo ebbe una delle comunità ebraiche tra le più floride d'Italia. Lo stesso Benyamin da Tudela, mercante ebreo che visitò l'Italia intorno al 1160, ne restò tanto affascinato da scrivere: «Palermo contiene circa 1500 famiglie di ebrei e gran numero di cristiani e maomettani. È situata in una regione che abbonda di sorgenti e di ruscelli, d'acqua e di terra, di frumento e di orzo, di cui non vi è simile in tutta l'isola di Sicilia. Quest'isola contiene tutte le delizie del mondo».
   Particolare aspetto assume, nella tradizione ebraica, il cibo. Rifacendosi all'Antico Testamento, gli ebrei ritengono che nell'insieme della Creazione ogni animale sia legato a un solo elemento (terra acqua o aria) e chi partecipi ai due elementi sia impuro, ad esempio gli animali che vivono sul mare senza i segni distintivi di quelli legati all'acqua come i crostacei e molluschi. Un altro divieto è legato alla presenza del sangue. L'uomo sin dalla creazione ebbe il permesso di cibarsi solo di cibo vegetale e fu solo dopo il diluvio che fu concesso da Dio di nutrirsi di carne animale ma non avrebbe dovuto contenere sangue in quanto principio vitale che gli uomini non possono mangiare, riservato a Dio. Da qui, l'origine della macellazione rituale ebraica. A Palermo, nel 1938 non v'erano macellerie rituali e la macellazione era affidata a ebrei che ne conoscevano le tecniche. Come ci ha raccontato Benjarnin Schàchter: «Nessuno era in grado di effettuare la macellazione ebraica. Gli osservanti non mangiavano carne bovina ma per il pollame bastava fare quello che faceva mio padre Moise che, con molta delicatezza, prendeva una lametta e tagliava la vena giugurale del pollo. Il sangue veniva accuratamente tolto e questo bastava ad approssimarsi abbastanza al rituale. C'è una regola talmudica che altri talmudisti non accettano che dice che in caso di necessità non è richiesta un'aderenza precisa e totale a quelle che si chiamano Mitzwot (precetti) per cui la sola intenzione di volere fare il possibile per mangiare in modo rituale già sarebbe bastata. D'altro canto non è che ci fosse un macellaio a Palermo. C'erano tra l'altro degli ebrei ortodossi che hanno mangiato solo uova. Quando il rabbino Toaff venne in Sicilia e noi fummo insieme, mangiò solo due uova sode e non bevve il latte».
   L'emanazione delle prime leggi razziali venne a coincidere con il Rosh Hashanah, il Capodanno ebraico. La ricorrenza fu festeggiata, anche se come ricorda Benjamin Schàchter: «Nessuno aveva voglia di festeggiare qualcosa, e la gente che si riunì lo fece con le lacrime agli occhi. Era un fatto di riportare in superficie la memoria, un fatto di tradizioni. Ricordo le signore polacche indaffarate in cucina per preparare i ripieni speciali per fare il "pesce imbottito". Non so come, erano riuscite a trovare una carpa Trovare una carpa a Palermo, anche oggi è difficile, figuriamoci nel '38».
   Ascoltando Alessandra Sternheim, diventa chiaro perché la musica sia così importante per gli ebrei. «Mio padre, come tutti i ragazzi ebrei maschi di buona famiglia ha studiato il violino - racconta - e alla fine io sono riuscita a capirne il motivo. Lo fanno perché devono essere in grado di mantenersi se devono scappare durante una diaspora, e un violino è più portatile di un piano».

(la Repubblica - Palermo, 9 settembre 2017)


Arriva a Crotone il rabbino di Tunisi

Porte aperte in 35 Paesi europei, per la XVIII edizione della Giornata europea della cultura ebraica. II tema è 'La Diaspora: identità e dialogo'. Uno spunto per scoprire la storia dell'esilio dalla Terra d'Israele che ha dato vita a importanti espressioni identitarie all'interno dell'ebraismo e che ha interessato in modo notevole l'Italia. La Diaspora coinvolse doppiamente il Meridione d'Italia. Dove testimonianze di vita ebraiche risalgono a tempi molto antichi, per poi interrompersi nel XV secolo con la cacciata degli ebrei dalla Spagna e dai domini spagnoli del sud.
Quest'anno 81 città, tra le quali Crotone - sette in più dello scorso anno - ospiteranno centinaia di eventi tra visite guidate, conferenze, mostre, concerti e spettacoli e vedranno Palermo quale città capofila italiana.
Il 13 settembre alle ore 11.00, nella sala consiliare di Crotone, si terrà la manifestazione a cui parteciperà il rabbino di Tunisi Daniel Cohen, il rabbino Umberto Piperno, il referente per la Calabria e consigliere della comunità ebraica di Napoli, Roque Pugliese e la professoressa Viviana Andreotti. Modera Rolando Belvedere. Momento musicale con melodie mediterranee dei Peri Hadar.

(Crotonese, 9 settembre 2017)


Sara Netanyahu incriminata per frode

Accusa: ha usato 90 mila euro di fondi pubblici per spese personali

di Giordano Stabile

 
Sara Netanyahu
Sara Netanyahu, la moglie del premier israeliano, sarà incriminata per frode e abuso di fiducia. La decisione, anticipata nei giorni scorsi dai media, è stata ufficializzata ieri mattina dal procuratore generale di Israele, Avichai Mandelblit.
   L'accusa principale è quella di aver speso 359 mila shekel, circa 90 mila euro, in pranzi ordinati a ristoranti con chef di grido, nonostante la residenza del primo ministro disponesse di un cuoco.
   Dopo due anni di indagini, accuse e controaccuse, sta per entrare nel vivo una saga domestica che rischia di azzoppare il leader israeliano. Benjamin e Sara Netanyahu formano una coppia di ferro e i guai giudiziari della first lady forse spiegano il profilo basso del premier in questi ultimi giorni, un fatto inusuale mentre la crisi con la Siria si sta surriscaldando, mezzo esercito è impegnato in esercitazioni antiHezbollah al confine con il Libano e i cacciabombardieri colpiscono le installazioni militari di Bashar al-Assad.
   Ma quella che sembrava l'ennesima «lite con la servitù» della moglie, abituata a essere assecondata all'istante in tutti i suoi capricci, si è evoluta in qualcosa di più serio, l'abuso di denaro pubblico, che coinvolge anche collaboratori del premier: assieme a Sara Netanyahu finirà sotto accusa Ezra Saidoff, ex vicedirettore dell'Ufficio del primo ministro, per aver ricevuto benefici in natura del valore di 390 mila shekel. Mentre, in un'altra inchiesta, l'avvocato di Bibi è sospettato di aver preso mazzette in un contratto per l'acquisto di sommergibili dalla Germania. Un assedio su tutti i lati.
   In questi due anni i Netanyahu hanno reagito attaccando. Accusano a loro volta l'ex capo del personale della residenza del premier, Meni Naftali, di aver «gonfiato» le spese, s'intende per farci la cresta. Poco prima dell'annuncio della prossima incriminazione il primo ministro ha definito le accuse alla moglie ingiuste: «Sara è una donna onesta e coraggiosa e non ha mai fatto nulla di male, è una psicologa che passa gran parte del suo tempo ad aiutare bambini malati di cancro, reduci di guerra, sopravvissuti all'Olocausto».
   Resta il fatto che Sara ha un carattere a dir poco spigoloso, e i suoi rapporti con i domestici sono sempre stati difficili. Nel 1996 una babysitter sudafricana, Tanya Shaw, l'ha accusata di averla licenziata per aver bruciato una zuppa e nel 2010 la donna di servizio Liliane Peretz ha sporto denuncia per essere stata sottopagata e obbligata a cambiare più volte i vestiti «per rimanere pulita». Lo stesso «maggiordomo» Naftali, a servizio dal 2010 al 2012, ha raccontato di aver visto decine di dipendenti costretti a scappare da «un inferno». Per Netanyahu tutto l'affaire è una «ossessione per il cibo di casa mia mentre sono impegnato 24 ore al giorno a garantire la sicurezza dello Stato».
   La difesa a tutto campo della moglie, persino con un test alla macchina della verità per dimostrare che è Naftali «il vero bugiardo», ha prodotto almeno un risultato. Il procuratore generale non intende procedere con altri tre capi d'accusa che vertevano sull'impiego con fondi pubblici di un elettricista nella casa al mare di Cesarea, di camerieri extra a Gerusalemme, e di badanti per il padre di Sara, poi deceduto. Mendelblit ha spiegato che non ci sono «prove sufficienti» per dimostrare se la first lady sapesse che erano retribuiti con denaro dello Stato.

(La Stampa, 9 settembre 2017)


Marsiglia, dove un ragazzo ebreo non può entrare in classe

di Elena de Giorgio

A Marsiglia, come del resto in tutta la Francia, sta succedendo sempre più spesso che agli ebrei venga "suggerito" di iscrivere bambini e ragazzi a scuole ebraiche private, non statali, per motivi di sicurezza. E' un semplice consiglio che i presidi si trovano a dover elargire per buon senso (ovvio, non c'è alcun atto formale a indirizzarli) visto che la convivenza con i musulmani, che in alcuni istituti rappresentano anche il 95% degli iscritti, potrebbe risultare difficile, e soprattutto pericolosa.
   Come intuibile, non è facile parlarne senza sollevare polemiche e polveroni mediatici, ed è per questo che Bernard Ravet, preside di tre licei, ha aspettato la pensione per poter raccontare in un libro appena pubblicato ("Preside di liceo o imam della Repubblica?") tutto quello su cui ha dovuto tacere negli ultimi anni della sua carriera. "E' ora di finirla con la legge del silenzio che pesa sull'impatto della religione in certe scuole - scrive l'ex dirigente -. Il fanatismo bussa alla porte degli istituti e impone i suoi simboli e le sue leggi nello spazio scolastico, durante la ricreazione, in mensa, in piscina".
   Per esempio, di fronte a una mamma ebrea francese che voleva iscrivere il proprio figlio al liceo Versailles dopo essere stata qualche anno in Israele, il preside Ravet non ha avuto dubbi: "Quando ho sentito parlare il ragazzo con un evidente accento straniero - spiega - ho capito che i miei studenti avrebbero scoperto subito la sua provenienza straniera. Se avessero scoperto che veniva da Israele, l'avrebbero distrutto". Gli stessi studenti, intervistati (in Italia ne ha parlato il sito L'informale), dichiarano serenamente che un ebreo, nella "loro" scuola, non può entrare.
   Il fenomeno degli ebrei francesi che emigrano in Israele si è accentuato da quando, nel 2012, Mohamed Merah ha ucciso, a Tolosa, tre bambini e un rabbino davanti a una scuola ebraica. Ma l'esodo registrato dall'Agenzia ebraica in Francia negli ultimi anni ha subito una crescita impressionante: 2.000 partenze nel 2012, 3.000 nel 2013, 7.231 partenze nel 2014 e oltre 8.000 mila nel 2015. Complessivamente, nell'ultimo decennio gli ebrei che sono scappati dalla Francia sono stati in tutto 40 mila, su una comunità di mezzo milione.
   Che sta dunque succedendo nella laicissima Francia? Perché non è più in grado di proteggere i suoi cittadini ebrei dagli insulti e dalle minacce dei compatrioti musulmani? Che ne è di quel progetto di "integrazione perfetta" tra popoli e culture ostentato di fronte al resto d'Europa? Se gli ebrei fuggono per lasciare il campo ai musulmani qualcosa, di quel progetto, non funziona. Le nuove generazioni di musulmani rappresenteranno senza dubbio il volto di una Francia che ha fatto leva sulla sull'immigrazione per sostenere il Welfare e combattere la denatalità. Ma il conflitto sociale che dalle banlieue parigine si sta propagandando alle scuole di tutto il Paese è ben visibile e preoccupante. Secondo gli studiosi, il crollo delle nascite accentuerà in modo inevitabile e vertiginoso, in larga parte d'Europa, lo squilibrio tra cittadini di origine straniera (le famose seconde e terze generazioni) e di origine autoctona. Sempre più scuole, quindi, saranno a maggioranza islamica in Francia, Belgio, Inghilterra. Che scuole saranno? Cosa insegneranno alle nuove generazioni sulla libertà di pensiero e di religione, sul rispetto per gli altri e la tolleranza?

(l'Occidentale, 8 settembre 2017)


Giornata Europea della Cultura Ebraica - Parma

In collaborazione con Comune di Parma, Assessorato alla Cultura

Ore 17,30 Auditorium Casa della Musica
"Come ladri nella notte. La cacciata dall'Egitto".
Incontro con l'autrice Carolina Delburgo.

All'alba del 29 novembre 1956 sbarca a Brindisi la motonave Achylleos carica di profughi ebrei cacciati dall'Egitto. Carolina Delburgo allora era una bambina di dieci anni ma il ricordo della sua vita in Egitto e della rocambolesca fuga resta vivido in lei. Attraverso l'avvincente narrazione di una protagonista di questa recente diaspora, si rifletterà su un tema millenario ma anche sulla questione delle migrazioni e dei conflitti che attraversano l'Africa e il Medio Oriente con la partecipazione della prof.ssa Marcella Emiliani, giornalista e storica tra le maggiori esperte in tema di Medio Oriente.
L'incontro sarà preceduto dai saluti istituzionali dell'Assessore alla Cultura del Comune di Parma Michele Guerra e di Giorgio Yehuda Giavarini, Presidente della Comunità Ebraica di Parma. Conclusioni: Victor Magiar consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, giornalista e scrittore.

Ore 19,30 Caffè del Prato - Casa della Musica
Buffet di assaggi della cucina ebraica
 
Ore 21,00 Salone dei concerti della Casa della Musica
Riccardo Joshua Moretti in concert
SoundDesigner Giovanni Nulli

Il Recital prevede un rapporto interattivo tra musica e immagini, appositamente creato per l'occasione, che permetterà all'ascoltatore di poter percorrere un viaggio nelle varie espressioni ebraiche che hanno contribuito alla crescita culturale europea.
Il solo pianoforte live interagirà con il supporto elettronico predefinito avendo così la possibilità di spaziare nei diversi aspetti identificativi della cultura ebraica (dal mondo Chassidico a quello Sefardita, al rapporto musica e cinema, ecc… ).
Invito

(Comunità Ebraica di Parma, settembre 2017)


Altre 45 multe rivelate ad Andria col sistema israeliano Safer place

In poche ore rilevate violazioni dalla Polizia Municipale soprattutto omesse revisioni

Andria continua a confermarsi una città in cui l'omessa revisione degli autoveicoli è tra le più gettonate infrazioni al Codice della Strada.
Proseguono fruttuosamente le uscite del personale del Corpo della Polizia Municipale, così come predisposte dal Comandante del Corpo, il Ten. Col. Riccardo Zingaro, con il sofisticatissimo sistema israeliano del Safer Place: in poche ore sono state rilevate negli ultimi giorni ben 45 infrazioni al Codice della Strada.
A voler fare l'ennesimo resoconto dell'attività svolta dal sistema di rilevazione in uso ad Andria, l'israeliano Safer Place, altre 45 contravvenzioni sono in arrivo alle abitazioni di alcuni guidatori: ben 25 per la mancata revisione, altri sei verbali per veicoli senza assicurazione e le rimanenti contestazioni per soste vietate (incroci stradali, spazi riservati ai disabili etc.)
All'ufficio verbali del Comando della Polizia Municipale di piazza Trieste e Trento, diretto egregiamente dal Tenente Vito Campanale, tutta l'attività del sistema di rilevazione, quali video e fotografie viene continuamente monitorata ed archiviata, così da essere presentata qualora dovesse essere contestata o davanti al Giudice di Pace o davanti al Prefetto qualche violazione al Codice della Strada. E' bene ricordare che l'intento è prettamente pedagogico, ovvero quello di rieducare l'automobilista al rispetto delle regole stradali, cercando così di dare uno scossone all'attuale situazione di relativo "disordine stradale" presente ad Andria.
A breve il sistema dovrebbe cominciare anche a sanzionare coloro che usano il cellulare in auto, che non rispettano il diritto di precedenza o che non usano la cintura di sicurezza (praticamente tutti): sicuramente il numero di infrazioni triplicherà.
Sia l'assessore Giuseppe Raimondi che il Comandante della Polizia Municipale Riccardo Zingaro continuano ad essere fiduciosi che questa avanzatissima tecnologia video-based, sarà in grado di incrementare la sicurezza sulle strade, riducendo l'incidentalità, migliorando la qualità della vita. Nell'interesse di tutti, pedoni e guidatori.

(andriaviva.it, 8 settembre 2017)


Gabriele Coen in concerto al Museo Ebraico di Bologna

Gabriele Coen
Dopo gli appuntamenti di sabato 9 e domenica 10, Gabriele Coen ritorna mercoledì 13 settembre al Museo Ebraico di Bologna per presentare, nell'ambito della rassegna musicale "Jewish Jazz! Suoni e Visioni", l'album "Sephirot" (uscito lo scorso maggio per Parco della Musica Records) in una veste inedita.
Il sassofonista, clarinettista e compositore romano Gabriele Coen approda, con il suo sesto disco da titolare, alla simbologia dell'albero della vita secondo la Kabbalah e la mistica ebraica. Un viaggio dentro la struttura del mondo divino che sarà, in questa occasione, eccezionalmente accompagnato dalle interazioni video live del visual artist Gabriel Zagni.
Le Sephirot che danno il nome all'album sono i dieci principi basilari che ritroviamo sia nel mondo divino che nella psicologia umana, e sono strutturate come un grande albero e collegate tra loro in modo magico, attraverso ventidue canali. Ventidue come le lettere dell'alfabeto ebraico. Questo mondo magico e metafisico ha dato ispirazione a dieci brani originali dalle forti sonorità elettriche che combinano l'energia e la passione del rock con la profondità e la raffinatezza del jazz. Centrale nel progetto il suono del fender rhodes, il mitico piano elettrico che ha caratterizzato a partire dagli anni Sessanta molta storia del rock, ma anche del jazz. L'ispirazione, quindi, è quella del jazz elettrico alla Miles Davis di "Bitches Brew" e "In a Silent Way", fino alle sonorità attuali dell'Electric Masada e di The Dreamers di John Zorn, formazioni chiave dell'incontro tra musica ebraica e jazz elettrico.
"Spiritualismo ed elettricità - dichiara Gabriele Coen - sono i due principi che ho voluto coniugare in questo mio nuovo lavoro: l'albero della vita e i principi della kabbalah e della mistica ebraica, raccontati attraverso dieci composizioni originali ispirate al jazz elettrico di Miles Davis e alle nuove sonorità di John Zorn". Un'esplorazione della struttura del mondo divino ma anche un viaggio dentro gli stati d'animo dell'essere umano. In questo progetto, Coen è accompagnato da Lutte Berg alla chitarra elettrica, Pietro Lussu al fender rhodes e organo hammond, Marco Loddo al basso elettrico, Luca Caponi alla batteria e Arnaldo Vacca alle percussioni.
"Sono sempre stato affascinato - continua Coen - dalla spiritualità e dagli omaggi che molti musicisti hanno voluto dedicare a questa imprescindibile sfera dell'uomo. Penso in particolare a "A Love supreme" e "Ascension" di John Coltrane, a Sun Ra, Don Cherry e John McLaughlin ma anche ai Beatles, affascinati dal misticismo indiano. Ho voluto dedicare molto spazio alle chitarre elettriche, al fender rhodes e all'organo Hammond, gli strumenti cardine dell'incontro tra jazz e rock a partire dalla fine degli anni Sessanta."
Con l'eclettismo espressivo che è il segno distintivo del suo percorso artistico e di ricerca, Gabriele Coen rappresenta il trait d'union tra la valorizzazione delle tradizioni ebraiche e un presente in rapidissima evoluzione, elementi che coniuga grazie alla sua musica. Di lui John Zorn afferma: "combinando una conoscenza profonda e un onesto rispetto per la tradizione con un brillante senso del dramma e dell'immaginazione, Gabriele Coen sta componendo oggi una delle più emozionanti e fantasiose Nuove Musiche Ebraiche."

(Bologna Today, 9 settembre 2017)


Ecco la conferma: il Giro d'Italia 2018 partirà da Gerusalemme nel ricordo di Gino Bartali

di Alberto Coriele

L'organizzazione della corsa rosa ha diramato gli inviti per la presentazione della nuova Grande Partenza, che avverrà da Gerusalemme ai primi di maggio (il 4 o il 5). Per la prima volta la partenza sarà al di fuori dell'Europa, in omaggio a Gino Bartali.
Ora non ci sono più dubbi: il Giro d'Italia 2018 partirà da Gerusalemme. Rcs, che organizza la corsa rosa, ha diramato gli inviti per la presentazione della Grande Partenza 2018: la presentazione è in programma il prossimo 18 settembre al Waldorf Astoria di Gerusalemme, e questo non fa che confermare tutte le voci delle ultime settimane. Il Giro numero 101 dovrebbe aprirsi con una cronometro individuale prima di lasciare spazio a due tappe in linea che si svilupperanno in Israele. Da lì il trasferimento in Italia, seguendo il copione dell'ultima edizione in Sardegna: tre giorni sull'isola partendo di venerdì, poi giorno di riposo per consentire i trasferimenti.

(Eurosport, 8 settembre 2017)


Messico sconvolto dal terremoto. Israele pronto a dare una mano

Scosse più forti del tragico sisma del 1985

Il terremoto che ha colpito il Messico nella notte è di magnitudo 8,2, più potente di quello che devastò il Paese nel 1985 (allora ci furono 10mila vittime). Il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha spiegato che dopo la scossa principale ne sono state registrate almeno altre 60 di minore intensità e che, secondo i sismologi, l'attività sismica proseguirà per molte ore. Peña Nieto ha anche confermato che quasi un milione di persone è rimasto senza corrente elettrica, subito dopo il terremoto, in varie parti del Messico, ma che ora la situazione è migliorata per almeno 800mila di loro. Le scuole sono state chiuse in 11 stati per effettuare verifiche tecniche e di sicurezza sugli edifici. Quindici per il momento le vittime accertate ma si teme un bilancio molto più duro. Intanto, in questo grave momento di difficoltà, l'organizzazione IsraAid, ente con base in Israele ma che coinvolge realtà internazionali ed è impegnata in tutto il mondo in operazioni di soccorso a popolazioni colpite da calamità naturali, si è messa a disposizione delle autorità messicane per aiutare nella ricerca dei dispersi. "Siamo in contatto con i partner locali e con i rappresentanti delle Nazioni Unite che stanno monitorando l'attuale situazione di crisi sul terreno", ha spiegato Shachar Zahavi, direttore di IsraAid.

(moked, 8 settembre 2017)


Raid aereo di Israele in Siria. Distrutta la fabbrica delle armi chimiche di Assad

Operazione per bloccare il corridoio sciita dall'Iran a Damasco

di Giordano Stabile

 
Israele colpisce un sospetto laboratorio di armi chimiche in Siria ma i destinatari, virtuali, sono Vladimir Putin e Donald Trump. L'attacco scattato alle 2 e 40 di ieri mattina ha preso di mira il Syrian Scientific Researchers Center di Masyaf, nella provincia di Hama, considerato uno dei tre centri di ricerca militari siriani dove sono state sviluppate armi chimiche. Almeno quattro cacciabombardieri hanno sorvolato il Libano, sono entrati nello spazio aereo siriano e hanno colpito le strutture con missili a medio raggio. Gli attivisti dell'opposizione hanno documentato sul web gli effetti del raid: fiamme rossastre che si levavano alte sugli edifici.
   Le forze armate israeliane non hanno confermato né smentito l'attacco. Ma il ministro della Difesa Avigdor Lieberman ha fatto capire che lo Stato ebraico era responsabile e quali erano gli obiettivi: «Faremo di tutto per impedire che si crei un corridoio sciita dall'Iran a Damasco». Il regime di Bashar al-Assad ha puntato il dito contro Israele e lo ha accusato di aver preso di mira postazioni militari, non depositi di armi chimiche, e aver ucciso «due soldati». La Siria ha rinunciato al suo arsenale chimico alla fine del 2013, su pressione di Stati Uniti ed Europa e con il consenso della Russia: secondo l'Onu almeno il 95% degli agenti sono stati distrutti ma Damasco avrebbe conservato piccole quantità di gas nervini.
   La stessa Onu ha accusato due giorni fa le forze armate di Assad del raid chimico del 4 aprile a Khan Sheikhoun, quando oltre 80 persone sono morte per gli effetti di gas Sarin «o simili». L'attacco dello Stato ebraico sembra quindi una sorta di punizione, e un monito, per il regime siriano. Ma considerare la mossa una semplice rappresaglia a fini umanitari è riduttivo per gli stessi analisti militari israeliani. Amos Harel, per esempio, traccia su Haaretz una scenario più complesso: il messaggio del premier Benjamin Netanyahu è diretto «a Trump e Putin» vuol indicare che Israele è in grado di far saltare l'accordo per il cessate il fuoco raggiunto dai leader americano e russo all'ultimo Summit del G20.
   L'accordo, in massima sintesi, prevede che la zona di influenza statunitense non possa estendersi ad Ovest dell'Eufrate. Il regime così potrà riconquistare tutti i territori in mano ai ribelli e all'Isis fino a un'ampia fetta del confine con l'Iraq. Il «corridoio sciita» temuto da Israele si sta concretizzando in tempi rapidi, con il blitz nel deserto che ha portato le forze di Assad fino a Deir ezZour. Netanyahu ha cercato di cambiare i termini dell'intesa nel suo incontro con Putin il 23 agosto a Soci. Senza risultato. Poi ha inviato alti ufficiali dell'Intelligence a Washington per avvertire l'alleato del rischio strategico che correva non solo Israele ma anche l'America.
   A questo punto doveva battere un colpo. Ha scelto una data altamente simbolica: il decennale del raid che nel 2007 distrusse un sospetto reattore nucleare siriano, proprio nella provincia di Deir ez-Zour. Ma ieri cadeva anche un altro «anniversario»: giusto un mese fa il governo israeliano aveva minacciato di «bombardare il palazzo di Assad» se l'Iran avesse avuto campo libero in Siria. Non siamo ancora a questo ma ci stiamo avvicinando.

(La Stampa, 8 settembre 2017)


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Israele bombarda il sito di armi chimiche di Assad (sì, funzionava ancora)

L'arsenale del regime siriano non è vuoto, come conferma l'Onu. Quelle richieste di Gerusalemme ignorate da Putin.

di Daniele Raineri

ROMA - A partire dalla fine di gennaio 2013 e con molta discrezione i jet israeliani hanno fatto quasi cento raid per colpire dentro il territorio siriano controllato dal presidente Bashar el Assad, hanno bombardato convogli che trasportavano missili verso il confine libanese, hanno fatto saltare in aria depositi di armi avanzate in mezzo al deserto e hanno ucciso comandanti del gruppo libanese Hezbollah alla periferia della capitale Damasco e in un caso anche un generale iraniano che si era spinto troppo vicino al confine del Golan ma l'operazione di ieri notte è stata differente. Poco prima delle tre del mattino, mentre vicino al confine c'era una esercitazione di terra di dimensioni enormi, quattro aerei israeliani hanno distrutto un sito che apparteneva al Centro per la ricerca e gli studi scientifici, un nome neutrale dietro cui si nasconde il settore dell'esercito siriano che a partire dagli anni Novanta s'è occupato di produrre le armi chimiche, già colpito da sanzioni internazionali. In teoria un accordo a tre fra Damasco, Mosca e Washington firmato nel settembre 2013 stabiliva che la Siria consegnasse tutte le sue armi chimiche perché fossero distrutte, ma il 4 aprile il regime è uscito di nuovo allo scoperto di fatto e dopo centinaia di bombardamenti rudimentali con il cloro - su cui la comunità internazionale chiude un occhio - ha colpito con il gas nervino il villaggio di Khan Shaykun e ha ucciso 90 persone. Il governo Assad non ha mai ammesso la responsabilità, ma due giorni fa è uscito il verdetto degli ispettori delle Nazioni Unite che conferma: quell'attacco è opera del regime.
   Israele non ha mai creduto alla versione di Assad e già nel dicembre 2016 il ministro della Difesa Avigdor Lieberman disse a una riunione di ambasciatori occidentali che i raid aerei israeliani erano necessari per bloccare i trasferimenti di "armi di distruzione di massa" in Siria. Considerato che non si parla di nucleare, era l'ennesima conferma - che circolava molto in ambienti diplomatici - che il regime siriano aveva ingannato gli ispettori internazionali e aveva conservato una parte dell'arsenale (del resto era stato il regime stesso nel 2013 a stilare l'inventario).
   I jet israeliani hanno distrutto il sito a Maysaf, a est di Hama e vicino alla costa dove la presenza dei russi è più forte. La base aerea di Hmeimin, difesa da batterie di missili S-400 mandati dalla Russia che in teoria coprono tutto il territorio siriano, è a pochi minuti di volo. La settimana scorsa la Pravda, giornale del governo russo, ha pubblicato un resoconto molto interessante dell'incontro tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il capo del Mossad, Yossi Cohen, con il presidente russo Vladimir Putin a Sochi, sede delle sue vacanze estive. Netanyahu, secondo la Pravda, era in panico, implorava il russo di arginare lo strapotere iraniano in Russia. Putin, invece, non ha mai tradito emozioni e ha risposto che l'Iran è un partner strategico troppo importante. Due settimane dopo, gli aerei israeliani hanno fatto saltare la base siriana - sotto il naso dei russi o con il loro benestare?
   Il raid è un segnale chiaro del governo di Gerusalemme contro il piano russo-americano che prevede la creazione in Siria di zone di tregua - che gli israeliani vedono più come "zone che l'Iran userà come piattaforma militare per lanciare la prossima guerra contro Israele". Il capo di Hamas in Libano, Ali Barakah, ieri ha denunciato "l'attacco sionista" in Siria: segno che ormai l'inimicizia degli anni scorsi con Assad è dimenticata e la saldatura con l'Iran è di nuovo funzionante. Così, due giorni dopo la vittoria importante del regime e di Hezbollah contro lo Stato islamico declinante a Deir Ezzor, l'alba della cosiddetta "stabilità" portata da Assad è questa:
   Israele bombarda impianti per la produzione di armi chimiche, per ritardare una guerra con l'Iran. Del resto, se il regime di Assad fosse davvero una ragione di stabilità, non saremmo a questo punto.

