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Notizie 1-15 dicembre 2020


L'unicità della Shoah

di Emanuele Calò

In un recente video apparso sul sito di un importante quotidiano si critica Yad Vashem perché considera giusti soltanto coloro che hanno aiutato gli ebrei durante la Shoah. Ho reperito un articolo di Yehuda Bauer su Haaretz, del 2016, che replica allo storico israeliano Daniel Blatman, il quale (sempre su Haaretz) aveva criticato pesantemente Yad Vashem accusandola di non occuparsi dei genocidi in generale, ma di concentrarsi sul solo genocidio del popolo ebraico. Bauer replicò sostenendo che le critiche di Blatman portano acqua al mulino della destra israeliana e del nazionalismo palestinese. Per Bauer, Blatman rafforzerebbe gli ebrei estremisti di destra quando accusano i loro avversari di considerare identici tutti i genocidi, mentre Bauer non crede che tutti i genocidi possano essere studiati in un'unica soluzione, che comprenda l'Olocausto.
   Quanto all'accusa di giudeo - centrismo, Bauer replica asserendo ironicamente che le persone uccise nell'Olocausto non erano boliviane - fortunatamente per i boliviani - ma ebree, e soggiunge che chiunque ignori la centralità del destino degli ebrei durante la Shoah commette un'ingiustizia contro queste verità basilari. L'Olocausto, soggiunge Bauer, aveva caratteristiche che non si riscontrano negli altri genocidi.
   In seguito, ancora su Haaretz, lo stesso Blatman ha preso di mira l'IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) attribuendogli la natura di uno strumento d'Israele; anche questa volta Bauer gli ha risposto per le rime sulla medesima testata, sostenendo che tale attribuzione è un atto di antisemitismo. Blatman ha 67 anni e Bauer 94 ma, anche così vicino al secolo, non fa certo i complimenti.

(moked, 15 dicembre 2020)


Radar israeliani per la difesa aerea ungherese

di Aurelio Giansiracusa

 
Radar israeliano
Lo scorso venerdì 11 dicembre, il Ministero della Difesa dell'Ungheria ha sottoscritto con Rheinmetall Canada il contratto di acquisto di un sistema di difesa aerea basato sul radar 3D E/LM-2084 MMR (Multi-Mission Radar) prodotto in collaborazione con l'israeliana IAI Elta.

 Capacità multi modali
  Trattasi di un sistema multi modale, un moltiplicatore di forza che presenta e combina le capacità tecniche più avanzate per fornire un sistema ad alte prestazioni con eccellente affidabilità e disponibilità.
  L'ELM-2084 di ELTA è una famiglia di radar multimissione (MMR) in banda S mobile con un avanzato sistema 3D Active Electronically Steered Array (AESA) per missioni di difesa aerea (AD) e di localizzazione delle armi di artiglieria (WLR).
  Nella modalità AD, il radar rileva e classifica tutti i tipi di bersagli aerei e genera un'immagine della situazione dell'aria (ASP) in tempo reale. La modalità WLR rileva mortai, proiettili di artiglieria e missili in arrivo e informa la posizione di fuoco dell'arma ostile, nonché il calcolo in tempo reale del punto di impatto e della distanza di fuoco amico. Inoltre, la funzionalità Fire Control Radar (FCR) consente il controllo tramite uplink ai sistemi di intercettazione antimissile e ai sistemi missilistici Surface-to-Air (SAM).

(Ares Osservatorio Difesa, 15 dicembre 2020)


Covid, vaccinazioni in Israele al via

Israele avvierà il programma di vaccinazione di massa mercoledì 23 dicembre. Lo ha annunciato il ministero della Salute, anticipando rispetto all'iniziale data prevista del 27. Secondo alcuni media, la vaccinazione del personale sanitario potrebbe tuttavia cominciare già domenica e il primo in assoluto ad immunizzarsi, riferisce l'emittente Channel 12, potrebbero essere il premier Benyamin Netanyahu, sabato sera, dopo la fine del riposo dello shabbat. Al momento in Israele sono arrivate 313.000 dosi del vaccino Biontech- Pfizer, ma si prevede che entro fine anno ne saranno disponibili 3,8 milioni. Israele, che conta 8,8 milioni di abitanti, ha fretta di partire con le vaccinazioni anche perché i contagi hanno ripreso a salire. L'ultimo bollettino riporta 2.279 nuovi contagi. E' la prima volta da metà ottobre che viene superata la soglia dei 2mila nuovi infetti, un dato pericolosamente vicino ai 2500 contagi giornalieri, oltre i quali sono previste nuove restrizioni.
   Il pubblico israeliano appare però sospettoso del nuovo vaccino, con sondaggi che riferiscono punte di perplessità del 50-75%, scrive Times of Israel. Oggi il governo ha incontrato un gruppo di rabbini ultraortodossi, ma non è riuscito a ottenere il loro appoggio, ritenuto cruciale per la vaccinazione di questo settore della popolazione, dove vi è un alto tasso di contagio.

(Adnkronos, 15 dicembre 2020)


Google, down mondiale: problema risolto. Ecco cosa è successo davvero

Down mondiale per Google nella giornata di ieri. Tutto il mondo è andato in tilt. I servizi correlati al motore di ricerca hanno smesso di funzionare, gettando nel panico milioni di utenti. Tutto risolto per fortuna.

di Marianna Di Paolo

Down Google, panico generale tra milioni di utenti in tutto il mondo. Nella giornata di ieri il celebre motore di ricerca è andato letteralmente in tilt. Tutti i servizi ad esso collegati hanno smesso di funzionare o, comunque, hanno subito un sensibile rallentamento. La notizia ha fatto il giro dei media in pochissimo tempo. Pioggia di segnalazioni anche sui social, soprattutto su Twitter.
   Un malfunzionamento su larga scala, di proporzioni bibliche, per il quale è stata avanzata persino l'ipotesi del cyber-terrorismo. A meno di 24 ore dai fatti, è possibile finalmente sapere con certezza cosa è accaduto.
   Google ha risolto il suo problema. Si è trattato semplicemente di una falla nel sistema di autenticazione. Adnkronos riporta che "il colosso di Mountain View, con una serie di tweet, ha spiegato le cause del blackout generalizzato, che ha condizionato il funzionamento del motore di ricerca e bloccato una lunga serie di servizi, dalla mail alla chat fino ad arrivare a Youtube".
   Il guasto è stato riscontrato alle 3.47 del mattino (fuso orario del Pacifico). Le ripercussioni si sono fatte sentire in tutto il mondo. Gli utenti hanno subito lanciato una serie di hashtag di tendenza, tra i quali GoogleDown e MeetDown. Insomma, tutti ad interrogarsi su cosa stesse realmente accadendo. Tra le tante ipotesi, si è fatta strada persino quella di un attacco di cyber terrorismo dalla Russia. Tutto assolutamente falso! Si è trattato solo di un problema tecnico. Scopriamo nei dettagli cosa è accaduto davvero.

 Down Google, tutto risolto. Solo problemi tecnici
  Google in down, scompiglio in rete. Utenti preoccupati per la possibile perdita degli account ai servizi collegati al motore di ricerca. Tutto risolto, definitivamente. Ma cosa è accaduto davvero? L'ha spiegato la multinazionale, in un comunicato stampa. Nessun attacco hacker, ma sono un problema tecnico.
   Si è trattato di "un'interruzione nel sistema di autenticazione per circa 45 minuti a causa di un problema relativo ad una quota di memoria interna. Il problema - si legge nella nota - è stato risolto alle 4.32 del mattino e tutti i servizi sono stati ripristinati".
   I tecnici hanno lavorato sodo per risolvere i disservizi. Considerate però le proporzioni del problema riscontrato, Google ha assicurato che continuerà ad approfondire nelle prossime ore. E' scritto in un messaggio indirizzato agli utenti europei. "Abbiamo riscontrato problemi di accesso a molti dei nostri prodotti. La maggior parte è tornata al normale funzionamento. Stiamo continuando a indagare".
   La multinazionale, quindi, ha intenzione di condurre un esame approfondito delle cause del down mondiale, per evitare che possa ripetersi in futuro. E' bastata, infatti, soltanto qualche ora per seminare il panico tra gli internauti. Alta tensione anche tra quelli che, con il computer, ci lavorano, utilizzando proprio molti dei servizi correlati a Google. Insomma è stato il delirio totale.
   In Italia, le conseguenze del down generalizzato di Google, si sono fatte sentire anche tra gli studenti impegnati nelle aule virtuali. In particolare, è andata in crash la piattaforma Google Meet, facendo saltare migliaia di lezioni online. Il guasto ha mandato letteralmente in crisi la didattica a distanza (Dad), diventata praticamente indispensabile in questo periodo. E' dall'inizio della pandemia da Covid che alunni e docenti sono impegnati, da casa, a portare avanti i programmi scolastici, in attesa che si ritorni alla didattica in presenza.
   Comunque, non sono mancate le esultanze da parte degli studenti, su Twitter, per festeggiare l'improvvisa 'pausa di relax'. "Potevi farlo prima, non a fine lezioni" - ha scritto un utente, immaginando di rivolgersi direttamente a Google. Un altro, invece, ha preso in prestito la frase di un celebre film scrivendo "questa parte della mia vita, questa piccola parte, si chiama felicità".
   
Basta un problema, più o meno generalizzato, ad uno dei colossi del web, per mettere in crisi tutto il mondo. Ieri si è avuta l'ennesima conferma in tal senso. Le vite di tutti sono ormai assorbite dalla tecnologia e, con la pandemia, il processo di digitalizzazione ha subito un'accelerazione.

(chedonna.it, 15 dicembre 2020)


*


Googlevirus, versione virtuale del Coronavirus

Sulla Gazzetta di Parma del 21 ottobre scorso è comparso un articolo con il titolo "Smart working. La rivoluzione senza nostalgie del lavoro agile". L'autrice presenta tre libri che "guidano al quando e come muoversi nell'inevitabile passaggio ad una nuova era in cui stanno cambiando consumi, modelli produttivi, gerarchie di valori e senso del tempo". Libri e articolo sono un inno alla nuova era digitale. "Nessuno ha nostalgia di ore spese in auto o in metropolitana, inquinando se stessi di fretta e di stress e l'aria di polveri sottili, si legge nei tanti reportage dalle metropoli", sostiene l'autrice, e insiste "sulla necessità di un sostegno alla transizione, di un progetto che guidi il cambiamento". E' consapevole tuttavia della difficoltà del processo di metamorfosi perché c'è "qualcosa che si lega anche a processi mentali - consuetudini nelle quali ci si è adagiati come in un immobile brodo primordiale". Ma da questo brodo siamo comunque destinati ad uscire perché, secondo il filosofo Luciano Fiordi da lei citato «Siamo l'ultima generazione a distinguere l'online dall'offline. E saremo sempre di più onlife».
   Abbiamo riportato l'articolo il giorno stesso sul nostro sito aggiungendovi un commento:
    L'avevamo scritto domenica scorsa, nell'articolo "L'uomo postmoderno e l'immersione nell'irrealtà":
    «Dopo un po' di tempo di permanenza in rete i partecipanti di questa nuova società potranno arrivare a convincersi che nelle nuvole del virtuale si vive meglio che nella terra del reale. Si hanno meno problemi, si fatica di meno e si ottiene di più. Perché tornare indietro? Perché rimpiangere le angustie della corporeità? Il corporeo è pesante e lento; il virtuale è leggero e veloce. Irreale? No, super-reale. Immersione nell'irrealtà? No, ascensione ad uno stato più ampio di realtà, elevazione del mondo intero ad un livello autogestito e unificante di società universale.»
    Dice infatti il filosofo: «Siamo l'ultima generazione a distinguere l'online dall'offline. E saremo sempre di più onlife». La vera vita dunque d'ora in poi sarà vita on. E sarà «qualcosa che, finalmente, porta guarigione», conclude l'autrice dell'articolo. Dunque il virus, che con inaspettata violenza ha attaccato i corpi e con la sua inspiegabile inafferrabilità sembrava far prevedere il crollo di tutte le impalcature del sociale, di fatto sta aprendo la speranza ad una nuova forma di salvezza: il trasloco in rete dell'intera società umana. All'incontrollabile e imprevedibile forza della biologia si oppone oggi la controllabile e prevedibile capacità organizzante del digitale. Il virus biologico è apparso improvvisamente e di lui non si sa dire ancora con precisione che cos'è, com'è venuto, come si può combattere e come se ne andrà. Supponiamo allora, come pura ipotesi orwelliana, che appaia un giorno un virus informatico che abbia caratteristiche simili: cioè che sia talmente nuovo da non sapere che cosa sia e da che parte arrivi; e che sia talmente contagioso da far sì che basti un sms per passarselo dall'uno all'altro; e che se l'ha preso un dispositivo anche tutti gli altri e i server ad esso collegati ne siano infetti; e che in questo modo attacchi i sistemi digitali su cui è costruita l'intera società virtuale della rete facendola lentamente impazzire come adesso sta avvenendo nella società corporea. Quale sarà allora il rimedio? Ipotesi orwelliana, certo, ma c'è qualcuno che possa garantire che questo non accadrà mai? E, soprattutto, che possa far sì che gli altri ci credano soltanto perché l'ha detto lui? "Andrà tutto bene" si diceva qualche mese fa. Poi non si è sentito più. Pessimismo, dirà qualcuno. Sì, ma pessimismo antropologico, a cui l'unico ottimismo che si può opporre è quello teologico. E questo si ricava soltanto dalla Bibbia.
L'ipotesi orwelliana comincia a dare qualche segnale. Certo, certo, è tutto risolto. Solo problemi tecnici, un'interruzione di meno di un'ora, quasi tutto è tornato normale, continuiamo a indagare. Qualcuno però l'ha detto: "Basta un problema, più o meno generalizzato, ad uno dei colossi del web, per mettere in crisi tutto il mondo". Ripetiamo allora la domanda: "C'è qualcuno che possa garantire che questo non accadrà mai? E, soprattutto, che possa far sì che gli altri ci credano soltanto perché l'ha detto lui?" E se molti, a ragione o no, avessero motivi per mettere in dubbio l'attendibilità di una simile "scientifica" garanzia, quali sarebbero le conseguenze sociali di questa "antiscientifica" incredulità? E se un imprevedibile fenomeno astronomico mettesse fuori ordine l'intero sistema satellitario su cui si appoggia la rete, che fine farebbe l'umanità che si è evoluta nel passaggio dall'offline al onlife? Il principale punto di appoggio con cui si sostengono certe teorie scientifiche sta nel presupposto che non esistano libere volontà che possano interferire sul corso di eventi di questa portata. Ma questo è un presupposto di partenza che non potrà mai essere né verificato né falsificato all'interno della teoria. Non c'è bisogno di pensare alla possibilità che esistano alieni come quelli di cui ha parlato il generale in pensione israeliano Haim Eshed per far venire il dubbio che possano esserci libere volontà imprevedibili che potrebbero far fallire tutti le previsioni “scientifiche” intelligentemente elaborate: basta credere che esista un Alieno che ha creato il cielo e la terra, il quale non ha mai dato assicurazioni di sottoporre le sue azioni ai nostri calcoli e previsioni.
   Non potrebbe essere che questo Alieno esista davvero e con tutto quello che sta provocando voglia attirare su di Sé l’attenzione, al fine di mettere in guardia gli uomini invitandoli a cercare Lui, prima che qualcosa di molto peggiore possa accadere a loro? La Bibbia non lo esclude. M.C.

(Notizie su Israele, 15 dicembre 2020)


"Shoah: Identità e universalità: Un confronto"

Comunicato del Gruppo Sionistico Piemontese


Cari amici,
purtroppo il Covid19 ci impedisce di proseguire le attività culturali come avevamo fatto negli anni scorsi.
Ho pertanto deciso di programmare una serie di tavole rotonde e di conferenze utilizzando zoom e invitando personalità del mondo della cultura, nazionale e internazionale, come potrete vedere nei prossimi mesi.
Sono felice di presentarvi oggi il primo dibattito che ho organizzato:

"Shoah: Identità e universalità: Un confronto".

Un confronto ricco di analisi, e quindi vi invito a collegarvi ed a diffondere questo invito ai vostri amici.
Interverranno: Anna Foa, Niram Ferretti, Gabriele Nissim e Vittorio Robiati Bendaud.
Moderatore: Davide Cavaliere.
Si terrà sulla piattaforma Zoom, mercoledì 16 Dicembre, alle 20:45.
Il pubblico, nei limiti che il tempo lo consentirà, potrà intervenire facendo delle domande ai quattro oratori.

Per accedere all'incontro Zoom:

ID riunione: 865 3224 2797
Passcode: 925666

Locandina


Vi aspetto numerosi per far sentire che, nonostante tutto, ci siamo, e siamo tanti.

Emanuel Segre Amar


(Gruppo Sionistico Piemontese, 15 dicembre 2020)


Emirati Arabi Uniti e Israele discutono della cooperazione nelle infrastrutture e nei trasporti

DUBAI - Suhail Al Mazrouei, Ministro dell'Energia e delle Infrastrutture degli Emirati Arabi Uniti, ha virtualmente incontrato giovedì Miri Regev, Ministro israeliano dei trasporti e della sicurezza stradale, al fine di rafforzare i legami di cooperazione tra i due paesi nell'ambito degli accordi di Abraham tra gli Emirati Arabi Uniti e lo Stato di Israele.
   Durante l'incontro, a cui hanno partecipato funzionari di alto livello dei due ministeri, entrambe le parti hanno discusso della cooperazione nei settori del trasporto intelligente e dell'integrazione dei trasporti, in cui i due paesi hanno preso provvedimenti per aumentare l'efficienza dei trasporti e raggiungere obiettivi di sviluppo sostenibile. Le due parti hanno anche discusso le tendenze e i piani futuri nel passaggio all'uso di veicoli autonomi e rispettosi dell'ambiente, che supportano le aspirazioni dei due governi per quanto riguarda il miglioramento della sicurezza stradale e della sicurezza garantendo la sicurezza del traffico e riducendo l'inquinamento.
   Durante l'incontro, è stata discussa la cooperazione congiunta nello sviluppo della legislazione relativa alle infrastrutture, i trasporti marittimi e terrestri, nonché lo scambio di esperienze nel campo del trasporto ferroviario, oltre ai modi per rafforzare la cooperazione bilaterale nelle attività relative al Organizzazione marittima mondiale nel quadro dell'obiettivo del Ministero di scambiare conoscenze e competenze e lottare per uno sviluppo continuo con i partner per dare forma ai prossimi cinquant'anni di ambiziosi risultati.
   Le due parti hanno affermato il ruolo degli accordi di Abraham nell'aprire nuovi orizzonti per la prosperità e lo sviluppo globale e sostenibile e hanno atteso con impazienza i prossimi giorni di sviluppo, crescita e prosperità in tutti i campi, compresi i settori dell'energia, delle infrastrutture e dei trasporti. Questi settori costituiscono la spina dorsale dello sviluppo globale delle economie nazionali dei due paesi. Le due parti hanno accolto con favore le visite sul campo bilaterali per familiarizzare con le migliori pratiche e aprire la strada per esplorare ulteriori opportunità di cooperazione.
   Da parte sua, Miri Regev ha affermato che ci sono 17 società nazionali nello Stato di Israele attraverso le quali è possibile rafforzare il lavoro congiunto nei settori delle ferrovie, dei treni espressi e dei progetti infrastrutturali. Regev ha invitato gli Emirati a conoscere le esperienze delle società nazionali e le capacità di scambio, nonché a discutere le opportunità di cooperazione.
   Suhail Al Mazrouei ha dichiarato: "Gli Emirati Arabi Uniti sono desiderosi di tenere il passo con i progressi e gli sviluppi globali e di beneficiare delle tecnologie future nelle varie fasi del loro lavoro al fine di migliorare la propria posizione e raggiungere la leadership globale fino al Centenario degli Emirati Arabi Uniti 2071", riferendosi al ruolo di questi incontri nell'avanzamento dei suddetti settori; stimolare la crescita economica, potenziare l'innovazione tecnologica e rafforzare le relazioni tra i due paesi in modo da servire gli interessi comuni.

(WAM Italian, 15 dicembre 2020 - Trad. G. Mohamed)


Le luci di Chanukkà all'ospedale israelitico di Roma

Per ringraziare chi ogni giorno lavora nella sanità

di David Di Segni

L'ospedale israelitico di Roma, che si è adattato ad inizio pandemia per affrontare l'emergenza sanitaria diventando a tutti gli effetti "ospedale Covid", ha ospitato nel tardo pomeriggio di ieri l'accensione della Chanukkìa nel proprio cortile. Un gesto che da speranza, conforto, per portare la luce in quel luogo che ha vissuto tanta sofferenza, per ringraziare tutto il personale sanitario che ha lottato, e lotta tutt'oggi, in prima linea contro il virus. All'evento hanno preso parte i vertici comunitari e svariati medici ed infermieri, ebrei e non, che si sono raccolti idealmente intorno a quelle luci di speranza. Molti sono quelli che non hanno potuto partecipare perché in servizio, ma anche a loro è andato il pensiero nei vari discorsi che hanno anticipato l'accensione. "Accendiamo la Chanukkìa ed illuminiamo, con un po' di luce, questa città da un luogo in cui, attraverso le cure mediche sanitarie fornite dai nostri operatori, la luce si dirama e diventa vita. Il mio vuole essere un augurio, a tutti quanti i malati e alle persone che in questo momento hanno bisogno, di trovare sulla loro strada medici ed assistenti sanitari che se ne occupino nella maniera giusta e doverosa", ha dichiarato la presidente CER, Ruth Dureghello. Dopo l'accensione, sono seguiti i canti tipici della tradizione ebraica, ed infine la distribuzione dei dolcetti tipici della festa di Chanukkà.

(Shalom, 15 dicembre 2020)


Indonesia e Oman normalizzeranno i rapporti diplomatici con Israele?

di Paolo Castellano

L'Oman e l'Indonesia potrebbero essere i prossimi stati a maggioranza musulmana a normalizzare i rapporti diplomatici con Israele. Lo riporta il Jerusalem Post citando una fonte diplomatica. Dunque, dopo il recente annuncio del riavvicinamento con il Marocco e Bhutan, l'uscente presidente degli Stati Uniti Donald Trump starebbe lavorando attivamente sul fronte dei paesi arabi per estendere il numero di firmatari degli Accordi di Abramo, inaugurati a settembre.
   Il 13 dicembre, il ministro per la Cooperazione regionale d'Israele Ofir Akunis ha dichiarato che il vicepresidente americano Mike Pence ha programmato di visitare lo Stato ebraico nel mese di gennaio. La visita potrebbe celare un nuovo importante annuncio diplomatico. Lo ha fatto intendere il ministro Akunis, parlando alla radio dell'esercito israeliano.
   Secondo una fonte diplomatica del Jerusalem Post, c'è una spiccata possibilità che i prossimi stati a riappacificarsi con Israele possano essere l'Oman e l'Indonesia, due paesi che hanno già avviato dei negoziati attraverso la mediazione degli Stati Uniti d'America.
   Per di più, il ministro dell'Intelligence israeliana Eli Cohen ha confermato che l'Indonesia potrebbe essere al centro dei prossimi annunci provenienti dalla Casa Bianca, prima della scadenza del mandato presidenziale di Trump che avverrà il 20 gennaio 2021.
   Tuttavia, il ministro degli Esteri indonesiano ha negato qualsiasi trattativa segreta con Israele e ha ribadito l'appoggio al popolo palestinese, invocando la creazione di uno Stato palestinese. Lo ha riportato CNN Indonesia.
   Israele e Indonesia non hanno mai avuto delle formali relazioni diplomatiche, ma hanno tuttora dei legami commerciali e turistici. Negli anni Settanta e Ottanta, l'Indonesia ha acquistato delle forniture militari da Israele, e alcune truppe indonesiane sono state addestrate nello Stato ebraico.
   Per quanto riguarda l'Oman, l'11 dicembre lo Stato arabo si è congratulato per la ripresa del dialogo diplomatico tra Israele e Marocco, esprimendo la speranza che le due nazioni "s'impegnino ulteriormente per raggiungere una pace globale, giusta e duratura in Medioriente".
   L'attuale premier israeliano Benjamin Netanyahu ha visitato l'Oman nel 2018, incontrando il leader di allora, il sultano Qaboos bin Said. Israele ha avuto rapporti commerciali non ufficiali con l'Oman nel periodo tra il 1994 e il 2000, e i due hanno collaborato anche per limitare l'influenza dell'Iran nella Regione.
   Al momento, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan, Marocco e Bhutan hanno aperto un dialogo diplomatico con Israele. L'annuncio del Bhutan è arrivato il 12 dicembre e riguarda una nazione dell'Asia senza sbocco sul mare di 750.000 abitanti, tre quarti dei quali praticano il buddismo. Si trova tra la Cina e l'India. L'accordo è stato firmato durante una cerimonia avvenuta presso la residenza dell'ambasciatore israeliano in India, Ron Malka.

(Bet Magazine Mosaico, 14 dicembre 2020)


L'ultimo piano di Erdogan: fare pace con Israele

di Emanuel Pietrobon

È dal 31 maggio 2010, giorno del celebre incidente della Freedom Flotilla, che lo storico idillio tra Turchia e Israele è stato sostituito da una pace fredda basata sull'alternanza tra schermaglie e riavvicinamenti estemporanei. Il deterioramento delle relazioni bilaterali è stato favorito dal consolidamento del circuito di potere attorno a Recep Tayyip Erdogan, che negli anni ha annichilito il fronte kemalista nel seno delle forze armate, vittima di purghe graduali e sistematiche sin dal 2010, e mosso guerra alle quinte colonne, come la rete transnazionale del predicatore Fethullah Gulen.
  Erdogan ha atteso che il rischio di un cambio di regime fosse ridotto al minimo prima di svelare la natura islamista della propria visione nazionale nella sua interezza. A partire dal dopo-golpe del 2016, infatti, hanno subito un impulso considerevole l'agenda domestica basata sulla re-islamizzazione della società - palesata dalla riconversione in moschea di Santa Sofia - e quella estera mirante alla costruzione di uno spazio egemonico nello spazio ex ottomano e nel mondo turcico e alla trasformazione della Turchia nello stato-guida della comunità musulmana mondiale (umma).
  Le tensioni fra Turchia e Israele sono aumentate gradualmente, di pari passo con l'incremento del dinamismo turco tra Balcani, Mediterraneo orientale, Africa e Medio Oriente, ma l'apogeo è stato raggiunto negli ultimi dodici mesi. Il 2020, infatti, è stato l'anno della rinascita turca: una nuova bomba migratoria lanciata contro l'Unione Europea fra fine febbraio e inizio marzo, una mini-invasione ai danni della Grecia nella Tracia orientale a fine maggio, l'estate di tensione con Grecia e Cipro, l'avvicinamento all'Iran, l'aumento drammatico della retorica antisionista - accompagnato dai fatti, come un incidente nei pressi di Cipro lo scorso dicembre e un duro manifesto politico del Daily Sabah -, e la riesumazione delle ambizioni di armamento nucleare.
  Gli accordi di Abramo, che hanno suggellato la nascita di un'alleanza arabo-israeliana, sono da leggere in questo ampio contesto di conflittualità che sta incendiando la regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa) e non solamente in chiave anti-iraniana. L'obiettivo di medio termine dei firmatari, infatti, è il contenimento della Turchia. Erdogan, nella consapevolezza che il mondo musulmano è stato scosso da una rivoluzione diplomatica difficilmente reversibile e che il perseguimento a oltranza dei propri scopi potrebbe condurre ad una situazione di isolamento-accerchiamento, nelle ultime settimane avrebbe affidato a diplomazia e servizi segreti la missione di ricucire le relazioni con Israele (e Arabia Saudita).

 Il nuovo ambasciatore
  Era dal 14 maggio 2018 che a Tel Aviv era assente un ambasciatore turco. Erdogan, infatti, aveva richiamato in patria, ufficialmente per consultazioni, il rappresentante della diplomazia turca in seguito allo spostamento dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme.
  Le consultazioni sarebbero divenute la scusante per giustificare un vuoto durato due anni e mezzo - periodo durante il quale quel posto è rimasto vacante e la qualità delle relazioni bilaterali si è abbassata
Ufuk Ulutas, presidente del Centro per la Ricerca Strategica del Ministero degli Esteri di Turchia
notevolmente - e che potrebbe essere terminato il 9 dicembre, giorno in cui nella lista dei nuovi ambasciatori è comparso il nome di Ufuk Ulutas alla voce "Israele".
  Ulutas, 40 anni, ha studiato lingua ebraica, che padroneggia con disinvoltura, e politiche del Medio Oriente all'Università Ebraica di Gerusalemme. È il presidente del Centro per la Ricerca Strategica del Ministero degli Esteri di Turchia e in precedenza è stato direttore della Fondazione SETA, un centro studi filogovernativo. Ulutas, che è anche un esperto di Iran, ha la fama di persona molto astuta e attaccata alla questione palestinese.
  La sua nomina, che, comunque, non è stata ancora ufficializzata né annunciata, in Israele è stata accolta molto freddamente. Ulutas, infatti, oltre a non avere esperienze diplomatiche in quanto politologo di formazione erdoganiana, viene ricordato per una serie di scritti dal carattere fortemente antisionista.

 MIT e Mossad dialogano?
  La nomina di Ulutas - che non è stata ancora formalizzata - avviene sullo sfondo di uno strano e intenso scambio di cervelli a livello di informazione specializzata e analisi nel campo degli studi strategici, uno scambio consistente nella comparsa di firme israeliane sui canali turchi e viceversa. L'obiettivo dello scambio era chiaro: appaltare ad esperti ed ex militari il compito di illustrare quali interessi comuni e convergenti abbiano Turchia e Israele nel Mediterraneo orientale, nel Caucaso meridionale e in Medio Oriente.
  L'evento precursore più importante, però, è di tutt'altra natura: sarebbe un ciclo di tre incontri coinvolgente la dirigenza dell'Organizzazione di Intelligence Nazionale (MIT) e del Mossad, avvenuto nel mese di novembre su iniziativa e richiesta di Ankara. In almeno uno dei tre incontri sarebbe stato presente Hakan Fidan, il direttore del Mit, e l'argomento della discussione sarebbe stato il ritorno al clima di cordialità che ha storicamente connotato le relazioni tra i due Paesi.
  L'indiscrezione è stata pubblicata dal sito di analisi Al-Monitor, che sarebbe stato contattato da tre fonti che hanno voluto parlare sotto anonimato, ma non è dato sapere se gli incontri abbiano prodotto risultati. Ad ogni modo, quel che è noto è che, dopo i tre incontri, a cavallo tra fine novembre e inizio dicembre hanno avuto luogo dapprima uno scambio di esperti e poi la nomina di un nuovo ambasciatore a Tel Aviv.

 Svolta reale o fittizia?
  L'amministrazione Biden sembra intenzionata a ridare centralità in politica estera a temi cari all'internazionalismo liberale quali i diritti umani e lo stato di diritto, ragion per cui gli alleati e i sodali della Casa Bianca che reggono dei regimi dittatoriali, autoritari o illiberali, dopo aver sperato in una rielezione di Donald Trump, stanno correndo ai ripari e preparandosi al cambio di paradigma.
  Nel caso di Erdogan, che, nonostante la miriade di successi diplomatici e militari, sta sperimentando una situazione di crescente isolamento diplomatico e accerchiamento sia in Europa che nel Medio Oriente, un riavvicinamento a Israele viene interpretato come uno dei possibili modi con cui ammiccare alla presidenza Biden. In questo contesto andrebbero anche letti i recenti dissapori con Teheran, provocati da alcune dichiarazioni di Erdogan in occasione della Parata della Vittoria a Baku, e i tentativi di porre fine alle ostilità con Riad, palesati dalle bilaterali di fine novembre tra Mevlut Cavusoglu e l'omologo saudita Farhan bin Abdullah Al Saud e tra Erdogan e re Salman.
  Erdogan, in breve, non sarebbe mosso da moventi realmente pacificatori nei riguardi di Israele, anche perché neo-ottomanesimo e sionismo sono inconciliabili, ma da un semplice calcolo politico in cui la normalizzazione è un mezzo per un fine. Il The Jerusalem Post, che ha dedicato un approfondimento agli accadimenti degli ultimi trenta giorni, oltre a definire quella di Erdogan come una "falsa riconciliazione", si spinge anche oltre, bollando come propaganda turca le indiscrezioni sugli incontri segreti tra Mit e Mossad.
  Secondo il quotidiano israeliano, quelle voci di corridoio, infondate e non veritiere, sarebbero state messe in circolazione da Ankara con l'obiettivo di inviare un messaggio a Tel Aviv - messaggio, che, però, non è detto che conduca agli scenari prospettati da Erdogan. La Turchia, infatti, oltre ad aver adottato e cristallizzato l'utilizzo di una retorica antisionista, è divenuta il principale sponsor di attori non-statuali avversi a Israele, come la Fratellanza Musulmana e Hamas, ed è coinvolta in uno scontro egemonico con le potenze del mondo arabo. Israele, accettando la proposta di tregua lanciata da Erdogan, minerebbe le fondamenta della rete di alleanze costruita faticosamente negli ultimi mesi, con Grecia e Cipro, e negli ultimi anni, con le potenze del Nord Africa e le petromonarchie. Una normalizzazione in questo preciso momento storico, in pratica, sarebbe più conveniente alla Turchia che a Israele, la cui condizione di accerchiamento è giunta al termine con gli accordi di Abramo e con l'effetto domino da essi prodotto, che ha raggiunto persino il Bhutan.
  Erdogan, per convincere la dirigenza israeliana a valutare seriamente una tregua e a invertire l'agenda antiturca del Mossad, dovrebbe offrire molto di più che il ritorno di un ambasciatore, ad esempio l'allontanamento da Teheran, la fine dell'appoggio alla causa palestinese e il troncamento con l'internazionale islamista; fare questo, però, equivarrebbe ad abbandonare i sogni di rinascita imperiale - continuando a vivere in quella condizione permanente di semi-egemonia sottomessa al volere delle medie e grandi potenze regionali dalla quale il presidente turco vorrebbe emanciparsi - ragion per cui è legittimo sostenere che la guerra fredda nascente tra i due Paesi è tutt'altro che chiusa.

(Inside Over, 14 dicembre 2020)


Dall'Etiopia in Israele: ma c'è chi contesta l'arrivo dei "Falashmura"

di Meir Ouziel

TEL AVIV. Un aereo è atterrato la settimana scorsa dall'Etiopia in Israele, portando con sé più di 300 ebrei etiopi che da anni attendevano questo momento. Non si tratta di profughi o immigrati in cerca di lavoro. Per loro, e per la legge dello Stato d'Israele, sono ebrei che fanno ritorno alla loro antica patria dopo duemila anni di esilio.
   Sul volo c'era anche la ministra per il rimpatrio (Aliya) e l'integrazione, arrivata in Etiopia per accompagnare questo gruppo di rimpatriati che ha ricevuto il via libera dopo anni di attesa. La ministra, Pnina Tamano-Shata, è lei stessa etiope, arrivata in Israele a tre anni con la sua famiglia dopo un'epopea incredibile. È cresciuta in Israele, è diventata avvocato e oggi è ministro. Giovedì scorso sono atterrate 316 persone, il giorno dopo altre 80. Sono i primi arrivati dopo la decisione del governo israeliano di rimpatriare a breve duemila Falashmura, così si chiamano questi ebrei etiopi che attendevano da anni di ricongiungersi alle loro famiglie trasferitesi anni prima in Israele.
Una degli ebrei arrivati dall'Etiopia la scorsa settimana in Israele
   Ad accoglierli sotto l'aereo appena sbarcati, il premier Netanyahu: "I nostri fratelli ebrei dall'Etiopia arrivano nella Terra d'Israele. Una mamma bacia la terra, mentre tiene in braccio una neonata che si chiama Yerushalaim e un'altra Esther".
   Ma in Israele c'è chi sostiene - anche tra la stessa comunità ebraica etiope - che i nuovi immigrati dall'Etiopia non siano effettivamente ebrei che ritornano nella loro patria, bensì cristiani o musulmani che hanno trovato il modo di trasferirsi in un Paese occidentale.
   La storia delle comunità ebraiche della diaspora è molto complessa e alle volte anche sconosciuta, così come quella del continente africano. Tutto diventa ancora più complesso quando la storia ebraica si interseca con quella dell'Etiopia.
   Gli ebrei etiopi la cui appartenenza al popolo ebraico non è in discussione sono chiamati in Etiopia "Beta Israel". Abitavano in villaggi separati dal resto della popolazione, leggevano i loro testi sacri, non hanno mai smesso di osservare uno stile di vita conforme alle regole ebraiche, nonostante fossero perseguitati per questo. Questi ebrei si trovano già tutti in Israele. Sono arrivati con le grandi e drammatiche operazioni di rimpatrio: negli anni '80 con l'Operazione Mosè ne giunsero in Israele circa 8000. Nel 1991, con l'Operazione Salomone, altri 14,000. Nell'estate del 2013 ne sono arrivati altri 7000 con l'operazione "Ali di Colomba". Dopo il loro arrivo, in molti casi si è appreso che parte dei familiari era rimasta in Etiopia. E si scoprì che c'era un altro gruppo, chiamato Falashmura.
    Chi e quanti siano esattamente i Falashmura è la grande domanda al centro del dibattito. Secondo loro, sono ebrei che sono stati costretti a convertirsi al cristianesimo, o che hanno finito per convertirsi per la difficoltà che comportava affermare l'identità ebraica in Etiopia. Nel XV secolo, l'imperatore Yeshaq ha costretto gli ebrei a convertirsi, pena la perdita dei diritti sulle loro proprietà. Più tardi, nel periodo chiamato "il tempo maligno" - sette anni consecutivi di siccità, guerra ed epidemie iniziati nel 1888, in cui persero la vita tra la metà e i tre quarti degli ebrei locali - molti sopravvissuti si convertirono al cristianesimo.
   Il fenomeno degli ebrei costretti a convertirsi, che in segreto mantenevano però il loro ebraismo, è noto nel corso della storia ebraica. Tuttavia in Etiopia è molto difficile ricostruire le radici familiari, non esistono registri dettagliati, fino a poco tempo fa non erano in uso i cognomi. Alcuni esperti contano circa 8000 Falashmura, ma le stime sono incerte.
   "Quando mi chiedono quanti Falashmura ci sono in Etiopia, rispondo che potenzialmente qualsiasi etiope potrebbe rivendicare di appartenere a questo gruppo", dice a Repubblica Avi Granot, già ambasciatore d'Israele in Etiopia. "La rivendicazione delle radici ebraiche è molto complicata da provare in questo caso. Lo Stato d'Israele ha agito anche in base a considerazioni umanitarie, per favorire il ricongiungimento familiare. Abbiamo già rimpatriato migliaia di Falashmura in passato, e ogni volta ci promettono che è l'ultimo gruppo".
   Granot racconta di una visita ufficiale che ha condotto in uno dei campi di transito in cui vivono i Falashmura: li ha visti pregare in sinagoga con kippà e tallit, lo scialle della preghiera. Poi è tornato un'altra volta, senza preavviso, e in sinagoga non c'era nessuno, né c'era traccia di vita ebraica.
   A oggi vivono in Israele circa 100,000 ebrei di origine etiope. Molti di loro sono integrati nel tessuto sociale israeliano, si arruolano nell'esercito, studiano nelle università. Ma non è tutto un idillio: solo pochi anni fa è scoppiata un'ondata di manifestazioni di una parte della comunità etiope israeliana in protesta per la violenza della polizia contro la comunità. E' una strada ancora in salita.

(la Repubblica, 14 dicembre 2020 - trad. Sharon Nizza)


"A celebration of peace" di Dubai ha ospitato Andrea Bocelli

Messaggio di pace tra Emirati Arabi e Israele

 
L'Opera di Dubai ha ospitato il tenore italiano Andrea Bocelli e un gruppo di celebri cantanti israeliani, tra cui Idan Raichel, nell'ambito di uno storico concerto. L'evento, intitolato "A Celebration of Peace", ha celebrato il crescente impegno per la pace nella regione, sancendo il percorso iniziato con la firma degli Accordi di Abramo tra gli Emirati Arabi e Israele a Washington. Il maestro Bocelli è stato accompagnato dalla Arabian Philharmonic, composta da musicisti provenienti dagli Emirati Arabi Uniti e dal Regno Unito, che sono volati a Dubai appositamente per il concerto.
   Il concerto ha messo in luce il ruolo globale di Dubai e degli Emirati Arabi Uniti come faro di tolleranza e convivenza pacifica, un modello di armonia e diversità interculturale. L'iniziativa rafforza inoltre il profilo dell'Opera di Dubai come centro internazionale di spicco per le arti performative e l'intrattenimento a livello mondiale. Ospitato dall'Israel Export Institute in collaborazione con il Ministero dell'Economia israeliano e Bank Hapoalim, l'evento ha visto la partecipazione di una delegazione israeliana ospite della GITEX Technology Week tenutasi al Dubai World Trade Center dal 6 al 10 dicembre.
   «Il concerto tenutosi a margine della GITEX Technology Week - commenta Helal Saeed Almarri, direttore generale, Dubai's Department of Tourism and Commerce Marketing - non solo ha evidenziato il successo del rilancio del settore degli eventi a Dubai durante la pandemia, ma sottolinea anche il ruolo strategico che gli eventi possono svolgere nel promuovere la comprensione e la cooperazione interculturale. Oltre a rafforzare la collaborazione tra Dubai e le istituzioni partecipanti nei settori del commercio, della tecnologia e del turismo, la performance musicale alla Dubai Opera è stata una celebrazione di Dubai come icona globale di pace e multiculturalismo, andando a rafforzare ulteriormente la posizione della città come destinazione per eventi internazionali».
   «È stato davvero un concerto storico e straordinario - aggiunge Adiv Baruch, Chairman, Israel Export Institute - ed è il risultato delle collaborazioni che l'Israel Export Institute è in grado di realizzare per Israele. La nostra più sentita gratitudine va ad Andrea Bocelli per aver partecipato a questo evento eccezionale, che sottolinea ulteriormente la cooperazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti».

(Travel Quotidiano, 14 dicembre 2020)


Israele annuncia per il 2024 la seconda missione spaziale sulla luna

Spaceil, associazione di imprese private israeliane, ha annunciato che Beresheet 2 partira' alla volta della luna nel primo semestre del 2024. Lo stesso team, con la consulenza dell'Agenzia Spaziale israeliana (ISA), nel febbraio del 2019 aveva lanciato Beresheet 1, il primo velivolo spaziale israeliano in assoluto a viaggiare oltre l'orbita terrestre, con obiettivo finale l'allunaggio, primo lander privato ad atterrare sulla luna. Purtroppo, in quell'occasione, un guasto dell'ultimo minuto al motore aveva compromesso l'obiettivo: l'11 aprile del 2019 Beresheet 1 si schiantava sulla superficie lunare, nonostante i tecnici israeliani fossero riusciti a resettare il sistema e a far ripartire il motore. Ma la sonda era ormai troppo vicina alla superficie per rallentare sufficientemente la corsa.
   Beresheet 2 (nome ebraico del libro della Genesi) trasportera' un orbiter e 2 landers che effettueranno sperimentazioni innovative sulla superficie della luna. Il progetto verra' realizzato in collaborazione con la Israel Aerospace Industries (IAI) e anche stavolta sara' quasi esclusivamente finanziato con fondi privati. Il 2024, peraltro, vedra' un altro avvenimento storico per l'avventura umana nello spazio con la ripresa delle esplorazioni lunari con equipaggio umano da parte della NASA, con la missione Artemis che portera' sulla luna la prima donna astronauta.

(Shalom, 13 dicembre 2020)


Israele allaccia relazioni diplomatiche con il Bhutan

di Camilla Canestri

 
Israele e il Bhutan hanno annunciato l'allacciamento delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi, il 12 dicembre. Le parti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale hanno affermato che l'accordo raggiunto consentirà l'avvio di un percorso verso una maggiore cooperazione e un rafforzamento delle relazioni bilaterali.
  Gli ambasciatori del Bhutan e di Israele in India, Vetsop Namgyel e Ron Malka, hanno organizzato una cerimonia per la firma dell'accordo con il quale i due Paesi, oltre a formalizzare le relazioni diplomatiche, hanno formulato un piano di lavoro congiunto, riguardante più aree quali la gestione delle acque, l'agricoltura e la sanità. Tra i progetti elencati nella dichiarazione congiunta rilasciata alla fine dell'evento, le principali aree di cooperazione individuate riguarderanno i settori economico, tecnologico e agricolo, ma anche gli scambi culturali e il turismo saranno potenziati. Malka ha definito il 12 dicembre "una giornata storica" per il proprio Paese, sostenendo che l'accordo aprirà molte opportunità per entrambi i popoli.
  Il Ministero Affari Esteri di Israele ha dichiarato che il risultato del 12 dicembre è stato raggiunto dopo molti anni di contatti segreti con il Bhutan, volti a stabilire le relazioni diplomatiche. "Il riconoscimento di Israele è in crescita e in espansione" ha affermato il ministro degli Affari Esteri israeliano, Gabi Ashkenazi, il quale ha commentato gli ultimi sviluppi nelle relazioni tra Israele e il Bhutan affermando che l'allacciamento dei rapporti diplomatici ha rappresentato un'altra "pietra miliare" per approfondire i legami del proprio Paese in Asia. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha accolto la notizia dal proprio profilo Twitter definendola un ulteriore risultato degli accordi di pace, e aggiungendo che, al momento, Israele è in contatto anche con altre Nazioni per normalizzare le relazioni bilaterali.
  I Bhutan è un Regno asiatico himalayano circondato dall'India e dalla Cina che conta meno di un milione di abitanti e che ha relazioni diplomatiche con 54 Paesi e con l'Unione Europea (UE). Il Bhutan ha spesso vantato la propria "indipendenza culturale e diplomatica" dal contesto della globalizzazione, adottando iniziative quali l'utilizzo della Felicità interna lorda anziché del Prodotto interno lordo come parametro per valutare la crescita nazionale, il mantenimento di un'economia negativa in termini di emissioni di carbonio e la limitazione del numero di turisti in ingresso, adottando tasse di soggiorno che arrivano fino a 250 dollari giornalieri nei periodi di alta stagione. La capitale bhutanese Thimphu, ad esempio, non ha semafori, le vendite di tabacchi sono poi proibite e l'utilizzo della televisione è stato consentito solamente a partire dal 1999. Nonostante il suo distacco da molti aspetti comuni ad altre Nazioni del contesto globale, anche il Paese sta affrontando, problemi diffusi quali la corruzione, la povertà delle campagne, la disoccupazione giovanile e la presenza di gruppi criminali.
  Nonostante rappresenti un ulteriore riconoscimento, l'allacciamento delle relazioni bilaterali del Bhutan con Israele non è collegato al piano d'espansione dei rapporti bilaterali del Paese mediorientale con Nazioni arabe in Africa e Medio Oriente promossa dagli USA, con i quali Thimphu non ha relazioni formali. L'ultimo passo in tale direzione è stato compito lo scorso 10 dicembre, quando il presidente uscente degli USA, Donald Trump, ha annunciato la normalizzazione dei rapporti tra Israele e il Marocco, che è diventato il quarto Paese arabo ad aver normalizzato, negli ultimi mesi, i rapporti con Tel Aviv, dopo Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan.

(Sicurezza Internazionale, 13 dicembre 2020)


È iniziata una rivoluzione che può cambiare il Medio Oriente

di Ugo Volli

Dopo gli Emirati Arabi, il Bahrein; dopo il Bahrein, il Sudan. Dopo il Sudan, proprio l'altro ieri, il Marocco. Dopo il Marocco, chissà, l'Arabia Saudita. E altri esitano, negano, rimandano, ma probabilmente stanno trattando: il Kuwait, il Qatar, si sono sentite voci autorevoli perfino in Libano. Gli accordi di normalizzazione con Israele procedono l'uno dopo l'altro, come una diga in cui si è aperta una falla e che progressivamente si apre. Poco possono farci i sostenitori della "condizione palestinese" per cui la pace fra Israele e mondo arabo si può fare solo passando per le forche caudine di un accordo che i palestinisti non concederanno mai, perché la pace li renderebbe disoccupati. Sono i diplomatici dell'Unione Europea e del Dipartimento di Stato che ha mal tollerato le iniziative di Trump, i consiglieri di Biden, i pacifisti a senso unico per cui va bene solo quel che danneggia Israele. Anzi, il loro sostegno all'Iran che continua a riarmarsi e a preparare le armi nucleari rende più necessario agli arabi trovare un accordo con Israele, perché quando il nemico è alle porte non ci sono pregiudizi che tengano e ci si allea con chiunque condivida l'allarme.
   Ma al di là del pericolo rappresentato dall'Iran (e della Turchia, non dimentichiamolo, anche se nelle sue giravolte tattiche Erdogan in questo momento sta corteggiando Israele), vi sono altri motivi: la tecnologia agricola, medica, informatica, dell'acqua di Israele fa immensamente comodo a paesi desertici e poco progrediti economicamente; le ricchezze arabe possono trovare investimenti vantaggiosi nella start-up nation, che ne trarrà grandi stimoli. E ancora di più: gli arabi sono sempre stati per gli ebrei i "cugini", parlano una lingua simile, hanno origini riconosciute comuni, si sono formati in un contesto climatico e naturale analogo. Più di metà della popolazione israeliana ha radici nei paesi arabi. Certo, ci sono state guerre e secoli di persecuzioni; ma se gli ebrei possono vivere bene con la Spagna, terra dell'Inquisizione, in Italia, nonostante le persecuzioni della Chiesa e perfino in Germania, due generazioni dopo la Shoà, perché non nei paesi arabi? Se i "pacifisti" e i palestinisti non ci mettono la coda, è iniziata una grande rivoluzione non solo politica, ma anche economica e culturale, che può cambiare il ruolo dell'intero Medio Oriente. E tutto, ricordiamolo, grazie a Trump e Netanyahu, odiati dai progressisti a parole e reazionari nei fatti.

(Shalom, 13 dicembre 2020)


Pace in cambio di armi e terre: ecco perché gli arabi riconoscono Israele

Se Obama è salito all'onore delle cronache per aver accettato la bomba iraniana, Trump salirà all'onore delle cronache per aver armato gli arabi con armi di ultima generazione.

di Franco Condei

L'ultimo paese arabo in ordine di tempo che ha aperto normali relazioni con Israele è il Marocco. La notizia è stata diffusa l'altro ieri sera e più diffusamente ieri dai maggiori media i quali si sono però dimenticati di dire a quali condizioni il Marocco ha riconosciuto Israele.
La prima è forse la più pesante da sopportare: Trump ha deciso di riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale rivendicato dal fronte del Polisario, gruppo etnico Sahrawi.
Non è una decisione qualunque e sicuramente porterà con se anche nefaste conseguenze legate all'opposizione dei Sahrawi. È una vera e propria porcata pari solo a quella che fece con i curdi siriani di Afrin.
Ma non finisce qui. Secondo fonti marocchine e americane confermate dalla Reuters, gli Stati Uniti avrebbero venduto al Marocco una serie di armi tecnologicamente avanzate tra le quali droni SeaGuardian MQ-9B e munizioni a guida di precisione quali Hellfire, Paveway e JDAM. Totale dell'accordo sulle armi, un miliardo di dollari.
E così dopo le armi avanzate agli Emirati Arabi Uniti, quelle promesse al Bahrein arrivano anche quelle al Marocco. E del Sudan non sappiamo niente, ma se il sistema è lo stesso non ci sarebbe da meravigliarsi se anche dietro il riconoscimento di Israele da parte di Khartoum non ci fosse qualche buon affare con le armi.
Se Obama è salito all'onore delle cronache per aver accettato la bomba iraniana, Trump salirà all'onore delle cronache per aver armato gli arabi con armi di ultima generazione. E sinceramente non so quale tra le due sia peggio.

(Rights Reporter, 13 dicembre 2020)


Accordo Marocco-Israele: Trump cala il poker

Dopo Emirati Arabi, Bahrein e Sudan gli Usa arrivano anche nel Maghreb e riconoscono la sovranità di Rabat sul Sahara occidentale

di Davide Racca

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Marocco e Israele ristabiliscono le relazioni diplomatiche. In cambio, gli Stati Uniti di Donald Trump riconoscono la sovranità di Rabat sui territori del Sahara Occidentale a fronte di una normalizzazione dei rapporti con Israele. Per Netanyahu un altro accordo storico raggiunto anche in virtù di una formale rinuncia ad ulteriori annessioni nella West Bank in cambio della creazione di un fronte unitario, comprendente i Paesi arabi, in funzione anti-iraniana. Un comunicato ufficiale del gabinetto del regno del Marocco ha annunciato la ripresa dei contatti ufficiali "il più presto possibile" e la riapertura di voli diretti tra Tel Aviv e Casablanca.
  L'accordo raggiunto, il quarto per l'amministrazione Trump, ha similitudini con quelli conclusi tra Israele e Emirati Arabi, Bahrein e Sudan, tutti finalizzati a una ripresa dei rapporti diplomatici e commerciali oltre che alla stabilizzazione degli equilibri in Medio oriente. L'intesa è frutto di un intenso lavoro diplomatico intessuto, nella sua fase iniziale, tra Jared Kushner, inviato di Trump, il principe saudita Mohamed bin Salman e l'uomo forte degli Emirati arabi, Mohamed bin Zayed che cominciarono a considerare la questione degli arabi palestinesi e Israele come un'opportunità piuttosto che una fonte di ulteriore destabilizzazione della zona.
  Ma già dal settembre 2018 durante l'assemblea generale dell'Onu, Benyamin Netanyahu si riunì in gran segreto con il ministro degli esteri marocchino Nasser Bourita aprendo, di fatto, un canale privilegiato di comunicazione diplomatica e commerciale che avrebbe successivamente coinvolto il consigliere del presidente dello Stato ebraico, Meir Ben Shabat, l'imprenditore ebreo - marocchino Yariv Elbaz, Jared Kushner e il consigliere del monarca Mohamed VI, Andrè Azoulay.

 Le reazioni della minoranza ebraica in Marocco
  La presenza di una minoranza ebraica in seno alla comunità marocchina festeggia l'accordo ricordando gli storici legami tra i due Stati che, sino dagli anni '60, pur con l'emigrazione di ben 600.000 ebrei marocchini verso Israele, avevano aperto a una stretta collaborazione tra i rispettivi servizi di sicurezza in chiave anti-terrorismo. Un legame di amicizia e cooperazione che probabilmente non è ma stato scalfito, anche in virtù delle posizioni del Regno mantenute durante la persecuzione contro gli ebrei nell'ambito del secondo conflitto mondiale, che portò i collaborazionisti filo-nazisti francesi, al comando del generale Pètain, a chiedere la consegna dei cittadini di sangue giudeo, ottenendo un formale rifiuto da parte dell'allora monarca Mohamed V.

 Accordo Marocco - Israele: la rabbia degli islamisti e di Teheran
  Il partito della giustizia e dello sviluppo (PJD) marocchino, notoriamente schierato su posizioni islamiste, ha fortemente contestato l'accordo definendolo come un'ulteriore pugnalata alla schiena della causa palestinese e un tradimento nei confronti degli arabi. Quasi a voler rassicurare gli estremisti del Pjd, il re Mohammed VI ha ribadito che la politica del Marocco nei confronti del conflitto arabo-israeliano, in ogni caso, si manterrà sulla posizione di una soluzione a "due Stati", tesi confortata da un colloquio telefonico intercorso tra il Monarca e Abu Mazen.
  Come prevedibile, anche l'Iran ha voluto far giungere la propria voce in merito all'accordo per mezzo del consigliere degli affari internazionali del presidente del parlamento iraniano, Hossein Amir Abdollahian, che ha dichiarato: "Il Marocco tradisce la nazione palestinese concludendo un accordo di pace con Israele, sotto la mediazione dal presidente Usa Trump", aggiungendo che "la normalizzazione dei legami del Marocco con il falso regime che occupava Gerusalemme è un tradimento che accoltella alle spalle la resistenza della Palestina".
  Aspre critiche anche da parte dei partiti algerini che hanno etichettato l'accordo tra Marocco, Stati Uniti e Israele, come una macchia politica, diplomatica ed etica.
  Anche una parte della popolazione marocchina ha espresso il proprio rifiuto degli accordi con alcune manifestazioni di protesta convocate dagli islamisti. In una dichiarazione pubblicata su Facebook, il Fronte di liberazione nazionale (FLN) ha dichiarato di avere denunciato e condannato con rabbia l'annuncio fatto dal Regno del Marocco in merito all'instaurazione di relazioni diplomatiche con l'ente "sionista usurpatore", in cambio del riconoscimento del presidente americano della presunta sovranità del Marocco sul Sahara occidentale occupato. "Rinunciare al diritto inalienabile del popolo palestinese in cambio dell'ottenimento di un'illusoria sovranità sul Sahara occidentale occupato è umiliante. Rimarrà una macchia politica, diplomatica ed etica sulla fronte delle parti coinvolte che si sono sempre vantate sul sostegno alla causa palestinese. Oggi, la verità viene rivelata dopo aver accettato di vendere la sacra causa sulla base di un tweet ingannevole e falso pubblicato all'ultimo momento. È un dono dei non abbienti agli indegni". Nel comunicato FNL ha poi sottolineato che rinnova "il suo impegno, in questa perfida occasione, a continuare il suo sostegno alla causa palestinese fino alla vittoria, al fine di stabilire uno Stato indipendente con Al-Quds (Gerusalemme, capitale di Israele, ndr) come capitale".

