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Notizie 1-15 gennaio 2020


Gas, storico accordo tra Israele e Egitto, al via le esportazioni dal Leviathan

Israele diventa esportatore di energia e pompa gas naturale in Egitto dal giacimento Leviathan. Al via il forum del gas del Mediterraneo dell'est che vedrà seduti allo stesso tavolo israeliani e palestinesi.

Israele ha iniziato a pompare gas naturale in Egitto. Viene così attuato lo storico accordo fra i due paesi siglato nei mesi scorsi. La conferma proviene da un comunicato congiunto reso noto dei rispettivi ministeri dell'energia.
"Un grande sviluppo che serve gli interessi economici di entrambi i paesi, in quanto consentirà a Israele di trasferire il suo gas naturale in Europa attraverso gli impianti di liquefazione egiziani, nel quadro del crescente ruolo dell'Egitto come snodo regionale per il commercio di energia", si legge nella nota pubblicata su Agenzia Nova.
L'annuncio verrà ufficializzato nel corso della riunione ministeriale dell'East Med Gas Forum che si terrà domani al Cairo, alla quale saranno attesi, oltre ai rappresentanti di Egitto e Israele, anche quelli di Cipro, Grecia, Italia, Giordania e Autorità nazionale palestinese. Secondo quanto riferito dal ministero del Petrolio egiziano, verrà approvata l'istituzione "di un'organizzazione regionale per il gas naturale".
Con questo accordo, per la prima volta, Israele diventa fornitore di energia. Il gas esportato proviene dal giacimento Leviathan, a largo delle coste israeliane . L'operazione era stata definita dal ministro dell'energia israeliano Yuval Steinitz "una storica pietra miliare per lo Stato di Israele".

 Il giacimento di Leviathan
  E' il maggior giacimento israeliano, definito nel 2010 la più grande scoperta di gas naturale del decennio.Contiene circa 535 miliardi di metri cubici di gas naturale, oltre a 34.1 milioni di barili di condensato.
Si trova sul mar Mediterraneo, a 130 chilometri dalla città di Haifa, ed è controllato da un consorzio formato da Noble Energy, Delek Drilling e Ratio. Sono state queste ad annunciare, il 31 dicembre, l'inizio delle attività di pompaggio che hanno reso Israele uno stato esportatore.

 Il Forum del gas del Mediterraneo dell'Est
  Lanciato nei mesi scorsi dalle autorità egiziane, è una iniziativa di diplomazia economica che riunisce i diversi attori del Mediterraneo orientale coinvolti nel mercato del gas, in quanto compratori, acquirenti o intermediari. Un forum che vede seduti allo stesso tavolo, oltre a Paesi dell'area mediterranea, come Grecia, Cipro, Italia e Giordania, anche Israele e l'Anp.
L'iniziativa ha suscitato anche interesse da parte di Washington, che ha inviato in Egitto il segretario all'Energia Usa, Rick Perry, anche se ufficialmente gli Usa non hanno preso parte al forum.

(Sputnik Italia, 15 gennaio 2020)


Israele, record di tutti i tempi per arrivi di turisti

di Andrea Gussoni

Il Ministro del turismo di Israele Yariv Levin ha dichiarato: "Come prevedevamo, il 2019 si è concluso con un nuovo record per il turismo in Israele e un fatturato record di 22 miliardi di NIS ovvero quasi 6 miliardi di Euro. Continuiamo a consolidare l'industria del turismo grazie a campagne di marketing e promozionali innovative e abbiamo registrato, complessivamente, un aumento del 10% del turismo in entrata a dicembre 2019 rispetto allo stesso mese dell'anno scorso. La crescita del turismo è stata trainata dall'aumento del budget di marketing negli ultimi anni. Speriamo che, nonostante una probabile riduzione del budget nel 2020, saremo in grado di mantenere gli straordinari risultati che abbiamo raggiunto".

 Dichiarazioni
  Il direttore generale del Ministero del Turismo Amir Halevi ha poi dichiarato: "Nel 2019, abbiamo superato il record del turismo in entrata con un record di 4,55 milioni di turisti. Stiamo per raggiungere il numero di 5 milioni di turisti. Continueremo a lavorare con il medesimo slancio di sempre, anche in vista di possibili e significativi tagli di bilancio. Continueremo a lavorare con l'obiettivo di sviluppare brand che possano coinvolgere un target sempre nuovo, cominciando dall'attività di promozione legata al Negev e al
Avital Kotzer Adari
deserto e, in futuro, alla Galilea. Ringrazio lo staff del Ministero del Turismo, il nostro team di LAPAM e i consulenti. Ci hanno accompagnato nel nostro percorso da record anche quest'anno".

 Avital Kotzer Adari
  "Un ringraziamento di cuore è da parte mia rivolto a tutti coloro che nel 2019 ci hanno aiutato a raggiungere lo straordinario dato di oltre 190.000 turisti, successo conseguito attraverso operatori del settore, media e turisti che hanno scelto Israele e che si sono poi rivelati i migliori ambasciatori alla scoperta della natura, la storia, la cultura, il divertimento della nostra meravigliosa terra" ha concluso Avital Kotzer Adari direttore dell'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo.

(Time Magazine, 15 gennaio 2020)


L’aggressione antisemita davanti alla tomba di Rav Nachman di Breslov non era vera

Come sono andati veramente i fatti

di Nathan Greppi

Un gruppo di adolescenti avrebbe fatto circolare una falsa notizia, ripresa dai media israeliani, in relazione a un'aggressione antisemita avvenuta nella città ucraina di Uman: questo è ciò che ha spiegato il Jerusalem Post in relazione a un fatto precedentemente riportato.
Secondo quanto riportato in origine, sabato 11 gennaio un gruppo armato avrebbe attaccato degli ebrei nei pressi della tomba di Rav Nachman di Breslov, fondatore di un importante ramo del movimento chassidico, dove ogni anno si recano migliaia di visitatori ebrei. In realtà, tutto sarebbe dovuto a una rissa avvenuta tra un gruppo di adolescenti israeliani chassidim e una guardia giurata su un ascensore, durante la quale la guardia avrebbe chiamato dei compagni.
La polizia locale ha negato che vi sia stata un'aggressione come quella descritta dai media in precedenza, e al momento sta cercando di capire le circostanze della colluttazione tra i giovani chassidim e la gente del posto.
Per capire meglio la dinamica dei fatti, domenica 12 alcuni rappresentanti della comunità ebraica locale si sono incontrati nel municipio di Uman con il sindaco e i capi delle autorità locali e nazionali. Al termine del loro incontro, è stato deciso che le autorità si impegneranno a proteggere i quartieri ebraici, che in passato sono stati presi di mira da veri episodi di antisemitismo: come quando, nel dicembre 2016, una testa di maiale è stata gettata sulla tomba di Rav Nachman.
Secondo un comunicato stampa del comune di Uman, i capi della comunità ebraica e delle autorità locali hanno stabilito di "mantenere un contatto operativo tra le due parti al fine di evitare simili incidenti," e che con l'aiuto del comune "i chassidim continueranno a installare telecamere di sicurezza in tutto il loro centro storico e culturale."

(Bet Magazine Mosaico, 15 gennaio 2020)



Israele perde otto caccia avanzati danneggiati da forti alluvioni

Forti tempeste di pioggia che hanno imperversato in Israele la scorsa settimana hanno causato decine di milioni di shekel in danni ai jet da combattimento e alle attrezzature di manutenzione in una base militare nel sud di Israele, mentre gli hangar e le officine di riparazione venivano allagati.
Inoltre, l'aeronautica israeliana ha dovuto salvare i soldati che erano stati alloggiati nella zona vicino agli aerei, senza riportare ferite.
Un alto funzionario della Israel Air Force ha ammesso lunedì che otto dei più avanzati aerei da combattimento israeliani sono stati gravemente danneggiati, aggiungendo che avrebbe potuto essere prevenuto se l'esercito si fosse preparato in anticipo per il maltempo.
Tre degli aerei hanno subito gravi danni, mentre cinque hanno subito danni minori e potrebbero tornare in servizio nelle prossime settimane, ha previsto il funzionario.
Ha aggiunto che i caccia che sono stati trasferiti dagli hangar alle piste della base prima che i temporali colpissero sono rimasti intatti.
Secondo le stime dell'Air Force, se tutti gli aerei da combattimento fossero stati precedentemente rimossi dai ganci - il che era tecnicamente possibile - il danno a tutti gli aerei sarebbe stato evitato.
L'esercito ha rifiutato di rivelare il numero di jet da combattimento stazionanti nella base allagata.
Pur ammettendo che il danno ai caccia avrebbe potuto essere prevenuto, il funzionario ha accusato le autorità civili di non aver costruito sistemi di drenaggio per l'acqua piovana. Il funzionario ha affermato che la base in questione si trova in una zona soggetta a inondazioni e che l'Aeronautica non è in grado di drenare le acque di inondazione da sola.
Ma l'Air Force è responsabile del drenaggio dell'acqua piovana accumulata nelle strutture all'interno delle basi dell'IDF, compresi gli hangar in cui erano parcheggiati gli aerei danneggiati.
Una cosa simile era capitata agli Stati Uniti nel 2018 quando persero un decimo dei caccia stealth F-22, quando l'uragano Michael colpì la base aerea di Tyndall, distruggendo diversi hangar dove erano stazionati gli aeromobili. Si trattò di un colpo duro per l'aeronautica nordamericana, poiché la riparazione di questi caccia di quinta generazione è estremamente costosa e richiede tempi lunghi.

(l'AntiDiplomatico, 14 gennaio 2020)



Allarme uranio degli 007 israeliani. «L'Iran si farà la bomba atomica»

Per il Mossad entro l'anno gli ayatollah avranno abbastanza metallo arricchito Germania, Francia e Uk premono per l'accordo nucleare. Intanto il regime fa arrestare 30 manifestanti.

di Stefano Graziosi

Schiaffo dell'Europa all'Iran. Regno Unito, Germania e Francia hanno innescato il meccanismo di contestazione, contenuto nell'intesa sul nucleare del 2015, per il mancato ottemperamento dell'accordo da parte della Repubblica Islamica. Nella dichiarazione congiunta diffusa ieri, si legge: «Le azioni dell'Iran sono incompatibili con le disposizioni dell'accordo sul nucleare». I tre Stati proseguono, sostenendo: «Non abbiamo avuto altra scelta, date le azioni dell'Iran, se non registrare oggi le nostre preoccupazioni sul fatto che l'Iran non stia rispettando i suoi impegni ai sensi dell'accordo e rinviare la questione alla commissione congiunta ai sensi del meccanismo di risoluzione delle controversie, come indicato al paragrafo 36 dell'intesa». L'irritazione di Teheran non ha tardato a manifestarsi, con il ministero degli Esteri iraniano che ha commentato: «Il ricorso degli Stati europei al meccanismo di risoluzione di dispute sull'accordo nucleare è un passo emotivo che nasce da una posizione di debolezza». Già all'inizio di gennaio, Londra, Parigi e Berlino avevano formalmente chiesto alla Repubblica islamica di rispettare i termini dell'accordo del 2015, accennando anche una critica all'aggressiva politica regionale dell'Iran. Insomma, è come se - sul dossier iraniano - le tre cancellerie europee si stessero parzialmente allineando a Washington.
   Ciò poi ovviamente non significa che si stia verificando, almeno per il momento, una convergenza piena. Nella dichiarazione di ieri, i tre Paesi europei hanno infatti nuovamente criticato l'abbandono dell'accordo sul nucleare da parte degli Stati Uniti nel 2018 e si sono detti favorevoli a mantenere in piedi l'intesa. Una posizione, quest'ultima, non certo in linea con quella di Donald Trump che, nella conferenza stampa dell'8 gennaio scorso, aveva invitato i partner dell'accordo ad abbandonare il patto definitivamente. Il presidente americano auspica infatti una rinegoziazione dell'intesa e - in questo senso - ha comminato ulteriori sanzioni economiche a Teheran, per aumentare così la pressione sulla Repubblica Islamica e spingerla a sedersi al tavolo delle trattative.
   Il punto è che, al di là di alcune divergenze tra Washington e gli europei, l'ultima mossa di Germania, Francia e Regno Unito potrebbe nei fatti andare nella stessa direzione americana. In base a quanto prescrive l'accordo del 2015, in caso di contestazioni, dovrebbe intervenire una commissione congiunta «che avrebbe quindici giorni per risolvere il problema». Successivamente sarebbe in caso possibile appellarsi anche a un advisory board di tre componenti ma - qualora la questione non si risolvesse - l'ultima parola spetterebbe al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: scenario che potrebbe reintrodurre tutte le sanzioni internazionali attualmente congelate. Tutto questo, mentre l'intelligence israeliana ha sostenuto ieri che Teheran avrà «sufficienti quantità di uranio arricchito per poter produrre una bomba nucleare entro la fine di quest'anno».
   Non si placano intanto le tensioni interne all'Iran sulla vicenda dell'aereo abbattuto l'8 gennaio: episodio di cui la Repubblica islamica si è alla fine assunta la responsabilità, scatenando dure proteste di piazza. Il portavoce della magistratura di Teheran, Gholamhossein Esmaili, ha dichiarato che «l'Iran ha avviato un'indagine a tutto campo sull'aereo ucraino» abbattuto «e alcune persone sono state arrestate in merito nelle ultime settantadue ore». Il numero degli arrestati per le responsabilità nell'incidente non è al momento ancora noto, mentre Esmaili ha affermato che circa trenta persone sarebbero state fermate a causa delle proteste «illegali», in corso da sabato contro il governo. Proteste duramente represse, tanto che, stando a video e testimoni, la polizia avrebbe addirittura sparato sui manifestanti: circostanza ieri tuttavia negata da Teheran. Sulla questione dell'aereo è tornato anche Hassan Rohani: «La magistratura deve istituire un tribunale speciale con un giudice senior e decine di esperti. Questo dossier non riguarda un caso comune. II mondo ci sta guardando», ha dichiarato. Visto il proseguire delle proteste antigovernative, il presidente iraniano ha inoltre cercato di gettare acqua sul fuoco. «Il governo», ha affermato, «si sente responsabile per le vittime e rispetterà i propri obblighi legali ma la cosa più importante è che il nostro popolo sia rassicurato sul fatto che tali incidenti non si ripetano». La magistratura ha intanto fatto sapere che le scatole nere dell'aereo saranno inviate in Francia per essere analizzate. Tra l'altro, non si placano neppure le turbolenze con Londra. L'ambasciatore britannico in Iran Rob Macaire (arrestato e rilasciato nei giorni scorsi con l'accusa di coinvolgimento nelle proteste antigovernative) rischia di essere espulso dal Paese: lo stesso Esmaili lo ha definito una «persona non grata». Ieri è poi stato reso noto che l'ayatollah, Alì Khamenei, guiderà i fedeli per la preghiera del venerdì: occasione rara, che potrebbe preludere ad annunci importanti. Iran Air ha infine annunciato che riprenderà dal 3 febbraio i voli Teheran-Fiumicino.

(La Verità, 15 gennaio 2020)


"Cinquanta donne e bimbi ridotti in schiavitù nel seminario"

Arrestato rabbino a Gerusalemme

di Susanna Picone

Aharon Ramati
Un rabbino è stato arrestato lunedì a Gerusalemme con l'accusa di aver sequestrato una cinquantina di donne ridotte in schiavitù in un seminario, sottoponendole a violente punizioni corporali. La polizia ha fatto irruzione nel seminario chiamato "Beer Miriam" dopo aver maturato il sospetto che appunto le allieve fossero vittime di estorsioni e permanenza forzata.
   La svolta sarebbe arrivata dopo che alcune donne, dopo aver lasciato il seminario, hanno presentato denuncia. Il rabbino che è stato arrestato si chiama Aharon Ramati, insieme a lui sono finite in manette anche otto donne, compresa sua moglie. L'uomo - secondo la ricostruzione dei media locali - avrebbe avuto "un controllo totale e concreto sui membri della comunità", ovvero circa 50 donne assieme a una decina di bambini con meno di cinque anni. "Era lui - ha spiegato un ufficiale di polizia - a stabilire dettagliate regole di vita, a mantenerle con mezzi coercitivi estremi e anche con punizioni". Aharon Ramati da parte sua si è difeso parlando di menzogne. Ramati era già stato arrestato nel 2015 per sospetti simili, ma successivamente era stato rilasciato.
   L'arrestato dopo le denunce di alcune donne: "Costrette a mettere le mani nel fuoco" - Dalle testimonianze di quante hanno presentato denuncia sarebbe emerso che ogni attività andava riferita al capo, che doveva autorizzarla. Ramati inoltre, secondo l'accusa, sollecitava le discepole a "liberarsi delle impurità del corpo" e descriveva le terribili punizioni che le attendevano. Tra le altre cose, tutte dovevano indossare abiti di taglia molto abbondante per coprire le forme. E non mancavano le punizioni corporali per chi non seguiva le regole. Alcune donne, secondo alcune testimonianze, sarebbero state anche costrette a mettere una mano sul fuoco o a trascorrere nottate all'addiaccio, anche sotto la pioggia.

(fanpage.it, 15 gennaio 2020)


C'è una sinistra antisemita (che finge di non esserlo)

Il rigoroso saggio di Alessandra Tarquini sull'odio antiebraico che nessuno racconta. Alcune testate filo marxiste arrivarono a prendersela col «Dio violento di Israele»

di Marco Gervasoni

Che la sinistra non possa ergersi in cattedra a elargire lezioni sull'antisemitismo lo sapevamo fin da piccoli. Ma oggi c'è un libro che ci conferma e, anzi, ci rafforza in questa convinzione. Non si tratta di un pamphlet di poche pagine, composto in fretta e furia da qualche losco e destrorso figuro, ma di una seria, robusta, documentata monografia storica, frutto di anni di ricerche di archivio, scritta da una studiosa accademica inattaccabile, Alessandra Tarquini: il volume si intitola La sinistra italiana e gli ebrei. Socialismo, sionismo e antisemitismo dal 1892 al 1992 (Il Mulino, 22 euro). Ne volete qualche squarcio? Un Enrico Berlinguer che nel 1967, già negli alti gradi del partito comunista, in una riunione di Direzione spiega che la «distruzione di Israele» è «irrealizzabile»: irrealizzabile, non mostruosa. Oppure, siamo a Roma nel 1982, Lungotevere, di fronte alla Sinagoga. Chi grida «Ebrei ai forni! W l'Olp Morte a Israele»? Neofascisti. No, esponenti del corteo della Cgil, Cisl e Uil. Militanti, si dirà. Ma il Pci nella Direzione del 10 giugno 1982 aveva accusato Israele di perseguire il «genocidio», mentre a un Elio Toaff sdegnato dagli slogan antisemiti dei sindacati, il segretario della Cgil Luciano Lama non trovò di meglio, in luogo di condannare, che giustificarli come comprensibili di fronte alla «guerra crudele scatenata dalle armate israeliane contro un popolo che rivendica il suo diritto sacrosanto ».
   Non andava molto meglio sul versante socialista: l'esponente della sinistra anti-craxiana, Enzo Enriques Agnoletti, negli stessi giorni, paragonò l'esercito israeliano a quello che aveva sterminato gli italiani alle Fosse Ardeatine, cioè ai nazisti. Del resto questa identificazione tra Israele e il nazismo circolava già da tempo nella sinistra italiana, soprattutto presso gli intellettuali e segnatamente sul quotidiano Il Manifesto, che se la prendeva addirittura con il «Dio violento di Israele». Come nota giustamente Tarquini, il paragone tra Israele e il nazismo rimontava agli anni Cinquanta, ed era il frutto di una «antica difficoltà della sinistra di accettare fino in fondo gli ebrei».
   Proprio perché antica, la studiosa inizia a raccontarla dal 1892, data di nascita del Partito socialista italiano, e la chiude nel 1992, data simbolica della morte di quel partito, mentre pochi mesi era finita, almeno nominalmente, la storia del Pci. Fino alla Seconda guerra mondiale la questione ebraica, così rilevante in paesi come Francia, Germania, persino Stati Uniti, in Italia non era molto sentita, soprattutto nel socialismo italiano, che lo considerava una tema di scarso rilievo.
   Colpisce che però anche negli anni Trenta, di fronte al nazismo e persino alle leggi razziali, i giornali clandestini comunisti e socialisti non pare fossero troppo interessati all'argomento: repressivi e autoritari con tutti, nazisti e fascisti lo erano anche con gli ebrei. Nessuna particolare attenzione alla specificità dell'antisemitismo, e questo addirittura ancora fino agli anni Cinquanta, quando il tema dei campi di sterminio e della Shoah occupava un posto secondario nella cultura di sinistra. Forse perché, a mio avviso, scorre nel sangue della sinistra di matrice socialista e poi comunista fin dalle sue origini una forte ostilità nei confronti degli ebrei. Vero è che l'antigiudaismo di derivazione cristiana aveva una lunga e sanguinaria scia dietro di sé, ma all'inizio dell'Ottocento a scrivere che il capitalismo era stato introdotto dagli ebrei usurai fu uno dei fondatori del socialismo, Charles Fourier. E il termine antisemitismo fu inventato a metà ottocento da un giornalista tedesco radicale di sinistra, Wilhelm Marr.
   Ovviamente la storia si fa incandescente con la nascita dello Stato d'Israele ma, soprattutto, dopo la guerra dei Sei giorni nel 1967. A questo punto, mentre i comunisti, sulla spinta di Mosca, accentuano l'ostilità nei confronti di Tel Aviv, i socialisti al contrario rafforzano la loro simpatia nei confronti del sionismo. E quindi bisogna distinguere da una sinistra anticapitalista e ostile all'occidente, come quella comunista, per la quale l'antisionismo è talmente radicato da non essere più distinguibile dall'antisemitismo, e una sinistra riformista o in ogni caso agganciata all'alleanza occidentale. Lo dimostra il forte legame tra Bettino Craxi e la causa palestinese, soprattutto a partire dalla fine degli anni Settanta. Questa politica craxiana condusse a errori anche gravi di valutazione, ma mai si confuse con chi invitava a distruggere Israele o a considerarlo un degno erede delle SS.Quella storia è finita per sempre. Ma a guardare le posizioni di certi eredi della storia comunista, e pure di quella democristiana di sinistra, non certo apertissima con gli ebrei, oppure a guardare cosa succede alla Brigata ebraica ogni 25 aprile, o certi slogan dei centri sociali, pare che la sinistra italiana continui a mantenere un rapporto ambiguo, strumentale e in cattiva fede con gli ebrei e con Israele.

(il Giornale, 15 gennaio 2020)


La Regione Liguria contro l'antisemitismo

L'antisemitismo imbarazza la sinistra

 
La Liguria è la prima regione italiana a riconoscere la definizione operativa di «antisemitismo» così come adottata in assemblea plenaria dell'Ihra (l'International Holocaust Remembrance Alliance) a Bucarest nel 2016. E a prendersi l'impegno di avviare e sostenere iniziative perché questa definizione sia valida e adottata dallo Stato Italiano come già è avvenuto in sede di Unione Europea e in molti Paesi del mondo. Non è una semplice questione formale, perché sancisce in maniera netta, che non esistono degli antisemitismi tollerabili a seconda delle convenienze politiche. Che chiunque manifesti odio e avversione, «manifestazioni retoriche e fisiche contro le persone ebree o non ebree, i loro beni, le istituzioni delle comunità ebraiche e i loro luoghi di culto», sono da condannare con la stessa fermezza.
   Questo è avvenuto ieri in consiglio regionale grazie all'approvazione di un ordine del giorno proposto dal capogruppo di «Cambiamo!», Angelo Vaccarezza. Un documento approvato all'unanimità non senza qualche mal di pancia imbarazzato e qualche tentativo andato a vuoto di annacquare il testo. In particolare dal Pd è arrivata la richiesta di eliminare gli esempi pratici di antisemitismo, fatti sulla base della definizione approvata dall'Ihra. Dopo un confronto in commissione con due associazioni ebraiche, si è deciso di far passare il testo senza gli espliciti esempi che evidentemente «infastidivano» chi non poteva certo fare la figura di bocciare l'atto ma comprendeva anche tutte le conseguenze del contenuto. La sostanza non è cambiata, in quanto la definizione è chiarissima e condanna senza possibilità di fraintendimenti, tutte quelle posizioni antisemite che larga parte della sinistra italiana assume nei confronti di Israele e a favore dei suoi nemici.
   Incassato il sì unanime dell'aula, Vaccarezza ha poi espresso la sua soddisfazione: «Mai come oggi la battaglia contro l'antisemitismo deve essere viva e attiva e la giornata di oggi segna un passo importante in questa direzione - ha ricordato -. Quale strumento migliore di un atto ufficiale, condiviso da tutte le parti politiche, che sia da sprone, affinché anche il nostro paese non resti indietro nell'applicazione della risoluzione parlamentare europea 2682/2017? Questo ordine del giorno è un documento assolutamente apolitico, scevro da colori di partito. Ha una funzione fondamentale: è affermazione di valori che, almeno per me, vanno diffusi e portati avanti in una società che oggi è troppo lacerata da odio e inutili violenze».
   Non solo Vaccarezza ha esultato ieri. «Esprimo grande soddisfazione per il risultato ottenuto nel Consiglio Regionale della Liguria - ha assicurato Cristina Franco, presidente dell'Associazione Italia Israele di Savona -. Un passo concreto nella lotta contro l'antisemitismo che fa della Regione Liguria un esempio di civiltà e giustizia essendo la prima istituzione italiana a recepita. La nostra Associazione ha trovato prima di tutto in Angelo Vaccarezza e quindi nel consiglio regionale l'auspicato accoglimento delle nostre istanze».

(il Giornale, 15 gennaio 2020)


La lotta della Carfagna contro l'antisemitismo

Appello a Conte per adottare la definizione dell'lhra

«Chiedo al presidente Conte di farsi garante per il suo governo e di far adottare anche all'Italia la definizione di antisemitismo introdotta dall'Ihra (l'organizzazione intergovernativa per non dimenticare gli orrori dell'olocausto, ndr )». A chiederlo è la vicepresidente della Camera e deputata di Forza Italia Mara Carfagna con un post e un video su Facebook. Una richiesta che arriva in vista della Giornata della Memoria del 27 gennaio. «L'esecutivo deve ancora dare seguito all'impegno a cui la Camera dei deputati, votando all'unanimità una mozione di cui sono prima firmataria, lo ha vincolato nell'ottobre del 2018. L'Ihra allarga il concetto di antisemitismo includendovi anche l'antisionismo. Oggi applicare in Italia, come hanno già fatto altri paesi europei e come invita a fare l'Ue, è più che mai urgente», spiega la Carfagna. La deputata azzurra in questo modo vuole evidenziare come stia diventando sempre più preoccupante l'avversione nei confronti di Israele. «Un'indagine condotta da Euromedia Researeh parla chiaro - ricorda la Carfagna - nel nostro Paese, l'orrore dell'odio verso gli ebrei rialza la testa. Addirittura, il 6,1% degli intervistati si dichiara apertamente antisemita. In molti ritengono che gli ebrei abbiano troppo potere e che si reputino una razza superiore.Negare il diritto di esistere allo Stato d'Israele, significa negare un rifugio sicuro a tutte le persone di religione ebraica che si sentono minacciate e che subiscono ritorsioni o attentati nei paesi in cui risiedono. L'antisemitismo e l'odio verso Israele avanzano, il nostro governo deve prenderne atto e deve smetterla di tergiversare dando seguito a quanto il Parlamento gli ha chiesto più di un anno fa. L'antisemitismo va combattuto senza esclusione di colpi, affinché pagine tragiche della nostra storia non si aprano più».

(Il Tempo, 15 gennaio 2020)


L'antisemitismo di massa che resiste alla modernità

I dati allarmanti di una ricerca della Ghisleri. Il 12% degli italiani non crede alla Shoah. Sono il quarto più forte partito italiano. Odio e paura: le cause sono lì.

di Emanuele Fiano

Gli ebrei hanno troppo potere dicono in tanti che hanno risposto a un sondaggio. E l'antisemitismo si nutre sempre dello stesso cibo.
  Questa volta la ricerca sullo stato dell'arte dell'antisemitismo in Italia, è condotta da una ricercatrice, universalmente apprezzata, in genere dedita alla misurazione degli umori politici come Alessandra Ghisleri, e i risultati non sono affatto incoraggianti.
  Circa il 12% degli italiani crede sostanzialmente che la Shoah sia una bufala.
  Il 6,1% della popolazione si dichiara non favorevole alla religione ebraica, ma i valori che riguardano le motivazioni di questo plateale schieramento antisemita, sono ancora superiori (il 14% pensa che i palestinesi siano oggetto di un genocidio da parte degli ebrei, l'11,6 che gli ebrei dispongano di un potere economico troppo forte, il 10,7 che si occupino solo di se stessi etc etc ) Come al solito in questo tipo di ricerche, ancora più del valore assoluto sarebbe utile il valore comparativo, con gli anni precedenti. Nel caso della ricerca della Ghisleri non abbiano raffronti, ma tutte le ricerche che monitorano l'andamento storico degli atti e delle espressioni antisemite, anche sui social, misurano un cospicuo aumento.
  Quale giudizio dare dunque di questi dati?
  • Primo: l'antisemitismo non è mai morto, e non morirà mai. La necessità dell'individuazione di un nemico, della circoscrizione del proprio territorio dove la diversità non è accettata, vale sempre. L'antisemitismo ha una sua peculiarità, una sua storicità, ma appartiene a una famiglia più grande, del razzismo e della discriminazione, che ha una persistenza storica formidabile e preoccupante.
  • Secondo: la concomitanza di fattori che inducono a un peggioramento della situazione, come le crisi economiche e (come dimostra anche per esempio il famoso post del senatore Lannutti), le crisi bancarie, aumentano l'intensità del fenomeno. Di fronte a un problema esistenziale così grande come la propria condizione materiale di vita, la precarietà della propria situazione, l'incertezza del futuro, l'impressione di essere impotenti contro un destino cinico e baro, scatta la ricerca di un nemico un po' indecifrabile, un oscuro complotto, un popolo strano con strane usanze, qualcuno o qualcosa la cui alterità giustifica il sospetto di attività pericolose e nemiche.
  • Terzo: l'antisemitismo ha chiare e plurime matrici. Ai nostri giorni se ne ritrova uno classico di matrice neofascista o neonazista, i cui esiti ricorderemo tra poco nel Giorno della Memoria; ci sono le forme contemporanee, che usano lo Stato d'Israele come obiettivo, negandone il diritto all'esistenza e dunque attaccando un principio generale, sancito dal consesso internazionale e dall'Onu, che ovviamente è cosa ben diversa dal diritto di critica delle singole scelte dei governi che si succedono in Israele: ce n'è uno di matrice islamica, ovviamente in crescita nel mondo arabo e islamico, ma anche nei Paesi europei a forte presenza islamica; ci sono ancora presenti le matrici di origine cristiana, risalenti all'accusa di deicidio, anche se mi pare molto rarefatte.
    E credo si possa dire che la questione delle forme contemporanee dell'antisemitismo, delle sue matrici, non si distanzi molto da ciò che è stato osservato nel passato, e dalle sue radici storiche, anche se, sicuramente per l'Italia, oggi, la concomitanza di un'onda politica che fa della spinta identitaria, intesa come ricerca del proprio carattere originario come unico argine al globale, sta amplificando molto ogni sentimento discriminatorio.
  • Quarto: dobbiamo avere coscienza che Internet, e i social in particolare, hanno prodotto un'amplificazione esasperata dei peggiori sentimenti di odio, discriminazione e razzismo, magari nascosti dietro l'anonimato, come se la rete fosse una specie di terra di nessuno dove tutto è concesso. Dove io, anonimamente, posso finalmente togliermi il giogo delle norme, dei divieti, dell'etica pubblica.
È la terribile questione dei discorsi di odio, che attraversano tutto il mondo della rete, e di cui l'antisemitismo è molta parte.
  Oggi dunque, questa è la mia impressione, i fattori contingenti si sommano all'eredità storica, nella stagione in cui peraltro sono destinati a scomparire gli ultimi testimoni della Shoah, con un connubio preoccupante. Serve un investimento complessivo. Non basteranno i divieti. Serve investire nella cultura, nella formazione e nel sociale. Ogni centimetro tolto al terreno dove sorge il pregiudizio è un centimetro guadagnato per il futuro.

(Il Riformista, 15 gennaio 2020)



«Il problema non è di una sola parte. E Sala non si limiti a tagliare i nastri»

L'ex presidente della Comunità ebraica di Milano critico: «Avrei voluto prese di posizione chiare e ufficiali del sindaco».

di Alberto Giannoni

- Walker Meghnagi, past president della Comunità ebraica, che significa Memoria?
  «Mi rifaccio al testamento di rav Laras, grande rabbino capo e grande uomo, che aprì con un altra grande figura come il cardinal Martini il dialogo fra cristiani ed ebrei. Laras spiega che la Shoah ha segnato per sempre la sua esistenza. Ma aggiunge che la Giornata della Memoria è anch'essa arrivata a una crisi di senso e di comunicazione».

- Le pietre di inciampo sono un ricordo toccante e doveroso, non le pare?
  «Sono belle, ma serviranno per le prossime generazioni. Sollecitano la memoria, devono essere fatte, perfetto, ma io dico: fermiamo gli antisemiti, quelli del passato e quelli del futuro! Io ho pagato sulla mia pelle, so cosa vuol dire antisemitismo dalla mia infanzia in Libia».

- Che ricordo ne ha?
  «Frequentavo la scuola italiana, che ci dava le aule di nascosto, per studiare ebraismo. Quando lo hanno scoperto, lì ci hanno ammazzato di botte. Ho tredici ferite, una volta usarono un vetro. Io non abbassavo la testa, ero già come mio padre, che era stato minacciato per questo, dagli islamisti. Aveva un'azienda e un giovedì sera, lui a un capotavola e mia madre all'altro, disse ai noi figli maggiori: Lunedì partiamo. Mia madre ci raggiunse in Italia dopo 45 giorni coi piccoli. Abbiamo dovuto lasciare tutto, le nostre radici, le scuole, le sinagoghe, i nostri cimiteri. L'odio che colpisce gli ebrei non arriva da una parte sola».

- Cosa intende dire?
  «Quando si dice razzismo uguale antisemitismo è un errore. Vedo Sala che marcia contro l'odio. L'antisemitismo esiste da sempre, milioni di ebrei sono stati uccisi, ma l'antisemitismo ha delle specificità e va combattuto per quello che è oggi. Non si può relegare a una sola espressione della destra, forse 70-80 anni fa era così, oggi non più».

- Oggi cosa vede?
  «Vedo il Bds, movimento antisemita mascherato da anti-sionismo. Vediamo legami documentati fra aree vicine a questo movimento e il terrorismo. Tutto ciò dietro una facciata di difesa dei diritti umani. Ci sono persone che alimentano l'odio per Israele e considerano gli ebrei italiani responsabili di ogni cosa faccia. Io da italiano esigo rispetto».

- La rassicura la mozione del centrodestra in Regione?
  «Mi rassicura tutto ciò che va in questa direzione, anche il convegno di Salvini. Sono disponibile a parlare con tutti. Sono antirazzista, potevo nascere nero e arrivare su un barcone dalla Libia. Dialogo con tutti, ma non si faccia un calderone parlando genericamente di odio. Ci sono valori che non si possono sacrificare».

- La preoccupa l'islamismo?
  «Io non ho paura dei musulmani, temo gli antisemiti e il terrorismo di matrice islamica. Certo se non si blocca e si cavalca la tigre corre. In Italia, al di là di quelle manifestazioni che nessuno ha condannato, non ce ne sono molte come in altri Paesi europei, vedi la Francia. In piazza San Babila, il 25 aprile, al 90% sono centri sociali ad aggredire la Brigata ebraica. E si sente dire: Dovevate restare nei lager. Mi sfugge il motivo per cui le autorità consentano certe manifestazioni come quelle del 2017 o quella recente che in stazione Centrale definiva terroristi gli Stati Uniti, sull'Iran».

- Nel 2017 la condanna del sindaco arrivò, lenta e rituale.
  «È raro che alcune forze politiche di sinistra dicano: Anche tra di noi esiste l'antisemitismo. Sono cerimonie, sindaci, conferenze, tagli di nastri. Io vorrei una presa di posizione per un fenomeno che non è più strisciante».

- Il Pd parlò di matrice neofascista di quegli slogan.
  «C'è difficoltà e difficoltà a riconoscere la realtà, che è sfaccettata. Erano musulmani, non c'entrava niente il fascismo. Il fascismo è stato una brutta bestia, terribile, ma questo non vuol dire che tutto sia fascismo. E oggi chi non è di sinistra è definito fascista. O accusato, tacciato di essere salviniano, o di Fdi. Bisogna uscire fuori da questi luoghi comuni».

- Lei al convegno di Salvini sarebbe andato, a differenza di Liliana Segre che ha detto no.
  «Assolutamente sì, se qualcuno mi chiama per dialogare io devo essere disponibile. Ci sono intellettuali divisivi, portatori di una cultura di intolleranza, che vedono la violenza da una parte sola. Una dipendente del Comune ha insultato Israele, non mi interessa parlare della persona, ma nessuno ha preso posizione».

- Lei avrebbe voluto un provvedimento del sindaco?
  «No, e ha ragione che non può e non deve controllare tutti, ma avrei voluto una presa di posizione ufficiale, non parlare con due tre persone della Comunità. Doveva dire che era contro quella violenza verbale. Invece niente. Se fosse stato qualcuno di destra sarebbe scoppiata l'Italia».

(il Giornale, 14 gennaio 2020)


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Mozione leghista a sostegno di Israele. Passo indietro del Pd, intesa possibile

Al Pirellone. Rinvio tecnico ma ora si prospetta un'intesa. Lega compatta

MILANO - Discussione animata dentro al Pd. E un'intesa sulla mozione leghista contro l'antisemitismo e pro Israele, in Regione, adesso è possibile.
   Il documento a prima firma Gianmarco Senna, messo all'ordine del giorno per la seduta di ieri, alla fine non è stato votato per ragioni tecniche, ma un voto bipartisan è diventato un'ipotesi più concreta, mentre alla vigilia della seduta si era arrivati con due mozioni diverse, quella Lega e una del Pd. La Lega resta compattissima. Dopo Senna e dopo Paolo Grimoldi, segretario lombardo del Carroccio, anche il consigliere milanese Max Bastoni ieri si è schierato pubblicamente sul punto, con grande convinzione: «Negare il diritto all'esistenza di Israele - ha detto - di fatto significa negare il diritto degli ebrei alla garanzia di una convivenza alla pari con gli altri popoli». E sul «diritto all'autodeterminazione» ha aggiunto: «Curioso che per garantirlo agli arabi palestinesi si tenti di negarlo a un altro popolo, quello ebraico».
   I lavori d'Aula, ieri, hanno dedicato molto tempo ai primi punti all'ordine del giorno, e questo ha determinato un imprevisto slittamento della mozione-Senna alla prossima seduta. L'occasione tuttavia è stata tutt'altro che persa. Fin dal mattino infatti sono partiti i contatti fra gruppi e consiglieri, e i «pontieri» del Pd si sono messi al lavoro focalizzando un compromesso che lunedì sera pareva improbabile, anche perché la Lega aveva fatto intendere di essere irremovibile sul suo testo, che in pratica condanna la campagna di boicottaggio di Israele ed equipara l'antisemitismo e l' antisionismo, cioè l'ostilità a Israele come Stato ebraico. Questa stessa impostazione, fra l'altro, era al centro di un testo simile che ieri è stato votato dal Consiglio regionale della Liguria, e lo stesso Parlamento italiano - come quello francese - ha votato questo indirizzo, che il governo non ha ancora fatto suo.
   Al Pirellone qualcosa è cambiato, ieri, nel Pd: qualcuno ha tentato la via del compromesso, mettendo a punto una possibile integrazione al testo leghista che circoscrive l'esclusione da ogni finanziamento e sostegno pubblico delle associazioni aderenti alla campagna per il boicottaggio, indicando espressamente quelle «riconosciute come organizzazioni terroristiche dall'Onu». Nessun problema, per la Lega, ad accettare l'integrazione, resta da capire se il Pd sarà compatto su questo passo indietro o se resterà fedele al suo testo, noto da lunedì, che riconosce il diritto di esistere dello Stato di Israele ma precisa che le critiche a Israele non possono essere considerate antisemitismo. Resta - e resterà fino a martedì prossimo - la contrarietà dei «grillini», ma ora c'è uno spiraglio concreto per un voto a larga maggioranza del Consiglio. Un voto che sarà gradito alla Comunità ebraica di Milano. «Spiacente del rinvio - commenta il past president della Comunità, Raffaele Besso - confido che la settimana prossima la risoluzione andrà in porto. Colgo l'occasione per ringraziare i promotori e coloro che - anche dall'opposizione - si sono impegnati in questa battaglia contro l'odio anti-ebraico e le sue tante facce».
   Intanto il Consiglio si prepara a inaugurare, proprio martedì, la mostra sulla Brigata ebraica, un allestimento sulla storica formazione sionista che partecipò alla Liberazione con la Stella di David, inquadrata nell'esercito britannico. A febbraio, poi, il Consiglio regionale ospiterà la senatrice a vita Liliana Segre. AIGia

(il Giornale, 15 gennaio 2020)


L'ultima chance del Labour d'Israele: si fonde per non sparire

Al voto di marzo la formazione che fu di Peres e Rabin si unirà ad altre due per non restare fuori dal Parlamento.

di Francesca Caferri

È stato il partito di alcuni fra i più grandi padri di Israele. Quello che più di ogni altro ha spinto per la pace con i palestinesi: che per anni ha fatto della soluzione dei due Stati la bandiera per il futuro dello Stato. Quello che sull'altare di un accordo ha visto morire sotto i colpi di un estremista il suo leader e premio Nobel per la pace Yitzhak Rabin: ma il Labour israeliano non sarà presente alle elezioni del 2 marzo, almeno non nella sua forma tradizionale. Ieri il leader Amir Peretz ha annunciato che in vista del voto il partito unirà le sue forze con i rivali storici di Meretz, il partito della sinistra liberale israeliana che ha nella zona intorno a Tel Aviv il suo bacino di voti principali e con Gesher, un altro partito di sinistra, presentandosi in una lista unica: nome e simbolo della nuova alleanza non sono stati ancora resi noti, ma lo saranno presto. Entro mercoledì devono essere presentate le liste elettorali.
   L'alleanza è l'ammissione di una clamorosa sconfitta della sinistra israeliana, che nelle ultime due tornate elettorali è rimasta schiacciata dalla contrapposizione fra il Likud del premier Benjamin Netanyahu e Blu e Bianco dell'ex capo di Stato maggiore Benny Gantz, che ha drenato molti dei voti progressisti, presentandosi come l'unica alternativa possibile per fare uscire di scena l'uomo che da vent'anni domina la vita politica di Israele.
   Nelle elezioni di settembre il Labour, che già correva con Gesher, ha ottenuto solo sei dei 120 seggi della Knesset: un crollo assoluto per un partito che per decenni ha dominato la politica israeliana diventando un punto di riferimento per la sinistra mondiale. Ma che oggi non riesce più a parlare ai suoi elettori: la grande spinta dietro alla fusione, spiega il quotidiano liberale Haaretz, è arrivata da Blu e Bianco. Se vuole conquistare il governo dopo due tornate elettorali chiuse in sostanziale parità, l'alleanza guidata da Gantz ha bisogno di alleati solidi a sinistra: e tutti i sondaggi pre-voto mostravano invece un ulteriore indebolimento dei partiti progressisti che, divisi, non avrebbero superato la soglia di sbarramento del 3,25% prevista per entrare nella Knesset. La fine di un'era, che soltanto cambiando nome e simbolo, i laburisti possono sperare di evitare.