(Il Foglio, 8 settembre 2017)


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Israele bombarda la Siria. La nuova minaccia sono sempre gli iraniani

Fabbrica di armi chimiche distrutta dai jet. Decisivo il ruolo di Hezbollah a Damasco. Putin non aiuta Netanyahu. Gli Usa pensano all'lsis. Gerusalemme fa da sola

di Fiamma Nirenstein

L'area dove si trova il Syrian Scientific Researchers Center di Masyaf
GERUSALEMME - Era quasi la mattina di ieri quando, secondo fonti straniere, una squadra di jet dell'esercito israeliano ha attaccato una fabbrica di armi chimiche e di bombe su territorio siriano, nella regione di Hama a Masyaf. Se ne parlò già nel 2014 come di un alacre centro produttore di veleni chimici pronti per testate missilistiche. Nell'attacco sette persone sono morte, e dal governo di Assad sono subito partite minacce di «serie conseguenze» per il bombardamento e anche congetture sull'interesse di Israele a aiutare l'Isis in difficoltà. Ma l'Isis odia Israele più di quanto odi Assad e Israele la combatte sul suo territorio e fuori con totale determinazione.
   La faccenda è ben diversa: la guerra scatenatasi ormai da sei anni sul territorio siriano è innanzitutto una guerra di ribelli più o meno radicali contro il dittatore Assad. Gli sono giunti in aiuto, costretti poi a condurre una guerra anche contro l'opposizione estremizzatasi in Isis, gli Hezbollah pilotati dall'Iran con sullo sfondo la presenza egemonica di Putin. È per questo complesso puzzle che l'attacco di ieri (ripetiamo, le fonti israeliane tacciono e non ci sono conferme di sorta che si tratti di un'iniziativa israeliana) assume, come dice l'ex capo dei servizi militari Amos Yadlin, una caratteristica «non di routine». Certamente Iran e Hezbollah sono i peggiori e i più pericolosi nemici di Israele. Suoi, senza dubbio, sono stati in questi mesi i frequenti attacchi, che ormai si contano a centinaia, ai convogli iraniani carichi d'anni diretti nelle mani delle Hezbollah per rinforzare la loro forza militare destinata non solo al fronte siriano ma anche e soprattutto alla comune guerra strategica contro Israele.
   Gli Hezbollah si sono spesso vantati di aver ormai accumulato 100mila missili, e l'espansione del loro confine oltre quello del Libano a incorporare il bordo siriano di fatto è un rischio strategico che Israele ha più volte denunciato, perché implica la presenza di un violento, largo fronte sciita con il coltello fra i denti contro lo stato ebraico. L'attacco alla fabbrica d'armi, detta Cers («Scientific Studies and Research Centers») che è un centro di morte chimica e distruzione sperimentata più volte sui cittadini siriani stessi, certifica la decisione di Israele di rafforzare le proprie linee di guardia quando si tratta di proteggere il proprio territorio e la vita dei suoi cittadini.
   Nei giorni scorsi si è parlato della costruzione di due nuove fabbriche d'armi degli Hezbollah, di cui una sotterranea. In questi giorni l'allarme proveniente dal Nord Corea riporta alla luce la questione nucleare legata all'Iran e la sua continua promessa di distruggere Israele. Israele non lo vuole attaccato al confine. Il punto delicato però è la presenza russa: Netanyahu ha cercato di disinnescarlo con un franco colloquio con Putin in cui gli chiedeva che ogni soluzione per la Siria preveda l'allontanamento dell'Iran e degli Hezbollah. La risposta è stata poco rassicurante.
   Le due parti si sono promesse di evitare scambi di fuoco fra aerei, ma finora si parla di almeno un paio di volte in cui i proiettili russi hanno inseguito gli israeliani. L'operazione di ieri ha il sapore di grande mossa preventiva che ebbe la distruzione del reattore di Ozirak in Irak nel 1981 e del sospetto sito nucleare siriano di Deir el Zor nel 2004. Si parlò anche di molte tracce di intervento nordcoreano nell'area. In una parola: proprio adesso, Israele non intende diventare oggetto dei sogni aggressivi, balistici, nucleari, dell'Iran che con gli Hezbollah gli respira addosso.
   Il segnale di ieri è al mondo intero. Se i russi non intendono garantire a Israele un'area libera da pericoli mortali, se anche gli Stati Uniti, come sta accadendo, nicchiano dando priorità alla questione Isis, Israele farà da solo.

(il Giornale, 8 settembre 2017)


Russia e Israele alla prova del conflitto siriano

Nonostante un livello di scambi commerciali decisamente positivo, un elevato numero di incontri al vertice tra i rispettivi leader (ben quattro nel solo 2017) corroborato da un presunto sentimento di amicizia e stima reciproca troppo spesso enfatizzato dai media internazionali, i rapporti tra Russia ed Israele continuano ad essere caratterizzati da una sostanziale ambiguità di fondo che i recenti sviluppi del conflitto siriano hanno ulteriormente evidenziato

di Daniele Perra

 
Ad un anno di distanza dai festeggiamenti per il venticinquesimo anniversario della riapertura dei canali diplomatici diretti tra Russia e Israele, durante i quali Mosca fece dono allo Stato ebraico di un carro armato israeliano catturato a Beirut nel 1982 dalle forze siriane, sembrerebbe finito il presunto idillio diplomatico tra i due paesi con Netanyahu tornato ancora una volta a mani vuote dal suo recente incontro col Presidente russo Vladimir Putin. Oggetto dell'incontro, manco a dirlo, erano ancora una volta le preoccupazioni di Israele riguardo al ruolo dell'Iran in Siria ed alla situazione venutasi a creare ai propri confini nord-orientali con i cosiddetti "ribelli" in ritirata su ogni fronte ed Hezbollah e l'Esercito Arabo Siriano in rapida ascesa, anche dopo la provvidenziale ed eroica rottura dell'assedio di Deir Ezzor.
  Con il crollo dell'Unione Sovietica i rapporti tra Russia ed Israele, interrotti a seguito della guerra dei sei giorni del 1967, hanno conosciuto un progressivo miglioramento sino a raggiungere nel 2015 un picco nel fatturato complessivo del commercio tra i due paesi (riguardante soprattutto il settore dell'industria agroalimentare, della tecnologia e del turismo) che ha toccato i 2.334 milioni di dollari. A ciò si aggiunge il fatto che circa un milione di cittadini israeliani (più o meno il 20% della popolazione) sono di origine russa. Molti ebrei, al momento del crollo dell'URSS, hanno abbandonato i territori delle repubbliche sovietiche per recarsi in Israele. Ed il russo è la terza lingua più diffusa in Israele dopo l'ebraico e l'inglese.
  Non è altresì da sottovalutare il supporto che l'URSS fornì alla creazione dello Stato di Israele nella convinzione che il carattere laico e socialisteggiante del sionismo avrebbe consentito lo sfruttamento della nuova entità statuale in chiave anti-occidentale. Una convinzione subito smentita dai fatti e dallo stesso Ben Gurion che rimarcò in più di un'occasione come il socialismo fosse un semplice strumento per raggiungere l'obiettivo sionista di costruzione di un'entità politico-territoriale nella Palestina storica. Di fatto, i rapporti tra Russia e Israele non sono così limpidi come i dati economici potrebbero lasciar trasparire. La strategia israeliana nell'area si è sempre combinata con quella statunitense opponendosi con forza a tutti gli alleati regionali dell'URSS prima e della Russia ora. Basti ricordare il ruolo svolto dal Mossad nella ribellione islamista di Hama del 1982 contro il governo di Hafiz al-Assad in Siria, o alle forniture in armamenti che Israele fece pervenire, tramite USA e Pakistan, ai jihadisti afgani (e non solo) a seguito dell'intervento sovietico in difesa del governo comunista del paese centroasiatico.
  Quella israeliana nei confronti della Russia si presenta come una strategia indiretta e perimetrale volta a persuadere la Russia ad abbandonare i suoi alleati nell'area. Israele in nessuno caso si oppone apertamente alla Russia. Anzi, cerca di mostrarsi il più possibile amichevole e comprensivo nei suoi confronti mentre contrasta con forza tutti i suoi alleati; in primo luogo Iran e Siria e dunque, indirettamente, la stessa strategia regionale della Russia. Israele, tuttavia, ha bisogno di mantenere con Mosca, soprattutto ora che la Russia è riuscita nuovamente a proiettare sul Medio Oriente una politica di potenza ed influenza simile a quella dell'URSS nella seconda metà del XX secolo, dei rapporti apparentemente buoni e di reciproco rispetto delle aree di influenza. L'obiettivo di Israele sarebbe stato quello di trasformare la Russia in un alleato strategico fondamentale alla pari degli Stati Uniti.
  In questa prospettiva andava letta l'astensione israeliana al voto di condanna dell'Assemblea generale dell'ONU contro l'annessione russa della Crimea o il rafforzamento dei legami commerciali a dispetto dell'imposizioni di sanzioni da parte della Comunità internazionale allo Stato transcontinentale. In base a questi favori non privi di precisi interessi strategici, in più di un'occasione Israele ha esplicitamente richiesto alla Russia di interrompere i suoi legami con l'Iran ed ha cercato di ottenere garanzie dal Cremlino sullo status della alture del Golan occupate da Israele proprio a seguito del conflitto del 1967.
  Tuttavia, nonostante le dichiarazioni del Ministro degli esteri russo Sergej Lavrov che ha garantito il rispetto degli interessi di sicurezza di Israele, giudicando allo stesso tempo inopportuna ogni ulteriore preoccupazione al riguardo, Mosca non ha alcuna intenzione di abbandonare i suoi alleati nell'area e non ha battuto ciglio rispetto alle pressioni israeliane sulla creazione di una zona smilitarizzata nel Sud della Siria (orientativamente 50 km ad Est delle alture del Golan, ben oltre Daraa e fino alla provincia di Sweida). Netanyahu è ben consapevole del fatto che l'occupazione delle alture del Golan non verrà mai accettata fintanto che il governo della Siria rimarrà libero e sovrano. E le sue preoccupazioni sono state acuite dal dispiegamento delle truppe russe (circa 800 effettivi di origine nordcaucasica e dunque in larga parte di religione musulmana) a 8 km dal confine israeliano. Israele ha mosso non poche rimostranze rispetto a tale dispiegamento perché impedirebbe ai suoi reparti speciali operazioni di sconfinamento volte a rifornire in armi, equipaggiamento e dati di intelligence alle forze jihadiste (in particolare l'ex Fronte al-Nusra) che si oppongono al governo di Bashar al-Assad. Una collaborazione confermata anche dall'ex Ministro della Difesa israeliano Bogie Yaalon; lo stesso che dichiarò: "preferisco l'ISIS all'Iran ai nostri confini".
  
Israele ha spesso professato una neutralità, abbondantemente smentita dai fatti, per ciò che concerne il conflitto siriano. Basti pensare alle innumerevoli operazioni militari compiute contro convogli o depositi di armi o gli assassinii mirati di ufficiali siriani, di Hezbollah o dei pasdaran iraniani. L'ascesa di Hezbollah e dell'Iran, infatti, rappresenta per Israele una concreta minaccia esistenziale, e lo stretto legame che questi intrattengono con la Russia costituisce il principale ostacolo ad una potenziale azione militare israeliana. Oltre alla stretta collaborazione energetica, L'Iran è il maggiore compratore di tecnologia militare dalla Russia: 10 miliardi di dollari in aerei militari e carri armati nel solo 2016. A ciò si aggiunge la vendita all'Iran dell'avanzato sistema di difesa missilistico S-300 dispiegato, secondo fonti interne al Ministero della Difesa israeliano, anche in Libano e Siria a protezione dei depositi di armi. Notizia riportata anche dal quotidiano israeliano Haaretz secondo il quale armamenti sofisticati russi sono stati trasferiti dalla Siria al Libano e secondo il quale la Russia stessa fornirebbe copertura diplomatica ad Hezbollah all'interno dell'ONU. Appoggio mai negato dalla Russia che ha spesso sottolineato come la sua politica sia volta al semplice appoggio ad ogni forza governativa legittima all'interno dei paesi della regione.
  Altro motivo di preoccupazione per Israele è la riconciliazione, ad opera del nuovo leader di Hamas Yihyeh Sinwar, tra il Movimento di Resistenza islamico e l'Iran; dallo stesso Sinwar definito come "il principale partner economico e militare di Hamas". Se per Hezbollah, nonostante il notevole incremento delle sue capacità militari ed il sostanziale esito negativo del conflitto del 2006 per le forze israeliane, un eventuale nuovo confronto con l'IDF sarebbe ancora impari, altro discorso vale per l'Iran. Israele non può permettersi un'azione militare unilaterale contro la principale potenza della regione. Per questo la sua diplomazia si mostra ambigua nei confronti della Russia e cerca, allo stesso tempo, l'aiuto dello storico alleato nordamericano.
  Tuttavia, nonostante l'indiscusso e totale appoggio dell'amministrazione Trump, il deep state statunitense è ancora titubante all'idea di un nuovo coinvolgimento diretto degli USA in un conflitto mediorientale. In definitiva, ciò che gli Israeliani sembrerebbero non capire è perché la Russia, a differenza dell'atteggiamento accomodante nei loro confronti di molti paesi occidentali spesso privi di reale sovranità politica o ancora influenzati da una prospettiva filosofica sostanzialmente razzista basata sulla presunzione di superiorità rispetto ad altre forme di cultura, tratti con loro senza nessun particolare riguardo ed allo stesso modo con cui tratta con tutti gli altri paesi della regione. Questo è uno dei motivi per cui l'Unione sionista ha spesso fortemente criticato la Russia e le sue posizioni su Iran ed Hezbollah. La stessa decisione russa di riconoscere Gerusalemme Ovest come capitale dello Stato ebraico, più che una concessione alla volontà sionista, deve essere considerato come monito a non andare oltre. Soprattutto se si tiene in considerazione la volontà di espansione israeliana sulla parte palestinese della Città Santa ed il fatto che spesso la propaganda sionista abbia presentato Gerusalemme come capitale unica ed indivisibile della Stato ebraico.
  Tuttavia, è tempo per Israele di adattarsi ad una mutata realtà in cui non potrà più proiettare la sua politica di potenza sui paesi vicini (anche invadendone lo spazio aereo) senza nessun tipo di ripercussione.

(L'intellettuale dissidente, 8 settembre 2017)


La cucina ebraica ospite a Foligno per i Primi d'Italia

FOLIGNO - Torna dal 28 settembre al 1 ottobre 2017 l'appuntamento con Primi d'Italia, il Festival Nazionale dei Primi Piatti di Foligno. Pasta, riso, zuppe, gnocchi, polenta sono i protagonisti della grande maratona culinaria. Questa edizione ospita nel rione Contrastanga, il Villaggio dei Primi della Cucina Ebraica con prodotti kosher, firmato da Italy Kosher. Un'occasione per incontrare, la cultura ebraica e medio orientale resa possibile grazie all'Ambasciata d'Israele in Italia in collaborazione con l'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo. Nella giornata inaugurale della manifestazione sarà a Foligno l'Ambasciatore d'Israele in Italia Ofer Sachs, che ritirerà anche uno dei premi de "I Primi d'Italia", e Rafael Erdreich Ministro Consigliere per gli affari pubblici e politici.
Da New York arriverà lo Chef a stelle e strisce Michael Toscano che sarà protagonista di uno degli appuntamenti di A tavola con le Stelle, il popolarissimo format che permette ai partecipanti di gustare i menu degli chef stellati della Guida Michelin, tra cui anche: Gianfranco Vissani, Daniele Usai e i fratelli Sandro e Maurizio Serva.

(PRIMAPRESS, 7 settembre 2017)


"Haaretz": il supporto della Russia a Hezbollah mette a rischio la sicurezza di Israele

GERUSALEMME - La minaccia della Russia di opporre il veto alla risoluzione con cui il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il rinnovo del mandato Unifil in Libano, se Hezbollah vi verrà citata come "organizzazione terroristica", preoccupa Israele che - scrive il quotidiano "Haaretz" - teme un contrasto aperto tra le posizioni del Cremlino e gli interessi di sicurezza nazionale di Tel Aviv. E' vero, scrive il quotidiano, che il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov si è affrettato a rassicurare Israele, ma le profonde divergenze che oppongono i due paesi nel contesto del teatro siriano sono gravi: Tel Aviv si oppone con fermezza al piano per le zone di de-escalation nel territorio del paese limitrofo, che Mosca e Damasco intenderebbero assegnare anche alla supervisione delle forze iraniane e di Hezbollah. La posizione protettiva che Mosca ha assunto nei confronti di Hezbollah in sede Onu, scrive "Haaretz", è stata accolta come un segnale preoccupante; è vero però, sottolinea il quotidiano, che l'accordo per le zone di de-escalation ha ottenuto il consenso di fatto degli Usa: Israele si trova per la prima volta nella scomoda posizione di dover simultaneamente adattare le proprie strategie di sicurezza nazionale a due potenze rivali, Stati Uniti e Russia.

(Agenzia Nova, 7 settembre 2017)


Rari sigilli risalenti al Regno di Giuda raccontano l'antica Gerusalemme

di Ilaria Ester Ramazzotti

 
Una rara serie di sigilli recanti i nomi di funzionari che risalgono al Regno di Giuda, prima della distruzione babilonese del 586 aC, è stata scoperta nei pressi delle mura della Città Vecchia a Gerusalemme. Lo ha comunicato il 4 settembre scorso l'Autorità Israeliana per le Antichità. Secondo gli archeologi Ortal Chalaf e Joe Uziel, direttori dello scavo finanziato dalla fondazione Ir David (Città di Davide), i sigilli rinvenuti illustrano alcuni aspetti e procedure della burocrazia e dell'amministrazione di Gerusalemme durante il periodo del Primo Tempio.
   In antichità, un sigillo era in sostanza uno strumento, piatto o cilindrico, con inciso uno stemma, un simbolo, un nome o delle iniziali che, spesso tramite cera o ceralacca fusa, lasciava un'impronta in rilievo per bollare un documento o una lettera che s'intendeva autenticare o proteggere. Nell'ambito della Città di Davide, nel cuore del centro storico di Gerusalemme, sono stati in particolare rinvenute decine di sigilli di argilla ben conservati, utilizzati per chiudere ufficialmente delle lettere testimoniandone il mittente o proprietario.
   "I primi [più antichi] sigilli riportano per lo più una serie di immagini - hanno spiegato Ortal Chalaf e Joe Uziel -. Pare che, al posto di scrivere nomi di funzionari, siano stati usati simboli a riprova del firmatario o di quello che stava siglando". Durante le fasi storiche successive, dal tempo di re Ezechia (circa 700 aC) e fino alla distruzione di Gerusalemme del 586 aC, i sigilli riportano invece i nomi di funzionari in ebraico antico: alcuni mostrano iscrizioni con nomi biblici, molti dei quali sono usati ancora oggi, come "Pinchas".
   "Attraverso questi ritrovamenti - proseguono gli archeologi - apprendiamo [informazioni] non solo sui sistemi amministrativi sviluppati [all'epoca] in città, ma anche sui residenti e su quanti vi hanno prestato servizio". "Un sigillo particolarmente interessante menziona un uomo con il nome di "Ahiav Ben Menahem". Questi due nomi sono correlati al contesto del Regno d'Israele: Menahem era un re d'Israele, mentre "Ahiav" non compare nella Bibbia, ma il suo nome assomiglia a quello di Ahav [Ahab], il famigerato re di Israele dai racconti del profeta Elia". Anche se l'ortografia di "Ahiav" è diversa da "Ahav", sembra trattarsi dello stesso nome, inoltre "la versione del nome che compare sui sigilli scoperti, "Ahiav", appare anche nel Libro di Geremia".
   I sigilli rinvenuti, insieme ad altri ritrovamenti archeologici avvenuti durante i recenti scavi, saranno esposti per la prima volta al pubblico nel corso di una conferenza tenuta annualmente dall'Istituto Megalim, in agenda il 7 settembre al Parco Nazionale Città di Davide a Gerusalemme.

(Mosaico, 7 settembre 2017)


Dopo Italia-Israele, «Reggio Emilia, un modello per gli altri stadi»

Il questore Isabella Fusiello: «Ora ci aspettano altre sfide, ma siamo pronti». Il sindaco Luca Vecchi: «Decisivo il gioco di squadra»

REGGIO EMILIA - «Anche in questo modo, rendendo godibile alle famiglie un grande evento come la partita della nazionale di calcio, si fa politica sportiva. Reggio Emilia ha superato anche questo esame e non a caso sarà tra le città che nel 2019 ospiteranno le fasi finali degli Europei Under 21 nel 2019».
È senza dubbio soddisfatto il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi, che però ci tiene a sottolineare come tutto ciò sia il frutto di un imponente e rodato lavoro di squadra. una squadra che ha nel questore Isabella Fusiello il suo giocatore più importante. Invero, si fatica non poco per strappare alla dottoressa Fusiello un bilancio di quella serata alla responsabile dell'Ordine pubblico.

- Dottoressa, partiamo dalla partita della nazionale. Nessuno nega che la gestione dell'ordine pubblico sia stata pressoché perfetta. E non era scontato...
  «No, il risultato finale non era per nulla scontato ma credo che sia frutto di un lavoro interistituzionale periodico che facciamo da tempo su problematiche di questo tipo».

- Diceva di un lavoro dal risultato non scontato. Per via dell'avversario dell'Italia e delle implicazioni politiche?
  «Certamente ma non per quello che si poteva in un primo momento ipotizzare. Avevamo segnali di una protesta antisraeliana e dai contorni anche antisemiti che avrebbe potuto scoppiare all'interno dello stadio. Tenete conto che nella partita dell'andata ad Haifa si insinuarono nello stadio esponenti di frange di estrema destra che fecero il saluto con braccio teso...».

- Stavolta invece, cosa poteva succedere...
  «Poteva esserci una protesta più eclatante di quella annunciata dei cartellini rossi, con striscioni e cori che per fortuna siamo riusciti a evitare. È andato tutto bene insomma, ma il merito va suddiviso tra diversi attori».

- Possiamo parlare di un modello Reggio Emilia?
  «Sì, quello di Reggio Emilia è già diventato un modello per altre realtà e altre manifestazioni».

(Fonte: Gazzetta di Reggio, 7 settembre 2017)


Anne Frank, il fumetto necessario alla memoria della Shoah

Ari Folman e David Polonsky hanno adattato il «Diario». Uscirà in 50 Paesi il 15 settembre (in Italia con Einaudi), 70 anni dopo la prima pubblicazione del libro.

di Stefano Montefiori

 
Una delle tavole realizzate dal disegnatore David Polonsky
 
Una delle tavole del diario
 
Una delle tavole del diario
«Temo che stia arrivando il momento in cui non ci saranno più scampati all'Olocausto, gli ultimi sopravvissuti stanno morendo e non avremo più testimoni in vita in grado di raccontare la storia. Il rischio è che l'Olocausto diventi una vecchia vicenda della quale ci si può dimenticare, quindi è importante trovare qualsiasi modo per preservare l'interesse, soprattutto delle nuove generazioni», dice Ari Folman, il regista israeliano (Valzer con Bashir, 2008) che ha curato la sceneggiatura del Diario di Anne Frank in versione fumetto.
  Il graphic diary che il 15 settembre uscirà in 50 Paesi tra i quali l'Italia (per Einaudi), 70 anni dopo la prima pubblicazione del libro, è stato presentato il 7 settembre a Parigi dall'editore francese Calmann Lévy e dagli autori, ovvero Folman e il disegnatore israeliano David Polonsky (che già collaborò con Folman per i film di animazione Valzer con Bashir e The Congress), assieme al Anne Frank Fonds creato da Otto Frank, il padre di Anne e l'unico componente della famiglia a tornare dai campi di sterminio.
  Negli scorsi decenni ci sono stati molti adattamenti del Diario di Anne Frank, anche in Giappone con il linguaggio dei manga. Questa però è la prima versione a fumetti autorizzata dalla fondazione, secondo la quale «il libro nell'edizione definitiva curata da Mirjam Pressler resta l'opera di riferimento di Anne Frank, ci assicuriamo che resti disponibile in tutto il mondo in versione integrale, con buone traduzioni e a prezzi ragionevoli. Il diario grafico è pensato come un'introduzione o una lettura supplementare, è un'aggiunta rivolta a giovani lettori di tutto il mondo dai 12 anni in su o a chi è cresciuto con il diario e vuole oggi ripetere l'esperienza in un'altra forma».
  Una squadra di storici, archivisti e traduttori ha accompagnato il lavoro di Ari Folman e David Polonsky, che hanno rispettato fedelmente il racconto dei 743 giorni in cui Otto (il padre), Edith (la madre), Margot (la sorella maggiore di tre anni) e Anne vissero nascosti assieme ad altre quattro persone nella casa al numero 263 di Prinsengracht ad Amsterdam.
  Ovviamente il testo è molto ridotto rispetto all'originale. Alcune lettere di Anne a Kitty sono riprodotte integralmente in tavole a parte. Altri passaggi sono dilatati. Per esempio l'abilità del signor van Daan nel confezionare salsicce «nel libro sta in tre o quattro righe, noi l'abbiamo ampliata: tre pagine intere molto colorate e divertenti da guardare. Ma ci siamo attenuti in modo molto stretto al tono, all'atmosfera generale del Diario», dice Folman.
  Quando i due autori sono stati contattati dalla fondazione per pensare a un fumetto, entrambi hanno risposto «ovviamente no». «Avevo l'impressione — ha detto Ari Folman durante la presentazione — che tutto fosse già stato fatto e detto e poi mi pareva un'impresa gigantesca. Poi nel giro di una settimana ho cambiato idea, anche dopo avere parlato con mia madre di 95 anni e che adesso vive con l'obiettivo di arrivare a vedere anche il film d'animazione che uscirà tra circa un paio d'anni».
  David Polonsky dice di avere rifiutato sulle prime «perché tanti hanno già usato e strumentalizzato questa vicenda. Poi ho pensato che qualcuno avrebbe comunque accettato l'incarico, tanto valeva allora che fossi io, almeno avrei seguito i miei criteri e avrei cercato di farlo nel modo giusto, cercando di non diventare parte dell'industria dell'Olocausto (espressione che dà il titolo al contestato libro di Norman G. Finkelstein uscito nel 2000, ndr), cioè usare una storia per promuovere un'ideologia o giustificare cose terribili. Io ho cercato di raccontare la storia senza secondi fini ideologici».