 La questione Sahrawi
  Una vittoria politica per Rabat anche sugli indipendentisti Sahrawi e soprattutto sull'armata del Fronte Polisario, sostenuto e finanziato dall'Algeria, dall'Iran e tollerato anche dalla Spagna, Paese sul quale pesano le richieste di una cessione delle enclavi di Ceuta e Melilla che il Marocco vorrebbe ottenere per ampliare il controllo delle acque territoriali sino all'arcipelago delle Canarie per una possibile ricerca di fonti di approvvigionamento petrolifero.
  Rabat formalmente contrasta i continui flussi di clandestini verso il territorio spagnolo, ma sottobanco si serve delle rotte dei traffici di illegali per mantenere la pressione sul governo di Madrid.
  L'accordo raggiunto con Israele, con la mediazione degli Usa, ridisegnerà gli equilibri strategici nella regione del Maghreb e del Sahara Occidentale ponendo comunque il Marocco nella difficile posizione di una possibile ripresa del conflitto con gli indipendentisti Sahrawi.
  Nel merito, Rabat potrebbe riproporre un disegno di legge che prevede l'autonomia della regione pur rimanendo sotto la sovranità del Regno del Marocco. Una soluzione già in passato non gradita al popolo Sahrawi che richiede l'assoluta indipendenza.

(OFCS.Report, 13 dicembre 2020)


Il Chelsea inaugura una mostra dedicata agli atleti ebrei della Shoah

di Paolo Castellano

Roman Abramovich, imprenditore russo con passaporto israeliano e proprietario di uno dei club calcistici più prestigiosi al mondo, il Chelsea F.C., ha inaugurato una toccante mostra sugli atleti ebrei che morirono durante la Shoah. L'esposizione 49 Flames - Jewish Athletes and the Holocaust è visitabile online ed è stata realizzata grazie alle opere dell'artista israeliano Solomon Souza e al contributo di Jewish News.
   Come riporta il Jerusalem Post, l'idea di questa mostra è nata nel 2019, quando Abramovich ha incaricato Solomon Souza di creare un murale commemorativo per quei giocatori ebrei di calcio che vennero uccisi dai nazisti durante la Shoah. Il risultato finale è poi stato presentato durante un evento a Stamford Bridge.
   Dunque, il Chelsea ha continuato a collaborare con Souza, chiedendogli di realizzare un progetto culturale più ampio: una mostra dedicata agli atleti ebrei scomparsi durante la Shoah. L'installazione artistica e la mostra digitale fanno parte della campagna Say No to Antisemitism promossa dal club inglese e finanziata da Roman Abramovich.
   Il titolo 49 Flames (49 fiamme) è un riferimento al numero dei medagliati olimpici che vennero eliminati durante la Seconda guerra mondiale. Lo scopo della mostra è quello di raccontare la storia della Shoah attraverso lo sguardo di questi atleti ebrei. Tra le opere artistiche corredate da didascalie, sono presenti le vicende di Alfred Flatow e Gustav Felix Flatow, ginnasti ebrei che ottennero la medaglia d'oro durante le prime Olimpiadi moderne del 1896 tenutesi ad Atene. Nella selezione figura anche il profilo dell'ebrea Lilli Henoch che stabilì quattro record mondiali e vinse 10 campionati nazionali tedeschi di atletica leggera.
   All'interno di 49 Flames: Jewish Athletes and the Holocaust sono anche presenti i contributi di importanti personalità che in questi anni hanno combattuto contro l'antisemitismo come il presidente d'Israele Reuven Rivlin, l'attivista Natan Sharansky, il presidente dell'Agenzia ebraica Isaac Herzog e altri.
La mostra virtuale può essere visitata qui.

(Bet Magazine Mosaico, 13 dicembre 2020)


Le Filippine premiate per l'aiuto dato agli ebrei durante la Shoah e il sostegno a Israele

La Confederazione dei Sionisti Generali (CGZ) ha rilasciato un certificato speciale al primo segretario e console dell'ambasciata delle Filippine in Israele, Reichel Quinones, in onore dell'aiuto della repubblica agli ebrei durante la Shoah e il suo sostegno alla creazione dello Stato di Israele.
   Come riporta il Jerusalem Post, il certificato, rilasciato in una cerimonia presso l'ambasciata filippina a Tel Aviv, ha rilevato il voto della repubblica a favore della risoluzione 181 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1947 e la politica delle porte aperte del defunto ex presidente delle Filippine Manuel Quezon.
   Quezon offrì un rifugio sicuro agli ebrei in fuga dalla persecuzione nazista e la sua politica di Open Doors salvò oltre 1.300 ebrei, secondo un comunicato stampa della CGZ.
   La risoluzione 181 richiedeva la divisione della Palestina obbligatoria britannica in stati ebraici e arabi. Le Filippine furono l'unico paese asiatico a sostenere la risoluzione, che ha contribuito a spianare la strada alla creazione dello Stato di Israele.
   "Il popolo ebraico ha una lunga memoria e il presidente Quezon merita di essere ricordato per il suo coraggioso atto di gentilezza durante un periodo così oscuro della storia ebraica", ha dichiarato il vicepresidente della CGZ David Yaari. "Come leader della fazione sionista generale dell'Organizzazione sionista mondiale, apprezziamo profondamente la considerazione delle Filippine di votare a favore della risoluzione 181 (il piano di spartizione) il 29 novembre 1947". L'ex membro della Knesset e segretario generale della CGZ Dov Lipman ha dichiarato: "In un mondo pieno di nemici di Israele e del popolo ebraico non possiamo dare per scontato che un paese salvi ebrei e sostenga Israele". "Abbiamo un debito di gratitudine nei confronti del governo e del popolo filippino, e oggi è stato solo l'inizio del nostro apprezzamento", ha aggiunto.

(Bet Magazine Mosaico, 12 dicembre 2020)


Il Mossad non è la Spectre

di Mario Frascione

Scrivere di Israele non è mai stato facile e il panorama del giornalismo italiano, salvo poche eccezioni, non brilla quando si confronta con la materia.
   Ci sono sostanzialmente due grandi problemi che generano la cattiva informazione in proposito.
   Da un lato c'è purtroppo un diffuso atteggiamento ideologico antisionista, che vede lo stato ebraico come espressione di una volontà prevaricatrice nella regione mediorientale a danno delle popolazioni arabe. E' un atteggiamento che deriva dal grande filone dell'antisemitismo di sinistra, a cui si è unita molta parte del mondo cattolico.
   Dall'altro c'è una concreta mancanza di conoscenza delle basi del diritto internazionale, della storia del Medio Oriente e della complessa realtà che lo contraddistingue.
   Su entrambe le prospettive pesa infine un problema culturale profondo e rilevante, a cui pare francamente difficile porre rimedio: in un contesto occidentale europeo in cui abbiamo completamente smarrito la differenza radicale tra l'esercizio legittimo della forza e la violenza, il fatto che Israele abbia sempre usato la forza per sopravvivere suscita scandalo.
   Più di settanta anni di pace e benessere in Europa ci hanno sprofondati nella pericolosa convinzione che il pacifismo sia la ricetta unica e universale per la soluzione dei problemi, e che il conflitto e l'opzione militare - sebbene rimedi dolorosi ed estremi - siano un male assoluto.
   Da questo milieu nascono gran parte dei fraintendimenti e dell'incapacità di interpretare la realtà della regione del Mediterraneo orientale e, conseguentemente, di informare correttamente il pubblico dei lettori.
   La recente uccisione di Mohsen Fakhrizadeh, responsabile del programma nucleare iraniano il cui obiettivo è dotare un regime teocratico integralista della bomba atomica, ha suscitato una certa eco anche sulla stampa italiana.
   Per quanto ovviamente nessuno si sia sognato di rivendicare la paternità di tale azione il pensiero di tutti è andato a Israele (il soggetto minacciato più prossimo), per lo meno in collaborazione con il fronte interno iraniano dell'opposizione al regime.
   In particolare il nome che rimbalza sulle pagine dei media nazionali è ancora una volta quello del Mossad, il leggendario (e invidiato) servizio segreto dello stato ebraico che apporta un contributo determinante alla sua sicurezza.
   Anche questa supposizione tuttavia, per quanto unita a una malcelata componente di ammirazione per l'efficienza e la temerarietà della macchina di intelligence israeliana, tende a colorarsi di tinte ambigue. In alcuni casi infatti il Mossad comincia a essere ritratto come la longa manus di uno stato super potente che agisce totalmente al di fuori di un'etica del diritto e delle relazioni internazionali.
   Ne è un esempio l''articolo di Vittorio Sabadin Gas, dentifrici avvelenati, lavaggi del cervello: come uccide il Mossad, pubblicato su "La Stampa" il 7 dicembre 2020.
   I toni sensazionalistici del titolo adottano una formula pirotecnica. Qualcuno dirà: "E' la stampa, bellezza!", ma il rischio diventa quello di confondere uno dei servizi di intelligence di Israele (più famoso degli altri due con cui pure collabora, Shin Bet e Aman), con i servizi di altri Paesi dalle consuetudini democratiche ben meno consolidate rispetto a quanto accada nello stato ebraico.
   L'idea che ci si forma leggendo il testo dell'articolo pubblicato su "La Stampa" è che il più noto servizio di intelligence del mondo sia una specie di pistolero che si muove nell'ombra, ovunque e secondo il proprio totale arbitrio, per far fuori i propri obiettivi.
   Eppure proprio la lettura del bellissimo libro di Ronen Bergman Uccidi per primo, doverosamente citato e attinto per riportare i casi più eclatanti, a chi abbia la costanza di affrontare le quasi 800 documentatissime pagine, offre un quadro ben più articolato.
   Con toni ben diversi e profonda onestà intellettuale, i servizi di intelligence di Israele sono presentati da Bergman nel loro evolversi all'interno di una storia estrema, quella di uno stato la cui esistenza è stata minacciata fin dal giorno della sua nascita. Si parla dei metodi, dei successi, ma anche dei fallimenti e degli errori. Della competizione interna ai diversi apparati israeliani, della differenza sostanziale tra la visione militare e quella politica, entrambe indispensabili ed entrambe con la tendenza potenziale a prevaricarsi reciprocamente, sempre alla ricerca di un equilibrio difficilissimo. Ancora, si guida il lettore a comprendere come una vittoria tattica possa tramutarsi in una sconfitta strategica, benché spesso ciò si sveli soltanto col senno di poi.
   Dunque una visione un po' più complessa, a tutto tondo e molto umana, degli uomini e donne coraggiosi e geniali che hanno dedicato e dedicano la propria vita alla sicurezza del proprio Paese e del proprio popolo sparso per il mondo, senza dimenticare di porgere un contributo significativo e talvolta risolutivo alla causa dell'Occidente.
   Al contrario, dallo schizzo tracciato da Sabadin sembra emergere prevalentemente la silhouette vagamente cinematografica di un servizio segreto fatto di acrobatici sicari, dotati di supertecnologie e onnipresenti dietro travestimenti, parrucche e barbe posticce. Ciò sembra francamente non rendere giustizia all'enorme lavoro di chi cerca con tenacia di salvaguardare il principio etico pur in contesti connotati da violenza estrema, alle infinite attese per intervenire cercando di non pregiudicare vite innocenti, camminando sulla corda funambolica delle tempestose relazioni internazionali ove tutto è in precario equilibrio e in perpetuo movimento. Sicuramente, al di là delle intenzioni dell'autore (è bene sottolinearlo), dall'articolo e dalla conclusione di Sabadin esce un ritratto pronto a essere esasperato ancora un po' in senso caricaturale, fino a farne una delle tante inquietanti icone del repertorio cospiratorio dell'antisemitismo.

(Caratteri Liberi, 12 dicembre 2020)


Israele, successo per la Giornata del Contemporaneo

Grande successo di pubblico per la XVI Giornata del Contemporaneo in Israele, che quest'anno ha visto un calendario ricco di eventi e iniziative online, organizzate dall'Ambasciata e dall'Istituto Italiano di Cultura di Tel Aviv.
   Il 9 dicembre l'artista Stefano Cagol è intervenuto in una tavola rotonda organizzata dall'IIC in collaborazione con il Center for Contemporary Art di Tel Aviv e dedicata alla sua opera "The time of the flood", videoinstallazione che sarà ospitata presso il CCA fino al prossimo 6 febbraio e che ha ottenuto il sostegno dell'Italian Council - MIBACT 2019. Alla tavola rotonda, seguita online da circa 300 spettatori, hanno partecipato Matteo Piccioni (MIBACT), Giorgia Calò (curatrice del progetto), Silvana Greco (Institut für Judaistik Freie Universität Berlin), Mareike Dittmer (Director of Public Engagement. TBA21 Academy).
   Durante le giornate dedicate all'iniziativa, l'Ambasciata ha messo a disposizione online il catalogo "Arte contemporanea e design italiano nella Residenza dell'Ambasciatore d'Italia in Israele", preceduto da un breve video di presentazione dell'Ambasciatore Benedetti: il pubblico ha potuto scaricare il catalogo della collezione di arte contemporanea realizzata nelle sale di rappresentanza della Residenza dal curatore Ermanno Tedeschi: un concentrato di opere d'arte nel cuore di Tel Aviv che mira a fare della Residenza una vera e propria vetrina del genio creativo italiano contemporaneo, come ideale continuazione in Israele della Collezione Farnesina.
   Proprio la Collezione Farnesina, inoltre, è stata al centro delle diverse iniziative diffuse sui social e sui siti web di Ambasciata ed Istituto, fra cui la serie di video pillole dedicata agli autori della collezione, la web serie di Artribune "Spazi d'artista" ed il volume scaricabile online "Arte e tecnologia del terzo millennio. Scenari e protagonisti" a cura di C. Biasini Selvaggi e V. Catricalà.

(com.unica, 12 dicembre 2020)


Altare pagano di 1.800 anni scoperto in una chiesa bizantina

Gli archeologi israeliani hanno scoperto un antico altare in onore di una divinità greca che combina le caratteristiche di Zeus e Pan, dio di greggi e pastori. L'artefatto ha circa 1.800 anni, ha detto il quotidiano israeliano Haaretz.
L'altare, fatto di basalto vulcanico, è stato scoperto tra le rovine di una chiesa bizantina nella Riserva Naturale di Banias nel nord di Israele. L'opera è degradata, in quanto è stata utilizzata come pietra da costruzione in una parete della Chiesa del V secolo, con il volto coperto da iscrizioni nascoste. Il sito in questione era senza dubbio di notevole importanza per i cristiani di epoca bizantina.

 Il dono di un pellegrino
  L'iscrittore non era un professionista e ha commesso molti errori nello scolpire le lettere sulla pietra. Così ha dovuto incidere le lettere al di fuori del telaio dell'altare rettangolare e ridurre le lettere verso la fine di ogni riga, ha detto un archeologo citato dal giornale. A quanto pare il costruttore della Chiesa non voleva che i fedeli vedessero una dedicazione pagana.
La dedica, scritta in greco, fu probabilmente composta da un pellegrino, un certo Atheneon, figlio di Sosipatros. In esso specifica che l'ha costruito con il suo denaro personale per osservare un voto fatto.

(Sputnik Italia, 12 dicembre 2020)


La Slovenia dichiara Hezbollah "organizzazione terroristica”

Lo scorso 30 novembre Lubiana ha ufficialmente dichiarato il movimento sciita libanese "organizzazione terroristica" seguendo l'esempio di altri paesi europei.

di Marco Siragusa

Nel 1997 gli Stati Uniti furono il primo paese al mondo a designare Hezbollah come "organizzazione terroristica" nella sua interezza, sia come partito politico sia come gruppo militare. Il primo paese europeo ad adottare una simile dichiarazione fu l'Olanda nel 2004 mentre l'Unione Europea, nel luglio 2013, inserì nella lista delle organizzazioni terroristiche solo l'ala militare di Hezbollah rifiutando di allargare la dichiarazione anche all'ala politica in quanto partito democraticamente eletto in Libano.
  Quest'anno paesi come Germania, Repubblica Ceca, Serbia e Kosovo hanno seguito l'esempio di Stati Uniti e Olanda. Gli ultimi, in ordine di tempo, ad adottare una posizione ufficiale sono stati Lettonia e Slovenia. Lubiana ha approvato, il 30 novembre scorso, una dichiarazione in cui identifica l'intera struttura del gruppo libanese come "organizzazione criminale e terrorista che rappresenta una minaccia per la pace e la sicurezza".
  La Slovenia è governata dal marzo 2020 da Janez Janša, leader del Partito Democratico Sloveno e già premier dal 2004 al 2008 e dal 2012 al 2013. Durante la sua lunga carriera politica, Janša ha mostrato un costante spostamento da posizioni liberali anti-jugoslave a posizioni vicine all'estrema destra. Nota la sua vicinanza personale e politica con il presidente uscente degli Stati Uniti Donald Trump.
  Janša è stato l'unico leader europeo a sostenere la battaglia di Trump contro i risultati elettorali del 3 novembre. In quei giorni il premier sloveno pubblicò alcuni tweet piuttosto emblematici dichiarando, il 4 novembre, che "è abbastanza chiaro che gli americani hanno eletto Donald Trump e Mike Pence per altri quattro anni". Non stupisce quindi la volontà di seguire l'alleato statunitense nella sua battaglia contro Hezbollah, andando anche al di là delle posizioni espresse dall'Unione Europea.
  L'esercito sloveno è inoltre presente in Libano con un piccolo contingente all'interno della missione delle Nazioni Unite Unifil, guidata dall'Italia. Oggi sono appena tre i militari sloveni presenti nella base militare di Shamaa, quattordici in meno rispetto ai 17 presenti nel 2017.
  La dichiarazione del 30 novembre ha suscitato numerose reazioni, soprattutto tra i più tenaci oppositori di Hezbollah. Il ministro degli Esteri israeliano, Gabi Ashkenazi, ha ringraziato il governo sloveno per la decisione augurandosi che presto altri paesi europei e l'Unione nella sua interezza seguano l'esempio di Lubiana. Un ringraziamento ribadito dal presidente Reuven Rivlin durante la visita di Janša in Israele lo scorso 8 dicembre.
  Altrettanto favorevole la nota pubblicata dal governo statunitense in cui si parla di "passo in avanti per aiutare a impedire che Hezbollah operi in Europa". Di "crescente tendenza a liberarsi di ogni illusione" sulla natura dell'organizzazione libanese ha parlato anche l'amministratore delegato dell'American Jewish Committee, David Harris.
  Il sostegno alla decisione di Lubiana è arrivato anche dalla parte del mondo arabo contrapposta all'alleanza iraniano-libanese. Il ministero degli esteri del Bahrein, Khalid bin Ahmed bin Mohammed Al Khalifa, ha affermato che la decisione "è un passo costruttivo e fondamentale" nella lotta al terrorismo e a Hezbollah in tutti i suoi rami organizzativi. Messaggio praticamente identico rilasciato dal ministro degli Esteri dell'Arabia Saudita.

(Nena News Agency, 12 dicembre 2020)



Ricercare la saggezza per camminare nelle vie del bene

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Capitolo 2
  1. Figlio mio, se ricevi le mie parole
    e serbi con cura i miei comandamenti,
  2. prestando orecchio alla saggezza
    e inclinando il cuore all'intelligenza;
  3. sì, se chiami il discernimento
    e rivolgi la tua voce all'intelligenza,
  4. se la cerchi come l'argento
    e ti dai a scavarla come un tesoro,
  5. allora comprenderai il timore del SIGNORE
    e troverai la scienza di Dio.
  6. Il SIGNORE infatti dà la saggezza;
    dalla sua bocca provengono la scienza e l'intelligenza.
  7. Egli tiene in serbo per gli uomini retti un aiuto potente,
    uno scudo per quelli che camminano nell'integrità,
  8. allo scopo di proteggere i sentieri della giustizia
    e di custodire la via dei suoi fedeli.
  9. Allora comprenderai la giustizia, l'equità,
    la rettitudine, tutte le vie del bene.
  10. Perché la saggezza ti entrerà nel cuore,
    la scienza sarà la delizia dell'anima tua,
  11. la riflessione veglierà su di te,
    l'intelligenza ti proteggerà
  12. essa ti scamperà così dalla via malvagia,
    dalla gente che parla di cose perverse,
  13. da quelli che lasciano i sentieri della rettitudine
    per camminare nelle vie delle tenebre,
  14. che godono a fare il male
    e si compiacciono delle perversità del malvagio,
  15. i cui sentieri sono contorti
    e percorrono vie tortuose.
  16. Ti salverà dalla donna adultera,
    dalla infedele che usa parole seducenti,
  17. che ha abbandonato il compagno della sua gioventù
    e ha dimenticato il patto del suo Dio.
  18. Infatti la sua casa pende verso la morte,
    e i suoi sentieri conducono ai defunti.
  19. Nessuno di quelli che vanno da lei ne ritorna,
    nessuno riprende i sentieri della vita.
  20. Così camminerai per la via dei buoni
    e rimarrai nei sentieri dei giusti.
  21. Gli uomini retti infatti abiteranno la terra,
    quelli che sono integri vi rimarranno;
  22. ma gli empi saranno sterminati dalla terra,
    gli sleali ne saranno estirpati.

La sapienza depone ora le vesti del pubblico araldo che grida sulla pubblica piazza e riprende i panni del padre premuroso che parla nell'ambiente di famiglia.
Nei primi quattro versetti vengono presentate le condizioni che il discepolo deve osservare per ottenere la saggezza e nei successivi cinque vengono esposte le promesse dei beni che gli sono riservati. Con sapienza Dio ha formato i mondi, e con altrettanta sapienza Dio vuole formare la vita di ogni singolo uomo. Ma mentre la natura inanimata non può che ubbidire agli ordini del Creatore, l'uomo può accogliere o rifiutare la parola di Dio. Per poter compiere la sua opera di creazione armoniosa della personalità e della vita, la sapienza deve essere liberamente accolta nel cuore. Dio dunque parla con insistenza all'uomo per convincerlo a diventare veramente intelligente, cioè ad accogliere, conservare, mettere in circolazione il capitale di saggezza che Dio vuole donargli.

  1. Figlio mio, se ricevi le mie parole
    e serbi con cura i miei comandamenti,

    Il discepolo è invitato anzitutto a porsi in un atteggiamento ricettivo. Le parole della saggezza devono essere ascoltate e ricevute, perché è anche possibile respingerle, rifiutarle. Dopo averle ricevute bisogna serbare con cura i comandamenti in esse contenuti. Questi devono essere riposti in luoghi protetti della propria coscienza, in modo da poterli richiamare prontamente alla memoria tutte le volte che le circostanze lo richiedano. La sapienza deve essere immagazzinata e custodita in vista di un uso che può non essere immediato. Chi non si è preoccupato di accumulare un capitale di saggezza attraverso l'ascolto diligente della parola di Dio, quando si troverà nel bisogno dovrà ricorrere al suo "buon senso". E quasi certamente questo significherà la sua rovina.

  2. prestando orecchio alla saggezza
    e inclinando il cuore all'intelligenza;

    La prima cosa che deve fare chi vuole ottenere saggezza non è pensare, ma ascoltare. Su tutto ciò che riguarda aspetti fondamentali della realtà, come vita e morte, bene e male, giustizia e ingiustizia, l'uomo non può ricorrere alla sua propria sapienza. Il suo distacco dal Creatore lo rende incapace non solo di agire bene, ma anche di pensare bene. La sapienza deve arrivargli dall'esterno, dall'Alto. Ma poiché l'uomo orgoglioso e ribelle non trova sempre gradevole la Parola che gli giunge dall'Alto, qui viene invitato a prestare orecchio alla saggezza e a inclinare il cuore all'intelligenza. Affinché la vera sapienza possa entrare nell'uomo, è necessario che questi manifesti disponibilità ad accogliere pensieri e valutazioni a lui non sempre familiari, e prontezza a mettere in pratica insegnamenti a lui non sempre graditi.

  3. sì, se chiami il discernimento
    e rivolgi la tua voce all'intelligenza,

    Soltanto dopo che le orecchie sono state ben aperte entra in gioco la bocca. L'atteggiamento attivo del parlare deve seguire e non precedere quello ricettivo dell'ascoltare. E parlare in questo caso è sinonimo di pregare. L'uomo deve aprire la bocca non per ripetere continuamente: "Io penso..., io credo..., io ritengo", ma per chiedere quella sapienza che riconosce di non avere. Solo ai poveri in spirito (Mt 5.3) è riservata la grazia di venire a conoscere i pensieri di Dio (Is 55.8). Per tutti gli altri vale il tagliente giudizio dell'apostolo Paolo: "Se qualcuno pensa di conoscere qualcosa, non sa ancora come si deve conoscere" (1 Co 8:2). Chi chiede a Dio discernimento e intendimento è autorizzato ad alzare la voce, cioè a chiedere con determinazione, perché Dio vuole rispondere, ma vuol anche vedere risolutezza e fede in colui che si rivolge a Lui per ottenere ciò di cui ha bisogno (Gc 1.5-7).

  4. se la cerchi come l'argento
    e ti dai a scavarla come un tesoro,

    Dopo aver usato le orecchie e la bocca arriva il momento di impegnare le mani. La vera sapienza è come un tesoro nascosto: spesso la parola di Dio indica dove si deve cercare, ma poi lascia all'uomo il compito di scavare nella zona indicata. Il paragone con l'argento vuol far capire che l'uomo deve cercare la saggezza con lo stesso impegno con cui gli avari si affaticano per i loro soldi. L'impegno, anzi, deve essere molto maggiore, perché "L'acquisto della saggezza è migliore di quello dell'oro, l'acquisto dell'intelligenza preferibile a quello dell'argento" (16.16). Il tesoro della sapienza va ricercato con scrupolo e costanza non perché Dio si diverta a nasconderlo, ma perché il cuore umano è ingannevole e insanabilmente maligno (Ger. 17.9), e cerca sempre di imbrogliare le carte, facendo scambiare il bene con il male, la verità con l'errore, la giustizia con l'ingiustizia.

  5. allora comprenderai il timore del SIGNORE
    e troverai la scienza di Dio.

    Al discepolo che osserva le condizioni fin qui esposte sono riservate le promesse che ora vengono elencate. La prima promessa è: Comprenderai il timore del Signore. Questo sembra strano, perché in 1.7 il timore del Signore è presentato come il presupposto di ogni vera conoscenza. Ma nell'itinerario che porta l'uomo alla saggezza, il timore del Signore sta sia all'inizio, sia alla fine del percorso. Si comincia con un atteggiamento di rispettosa e ubbidiente attenzione per la parola di Dio e si termina, dopo averne sperimentato la validità nella pratica, con un amoroso atteggiamento di gratitudine che consolida e approfondisce l'iniziale timore del Signore. Su questa strada si trova anche la vera conoscenza di Dio, perché si arriva a conoscere per esperienza "quale sia la volontà di Dio, la buona, gradita e perfetta volontà " (Ro 12.2).

  6. Il SIGNORE infatti dà la saggezza;
    dalla sua bocca provengono la scienza e l'intelligenza.

    Dopo la parte che riguarda l'uomo comincia quella riservata a Dio. Il motivo per cui chi vuole ottenere saggezza deve ascoltare, chiedere, cercare sta nel fatto che l'uomo non è saggio in sé stesso. La vera saggezza sta fuori di lui, e a nulla servono le considerazioni, i pensieri, le riflessioni che può fare da solo. Dopo aver commesso il primo peccato, Adamo ed Eva furono cacciati dal giardino di Eden e dovettero riconoscere che la triste situazione in cui si trovavano era una conseguenza della loro stoltezza. Avevano mangiato il frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male nella speranza di diventare più intelligenti, e invece la trasgressione della parola di Dio si rivelò come la massima stoltezza. La sola possibilità che resta adesso all'uomo peccatore è di riconoscere che soltanto dalla bocca di Dio provengono la scienza e l'intelligenza. La sapienza non si trova in ciò che noi pensiamo, ma in ciò che Dio dice. Ed è per la Sua grazia che il Signore continua a parlare agli uomini, perché avrebbe anche potuto decidere di tacere per sempre e di lasciarli eternamente nella loro stoltezza. Continuando a parlare, invece, Dio si conferma come Colui che "fa dei doni agli uomini" (Ef. 4.8). Il Signore, infatti, dà la saggezza.

  7. Egli tiene in serbo per gli uomini retti un aiuto potente,
    uno scudo per quelli che camminano nell'integrità,

    Il verbo ebraico che qui viene tradotto con "tenere in serbo" nel v.1 viene tradotto con "serbare con cura". Il termine può anche significare "tenere nascosto" (Es 2.2), "custodire" (Gb 23.12), "conservare" (Sl 119.11). Dio dunque chiede all'uomo di conservare nel proprio cuore i Suoi comandamenti, e promette che conserverà per lui un "aiuto potente" e uno "scudo". L'aiuto di cui si parla sembra essere la sapienza stessa insieme ai suoi benefici effetti. La promessa è riservata a chi "cammina rettamente", cioè a chi mette effettivamente in pratica le parole ricevute da Dio (Mt 7.24), perché il cammino diritto di chi segue i comandamenti di Dio è di per sé stesso una protezione dalle inevitabili, dolorose conseguenze di una condotta che stoltamente presuma di poter ottenere benefici agendo al di fuori della volontà di Dio.

  8. allo scopo di proteggere i sentieri della giustizia
    e di custodire la via dei suoi fedeli.

    Da questo momento cominciano ad apparire ripetuti riferimenti alle "vie" e ai "sentieri". Da una parte si parla di "via malvagia", "via delle tenebre", "vie tortuose" , "sentieri contorti", "sentieri che conducono ai defunti"; e dall'altra di "via dei suoi fedeli", "vie del bene", "via dei buoni", "sentieri della rettitudine", "sentieri della vita","sentieri dei giusti". In sostanza però le vie sono soltanto due (Sl 1:6): la via degli empi, che conduce alla perdizione (Mt 7.13). e la via dei giusti, che conduce alla vita (Mt 7.14). In certi momenti la via che conduce alla rovina può apparire più piacevole, ma quello che conta è la meta verso cui si sta camminando. Più avanti verrà detto che "Il sentiero dei giusti è come la luce che spunta e va sempre più risplendendo, finché sia giorno pieno. La via degli empi è come il buio; essi non scorgono ciò che li farà cadere" (4:18-19). In ogni caso, chi cammina nella giusta direzione può contare in ogni momento sulla protezione di Dio, perché secondo le Sue promesse Egli "custodisce la via dei suoi fedeli".

  9. Allora comprenderai la giustizia, l'equità,
    la rettitudine, tutte le vie del bene.

    I versetti 5 e 9 cominciano nello stesso modo: "Allora comprenderai...". Comprenderai il "timore del Signore" (v.5), e "la giustizia, l'equità, la rettitudine, tutte le vie del bene" (v.9). Nel primo caso la promessa riguarda il rapporto con Dio, nel secondo i rapporti tra gli uomini. Solo chi ascolta la voce della sapienza, e prega per ottenerla, e la cerca con tutte le sue forze, potrà capire che cosa significa realmente vivere in comunione amorosa con il Signore. E solo chi "cammina nell'integrità" (v.7), senza interne doppiezze d'animo, saprà fare le dovute distinzioni tra giusto e ingiusto, tra equo e iniquo, tra retto e storto, e di conseguenza saprà scegliere "tutte le vie del bene".

  10. Perché la saggezza ti entrerà nel cuore,
    la scienza sarà la delizia dell'anima tua,

    L'uomo non ha vera sapienza in sé stesso. Per tutto ciò che riguarda la vita e la morte, il bene e il male, l'uomo ha bisogno di essere istruito. La soluzione ai suoi problemi fondamentali si trova fuori di lui; quindi la sua unica speranza sta nell'ascoltare quello che Dio gli dice. Ponendosi in relazione con la sapienza di Dio, l'uomo riceve beni preziosi che allietano la sua vita; ma il dono più grande che riceve è la sapienza stessa. Nell'ascolto prolungato e ubbidiente della parola di Dio il cuore e la mente si trasformano: la saggezza di Dio entra nel cuore. La creatura comincia a pensare, sentire, volere come il suo Creatore; e questo le procura una grande delizia. Si compie così una delle promesse che Dio aveva legato al nuovo patto che avrebbe stabilito con gli uomini: "Questo è il patto che farò con loro dopo quei giorni, dice il Signore, metterò le mie leggi nei loro cuori e le scriverò nelle loro menti" (Eb 10.16).

  11. la riflessione veglierà su di te,
    l'intelligenza ti proteggerà

    Nel v.10 si è visto che quando la sapienza di Dio entra nel cuore la prima conseguenza è la gioia (v.10). Adesso viene presentata un'altra benefica conseguenza: la protezione. I mali della vita sono tanti, e tutti prima o poi ne vengono colpiti. Ma guardando indietro spesso ci si accorge che molti di essi avrebbero potuto essere evitati con un po' di discernimento e di accortezza. E' mancata quella riflessione che avrebbe potuto far vedere i lati negativi e a prima vista non evidenti della situazione; è mancata quell'intelligenza che avrebbe potuto aiutare a trarre le giuste e logiche conseguenze dalle osservazioni fatte. Si può decidere di non ascoltare le parole della saggezza e di seguire soltanto l'impulso dei propri desideri, ma in questo modo si rinuncia alla protezione che Dio vuol concedere all'uomo con i Suoi insegnamenti, e si rimane in balìa della propria stupidità.

  12. essa ti scamperà così dalla via malvagia,
    dalla gente che parla di cose perverse,

    La sapienza che Dio vuol dare all'uomo deve anzitutto servire a fargli evitare scelte sbagliate. I pericoli indicati nei versetti che seguono sono espressi da due tipi di persone: il malvagio, che con parole perverse induce a perseguire obiettivi scellerati camminando per vie tortuose, e la donna adultera, che con parole seducenti cerca di attirare sul terreno di un falso rapporto d'amore. I pericoli, dunque, vengono da chi sta intorno. Nei momenti delicati, quando le circostanze sono penose e la mente è confusa, non è raro trovare persone che propongono vie d'uscita apparentemente efficaci, ma scorrette, invitando ad abbandonare "inutili" scrupoli di coscienza. Dicono cose perverse, cioè ribaltate rispetto a ciò che è giusto; e indicano una via malvagia perché sostengono che facendo il male a qualcuno si riuscirà ad avere il bene per sé. La proposta è allettante, perché la liberazione dai guai sembra facile e sicura. Ma è una trappola. Chi si incammina per una simile via si accorgerà presto o tardi di essere piombato in guai molto peggiori. Solo la saggezza ricevuta da Dio per pura grazia può scampare l'uomo dal pericolo di imboccare vie di male dietro suggerimento di gente che parla di cose perverse.

  13. da quelli che lasciano i sentieri della rettitudine
    per camminare nelle vie delle tenebre,

    Un pericolo particolarmente insidioso è costituito da coloro che lasciano i sentieri della rettitudine. Sono persone che dopo aver camminato bene per un certo tempo cominciano ad allontanarsi dai giusti comportamenti e si incamminano nelle vie delle tenebre. Cercano in tutti i modi di far rimanere nascoste le azioni sbagliate che commettono, forse per non rovinare la buona reputazione acquisita in precedenza. Chi li osserva, essendosi abituato a considerarle brave persone, corre il rischio di continuare a prenderli ad esempio, e quindi ad imitarli anche nelle cose peggiori.

  14. che godono a fare il male
    e si compiacciono delle perversità del malvagio,

    Continuando a camminare nelle vie del male si arriva prima o poi a danneggiare la propria coscienza. Chi pratica abitualmente il peccato può deteriorare a tal punto il suo "gusto" morale da trovare un godimento morboso nel commettere azioni malvagie. "Commettere un delitto, per lo stolto è come un divertimento" (10.23).
    Ma non basta ancora. Chi vive nel male non vuol essere disturbato dal pensiero di essere l'unico malfattore al mondo, e quindi si sente confortato e si rallegra tutte le volte che vede altri compiere qualche nefandezza.
    "Essi, pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno tali cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette" (Ro 1.32).

  15. i cui sentieri sono contorti
    e percorrono vie tortuose.

    Nella Bibbia si parla di "via" per indicare che ogni uomo è in marcia verso una meta. Alla resa dei conti le mete possibili si riveleranno essere soltanto due: la vita o la morte (Mt 7.13-14). La via che mena alla vita è diritta; tutte le altre sono contorte, tortuose. Chi s'inoltra in esse dovrà anzitutto soffrire grandi pene a causa del cattivo terreno su cui si è posto. E alla fine del percorso dovrà amaramente riconoscere che il traguardo da lui raggiunto è ben diverso da quello che si aspettava.

  16. Ti salverà dalla donna adultera,
    dalla infedele che usa parole seducenti,

    Chi percorre sentieri contorti e tortuosi può essere indotto ad andare contro gli altri o verso gli altri. I rapporti sbagliati con il prossimo possono essere di vero odio o di falso amore. L'odio si propone di far sparire l'altro dal proprio orizzonte e, nei casi estremi, di ucciderlo. Il falso amore invece vuole conservare la vita dell'altro, ma soltanto allo scopo di trarne benefici a proprio vantaggio. L'odio respinge e annienta; il falso amore attira e consuma.
    La donna adultera di questo passo rappresenta un esempio tipico di falso amore. Secondo il significato originale del termine, essa è un'estranea (5.20) che insidia l'integrità di una famiglia non sua. Le sue parole sono seducenti perché con un linguaggio dolce (5.3) vuol far intendere che l'amore fra due persone deve poter superare i rigidi vincoli contrattuali imposti dal matrimonio. Non è detto, quindi, che il tentativo di attrazione avvenga sul semplice piano dei sensi; la seduzione è molto più efficace quando è nobilitata dal richiamo a un valore superiore.

  17. che ha abbandonato il compagno della sua gioventù
    e ha dimenticato il patto del suo Dio.

    La pericolosità della donna adultera dipende dal fatto che si trova in una posizione di infedeltà rispetto al compagno della sua gioventù e, quindi, rispetto a Dio. L'infedele è anche infido. Chi danneggia il prossimo non rispettando la parola data non può che essere un danno per tutti. Nella Bibbia il matrimonio è sempre visto come un patto tra due persone in cui Dio stesso è coinvolto. E poiché nel patto di Dio con il suo popolo è contenuta la clausola: "Non commettere adulterio", ne discende che ogni rottura del legame matrimoniale è anche una violazione del patto esistente tra l'uomo e Dio.

  18. Infatti la sua casa pende verso la morte,
    e i suoi sentieri conducono ai defunti.

    Da una donna che si è "liberata" dai vincoli d'amore e di vita che la legano al suo Creatore ci si può aspettare soltanto funesti mali. La Scrittura non indulge a sottili distinzioni e comprensive motivazioni psicologiche; il suo linguaggio è chiaro e netto: la sua casa, cioè la sua posizione, si trova in prossimità della morte; i suoi sentieri, cioè le sue azioni, hanno una direzione che porta ai defunti. Questo deve servire a togliere quell'alone di fascinosa misteriosità che spesso accompagna l'attrazione per una "donna fatale". L'incanto che si prova non è il richiamo a una forma più intensa di vita, ma, al contrario, è una delle più ingannatrici e rischiose malìe della morte.

  19. Nessuno di quelli che vanno da lei ne ritorna,
    nessuno riprende i sentieri della vita.

    L'espressione vanno da lei traduce un verbo che in altri passi della Bibbia è usato per indicare i rapporti sessuali (Pr 6.29; Ge 16.2, 30.3, 30.16). Chi ha rapporti intimi con una persona diversa dal proprio coniuge spesso ha l'impressione di fare profonde esperienze che rinnovano la vita e la rendono più ricca. E' un effetto illusorio, paragonabile a quello della droga. Le intense e piacevoli sensazioni prodotte dalle esperienze del falso amore non fanno che logorare più rapidamente i beni naturali che ogni persona ha ricevuto dal Creatore affinché ne riconosca la bontà e innalzi a Lui il suo sguardo. Si parla di amore, ma in realtà si cerca il proprio egoistico piacere. Il desiderio dell'altro vissuto al di fuori della volontà di Dio, nella Scrittura si chiama "concupiscenza". E "la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato; e il peccato, quando è compiuto, produce la morte" (Gc 1.15). L'unione illegittima con una donna straniera si rivela dunque come un volontario legame con la morte. La parola di Dio fa un severo ammonimento a non incamminarsi su questo cammino di schiavitù, perché di quelli che lo fanno "nessuno riprende i sentieri della vita".

  20. Così camminerai per la via dei buoni
    e rimarrai nei sentieri dei giusti.

    Gli ammonimenti contro le seduzioni della donna adultera, gli inviti a non seguire coloro che camminano nella via delle tenebre (v.13) hanno uno scopo positivo che qui viene chiaramente espresso: esortare a camminare per la via dei buoni e a rimanere nei sentieri dei giusti. Anche se la via che conduce alla vita è stretta (Mt 7.14), essa non è deserta. Chi la percorre non si sente isolato, anzi, al contrario, oltre al conforto di sapere che l'obiettivo verso cui si dirige è quello giusto, sperimenta anche l'intima gioia della comunione dei giusti. Poiché la via è buona, essa è anche la via dei buoni.
    Oltre a camminare per essa, il discepolo è caldamente esortato a rimanere in essa. E' molto importante dunque l'invito alla vigilante costanza, perché molti cominciano bene, ma poi finiscono tra coloro che lasciano i sentieri della rettitudine per camminare nella via delle tenebre (v.13).

  21. Gli uomini retti infatti abiteranno la terra,
    quelli che sono integri vi rimarranno;

    Una strada può essere più o meno comoda, ma ciò che fa di lei la strada giusta o sbagliata è la meta a cui conduce. Camminando sui sentieri dei giusti (v.20), gli uomini retti raggiungeranno un giorno un traguardo glorioso: abitare la terra. Non saranno più "forestieri e pellegrini sulla terra" (Eb. 11.13), ma cittadini a pieno titolo di una nuova creazione. La terra oggi è instabile. Sta scritto infatti che, a causa dell'ingiustizia degli uomini, un giorno "la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate" (2 Pt 3.10). Ma i giusti aspettano "nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la giustizia" (2 Pt 3.13). E su questa nuova terra, resa ormai stabile dall'opera di redenzione di Cristo, gli uomini integri vi rimarranno.

  22. ma gli empi saranno sterminati dalla terra,
    gli sleali ne saranno estirpati.

    Agli uomini retti del versetto precedente si oppongono ora gli empi, e agli integri gli sleali. La differenza fondamentale tra i due gruppi di persone si rende visibile nei loro comportamenti, ma la sua radice profonda va ricercata nel rapporto con la parola di Dio. Gli empi non si curano di sapere di quello che Dio dice; gli sleali non si attengono a quello che sanno essere volontà di Dio. Si può trascurare la parola di Dio nelle sue indicazioni, ma non si può trascurarla nelle sue promesse. E Dio promette premi e castighi, i quali, inesorabilmente, si attuano. Dopo aver promesso il premio per i retti e gli integri, Dio promette il castigo per gli empi e gli sleali. La minaccia potrebbe sembrare superflua, ma non è così. Gli empi saranno sterminati, gli sleali saranno estirpati. Questo dice la parola di Dio, e questo avverrà. La minaccia è parte integrante della promessa: non si può avere l'una senza l'altra.
M.C.

 

Ebrei e arabi insieme a Dubai per festeggiare le luci della pace

Previsto un boom di turisti: cinquantamila prenotazioni da Israele a dicembre. Il candelabro di Hannukkà è stato acceso sotto il Burj Khalifa, grattacielo simbolo della città. "Ora ci rispettiamo in fondo siamo cugini".

di Sharon Nizza

Hanukkah a Dubai
DUBAI - La sensazione di assistere a un evento non ordinario si percepisce già al check-in all'aeroporto Ben Gurion, dove è un susseguirsi di selfie sullo sfondo del monitor che indica il volo Tel Aviv-Dubai. Quando poi si sorvola l'Arabia Saudita, che ha aperto a Israele lo spazio aereo riducendo di cinque ore la rotta, i cambiamenti in corso nella regione si mostrano proprio sotto agli occhi. Sono oltre 50mila gli israeliani che hanno acquistato, solo per dicembre, un biglietto per conoscere quella nuova parte di Medioriente che gli Accordi di Abramo hanno reso accessibile. C'è chi sceglie Dubai perché è una delle poche destinazioni aperte agli israeliani in tempi di Covid, ma la maggior parte dei passeggeri dei 12 voli quotidiani diretti disponibili dal 26 novembre è spinta dalla ricerca di opportunità di business e dalla voglia di vivere la sensazione, quasi ignota, di girare in un Paese arabo senza dover nascondere la propria identità.
   Vanessa, 29 anni, non è mai stata in Egitto e in Giordania «anche se siamo in pace, non mi sento benvenuta, mentre i racconti di chi è stato negli Emirati sono incredibili, mi fanno sperare in un futuro migliore». Accanto a lei Samira, una signora di Gerusalemme Est, che benedice gli Accordi di Abramo «perché ora è molto più facile andare a trovare mia figlia che vive a Dubai».
   Arrivati a destinazione, gli israeliani si riconoscono subito e ovunque, vuoi per la kippà, vuoi per l'ebraico che risuona in continuazione.
   Per gli Emirati l'inondazione israeliana è una manna dal cielo, con il settore turistico falciato dal Covid. Eugenio Malatacca, italiano trapiantato a Dubai, dove ha aperto un'agenzia di viaggi boutique, non si è fatto sfuggire l'occasione e si è messo a studiare in tempi record le complesse regole alimentari ebraiche. «Ogni giorno mi arrivano almeno venti prenotazioni di israeliani. E sta per arrivare il mio primo gruppo interamente kosher». Arie Zribi ha invece organizzato pochi giorni fa il primo matrimonio ortodosso a Dubai.
   Giovedì, il giorno dell'accensione del primo lume della festa ebraica di Hannukkà, un enorme candelabro a otto bracci risaltava sullo sfondo del Burj Khalifa, l'imponente grattacielo simbolo della città. «Benedetto sii Tu, o Signore nostro Dio, Re dell'Universo, che ci hai permesso di raggiungere questa occasione », ha intonato il rabbino, caricando di molti significati la tradizionale preghiera che gli ebrei recitano nelle festività, ma anche per celebrare qualsiasi nuovo evento.
   «In quel momento ho pianto », dice Howard, imprenditore americano che da anni viaggia negli Emirati per lavoro. In passato gli era capitato di frequentare la "Villa", la casa in cui Giacomo Arazi, uomo d'affari milanese, ospitava la piccola comunità di espatriati ebrei trapiantati a Dubai, per celebrare, in semi- clandestinità, le ricorrenze ebraiche.
   Era quasi surreale la visione di cinquecento persone che intonavano, nel cuore di Dubai, le tradizionali melodie ebraiche, e tra questi molti ebrei che nell'immaginario è più facile collocare a Bnei Berak o a Williamsburg.
   E poi venerdì sera la cena comunitaria dello Shabbat di Rav Elie Abadie, il rabbino di origini libanesi giunto da poco per guidare la comunità ebraica locale, che l'anno prossimo aprirà una prima scuola ebraica. A dare il benvenuto anche una rappresentante dell'ufficio governativo del turismo di Dubai. Tra i commensali, in visita privata, Ellie Cohanim, la vice dell'inviato speciale per la lotta all'antisemitismo del Dipartimento di Stato americano, ebrea nata in Iran. E Sara, una giovane emiratina che ci racconta che sua madre è ebrea - originaria del Kurdistan iracheno, che un tempo ospitava una grande comunità ebraica di lingua aramaica - ma che nessuno lo sapeva, fino alla svolta della normalizzazione con Israele.
   Helena ha portato con sé tutti i suoi numerosi nipoti. «Quello che accade qui è meraviglioso. C'è un rispetto incredibile e una voglia sincera di conoscerci. In fondo siamo cugini».

(la Repubblica, 12 dicembre 2020)


La normalizzazione fra Marocco e Israele può cambiare il Maghreb

La ripresa delle relazioni diplomatiche è un fatto storico, ma non è certamente una sorpresa.

di Gianni Vernetti

 
Dopo gli Emirati Arabi Uniti, Il Bahrein e il Sudan, il re del Marocco Mohammed VI ha annunciato la ripresa delle relazioni diplomatiche con Israele.
   Per Israele è stato un motivo in più per festeggiare il primo giorno di Hanukkah, la festa delle luci e la vittoria della rivolta dei Maccabei contro il regime oppressivo degli Elleni nel II secolo A.C.
   L'Accordo annunciato ieri è per il Marocco anche un modo per riconciliarsi con la propria storia: per secoli, la comunità ebraica marocchina è stata una delle più grandi della diaspora, arrivando a contare fino a 300.000 membri, rappresentando una componente importante e molto attiva e integrata nella società.
   Dopo la nascita dello Stato di Israele nel 1948, gran parte del movimento nazionalista in Marocco promosse una dura campagna contro la comunità ebraica in nome del panarabismo, che culminò con i pogrom di Oujdah e di Jerada, che provocarono il massiccio esodo della comunità ebraica verso lo stato di Israele, gli Usa e il Canada. Ma la comunità ebraica non è mai scomparsa del tutto in Marocco: oggi vivono ancora 8.000 ebrei in tutto il paese e uno degli esponenti più importanti della comunità, Andrè Azoulay (padre della direttrice generale dell'Unesco Audrey Azoulay, ndr) è stato per lunghi anni consigliere prima del re Hasan II e oggi del re Muhamad VI, contribuendo in modo determinante a tenere sempre aperti i canali di comunicazione fra lo stato di Israele e la monarchia costituzionale marocchina.
   L'annuncio di ieri rappresenta dunque un fatto storico, ma non è certamente una sorpresa. Anche nel caso del Marocco, l'Iran è una delle chiavi per comprendere la recente accelerazione verso la normalizzazione con lo stato ebraico. Nel 2018 Rabat interruppe unilateralmente i rapporti diplomatici con Teheran, richiamò l'ambasciatore e chiuse la sua ambasciata, dopo l'ennesima scoperta di un continuo flusso di armamenti, anche sofisticati, fra la repubblica islamica ed i guerriglieri del Fronte Polisario attivi nella parte sud-occidentale dell'Algeria lungo il confine con il Sahara Occidentale, occupato da 30 anni dal Marocco.
   La politica di esportazione di terrorismo e di instabilità del regime degli Ayatollah, come giù successo nel caso di Emirati Arabi Uniti e Bahrein, ha rappresentato anche in questo caso, uno degli elementi importanti per accelerare il processo di normalizzazione delle relazioni fra Rabat e Gerusalemme.
   Il nuovo accordo avrà un impatto molto forte sull'interscambio economico e commerciale e nel settore turistico. Ieri la compagna aerea privata Israir ha già annunciato di essere pronta a promuovere un collegamento diretto fra Tel Aviv e Casablanca entro i prossimi due mesi.
   Il presidente uscente Donald Trump, nell'annunciare il nuovo "deal" con un tweet, si è spinto anche oltre, dichiarando che gli Usa sono pronti a riconoscere la sovranità marocchina sul territorio conteso dell'ex colonia spagnola del Sahara Occidentale, occupata dal Marocco alla fine degli anni '70 del secolo scorso.
   Il tema è molto controverso, essendo ancora in corso una negoziazione, sotto l'egida delle Nazioni Unite, fra Marocco e Fronte Polisario e l'area è ancora oggetto di una missione di peacekeeping (Minurso), dislocata nell'area per monitorare il cessate il fuoco. Ma l'intera questione sarà affrontato a breve dal Presidente eletto Joe Biden che fin dalla prima intesa fra Israele e Emirati, ha confermato il proprio sostegno agli Accordi di Abramo ed alla nuova stagione di pace che è stata inaugurata nella vasta area compresa fra il Maghreb, il Medio Oriente e l'Africa Sub-sahariana.
   Quanto sta accadendo in queste settimane fra Abu Dhabi, Manama, Khartoum e Rabat dimostra che la bilancia del conflitto nel mondo sunnita fra modernità riformatrice e conservazione islamista, sta pendendo decisamene a favore dei primi. Marocco ed Emirati Arabi Uniti, insieme, possono essere un fattore trainante in grado di archiviare definitivamente la stagione del conflitto permanente e della minaccia islamista del network internazionale dei Fratelli Musulmani. Gli Accordi di Abramo contribuiranno anche a "contenere" la Turchia autoritaria e islamista di Recep Tayyip Erdogan e le sue ambizioni neo-ottomane di esportazione di instabilità nel Mare Egeo, nel Maghreb e nel Golfo.
   Tra poche settimane sarà dunque compito del presidente Joe Biden e del Segretario di Stato Anthony Blinken rilanciare il processo degli Accordi di Abramo per farvi aderire nuovi paesi arabi e per inserire in quel contesto anche la ripresa del dialogo israelo-palestinese. Ma ora che il tabù delle relazioni con Israele è stato definitivamente infranto, la lista dei paesi che potrebbe unirsi agli Accordi di Abramo inizia ad essere molto significativa.
   L'incontro di due settimane fa nella new town di Neom sul Mar Rosso, a poche decine di chilometri da Israele, fra il Segretario di Stato Mike Pompeo, il premier Netanyahu e il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, sono la conferma che il negoziato fra Israele e la monarchia saudita è molto avanzato. Ma il processo di normalizzazione con l'Arabia Saudita deve ancora fare i conti con la componente più tradizionale del regno, a cominciare dal 84enne reggente Re Salman, che vorrebbe subordinare la pace con Israele da un riconoscimento della Palestina entro i confini del 1967. Ma le esigenze di contenimento di Iran, Turchia e Fratelli Musulmani, spingono la monarchia saudita verso un accordo con Israele e la questione palestinese non è più la precondizione obbligatoria per parlarsi e giungere ad un accordo duraturo.
   L'Oman è una delle monarchie del Golfo tradizionalmente più aperte e tolleranti, ha già ospitato diverse visite di alto livello fra i due paesi, incluso il Primo Ministro Netanyahu che visitò Muscat nell'ottobre del 2018, e sarà uno dei prossimi paesi ad entrare nel club degli "Accordi di Abramo". Nell'Africa sub-sahariana Mauritania e Ciad sono i più probabili candidati ad una normalizzazione dei rapporti con Gerusalemme. La crescente minaccia jihadista in tutto il Sahel rende sempre più vulnerabili i già instabili paesi dell'intera fascia sub-sahariana, incrementando il loro interesse ad una cooperazione a tutto campo con Israele e gli Emirati. La Mauritania già nel 1999, in seguito ad una forte offensiva diplomatica guidata dall'allora Segretario di Stato Madeleine Albright, riconobbe Israele, per poi rompere nuovamente le relazioni nel 2008. Oggi il Presidente Mohammed Ould Ghazouani è fortemente tentato di unirsi al nuovo processo di pace con Tel Aviv, con un forte interesse per la possibile nuova stagione di scambi economici e commerciali e per ricevere aiuti e cooperazione militare per il contrasto delle milizie jihadiste che controllano ancora una parte rilevante del paese.
   Sulla stessa strada si è già incamminato, con circa un anno di anticipo rispetto agli Accordi di Abramo, il Ciad. Il presidente Idriss Déby ha siglato nel 2019 con Benyamin Netanyahu diversi accordi di cooperazione nel settore dell'agricoltura e della sicurezza. Per il Ciad la minaccia dei terroristi jihadisti di Boko Haram è una sfida esistenziale e la cooperazione con Israele potrebbe cambiare in modo significativo la capacità di deterrenza dello stato sub-sahariano.
   Israele ed Emirati Arabi Uniti hanno poi nell'ultimo anno aumentato in modo significativo la cooperazione nel Corno d'Africa, l'imbocco strategico di tutte le rotte marittime verso il Canale di Suez e naturalmente anche verso il porto di Aqaba, l'unico accesso del paese ebraico nel Mar Rosso. Il Corno d'Africa, oramai da trent'anni in condizione di instabilità permanente a causa del conflitto in Somalia, potrebbe riservare molte sorprese con l'apertura di relazioni commerciali, di sicurezza e persino politiche fra Israele e il Somaliland, la parte della Somalia ex britannica, dichiaratasi indipendente oltre 20 anni fa (e non riconosciuta al momento da nessun paese), che ha raggiunto un livello di stabilità e sicurezza inimmaginabile nella vicina Somalia. La capitale Hargeisa è già oggi irriconoscibile rispetto a Mogadiscio: voli regolari con diverse capitali africane, un governo e parlamento pienamente legittimanti e funzionanti, un vivace sistema multipartitico, una banca centrale ed un esercito che controlla il territorio e impedisce le infiltrazioni delle milizie islamiste di Al Shaabab. Israele e Emirati Arabi Uniti sono interessati a promuovere una cooperazione a tutto campo con il Somaliland a partire dal rilancio del porto di Berbera, che potrebbe diventare nei prossimi anni l'avamposto economico e di sicurezza della nuova alleanza fra Israele e il mondo sunnita riformatore, che sta cambiando in modo così profondo la geopolitica mediorientale e africana

(L'HuffPost, 12 dicembre 2020)


Israele: sale il numero di convertiti all'Islam, Levaha mostra loro una "via d'uscita"

 
Nel 2017 Noy Shitrit, una giovane donna ebrea dell'area meridionale di Israele, si convertì all'Islam e sposò un arabo israeliano. Questa storia fu motivo di stupore per molti nel Paese.
Solitamente gli israeliani non considerano di buon grado questa tipologia di unioni a causa del perdurante conflitto israeliano-palestinese, del sangue versato nel corso degli anni e delle istigazioni reciproche. Queste ragioni, infatti, non consentivano ai più di capire cosa avesse spinto una donna ebrea tra le braccia di "un nemico".