(la Repubblica, 14 gennaio 2020)


Israele minaccia di usare i caccia F-35 contro l'Iran

 
F-35
Israele minaccia di utilizzare i suoi caccia F-35 stealth contro l'Iran. Il velivolo di quinta generazione, infatti, secondo quanto afferma il portale The National Interest, grazie al suo radar molto potente sarebbe in grado di rilevare minacce come i missili in forza a Teheran.
Il radar F-35 è il più avanzato per i caccia, secondo lo sviluppatore dell'F-35 Lockheed Martin. "Permette all'F-35 di essere in grado di identificare e intercettare le minacce disperse nell'aria che volano a bassa quota e ad alta velocità", ha affermato un portavoce della compagnia lo scorso 18 dicembre.
   L'Iran è accusato di aver utilizzato missili da crociera per attaccare l'Arabia Saudita a settembre. Il radar dell'F-35 può svolgere un ruolo nel neutralizzare questo tipo di minacce.
   Gary North, vicepresidente per i requisiti dei clienti per Lockheed Martin, afferma che il radar AESA F-35 AN / APG-81 può consentire l'intercettazione di minacce disperse nell'aria a bassa quota. Il radar è un elemento chiave dell'F-35 fornito da Northrop Grumman. È un array attivo a scansione elettronica che fornisce consapevolezza situazionale e una vista dello spazio di battaglia.
   Israele ha modificato i propri caccia F-35, denominati Adir, per adattarsi alla situazione nella regione in cui andranno ad operare. Israele inoltre ha una sofisticata difesa aerea a più livelli, come Iron Dome e David's Sling, che utilizza per affrontare le minacce missilistiche.
   Gli F-35 israeliani sono operativi dal dicembre 2017 e all'estate del 2019, ha ricevuto 16 dei 50 che riceverà entro il 2024. Israele ha sostituito con gli F-35 che ha ricevuto gli altri suoi aerei da guerra, compresi gli F-15 che Israele ha modificato in passato, anche questo un radar avanzato. Questi includono gli F-15D e gli F-15 che Israele ha nella sua forza aerea. Gli aggiornamenti indigeni sono sempre stati il ??punto di forza di Israele. In passato ha aggiornato i suoi vecchi F-15, concentrandosi su radar migliori, collegamento dati e suite di guerra elettronica.
   Un documento sull'equilibrio militare del 2019 dell'Istituto internazionale di studi strategici ha osservato che gli UAV con firma radar ridotta e "munizioni a guida di precisione e missili da crociera di attacco a terra (LACM)" sono una delle tante sfide per il "tradizionale set di obiettivi", che affrontano i paesi.
   La sfida di Israele di fronte a minacce simili è un problema che gli Stati Uniti hanno esaminato in passato. Nel 2015, secondo quanto riferito, il Pentagono stava cercando uno scudo missilistico da crociera che includesse un radar che consentisse agli F-16 di abbattere i missili. L'F-35 ora può anche rilevare la firma a infrarossi dei missili, compresi i missili balistici.
L'F-35 israeliano opera nella regione e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito l'Iran che gli aerei possono raggiungere qualunque obiettivo debbano raggiungere.

(l'AntiDiplomatico, 14 gennaio 2020)


Così l'Italia si scopre antisemita. "Gli ebrei hanno troppo potere"

La prima ricerca sulle discriminazioni curata da Euromedia Research: l'1,3% nega perfino l'esistenza della Shoah.

I tweet contro gli ebrei sono cresciuti di due volte e mezza in due anni L'ostilità nei confronti dell'Islam e dei musulmani è al 36,7 per cento

di Mattia Feltri

Come tutti i numeri, anche questi si possono leggere in un senso o nell'altro. Per esempio, l'1,3 per cento degli italiani pensa che la Shoah sia una leggenda inventata da qualche vecchio col naso adunco. L'1,3 per cento potrebbe essere una percentuale fisiologica di imbecilli totali, e tuttavia corrisponde a circa 700 mila italiani maggiorenni - più o meno la popolazione di Palermo, quasi quella di Torino - convinti che Hitler non abbia torto un capello agli ebrei. Un altro dieci e mezzo per cento si limita a sostenere che il terribile consuntivo (sei milioni di ebrei ammazzati) sia stato fortemente esagerato dalla storiografia.
  Il problema - e il merito di chi l'ha condotta, la Euromedia Research di Alessandra Ghisleri - è che quella che vi presentiamo è la prima indagine ampia e organica sull'antisemitismo in Italia. Ce ne sono a livello mondiale o europeo, da cui risulta costantemente che l'antisemitismo è faccenda ben più seria altrove (per esempio in Francia e Spagna}, ma che qui stia cominciando un tentativo di rimonta. Ed è per questo, per quantificare il fenomeno, che l'Osservatorio Salomon sulle discriminazioni ha chiesto a Ghisleri di occuparsene. Il risultato, si potrebbe dire, non è allarmante ma nemmeno rassicurante: qualcosa si sta muovendo, purtroppo. Per esempio il 6,l percento si dichiara «poco favorevole» o «non favorevole» alla religione ebraica (e un dato su cui bisognerà tornare è l'ostilità del 14 per cento al cristianesimo, per la perdita di autorevolezza della Chiesa, e il 36,7 per cento all'Islam, per l'immigrazione e il terrorismo). Il mistero è a che cosa sia dovuta una percentuale di antisemitismo così apertamente dichiarata, e probabilmente ancora imprecisa.

 Le imputazioni alla comunità
  Infatti il questionario più interessante (a risposta multipla, quindi si poteva rispondere affermativamente a più di una domanda) riguarda le imputazioni rivolte alla comunità ebraica. Il 14 per cento degli intervistati ritiene che i palestinesi siano vittime di un «genocidio» da parre di Israele, l'11,6 che gli ebrei dispongano di un soverchio potere economico-finanziario internazionale, il 10,7 che non abbiano cura della società in cui vivono ma soltanto della loro cerchia religiosa, l'8,4 che si ritengano superiori agli altri, il 5,8 che siano causa di molti dei conflitti che insanguinano il mondo. La sequela di pregiudizi dimostra che la percentuale dì aperti antisemiti (6,1 percento) è molto al di sotto degli antisemiti inconsapevoli, o malamente mascherati. E Alessandra Ghisleri invita a leggere bene i numeri. Intanto l'1,3 per cento di negazionisti «non è alto, ma mi aspettavo lo 0,2 o lo 0,3, qualcosa del genere», Poi, aggiunge, è impressionante che fra i dichiaratamente antisemiti il 49 per cento abbondante accusi gli ebrei di strapotere finanziario e quasi il 47 di sentirsi una razza superiore, e cioè le pietre angolari su cui il nazismo costruì la sua propaganda.
  E' un peccato che l'indagine di Euromedia (mille intervistati via telefono fisso, mobile, email, whatsapp) non sia raffrontabile con indagini precedenti, però sembra abbastanza in linea con le rilevazioni del 2017 dell'Osservatorio antisemitismo del Cdec di Milano, in collaborazione con Ipsos, secondo cui l'11 per cento degli italiani «risponde con giudizi negativi a domande sugli ebrei». Un'altra ricerca, condotta da Vox (Osservatorio italiano sui diritti a cura, fra gli altri, dell'Università degli Studi di Milano e della Sapienza) ha contato i Tweet contro gli ebrei: nel 2016 erano seimila e settecento, nei dodici mesi a cavallo fra il 2017 e il 2018 erano aumentati di due volte e mezzo, fino a toccare la cifra di quindicimila e quattrocento.
  Fra le molte schede dell'indagine Euromedia (da oggi l'integrale è sul sito di Osservatorio Salomon), rimane da segnalarne una sulla collocazione dei partiti in una scala che va da "sensibilità massima» a «sensibilità minima» ai temi dell'antisemitismo. Forza Italia, distaccata, è il partito più sensibile. Gli altri sono molto vicini fra loro, e tutti con una seria questione di antisemitismo, e la Lega quella che si distingue per sensibilità minima (ma la categoria degli indecisi al voto lo è ancora di più). Se ne ricavano due impressioni. Prima, il centro liberale declina con Forza Italia, e l'antisemitismo prende forza. Seconda, Matteo Salvini (che antisemita non è) probabilmente sa di dover fare i conti con questo problema, e infatti ha appena organizzato un convegno a Roma sulle «nuove forme dell'antisemitismo» a cui cerca di arruolare Liliana Segre. Non può che essere giudicata una buona notizia, e buon punto di partenza per riprendere una situazione che rischia di sfuggirci di mano.-

(La Stampa, 14 gennaio 2020)


L'ospedale dei sogni si chiama Sheba

Medici, ricercatori e start-up fianco a fianco. "Adottiamo un approccio rivoluzionario".

di Fabiana Magrì

 
Sheba Medical Center
Accelerare. Riprogettare. Collaborare. Tre parole chiave per un acronimo - «Arc» che sintetizza la missione del nuovo «Innovation Center», nel campus dello Sheba Medicai Center, in Israele.
  Tra i 10 migliori ospedali al mondo secondo la rivista «Newsweek», lo Sheba cura ogni anno oltre 2 milioni di pazienti. E aggrega una quantità impressionante di dati. L' «Are» chiama a raccolta medici, start-up, industria e partner internazionali per valorizzare i Big Data con l'obiettivo di trasformare il futuro dell'assistenza sanitaria.

 Sei aree di sviluppo
  La strategia consiste nell'incontro tra necessità e soluzioni. E in un'azione veloce e mirata. In soli due anni di incubazione del progetto, diretto da Nathalie Bloch - internista e medico di famiglia con laurea in medicina in Israele e un curriculum che l'ha portata prima a Vienna e poi a Boston, - il nuovo ecosistema ha già accolto 20 start-up e individuato sei campi di sviluppo, ognuno diretto da un medico senior di Sheba: medicina di precisione, telemedicina, realtà virtuale, Big Data e Intelligenza Artificiale, innovazione chirurgica e riabilitazione.
  Nel co-working, con open space e uffici-«acquario», lavora una squadra di 18persone tra scienziati, ingegneri informatici, project manager e un esperto di cloud computing, «In molti provano a creare questa sinergia - spiega la direttrice dell'Innovation Center -. Alla scuola di medicina di Harvard, a Boston, in due anni, ho portato una sola start-up, qui, invece, 20. La differenza? Allo Sheba c'è molta più flessibilità». La rapidità del passo è garantita dalla presenza fissa di esperti in normativa e di un comitato etico.
  «Le start-up portano le tecnologie per testarle in ospedale. Con il personale medico creiamo un pilota e svolgiamo i test e le verifiche. Tutto è esaminato dal comitato etico», Un esempio è Datos, azienda di software per l'assistenza sanitaria remota che ha già sviluppato due prodotti - per la riabilitazione cardiologica e l'assistenza psichiatrica - e che ora sta lavorando su altri progetti.
  Ikonisys, multinazionale biotech con sedi e centri di ricerca negli Usa e in Europa (anche in Italia), ha invece sviluppato una piattaforma diagnostica, tecnologica e automatica: costituita da un microscopio elettronico associato a un software, è finalizzata alla ricerca delle cellule malate in oncologia. «Un protocollo medico ancora non esiste, stiamo entrando in questo settore con Sheba, che è un partner di eccellenza - anticipa Mario Mauri, membro del cda di Ikonisys - . La collaborazione è importante, perché hanno milioni di pazienti e i dipartimenti di oncologia e di patologia sono estremamente validi».

 Dai problemi alle soluzioni
  Il ritmo è serrato. Ogni due settimane c'è un open-day per la selezione di nuove start-up, ma vale anche il percorso inverso: i medici possono evidenziare esigenze cliniche non soddisfatte, portare intuizioni e idee, lavorare con gli sviluppatori di start-up attraverso cicli accelerati e sviluppare soluzioni e prodotti destinati al mercato globale della sanità.
  Robert Klempfner, cardiologo, è il direttore dell'Istituto di riabilitazione e prevenzione cardiaca a Sheba. Per lui «Are» è una manna dal cielo. «Noi medici conosciamo i problemi: viviamo sul campo, siamo a contatto con le difficoltà e le sfide. Abbiamo bisogno di soluzioni semplici da usare, su misura per problemi reali e diffusi». Non a caso, al suo fianco, c'è la start-up Well-Beat. Insieme cercano di risolvere la mancata aderenza ai trattamenti da parte dei pazienti. «Spesso - spiega Klempfner - le persone non seguono le terapie o i programmi di riabilitazione, anche quando possono ridurre la mortalità o l'ospedalizzazione. Dopo un infarto al miocardio, il tuo stile di vita deve cambiare: esercizi, medicine, una dieta, smettere di fumare. Ai dottori manca il tempo di capire come motivare un individuo».
  David Voschina, uno dei co-fondatori di Well-Beat, ha elaborato la soluzione: «Cerchiamo di fornire un'istantanea della personalità del paziente. Così si può migliorare il dialogo. Abbiamo creato una serie di linee guida per i medici. Per ogni singolo paziente ci sono suggerimenti su cosa dire o fare e cosa evitare. Otto parametri aiutano il dottore a colpo d'occhio e poi si entra nei dettagli». I risultati? «Dopo il pilota di sei mesi - illustra Voschina - abbiamo triplicato il tasso di aderenza: dal 25% rilevata dopo i primi tre mesi, adesso siamo intorno al 75%».
  «Are», quindi, è diventato un modello da seguire. «Quello che abbiamo appreso dalla formazione in Israele - scrive in una nota l'Ottawa Hospital - migliorerà in modo significativo i nostri sforzi "made in Canada" per raggiungere una qualità più elevata a costi inferiori e a sostegno di una popolazione più sana». I fondatori di «Are» scommettono infatti sul fatto che le sfide sanitarie possano essere risolte se al processo partecipano anche esperti esterni al sistema, insieme con i pazienti e l'industria.

(La Stampa - tuttosalute, 14 gennaio 2020)


Software spia, non tutti i clienti sono uguali

di Aviram Levy

Una recente inchiesta del Financial Times ha riferito di un grave contenzioso che vede da un lato la società WhatsApp e alcune associazioni per i diritti umani e dall'altro un'azienda israeliana CNSO creun, con sede a HerzliyaJ che ha sviluppato un software capace di "penetrare" l'applicazione di messaggistica WhatsApp. Quali sono le contestazioni che vengono mosse alla NSO e come si difende quest'ultima?
   La società israeliana, il cui valore commerciale è stimato in circa un miliardo di dollari, ha sviluppato uno "spyware" (ossia un software finalizzato a spiare le persone) di nome Pegasus, con cui un malintenzionato può infiltrare le applicazioni WhatsApp di ignari utenti e consentirgli di localizzare le vittime, di leggere le loro conversazioni in chat e addirittura di ascoltarne le conversazioni "ambientali" (ossia non telefoniche). La società Whatsapp ha scoperto qualche mese questa falla nei suoi sistemi di sicurezza e li ha modificati per impedire (temporaneamente, dato che gli sviluppatori di Pegasus stanno già lavorando per aggirare le nuove difese) ulteriori "infiltrazioni"; al momento della scoperta la società ha individuato 1.400 utenze di 20 paesi, in quattro continenti, che erano state spiate. Tra queste molti giornalisti, diplomatici, oppositori politici di varia nazionalità.
   Secondo le associazioni per i diritti umani il software israeliano è stato acquistato e utilizzato da numerosi regimi dittatoriali, tra cui alcuni paesi arabi, per controllare e, talvolta, eliminare personaggi scomodi o oppositori: sarebbe il caso del governo del Rwanda che avrebbe usato Pegasus per eliminare alcuni oppositori che vivevano in Europa. Anche la società WhatsApp ha protestato formalmente con l'azienda israeliana chiedendole di adottare tutte le precauzioni per prevenire abusi di quella che è da ogni punto di vista "un'arma letale". L'azienda israeliana si difende sostenendo che i suoi clienti, ossia gli acquirenti di Pegasus, vengono accuratamente selezionati e che il software viene utilizzato unicamente per prevenire atti terroristici e altri reati gravi.
   Come finirà questa polemica? Come quasi sempre avviene, le moderne tecnologie possono essere utilizzate a fin di bene o per arrecare il male e per i produttori è difficile discernere (e rinunciare a vendere). Forse è compito delle autorità di vigilare attentamente e concedere di volta in volta una autorizzazione alle vendite, come avviene per le armi tradizionali. uno dei paradossi della vicenda è che le aziende israeliane sono anche leader mondiali nel campo delle tecnologie anti-hacking e quindi non è escluso che dalla stessa Israele arrivi anche la tecnologia che neutralizza Pegasus.

(Pagine Ebraiche, 13 gennaio 2020)


Il nascondiglio, i delatori e il viaggio dal Binario 21. La famiglia Varon cancellata ad Auschwitz

Venerdì alle 9.30 verranno poste 5 pietre d'inciampo davanti alla casa milanese dei Varon in via dei Cinquecento: Bohor, Sara e i loro tre bambini Hasday, Dora e Leone, di un anno. Ebrei turchi vittime dei rastrellamenti fascisti.

di Stefania Chiale

 
Bohor Nahman Varon e Sara Attias Varon
Quel maledetto 7 giugno 1944 Hasday sta rientrando da scuola insieme al cugino con cui condivide casa e nome: Hasday Varon, come il nonno, morto nella battaglia dei Dardanelli nel 1915. Il cugino, vedendo portar via dai fascisti la madre, i due fratelli e la zia - sei mesi dopo l'arresto del padre Bohor - corre incontro ai familiari e viene catturato con loro. Hasday cerca di trattenerlo, senza riuscirci. Sarà il solo membro della famiglia a salvarsi dal rastrellamento insieme al padre, Nissim, sfuggito all'arresto perché impegnato fuori città per lavoro. Si nasconderanno in un fienile nella casa di amici a San Giuliano Milanese per due anni, attendendo la fine della guerra. Per tutta la vita, Nissim porterà regali a quei «giusti» per averli salvati.
   Venerdì alle 9,30 verranno poste cinque pietre d'inciampo davanti alla casa milanese dei Varon, cinque delle nuove 28 targhe d'ottone a memoria di altrettante vittime milanesi dei campi di concentramento annunciate ieri mattina a Palazzo Marino. Ricorderanno Bohor Nahman Varon, Sara Attias Varon e i loro tre figli: Hasday, Dora e Leone. Saranno poste al 19 di via dei Cinquecento, oggi una casa di riposo, allora una casa per sfollati. Come i Varon: ebrei turchi, originari di Gallipoli.
   Bohor, passaporto italiano, nasce in Turchia nel 1902. Trasferito prima a Istanbul, poi in Grecia, arriva a Milano, raggiungendo con la moglie Sara e il primogenito Hasday il fratello Nissim, emigrato in Italia perché la legge di Atatürk obbligava gli stranieri a diventare cittadini turchi. In caso contrario, bisognava lasciare il Paese. Ai due fratelli, il Comune di Milano assegna una casa in via dei Cinquecento 19, dove le due famiglie vivranno fino al giorno della loro deportazione. Anni in cui nascono gli altri due figli di Bohor e Sara: Dora e Leone.
   Ha solo un anno Leone quando il padre viene arrestato e condotto a San Vittore dopo una verifica di documenti sul tram da parte della polizia fascista. Col convoglio n. 6 dal Binario 21 - lo stesso convoglio con cui partì la senatrice a vita Liliana Segre - Bohor lascia per sempre Milano e viene deportato ad Auschwitz: è il 30 gennaio 1944. Al suo arrivo viene selezionato immediatamente per le camere a gas. Dopo una denuncia che fruttò ai delatori 5.000 lire, anche Sara, Hasday, Dora, Leone e Rachele, moglie di Nissim, vengono arrestati e il 16 giugno 1944 deportati ad Auschwitz. Saranno assassinati anche loro, mamma e tre figli (di un anno e mezzo, nove e dodici anni), nelle camere della morte.
   Solo Rachele sopravvivrà ad Auschwitz, dopo 18 mesi. Tornerà a Milano e riuscirà a raccontare l'orrore vissuto dalla sua famiglia, sterminata per la sola colpa di essere venuta al mondo.

(Corriere della Sera - Milano, 14 gennaio 2020)



La Penisola dei pregiudizi. In due anni raddoppiati gli attacchi contro ebrei

Nel 2019 oltre 15mila messaggi di tono razzista su Twitter. Ma la metà dei connazionali ritiene esagerato l'allarme.

Chi pensasse che l'Italia sia immune dal tarlo dell'antisemitismo farebbe bene a informarsi meglio. Secondo l'Osservatorio del Centro documentazione ebraica contemporanea (Cdec), difatti, nel solo 2019 si sono contati 247 episodi di odio anti-ebraico nel nostro Paese: 50 in più rispetto ai 197 del 2018 e quasi il doppio dei 130 del 2017. Sempre nel 2019, il rapporto Voxdiritti ha contato oltre 15mila messaggi Twitter con contenuti anti-semiti e più di 200 profili Facebook dello stesso tenore. Un'escalation che non conosce pause e che ha visto il moltiplicarsi dei casi nel giro di pochi anni, passando dai 16 episodi del 2012 alle cifre attuali. Molto più di un allarme dunque, una realtà con cui - meglio prima che poi - dovremo cominciare a fare i conti. Anche perché il 17% degli italiani non crede che nel nostro Paese ci siano rigurgiti antisemiti e il 37% ritiene che questa preoccupazione sia «esagerata». Più della metà dei nostri concittadini, insomma, non reputa necessari i campanelli d'allarme.
   Invece sono ancora tanti e ben radicati nella nostra società gli stereotipi e i pregiudizi contro gli ebrei, come rivela l'ultima indagine della Fondazione Cdec, realizzata nel 2017 in collaborazione con Ipsos. I dati ci dicono, per esempio, che 1'11 % degli italiani (fra i 6 e i 7 milioni, per tradurre le percentuali in numeri), risponde con giudizi negativi a domande sugli ebrei. Il 33 %, poi, risulta "ambivalente", cioè risponde in maniera negativa su determinati argomenti. Soltanto il 15%- in crescita di due punti percentuali in un decennio, ma pur sempre una porzione minima della popolazione - non ha invece pregiudizi sugli ebrei.
   E ancora. Se il 35% degli intervistati è convinto che la Shoah sia la più grande tragedia dell'umanità, ben di più, il 53%, la ritiene equiparabile ad altre di cui però «si parla meno». Ma c'è anche un 8% che, 75 anni dopo la liberazione di Auschwitz, «non sa esattamente cosa sia la Shoah» e un 4% che, addirittura, è convinto sia «un episodio sopravvalutato e ancora tutto da dimostrare». Insomma, un misto di pigrizia e ignoranza che poi produce gli effetti nefasti che conosciamo e che, per esempio, costringe una testimone dell'Olocausto, come la senatrice a vita Liliana Segre, a vivere sotto scorta a causa delle minacce ricevute. P.Ferr.

(Avvenire, 14 gennaio 2020)


Aggressione antisemita in Ucraina

Davanti alla tomba di Rav Nachman di Breslov. Quattro feriti

di Nathan Greppi

Ebrei in pellegrinaggio alla tomba
La sera di venerdì 10 gennaio, durante Shabbat, un gruppo di ebrei è stato aggredito nella città di Uman, in Ucraina, da dozzine di persone armate. Il fatto, secondo il Jerusalem Post, è avvenuto davanti alla tomba di Rav Nachman di Breslov, fondatore del ramo Breslover del movimento chassidico.
"Sono tornato dalla sinagoga, e vedo che stanno picchiando ogni ebreo che 'osasse' guardarli o dirgli qualcosa," ha dichiarato un ebreo testimone dei fatti. "Tutto è iniziato con una banale disputa tra un ucraino del posto e un ebreo." L'ucraino avrebbe poi chiamato dei suoi amici per iniziare a picchiare gli ebrei che incontravano.
Il testimone ha spiegato che "la polizia si è fatta vedere sulla scena ma non ha mosso un dito per aiutare gli ebrei. Sono rimasti lì a guardare cosa stava succedendo, mentre gli ebrei venivano picchiati. Ciò che hanno fatto è stato solo impedire a quelle dozzine di teppisti di entrare nel cimitero." Subito dopo l'accaduto 4 ebrei sono stati ricoverati nell'ospedale più vicino.
Secondo altri testimoni, gli aggressori giravano per la città armati di mazze e coltelli in cerca di ebrei. Infatti, ogni anno a Uman arrivano migliaia di ebrei per visitare la tomba di Rav Nachman (vedi anche su Mosaico il viaggio in Ucraina sulle tracce degli Tzadikkim). Già in passato vi si erano verificati altri episodi di antisemitismo: nel dicembre 2016, ad esempio, dei vandali avevano gettato la testa di un maiale sulla tomba, mentre a ottobre dell'anno scorso erano stati disegnati dei graffiti vicino ad esse che ritraevano Hitler.
Shlomi Elisha, direttore dell'organizzazione ebraica Shemira Ucraina, ha dichiarato che "in seguito ai numerosi incidenti degli ultimi mesi, stiamo finanziando un commando che protegga noi e le nostre strade dai teppisti. Non riponiamo più alcuna speranza nelle autorità ucraine."

(Bet Magazine Mosaico, 13 gennaio 2020)


Rivolta in Iran contro Khamenei. La polizia spara sugli studenti ribelli

L'onda degli universitari riempie le strade: "Vergogna, vattene". Trump twitta in farsi: stop al massacro

Donald Trump
Presidente degli Stati Uniti
Il mondo vi guarda. Sbloccate Internet, stop all'assassinio del vostro grande popolo
Hassan Rohani
Presidente dell'iran
L'abbattimento del Boeing ucraino è stato un errore imperdonabile

di Giordano Stabile

Piazza Azadi, piazza della Libertà. Questa volta i giovani di Teheran hanno puntato a un luogo simbolo della capitale, ai piedi della grande torre che segna lo skyline della città. Un assalto al centro del potere che è terminato con durissime cariche della polizia, lacrimogeni, poi colpi di arma da fuoco. La morte dei 176 passeggeri del Boeing ucraino, abbattuto per sbaglio dalla contraerea dei pasdaran all'alba di mercoledì scorso, ha innescato una catena di reazioni incontrollabili e messo la dirigenza della Repubblica islamica in affanno. La rabbia degli studenti è cresciuta per mesi, man mano che la morsa del regime si faceva sempre più stretta. L'uccisione di Qassem Soleimani ha risvegliato per qualche giorno l'orgoglio patriottico, ma la negligenza dei Guardiani della rivoluzione nella notte della rappresaglia contro gli Usa, la sequela di bugie, ha spinto gli iraniani a scavalcare tutte le linee rosse.
   Dopo le veglie e le proteste davanti alle università di sabato, ieri le manifestazioni si sono allargate ad altre città, Isfahan, Mashhad, Sanandaj, Amol. Ma l'epicentro è statala marcia verso piazza Azadi, con le candele accese in mano, al canto di «morte al dittatore», «chiedete scusa e dimettevi», «vergogna», «il nemico non è l'America, è fra noi», e ancora «via il capo delle forze armate», un altro modo per dire via la guida suprema Ali Khamenei, protetta da una severa legge contro il vilipendio e mai nominata in prima persona. Khamenei è però il bersaglio principale, il simbolo. Altri simboli vengono invece rovesciati, le immagini di Soleimani strappate, studenti che si rifiutano di camminare sulle bandiere americana e israeliana dipinte all'ingresso degli atenei. Un campionessa esaltata dal regime, la medaglia olimpica nel taekwondo, Kimia Alizadeh, che annuncia la sua fuga in Europa.
   La rapidità del cambio di umore sembra spiazzare le autorità. A Teheran, Internet e i cellulari funzionano in maniera regolare, e alimentano la protesta, mentre due mesi fa la Rete era stata bloccata nella settimana del massacro, a partire dal 15 novembre, e la repressione era stata implacabile. Adesso un flusso continuo di video porta le manifestazioni davanti all'opinione pubblica mondiale. Ne approfitta Donald Trump, su Twitter, anche in farsi, per ammonire la dirigenza iraniana a «non uccidere la propria gente» ed esprimere solidarietà agli studenti, mentre il premier britannico Boris Johnson condanna l'arresto, per alcune ore, dell'ambasciatore a Teheran, colpevole di essersi unito agli studenti sabato sera.
   La tragedia del Boeing, subito dopo l'uccisione di Soleimani, ha aperto una crepa. Lo testimoniano le parole, inusuali, del presidente Hassan Rohani contro i responsabili del disastro, «un errore imperdonabile». Il fronte oltranzista appare indebolito dalla perdita del comandante delle Forze Al-Quds, architetto dell'espansione nel Levante arabo e uomo chiave sul fronte interno. I riformisti prendono fiato. Mehdi Karroubi, ex candidato presidenziale e leader dell'Onda verde nel 2009, da dieci anni ai domiciliari, torna a parlare, appoggia la protesta, chiede anche lui le dimissioni di Khamenei.
Gli studenti erano tra le forze trainanti nelle manifestazioni del 2009, non in quelle dello scorso novembre, guidate da lavoratori poveri e disoccupati. Se il blocco urbano si salda con i sobborghi devastati dalla crisi economica, per il regime la sfida diventerà insidiosa. Basij e Pasdaran sono scossi dalla smacco dell'8 gennaio. Ieri il Parlamento ha elogiato il comandante delle Forze aeree, Amir Ali Hajizadeh, per il «coraggio» nell'ammettere le sue responsabilità. Ma l'abbattimento del Boeing ha segnato un giro di boa nella psicologia sia del popolo sia dell'establishment.

(La Stampa, 13 gennaio 2020)


Il jab di Trump fa barcollare il regime iraniano: rottura con la popolazione irrimediabile

E media mainstream allo sbando

di Federico Punzi

Avrebbe potuto essere un inizio 2020 glorioso per la Repubblica Islamica, con fino a quattro ambasciate Usa in Medio Oriente sotto assedio (gli attacchi che stava pianificando Qassem Soleimani prima di essere eliminato), invece si è trasformato in un incubo. Non solo Teheran ha perso lo stratega della "mezzaluna sciita" (Iraq, Siria, Libano, Yemen), un comandante autorevole e carismatico, proiettato verso la presidenza, ma è stata costretta ad una rappresaglia-farsa che ha mostrato al mondo e agli avversari tutta la sua debolezza e che si è conclusa con una disfatta. Non si è potuta permettere di fare vittime "nemiche", nel timore di scatenare una reazione Usa ancora più devastante, ma ha fatto strage di civili (in gran parte iraniani), abbattendo un volo di linea ucraino. Nel migliore dei casi per un errore da panico per un'immediata risposta Usa (il che dimostrerebbe che il suo raid non era affatto "concordato")… o forse - ipotesi inquietante ma non ancora da escludere - su quell'aereo c'era qualcuno da non lasciar partire. Troppo schiaccianti le prove, e ormai di dominio pubblico, per continuare a negare e depistare. Meglio, è stato forse il ragionamento, ammettere il "tragico errore" per non alimentare accuse di un abbattimento doloso.
   L'uccisione di Soleimani ha colto di sorpresa il regime, gettando la leadership iraniana nel caos: dall'essere certa della debolezza del presidente Trump e degli Stati Uniti nella regione, in pochi minuti ha dovuto prendere atto della sua estrema debolezza, di quanto fosse ristretto il menu di opzioni a sua disposizione per rispondere al colpo dell'odiato nemico. E di quanto sia imprevedibile Trump, che può passare dal non reagire, come nel caso dell'abbattimento di un drone quest'estate, ad una reazione diretta al cuore del potere iraniano, un jab da ko.
   Non solo la debolezza del regime rispetto ai suoi avversari esterni. Le immagini di queste ore da Teheran
La morte di Soleimani non ha affatto "ricompattato" la popolazione al fianco del regime in una fiammata nazionalista, né garantisce a quest'ultimo una "crescente popolarità"
e da altre importanti città iraniane confermano anche la sua profonda crisi interna. La morte di Soleimani non ha affatto "ricompattato" la popolazione al fianco del regime in una fiammata nazionalista, né garantisce a quest'ultimo una "crescente popolarità", come ancora oggi si legge nell'editoriale in prima pagina del Corriere della Sera. Un'analisi che sentiamo ripetere con troppo automatismo ogni qual volta Washington cerca di ristabilire la propria deterrenza nei confronti di stati canaglia e dittature con azioni militari o sanzioni economiche. Anzi, ha rivelato la vulnerabilità del regime incoraggiando, semmai, le proteste.
   È stato un inizio anno a dir poco difficile anche per i nostri media mainstream. Di fake news in fake news: da quel "pazzo disturbato" di Trump che avrebbe scatenato la terza guerra mondiale al videogioco presentato come filmato dell'uccisione di Soleimani; dall'addio del Regno Unito all'Erasmus agli incendi in Australia provocati dal global warming. Hanno persino dato credito alla propaganda dei Pasdaran sugli "80 morti" nel raid di rappresaglia. Pretendono di denunciare e combattere le fake news, ma sono i primi a diffonderle per pigrizia e pregiudizio ideologico.
   Per Repubblica gli Stati Uniti sono una dittatura (Scalfari) e per il Corriere l'Iran sarebbe un interlocutore più affidabile (Romano). Qualche giorno fa il Corriere si chiedeva se Trump possa essere incriminato per aver ordinato di uccidere Soleimani con un drone. Non risulta che in otto anni si sia mai chiesto se potesse essere incriminato Obama per il centinaio (almeno) di civili uccisi in altrettanti attacchi con droni… Ma soprattutto, si sono mai chiesti se fosse incriminabile Soleimani, o almeno quanti militari e civili sono stati uccisi dagli attentati e attacchi da lui ordinati?
   Tranne rare eccezioni, la nostra stampa "antifascista", che vede il fascismo ovunque, pare non sappia distinguere una manifestazione popolare, come quelle di ieri, da un'adunata di regime come quella per funerali di Soleimani.
   Altro che "martire" ed "eroe", come veniva presentato dai nostri media che si facevano impressionare dalla calca di gente e dalle lacrime di Khamenei ai suoi funerali. Come avevamo ricordato all'indomani
Il comandante delle Forze al Qods era visto nel suo Paese come il volto più disumano del regime, l'emblema di una sanguinaria repressione interna e dello sperpero delle risorse nazionali in avventure all'estero.
della sua uccisione, il comandante delle Forze al Qods era visto nel suo Paese per lo più come il volto più disumano del regime, l'emblema di una sanguinaria repressione interna e dello sperpero delle risorse nazionali in avventure all'estero. "No Gaza, No Libano, la mia vita per l'Iran", è uno degli slogan più comuni nelle strade iraniane. Slogan contro il regime, contro Soleimani e Khamanei (entrambi "assassini"), addirittura a favore dello Shah Reza Pahlavi.
In ogni caso, l'ammissione ufficiale del regime, il dissolversi delle sue bugie e depistaggi dei giorni scorsi sull'abbattimento "per errore" dell'aereo civile ucraino nella notte del raid di risposta agli Usa, provocando 176 morti in gran parte iraniani, ha riacceso le proteste che vanno avanti ormai da mesi. Un "errore" che sommato ad una repressione durissima (oltre mille morti e migliaia di arrestati, secondo le stime, e un lungo shutdown di internet), può rappresentare un defining moment: la definitiva, irrimediabile rottura tra il regime e la nazione persiana, quella crepa nel muro che rischia di far venir giù all'improvviso tutto l'edificio, come accadde all'Urss tra l'89 e il 91.
   Il presidente Trump si è schierato con forza, come raramente nei suoi tre anni di presidenza, al fianco dei manifestanti iraniani in due tweet pubblicati anche in farsi:
   "Al coraggioso e a lungo martoriato popolo dell'Iran: sono stato con voi dall'inizio della mia presidenza e la mia amministrazione continuerà a stare con voi. Stiamo seguendo le vostre proteste da vicino e siamo ispirati dal vostro coraggio".
   E ha avvertito:
   "Il governo dell'Iran deve consentire ai gruppi per i diritti umani di monitorare e riportare i fatti dal terreno sulle proteste in corso da parte del popolo iraniano. Non ci può essere un altro massacro di manifestanti pacifici né un blocco di internet. Il mondo sta guardando".
   Altrettanto chiaro il segretario di Stato, Mike Pompeo, che pubblicando sul suo profilo Twitter uno dei video delle proteste in corso ha dichiarato:
   "La voce del popolo iraniano è chiara sono stanchi delle bugie, della corruzione, dell'incapacità e della brutalità dei Guardiani della Rivoluzione islamica sotto la cleptocrazia Khamenei. Noi stiamo con il popolo iraniano che merita un futuro migliore".
   L'Unione europea, quella del diritto e dei diritti, che sanziona Polonia e Ungheria, ovviamente, non pervenuta.
   Ma le prese di posizione del presidente Trump e del segretario Pompeo, così come l'eliminazione di
Si tratta di approfittare del momento di debolezza e confusione della leadership iraniana per esercitare su di essa ulteriore pressione.
Soleimani, non vanno travisate o sovrastimate. Si tratta di approfittare del momento di debolezza e confusione della leadership iraniana - e il passo falso dell'arresto per alcune ore dell'ambasciatore britannico è un ulteriore segnale - per esercitare su di essa ulteriore pressione. Se alle sanzioni economiche si aggiungono le proteste popolari, tanto meglio, ma l'obiettivo della strategia della "massima pressione" adottata dall'amministrazione Trump non è il regime change. Gli obiettivi restano il definitivo abbandono da parte di Teheran del programma nucleare e delle attività destabilizzanti nella regione attraverso le sue milizie. Se domani mattina il regime fosse pronto a sedersi al tavolo del negoziato su tali questioni, troverebbe Trump pronto a offrire generose aperture e prospettive promettenti.
   Certo, se invece il regime di Teheran dovesse insistere nelle sue ambizioni atomiche e imperialiste, insostenibili sia dal punto di vista economico che geopolitico, lo farebbe a suo rischio e pericolo e il regime change sarebbe una conseguenza da mettere nel conto, per quanto non "cercata" da Washington.

(Atlantico, 13 gennaio 2020)


Non siamo degni dei giovani iraniani e del loro sacrificio

di Franco Londei

Mettiamoci il cuore in pace, il regime iraniano non può essere abbattuto dall'interno come in molti vorrebbero e sperano. Non senza un aiuto.
I giovani iraniani che anche in queste ore stanno manifestando nelle strade di Teheran e di altre città contro il regime arrivando addirittura a contestare la Guida Suprema, il grande Ayatollah Ali Khamenei, non hanno nessuna possibilità di riuscire nell'impresa, non senza un congruo aiuto dall'esterno.
Certo, rimaniamo affascinati dal coraggio di queste ragazze e di questi ragazzi che sfidano a viso aperto la durissima repressione dei Guardiani della Rivoluzione, ma se abbiamo un minimo di obiettività non possiamo davvero sperare che da soli riescano ad abbattere il regime iraniano.
Le guardie della rivoluzione sono troppo potenti, forse più potenti della stessa Guida Suprema. Sicuramente più influenti del Presidente, Hassan Rouhani.
Come possono migliaia di giovani disarmati andare contro la formidabile struttura dei Guardiani della rivoluzione che praticamente in Iran controllano tutto e tutti?
Li lodiamo, addirittura li incitiamo alla rivolta ben sapendo però che da soli non potranno mai farcela. Ci indigniamo quando vengono massacrati, ma oltre non andiamo. Anzi, non riusciamo nemmeno a impedire all'Unione Europea di aggirare le sanzioni americane per aiutare il regime iraniano.
Chiediamo loro di farsi massacrare ma non muoviamo concretamente un dito per aiutarli realmente.
Già una volta li abbiamo abbandonati al loro triste destino quando non abbiamo mosso un dito per aiutare il Movimento verde che protestava contro la farlocca rielezione di Mahmud Ahmadinejad.
Allora furono migliaia a morire e decine di migliaia vennero incarcerati. Molti di loro sono ancora in carcere (se non sono morti).
Anche in quella occasione ci eravamo lasciati andare a sperticate lodi dei ragazzi iraniani che coraggiosamente sfidavano le milizie Basij che con catene e mazze ferrate falciano i giovani per strada. Poi ce ne siamo dimenticati.
Non ci hanno fatto né caldo né freddo le loro richieste di aiuto. Eravamo troppo preoccupati di perdere gli affari miliardari con il regime iraniano, troppo preoccupati di chiudere un accordo sul nucleare iraniano poi rivelatosi disastroso.
Ma nonostante quel tradimento, ancora oggi i giovani iraniani ci provano sperando in quell'aiuto che però, come sempre, non arriverà.
La loro è una missione suicida. Lo sanno loro e lo sappiamo noi che continuiamo a lodarli senza però muovere un dito.
Se non colpiamo con estrema durezza i Guardiani della rivoluzione i giovani iraniani non hanno nessuna possibilità di abbattere il regime.
E non basta uccidere uno dei loro capi più importanti, dobbiamo colpirli finanziariamente e militarmente. Inserirli nella lista dei gruppi terroristi come ha fatto Trump. Dobbiamo metterli nel mirino su tutti i fronti. Solo così aiuteremo i giovani iraniani ad abbattere il regime degli Ayatollah.
Non bastano più le lodi al coraggio di queste migliaia di giovani che vogliono un paese democratico, è arrivato il momento di essere degni del loro sacrificio. È arrivato il momento di aiutarli concretamente con i fatti.