(Corriere della Sera, 7 settembre 2017)


In Israele un bosco per onorare la memoria dei Magistrati italiani

A Gerusalemme, come esempio di lotta per la libertà e simbolo di amore per la propria patria. Alla cerimonia presenti Piercamillo Davigo e Stefano Amore.

di Victor Rialta

 
   da "Karnenu" - KKL Italia  
Ieri, 6 settembre, a venticinque anni dall'eccidio di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino uccisi assieme agli uomini di scorta, Israele ha dedicato alla loro memoria e a quella degli altri 25 Magistrati uccisi dalla mafia e dal terrorismo, un bosco di 27 alberi messi a dimora vicino a Gerusalemme all'interno della splendida Foresta Presidenziale Tzora. Una targa commemorativa in metallo alta 7 metri, visibile anche dagli aerei in partenza e in arrivo all'aeroporto di Ben Gurion porta scritta questa frase: «Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola». L'iniziativa è stata voluta dal professor Enrico Mairov, presidente delle Associazioni Lombardia-Israele, della Mediterranean Solidarity Association ed anche componente del Comitato Scientifico del Tribunale delle Libertà Marco Pannella, per commemorare i Magistrati caduti in Italia al servizio della giustizia e della libertà dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi. Il bosco della memoria è stato inaugurato alla presenza di un'importante delegazione italiana guidata dai Magistrati Piercamillo Davigo e Stefano Amore, con la partecipazione dell'Ambasciatore italiano in Israele Gianluigi Benedetti e dei vertici del Keren Kayemeth Lelsrael.
   Il bosco in memoria dei Magistrati italiani è realizzato dal KKL, Keren Kayemeth Lelsrael, la più antica organizzazione creata da oltre un secolo per contribuire in maniera costante ed efficace allo sviluppo, al risanamento e al rimboschimento sia del territorio israeliano che di molti altri Paesi nel mondo. L'iniziativa è stata promossa assieme all' Associazione Lombardia-Israele, alla rivista giuridica «Nova Itinera» fondata e diretta dal Magistrato Stefano Amore e all' Associazione F.A.B.I.I.U.S. (Friendship Association Between Italy, lsrael and United States), finalizzata a facilitare gli scambi culturali tra i tre Paesi nei settori quali giustizia, formazione universitaria, welfare, salute ed economia.
   Questo progetto nasce nell'ambito dello storico e stretto rapporto di collaborazione nel campo socio-sanitario e umanitario che da anni lega l'Italia a Israele, testimoniato dal forte impegno di medici, di rappresentanti delle diverse professioni e del volontariato di entrambi i Paesi e fondato sui valori di assistenza e solidarietà come elementi chiave per lo sviluppo della pace nell'area mediterranea. Da oltre trent'anni il professor Enrico Mairov, combattente pluridecorato nella difesa del suo Paese d'origine, opera per la convivenza pacifica nel Vicino Oriente ponendo l'attività medica e umanitaria al centro della cooperazione tra Italia ed Israele, ma coinvolgendo anche tutti i Paesi del Mediterraneo e tutte le categorie sociali in una continua azione di confronto e di collaborazione.
   Diventa sempre più necessario unire i popoli per affrontare i pericoli delle nuove guerre, per scongiurare il dramma di nuovi genocidi, per evitare nuove violenze, per impedire la tragedia delle nuove povertà. Ed è proprio per continuare questo difficile e sofferto percorso di pace che Israele, estremo limite d'Europa, ha deciso di onorare l'Italia commemorando questi Magistrati italiani, esempio di lotta per la Libertà e simbolo di amore per la propria patria. Ma questo è solamente un altro piccolo passo nel lungo e difficile cammino intrapreso per difendere il diritto alla Libertà, alla Giustizia e alla Vita. La sensibilità, il rispetto e la generosità, che ancora una volta Israele sta dimostrando nei confronti dell'Italia, sono un patrimonio comune, un gesto di fratellanza che unisce due popoli e due Stati, che segna il preciso confine dove è necessario fermare la barbarie della violenza, delle guerre e dell'odio.
   Il confine d'Europa, il confine della nostra libertà, il confine della nostra cultura, il confine dove viene costruito il futuro delle generazioni è qui, in questa terra sacra e martoriata d'Israele, in questi luoghi dove è in gioco il destino dell'umanità e la pace del mondo. Non dimentichiamolo mai.

(Il Tempo, 7 settembre 2017)


Olimpiadi di Monaco '72. Finalmente un memoriale per gli israeliani uccisi

Inaugurato ieri, nel parco olimpico di Monaco di Baviera, un memoriale in ricordo delle vittime degli attacchi terroristici palestinesi di Settembre nero che il 5 settembre 1972, presso il Villaggio dei Giochi 1972 e l'aeroporto della città tedesca causarono undici vittime della delegazione israeliana (più un poliziotto tedesco e cinque assalitori). A ufficializzare l'occasione i presidenti di Germania e Israele, Frank Walter Steinmeier e Reuven Rivlin. «Abbiamo atteso questo momento per 45 anni» ha detto quest'ultimo. In particolare lo hanno atteso i parenti degli assassinati che da anni chiedevano un simile gesto. «L'attesa è durata troppo a lungo» ha sostenuto Steinmeier. Presente anche il n.1 del Cio, il tedesco Thomas Bach. Al quale è stata. nuovamente avanzata la richiesta che durante le cerimonie di inaugurazione delle Olimpiadi venga osservato un minuto di silenzio in ricordo. «Non sono l'ambito giusto - ha ribadito - ma non faremo mai mancare il nostro ricordo».

(La Gazzetta dello Sport, 7 settembre 2017)


Cultura Ebraica. Il festival e la Terra

Il rapporto tra Uomo e Madre Natura è al centro dell'edizione 2017: incontri, ospiti, riflessioni e la Notte della Cabala

di Valentina Aulenta

 
Piazza Cinque Scole nel quartiere ebraico di Roma
ROMA - Il Festival Internazionale di Letteratura e Cultura Ebraica, giunto alla sua decima edizione, apre i battenti con un cartellone denso di eventi straordinari che vedranno il Quartiere Ebraico animato da musica, spettacoli, dibattiti, degustazioni ed incontri letterari.
Tema di questa edizione sarà Earth. Life beyond, un percorso di riflessione e di approfondimento culturale, sociale e filosofico sul legame dell'uomo con la terra, in particolare dell'ebreo con la terra d'Israele e con le altre terre, sull'esilio, sullo sradicamento e sulla terra promessa con numerosi e prestigiosi ospiti internazionali. La kermesse sarà inaugurata dalla Notte della Cabbalà (sabato) durante la quale verranno eccezionalmente aperti in notturna e con ingresso gratuito anche il Museo Ebraico e la Grande Sinagoga, nell'Antico Ghetto. Grande attesa anche per l'inaugurazione della mostra Israele. Ritorno alla Terra (sabato), tributo alle famiglie che, a partire dal 1948, hanno fatto ritorno a casa dando vita allo Stato di Israele. A seguire un incontro dal titolo Diaspora. Identità e Dialogo (domenica) che si svolgerà
Ketty Di Porto
nell'ambito del gemellaggio del Festival con la Giornata Europea della Cultura Ebraica. Simonetta Agnello Hornby, Pierpaolo Pinhas Punturello e Francesca Nocerino narreranno, poi, le vicende degli ebrei nel meridione d'Italia (11/09). Le interviste di Benedetta Tobagi alla filosofa e sociologa Agnes Heller e di Edoardo Camurri ad Helena Janeczek, autrice del romanzo La ragazza con la Leica (12/09), saranno uno dei momenti centrali del Festival che si concluderà con un omaggio al grande artista e musicista Herbert Pagani articolato in un reading scandito da momenti musicali che vedrà protagonista Ketty Di Porto.

(Leggo Roma, 7 settembre 2017)


L'identità del popolo ebraico dalla diaspora alle migrazioni

di Ivana Zuliani

FIRENZE - Dall'esodo del popolo ebraico alle migrazioni di oggi, dalla convivenza in Paesi diversi al dialogo tra culture differenti. La Giornata Europea della Cultura Ebraica, in programma domenica, ruota intorno a una parola e alle sue mille declinazioni: diaspora. In Toscana le comunità ebraiche ne parlano attraverso incontri, ma anche visite guidate, laboratori, degustazioni, concerti e spettacoli. «La dispersione del nostro popolo costretto a vivere in altri luoghi con altre culture, confrontandosi con loro ma mantenendo sempre la propria identità, è anche lo spunto per riflettere sul mondo contemporaneo, sempre più multiculturale» spiega Laura Forti, assessore alla Cultura della comunità ebraica di Firenze.
   Nel capoluogo toscano l'appuntamento è alla Sinagoga di via Parini. Qui si discuterà di «Diaspore e migrazioni: il modello ebraico» con l'assessore al Welfare di Palazzo Vecchio Sara Funaro, il giornalista Wlodek Goldkorn, lo storico Giovanni Gozzini, la psicologa Silvia Guetta ed Eldad Golan, addetto culturale dell'Ambasciata d'Israele in Italia.
   Ma ci sarà spazio anche per la presentazione del romanzo Svegliare i leoni di Ayelet Gundar Goshen, per la Musica in viaggio della Klezmerata Fiorentina, formazione klezmer nata da una costola del Maggio Musicale, per assaggi gastronomici kosher e per la proiezione del film Between fences del regista israeliano Avi Mograbil. La mostra Kadima, racconta per immagini la storia della nave salpata in segreto da Pellestrina verso Israele il 5 novembre del 1947, con a bordo 794 sopravvissuti alla Shoah. I più piccoli potranno ascoltare le fiabe che arrivano da luoghi lontani al «Balaghino dei bambini», una tenda nomade, dimora provvisoria simbolo del viaggio e metafora della diaspora, ma anche luogo di condivisione e incontro. L'evento conclude idealmente il festival estivo Balagan Cafè, che quest'anno è stato reso possibile grazie all'iniziativa di crowdfunding lanciata all'inizio dell'estate e a un contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze.
   La Giornata (www.firenzebraica.it) si svolgerà in contemporanea anche a Siena con un programma di incontri, proiezioni e visite guidate e a Monte San Savino dove sarà possibile visitare l'ex Sinagoga e il Mikvè e il cimitero ebraico.

(Corriere Fiorentino, 7 settembre 2017)


In Medio Oriente c'è soltanto un vincitore: l'Iran

Hassan Rouani
La turbolenta fase di transizione che sta investendo il Medio Oriente, consegna al mondo un solo vincitore: la Repubblica Islamica dell'Iran. Dalla guerra in Siria alla crisi del Qatar, dallo Stato islamico alla Turchia, l'Iran è riuscito in questi ultimi anni a ritagliarsi uno spazio di manovra fondamentale all'interno del quadrante mediorientale, neutralizzando ogni tipo di attacco nei confronti della sua sfera d'influenza e costruendo una rete di alleanze e d'influenze che lo pone al primo piano fra le potenze del Vicino Oriente. La guerra in Siria, in questo senso, è stata l'emblema della capacità di reazione di Teheran al progetto di contenimento della sua politica. Dall'inizio delle rivolte del 2011, l'intento delle potenze del Golfo e della Turchia, con la benedizione di Israele, è stato quello di fare in modo che Bashar Al Assad cadesse per spezzare fisicamente e politicamente i legami che connettevano l'Iran al Mediterraneo - leggi Hezbollah - e soprattutto strappando Damasco dallo storico legame politico e culturale con Teheran. Le dinamiche della guerra, con le rivolte, le ribellioni armate e supportate dalle potenze straniere e infine con l'invasione dei terroristi dello Stato islamico, sembravano dover piegare questo legame e distruggere lo Stato siriano. Oggi, dopo che a essere spezzato è stato l'assedio di Deir Ez Zour, possiamo dire che il piano è fallito. E quello che sembrava essere il tramonto dell'influenza iraniana in Medio Oriente, si è trasformato in un boomerang nei confronti dei suoi nemici, che oggi assistono non solo a un mantenimento di queste influenze, ma anche ad un loro netto miglioramento. Le forze iraniane, intervenute in massa nella guerra in Siria, rappresentano oggi per l'opinione pubblica siriana la garanzia della stabilità: sono coloro che hanno salvato la Siria dallo Stato islamico insieme alle milizie di Hezbollah. E questa guerra non ha fatto altro che consolidare questo rapporto di fiducia e collaborazione fra Iran, Siria e milizie libanesi, sia da un punto di vista politico, sia da un punto di vista prettamente militare.
  Anche sull'altro fronte di guerra allo Stato islamico, l'Iraq, le forze iraniane sono riuscite a creare i presupposti per un'asse fra Teheran e Baghdad che, fino a pochi anni fa, sembrava impossibile da realizzare. L'intervento decisivo delle forze sciite irachene per contrastare la violenza del Califfato e per liberare molte città, hanno fatto sì che queste diventassero imprescindibili nella rinascita dello Stato dell'Iraq e che ottenessero dal governo centrale garanzie politiche e militari che le hanno rese di fatto una forza contigua all'esercito regolare. Sostenute economicamente e militarmente da Teheran, le PMU (Popular Mobilization Units) hanno fatto da anello di congiunzione fra Iran e Iraq, e da base per le successive collaborazioni fra questi due Paesi. A unire questi due Paesi, oggi non c'è soltanto la necessità della sconfitta dello Stato islamico. Tra Baghdad e Teheran è nata una convergenza sul fronte dei curdi, ritenuti un pericolo per la stabilità di entrambi i Paesi soprattutto qualora essi dovessero diventare oggetto di contrattazione con gli Stati Uniti, e anche sul fronte petrolifero, sono stati siglati numerosi contratti in particolare per il greggio del Kurdistan. Così, due Paesi che hanno combattuto una delle guerre più sanguinose degli ultimi decenni, e che ancora oggi è una ferita aperta nei due popoli, sono diventati partner imprescindibili l'uno dell'altro. L'Iran, necessario a Baghdad per liberarsi dal terrorismo; l'Iraq, necessario a Teheran per costruire il cosiddetto "crescente sciita" dalla Persia al Mediterraneo.

(Gli Occhi della Guerra, 6 settembre 2017)


Ice-Agenzia accompagna per la prima volta otto startup italiane a DID Tel Aviv 2017

ROMA -E' stata inaugurate oggi, negli spazi dell'ex stazione ferroviaria di Hatachana a Jaffa (Tel Aviv) la quinta edizione della DLD Conference.
La DLD (Digital Life Design) e' la principale conferenza internazionale sull'innovazione digitale ed e' l'atto conclusivo dell'Innovation Festival, momento in cui, per una settimana, soggetti che si occupano di innovazione provenienti da tutto il mondo, si incontrano e si confrontano con uno dei principali poli tecnologici a livello mondiale.
Ogni anno alla DLD Conference partecipano le principali imprese del settore ICT come Google, Amazon, Microsoft, Samsung, e Apple, incubatori e acceleratori d'impresa, istituzioni, banche, universita', ecc.
Nell'edizione 2016 i partecipanti sono stati circa 3,000, provenienti da 53 Paesi.
Per la collettiva Italiana e' stato allestito uno spazio di 40 Mq nel padiglione denominato "International Village" che ospita le collettive internazionali.
Le otto start-up innovative Italiane hanno a disposizione uno spazio individuale in open space nel quale presentare la loro idea ai visitatori e incontrare gli investitori secondo un calendario d'incontri predisposto da ICE Tel Aviv.
Per dare maggiore visibilita' alla presenza Italiana sono stati realizzati un catalogo e un sito web con i profili delle start-up.
A margine della partecipazione ufficiale Italian alla conferenza e' stata organizzata una visita all'ecosistema finanziario e tecnologico di Tel Aviv.
La mattina del 5 settembre e' stata visitata la sede dell'Hub Fintech d'Israele "The Floor" con la partecipazione dell'Ambasciata d'Italia in Israele.
Dopo il saluto dell'Ambasciatore Gianluigi Benedetti, da poco in servizio in Israele, e la visita alla mostra sull'innovazione, le start-up Italiane hanno tenuto un pitch di presentazione.
All'incontro presso "The Floor" ha partecipato anche l'Assessore al Bilancio, Partecipate e Innovazione della Citta' di Firenze, Lorenzo Perra, presente in questi giorni a Tel Aviv per partecipare a DLD in qualita' di keynote speaker del panel "Cities: the hotbeds of innovation".
Nel pomeriggio del 5 settembre la delegazione italiana ha seguito il seminario sulla circular economy nell'ambito del "Tel Aviv City Summit 2017" tenutosi presso il Museo d'Arte Contemporanea di Tel Aviv e, successivamente, ha avuto un incontro di presentazione con l'importante fondo di venture capital Wadi Ventures.

(Italian Trade Agency, 6 settembre 2017)


Tank invisibili e fucili intelligenti: le armi del futuro a cui lavora Israele

Tra mitra volanti e sistemi di riconoscimento facciale del nemico la guerra somiglierà sempre più a un videogame. Ma a morire saranno persone vere.

Carri armati invisibili, mitra volanti e fucili "sapienti". La guerra in futuro somiglierà sempre più a un videogame, con la variabile che a morire non saranno avatar virtuali ma persone vere.
A svelare quali saranno le armi di domani è Israele. Fra queste vi sono tank di tipo "Carmel" indifferenti al lancio di razzi anticarro e che addirittura possono rendersi invisibili, almeno di notte. Vi sono anche fucili automatici (ad esempio gli M16 o gli israeliani Tabor) che micidialmente potranno sparare dal cielo, appesi a droni spettacolari, essendo manovrati da terra. E fucili "intelligenti", il cui grilletto scatterà solo quando sarà matematicamente sicuro che il proiettile in canna colpirà l'obiettivo prescelto. Questo perfezionamento sembra particolarmente utile per quei soldati che siano giunti in posizione di tiro dopo aver compiuto uno sforzo fisico, ancora ansimanti. In quei frangenti, la precisione del primo colpo può significare la salvezza del militare di Israele.
   In un Paese tuttora grato ai mezzi blindati che nella guerra del Kippur (1973) respinsero l'attacco congiunto di Egitto e Siria, e che peraltro va fiero del proprio carro armato Merkava (anche se e' ora reputato un po' goffo e massiccio) fa notizia in questi giorni la rivelazione che entro pochi anni entrerà in dotazione il ben più agile e scattante Carmel. Potrà essere manovrato da due soli carristi (invece che dai quattro di norma) i quali all'interno della torretta avranno la sensazione di essere come piloti di un aereo da combattimento. Avendo a disposizione ampi schermi per controllare la situazione non dovranno più rischiare la vita esponendo la testa fuori dall'abitacolo.
   Se poi fossero impegnati in centri abitati, potranno sollevare le loro armi di bordo di oltre 60 gradi, per poter colpire così anche i piani alti degli edifici. Nei fantascientifici laboratori dell'Amministrazione per lo sviluppo delle armi del ministero della difesa si ricorre anche alle più moderne tecnologie per sviluppare apparecchi capaci di riconoscere volti in tempo reale, anche se protetti da barbe o da cappelli; e si lavora al "Sistema Fast", che e' capace di sparpagliare dall'aria sul terreno nemico un migliaio di piccoli sensori per chiuderlo così in maniera ermetica dal punto di vista dell'intelligence.

(In Terris, 6 settembre 2017)


Israele reputa Hezbollah troppo debole per affrontare una guerra

GERUSALEMME - Le Forze di difesa israeliane hanno intrapreso martedì la più vasta esercitazione militare degli ultimi vent'anni, che ha come principale obiettivo quello di preparare l'apparato militare e di sicurezza del paese a un possibile conflitto contro le milizie sciite libanesi di Hezbollah. Ciononostante, secondo le valutazioni delle Forze di difesa riprese martedì dalla stampa israeliana, il gruppo sciita sta attraversando un momento di instabilità economica e politica al suo interno. La crisi di Hezbollah si sarebbe aggravata in seguito all'assassinio di uno dei suoi principali leader, Moustafa Badreddine, avvenuto in Siria nel 2016. Secondo gli analisti della Difesa israeliana, dunque, le continue minacce a Israele non dovrebbero sfociare in un conflitto aperto, complici anche le perdite che la milizia libanese ha subito in Siria e Iraq. Ieri un ufficiale di Hezbollah, citato in forma anonima da diverse fonti mediatiche libanesi, ha avvertito comunque che il gruppo è "all'erta e pronta a rispondere a qualsiasi scenario" di conflitto. "Gli israeliani non riusciranno a sorprenderci - ha aggiunto - conoscono troppo bene le capacità di Hezbollah dopo le perdite che hanno subito nel 2006 (la seconda guerra del Libano)".

(Agenzia Nova, 6 settembre 2017)


Fischi all'Italia. Nessun «cartellino rosso» contro Israele

di Massimo Cecchini

REGGIO EMILIA - Davanti a una luna che regna, la Reggio del Tricolore alterna carezze e scappellotti. Per gli azzurri di Ventura tanti applausi, ma quando la Nazionale mostrava il volto peggiore di sé i fischi non sono mancati. All'intervallo, ad esempio, l'Italia è andata al riposo tra la disapprovazione dello stadio, che forse si aspettava di meglio. Poi il gol liberatorio di Immobile ha messo in discesa il match, facendolo virare verso la festa.

 Cartellini rossi
  Sul fronte dell'ordine pubblico tutto è filato liscio, grazie al lavoro d'intelligence da parte del Viminale e all'impegno delle forze dell'ordine. Come era previsto comunque la Bds Italia, l'associazione per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele - che chiede anche l'espulsione di Israele dalla Fifa per violazione dei diritti umani - aveva organizzato un «volantinaggio» per la consegna di cartellini rossi anti-Israele da mostrare durante la partita, ma molti di questi sono stati bloccati durante le perquisizioni all'ingresso. Per questo la temuta protesta non si è verificata, cosi come gli estremisti di destra, a differenza della gara d'andata, stavolta non sono andati a cercare quel quarto d'ora di visibilità che tanto piace.

(La Gazzetta dello Sport, 6 settembre 2017)


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Un pronostico quasi azzeccato

"Tu per chi tieni? per l'Italia o per Israele?", m'ha chiesto a bruciapelo l'altro ieri mia moglie. Ad un ebreo italiano, una domanda simile fatta in pubblico sarebbe una provocazione, ma rivolta in privato a un non ebreo amico d'Israele la domanda ci può stare. Pensierosamente, mi sono riservato di rispondere. Il giorno dopo, cioè ieri, ho sciolto la riserva. "Ho deciso il risultato della partita", ho annunciato solennemente. "Ah sì - ha detto mia moglie - e quale sarebbe?""Due a uno per l'Italia". Naturalmente non era una profezia, ma un motivato desiderio. E l'ho spiegato. Se dopo la disfatta con la Spagna, l'Italia perde in casa con Israele, o anche soltanto pareggia, è un disonore nazionale, un disastro con imprevedibili conseguenze. D'altro lato, non sarebbe appropriata neppure una sconfitta troppo umiliante per Israele, uno stato che deve già sopportare tante altre ingiuste umiliazioni. L'Italia ha vinto di stretta misura: ho azzeccato il nome del vincitore e lo scarto di gol, posso dirmi soddisfatto. E credo che siano soddisfatti anche i due traballanti allenatori: per tutti e due poteva andare meglio, ma poteva andare anche molto peggio. Soprattutto si può essere soddisfatti dell'accoglienza che Reggio Emilia, e con lei la nazione Italia, ha saputo dare alla nazione Israele. "Ci hanno accolti con piacere, calore. Siamo stati rispettati", ha detto l'allenatore Elisha Levy. E' il risultato più soddisfacente. M.C.

(Notizie su Israele, 6 settembre 2017)


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L'allenatore israeliano: "Contento di aver messo in difficoltà l'Italia"

di Andrea Losapio

"Siamo andati vicini al pari, qualche occasione l'abbiamo creata, c'è sempre un po' di rammarico. Nel complesso sono soddisfatto. Siamo contenti che ci hanno accolto con piacere, calore. Siamo stati rispettati. L'Italia? Sono tantissimi giocatori importanti, da Verratti, Barzagli, De Rossi. Ha tutte le possibilità di passare il turno. Fiero di averli messi in difficoltà in un girone proibitivo".
Su Ben Haim. "È un gran calciatore, un capitano vero, è fisicamente molto forte. Sono molto contento di aver rispolverato un giocatore così importante".
Sulle critiche. "Forse erano esagerate, dopo la Macedonia, ma voi vedete sempre tutto bianco o nero, non vedete le sfumature. La Macedonia è una buona squadra, ha meno punti di quanti ne meriterebbe".
Sul portiere Harush. "Sono molto contento della sua prestazione, abbiamo molti portieri più o meno tutti sullo stesso livello. Se non dovesse avere problemi sarà il titolare".
Su Zahavi. "Non capisco perché dobbiamo tirare fuori questo discorso, Zahavi è un buon giocatore ma non è con noi. Peccato magari non avere preso nemmeno un punto e non aver giocato così in altre occasioni".
Inizia Levy.

(TUTTOmercatoWEB, 5 settembre 2017)


Il Giro d'Italia a Gerusalemme omaggerà Gino Bartali

La prossima corsa rosa che scatterà probabilmente dalla città cara alle tre religioni monoteiste, ricorderà il campione "Giusto tra le nazioni".

di Adam Smulevich

 
 
Partirà da Gerusalemme il prossimo Giro d'Italia. Un' estate di attesa, e poi ormai imminente l'annuncio ufficiale. La grande novità del panorama ciclistico dovrebbe svilupparsi anche attorno alla Città Vecchia, intreccio unico di culture, identità e religioni e virtuale candidata a capitale dello sport (almeno su un piano simbolico) per il 2018.
   Già nel 2011 si corse con profitto tra quelle strade, su iniziativa del team Saxo Bank e in particolare di un suo giovane stagista nato da queste parti, Ran Margaliot. Oggi Ran, appesa la bici al chiodo, è team manager dell'Israel Cycling Academy. E cioè la prima squadra professionistica mai avviata in Israele, nata su impulso di volenterosi che hanno rivoluzionato l'approccio dell'israeliano medio verso il ciclismo: non più disciplina semi-esotica da osservare con distacco, ma qualcosa in cui investire il proprio tempo libero e le proprie passioni. Sei anni fa, in occasione del Jerusalem Criterium (vincitore per la cronaca Alberto Contador), la risposta popolare fu notevole. Facile immaginarsi che nel maggio del 2018 sarà ancora più significativa. Anche perché una delle wild card a disposizione degli organizzatori, si dice, dovrebbe essere assegnata proprio alla Cycling Academy. Dal deserto del Negev a Tel Aviv, dalla Galilea ad Haifa: sono tante le voci che si rincorrono in queste ore sulle località che saranno toccate nella tre giorni di corsa previsti in Israele. Sicuramente ci saranno dei punti imprescindibili. Uno dei quali sarà l'omaggio a Gino Bartali, il ciclista eroe che lo YadVashem ha riconosciuto Giusto tra le Nazioni nel 2013. Il Memoriale della Shoah di Gerusalemme, luogo simbolo dello sterminio ma anche del coraggio di chi vi si oppose, sarà senz'altro nel pacchetto. Si tratta di una vicenda tra l'altro molto cara a Margaliot e ai suoi ragazzi, tanto che negli ultimi due anni, in collaborazione con Pagine Ebraiche, hanno affrontato a pedali gli itinerari di Gino il Giusto.
Sono diversi gli scenari suggestivi ad aprirsi con il Giro 2018. A far scuola anche l'esperienza della Gran Fondo che si svolge ogni anno con affaccio sul Mar Morto richiamando tanti appassionati (anche italiani) in una cornice rara. Tra le anime della corsa c'è infatti Harel Nahmani, un vero e proprio fanatico del Giro. Più volte in passato, assieme a un manipolo di connazionali conia stessa malattia, è stato avvistato sulle strade della corsa in rosa. Gli stessi percorsi, le stesse salite affrontate qualche ora prima dai professionisti.
   Il ciclismo è una passione che avvolge sempre di più Israele. Tra gli amanti viscerali della disciplina spicca ad esempio la neo viceambasciatrice in Italia, Ofra Fahri, in passato vicepresidente della federazione ciclistica nazionale. Da tenere d'occhio anche Giovanni Bloisi, un pensionato Enel che da alcuni anni pedala migliaia di chilometri per tenere alto il valore della Memoria. La scorsa primavera, arrivando allo Yad Vashem dopo un lungo viaggio, aveva promesso:« Tornerò presto». Difficile che si faccia sfuggire un'occasione così.

(Corriere Fiorentino, 6 settembre 2017)


Magistrati uccisi, omaggio in Israele

Ventisette alberi come simbolo, delegazione con Davigo e Rispoli

BOLZANO - Ventisette nuovi alberi piantati in ricordo degli altrettanti giudici italiani uccisi in servizio, tra cui Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
A piantarli in queste ore, nella foresta presidenziale di Tzora - non lontano da Gerusalemme - dedicata alla memoria di Chaim Weizmann, primo presidente delle Stato, sarà una delegazione di magistrati italiani, tra cui Piercamillo Davigo, Guido Rispoli, Fausto Cardella, Paola Mastroberardino, Giuseppe Corasaniti e Mario Fiore. Un'iniziativa organizzata dalla rivista Nova Itinera, diretta da Stefano Amore, magistrato addetto alla Corte costituzionale. Il gruppo resterà nel Paese fino a martedì su iniziativa della sezione italiana del Keren Keyemeth Lelsrael (KKL).
Alla cerimonia ci sarà anche il neoambasciatore italiano in Israele, Gianluigi Benedetti. La delegazione avrà anche altri impegni, come per esempio nel pomeriggio di domani, quando avrà un incontro al Tempio italiano di Gerusalemme con una rappresentanza della comunità ebraica di origine italiana, composta da Sergio Della Pergola, insieme a David Cassuto, Viviana Di Segni, Umberto Pace e Beniamino Lazar. Ci sarà anche una serie di interventi tra cui quello di Leon Amiras in rappresentanza dell'Ordine degli avvocati di Gerusalemme.