 ESPERIENZE PROBLEMATICHE
  Ma Anat Gopstein, il cui marito aiutò Noy salvandola da un uomo che si rivelò essere un violento, sostiene che la donna aveva le sue ragioni.
"Molte delle ragazze che finiscono per convertirsi hanno avuto esperienze problematiche. Alcune sono attratte dalle attenzioni che il marito riserva loro, altre sono incantate dai regali che ricevono da lui. Queste relazioni cominciano sempre con un elemento di stupore, ma finiscono tutte male". Aiutare queste donne che "hanno perso la retta via" era una delle ragioni per le quali nel 2005 Anat e suo marito fondarono Lehava, un'organizzazione che si prefigge di porre fine all'assimilazione culturale ebraica in Israele.
Sebbene molti israeliani considerino Lehava un movimento di destra alternativa accusato, tra l'altro di istigazione e persino di atti terroristici, Anat sostiene che "l'ipocrisia dei sotterfugi politici" non la fermerà dal continuare le sue attività.
Oltre ad aiutare i convertiti a ritrovare l'Ebraismo, l'organizzazione è altresì nota per aiutare i giovani con retroterra problematici a integrarsi nella società. Lehava assiste anche le donne che hanno subito violenze fisiche o sociali a riprendere in mano la loro vita.

 "MINACCE" O ASSIMILAZIONE
  Oggi Anat dichiara di ricevere in media 5 richieste di aiuto al giorno. Alcune provengono da donne che si sono convertite e vogliono cercare una via d'uscita. Altre vengono inviate da famiglie e conoscenti che sono a conoscenza di relazioni malate e vogliono che prestiamo loro aiuto nella risoluzione di queste criticità.
"È difficile fornire numeri ufficiali ma sappiamo per certo che i casi di conversione sono in aumento per il semplice fatto che anche il processo di assimilazione culturale in Israele è in aumento". Le parole di Anat sono corroborate dalle statistiche. Nel 2003, ad esempio, secondo i dati ufficiali, soltanto 40 ebrei israeliani si convertirono all'Islam. Ma nel 2006 il numero raddoppiò toccando 70 casi registrati.
Da allora, la tendenza è in aumento. Tra il 2005 e il 2007 250 israeliani si sono convertiti ufficialmente all'Islam e molti di questi erano donne.
"La logica è questa: le donne finiscono per convertirsi perché si sposano con uomini musulmani. Questo per noi è un problema: infatti, questi uomini distolgono in maniera gentile le nostre donne dall'Ebraismo".
Le tradizioni ebraiche, tuttavia, sono meno stringenti in questo senso. Secondo l'Ebraismo, i figli nati da coppie miste in cui la madre è ebrea rimarranno ebrei, ma per Anat e Levaha il concetto stesso di questa dottrina è problematico.
"Poiché questi bambini e bambine vivono con padri musulmani, una volta cresciuti, finiranno per sposare coniugi fedeli all'Islam. Ciò significa che alla fine abbandoneranno l'Ebraismo. Ma anche se tralasciamo per un istante questo punto, proviamo a pensare a questi bambini e bambine. Sono nati e cresciuti a cavallo tra due società in conflitto e molto spesso non sono desiderati da nessuna delle due". Questo è un altro fattore che spinge Levaha ad aiutare chi si converte a tornare all'Ebraismo.
Ad oggi non è noto il numero di soggetti che lavorano per questa organizzazione alquanto controversa, ma, stando ad alcune stime, al movimento partecipano migliaia di collaboratori e volontari. Invece, a lavorare sul progetto di riconversione delle donne all'Ebraismo sono solo alcune decine di persone.
"Le aiutiamo mostrando loro una via d'uscita. Talvolta queste ragazze hanno bisogno di un appartamento dove nascondersi e noi le aiutiamo in questo senso. Altre volte necessitano di assistenza psicologica e gliela forniamo. Sono consapevole del fatto che la nostra attività viene considerata razzista, ma questo atteggiamento non ci spaventa", sostiene Anat.

(Sputnik Italia, 12 dicembre 2020)


Ditemi, perché tanto odio verso Israele?

Il paradosso dell' "antirazzismo antisemita". Il pregiudizio ideologico della sinistra, l'antisemitismo della destra, la posizione ambigua della Chiesa cattolica.

di Valentino Baldacci

Israele ha, in Italia e nel mondo, molti buoni amici le cui ragioni sono basate sulla conoscenza della realtà, in particolare della realtà del conflitto arabo-israeliano. Ma non ci si può nascondere che è diffuso, in Italia e nel mondo, un atteggiamento di ostilità verso lo Stato ebraico, che assume spesso la forma di un vero e proprio odio.
   È un odio difficile da contrastare perché basato in larga parte su elementi irrazionali che non hanno a che fare con la causa apparente di questo atteggiamento, di solito individuata con la posizione dello Stato ebraico nel conflitto con i palestinesi. Ma anche le posizioni apparentemente irrazionali hanno le loro radici. Individuare queste radici significa fare un grosso passo avanti per combattere l'ostilità contro Israele.
   Per quanto riguarda l'Italia, è relativamente agevole individuare queste radici sia a sinistra come a destra. A sinistra, con la svolta politica del 1992-94, le forze politiche e culturali di indirizzo laico e democratico sono state spazzate e via e oggi ne restano solo il ricordo e la presenza in gruppi relativamente ristretti. Lo spazio politico-culturale a sinistra è stato occupato pressoché interamente dagli eredi della cultura del PCI e della sinistra cattolica che avevano costantemente mantenuto, a partire dagli anni '50, una posizione di ostilità verso lo Stato ebraico. Tali posizioni non si identificano meccanicamente con quelle di un partito, in particolare il Pd. Si tratta in realtà di un'area molto più vasta, che si può definire di sinistra diffusa, che trova, per esempio, nell'Arci e nell'Anpi le sue punte di diamante, e la cui presenza è significativa nella stampa, nelle televisioni, nelle Università, nella scuola, in altre forme di aggregazione anche informali, in particolare giovanili, nelle quali l'ostilità verso Israele è un dato di fatto non suscettibile di essere messo in discussione.
   È quindi di un'ostilità di tipo ideologico e l'ideologia è difficile da sradicare, se si riflette sul fatto che per decenni decine di milioni di persone hanno creduto, in buona fede, che l'Unione Sovietica e gli altri Paesi socialisti fossero il regno del benessere e della giustizia e solo vicende traumatiche come quelle che si sono verificate tra il 1989 e il 1991 hanno potuto, e forse solo in parte, scardinare certezze consolidate.
   Ma anche a destra ci sono certezze ideologiche difficili da superare. Qui continuano a giocare un forte ruolo - nonostante i mutamenti intervenuti nelle posizioni ufficiali dei partiti rappresentativi di questa area - i tradizionali pregiudizi antisemiti che, se apparentemente sono esibiti solo da gruppuscoli di estrema destra, continuano in realtà ad agire in profondità in una parte cospicua dell'opinione pubblica di destra e non solo, sotto forma di sotterranea accettazione di complottismi e di negazionismi di varia natura. Accanto a questi pregiudizi antisemiti, questa parte dell'opinione pubblica continua a essere influenzata dalle tradizionali posizioni della Chiesa cattolica. Il Concilio Vaticano II con la dichiarazione "Nostra Aetate" ha avuto un'influenza sul piano religioso ma non su quello politico-culturale. La Chiesa ha assunto una posizione simile a quella che si ritrova nell'art. 20 della Carta dell'Olp: gli ebrei costituiscono una religione, non un popolo, e quindi non hanno diritto ad avere uno Stato. Non a caso la Santa Sede ha riconosciuto diplomaticamente lo Stato d'Israele solo nel 1993, dopo che con gli accordi di Oslo sembrava aprirsi una nuova fase e una posizione intransigente appariva insostenibile. Ma da allora e fino ad oggi sull'Osservatore Romano e sull'Avvenire, organo dei vescovi italiani, non viene quasi mai usata l'espressione "Stato d'Israele" e si parla invece di "Terrasanta", per esprimere una perdurante riserva sulla liceità stessa dell'esistenza dello Stato ebraico. Se in Italia le radici politico-culturali dell'ostilità contro Israele sono abbastanza chiare, esse possono essere individuate anche a livello europeo. Alcune delle cause presenti in Italia sono le stesse che agiscono negli altri Paesi dell'Europa occidentale. Anche se la sinistra come rappresentanza politica si è indebolita, tuttavia il suo sistema ideologico continua ad avere una forte presa per lo meno in alcuni Paesi, come la Spagna e la Francia. I pregiudizi antisemiti che sono presenti nella cultura di destra continuano ad agire in tutta Europa e anche l'influenza delle Chiese non può essere trascurata. Ma a livello europeo - anzi mondiale - va soprattutto tenuto conto dell'affermarsi della cultura del "politicamente corretto" che ha in larga misura sostituito quella che era la vecchia egemonia culturale del marxismo. Il "politicamente corretto" agisce quasi spontaneamente in senso antiisraeliano dando vita a forma di antirazzismo antisemita, che sembrerebbe una contraddizione in termini e che è invece una realtà ampiamente diffusa. Se queste sono le radici dell'ostilità contro Israele, appare difficile combattere con efficacia convinzioni così capillarmente diffuse. E tuttavia, come è stato in passato nei casi del nazismo e del comunismo, non si deve mai disperare nelle risorse della ragione e della conoscenza. È una battaglia dura ma che non può essere abbandonata. Non ci si deve mai stancare di far conoscere la realtà del conflitto arabo-israeliano, il costante rifiuto palestinese di giungere a una pace di compromesso, che consenta la realizzazione dell'obiettivo due popoli - due Stati.
   I recenti Accordi di Abramo hanno aperto prospettive che modificano profondamente un quadro che sembrava immutabile. Può sembrare un eccesso di enfasi retorica e tuttavia credo che si possa dire che gli Accordi di Abramo possono rappresentare per il Medio Oriente quello che per l'Europa rappresentò il collo del muro di Berlino. Ci vorrà tempo, naturalmente, perché tutte le conseguenze degli Accordi si facciano sentire e soprattutto sta agli amici di Israele farne comprendere appieno il significato. Ma la strada è stata aperta è appare possibile percorrerla fino a risultati che fino a ieri sembravano impossibili.

(Il Riformista, 12 dicembre 2020)


"Due popoli per due stati che vivano l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza”. E’ la ben nota formula, ripetuta da molti come un mantra, che esprimerebbe anche secondo l'autore la soluzione del problema israelo-palestinese. E gli sembra che gli Accordi di Abramo costituiscano un buon avvio verso la soluzione. Ma è la stessa formula che ha sostenuto quasi trent’anni fa altri accordi precedenti a questi: gli Accordi di Oslo. Per poco tempo hanno sembrato risolvere alcuni problemi, e poco dopo ne sono sorti altri peggiori. Si può sperare che i problemi peggiori che seguiranno gli Accordi di Abramo tardino a venire, e che nell'immediato il peso di certe situazioni sia alleggerito, ma non c’è da farci troppo affidamento. Pessimismo? Sì, decisamente, se si pensa in termini di obiettivo finale. E’ lo stesso tipo di sentimento che proverei, da matematico, se mi dicessero che ricercatori di buona volontà stanno lavorando alla soluzione del problema della quadratura del cerchio, e sono convinti di essere sulla buona strada, e hanno buone ragioni per credere di esserci vicini, e dicono che è solo una questione di tempo. M.C.


La normalizzazione di Israele con l'Islam non basta per la pace

Effetto Trump dopo la svolta con il Marocco

di Roberto Bongiorni

Restano due problemi fondamentali: l'Iran e il mancato coinvolgimento dei palestinesi in qualsiasi trattativa in Medio Oriente. Donald Trump ama definirli storici accordi di pace. Il suo amico d'oltreoceano, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ne enfatizza l'importante impatto sul Medio Oriente. Ma è davvero solo una grande operazione di diplomazia e pace?
   Nessuno fa nulla per nulla. Men che meno se si tratta di Paesi arabi, che avevano più di qualche attrito con Israele. Più che Gerusalemme, che vede ridursi il suo isolamento nel mondo arabo, a guadagnarci dagli accordi di Abramo, il processo di normalizzazione con Israele avviato la scorsa estate dall'Amministrazione Trump, sembrano essere i Paesi musulmani che vi hanno aderito. In ordine di tempo: Emirati Arabi Uniti (finora il Paese più ricco e importante), il Bahrein (il più strategico), il Sudan (il meno atteso) e il Marocco (il più lontano).
   Con il solito tweet a cui ha abituato il mondo, Trump ha annunciato mercoledì, l'ultimo accordo. «Un'altra svolta storica oggi. I nostri due grandi amici, Israele e il regno del Marocco, hanno concordato di ristabilire complete relazioni diplomatiche, una svolta enorme per la pace in Medio Oriente!». Poi, è arrivato un secondo annuncio. E non è certo una «svolta enorme per la pace». Anzi rischia di acuire le tensioni nel Nord Africa occidentale e nel Sahel orientale, che di tensioni in questi anni ne soffrono già troppe. «Oggi ho firmato una proclamazione che riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale», ha aggiunto Trump.
   Il Western Sahara non è solo un esteso territorio, fatto di pietre, sassi e tanta polvere. Si affaccia su un mare molto pescoso, vanta grandi riserve di fosfati e potenziali giacimenti di idrocarburi. Su questo Stato conteso, di fatto annesso dal Marocco a partire dal 1975 con la"marcia verde", è rivendicato da decenni dal Fronte del Polisario, un movimento politico e militare sostenuto ospitato dall'Algeria, che ha dichiarato l'indipendenza proclamando la Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi.
   Insomma, a un mese dalla fine del suo mandato, Trump è deciso a plasmare il mondo con iniziative unilaterali. Lo aveva già fatto quando aveva unilateralmente riconosciuto i numerosi insediamenti israeliani eretti nella valle del Giordano, ovvero una parte consistente (circa il 30%) della Cisgiordania, il territorio che, secondo la Road Map, avrebbe dovuto far parte del futuro Stato palestinese. E allo stesso modo aveva, sempre unilateralmente, riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, trasferendovi poi l'Ambasciata (e si era unilateralmente ritirato dall'accordo sul nucleare con l'Iran). Gran parte della Comunità internazionale, come Onu e Ue, continua a considerare questi riconoscimenti contrari alle leggi internazionali.
   Le contro partite concesse ai firmatari degli accordi di Abramo, che i più critici non faticano a definire come un mero baratto, non sono certo irrilevanti. Gli Emirati, infatti, otterranno dagli Usa gli ambitissimi F-35, i caccia di 5a generazione che offrono superiorità aerea. Il Bahrain, regione vicina all'Iran con maggioranza sciita, otterrà una maggiore protezione americana. Il Sudan invece sarà rimosso dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Una decisione che avrà forti ripercussioni. Prima fra tutte le possibilità di ricevere aiuti vitali da parte delle organizzazioni finanziarie internazionali. Senza contare la possibilità di acquistare dagli Usa droni militari americani. Quanto al Marocco (oltre ai droni), l'ombrello americano del riconoscimento della sua sovranità sul Sahara Occidentale, è forse finora la contropartita più rilevante. Ma a ben vedere gli accordi con tutti i membri del "club di Abramo" non sono storici accordi di pace come quelli firmati con Egitto (1979) e Giordania (1994). Questi ultimi erano nemici contro cui Israele aveva combattuto più guerre. Nemici ai confini. Gli accordi di questa estate sono normalizzazioni con Paesi musulmani geograficamente (e fisicamente) lontani dal conflitto israelo-palestinese. II che rende tutto più facile.
   Non bisogna quindi crearsi troppe illusioni. Questi accordi non contribuiscono a ridimensionare la minaccia rappresenta dall'Iran, la vera priorità per Israele. Ed è improbabile che scalfiscano la determinazione del neopresidente Joe Biden a far rivivere (o provarci a farlo) l'accordo nucleare firmato nel luglio 2015 tra l'Iran e il gruppo 5+1. Infine, non contribuirà a risolvere il conflitto israelo-palestinese. Anzi, il processo voluto da Trump cozza contro l'iniziativa araba del 2002, ideata e guidata dalla Corona Saudita, secondo cui Israele doveva ritirarsi da tutti i Territori occupati (quelli oltre la linea verde), in modo poi da ottenere la normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo, e una sorta di cintura di protezione contro la potenziale espansione iraniana. Ecco perché, per quanto di parte, il titolo di un'analisi del quotidiano Hareetz - Pace per pace? L'accordo tra Israele e Marocco è occupazione in cambio di occupazione - illumina le contraddizioni insite negli accordi di Abramo.

(Il Sole 24 Ore, 12 dicembre 2020)


Il semplice fatto che l’autore parli di Territori occupati fa capire qual è il peso da dare a valutazioni come questa, in linea con quella del giornale antisionista Haaretz. Ma in ogni caso indica anch’essa una soluzione conforme alla formula “due popoli per due stati che vivono l’uno accanto all’altro in pace e sicurezza”. M.C.


Vantaggio reciproco: Marocco e Israele si avvicinano sempre di più

Stando all'annuncio, Israele e Marocco apriranno per la prima volta uffici di rappresentanza (il primo passo per la successiva inaugurazione di ambasciate) e Rabat consentirà l'esecuzione di voli diretti tra le due nazioni.
  Non è ancora chiaro quando si terrà la cerimonia di sottoscrizione, ma i media israeliani hanno indicato la data limite del 20 gennaio quando il presidente statunitense Donald Trump, che fu uno dei fautori di questo accordo, dovrà lasciare la Casa Bianca.

 UNITI GRAZIE AL RE?
  Simon Skira, fondatore della Morocco-Israel Friendship Association, ha accolto con felicità la notizia dell'accordo sottolineando la storicità dell'evento per le due nazioni. Inoltre, Skira si è detto convinto che i marocchini supporteranno il patto in quanto la decisione è stata presa proprio dal Re del Paese, Mohammed VI.
  I recenti sondaggi, però, lasciano trasparire uno scenario ben diverso. Secondo uno di essi, infatti, soltanto il 16% dei marocchini ha una percezione favorevole di Israele mentre il 70% degli interpellati sostiene di avere una visione negativa del Paese.
  Queste "visioni negative" si sono manifestate chiaramente nel mese di settembre quando centinaia di marocchini sono scesi in strada per esprimere il loro malcontento in merito agli accordi di normalizzazione tra Israele, UAE e Bahrain. In quell'occasione si gridò ai "Paesi traditori" e si giurò di "non dimenticare mai Al Aqsa e Gerusalemme". [Al Aqsa è il terzo luogo sacro dell'Islam]

 UN'AMPIA VARIETÀ DI INTERESSI
  Tuttavia, Skira sostiene che queste proteste, sebbene si possano ripresentare, non costituiranno un impedimento per il semplice fatto che non andranno a scalfire l'ampia varietà di interessi che l'accordo tra Israele e Marocco racchiude.
"È una situazione di reciproco vantaggio per entrambi i Paesi", sostiene l'attivista. Per il Marocco i benefici dell'accordo sono evidenti. Gli USA hanno già riconosciuto le pretese di Rabat in merito al conteso territorio del Sahara occidentale, un punto di frizione tra il Paese nordafricano e il Fronte Polisario supportato dall'Algeria che ha tentato di stabilire nel territorio in questione uno Stato indipendente. Ed è altamente probabile che altre nazioni, fra cui Israele, seguano le orme di Washington in tale direzione.
  Anche l'Iran è uno dei temi caldi. Il presunto supporto prestato da Teheran al Fronte Polisario nel Sahara occidentale non è mai andato a genio al monarca marocchino e nel 2018 i due Paesi hanno interrotto le relazioni diplomatiche espellendo i diplomatici stranieri dal proprio Paese.
  Allora Rabat era certa che l'Iran avesse prestato aiuto al gruppo di ribelli fornendo loro equipaggiamento militare e sessioni di addestramento. Queste accuse non furono mai negate né confermate dall'Iran.
  Per contrastare questa eventualità il Marocco non solo avrà bisogno del sostegno internazionale (che ora saranno gli USA a fornire) ma necessiterà anche di equipaggiamenti.
  Nella giornata di giovedì è emerso che Washington ha raggiunto un accordo con Rabat nel quale si autorizza la vendita di 4 droni avanzati alla nazione nordafricana. È molto probabile che anche Israele diventerà un fornitore abituale di armamenti per il Marocco.
  In realtà, Israele ha già venduto in passato equipaggiamenti militari al Marocco. Infatti, nel 2014 lo Stato ebraico ha venduto a Rabat diversi droni e nel mese di febbraio di quest'anno, stando ai rapporti, il Paese nordafricano ha ricevuto altri 3 droni da ricognizione dagli israeliani.
"Il canale commerciale tra Israele e Marocco è stato operativo per molti anni", sostiene Skira. "E ora queste relazioni diventeranno sempre più forti", aggiunge.  VANTAGGIO RECIPROCO
  Tuttavia, gli interessi di Tel Aviv in Marocco vanno ben oltre il commercio, sebbene i volumi commerciali, anche senza relazioni di natura formale, si sono attestati a circa 30 milioni di dollari l'anno.
  "Il primo ministro Benjamin Netanyahu sa bene che il Re Mohammed VI è il presidente del Comitato Al Quds, un organo influente nel mondo musulmano e islamico che in quanto tale può influenzare altre nazioni che oggi non intrattengono relazioni con Israele a instaurarle".
  Noto per i suoi buoni rapporti con i palestinesi, Skira ritiene che il monarca marocchino possa svolgere un ruolo chiave nel mediare tra israeliani e palestinesi i quali hanno già criticato la decisione di Rabat di normalizzare le relazioni con lo Stato ebraico.
"Nel 2000, con lo scoppio della seconda Intifada, il Marocco ha interrotto i rapporti di Israele che erano stati instaurati in esito agli Accordi di Oslo del 1993. Ora pare che Rabat intenda lasciarsi il passato alle spalle e aprirsi nuovamente agli israeliani". (Sputnik Italia, 11 dicembre 2020)


Il candelabro di Hanukkah sul grattacielo simbolo di Dubai

Celebrazioni anche nell'Emirato della festività religiosa ebraica: una novità dopo la svolta degli accordi tra Israele e Abu Dhabi. Molti gli israeliani arrivati per l'occasione.

di Sharon Nizza

 
Il gigantesco candelabro di Hanukkah acceso a Dubai
DUBAI - "Benedetto sii Tu, o Signore nostro Dio, Re dell'Universo, che ci hai permesso di raggiungere questa occasione". La preghiera millenaria che gli ebrei recitano per celebrare qualsiasi nuovo evento, intonata ieri sera a Dubai per la prima volta pubblicamente, era carica di significati. Con l'inizio di Hannukkà, la festa ebraica delle luci, la prima candela di un grande candelabro a otto bracci è stata accesa con uno sfondo inusuale, il Burj Khalifa, l'iconico grattacielo che sovrasta la città.
  Cinquecento partecipanti, tra cui moltissimi israeliani giunti per l'occasione, hanno benedetto un nuovo ciclo annuale e il passaggio dalle tenebre alla luce che la festività di Hannukkà rappresenta, e che nell'anno tragico del Covid è ancora più carico di speranza. Ma hanno anche ringraziato per essere giunti al momento storico "in cui possiamo celebrare le nostre festività apertamente", dice a Repubblica Solly Wolf, il presidente del Jewish Community Center, una delle comunità ebraiche degli Emirati Arabi Uniti che, dall'annuncio ad agosto della normalizzazione con Israele, sta vivendo una sorprendente iniezione di vitalità. "Ringraziamo i leader degli Emirati che ci hanno consentito di celebrare questo momento di fronte al simbolo del Paese. Un grande miracolo è accaduto a Dubai", dice Wolf parafrasando uno dei motti che si recitano durante la festività che ricorda il miracolo della vittoria, a Gerusalemme, dei pochi ebrei Asmonei sull'esercito ellenistico di re Antioco IV Epifane, nel II secolo a.C.
  "Questo è senza dubbio un anno miracoloso" ci dice il Rav Elie Abadie, il rabbino della comunità ebraica locale, che ieri invece ha partecipato all'accensione del primo lume a Manama, la capitale del Bahrein, il secondo Paese del Golfo ad avere avviato le relazioni diplomatiche con Israele a seguito degli Accordi di Abramo. In Bahrein vive ancora una piccola comunità, una trentina di persone, ciò che rimane di una comunità di qualche migliaio di ebrei che era particolarmente rigogliosa alla fine dell'800. "Siamo testimoni di un cambiamento storico in tutto il Medioriente, sono i primi passi verso la costruzione di un futuro di tolleranza, coesistenza e armonia. Con la speranza che la luce della pace possa splendere in questo Paese e in tutta la regione", ha aggiunto il rabbino, facendo riferimento anche all'ultimo, inaspettato accordo di normalizzazione tra Israele e Marocco, annunciato ieri sera proprio mentre il mondo ebraico si accingeva ad accendere il primo lume di Hanukkà.

(la Repubblica, 11 dicembre 2020)


Colpo di scena, il Marocco fa la pace con Israele

Successo di Trump

di Chiara Clausi

Nuovo colpo di scena in Medio Oriente: Israele e Marocco hanno deciso di normalizzare le loro relazioni. L'accordo è stato mediato con l'aiuto degli Stati Uniti. Il Marocco è il quarto Paese arabo a mettere da parte le ostilità con Israele negli ultimi quattro mesi dopo Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan. Nell'intesa, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha accettato di riconoscere la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale, oggetto di una disputa territoriale decennale tra Rabat e il Fronte Polisario sostenuto dall'Algeria, un movimento separatista che cerca di stabilirvi uno stato indipendente. «Un'altra svolta storica oggi! I nostri due grandi amici Israele e il Regno del Marocco hanno concordato di intrattenere relazioni diplomatiche piene - un enorme passo avanti per la pace in Medio Oriente!», ha twittato Trump. In base all'accordo, il Marocco stabilirà piene relazioni diplomatiche e riprenderà i contatti ufficiali con Israele, concedendo sorvoli e anche voli diretti da e verso Israele per tutti gli israeliani.
   Prima della creazione di Israele nel 1948, il Marocco ospitava una vasta popolazione ebraica. I loro antenati sono migrati in Nord Africa dalla Spagna e dal Portogallo durante l'Inquisizione spagnola. Oggi, centinaia di migliaia di ebrei israeliani sostengono di discendere da questi avi. Una piccola comunità di ebrei, stimata in diverse migliaia di persone, continua a vivere nel Regno. Ma Rabat ha da anni rapporti informali con Tel Aviv. Hanno stabilito relazioni diplomatiche di basso livello negli anni '90, ma i legami sono stati sospesi dopo la seconda intifada nel 2000. Da allora, circa 50mila israeliani vanno in Marocco ogni anno per rintracciare le loro storie familiari.
   La diplomazia della Casa Bianca non si ferma qui. Trump ha cercato di convincere anche l'Arabia Saudita a firmare un accordo di normalizzazione con Israele, ma i sauditi hanno fatto sapere di non essere pronti. Non solo. La scorsa settimana il consigliere e genero di Trump, Jared Kushner, è andato in Arabia Saudita e Qatar cercando di porre fine alla frattura che dura da tre anni tra Doha e i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo. Forse ci sarà un altro coup de théâtre prima della fine dell'amministrazione Trump.

(il Giornale, 11 dicembre 2020)


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Netanyahu: «Una pace storica con il Marocco»

Donald Trump ha annunciato la ripresa delle relazioni diplomatiche tra i due Paesi

«Ringrazio Trump per questa pace storica e per gli sforzi enormi fatti a beneficio di Israele»: lo ha detto in tv il premier Benjamin Netanyahu, che dopo aver ringraziato anche re Mohammad VI ha aggiunto che presto ci saranno uffici di collegamento con il Marocco, poi delegazioni diplomatiche e voli diretti. «Sarà - ha aggiunto Netanyahu - una pace molto calda, una grande luce di pace».
Il Marocco oggi ha infatti confermato la «ripresa» delle relazioni diplomatiche con Israele, annunciata dal presidente americano Donald Trump. Allo stesso tempo il re marocchino, Mohammed VI, ha definito «una presa di posizione storica» il riconoscimento da parte di Washington della sovranità del Marocco sul Sahara occidentale.

(Corriere del Ticino, 11 dicembre 2020)


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Trump, ultima mossa: Israele fa pace anche con il Marocco

Il presidente Usa riconosce in cambio a Rabat la sovranità sul conteso territorio del Sahara Occidentale.

di Alberto Flores d'Arcais

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu l'ha definita «una grande luce per Israele» e non c'è dubbio che l'accordo annunciato ieri da Donald Trump di «complete relazioni diplomatiche» tra il regno del Marocco e lo Stato ebraico, sia un nuovo decisivo tassello di quegli Accordi di Abramo che stanno ridisegnando le alleanze (politiche ed economiche) in Medio Oriente e nel Golfo Persico.
   Per la Casa Bianca di The Donald che tra quaranta giorni sarà costretta a passare la mano a Joe Biden, il quarto accordo nel giro di tre mesi tra Israele e paesi musulmani (gli altri tre erano stati siglati da Gerusalemme con Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan) sancisce il principale successo nella discussa (e spesso contraddittoria) politica estera del presidente Usa uscente.
   Per ottenere il sì del re del Marocco Mohammed VI, Trump ha dovuto accettare una precisa condizione, quella di riconoscere alla monarchia marocchina «piena sovranità» sul Sahara Occidentale, la regione desertica meridionale, ricca di fosfati e di potenziali giacimenti di idrocarburi, in cui da decenni combattono i militanti del Fronte Polisario, l'organizzazione (appoggiata dalla vicina Algeria) che rivendica l'autodeterminazione.
   Usando come sempre Twitter come tribuna dei suoi annunci, Trump ha prima annunciato l'accordo diplomatico tra Gerusalemme e Rabat («svolta storica e grandissimo passo avanti per la pace in Medio Oriente») e poi quella con il re sul Sahara Occidentale («la proposta di autonomia seria, credibile e realistica del Marocco è la base per una soluzione giusta e duratura per la pace e la prosperità»). Con il sovrano marocchino che ha voluto subito rassicurare i palestinesi («la nostra posizione a sostegno della vostra causa resta immutata») e con l'immediata protesta del Fronte Polisario: «Il destino del Sahara Occidentale non lo decide un proclama».
   L'accordo tra Marocco e Israele apre una nuova fase che condizionerà nell'immediato futuro sia la politica di Biden che quella interna israeliana, visto che Netanyahu non aveva informato né il ministro della Difesa Benny Gantz né quello degli Esteri Gabi Ashkenazi dei suoi colloqui con il Marocco. La politica estera del presidente eletto Biden sarà molto diversa da quella di Trump, ma sugli Accordi di Abramo la nuova Casa Bianca democratica manterrà la stessa linea. Perché come Israele (e gli Emirati) hanno sempre bisogno del potente alleato nordamericano, a Biden servono ottime relazioni — sia con il premier israeliano che con gli emiri del Golfo — per rilanciare l'iniziativa Usa in Medio Oriente. Avendo come obiettivo quello di riuscire a realizzare la "missione impossibile" del problema palestinese (una nuova versione, riveduta e corretta, dei "due Stati") il prossimo presidente americano deve fare in modo che gli Accordi di Abramo si allarghino ancora ad altri Paesi. Era del resto il vecchio sogno (mai realizzato) della Casa Bianca di Obama fare in modo che le nazioni arabe facessero la pace con Israele in gruppo e non individualmente. La chiave per una svolta finale è nelle mani dell'Arabia Saudita che intende aspettare il giuramento di Biden prima di decidersi ad una passo che potrebbe convincere molti altri Paesi arabi a seguirla.

(la Repubblica, 11 dicembre 2020)


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Il Marocco riconosce Israele e rende l'Accordo di Abramo decisivo per il futuro della regione

Il fatto che un sovrano diretto discendente del Profeta riconosca senza condizioni lo Stato ebraico ha un grande peso e faciliterà senz'altro la dinastia Saudita a compiere lo stesso passo. È molto probabile che la scelta marocchina influenzerà molti Paesi africani, che Gerusalemme considera fondamentali per la sua politica estera, ad avviare relazioni con gli israeliani.

di Carlo Panella

Il riconoscimento di Israele da parte del regno del Marocco fa compiere un salto di qualità decisivo all'Accordo di Abramo già siglato da Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Sudan. Innanzitutto per una ragione religiosa, proprio quella che consiglia sinora all'Arabia Saudita, vera promotrice e regista dell'Accordo, di tenersi per il momento in disparte perché la sua dinastia ricopre la carica religiosa di Custode dei Luoghi Santi, la Mecca e la Medina. Il re del Marocco, Mohammed VI, della dinastia alauita, è infatti l'unico sovrano arabo che vanta una discendenza diretta dal Profeta, in quanto diretto discendete dal matrimonio tra Fatima, la figlia di Maometto, e Ali il quarto Califfo "ben guidato".
   Ignota alle menti occidentali, questa discendenza ha invece un grandissimo peso nel mondo islamico, tanto più che il "rifiuto arabo di Israele" ha sempre avuto, prima ancora che una motivazione nazionalista, origini nette in una pregiudiziale religiosa e coranica. Dunque, il fatto che un sovrano diretto discendente del Profeta riconosca senza condizioni il diritto di Israele ad essere Stato degli ebrei, ha un grande peso e faciliterà senz'altro la dinastia Saudita a compiere lo stesso passo.
   Nessun dubbio inoltre vi può essere sul ruolo decisivo svolto da re Mohammed VI in questa decisione. Il governo del Marocco, unico e solo paese arabo nel quale si svolgono effettive e reali elezioni democratiche, è infatti diretto da una componente moderata dei Fratelli Musulmani, il Pjd, Partito della Giustizia e dello Sviluppo, senz'altro non molto incline a questa mossa. Ma nel sistema costituzionale marocchino il re, che ha la qualifica di Emiro dei Credenti (quindi dei musulmani, dei cristiani e degli ebrei) svolge un ruolo primario e decisivo nelle scelte di politica estera e, ovviamente, nelle scelte che attengono la religione. Da qui, la sua piena legittimità costituzionale a deliberare un accordo che non a caso si riferisce ad Abramo, profeta riconosciuto dalle tre Religioni del Libro.
   Peraltro, questa decisione è stata preparata da un lungo processo di inclusione dell'ebraismo e degli ebrei nella società marocchina operato con vigore da Mohammed VI. Questo, dopo che negli anni cinquanta e sessanta decine di migliaia di ebrei perseguitati erano fuggiti dal Marocco verso Israele (oggi ben 10 ministri di Israele sono di origine marocchina).
   Già suo padre Hassan II, nel 1991 aveva nominato un ebreo, André Azoulay consigliere della Corona, fatto clamoroso, unico tra i paesi islamici, ma soprattutto Mohammed VI (che ha nominato una ebrea marocchina Audrey Azoulay, figlia di André, alla direzione dell'Unesco), nel 2011 ha patrocinato con forza innovativa una nuova costituzione che riconosce gli ebrei come parte integrante del popolo marocchino: «L'Unità del Regno del Marocco, forgiata dalla convergenza delle sue componenti arabo-islamiche, berbere e sarahui si è nutrita e arricchita delle sue affluenze africane, andaluse, ebraica e mediterranee».
   Inoltre, da anni, sempre su impulso della Corona e nonostante governi controllati dai Fratelli Musulmani, il Marocco ha intessuto con Israele strettissimi e intensi rapporti economici, finanziari e industriali, tanto che ogni anno 50.000 israeliani si recano nel Regno (anche per ritornare alle loro origini).
   Ma grande è anche l'apporto che il Marocco darà da oggi in poi alla capacità di attrazione geopolitica verso il patto di Abramo nei confronti dei paesi islamici dell'Africa. Tutta la politica estera del regno e quella personale di re Mohammed VI si è infatti diretta da anni verso l'obiettivo, in larga parte conseguito, di fare del Marocco il paese leader di un network diffuso e capillare in tutta l'Africa sul piano economico, bancario, delle telecomunicazioni e del Hi Tech. Oltre che, naturalmente, sul terreno della lotta al jihadismo.
   È così più che possibile che l'esempio del Marocco porti nel breve periodo molti paesi islamici del Sahel a siglare l'Accordo di Abramo: Mauritania, Mali, Niger, Burqina Faso… Il tutto, offrendo a Israele un ulteriore rafforzamento non solo geopolitico, ma anche di penetrazione economica in Africa, da sempre strategia prioritaria della sua politica estera.
   Non stupisce peraltro che il Marocco apprezzi in particolar modo la dichiarata vocazione anti iraniana dell'Accordo di Abramo. In forte polemica da anni nei confronti del regime degli ayatollah e tradizionalmente in sintonia e alleanza con l'Arabia Saudita, Mohammed VI ha infatti rotto le relazioni diplomatiche tra Marocco e Repubblica Islamica dell'Iran nel maggio del 2018 in risposta al riconoscimento da parte di Teheran della Rasd, la repubblica fantoccio governata dal Polisario che l'Algeria ha instaurato e armato nel Sahara Occidentale, nel nome di una secolare politica tribale anti marocchina della etnia che controlla il regime di Algeri.
   Ora, Donald Trump ha non a caso unito la notizia dell'ingresso del Marocco nell'Accordo di Abramo, col riconoscimento pieno da parte degli Stati Uniti della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. Un contributo fondamentale alla chiusura di una crisi che si trascina dal 1975, oggi ultimo retaggio della Guerra Fredda (tutto il blocco sovietico si schierò compatto con il Polisario e l'Algeria e contro il Marocco) che vede oggi ben 163 nazioni, l'85% di quelle rappresentate all'Onu, non riconoscere la Rasd, sostenuta dall'Algeria.
   Un riconoscimento americano tanto più apprezzato da Rabat, nel momento nel quale il regime algerino, attraversato da una crisi economica e di credibilità politica endemica, ha deciso di rompere la tregua siglata nel lontano 1991 e di far riprendere i combattimenti al Polisario che il 20 novembre scorso ha avventuristicamente dichiarato un nuovo l"stato di guerra" contro il Marocco.

(LINKIESTA, 11 dicembre 2020)


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Marocco-Israele, una pace contro due popoli

Interessanti conferme e ammissioni di un oppositore di Israele. NsI

di Michele Giorgio

L'ennesima sorpresa dell'amministrazione Trump a favore di Israele è stata svelata ieri. Il presidente americano ha annunciato con un tweet che il Marocco normalizzerà le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico aggiungendosi ai tre paesi arabi — Emirati, Bahrain e Sudan — che aderiscono al cosiddetto Accordo di Abramo. «I nostri due grandi amici Israele e il Regno del Marocco hanno acconsentito a piene relazioni diplomatiche... È svolta storica...un grandissimo passo in avanti» per la pace in Medio Oriente, ha scritto.
  Poco dopo da Rabat è arrivata la conferma del ministero degli esteri. Poi le dichiarazioni colme di gratitudine del premier israeliano Netanyahu verso il suo stretto alleato a Washington. «Voglio ringraziare il presidente Trump per il suo straordinario sforzo per portare la pace in Israele e nel Medio Oriente — ha dichiarato alla tv — Sarà una pace molto calda, una grande luce di pace».
Per l'Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen è l'ennesima batosta diplomatica. Il presidente palestinese vede frantumarsi il fronte che per 18 anni è stato dietro la risoluzione araba del 2002 fondata sul principio della pace con Israele in cambio del ritiro dai territori arabi occupati. Ora i leader arabi, o almeno quello filo-Usa, chiudono a chiave in un cassetto i diritti dei palestinesi sotto occupazione militare. A questo punto, come affermava ieri Jared Kushner, genero e inviato di Trump in Medio Oriente, la normalizzazione tra Israele e l'Arabia saudita, potrebbe essere davvero vicina. Non è detto che l'Anp reagisca con rabbia a questa nuova intesa, così come aveva fatto nei mesi scorsi richiamando gli ambasciatori palestinesi ad Abu Dhabi e Manama.
  La leadership dell'anp ha abbassato i toni della polemica con Emirati, Bahrain e Sudan, e forse si accontenterà del colloquio telefonico tra Mohammed VI e Abu Mazen in cui il re marocchino ha ribadito «l'immutata posizione a sostegno della questione palestinese».
Parlare di accordo di pace tra Tel Aviv e Rabat è a dir poco una esagerazione. Si tratta piuttosto come nel caso di Emirati, Bahrain e Sudan di un nuovo sviluppo dell'assetto strategico arabo-israeliano che si sta realizzando intorno a Israele e Arabia saudita contro l'Iran. I due paesi non sono mai stati realmente in guerra. Il Marocco, o meglio la monarchia, ha sempre avuto buone relazioni dietro le quinte con Israele dove sono emigrati centinaia di migliaia di marocchini ebrei.
Un milione di israeliani ha origine marocchine, tra questi i ministri Amir Peretz e Miri Regev, l'ex capo di stato maggiore Gadi Eizenkot e numerosi esponenti politici del passato. C'è sempre stato dialogo. I cittadini israeliani hanno sempre avuto accesso in Marocco. Presto ci saranno uffici di collegamento, poi delegazioni diplomatiche e voli diretti.
  Questa quarta normalizzazione non avviene soltanto a scapito dei diritti dimenticati dei palestinesi. La paga anche un altro popolo. Trump ha annunciato di avere firmato «una proclamazione che riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale». Secondo la Casa bianca la «proposta di autonomia seria, credibile e realistica è l'unica base per una soluzione giusta e duratura per garantire pace e prosperità».
  Mohammed VI, entusiasta, ha definito «una presa di posizione storica» il riconoscimento da parte di Washington della sovranità del Marocco. Qualche media italiano ieri sera scriveva che il Sahara occidentale è un territorio conteso. È un giudizio di parte, schierato a favore delle pretese del Marocco. Il Sahara occidentale è nella lista dell'Onu come territorio non autonomo, al Palazzo di Vetro detiene un posto di osservatore ed è rivendicato dal popolo sahrawi in lotta da sempre contro l'occupazione marocchina. Il Fronte Polisario ne ha dichiarato l'indipendenza proclamando la Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi. Il mese scorso, dopo una lunghissima tregua, i sahrawi hanno minacciato la guerra per porre fine all'occupazione marocchina di fronte a un quadro immobile da decenni.
«Il destino del Sahara occidentale non lo decide un proclama. È un territorio che appartiene ai saharawi e solo loro possono decidere a chi darlo — ha replicato ai tweet di Trump la rappresentante del Polisario in Italia, Fatima Mahfud — Il Sahara occidentale è un territorio non autonomo, in attesa di referendum sull'autodeterminazione. Altri movimenti di liberazione nazionale come in Sudafrica, insegna la storia, sono usciti vincitori nonostante le vicissitudini».

(il manifesto, 11 dicembre 2020)


All'ospedale di Verduno, le Langhe e Israele uniti nella celebrazione di Hannukah

La delegazione medica dello Sheba Medical Center, giunta in Piemonte per supportare i colleghi italiani nella lotta al Covid-19, ha celebrato la festa della luce. In collegamento da Israele, anche il premier Benjamin Netanyahu
    "Giuda, chiamato anche Maccabeo, e i suoi fratelli e il popolo dei Giudei ci hanno inviati a voi, per concludere con voi alleanza e amicizia e per essere iscritti tra i vostri alleati e amici".
La citazione arriva nientemeno che dalla Bibbia, dal capitolo 8 del Primo libro dei Maccabei, e riporta all'invio di una delegazione diplomatica presso il Senato dell'Antica Roma. L'amicizia tra Italia e Israele, dunque, ha radici molto antiche, con una vicinanza rinnovata oggi presso l'Ospedale "Michele e Pietro Ferrero" di Verduno. Cornice dell'evento, la prima cerimonia di accensione delle candele di Hanukkah, alla presenza dell'équipe medica della delegazione israeliana del Centro Medico Sheb, arrivata nelle Langhe per prestare gradito supporto nella lotta alla pandemia da Covid-19.

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Le Langhe e Israele insieme, uniti nella celebrazione della tradizione dell'Hannukah, la festa della luce, antica di 2184 anni che celebra la vittoria su coloro che in tempi antichi cercarono di distruggere la cultura ebraica, così come oggi, nelle parole del direttore generale dell'ASL CN2, Massimo Veglio, "si sono unite le forze per combattere il Coronavirus".
    "La festa ebraica celebrata rappresenta nella tradizione ebraica una transizione dall'oscurità alla luce e una nuova speranza di libertà. Non c'è niente di più appropriato che celebrare questa festa insieme alle équipe mediche che combattono contro il Covid-19, alla vigilia delle prime approvazioni del vaccino e dell'inizio della loro distribuzione mondiale, nella speranza di una transizione dall'oscurità e dal grande dolore nel 2020 alla speranza e grande promessa per il 2021",
ha affermato l'ambasciatore israeliano a Roma, Dror Eydar.
All'evento hanno preso parte fisicamente anche il direttore dell'Israel Center for Disaster Medicine and Humanitarian Response, Sheba Medical Center, il capo della delegazione Elhanan Bar-On, l'assessore regionale alla Sanità, Luigi Icardi, il direttore della Struttura di Maxi emergenza regionale Mario Raviolo e, in collegamento a distanza, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, il direttore generale del Sheba Medical Center, Yitshak Kreiss e il presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche d'Italia, Noemi Di Segni.

(targatocn, 10 dicembre 2020)


Netanyahu-Gantz, la sfida dei budget che rischia di riportare Israele al voto

Sembra già destinato al fallimento il patto tra i due alleati di governo. In piena pandemia, il Paese potrebbe riaprire le urne per la quarta volta in due anni

di Roberto Bongiorni

Questione di feeling? Sicuramente. Ma anche, e soprattutto, questione di budget. A far scivolare Israele verso le quarte elezioni politiche in soli due anni, lo scenario tanto temuto dal presidente della Repubblica Reuven Rivlin, è stato, ancora una volta, un disaccordo sul budget nazionale.
   Non è un segreto che tra lo scaltro Benjamin Netanyahu, attuale premier e leader dei partito conservatore Likud, e Benny Gantz, ex capo di Stato maggiore e leader del partito centrista Blu e Bianco, non è mai corso buon sangue. Al di là del nome - Benjamin - i due hanno poco in comune. Quando decisero, obtorto collo, di unire le forze per dar via lo scorso maggio a un governo di emergenza nazionale era soltanto perché, dopo tre elezioni senza un governo, non vi erano alternative. Israele non poteva permettersi un altro vuoto di potere in un periodo in cui l'epidemia di Covid 19 aveva messo in crisi tutto il Paese e le tensioni con l'Iran continuavano a crescere. Né poteva andare avanti a colpi di budget provvisori con il sistema sanitario nazionale messo a durissima prova.
   Secondo l'accordo Bibi, sotto processo per tre casi di corruzione (il processo è stato ancora rimandato, a febbraio a causa della pandemia), deve governare i primi 18 mesi, e Benny fargli la guardia in qualità di vicepremier e, al contempo, di ministro della Difesa. A partire dal novembre del 2021, l'ex capo di stato maggiore prenderebbe il timone del governo per i restanti 18 mesi.
   Probabilmente l'esperimento fallirà. Dopo una serie di tentennamenti e minacce, Gantz ha rotto gli indugi; mercoledì sera il suo gruppo ha votato, facendolo passare (in totale 61 favorevoli e 54 contrari, tra tutti i parlamentari israeliani), un disegno di legge per lo scioglimento della Knesset, il Parlamento di Gerusalemme. In teoria c'è ancora tempo per tornare indietro. Il disegno dovrà prima essere approvato da un comitato del partito Blu e Bianco e poi passare al vaglio di altre due votazioni. Ma la via pare segnata. Gantz ha perso la pazienza. E di Bibi non sembra fidarsi più.
   È sempre lo scontro sul budget, o meglio sui budget, a tenere Israele con il fiato sospeso. La storia, recente, si ripete. L'escamotage di Bibi, il premier più longevo della storia di Israele, è sempre quello che voleva adottare la scorsa estate quando i due "nemici-alleati" avevano scongiurato il ritorno alle urne, trovando un accordo provvisorio all'ultimo momento, prima della scadenza del termine, rimandando così, con una legge ad hoc, al 23 dicembre la data per far passare il budget. Trascorsa questa data - ovvero tra 13 giorni - senza un accordo si andrebbe al voto. Perché in Israele la legge prevede che un esecutivo orfano di un bilancio deve dimettersi.
   Perché allora i due alleati-nemici non votano il budget che consentirebbe al governo di andare avanti? Perché vi è una differenza apparentemente sottile. Le cui conseguenze, però, sottili non sono. Netanyahu vuole votare il budget per un anno, come di regola accade. Gantz punta invece a un bilancio unico, per il 2020 e per tutto il 2021.
   Per quale motivo? Semplice. Se si votasse oggi anche il budget per il 2021, Netanyahu faticherebbe a far cadere il governo prima che Gantz inizi il suo periodo di 18 mesi, a novembre, come primo ministro. Se passasse la linea di votare un solo budget, Bibi potrebbe scegliere di votare, da marzo in poi, contro l'approvazione del successivo pacchetto fiscale, in modo da far cadere il governo e indire nuove elezioni. Senza così passare a Gantz la premiership a rotazione.
   Alcuni osservatori sono convinti che i due Benjamin, forzando nuovamente le norme, potrebbero ignorare il termine del 23 dicembre e rinviarlo, con apposita legge, al prossimo febbraio. Ipotesi però molto complessa. Oltretutto Israele ha urgentemente bisogno di un budget, specialmente in questo periodo di recessione dovuta alla pandemia Nel 2020 il numero delle famiglie cadute in povertà è balzato a quasi un terzo del totale.
Gideon Sa'ar con la moglie Geula Even
   La scelta di Gantz non sarà comunque facile. Se facesse cadere il governo non pochi israeliani lo accuserebbero di aver portato il Paese alle quarte elezioni in due anni (la data sarebbe presumibilmente il 16 marzo) in un periodo drammatico, in cui occorreva l'unità nazionale.
   Ma non sarà facile neanche per Netanyahu. Oltre alle continue proteste dei suoi oppositori, che da diversi mesi manifestano in diverse città, questa volta il pericolo arriva anche dal fronte interno, in seno al Likud. L'ex ministro della sicurezza interna, Gideon Sa'ar, un tempo uno degli uomini più vicini a Bibi, ha annunciato la creazione di un nuovo partito. Il nome sarà Tikvà Hadashà (Nuova Speranza). Il motivo? Bibi, ha accusato Sa'ar, userebbe il Likud come uno «strumento» per perseguire i suoi interessi.
   Se oggi si tenessero le elezioni, ha previsto un sondaggio, questa forza politica sarebbe in grado di arrivare a 17 seggi, quindi sarebbe terzo partito del Paese. A spese in gran parte del Likud, che nelle ultime elezioni di seggi ne ha ottenuti 36 su 120. Sa'ar è particolarmente determinato. L'anno scorso aveva fatto quello che nessuno aveva osato fare: sfidare Netanyahu alle primarie per la leadership del partito. Aveva perso, ma comunque raccolto un ragguardevole 27,5 per cento. Molti israeliani guardano con preoccupazione alle minacce che incombono sul loro Paese. Il pericolo di un conflitto con l'Iran, o comunque di una guerra strisciante, è ancora reale, anzi forse più di prima. L'imminente insediamento di un presidente americano democratico, non più così spiccatamente a favore di Israele, potrebbe avere importanti conseguenze sul fronte mediorientale. Biden potrebbe aprire alla controparte palestinese con una politica che guarda alla creazione di uno Stato palestinese e pone ostacoli al riconoscimento degli insediamenti in Cisgiordania. Come se non bastasse, non si può non tener contro della pandemia, particolarmente virulenta in Israele. Ieri Netanyahu ha annunciato che sarà il primo cittadino volontario a sottoporsi al vaccino Pfizer arrivato ieri in Israele (le prime 100mila dosi). Tra i tanti nemici di Israele il virus è il nemico meno visibile, ma forse il più pericoloso.
   
(Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2020)


Francia - Tombe ebraiche profanate dai nazisti. Indagini a rilento

Continua la caccia degli inquirenti francesi agli autori delle profanazioni dei cimiteri ebraici in Alsazia. Tra dicembre 2018 e dicembre 2019, in questa regione al confine con la Germania, 240 tombe dei cimiteri di Herrlisheim, Quatzenheim e Westhoffen sono state barbaramente imbrattate con scritte e simboli neonazisti. Da allora, le indagini, benché meticolose, non hanno consentito di indentificare gli autori ma gli inquirenti si dicono determinati ad andare fino in fondo. La prima di questa serie di profanazioni risale all'11 dicembre 2018, a Herrlisheim, a nord di Strasburgo, con 37 lapidi e un memoriale della Shoah ricoperti di svastiche. Due mesi dopo, il19 febbraio 2019, simili episodi si sono verificati nel cimitero di Quatzenheim.

(Nazione-Carlino-Giorno, 10 dicembre 2020)


Chanukkà: la lotta per la conservazione dell'identità ebraica

di Ugo Volli

 
Candles Burning

                     Candles Burning
Chanukkà: la lotta per la conservazione dell'identità ebraica. Dopo la grande densità delle feste d'autunno che segnano l'inizio dell'anno e un paio di mesi invece del tutto privi di ricorrenze, nel calendario ebraico arriva ora Chanukkà: una bella festa, che piace molto ai bambini, con le luci da accendere che crescono ogni sera, l'inno da cantare (Maoz tzur) che usa una musica facile e allegra; le frittelle salate e soprattutto quelle dolci della cucina tradizionale; il mercatino dei regali; la storia di un miracolo piccolo piccolo e apparentemente familiare, un nome positivo e bene augurante: Chanukkà cioè "inaugurazione".
  Molte religioni hanno una festa intorno al solstizio d'inverno, quando il sole sembra sempre più debole e c'è bisogno di luci per vincere l'incipiente depressione. Anche nella nostra società post-religiosa, famiglie del tutto lontane da ogni fede appendono ai balconi ghirlande di lampadine colorate, fanno shopping e regali, accendono falò e fuochi d'artificio per vincere il buio e cercare stare allegri.
  Chanukkà è diversa, non celebra la resurrezione del sole o la nascita di un dio, ma più modestamente, nella benedizione che si pronuncia ogni sera per otto volte, "i prodigi, le meraviglie, le salvezze, le consolazioni"che la bontà divina operò "per i nostri avi in quei giorni in questo periodo". E' una spiegazione un po' generica, che viene solo in parte precisata in un'aggiunta speciale per quei giorni alla preghiera principale della liturgia ebraica (l'Amidà), in cui oltre che di miracoli si parla di "battaglie" sostenute dal Cielo per i nostri avi, sicché "il forte fu sconfitto dal debole, i molti dai pochi, l'impuro dal puro, il peccatore dal giusto, l'arrogante dallo studioso". Anche qui non è chiaro e per capire di che cosa si tratta bisogna conoscere la vicenda, che non è raccontata nelle Scritture ebraiche come per esempio la storia di Ester, perché i libri dei Maccabei che raccontano la loro lotta per preservare l'ebraismo con molti dettagli miracolosi, stranamente non sono stati accettati nel canone ebraico e figurano solo in quello cristiano.
  Il Talmud ne parla nel trattato di Shabbat (21b), ma solo incidentalmente in mezzo a discussioni rituali sul numero di luci da accendere e sulla loro sistemazione. L'accento è messo sul miracolo dell'olio: "i greci entrarono nel tempio, profanando tutto l'olio, e quando la dinastia Asmonea [i Maccabei] prevalse e li sconfisse, fu trovato solo un vaso d'olio con il sigillo del Grande Sacerdote: bastava per tener acceso il lume perpetuo un solo giorno. Si verificò un miracolo e la luce durò otto giorni."
  La scelta del Talmud, seguita poi dai testi liturgici, è quella di concentrarsi sul miracolo piccolo ma altamente simbolico dell'olio e della luce, ignorando gli Asmonei (che da pii in quella generazione divennero poi rapidamente empi e nemici della religione, in particolare dei Farisei), ma soprattutto tacendo della guerra da essi sostenuta nell'anno 165 aEV, che pure è l'ultima vinta dal popolo ebraico prima della ricostituzione dello Stato di Israele. La ragione probabilmente sta nella volontà di non parlare dell'eroismo dei Maccabei (che è esaltato nei libri omonimi), ma forse anche di non sottolineare il fatto che si trattò soprattutto di una guerra civile, non di un semplice conflitto di liberazione da un oppressore straniero.
  Ci è rimasta una narrazione molto precisa del contesto politico e delle tappe di questa guerra nel libro XII delle Antichità giudaiche di Giuseppe Flavio: nel terzo secolo una parte consistente del popolo ebraico si era deciso ad aderire ai costumi ellenistici allora egemone nel Mediterraneo, a imitare l'educazione classica e i modi di vita greci, ad abbandonare la religione dei padri, la circoncisione, le regole alimentari, lo Shabbat. Il re siriaco (ma di discendenza greca) Antioco IV Epifane intervenne con molta violenza in appoggio a questa tendenza, proibendo sotto pene capitali ogni pratica ebraica, e ne approfittò per impadronirsi di Gerusalemme e saccheggiare i tesori del Tempio. Ma appena incontrata una resistenza abbastanza accanita da parte della guerriglia guidata dai Maccabei, il suo esercito si ritirò, perché Antioco non aveva le regioni geopolitiche che due secoli dopo avrebbero portato i romani a tenere con ad ogni costo la Giudea. La lotta rimase principalmente interna al popolo ebraico, fra una frazione prevalentemente urbana e nobile che voleva l'assimilazione alla civiltà egemone del tempo e chi, soprattutto in campagna e fra i poveri, si opponeva all'abbandono della Legge come dell'indipendenza. E fu una lotta sanguinosa, una vera guerra civile. Importantissima perché da essa dipese il fatto che l'identità ebraica non venisse assorbita nella koiné ellenistica e poi romana, perdendo ogni autonomia, come avvenne a quasi tutti i popoli del Mediterraneo, compreso il potente Egitto. Si tratta di un modello di resistenza culturale e religiosa oltre che militare, che ancora è attivo nella coscienza ebraica.
  Dopo la sconfitta con Roma (70 e.V.), ormai espulsi da Gerusalemme e gradualmente costretti all'esilio, i maestri della Mishnà e del Talmud scelsero di inserire nel calendario ebraico quest'ultima festa che celebra il duro combattimento per la fedeltà alla tradizione. Ma preferirono non sottolinearne gli aspetti militari, divenuti chiaramente impraticabili soprattutto dopo il fallito tentativo di rivolta di Bar Kochba (135 e.V.), essendosi convinti che la lotta per la sopravvivenza dell'ebraismo si poteva condurre solo in termini di educazione, di memoria, di normativa, di resistenza morale e spirituale. Solo così era possibile assicurare la sopravvivenza del popolo ebraico e della sua tradizione in una condizione di estrema debolezza. Questa scelta determina ancore il carattere apparentemente innocuo e marginale della celebrazione di Chanukkà.
  Oggi, in un'epoca in cui un certo grado di assimilazione culturale o di globalizzazione è dominante nel popolo ebraico, il messaggio implicito della festa potrebbe suonare integralista e pericoloso. Ma si tratta naturalmente di interpretarlo ragionevolmente e di coglierne il senso centrale. Che, come capirono i saggi del Talmud, non è quello della guerra civile degli osservanti contro gli assimilati, ma della necessità di conservare l'identità ebraica contro ogni tentazione di oblio. Come Purim, la penultima festa che cerca di insegnare la resistenza all'antisemitismo nella condizione dell'esilio, condotta con coraggio, ma anche con astuzia e dissimulazione, anche quella di Chanukkà contiene una lezione e una promessa che insieme è religiosa e politica: "il forte può essere sconfitto dal debole, i molti dai pochi, l'impuro dal puro, il peccatore dal giusto, l'arrogante dallo studioso". A patto che operi per tener acceso il lume della tradizione e dell'identità ben al di là di quanto si penserebbe possibile e si sforzi di renderlo più intenso e visibile ogni giorno. Perché, come amava ripetere Ben Gurion, in Israele chi non crede nei miracoli non è realista.

