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Notizie 1-15 febbraio 2021


Gli ebrei del Golfo fanno rete

Bahrain, Kuwait; Oman, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti. Sono i sei Paesi dell'area del Golfo Persico dove si registra oggi una presenza ebraica. Si va dal singolo nucleo familiare a realtà assai più complesse e strutturate. Una presenza che, sull'onda degli Accordi di Abramo e dei successivi trattati, sta gradualmente crescendo d'importanza e visibilità.
   È la premessa che ha portato a un'importante svolta, annunciata in queste ore: l'istituzione di una Association of Gulf Jewish Communities (AGJC) con funzioni comuni di rappresentanza e l'obiettivo di creare sinergie interne ancora più strette dal punto di vista educativo, cultuale, della casherut.
   Una vera e propria rete transnazionale. Con al vertice un presidente, l'uomo d'affari bahreinita Ebrahim Daoud Nonoo. E' un rabbino capo, il libanese rav Elie Abadie, recentemente insediatosi negli Emirati.
   La storia ebraica nella regione, ricorda l'AGJC sul suo sito nuovo di zecca, inizia alla fine dell'Ottocento con l'arrivo dei primi ebrei in Bahrain. Da allora, "comunità ebraiche di varia entità si sono stabilite negli altri paesi del Golfo, inclusi gli Emirati Arabi Uniti dove oggi si trova il nucleo più importante di tutti".
   Ciascuna comunità, si annuncia, manterrà una forma di indipendenza. Ma insieme, viene sottolineato, tutte e sei "lavoreranno per condividere l'obiettivo e la visione di un ebraismo sempre più prospero in quest'area".
   Nel simbolo dell'associazione a incontrarsi in modo suggestivo sono la parola ebraica (Chai) e quella araba (Hayat). Entrambe significano "vita".

(moked, 15 febbraio 2021)


Israele, scontro nel governo su aperture e piano economico

Si discute sui negozi aperti solo per vaccinati. Ipotesi vaccino obbligatorio per insegnanti e altri dipendenti pubblici.

AGI - Discussione in corso in Israele sull'allentamento delle misure restrittive anti-Covid, alla luce del calo dei casi: il governo sta ragionando sulla riapertura di negozi e servizi, puntando a 'premiare' i vaccinati. Così, centri commerciali, palestre, hotel e altre strutture potrebbero già riaprire i battenti all'inizio della prossima settimana per chi ha un certificato di immunità, lasciando al resto della cittadinanza negozi in strada e luoghi di preghiera.
   La riunione di gabinetto di ieri si è conclusa con un nulla di fatto e durante il nuovo incontro oggi continuano a registrarsi forti differenze tra le due anime del governo. Blu e Bianco sta facendo pressioni per la revoca di ulteriori misure di lockdown questa settimana, dopo i primi allentamenti decretati. Di diverso avviso il ministro della Salute, Yuli Edelstein del Likud, che insiste sul mantenere chiusi la maggior parte dei servizi commerciali fino alla prossima settimana.
   Sul tema si sono scontrati nuovamente il premier Benjamin Netanyahu e il leader centrista Benny Gantz: "Abbiamo bisogno di riaprire con attenzione, ci sono problemi economici", tuttavia "la risposta non è riaprire ma trovare il giusto equilibrio mentre si riapre gradualmente", ha sottolineato il leader del Likud, accusando la controparte di non appoggiare "il piano economico" approntato.
   Accusa respinta al mittente dal leader di Blu e Bianco che ha puntato il dito contro quello che vede come un tentativo "corruttivo" del Likud di influenzare gli elettori, riaprendo tutto poco prima del voto nazionale del 23 marzo.
   Il piano economico da circa 15 miliardi di shekel (quasi 4 miliardi di euro) annunciato da Netanyahu insieme al fedelissimo, il ministro delle Finanze Israel Katz, ha suscitato sorpresa anche tra alcuni alti funzionari dello stesso ministero delle Finanze che non erano stati avvertiti della mossa. Il progetto in nove passi, che vuole dare sollievo alle categorie più colpite dalla crisi economica, verrà presentato in giornata alla Knesset, ma il timore degli esperti è che non ci siano i margini per una simile manovra.
   Intanto, il piano di rendere obbligatorio il vaccino anti-Covid - o in alternativa test molto frequenti - per alcune categorie professionali, a partire da insegnanti, autisti e operatori sanitari, è stato presentato nella riunione di gabinetto da Edelstein ma rischia di avere forti opposizioni legali. "Un insegnante che non è vaccinato minaccia la sicurezza degli studenti e costituisce un abuso di potere", ha avvertito nei giorni scorsi il ministro della Salute.
   Tra le altre proposte avanzate, ci sono benefici finanziari per le autorità locali dove si riscontra un alto tasso di immunizzati e incentivi per i medici.
   Israele ha già vaccinato quasi quattro milioni di persone e il numero dei contagi sta gradualmente diminuendo. Secondo il ministero della Salute, 3,9 milioni di israeliani hanno già ricevuto la loro prima dose del vaccino e 2,2 milioni hanno ricevuto anche la seconda.
   I dati mostrano un calo del 41% delle infezioni confermate per gli ultra sessantenni e un calo del 31% dei ricoveri da meta' gennaio all'inizio di febbraio. In confronto, per le persone di età pari o inferiore a 59 anni i casi sono diminuiti solo del 12% e le ospedalizzazioni del 5%. Le vittime israeliane da coronavirus sono attualmente 5.388.

(AGI, 15 febbraio 2021)


Qui Tel Aviv, benvenuti nel Paese degli unicorni

L'investimento nell'educazione tecnologica dei bambini. Egli incentivi pubblici per stimolare lo spirito imprenditoriale. Così Israele è diventata la Start-up Nation, con 10 miliardi di dollari raccolti da società hi tech private, anche nell'anno della pandemia.

di Sharon Nizza

 
Jonathan Pacifici
TEL AVIV - L'anno nero della pandemia ha segnato il record di investimenti per l'hi tech israeliano, con 10 miliardi di dollari incassati nel 2020 da società tecnologiche private. Un incremento di oltre il 20% rispetto al 2019, che diventa ancora più notevole se paragonato allo stesso dato negli Stati Uniti (5%) e in Europa (1%).
   L'hanno chiamata Start-up Nation, Silicon Wadi, ma oggi, per rendere il senso del miracolo economico di questo Paese di 9 milioni di abitanti che è diventato il polo mondiale della tecnologia, si dovrebbe parlare del Paese degli Unicorni - aziende innovative, non ancora quotate in Borsa, con una valutazione di almeno un miliardo di dollari. Solo nel 2020,15 società israeliane hanno raggiunto questo status e, con le 30 già esistenti, costituiscono oggi il 10% degli unicorni a livello globale. A raccontare l'evoluzione del fenomeno è Jonathan Pacifici, romano di nascita e israeliano per scelta, general partner del venture capital Sixth Millennium, nel saggio "Gli unicorni non prendono il Corona".
   «Molte di queste società sono nate in Israele e si sono poi spostate all'estero. Ma mantengono qui i centri di ricerca e hanno un ruolo nell'ecosistema locale», spiega Pacifici. Cybersecurity, soluzioni per lavoro remoto, big data, meditech sono i principali settori che hanno attirato i grandi investimenti nel 2020. Tra i nuovi unicorni c'è Redis Labs, che offre una piattaforma di dati in tempo reale ed è il database più veloce al mondo (utilizzato anche per Immuni). Tra le start up che si sono reinventate c'è Bizzabo, nata nel 2011 come piattaforma per la gestione organica di grandi eventi. Con il collasso del settore, i fondatori hanno adattato il prodotto al mondo virtuale e si sono guadagnati il titolo di "startup più promettente del 2020" del giornale economico Globes.

 LE SFIDE DEL COVID
  Una società che ha visto un'impennata grazie alla sfida del lavoro remoto è Monday.com, piattaforma di gestione del team lavorativo, che ora sta per quotarsi in Borsa, con una valutazione intorno ai 4 miliardi di dollari. Sul fronte telemedicina, il boom di investimenti è arrivato per TytoCare, un dispositivo che consente di monitorare a distanza i parametri dei pazienti, già sbarcato in Italia.
   Secondo i dati di Start-Up Nation Central (SNC), no-profit che raccoglie il migliore database sull'ecosistema tecnologico israeliano, si contano 297 aziende che offrono soluzioni legate alle sfide poste dalla pandemia, di cui 196 in ambito medico. LessTests è stata fondata nel 2020 e ha contribuito alla definizione del metodo pooling nei tamponi Covid, che consente di analizzare un numero elevato di campioni utilizzando solo un quarto dei test. Sonovia, specializzata in tessuti antimicrobici, con la pandemia ha iniziato a produrre mascherine e nei mesi scorsi ha firmato un accordo con il gruppo Adler per utilizzare il tessuto nei trasporti pubblici in Italia.
   Per Pacifici, importante chiave del «miracolo israeliano» è l'investimento nell'educazione tecnologica dei bambini. Ci racconta che sua figlia di 14 anni ha partecipato a un programma di imprenditoria biotech lanciato dall'ospedale Hadassah di Gerusalemme. «I ragazzi percorrono, guidati da mentor esperti, tutte le fasi del lancio di una vera e propria azienda, dal concept al budget, dalla ricerca di mercato al sondaggio online, compresa la politica aziendale con l'elezione dei vertici». E poi c'è l'esercito, obbligatorio per ragazzi e ragazze, che può costituire un vero trampolino di lancio con le unità tecnologiche di intelligence, come la leggendaria 8200 da cui provengono i cervelli dietro ai grandi successi di Waze, Viber, Wix, Cybereason e altri.
   La conversione di tecnologia militare in civile abbraccia tutti i settori e le competenze acquisite in queste unità possono essere un vero life changer. «Questi elementi si intersecano con altri fattori determinanti, come la disponibilità di capitali e la presenza delle maggiori multinazionali, che hanno i propri centri ReD qui e investono in continuazione». Intel è il più grande datore di lavoro del Paese, con 13.950 dipendenti, contribuendo al 2% del Pil, con quattro startup israeliane acquisite, tra cui Mobileye, che nel 2017 ha chiuso la maggiore exit israeliana di sempre: 15.3 miliardi di dollari.

 GLI STIMOLI PUBBLICI
  Lo spirito imprenditoriale è sostenuto anche degli incentivi dell'Autorità per l'Innovazione, che gestisce gli investimenti dal Ministero dell'Economia in ReD (4,95% del Pil secondo il World Economic Forum). Nell'anno della pandemia, l'Autorità ha intrapreso diverse iniziative per spronare l'ecosistema, come ci spiega Anya Eldan, Vicepresidente dell'Autorità. Già a marzo avevano pubblicato un bando da 10 milioni di dollari per soluzioni legate al contesto della pandemia. Per incrementare gli investimenti di seed capital, che hanno subito un calo a fronte dell'incremento dei mega round in fase avanzata (motivo per cui in realtà il termine Scale-up Nation è ormai più appropriato), l'Autorità ha stabilito un nuovo percorso: co-finanziamento del 40% del primo round, e il venture capital entro tre anni può decidere se restituire la somma in cambio di quote. Un'altra iniziativa è stata incoraggiare gli investitori più tradizionali, come assicurazioni e fondi pensione, ponendosi come garanti del 40% dell'investimento in caso di fallimento.
   Il trend di crescita si conferma anche a gennaio 2021, con 6 startup che hanno raccolto più di 100 milioni di dollari ciascuna, che equivalgono al 30% dei mega round dell'intero 2020. Per Meir Valman, direttore della ricerca a Snc, le cifre record dimostrano la comprovata maturità dell'ecosistema tecnologico israeliano, estremamente resiliente, abituato ad affrontare emergenze e situazioni che richiedono capacità di improvvisare. «Riflettono la determinazione della società israeliana: non si perde un'opportunità perché non sai mai quando si ripresenterà».

(la Repubblica, 15 febbraio 2021)


Gas: nuova pipeline tra Israele e Gaza. Accordo tra Qatar, Onu e Ue.

 
Il Qatar, le Nazioni Unite e l'Unione Europea hanno finalmente raggiunto un accordo per la fornitura di gas da Israele alla centrale elettrica di Gaza. Come logica ed auspicata conseguenza la capacita' di produzione di energia elettrica nella Striscia aumenterà in maniera progressiva facendo così diminuire i costi. Lo ha reso noto l'emissario del Qatar per le questioni israelo-palestinesi Mohammed al-Amadi. Il progetto prevede la vendita di gas all'Autorita' nazionale palestinese da parte della compagnia Chevron-Delek e la costruzione di una pipeline fra Israele e Gaza, che iniziera' in tempi brevi e sara' completata entro due anni. L'Unione Europea investirà cinque milioni di dollari. Al-Amadi ha anche detto che il suo Paese e' disposto a continuare a sostenere l'economia di Gaza sempreché nella zona permanga la calma e cessino le ostilità. Anche il ministro israeliano per l'Energia Yuval Steinitz ha confermato l'interesse alla realizzazione dell'accordo.
   Israele controlla l'importazione del carburante diesel necessario per far funzionare l'unica centrale elettrica della Striscia, costruita nel 2002. Nel 2000 era stato scoperto un deposito di gas naturale al largo della costa di Gaza, ma l'embargo imposto da Israele ha impedito di utilizzarlo, cosa che ha reso necessario l'acquisto di carburante solo da Israele, che vende anche l'energia elettrica ai palestinesi, tramite l'Israel Electric Corp.
   Nel 2006, Israele ha bombardato per la prima volta la centrale elettrica, che ha dovuto chiudere. A quel punto, il governo egiziano - pagato dall'Autorità Palestinese - ha deciso di dare una mano, fornendo l'elettricità ai residenti nell'area di Rafah. La centrale è tornata in funzione nel dicembre del 2007, ma da quel momento è iniziato un ciclo di aperture e chiusure a causa dei regolari bombardamenti, della mancanza di pezzi di ricambio e delle interruzioni nella fornitura di carburante da parte di Israele.
   Nel 2009 l'Unione Europea ha smesso di finanziare l'acquisto del diesel per la centrale elettrica. Fino ad allora, i fondi europei arrivavano all'Autorità Palestinese, la quale li utilizzava per pagare il carburante importato a Gaza. A quel punto è iniziata una disputa fra Hamas, che governa Gaza, e Fatah, che governa l'AP nella West Bank. Chi doveva pagare il carburante? Hamas - accusa l'Autorità Palestinese - si è rifiutata di fare la sua parte per contribuire ai fondi europei persi. Questa mancanza di collaborazione è in parte dovuta all'opposizione alle tasse imposte dall'AP sugli acquisti di carburante - tasse che l'AP difende, visto che, dice, spende altre risorse per lo sviluppo e il sostegno a Gaza. Inoltre, la centrale elettrica è gestita da un'azienda privata - eredità di Yasser Arafat - e il contratto che ha con l'Autorità Palestinese prevede che quest'ultima paghi 2,5 milioni di dollari al mese a prescindere da quanta elettricità viene prodotta.
   Nel corso degli anni, gli scontri fra Hamas e Fatah sono stati centrali nella crisi energetica. Nel giugno 2017, il presidente dell'Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, e Hussein al-Sheikh, membro del comitato centrale di Fatah e ministro per gli Affari civili, provarono - tramite una forma di punizione collettiva - a fare pressione su Hamas affinché cedesse il controllo della Striscia. Chiesero quindi al governo israeliano di ridurre del 30% l'elettricità fornita a Gaza (la misura è stata poi abbandonata nel gennaio 2018).
   Nel novembre 2018, il governo del Qatar ha annunciato una donazione di 60 milioni di dollari per l'acquisto di carburante, che le Nazioni Unite comprano da Israele e poi importano a Gaza, così da far funzionare ulteriori turbine nella centrale elettrica.
   Ieri la notizia del nuovo accordo riporta la speranza in territori dove sempre più spesso si utilizza il fuoco per riscaldarsi e le candele a cera per illuminare le abitazioni.

(PRP Channel, 15 febbraio 2021)


Botte e minacce allo scrittore ebreo Halter «Gli uomini liberi come me sono nel mirino»

Parigi, aggredito in casa da due uomini a 85 anni. «Sembrava un film dell'orrore. Hanno portato via le chiavi, vuol dire che torneranno».

di Giovanni Seraflnl

Marek Halter
PARiGI - «L'unica cosa certa è che volevano farmi paura. Perché? Non lo so. Mi sfuggono le ragioni: ce ne sarebbero tante, ma non ne hanno fatta trapelare nessuna. Ed è questa la cosa che più mi preoccupa».
   È ancora sotto choc lo scrittore Marek Halter, 85 anni, aggredito l'altra notte da due uomini incappucciati nella sua abitazione in piace des Vosges, a Parigi. Ebreo di origini polacche trapiantato in Francia negli anni Cinquanta, Halter si è sempre battuto per i diritti umani, per la pace fra i popoli, contro il razzismo, contro l'antisemitismo. Logico immaginare che siano state queste sue prese di posizione, in un momento in cui sono sempre più frequenti le minacce e le offese agli ebrei (basti pensare alle continue devastazioni in cimiteri israeliti), a motivare l'aggressione. Ma lui non ne sembra convinto. «lo sono un intellettuale, un uomo libero - dice - e gli uomini liberi sono nel mirino». Autore di una trentina di libri tradotti in tutto il mondo, ci racconta in questa intervista la sua disavventura.

- Marek, com'è andata?
  «È andata che stavo correggendo le bozze di Un mondo senza profeti, il mio ultimo libro che sarà pubblicato il 4 marzo, quando mi sono addormentato in poltrona. Saranno state le quattro di notte. Improvvisamente mi sono svegliato perché ho avvertito una presenza estranea in casa. Ho aperto gli occhi e ho visto un uomo che incombeva su di me, come in un film dell'orrore. Aveva un passamontagna nero, era vestito di nero, anche i guanti erano neri. Poi mi sono accorto che vicino alla porta c'era un altro uomo, anche lui col passamontagna, anche lui vestito di nero. Ho pensato che fossero dei professionisti, dei ladri a caccia di bottino».

- Hanno avuto gesti violenti contro di lei?
  «Quello più vicino a me ha reagito quando ho cercato di afferrarlo per un braccio. Ho chiesto: che cosa volete, che cosa fate in casa mia? Lui mi ha dato un colpo che mi ha buttato giù dalla poltrona. A terra l'ho preso per una gamba e mi sono messo a gridare chiedendo aiuto. Che ingenuità! Siamo in Francia, la gente ha paura a intervenire quando vede qualcuno in pericolo ... C'è stata un po' di bagarre, diciamo per tre o quattro minuti, e le conseguenze per me sono diverse ecchimosi e una costola incrinata. Quindi l'aggressore ha detto - e sono le uniche parole che ha pronunciato-: 'Se non la smetti di gridare sei un uomo morto'».

- Non erano del ladri?
  «Sicuramente no, perché hanno trovato le mie carte di credito e le hanno lasciate sul tavolo, come per farmi capire che non era quello che gli interessava. E poi non hanno portato via niente».

- Un'aggressione antisemita?
  «Non credo. Non hanno espresso la minima rivendicazione, non mi hanno insultato, non mi hanno detto 'sporco ebreo' come purtroppo mi è successo svariate volte in passato».

- E allora? Che Idea si è fatto?
  «Volevano spaventarmi. La prova: quando se ne sono andati si sono portati via la chiave, come per dirmi che sarebbero tornati».

- E adesso?
  «C'è un'auto della polizia davanti a casa. Il ministro dell'Interno è venuto a salutarmi. Il presidente della Repubblica Emmanuel Macron e il sindaco di Parigi Anne Hidalgo mi hanno telefonato in segno di solidarietà. Ho ricevuto, pensi un po', 282mila messaggi di simpatia!».

- Resta Il mistero sul motivi dell'aggressione. Potrebbe essere legata al suo nuovo libro? DI che cosa parla?
  «S'intitola Un mondo senza profeti. Il filo conduttore è la constatazione che gli uomini politici di oggi non hanno personaggi di spessore che li critichino obbligandoli a migliorare, dunque non resteranno nella storia. Re Davide ebbe il profeta Natan, Alessandro Magno ebbe Aristotele, per Luigi XIV ci fu Saint Simon, per Napoleone ci fu Chateaubriand. Oggi niente, ci sono solo falsi profeti».

(Nazione-Carlino-Giorno, 15 febbraio 2021)


I nuovi antirazzisti hanno un vecchio problema: con gli ebrei

Nick Cohen spiega che c'è una parte del mondo progressista che non è meno antisemita dei fascisti

Scrive lo Spectator (4/2)

Ci sono dei dibattiti tra uomini e donne, bianchi e neri, in cui tu sai da che parte stare", scrive Nick Cohen sullo Spectator. "Da una parte, dal 'lato giusto della storia', ci sono i progressisti e dal lato sbagliato ci sono i bigotti e i reazionari che si tappano le orecchie in modo da non dovere mai cedere i loro privilegi ereditati. Tuttavia, quando si parla di ebrei, si capovolgono i ruoli. Secondo Cohen una parte dell'opinione pubblica progressista ha deciso che il miglior modo per mostrare di essere dal lato giusto della storia è quello di ripetere idee antisemite e accusare chiunque la pensi diversamente di essere complice di una trama per difendere gli interessi di Israele e spostare l'attenzione dalla sofferenza reale delle minoranze etniche meno privilegiate. Il libro di David Baddiel Jews Don't Count è uscito questa settimana e sostiene che in un'epoca in cui ogni minoranza viene ascoltata, esiste una grande minoranza etnica, ovvero gli ebrei, verso cui un gran numero di progressisti non mostra alcun interesse. Questo filone di pensiero tollera il ritorno di odii medievali perché sostiene che tutti gli ebrei siano ricchi - una riedizione dello stereotipo sia nazista che comunista".
   "Di questi tempi l'antisemitismo viene espresso come un pregiudizio e un'ostilità diffusa verso gli ebrei in quanto ebrei, ovvero privi di altre forme di privazione materiale (come la disoccupazione strutturale) che si manifestano in altre forme di razzismo", ha spiegato lo scrittore comunista Ash Sarkar. Troppi a sinistra pensano che gli ebrei sono ricchi e bianchi e quindi non meritano grande attenzione - una falsità. Ma se anche fossero così, il loro essere ricchi e bianchi non li risparmia dalla violenza. Una sinistra che sostiene di essere antifascista può affrancare l'antisemitismo solo rifiutandosi di capire il fascismo del giorno d'oggi. I suprematisti bianchi americani e i nazionalisti ungheresi di Viktor Orbàn si sono appropriati di una retorica antisemita che andava in voga negli anni Trenta. L'intellettuale Baddiel, spiega Cohen, sostiene una tesi che pochi a sinistra capiscono: per secoli gli ebrei sono stati gli "estranei" per il mondo cristiano e il volto dell'ebreo con il naso adunco e il sigaro resta la raffigurazione più accurata del nemico capitalista. Questi pregiudizi sono cosi profondi e radicati che in pochi a sinistra riescono a comprendere la loro esistenza o il loro potere. La tradizione stalinista non è meno antisemita di quella fascista, o dell'Islam radicale dei giorni nostri. Per un pezzo di sinistra l'antisemitismo non riguarda solamente gli ebrei ma appartiene a una più ampia visione del mondo che prevede il sostegno incondizionato verso Vladimir Putin e l'Iran, e un disprezzo per la democrazia pari a quello del movimento trumpiano. "Credo che ci siano persone di buon senso a sinistra che sono intrappolate dalla fedeltà di partito e da un pensiero di gruppo che li porta difendere i complottisti razzisti - conclude Cohen - Vale la pena discutere con loro. Per quanto riguarda i complottisti razzisti, non puoi discutere con loro, puoi solamente combatterli".

(il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2021)


Israele. Stop allevamenti, si punta sulla bistecca in 3D

di Fabio Scuto

Una bistecca di manzo prodotta con cellule di carne coltivate in laboratorio dalla start-up israeliana Aleph Fanns è pronta per arrivare sulle tavole, il "prototipo" è stato presentato la scorsa settimana.
   Il bioprinting tridimensionale - realizzato dalla Aleph Farms, in team con il Technion Institute of Technology di Tel Aviv - ha prodotto una bistecca con "gli attributi di una deliziosa e succosa costata che compreresti dal macellaio" secondo i suoi realizzatori. L'azienda-secondo i programmi che ha reso pubblici - è in grado di coltivare "deliziose bistecche di manzo" da cellule non geneticamente modificate che sono state isolate da una mucca, il metodo utilizza molte meno risorse di quelle necessarie per allevare un intero animale per la macellazione e senza la necessità di antibiotici. Si supererebbero così anche i danni all'ambiente derivanti dall'allevamento intensivo e questo potrebbe essere un aspetto che troverebbe il consenso di ecologisti e detrattori di quel tipo di attività commerciale.
   L'obiettivo di Didier Toubia, co-fondatore e amministratore delegato di Aleph Farms, è "realizzare la nostra visione di un mondo più sostenibile, equo e sicuro ma senza derogare dal gusto e dal sapore". La tecnologia di bioprinting utilizza "elementi costitutivi naturali della carne" sviluppati da vere cellule di mucca, spiegano dalla Aleph, il processo non implica ingegneria genetica né la coltivazione delle cellule utilizza sieri derivati da animali macellati. Le cellule vengono prelevate da due donatrici e poi cresciute in incubatrici.
   Le bistecche 3D saranno disponibili in alcuni ristoranti fin dal prossimo anno - almeno questa è l'intenzione dell'azienda - , anche se si stimano in due-tre anni i tempi per il commercio al minuto. La Aleph Farms ha già un accordo con il gruppo dell'industria alimentare Mitsubishi Corporation per portare la carne coltivata sulle tavole giapponesi. Fra i partner c'è anche Migros, gruppo industriale svizzero e la società alimentare Usa Cargill, che hanno investito nella startup israeliana.

(il Fatto Quotidiano, 15 febbraio 2021)


Usa: Biden gela le relazioni con Israele

Interrotta la tradizione storica che andava avanti da 40 anni

di Davide Racca

Il neo presidente degli Usa, Joe Biden gela le relazioni con Israele. La tradizione storica che si protrae da 40 anni di relazioni tra gli Stati Uniti e lo Stato ebraico, infatti, è stata interrotta da Joe Biden, primo presidente americano a non avere ancora preso contatto con i leader di Gerusalemme dopo il suo insediamento alla Casa Bianca. L'omissione del neo presidente, in palese contrasto con il passato, potrebbe preludere a quattro anni di gelo nelle relazioni tra l'America e il suo principale alleato del Medio Oriente: Israele.
   Nei giorni successivi al suo insediamento, Biden ha provveduto a contattare diversi leader mondiali, tra cui il presidente russo Vladimir Putin e il presidente cinese Xi Jinping, ma non il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, discostandosi dalla tradizione che dalla presidenza di Ronald Reagan, nel 1981, vedeva ogni neo presidente confrontarsi con la controparte israeliana nei primi giorni di incarico.
   Alcuni membri del Congresso hanno criticato l'atteggiamento di Biden nei confronti l'omologo israeliano, innescando polemiche manifestatesi con una raffica di domande poste dai giornalisti durante una conferenza tenuta dall'addetto stampa della Casa Bianca, Jen Psaki, che non ha comunque rivelato quando o se Biden chiamerà il leader israeliano. Inoltre, ad una specifica domanda di una giornalista presente alla conferenza stampa, Psaki aveva anticipato che venerdì, nella successiva conferenza stampa, la Casa Bianca non avrebbe elencato Israele come Paese alleato degli Stati Uniti.
   "Non sono sicuro del motivo per cui il presidente Biden ha già chiamato i leader mondiali di altre 10 nazioni, compresa la Cina, ma non si è ancora preso la briga di parlare con Israele", ha dichiarato giovedì scorso Mark Green, membro della Camera dei rappresentanti per il Tennessee, al Washington Free Beacon, aggiungendo che "Israele merita di essere trattato con rispetto da ogni leader mondiale, specialmente dal presidente degli Stati Uniti".
   Mentre Ronny Jackson (R., Texas), membro della Commissione affari esteri della Camera, ha chiesto: "Cosa sta evitando il presidente Biden? Il rapporto americano-israeliano è vitale per la nostra sicurezza nazionale per una serie di ragioni - ha detto Jackson al Free Beacon - Esorto il presidente Biden a ignorare la sinistra radicale nel suo partito e dare una forte dimostrazione di sostegno alla nostra partnership con Israele chiamando il primo ministro Netanyahu".
   In effetti, risulta difficile ignorare la crescente preoccupazione negli ambienti dell'amministrazione destata da questo improvviso, quanto inaspettato, cambiamento nelle relazioni con Israele palesato dal presidente Biden.
   Il presidente Usa ha di fatto interrotto, senza apparenti motivazioni, il tradizionale amichevole rapporto con la leadership di Gerusalemme, ponendo seri dubbi anche circa la continuità dell'alleanza e tutela della sicurezza dello Stato ebraico.
   La debole diplomazia di Biden si palesa in un momento critico per Israele che deve affrontare, nel suo quasi isolamento, minacce terroristiche imminenti e il pericolo di un Iran armato di armi nucleari.
   
Un rapporto dell'intelligence israeliana prevede, infatti, che l'Iran cercherà di usare i suoi "delegati" in Medio Oriente per fare pressione sulla nuova amministrazione statunitense affinché torni all'accordo nucleare del 2015 e stima che Teheran tenterà di imporre la sua influenza su Washington, probabilmente utilizzando gruppi sciiti contigui al Regime degli ayatollah, per effettuare attacchi contro "obiettivi occidentali" per spostare l'attenzione dalla continuazione del suo programma nucleare.
   Secondo la valutazione israeliana, l'Iran punterà a rafforzare la sua posizione negoziale creando instabilità in Medio Oriente attraverso i suoi alleati e i gruppi che agiscono per "procura".
   Teheran ha come scopo la modifica dell'accordo nucleare prima di conformarsi ai suoi termini usando le sue "armi", come Hezbollah in Libano e i miliziani in Siria, oltre ai suoi alleati in Iraq, Yemen e Striscia di Gaza per fare pressione su Washington, secondo quanto riferito dall'AFP.
   L'Iran tenterà di dimostrare le sue capacità nonostante i duri colpi incassati nel 2020, osserva il rapporto, citando la morte del generale Qassem Soleimani in un attacco aereo statunitense vicino a Baghdad a gennaio e quella del massimo scienziato nucleare Mohsen Fakhrizadeh vicino a Teheran a novembre.

 Le contromosse strategiche di Israele
  Israele è stato assai critico con il Piano d'azione globale congiunto (JCPOA) del 2015 negoziato tra le potenze mondiali e l'Iran, che, secondo i presupposti, avrebbe dovuto porre un freno alle ambizioni nucleari di Teheran in cambio di incentivi economici. Un freno che Teheran non ha mai schiacciato.
   Gerusalemme, in tale avversa circostanza, ha ritenuto di sostenere la campagna di "massima pressione" dell'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro Teheran dopo il ritiro di Washington dall'accordo nel 2018.
   Alla fine del mese scorso, preso atto della continuazione dell'arricchimento dell'uranio iraniano, il capo dell'esercito israeliano, Aviv Kochavi, ha dichiarato che sono in corso nuove pianificazioni strategiche per contrastare le capacità nucleari di Teheran.
   La valutazione dell'intelligence israeliana riporta che l'Iran e i suoi alleati, in particolare Hezbollah, continuano comunque a minacciare Israele lungo il confine settentrionale dove l'esercito israeliano ha ripetutamente rilevato numerosi tentativi di attacchi transfrontalieri da parte di combattenti sostenuti dall'Iran in Siria, da Hezbollah in Libano e da altri gruppi.
   "Il deficit di deterrenza all'interno dell'asse sciita richiede una risposta e potrebbe minare la stabilità nell'arena settentrionale", ha detto un alto comandante militare israeliano a condizione di anonimato, riferendosi alle possibili conseguenze di un'azione militare israeliana nella regione.
   
"La minaccia per procura (dell'Iran, ndr) in Iraq e Yemen è una soluzione economica ed efficace per l'Iran per effettuare attacchi senza rischiare una guerra", ha osservato il comandante secondo il quale "nel prossimo anno, Teheran potrebbe tornare a lanciare attacchi terroristici contro obiettivi occidentali in tutto il mondo, pur mantenendo la copertura", quest'ultima fornita dai gruppi sciiti alleati e delegati alle azioni.
   Inoltre, l'Ufficiale israeliano ha sottolineato che "gli accordi di Abramo", la serie di patti mediati da Trump in base ai quali Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco e Sudan si sono normalizzati legati a Israele, indicavano un "cambiamento sistematico" in atto in Medio Oriente ed i legami più stretti tra Israele e gli stati arabi che cercano di contrastare l'influenza di Teheran offrono "una significativa opportunità per aumentare la pressione sull'Iran".
   I massimi vertici militari dello Stato ebraico hanno inoltre evidenziato un ulteriore potenziamento della capacità scientifica dell'Iran."Ha compiuto progressi significativi nella raccolta di materiale fissile e nell'adozione di misure avanzate in materia di ricerca e sviluppo - ha dichiarato un alto funzionario militare - Sebbene gli accordi possano impedire la raccolta di materiale fissile, alcuni progetti di ricerca e sviluppo sono irreversibili". In effetti dal mese di gennaio, l'Iran ha dichiarato di aver iniziato ad arricchire l'uranio al 20%, ben oltre la soglia stabilita nell'accordo per il nucleare.

 Il "nuovo corso" di Biden scatena polemiche
  Tutto questo induce a dubitare seriamente sul sostegno dell'amministrazione Biden ad Israele, in un momento in cui la sicurezza ne viene minata. Da qui la rilevanza dell'omessa chiamata di Biden a Netanyahu che riporta alle mente l'ex presidente Barack Obama, che lasciò un'ombra sui rapporti con Israele, viaggiando durante le sue prime 16 settimane di mandato in Turchia, Arabia Saudita ed Egitto, ma aggirando apertamente Israele. Quell'itinerario, con il senno del poi, la diceva lunga sulla rottura dell'amministrazione con quella precedente e su come Washington, sotto Obama, stesse riadattando la sua politica estera.
   In contrapposizione alla gestione Obama, la prima impressione che Donald Trump ha lasciato su Israele era stata più che positiva. Infatti, il primo ministro Benjamin Netanyahu è stata la terza chiamata effettuata dal tycoon a un leader straniero dopo essere entrato in carica, un segnale che il gelido rapporto che esisteva tra Netanyahu e l'amministrazione Obama era oramai un ricordo del passato. Questo aveva prospettato un'ampia gamma di spunti positivi sui rapporti futuri degli Usa con Israele.
   Ma la mancata chiamata a Netanyahu è solo una parte di un insieme di segnali che la neo-amministrazione Usa ha inviato nelle sue prime tre settimane di attività, fornendo l'impressione di un aperto ed intenzionale affronto verso Israele. Se questo è l'esordio di una politica che accompagnerà il rapporto tra Netanyahu e Biden, la visione si presenta decisamente pessimistica.
   "Quelle prime tre settimane - ha detto Eran Lerman, ex vicedirettore del Consiglio di sicurezza nazionale e attualmente vicepresidente del Jerusalem Institute for Strategy and Security - sono state un miscuglio di alcune azioni e dichiarazioni molto preoccupanti".
   "Questa non è un'amministrazione anti-israeliana - ha comunque affermato Lerman - Non per Biden, non per Kamala Harris, non per Antony Blinken, e sicuramente non per il segretario alla Difesa Lloyd Austin". Ma, ha aggiunto, che molti israeliani considerano Rob Malley, il diplomatico veterano che Biden ha scelto come suo uomo di punta per i rapporti con l'Iran, come "un problema". La ragione, ha specificato l'ex direttore generale del ministero degli Esteri, Dore Gold, capo del Jerusalem Center for Public Affairs, è che Malley "è sempre stata una persona che ha esplorato l'America ampliando le sue relazioni con elementi più radicali, inclusi gli islamisti".
   L'editorialista del New York Times ed ex redattore capo del Jerusalem Post, Bret Stephens, durante un webinar del Consiglio ebraico per gli affari pubblici tenutosi questa settimana, ha dichiarato che le persone che hanno seguito la carriera di Malley "sanno che è molto intelligente, molto esperto nella regione, ma le cui sentenze, un esempio lampante è rappresentato dal suo consiglio a Obama, di ammorbidire sostanzialmente Bashar Assad, si sono rivelate un disastro sia strategico che umanitario con ripercussioni che si protraggono da tempo".

 Il passo falso di Biden con gli Houthi
  Il passo più preoccupante intrapreso dalla nuova amministrazione nell'area del Medio Oriente, secondo Eran Lerman, è stata, comunque, la decisione di revocare la decisione di Mike Pompeo, adottata nell'ultimo giorno del mandato di Trump, di designare gli Houthi nello Yemen come organizzazione terroristica.
   "Gli Houthi sono un gruppo di criminali iraniani con un'ideologia apertamente antisemita - ha detto - Abbiamo motivi per essere preoccupati per questa decisione e per il senso di abbandono che i sauditi potrebbero provare".
   Due giorni dopo l'annunciata inversione di tendenza da parte dell'amministrazione Biden, in perfetto rapporto di causa/effetto, gli Houthi si sono infatti assunti la responsabilità dell'attacco condotto contro un aeroporto saudita con l'utilizzo di droni, seguitando, ad oggi, a lanciare missili contro il territorio Saudita neutralizzati dal sistema antimissile Patriot in dotazione alle forze di Riad.
   Anche con questo passo falso, ha detto Lerman, i primi giorni dell'amministrazione non rappresentano che un sintomo "dell'oscurità che scende su di noi e Biden farebbe bene a non gettare via gli aspetti positivi dell'eredità di Trump ", primo fra tutti gli accordi di Abramo.
   Un avviso forse tardivo per una deriva politica segnata da svolte inaspettate e da un ritorno ad antiche tensioni in perfetto stile di guerra fredda anche con la Russia di Putin, ricordiamolo non l'Urss, ma la Russia…

(OFCS.Report, 14 febbraio 2021)


Lo scrittore ebreo Halter aggredito in casa a Parigi da due uomini in passamontagna

Marek Halter
Marek Halter, scrittore ebreo di origine polacca, è stato aggredito nella sua casa di Parigi la notte fra venerdì e sabato da due uomini con il passamontagna, che non hanno rubato nulla ma lo hanno colpito e gli hanno intimato di non gridare. Lo ha raccontato lui stesso a Le Figaro, precisando che i due uomini «non hanno rubato nulla», lasciando anche sul tavolo la sua carta di credito «per mostrare che non era quella che li interessava». «Volevano spaventarmi, avvertirmi», ha detto lo scrittore, che ha presentato una denuncia alla polizia. L'intellettuale ha subito diverse aggressioni nella sua vita. «Normalmente, vengono dette parole antisemite o razziste, ma in questo caso niente, come se volessero avvertirmi». Per Halter, l'uscita del suo prossimo libro «Un monde sans prophètes» nel quale attacca l'«intellighenzia religiosa» non sarebbe estraneo a questa aggressione. Anche se del libro i due aggressori non hanno fatto parola, tiene a precisare. L'Imam di Drancy, Hassen Chalghoumi, ha scritto un tweet di appoggio a Halter.

(Il Messaggero, 14 febbraio 2021)


Covid, la variante inglese più rischiosa per i bambini: i casi di Israele e Italia

Articolo pubblicato sulla rivista scientifica British Medical Journal analizza l'opportunità di riaprire le scuole

di Claudia Carucci

In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica British Medical Journal (BMJ) si legge che, in base alle ultime statistiche, riguardanti Italia ed Israele, ora non sono soltanto gli adulti, ma anche i bambini ad essere a rischio contagio con le nuove varianti di Covid 19. L'idea è quindi di usare molta cautela nella possibile scelta di riaprire le scuole in presenza al 100%.
  I pediatri in Israele, (nazione che, come sappiamo, ha fatto passi da gigante nella campagna di vaccinazione della popolazione adulta), hanno rilevato un forte aumento delle infezioni da covid-19 proprio tra i più giovani. Oltre 50mila fra bambini e adolescenti, sono risultati positivi al test nel mese di gennaio. Il numero più alto registrato in tutti i mesi della seconda ondata di contagi.
  Yuli Edelstein, il ministro della Salute di Tel Aviv, ha dichiarato al Jerusalem Post: "Abbiamo ricevuto una lettera dall'Associazione israeliana di pediatria in cui si dice che sono molto preoccupati per il tasso di malattia negli studenti più giovani". Viene da chiedersi a che cosa si possa imputare questo forte aumento di casi nella popolazione infantile. Ebbene, alcuni esperti israeliani hanno stabilito che la ragione risiede proprio nella mutazione del virus e in particolare nell'aumento della circolazione della variante britannica.
  Cyrille Cohen, capo del laboratorio di immunoterapia presso l'Università israeliana Bar-Ilan e membro del comitato consultivo nazionale per la sperimentazione clinica sul vaccino per Covid-19, sul British Medical Journal (BMJ), ha spiegato che in base alle sue analisi, a partire dalla comparsa della variante britannica B1.1.7 in Israele a metà dicembre, la percentuale di nuovi casi giornalieri riguardanti bambini di età inferiore ai 10 anni era aumentata di quasi un quarto (23%)
  Cohen è dunque fra coloro che invitano all'estrema cautela nella scelta di riaprire le scuole. "Sebbene io sia convinto che l'istruzione debba essere il primo settore ad aprirsi per la sua importanza - ha dichiarato - dovremmo comunque pensare ad una gradualità, almeno fino a che non conosceremo meglio le caratteristiche infettive di questa nuova variante".
  In effetti non esistono ancora prove oggettive che la nuova variante sia più pericolosa per i bambini, ma è un dato di fatto che nel mese di gennaio Israele ha dovuto aprire la sua prima unità speciale di terapia intensiva covid-19 riservata ai bambini.

 Il caso italiano
  Anche gli scienziati italiani hanno cominciato a drizzare le antenne sul nuovo andamento dei contagi dopo quanto accaduto a Corzano, in provincia di Brescia. Il 3 febbraio scorso, sul totale degli abitanti del piccolo comune, 1400 persone, ben 140 sono risultati positivi al virus, ovvero il 10%. La cosa drammatica è che il 60% dei contagiati era rappresentato da bambini in età scolare o addirittura prescolare.
  Roberto Burioni, professore di virologia all'Ospedale San Raffaele di Milano, aveva commentato quanto accaduto nel bresciano, in un suo tweet: "La variante inglese è molto più contagiosa e richiede precauzioni maggiori".
  Pochi giorni dopo, il 5 febbraio, il comitato scientifico britannico per le emergenze ha chiesto di dare priorità a piani scolastici più sicuri e ha proposto nuove immediate consultazioni sull'argomento.
  Stephen Reicher dell'Università di St Andrews, membro del comitato, ha consigliato di limitare tutte le attività non essenziali, così da provare ad abbattere il numero di infezioni il più rapidamente possibile. Poi riaprire le scuole non appena il livello di contagi sarà abbastanza basso da non rischiare che la pandemia vada nuovamente fuori controllo.

(la Repubblica, 14 febbraio 2021)


Israele pronta a riaprire i ristoranti dal 9 marzo

Israele prevede di riaprire i ristoranti intorno al 9 marzo come parte del suo graduale ritorno alla normalità mentre continua spedita la campagna di vaccinazione COVID-19

Con oltre il 41% degli israeliani che ha ricevuto almeno una dose del vaccino della Pfizer Inc, Israele prevede di riaprire parzialmente gli hotel e le palestre il 23 febbraio a quelli ritenuti completamente inoculati o immuni dopo la guarigione dal COVID-19.
Nachman Ash, il coordinatore nazionale per la risposta alle pandemie, ha detto che la riapertura delle sale da pranzo, dei ristoranti e dei caffè degli hotel seguirà due settimane dopo.
"Sarebbe intorno al 9 marzo", ha detto a Ynet TV. "Vogliamo aprire gradualmente, con attenzione in modo da non avere un altro breakout di un'altra ondata e un altro lockdown."
Israele ha iniziato a uscire dal suo terzo lockdown la scorsa settimana.
Il paese è in procinto di vaccinare con la seconda dose il 30% dei suoi 9 milioni di abitanti con il regime vaccinale a due dosi questo mese, un punto di riferimento per un allentamento preliminare dei cordoli. Si spera in una copertura del 50% e in una più ampia riapertura il mese prossimo.
La campagna sui vaccini è il fulcro dell'offerta del Primo Ministro Benjamin Netanyahu di vincere un quinto mandato nelle elezioni del 23 marzo.

(PRP Channel, 14 febbraio 2021)


La Rai dà la Shoah in pasto ai bimbi

Il cartone sull'olocausto. Una prof denuncia: «Alle elementari proiettate scene violente sui lager. Alunni sotto choc»

di Giovanni Torelli

 
Da "La storia di Andra e Tati"
Come raccontare il Male assoluto a un bimbo di 6 anni? Esibendolo nella sua nuda ferocia, o piuttosto parlandone in modo allusivo, senza nasconderlo ma neppure senza ostentarlo? E lecito chiederselo dopo la denuncia della prof. Anna Granata, docente di Pedagogia all'Università di Torino, che, sentite le voci preoccupate di molti genitori, ha contestato la proiezione de La stella di Andra e Tati in molte scuole elementari d'Italia, in occasione dell'ultima Giornata della Memoria.

 Scene crude
  II cartone animato, prodotto da RaiPlay e proposto nelle classi su suggerimento del Miur, racconta la vicenda vera delle due sorelle Bucci, deportate da bambine (avevano rispettivamente 4 e 6 anni) ad Auschwitz; e lo fa in uno stile crudo, con immagini spesso violente, «ventotto minuti di pura angoscia», scrive la prof su vita.it, che testimoniano la brutalità della deportazione, della separazione definitiva dai cari (la nonna delle bimbe, ricorda una delle protagoniste, sarà condotta alle camere a gas e ai forni crematori) e l'abiezione della vita nel lager, mostrata da una madre senza più capelli e talmente trasformata da essere irriconoscibile agli occhi delle figlie.
  Ebbene, avverte la Granata, queste scene hanno sconvolto i giovanissimi spettatori. Secondo le segnalazioni a lei arrivate, alcuni bimbi dopo la visione avrebbero avuto problemi di insonnia, altri si sarebbero rifugiati nel letto dei genitori, come non facevano ormai da tempo, altri ancora avrebbero detto «Meglio morire e non vivere in un mondo così». La prof non nega l'urgenza di coltivare il ricordo e la necessità di rendere partecipi anche gli alunni delle elementari degli eventi tragici della storia, ma contesta il metodo del racconto. «Non è un attacco alla conservazione e diffusione della memoria di quanto accaduto», avverte, «ma un invito a capire come meglio trasmettere tutto questo ai più piccoli. Anticipare tematiche di violenza inaudita è profondamente sbagliato e controproducente». Del resto, prima della visione, occorrerebbe preparare i bimbi e contestualizzare i fatti raccontati all'interno di vicende storiche di cui essi invece sono all'oscuro. «A quell'età», aggiunge la prof, «gli studenti non hanno ancora nemmeno iniziato a studiare storia e non sono stati preparati alla Shoah e quindi non sanno comprendere quanto vedono sullo schermo»; al più «in terza elementare si studia la preistoria».