(Corriere dell'Alto Adige, 6 settembre 2017)


E’ pronto a Ferrara il Museo dell'ebraismo

L'annuncio del ministro Franceschini. Inaugurazione il 13 dicembre nell'ex carcere di via Piangipane

di Stefano Bucci

Il logo del nuovo Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah che si inaugura a Ferrara il 13 dicembre
Sarà la mostra Ebrei, una storia italiana, i primi mille anni a inaugurare ufficialmente, il prossimo 13 dicembre, nell'ex carcere circondariale di Ferrara (quello di via Piangipane, costruito nel 1912 e attivo fino al 1992, dove erano stati rinchiusi antifascisti, partigiani e dopo l'8 settembre 1943 membri della comunità ebraica, tra cui Matilde e Giorgio Bassani), il Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah (acronimo: Meis, meisweb.it).
   O, almeno per ora, la prima parte di questo museo nato, come ha ricordato ieri il ministro dei Beni e delle attività culturali Dario Franceschini, da un'idea originale di Vittorio Sgarbi e Alain Elkann (la legge istitutiva approvata con voto unanime è del 2003). Tre piani (1.269 metri quadri) che ospiteranno anche la biblioteca e il centro di documentazione a cui nel 2020 dovrebbero poi aggiungersi 5 nuovi edifici «a richiamare i 5 libri della Torah», altri 2. 733 metri quadrati secondo il progetto architettonico vincitore firmato dallo studio Scape.
   Un'operazione «di grande importanza alla cui promozione - ha spiegato il ministro - siamo ora chiamati a lavorare e che non a caso abbiamo voluto legare alla Giornata europea della cultura ebraica che si celebra domenica 10 settembre»: 49 milioni di euro stanziati in diversi lotti il contributo del Mibact all'intero progetto del Meis.
   Al centro del percorso ci saranno «2.200 anni di vitale e ininterrotta presenza degli ebrei in Italia, per valorizzarne le tradizioni e i fondamentali contributi alla storia e la cultura del Paese» come ha sottolineato il presidente del Meis, Dario Di Segni (direttrice è Simonetta Della Seta), per il quale «il museo si pone l'obiettivo di essere un polo culturale sull'ebraismo, di far conoscere la vita, il pensiero e la cultura ebraica italiana, di essere un luogo aperto e inclusivo, un laboratorio di idee e riflessioni». Dove grande importanza avrà il legame con le scuole e con il turismo scolastico.

(Corriere della Sera, 6 settembre 2017)


Al Museo Ebraico di Bologna, volti e suoni dal passato

Da stasera la rassegna di incontri «Jewish Jazz». Il Ghetto ebraico di Shanghai, sarà raccontato dal compositore, Paci Dalò

Al Museo Ebraico di Bologna da oggi torna il festival «Jewish Jazz», esplorazioni sul rapporto tra musica e immagini nell'universo ebraico in tre serate con ingresso libero nel cortile del Meb, in via Valdonica 1/ 5.
   Questa sera alle 21 si comincerà con la storia del Ghetto ebraico di Shanghai, raccontata da «Ye Shanghai» (2012) del compositore, clarinettista e regista Roberto Paci Dalò. Un'installazione audiovideo che racconta i vari aspetti della vita, prima del 1949, nel ghetto di Shanghai, una zona di un miglio quadrato occupata dai giapponesi, che ha ospitato migliaia di profughi ebrei fuggiti dall'Europa occupata dai tedeschi, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. Una vera e propria opera d'arte contemporanea basata su materiali audio e video degli anni tra il 1933 e il 1949. In particolare, le atmosfere dell'epoca risuoneranno grazie a una nota canzone cinese degli anni 30, Le notti di Shanghai, decomposta e ricostruita da Paci Dalò creando frammenti elettroacustici, samples e campionamenti tratti dal brano originale, a cui il compositore ha aggiunto i propri clarinetti. Ad accompagnare l'audio, le straordinarie immagini di quegli anni ritrovate dall'artista in un fondo del British Film Institute di Londra, di nuovo visibili dopo decenni di oblio. Non solo quindi le vite delle persone che hanno vissuto in quel miglio quadrato, ma anche le diverse architetture, i suoni dell'epoca, le immagini rarissime degli anni in cui, dopo la Notte dei Cristalli, circa 23.000 profughi sono salpati da Trieste per approdare 23 giorni dopo al porto di Shanghai, che consentiva l'ingresso senza né visto né passaporto.
   La seconda serata, sabato alle 21, sarà con la sonorizzazione dal vivo del quartetto guidato da Gabriele Coen di Der Golem di Paul Wegener, il film muto del 1920 basato sul mito praghese rappresentante l'archetipo umano, inteso come materia da plasmare e in cui infondere il soffio divino. Gran finale mercoledì 13 con la presentazione ufficiale di Sephirot, il racconto della Kabbalah in musica, nuovo lavoro del sestetto del sassofonista Gabriele Coen, accompagnato dalle interazioni videolive dell'artista Gabriel Zagni.

(Corriere di Bologna, 6 settembre 2017)


A Bacoli Rachel, figlia di un ebreo scampato ai campi di sterminio

di Melania Scotto

 
BACOLI - Sul filo della memoria la città di Bacoli incontra Rachel e suo marito Ashavi Daum, rispettivamente figlia e genero di uno degli ebrei sopravvissuti al campo di sterminio nazista di Auschwitz e che, giunto in paese nel 1946 fu accolto nell'ex Villa Scalera. Alex Kunstlinger arrivò nella cittadina flegrea insieme ad altre decine di rifugiati, integrandosi progressivamente nella popolazione locale mentre si preparavano per l' Aliyah (il viaggio per raggiungere Israele).

 La memoria
  A ricostruire la storia, ignota ai più è Elio Samuele Guardascione, Presidente dell'"Associazione culturale Bacoli-Kymi", che su quegli anni ha raccolto una straordinaria mole di documenti e testimonianze: «In poco più di un anno, grazie alla ricerca che sto portando avanti da qualche tempo e che sta avendo grande eco in Israele, sono giunti a Bacoli i fiqli di Nico Weiss, di Izhak Kalit, di Mordechai Roitman, per conoscere i luoghi dove, i loro genitori vissero i primi momenti felici dopo la tragica e sconvolgente esperienza nei lager - racconta Elio Guardascione -. Un viaggio di conoscenza e di riconoscenza per i luoghi e per le persone che segnarono tutti e in modo eccezionalmente positivo: ognuno degli ospiti di Villa Scalera ha raccontato della bellezza dei luoghi e della accoglienza fraterna e disinteressata ricevuta a Bacoli, e, ognuno di loro ha stimolata una grande curiosità e una grande voglia di conoscere i nostri luoghi e la nostra gente ... ed ecco, che in piccoli gruppi vengono a Bacoli».

 Il caso
  Ma stavolta, la visita di Rachel alla cittadina flegrea addolcisce una vicenda che avrebbe altrimenti visto la città "macchiarsi" ingiustamente di un triste episodio di cronaca nera. «I testimoni bacolesi che, durante la ricerca avevo intervistato, raccontarono, tutti, di una tentata rapina finita in tragedia: un bacolese avrebbe ucciso uno degli ebrei - racconta ancora il signor Guardascione - invece, i fatti ebbero un esito diverso: Alex Kunstlinger effettivamente fu colpito e fu gravemente ferito ma, dopo un ricovero di 40 giorni, ritornò, vivo e vegeto a Bacoli e, la visita della figlia ne costituisce la prova provata».

 Rachel sulle orme del padre
  Confiscata dal ministero della Guerra dopo il 25 luglio 1943 e dagli Alleati dopo il loro arrivo nei Campi Flegrei, la dimora che divenne la "casa ricovero" degli ebrei sino all'agosto del 1946, era stata di proprietà di Michele Scalera, un ricco imprenditore napoletano, che come tantissimi altri italiani era stato in affari con Mussolini e altri gerarchi. Qui, Rachel ha potuto immaginare intere giornate trascorse da suo padre. Quelle che lui stesso ha avuto modo di descriverle. «Nel visitare i nostri luoghi Rachel manifestava tutta la sua gioia chiedendo conferma, in continuazione, se i luoghi che attraversavamo erano gli stessi visti dal padre - ha proseguito Guardascione - Ma è stato al Comune che una frase pronunciata da lei, ha inorgoglito e commosso i presenti: "I bacolesi hanno dato a mio padre ed a tutti i suoi amici, affetto, amore e solidarietà cosa che non avvenne per gli altri reduci dai campi di concentramento che si preparavano per fare l'Alija" e, ancora "Bacoli ha contribuito alla nascita di Israele, il seme dell'accoglienza e dell'amore, dato in un momento storico così difficile per il popolo ebraico, ha segnato il futuro per la costruzione dello stato di Israele"». Al Municipio la donna è stata accolta dal Sindaco Gianni Picone ed altri rappresentanti istituzionali. Il Primo Cittadino ha espresso «l'onore e il piacere che la comunità bacolese ha e avrà anche in futuro di mantenere vivi i legami indelebili con la nostra storia e quella del popolo ebraico, ponendo le basi perché questa come le altre storie degli ospiti di Villa Scalera vengano segnate da un legame indissolubile con la storia della nostra città».
Questo il commento "a caldo" sulla pagina Facebook della Coalizione per Giovanni Picone Sindaco.

(Cronaca Flegrea, 5 settembre 2017)


La cultura ebraica contro il razzismo, esempio di integrazione

La Giornata europea della cultura ebraica presentata a Roma

ROMA - Centinaia di iniziative per parlare di Italia ed ebraismo con l'obiettivo di contrastare razzismo e antisemitismo con l'arma più potente: la cultura. Questo il senso della Giornata europea della cultura ebraica, promossa in Italia dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane UCEI con il patrocinio del ministero dei Beni, delle attività culturali e del turismo, presentata questa mattina a Roma presso la sede del Mibact alla presenza del ministro Dario Franceschini. La data ufficiale della Giornata è il prossimo 10 settembre ma le iniziative in Italia partiranno già da oggi. Giunta alla sua 18esima edizione, l'evento prevede conferenze, concerti, mostre, incontri a porte aperte in 81 località in tutta Italia e in 35 Paesi europei. La giornata è "nata per contrastare razzismo, antisemitismo, vecchi e nuovi stereotipi", ha sottolineato Noemi Di Segni, presidente dell'UCEI, nel suo intervento alla presentazione. Tra tutti i Paesi europei, quella italiana "è la giornata più riuscita per quantità di iniziative e affluenza di pubblico", che in alcuni casi "ha raggiunto picchi di 5 mila visitatori".
   Il tema della giornata di quest'anno è "La Diaspora. Identità e dialogo". "È un tema esistenziale, che ha reso necessario agli ebrei di imparare a vivere insieme agli altri", sottolinea Di Segni. "La vita ebraica nella diaspora è stata sempre riflesso dell'anima e della civiltà dei Paesi nel quale gli ebrei hanno vissuto". Quest'anno le iniziative partono dalla Sicilia, con eventi a Palermo, Catania, Agira, Siracusa e Kamarina. "Abbiamo scelto la Sicilia per la sua storia ebraica di grande interesse, interrotta per secoli, ma che oggi vive, germoglia e rinasce".
   L'ebraismo "ha caratterizzato la Sicilia e tutto il meridione" con una "convivenza poi spezzata con l'espulsione degli ebrei nel 15esimo secolo". La giornata è "un'occasione per intrecciare di nuovo un dialogo e rinnovarsi". Sotto questo aspetto, l'iniziativa "accentua il rapporto coi territori del nostro Paese", ha sottolineato Enzo Bianco, sindaco di Catania. I comuni italiani "saranno al fianco" dell'iniziativa "per i valori portati avanti". Inoltre, in un periodo in cui l'immigrazione e la sicurezza sono temi al centro del dibattito nazionale, "vogliamo mostrare come l'ebraismo nel mondo sia riuscito a salvaguardare una propria identità, non chiudendosi e contribuendo alla crescita dei contesti nazionali in cui si è sviluppato", ha aggiunto a margine Di Segni. "La cultura è l'unica arma nucleare che abbiamo. La sfida dell'Italia è sicurezza e immigrazione, il fenomeno va gestito con principi di accoglienza ma anche di legalità. Anche l'ebraismo ce lo insegna, è un esempio di integrazione".
   Nel corso della conferenza stampa è stata poi annunciata la prossima apertura a Ferrara, nell'edificio dell'ex carcere della città, del Museo Nazionale dell'Ebraismo e della Shoah MEIS, fissata per il 13 dicembre con la mostra inaugurale "Ebrei, una storia italiana: i primi mille anni". L'obiettivo del museo "è quello di dare vita a un laboratorio di idee e riflessioni sull'ebraismo", ha sottolineato nel suo intervento il presidente del MEIS Dario Disegni, che ha presentato anche il nuovo logo del museo. "La vicenda storica di 2200 anni di vita ebraica in Italia rappresenta un modello originale di integrazione. Farla conoscere è uno dei principali contributi che il museo intende offrire alla società". Il progetto del museo è nato con una legge speciale del 2003 voluta dal Parlamento. "Sono legato personalmente al percorso del museo", ha detto il ministro Franceschini, tra i presentatori della legge e uno dei suoi promotori. "Adesso abbiamo un quadro completo sulle risorse necessarie a completare il progetto", totalmente finanziato dallo Stato per una cifra pari a 49 milioni di euro per il completamento del cantiere. L'obiettivo è di "raccontare questa lunga storia italiana dell'ebraismo nel nostro Paese". La missione del museo "si incrocerà sempre di più con le giornate europee della cultura ebraica" e avrà "uno spazio enorme per il turismo scolastico".

(ANSAmed, 5 settembre 2017)


Mondiali 2018. Nazionale, stasera contro Israele è vietato sbagliare

Ventura

 
E adesso, tutti insieme:
"A noi la vittoria!"

Dopo la disfatta di sabato sera contro la Spagna, l'Italia torna in campo per le qualificazioni ai Mondiali 2018. Gli azzurri hanno ormai perso la possibilità di vincere il girone e dunque di staccare direttamente il pass per la Russia ma ora devono guardarsi le spalle e mantenere il secondo posto che vale la possibilità di disputare i playoff, gli spareggi che assegnano gli ultimi posti per la rassegna iridata. Questa sera (ore 20.45 diretta Rai 1) i ragazzi di Ventura sfidano Israele al Mapei Stadium di Reggio Emilia in una partita da vincere a tutti i costi per evitare di complicarsi la situazione. Senza gli infortunati Chiellini e Spinazzola e lo squalificato Bonucci, con Zappacosta aggregato da domenica l' emergenza è soprattutto in difesa: il ct sta tenendo in corsa Rugani e Astori da affiancare a Barzagli al centro della difesa e alternando gli esterni difensivi Zappacosta, Conti e Darmian con quest'ultimo che domani potrebbe spostarsi a sinistra. Sarà il terz'ultimo incontro del Gruppo G prima dei due incontri conclusivi ad ottobre contro Macedonia e Albania. I playoff, invece, si disputeranno a novembre. Il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio è stato esplicito: «L'ipotesi di una mancata qualificazione ai Mondiali del 2018 sarebbe una apocalisse ... Ho parlato con Infantino per quanto riguarda il sistema di qualificazione - ha aggiunto il numero uno della Figc - Non è possibile non tenere conto di quattro titoli mondiali: così si va contro la storia. La Fifa lavorerà su questo argomento a breve».

(Avvenire, 5 settembre 2017)


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A Reggio Emilia. C'è Israele: rafforzate le misure di sicurezza

Misure di sicurezza rafforzate, a Reggio Emilia, per Italia-Israele. Come prevedono le ultime direttive antiterrorismo, sono stati posizionati blocchi fisici nei dintorni dello stadio per evitare l'eventuale pericolo di mezzi sui tifosi in arrivo all'impianto, e il prefetto reggiano, Maria Forte, ha confermato controlli puntuali e accurati su chi assisterà alla partita, a tutti gli accessi. La nazionale israeliana conta su un particolare cordone di addetti alla sicurezza del proprio Paese nell'hotel dove è arrivata ieri. La presenza in città di Israele ha portato il movimento Bds Italia a organizzare eventi e incontri sotto il nome di «Cartellino Rosso a Israele». Stasera saranno distribuiti migliaia di cartellini rossi allo stadio.

(Il Mattino, 5 settembre 2017)


Gli ebrei catalani nella Sicilia del '400. In un armadio di pietra la loro storia

Ritrovato ad Agira (Enna): il Sud protagonista nella Giornata della Cultura Ebraica

di Ariela Piattelli

 
L’Aron di Agira, unico arredo ebraico salvatosi dalle distruzioni delle sinagoghe del Sud dopo l'espulsione degli ebrei dai domini spagnoli del 1492, testimonia che nell'area c'era una comunità ebraica attiva e vivace.
Credevano fosse un portale, invece è un antico «Aron», ovvero l'armadio sacro ebraico che in sinagoga racchiude «sefarim», i rotoli della Torah. È un rarissimo esemplare in pietra, custodito ad Agira, in provincia di Enna, nel cuore della Sicilia, nella chiesa del SS. Salvatore. L'Aron, unico arredo ebraico salvatosi dalle distruzioni delle sinagoghe del Sud dopo l'espulsione degli ebrei dai domini spagnoli del 1492, è il documento che ha resistito al tempo e che testimonia che ad Agira c'era una comunità ebraica attiva e vivace.
   Al Sud Italia, in particolare alla Sicilia, è dedicata quest'anno la Giornata Europea della Cultura Ebraica (10 settembre), realizzata dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, che ha come tema «La diaspora. Identità e dialogo». La storia dell'Aron inizia nel 1453, quando viene costruito nella sinagoga di Agira dagli ebrei sefarditi di origine catalana, che avevano trovato nelle sponde siciliane il luogo per gli scambi commerciali e delle idee. «Nel medioevo le comunità sefardite cominciarono a costruire gli Aron, che in genere sono di legno, in muratura - spiega lo storico Nicolò Bucaria - Tutti questi monumenti sono andati distrutti con l'espulsione degli ebrei. Le sinagoghe furono rase al suolo, oppure trasformate in chiese». La sinagoga di Agira fu trasformata nell'oratorio di Santa Croce e l'arredo sacro in altare. La riscoperta dell 'Aron è stata graduale: «Alla fine degli Anni 30 una studentessa, scrivendo la sua tesi di laurea, si accorse delle iscrizioni in ebraico sull'Aron - continua Bucaria -. Nel dopoguerra, quando la Sicilia si spopola per l'emigrazione, l'oratorio chiude i battenti e l'edificio resta abbandonato a se stesso. Salvatore Mangione, sindaco di S. Fratello, si accorge che la chiesa sta per crollare, e cerca di mettere in salvo l'Aron».
   Fu poi un parroco di campagna a salvarlo materialmente. «Negli Anni 70 l'oratorio crolla, ed è il Parroco Don Rosario Cottone, uomo di grande cultura e consapevole dell'importanza del monumento, assieme a due muratori e con l'aiuto di una carriola, che smonta l'Aron pietra per pietra e lo sposta nella Chiesa normanna del SS. Salvatore. L'iscrizione era leggermente abrasa, ma Mosignor Benedetto Rocco riuscì a ricostruirla, e a capire la data precisa della costruzione». «Casa di Giacobbe, vieni camminiamo nella luce del Signore» è questo il versetto di Isaia scelto per l'arredo, la data ebraica corrisponde al 1453. «Dalla scelta del verso e da altri elementi si comprende che l'Aron è stato fatto da ebrei catalani - spiega lo storico -. L'iscrizione è identica a quella nella sinagoga di Girona, lo stile architettonico è gotico catalano e in cima al monumento c'è lo stemma della casa di Aragona racchiuso nel tipico rombo araldico catalano».
   L'Aron è oggi negli itinerari ebraici dell'Unione ~ Comunità Ebraiche Italiane, poiché rappresenta un documento importantissimo. «Per anni molti storici hanno sostenuto che l'arredo sinagogale fosse un portale e molti hanno negato che in passato ci fosse una comunità ebraica ad Agira, perché non esistono molti documenti che attestano il contrario. Ma la pietra è sopravvissuta e l'Aron è la testimonianza più importante. Quella di Agira non doveva certo essere una comunità numerosa, forse si trattava di un centinaio di persone. Ma di certo era una comunità attiva, che si riuniva e pregava. Nella Sicilia centrale gli ebrei avevano un ruolo fondamentale di mediatori culturali e commerciali».
   Oggi della sinagoga trasformata in oratorio restano soltanto le mura perimetrali. La sindaca di Agira, Anna Maria Greco, ha un progetto pronto per ricostruire la sinagoga e riportarci l'Aron: «La sinagoga era un simbolo di convivenza, incastonato in un quartiere arabo - spiega -. L'Aron per la città e per l'intero Paese è un monumento importante e un'attrattiva per il turismo. Vorremmo ricostruire la sinagoga nel suo luogo originario, abbiamo già presentato il progetto alla Regione Sicilia ma non è passato. Malgrado non ci sia più una comunità ebraica ad Agira arrivano molti turisti ebrei da tutto il mondo per vedere l'Aron, e vorremmo riportarlo nella Sinagoga».

(La Stampa, 5 settembre 2017)


Il prof. Enrico Tromba a Gerusalemme per la formazione sulla Shoah

Il prof. Enrico Tromba
POLISTENA (RC) - È Enrico Tromba, reggino e professore di materie letterarie presso il Liceo Statale "Giuseppe Rechichi" di Polistena, il docente che sta rappresentando l'ufficio scolastico regionale della Calabria al seminario di formazione sull'insegnamento della Shoah in corso in questi giorni a Gerusalemme. Selezionato per la nostra regione dal dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione del Miur, il professor Tromba farà parte del gruppo di lavoro nazionale operativo presso l'Istituto di studi superiori Yad Vashem. Il progetto nasce dal protocollo di intesa tra il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, il già citato ente per la memoria della Shoah e in collaborazione con la delegazione italiana presso l'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA). «Siamo soddisfatti della scelta operata dal Ministero - commenta il Dirigente Scolastico del Rechichi, Francesca Maria Morabito - perché premia gli studi e le ricerche condotte in questi anni dal professore Tromba nel settore. Siamo certi che al suo ritorno non mancherà di illustrare i risultati del suo percorso contribuendo alla crescita cultura degli studenti, della scuola e della Calabria intera».
   Enrico Tromba, laureato in lettere classiche presso l'Università di Messina, archeologo, ha all'attivo numerose pubblicazioni sui temi delle antichità ebraiche in Calabria e nel Mediterraneo, sulle presenze giudaiche a Reggio Calabria, e sulla deportazione degli Ebrei nella regione. Membro fondatore del Centro di Studi Ebraici "Beth MiDrash" (Università della Calabria) e docente di Antichità Ebraiche, presso la Pontificia Facoltà Teologica- Seminario Arcivescovile di Reggio Calabria, ha recentemente conseguito il secondo dottorato di ricerca presso l'Università "La Sorbonne" di Parigi. Il risultato di questo intenso lavoro di ricerca, lo ha condotto alla pubblicazione di due volumi sugli internati di Tarsia e, in particolare, sui naufraghi slovacchi del battello Pentcho, durante la seconda guerra mondiale, e la loro sorte presso il campo di concentramento. Per questo studio ha ricevuto nel giugno di quest'anno a Roma la medaglia dell'Ambasciatore della Repubblica Slovacca in Italia, Jan Soth.
   Il gruppo di lavoro nazionale, impegnato tra lezioni frontali e attività di gruppo, rientrerà in Italia il prossimo 11 settembre. Al loro rientro i docenti contribuiranno alla divulgazione dei risultati della loro esperienza, a livello regionale e nazionale, anche in considerazione della presidenza italiana dell'IHRA nel 2018.

(strettoweb.com, 5 settembre 2017)


Israele lancia le più grandi manovre militari al confine con il Libano da 20 anni

di Giordano Stabile

Le forze armate israeliane stanno per lanciare le più massicce esercitazioni militari al confine con il Libano da vent'anni a questa parte. Le manovre coinvolgeranno tutte le armi: aviazione, esercito, marina e Intelligence, e dureranno dieci giorni, sotto la direzione del Comando Settentrionale.

 Attacco a sorpresa da più fronti
  Lo scenario prevede un attacco a sorpresa, su più fronti, con infiltrazioni dei terroristi in tutto il Nord. Un'ipotesi prevede l'attacco dal mare alla località di Shavei Tzion, quindici chilometri a Sud del confine libanese, mentre le forze di Hezbollah attaccano sulle alture del Golan. Le forze armate dovranno rispondere agli attacchi e lanciare una controffensiva in Libano e al tempo stesso assicurare l'evacuazione delle città israeliane sotto un pesante bombardamento di razzi e missili.

 Decine di migliaia di soldati
  Le capacità delle forze armate saranno testate "al limite", ha rivelato un ufficiale al quotidiano Haaretz. Decine di divisioni saranno coinvolte, e anche i riservisti saranno richiamati. Le forze armate israeliane, nonostante il Paese abbia solo otto milioni di abitanti, schierano 150 mila uomini, che possono salire a 750 mila con i riservisti. Il servizio militare è obbligatorio per uomini e donne, e dura tre anni.

 Piegare Hezbollah
  L'ultima volta che lo Stato ebraico ha condotto manovre di questa portata sul fronte Nord è stato nel 1998. Allora le esercitazioni erano dirette dal generale Meir Dagan, poi a capo del Mossad, morto nel marzo 2016. Le manovre odierne sono dedicate a lui ma servono soprattutto a recapitare un messaggio a Hezbollah, la potente milizia sciita libanese che nel 2006 ha tenuto testa all'esercito israeliano.
Lo scenario, secondo un altro ufficiale, prevede la "disfatta" di Hezbollah, cioè mettere la milizia in condizioni tali di "non essere più in grado di condurre attacchi", con la distruzione delle infrastrutture e degli arsenali missilistici.

(La Stampa, 4 settembre 2017)


Basket. Israele vince con una spettacolare rimonta nell'ultimo quarto contro la Germania

Germania - Israele 80-82
Parziali: (18-23; 25-20; 26-14; 11-25)

Una partita che sembrava già chiusa nel terzo quarto dalla Germania, che spreca un vantaggio di 14 punti contro Israele: la squadra di coach Edelshtein si regala la prima vittoria nel girone con una rimonta stratosferica grazie alle giocate nel finale di Casspi (20 punti) e Pnini.
Partenza sprint per Israele, che apre la gara con un parziale di 6-0 grazie ai canestri di Eliyahu: la Germania trova subito una reazione con Voigtmann, ma grazie alle buone percentuali dal campo i padroni di casa costruiscono un secondo mini-parziale di 6-0 con il duo Casspi-Howell. Due canestri dall'arco di Ohayon e Pnini fissano il punteggio sul 23-33: dopo il timeout chiamato da coach Fleming la difesa delle Germania blocca la produzione offensiva degli avversari e un parziale di 2-9 chiuso dalla tripla di Theis riaprono la partita. Howell prova ad interrompere la rimonta tedesca, ma i liberi di Akpinar e la tripla di Hartenstein riportano in svantaggio gli israeliani. Al layup di Howell risponde Heckmann e le due squadre vanno negli spogliatoi sul risultato di 43 a 43.
Nel terzo quarto la Germania cambia completamente marcia e trascinata da Theis costruisce un parziale di 10-2 chiuso dal canestro di Voigtmann: Casspi e uno scatenato Howell provano a ribaltare l'inerzia della gara, ma due canestri consecutivi di Barthel siglano il +10. Casspi con una schiacciata e una giocata da 3 punti riporta un po' di fiducia ai suoi compagni di squadra, ma la Germania nonostante l'assenza di Schroder vola sul +13 con il duo Barthel-Akpinar. Il massimo vantaggio arriva sul 75-59 dopo la tripla di Bening, ma il timeout di coach Edelshtein da una scossa ai suoi giocatori: i liberi di Mekel aprono la strada per la rimonta e con un parziale di 1-13 viene riaperta la partita. Al canestro di Schroder del +5 risponde subito un ispirato Casspi, che realizza 4 punti consecutivi, e Howell in layup completa il sorpasso. Theis con poco più di 1 minuto sul cronometro impatta il risultato sul 78-78: Schroder in penetrazione riporta la Germania in vantaggio, ma l'incredibile tripla di Pnini a 28 secondi dal termine spezza la gara, perché Schroder fallisce il canestro del contro-sorpasso e Mekel fa 1/2 dalla lunetta chiudendo definitivamente la partita.

(Basket Universo, 5 settembre 2017)


Israele - Il ministro dell’Energia Steinitz sarà interrogato sul caso dei sottomarini

GERUSALEMME - Anche il ministro dell'Energia e delle infrastrutture idriche israeliano, Yuval Steinitz, sarà ascoltato dagli investigatori sul presunto caso di corruzione relativo all'acquisto dei sottomarini dalla società tedesca ThyssenKrupp. Lo riferisce il quotidiano israeliano "Times of Israel", precisando che Steinitz, esponente del partito del premier Benjamin Netanyahu, il "Likud", è stato convocato dopo che due dei suoi collaboratori sono stati arrestati. Il procuratore generale Avicahi Mandelbit ha autorizzato i giudici ad interrogare Steinitz in presenza del suo avvocato, in quanto tutto ciò che il ministro eventualmente dirà potrà essere usato in tribunale. I collaboratori di Steinitz arrestati sono Rami Taib, veterano della politica israeliana, che attualmente ricopre l'incarico di consigliere politico del ministro, accusato di corruzione, riciclaggio di denaro, e David Sharan, ex capo del personale del premier Benjamin Netanyahu.