(Progetto Dreyfus, 10 dicembre 2020)


La religione deve illuminare il mondo, non bruciarlo

Inizia oggi la festa di Chanukkà, istituita per ricordare il successo della rivolta dei Maccabei nella guerra contro Seleucide. Per otto giorni, ogni giorno, viene accesa una lampada. Ma è sbagliato considerarla una celebrazione della forza bruta.

di Riccardo Di Segni*

Immaginiamo una cittadina mediorientale abitata da ebrei, in cui c'è una stradina stretta ma molto trafficata. Sulla stradina si affaccia la bottega di un ebreo. In questa stagione, al tramonto, l'ebreo esce dalla bottega e appende sul muro all'esterno una lampada a olio, accesa perché così si celebrala festa di Chanukkà. L'ebreo rientra nella bottega e passa un cammello carico di paglia che sporge dai due lati del dorso. La paglia struscia il muro, tocca la lampada prende fuoco, scoppia un incendio. La domanda ora è chi paga i danni? Il cammelliere dice al bottegaio: paghi tu perché hai messo un pericolo (una lampada accesa incustodita nella pubblica strada). Il bottegaio si difende e dice: ma io l'ho fatto per un preciso dovere religioso e tutti sanno che in questi giorni è Chanukkà e così la si celebra sei tu che dovevi stare attento. "Se voi foste il giudice", come si intitola una nota rubrica in un settimanale enigmistico, a chi dareste torto e a chi ragione? La soluzione la troverete alla fine di questa nota e mentre ci pensate, cerchiamo di spiegare che cosa è Chanukkà (si pronuncia con un ch aspirato, come nacht in tedesco e j in spagnolo). Si tratta di una festa che cade a dicembre il giorno 25 del mese di Kislèw, istituita per ricordare un avvenimento storico: il successo della rivolta dei Maccabei nella guerra di liberazione contro il dominatore Seleucida.

 La spartizione dell'Impero
  Dopo la morte di Alessandro Magno e la spartizione del suo Impero tra i suoi generali, la terra d'Israele era finita sotto il dominio dei Seleucidi che avevano progressivamente imposto il pugno di ferro, con vessazioni e rapine ed erano intervenuti pesantemente a proibire i riti della religione ebraica, fino a profanare il Tempio di Gerusalemme inserendovi delle statue. Al culmine della persecuzione nel 168 av. E.v. scoppiò una rivolta capeggiata da una famiglia di sacerdoti, che con alterne vicende dopo molti anni riuscì a scrollarsi di dosso il potere greco. Ma un primo risultato dopo tre anni di lotta fu la conquista di Gerusalemme e la restaurazione del Tempio.
  Qui il racconto da storico diventa religioso. Volendo riaccendere la menorà, la lampada di sette bracci, serviva dell'olio puro, ne fu trovato solo un piccolo contenitore che sarebbe bastato per un solo giorno. Avvenne un miracolo e quell'olio bastò per otto giorni il tempo necessario per andare nel luogo spedale dove l'olio veniva prodotto secondo le regole e che era a tre giorni di distanza produrlo e riportarlo indietro.
  A ricordo di questi eventi fu istituitala festa di Chanukkà (il cui nome significa "inaugurazione" e fu tradotto in greco con un nome di suono analogo, Enkenie), che si celebra con gioia moderata e soprattutto con l'accensione ogni giorno di una lampada, per otto giorni. Anticamente si discuteva su quanti lumi si dovessero accendere, poi ha prevalso la regola di accendere il primo giorno un lume, il secondo due e così via fino agli otto finali; accanto a questi c'è un altro lumino che fa da "servitore". Il lume andrebbe acceso ogni sera fuori la porta di casa o di una bottega, in modo da farlo vedere; oggi la regola è più elastica, ma metterlo accanto alla finestra è meglio.
  Negli ultimi anni nelle principali piazze delle città del mondo sono state organizzate accensioni pubbliche, con partecipazioni collettive e grande curiosità; quest'anno le accensioni d saranno, ma in tono assai minore per le restrizioni imposte dal Covid. Ma quello che importa in ogni caso è il rito domestico.

 Politica e religione
  Analizzando gli elementi della storia fondante; emergono subito dei problemi. Due temi principali si confondono: una guerra di indipendenza e la storia di un miracolo, quindi da una parte la politica e dall'altra la religione. Quanto al miracolo, gli stessi rabbini che al miracolo ci credono, hanno sollevato una bella serie di domande: ad esempio, se l'olio c'era per un giorno, il miracolo è durato sette giorni e allora perché ricordarlo per otto? E ancora, dato che in caso di necessità per accendere la menerà pubblica si può usare anche olio non puro, che bisogno c'era di sollecitare un miracolo dall'Alto? Dietro a tutto questo si nasconde una polemica mai risolta tra diverse anime dell'ebraismo, sempre in conflitto nella sua storia, volte ciascuna a privilegiare un aspetto identitario diverso, ora quello nazionale, di liberazione, di forza ora quello della religione e dello spiritualità. I re discendenti dai Maccabei diventarono a loro volta persecutori e i rabbini dedicarono a Chanukkà, tra le 2700 pagine del Talmùd, solo 4 pagine.
  La questione si complica ulteriormente se si considera che Chanukkà è l'ultima festa in ordine di tempo, istituita nell'ebraismo, ma in realtà potrebbe essere la festa più antica dell'umanità. È in questi giorni dell'anno che le giornate di sole si raccorciano per tornare ad allungarsi e ogni cultura ha segnalato questo evento a suo modo, dai Saturnali al Dies Natalis Solis Invidi, che è tra le radici, ovviamente rielaborate, del Natale cristiano. Nel Mediterraneo, poi, questi sono i giorni in cui la raccolta delle olive finisce e l'olio viene prodotto nei frantoi. Nell'ebraismo c'è stato un buco di millenni per tornare a festeggiare questi giorni, trasformando il tema della luce solare in quello della luce della menorà, e l'evento agricolo nell'uso sacro dell'olio di oliva. Non è un caso che la festa inizi nel giorno 25 del mese, che per i greci era giorno festivo ed era stato da loro scelto per trasformare il Tempio di Gerusalemme in un loro tempio; la restaurazione (e il miracolo) avvennero esattamente tre anni dopo. Ma in questo modo la data ebraica ricordava una data pagana.
  La storia del miracolo raccontata dai rabbini per quanto ingenua possa sembrare, nasconde dei messaggi importanti. Non si tratta di considerare quel singolo miracolo, ma di interpretare tutto sotto forma di miracolo. Ogni evento della natura e soprattutto della nostra esistenza è un miracolo, non è scontato che si possa e debba nascere, crescere, guarire. Tra la visione greca del mondo misurabile, soggetto a regole precise senza provvidenza, e quella del pensiero ebraico che vede il divino sempre presente nella storia, benché difficilmente percepibile, c'era e c'è un abisso. La festa di Chanukkà celebra solo in parte un evento militare, è l'affermazione di un modo diverso di interpretare la realtà. E se qualcuno obietta che i greci avevano in definitiva ragione con la loro razionalità pacifica e illuminata, la storia di Chanukkà dimostra proprio il contrario; la cultura greca si diffondeva sì con la seduzione che esercitava, ma anche con la repressione, la persecuzione, lo sfruttamento.
  La storia dei sette giorni in cui l'olio rimane (ma il miracolo era già avvenuto il primo giorno, si versava l'ampollina e rimaneva piena) è quella dell'energia infinita che può diramare da ciò che è "puro", anche se in minima quantità e serve per sostenere il mondo in attesa di essere sostituito da nuove energie. Non c'era tecnicamente bisogno di olio puro, ma dimostrare forza e continuità è un valore importante.

 Le ragioni del cammelliere
  Ci vorrebbe poco per trasformare Chanukkà nel ricordo di una rivolta di "talebani", ma tutti i segnali che la tradizione ha trasmesso vanno proprio nella direzione opposta. Quella dello spirito opposto alla forza bruta. E ciò premesso, torniamo alla lite tra cammelliere e bottegaio. Chi ha ragione? Su questo gli esperti della legge hanno discusso e la conclusione è stata che ha ragione il cammelliere. Ma come? Il bottegaio stava adempiendo un obbligo religioso e ora deve pagare i danni? La risposta tecnica è che comunque avrebbe dovuto sorvegliare la lampada, l'adempimento di un precetto, benché noto, non esenta dall'obbligo di vigilare. Ma al di là di questo, la risposta rabbinica al quesito legale afferma un principio fondamentale, che è il messaggio stesso di Chanukkà, chi segue una religione e una fede deve illuminare il mondo, ma non ha il permesso di bruciarlo.

*Rabbino capo della comunità di Roma

(Domani, 10 dicembre 2020)


Zee e pipeline, cosa prevede l'accordo fra Turchia e Israele

La proposta avanzata da parte turca di un accordo di cooperazione con Israele nel Mediterraneo contiene vantaggi reciproci importanti in materia di zone economiche esclusive (Zee) ed energia. L'analisi di Giuseppe Mancini per Policy Maker

di Giuseppe Mancini

Un accordo tra Turchia e Israele per delimitare le rispettive aree di sovranità marittima nel Mediterraneo orientale. Lo ha proposto Cihat Yayci: oggi direttore del Centro per le strategie marittime e globali dell'università Bahçesehir a Istanbul, ma fino a pochi mesi fa Capo di stato maggiore della Marina militare turca. Il contrammiraglio Yayci è noto per aver elaborato la dottrina della "Patria azzurra" (Mavi Vatan), che promuove un ruolo da protagonista della Turchia sui mari che la circondano, e per aver curato il trattato turco-libico sempre in materia di zone economiche esclusive (Zee).
  La sua proposta è arrivata in modo apparentemente irrituale ma comunque politicamente significativo: un articolo dall'impostazione accademica sulla rivista elettronica Turkeyscope - in inglese - di un prestigioso centro di ricerche israeliano, il Moshe Dayan Center dell'università di Tel Aviv. Il titolo dice già molto: "Israel is Turkey's Neighbor Across the Sea", Israele e Turchia cioè come "paesi confinanti" (almeno sul mare).
  È però importante anche il contesto politico di questa pubblicazione, perché da qualche mese - come ha riportato ad esempio il quotidiano israeliano Israel Hayom - ci sono stati contatti tra i servizi segreti dei due paesi, con l'obiettivo di far tornare in sede i rispettivi ambasciatori dopo due anni di assenza e di esplorare per l'appunto forme di cooperazione nel Mediterraneo.
  Yayci ha voluto precisare a Policy Maker che il suo scritto è tratto da un libro già pubblicato (in turco) nel 2019 ed è "il risultato del proseguimento naturale di questo lavoro", in versione inglese - curata insieme a Zeynep Ceyhan - "per poterlo meglio diffondere nel contesto accademico internazionale". Un lavoro presentato come accademico perché la proposta concreta rivolta a Israele - non formale, però sondaggio in piena regola - si fonda sulla rigorosa applicazione del diritto internazionale.
  In cosa consiste questa proposta? In primo luogo, nella delimitazione bilaterale delle rispettive zone economiche esclusive; in secondo luogo, nella costruzione di una pipeline per convogliare il gas israeliano verso i mercati occidentali attraverso la rete turca già esistente. Israele avrebbe da questo accordo una duplice convenienza: otterrebbe un'area più estesa - e di conseguenza maggiori risorse energetiche - di quella prevista dall'accordo con la Repubblica di Cipro del 2010, inoltre potrebbe trasportare il suo gas con costi molto molto inferiori rispetto all'EastMed progettato insieme ai greci e ai ciprioti.
  Sul gasdotto da costruire e sulla convenienza del tracciato turco, Yayci è lapidario: "la Turchia possiede una realtà geografica che non può essere cambiata; piaccia o no, il territorio turco è l'unica via possibile per questo progetto e io sono convinto che gli Stati siano pragmatici".
  Anche la Turchia otterrebbe vantaggi da un simile accordo: già solo per la ritrovata partnership con Israele, in una fase di ostilità col blocco che comprende - nel Mediterraneo orientale - soprattutto Grecia, Egitto e Francia, ma anch'essa in termini di aree di sovranità marittima (circa 10.000 chilometri quadrati e porzioni dei blocchi esplorativi ciprioti) e di royalties per il passaggio del gas sul suo territorio. Ci rimetterebbe invece la Repubblica di Cipro, che perderebbe i giacimenti coi quali vuole assicurarsi l'indipendenza energetica per i prossimi decenni.
  Applicando i principi del diritto internazionale su mappe molto accurate, Yayci assegna a Israele 16.000 chilometri quadrati in più e soprattutto dei blocchi esplorativi per gli idrocarburi su cui oggi i ciprioti esercitano la sovranità, compreso il 12 che contiene il ricchissimo giacimento Afrodite. "Realisticamente e accademicamente parlando, il comportamento più pragmatico e legale per Israele è fare un accordo con la Turchia"
  Il contrammiraglio turco sostiene che con il trattato attuale, nato a suo avviso da un'interpretazione erronea dei principi giurisprudenziali, Israele ha rinunciato a 4.600 chilometri quadrati di sovranità e quindi in ogni caso a cospicue risorse. "È comunque nell'interesse e a beneficio di Israele porre fine all'attuale accordo con l'Amministrazione greco-cipriota", ci ha spiegato.
  La proposta è apparentemente ghiotta per Tel Aviv, ma gli ostacoli politici da superare non sono pochi: il continuo sostegno di Ankara per Hamas, oltre alla frequente retorica anti-israeliana del presidente turco Erdoğan; il sacrificio degli interessi e dei diritti della Repubblica di Cipro, che con ogni probabilità scatenerebbe un'offensiva legale e politica contro l'abbandono unilaterale del trattato.

(Policymakermag, 10 dicembre 2020)


Il Boycott, Divestment, Sanctions è un vero movimento antisemita

Finalmente gli Usa lo hanno riconosciuto

di Andrea Molle

Si censura chi nega la vittoria di Biden, ma non chi nega l'Olocausto. Al Preside di una scuola californiana è stato recentemente riconosciuto il diritto di escludere la shoah dal curriculum scolastico in base al fatto che alcuni genitori non la considerano realtà storica. Le aggressioni contro gli ebrei ortodossi e gli atti di vandalismo ai danni di cimiteri e sinagoghe rappresentano più del 70% degli hate crimes in America, ma non si osservano manifestazioni di protesta e non esiste un movimento Jewish Lives Matter. Perché combattiamo il razzismo in tutte le sue forme, ma non l'antisemitismo? Lord Johnatan Sacks, l'ex Rabbino Capo d'Inghilterra recentemente scomparso, usava rispondere a questa domanda comparando l'antisemitismo a un virus col quale abbiamo imparato a convivere.
  Esso ha saputo mutare in movimenti apparentemente inconciliabili come il neonazismo e, appunto, il movimento «Boycott, Divestment, Sanctions» (Bds) che ha come obiettivo quello di isolare politicamente ed economicamente lo Stato Ebraico. Le critiche a Israele sono legittime, ci mancherebbe, e non è corretto sostenere che tutti coloro che criticano Israele siano antisemiti. Ma bisogna essere capaci di andare oltre l'apparenza e riconoscere l'antisemitismo anche quando non si presenta con teste rasate e svastiche tatuate.
  Movimenti come il Bds sono dunque chiaramente antisemiti perché la loro critica nasce dal pregiudizio e dalla negazione del diritto degli ebrei all'autodeterminazione. Questo atteggiamento è diffuso soprattutto tra quei progressisti che, non potendo ammettere di essere razzisti, o sfacciatamente filo-palestinesi, hanno finito per creare il mito che il buon ebreo è solo quello dichiaratamente antisionista (leggi anti-israeliano). Si è creato dunque un paradosso della cultura dell'intersezionalità, un approccio sistemico alla discriminazione che identifica temi, obiettivi e strategie comuni alle minoranze, ma che esclude a priori il popolo ebraico dal meccanismo di solidarietà e anzi spesso lo indica come modello di oppressione.
  Se da un lato si costringe il popolo ebraico a prendere continuamente le distanze da Israele, implicitamente affermando che i due sono equivalenti, dall'altro si nega che la critica allo Stato ebraico sia una critica all'identità ebraica. Una logica fallace che ha il vantaggio, per chi la propugna, di rendere impossibile la confutazione e fa sì che la minoranza più perseguitata della storia sia l'unica a cui è negato il diritto di definire autonomamente l'esperienza della propria discriminazione.

(ItaliaOggi, 9 dicembre 2020)


La pace del pallone

di Alex Frosio

 
Lo sceicco Hamad bin Khalifa Al Nahyan, al centro, e Moshe Hogeg, a sinistra, firmano l'accordo a Dubai
 
Tifosi del Beitar Jerusalem al Teddy Stadium di Gerusalemme
Il calcio abbatte le barriere. Anche quelle più solide. Uno sceicco che investe pesantemente in una squadra di calcio non è una novità rivoluzionaria, si è già visto a molte latitudini. Che si compri un club israeliano già fa più notizia, ma rientra comunque nel processo di pace promosso a settembre da Donald Trump. La vera forza d'urto che cerca di abbattere le barriere è che lo sceicco degli Emirati Arabi Uniti abbia acquistato (almeno al 50%) il Beitar Gerusalemme. Cioè la squadra con la tifoseria più estremista, razzista, di sicuro anti-araba di Israele.

 Gli accordi di pace
  Andiamo con ordine. A metà settembre, sul prato della Casa Bianca a Washington, sono stati firmati i cosiddetti "accordi di Abramo", la pax-americana in Medio Oriente. Uno dei pochi successi diplomatici di Donald Trump, che sembrava potesse essere per questo pure candidato al Nobel: è l'intesa per la normalizzazione dei rapporti tra Israele da un lato, Emirati Arabi e Bahrein dall'altro, in cambio della sospensione dell'annessione della Cisgiordania. Non un trattato di pace - i Paesi in questione non sono mai stati in guerra - ma un accordo che ha segnato l'accettazione di Israele nel mondo arabo (e un'alleanza comune contro l'Iran, che infatti non ha preso benissimo l'intesa). Migliaia di israeliani hanno trascorso le vacanze - lockdown permettendo - nei Paesi arabi, Emirati soprattutto, non avendo più bisogno di un permesso speciale: Lior Raz, creatore e protagonista della celebre serie tv "Fauda", a settembre si è fatto fotografare a Dubai con un membro della famiglia reale. Chi? Proprio lui. Sua altezza lo sceicco Hamad bin Khalifa al Nahya. Lo sceicco Hamad è di Abu Dhabi, 50enne cugino del principe Mohammed bin Zayed, governatore degli Emirati. Ha acquistato il 50% del Beitar, condividendo la proprietà con Moshe Hogeg, investitore nel campo delle criptovalute.
  Lo sceicco ha promesso di investire nel club circa 75 milioni nei prossimi dieci anni. Una cifra mostruosa per il calcio israeliano. Problema: i tifosi. Il Beitar è la squadra dell'ultra-destra, l'unica di Premier a non aver mai schierato un giocatore arabo (e tenete conto che gli arabi rappresentano circa il 20% della popolazione israeliana). La frangia più estremista del tifo, un gruppo chiamato "La Familia", non manca mai di cantare il coro "morte agli arabi" e per venerdì ha indetto una manifestazione che punta a far saltare l'accordo. Si temono scontri perché anche i tifosi meno estremi manifesteranno, ma in favore dell'accordo. A rendere il clima ancora più esplosivo, sabato è in programma la sfida con il Bnei Sakhnin, squadra "araba" del campionato, finanziata dall'emiro del Qatar, la più grande rivale del Beitar: la storia della sfida è piena di violenti scontri tra hooligans, e quando nel 2004 il Bnei vinse la Coppa di Stato, i tifosi del Beitar pagarono un necrologio sul principale quotidiano israeliano che decretava la morte del calcio. Il Beitar non ha mai avuto arabi ma musulmani sì. Il processo è stato comunque laborioso e di difficile accettazione. Nel 2013 furono ingaggiati due ceceni. Musulmani. Quando uno di loro segnò un gol decisivo, gli ultrà lasciarono lo stadio invece di esultare, e diedero fuoco agli uffici della società. I ceceni dovettero andarsene.

 Mostreremo la luce
  Il Beitar è vicino al partito politico conservatore Likud, quello del primo ministro Benjamin Netanyahu. «Questo affare racconta come le cose stiano cambiando molto rapidamente», ha detto il premier israeliano a margine di un incontro con il ministro degli esteri sloveno. «E' un momento storico per il club e per i due Paesi, Israele e gli Emirati. È il primo vero frutto dell'accordo di pace. Molte persone pensano che arabi e israeliani non possono lavorare insieme: dimostreremo il contrario», ha spiegato Hogeg, che ha già cercato nel recente passato di isolare i razzisti e i violenti della curva. Anche questo ha influito sulla scelta dello sceicco. Uomo un po' enigmatico e di poche parole, Hamed bin Khalifa, che si è presentato con il figlio Mohammed, nominato vicepresidente. Quando gli è stato chiesto se teme l'influenza della Familia sull'accordo, si è limitato a dire: «Sfida accettata. Si tratta di giovani che hanno subito il lavaggio del cervello, ma noi vogliamo mostrare loro la luce, il giusto sentiero da seguire». E Le barriere tremano. E stavolta è un buon segno.

(La Gazzetta dello Sport, 9 dicembre 2020)


Drone israeliano per Frontex, sorveglierà il Mediterraneo

Israel Aerospace Industries Ltd. (IAI), in consorzio con Airbus, si e' aggiudicata la gara d'appalto lanciata dall'Agenzia della guardia di frontiera e costiera dell'UE Frontex, per il pattugliamento marittimo al largo di Grecia, Italia e Malta attraverso un veicolo aereo senza equipaggio Maritime Heron RPAS (UAV), fornitura di attrezzature di volo e manutenzione per quattro anni. L'UAV, denominato Airone, gia' in uso all'esercito tedesco dal 2010 per missioni di ricognizione in Afghanistan e Mali, sara' dotato di sofisticate attrezzature di visione diurna e notturna (elettro-ottici per il giorno e l'infrarosso per scopi notturni, radar di pattugliamento marittimo realizzato dallo IAI e dal sistema di identificazione automatica), apparecchiature di comunicazione, controllo e supporto della missione di terra.
   La piattaforma di sorveglianza Heron utilizza un collegamento diretto quando si vola all'interno di Line of Sight (LOS), passando senza soluzione di continuita' a un collegamento satellitare quando si vola beyond line of sight (BLOS) per trasmettere informazioni in tempo reale o quando e' necessario volare a bassa quota sul mare. Volare nello spazio aereo europeo e' un progresso importante per la IAI, che ambisce ad entrare con le sue tecnologie in Europa, anche in ambito civile.

(Shalom, 9 dicembre 2020)


Il Time premia Israele tra le migliori invenzioni del 2020

di Paolo Castellano

 
La creatività d'Israele ha trovato spazio nella recente lista stilata dal magazine Time sulle migliori 100 invenzioni del 2020. L'innovazione israeliana ha dunque ideato 6 prodotti degni di attenzione che cambieranno il mondo di oggi e di domani.
  Per scrivere la lista, la redazione del Time ha chiesto ai propri giornalisti e corrispondenti sparsi per il globo quali fossero le invenzioni più geniali di quest'anno. Per evitare esclusioni, il magazine aveva anche creato una sezione online per inviare candidature spontanee.
  Come riporta il Jerusalem Post, la raccolta delle migliori innovazioni include diversi settori di prodotti e servizi: intelligenza artificiale, salute, finanza, accessibilità, sicurezza, intrattenimento e altro ancora. L'ultimo numero del Time ha presentato così la propria selezione: «100 invenzioni rivoluzionarie, tra cui un alveare intelligente, un tubetto di dentifricio più ecologico e una tecnologia che potrebbe un vaccino per il Covid-19».
  Ecco una breve descrizione delle 6 invenzioni israeliane del 2020 apparse sul Time.

1. Beehome di Beewise. Un rifugio smart per le api
  Questa invenzione si pone l'ambizioso obiettivo di salvare le api che attualmente rischiano l'estinzione a causa dell'uomo e dei cambiamenti climatici: questi insetti rappresentano una risorsa fondamentale per l'equilibrio del nostro pianeta. Beehome è un alveare che sfrutta l'intelligenza artificiale, la robotica di precisione e la visione artificiale per monitorare e analizzare le attività delle api 24 0re su 24, 7 giorni su 7. Questo strumento permette di rilevare minacce come parassiti o temperature irregolari, rispondendo immediatamente ai pericoli e utilizzando specifici pesticidi in casi estremi. Secondo il Time, "Beehome può raddoppiare la capacità di impollinazione e di produzione di miele, riducendo allo stesso tempo il tasso di mortalità delle colonie".

2. Xvision di Augmedics. Chirurgia assistita dalla Realtà Aumentata
  Il CEO di Augmedics, Nissan Elimelech, aveva avuto un'idea apparentemente impossibile da realizzare: "Che cosa sarebbe successo se i medici avessero avuto dei super poteri come gli eroi dei fumetti?" Da questa intuizione, è nato Xvision, un rivoluzionario visore che sfrutta la Realtà Aumentata per interpretare una scansione tomografica computerizzata di un paziente attraverso una visualizzazione 3D. Questa procedura potrebbe aiutare i chirurghi durante operazioni estremamente delicate. Come sottolinea la rivista, "l'headset sovrappone un'immagine tridimensionale della colonna vertebrale sul corpo del paziente, consentendo ai chirurghi di vedere (quasi) sottopelle senza mai distogliere lo sguardo dal tavolo operatorio".

3. Mifold Hifold di Carfoldio. Un seggiolino portatile per bambini
  Questo prodotto vuole ridurre i pericoli per i bambini che viaggiano in auto. Non sempre i genitori utilizzano questi dispositivi di sicurezza e dunque il seggiolino Mifold Hifold ha dei pannelli regolabili per la testa, il busto e un sedile per il massimo confort. Una volta piegato può entrare in uno zaino, rendendolo facile da trasportare.

4. Il trattamento TrialJectory. Una guida per i trattamenti anti-cancro
  Il nome del nuovo approccio sanitario deriva dall'azienda che lo ha sviluppato. TrialJectory impiega l'intelligenza artificiale per esaminare rapidamente migliaia di possibili studi clinici e abbinarli a specifici pazienti affetti da cancro per i migliori risultati. Analizzando il singolo caso del paziente, i ricercatori tentano di individuare la migliore sperimentazione che sia adatta alla persona malata e che possa fornire risultati promettenti. Il sistema è in fase di sviluppo per approcciare più tipologie di cancro in futuro.

5. City Transformer: un'auto compatta ancora più piccola
  Al giorno d'oggi, trovare un parcheggio nelle grandi città è sempre più complicato. Questa nuova auto elettrica della start-up israeliana City Transformer vuole risolvere un problema che affligge molti. Sebbene il veicolo sia molto piccolo, può raggiungere 80 chilometri orari, permettendo anche la regolazione delle ruote per attraversare gli spazi più ristretti. In uno spazio standard ci stanno 4 City Transformer. Questi mezzi di trasporto circoleranno per le strade di Tel Aviv entro il 2022.

6. Incredo Sugar di DouxMatok, un dolcificante più dolce
  Incredo Sugar è una nuova tipologia di dolcificante che aiuterà le aziende alimentari a ridurre l'utilizzo di zucchero nei loro prodotti - una riduzione che si attesta tra il 30% e 50%. L'obiettivo dell'azienda è quello di conservare il sapore unico dello zucchero, eliminando i rischi per la salute. Incredo Sugar è già utilizzato in Israele e presto raggiungerà anche il mercato americano.

(Bet Magazine Mosaico, 9 dicembre 2020)


Cristiani in Israele, numeri in crescita

Lettera a "la Repubblica"

La Repubblica del 7 dicembre a pagina 15 nell'intervista all'arcivescovo Bashar Warda annovera Israele fra le nazioni dove è diminuita la presenza cristiana. In realtà la comunità cristiana in Israele è in costante aumento: nel 1921 erano 71.400, nel 1948 è cresciuta sino a 148.000 e nel 2019 i cittadini cristiani israeliani sono 177mila.
Claudio Calò

(la Repubblica, 9 dicembre 2020)


Storie di amori asimmetrici sospesi tra Italia e Israele

Ricordi, sorprese e sentimenti in «Resta ancora un po'» di Ghila Piattelli (Giuntina)

di Lia Tagliacozzo

È un percorso di amori incrociati quello raccontato da Ghila Piattelli in Resta ancora un po' (Giuntina, pp. 204, euro 15). Al suo primo romanzo, Piattelli, che si è formata tra l'Italia e Israele, racconta di amori sospesi tra presente e passato in un paese, Israele, che sembra normale. Un romanzo italo-israeliano quindi, unico nel suo genere, che racconta di amori perduti ma a cui è impossibile rinunciare come quello di Ahuva per Yonathan morto da oltre venti anni, o come quello di Zvika per sua moglie Ahuva con cui pure è spostato da trent'anni e con la quale gestisce una relazione a tre con un fantasma, «giovane, bello, ma comunque morto». E di cui - non a caso - il figlio Yoni porta il nome. Ma è desiderio anche quello di Noga per Ittai amico del cuore di Yoni di cui Ittai è innamorato. E poi, soprattutto, c'è l'amore di una nonna originale - dal carattere tanto forte da riuscire a creare un pezzetto di Italia nel cuore di Gerusalemme - per Yoni, ventenne studente di studi latinoamericani in un paese dove per essere qualcuno ed avere prestigio è necessario iscriversi a medicina, ingegneria o, almeno, a giurisprudenza.
  «Nonna Giuditta - scrive Nattelli - è nata e cresciuta in Italia, a Firenze. Arrivata in Israele alla fine degli anni quaranta è rimasta sempre estranea, diversa, non completamente radicata». Una nonna che ripete come un mantra a Yoni: «Se avessi potuto scegliere un sorriso, tra tutti i sorrisi del mondo, io avrei scelto il tuo. Se fra tutti gli sguardi del mondo ne avessi potuto sceglierne uno, avrei scelto il tuo». Insomma, conclude determinata nonna Giuditta: «Se avessi potuto scegliere tra tutti i bambini del mondo, sempre, ovunque e comunque, io avrei scelto te». Sono amori inabili, affetti incapaci di incontrarsi, un matrimonio fedele di un amore asimmetrico, eppure Ghila Piattelli scrive più un libro di viaggi che un libro di amori. Di esplorazioni dentro le relazione umane che non sono mai quelle che sembrano, che nascondono passati sorprendenti e covano, a volte, l'attitudine - inaspettata - alla restituzione. Per questo nonna Giuditta ha chiesto a Yoni di accompagnarla in un viaggio surreale e divertente che inaugura con parole beffarde e sbrigative: `Dai su, Yoni vestiti, oggi mi accompagni a scegliere la mia nuova dimora. Quella definitiva».
  Un'esplorazione che inaugura in un cimitero militare pur non avendo alcuna possibilità di aggiudicarsi lì la sepoltura desiderata. E anche se gli anni in kibbutz nonna Giuditta li ricorda come un incubo, andrà comunque a visitarne i cimiteri. Come si recherà al vecchio cimitero di Raanana da cui raggiungere, sempre insieme a Yoini e ai suoi amici, un vecchio amante. Una nonna, in realtà, «troppo impegnata a vivere per poter pensare alla morte». Resta ancora un po' è un racconto mai retorico su un'Israele che si interroga sulla propria storia con la stessa ironia di nonna Giuditta. Le esplorazioni dei cimiteri sono così viaggi ilari e misteriosi, dove nonna Giuditta porta spesso un fiore ad un'amica, ad una parente, a qualcuno di amico e amato. Eppure per lei nessun cimitero va bene, sono spogli, disordinati, ammucchiati, tristi fino alla, sorprendente, seppur inevitabile, conclusione.

(il manifesto, 9 dicembre 2020)


Attese in Israele le prime dosi vaccino Pfizer

Israele riceverà giovedì le prime dosi del vaccino anti-Covid realizzato dalla Pfizer. Lo ha riferito il ministro dell'Intelligence, Eli Cohen, in un'intervista alla radio dell'esercito. Cohen ha affermato che il primo carico di vaccini partirà da Chicago e arriverà a Tel Aviv e le prime dosi saranno somministrate a anziani e persone più a rischio. Secondo l'emittente 'Kan', il primo carico sarà composto da 110mila dosi. Cohen non ha precisato quando inizierà la campagna di vaccinazione. Il mese scorso Pfizer e governo israeliano hanno firmato un accordo per 8 milioni di dosi di vaccino.

(Adnkronos, 8 dicembre 2020)


Pace e business a Dubai

di Carlo Pizzati

DUBAI - La chiamano Dubai Fever, la febbre di Dubai, quel fremito di energia collettiva che sta coinvolgendo le migliori imprese israeliane da quando l'Accordo di Abramo ha aperto i legami commerciali, turistici, tecnologici e diplomatici tra due antichi nemici, gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Non essendoci mai stata una guerra tra i due Paesi, l'affinità è lievitata anche grazie a un nemico comune: l'Iran. Sì, sembra proprio la fine di una lunga inimicizia, osservando le frotte di imprenditori, esperti, uomini d'affari, tecnici e inventori che atterrano da Israele, una delegazione dopo l'altra, ad affollare gli hotel di lusso e le scintillanti shopping mall della New York del Golfo.
  Contrariamente a Giordania ed Egitto, due Paesi confinanti con cui Tel Aviv ha trattati di pace da anni, gli israeliani qui si sentono liberi di parlare ebraico in pubblico e vengono accolti con dichiarazioni di fratellanza sancite da scambi di tecnologie e di affari che, a dirla tutta, esistevano già di nascosto, ma che ora, alla luce del caldo sole del deserto, s'impennano con un'accelerata che può cambiare i connotati alla regione. Questo è un angolo di Medioriente che fa gola a tanti, considerando che, secondo l'indice dei Centri finanziari globali, Dubai è al 17° posto al mondo come qualità dei servizi finanziari e Abu Dhabi al 33°. Inoltre, non ci sono tasse sul reddito personale o d'impresa, vi si trovano 37 zone economiche speciali e in tre ore di volo sei a Tel Aviv.
  "È un po' come innamorarsi" si è lasciato scappare il presentatore emiratino Youssef Abdulbari, durante la trasmissione tv Un messaggero per la pace, in cui l'ospite d'onore era Erel Margalit, capo della prima delegazione di imprenditori israeliani. Il quale, prosaicamente, ha ribattuto: "Dopo Londra, Parigi e New York, questa è la regione che noi imprenditori israeliani vogliamo raggiungere più di ogni altra". Anche perché è la porta d'accesso a mercati africani e asiatici con miliardi di abitanti. Non c'è da sorprendersi, in questi giorni, nello scoprire che per la prima volta la frutta israeliana nel mercato ortofrutticolo di Ras Al Khor a Dubai sfoggia un orgoglioso cartello di provenienza.
  Uno degli uomini-simbolo di quest'apertura è Dia Saba, centrocampista arabo-israeliano con un contratto triennale per l'Al-Nasr Sc di Dubai. Ma, oltre al calcio, i progetti allineati coprono un raggio d'interessi importanti. Ad esempio, Taly Nechushtan, Ceo della InnovoPro che si occupa di tecnologia agro-alimentare, ha scoperto che la sua invenzione per estrarre proteine vegetali dai ceci riscuote forte interesse qui. Dopotutto, l'hummus è una pietanza che Israele condivide con il mondo arabo.
  La pandemia ha evidenziato una vulnerabilità degli Emirati: devono importare il 90 per cento del cibo. "Gli Stati del Golfo apprezzano molto come in Israele siamo riusciti a produrre verdura nel deserto" dice Edouard Cukierman, del Catalyst Fund. "Per loro questa tecnologia è essenziale e stanno cercando società che possano implementarle da subito".
  Anche la Agrint israeliana, che ha affinato un sensore per "ascoltare" la penetrazione del punteruolo, insetto infestante che distrugge le palme dall'interno, ha trovato subito soci emiratini, visto che qui crescono 40 milioni di palme da dattero, un terzo del totale mondiale. E dove ci sono palme ci sono spesso cammelli, un'industria multimilionaria negli Eau, che richiede un milione di tonnellate di foraggio ultra-premium all'anno. Anche qui interviene l'esperienza israeliana nel riuscire a estrarre verdura e vegetazione nei climi semiaridi.
  Intanto, il gruppo Kleindienst si prepara alla grande richiesta da parte di investitori israeliani nell'immobiliare locale. Delphine Cazals, direttrice marketing, spiega che questo mese stanno organizzando un grande evento con 400 businessmen israeliani: "C'è molto interesse da parte degli israeliani per le nostre proprietà sul lungomare. Mentre a Tel Aviv una casa fronte mare costa circa 3 milioni di dollari, con tasse sui redditi immobiliari che arrivano al 30 per cento, da noi il costo è circa 460 mila dollari, tre quarti in meno che in Israele, e zero tasse".
  Delegazioni e singoli imprenditori vengono accolti in albergo da lettere con scritto "shalom aleichem" cioè "la pace sia con te" in ebraico, quasi identico al "salaam alikum" arabo. Ed è tutto un abbracciarsi e farsi selfie che fino a pochi mesi fa sarebbero sembrati impossibili. Se non altamente rischiosi. "Se mettiamo da parte le ideologie religiose e settant'anni di conflitti, guerre vere e mediatiche, in fin dei conti siamo tutti esseri umani. Abbiamo lo stesso cibo, lo stesso Dna e lo stesso aspetto. Gli israeliani sono nostri cugini" ha dichiarato Mohamed Mandeel, direttore operazioni della Royal Strategic.
  Società come la Virtuzone di Dubai e la Apex Holdings di Abu Dhabi, che assistono gli israeliani nell'accesso al mercato locale, stanno lavorando a pieno ritmo in collaborazione con la nuova camera di commercio Eau-Israele. Comunicati stampa, belle foto, dichiarazioni amichevoli. Ma nei fatti? Una società di Dubai ha presentato un'offerta per acquistare una linea aerea israeliana; un'altra ha firmato un accordo preliminare per trasportare petrolio usando un oleodotto israeliano; e c'è serio interesse da parte di una società emiratina all'appalto per acquistare il porto privato di Haifa, in Israele.
  Le Borse Diamanti hanno aperto uffici nei reciproci Paesi e ci sono accordi per approntare una squadra di robot-taxi auto-pilotati per la città di Dubai entro il 2022, oltre ad accordi per progetti di ricerca e sviluppo legati alla pandemia, per il turismo medico, sull'intelligenza artificiale e persino per il cinema: la Film Commission di Abu Dhabi e il Fondo per il cinema israeliano hanno varato programmi di training e sviluppo per filmmaker emiratini e israeliani. A sancire tutto ciò, la linea aerea Etihad ha lanciato un sito in versione ebraica, in vista dell'apertura dei voli diretti tra Tel Aviv e Dubai. E, infine, addirittura il vino prodotto nei Territori (occupati) del Golan a breve sarà disponibile anche ai musulmani di Dubai.
  Certo, questa notizia non fa piacere a una parte della comunità palestinese. Mentre si firmava l'accordo a Washington, da Gaza partivano missili verso Israele. L'Organizzazione per la liberazione della Palestina ha dichiarato che è stato "un giorno nero nella storia del popolo palestinese" perché la pace richiede la fine dell'occupazione israeliana. Ma la comunità è divisa. Ad esempio, un gruppo di cineasti palestinesi ha subito chiesto di boicottare l'accordo sul cinema. Ma per molti dei quasi due milioni di arabi israeliani quest'accordo vuol dire trovare lavori ben pagati e investitori emiratini. E prestiti. Molti arabi israeliani si lamentano che le banche in Israele sono restie a concedere loro credito perché li considerano categoria a rischio, applicando tassi d'interesse più alti che agli ebrei israeliani. La speranza è di riuscire a ottenere tassi agevolati negli Emirati, e attirare quindi partnership con altre società israeliane. Potrebbe essere una nuova chiave per lo sviluppo palestinese.
  Su questa possibilità, uno dei più promettenti giovani imprenditori arabo-israeliani, il palestinese Sari Jaber, conduttore anche di un programma tv in arabo di business e finanza, ha le idee chiare: "Prima dell'accordo la mia comunità faticava a fare affari nel mondo arabo. Adesso noi palestinesi siamo il collegamento e il cuore dei due Paesi. È ora di fare grandi cose". Ma su questo tema, il dibattito nella comunità palestinese resta aperto e piuttosto acceso. Intanto, il ponte aereo tra Tel Aviv e Dubai cementa le basi di un mondo e di una nuova realtà economica totalmente impensabili fino a poche settimane fa.

(la Repubblica, 7 dicembre 2020)


Dahlan pronto a tornare in Palestina per le presidenziali

di Yahya Sorbello

Mohammad Dahlan
L'ex leader palestinese di Fatah, Mohammad Dahlan, si prepara a tornare dall'esilio per competere per la presidenza dell'Autorità Palestinese (Ap), ha rivelato Intelligence Online. Dahlan sta tentando di ottenere il sostegno popolare sul campo attraverso le sue critiche all'Autorità Palestinese, all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) e alla decisione del presidente di Fatah, Mahmoud Abbas, di riprendere i rapporti con il regime sionista.
  Intelligence online ha riferito che l"ex dirigente di Fatah fa da intermediario tra gli Emirati Arabi Uniti (Eau) e il regime occupante per normalizzare le relazioni. Ha anche sottolineato che ha ottenuto punti contro Abbas attraverso le sue critiche alla ripresa della cooperazione in materia di sicurezza con il regime sionista.
  Nel frattempo, il sito web ha rivelato che Dahlan ha avuto un ruolo nel ritiro dell'ufficiale di Fatah, Jibril Rajoub, dai colloqui di riconciliazione tenuti al Cairo, rivelando che Dahlan ha intensificato i suoi contatti con gli egiziani per contrastare la riconciliazione, che, in caso di successo, andrebbe a vantaggio dell'Autorità Palestinese.
Il sito web rivela che Dahlan è considerato un potenziale successore di Abbas, sottolineando che la morte del negoziatore dell'Ap e dell'Olp, Saeb Erekat, il mese scorso ha eliminato uno dei suoi concorrenti.

 Dahlan ha il sostegno di alcune forze palestinesi
  Il sito web ha rivelato che l'ex leader di Fatah ha il sostegno di alcune delle forze palestinesi. L'agenzia stampa New Khalij ha rivelato che il conflitto Dahlan-Abbas risale ai tempi del defunto presidente Yasser Arafat, che si fidava di Dahlan quando l'Olp aveva sede a Tunisi.
Quando l'Olp firmò gli accordi di Oslo e fu costituita l'Autorità Palestinese, Arafat incaricò Dahlan di istituire un apparato di sicurezza. Dopo la morte di Arafat, il conflitto è aumentato dopo che Hamas ha vinto le elezioni del 2006.
Sia Abbas che Dahlan hanno continuato a scambiarsi accuse di corruzione e cattiva condotta fino al 2014, quando un tribunale palestinese in Cisgiordania ha incriminato l'ex leader di Fatah, condannandolo a due anni di carcere per aver "diffamato" Abbas, e tre anni di carcere per corruzione.

(Il Faro sul Mondo, 7 dicembre 2020)


Biden intende proseguire "accordi Abramo" di Trump

Allargare gli accordi tra Israele e i Paesi arabi potrebbe aiutare il presidente eletto a costruire una relazione positiva col premier israeliano Netanyahu e con altri leader del Golfo Persico

Secondo Axios, che cita diversi consiglieri del presidente eletto, Joe Biden intende proseguire gli accordi di Abramo, ossia la normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi arabi, forse l'unica iniziativa di politica estera di Donald Trump che apprezza. Continuare ad allargare gli accordi di Abramo, secondo Axios, potrebbe aiutare Biden a costruire una relazione positiva col premier israeliano Netanyahu e con altri leader del Golfo Persico.

((TGCOM24, 7 dicembre 2020)


Israele: lockdown e religione

di Sandra Manzella

 
Israele ha promulgato, con successo, le prime restrizioni sul contenimento del Covid-19 a fine febbraio 2020, poco prima del lockdown italiano. Qualche mese dopo, un'ondata estiva di contagi ha sferzato il Paese.
  Il tracciamento sulla diffusione del virus ha mostrato una realtà cruda; il problema si è posto principalmente in due contesti opposti per politica, religione e cultura: da una parte i quartieri di Gerusalemme Est, dall'altra le roccaforti ultraortodosse ebraiche di Gerusalemme Ovest, aree accumunate solamente da una diffusa povertà e da un'alta densità di popolazione.

 Restrizioni e devozione
  Il conflitto tra mondo laico e religioso, l'insofferenza verso le restrizioni, la mancanza oggettiva di dispositivi di protezione e un limitato accesso diretto ai mezzi di informazione hanno creato una miscela esplosiva, non solo sanitaria, ma anche politica e sociale: le leggi statali sono state considerate indebite ingerenze nella vita religiosa degli osservanti ebrei (detti anche charedim[1]) e, perciò, non sono state osservate.
  Per tutta l'estate si sono susseguiti scontri tra ortodossi e polizia ai posti di blocco dei principali accessi delle cittadine e dei quartieri 'rossi' del contagio: si è scaduti nella violenza, con i devoti pronti a lanciare pietre, spazzatura, uova e verdura contro gli agenti. Rinforzi sono arrivati da ambo le parti, col risultato di ingenerare assembramenti sempre più numerosi.
  Le rivolte nelle enclave religiose contro le forze militari sono avvenute principalmente a Gerusalemme, mentre a Tel Aviv si sono incrociate altre proteste laiche e motivate da ragioni economiche, ma entrambe contro il governo.

 Il virus e la santità dei giorni
  Una seconda, devastante recrudescenza del contagio è piombata su Israele a fine estate. Una forte preoccupazione si è concentrata nei 'Giorni Santi', in cui il calendario colloca alcune tra le feste più rilevanti della religione ebraica: Rosh Hashanah (il Capodanno), Yom Kippur (il Giorno dell'Espiazione), Sukkot (la festa delle capanne) e Simchat Torah (la festa della Torah). Si trattava di conciliare le celebrazioni con le restrizioni dovute alla pandemia: evidentemente un binomio di opposti per l'ebraismo ultraortodosso, un ossimoro impossibile, due rette parallele senza possibilità di incontro.
  Nel momento in cui il virus stava correndo velocemente e il numero di infezioni risultava in continua ascesa, con gli ospedali in situazione di forte criticità, il parlamento era coinvolto in infinite discussioni, come probabilmente in nessun altro paese al mondo, dello stesso genere e con la stessa intensità.
  I decreti hanno imposto il coprifuoco in quaranta cittadine, elencando minuziosamente la casistica per ogni tipo di attività, ordinando o limitando i numeri di osservanti in considerazione dell'ampiezza degli spazi di culto con l'obiettivo di consentire il rispetto del minyan[2], ossia del numero minimo di uomini necessario affinché le liturgie possano essere considerate valide.
  Ma, nelle piccole sinagoghe ove il rispetto del distanziamento era divenuto impossibile, i decreti statali hanno richiesto di individuare luoghi all'aperto come piazze e parcheggi. Multe, posti di blocco e presenza di militari nelle strade non sono bastati come deterrente, perché le disposizioni sono state completamente ignorate dai religiosi osservanti.
  A Gerusalemme Ovest, nelle vie di Mea Shearim, area ultraortodossa, la vita ha continuato a svolgersi come sempre: per la via si incontravano mamme con passeggini e uomini con i tradizionali shtreimel di visone; i negozi di ogni genere hanno continuato a vendere le loro mercanzie. A fine settembre, le aree 'rosse' del contagio sono divenute in Israele settanta in pochi giorni.

 Preghiera collettiva e distanziamento
  Il problema è esploso in tutta la sua evidenza nella società israeliana: come è possibile gestire il rapporto tra preghiera collettiva e distanziamento sociale in una comunità che fa del valore e dell'osservanza dei riti il dato proprio e costitutivo della comunità stessa? Il provvedimento di chiusura delle sinagoghe - benché da tempo fossero già sospese le attività di culto in quasi tutte le chiese cristiane e nelle moschee - avrebbe significato, secondo gli ebrei più ortodossi, una dichiarazione di guerra a Dio e alla Torah.
  Nella ricorrenza di Yom Kippur, i media sono stati inondati da foto di ebrei danzanti e senza mascherine. Le celebrazioni nelle sinagoghe si sono svolte in ogni caso, con interruzioni da parte della polizia, a volte consistenti in semplici dispiegamenti per disperdere le folle, a volte con modalità ben più decise. Le istituzioni educative, scuole religiose e sinagoghe sono rimaste aperte, nonostante i rischi e nonostante i decreti governativi.
  Per i religiosi, abbandonare i giovani alla solitudine, senza una seria guida morale e senza l'impegno dello studio costante, avrebbe significato infatti lasciarli allo sbando della delinquenza e della sregolatezza. L'affermazione 'la Torah protegge e salva' è stata ripetuta dai fedeli mentre la Knesset disponeva progressivamente la chiusura di tutte le scuole.
  Disinformazione, rigetto di evidenze scientifiche, isolamento culturale hanno determinato in molti la convinzione di essere immuni dal contagio. Per questi religiosi era necessario dimostrare a Dio una totale fiducia, senza bisogno di ricorrere a medici e a medicine. In fin dei conti - dicevano - i patriarchi non ebbero nulla di tutto questo, eppure attraversarono i deserti, vivendo a lungo in santità e giustizia: il riferimento è andato inevitabilmente alle genealogie di cui trattano i capitoli del libro della Genesi.
  Alcuni rabbini si sono scostati da una linea così intransigente e hanno decretato l'osservanza delle restrizioni in nome del principio del 'Piqqùach Nèfesh', cioè del rispetto del valore della vita, ricavato sia dalla Torah che, conseguentemente, dal Talmud, ma con molte discussioni al riguardo[3].

 Scollamento dei mondi
  La mancanza di collaborazione tra mondo religioso ultraortodosso e mondo laico, a proposito del virus, è un problema che resterà nella storia di Israele. Mai prima d'ora si era assistito ad uno scostamento così forte. L'isolamento delle comunità ultraortodosse, nei secoli, è stato un fattore essenziale per preservare tradizioni e stili di vita unici che, pur nelle loro mille varianti, risultano quasi impercepibili agli occhi dei laici.
  Ma l'altra faccia della medaglia della tradizione sta nella totale mancanza di considerazione per ciò che realmente accade ed in una incomprensione profonda del mondo attuale: è uno scotto molto alto da pagare per l'intera società.
  Col passare del tempo mi pare di assistere alla lenta acquisizione di una maggior consapevolezza: gran parte delle yeshivot e delle sinagoghe si sono trovate a seguire le linee governative. Purtroppo, le eccezioni hanno scatenato i media. Foto e video di charedim, danzanti e riuniti in gruppi numerosi, hanno suscitato ancora sentimenti dallo sconcerto alla rabbia.
  La componente laica della società israeliana è perplessa: le pratiche della vita religiosa sono più importanti della salute di anziani fragili, padri e madri che contribuirono alla fondazione dello stato di Israele?

[1] Chared - dalla radice trilittera hrd, essere preso da timore - è colui che è scrupoloso, coscienzioso, timorato (di Dio).
[2] dalla radice trilittera mnh: contare, enumerare.
[3] Piqqùach Nèfesh: letteralmente salvataggio di vita, dal passo della Torah da Levitico (Wayyiqrà) 18,5: "Osserverete le mie leggi e i miei statuti che ciascuno farà: l'uomo vivrà attraverso di essi". L'osservanza della Torah è per la vita umana: non può darsi osservanza che determini la morte. Perciò, nel dubbio che si impone tra la scrupolosa osservanza e la conservazione della vita, l'ebreo è chiamato a scegliere sempre la vita. Se in alcuni casi - ad esempio di incombente pericolo di morte - il consenso circa l'applicazione del principio è ampio, in altri casi - quali il rischio potenziale di contagiare e di contagiarsi - il confronto è assai serrato.

(Settimana, 7 dicembre 2020)


Gas, dentifrici avvelenati, lavaggi del cervello: come uccide il Mossad

Il Daily Mail ha fatto un lungo elenco dei tanti modi usati dall'intelligence per eliminare i nemici, nessuno dei quali usato più di una volta.

di Vittorio Sabadin

La drammatica uccisione dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh, avvenuta quasi certamente con mitragliatrici azionate da lontano, insieme con le serie televisive "Fauda" e "Teheran", hanno riportato d'attualità il Mossad, l'efficientissimo e leggendario servizio segreto israeliano. Il suo dipartimento "Kidon" incaricato delle eliminazioni, avrebbe ucciso negli ultimi 70 anni almeno 2700 nemici di Israele nei modi più disparati: robot, gas, dentifrici avvelenati, farmaci soffocanti e lavaggi del cervello di potenziali killer.
Il giornalista israeliano Ronen Bergman, autore del libro "Rise And Kill First" ne ha fatto un elenco nella sua storia del Mossad, l'agenzia nata per difendere con ogni mezzo lo stato fondato nel 1948 in un territorio circondato da nemici. Il titolo del libro di Bergman deriva da una riga del Talmud: "Se un uomo viene ad ucciderti, alzati e uccidilo prima", un precetto che ha ispirato spesso l'attività dei servizi segreti israeliani.
   Il Mossad dispone di finanziamenti per più di tre miliardi di dollari l'anno e conta sull'apporto di 7000 dipendenti. Se ne parlò la prima volta in occasione della cattura in Argentina del criminale nazista Adolf Eichmann. Prelevato nel 1960 da un commando alla fermata dell'autobus davanti a casa, fu trasferito in Israele per il processo su un aereo di linea con indosso una uniforme da pilota.
   Nel 1972, quando 11 atleti israeliani furono assassinati da terroristi di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco, si organizzarono per la prima volta omicidi programmati per eliminare tutti i responsabili della strage. Nei vent'anni successivi, il Mossad ha inseguito e ucciso nell'operazione "Ira di Dio" 11 sospetti e alcuni civili innocenti, compreso un cameriere marocchino scambiato per l'organizzatore dell'attacco, Ali Hassan Salameh. Sei anni dopo Salameh è stato assassinato a Beirut con un'autobomba fatta esplodere dall'agente Erika Chambers, che ne aveva conquistato la fiducia. Morirono anche otto passanti, tra i quali una suora tedesca.
   Il Daily Mail ha fatto un lungo elenco dei tanti modi usati dal Mossad per eliminare i nemici, nessuno dei quali usato più di una volta. Nel 1978, un agente che era riuscito ad avvicinarsi a Wadie Haddad, un terrorista palestinese responsabile del dirottamento di Entebbe del 1976, cambiò il suo dentifricio con un tubetto identico contenente un veleno che lo uccise lentamente.
   Al Mossad piacciono i veleni, ma non sempre funzionano. Nel 1997, agenti con falsi passaporti canadesi avvicinarono in Giordania Khaled Mashal, un leader di Hamas. Il piano prevedeva di spruzzargli sul collo una sostanza letale mentre un altro agente lo distraeva facendogli cadere sull'abito della Coca-Cola. Il commando era seguito da un'anestesista, chiamata "Dr. Platinum", che aveva pronto un antidoto nel caso uno degli agenti fosse stato contaminato dal veleno. Mashal si mosse però all'ultimo momento e invece che sul collo, la sostanza gli finì nell'orecchio. Gli agenti furono arrestati e l'antidoto servì a salvare il terrorista.
   Nel 1996 lo Shin Bet, agenzia domestica della sicurezza israeliana, prese di mira Yahya Ayyash, soprannominato "l'ingegnere" per la sua maestria nel costruire bombe. Molto sospettoso, Ayyash non usava mai il telefono, ma una volta la settimana andava a casa di un amico per chiamare dal suo apparecchio il padre. Gli agenti sono riusciti a impossessarsi del telefono e a riempirlo di esplosivo, facendolo poi detonare a distanza.
   Nel 1968, ispirato dal libro "The Manchurian Candidate" di Richard Condon, il Mossad reclutò uno psicologo svedese per fare il lavaggio del cervello a un prigioniero palestinese e convincerlo di dover uccidere Yasser Arafat, presidente dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina. Ipnotizzato per tre mesi con messaggi che lo incitavano all'omicidio e addestrato a sparare alle foto di Arafat, il palestinese sembrava pronto alla missione. Ma una volta guadato il fiume Giordano andò alla prima stazione di polizia a raccontare che gli israeliani avevano tentato di fargli il lavaggio del cervello.
   Ancora più sofisticato l'espediente usato nel 2010 per uccidere Mahmoud al-Mabhouh, un capo di Hamas, nella sua camera d'albergo a Dubai. Tre agenti del Mossad sono entrati nella stanza, lo hanno immobilizzato e gli hanno somministrato un forte anestetico con uno strumento a onde ultrasoniche che inietta farmaci senza lacerare la pelle. Lo scopo era quello di fare credere che fosse morto per una crisi respiratoria e per rendere la messinscena più credibile, gli agenti sono anche riusciti a chiudere la porta dall'interno. Quasi tutta l'azione è stata però ripresa dalle telecamere dell'albergo, con le quali si è scoperto che ben 27 agenti erano impegnati nell'operazione, travestiti da turisti e da giocatori di tennis.
   Il Mossad non ha regole, sembra fare quello che vuole e si muove in totale libertà con lo scopo di difendere l'esistenza dello stato ebraico, un incarico che lascia un ampio spettro di azione. Qualche volta c'è una protesta all'Onu o una levata di scudi, ma la maggior parte degli stati occidentali è segretamente contenta che il lavoro sporco lo facciano gli israeliani e li aiuta quando può. In "Fauda" e "Teheran" c'è solo una piccola parte della realtà, che come sempre è più fantasiosa e priva di scrupoli della finzione.