(Rights Reporters, 13 gennaio 2020)


Laici e religiosi, chi sale a bordo

Il servizio di trasporto di Shabbat a Tel Aviv ha riaperto il confronto esistenziale sul rapporto Stato-religione

 
 
La decisione di Tel Aviv e di alcuni comuni limitrofi di introdurre di Shabbat - dal venerdì sera al sabato sera - mezzi pubblici gratuiti per i cittadini sta avendo un grande successo. Come raccontato su queste pagine negli scorsi numeri, oltre 10mila persone da fine novembre hanno cominciato a utilizzare il servizio di minibus proposto dalla municipalità, che ha promesso di implementare l'iniziativa. "Sono rimasta sorpresa dalla portata della risposta - ha dichiarato a ynet la vicesindaco di Tel Aviv Meital Lehavi, che ha la delega ai trasporti - e questo significa che il pubblico è alla ricerca di soluzioni per il trasporto il sabato. Da qui, il progetto continuerà a prendere slancio. Sicuramente l'importanza di questo enorme successo dimostra la necessità di maggiori investimenti per soddisfare le aspettative". L'iniziativa, con un escamotage, rompe con il famoso status quo negoziato da David Ben Gurion con il mondo religioso alla nascita dello Stato d'Israele attraverso una lettera. In questo documento, il futuro primo ministro promise che nel futuro Stato ebraico, lo Shabbat sarebbe stato il giorno di riposo legale per gli ebrei; che tutte le cucine ufficiali avrebbero rispettato la cashrut; che il matrimonio e il divorzio sarebbero stati regolati secondo la legge religiosa.
   Su alcuni campi lo status quo è rimasto inalterato ma il tema dello Shabbat ha cominciato a vedere l'introduzione di alcune eccezioni. Nell'ultimo decennio, l'apertura ad esempio di attività commerciali di Shabbat si è notevolmente ampliata. Oltre ai centri commerciali fuori città, si è assistito all'apertura di supermercati, negozi e persino centri commerciali nei centri cittadini, nonostante espliciti divieti comunali. Molti comuni hanno semplicemente scelto di non far rispettare la legge. A Tel Aviv il comune ha modificato la relativa legge comunale e permesso alle imprese di aprire legalmente di Shabbat per la prima volta. La questione è stata sottoposta all'Alta Corte di Giustizia, che alla fine ha riconosciuto il potere del comune di approvare tale legge. A sua volta, il partito religioso Shas si è mobilitato nel tentativo di invertire questa tendenza. Poi è arrivata l'iniziativa degli autobus di Shabbat: approfittando del caos politico in corso a livello nazionale, i comuni dell'area Gush Dan hanno modificato uno dei capisaldi del tradizionale status quo che vieta appunto il trasporto pubblico di Shabbat.
   "Questa iniziativa sta funzionando molto bene perché il comune di Tel Aviv è noto per essere estremamente efficiente, dai giardini alle scuole, è una municipalità che lavora molto bene su molti fronti - spiega a Pagine Ebraiche Miky Steindler, che rappresenta il partito di destra Ha Yamin Hadash nella commissione trasporti di Tel Aviv - Non vedo chi politicamente potrà riuscire a togliere il progetto del autobus di Shabbat senza che si ritorca contro di lui, però ho fatto presente alla vicesindaca Lehavi che in questo modo si viola lo Shabbat e per le persone religiose è un fatto molto negativo". Steindler spiega che la sua preoccupazione è dettata dall'incapacità dell'amministrazione di comprendere perché per i religiosi i mezzi di Shabbat rappresentino un danno. "Credo sia una spia di un pericolo più ampio per Tel Aviv di perdita di identità ebraica". D'altro canto, sottolinea Steindler, "Lehavi ha raccontato che il Comune ha deciso di spostare la fermata di un autobus da davanti a una sinagoga perché sarebbe stata un'inutile provocazione farlo fermare di Shabbat davanti al Bet HaKnesset. C'è quindi uno spazio per discutere". Le posizioni rimangono ma in un mondo politico sempre più improntato allo scontro, una dialettica costruttiva su un tema così vitale per il paese - e che sarà al centro delle prossime elezioni - rappresenta nel suo piccolo un esempio positivo.

(Pagine Ebraiche, gennaio 2020)



L'ateneo ribelle che non calpesta le bandiere di Usa e Israele

di Gabriella Colarusso

«Non vogliamo calpestare bandiere perché non vogliamo nemici, non vogliamo la guerra, vogliamo un governo responsabile». Amir, che preferisce parlare senza dire il suo vero nome, ha 35 anni, fa il grafico, vive a Teheran e ieri mattina guardava con soddisfazione le immagini che arrivavano sul suo telefono dall'università Shahid Beheshti. Centinaia di studenti si erano dati appuntamento per una veglia in ricordo delle vittime del Boeìng ucraino abbattuto dalle Guardie rivoluzionarie e per protestare contro il tentativo del governo di nascondere la verità, la prima di una serie di manifestazioni che hanno attraversato il Paese per tutta la giornata. Arrivati al raduno, gli universitari si sono rifiutati di camminare sulle due bandiere, una americana e una israeliana, disegnate sull'asfalto davanti all'università: ce ne sono diverse in giro per il Paese, il governo le fa disegnare perché così durante le manifestazioni possono essere calpestate in segno di sfida verso due paesi che considera nemici.
   «Il nostro nemico non è l'America, il nostro nemico è qui», cantavano gli studenti. «Quelle bandiere sono propaganda, e le persone sono stufe della propaganda, abbiamo problemi economici e sociali di cui il governo dovrebbe occuparsi ma non lo fa», spiega Amir. La Shahid Beheshti University è uno degli atenei più prestigiosi della capitale, frequentata dai figli delle famiglie più ricche di Teheran, e - anche se meno attivo politicamente rispetto alla Teheran University, alla Sharif o alla Amir Kabir - è stato uno dei centri delle proteste del 2009. Ci ha insegnato per diverso tempo anche Hossein Mousavi, il leader del movimento riformista dell'Onda Verde, ai domiciliari da molti anni.
   Finora gli studenti della capitale si erano tenuti lontani dalla piazza: a novembre il regime ha brutalmente represso le manifestazioni contro l'aumento del prezzo della benzina, i morti sono stati 1.500 secondo un'inchiesta della Reuters. Ma ieri in centinaia sono scesi di nuovo in strada, a Teheran e in altre città del Paese, accusando il governo di aver mentito sul disastro e chiedendo le dimissioni della guida suprema l'ayatollah Khamenei. I basij, i paramilitari, presidiavano ogni angolo della città e gli accessi alle università: non solo al Politecnico, alle università Sharif, Teheran, Shahid Beheshti, Allameh, considerate più moderate, ma anche all'Imam Sadiq University, l'università islamica da cui provengono molte figure di spicco della Repubblica Islamica, un'università conservatrice: il segno di quanto il regime tema l'effetto contagio e una insofferenza diffusa tra gli studenti.

(la Repubblica, 13 gennaio 2020)


Bettino Craxi, Sigonella e il sostegno al terrorismo palestinese del leader del Psi

di Riccardo Ferrari

In politica estera, si ricorda sempre Sigonella, dove nel 1985 Craxi si sarebbe opposto intrepido alla tracotanza di Reagan. In realtà sottrasse al blitz Usa i terroristi palestinesi che avevano appena sequestrato la nave Achille Lauro e assassinato un ebreo paralitico, Leon Klinghoffer, gettandone il cadavere in mare; si impegnò a farli processare in Italia; poi fece caricare il loro capo Abu Abbas su un aereo dei servizi segreti recapitandolo prima nella Jugoslavia di Tito (dei suoi eredi, ndr) e poi in Iraq, gradito omaggio a Saddam Hussein.
Fu l'acme di una politica filoaraba e levantina che portò all' appoggio acritico all'Olp di Arafat, paragonato da Craxi addirittura a Mazzini in pieno Parlamento.

(Pensionati Italiani, 12 gennaio 2020)



Sette coltivatori israeliani di erbe aromatiche e una missione

 
Un paio di anni fa, sette coltivatori israeliani di erbe aromatiche hanno deciso di unire le loro forze. E' nata così la The Growers - From Field to Client Ltd. Tutti i coltivatori possiedono delle quote della società. "Hanno preso questa decisione dopo il crollo della Agrexco" ha affermato la responsabile Violet. Nel 2011 la Agrexco, la maggiore società di esportazione israeliana di prodotti agricoli, è entrata in crisi.
"I coltivatori hanno deciso che avrebbero continuato. Quattro anni fa hanno aperto una piccola società. Da allora hanno continuato ad esportare i loro prodotti, ogni singolo giorno. Se ti fermi anche per un solo giorno, perdi clienti" ha spiegato Violet.
"Offriamo un servizio personale ed esclusivo. Vendiamo solo erbe aromatiche, quindi ci concentriamo su questi prodotti. Ci occupiamo noi di tutta la parte logistica. L'azienda è figlia dei coltivatori". Violet ha ammesso che, come nuova società, si è dovuto fare i conti con tanta concorrenza, ma con orgoglio ha affermato: "Crediamo fermamente che avremo successo".

 Ampia base di clienti
  La The Growers ha clienti in tutto il mondo, da Hong Kong a Germania, Regno Unito, Italia, Francia, Svizzera e Bulgaria. "Abbiamo anche due grandi clienti in Russia". Sebbene molti altri esportatori israeliani abbiano un ufficio vendite nei Paesi Bassi, Violet ha dichiarato che per ora non ne hanno bisogno. "Siamo in contatto diretto con i nostri clienti. Possiamo fornire loro tutto ciò che vogliono, indipendentemente dalla quantità".
E' anche meno costoso trasportare merci direttamente da Israele ai clienti di tutto il mondo. "Se spedisci via aerea i prodotti, attraverso i Paesi Bassi, è molto costoso". Ci vuole anche più tempo, il che è uno svantaggio per la qualità delle erbe aromatiche. Questa società israeliana produce anche erbe aromatiche confezionate, in base alle richieste dei clienti.
"In Francia, vogliono solo confezioni da 30 grammi. In altri Paesi, preferiscono mazzetti da 100 g. Lo standard è la confezione da 80-90 g. Costco preferisce i cestini". Tutto viene fatto dalla The Growers, comprese le etichette stampate in giapponese, con il logo aziendale.
Da sei mesi, viene acquistata erba cipollina da un coltivatore israeliano che non fa parte della società. "Solo ora altri coltivatori stanno iniziando a mostrare interesse a entrare nel gruppo", ha aggiunto Violet. "I sette proprietari, tuttavia, non cercano nuovi membri. Siamo una società esclusiva".

 Ogni coltivatore è specializzato
  Ognuno dei proprietari-coltivatori è specializzato in una diversa varietà di erbe aromatiche. Sono distribuiti in gran parte dello Stato di Israele, dalla regione del Mar Morto a Beth Shean, nel nord. Le erbe aromatiche sono coltivate principalmente in serre, alcune in pieno campo. Esistono regolari controlli fitosanitari per verificarne la sicurezza alimentare. I coltivatori hanno tutte le relative certificazioni e autorizzazioni.
La The Growers fornisce anche micro-ortaggi. "Collaboriamo con l'agricoltore che coltiva questa tipologia. Abbiamo buoni rapporti d'affari. Stiamo vendendo questo prodotto a tutti i nostri clienti e alcuni lo stanno ordinando". La società ha clienti in tutti i diversi settori (grossisti, industria della ristorazione e rivenditori) in Paesi diversi.
The Growers opera in Europa per tutto l'anno, anche se nazioni europee, come i Paesi Bassi, hanno un sufficiente approvvigionamento locale, soprattutto in estate. Violet pensa che la ragione sia l'alta qualità delle erbe aromatiche della società. Potrebbe anche non esserci abbastanza offerta, soprattutto in inverno. "Naturalmente, le quantità ordinate in estate sono inferiori".
Come sarà l'azienda tra cinque anni? "Saremo cresciuti. Saremo più grandi sul mercato, avremo uffici più grandi. Vogliamo ingrandirci in Asia, in particolare a Singapore. Ci stiamo già lavorando. Forse saremo anche in grado di entrare nel mercato cinese".

(Fresh Plaza, 13 gennaio 2020)


Netanyahu: l'Iran mente sull’aereo e sul nucleare

Premier Israele: 'Hanno ingannato il mondo intero'

"L'Iran mente: così come ha mentito sul suo programma nucleare segreto, così hanno mentito anche adesso sull'abbattimento dell'aereo ucraino. Fin dall'inizio sapevano che ad abbatterlo erano stati loro". Lo ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu nella riunione di governo a Gerusalemme. "Sapevano che era un abbattimento non intenzionale - ha proseguito il premier - ma hanno mentito intenzionalmente ed hanno ingannato il mondo intero". Per il premier israeliano tutto ciò "è l'esatto contrario di come un paese civile dovrebbe agire e inviamo le nostre condoglianze alle vittime dell'inganno e della negligenza dell'Iran".

(ANSA, 12 gennaio 2020)


E Israele si sente circondato dalla ragnatela sciita

di Davide Lerner

TEL AVIV - L'attivismo transnazionale del generalissimo iraniano Qassem Soleimani provocava già da qualche tempo forti ansie in Israele, dove l'omicidio mirato ordinato Trump è stato accolto con prudente soddisfazione. Giusto una settimana prima del raid Usa il capo dell'esercito israeliano Aviv Kochavi aveva messo in guardia dal pericolo di un accerchiamento iraniano. «Vi guardo dritto negli occhi e vi avverto, nella prossima guerra il fuoco sul fronte interno sarà molto pesante, devono prepararsi le autorità civili, dobbiamo prepararci tutti militarmente e mentalmente», aveva detto. «Prima l'Iran era dietro alle montagne, a lavorare sul suo programma nucleare, ma negli ultimi anni ha cambiato politica ed è diventato molto più attivo», aggiungeva Kochavi, prima di concludere con quello che col senno di poi suona quasi come un assist a Trump: «Sarebbe meglio se non fossimo gli unici a rispondere militarmente».
  I timori che sono riaffiorati con l'aumentare della tensione fra Stati Uniti e Iran sono quelli della cosiddetta "guerra dai molti fronti," un conflitto cioè in cui gli alleati di Teheran siano in grado di mettere sotto scacco Israele attaccando da tutte le direzioni. Lo scorso novembre il gruppo armato Jihad Islamica, che è considerato diretta emanazione dell'Iran, aveva paralizzato le regioni centrali e meridionali di Israele lanciando 450 razzi da Gaza in risposta a un omicidio mirato di Tel Aviv. In questi casi non sono pochi i residenti delle zone coinvolte che decidono di trasferirsi al nord per attendere l'interrompersi delle ostilità.
  Ma il fronte nord di questi tempi non è meno insidioso di quello meridionale, tutt'altro. Proprio grazie al sostegno iraniano i miliziani di Hezbollah, che avevano già messo il nord di Israele a ferro e fuoco nel 2006, sono ora dotati di armamenti molto più sofisticati. A preoccupare Israele sono in particolare i missili ad alta precisione ottenuti dal gruppo armato sciita negli ultimi anni malgrado i frequenti raid israeliani sui carichi d'armi che l'Iran cerca di far pervenire in Libano attraverso la Siria. Lo scorso settembre due razzi di Hezbollah sono atterrati a pochi metri da un'ambulanza militare israeliana nei pressi del kibbutz frontaliero di Yir'on. Il comandante della forza di interposizione Unifil Stefano Del Col non ha dubbi: «I razzi sono atterrati così vicino al mezzo israeliano da rendere impossibile pensare che Hezbollah intendesse solamente mandare un avvertimento, è solo un caso se non ci sono state vittime». «Per un episodio non più grave, ma in quel caso fatale, nel 2006 è scoppiato un conflitto di larga scala», aggiunge, «È un'eventualità che può sempre verificarsi».
  Se ciò accadesse la ragnatela iraniana architettata da Soleimani permetterebbe agli ayatollah di attaccare Israele anche dalla Siria, dove Teheran ha sia una presenza diretta sia una rete di milizie sciite alleate. «Dopo anni in cui gli israeliani si sono mossi impunemente nei cieli della Siria, l'Iran ha iniziato a rispondere alle incursioni aeree dell'ldf, direttamente o tramite i propri proxies -, spiega Raz Zimmt, accademico israeliano esperto di Iran. Creando una propria presenza in Libano, Siria, Gaza, e nel cosiddetto secondo anello in Iraq e Yemen, l'Iran ha di fatto chiuso il cerchio intorno a Israele, a parte a ovest dove c'è il mare. Dice Eran Etzion, ex viceconsigliere per la sicurezza nazionale di Israele: «Mentre il sistema di difesa missilistico lron Dome funziona bene con i razzi di Gaza, una guerra a fronti molteplici con armamenti nemici più sofisticati metterebbe a durissima prova il nostro fronte interno e annullerebbe qualsiasi profondità strategica». Ecco allora che nel suo discorso di fine anno Kochavi ha mandato messaggi di deterrenza offensiva: Israele è pronta a reagire anche in maniera sproporzionata se necessario e a colpire le infrastrutture dei paesi da cui le organizzazioni nemiche lancerebbero i propri attacchi. l'incubo di una guerra iraniana dai molti fronti sulla scacchiera di Soleimani assilla le élite militari più della questione del nucleare, chiodo fisso del primo ministro Netanyahu.
  Il dibattito interno ora verte sul significato del colpo a sorpresa di Trump. Inversione di rotta rispetto alla politica di disimpegno dal Medio Oriente e di uno stop alle "endless wars" o ennesimo gesto impulsivo del presidente più imprevedibile della storia degli Stati Uniti? Gli israeliani si interrogano mentre il capo dell'esercito li implora a non abituarsi troppo in fretta a vivere come un paese normale.

(l’Espresso, 12 gennaio 2020)


Ayatollah fragili e l'incubo atomico

Niente nucleare a chi abbatte gli aerei civili

di Fiamma Nirenstein

Ops, un errore. Un errore di valutazione, «umano», certo, come hanno detto gli iraniani, e di chi? Certo non degli extraterrestri.
   Ma si tratta del regime iraniano, lo stesso che in queste ore i soliti ragazzi coraggiosi contestano in piazza, sfidando in città e all'università Amir Kabir, mentre fioccano i lacrimogeni e le Guardie rivoluzionarie aspettano il solito ordine di sparare. Qui non ci saranno errori: la Guardia rivoluzionaria è fatta così, prima spara, poi ci ripensa, a volte non ci ripensa nemmeno. La violenza, la difesa cieca del regime è la sua legge; e le scelte non sono certo accurate e precise, anzi, la rilettura della biografia di Suleimani fornisce l'idea di un personaggio agitato e forse persino ignorante, in cui il messianismo religioso era legge: nel '99 minacciò Khatami che se non avesse sparato agli studenti in piazza, la Guardia si sarebbe rivoltata contro il regime.
   I suoi progetti imperiali basati sulle uccisioni in tutto il Medio Oriente, l'uso del terrore concordano concettualmente con la tragedia dell'aereo ucraino. È una storia di difesa di un regime violento e anche debole: la tragedia si è compiuta in dieci secondi e poi l'ordine è stato dato, il missile va su e l'aereo 737 va giù con le sue 176 persone a bordo: 82 iraniani, 62 canadesi, 11 ucraini e fra loro molti ragazzi che si muovevano per ragioni di studio. Ad abbatterlo pochi minuti dopo il decollo dall'aeroporto Imam Khomeini di Teheran sono state le forze aeree delle Guardie della Rivoluzione sospettando che fosse un velivolo nemico.
   Il generale Ali Hajizadeh ha detto che il suo soldato ha avuto solo pochi secondi e non ha ricevuto risposta per un'interferenza nelle comunicazioni. Un errore mostruoso, frettoloso, ebbro, compiuto proprio sulla testa di Teheran dalle guardie più selezionate del regime, laddove le responsabilità dovrebbero essere più certificate e dense, le tecniche e le capacità in atto le migliori. La scelta di parlare, dopo parecchie ore di rifiuto ad ammettere una verità che appariva già palese a molti capi di stato stranieri, probabilmente è stata dovuta alla pressione internazionale legata all'evidenza, ma anche certamente al fatto che gli iraniani abbiano pensato di cavarsela relativamente a buon mercato perché i media internazionali hanno attaccato Trump in coro come un terribile, irragionevole, insopportabile guerrafondaio che ha eliminato Qassem Suleimani dando fuoco al mondo. Così hanno cercato di dargli la colpa. Mohammad Javad Zarif, il ministro degli Esteri, ha accusato «l'avventurismo americano» di avere provocato l'errore della contraerea della Guardia della Rivoluzione. E anche Rohani ha insistito: «Per difenderci da possibili attacchi da parte americana, le forze armate dell'Iran erano in piena allerta, il che ha portato sfortunatamente a questa terribile catastrofe». Si legge debolezza e confusione, in queste risposte. Ma non funziona: l'Iran si dichiara per quello che è, un mondo fragile anche se armato fino ai denti, in cui le forze delle Guardie hanno licenza di uccidere, e dove se avessero a disposizione un bottone rosso che fa partire l'atomica, non è difficile immaginare che cosa ne farebbero.
   Per ora speriamo che il disastro aereo li induca a contenersi di fronte alle proteste in corso: dal 15 al 23 dicembre, durante le ultime manifestazioni, 1.500 persone sono state uccise; quattromila i feriti, dodicimila gli arrestati. Questo, dentro l'Iran. Ma i morti a causa del regime sono ovunque. Nei luoghi della conquista imperialista di Suleimani, migliaia di uccisi. Sull'aereo colpito per sbaglio, gli ultimi 176 innocenti.

(il Giornale, 12 gennaio 2020)


Sinistra diffidente verso gli ebrei anche quando Israele non c'era

Il saggio di Alessandra Tarquini (il Mulino) mette in luce pregiudizi di lunga durata ricostruendo il rapporto tra la sinistra italiana e il mondo ebraico nell'arco di un secolo

di Pierluigi Battista

Nel 1974, quando un famoso sceneggiato televisivo su Mosè, interpretato da Burt Lancaster, fu trasmesso dalla Rai, un giornale di estrema sinistra, il «Quotidiano dei lavoratori» organo di Avanguardia operaia, protestò perché la tv di Stato si era prestata, a suo parere, a un'apologia della «supremazia del popolo ebraico» così spudorata da giustificare in modo obliquo «l'aggressività di Israele contro il popolo palestinese». La notizia sconcertante, però, non era la pubblicazione di un commento così smaccatamente antisemita che oggi muoverebbe a giusta indignazione, ma l'assoluta mancanza di reazioni a un argomento che, allora, sembrava normale che circolasse non solo nel recinto infetto del neonazismo, ma in quello delle forze che pure si ispiravano ai valori della Resistenza antifascista.
   Del resto, racconta Alessandra Tarquini in un saggio molto documentato come La sinistra e gli ebrei. Socialismo, sionismo e antisemitismo dal 1892 al 1992 (Il Mulino), fa pure un po' impressione che nel 1972 non sia apparsa sui giornali di sinistra nemmeno una recensione dedicata alla ripubblicazione del 16 ottobre 1943 di Giacomo Debenedetti o di, anche se la cosa può apparire incredibile, Se questo è un uomo di Primo Levi. Era normale, o comunque veniva accettato come argomento in sé non raccapricciante, la continua, insistita, maniacale comparazione tra le azioni dello Stato di Israele e il nazismo. Durante la guerra dei Sei giorni, nel 1967, si arrivò a sostenere che la stella di Davide del popolo di Anna Frank aveva macchiato il suo significato facendosi arbitrariamente simbolo della prepotenza militare di Moshe Dayan e di Israele, Stato, si disse, letteralmente anche nei decenni successivi, «teocratico e razziale». Si disse che le operazioni militari israeliane erano identiche alla guerra lampo hitleriana. Si accostò, con analogia mostruosa, la svastica alla stella di Davide. Si disse impunemente, con un luogo comune destinato a molta e immeritata fortuna negli anni a venire, che le vittime di ieri, gli ebrei, fossero diventati i carnefici di oggi e che oggi i «nuovi ebrei» erano oramai i palestinesi.
   Scrive Alessandra Tarquini che nella stampa di sinistra «i termini israeliano, sionista, ebreo vennero a sovrapporsi». Con la guerra del Libano del 1982, mentre le reazioni a una bara davanti alla Sinagoga deposta durante un corteo sindacale furono molto blande, riaffiorò nella stampa di sinistra il vecchio pregiudizio antisemita sulla contrapposizione tra il Dio dei cristiani del Nuovo Testamento, pieno di amore, e il «vendicativo» e crudele Dio degli ebrei del Vecchio Testamento. Sulla rivista «Il Ponte» il direttore Enzo Enriques Agnoletti non si risparmiò persino un paragone spericolato tra l'invasione israeliana e le Fosse Ardeatine: «Confronto odioso? Purtroppo no». In tutti questi casi, è la presenza ebraica in quanto tale a suggerire immagini, suggestioni e comparazioni che oggi, per fortuna, non sarebbero più pensabili.
   Ma se con l'ostilità nei confronti dello Stato di Israele è rintracciabile ancora un elemento politico, la minimizzazione dell'antisemitismo appare, scorrendo le pagine del libro della Tarquini, una costante, sin dal primo Novecento, della cultura della sinistra italiana (e non solo italiana, basta vedere le considerazioni dell'autrice sui libri di Adorno e di Sartre, scritti a ridosso della Shoah, ma dove l'elemento specifico dello sterminio ebraico viene menzionato quasi di sfuggita).
   Nelle ondate antisemite, o nell'offensiva dell'antigiudaismo cattolico che oltraggiava il sindaco ebreo di Roma Ernesto Nathan come «un volgare insultatore della nostra fede», ancora si contrapponevano stereotipi come quello di Alceste De Ambris sull'equivalenza tra «lo sfruttatore battezzato e il banchiere circonciso nelle carni». Esercitava molto fascino la definizione di Marx della «questione ebraica» destinata a risolversi con l'auspicata fine del capitalismo. La completa assimilazione, cioè la fine di ogni identità ebraica, era vista come unico antidoto alle persecuzioni antisemite, come a dire che per non essere perseguitato come ebreo occorresse perdere ogni tratto distintivo proprio in quanto ebreo.
   Quando il fascismo si macchiò con l'orrore delle leggi razziali, ancora una volta, nella cultura democratica e liberale, si minimizzò l'aspetto specificamente antiebraico per spostare l'attenzione sulla mossa propagandistica di Mussolini per presentare gli ebrei come i padroni della finanza. La stessa Shoah venne equiparata per anni a una forma di generica e certamente orribile «disumanizzazione», in cui però gli ebrei furono solo una parte, sia pur cospicua, delle vittime della sopraffazione nazista.
   Anche nella rappresentazione cinematografica, sia pur con le migliori intenzioni di denuncia della barbarie nazista, e in film come L'ebreo errante di Goffredo Alessandrini, tratto da un romanzo di Eugène Sue, e Kapò di Gillo Pontecorvo che «non si soffermava sull'identità delle vittime, confinate all'interno della contrapposizione tra i nazisti e i loro avversari, e ignorava l'antisemitismo».
   Del resto persino Carlo Levi parlò del lager come «il permanente sacrificio umano sull'altare degli idoli di Stato», «il rifiuto dell'uomo da parte dell'uomo», definizioni dove, nota Alessandra Tarquini, «non emerge alcuna considerazione sugli ebrei».

(Corriere della Sera, 12 gennaio 2020)


La Livorno ebrea di Dedo

La giovinezza di Modigliani e la formazione sui testi del rabbino Elia Benamozegh Il 22 e 23 gennaio una due giorni di studio nella sua città durante della mostra a lui dedicata.

di Luca Scarlini

Prima di Modì fu Dedo. Prima di Modigliani artista bohémien a Parigi fu il giovane Amedeo, livornese, ebreo, sefardita. Indietro tutta alla ricerca della genesi culturale del futuro pittore ci stanno la sua città, l'ambiente ebraico e un nome in particolare: il rabbino Benamozegh. Di questo si parlerà durante il convegno Modigliani ebreo livornese: storia familiare e formazione di un genio il 22 e 23 gennaio mentre la sua città gli dedica la grande retrospettiva per i 100 anni dalla sua morte. Andiamo indietro, dunque in quella Livorno e anche prima.
   La gloria della città fu, come si sa nell'accoglienza: nei limiti dei tempi, le Costituzioni Livornine promulgate nel 1591 e nel 1593 chiamarono alla città nuove persone da tutta Europa, mentre i mori del monumento-simbolo della città, schiavi catturati dalle galee dell'Ordine di Santo Stefano, costruivano la città e, se sopravvivevano, talvolta avevano modo di diventare liberi. Tutti i viaggiatori danno della città l'immagine di una Costantinopoli in piccolo: così scrive Peter Irving (tradotto da Algerina Neri) definendo il porto come un luogo d'oriente. I turbanti abbondano anche nelle rappresentazioni iconografiche, basti citare i mirabili commessi di pietre dure su disegno di Giuseppe Zocchi. In questa congerie, la comunità ebraica, detta dei Grana, aveva legami e attività commerciali in tutto il Mediterraneo: dal porto labronico partivano messaggi e derrate per il Nord-Africa. I rabbini sapienti portarono avanti studi complessi, facendo della città una nuova possibile immagine di Sefarad, tra Ottocento e Novecento. Qui operarono tra '700 e '800 Rav Hayym Ben Atar e Rav Hayym Azulai, teologi di fama. Per strada si parlava il bagitto, idioma in cui resta anche La Betulia Liberata di Louis Duclou (1832), profondamente studiato da Guido Bedarida, misto di ebraico e italiano, di cui è testimonianza il testo popolare della Gnora Luna di Bené Kedem, nato da una canzone antisemita trasformata di senso in ambito livornese, messo anche in scena dai Teatri di Imbarco a Firenze.
   Benamozegh, nato a Livorno (che definiva con termine di approvazione «una Beozia dell'ebraismo») nel 1822, da genitori marocchini nativi di Fez, usava come lingue l'ebraico, l'italiano e il francese a ribadire la sua preparazione di studioso. Orfano di padre in giovane età era stato guidato negli studi dallo zio Yeudah, studioso anch'egli, che lo iniziò al mondo del Talmud e della Qabbalah, a cui il teologo fu specialmente interessato. Qui visse assai quietamente tutta l'esistenza, terminata nel 1900 amando assai poco di spostarsi (quando andava a Pisa diceva di trovarsi in partibus infidelium), se non per grandi eventi, come il convegno ebraico di Ferrara del 1863, ma viaggiando con la testa, in contatto con numerosi intellettuali in tutta Europa, e specialmente in Francia.
   Iniziò la sua attività pubblica a sedici anni con l'edizione di un testo fino ad allora inedito, la Emat Mafgya (letteralmente La paura dell'opponente), confutazione di un'opera anticabalistica di Leone da Modena edita a Livorno nel 1855. Come molti intellettuali del mondo ebraico sostenne l'unificazione italiana come possibile momento di emancipazione e di acquisizione di diritti. Nella città dove La giovine Italia aveva avuto uno dei suoi primi raggruppamenti, egli carteggiò con Mazzini ( che trascorse i suoi ultimi giorni nella vicina Pisa, curato da Sarah Nathan Rosselli), alla fine della vita dell'uomo politico, sul tema dell'immortalità dell'anima. Nella sua attività di rabbino, Benamozegh, svolse un lavoro esegetico notevolissimo, in cui teneva conto delle novità di ricerca dell'epoca positivista, spesso criticato dai rabbini ultraortodossi per avere inserito voci cristiane all'interno del suo commento della Bibbia. Nel suo pensiero il confronto tra fedi è una linea-guida della sua opera più complessa, Israele e l'umanità, rimasta inedita. A quarant'anni, per un concorso internazionale, inviò a Parigi la sua opera più ambiziosa, un tomo di mille pagine, di cui «L'Alliance Israelite Universelle» pubblicò solo la terza parte, tradotta in varie lingue e assai fortunata, con il titolo Morale Juive et Morale Chrétienne. La potente associazione per l'ebraismo aveva trovato troppo spinosi gli altri due volumi, dedicati alle origini del Cristianesimo e alle figure della Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo. Il tentativo dell'autore di inquadrare l'eredità ebraica nel quadro dello sviluppo delle religioni fu considerato troppo moderno e al di fuori delle scelte ortodosse della giuria del concorso. Fondamentale nel suo percorso furono Spinoza et la Cabbale (1864) e La storia degli Esseni (edita a Firenze nel 1865), in cui indagava sulle origine ebraiche del Cristianesimo. Il giovane Modigliani discendeva per via materna dai Garsin, che a Tunisi avevano fondato una scuola talmudica importante. Il nonno Isaac, che poneva Spinoza tra i propri possibili antenati, parlava sei lingue, e le opere di Benamozegh furono di ispirazione al giovane che volle farsi artista, contando su una tradizione ebraica italiana meno iconoclasta di quella dell'Europa orientale. La molteplicità degli orizzonti era una grandezza della cultura ebraica e cosmopolita livornese, da cui traeva ispirazione per la sua presenza nella città delle avanguardie.

(Corriere fiorentino, 12 gennaio 2020)




Il rinnovamento della mente

Vi esorto dunque, fratelli, per le compassioni di Dio, a presentare i vostri corpi in sacrificio vivente, santo, accettevole a Dio, il che è il vostro culto spirituale. E non vi conformate a questo secolo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché conosciate per esperienza qual sia la volontà di Dio, la buona, accettevole e perfetta volontà.

Dalla lettera dell’apostolo Paolo ai Romani, cap. 12

--> Predicazione
 Il rinnovamento della mente
Marcello Cicchese
Gennaio 2017

 


Un concerto ricorda la cacciata degli ebrei dalla Sicilia

di Adele Di Trapani

 
Oratorio del Sabato, futura Sinagoga di Palermo
Per ricordare la data ultima per gli ebrei a lasciare l'Isola, l'Istituto di Studi Ebraici nel mese della memoria ricorda il triste evento con un concerto che avrà luogo domenica 12 gennaio 2020 alle 10.30 all'Oratorio del Sabato, futura sinagoga di Palermo.
   L'incontro è promosso altresì dall'Ucei in collaborazione con il Comune di Palermo con ingresso libero fino ad esaurimento posti.
   Nella storia degli ebrei siciliani uno degli anni più drammatici fu il 1492 ed in particolare il mese di marzo di quell'anno, quando i sovrani di Spagna, Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, emanarono più editti per l'espulsione degli ebrei dai loro domini: uno fu destinato alla Sicilia. In particolare per quest'ultimo, decisivo fu il ruolo del Tribunale dell'Inquisizione e dell'inquisitore generale Tomas de Torquemada, dell'Ordine dei domenicani. Le ragioni che portarono all'emanazione dei due provvedimenti vanno rintracciate in ambito politico, religioso ed economico.
   Palermo era la città con il numero di giudei residenti più numerosi. Una sinagoga tra le più belle e più grandi della Sicilia. Ci rimane un chiaro disegno pubblicato di recente nel libro edito da Einaudi negli annali della storia d'Italia (op.cit. pag 326-327). La sinagoga di Palermo si trovava in Piazza Meschita e il ghetto era compreso tra le vie San Cristoforo, Calderai, Maqueda, Giardinaccio. Gli ebrei nel medioevo siciliano chiamavano "meskita" le sinagoghe, termine utilizzato per rispetto nei confronti dei musulmani che chiamavano e chiamano "moschee" i loro luoghi di culto.
   Nel giro di pochi mesi, dopo l'emissione dell'Editto di espulsione del 1492, tanti ebrei si convertirono al cattolicesimo, quelli che non vollero rinunziare alla loro fede furono spogliati dei loro beni e costretti ad abbandonare l'Isola emigrando in Grecia, in Africa o altrove, ma ancora oggi nulla di loro è dato sapere. Certamente stupisce come la storiografia ufficiale abbia dato così poco spazio a una pagina tanto drammatica della storia siciliana. Uno dei ricorrenti episodi di rimozione storica? Ci si chiede ancora perché degli ebrei, che abitarono la nostra isola da tempi remotissimi, siano rimaste così poche tracce, pur trattandosi di un popolo la cui cultura ha profondamente inciso nella creazione della identità siciliana.
   Tutti riconoscono, infatti, che la perdita degli ebrei di Sicilia fu un fatto grave per l'economia dell'isola, perché gestivano attività importanti . Avevano in loro mano buona parte dell'economia commerciale e soprattutto quella bancaria e finanziaria del regno e del viceregno di Sicilia, anche se questo privilegio non era esteso a tutta la comunità ebrea di Sicilia. Oltre all'attività di prestito di denaro e alle attività commerciali, avevano aziende nell'attività della concia delle pelli (cunziria di Vizzini), lavorazione del ferro, lavorazione della seta, coltivazione della canna da zucchero (Savoca), produzione di maioliche (Naso). Numerosi gli ebrei di Sicilia nella professione medica con una presenza sorprendente anche di donne, come l'ebrea Verdimura di Catania e Bella di Paja di Mineo (vedasi a pag 39 del libro: "Medici e medicina a Catania dal quattrocento ai primi del novecento" a cura di Mario Alberghina, ed. Maimone 2001).
   Le fonti ci sono, le testimonianze archeologiche non mancano, gli archivi conservano ancora documenti preziosi. Un popolo condannato alla "damnatio memoriae" oltre che alla diaspora?
   Dopo più di cinque secoli Nel 2011 per la prima volta a Palermo è stato ufficialmente celebrato un Bar Mitzvah .
   Il 12 gennaio 2017 don Corrado Lorefice arcivescovo di Palermo, dona all'Unione delle Comunità Ebraiche l'oratorio di Santa Maria del Sabato per farne la nuova Sinagoga.

(Impronta Magazine, 12 gennaio 2020)


La start-up che premia chi condivide

Michael Anav, 23enne israeliano, ha lanciato assieme al coetaneo Uria Franko Oview una start-up che sta attirando grandi marchi.

di Daniel Reichel

 
In questo decennio passato tra le parole nuove diventate di uso comune troviamo influencer: il termine fa riferimento a quelle personalità che hanno guadagnato un grande seguito sui social network (Facebook, youtube, instagram, snapchat e così via) e sono in grado di influenzare i gusti del pubblico - in termine di consumi - grazie alla loro popolarità. Tra le più famose influencer italiane per esempio troviamo Chiara Ferragni, che a partire dal suo blog- the blonde salad - dieci anni fa ha iniziato a promuovere capi di abbigliamento, proponendo abbinamenti diversi e facendosi notare dal mondo della moda. Oggi la Ferragni ha milioni di follower e fattura milioni di euro ma non sono celebrità come lei che interessano al duo israeliano Michael Anav - Uria Franko. I due giovani hanno infatti puntato su quelli che vengono definiti nano-influencer: figure che hanno magari solo centinaia di persone che le seguono, con cui però hanno un contatto diretto, un legame personale. "Sono conoscenti del cui giudizio ci fidiamo e per cui se ci consigliano un ristorante, un pub, un hotel, siamo più propensi ad andarci" spiega a Pagine Ebraiche Michael, 23enne nato e cresciuto nel piccolo Moshav Shekef a una settantina di chilometri a sud di Gerusalemme. Ma quelle stesse persone, genesi del passaparola fatto sui social network, spesso sono ignote a chi di quel passa-parola beneficia. Ovvero il ristoratore, l'albergatore, il gestore del pub di cui è stato consigliato il ristorante, l'hotel, il locale. E qui entra in gioco Oview, la start-up di Anav e Franko che mette in contatto aziende, locali, alberghi con le persone che su Instagram hanno fatto loro pubblicità gratuita, postando la propria esperienza positiva, e fa in modo di ricompensarli.
   Sul sito di Oview il procedimento è spiegato seguendo alcuni passaggi: i clienti condividono i loro momenti migliori nel locale/ristorante/ ecc, anche senza sapere di Oview; Oview calcola per ogni cliente il potenziale di pubblico che può raggiungere e la probabilità che ritorni nel locale, in modo da valutare quale ricompensa offrire; il proprietario del locale/ristorante/ ecc invia un messaggio su Instagram al cliente, ringraziandolo e offrendo la ricompensa (una bottiglia di vino, per esempio).
   "L'idea mi è venuta tempo fa - spiega a Pagine Ebraiche Michael -. Ero stato respinto da un locale nonostante avessi tutte le carte in regola per entrare. Io ho fatto a lungo il pr per le discoteche e avrei potuto portare molte persone in quel locale. Mi sono reso conto lì che club, ristoranti, e così via sanno molto poco dei loro clienti o di quelli potenziali. Per conferma, ho chiesto a una ventina di persone che gestivano locali se volevano sapere quanto i loro clienti fossero disposti a spendere o quante persone potessero portare con sé. Tutti mi hanno detto che l'importante è avere movimento, non è la spesa singola ad essere significativa ma il fatto di avere un costante flusso di persone" A questo punto Michael ha associato questa esigenza al mondo in cui viviamo, fatto di esperienze condivise sui social network: "Nell'era di Instagram, gli utenti sono spinti a raccontare le loro esperienze in tempo reale e quando vanno in un ristorante cercano sempre di far sembrare quel momento come se tutto fosse perfetto. Creano una forma di illusione, vogliono far vedere che stanno avendo l'esperienza della loro vita. E noi utilizziamo questo impulso a condividere per favorire il business a cui viene fatta pubblicità ma anche per premiare il cliente". La start-up ha attirato cosi progressivamente sempre più aziende, anche grandi marchi come Footlocker e Coca Cola. "Abbiamo avuto subito un ottimo riscontro e un articolo del Times of Israel ci ha aiutato ad allargare il nostro orizzonte di clienti". Le aziende che adottano il servizio Oview, in inglese o in ebraico, aprono un profilo, fornendo il loro indirizzo e-mail e qualificando il tipo di attività (ristorante, albergo). Poi, ricevono un suggerimento di oggetti che possono usare come ricompensa.
   Una volta iscritto al servizio, Oview è un software come società di servizi, le aziende ricevono una notifica in tempo reale su un cliente che tagga presso la loro azienda e possono inviare ai clienti un messaggio predeterminato che li ringrazia e, eventualmente, li premia. "Il nostro obiettivo - aggiunge Michael - è che sempre più utenti di Instagram tagghino i luoghi dove mangiano, si divertono, passano il loro tempo e creino così un flusso costante di informazioni a beneficio delle diverse attività commerciali". Lui non si aspettava di avere così tanto successo ma "sia io sia Uria (che si occupa della programmazione di tutto il sistema e che faceva parte dei reparti dell'esercito israeliano che si occupano di informatica) siamo mossi da quel desiderio di spaccare il mondo (mangiarlo, in ebraico). Siamo partiti dalla mia camera a Shekef e abbiamo fatto tantissima strada senza quasi rendercene conto. Ora speriamo di continuare ad ingrandirci".