 Il presunto messaggio
  Ecco allora che il presunto messaggio educativo, oltre a produrre angoscia, rischia di sortire un effetto diseducativo. La Granata racconta di una bimba che, dopo aver visto il cartone, si è convinta che «bisogna stare attenti "agli stranieri" (i tedeschi) perché sono molto cattivi». Ma, su tutto, vale l'obiezione della docente: «Davvero pensiamo di vaccinare le nuove generazioni dal male con il male stesso?» Non sarebbe più opportuno mostrare ai bimbi la banalità del male prima che la sua brutalità? O non sarebbe il caso di rovesciare la medaglia, portando a esempio dei bimbi le storie dei Giusti, di chi ha sfidato il Male con il Bene? Dal nostro canto, crediamo non esista modo migliore di dire e superare l'orrore che cercare, anche nel suo abisso, tracce di bellezza e poesia. Si porti quindi La vita è bella nelle scuole elementari. Certi cartoni come La stella di Andra e Tati meglio riservarli a un pubblico di adulti.

(Libero, 14 febbraio 2021)


«Anticipare tematiche di violenza inaudita è profondamente sbagliato e controproducente». Giusto. M.C.



Il secondo comandamento: Dio non vuole essere rappresentato
    «Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù nel cielo o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra. Non ti prostrare davanti a tali cose e non servir loro, perché io, l'Eterno, l'Iddio tuo, sono un Dio geloso.» (Esodo 20:4-5).
Sembra che il decalogo abbia cominciato ad occupare un posto di rilievo nella predicazione e nell'insegnamento della chiesa cristiana soltanto a partire da Agostino. Ed è proprio a lui che si deve attribuire la grave colpa di aver praticamente abolito questo secondo comandamento, assimilandolo al primo e ricorrendo poi, per far tornare i conti, all'innaturale divisione del decimo comandamento. La suddivisione di Agostino si differenzia sia da quella del Talmud, sia da quella di Filone, e sembra che sia stata preferita anche per poter stabilire un rapporto tra i comandamenti della prima tavola e la Trinità. La numerazione di Agostino è tuttora in uso nella chiesa cattolica e, purtroppo, anche nella chiesa luterana. Evidentemente l'ex monaco agostiniano Lutero non ritenne opportuno discostarsi in questo dalla posizione del suo maestro. Gli anglicani, i riformati e tutti gli evangelici seguono invece la numerazione di Filone, che è anche quella preferita dagli studiosi.
   Se è vero che il secondo comandamento può essere considerato una derivazione del primo (come del resto, in un certo senso, ogni altro comandamento), certamente non sta in piedi l'argomento secondo cui quest'ordine di Dio non sarebbe più necessario per noi, uomini moderni. Come vedremo, l'importanza di questo divieto non ha perso nulla della sua attualità.
   Tenuto conto che ai tempi di Mosè ogni arte figurativa era arte sacra, possiamo dire che il secondo comandamento vieta ogni forma di rappresentazione che pretenda di svolgere un'opera di mediazione tra Dio e gli uomini.
   Anche se l'arte antica era sempre sacra, non si deve tuttavia credere che un tempo i popoli fossero tanto sprovveduti da credere che la divinità coincidesse con il feticcio da loro costruito: certamente non pensavano di poter fabbricare un dio come si fabbrica un utensile . Anche allora la divinità, nella sua essenza, non era considerata immediatamente raggiungibile dagli uomini. Ma se non è direttamente raggiungibile, come si può indicarla? In quale luogo deve essere adorata? Come si può essere certi della sua presenza? Come si può evitare il pericolo di confonderla con qualche altra? Da queste domande sembrerebbe discendere la necessità di una rappresentazione visibile della divinità invisibile, di una sua immagine che da una parte assicuri la sua presenza in mezzo al popolo e dall'altra garantisca che l'adorazione dei fedeli raggiunga l'obiettivo desiderato. L'immagine è vista quindi come un indispensabile elemento di mediazione tra dio e l'uomo, come una faccia con cui la divinità si presenta agli uomini e stabilisce con loro una relazione.
   Stando così le cose, ci si può chiedere perché mai Dio sia stato così intransigente nel rifiutare assolutamente ogni forma di rappresentazione di sé stesso. In fondo - si potrebbe dire - se resta fermo il fatto che l'immagine non coincide con Dio, che male c'è ad avere una qualche raffigurazione che ci indichi l'Iddio invisibile, ci ricordi la sua presenza fra noi, ci spinga ad adorare Lui e non altri dei? Alcuni rispondono che Dio è un essere spirituale e in quanto tale non può essere rappresentato in forme corporali. Ma è una spiegazione che non convince. È difficile pensare che Dio si ponga problemi di somiglianza e si preoccupi della nostra incapacità di rappresentarlo in modo adeguato. Se qualche uso dell'immagine di Dio fosse giustificato, poco importerebbe la qualità dell'immagine stessa. Ma proprio questo è il punto: in realtà, non esiste alcun uso lecito di una qualsiasi immagine di Dio. Ogni rappresentazione di Dio costruita dall'uomo costituisce un impedimento alla comunione tra il Creatore e la creatura.
   Dopo aver creato il mondo, Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza» (Genesi 1:26). In queste poche parole è pienamente espressa la natura del rapporto tra Dio e l'uomo. Dio costruisce un'immagine di sé nella creazione, e questa immagine è l'uomo. Se adesso colui che è stato creato pretende di fabbricare con le sue mani un'immagine di Dio, tradisce con ciò il suo desiderio di invertire i rapporti, di diventare egli stesso creatore di Dio, attraverso la creazione e la manipolazione della sua immagine.
   Nel libro del profeta Isaia, l'Eterno chiede:
    «A chi vorreste voi assomigliare Iddio? e con quale immagine lo rappresentereste?» (Isaia 40: 18).
   Il testo prosegue mettendo a confronto l'opera dell'artista che costruisce l'idolo con l'opera di creazione della terra da parte di Dio. E conclude:
    «A chi dunque mi vorreste assomigliare perché io gli sia pari? dice il Santo» (Isaia 40:25).
   Quello che è in gioco è il ruolo di Dio, «la potenza della sua forza», non la spiritualità del suo essere.
   Ogni rappresentazione che ci facciamo della realtà è sempre qualcosa di nostro. Quindi, anche l'immagine di Dio è roba nostra. Attraverso l'immagine non entriamo in contatto con la divinità, ma con noi stessi. L'uomo costruisce un'immagine di sé stesso e la chiama Dio.
   Forse è per questo che le immagini religiose sono così rassicuranti: hanno qualcosa di familiare. Nel momento in cui l'Iddio vivente discese in mezzo al fuoco sul monte Sinai, il popolo guardava da lontano e tremava (Esodo 20:19); quando invece si trattò di immolare sacrifici al vitello d'oro costruito da Aaronne, «il popolo si adagiò per mangiare e bere, e poi si alzò per divertirsi» (Esodo 32:6).
   La presenza di Dio ci inquieta, perché Egli ci giudica, ci perdona, ci trasforma; la presenza dell'immagine religiosa invece ci tranquillizza e ci conferma in ciò che siamo.
   La forma espressiva in cui Dio ha voluto comunicare con l'uomo non è quella dell'immagine ma quella della parola. Non è la vista che l'uomo deve esercitare, ma l'udito.
    «E l'Eterno vi parlò di mezzo al fuoco; voi udiste il suono delle parole, ma non vedeste alcuna figura; non udiste che una voce» (Deuteronomio 4:12).
   Dio non ha lasciato al suo popolo un'immagine di sé, ma gli ha lasciato il suo nome. Oltre al nome, gli ha fatto dono delle «dieci parole» scritte sulle due tavole di pietra e delle parole della legge comunicate da Mosè. In tempi successivi Dio comunicò con il suo popolo attraverso le parole dei profeti, fino a che, quando il tempo fu giunto, la parola di Dio si fece carne in Gesù Cristo. Soltanto in Gesù l'uomo poté «vedere» la gloria di Dio. Ma a pensarci bene, che cosa videro i contemporanei di Gesù? Videro un uomo come tutti gli altri «perché non aveva né forma né bellezza da attirare i nostri sguardi» (Isaia 53: 1), «essendo trovato nell'esteriore come un uomo» (Filippesi 2:8). Solo chi ascoltò le sue parole e credette in lui poté riconoscere in Gesù la gloria di Dio. Anche nel caso della persona di Gesù, quindi, la vista non giocò un ruolo essenziale.
    «Chi ha orecchi da udire, oda» (Matteo 13:9).
    «Beati quelli che non hanno veduto, e hanno creduto» (Giovanni 20:9).
   Se cerchiamo un'immagine che ci richiami l'Iddio creatore, abbiamo soltanto una possibilità: osservare gli uomini e le donne intorno a noi. Ma devono essere persone in carne e ossa, non ritratti o fotografie. Deve essere, cioè, un'immagine di Dio fatta da Dio stesso, non dalla nostra arte. L'immagine di Dio è l'altro, che non posso manipolare, di cui non posso disporre come non posso disporre di Dio. Non devo «rappresentarlo», cioè farmene un'immagine fissa, ma devo stabilire con lui un rapporto personale, come personale deve essere il mio rapporto con Dio.
   Dio dunque ha lasciato agli uomini il suo nome, ma non ha lasciato di sé alcuna immagine, intesa nel senso di una figura dipinta o scolpita. Perché? Non è facile rispondere, ma tuttavia dobbiamo provarci.
   Anzitutto, la figura ha bisogno del supporto di un oggetto, essa stessa è un oggetto. Di conseguenza richiede un costruttore e un proprietario. È quindi del tutto naturale che il costruttore e, ancora di più, il proprietario di un'immagine di Dio vengano ad assumere nei confronti degli uomini, ma anche di Dio, una posizione di dominio. Da una parte può illudersi di poter esercitare influenza su Dio stesso, secondo l'antica credenza che chi possiede l'immagine di una persona è anche in grado di esercitare influsso su di lei; dall'altra può esercitare influenza sugli uomini regolando a proprio piacimento l'accesso all'immagine della divinità.
   Inoltre, l'immagine è statica, sempre uguale a sé stessa. E anche a causa di questa staticità è esposta al dominio dell'uomo, che dopo qualche tempo arriva a sentirla innocua e rassicurante nel suo immobile silenzio. Dio non si vede e parla, e quindi è incontrollabile nella sua posizione e imprevedibile nelle sue parole; l'immagine religiosa invece si vede e tace, e quindi rimane interamente sotto il nostro controllo.
   Il nome di Dio invece non è un oggetto, e quindi non ha un proprietario. In qualsiasi luogo, chiunque invochi il nome del Signore può entrare in relazione con Lui. L'accesso a Dio non si ottiene varcando la soglia di qualche luogo sacro o mettendosi ai piedi di un'immagine prodigiosa, ma confessando il nome del Signore nella richiesta di perdono, nel ringraziamento, nella consacrazione, nella lode, nell'adorazione. L'ubbidienza a Dio non si esercita osservando disposizioni di uomini che custodiscono immagini sacre, ma ascoltando la parola sempre nuova e imprevedibile del Dio vivente.
   Certamente, anche lasciando il suo nome agli uomini Dio sapeva di correre qualche rischio. Ma se l'uso errato del nome di Dio è una possibilità, l'uso di ogni sua immagine è sicuramente errato. Per questo, mentre il terzo comandamento ordina al popolo di non fare un uso improprio del nome di Dio, il secondo ne vieta categoricamente ogni immagine.
   Alcune conseguenze discendono in modo naturale dalle considerazioni finora fatte. Che si tratti dell'immagine di Gesù o di Maria o degli apostoli o dei riformatori o di qualsiasi altra persona o cosa, l'uso di ogni figura dipinta o scolpita al fine di agevolare l'adorazione a Dio costituisce una trasgressione palese del secondo comandamento. Su questo, tutti i cristiani evangelici provenienti dalla tradizione riformata e dal risveglio saranno certamente d'accordo. Che cosa ci può dire allora, in concreto, quest'ordine di Dio?
   Un elemento di riflessione può essere questo. Gli evangelici hanno bandito ogni immagine dal culto, ma non dall'insegnamento biblico ai bambini. Una volta non era così. Il cosiddetto «flanellografo», dove si attaccano le figure di personaggi biblici, fu introdotto non senza resistenze nei severi ambienti evangelici. Adesso che siamo immersi in una società di immagini, per noi è del tutto naturale fare abbondante uso di figure ogni volta che ci sembri richiesto da motivi pedagogici. Non potrebbe essere il caso di tornare a riflettere sulle particolari caratteristiche della comunicazione attraverso le immagini, per chiederci in quale misura esse siano adatte a trasmettere il messaggio del vangelo? Non si può negare che mentre la Bibbia accorda ampio spazio alla parola, alla musica, ai gesti, sembra non avere alcuna considerazione per le arti figurative. Anche questo dovrà avere il suo significato.
   Possiamo infine chiederci se il secondo comandamento non ci esorti anche a vigilare sulle nostre immagini concettuali di Dio. Forse siamo soliti pensare a Lui come a un padre severo e inflessibile; forse ce lo immaginiamo come un nonno comprensivo e accomodante; o forse siamo più intellettuali e pensiamo a Lui come a un Essere Supremo che è sapienza infinita, bontà assoluta, autorità sovrana eccetera: in ogni caso si tratta sempre di immagini; e nella misura in cui sono nostre e statiche, esse sono di impedimento alla comunione con l'Iddio che si è manifestato in Gesù Cristo e continuamente ci interpella, in modo personale e inaspettato.
   Anche le rigide e rigorose costruzioni dogmatiche con cui si vorrebbe mettere un po' di «ordine» nella ricchezza sovrabbondante della rivelazione di Dio, corrono sempre il rischio di diventare immagini pietrificate del Signore vivente. Anche in questo caso, non si tratta di stabilire in quale misura il modello dogmatico sia conforme all'originale, ma di riconoscere che ogni nostra rappresentazione di Dio nasconde sempre il desiderio di mettere le mani su di Lui, di rinchiuderlo in una ben architettata costruzione concettuale.
   Dio però non vuole essere «rappresentato»: vuole essere ascoltato e ubbidito.
    «Or dunque, siccome non vedeste alcuna figura il giorno che l'Eterno vi parlò in Horeb in mezzo al fuoco, vegliate diligentemente sulle anime vostre, affinché non vi corrompiate e vi facciate qualche immagine scolpita, la rappresentazione di qualche idolo» (Deuteronomio 4: 15-16).
(da “Le dieci parole”, di Marcello Cicchese)

 


In Israele oltre il 70% di vaccinati: raggiunto il 90% degli anziani

Gran Bretagna, Emirati e Stati Uniti battistrada nella corsa all'immunizzazione

di Roberta Miraglia

Per capire l'effetto delle campagne vaccinali sull'andamento dell'epidemia bisogna guardare a Paesi con alti tassi di immunizzazione, come Gran Bretagna, Emirati Arabi Uniti, Stati Uniti. E, naturalmente, a Israele, laboratorio vivente per valutare l'efficacia dei vaccini anti Covid-19 e la loro capacità di far scendere, oltre che i casi gravi di malattia, e quindi le ospedalizzazioni, anche i contagi.
   Come stia andando nel primo Paese per immunizzazioni ogni 100 abitanti, è ormai noto: in Israele oltre il 90% degli ultra sessantenni ha ricevuto la prima dose e l'80% anche la seconda. Tra prima e seconda dose il vaccino ha già raggiunto 70 abitanti su 100. I primi dati indicano un calo dei contagi del 30 per cento e giorno dopo giorno arrivano conferme confortanti. Nelle ultime ventiquattro ore, per esempio, è stato registrato il tasso di contagio più basso da un mese: il 6,7 per cento. Il fattore R (indica quante persone possono essere contagiate da un positivo) è sceso sotto l'1, a 0,88. I malati gravi, poi, sono andati per la prima volta sotto quota mille. Le persone immunizzate con due dosi ieri erano 3.766.000. Secondo Maccabi - una delle organizzazioni sanitarie protagoniste della campagna vaccinale - su 500 mila immunizzati con il farmaco Pfizer-BioNTech solo 544 persone, pari allo 0,1% è stato contagiato dopo aver ricevuto il vaccino; si sono contati quattro casi gravi e nessun decesso. In questo momento si assiste a un'inversione della proporzione tra giovani e anziani ricoverati. Lo hanno indicato, per esempio, i dati di giovedì sulle ospedalizzazioni: 708 i giovani in cura contro i 575 dai 60 anni in su. Nella fascia d'età tra 16 e 59 anni il 37% ha avuto la sua prima dose e il 20% anche la seconda.
   La Gran Bretagna, Paese dove per la prima volta è stata individuata la variante più contagiosa, grazie a un'estesa attività di sequenziamento del genoma, i contagi sono calati rapidamente, dal picco di 59.828 casi giornalieri (media mobile a sette giorni) registrato l'8 gennaio, dopo una ripida salita nel corso di dicembre (con lockdown in atto) ai 15.238 dell'11 febbraio. Tuttavia a gennaio e febbraio le misure di contenimento sono state rese più stringenti ed è dunque presto per capire il peso della campagna di immunizzazione, pur importante in termini numerici. Ieri l'Ufficio nazionale di statistica britannico ha reso noto che la prevalenza dei contagi è scesa, nella settimana finita il 6 febbraio, a 1 su 80 rispetto ai su 65 della precedente. Anche gli Emirati Arabi Uniti stanno procedendo spediti con le immunizzazioni usando soprattutto il vaccino cinese Sinopharm. Il programma ha preso il via in maniera consistente a inizio anno e i dati sembrano incoraggianti: dai 3.755 contagi del 30 gennaio (media mobile su sette giorni) si è scesi, lentamente, ai 3.256 dell'11 febbraio. Ma negli Emirati ha certamente contribuito anche il giro di vite con le chiusure annunciate nelle scorse settimane per contenere i contagi che avevano preso a galoppare a ridosso delle fine dell'anno, dopo il minimo di 1.180 del 27 dicembre.
   Negli Stati Uniti l'8 gennaio i casi giornalieri (media su 7 giorni) avevano raggiunto il picco di 259.564 ma da quel momento è iniziata una rapida discesa fino a 101.668 dell'11 febbraio. Questa media, ha sottolineato il New York Times, rappresenta un calo del 36 per cento rispetto a sole due settimane prima. Per la prima volta dall'inizio di novembre, domenica, lunedì e martedì scorsi i casi a livello nazionale sono scesi sotto quota 100mila. Il tasso dei vaccinati continua a salire, e sono adesso 1,5 milioni le dosi giornaliere somministrate. Il direttore dei Centers for Disease Control and Prevention, Rochelle Walensky, ha però lanciato l'allarme: non è il momento di abbassare la guardia, ha detto, nonostante ospedalizzazioni e infezioni stiano scendendo in maniera consistente.
   La veloce diminuzione dei contagi viene attribuita, oltre che al programma di vaccinazioni, all'esteso numero di contagi già verificatisi (che ha ridotto la popolazione suscettibile) e anche a comportamenti più virtuosi dovuti al timore delle infezioni quando la curva aveva ripreso a salire tra novembre e gennaio.
   Ma adesso a preoccupare, negli Stati Uniti come altrove, è la diffusione delle varianti che potrebbe capovolgere l'andamento della curva, secondo i timori di alcuni esperti che pure prevedono un andamento via via in diminuzione dei contagi, grazie al grande sforzo delle vaccinazioni. «Siamo sicuramente su un sentiero in discesa ma sono preoccupata che le nuove varianti ci lancino una "palla a effetto" alla fine di febbraio o a marzo», ha detto Caitlin M. Rivers, epidemiologa alla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health.

(Il Sole 24 Ore, 13 febbraio 2021)


Biden non ha ancora chiamato Netanyahu. Come mai?

Il fatto che dopo tre settimane il Presidente Biden non abbia ancora chiamato Netanyahu è chiaramente una mancanza di rispetto nei confronti del più importante alleato americano in Medio Oriente. C'è poco da arrampicarsi sugli specchi.

di Franco Londei

A tre settimane dal suo insediamento il Presidente americano, Joe Biden, non ha ancora chiamato il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.
   È una dimenticanza? È forse che Biden non ritiene Israele un fondamentale elemento in un altrettanto fondamentale scacchiere come il Medio Oriente? Oppure Biden sta semplicemente snobbando Netanyahu?
   Sono in molti in Israele a pensare che Biden stia volontariamente snobbando Netanyahu per lanciare un segnale molto forte sul fatto che a Washington non sono d'accordo con la politica di Gerusalemme.
   Questo nonostante ancora ieri la Casa Bianca ha seccamente smentito che il Presidente Biden stia volontariamente snobbando Benjamin Netanyahu.
   "Non c'è niente di intenzionale" ha detto il segretario stampa della Casa Bianca, Jen Psaki. "Il Presidente Biden non vede l'ora di parlare con il Primo Ministro Netanyahu" ha poi aggiunto Psaki.
   Certo, si è visto che non vede l'ora. In tre settimane ha trovato il tempo di chiamare persino il Marocco ma non gli israeliani.
   È altrettanto vero che i contatti ad altissimi livelli non sono mancati. Il Time of Israel fa notare infatti che il Segretario di Stato Antony Blinken, il Segretario alla Difesa Lloyd Austin e il Consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan hanno parlato con le loro controparti israeliane mentre il comandante del CENTCOM, il generale Kenneth McKenzie Jr, ha visitato Israele.
   Ma sinceramente, gli americani e alcuni giornalisti israeliani si stanno letteralmente arrampicando sugli specchi.
   Il fatto che dopo tre settimane il Presidente Biden non abbia ancora chiamato Netanyahu è chiaramente una mancanza di rispetto nei confronti del più importante alleato americano in Medio Oriente. C'è poco da girarci intorno.
   E sarebbe davvero interessante capirne i motivi, se sono cioè personali oppure Biden non approva la politica poco attendista di Israele nei confronti del posizionamento iraniano in Siria.
   Nel primo caso sarebbe una enorme idiozia da parte del Presidente americano (ma tutti giurano che è amico di lunga data di Netanyahu), nel secondo caso sarebbe invece criminale solo pensare che Israele non dovrebbe reagire al posizionamento iraniano in Siria.
   Eppure da diverso tempo i motori dei jet israeliani sono spenti e non è pensabile che ciò avvenga perché gli iraniani hanno improvvisamente rinunciato alla Siria.
   Non lo so, è difficile capire il perché di questa prolungata mancanza di rispetto di Biden nei confronti di Netanyahu. Forse lo capiremo solo quando, finalmente, l'inquilino della Casa Bianca si deciderà a fare quella dannata telefonata.

(Rights Reporter, 13 febbraio 2021)


Il segno di Sheldon Adelson

Uno degli uomini più influenti del mondo conservatore americano e israeliano. Magnate dei casinò e proprietario di mezzi di comunicazione negli Stati Uniti e in Israele, Sheldon Adelson ha lasciato un segno profondo nella politica di entrambi i paesi. Ha sostenuto con forza i candidati repubblicani negli Usa e la
 
Adelson salutato dal Presidente d'Israele Rivlin
destra di Benjamin Netanyahu in Israele, mettendo a disposizione conoscenze, denaro e media. Un "patriota americano", "forte sostenitore di Israele" e "generoso benefattore, in particolare nella ricerca medica e dell'educazione alla tradizione ebraica", le parole di commiato dedicate ad Adelson - scomparso di recente all'età di 87 anni - dall'ex Presidente degli Stati Uniti George W. Bush. Nato il 4 agosto 1933 a Dorchester, Boston, Adelson ha raccontato di essere cresciuto in condizioni di povertà. I genitori, Arthur, un tassista ebreo lituano, e Sarah, una sarta del Galles, non potevano permettersi che un monolocale da condividere assieme ai tre figli. "Eravamo così poveri che non potevamo permetterci che stracci", racconterà in un'intervista. A 12 anni prenderà in prestito 200 dollari da uno zio per comprare una licenza per vendere giornali per strada. Sarà la prima iniziativa economica di un giovane duro e intraprendete, che in età adulta diventerà uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti. "Per me gli affari sono come gli autobus. Ti metti all'angolo e, non ti piace dove va il primo autobus? Aspetta 10 minuti e prendine un altro. Non ti piace quello? Continueranno ad arrivare. Non c'è fine agli autobus e agli affari".
  Amico personale di Donald Trump, è stato tra i suoi primi e più importanti sostenitori. Di recente, attraverso uno dei suoi giornali, si era però allontanato da Trump, chiedendo al presidente in carica di riconoscere la sconfitta elettorale e smettere di parlare di inesistenti brogli. Dipinto come uno squalo degli affari, il New York Times scrive che "la sua società ha dovuto affrontare cause legali. indagini e accuse di corruzione di funzionari cinesi e americani e di tollerare le prostitute e la mafia. Adelson ha negato le accuse e non è stato personalmente coinvolto. Né la sua società è stata condannata per reati gravi, anche se nel 2013 ha pagato una multa di 47 milioni di dollari per evitare accuse penali in un'indagine per riciclaggio di denaro sporco".
  Dopo la pandemia di coronavirus che ha costretto i casinò del Nevada a chiudere i battenti nel marzo 2020, racconta invece il Las Vegas Review Joumal, Adelson ha continuato a fornire gli stipendi ai suoi oltre 10.000 dipendenti. "Come figlio di genitori immigrati, laboriosi e con un reddito basso, sono cresciuto con la stessa ansia che le persone in tutta la nazione stanno provando in questo momento", aveva scritto lui stesso sul New York Post, in merito alla decisione di continuare a pagare i propri dipendenti. "Ricordo una delle lezioni più importanti che ho imparato da mio padre. Tornava a casa dal lavoro - quando riusciva a trovare un lavoro - e metteva gli spiccioli nella pushke di famiglia (dall'yiddish, cassetta in cui la famiglia metteva i soldi da donare ai bisognosi). Quando gli chiedevo perché dava ad altri quando noi avevamo così poco, diceva: 'C'è sempre qualcuno che ha più bisogno di noi".
  Rispetto alla politica israeliana, è stato sin dagli albori un sostenitore di Benjamin Netanyahu, finanziando la sua prima campagna elettorale nel 1996 e proseguendo negli anni successivi. Nel 2007 ha fondato il quotidiano gratuito Israel Hayom, fortemente schierato a favore di Netanyahu, tanto da essere definito ironicamente dal politico Avigdor Lieberman (quando ancora era al fianco del leader del Likud) la sua pravda. Rispetto alle sue posizioni ideologiche e politiche, Adelson si è detto contrario a uno Stato palestinese ed ha sostenuto economicamente la costruzione di nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. "Molti tra il popolo ebraico, lo Stato di Israele e in tutto il mondo condividono questo pesante lutto" per la scomparsa di "uno dei più grandi benefattori della storia per il popolo ebraico, il sionismo, gli insediamenti e lo Stato di Israele", ha scritto Netanyahu, esprimendo alla famiglia le proprie condoglianze. Il Primo ministro israeliano ha poi applaudito i "grandi sforzi di Adelson per rafforzare la posizione di Israele negli Stati Uniti e per rafforzare il legame tra Israele e la diaspora, che sarà ricordato per generazioni.

(Pagine Ebraiche, febbraio 2021)


Houthi riabilitati, altra mano tesa degli Usa all'Iran

di Lorenzo Cremonesi

Alleviare la crisi umanitaria dello Yemen, cercando di riallacciare il dialogo con Teheran, senza però allentare la pressione per il controllo del nucleare iraniano. I primi passi della nuova amministrazione Usa sono coerenti alle promesse fatte da Joe Biden durante la campagna elettorale di rovesciare le politiche dell'ex presidente Trump. In questa chiave si legge la mossa annunciata ieri dal neo-Segretario di Stato, Antony Blinken, di cancellare «entro il 16 febbraio» la milizia sciita yemenita filoiranlana degli Houth, dalla lista delle organizzazioni terroristiche. «Il nostro è un riconoscimento di quanto sia disperata la situazione dello Yemen», ha spiegato, aggiungendo però che gli Usa continueranno a sanzionare e «Identificare in modo attivo» i leader Houthi. Gli Stati Uniti cercano così di facilitare gli aiuti a quello che lo stesso Biden ha di recente definito «il Paese sconvolto dalla peggior crisi umanitaria al mondo», ma non rinunciano a mettere gli Houthi sotto pressione. La scelta di Trump a fine dicembre di iscriverli nella lista dei gruppi terroristi aveva portato alle sanzioni internazionali sull'accesso ai loro territori nello Yemen nord-occidentale, aumentando le sofferenze delle popolazioni Da allora le agenzie umanitarie denunciano l'aggravarsi di denutrizione e malattie. L'Onu mette in guardia su almeno 2 milioni di bambini a rischio di morte «per fame» nel 2021. Ma la strategia di Biden è comunque volta a negoziare la fine di sei annidi guerra. Già due settimane fa Blinken aveva annunciato il blocco dell'invio di armi made in Usa utilizzate dai sauditi in Yemen, senza però negare quelle difensive contro i raid Houthi sul territorio saudita. Non sarà facile. Ieri gli Houthi hanno confermato nuovi attacchi agii aeroporti sauditi. Ma sarebbero ben poco senza il sostegno iraniano. Congelare il conflitto yemenita potrebbe dunque aiutare a riavviare il dialogo con Teheran per riattivare gli accordi del 2015 sul nucleare cancellati da Trump nel 2018.

(Corriere della Sera, 13 febbraio 2021)


Là dove c'erano svastiche e insulti, ora c'è una farfalla, simbolo della Shoah

Dopo le scritte inneggianti ai forni crematori e alle foibe. Il murales di un artista ricolora di bellezza e significato il muro violato

di Andrea Brivio

 
LECCO - Il filo spinato e una farfalla accesa di giallo, simbolo della Shoah e di tutte le vittime di una folle persecuzione: è il graffito di un artista di strada apparso sul muro dell'acquedotto di Rancio che nelle scorse settimane era stato imbrattato da scritte di tutt'altro tenore.
Alla vigilia della Giornata delle Memoria, ignoti avevano vandalizzato con una svastica la targa della sede dell'Anpi di Lecco, l'associazione dei partigiani. Lo stesso simbolo nazista era apparso anche sui muri del rione di Rancio e sulla parete esterna dello storico acquedotto era stata lasciata una scritta inneggiante ai forni crematori ("Nei forni c'è ancora posto").
Qualcuno all'indomani l'aveva ritoccarla per ricambiare l'insulto ("Nelle foibe c'è ancora posto") rievocando un altro orrore che è parte della storia del nostro Paese. Ci ha pensato il Comune a mettere fine a questa ignobile diatriba, facendo ripulire il muro. "Non c'è spazio per l'odio a cui queste deturpazioni inneggiano" aveva sottolineato il sindaco Mauro Gattinoni.
Ora, sulla vernice grigia, è comparsa una farfalla a ricolorare di bellezza e significato il muro violato.

(Lecco Notizie, 13 febbraio 2021)


Le difficili elezioni in Palestina, quindici anni dopo l'ultima volta -

di Carlo Panella

Tra le tante elezioni politiche che si terranno in piena pandemia vi saranno quelle in Palestina: quelle legislative si terranno il 22 maggio, quelle per la presidenza della Autorità Nazionale Palestinese (Anp) il 31 luglio e quelle per il Consiglio Nazionale della Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) il 31 agosto.
   La notizia è di rilievo perché sono ben 15 anni che non si tengono elezioni in Palestina, perché Abu Mazen è presidente della Anp pur essendo ampiamente decaduto, ma soprattutto per una ragione di fondo: la totale incapacità dei palestinesi di avviare una trattativa credibile con Israele deriva, dalla morte di Arafat nel 2004 in poi, dalla drammatica, radicale spaccatura tra Olp e Abu Mazen da una parte e Ismail Hanyeh e Hamas dall'altra - parti che non hanno peraltro riconosciuto l'un l'altra i risultati delle elezioni del 2006.
   Di fatto, Abu Mazen sinora ha parlato solo per la Cisgiordania e Ismail Hanyeh - che non riconosce gli accordi di Oslo del 1993 e men che meno il diritto di Israele di esistere - rappresenta solo Gaza. Il tutto con reciproci arresti incrociati dei rispettivi dirigenti e militanti nelle due regioni, e addirittura una sanguinosa guerra civile interpalestinese a Gaza nel 2006-2007 (346 morti, dei quali 98 civili e più di 1.000 feriti).
   A questa radicale debolezza politica e di rappresentanza palestinese, che è alla base del fallimento delle trattative, si aggiunge la totale impraticabilità delle richieste anche del "moderato" Abu Mazen, a partire dal fantapolitico diritto al ritorno di 6 milioni di palestinesi eredi degli esuli dalle guerre dal 1948 in poi.
   Un diritto che non è stato applicato a nessun popolo di esuli nel mondo: ci sarebbero, nel caso, 1.500.000 eredi degli esuli istriani e dalmati di lingua e tradizione italiane che potrebbero tornare come cittadini in Slovenia e Croazia, per non parlare delle decine di milioni di eredi degli 8 milioni di esuli tedeschi dalla Polonia, Russia e Ucraina fuggiti nel 1945.
   L'accordo elettorale tra palestinesi è stato siglato grazie alla mediazione e alle forti pressioni dell'Egitto e della Turchia e prevede la garanzia del reciproco riconoscimento dei risultati del voto. Questione tutt'altro che certa, visti i precedenti, soprattutto per le elezioni presidenziali che vedono nei sondaggi l'anziano Abu Mazen (85 anni), che si è ben guardato dal formare un valido successore, nettamente superato col suo 43% da Ismail Hanyeh, accreditato di un rotondo 50%.
   Diverso il pronostico per le legislative con sondaggi che danno al Fatah al 38% e Hamas al 34% in un sistema elettorale proporzionale nel quale hanno peso per la formazione del governo le alleanze con liste minori, più vicine ad al Fatah. Quest'ultima ha comunque davanti a sé due problemi non piccoli: innanzitutto deve impedire di presentare una sua lista a Mohammed Dahlan, ex potentissimo capo della sicurezza palestinese ora costretto all'esilio negli Emirati.
   Dahlan è relativamente giovane, gode di una potente rete di rapporti internazionali e di una sua rete articolata di favori in Cisgiordania (i suoi uomini a Gaza sono tutti stati uccisi o esiliati nel 2006) e sicuramente l'Egitto lo vedrebbe come eccellente successore dello stesso Abu Mazen.
   Ma la spina più scabrosa per al Fatah è l'auto candidatura di Marwan Barghouti, detenuto in Israele per la condanna a ben 5 ergastoli in quanto leader delle Brigate dei Martiri di al Aqsa, di al Fatah, responsabili di gran parte degli attentati della seconda Intifada del 2000-2005 (1062 israeliani uccisi).
   È questa una candidatura scabrosa, ma molto popolare nei Territori, scandalosa non solo per Israele ma anche per la comunità internazionale che vede buona parte della dirigenza di al Fatah decisa al boicottaggio con cavilli burocratici. Certo è che se Bargouthi si presentasse, potrebbe essere il più votato nella lista, creando non pochi problemi ai vari raìs del partito.

(LINKIESTA, 12 febbraio 2021)


La Corte Penale Internazionale riapre il fronte contro Israele

di Ugo Volli

La Corte Penale Internazionale riapre il fronte contro Israele. Le conseguenze della caduta dell'amministrazione Trump, la più vicina a Israele dalla fondazione dello stato ebraico, si incominciano a vedere. Innanzitutto nella politica americana, che ha richiamato in servizio la vecchia guardia dei collaboratori di Obama, e soprattutto il loro progetto strategico "multilaterale" di rinuncia a tutelare gli interessi degli Usa e dei loro alleati, per dare soddisfazione alle pretese dei nemici. Nel Medio Oriente questo significa riprovare a ottenere dall'Iran il rinvio del suo armamento nucleare in cambio di ingenti finanziamenti e di una legittimazione del ruolo cui ambisce di potenza egemone sulla regione più delicata del mondo. Questi funzionari americani, di cui fa parte John Kerry (che oggi è formalmente responsabile delle politiche ecologiche, ma ha voce in capitolo su tutta la politica estera) e Robert Malley (già membro eminente della delegazione che trattò con gli ayatollah l'accordo JCPOA e oggi responsabile per Biden di Siria, Iran, Stati del Golfo), ha in mente un progetto in tre stadi....

(Progetto Dreyfus, 12 febbraio 2021)


Novantenne ebreo lascia due milioni al paesino che lo salvò dalla Shoah

In Francia un paese di 2500 abitanti dell'Alta Loira, Chambon sur Lignon, ha ricevuto una inattesa donazione di due milioni di euro da un cittadino austriaco, Eric Schwam, morto a 90 anni senza lasciare eredi. L'uomo, di religione ebraica, ha voluto ringraziare così il comune che lo nascose da bambino, durante la seconda guerra mondiale, salvandolo così dai campi di sterminio nazisti.
Al municipio del piccolo centro in questo giorni non si parla d'altro. "È un gesto che ci ha emozionati. Si tratta del lavoro di tutta una vita, non di denaro guadagnato da un giorno all'altro", dice la vicesindaca Denise Vallat.
Ora nel paese si lavora a ricostruire la vita di Schwam, che dopo aver lasciato Chambon sur Lignon si trasferì a Lione per studiare farmacia e sposarsi. Quasi ottanta anni dopo sopravvive solo un abitante che ha avuto a che fare con lui.
"Ha frequentato la scuola del paese. C'è la testimonianza di un uomo che era con lui in quel periodo, figlio di una coppia di insegnanti. Nei suoi racconti il giovane Eric arrivava in classe spesso in anticipo e stava da solo nel cortile della scuola. I genitori di questo testimone lo incoraggiavano a giocare con lui, che aveva un aspetto molto triste", aggiunge Vallat.
L'inviata di Euronews è andata a cercare la casa dove il giovane ebreo trovò rifugio. "È in questa casa alle mie spalle, che Eric Shwam ha potuto nascondersi dai nazisti e sfuggire alla deportazione grazie alla solidarietà degli abitanti di Chambon sur Lignon".
Secondo gli storici sono state migliaia le persone che trovarono rifugio in questa zona di montagna, lontana dagli assi di comunicazione principali, e già a quei tempi apprezzata destinazione per periodi di vacanza per molti abitanti delle città.
Floriane Barbier, responsabile del Progetto memoria, spiega che la combinazione di due fattori, l'isolamento e la larga presenza del culto protestante, ha reso possibile in queste zone un clima di protezione nei confronti degli ebrei, perseguitati tra gli anni 30 e 40 da fascisti e nazisti. Anche per questo l'area di Chambon sur Lignon nel 1990 venne premiata da Israele. Ora, la fortuna lasciata in eredità da Schwam sarà spesa per progetti a favore dei più giovani, nel ricordo di un bambino ebreo sopravvissuto alla shoah.

(euronews, 12 febbraio 2021)


Hamas e Jihad Islamica hanno usato la pandemia per rafforzarsi

Hamas e Jihad Islamica non sono mai stati così forti e pericolosi. E la Striscia di Gaza torna ad essere un problema prioritario.

di Sarah G. Frankl

GERUSALEMME - Si potrebbe dire che "con il favore del Covid" Hamas ha messo in piedi il più grande arsenale di armi e uomini che si sia mai visto.
Razzi, missili guidati, droni, sistemi d'arma antiaerei (anche se non avanzati) e altri "giocattoli" in quantità mai avuta fino ad ora.
A riferirlo è un ufficiale dell'IDF che naturalmente ha parlato a condizione di anonimato come vogliono le linee militari, il quale fa anche qualche numero più preciso.
Oggi Hamas disporrebbe di circa 7.000 missili tra i quali qualche centinaio in grado di raggiungere qualsiasi punto di Israele. Poi, oltre 300 missili anticarro e oltre 100 missili antiaerei.
A tutto questo va aggiunto un esercito abbastanza ben addestrato e armato composto da 30.000 uomini, un gruppo di commandos navali molto ben addestrati composto da 400 uomini i quali hanno ricevuto un addestramento davvero specialistico e possono essere considerati "l'elite" delle forze armate di Hamas.

 Non c'è solo Hamas nella Striscia di Gaza
  Ma non c'è solo Hamas nella Striscia di Gaza. C'è anche il gruppo terrorista della Jihad Islamica, legato a doppio filo con Teheran dal quale riceve continuamente denaro e armi, anche di ultima generazione.
Oggi la Jihad Islamica può contare su circa 12.000 uomini ma ha un arsenale di missili superiore in qualità rispetto a quello di Hamas. I missili della Jihad Islamica sono tutti di fabbricazione iraniana e alcuni di loro possono coprire tutto il territorio israeliano. Tra questi i temibili Fajr-5, alcuni venduti anche ad Hamas.
Anche i droni, circa 250, sono di fabbricazione iraniana e sono di ultima generazione, così come i missili anticarro e antiaereo, circa un centinaio dell'uno e dell'altro.
Israele segnala che durante i mesi della pandemia Hamas e la Jihad Islamica hanno notevolmente aumentato le loro capacità militari e oggi più che mai costituiscono un pericolo reale per Israele. Una vera spina nel fianco.

(Rights Reporter, 12 febbraio 2021)


Il «test Israele», vaccinare tutti fa scendere i contagi di oltre un terzo

di Giuseppe Remuzzi

Da mesi ormai si parla dell'efficacia dei vaccini. Per esempio, 95% per Pfizer-BfoNTech, altrettanto (o quasi) per Moderna. L'ultimo dato per AstraZeneca (il lavoro sarà presto pubblicato nel Lancet) e 76% di protezione dopo la prima dose e adesso sappiamo anche che questo vaccino riduce la trasmissione della malattia del 67%. Sputnik, il vaccino russo, ha un'efficacia del 92%, JohnsoneJohnson del 72% e Sinovac, il vaccino cinese, del 78%, per quello che si sa. Tutto questo viene dagli studi di fase III, quelli che servono per presentare il dossier alle autorità regolatorie che ne dovranno certificare efficacia e sicurezza. Ma cosa succederà nel mondo reale? Davvero i vaccinati si ammaleranno di meno? E ci saranno meno persone in ospedale e di conseguenza meno morti? Sono domande semplici, che si fanno tutti, ma a cui finora nessuno sapeva rispondere con certezza. Da ieri però c'è qualcosa di più: sono i primi dati che arrivano da Israele. Loro sono stati i primi a vaccinare (57 dosi ogni 100 residenti) e ad oggi quasi il 90% delle persone con più di 60 anni ha già ricevuto la prima dose di Pfizer-BfoNTech. E allora? Sono davvero diminuite le infezioni? Sì, certo, per quella fascia d'età le infezioni sono scese del 41% e i ricoveri fra metà gennaio e i primi di febbraio sono diminuiti del 31%. E' tanto o è poco? Dipende. Ma una cosa è certa: questa è la dimostrazione che il vaccino funziona non solo nell'ambito degli studi disegnati per ragioni regolatorie — che sono condotti per lo più su volontari adulti e sani - ma anche nel mondo reale, su una popolazione per forza eterogenea. Poi in Israele hanno cominciato a vaccinare persone che avevano meno di 59 anni, qui sono arrivati per adesso al 30% della popolazione e, come ci si poteva aspettare, le infezioni si sono ridotte di molto meno — del 12% ad essere precisi — e i ricoveri sono scesi solo del 5%. C'è da aggiungere però che dal 7 gennaio Israele ha imposto un lockdown e allora ci si potrebbe chiedere se non sia stato il lockdown, piuttosto che le vaccinazioni, ad aver ridotto la circolazione del virus e il numero di pazienti ricoverati. Questo non lo possiamo escludere, ma è improbabile. Se consideriamo la differenza nel numero di infezioni e nei ricoverati i fra gli anziani vaccinati (quasi tutti) e i più giovani, dei quali solo 3 su 10 hanno potuto avere il vaccino fino a questo momento.
   Fra l'altro i dati di Israele — comunicati dal Ministero della Sanità e commentati recentemente in un bellissimo lavoro di Nature — fanno vedere che le città che hanno avuto meno infezioni sono proprio quelle in cui si è vaccinato di più, e questo con il lockdown non c'entra. I dati che abbiamo a disposizione hanno un limite però: non sappiamo se fossero proprio i vaccinati, e solo quelli, ad evitare l'ospedale. Nonostante ciò, se il vaccino ha un impatto così importante sull'intera popolazione vuol dire che chi si vaccina protegge un po' anche gli altri.
   Ecco un altro aspetto di cui si è molto discusso in questi giorni, la possibilità che chi si vaccina possa comunque contagiare gli altri: dai dati che arrivano da Israele una risposta sicura a questa domanda non c'è ancora. E allora potremmo guardare all'Inghilterra, che ha cominciato a vaccinare molto prima degli altri Paesi dell'Europa: lì il vaccino Pfizer-BfoNTech ha fatto calare del 53% il numero di operatori sanitari positivi a SARSCoV-2 (rispetto a chi non era stato vaccinato) e questo già 12 giorni dopo la prima dose. Si tratta di dati non ancora pubblicati, ma che sono stati presentati da Tim Spector del King's College di Londra in una conferenza del 3 febbraio. Nemmeno dall'Inghilterra però ci arriva una risposta sicura sul fatto che chi è stato vaccinato non possa contagiare gli altri, meglio quindi continuare a portare la mascherina. Intanto il governo del Regno Unito ha stanziato sette milioni di sterline per finanziare una serie di studi clinici centrati sui vaccini PfizerBfoNTech e Oxford-AstraZeneca per rispondere a molte delle domande che tanti di noi si sono fatti in questi giorni: due dosi a 21 o 28 giorni l'una dall'altra oppure a 12 o 14 settimane l'una dall'altra? E ancora: si può fare la prima dose con Pfizer e la seconda con AstraZeneca o viceversa? E poi, è vero che la risposta del sistema immune alla prima dose — come sostiene Stanley Plotkin, uno dei più grandi vaccinologi del mondo — dura almeno sei mesi? Ancora un po' di pazienza e presto avremo una risposta a tutte queste domande, grazie anche alle 800 persone che hanno già accettato di prendere parte a questi studi e a cui va, ancora prima di sapere i risultati, la nostra gratitudine.