(Agenzia Nova, 4 settembre 2017)


Israele contro l'Italia senza la stella Zahavi

Sospeso dalla federazione, il fantasista ha detto addio alla nazionale

di Guglielmo Buccheri

 
Eran Zahavi
REGGIO EMILIA - Un fantasista ribelle e un ct sulla graticola. Questo è il volto di Israele, squadra «ferita» dall'inatteso ko in casa contro la Macedonia e alle prese con non pochi problemi interni. Il fantasista ribelle è Eran Zahavi, un passato in Italia con la maglia del Palermo e un passato, recentissimo, da icona del calcio nel suo paese. Zahavi non è più il capitano della squadra e, da poche ore, ha abbandonato la nazionale dopo la notte del duello con i macedoni: tutto ruota attorno ai fischi del pubblico nei confronti di un gruppo che, in apnea, non riusciva a rimettersi in linea di galleggiamento nella sfida più difficile. Zahavi si è tolto la fascia e l'ha gettata per terra: un suo compagno l'ha raccolta cercando di nasconderla nei calzettoni, troppo tardi perché i tifosi potessero non vedere la rivolta più ingombrante. In un attimo, il mondo del giocatore più popolare di Israele - adesso Zahavi gioca in Cina nello Guangzhou - si è capovolto: 39 le sue sfide in nazionale fino a sabato sera, un futuro da separato in casa. "Spero che ci ripensi, abbiamo bisogno di lui. Fra due settimane, magari, ci potrà ripensare...", così il ct israeliano Elisha Levi. Lui, Zahavi, ha detto basta dopo che la federazione lo aveva, immediatamente, sospeso.
I problemi interni di una nazionale che è assente dai mondiali dal '70 sono anche quelli di un tecnico in bilico: Levi, infatti, è messo in discussione da tempo e per la sua successione si fa il nome di Roy Keane, l'ex del Manchester United. "Le pressioni non mi spaventano, in testa ho solo la sfida con l'Italia e la voglia di fare bella figura contro una delle nazionali più forti al mondo...", le sue parole.

(La Stampa, 4 settembre 2017)


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Banin, il primo israeliano in Italia: "Da noi manca la tattica"

di Gaetano Mocciaro

Tal Banin, primo israeliano ad aver giocato in Serie A (al Brescia dal 1997 al 2000) ai microfoni di TMW Radio parla alla vigilia di Italia-Israele.

- Israele col caso Zahavi, fuori dalla Nazionale
  "Lui ha iniziato la carriera da mediano, poi è stato spostato a punta e ha iniziato a segnare molti gol. Ma in Nazionale non riesce a esprimersi al meglio. Israele ha in rosa un altro giocatore che è una punta vera (Hemed, ndr). Tutti e due dovrebbero giocare insieme perché Zahavi sa attaccare gli spazi perfettamente ma dopo la partita contro la Macedonia, peraltro persa, i tifosi hanno cominciato a fischiare e lui per tutta risposta ha gettato per terra la fascia di capitano. Ho capito subito che non sarebbe più stato capitano e non credo possa più essere giocatore della Nazionale. È un gesto che non si fa. Essere capitano ti responsabilizza, devi essere da esempio e lui ha perso la testa".

- Quali sono le insidie che nasconde Israele per l'Italia? Quali giocatori temere?
  "Dipende, noi nelle ultime partite abbiamo palesato difficoltà a livello tattico e di gioco. Non lavoriamo tanto su questi punti. Se l'Italia pensa che sia una partita facile si sbaglia. Per quel che ci riguarda i nostri giocatori migliori sono Hemed, che gioca in Inghilterra, abbiamo Tal Ben Haim che ha segnato all'andata. A centrocampo abbiamo giocatori come Almog Cohen, che milita in Bundesliga".

- Cosa manca a Israele per fare il salto di qualità?
  "Modo di lavorare. Io ad esempio ho imparato quasi tutto in Italia. Da voi sin da quando si è bambini c'è un certo tipo di lavoro che in Israele non esiste. Ogni tanto portiamo qualche squadra in Champions League ma a livello di nazionale abbiamo difficoltà. Dobbiamo iniziare a cambiare qualcosa, a partire dagli allenatori. I giocatori sono forti ma hanno lacune a livello tattico. Ad esempio quando è arrivato Jordi Cruyff al Maccabi Tel-Aviv si è portato lo staff dalla Spagna, hanno cambiato tutto il modo di lavorare e hanno vinto ogni anno il campionato e hanno avuto risultati anche a livello europeo. Questo significa che si può cambiare".

- Torniamo al tuo esordio in Serie A, 20 anni fa. Era Inter-Brescia, l'esordio anche di Ronaldo
  "Eravamo emozionati, una bella esperienza entrare a San Siro con lo stadio pieno. Ma oltre Ronaldo c'era anche un altro giocatore di alto livello, un ragazzino di 18 anni del quale ho la fortuna di raccontare a mio figlio di giocare con lui. Quel ragazzo era Andrea Pirlo".

- Che ricordi hai della tua esperienza italiana?
  "Avevo 11 anni che l'Italia aveva vinto i Mondiali di Spagna. Quando vidi il gol di Tardelli alla Germania e la sua corsa ricordo che mi vennero i brividi. Divenni tifoso dell'Italia e iniziai a seguire gli azzurri. Non potevo nemmeno immaginare che un giorno sarei riuscito a giocare in Serie A, all'epoca il migliore al mondo. Sono un uomo fortunato".

- È così difficile per un israeliano adattarsi in Italia?
  "Abbiamo tanti giocatori che per talento potrebbero giocare in Italia, ma la differenza la fa la testa. Ed è questo che bisogna capire, perché quando ti trasferisci ricominci da zero e devi cambiare tutto: modo di vivere, di mangiare, di allenarti. Io facevo tutto questo per indossare la maglia con la V bianca del Brescia. Poi non devi essere timido, devi integrarti con i compagni, devi integrarti nella città in cui vivi. E io oggi ho ancora tanti contatti a Brescia".

(TUTTOmercatoWEB, 4 settembre 2017)


Tutto pronto per la visita di Netanyahu in America Latina

Benjamin Netanyahu sarà il primo premier israeliano a recarsi in America Latina sin dalla fondazione dello Stato di Israele. Prima di recarsi all'Assemblea Generale dell'ONU, Netanyahu visiterà Buenos Aires e Città del Messico.

"Posso confermare che Benjamin Netanyahu sarà il primo premier di Israele a recarsi in America Latina" - ha dichiarato all'agenzia di stampa EFE un portavoce del ministero degli esteri israeliano. Il diplomatico, tuttavia, non ha confermato né le tappe né le date del tour del premier. Il Jerusalem Post, tuttavia, assicura che la visita del premier avrà luogo immediatamente prima dell'Assemblea Generale dell'ONU, prevista per il 19 settembre prossimo a New York. Le tappe previste sarebbero Argentina e Messico.
Il governo israeliano aveva preventivato una visita che toccasse Argentina, Brasile, Colombia e Messico, ma i tempi ridotti avrebbero costretto a ridurre la visita a Buenos Aires e Città del Messico, sedi di importanti comunità ebraiche. Il premier deve, infatti, essere a Gerusalemme il 20 settembre per la ricorrenza di Rosh Hashana, l'anno nuovo secondo il calendario ebraico.
Il viaggio coinciderà con l'anniversario dell'approvazione del piano di spartizione della Palestina alle Nazioni Unite, del novembre 1947. Il voto garantì la possibilità di creare uno stato ebraico in Palestina, e furono decisivi i Sì di 12 nazioni latinoamericane e l'astensione di altre 7, tra cui proprio Messico e Argentina.
L'attività diplomatica israeliana in America Latina è stata tradizionalmente di basso profilo. Lo scorso novembre, in occasione di una visita a Gerusalemme del presidente del Guatemala Jimmy Morales, Netanyahu aveva lamentato l'assenza diplomatica di Israele dal continente latinoamericano, promettendo che vi si sarebbe presto recato in visita ufficiale. Israele ha manifestato grande interesse nelle possibilità di investimenti in Argentina, Brasile, Colombia e Messico.
Nel 2014 Netanyahu avrebbe dovuto visitare Messico, Panama e Colombia, ma fu costretto ad annullare il viaggio a causa di uno sciopero dei funzionari del ministero degli esteri israeliano, che si negarono di lavorare all'organizzazione della visita.

(Sicurezza Internazionale, 4 settembre 2017)


Netanyahu: "Molti immigrati non sono rifugiati"

Il primo ministro israeliano torna sul tema dei clandestini: "Occorre salvaguardare le frontiere"

Il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu è ritornato sul tema degli "immigrati illegali" nel Paese sottolineando che "molti di loro non sono rifugiati, ma gente che cerca solo lavoro". Per questo - ha aggiunto parlando alla riunione di governo a Gerusalemme - "occorre salvaguardare le frontiere".
Il premier - che nei giorni scorsi ha incontrato i residenti dei quartieri sud di Tel Aviv che protestano per l'arrivo dei profughi - ha annunciato la creazione di "un team speciale ministeriale" con l'obiettivo "di restituire quei quartieri ai cittadini e rimuovere gli stranieri illegali che non appartengono al posto".
Intanto a Gerusalemme centinaia di persone hanno manifestato sotto la casa della giudice della Corte suprema Miriam Naor che in una sentenza ha bocciato la politica del governo riguardo l'immigrazione illegale vietando la detenzione indefinita, stabilita dal governo, per coloro che si oppongono ad andare in alcuni paesi africani. "Diritti umani anche per i cittadini" è stato uno degli slogan usati dei manifestanti, tra questi molti proprio dei quartieri sud di Tel Aviv.

(Corriere del Ticino, 4 settembre 2017)


Un progetto per consolidare i rapporti tra Calabria, mondo ebraico e Israele

 
Si è svolto ieri sera a Santa Maria del Cedro, nella splendida cornice di Palazzo Marino, sede del Museo e dell'Accademia del Cedro, il convegno-evento introdotto dal sindaco del Comune tirrenico, Ugo Vetere e coordinato dal giornalista massmediologo Klaus Davi, sul tema: "Il cuore calabro dell'ebraismo".
  All'iniziativa, conclusa dal presidente della Giunta regionale Mario Oliverio, hanno preso parte anche Franco Galiano, Presidente dell'Accademia Internazionale del Cedro, Federico Cirelli, cultore del Cedro, Angelo Adduci, presidente del Consorzio del Cedro di Calabria, il rabbino della Comunità Ebraica di Milano, Rav Moshe Lazar, numerosi rabbini presenti sulla Riviera dei Cedri, sindaci, consiglieri regionali, amministratori locali e tantissimi cittadini.
  "Quella odierna - ha detto il Presidente della Regione Mario Oliverio, a conclusione del convegno - non è una iniziativa isolata, una tantum, ma il rafforzamento di un percorso comune. La nostra è una terra di accoglienza, la cui storia è stata segnata da vicende e stagioni che ne hanno inverato questa connotazione. Con il mondo ebraico abbiamo un antico rapporto. Anche quando sono state scritte pagine tragiche della storia, la nostra regione non ha mai perso la bussola dell'accoglienza, della tolleranza e del contrasto alla violenza. A pochi chilometri da qui, a Ferramonti di Tarsia, negli anni del fascismo fu allestito un campo di concentramento che ospitò centinaia e centinaia di ebrei che trovarono nella comunità calabrese, anche se imprigionati dentro il recinto, accoglienza e amicizia. Una signora che in quegli anni era bambina e che passò in quel campo un determinato periodo della sua vita insieme alla sua famiglia, ci ha raccontato che le donne di Tarsia andavano nel campo con i bambini, a cui era permesso entrare, per portare uova e ortaggi che potessero lenire i morsi della fame di quanti erano detenuti in quella struttura di sofferenza. Ho detto questo per ribadire che la nostra è stata sempre e continuerà ad essere una terra di accoglienza".
  "Oggi mettiamo in campo questo progetto partendo da Santa Maria del Cedro - ha aggiunto Oliverio - perché qui nasce il cedro, un frutto che, nella simbologia ebraica, ha un valore ed un'importanza enorme. Attraverso questo progetto vogliamo far compiere un vero e proprio salto di qualità ad una tradizione che finora si è espressa solo attraverso la presenza di decine di rabbini che vengono qui ad acquistare il cedro. Vogliamo fare in modo che il valore che questo frutto rappresenta per la tradizione ebraica possa essere non solo compreso e valorizzato, ma diventare veicolo e strumento di rafforzamento delle relazioni tra il nostro Paese, l'Europa e Israele. Solo attraverso la costruzione di un percorso fecondo di relazioni e scambi è possibile affermare che la violenza, la xenofobia e il razzismo debbano avere sempre minore spazio e ascolto nella nostra società. E ciò è ancora più importante affermarlo in una fase della storia in cui milioni di persone abbandonano la loro terra spinti dal miraggio del benessere e dalla necessità di fuggire dalla fame, dalla guerra e dallo sfruttamento. Noi conosciamo più di altre terre le sofferenze di questo esodo".
  "Fare crescere una cultura dell'accoglienza nel rispetto della persona, così come abbiamo saputo fare negli anni tragici del fascismo - ha rimarcato il presidente della Regione - diventa, pertanto, un passaggio necessario per rafforzare una cultura della tolleranza e della convivenza umana, oltre che per valorizzare un grande patrimonio culturale. Dietro al cedro e alla comunità ebraica c'è un patrimonio culturale enorme che deve essere valorizzato, ma c'è anche una opportunità per allargare ed intensificare gli scambi. Le nostre università sono fortemente interessate alla ricerca e all'innovazione su cui Israele è tra gli Stati più avanzati del mondo, soprattutto nel campo dell'agroalimentare e delle nuove tecnologie applicate all'agricoltura. In questo, come in altri settori abbiamo ancora tanto da imparare".
  "L' iniziativa odierna, quindi - ha concluso il presidente della Giunta regionale - va oltre i confini localistici e regionali e colloca Santa Maria del Cedro e la Calabria in un progetto di più ampio respiro di cooperazione e di relazioni proficue con Israele e con il mondo ebraico. Oggi, da qui, parte un percorso che, via via, dovrà arricchirsi di nuove occasioni di più ampio respiro che dovranno vedere il coinvolgimento del mondo scientifico, degli intellettuali, del mondo imprenditoriale, di competenze ed esperienze reali. Su questo percorso coinvolgeremo anche il Ministero degli Esteri perché questo progetto possa germogliare il seme di un rinnovato e consolidato rapporto tra il nostro Paese e il mondo ebraico, ancor più urgente e necessario in un momento in cui, soprattutto nelle grandi aree urbane del nostro Paese e dell'Europa, si registrano nuovi e preoccupanti segnali di intolleranza e di xenofobia".

(CN24, 4 settembre 2017)


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L'Ambasciata israeliana si complimenta con Oliverio

L'ambasciatore israeliano in Italia, Ofer Sachs, si è complimentato con il presidente Oliverio per l'iniziativa di Santa Maria del Cedro, dove ieri si è tenuto un convegno per far conoscere la tradizione ebraica e la storia della Bibbia, che proprio in questa regione è stata stampata per la prima volta. Nella lettera inviata agli organizzatori del convegno si legge:
    "L'Ambasciatore tiene ad esprimere al Presidente Oliverio il suo più sentito apprezzamento per l'interesse della Regione Calabria ad approfondire la collaborazione con il mondo ebraico e lo Stato d'Israele, e resta a disposizione per la miglior prosecuzione dei rapporti avviati".
Oliverio e Sachs si erano incontrati a Roma lo scorso maggio e avevano gettato le basi per avviare proficui rapporti volti a incentivare il turismo, gli scambi culturali e anche di natura commerciale, legati all'agricoltura, settore all'avanguardia in terra israeliana.
Israele, che movimenta in Italia ogni anno circa 200 mila turisti, guarda con particolare attenzione alla Regione Calabria, non fosse altro per la forte trazione e le radici ebraiche in essa ancora oggi testimoniate, non soltanto da "luoghi simbolo" dell'ebraismo come possono essere Santa Maria del Cedro (Cosenza) dove ogni anno si incontrano circa 250 rabbini, ma anche dalla "Sinagoga" di Bova Marina, riaffiorata nel corso dei lavori di realizzazione della variante della Statale 106, sul cui sito negli anni la Regione ha investito notevolmente.

(strill.it, 4 settembre 2017)


Grazie al megafono del web la calunnia non è più un venticello ma un violento maestrale ...

di Paolo Shalom

Strane cose accadono sotto i nostri occhi. V i siete mai chiesti in che epoca stiamo vivendo? A volte mi sembra di sentir soffiare un vento antico e per certi versi di rivivere gli anni Trenta, quando fosche nubi si addensavano su un'Europa che correva verso la tragedia del Secondo conflitto mondiale. Per altri, questo nostro periodo storico ricorda invece la Guerra fredda, quando le due Potenze egemoni, Stati Uniti e Unione Sovietica, si minacciavano (per fortuna solo a parole) della reciproca distruzione e intanto si combattevano attraverso i loro "clienti" in ogni parte del pianeta. Le similitudini non possono naturalmente oscurare le novità che ogni epoca storica porta con sé. Ma quel che preme far notare -e che non è mai cambiata, allora come oggi -, è la realtà difficile degli ebrei che continuano a essere nel mirino di molteplici organizzazioni terroristiche (e Stati-canaglia) il cui unico pensiero non riguarda lo sviluppo, la crescita economica o il benessere della propria gente, ma la distruzione dell'ebraismo, sia nella Diaspora sia nella Terra di Israele. Questo anno che sta per finire è stato un anno difficile. La consapevolezza che ancora esistano tanti nemici degli ebrei - nemici che spesso non hanno mai avuto a che fare con un ebreo in carne e ossa, che spesso non ne hanno mai visto né conosciuto neppure uno - non si stempera né si lenisce nella pur importante coscienza che, comunque, abbiamo anche molti amici. E che soprattutto abbiamo uno Stato degli ebrei cui guardare nella buona come nella cattiva sorte.
   E tuttavia non possiamo prescindere dalla realtà, da quanto sta accadendo intorno a noi. Mi riferisco ai social media, per esempio, com'è tristemente noto un ricettacolo delle peggiori pulsioni umane, antisemitismo compreso. Un giro nei meandri di Twitter o di Facebook rende l'idea: ovunque parole di odio e minacce di sterminio nei nostri confronti. Denigra, denigra, qualcosa resterà. Grazie al megafono del web la calunnia non è più un venticello ma un violento maestrale. La demonizzazione dell'altro è sempre stata l'anticamera della violenza di gruppo. Come stupirsi allora se quanto "promesso" online diventa poi un atto fisico tutt'altro che virtuale? Penso ai nuovi "pogrom" che si scatenano nelle nostre città. Come l'attacco di un gruppo di giovani musulmani a colpi di mazza e coltelli al quartiere ebraico di Stamford Hill e di Golders Green di Londra all'indomani del terribile rogo della Grenfell Tower. Motivo? Si era sparsa la "voce" (su Internet!) che ad appiccare il fuoco fossero stati gli ebrei. Solo per un caso non ci è scappato il morto: qualche ferito non grave e, chissà perché, nessun arresto. Eccolo il nuovo Medioevo, questo clima che ammorba il presente e, appunto, ricorda epoche passate che credevamo per sempre superate. Si dice che gli ebrei siano la cartina di tornasole della democrazia e della civiltà di una nazione: quel che accade a loro poi si riverbera ovunque. Non sappiamo se sia vero. Ma fa paura.

(Bollettino della Comunità Ebraica di Milano, settembre 2017)


Quei 22 km fra Israele e i palestinesi

Un'accademica americana scopre l'abisso fra le due entità

da Times of Israel (20/7)

 
Sono solo 22 i chilometri tra Gerusalemme e Ramallah, ma le due città appartengono a due mondi diversi", scrive Aviva Klompas. "Abbiamo lasciato il nostro hotel di Gerusalemme la mattina presto diretti verso nord. Dopo trenta minuti abbiamo superato i grandi cartelli rossi che dicono, in ebraico, arabo e inglese: 'L'ingresso nell'area A sotto Autorità Palestinese è vietato ai cittadini israeliani: è pericoloso per le vostra vita e contrario alla legge israeliana'.
   Subito dopo siamo arrivati alla nostra prima destinazione, il campo profughi al-Am'ari. Il nostro gruppo, composto da accademici americani, è sceso dall'autobus nel caldo di giugno. Situato poco a est di Ramallah, al-Am'ari è uno dei 19 campi profughi creati in Cisgiordania ai tempi dell'occupazione giordana e oggi si trova nell'area A, vale a dire sotto controllo dell'Autorità Palestinese (in base agli accordi di pace degli anni 90). In realtà, il governo palestinese si rifiuta di assumersene la responsabilità e di fornire servizi di base ai 7.000 residenti del campo che, di conseguenza, è diventato un focolaio di risentimento verso il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen).
   Siamo entrati nel campo passando sotto un grande arco con appesa una chiave, simbolo della volontà dei palestinesi di stabilirsi nelle case da cui i loro progenitori se ne andarono o furono allontanati durante la guerra arabo-israeliana del 1948. Le strade sono colme di spazzatura. La nostra guida ci spiega che, fino a pochi anni fa, le acque di fogna scorrevano per le strade. L'Autorità Palestinese si è rifiutata di costruire tubi di scolo, per cui i consiglieri locali hanno raccolto i soldi necessari per installare i decrepiti tubi che vediamo correre lungo l'esterno degli edifici. Il nostro gruppo si aggirava con circospezione fra le pile di cibo guasto e rifiuti, mentre ci incamminavamo lungo vicoli tortuosi coperti di graffiti con chiavi giganti dipinte sui muri. Le saracinesche dei negozi erano coperte di manifesti inneggianti a "martiri" uccisi mentre commettevano attacchi terroristici contro israeliani.
   Dopo aver lasciato il campo, abbiamo percorso la breve distanza fino a Ramallah. Il contrasto è impressionante. Prosperoso centro cosmopolita, Ramallah appare pulita e moderna, con musei, centri culturali e caffè. Più tardi nel pomeriggio, uscendo da Ramallah abbiamo superato un cippo di pietra alla biforcazione della strada che porta nella valle sottostante. Il cippo ha la forma della terra che si estende tra il Mediterraneo, il Giordano e il Mar Morto, riflettendo verosimilmente i contorni del paese rivendicato per il futuro stato palestinese (Israele non risulta). Incastonato nel monumento, il volto di Muhannad Halabi. Nell'ottobre 2015, Halabi ha compiuto un attentato a Gerusalemme uccidendo due ebrei. Il monumento sul bordo dell'autostrada è stato commissionato dalla Municipalità di Surda-Abu Qash, il paesino dove viveva Halabi. Dopo l'attentato, il sindaco definì il terrorista morto "vanto e motivo di orgoglio per tutto il villaggio".
   Il circolo vizioso istigazione, terrorismo, glorificazione del terrorismo e ricompensa in denaro continua senza sosta. E finché continuerà, i 22 km tra Gerusalemme e Ramallah continueranno a separare due mondi a parte".

(Il Foglio, 4 settembre 2017)


Troppo tardi per fermare Pyongyang. I danni della pazienza di 0bama

di Fiamma Nirenstein

Il fallimento plateale nel mettere in questi anni sotto controllo la potenza nucleare della Corea del Nord, che sta puntando una pistola alla tempia della pace nel mondo, è un immenso fallimento di comprensione della realtà in cui viviamo, dovuto soprattutto alla colpevole arrendevolezza ideologica di lunga durata degli Stati Uniti, accompagnati dall'Europa, culminata nell'amministrazione Obama. Essa affonda le radici nella politica di Clinton, di Bush e nel lavorìo contro le sanzioni di Condoleezza Rice nel 2003, ma è legata soprattutto alla strategia della «pazienza diplomatica» di Obama.
   L'idea di fondo è quella che non ci sia conflitto che non possa essere risolto, senza fretta, con una trattativa e un accordo valido per le due parti. Una convinzione letale e ideologica secondo cui le ragioni del tuo nemico sono razionali e comprensibili e, anzi, nascono dalla storia di oppressione in cui tu, gli Stati Uniti, lo hai costretto.
   Obama ha portato avanti questa idea mentre Kim, proprio come Hitler, violava ogni diritto umano ed ingannava l'Iaea - l'agenzia di controllo dei Paesi che giocano il gioco truffaldino della non proliferazione (altro cavallo di battaglia di Obama) -, avviandosi di nascosto a un micidiale sviluppo balistico che oggi rende le sue armi una minaccia transoceanica.
   L'inganno programmato è avvenuto nella credulità dell'Occidente. Imbrogliava la Corea, imbrogliava l'Iran, anzi, la Corea, agli occhi di Obama, avrebbe dovuto essere il banco di prova che dimostrava come l'accordo sarebbe stato possibile con l'Iran e quindi, poi, come si sarebbe dimostrato un principio universale funzionante.
   Obama voleva essere l'anti-Bush assoluto, anche nel senso che non avrebbe fatto l'errore di andare a caccia di armi letali né in Corea né in Iran come invece aveva fatto il suo predecessore in Irak. La scelta della diplomazia riparatrice a ogni costo era il migliore segnale in questo senso.
   Anche oggi gli Usa sembrano prigionieri dell'idea che ormai ha conquistato il mondo occidentale. Persino Trump non sa far altro che gonfiare le piume sfoggiando le sue smorfie migliori. Non riesce neppure a dire alla Cina che conviene a tutti quanti fermare quel pazzo di Kim Jong-un: o lo fate voi o ci pensiamo noi. È difficile riportare agli onori del mondo una semplice verità: due sono le soluzioni possibili, come per ogni conflitto internazionale. O la diplomazia o la guerra. Ma se seguitiamo a considerare che con Corea e Iran la diplomazia sia una scelta possibile, anzi, dovuta, sbatteremo la faccia nella loro guerra. Per questo è assurdo procedere nell'appeasement, spingendo per far sedere Kim al tavolo delle potenze nucleari. Non fateci morire di pazienza.

(il Giornale, 4 settembre 2017)


Conferenze a Torino




Locandina

(Chiamata di Mezzanotte, settembre 2017)


Italia-Israele, controlli serrati. Si temono proteste e slogan antisemiti

A Reggio un gruppo filopalestinese annuncia iniziative. Israeliani protetti da una task torce

Da destra e da sinistra. La partita contro Israele, a Reggio Emilia, attira l'attenzione di coloro che concepiscono il calcio anche come un modo per avere visibilità. Per questo il Viminale si sta muovendo da tempo per cercare di eliminare ogni rischio, anche alla luce della brutta figura internazionale fatta l'anno scorso, il 5 settembre, in occasione della gara d'andata giocata ad Haifa.

 Saluti fascisti
  Il match fu l'occasione per tre dei cosiddetti Ultrà Italia di esibirsi in saluti fascisti e per questo, oltre che per intemperanze, alla fine del primo tempo furono espulsi dallo stadio. Il mese successivo i tre baresi (P.G., T.F. e D.B.N, di età compresa fra i 24 e i 26 anni) - ex esponenti della Curva Nord (che comunque si era dissociata) - furono individuati e sottoposti anche a daspo internazionale (due avevano già in corso quello italiano). Tra l'altro, in una perquisizione nelle loro abitazioni furono sequestrati anche un manganello telescopico, una mazza da baseball e materiale riconducibile all'ideologia nazifascista. La Figc, inoltre, fu multata per 27.000 euro.

 Cartellini rossi
  Ma i pericoli non vengono solo dall'estrema destra, bensì anche dai movimenti più vicini ai palestinesi. La Bds Italia, sezione del movimento globale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele, ha in programma una serie di iniziative.
  Tra l'altro, allo stadio verranno distribuiti migliaia di cartellini rossi in segno di protesta. La richiesta della Bds è chiara: «La sospensione da parte della Fifa di Israele fino a quando non rispetterà i diritti umani e la legalità internazionale, così come si fece per il Sudafrica dell'apartheid». Sul fronte della sicurezza l'intelligence è già al lavoro. Israele arriverà a Malpensa con un volo di linea, accompagnata da una piccola task force di agenti del proprio Paese, che affiancherà la polizia italiana. Comunque, anche se allo stadio i controlli saranno più serrati, il timore di azioni dimostrative resta. D'altronde, come dicono dal Viminale, «è impossibile tagliare lingua o braccio a chi volesse recitare slogan antisemiti o fare saluti fascisti». Malinconicamente vero.

(La Gazzetta dello Sport, 4 settembre 2017)


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Israele, caso Zahavi: lascia la nazionale, niente Italia

Il capitano era stato contestato contro la Macedonia e aveva gettato in terra la fascia. Oggi la decisione di dire addio alla nazionale.