(Pagine Ebraiche, gennaio 2020)



La fine della presenza ebraica in Europa?

di Guy Millière*

Il 3 dicembre, l'Assemblea nazionale francese ha approvato una risoluzione che adotta la definizione di antisemitismo formulata dall'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto (IHRA). Il deputato Meyer Habib, che ha appoggiato la risoluzione, ha pronunciato un discorso appassionato e toccante, nel quale ha sottolineato l'entità della minaccia antisemita nella Francia odierna e gli stretti legami tra l'odio contro gli ebrei e l'odio per Israele. Il testo rileva che la definizione "comprende le manifestazioni di odio verso lo Stato di Israele giustificate dalla mera percezione di quest'ultimo come collettività ebraica". Il deputato Meyer Habib, che ha appoggiato la risoluzione, ha pronunciato un discorso appassionato e toccante, nel quale ha sottolineato l'entità della minaccia antisemita nella Francia odierna e gli stretti legami tra l'odio contro gli ebrei e l'odio per Israele:
    "Dal 2006, dodici francesi sono stati assassinati in Francia perché ebrei. Sebbene gli ebrei rappresentino meno dell'uno per cento della popolazione, metà degli atti di razzismo compiuti in Francia vengono perpetrati contro gli ebrei. L'antisionismo è una demonizzazione ossessiva di Israele e un abuso della retorica antirazzista e anticoloniale per privare gli ebrei della loro identità".
E Habib ha aggiunto che è stato molto difficile ottenere i voti necessari per approvare la risoluzione, e questo a causa di una generale mancanza di "coraggio politico" - purtroppo, una qualità spesso assente in Francia, quando si tratta di antisemitismo e di Israele.
  I leader politici francesi dichiarano spesso che la lotta all'antisemitismo è della massima importanza; lo dicono ogni volta che nel Paese viene ucciso un ebreo. L'unica forma di antisemitismo che sembrano però pronti a combattere è l'antisemitismo di destra. Essi si rifiutano di vedere che tutti gli ebrei uccisi o aggrediti in Francia dal 2006 sono stati vittime di antisemiti musulmani - e non hanno mai detto una parola a riguardo. Sembrano voler nascondere l'antisemitismo radicato nel Corano e negli Hadith, rafforzato negli anni Trenta dall'amicizia dei nazisti con il Gran Mufti di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, sotto un odio musulmano nei confronti degli ebrei basato su una presunta avversione musulmana "legittima" verso i "crimini sionisti".
  I leader politici francesi pare che si rifiutino di vedere anche un'altra forma di antisemitismo che è in aumento: l'antisemitismo di sinistra. Ed è proprio questo tipo di antisemitismo che utilizza la maschera dell'antisionismo per diffondere l'odio antiebraico.
  I leader politici francesi non menzionano mai il modo in cui i media mainstream francesi parlano di Israele o le conseguenze di quegli articoli e reportage che descrivono costantemente - e falsamente - Israele come un Paese malvagio, i cui soldati quotidianamente uccidono con disprezzo gli arabi e i cui cittadini "occupano illegalmente" dei territori (nonostante gli ebrei siano lì da più di 3000 anni) che potrebbero appartenere a un altro popolo che privano crudelmente di tutto.
  I leader politici francesi non criticano gli articoli e i reportage anti-israeliani: il modo in cui la maggior parte di loro parla di Israele è non meno anti-israeliano dei peggiori articoli anti-Israele. Lo stesso governo francese non fa di meglio. Quando gli ebrei israeliani vengono uccisi in un attacco terroristico, il governo francese pubblica una dichiarazione "condannando" l'attacco ed esortando Israele a "dare prova di moderazione" e ad evitare di "innescare un ciclo di violenza". Quando un attacco ha luogo nella parte orientale di Gerusalemme o in Cisgiordania, la dichiarazione aggiunge che "Gerusalemme Est" e la Cisgiordania sono "Territori palestinesi occupati illegalmente da Israele". È un modo per dire che gli ebrei non dovrebbero essere lì, che le vittime sono i colpevoli e che coloro che li attaccano avevano delle buone ragioni per farlo.
  Il 12 novembre, quando il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che le comunità ebraiche nei territori contesi non violano il diritto internazionale, il governo francese ha immediatamente emesso un comunicato affermando che "la politica israeliana di colonizzazione nei Territori palestinesi occupati è illegale ai sensi del diritto internazionale, in particolare, secondo il diritto internazionale umanitario".
  Questa reazione è in linea con le posizioni assunte dal governo francese negli ultimi anni: quando il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele e ha trasferito lì l'ambasciata americana, il presidente francese Emmanuel Macron ha dichiarato che il trasferimento è stato un "grave errore" e ha sottolineato che l'ambasciata francese sarebbe rimasta a Tel Aviv, la pseudo-capitale di Israele. Un comunicato ufficiale ha aggiunto che la Francia è "amica della Palestina" e appoggia "la creazione di uno Stato palestinese, con Gerusalemme come sua capitale". La Francia non riconosce Gerusalemme come parte del territorio di Israele: il consolato francese a Gerusalemme viene definito nei documenti ufficiali francesi come "il consolato francese a Gerusalemme"; il termine "Israele" è omesso. Quando i cittadini francesi residenti in Israele si recano alle urne, i voti di quelli che vivono a Gerusalemme vengono conteggiati separatamente dai voti di coloro che risiedono altrove in Israele.
  L'Institut du Monde Arabe, finanziato dal governo francese e dai Paesi arabi, ha aperto i battenti nel cuore di Parigi, nel 1987: i convegni e le mostre lì organizzati sono spesso intrisi di odio anti-israeliano. Attualmente, a una mostra intitolata "AlUla, meraviglia dell'Arabia", i visitatori potevano vedere una carta geografica in cui l'intera terra di Israele era coperta dall'espressione "Territori palestinesi". In seguito alle proteste delle organizzazioni ebraiche, il termine Israele è stato finalmente aggiunto accanto all'espressione "Territori palestinesi".
  Quasi tutti gli omicidi degli ebrei in Francia non sono stati commessi da antisemiti musulmani, ma per mano di musulmani che identificano ingiustamente gli ebrei francesi con "Israele, considerato come uno Stato criminale". Mohamed Merah, l'assassino degli alunni ebrei di Tolosa, ha detto a un poliziotto di aver ucciso i bambini ebrei perché "gli ebrei uccidono i bambini palestinesi" e che aveva visto "numerosi reportage trasmessi dalla televisione francese che mostravano ciò". Le sue parole non hanno indotto il governo francese a chiedere alle emittenti tv francesi di fare più attenzione per evitare tutto ciò che potrebbe essere considerato come un incitamento all'odio e all'omicidio.
  Oggi, Meyer Habib è uno dei pochi parlamentari a denunciare l'antisemitismo, l'antisionismo, i pregiudizi anti-israeliani nei media francesi e le posizioni anti-israeliane del governo francese e di molti politici. Habib riceve spesso minacce di morte, pertanto, la sua famiglia e lui devono vivere sotto costante protezione della polizia. Egli rappresenta i cittadini francesi che vivono all'estero - in Israele, in Italia e in Turchia. Non poteva essere eletto in nessuna parte del territorio francese.
  Habib ha inoltre dichiarato che la risoluzione del 3 dicembre è solo una risoluzione. Soltanto una minoranza di deputati ha votato a favore della proposta. L'unico motivo per cui è stata approvata è che molti parlamentari hanno deciso di astenersi. Diversi deputati hanno votato contro e hanno ribadito di essere orgogliosamente "antisionisti". Ad ogni modo, non essendo la risoluzione una legge, non avrà conseguenze.
  I media francesi, i leader politici e il governo non cambieranno le loro posizioni ostili nei confronti di Israele. Nessun leader politico appoggia Meyer Habib od osa contraddire le dichiarazioni del governo francese riguardanti Israele, se non per dire che il governo francese è ancora troppo pro-Israele.
  Mentre in Francia ha luogo un rapido cambiamento, i media del Paese, i leader politici e il governo si comportano di conseguenza. La popolazione ebraica francese diminuisce - costituisce lo 0,6 per cento della popolazione totale - e non ha alcun peso politico. La popolazione musulmana francese sta rapidamente crescendo - e rappresenta più del 12 per cento della popolazione complessiva del Paese. È diventato praticamente impossibile vincere un'elezione in Francia senza contare sul voto musulmano.
  Le poche persone che ancora criticano l'Islam e l'antisemitismo musulmano in Francia vengono vessate impietosamente dalle organizzazioni islamiche e soprattutto vengono duramente condannate dai tribunali. Il 4 dicembre scorso, un procuratore ha chiesto alla Corte di condannare Christine Tasin, presidente del movimento anti-islamico, Résistance républicaine. Nel giugno del 2017, la Tasin scrisse un articolo in cui affermava: "Gli atti anti-musulmani di rabbia saranno inevitabili a breve o a medio termine in tutti i Paesi europei, compresa la Francia, che stanno subendo un'invasione musulmana" e "l'Islam può essere incompatibile con la civiltà occidentale". La Tasin è stata accusata dal Collectif contre l'islamophobie en France (CCIF) di incitamento al "terrorismo anti-musulmano". Il CCIF, è un'organizzazione creata dai musulmani di Francia, il ramo francese dei Fratelli Musulmani. Il procuratore ha dichiarato che l'accusa mossa dal CCIF era "perfettamente valida" e che la Tasin aveva "bisogno di una lezione". Potrebbe essere la prima persona in Francia a finire in prigione per il "reato" di "islamofobia".
  Numerosi partecipanti alla manifestazione islamica e di sinistra contro "l'islamofobia", tenutasi a Parigi il 10 novembre, hanno scandito esplicitamente slogan antisionisti, come "Israele assassino" e "La Palestina vincerà". Diversi manifestanti portavano bandiere palestinesi e di Hamas. Al contrario, a una manifestazione inscenata una settimana dopo per denunciare il terrorismo islamico hanno partecipato meno di duemila persone.
  Il 30 ottobre, a Parigi, quando il presidente Macron ha inaugurato il Centre européen du judaìsme, ha citato tutti gli ebrei uccisi di recente in Francia. Non ha però ricordato i nomi degli assassini. Si è limitato a denunciare la "bestia immonda", un'espressione coniata da Bertolt Brecht e ora utilizzata spesso in Francia per incriminare i simpatizzanti nazisti. Ha menzionato le minacce poste da "coloro che vogliono seminare l'odio e la divisione" e ha espresso il suo sostegno ai musulmani feriti in un fallito attentato alla moschea di Bayonne, nel sud-ovest della Francia. Ha parlato positivamente di un'epoca in cui gran parte della Spagna era musulmana, e ha affermato che lì, in Andalusia, "gli ebrei, nonostante il loro status di dhimmi, svilupparono una cultura straordinaria".
  La saggista Barbara Lefebvre ha ravvisato in queste parole una forma di necrologio degli ebrei - un'accettazione della dhimmitudine [essere governati sotto l'Islam come cittadini "tollerati" di terza classe, talvolta pagando un'imposta "di protezione"] e della sottomissione che ne deriva. Ha scritto che "evocare la peste bruna e le ore buie della nostra storia per ricordare che la minaccia cui sono esposti gli ebrei che vivono in Francia è un insulto storico, commemorativo e politico", e che il discorso di Macron ha spianato la strada alla condanna degli ebrei francesi a " lasciare il Paese o a chiudersi in una bolla comunitaria, come i dhimmi nella terra dell'Islam".
  In Europa, la Francia non fa eccezione. L'antisemitismo sta avanzando in tutto il continente, e spesso assume una colorazione mediorientale. Tuttavia, le autorità parlano solo dell'"antisemitismo di destra".
  In Germania, l'Ufficio federale della Protezione della Costituzione ha condotto uno studio che analizza gli attacchi musulmani perpetrati nel Paese, nel 2017, contro gli ebrei - ma ha esplicitamente rifiutato di dire che questi attacchi erano antisemiti, per attribuirli piuttosto alle "convinzioni culturali e religiose che gli immigrati musulmani portano con loro" in Germania.
  Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas ha aggiunto, come se fosse una scusa, che i musulmani che arrivano in Germania "provengono da Paesi in cui i potenti incitano all'odio nei confronti degli ebrei e di Israele". Uno studio condotto nel Regno Unito dall'Institute for Jewish Policy Research ha mostrato che l'antisemitismo è molto più diffuso tra i musulmani britannici che fra gli altri cittadini del Paese - ma lo studio è stato segnalato solo sulla stampa ebraica britannica.
  L'antisemitismo di sinistra è presente in tutta Europa. I suoi adepti, come in Francia, fanno del loro meglio per nascondere e proteggere l'antisemitismo mediorientale.
  Nel Regno Unito, gli antisemiti sono entrati nel Partito Laburista attraverso la Sinistra. Il leader del Labour Party, Jeremy Corbyn, è stato di recente accusato dal rabbino capo britannico Ephraim Mirvis di "razzismo antiebraico".
  Anche la maggior parte dei più importanti media europei è anti-israeliana, come i grandi media francesi. A luglio, Josef Schuster, presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, ha dichiarato che un articolo pubblicato dalla rivista Spiegel ha utilizzato dei "cliché antisemiti" per diffamare Israele. E questo non è l'unico articolo del suo genere nella stampa tedesca. Shuli Davidovich, addetto stampa dell'ambasciata di Israele a Londra, affermava una decina di anni fa:
    "Senza dubbio, alcuni giornali non attribuiscono mai alcun credito a Israele (...) per alcune persone, soprattutto in quotidiani come il Guardian, il volto umano degli israeliani non esiste. Quando si tratta di Israele, è sempre l'elmetto, il fucile, l'aggressore, l'occupante".
Oggi, non è cambiato nulla. Il Guardian pubblica spesso articoli a sostegno del boicottaggio economico e culturale di Israele. L'analista Manfred Gerstenfeld ha notato la crescente abbondanza di vignette antisemite che ora accompagnano gli articoli anti-israeliani pubblicati dalla stampa europea. Tali vignette, egli ha rilevato, abbondano in Norvegia, un Paese dove vivono soltanto 700 ebrei. Molte caricature norvegesi, ha spiegato Gerstenfeld, raffigurano gli ebrei come "parassiti", esattamente come avviene nella stampa dei Paesi musulmani.
  La maggior parte dei leader politici europei è ostile a Israele come lo sono i leader politici francesi. L'Unione Europea difende ostinatamente l'idea che Israele debba tornare alla linea armistiziale del 1949, spesso definita come "i confini del 1967". L'UE afferma che Israele occupa illegalmente "i Territori palestinesi". Ogni volta che Federica Mogherini, vicepresidente della Commissione europea fino a novembre scorso, parla del Medio Oriente, definisce Israele una "potenza occupante". Il suo successore, Josep Borrell, si esprime a favore del riconoscimento unilaterale dello Stato palestinese da parte dell'Unione Europea. "L'Iran vuole spazzare via Israele;" egli ha dichiarato, "non c'è nulla di nuovo in questo. Dobbiamo conviverci". Nove dei 28 Stati membri dell'Unione Europea - Svezia, Cipro, Malta, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria, Romania - riconoscono uno "Stato di Palestina", ma ignorano il fatto che l'Autorità Palestinese non ha mai rinunciato al proprio piano di annientare Israele e prendere il suo posto, e non ha mai smesso di compiere atti di terrorismo.
  La trasformazione demografica che ha luogo in Francia si registra altresì in tutta l'Europa occidentale e la crescente sottomissione all'Islam viene silenziosamente accettata quasi ovunque dalle autorità di governo. I partiti politici contrari all'islamizzazione sono spinti ai margini. Alcuni leader dell'Europa centrale - il primo ministro ungherese Viktor Orbàn, il premier polacco Mateusz Morawiecki e il presidente della Repubblica Ceca, Miloš Zeman - sono gli unici a rifiutare esplicitamente l'islamizzazione dei loro Paesi e ad adottare delle misure per frenare l'immigrazione musulmana. Costoro vengono spesso condannati dai leader dell'Europa occidentale che vogliono costringerli ad accogliere migliaia di immigrati.
  I report mostrano, senza sorprese, che l'aumento del numero di immigrati musulmani ha portato a una forte crescita dell'antisemitismo.
  Nel 2018, l'Agenzia dell'Unione Europea per i diritti fondamentali ha condotto un sondaggio sugli ebrei di 12 Paesi europei in cui si registra la maggiore presenza ebraica. I dati raccolti hanno mostrato che "il 28 per cento degli intervistati ha subìto qualche forma di molestia perché ebreo"; "il 47 per cento teme di subire insulti o molestie antisemite e il 40 per cento si preoccupa delle aggressioni fisiche"; "negli ultimi cinque anni, il 38 per cento ha considerato l'idea di emigrare per motivi di sicurezza".
  Un altro studio, condotto nel 2011 dall'Università di Bielefeld, in Germania, ha mostrato che il 40 per cento degli europei adulti era d'accordo con questa affermazione: "Israele si comporta con i palestinesi come i nazisti con gli ebrei".
  In un articolo titolato "Judenrein Europe", il commentatore politico americano Joel Kotkin ha scritto che tutti i dati disponibili mostrano che l'odio anti-ebraico e i pregiudizi anti-israeliani continueranno a diffondersi in tutta Europa e che ciò potrebbe significare la fine della presenza ebraica nel continente:
    "Per millenni, dopo la distruzione del Secondo Tempio e l'inizio della diaspora, l'Europa ha ospitato la maggior parte degli ebrei del mondo. Questo capitolo della storia è chiuso. Gli ebrei continuano a fuggire dal continente e alla fine del secolo tutto ciò che resterà della loro presenza saranno i cimiteri ebraici".

* Guy Millière, insegna all'Università di Parigi ed è autore di 27 libri sulla Francia e l'Europa.

(Gatestone Institute, 11 gennaio 2020 - trad. Angelita La Spada)


Iran: il ruolo unico di Soleimani nell'esportazione del terrorismo dei mullah

Khamenei ha condotto operazioni terroristiche in Medio Oriente attraverso Qassem Soleimani

 
Il leader supremo dei mullah, Ali Khamenei, ha fatto molto per spiegare il ruolo vitale che Qassem Soleimani, comandante della Forza Quds dell'IRGC ucciso la scorsa settimana in un attacco di droni USA in Iraq, ha giocato nella linea strategica del regime dei mullah di esportare il terrorismo e fomentare il caos nella regione.
   Nel suo incontro in coincidenza con le cerimonie funebri di Soleimani con una delegazione di irriducibili della città di Qom, Khamenei ha parlato apertamente di tale del ruolo del comandante ucciso della Forza Quds.
   "Con il suo aiuto ai Paesi della nostra regione, Soleimani è riuscito a disinnescare tutti i piani illegittimi degli Stati Uniti nella regione dell'Asia occidentale. Ha aiutato i Paesi piccoli e deboli della regione a fronteggiare l'America" - ha detto Khamenei.
   Quindi ha spiegato alcuni casi specifici.
   "Gli americani volevano che la causa palestinese fosse dimenticata, volevano mantenere i palestinesi in una posizione di debolezza. Soleimani ha dato ai palestinesi ciò di cui avevano bisogno, permettendo loro di trasformare una piccola regione come la Striscia di Gaza in un centro di resistenza contro i sionisti e di portare i sionisti a proporre un cessate il fuoco in 48 ore. Questo è stato fatto da Qassem Soleimani. I nostri fratelli palestinesi hanno ammesso questo fatto più volte in mia presenza. Ovviamente io ne ero consapevole".
   Ciò che Khamenei intendeva per esigenze palestinesi a cui Soleimani rispondeva non sono altro che milioni di dollari dati in contanti ai leader di Hamas nella Striscia di Gaza da Soleimani e il ruolo distruttivo da lui avuto nell'indebolire lo Stato palestinese, attraverso l'istigazione di Hamas nella Striscia di Gaza.
   Dopo aver citato la Palestina, Khamenei si è riferito al Libano. Si è vantato del potere e del ruolo di Hezbollah in Libano. "Oggi Hezbollah è la mano del Libano e l'occhio del Libano. È stato rafforzato giorno dopo giorno. Il ruolo di Soleimani in questo è abbastanza evidente". Khamenei, tuttavia, non ha menzionato il disgusto del popolo libanese nei confronti di Hezbollah, dimostrato in questi giorni nelle strade del Libano, e l'effettiva situazione di stallo in cui si trova il Paese.
   Ha elogiato allo stesso modo il ruolo distruttivo di Soleimani in Iraq e Siria. "I coraggiosi credenti iracheni e i giovani iracheni, così come il clero, si sono opposti agli Stati Uniti, e Soleimani li ha aiutati e li ha assistiti come un grande sostenitore e un consigliere attivo".
   Nell'ammucchiare lodi a Soleimani, Khamenei ha confermato il fatto che la politica estera del regime quando si tratta dei Paesi della regione è preparata e attuata non dal Ministero degli Esteri dei mullah, ma dalla Forza Quds dell'IRGC.
   "Soleimani non era attivo solo nell'aspetto militare, in politica era lo stesso. Più di una volta ho detto a coloro che sono in politica che avrebbero dovuto imparare da Soleimani, nel modo in cui era coraggioso in politica; era molto saggio e allo stesso tempo molto influente."
   Gli ambasciatori del regime dei mullah nella regione sono sistematicamente assegnati dalla Forza Quds. In effetti, gli ambasciatori del regime in Iraq sono sempre stati membri della Forza Quds. Il loro attuale ambasciatore in Iraq, Iraj Masjedi, e il suo predecessore Danaifard hanno avuto un ruolo attivo in Iraq dopo il cambio di regime in quel Paese nel 2003.
   Entrambi erano dietro gli attacchi mortali contro il MEK quando quest'ultimo era basato nei campi di Ashraf e Liberty in Iraq, causando 146 morti tra i residenti prima che fossero evacuati in Albania nel 2016.

(CNRI - Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, 11 gennaio 2020)


L'economia in Iran è al collasso e solo la "pace" con Trump eviterà una crisi totale

La crisi dell'Iran riduce i margini di manovra per l'ayatollah Khameini. Solo un "appeasement" con l'America di Trump può impedire all'economia persiana un 2020 ancora più terribile dell'anno passato.

di Giuseppe Timpone

Le tensioni tra USA e Iran restano altissime, ma si sono allentate dopo il discorso del presidente americano Donald Trump di mercoledì. Il conflitto resta nell'aria, ma appare meno probabile nel Golfo Persico. E per gli oltre 80 milioni di iraniani, si tratta di una buona notizia.
  Il 2019 appena trascorso è stato parecchio pesante per loro. L'economia si è contratta di quasi un decimo, raddoppiando il crollo del 2018. Inevitabile con il ritiro degli USA dal Joint Comprehensive Plan Action, l'accordo nucleare di fine 2015 e che aveva consentito dal 2016 all'Iran di tornare sui mercati esteri con il ripristino delle esportazioni di petrolio.
  Queste sono crollate dagli oltre 2 milioni di barili al giorno del 2017 a meno di 500.000. L'impatto sulla bilancia commerciale è stato terribile: da un surplus di una ventina di miliardi di dollari, si è arrivati a un deficit nell'ordine della stessa entità. A ciò si è aggiunta la fuga dei capitali, che ha accresciuto la pressione sul cambio fisso del rial contro il dollaro, pari a 42.000, mentre al mercato nero si è arrivati a 140.000.
  L'inflazione è esplosa da meno del 10% al 35%, sebbene da mesi sia in calo sotto il 30%. Per lo scorso novembre, nel tentativo di risparmiare petrolio prezioso e di ridurre il disavanzo fiscale, il governo aveva annunciato un maxi-rialzo dei prezzi del carburante tramite il taglio dei sussidi, ma nel paese sono esplose proteste massicce, represse nel sangue dai militari e che hanno provocato almeno 180 vittime. La misura è stata successivamente ritirata. E già dalla fine del 2018 si assiste a una carenza di prodotti importati, tra cui pannolini. Un segno tangibile della penuria di dollari, che ricorda tristemente il Venezuela di Nicolas Maduro di questi anni, con cui la Repubblica Islamica potrebbe finire per condividere anche il disastro dell'iperinflazione.

 Repubblica dell'ayatollah a rischio
  All'Iran serve come il pane giungere a un accordo con gli USA e, di conseguenza, anche con i nemici giurati nel Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. Di questo passo, o accetta di svalutare il rial, facendolo fluttuare liberamente e subendo gli effetti devastanti di un'inflazione ancora più alta, o si ostina a difendere il "peg", ma prosciugando le riserve valutarie e tagliando le importazioni, aggravando le condizioni di vita degli iraniani e subendo comunque, per mezzo di una minore offerta, la lievitazione dei prezzi.
  In definitiva, l'Iran non può permettersi alcun conflitto con gli USA, né di procrastinare la "proxy war" con i sauditi nel Medio Oriente, specie sui terreni di Yemen e Siria. Il suo protegé, il Libano, si sta avviando verso una china del tutto simile, a causa della grave crisi politica esplosa in autunno e che si è subito trasformata in economica e finanziaria sul timore degli investitori per la tenuta delle già fragili istituzioni nazionali. Per contro, l'Arabia Saudita non solo dispone dell'alleato americano, ma anche di quasi mezzo trilione di dollari di riserve valutarie, è prima potenza esportatrice di petrolio e ha appena incassato 25,6 miliardi dall'IPO di Aramco, la compagnia petrolifera statale. Sarebbe una lotta impari tra le due potenze mussulmane, che evidentemente l'Iran stesso si rende conto di non poter combattere, se non a costo di mettere a rischio la sopravvivenza del suo apparato religioso-istituzionale.

(Investire Oggi, 10 gennaio 2020)


Iran: una tigre di carta che può diventare feroce solo con il nucleare

di Maurizia De Groot Vos

Negli ultimi giorni abbiamo visto e letto di tutto, sia prima che dopo la reazione militare di Teheran alla uccisione di Qassem Soleimani.
  Nel volgere di poche ore siamo passati da titoli cubitali che annunciavano "la terza guerra mondiale" (cosa non si fa per un click in più) a titoli di scherno per la risposta moderata.
  I media arabi e quelli occidentali hanno definito l'Iran "una tigre di carta" quando solo poche ore prima ospitavano analisti (si fa per dire) di tutto il mondo che parlavano di una apocalisse imminente.
Alla fine non c'è stata nessuna terza guerra mondiale, nessuna apocalisse. Gli iraniani hanno fatto il compitino, hanno telefonato una quindicina di missili badando bene di far sapere agli americani quando e dove avrebbero colpito.
  Vendetta è fatta, il popolo è contento e tutti a casa, compresi i cosiddetti "analisti" isterici e apocalittici.
  Ieri aerei da caccia, probabilmente israeliani, sono tornati a colpire in maniera preventiva in Siria. Un convoglio che trasportava missili iraniani destinati ad Hezbollah è stato distrutto. Reazioni? Nessuna, come chi viene colto con le mani nella marmellata.

 La tigre di carta
  La tiepida risposta iraniana all'uccisione di Soleimani ha scontentato un sacco di fanatici, sia in Medio Oriente che in occidente.
  In realtà non si poteva credere realmente che l'Iran si confrontasse militarmente con gli Stati Uniti. Solo qualche "analista" isterico e improvvisato poteva immaginarlo.
  Le uniche armi che ha l'Iran sono il terrorismo e, potenzialmente, la possibilità di "infastidire" la navigazione nel Golfo.
  Per il resto hanno un buon arsenale di missili, ma nulla che non sia facilmente intercettabile. Hanno una aviazione con aerei che stanno insieme con lo scotch. Una marina che non impaurisce nessuna nave minimamente armata. Un esercito (quello regolare) numericamente importante, ma senza armi avanzate. In uno scontro con un esercito "normale" verrebbe spazzato via in poche ore.
  La loro vera forza armata è quella che fa capo ai Guardiani della Rivoluzione Islamica, che non ha nulla a che fare con l'esercito regolare e che è un po' più armata.
  Sono bravissimi nell'organizzare guerre per procura, questo si. Possono contare su importanti gruppi terroristici armati di centinaia di migliaia di missili, più pericolosi per il loro altissimo numero che per la loro effettiva pericolosità.
  L'ex ambasciatore israeliano negli USA, Michael Oren, qualche tempo fa descrisse uno scenario da incubo in caso di guerra tra Iran e Israele. Ma non per la effettiva pericolosità dei missili iraniani, quanto piuttosto per il loro elevatissimo numero che non permetterebbe ai sistemi di difesa israeliani di intercettare tutti i missili lanciati. Per questo motivo Israele è concentrato nel prevenire la consegna di altri missili ai gruppi terroristici che lo minacciano.
  È questa la vera minaccia rappresentata dall'Iran, terrorismo e missili, non fantasmagoriche capacità offensive che non ha.

 Il nucleare
  Ecco, sul nucleare il discorso è invece diverso. Gli Ayatollah, consapevoli di non avere una capacità militare in grado di affrontare eserciti moderni e ben armati come quello israeliano e americano, puntano tutto sull'arma nucleare.
  Dopo la morte di Soleimani hanno annunciato il loro ritiro dal JCPOA, l'accordo sul nucleare iraniano firmato con il gruppo dei P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite - Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti - più la Germania).
  In realtà non è che prima rispettassero quell'accordo, ma ora i falchi di Teheran hanno mano libera per riprendere in pieno la corsa al nucleare. Questo è molto pericoloso.
  Con l'arma nucleare in mano ai fanatici Ayatollah cambierebbe tutto. Per questo a Gerusalemme stanno tirando fuori tutti i piani accantonati (?) ai tempi di Obama. Nessuna ipotesi viene esclusa, ma una cosa è certa: Israele non permetterà all'Iran di avere un'arma nucleare con la quale ricattare il mondo.
  Con il nucleare la tigre di carta potrebbe diventare una fiera feroce e questo non lo si può permettere. Ecco, su questo gli "espertissimi analisti catastrofisti" potrebbero davvero sbizzarrirsi in mirabolanti analisi di conflitti globali. Ma non ora. Dovranno aspettare che gli F-35 israeliani facciano prima il loro lavoro.
  Tranquilli, non credo che dovranno aspettare molto. Se realmente gli iraniani riprenderanno a pieno ritmo l'arricchimento dell'uranio e la produzione di plutonio, non ci sarà molto da aspettare.

(Rights Reporters, 11 gennaio 2020)


Il valore della differenza

di Giuseppe Momigliano
rabbino capo di Genova

La data del Primo gennaio viene variamente percepita in ambito ebraico. C'è chi non disdegna di essere coinvolto nel clima festoso che si manifesta in questi giorni in tante parti del mondo, c'è chi non partecipa ad alcun festeggiamento, ma considera questa come una data comunque significativa, in quanto collegata a vari settori che condizionano la nostra vita, come i rapporti con enti e istituzioni pubbliche, scuola, lavoro e economia. C'è chi la vive con indifferenza, in quanto espressione di modalità di conteggiare gli anni e in genere di tenere il conto dello scorrere del tempo sostanzialmente diversi da quelli ebraici, ritenendo tuttavia gesto di cortesia formulare auguri ad amici e conoscenti non ebrei; c'è chi esprime aperta riprovazione rispetto alla partecipazione ad una festa non ebraica, per di più legata, nelle manifestazioni di baldoria serale, al ricordo di un papa, Silvestro I, al quale la tradizione aneddotica cristiana attribuisce la presunta vittoria in uno dei primi episodi di dispute religiose con esponenti ebrei, eventi purtroppo tristemente noti nella storia ebraica come occasioni di umiliazioni e dileggio e talora di vere e proprie violenze nei confronti della locale comunità ebraica; c'è anche chi non la considera di alcun particolare rilievo, solo richiedendo attenzione a ricordare il necessario cambio di data nei documenti e nelle lettere.
   Nelle varie modalità di riferimento al Primo di gennaio - probabile che ce ne siano anche altre - si esplica qualcosa del nostro modo di vivere l'identità ebraica. Certamente è un'occasione per ribadire il valore della
 
                  Un Meil (tessuto che copre la Torah) del 1771, con ricami in seta e filo metallico.
                  Fa parte della Collezione Benguiat - Museo Ebraico New York.


differenza, in senso positivo, cioè non come sporadica ostentazione ma come modo di vivere in cui lo scorrere del tempo ha per noi ebrei dei riferimenti diversi; ad esempio, semplicemente ricordando che il Primo gennaio per noi ebrei coincideva con "yom revi'ì", il quarto giorno della settimana, in cui con rinnovato anelito incominciamo a guardare all'approssimarsi dello shabbat e a quanto occorre per questo predisporre. Ricordiamo come, a partire dal quarto giorno, la settimana si identifichi con la Parashà, la lettura di Torah del Sabato, in questo caso ci riferiamo quindi alla Parashà "Vaiggash", in cui si legge la svolta nelle vicende della famiglia di Giacobbe, con il riconoscimento di Giuseppe ai fratelli e la discesa del patriarca in Egitto con tutta la famiglia, con cui, di fatto, ha inizio la prima "diaspora" ebraica, un evento che avrebbero segnata la storia e la coscienza del popolo. Non per nulla il midrash interpreta l'iniziativa del patriarca Giacobbe di inviare in Egitto il figlio Yehudà quale avanguardia del resto della famiglia (Genesi 46,18), come desiderio di affidare al figlio, ormai divenuto il più autorevole tra i fratelli, il compito di realizzare un luogo protetto dove preservare lo studio di quella Torà che, secondo la tradizione, i patriarchi già conoscevano per ispirazione divina. I Maestri intendevano affermare che, nel momento in cui si iniziava la vita della famiglia di Giacobbe fuori dalla terra di Canaan, era necessario e indispensabile preservare l'identità ebraica attraverso lo studio della Torah.
   Agli eventi più tragici della storia ebraica, in Israele e nel mondo, ci rimanda, in prospettiva, la data del 4 del mese ebraico di Tevet, ricordandoci che meno di una settimana dopo, il Dieci di Tevet, abbiamo una giornata di digiuno, istituito in tempi antichi a ricordo dell'inizio dell'assedio babilonese a Gerusalemme che avrebbe portato alla distruzione del Santuario e scelto come "giorno di Kaddish" per tutte le vittime della Shoah. Una triste ma necessaria occasione per svolgere una riflessione sulla Shoah con modalità e valori di riferimento essenzialmente interni all'ebraismo.
   Direi che, tanto più disponendo di una giornata di pausa dal lavoro, si è potuto caratterizzare in modo ebraico il Primo gennaio: 4 del mese di Tevet, quarto giorno della settimana della Parashà di Vaiggash, anno 5780, nel corso del quale siamo giunti al quarto mese. Anche facendo gli auguri ai nostri amici non ebrei, ricordando loro, non attraverso discorsi didascalici ma con il nostro esempio di vita, che il riconoscimento dell'esistenza di diversi parametri e valori di riferimento del tempo è uno dei fondamenti della coesistenza pacifica, rispettosa e fruttuosa tra comunità e culture diverse.

(Pagine Ebraiche, gennaio 2020)


L'omicidio di Sarah Halimi non ha un colpevole

La preoccupazione della comunità ebraica di Roma espressa all'ambasciatore di Francia

Negli scorsi giorni decine di migliaia di persone hanno manifestato a Parigi contro l'incredibile decisione della Corte di Appello che ha scagionato da ogni responsabilità penale Kobili Troarè per l'omicidio di Sarah Halimi, un'anziana signora ebrea. Sebbene l'imputato, reo confesso, fosse stato condannato in primo grado, il tribunale di appello lo ha giudicato non perseguibile perché al momento di compiere l'efferato omicidio (la vittima dopo essere stata picchiata fu gettata dal terzo piano) era in uno stato delirante per un pesante uso di stupefacenti.
   Anche la Comunità ebraica di Roma è rimasta costernata dalla decisione del tribunale che non tiene conto degli aspetti di violenza antisemita che Troarè ha perpetrato, avendo durante l'aggressione, tra l'altro, fatto riferimento a versi del Corano.
   Per questa ragione, per manifestare la preoccupazione che una tale sentenza porti con se il rischio di minimizzare i reati a sfondo razzista, razziale e antisemita, il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, Rav Riccardo Di Segni, insieme alla presidente Ruth Dureghello, hanno inviato una lettera aperta al Presidente francese Macron ed al Ministro della Giustizia Nicole Belloubet. La lettera è stata consegnata l'altro ieri nelle mani dell'ambasciatore di Francia a Roma, Christian Masset, in un incontro cui ha partecipato anche il vicepresidente della Comunità ebraica romana, Ruben Della Rocca.
   Nella lettera i vertici comunitari esprimono "la seria preoccupazione" per una decisione che "appare incomprensibile e inaccettabile", poiché "il consumo di droga, si configurerebbe, secondo il parere dei giudici, come un attenuante tanto forte da indurli a decidere per la non perseguibilità del colpevole". Per gli ebrei romani questa decisione "rischia di divenire un precedente pericoloso nella giurisprudenza internazionale, in quanto mina il principio fondamentale della certezza della pena soprattutto nella lotta contro l'antisemitismo".
   "La Repubblica francese, patria dei valori di "Liberté, Égalité, Fraternité", cui gli ebrei romani devono la riconquista della propria dignità dopo trecento anni di segregazione nel ghetto - prosegue la lettera - ha il dovere di impedire che in qualunque sede possano essere concepite soluzioni conciliative e assoluzioni per chi offende e uccide in nome dell'odio antisemita". Per questa ragione, prosegue continua la lettera, "abbiamo il dovere di denunciare e pretendere, come hanno fatto molti altri francesi in questi giorni, che possa essere garantita Giustizia anche per Sarah Halimi".
   "Il timore per gli ebrei romani, europei e di tutto il mondo, in questi tempi difficili in cui l'odio antisemita e antisionista dilagano nella società intera, tanto da indurre il parlamento francese ad approvare qualche giorno fa la definizione di antisemitismo dell'IHRA - scrivono Di Segni e Dureghello - è quello che chi odia gli ebrei possa prendere spunto e legittimazione da fattispecie simili, in cui si attenuano i crimini d'odio e se ne scagionano i colpevoli, sentendosi quasi tutelati nel compierli. Un timore, questo, che deriva da vicende tristemente note".
   Amara la conclusione della lettera ai massimi rappresentanti delle Istituzioni francesi. "Non vogliamo - scrivono il rabbino capo di Roma e il presidente della Comunità - trovarci ancora nella condizione per cui la narrazione di questi eventi cambi solo dopo aver provocato ulteriori morti e feriti. Occorre prendere una posizione chiara e ferma contro l'antisemitismo e non lasciare più spazio a indugi o ambiguità nel condannarlo".
   Alla consegna della lettera è seguito un colloquio tra i vertici comunitari e l'ambasciatore francese Christian Masset, sulla situazione delle comunità ebraiche in Francia, Italia ed Europa. In questa occasione, l'Ambasciatore ha ricordato il pieno impegno del governo francese nella lotta contro l'antisemitismo e gli atti di natura antisemita o razzista. Nel corso del colloquio, che si è svolto in un clima disteso amichevole e di estrema collaborazione, è stata infine ribadita la forte storica amicizia tra la Comunità ebraica di Roma e l'Ambasciata di Francia in Italia.

(Shalom, 10 gennaio 2020)


Israele - Inventato il laser che individua le zanzare

Ma le dovete uccidere voi. Costerà 150 euro

Si chiama Bzigo, arriva da Israele, paese leader nei sistemi evoluti di autodifesa da attacchi missilistici. E sembra proprio uno strumento bellico, seppur in scala ridotta.
A cosa serve? Il laser sfrutta una serie di componenti interni per andare a tracciare il volo delle zanzare e indica dove l'insetto si è posato. Sta poi all'utente decidere se catturarlo oppure passare alle vie definitive e vendicative.
Bzigo può monitorare e seguire il volo delle zanzare fino a 8 metri di distanza grazie a un sensore a infrarossi a 850 nm, in combinazione con un paio di illuminatori e a lenti grandangolari. Può svolgere il proprio lavoro di giorno o di notte prescindendo dalla luce naturale o artificiale.
Individuato con gli infrarossi l'insetto, questo viene tracciato in ogni movimento utilizzando un laser (non dannoso per gli occhi). Quando atterra, il laser disegna una sorta di quadrato attorno per poterlo individuare con grande facilità.
Il fulcro di Bzigo è il sistema di intelligenza artificiale che permette al gadget di individuare zanzare anche molto piccole (nell'ordine di un pixel di grandezza per il sensore). È interessante scoprire che non ci si basa sulle immagini degli insetti quanto sui pattern degli spostamenti, che permettono di identificarli con una certa sicurezza nell'ordine di 1% di falsi positivi e con una percentuale di successo di identificazione del 90%.
È stato necessario un lavoro di quattro anni per perfezionare al meglio il dispositivo che è stato protagonista di una raccolta fondi di successo e che debutterà in commercio fra circa un anno a circa 150 euro.
La società dietro Bzigo intanto ha già pensato a una seconda versione killer. Non utilizzerà il laser per disintegrare la zanzara, ma adotterà un sistema ancora più scenografico con un nano drone che sarà rilasciato per un vero e proprio mini combattimento aereo stile Star Wars.

(RagusaNews, 11 gennaio 2020)


«Equiparare antisionismo e antisemitismo»

L'appello di Italia-Israele all'Università. All'incontro in Ateneo erano presenti il presidente dell'associazione Baldacci e i professori Allotta, Caruso, Ciuffoletti, Mariani Sacerdoti e Zatelli. Ciuffoletti: «Il rettore sta valutando la proposta».

di Maurizio Bernardini

La memoria deve trasformarsi in storia: questo il filo su cui si è mosso l'incontro tra una delegazione dell'associazione Italia-Israele di Firenze e il rettore dell'ateneo fiorentino Luigi Dei sul tema dell'antisemitismo.
   La delegazione dei docenti, composta dal presidente dell'associazione Valentino Baldacci e dai professori Benedetto Allotta, Sergio Caruso, Zeffiro Ciuffoletti, Gigliola Mariani Sacerdoti e Ida Zatelli ha evidenziato «la necessità che si vada oltre le tradizionali manifestazioni per il Giorno della Memoria e che vengano promosse azioni più incisive capaci di coinvolgere, in particolare, i giovani e che abbiano al centro la diffusione della conoscenza della realtà attuale e di quella storica».
   Durante il cordiale colloquio il gruppo di docenti ha rivolto al rettore un appello: chiedono di inserire nello statuto dell'Ateneo la definizione di «antisemitismo» formulata dall'Ihra, l'International Holocaust remembrance alliance. Definizione che sottolinea come l'antisionismo sia oggi la forma più diffusa di antisemitismo. «Il rettore Dei - spiega Zeffiro Ciuffoletti - ha detto che terrà questa nostra proposta in considerazione. La storia oggi è bruciata dai tempi che corrono. E vi sono molte, troppe lacune. E dunque fondamentale maturare le conoscenze anche tramite gli strumenti del mondo universitario come i dibattiti, le discussioni, le letture. La diffusione del sapere è l'unica arma di cui si dispone» .
   Tra le righe del documento presentato da Italia-Israele al rettore Dei, così come ricordato in una nota dell'associazione fiorentina, è stata espressa «forte preoccupazione per il dilagare di episodi di antisemitismo che nella maggioranza dei casi hanno come matrice l'odio contro lo Stato d'Israele e il rifiuto della sua esistenza».

(Corriere Fiorentino, 11 gennaio 2020)



Siria: distrutto convoglio di missili balistici destinato a Hezbollah. Accuse a Israele

Aerei da guerra non identificati hanno attaccato e distrutto un convoglio di missili balistici in Siria. L'attacco è avvenuto nei pressi di Albu Kamal, a poca distanza dal confine con l'Iraq.
Secondo le frammentarie informazioni di cui si dispone il convoglio trasportava armi e missili destinate ad Hezbollah. Testimoni riferiscono che le esplosioni si sono sentite a Km di distanza.
Fonti di intelligence riferiscono che si trattava di un trasferimento di missili balistici appartenenti alla Brigata Imam Ali, una milizia sciita sotto controllo delle forze di mobilitazione popolare appoggiate dall'Iran, i quali venivano trasferiti ad Hezbollah.
Il raid aereo arriva in un momento di altissima tensione dopo che l'Iran ha promesso vendetta per l'uccisione di Qassem Soleimani, vendetta che potrebbe arrivare proprio attraverso Hezbollah e contro Israele.
A precisa richiesta Israele non ha né confermato né smentito il raid aereo in Siria.