(Corriere della Sera, 12 febbraio 2021)


Il farmaco israeliano EXO-CD24 guarisce dal covid in cinque giorni

Israele sta sperimentando un farmaco contro il Covid che sarebbe in grado di debellare la malattia in pochi giorni. Il farmaco è stato sviluppato da un team di scienziati del Sourasky Medical Center di Tel Aviv.
Secondo i dati preliminari questo medicinale sarebbe in grado di aiutare i pazienti affetti da forme gravi o moderate di Covid a riprendersi più velocemente.
L'ospedale ha annunciato che la sostanza, EXO-CD24, ideato dal professor Nadir Arber, è stata somministrata a 30 pazienti le cui condizioni erano moderate o gravi, e tutti e 30 si sono ripresi, 29 dei quali entro 3-5 giorni.
Il medicinale combatte la tempesta di citochine, una reazione immunitaria potenzialmente letale all'infezione da coronavirus che si ritiene sia responsabile di gran parte dei decessi associati alla malattia. Usa gli esosomi, minuscole particelle a forma di sacche che trasportano i materiali tra le cellule, per fornire una proteina chiamata CD24 ai polmoni.
"Questa proteina - ha spiegato alla stampa Shiran Shapira del laboratorio di Arber - si trova sulla superficie delle cellule e ha un ruolo ben noto e importante nella regolazione del sistema immunitario, aiutando a calmare il sistema e frenare la tempesta".
"Questo farmaco viene somministrato per inalazione, una volta al giorno, in una procedura che richiede solo pochi minuti. Si deve poi proseguire per cinque giorni e raggiunge direttamente i polmoni, senza mostrare degli effetti collaterali", ha specificato Arber.
Il farmaco passerà ora a ulteriori fasi di sperimentazione, ma i medici parlano di un possibile punto di svolta nella lotta contro il Covid-19.

(Socialfarma, 11 febbraio 2021)


Tech, finanza e sicurezza. La ricetta di Israele spiegata da Shalom-Revivo

Gli effetti della pandemia nell'arena cyber e fintech: siamo tutti molto più dipendenti dai servizi online e gli attacchi informatici sono sempre più frequenti. Rahav Shalom-Revivo, Fintech and cyber innovations manager al ministero delle Finanze, spiega le contromisure di Israele e del suo ecosistema che unisce privati, governo, università e militari.

di Gabriele Carrer

Nominata nel 2019 da lattice80 tra le 100 donne del settore fintech da conoscere e seguire, Rahav Shalom-Revivo è Fintech and cyber innovations manager al ministero delle Finanze israeliano e fa parte del CERT finanziario nazionale di Israele. Con lei Formiche.net ha parlato di tecnologia, finanzia e sicurezza.

- Che cosa rende l'ecosistema cyber israeliano così unico?
  È la combinazione delle molti parti coinvolte: il settore privato, il sostegno dedicato del governo, il mondo accademico e anche l'esercito, [con il servizio di leva che] è obbligatorio per ogni cittadino e aiuta a adattarsi a pensare fuori dagli schemi, in modo diverso. È anche frutto delle condizioni uniche in cui viviamo: Israele esiste da un poco come Paese e ha bisogno di tenere sempre la guardia alta.

- Può farci un esempio di questo ecosistema?
  In molti Paesi sviluppati, si possono trovare acceleratori sia fintech sia cyber impegnati nella ricerca delle migliori innovazioni, prodotti, soluzioni. È anche il caso di Israele, ma volevamo fare un ulteriore passo avanti, per promuovere le startup fintech e cyber con le risorse uniche del governo. Quindi, abbiamo il CERT finanziario nazionale, gestito dal ministero delle Finanze, che si occupa di proteggere l'ecosistema finanziario raccogliendo molti dati cyber-finanziari sulle minacce e sulle vulnerabilità e raccomandazioni al settore finanziario. La maggior parte dei dati è non-personalizzata e non-riservata, e l'abbiamo sfruttata per le startup attraverso un programma unico: il FinSec Lab, in mani private (Mastercard ed EnelX), che usufruisce dei dati, del mentoring e di una guida del governo in aggiunta a quelli del settore privato. L'accesso a tali dati è unico e per quanto ne so non esiste altrove sul pianeta.

- Quindi, si basa sulla condivisione delle informazioni?
  La condivisione è la soluzione di uno dei nostri valori fondamentali. Crediamo che i "bravi ragazzi" possano accedere alla tecnologia fino a un certo livello. Quindi è necessario collaborare e coordinarsi per poter aiutare gli altri a proteggersi. In questo modo si è anche molto più protetti. Questo è il motivo per cui condividiamo informazioni non solo con l'ecosistema finanziario israeliano, ma anche con i governi e le istituzioni finanziarie di tutto il mondo.

- Usate questo tipo di approccio con altri Paesi?
  Sì. Tutti assieme possiamo promuovere un ecosistema finanziario molto più resiliente. Per questo, stiamo organizzando una simulazione informatica finanziaria multinazionale, nel dicembre 2021 all'Expo di Dubai. I ministri delle Finanze si siederanno attorno a un tavolo per discutere dell'impatto finanziario di un evento drammatico per la sicurezza informatica nell'ecosistema finanziario. Su questo, siamo in contatto con il ministero degli Affari esteri e con il ministero delle Finanze italiani al fine di coinvolgerli nella simulazione. Hanno partecipato a un incontro nelle scorse settimane insieme ad altri nove ministeri delle Finanze e del Tesoro di vari Paesi e aspettiamo di sapere da loro se parteciperanno alla simulazione. Questa attività è un esempio del nuovo livello di collaborazione e cooperazione che è necessario affinché tutti possano proteggere molto meglio l'ecosistema finanziario.

- Parliamo di attacchi. Chi è l'hacker tipo?
  Non posso condividere dettagli specifici. I giornali si sono occupati dei recenti attacchi contro Israele e altri Paesi: è una combinazione di Stati-nazione e criminali informatici. C'è tanto denaro, dunque il settore finanziario è un obiettivo importante. Soprattutto ora, nell'era Covid-19, che siamo tutti molto più dipendenti dai servizi online. Ecco perché la collaborazione è obbligatoria.

- Quale azione correttiva ha intrapreso Israele dopo l'attacco SolarWinds?
  Abbiamo fornito molte linee guida e raccomandazioni all'ecosistema finanziario dal CERT finanziario e dal Direttorato nazionale cyber israeliano.

- Avete messo in campo misure straordinarie?
  Abbiamo mappato le istituzioni finanziarie che lavorano con i prodotti violanti e hanno fornito indicazioni specifiche per la risoluzione [delle criticità].

- Alcuni giorni fa Israele ha ufficialmente aperto la sua ambasciata negli Emirati Arabi Uniti e dovrebbe aprire un consolato a Dubai. Ad aprile Dubai ospiterà l'edizione globale annuale dell'evento CyberTech che tradizionalmente si svolge a Tel Aviv. È una novità importante. In che modo Israele e gli Emirati Arabi Uniti stanno collaborando sui problemi informatici?
  Siamo molto soddisfatti degli Accordi di Abramo. C'è molta collaborazione sia nella cyber-arena che a livello di ministeri delle Finanze. È una relazione vantaggiosa per tutti.

- Che cosa può dirci degli altri Paesi che hanno aderito agli Accordi di Abramo?
  Sono in corso collegamenti dalla divisione economica con tutti i Paesi che hanno aderito agli Accordi di Abramo per creare insieme nuovi accordi finanziari e collaborazioni.

(Formiche.net, 11 febbraio 2021)


Quando la Corte Penale Internazionale è un ostacolo alla pace

di Giorgia Calò

Lo scorso venerdì la Corte Penale Internazionale (ICC) ha riconosciuto la Palestina come stato e ha affermato di avere giurisdizione sulle zone di Israele, Cisgiordania e Striscia di Gaza, così da poter aprire un'inchiesta sui crimini di guerra commessi in quelle aree.
   La Corte Internazionale di Giustizia (CPI), nella figura della procuratrice Fatou Bensouda, ritiene perciò che Israele possa essere indagato per crimini di guerra nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, sebbene il mandato della Corte non sia generalmente inteso a indagare su paesi con magistrati basati sulla democrazia in crescita e indipendenti.
   Una decisione infondata, in quanto il tribunale, nato per indagare su crimini contro l'umanità, può condurre indagini soltanto sui paesi che hanno firmato il Trattato di Roma che lo ha istituito, e Israele, come gli Stati Uniti e altri 70 paesi, non lo ha firmato e non ha perciò riconosciuto il tribunale.
   La decisione della Corte Internazionale di Giustizia stabilisce così un precedente sull'autodifesa militare e sulla guerra al terrorismo?
   Su questo argomento l'Eipa (Europe Israel Press Association) ha chiamato a discutere giornalisti di tutta Europa, in un incontro online insieme a tre esperti legali di livello internazionale, per analizzare le prospettive degli Stati Uniti, dell'Unione Europea e di Israele per contrastare la decisione della Corte.
   A presentare un quadro della situazione, il Prof. Eugene Kontorovich, uno dei più eminenti studiosi mondiali di diritto internazionale e del conflitto arabo-israeliano.
   Era presente Pnina Sharvit Baruch, una delle menti legali più dinamiche di Israele: è stata anche consulente legale nelle delegazioni israeliane ai negoziati con i palestinesi, fin dai primi contatti. Ha partecipato anche Andrew Tucker, alla guida del Centro per il Diritto internazionale dell'Aia.
   "Ciò che accade ora è una decisione sull'opportunità di aprire un'indagine formale (questa è stata un'indagine preliminare)" è stata l'opinione di Eugene Kontorovich, "Israele non collaborerà con quell'indagine, tantomeno Hamas, quindi non saranno in grado di indagare in modo significativo sul campo".
   Quali potrebbero essere le conseguenze di questa sentenza sul processo di pace israelo-palestinese? "Penso che questo caso sia un impedimento e un ostacolo nel raggiungere una soluzione a questo conflitto" ha affermato Pnina Sharvit Baruch, "parte del problema nel trasformare una questione politica in una questione criminale, è che potrebbe ostacolare la possibilità di risolvere effettivamente il conflitto".

(Shalom, 11 febbraio 2021)


Vaccini, l'obiettivo è non sprecare le dosi. L'esempio Lazio che copia Israele

Saltati il 2% degli appuntamenti, ma c'è la lista di riserva

di Vincenzo Bisbiglia

I vaccini contro il Covid continuano ad arrivare a ritmi più bassi rispetto a quelli auspicati, ma con il proseguire delle vaccinazioni aumenta anche il rischio di sprecare le dosi a disposizione. L'avvertimento arriva da Israele, il Paese che ad oggi ha effettuato più vaccinazioni in rapporto alla popolazione: man mano che la campagna viene estesa a fasce più ampie della popolazione, circa l'8-10% delle persone che hanno prenotato una dose poi non si presenta all'appuntamento. La stampa americana scrive che la stessa proporzione è stata riscontrata anche a Los Angeles, dove da giorni centinaia di giovani si mettono in coda fuori dai centri vaccinali per ricevere quel 10% di dosi che altrimenti andrebbero buttate. Una volta scongelate e diluite, infatti, le dosi di Pfizer e Moderna hanno una "vita" di 6 ore: poi finiscono tra i rifiuti speciali. In Italia, la Regione Lazio ha messo a punto un sistema di chiamata last minute, proprio per evitare gli sprechi: da lunedì, quando è partita la vaccinazione degli over 80, ogni giorno alle 18 le dosi non inoculate vengono affidate alle Uscar, che procedono con le somministrazioni a domicilio agli ultra 80enni non autosufficienti.
  Il sistema del Lazio, spiega a ilfattoquotidiano.it l'assessore alla Sanità, Alessio D'Amato, si basa proprio sui consigli arrivati da Israele: "Abbiamo parlato in videoconferenza con i responsabili della campagna di vaccinazione israeliana, che ci hanno fatto presente il problema di chi non si presenta agli appuntamenti e i conseguenti sprechi". Il protocollo della Regione è stato denominato "panchina", perché viene creata dalle Asl una vera e propria lista di riserva, pronta a essere utilizzata in serata, quando diventa chiaro il numero di dosi che altrimenti andrebbe sprecato. Per il momento di questa lista fanno parte i circa 10mila over 80 che per varie ragioni dovrebbero comunque ricevere il vaccino a domicilio. Per loro è già stato fissato un appuntamento, ma grazie al sistema della "panchina" potrebbe beneficiare della somministrazione anche in anticipo.
  Per ora, su 3600 appuntamenti al giorno, "abbiamo avuto il 2% di no-show, c'è grande adesione", spiega D'Amato. Si parla comunque di circa 70 persone al giorno che non si sono presentate e di altrettante dosi che senza il metodo della "panchina" sarebbero finite nel cestino. Questo sistema, che in parte si rifà all'overbooking usato dalle compagnie aree, dovrà poi essere esteso anche alle prossime categorie che riceveranno il vaccino, con nuove liste elaborate dalle Asl. "Ovviamente si vaccinano le persone previste dal piano vaccinale", specifica l'assessore. Un'altra opzione sarebbe quella di somministrare le dosi avanzate ai parenti che accompagnano gli over 80, ma D'Amato sottolinea che con il metodo israeliano si punta proprio a creare un'alternativa, per evitare queste situazioni.
  In Italia, infatti, dopo il caso di Modena - con l'indagine dei Nas per i vaccini somministrati ad amici e parenti dagli operatori della Usl di Baggiovara - c'è il timore di azioni penali nei confronti di chi decide di iniettare il siero senza rispettare le priorità stabilite. L'Ausl di Modena, che ha aperto al suo interno un'istruttoria, spiegò che quel gesto era stato fatto "in buona fede da parte delle persone coinvolte", per la paura di sprecare delle dosi di questo "prezioso vaccino". La stessa giustificazione data dall'Asp di Ragusa per un episodio analogo avvenuto a Scicli: anche in questo caso è in corso l'indagine dei Nas.
  Anche nella "virtuosa" Israele, infatti, si sono verificate queste situazioni, con code di persone fuori dai centri vaccinali con la speranza di ricevere una dose avanzata. Il quotidiano Times of Israel ha raccontato a inizio gennaio di gruppi Facebook e WhatsApp che segnalavano dove fosse più probabile avere l'iniezione: per questo migliaia di giovani si sono riversati nelle città dove sono presenti le maggiori comunità arabe per avere la possibilità di essere immunizzati, sapendo dell'alto tasso di scetticismo nei confronti del vaccino da parte della popolazione. Ran Balicer, il presidente del team nazionale di esperti che sta assistendo il governo israeliano nella gestione della pandemia, in un suo blog del 5 febbraio scorso ha spiegato che se la distribuzione dei vaccini deve essere "strettamente organizzata", nel momento della somministrazione deve esserci "flessibilità", per evitare gli sprechi. "Quindi se abbiamo dosi rimanenti, iniettiamo chiunque si trovi vicino alla clinica e inviamo messaggi esortando le persone a partecipare indipendentemente dalla fascia di età", scrive Balicer. Con questo approccio, a suo dire, in Israele "vengono buttate non più dello 0,01% delle dosi".
  Il metodo dell'elenco di riserva è stato suggerito anche dalla British Medical Association a tutti i siti di vaccinazione presenti in Gran Bretagna, come riporta la Bbc: "Il principio fondamentale è quello di evitare gli sprechi". Negli Stati Uniti invece hanno attirato l'attenzione dei media le lunghe code parallele fuori dai 6 mega-centri vaccinali di Los Angeles: sono già stati ribattezzati "i cacciatori di vaccini". Fox li ha filmati all'esterno del Kedren Community Health Center di South LA, la Nbc invece è stata al Balboa Sports Complex di Encino, dove un cartello fai-da-te segnala l'inizio della fila per chi è senza appuntamento. Le autorità pubbliche di Los Angeles ufficialmente sconsigliano alle persone di presentarsi fuori dai siti, ma allo stesso tempo tollerano questo meccanismo parallelo pur di evitare che le dosi vadano sprecate, come ha spiegato il Guardian in un lungo reportage: le informazioni su dove presentarsi per ricevere le dosi avanzate vengono trasmesse tramite il passaparola, ma alcuni ragazzi riescono anche a ricevere un appuntamento ufficiale per la seconda iniezione. Per quanto riguarda i giovani, però, l'assessore D'Amato solleva un'altra preoccupazione: "È assurdo che in Germania e Francia si somministri il vaccino di AstraZeneca fino a 65 anni e qui solo agli under 55. Il rischio è che si vaccinino prima i giovani degli anziani".

(il Fatto Quotidiano, 11 febbraio 2021)


Come la pandemia ha diviso ultraortodossi e laici israeliani

di Futura D'Aprile

La frattura tra la componente laica e quella ultraortodossa (o haredi) in Israele non è certo una novità, ma la pandemia ha allargato lo iato tra le due parti e costretto il Paese ad una seria riflessione sulle conseguenze che il separatismo di una parte della sua popolazione ha sull'intera comunità.
  Gli haredim ('timorati di Dio') rappresentano il 12% della popolazione israeliana, vantano un alto tasso di natalità, vivono principalmente in quartieri separati, seguono regole sociali specifiche basate sui testi sacri e sull'interpretazione data dai rabbini e hanno scuole proprie (le yeshivot), in cui gli uomini si dedicano per tutta la vita allo studio della Torah, evitando così il servizio militare obbligatorio. Gli studenti delle yeshivot ricevono inoltre un sussidio statale e un alto numero di ultraortodossi fa affidamento su di essi per vivere e per mantenere la propria famiglia, incidendo così sul sistema sociale israeliano.
  Il separatismo degli haredim è da tempo percepito come potenziale problema dal resto della popolazione israeliana, ma finora non erano emerse particolari ragioni per mettere un freno alla loro indipendenza. La risposta della comunità ultraortodossa alla pandemia, però, ha fatto invocare un intervento da parte delle autorità. Una parte degli haredim ha infatti più volte violato le restrizioni imposte dal governo per far fronte alla crisi sanitaria, partecipando in massa a funerali e matrimoni, lasciando aperte le scuole e continuando a riunirsi nel corso della giornata. I pochi tentativi della polizia di impedire queste occasioni di assembramento si sono poi trasformati in scontri aperti con gli ultraortodossi, che a Tel Aviv, Gerusalemme e Bnei Brak hanno risposto al dispiegamento delle forze dell'ordine lanciando pietre e dando fuoco ad alcuni autobus.
  Il mancato rispetto delle restrizioni da parte degli haredim ha inevitabilmente contribuito alla diffusione del Coronavirus nel Paese, come dimostrano i dati rilasciati dal ministero della Salute: tra gli over 60, il numero degli ultraortodossi morti per Covid-19 è quattro volte superiore a quello del resto della popolazione. Nonostante l'alto numero di decessi e la morte di diversi rabbini a causa del Coronavirus, la comunità haredi ha continuato a non rispettare le misure imposte per far fronte alla pandemia, forte anche di una mancata risposta da parte delle autorità. Il governo è intervenuto in maniera blanda di fronte alle continue violazioni degli ultraortodossi, ufficialmente per evitare uno scontro aperto con una parte della comunità israeliana. In realtà, a pesare è principalmente il potere politico degli haredim all'interno della Knesset (il Parlamento israeliano).
  I partiti ultraortodossi hanno avuto un ruolo sempre più determinante nella formazione dei governi a partire dal 1977, quando l'allora primo ministro Menachem Begin concesse agli haredim l'esenzione dalla leva obbligatoria in cambio del loro appoggio politico. Da quel momento in poi, gli ultraortodossi hanno aumentato il loro grado di indipendenza dallo Stato e negli ultimi undici anni hanno potuto contare sul favore del premier Benjamin Netanyahu, che ha più volte avuto bisogno del loro sostegno per poter governare. Proprio la dipendenza del leader del Likud dalle formazioni degli haredim ha permesso loro di violare le restrizioni senza particolari conseguenze: il premier uscente ha infatti bisogno dei voti degli ultraortodossi anche nelle elezioni previste per marzo per poter continuare a governare.
  Tuttavia, il disinteresse di una parte consistente della comunità haredi nei confronti delle restrizioni e del benessere stesso della società israeliana rischia di avere degli effetti politici inaspettati. Secondo un sondaggio pubblicato da Channel 12, il 61% degli elettori vuole gli ultraortodossi fuori dal prossimo governo, segno che il grado di indipendenza loro concesso è sempre meno tollerato dal resto della popolazione.
  Un numero crescente di israeliani chiede quindi al governo di intervenire prima che il separatismo degli ultraortodossi danneggi ulteriormente la tenuta della società israeliana e le fondamenta stesse dello Stato. A questo proposito sono state avanzate diverse proposte per ridurre le disparità di trattamento tra haredim e laici, come la riforma del curriculum delle yeshivot, la riduzione dei finanziamenti per gli studenti delle scuole religiose con più di 18 anni e il ripristino della leva obbligatoria. L'attuazione o meno di queste riforme dipenderà in larga parte dai risultati delle elezioni di marzo e dal ruolo che i partiti ultraortodossi ricopriranno nel prossimo governo.

(Treccani, 11 febbraio 2021)


Del vaccino anti-COVID ai palestinesi ne vogliamo parlare?

È stucchevole questa assurda accusa che Israele debba vaccinare i Palestinesi. È come se all'Italia venisse chiesto di vaccinare gli sloveni.

Maurizia De Groot Vos

BRUXELLES - Ieri il Magen David Adom (MDA), il servizio nazionale di emergenza israeliano, ha fatto sapere di aver lanciato una campagna di vaccinazioni contro il COVID per i lavoratori palestinesi in possesso di permessi di lavoro validi.
È una prima risposta ai tanti odiatori che accusavano Israele di non vaccinare i palestinesi contro il COVID-19.
E sì perché anche questa ingiusta ed infame accusa Israele ha dovuto sopportare, quella di aver deciso in maniera deliberata di non vaccinare i palestinesi contro il COVID.
Allora vale la pena ricordare che i palestinesi non sono sotto la responsabilità israeliana, che il Ministero della salute palestinese diversi mesi fa ha detto che quando i vaccini sarebbero stati pronti, avrebbe provveduto da solo alle vaccinazioni specificando anche che avrebbe comprato il vaccino russo, lo Sputnik.
Eppure tra le tante assurde accuse rivolte a Israele c'è anche quella di voler vaccinare i propri cittadini senza pensare agli altri.
È come se l'Italia venisse accusata di voler vaccinare solo gli italiani senza pensare agli sloveni.
Mi chiedo piuttosto dove sia in questo momento la solidarietà araba verso i palestinesi, che dicono di non avere vaccini né i soldi per comprarli.
E come mai in Giudea e Samaria a vaccinarsi sono solo gli appartenenti alla elite palestinese mentre i poveracci per ricevere cure devono aspettare il Magen David Adom?
Insomma, a quanta ipocrisia stiamo assistendo con la storia del vaccino anti-COVID ai palestinesi?
Israele non ha alcun obbligo verso coloro che non sono suoi cittadini, né quelli che vivono in Giudea e Samaria né tanto meno quelli che vivono a Gaza.
Non è un paese occupante, checché ne dicano gli odiatori. La Giudea e Samaria è un territorio conteso, Gaza è stata restituita ai cosiddetti palestinesi nel 2005. Dal 2007 è controllata militarmente da Hamas.

(Rights Reporter, 11 febbraio 2021)


La Sagrada Família

"La civiltà occidentale si regge sulla famiglia e l'abbiamo liquidata". Il libro di Rav Sacks

di Giulio Meotti

ROMA - Erano le "Reith Lectures", l'evento intellettuale dell'anno della Bbc, così chiamate da Lord Reith, il primo direttore della tv inglese e tenute per la prima volta nel 1948 da Bertrand Russell. Era il 1967 e quell'anno furono tenute da Edmund Leach, famoso antropologo di Cambridge. "Il senso del ragionamento di Leach era impossibile da fraintendere", scrive il compianto Jonathan Sacks in "Moralità", in uscita per Giuntina il 18 febbraio. "Stava parlando allo stato d'animo del momento. E ciò che disse nella conferenza mi fece trasalire". Leach disse: "Ben lungi dall'essere la base della buona società, la famiglia è l'origine di tutte le nostre insoddisfazioni". Fu allora che Sacks, a lungo rabbino capo del Regno Unito scomparso lo scorso 7 novembre, si rese conto che stava accadendo qualcosa di straordinario. "Leach non apparteneva alla controcultura. Era un eminente rappresentante dell'ambiente accademico. E stava liquidando, quasi con disprezzo, l'istituzione più importante della civiltà occidentale, il veicolo attraverso il quale essa trasmetteva, geneticamente e culturalmente, il suo passato al futuro, e cioè il matrimonio e la famiglia". Trent'anni dopo, l'allora ministro per l'Ambiente invitò l'arcivescovo di Canterbury George Carey, il capo dei cattolici d'Inghilterra George Hume e Sacks per un incontro. "Ci disse che, a causa della crisi del matrimonio, sempre più persone vivevano da sole", scrive Sacks, che nel 2016 si aggiudicò il Templeton Prize, consegnato a Buckingham Palace a personalità religiose di spicco del nostro tempo, come Madre Teresa, il Dalai Lama e Aleksander Solzenicyn. "La conseguenza era una forte pressione sulla domanda di alloggi. Solo nell'Inghilterra del sud-est, disse, 400 mila nuove unità dovevano essere costruite. Non potevamo fare qualcosa in merito? Non potevamo rendere nuovamente attraente il matrimonio?". Nel libro Sacks, che è stato la voce morale ebraica più ascoltata e autorevole al mondo per molti anni, che si dice debitore di Roger Scruton e Alasdair MacIntyre, spiega che "il matrimonio e la famiglia hanno ricevuto il colpo più duro mai visto nella civiltà occidentale. I mezzi della continuità culturale erano venuti meno e le persone si sentivano al margine di una nuova epoca radicalmente diversa dalla precedente". La crisi del matrimonio ha creato nuove forme di povertà economica e morale, concentrata tra le famiglie monoparentali, il cui peso maggiore ricade sulle donne che sono a capo del 92 per cento di queste famiglie con un solo genitore. Oltre ad avere fatto crollare i tassi di natalità in tutto l'occidente. "Oggi in Gran Bretagna più di un milione di bambini crescerà senza alcun tipo di contatto con i loro padri".
   Il rabbino Sacks dice che il popolo ebraico è sopravvissuto grazie alla famiglia. "E' stato questo che ci ha salvati dalla tragedia. Dopo la distruzione del Secondo Tempio gli ebrei furono dispersi in tutto il mondo e sopravvissero perché non persero mai tre cose: il senso della famiglia, il senso della comunità e la fede. E questi valori si rinnovano ogni settimana per lo Shabbat, il giorno del riposo, quando diamo al nostro matrimonio e alla famiglia ciò di cui hanno più bisogno e di cui sono maggiormente privati nel mondo contemporaneo: il tempo". Il matrimonio monogamo, conclude Sacks, "è una delle grandi conquiste dell'occidente, un'eccezionale combinazione di realismo sociologico e di bellezza morale, è dove una generazione trasmette i suoi valori, assicurando la continuità di una civiltà. La famiglia è il crogiolo del suo futuro e per il bene del futuro dei nostri figli dobbiamo difenderla". Mentre Sacks ascoltava la condanna di Leach, Christopher Lasch notava lo stesso fenomeno: "Crollata la famiglia la vita del cittadino è sottoposta alla direzione della società, che ha incrinato una delle principali fonti di coesione sociale all'unico scopo di crearne altre più oppressive". In giro c'è molto autoritarismo in nome dell'inclusione familiare.

(Il Foglio, 11 febbraio 2021)


La Corte strabica dell'Aia

Liquida il genocidio degli uiguri, trascina Israele sul banco degli imputati

La Corte penale internazionale dell'Aia ha deliberato di avere la giustificazione legale per aprire un'indagine su crimini di guerra a carico di Israele. Dopo un riesame di sei anni da parte del procuratore capo, i giudici del tribunale hanno deciso che "la giurisdizione territoriale della Corte sulla situazione in Palestina si estende ai territori occupati da Israele dal 1967, vale a dire Gaza e Cisgiordania, compresa Gerusalemme est". Tali "crimini" potrebbero includere le operazioni militari israeliane a Gaza e le attività edilizie negli insediamenti in Cisgiordania. "Oggi - ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu - la Corte penale internazionale ha dimostrato ancora una volta di essere un organismo politico e non un'istituzione giudiziaria. Un tribunale creato per prevenire orrori come la Shoah nazista contro il popolo ebraico sta ora attaccando selettivamente l'unico stato del popolo ebraico". Negli Stati Uniti, il portavoce del Dipartimento di stato Ned Price ha ribadito che l'Amministrazione Biden è impegnata per la sicurezza di Israele e si oppone alla decisione della Corte.
   Dunque, l'unica democrazia del medio oriente e il solo stato al mondo che da quando è nato vive sotto perenne minaccia terroristica per questi soloni dell'Aia è sullo stesso piano di gruppi terroristici come Hamas e Jihad islamico, che ne perseguono la distruzione. Quanto agli insediamenti, la Corte non ha mai ritenuto di dover intervenire né giudicare sulla Crimea annessa dalla Russia, sul Sahara occidentale annesso dal Marocco, sulla parte di Cipro occupata dalla Turchia, per non parlare del Tibet. Già, la Cina. Un mese fa, la stessa Corte ha detto che non avrebbe indagato Pechino per i crimini commessi contro gli uiguri: deportazione, reclusione in "centri di rieducazione", estirpazione della loro lingua, cultura e religione, sterilizzazioni, aborti forzati... Che vuoi che siano, c'è Israele da processare.

(Il Foglio, 10 febbraio 2021)


Soldato ritrova una moneta persa 1800 anni fa: l'incredibile vicenda che arriva da Israele

Un ritrovamento archeologico incredibile e inaspettato.

di Monia Sangermano

 
La moneta ritrovata
Sono trascorsi 1.800 anni da quando un viandante che stava percorrendo la regione del monte Carmelo, in Israele, perse quella moneta. Quasi due millenni dopo l'oggetto è stato ritrovato da un soldato israeliano nel corso di un'esercitazione. Lo ha annunciato la Israel Antiquities Authority, che ha pubblicato sulla propria pagina Facebook le foto.Questa moneta - ha spiegato Donald Tzvi Ariel, capo del Dipartimento di numismatica dell'Authority - va ad aggiungersi a solo undici altre monete simili provenienti da ubicazioni note, tutte rinvenute nel nord di Israele da Megiddo, Tzipori, Tiberiade e Arbel". Immagini e testo del reperto hanno permesso ai ricercatori di identificarne con precisione origine e datazione. Su una faccia si legge "Del popolo di Geva Phillipi" anno civico 217 (158-159 d.C.), con un'immagine del dio siriaco della luna Men. L'altra faccia, invece, riporta il ritratto dell'imperatore romano Antonino Pio.
   "Si tratta di una delle monete municipali coniate nella città di Geva Philippi, nota anche come Geva Parashim - assicura Avner Ecker, docente di archeologia classica presso il Dipartimento di Archeologia in Terra d'Israele dell'Università di Bar-Ilan -. Nel periodo romano, alle città era concesso il diritto di coniare proprie monete. L'anno segnato sulla moneta è l'anno in cui evidentemente venne istituito il consiglio municipale e ai suoi cittadini venne concesso l'autogoverno sotto l'Impero Romano". L'insediamento di Geva è menzionato dallo storico del I secolo d.C. Giuseppe Flavio, che la localizza ai margini della valle di Jezreel (Esdrelon), non lontano dal Carmelo.

(Meteo Web, 10 febbraio 2021)


Così zia Rirì ha raggiunto il suo Nedo

Addio a Rina Lattes: due mesi fa aveva perso il marito, scampato alla Shoah

di Fiamma Nirenstein

La Rirì ci ha lasciato. Rina Fiano, madre di Enzo, Andrea, Emanuele, i nostri cugini; la zia Rirì, mia, della Susanna e della Simona, sorella della nostra mamma Wanda Lattes Nirenstein. Ci ha lasciato per volare via insieme a Nedo, dopo che lui se n'era andato da appena due mesi. Era logico, era necessario. Come poteva consentire che andasse tanto lontano senza di lei, dopo 70 anni in cui l' ha accompagnato e anche guidato per mano sulla strada in cui ha potuto conoscere di nuovo l'amore e la vita dopo Auschwitz? Quando nel 1948 si sposarono, lui era tomato vivo per miracolo dopo che la sua famiglia era stata sterminata, il bicchiere rituale rotto sotto la chuppà nel Tempio di Firenze aveva un contenuto così carico di significati che chiunque ne sarebbe stato atterrito. Non la bellissima sposa bruna, diciottenne.
   Io ero minuscola, bionda, con un vestitino celeste col nido di vespa, la nonna vicino. Lei mi chiamava, e così ha seguitato tutta la vita, palla d'oro. Mia madre era una gloriosa partigiana giornalista, la Rirì più femminile, una «donna di valore», eshet chail come la chiama la tradizione, più segreta, portata a scavare nei sentimenti, eppure grande.
   La sua dolcezza, il sorriso incantevole, i modi femminili e eleganti non toglievano nulla alla sua autonomia di giudizio. Ho visto da vicino, tutta la sua vita, come la sua scelta, il suo ritmo quotidiano, contenesse tutto ciò che ha consentito al popolo ebraico di rialzarsi e vivere dopo la Shoah: l'orgoglio della sua cultura, la leadership nella comunità ebraica all'Associazione delle donne ebree, l'impegno prioritario nell'aiutare Nedo a organizzare la sua missione e la casa, la cucina, la confidenza, il sorriso, l'eleganza, la partigianeria nei confronti dei propri cari, la pazienza infinita. Era coraggiosa nel pensare: non si tirava indietro da un consiglio spinoso, né da una critica, ma si inorgogliva di ogni successo di chi amava, pronta alla lode e all'incoraggiamento. Sono doti speciali.
   II suo coraggio ne ha fatto una protagonista, la Rirì non circondava Nedo solo del suo essenziale e mirabile amore di sposa: sapeva, e comunicava a tutti noi, che nella sua scelta si celava un mistero antico di millenni, quello per cui siamo ancora qui, un popolo. Si, mi tocca a salutarla adesso, la nostra cara, deve andare con Nedo. Che la terra le sia lieve.

(il Giornale, 10 febbraio 2021)


Israele in cerca di stabilità politica

di Anna Maria Bagaini

 QUADRO INTERNO
  Il 2021 si apre con la prospettiva di nuove elezioni, che si terranno il 23 marzo, diventando così il quarto round in due anni. Il governo uscente si era insediato a maggio 2020 sotto la guida congiunta del primo ministro Benjamin Netanyahu, leader del Likud, e del ministro della Difesa Benny Gantz, di Kahol Lavan. Secondo il loro accordo di coalizione, nel novembre 2020 sarebbe dovuta avvenire una rotazione con la quale Gantz avrebbe assunto la carica di primo ministro, ma forti incertezze sulla tenuta del governo e sull'effettiva realizzazione di tale passaggio erano presenti fin dagli inizi di questa collaborazione.
  Segnali più consistenti sullo sgretolamento nel fronte di governo erano emersi già in autunno quando Benny Gantz ha annunciato la formazione di una commissione d'inchiesta governativa, operante sotto gli auspici del ministero della Difesa, per indagare su un massiccio piano di corruzione nell'acquisto multimiliardario da parte dello stato di sottomarini Thyssenkrupp. Vicenda che coinvolgerebbe da vicino il premier Netanyahu.
  Sempre nel mese di novembre 2020, l'annosa questione per l'approvazione del budget 2021-22 ha giocato un ruolo fondamentale nel portare il parlamento a indire nuove elezioni; tale approvazione, infatti, faceva parte delle clausole fondamentali su cui si basava il contratto di governo stipulato in maggio secondo il quale, la mancata approvazione del budget statale per il biennio successivo, avrebbe comportato la caduta del governo. Quindi, a fronte del rifiuto del Likud di presentare la legge di bilancio, il 23 dicembre scorso la Knesset si è sciolta.
  È importante sottolineare queste dinamiche per le loro ripercussioni sulla stabilità stessa di Israele. Infatti, come sottolineato dalla Strategic Survey for Israel 2020-2021 pubblicata dall'Institute for National Security Studies,[1] la disfunzione nel governo israeliano si presenta come una delle maggiori minacce alla sua stabilità. La relazione annuale dell'istituto indica le questioni interne come una grave minaccia per la situazione strategica del paese, riconoscendo come, anche a seguito della pandemia da coronavirus, Israele sia stato oggetto di una crisi multidimensionale che ha coinvolto la propria economia, oltre che la situazione sociale e la governance. Questa crisi complessa potrebbe minare le basi della sicurezza nazionale nel suo senso più ampio, poiché sta portando a un indebolimento dei meccanismi dello stato e delle sue istituzioni. Tali dinamiche si riflettono in difficoltà funzionali che hanno provocato la paralisi dei processi decisionali, la perdita di fiducia nelle istituzioni e la diminuzione del senso di solidarietà sociale. La mancata approvazione del budget statale è una chiara espressione di questa paralisi.
  In questo contesto, le elezioni del 23 marzo potrebbero portare alla formazione di un governo che possa guidare il paese a uscire dall'impasse; ciò che ci si aspetta dal quarto round elettorale, infatti, non è uno stravolgimento della mappa politica di Israele, bensì piccoli aggiustamenti nell'equilibrio tra i diversi blocchi. Ancora una volta, quindi, l'esito delle elezioni sarà determinato dal gioco delle fusioni politiche tra partiti altrimenti incapaci di avere un impatto (o addirittura sopravvivere).
  Ovviamente, lo scontro principale rimane tra il campo pro-Netanyahu e lo schieramento "anyone but Bibi" (chiunque tranne Benjamin Netanyahu) ma questa volta il fulcro dell'azione che stabilirà il vincitore è situato sul fianco politico destro del Likud. Qui ci sono tre partiti che rappresentano il campo "sionista religioso", le cui prestazioni determineranno il futuro della leadership di Netanyahu. Primo tra tutti Yamina, guidato da Naftali Bennett, che ha abbandonato il fronte a sostegno del primo ministro, privandolo così di preziosi voti; questo deficit (al momento) sembra non essere recuperabile dagli altri due partiti alla destra di Netanyahu, Unione nazionale (National Union) e Casa ebraica (Jewish Home).
  Sulla base del sondaggio più recente[2] a disposizione, anche se il Likud risulta essere il maggior partito con 31 seggi, i partiti attualmente impegnati a sostenere Netanyahu come primo ministro non sarebbero sufficienti per portarlo a una maggioranza parlamentare di 61 seggi. Infatti, attualmente, solo i partiti religiosi Shas e Giudaismo unito nella Torah (United Torah Judaism) con 8 seggi ciascuno passerebbero la soglia minima richiesta per entrare alla Knesset. Ogni voto ora risulta prezioso, come dimostra la ritrovata attenzione nei confronti dell'elettorato arabo.
  Questa strategia però sembra essere stata adottata da più partiti, inaugurando una nuova atmosfera che rompe inequivocabilmente con le dinamiche elettorali classiche in Israele: in passato, a parte sporadiche eccezioni, nessun grande partito ha avuto l'intuizione né la lungimiranza di fare appello al settore arabo.
  Nel frattempo, il centro-sinistra si presenta frammentato tra otto diversi partiti e la Lista araba unita (Arab Joint List); inevitabilmente, alcuni di questi si uniranno per garantirsi il superamento della soglia minima. Tutti gli attori dello schieramento si rendono conto che la migliore prospettiva di Netanyahu per ottenere la maggioranza è che i voti contro la sua coalizione vengano sprecati per piccoli partiti che non riusciranno a entrare nella prossima Knesset. Considerando questi dati, al momento il successore di Netanyahu sembrerebbe emergere dal centro-destra della attuale mappa politica, non solo per una questione di leadership (il candidato più probabile al momento è Gideon Sa'ar a capo di Nuova speranza - New Hope), ma anche per la possibilità di formare una coalizione di governo che sia realizzabile.
  In sottofondo alle dinamiche elettorali, continuano le proteste di migliaia di israeliani contro il premier, ormai giunte alla 29a settimana consecutiva. Il tema centrale dei manifestanti rimane (tra i tanti) la situazione giudiziaria del primo ministro che avrebbe dovuto presentarsi in tribunale il 13 gennaio per l'avanzamento del suo processo relativo alle accuse di frode, corruzione e abuso d'ufficio. Tale appuntamento è stato rinviato a causa del lockdown nazionale. Secondo il "Democracy Index" pubblicato dall'Israel Democracy Institute,[3] il 57% dell'opinione pubblica israeliana ritiene che il sistema democratico nel paese sia in grave pericolo.
  Per quanto riguarda la gestione della pandemia, Israele ha iniziato a somministrare i vaccini il 20 dicembre e, secondo il ministero della Salute, quasi 2,5 milioni di persone (che rappresentano oltre il 27% della popolazione) hanno ricevuto la prima delle due dosi, a 900.000 di essi è stata effettuata anche la seconda somministrazione.[4]
  Nonostante l'enorme sforzo impiegato nel piano vaccinale, il paese ha toccato il culmine della sua terza ondata di Covid-19, con oltre 10.000 nuovi casi al giorno; la nuova "variante inglese" sta colpendo in particolar modo la comunità Haredi: quasi il 40% degli israeliani attualmente portatori del virus sono haredim che costituiscono il 12% della popolazione. Solo nell'ultima settimana di gennaio, il contenimento dei tassi d'infezione sembra essere stato raggiunto grazie all'effetto del lockdown e delle vaccinazioni. Questo successo porta con sé un enorme significato politico, ma non c'è ancora una valutazione chiara della misura in cui le ricadute economiche della pandemia influenzeranno il voto degli israeliani.

 RELAZIONI ESTERNE
 
  Gli ultimi mesi del 2020 si sono conclusi con il raggiungimento di risultati diplomatici importanti per Israele: primo tra tutti, la firma degli Accordi di Abramo[5] con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, seguita dalla normalizzazione dei rapporti diplomatici con Sudan e Marocco. Le intese raggiunte riguardano varie tematiche, tra le quali ambasciate, turismo, voli diretti, commercio, istruzione e sicurezza; tali accordi di normalizzazione però hanno comportato importanti concessioni come il via libera israeliano alla vendita da parte degli Stati Uniti di caccia F-35 Stealth agli Emirati (di recente bloccata dalla nuova amministrazione Biden), la rimozione del Sudan dalla lista degli "States Sponsors of Terrorism", nonché la vendita di armamenti al Marocco e il riconoscimento statunitense della sovranità marocchina sul Sahara occidentale.
  Gli Accordi di Abramo hanno senza dubbio portata storica perché pongono fine all'isolamento di Israele nel mondo arabo, inaugurando una nuova era per gli equilibri mediorientali. Infatti, l'instaurazione di un rapporto diretto con Israele evidenzia gli Emirati Arabi Uniti (e di conseguenza l'Arabia Saudita) come attore chiave nel conflitto israelo-palestinese. Gli osservatori del conflitto arabo-israeliano hanno a lungo sostenuto che la cortina di ferro delle relazioni tra Israele e gli stati arabi non potesse essere infranta a prescindere dalla risoluzione della questione palestinese: gli Accordi di Abramo minano questo concetto. Per questo motivo, la firma delle intese ha provocato un profondo risentimento da parte palestinese, che vede tradito lo storico supporto dei paesi arabi alla loro causa. Verosimilmente, in merito a ciò non ci sarà un netto cambio di posizione degli stati del Golfo ed è molto probabile che questi ultimi continueranno a sostenere la Arab Peace Initiative approvata dalla Lega Araba nel 2002, pur portando avanti le relazioni con Israele.
  Quest'operazione diplomatica di enorme portata sarebbe stata impossibile da realizzare senza l'appoggio e la direzione dell'amministrazione Trump che, negli ultimi quattro anni, ha lavorato per compattare gli alleati nella regione mediorientale in un unico fronte in chiave anti-iraniana. Ma, con l'insediamento del nuovo presidente Joe Biden alla Casa Bianca, si prevede un cambiamento dell'approccio verso l'Iran. Il presidente Biden ha dichiarato infatti la sua intenzione di riportare gli Stati Uniti nell'accordo nucleare, il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), dal quale gli Stati Uniti di Trump si erano ritirati nel 2018. Questa mossa diplomatica sembra profilarsi come l'asse più importante della politica di Joe Biden per il Medio Oriente, prestando però attenzione a non compromettere l'alleanza con Israele.
  La visione di Biden per una rinnovata diplomazia nei confronti dell'Iran è motivo di preoccupazione per i funzionari delle agenzie di sicurezza israeliane, tanto che, già nei mesi precedenti al suo insediamento, il presidente del Joint Chiefs of Staff, Mark Milley, aveva incontrato a Gerusalemme il ministro della Difesa Gantz e il capo di Stato Maggiore delle Forze di difesa israeliane (Idf), tenente generale Aviv Kochavi, per discutere della minaccia iraniana e di altre sfide alla sicurezza della regione.
  Nonostante il presidente Biden sia incline ad adottare posizioni più moderate rispetto alla questione israelo-palestinese, il suo approccio non si può definire ostile nei confronti di Israele; infatti, durante la sua carriera politica (e in campagna elettorale) ha più volte dimostrato il suo appoggio a Israele. Inoltre, se da un lato ci si aspetta che l'amministrazione Biden si opporrà alle annessioni prospettate dal Piano Trump, che reintrodurrà gli aiuti ai palestinesi e riaprirà il consolato a Gerusalemme est, dall'altro si prevede che alcune decisioni verranno mantenute, quali: la presenza dell'ambasciata americana a Gerusalemme e il riconoscimento della sovranità di Israele sulle Alture del Golan. Il dilemma sarà comprendere quale grado di priorità verrà assegnato alla questione israelo-palestinese, a fronte della serie di annose sfide interne di cui l'amministrazione Biden dovrà occuparsi.
  La normalizzazione delle relazioni con i paesi arabi è senza ombra di dubbio un traguardo positivo per Israele dal punto di vista diplomatico e di posizionamento internazionale ma, a conti fatti, non sembrerebbe avere come effetto diretto un maggiore grado di sicurezza del paese: sia per quanto riguarda Gaza, sia per quanto concerne gli scontri lungo i confini a nord con Siria e Libano. Significativo è il fatto che, proprio durante la cerimonia del 15 settembre per la firma degli accordi con Emirati Arabi Uniti e Bahrein alla Casa Bianca, alcuni razzi siano stati lanciati da Gaza verso le città nel sud di Israele. Il primo ministro Netanyahu ha tentato di dimostrare con gli Accordi di Abramo come sia possibile raggiungere un accordo seguendo il paradigma "pace in cambio di pace", ma mettere a confronto i rapporti con gli stati del Golfo, per esempio, e le relazioni con i palestinesi è un parallelismo azzardato; infatti, nel primo caso, si parla di stati non confinanti, con i quali non c'è stato un vero e proprio conflitto aperto, mentre il secondo, riguarda avversari confinanti che devono negoziare su questioni concrete e che impattano profondamente le condizioni sul campo. Questa comparazione potrebbe instillare nell'opinione pubblica una percezione fuorviante della possibile soluzione al conflitto israelo-palestinese, portando a un'ulteriore radicalizzazione da entrambe le parti.
  Intanto, in questi mesi, Israele ha continuato la sua attività militare contro le forze iraniane e di Hezbollah in Siria, in coordinamento con la Russia. L'opposizione all'Iran ha svolto un ruolo significativo nel rafforzare le relazioni di Israele con le monarchie del Golfo e nella decisione di fornire armi all'Azerbaigian nel conflitto del Nagorno-Karabakh. Nell'affrontare la guerra civile siriana, il trinceramento iraniano e l'instabilità in Libano, uno dei maggiori vantaggi di Israele è la sua capacità di condurre un dialogo con Russia e Cina.
  La Siria e il Libano rimangono punti focali dell'instabilità regionale e dell'influenza iraniana. Nel tentativo di limitare le attività iraniane lungo la sua frontiera settentrionale, Israele ha lanciato numerosi attacchi contro obiettivi militari in Siria nel corso dell'ultimo anno; Israele vede infatti il trinceramento iraniano sui confini siriani come una linea rossa invalicabile, e ha ripetutamente colpito strutture collegate all'Iran e convogli di armi destinati a Hezbollah. Nel dicembre 2020 il capo di Stato Maggiore Kochavi ha affermato che gli attacchi missilistici avevano colpito oltre 500 obiettivi quest'anno.[6] Per quanto riguarda il fronte libanese invece, vi sono stati interessanti sviluppi nello scorso novembre, quando Libano e Israele hanno dato il via ai negoziati sulla definizione dei loro confini marittimi.
  Sul fronte mediterraneo, Israele ha rafforzato la sua alleanza con Grecia e Cipro, soprattutto nei settori della sicurezza, dell'energia, della salute e del turismo. Israele ha appoggiato questi due paesi nelle loro controversie sui confini marittimi con la Turchia, ma lo ha fatto con cautela, evitando di non esacerbare le relazioni già tese con Ankara. Inoltre, Israele ha approfittato delle sue risorse energetiche e della sua posizione geopolitica per promuovere la cooperazione regionale, sostenendo, in collaborazione con l'Egitto, la formalizzazione del Forum del Gas del Mediterraneo Orientale (Emgf) come organizzazione internazionale riconosciuta e ratificando la sua carta di fondazione.
  Infine, il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi ha adottato un'apertura nei confronti dell'Unione europea, con la quale i rapporti rimangono tesi per via del piano di pace iniziato da Trump che prevedeva l'annessione di aree della Cisgiordania da parte di Israele. Il ministro Ashkenazi con le sue visite ha sottolineato l'importanza e la necessità di migliorare i legami con l'Europa e ha partecipato a una riunione non ufficiale del Consiglio Affari Esteri dell'UE, rafforzando i rapporti con i suoi omologhi europei. Tuttavia, servirà ancora tempo e perseveranza prima che i tentativi per distendere i rapporti Israele-UE diano frutti.