ROMA - Alta tensione in casa Israele, nazionale che domani sera affronterà l'Italia nel match valido per le qualificazioni ai Mondiali 2018. Il capitano Eran Zahavi ha annunciato la sua volontà di «lasciare la squadra» e per questo non sarà presente a Reggio Emilia contro gli azzurri. Zahavi ha motivato la sua decisione sui media con le polemiche sorte dopo la sua prestazione con la Macedonia durante la quale era stato più volte fischiato dai tifosi israeliani e per risposta si era tolto la fascia da capitano gettandola a terra. A seguito di questo episodio, la Federazione aveva reagito annunciando che Zahavi - attualmente star della squadra cinese Ghuangzou - non avrebbe avuto più la fascia.

(Corriere dello Sport, 4 settembre 2017)


Verso le elezioni in Germania. Il parlamento tedesco apre ai terroristi

Ok alla candidatura del Fronte di liberazione palestinese, accusato di omicidi e attentati

di Fiamma Nirenstein

Se l'Europa avesse un senso, una realistica memoria storia, uno scopo morale, non lo permetterebbe. E invece accadrà: proprio a Berlino, dove tutto è finito e ricominciato. In nome della libertà di opinione correranno per il Bundestag degli assassini terroristi. Beh, non sarà la prima volta. Ma si poteva sperare che dopo Hitler si cercasse di evitarlo per il futuro. Invece in piccolo proprio oggi si produce una situazione spaventosa. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il gruppo storicamente più assassino e più pericoloso per il suo ruolo nel terrorismo antisraeliano ma anche internazionale di cui è maestro nelle tecniche e nella spietatezza, è stato legalmente sdoganato come gruppo che può correre in combinazione con il partito Marxista Leninista della Germania (sì, esiste ancora sia pure con 1.800 membri e ha diversi alleati con cui comporre una lista) alle elezioni del 24 settembre per il Bundestag.
   Non è avvenuto a causa di una distrazione: giornalisti e parlamentari del Bundestag stesso che membri della Knesset del partito Yesh Atid si sono rivolti al ministro degli interni tedesco Thomas de Maiziere perché il FPLP e gli hezbollah siano banditi dalla Germania e comunque non possano correre per un seggio in parlamento. Ma pare che il peggiore antisemistimo vi trovi ancora una culla, a vantaggio dello sviluppo del terrorismo internazionale e a nostro rischio e pericolo. De Maiziere ha risposto che è il comitato federale delle elezioni che decide se squalificare un partito politico. Ma poi non c'è stata squalifica e si sa che l'agenzia di intelligence federale ha dichiarato, benché l'organizzazione sia nella lista dei gruppi terroristi, che «non se ne conoscono azioni militari». E tanto basta.
   Fondata da George Habash l'organizzazione ha fatto di tutto, uccidendo decine di persone: aerei sequestrati, attacchi agli aeroporti, fra cui la strage di Lod, terroristi suicidi, attacchi agli autobus. L'8 novembre del 2014 ha massacrato con asce, coltelli e un fucile quattro persone che stavano pregando nel tempio di Har Nof a Gerusalemme. A dicembre a Berlino si è tenuta una festosa celebrazione del 49esimo anniversario della fondazione del FPLP. A Wuppertal ha parlato ad aprile addirittura la super assassina Leila Khaled, che si è vantata del fatto che «i palestinesi hanno insegnato che i negoziati si terranno solo con i coltelli e le armi». Ne sa qualcosa, è stata nel commando che sequestrò il volo TWA nel '69 e tentò di sequestrare un aereo El Al. Adesso per propagandare il suo gruppo, in base al diritto di opinione ha svolto un giro di propaganda in tutta Europa sotto la bandiera legale del BDS, il movimento di boicottaggio.
   In Germania, e specie a Berlino si annida, senza che si trovi da ridire, una colonia fissa di Hezbollah che fiorisce nella città dove meno ci se lo aspetterebbe: col permesso esplicito benché contestato del sindaco Michael Mueller, l'organizzazione libanese riconosciuta come terrorista nella sua parte militare (uno zuccherino per il pluralismo libanese) ha organizzato a giugno nel giorno di al Quds (Gerusalemme) una marcia nel centro: con le loro bandiere hanno inneggiato alla distruzione di Israele col permesso della città. Tutto questo avviene nell'anno 2017, e lo sterminio degli ebrei è stato inventato là poco più di cinquant'anni fa.

(il Giornale, 3 settembre 2017)


Dopo cinquecento anni la Sicilia ritrova i "suoi" ebrei

Segnali di ritorno nell'isola dopo l'espulsione del 1492 dalla Spagna e dai suoi possedimenti. L'inaugurazione della Giornata europea della cultura sarà a Palermo, dove l'Oratorio di Santa Maria del Sabato, concesso dalla Chiesa, diventerà una sinagoga.

L'arcivescovo Corrado Lorefice ha concesso i locali alla piccola comunità e il comune farà i restauri Noemi Di Segni, presidente Ucei: «Al sud un vero rinascimento vogliamo, recuperare le radici perdute»

di Francesca Nunberg

 
Una delle targhe stradali nella vecchia Giudecca con le scritte in italiano, in ebraico e in arabo
«Tutti mi dicevano: tu vuoi una sinagoga a Palermo, ma se non ci sono gli ebrei a che serve? Mio fratello Albert mi incoraggiava: aprila e vedrai che arriveranno». Messa così sembrava una mission impossible, in una terra da cui gli ebrei mancavano, per usare un eufemismo, da oltre cinque secoli. Evelyne Aouate non è persona da perdersi d'animo, francese nata in Algeria da famiglia osservante e rimasta a vivere in Sicilia dopo un viaggio, per vent'anni ha creduto addirittura di essere l'unica a Palermo. Ma se adesso il 10 settembre, in occasione della Giornata europea della cultura ebraica, sarà possibile visitare la futura sinagoga di Palermo, nell'ex Oratorio barocco dal nome non casuale di Santa Maria del Sabato, nella vecchia Giudecca, il merito è soprattutto suo.
   Lei spiega che tutto è nato dal rabbino Pierpaolo Pinhas Punturello, che tre anni fa le chiese aiuto per organizzare un seminario sull'ebraismo, cita Miriam Ascoli e Luciana Pepi che l'hanno aiutata in questa impresa, ricorda l'incontro con l'arcivescovo Corrado Lorefice che ha concesso i locali dell'oratorio e ringrazia il sindaco Leoluca Orlando perché sarà il Comune a finanziare la ristrutturazione. Ma è stata Evelyne, che presiede l'Istituto Siciliano di Studi ebraici, a guidare l'altro giorno la squadra armata di palette e scopettoni per rendere presentabile la futura sinagoga. Un piccolo nucleo dei "ritrovati" ebrei di Sicilia che vanno nelle scuole, organizzano incontri, hanno un riscontro, dicono con orgoglio, a livello mondiale.

 I corallari trapanesi
  L'apertura è prevista per l'anno prossimo, uno in più da aggiungere ai 525 passati da quando gli ebrei furono cacciati definitivamente dall'isola dopo 15 secoli di permanenza, subito dopo l'espulsione dalla Spagna del 1492. «Trascorsi cinque secoli anche il ricordo di questa lunga presenza sembrava cancellato dalla memoria dei siciliani, come se lì gli ebrei non fossero mai esistiti», scrive lo storico Franco D'Agostino. Molti partirono, altri rimasero e si convertirono, altri addirittura arrivarono dalla Spagna come i corallari catalani e marsigliesi che si stabilirono a Trapani, ma fu solo nel primo dopoguerra che alcune famiglie ebraiche tornarono a riaffacciarsi. D'Agostino ricorda che la Sicilia fu il primo lembo d'Europa in cui vennero abrogate le leggi razziali, il 21 luglio del '43, con l'ingresso a Palermo delle truppe alleate guidate dal generale Alexander.
   Giusto quindi che l'inaugurazione della Giornata europea della cultura ebraica, dedicata quest'anno alla "Diaspora tra identità e dialogo" si celebri proprio lì. Nella Sicilia dove stanno tornando "Gli ebrei che reclamano una storia perduta" come ha titolato il New York Times. «C'è un vero e proprio Rinascimento ebraico al Sud - spiega Noemi Di Segni, presidente dell'Ucei, Unione delle Comunità ebraiche italiane - Di recente abbiamo istituito una sezione di Palermo che dipende dalla Comunità di Napoli e poi lavoriamo sia sul versante culturale per far conoscere la storia, la lingua e le tradizioni ebraiche, che su quello del culto, non solo per gli ebrei che vogliono stabilirsi in Sicilia, ma anche per le persone non praticanti in cerca delle loro radici dimenticate. Puntiamo anche ad una mappatura dei beni storici e archeologici della regione (presto presenteremo un progetto ai Beni Culturali) e alla valorizzazione dell'aspetto turistico ed eno-gastronomico. Senza dimenticare il nostro ruolo di intermediazione nel rapporto con Israele: il Meridione è strategico per vicinanza geografica (da Tel Aviv ci sono i voli diretti per Catania) e culturale. Il tema dell'accoglienza è fondamentale per gli ebrei della diaspora così come per la Sicilia, primo approdo degli immigrati».

 Le testimonianze
  Quanto alle testimonianze e ai monumenti ebraici che meritano di essere salvati in Sicilia, la lista è lunga: come racconta Nicolò Bucaria che vive a Lussemburgo ed è collaboratore dell'Istituto per la storia degli ebrei dell'università di Treviri. E stato lui a studiare la vasca del bagno rituale ebraico (mikvè) scoperta qualche anno fa nel sottosuolo di Palermo. «A lungo si era creduto che fosse una stanza dello scirocco, invenzione settecentesca che i nobili costruivano nelle ville fuori città per tenersi freschi - dice Bucaria - E invece era una vasca ebraica prevista dal Talmud, tra l'altro della massima purezza terapeutica. Ci sono le pietre tombali ebraiche di Siracusa abbandonate alle sterpaglie e in fase di avanzata distruzione (tra l'altro il primo giornale a dare notizia del loro rinvenimento nei fondali del porto di Siracusa è stato proprio Il Messaggero nel 1962), l'Arondi Agira, Enna, l'unica arca santa siciliana in pietra, che quest'anno è nel programma della Giornata europea della cultura ebraica».

 I graffiti misteriosi
  L'inaugurazione il 10 settembre sarà a Palazzo Steri, per secoli la sede dell'Inquisizione dove sono ancora visibili i graffiti dei prigionieri, comprese due scritte in ebraico ancora misteriose. La repressione degli ebrei in Sicilia è quattro-cinquecentesca e si presume quindi che oltre un secolo più tardi non ne fosse rimasto più nessuno; come fanno ad esserci scritte e disegni di ispirazione ebraica nelle carceri che risalgono all'inizio del '600? «Il Sant'Uffizio non procedeva contro gli ebrei ma contro i battezzati, conversos erano gli ebrei e moriscos i musulmani - spiega Giovanna Fiume, docente di Storia moderna all'università di Palermo - quindi contro coloro che si erano convertiti al cattolicesimo ma si sospettava fossero ancora legati alla loro antica religione. Bastava che un vicino il sabato non vedesse uscire il fumo dal camino, segno che nessuno stava cucinando, o che qualcuno rifiutasse carne di maiale per far scattare la repressione. E forse è stato proprio uno di questi dissimulatori, cristiani giudaizzanti, a incidere quelle scritte che ancora devono essere decifrate».
   Traduzione per traduzione, bisognerà anche correggere i cartelli in tre lingue (italiano, ebraico e arabo) che qualche anno fa sono stati posti nell'ex Giudecca, in piazza e via della Meschita (parola araba per indicare sia la chiesa che la sinagoga) a testimonianza del multiculturalismo che in Sicilia pare destinato ad avere nuova vita.

(Il Messaggero, 3 settembre 2017)


Tragedia israeliana in tre metafisici atti

di Alessandra Levantesi Kezich

Durante il conflitto libanese del 1982, il giovane soldato di leva Samuel Maoz, chiuso con tre commilitoni in un carro armato, aveva ucciso un uomo prima di poter capire se costituiva davvero un pericolo. Gli ci sono voluti 25 anni e una seconda guerra con Beirut per sbloccare il trauma e rievocare l'esperienza: il film si intitolava Lebanon e nel 2009 vinse il Leone d'oro. Ora in concorso con l'opera seconda Foxtrot, Maoz torna ad agitare quelle stesse tematiche, sviscerando contraddizioni che lo assillano come uomo e come coscienza critica del proprio paese.
   In Foxtrot c'è un padre all'inizio annientato dalla notizia (falsa) dell'uccisione del figlio soldato Jonathan; e alla fine devastato dal fatto di averne indirettamente provocato la morte (vera). Fra questi due atti si inserisce una seconda parte ambientata in uno sperduto confine del Nord, dove Jonathan esasperato da logoranti giorni in attesa di un nemico che mai si palesa scambia una lattina di birra per una granata e ammazza degli innocenti. Fatalità, fede, e un lacerante complicato presente: tutto questo Maoz lo traduce in un film di surreale, metafisica, bizzarra densità, che testimonia una volta di più dell'attuale complessità e forza dialettica della drammaturgia ebraica, in Israele come in Usa. Vedi caso la sceneggiatura dell'altro titolo in gara, l'ottimo Suburbicon di George Clooney porta, e riconoscibilissima, la firma dei fratelli Coen.

(La Stampa, 3 settembre 2017)



«Perché siete turbati? E perché vi sorgono in cuore dei dubbi?»

Ora, mentre essi parlavano di queste cose, Gesù stesso comparve in mezzo a loro, e disse: «Pace a voi!» Ma essi, smarriti e impauriti, pensavano di vedere uno spirito. Ed egli disse loro: «Perché siete turbati? E perché vi sorgono in cuore dei dubbi? Guardate le mie mani ed i miei piedi, perché son proprio io; toccatemi e guardate; perché uno spirito non ha carne e ossa come vedete che ho io». E detto questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma siccome per la gioia non credevano ancora, e si stupivano, disse loro: «Avete qui qualcosa da mangiare?» Essi gli porsero un pezzo di pesce arrostito; ed egli lo prese, e mangiò in loro presenza. Poi disse loro: «Queste sono le cose che io vi dicevo quand'ero ancora con voi: che bisognava che tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi, fossero adempiute». Allora aprì loro la mente per intendere le Scritture, e disse loro: «Così è scritto, che il Cristo soffrirebbe, e risusciterebbe dai morti il terzo giorno, e che nel suo nome si predicherebbe ravvedimento e remissione dei peccati a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme».

Dal Vangelo di Luca, cap. 24


 


Eurobasket - Gruppo B: Israele-Lituania 73-88

Israele dura un tempo contro la Lituania, prima che gli ospiti trovino ritmo e canestri nel secondo tempo, dominando il match negli ultimi 20 minuti.

Che Israele non fosse la squadra imballata e confusa vista 48 ore fa contro l'Italia lo aveva già dimostrato tutta la lunga fase di preparazione all'Europeo, in cui i padroni di casa a Tel Aviv erano stati molto convincenti. Il primo tempo giocato alla pari contro la Lituania sorprende quindi il giusto, con un Howell dominante sotto il ferro con 14 punti in soli 12 minuti di utilizzo e un convincente 52% al tiro di squadra. La Lituania invece conferma tutte le sue fragilità, corazzata non ancora in grado di dominare come in molti si aspettavano alla vigilia. Difficoltà difensive e al tiro, con un eloquente 0/6 dall'arco a spiegare meglio di tante parole l'equilibrio in un match dal basso punteggio. Nella ripresa però, la musica cambia, nonostante il pubblico di Tel Aviv provi in tutti i modi a tenere in partita i beniamini di casa. Il parziale è di quelli che spaccano in due le partite: un 12-0 Lituania che fa volare i baltici nella terza frazione, chiusa addirittura sul +17 (68-51). Alla fine Israele infatti non riesce più a riportarsi in partita, incassando così la seconda sconfitta in altrettante gare disputate per 88-73. Il miglior marcatore per la Lituania è Ulanovas con i suoi 18 punti, conditi dai 16 a testa per Kuzminskas e Gudaitis. A pesare enormemente sul match l'impatto della panchine: 56 punti quelli della Lituania contro i 9 messi a referto da Israele. Una differenza enorme, come quella vista in campo nei secondi 20 minuti di gara. Per i padroni di casa diventa sempre più complesso puntare alla qualificazione alla fase a eliminazione diretta, mentre la Lituania è chiamata alla conferma già tra poche ore nel match contro l'Italia.

(sportsky, 2 settembre 2017)


La Corte Suprema di Israele rigetta le unioni omosessuali

"Tocca al Parlamento"

I giudici della Corte Suprema hanno respinto l'interpretazione della legge fondamentale di pari dignità umana e libertà avanzata da un'associazione che richiedeva il riconoscimento delle unioni civili omosessuali in quanto l'attuale posizione dello Stato d'Israele non si trova in contraddizione con essa. I giudici hanno poi lanciato la palla ai legislatori asserendo che non è compito della Corte Suprema decidere sulla questione. Hanno anche aggiunto che, "poiché la legge israeliana vede i tribunali rabbinici come l'unica autorità per quanto riguarda il matrimonio ebreo nel Paese, il ricorso è errato in quanto la Corte Suprema è un tribunale civile, non un rabbino".

(Fonte: Notizie Geopolitiche, 2 settembre 2017)


È morto Giuseppe Di Porto, uno degli ultimi sopravvissuti ad Auschwitz

Aveva 94 anni, era sfuggito al rastrellamento del ghetto di Roma ma poi era stato catturato a Genova e deportato. La prigionia, la "marcia della morte", la fuga. La Comunità ebraica: "Un dolore enorme, una figura fondamentale nel raccontare la tragedia della Shoah".

 
Giuseppe Di Porto, detto Peppe, mostra la foto di sua moglie, Marisa, matricola A-5361, anche lei deportata ad Auschwitz nel 1944 e deceduta dopo 60 anni di matrimonio, in un'immagine di dicembre 2010
È morto a Roma, a 94 anni, Giuseppe Di Porto, detto Peppe, uno degli ultimi sopravvissuti romani ai campi di stermino nazisti. Lo comunicano in una nota il Rabbino capo Riccardo Di Segni e la presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello. La sua testimonianza era stata raccolta anche dalla Fondazione Spielberg (Survivors of the Shoah - Visual History Foundation).
   Nato a Roma nel 1923, Di Porto aveva iniziato giovanissimo a lavorare con i genitori, venditori ambulanti. La sua famiglia - in tutto erano otto figli - era riuscita a salvarsi dal rastrellamento del ghetto di Roma, il 16 ottobre del 1943, fuggendo da un cortile interno della loro abitazione. Solo il padre venne catturato e deportato. Giuseppe si era allontanato prima del 16 ottobre e aveva proseguito con l'attività di ambulante a Genova, ospite di una famiglia di amici. Ma il 3 novembre non riuscì a sfuggire al rastrellamento del tempio della città ligure, venne arrestato dai tedeschi e portato al carcere di Marassi dove rimase circa un mese. Da lì, venne trasferito a Milano, a San Vittore, da dove fu destinato al campo di Monowitz, in Polonia, non lontano da Auschwitz.
   Lì, insieme al cugino Amedeo, visse la tragedia della deportazione. Nel gennaio del 1945, durante l'avanzata delle truppe russe, i tedeschi comunicarono che si sarebbero dovuti trasferire tutti, a piedi, verso la Germania. Di Porto camminò per circa tre giorni nella neve, a tappe, sempre sotto la sorveglianza dei tedeschi, un cammino conosciuto come la "marcia della morte". La fuga durante una notte, il rifugio tra i boschi, la cattura da parte di un gruppo di soldati dell'Armata Rossa, il lavoro coatto per i militari russi per circa otto mesi. E il ritorno in Italia, all'inizio di ottobre del 1945. Nel 1949 le nozze con Marisa Di Porto, anch'essa sopravvissuta ai campi di sterminio.
   "Un dolore enorme per la nostra comunità, Giuseppe è stato una figura fondamentale nel raccontare la tragedia della Shoah. Insieme a Marisa, anche lei sopravvissuta, ha costruito una famiglia ebraica numerosa che è stata la risposta più bella e significativa nei confronti di chi voleva distruggere il popolo ebraico. Alla famiglia la nostra più sentita vicinanza", si legge nella nota. Il corteo funebre passerà domani alle 10.15 di fronte alla Sinagoga di Roma.

(la Repubblica, 2 settembre 2017)


Dalla Siria a Gaza, le nuove mosse dell'Iran

Dopo aver quasi archiviato ormai il conflitto in Siria, l'Iran sposta la sua attenzione verso i territori palestinesi. Portali d'informazione sia israeliani che palestinesi riportano la notizia di una ritrovato accordo tra il partito di Hamas e Teheran.

 Hamas elogia il supporto di Teheran
  Secondo Al Araby il leader di Hamas a Gaza Yahya al-Sinwar avrebbe espresso parole entusiastiche nei confronti dell'Iran. "Il supporto militare iraniano per Hamas e al Qassam è strategico. Le nostre relazioni sono tornate ad essere fantastiche e stanno ritornando ad essere quelle di un tempo. Ogni giorno costruiamo missili e continuiamo l'addestramento militare".

 L'Iran è pronto per la causa palestinese
  L'apertura del leader di Hamas ha trovato il benestare della controparte iraniana. Secondo il quotidiano Asharq al-Awsat, lo scorso mese ci sarebbe stata una visita di una delegazione di Hamas presso Teheran. Proprio durante quest'incontro il Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif avrebbe espresso l'impegno iraniano nel contesto palestinese. "Siamo pronti a mettere da parte qualsiasi disaccordo [con Hamas] per la causa palestinese e per l'unità del mondo musulmano", così ha dichiarato il Ministro iraniano. Il riavvicinamento tra Iran e Hamas arriva proprio quando il conflitto siriano sembra essere giunto alla fine.
  Era stata proprio la guerra civile in Siria a scatenare le divergenze ideologiche tra Hamas e Teheran. Il partito palestinese si era infatti schierato con i gruppi ribelli sunniti, con i quali condivide per l'appunto l'impostazione religiosa. I rapporti dal 2014 erano dunque arrivati ai minimi storici. Finché addirittura nel 2015 Hamas aveva dichiarato di "non ricevere più alcun finanziamento dall'Iran". La parziale risoluzione del confitto siriano ha ora appianato le divergenze.

 Hamas e Iran si preparano alla guerra
  Rimane dunque da capire se l'asse Teheran-Gaza abbia la semplice intenzione di rinforzare le capacità militari di Hamas, oppure abbia in agenda un'azione offensiva nei territori israeliani. Secondo il portale israeliano Time of Israel le intenzioni bellicose sarebbero evidenti. Il leader di Hamas ha infatti dichiarato che gli aiuti militari e gli addestramenti ricevuti daranno la forza per "la preparazione della battaglia per la liberazione della Palestina". Se le dichiarazioni di Hamas non sembrano sicuramente concilianti, anche la stessa Gaza, dove Hamas ha il suo quartier generale, pare essere diventata un vaso di Pandora.

 Gaza è diventata "invivibile"
  Solo lo scorso 24 agosto il giornale The Independent riportava un'analisi dettagliata sulla condizione economico sociale di Gaza a tre anni dall'ultimo conflitto. "Gaza is on the brink of a humanitarian crisis" ("Gaza è sull'orlo di una crisi umanitaria"), così titolava il pezzo dell'Independent. A conferma di questo titolo catastrofico il giornalista riportava una serie di dati. Solo un terzo delle 11.000 case distrutte nel 2014 sono state ricostruite, chi è rimasto senza deve ora adattarsi con tende e mezzi di fortuna. Il tasso di disoccupazione è mediamente stabile al 41% con punte del 60% per i giovani.
  La Striscia di Gaza rimane poi sotto la costante minaccia della forza aerea israeliana. A ciò si deve aggiungere che il 96% dell'acqua di Gaza non è considerata sicura e l'elettricità funziona in media solo tre ore al giorno. Infine un rapporto ONU dello scorso giugno descriveva la Striscia di Gaza come "invivibile". In una simile situazione non si può non pensare che quel 60% di giovani disoccupati possano rappresentare un allettante bacino di future leve per Hamas.

 Una nuova guerra in Medio Oriente?
  Sono molti dunque gli elementi che fanno propendere all'avvicinarsi di un conflitto che coinvolga Israele, Hamas, Iran e non solo. Giusto un mese fa infatti Donald Trump dichiarava come Hezbollah fosse una minaccia non solo per il Libano, ma per tutta la regione", non escludendo dunque un intervento congiunto con Israele per "liberare" il sud del Libano dalle milizie sciite. Si prepara dunque la resa dei conti tra Israele e i suoi storici rivali.

(Gli Occhi della Guerra, 2 settembre 2017)


L'arte nei campi di concentramento: i volti del massacro nazista

di Ester Di Bona

 
La Shoah è stato l'evento più devastante di cui il genere umano è stato vittima e carnefice. Tra le urla delle camere a gas e il fumo degli inceneritori, l'arte è riuscita a farsi spazio in mezzo ad ammassi di cadaveri, immortalando volti, sguardi e pensieri di chi l'orrore lo viveva dall'interno.
  Il 14 giugno 1940 il più grande Lager della storia nazista venne reso operativo: KL Auschwitz. Con l'intento di sterminare nel modo più veloce ed economico possibile ebrei (oltre ad "elementi socialmente pericolosi") venivano deportate più di 20.000 persone alla volta. I prigionieri venivano divisi in base al sesso in camere piccole e strette, con dei letti a castello spesso da dividere con altri compagni per mancanza di spazio, rasati a zero dalla testa fino alle parti intime con rasoi senza fili che provocano tagli e ferite disinfettate con prodotti urticanti. Veniva data loro un'anonima divisa grigia a righe, ottenuta da vecchie stoffe lerce su cui veniva cucito un seriale che, da quel momento, sarebbe diventata la loro nuova identità. Dopo una veloce visita medica decisiva sulle loro vite, che li classificava "abili nel lavoro" o "non abili" (quindi da uccidere immediatamente come la maggior parte di donne, anziani e bambini) venivano immediatamente impiegati in lavori manuali disumani per diverse ditte tedesche, in preda alla fame, alla sete e all'estrema stanchezza che spesso portava alla morte sul posto e all'insorgere incontrollato di epidemie mortali.
  In un contesto terrificante e disumano come quello vissuto nei campi di concentramento, numerosi prigionieri consapevoli della loro sorte ma ugualmente pieni di speranza, sfidavano le dure leggi che vigevano sul posto. Bastava loro rubare un pezzo di carbone, della carta forno, un tovagliolo, o qualsiasi altro mezzo per sentirsi ancora esseri umani, mantenere accesa una passione e non perdere la fiducia nei confronti del mondo. Tutto ciò era rappresentato dall'arte.
  Adam Franciszek Jaźwiecki (1900-1964), pittore polacco, viene trasportato l'1 dicembre 1946 ad Auschwitz, marcato come prigioniero politico. Durante la sua prigionia ritraeva i suoi compagni di stanza, mettendo in risalto il numero da prigioniero sapendo che un giorno questi disegni sarebbero diventati testimonianze ufficiali e dando la possibilità agli storici di assegnare un nome vero ai volti da lui raffigurati.
  Era comune che i soldati nazisti commissionassero agli artisti dei ritratti, paesaggi o cartoline per uso privato o per esporli al lagermuseum, il museo del campo di concentramento in cui venivano conservati gli effetti personali o gli oggetti più particolari rubati ai prigionieri. Oggi queste testimonianze sono conservate all'Auschwitz-Birkenau State Museum, tra cui 113 ritratti dell'artista polacco. Agnieszka Sieradzka - storico dell'arte e responsabile delle collezioni del museo - afferma: «La cosa più interessante in questi dipinti sono gli occhi di una impotenza particolare. I prigionieri creavano ritratti perché il loro desiderio ti imprimere una immagine era troppo forte».
  Jaźwiecki nascondeva i ritratti in mezzo al letto o nei suoi vestiti. I suoi disegni sono sopravvissuti fino alla sua liberazione, nel maggio del '45. Dopo la sua morte avvenuta l'anno successivo per tubercolosi, la sua famiglia ha donato i suoi ritratti al museo.
  «Alcuni sarebbero sorpresi che l'arte esistesse in un luogo simile, in un luogo con crematori, ma l'arte era particolarmente necessaria qui dietro il filo spinato, perché l'arte potrebbe salvare una parte della loro dignità umana - dice Sieradzka - l'arte è stata una speranza per un futuro migliore: l'arte è stata fuga dalla brutale realtà del campo ad un altro mondo migliore».

(Eco Internazioinale, 2 settembre 2017)


Tel Aviv, drumfish e protezionismo

di Enrico d'Alesio

La sconfitta contro l'Italia ha fatto vibrare il sistema-basket israeliano. Ora ha ripreso vita il partito dei "protezionisti", coloro che vorrebbero posti e minuti garantiti per i giocatori israeliani. L'onda ha coinvolto momentaneamente anche il mio amico Moshe B., fondatore e ovviamente editore di TeamScout. Nella nostra conversazione, non volendo dirgli a chiare lettere che certe forme di protezionismo sono inutili quando non dannose, gli ho semplicemente augurato buona fortuna, se davvero Israele imboccherà quella strada. Anche perché l'essere giocatore israeliano passa per una doppia porta, quella della nazionalità e quella della religione, quindi sinceri auguri a chi dovrà definire cosa e chi sia giocatore "autoctono".
Per concludere con altre cose sulla sweet-life di Tel Aviv, andate se vi capita, per pesce e cocktails al Salva Vida, proprio sul lungomare interno di Hayaorkon, all'ombra dei grandi hotel-grattacielo come Orchid. Si mangia divinamente sia al ristorante che al bar, e vi consiglio DrumFish grigliato, granchio e un mojito meno dolce del solito, che unisce lime e limone israeliano, il quale è come ambrosia rispetto alla roba che si trova da noi.