(La Stampa, 7 dicembre 2020)


Israele e lo spettro di nuove elezioni

di Ugo Volli

Israele sembra avviarsi di nuovo a elezioni anticipate. Non è detto, perché la legge di autoscioglimento della Knesset deve passare ancora per tre votazioni, ma l'approvazione preliminare c'è stata e la volontà politica dell'opposizione e del partito di Gantz è chiara. Si tratterebbe della quarta volta da quando Lieberman fece cadere il governo di Netanyahu nell'inverno 2018. Inevitabile chiedersi se era proprio necessaria una crisi in piena pandemia e ribaltone politico americano. Vediamo.
   La causa immediata di questa serie di scioglimenti è un contrasto insanabile fra i partiti di centrosinistra (più la lista araba e quella di destra ma anti-Netanyahu di Lieberman) il cui obiettivo politico è rovesciare Netanyahu e il centrodestra che invece vuole mantenercelo (con la parziale e forse recuperabile eccezione della Destra di Bennett, che negli ultimi mesi ha ritirato l'appoggio). Le politiche di destra hanno la maggioranza nel paese, ma nelle ultime elezioni solo includendo Lieberman. Netanyahu negli ultimi mesi ha di nuovo raggiunto risultati straordinari in politica estera e la sua esperienza appare difficilmente sostituibile. Eppure le liste anti-Netanyahu sono maggioritarie anch'esse, ma solo come blocco negativo, perché i loro progetti politici non sono compatibili. Questo equilibrio di veti è stato rotto all'ultimo momento a maggio scorso, quando il leader dell'opposizione Gantz accettò di fare un governo al prezzo di una scissione del suo partito, con la promessa della rotazione del primo ministro. Le posizioni politiche però sono troppo diverse e Netanyahu ha voluto tenersi le mani libere non facendo approvare il budget biennale che avrebbe garantito Gantz, il quale infine ha deciso di rompere.
   Al di là di questa dinamica politica, molti indicano una ragione di fondo per l'incapacità di costituire un governo stabile: il sistema elettorale proporzionale puro, con una barriera al 3,25%, cioè a soli 150 mila voti, che favorisce piccoli partiti e personalismo. Non è detto che col maggioritario le cose cambierebbero davvero, perché la società israeliana, come quella italiane e americana, è divisa in due grandi aree contrapposte. E certamente essa ha tante anime diverse, che vogliono espressione parlamentare. Ma, a parte i successi di Netanyahu e l'ostinazione dell'Autorità Palestinese che hanno rafforzato la destra fino a renderla autosufficiente, almeno nei sondaggi, c'è una grande novità: un partito arabo che fa parte della Lista Unita, Ra'am, si è più di una volta schierato con Netanyahu. Come per l'accordo con gli Emirati, da cui deriva, quest'apertura può avere grandi conseguenze. Forse questa è la volta buona.

(Shalom, 7 dicembre 2020)


Iran, Khamenei «è grave». I poteri restano in casa: comanda il figlio Mojtaba

La rivelazione da un giornalista iraniano. La Guida Suprema è malata di tumore


SUCCESSIONE
L'erede, 51 anni, e a capo dei dipartimenti di sicurezza e intelligence
BIDEN E L'ACCORDO NUCLEARE
II cambio ai vertici in un momento delicato nei rapporti con gli Usa

di Chiara Clausi

 
L'Ayatollah Ali Khamenei e il figlio Sayyid Mojtaba Hosseini Khamenei
Notizia-bomba a Teheran: l'8lenne leader supremo dell'Iran, l'Ayatollah Ali Khamenei, ha trasferito i poteri a suo figlio Sayyid Mojtaba Hosseini Khamenei. Il motivo? La sua salute cagionevole e le forti e crescenti tensioni che il Paese deve affrontare con Israele e Stati Uniti. A fare la rivelazione su Twitter è il giornalista iraniano Mohamad Ahwaze. «Il presidente iraniano Hassan Rohani avrebbe dovuto incontrare venerdì il leader iraniano Khamenei, questo incontro è stato annullato a causa del deterioramento delle condizioni di salute di Khamenei», ha precisato. E ha sottolineato come non si sappia a cosa fosse dovuta la cattiva salute del leader supremo ma ha suggerito che potrebbe essere peggiorata a causa del cancro alla prostata. Khamenei è stato infatti sottoposto con successo a un intervento chirurgico alla prostata nel 2014. Ahwaze ha anche affermato che le condizioni di salute di Khamenei si sono deteriorate durante la notte. Molto seguito su Twitter, Ahwaze all'inizio di quest'anno ha contribuito a svelare la reale entità dell'epidemia di Covid-19 in Iran, che le autorità hanno cercato di minimizzare. Khamenei avrebbe trasferito i poteri anche per le crescenti tensioni tra Teheran e Tel Aviv in seguito all'uccisione il 27 novembre del famoso scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh.
  Khamenei è nato a Mashhad da una famiglia azera e ha cominciato gli studi religiosi dopo l'istruzione elementare. Viene ricordato in gioventù come una personalità anticonformista: suonatore di tar, strumento simile al liuto, fumatore di tabacco olandese, usava portare i jeans sotto la veste religiosa. E stata una figura chiave nella Rivoluzione iraniana e un intimo consigliere dell'Ayatollah Khomeini. Nel giugno del 1981, è riuscito a scampare a un attentato realizzato con una bomba nascosta in un registratore durante una conferenza stampa e fatta esplodere accanto a lui. E stato ritenuto da allora un «martire di vita». Nel 1981, dopo l'assassinio di Muhammad Ali Rajai, e durante la guerra Iran-Irak, Khamenei è stato eletto Presidente dell'Iran, il primo religioso a ricoprire la carica. E considerato da molti il simbolo della classe dirigente conservatrice del Paese ed è nota la sua politica anti-occidentale.
  Il figlio, Mojtaba, il presunto erede, 51 anni, è già sovrintendente a diversi importanti dipartimenti di sicurezza e intelligence nel Paese. Fonti europee lo hanno definito come il potenziale successore del leader supremo, e il quotidiano britannico The Guardian lo ha persino soprannominato «il custode del leader supremo dell'Iran» in un articolo del 2009. Ma Khamenei non può decidere il suo successore, in base alla costituzione. Secondo l'articolo 111, il successore del leader supremo deve essere scelto dall'Assemblea degli esperti, che attualmente è composta da 88 ayatollah. Mojtaba Khamenei è fra i canditati più quotati, anche se meno dell'ayatollah Ebrahim Raisi, anche lui di Mashhad e considerato il favorito.
  Le tensioni con gli Stati Uniti, alleati chiave di Israele, sono aumentate vertiginosamente dopo che il presidente Donald Trump si è ritirato dall'accordo nucleare del 2015, considerato come uno dei principali risultati di politica estera dell'amministrazione Obama. La campagna di «massima pressione» dell'amministrazione Trump ha previsto la reimposizione di dure sanzioni. economiche. Ma il presidente eletto Joe Biden ha promesso di ripristinare l'accordo nucleare per recuperare il rapporto diplomatico con Teheran. Una nuova legge approvata dal parlamento iraniano la scorsa settimana ha accresciuto però la pressione su Biden: l'Iran ha promesso di aumentare l'arricchimento dell'uranio dal 5% al 20% a febbraio se l'Occidente non revocherà le sanzioni. Una fase estremamente delicata per chiunque assumerà l'incarico di Guida Suprema.

(il Giornale, 7 dicembre 2020)


Ecco come gli ebrei sefarditi sono stati costretti ad abbandonare le terre dell'islam

Quasi un milione hanno lasciato i paesi arabi dove vivevano da sempre, ricorda il presidente degli Amis du Musée du monde séfarade.

Scrive il Figaro (29/11)

Dal 2014, in Israele, il 30 novembre è la Giornata annuale di commemorazione dell'esilio dei rifugiati ebrei del mondo arabo. In un periodo in cui, all'Onu e altrove, si parla regolarmente della sorte degli arabi che hanno abbandonato la Palestina in occasione della creazione dello stato di Israele, si parla meno degli ebrei che un tempo vivevano nei paesi mediterranei e orientali, in particolare in Algeria, Iraq, Iran, Libano, Libia, Marocco, Siria, in Tunisia e nello Yemen. Negli anni successivi alla creazione dello stato di Israele e alla decolonizzazione, quasi 900mila ebrei sono stati costretti ad abbandonare questi paesi dove vivevano da secoli, se non addirittura da millenni, ben prima della conquista musulmana. Molti sono stati privati dei loro beni e vittime di violenze e persecuzioni. Due terzi di questi 900mila ebrei si sono rifugiati in Israele, che li ha assimilati rapidamente, dopo un breve passaggio nei campi di accoglienza. Gli altri si sono sparsi nel mondo, soprattutto in Francia, Italia, Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Argentina e Brasile.
   La storia di questa distruzione di tutte le comunità ebraiche nelle terre dell'islam non è quasi mai stata raccontata, né analizzata, se non da qualche documentario come quello di Michaèl Grynszpan, "Les Réfugiés oubliés (2007), o in alcuni libri (...). Evochiamo l'autobiografia del giornalista Serge Moati, nato nel 1946 in Tunisia ("Villa Jasmin", Fayard, 2003), che fa parte dei 105 mila ebrei tunisini esiliati a metà del Ventesimo secolo, e autorizzati a portare con sé soltanto un dinaro (due euro!), dopo aver subito numerose spoliazioni (...). Il Musée du monde séfarade, il Mussef, che è attualmente in fase di progettazione a Parigi, ha come obiettivo quello di far esistere ciò che non esiste più, ripercorrendo nel cuore della capitale la storia e la cultura di queste comunità ebraiche scomparse in pochi anni senza far rumore. Perché è giunto il momento di ascoltare e analizzare la loro storia. Ne beneficerà forse la pace, perché non si costruiscono situazioni di pace durature senza guardare in faccia la verità. Molto tempo dopo gli accordi di pace con l'Egitto e la Giordania, sono stati conclusi degli accordi tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti e tra Israele il Bahrein, e sono previsti anche con il Sudan e persino con l'Arabia saudita.
   Resta tuttavia molto da fare affinché tali accordi si concretizzino in tutto il mondo arabo e musulmano, e per permettere ad ognuno di capire che ciò che minaccia i cristiani d'oriente nel Ventunesimo secolo non è molto diverso da ciò che è accaduto agli ebrei nelle terre dell'islam a metà del secolo scorso.

(Il Foglio, 7 dicembre 2020)


I palestinesi tifano Joe Biden: per gli stipendi

L'agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi ha pagato lo stipendio di 30.000 dipendenti palestinesi in tutto il Medio Oriente il mese di novembre, ma la drammatica carenza di fondi potrebbe ancora ostacolare i pagamenti di dicembre, le casse sono vuote. L'Unrwa si trova nel limbo dopo le elezioni statunitensi: il presidente Donald Trump ha interrotto tutti i versamenti Usa all'agenzia (circa 200 milioni di dollari), e adesso i palestinesi sperano che l'amministrazione del presidente eletto Joe Biden riprenda almeno parzialmente i pagamenti, ma questo potrebbe richiedere mesi. L'agenzia aveva annunciato il mese scorso di aver finito i soldi per pagare gli stipendi dopo due anni di tagli da parte degli Usa e di altri donatori, compresi gli stati arabi del Golfo. Adnan Abu Hasna, portavoce dell'Unrwa a Gaza, ha spiegato che i pagamenti degli stipendi di novembre sono stati resi possibili grazie a un prestito di 20 milioni di dollari dall'Onu,12 milioni in nuove promesse e un anticipo dalla Svezia sul suo contributo per il 2021.
   "Il pagamento di dicembre rimane incerto e abbiamo bisogno di 38 milioni di dollari per pagare gli stipendi dei nostri 30.000 dipendenti", ha detto Abu Hasna intervistato dalla Reuters. L'Unrwa fornisce istruzione, salute e servizi di soccorso a circa 5,7 milioni di rifugiati palestinesi registrati, a Gaza, in Cisgiordania, Gerusalemme est, Libano e Giordania. La scorsa settimana Israele ha consegnato all'Autorità Palestinese un arretrato di un miliardo di shekel. Le tasse sulle merci importate in Cisgiordania sono incassate da Israele che controlla le frontiere, e poi versate mensilmente all'Anp, entrate che costituiscono più della metà del bilancio dell'Autorità Palestinese.
   Il trasferimento di 3,77 miliardi di Nis (un miliardo di euro) è il primo da giugno, quando scoppiò la crisi a causa dei piani del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, attualmente sospesi, di annettere parti della Cisgiordania. L'Anp non è stata in grado di pagare una retribuzione piena ai suoi 130.000 dipendenti negli ultimi mesi. Il primo ministro palestinese Mohammad Shtayyeh ha annunciato che pagherà gli stipendi pieni una volta ricevuti i soldi delle tasse da Israele.

(il Fatto Quotidiano, 7 dicembre 2020)


Una “nazione” allevata a vivere di elemosine non tanto richieste quanto piuttosto pretese da tutti, anche da quelli che da loro sono visti e combattuti come nemici, diretta da governanti a cui va bene questo sistema di vittimistiche prebende perché in questo modo ottengono potere e privilegi per la possibilità che hanno di suddividere a modo loro le varie “offerte”. Una posizione indegna e vergognosa per una “nazione”, a cui i suoi “amici” la costringono accogliendo di buon grado i loro incessabili piagnistei al fine ultimo di poter continuare a condannare con buona coscienza “i soliti ebrei”, oggi lì presenti nella forma dello Stato d’Israele. M.C.


Risoluzioni Onu che incoraggiano l'intransigenza dei palestinesi e il loro rifiuto di negoziare

Anche Israele potrebbe fare di più per promuovere la pace, ma le Nazioni Unite (e Washington) devono capire che certe votazioni non aiutano affatto, e anzi peggiorano le cose.

Il popolo ebraico è davvero il popolo eletto, almeno per quanto riguarda le Nazioni Unite e il modo in cui trattano lo stato d'Israele. Lo si è visto di nuovo mercoledì scorso quando l'Assemblea Generale dell'Onu ha approvato cinque risoluzioni palestinesi anti-israeliane, parte di un pacchetto di quasi 20 documenti di questo genere che l'organismo approva automaticamente ogni anno. Nel caso ve lo stiate chiedendo, diciamo subito che no, nessun altro paese al mondo viene colpito da così tante risoluzioni di condanna.
Gli stati membri sono stati chiamati a votare questioni fumose come la conferma di un "Comitato Onu per l'esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese" e un testo intitolato "Programma speciale di informazione sulla questione della Palestina". Ma ciò che rimane veramente poco chiaro è cosa ottengano esattamente queste risoluzioni. Per un verso, dimostrano un'ossessione maniacale verso Israele, fatto oggetto di attenzioni negative da parte delle Nazioni Unite senza eguali per qualsiasi altro paese. Dall'altro, non fanno assolutamente nulla per promuovere la pace....

(israele.net, 7 dicembre 2020)


Le nuove tecnologie dello Shin Bet israeliano

di Luciano Assin
corrispondente da Israele

Sassi, Ilia Sassi. Ai più questo nome non dice niente, sicuramente non è così sexy come quello di James Bond, ma il personaggio in questione ha il pregio di essere molto più informato e aggiornato sulle più recenti tattiche e tecnologie per quanto riguarda il controspionaggio, la sicurezza interna e l'antiterrorismo. Sassi, è l'attuale direttore del Dipartimento delle tecnologie e informazioni dello Shin Bet, il servizio per la sicurezza interna israeliana.
   Sassi, 55 anni, in carica dal 2016 è quello di più vicino a quello che si possa definire il "Grande fratello". Il Dipartimento da lui diretto, analizza ogni giorno miliardi di informazioni provenienti dalle fonti più disparate attraverso le quali è in grado di individuare, ed eventualmente neutralizzare, i soggetti che attentano alla sicurezza di Israele. I dati parlano di oltre 500 tentativi di attentati sventati ogni anno, alcuni sul nascere e altri proprio minuti prima della loro attuazione. Sassi, ormai prossimo alla pensione, è quello che è riuscito a trasformare in pochi anno un apparato di raccolta informazioni in un sistema sofisticato in grado di analizzare una miriade sterminata di informazioni e riuscire a scovare il classico ago nel pagliaio.
   WhatApp, Facebook, intercettazioni telefoniche, tv a circuito chiuso, twitter e quant'altro vengono continuamente monitorati. I collaboratori di Ilia sono riusciti a sviluppare una tecnologia in grado di individuare in tempo reale quali siano le intenzioni di chi scrive post inneggianti alla violenza o alla jihad, l'analisi si basa su cose che possano sembrare banali, come i like postati su Facebook. "Talvolta bastano poche decine di like su twitter e altri social network per delineare un preciso profilo psicologico dell'individuo", aggiunge l'alto ufficiale israeliano.
   "Sono finiti i tempi degli interrogatori violenti, le tecniche si sono molto più affinate, soprattutto sul piano psicologico", continua " "quando un sospetto viene sottoposto ad un interrogatorio abbiamo già una mole impressionante di informazioni a suo riguardo: dove va, chi frequenta, chi sono i suoi familiari, che gusti ha, quali programmi guarda alla TV e via dicendo". Il problema quindi non è raccogliere le informazioni, la maggior parte sono disponibili a ciascuno di noi attraverso internet, quello che serve è la capacità di analizzarle. Se la lettura dei dati a disposizione è efficace si possono anche neutralizzare le azioni dei "cani sciolti", individui che agiscono su iniziativa personale, senza essere finanziate o equipaggiate da alcuna organizzazione.
   Secondo Sassi, l'attentato alle torri gemelle si sarebbe potuto evitare, le diverse agenzie di intelligence statunitensi avevano in mano materiale più che sufficiente per intuire e sventare il progetto terroristico, mancava il coordinamento. Le agenzie che si occupano di sicurezza si muovono lentamente, certamente molto di più di quanto piccoli gruppi sanno muoversi in un modo in cui le tecnologie e le piattaforme digitali si sviluppano ad un ritmo vertiginoso.
   Il controspionaggio israeliano si è anche misurato con diversi tentativi di influenzare le recenti elezioni politiche svoltesi in Israele nel marzo di quest'anno, l'attacco principale veniva dall'Iran, ma non solo. La strategia utilizzata era quello di estremizzare le discussioni politiche sui social media per aumentare il livello di tensione e spaccare l'opinione pubblica in due.
   Come già accennato Ilia Sassi è prossimo alla fine della sua carriera nel mondo del controspionaggio e della sicurezza interna. I suoi programmi sono quelli di sfruttare le enormi conoscenze acquisite fin ad ora e sfruttarle nel campo civile. "L'intelligenza artificiale racchiude possibilità enormi" dice, "il mio sogno sarebbe quello di applicare nuove tecnologie nel mondo della medicina, applicare le tecniche che ci permettono di soffocare sul nascere possibili azioni terroristiche per prevedere possibili patologie molto prima che accadano". Prevenire è meglio che curare.

(OLnews, 6 dicembre 2020)


«La cucina per me un rito. Con le ricette ebraiche di mia nonna vorrei farci un libro»

Intervista allo scrittore Alessandro Piperno.

di Chiara Amati

 
Alessandro Piperno
«Sono un uomo schivo, con un lavoro borghese: mi sento un privilegiato. Tra università, dove insegno, e scrittura, la mia passione, è come se vivessi in lockdown da una vita. Pensavo che le recenti restrizioni, per uno che rifugge la mondanità, non mi toccassero, invece…». E invece Alessandro Piperno, classe 1972, accademico, critico letterario e scrittore — vincitore, tra gli altri, del Premio Strega 2012 con Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi (Mondadori) — si dice rammaricato per le limitazioni imposte dal governo (anche) a locali e ristoranti. Perché lui con la cucina, quella buona, ha un rapporto strettissimo. Da bon vivant — «ma non chiamatemi gourmet, non ne ho le competenze» — la onora tutte le volte che può. Con un briciolo di inquietudine nel cuore…
  «Mi sento ferito. Fa male vedere Roma, la città dove sono nato, cresciuto e vivo, spenta già alle prime ombre della sera — confida —. È disarmante. A volte cerco conforto nei ricordi e così mi rivedo adolescente con i miei genitori, i miei nonni. Insieme a loro si andava alla ricerca dei negozi dove comprare gli ingredienti migliori da preparare e portare in tavola, con rigorosa mise en place. Abbiamo origini ebraiche: la buona cucina è sempre stata centrale per noi. I pasti avevano il sapore opulento del rito. E ogni ricorrenza rappresentava l'occasione giusta per ritrovarsi. Era come se il cibo scandisse le nostre esistenze. Anche in prossimità del Natale, non propriamente ebraico: per consuetudine in casa si cucinava il tacchino, come da tradizione americana. La sfida vera era trovarne uno gigante. Così l'aria di festa si respirava già dalla ricerca, nei posti per noi giusti, che si esauriva in una macelleria di Trastevere, la sola a soddisfare le intransigenze della zia californiana».
  Sono sprazzi di memoria che hanno l'incanto avvincente della convivialità quelli di Alessandro Piperno, alle prese con la stesura di un nuovo romanzo, in libreria la prossima primavera. E pervaso da un desiderio: raccogliere le ricette di famiglia lasciate da nonna Maria per farne un libro. Ce ne sono diverse: le pizzarelle al miele che la nonna preparava durante il Pèsach, la Pasqua ebraica. «E visto che non si poteva mangiare lievito, utilizzava del pane azimo con miele, cannella, uvette e pinoli». Oppure la mozzarella all'imperiale: «Nonna Maria tagliava il formaggio a fette, lo passava nel pan grattato o in pastella, lo cuoceva in forno con salsa di burro fuso, limone e pasta di acciughe. Una delizia difficile da trovare».
  E una eredità sorprendente che andrebbe salvaguardata. Da qui l'idea del libro. «A dire il vero, è un sogno con cui flirta mio padre da tempo — puntualizza lo scrittore —. Chissà. Certo, rileggere quel piccolo libercolo scritto con grafia ottocentesca è un viaggio nello spazio e nel tempo che, mai come ora, fa bene all'animo. Per una volta, però, temo che non basti. Comincio a sentire il peso di questa (semi) cattività. Pur nella mia riservatezza, non le nascondo che, a tratti, vorrei essere l'uomo della folla di Edgar Allan Poe. Colui che, sul finire d'una sera d'autunno, riesce a uscire di casa dopo una lunga convalescenza. E sa dove va? Dinanzi alla grande vetrata del Caffè D. di Londra a rimirare la gente, dentro, sorseggiare del vino. Era stato malato a lungo, ma ora aveva una disposizione d'animo propizia. E stare là davanti gli procurava un senso di godimento senza pari per la vita ritrovata. Che non scorreva solo all'interno, ma trasudava fuori dove "il mareggiare in tumulto di quella folla di teste umane mi empiva d'una deliziosa e fresca emozione". Mai come ora ci sarebbe bisogno…».
  È appassionato Alessandro Piperno che fatica ad arrendersi a una Roma, a un'Italia ostaggio della pandemia. «La nostra quotidianità è fatta anche di lente colazioni al bar, di cene al ristorante, di un passaggio in enoteca per acquistare del vino che neppure bevo: a casa non ne avevamo il culto. Con il tempo, mi sono iscritto a un corso di enologia. Un disastro: non c'era un solo profumo che fossi in grado di isolare. Ma ne riconosco il valore. E mi rattrista vedere un patrimonio culturale tanto grande, come quello enogastronomico, patire a tal punto. Nel mio piccolo, quando riesco, cerco di prodigarmi in casa per far rivivere i piatti della mia tradizione: la carbonara, la cacio e pepe. E poi la gricia che preparo con il guanciale di Amatrice, sfrigolato e croccante al punto giusto, e la pasta di Gragnano, ricca di amido per un condimento cremoso».
  La mise en place? «Da ragazzo era un rito. Mio padre ha sempre lavorato lontano da casa: quando rientrava, ogni venerdì sera, la tavola era come avvolta da una allure ottocentesca. La cura per i dettagli a dir poco maniacale. Oggi mi sono un po' sottratto a questo uso e confesso che alle volte ne sento la mancanza. Capita allora che mi aggrappi a quell'aroma che esala da un buon piatto, a quel profumo che ti coglie fulmineo e che, d'un tratto, ti catapulta negli angoli più reconditi del vissuto. Un po' come quando Proust assaporava la sua madeleine capace, una volta intinta nel tè, di disincagliare i ricordi di un'infanzia felice. Il cibo è proprio questo: sa dare gioia anche, anzi soprattutto nei momenti più bui. A tutti perché tutti hanno (almeno) una madeleine da gustare».

(Corriere della Sera, 1 dicembre 2020)


Israele, allerta per i cittadini all'estero

Rischio di attacchi terroristici iraniani

"Alla luce delle recenti minacce fatte da elementi iraniani e dato il loro passato coinvolgimento in attacchi terroristici in vari Paesi, c'è preoccupazione che l'Iran possa agire in questo modo contro obiettivi israeliani".
   E' quanto afferma l'avviso di viaggio emesso dal Consiglio di sicurezza nazionale israeliano (Nsc), che mette in guardia i propri cittadini all'estero contro la possibile 'vendetta' della Repubblica islamica per l'uccisione dello scienziato nucleare iraniano Mohsen Fakhrizadeh avvenuta una settimana fa. Vengono elencati i Paesi confinanti con l'Iran come luoghi in cui gli iraniani potrebbero tentare di attaccare israeliani - tra cui Georgia, Azerbaigian e Turchia, e i due nuovi partner di pace di Israele nel Golfo, Emirati Arabi Uniti e Bahrein - così come il Kurdistan iracheno, il Medio Oriente in generale e l'intero continente africano.
   L'avviso afferma che "organizzazioni jihadiste globali, con un'enfasi particolare sullo Stato islamico", stanno dimostrando "forte motivazione" a lanciare attacchi globali a seguito dei recenti attentati terroristici in Francia, Austria e Germania. "E' possibile che parte dell'attuale ondata di terrore islamista raggiunga obiettivi identificati con Israele o con comunità ebraiche" come "sinagoghe, ristoranti kosher e musei ebraici", ha specificato l'Nsc, menzionando anche il periodo natalizio, definito "allettante per attività terroristiche ostili in Europa".
   Il Consiglio ha quindi raccomandato a coloro che intendono viaggiare all'estero "di essere più vigili (anche vicino a rappresentanze israeliane, sinagoghe e istituzioni della comunità ebraica), osservare le linee guida di sicurezza delle autorità locali, stare lontano dalle aree affollate ed evitare di rimanere in luoghi pubblici non protetti o nelle vicinanze di istituzioni governative ".

(Shalom, 6 dicembre 2020)


«Quel giorno cambiammo rifugio, ma la torta restò sotto le bombe»

Pacifico Di Segni, un romano a Milano. Tanti fratelli, la separazione e le fughe, ma poi la fortuna di salvarsi tutti. La Scuola in via Eupili e le colonie estive dell'OSE, la passione sportiva e le Maccabiadi in Israele.

di Ilaria Ester Ramazzotti

In un giorno d'estate, incontriamo nella sua casa in corso di Porta Romana Pacifico Di Segni, nato a Roma nel 1934 e trasferitosi a Milano nel 1938 con la sua grande e bella famiglia di sei fratelli: Giuseppe, nato nel 1926, Angelo del 1928, David del 1929, Enrica del 1932, lui stesso, Pacifico, del 1934, e Fiorina del 1939. Arrivati in città con i genitori, Settimio Di Segni e Costanza Fiorentino, abitano inizialmente nell'attuale via Larga, allora denominata via Adua, e poi in diverse case del centro storico. «Mio padre faceva il commerciante ambulante, come molti altri ebrei romani che si trasferirono a Milano - ci spiega -. Ho quasi sempre vissuto a Milano, mi sento molto più milanese che romano».

 Gli anni della guerra a Milano: le persecuzioni e i bombardamenti
  La memoria corre velocemente agli anni della Shoah, delle persecuzioni e delle fughe, delle difficoltà e privazioni quotidiane della guerra, fra i bombardamenti che martoriarono la città. «Eravamo nel pieno della guerra, c'erano i bombardamenti - ricorda Di Segni -.
  Quando l'allarme suonava, andavamo nel rifugio vicino casa, sotto il portone del palazzo, dove le cantine fungevano da rifugio. Con un ultimo forte squillo, l'allarme segnalava se gli aerei fossero già arrivati. Era il segnale più temuto. Se suonava di notte, dovevamo sbrigarci ad andare di sotto. Uno dei miei fratelli, che grazie a D-o ho ancora, era invece particolarmente pigro. Ricordo quella notte, quel sabato sera nell'agosto del '43 in cui dormivamo tutti. Fu proprio lui a sentire l'allarme all'ultimo squillo. Ci svegliò subito e uscimmo in fretta. Per un caso non andammo nel rifugio sotto casa, ma da un'altra parte, in via Francesco Sforza. Entrammo al numero 48. Quando ritornammo, fatalità, la nostra casa non c'era più! Era stata colpita.
  Ma di quella notte, nonostante il trauma, ricorderò sempre con un sorriso mio fratello David, proprio quello che ci aveva svegliato, che diceva: "Non abbiamo più la torta!" Successe infatti che anche il dolce tanto atteso appena fatto dalla mamma era finito sotto le macerie».
  Anche questa era la guerra, vissuta con occhi da bambino, racchiusa nelle memorie più difficili da raccontare. «Qui in corso di Porta Romana c'era una pensione frequentata dagli artisti che si esibivano al teatro Carcano. Quando l'allarme antiaereo suonava, anche loro scendevano nel rifugio insieme a noi. Ricordo che ci tenevano un po' in allegria. Il più spiritoso era Carlo Dapporto. Dopo quel bombardamento non li vedemmo più, ma so che nemmeno loro scesero nel rifugio vicino al nostro appartamento». Fu per tutti una benedizione. Rimasti senza casa, «iniziammo a "girovagare" e giungemmo fino a San Giuliano Milanese, dove c'erano una scuola e dei locali dove potevamo dormire sotto la paglia. Senonché, essendo in otto in famiglia, la nostra situazione diventava sempre più pericolosa: se qualcuno ci avesse segnalato come ebrei, ci avrebbero portati via tutti.
  Decidemmo allora di dividerci, perché era più probabile che almeno qualcuno di noi si sarebbe potuto salvare». Iniziano così altri giorni drammatici, segnati dalla paura delle persecuzioni, dalla fuga, dalla separazione. «Tre dei miei fratelli andarono a Roma, a casa di nostra nonna che abitava nel ghetto. Mio padre andò con una mia sorella da un suo conoscente cattolico sul Lago di Garda. L'altra mia sorella andò con uno zio a Casteggio, nell'Oltrepò Pavese, dove anche loro vennero ospitati da una famiglia cattolica. Solamente io e mia madre rimanemmo a Milano, a San Giuliano, insieme ad altre persone, fra cui mia zia Erina Di Segni, sorella di mio padre, suo marito Cesare Zarfati e il loro bambino».
In città, intanto, impazzano gli arresti e le persecuzioni. «Purtroppo accadde che presero il marito di mia zia Erina, e lo portarono nel carcere di San Vittore. Da quel giorno, tutte le mattine andavamo in corso Buenos Aires: da lì passavano i camion che portavano i carcerati alla stazione di Lambrate, per farli lavorare: li mandavano a togliere le bombe inesplose. Così potevamo vedere e salutare mio zio Cesare. Stavo sempre con mia madre o con mia zia. Un giorno lei dovette andare in Comune, ma all'ultimo decise di andarci da sola con il suo bambino. Fu così che arrestarono anche lei!». «Mi salvai anche quella volta per caso e rimasi solo con mia madre. Ogni giorno, andavamo da San Giuliano a Milano, a piedi. Erano 10 chilometri, ma prendere i mezzi di trasporto era pericoloso, anche perché gli aerei mitragliavano. Tuttavia, una volta alla settimana andavamo a Monza a comprare del filo da tessere e gli aghi che poi vendevamo. Così prendevamo il gamba de legn, il tram a vapore che partiva da corso Vercelli, passava dal Duomo e percorreva viale Monza».
  La vita di ogni giorno prosegue fra privazioni e difficoltà, ma con la speranza sempre viva di una prossima possibile salvezza. «Ritornammo ad abitare a Milano, in via San Maurilio, nella casa di un mio zio, che aveva lasciato alla donna di servizio. Ci ospitò lei». «Un giorno presi della legna abbandonata in una casa diroccata, in via Torino, per necessità. Mi videro, mi dissero che l'avevo rubata e mi portarono in via Unione, dove c'era un distretto del Fascio. Fortunatamente ero piccolo e loro non sapevano neanche che fossi ebreo. Anche quella volta andò bene. E pensare che dopo la guerra proprio lì in via Unione fecero un centro della Comunità e un Tempio, al primo piano. Il rabbino era Ermanno Friedenthal. Molti profughi e reduci da tutta Europa passarono di lì prima di andare in Israele. Si celebravano anche i matrimoni e io lì feci il mio bar mitzvà».
  Ma torniamo agli anni bui della Shoah. «Io e mia madre decidemmo di raggiungere mia sorella e mio zio a Casteggio. Quella famiglia, che si chiamava Stefanini, acconsentì a ospitare anche noi». Inizia qui un altro difficile viaggio, pieno di pericoli da affrontare insieme all'urgente necessità di nascondersi. «In quei tempi le strade e i ponti venivano bombardati, muoversi era difficoltoso e pericoloso, ma c'erano dei camion dove ti facevano salire a pagamento. Io e mia madre chiedemmo un passaggio, con altra gente. A un certo punto, lungo il tragitto, un aereo iniziò a mitragliare. Scendemmo e velocemente ci rifugiammo in un casale di campagna. Non era certo un rifugio, ma almeno eravamo più riparati. Dentro però trovammo un cadavere! Era meglio non pensarci troppo, perché dormimmo lì. Solo al mattino riprendemmo il viaggio. Per raggiungere Casteggio bisognava passare il Po con la barca di proprietà di persone del posto, pagando. Di nuovo, vedemmo un aereo mitragliare, ma non era più così vicino. Infine, arrivammo a Casteggio con un carro. Là rimanemmo nascosti. Ci salvammo. Durante quel periodo, tutti i giorni andavamo a far legna nei boschi con i figli della famiglia che ci ospitava».
  Ma torniamo un attimo all'anno 1943, in un'Italia distrutta e stretta fra l'armistizio dell'8 settembre e l'occupazione tedesca. «A Roma, arrivò il giorno di sabato 16 ottobre. I miei fratelli e mia nonna abitavano in una vecchia casa del ghetto, che c'è ancora, un edificio con un portone, un grande cortile con una fontana che sembrava un lavatoio. Ci entrarono i tedeschi! Successe che mia zia aveva fatto il bucato e, vedendolo, non entrarono nell'abitazione, che invece era accessibile proprio dal cortile, scendendo da una scala. Così anche i miei fratelli si salvarono. Io e mia madre lo venimmo a sapere soltanto dopo, a Milano, finita la guerra». Tutta la famiglia si è salvata.

 Il Dopoguerra e la Ricostruzione, verso il boom economico.
  Intanto, la guerra finisce. A Milano giungono profughi e reduci, soldati allo sbando, arrivano anche notizie delle persecuzioni e dei lager. «Nel 1946 tornammo finalmente ad abitare qui a Milano, prima in via Bottonuto e poi in via Larga, dove poi saremmo rimasti fino al 1953. Anche i miei fratelli rientrarono. La famiglia era ricomposta - sottolinea Pacifico Di Segni -.In via Larga c'erano case vecchie di ringhiera, in parte bombardate durante il conflitto. La Milano vecchia non era brutta, ma dopo la guerra hanno colto l'occasione per ricostruire parecchi edifici. Ricordo le case di ringhiera di prima, con le stufe a carbone. Noi facevamo seccare delle palle di carta pesta, le usavamo per il fuoco, perché duravano tanto». Nel Dopoguerra, in Europa, le comunità ebraiche sono devastate. Nel capoluogo lombardo arrivano e transitano alcuni sopravvissuti alla Shoah. Apre il centro ebraico di via Unione. In quegli anni, la comunità locale prova a riorganizzare una nuova quanto difficile "normalità".
Appena possibile, riaprì la scuola ebraica. «Fra noi ebrei romani c'era vita comunitaria, si viveva tutti in centro, come un ghetto, ma si lavorava molto. Tanti erano commercianti: due famiglie avevano dei negozi di vestiti in via Larga, molti altri erano ambulanti. Gli ebrei di origine milanese invece erano pochi e svolgevano altre professioni. Spesso li si incontrava alla scuola ebraica. Andavamo a scuola in via Eupili, che per noi era un punto di riferimento. Gli insegnanti erano tutti bravissimi. Ricordo le mie due maestre, le sorelle Bedarida, e il rabbino David Schaumann. Poi, in estate, andavo spesso in colonia a Venezia o a Riccione. Eravamo tanti ragazzi di diverse comunità ebraiche, così ci si conosceva anche se non ci si frequentava fra famiglie».
  Fra la ricostruzione e le nuove opportunità, Milano rinasce. Di lì a poco, negli anni Cinquanta, la Ricostruzione avrebbe man mano lasciato il posto al primo vero boom economico. «Ricordo che arrivarono nelle case anche i primi frigoriferi». Il nuovo benessere della città si fa più intenso e c'è ancora voglia di svago e di cultura. «In via Larga c'era il Teatro Lirico, e noi giovani andavamo a battere le mani: avevamo conosciuto il capo-claque che ci dava i biglietti; magari vedevamo più volte lo stesso spettacolo, ma dovevamo iniziare a battere le mani per primi. Poi andavamo spesso a fare la fila alla Scala: ci davano un compenso per metterci di fronte al botteghino, la mattina presto. Dovevamo comprare dei biglietti per conto di altri, molto costosi, ma che finivano subito. Eravamo giovani».

 Passione per lo sport: le Maccabiadi e il primo viaggio in Israele
Delle passioni giovanili, Pacifico Di Segni coltiva in primis lo sport e l'atletica leggera. Una passione che lo porterà fino in Israele, alle Maccabiadi. Un viaggio denso di emozioni. «Partecipai alle prime Maccabiadi del dopoguerra in Israele, nel 1953, con la squadra italiana, quasi tutta di Milano. Salpammo con la nave dal porto di Genova. Il viaggio durò due giorni così ci allenammo anche a bordo. Arrivammo a Haifa e poi a Tel Aviv. Inaugurammo lo stadio di Ramat Gan, prima in sfilata con tutte le squadre e poi con le gare. C'erano anche atleti che venivano dall'America e dall'Australia. Bellissimo. A quei tempi si alloggiava in camerate. Conservo ancora il sacco e le scarpe da ginnastica che portai con me». Indelebile, nella memoria, l'approdo in Eretz Israel, a pochi anni dalla Shoah e dalla fine della guerra.«Negli anni Cinquanta non era da tutti poter andare in Israele - evidenzia -. Ricordo un Paese molto accogliente. Se per strada capitava di vedere un matrimonio, si veniva invitati a fare festa. Se ti vedevano vestito da atleta, ti festeggiavano. Indimenticabile. Al rientro la nave ci sbarcò a Napoli. A Milano tornammo in treno. Facevo volentieri atletica leggera e gareggiai anche all'arena di Milano».

 Forza e valore della famiglia e della memoria
Sono molte le fotografie che Pacifico Di Segni ci mostra, ospitandoci nel suo appartamento. Sono immagini scattate nell'arco di anni e decenni, dense di eventi, esperienze, emozioni e affetti da cui traspaiono profondi legami famigliari e antichi valori ebraici. Illustrano la famiglia, i fratelli, i parenti, i compagni di scuola in via Eupili, la nave e lo stadio delle sue Maccabiadi e soprattutto il suo matrimonio celebrato nel 1959, al tempio di Roma, con Rosa Efrati. Un'unione matrimoniale di oltre cinquant'anni, dalla quale nascono due figli e poi cinque nipoti. Si erano conosciuti a casa di un cugino di lei, nella capitale. «Le nozze d'oro - sottolinea -, le abbiamo festeggiate in Guastalla». Fra i ricordi più preziosi della famiglia, ci mostra un cucchiaio col manico bucato e artigianalmente adattato anche a coltello, a colpi di pietra. Era dello zio di sua moglie, anche lui di nome Pacifico Di Segni, che venne deportato ad Auschwitz all'età di diciassette anni assieme a suo padre Giovanni e a Elia Efrati (padre di Rosa Efrati), che non sopravvissero. Tornò a diciannove anni, ma non ebbe mai figli perché subì esperimenti che lo resero sterile. Nel lager, quel cucchiaio «lo teneva legato a sé, aveva trovato uno spago da mettere intorno alla vita perché era riuscito a farci quel buco. Era un oggetto molto pregiato in quella situazione. Non se ne separava mai». Scomparso nel 2001, zio Pacifico non aveva quasi mai parlato della sua deportazione, di cui quel cucchiaio-coltello rende perenne testimonianza. «Oggi - conclude il signor Di Segni -, lo conservo fra le cose e le memorie più importanti della famiglia».

(Bet Magazine Mosaico, 6 dicembre 2020)


L'ossigeno iperbarico inverte i processi d'invecchiamento

È l'elisir di eterna giovinezza?

di Andrea Carozzi

L'elisir dell'eterna giovinezza? Potrebbe essere nell'ossigeno iperbarico, o almeno così sembra confermare uno studio portato avanti dall'Università di Tel Aviv (TAU) e del Centro Medico Shamir, di Israele. Stando ai dati raccolti dallo studio, il trattamento con ossigeno iperbarico può fermare l'invecchiamento delle cellule del sangue e quindi in generale invertire lo stesso processo di invecchiamento biologico negli adulti sani.

 L'ossigeno iperbarico blocca due processi di invecchiamento
  Il team di ricercatori coinvolti nello studio ha messo a punto un protocollo di trattamenti che si basano sull'utilizzo dell'ossigeno ad alta pressione all'interno di una camera iperbarica. Dopo aver sottoposto diversi volontari a questo protocollo i ricercatori hanno notato come due dei principali processi collegati all'invecchiamento umano si bloccassero. Parliamo dell'accorciamento dei telomeri e dell'accumulo di cellule vecchie e non più funzionanti.
  Scendendo nel dettaglio i telomeri (le estremità dei cromosomi costituiti da DNA e proteine) subivano un allungamento pari al 38%, mentre la diminuzione delle cellule senescenti raggiungeva il 37%.

 Lo studio
  I ricercatori hanno analizzato i dati rilevati su 35 soggetti sani con un'età pari o superiore a 64 anni. Questi soggetti sono stati sottoposti a 60 sedute iperbariche durante un periodo di 90 giorni. Agli stessi soggetti sono stati prelevati vari campioni di sangue prima, durante e dopo queste sessioni. Le diverse analisi effettuate sui campioni hanno così dimostrato il blocco dei due processi di invecchiamento.

 I telomeri sono il timer dell'invecchiamento
  Secondo gli autori dello studio, le ricerche nel campo dell'invecchiamento umano eseguite negli ultimi anni hanno dimostrato che l'accorciamento dei telomeri è una delle principali cause di invecchiamento. L'obiettivo del prossimo futuro è quello di ottenere la diminuzione dell'accorciamento o quantomeno il rallentamento di questo processo naturale, che avviene con l'avanzare dell'età. Alcune teorie sui processi dell'invecchiamento umano si basano sul fatto che proprio i telomeri possano essere visti come una sorta di "orologio" oppure di "timer" delle cellule, in quanto sarebbero loro a stabilire il numero di divisioni cellulari massimo effettuabile dalla stessa cellula prima che quest'ultima muoia.

(altraeta, 6 dicembre 2020)


Gli ebrei e il fascismo, l'analisi storica di De Felice

Criticata a priori da Sarfatti e legittimata da Focardi

di Pasquale Chessa

Sarà anche veniale l'errore dello storico Michele Sarfatti che usa «bagnasciuga», (linea di galleggiamento di un'imbarcazione) al posto del più corretto «battigia» (linea della spiaggia dove l'onda batte), come si legge («torrette di sabbia erette sulla linea del bagnasciuga») nelle prime pagine del suo nuovo libro, Il cielo sereno e l'ombra della Shoah, scritto con vis polemica contro gli «stereotipi sulla persecuzione antiebraica nell'Italia fascista», se non fosse che il suo lapsus fa correre la memoria all'errore di Mussolini che incauto minacciò, a pochi giorni dalla caduta del regime, di «congelare» sulla «linea ... del bagnasciuga» gli Alleati che si preparavano a sbarcare in Sicilia.
   Va invece considerato come il sintomo di un deficit storiografico, affatto banale, l'accanimento con cui Sarfatti imputa a Renzo De Felice, massimo storico del fascismo, la responsabilità di molti degli stereotipi, quei deragliamenti e quegli inciampi che hanno contribuito a minimizzare la storia dell'antisemitismo nell'Italia fascista.

 Le distinzioni
  Che paradosso: De Felice avrebbe dedicato circa settecento pagine per una questione di così scarsa rilevanza storica? Vale qui la pena ricordare ai lettori di Sarfatti che le prime ricerche di De Felice per l'aurorale Storia degli ebrei sotto il fascismo, poi pubblicato da Einaudi nel 1961, furono finanziate proprio dalla Unione delle Comunità Israelitiche, come già rivelato dai documenti degli archivi.
   Così sconcerta il ragionamento che imputa a De Felice, solo perché citato in nota, la constatazione fattuale, «Mussolini non era razzista», dello storico americano George L. Mosse, ebreo di origine tedesca, nel suo celebre e fondamentale libro Il razzismo in Europa dalle origini all'Olocausto. E se De Felice distingue l'antisemitismo "debole" del "fascismo di regime" dall'antisemitismo "feroce" del "fascismo repubblicano" rinato a Salò sulle baionette naziste, anche la distinzione, storiograficamente innovativa, fra la "persecuzione dei diritti" prima e la "persecuzione delle vite" poi, dovuta proprio a Sarfatti, non dovrebbe sfuggire all'accusa di essere una minimizzazione oggettiva, una rimozione della colpa collettiva.

 I conflitti
  Nel cantiere della memoria è la metafora scelta da Filippo Focardi per ricostruire questo nuovo capitolo di storia della storia, ripercorrendo idee e opinioni, stereotipi e suggestioni, polemiche e conflitti in cui risuona ancora l'eco di quella guerra civile sommersa che in Italia si è combattuta fra Fascismo e Antifascismo, Resistenza e Repubblica sociale, Shoah e Foibe, Lager e Gulag per il controllo della storia nei territori della politica e della cultura. Sebbene la sua lettura di De Felice sia viziata da un giudizio a priori tanto ideologico quanto politico, Focardi al contrario di Sarfatti riesce a ricostruire un quadro esaustivo delle parti in gioco confrontando ricerche storiche e vulgate contrapposte, trasmissioni televisive e film di grido, campagne giornalistiche e successi editoriali.
   Riflettere, con gli strumenti della cultura storiografica, sull'opera di Renzo De Felice, riconoscendo alla sua ricerca una legittimità democratica, evitando di sovrapporre alle vulgate contrapposte la maschera del nemico, presuppone non tanto il dovere alla memoria condivisa o piuttosto il diritto a una memoria divisa, quanto il dovere per gli storici di trovare la strada per scrivere una storia completa. Focardi e Sarfatti non provano nemmeno a cercarla. La perdono entrambi, ma Focardi un po' meno!

(Il Messaggero, 6 dicembre 2020)


Iran. identificati gli assassini dello scienziato Fakhrizadeh

di Giuseppe Galvi

Secondo la stampa internazionale le autorità iraniane avrebbero identificato gli assassini che sarebbero stati coinvolti nell'uccisione di Mohsen Fakhrizadeh, uno scienziato nucleare che si ritiene abbia guidato il programma nucleare iraniano. Fakhrizadeh era un generale di brigata del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica (IRGC), la forza paramilitare d'élite iraniana. È stato accusato da Stati Uniti e Israele di guidare il programma di armi nucleari della Repubblica Islamica, la cui esistenza Teheran ha sempre negato.
   Fakhrizadeh è stato ucciso venerdì durante un assalto armato avvenuto nella periferia orientale di Teheran. È stato attaccato da aggressori usando fucili automatici, mentre lui e sua moglie erano in viaggio verso Absard, una città situata a 60 miglia a est della capitale iraniana. Anche sua moglie sia stata uccisa nell'attacco, durato non più di 3 minuti e avvenuto in pieno giorno. I leader iraniani hanno accusato Israele dell'attacco e alcuni ritengono che gli israeliani possano aver ricevuto assistenza dagli Stati Uniti. I funzionari israeliani e americani non hanno confermato o negato di essere stati coinvolti nell'assassinio di Fakhrizadeh.
   Nella tarda mattinata di domenica Mohamed Ahwaze (alias Mohamed Majed), un giornalista di origini iraniane residente in Gran Bretagna, ha twittato le fotografie di quattro uomini, che secondo le autorità iraniane sarebbero stati coinvolti nell'assassinio di Fakhrizadeh. Ahwaze ha detto che i funzionari iraniani stavano distribuendo alacremente le fotografie dei quattro uomini in vari hotel e ristoranti in tutto l'Iran e chiedevano informazioni sui presunti colpevoli. Poche ore prima del tweet di Ahwaze, un rapporto dell'agenzia di stampa statale FARS affermava che il Ministero dell'Intelligence del Paese aveva confermato le identità degli assassini e che i dettagli sarebbero stati presto resi pubblici.
   Ahwaze ha affermato su Twitter che oltre 60 agenti dell'intelligence israeliana erano coinvolti nell'omicidio di Fakhrizadeh, la stragrande maggioranza dei quali ha avuto un ruolo logistico nell'operazione. Ha aggiunto che le unità militari iraniane e le forze dell'IRGC si erano schierate lungo il confine iraniano con il Kurdistan Iracheno, credendo che gli assassini di Fakhrizadeh avrebbero cercato di uscire dal territorio iraniano attraversando il confine a piedi. Numerosi media israeliani stanno ora riportando le informazioni twittate da Ahwaze domenica. Tuttavia il governo israeliano ha rifiutato di commentare le affermazioni.
   Come abbiamo avuto modo di osservare il modus operandi posto in essere è quello tipico delle unità speciali del Mossad. A tale proposito è utile ricordare un omicidio mirato analogo a quello attuale e cioè quello dello scienziato palestinese trentacinquenne Fadi al-Batsh, ucciso nel 2018 nella capitale malese Kuala Lumpur ad opera del Mossad.

(Notizie Geopolitiche, 5 dicembre 2020)


Gli ebrei in Francia sotto il regime di Vichy

di Daniela Franceschi
    Il est, dans la vie d'une nation, des moments qui blessent la mémoire, et l'idée que l'on se fait de son pays. Il est difficile de les évoquer, aussi, parce que ces heures noires souillent à jamais notre histoire, et sont une injure à notre passé et à nos traditions.
    Jacques Chirac. Discours Prononcé Lors de Commémorations de la Rafle du Vélodrome d'Hiver, July 16, 1995.
Durante la Seconda Guerra mondiale in Francia, un regime fascista noto come Governo di Vichy sostituì la Terza Repubblica francese. Nel 1995, il Governo francese ammise pubblicamente che, poco dopo aver firmato l'armistizio con la Germania nazista nel 1940, il regime di Vichy fu responsabile dell'attuazione di politiche razziali e della morte di decine di migliaia di ebrei. Lo scopo di questo articolo è esplorare la misura in cui il Governo di Vichy partecipò e collaborò alla discriminazione, all'internamento e alle uccisioni e di molte migliaia di ebrei durante la Seconda Guerra mondiale.
   L'articolo si concentra su tre aspetti principali della collaborazione del Governo di Vichy: la legislazione antisemita, i campi di internamento in Francia e il rastrellamento al Vèlodrome D'Hiver. Il caso di studio del Vèlodrome D'Hiver, insieme agli altri aspetti della collaborazione, suggeriscono che il Governo di Vichy fu un collaboratore "volontario" della Germania nazista più che un soggetto passivo.
   Per quanto concerne la popolazione ebraica, è possibile affermare che il regime di Vichy non protesse i suoi cittadini ebrei durante la Seconda Guerra mondiale, ma li separò dal resto della collettività francese, rendendoli dei paria dal punto di vista sociale e una facile preda per i nazisti. La Francia perse il 25% della sua popolazione ebraica nello sterminio mentre la perdita media nell'Europa occidentale fu del 40%.
   I leader di Vichy dopo la guerra hanno esaltato il fatto di aver salvato il 75% degli ebrei in Francia; tuttavia, la storia vede questi numeri come un fallimento. Il problema non è quanti ebrei Vichy ha salvato, ma quanti non ne ha risparmiato. La maggior parte degli ebrei provenienti dalla Francia morti nello sterminio non era francese, bensì di nazionalità straniera residente in Francia.