(ISPIonline, 10 febbraio 2021)


Palatucci, quel giusto che salvò gli ebrei

È stato l'ultimo questore italiano di Fiume ma è anche medaglia d'Oro al Merito civile, «Giusto tra le Nazioni» per gli ebrei e Servo di Dio per la chiesa Cattolica. Si tratta di Giovanni Palatucci, un funzionario dello Stato che molto ha fatto durante la guerra per salvare gli ebrei perseguitati ed è morto nel campo di sterminio di Dachau, il 10 febbraio 1945. Anche Parma ieri lo ha ricordato con una targa deposta in questura alla presenza del prefetto, Garufi, del questore, Macera, del sindaco Pizzarotti, del vescovo Solmi e del presidente della comunità ebraica Riccardo Joshua Moretti.

(Gazzetta di Parma, 10 febbraio 2021)


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Preziose testimonianze e una domanda

Da Gerusalemme ci arriva oggi una fotografia della targa depositata e dell'albero di ulivo piantato (di cui il giornale non parla) nella Questura di Parma in memoria di Palatucci. Ce la manda un caro amico - che qui calorosamente ringraziamo - accompagnata da un interessantissimo suo articolo ricco di testimonianze. Accogliamo con vera gratitudine questa preziosa collaborazione dalla capitale di Israele. M.C.

di Fulvio Canetti

 
Albero di ulivo e targa in memoria di Giovanni Palatucci - Questura di Parma
Giovanni Palatucci nasce a Montella (Salerno) nel 1909 da una famiglia cattolica, dove suo zio Giuseppe Maria era vescovo della diocesi di Salerno. Palatucci compì i suoi primi studi presso il liceo classico di Benevento per continuare nell'Università di Pisa e successivamente in quella di Torino, dove conseguì il dottorato in Giurisprudenza nel 1932.
   La sua attività forense venne stroncata dalla burocrazia fascista, che respinse la sua richiesta di esercitare la libera professione per difetto di documentazione. Mancava difatti il certificato di buona condotta fascista! In cerca di un impiego, Palatucci frequentò un corso per entrare in Polizia, dove risultò idoneo e per questo assegnato alla Questura di Genova come vice-commissario aggiunto. Non trascorse molto tempo che Palatucci, insofferente della burocrazia, iniziò a criticare pubblicamente le mancanze nella gestione della giustizia nel reparto di Polizia, per cui accompagnato da un carteggio di biasimo, venne trasferito presso la Questura di Fiume nell'Istria italiana. Una tale destinazione era senza dubbio un provvedimento disciplinare, ma in realtà era ''il dito di D-o'', che guidava la vita di un uomo giusto verso l'amore del prossimo.
   Quando nel 1938 il governo di Mussolini promulgò le infami leggi razziali con l'approvazione di Casa Savoia, Palatucci, responsabile dell'Ufficio stranieri nella città di Fiume, avvertì la persecuzione razziale come un'offesa fatta contro la sua stessa Patria. Spinto da questa ragione, egli iniziò con riservatezza, le prime operazioni di assistenza e di soccorso agli ebrei di Fiume e dei profughi provenienti dai paesi occupati dai nazisti. Prese subito contatti con alcune persone fidate come la signora Motta, proprietaria di un panificio e la signora Piceni, disponibile a nascondere i profughi ebrei. Nel tragico Settembre del 1943, in seguito all'occupazione tedesca dell'Italia, per impedire alle SS naziste la ''soluzione finale'', nella funzione di reggente della Questura, ordinò la distruzione dei documenti di identità riguardanti gli ebrei della Comunità di Fiume.
   Elena Dafner, che ora vive in Israele racconta. Abitavo a Fiume con la mia famiglia quando fummo colpiti dalle leggi razziali emanate dal Governo fascista di Mussolini. Eravamo già scappati dall'Austria per sfuggire alla cattura nazista ed ora sembravamo essere caduti dalla padella nella brace. Mi recai insieme a mio marito in Questura, confidando nell'aiuto del dottor Palatucci, che era conosciuto in Comunità come un amico degli ebrei. Ascoltò le nostre sofferenze, mettendo subito un timbro di regolarità sui nostri passaporti austriaci. La Gestapo iniziò subito la caccia agli ebrei, per cui venni nascosta, su indicazione di Palatucci, insieme alla mia bambina, in casa della signora Piceni-Castagnaro. Appena fu possibile mi permise di lasciare Fiume con in collo la mia bambina, diretta a Caprarola in provincia di Viterbo. Da questo campo di raccolta fummo inviati nel paese di Campagna nel salernitano, sotto la protezione del vescovo Giuseppe Maria, zio di Palatucci, fino alla nostra liberazione.
   Un'altra testimonianza depositata come la prima nel memoriale di Yad va Shem della Shoà in Gerusalemme, è quella della pianista croata Elisabeth Ferber, che racconta. Quando nel 1941 i nazisti occuparono Zagabria, fuggimmo insieme a mio marito a Fiume, dove abitava la mia amica Mika Eisler che ci condusse in Questura dal Palatucci. Costui mise subito in ordine i nostri passaporti, nel proposito di portare a compimento il salvataggio degli ebrei e dei perseguitati politici. Il Mitteilungsblat, giornale in uscita a Tel Aviv, su testimonianze di alcuni sopravvisti alla Shoà, scrisse:'' Il cuore di Palatucci, la sua borsa erano sempre aperte agli ebrei, invece di dar loro la caccia in accordo con le funzioni che egli ricopriva''.
   La signora Rivka Neumann, che fuggì dall'Austria dopo l'annessione di questa nazione (Anschluss) alla Germania nazista, racconta. Mentre cercavo di attraversare il confine austriaco insieme a mio marito, fummo fermati dalla gendarmeria fascista e condotti alla Questura di Fiume. I nostri documenti purtroppo erano irregolari per cui si rischiava il rimpatrio in Austria e con essa la deportazione nei Lager di sterminio tedeschi. Il dottor Palatucci venne a visitarci in prigione, senza curarsi dei pericoli a cui si esponeva. Fornì a noi due i documenti necessari per affrontare il viaggio salvifico verso il Sud Italia a Campagna, dove trovammo lo zio vescovo Giuseppe Maria ad accoglierci.
   Con l'occupazione nazista dell'Italia nel settembre 1943 Hitler pretese da Mussolini, fantoccio della Repubblica di Salò, un contributo per le spese di guerra e una dichiarazione nota come ''carta di Verona'' in cui gli ebrei italiani venivano considerati una ''nazionalità nemica''. Era questa un'ossessione dei gerarchi nazisti, che vennero giustiziati a Noriberga dalle forze Alleate di liberazione mediante impiccagione. Per costoro l'epicentro della guerra era la vittoria sui nemici accompagnato dallo sterminio del popolo ebraico dalla faccia della terra (soluzione finale). L'antisemitismo era diventato la loro droga necessaria per continuare sulla strada del crimine, che avevano coscientemente intrapreso. Dovunque questi assassini della storia sono stati, cercavano gli ebrei, come accaduto in Italia, dove le liste delle varie Comunità finirono presso il comando tedesco di Verona, sul tavolo del maggiore delle SS Bosshamer, che riempiva di ebrei i vagoni dei treni della morte indirizzati nei Lager di sterminio tedeschi.
   Giovanni Palatucci, in contrasto con l'ideologia razzista dominante, fu un faro di luce nella notte oscura d'Europa. Egli entrò in collusione con le autorità tedesche di occupazione, sfidò la Gestapo di Himmler, impedendo che la città di Fiume diventasse una trappola mortale per gli ebrei in fuga dalla Croazia e dall'Europa orientale. Le retate organizzate dalla Gestapo non davano i frutti da questa sperati, perché Palatucci riusciva a conoscere i suoi piani, avvisando in tempo le vittime. I nazisti compresero allora che il regista di queste operazioni di salvataggio era proprio il vice Questore di Fiume, che intesseva rapporti anche con i partigiani della Resistenza fiumana. Antonio Jamini difatti avvisò il Palatucci sui pericoli che stava correndo a causa della sue azioni di spericolato aiuto ai perseguitati. A questo avvertimento si aggiunse anche quello di Americo Cucciniello, suo collaboratore insieme a quello di Alberto Remolino, suo fidato corriere nelle corrispondenze con lo zio vescovo Giuseppe Maria. Palatucci, nonostante gli avvertimenti ricevuti, rimase al suo posto, sorretto dalla volontà e dalla speranza di poter salvare sempre ''una vita in più''. Arrestato dalla Gestapo nella notte del 13 settembre 1944 nella sua abitazione di Fiume con l'accusa di essere un ''confidente'' degli ebrei, fu gettato su di un camion dalla gendarmeria nazista e trasportato nel carcere Cotroneo di Trieste. Dopo un rapido e sommario interrogatorio, venne deportato nel Lager di Dachau per il trattamento riservato ai prigionieri politici, dove incontrò la morte il 10 di febbraio del 1945 tra stenti e patimenti.
   I sopravvissuti alla Shoà, salvati dalla morte dall'impegno umano di Giovanni Palatucci, nel febbraio del 1953 vollero tributare nella città di Tel Aviv ''onore e riconoscenza'' alla memoria di un uomo giusto tra le Nazioni del mondo. Alla cerimonia era presente lo zio vescovo Giuseppe Maria, mentre mancavano all'appello personalità della più alta santità, seppure cortesemente invitate.
   Bisogna domandarsi oggi: "Quante vite in più sarebbero potute essere state salvate se invece di un ''silenzio'' ostinato qualche principe della Chiesa avesse parlato?

(Notizie su Israele, 10 febbraio 2021)


Bandiere rosa contro Netanyahu. E in piazza nasce un nuovo partito

Il premier sotto processo torna in aula Il movimento prepara la campagna elettorale

di Sharon Nizza

 
Manifestazione a favore di Netanyahu. “Onorevole Corte, Netanyahu non è solo!”, dice la scritta
GERUSALEMME - Ieri Netanyahu si è presentato in tribunale per la seconda volta dall'apertura, il 23 maggio scorso, del processo che lo vede imputato per frode, abuso di potere e corruzione in tre diversi casi. Il premier è stato in aula per i pochi minuti necessari a pronunciarsi innocente davanti ai giudici. La sua difesa ha posto obiezioni volte a posticipare l'inizio della fase dibattimentale, con la speranza che slitti a dopo le elezioni del 23 marzo, le quarte in meno di due anni. Se così sarà, Netanyahu potrà concentrarsi in toto sull'ennesima battaglia per mantenere la carica di primo ministro, da cui non si separa da 11 anni, e ora più che mai decisiva, perché in Israele solo il premier gode dell'immunità nel caso di rinvio a giudizio. Ancora in testa ai sondaggi, punta sul successo della campagna vaccinale, con il 40% della popolazione inoculata, e della normalizzazione con quattro Paesi arabi in sei mesi.
   Netanyahu ha chiesto alla base di non manifestare di fronte al tribunale, «per la vostra salute». Ad attenderlo davanti alla corte c'erano invece gli irriducibili manifestanti. che da quasi un anno protestano ogni settimana davanti alla sua residenza. Il nucleo duro è costituito dal movimento "Crime Minister", nato con l'apertura delle indagini a carico del premier. Ma la linfa vitale è arrivata con la pandemia, quando la piazza è diventata l'aggregatore di innumerevoli sigle nate per contestare la gestione Covid, la corruzione, la mancanza di trasparenza, la leadership disconnessa, per citare alcuni degli slogan dell'appuntamento del sabato sera, che all'apice del successo ha radunato 20.000 persone. Con i teatri neutralizzati dal Covid, la cultura si è trasferita in piazza, animata dalle performance stravaganti del "Fronte Rosa". «Rosa è il nostro messaggio» dice a Repubblica Yaniv Segal, attore trentenne, madre Italiana, tra i protagonisti dell'ondata che colora la piazza con le bandiere rosa, che si affiancano a quelle nere dell'omonimo movimento che chiede le dimissioni di Netanyahu. «Siamo la generazione del futuro, vogliamo parlare in termini positivi, di solidarietà, accettazione del diverso». Netanyahu li chiama anarchici, ma Yaniv cl racconta che in molti si sono iscritti al partito laburista, dopo la vittoria alle primarie di Merav Michaeli, giornalista e parlamentare nota per le battaglie femministe. La politica non fa per loro, «noi siamo artisti, alimentiamo la cultura della protesta, siamo la stella polare cui devono guardare gli uomini del potere».
   Ma c'è chi dalla piazza è sceso in campo, dando vita al Partito Democratico, con l'obiettivo di «dire la verità, in un sistema costruito sulle menzogne», ci dice Yaron Sivan, insegnante, tra i fondatori della nuova formazione. «Vogliamo rivoluzionare il sistema, da dentro, sulla base valori della democrazia, libertà, uguaglianza e solidarietà». Il manifesto elettorale parla di trasparenza, primarie, vincolo di mandato, consultazione degli iscritti tramite una piattaforma tecnologica, e non a caso il Movimento Cinque Stelle è citato come fonte di ispirazione. Attualmente non sono nemmeno rilevati dai sondaggi. «Può darsi che ora non siamo ancora maturi, ma stiamo costruendo un percorso», dice Yaron. Considerato che, nell'ultimo round elettorale, diversi nuovi partiti sono scomparsi o rasentano la soglia di sbarramento, tra cui quello dell'attuale premier alternato Benny Gantz, anche per loro il futuro potrebbe non essere così roseo.

(la Repubblica, 9 febbraio 2021)


"Gli ebrei furono i primi"

Un prof di Filosofia elogia Samuel Paty e ora a scuola ci va con la scorta. L'incubo di Didier Lemaire. "Da quando gli islamisti bruciarono la sinagoga il processo di purificazione è completo. La mia città è perduta"

di Giulio Meotti

"Una madre disse che se non avesse smesso di parlare di islam, Lemaire sarebbe stato il secondo Samuel Paty" "Tutto sta accelerando, in due anni ho visto più trasformazioni che negli ultimi diciotto"
Insegnanti minacciati e una scuola a Ollioules che si rifiuta di prendere il nome di Samuel Paty Nadia Geerts, insegnante di Filosofia a Bruxelles, minacciata di morte per aver scritto "Je suis Samuel Paty"

Tutto è iniziato con l'incendio della sinagoga nell'ottobre 2000". Riecheggiando le parole del pastore tedesco Martin Niemöller sulle progressive repressioni e purghe del regime nazista, il professore di Filosofia Didier Lemaire sono anni che lo grida dai tetti di Trappes, negli Yvelines, da cui assiste alla disintegrazione della società e della scuola francesi. "Dopo che gli ebrei se ne sono andati da Trappes, niente più iscrizioni antisemite sulle mura della città. Non c'è più un parrucchiere misto. Le donne del Maghreb non possono più entrare nei caffè. Sulle donne il velo esercita una pressione fortissima. Poi i musulmani moderati e gli atei che se ne vanno. I fondamentalisti stanno completando con successo il loro processo di purificazione".
 
Al mercato di Trappes
   Nel 2018, Lamaire inviò una lettera aperta al presidente della Repubblica Emmanuel Macron. Poi, dopo la decapitazione del collega Samuel Paty, ha lanciato un "appello alla resistenza contro la minaccia islamista" dalle colonne dell'Obs. In quel testo, il professore spiegava che chi ha ucciso Paty "è solo l'ala armata di un progetto portato avanti da migliaia di ideologi che, come in passato i nazisti, alimentano un sentimento di vittimismo per incitare all'odio e preparare il passaggio all'azione. Questi ideologi non sono affatto 'separatisti', vogliono distruggere la Repubblica e la democrazia e il loro cuore, la scuola". E ancora: "Saturando lo spazio pubblico con i loro simboli e le loro pratiche, che sono tuttavia segni di crimini contro l'umanità, a partire dalla riduzione delle donne in schiavitù, infiltrandosi nelle scuole, nelle università, nella sfera politica, diffondendo ovunque il doppio discorso e l'ingiunzione ad 'accettare l'altro nella sua differenza', paralizzano ogni desiderio di rispondere a queste uccisioni se non con parole, candele e fiori". Questo insegnante andava al cuore del progetto di soumission. I nemici della Francia non avrebbero dimenticato.
   "Oggi sono accompagnato a scuola da agenti di polizia armati che seguono il mio veicolo", ha spiegato ieri Lamaire a Bfmtv, aggiungendo: "So che anche la scuola è protetta, a volte in modo visibile a volte in modo invisibile". Lemaire è tentato di gettare la spugna. "Possiamo come insegnanti supplire alla mancanza di una strategia statale per sconfiggere l'islamismo? Amo il mio lavoro, i miei studenti, ma mi è stato fatto capire che non ho futuro nell'istruzione".
   Nel 2000, l'anno in cui è arrivato al Lycée de la Plaine de Neauphle, la sinagoga di Trappes andò a fuoco e le famiglie ebraiche furono costrette all'esilio. "Gli ebrei hanno quasi tutti lasciato la città", raccontavano nel libro "La Communauté" due giornaliste del Monde, Ariane Chemin e Raphaèlle Bacqué. "Una dopo l'altra, le famiglie ebraiche di Trappes hanno lasciato la città per stabilirsi in altre più accoglienti. Una parte ha trovato rifugio a Montigny, l'altra a Maurepas, la cui sinagoga raccoglie, oltre a questi nuovi fedeli, parte delle pergamene strappate al fuoco. Il macellaio se n'è andato, come Ben Yedder, il fornaio. A Trappes non rimane più alcun ebreo".
   Lamaire aveva provato ad avvertire di quello che stava succedendo. "E' spaventoso! Tutto si sta accelerando, in due anni ho visto più trasformazioni nei giovani e nello spazio pubblico che negli ultimi diciotto anni", scrive il professore da questo "vivaio jihadista nel cuore della regione parigina", in una lettera firmata in collaborazione con l'ex ispettore generale dell'Istruzione nazionale, Jean Pierre Obin. "Oggi gli attacchi alla laicità sono collettivi e molto ben organizzati. Molti giovani francesi, musulmani o no, oggi condividono valori anti democratici e anti repubblicani, aderiscono a un'ideologia regressiva e oscurantista". Oggi Lemaire è affranto: "Nessuna azione efficace è stata intrapresa per fermare questo fenomeno. Cari colleghi insegnanti, un professore, nostro collega, è morto semplicemente per avere insegnato i principi che hanno fondato la nostra Repubblica e la nostra storia: la libertà di pensiero e il suo corollario, la libertà di espressione".
Solo a Trappes ci sono quattrocento fascicoli "S" di islamisti. Al liceo, dopo il caso Paty, Lemaire viene preso di mira dai suoi studenti: "Perché hai scritto un testo contro di noi?" "No, ho scritto un testo per voi!" Alla prefettura si prende la decisione di proteggere "questo professore che sta assumendo posizioni forti due settimane dopo l'assassinio di Samuel Paty".
 
   Sulla televisione olandese va poi in onda un servizio su Trappes. "Il giornalista ha ricevuto messaggi scritti e orali da persone molto arrabbiate, che mi definiscono razzista e ìslamofobo", dice Lemaire. "La madre di una studentessa disse che se avessi continuato a parlare dell'islam sarei stato il 'secondo Samuel Paty'. Prima abbiamo avuto attacchi individuali alla laicità, oggi abbiamo manifestazioni collettive. Le ragazze hanno rifiutato all'unanimità di farsi filmare senza veli. Siamo all'inizio di una guerra del terrore che si diffonderà e si amplierà perché gran parte dei nostri concittadini preferisce non vedere che è il nostro patrimonio a essere minacciato. Per riconoscerla bisognerebbe poi difenderla con coraggio".
   Lamaire vede ragazzi che "denigrano la Francia" e studenti che non lo "guardano più negli occhi". Gilles Kepel lo chiama "jihadismo d'atmosfera" nel suo ultimo libro, "Le Prophète et la Pandémie" (Gallimard): "Ho lavorato molto sulle diverse fasi del jihadismo: ogni volta c'erano operazioni pianificate in anticipo, con individui che avevano ricevuto istruzioni", diceva ieri Kepel a France Inter. "Ecco, non è più cosi: nessuna rete, nessun obiettivo, ma un'atmosfera. Come il padre di uno studente nel caso dell'attacco a Conflans-Sainte-Honorine. Creano questa atmosfera di rabbia e un individuo decide di agire".
   A Trappes l'atmosfera è cupa. E dopo vent'anni di impegno, Lemaire vuole gettare la spugna. Costretto ad andare a scuola con la scorta della polizia, l'insegnante ora non si aspetta altro che la propria "esfiltrazione" dall'istituto, come accadde quindici anni fa a un suo collega di Tolosa, Robert Redeker. "Ogni volta che entro in macchina, controllo che le portiere siano ben chiuse, che non venga seguito. Non voglio vivere nella paura".
   Come risulta da una recente indagine Ifop, commissionata dalla Fondazione Jean-Jaurès e da Charlie Hebdo, il 49 per cento degli insegnanti interrogati afferma di essersi già autocensurato sull'islam. A gennaio, i riflettori erano puntati sul Collège les Battières di Lione, dove un insegnante ha chiesto di cambiare scuola dopo essere stato aggredito da un padre. Poco dopo, Fatiha Agag-Boudjahlat, professoressa di Storia e Geografia di Tolosa, nota per il suo impegno per la laicità, è stata a sua volta oggetto di attacchi e messa sotto scorta. Poi, a Ollioules, insegnanti, genitori e studenti rifiutano in massa di ribattezzare la propria scuola col nome di Samuel Paty, La proposta del sindaco è "nata morta". Doveva essere discussa in consiglio comunale sabato 30 gennaio, ma prima di proporre di ribattezzare la scuola Les Eucalyptus, il sindaco Robert Beneventi si era premurato di condurre un'indagine fra docenti, studenti e genitori. Un brivido: il 100 per cento degli insegnanti ha votato contro, cosi come il 90 per cento dei genitori e il 69 per cento degli studenti. La città di Ollioules ha una Rue Gabriel Péri, dal nome del comunista giustiziato dai nazisti. Péri non prese le armi contro gli occupanti. Scriveva per il giornale Humanité. La sua resistenza era ideologica. Péri e Paty condividevano lo stesso coraggio morale.
"Come prendono forma le vittorie e le sconfitte'? In 'Guerra e pace', Tolstoj descrive 'il momento terribile di questa esitazione morale che decide il destino di una battaglia"'. Etienne Gemelle sul Point scrive che quel momento sembra essere arrivato in Francia. E la definisce "la seconda morte di Samuel Paty". "Se l'America non osa più brandire il nome di Lincoln e la Francia quello di Paty, è difficile vedere come le democrazie liberali potrebbero impressionare la Russia di Putin, la Turchia di Erdogan o la Cina di Xi Jinping", scrive Gernelle. "Il 'terribile momento di questa esitazione morale' descritto da Tolstoj potrebbe essere arrivato".
   E la situazione è esondata anche nel vicino Belgio. Nadia Geerts, insegnante di Filosofia all'Haute École di Bruxelle-Brabant, è oggetto di minacce di morte dopo aver scritto "Je suis Samuel Paty". "Come posso ancora essere sicura che la mia integrità fisica e morale sia garantita, come insegnante e come cittadina'?", si è chiesta. Subito dopo la pubblicazione del post di solidarietà con il professore decapitato, Nadia è stata accusata di "islamofobia" e "razzismo" dagli studenti.
   Ieri, in un'intervista a Midi Libre, anche l'ex giornalista di Charlie Hebdo minacciata di morte, Zineb El Rhazoui, ha dichiarato: "Se vedo il confinamento'? Ebbene, sono confinata dal 2015. Ho continuato a combattere contro qualcosa che diventava sempre più forte. Il destino che gli islamisti vogliono riservarmi è inaccettabile, ma io voglio seppellire l'ascia di guerra. Sono arrivata in un momento del mio viaggio in cui sento l'urgente bisogno di uscire dalla guerra". Significa che la guerra la stiamo perdendo. Per dirla con la sorella di Samuel Paty, che domenica ha parlato per la prima volta dalle colonne del Journal du dimanche: "Se tutti si rassegnano, non siamo più un paese libero".

(Il Foglio, 9 febbraio 2021)


L'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo incontra Astoi e FTO

Israele si prepara a ripartire con ottimismo e determinazione. Questo lo spirito che si è respirato durante l'incontro organizzato giorni fa dall'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo e fortemente caldeggiato dalla direttrice dell'Ente, Kalanit Goren Perry. "Non potevamo non far sentire la nostra voce. È nostro compito cercare in tutti i modi di creare, costruire, informare a fianco dei nostri partner", ha detto Kalanit.
   Alla presentazione delle attività realizzate dall'Ente nel 2020 ha fatto seguito un messaggio coinvolgente inviato per questo incontro da Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, che ha voluto sottolineare la necessità di riprendere il pellegrinaggio e in generale il viaggio verso a Terra Santa.
   Efrat Meir-Groman, Director Europe Marketing Department, Israel Ministry of Tourism, ha voluto introdurre l'incontro sottolineando come Israele sia una destinazione perfetta per il giorno dopo, in grado di coniugare spazi aperti con spiritualità e sostenibilità, in grado di rispondere alle esigenze turistiche di un mercato sempre più tailor made.
   Tra i protagonisti del Panel: Gabriele Milani, direttore di FTO, Federazione Turismo Organizzato; Yossi Fatael, General Manager, Israel Incoming Tour Operator Association; Andrea Vannucci, Astoi, board of Directors.
   Tra i temi affrontati: il prodotto Israele: come dovrà essere modificato ed adattato alle nuove esigenze, in considerazione della ripartenza dell'industria turistica; l'individuazione del primo o dei primi target di riferimento; vaccino e prossimità, i due termini di maggior interesse in ambito turistico in questo momento: quale relazione tra efficacia di campagna vaccinale e turismo di prossimità in vista della ripartenza; quali possono essere le attuali esigenze di Tour Operator, Agenzie di Viaggio, Compagnie aeree e partner dell'ambito turistico; quanto è già cambiato il settore del turismo e come e quando si potrà tornare ad una normalità di azione.
   "Abbiamo imparato in questo annus horribilis come sia necessaria la flessibilità, come molte delle nostre certezze siano cambiate, come la sicurezza debba essere posta al primo posto, come i tempi dell'offerta debbano essere più vicini e più concentrati. Le parole d'ordine sono 'cooperazione', senza la quale non sarà possibile riprendere a lavorare e 'flessibilità' se anche non conosciamo ancora tutti i protocolli di viaggio - ha detto Gabriele Milani - La nostra associazione non rappresenta solo TO o network di adv, ma anche differenti giocatori nella filiera del turismo e la parola innovazione è per noi fondamentale e sappiamo che dobbiamo continuare a crescere e a rinnovarci. Non possiamo confidare solo nel vaccino. È necessario definire il protocollo d'azione cominciando dalle esigenze degli operatori che promuovono turismo di gruppo, come per esempio le opere di pellegrinaggio con noi associate, che non possono prevedere alcuna promozione senza la conoscenza in tempo utile delle fondamentali regole e dei protocolli".
   Dopo Milani è intervenuto nel panel Yossi Fatael, General Manager, Israel Incoming Tour Operator Association. "L'Italia è nel nostro cuore - ha detto Yossi - e la campagna vaccinale realizzata fa si che ora Israele sia una nazione assolutamente sicura, la più sicura se consideriamo gli standard internazionali. In linea con questo, individuo come target di viaggio probabilmente rappresentanti di fascia elevata o classe media, subentrando in ogni caso la necessità di essere in ogni momento responsabili dei turisti che arriveranno, di qualsiasi target essi siano. Limitatamente poi alla questione riguardante vaccini e protocolli, è necessario avere una linea comune di azione dove tutti siano allineati, per il bene dei clienti, attraverso ben definite partnership, continuando a discutere azioni necessarie per il bene del cliente finale. Al momento i protocolli di ingresso non sono definiti e sarà quindi necessario ricevere linee guide valide per tutti".
   Incisivi anche gli interventi di Andrea Vannucci, in rappresentanza di Astoi, che ha individuato la fascia delle persone relativamente giovani come il primo target che inizierà a viaggiare, naturalmente in relazione con le disponibilità economiche, individuando quindi nella classe media, ancora una volta, la possibilità e la volontà di riprendere a viaggiare, ma sempre in nome della flessibilità e dell'offerta di un prodotto senza rischio. Fondamentale sarà la creazione di nuovi prodotti da parte dei TO, pacchetti attraenti che consentano di conoscere Israele nella sua completezza, azione questa che gli operatori italiani potranno realizzare solo con il supporto puntale dei DMC. "Certo non possiamo continuare con questa situazione di totale stop obbligato e quindi è necessario che venga data l'opportunità di aprire corridori per viaggiare, creando facilitazioni di tassazione per coloro che sono pronti a mettersi in viaggio: ma devono essere stabilite delle regole su come ripartire. Dobbiamo essere tutti insieme in questa azione di promozione per aver successo nella ripresa. Aiutateci ad uscire da questa situazione critica creando prodotti specifici, anche con l'attenzione ai costi, insieme alla garanzia della sicurezza" ha sottolineato Vannucci.

(Travelnostop, 9 febbraio 2021)


Blinken: il controllo del Golan da parte di Israele è importante ma…

Blinken riconosce l'importanza delle Alture del Golan per Israele ma glissa sulla annessione concessa da Trump. E ancora il Presidente Biden non ha telefonato a Netanyahu. Brutti segnali.

di Franco Londei

 
Si torna a parlare di Alture del Golan e di quanto sia fondamentale per Israele averne il controllo. Lo ha fatto ieri il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, in una intervista alla CNN.
   Blinken ha riconosciuto l'importanza strategica delle Alture del Golan per Israele, soprattutto ora che nella parte "ancora" controllata dalla Siria vi è un assembramento di forze iraniane e di milizie fedeli a Teheran.
   Tuttavia il Segretario di Stato ha sviato ogni domanda in merito al riconoscimento delle Alture del Golan come territorio israeliano, riconoscimento concesso dall'ex Presidente Donald Trump nel 2019.
   Anzi, Blinken sembrerebbe mettere in dubbio la legittimità della decisione presa dalla Amministrazione Trump.
   "Il controllo del Golan da parte di Israele, specie in questa situazione, è di fondamentale importanza per la sicurezza dello Stato Ebraico" ha detto Blinken.
   "Tuttavia le questioni legali sono altra cosa e se la situazione in Siria dovesse cambiare valuteremo ogni opzione sul tavolo" ha aggiunto.
   In sostanza il Segretario di Stato Americano sembra disconoscere la decisione presa da Trump in merito alle Alture del Golan (per altro decisione non riconosciuta a livello internazionale) pur riconoscendo che sia importantissimo il controllo israeliano su di esse.
"Il governo del presidente siriano Bashar al-Assad e la presenza di gruppi di miliziani sostenuti dall'Iran rappresentano una significativa minaccia alla sicurezza per Israele."
Antony Blinken, Segretario di Stato USA
   Antony Blinken ha poi rimarcato che "il governo del presidente siriano Bashar al-Assad e la presenza di gruppi di miliziani sostenuti dall'Iran rappresentano una significativa minaccia alla sicurezza per Israele", tuttavia sul riconoscimento concesso da Trump è stato evasivo anche se i suoi consiglieri sembrerebbe che abbiano affermato che gli Stati Uniti non sarebbero tornati indietro.
   Nell'intervista Blinken ha ribadito l'impegno dell'amministrazione Biden a mantenere l'ambasciata americana a Gerusalemme, dopo che l'amministrazione Trump ha riconosciuto la città come capitale di Israele.
   Ciò nonostante Blinken ha confermato che l'Amministrazione Biden intende ripristinare tutti i rapporti con i palestinesi interrotti dalla precedente amministrazione.
   Tra le conferme avute ieri sera c'è anche il fatto, a mio avviso gravissimo, che ancora il Presidente Biden non ha parlato con il Primo Ministro Israeliano Benjamin Netanyahu. E questo si che è inaudito.

(Rights Reporter, 9 febbraio 2021)


Israele ed Emirati, un'altra "prima volta". Il pallone che costruisce ponti

I recenti accordi tra Israele ed Emirati Arabi Uniti stanno portando a una lunga serie di "prime volte", da aggiornare ormai quasi quotidianamente. Va in questa direzione l'ultimo, storico annuncio. È il calcio, ancora una volta, ad unire. L'annuncio è stato dato nelle scorse ore: gli israeliani del Maccabi Haifa e gli emiratini dell'Al-Ain Football Club si sfideranno prossimamente in un duplice incontro amichevole. Ciò anche per effetto di un protocollo d'intesa, siglato nel corso di una video-conferenza, che porta le relazioni tra le due squadre a un livello molto significativo.
   Un nuovo ponte che va ad instaurarsi tra Gerusalemme e Dubai a poche settimane dall'evento forse più eclatante: la cessione di metà quote del Beitar, club glorioso ma con una tifoseria problematica spesso distintasi per razzismo e teppismo anti-arabo, a un membro della famiglia reale.
   Svolta seguita in dicembre dall'impegno assunto dalle due federazioni nazionali, trovatesi d'accordo nella condivisione di una piattaforma di progettualità comuni su più punti. L'accordo siglato tra Maccabi e Al-Ain, che fu finalista della coppa del mondo per club disputata tre anni fa, si inserisce in questo solco.
   Incoraggianti le parole dei due presidenti, entrambi collegati alla cerimonia online. "Questo memorandum d'intesa crea una relazione che andrà ad includere collaborazioni sia dal lato sportivo che da quello commerciale" ha commentato Yaqoub Shahar, il numero uno del Maccabi.
   "L'accordo consoliderà la politica di costruzione di ponti e cooperazione nel segno di pacifica convivenza, tolleranza, accettazione e fratellanza umana" il pensiero espresso dal proprietario dell'Al-Ain, Mohamed Thaaloob Al Derei.
   Le sorprese, sull'asse tra Gerusalemme e Dubai, potrebbero non essere finite. "Sto lavorando a qualcosa che mette in gioco uno dei Paesi che hanno siglato gli Accordi di Abramo" ci aveva detto in novembre Sylvan Adams, filantropo israelo-canadese particolarmente attivo nel settore dello sport e del sociale.
   Finora tutti gli obiettivi che si è posto sono andati a buon fine. C'è da scommettere che anche questa nuova sorpresa in arrivo non deluderà le attese.

(moked, 8 febbraio 2021)


Israele condanna la decisione dell'Aia di estendere la giurisdizione ai Territori palestinesi

Fronte unitario di condanna in Israele per la decisione della Corte, che potrà indagare su possibili crimini di guerra. L'opposizione parla di decisione problematica ma anche di un forte richiamo alla realtà. La soddisfazione della leadership palestinese: "Una vittoria per la giustizia e per l'umanità".

di Sharon Nizza

 
Fatou Bensouda, Procuratore capo della Corte penale internazionale
TEL AVIV - La decisione della Corte Penale Internazionale dell'Aia (Cpi) di riconoscere la propria giurisdizione su Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est per investigare possibili crimini di guerra di israeliani e palestinesi, ha creato grande sconcerto in Israele, pur essendo prevista da mesi.
   La Camera preliminare della Cpi ha stabilito venerdì, a maggioranza di 2 contro 1, che la procuratrice capo, Fatou Bensouda, ha facoltà di aprire un'indagine su potenziali crimini di guerra a partire dall'operazione Margine Protettivo del 2014 a Gaza. Il parere dei giudici era stato richiesto da Bensouda nel dicembre 2019, e già allora si erano accesi i campanelli d'allarme tra le autorità israeliane. Il procuratore di Stato Avichai Mandelblit aveva pubblicato un proprio parere legale in cui si sosteneva che "i palestinesi, rivolgendosi alla Cpi, tentano di violare il quadro concordato dalle parti e di spingere la Corte a determinare questioni politiche che dovrebbero essere risolte mediante negoziati e non mediante procedimenti penali".
   E questo è lo spirito delle reazioni dei principali attori della politica israeliana che, in un momento di grande tensione politica nel Paese con le quarte elezioni in meno di due anni previste per il 23 marzo, hanno dimostrato un raro fronte unitario di condanna. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato un senso dell'allarme commentando la decisione della Cpi già venerdì sera, violando il protocollo secondo cui durante lo shabbat non si rilasciano dichiarazioni ufficiali. "La Corte dimostra di essere un'istanza politica e non giudiziaria" e mette a rischio "il diritto dei Paesi democratici di difendersi dal terrorismo".
   Benny Gantz, ministro della Sicurezza, nonché ministro della Giustizia, ha criticato il tentativo di delegittimare il sistema giudiziario israeliano "solido e indipendente, riconosciuto a livello internazionale, che ha dimostrato più volte di essere in grado di affrontare le violazioni della legge". Gantz ha dato istruzione di istituire un comitato di esperti sotto l'egida dell'esercito. "Se la Cpi sta stilando una lista di cosiddetti sospetti israeliani, chiedo di essere inserito in cima alla lista", ha detto il leader del partito nazionalista religioso Yemina, Naftali Bennett, che, in quanto ex ministro della Sicurezza, potrebbe essere effettivamente perseguito nel caso dell'apertura di un'indagine, insieme a buona parte dell'attuale leadership israeliana.
   Anche l'opposizione centrista di Yair Lapid ha bollato la decisione dell'Aia come "vergognosa" e Merav Michaeli, la neo eletta leader laburista, esponente dell'ala più progressista del partito, ha parlato di una "decisione problematica e politica, che non avanza una risoluzione del conflitto israelo-palestinese". Ha però ricordato come rappresenti un forte richiamo alla realtà "per chiunque pensava che gli accordi di normalizzazione avrebbero fatto svanire il conflitto israelo-palestinese".
   Grande soddisfazione invece tra la leadership palestinese. Il primo ministro Muhammad Shtayyeh ha detto che la sentenza rappresenta "una vittoria per la giustizia e l'umanità" invitando ora la Cpi a procedere speditamente con le procedure giudiziarie. Anche Hamas, in un comunicato ufficiale, plaude alla decisione, "un passo importante per ottenere giustizia per le vittime palestinesi dell'occupazione israeliana". Questo, nonostante la procuratrice Bensouda abbia espressamente parlato della possibilità di perseguire non solo autorità israeliane, ma anche "Hamas e altri gruppi armati palestinesi".
   I palestinesi avevano avviato le procedure che hanno portato alla decisione attuale già nel 2012, quando l'Assemblea Generale dell'Onu riconobbe alla Palestina lo status di osservatore, come Stato non membro, rendendo possibile l'adesione al Trattato di Roma, istitutivo della Cpi. La posizione di minoranza del giudice Peter Kovacs, il presidente della Camera preliminare della Cpi, espressa in un documento di 163 pagine, si basa tra le altre cose su questa decisione nel respingere la giurisdizione della Corte sui Territori palestinesi, sostenendo che il riconoscimento dell'Assemblea Generale non è vincolante, non ha la validità legale che gli viene attribuita e, definendo i confini su cui ricade la giurisdizione, la Corte esprime un parere politico e non legale.
   Cosa succederà ora? Per arrivare all'apertura di un'indagine, a incriminazioni ed eventuale emissione di mandati di arresto internazionali, la strada sembra ancora lunga. La procuratrice Bensouda termina il suo incarico a giugno e la valutazione è che lascerà la decisione sull'eventuale apertura di un'indagine al suo successore, che deve ancora essere individuato.
   Secondo la valutazione preliminare di Bensouda, nel caso di apertura di un'indagine verranno presi in esame potenziali crimini di guerra commessi da entrambe le parti durante l'operazione Margine Protettivo del 2014, la reazione israeliana alle "marce della rabbia" palestinesi del 2018 al confine della Striscia di Gaza e la politica degli insediamenti israeliani.
   Per gli esperti di diritto internazionale, nei primi due casi Israele potrebbe contare sul principio di complementarietà, secondo cui la Cpi può intervenire esclusivamente quando gli Stati non vogliano o siano incapaci di investigare ed istituire azioni penali autonomamente. Israele, che ha aperto numerose inchieste sulle presunte violazioni di soldati, senza tuttavia emettere finora condanne, avrà dalla sua un precedente importante del dicembre scorso, quando Bensouda ha deciso di chiudere un caso di presunti crimini di guerra commessi da soldati inglesi in Iraq, considerando soddisfacenti le indagini svolte dal tribunale britannico, anche se non aveva proceduto con nessun rinvio a giudizio.
   Su questo punto Israele può contare anche sul sostegno degli Stati Uniti, che hanno condannato la decisione della Cpi - sebbene tra gli analisti c'è chi teme che l'Amministrazione Biden potrebbe ora utilizzare questa carta come materia di trattativa con Gerusalemme su altri dossier fondamentali, in primis il nucleare iraniano - nonché su diversi Paesi che hanno testimoniato a suo favore durante le audizioni della Camera preliminare, tra cui Australia, Germania e Austria.
   Molto più problematica invece sarebbe un'eventuale inchiesta sulla legittimità degli insediamenti israeliani. Secondo Yael Vias Gvirsman, esperta di diritto internazionale dell'Università IDC di Herzelyia che ha rappresentato diversi casi alla Corte dell'Aia, su questo punto il dibattito verterà da un lato sull'interpretazione della Convenzione di Ginevra, secondo cui "La potenza occupante non potrà procedere alla deportazione o al trasferimento di una parte della sua propria popolazione civile nel territorio da essa occupato", dall'altro sulla validità degli Accordi di Oslo, secondo cui Israele ha giurisdizione completa sui Territori definiti "Area C", dove si trovano a oggi tutti gli insediamenti israeliani. Tuttavia su questo punto potrebbe avere un impatto determinante la Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza Onu del dicembre 2016, che ha stabilito l'illegalità degli insediamenti israeliani.
   Luis Moreno Ocampo, il procuratore della Cpi dal 2003 al 2012, in un'intervista al quotidiano Israel Hayom ha affermato che, anche durante il suo mandato, i palestinesi avevano cercato di ottenere uno status all'interno della Corte. "Abbiamo dibattuto in merito per tre anni, ma allora non vi era ancora stata la dichiarazione dell'Assemblea Generale, la situazione era diversa". Secondo Ocampo, un'indagine potrebbe durare un anno e mezzo, un lasso di tempo in cui le parti dovrebbero "sfruttare questa diatriba e trasformarla in un'occasione positiva", alludendo all'eventualità di una ripresa dei colloqui diretti tra israeliani e palestinesi sotto l'amministrazione Biden.
   Israele, che non ha mai ratificato il Trattato di Roma, dovrà ora valutare se adottare un atteggiamento cooperativo con la Corte o confermare invece la mancanza di riconoscimento della giurisdizione dell'Aia sul proprio sistema legale.

(la Repubblica online, 5 febbraio 2021)


Israele ha trovato la cura contro il Covid? Tutto sui farmaci EXO-CD24 e Allocetra

Arriva da Israele una notizia che potrebbe realmente invertire la rotta della malattia Covid-19. Un farmaco in particolare garantirebbe la guarigione in tempi rapidissimi nel 90% dei casi
  Arriva in questi giorni da Israele una notizia che potrebbe realmente invertire la rotta della malattia Covid-19. Insieme agli anticorpi monoclonali, approvati finalmente anche in Italia e definiti dagli esperti "rivoluzionari" perché in grado di guarire i pazienti anche più gravi in pochi semplici passaggi, potrebbe arrivare ora anche un farmaco che non solo promette benissimo, ma potrebbe persino passare alla storia come il primo vero farmaco contro il Coronavirus.
  Si tratta di EXO-CD24, sviluppato dai ricercatori del Sourasky Medical Center di Tel Aviv. Gli scienziati israeliani hanno dichiarato che questo farmaco sarebbe in grado di curare anche casi gravi di Covid.
  Secondo lo studio clinico condotto, 29 pazienti su 30 con casi di Coronavirus da moderati a gravi sono stati trattati con EXO-CD24 e hanno registrato un "netto" recupero in soli 2 giorni. Sono stati poi dimessi dall'ospedale 3 o 5 giorni dopo. Anche il 30esimo paziente si è ripreso, ma dopo un periodo più lungo. Risultati davvero straordinari, insomma.