(Rights Reporters, 10 gennaio 2020)


Gideon Sa'ar, l'erede mancato

"La ribellione" (come titola Yediot Ahronot) di Gideon Sa'ar contro Benjamin Netanyahu è fallita. Il Likud rimane con Bibi 
Paradossalmente tra chi ha festeggiato la vittoria di Benjamin Netanyahu alle primarie del Likud c'erano anche i suoi rivali politici. Il partito Kachol Lavan guidato dall'ex capo di Stato maggiore Benny Gantz corteggia da tempo gli elettori della destra stanchi di Netanyahu; anzi l'unico vero motivo che tiene insieme le varie anime di Kachol Lavan è proprio il suo essere anti-Netanyahu. Se Gideon Sa'ar, il grande sfidante, l'avesse battuto, Gantz e compagni si sarebbero trovati senza il proprio bersaglio politico e senza un vero argomento unificante da proporre ai propri elettori. Per loro fortuna non è successo: il 75% degli iscritti al Likud hanno confermato Netanyahu come proprio unico e insindacabile leader. Le tre incriminazioni contro di lui non hanno danneggiato la fiducia dei suoi sostenitori nelle sue capacità e Sa'ar, il presunto volto nuovo del partito, è stato sonoramente battuto. Ora sarà interessante vedere quale sarà il destino di quest'ultimo, che da tempo si propone come possibile successore. Il fatto di aver sfidato il capo - "La ribellione" titolava Yedioth Ahronoth - potrebbe costargli caro in un partito in cui la fedeltà alla leadership è un valore quasi indiscutibile.
   Ma il suo essersi proposto ora che Netanyahu - proprio per le tre incriminazioni citate - rischia comunque di dover abbandonare la politica, potrebbe rappresentare una carta a suo vantaggio. Sa'ar, 52 anni, è stato un ideologo di destra fin da quando era giovane membro di Tehiya, un partito ultranazionalista che protestava contro l'evacuazione degli insediamenti israeliani nel Sinai nel 1982 a seguito degli accordi di Camp David. Nonostante questo Sa'ar è anche considerato molto più accettabile di Netanyahu per i partiti del centro-sinistra di Israele. Il fatto di vivere nella laica Tel Aviv lo ha fatto sembrare più vicino su alcuni temi a questo schieramento ma lui ha più volte chiarito di non essere meno falco di Netanyahu sulle questioni diplomatiche. E la sua storia politica lo dimostra: Sa'ar ha votato contro il disimpegno dalla Striscia di Gaza nel 2005 e sostiene che non c'è spazio nel Paese per creare uno Stato palestinese. "Non credo nella 'soluzione a due Stati'", ha detto.
   "Nei suoi 13 anni come membro della Knesset e ministro, Sa'ar ha costruito una doppia personalità - scrive Anshel Pfeffer su Haaretz -. C'è quella cool legata alla Tel Aviv laica con la sua affascinante seconda moglie, la conduttrice televisiva Geula Even
Geula Even
, costantemente al suo fianco. Questo simpatico Sa'ar è stato ospite occasionalmente nei club alla moda ed è amato dai media, dove ha numerosi amici e alleati chiave che ricevono da lui briefing ufficiosi. Il Sa'ar cool è il liberal, la cui prima legge alla Knesse frenò il potere della polizia rispetto all'ammanettare i sospetti portati in tribunale. Cool Sa'ar è l'unico uomo a presiedere i Comitato della Knesset sulla condizione delle donne e l'uguaglianza di genere, e ha fatto approvare una legge che estende il congedo di maternità retribuito a 14 settimane.
   Poi - prosegue Pfeffer - c'è Gideon il nazionalista, che come ministro dell'istruzione ha fatto sì che le scuole superiori mandassero loro studenti a visitare l'insediamento ebraico di Hebron e ha migliorato lo status di quella che sarebbe diventata l'Università d Ariel in Cisgiordania. Gideon il nazionalista come ministro degli Interni ha creato il centro di detenzione di Holot per i richiedenti asilo africani nel Negev (ha ridotto drasticamente il numero di burocrati che gestiscono le loro richieste di asilo". Per i momento nessuno di questi due volti è bastato a portarlo al vertice del Likud ma potrebbero essere cartucce spendibili quando Netanyahu deciderà di fare un passo indietro.

(Pagine Ebraiche, gennaio 2020)


L'antisemitismo dilaga: a Firenze "Italia-Israele" scrive al Rettore

Incontro tra una delegazione dell'Associazione e Luigi Dei che ha ricevuto un documento. Il Giorno della Memoria non basta più: necessaria una "operazione capillare di intervento nelle scuole, e in particolare nella scuola superiore, per portare ai giovani quelle conoscenze fondamentali che i programmi scolastici ordinari non possono fornire".

Una delegazione dell'Associazione Italia-Israele di Firenze composta dal suo presidente prof. Valentino Baldacci e da cinque professori ordinari dell'Università di Firenze (Benedetto Allotta: Meccanica applicata alle macchine - Sergio Caruso: Filosofia politica - Zeffiro Ciuffoletti: Storia contemporanea - Gigliola Mariani Sacerdoti: Lingua e letteratura anglo-americana - Ida Zatelli: Lingua e letteratura ebraica) si è incontrata con il Rettore dell'Università di Firenze prof. Luigi Dei.
   La delegazione ha presentato al Rettore un documento nel quale si esprime la forte preoccupazione per il dilagare di episodi di antisemitismo che nella maggioranza dei casi hanno come matrice l'odio contro lo Stato d'Israele e il rifiuto della sua esistenza. La delegazione ha sottolineato la necessità che si vada oltre le tradizionali manifestazioni per il Giorno della Memoria - di cui si conferma la necessità e a cui la stessa Associazione parteciperà con un'iniziativa il prossimo 20 gennaio - e vengano promosse azioni più incisive capaci di coinvolgere, in particolare, i giovani e che abbiano al centro la diffusione della conoscenza della realtà attuale e di quella storica. La diffusione della conoscenza è infatti l'unica vera arma di cui si dispone per combattere le diverse forme di antisemitismo. La delegazione ha offerto al Rettore la propria collaborazione e quella delle competenze che essa è in grado di esprimere.
   L'incontro è stato lungo e molto cordiale. Il Rettore ha accolto le esigenze espresse dalla delegazione e ha illustrato le iniziative che l'Università sta prendendo in esame, in particolare quelle legate a una diffusione della conoscenza della storia contemporanea. Sono state discusse altre proposte della delegazione, come quella di iniziative per ricordare i docenti dell'Università di Firenze colpiti dalle leggi razziste del 1938.
   Il Rettore si è detto disposto a esaminare la definizione di antisemitismo formulata dall'I.H.R.A. (International Holocaust Remembrance Alliance) che sottolinea che l'antisionismo è oggi la forma più diffusa di antisemitismo.
   Questo il Documento sul contrasto all'antisemitismo presentato il 9 gennaio 2020 al Magnifico Rettore dell'Università degli Studi di Firenze Prof. Luigi Dei.
    Una nuova ondata di antisemitismo si è abbattuta sull'Europa e sul mondo, un'ondata che non ha risparmiato il nostro Paese. Essa ha assunto forme diverse, dall'uso della violenza - spesso omicida - del terrorismo, fino all'insulto quotidiano e alla riproposizione di stereotipi di lontana origine. Tutte queste forme concorrono a creare un clima di odio, il cui oggetto sono gli ebrei come persone, come comunità, come Stato di Israele.
       Se sono molteplici gli aspetti che ha assunto questa ondata di antisemitismo, altrettanto molteplici sono i soggetti da cui proviene e multiformi ne sono i contenuti e le motivazioni. È ricomparso l'antisemitismo di tipo razzista, coltivato dai nostalgici del fascismo e del nazismo; nonostante i progressi compiuti dalla Chiesa cattolica e dalle altre confessioni cristiane, permane, tuttavia, l'antigiudaismo di natura religiosa, soprattutto in alcuni ambienti; ma sono emersi con particolare virulenza nuovi modelli di antisemitismo, coltivati dai sostenitori del suprematismo bianco o nero; soprattutto ha assunto un particolare vigore l'antisemitismo di origine islamista. E' del tutto ozioso dibattere quale di queste forme è più pericolosa e a quale si deve dare la precedenza nel rifiuto e nel contrasto. Tutte devono essere rifiutate e combattute, con grande fermezza. Al tempo stesso non si può non prendere atto che gran parte degli attacchi antisemiti ha come motivazione e come bersaglio lo Stato d'Israele. Si tratta di un bersaglio diretto o indiretto, ma che ha comunque come obiettivo l'esistenza stessa dello Stato ebraico. E' nel rifiuto dell'esistenza dello Stato d'Israele e nell'odio scatenato contro di esso che si trovano le radici di gran parte degli atti di antisemitismo che si sono moltiplicati negli ultimi tempi in maniera tale da mettere a rischio la convivenza civile.
       Di fronte a questa ondata di antisemitismo la reazione deve essere ferma e salda. Certamente devono continuare le azioni che da tempo le istituzioni e le organizzazioni di vario tipo conducono per mantenere la memoria della persecuzione antiebraica in Italia e nel mondo, non trascurando l'apporto che a questa persecuzione è giunto proprio dal nostro paese, dalle leggi razziste del 1938 all'orrore della Shoah. Ma è evidente che dette manifestazioni, come la "Giornata della Memoria", non sono sufficienti, soprattutto se esse vengono condotte in forme rituali e commemorative, che rischiano di avere uno scarso impatto sulla popolazione e in particolare sui giovani. Occorre un'azione minuziosa ed estesa che si basi su due pilastri, entrambi fondati sullo stesso principio, la diffusione della conoscenza, l'unica vera arma che abbiamo a disposizione. I due pilastri sono la conoscenza del presente e la conoscenza storica. In concreto ciò significa programmare e attuare una operazione capillare di intervento nelle scuole, e in particolare nella scuola superiore, per portare ai giovani quelle conoscenze fondamentali che i programmi scolastici ordinari non possono fornire. E l'Università sarà in primo piano, pronta ad avvalersi delle straordinarie competenze che essa può esprimere. Al tempo stesso andrà sviluppata anche un'azione nei confronti della pubblica opinione che, con iniziative di vario genere, serva a contrastare - anche in questo caso con la diffusione di una corretta informazione storica, filologica, letteraria, scientifica - le false affermazioni che sul mondo ebraico e sullo Stato d'Israele vengono diffuse dalle fonti più eterogenee.
       L'Associazione Italia-Israele di Firenze ha nel suo statuto - come compito prioritario - quello di combattere l'antisemitismo in qualunque forma si presenti, e pertanto dichiara la propria disponibilità a collaborare con tutte le iniziative che l'Università di Firenze vorrà prendere a tal fine, mettendo a disposizione le competenze e l'esperienza accumulata in anni di attività.
Sull'argomento Shoah si registra oggi una dichiarazione dei consiglieri metropolitani della Lega nel Centrodestra per il cambiamento Scipioni e La Grassa: "Commemorare la Shoah è ricordare il momento più infame della storia contemporanea. L'emanazione di quelle vergognose leggi sulla razza che hanno vigliaccamente colpito tantissimi italiani nostri connazionali, che vennero per tale infame legislazione perseguitati e brutalmente assassinati anche nel loro stesso Paese, ha pesantemente insozzato l'onore dell'Italia. Quelle leggi sono la sua infamia più grande. Oggi il nostro cuore non può che ricordare le vittime e pregare al fine di impedire che l'antisemitismo possa ritornare".
   Oggi, continuano i consiglieri, "nessun uomo di coscienza può negare il diritto al popolo ebraico di poter avere una propria terra. E' un dovere dell'umanità intera lottare per la sicurezza, la libertà e l'esistenza anche contro il rigurgito di tantissimi movimenti antisemiti, spesso stracolmi di estremisti islamici che invocano la distruzione dello Stato d'Israele. Chi oggi non sostiene lo Stato d'Israele è erede di chi portò avanti le infami persecuzioni contro gli ebrei. E' antisemitismo anche l'antisionismo".

(Nove da Firenze, 10 gennaio 2020)


A Gerusalemme, il Beitar contro i suoi ultrà razzisti e antiarabi

Il nuovo proprietario ha deciso la svolta: "Stop ai tifosi estremisti de La Familia e all'islamofobia. Li porto in tribunale".

 
Le bandiere giallonere del Beitar Gerusalemme con quelle di Israele
Ma da oltre un anno qualcosa è cambiato: il nuovo proprietario Moshe Hogeg ha deciso di mettere fine a questi sentimenti islamofobi e antimusulmani: "La mia reazione al razzismo non sarà proporzionata, di più: al primo canto o commento razzista vi cito in tribunale per un milione di dollari", ha avvisato gli ultrà gialloneri. Hogeg, imprenditore del settore tecnologico con la società Stox e nel real estate a Tel Aviv, ma anche uomo chiacchierato e citato in giudizio per i suoi business a volte fallimentari (e in affari in passato anche con Leonardo Di Caprio, Lance Armstrong e Carlos Slim), è al comando del Beitar dall'agosto 2018. Ha speso circa 7 milioni di euro, di cui 5 consegnati all'ex proprietario Eli Tabib, il resto per ripianare i debiti.
   Certo, non è come prendere in squadra un arabo o un palestinese, ma il cambio è stato notato. "Al momento pare in atto una tregua con la Familia - ha detto il sociologo Yair Galily -. Ma gli ultrà sono imprevedibili". Qualcuno che amava intonare i cori come "Per sempre puri", "Morte agli arabi", "Li seppelliremo tutti" o "Eliminare i palestinesi mi emoziona", non sembra ancora domato: "Se Hogeg pensa di dirmi come vivere e pensare commette un grosso errore", spiega un fan giallonero. Per il Beitar tifa tutta la destra israeliana - dall'ultimo primo ministro Netanyahu e il suo partito, il Likud, ad Avigdor Lieberman, leader di Yisrael Beiteinu, altro gruppo politico nazionalista sionista -, ma ora le cose sembrano essere migliorate con la svolta. Nuovi sponsor si sono avvicinati al club e al Teddy Kollek Stadium sono tornate le famiglie, quelle con la f minuscola, che avevano abbandonato l'impianto da 30 mila posti ( ma nemmeno 10 mila gli spettatori abituali), proprio per l'intransigenza razzista della Familia. Inoltre la scorsa stagione si sono contati solo due episodi razzisti e quest'anno nessuno. Non si sa ancora se sia una tregua o se il vento è davvero cambiato. Intanto, è un passo avanti. Qualche anno fa, quando il Beitar provò ad acquistare due ceceni di fede musulmana - Sadayev e Kadiyev - , la Familia bruciò la sede del club…

(La Gazzetta dello Sport, 10 gennaio 2020)


"La maggior parte degli iracheni è ben contenta dell'eliminazione di Soleimani"

Mithal al-Alusi definisce il generale iraniano un "terrorista internazionale" e ricorda la sua feroce repressione delle manifestazioni anti-governative in Iraq

L'ex parlamentare iracheno Mithal al-Alusi ha dichiarato lunedì, in un'intervista telefonica, di appoggiare la decisione del presidente Usa Donald Trump di far eliminare Qassem Soleimani, capo della Forza Quds iraniana, il ramo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche responsabile delle operazioni terroristiche al di fuori dell'Iran. E ha aggiunto d'essere convinto che la maggior parte degli iracheni è "ben contenta " dell'uccisione di Soleimani. "Soleimani ha assassinato molti musulmani, molti americani, molti europei e molti ebrei - mi dice Alusi - Forse più del capo dell'Isis Abu Bakr al-Baghdadi e più del capo di al-Qaeda Osama bin Laden. Era un terrorista internazionale di altissimo livello"....

(israele.net, 10 gennaio 2020)


Gli israeliani producono acqua dall'aria

In caso di esaurimento delle fonti d'acqua, Israele è pronto a produrre acqua dall'aria usando una tecnologia brevettata.

Questa "fantasia" apparentemente ha trasformato la società israeliana "GENNY" in una realtà, concentrandosi su progetti scientifici innovativi. Questa scoperta ha ricevuto numerosi premi internazionali in occasione di fiere sul campo.
L'azienda utilizza la tecnologia per ottenere acqua atmosferica utilizzando questa tecnologia unica. Produce 30 litri di acqua potabile al giorno. La tecnologia funziona così: un dispositivo assorbe l'aria nel sistema atmosferico, il generatore d'acqua. Lì, un filtro interno pulisce l'aria dalla polvere.
Appena purificata, l'aria viene diretta attraverso lo scambiatore di calore e il processo di raffreddamento, e condensata in acqua.
L'acqua viene quindi filtrata nuovamente per rimuovere impurità, e vengono aggiunti i minerali. In questo modo l'acqua diventa fresca e di altissima qualità.
Una volta prodotta, l'acqua circola continuamente nel serbatoio interno per mantenere la freschezza.
Imballato con quattro pannelli solari - forniti da una società solare di terze parti - il costo di installazione è di $ 5.000 - $ 8.000.
Sebbene al momento non sia compatto né economico, la prospettiva di una soluzione senza sprechi alla scarsità d'acqua del mondo richiede attenzione. Fondamentalmente trasforma l'aria e il sole in acqua pura.

(Oculus News, Italiano, 10 gennaio 2020)


Je suis Charlie? "Cinque anni dopo in Francia gli islamisti stanno vincendo"

Il libro stracciato a Bruckner, le minacce, l'autocensura

di Giulio Meotti

ROMA - "Non passa mese, o quasi, senza che un attacco abbia luogo sul nostro suolo al grido di 'Allahu Akbar'. In cinque anni non è cambiato nulla. Al contrario! In nome della diversità, della non discriminazione e dei diritti umani, la Francia sta venendo a patti con molti dei colpi inferti alla sua cultura. Il famoso 'spirito di Charlie', che alcuni pensavano di aver visto esplodere dopo gli attacchi del 7 gennaio 2015, non sarà stato altro che un'illusione?". L'editoriale del vicedirettore del Figaro, Yves Thréard, ricorda la strage al settimanale francese e la marcia con tre milioni di persone, la più grande nella storia francese, sotto lo slogan di "Je suis Charlie" e con in prima fila i leader mondiali. Una settimana di ricordo scandita ancora da quell'urlo, "Allahu Akbar", nell'attacco con un morto prima a Villejuif e poi a Metz. Cinque anni dopo, va peggio di prima "Ho l'impressione che le nostre difese immunitarie siano crollate e che l'islamismo stia vincendo", ha detto al Figaro il saggista Pascal Bruckner. "Le sue principali rivendicazioni sono state soddisfatte: più nessuno osa pubblicare caricature di Maometto.
   Se agli inizi degli anni Duemila ci avessero detto che una ventina di vignettisti e intellettuali francesi avrebbe dovuto vivere sotto scorta, nessuno ci avrebbe creduto. La soglia di sottomissione è aumentata". Poi, Bruckner confessa: "Nel 2019, un editore britannico ha stracciato uno dei miei contratti in ragione delle mie opinioni sull'islam radicale. Non ero mai stato oggetto di una tale censura". Così, mentre Charlie va in edicola con un numero speciale contro "i nuovi censori", l'autocensura esonda. "Per gli umoristi in Francia è facile prendere in giro il Papa e i cattolici, è sempre facile prendere in giro gli ebrei, è sempre facile prendere in giro i protestanti", dichiara alla radio l'ex editorialista di Charlie Hebdo, il medico Patrick Pelloux, che di quella marcia fu uno dei simboli. Per l'islam non è facile. "Questa religione ci atterra. La parola 'islam' fa paura e su questo i terroristi hanno vinto". E se un ex direttore della rivista come Philippe Val dichiara che "nessuno oggi pubblicherebbe le caricature di Maometto", una giornalista ancora in pianta al giornale, Marika Bret, confessa: "Negli ultimi cinque anni sono andata alla stazione di polizia ogni mese per presentare una denuncia per minacce di morte, non per insulti, minacce di morte".
   Intanto, le banlieue da cui provenivano sia i fratelli Kouachi (gli attentatori di Charlie) sia gli assalitori del Bataclan sono oggetto di una inchiesta sensazionale di Bernard Rougier, docente alla Sorbonne-Nouvelle e direttore del Centre des études arabes et orientales. E' finita, oltre che in un libro, anche sull'ultima copertina del Point: "I territori conquistati dall'islamismo". Rougier spiega che l'islamismo è ormai un "progetto egemonico" che ha frammentato i quartieri popolari. Questi "ecosistemi", afferma ancora l'accademico che ha guidato una équipe sul campo, lavorano su una "logica di rottura" della società francese, dei suoi valori e delle sue istituzioni, e sono costruiti su moschee, librerie, club sportivi e ristoranti halal. "Oggi- ha detto al Monde il presidente del Conseil supérieur des programmes Souàd Ayada - la visibilità dell'islam in Francia è saturata dal velo e dal jihad". Il numero di Charlie Hebdo dopo la strage del 7 gennaio mostrava il Profeta dell'islam piangente mentre dichiarava: "Tout est pardonné". Fu l'ultimo Maometto. Cinque anni dopo, è proprio così. Molti dichiararono: "Je suis Charlie". Gran parte non si è dimostrata tale.

(Il Foglio, 10 gennaio 2020)


Ondata di maltempo colpisce Israele, Cisgiordania e Gaza: vittime ed esondazioni

Il maltempo - con piogge che non si registravano da oltre 50 anni - ha provocato 7 vittime in Israele. Colpite anche Cisgiordania e la Striscia di Gaza.

di Filomena Fotia

 
Un'ondata di maltempo - con piogge torrenziali che non si registravano da oltre 50 anni - ha provocato 7 vittime in Israele. Colpite anche Cisgiordania e la Striscia di Gaza.
L'Istituto meteorologico israeliano ha rilevato oltre 400 mm nel Nord del Paese con esondazioni. In passato solo 2 volte si sono registrati valori simili, nel dicembre del 1951 e nel gennaio del 1969, 51 anni fa.
Nei primi 9 giorni di gennaio la media di precipitazioni è stata superiore a quella prevista per l'intero mese e il livello del Lago di Tiberiade è aumentato di ben 23 cm in 24 ore.
In Cisgiordania - riporta l'agenzia Maan - sono caduti oltre 100 mm di pioggia, mentre nella Striscia di Gaza molte persone hanno dovuto abbandonare le proprie case.

(MeteoWeb, 10 gennaio 2020)



Aldo, la storia triste del figlio ebreo di Palmiro Togliatti

Un cognome "pesante", a tratti "ingombrante", che notano tutti. Un cognome al contempo omesso o sostituito, per ragioni di sicurezza o di riservatezza, nelle stagioni diverse di una vita complicata. Ma sempre difficile da portare, se a farne le spese è la propria individualità, il proprio personale nome. Quel cognome è Togliatti, e quel nome è Aldo. Parliamo di Aldo Togliatti, il figlio ebreo del leader comunista Palmiro Togliatti. Ebreo, perché sua madre è Rita Montagnana, della famiglia ebraica Montagnana di Torino.
Nato nel 1925 e spentosi nel 2011, Aldo per tutta la vita resta "il figlio di Togliatti", il dirigente dell'Internazionale Comunista, collaboratore di Stalin, segretario del Partito Comunista Italiano dal 1943 al 1964 e membro dell'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana. Non molto si è scritto di Aldo, e ancora meno del fatto che fosse ebreo. Per un lungo periodo della sua esistenza, non si è addirittura saputo più nulla di lui. Noi vogliamo ricordarlo e proporre alcuni tratti della sua storia....

(Bet Magazine Mosaico, 9 gennaio 2020)


La risposta simbolica degli ayatollah. Salva l'onore ferito ma evita l'escalation

La pioggia di missili preannunciata per evitare conseguenze. Il regime alla ricerca del consenso interno

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Il grande spettacolo della vendetta iraniana ha preso l'aspetto di una rappresentazione grottesca, col tragico backstage dei 176 uccisi sull' aereo ucraino caduto o abbattuto. Sul disastro ognuno fantastichi, ma non si saprà mai perché gli iraniani non consegneranno le scatole nere.
   Quello che si sa è che l'attacco alle basi americane in Irak, la rappresaglia per l'eliminazione di Qassem Soleimani, è stato prima annunciata e poi pubblicizzata con forza molto maggiore di quella dell'attacco stesso. Ha danneggiato con 6 missili le basi di al Asad e con un razzo quella di Erbil, ma senza uccidere i soldati. Le forze irachene e forse, si dice, anche quelle americane, sono state avvisate prima. Una bella quantità dei 22 missili è stata comunque lanciata in meno di un'ora ma fra le forze Nato non risultano vittime, italiani compresi. In parole povere, è stata una grossa operazione propagandistica, e curiosamente lo ha spiegato twittando il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif rivendicando la risposta «proporzionata», con la quale lo scontro potrebbe concludersi. E quindi, possiamo ricavarne, il bombardamento è stato sufficiente per l'onore ferito della leadership iraniana. Gli iraniani si sono avventurati a parlare di 80 morti, ma il presidente Trump che ha riunito il consiglio di sicurezza alla Casa Bianca anche con il Segretario di Stato Mike Pompeo e il ministro della difesa Mark Esper ha negato questa notizia. Zarif dicendo che l'Iran non cerca la guerra, chiede di fatto anche agli americani di non rispondere; l'operazione compiuta potrebbe essere abbastanza bombastica (in senso tecnico) da dare soddisfazione agli ayatollah. Teheran cioè ha volutamente evitato di fare vittime.
   Cosa sta succedendo? L'Iran sta acquistando un atteggiamento più cauto, dopo mesi di escalation guidati e gestiti strategicamente da Soleimani? Per ora quello che si può dire è che l'imprevedibilità di Trump e quindi l'eliminazione del capo militare e terrorista dell'imperialismo iraniano si stanno rivelando un assetto strategico per gli Usa, e di conseguenza gli iraniani non osano avventurarsi oltre i limiti di una roboante minaccia. Probabilmente anche il fatto che tutto il mondo arabo sembra in gran parte contento che un simile mestatore sia sparito e molti esperti dall'Iran ritengono che la popolazione speri che la corrente instabilità possa portare a un cambio di regime. Il mediorentalista Harold Rhode, già al Pentagono, ci spiega che l'Iran ha montato la frenesia con un gigantesco funerale in cui poi però 56 persone sono state uccise; ha piazzato la bandiera rossa sulla moschea di Jamkaran dove la leadership iraniana comunica col messia shiita il Mahdi e la bandiera rossa significa che il martire non è ancora stato vendicato; e ha messo una taglia sulla testa di Trump.
   Ma - dice Rhode - molti leader iraniani che conoscono a fondo la cultura americana per aver studiato negli States temono che Trump potrebbe fare quello che minaccia, cioè distruggere 52 grandi obiettivi in Iran, che potrebbero costringere il Paese in ginocchio fino alla caduta del regime.
   Dunque il regime vuole dimostrare che è in piena vendetta, e per questo spara i suoi missili, ma si tratta semplicemente di un segnale che dice alla comunità internazionale: «Sono forte, prendetevi cura di noi e non attaccateci più, altrimenti proseguiamo su questa strada». E le vie che il regime può scegliere sono veramente pericolose: sono quella dell'arricchimento nucleare per raggiungere l' atomica, che si dice potrebbe essere realizzata in due mesi; e quella dell'uso dei confini siriani per attaccare Israele. Due giorni fa Putin ha visitato Damasco: di certo è andato a spiegare a tutti i presenti sul luogo, ovvero Assad, gli iraniani, gli Hezbollah, che è meglio che questo non accada.

(il Giornale, 9 gennaio 2020)


Crisi tra Iran e Stati Uniti: tante domande e poche risposte

Troppe domande senza risposta su questa escalation molto "telefonata"

di Sarah G. Frankl

Tutto qua, la risposta iraniana all'uccisione di Qassem Soleimani è stata una vera e propria farsa o, come dice il nostro direttore, una barzelletta.
Il ciclo di vendetta è ufficialmente concluso. Lo ha certificato su Twitter il Ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, il quale afferma che «l'Iran ha adottato e concluso misure proporzionate di autodifesa» aggiungendo poi che «l'Iran non cerca l'escalation».
Curiosamente sono le stesse parole distensive pronunciate dal Presidente Trump durante la tanto attesa conferenza stampa seguita alla "ritorsione iraniana".
Questo naturalmente non vuol dire che la crisi tra Iran e Stati Uniti sia finita, le parole grosse volano ancora e di certo la Forza Quds cercherà di vendicare il proprio leader in altri modi più consoni al loro modus operandi.
Tuttavia si possono fare alcune considerazioni e alcune riflessioni, anche fuori dal coro, che possono aiutarci a capire come stiano realmente le cose.

 I missili balistici iraniani "telefonati"
  I 15 missili balistici iraniani che hanno colpito la base di Ain al-Asad e quella di Erbil potevano essere facilmente intercettati dal sistema di difesa americano. Eppure non è stato fatto.
Addirittura sembrerebbe che gli iraniani abbiano avvisato gli iracheni prima di lanciare il loro attacco e che gli iracheni a loro volta abbiano avvisato gli americani. Il termine "missili telefonati" non è mai stato così attinente.
Questo atteggiamento, sia da parte iraniana che da parte americana, lascia sinceramente perplessi. È stato l'attacco più telefonato della storia moderna.

 Il silenzio di Russia e Cina
  A parte i comunicati ciclostilati di condanna in merito all'uccisione di Qassem Soleimani e agli altrettanto ciclostilati inviti alla prudenza, né la Russia né la Cina hanno dato l'impressione di prendere una posizione ferma durante questa "escalation".
Tutte le parti in causa, comprese quelle che hanno importanti interessi con Teheran, hanno dato l'impressione di voler chiudere "l'incidente" in fretta.

 Forze americane ancora molto sotto il "livello di crisi"
  Subito dopo l'uccisione di Soleimani gli americani hanno spostato qualche migliaia di uomini nel Golfo Persico, ma nulla che faccia pensare ad uno scontro imminente con l'Iran.
Onestamente l'impressione è che durante la crisi i canali tra Washington e Teheran non siano mai stati chiusi. Gli Ayatollah avevano bisogno di far vedere una reazione, poi chiusa con i 15 missili telefonati, mentre Trump aveva bisogno di mostrare agli americani di avere il polso fermo (a proposito, questa tesi potrebbe non essere del tutto fuori contesto). Completato il monopoli, tutti di nuovo al via.

 Il JCPOA (accordo sul nucleare)
  L'Iran dopo l'uccisione del capo della Forza Quds ha ufficializzato la sua uscita dal JCPOA, ma stranamente questo non sembra preoccupare nessuno tranne Israele. Trump ha annunciato le solite sanzioni, l'Europa ha fatto sentire la sua flebile voce (più flebile del solito), dichiarazioni bellicose di Mike Pompeo ma niente altro. Perché?
Si sprecano le analisi dei "grandi esperti" di politica internazionale, gli stessi che annunciavano la terza guerra mondiale un minuto si e l'altro pure. Noi che invece siamo poveri analisti di basso rango ci limitiamo a dire che in tutto questo ci sono un sacco di cose che non tornano, a partire proprio dall'uccisione (casuale?) di Qassem Soleimani, fino alla ritorsione telefonata da parte dell'Iran.
Un improvviso attacco di prudenza, che non guasta mai? Una ulteriore dimostrazione che Trump è fermamente intenzionato a disimpegnarsi dal Medio Oriente? Una brillante intuizione dei furbissimi iraniani i quali ben sapendo della volontà di disimpegno americano non hanno voluto calzare la mano per non "costringere" gli americani a rimanere?
Per adesso abbiamo un sacco di domande e pochissime risposte. Rimane il fatto che Israele continua a rimanere nel mirino degli Ayatollah e questo sembra non interessare nessuno. L'importante è che la "terza guerra mondiale" sia rinviata, almeno fino al prossimo strike che potrebbe essere sulle centrali atomiche iraniane. E quello si che non sarà un bluff.

(Rights Reporters, 9 gennaio 2020)


Netanyahu avverte Hamas e Jihad: non provate a colpirci

I leader palestinesi lsmail Haniyeh e Ziyad Al Nakhalah, ai funerali, sono rimasti in seconda fila

di Davide Frattini

GERUSALEMME - Nella disposizione dei leader intervenuti ai funerali per celebrare Soleimani stanno alle spalle della guardia del corpo che protegge Ali Kharnenei, la Guida Suprema. E in seconda fila, verso la terza, vorrebbero restare pure nello scontro che potrebbe allargarsi a tutta la regione. Ismail Haniyeh e Ziyad Al Nakhalah hanno glorificato a Teheran il generale ucciso, hanno però evitato di promettere che Hamas e la Jihad Islamica - sotto il loro comando - siano pronte a prendere parte alla battaglia. Gli ufficiali israeliani hanno avvertito i gruppi palestinesi che spadroneggiano a Gaza poco dopo l'eliminazione del comandante iraniano a Bagdad: statene fuori. Un messaggio che i capi di Hamas sembrano disposti per ora a recepire, l'organizzazione sta trattando attraverso la mediazione egiziana una tregua di lunga durata con Israele. La Jihad ha il legame più forte con gli ayatollah e potrebbe ricevere la direttiva di attaccare il principale alleato degli americani in Medio Oriente con il lancio di razzi sulle città. I leader iraniani - speculano gli analisti israeliani - sembrano inclini a ritenere sufficiente questa prima rappresaglia contro le truppe statunitensi. Solo per adesso: nelle prossime settimane sul campo di battaglia possono decidere di scendere i sodali che proprio Soleimani ha coltivato e sponsorizzato in questi anni. Sono loro che Netanyahu ha minacciato ieri mattina: «Chiunque cercherà di colpirci riceverà a sua volta un colpo estremamente potente. In questa regione non c'è un giorno che sia simile a un altro. La lotta fra moderati ed estremisti prosegue accanita, l'Iran comprende che la forza principale dell'Occidente si trova qui nello Stato di Israele». Il primo ministro e lo Stato Maggiore israeliani temono che un eventuale attacco possa arrivare dal fronte Nord, dal confine con il Libano e la Siria. È vero che i Pasdaran iraniani indicano come possibili bersagli Haifa e Tel Aviv, se gli americani dovessero rispondere al raid missilistico di ieri. Ma gli strateghi al quattordicesimo piano della Kirya, il Pentagono israeliano nel centro di Tel Aviv, sanno che resta più probabile un'operazione militare per procura. Una missione affidata ai gruppi sciiti che si muovono in Siria verso le alture del Golan o all'Hezbollah libanese:
   Hassan Nasrallah ha per ora minacciato «i soldati americani», per lui Israele è comunque il nemico di sempre. Vladimir Putin, il presidente russo, avrebbe portato a Damasco anche un messaggio da parte di Israele: la risposta a un attacco dalla Siria bersaglierebbe le basi e le infrastrutture del regime. Un rischio che Bashar Assad, scampato a nove anni di guerra civile, sa di non poter correre, se vuole restare al potere.

(Corriere della Sera, 9 gennaio 2020)


C'è un ponte con Israele per le imprese innovative

Grazie a un accordo tra Roma e Tel Aviv, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, 7 startup tricolori sono ospitate in un incubatore nella "Silicon Wadi".

di Fiammitta Martegani

TEL AVIV - Un accordo bilaterale a livello scientifico ed economico tra Italia e Israele esiste già da un decennio, ma è la prima volta che avviene uno scambio non solo a livello accademico e industriale, ma soprattutto di persone, conoscenze, esperienza sul campo. I tempi sono maturi per un cambio di paradigma, per offrire ai giovani italiani e israeliani un'esperienza internazionale unica».
   Gianluigi Benedetti, ambasciatore d'Italia in Israele, è il primo promotore di un ambizioso progetto che unisce la creatività del made in Italy con l'innovazione della Startup Nation: da oggi, sette aziende italiane resteranno per tre mesi nell"'accellerator-campus" presso l'Eilat Tech Center di Global Innovation (Gruppo Arieti), nel sud di Israele: una struttura-incubatrice per le nuove startup. Saranno mesi intensivi di laboratori con mentor specializzati nei diversi settori di interesse delle società selezionate: tecnologia pulita, sanitaria, alimentare e mobilità, oltre al networking con compagnie israeliane di successo nei relativi campi aziendali menzionati.
   Israele negli ultimi venti anni ha" coltivato" la sua Silicon Wadi, arrivando a tenere testa alla California per il numero di startup pro capite, con una percentuale sul Pil investito in ricerca e sviluppo pari al 4,1 % e un bacino di investimenti stranieri per cui il Paese detiene un primato: circa il 47%, contro una media europea del 9%. Nel solo 2018 le startup israeliane hanno raccolto circa 6, 1 miliardi di dollari.
   Partner del progetto, oltre all'ambasciata italiana in Israele e all'Eilat Tech Center, anche Intesa Sanpaolo Innovation Center, società, dal 2015, focalizzata sullo sviluppo innovativo di nuovi modelli di business con l' obiettivo di creare sinergie tra giovani imprese italiane e l'ecosistema internazionale dell'innovazione. «Israele ha sviluppato un Dna volto a promuovere i giovani da cui l'Italia ha tutto da imparare - spiega ad Avvenire il direttore Guido De Vecchi - soprattutto in termini di velocità. Mentre l'Italia, quanto a innovazione, occupa uno degli ultimi posti in Europa, a tre ore di aereo c'è un intero ecosistema da scoprire, prezioso per la nostra economia e per le nostre startup che approdano in questi giorni a Eilat». Inizialmente erano 40 le aziende candidate per il progetto. Poi ne sono state scelte sette, che potranno lavorare in una realtà dinamica come Israele, con lo scopo di sviluppare e poi "re-importare" in Italia nuove idee d'impresa. «Dobbiamo imparare a guardare avanti - sottolinea Benedetti - come Israele fa da molti anni, non puntando solo alla" exit", ma ad uno "scale up" di più lungo periodo, su un mercato internazionale. L'obiettivo di questo programma pilota, che auspichiamo diventare il primo di una serie di esperienze in diverse località israeliane, è quello di creare, attraverso lo scambio bilaterale, un volano per sfruttare la complementarietà dei due mondi economici: il nostro ecosistema manifatturiero d' eccellenza e quello israeliano vocato all'innovazione e al venture capital».
   Per questo progetto, l'ambasciata d'Italia ha messo a disposizione un plafond di 70mila euro, 10mila per ogni startup coinvolta, mentre Intesa Sanpaolo Innovation Center ha svolto un ruolo centrale nell'analisi dei partecipanti e nel coinvolgere i più importanti partner israeliani nel comitato scientifico, che è costituito da Stefano Ventura, ChiefScientist dell'ambasciata d'Italia in Israele, Dani Schaumann, Global Country Advisor di Intesa Sanpaolo, Danny Biran, ex vicepresidente della Israel Innovation Authority, Jeremie Kletzkine di Startup Nation Centrai e Dan Fishel di OurCrowd.
   Quanto alla struttura ospite, l'Eilat Teeh Center, il suo Ceo, Or Haviv, vede in questa partnership il ponte che mancava tra i due ecosistemi: «Israele è un Paese pilota con cui lanciarsi sul mercato internazionale. E noi abbiamo tanto da imparare dall'Italia. Per sintetizzare: "Made in Italy, accelerated in Israel" - conclude Haviv -. Abbiamo grandi speranze per il futuro: trarre il meglio da queste due grandi nazioni».

(Avvenire, 9 gennaio 2020)


Israele abbandona l'Iron Drome e svela un nuovo sistema laser di difesa anti-missile

Il nuovo sistema di arma sarà basato su una tecnologia laser elettrica e permetterà di neutralizzare i bersagli a grande distanza.
Lo stato di Israele ha svelato il suo nuovissimo sistema laser di difesa anti-missile, che potrà essere utilizzato per contrastare i missili Qassam sparati dalla Striscia di Gaza, ma potrà provare la sua efficacia anche nella neutralizzazione di colpi di mortaio, anti-carro e droni.
Il sistema di intercettazione laser presenta inoltre due ulteriori vantaggi rispetto all'attuale Iron Dome, che in futuro andrà completamente a sostituire.
Innanzitutto, esso presenta la caratteristica di essere estremamente silenzioso ed invisibile; in secondo luogo, ma decisamente non meno importante, avrà un costo decisamente inferiore, pari a 3,50 dollari per intercettazione, rispetto agli attuali 49.000 dollari spesi per ogni intercettazione con l'Iron Dome.
"Stiamo entrando nella nuova era del 'combattimento energetico' nei cieli, per terra e per mare. Gli investimenti fatti dal Ministero della Difesa negli ultimi anni hanno posto Israele tra i Paesi leader nel campo dei laser ad alto potenziale", ha spiegato il generale di brigata Yaniv Rotem.
L'ufficiale ha spiegato che il dicastero sta lavorando da molto su dei prototipi di laser ad alto potenziali, chiarendo che il nuovo sistema di arma sarà basato su una tecnologia laser elettrica, a differenza di quelli sinora impiegati.
I progettisti israeliani sono convinti che la loro tecnologia sia in grado di acquisire il bersaglio e di colpirlo con un raggio laser a distanza senza che quest'ultimo sia influenzato da eventuali disturbi atmosferici.
"Questo sistema ridurrà la nostra dipendenza dall'intelligence o dalla necessità di reperire informazioni sulle minacce per conoscerne la natura e capire come agire contro di esse", ha spiegato una fonte alla testata israeliana
(Sputnik Italia, 9 gennaio 2020)


Startup Nation

Come ha fatto Israele a trasformare un territorio arido e poco popolato nello Stato con maggior numero di società innovative pro capite al mondo? Reportage da Tel Aviv, il cuore digitale del Paese.

di Carlotta Balena

 
La scritta 'Dream Big' di fronte al Peres Center For Peace and Innovation di Tel Aviv
DREAM BIG, dice il motto che Shimon Peres ha scelto per il suo Centro per la Pace e per l'Innovazione a Tel Aviv. Sogna in grande, perché sei in Israele, il Paese che è riuscito a trasformare un territorio più piccolo della Sicilia, dalle scarsissime risorse naturali, e con una popolazione che oggi arriva a 8,9 milioni di abitanti, nello stato più avanzato al mondo in termini di tecnologia e imprenditoria innovativa. Sembrerebbe una contraddizione, ma questa è la terra delle contraddizioni. Come il vento caldo che percepisci sulla pelle, anche se è dicembre. Manca una manciata di giorni a Natale, eppure sui chilometri di spiagge puntellati dalle palme ci sono decine di surfisti e runner in boxer da mare. I grattacieli che svettano in centro e le decine di cantieri aperti, simbolo di una città che cresce a ritmo frenetico, stridono con le case antiche, un po' diroccate, con i fili della luce a vista e i panni stesi alla finestra. Tel Aviv la chiamano 'la città bianca'. Perché, a due passi dalla 'city', il suo tessuto è fatto di candide case basse dalle immense vetrate: sembra che nessuno voglia perdersi nemmeno uno scampolo di sole, che pure da queste parti abbonda. Qui, negli anni '30, furono costruiti circa 4mila edifici in stile Bauhaus: la più grande concentrazione al mondo di questo stile architettonico scarno, senza alcun ornamento, dal 2003 riconosciuto come patrimonio dell'Unesco. Dove domina il bianco delle pareti e la curva dei balconi rotondi. La razionalità e funzionalità dell'architettura rispecchiano bene l'indole di chi ci vive dentro: gli israeliani che sognano in grande e vanno dritti al punto. Niente capitelli sui palazzi, niente convenevoli nelle conversazioni. Un'attitudine al pensiero e alla vita che molti indicano come il fattore principale del miracolo economico che Israele è riuscito a creare negli ultimi tre decenni. Benvenuti in quella che Dan Senor e Saul Singer nel loro libro del 2009 hanno fortunatamente battezzato la 'Startup Nation'. "La metà delle persone che vedi in giro per Tel Aviv o nei caffè sta cercando di creare una startup" mi dice il tassista dal clacson facile che ha sulla macchina la bandierina di Gett, l'app che tutti qui usano per prenotare o pagare le corse. Chiedergli di pagare col bancomat è impossibile, accetta solo contanti. Si paga in shekel oppure via app (altra contraddizione). Gett è la startup israeliana dei trasporti fondata nel 2010 che ha raccolto in totale oltre 800 mln di dollari in finanziamenti, 300 solo dal gruppo Volkswagen, e che è valutata attualmente 1,4 mld di dollari.