 La nascita e il ruolo del regime di Vichy
  La Francia dichiarò guerra alla Germania il 3 settembre 1939 dopo l'invasione tedesca della Polonia. Per nove mesi, la Francia combatté una "drôle guerre"; i primi mesi del conflitto, in cui non ci furono combattimenti, videro una nazione disunita che non credeva alla guerra. Il 10 maggio 1940 i tedeschi invasero la Francia, rendendo palese quanto le tattiche militari francesi fossero inefficienti e obsolete. La mancanza di un'adeguata capacità militare, unita a un esercito demoralizzato, provocò una débâcle militare di notevoli proporzioni. Questo incredibile capovolgimento di fortuna per una delle nazioni vittoriose della Prima Guerra mondiale fu definito dallo storico Marc Bloch "l'étrange défaite".
   Dopo che la Francia dichiarò guerra alla Germania, trascorse nove mesi impegnata in una "drôle guerre" senza combattere attivamente fino all'invasione tedesca del 10 maggio 1940. Paul Reynaud, un conservatore divenuto Primo Ministro il 19 marzo 1940, riteneva che la Repubblica francese avrebbe potuto resistere all'invasione. Reynaud nominò l'eroe della Prima Guerra mondiale il maresciallo Philippe Pétain come vicepresidente del Consiglio dei Ministri nel tentativo di rafforzare il morale nazionale.
   Pétain era il simbolo vivente del successo militare della Francia. Il suo ruolo nella battaglia di Verdun non era stato dimenticato, un periodo storico nel quale il popolo francese aveva combattuto unito per proteggere l'amata patria. Infatti, Verdun incarnava l'unità nazionale che era scomparsa dalla Francia dopo la Grande Guerra.
   A differenza di Reynaud, tuttavia, Pétain credeva che la guerra fosse persa già nel maggio del 1940. Il suo obiettivo era non cercare di vincere la guerra, ma piuttosto ottenere una pace accettabile. Pétain riteneva che il popolo francese sarebbe stato perduto se il Governo avesse lasciato la Francia metropolitana. A suo parere, il Governo francese doveva concentrarsi sugli interessi francesi, non su quelli internazionali. Inoltre, temeva la dura natura dell'invasione tedesca, ricordando gli eventi della Prima Guerra mondiale, quindi, un armistizio avrebbe fornito una certa protezione al popolo francese dall'esercito tedesco. Non vedeva l'armistizio come qualcosa che avrebbe potuto danneggiare la Francia o ridurne il potere come nazione, piuttosto, come dichiarò il 13 giugno 1940 al Consiglio di Cangé uno dei tanti luoghi in cui il Consiglio dei Ministri si spostò durante l'invasione tedesca prima dell'armistizio, una condizione necessaria per la "perpetuazione della eterna Francia".
   Reynaud si dimise da Capo del Governo a Bordeaux la sera del 16 giugno 1940 e propose Pétain come suo successore. Questo nuovo Governo, l'ultimo della Terza Repubblica, fu costituito con l'unico scopo di chiedere quale fosse la proposta di pace tedesca.
Per Pétain, un armistizio non costituiva una sconfitta; piuttosto, continuando una guerra che la popolazione non voleva combattere, la Francia avrebbe perso tutto causando soltanto ulteriore disperazione alla nazione. Inoltre, questa decisione non era un atto di codardia, ma una saggia decisione tattica che avrebbe consentito al Paese di sopravvivere.
   Mentre alcuni ministri si opposero, Pétain procedette con la trattativa e l'armistizio fu firmato il 22 giugno del 1940. L'accordo divideva la Francia in due zone: i tedeschi controllavano la zona settentrionale, compresa l'intera costa atlantica, mentre Vichy controllava la zona meridionale, circa due quinti della Francia. Il controllo nominale del Governo di Vichy durò fino al 1942, quando gli sbarchi alleati nel Nord Africa portarono i tedeschi ad occupare tutta la Francia. L'armistizio entrò in vigore tre giorni dopo la firma.
   Sebbene la maggior parte dei francesi non credesse nella guerra, rimase una minoranza che pensava che l'armistizio fosse una sconfitta inaccettabile, tra questi il più importante fu Charles de Gaulle il futuro leader della Resistenza francese, in disaccordo con le cupe prospettive di Pétain per la Francia. De Gaulle non vedeva l'armistizio come l'unica possibilità, né credeva che fosse nel migliore interesse della Francia. De Gaulle era pienamente consapevole che la guerra non era limitata alla Francia, ma diffusa in tutto il mondo. Inoltre, riteneva che la Francia fosse abbastanza forte per difendersi dai tedeschi e che gli alleati sarebbero venuti in suo aiuto, a condizione che i francesi avessero continuato a combattere. Le sue convinzioni lo portarono a fondare il movimento della France Libre.
   Dato il potere e l'influenza limitati di coloro che si opponevano all'armistizio, Pétain portò avanti i suoi piani per la Zona non occupata. Il centro del Governo fu spostato a Vichy, una città termale nel sud della Francia. Il 9 luglio 1940, il Governo di Vichy non era ancora completo.
   Con 624 favorevoli contro 4 contrari l'Assemblea Nazionale accettò di sospendere la Costituzione della Terza Repubblica del 1875 e di rivederla in modo sostanziale. Il nuovo Governo approvò anche un disegno di legge che nominava Pétain Capo dello Stato francese.
   Questa nuova posizione concesse a Pétain pieni poteri governativi, con il controllo completo delle forze armate e il diritto di negoziare e ratificare i trattati. I poteri esecutivi e legislativi precedentemente separati erano ora fusi in un'unica funzione.
   Il 10 luglio Pétain procedette a formare il Governo di Vichy. A differenza del regime repubblicano, il Governo di Vichy era molto diverso dal suo predecessore, in particolare nel rendere meno netta la linea di separazione tra il Governo e l'amministrazione e nel cambiare i simboli e gli ideali della Repubblica francese.
   La nuova costituzione si concentrava sui principi di lavoro, famiglia e patria, che sostituirono il motto repubblicano di libertà, uguaglianza e fraternità. Alcuni membri del nuovo Governo, tra cui Pierre Laval, volevano porre fine al regime repubblicano; Pétain era altrettanto ostile alla Terza Repubblica. Credevano che la Terza Repubblica fosse colpevole della sconfitta militare. Quindi, il Parlamento fu sciolto e il Governo repubblicano francese cessò di esistere.

 La rivoluzione nazionale
  Il crollo della Terza Repubblica fornì l'ambiente politico che consentì ai conservatori di usare il regime di Vichy per rompere gli schemi della Terza Repubblica. Così, la Francia sperimentò una "rivoluzione nazionale" in cui i significati di cittadinanza, nazionalità e società cambiarono.
   La rivoluzione nazionale combatté i principi dell'economia del laissez-faire, della società di massa e dei governi parlamentari, tutte pietre miliari del regime repubblicano. I conservatori volevano creare una società elitaria retta da un sistema gerarchico autoritario.
   La Chiesa cattolica iniziò a ricevere sostegno politico dal Governo di Vichy, dato che era in atto un evidente spostamento dal modello laico repubblicano.
   Il motto del regime, "Travail, Famille, Patrie", era direttamente collegato agli insegnamenti della Chiesa cattolica. Nel sistema educativo, che era stato essenzialmente spogliato dei suoi legami religiosi durante la Terzo Repubblica, fu ripristinata l'istruzione religiosa.
   Vichy lavorò anche per ripristinare l'importanza della famiglia nella società francese. Per combattere il declino della popolazione dei decenni precedenti, Vichy postulava l'idea che il nucleo familiare fosse il punto focale della società, piuttosto che concentrarsi sui diritti individuali, il segno distintivo del regime repubblicano. Mentre l'idea di fornire benefici alle famiglie numerose fu effettivamente fatta propria del Governo repubblicano, Vichy concentrò molta più attenzione sul nucleo familiare. Le politiche del regime verso l'aumento dell'importanza delle famiglie erano in diretto contrasto con la legge sul divorzio del 1884, redatta da Alfred Naquet, un repubblicano ebreo. Vichy non abrogò mai la legge, tuttavia approvò una legislazione che riduceva le cause per divorziare e il periodo di tempo nel quale si poteva chiedere lo scioglimento del matrimonio. Il ruolo della donna nella società fu limitato alla sfera domestica, ribaltando i progressi compiuti durante la belle époque e la Grande Guerra nei luoghi di lavoro, quando le donne sostituirono gli uomini chiamati al fronte.
   La rivoluzione nazionale si concentrò anche sull'idea della "Francia per i francesi", un principio che scaturiva dagli elevati livelli di xenofobia presenti in Francia durante gli anni Venti e Trenta. Quando la Francia fu inondata da un flusso imponente di profughi dall'Europa orientale e dalla Spagna, nel 1927 la Terza Repubblica allentò le leggi sulla naturalizzazione. Vari esponenti di Vichy, come Raphaèl Alibert, sostenevano che durante la guerra a causa di questa legislazione repubblicana era stato troppo facile per gli stranieri, in particolare per gli ebrei, diventare francesi.
   La legislazione di Vichy limitava i diritti degli stranieri, e gli ebrei erano considerati stranieri per antonomasia. L'impianto legislativo xenofobico e antisemita era parte integrante della identità e del programma del Governo di Vichy. La nuova legislazione spogliava dei loro diritti gli stranieri e gli ebrei, sia francesi che stranieri, acconsentendo persino alla loro deportazione.

 L'antisemitismo di Vichy
  Alla vigilia della Seconda Guerra mondiale, in Francia vivevano 330.000 ebrei di cui 195.000 francesi e 135.000 stranieri. Gli ebrei francesi non erano un gruppo omogeneo. Circa 90.000 erano "israeliti" francesi le cui famiglie erano saldamente radicate nel suolo francese e avevano un alto livello di integrazione e assimilazione nella società francese; facevano parte della borghesia e vivevano soprattutto a Parigi. Gli altri 105.000 erano stati naturalizzati come cittadini francesi e, sebbene avessero legami con l'ebraismo, anche loro erano potevano considerarsi integrati nella comunità nazionale.
   La maggior parte degli ebrei stranieri arrivò in Francia in cerca di lavoro negli anni Venti e come rifugiata negli anni Trenta e Quaranta. Non esisteva alcuna connessione reale tra le comunità ebraiche francesi e straniere, perché gli ebrei francesi si consideravano prima francesi e poi ebrei. Gli ebrei francesi avevano assimilato la cultura francese. Inoltre, credevano che l'ascesa dell'antisemitismo dopo l'unità nazionale e ancora esistente durante la Prima Guerra mondiale fosse dovuto, in parte, agli ebrei stranieri che non erano in grado di assimilarsi nella Società francese.
   Pertanto, la legislazione di Vichy, sulla scia del crescente antisemitismo degli anni Trenta, prese di mira la comunità ebraica nella sua interezza senza differenze tra ebrei stranieri e francesi, rappresentando un facile capro espiatorio per la perdita della guerra. Nello specifico, esponenti di Vichy affermavano che il fallito Governo del Fronte Popolare aveva perpetuato le idee della Repubblica sotto la leadership di Léon Blum, un socialista, ebreo ed ex dreyfusardo, e che queste idee erano responsabili della sconfitta della Francia. Vichy vide la presenza degli ebrei nella società, in particolare in importanti posizioni di Governo durante la Terza Repubblica, come una minaccia per la sicurezza della nazione.
   I rappresentanti del regime di Vichy continuarono a diffondere le idee antisemite di Edouard Drumont e di altri antisemiti dell'Affare Dreyfus. L'antisemitismo di Vichy differiva da quello nazista in quanto si concentrava sugli aspetti culturali piuttosto che su quelli razziali.
   Mentre i nazisti credevano che gli ebrei fossero una razza inferiore nociva che doveva essere eliminata dalla terra, i leader di Vichy credevano che gli ebrei non si adattassero alla cultura francese perché non avrebbero mai potuto assimilarsi nella società francese. L'antisemitismo francese non cercò di espellere gli ebrei francesi dal suolo francese. La deportazione era una soluzione solo per gli ebrei stranieri. Tuttavia, Vichy privò gli ebrei francesi e stranieri dei loro diritti, rendendoli cittadini di seconda classe. Un ebreo, secondo il regime di Vichy, non avrebbe mai potuto essere fedele alla nazione francese come un cittadino i cui antenati erano nati sul suolo francese, dimenticando volutamente che molte famiglie ebree francesi vivevano in Francia da diverse generazioni.

 La Legislazione antisemita di Vichy
  Dopo l'approvazione della legislazione antiebraica, gli ebrei furono esclusi da vari ambiti professionali, come quello medico e legale. Una varietà di professioni erano aperte solo a coloro che erano francesi da tre o più generazioni. Inoltre, tutte le naturalizzazioni dal 1927 in poi furono riesaminate da un comitato creato il 22 luglio 1940. Nei quattro anni della sua esistenza, questo comitato ha privato 15.000 persone della loro cittadinanza e identità nazionale. Mentre questo atto non era di natura intrinsecamente antisemita, dal momento che gli ebrei costituivano meno del cinque per cento dei naturalizzati tra il 1927 e il 1940, circa 6.000 di quelli denaturalizzati erano ebrei. Questo tipo di legislazione facilitò il passaggio da leggi anti-stranieri a leggi antisemite.
   La violazione del regime di Vichy dei diritti dei cittadini naturalizzati e degli stranieri nasceva dal suo desiderio di fare della Francia una nazione "pura". Attaccare la comunità ebraica e rendere i suoi membri cittadini di seconda classe faceva raggiungere questo obiettivo.
   Dal luglio 1940 al novembre 1942, quando lo sbarco alleato in Nord Africa portò la Germania ad occupare tutta la Francia per ragioni tattiche, Vichy aveva il controllo completo sulla sua legislazione, comprese le leggi antisemite in vigore nella Zona non occupata. La legislazione antisemita approvata in questo periodo era una scelta consapevole dei vertici del regime. Secondo i leader di Vichy, l'afflusso di immigrati ebrei degli anni Trenta aveva indebolito la nazione francese. La comunità ebraica era vista sia come guerrafondaia, perché voleva che la Francia combattesse una guerra già vinta dai tedeschi, sia troppo debole per combattere e proteggere la patria come "veri" patrioti.
   Dopo la guerra, i leader di Vichy hanno affermato che l'obiettivo non era quello di uccidere gli ebrei ma semplicemente di spostarli dal suolo francese; tuttavia, resta il fatto che Vichy aiutò i tedeschi a separare, internare e deportare nei campi tedeschi gli ebrei stranieri.
   L'obiettivo della legislazione di Vichy era rimuovere gli ebrei non francesi dalla Francia e fare degli ebrei francesi dei cittadini di seconda classe.
   Queste leggi erano, nel complesso, più severe di quelle tedesche in vigore nella Zona occupata. Nella Zona occupata fu emanata un'ordinanza il 27 settembre del 1940 che definiva ebreo una persona di religione ebraica o con più di due nonni ebrei. Gli ebrei dovevano mettere un cartello nelle loro vetrine per identificare il loro negozi come ebraici ed era vietato tornare nella Zona non occupata.
   Nell'ottobre 1940, gli ebrei di tutta la Zona occupata dovettero registrarsi, indipendentemente dalla cittadinanza, attraverso un censimento e furono rilasciate carte d'identità contrassegnate dalla parola "ebreo".
   A partire dall'ottobre 1940, i nazisti ordinarono che tutti gli ebrei stranieri e francesi si registrassero presso la polizia francese e, poco dopo, quegli elenchi furono consegnati volontariamente alla Gestapo e alle SS. Gli ebrei furono quindi costretti a identificarsi con il timbro di "Juif" sulle loro carte d'identità e ad indossare bracciali con la Stella di David. Con l'eccezione della registrazione degli ebrei, nessuna di queste azioni fu imposta dai nazisti; anzi, le autorità tedesche notarono la rapidità e la portata della legislazione francese con stupore, gioia opportunistica e persino occasionale fastidio. Il Governo di Vichy era infatti desideroso di legiferare e orgoglioso di seguire il proprio corso sulle questioni razziali.
   Quanto a Vichy, il 3 ottobre 1940, fu ratificato lo Statuto ebraico. In base a questa nuova legislazione, gli ebrei non potevano ricoprire cariche pubbliche presso il Consiglio di Stato e le Corti di Cassazione. Ancora più importante, era considerato ebreo chiunque avesse tre nonni di "razza ebraica" o "due nonni e un coniuge di razza ebraica". La definizione di ebreo in base a questo nuovo statuto ampliava la definizione tedesca del 27 settembre, dato che includeva chiunque avesse origini ebraiche, non solo coloro le cui famiglie praticavano la religione ebraica. Immediatamente dopo la legge che definiva un ebreo, Vichy approvò un'altra legge il giorno successivo che consentiva l'internamento dei cittadini stranieri di "razza ebraica" in campi speciali su decisione del prefetto del dipartimento di residenza. I cittadini stranieri di "razza ebraica" potevano in qualsiasi momento essere "assegnati" in una residenza forzata dal prefetto del dipartimento in cui risiedevano.
   Questa legge, insieme allo statuto approvato il giorno prima, trasformò l'identità di molti ebrei naturalizzati dato che li privava della cittadinanza francese e li rendeva stranieri nel proprio paese. In base a questo articolo, gli stranieri potevano quindi essere legalmente internati nei campi. Ulteriori articoli furono aggiunti fino al 1942, aumentando le limitazioni alle professioni accessibili agli ebrei, come la professione medica e quella legale. Inoltre, agli ebrei fu vietato insegnare e dedicarsi alle arti; il 9 maggio 1942 fu vietata la pubblicazione di opere di autori ebrei francesi e stranieri. Inoltre, nessun ebreo poteva lavorare per la stampa o la radio.
   Il regime di Vichy approvò un'altra legge il 2 giugno 1941. Il nuovo statuto mirava a eliminare eventuali scappatoie esistenti nella precedente normativa, dato che la definizione di ebreo era legata alla religione. I figli di matrimoni misti poterono ora essere classificati come ebrei, così come persone convertite al cristianesimo ma con nonni ebrei.
   Il trattamento degli ebrei francesi peggiorò con questo nuovo statuto, dato che ora potevano essere internati come ebrei stranieri perché lo statuto definiva come ebree persone con nonni ebrei. Pertanto, anche gli ebrei nati in Francia potevano essere internati se i loro nonni fossero stati ebrei praticanti.
   Questo insieme di leggi e politiche contribuirono all'ambiente ostile antiebraico della Francia settentrionale e meridionale dopo che il Governo di Vichy ottenne il potere, senza particolari imposizioni da parte delle autorità tedesche occupanti.
   Il regime di Vichy era più scrupoloso delle autorità tedesche nella Zona occupata. Le leggi della Zona non occupata inquadravano la comunità ebraica in un modo molto più ampio di qualsiasi legislazione tedesca precedente. Dal punto di vista del linguaggio, la legislazione di Vichy sembrava essere di tipo religioso mentre quella tedesca razziale, tuttavia, il, termine "razza" in Francia aveva una connotazione diversa rispetto alla Germania. La "razza ebraica" comprendeva persone che appartenevano a una comunità separata che non poteva diventare francese. Nonostante l'uso della parola "razza", i membri di Vichy non sposavano l'antisemitismo razziale promulgato dai nazisti. I francesi usavano la parola razza in un modo più ampio e vago: una razza francese, una razza cattolica, una razza ebraica - piuttosto che in modo pseudo-scientifico. Tuttavia, la legislazione era più ampia rispetto alla legislazione tedesca iniziale. La definizione di Vichy di ebreo privava alcuni cittadini francesi della loro identità. Questi ebrei pensavano loro stessi come esclusivamente francesi, ma le nuove leggi li rendevano esclusivamente ebrei.
   Mentre Vichy trattava tutti gli ebrei peggio dei cittadini francesi non ebrei, gli ebrei stranieri ricevettero un trattamento ancora più duro nei due anni in cui Vichy ebbe il controllo della Zona non occupata. La differenza di trattamento è evidente nella creazione della Commissione generale per gli affari ebraici (CGQJ) il 29 marzo 1941. La CGQJ fu creata in risposta alla spinta tedesca per un ufficio ebraico nella Zona non occupata ed era diretta da Xavier Vallat, un noto antisemita. Eppure, nonostante le tendenze antisemite di Vallat, furono fatte alcune eccezioni per i veterani di guerra o per coloro che si erano dimostrati "fedeli" alla nazione francese.
   Gli ebrei naturalizzati esentati sfuggivano alla deportazione, ma venivano comunque trattati come cittadini di seconda classe. Queste eccezioni indussero eminenti leader ebrei a credere che la Commissione avrebbe svolto una funzione di cuscinetto tra i tedeschi e gli ebrei di Francia; ciò spiega in parte il fatto che gli ebrei francesi, in particolare, non protestarono contro le leggi discriminatorie ma si limitarono a seguire gli ordini, anche registrandosi nella Zona non occupata. Non potevano immaginare che il Governo francese li avrebbe lasciati in balia dei tedeschi. Ciò che queste persone non sapevano era che l'autorità di Vichy stava lentamente diminuendo sotto il comando tedesco.

 La collaborazione di Vichy con la Germania
  Durante i suoi due anni di Governo, Vichy promulgò svariate leggi in collaborazione con le autorità tedesche. Alcune erano legate all'armistizio del 22 giugno del 1940 e concedevano l'autorità ai tedeschi di arrestare e deportare qualsiasi persona, ebrea o meno, che avesse infranto la legge tedesca e cercato asilo in Francia.
   Vichy aizzò una propaganda antisemita che ebbe l'effetto di separare gli ebrei dal resto della società francese e li isolò prima che fossero arrestati e deportati. Anche se Vichy non sterminò gli ebrei sul suolo francese, il regime si conformò alle richieste tedesche relative al trattamento degli ebrei e permise che fossero condotti alla morte.
   La polizia francese condusse gli arresti già prima del 1943. L'internamento e il trasferimento di ebrei dalla Zona non occupata fu facilitata dall'amministrazione francese. Il primo rastrellamento di massa si verificò a Parigi il 14 maggio 1941 con 3.747 uomini ebrei stranieri arrestati e radunati in cinque punti di raccolta, fatti salire su un treno e trasportati nei campi di Pithiviers e Beaune. L'unica eccezione registrata a questa pratica furono gli arresti del 12 dicembre 1941, quando la polizia militare tedesca arrestò 750 ebrei francesi della classe media a Parigi, tra cui René Blum, fratello di Léon Blum. Furono inviati a Compiègne, per essere poi deportati Auschwitz. Questi ebrei francesi erano intellettuali e uomini d'affari. I tedeschi non avevano fatto alcuna distinzione tra ebrei stranieri o francesi nei loro arresti, mentre gli arresti guidati da Vichy erano concentrati sugli ebrei stranieri. Tuttavia, Vichy non protestò contro la deportazione di questi ebrei francesi, mostrando come la presunta sovranità di Vichy, che le avrebbe permesso di "proteggere" gli ebrei francesi dalla deportazione, dipendeva dalla clemenza tedesca.
   Inoltre, Vichy aveva molti campi di internamento che venivano usati come campi intermedi prima della deportazione nei campi tedeschi. I campi di internamento furono costruiti e completamente gestiti dalle forze di polizia francesi e dal governo di Vichy.
   Ad esempio, Poitiers, che era nella Zona occupata, era controllato dall'amministrazione francese e rendeva manifesta la collaborazione tra l'amministrazione francese e l'occupante tedesco, soprattutto per quanto riguardava la complicità dei francesi nella soluzione finale tedesca.
   Drancy, gestito dai francesi fino al 2 luglio del 1943, quando i tedeschi ne presero il controllo sotto la direzione di Aloìs Brunner, era uno dei più famigerati campi di internamento, con condizioni di vita al limite della sopravvivenza. Gli ebrei lì internati furono poi condotti in Germania.
   Circa 67.000 ebrei furono internati e deportati. Meno del 3% tornò dopo la guerra.

 La perdita di consenso del regime
  Durante le prime fasi del regime di Vichy, la maggioranza della popolazione francese era soddisfatta della legislazione contro gli stranieri e gli ebrei. La propaganda diffusa dal regime era riuscita a connettersi con la tradizione antisemita e xenofoba profondamente radicata nella società francese. Vichy riuscì a mantenere il sostegno della comunità nazionale nonostante avesse internato centinaia di persone. Tuttavia, con il crescente numero di ebrei arrestati e deportati, soprattutto donne e bambini, il sostegno al regime diminuì.
   Un punto di svolta fu rappresentato dal rastrellamento del Vélodrome d'Hiver, il 16 e 17 luglio del 1942, durante il quale 13.152 ebrei, tra cui 4.051 bambini, furono arrestati e infine deportati. Soltanto 800 persone sopravvissero; nessuno dei bambini tornò.

 Il Vélodrome d'Hiver, 16 e 17 luglio 1942
  Il 16 luglio 1942 in Francia segna in effetti uno degli eventi più sconvolgenti della Seconda Guerra mondiale: l'arresto e la deportazione di 13.152 uomini, donne e bambini ebrei di Parigi. L'incremento delle retate di ebrei stranieri non era insolito, in quanto stranieri gli ebrei potevano essere internati secondo lo statuto ebraico di Vichy. Tuttavia, questo evento fu diverso.
   I tedeschi chiesero che 30.000 ebrei fossero deportati dalla Francia. I leader di Vichy accettarono di deportare 10.000 ebrei dalla Zona non occupata e 20.000 dalla Zona occupata. Le liste includevano cittadini naturalizzati e bambini nati in Francia. Il primo gruppo doveva provenire dai campi di internamento dove erano detenuti ebrei stranieri della Zona meridionale. Quest'ultimo gruppo doveva essere arrestato dalla polizia francese a Parigi. Réné Bousquet, segretario generale della polizia di Vichy, era felice di conformarsi alle richieste perché avrebbe diretto le forze di polizia francesi in entrambe le zone. Non solo i funzionari di Vichy erano disposti ad arrestare tutti gli ebrei che la Germania richiedeva, ma volevano includere anche i bambini che i tedeschi non avevano richiesto. I tedeschi esitarono, poiché le deportazioni precedenti erano avvenute sotto il pretesto di mandare gli arrestati nei campi di lavoro e radunare i bambini avrebbe scoperto questa finzione.
   La richiesta di arrestare i bambini arrivò da Pierre Laval, Ministro di Pétain. Le forze di polizia francesi si conformarono alle richieste di Laval, nonostante i tedeschi non avessero risposto affermativamente sulla questione dei bambini.
   La mattina presto del 16 luglio 1942 fu l'inizio di un incubo per molti ebrei a Parigi. Alle 4 del mattino, 4.500 poliziotti francesi si sparsero per Parigi, armati di schede dettagliate con i nomi e gli indirizzi degli ebrei da arrestare. Gli arrestati ricevettero specifiche istruzioni: portare la carta d'identità, cibo per due giorni, un paio di scarpe, due paia di calzini, due camicie, un maglione, lenzuola, coperte, un piatto, utensili e articoli da toeletta. Il rastrellamento non andò liscio per la polizia. Le voci del rastrellamento si erano diffuse in tutta Parigi. Hélène Berr, una donna ebrea la cui famiglia viveva in Francia da diverse generazioni, ha documentato in un diario la sua vita a Parigi durante l'occupazione. Scrivendo il 15 luglio 1942, la sera prima del rastrellamento, osservava: "Qualcosa sta ribollendo, qualcosa che sarà una tragedia, forse la tragedia. M. Simon è venuto questa sera alle 10:00 per avvertirci che gli era stato detto di un rastrellamento per dopodomani, ventimila persone. "
   La polizia, per evitare ulteriore caos, iniziò a spostare le persone arrestate presso le destinazioni designate. Gli ebrei senza figli furono messi sugli autobus e portati a Drancy prima di essere deportati ad Auschwitz. Le famiglie con bambini furono collocate nel Vélodrome d'Hiver, dove vissero per una settimana in condizioni orrende. Oltre 8.000 persone furono tenute in un misero stadio, buio, non aerato, senza cibo e acqua sufficienti. Gli arrestati rimasero in queste condizioni orribili prima di essere trasportati in autobus alla Gare d'Austerlitz, dove i treni li avrebbero poi condotti in due campi di internamento gestiti dai gendarmi francesi, Pithiviers e Beaune-la-Rolande.
   Le condizioni nei campi non erano migliori che nel Vélodrome, ma la situazione divenne più disumana, se mai fosse possibile, il 31 luglio. I tedeschi non avevano ancora acconsentito alla deportazione dei bambini, ma le autorità francesi avevano deciso di iniziare il processo di deportazione. Tutti gli individui oltre i quattordici anni dovevano essere trasportati ad Auschwitz. Annette Muller-Bessmann aveva nove anni quando fu arrestata con i suoi fratelli e la madre nella retata del 16 luglio. Lei fu una dei pochi a sopravvivere perché suo padre, che era sfuggito all'arresto, riuscì a convincere una suora a far trasferire Annette ei suoi fratelli in una casa per bambini malati in attesa di deportazione. La stessa suora aiutò poi Annette e i suoi fratelli a fuggire in un orfanotrofio, salvando le loro vite. I ricordi dei campi rimasero nella mente di Annette che in seguito ricordò la separazione a Beaune: "I bambini si aggrappavano alle loro madri, ai loro vestiti. Dovevano separarci con il calcio dei fucili, con i manganelli, con secchi d'acqua gelata. Era una corsa selvaggia, con grida, lacrime, urla di dolore. I gendarmi hanno strappato gli abiti delle donne, ancora alla ricerca di gioielli o denaro. Poi, all'improvviso, un grande silenzio. Da una parte centinaia di bambini piccoli, dall'altra le madri e i bambini più grandi. Al centro i gendarmi che impartiscono ordini bruschi".
   La deportazione degli adulti fu completata il 7 agosto, lasciando solo 3.500 detenuti nei campi in Francia, tutti bambini. I tedeschi acconsentirono alla deportazione dei bambini ad Auschwitz all'inizio di agosto. I bambini furono trasferiti per la prima volta a Drancy. Poco dopo essere arrivati a Drancy, i bambini del Vélodrome salirono di nuovo a bordo di un treno, ma questa volta la loro destinazione finale era Auschwitz. Entro il 31 agosto, tutti i bambini del Vel d'Hiv che avevano lasciato il suolo francese erano morti nelle camere a gas di Auschwitz.
   I rastrellamenti massicci colpirono anche il resto della popolazione francese, dove le reazioni furono varie. Alcuni continuarono a mostrare indifferenza, altri acclamarono i poliziotti, ma molti condannarono le retate e aiutarono gli ebrei a sfuggire all'arresto. Gli eventi del 16 luglio, nonostante gli sforzi del Governo per nascondere le atrocità del Vélodrome, allontanarono l'opinione pubblica dal regime di Vichy, alimentando un maggiore sostegno alla Resistenza. Questi eventi scossero anche la comunità ebraica, infrangendo quello stato di compiacenza che l'aveva portata a credere che il Governo francese sarebbe in stato grado di proteggerla dalle richieste tedesche.
   La questione del coinvolgimento di Vichy nella Soluzione Finale era in grado di minacciare qualsiasi tipo di unità nazionale dopo la guerra e fu risolto dal generale Charles de Gaulle, che guidò il paese nel dopoguerra. Dopo la Seconda Guerra mondiale, Charles De Gaulle e altri leader francesi crearono un mito secondo il quale durante il conflitto la maggior parte del popolo francese era coinvolta nel movimento di resistenza.
   Il piano di De Gaulle su come interpretare il ruolo del Governo francese e del suo popolo durante la guerra ha creato un mito in cui i francesi potevano essere assolti da ogni colpa per le loro azioni. La popolazione francese ha scelto di credere che quanto accaduto durante la guerra fosse opera dei tedeschi e di alcuni francesi rinnegati. L'obiettivo di De Gaulle di uno Stato unitario ha permesso ai francesi di credere semplicemente che il regime di Vichy fosse costituito da pochi individui fuorviati che agirono in base a convinzioni personali, non rappresentando quindi la Francia nella sua interezza.
   Questa politica ha permesso alla Francia di ricostruirsi e di divenire uno Stato unitario all'indomani del conflitto. Anche gli ebrei che tornavano dai campi di concentramento erano ansiosi di dimenticare le drammatiche esperienze che gli avevano distinti e separati dai concittadini.
   Lo storico Henry Rousso ha coniato il termine di "Résistancialisme", nel suo libro The Vichy Syndrome, per descrivere la costruzione della memoria francese dopo la Seconda Guerra mondiale; un termine mutuato dalla psicoanalisi per affrontare il trauma dell'occupazione. L'obiettivo del "Résistancialisme" era quello di minimizzare il ruolo di Vichy durante la guerra collegando invece la Francia alla resistenza. Questo paradigma emerse nel dopoguerra, quando si diffuse l'errata impressione di una resistenza unanime e ampia durante il Secondo conflitto. Nella sua recensione del libro di Douglas Porch sulla resistenza francese, Bernard Kaplan scrive che in realtà solo il 5% circa dei francesi era membro della resistenza. Il Governo francese ha ufficialmente riconosciuto solo 220.000 resistenti, tra uomini e donne, in pratica meno dell'1% per cento della popolazione in tempo di guerra.
   È importante ricordare che sia la resistenza sia la sconfitta della Francia da parte delle potenze dell'Asse hanno sempre avuto un grande peso nell'immaginario e nella memoria collettiva. Nella memoria collettiva francese "il mito della resistenza" perpetuato da De Gaulle definì i ruoli e le posizioni che i Governi, gli studiosi e il pubblico francesi adottarono dopo la Seconda Guerra mondiale. Risulta interessante osservare come anche il leader socialista Francois Mitterand ritenesse, come il generale De Gaulle, che il regime di Vichy non fosse un Governo legittimato, per questa ragione rifiutava risolutamente di accettare la complicità francese negli eventi del rastrellamento del Vélodrome d'Hiver e nella Soluzione Finale nel suo complesso.
   Solo nel 1995 il Governo francese, sotto la guida di Jacques Chirac, ha ufficialmente riconosciuto la responsabilità dello Stato francese nella deportazione degli ebrei e il suo coinvolgimento durante gli anni della guerra. Sebbene l'idea originale del rastrellamento fosse stata concepita dai nazisti, il Governo di Vichy e la polizia francese si mostrarono ansiosi di partecipare in modo indipendente alla retata, per questo ampliarono la fascia di età degli ebrei arrestati, inclusi donne e bambini, e furono responsabili delle condizioni disumane e criminali del Vélodrome.
   Ancora oggi è difficile che il grande pubblico conosca questo drammatico evento della storia della Shoah; negli ultimi anni, vi sono state delle opere cinematografiche, come La chiave di Sarah e Vento di primavera, che, sebbene non soddisfacenti da un punto di vista storiografico, hanno cercato di colmare questo vuoto. Segnalo, inoltre, il romanzo neogotico La memoria delle ceneri scritto da me e dal mio collega e amico Simone Valtorta, pubblicato nel giugno del 2020 dalla casa editrice La Torre dei Venti; il romanzo ha come nucleo principale proprio l'arresto degli ebrei parigini da parte della gendarmeria francese nel luglio del 1942.
   Le azioni del Governo di Vichy, interpretate da studiosi come John Merriman, Michael Marrus e Richard Weisberger quali atti di collaborazionismo, furono in gran parte eseguite in modo autonomo dalle forze di occupazione tedesche. Il governo di Vichy aveva leggi e statuti propri in materia di razza e cittadinanza che impose alla popolazione ebraica e straniera e che si intensificarono e progredirono parallelamente al legame con la Germania nazista e allo sforzo di mantenere l'indipendenza.
   In conclusione, è possibile affermare che il regime di Vichy non seguì passivamente gli ordini della Germania, bensì partecipò intenzionalmente al genocidio ebraico.

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(L'informale, 5 dicembre 2020)



La prova della fede

Dalla Sacra Scrittura

GIACOMO 1
  1. Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono disperse nel mondo: salute.
  2. Fratelli miei, considerate una grande gioia quando venite a trovarvi in prove svariate,
  3. sapendo che la prova della vostra fede produce costanza.
  4. E la costanza compia pienamente l'opera sua in voi, perché siate perfetti e completi, di nulla mancanti.
  5. Se poi qualcuno di voi manca di saggezza, la chieda a Dio che dona a tutti generosamente senza rinfacciare, e gli sarà data.
  6. Ma la chieda con fede, senza dubitare; perché chi dubita rassomiglia a un'onda del mare, agitata dal vento e spinta qua e là.
  7. Un tale uomo non pensi di ricevere qualcosa dal Signore,
  8. perché è di animo doppio, instabile in tutte le sue vie.
  9. Il fratello di umile condizione sia fiero della sua elevazione;
  10. e il ricco, della sua umiliazione, perché passerà come il fiore dell'erba.
  11. Infatti il sole sorge con il suo calore ardente e fa seccare l'erba, e il suo fiore cade e la sua bella apparenza svanisce; anche il ricco appassirà così nelle sue imprese.
  12. Beato l'uomo che sopporta la prova; perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promessa a quelli che lo amano.
   --> Predicazione
Marcello Cicchese
1 ottobre 2006


 

I piani degli ayatollah: "5 testate nucleari"

Un audio del 2008 dello scienziato ucciso

di Sharon Nizza

TEL AVIV — Da 30 anni il Mossad osservava Mohsen Fakhrizadeh, il capo del programma nucleare iraniano ucciso venerdì scorso in un agguato attribuito ai servizi israeliani. L'esistenza e alcuni contenuti del corposo "Dossier Fakhrizadeh", nato negli anni dall'intelligente israeliana, sono stati rivelati ieri da Ronen Bergman sul quotidiano Yediot Ahronot. Già nel 1993, "Callan", nome in codice di un giovane agente israeliano — tanto promettente che oggi è il capo del Mossad, Yossi Cohen — arruolata una fonte interna al regime, riporta i primi contatti tra Fakhrizadeh e A. Q. Khan, il padre della bomba atomica pakistana.
   Dalle rivelazioni emerge che il dossier conteneva già parte dei documenti giunti nel 2018 in originale dopo il trafugamento ad opera del Mossad dell'archivio nucleare di Teheran, rafforzando quindi l'ipotesi di infiltrazioni ad altissimo livello nel regime. Uno dei documenti citati da Bergman risale al 2001 e riporta le note, scritte a mano da Fakhrizadeh, con cui approva un rapporto di Mohammad Nasiri in cui vengono dettagliate le tre fasi del progetto di sviluppo delle testate nucleari e l'adattamento ai missili Shahab-3. Nasiri, vicinissimo a Fakhrizadeh, era in realtà una spia arruolata dai tedeschi, il "Delfino", come raccontato dal quotidiano Die Zeit l'anno scorso, che fu poi scoperto e giustiziato.
   Bergman rivela anche una registrazione audio che l'allora premier Olmert fece ascoltare a Bush nel 2008, in cui Fakhrizadeh parla esplicitamente del progetto nucleare a scopi militari, menzionando la richiesta fatta dalle autorità di «cinque testate nucleari» e lamentandosi della lentezza con cui l'operazione stava procedendo. La registrazione fu determinante per accelerare gli attacchi cyber nell'ambito dell'operazione "Giochi Olimpici", tra cui il sabotaggio alla centrale di Natanz con il virus Stuxnet.

(la Repubblica, 5 dicembre 2020)


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Ehud Olmert avrebbe una registrazione del fisico iraniano ucciso che parla di 5 bombe

Un media israeliano ha pubblicato un articolo, secondo cui l'ex premier Ehud Olmert avrebbe avuto una registrazione top secret dello scienziato nucleare iraniano ucciso una settimana fa in un attacco armato alle porte di Teheran Mohsen Fakhrizadeh, in cui parlava della costruzione di armi nucleari. Olmert afferma di aver utilizzato la registrazione nel 2008 per ottenere una maggiore collaborazione da parte degli Stati Uniti dall'allora presidente degli Stati Uniti George W. Bush.
Secondo quanto riportato, basato sulle memorie di alcuni funzionari dell'intelligence di alto livello e di Ehud Barak, che all'epoca era ministro della Difesa nel governo di Olmert, l'allora premier aveva fatto sentire la registrazione a Bush durante la visita di quest'ultimo nel maggio 2008 in Israele per celebrare il 60° anniversario della fondazione dello Stato ebraico.
Nella registrazione si sentirebbe Fakhrizadeh parlare di dettagli sullo sviluppo delle armi nucleari iraniane, senza tuttavia mai usare l'aggettivo "nucleare". Lo scienziato lamenta che il governo non gli fornisce fondi sufficienti per svolgere il suo lavoro. Da un lato, Fakhrizadeh dice, in un apparente riferimento ai suoi superiori, "vogliono cinque testate", ma dall'altro, "non mi lasciano lavorare".
Mentre Barak ha affermato che Olmert aveva fornito la registrazione come prova della serietà del programma di armi nucleari dell'Iran, Fakhrizadeh non usa mai la parola "nucleare" in nessuna delle citazioni. Secondo quanto riferito, Bush è rimasto colpito dalla rivelazione a tal punto da accettare di condividere dati di intelligence con Tel Aviv sulle attività nucleari dell'Iran ed ha persino accettato di operazioni congiunte contro l'Iran che in seguito hanno incluso l'attacco informatico Stuxnet. Tuttavia ha smesso di fornire a Tel Aviv le armi necessarie per colpire le strutture di ricerca iraniane, compreso l'acquisto di bombe anti-bunker su cui Barak aveva insistito.
In un'intervista due anni fa, Olmert ha detto all'emittente israeliana Kan che Fakhrizadeh rimaneva un obiettivo legittimo, e sembrava vantarsi della registrazione e che aveva una talpa vicina allo scienziato.
"Conosco bene Fakhrizadeh. Non mi conosce bene quanto lo conosco io. Se lo incontrassi per strada molto probabilmente lo riconoscerei", ha detto nel 2018, secondo Reuters. "Non ha l'immunità e non credo che avrà l'immunità." Fakhrizadeh è stato assassinato il 27 novembre in una drammatica imboscata su un'autostrada alle porte di Teheran. Secondo quanto riferito, gli aggressori hanno usato un'autobomba e mitragliatrici automatiche contro l'auto dello scienziato. Al momento nessuna nazione o gruppo ha rivendicato la responsabilità per l'operazione. Le autorità iraniane sospettano che dietro l'uccisione del fisico ci sia la mano di Israele.

(Sputnik Italia, 5 dicembre 2020)


Bin Farhan: "Sull'Iran Biden ascolti gli alleati nella regione"

Intervista al ministro degli Esteri saudita

Il dialogo fra Teheran e Washington può essere una buona cosa ma solo se affronterà il tema dell'instabilità che l'Iran provoca in Medio Oriente Gli Accordi di Abramo? Appoggiamo ogni normalizzazione, ma perché Riad faccia un passo occorre un intesa fra israeliani e palestinesi Su Khashoggi la giustizia ha fatto il suo corso, abbiamo riformato i servizi di sicurezza perché una cosa così terribile non possa ripetersi

di Francesca Caferri

A 46 anni, il principe Faisal bin Farhan Al Saud è uno dei volti nuovi dell'Arabia Saudita che suo cugino, il principe ereditario Mohammed bin Salman, detto Mbs, sta disegnando. Ex consigliere, appunto, di Mbs e dell'ambasciata saudita negli Stati Uniti, Bin Farhan dal 2019 è ministro degli Esteri: ieri è intervenuto al "Med - Mediterranean dialogue" organizzato dall'ispi, l'istituto italiano di Studi internazionali, e ha concesso a Repubblica questa intervista esclusiva.

- il 2021 si aprirà con una nuova Amministrazione americana: gli ultimi due presidenti, Barack Obama e Donald Trump, hanno avuto un approccio molto diverso alla sua regione e in particolare alla questione iraniana. Biden promette di tornare a un accordo con Teheran sulla questione nucleare. Un approccio sul quale il suo Paese non si è trovato d'accordo in passato: quali condizioni ritiene che l'Iran dovrebbe rispettare perché ci sia un nuovo accordo?
  «il dialogo può essere una buona idea ma solo se punta ad affrontare tutte le questioni che generano preoccupazione da parte degli iraniani. Nell'accordo sul nucleare (JCPOA) ci sono diversi punti deboli e uno di essi era lo scenario di lungo periodo, come è diventato evidente nelle ultime settimane: l'Iran, nonostante a lungo abbia rispettato i termini imposti dall'accordo, è riuscito in poco tempo a tornare ad arricchire uranio. E questo non va bene: occorre un divieto permanente all'arricchimento di uranio e occorre affrontare la questione delle ispezioni, perché ci sono siti militari e segreti su cui ci sono stati vincoli per gli ispettori. Inoltre non è mai stata affrontata la questione delle attività regionali dell'Iran: invece di usare le iniezioni di denaro ottenute grazie all'accordo per rilanciare l'economia, Teheran le ha investite per appoggiare Bashar al Assad in Siria, Hezbollah in Libano e gli Houthi in Yemen. Tutto ciò porta a continua instabilità: se la questione non sarà affrontata il rischio di escalation sarà costante».

- Quali cambiamenti crede che ci potranno essere in Medio Oriente con un'Amministrazione Biden?
  «Ci auguriamo che la nuova Amministrazione ascolti i suoi alleati. Vogliamo aiutare gli Stati Uniti come abbiamo sempre fatto, per raggiungere obiettivi comuni: una regione stabile e libera da terrorismo ed estremismo».

- Lo sviluppo più importante degli ultimi mesi in Medio Oriente sono stati gli Accordi di Abramo fra Israele, gli Emirati arabi uniti e il Bahrein. Si è parlato molto delle possibilità che anche l'Arabia Saudita si unisca. Che cosa dovrebbe cambiare perché questo accada?
  «Abbiamo sempre appoggiato ogni forma di normalizzazione, ma perché l'Arabia Saudita faccia un passo occorre un accordo fra israeliani e palestinesi. Crediamo che sia fondamentale, perché senza una soluzione negoziale alla questione israelo-palestinese continueremo ad avere instabilità e ogni intesa di normalizzazione continuerà a soffrirne. La cosa più importante secondo noi è trovare la strada per una soluzione che garantisca ai palestinesi uno Stato, dignità e sovranità lungo le linee di ciò che è previsto nel Piano di pace arabo del 2002: i confini del 1967, Gerusalemme Est capitale in una forma che i palestinesi ritengano accettabile».

- Creda che la leadership palestinese sia pronta a tomare al dialogo dopo questo accordo?
  «Non spetta a noi decidere come i palestinesi debbano aprire il confronto. Possiamo solo supportarli come sempre fatto».

- Un altro punto caldo per il Golfo è l'embargo al Qatar, da voi decretato tre anni fa. Negli ultimi giorni sembra che ci siano stati progressi per una soluzione della crisi: ce lo può confermare?
  «Abbiamo fatto progressi nelle ultime settimane e soprattutto negli ultimi giorni. C'è la possibilità dl una soluzione: sono ottimista».

- E in Yemen?
  «in Yemen più che ottimista mi definirei impegnato nel trovare una soluzione. Ma dobbiamo essere in due per risolvere la questione: se una parte dichiara il cessate ll fuoco e l'altra, in questo esso gli Houthi, continua ad attaccare, è evidente che non si arriva a una soluzione».

- Con le condanne emesse qualche mese fa per alcuni membri del commando che ha ucciso il giornalista Jamal Khashoggl, l'Arabla Saudita ritiene la vicenda chiusa: ma alcuni membri della squadra di Biden sostengono che la questione non sia conclusa e si sono detti pronti a chiedere spiegazioni al suo Paese. Siete disposti a riaprire questo capitolo?
  «Crediamo di aver riconosciuto le responsabilità dei colpevoli attraverso il processo e abbiamo preso le misure necessarie per riformare i nostri servizi di sicurezza ed essere certi che atti orribili come questo non si ripetano. Siamo pronti a condividere con gli americani gli sforzi fatti in questa direzione. Anche noi siamo rimasti scioccati da questa vicenda, come il resto del mondo».

- In carcere in Arabia Saudita ci sono da due anni alcune attiviste che a lungo hanno chiesto le stesse riforme che il suo governo sta attuando: alcune hanno denunciato di essere state torturate e abusate sessualmente. Perché sono in cella? E perché saranno processate da una corte anti-terrorismo?
  «Come ha detto lei, abbiamo fatto le riforme che chiedevano. Il che vuol dire che queste donne non sono in carcere per questo. Sono accusate di crimini seri contro la sicurezza nazionale, connessi a trasferimento di documenti e informazioni segrete a Stati che non sono alleati del regno e di questo dovranno rispondere ai giudici».

(la Repubblica, 5 dicembre 2020)


Se lo Shabbat è appeso a un filo

L'eruv, il cerchio magico che garantisce l'ortodossia. Storia e attualità di un recinto invisibile.

Nel novembre del 2019 il noto quotidiano Il post ha pubblicato un articolo dal titolo Il filo sottile che circonda Manhattan. Il testo è un approfondimento sull'eruv, la recinzione reale o simbolica entro la quale è possibile "trasportare" oggetti durante lo Shabbat. A margine dell'articolo, cliccando sul tasto "mostra i commenti", compaiono decine di opinioni lasciate dagli utenti, d'accordo unanimemente sul fatto che l'eruv sembrerebbe più un tentativo di aggirare la regola sabbatica che di rispettarla.
  L'idea della scappatoia non è nuova, ed è la più frequente di una serie di opinioni contrarie all'eruv. Passare in rassegna le valutazioni ostili può essere utile, per approfondire l'argomento e scoprirne tutti i suoi aspetti.

 Un escamotage per aggirare le regole
  Nell'ebraismo il sabato è un giorno sacro e tutte le attività associate al lavoro sono proibite. Come spiega su My Jewish Learning Sharonne Cohen nell'articolo Cos'è un eruv?, lo Shabbat è un giorno diverso dagli altri, da dedicare al riposo, alla famiglia e alla spiritualità. Per questo, durante il sabato, molte attività sono proibite: la lista delle 39 melachot ("lavori") impraticabili include azioni come cucinare, viaggiare, spendere soldi ma anche trasportare oggetti al di fuori della propria abitazione. Tra le cose che non si possono trasportare, sollevare o spingere sono comprese anche le chiavi di casa, i bastoni o deambulatori per camminare, le sedie a rotelle e i passeggini, e non si può neanche tenere in braccio un bambino non ancora in grado di camminare da solo. Le difficoltà che questa regola comporta sono molte, per questo i maestri hanno ideato un modo per consentire il "trasporto" in luoghi pubblici senza infrangere la regola. È così che nasce l'eruv (in ebraico: "mescolanza [di domini]"), una recinzione costituita da un semplice filo che integra le strutture preesistenti (muri, recinzioni, pali elettrici..) per ampliare un dominio privato.
  "Il concetto di eruv risale al tempo del Re Salomone" spiega Alexandra Lang Susman in un articolo accademico, "non è, come hanno sostenuto alcuni critici, una scappatoia moderna creata per aggirare una regola dello Shabbat, ma è piuttosto un'alternativa prescritta". Di fatto esiste un intero trattato nel Talmud sul tema, e nei suoi dieci capitoli viene descritto nel dettaglio il modo in cui un eruv deve essere eretto e mantenuto, in conformità ai requisiti della legge ebraica. I maestri del Talmud si sono preoccupati di istituire una regola alternativa, tracciandola nel dettaglio, in modo da mantenere da un lato l'integrità del sistema legislativo ebraico, e dall'altro di assicurare la compatibilità dei divieti con la vita di tutti i giorni. L'eruv permette infatti a ogni famiglia e singolo di rispettare le regole dello Shabbat, giovani, anziani, abili e inabili che siano.
  Gabriele Genah sul Corriere della Sera spiega che per questo filo ci sono regole dettagliate, deve essere ben teso e posto a un'altezza di almeno quattro metri e mezzo; deve essere parallelo al terreno e il suo perimetro non può essere in alcun punto interrotto. L'eruv è costantemente sotto controllo, qualcuno deve sempre assicurarsi che sia intatto; alcune comunità hanno creato un numero di emergenza da contattare prima dello Shabbat per accertarsi che non ci siano danni al perimetro.

 L'eruv e i problemi legali
  Oltre alle caratteristiche strutturali dell'eruv, esiste anche una componente legale obbligatoria. Come spiega Alexandra Lang Susman, per creare una recinzione valida la comunità ebraica del luogo deve affittare formalmente il territorio prima di perimetrarlo. La cerimonia della cessione dell'area deve essere ufficiale, ed è necessario che sia un rappresentante politico a formalizzare l'affitto in cambio di una provvigione simbolica.
  Le complicazioni legali, a questo punto, saltano all'occhio: affittando un'intera area la comunità ebraica si appropria anche di case private, vie, scuole pubbliche, parchi, negozi e li trasforma indirettamente in uno spazio religioso. Per questo, per l'istituzione pubblica chiamata in causa può non essere facile esprimersi sul tema: da un lato ha la necessità di garantire la libertà di culto alla comunità che senza quell'eruv faticherebbe a rispettare le proprie regole religiose, dall'altro costringe tutti i residenti a vivere in un'area con una forte connotazione religiosa e ad abitare, di fatto, in uno spazio ebraico ortodosso. La decisione spetta ai consigli comunali di ogni singola città e son loro a decidere, di volta in volta, se accettare o rifiutare la richiesta di costruzione del recinto.
  Alcune comunità ebraico ortodosse hanno affrontato difficoltà, controversie e battaglie pubbliche, per ricevere l'autorizzazione alla costruzione dell'eruv. È il caso, per esempio, della comunità del Nord di Londra, che nel 1992 si è vista inizialmente rifiutare la richiesta perché la recinzione era considerata un elemento di disturbo nella visuale del paesaggio cittadino. Un altro dibattito si è acceso nel 1999 intorno alla richiesta di predisporre un eruv a Palo Alto, in California: la vicenda è raccontata nell'articolo Un 'muro' a Venice Beach per le passeggiate degli ebrei ortodossi, in cui viene spiegato che molti cittadini temevano che la recinzione potesse mettere in pericolo alcune rare specie di uccelli che nidificano sulle coste del Pacifico e, inoltre, che potesse ostacolare la vista sul mare.
  Attualmente sono 49 gli stati del mondo in cui è presente almeno un eruv: dal 2016 anche una città italiana è inclusa in questa lista; a Venezia, l'ex sindaco Luigi Brugnaro ha firmato una convenzione quinquennale per l'istituzione di una recinzione che abbraccia le calli, i campielli e le isole.
  L'eruv è stato definito in molti modi, "un muro invisibile di libertà", ma anche "un cerchio magico che scorre", perché ha a che fare con categorie protette, liberazione sociale e interazione con la sfera pubblica. Probabilmente le controversie e i disaccordi attorno alla sua natura non termineranno molto presto, ma l'eruv continuerà a dimostrare ogni giorno di essere uno strumento fondamentale per migliorare l'esperienza dello Shabbat, tanto cara alle comunità ebraiche, e la quotidiana interazione tra i membri della comunità.

(JoiMag, dicembre 2020)


Guerini incontra Netanyahu a Tel Aviv

Focus su cooperazione militare e instabilità nel Mediterraneo

Le tensioni nel Mediterraneo Orientale, il contributo italiano alla missione UNIFIL in Libano e il rafforzamento della cooperazione militare bilaterale sono stati tra i temi al centro della visita in Israele del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, che ieri a Tel Aviv ha incontrato l'omologo Benny Gantz e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.
"Le profonde radici storiche che caratterizzano i rapporti bilaterali tra Italia e Israele sono un riferimento costante della politica internazionale nell'ambito del nostro contributo alla stabilità nel Medio Oriente", ha detto Guerini incontrando il ministro della Difesa di Israele.
L'Italia, ha assicurato il nostro ministro della Difesa, è impegnata nella "stabilizzazione della regione" con i suoi militari dispiegati all'interno del contingente dell'Unifil e guarda con attenzione alla situazione nel Mediterraneo orientale, "sottolineando l'azione italiana per garantire il rispetto degli interessi nazionali e, al contempo, di assicurare il dialogo tra gli attori nella regione".
L'incontro con il premier Netanyahu, invece, è stato incentrato sul ruolo delle "Forze armate italiane nell'emergenza Covid e sui contributi che la Difesa sta apportando al sistema Paese per l'emergenza". Proprio su questo il premier israeliano ha chiesto di essere aggiornato dal ministro. La conversazione poi si è spostata sul quadro di "stabilità e sicurezza" della regione. Secondo quanto si apprende dal ministero della Difesa italiano in entrambi gli incontri è stata sottolineata la volontà condivisa di "sviluppare ulteriormente gli ambiti di cooperazione nel settore specifico della Difesa". "Una collaborazione - ha detto Guerini a Netanyahu - che contribuisce sia alla rispettiva sicurezza dei Paesi che a ulteriori positive ricadute in termini industriali".
"Sul piano tecnico-militare Italia e Israele incrementano da anni le acquisizioni dei rispettivi prodotti per la Difesa", commenta Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa, sentito da Sputnik Italia. "L'Aeronautica israeliana - ha ricordato l'esperto - ha acquisito 30 aerei da addestramento avanzato Leonardo M-346 e nel settembre di quest'anno 12 elicotteri per l'addestramento Leonardo AW119Kx con due simulatori di volo".
Dall'altra parte, invece, sottolinea Gaiani, "l'Italia ha acquisito due aerei Gulfstream G550 CAEW con funzioni di sorveglianza aerea, comando, controllo e comunicazioni, un satellite da osservazione OPSAT 3000 e quest'anno lanciatori e missili anticarro Spike". "Anche la cooperazione tra le aziende del settore Difesa dei due paesi - va avanti - è in crescita, con partnership tra Leonardo ed Elbit Systems nel settore dei simulatori di volo per elicotteri".
"Circa i possibili sviluppi futuri, l'Esercito Italiano ha reso noto nel maggio di quest'anno di voler intensificare la cooperazione con Israele in diversi settori e questo determina il coinvolgimento di diverse aziende italiane", ha aggiunto l'analista. Sul piano geopolitico, invece, spiega Gaiani a Sputnik Italia, a tenere banco c'è stata "la crisi tra Grecia e Turchia nel Mediterraneo Orientale, ricco di giacimenti di gas, che coinvolge anche gli altri Stati della regione". "Inoltre - prosegue l'esperto - l'Italia schiera 1.100 caschi blu nella missione dell'ONU nel sud del Libano (UNIFIL), di cui Roma detiene anche il comando".
"Una regione da sempre delicata - conclude - ma che potrebbe surriscaldarsi in seguito alle rinnovate tensioni tra l'asse Israele-Stati Uniti e l'Iran dopo l'uccisione di uno scienziato nucleare e un comandante dei pasdaran, tenuto conto degli stretti legami che uniscono Teheran con le milizie scite libanesi Hezbollah". (Sputnik Italia, 4 dicembre 2020)


Germania - Cancellati i nomi nazisti dallo «spelling» ufficiale

Ancora in uso i vecchi riferimenti. Adesso si passerà ai nomi di città

di Daniel Mosseri

BERLINO - Livorno è capoluogo di provincia, Empoli, Imola e Domodossola invece no. Tutte e tre le città, però, condividono il rango di capitali dell'alfabeto telefonico italiano, una lista informale di nomi, cose, città fra cui l'hotel e lo xilofono, che ci aiutano nelle conversazioni a distanza. In Germania, invece, la Buchstabiertafel, la tabella dell'alfabeto fonetico, è affar serio, regolato e modificato negli anni sulla base dell'evoluzione non solo della lingua ma anche dell'aria che tira. La prima lista di parole da usare per la compitazione delle parole - come si dovrebbe dire in italiano anche se spelling è ormai entrato nell'uso comune - risale al 1905, in piena era guglielmina. Nel 1926, sotto la Repubblica di Weimar, la tabella viene corretta: Berta diventa Bernhard, la «i» passa da Isidor a Ida mentre Karl diventa Katharina. Piccoli aggiustamenti che dureranno pochi anni. Con l'avvento del nazismo Albert, Bernhard, David, Jacob, Nathan e Samuel vengono fatti fuori e sostituiti con Anton, Bruno, Dora, Jot, Nordpol, Siegfried.
   La nuova lista è adottata nel 1934 dopo un breve scambio epistolare fra pochi zelanti operatori postali e telefonici convinti della necessità di epurare dalla lista i nomi biblici diffusi tanto fra gli ariani quanto fra gli ebrei. In tempi recenti è stato Michael Blume, commissario contro l'antisemitismo del Baden-Württemberg, ad accorgersi che i tedeschi continuano a impiegare i termini scelti dal partito nazionalsocialista. Grazie alla sua opera, sostenuta dal Consiglio centrale degli ebrei tedeschi, la Buchstabiertafel del 1934 verrà emendata. Si torna dunque ai nomi del 1926? In tempi di politicamente corretto la lista non rispecchierebbe la diversità multiculturale della Germania odierna. I nomi ebraici torneranno in auge solo per qualche mese per diventare poi un'appendice «storica» della nuova tabella in vigore a fine 2022. Anche i tedeschi passeranno ai nomi di città.