 Come agisce EXO-CD24 contro il Covid
  Il farmaco, sviluppato dal professor Nadir Arber del Centro integrato di prevenzione del cancro dello stesso ospedale, sarebbe in grado di combattere la tanto temuta tempesta di citochine, sindrome infiammatoria sistemica potenzialmente letale in cui il sistema immunitario va fuori controllo e inizia ad attaccare le cellule sane, colpendo i polmoni nel 5-7% dei pazienti con Covid-19 e causando moltissime morti.
  Il medicinale viene somministrato per inalazione, una volta al giorno, in una procedura che richiede solo pochi minuti, per 5 giorni. La proteina si trova sulla superficie delle cellule e ha un ruolo ben noto e importante nella regolazione del sistema immunitario, perché aiuta a "calmarlo" e a frenare la tempesta.
  Si basa sugli esosomi che il corpo rilascia dalla membrana cellulare e utilizza per la comunicazione intercellulare. "Noi arricchiamo gli esosomi con la proteina 24CD, che è nota per svolgere un ruolo importante nella regolazione del sistema immunitario", ha spiegato il direttore del laboratorio di Arber, Shiran Shapira, che conduce ricerche sulla proteina CD24 da decenni.
  Questa preparazione avanzata può essere prodotta in modo rapido ed efficiente e ad un costo molto basso in ogni struttura farmaceutica del Paese e in breve tempo a livello globale, assicurano. In più, oltre a non causare effetti collaterali, questo trattamento sperimentale ha due caratteristiche uniche. Il primo è che inibisce la secrezione eccessiva di citochine. Il secondo è che viene somministrato direttamente ai polmoni.
  "Anche se i vaccini svolgono la loro funzione, e anche se non vengono prodotte nuove mutazioni, in un modo o nell'altro il Covid rimarrà con noi", ha detto Arber, "per questo abbiamo sviluppato un farmaco unico". Il farmaco passerà ora a ulteriori fasi di prova, sebbene l'ospedale lo consideri un potenziale punto di svolta.

 L'altra speranza dal farmaco Allocetra
  Ma non c'è solo EXO-CD24. La scorsa settimana Enlivex Therapeutics ha riportato risultati positivi da uno studio clinico multicentrico di Fase II del suo farmaco immunoterapico sperimentale Covid-19 Allocetra in pazienti con Covid-19 gravi e critici.
  Già ad ottobre gli scienziati avevano riferito che 5 pazienti in terapia intensiva con Covid-19 erano stati dimessi dal Centro medico dell'Università Hadassah di Gerusalemme dopo il trattamento con Allocetra. 9 pazienti con Covid-19 grave e 7 critici sono stati trattati con Allocetra nella sperimentazione clinica di Fase II. 14 di loro sono guariti e sono stati dimessi dall'ospedale dopo una media di 5,3 giorni.
  Allocetra si basa sulla ricerca del dottor Dror Mevorach, direttore scientifico di Enlivex, capo della medicina interna e di uno dei reparti di coronavirus di Hadassah. Funziona di fatto ripristinando l'equilibrio del sistema immunitario.
  Lo studio di Fase II inizialmente prevedeva l'arruolamento di 24 pazienti, ma è stato completato in anticipo. La maggior parte dei pazienti in entrambi gli studi presentava fattori di rischio preesistenti, come sesso maschile, obesità e ipertensione.
  Complessivamente, 19 dei 21 pazienti dello studio di Fase II e di Fase I curati con Allocetra sono guariti e sono stati dimessi dall'ospedale dopo una media di 5,6 giorni. I pazienti di Fase II che sono stati dimessi dall'ospedale sono attualmente sani.
  "I risultati che abbiamo visto dei 12 pazienti con Covid-19 trattati fino ad oggi con Allocetra sono entusiasmanti", ha affermato il prof. Vernon van Heerden, capo dell'Unità di terapia intensiva generale di Hadassah e ricercatore capo di entrambi gli studi clinici.
  Anche per Allocetra dunque potrebbero essere straordinari gli effetti sui pazienti Covid-19 gravi e critici, nonché per tutti quei pazienti che soffrono di tempeste di citochine e disfunzioni d'organo in varie indicazioni cliniche, potenzialmente letali, con elevate esigenze mediche o ad alta mortalità.

 Cosa dicono i vaccini in Israele
  Buone notizie sempre da Israele arrivano anche in merito ai vaccini. Ad oggi quasi il 90% delle persone di età pari o superiore a 60 anni nel Paese ha ricevuto la prima dose del vaccino Pfizer. L'azienda americana ha deciso proprio in questi giorni di accelerare la produzione delle fiale perché, dicono gli esperti, il rischio che diventi inefficace è molto elevata.
  I ricercatori stanno osservando che i vaccini anti-Covid stanno aiutando a frenare le infezioni e i ricoveri tra gli anziani, quasi 6 settimane dopo che sono stati iniettati.
  Il Paese è il primo a rilasciare dati che si basano sull'analisi di circa un quarto di milione di infezioni da Covid-19 e che mostrano che i vaccini funzionano in un gruppo così ampio di persone, a seguito della notizia di due settimane fa che le fiale sembravano ridurre le infezioni nelle persone vaccinate.
  I dati raccolti dal ministero della Salute israeliano mostrano che c'è stato un calo del 41% delle infezioni da Coronavirus confermate in quella fascia di età e un calo del 31% dei ricoveri da metà gennaio all'inizio di febbraio. In confronto, per le persone di età pari o inferiore a 59 anni, di cui poco più del 30% sono state vaccinate, i casi sono diminuiti solo del 12% e le ospedalizzazioni del 5% nello stesso periodo.
  I vaccini hanno contribuito al declino dei casi e ai ricoveri delle persone anziane, perché i casi stessi erano maggiori e si sono verificati prima in quella fascia di età che nei giovani. E la differenza nel numero di casi tra le persone di età superiore ai 60 anni e i giovani è stata più pronunciata nelle città in cui almeno l'85% degli anziani aveva ricevuto la prima dose di vaccino all'inizio di gennaio.
  Tuttavia, il calo del numero di casi e dei ricoveri potrebbe non essere dovuto esclusivamente ai vaccini. A gennaio, il governo di Tel Aviv ha imposto un lockdown a livello nazionale in risposta alla drammatica accelerata di epidemia in Israele.

(QuiFinanza, 8 febbraio 2021)


Israele, volano i contagi da covid-19 tra i bambini

Le infezioni da covid in Israele a gennaio sono aumentate in maniera preoccupante tra i bambini e gli adolescenti. Secondo recenti dati del ministero della sanità hanno raggiunto quota 50mila: un numero ben più alto di quanto si sia registrato in ciascun mese della prima e seconda ondata della pandemia nel paese. Un segnale che ha allarmato il ministro della sanità Yuli Edelstein."Abbiamo ricevuto una lettera dall'Associazione israeliana dei pediatri - ha detto di recente citato dal Jerusalem Post - in cui si dice molto preoccupata del tasso di malattia nei giovani studenti. Un fatto a cui non abbiamo assistito nelle precedenti ondate della malattia". Un fenomeno che ha indotto il governo ad autorizzare nei giorni scorsi la vaccinazione dei giovani dai 16 anni in su, con l'occhio rivolto anche ai venturi esami di maturità. E il responsabile nazionale della lotta al virus Nachman Ash ha anche ipotizzato la possibilità che si scenda fino ai 12 anni ma, finora, l'eventualità non si è concretizzata. L'allentamento delle restrizioni del lockdown (il terzo) è entrato in vigore dalle 7 (ora locale) di domenica 7 febbraio e il governo ha stabilito, in quest'ottica, che le modalità per la riapertura degli asili nido e delle scuole elementari fino alla quarta siano discusse direttamente dai ministri della sanità e della educazione. La situazione dell'aumento delle infezioni tra i bambini e gli adolescenti desta così preoccupazione che - hanno riferito i media - il Centro medico universitario dell'ospedale Hadassah di Gerusalemme ha aperto nelle settimane passate la prima Unità di cure intensive per bambini con 4 pazienti.
   Il capo dei Servizi di Pubblica Sanità Sharon Alroy-Preis ha riferito ad una Commissione della Knesset che il numero dei nuovi casi riscontrati tra bambini e adolescenti è del 40% invece di circa il 29% della seconda ondata: il maggior picco è nei bambini tra 6 e 9 anni. Una delle possibili cause di questo aumento rispetto alle prime ondate - quando quelle fasce di popolazione erano più a riparo dall'infezione - può essere ascrivibile - secondo gli esperti - alla variante inglese del Covid nota "per essere più infettiva". "Questo significa - ha detto al Jerusalem Post Cyrille Cohen, capo del Laboratorio di immunoterapia dell'Università Bar-Ilan - che anche i bambini sono più a rischio di contrarre il virus con la variante". Un'altra ragione è anche il fatto che la forte campagna vaccinale in corso in Israele per la popolazione dai 40 anni in su fa abbassare l'età media di chi si infetta. "Ci sono quindi - ha aggiunto Cohen - parti della popolazione più protette e altre meno".

(Shalom, 8 febbraio 2021)


Con il paraocchi contro Israele

di Fiamma Nirenstein

E' un brutto segno dei tempi che l'Icc, la Corte penale internazionale, che avrebbe moltissimo lavoro da fare con i siriani, iraniani e chiunque compia veri, sistematici crimini di guerra, abbia invece impiegato tre dei suoi giudici per riconsegnare, dopo una valutazione professionale, nelle poco amichevoli mani della signora Fatou Ben Souda capo pubblico ministero, la giurisdizione territoriale della Corte nei confronti di Israele, palestinesi, Gaza. Cosa vuol dire questo? Che se la signora deciderà di servirsi della decisione, qualsiasi israeliano membro del governo, del sistema giudiziario, dell'esercito, qualsiasi soldato che abbia partecipato alle guerre di Gaza potrà essere arrestato e inquisito, per esempio in Italia, e portato in processo come criminale di guerra. Anche chi vive nei Territori, persino nella zona C che secondo gli accordi di Oslo è riconosciuta come totalmente nella giurisdizione israeliana sarà un sospetto criminale, e così in tutti i territori che la maggioranza dei giuristi ormai definisce, in base alle risoluzioni dell'Onu, territori disputati, potranno essere processati come Saddam Hussein, come i responsabili dei grandi criminali della Cambogia, del Rwanda, del Darfur.
   Se la Ben Souda, che fra l'altro sta per andare in pensione, accetta il verdetto farà la gioia dei palestinesi e non solo: gioiranno gli iraniani, i turchi, gli Hezbollah, tutte le organizzazioni terroriste del mondo devote alla guerra a Israele; si sentiranno rattristati e infastiditi i Paesi Arabi che hanno appena siglato la pace di Abramo; e soprattutto avrà una bella spinta in avanti il movimento di boicottaggio Bds e tutte le ideologie di destra e di sinistra antisemite, che ultimamente vanno forte. Netanyahu ha semplicemente spiegato che Israele non si arrenderà e che «quando si decide di attaccare Israele per falsi crimini di guerra, questo è puro antisemitismo».
   Dal 2015, cioè un anno dopo la guerra Margine di protezione, l'autorità palestinese chiese di potere accusare Israele presso la Corte dell'Aja. Israele non è membro del gruppo del'Icc, né lo sono gli Usa che oggi hanno dichiarato di non essere d'accordo con la decisione della Corte: ambedue non hanno firmato lo Statuto di Roma che la istituisce. I palestinesi, che notoriamente non sono uno Stato, hanno potuto proditoriamente esserne parte a causa del gesto del 2012 dell'assemblea generale dell'Onu che gli garantisce lo statuto di «stato non membro». E sufficiente?
   Non c'è forse anche Hamas pesantemente nel mezzo alla storia, un'organizzazione terrorista riconosciuta come tale in tutto il mondo? Non c'è il continuo uso dei fondi palestinesi da parte di Abu Mazen per finanziare un terrorismo omicida, che ha per obiettivo di uomini donne e bamnbini? E non ci fu subito dopo la guerra del 2014 il famoso rapporto Gatestone, adottato dall'Ue, che accusava Israele di crimini di guerra e che poi ben presto il giudice Gatestone si rimangiò, scusandosi e dicendo che non aveva ben valutato le testimonianze? Lo aveva dominato il pregiudizio, come oggi può capitare con la l'Icc: si dice «crimini di guerra» quando si pensa ai morti civili, ed è giusto. Ma che succede quando la guerra asimmetrica usa i cittadini come scudi umani, mette i missili che Israele è obbligata a distruggere sotto edifici di uso civile, usa chiunque, anche i bambini, in guerra? Israele adesso deve decidere se andare a difendersi direttamente di fronte all'Icc o lasciare che il mondo si riempia di rumori di odio cui guardare con disprezzo. Da lontano.

(il Giornale, 8 febbraio 2021)


Biden: un'altra mossa anti-israeliana?

Oggi il Segretario di Stato americano annuncerà il rientro degli Stati Uniti nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite dopo che nel 2018 Trump ne era uscito. È un altro segno della politica americana ostile a Israele.

di Franco Londei

A pochissimi giorni dalla decisione del Tribunale Penale Internazionale di estendere la sua giurisdizione anche alla Giudea e Samaria (Cisgiordania), a Gaza e a Gerusalemme Est, una chiara provocazione anti-israeliana, gli Stati Uniti potrebbero prendere un'altra decisione che sembrerebbe andare nella stessa direzione anti-israeliana.
Secondo quanto si apprende dal Dipartimento di Stato americano questa settimana gli Stati Uniti potrebbero decidere di rientrare nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite dopo che l'Amministrazione Trump ne era uscita nel 2018.
La decisione dell'ex Presidente, Donald Trump, non arrivava per caso. Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite era (ed è) diventato il più grande controsenso del mondo nel momento in cui a dirigerlo e a farne parte sono paesi come l'Arabia Saudita, la Cina, la Russia, l'Iran, Cuba e tanti altri regimi simili.
Non solo. Ormai da anni il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite lavorava esclusivamente contro Israele emettendo raffiche di risoluzioni di condanna contro lo Stato Ebraico e nessuna contro regimi veramente violatori dei Diritti Umani. Praticamente era ostaggio dei peggiori violatori dei Diritti Umani.
In tanti ma soprattutto Israele salutarono la decisione degli Stati Uniti di uscire dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite come una cosa buona e giusta che avrebbe spinto l'Onu a una riforma radicale di quell'organismo.
In quasi tre anni invece non è arrivata nessuna riforma e ora la decisione dell'Amministrazione Biden di rientrare senza condizioni in questo organismo malato rischia di peggiorare ancor di più le cose.
Sinceramente non mi aspettavo che l'Amministrazione Biden scegliesse di iniziare con una politica così smaccatamente anti-israeliana, forse peggiore di quella di Obama.
Anzi, le prime decisioni lasciavano pensare che in Medio Oriente la politica americana sarebbe cambiata poco o niente, anche perché era una delle cose migliori implementata da Donald Trump.
Oggi sapremo tutto, sapremo se il Segretario di Stato americano, Antony Blinken, annuncerà veramente il rientro degli Stati Uniti nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Se ciò avvenisse allora la politica estera dell'Amministrazione Biden sarà chiara anche ai testoni come il sottoscritto.

(Rights Reporter, 8 febbraio 2021)


Essere ebrei nel 21esimo secolo: molte e diverse identità spiegate da Sergio Della Pergola

di Anna Lesnevskaya

 
Affrontare il tema dell'identità ebraica di oggi senza preconcetti e senza semplificazioni, capirne le profonde tendenze, è quello di cui hanno bisogno le istituzioni per poter rispondere alla sfida del rinnovato interesse nei confronti dell'ebraismo. Ne è convinto il professore emerito all'Università di Gerusalemme, Sergio Della Pergola. Il maggiore esperto della demografia del mondo ebraico è intervenuto all'evento dal titolo "Gli ebrei nel mondo. Ortodossi, Reform, Conservative, Ultraortodossi. La diversità di regole come incide sui numeri?", trasmesso in streaming il 7 febbraio e organizzato da Emanuela Servi dell'Adei Wizo (Associazione donne ebree d'Italia) e da Hulda Liberanome, direttrice della rivista Toscana Ebraica.
  La ricerca del professor Della Pergola si basa sul lavoro che ha svolto da decenni non solo nell'ambito della Hebrew University, ma anche come membro del Jewish Policy Research Insitute di Londra. La base statistica per ricostruire le infinite identità dell'ebreo contemporaneo è stata fornita dalla ricerca sulle percezioni dell'antisemitismo nel campo ebraico svolta grazie ai fondi Ue nel 2018 e, precedentemente, nel 2012. L'indagine del 2018 è stata realizzata via Internet su 16mila ebrei in 12 Paesi europei (compresa l'Inghilterra), mentre il campione italiano è rappresentato da 700 persone.
  Come ha spiegato lo studioso, dopo la Shoah, la popolazione ebraica mondiale sta crescendo e nel 2020 ha raggiunto 15mln, ma ciò avviene grazie agli ebrei israeliani passati dal 1,5mln a 7mln, mentre la diaspora è in calo dagli anni Settanta a causa dell'immigrazione e invecchiamento e ora conta 8mln. Geograficamente, Israele e gli Stati Uniti (5,7mln) rappresentano l'85% di tutta la popolazione ebraica mondiale, mentre la restante parte degli ebrei si concentra principalmente nei Paesi occidentali. Secondo il prof. Della Pergola, ne deriva un miglioramento delle condizioni materiali degli ebrei di oggi rispetto alla storia ebraica contemporanea, il che rende ancora più cruciale la questione dell'identità e della sua conservazione.
  Quei 15mln di persone che compongono il nucleo della popolazione ebraica, ossia coloro che per il sondaggio si definiscono ebrei possono essere allargati a 24mln, se includiamo persone con genitore ebreo, o anche coloro che hanno un coniuge ebreo, oppure, in un'ottica più ampia ancora, chi è soggetto alla Legge del Ritorno. I confini tra queste categorie nono sono rigide, perché nel mondo di oggi "l'identità viene scelta", ha sottolineato il demografo.
  Per far emergere le varie sfaccettature dell'identità ebraica di oggi serve ottenere le risposte a tre domande. La prima: cosa significa essere ebrei? Secondo i dati del 2018, al primo posto in Europa è la religione (35%, in Italia 49%), a seguire l'origine (26%), la cultura (11%) e il retaggio (10%). La nazionalità invece è meno importante (9% in Europa e 5% in Italia), perché, ha spiegato Della Pergola, "il nazionalismo europeo impone di essere della nazione in cui si vive".
  La seconda domanda è "perché?" ossia quali sono i contenuti affettivi dell'essere ebreo. Al primo posto sono il ricordo della Shoah (78%) e la lotta all'antisemitismo (76%). In Italia, l'ultima precede leggermente il primo. Per due terzi (66%) è sentirsi appartenenti al popolo ebraico, dato inferiore in Italia (49%) per la sua particolare tradizione culturale. A seguire la partecipazione alle feste ebraiche in famiglia (52%), sostegno all'Israele (51%), cultura ebraica (42%) e credere in Dio (33%). In Italia è più forte la percezione della famiglia (63%) e della cultura ebraica (53%). In fondo è dare alla comunità (32%), il dato più basso in Italia (23%). "Si tratta di un profilo modernizzato e secolarizzato", ha commentato lo studioso, aggiungendo che questa graduatoria è molto simile a quella degli Usa e Israele, a riprova del fatto che gli ebrei non sono un 'prodotto' dello Stato in cui vivono, ma di una storia più ampia.
  Analizzando gli stessi dati non in maniera lineare, ma in collegamento tra di loro per ottenere una specie di 'mappa mentale', Della Pergola ha potuto evidenziare che nel 2018, rispetto al 2012, Israele e il popolo ebraico sono diventati centrali nella percezione degli ebrei europei. Secondo lo studioso, si tratta di una reazione alle pressioni esterne. Infatti, nell'ambito della stessa ricerca rispettivamente l'85% e l'84% di intervistati in Europa hanno considerato l'antisemitismo e il razzismo il principale problema. L'Italia è l'unico Paese europeo dove al centro delle scelte affettive del proprio essere ebrei c'è il concetto di comunità, e non Israele e il popolo ebraico. Dato interessante che merita approfondimento, secondo il demografo.
  L'ultima domanda che completa la ricerca sulle identità ebraiche è "come essere ebreo?", ossia attraverso quali reti. Secondo i dati di Israele relativi al 2015, il 9% si definisce Haredi, ossia ultrareligioso, il 13% Dati, ossia religioso, in mezzo ci soni i tradizionalisti, Masorti (29%), mentre la maggioranza (49%) si considera Hiloni, ossia secolare. La tendenza è quella di polarizzazione, ha notato Della Pergola, visto che nel corso del tempo i tradizionalisti si sono indeboliti, mentre i secolari e i più religiosi si sono rafforzati. Meno sfumate sono le differenze rispetto alla propria appartenenza alle denominazioni religiose (si tratta di opinioni e non di essere un membro effettivo): il 50% si considera ortodossi, 3% Reform, 2% conservatori e 41% fuori da ogni raggruppamento.
  Negli Usa invece Reform è il movimento principale (36%), con in mezzo i conservatori (18%) e in fondo gli ortodossi (10%). Anche negli Stati Uniti stiamo assistendo a una polarizzazione, ha notato il demografo: il giudaismo Conservative si è indebolito, mentre si è rafforzata la parte senza denominazione (30%).

 LA SITUAZIONE IN EUROPA E IN ITALIA
  I dati europei e italiani del 2018 sono interessanti se visti in trasformazione dall'infanzia ad oggi. Guadagnano gli ortodossi (passano dal 7 all'8% in Europa e dal 9 all'11 in Italia) e gli Haredim (crescono dal 4 al 5%), mentre in Italia gli ultraortodossi sono scarsi (l'1%). Cresce anche il movimento riformato/progressivo (dal 10 al 15% in Europa e dal 5 al 10% in Italia). Il centro moderato e tradizionale è in diminuzione (cala dal 29 al 24% in Europa e dal 19 al 15% in Italia). In Europa è in forte aumento la categoria di chi si considera "semplicemente un ebreo" (dal 27 al 38%), cresce anche in Italia dov'è dominante (dal 50 al 54%). Interessante anche la percentuale di chi non si considerava ebreo alla nascita, ma lo si reputa ora (l'8% in Europa e il 7% in Italia).
  "È importante rimanere indipendenti e capire le tendenze profonde, capire che c'è un grande interesse nei confronti dell'ebraismo, è un fenomeno che attrae, c'è una rivitalizzazione di interesse, - ha concluso la sua relazione il Prof. Della Pergola. - Esiste una grande potenzialità se le nostre istituzioni saranno in grado di captarla in modo che le persone si sentano coinvolte e soddisfatte nelle loro esigenze globali e locali".

(Bet Magazine Mosaico, 8 febbraio 2021)


Sionismo, cazari, ashkenaziti e gli "ebrei" non ebrei…

di Paolo D'Arpini

Riportiamo un articolo in cui l’autore si propone di spiegare tutto: che cos'è il sionismo e da dove nasce; chi sono i veri ebrei; perché gli ebrei originali sono antisionisti mentre i sionisti sono falsi ebrei discendenti dalla tribù caucasica dei cazari.... ed altro ancora. Sembra proprio che sugli ebrei tutti possono dire di tutto. E trovare anche chi glielo pubblica. NsI

Sionismo, cazari, ashkenaziti e gli "ebrei" non ebrei…. iniziamo con il cercare di capire come e quando è nato questo sionismo.
  Solitamente si ritiene che esso sia originato da un filone di pensiero, sorto all'interno della comunità ebraica, verso i primi anni del secolo scorso (od alla fine del precedente) ed abbia trovato una sua prima attuazione concreta nella fondazione di Israele. Questo fatto è stato comunque accompagnato da una forte crescita dell'influenza di un certo "ceto" ebraico nel campo economico e della finanza mondiale. Il nido in cui tale influenza ha potuto svilupparsi si trova negli USA, il cuore dell'America, ed in parte anche in Inghilterra. Fu proprio in seguito a questa forte influenza che l'Inghilterra acconsentì alla cessione della Palestina, al termine del secondo conflitto mondiale, affinché gli ebrei (vittime di persecuzioni e sterminio) potessero fondare (o rifondare) una loro patria. La famosa "terra promessa"… Ed il ritorno in quella casa ideale avvenne con una celere penetrazione e occupazione del territorio palestinese, considerato "proprio".
  E la nascita d'Israele, il necessario caposaldo per creare un precedente e stabilire un percorso futuro, sancì di fatto l'attuazione del sionismo. Una terra è come un tempio, se si possiede un tempio la religione viene santificata altrimenti è solo un'ipotesi. E l'identità sionista aveva ed ha bisogno proprio di questo: un tempio simbolo dell'avverarsi delle promesse del dio Jawè. Un ritorno alla casa madre dopo la diaspora provocata dalla distruzione del tempio ad opera di Tito.
  Ma attenzione la diaspora ebraica in realtà non fu causata specificatamente dalla distruzione di Gerusalemme. Questo fatto militare contribuì soltanto ad incrementare un processo che era già avvenuto ed era in corso da secoli. La diaspora, od il nomadismo, degli ebrei era una componente della loro cultura, L'origine semitica pastorale di questa tribù patriarcale e la tendenza a vagare cercando nuovi pascoli era ben radicata nel dna ebraico. Il popolo ebraico, suddiviso in varie famiglie, era già sparso in tutto il mondo conosciuto allorché alcune sue bande presero ad insediarsi in Palestina, contrastando e sottomettendo gli agricoltori autoctoni, quelli che avevano costruito le prime città dell'antichità (ricordate la storia di Gerico?).
  Questa spinta espansionistica e la considerazione di avere un diritto, garantito dal loro dio, di appropriarsi dei beni altrui, ed inoltre la "distinzione" settaria che rendeva gli ebrei diversi da ogni altro popolo fece sì che nella loro cultura si affermasse la convinzione, un credo, che poneva il popolo eletto al di sopra di ogni altro essere umano. Non me lo sto inventando, basterà leggere la bibbia e la torah per rendersene conto. Ma questo ora non c'entra con il mio discorso.. ritorniamo al tema principale. Comunque un'ultima considerazione mi sia consentita. Per gli ebrei il fatto di considerarsi appartenenti ad una "unica" cultura, condivisa per trasmissione genetica, fece sì che il legante religioso fosse abbastanza forte da mantenere il senso della nazione e della comunità, pur non vivendo nella stessa terra. E questo è un punto saliente. Ma questo attaccamento ancestrale alle proprie radici etniche non è ancora la causa originaria del sionismo… Tutt'altro! Infatti per i veri ebrei, quelli nati e vissuti secondo la tradizione, il sionismo viene visto come una sorta di devianza, una eresia. Come lo fu l'eresia cristiana e maomettana. Infatti sappiamo bene che queste due religioni sorsero come varianti dell'ebraismo.
  Ma cosa e chi intendo per "ebrei veri"? Non intendo riferirmi semplicisticamente a quegli ortodossi, con barboni e palandrane nere, che folkloristicamente si lamentano al muro del pianto, mi riferisco in generale a tutta la "gens" di origine ebraica, sia quella antecedente che quella successiva alla "diaspora" (del '70 d.C.). Sono i discendenti degli ebrei sparpagliati in tutto il mondo conosciuto dell'antichità, dalla Persia alla Grecia, dall'Egitto all'Italia, etc. ma tutti questi ebrei, meglio: i loro discendenti, sono oggi una minoranza ristretta della comunità internazionale giudea.
  In verità questi ebrei "originali" sono oggi fra i più accaniti oppositori del sionismo. Ed il motivo è semplice: il sionismo nasce da elementi non ebraici. Il sionismo sorge in un contesto razziale diverso da quello ebraico, è il risultato di una rivalsa storica da parte di "conversi" di origine caucasica turcomanna, che abbracciarono nel 740 della nostra era (sotto il Khagan Bulan) la "fede" del popolo eletto (per un malaugurato errore di alcuni rabbini), semplicemente per convenienza politica, per questioni di potere, per mantenere una differenziazione fra i due blocchi "religiosi" che allora si contendevano il dominio della terra: i musulmani ed i cristiani.
  Questi "conversi", un intero popolo, i khazari (o cazari), formarono la componente ebraica dell'Europa orientale. Il sionismo comincia da loro, anche se non era ancora chiaro come modello. Infatti si sa che gli ultimi saranno i primi e che i nuovi aderenti ad un credo divengono spesso i più fanatici, anche perché sanno di non averne realmente diritto e quindi se lo conquistano con un reiterato zelotismo ed odio sia nei confronti degli opponenti originari, i cristiani ed i musulmani, sia contro i loro "fratelli maggiori" gli ebrei originari. Sono i successori di questi sedicenti ebrei (cosa contraria alla legge giudaica), che oggi compongono la schiera dei banchieri e finanzieri che dirigono la politica e l'economia e che hanno creato il fulcro sionista in Israele e che sono diventati la "maggioranza" del popolo eletto….
  Tanto per fare chiarezza…

(Controluce Notizia, 8 febbraio 2021)


Coronavirus nel mondo, superati i 105 milioni di casi. Israele allenta il lockdown

Usa, oltre 39 milioni di persone hanno ricevuto vaccino

Nel mondo sono oltre 105 milioni i casi di covid-19 e oltre 2,3 milioni il numero dei morti. E' quanto emerge dai dati pubblicati dalla Johns Hopkins University. A livello globale i contagiati sono 105.763.135 mentre il numero dei decessi si attesta a 2.309.350. Gli Stati Uniti restano il Paese più colpito, con oltre 26,9 milioni di positivi (oltre 462 mila i morti). Seguono l'India (10,8 milioni di casi e circa 155 mila morti), il Brasile (9,4 milioni di casi e oltre 230 mila morti) e il Regno Unito (3,9 milioni di positivi e 112 mila morti).

 In Pakistan 53 morti e 1350 contagi
  Il Pakistan ha riportato 53 morti e 1.346 contagi da coronavirus nelle ultime 24 ore, secondo il Ministero dei Servizi sanitari nazionali. Dall'inizio della pandemia il numero totale di casi di Covid-19 nel Paese asiatico ha raggiunto quota 554.474, con 11.967 decessi. Finora 510.242 persone sono guarite dalla malattia. I casi attivi sono 32.265, di cui 1847 in condizioni critiche. All'inizio di questa settimana il Pakistan ha iniziato a vaccinare gli operatori sanitari in prima linea con il vaccino cinese Sinopharm.

 Israele inizia una graduale uscita dal terzo lockdown
  Israele ha iniziato ad alleggerire le misure anti-Covid del suo terzo lockdown questa mattina, mentre il Paese che sta procedendo velocemente con la campagna di vaccinazione, registra però ancora migliaia di nuovi casi al giorno e ha superato i 5mila decessi totali. Da questa mattina alle 7 (ora locale) sono decadute le restrizioni sugli spostamenti individuali entro il chilometro da casa; sono stati riaperti parchi nazionali, riserve naturali e i siti archeologici; riaprono barbieri, parrucchieri ed estetiste; i ristoranti, finora autorizzati a lavorare solo con consegne a domicilio, potranno riattivare il servizio take away. Allo stesso tempo, i bed and breakfast potranno riprendere le attività, ma solo ospitando famiglie, mentre nei prossimi giorni verrà deciso il da farsi per il rientro in classe degli asili. L'uscita dal lockdown verrà effettuata con cautela e lentamente, per evitare un nuovo picco di contagi. Israele continuerà a essere chiuso per l'estero per impedire la diffusione delle nuove varianti del virus: l'aeroporto internazionale Ben Gurion e le frontiere terrestri con Giordania ed Egitto continueranno a essere chiuse per oltre due settimane, dopo che il governo ha esteso la misura.

(la Repubblica, 7 febbraio 2021)


Shalom News - Edizione del 7 febbraio 2021

Conduce Giorgia Calò

In questo numero:
- La riapertura del Museo Ebraico Di Roma (servizio di David Di Segni);
- La donazione della World ORT alle Scuole Ebraiche di Roma (servizio di David Di Segni);
- Il film "Un cielo stellato sopra il ghetto di Roma" di Giulio Base (servizio di Luca Spizzichino).

(Shalom, 7 febbraio 2021)


«Magia» di Israele: le curve in picchiata (ma preoccupano i casi tra i giovani)

Due Paesi festeggiano la campagna vaccinale in anticipo su tutti (e i leader ne traggono beneficio)

di Davide Frattinl

GERUSALEMME - La musica pop sparata dentro ai tendoni bianchi, i volontari chi indirizzano al cubicolo con il numero giusto. Le code davanti alle cliniche per le vaccinazioni sono ormai sparite, resta il clima di festa nazionale. Nessuno prova più a passare davanti agli altri per ottenere la puntura, le transenne messe nei primi giorni della campagna separano file ormai inesistenti. Oltre 3,3 milioni di israeliani (su 9,2) hanno ricevuto la prima dose, quasi 2 milioni anche la seconda.
   La percentuale molto alta di vaccinati permette agli scienziati di calcolare i primi risultati a 40 giorni dall'inizio delle operazioni. Eran Segal, ricercatore dell'Istituto Weizmann, ha commentato entusiasta: «La magia è cominciata». Elenca i dati positivi tra gli over 60, i primi a essere inoculati: calo del 40 per cento di nuovi contagiati dal Covid-19 rispetto alla metà di gennaio, meno 31 per cento di ricoveri. Fa notare che questi numeri sono migliori che in generazioni più giovani e non erano stati raggiunti neppure con il lockdown precedente: nel gruppo dai 59 anni in giù, i casi sono scesi solo del 12 per cento e gli ingressi in ospedale del 5. Nella corsa globale all'immunizzazione di massa Israele è tra primi. I medici e gli infermieri iniettano quasi 100 mila persone al giorno, un numero che si è dimezzato rispetto alle prime settimane e comincia a preoccupare: per attrarre più persone il governo ha dato il via libera alle quattro mutue assistenziali di convocare fino ai diciottenni. Gli esperti temono anche il momento in cui andranno affrontati gli scettici: chi rifiuta di ricevere la dose potrebbe far saltare l'obiettivo di coprire entro la fine di marzo i due terzi della popolazione.
   Il Paese resta chiuso — il blocco totale è stato esteso a oggi, Il governo è diviso su come riaprire — e isolato dal resto del mondo, i voli in ingresso e uscita bloccati per almeno altre due settimane. Preoccupano le varianti inglese e brasiliana, al punto che si allontana la promessa di un patentino verde: avrebbe permesso agli israeliani di tornare a viaggiare senza l'obbligo al ritorno di rimanere in casa per quattordici giorni, ridotti a dieci con test negativo. Gili Regev-Yochay, direttrice dell'unità di epidemiologia all'ospedale Sheba, avverte che con queste mutazioni in circolazione una percentuale più alta della popolazione l'80-90 per cento) deve essere vaccinata per raggiungere l'immunità di gregge. Fino ad ora i calcoli sono stati eseguiti escludendo i minori di 16 anni (un terzo del totale) e secondo la professoressa Regev-Yochay «sarà inevitabile vaccinare anche loro». In ogni caso — prevede — «gli israeliani dovranno indossare le mascherine almeno fino all'estate». La campagna vaccinale coincide con quella elettorale. Si vota il 23 marzo e per il premier Netanyahu sembra allontanarsi la speranza anche politica di poter proclamare entro quella data: «Abbiamo sconfitto il Coronavirus».

(Corriere della Sera, 7 febbraio 2021)


Istituzioni d'Israele, la fiducia che manca

L'indagine dell'Israel Democracy Institut

Gli israeliani stanno perdendo fiducia nelle proprie istituzioni. È la poco incoraggiante fotografia scattata dall'ultima indagine dell'lsrael Democracy lnstitut.
Tra l'opinione pubblica ebraica, l'esercito è ancora una volta l'istituzione in cui è riposta la maggior fiducia, anche se si assiste anche qui a un calo significativo, dal 90% nel 2019 all'81% nell'ottobre 2020, il dato più basso dal 2008.
Al secondo posto sul podio il Presidente di Israele, anche se tra gli ebrei israeliani il sostegno è diminuito drasticamente, dal 71% dello scorso anno al 63% nel giugno di quest'anno, e poi al 56% in ottobre.
In calo anche la Corte Suprema, passata dal 52% di giugno al 42% di
ottobre. Più sotto la polizia (41 %) e i media (32%). In fondo il governo (25%), la Knesset, in cui la fiducia pubblica è scesa dal 32% di giugno al 21 % di ottobre, e i partiti politici, passati dal 17% di giugno ad un misero 14% di ottobre.
Dati che, scrive l'Israel Democracy lnstitut, dovrebbero far riflettere il mondo politico.

(Pagine Ebraiche, febbraio 2021)


Il nonno nascose e salvò gli ebrei, la nipote cerca i loro discendenti

La bugia ai nazisti durante la retata, e ora l'appello «perché quella storia resti viva».

di Simone Dinelli

MASSAROSA (LUCCA) - II nonno rischiò la vita durante la seconda guerra mondiale, nascondendo tre ragazzi ebrei ricercati dai soldati nazisti nel deposito dell'azienda di cantieri stradali di Viareggio per la quale lavorava. E la nipote oggi, quasi 80 anni dopo, ha deciso di divulgarne la storia. «Perché — spiega la donna — non ve ne sono tracce o documenti scritti. E dopo la scomparsa di mia madre e mia zia, essendo figlia unica e senza cugini, sono rimasta l'ultima vera depositaria di quell'episodio, avendolo udito direttamente dal racconto di mio nonno. Un fatto che rischierebbe dunque di andare perduto, ma io non voglio assolutamente che questo accada».
   Protagonista di quell'atto di grande coraggio e umanità verificatosi in un momento non meglio precisato fra la fine del 1943 e l'inizio del 1944 fu Alfonso Baroni, originario di Massarosa e deceduto nel 1989, dopo un vita piena di lavoro e impegno che negli anni successivi alla guerra lo aveva visto anche gestire un noto impianto di carburante. Chi vuole invece rendergli omaggio è la nipote Sabrina Chicchi, professoressa di geografia economica all'istituto superiore «Matteo Civital » di Lucca e anche lei abitante a Massarosa. Per divulgare il gesto del nonno la signora Chicchi ha chiesto aiuto anche al suo legale, il viareggino Aldo Lasagna «perché vorrei tanto — aggiunge la donna — poter arrivare a incontrare i discendenti di quei ragazzi».
   La signora non conosce la data esatta dell'episodio, ma ne ricorda perfettamente i dettagli avendoli appresi e sentiti tante volte direttamente dalla voce di Alfonso Baroni «con il quale — sottolinea la donna — avevo uno splendido rapporto», ma anche dalla mamma e dalla zia. «Mio nonno — racconta la professoressa — lavorava in una ditta di cantieri stradali con un magazzino adiacente al cavalcavia che si trova nelle vicinanze della Torre Matilde. In questa azienda erano impiegati anche tre ragazzi ebrei che svolgevano il lavoro coatto imposto dalle autorità fasciste. Un giorno arrivano soldati nazisti, armati di mitra: mio nonno e il suo titolare li vedono e capiscono subito il motivo. Così senza perdere un attimo, in modo istintivo e fulmineo prendono i tre giovani e li fanno nascondere in un magazzino, fra fusti vuoti e attrezzi. I nazisti entrano e fanno una richiesta precisa, con nomi e cognomi degli ebrei che stanno cercando e sanno per certo lavorare lì. Mio nonno, che era capocantiere, nega tutto. E il titolare pure. Dicono di non averli mai visti da quelle parti. "Forse sono fuggiti sulle montagne", aggiungono. I soldati insistono, sono minacciosi, perquisiscono ogni stanza, ma non trovano niente. E alla fine se ne vanno a mani vuote».
   Dopo quell'episodio i ragazzi fuggono davvero in qualche rifugio dell'Alta Versilia, dove resteranno sino alla fine della guerra, salvandosi così dai campi di sterminio e da una morte quasi certa. «Negli anni successivi — dice ancora la signora Chicchi — uno di quei ragazzi, so che si chiamava Giulio, apre un negozio di tessuti a Viareggio. E rimane per un po' in contatto con mio nonno: chissà quante volte lo invita a passare da lui con mia nonna, per fargli un regalo. Ma loro, persone modeste e riservate, non ci sono mai andati. Anche io sono molto riservata (ride, ndr), come tutta la mia famiglia. E ho deciso di raccontare questa storia solo adesso, quasi 80 anni dopo, perché non voglio che vada perduta». A chiudere quindi ecco l'appello: «Mi rivolgo a tutti — termina la docente — se sapete qualcosa di questo episodio o ne avete anche solo sentito parlare, contattatemi per favore. Sarebbe stupendo poter arrivare ai discendenti di quei ragazzi. E ancora più bello sarebbe se avessero l'età dei miei figli, sono certa che mio nonno Alfonso sarebbe davvero felicissimo di vederli incontrare».

(Corriere Fiorentino, 7 febbraio 2021)



Cinque divieti con quattro motivazioni

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Dal capitolo 3.
  1. Non rifiutare un beneficio a chi vi ha diritto,
    quando è in tuo potere di farlo.
  2. Non dire al tuo prossimo: «Va' e torna, te lo darò domani»,
    quando hai la cosa con te.
  3. Non tramare il male contro il tuo prossimo,
    mentre egli abita fiducioso con te.
  4. Non fare causa a nessuno senza motivo,
    se non ti è stato fatto alcun torto.
  5. Non portare invidia all'uomo violento
    e non scegliere nessuna delle sue vie;
  6. poiché il SIGNORE ha in abominio l'uomo perverso,
    ma la sua amicizia è per gli uomini retti.
  7. La maledizione del SIGNORE è nella casa dell'empio,
    ma egli benedice l'abitazione dei giusti
  8. Se schernisce gli schernitori,
    fa grazia agli umili.
  9. I saggi erediteranno la gloria,
    ma l'infamia è la parte che spetta agli stolti.
Le indicazioni della sapienza cominciano a diventare pratiche. Seguono cinque versetti che nel testo originale cominciano con altrettanti "non". Essere saggi nelle relazioni con il prossimo non significa dare libero corso alla propria "spontaneità", perché il cuore dell'uomo è per natura malvagio. Soltanto la Parola di Dio, che "giudica i sentimenti e i pensieri del cuore" (Eb 4.12), è in grado di valutare correttamente la qualità delle azioni umane. I suoi "no" devono dunque essere presi nella massima considerazione.

  1. Non rifiutare un beneficio a chi vi ha diritto,
    quando è in tuo potere di farlo.
    Il primo "no". Questo versetto ricorda l'esortazione di Giacomo: "Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato" (Gc 4.7; ved. anche Ro 13.7, Ga 6.10). Ci sono comuque due precise condizioni: 1) l'altro deve averne "diritto", cioè deve trovarsi in una condizione in cui un certo tipo di aiuto o di rispetto gli è dovuto, sia perché corrisponde realmente al suo bene, sia perché chi gli è vicino e vuole essere perfetto come il suo Padre celeste (Mt 5.48) deve sentire verso di lui un debito d'amore (Ro 13.8); 2) chi vuole aiutare deve concretamente essere nella possibilità di farlo. Sono condizioni che richiedono discernimento e onestà interiore, più che focosi slanci sentimentali.

  2. Non dire al tuo prossimo: «Va' e torna, te lo darò domani»,
    quando hai la cosa con te.

    Il secondo "no". Per chi è nel bisogno il tempo può avere un grande valore (ved. Le 19.13; De 24.12-15). Un antico proverbio latino dice: "Bis dat qui cito dat" (Dà il doppio chi dà subito). Rinviare a domani senza un vero motivo significa seguire una via tortuosa. In realtà non si vuol dare, ma non si vuole che si veda. Rinviando a domani si spera forse che il richiedente, spinto dall'urgenza, cercherà altrove l'aiuto di cui ha bisogno e farà così cadere la sua richiesta. E in questo modo all'egoismo si aggiungerà l'ipocrisia.

  3. Non tramare il male contro il tuo prossimo,
    mentre egli abita fiducioso con te.

    Il terzo "no". Chi non fa quello che deve fare, prima o poi farà quello che non deve fare. Il peccato passivo, consistente nel non fare il bene al prossimo, rischia spesso di trasformarsi in peccato attivo, consistente nel fare il male al prossimo. Il male comincia a manifestarsi nei pensieri. Il verbo "tramare" significa letteralmente "arare". Chi nella sua mente trama il male contro qualcuno prepara il terreno da cui spunterà l'azione malvagia: "Voi avete arato la malvagità, avete mietuto iniquità" (Os 10.13). E' poi particolarmente odioso macchinare il male contro chi non è sulla difensiva perché pensa di essere in un rapporto di amicizia. Davide dovette fare più volte un'esperienza simile (Sl 41.9; 55.13), e in questo modo anticipò il terribile tradimento che Gesù subì da parte di Giuda. Certamente il Signore Gesù aveva capito le intenzioni di Giuda, e tuttavia continuò a comportarsi come è giusto fare con un amico: non agì con diffidenza, non cercò di sventare con astuzia le trame ordite contro di lui. E quando Giuda gli diede il lungo bacio che suggellava il tradimento, poté rispondere in tutta sincerità: "Amico, che cosa sei venuto a fare?" (Mt 26.50). Contraccambiare il bene con il male è diabolico. Le gravi parole di Gesù su Giuda lo confermano:"Certo, il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui; ma guai a quell'uomo dal quale il Figlio dell'uomo è tradito! Meglio sarebbe per quell'uomo se non fosse mai nato"(Mt 6.24).

  4. Non fare causa a nessuno senza motivo,
    se non ti è stato fatto alcun torto.

    Il quarto "no". Dopo aver ammonito contro il male preparato nei pensieri, il maestro mette in guardia contro il male che si manifesta nelle azioni. L'egoista persegue il suo proprio interesse a tutti i costi, e se intravede la possibilità di ottenere un vantaggio entrando in lite con il suo vicino, non ha esitazioni. Anche se non ha ricevuto torti, è sufficiente che scorga nell'altro una qualsiasi forma di debolezza per passare all'attacco, con tutti i mezzi che si rendono disponibili, onesti o non onesti. La Scrittura mette in guardia contro questo tipo di contenziosità (Pr 17.14, 25.8; Ro 12.18; 1 Co 6.1-8): chi la pratica dovrà imparare a sue spese che non si può fare il proprio interesse a spese del prossimo.