 
L'esposizione delle startup selezionate nel Peres Center for Peace and Innovation
ECCOLA LA SCRITTA A CARATTERI CUBITALI 'Dream Big', proprio di fronte al Peres Center for Peace and Innovation, eretto a Iaffa, la zona più storica di Tel Aviv. Inaugurato nel 1996 da Shimon Peres, è una scatola di vetro affacciata sul mare, progettata da Massimiliano Fuksas in modo che la luce aumenti man mano che si procede in altezza. Il Peres Center, aperto al pubblico da febbraio 2019, è una non-profit che promuove progetti di innovazione e programmi per startup. Espone la storia dell'innovazione di Israele: qui è stata ideata l'irrigazione a goccia che permette di coltivare nel deserto, oppure la chiavetta di archiviazione Usb, inventata da Dov Moran nel 1989, quando per caso si ritrovò davanti a una platea senza la sua presentazione, serrata in un laptop che non rispondeva. È anche una vetrina per le startup migliori sulla piazza: ne vengono scelte 45 ogni anno, che vengono coinvolte in programmi di accelerazione in partnership con la Edmond de Rothschild Foundation, l'acceleratore MassChallenge Israel, ed il Tel Aviv University's TAU Ventures. Magari nel vostro telefono non avete l'app di Gett, ma è molto probabile che abbiate Waze, l'altra startup del traffico israeliana che è stata lanciata proprio qui, nel Peres Center, e che è stata acquisita da Google nel 2013 per 1,3 mld di dollari. "Innamorati del problema non della soluzione" mi dice proprio il co-founder di Waze, Uri Levine, sotto forma di ologramma, appena entro nel Peres Center: la prima sala è quella dedicata agli innovatori, tutti riprodotti digitalmente a grandezza naturale, mentre raccontano le loro storie. Al piano sottostante, ci sono le startup, divise per settori. C'è StoreDot, che usa la nanotecnologia per caricare completamente il telefono in un minuto, e un'automobile elettrica in 5 minuti (146 mln di dollari raccolti finora). Oppure Lishot, che ha inventato un dispositivo grande quando un portachiavi che, se appoggiato sul tappo di una bottiglietta, ti dice se l'acqua dentro è buona oppure no. In ambito medico, trovo Nano Retina, una startup che, con un impianto di nanotecnologia e con un paio di occhiali particolari restituisce la vista agli ipovedenti.

 
The Poli House Hotel, uno dei quattromila edifici in stile Bauhaus
della 'città bianca' di Tel Aviv, patrimonio Unesco
tUTTI LORO HANNO una cosa in comune, mi spiega la responsabile del tour al Peres Center, "hanno avuto la capacità di non arrendersi mai, per nessuna ragione. È un senso di arroganza positiva, di insolenza che porta a raggiungere i propri obiettivi. È una caratteristica tipica degli israeliani, che hanno proprio una parola per definirla: chutzpah". In italiano potremmo chiamarla supponenza, tracotanza, ma i napoletani avrebbero una parola che funziona ancora meglio: cazzimma. 'Keep calm and chutzpah on' è scritto sulle magliette per i turisti. Nella pratica, la chutzpah si traduce "nel modo in cui gli studenti universitari si rivolgono ai loro professori, i dipendenti sfidano i loro capi, i sergenti mettono in discussione i loro generali e gli impiegati contraddicono i ministri del governo. Gli israeliani apprendono che l'assertività è la norma, mentre la reticenza qualcosa che rischia di lasciarti indietro", scrivono Senor e Singer in 'Startup Nation', indicando la chutzpah come uno dei motivi per cui nascono così tante imprese innovative. Secondo il Global Competitiveness Index 2019 del World Economie Forum, Israele si posiziona al secondo posto per disponibilità di Venture Capital (dopo gli Usa), mentre si mantiene al primo posto assoluto alle voci: stabilità macroeconomica, cultura imprenditoriale, attitudine al rischio d'impresa, crescita di società innovative, numero di imprese che abbracciano idee 'disruptive', spesa in R&D. Israele ha il più alto numero di startup pro capite al mondo (una ogni 1.400 abitanti), e le sue aziende innovative nel 2018 hanno raccolto un totale di 6,47 mld di dollari, con una crescita del 17% rispetto all'anno precedente. I settori predominanti sono quelli della cybersecurity (nel 2018, il record: 1,08 mld di dollari raccolti) e dell'AI. Israele esporta 6,5 mld di dollari in prodotti di cybersicurezza ogni anno, ed è stato il primo Paese al mondo ad offrire un PhD in materia. Per l'Intelligenza artificiale, Tel Aviv si posiziona al terzo posto al mondo per numero di startup, e a marzo 2018 Google ha aperto qui il primo acceleratore al di fuori degli Usa focalizzato sul machine learning. Il 30% del capitale investito nelle startup israeliane nel 2018 proveniva da investitori israeliani, mentre il 70% da investitori stranieri: il 35% solo dagli Usa. C'è un numero crescente di scale-up, cioè startup che diventano grandi, restano indipendenti e continuano a crescere. Tanto che ormai bisognerebbe parlare di 'scale-up nation'. Qualche esempio: Check Point, Fiverr, SimilarWeb, IronSource, Taboola-Outbrain, AppsFlyer, Wix, WalkMe, Payoneer, Datorama. La rincorsa all'exit è diminuita, oggi il trend è diventare grandi e contribuire all'ecosistema tech israeliano in maniera indipendente. Il governo di Israele ha istituito l'Innovation Authority, un'agenzia specializzata nell'innovazione del Paese, che da tre anni ha sostituito il Chief Scientist's Office, precedentemente deputato alla crescita tecnologica.

 
PRIMA "C'ERANO STARTUP che volevano solo fare exit. Negli ultimi anni c'è stato un cambiamento: si cerca di diventare società mature e crescere, e il governo incentiva a farlo. Attualmente abbiamo 26 unicorni in Israele" dice Noga Shiloach, a capo del Boston Consulting Group Innovation Ecosystem Center di Tel Aviv. Shiloach gestisce l'innovazione e la valorizzazione dell'ecosistema tecnologico israeliano a beneficio dei clienti globali di BCG, che vengono portati a Tel Aviv, da tutto il mondo, per entrare a diretto contatto con il tessuto innovativo israeliano. Siamo al 31esimo piano della sede di BCG Israele, situata nell'Azrieli Center, un complesso di tre grattacieli, uno triangolare, uno quadrato e uno rotondo, il secondo più alto di Israele. Dalla vetrata alle spalle di Shiloach, lo skyline della città riempie la stanza: ci sono le insegne delle grandi banche e delle big tech. Tutti quelli che contano hanno uffici qui. "Come ha fatto Israele a diventare una startup nation? Prima di tutto, lungimiranza del governo" dice Or Klier, Associate Dir. & Partner BCG, responsabile di connettere i team della sua azienda, i clienti e le società chiave dell'ecosistema tech israeliano. "Quando è crollata l'Unione Sovietica, Israele ha dovuto affrontare in un colpo solo l'immigrazione di 1,5 milioni di persone, su un Paese di 4 milioni di abitanti. Il Chief Scientist Office, invece di lasciarli alla loro strada, ha dato loro l'opportunità di formarsi nei settori dell'innovazione, ed ha creato il primo incubatore di startup", Il secondo fattore è la cultura, che ho già imparato a conoscere, per cui "fallire è ok: chiunque abbia provato e fallito è sempre considerato più intelligente e in ultima analisi migliore di chi non ha mai fatto nulla''. E poi c'è un terzo fattore, unico al mondo. Un servizio militare obbligatorio che è considerato "il più grande abilitatore di innovazione tecnologica in Israele. Quando a 20 anni hai un tipo di formazione che ti responsabilizza e che ti forma a dare il massimo, e a pensare alle soluzioni invece che ai problemi, sul lavoro sei pronto a rischiare e innovare" continua Klier.
In Israele c'è il servizio militare obbligatorio per tutti: a 18 anni si parte, gli uomini faranno tre anni di formazione, le donne due, nelle Israeli Defense Forces (IDF), e avranno richiami fino a 45 anni. A 17 anni i ragazzi vengono già sottoposti a test psico-attitudinali per capire chi, tra loro, sarà adatto ad essere inserito nei settori più elitari, nelle unità di intelligence, o addirittura nel programma Talpiot riservato solo a chi ha il massimo dei voti ed ha dimostrato capacità da leader: chi vi entra, resterà 40 mesi, si prenderà una doppia laurea in fisica e matematica e avrà una formazione militare d'eccellenza. In Israele il background militare è l'elemento cruciale del curriculum, più importante degli studi universitari. Ci sono annunci di lavoro diretti specificatamente agli 'alumni' di determinate unità militari. Le relazioni che si formano durante gli anni di leva restano per sempre e servono per creare il network, la rete di contatti, per il business del futuro. I migliori ragazzi israeliani, dunque, vengono reclutati e inseriti direttamente nei reparti di R&D: il governo vuole che contribuiscano alla crescita economica del Paese e non vuole farseli sfuggire. "Sulle grandi corporate c'è molto dibattito. Amazon, ad esempio. Stanno assumendo molte persone, ne vogliono prendere Smila, ma siamo sicuri di volerlo? Significa che 5mila persone non faranno startup e non generanno innovazione" spiega Noga Shiloach. Sì, perché qui quello che manca è il capitale umano. Le persone. In definitiva, l'elemento più importante di qualsiasi processo di innovazione. In Israele sono in pochi e ogni talento è prezioso. Il tasso di disoccupazione è il più basso al mondo, 4%, nessuno pensa a quello che può perdere, tutti guardano a ciò che si può vincere. E si cresce con questa attitudine: pensa in grande. Sogna in grande.

(Fortune Italia, nr.1 gennaio 2020)



Gli israeliani non scherzano. Me lo fecero capire subito

di Roberto Motta

Israele, anno nuovo sul Golan, 1o gennaio 1988, ore 17.30.
   Maledico la mia curiosità e questa frase: «C'è solo un modo per sapere dove porta una via, percorrerla». All'inizio era facile, uno sterrato con qualche sasso, poi la strada si è fatta ripida, stretta, piena di sassi, la Ford noleggiata a Tel Aviv arranca singhiozzando in salita e vorrebbe scappare giù in discesa. Posso solo andare avanti, impossibile girarsi e tornare indietro. Un ultimo scivolone e l'inevitabile arriva. Ho rotto il cerchione anteriore destro. Non parliamo della gomma. Tiro il freno a mano, scendo, blocco le ruote.
   Nel bagagliaio c'è tutto per sostituire la ruota, il problema è la pendenza. Studio con calma le alternative. Meglio proseguire a piedi? Apro la mappa, la stendo sul cofano, alzo gli occhi. No, non mi sbaglio, è il ruggito di un grosso motore. Un mezzo a 6 ruote con la stella di Davide scende incurante degli ostacoli, marce ridotte, ruotoni in trazione. Gru. Si ferma dietro la Ford. Ne scende un colonnello, conto le stellette sulla mimetica. Occhi azzurri, atletico, deciso.
   Mi sgrida in un inglese perfetto. Zona di guerra, strade impossibili, i Siriani fanno il tiro a segno. Gli do ragione. Poi mi aiuta, lui ordina, io eseguo. Prendo la ruota di scorta e la chiave a crociera. Tolgo i bulloni della ruota ferita. Sale sul suo mezzo, brandeggia la gru, scende, mette due ganci sotto l'asse anteriore della Ford. Muove il braccio della gru quel tanto che basta per alzare il muso dell'auto. Sfilo la ruota rotta, metto quella sana, avvito un paio di bulloni, il muso scende, la ruota è sul terreno, fisso tutto e ringrazio.
Mi seguirà, dice, manca poco alla strada buona, ma non si sa mai. Ripete che sono strade pericolose. Gli chiedo: ma lei colonnello va in giro da solo. Sorride, tira fuori dal taschino una specie di fischietto. Fa il verso di un uccello strano, da dietro i massi all'intorno uno alla volta si materializzano i suoi uomini. Mimetizzati. Anche lo snipcr là in fondo.
   Sul mio cuore, una macchiolina rossa. Sono senza parole. Un cenno del colonnello, la macchiolina scompare. Se tu li avessi visti non sarebbero i miei uomini, conclude. Ringrazio ancora, partiamo. Si è fatta sera, non mi sono mai sentito tanto sicuro in vita mia.
   Destinazione Gerusalemme.

(ItaliaOggi, 9 gennaio 2020)


Iran - Con Soleimani è morta l'apoteosi del Khomeinismo

di Antonio Albanese

Gli Usa hanno ucciso più di un potente uomo del regime iraniano: hanno colpito le ambizioni imperiali iraniane. «Qassem Soleimani è stato ucciso, tre parole che hanno gettato le basi di questo nuovo decennio in Medio Oriente nei suoi primi giorni. È difficile immaginare un evento che abbia implicazioni più significative dell'assenza di Soleimani dalla scena, o delle tante scene in Medio Oriente», scrive Nadim Koteich è un commentatore satirico politico, e conduttore di talk show, ripreso da Asharq Alawsat.
Soleimani era più di una metafora delle ambizioni iraniane; Soleimani non era solo il leader di una missione: era la missione; il progetto stesso, finendo nella sua immagine l'imperiale, il religioso e l'ideologia khomeinista al massimo del suo splendore, dentro e fuori dall'Iran.
Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah, ha illustrato le aree in cui ha operato il generale iraniano: Palestina, Afghanistan, Libano, Iraq, Siria e, anche Yemen, fatto che le dichiarazioni ufficiali iraniane negano ancora. Il Generale David Petraeus ha ricordato in una recente intervista alla Cbs il messaggio che lo stesso Soleimani gli fece pervenire in Iraq quando era al comando laggiù, nel 2008: «Diceva, generale Petraeus, lei deve sapere che io, Qassem Soleimani, controllo la politica per l'Iran quando si tratta dell'Iraq e anche di Siria, Libano, Gaza e Afghanistan».
La teoria politico militare di Qassem Soleimani era quella di combinare milizie e istituzioni statali di ogni Paese, avendo come format Hezbollah e le istituzioni statali libanesi da un lato e le al-Ḥashd ash-ShaÊ¿bÄ« (le Forze di mobilitazione popolare) e lo Stato iracheno. In questa maniera, Teheran ha un vantaggio su tutti i paesi dell'area: è l'unico Paese presente su tutti i fronti senza che il suo esercito sia direttamente coinvolto. Qassem Soleimani era il teorico della proxy war iraniana.
Ad esempio in Iraq, paese che rischia di implodere, più di sessanta milizie sono finanziate, addestrate e fedeli all'Iran sotto l'etichetta delle al-Ḥashd ash-ShaÊ¿bÄ«, il cui vice, l'Ingegnere al Mohandis, è morto con Soleimani. Tutte queste sono state legittimate e integrate nell'apparato statale, pur mantenendo una grande indipendenza sul campo; mentre in Siria, migliaia di combattenti stranieri sono presenti in altre decine di milizie sciite. Questo era il genio di Soleimani e il loro intreccio ha fatto scuola, permettendo a Teheran di essere contemporaneamente su tutti i fronti caldi e di non esserci allo stesso tempo.
La morte di Soleimani ha interrotto questo gioco ambiguo; Soleimani è stato ucciso alla fine di un viaggio che lo ha portato a Beirut dove aveva incontrato Nasrallah, il leader di Hezbollah, e poi a Damasco, e poi a Baghdad dove ricevuto da Abu Mahdi al-Muhandis, ci è morto insieme.
«Se Henry Kissinger diceva che l'Iran è una rivoluzione che deve diventare uno Stato. Trump lo ha modificato decidendo di assassinare Soleimani. Attraverso la sua esecuzione, ha portato questa definizione dall'ambito accademico a quello politico». Le conseguenze sono tutte da vedere, ma ci sono già le avvisaglie di possibili scenari futuri: la risposta di Zarif e soprattutto il discorso di Nasrallah, ritenuto non all'altezza del momento dai suoi.

(AGC Communication, 8 gennaio 2020)


"L'Iran porta terrore in Medio Oriente, Israele sarà sempre con gli Usa"

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha messo in guardia l'Iran dall'attaccare Israele in risposta all'uccisione del generale Soleimani. Israele risponderà "con la determinazione e con la forza: chiunque cerchi di attaccarci riceverà in cambio un duro colpo" ha dichiarato Netanyahu durante una conferenza tenutasi a Gerusalemme nelle scorse ore. "Qassem Soleimani era responsabile della morte di innumerevoli persone innocenti. Ha destabilizzato molti Paesi. Per decenni ha seminato paura, miseria e angoscia. E stava progettando di molto peggio".
Ha poi aggiunto Netanyahu: "Bisogna congratularsi con il presidente Trump per aver agito in modo rapido, coraggioso e risoluto contro questo terrorista, che è stato l'architetto e il motore della campagna di terrore dell'Iran in tutto il Medio Oriente e in tutto il mondo. In Medio Oriente nessun giorno è come gli altri. I disordini regionali continuano. La lotta tra estremisti e moderati prosegue senza sosta".
L'islam radicale guidato dall'Iran cerca di conquistare ampie zone del Medio Oriente attraverso il terrorismo, ha denunciato Netanyahu, e allo stesso tempo "di eliminare noi, perché capiscono che la forza della cultura occidentale è qui, nello Stato di Israele. Lo capiscono molto bene". Secondo il Premier molti leader mediorientali, schierati contro l'Iran, sono d'accordo con lui: leader che nella definizione di Netanyahu fanno parte dello "schieramento pragmatico". "Questo schieramento comprende bene la campagna per l'esistenza, per la vita e per il futuro" d'Israele che rappresenta "un'ancora di stabilità in queste acque tempestose".
Netanyahu ha anche ribadito il pieno sostegno di Israele agli Stati Uniti nel suo continuo confronto militare con l'Iran. "È molto importante dire che Israele è completamente al fianco degli Stati Uniti. L'America non ha un amico migliore di Israele, e Israele non ha un amico migliore dell'America".

(moked, 8 gennaio 2020)


Attacco antisemita a Londra: giovane ebreo preso a pugni sull'autobus

"Voi ebrei controllate il mondo"

di Paolo Castellano

Un nuovo attacco antisemita si è verificato in Inghilterra e ha coinvolto un giovane ebreo che è stato aggredito fisicamente mentre viaggiava a bordo di un mezzo pubblico. L'incidente è avvenuto a Londra, nella mattina del 5 dicembre. L'identità dell'aggressore non è ancora nota. Come hanno riportato diversi testimoni, l'autore della violenza antisemita avrebbe urlato anche "stupidi ebrei che pensate di controllare il mondo".
   Secondo il Jewish Chronicle, il 13enne era diretto a Stamford Hill, un quartiere a nord di Londra caratterizzato da un'ampia concentrazione di ebrei ultraortodossi haredim. A rendere noto l'episodio antisemita Shomrim, il servizio di sorveglianza della comunità ebraica ultraortodossa, che pattuglia quotidianamente il quartiere per prevenire atti illegali.
   Gli shomrim sono delle organizzazioni che svolgono un servizio di vigilanza nelle aree metropolitane ebraiche. Sono composte da civili ebrei che offrono un servizio di volontariato alla comunità. Gli shomrim non possono effettuare arresti ma hanno la possibilità di trattenere i sospetti fino all'arrivo delle forze dell'ordine. Queste organizzazioni sono molto diffuse soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti.
   Il corpo di vigilanza ha inoltre dichiarato ai media inglesi che l'aggressore dell'autobus avrebbe gridato "voi fottuti ebrei". Come riporta il Daily Mail, è stata presentata una denuncia alla polizia metropolitana di Londra per segnalare l'accaduto.
   Il mese scorso, sulla stessa linea di trasporto pubblico, si è verificato un caso analogo.
   «Questa aggressione razzista e immotivata fa venire la nausea. Il vile individuo che ha compiuto questo attacco deve essere arrestato e processato», ha riferito un portavoce della comunità ebraica inglese.

(Bet Magazine Mosaico, 8 gennaio 2020)


Richiesta di correzione

Dal "Presidente della Lega Polacca contro la Diffamazione"


Gentile Signora / Gentile Signore,

Scriviamo per attirare la vostra attenzione sul fatto che la frase gravemente ed altamente diffamatoria "campo di concentramento polacco" viene utilizzata nel seguente articolo: https://www.ilvangelo-israele.it/
Gli unici campi che siano mai esistiti nella Polonia occupata dalla Germania nel periodo 1939-1945 furono quelli istituiti dal Terzo Reich tedesco.

Il corretto riferimento ai campi tedeschi è quindi il seguente:
- Campi tedeschi nella Polonia occupata dalla Germania
- Campi nazisti tedeschi nella Polonia occupata dalla Germania
- Campi tedeschi nella Polonia occupata dai nazisti

Le chiediamo di correggere.
Distinti saluti,

Maciej Świrski

Presidente della Lega Polacca contro la Diffamazione


http://rdi.org.pl/


La lettera fa riferimento ad un articolo di "il Mattino" del 4 gennaio scorso dal titolo "Pietre della memoria, così Napoli omaggia le vittime della Shoah”, da noi riportato e ancora presente sul nostro sito. Naturalmente non possiamo correggere gli scritti di altri e quindi rimandiamo, se non è già stato fatto, alla redazione di quel giornale, informando da parte nostra i lettori dell’avvenuta richiesta di correzione. NsI

(Notizie su Israele, 8 gennaio 2020)


Cina: l'oppressione della minoranza ebraica di Kaifeng

di Nathan Greppi

Negli ultimi anni in Cina sono aumentate le persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose, spesso viste come quinte colonne e perseguitate. Di recente anche la piccola comunità ebraica di Kaifeng, la più antica dell'Estremo Oriente, è stata presa di mira dal governo di Pechino.
   Come spiega la rivista italo-cinese Bitter Winter, gli ebrei in Cina hanno una lunga storia alle spalle: i primi arrivarono dalla Persia nel IX secolo, e si stanziarono nella città di Kaifeng, nella regione rurale di Henan. La costruzione della Sinagoga di Kaifeng risale al 1163, ma nel 1849 fu distrutta da un'inondazione, togliendo agli ebrei di Kaifeng il loro punto di riferimento. L'assimilazione ha fatto il resto, portando la comunità dai 1000 membri di un tempo a poche decine nella prima metà del '900.
   Nonostante la politica antireligiosa del governo cinese, negli anni '90 ha avuto inizio una rinascita della comunità di Kaifeng: 30 anni fa, un giovane ebreo venne dall'estero per insegnare l'ebraico ai discendenti degli ebrei di Kaifeng, a leggere la Torah in ebraico e a occuparsi delle circoncisioni. In breve tempo il numero di aderenti è passato da 40 a 80 persone. All'inizio le loro pratiche furono tollerate, ma dal 2015 le autorità hanno cercato di sopprimerle, temendo una possibile rinascita delle fede ebraica nella zona.
   Nell'aprile 2019, il sito archeologico della Sinagoga di Kaifeng è stato preso di mira dal governo, per il quale l'ebraismo non fa parte delle 5 religioni ufficialmente riconosciute dallo stato (buddismo, taoismo, protestantesimo, cattolicesimo e islam), e ha fatto rimuovere tutti i simboli ebraici dalla sinagoga, sostituendoli con manifesti governativi che promuovono la soppressione del culto.
   Il governo ha anche piazzato degli uffici di fianco alla Sinagoga, al cui ingresso è stata installata una telecamera, dove il personale si occupa non solo di monitorare la comunità, ma anche di impedire a visitatori stranieri e organizzazioni internazionali di entrare in contatto con gli ebrei di Kaifeng. Ad aprile, un gruppo di studenti universitari cinesi si era recato nella Sinagoga per intervistare alcuni ebrei per un progetto giornalistico, ma quando le autorità lo hanno scoperto hanno fatto irruzione per cacciare via gli studenti.

(Bet Magazine Mosaico, 8 gennaio 2020)



L'ira di molti palestinesi, arabi e iraniani per il lutto ipocrita di Hamas e Jihad islamica

Soleimani era un assassino, scrivono sui social network, e i suoi galoppini sono dei traditori che non pensano ai palestinesi ma solo al loro proprio tornaconto.

I capi di Hamas e della Jihad Islamica palestinese vengono fortemente attaccati da numerosi palestinesi e altri arabi per aver espresso condoglianze per la morte di Qasem Soleimani e aver allestito in suo onore una "tenda da lutto" nella striscia di Gaza. I capi dei gruppi terroristi palestinesi vengono accusati di cercare di compiacere Teheran al solo scopo di garantirsi la continuazione del sostegno finanziario e militare iraniano. Vengono anche accusati di "trafficare con la religione e l'ipocrisia, ignorando il sangue di migliaia di musulmani" versato in parecchi paesi arabi dalle unità al comando di Soleimani e dalle milizie sue alleate.
Sono molti i palestinesi e gli arabi che hanno espresso la loro indignazione sui social network. "Perché allestire a Gaza una tenda da lutto in onore dell'assassino Soleimani?" si è chiesto Amr Al-Mogy, un utente egiziano di Facebook. Nadia El Shafei, anche lei egiziana, ha risposto: "Perché sono tutti traditori". Anche Mona Mohamed ha pubblicato la sua risposta su Facebook: "I terroristi ricevono [alla tenda da lutto] le condoglianze per la morte del loro capo e datore di lavoro terrorista. Niente di strano". Un altro utente egiziano di Facebook, il dott. Bahjat Kamal, ha commentato: "Hamas riceve le condoglianze per l'uccisione dello spregevole Soleimani, che ha ucciso bruciato e cacciato sunniti in Iraq, Siria, Libano e Yemen"....

(israele.net, 8 gennaio 2020)


Il Parlamento austriaco dichiarerà antisemita il movimento BDS

di Soeren Kern*

 
Il parlamento austriaco a Vienna
Tutti i principali partiti rappresentati nel Parlamento austriaco hanno deciso di appoggiare una risoluzione che condanna il movimento anti-israeliano per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) come antisemita.
  La misura invita il governo federale austriaco a combattere l'antisemitismo e l'antisionismo, e a rifiutare qualsiasi forma di sostegno finanziario e di altro tipo da parte di organizzazioni antisemite e sostenitrici dei principi del BDS.
  La risoluzione sarà presentata alla Camera bassa del Parlamento, il Consiglio nazionale, a gennaio 2020. Si prevede che sarà approvata a larghissima maggioranza. Se le leggi anti-BDS sono state approvate a Vienna e a Graz - rispettivamente la più grande e la seconda città austriaca per numero di abitanti - questa è la prima volta che una misura del genere viene adottata a livello federale.
  L'11 dicembre, i legislatori di tutti e cinque i principali partiti - compresi i Verdi di sinistra e il Partito della Libertà (Freiheitliche Partei Österreichs, FPÖ) di destra - hanno formalmente concordato di co-presentare la risoluzione promossa da Sebastian Kurz, ex cancelliere austriaco (e probabilmente il prossimo) che è anche leader del Partito popolare austriaco (Österreichische Volkspartei, ÖVP). La risoluzione afferma:
    "L'antisemitismo esiste fin dall'antichità, sebbene il termine stesso non sia stato utilizzato fino al XIX secolo. L'essenza, tuttavia, era sempre la stessa: era - ed è - fomentare pregiudizi e l'odio verbale e nelle azioni contro gli ebrei. Nel corso della storia, sono stai vittime della violenza e dell'esclusione, che hanno raggiunto l'apice devastante nella crudeltà omicida del nazionalsocialismo e nell'obiettivo dichiarato della distruzione sistematica degli ebrei da parte del regime nazista.
      "Complessivamente, più di sei milioni di ebrei, molti dei quali bambini, rimasero vittime della Shoah. Vennero uccisi nei campi di sterminio con gas tossici o altro. Ma anche questo genocidio crudele oltre ogni immaginazione e la sua memoria non hanno indotto molte persone a riflettere, e pertanto gli ebrei, anche oggi, sono esposti ancora una volta all'odio e ai pregiudizi, che nel peggiore dei casi culminano nella violenza.
      "In un sondaggio, condotto dall'Agenzia dell'Unione Europea per i diritti fondamentali nel maggio-giugno 2018 su 16.500 ebrei europei di 12 Stati membri dell'UE, sono emersi dati molto allarmanti: nove intervistati su dieci hanno detto che l'antisemitismo si è intensificato, e un terzo ha espresso l'intento di emigrare.
      "Il gruppo di lavoro sull'antisemitismo del Parlamento europeo ha già svolto un prezioso lavoro. Nel giugno del 2017, è stata approvata a larga maggioranza una risoluzione sull'antisemitismo. Il testo includeva la richiesta che tutti gli Stati membri dell'UE adottassero la definizione di antisemitismo formulata dall'Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto (IHRA) e formassero la loro polizia e le autorità giudiziarie su come perseguire l'antisemitismo. L'Austria è stato uno dei primi Paesi membri dell'Unione Europea ad approvare questa definizione di antisemitismo proposta dall'IHRA con una risoluzione del Consiglio dei Ministri del 21 aprile 2017.
      "La presidenza austriaca dell'UE ha approvato all'unanimità una dichiarazione sulla lotta all'antisemitismo e sullo sviluppo di un approccio comune alla sicurezza per le comunità e le istituzioni ebraiche durante il Consiglio Giustizia e Affari interni del 6 dicembre 2018. Il Consiglio europeo ha accolto con favore questa dichiarazione nelle sue conclusioni del 13 e 14 dicembre 2018. Questo percorso deve essere perseguito in modo coerente.
      "Inoltre, nel 2018, il presidente del Consiglio nazionale, Wolfgang Sobotka, ha commissionato uno studio per comprendere il livello dei sentimenti antisemiti in Austria. Il risultato di questo studio è che il 10 per cento degli austriaci è palesemente antisemita e il 30 per cento lo è in modo latente. Le percentuali sono incredibilmente più alte tra i turcofoni e gli arabofoni che sono nati in Austria o vivono fra noi da più di dieci anni.
      "Secondo la definizione di antisemitismo formulata dall'IHRA e adottata dall'Austria, lo Stato di Israele, che è inteso come un collettivo ebraico, potrebbe essere bersaglio dell'ostilità antisemita, come il rifiuto di accettare il diritto del popolo ebraico all'autodeterminazione, la responsabilità collettiva degli ebrei delle azioni dello Stato di Israele, o i paragoni tra l'attuale politica israeliana e le politiche naziste.
      "Il movimento 'per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS)', che ha preso sempre più piede in Austria negli ultimi anni, ricorre a questo modello antisemita: questo movimento invoca il boicottaggio dello Stato ebraico, dei prodotti e delle aziende israeliane, degli artisti, degli scienziati e degli atleti israeliani. Demonizza e valuta Israele con disparità di criteri, rende gli ebrei austriaci corresponsabili della politica israeliana e chiedendo il diritto al ritorno dei profughi palestinesi e di tutti i loro discendenti mette in discussione il diritto dello Stato ebraico di esistere.
      "Per l'Austria, il diritto di esistere di Israele non è negoziabile, e qualsiasi forma di antisemitismo, incluso l'antisemitismo legato a Israele, è inaccettabile e deve essere duramente condannata. Ovviamente, si devono consentire le critiche oggettive alle singole misure adottate dal governo di Israele.
      "Il Consiglio nazionale condanna fermamente ogni forma di antisemitismo, incluso l'antisemitismo legato a Israele e invita il governo federale a far fronte con determinazione e di conseguenza a queste tendenze.
Al governo federale viene inoltre richiesto:
  • di sviluppare una strategia olistica per prevenire e contrastare ogni forma di antisemitismo, con uno stretto coinvolgimento di tutti gli organi competenti, come parte delle sue strategie per prevenire il razzismo, la xenofobia, la radicalizzazione e l'estremismo violento;
  • di condannare fermamente il movimento BDS e i suoi obiettivi, in particolare l'esortazione a boicottare i prodotti, le aziende, gli artisti, gli scienziati o gli atleti israeliani;
  • di non fornire locali e infrastrutture a organizzazioni e associazioni che utilizzano la retorica antisemita o mettono in discussione il diritto di esistere di Israele;
  • di non sostenere, finanziariamente o meno, gli eventi organizzati dal movimento BDS o da gruppi che perseguono obiettivi simili;
  • di mantenere il ruolo dell'Austria come luogo eccellente per il dialogo e gli scambi internazionali".
La risoluzione austriaca, una delle più forti dichiarazioni europee a sostegno di Israele fino ad oggi, fa parte di una crescente reazione negativa al movimento BDS.
  Il 14 novembre 2019, l'amministrazione comunale di Graz, la seconda città più grande dell'Austria, ha approvato una risoluzione contro l'antisemitismo e il movimento anti-israeliano BDS. La giunta comunale ha dichiarato che è "fermamente contraria a ogni forma di antisemitismo e condanna la campagna BDS e l'esortazione a boicottare lo Stato ebraico come chiaramente antisemita". Il consiglio ha affermato che "nessuna organizzazione che mette in discussione il diritto di esistere di Israele dovrebbe essere sostenuta finanziariamente". E ha aggiunto:
    "I progetti che invitano a boicottare o a sostenere il movimento BDS non devono essere sostenuti finanziariamente. Inoltre, a seguito della decisione, il Consiglio comunale di Graz non fornirà più spazio urbano alle campagne del BDS o ai suoi eventi futuri".
Il 27 giugno 2018, il consiglio comunale di Vienna ha approvato all'unanimità una risoluzione anti-BDS, in cui si afferma:
    "La città di Vienna condanna fermamente la diffusione dell'antisemitismo in tutto il mondo, si oppone alla campagna antisemita del BDS, non fornirà spazi urbani per campagne o eventi del BDS, mostre o manifestazioni che perseguono obiettivi del BDS, e non fornirà alcun altro sostegno per gli eventi del BDS".
Il 17 maggio 2019, il Parlamento tedesco ha approvato una risoluzione che condanna il movimento BDS come antisemita e si impegna a tagliare i finanziamenti a qualsiasi organizzazione che appoggi attivamente il BDS. La risoluzione, approvata da un'ampia alleanza interpartitica, sancisce quanto segue:
    "L'appello globale al boicottaggio nel suo radicalismo porta al marchio dei cittadini israeliani di fede ebraica. Ci sono dichiarazioni e azioni da parte del movimento BDS che cercano di mettere in dubbio il diritto di esistere dello Stato di Israele. Gli appelli al boicottaggio ricordano le posizioni antisemite del nazionalsocialismo, sono inaccettabili e fortemente condannabili".
Il partito conservatore anti-establishment, Alternativa per la Germania (AfD), ha affermato che la risoluzione presenta delle carenze e chiede il divieto totale delle attività del BDS in Germania. Ha osservato che il movimento BDS "affonda le sue origini nelle iniziative antisemite e antisioniste dei gruppi arabi che erano già attivi prima della nascita dello Stato di Israele e che tra il 1933 e il 1945 erano in stretto e amichevole contatto con il governo nazionalsocialista tedesco".
  Il 22 ottobre 2019, la Camera dei Deputati ceca ha approvato una risoluzione non vincolante che invita il governo a "rifiutare il sostegno finanziario offerto da questi organizzazioni a tali movimenti, organizzazioni nell'Unione Europea, nelle Nazioni Unite e altre istituzioni e associazioni internazionali che chiedono di boicottare lo Stato di Israele".
  Il 23 luglio 2019, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato a larga maggioranza una risoluzione bipartisan che respinge la campagna del BDS contro Israele. Il disegno di legge - formalmente noto come Risoluzione 246 della Camera dei Rappresentanti - è stato approvato con 398 voti a favore, 17 contrari e 5 astensioni. Al progetto di legge si sono opposti un repubblicano e 16 democratici, tra cui le prime due donne musulmane elette al Congresso: le rappresentanti Rashida Tlaib del Michigan e Ilhan Omar del Minnesota.
  La misura si "oppone al movimento globale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) contro Israele, compresi gli sforzi per colpire le aziende statunitensi impegnate in attività commerciali che sono legali ai sensi della legge degli Stati Uniti, e a tutti gli sforzi per delegittimare lo Stato di Israele".
  Nella Risoluzione inoltre si afferma che la campagna del BDS "mina la possibilità di una soluzione negoziata al conflitto israelo-palestinese, chiedendo concessioni a sola una parte e incoraggiando i palestinesi a rifiutare i negoziati a favore delle pressioni internazionali".
  Risoluzioni anti-BDS sono state approvate in 27 Stati USA:
Alabama, Arizona, Arkansas, California, Colorado, Florida, Georgia, Illinois, Indiana, Iowa, Kansas, Kentucky, Louisiana, Maryland, Michigan, Minnesota, Nevada, New Jersey, New York, North Carolina, Ohio, Pennsylvania, South Carolina, Tennessee, Texas, Virginia e Wisconsin.
* Soeren Kern è senior fellow al Gatestone Institute di New York.

(Gatestone Institute, 5 gennaio 2020)



Riapertura della Sinagoga a Perugia, forte mobilitazione dei cittadini

Il Tempio ebraico di via Pozzo Campana è chiuso ormai da 15 anni

di Bruno Di Pilla

Anna Frank vivrà sempre nei nostri cuori, malgrado gli insulti. Non s'illudano, i razzisti che anche a Venezia ne hanno infangato il ricordo. Contro il dilagante antisemitismo, innanzitutto, servono leggi con sanzioni commisurate alla gravità dell'offesa. Fanno bene Ruth Dureghello e Noemi Di Segni, della comunità ebraica italiana, ad invocare immediati interventi del Parlamento capaci di stroncare la barbarie di quanti, con furia cieca, sempre più spesso oltraggiano sinagoghe, cimiteri, circoli culturali, la sacralità della memoria, perfino abitazioni civili degli israeliti, nostri fratelli maggiori nel culto del Dio di Abramo, come li definì Giovanni Paolo II.
   Tuttavia non bastano strategie normative di severo contrasto. Dall'Umbria, terra per vocazione ecumenica ed intrisa di misticismo, un gruppo di cittadini vuole fermamente intraprendere un percorso concreto a favore dell'amato popolo di Mosè: tendere, nel 2020, alla riapertura della sinagoga di Perugia, purtroppo silente da 15 anni in via Pozzo Campana, nell'area immediatamente adiacente all'Arco Etrusco, il monumento più antico del capoluogo regionale. Il tempio venne chiuso nel 2005 con grande sconcerto dell'intera comunità, ancora sofferente per quella dolorosa ferita. Ora si spera che il fervore dei perugini, di varia estrazione sociale, culturale e religiosa, si estenda e "contagi" altre città italiane prive di templi ebraici, come risposta costruttiva ai vandalismi di chi neanche conosce i tesori della fede giudaica, dalle cui preziose radici, tra l'altro, fiorirono cristianesimo ed islamismo, le altre due grandi religioni monoteistiche. In certi casi è forse proprio la penuria di sinagoghe, luoghi di preghiera e rapporti interconfessionali, ad alimentare diffidenza e povertà spirituale nelle menti delle giovani generazioni, oggi più che mai bisognose di stimoli cognitivi in ambiti di così rilevante importanza affinché germogli l'albero del dialogo e della pace o, se non altro, il buon seme del rispetto per le altrui opinioni.

(Quotidiano dell’Umbria, 8 gennaio 2020)


Il tech in Israele va forte, piovono unicorni

Le aziende con un valore stimato di almeno un miliardo di dollari sono passate da 9 a 20, meglio di così fanno soltanto America, Cina e Regno Unito.

Che la scena tecnologica di Israele sia una delle migliori al mondo è noto. Ma il 2019 per lo stato ebraico è stato straordinario, dal punto di vista dell'innovazione e degli investimenti in tecnologia. Per esempio: nel 2019, in Israele il numero di unicorni, cioè di startup che ottengono una valutazione superiore al miliardo di dollari, è praticamente raddoppiato, da 11 a 20. Non è soltanto il tasso di crescita a impressionare, è il fatto che di stati con 20 unicorni ce ne sono pochi in circolazione. Meglio di Israele fanno soltanto gli Stati Uniti, la Cina e il Regno Unito. L'Italia, per dire, ha zero unicorni, Francia e Germania una manciata. Certo, da qualche tempo si parla di come le quotazioni di certe startup siano gonfiate, ma per Israele un numero così alto di aziende tecnologiche che raggiungono un valore stratosferico è probabilmente un segno di maturità. Fino a pochi anni fa tutte le aziende tech israeliane puntavano a una "exit", cioè a farsi acquisire da un gigante americano, come Waze comprato da Google. Se i gioielli tech rimangono in proprio e diventano grandi a loro volta è un buon segno per Israele.
   Tra le startup israeliane diventate unicorni ci sono Gett, un'azienda di ride hailing stile Uber, Monday.com, che ha creato un software per la gestione dei team aziendali, e Cybereason, una compagnia di cybersecurity.

(Il Foglio, 7 gennaio 2020)


Zeinab, la figlia del generale invoca giorni bui per Usa e Israele

"Pazzo Trump. Non pensare che tutto sia finito con il martirio di mio padre".