(il Giornale, 5 dicembre 2020)


I Falash Mura nella terra promessa: Israele accoglie trecento ebrei etiopi

Il trasferimento accelerato dalla crisi del Tigray: arriveranno a migliaia.

 
Netanyahu e la moglie accolgono i Falash Mura all'aeroporto Ben Gurion
 
Pnina Tamano-Shata, che ha accompagnato gli arrivati, è il primo ministro israeliano di origine etiope
 
I Falash Mura discendono da ebrei convertiti al cristianesimo da missionari nel XIX secolo
Centinaia di cittadini ebrei etiopi (falascia) sono stati trasportati in aereo in Israele per la prima di una serie di operazioni trasferimento, operazioni accelerate dalla crisi nella regione etiope del Tigray. Ad accoglierli all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv c'erano il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa, Benny Gantz. «Mia moglie Sarah e io siamo rimasti lì con le lacrime agli occhi all'accoglienza», ha dichiarato alla stampa Netanyahu. Presente anche la ministra dell'Immigrazione, Pnina Tamano-Shata, lei stessa un'immigrata di origine etiope giunta in Israele con un ponte aereo clandestino nel 1984, che si è recata personalmente in Etiopia per sovrintendere al trasferimento, nell'ambito dell'operazione soprannominata Rock of Israel (Roccia di Israele).
   La comunità ebraica in Etiopia, conosciuta anche come Falash Mura, discende da ebrei convertiti al cristianesimo - molti sotto costrizione - alla fine del diciannovesimo secolo. Tuttavia, a differenza della comunità nota come Beta Israel precedentemente evacuata in Israele, Falash Mura non soddisfa i criteri per il diritto automatico alla cittadinanza israeliana a causa delle incertezze sulla loro discendenza ancestrale. La questione si è trascinata per anni, fino a quando il governo di Israele si è impegnato nel 2015 a trasferire l'intera comunità entro la fine del 2020. Altre 100 persone dovrebbero essere trasferite oggi e altre 1.700 entro fine gennaio. Gli ebrei etiopi furono portati per la prima volta in Israele dai campi profughi in Sudan in una serie di operazioni segrete avviate all'inizio degli anni '80 dall'agenzia di intelligence israeliana del Mossad per ordine dell'allora primo ministro Menachem Begin.

(Il Dubbio, 4 dicembre 2020)


Sciolta la Knesset, elezioni anticipate in Israele

di Amy K. Rosenthal

GERUSALEMME - Molto rumore per nulla. Il titolo della commedia di Shakespeare descrive in pieno la mozione approvata mercoledì dalla Knesset per sciogliere la legislatura. Questo passaggio porterà alla quarta elezione anticipata in Israele in due anni. Tuttavia, la mozione, passata con 61 voti a favore e 54 contro, non è una sorpresa per nessuno.
   Fin dall'inizio della formazione della coalizione per la condivisione del potere, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu (Likud) e l'ex generale Benny Gantz (Kahol Lavan) sono stati in disaccordo su tutto. Nonostante a maggio i due uomini abbiano dichiarato che un governo di unità nazionale era necessario per mettere la politica a gestire la crisi del coronavirus, i due non hanno mai lavorato insieme, cioè con spirito di unità. Col passare del tempo, le tensioni si sono fatte insostenibili.
   La domanda è però: perché oggi è stato approvata questa mozione per lo scioglimento della legislatura? Nelle ultime settimane, Gantz e Netanyahu sono stati in difficoltà sulla legge finanziaria 2020-2021. Gantz ha più volte accusato Netanyahu di aver rifiutato di approvare il bilancio nel tentativo non solo di indebolirlo, ma anche di impedirgli di diventare Primo Ministro nel novembre 2021, come previsto dall'accordo di coalizione che hanno firmato lo scorso maggio. Detto questo, il voto di oggi non comporterà la caduta automatica del governo. Al contrario, segna il primo passo di un processo che deve passare attraverso il Comitato della Camera della Knesset e poi altre tre sessioni legislative prima che possano essere indette nuove elezioni. L'ironia è però che se il bilancio non fosse passato entro la scadenza del 23 dicembre, la Knesset si sarebbe comunque sciolta per legge e il Capo dello Stato avrebbe indetto nuove elezioni.
   Perché l'opposizione, col sostegno del Ministro della Difesa Gantz, stia cercando di far cadere l'attuale disfunzionale governo di unità nazionale è un mistero, soprattutto perché la mossa non viene percepita né come una tattica per guadagnare terreno elettorale nelle prossime elezioni né come la spallata finale a Netanyahu.
   Al contrario: se è vero che Netanyahu è attualmente sotto processo in tre casi di corruzione, i sondaggi in Israele dimostrano che il Primo Ministro mantiene il sostegno della sua base elettorale. Che cosa significa questo? Ebbene, che al quarto turno delle elezioni nazionali, il Likud rimarrà inevitabilmente il più grande della Knesset.
   D'altra parte, proprio Gantz e il suo partito, Kahol Lavan, saranno i maggiori perdenti del prossimo turno elettorale. Molti dei suoi ex sostenitori, che hanno creduto nella promessa fatta in campagna elettorale di portare alla morte politica di Netanyahu, non gli hanno perdonato quello che considerano un voltafaccia. In breve, Gantz - dal giorno in cui ha deciso di entrare in un governo unitario con Netanyahu - ha perso ogni credibilità tra i suoi elettori e si è letteralmente suicidato politicamente. Il leader dell'opposizione Yair Lapid (Yesh Atid), che si è candidato come parte di Kahol Lavan durante le ultime tre campagne elettorali, ma ha rotto con Gantz quando si è unito a un governo guidato da Netanyahu all'inizio di quest'anno, ha elogiato il suo ex partner nel sostenere la mozione per far decadere il governo e chiedere elezioni anticipate. Nonostante le parole di Lapid, neanche Yesh Atid può sperare di ottenere guadagni elettorali significativi.
   Coloro che oggi pongono una sfida al Likud nei sondaggi vengono invece da destra, ovvero Yamina dell'ex Ministro della Difesa Naftali Bennett. Secondo un sondaggio condotto la settimana scorsa dal Canale 13 di Israele, Yamina è destinato a vincere 23 seggi rispetto ai 27 del Likud. Yamina - attualmente all'opposizione - però non ha dato disponibilità di alleanze ai suoi ex partner del Likud o ai partiti religiosi ultra-ortodossi Shas e United Torah Judaism. Eppure, nonostante Yamina e con chi cercherà di associarsi dopo le prossime elezioni, è probabile che Netanyahu rimanga Primo Ministro.

(La Voce Repubblicana, 4 dicembre 2020)


"La Repubblica Ceca e Israele hanno un destino comune". Parola del presidente Milos Zeman

di Paolo Castellano

Il presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman
A poche ore dall'annuncio del governo ceco di aprire una ufficio diplomatico a Gerusalemme, il presidente della Repubblica Ceca Milos Zeman ha rilasciato un'intervista al Jerusalem Post. Rispondendo alle domande, Zeman ha parlato del suo apprezzamento per lo Stato d'Israele e per il popolo ebraico.
   Il 3 dicembre, Rudolf Jindrak, direttore del dipartimento per gli Affari esteri della Repubblica Ceca, ha dichiarato alla stampa che il paese europeo aprirà una nuova ufficio diplomatico a Gerusalemme per "mostrare sostegno a Israele". Quest'ultima mossa politica è piaciuta al presidente Zeman che da anni invoca un totale trasloco dell'ambasciata e un maggiore supporto allo Stato israeliano. Nonostante l'inaugurazione di un nuovo ufficio nella capitale israeliana, per il momento rimarrà attiva l'ambasciata che si trova a Tel Aviv.
   Nella sua intervista al Jerusalem Post, Zeman ha specificato che i cechi e gli israeliani condividono un destino comune: «Naturalmente i due popoli hanno un destino in comune. Gli ebrei furono quasi completamente sterminati in Europa, e lo stesso sarebbe capitato ai cechi se la Germania nazista avesse vinto la guerra».
   «Il mio rapporto con lo Stato di Israele è nato studiando la storia. Rispetto e ammiro molto la nazione ebraica, non solo per la sua sofferenza, ma anche per il suo coraggio. Lo slogan "mai più" mi ha ispirato, e le guerre che Israele ha combattuto e vinto sono la dimostrazione del coraggio di questo paese. Ecco perché ho sempre ammirato il popolo ebraico», ha sottolineato il presidente della Repubblica Ceca.
   Zeman ha poi descritto le opportunità della cooperazione tra il suo paese e Israele: «Questa collaborazione dovrebbe esserci sempre e non dipendere da una pandemia. Approvo i rapporti con Israele. In qualità di presidente, incoraggerò sempre di più questa cooperazione che dovrà continuare su tutti i livelli. Per la precisione, voglio convincere il nostro ministro della Difesa ad acquistare droni da Israele, perché lo Stato ebraico produce droni di alta qualità».

(Bet Magazine Mosaico, 4 dicembre 2020)


Ebadi: "Teheran indebolita. Le minacce all'Occidente sono soltanto propaganda"

Shirin Ebadi avvocatessa e premio nobel per la pace 2003: la classe media è crollata, i prezzi sono altissimi, gli appartamenti proibitivi e ogni giorno ci sono nuove proteste contro il governo.

di Francesca Paci

ROMA - Nell'esilio da cui guarda il Paese che l'ha elevata somma giudice per poi ricacciarla giù, nella polvere della dissidenza, la Premio Nobel per la pace iraniana Shirin Ebadi ascolta l'eco della storia, la sua. La fine dell'era Trump con lo scontro innalzato ai massimi livelli, l'asse arabo-sunnita saldatosi con Israele in chiave anti-ayatollah, l'omicidio dello scienziato nucleare Kakhrizadeh, ultimo di una lunga serie di "pizzini". E poi, nell'incognita delle presidenziali di giugno, l'isolamento dei suoi connazionali, le ragazze alla sfida del velo, la povertà strisciante, il Covid.

- Cosa cambia per l'Iran l'arrivo di Biden alla Casa Bianca?
  «La situazione in Iran è compromessa. Le elezioni americane non produrranno grandi cambiamenti perché finché il regime continuerà a muoversi nella regione sostenendo le milizie paramilitari non ci saranno schiarite. La soluzione per l'Iran è dentro 'Iran, non negli Stati Uniti».

- L'assassinio di Mohsen Fakhrizadeh evoca l'escalation, spinta da Washington o da Gerusalemme. Cosa si aspetta prima dell'insediamento del neo presidente americano?
  «Non credo che l'America attaccherà l'Iran, Trump può cercare di ritardare la soluzione e lo farà, metterà i bastoni tra le ruote a Joe Biden per prolungare le sanzioni».

- Che danni hanno lasciato gli ultimi quattro anni?
  «L'isolamento economico e la fuga degli investimenti hanno segnato a fondo l'Iran. Dopo le sanzioni la vendita del petrolio è crollata a meno di un milione di barili al giorno e nel frattempo la paura del regime di Teheran ha avvicinato Israele, Bahrein, Emirati. Gli Emirati erano un ottimo mercato per Teheran ma la settimana scorsa hanno bloccato il visto per gli iraniani, di fatto hanno sostituiti con gli israeliani».

- L'Iran che ringhia per la morte di Fakhrizadeh annuncia rappresaglie, sabotaggi, nuovi input alla sfida nucleare?
  «Il regime urla, ma anche a gennaio, dopo l'assassinio di Qasem Soleimani, minacciò tempesta e non successe niente. L'informazione ufficiale è propaganda, l'Iran è molto indebolito e non ha margini di manovra. Il regime è infiltrato, profondamente. E la popolazione è scontenta, troppo per il richiamo della bandiera. La classe media è crollata, i prezzi sono alle stelle, gli appartamenti proibitivi: la gente per vivere affitta soffitte o porzioni di terrazze condominiali dove piazzare la tenda. Ogni giorno ci sono proteste, più che studenti sono operai, impiegati, pensionati».

- Gli esperti hanno ipotizzato un blitz di 12 persone contro Fakhrizadeh: è possibile in un regime poliziesco?
  «Le informazioni sono contraddittorie. Anche quelle ufficiali. Il capo dei pasdaran annuncia la vendetta e il portavoce dice "meglio aspettare"».

- L'Iran ribolle, Israele si blinda, il Pentagono dispiega la USS Nimitz, i sauditi covano. Si parla di pace in vista con gli Accordi di Abramo e intanto si prepara la guerra?
  «La guerra non risolve i problemi, aumenta quelli che ci sono. È per questo che sostengo qualsiasi accordo di pace, anche quello tra Israele, il Bahrein e gli Emirati. Ben venga se arabi e israeliani si parlano, spero che un giorno questo dialogo comprenda anche i palestinesi che oggi ne sono esclusi. Sono convinta che alla fine, contrariamente al fatto che nascano in funzione anti-Iran, questi accordi ridurranno la tensione in Medio Oriente».

- Gli iraniani come stanno? La ricercatrice anglo-australiana Kylye Moore-Gilbert è stata liberata ma Nasrine Sotoudeh è di nuovo in carcere e l'esecuzione di Ahmadreza Djalali pare solo rinviata.
  «Per gli iraniani non si è aperto nessuno spiraglio, la pressione interna ha fatto in modo che Nasrine fosse rilasciata ma solo temporaneamente. Dietro la vicenda della ricercatrice c'è l'ambizione a uno spazio per lo scambio dei prigionieri. Main generale la situazione è pessima. In questi giorni sono stati arrestati 4 studenti e blogger. E le prigioni sono in balia del Covid: nessuno sa le cifre delle vittime della pandemia in Iran e men che mai nelle carceri iraniane, ma tutti sanno che non ci sono cure».

(La Stampa, 4 dicembre 2020)


A Dubai il primo matrimonio ortodosso ebraico

La firma degli Accordi di Abramo ha aperto la collaborazione tra Israele ed Emirati arabi uniti non solo in campo medico, commerciale o tecnologico, ma anche in un altro settore molto redditizio, quello dei matrimoni. Per la prima volta, Dubai ha ospitato nozze ortodosse ebraiche: complici anche le restrizioni anti-Covid in vigore nello Stato ebraico, una coppia ha festeggiato il suo si' al Park Hyatt Hotel con una cerimonia sfarzosa e decine di invitati. Agli ospiti degli sposi, si sono aggiunti turisti curiosi attratti dalla scena inusuale, ha riferito Yedioth Ahronoth.
Nello Stato ebraico, a causa dell'epidemia di coronavirus, il numero di partecipanti a eventi pubblici e' limitato a 20; questo ha reso difficile sposarsi per molto coppie, specialmente nella comunita' ultra-ortodossa, dove le famiglie sono molto numerose e ridurre la lista degli invitati e' un'impresa ardua. Da qui, l'attenzione riservata agli Emirati dove il numero di contagi e' basso e le regole sono piu' rilassate; inoltre, essendo nella lista 'verde', al ritorno in Israele non e' prevista la quarantena.

(AGI, 4 dicembre 2020)


La tragedia ebraica: dai pogrom nell'Est ai campi di sterminio

La questione ebraica
Il programma delia Germania nazista per la «liberazione dagli ebrei» si esprimeva in tre «soluzioni», di cui la seconda è la meno nota: l'espulsione e il confinamento, attraverso dei "piani", poi mai realizzati, di tutti gli ebrei presenti nei territori occupati dai tedeschi durante ia seconda guerra mondiale in zone remote ai limiti orientali dell'Europa.
La soluzione finale» della Germania Nazista
La sorte degli ebrei d'Europa volse in tragedia con l'inizio della «Endlösung», la «soluzione finale», pianificata nel gennaio 1942 nella conferenza di Wannsee, che ne portò a morte nei campi di sterminio oltre 2 milioni dei complessivi 6 milioni uccisi dai nazisti dal 1933 fino alla sconfitta delia Germania nazista di Hitler.

di Gustavo Ottolenghi

L'antisemitismo - termine coniato nel 1879 dal giornalista tedesco Wilhelm Marre inteso come l'avversione e la lotta contro gli ebrei - è un fenomeno presente nella storia dell'umanità fin dai primi secoli del Cristianesimo, acuitosi nel tempo, essenzialmente per motivi religiosi ed economici, sino all'epoca attuale, concretizzatosi in ingravescenti episodi di intolleranza contro la popolazione ebraica. In Europa il fenomeno si manifestò con grande virulenza all'inizio del diciannovesimo secolo, specie nei Paesi dell'Est, sotto forma di violente sommosse popolari (pogrom) che causarono centinaia di morti fra le comunità ebree.
  A fronte di tali episodi insorse Theodor Herzl, scrittore ungherese naturalizzato austriaco, Presidente del Movimento sionista internazionale, che, nel 1896, diede inizio a una campagna tesa a proteggere i suoi correligionari favorendone l'esodo consenziente dall'Europa, indicando come possibile loro insediamento Stati extracontinentali quali l'Argentina, il Congo belga o il Mozambico portoghese, ma tutte queste Nazioni rifiutarono la loro accoglienza.
  Nel corso del VI Congresso Internazionale sionista del 1903 a Basilea, sull'onda degli orrori avvenuti nel primo dei pogrom perpetrato dai Russi a Kishinev (Chisimaio) in Bessarabia il 20 aprile di quell'anno e nel corso del quale erano stati uccisi 45 ebrei, Herzl avanzò una nuova dettagliata proposta per il trasferimento della popolazione ebraica dell'Est europeo in Africa, in uno dei possedimenti della Gran Bretagna.
  Il Ministro delle colonie di S.M. britannica, Joseph Chamberlain, offrì agli ebrei un territorio nel Sinai egiziano (allora Protettorato inglese dal 1882) e, a seguito della ricusazione da parte di Herzl che riteneva tale territorio troppo arido e inospitale, gli propose una zona di 130mila chilometri quadrati in un altro dei possedimenti inglesi e precisamente nell'Uganda, nella Contea di Nasin Gishu sui monti Mau, vicino alla città di Mbale, a 200 chilometri dalla capitale Kampala("Progetto Uganda"). Il territorio era stato prescelto in quanto abitato da una popolazione, gli Abayudaya, che da tempo, sotto la guida del prestigioso capo spirituale e militare Semei Kakungulu praticava una sorta di ebraismo e che quindi avrebbe potuto accogliere e fraternizzare con correligionari europei. La proposta, portata a Basilea al VII Congresso sionista nel 1905, non trovò però l'approvazione di tutti i congressisti che ritennero il luogo offerto troppo isolato, privo di risorse, infecondo e circondato da popolazioni ostili. Gli ebrei dell'Europa restarono pertanto nel Vecchio Continente, alla mercé dei pogrom che andavano moltiplicandosi contro di loro specie all'Est e le loro comunità erano costrette a vivere in condizioni di grave indigenza, spesso portate alla povertà assoluta dallo sfruttamento loro imposto dalle maggioranze cristiane.
  Questa situazione si protrasse sino ai primi decenni del ventesimo secolo, allorché peggiorò ulteriormente a seguito della presa del potere, in Germania, del Partito Nazionalsocialista di Hitler, da sempre fiero antisemita. Il suo obbiettivo era quello di rendere la Germania «Judenfrei» (libera dagli ebrei) e con la emanazione delle cosiddette Leggi di Norimberga del 1935 («Legge per la protezione del sangue e dell'onore tedesco» e «Legge sulla cittadinanza del Reich») e dei successivi Decreti, il suo programma per raggiungere quello scopo era espresso in tre «Lösung der Judenfrage» (Soluzioni della Questione ebraica) da realizzarsi progressivamente. La prima Soluzione (Erstelösung, 1935) prevedeva l'emigrazione (Auswanderung) degli ebrei tedeschi, costringendoli a lasciare la Germania mediante provvedimenti oppressivi e boicottaggi economici. La seconda Soluzione (Zweitelösung, 1941) consisteva nella espulsione (Vertreibung) e nel confinamento di tutti gli ebrei presenti nei territori occupati dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale (Francia, Belgio, Olanda, Stati baltici, Norvegia, Danimarca, Yugoslavia, Grecia) in zone remote ai limiti orientali dell'Europa. La terza Soluzione (Endlösung, Soluzione finale, 1943) prevedeva, infine, la loro deportazione («Abschiebung») ed eliminazione totale in Campi di sterminio (Vernichtungslager) appositamente costruiti (gli ebrei russi venivano uccisi immediatamente ad opera delle apposite Einsatzgruppen, Truppe speciali) durante l'avanzata della Wehrmacht in Russia nel 1941.
  Tragicamente note sono le modalità d'esecuzione della Terza soluzione, mentre meno lo sono quelle che furono proposte per la Seconda, per le cui realizzazione furono proposti, nel tempo, diversi "Piani", nessuno dei quali tuttavia si realizzò. I primi luoghi ipotizzati nei Piani per le dislocazioni ebraiche erano stati suggeriti nel 1936 dal SS Obergruppenführer Walter Darrè, Responsabile dell'Ufficio Centrale per la Razza e le Colonie del Reich (RUSHA), nella Repubblica Dominicana o nell'isola di Cuba (Amerika Project, Piano America) ma vennero esclusi per la loro eccessiva lontananza e le conseguenti difficoltà dei trasporti. Un territorio a quello scopo venne proposto direttamente al Führer nel 1938 da Benito Mussolini (che, nello stesso anno, aveva inaugurato in Italia, con le cosiddette Leggi razziali, una politica apertamente antisemita) in Africa, nella depressione etiopica della Dancalia, colonia italiana dal 1936 (Piano Dancalia), ma l'offerta venne declinata da Hitler.
  Nell'ottobre 1939, subito dopo l'occupazione della Polonia da parte dei tedeschi nel corso della Seconda guerra mondiale, ebbe inizio il Piano Nisko (Nisko Project) che faceva parte del Kleine Planung (piano di pulizia etnica dell'Europa da effettuarsi durante il conflitto) a sua volta parte del grandioso Geneml plant Ost che prevedeva la deportazione e l'insediamento di tutti gli ebrei catturati in territori europei remoti ai confini con la Russia, e del Lublino Reservat (Riserva del territorio di Lublino), vasto territorio dell'omonimo circondario destinato, nel 1942, ad ospitare i Vernichtungslager (Majdanek, Sobibor e Treblinka) della Terza Soluzione.
  Il Piano Nisko era stato studiato nel 1939 dall'ideologo Nazista Alfred Rosenberg, autore del "Piano generale di sviluppo dei territori orientali occupati" e approvato dal SS Reichführer Heinrich Himmler: la località prescelta per l'insediamento degli ebrei era una zona paludosa, umida e malsana sulle rive del fiume San, nel Distretto di Lublino, Contea di Nisko che si trovava nel Generalgouvernement (territorio della Polonia conquistata che non era stato direttamente annesso al Reich) ed era amministrato dal Governatore SS Obergruppenführer Hans Frank. Il progetto di Rosenberg - che prevedeva anche l'impiego dei deportati nella bonifica della zona paludosa destinata successivamente a coloni tedeschi - fu affidato, per la sua realizzazione, al SS Obergruppenführer Reinhard Heydrich, Direttore dell'Ufficio Centrale della sicurezza del Reich e Vice Protettore della Boemia e Moravia (nel cui territorio si trovava Nisko), che a sua volta lo demandò al SS Obersturmbannfueher Alfred Eichmann, Responsabile dell'Ufficio centrale per l'emigrazione ebraica. Quest'ultimo iniziò, nell'ottobre 1939, il trasferimento a Nisko di 120 ebrei provenienti dalla Slesia e dall'Austria, ma dopo una settimana tale attività venne sospesa per l'opposizione espressa a Himmler dal Governatore Frank che non intendeva ricevere ed essere responsabile di altri ebrei nel territorio sotto la sua giurisdizione. Il Piano Nisko venne sostituito - con analoghe finalità- dal Piano Madagascar (Madagascaskar Project) che prese corpo nell'agosto 1940 dopo la vittoria della Germania sulla Francia avvenuta due mesi prima. A seguito di tale vittoria, anche la grande isola di Madagascar al largo delle coste del Mozambico e dello Zimbabwe, Protettorato francese dal 1885, era passata, tramite il Governo francese filotedesco di Vichy, sotto il controllo tedesco ed era stata da questo individuato come adatta all'insediamento ebraico lontano dall'Europa.
  L'ipotesi di un trasferimento forzoso degli ebrei in tale isola era già stata ventilata anni addietro da alcuni antisemiti quali il francese Paul de Lagarde nel 1885, dagli inglesi Henry Hamilton Beamish e Arnold Leese nel 1932 e dal polacco Mieczyslav Lepeki nel 1937, ma la sua pianificazione fu opera del solito Alfred Rosenberg che, nel 1938, aveva previsto la possibilità di insediare nell'isola alcune migliaia di ebrei ogni anno.
  Rosenberg propose il suo progetto ad alcuni dei più alti gradi del Governo nazista (Hermann Goering, Joachim von Ribbentrop, Josef Goebbels) e fu giudicato «molto corretto» da Himmler che, nel giugno 1940, lo portò all'approvazione di Hitler. Della sua attuazione, fu incaricato Franz Rademacher, capo della Judenferat (Unità ebrei) del Ministero degli Esteri tedesco, che a sua volta ne demandò l'esecuzione pratica allo specialista Adolf Eichmann. Il Projet non superò però la fase preparatoria in quanto intervenne nell'operazione il Gross Admiral Erich Reader, Comandante in capo della Kriegsmarine (Marina da guerra) che fece presenti le scarse probabilità di un suo successo, poiché le navi che avrebbero dovuto trasportare gli ebrei dalla Germania all'isola lontana sarebbero andate incontro ai micidiali attacchi da parte della flotta britannica. Esso fu pertanto abbandonato definitivamente nel dicembre dello stesso anno. L'ultimo Piano tedesco per l'allontanamento degli ebrei dall'Europa fu quello noto come Pripet Project (Pryp'jat Marsh) che era stato escogitato nel 1940 dall'agronomo tedesco SS Oberführer Konrad Hetling Meyer, da attuare non appena la Wehrmacht avesse conquistato la Bielorussia nel corso della "Operazione Barbarossa" contro la Unione sovietica. Il Piano - fortemente sostenuto dal Governatore Hans Frank per i suoi soliti motivi - fu approvato da Himmler nel maggio 1941 in quanto rientrava nel Generalplan Ost e consisteva nell'inviare gli ebrei russi e polacchi in una zona paludosa (Marsh) al confine con l'Ucraina, sulle rive del fiume Pryp'jat, tributario del Dniepr. Quivi i deportati avrebbero dovuto lavorare al prosciugamento della zona, nella quale era previsto il successivo insediamento di coloni tedeschi alla fine della guerra (come era stato ventilato anche nel Piano Nisko): il Project non venne però approvato da Hitler che lo aveva giudicato «insicuro» in quanto la zona risultava in mano a numerose bande di partigiani russi e fu conseguentemente abbandonato nell'agosto 1941. Con la fine anche di quest'ultimo Project, si concluse anche la Seconda ipotesi di «Lösung der Judenfrage» e la sorte degli ebrei d'Europa volse in tragedia con l'inizio della Terza Lösung-la «Endlösung», Soluzione finale, pianificata nel gennaio 1942 nella Conferenza di Wannsee - che ne portò a morte, nei Vernichtungslager, oltre 2 milioni dei complessivi 6 milioni uccisi dai nazisti tra il 1933, così che solo la sconfitta della Germania nazista permise alla comunità ebraica europea di non scomparire completamente.

(Il Dubbio, 4 dicembre 2020)


Gantz rompe con Netanyahu. Israele verso il voto anticipato

di Giordano Stabile

Benny Gantz e Benjamin Netanyahu si avviano al quarto round in una sfida che rischia di mandare al tappeto Israele. L'accordo di governo nato ad aprile dopo le terze elezioni anticipate finite senza un vincitore, mentre la pandemia Covid-19 infuriava, è durato meno di nove mesi. I due non possono essere più diversi, e la convivenza l'ha dimostrato, se ce n'era bisogno. Gantz, generale di ferro, già comandante delle forze armate, ha come modello Yitzhak Rabin, si sente incorruttibile, vuole «salvare» lo Stato ebraico. Netanyahu è forse l'uomo politico più abile e manovriero degli ultimi tre decenni, ha ottenuto successi spettacolari in economia, altri più controversi ma notevoli in politica estera.
   Adesso è assediato dagli scandali e dai processi, e deve soprattutto salvare se stesso. La mozione di sfiducia votata ieri anche dal partito di Gantz, e passata con 61 voti contro 54, apre la strada verso le quarte elezioni anticipate in meno di due anni. La rottura si è consumata martedì sera, quando il co-premier Gantz ha accusato il premier Netanyahu di continuare «con i suoi trucchetti» per non cedere il comando a novembre, come previsto dagli accordi. Ieri pomeriggio la coalizione è andata in frantumi alla Knesset. Contro Netanyahu, oltre il Kahol Lavan di Gantz, hanno votato il partito di Yair Lapid, la destra di Naftali Bennett, i laburisti e i partiti arabi. Sulla carta una nuova maggioranza fra i 120 deputati, ma che non può stare in piedi, in quanto arabi e Bennett sono incompatibili. Il puzzle non è ricomponibile, a meno di un clamoroso chiarimento fra i duellanti da qui al 23 dicembre, quando il farraginoso meccanismo di scioglimento, che prevede altre tre votazioni plenarie, si dovrebbe concludere per fissare la data delle elezioni al 23 marzo.

(La Stampa, 3 dicembre 2020)


Israele, gli Accordi di Abramo e le ambiguità dell'Onu
Articolo ottimo!



di Barbara Pontecorvo*

 
Barbara Pontecorvo
Gli Accordi di Abramo, dal nome del Padre d'Israele Avraham (letteralmente "padre di numerose genti"), dovrebbero richiamare la concordia fra gli Stati. Gli Accordi, sottoscritti a Washington tra lo Stato di Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, che dovrebbero fungere da battistrada ad un coinvolgimento dell'Arabia Saudita ed altri Stati della regione, assolvono ad una funzione concreta: quella di consentire la distensione nell'area non solo fra gli Stati ma anche fra i popoli, compresa l'importante minoranza araba con cittadinanza israeliana. È vero che le storiche firme patrocinate da Trump coinvolgono ingenti interessi commerciali, schiudendo anche per l'Italia alcuni mercati per i propri beni e servizi che non sarebbero gli stessi in una condizione di permanente attrito e di potenziale conflitto bellico. Nondimeno, aldilà del versante pratico, tende a cambiare anche il profilo ideologico e culturale, poiché, a riprova che la storia è più astuta degli uomini, viene infranto il luogo comune dell'eterno conflitto, dimostrando che la pace non era un'utopia. Così come la guerra non è mai impossibile, nemmeno la pace lo è: in questo caso si è aperta una finestra ideale, che l'amministrazione Trump ha saputo cogliere. Questo non comporta un giudizio purchessia sul presidente uscente, però comporta un giudizio decisamente negativo su chi ha soffiato, soffia e continuerà a soffiare sul fuoco dei conflitti.
  In questo panorama, rimane fisso ed immutabile il desiderio dell'Iran di distruggere Israele, con un macabro conto alla rovescia segnato da un orologio nella piazza centrale di Teheran. A suo tempo, Josep Borrell, da ministro degli Esteri spagnolo (ora è responsabile degli Esteri dell'Unione Europea), spiegò che «l'Iran vuole cancellare Israele. Non c'è nulla di nuovo in quello. Devi vivere con quello». Era un invito a mantenere un atteggiamento zen dinnanzi ad un secondo Olocausto, questa volta ai danni dello Stato ebraico, quando, se si fosse trattato della distruzione - per dire - della Catalogna, non avrebbe forse esibito lo stesso fatalismo. In questo contesto di pacificazione o, quanto meno, di fondate speranze di distensione, compaiono, nella 75a sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, i piani per l'adozione di una risoluzione sull'Iran, una sulla Siria, una sulla Corea del Nord e diciassette (sì, 17) contro Israele.
  A prescindere dal carattere non vincolante di queste Risoluzioni, appare sullo sfondo l'accusa contro la democrazia israeliana di essersi macchiata di un'infinità di condanne da parte dell'Onu. Il Trattato sull'Unione Europa dispone che, su proposta motivata di un terzo degli Stati membri del Parlamento, il Consiglio può constatare che esiste un evidente rischio di violazione grave dei valori di cui all'articolo 2, il quale dispone che l'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Non esiste nell'Onu una norma simile perché, per appartenere all'Unione Europea, occorre essere una democrazia. Per l'Onu non vige nemmeno una norma opposta, che imponga di essere uno Stato non democratico per farne parte. Ci troviamo, così, con un'Organizzazione delle Nazioni Unite dove le dittature sono più numerose e coese delle democrazie e queste ultime, tra le quali l'Italia che non esprime mai un voto contrario (chissà se il ministro Luigi Di Maio ne sia consapevole), sembrano essere sempre sotto schiaffo, prigioniere di un inconscio condizionamento discriminatorio.
  Nell'area mediorientale si è perso il conto degli anni trascorsi senza che nei diversi Stati, in primis nei territori palestinesi, vengano indette regolari elezioni e, se si guardasse ai "partiti" che ne fanno parte, il confronto con la blacklist antiterrorismo dell'Ue sarebbe impietoso. Ma questo evidentemente non è meritevole di alcuna condanna in contesto internazionale. In un simile contesto, bisognerebbe proporre una lettura diversa della riottosità d'Israele nei riguardi dell'Onu e delle sue Risoluzioni, onde trovare il coraggio di ammettere che questa maniacalità nelle condanne nei confronti di Israele (manca soltanto una denuncia sulla dimensione delle strisce pedonali di Tel Aviv) è speculare non alla legittima critica a Netanyahu, ma ad un'antica ossessione, gioiosa per aver trovato un nuovo nome ad un vecchio e riprovevole vizio: l'odio.

* Avvocato, presidente Osservatorio sulle Discriminazioni

(Il Messaggero, 3 dicembre 2020)


Gli insegnamenti senza tempo del Gaòn di Vilna

Il Parlamento lituano ha dichiarato il 2020 "Anno della storia degli ebrei di Lituania e del Gaòn di Vilna

di Riccardo Di Segni*

Il Gaòn di Vilna
Tra gli anniversari a cifra tonda di quest'anno c'è anche quello dei trecento anni dalla nascita di rabbi Eliàhu, noto come il Gaòn di Vilna. Noto, beninteso, nel mondo ebraico, che ne celebra la cultura e la dottrina divenute mitiche e proverbiali, molto meno al suo esterno; ma la traccia lasciata da questo personaggio è tale che non se ne dovrebbe ignorare la storia. Già il suo nome merita attenzione: Gaòn significa eccellenza, genio, ed è un termine onorifico abusato e inflazionato (non solo tra gli ebrei, si pensi all'uso del titolo di "ecc.za" in Italia...), ma nel suo caso gli si addice pienamente. Vilna è Vilnius, la capitale della Lituania, paese in cui la multietnicità si esprime con i diversi nomi della stessa città; e gli ebrei preferiscono dire Vilne o Vilna e non Vilnius, Kovne o Kovno e non Kaunas, come in Yiddish e non nella lingua locale. Vilna è stata una grande capitale intellettuale del mondo ebraico fino a quando la sua comunità è stata spazzata dalla Shoah con la collaborazione dei suoi concittadini; toccò poi ai sovietici la cancellazione finale della cultura ebraica. Oggi Vilna-Vilnius conta pochi ebrei, ma con un desiderio di recupero della memoria, dei pochi edifici storici rimasti, di grandi cimiteri contesi; e almeno ora le autorità lituane si rendono conto dell'importanza di questa memoria tanto da dichiarare il 2020 "Anno della storia degli ebrei di Lituania e del Gaòn di Vilna".
  Rabbi Eliàhu nacque nel 1720 e passò l'intera sua esistenza, dall'infanzia in cui si rivelò bambino prodigio alla sua morte nel 1797, sui libri di studio. Non accettò mai incarichi di guida comunitaria, ed ebbe una ristretta schiera di discepoli. In compenso compose una notevole quantità di opere, in parte scritte direttamente, in parte raccolte dagli allievi, in cui commentò i principali testi della tradizione. Caratterizza queste opere la sistematica attenzione filologica ai testi, che vuole emendare da tutte le incrostazioni sovrapposte da secoli. Un metodo di studio scientifico, che si accompagnava alla passione che il Gaòn ebbe per studi scientifici "profani", dall'astronomia all'ingegneria alla matematica, sui quali scrisse anche dei testi. Tutta la sua vita fu condotta in condizioni di estrema povertà, diventando un modello di ascetismo e di rigore morale. Ma il suo modello personale entrò in conflitto con la grande rivoluzione religiosa dei suoi tempi, il Chasidismo, movimento mistico che esaltava il fervore e il sentimento, sotto la guida di capi carismatici. II Gaòn, benché fosse egli stesso un mistico, cultore di testi della Kabalà, si trovò alla guida degli oppositori del Chasidismo, gestendo con la sua autorità l'inizio di una frattura micidiale nel mondo ebraico che ancora persiste. Dai suoi insegnamenti derivò una scuola e un modo di studiare, fondata sul rigore di approccio e sulla propedeuticità. Paradossalmente questi metodi, applicati con il massimo rispetto delle fonti, furono considerati esemplari dall'altro movimento culturale che nacque a quei tempi, la Haskalà, l'illuminismo ebraico, teso ad un rapporto razionale e conciliatorio con il moderno esterno, che allora timidamente si apriva agli ebrei. Il Gaòn divenne così, suo malgrado, un emblema anche per molti che dalla tradizione si allontanavano.
  Un'altra dimensione importante della sua storia è il desidero di ritorno alla terra d'Israele, che provò a realizzare con un viaggio fallito ma che indusse una schiera di suoi discepoli a una ondata migratoria ai primi dell'ottocento, quando ancora di sionismo politico non si parlava. Tra discendenti di questi, l'attuale presidente dello Stato d'Israele, Rivlin. Insomma un influsso ad ampio raggio che ancora oggi si sente; ed è un notevole aspetto dell'ebraismo, che anche in ambienti distaccati dalla pratica religiosa pone come modello esemplare una personalità che si è distinta essenzialmente per la passione e l'eccellenza nello studio.

* Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma

(la Repubblica, 3 dicembre 2020)


Guerra del latte: Hamas batte cassa. Fatah paga il riavvicinamento a Israele

Gaza vieta i prodotti caseari dalla Cisgiordania. II movimento islamico rafforza le sue aziende, Anp furiosa: «Siamo lo stesso paese».

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Le urla da Ramallah giungono fino a Gaza. «È un crimine spregevole contro il nostro popolo... la Palestina è una singola unità, anche economicamente», gridano i funzionari del ministero dell'economia dell'Autorità nazionale palestinese (Anp). Hamas non replica e, in ogni caso, non ha alcuna intenzione di revocare il divieto di fatto per le aziende lattiero-casearie della Cisgiordania di vendere i loro prodotti nella Striscia di Gaza.
   Il passo compiuto dal movimento islamista, che nel 2007 ha strappato con la forza il controllo di Gaza al presidente dell'Anp Abu Mazen, è senza precedenti. Ma non sorprende se si considerano i colpi bassi che Anp, o meglio il partito Fatah, e Hamas si scambiano regolarmente da anni mentre dichiarano di volersi riappacificare nel nome degli «interessi supremi del popolo palestinese». «Come si può prendere una decisione del genere, la Cisgiordania non è un paese straniero, è Palestina», protesta Azzam al Ahmad, uno dei dirigenti di Fatah più importanti.
   Non può passare inosservato che mentre latte e yogurt della Cisgiordania non entrano a Gaza, il divieto non è stato imposto a prodotti simili provenienti da Israele che Hamas indica come il «nemico» da combattere sempre e comunque. Motivo della decisione sarebbe proteggere le produzioni dei latticini a Gaza e di aiutare l'economia locale colpita dalle conseguenze del blocco israeliano e della pandemia. Almeno questo avrebbe in mente, secondo fonti locali, il direttore generale del commercio Rami Abu Rish. I due giganti cisgiordani della produzione di yogurt, formaggi e latte fresco, Al Juneidi e Al-Jebrini, sono concorrenti troppo forti per le piccole aziende del settore a Gaza, perciò vanno fermati. Hamas nega un divieto ufficiale e parla in modo vago di una richiesta di limitare le importazioni dalla Cisgiordania presentata da «settori dell'economia» che il suo esecutivo starebbe esaminando. Ma gli stessi produttori di latticini di Gaza confermano, con un certo compiacimento, l'esistenza del divieto. «L'aiuto all'economia locale è solo un pretesto — dice al manifesto un giornalista di Gaza che chiede l'anonimato — Hamas vuole riempire le sue casse vuote. Possiede o controlla aziende e fabbriche di Gaza anche nel settore dei latticini, uno dei pochi redditizi perché produce generi di largo consumo. Eliminare la concorrenza significa incrementare non poco le sue entrate».
   Tra i palestinesi regna lo sconcerto. Le critiche comunque non si focalizzano solo sul movimento islamico. Nel mirino c'è anche la rapidità con cui, dopo la vittoria di Joe Biden, l'Anp ha riallacciato i rapporti con Israele, con l'intento di segnalare la sua disponibilità a riprendere i negoziati con lo Stato ebraico quando il presidente eletto prenderà il posto di Donald Trump alla Casa Bianca. Tanti puntano il dito contro il ministro per gli affari civili, Hussein Sheikh.
   Nei giorni scorsi Sheikh aveva annunciato che Israele verserà all'Anp tutti e 890 milioni di dollari palestinesi generati dalla raccolta di dazi doganali su merci da e per i Territori occupati e da tasse sul lavoro dei manovali della Cisgiordania. In realtà i milioni di dollari che trasferirà Israele sono 750: il governo Netanyahu ha trattenuto la quota destinata dall'Anp alle famiglie dei martiri e dei prigionieri politici, ex e attuali. Un sussidio che Israele considera un «incentivo al terrorismo». A causa di ciò e del piano di annessione della Cisgiordania (poi sospeso), la scorsa primavera Abu Mazen aveva interrotto i rapporti con Israele. Ora la marcia indietro.

(il manifesto, 3 dicembre 2020)


«Da Tel Aviv a Verduno perché il mondo è uno solo nella lotta contro il virus»

II professor Elhanan Bar-On: qui per l'amicizia con Raviolo

«We feel we have to do, sentiamo di doverlo fare, di dover aiutare gli altri perché il mondo è uno solo», ripete il professor Elhanan Bar-On sul pullman che da Malpensa lo porta a Verduno. Oggi lui e altri i8, tra medici e infermieri, prenderanno servizio nell'ospedale Michele e Pietro Ferrero, dove resteranno almeno fino al 13 dicembre. Arrivano da Tel Aviv, ospedale Sheba, il nono migliore al mondo, dice una recente classifica. Là, il medico dirige il Centro di Medicina dei disastri e di risposta umanitaria, nato tre anni fa per offrire assistenza sanitaria ai Paesi in difficoltà. «Siamo stati in Zambia per il colera, in Guatemala dopo l'eruzione di un vulcano, alle Samoa colpite dal morbillo».

- Professore, ora tocca all'Italia. Come nasce questa collaborazione?
  «L'anno scorso, in Mozambico, durante la tragedia del ciclone Idai, abbiamo conosciuto il nostro amico Mario».

- Mario Raviolo, il direttore della Maxi-emergenza 118 del Piemonte?
  «Sì, e ora per noi è un grande privilegio essere qui».

- C'è qualche strategia nella presa in carico dei pazienti Covid che avete sperimentato in Israele e proverete ad adattare al Piemonte?
  «Abbiamo imparato qualcosa sul coronavirus ma molto ancora non lo conosciamo: sarà un'occasione per unire teste e mani e cercare di scoprire qualcos'altro per salvare più vite possibili».

- Oggi quanti pazienti Covid ospita la vostra struttura?
  «Alcune decine, ma ne abbiamo avuti centinaia. Lo Sheba è il più grande ospedale del Medio Oriente».

- E per voi qual è stata la difficoltà principale?
  «La necessità di separare i "corona patiens", dagli altri, per garantire a tutti, dai malati di cuore a quelli di cancro, alle partorienti, la migliore assistenza possibile e sicura».

- Un obiettivo complesso, che si è posto anche il Piemonte e non sempre è riuscito a centrare. Lei pensa di avercela fatta?
  «Io credo di sì».

- In che modo?
  «Finché i numeri ce lo hanno consentito, abbiamo curato i pazienti fuori dagli ospedali, per preservare le strutture dal rischio contagio. E anche quando i casi Covid sono aumentati e avevamo necessità di letti di terapia intensiva, abbiamo adottato protocolli rigidi per garantire una separazione totale degli spazi».

- Nella prima fase, dove li avete curati?
  «In un'area dell'ospedale utilizzata dallo staff o a casa».

- Al contrario, in Italia, l'assistenza domiciliare è ancora poco sviluppata e la pandemia lo ha dimostrato anche in Piemonte. Voi come vi siete organizzati?
  «In Israele, la telemedicina è molto avanzata e permette di sapere quando, eventualmente, vanno trasferiti in ospedale. Monitoriamo parametri fisici e psicologici: è stato il nostro punto di forza».

(Corriere Torino, 3 dicembre 2020)


«Sono una femminista religiosa, le donne stanno facendo la differenza»

di Valentina Venturi

 
Sarah Blau
La serie televisiva "Unorthodox" ha probabilmente amplificato l'interesse sull'argomento, ma in Israele è dal 2007, se non prima, che fa discutere la tematica femminile legata alla religione. È in quell'anno che esce "Il libro della creazione", romanzo scritto dall'anticonformista ebrea ortodossa Sarah Blau: la protagonista è la trentenne Telma che crea un suo uomo ideale Saul, un Golem, mentre recita versi del Libro della Creazione. La creazione di Saul - "colui che è richiesto/pregato" - è la realizzazione dell'immagine del desiderio… Il testo viene finalmente pubblicato in Italia da Carbonio Editore su traduzione di Elena Loewenthal. Autrice profonda e sfaccettata, oltre che scrittrice è anche drammaturga e attrice teatrale, Blau ha spesso posizioni provocatorie, in bilico tra ortodossia religiosa e sovvertimento.

- Chi l'ha ispirata per il personaggio di Telma?
  «Non voglio mentire: Telma sono io, o meglio è ciò che ero a trent'anni. Una donna sola, intrappolata in un posto in cui non voleva stare, piena di rabbia, odio, delusione e amarezza; doveva salvarsi da sola. Così Telma ha creato un golem, ma io ho creato Telma e ho scritto un libro. Ci ha salvate entrambe».

- Telma desidera continuare a vivere nella sua comunità religiosa, ma vuole anche che tale comunità si rinnovi. È possibile?
  «Credo che tutto sia possibile, ma riconosco anche la sua complessità. È troppo facile fare tabula rasa e dire: "Non voglio essere religioso, lasciatemi stare, sono laico, Dio non esiste!". Ma Telma non vuole questo e io la capisco. È spaventoso lasciare tutto ciò che conosci, è spaventoso dire che non c'è Dio. Telma è ambiziosa, vuole entrambe le cose. Credo che se ogni persona cambia il suo comportamento, anche solo un po', lentamente la comunità intorno a lei cambierà a sua volta. Questo sta accadendo in Israele, molto lentamente, forse troppo lentamente, ma ci sono processi che avvengono sotto la superficie».

- Cosa l'ha spinta a scrivere "Il libro della creazione"?
  «Se non lo avessi scritto sarei esplosa. Ero giovane e sola e sentivo che la quotidianità non mi bastava più, che gli esseri umani non mi bastavano. Allora mi sono rivolta a ciò che mi ha sempre aiutato: il passato, le leggende, la tradizione. Mi sono aggrappata a un'oscura leggenda ebraica che mi ha sempre aiutato, quella del golem. Ma ho deciso di riscriverla a parti invertite. Nel mio romanzo, ho deciso che a creare il golem non sarebbe stato né un rabbino né un uomo: sarebbe stata una donna».

- Cos'è il golem?
  «C'è un'antica leggenda ebraica secondo cui nel XVI secolo a Praga, dopo delle rivolte contro gli ebrei, il rabbino creò un golem che li avrebbe protetti, scolpendo una forma umana nella terra, pronunciando il nome di Dio e facendo risorgere la creatura. Il golem non ha volontà propria e obbedisce alle istruzioni del rabbino, né parla perché la parola è lo sguardo di un'anima e il golem non ha anima. Nella leggenda classica il golem è nato per scopi nazionali e ha protetto gli ebrei, ma nel mio libro l'ho ribaltato: una donna crea il golem per scopi privati, in modo che lui la ami e stia con lei; crea il golem per l'amore e non per la guerra».

- Il titolo ha un significato particolare?
  «Nella Bibbia c'è un versetto che dice che il cuore di una persona è cattivo sin dalla sua giovinezza, che siamo nati con cattivi istinti e in ebraico la parola "uomo" è molto simile alla parola "terra". E visto che il golem è stato creato dalla terra ho deciso di giocarci. Il titolo dice che la terra ha le sue passioni e i suoi desideri, che dovrebbero essere presi in considerazione. E oggi possiamo notare come ciò sia più rilevante che mai».

- La cabala può avere ancora, nel 2020, un senso?
  «Senza dubbio. Il mondo si muove su due linee parallele: da un lato il progresso della scienza e della razionalità, dall'altro un ritorno alla fede e alla magia. E la cabala serve per trovare un po' di "magia". Penso che gli antichi abbiano intravisto qualcosa che oggi si cerca di raggiungere in modi più razionali. Nella cabala ci sono molta psicologia, subconscio e autoanalisi, ecco perché funziona anche oggi. Le diamo solo nomi più moderni. Al centro di tutto ci sono la solitudine e il desiderio di auto-aiuto. Non importa da chi arriva, se da un rabbino o da uno psicologo».

- Cosa vuol dire identificarsi come una letterata religiosa e, allo stesso tempo, occuparsi di argomenti ebraici da una prospettiva femminista?
  «Oggi mi definisco una letterata religiosa, una religiosa autonoma. Non ho un rabbino con cui mi consulto, la mia fede è indipendente: se ho una domanda o un dilemma decido da sola. Non volevo abbandonare il mondo religioso, ma volevo una vita più semplice. C'è chi si arrabbia e dice: "Sta giocando, non è affatto religiosa!". Ma chi sono loro per poter decidere per me? Il mondo sta cambiando, si sta aprendo e diventando più individuale e l'ebraismo non fa eccezione. La mia femminilità è rilevante anche qui, sebbene il mondo religioso antico non abbia dato alle donne un posto tra coloro che prendono le decisioni, così come nella pratica religiosa, adesso anche questo approccio sta mutando. Io, ad esempio, scrivo di argomenti ebraici e religiosi, chiunque racconterà questa storia sarà sempre la donna e il suo punto di vista sarà molto diverso da quello dell'uomo. Questa volta al centro è lei. E ciò è così liberatorio, così divertente! Lo stavamo aspettando da 2000 anni».

- Cosa riassume il femminismo religioso?
  «Significa che le donne stanno facendo la differenza. Ci sono donne insegnanti di Halakhah (il corpus di leggi religiose, tradizioni e usanze ebraiche, ndr), consigliere religiose, donne che insegnano la Torah, donne che acquistano un peso significativo nella comunità. Non sei solo una "moglie" o una "madre ebrea", diventi una voce significativa in tutto ciò che riguarda la vita religiosa nella comunità. Credo che anche l'arte debba svolgere un ruolo molto importante in questo cambiamento».

- Ha letto il memoir di Deborah Feldman "Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche"?
  «Non ho ancora avuto modo di leggere il libro, ma da quello che ho letto a riguardo, è una storia importante e rilevante. Ho adorato il fatto che l'autrice abbia raccontato la sua storia personale, ciò che ha vissuto e le sue conclusioni personali: da una storia privata si può sempre conoscere una verità più ampia».

- Cosa si augura recepisca una donna dal suo romanzo?
  «Penso che il libro si rivolga direttamente al DNA femminile: affronta le relazioni di potere tra uomini e donne, cosa accade quando una donna decide di prendere il controllo e quale prezzo è disposta a pagare. Viviamo in un'epoca in cui le donne hanno più potere di quanto ne avessero in passato. So che non a tutti piace parlare di "potere", ma alla fine è importante. Credimi, se sei una donna, dovresti avere potere».

(Il Messaggero, 1 dicembre 2020)


Non lo dice espressamente, ma sta cercando Dio, come molti altri del resto. E lo fa a modo suo, come è giusto che sia. Se, dopo aver ricevuto un’educazione religiosa di cui sta a lei assumersi la responsabilità del giudizio, vuole prendersi anche la responsabilità di rappresentarsi un Dio a modo suo, come sembra che voglia arditamente fare, anche questo nessuno può impedirglielo. Ma la creazione in proprio di un golem, maschio o femmina che sia, è un esercizio di magia. Si può chiamarla ebraicamente “cabala” o, come dice usando nomi più moderni, “psicologia, subconscio e autoanalisi”, ma sempre di un’incursione nel mondo diabolico si tratta. Si è liberi di entrarci, ma non altrettanto liberi di uscirne quando e come si vuole. In caso di necessità, leggere i Vangeli. M.C.


Ancora una crisi di governo in Israele

ROMA - Il leader del partito israeliano Kahol Lavan, Benny Gantz che è anche vicepremier e ministro della Difesa, ha detto che non può più sostenere il governo guidato da Benjamin Netanyahu e quindi oggi presenterà una mozione per sciogliere la Knesset, il Parlamento israeliano. "Sono entrato in questo governo con il cuore pesante ma con tutto il cuore", ha detto, accusando il premier di mentire ai suoi elettori. La mozione, se approvata, porterebbe il paese a nuove elezioni per la quarta volta in meno di due anni. Il discorso di Gantz si è però concluso con un'apertura: se Netanyahu farà in modo che il bilancio 2020-21 verrà approvato immediatamente, allora lo scioglimento della Knesset sarà evitato. Se il bilancio non sarà varato entro il 23 dicembre, il Parlamento sarà sciolto comunque e il Likud del premier continuerebbe a essere il partito più forte. Netanyahu in questi mesi, nonostante le critiche affrontate durante i lockdown, si è preso la scena internazionale, ha concluso accordi storici con alcuni vicini mediorientali. Ha incontrato il principe ereditario saudita Bin Salman, un incontro importante di cui il suo compagno di coalizione era all'oscuro. Mentre Bibi agiva, Benny era rimasto a guardare: gli rimane il bilancio per fare valere il suo ruolo e per riprendere la fiducia del suo partito. Rimanendo dentro alla coalizione Gantz diventerebbe premier, sciogliendo la Knesset avrebbe poche possibilità di entrare a far parte di un nuovo governo.