  5. Non portare invidia all'uomo violento
    e non scegliere nessuna delle sue vie;

    Il quinto "no". Trattenere sé stesso dal fare il male non impedisce agli altri di farlo. Il saggio allora potrebbe restare perplesso davanti ai successi delle persone senza scrupoli, e chiedersi se non sia il caso di imitarne i metodi. La parola di ammonimento è chiara: ogni pensiero di invidia verso l'uomo violento deve essere allontanato (Pr 23.17, 24.1; Sl 37.1, 73.3), perché dall'invidia si passa facilmente all'imitazione (Sl 37.8). E' bene quindi non indugiare in pensieri disordinati (non portare invidia) per non arrivare a propositi insani a cui seguono inevitalmente azioni inique (non scegliere le sue vie).
    Sono stati pronunciati cinque "no" ed è naturale pensare che possano essere avvertiti come sgradevoli e ingiustificate restrizioni. Nei versetti che seguono ne vengono date le motivazioni. Esse fanno riferimento ad un unico fatto: la volontà di Dio. In ogni sua azione l'uomo dovrebbe anzitutto chiedersi: "Che cosa ne pensa il Signore? Quali saranno le Sue reazioni? Che cosa ha promesso o minacciato di fare?" L'atteggiamento di Dio viene qui schematicamente presentato attraverso quattro secche contrapposizioni, prive di tutte quelle graduali sfumature che tanto piacciono a chi cerca qualche "pia" giustificazione per il suo agire peccaminoso.

  6. poiché il SIGNORE ha in abominio l'uomo perverso,
    ma la sua amicizia è per gli uomini retti.

    Prima contrapposizione. All'uomo perverso (contorto, tortuoso) viene contrapposto l'uomo retto (lineare, semplice). Per il primo il Signore ha abominio (avversione, repulsione), per il secondo amicizia (intimità, confidenza). E' saggio, quando si prende la decisione di agire in un certo modo, tener conto di tanti fattori sociali, psicologici, ambientali e trascurare l'unico fattore veramente essenziale: la comunione con Dio? E' ragionevole preoccuparsi di mantenere buoni rapporti con persone più o meno influenti nella società e non chiedersi di quale tipo sono le relazioni con la Persona più importante di tutto il creato?

  7. La maledizione del SIGNORE è nella casa dell'empio,
    ma egli benedice l'abitazione dei giusti.

    Seconda contrapposizione. All'empio viene contrapposto il giusto. Al primo, che si disinteressa di Dio, è riservata la maledizione, al secondo, che ha timor di Dio, la benedizione. Quello che Dio benedice riceve vita e porta frutto (Ge 1.22,28), quello che Egli maledice inaridisce e muore (Mr 11.21). I segni della maledizione e della benedizione non sempre si vedono subito: per questo l'empio si comporta talvolta in modo superbo, deridendo gli scrupoli del giusto. Ma la maledizione è nella casa dell'empio, mentre Dio benedice l'abitazione del giusto. Avere come ospite in casa la maledizione di Dio non è qualcosa che possa lasciare tranquilli. Prima o poi l'ospite fa sentire la sua presenza e la casa si avvia verso la rovina. Soltanto Dio può trasformare l'empio in giusto e la maledizione in benedizione. Ed Egli l'ha fatto nella persona del Signore Gesù Cristo, che è divenuto maledizione per noi affinché su coloro che credono in Lui venisse la benedizione promessa ad Abraamo (Ga 3.13-14).

  8. Se schernisce gli schernitori,
    fa grazia agli umili.

    Terza contrapposizione. Agli schernitori vengono contrapposti gli umili. Sugli schernitori è già stato detto qualcosa nel commento al v. 1.22. Con il loro atteggiamento irridente essi si pongono su un piano di superiorità rispetto ai "creduloni" che vogliono tenere in considerazione i comandamenti del Signore. Sono quindi assimilabili ai superbi, e proprio per questo vengono contrapposti agli umili. E' questa infatti la forma in cui il versetto viene citato nel Nuovo Testamento: "Dio resiste ai superbi ma dà grazia agli umili" (Gc. 4.6; 1 Pt 5.5). Qui però si dice, più precisamente, che Dio schernisce gli schernitori. Più volte viene detto nella Scrittura che se un uomo vuole contendere con Dio, Egli accetta la sfida sul piano che è stato scelto, riuscendone inevitabilmente vincitore (Le 26.23-28; Sl 2.1-6, 18.26-28; 1 Co 1.19-20). Poiché lo schernitore ride delle parole di Dio (1.22), un giorno Dio riderà delle sue sventure (1.26): "Non vi ingannate; non ci si può beffare di Dio; perché quello che l'uomo avrà seminato, quello pure mieterà" (Ga 6.7). Quando invece Dio vede qualcuno che si abbassa davanti alle Sue parole, allora si abbassa anche Lui, raggiungendo l'umile nel suo abbassamento e rialzandolo con la Sua grazia (Sl 138.6; Lu 1.22).

  9. I saggi erediteranno la gloria,
    ma l'infamia è la parte che spetta agli stolti.

    Quarta contrapposizione. Agli stolti vengono contrapposti i saggi. Il confronto che in questo caso viene fatto è tra due destini: ai primi è riservata l'ignominia, ai secondi la gloria. Per il momento le parti sembrano invertite: le persone prive di scrupoli morali raggiungono spesso posizioni di potere e di successo, con il relativo contorno di prestigio sociale e pubblica ammirazione, mentre chi si lascia guidare dalla saggezza di Dio sulle vie della giustizia viene compatito o apertamente deriso. Un giorno però tutto verrà rimesso al giusto posto e ognuno troverà la collocazione che gli compete, anche per quel che riguarda le questioni di onore o disonore, di gloria o infamia (Da 12.2-3).

    M.C.

 

Gravissima persecuzione della Corte Penale Internazionale contro Israele

di Franco Londei

Ieri la Corte Penale Internazionale ha stabilito in maniera assolutamente autonoma e arbitraria che Gerusalemme Est, Cisgiordania e Gaza rientrano nella sua giurisdizione.
   La mossa è chiaramente mirata ad esporre funzionari e militari israeliani a procedimenti penali per ipotetiche violazioni dei Diritti Umani e apre la strada a una pioggia di denunce da parte dei palestinesi e dei loro supporter.
   Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha condannato fermamente la decisione della Corte penale internazionale e ha ordinato al suo gabinetto di non commentare pubblicamente la questione.
"Oggi, la corte ha dimostrato ancora una volta di essere un organo politico e non un'istituzione giudiziaria", ha detto Netanyahu in una nota."
   "Il tribunale sta ignorando i veri crimini di guerra e sta perseguitando invece lo Stato di Israele, un paese con un forte regime democratico, che santifica lo stato di diritto e non è nemmeno un membro della corte" ha poi concluso il Premier israeliano.
   "Con questa decisione, il tribunale ha violato il diritto delle democrazie di difendersi dal terrorismo. Continueremo a proteggere i nostri cittadini e soldati in ogni modo dalla persecuzione".
   Già la Corte Penale Internazionale aveva violato la legge quando nel 2015 aveva accettato di farvi entrare uno Stato che non esiste, la Palestina. E anche allora si pensò che il motivo per cui si violava così palesemente la legge internazionale fosse solo ed esclusivamente quello di perseguitare Israele.
   Oggi, purtroppo, abbiamo la conferma di quanto a suo tempo si sospettava.
   Adesso ci aspettiamo una forte presa di posizione, prima di tutto dagli Stati Uniti e poi anche dalle altre grandi potenze mondiali.
   Poi ci aspettiamo un immediato passo indietro della Corte Penale Internazionale che non può ergersi a legislatore di se stessa auto-attribuendosi competenze che non può avere.
   E se la Corte Penale Internazionale volesse proseguire su questa strada e se fosse una struttura onesta e imparziale, dovrebbe prima di tutto indagare sui crimini commessi da Hamas e dagli altri gruppi terroristici, a partire dal lancio premeditato di migliaia di missili contro la popolazione civile israeliana.
   Ma sarebbe chiedere troppo a un organismo che - ormai è sempre più chiaro - è fortemente politicizzato e sempre più parziale nelle sue decisioni.

(Rights Reporter, 6 febbraio 2021)


Un'altra gaffe antisemita della tv pubblica norvegese

Il conduttore di Nrk parla di "Paese di apartheid". Poi si augura che "il vaccino non funzioni"

di Daniel Mosseri

Il conduttore radiofonico norvegese Shaun Henrik Matheson
BERLINO - Nuovo scivolone antisemita di Nrk, canale radiotelevisivo pubblico norvegese. Martedì scorso nel mezzo del suo programma «In diretta con Shaun» sul canale Nrk P13 il conduttore radiofonico Shaun Henrik Matheson comincia a parlare di Israele e di vaccini anti-Covid.
   Da alcune settimane lo stato ebraico fa notizia per la sua campagna vaccinale contro il coronavirus: circa il 35% della popolazione ha già ricevuto la prima iniezione.
   «Buone notizie da Israele, quando è successo l'ultima volta?», esordisce Matheson con il pensiero e la voce rivolti «alle atrocità che gli israeliani commettono contro i palestinesi». Nel diffondere la notizia, giornali e agenzie hanno commesso un errore, continua il conduttore: «Non hanno ricordato che Israele è una potenza occupante, un regime di apartheid». Un Paese che ruba la terra «e se qualche razzo artigianale atterra da qualche parte sopra il popolo eletto da Dio, questo commette terribili azioni di vendetta dove migliaia di persone vengono uccise, spesso bambini». Appropriandosi di un antico insulto antigiudaico, Matheson riassume così 15 anni di attacchi missilistici lanciati da Hamas e Jihad islamica contro Israele da quando questo si è ritirato da Gaza nel 2005: solo nel 2019 i razzi esplosi sulle città israeliane sono stati 2.600 e 196 l'anno dopo. Consapevole di essere andato fuori tema, il conduttore torna in carreggiata: «I numeri da Israele indicano che oltre un milione di persone è stato vaccinato per la seconda volta: comunque la si guardi, questa è una buona notizia. Solo che vorrei che venisse da un altro Paese, se capite cosa intendo. È quasi come se desiderassi che il vaccino non funzionasse. Non dobbiamo dimenticare che paese di merda è quello», aggiunge il giornalista pagato dai contribuenti.
   Anche in una Norvegia fortemente critica di Israele, la radio pubblica è stata tempestata di telefonate di protesta. Matheson ci ha messo una pezza asserendo di aver fatto «uno scherzo». Nel frattempo il presidente della conferenza episcopale norvegese Olav Fykse Tveit lo ha invitato a chiedere scusa per i suoi toni antisemiti. Il teologo deve avere provato un senso di sollievo per aver trovato qualcuno più antisionista di lui. Per celebrare la propria elezione a primate luterano a marzo, Tveit ha pronunciato un discorso in cui ha sostenuto che la politica israeliana nei territori palestinesi mette a repentaglio le comunità cristiane in Medio Oriente. Anche l'editorialista Erik Stephansen, che nei suoi articoli su Nettavissen definisce Israele «un regime di apartheid», ha notato che le parole di Matheson «possono essere interpretate come un augurio di morte a queste persone solo perché sono ebree».
   Nrk non è nuova a uscite di questo tenore: nel 2019 il canale trasmise un cartone animato in cui si vedono due persone che giocano a Scarabeo. Uno dei due giocatori è un anziano con barba bianca e kippah in testa, l'altro un giovane che compone la parole «JĂždesvin», «maiale ebreo» in norvegese. Fra lo sconcerto della comunità ebraica locale, Nrk aveva anche invitato i norvegesi a rilanciare il filmato sui social e «a taggare un ebreo». L'iniziativa fu poi ritirata. Allora il responsabile di Nrk Entertainment, Charlo Halvorsen non chiese scusa ma accusò il mondo di non aver capito «la provocazione». Il pretesto dello scherzo questa volta non ha retto e Nrk ha fatto circolare una nota di scuse.
   Amaro il commento dell'ambasciatore israeliano a Oslo, Alan Roth: «Sono rimasto scioccato nel sentire il discorso di odio selvaggio su Nrk: tali dichiarazioni possono avere conseguenze devastanti. La storia ci ha già mostrato gli orribili risultati dell'odio. La maledizione contro Israele non è qualcosa che pensavo avrei mai sentito su un canale nazionale norvegese di notizie».

(il Giornale, 6 febbraio 2021)


Israele, il vaccino Pfizer ha impiegato tre settimane per iniziare a frenare la diffusione

Ci sono volute tre settimane per il vaccino di Pfizer Inc.-BioNTech per iniziare a frenare nuovi casi e ricoveri. Ecco l'approfondimento di Bloomberg.

Israele, con la più alta percentuale di cittadini vaccinati contro il Covid-19 nel mondo, ha scoperto che ci sono volute tre settimane per il vaccino di Pfizer Inc.-BioNTech per iniziare a frenare nuovi casi e ricoveri.
   I ricercatori del paese mediorientale hanno riferito osservazioni preliminari mercoledì da un programma di immunizzazione nazionale che è iniziato il 20 dicembre. Il miglioramento nel numero di nuovi casi e pazienti ospedalizzati si è verificato 21 giorni dopo la campagna di vaccinazione, hanno detto gli scienziati, notando che l'effetto reale dei vaccini può richiedere più tempo di quello che è stato dimostrato negli studi clinici - scrive Bloomberg.
   "A nostra conoscenza, nessuno studio finora ha studiato l'impatto della campagna di vaccinazione a livello di popolazione e il suo effetto sui modelli di dinamica pandemica", hanno detto gli scienziati del Weizmann Institute of Science di Rehovot. "Poiché Israele è uno dei primi paesi ad attuare una campagna di vaccinazione di questa portata, crediamo che questa quantificazione possa essere di grande interesse per molti paesi del mondo".
   La campagna di vaccinazione di Israele è iniziata poco prima che un ceppo più trasmissibile di SARS-CoV-2 emergesse, alimentando le infezioni e portando a una terza chiusura l'8 gennaio. A partire da martedì, il 28% degli israeliani - compresi i tre quarti di coloro che hanno 60 anni o più - hanno ricevuto due dosi di vaccino o sono guariti da un'infezione. Al picco, 229.508 dosi sono state somministrate in un giorno.
   L'efficacia potrebbe differire leggermente dai dati dei test clinici nelle impostazioni della vita reale per diversi motivi, hanno detto i ricercatori. La logistica, compresa la refrigerazione, lo stoccaggio, il trasporto e la somministrazione dei vaccini durante un lancio rapido può essere imperfetta, abbassando l'efficacia, hanno detto.
   I ricercatori hanno anche notato che le persone più anziane - che sono state privilegiate prima nella campagna di vaccinazione in Israele - hanno potenzialmente avuto una risposta ridotta o ritardata alla vaccinazione a causa del deterioramento legato all'età della loro funzione immunitaria.
   È anche possibile che l'efficacia del vaccino sia ridotta di fronte ad alcuni dei ceppi virali emergenti, tra cui la variante B.1.1.7 scoperta nel Regno Unito che è ora prevalente in Israele, e la 501Y.V2 osservata per la prima volta in Sud Africa, hanno detto i ricercatori.
   Hanno anche notato che gli individui vaccinati possono alterare il loro comportamento e diminuire l'aderenza alla guida di prevenzione della salute pubblica, come la distanza fisica e l'indossare mascherine, aumentando così la trasmissione virale.
   "Inoltre, la trasmissione virale può avvenire anche nelle aree di vaccinazione stesse", hanno detto i ricercatori. "I siti di vaccinazione dovrebbero essere grandi e ventilati per diminuire la probabilità di trasmissione in loco".
   I ricercatori hanno concluso che sono necessari più studi volti a valutare l'efficacia della vaccinazione sulla riduzione della trasmissione della SARS-CoV-2 sia a livello individuale che di popolazione con un follow-up più ampio e in ulteriori popolazioni.

(Start Magazine, 6 febbraio 2021)


Israele: picco di casi di coronavirus nei bambini e adolescenti

Numeri che non si sono visti nelle precedenti ondate dovuti probabilmente alla variante inglese prevalente nel Paese. Sotto i 16 anni non ci sono vaccinati. Intanto in Gran Bretagna si registra un aumento dei ricoveri pediatrici per la simil-Kawasaki.

di Silvia Turin

 
Tra le notizie che arrivano da Israele sul fronte lotta al coronavirus (molto buone), ce n'è, però, una inaspettata: il forte aumento del numero di bambini e adolescenti infettati in una proporzione che non si era vista nelle precedenti ondate, come ha detto al Jerusalem Post il ministro della Salute, Yuli Edelstein. Per questo si pensa alla possibilità di non aprire le scuole quando il governo inizierà, da domenica prossima, ad allentare il blocco.

 L'età media in calo
  Dall'inizio del mese i bambini e adolescenti contagiati sono stati oltre 50mila, più di qualsiasi altro mese mai registrato: «Abbiamo ricevuto una lettera dall'Associazione israeliana di pediatria in cui si dice che sono molto preoccupati per il tasso di malattia negli studenti più giovani», ha dichiarato ancora Yuli Edelstein. Nella seconda ondata la percentuale era stata del 29%, ora siamo arrivati al 40% dei casi, con il picco maggiore nei bambini di età compresa tra 6 e 9 anni. Ci sono due spiegazioni principali e probabilmente concomitanti. La prima è una questione statistica: il numero totale di bambini contagiati è alto, ma la percentuale potrebbe essere sfasata, dato che in Israele la percentuale di popolazione vaccinata con almeno una dose è del 57%, circa l'80% della popolazione di oltre 60 anni. Questo comporta che Israele sta vedendo l'età media delle persone infette in calo.

 L'effetto della variante «inglese» e le buone notizie dal vaccino
  La seconda spiegazione riguarda la prevalenza nel Paese della variante britannica, che è più contagiosa almeno del 50% e sta causando l'aumento delle infezioni in tutte le fasce di età, compresi i bambini. Per la maggior parte, i bambini non sviluppano malattia e restano lievemente sintomatici o asintomatici. Ma l'aumento dei casi solleva interrogativi su quando e se le scuole potranno riaprire, anche perché non è ancora chiaro se le persone vaccinate possano contrarre il virus e infettare altri, il che potrebbe mettere a rischio insegnanti, amici o familiari non vaccinati.
   Le altre notizia dal Paese che primo al mondo corre a vaccinare tutta la popolazione sono buone: confermata l'efficacia del vaccino Pfizer con numeri oltre il 90% e anche la capacità del farmaco di ridurre la contagiosità delle persone vaccinate.

 In aumento in GB la sindrome che colpisce i ragazzi
  Un'altra notizia che riguarda i bambini e la variante inglese viene proprio dalla Gran Bretagna: secondo quanto riporta il Guardian, fino a 100 bambini alla settimana vengono ricoverati negli ospedali con la rara malattia chiamata sindrome infiammatoria multisistemica pediatrica (Simp), chiamata anche simil-Kawasaki, che può manifestarsi anche settimane dopo il contagio da Covid-19. Il 75% di loro sono afroamericani, asiatici o appartengono a minoranze etniche e quasi tutti in precedenza godevano di buona salute. I casi registrati nella seconda ondata del virus sono notevolmente più alti rispetto a quelli della prima ondata: fino a 100 bambini alla settimana rispetto ai circa 30 alla settimana dello scorso aprile, con prevalenza soprattutto a Londra e nel sudest dell'Inghilterra, ovvero le zone in cui la variante inglese è dominante. La dottoressa Liz Whittaker, portavoce del PIMS per il Royal College of Paediatrics and Child Health ha dichiarato che l'impennata dei ricoveri non dovrebbe preoccupare i genitori perché è proporzionata al maggiore impatto della pandemia sugli adulti nelle ultime settimane.
   In Italia non ci sono stati decessi legati a questa sindrome infiammatoria tra i ragazzi. Le strutture ospedaliere sono attrezzate ad affrontare questa emergenza e tutti i ragazzi ricoverati hanno risposto bene alle terapie.

(Corriere della Sera, 6 febbraio 2021)


Covid: Israele mette a punto un farmaco efficace al 96%

La sperimentazione è piccola e molto iniziale: solo 30 pazienti, ma 29 hanno di loro mostrato un netto miglioramento nell'arco di due giorni. Una molecola israeliana apre una nuova speranza.

Un ospedale israeliano potrebbe aver trovato la cura per COVID-19 e sarebbe ad un punto di svolta nella lotta contro la pandemia globale. Dei 30 pazienti a cui è stato somministrato il farmaco, 29 hanno mostrato un netto miglioramento nell'arco di due giorni. A dichiararlo è il Tel Aviv Sourasky Medical Center, noto anche come Ichilov Hospital.
   L'ideatore del medicinale, il Prof Nadir Arber del Centro integrato di prevenzione del cancro dell'ospedale, ha somministrato il prodotto a pazienti in condizioni moderate o gravi, riportando un impressionante tasso di successo, pari al 96 per cento. Il professor Arber ha definito il farmaco, per il momento chiamato EXO-CD24, come "efficace e poco costoso".
   "Il medicinale viene somministrato per inalazione, una volta al giorno, in una procedura che richiede solo pochi minuti. Deve essere poi proseguito per cinque giorni", ha specificato il prof. Arber.
   Il prodotto "si basa sugli esosomi che il corpo rilascia dalla membrana cellulare e utilizza per la comunicazione intercellulare. Ciò che facciamo è arricchire gli esosomi con la proteina 24CD, che è nota per svolgere un ruolo importante nella regolazione del sistema immunitario".
   Dei 30 pazienti a cui è stato somministrato il farmaco, 29 hanno mostrato un netto miglioramento nell'arco di 48 ore e sono stati addirittura dimessi dall'ospedale pochi giorni dopo. Anche l'ultimo paziente si è ripreso, ma la sua guarigione ha richiesto più tempo.
   L'ex coordinatore del coronavirus di Israele, il Prof Ronni Gamzu, ha accolto la svolta come "eccellente", dicendo che avrebbe assistito personalmente il Prof Arber per ottenere il via libera del Ministero della Salute per testare il farmaco su un pool più ampio di pazienti.
   "A Ichilov siamo tra i leader mondiali nella ricerca della cura per l'orribile epidemia", ha detto il prof Gamzu.
   Unica incertezza, non è ancora chiaro se il farmaco abbia la stessa efficacia contro i ceppi recenti e più virulenti del virus, compresi quelli di Gran Bretagna, Sud Africa e Brasile. Nonostante la sua campagna di vaccinazione leader a livello mondiale, Israele ha continuato a registrare carichi giornalieri superiori a 5mila, nonostante un blocco nazionale in atto dal 27 dicembre.

(la Repubblica, 5 febbraio 2021)


In Libano torna la paura. Ucciso l'intellettuale che sfidava Hezbollah

di Francesca Caferri

Lokman Slim, 58 anni, attivista, regista ed editore, è stato colpito con 5 proiettili in testa L'omicidio in un Paese già piegato da Covid, crisi economica e dall'esplosione nel porto di Beirut

 
Lokman Slim
C'è un posto speciale a Beirut, lontano dalle luci scintillanti che a lungo hanno ammaliato chi metteva piede per poco tempo nella capitale libanese: si chiama Hangar ed è nascosto alle porte di Dahie, periferia sud della città dove i visitatori non si avventurano e ogni mossa è controllata dagli uomini del gruppo sciita Hezbollah. In questa città nella città, fuori dal controllo dello Stato, una coppia libanese-tedesca ha creato un centro culturale dedicato alla memoria della guerra civile e delle migliaia di libanesi scomparsi nelle carceri siriane. Un luogo raro a Beirut, dove si discute di passato e presente fra mostre, proiezioni e fotografie. La metà di quella coppia, la mente dietro a quel centro di dibattiti è morta ieri: il corpo di Lokman Slim, 58 anni, è stato trovato crivellato da 5 pallottole, di cui quattro alla testa, nel Sud del Libano. A darne l'annuncio proprio la moglie, la regista tedesca Monica Bormann e la sorella Rasha al Amir, fondatrice insieme a Slim di una delle più raffinate case editrici del mondo arabo, Dar al Jadeed (la Casa Nuova). Coincidenza vuole che proprio oggi esca in italiano uno dei libri di al Amir.
   Lokman Slim era una delle figure più note nel mondo degli intellettuali libanesi: proveniente da un'importante famiglia sciita, formatosi a Parigi, al suo ritorno in Libano negli anni '90 aveva rifiutato di allinearsi con il gruppo religioso di origine ed era diventato una delle rare voci critiche nei confronti di Hezbollah e dei suoi alleati siriani all'interno della comunità sciita libanese. Ad aprire la pagina del Mena Prison Forum da lui fondato - progetto sul tema della prigionia nel mondo arabo - si trovano i resoconti del processo di Coblenza che vede esponenti del regime siriano alla sbarra per crimini contro l'umanità. Ieri il quotidiano libanese l'Orient le Jour ricordava come fosse stato proprio Slim ad organizzare in settembre un incontro fra l'allora sottosegretario Usa con delega al Medio Oriente David Schenker, fautore di una linea dura contro Hezbollah, e membri della comunità sciita contrari alle politiche di Hassan Nasrallah e dei suoi. Lokman Slim era insomma una voce scomoda e coraggiosa perché ha continuato a parlare pur sapendo di essere nel mirino: come Samir Kassir, ucciso nel 2005. Come I tanti che oggi a Beirut continuano a farlo. Il libro della sorella L'opera II libro di Rasha al Amir, sorella di Slim, esce oggi in Italia: parla di un religioso che sfida l'estremismo islamico.
   Proprio ad Hezbollah si è immediatamente volto lo sguardo della famiglia di Slim: «Sappiamo chi è stato. Pretendiamo un'inchiesta internazionale. Non ci fidiamo della giustizia locale», ha detto la sorella. Slim era stato più volte minacciato di morte per le critiche a Hezbollah: inoltre la zona in cui è stato ucciso - il Sud del Libano - è saldamente nelle mani del movimento. Troppo poco per saltare a conclusioni, ma abbastanza per porsi domande: che cosa si voleva ottenere con questo omicidio? «Hezbollah è in una situazione paradossale: non è mai stato così forte a livello interno e regionale eppure non è mai stato così contestato. Buona parte della popolazione, inclusi i suoi alleati cristiani, lo incolpa per la corruzione e la crisi economica. La morte di Slim potrebbe essere il modo per ricordare che il dissenso non è tollerato», scriveva ieri uno dei più lucidi analisti libanesi, Anthony Samtani.
   Ipotesi per ora: quel che è certo è che questo omicidio ha colpito un Paese già piegato dalla crisi economica, dal Covid e dalla terribile esplosione al porto di Beirut di agosto. Ieri le parole di intellettuali, scrittori e attivisti raccontavano di una nazione che teme di aver perso ogni speranza.

(la Repubblica, 5 febbraio 2021)


Il Kosovo riconosce Gerusalemme capitale d'Israele. Ira dell'Ue

Pristina in questo modo aumenta il numero di nazioni che accettano la sua indipendenza dalla Serbia, ma la scelta di aprire un'ambasciata nella città Santa viola le risoluzioni dell'Onu.

Il ministro degli esteri israeliano Gabi Ashkenazi, a destra, svela un cartello che
sarà posto all'ambasciata del Kosovo a Gerusalemme quando in futuro aprirà
Il Kosovo apre la sua ambasciata in Israele a Gerusalemme, riconoscendo la Città Santa quale capitale dello Stato ebraico e ricalcando quanto fatto dagli Usa di Donad Trump nel maggio 2018. In cambio, ottiene da Israele il riconoscimento come Stato sovrano e indipendente. Una scelta, quella del Paese balcanico a maggioranza musulmana che, però, si scontra con le risoluzioni Onu e la posizione dell'Unione europea sulla questione israelo-palestinese e che potrebbe avere ripercussioni negative sul suo percorso di integrazione nell'Ue.
La replica di Bruxelles non si è fatta attendere ed è arrivata lapidaria per bocca del portavoce Peter Stano: "La decisione del Kosovo di aprire la sua ambasciata in Israele a Gerusalemme è deplorevole" perché "diverge dalla posizione dell'Ue su Gerusalemme" che "è molto chiara". Stano ha ricordato che "tutte le ambasciate dei Paesi dell'Ue e la delegazione dell'Ue sono a Tel Aviv", in base a quanto stabilito nelle conclusioni del Consiglio europeo e nella risoluzione 478 del Consiglio di sicurezza Onu, che invita tutti i membri dell'Onu a spostare le loro ambasciate a Tel Aviv, al momento capitale riconosciuta di Israele. "La posizione Ue non è cambiata" ed è quella che vede "lo status di Gerusalemme come futura capitale di entrambi gli Stati", israeliano e palestinese. La decisione di Pristina, quindi, complica anche il suo percorso verso l'Ue. "Il Kosovo ha identificato l'integrazione nell'Ue come sua priorità strategica" e quindi "l'Ue si aspetta che il Paese agisca in linea con questo impegno in modo da non minare la sua prospettiva europea", ha aggiunto il portavoce.
   Dall'altro lato lo Stato balcanico esulta. "L'avvio dei rapporti diplomatici tra Kosovo e Israele non sarebbe stato possibile senza il sostegno degli Stati Uniti d'America", ha affermato ieri la ministra degli Esteri di Pristina, Meliza Haradinaj Stublla, dopo aver firmato in video conferenza l'accordo insieme all'omologo israeliano Gabi Ashkenazi. L'amministrazione Trump stava infatti lavorando da tempo per ottenere questo riconoscimento visto che dopo aver riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele spingeva perché sempre più nazioni seguissero il suo esempio. "Oggi Israele diventa il 117mo Paese a riconoscere il Kosovo come Stato indipendente e sovrano", ha affermato Haradinaj secondo cui l'avvio dei rapporti diplomatici con Israele "rafforza la soggettività internazionale e apre nuovi orizzonti" per la nazione nata da una scissione dalla Serbia, che a sua colta si è infuriata per il reciproco riconoscimento.
   Belgrado non è "né felice né soddisfatta", ha dichiarato il ministro degli Esteri serbo, Nikola Selakovic, secondo cui questo sviluppo "influenzerà senza dubbio" le relazioni tra Serbia e Israele. "Israele ha deciso che è suo maggiore interesse legarsi con gli Stati Uniti che con la Serbia, e questo è un loro legittimo diritto", ha detto Selakovic aggiungendo che "è importante il fatto che noi non abbiamo partecipato in alcun modo a quel processo" e che il presidente Vucic "ha rifiutato di firmare l'invito di Israele" a riconoscere il Kosovo. Il Kosovo, che si è dichiarato unilateralmente indipendente dalla Serbia il 17 febbraio 2008, è riconosciuto da 22 Stati su 27 dell'Ue (ad eccezione di Spagna, Cipro, Romania, Slovacchia e Grecia) e da 98 Paesi Onu su 193. Tra i membri permanenti del Consiglio di sicurezza, il Kosovo è riconosciuto d Stati Uniti, Francia e Regno Unito, mentre la Russia e la Cina continuano a considerarlo una provincia autonoma della Serbia.

(EuropaToday, 2 febbraio 2021)


Israele immunizza anche i sedicenni

Oltre un terzo della popolazione ha già ricevuto il farmaco. I bimbi dai 12 anni forse da aprile. Rilevata l'efficacia già dalla prima dose di Pfizer sul 90% dei riceventi.

di Gabriele Carrer

Da ieri tutti gli israeliani sopra i 16 anni possono ricevere il vaccino per il Covid-19. Prima, infatti, i vaccini erano disponibili soltanto per i gruppi a rischio e per chiunque avesse più di 35 anni. Il ministro della Salute Yuli Edelstein ha invitato gli over 16 a farsi vaccinare: «Approfittate dell'opportunità che quasi nessun Paese al mondo ha», ha scritto su Twitter.
   I dati diffusi ieri dal ministero della Salute israeliano parlano di circa 3,3 milioni di persone che hanno ricevuto almeno la prima dose (cioè oltre un terzo della popolazione totale che ammonta a 9 milioni). Di questi, a 1,9 milioni è stata inoculata anche la seconda.
   «Incredibilmente, mentre in alcuni Paesi le persone sono arrabbiate con i loro governi, quasi fino al punto di ribellarsi a volte, per non aver fornito i vaccini, qui (in Israele, ndr) giacciono nei depositi», ha detto non senza un pizzico d'orgoglio per i ritmi della campagna vaccinale il ministro Edelstein alla radio Galey Israel. Il suo vice, Yoav Kisch, ha spiegato che i bambini dai 12 ai 16 anni potrebbero essere vaccinati da aprile, in attesa del via libera normativo. Per comprendere anche gli under 12, invece, «ci vorrà almeno un altro anno», ha dichiarato all'emittente radiofonica FM 103.
   Gli ultimi sviluppi nella campagna vaccinale israeliana hanno due motivazioni. La prima è sanitaria: il virus continua a circolare, nonostante le dosi somministrate e le tre settimane di duro lockdown, a causa delle varianti più contagiose. La seconda è politica: il 23 marzo prossimo il Paese tornerà alle urne e il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scommesso molto sulla campagna vaccinale. Il governo israeliano ha inoltre fatto un accordo con Pfizer che prevede la raccolta e l'invio all'azienda farmaceutica di informazioni sui pazienti vaccinati in cambio di una fornitura di dosi continua e anticipata, per la quale ha pagato un sovrapprezzo.
   Ma l'ampliamento della popolazione vaccinabile non è l'unica notizia che arriva da Israele. Infatti, potremmo essere davanti a una svolta positiva sui dati che riguardano l'utilità dei vaccini anti Covid-19 dopo una singola dose. Infatti, secondo uno studio condotto proprio in Israele dopo settimane di somministrazione di massa su un campione di mezzo milione di persone, l'efficacia del vaccino Pfizer/BioNTech dopo tre settimane dalla prima dose si attesta al 90% del totale, il doppio di quanto stimato inizialmente. Lo studio, riporta il Guardian, «dimostra che una singola dose di vaccino è altamente protettiva, anche se possono essere necessari fino a 21 giorni per raggiungere questo obiettivo».
   La ricerca non ancora sottoposta a peer review, quindi a verifica da parte di scienziati indipendenti, è stata svolta dai ricercatori dell'Università dell'East Anglia durante il programma di vaccinazioni di massa nel Paese. Nota non di poco conto: la ricerca è stata svolta nel Regno Unito, Paese che ha scommesso sull'iniziale strategia d'estensione dell'intervallo fra prima dose e richiamo.
   Secondo le analisi del professor Paul Hunter e della dottoressa Julii Brainard una prima dose potrebbe già fornire una protezione adeguata. Tuttavia, gli esperti mettono in guardia anche su una controindicazione emersa nel comportamento dei vaccinati: a otto giorni dalla somministrazione della prima dose, il rischio di infezione sarebbe raddoppiato. Ciò potrebbe essere dovuto a una minore cautela da parte di chi ha ricevuto la vaccinazione. Lo studio sembra dunque contraddire quanto affermato solo il mese scorso dal professor Nachman Ash, responsabile del piano di vaccinazione in Israele, secondo cui una singola dose era apparsa «meno efficace di quanto si sperasse». Anche meno del 52% dichiarato da Pfizer.

(La Verità, 5 febbraio 2021)


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Una sanità «data drlven»: il miracolo di Israele nella lotta al Covid

di Jonathan Pacifici*

Dei 9 milioni di israeliani (poco meno ella popolazione lombarda), 3,5 milioni sono già vaccinati e oltre 2 hanno già ricevuto la seconda dose. Israele marcia al ritmo di 130.000-200.000 inoculazioni al giorno verso la vaccinazione completa a fine marzo. Quando si scriverà la storia di questa pandemia emergeranno alcuni punti che hanno premiato il modello israeliano. In primis la volontà e la capacità) di una classe politica che con tutte le sue lacune è ancora in grado di darsi un obiettivo e agire concretamente per conseguirlo in tempi certi. Ma il segreto di Israele è soprattutto un sistema sanitario di assoluta eccellenza che prende il meglio della centralizzazione nazionale e della copertura capillare in mano alle quattro «Kupot Holirn» (Hmo-Health Maintenance Organizations). Si tratta di quattro mutue non-profit in concorrenza tra loro. Ogni cittadino israeliano tramite il sistema di previdenziale nazionale ha una copertura-base integrabile da servizi aggiuntivi a pagamento. Al centro di ogni Hmo ci sono i dati. Ogni interazione, ogni analisi, ogni visita medica e ogni ricetta, ogni esame clinico e ogni acquisto di medicinali è registrato e disponibile online e via app per il paziente e per ogni struttura medica nel Paese, dal medico di base all'ospedale. Il cittadino ha nel palmo della mano tutta la sua storia medica e il sistema-Paese ha il controllo in tempo reale di ciò che succede. Si tratta cioè di una sanità data driven, basata sui dati.
   Dai primi giorni della pandemia la tecnologia è stata al centro dello sforzo nazionale. Sul sito del ministero della Sanità israeliano è disponibile in tempo reale un cruscotto con i principali parametri relativi all'andamento dei contagi e una miriade di altri indicatori rilevanti. I dati sono affidabili e soprattutto coprono il 100% della popolazione.
   Pur nella garanzia della privacy i sistemi informatici sanitari sono integrati con quelli delle forze dell'ordine. Si tratta di una delle grandi lezioni di decenni di lotta al terrorismo. In caso di un evento di sicurezza nazionale con numerose vittime i dati dei vari attori (polizia, vigili del fuoco, esercito, servizi segreti e sistema di pronto soccorso) devono potersi parlare. I protocolli sono rodati da decenni in una piattaforma multi-layer.
   Quando all'inizio della pandemia è stato necessario il tracking dei contagiati per ricostruire gli spostamenti e contenere la diffusione del virus, lo Shin Bet (il servizio di intelligence interna) ha messo a disposizione (seppure con riluttanza) i propri sistemi di analisi originariamente sviluppati per intercettare i terroristi. Questo ha aperto una sana discussione pubblica in Parlamento sui limiti dell'uso di tali apparati eppure, bilanciandone l'intrusività con la supervisione del sistema giudiziario, i risultati sono stati importanti.
   Non tutto è stato perfetto. Ci sono state asincronie nella gestione dell'aeroporto, imperdonabili falle nell'isolamento di alcune Rsa; il sistema dei controlli era perfettibile, ma soprattutto lo Stato ha dovuto fare i conti (anche politici) con significative frange della popolazione indisciplinate. Ultraortodossi, arabi israeliani, manifestanti di estrema sinistra e un certo tipo di giovani incoscienti sono stati responsabili di focolai che ancora oggi si fatica a gestire.
   Eppure, proprio la capacità dello Stato d'Israele di avere una chiara visione dei dati in tempo reale è al centro del recentissimo accordo stipulato dal premier Netanyahu con Albert Bourla, ceo di Pfizer. Israele come pilot mondiale: primo Paese completamente vaccinato entro marzo! La Pfizer ha anticipato le spedizioni delle dosi ordinate con largo anticipo (e con largo sovrapprezzo) da Israele, mentre Israele condividerà con Pfizer i dati di questa imponente operazione di vaccinazione. Nel mio ultimo libro (Gli unicorni non prendono il Conma-Viaggio tra le startup israeliane nell'economia che ha sconfitto il virus) spiego come tutto ciò sia conseguenza del miracolo economico e tecnologico che Israele ha messo in scena nell'ultimo ventennio.
   Secondo i dati Ivc-Zag, le startup israeliane hanno raccolto 10,6 miliardi di dollari nel 2020, battendo tutti i record nonostante la pandemia. Si tratta di un incremento di oltre il 20% rispetto al 2019 e il capitale versato alle aziende locali è più che triplicato in soli sei anni. Parliamo solo di investimenti: il conto di quotazioni, acquisizioni e fusioni è ancora da fare ma sarà ancora una volta astronomico. Nel 2019 il va1ore delle exit è stato di 21,74 miliardi di dollari. Dei suoi 45 unicorni (società private che hanno raggiunto una valorizzazione superiore al miliardo di dollari), 15 si sono aggiunti alla lista nell'ultimo anno. Parliamo del 10% degli unicorni a livello mondiale. Ed era il 2020. La vaccinazione a tappeto, assieme alla flessibilità delle aziende tech che riescono a cavalcare l'economia pandemica, non fa che spingere questa corsa economica. Nel solo gennaio scorso le aziende tecnologiche israeliane hanno raccolto 1,2 miliardi, con 5 nuovi unicorni e un sesto il 1° febbraio. Sull'operazione «Torniamo a vivere» (il nome della campagna vaccinale) Israele si gioca la pole position nella ricostruzione post pandemica e «King Bibi» il futuro della sua lunga carnera politica con delle difficilissime elezioni anticipate (le quarte in due anni) proprio a fine marzo. Ad oggi i numeri sembrano dargli ragione.

* Presidente del Jewish Economic Form e general partner di Sixth Millenium Venture Partners

(MF, 5 febbraio 2021)


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Israele si avvicina all'immunità di gregge. Col record di immunizzati (e di lockdown)

Ai 9 milioni di abitanti 5 milioni di dosi: fuori dalla crisi in tre fasi

di Fiamma Nirenstein

 
Israele non è soltanto il Paese che ha il maggiore numero di vaccinati al mondo e quello ha avuto il maggior numero di lockdown (tre): non sono due dati in contraddizione. È anche il Paese che ha avuto il coraggio e la severità di smontare qualsiasi pensiero ottimista, che ha intrapreso la battaglia contro il Covid come uno scontro fatale, per la vita: uno di quelli cui Israele è stato abituato sin dalla sua nascita. La crisi è costata 4.864 morti, tanti per un Paese di 9 milioni di persone, e 72rnila infettati. I malati gravi sono circa 300, in diminuzione da quando le vaccinazione sono schizzate in alto, ma sempre troppi e le critiche al governo non mancano. Fa parte della vicenda del coronavirus: una pioggia di accuse alla classe dirigente.
   Ma non c'è dubbio: è stato a causa della durezza con cui il virus è stato affrontato da un Paese, da un popolo, da un primo ministro, Netanyahu, avvezzi a difendersi da pericoli mortali che Israele è diventato il numero uno nel mondo della lotta contro il Covid; è per questo che i miei amici dall'Italia chiedono se per caso c'è una norma per cui si possa venire a vaccinarsi a Gerusalemme o a Tel Aviv. Due giorni fa in Israele quasi 2 milioni di persone hanno ricevuto ambedue i vaccini, e più di 3 milioni la prima iniezione. Il 77% dei cittadini sopra i 50 anni sono vaccinati, e agli altri 400mila che restano in questa fascia d'età, il premier ha rivolto una supplica perché concludano il percorso: «La mutazione aleggia sul mondo intero - ha detto Bibi - la situazione è grave. in Israele l'80% dei nuovi casi sono dovuti alla variante inglese. Israele riesce a far fronte solo a causa della vastità delle sue vaccinazioni, ma dobbiamo andare avanti parecchio e veloce». E, spiega, fra le persone sopra i 50 anni c'è stata una discesa degli infettati del 26%, mentre il Covid oggi si manifesta di più fra i giovani. Ma alcune parti della società seguono leggi proprie e applicano una sorta di disobbedienza tecnica e morale: due giorni fa 20mila religiosi ammucchiati al funerale di un rabbino, ieri 10mila arabi alle esequie di un giovane. Gruppi sociali ribelli, profondamente convinti delle loro ragioni, che attaccano la polizia quando li blocca o li multa. Ma in tempi di elezioni (il 23 marzo) i politici non osano rompere.
   Ieri il gabinetto ha litigato senza tregua sulla decisione di continuare con il lockdown. Alla fine si chiuderà domenica, dopo un altro fine settimana. La riapertura sarà sperimentale e in tre fasi: subito via libera ad asili ed elementari, servizi alla persona e take-away.
   È una scelta innovativa, come lo è stata l'aggressività del governo nel procurarsi per tempo e contro lo scetticismo i vaccini di Pfizer e di Moderna pagandoli di più del prezzo del mercato: i racconti di Netanyahu che non lascia il telefono cercando i dirigenti delle società farmaceutiche, e discutendo a lungo i tempi di consegna e di pagamento sono ormai leggendari e ricordano un po' come Israele si procurò le armi dalla Cecoslovacchia per combattere l'attacco generalizzato del mondo arabo nel 1948.
   Il ministero della Sanità punta per domenica notte ad avere l'80% degli over 50 vaccinati, e vorrebbe far calare a 100 i malati gravi. La guerra continua.

(il Giornale, 5 febbraio 2021)


I mafiosi di Hezbollah

Un intellettuale libanese assassinato dalla milizia che obbedisce all'Iran

Lokman Slim era un intellettuale libanese che criticava con coraggio il gruppo armato Hezbollah e un giorno aveva dichiarato: "Se qualcuno mi assassina sappiate che è stato Hezbollah". Ieri mattina è stato trovato nella sua auto ucciso con due colpi di pistola alla testa. Slim aveva creato un centro di documentazione a Beirut che si occupava di archiviare materiale su un argomento tabù per il paese, la guerra civile, perché sosteneva che i libanesi potranno superare quegli anni soltanto se avranno il coraggio di affrontarli. Aveva anche creato un'associazione per difendere la tolleranza, il pluralismo, i diritti umani e la democrazia. La sua casa, chiamata Villa Slim, era un luogo dove si proiettavano film, si parlavano molte lingue e si facevano convegni. Era una voce chiara contro Hezbollah, la grande anomalia libanese: un gruppo armato finanziato e armato dall'Iran che non tollera di essere contrariato e condiziona tutta la vita del paese. E' stato ucciso, come altri sono stati uccisi in Libano e in Iraq perché hanno parlato contro l'ingerenza dell'Iran e delle sue milizie.
   A proposito di Iran: ieri una corte del Belgio ha condannato Assadollah Assadi a vent'anni di carcere, è il massimo della pena chiesta dall'accusa. Assadi è un diplomatico iraniano che sfruttando l'immunità ha portato in Francia una bomba che due attentatori dovevano piazzare a un raduno dell'opposizione iraniana a Parigi. Qassem Suleimani, il generale iraniano che alcuni in Italia hanno trasformato in un santino dell'antimperialismo, era specializzato in queste cose. Sono due notizie dedicate a chi nega l'esistenza di un regime aggressivo a Teheran.

(Il Foglio, 5 febbraio 2021)


L'ultima speranza della sinistra israeliana

Si chiama Merav Michaeli ed è la nuova leader del Partito Laburista, che alle prossime elezioni rischia di scomparire.