(Baskettiamo, 2 settembre 2017)


Preoccupante crescita e normalizzazione dell'antisemitismo in Polonia

Lo denuncia il Congresso Ebraico Europeo che chiama il Governo polacco a intervenire "contro ogni razzismo e antisemitismo".

di Andrea Maccarrone

Una "netta normalizzazione dell'antisemitismo" in Polonia. Il Congresso Ebraico Europeo ha lanciato l'allarme giovedì e ha chiamato il Governo polacco ha rispondere con decisione.
Una preoccupazione che è cresciuta di pari passo al crescere degli incidenti antisemiti nel Paese e alla rottura delle relazioni del Governo coi rappresentanti democratici delle Comunità Ebraiche Polacche che da circa un anno non si incontrano.
"Abbiamo osservato una drammatica crescita di incidenti antisemiti in Polonia che coincidono con la chiusura delle comunicazioni del Governo polacco con i rappresentanti della comunità ebraica", ha detto il presidente del Congresso Ebraico Dr. Moshe Kantor.
"Recentemente in Polonia c'è stata una netta normalizzazione dell'antisemitismo, del razzismo e della xenofobia", ha proseguito Kantor. "Speriamo che il Governo polacco freni quest'odio e agisca con forza contro di esso".
Secondo quanto denunciato, la crescita dell'antisemitismo "sembra aver permeato molti strati della società polacca" e rende tanto più urgente un'azione decisa delle istituzioni.
"Speriamo che la leadership polacca riprenda le relazioni con la comunità ebraica e condanni l'antisemitismo in tutte le sue forme," ha detto Kantor.
In realtà, di questo clima di crescente odio razziale e antisemita lo stesso partito di maggioranza, Legge e Giustizia, sembra essere uno dei fattori determinati. Tanto che questo è stato protagonista di diversi degli incidenti antisemiti che negli scorsi mesi hanno fatto salire la preoccupazione della comunità ebraica polacca.
Anche in Italia sono molto note le posizioni di assoluta chiusura sulla questione dei migranti del Governo polacco, a capo di un vasto fronte di Paesi dell'Europa Centro-orientale.
Gli incidenti hanno incluso l'apparizione di bandiere del gruppo di estrema destra Falange ONR alle cerimonie di Stato e il post del parlamentare di Legge e Giustizia,Bogdan Rzoca che ha detto: "Mi chiedo perché, nonostante l'Olocausto, ci siano ancora così tanti abortisti tra gli ebrei".
Lo scorso agosto, poi, una squadra di calcio israeliana è stata attaccata da hooligan polacchi dopo una partita nei pressi di Varsavia. Mentre Leslaw Piszewski, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche di Polonia e Anna Chipczynska, presidente della Comunità Ebraica di Varsavia, hanno mandato una lettera aperta a Jaroslaw Kaczynski, leader del partito nazionalista Legge e Giustizia, dichiarando di "temere per la (propria) sicurezza dal momento che la situazione nel Paese sta diventando più pericolosa".
La lettera, caduta inascoltata, definisce l'attuale situazione per l'ebraismo polacco un "minimo".
Nel 1939, la popolazione ebraica della Polonia era di oltre 3,3 milioni di persone, equivalenti a circa il 10% dei cittadini del Paese. La più ampia popolazione ebraica in Europa. Oggi si stima che in Polonia rimangano circa 10.000 ebrei.

(Pride, 2 settembre 2017)


Giro d'Italia senza confini. Gerusalemme è pronta

Tra pochi giorni verrà ufficializzata la partenza da Israele: celebrazione per i 70 anni del paese

di Andrea Schiavon

 
Una corsa senza confini: questo sarà il Giro d'Italia 2018 che, per la prima volta nella storia delle grandi corse a tappe, uscirà dall'Europa. Le partenze dall'estero non sono certo una novità - il Tour quest'anno ha preso il via dalla Germania e la Vuelta dalla Francia - ma in questo caso la scelta ha ricadute che vanno ben oltre il mondo dello sport: la prima tappa si svolgerà a Gerusalemme.
  In Israele nei prossimi giorni il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat darà l'annuncio ufficiale e la risonanza sarà planetaria, perché la corsa si disputerà in maggio, proprio nelle settimane in cui si celebrerà il 70o anniversario della fondazione dello Stato di Israele.
  Una corsa senza confini in una terra che si confronta quotidianamente con le frontiere. Una manifestazione che ha una storia più lunga del Paese che la ospita. Il Giro può scrivere una pagina storica con questa partenza in Israele, perché tra le squadre attese al via ci sono anche la Bahrain Merida di Vincenzo Nibali e la Uae Emirates guidata da Beppe Saronni. Due formazioni che portano le bandiere del Golfo Persico sulle divise, in gara sulle strade di Israele: questa è diplomazia su due ruote.

 Squadra di casa
  In Israele si stanno attrezzando per schierare (grazie a una wild card) anche una propria squadra: nelle ultime settimane la Israel Cycling Academy è stata particolarmente attiva sul mercato, ingaggiando non solo i norvegesi Sondre Holst Enger e August Jensen, ma pure il belga Ben Hermans e lo spagnolo Rubén Plaza. E il manager della squadra, il 29enne Ran Margaliot, sta monitorando con attenzione anche l'evoluzione della crisi Cannondale, per attingere eventualmente anche dall'organico della squadra statunitense. Il budget del team non è certo quello della Sky, ma in Israele hanno senza dubbio deciso di investire in maniera massiccia nel ciclismo: solamente per organizzare le prime tre tappe del Giro, è stata stanziata una cifra intorno ai 10 milioni di dollari.

 Sicurezza
  Le spese non riguardano solo i soldi che verranno corrisposti agli organizzatori e quelli che saranno spesi per la logistica, ma anche quelli necessari per la sicurezza, tema imprescindibile in Israele.
  Il Paese ospita regolarmente manifestazioni internazionali: giusto in questi giorni a Tel Aviv c'è la nostra Nazionale di basket per il girone degli Europei, mentre nel 2013 Israele ha ospitato gli Europei Under 21 di calcio, quelli che l'Italia di Mangia ha perso in finale (a Gerusalemme), contro la Spagna. Garantire la sicurezza all'interno di uno stadio o di un palazzetto però è cosa ben diversa che farlo in strada: giusto due giorni fa alla Vuelta il russo Maxim Belkov è stato aggredito e sbattuto contro le transenne da un malato di mente. Impossibile scortare uno a uno duecento corridori, soprattutto nelle fasi di gara in cui il gruppo si presenta sgranato.
  La sicurezza sarà uno dei terni più dibattuti nei prossimi mesi, ma questa non è certo una novità per Israele. La grande incognita è come il Giro verrà accolto da tutti quelli che non riconoscono lo Stato ebraico. Un'invasione di biciclette è cosa ben diversa da un'invasione di carri armati. Ma per qualcuno non fa alcuna differenza.

(Tuttosport, 2 settembre 2017)


Europa, è di nuovo allarme terrorismo: evacuata la Torre Eiffel e due stazioni di Barcellona

Non sappiamo con certezza che si tratti di terrorismo. Tuttavia, va detto che l'Europa non ha tregua dagli attentati, e quindi qualunque episodio, vero o presunto, alimenta il panico. La paura, il sospetto e la violenza irrazionale dominano insensati. Ma è ancora più irrazionale pensare che il problema si risolva da solo.

di Massimiliano Greco

Nel frattempo è stato prima chiuso e poi riaperto il terminal Eurostar nella stazione di Parigi Gare du Nord, a causa di un pacco sospetto.
Nel frattempo, a Barcellona è scattato l'allarme, dopo che un macchinista ha accusato problemi di respirazione. Si è scoperto che è stato inserito un prodotto chimico all'interno dell'impianto di ventilazione.
Inoltre, all'interno di una delle carrozze è stato trovato un liquido verde che pare abbia provocato malori in diversi passeggeri. Risultato? Due stazioni chiuse e i passeggeri evacuati.
Cosa accomuna gli episodi di Parigi e Barcellona? Per prima cosa, non abbiamo la certezza che si tratti di terrorismo. Qui non parliamo di quando qualcuno accoltella decine di persone a caso e le autorità impongono di dire che si tratti di uno squilibrato.
Il gesto di Barcellona potrebbe anche avere natura vandalica o dimostrativa, e il sospetto di Parigi potrebbe essere un delinquente comune, o anche un cittadino innocente.
Tuttavia, va detto che l'Europa non ha tregua dagli attentati, e quindi qualunque episodio, vero o presunto, alimenta il panico. La paura, il sospetto e la violenza irrazionale dominano insensati. Ma è ancora più irrazionale pensare che il problema si risolva da solo o condannare la paura come qualcosa di insensato. La minaccia è reale e la paura, a cui si vuole negare ogni viabilità, corrode dall'interno l'intera società.
Fin quando non verranno colpiti i paesi sponsor del terrorismo, non saremo mai tranquilli, neanche in casa nostra, tanto meno in un luogo simbolo come la Torre Eiffel.

(Opinione Pubblica, 2 settembre 2017)


Francia, scuola. Minacce agli ebrei, inni all'Isis, insulti alle donne. Il racconto di un preside

Dopo 15 anni come preside in tre degli istituti più difficili di Marsiglia, Bernard Ravet pubblica un libro sconvolgente sul problema dell'estremismo islamico nelle scuole della République.

di Leone Grotti

È un libro destinato a interrogare molte coscienze e a lasciare il segno quello scritto da Bernard Ravet e appena pubblicato in Francia: Preside di liceo o imam della Repubblica? L'autore è stato per 15 anni preside in tre scuole secondarie statali tra le più difficili di Marsiglia, dove gli studenti musulmani sfiorano il 95 per cento dell'utenza, e ha visto con i suoi occhi quanto sia diventato grave il problema della diffusione dell'estremismo islamico tra gli alunni. «Per timore di stigmatizzare gli istituti che dirigevo, sono rimasto in silenzio per 15 anni», scrive, ma ora che è andato in pensione nel 2015, ha voluto pubblicare questo libro perché «è ora di finirla con la legge del silenzio che pesa sull'impatto della religione in certe scuole. Il fanatismo bussa alla porte degli istituti e impone i suoi simboli e le sue leggi nello spazio scolastico, durante la ricreazione, in mensa, in piscina».
   Nell'ultima settimana, diversi giornali francesi hanno pubblicato alcune anticipazioni del libro. Ravet racconta ad esempio di quando era preside del liceo Versailles e una mamma francese di religione ebraica, tornata a Marsiglia dopo un lungo soggiorno in Israele, è venuta a chiedergli di iscrivere il figlio. «Quando ho sentito parlare il ragazzo, con un evidente accento straniero, ho capito che i miei studenti avrebbero scoperto subito la sua provenienza straniera. Se avessero scoperto che veniva da Israele, l'avrebbero distrutto. Così, con imbarazzo, ho chiesto alla mamma di non iscriverlo alla scuola statale, ma ebraica». Il preside l'ha fatto a malincuore, «ma non avrei potuto garantire la sua incolumità. Quando, solo pochi mesi prima di questo episodio, un giornalista era venuto a chiedere a scuola quali erano i rapporti tra i miei studenti musulmani e i loro compagni ebraici, loro hanno risposto: "Qui non ci sono ebrei e se ci fossero, sarebbero obbligati a nascondersi"».
   Le minacce agli ebrei non sono l'unico segnale di radicalizzazione al quale Ravet ha assistito negli anni. Ci sono le ragazze che, nonostante il divieto di portare il velo, cercano di indossarlo a scuola ogni giorno, ci sono gli insegnanti che non possono parlare di Shoah o darwinismo per le eccessive proteste, ci sono le professoresse che vengono chiamate «troie» o «puttane» all'uscita della scuola solo perché portano la gonna, o i docenti di francese, che ogni giorno si sentono ripetere in classe che il francese è «una lingua straniera, la lingua dei miscredenti». Innumerevoli, inoltre, le apologie dello Stato islamico e gli inni alla sharia.
   Il preside racconta delle strane persone che si aggiravano intorno alle scuole da lui dirette: risse tra bande, giovani sbandati, barbuti che vendono la droga ai cancelli del liceo «perché tanto solo i miscredenti ne fanno uso e se la droga uccide, uccide solo i miscredenti. Quindi vendere la droga non è contrario all'islam». Difficile anche il rapporto con i genitori, che giustificano la segregazione dei sessi: «Le donne adultere vanno lapidate». Di tutto questo Ravet non ha voluto parlare ai giornali fino ad ora (ma alle autorità sì) per non essere «accusato di islamofobia e per proteggere quelle famiglie normali che non potevano permettersi altre scuole», ma ora non vuole più restare in silenzio. Anche perché il problema della radicalizzazione giovanile e scolastica sta crescendo sempre più grave in Francia.

(Tempi, 2 settembre 2017)


Terrorismo: anche a Brescia è boom di controlli su camion e furgoni

Dopo l'attentato di Barcellona, compiuto su ispirazione di quelli palestinesi, scattano controlli straordinari. A Brescia 90 veicoli pesanti e 233 persone controllati in 3 giorni

Dopo l'ultimo attentato terroristico di Barcellona, simile per modalità a quelli di Berlino, Nizza e ai tanti che si sono susseguiti negli anni in Israele, è boom di controlli su camion, furgoni e mezzi pesanti in generale. Anche a Brescia, così come nel resto d'Italia, c'è stata un'intensificazione dei posti di controllo in prossimità degli accessi ai centri storici volta all'identificazione dei conducenti dei suddetti automezzi e la loro verifica presso le banche dati.

 Il bilancio
  L'operazione «ultimo miglio», svolta con controlli straordinari nella serata del 28 agosto e nei pomeriggi del 29 e del 30 agosto, ha interessato le zone più affollate di Brescia: Piazza Loggia, Corso Zanardelli, Piazzale Arnaldo. La polizia ha inoltre realizzato posti di controllo in entrata in città e controlli avventori in 4 esercizi commerciali. Gli automezzi controllati sono stati 90. Le persone controllate sono state 233, di cui 97 italiane e 136 straniere. Tra queste, 128 avevano precedenti di Polizia. Un uomo è stato arrestato per reati inerenti gli stupefacenti. Quattro cittadini sono stati denunciati per irregolarità sul Territorio Nazionale.

(Corriere della Sera, 2 settembre 2017)


Unifil si rinnova: vince la linea Usa-Israele contro Hezbollahtter

I 15 membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno approvato all'unanimità il rinnovo annuale del mandato della Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (Unifil) e lo hanno fatto con alcune piccole ma significanti modifiche imposte dalla volontà degli Stati Uniti e di Israele di fare di più per contrastare Hezbollah. La risoluzione delle Nazioni Unite, votata nella serata di mercoledì scorso, prevede, infatti, di lasciare più libertà di manovra alle truppe nel fermare ogni attività diretta alla destabilizzazione dell'area e a "prendere tutte le misure necessarie nelle aree in cui sono dispiegate per garantirne la sicurezza". Inoltre, i caschi blu dell'Onu dovranno segnalare immediatamente ogni attività di Hezbollah e ogni volta che le stesse truppe internazionali incontreranno posti di blocco della milizia sciita libanese o movimenti sospetti nel sud del Paese.Modifiche non eccezionali nell'ambito del mandato di Unifil, nel senso che comunque esse si vanno a inserire nel contesto di una serie di operazioni imposte dal mandato originario che prevede la divisione di forze israeliane e libanesi e il controllo di ogni attività legata alla possibilità di un'escalation militare. Tuttavia, il messaggio politico è stato chiaro, così come la vittoria di Usa e Israele nei confronti degli altri membri che hanno votato il rinnovo del mandato. Russia e Francia si opponevano, per esempio, a qualsiasi tipo di modifica, chiedendo che fosse confermato tutto l'impianto del mandato precedente anche per non destare allarme nel già fragile equilibrio libanese e della frontiera con la Siria. E lo stesso governo libanese ha sempre confermato di voler continuare con il medesimo mandato, che finora aveva portato la pace tra Israele e Libano senza ulteriori complicazioni. Stati Uniti e Israele invece avevano chiesto espressamente la modifica del mandato di Unifil anche per controllare Hezbollah imponendo come condizione essenziale per il voto favorevole al rinnovo della missione internazionale.
  "Lo status quo di Unifil non era accettabile e non lo abbiamo accettato", ha detto l'ambasciatrice statunitense all'Onu, Nikki Haley, che aveva da sempre ritenuto prioritario modificare l'effettività e le spese delle missioni di pace delle Nazioni Unite in cui gli Stati Uniti sono impegnati, e che non ha mai nascosto di ritenere Unifil una missione che avrebbe dovuto rivolgersi in particolare contro Hezbollah. La richiesta di Haley, e dunque degli Stati Uniti, è stata chiara sin dall'inizio del suo mandato al Palazzo di Vetro: o Unifil ampliava i suoi poteri anche contro le milizie sciite libanesi, oppure gli Usa non avrebbero più sostenuto la missione. E infatti, così è stato. La Haley ha anzi voluto rimarcare proprio il fatto che dopo queste modifiche, i caschi blu dell'Onu non potranno più ritardare nell'inviare report dettagliati su ogni ostacolo che Hezbollah opporrà al passaggio e al controllo delle forze di peacekeeping. Un cambiamento e una maggiore attenzione alle milizie libanesi che hanno trovato il plauso di Danny Danon, rappresentate israeliano all'Onu, che si è battuto insieme a Haley per modificare il mandato Unifil.
  Nel frattempo, mentre la comunità internazionale plaude al rinnovo di Unifil, aumentano le tensioni fra Libano e Iraq, proprio quando i due Paesi sembravano aver raggiunto una collaborazione estremamente proficua nell'ambito della lotta al Daesh. Ed è sempre Hezbollah la "pietra dello scandalo". Baghdad ha condannato l'accordo di tregua concluso dal Libano con lo Stato islamico, e che ha trovato la mediazione di Hezbollah, in quanto si prevede il trasferimento di 310 islamisti dalla regione di Qalamoun, territorio siriano adiacente al confine con il Libano, verso Boukamal, nel distretto di Deir ez Zour, e dunque a ridosso della frontiera irachena. Secondo fonti irachene, le centinaia di jihadisti mandati lì dalla frontiera con il Libano, sarebbero già passate nella regione di Anbar, facendo sì che arrivassero nuovi rinforzi alle ultime sacche di resistenza del Califfato. Una scelta che ha colpito negativamente l'opinione pubblica irachena, soprattutto perché la mediazione di Hezbollah è stata letta da molti come un colpo basso alle milizie sciite irachene che hanno combattuto, sostenute dall'Iran, per liberare l'Iraq dai terroristi dello Stato islamico. Il primo ministro Al Abadi ha detto ai giornalisti che "il trasferimento di terroristi da Qalamoun al confine iracheno-siriano è preoccupante e un insulto al popolo iracheno". Stesso concetto espresso dall'inviato Usa per la guerra al Daesh, Brett McGurk, che ha definito "inconciliabile" la guerra al terrorismo con questo trasferimento e che non ha certamente visto con dispiacere la possibilità di spezzare i legami fra sciiti e governo iracheno. L'isolamento di Hezbollah prima e dell'Iran poi, resta l'obiettivo primario di Washington in Medio Oriente: il rinnovo di Unifil è stata la prima dimostrazione.

(Gli Occhi della Guerra, 2 settembre 2017)


Tecnologia israeliana: una porta per il futuro

La Startup Nation che ispira la nuova imprenditorialità italiana
    Paolo Merialdo è professore di Analisi dell'Informazione su Web presso il Dipartimento di Ingegneria dell'Università Roma Tre. Il suo principale campo di ricerca è l'estrazione e l'analisi di informazioni da Web. Con due suoi studenti di dottorato ha fondato la startup BigProfiles. È un attore attivo dell'ecosistema dell'innovazione in Italia, ed è advisor dell'acceleratore LuissEnlabs. Ha ideato e promosso diverse iniziative finalizzate alla valorizzazione della creatività e delle attitudini imprenditoriali degli studenti universitari. Per esporli alle dinamiche di un ecosistema maturo, ha portato studenti e giovani imprenditori in Israele ad incontrare i protagonisti della Startup Nation ed ha invitato in Italia imprenditori e investitori Israeliani a testimoniare le loro storie di successo.
di Paolo Merialdo

 
Il prof. Paolo Merialdo
Vent'anni fa, nel 1996, ero un dottorando in Informatica. A quel tempo, Israele era per me la terra dei padri della teoria del database: ho studiato i testi fondamentali del Prof. Katriel Beeri e più tardi, quando ho iniziato a esaminare il modo in cui ricercare e interrogare i dati dal Web, mi sono ispirato per le mie ricerche ai risultati di Tova Milo (TAU) e Oded Shumueli (Technion). Alcuni anni dopo, nel 2003, ho fondato una Spin-Off accademica con l'obiettivo di utilizzare i risultati delle mie ricerche. Quando ho iniziato a sviluppare delle analisi competitive, Israele è diventata la terra dei concorrenti: il nostro competitore più forte era un'azienda israeliana. Sono rimasto veramente sorpreso dal fatto che il numero di società di high tech israeliane stesse aumentando ad un ritmo impressionante. La mia avventura imprenditoriale non è andata bene e la Spin-Off ha chiuso dopo qualche anno. Da quella esperienza però ho imparato molto. Come professore universitario, nel 2011, ho deciso di organizzare un programma per promuovere l'imprenditorialità tra gli studenti universitari. Il programma è stato organizzato come un concorso di startup: gli studenti sono stati raggruppati in squadre da quattro, ogni squadra ha dovuto sviluppare un'idea commerciale e preparare una proposta per gli investitori. Per stimolare le squadre, il concorso aveva un premio: un tour in un ecosistema maturo di startup. Un grande amico di lnnovAction Lab, Piero Abbina, mi ha suggerito la destinazione giusta: la Startup Nation. Organizzare il viaggio è stato facile: l'ecosistema israeliano è aperto e amichevole, abbiamo incontrato imprenditori, accademici, Venture Capital e incubatori. Tutti quanti ci hanno ispirato con le loro storie personali. L'atteggiamento imprenditoriale è una questione di cultura. Ma cambiare la cultura di un Paese richiede anni. Qualcosa di magico è accaduto in Israele, che è diventata una delle Nazioni con la massima concentrazione di imprenditori in pochi anni. Oggi Israele è una terra di ispirazione: ogni anno invito in Italia alcuni dei principali attori della Startup Nation per tenere delle lezioni e spiegare il successo del loro ecosistema. Un ringraziamento speciale va a Slomo Maital, lsahy Green, Astorre Modena, Talia Rafaeli, Uri Levine, Barak Goldstein, Jonathan Pacifici, Adam Fisher, Avichay Nissenbaum, Aron Di Castro, Shariel Gun.
  Della tecnologia gli israeliani hanno fatto una risorsa. Di più, una forza. Al punto da essere diventati uno dei Paesi leader nel campo dell'innovazione ambientale. Per questo il KKL ha portato in Italia l'esperto di startup scientifiche e tecnologiche in Israele, Erez Tsur, organizzando due serate a Roma e Milano dal tema "Tecnologia israeliana, una porta per il futuro". Nella Capitale l'evento si è svolto il 16 marzo, presso l'Hotel Quirinale, dove erano presenti ospiti d'onore. Insieme a Tsur avevamo la Responsabile Affari Economici e Scientifici Ambasciata d'Israele in Italia, Olga Dolburt e il Professor Paolo Merialdo. A Milano invece, il 19 marzo, nel Palazzo della Regione Lombardia, l'esperto israeliano è intervenuto con l'Assessore regionale all'Ambiente, Energia e Sviluppo sostenibile della Regione Lombardia Claudia Maria Terzi e il Ministro per gli Affari Commerciali Natalie Gutman-Chen. Laureato in Computer Communications presso l'Università Bar-llan, Erez Tsur ha conseguito un Master in Risk Management all'Università Heriot-Watt di Edinburgo. Oggi è Co-presidente del Consiglio d'Amministrazione della IATI - lsrael Advanced Technology lndustries - organizzazione israeliana che raggruppa aziende di Hi-Tech, biotecnologie e farmaceutica. La IATI comprende circa 700 membri tra cui startup, imprenditori, centri di ricerca, investitori privati e molti altri. Tsur è stato a capo della Codence Design Sistems, ha fatto parte della direzione della Snapshield, nota azienda israeliana nel campo della difesa e fa parte del board della lsrael lnnovation Authority, azienda che finanzia progetti di ricerca, sviluppo e innovazione. I suoi interventi a Roma e Milano sono stati indistintamente un diluvio di dati e immagini. Israele vanta oltre 4800 startup, è il secondo Paese al mondo con maggiore innovazione, investimenti triplicati nel corso di un decennio, il 4% del PIL investito in ricerca. Si pensi che in Italia siamo solo all'1,5%. Il bacino dei campi di ricerca va dalla nuova tecnologia comunicativa alla biologia, dalla mobilità ecologica alla medicina, dalla chimica all'ambiente, dalla sicurezza militare all'applicazione nel civile; collaborazioni con Amazon e Microsoft, dagli strumenti bancari alla desalinizzazione e recupero delle acque piovane, dalle energie rinnovabili alle piante resistenti alla siccità.Tra i tanti progetti che sono stati finanziati negli anni, spiccano ad esempio: la compagnia Mobileye, specializzata in sensori per le macchine e recentemente acquistata dalla multinazionale lntel per 15 miliardi di dollari; il progetto ARGO, che serve a far camminare di nuovo chi è senza gambe; Vayyar, che produce sensori che servono a rilevare il cancro e a vedere attraverso i muri. Sembra che il futuro del mondo passi per le startup israeliane.

(Karnenu - KKL Italia, settembre 2017)


Israele chiede a Unifil di rimuovere dall'incarico un militare libanese legato a Hezbollah

GERUSALEMME - Israele ha chiesto al comando della missione Unifil dispiegata nel sud del Libano di sollevare dall'incarico un alto ufficiale dell'esercito libanese, il maggiore Yahya Husseini, perché sarebbe legato al movimento sciita Hezbollah. Lo riferisce oggi il quotidiano israeliano "Yediot Ahronot", precisando che Husseini sarebbe un "ufficiale di collegamento" tra la milizia sciita e le forze armate governative. Hezbollah avrebbe infiltrato l'ufficiale nell'ottica di rafforzare la propria presenza all'interno dell'esercito. Secondo le fonti, Husseini mantiene contatti continui con gli operativi di Hezbollah, da cui riceve istruzione e a cui riferisce informazioni sensibili. La richiesta avviene in concomitanza con il rinnovo del mandato di Unifil, che adesso consente al contingente internazionale di "effettuare tutte le azioni necessarie" dove è dispiegato, stabilendo che l'area delle operazioni "non deve essere utilizzate per attività ostili di alcun tipo".

(Agenzia Nova, 1 settembre 2017)


Si parte dagli attentati dei palestinesi in Israele, si passa per gli attentati terroristici come quello di Barcellona in Spagna, “compiuti su ispirazione di quelli palestinesi, e si arriva ai controlli straodinari in Italia. Servirà tutto questo a far sentire un po’ di simpatia per quelli che fin dall’inizio hanno dovuto subire gli attentati dei palestinesi, cioè gli israeliani? M.C.