(Il Foglio, 2 dicembre 2020)


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Gantz vota contro Bibi: l'ombra di nuove elezioni ora si allunga su Israele

Si spacca il ticket di governo: il leader di Blu e Bianco appoggia la sfiducia contro Netanyahu

di Chiara Clausi

BEIRUT - Israele rischia le quarte elezioni anticipate in meno di due anni. II co-primo ministro Benny Gantz ha annunciato ieri sera al Kfar Maccabiah Hotel di Ramat Gan che il suo partito Blu e Bianco sosterrà la mozione di sfiducia alla Knesset del leader dell'opposizione Yair Lapid che verrà presentata oggi. Ma ha però lasciato aperta la possibilità di evitare il voto. «Netanyahu ha promesso l'unità e che non ci sarebbero stati scherzi», ha precisato Gantz, ma «ha infranto le sue promesse e la gente ne sta pagando il prezzo». Secondo Gantz, Netanyahu è alla ricerca del modo per salvarsi dai suoi problemi legali e ha scelto di andare alle elezioni non approvando il bilancio dello Stato, che se non passerà entro il 23 dicembre porterà comunque allo scioglimento del Parlamento. Gantz però ha comunque contattato il primo ministro e gli ha offerto un'altra possibilità. «Se agisci correttamente, senza manovre politiche, il popolo di Israele non sarà costretto ad andare alle urne». Subito ha replicato Netanyahu: «Sfortunatamente, Blu e Bianco è stato trascinato dai leader dell'opposizione Yair Lapid e Naftali Bennett», ha sottolineato. Bibi aveva rivolto un appello a Gantz affinché non votasse a favore della mozione di sfiducia. Mozione che, se passasse tutti i gradini parlamentari, porterebbe all'immediata caduta dell'esecutivo e a nuove elezioni. «Noi voteremo contro la mozione. In nome dell'unità - ha precisato Netanyahu - chiedo a Gantz di fare lo stesso. Non abbiamo bisogno di elezioni adesso. Abbiamo compiti da portare a termine. Occorre abbassare la diffusione del covid, portare i vaccini a tutti gli israeliani, dare più aiuto all'economia e ai cittadini. Bisogna farlo tutti insieme ed è difficile farlo durante le elezioni».
   II disegno di legge sulla sfiducia alla Knesset viene presentato in lettura preliminare, poi dovrebbe passare altre tre volte alla Knesset in sessione plenaria e tre volte dalla Commissione della Camera della Knesset per diventare legge. Se dovesse superare tutto l'iter le nuove elezioni probabilmente si terranno il 23 marzo. I ministri del Partito laburista Amir Peretz e Itzik Shmuli hanno annunciato ieri che voteranno a favore della sfiducia alla Knesset. «Non è possibile continuare ad avere un governo la cui caratteristica prevalente è l'incertezza, soprattutto per quanto riguarda il bilancio, preso ostaggio dal primo ministro per considerazioni personali», hanno affermato. Ra'am, la Lista araba unita del parlamentare Mansour Abbas ha annunciato invece che i suoi quattro parlamentari sono indecisi su come votare. «Agiremo per aiutare i nostri elettori, non per aiutare la sinistra o la destra, Lapid, Gantz, Netanyahu o Bennett». Senza i quattro parlamentari della Lista araba unita, non più di 62 parlamentari voteranno per il disegno di legge di sfiducia della Knesset. II disegno di legge non necessita della maggioranza assoluta per la sua lettura preliminare, ma è essenziale per la sua lettura finale. Molti pensano che Netanyahu voglia una nuova elezione nella speranza di mettere insieme una maggioranza per farsi votare una legge sull'immunità che gli permetta di eludere il processo per corruzione. Ma i sondaggi in questo momento mostrano che il Likud perde almeno il 20 per cento dei seggi che attualmente detiene e il rivale di destra di Netanyahu, Naftali Bennett, con il suo partito Yamina raccoglierebbe sia gli elettori del Likud che di Blu e Bianco. Netanyahu però spera che tra pochi mesi con l'arrivo dei vaccini contro il coronavirus riesca a recuperare terreno.
   
(il Giornale, 2 dicembre 2020)


Ministro del commercio del Bahrein in Israele con quaranta imprenditori

Il ministro israeliano del turismo Orit Farkash-Hacohen (a sin.) accoglie all'aeroporto Ben Gurion la delegazione del Bahrein guidata dal ministro dell'economia e del turismo Zayed bin Rashid Al Zayani
Visita del ministro del Commercio, dell'Industria e del Turismo del Bahrein, Zayed R. Alzayani, ieri in Israele. Ad accoglierlo in aeroporto sono stati il ministro dell'Economia israeliano Amir Peretz e il ministro del Turismo Orit Farkash-Hacohen. Si tratta del secondo ministro inviato da Manama in Israele in due settimane, dopo la visita del ministro degli Esteri del Bahrein. A capo di una delegazione di una quarantina di imprenditori, durante la sua visita di tre giorni Alzayani incontrerà il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi. Nel pomeriggio di ieri ha avuto un incontro con il ministro della Cooperazione regionale Ofir Akunis. ''La visita ha un grande significato dalla nostra prospettiva'', ha dichiarato il responsabile del desk arabo presso il ministero degli Esteri israeliano, Eliav Benjamin. ''Fa parte di come noi e i bahreiniti vogliamo vedere le nostre relazioni, di come portare avanti la nostra collaborazione. Questa è vera normalizzazione tra i nostri due Paesi: commercio, incontri tra delegazioni, tra ministri e tra imprenditori'', ha aggiunto citato dal Times of Israel. "Ai nostri tempi, le relazioni di potere economico prevalgono sulla diplomazia", ha affermato Adiv Baruch, presidente dell'Israel Export Institute, citato dal Jerusalem Post.

(Adnkronos, 2 dicembre 2020)


Palestinesi, le elezioni ancora lontane

di Davide Frattini

Davanti all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, lo scorso settembre ha promesso di voler indire le elezioni. Tornato nel palazzo presidenziale a Ramallah, ha dato ordine ai suoi di procedere con gli aspetti tecnici — l'aveva garantito all'Unione Europea che preme — e ha imposto una clausola: i palestinesi residenti a Gerusalemme Est devono poter partecipare. Abu Mazen sa che non è mai successo ed è improbabile che gli israeliani decidano di dare il via libera questa volta.
   Così con i fatti della burocrazia ha silenziato le parole della diplomazia pronunciate a New York: quello che vale al Palazzo di Vetro non vale al palazzo di marmo dov'è seppellito Yasser Arafat. Il rais gli è succeduto nel 2005 dopo quello che avrebbe dovuto essere il primo voto presidenziale. Non ce ne sono più stati altri. Un anno dopo i palestinesi hanno potuto scegliere i loro parlamentari e hanno vinto gli avversari di Hamas. Da allora basta: nel 2007 i fondamentalisti hanno preso con le armi il controllo della Striscia di Gaza ad Abu Mazen, che si è arroccato in Cisgiordania. Le fazioni restano divise. A 85 anni il leader non è disposto a rischiare un'altra sconfitta alle urne. Il suo lascito storico e il sistema di potere costruito attorno a lui ne uscirebbero barcollanti: il suo Fatah non riesce a mettersi d'accordo per individuare un successore. Meglio aspettare e rinviare quindi. Almeno fino all'insediamento di Joe Biden: i palestinesi prevedono e sperano di poter ritrovare un amico americano dopo i rapporti quasi inesistenti con Donald Trump. Di sicuro il presidente eletto cercherà di riequilibrare l'approccio diplomatico tra israeliani e palestinesi. A giudicare dai consiglieri che si è scelto spingerà anche per il rispetto dei diritti e quelli dei palestinesi sono stati calpestati in quattordici anni senza elezioni.

(Corriere della Sera, 2 dicembre 2020)


E l'Europa sta ancora una volta dalla parte del terrore islamico

A questo punto tanto vale riabilitare Adolf Hitler e i suoi sgherri e dire che l'olocausto rispettava i principi sui diritti umani che la UE si è data.

di Franco Londei

L'uccisione di Mohsen Fakhrizadeh, capo del programma nucleare iraniano, ha evidenziato (ove ve ne fosse bisogno) come l'Unione Europea sia scandalosamente schierata dalla parte del terrore islamico.
   La nota di condanna pubblicata ieri dalla UE in merito all'uccisione dello scienziato iraniano è scandalosamente priva di qualsiasi obiettività.
   L'Unione Europea afferma che si è trattato di un "atto criminale che contrasta con il principio del rispetto dei diritti umani che l'UE sostiene".
   Evidentemente a Bruxelles pensano che pianificare lo sterminio del popolo israeliano per mezzo di ordigni atomici, come stava facendo Mohsen Fakhrizadeh, rientri nel "principio del rispetto dei diritti umani" sostenuti dalla UE.
   A questo punto tanto vale riabilitare Adolf Hitler e i suoi sgherri e dire che l'olocausto rispettava i principi sui diritti umani che la UE si è data. E perché non rivedere in positivo la figura del Generale delle SS Reinhard Heydrich il quale organizzò la conferenza di Wannsee da dove uscì il progetto "soluzione finale"? In fondo il ragionamento è quello, è lo stesso che oggi fanno gli Ayatollah iraniani. Anche loro in privato lo chiamano così: soluzione finale del problema israeliano.
   Non voglio entrare (per ora) nell'analisi del problema specifico, se cioè l'omicidio di Mohsen Fakhrizadeh ha risvolti politici che intendono mettere all'angolo eventuali politiche di apertura verso l'Iran da parte di Biden, così come in tanti affermano.
   So per certo che lo scienziato iraniano era in cima alla lista degli obiettivi militari (e sottolineo militari) del Mossad e che nel momento in cui la UE parla di "atto criminale", o non sa cosa dice oppure ne è cosciente e ha scelto di stare deliberatamente dalla parte del terrore islamico.
   
(Rights Reporter, 2 dicembre 2020)


Delegazione di medici israeliani in Piemonte per aiutare ad affrontare l'emergenza

Il gruppo composto da 20 medici e infermieri specializzati nella cura di pazienti critici in terapia intensiva lavorerà per almeno due settimane all'ospedale Alba-Bra di Verduno, in provincia di Cuneo.

di Sharon Nizza

 
TEL AVIV - Una delegazione medica israeliana dell'Ospedale Tel Hashomer (Sheba Medical Center) è in partenza per il Piemonte, dove sarà impegnata nell'assistenza di personale medico locale nell'affrontare l'emergenza Covid.
  La delegazione, che partirà questa notte per l'Italia, si recherà al Nuovo Ospedale Alba-Bra di Verduno, in provincia di Cuneo, per un periodo di minimo due settimane. È composta da 20 medici e infermieri specializzati nella cura di pazienti critici nelle unità di terapia intensiva, nonché di esperti di strutture ospedaliere e logistica in condizioni di emergenza. È guidata dal professor Elhanan Bar-On, direttore del Centro di medicina di emergenza e soccorso umanitario dello Sheba Medical Center, il maggiore ospedale israeliano, nel pressi di Tel Aviv. Il Centro quest'anno è stato inserito al nono posto nella classica dei migliori ospedali del mondo stilata dagli esperti medici della rivista Newsweek.
  "Israele ha una profonda stima per l'Italia, per noi è uno Stato-sorella" dice al telefono con Repubblica il professor Arnon Afek, condirettore dello Sheba Medical Center, già direttore generale del ministero della Salute israeliano. Parla in italiano, ricordando i numerosi viaggi di lavoro che è solito effettuare in Italia e che nell'anno della pandemia si sono tramutati in cooperazione virtuale, con decine di seminari online effettuati con i colleghi italiani, in particolare durante la prima ondata con ospedali lombardi "da cui abbiamo imparato molto sul nuovo virus". Quella per l'Italia sarà la prima delegazione medica internazionale che lo Sheba Medical Center effettua da quando è scoppiata la pandemia. "Per la nostra equipe medica non si tratterà solo di assistere il personale medico locale, ma sarà anche un'occasione di studio, per imparare come affrontare le sfide di questa seconda ondata. Ringrazio l'ambasciatore Eydar e il ministero della Salute per averla resa possibile".
  La missione medica è nata per iniziativa dell'Ambasciata d'Israele in Italia, in concertazione con la Presidenza della Regione Piemonte ed è stata resa possibile grazie alla mediazione dei ministeri della Salute e degli Esteri dei rispettivi Paesi. "La delegazione, interamente finanziata dallo Sheba Medical Center" si legge in una nota dell'ambasciatore israeliano in Italia Dror Eydar, "è espressione delle ottime relazioni bilaterali tra Israele e Italia in generale, e con la provincia del Piemonte in particolare, in linea con le attività della nostra Ambasciata per promuovere un'eccellente cooperazione scientifica, medica e tecnologica tra i due Paesi, specialmente nell'attuale sfida della pandemia".
  Italia e Israele hanno avviato diversi progetti di cooperazione in ambito medico volti a contrastare il Coronavirus, tra cui spicca una ricerca congiunta tra l'Ospedale Careggi di Firenze e l'Ente Toscana Life Science insieme all'Iibr, l'Istituto israeliano per la Ricerca Biologica, che ha appena iniziato la seconda fase di sperimentazione umana di un vaccino made in Israel contro il Covid, che secondo le previsioni sarà pronto per la somministrazione a giugno 2021. La ricerca bilaterale in questione è invece concentrata sull'elaborazione e la clonazione di anticorpi monoclonali nell'ambito della ricerca di una cura per il Coronavirus.

(la Repubblica, 1 dicembre 2020)


Israele entra nel Comitato dell'Onu sui diritti delle persone con disabilità

Odelia Fitoussi
A seguito di una campagna diplomatica internazionale, Odelia Fitoussi è stata eletta lunedì per rappresentare Israele nel Comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CRPD). Lo riporta il sito Israel National News.
Fitoussi, che è nata con la distrofia muscolare (SMA2), diventerà il primo israeliano selezionato per far parte di questo prestigioso comitato, che è tra i più ricercati comitati di esperti delle Nazioni Unite.
Il CRPD è il principale organo delle Nazioni Unite responsabile della formulazione di una politica globale per i 182 stati firmatari della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità. Nelle elezioni tenutesi lunedì presso la sede delle Nazioni Unite a New York, i rappresentanti di 27 paesi hanno gareggiato per nove posti nel comitato. Israele ha vinto al primo turno, ricevendo il sostegno di 109 paesi.
L'ambasciatore di Israele presso le Nazioni Unite, Gilad Erdan, si è congratulato con Fitousi per la sua vittoria, dicendo che aveva portato un immenso orgoglio a Israele in una delle questioni più importanti e che la sua selezione lo aveva "commosso molto".
"Rappresenta un vero trionfo dello spirito umano", ha detto Erdan. "La vasta esperienza di Israele nel campo dei diritti delle persone con disabilità contribuirà notevolmente alle attività del comitato e avrà un'influenza positiva sulla vita di molti in tutto il mondo. Sono sicuro che Odelia sarà un'eccellente ambasciatrice e realizzerà grandi cose ".

 La candidatura di Fitoussi
  Nell'ultimo anno, il Ministero degli Affari Esteri israeliano e la Missione di Israele presso le Nazioni Unite hanno condotto uno sforzo diplomatico nelle capitali di tutto il mondo e a New York con gli Stati membri delle Nazioni Unite per mobilitare il sostegno alla candidatura di Fitoussi. La stessa Fitoussi ha incontrato più di 100 diplomatici da tutto il mondo. Erdan ha discusso la sua candidatura nei suoi incontri con altri ambasciatori delle Nazioni Unite ed è persino riuscita a ottenere il sostegno dei rappresentanti di alcuni paesi arabi, che di solito si astengono dal sostenere i candidati israeliani negli organismi delle Nazioni Unite.
Fitoussi ha detto: "Mi sento privilegiata di essere un membro della CRPD, dove Israele è stato un partner nella creazione di un nuovo linguaggio per le persone con disabilità, un linguaggio di diritti, di orgoglio per chi sei, per la nostra unicità di persone con disabilità che arricchiscono la società con tutto il bene che abbiamo costruito ".
Fitoussi, 43 anni, è una residente di Bat Yam che ha scelto di dedicare la sua vita alla lotta per i diritti delle persone con disabilità. Lavora come arte-terapeuta con i bambini e ha spinto per una maggiore inclusione degli insegnanti con disabilità nel sistema educativo e per attuare la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità in Israele.
Il CRPD con sede a Ginevra è responsabile del monitoraggio e dell'esame delle attività degli Stati firmatari della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità e della sua attuazione per migliorare la vita delle persone con disabilità in tutto il mondo.

 La Convenzione Onu
  La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità è stata ratificata da 182 paesi. Israele è stata una delle nazioni leader che hanno preso parte alla stesura della convenzione, aderendovi nel 2012. Da allora, Israele è stata attiva in molte iniziative legislative e sociali per le persone con disabilità. È responsabile dell'attuazione e della supervisione della "Commissione per l'uguaglianza delle persone con disabilità".

(Bet Magazine Mosaico, 1 dicembre 2020)


Drone uccide un pasdaran capo. Il nuovo agguato che scuote l'Iran

Il blitz contro un comandante militare al confine con Siria e Iraq nel giorno dei funerali del padre dell'atomica.Teheran torna all'attacco: "Ritrovate le armi utilizzate per assassinare il professor Fakhrizadeh, sono israeliane".

di Vincenzo Nigro

Poche ore di pausa, il tempo di seppellire l'ultimo "martire" nella guerra dell'Iran con Stati Uniti e Israele. E subito il vertice iraniano si è rimesso in moto per capire come rispondere, come vendicare l'eliminazione dello scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh.
   Non c'è tregua, non c'è interruzione in questa guerra per ora a bassa intensità fra Iran da una parte e Usa/Israele dall'altra. Lo conferma la notizia arrivata nel primo pomeriggio: un comandane dei pasdaran, le Guardie della rivoluzione islamica, è stato ucciso in Siria, mentre attraversava il confine con l'Iraq. Il generale Muslim Shahdan viaggiava su un Suv colpito dal missile di un drone. Una modalità che ricorda drammaticamente l'eliminazione del generale Qassem Suleiman il 3 gennaio a Bagdad, il primo episodio di questo anno orribile nello scontro Iran-Usa.
   Ieri il funerale di Stato per il professore Fakhrizadeh è stata l'occasione per nuovi discorsi, nuovi messaggi lanciati ai "nemici", gli Usa e soprattutto Israele. Un capo militare molto serio e rispettato come l'ammiraglio All Shamkhani, coordinatore del Consiglio supremo di Difesa, ha dato una serie di informazioni che non fanno chiarezza definitiva sulla dinamica dell'attentato di venerdì, ma offrono qualche spunto per capire invece come si sta muovendo il governo iraniano in queste ore confuse. Shamkhani dice innanzitutto che «alcune armi ritrovate sono prodotte in Israele, perché hanno il logo e le caratteristiche dell'industria militare israeliana». A confermare che l'attentato sarebbe stato messo a segno dal Mossad, come tutti ritengono ormai certo. Shamkhani prosegue: "«Sapevamo che era stato minacciato di morte e veniva seguito». La sua uccisione, quindi, è stata messa a segno con una «operazione complessa, con stile e metodo completamente nuovi, gestita certamente dal Mossad e dai Mujaheddin del popolo», íl gruppo politico armato dell'opposizione iraniana considerato un gruppo terrorista da Teheran (i mujaheddin negano di aver avuto un ruolo).
   L'ammiraglio sostiene che l'uccisione di Fakhrizadeh è stata compiuta «usando equipaggiamenti elettronici» e nessun assalitore «era presente». Ma ancora non è chiaro se sia stata adoperata una mitragliatrice a controllo remoto.
   Se Shamkhani parla apertamente di Israele, di sua responsabilità, se cita perfino il marchio di fabbrica delle armi israeliane, il senso è uno soltanto: saremo costretti a una ritorsione, a una vendetta. Israele ha ben chiaro il messaggio, e si prepara. Il premier Benjamin Netanyahu e i suoi ministri non dicono una parola per mettere in relazione l'attentato con le loro decisioni, ma il primo ministro sottolinea che secondo lui l'uccisione è stata «utile all'intera regione e al mondo».
   Nel Parlamento di Teheran gli ultraconservatori sono arrivati ad accusare il governo riformista di Rouhani di «spionaggio» per aver autorizzato «ispezioni sospette» dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, minacciando di «processare» il presidente a fine mandato, tra pochi mesi. Anche all'interno dell'Iran lo scontro è molto pesante.

(la Repubblica, 1 dicembre 2020)


The Network

Un gruppo di sicari compie operazioni in Iran per conto di Israele da anni, elude la caccia all'uomo e ha appena ucciso il generale che guidava il programma atomico clandestino

Fakhrizadeh viaggiava sempre in incognito ma l'agguato contro di lui è stato organizzato in anticipo in un luogo preciso. Non ci sono abbastanza israeliani che possano farsi passare per iraniani per sostenere questo volume di operazioni..
Due luglio, bomba piazzata nel sito nucleare. Sette agosto, uccisione in strada di un terrorista. Adesso questa imboscata. I sospetti e le informazioni sui curdi e gli azeri con passaporto iraniano e gli abboccamenti scoperti in Turchia.

di Daniele Raineri

 
Il funerale di Mohsen Fakhrizadeh
In questo articolo vedremo che l'operazione per uccidere il generale e scienziato iraniano Mohsen Fakhrizadeh è stata compiuta, come anche altre operazioni, da un network di persone che non lascia l'Iran. E' un gruppo residente, che molto probabilmente lavora per conto dell'intelligence di Israele. Inoltre cercheremo di capire da chi è formato questo gruppo, perché è quasi certo che non si tratta di agenti israeliani infiltrati in Iran.
  Partiamo dai fatti. Venerdì 27 novembre poco dopo le due del pomeriggio il generale Fakhrizadeh, che è anche uno scienziato con specializzazione in Fisica e guida il programma nucleare clandestino dell'Iran, è ucciso in un'imboscata su una strada poco trafficata vicino alla capitale Teheran. Altri quattro scienziati iraniani coinvolti nel programma di ricerca atomica furono uccisi in una campagna di omicidi mirati tra il 2010 e il 2012, ma questa volta è differente. Quelli perlopiù furono ammazzati mentre erano sulle loro auto personali, nel traffico, da motociclisti che piazzavano a mezza altezza sulla portiera del veicolo una bomba adesiva. In un caso il congegno uccise il guidatore ma non sua moglie sul sedile accanto ed è così che conosciamo la dinamica di due degli omicidi. In un terzo caso i motociclisti hanno sparato. In un quarto, lo scienziato fu ammazzato mentre apriva la porta del garage di casa da una bomba comandata a distanza che era nascosta in una motocicletta parcheggiata lì vicino. Fakhrizadeh però è il capo del programma e da quando sono cominciati gli assassinii è protetto da guardie del corpo e si sposta in incognito con un convoglio formato da più macchine dai vetri oscurati che compie giri imprevedibili. Il livello di difficoltà per capire dove si trova e raggiungerlo è molto più alto.
  Una Nissan blu esplode davanti all'auto del generale, lo sappiamo dalle foto sul luogo dell'agguato. Si vedono la carcassa dell'auto, i segni della bruciatura. Non ci sono abbastanza israeliani che possono farsi passare per iraniani per sostenere questo volume di operazioni. I sospetti e le informazioni sui curdi e gli azeri con passaporto iraniano e gli abboccamenti scoperti in Turchia sull'asfalto, i detriti proiettati tutto attorno e una linea elettrica che corre parallela alla strada danneggiata. Qualcuno spara al guidatore dell'auto di Fakhridazeh e da quanto sono vicini fra loro i fori sul parabrezza si capisce che è un tiratore esperto. Non spara a raffica, piazza pochi colpi precisi. Da una foto presa da un'altra angolazione si vede che qualcun altro è stato ucciso appena fuori dall'auto, mentre era sdraiato sull'asfalto - dove restano gli spruzzi di sangue - e molto probabilmente gli hanno sparato alla testa. E' quello che ci si aspetta in questo tipo di operazioni, che devono concludersi con la certezza assoluta della morte del bersaglio. E' possibile che sia stato un finale simile a un'esecuzione: hanno tirato fuori Fakhrizadeh dalla macchina, lo hanno identificato e gli hanno sparato. Alcuni testimoni dicono che sono stati uomini armati scesi da un Suv nero, altri aggiungono anche uomini a bordo di motociclette. Il tutto dura pochi minuti. Immagini registrate poco dopo da passanti a debita distanza, quindi fuori dall'area cordonata che era molto estesa, mostrano la strada bloccata e un elicottero dei Guardiani della rivoluzione che atterra e poi decolla. Il gruppo di fuoco è scomparso nel nulla. Non c'è nemmeno, come succede a volte in questi agguati, il ritrovamento successivo di auto e moto bruciate in qualche luogo isolato.
  Le notizie dall'Iran ci arrivano filtrate dallo stesso apparato di sicurezza e propaganda che a gennaio provò per tre giorni a negare di avere abbattuto con due missili un aereo passeggeri con 176 persone a bordo e l'uccisione del generale-scienziato è uno smacco per il regime, quindi circolano versioni diverse e confuse per spiegare cosa è successo. In un primo momento si parla di un attentatore suicida e si dice che Fakhrizadeh è stato trasportato vivo in ospedale, ma sono informazioni poco credibili. Due giorni dopo l'agenzia Fars, legata ai Guardiani, dice che l'agguato è stato compiuto da un robot controllato a distanza, che avrebbe sparato dalla Nissan blu e poi si sarebbe autodistrutto. L'agguato di terroristi estremisti oppure l'imprevedibile assassino supertecnologico sono storie che tentano di coprire una realtà chiara agli uomini della sicurezza in Iran: c'è un gruppo di sabotatori che lavora all'interno del paese per conto di Israele e riesce a portare a termine operazioni dannosissime per il regime.
  Ora, gli agguati contro soggetti in movimento possono essere di due tipi. Ci sono gli attacchi opportunistici, nel senso che sfruttano le circostanze che si creano al momento: il gruppo di fuoco raggiunge il veicolo-bersaglio e spara quando vede che ci sono le condizioni giuste. Il modello è quello dell'uccisione del generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo nel settembre 1982, due mafiosi in motocicletta pedinarono e raggiunsero l'auto di scorta, quello dietro sparò con un fucile automatico AK-47 attraverso il finestrino contro un poliziotto mentre nello stesso momento altri killer a bordo di un'auto che era arrivata a tutta velocità facevano lo stesso contro il generale e sua moglie. Oppure l'agguato è pianificato in anticipo in un posto fisso, perché il gruppo di fuoco ha il vantaggio di disporre di informazioni affidabili. In questo secondo caso il modello è la strage di Capaci, quando i mafiosi attesero il passaggio del giudice Giovanni Falcone e della sua scorta e fecero saltare in aria un pezzo di autostrada. Entrambi gli esempi sono presi da storie di mafia perché la dinamica è simile, c'è un territorio che in teoria è sotto controllo ma colpi di mano rapidi possono ribaltare la situazione e i rapporti di forza per pochi minuti.
  L'agguato di venerdì appartiene alla seconda categoria e quindi presuppone tutta una serie di requisiti: il gruppo di fuoco conosceva in anticipo il percorso del generale, aveva preparato un'autobomba per bloccare in un punto prestabilito il convoglio e cogliere di sorpresa le guardie del corpo, era preparato a uno scontro a fuoco ed era abbastanza numeroso da prevalere, si è dileguato nel nulla perché si era organizzato prima - e non è svanito in mezzo al deserto, ma in un'area che è a venti chilometri dalla capitale Teheran. Oppure, versione numero due, la Nissan saltata in aria davanti all'auto del generale apparteneva alla sua scorta e quindi è stata colpita da un ordigno nascosto sull'orlo della strada e questo rafforzerebbe l'idea di un'operazione preparata in anticipo in un punto specifico. Si capisce perché escono "notizie" di killer robot fantascientifici, per evitare l'imbarazzo di un apparato di sicurezza che si scopre ancora una volta vulnerabile.
  Questo network di sicari è molto attivo a giudicare dalle notizie che si trovano in chiaro sui media. Il 2 luglio nel sito un'esplosione fortissima ha devastato un edificio per la ricerca nucleare a Natanz, il sito più grande nel suo genere in Iran per l'arricchimento dell'uranio. Il governo stesso dopo avere tergiversato ha ammesso che si è trattato di un sabotaggio perché le immagini prese all'esterno mostrano che la forza dello scoppio viene dall'interno. Qualcuno ha piazzato una bomba dentro. Poco più di un mese più tardi, dopo che in tutto il paese si era verificata una sequenza di esplosioni misteriose che però sono difficili da inquadrare perché le notizie sono centellinate, un commando in motocicletta ha ucciso il numero due di al Qaida, Abu Mohammed al Masri, mentre era alla guida della sua Renault bianca nelle strade di Teheran. Un altro esempio: nel gennaio 2018 una squadra ruba da un caveau nella capitale cinquecento chili di documenti di carta ed elettronici che formano l'archivio del progetto nucleare clandestino dell'Iran e poi li porta fuori dal paese. E' probabile che altre operazioni non raggiungano la soglia di attenzione dei media. Ed è plausibile che la maggior parte dell'attività sia molto più discreta e consista soprattutto nel raccogliere informazioni.
  A questo punto si è capito che le attività di questo gruppo dentro l'Iran sono già difficili da portare avanti per iraniani che parlano la lingua farsi con l'accento naturale di chi è nato in Iran, che conoscono alla perfezione il territorio e sanno come muoversi. Questo esclude l'ipotesi che ci siano agenti israeliani sotto copertura. Tutti hanno visto la serie "Fauda" che racconta le avventure di una squadra di infiltrati israeliani che agisce nei territori palestinesi, ma è una realtà diversa: gli arabi-israeliani sono tanti, imparare un po' di arabo tanto da capirlo è possibile e le missioni si svolgono a dieci chilometri da Israele. Stare in Iran e passare per iraniani per un periodo di tempo lungo sarebbe davvero arduo e per farla semplice oggi non è più possibile trovare abbastanza persone con quelle caratteristiche. Inoltre queste attività sono macchinose, richiedono un lungo periodo di preparazione e l'attesa del momento giusto. La sorveglianza del caveau che proteggeva l'archivio nucleare durò più di un anno. Si tratta di un gruppo che sta in Iran e non si muove.
  Naturalmente non esistono informazioni a proposito di questo network di sabotatori dell'intelligence israeliana, ma è possibile fare congetture informate a partire da spezzoni di notizie usciti in questi anni. Come con i buchi neri, che non si possono vedere e però se ne può intuire la presenza perché curvano il campo gravitazionale attorno a loro. Nel gennaio 2011 un articolo del quotidiano francese Figaro citava una non meglio identificata "fonte di sicurezza" a Baghdad, in Iraq, che sosteneva che c'erano uomini dell'intelligence israeliana nel Kurdistan iracheno, che allora era una regione semiautonoma poco controllata dal governo iracheno. Il Kurdistan confina con l'Iran - è un confine molto "poroso" come si dice di solito negli articoli di giornale, che vuol dire che passa di tutto. Come si sa la minoranza curda vive a cavallo di quattro paesi: Iran, Iraq, Turchia e Siria, e c'è movimento fra i quattro settori - quando è possibile. Gli israeliani nel Kurdistan iracheno secondo il Figaro reclutavano agenti fra i curdi iraniani e li addestravano allo spionaggio e al sabotaggio come parte della campagna clandestina contro il programma atomico dell'Iran - inclusi gli omicidi mirati di scienziati iraniani. La fonte diceva che quella campagna in pratica era diretta dal Kurdistan. Anche a fare la tara, è facile vedere come i curdi sono specializzati nel passaggio e nel contrabbando su quel tratto di confine. Chi scrive un anno fa nell'Iraq del nord ha sentito un passeur di Erbil vantarsi così: "Se durante il viaggio non apri bocca posso portarti fino a Teheran". La minoranza curda in Iran è irrequieta e durante l'ultima ondata di rivolte, un anno fa, è stata punita con ferocia particolare.
  Nell'ottobre 2013 il Washington Post pubblicò un pezzo di David Ignatius, un commentatore americano di solito bene informato, che raccontava un caso successo l'anno prima: l'intelligence turca per fare un dispetto a Israele aveva rivelato all'intelligence dell'Iran l'identità di dieci iraniani che si incontravano con i loro contatti dello spionaggio israeliano in territorio turco. In effetti nell'aprile 2012 l'Iran aveva annunciato lo smantellamento di una rete di spie iraniane per conto di Israele, con quindici arresti. Ignatius scrive che gli israeliani erano consapevoli che il controspionaggio della Turchia è sempre molto attivo ma non si aspettavano questo tipo di azione ostile da parte dei turchi. All'epoca l'Amministrazione Obama decise di ignorare tutta la faccenda.
  C'è anche un'altra direzione nella quale guardare ed è l'Azerbaijan, la piccola nazione al confine nord, sempre in bilico fra rapporti cordiali con Israele e quelli di buon vicinato con l'Iran. C'è una numerosa comunità etnica di azeri con cittadinanza iraniana (più di venti milioni di persone) e alcuni di loro fanno la spola fra Teheran e la loro terra d'origine. La cosa ha già attirato sospetti e fatto innervosire il regime negli anni passati, anche se gli azeri sono di certo la minoranza meglio integrata del paese, forse perché sono anch'essi di religione sciita. Nel febbraio 2012 il ministero degli Esteri iraniano ha convocato per due volte nel giro di diciassette giorni l'ambasciatore azero a Teheran per protestare - e tutte e due le volte c'entrava Israele. La prima volta il regime iraniano ha accusato l'Azerbaijan di aiutare l'intelligence israeliana nella campagna mirata di omicidi contro i suoi scienziati nucleari l'ultimo omicidio risaliva ad appena un mese prima. La seconda volta gli iraniani hanno chiesto ragione all'ambasciatore azero di un accordo per l'acquisto di tecnologia militare israeliana per il valore di un miliardo e mezzo di dollari, inclusi aerei, droni e un sistema di difesa missilistico, che era appena stato annunciato. L'accordo di compravendita prevedeva anche l'arrivo in Azerbaijan di un gruppo di esperti israeliani a fare da consulenti, a poche ore di strada dal confine iraniano (in parte, sono le stesse armi viste all'opera nel recentissimo conflitto contro l'Armenia nel Nagorno-Karabakh).
  Questo è il contesto e per un po' sarà difficile riuscire a sapere di più. L'Iran, quindi un regime che crea e finanzia milizie nei paesi vicini per espandere la propria egemonia sul medio oriente, deve guardarsi da un gruppo di sabotatori con passaporto iraniano. I membri di quel gruppo ogni giorno eludono la caccia all'uomo permanente ordinata dal regime e non sanno, perché non lo sa nessuno, se questa situazione è destinata a durare e ancora quanto.

(Il Foglio, 1 dicembre 2020)


Ricercatori e scienziati a rischio in Iran. Contro l'esecuzione "imminente"

di Ahmad Djalali

MILANO - Ahmad Djalali è stato condannato a morte in Iran nell'ottobre del 2017 per aver "seminato corruzione sulla terra", c'è scritto nella sentenza: l'accusa era di spionaggio a favore di Israele. Il 24 novembre scorso, Amnesty International ha fatto sapere: "Siamo orripilati dalla notizia che le autorità iraniane hanno dato ordine di trasferire Ahmadreza Djalali in isolamento e di eseguire la condanna a morte non oltre una settimana da oggi". La fonte della notizia è la moglie di Jalali.
   Jalali, 49 anni. è uno scienziato che si occupa di medicina delle catastrofi. è iraniano naturalizzato svedese, ha svolto le sue ricerche in Svezia, in Belgio e anche al Crimedim di Novara, ha pubblicato molte analisi sui livelli di preparazione delle strutture ospedaliere europee in caso di catastrofi. E' stato arrestato nel 2016 mentre partecipava a un seminario all'Università di Teheran (che lo aveva invitato), dopo due settimane di detenzione senza poter dare notizie è stato accusato di spionaggio per conto di Israele, costretto- con torture e minacce-a confessare in filmati che sono stati trasmessi in tv e infine condannato a morte. Lui ha detto di essere stato punito perché si era rifiutato di fare la spia per conto dell'Iran in Europa. Le sue condizioni di salute sono peggiorate durante la detenzione a Evin ed è dal 2018 che le Nazioni unite, il Parlamento europeo, gli istituti scientifici per cui Djalali ha lavorato, molte associazioni per i diritti umani e anche 121 premi Nobel si battono perché venga prima curato e poi liberato. Molte organizzazioni, non da oggi, consigliano a scienziati e ricercatori di non andare in Iran perché potrebbero essere catturati e utilizzati negli scambi di prigionieri. E' accaduto qualche giorno fa: Kylie Moore-Gilbert, ricercatrice anglo-australiana di 33 anni, è stata liberata in cambio di tre cittadini iraniani detenuti in Thailandia: erano accusati di aver partecipato a un tentato attacco contro obiettivi israeliani a Bangkok.
   Nelle ultime ore, gli appelli e le richieste a Teheran sono aumentati: molti temono che il regime iraniano voglia utilizzare l'esecuzione di Djalali come la vendetta per l'uccisione dello scienziato-padre della bomba atomica iraniana. Mohsen Fakhrizadeh.

(Il Foglio, 1 dicembre 2020)


«Il sentirci fragili alla fine ci aiuterà a riscoprire gli altri»

Il rabbino e il senso di spaesamento nella pandemia: «Ne usciremo soltanto con uno sforzo collettivo». Intervista a rav Benedetto Carucci Viterbi.


Stringere mani e abbracciare esprimono richiesta e dono di affetto, ma sono anche gesti che ci danno la forza di cui abbiamo bisogno. La grande scommessa da giocare è quella di non trasformare la solitudine in individualismo. Ci servono parole attente, gentili e premurose.

di Walter Veltroni

Il rabbino Benedetto Carucci Viterbi, nato a Roma nel 1960
Ho conosciuto il rabbino Benedetto Carucci Viterbi durante il lungo lavoro sulla memoria che per anni abbiamo condotto con la Comunità ebraica di Roma.
Carucci è Preside del liceo ebraico Renzo Levi di Roma, coordinatore del collegio rabbinico italiano, docente di pensiero ebraico presso il diploma universitario triennale in studi ebraici dell'Ucei. Al di là dei suoi titoli è un uomo aperto e profondo, che sa scegliere le parole, che non frequenta la banalità, che ha coscienza del cammino umano. Le sue parole, da tempo, per me hanno un valore particolare.

- Rav Carucci, cosa le sembra stia succedendo nell'animo degli uomini per effetto della pandemia?
  «Nell'animo degli uomini mi sembra di scorgere confusione, timore per il futuro, spaesamento: un senso di esilio da una realtà nota ad una ignota ed imprevista. E' una condizione nuova, nella quale i parametri certi e i punti di riferimento sembrano saltati. O perlomeno sembra saltata quella sicurezza nel dominio — della propria vita, del mondo, della natura — che sembrava acquisita, con una buona dose di presunzione, fino alla vigilia della pandemia. L'uomo si è scoperto ben più fragile di quanto pensasse di essere, e questo mi sembra tutto sommato un risultato non del tutto negativo. La fragilità umana è portatrice di riflessione e può regalarci un diverso punto di vista sulla vita: riconoscerla ci permette di comprendere l'esistenza in una prospettiva più sana e ci apre alla capacità di trasformazione. L'apparente solidità precedente alla pandemia era il grande autoinganno secondo cui tutto si tiene, tutto è comprensibile, tutto è al suo posto; e se non lo è, saremo sicuramente capaci di riparare. Ma ricomporre i frantumi della fragile realtà richiede pazienza ed impegno, non certezza».

- Come è cambiata la relazione con l'altro?
  «Mi sembra sia cambiata in due direzioni uguali e contrarie già nel lockdown di marzo. Da una parte ci siamo dovuti abituare a una sorta di rarefazione degli spazi, a una distanza vuota tra persone: una lontananza forzata, una assenza di corpo che si relaziona. Dall'altra abbiamo vissuto, altrettanto forzatamente, una vicinanza nei limiti delle nostre case — per i più dai confini ridotti — con le nostre famiglie: i più prossimi dei prossimi. Chi ci era vicino, fuori della famiglia, è diventato lontano; chi ci era magari lontano, pur familiare, è ridiventato vicino. Dall'aperto dei luoghi di relazione sociale, spesso diventati abitazione, siamo stati esiliati in casa: un paradosso che la tradizione ebraica vive da millenni: essere stranieri in casa propria. Abbiamo dunque dovuto ridefinire la lontananza e la vicinanza. Parafrasando il titolo di un libro di Magris — che riprende una storiella Yiddish — si può dire che ci siamo trovati a dover rispondere alla domanda, forse retorica, Lontano da chi? Siamo mai stati veramente vicini all'altro? Mi viene in mente in proposito una formidabile interpretazione rabbinica della creazione, secondo la quale l'essere umano, all'origine, era bifronte e androgino: due esseri in uno, attaccati per la schiena in una vicinanza assoluta e indifferenziata. Uomo e donna — la differenza — nascono con íl distacco e il distanziamento, che aiuta il processo di identificazione. Forse il distanziamento, nella prima fase di questa pandemia, ci ha aiutato a capire meglio chi siamo e ci ha costretto a rideclinare più profondamente il senso delle relazioni. Temo che in questa seconda fase, più critica, meno tollerante e riflessiva, il processo di identificazione si trasformi in una deriva identitaria esclusiva ed escludente: siamo passati dal canto collettivo sincronizzato al sospetto per il vicino».

- E quella con il tempo?
  «Anche in questo caso vedo una differenza tra la prima e la seconda ondata pandemica. A marzo, e per il periodo del lockdown, la condizione di sospensione temporale nella quale abbiamo vissuto mi ha più volte ricordato una sorta di Shabbat/Sabato prolungato. Nella tradizione e nella pratica ebraica lo Shabbat/il Sabato è un tempo altro, fuori della successione cronologica dei momenti feriali: i maestri del Talmud lo identificano come un sessantesimo del mondo futuro, un sessantesimo di eternità. Un tempo senza ieri e senza domani, un presente assoluto e puntuale. Ecco: il lockdown, almeno per coloro che non si sono dovuti confrontare direttamente con i drammi del contagio, ci ha collocato in un presente di spessore infinito. Abbiamo sì atteso la fine della fase acuta, abbiamo forse atteso ogni giorno la conferenza stampa delle 18,00, ma abbiamo anche avuto la possibilità di riappropriarci di una relazione distesa con il tempo, meno frenetica: lo abbiamo potuto gustare in sé e non solamente sfruttarlo senza soste. Ora siamo ripiombati nel tempo feriale, in una frenesia che forse ruota su se stessa, per molti con l'angosciosa sensazione di una assenza di prospettiva per il futuro: il passaggio è dal tempo senza dimensioni a quello circolare che si illude di linearità».

- Gli ebrei, e non solo loro, hanno, con Auschwitz, avuto a che fare con l'interrogativo sulla giustizia di Dio. In condizioni storiche del tutto differenti non si pone, pensando agli anziani che muoiono da soli, lo stesso quesito? Dio e l'agire degli uomini… Prendersela con Dio è facile per gli uomini, un gigantesco alibi…
«Il terreno è decisamente scivoloso, non fosse altro per l'impossibilità di comparare l'incomparabile. Ma resta il grande tema del rapporto tra Dio e l'uomo e il costante tentativo di comprendere il piano della giustizia di Dio. Penso che la vera domanda non sia mai dove è Dio nelle vicende umane, quanto piuttosto dove è l'uomo nelle vicende umane. E all'uomo — uscito alla sua origine dal giardino dell'Eden e dalla condizione paradisiaca privilegiata — che è data la possibilità, e il dovere, di affrontare ciò che gli accade e di trovare le chiavi e le forme per tentare di evitare il dolore, le catastrofi — anche quelle naturali — le difficoltà. Introdurre Dio nella sofferenza umana ricorda la reazione di Adamo nel momento in cui Egli lo rimprovera di aver mangiato il frutto dell'albero della conoscenza: "E' la donna che Tu mi hai messo accanto che mi ha sedotto, ed ho mangiato". L'uomo, appena nato ma già adulto, non è in grado di reggere la responsabilità delle sue azioni e di assumerne il senso: carica il fardello della colpa su Dio, primo ed ultimo colpevole di tutto. La morte in solitudine di tutti, a cui da lontano abbiamo assistito in questi difficilissimi mesi, non è tanto il prodotto della giustizia e dell'ingiustizia divina, quanto della incapacità di pensare le relazioni, di prevedere e trovare approcci concreti, immaginabili e possibili ai momenti critici ed alla sofferenza: non è questione di Dio ma di noi uomini».

- La scienza può bastare per fronteggiare questa catastrofe?
  «Penso che la scienza abbia un ruolo fondamentale ma non esclusivo: niente basta da solo. Questi mesi ci hanno insegnato che senza un lavoro comune, senza convergenza tra discipline, campi del sapere e strategie concrete, non si esce dalle emergenze e non si fronteggiano catastrofi. Per ribaltare le situazioni, in linea con l'etimo di catastrofe, è sempre necessario uno sforzo di collaborazione…».

- Come impegnare il tempo reso disponibile dall'isolamento?
  «Dedicarsi un po' al silenzio, che è la forma privilegiata per esprimere l'accettazione degli eventi. Ciò non significa non intervenire per migliorare le situazioni e cercare di cambiarle, quanto piuttosto darsi uno spazio di riflessione per comprendere il senso dei fatti delle nostre vite, anche i più dolorosi e difficili. In un punto centrale della Torah, dopo la morte improvvisa e drammatica dei suoi figli, Aron, il fratello di Mosè, ammutolisce. Vaiddom, in ebraico, è il silenzio pietrificato della materia inerte ed inanimata. Impegnare una parte del tempo a questa condizione, non essere immediatamente presi dal desiderio della replica, dal "ma" oppositivo che sorge all'istante sulle nostre labbra, può essere un buon modo per poi uscire dall'inerzia verso l'azione significativa verso sé e verso gli altri. E poi leggere, che moltiplica le vite che possiamo vivere».

- L'altro è il nemico, il rischio?
  «L'altro non è il nemico, è colui che aiuta a definirmi: senza il tu della relazione non c'è io completo. Nel racconto biblico 'ish, uomo, compare solo dopo 'ishah, donna: l'uomo riesce a dire di essere tale solo quando vede di fronte a sé l'altra. Senza alterità non c'è ancora identità personale: è nel limite del volto altrui, irriducibile al mio, che comprendo di essere e di avere un confine che mi identifica. I maestri della tradizione rabbinica sottolineano il rischio di una deriva delirante nella unicità dell'Adamo originario: l'essere umano appena creato, non ancora diviso nelle sue due componenti, era scambiato dagli altri esseri viventi per un dio in terra. E forse poteva pensare di esserlo. La dualità della relazione salva dalla pretesa di essere come dei, dalla egolatria che è la origine prima dell'idolatria. "Non è bene per l'uomo essere solo" dice Dio accingendosi a creare la donna: mi piace tradurre levaddò con "esclusivo" piuttosto che con "solo". L'assenza dell'altro accanto, o ancora meglio di fronte, genera nell'uomo l'idea dell'esclusività ed apre la porta all'esclusione, In questo senso la assoluta alterità di Dio, che è d'altra parte in costante relazione con l'uomo, diventa fattore determinante per quest'ultimo. Alterità e relazione, ben lungi da essere in contraddizione, sono gemelle siamesi».

- Esiste un rischio per la democrazia in un tempo di decisioni dall'alto?
  «Il virus di questo rischio è diffuso ma siamo vaccinati. L'effetto immunità, mai assolutamente sicuro, ci concede una certa copertura dal contagio. Le istituzioni democratiche, l'equilibrio dei poteri, l'attenzione critica e coinvolta di ciascuno di noi mi sembrano antidoti sufficienti».

- Cosa è la normalità che oggi ci manca?
  «E' vedere la bocca degli altri che, più degli occhi — oggi comunque semicoperti — è la porta per comprenderne i sentimenti e le reazioni: il mezzo volto, che ci rende mascherati, non consente quel ri-conoscimento che è alla base di ogni relazione. E' stringere le mani ed abbracciare: azioni che esprimono richiesta e dono di affetto ma che, soprattutto, danno la forza di cui abbiamo sempre bisogno. È il passeggiare senza meta di notte per le strade e le piazze. E' immaginare un futuro, anche immediato, possibile e vivibile».

- «Andrà tutto bene» era una pia illusione?
  «Era una pia illusione, come tutti gli slogan che semplificano; o la formula inutilmente e falsamente tranquillizzante che si dice ad un paziente in procinto di entrare in sala operatoria. O, ancora, un'espressione di presuntuosa onnipotenza. L'assertività e la mancanza di dubbio minano il senso e l'efficacia delle parole. Era meglio, parafrasando il titolo di un libro di qualche anno fa tratto da un tema di un bambino, "Noi speriamo che ce la caviamo tutti"».

- I social e l'apertura all'altro. Le sembra siano uno stimolo o una gabbia?
  «Possono essere una vetrina che consente l'esibizione di sé ma ingabbia e non è valicabile, come tutte le vetrine che chiudono uno spazio. Ma sono un potente canale di comunicazione, sempre aperto e a disposizione: nella mia esperienza quotidiana con gli studenti sono stati preziosi strumenti di contatto in questo lungo periodo di distanza fisica. I social non la azzerano ma consentono di mantenere saldi i legami, permettono la prosecuzione di un dialogo in presenza interrotto ma mai morto, offrono spunti di ripensamento sul senso dello scambio di idee e opinioni. Zoom, il nome di una delle piattaforme più usate nella didattica a distanza, mi sembra una buona metafora di questa vicina lontananza o lontana vicinanza che i social ci hanno permesso: non è ideale — c'è uno schermo che ci rimanda la nostra immagine ancor prima di quella degli altri — ma è forma di comunicazione».

- Cosa è la solitudine nella sua cultura?
  «L'ebraismo è in linea di massima fondato sulla dimensione collettiva. Le celebrazioni sono possibili solo a condizione che siano presenti almeno dieci persone e dunque la vita religiosa in sé sembra essere legata alla collettività: la preghiera stessa — per eccellenza un'esperienza intima — è sempre recitata alla prima persona plurale e mai al singolare. Nella Torah, superata la stagione dei patriarchi — grandi individualità — gli ebrei sono "i figli di Israele", sempre al plurale: il popolo si muove in massa e in massa si accampa; è il popolo che ai piedi del Sinai ascolta le dieci parole. D'altra parte la condizione dell'uomo di fede è di solitudine profonda, soprattutto nel contesto del mondo contemporaneo, secolarizzato e centrato sulla prevalenza della dimensione materiale. Vede, l'uomo di fede, secondo l'idea di rav Joseph Dov Soloveitchik, non è mai da solo ma è ontologicamente solo: lo erano nei momenti costitutivi della loro esistenza Abramo, Isacco e Giacobbe; lo era Mosè; lo è il credente di ogni generazione: una solitudine speculare a quella di Dio stesso, con il quale si apre la possibilità dell'incontro. In un'immagine potentissima del midrash, la tradizionale esegesi rabbinica, Dio e Mosè, sulla cima del monte dove l'Uno è disceso e l'altro è salito, studiano insieme, interloquiscono, parlano e si ascoltano reciprocamente. La scommessa da giocare è quella di non trasformare la solitudine in individualismo: l'insegnamento più noto di un grande maestro della tradizione rabbinica classica, Hillel, recita: "Se io non sono per me, chi è per me? Ma se sono solamente per me stesso, cosa sono io? E se non ora, quando?". Il primo movimento umano, che non può essere altro che in solitudine, è in direzione del sé. Ma questo è solo il primo passo del percorso: il successivo, necessario, è aprirsi all'altro, pena la trasformazione da un chi ad un cosa. Ed in ogni momento, con urgenza, è buono per compiere questi due passi».

- Si può vivere senza speranza?
  «Rabbi Nachman di Breslav diceva che "il mondo è un ponte molto stretto, l'importante è non aver paura". Penso che questo ci aiuti ad essere lucidi nel guardare la realtà senza autoinganni. Il mondo non è un'autostrada dal traffico scorrevole: è uno spazio stretto, un ponte sull'abisso sul quale dobbiamo camminare con attenzione ma senza paura. Il cammino è forse la meta stessa: è capacità di muoversi, cambiare, camminare anche con gli altri, andare avanti. Non si può vivere senza speranza ma non si può vivere solo di speranza: uno degli enunciati di fede di Maimonide, inserito nella preghiera quotidiana, afferma "credo con fede completa nella venuta del Messia, ed anche se ritarda, nonostante tutto lo aspetterò ogni giorno che verrà". L'attesa, che nelle Tesi di filosofia della storia di Benjamin è la porta dalla quale in ogni momento può irrompere la palingenesi, quale che sia il carattere che ad essa vogliamo dare, non è attesa vuota: è il tempo dell'impegno dell'uomo per avvicinarla, è una speranza proattiva».

- Il passo della Torah che le sembra più adatto per questo momento.
  «Il primo verso del Levitico, all'apparenza solo informativo: "Ed il Signore chiamò Mosè e parlò con lui dalla tenda dell'incontro dicendo". In queste poche parole c'è tutta la forza e la necessità di incontrarsi intenzionalmente ed individualmente. L'esegesi midrashica sottolinea che Dio chiamava sempre Mosè per nome prima di parlargli e gli lasciava, tra un contatto e l'altro, una pausa di riflessione: la comunicazione è delicatamente preannunciata, indirizzata, non generica, non parola vana; ed ha bisogno dei suoi tempi di decantazione. Incontrarsi è un atto volontario, generoso e di vicinanza, non casuale: è sempre un appuntamento. Mosè aspetta paziente la chiamata fuori della tenda dell'incontro, quel tabernacolo/ santuario che ha appena eretto: non si impone, non pretende, non presenzia a tutti i costi. L'uomo diventa essere vivente, nel racconto della Genesi, quando Dio gli insuffla lo spirito di vita: la versione aramaica del testo rende "essere vivente" con "spirito parlante". Prima ancora che di pensiero, l'uomo è dotato di parola: è questa che ne determina l'umanità in quanto strumento di relazione. Dobbiamo lavorare per ricostruirla — lontani da ogni assertività violenta — in modalità attenta, gentile e premurosa».

(Corriere della Sera, 1 dicembre 2020)


Lotta al covid, delegazione medica in arrivo in Piemonte da Israele

"Una delegazione medica è in partenza da Israele alla volta dell'Italia, per raggiungere il capoluogo del Piemonte, Torino". Lo ha reso noto l'Ambasciata d'Israele in Italia.

 
"L'Ambasciata d'Israele in Italia ha dato avvio a questa importante cooperazione, per sostenere l'Italia nelle dolorose e complesse sfide che il Paese sta affrontando - ha affermato l'Ambasciatore d'Israele in Italia S.E. Dror Eydar -. I nostri amici stanno lottando contro la seconda ondata della pandemia di Covid-19, dopo il difficile inverno scorso che ha duramente colpito il Paese con la prima ondata. Cercavamo un modo per essere di aiuto e, al violento arrivo della seconda ondata, abbiamo appreso dai nostri amici in Piemonte che la Regione mancava di sufficiente personale medico e sanitario, e ci siamo attivati per aiutarla. Essendo il carico di lavoro del personale locale divenuto particolarmente oberante, abbiamo deciso di fornire il nostro supporto, in particolar modo con mani operose. Il Governatore della Regione Alberto Cirio, ha accolto con favore la proposta di cooperazione e aiuto e, insieme, abbiamo messo in contatto il Ministero della Salute italiano e i vertici del Dipartimento di Emergenza regionale con il Ministero della Salute di Israele e i vertici dello Sheba Medical Center, centro tra i più avanzati al mondo e con ampia esperienza nello sviluppo di cure contro il Coronavirus. Per nostra grande gioia, grazie alla mobilitazione del Ministero degli Affari Esteri, del Ministero della Salute, del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, dell'Ufficio del Primo Ministro, e, ovviamente, del Chaim Sheba Medical Center di Israele, la cooperazione si sta ora concretizzando. I volontari della delegazione stanno partendo per andare letteralmente a salvare vite umane e dare una mano all'Italia, nell'affrontare questa pandemia globale. Lo Stato di Israele aiuta i suoi amici nel momento del bisogno; anche questo è parte della nostra missione storica".
   L'invio della delegazione, si legge nella nota dell'Ambasciata d'Israele in Italia, "si inserisce appieno nel tessuto delle eccellenti relazioni bilaterali che legano lo Stato di Israele all'Italia, e, in particolare, al Piemonte; costituisce, inoltre, una diretta prosecuzione delle molteplici attività sostenute dall'Ambasciata d'Israele in Italia per promuovere ai massimi livelli le relazioni tra Israele e Italia in ambito scientifico, medico e tecnologico, anche in questo momento storico, di piena pandemia di Coronavirus".
   La delegazione opererà presso il nuovo Ospedale Michele e Pietro Ferrero a Verduno, provincia di Cuneo, specializzato nella cura e nella ricerca contro il Covid-19. L'Ambasciatore Eydar ringrazia tutti coloro che hanno lavorato affinché l'invio della delegazione divenisse effettivo: il Ministro della Salute Yuli Eldestein, il Direttore Generale Hezi Levi, il Direttore del Dipartimento Relazioni Internazionali Dott. Asher Salmon e i funzionari del Ministero della Salute; il primo Ministro Benjamin Netanyahu e il suo Ufficio; il Capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Meir Ben-Shabbat; il Direttore dello Sheba Medical Center, Prof. Yitzhak Kreis, il Vice Direttore, Prof. Arnon Afek; e molti altri ancora.
   Un ringraziamento speciale va al Ministero degli Affari Esteri, al Ministro Gabi Ashkenazi, al Direttore Generale Alon Ushpiz e a tutti i funzionari della Divisione Europea del Ministero. "Nel corso della permanenza della delegazione, un aiuto prezioso sarà fornito anche dalla Comunità ebraica di Torino e dalle locali associazioni di amicizia Italia-Israele, cui va la nostra profonda gratitudine - ha ancora sottolineato l'Ambasciatore Dror Eydar -. Ultimi, ma non ultimi, un sentito ringraziamento al mio team, dell'Ambasciata di Israele a Roma, il corpo diplomatico e il personale amministrativo, in primis i vice ambasciatori, la Vice Ambasciatrice uscente Ofra Farhi, e il Vice Ambasciatore entrante Alon Simhayoff, che hanno tutti collaborato alacremente alla realizzazione di questa importante missione".

(Shalom, 1 dicembre 2020)


Bibi e Benny ai ferri corti. Ipotesi di nuove elezioni

A soli sei mesi dalla creazione del governo di unità che ha permesso a Israele di uscire da due anni (e tre elezioni) di stallo, è guerra aperta tra il premier Benjamin - Bibi - Netanyahu e il futuro premier del governo a rotazione Benny Gantz. Ieri sono venuti allo scoperto su un'ipotesi di elezioni anticipate che circola da settimane. Si deciderà tutto domani, quando verrà messa ai voti la proposta di scioglimento della Knesset avanzata da Yair Lapid, leader del partito d'opposizione Yesh Atid, che ha esortato i centristi di Gantz - Blu Bianco - a sostenerla. Netanyahu ha cercato di disinnescare la bomba: «Il Likud voterà contro le elezioni e in favore dell'unità». Ma tira aria di crisi.

(Avvenire, 1 dicembre 2020)


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