Merav Michaeli
Secondo i sondaggi delle prossime elezioni politiche che si terranno in Israele il 21 marzo, le quarte in circa due anni, ci sono tre partiti certi di superare la soglia psicologica dei dieci seggi e altri tre che potrebbero arrivarci superando le aspettative. Nessuno di questi è un partito di sinistra.
   La sinistra israeliana ha governato il paese per decenni ed espresso leader che oggi sono considerati padri della patria come David Ben Gurion, Ytzak Rabin e Shimon Peres: eppure non indica un primo ministro da vent'anni e nelle ultime elezioni il suo consenso si è progressivamente ridotto fino quasi a sparire. La settimana scorsa il Partito Laburista, il più illustre e istituzionale fra i partiti della sinistra, ha eletto il suo nuovo leader, il decimo nel giro di vent'anni, considerato l'ultima speranza per risollevare le sorti del partito e della sua parte politica.
   Lei si chiama Merav Michaeli, ha 54 anni, e secondo Haaretz ha appena ottenuto «l'incarico più difficile nella politica israeliana».
   Michaeli siede nella Knesset, il Parlamento israeliano, dal 2013, e ha sempre rappresentato l'ala più a sinistra del partito. Prima di entrare in politica ha lavorato soprattutto come attivista per i diritti delle donne - è nota anche per usare sempre le forme femminili dell'ebraico, anche quelle più rare che nel linguaggio comune stanno progressivamente sparendo - e come opinionista per Haaretz. In pubblico non indossa mai del trucco. Da molti anni ha una relazione col conduttore televisivo Lior Schleien, che non ha mai formalizzato: lei lo chiama il suo non-marito. La sua ambiziosità era nota da tempo, dentro e fuori dal partito: nel 2014 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu apparve nel programma di Schleien avvertendolo scherzosamente che prima o poi sua moglie sarebbe potuta diventare primo ministro.
   Ma la notorietà di Michaeli è aumentata soprattutto negli ultimi mesi, da quando a maggio si oppose alla decisione del Partito Laburista di aderire a un governo di coalizione col Likud di Netanyahu e il partito centrista di Benny Gantz, Blue e Bianco. Fu l'unica dei tre deputati del suo partito a rimanere all'opposizione: gli altri due non solo decisero di sostenere la maggioranza, ma entrarono persino nel governo. «Credo ancora nel Partito Laburista», disse all'epoca al Times of Israel smentendo di volersi dimettere, «e spero che presto avremo un'opportunità per ricostruirlo e riabilitarlo».
   Pochi giorni fa ha vinto le primarie del partito col 77 per cento dei voti, battendo degli avversari semisconosciuti. La sua piattaforma politica è piuttosto semplice: «In termini di ideologia i valori del centrosinistra hanno trionfato persino in Israele», ha detto più di recente al Times of Israel: «Se guardi i sondaggi gli israeliani credono nel pluralismo, nell'uguaglianza, nella libertà religiosa. C'è persino una sottile maggioranza per la soluzione a due stati. E al momento non esiste un partito che rappresenti queste istanze».
   Michaeli dovrà faticare parecchio per rigenerare il partito e guadagnare consensi: al momento i sondaggi lo danno appena sopra la soglia di sbarramento, che in Israele è fissata al 3,25 per cento. E alle elezioni mancano poco meno di due mesi: un tempo limitatissimo per pianificare e mettere in pratica una campagna elettorale efficace, soprattutto oggi che la credibilità del partito è ai minimi storici.
   I Laburisti non eleggono più di 20 deputati dal 1999, e alle ultime due elezioni hanno preso rispettivamente il 4,8 e il 5,8 per cento, sempre in coalizione con altri partiti per essere certi di superare la soglia di sbarramento. Da tempo sono percepiti come un partito che appartiene all'establishment politico, guidati da personalità di scarso spessore: il penultimo leader, Avi Gabbay, era un imprenditore ed ex ministro di Netanyahu, mentre quello uscente, Amir Peretz, una vecchia conoscenza della politica israeliana che durante il suo mandato si è fatto notare soprattutto per essersi tagliato i baffi che portava da sempre affinché gli elettori potessero «leggergli le labbra» quando diceva che non avrebbe mai governato con Netanyahu (salvo poi entrare nel suo governo dopo che gli era stato offerto l'incarico di ministro dell'Economia).
   Sia Gabbay sia Peretz avevano inoltre proseguito la tradizione ormai ventennale di spostare progressivamente la linea del partito verso il centro, nel tentativo di attrarre i moderati delusi da Netanyahu; che però hanno finito per votare comunque il Likud o il partito centrista del momento (così come anche molti elettori laburisti disillusi dai propri leader).
   C'è un motivo per cui quasi tutti i leader del partito degli ultimi vent'anni hanno cercato di spostarsi al centro o non si sono rifiutati di allearsi con Netanyahu: la grandissima attenzione al tema della sicurezza interna che gli elettori israeliani prestano dalla fine della Seconda intifada, cioè la seconda rivolta popolare palestinese, che si concluse nel 2005.
   Prima di allora gli attentati terroristici contro i civili israeliani erano quasi all'ordine del giorno: in quegli anni morirono più di 700 civili, più del doppio dei soldati israeliani impegnati nei combattimenti (durante il conflitto morirono anche quasi 5mila palestinesi fra miliziani e civili). Le bombe e gli attentati suicidi diventarono talmente frequenti che il governo israeliano costruì attorno a Gerusalemme e agli insediamenti israeliani della sua periferia un muro in piedi ancora oggi.
   «In estrema sintesi, nel decennio prima che Netanyahu ottenesse il potere nel 2009 la paura della morte ci accompagnava ogni volta che uscivamo di casa», ha raccontato qualche tempo fa il commentatore israeliano Matti Friedman sul New York Times: «C'era la possibilità che i tuoi figli saltassero in aria sull'autobus di ritorno da scuola. Nei dieci anni successivi non è più successo. Accanto a questo fatto, ogni altro fattore scompare».
   
La Seconda intifada e il fallimento dell'ultimo concreto negoziato per una soluzione a due stati con i palestinesi, nel 2000, ebbero conseguenze pesantissime per il Partito Laburista, che si era posizionato come "il partito della pace": da allora non è più riuscito a trovare il suo posto nel dibattito politico israeliano, né ad articolare una visione per il futuro del paese. Se alle elezioni del 21 marzo non raggiungesse il 3,25 per cento rimarrebbe fuori dalla Knesset per la prima volta nella storia, e quasi certamente si disintegrerebbe.
   Naturalmente il tema della sicurezza non spiega da solo perché Netanyahu domini da anni il dibattito pubblico e sia arrivato in maggio al quinto mandato da primo ministro. Altri fattori rilevanti sono la progressiva polarizzazione politica che ha prosciugato l'elettorato dei moderati, spingendoli spesso verso Netanyahu, la questione demografica - gli ultraortodossi, che votano convintamente per i partiti di estrema destra, fanno molti più figli dei cosmopoliti e progressisti abitanti delle città - e l'abilità dello stesso Netanyahu nel dipingere la sinistra come scarsamente patriottica, eccessivamente legata ai palestinesi e alle ong straniere, dotata di scarsa esperienza di governo, e così via.
   Michaeli sa bene che nel poco tempo a disposizione difficilmente potrà ricostruire il Partito Laburista o raccogliere i consensi che otteneva prima del dominio di Netanyahu: per questo sta valutando se presentarsi all'interno di una coalizione con altri partiti di centrosinistra, come per esempio quello appena fondato dal longevo sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai. Michaeli ha detto al Times of Israel che entrare in una coalizione «potrebbe diventare necessario» per sottrarre più voti possibili alla destra: «Ma molto dipenderà dal prezzo che dovremo pagare. Di sicuro prometto che non entrerò in un governo che farebbe cose terribili per Israele».

(il Post, 5 febbraio 2021)


Iran e Israele: scenari di guerra

di Ugo Volli

Nel suo primo intervento importante dopo la nomina, il nuovo segretario di stato americano Anthony Blinken ha detto che all'Iran nelle condizioni attuali manca solo qualche mese per accumulare materiale fissile sufficiente per fabbricare la sua prima bomba atomica e che, se continuerà a ignorare gli impegni che ha preso, accelerando la fabbricazione di uranio arricchito, potrebbe essere solo questione di settimane. Poco tempo separa l'accumulo del combustibile nucleare e la bomba vera e propria. L'Iran ha già probabilmente la tecnologia e i materiali di precisione necessari alla costruzione della bomba vera e propria e ha certamente i missili per recapitarla fino a 3000 chilometri di distanza, il che significa che è già in grado di colpire Mosca, Roma, Il Cairo, Nuova Delhi, Riad. E naturalmente Israele, il quale è particolarmente vulnerabile perché il suo territorio è molto piccolo e al suo interno la maggioranza della popolazione, il sistema di comando militare e buona parte dell'economia sono concentrati nel raggio di 10 o 20 chilometri intorno a Tel Aviv. Una singola bomba atomica, arrivando su questo bersaglio, potrebbe mettere in ginocchio il paese. Lo stesso vale per gli stati del Golfo, che non a caso sono alleati con Israele.
  Anche senza essere direttamente usato, l'armamento atomico dell'Iran cambierebbe profondamente la situazione, perché gli assicurerebbe una capacità di rappresaglia (la famosa deterrenza) che impedirebbe di sconfiggerlo in maniera decisiva anche sul piano delle armi convenzionali. E' vero che esiste una controdeterrenza nucleare israeliana e americana, ma il fanatismo degli ayatollah è tale che non si potrebbe essere sicuri che, per esempio, non fossero disponibili a mettere in conto la cancellazione atomica di Teheran in cambio di quella di Tel Aviv. La "mutua distruzione assicurata" è il calcolo terribile che, svolto in maniera razionale, ha impedito che la "guerra fredda" fra Urss e Stati Uniti si sviluppasse in un conflitto militare vero e proprio. Ma nel caso dell'Iran questa razionalità non è affatto scontata.
  Per esempio, una volta che fosse armato di bomba atomica, l'Iran potrebbe usare le armi convenzionali, in particolare i missili, che tiene in Siria, in Libano e a Gaza, per lo più affidati a suoi burattini come Hamas, Hezbollah, Assad, minacciando che in caso di reazione israeliana userebbe il suo arsenale nucleare; e un ricatto del genere potrebbe proporre anche coi suoi avversari e concorrenti dell'area, dall'Arabia all'Egitto agli Stati del Golfo alla Turchia, financo alla Russia. Questa possibilità è naturalmente resa più probabile dal fatto di avere al vertice degli Stati Uniti un'amministrazione che intende più lasciare "meno assegni in bianco ad alcuni partner tradizionali dell'America" come si è espresso lo stesso Blinken.
  Siamo dunque in mezzo a un gravissimo problema non solo per Israele e gli stati sunniti, ma anche per il mondo intero: un regime dittatoriale, intollerante, imperialista, spinto da un'ideologia aggressiva, che governa uno stato grande, strategicamente collocato, con un esercito forte e già diffuso tanto da essere determinante in una mezza dozzina di stati (Libano, Siria, Iraq, Yemen, Afghanistan) si troverebbe libero di aggredire i vicini, svincolato dal contrappeso dei suoi nemici.
  Come rimediare a questa situazione? L'America di Biden sembra voler ritornare sulla linea di Obama, che però è all'origine del problema. Il trattato Jpcoa del 2015, concluso da Obama e dall'Europa con l'Iran, non ha certo bloccato il suo armamento nucleare, com'è chiaro oggi: forse l'ha rallentato, ma certamente ha fornito i fondi e la copertura politica con cui l'imperialismo persiano si è sviluppato; e ci sono voluti un paio di colpi di Trump e Netanyahu per frenare la sua avanzata. Pure Biden ha detto che il suo obiettivo è rientrare nel Jpcoa, magari per "migliorarlo", cosa cui gli ayatollah hanno risposto con un netto rifiuto, avanzando la richiesta di riparazioni per le sanzioni di Trump.
  Israele ha dichiarato di nuovo di recente che non considera possibile vivere con un Iran nucleare e che farà tutto quel che può per impedirlo. L'ultima volta ne ha parlato, in maniera inconsuetamente esplicita, il capo di stato maggiore dell'esercito israeliano Aviv Kochavi. Non bisogna farsi illusioni: questo significa guerra. Una guerra difficile, pericolosa, molto costosa per Israele in termini di vite e di distruzioni. Ma una guerra indispensabile per non subirne poi una con l'Iran nucleare. Quella fra attendere l'attacco avversario o prevenirlo è una scelta che Israele si è spesso trovato a dover fare, per esempio nel 1967. Quasi sempre, con l'eccezione del 1973 quando Israele si lasciò prendere di sorpresa rischiando una disastrosa disfatta, la scelta è stata quella di scegliere i tempi di una guerra inevitabile, approfittando dell'effetto sorpresa.
  In realtà la guerra fra Israele e Iran è già in corso da tempo. Più precisamente, l'Iran ha usato la crisi siriana per posizionare truppe e armamenti in ordine di guerra vicino ai confini di Israele e ha usato a questo fine anche Hizbullah in Libano, Hamas a Gaza e gli Houthi in Yemen (da cui Israele è a distanza di missili e droni). Israele ha risposto in maniera progressivamente più intensa per impedire questo schieramento e ha sabotato direttamente più volte il programma di armamento nucleare dell'Iran. La guerra si è estesa anche alle reti telematiche. Ma per bloccare l'armamento nucleare iraniano vi dovranno essere incursioni massicce sui bunker molto ben protetti dove l'Iran produce e accumula missili, combustibile nucleare, centrifughe. E poi bisognerà bloccare la reazione furiosa non solo dell'Iran ma dei suoi burattini in Iraq, Siria, Libano, Gaza, Yemen, Giudea e Samaria.
  Realizzare una missione così difficile, senza gli americani e in mezzo al tiro della contraerea iraniana recentemente modernizzata dai russi, è assai difficile. Ci vogliono i corridoi aerei e in genere la collaborazione di Arabia e paesi del Golfo (magari anche dell'Azerbaijan), i rifornimenti aerei, l'invisibilità ai radar, le bombe di penetrazione. Bisogna vedere che atteggiamento avranno questi paesi, se gli Usa, che senza dubbio hanno i mezzi per "vederla", la lasceranno passare o minacceranno di segnalarla all'Iran, come già fece Obama a suo tempo, che atteggiamento avrà la Russia, che potrebbe anch'essa tentare di impedirla e perfino se la Turchia, oggi padrona dell'Azerbaijan, farà qualcosa per bloccare l'uso delle basi e degli strumenti elettronici israeliani in quel paese. Bisognerà vedere infine che interferenza ci sarà da parte della politica israeliana, impegnata in elezioni assai difficili: c'è chi per esempio ha percepito una differenza di accenti fra Kohavi e Gantz, ministro della difesa e candidato alle elezioni nello schieramento anti-Netanyahu, che quando era capo dell'Esercito bloccò una missione analoga. Sono cose che sapremo (forse) solo a posteriori. Per ora, anche se il mondo non se n'è accorto, l'ascesa di Biden e la sua linea accomodante nei confronti dell'Iran ci hanno portato molto vicini a una guerra che potrebbe svolgersi nelle prossime settimane o mesi.

(Progetto Dreyfus, 5 febbraio 2021)


"Si può vedere la vergogna nei loro occhi". L'epidemia economica di Israele

L'alto numero di disoccupati spinge genitori israeliani disperati a rubare nei negozi per nutrire i loro figli.

 
Sul lenzuolo: "400.000 bambini hanno fame"
Alcuni esperti hanno avvertito che le conseguenze delle restrizioni in corso imposte dal coronavirus saranno probabilmente più dannose del virus stesso. Una delle manifestazioni più visibili di questo problema è il numero crescente di israeliani che ora sono disoccupati, e non essendo in grado di nutrire i loro figli si danno al taccheggio solo per sopravvivere.
   Channel 12 News ha riferito questa settimana del fenomeno straziante, parlando sia a genitori sconvolti che non vedono altra opzione, sia a piccoli imprenditori locali che soffrono dell'aumento dei taccheggio.
   Il tasso di disoccupazione di Israele è attualmente poco inferiore al 25%, il che significa che oltre 1 milione di israeliani hanno perso il lavoro nell'ultimo anno. Inoltre, sempre di più ci sono piccole imprese che falliscono perché classificate come non essenziali e quindi non possono aprire i loro negozi o uffici.
Nei primi mesi di crisi si poteva ancora sperare che l'economia tornasse presto alla normalità. Ma dopo un anno le persone stanno letteralmente morendo di fame e non trovano più nessuno a cui rivolgersi.
   "Arrivi al punto in cui si mendicano 5 shekel qui, 7 shekel là", ha detto a Channel 12 un uomo che si è identificato come Yehudah, aggiungendo che le persone hanno smesso di rispondere alle sue telefonate. "Sanno che chiederò soldi. Ma non ho altra scelta ". Nessun'altra opzione, cioè, se non quella di rivolgersi al furto, che Yehudah, vergognandosi, ha ammesso di aver fatto.
   "Quando mio figlio dice: 'Papà, ho fame, voglio mangiare, e devo mandarlo dal vicino a chiedere una fetta di pane, non ce la faccio più", ha detto. "Purtroppo qualche volta ho deciso di andare al supermercato e prendere qualcosa senza pagare".
   Il proprietario di un negozio di alimentari di Tel Aviv ha spiegato che oggi le persone spesso vengono a pagare alcune piccole cose e ne nascondono molte altre nelle loro tasche. "Si può vedere la vergogna nei loro occhi", ha detto.
   Secondo il rapporto, l'oggetto più comune rubato in questi giorni è il cibo per bambini. Il proprietario di una catena israeliana di farmacie ha detto che il taccheggio ha raggiunto proporzioni epidemiche, perché le persone disperate cercano ogni mezzo per sopravvivere.

(israel heute, 4 febbraio 2021 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


I media scoprono ora che i regimi islamici sono autoritari. Ma no!?

di Diego Gabutti

Improvvisamente, dopo averli coccolati nei momenti in cui attaccavano politicamente e militarmente Israele, il giornalismo italiano scopre che i regimi islamici, a cominciare dalla teocrazia saudita, sono «autoritari». Ma guarda un po'. Sono teocrazie, mica falansteri californiani o paesi di cuccagna. Regimi in cui chi sgarra, o contesta il Libro sacro, la paga cara: via la testa, oppure al muro.
   Bastava, per capirlo, un QI di portata media, e appena un'infarinatura d'alfabetizzazione. Ma l'«autoritarismo» dei regimi islamici, prima che Matteo Renzi volasse a Riad per una conferenza molto ben pagata di venti minuti, ma soprattutto prima del Patto di Abramo firmato a Washington tra Emirati, Bahrein e Israele in funzione anti-iraniana, non aveva mai scandalizzato e nemmeno impressionato il nostro giornalismo engagé, ai cui occhi le cose mediorientali sono sempre state molto semplici, o meglio sempliciotte: i paesi islamici sono da condannare quando si schierano «a fianco dell'imperialismo americano» contro Teheran o Baghdad e sono, al contrario, regimi «sinceramente democratici», o almeno governati da decorosi «compagni di strada», quando agitano la scimitarra contro Gerusalemme, potenza quella sì autoritaria, nonché razzista, teocratica, militarista, e persino un po' nazista. Prima si sorvolava sulla natura fondamentalista dei paesi islamici. Teocrate? Teocrate a chi? Gli oppressori, i capitalisti, i sionisti, chiamano spregiativamente «islamiste» le «moltitudini» e bollano come «fondamentalisti» i dannati (e dunque il sale) della terra. «Autoritari»? Ma quando mai? Sono «le loro tradizioni», e vanno rispettate anche quando le disapproviamo.
   Si tacciava (e si taccia) d'islamofobia chi soltanto accennava (o accenna) meno che rispettosamente all'Islam. Dei mormoni, o dei cattolici, come pure dei Testimoni di Geova, degli zoroastriani e dei «rischiarati» di Scientology, si può dire tutto quel che si vuole, senza ricorrere a eufemismi o indoramenti di pillola.
   Dell'Islam no, la religione di Maometto è intoccabile (non fosse che perché il mormone lascia correre, e l'islamista no, reagisce malissimo, sappiamo come). Guai all'ateo, guai al vignettista, guai al libero pensatore, guai al politico. Sull'Islam, sulla sua natura (a dir poco) «autoritaria», è calato il burqa del politically correct.
   Dell'Islam, fino a ieri, non era lecito sparlare né parlare, come per gl'iconoclasti, islamici compresi, non è lecito farsi immagine della figura umana. C'era un tabù. Che adesso è caduto - revocato dal Patto di Abramo e, più in piccolo, dalla Conferenza Pagata Ben 80 mila euro a Matteo Renzi. Resiste il tabù che proibisce di prendere partito contro gli ayatollah atomici di Teheran, ultimo baluardo della lotta dura senza paura contro sionisti e imperialisti. Sciiti Über Alles.

(ItaliaOggi, 4 febbraio 2021)


Le olive da tavola erano consumate già 6600 anni fa

Migliaia di noccioli di oliva sono stati trovati da archeologi israeliani al largo della costa meridionale di Haifa. Il sito di produzione utilizzava l'acqua di mare per la salamoia, un processo utilizzato ancor oggi.

Gli archeologi israeliani hanno trovato prove della prima produzione conosciuta di olive da tavola, risalente a 6.600 anni fa.
Lo studio è stato recentemente pubblicato sulla rivista Scientific Reports.
Migliaia di noccioli di oliva sono stati trovati al largo della costa meridionale di Haifa, incastrati in strutture neolitiche di pietra e argilla in un'area che ora è sommersa, ma che si ritiene abbia fatto parte della costa settentrionale.
Le fosse sono state datate intorno al 4.600 a.C., circa 4.000 anni prima del primo uso conosciuto delle olive come cibo.
"Quando abbiamo trovato le fosse abbiamo potuto vedere immediatamente che erano diverse da quelle usate per produrre olio", ha detto l'archeologa dell'Università di Tel Aviv Dafna Langot. "Negli scarti della produzione dell'olio d'oliva le ossa sono per lo più schiacciate, mentre qui i noccioli erano per lo più interi".
I ricercatori hanno detto che la posizione dell'antico sito vicino al mare indicava anche che era probabilmente usato per mettere in salamoia le olive usando l'acqua di mare, poiché qualsiasi altro scopo di conservazione nella zona della spiaggia ad alta umidità non avrebbe avuto molto senso.
Ehud Galili, un archeologo marino che ha guidato lo studio, ha detto che il ritrovamento permette ai ricercatori di tracciare gli usi dell'olivo, da "l'uso del suo legno per il riscaldamento, alla produzione di olio 7.000 anni fa, al nostro ritrovamento, in cui l'oliva è stata utilizzata come cibo".
Dopo aver sottolineato che nella zona sono stati trovati bacini e pozzi, ma nessuna casa, Galili ha speculato sulla possibilità che il sito fosse una "zona industriale" per la produzione di olive da tavola.

(Teatro Naturale, 4 febbraio 2021)


Ora basta impunità. L'America pretenda dal Pakistan il killer di Daniel Pearl

In una lettera aperta al presidente Biden il filosofo francese spiega perché occorre reagire alla liberazione dell'assassino del giornalista del Wall Street Journal

di Bernard-henry Lévi

Signor Presidente Joe Biden,
credo di aver svolto una delle più approfondite inchieste sul rapimento e la decapitazione del vostro compatriota, il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl, nel febbraio del 2002. All'epoca, mi recai in Pakistan, con soggiorni in diverse città, a Islamabad e a Karachi, a Lahore e a Peshawar, un'esperienza da cui trassi un libro, tradotto negli Stati Uniti, "Chi ha ucciso Daniel Pearl?"
   Nel libro, quattro anni prima della sua confessione davanti a un tribunale speciale di Guantanamo, facevo il nome dell'uomo che aveva il coltello: Khalid Shaikh Mohamed, numero 3 di Al Qaeda e probabilmente una delle menti che concepirono gli attacchi dell'11 settembre. Ma soprattutto, vi ricostruivo i dettagli dell'orribile macchinazione che consentì di attirare Pearl all'Hotel Akbar di Rawalpindi; guadagnata la sua fiducia con una serie di e-mail che gli promettevano un incontro con Pir Mubarak Shah Gilani, leader della Jamaat ul-Fuqrah e uno degli ispiratori - all'epoca - di Al Qaeda, fu poi portato nel cuore del quartiere Gulzar e-Hijri di Karachi, fino a una casa isolata dove lo aspettavano Fazal Karim, Naeem Bukhari e gli altri e dove si sarebbe consumato il suo supplizio.
   E sono giunto alla conclusione che l'innegabile cervello dell'operazione, l'uomo che l'ha voluta e concepita con un accanimento quasi diabolico, colui che faceva da tramite tra le diverse fazioni jihadiste che cooperarono nel portarla a termine, era il pachistano-britannico Omar Sheikh, che fu subito arrestato, condannato e messo in prigione. Devo aggiungere che, in quel libro, dimostravo che Omar Sheikh non era un criminale qualunque, ma un membro influente della galassia di organizzazioni terroristiche che ruotavano intorno ad Al Qaeda e che, formatosi alla prestigiosa London School of Economics, era il consigliere finanziario di Osama Bin Laden, che lo chiamava "il mio figlio prediletto".
   Preciso infine che - poiché la Storia, anche quando è atroce, può avere dei risvolti comici - fu proprio lui a tributare un terribile e paradossale omaggio al mio lavoro affermando, in un'intervista rilasciata dalla sua prigione nell'aprile del 2005 a Massoud Ansari e alla rivista pakistana Newsline: "Potete trovare dei dettagli sul mio passato leggendo "Chi ha ucciso Daniel Pearl?". Questo libro ripercorre tutta la mia esistenza; i riferimenti sono generalmente negativi, ma ha fatto una grande ricerca".
   Tutto questo per dire, signor Presidente, che l'annuncio fatto dalla Corte Suprema del Pakistan giovedì scorso, 28 gennaio, in cui ha sostenuto che non era imputabile di "nessun crimine" e che lui e i suoi complici dovevano essere "immediatamente rilasciati" è un insulto alla memoria di Pearl; uno sputo in faccia alla sua famiglia e in particolare ad Adam, suo figlio, nato pochi mesi dopo la morte del padre; una minaccia supplementare contro i giornalisti desiderosi di fare il loro lavoro nei luoghi più inospitali del mondo; ma è una tale assurdità giudiziaria, un tale insulto alle verità più stabilite, alle confessioni dello stesso Omar Sheikh e, in breve, al semplice buon senso, che è anche una provocazione rivolta al suo Paese e, all'inizio di questo mandato, a lei stesso.
   Per il regime pachistano, è vero, è una consuetudine. Incancrenito da servizi segreti a loro volta infiltrati dai gruppi terroristi e sempre giocando sulla sua posizione di grande "alleato strategico", è diventato maestro nell'arte del doppio gioco, tanto da rispondere sempre dicendo: "Siamo obbligati a cedere nei confronti di un'opinione pubblica incandescente conquistata dalle tesi dell'Islam politico; permetteteci di trattenerla, per evitare che faccia danni". È probabilmente questo, secondo le mie informazioni, il messaggio che il regime ha fatto passare lo scorso aprile quando, sotto la precedente Amministrazione americana, l'Alta Corte della provincia di Sindh ha commutato la condanna di Omar e dei suoi complici a sette anni di detenzione, coperti dai 18 anni di carcere preventivo già trascorsi, senza che né il segretario di Stato Mike Pompeo, né il procuratore generale Jeffrey Rosen né, ovviamente, il presidente Donald Trump trovassero altro da esprimere se non la loro "profonda preoccupazione".
   Conosco abbastanza bene i metodi di questo Stato canaglia per sapere che, quando accetta di discutere, trovare un compromesso, ribaltare una decisione giudiziaria o consegnare questo o quel leader di Al Qaeda e Daesh che vivono tranquillamente in un quartiere residenziale di Rawalpindi o in un villaggio nelle zone tribali al confine con l'Afghanistan, è alla fine di un mercanteggiamento che, come per caso, gli fa ottenere una consegna di F16, un accordo commerciale bilaterale o un prestito.
   La domanda, signor Presidente, è se lei accetterà ancora una volta questo spaventoso ricatto o se deciderà di ottenere a qualsiasi costo, come ha annunciato il Segretario di Stato Antony Blinken, che gli assassini siano processati nella patria di Pearl. Le diranno, ne sono certo, che non esiste un vero e proprio trattato di estradizione tra gli Stati Uniti e il cosiddetto "Paese dei Puri". E le obietteranno inoltre, come è stato obiettato ai suoi predecessori, che avrà molto bisogno del suo "grande alleato strategico" quando si tratterà di far avanzare i colloqui di Doha con i talebani, di rifornire le ultime forze speciali rimaste in Afghanistan o di impedire uno scenario catastrofico, ovvero la proliferazione del materiale nucleare che detiene in grandi quantità.
   La verità è che il Pakistan, un Paese in rovina, ha bisogno del suo alleato non meno di quanto il suo alleato abbia bisogno del Pakistan. E che le democrazie non possono tirarsi sempre indietro per paura se si oppongono di incorrere in guai peggiori. Sono convinto che su questo si gioca ciò che gli Stati Uniti hanno forse di più prezioso: i loro valori e il rispetto che essi ispirano. Un'Amministrazione spesso cinica, senza scrupoli e principi, animata da una bassa autostima, ha lasciato credere negli ultimi quattro anni che si potessero impunemente calpestare il credo americano e i suoi più coraggiosi rappresentanti. Io spero che possa esigere e ottenere la consegna di Omar Sheikh. Solo allora gli alleati dell'America, i veri alleati, quelli che condividono lo stesso amore per la libertà, ritroveranno la fiducia nella sua vocazione.
   
(la Repubblica, 4 febbraio 2021)


Mattarella ha ricevuto il Rabbino Capo Di Segni

di Giacomo Kahn

ROMA - Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto ieri pomeriggio al Quirinale il Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, con la professoressa Clelia Piperno che gli hanno consegnato gli ultimi volumi del Progetto Talmud.
Il Progetto Talmud, nato nel 2012, ha l'obiettivo di offrire la traduzione in italiano di Talmud babilonese, opera enciclopedica che rappresenta il modo erudito, fantasioso, non convenzionale con il quale i grandi Maestri dell'ebraismo costruirono un sistema di studio, di pensiero, di ragionamento, volto ad interpretare le regole e le norme di comportamento derivanti dalle parole della Torah.
Conoscere e studiare il Talmud è il modo diretto, non mediato, per accedere ad
un sistema di pensiero, dove la discussione dettagliata, oggi si direbbe la dialettica, nasce attraverso discussioni creative, svisceramenti senza fine dei molteplici argomenti che i Maestri incontrano nel loro studio e sul quale si arrovellano, sia di giorno che di notte.
Era presente all'incontro il Ministro dell'Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi.

(Shalom, 4 febbraio 2021)


Gli Ebrei devono portare un segno distintivo

04-02-1430
La Repubblica di Venezia ha stabilito che gli Ebrei debbano portare un segno che li distingua dai Cristiani... A soli due anni dal 1428, data che gli storici indicano come quella che segna il definitivo passaggio di Bergamo alla Repubblica di Venezia, è arrivata a Bergamo questa disposizione delle autorità centrali: gli Ebrei residenti nei territori della Repubblica dovranno, da qui in avanti, portare, in modo ben visibile, una cordicella di colore giallo così da essere subito individuati e ben distinti dai Cristiani. Il "contrassegno" dovrà essere di una certa dimensione e ben evidente. Lo storico che ci informa di questa decisione dei Rettori Veneti, non ci dice nulla sulle reazioni a questo ordine, né da parte degli amministratori, né da parte del clero, ne, eventualmente, da parte dei cittadini: questo silenzio, però, lascia forse intendere che non vi siano state reazioni particolari, né positive, né negative. A quanto è dato capire, però, l'ordine è stato subito diffuso e reso operativo. Questa imposizione è stata diramata in tutto il territorio veneziano, sia quello di terraferma che quello di oltremare, oltre che per gli equipaggi delle navi sia militari che mercantili. Viene inoltre messo in bella evidenza che coloro che non porteranno "il segno "verranno sanzionati con una cifra molto consistente per ogni volta che ne saranno trovati privi". Non tutti gli Ebrei della Repubblica , però, sono trattati allo stesso modo: quei gruppi che hanno sottoscritto uno speciale accordo con il Senato ne sono esentati.

(Comune di Bergamo, 4 febbraio 2021)


L'Iran e il nodo Hezbollah

Le condizioni di Biden per il dialogo sul nucleare

di Gianni Vernetti

Pochi giorni fa, Jake Sullivan, il nuovo Consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Biden, ha avviato un'ampia offensiva diplomatica sulla questione del nucleare iraniano nei confronti di alleati e partner in Europa e Medio Oriente, ricordando come «il programma nucleare sia progredito notevolmente nel corso degli ultimi due anni e che l'Iran è più vicino all'arma nucleare».
   Il nuovo Segretario di Stato Antony Blinken, durante l'audizione al Senato, ha poi confermato il fatto che l'Iran «continui ad essere inadempiente su troppi fronti» e che la nuova amministrazione Usa è interessata a costruire una «intesa più forte, di lungo periodo e più ampia». In altre parole, l'amministrazione Biden vuole lavorare non su una semplice riedizione degli accordi fra Obama e l'Iran del 2015 (il Joint Comprehensive Plan of Action/ Piano d'azione globale comune), ma costruire un accordo "rafforzato" in grado di includere il ruolo regionale dell'Iran e il programma balistico. Ha dunque un'idea chiara: ci si può nuovamente sedere al tavolo con l'Iran senza ripetere però gli errori del passato, quando l'accordo sul nucleare escludeva il programma di sviluppo di missili a lungo raggio e non affrontava l'elemento chiave del sostegno dell'Iran a molti gruppi terroristici nella regione.
   Il sostegno diretto del regime degli ayatollah ad Hezbollah nel Sud del Libano, ad Hamas nella Striscia di Gaza, alle milizie sciite di Hashd al-Shaabi in Iraq, alle milizie Houthi nel Nord dello Yemen e l'intervento militare diretto in sostegno del regime di Assad, sono storia recente e non derubricabile. Come non è separabile da un'intesa con l'Iran, la trattativa sul programma balistico di Teheran, che rappresenta un'inaccettabile sfida esistenziale per Israele. Anche il formato dell'intesa non sarà più lo stesso: l'amministrazione americana vorrebbe aprire il vecchio formato "5+1" (i 5 Paesi membri del Consiglio di Sicurezza + la Germania) ad altri attori europei e regionali (I Paesi del Golfo dopo gli Accordi di Abramo), proposta accolta dal presidente francese Macron. Per l'Europa e l'Italia si apre un'opportunità che va colta rapidamente e per costruire una posizione comune fra le due sponde dell'oceano sarà utile un chiarimento fra gli alleati sullo status di Hezbollah.
   Da tempo oramai Hezbollah è considerata da gran parte dei Paesi dell'Alleanza Atlantica un'organizzazione terroristica, senza distinzione fra la sua ala politica e quella militare. Tale scelta ha un'influenza diretta sulla possibilità di contrastare le attività dell'organizzazione, tracciando e bloccando i suoi flussi finanziari in Europa, Usa e America Latina, migliorando le attività di intelligence e le azioni di contrasto a tutto campo del suo operato.
   Gran Bretagna, Germania, Olanda, Estonia, Repubblica Ceca si sono unite a Usa e Canada nel dichiarare fuorilegge Hezbollah, mentre Italia, Francia e Spagna continuano a operare un distinguo fra l'ala militare (considerata un'organizzazione terroristica) e quella politica, considerata un potenziale interlocutore. La motivazione di tale scelta è connessa a una valutazione del ruolo politico svolto da Hezbollah nel Parlamento e nello Stato libanese e nel considerarlo un possibile interlocutore per la soluzione dei problemi del Paese dei cedri.
   La realtà è pero ben diversa: le infrastrutture politiche e militari di Hezbollah sono connesse fra loro ed entrambe sono dirette dal segretario generale Hassan Nasrallah, che guida uno "stato nello stato", con una infrastruttura politico-militare controllata da Teheran e che oggi rappresenta l'elemento di maggiore destabilizzazione del Libano e dell'intera regione. Un gesto dell'Italia nella direzione di eliminare i distinguo e considerare sia l'ala politica che quella militare di Hezbollah un'organizzazione terroristica sarebbe utile per costruire una posizione comune fra Europa e Usa su un dossier, come quello dell'Iran, che dominerà la scena diplomatica dei prossimi anni.
   
(la Repubblica, 3 febbraio 2021)


La Liguria: «Hezbollah terrorista». Il plauso dell'ambasciata israeliana

Approvato in Regione l'ordine del giorno presentato da Cambiamo. Partito democratico e Cinquestelle si astengono.

di Mario De Fazio

GENOVA - «Hezbollah è un'organizzazione terroristica nella sua interezza, senza distinzioni tra ala militare e ala politica: Parlamento e Governo si attivino affinché lo Stato italiano lo dichiari ufficialmente».
   Tra la discussione sul bonus taxi per gli anziani e il sostegno ai balneari, il Consiglio regionale della Liguria ieri si è espresso anche su vicende mediorientali. E la condanna del "partito di Dio" libanese, attore protagonista di quella mezzaluna sciita che ha nell'Iran il riferimento della regione, è arrivato attraverso un ordine del giorno presentato da Cambiamo, il partito del governatore Giovanni Toti, e sostenuto dalla maggioranza di centrodestra, mentre i consiglieri regionali di Pd, M5S, sinistra e lista Sansa (la civica del candidato giallorosso sconfitto alle regionali) si sono astenuti.
   Un segnale che dalla periferia delle istituzioni locali è rimbalzato fino in Israele, con l'ambasciatore in Italia, Dror Eydar, che ha accolto con favore «l'importante» dichiarazione del parlamentino ligure, «primo in Italia a riconoscere l'organizzazione sanguinaria Hezbollah come organizzazione terroristica nella sua interezza», sottolineando come l'atto di Regione Liguria«si aggiunge a risoluzioni simili adottate nel corso degli ultimi mesi da numerosi paesi europei e dell'America Latina attivi contro questa organizzazione terroristica, che rappresenta un rischio per la pace e la sicurezza e conduce attività terroristiche globali». Dror Eydar ha telefonato a Toti, complimentandosi con il governatore e il capogruppo di Cambiamo, Angelo Vaccarezza, primo firmatario dell'ordine del giorno. «Ho ricevuto la telefonata dell'amico ambasciatore di Israele Dror Eydar, che ci ha ringraziato per la mozione, prima in Italia, che dichiara Hezbollah un'organizzazione terroristica - commenta Toti - Ho colto l'occasione per ribadire a Israele la nostra vicinanza e amicizia e per scambiare alcune considerazioni sul Covid».
   Un atto che Vaccarezza, fedelissimo di Toti ed ex presidente della provincia di Savona, aveva depositato già a novembre: otto pagine fitte e dettagliate, con tanto di note bibliografiche in arabo e inglese. «L'ho scritto con l'aiuto dell'ex ministro degli Esteri, Giulio Terzi» confida Vaccarezza, raccontando la consulenza dell'inquilino della Farnesina ai tempi del governo Monti e diplomatico dal prestigioso curriculum. «L'idea nasce dalla mia collaborazione con l'associazione savonese Italia-Israele - continua Vaccarezza - L'opposizione si è astenuta? Sono ancora un po' pavidi su certi temi, così come lo è il governo nazionale: l'Italia non è ancora tra i Paesi che hanno inserito Hezbollah tra le organizzazioni terroristiche». A differenza di altri Stati - Usa, Gran Bretagna, Austria, Paesi Bassi, Giappone e Germania, solo per citarne alcuni - l'Italia non ha ancora condannato tout court il "partito di Dio" libanese.
   Non è la prima volta che il Consiglio regionale ligure si esprime su tematiche internazionali che ruotano, direttamente o meno, intorno allo Stato d'Israele. Nel febbraio 2020, un anno fa, sempre Vaccarezza - in passato al centro di polemiche politiche per la sua partecipazione a commemorazioni di caduti della Rsi - presentò un altro ordine del giorno, in quel caso votato all'unanimità, per equiparare antisionismo e antisemitismo, adoperando per quest'ultimo termine la definizione dell'Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance).
   Ma se Israele plaude all'iniziativa del centrodestra, l'opposizione ligure rivendica la propria scelta di astenersi. Il capo della minoranza ed ex candidato governatore, Ferruccio Sansa, aveva già criticato l'ordine del giorno e non cambia idea dopo la discussione: «Ci siamo astenuti perché è assurdo che se ne sia parlato nel Consiglio regionale della Liguria. Ha la funzione di alimentare parole e polemiche - attacca - Non serve alla pace in una regione martoriata dalle guerre e soprattutto non serve ai liguri. E poi immagino la reazione dei vertici di Hezbollah, ma anche di Benjamin Netanyahu, quando si saprà che nella crisi mediorientale scendono in campo i consiglieri regionali di Cambiamo...».
   
(Il Secolo XIX, 3 febbraio 2021)
   

Il pompelmo israeliano spicca nell'affollato mercato cinese degli agrumi

I consumatori cinesi sono piuttosto combattuti quando si tratta di frutta importata. In tutto il mondo, sono tanti i Paesi che affrontano la nuova ondata di Covid-19, e si è scatenato il panico sul mercato cinese per il presunto rilevamento di tracce del virus su alcune confezioni di ciliegie d'importazione. La domanda dei consumatori è chiaramente diminuita.
 
Pompelmi israeliani
  Al contempo, anche le condizioni di mercato per le arance importate subiscono dei cambiamenti in base alla qualità del prodotto e al volume di produzione delle arance domestiche. Quest'anno, non solo il volume di produzione delle arance cinesi è aumentato, ma anche la qualità del prodotto è migliorata. Il risultato di questi diversi fattori è che l'attuale richiesta di mercato per le arance importate da Stati Uniti, Egitto e Spagna è notevolmente inferiore, rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso. Ecco perché molti importatori stanno rallentando le loro attività.
  Ogni anno, a gennaio, le arance importate da Stati Uniti, Egitto e Spagna inondano il mercato cinese e, nello stesso periodo, arrivano anche i pompelmi israeliani. Ogni varietà di arancia e pompelmo ha i suoi canali di vendita al dettaglio e il proprio gruppo target. I pompelmi israeliani ed egiziani sono attualmente molto popolari, perché la Cina non produce questi frutti. C'è sempre una domanda costante di pompelmo.
  "A ottobre e novembre, cominciamo a fornire il pomelo verde israeliano d'importazione. La stagione di fornitura dei pompelmi inizia un po' più tardi, a novembre, e continua fino a febbraio. Se le condizioni meteo e la qualità del prodotto sono buone, la stagione di fornitura può durare fino a marzo. Considerando il periodo di spedizione di 30-40 giorni tra Israele e Cina, i primi pomelo verdi arrivano a novembre e dicembre, mentre la stagione del pompelmo inizia a dicembre e dura fino ad aprile", dice Sylvia Xu della Jaguar Fresh Fruit Trade (Shanghai) Co., Ltd. (di seguito "Jaguar Fresh").
  Si prendano ad esempio gli agrumi israeliani. Le vendite di pomelo verde e pompelmo sono abbastanza regolari. Il pompelmo israeliano si vende bene sul mercato cinese, perché la Cina non produce un agrume simile. Inoltre, il pompelmo soddisfa la domanda dei consumatori di frutta salutare e di alta qualità. Il pompelmo israeliano ha un bell'aspetto e la qualità del prodotto è eccellente.
  Molte aziende che producono bevande di tendenza utilizzano il succo di pompelmo. Questo è il motivo per cui cresce l'attenzione al pompelmo da parte di così tanti consumatori. Per molti anni, il pomelo verde è stato uno dei preferiti dagli importatori, ma ora anche i frutteti cinesi iniziano a produrre questo agrume e la concorrenza è diventata più agguerrita. Sebbene la qualità del pomelo verde domestico non sia all'altezza di quella del pomelo verde israeliano d'importazione, quest'ultimo risente sempre della concorrenza sul mercato cinese. Quando il pomelo verde israeliano arriva sul mercato cinese in abbondanti volumi, il prezzo scende immediatamente.
 
Pianta di pomelo verde
  "Quando l'offerta di un qualsiasi prodotto è maggiore della domanda, i prezzi scendono. Questo è attualmente il caso delle arance egiziane. Il volume delle importazioni di arance egiziane è abbastanza limitato, ma la domanda sul mercato globale delle arance egiziane non è eccezionale e il costo per le spedizioni è relativamente alto, il che rende difficile mantenere basso il prezzo alla vendita al dettaglio. Inoltre, tutti i frutti d'importazione hanno risentito della notizia del ritrovamento di tracce di Covid-19 sulle ciliegie d'importazione. E' ancora difficile prevedere come si svilupperà il mercato cinese delle arance egiziane. La precedente esperienza commerciale ci dice che anche se le varietà di arance importate hanno ciascuna il proprio gruppo target, sono comunque abbastanza intercambiabili. Poiché il volume dell'offerta di arance egiziane è maggiore della domanda del mercato, il prezzo scenderà e questo, a sua volta, abbasserà la quotazione delle arance importate dagli Stati Uniti e dalla Spagna", ha spiegato Sylvia Xu.
  Oltre alla concorrenza tra le arance importate, il crescente volume di produzione delle arance domestiche ha ulteriormente aggravato la situazione. Il prezzo e il volume delle arance d'importazione sono diminuiti a causa dell'enorme volume di produzione delle arance cinesi. La concorrenza è aumentata, ma le nuove condizioni di mercato offrono anche delle opportunità commerciali.
  Il prezzo di costo più elevato delle arance d'importazione, insieme all'incertezza causata dalla pandemia globale, hanno causato un calo del volume delle importazioni di arance, ma questo significa anche che le scorte si esauriranno prima del previsto. Più avanti nella stagione, questo potrebbe comportare una maggiore domanda di arance d'importazione che, a sua volta, potrebbe farne aumentare il prezzo. Nel periodo intorno al Festival di Primavera Cinese [12 febbraio 2021], la Jaguar Fresh fornisce principalmente arance e pompelmi egiziani. I prodotti a base di agrumi sono venduti con il marchio "Jaguar" e attraverso altri marchi degli impianti di trasformazione. Il mercato è diversificato e i vari marchi aiutano a raggiungere ogni angolo del mercato.