Zeinab Soleimani
TEHERAN - «Chi vendicherà mio padre?». Zeinab Soleimani l'ha chiesto al presidente Hassan Rouhani quando nei giorni scorsi s'è presentato a casa sua a farle le condoglianze per la morte del generale. «Tutti», le ha promesso Rouhani. La giovane in lutto è stata ieri la grande protagonista della cerimonia funebre a Teheran. «Pazzo Trump - ha proclamato avvolta nel chador nero di fronte ad una folla che la acclamava a perdita d'occhio - Non pensare che tutto sia finito con il martirio di mio padre. Verranno giorni bui per gli Stati Uniti e Israele, le famiglie dei soldati americani in Medio Oriente passeranno le loro giornate aspettando la morte dei loro figli». Si sa poco di lei come pure degli altri membri della famiglia del generale, descritto in un assai citato profilo di Dexter Filkins sul New Yorker (2014) come il padre rigido ma amorevole di cinque figli, tre maschi e due femmine. Nelle foto diffuse dalle autorità nei giorni scorsi si vede un ragazzo abbracciato e baciato sul capo dalla Guida Suprema Khamenei; sul divano, siedono la moglie di Soleimani - di cui non è noto il nome - e un'altra giovane, entrambe avvolte nei chador. La rivista americana aveva sottolineato anche i presunti mal di testa causati al generale dalla figlia Nargis, che viveva in Malaysia e che si «stava allontanando dall'Islam», ma di questo dettaglio - come di altri diffusi online: Zeinab non avrebbe continuato gli studi superiori; non sarebbe sposata - non ci sono conferme. Quel che è certo è che la 28enne Zeinab ha dimostrato ieri sul podio d'essere la vera erede di papà. V.Ma.

(Corriere della Sera, 7 gennaio 2020)


E adesso aspettiamo la risposta iraniana. Israele obiettivo più probabile

di Paola P. Goldberger

È come aspettare una martellata. Sai che arriverà ma non sai né quando né da dove arriverà. Questo è il clima tra i vertici militari e di intelligence israeliani dopo l'eliminazione di Qassem Soleimani.
Non sono servite le rassicurazioni di alcuni esperti militari date ieri al Primo Ministro Benjamin Netanyahu in merito al fatto che l'Iran tramasse una risposta contro gli americani e non contro Israele.
Le dichiarazioni dei vertici iraniani e soprattutto delle Guardie della Rivoluzione islamica non lasciano molto spazio all'ottimismo, anche se l'operazione è stata tutta americana e addirittura, contrariamente a quanto detto, Israele non era nemmeno informato delle intenzioni americane.
Ieri pomeriggio a Gerusalemme si è svolto l'ennesimo vertice di sicurezza al quale hanno partecipato i massimi livelli della difesa e delle intelligence, sia quella interna (Shin Bet) che quella esterna (Mossad).
Mentre alcuni militari ritengono poco probabile un attacco contro Israele nel breve periodo, le informazioni delle intelligence dicono tutto il contrario.
I proxy iraniani si stanno muovendo. Hezbollah ha convocato per oggi una riunione dei comandanti e sta spostando missili a ridosso della cosiddetta Linea Blu.
Subito dopo i funerali di Qassem Soleimani c'è stata una riunione tra il nuovo capo della Forza Quds, Esmail Ghaani, e i delegati di Hamas, Jihad Islamica ed Hezbollah. E di sicuro non si sono visti solo per piangere Soleimani.
Il coinvolgimento dei proxy iraniani può voler dire solo una cosa: Israele sarà l'obiettivo della ritorsione iraniana.
I motivi secondo l'intelligence sono diversi.
Il primo è che in questo momento lo Stato Ebraico può contare solo su se stesso per la difesa del proprio territorio. Nonostante gli americani abbiano colpito un obiettivo primario non si sono premuniti di rafforzare anticipatamente la propria componente militare nel Mediterraneo che al momento è scarsa. Non c'è nemmeno una portaerei nel Mediterraneo e le forze basate in Italia sono state trasferite nel Golfo Persico a difesa di obiettivi americani. È un errore tattico di non poco conto.
Il secondo è che nonostante l'ammissione americana di aver fatto tutto da soli gli iraniani continuano a sostenere che l'eliminazione di Qassem Soleimani sia il frutto di una collaborazione tra CIA e Mossad. Insomma, secondo Teheran Israele non può essere esente da responsabilità e quindi nemmeno dall'essere un obiettivo per una eventuale ritorsione.
Il terzo, forse il più banale ma anche il più probabile, è che gli iraniani preparano da anni un attacco a Israele e quale migliore occasione se non quella di una risposta ad un attacco di così alto profilo anche per giustificarsi di fronte al consesso internazionale?

 Le opzioni sul tavolo di Netanyahu
  Ieri sul tavolo di Netanyahu sono state presentate diverse opzioni e diversi scenari. La prima opzione è quella di mantenere la calma e continuare con la stessa politica "preventiva" portata avanti fino ad oggi (forse la più logica in questo momento). La seconda è quella di intensificare le operazioni preventive e di colpire prima di essere colpiti. Sul tavolo anche "operazioni a lungo raggio" da effettuarsi con gli F-35 per "mandare un chiaro segnale a Teheran", ma questa è davvero l'ultima delle opzioni. Forse in questo momento è più prudente mordere il freno piuttosto che accelerare.

 "Alert" per i cittadini americani in Israele
  Ieri l'ambasciata americana a Gerusalemme ha mandato un "alert" a tutti i cittadini americani presenti nello Stato Ebraico avvisandoli che «in caso di attacco con mortaio o razzo verranno attivate le sirene di allarme rosso». In quel caso i cittadini americani devono prendere sul serio l'allarme e dirigersi immediatamente nel luogo sicuro più vicino e seguire dettagliatamente le istruzioni delle autorità locali. Anche questo non è proprio un buon segnale visto che gli alert delle ambasciate si basano su informazioni di intelligence anche se il messaggio è stato fatto passare come "un eccesso di prudenza".

(Rights Reporters, 7 gennaio 2020)


Minacce dei pasdaran. E ora Israele si blinda

di Giordano Stabile

Israele si sente di nuovo in prima linea e il premier Benjamin Netanyahu convoca il Consiglio di difesa per perfezionare i piani di prevenzione dopo le minacce dei Pasdaran: rafforzato lo schieramento dello scudo anti-missile su tutto il Paese e delle unità corazzate lungo i confini con Siria e Libano. Ciò significa che Israele teme lanci di missili o incursioni di terra da parte delle milizie sciite filo-iraniane schierate in Libano, Siria o Iraq. La vendetta per l'uccisione di Suleimani ha infatti come primo obiettivo le basi Usa, ma subito dopo «Tel Aviv». Lo Stato ebraico teme di diventare bersaglio di razzi e missili su due fronti. Al Nord ci sono gli ordigni dell'Hezbollah libanese e quelli piazzati a ridosso del Golan in Siria. Nella Striscia di Gaza operano due alleati di Teheran. Uno strettissimo, la Jihad islamica. L'altro, Hamas, si è riavvicinato alla Repubblica islamica proprio in occasione dell'uccisione del comandante dei Pasdaran, e il leader politico lsmail Haniyeh è stato ricevuto ieri dal successore di Soleimani. È una tenaglia fra estremisti sciiti e sunniti che rende la posizione di Israele delicata. Netanyahu ha ordinato ai ministri di non esprimersi via radio sull'lran nel timore che possano anche loro essere obiettivo di attacchi. L'unico autorizzato ai commenti è Netanyahu, che domenica ha lodato Trump «per aver agito con determinazione, potenza e velocità» nel blitz di Baghdad. Un omaggio alla relazione speciale che ha portato una serie di vantaggi a Israele, dallo spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme al riconoscimento della sovranità sul Golan. Dalle analisi delle dichiarazioni dei leader sciiti l'Intelligence ritiene poco probabile attacchi sul territorio, anche se l'esercito mantiene uno stato di vigilanza elevato alle frontiere. Secondo il quotidiano Israel ha-Yom misure di sicurezza particolari sono state adottate nelle rappresentanze diplomatiche occidentali. L'ambasciata Usa a Gerusalemme ha lanciato un appello ai suoi cittadini affinché mantengano «la massima vigilanza», in quanto «incidenti, inclusi lanci di razzi, spesso avvengono senza preavviso». L'altro timore è il rapimento di civili Usa o europei da parte di gruppi estremisti. Washington ha ordinato l'evacuazione del personale delle aziende petrolifere in Iraq e le ambasciate nelle capitali arabe hanno invitato alla prudenza i cittadini nella regione.

(La Stampa, 7 gennaio 2020)


«Teheran non avrà mai la Bomba»

Trump: « Via dall'Iraq? Prima Bagdad ci restituisca i soldi». La Nato: «L'uccisione di Soleimani scelta americana». E i democratici chiedono i documenti della Cia

di Giuseppe Sarclna

WASHINGTON - Donald Trump continua a rilanciare, spezzando ogni giorno un vincolo politico o giuridico. Ieri ha risposto alle critiche che arrivano da Capito) Hill, inventando il «tweet notifica», ultima evoluzione della sua particolare visione dei rapporti tra le istituzioni dello Stato: «Questo messaggio pubblico serve come notifica al Congresso che se l'Iran dovesse colpire qualsiasi cittadino o bersaglio americano, gli Stati Uniti risponderanno velocemente e in un modo sproporzionato. Questo preavviso legale non è richiesto, ma in ogni caso lo stiamo dando». Poche righe, quindi, per buttare all'aria anni di sofisticate analisi sulla legislazione in tempo di guerra e, soprattutto, per arginare l'offensiva politica dei democratici. E un commento anche sul voto iracheno che prevede la cacciata dei soldati americani: «Abbiamo lì una base costata moltissimo. Non ce ne andremo a meno che non ci restituiscano i soldi».
   Ieri i leader progressisti al Senato hanno scritto alla Casa Bianca, chiedendo di declassificare le informazioni riservate fornite dalla Cia che hanno spinto il presidente a ordinare l'uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani. E una mossa politicamente logica. I democratici sospettano che i falchi di Washington abbiano agito sulla base di sospetti sommari. Ma per il momento Trump semplicemente rifiuta di confrontarsi e, tanto meno, di coinvolgere l'opposizione. In serata la sua consigliera Kellyanne Conway si è incaricata di spiegare il perché ai giornalisti: «Voi pensate che cambierebbe qualcosa se fornissimo le prove al Congresso? Sembra quasi che i democratici vogliano difendere Soleimani e attaccare il presidente ... In ogni caso a breve ci saranno i briefing con i parlamentari e quanto ai rapporti "top secret" spetta al Pentagono decidere».
   In questa fase i vertici dell'amministrazione stanno faticando parecchio per attutire le sparate del leader. La più rumorosa è la minaccia di distruggere «52 siti di importanza culturale in Iran». Trump è stato sommerso da critiche durissime in tutto il mondo. L'altro giorno il Segretario di Stato Mike Pompeo, pattinando sulle parole, aveva assicurato che «tutte le iniziative del governo Usa rimarranno nell'ambito della legalità». Ieri la stessa Conway ha proposto un'interpretazione decisamente più audace: «Penso che l'Iran abbia molte strutture militari o strategiche che potreste anche classificare come siti culturali». Più tardi ha dovuto precisare che non intendeva dire che gli ayatollah abbiano occultato armi o missili nei monumenti storici.
   Alla polemica interna si sovrappongono le tensioni diplomatiche con gli alleati. Il Segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, si era visto costretto a convocare una riunione straordinaria che si è tenuta ieri. Difficile mascherare l'imbarazzo e anche l'irritazione: «L'uccisione di Soleimani è stata decisa dagli Stati Uniti non dall'Alleanza».
   Dopodiché l'organizzazione si è ricompattata sulla risposta da dare all'Iran sul nucleare. Teheran ha annunciato che «da questo momento non rispetterà più alcun impegno». In mattinata Trump aveva mobilitato maiuscole e punti esclamativi su Twitter: «l'Iran non avrà mai la bomba nucleare». Gli altri 28 Paesi dell'Alleanza atlantica si sono allineati agli Usa, come ha detto ancora Stoltenberg: «Tutti hanno concordato sul fatto che l'Iran non dovrà mai ottenere l'arma nucleare e hanno espresso preoccupazione sul programma missilistico di Teheran. L'Iran, inoltre, deve astenersi da ulteriori provocazioni». Il Segretario della Nato chiude con un generico appello «alla de-escalation e a comportamenti responsabili». E il segnale che al momento non ci sono margini per un'iniziativa politicodiplomatica concreta.

(Corriere della Sera, 7 gennaio 2020)


Jair Bolsonaro: "Soleimani fu il responsabile dell'attacco all'AMIA a Buones Aires nel 1994"

Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro
Il generale iraniano Qassem Soleimani, capo dell'unità dell'IRGC Al Quds, ucciso la settimana scorsa in un attacco aereo americano in Iraq, era dietro l'attentato dinamitardo contro il centro ebraico della Mutual Israeli Argentine Association (Amia) a Buenos Aires il 18 luglio 1994, secondo quanto riferito dai media argentini.
  Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, che ha sostenuto l'operazione USA in cui è stato ucciso Soleimani, ha affermato di aver ricevuto informazioni secondo cui il comandante della forza iraniana dei Quds ha partecipato all'attacco al gruppo ebraico argentino nel 1994. «La sua vita precedente [quella di Soleimani] si è concentrata principalmente sul terrorismo. E, qui in Brasile, la nostra posizione è molto semplice: tutto ciò che possiamo fare per combattere il terrorismo, lo faremo», ha detto Bolsonaro.
  Il coinvolgimento di Soleimani nel bombardamento di Buenos Aires è stato ricordato da politici e giornali israeliani venerdì. "Mi congratulo con il presidente Donald Trump e l'intero Medio Oriente per l'azione che ha ucciso Soleimani -, ha dichiarato Yair Lapid, leader del partito israeliano di opposizione blu e bianco -. Ha pianificato e condotto attacchi mortali terroristici da Damasco a Buenos Aires ed è responsabile dell'omicidio di migliaia di civili innocenti. Ha ottenuto esattamente ciò che meritava», ha detto.

 L'attentato del 1994
  L'atto terroristico, il peggiore della storia dell'Argentina, è stato innescato da un furgone carico di 400 chili di esplosivo e ha lasciato 85 morti e 300 feriti. Due anni prima, un altro attacco ha distrutto l'edificio dell'ambasciata israeliana a Buenos Aires. Un agente di Hezbollah è stato accusato di essere la mente dietro l'attacco ordinato dall'Iran. Soleimani è stato nominato nel caso AMIA in Argentina dal 2003 in poi, un rapporto che non è mai stato addebitato, secondo il quotidiano argentino Clarin.
  Secondo quanto riferito, l'ordine di azione a Buenos Aires è arrivato dall'Ayatollah Ali Khamenei, il leader supremo dell'Iran, durante una riunione tenutasi nell'agosto 1993. Spetta a Soleimani organizzare l'azione nei prossimi 11 mesi. Soleimani, tuttavia, ha attirato l'attenzione delle autorità giudiziarie argentine quando ha reso omaggio all'ex capo del servizio di sicurezza estero di Hezbollah libanese, Imad Moughnieh, che è stato accusato di essere stato il cervello dietro i bombardamenti dell'edificio AMIA. In Libano, Soleimani era stato visto pregare da solo sulla tomba di Imad Mougnieh che fu ucciso da Israele".
  Hezbollah ha giurato vendetta dopo che uno dei suoi principali comandanti, Imad Moughnieh, è stato ucciso in un attacco a Damasco di cui il gruppo ha ritenuto responsabile Israele.

 La verità nel rapporto di Nisman
  Quando Moughnieh è stato ucciso nel 2008, il procuratore argentino incaricato delle indagini sui bombardamenti dell'AMIA, Alberto Nisman, ha detto ai giornalisti che Moughnieh era "il principale responsabile operativo dell'attacco". Come è noto, però, Nisman era stato trovato morto qualche ora prima di presentare ai parlamentari delle prove relative alle sue accuse contro il presidente Cristina Kirchner e il ministro degli esteri Timerman, colpevoli secondo lui di avere preparato un "piano di impunità" per "proteggere i fuggitivi iraniani" responsabili dell'attentato. Il rapporto di 11 pagine in inglese affermava che due membri della Forza Quds Kaml Za're e Karim Zadeh sarebbero stati in Argentina nel 1993, presumibilmente svolgendo compiti di intelligence prima dell'attacco del 1994. Ha detto che Ashari è stato inviato come terzo segretario dell'ambasciata iraniana a Buenos Aires per presumibilmente assumere il piano di attacco.
  Il documento fornisce una spiegazione dettagliata della nascita e dell'espansione della Forza Quds, della sua organizzazione e dei suoi presunti attacchi terroristici all'estero. Sottolinea che il quartier generale della base è a Teheran e che "il comandante (nel 2003) è il generale di brigata della guardia, Qasem Soleimani e il suo vice comandante è il generale di brigata della guardia Rabiee, che lavora a stretto contatto con il ministero (di Intelligence) e partecipa agli incontri più importanti ".
  Il rapporto fu consegnato all'ambasciata argentina a Londra perché dal 21 agosto dello stesso anno l'ex ambasciatore iraniano a Buenos Aires, Hadi Soleimanpour, era stato arrestato da Scotland Yard su richiesta del giudice Galeano: era sospettato di aver sostenuto il gruppo Hezbollah che ha perpetrato l'attacco.
  Infine, l'estradizione non si è concretizzata perché il ministero dell'Interno britannico non ha voluto affrontare il rischio rappresentato dalla misura e dopo che l'ambasciata inglese a Teheran è stata colpita.

(Bet Magazine Mosaico, 7 gennaio 2020)


L'eliminazione di Soleimani ostacola il progetto imperialista iraniano

Bisogna essere grati del fatto che alla testa degli Usa ci sia Trump e non Clinton o Sanders

di Ugo Volli

Le analisi che abbiamo letto in questi giorni dopo l'uccisione americana del generale Soleimani sono state viziate, come al solito, da odio antiamericano e subalternità all'islamismo. Eppure gli argomenti per considerare giustificato e utile, addirittura necessaria la scelta di Trump sono chiarissimi.
   In primo luogo, sul piano etico-politico, è chiaro che negli ultimi tempi più ancora che in passato, l'Iran sta usando le risorse di un paese ricco, beneficato ulteriormente dall'accordo IPCOA voluto da Obama, per preparare una guerra in grande stile, apprestando sistemi d'arma missilistici intercontinentali e bombe atomiche; ma soprattutto sta conducendo una guerra a bassa intensità, spesso usando satelliti come Hezbollah, Houtis, Hamas e contando sull'appoggio russo e cinese, contro Stati Uniti, Israele, Arabia ed Egitto, alla ricerca di un impero regionale. Per costruirlo l'Iran ha bisogno di eliminare Israele, cacciare gli Stati Uniti dalla regione imponendo loro perdite intollerabili e colpire i centri di potere alternativo come Arabia ed Egitto. Se ci riuscisse potrebbe contare sui due terzi delle risorse petrolifere del mondo e controllare stretti vitali per l'economia mondiale come quelli che chiudono il Golfo Persico e il Maro Rosso.
   Questo progetto imperialista, cui corrisponde un controllo totalitario della società interna, è in corso da decenni, è stato fortemente incrementato dall'IPCOA e ha portato l'Iran a controllare quattro stati stranieri (Libano, Siria, Iraq, Yemen), minacciando ormai da vicino Israele e Arabia. Negli ultimi mesi, oltre ad attaccare i propri nemici in questo teatro, l'Iran ha rapito petroliere e altre ne ha colpite con Mine nel Golfo e all'imbocco del Mar Rosso, ha bombardato i pozzi di petrolio dell'Arabia, ha cercato di colpire Israele dal Nord e dal Sud con altri missili, ha abbattuto mezzi militari americani, ha investito risorse ingenti per creare una rete logistica militare dal suo territorio attraverso l'Iraq e la Siria fino al Libano. Insomma esso è oggi oggettivamente il più grande e attivo pericolo per la pace del mondo. Il coordinamento di questa grande azione strategica e le disposizioni alle forze fantoccio nei vari paesi è stato il lavoro di Soleimani, un compito difficile e gigantesco, compiuto dal capo militare dell'Iran con grande e terribile competenza.
   Date queste premesse, il problema etico-politico è il seguente: cosa bisogna fare di fronte agli aggressori più pericolosi e determinati? Di fronte agli Stalin, agli Hitler, ai Tamerlano, ai Gengis Kahn, bisogna resistere o cercare di calmarli con le concessioni? Lo spirito prevalente oggi in Europa e naturalmente in Italia, risponde a questo secondo principio, come accadde negli anni Trenta con l' "appeasement" di Chamberlain di fronte a Hitler. L'esperienza dice che questo atteggiamento non funziona, anche perché di solito questi aggressori sono in debito di risorse (questo è il caso dell'Iran, ma oggi anche della Turchia e della Russia) e cercano di usare il loro imperialismo per procurarsele depredando gli aggrediti e di usarle poi ancora per estendere l'offensiva. Bisogna dire che l'Europa collabora attivamente all'armamento iraniano, sostenendo attivamente l'economia degli ayatollah imperialisti, organizzando anche forme semiclandestine di commercio per aggirare la sanzioni americane.
   E' essenziale dunque contenerli, come Churchill e Truman (e poi di nuovo Reagan) fecero con l'Urss, combatterli, bloccarli, se occorre anche con mezzi militari, come ancora Churchill fece con la Germania nazista, nonostante le profferte di pace di Hitler. Questa è la scelta che ha fatto Trump, ed è perfettamente giusta. Molto, molto meglio rischiare oggi un conflitto armato quando il nemico non lo vuole e privarlo di risorse importanti, che subirlo quando esso sarà pronto e giudicherà conveniente attaccare.
   Sul piano giuridico, bisogna chiedersi se gli attacchi iraniani che ho riassunto sopra siano atti di guerra legittimi o gesti terroristici. Nel primo caso è naturalmente legittimo cercare di eliminare il comandante militare nemico, cogliendo un momento in cui egli è scoperto: si tratta di un normale atto di guerra. Nel secondo caso non si tratta di un militare ma di un terrorista, colto nel momento in cui stava cercando di organizzare nuovi atti di terrore contro il personale americano in Iraq: non si vorrà pensare che Soleimani fosse andato da Damasco all'aeroporto di Baghdad in gita di piacere? Gli americani del resto hanno detto di avere le prove di un imminente e molto sanguinoso attacco contro le loro forze. Anche in questo caso non vi è dubbio che il diritto stia dalla parte di Trump.
   Infine, le previsioni su quel che accadrà ora. L'Iran è un grande stato, con 80 milioni di sudditi e un territorio esteso e naturalmente ben difeso. Senza dubbio impensierisce Israele, ma non ha le armi per far paura agli americani. Strepita e minaccia vendetta, ma non è detto che ci provi davvero, anche perché legittimerebbero un'ulteriore reazione americana che facilmente distruggerebbe risorse materiali importanti per i loro piani imperialistici. Semmai, il problema è che l'eliminazione del comandante in capo dei militari non ha distrutto le armi più pericolose dell'Iran, cioè le bombe atomiche in via di fabbricazione e i missili balistici a lunga gettata. Questo è un lavoro che resta da fare, e se non all'America, toccherà certamente a Israele che ne è direttamente minacciato.
   Ma questo è un altro argomento, che probabilmente dovremo affrontare non fra molto. Per ora possiamo solo essere grati per il fatto che alla testa degli Stati Uniti ci sia Trump e non un Obama, una Clinton o un Sanders. Dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale e della legittimità degli insediamenti, ora ha anche preso in mano direttamente l'eliminazione di Soleimani, che sembra per due volte Obama avesse impedito a Israele, passando le informazioni all'Iran. Ancora una volta come spesso nel secolo scorso l'America si sta prendendo la responsabilità e l'onere di salvare il mondo da una terribile minaccia.

(Progetto Dreyfus, 7 gennaio 2020)


Studio israeliano: nel 2019 sono calati gli attentati suicidi nel mondo

Fattore principale: la sconfitta dello stato islamico

TEL AVIV - Nel 2019 il numero complessivo di attentati suicidi nel mondo è stato di 149, con un ulteriore calo rispetto agli anni passati: 470 nel 2016, 349 nel 2017 e 293 nel 2018. Lo afferma uno studio condotto dall'Istituto di studi di sicurezza nazionale (Inss) di Tel Aviv secondo cui quel calo è in parte da attribuirsi alla sconfitta definitiva nel 2019 dello Stato islamico. Nonostante il declino numerico, gli attentati suicidi restano secondo il Centro studi "un modus operandi utile ed efficace al servizio dei gruppi terroristici".
Nel 2019 sono stati condotti da 21 organizzazioni diverse, "la grande maggioranza delle quali legate a movimenti salafiti-jihadisti" islamici. Secondo gli autori dello studio (Yoram Schweitzer, Aviad Mendelboim e Dana Ayalon) l'Isis ed al-Qaida non hanno comunque rinunciato a ricorrere ad attentati suicidi, nei quali vedono fra l'altro un significato religioso.
La ripresa di quelle attività, avverte il Centro studi, dipenderà dalle loro capacità organizzative di ripresa e dalla situazione nei Paesi in cui essi operano.

(ANSAmed, 7 gennaio 2020)


Polveriera araba

Le mire dell'Iran e gli interessi internazionali stanno sconvolgendo l'area. Ma la morte di Soleimani può aprire nuove prospettive in Siria, Libano e territori palestinesi.

Liberazione
Nelle case degli iracheni festeggiata la notizia della morte del generale
La metafora
Israele ora è accerchiato come fosse una villa in mezzo a una giungla

di Fiamma Nirenstein

Chi si immagina che sia adesso il momento in cui il Medioriente rischia il caos è davvero distratto. Qualcuno ha detto che Israele è una villa nella Giungla. Lasciando da parte la villa, la giungla è veramente tale. Ed è difficile che possa essere più intricata e selvaggia, da molti anni. L'esplosione è sempre a portata di mano. È vero che ieri il Parlamento iracheno ha chiesto al governo di escludere la presenza militare americana in seguito all'eliminazione di Soleimani. E questa non sarà l'unica conseguenza immediata del gesto di Trump. E tuttavia, come una volta mi disse Arafat, le onde del deserto cambiano per posizione, altezza, colore: ma la sabbia resta sempre la stessa.
   Gli Usa si possono aspettare adesso che le milizie sciite in Iraq attacchino i militari, i diplomatici, i civili. L'Iraq appare il più logico teatro per una risposta immediata, là è stato eliminato, oltre al generale Soleimani, anche Abu Mahdi al Muhandis, il capo delle milizie filoiraniane irachene. Ma anche se gli americani sono stati estromessi politicamente, questo non stabilizza il potere filoiraniano. Molti iracheni non hanno nessuna simpatia né per gli americani né, tantomeno, per gli iraniani. Nelle case irachene si è distribuito dolci quando Soleimani è stato ucciso, ripensando ai più di duecento morti che nelle settimane scorse le milizie hanno fatto nelle piazze di Baghdad che protestavano contro l' establishment filoiraniano. I molteplici, aggressivi interessi internazionali che sconvolgono il Medioriente sono uno dei motivi delle infinite sanguinose rivoluzioni che hanno sconvolto questa larga porzione del globo terracqueo: l'America, la Russia, l'Iran, il potere sunnita, la Turchia, la Cina, tutti fomentano scontri fratricidi, causati alla base da autoritarismo, corruzione, violazione dei diritti umani, povertà, terrorismo, che a partire dalla prima Primavera Araba hanno portato a milioni di morti e alla biblica emigrazione dell'ultimo decennio. La maggiore delle guerre è ancora in corso in Siria, e oltre a Russia, Iran, Hezbollah, si è presentata un'altra forza armata contro i Curdi, quella di Erdogan, il presidente Turco. Anche lui sia in Siria che in Libia sfodera il suo imperialismo ottomano che si presenta come contraffaccia di quello Iraniano sciita. Ma i due hanno anche interessi comuni.
   E negli ultimi due anni una seconda, altrettanto tragica Primavera, sulle ali di un sacrosanto desiderio di pulizia e democrazia, di nuovo si è affacciata nei Paesi Arabi. La Tunisia, la Giordania, il Sudan, l'Algeria, l'Egitto, l'Iraq, il Libano e persino Gaza ne sono stati coinvolti. Così, il dittatore del Sudan Omar al Bashir è stato scalzato, e il decano algerino Abdulaziz Buteflika ha dovuto mollare il potere costruito come una corazza sulla vecchia pelle. In Egitto, il potere era stato strappato dal generale Abdel Fattah al Sisi al capo della Fratellanza Musulmana Muhammad Mursi, che l'aveva a sua volta carpito all'immarcescibile Hosni Moubarak. Anche là, la folla si è di nuovo ribellata nei mesi scorsi per fame, protesta contro il potere incontrollato, oltre che fanatismo religioso. Due rivoluzioni sono state quelle che hanno implicato insieme all'odio generalizzato verso le classi dirigenti mafiose e corrotte quello verso l'imperialismo Iraniano, quella Irachena e quella Libanese. A Beirut la folla unita cristiana e musulmana ha affrontato le milizie Hezbollah; in Iraq nelle province del sud popolate quasi solo da sciiti le forze filoiraniane sono state attaccate. Al nord i sunniti erano già stati piegati. Queste proteste hanno preoccupato gli Ayatollah per l'incoraggiamento ai cittadini iraniani stessi che osavano scendere in piazza per un cambio di regime.
   Di certo, in queste ore montano tensioni di ogni tipo, e non è peregrino pensare che la morte del campione dell'imperialismo iraniano rimetta in moto desideri libertari identici a quelli che lui stesso aveva represso. I siriani, i libanesi, i palestinesi che nei mesi scorsi si erano ribellati a Hamas, possono tutti quanti riprendere la strada. Forse ha fatto male Hassan Nasrallah fra una minaccia e l'altra e mostrare le foto prese con Soleimani un giorno prima che fosse eliminato. Forse non sono piaciute a tutti, a casa sua e in giro per il Medioriente infuocato.

(il Giornale, 6 gennaio 2020)


Soleimani, il terrorista dei tre mondi: contro gli ebrei in Asia, Ue e Americhe

Funerali da martire in patria. La rete del generale con gli Hezbollah libanesi fino all'Argentina. Nel 2011 Una bomba fu piazzata in un bar di Washington per uccidere l'ambasciatore saudita

di Robuta Zunini

 
Una marea di iraniani ha partecipato alla sepoltura di ciò che è rimasto del corpo appartenuto al Generale Qassem Soleimani. Come si è visto dal video e immagini dell'Huffington Post dell'attentato americano contro il capo supremo dei Pasdaran, i droni americani hanno di fatto incenerito lui e la sua scorta.
   Nella sua carriera terroristica Soleimani non aveva architettato attacchi solo all'interno dei confini di Israele, ma anche contro i membri della diaspora ebraica. Soleimani per colpire gli ebrei sudamericani si è servito di un'altra diaspora: quella libanese. Sono molti gli uomini libanesi di religione musulmana sciita che hanno scalato la piramide politica e sociale di molti paesi del Centro e Sud America. Alcuni di questi politici e uomini d'affari centro e sudamericani di origini libanesi sono stati negli anni assoldati dal partito armato sciita libanese Hezbollah creato e finanziato dai Pasdaran iraniani. Le recenti inchieste dei siti di giornalismo investigativo Politico e Mediapart hanno ricostruito la rete capillare di agenti di Hezbollah nel continente sudamericano che fanno affari con i narcos dei tanti cartelli. Il potere d'offesa e di corruzione dei Pasdaran e dunque di Hezbollah è risultato eclatante in Venezuela ed Argentina Nel 2017 a Buenos Aires è stata riaperta l'inchiesta sulla morte del procuratore di religione ebraica Alberto Nisman che nel 2015 fu trovato morto per un colpo di arma da fuoco. La tesi del suicidio, dopo essere stata data per buona, è stata archiviata e si sta di nuovo indagando.
   Qualche giorno prima di venire ucciso, Nisman aveva avanzato nei confronti dell'allora presidente della Repubblica Cristina Kirchner (oggi neo vice presidente) il sospetto di aver cospirato per insabbiare l'indagine che lo stesso Nisman stava effettuando circa il presunto coinvolgimento dell'Iran, attraverso gli agenti locali di Hezbollah, nell'attentato del 1994 contro un centro ebraico nella capitale argentina.
   L'esplosione provocò la morte di 85 persone. La morte di Nisman avvenne proprio il giorno prima della testimonianza in aula del giudice di fronte alla commissione parlamentare, così l'inchiesta si fermò. Ma un dato è certo, ed è il perno della nuova inchiesta per omicidio. L'allora presidenta Cristina chiese al ministro degli Esteri Hector Timerman e ad altri funzionari di attivarsi per trovare una qualche forma di immunità per alcune persone di origini iraniane sospettate per l'attacco, sperando in questo modo di migliorare i rapporti diplomatici e commerciali con l'Iran allo scopo di acquistare petrolio a basso prezzo, ha scritto Il Post nella ricostruzione del caso. Cristina era molto legata al presidente del Venezuela Chaveze ora a Maduro e al suo collega di partito, nonché ex ministro e vice presidente Tareck el-Aissami, accusato di terrorismo e riciclaggio dalla magistratura americana. C'è un altro episodio che riguarda l'attività di Soleimani e che passa dall'America Latina. Per fortuna l'attentato in questo caso fu sventato. Nel 2011 una bomba era stata piazzata tra i tavoli del caffè Milano di Washington per uccidere l'ambasciatore saudita Adel Al Jubeir. In seguito a questo fatto, Soleimani finì nella lista nera americana dei terroristi. Il protagonista di questa spy story è Mansour Arbabsiar, cittadino americano di origine iraniana, cugino di Abdul Reza Shahlai, un alto ufficiale della forza Al Quds delle Guardie della Rivoluzione guidata da Soleimani. Per questo fu scelto per ingaggiare un attentatore. Dato che abitava a Corpus Christi, al confine con il Messico, Arbabsiar pensò di rivolgersi ad un narcotrafficante messicano. Il narcotrafficante era però un infiltrato della Dea, l'agenzia americana antidroga Arbabsiar, che si dichiarò colpevole, fu condannato a 25 anni di carcere. Gli iraniani, ovviamente, negarono tutto, parlando di "propaganda americana".

(il Fatto Quotidiano, 6 gennaio 2020)


Esmail Ghaani, il sostituto di Qassem Soleimani con la passione per Hamas

Alcune informazioni sul successore di Qassem Soleimani

di Sarah G. Frankl

Qassem Soleimani e Esmail Ghaani      
È poco conosciuto al grande pubblico, ha sempre operato nell'ombra, ma il Generale Esmail Ghaani, il sostituto di Qassem Soleimani, non è affatto uno sconosciuto per il Mossad o per le altre agenzie di spionaggio.
Se Soleimani era l'architetto della grande ragnatela di gruppi terroristici legati a Teheran che infetta il Medio Oriente, Esmail Ghaani ne è il "manovale".
Grande amico di Soleimani, una volta parlando del loro rapporto disse che erano entrambi «figli della guerra» e che erano diventati amici sul campo di battaglia.
Fu lui nel 2015 ad ammettere per la prima volta apertamente che l'Iran inviava armi e missili ad Hamas nella Striscia di Gaza.
Il suo nome venne fuori per la prima volta nel 2010 quando 13 container pieni di armi vennero intercettati in Nigeria, armi che secondo il Mossad erano destinate ad Hamas mentre secondo le autorità nigeriane erano destinate ad un gruppo sciita nigeriano. Secondo il Dipartimento di Stato americano era stato proprio Esmail Ghaani a organizzare quella spedizione.
Qassem Soleimani architettava alleanze con i gruppi terroristici sciiti e Esmail Ghaani le perfezionava fornendo loro armi e denaro.
Ma la sua vera passione è la cosiddetta "resistenza palestinese", in particolare Hamas. Sebbene a Gaza ci sia la Jihad Islamica palestinese, direttamente dipendente da Teheran e costruita da Soleimani, per Esmail Ghaani armare e finanziare Hamas è sempre stato l'obiettivo primario.
Lo si deve proprio a lui il congruo finanziamento che mensilmente Teheran invia ai terroristi di Hamas e sempre lui si deve "ringraziare" se i missili Fajr 5 e altri "giocattoli del genere" arrivano a Gaza.
Non ha il carisma di Qassem Soleimani ma ha la stessa predisposizione a creare legami con gruppi terroristici trasformandoli in veri e propri proxy.
Secondo l'intelligence israeliana è un abile manovratore di persone, ma soprattutto è spietato, anche con i sottoposti. Non ammette errori.
Quasi certamente è uno dei pochissimi a conoscere i piani che aveva Qassem Soleimani e questo lo rende il successore perfetto, forse addirittura migliore per gli Ayatollah visto che non è "ingombrante" come invece era Soleimani.
Estremamente schivo, di lui si ricordano poche frasi celebri, tra le quali: «se non ci fosse la Repubblica islamica, gli Stati Uniti avrebbero bruciato l'intera regione».

(Rights Reporters, 6 gennaio 2020)


Via l'antisemitismo dallo sport

di Ettore Di Bartolomeo

Negli stadi non sono, purtroppo, rari casi di violenza e intolleranza di matrice antisemita. Un fenomeno tanto odioso quanto preoccupante che ha spinto un gruppo di parlamentari, tra cui i "grillini" Paolo Lattanzio, Felice Mariani e Antonio Zennaro e la vicepresidente della Camera Mara Carfagna a dare vita all'intergruppo "Sport e lotta all'antisemitismo" con l'obiettivo di promuovere i valori di amicizia, cooperazione, collaborazione e inclusione, affrontando e superando i recenti episodi di discriminazione e intolleranza.
   Questa volta a mobilitarsi sono le società calcistiche e le istituzioni sportive hanno raccolto l'invito dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei) per un impegno ancor più serrato su questo versante. Un messaggio forte e unitario sarà lanciato giovedì 16 gennaio, alle ore 16, nella sede del Centro bibliografico Ucei, in occasione dell'evento "Un calcio al razzismo". Accanto alla presidente Ucei, Noemi Di Segni, che ha ideato l'evento, rivolto in particolare ai giovani, ci saranno tra gli altri il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina, il presidente dell'Associazione italiana calciatori Damiano Tommasi, l'ad della Lega calcio serie A Luigi De Siervo e l'ad della Lega nazionale dilettanti Cosimo Sibilia.
   Oggi più che mai - afferma Di Segni - è fondamentale ribadire l'importanza di uno sforzo senza tregua contro le parole dell'odio, troppo spesso egemoni nelle curve degli stadi. Una minaccia che non si limita ai novanta minuti di gioco, ma che dagli stadi finisce per propagarsi in tutta la società italiana. Dare un calcio al razzismo è impegno non più procrastinabile".
   All'iniziativa, cui hanno aderito il Coni, diverse società professionistiche e i direttori delle principali testate sportive nazionali, sono invitati a partecipare dirigenti, atleti e istituzioni in campo ad ogni livello nella lotta al razzismo nel calcio. I presenti, per rafforzare questo impegno, saranno chiamati a firmare il "Manifesto della comunicazione non ostile per lo sport" realizzato dall'associazione "Parole O-Stili".
   A orientare la declinazione del Manifesto della comunicazione non ostile per lo sport sono stati i contributi di oltre 100 fra atleti, club, squadre, federazioni, aziende, giornalisti e comunicatori legati al mondo dello sport.
   Si tratta di dieci semplici principi di stile a cui ispirarsi per ristabilire un contatto diretto, sincero e fondato sui valori nobili dello sport, così da evitare un linguaggio ostile nel tifo e nella comunicazione. Ed ecco il decalogo che dovrebbe orientare i professionisti dello sport e della comunicazione nel corso della loro attività:
  1. Virtuale è reale
  2. Si è ciò che si comunica
  3. Le parole danno forma al pensiero
  4. Prima di parlare bisogna ascoltare
  5. Le parole sono un ponte
  6. Le parole hanno conseguenze
  7. Condividere è una responsabilità
  8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare
  9. Gli insulti non sono argomenti
  10. Anche il silenzio comunica.
(la Discussione, 6 gennaio 2020)


Francia - Picchiò duramente una 65enne ebrea, presto sarà libero. Numerose proteste

di Leonardo Martinelli

Presa a botte, in maniera selvaggia. E poi buttata giù dalla finestra, dal terzo piano di un complesso di alloggi sociali, dove viveva: fu la triste sorte di Sarah Halimi, 65 anni, ebrea, medico in pensione, conosciuta da tutti a Belleville, il quartiere popolare dell'Est di Parigi. Venne ammazzata così, la notte del 4 aprile 2017. Ma l'omicida, un vicino, che in quei momenti urlò «Allah Akbar» e «ho ucciso Shaitan (Satana, in arabo)», potrebbe essere liberato molto presto. I giudici lo hanno ritenuto colpevole ma «penalmente irresponsabile», perché aveva fatto uso di un'ingente quantità di cannabis, preda di un« delirio», che «ha annullato il suo discernimento».

 Le manifestazioni
  La sentenza della Corte d'appello di Parigi è stata resa nota lo scorso 19 dicembre e da allora la polemica sale. Ieri manifestazioni di protesta si sono svolte in diverse città e in particolare nella piazza della République a Parigi. Nei giorni scorsi, il rabbino capo di Francia, Haim Korsia, in una lettera aperta al ministro della Giustizia, Nicole Belloubet, si è chiesto: «Dovremmo dedurne che chiunque faccia uso di droghe abbia la licenza di uccidere ebrei?», Ma ormai si va oltre la sfera dell'antisemitismo. Francis Szpiner, avvocato dei figli della defunta, ha sottolineato che, «se si riconosce l'irresponsabilità dell'assassino, si rimette in causa un'intera giurisprudenza. Si ammette l'impunità di fatto di chi assume sostanze illecite, perché il soggetto non ne conoscerebbe le conseguenze». E la conclusione cui sono arrivati i medici, periti del processo: Kobili Traoré, questo il nome e il cognome dell'uomo di 27 anni, originario del Mali, si stava facendo da tempo una quindicina di canne al giorno, ha riconosciuto i fatti, ma era sostanzialmente fuori di sé.
  Quella notte, dopo una lite con i propri familiari, era riuscito a entrare nell'appartamento di alcuni vicini, che, terrorizzati, si erano barricati nel bagno, riuscendo comunque a chiamare la polizia. Lui poi dal balcone era saltato in casa di Sarah, che stava dormendo. Diversi vicini lo hanno sentito sbraitare e annunciare che stava uccidendo Satana. Traoré era a conoscenza della fede religiosa di quella vicina, poi scaraventata nel cortile del palazzo. I poliziotti giunsero sul posto troppo tardi {anche su questo ci sono polemiche). In seguito Traoré è stato ricoverato in un ospedale psichiatrico e non ne è mai uscito. Potrebbe essere liberato a giorni.

(La Stampa, 6 gennaio 2020)



Gasdotto EastMed: ecco perché i prossimi giorni sono importanti

di Cecilia Cacciotto

 Le scadenze di gennaio
 
  Per il gasdotto EastMed si apre una settimana importante. La firma del 2 gennaio dell'intesa tra Grecia, Israele e Cipro conferma la volontà di andare avanti, nei prossimi giorni si terranno tutta una serie di incontri tecnici, preliminari all'avvio del cantiere. Che durerà almeno 5 anni, il costo dell'opera si aggira intorno ai 5-6 miliardi di euro, stando ai calcoli il gasdotto avrà una portata di 10 miliardi di metri cubi di gas all'anno, ma potrebbe arrivare fino a 15 miliardi. Quantità che potrebbero soddisfare il 10% del fabbisogno energetico europeo, riducendo sensibilmente la dipendenza europea dalla Russia in questo settore.