Allerta per la partita Italia-Israele. Rispunta l'antisemitismo reggiano

 
Il Mapei Stadium di Reggio Emilia
REGGIO EMILIA - C'è preoccupazione, molta preoccupazione, per l'imminente partita di calcio Italia-Israele al Mapei Stadium di Reggio Emilia, valevole per la qualificazione alle fasi finali di Russia 2018 (Coppa del Mondo).
  Non a caso all'evento è stata dedicata in prefettura una riunione del Comitato provinciale per l'Ordine e la Sicurezza Pubblica presieduto dal Viceprefetto Vicario con i responsabili delle forze dell'ordine. incontro allargato ad Ausl, Comune, gestori del Mapei Stadium, delegati della Figc e delle strutture commerciali dei Petali. Si temono manifestazioni ostili a Israele se non peggio, tanto che la partita e il Mapei sono dichiarati obiettivi "sensibili". La guardia è alta contro il rischio attentati, visto che fondamentalisti e informatori dei palestinesi tengono "monitorata" la situazione.
  E' vero che il terrorismo oggi è globale e può colpire ovunque, ma certamente a Reggio Emilia può trovare terreno fertile più che altrove contro Israele: da sempre in città i palestinesi possono contare ampi sostegni pubblici alla loro causa, per tacere di coperture, logistica, finanziamenti e aiuti di tipo sotterraneo. E' vero che Reggio Emilia colloca meritoriamente le pietre d'inciampo per ricordare gli ebrei deportati e uccisi nei campi di sterminio nazisti, tuttavia non si dimentichi che l'ala delle Br reggiane era filo palestinese (una piccola bandiera dell'Anm fu posata sul feretro di Prospero Gallinari), che ancora pochi anni fa le bandiere israeliane venivano bruciate in piazza sotto lo sguardo compiaciuto o distratto delle autorità locali, e che - per citare un caso - non si è mai indagato a fondo sui legami tra terrorismo palestinese e il delitto del dottor Rombaldi, avvenuto nel giugno 1992 quando al Santa Maria Nuova un terrorista ferito era ricoverato sotto falsa identità.
  All'imbarazzante tradizione anti-israeliana e antisemita di Reggio, oggi bisogna aggiungere che le comunità arabe e africane si sono portate dietro fondamentalisti, estremisti, potenziali terroristi e soprattutto terminali dei servizi d'informazioni di Stati, movimenti politici e milizie.
  E' chiaro che le forze dell'ordine garantiranno al massimo la sicurezza, certamente meglio di quanto non sappiano fare tedeschi e francesi. I reggiani possono dare il loro contributo senza cadere nella trappola della paura, andando allo stadio ad applaudire le due Nazionali.
  Intanto, a conferma di un clima politicamente già caldo, il movimento filo palestinese Bds (movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni verso Israele) annuncia una serie di iniziative per il 5 settembre, giorno della partita, "per sensibilizzare i cittadini sulle violazioni dei diritti umani e della legalità internazionale da parte di Israele, che colpiscono anche un diritto elementare come quello di praticare delle attività sportive".
  Il programma prevede un presidio per illustrare le condizioni degli sportivi palestinesi sabato 2 settembre (dalle 10 alle 13 in piazza Fontanesi), un incontro pubblico sul diritto allo sport in Palestina lunedi' 4 settembre (all'osteria della Ghirba in via Roma alle 18) seguito da un'apericena con specialità palestinesi e la distribuzione di cartellini rossi allo stadio il giorno della partita, oltre ad azioni sui social media.
  Iniziative apparentemente innocenti, ma bisogna chiedersi cosa accadrebbe se qualcuno annunciasse la distribuzione di bandierine israeliane allo stadio. Inoltre il comunicato dei promotori si lancia in un'affermazione grave, negando che Israele sia un "paese normale".
   "Il governo israeliano - sostengono gli attivisti - usa il calcio come uno strumento di propaganda per accreditare Israele come un paese normale di fronte all'opinione pubblica mondiale. Ma da oltre 70 anni viola i diritti umani dei palestinesi e la legalità internazionale, imponendo un regime di colonizzazione, occupazione militare e apartheid che non risparmia nemmeno il mondo dello sport".
  Nello specifico "l'associazione calcistica di Israele (Ifa) comprende sette squadre con sede nelle colonie israeliane costruite in violazione del diritto internazionale su terre palestinesi".
  Le iniziative anti Israele sono organizzate da Arci, Cgil, Fiom, Uisp, Partito Comunista Italiano e Rifondazione Comunista di Reggio Emilia, Assopacepalestina Bologna, Democrazia e Lavoro, Fp Cgil Bologna, Donne in Nero-Bologna, Modena e Ravenna e Pax Christi regionale.
  Non bisogna dimenticare, peraltro, che da decenni Israele è sotto la minaccia di Stati e popoli che ne vogliono la cancellazione dalla faccia della terra.

(Reggio Report, 1 settembre 2017)


Gerusalemme «sfida» Tel Aviv: vuole più start up (anche dall'Italia)

Il ministero Israeliano degli Affari esteri e Intel lanciano un contest per startup internazionali: le regole per partecipare e i premi in palio

di
Giulia Cimpanelli

Le startup italiane hanno la possibilità di trascorrere una settimana in uno degli acceleratori della nuova Silicon Valley, Israele. Il Ministero Israeliano degli Affari Esteri e la Jerusalem Development Authority, in collaborazione con Intel, hanno lanciato un concorso legato all'ecosistema dell'innovazione della città di Gerusalemme, che negli ultimi anni è stata riconosciuta come uno dei nuovi hub mondiali dell'innovazione tecnologica. Organizzata in 4 poli tecnologici - Har Ha'Hotzvim, Givat Ram, Hadassah Ein Karem e Malcha, quest'anno Gerusalemme è stata palcoscenico della più grande exit nella storia dell'innovazione israeliana: la compagnia Mobileye, che opera nel settore delle auto a guida autonoma, e che è stata acquisita da Intel per 15 miliardi di dollari.

 Il premio
  I vincitori del contest parteciperanno dal 5 all'11 novembre 2017 ad un workshop in uno degli acceleratori delle migliori compagnie high-tech israeliane. Nel corso di questa settimana incontreranno mentor e venture capital, parteciperanno a sessioni di lavoro e a una pitch session con esponenti di rilievo dell'innovazione israeliana. Al contest possono partecipare startupper provenienti da oltre 30 Paesi di spicco nel panorama dell'innovazione internazionale tra cui Stati Uniti, Giappone, Germania, Australia, Russia, India e Brasile.

 Come partecipare
  Possono applicare le startup attive nei settori Ict (web, mobile, IoT) e nell'elaborazione di progetti d'imprenditorialità sociale o innovazione urbana finalizzati a migliorare la qualità della vita delle comunità o che abbiano già ricevuto un seed fund o che abbiano già un prototipo pronto o che abbiano il fondatore o ceo di età compresa tra i 25 e 37 anni. Per partecipare è necessario inviare, tra il 4 settembre e il 4 ottobre 2017, un'email all'indirizzo startjerusalem@roma.mfa.gov.il con il link ad un video pitch in lingua inglese di presentazione del progetto (massimo 5 minuti) o un executive summary in lingua inglese di 500 parole (massimo una pagina) o un curriculum vitae in lingua inglese del founder o del CEO che partecipa al contest o il link a una demo del prodotto.

(Corriere della Sera, 1 settembre 2017)


Doueiri, il regista che non può parlare con gli israeliani

L'autore di Beirut minacciato dagli integralisti arabi. Al suo posto risponde la produttrice Gayet

 
                                    Julie Gayet                                                              Ziad Doueiri
VENEZIA - Prima dell'incontro si invitano i giornalisti a dire anche il paese di provenienza. Il regista libanese Ziad Doueiri, autore dell'applauditissimo The Insult, non risponde a domande rivolte da cronisti di nazionalità israeliana.
   Così quando Amir Kaminer, del giornale più influente del suo paese, Yedioth Ahronoth, pone un quesito, al posto dell'autore con uno scatto da centometrista prende il microfono la coproduttrice francese Julie Gayet, compagna dell'ex presidente Hollande. Ha i capelli raccolti, un po' defilata, in sala passa inosservata, si limita a poche parole: «Siamo partiti da una storia piccola ma volevamo realizzare un film universale». Ambientato a Beirut, il film racconta di una banale lite, che finisce in tribunale infiammando l'intero paese, tra un cristiano e un palestinese. «Due persone normalissime in circostanze straordinarie. Se fossero state donne, avrebbero trovato la soluzione e non avrei girato il film». Nessuno in Libano ha l'esclusiva della sofferenza, sullo sfondo la mancata riconciliazione nazionale dopo la guerra del '90, ferite non rimarginate.
   Julie Gayet al Lido fa di tutto per non sollevare un «caso» politico. Per legge, un cittadino di nascita libanese non può avere contatti ufficiali con uno israeliano (rischia fino a tre anni di carcere). Ziad Doueiri ha studiato in America ma le sue radici e la sua ispirazione sono radicate in Libano.
   Ha avuto molti problemi quando, cinque anni fa, girò in Israele The Attack, la storia di un chirurgo israelo-palestinese felicemente sposato: scoprirà che sua moglie è l'autrice di un attentato kamikaze a Tel Aviv. Un film di propaganda anti-bellica, lui sarebbe stato minacciato di morte per non aver boicottato Israele. Ieri ha evitato altri guai. «Ero stato avvisato dalla produzione del film - dice il giornalista israeliano - che non avrei potuto fare domande al regista, ho risposto che devo fare il mio lavoro e siamo in democrazia. La cosa assurda è che nella mia domanda avevo definito commovente il suo film».
   Per il regista la prudenza è d'obbligo; rivela di essere «cresciuto nella parte di Beirut che ha combattuto per la Palestina. Io e mia moglie, Joelle Touma, con cui ho scritto la sceneggiatura, siamo di etnie diverse, ma ci siamo scambiati il campo ed è lei ad aver scritto le scene pro-palestinesi». Sorride: «Siamo stati sul punto di divorziare. Sono cresciuto in una famiglia di avvocati e giudici. The Insult riflette il modo in cui sono stato educato». V.Ca.

(Corriere della Sera, 1 settembre 2017)


Gli azzurri del basket partono forte: Israele ko

Inizia con un successo il cammino agli europei della nazionale di Messina che batte i padroni di casa 69-48. E domani c'è l'Ucraina.

di Simone Vitta

L'Italbasket parte col piede giusto nel campionato europeo e cancella i dubbi della vigilia sulla consistenza del proprio roster. Nel match d'esordio a Tel Aviv, la nazionale di Ettore Messina si impone su Israele, squadra padrona di casa, con il punteggio di 69-48. Il catino infuocato dell'arena Yad Eliyahu si è tramutato da fattore sfavorevole a imprevisto stimolo incentivante per gli azzurri. La tana del Maccabi viene espugnata dall'Italia proprio quando, per la prima volta nella storia, il club non ha prestato alcun giocatore alla rappresentativa nazionale. Segno dei tempi che cambiano.
L'inizio del match è subito promettente, con gli azzurri che caricano a testa bassa e vengono trascinati da uno straordinario Marco Belinelli che stampa un impressionante 5/7 da tre punti nel primo tempo. Difensivamente risulta decisivo l'atletismo di Biligha, onnipresente a rimbalzo contro i lunghi poco fisici di Israele. Ma è tutta la nazionale a fare un grande lavoro nella propria metà campo, a cominciare dai leader tecnici Datome e Belinelli. Quando girano questi due, l'Italbasket diventa squadra tosta. Tra i padroni di casa l'unico che riesce a reggere l'urto è il neo Warriors Omri Casspi. Da ottobre potrà consolarsi come compagno di banco di Durant e Curry. Il secondo tempo è un assolo azzurro che mantiene un pressing asfissiante sotto le plance e trova una solidità difensiva insperata. Tanto che diviene perdonabile l'intermittente siccità offensiva.
   Domani l'Italia tornerà in campo per il secondo match del girone B. Una partita da giocare con l'imperativo della vittoria contro i giovani dell'Ucraina, priva delle sue stelle. Palla a due prevista per le ore 17.30, per continuare ad alimentare il sogno qualificazione. Negli altri match di giornata vittoria agevole della Grecia contro l'Islanda e clamoroso flop della Francia con la Finlandia. Successi per Germania e Slovenia trascinate dai playmaker Nba Goran Dragic e Denis Schroder. I tedeschi fanno parte dello stesso gruppo dell'Italia, nel quale va sottolineata anche la vittoria a sorpresa della Georgia sulla Lituania.

(Il Tempo, 1 settembre 2017)


Israele e Palestina uniti. Nella lotta agli incendi

di Simona Verrazzo

Eventi tragici come gli incendi possono diventare l'occasione per una collaborazione tra Israele. Autorità nazionale palestinese e Giordania. Succederà a ottobre, quando tutti e tre i governi si ritroveranno impegnati nella prima esercitazione antincendio congiunta della regione. Secondo il quotidiano Israel Hayom, la Middle East Forest Fire - questo il nome dell'operazione - si svolgerà tra il 22 e il 26 ottobre in Israele e in Giordania, con l'obiettivo di testare la capacità di tutti i partecipanti nella cooperazione in interventi di emergenza, anche in caso di crolli di edifici e altre situazioni con civili sotto le macerie. La Giordania invierà 2 elicotteri, 60 uomini, 40 dispositivi antincendio e 15 squadre mediche, mentre l'Autorità nazionale palestinese dovrebbe mettere a disposizione 2 aerei antincendio, velivoli da trasporto, 15 uomini e 40 mezzi.
   La Giordania ospiterà la fase di pianificazione delle esercitazioni, mentre lsraele le simulazioni sul campo. Tre in particolare: rispondere a un vasto e disastroso incendio come quello al Monte Carmelo che nel 2010 provocò 44 vittime: intervenire contro le fiamme che minacciano gli edifici (in questo caso la simulazione sarà nel kibbutz Lahavl; mentre nella città di Lod, sempre in Israele, l'obiettivo sarà liberare persone intrappolate sotto un palazzo crollato per una fuga di gas. Al fianco di Israele. Autorità nazionale palestinese e Giordania parteciperanno anche quattro Paesi europei (Francia. Spagna. Croazia e Italia), che metteranno a disposizione uomini e mezzi. Lo scorso anno, a fine novembre, a causa di due mesi di siccità, Israele e stato colpito da una serie di incendi che hanno investito tutto il Paese. Nella sola città di Haifa oltre 500 abitazioni sono andate distrutte e più di 50 mila persone sono state evacuate dai vigili del fuoco, mentre in 1600 sono rimaste senza casa.

(la Repubblica - il Venerdì, 1 settembre 2017)


Ebraico, lingua sacra e lingua viva

di Giuseppe Momogliano (*)

Giuseppe Momigliano, Rabbino capo di Genova
Il valore speciale della lingua ebraica e l'importanza per il popolo ebraico di mantenerla nell'uso corrente sono ampiamente evidenziati in diversi insegnamenti dei Maestri.
  L'ebraico è ovviamente definito innanzitutto nella sua qualità di lingua sacra "leshon ha qodesh". Ramban (R. Moshe ben Nachman) spiega che questa definizione si deve al fatto che l'ebraico è la lingua con la quale D.O ha creato il mondo, è la lingua della Torah e dei profeti d'Israele, gli stessi Nomi con i quali D.O si manifesta sono espressioni della lingua ebraica (Commento alla Torah su Esodo 30,13). Il carattere assolutamente particolare dell'ebraico come lingua sacra è stato ampiamente sviluppato da R. Yehudah HaLevì nel "Sefer Ha-kuzarì". Egli introduce anche delle considerazioni attraverso le quali traccia il nesso tra la lingua ebraica e la storia del popolo d'Israele: in un sintetico excursus sulla continuità dell'ebraico dalle origini dell'umanità nel racconto biblico fino ad Abramo, Yehudah Halevi afferma che il primo patriarca si esprimeva in aramaico nella prassi della vita quotidiana mentre l'ebraico era per lui lingua sacra, destinata alla vita spirituale. In questa suddivisione troviamo quindi esplicitata quella distinzione, che poi si sarebbe ampiamente diffusa, tra lingua parlata - espressione della civiltà locale in mezzo alla quale gli ebrei si sono trovati a vivere, e lingua ebraica, utilizzata per la vita religiosa. Il grande autore del Kuzarì tratteggia poi la forza vitale dell'ebraico, quale è dato riscontrare nella Bibbia, in cui questa lingua è in grado di esprimere con precisione e forza espressiva gli argomenti più diversi, dalla narrazione alla poesia, dalle argomentazioni di Giobbe ai più minuti particolari del Tabernacolo (Mishkan) e degli oggetti sacri, rispetto all'impoverimento subito dalla lingua ebraica, in un processo parallelo alla condizione di decadenza e sofferenza del popolo ebraico. Rispetto a questa desolata constatazione della decadenza dell'ebraico nella diaspora, troviamo d'altra parte alcune fonti rabbiniche che sottolineano proprio il valore straordinario dell'ebraico quale espressione di identità per il popolo d'Israele quando vive lontano dalla propria terra di origine, un midrash identifica nella capacità di mantenere la propria lingua, anche nella penosa condizione di schiavitù in Egitto, uno dei meriti che valsero ai figli d'Israele l'intervento di redenzione da parte del Signore: "Rav Unnà insegna a nome di Bar Kapparà: grazie a quattro meriti i figli d'Israele sono stati liberati dalla schiavitù in Egitto: per non aver cambiato i loro nomi e la lingua parlata, per non aver pronunciato calunnie e per non aver trasgredito le norme sulle relazioni proibite (Vaikrà Rabbà 32); è interessante notare come la conservazione dell'uso corrente della lingua ebraica venga interpretata dal midrash quale forte affermazione dell'identità collettiva, che attraverso questi segni essenziali resiste non solo alla condizione di estrema sofferenza della schiavitù ma anche in presenza di una grave decadenza dei valori religiosi, come segnalato da altri midrashim, che descrivono il progressivo cedimento degli ebrei in Egitto verso pratiche idolatriche, ad imitazione della popolazione locale.
  Essendo lo studio della Torah uno dei valori fondamentali dell'ebraismo, ne consegue ovviamente la necessità di imparare fin da piccoli la lingua ebraica; il midrash normativo del Sifrè, interpretando un passo del libro di Devarim, (particolarmente noto in quanto parte del secondo brano dello Shemà) ne attribuisce esplicitamente il compito al padre: "Le insegnerete ai vostri figli parlandone (Deut.11,19) - Per questo è stato detto - Dal momento che il figlio è in grado di esprimersi con la parola, il padre deve parlare con lui nella lingua santa e gli deve insegnare la Torah." Nel suo commento in loco alla Torah, Rashì (R. Shelomò ben lzhak) riporta questo midrash normativo con una piccola variazione, per indicare l'obbligo del padre di parlare in ebraico con il figlio usa il termine " mesiach", che rappresenta il semplice discorrere tra padre e figlio, la conversazione nella vita quotidiana, non solo l'utilizzo della lingua legato allo studio della Torah. È anche interessante notare che questo richiamo al dovere di insegnare la lingua ebraica viene individuato in un passo che - secondo l'interpretazione del midrash ripresa anche da Rashì - fa riferimento alla condizione diasporica del popolo d'Israele, in un certo senso ricollegandosi allo stesso concetto del valore dell'ebraico come garanzia di identità, che abbiamo visto già ricondotto alle origini della storia d'Israele in Egitto.
  Il carattere normativo - di vera e propria Mizvah - è affermato da Maimonide in relazione ad un insegnamento dottrinale della Mishnà, nel trattato di Avot (2,1), in cui si ribadisce l'obbligo di adempiere a tutti i precetti con la medesima solerzia, senza fare distinzione tra comandamenti considerati più gravi rispetto ad altri ritenuti più lievi; tra i precetti che potrebbero essere ritenuti di minore impegno, Maimonide cita proprio "lo studio della lingua santa e la letizia nei giorni delle tre feste di pellegrinaggio".
 
Malgrado questi ampi riconoscimenti del valore spirituale della lingua ebraica, malgrado l'attestazione di Maimonide, non risulta tuttavia che lo studio dell'ebraico sia stato effettivamente codificato nell'ambito dei 613 precetti, così pure l'esplicita proibizione di esprimersi in altra lingua, citata nel Talmud Yerushalmì (Shabbat 1,4) nel novero di diversi provvedimenti adottati, su iniziativa della più rigorosa Scuola di Shammay, per evitare rapporti troppo confidenziali con i popoli pagani, non è riportata nel passo parallelo del Talmud babilonese e non ha avuto seguito nella codificazione normativa; è probabile, come spiega R. Baruch Halevì Epstein (nel commento denominato Torah Temimah al passo citato di Deut. 11,19,) che la condizione diasporica sia considerata di fatto un impedimento non superabile per la maggior parte degli ebrei rispetto all'imposizione della lingua ebraica quale vero e proprio precetto. Registriamo inoltre tra i Maestri pareri divergenti relativamente alla stessa sacralità dell'ebraico, ovvero se questa lingua debba essere considerata sacra di per se stessa o solo quando viene utilizzata a scopo religioso. Nel contesto di una discussione di carattere normativo, relativa alla liceità di consultare testi profani di sabato a seconda che siano scritti in ebraico o in altra lingua (Shulchan Arukh, Orach Chaym 307,15), troviamo l'affermazione categorica di R. David Halevi Segal (noto come Turè Zahav, Polonia, 17o sec.) che sentenzia: "L'ebraico di per sé non riveste carattere di sacralità", laddove R. Avraham Gombiner (noto come Maghen Avraham, contemporaneo del precedente) esprime invece parere affermativo sul carattere di sacralità intrinseca dell'ebraico. Questa divergenza era destinata a non rimanere puramente accademica o circoscritta ad alcuni casi specifici. il ritorno alla Terra d'Israele attraverso il sionismo sia stato interpretato nell'ebraismo religioso in modi anche diametralmente opposti, dando vita, da un lato alla corrente del sionismo religioso che considera il rinascimento di uno stato nazionale ebraico quale prima sia pure tenue manifestazione della fioritura messianica, dall'altro a prese di distanza negative, fino al rifiuto categorico dell'identità nazionale, considerata un'aperta violazione dell'attesa messianica riconducibile esclusivamente all'intervento divino. In questo contesto di disputa ideologica, anche la rinascita dell'ebraico nell'uso corrente della vita quotidiana viene letta dagli uni come segno, per certi versi miracoloso, della straordinaria trasformazione della vita del popolo ebraico, da una condizione totalmente diasporica al ritorno all'identità nazionale, quindi una tappa importante nel percorso, che in quest'ottica si scorge, di realizzazione delle promesse messianiche; viceversa nel settore opposto si rivendica il carattere prioritario dell'ebraico come lingua sacra, destinata esclusivamente alla vita religiosa che non deve essere contaminata da discorsi e circostanze impure. Una valutazione della lingua ebraica che tiene conto di diversi punti di vista è stata espressa da Rav Avraham Izhak Ha-Cohen Kook, che è stato di fatto l'ideologo e la voce più alta del sionismo religioso: "Pur essendo presente nella lingua sacra un carattere intrinseco di santità, tuttavia questa peculiarità si manifesta essenzialmente attraverso il contenuto, prova ne sia che è consentito parlare (in ebraico) di argomenti profani anche in luoghi nei quali (per l'uso del locale o per mancanza di condizioni igieniche) non è consentito conversare di argomenti di Torah; sussiste però una speciale predilezione per l'ebraico, in quanto essa è la nostra lingua nazionale ed è attraverso di essa che si esprime l'affetto (di D.O) verso il nostro popolo". Penso che nel momento in cui riflettiamo sul valore della lingua ebraica quale mezzo per rafforzare la nostra identità ebraica nel contesto concreto delle nostre comunità, dobbiamo recepire qualcosa di questi diversi stimoli, anche quando ci giungono da settori diversi; la lingua ebraica è certamente uno strumento essenziale per conservare le nostre peculiarità identitarie, per accedere direttamente, in modo attivo e consapevole, ai testi sacri e alle preghiere ma anche alle espressioni della moderna letteratura ebraica, dei giornali e dell'informazione d'Israele, uno strumento quindi che, come ai tempi del primo galut in Egitto, ci aiuta a mantenere l'ebraismo anche quando si affievolisce il sentimento religioso; la conoscenza dell'ebraico è un modo per esprimere il nostro forte legame con lo stato d'Israele, collocandoci nell'ambito del sentimento condiviso dalla maggior parte del pubblico delle nostre comunità, o per lo meno non apertamente contestato, nello spirito per cui ogni shabbat viene recitata nelle nostre sinagoghe la preghiera che definisce Israele come "Reshit zemichat gheulatenu - Inizio della fioritura della nostra redenzione". E tuttavia dobbiamo cogliere anche una parte della sollecitazione che ci giunge dal settore opposto, che ci ricorda che l'ebraico non è una lingua come ogni altra, proprio perché esprime la nostra identità spirituale e che parte essenziale del nostro essere ebrei è la consapevolezza di non poter essere un popolo come tutti gli altri, ma di avere compiti e ruoli specifici da assolvere. La sintesi di queste diverse esigenze appare, a mio giudizio, in un commento di Rav Moshe Ehrenreich (direttore del Machon Eretz Chemdah di Gerusalemme), secondo il quale è possibile che Maimonide abbia collegato il precetto dell'insegnamento dell'ebraico a quello del Talmud Torah (Mishnè Torah, norme sullo studio della Torah 1,6), proprio per insegnarci che il miglior metodo per insegnare l'ebraico è quello che utilizza passi della Torah. Dunque, insegnare ebraico come lingua viva ma anche come espressione della santità e della ricchezza spirituale della Torah.
  La difficoltà di mantenere nella lontananza dalla terra d'Israele un pieno uso dell'ebraico nella vita quotidiana, ci ricorda che la condizione diasporica è di per se stessa una forma incompleta di ebraismo, indipendentemente dallo stesso livello di vita religiosa e di impegno ebraico nelle nostre comunità ed indipendentemente anche dalla situazione contingente in cui ci troviamo, tuttavia lo sforzo di conservare la lingua ebraica è tuttora, come alle origini, un essenziale segno di vitalità e di resistenza spirituale e culturale per le comunità ebraiche.
(*) Rabbino capo di Genova e Consigliere UCEI

(Pagine Ebraiche, settembre 2017)


"L'Iran è il vostro disonore"

Parla Yemini: "L'Iran finanzia la prossima guerra a Israele coi soldi delle sanzioni. Europa e Obama complici" .

di Giulio Meotti

ROMA - Raccontava il Financial Times qualche giorno fa che l'industria europea dell'auto si sta fregando le mani in Iran. La Renault ha siglato un accordo con la Repubblica islamica del valore di 660 milioni di dollari. La Peugeot l'ha preceduta con un contratto da 400 milioni. La Volkswagen sta tornando a Teheran dopo 17 anni. Mentre i grandi capi delle aziende automobilistiche si recavano dagli ayatollah a siglare contratti, una delegazione di pasdaran si incontrava con i capi del movimento terroristico Hamas. Due giorni fa, Teheran è tornata a essere la prima fonte di finanziamento di Hamas, dopo che nel 2012 aveva rotto con l'Iran sulla guerra civile in Siria. Il nuovo leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ha detto che ora "le relazioni con l'Iran sono eccellenti e l'Iran è il più grande sostenitore delle brigate Izz el Deen al Qassam con soldi e armi. Il rapporto oggi sta tornando quello che era ai vecchi tempi ... Ciò si rifletterà nella resistenza contro Israele e nell'agenda di Hamas per raggiungere la liberazione". L'accordo non è casuale: con la fine delle sanzioni, l'Iran è pieno di denaro.
   Nei cinque mesi seguiti alla rimozione delle sanzioni, le esportazioni iraniane - petrolio escluso - sono aumentate di 19 miliardi di dollari. La produzione petrolifera, da una media di 2,5 milioni di barili al giorno durante le sanzioni è schizzata negli ultimi mesi a quasi quattro milioni di barili al giorno. Di pari passo sono aumentati i miliardi di introiti. Due giorni prima dell'accordo Hamas-Iran, su Yedioth Ahronoth, il maggiore quotidiano israeliano, è uscito un editoriale dal titolo: "Obama ha scelto il disonore e Israele avrà la guerra". "Ero contro l'accordo sul nucleare proprio perché l'apparato di sanzioni avrebbe potuto fare pressioni sull'Iran", dice al Foglio l'autore di quel j'accuse, il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini, che fra qualche giorno sarà a Roma per un ciclo di conferenze, anche in Vaticano. "Obama ha scelto il disonore, ma più in generale l'occidente. Obama e Kerry sono riusciti a indurre in errore la comunità internazionale, sostenendo che l'alternativa all'accordo era la guerra. Non era vero. L'alternativa era insistere con le sanzioni e imporne di più severe. Adesso è troppo tardi. Il jihad globale è stato eccitato dall'accordo sul nucleare. Hamas ora si sente protetto e pronto alla guerra, che pagheranno i cittadini di Gaza con la risposta israeliana. Se Hamas fosse razionale, investirebbe in prosperità, anziché in jihad contro Israele. Ma l'islam radicale non è razionale. In Nigeria, Boko Haram uccide persone che già vivono sotto la sharia, la legge islamica. A nord di Israele c'è Hezbollah, anch'esso potenziato dai soldi dell'Iran. E anche in quel caso, Hezbollah può fare molto male a Israele, ma a pagare sarà il Libano. Alla Gran Bretagna - disse Winston Churchill, dopo la Conferenza di Monaco del '38- è stata data la possibilità di scegliere tra la guerra e il disonore: ha scelto il disonore e avrà la guerra. Obama ha scelto il disonore e Israele potrebbe pagarne le conseguenze con un'altra guerra". Alcune settimane fa, la responsabile Ue per la politica estera Federica Mogherini è andata in missione a Teheran. E sono saltate agli occhi le foto della diplomatica sorridente, col chador, al fianco degli ufficiali iraniani. "L'appeasement dell'Europa sull'islam radicale è una tragedia", conclude al Foglio Yemini. "E' come all'inizio degli anni Trenta. Ma nel lungo periodo, non sarà soltanto Israele a pagare, anche l'Europa subirà l'appeasement all'islam radicale. Magari nella forma di una nuova spaventosa ondata di migranti seguita a un'altra destabilizzazione".

(Il Foglio, 1 settembre 2017)


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