(Freshplaza.it, 3 febbraio 2021)


Il Comune che nega l'Olocausto. "I morti sono stati sovrastimati"

Il post pubblicato sulla pagina Facebook dell'amministrazione di San Francesco al Campo (To)

di Gianni Giacomino

TORINO - Per San Francesco al Campo, un paese a poco più di una ventina di chilometri da Torino, le morti nei campi di sterminio sarebbero state «sovrastimate» e addirittura causate dalle «assai precarie condizioni igieniche dei campi di detenzione e del loro sovraffollamento». Considerazioni che l'amministrazione ha pubblicato sia sul sito ufficiale del Comune che sulla sua bacheca di Facebook in occasione del Giorno della Memoria. Dove è anche riportato come: «Di recente si sono affacciate teorie revisioniste che contestano la ricostruzione della strage dolosa, così come i numeri dei morti dichiarati dagli alleati vincitori (6 milioni) sostenendo che le morti siano state molto inferiori....».
   Quanto basta per innescare una furiosa reazione politica. Prima a livello locale, poi fino a coinvolgere la parlamentare del Pd Chiara Gribaudo che dice: «Il sindaco di quel paese dovrebbe fare una visita ai campi di concentramento il prima possibile, oppure parlare con chi è sopravvissuto a quell'orrore, come la senatrice Segre». C'è chi ha anche chiesto che intervenga la prefettura. E, su Facebook, c'è pure chi ipotizza un'inchiesta della magistratura. Brutti momenti per il sindaco di San Francesco Diego Coriasco che è anche capo di un distaccamento dei vigili del fuoco. Anche perché l'opposizione è partita alla carica, convogliando le perplessità di molte persone che sono rimaste basite quando hanno letto il comunicato. «Ci auguriamo sinceramente che si tratti una clamorosa gaffe dovuta a incompetenza e ignoranza — scrivono un lungo comunicato i consiglieri di minoranza di "Lista Civica per San Francesco al Campo -. Cose queste gravissime, ma sarebbe ancora più grave se l'amministrazione comunale assumesse una posizione negazionista offendendo non soltanto i milioni di vittime dell'olocausto ma anche l'intelligenza e la sensibilità della popolazione sanfranceschese».
   Molto probabilmente il sindaco dovrà rispondere ora ad una serie di domande a cominciare da "Chi ha controllato e avallato tale pubblicazione?", oppure "Se il sindaco non è negazionista per quale motivo ha pubblicato sui canali di comunicazione ufficiali del Comune il testo in questione?".
   Ieri pomeriggio, dopo aver trascorso una giornata sulla graticola, il prima cittadino ha deciso di scrivere a tutti i suoi compaesani. «Desidero precisare che era nostra ferma intenzione commemorare il dramma dell'Olocausto — dice Coriasco -. Se avessimo voluto negarlo, semplicemente avremmo potuto ignorare la ricorrenza. Mi rendo conto che le parole e la forma usate nello scrivere il testo possono essere state interpretate nel modo non corretto. Tuttavia trovo assurdo e vergognoso che l'opposizione si appelli a un simile argomento per attaccarci. Mi auguro che la questione si chiuda qui, chi mi conosce sa bene che mai mi permetterei di mettere in dubbio il dramma di una realtà storica».

(La Stampa, 3 febbraio 2021)


Netanyahu saldamente in testa nei sondaggi sulle elezioni del 23 marzo

Secondo una rilevazione diffusa da Channel 12, se le elezioni, le quarte in due anni, si tenessero oggi il Likud conquisterebbe 30 seggi. Male il centrista Benny Gantz. A destra "Bibi" stacca i rivali, sinistra nel caos.

di Fabio Pasini

A poco meno di due mesi dalle elezioni del 23 marzo, la scena politica israeliana è in subbuglio: gli ultimi sondaggi danno il premier Benjamin Netanyahu saldamente in testa, crolla invece il rivale centrista Benny Gantz.
   A destra, i partiti alternativi al Likud registrano un calo mentre a sinistra si discute di fusioni tra Meretz e il Labour guidato dalla nuova leader, Merav Michaeli; intanto il leader di Telem, Moshe Ya'alon e l'ex ministro della Giustizia Avi Nissenkorn hanno annunciato che non parteciperanno al voto. C'è tempo fino al 4 febbraio per presentare le liste alla Commissione centrale elettorale.
   Secondo il sondaggio diffuso da Channel 12, se le elezioni, le quarte in due anni, si tenessero oggi il Likud di Netanyahu conquisterebbe 30 seggi, confermandosi il primo partito, seguito a distanza dalla formazione centrista Yesh Atid di Yair Lapid che si fermerebbe a 17. In calo i due partiti alternativi al Likud a destra: la nuova creatura di Gideon Sa'ar 'Nuova Speranza', che prenderebbe 14 seggi, e Yamina di Naftali Bennett (13); la Lista Unita araba, oggi a 15 seggi, scenderebbe a 10, mentre i partiti ultra-ortodossi Shas e United Torah Judaism ne conquisterebbero otto e il partito Yisrael Beitenu di Avigdor Liberman sette.
   I laburisti guidati da Michaeli sono in salita (5), Meretz a quattro, mentre crolla Blu e Bianco di Gantz a quattro dagli attuali 14. 'Gli Israeliani', la nuova formazione del sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai, non riuscirebbe invece a superare la soglia di sbarramento, così come Gesher di Orly Levy e Telem dell'ex capo di Stato maggiore Moshe Ya'alon. Quest'ultimo, alla luce delle proiezioni, ha annunciato che il partito non parteciperà alle elezioni: "Credevo che correre indipendentemente avrebbe potuto aumentare il potere del campo che cerca il cambiamento. Una tesi che si è rivelata erronea" alla luce delle "circostanze politiche che si sono venute a creare".
   Passo indietro dall'arena politica anche da parte dell'ex ministro della Giustizia Avi Nissenkorn, che ha annunciato l'addio al partito di Huldai al quale si era unito solo un mese fa come numero due, dopo aver lasciato Blu e Bianco. La mossa apre la strada a una possibile fusione con i laburisti: entrambe le formazioni vogliono rafforzarsi e, secondo voci, Michaeli avrebbe posto l'uscita di Nissenkorn come condizione per un'unione.
   "Quando il campo ha bisogno di fusioni con altri per sopravvivere e ci sono una molteplicità di partiti e candidati, va bene sapere come farsi da parte e prendersi una pausa, che è quello che faccio io oggi", ha spiegato l'ex ministro della Giustizia. Il primo cittadino di Tel Aviv lo ha ringraziato per poi ricordare, alla luce delle voci di fusione, che "l'unico modo per generare un potere significativo è insieme, e tutti dovranno fare concessioni".

(Il Comizio, 2 febbraio 2021)


Shoah, novantenne muore e lascia l'eredità al villaggio francese che lo salvò dai nazisti

Ci sono storie che è bello raccontare. Storie fatte di buoni sentimenti e riconoscenza. Se poi, i buoni sentimenti si sono concretizzati in tempi oscuri, raccontarle è ancora più bello e toccante.
Il protagonista è Eric Schwam, un ebreo austriaco di 90 anni morto nello scorso dicembre e sopravvissuto alle persecuzioni naziste, che riuscì a salvarsi proprio grazie ai buoni sentimenti della cittadina di Chambon-sur-Lignon, nell'alta Loira, in Francia, passata alla storia per aver dato rifugio a oltre 2500 ebrei in fuga dalla barbarie della Germania nazista.
Come segno di riconoscenza, Eric Schwam ha deciso di donare una parte della sua eredità proprio al villaggio francese che lo salvò insieme alla famiglia dall'inferno della deportazione.
Una somma di cui non si conosce l'entità, definita però "grande per il paese" dal sindaco Jean-Michel Eyraud, che non ha voluto specificare l'importo del testamento.
Il denaro ammonterebbe a circa due milioni di euro secondo un sito web locale, la cui fonte è il predecessore di Eyraud, che aveva incontrato i coniugi Schwam proprio per parlare della donazione.
Coniugi Schwam che giunsero a Chambon-sur-Lignon nel 1943, rimanendovi nascosti in una scuola fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale per poi viverci fino al 1950.
Da quello che si è appreso, la richiesta di Schwam è stata quella di spendere il suo denaro per iniziative educative e dedicate ai giovani, nonché per l'assegnazione di borse di studio.
Una bella storia da raccontare e da tramandare alle future generazioni.

(Progetto Dreyfus, 2 febbraio 2021)


Il tracciamento israeliano ci dà notizie utili sulle varianti

di Enrico Bocci

Ieri i test positivi al Covid-19 sono stati 7.925. I morti sono stati 329. Entrambi i dati sono in diminuzione rispetto a quelli di domenica. Le persone ricoverate in terapia intensiva in sono 2.252, 37 in più rispetto a domenica. Una delle domande che, ovviamente, mi sono rivolte più di frequente è se, dopo avere avuto l'infezione o dopo essere stati vaccinati, si potrebbe nuovamente cadere vittima di Sars-CoV-2, per il fatto che alcune varianti potrebbero essere in grado di evadere la risposta immunitaria.
   Non si tratta di una domanda peregrina, visto che, per quel che riguarda i coronavirus cosiddetti "stagionali" con cui abbiamo convissuto finora, si è dimostrato che la proteina spike muta frequentemente, consentendo al virus di causare nuovi raffreddori ogni anno. Alla luce del fatto che la risposta anticorpale indotta sia dai vaccini sia dall'infezione con il virus cosiddetto "Wuhan", cioè con i primi ceppi pandemici, perde di efficacia contro varianti di Sars-CoV-2 come per esempio quella sudafricana, è giusto interrogarsi su cosa potrebbe succedere in caso di reinfezione con un nuovo mutante.
   Purtroppo, al contrario dei coronavirus stagionali, la risposta per Sars-CoV-2 si fonda su dati ancora sporadici, dato lo scarso tempo di osservazione e l'emersione relativamente recente di varianti immunoevasive. Sappiamo che queste varianti diminuiscono, ma non aboliscono del tutto e non nella stessa misura in ogni individuo la risposta neutralizzante degli anticorpi generati da un vaccino o da una precedente infezione; sappiamo anche che la risposta T, quella di tipo cellulare, contro vari coronavirus - incluso quello che causa la Sars - può durare anche molto a lungo, facendo supporre che non sia troppo facile generare mutanti in grado di evaderla completamente.
   Grazie ad alcuni dati provenienti da Israele oggi sappiamo qualcosa di più. Un signore di nome Ziv Yaffe, di 57 anni, guarito una prima volta dal Covid-19, è risultato qualche giorno fa essere nuovamente infetto, questa volta dalla "variante sudafricana" del virus. Ritornato in Israele il 16 gennaio, ha cominciato ad avvertire i sintomi di raffreddore il 23 gennaio e ha deciso di sottoporsi a un tampone, visto che era stato comunque arruolato in un programma di follow-up postCovid-19. E' risultato positivo, e il sequenziamento ha rivelato che era stato reinfettato dalla nuova variante di Sars-CoV-2.
   Il dottor Shai Efrati, il direttore dell'equipe di ricerca che sta seguendo questo paziente, ha dichiarato che si tratta di un unicum, perché è la prima volta che si dispone del record clinico completo di una infezione, della guarigione e della reinfezione con dati correlati al livello anticorpale e alla clinica molto dettagliati; questi dati sembrano mostrare che la reinfezione, in presenza di un buon livello di anticorpi contro Sars-CoV-2, ha comunque un decorso clinico molto lieve, facendo pensare che l'immunità cellulare e gli anticorpi acquisiti, pur se meno efficaci nel neutralizzare la nuova variante, siano comunque protettivi nei confronti delle conseguenze cliniche più gravi. In aggiunta, nonostante prolungati contatti con i suoi familiari e diversi estranei, questo paziente non ha contagiato nessuno con la variante sudafricana.
   Dal punto di vista scientifico e clinico, si tratta di un "case study", ovvero di una di quelle rondini che da sole non fanno primavera; tuttavia, i dati ottenuti sono compatibili con il fatto che la perdita di immunità anticorpale non è totale - e questo è un dato ormai solido - e che potrebbe esserci una immunità T meno sensibile alla variazione della proteina spike - anche se questa è un'ipotesi.
   Di certo Israele, grazie al continuo monitoraggio della sua popolazione, continua a fornire dati di rilevanza eccezionale per seguire pandemia, vaccinazioni ed evoluzione del virus.

(Il Foglio, 2 febbraio 2021)


Israele: una nuova versione del sistema anti-missile Iron Dome

Ampliata la gamma di utilizzi del sistema d'arma in favore della Marina militare israeliana

di Davide Racca

 
Presentati a Gerusalemme i risultati dei test condotti della nuova versione aggiornata del sistema anti-missile e anti-aerea Iron Dome (Cupola d'acciaio). Il ministero della Difesa di Israele, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che i test effettuati hanno simulato minacce avanzate che potrebbero poter essere affrontate in futuro, sia da terra che dal mare.
   La versione aggiornata dell'Iron Dome dovrebbe essere consegnata all'IAF (Israel air force) per l'impiego operativo e sarà integrata e installata anche sulle corvette Sa'ar 6 della Marina israeliana e ricoprirà un ruolo fulcro per la difesa delle acque territoriali.
Il test è stato condotto dall'Organizzazione per la difesa antimissile israeliana, dalla Direzione per ricerca e sviluppo del ministero della Difesa e dall'industria israeliana Rafael Advanced Defense Systems.
   
Secondo quanto riferito dal Jerusalem Post, alle prove di utilizzo hanno preso parte anche l'aeronautica e la Marina militare e la campagna di test si è svolta in una serie di scenari che simulavano minacce avanzate che potrebbero ingaggiare Iron Dome.
L'appaltatore principale per lo sviluppo e la produzione dell'Iron Dome è Rafael Advanced Defense Systems, mentre il radar Mmr è stato sviluppato da Elta, una sussidiaria di Israel Aerospace Industries (Iai), e il sistema di comando e controllo (Bmc) è sviluppato da mPrest. L'Iron Dome è parte integrante del sistema difensivo a piu' strati di Israele sviluppato dall'Imdo.
   Nel mese di dicembre erano già stati completati con successo una serie di test di intercettazione con fuoco vivo dei sistemi d'arma Iron Dome e David's Sling contro missili balistici e, per la prima volta, anche missili da crociera rappresentativi delle minacce presenti e future affrontate dai due sistemi di difesa anti-aerea. In particolare i missili e i razzi lanciati dai gruppi islamisti nella Striscia di Gaza e dal movimento sciita Hezbollah dal Libano meridionale, ma anche missili da crociera lanciati dall'Iran.
   Il sistema d'arma è progettato per la difesa tattica e strategica anche dei centri urbani, in grado di intercettare razzi a media velocità, proiettili di artiglieria e missili balistici ed in grado di neutralizzare minacce a corto raggio dai 3 ai 72 km in tutte le situazioni meteo.
Dotato di un radar el/m2084mmr e di missili Tamir della RAFAEL e ideato come contromisura difensiva per la minaccia dei razzi Katyusha e grad lanciati da Gaza e dalla Siria contro il territorio israeliano, è entrato in servizio nel marzo 2011.

(ofcs.report, 2 febbraio 2021)


Cartelle cliniche dei vaccinati alla Pfizer. Israele diventa un laboratorio mondiale

I dati consentiranno di studiare gli effetti dei prodotti. «La nostra sanità e più veloce perché è tutta digitalizzata».

di Cristiana Mangani

ROMA - Corre veloce il piano di vaccinazione in Israele, dove l'obiettivo è di riuscire a immunizzare 1'80 per cento della popolazione entro la fine di marzo. Ed è probabilmente per questo che la Pfizer ha firmato un accordo con il ministero della Sanità, nel quale è previsto che tutta la documentazione di un paziente, che ha già ricevuto prima e seconda dose, venga consegnata ai laboratori della casa farmaceutica per studiarne gli effetti. Israele si propone così di diventare il più grande laboratorio di ricerca contro il Covid. In cambio avrebbe ricevuto 10 milioni di dosi, compresa la promessa di spedizioni di 400.000-700.000 dosi ogni settimana.

 DATI GENERALI
  La notizia ha allarmato le organizzazioni che lottano per la tutela della privacy. Quanti e quali dati passerebbero di mano? hanno chiesto. E poi, qualora un hacker riuscisse a sottrarre queste informazioni, che portata avrebbe il danno? Il governo ha assicurato che il passaggio riguarderà solo statistiche generali e pubbliche e nessun nome o dato che possa far risalire all'identità della persona vaccinata. La sanità in Israele è molto ben funzionante, anche da punto di vista della digitalizzazione e della capacità di reperire e trattare i dati sanitari. Ragione per cui sarebbe stata avvantaggiata da Pfizer e anche da Moderna, con la quale ha sottoscritto identico contratto.
  È dagli anni 2000, infatti, che il governo ha istituito un poderoso archivio sanitario: ogni visita medica, test, prescrizione e procedura medica per gli utenti degli Hmo (Health Maintenance Organizations) viene memorizzata nei database computerizzati. Questi database sono stati messi a punto per fornire ai medici un accesso completo e aggiornato alle cartelle cliniche dei pazienti. Ragione per cui la campagna di vaccinazione sta procedendo spedita, perché è certamente più facile avvertire i pazienti.
  «La vera differenza tra il nostro sistema sanitario e il vostro è molto anche nella cartella clinica», spiega Arnon Shahar, responsabile nazionale della task force della vaccinazione anti-Covid del Maccabi health service. Quarantatré anni, un passato da paracadutista nell'esercito israeliano, Shahar si è laureato in Medicina e chirurgia all'Università di Bologna. In Israele si è specializzato in Medicina di famiglia, dirige una grande clinica privata, e 10 mesi fa il premier Benjamin Netanyahu gli ha affidato la direzione della gestione dei pazienti Covid e poi quella vaccinale. In questi mesi i nostri esperti, a cominciare dal professor Giovanni Rezza, direttore Generale della Prevenzione presso il ministero della Salute, e dal professor Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza, si collegano spesso con lui in video per capire come si sta evolvendo l'immunizzazione, visto che Israele ha già vaccinato più di tre milioni di persone, e quasi due milioni hanno avuto anche la seconda dose.

 SMS E TELEFONATE
  «Abbiamo una sanità che funziona molto bene - ammette ancora Shahar - Abbiamo creato 400 postazioni diverse in tutto il paese e avendo i registri dei malati, abbiamo inviato loro un messaggio con gli appuntamenti per la vaccinazione. Nel caso degli ultraortodossi che non hanno gli smartphone, sono state fatte direttamente le telefonate, e se non riusciamo a raggiungerli li andiamo anche a cercare».
  Detto ciò, però, quello che ancora non consente a Israele di migliorare il numero dei contagiati è la totale assenza di disciplina dei cittadini. Due giorni fa in ventimila haredim (ebrei ortodossi) hanno assistito a Gerusalemme al funerale di un influente rabbino, Rabbi Meshulam Dovid Soloveitchik, capo della scuola religiosa "Brisk", morto a 99 anni per Covid. E ieri, davanti a dati che non migliorano, è arrivata la decisione di chiudere nuovamente le frontiere e sospendere tutti i voli in arrivo dall'estero.
  «Ora passeremo a vaccinare i più giovani, i trentacinquenni - aggiunge il dottor Shahar - in attesa di conoscere come funziona questo vaccino, e cioè per quanto tempo rimane l'immunizzazione, se copre le varianti inglese, sudafricane, brasiliane e quelle che verranno, e quanto serve per raggiungere l'immunità di gregge. Anche se - conclude - ritengo che non riusciremo ad avere il 90 per cento dell'immunità finché non vaccineremo anche i bambini».

(Il Messaggero, 2 febbraio 2021)


Jared Kushner candidato al Nobel per la Pace dopo gli Accordi di Abramo

di Paolo Castellano

 
Il Premio Nobel per la Pace passa anche per gli Accordi di Abramo. Infatti, il 31 gennaio Alan Dershowitz, avvocato e professore emerito alla Harward Law School, ha nominato due ex-consiglieri di Donald Trump per il Medioriente.
   Jared Kushner e il suo vice, Avi Berkowitz, hanno conquistato la candidatura, insieme all'ex-ambasciatore degli Stati Uniti in Israele David Friedman e l'ex-ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Ron Dermer, grazie agli enormi sforzi diplomatici ottenuti recentemente in Medioriente. Gli Accordi di Abramo hanno infatti rappresentato una storica svolta nel dialogo tra Stati arabi e Israele.
   Nella sua lettera di candidatura, Dershowitz ha scritto di essere fortemente convinto che il risultato politico conseguito dai politici sopracitati meriti di essere premiato con il Nobel per la Pace. «Gli Accordi di Abramo, che hanno portato alla normalizzazione diplomatica tra Israele e diverse nazioni arabe sunnite, soddisfano tutti i criteri del premio. Prospettano una pace ancora più ampia in Medioriente tra Israele, palestinesi e altre nazioni arabe. Un gigantesco passo in avanti nel portare pace e stabilità nella Regione e persino nel mondo», si legge nel messaggio.
   «Kushner e Berkowitz hanno viaggiato in tutta la Regione, incontrando i leader e i loro portavoce, sostenendo la pace e fissando i dettagli», ha aggiunto Dershowitz. Come riporta il Jerusalem Post, i due candidati americani al Nobel per la Pace hanno ricoperto un ruolo chiave nella firma dei negoziati con gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco.
   Gli Accordi di Abramo sono stati formalizzati tra agosto e dicembre dello scorso anno. Questo risultato politico è il più promettente negli ultimi 25 anni di colloqui diplomatici, considerando anche la minaccia dell'Iran in Medioriente.
   Come accade ogni anno, i premi vengono generalmente assegnati in ottobre e la cerimonia di consegna si svolge a Stoccolma all'interno del Konserthuset ("Sala dei concerti") il 10 dicembre, anniversario della scomparsa del fondatore. Invece il Premio per la Pace viene consegnato a Oslo.

(Bet Magazine Mosaico, 2 febbraio 2021)


Elettorale e vaccinale, la doppia campagna di Bibi

In Israele contestazioni e aumento dei contagi per Covid non impensieriscono Netanyahu. Centrosinistra in affanno e Lista araba spaccata per le legislative del 23 marzo

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - Avversari politici agguerriti, contestazioni nelle strade e il processo per corruzione che presto lo vedrà sul banco degli imputati, non scalfiscono il consenso di cui gode ancora Benyamin Netanyahu.
   Se si tenessero oggi le legislative previste il 23 marzo — le quarte in due anni - il Likud del premier di destra risulterebbe il primo partito con 30 seggi (sui 120 della Knesset) rivelava domenica un sondaggio della tv Canale 12. «Yesh Atid» (C'è un futuro) del centrista Yair Lapid sarebbe secondo ma con appena 17 seggi. Lontani anche i due partiti di destra rivali del Likud: a `Tikva Hadasha» (Nuova Speranza) di Gideon Saar andrebbero 14 seggi e 13 a «Yamina» (Destra) del nazionalista religioso Naftali Bennett. Al partito «Israel Beitenu» (Israele è la nostra casa) di Avigdor Liberman, ago della bilancia delle passate tre elezioni, non andranno più di sette seggi.
   Per il centrosinistra ci vuole la respirazione assistita. Il Partito laburista secondo il sondaggio riuscirà a stento a superare la soglia di sbarramento del 3,25% e otterrà cinque seggi. Peggio il Meretz (Vigore), la sinistra sionista, con quattro seggi. Rischia di sparire Kahol Lavan (Blu Bianco). Per tre elezioni questo partito è stato impegnato in un testa a testa con il Likud. Poi il suo leader, l'ex capo di stato maggiore Benny Gantz, l'ha portato alla rovina scegliendo, contro il volere dei suoi elettori, di formare un'alleanza proprio con Netanyahu che, grazie alla sua abilità politica, in breve tempo è riuscito ad annientarlo.
   Ad aggravare questo quadro è la disintegrazione della «Qaimah al Mushtarakah», la Lista araba, il fronte unito che dal 2015 in poi ha messo insieme i quattro partiti dei palestinesi con cittadinanza israeliana (arabo israeliani). Se non ci sarà una nuova intesa prima de14 febbraio, quando dovranno essere presentate le liste, andranno al voto due forse tre formazioni che, secondo il sondaggio, perderanno almeno cinque dei 15 seggi arabi oggi alla Knesset.
   Meno di un anno fa la Lista unita era emersa come l'unica vera opposizione alla destra di Netanyahu tanto da attirare i voti di migliaia di israeliani ebrei. Poi le divisioni ideologiche hanno avuto il sopravvento sull'unità contro le politiche di Netanyahu, in particolare tra i comunisti di Hadash e gli islamisti. Questi ultimi, guidati dal medico Mansour Abbas, hanno addirittura fatto aperture al premier di destra e al Likud formando una corrente definita da molti come una sorta di «normalizzazione interna» analoga a quella che Netanyahu ha firmato di recente con quattro paesi arabi non più interessati ai diritti dei palestinesi dei Territori sotto occupazione israeliana.
   Per il leader della destra, che ha sempre trattato i cittadini arabi come dei nemici interni, è un'occasione unica. Ora si presenta come il padre di tutti i cittadini, ebrei e non ebrei, e facendo promesse a raffica è riuscito ad allargare la frattura nella «Qaimah al-Mushtarakah» e, pare, a garantire migliaia di voti arabi al Likud. Il quadro per Netanyahu non è solo positivo. Sondaggi alla mano il premier non avrà una maggioranza dopo il 23 marzo. I suoi avversari appaiono in grado di impedirgli di formare un governo. E non è detto che i partiti degli ebrei ultraortodossi ebrei siano pronti, come in passato, a sostenerlo. Pesano le misure restrittive che il premier ha dovuto adottare per contenere la pandemia. I religiosi in gran parte le vedono contrarie al loro stile di vita e le violano appena possono organizzando preghiere, matrimoni e funerali di massa. Domenica migliaia di ultraortodossi hanno partecipato alle esequie di due rabbini, incuranti delle sanzioni previste dal governo per chi non rispetta il distanziamento sociale.
   Inoltre la campagna vaccinale ad alta velocità in corso in Israele, su cui di fatto si fonda quella elettorale che sta conducendo Netanyahu, non ha prodotto ancora i risultati positivi che il premier si attendeva già a fine gennaio. Il contagio scende lentamente mentre aumentano i decessi. Gli esperti dubitano che le vaccinazioni permetteranno la riapertura dell'economia e il ritorno alla vita quasi normale che il premier ha promesso per fine marzo.

(il manifesto, 2 febbraio 2021)


Due versioni su Masada

Per Flavio Giuseppe fu un'inutile strage, oggi è il simbolo dell'eroismo ebraico.

di Paolo Mieli

PRIMA DELLA GUERRA
Il sovrano della Giudea Erode il Grande aveva trasformato la rocca sul Mar Morto in un fastoso palazzo, simbolo del suo potere.
LA REAZIONE
Nerone inviò in Palestina a domare gli insorti uno dei suoi generali più valorosi, Vespasiano, che più tardi divenne a sua volta imperatore.

 
Nel 73 dopo Cristo l'esercito romano espugnò Masada, la fortezza sul Mar Morto all'interno della quale ciò che restava della resistenza ebraica aveva cercato riparo. Quasi tutti i 960 ebrei asserragliati sulla rocca sotto la guida di Eleazar ben Yair, pur di non cadere in mano ai vincitori, si diedero la morte. Fu quello l'atto finale della prima guerra giudaica iniziata nel 66. Vicenda poi raccontata a ridosso degli eventi, in La Guerra Giudaica (Mondadori), da Flavio Giuseppe, un comandante ebreo passato alla collaborazione con Roma. Adesso viene riesaminata da Samuele Rocca in Mai più Masada cadrà. Storia e mito della fortezza di Erode, che esce dopodomani per l'editrice Salerno.
   La storia di Masada, scrive Rocca, è indissolubilmente legata alla figura di Erode il Grande che (per conto di Roma) regnò sulla Giudea dal 40 al 4 avanti Cristo. Novant'anni prima degli accadimenti di cui si è detto inizialmente, Erode il Grande aveva trasformato quella sperduta fortezza nel deserto prospicente al Mar Morto in un «palazzo che rivaleggiava con quelli del mondo ellenistico e di Roma». La sua ambizione — ha documentato Linda-Marie Günther in Erode il Grande (Salerno) — era di farne il simbolo del proprio potere. Quando Erode morì, suo figlio Archelao, nella speranza che l'imperatore Augusto gli confermasse il titolo reale, dovette affrontare una ribellione in cui si mise in luce un certo Giuda il Galileo. Giuda il Galileo, figlio del ribelle Ezechia di Gamala, fu il fondatore della setta degli Zeloti che sostenevano l'impossibilità di un compromesso tra restare schiavi dei Romani e servire il Dio d'Israele. Bisognava scegliere, secondo gli Zeloti, tra le due opzioni.
   Fu subito chiaro che con Giuda il Galileo si era messo in moto qualcosa di più di una rivolta, si era in presenza di una rivoluzione. La rivoluzione raccontata da Martin Hengel nel libro Gli Zeloti (Claudiana) e durata ottant'anni, dall'ultimo periodo di vita di Erode il Grande all'espugnazione di Gerusalemme (70 d.C.) e di Masada (73 d.C.). Augusto aveva provato a dividere in più parti il regno di Erode il Grande. Ma ormai non c'era più niente da fare. E ai rivoluzionari Zeloti che continuarono ad essere attivi anche dopo la scomparsa di Giuda, si aggiunsero i cosiddetti «falsi profeti», che riuscirono a mobilitare contro l'occupazione romana parti sempre più ampie di popolo dell'intera regione.
Trascorsero alcuni decenni e nel 66 d.C. le ribellione sfociò in una guerra. Fu l'imperatore Nerone che alla fine di quello stesso 66 mandò in Palestina uno dei suoi migliori generali, Vespasiano. Quando Nerone nel 68 si suicidò (trentunenne) e gli succedettero sul trono, uno alla volta, i cosiddetti «tre imperatori» (Galba, Otone, Vitellio), fu la mano ferma di Vespasiano a impedire che — in quell'anno e mezzo di estrema incertezza — la guerra giudaica si concludesse con la vittoria dei nemici di Roma. I suoi soldati lo ripagarono acclamandolo imperatore. Vespasiano tornò a Roma agli inizi del 70 e lasciò la guida della guerra al figlio Tito che, a fine aprile, diede inizio all'assedio di Gerusalemme. In quello stesso anno, come ha magistralmente ricostruito Giovanni Brizzi in 70 d.C. La conquista di Gerusalemme (Laterza), nel giro di cinque mesi, la città fu espugnata e venne distrutto il Secondo Tempio. La guerra da tempo era stata sostanzialmente vinta (da Roma), ma la rivolta proseguì per altri tre anni, fino a quando cadde Masada.
   Racconta Flavio Giuseppe che nell'agosto del 66, all'inizio della guerra giudaica, Masada era occupata da una guarnigione romana. Un gruppo di ribelli Zeloti la conquistò «a tradimento» e passò per le armi i militari mandati da Roma. Dall'interno di questo gruppo si scissero i Sicari guidati da Menachem, figlio di Giuda il Galileo, che presero il potere e si impadronirono delle armi immagazzinate ottant'anni prima da Erode il Grande. La caratteristica dei Sicari era quella di combattere, più che i Romani, i Giudei che in qualsiasi forma fossero sospettabili di collaborazionismo con i Romani stessi.
   Qui Rocca nota una clamorosa «incongruenza» nel racconto di Flavio Giuseppe. Se i protagonisti di quella vicenda furono gli Zeloti, perché portare sul proscenio i Sicari? Per il fatto che a Flavio Giuseppe interessa mettere in risalto due elementi: in primo luogo che con la caduta di Masada la guerra giudaica si era chiusa definitivamente e anche la setta più radicale si era suicidata; in secondo luogo che quella dei Giudei (da cui lui aveva preso le distanze andando a collaborare con i Romani) era stata anche, se non soprattutto, una guerra civile tra Ebrei. Guerra civile di cui le sette più estreme portavano tutta intera la responsabilità. Come a dire che se si fosse dato retta a quelli come lui, che cercavano un accordo, tutto quel sangue non sarebbe stato inutilmente versato. Nel racconto di Flavio Giuseppe, sintetizza Rocca, «i Romani non sono parte in causa della guerra, ma lo strumento scelto da Dio per punire gli Ebrei, resisi colpevoli dei peggiori delitti». Il più grave tra i quali era stato quello di non essersi messi, come Flavio Giuseppe, al servizio dei Romani.
Gli Ebrei della diaspora, passo dopo passo, ci misero poi quasi duemila anni a capovolgere i termini di quel racconto e a riportare in primo piano il suicidio in massa degli occupanti di Masada come un gesto altamente simbolico di estrema resistenza. Che Masada cadesse era nelle cose, dal momento che le forze mandate da Roma erano soverchianti e che gli aggressori erano riusciti addirittura a costruire una rampa per issare le torri da cui avrebbero portato l'attacco definitivo alla rocca. Zeloti o Sicari non faceva una gran differenza. La cosa più importante di quella storia era che gli Ebrei avevano combattuto fino allo stremo. Senza arrendersi mai.
   Nel 1927 un emigrato ucraino a Tel Aviv, Yitzhak Lamdan (1899-1954), compose un poema epico, Masada, che codificava questo modo nuovo di guardare all'antica storia. Una lettura che, secondo lo studioso David G. Roskies, sarebbe stata perfino fonte di ispirazione per la rivolta nel ghetto di Varsavia dell'aprile 1943. Dopodiché a rendere celebre l'antica fortezza e i suicidi come estrema forma di resistenza fu Yigael Sukenik, un ufficiale israeliano che, nel conflitto con gli arabi del 1948-49, aveva guidato l'esercito appena costituito sotto le insegne della stella di David. Al termine di quella guerra, Sukenik fu nominato dal primo ministro David Ben Gurion — il quale pure aveva avuto con lui più di un dissidio — capo di stato maggiore. Ben Gurion gli chiese come «pegno» di lasciare il suo cognome da ebreo della diaspora askenazita e di prenderne uno «israeliano». Yigael, che all'epoca aveva già 42 anni, scelse Yadin. Dopodiché restò in carica tre anni come comandante in capo dell'esercito e quando nel 1952 lasciò l'incarico — dopo un ennesimo screzio con Ben Gurion — mise da parte la divisa militare, ma tenne il cognome israeliano. E si dedicò a una nuova missione: l'archeologia. Studiò, si laureò con una tesi sui Rotoli del Mar Morto e andò poi, tra il 1964 e il 1965, a sovrintendere le operazioni di recupero archeologico a Masada. Da quegli scavi vennero fuori elementi che confermarono sostanzialmente la storia riferita da Flavio Giuseppe, e i risultati furono esposti successivamente in un libro Masada. La fortezza di Erode e l'ultima difesa degli Zeloti (De Donato) firmato con il suo nuovo nome, Yigael Yadin. Libro in cui, come è evidente dal titolo, tornano in primo piano gli Zeloti.
   C'era però ancora un problema. Rocca nota come il fatto che i difensori della fortezza si siano dati la morte abbia suscitato varie perplessità tra gli studiosi.
Nell'ebraismo il suicidio è severamente condannato dal momento che è a Dio che spetta di dare la vita o la morte. Forse la proibizione del suicidio venne elusa dai Sicari in quanto nei fatti solamente una persona si dette la morte. In che senso? Secondo Flavio Giuseppe vennero sorteggiate dieci persone che uccisero tutti i difensori, poi uno di loro uccise gli altri nove e alla fine si suicidò. Un anonimo cronista ebreo del Medioevo, vissuto una cinquantina d'anni prima dell'anno Mille, ricostruì la vicenda con una versione più accettabile: gli Ebrei di Masada avrebbero ucciso mogli e figli, dopodiché avrebbero combattuto contro i Romani morendo da eroi.
Ma è probabile che questo dilemma sia frutto di una proiezione all'indietro di una concezione medievale della legge ebraica esposta nel Talmud. Concezione che, appunto, proibiva il suicidio con grande severità. Nei tempi antichi il «suicidio dei difensori posti di fronte all'ignominia della resa» era invece ritenuto «lodevole». Lo studioso americano Shaye Cohen ne elenca ben sedici casi: da quello di Xanto (540 a. C.), assediata da uno dei generali dell'imperatore persiano Ciro il Grande, a quello della greca Abydos (200 a. C.), che non voleva cadere nelle grinfie di Filippo V re di Macedonia. In ogni caso Maimonide (1138-1204) sostenne che è doveroso per gli Ebrei offrire la propria vita nel caso in cui venga ordinato di trasgredire pubblicamente ad uno dei precetti della Torah. E poiché è probabile che i Romani avrebbero costretto i prigionieri ebrei, almeno i più validi, a diventare gladiatori e di conseguenza a uccidere (e avrebbero obbligato le loro donne a prostituirsi) forse questo «inevitabile destino» — in caso di resa — giustificava il suicidio in massa.
Quella di Masada, scrive Rocca, è una «piccola storia» se considerata «all'interno della storia universale». Ma è importantissima per essere divenuta «uno dei più importanti miti fondativi dello Stato di Israele». Si intrecciano dunque storia e mito. Sostiene l'autore di un importantissimo libro su Masada, Nachman Ben-Yehuda, che il mito, a differenza della storia, è qualcosa che «non corrisponde completamente» alla verità e il cui rapporto con la realtà oggettiva è, nel migliore dei casi, «problematico».
   Il racconto mitico, prosegue Rocca, «implica una sorta di deviazione da ciò che molti di noi considereremmo vero sul piano storico fattuale e che tuttavia gode di una certa dose di credibilità». Tutte le culture e i popoli, incluso il moderno Stato di Israele, «hanno avuto bisogno di elaborare miti fondativi». Un passato «rivisitato e arricchito, spesso con elementi che si scostano dalla storia, dà significato e legittima il presente». Ne consegue che «anche se i miti tendono a divergere dalla realtà storica», tale deviazione può essere percepita come «positiva all'interno di un discorso di costruzione nazionale». I miti, infatti, trasmettono «valori considerati essenziali per la costruzione di una società nuova» come l'abnegazione, l'altruismo, l'eroismo, la generosità. Ma, fa presente Rocca, i miti possono contenere anche elementi negativi. E quando il mito ha una valenza religiosa, «sovente genera fanatismo, etnocentrismo se non, addirittura, razzismo». In qualche caso, ad esempio, ha offerto pretesto per la denigrazione di donne e omosessuali. Uno stesso mito, a seconda del contesto storico, può assumere accezioni e valenze positive o negative.
   Nel caso di Masada il mito è ad ogni evidenza quello dei «pochi» che hanno la capacità di attuare una resistenza estrema ai «molti». E in questo l'eredità di quei «pochi» sarà considerata assai significativa dai «pochi» israeliti del Novecento che daranno vita ad una comunità nazionale circondati da molti «arabi» apertamente ostili. A Masada la resistenza dei Sicari non mise fine alla dominazione romana. Tutt'altro. Gli Ebrei dovettero subire l'occupazione per molti anni ancora e si rivolteranno altre due volte. Ai tempi di Traiano e, vent'anni dopo, guidati da Bar Kochba, all'epoca di Adriano. In entrambe le occasioni ne seguì una repressione molto violenta. Masada in altre parole non rappresentò uno spartiacque della storia. Ma quando, passati molti secoli, gli Ebrei tornati in Palestina cercarono un mito di fondazione che doveva simboleggiare la loro assoluta indisponibilità a farsi sloggiare da quelle terre che (con l'autorizzazione delle Nazioni Unite) consideravano la loro patria definitiva, riscoprirono il valore del poema di Lamdan.

(Corriere della Sera, 2 febbraio 2021)


Israele e Kosovo aprono relazioni diplomatiche, cerimonia oggi online

Israele e Kosovo stabiliscono oggi relazioni diplomatiche. E la cerimonia della firma, probabilmente per la prima volta nella storia, avverrà online, annuncia il ministero degli Esteri israeliano.
A causa delle restrizioni anti Covid, con la chiusura dell'aeroporto internazionale israeliano, è stato cancellato il previsto arrivo della delegazione kosovara a Gerusalemme. Per questo si è deciso che la cerimonia della firma avverrà su zoom, alle 14.30 ora italiana. Dopo che i ministri degli Esteri, l'israeliano Gabi Ashkenazi e la kosovara Meliza Haradinaj avranno firmato gli accordi di cooperazione, i rispettivi dicasteri spediranno i documenti via mail per la controfirma. L'evento sarà segnato dallo scoprimento della targa della nuova ambasciata del Kosovo a Gerusalemme.

(Adnkronos, 1 febbraio 2021)


Vaccino anti Covid, in Israele dati confortanti

«Uno su tre lo ha già ricevuto». Dosi ai liceali per la maturità

La campagna vaccinale anti coronavirus è davvero efficace per frenare i contagi? Stando a quanto si vede in Israele, sembrerebbe proprio di sì. Gli studi nel Paese offrono infatti un timido ottimismo dai dati iniziali, dato che dopo le prime fasi della somministrazione c'è già una marcata diminuzione sia nei numeri sulle infezioni, sia sui ricoveri: attualmente un israeliano su tre ha ricevuto almeno la prima dose, dati più alti che in molti altri Paesi, anche se c'è da sottolineare come Israele abbia solo 9 milioni di abitanti.
   Una larga fascia dei più deboli ha già ricevuto due dosi del vaccino Pfizer (si parla del 70% degli over 70, scrive il Guardian), e i vaccinati sono 200mila al giorno: la scorsa settimana sono iniziate le vaccinazioni anche a chiunque abbia più di 35 anni, e anche agli studenti delle scuole superiori tra i 16 e i 18 anni, per permettere loro di sostenere gli esami di maturità in sicurezza. Il ministero della Salute israeliano la scorsa settimana ha pubblicato dati ufficiali secondo cui solo 317 persone su oltre 715mila (lo 0,04%) sono state infettate dopo il vaccino, e 16 sono finite in ospedale (lo 0,002%).
   La strategia del Governo israeliano è stata quella di vaccinare rapidamente la popolazione per poi analizzare il suo impatto sulle infezioni in tempo reale, convincendo la Pfizer a rifornire costantemente il Paese con le dosi del vaccino. Il premier Netanyahu stesso ha dichiarato di essersi assicurato l'impegno da parte della Pfizer di anticipare le consegne, in cambio di "dati statistici": Israele sta diventando dunque un caso di studio e grazie al vaccino i pericoli della pandemia sembrano lentamente sfumare. Non la vedono così però alcuni esperti, secondo cui i dati potrebbero essere fuorvianti, e chiedono cautela: nel Paese continua ancora il lockdown dopo l'ultima ondata dovuta - secondo le autorità - alla variante inglese che ha provocato un'impennata di casi e morti.

(Leggo, 1 febbraio 2021)


The Attaché su Starzplay

Dal 14 marzo anche in Italia la serie israeliana scritta e diretta da Eli Ben David

Starzplay, il servizio di streaming premium internazionale di Starz, ha annunciato che domenica 14 marzo uscirà in anteprima esclusiva l'avvincente serie israeliana The Attaché in Austria, Belgio, Brasile, Francia, Irlanda, Italia, Germania, America Latina, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera e Regno Unito e sarà rilanciata su Starzplay anche in Spagna. Nuovi episodi andranno in onda ogni domenica.
    Un dramma commovente in dieci episodi, The Attaché racconta la storia di Avshalom, musicista di successo ebreo israeliano di origini marocchine, che si trasferisce in Francia per il nuovo incarco della moglie Annabelle come addetto dell'ambasciata israeliana a Parigi. Essere un immigrato anonimo in una terra straniera assume presto un nuovo significato poiché Avshalom arriva lo stesso giorno del più grande attacco terroristico della storia francese. Il loro sogno di un anno romantico all'estero si trasforma rapidamente in un incubo: una crisi coniugale nell'eterna capitale del romanticismo, una crisi da immigrazione e una crisi di mascolinità e paternità.
La serie è diretta e scritta da Eli Ben David (The Cousin, Anachnu BaMapa) anche attore al fianco di Héloìse Godet (Cologne PD, Fool Moon), Ilay Lax, Patrick Braoudé (Divorce Club, The 15:17 to Paris) e Florence Block (Ha-E, That's the Way You Love).

The Attaché è prodotto da Abot Hameiri (una compagnia di Fremantle) e coprodotto da HOT Israel. Guy Hameiri ed Eitan Abot (Survivor Israel, The Conductor, The Psychologist) sono i produttori esecutivi insieme a Dikla Barkai (The Conductor, The Psychologist, Shtisel). Fremantle detiene i diritti di distribuzione internazionale alla serie.
Gli abbonati a Starzplay hanno accesso a una line-up esclusiva di programmi premium tra cui la serie STARZ Original The Spanish Princess e il secondo capitolo del cosiddetto universo Power, Power Book II: Ghost con Mary J. Blige; Serie nominate agli Emmy® nel 2020 come il dramma romantico moderno Normal People, la serie drammatica d'epoca The Great con Elle Fanning e Nicholas Hoult e la pluripremiata serie The Act con il vincitore dell'Oscar® Patricia Arquette e Joey King; e una raccolta di film di successo di migliaia di titoli.

(cinematografo.it, 1 febbraio 2021)


Riapre il Museo Ebraico di Roma

Ingressi speciali, iniziative didattiche e percorsi promozionali per i visitatori

Con il passaggio in zona gialla della regione Lazio, dopo tre mesi di chiusura causata dall'emergenza Coronavirus, il Museo Ebraico di Roma si prepara a riaprire le porte e far conoscere i tesori ebraici con nuove e vantaggiose iniziative. Il MER, in accordo con le ultime disposizioni del DPCM e nel rispetto di tutte le misure di sicurezza sanitaria, per il pubblico e per i lavoratori, con sanificazione e igienizzazione degli ambienti, garantendo il distanziamento sociale per i visitatori e il contingentamento degli ingressi per un massimo di 50 presenze complessive contemporaneamente, rimodula i giorni di apertura assicurando l'accesso dal lunedì al giovedì dalle ore 10:00 alle ore 16:00 e il venerdì, dalle ore 9:00 alle ore 14:00.
Il Museo Ebraico di Roma, considerato il difficile momento e consapevole dell'importanza della cultura e del patrimonio artistico, ha stabilito che fino al 31 marzo 2021 l'ingresso al Museo sarà ridotto per tutti i visitatori a soli 8 euro anziché 11 e 5 per gli studenti. Inoltre, grati dell'instancabile lavoro svolto da tutti gli operatori della salute, il Museo Ebraico di Roma ha stabilito l'ingresso gratuito per l'intero 2021 a medici, infermieri e operatori sanitari delle strutture ospedaliere della Regione Lazio.
Come ulteriore segno di ringraziamento e per garantire l'accesso alla cultura e al patrimonio ebraico a tutti, il Museo propone tour privati del quartiere ebraico a prezzi vantaggiosi organizzando anche percorsi completi che prevedono l'ingresso del Museo Ebraico di Roma, la visita guidata delle Sinagoghe e del quartiere ebraico a soli 20 euro.
Sono state inoltre pensate per l'occasione nuove attività didattiche e interattive, immersioni nei vicoli nascosti dell'ex Ghetto, tra storia e sapori.

(Shalom, 1 febbraio 2021)


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