 Ma procediamo con ordine e vediamo quali sono i prossimi appuntamenti di EastMed.
  Sono di queste ore gli incontri trilaterali tra Grecia, Cipro e Egitto al Cairo; il 7 gennaio il premier greco Kyriakos Mitsotakis dovrebbe parlare del dossier con lo stesso Donald Trump alla Casa Bianca e l'8 e 9 gennaio invece si terranno incontri tecnici con l'Egitto per delimitare la Zona economica esclusiva, tutto questo in vista del prossimo EastMed gas forum che si terrà più avanti a gennaio.

 All'ombra della rivalità greco-turca, si allunga la benedizione Ue e USA
  Un'opera benedetta da Unione europea, che ha riconosciuto l'infrastruttura di interesse generale, anche perché attenuerebbe la dipendenza energetica europea da Mosca, e dagli stessi Usa per diversi motivi geostrategici, tra gli altri quello di ridurre il potere negoziale di Mosca nei confronti dell'Europa per quanto riguarda le forniture energetiche. Se Russia e Stati Uniti si giocano la partita dell'energia per procura, questa si fa delicata per altre due rivali che si affacciano sul Mediterraneo: Grecia e Turchia, che negli ultimi tempi hanno dato prova di un dinamismo sospetto.
  Se Atene ha intrapreso una forte offensiva diplomatica su più fronti, Ankara non sta a guardare. E l'avvicinamento turco a Tripoli, più che riportare alla mente trascorsi lontani, proiettano Ankara come probabile dominus di un protettorato 'ottomano' che si allunga fino alla regione di Fezzan, ricca di gas e petrolio.
  La crisi siriana ha fortemente indebolito le rotte del petrolio da Arabia Saudita, Iran, Iraq e Stati del Golfo. E questo ha spinto Ankara a puntare , nella "battaglia del petrolio", al sud del Mediterraneo e per forza di cose alla Libia. E per realizzare quest'obiettivo Ankara ha deciso di mobilitare anche l'esercito.
  Cantiere e costi sono di quelli faraonici e, anche se non mancano i dubbi sulla fattibilità economica, il sostegno di Stati Uniti e Europa prima, eppoi l'entusiamo di Francia e Egitto suggeriscono un happy end.

 E l'Italia cosa fa?
  L'Italia è della partita sin dal primo momento, la prima road map del progetto risale al 2012. Fin da subito è stato pensato che un ramo del gasdotto approdasse in Italia nelle coste pugliesi, sempre vicino a Otranto. Anche se il premier Giuseppe Conte, l'estate scorsa si è detto contrario, le trattive sono riprese dopo l'incontro a Roma, lo scorso novembre, tra Conte e il premier greco Kyriakos Mitsotakis.
  Non solo, stando al quotidiano greco Ekathimerini il ministro italiano per lo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, in occasione del 2 gennaio, ha inviato una lettera di sostegno al progetto al ministro greco dell'Ambiente e dell'energia Kostis Hatzidakis. 'Vorrei esprimere i miei più calorosi auguri per il successo dell'iniziativa, che l'Italia continua a sostenere nel quadro dei progetti europei di interesse comune'.
  Ilcantiere durerà almeno cinque anni, per l'Italia in questo momento EastMed non è forse una priorità, per quanto i dossier sull'energia siano sempre prioritari, ma il governo di Roma si gioca una partita importante che è quella di esserci e contare nel mettere le basi strategiche dell'Europa di domani.

(euronews, 6 gennaio 2020)


Perché è Netanyahu il vero vincitore dello scontro tra America e Iran

di Gianluca Mercuri

 
Il grande vincitore dello scontro tra America e Iran è Bibi Netanyahu, il gatto dalla sette vite del Medioriente cui l'amico Donald ha fatto l'ennesimo regalo insperato: Haaretz schiera un altro dei suoi ottimi analisti, Aluf Benn, per spiegare gli effetti dell'uccisione di Qassem Soleimani. Ecco le sue valutazioni sui tre attori della crisi.
  1) L'America è incatenata al Medioriente. Hai voglia di dire basta con le guerre lontane e infinite: «Trump ha scoperto che il Medioriente si impone alla politica estera americana anche quando la superpotenza non è più dipendente dal petrolio della regione e a dispetto della sua comprensibile tendenza a concentrarsi sulla sfida cinese». La mancata reazione di Washington alla distruzione dei siti petroliferi sauditi da parte iraniana aveva suscitato viva preoccupazione tra gli alleati degli Usa e accentuato la tentazione di Teheran a osare sempre di più. L'attacco all'ambasciata americana a Bagdad è stato però un errore: nell'anno elettorale Trump non può permettersi una crisi come quella che stroncò Jimmy Carter nel '79 o come quella di Bengasi del 2012, che ferì a morte Hillary Clinton. Il presidente ha capito che «il prezzo politico dell'inazione sarebbe stato maggiore di quello delle critiche per il rischio di essere invischiato in una guerra». E ammazzando Soleimani «ha chiarito che gli Stati Uniti resteranno nell'area e sono legati ai loro interessi in essa». Oltretutto, «la scelta dell'obiettivo — noto a tutti — e la sua eliminazione — senza vittime civili e perdite Usa — sono state brillanti».
  2) L'Iran è alla mercé dell'America. Soleimani è stato fregato dal suo mito e dalla sua baldanza, non capendo che la libertà di movimento di cui ha goduto nell'ultimo decennio era una concessione degli Usa, perché li aiutava contro l'Isis. Ora l'Iran giura vendetta, ma in realtà «non ha modo di danneggiare l'America ed è completamente esposto alla capacità Usa di distruggere i suoi siti nucleari e petroliferi e di colpire i suoi leader senza grandi sforzi». Tutti obiettivi raggiungibili dal cielo, per i quali sono già pronti piani dettagliati nei cassetti del Pentagono.
  3) And the winner is... Bibi, indissolubilmente Bibi, maledettamente Bibi. Il premier israeliano sembra aver fatto un patto col diavolo, che lo salva ogni volta che pare finito. In pochi giorni ha schiacciato la ribellione nel Likud e avviato l'offensiva per ottenere l'agognata immunità che levi di mezzo i processi per corruzione e lo spettro del carcere. In più è arrivato il regalo di Capodanno di Trump, che riporta il tema della sicurezza in cima all'agenda politica israeliana a due mesi dalle ennesime elezioni, in programma il 2 marzo. Se per le prossime otto settimane la minaccia iraniana resterà prioritaria, Netanyahu può sfangarla ancora una volta: basta che aumenti l'affluenza al voto degli elettori di destra e cali quella degli arabi, e a essere imprigionati saranno i suoi rivali Gantz e Lapid. In un governo di unità nazionale in cui gli puliranno le scarpe.

(Corriere della Sera, 6 gennaio 2020)


Morte Soleimani, l'Iran risponde agli Usa: "Non rispetteremo più gli accordi sul nucleare"

di Artiaco

La risposta dell'Iran dopo la morte del generale Qassem Soleimani in un raid militare statunitense venerdì scorso a Baghdad non si è fatta attendere. La tv iraniana Al Arabiya ha infatti annunciato che Teheran non rispetterà più alcun limite previsto dall'accordo sul nucleare del 2015. L'emittente ha citato una dichiarazione dell'amministrazione del presidente Hassan Rohani, secondo cui il Paese arricchirà l'uranio "senza restrizioni in base alle sue esigenze tecniche". Poco prima, Houssein Dehghan, uno dei più stretti consiglieri dell'ayatollah Ali Khamenei, aveva annunciato in una intervista alla CNN che "la risposta dell'Iran sarà sicuramente militare e contro siti militari", replicando in questo modo al tweet in cui Donald Trump ha affermato che tra i possibili obiettivi degli Usa, per un totale di 52, ci sono anche siti culturali iraniani.

 Cosa prevede l'accordo sul nucleare iraniano del 2015
  Si ricordi, a quanti si chiedano cosa preveda l'accordo sul nucleare iraniano, stipulato tra Teheran e i paesi del cosiddetto "5+1", cioè i membri del Consiglio di Sicurezza dell'ONU con potere di veto (Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina) più la Germania, che con questo patto i paesi occidentali hanno concesso di eliminare progressivamente le sanzioni economiche imposte all'Iran negli ultimi anni, mentre l'Iran ha a sua volta accettato di limitare il suo programma nucleare e permettere alcuni periodici controlli da parte dell'ONU alle sue installazioni nucleari.

 Tensione Usa-Iran: "Teheran cancellerà Israele dalle carte geografiche"
  Ma la risposta dell'Iran agli attacchi statunitensi non si è esaurita qui. "Se gli Usa compiranno un nuovo attacco dopo la rappresaglia iraniana per l'uccisione del generale Qassem Soleimani, Teheran cancellerà Israele dalle carte geografiche". E' quanto affermato da Mohsen Rezai, ex capo delle Guardie della rivoluzione, attualmente segretario del potente Consiglio per la determinazione delle scelte, un organo di mediazione fra le diverse istituzioni dello Stato. "Le truppe Usa saranno presto espulse dalla regione", ha aggiunto Rezai, citato dall'agenzia Fars, parlando ad una commemorazione di Soleimani a Teheran.

 Riunione d'emergenza della Nato in programma lunedì
  Intanto, mentre volge al termine il primo corteo funebre a Ahvaz in onore di Soleimani e dopo che il Parlamento iracheno ha approvato una risoluzione nella quale si chiede l'uscita dal Paese di tutte le truppe straniere presenti, il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, ha convocato per domani pomeriggio, lunedì 6 gennaio, una riunione del Consiglio Nord Atlantico, vale a dire gli ambasciatori dei 29 Paesi membri, per consultazioni a seguito delle tensioni in Medio Oriente dopo l'assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani. Lo ha annunciato un portavoce dell'Alleanza atlantica. La riunione del Consiglio si terrà alle 15 nella sede dell'Alleanza di Bruxelles, ha precisato un'altra fonte.

(fanpage.it, 5 gennaio 2020)


Iraq - Il parlamento ha approvato la mozione contro la presenza di truppe Usa nel paese

La mozione è passata con 170 voti favorevoli ed è stata approvata grazie al fronte tornato compatto tra i partiti sciiti

di Mauro Indelicato

Riunito in sessione straordinaria, il parlamento iracheno ha approvato nelle scorse ore una mozione contro la presenza delle truppe americane nel paese.
   È questa, di fatto, la prima risposta politica arrivata da Baghdad dopo l'operazione americana che, lo scorso giovedì sera, ha portato alla morte del generale iraniano Qassem Soleimani. Il raid è avvenuto quando il numero uno della brigata Al Quds dei pasdaran, è uscito dal perimetro dell'aeroporto della capitale irachena.
   Un'azione quindi che, seppur inquadrabile nel contesto delle tensioni lungo l'asse Washington - Teheran, è avvenuta in territorio iracheno. Da qui la convocazione del parlamento in sessione straordinaria, con all'ordine del giorno la mozione sopra accennata.
   Per avere la maggioranza, il testo doveva essere approvato da almeno 150 parlamentari. Così come sottolineato dalla tv irachena, che ha trasmesso la seduta parlamentare in diretta televisiva, sono stati 170 i voti a favore della mozione.
   Una maggioranza ampia e non scontata. Infatti, il parlamento iracheno uscito fuori dalle elezioni del maggio 2018, appare molto frammentato e suddiviso in diversi partiti che rappresentano le tante anime di cui è composto il paese arabo.
   È risultato essere molto compatto il fronte sciita ed anche in questo caso l'esito non era affatto scontato. Gli sciiti, che rappresentano la maggioranza della popolazione, sono divisi sul fronte politico al loro interno. Da un lato vi è la coalizione guidata da Moqtad Al Sadr, il quale non vede di buon occhio un'alleanza con l'Iran, dall'altro lato invece vi sono le liste raggruppate nella coalizione "Fatah", molto vicine alle milizie anti Isis e dunque collegate a doppio filo con Teheran. In mezzo, i partiti che hanno come riferimento gli ex premier Al Abadi ed Al Maliki.
   Divisioni evidentemente superate dopo il blitz di giovedì sera contro Soleimani. Alcuni voti favorevoli sono arrivati da deputati sunniti, anche se le delegazioni dei rappresentanti della comunità sunnita e di quella curda in buona parte non si sono presentate all'interno dell'aula parlamentare.
   La mozione approvata impegna, nello specifico, "il governo a lavorare per porre fine alla presenza di truppe straniere in Iraq" e difendere contestualmente la sovranità del paese arabo. Inoltre, i parlamentari hanno chiesto all'esecutivo di interrompere l'accordo che prevede la presenza di soldati Usa per i prossimi quattro anni in nome della lotta all'Isis. La palla adesso dunque passa al governo, guidato dal premier dimissionario Al Madhi. Quest'ultimo ieri a Baghdad era tra i partecipanti al corteo funebre che ha accompagnato la bara di Soleimani nelle strade della capitale.

(il Giornale, 5 gennaio 2020)



Razzi a Baghdad contro gli americani. Hezbollah minaccia: "Colpiremo stanotte"

Teheran: "Alla nostra portata 35 obiettivi Usa e Tel Aviv". Le milizie agli iracheni: "State lontani dalle basi Usa".

di Giordano Stabile

Cinquemila soldati americani, che presto raddoppieranno, contro 100 mila miliziani iracheni guidati da duemila consiglieri militari dei Pasdaran. Sono le forze che si confrontano sul campo di battaglia iracheno, sempre più infuocato. Ieri migliaia di manifestanti hanno partecipato a Baghdad ai funerali di Qassem Soleimani e del comandante iracheno Abu Mahdi al-Muhandis, al grido di «morte all'America» e «vendetta». I feretri sono stati poi portati nella città santa di Najaf . C'erano anche il primo ministro Adel Abdel Mah di e il capo politico delle milizie, Falah Al-Fayyad. Teheran ha avvertito di aver individuato «35 obiettivi Usa» e «a Tel Aviv» e che la risposta arriverà nel «momento giusto e nel posto giusto». Una vendetta «che durerà anni», ha minacciato il presidente Hassan Rohani. Ieri alcuni razzi sono stati lanciati contro l'ambasciata americana, finita sotto assedio il 31 dicembre, due katiuscia hanno colpito la base di Balad, e poche ore dopo degli attacchi aerei hanno colpito le basi delle milizie sciite ad Abu Kamal, al confine con la Siria, senza causare vittime.
   Il leader di Kataib Hezbollah ha invitato i militari iracheni a stare a una distanza di «mille metri dalle basi statunitensi a partire da stasera». L'escalation preoccupa Europa, Russia e Cina. Pechino ha chiesto agli Usa di «non abusare della forza», mentre il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha invitato l'Iran a non commettere «altre violazioni dell'accordo sul nucleare». Il rischio di guerra aperta non è escluso dalla Nato, che ha sospeso l'addestramento dell'esercito iracheno. Il rapporto di forze è solo in apparenza sbilanciato a favore dell'Iran, perché gli Stati Uniti possono contare sullo strapotere dell'aviazione e su una relazione privilegiata con le migliori unità regolari di Baghdad, 40 mila effettivi. Questo puzzle si è creato a partire dal 2003, quando la caduta di Saddam Hussein ha dato il via alla competizione fra Washington e Teheran. Il governatore statunitense Paul Bremer decise di smantellare le forze armate baathiste e ricostruirle su basi democratiche. Mentre Soleimani puntò a organizzare le milizie sciite.
   Miliziani e militari statunitensi si sono combattuti subito, con un picco di intensità fra il 2005 e il 2007. L'irruzione dell'Isis ha portato a un riallineamento fra il 2014 e il 2017. La lotta allo Stato islamico ha plasmato le milizie sciite. Nel giugno nel 2014 40 formazioni sono state fuse nelle Hashd al-Shaabi, unità di mobilitazione popolare: 200 mila uomini. Il primo comandante, Muhammad Raza Husseini, è morto in battaglia con l'lsis ma con la fine del califfato il confronto con l'America e Israele è tornato a prevalere. Nel luglio 2019 Teheran ha ottenuto dal premier Mahdi che le milizie fossero equiparate alle unità regolari. In questo modo Soleimani è riuscito a piazzare un suo uomo a difesa della Zona verde di Baghdad, e a schiacciare le manifestazioni anti-governative. Le 40 milizie si sono trasformate in brigate. La metà è agli ordini di Teheran. Le più importanti sono la Iman Ali, la Saraya Ashura, e la Harakat al-Nujaba, decisiva nella vittoria ad Aleppo. E poi la 45esima, Kataib Hezbollah, e la 46esima, sotto la guida di Qais al-Khazali, protagoniste degli attacchi contro le basi americane e punite dai raid Usa. Queste unità sono state incaricate della «vendetta schiacciante» dal successore di Soleimani, Esmail Ghaani. Il Pentagono ha risposto con l'invio di 3500 paracadutisti della 82esima divisione. I cinquemila statunitensi già presenti hanno il compito principale di assistere le unità regolari irachene, e i Peshmerga curdi, nella lotta contro le sacche dell'Isis.
   Alle forze americane vanno aggiunti i 300 addestratori della Nato Mission Iraq, lanciata nel luglio 2018. Ci sono anche italiani. Cinque di loro sono rimasti feriti in un attentato dello Stato islamico il 10 novembre. Il clima prebellico fra Stati Uniti e Iran ha spinto l'Alleanza ha sospendere le operazioni nel Paese, anche se il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha precisato «l'attività di addestramento riprenderà appena le condizioni lo permetteranno». Militari statunitensi e della Nato si trovano in una situazione paradossale, sotto il tiro di milizie inquadrate in un esercito che in teoria devono addestrare per debellare l'Isis.

(La Stampa, 5 gennaio 2020)


La prossima mossa

La strategia di Trump: sostegno ai Paesi sunniti, attacchi con droni e difesa del mare. L'obiettivo finale è ribaltare il regime.

Lo scenario a breve
L'escalation è inevitabile, ma non ci sarà un terzo conflitto mondiale
L'appoggio
Il presidente ha sposato la causa di Israele come nessun altro prima di lui

di Fiamma Nirenstein

Che cosa può succedere adesso? Naturalmente nessuno lo sa, ma leggendo la politica di Donald Trump - se non si indossano occhiali ideologici e non si comincia a sproloquiare sulla sua erraticità, la sua incompetenza e la sua imprevedibilità - il suo comportamento strategico appare chiaro. La sua scelta di campo è trasparente, ed è sincero quando dice che non vuole la guerra, come lo è Pompeo quando ripete che l'esecuzione di Qassem Soleimani non punta a questo. Si capisce anche che, tuttavia, se gli iraniani dovessero reagire furiosamente, ci si può aspettare un'escalation. Il piano non è certo una Terza Guerra Mondiale, Theodoro Roosvelt prima di farsi coinvolgere nella Seconda ci mise un bel po'. In democrazia la guerra non è mai popolare, specie a fronte delle elezioni. Semmai il problema è che l'Iran non è una democrazia ed è guidato da una visione messianica che si conclude nello scontro finale di Gog e Magog per il trionfo del Mahdi, il messia sciita; pure la leadership è calcolatrice e abile, e adesso sa che Trump non è un chiacchierone. Dal maggio del 2019 l'Iran ha inaugurato una nuova escalation antiamericana in mare minando le navi nel Golfo, in cielo tirando giù un drone, poi in settembre prendendo di mira le «facilities» militari, poi uccidendo un contractor. E poi portando i suoi adepti iracheni a assediare l' ambasciata, gesto sbagliato, dati i precedenti dell'ambasciata a Teheran ai tempo di Carter, e di quella di Bengasi ai tempi di Obama. Trump non sopporta che l'Iran bruci la sua bandiera mentre cerca l'egemonia sul Medio Oriente, e ha reagito uccidendo il generale al comando di quella battaglia. Ha avuto ragione? Si, anche legalmente: l'ha detto il famoso avvocato Alan Dershowitz, democratico, Trump ha più ragione di Obama quando ha fatto giustiziare Bin Laden. Infatti Soleimani era un combattente in divisa, Bin Laden uno sconfitto in fuga.
   Trump persegue dal 2018, quando ha cancellato il trattato sul nucleare, una politica anti regime iraniano: la sua decisione di chiudere il trattato dei P5 più 1 di Obama era molto ben argomentato. L'Iran non dava segno di voler aderire agli accordi, e si comportava in maniera aggressiva sul piano balistico e di conquista imperiale del territorio. Infatti non ha mai smesso di fabbricare missili in grado di trasportare testate nucleare e, come ha poi dimostrato il Mossad, di costruire la bomba atomica. L'Iran dopo il 2018 non ha frenato di fronte alle sanzioni, né ha cercato un nuovo rapporto con gli Usa. Al contrario, sotto il comando militare di Soleimani si è lanciato in una serie di politiche molto sostenute da Khamenei per battere i poteri sunniti e a assediare Israele: è riuscito a consolidare Assad, a dare potere agli Hezbollah in Libano e a utilizzarli in Siria, a indebolire l'Arabia saudita tramite l'attacco degli Houti dallo Yemen. Ha cercato di terrorizzare Israele, e qui si è imbattuto in una novità strategica: un presidente americano che ammira Israele fino a riconoscere la capitale a Gerusalemme e a compiere il gesto di riconoscere la sovranità sul Golan.
   La politica di Soleimani è stata quella di minacciare Israele con incursioni e aggressioni dai confini e con l'aiuto a Hamas, e anche questo è stato visto come una rottura pericolosa. La politica iraniana apre le porte a Russia e Cina, e anche questo tema è saliente nella strategia mondiale degli Usa. Soleimani era il nodo di una scelta strategica per cui ancora gli Usa mantengono 90mila uomini in Medioriente, alcune basi aeree e navali, e uno stretto rapporto con Israele e i Paesi Sunniti. Trump vuole aiutare la parte amichevole. Ieri nelle case iraniane e anche in quelle irachene, mentre le tv mostravano i singhiozzi e le minacce di vendetta di Rouhani e di Zarif, si ballava di gioia per aver visto sparire dalla circolazione il persecutore numero uno, quello che nel 2009 aveva ordinato alle sue Guardie della Rivoluzione di sparare sulla folla e che anche adesso manteneva una funzione repressiva in Iraq.
   Trump seguiterà a sostenere i Paesi sunniti mantenendo però la indispensabile guerra all'Isis e contrastando il più pericoloso potere sciita. Se ci saranno attacchi di mare, risponderà sull'acqua, se verranno dal cielo distruggerà droni e aerei, se le milizie dei «proxy» Hezbollah o Houti o siriani e iracheni faranno gesti ostili, diventeranno obiettivi di guerra. Una strage di americani o anche di israeliani non è consigliabile agli iraniani o agli Hezbollah: le loro forze sono comunque molto minori di quelle nemiche. Peraltro è difficile immaginare un'invasione di terra in un Paese come l'Iran gigantesco e popolato. Ma è facile immaginare che Trump si figuri che un terremoto internazionale faciliti un cambio di regime, che la folla delusa e sofferente per la politica imperialista e dispendiosa del Governo a fronte della miseria del Paese tenti di voltare pagina. Questa probabilmente è la strategia americana. Ma l'Europa, dov'è? Si renderà finalmente conto che nel Medio Oriente la guerra rischia di travolgerla, e non per colpa di Trump, ma del terrorismo e delle ideologie islamiste? Smetterà di borbottare scongiuri cabalistici, con Trump inteso come, si capisce, il Grande Satana, e Israele quello piccolo?

(il Giornale, 5 gennaio 2020)


Gli Usa tornano alla deterrenza. Ogni provocazione verrà punita"

Daniel Pipes: "Serve una strategia militare più dura per indebolire le forze di sicurezza iraniane"

di Paolo Mastrolilli

NEW YORK - L'uccisione di Qassem Soleimani rappresenterà un punto di svolta solo se sarà l'inizio di una nuova strategia americana più dura sul piano militare, che indebolisca l'apparato delle forze di sicurezza iraniane, aiutando i cittadini che vogliono provocare la caduta degli ayatollah dall'interno». È l'opinione di Daniel Pipes, presidente del Middle East Forum e consigliere di George Bush figlio, cioè quando favorire il cambio di regime a Teheran era la linea ufficiale della Casa Bianca.

- Come giudica l'azione ordinata dal presidente?
  «Trump è molto imprevedibile, è sempre difficile analizzare le sue decisioni. Soleimani era il leader operativo militare della Repubblica islamica, e quindi la sua eliminazione è molto importante, ma non era la persona che prendeva le decisioni ultime. Per quanto capace, verrà sostituito dai suoi vice, che saranno altrettanto determinati nel perseguire la strategia già in corso di imporre la loro egemonia nel Medio Oriente e combattere gli Usa. La sua morte quindi avrà un effetto importante duraturo solo se non sarà un'azione isolata, ma rappresenterà l'inizio di una nuova fase».

- La Casa Bianca ha detto che Soleimani era arrivato a Baghdad da Damasco, e stava preparando nuovi attacchi contro gli americani.
  «Non c'è motivo per dubitare di questa versione, anche perché uccidere gli americani è quello che il capo dei pasdaran ha fatto per tutta la vita. La dinamica è abbastanza chiara. Le proteste anti iraniane si stavano allargando dalla Repubblica islamica, a tutti i Paesi della regione dove l'influenza di Teheran è più forte, come l'Iraq e il Libano. Gli ayatollah dovevano cambiare questo clima, e perciò Soleimani aveva organizzato attacchi come quello all'ambasciata di Baghdad, allo scopo di provocare la reazione americana, nella speranza che questa reazione poi avrebbe girato il vento delle proteste contro gli Usa. Il suo errore di calcolo, dovuto forse al fatto che finora Trump era stato molto timido nelle risposte agli attacchi iraniani tipo l'abbattimento del drone, è stato non sospettare che la reazione lo avrebbe potuto prendere di mira di persona».

- Ora come reagirà la Repubblica islamica?
  «Azioni militari e attentati, nella regione, e ovunque potrà».

- Quale strategia dovrebbe adottare Washington?
  «Rispondere con durezza ad ogni attacco».

- Questo non porterà alla guerra totale?
  «Non necessariamente. La guerra aperta non conviene all'Iran, perché difficilmente la vincerebbe, e non serve agli Usa».

- Cosa serve agli Usa?
  «Ristabilire la deterrenza. Per raggiungere questo obiettivo non serve l'invasione, ma bisogna far capire a Teheran che qualunque provocazione o attacco verrà punita con una risposta molto più forte. Se gli ayatollah comprenderanno la minaccia, smetteranno le loro aggressioni. Ma io dubito che lo faranno, perché l'attuale instabilità del Medio Oriente è cominciata con la rivoluzione khomeinista, e terminerà solo con la sua fine. Se non capiranno, e continueranno gli attacchi, gli Usa saranno giustificati a rispondere con forza in chiave difensiva».

- Dopo l'uccisione di Soleimani quali obiettivi restano, a parte la guerra totale?
  «I target abbondano: le navi iraniane nel Golfo Persico, le basi dei pasdaran in tutta la regione, la struttura nucleare. Colpendo questi obiettivi non si raggiungerà solo lo scopo di replicare alle provocazioni dell'Iran, ma anche di indebolire il suo apparato militare».

- E questo a cosa serve, senza un'invasione?
  «La strategia della "massima pressione" economica sta funzionando bene, l'economia è in crisi, e l'85% dei cittadini è contro il regime. L'unica ragione per cui non cade è l'uso dei pasdaran per reprimere la protesta. Se la nuova strategia americana indebolirà questo apparato, favorirà chi sta cercando di rovesciare gli ayatollah dall'interno, aprendo loro la strada. Adesso però tutto dipenderà dalla determinazione di Trump, che finora ha lanciato segnali contraddittori».

(La Stampa, 5 gennaio 2020)


Questa volta sto con Trump. Un messaggio andava mandato

di Franco Londei

Non credo alla versione "oddio ho sbagliato pulsante" o a quella "che culo, c'era anche Soleimani nell'auto". Credo invece che finalmente Donald Trump (che come è noto non amo particolarmente) abbia compiuto un atto da leone, proprio come chiedevo pochi giorni fa.
Agli iraniani e ai loro alleati andava mandato un messaggio forte e fino ad ora invece erano stati mandati solo messaggi deboli, minacce vuote e prive di concretezza.
Ma la scelta di colpire Qassem Soleimani non è solo un messaggio all'Iran, non è stato solo un attacco preventivo. Uccidere il numero due di Teheran (perché questo era Qassem Soleimani) è un messaggio alla prepotenza islamica, all'espansionismo di matrice musulmana che negli ultimi anni non ha avuto nessun freno.
Qualcuno sostiene che sia anche un messaggio ad Erdogan, che Trump abbia voluto far vedere che chiunque è sotto il mirino americano. Non so in tutta onestà se sia veramente così, so però che il dittatore turco non deve aver dormito tanto bene dopo l'eliminazione di Soleimani, cioè dell'uomo più potente in Medio Oriente.
Non mancano nemmeno le critiche e le preoccupazioni. Critiche (dai soliti noti) per aver ucciso un militare iraniano giudicato parte fondamentale della lotta all'ISIS (figuriamoci), preoccupazioni per la scontata vendetta iraniana.
Molte di queste preoccupazioni riguardano Israele. Gli iraniani hanno già trovato il modo di accusare lo Stato Ebraico di aver collaborato con gli Stati Uniti per questa missione. Il rischio che attivino i loro proxy regionali, soprattutto Hezbollah, ma anche Jihad Islamica e Hamas, è molto alto.
Ma il rischio è davvero più alto di qualche giorno fa? Non sono forse anni che gli iraniani, proprio grazie a Qassem Soleimani, lavorano all'accerchiamento di Israele? Ogni giorno il rischio che lo Stato Ebraico venga attaccato è molto elevato e non sarà certo l'uccisione del pupillo di Khamenei a peggiorare le cose o dare inizio alla guerra più annunciata di tutti i tempi.
Quindi, cosa cambia realmente per Israele se non il fatto che il regista del suo accerchiamento non ci sia più? Anzi, con questa azione gli americani hanno fatto capire molto bene che in caso di conflitto tra Israele e Iran si dovranno fare i conti anche con loro.
Qualcuno addirittura arriva a parlare di "terza guerra mondiale", come se lasciar fare gli iraniani porti alla pace mondiale.
No, guardate, l'uccisione di Qassem Soleimani è la cosa migliore che Donald Trump potesse fare. Comporta dei rischi? Sicuramente, chiunque affermi il contrario è un pazzo. Ma gli iraniani non potevano essere più lasciati liberi di tramare tutto quello che volevano, di fare e disfare intere nazioni, di allargare in modo preoccupante la loro influenza ad altri Stati.
Non avrei mai pensato di poterlo dire, ma Donald Trump ha fatto la sua prima cosa concreta e giusta nello scacchiere mediorientale da quando è presidente degli Stati Uniti. E per oggi…viva Trump.

(Rights Reporters, 5 gennaio 2020)


Wall Street e trasporti, l'intelligence ora teme la cyberguerra

di Davide Frattini

Il modellino della metropoli mostra strada per strada, palazzo dopo palazzo, che cosa succederebbe se l'energia, i treni, la Borsa venissero fermati allo stesso momento. Caos totale. È in queste stanze che gli ufficiali israeliani imparano a temere i nemici che non possono vedere, quelli che colpiscono da dietro lo schermo di un computer, asserragliati nella trincea digitale.
   Il premier Benjamin Netanyahu ha ammesso che le infrastrutture del Paese «vengono attaccate ogni giorno dagli hacker iraniani. Monitoriamo queste incursioni e le respingiamo». Era un anno fa. Adesso gli esperti avvertono che i raid digitali aumenteranno: le prime missioni per vendicare la morte di Qassem Soleimani potrebbero essere condotte dai pirati informatici che in questi anni il generale ucciso a Bagdad ha voluto arruolare tra le sue forze.
   Chris Krebs, che dirige la Cybersecurity and lnfrastructure Security Agency americana, ha esortato le principali aziende e i dipartimenti governativi ad alzare il livello di guardia poche ore dopo la morte del comandante: «Quella che all'inizio può apparire come una piccola breccia, un solo account compromesso, può trasformarsi in un collasso di tutta la rete». L'intelligence statunitense teme bombardamenti virtuali contro le società finanziarie a Wall Street (come gli iraniani avrebbero già fatto nel 2012), il sistema dei trasporti, le industrie. Gli stessi obiettivi che potrebbero essere bersagliati per danneggiare gli alleati di Donald Trump in Medio Oriente e avversari dell'espansionismo orchestrato da Soleimani: due anni fa i sauditi sono stati colpiti da un attacco che ha polverizzato le informazioni da 30 mila computer della Aramco, la compagnia petrolifera del Regno.
   Quando nel 2014 un virus compromette il sistema del Sands Casino a Las Vegas, l'allora direttore della National Intelligence accusa per la prima volta una nazione di aver piratato delle sale da gioco per ragioni politiche: il nome è quello dell'Iran. Secondo James Clapper il blitz informatico voleva guastare la festa nel deserto del Nevada al proprietario Sheldon Adelson, sostenitore di Israele, sponsor e amico di Netanyahu.
   Il berretto è grigio come i vecchi telefoni perché cornetta e modem erano per i primi hacker la miccia che innescava le bombe informatiche. La mostrina raggruppa i simboli delle forze di terra. mare e aria attraversati da un fulmine e circondati dagli anelli di un atomo. Come a dire: la nostra scienza vi proteggerà. Il comando israeliano ha deciso di raggruppare le unità addestrate alla cyberguerra e gli ha dato una divisa. Ehud Barak, il soldato più decorato della Storia di Israele e testa matematica, è stato tra i primi capi della Difesa a enfatizzare la necessità di concentrare il budget bellico sul fronte digitale. «Il nostro sistema è troppo difensivo, non possiamo solo aspettare», aveva proclamato.
   I programmatori israeliani sono considerati i responsabili, assieme agli americani, del virus Stumet: è stato scoperto nel 2010, ci sono voluti anni per svilupparlo, ha guastato un migliaio di centrifughe nel centro di ricerca atomica a Natanz per rallentare il programma nucleare voluto dagli ayatollah. Rappresenta la grande offensiva nella cyberguerra ed è allora che i generali iraniani capiscono di «non poter solo aspettare» e decidono di imparare a contrattaccare.

(Corriere della Sera, 5 gennaio 2020)


Ma quale grande stratega: Soleimani smontato da Friedman

di Gianluca Mercuri

Un giorno potrebbe esserci una via di Teheran intitolata a Donald Trump». È vero, sembra un tweet di Salvini. Ma il quoziente d'intelligenza e di conoscenza che lo esprime è di un altro pianeta. È l'incipit del commento di Thomas Friedman all'eliminazione di Soleimani. E Thomas Friedman è il massimo esperto di Medioriente tra i giornalisti di questo pianeta. Sul suo From Beirut To Jerusalem si è formata un'intera generazione di reporter interessati alla regione; per quanto un po' datato, è consigliabile anche alle prossime; se tra le prossime c'è chi non conosce il grande Tom, sappia che è il classico ebreo americano liberal, innamorato di Israele ma critico dei suoi governi e (oddio!) favorevole a uno Stato palestinese. Detesta Trump. Non è un falco insomma.
  Non è un falco, ma nel suo pezzo sul Nyt non c'è ombra di critica all'operazione Soleimani. Anzi, a riga 2 si legge che «Trump ha ordinato l'assassinio dell'uomo più ottuso dell'Iran e del più sopravvalutato stratega del Medioriente».
  Ma come, il generale incenerito da un drone nella notte tra giovedì e venerdì non era un genio militare? Per niente, assicura Tom. E spiega bene perché.

 Ha sprecato un'opportunità storica
  Nel 2015, dopo la firma del trattato sul nucleare, l'Iran si era liberato delle pesanti sanzioni che subiva dal 1979. L'anno dopo, la sua economia era cresciuta del 12%. E che ha fatto Soleimani, con l'avallo della Guida Suprema Khamenei? Ha lanciato «un aggressivo progetto imperiale regionale» che ha dato all'Iran e ai suoi alleati il controllo del potere in Libano, Siria, Iraq e Yemen, ma ha suscitato la reazione dei regimi sunniti e di Israele e fornito a Trump l'alibi per smontare il trattato voluto da Obama. E nonostante il ritorno delle sanzioni avesse fatto decrescere l'Iran del 10% e la disoccupazione fosse arrivata al 16, il regime ha destinato altre risorse ai piani di Soleimani, scatenando una maxi rivolta con l'aumento del prezzo della benzina.

 Ha sottovalutato Israele
  La scelta di salvare Assad e aiutarlo a massacrare mezzo milione di persone mirava a fare della Siria una base su cui piazzare missili ad alta precisione puntati su Tel Aviv. Ma il «genio» ha scoperto che Israele — la sua straordinaria combinazione di forza aerea, unità d'élite, intelligence e cyberdifesa — è un altro film rispetto all'Isis. Israele ha martellato ogni posizione filo-iraniana e i suoi servizi segreti hanno un tale livello di penetrazione nelle mitiche Forze Quds di Soleimani che «se un loro aereo carico di munizioni atterrava in Siria alle 5 di sera, alle 5 e mezza era già disintegrato».

 Ha contribuito a far nascere l'Isis
  È vero che Soleimani ha combattuto lo Stato islamico in una tacita alleanza con gli Usa. Ma è vero anche che l'Isis è stato una reazione alle scelte del premier iracheno sciita Al Maliki, spinto dal generale di Teheran a cacciare i sunniti da governo ed esercito, reprimere le loro rivolte e trasformare l'Iraq in uno Stato settario sciita.

 Ha fatto odiare l'Iran in tutto il Medioriente
   L'ambizione di diventare la potenza dominante tra Golfo Persico e Mediterraneo ha portato Teheran a formare «Stati negli Stati» in tutta la regione. Ma è stata proprio questa presenza soffocante a impedire a paesi come Libano e Iraq di concentrarsi su sviluppo e lotta alla corruzione. Così ora l'Iran è più detestato di Trump dai movimenti democratici della regione che riuniscono giovani sciiti e sunniti. Sono stati sciiti iracheni a bruciare il 27 novembre il consolato iraniano a Najaf. E la protesta della scorsa settimana contro l'ambasciata Usa a Baghdad era solo una messinscena di Soleimani per far sembrare che gli iracheni vogliono mandare via gli americani. In realtà vogliono mandare via gli iraniani, o entrambi.

 Ha scatenato Trump
  Colpendo a ripetizione obiettivi americani, il generale voleva provocare una reazione Usa che portasse a un massacro di iracheni e a una conseguente ondata di indignazione contro Washington. Invece Trump ha ammazzato direttamente lui.

 Ha soffocato un paese fantastico
  «Non so se eliminare Soleimani sia stata una scelta saggia, ma so che in Medioriente il contrario di male non è bene, ma disordine», scrive Friedman. Togliere di mezzo un elemento negativo come il generale non vuol dire che al suo posto ce ne sarà uno positivo. «L'Iran è l'erede di una grande civiltà e i suoi cittadini si distinguono per il loro talento ovunque, tranne che in Iran». Il regime islamico produce solo violenza al fine di sopravvivere, e Soleimani, «cercando la dignità nei modi e nei posti sbagliati», ha sprecato le vite di due generazioni di iraniani. E dire che la democrazia l'avrebbe salvato: «Se in Iran ci fossero una libera stampa e un vero Parlamento, sarebbe stato licenziato per incapacità».

(Corriere della Sera, 5 gennaio 2020)




E' giusto per Dio rendere afflizione a quelli che affliggono

Noi ci gloriamo di voi nelle chiese di Dio, a motivo della vostra costanza e fede in tutte le vostre persecuzioni e nelle afflizioni che sopportate. Questa è una prova del giusto giudizio di Dio, perché siate riconosciuti degni del regno di Dio, per il quale anche soffrite. Poiché è giusto da parte di Dio rendere a quelli che vi affliggono, afflizione; e a voi che siete afflitti, riposo con noi, quando il Signore Gesù apparirà dal cielo con gli angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Dio, e di coloro che non ubbidiscono al vangelo del nostro Signore Gesù. Essi saranno puniti di eterna rovina, respinti dalla presenza del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando verrà per essere in quel giorno glorificato nei suoi santi e ammirato in tutti quelli che hanno creduto, perché è stata creduta la nostra testimonianza in mezzo a voi."

Dalla seconda lettera dell'apostolo Paolo ai Tessalonicesi, cap. 1


 


Pietre d'inciampo: gli ebrei non partecipano all'inaugurazione

di Antonio E. Piedimonte

E' scontro aperto tra a giunta De Magistris e la Comunità ebraica napoletana. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è la partecipazione della neo assessora alla Cultura, proveniente dal mondo dei centri sociali e nota per il suo livore antisionista, alla cerimonia di collocazione di nove "pietre d'inciampo" in ricordo di altrettanti deportati nei campi di sterminio nazisti, prevista per martedì in piazza della Borsa. Sdegnata la reazione della collettività giudaica (e non solo) che ieri in una lettera aperta ha annunciato che non parteciperà alla celebrazione: «Appare paradossale che ci sia qualcuno a ricordare gli ebrei morti per poi disprezzare quelli vivi. Diserteremo tutte le cerimonie che vedranno la presenza della signora Eleonora de Majo ( ... ) Antisionismo e antisemitismo sono due facce di un'identica medaglia, come ha più volte ricordato l'International holocaust remembrance alliance (Ihra)», si legge.

 "Attivismo anti-israeliano"
  Dopo aver ricordato «l'attivismo anti-israeliano» dell'assessora, è stata annunciata una cerimonia alternativa in memoria di Luciana e Loris Pacifici, Milena Modigliani, Iole Benedetti, Oreste Sergio Molco, Amedeo, Aldo, Elda e Paolo Procaccia; il 30 gennaio (alle 10) in corrispondenza di quella che fu la loro ultima dimora prima di finire ad Auschwitz. Sconcertante ma non sorprendente, la nomina del nuovo assessore, un mese fa, aveva provocato un putiferio per il "siluramento" del predecessore, la mancanza di un curriculum ad hoc e soprattutto per le dichiarazioni social contro gli ebrei e lo Stato di Israele, definiti rispettivamente «porci» e «assassino». Diversi gli intellettuali scesi in campo: «Viene la malinconia per lo stato in cui è ridotta la città, al pensiero del sindaco e della sua giunta», ha scritto Franco Barbagallo. E Adolfo Scotto di Luzio: «Leggere i libri, anche quelli che sembrano lontani dalle proprie convinzioni, non sarebbe male per la signora De Majo»; primo suggerimento "Il socialismo degli imbecilli" di Michele Battini. Il sindaco - che si vanta di aver ricevuto la cittadinanza onoraria palestinese- provò a metterci una pezza proponendo la stessa cosa alla senatrice Liliana Segre, la quale rinunciò alla cittadinanza partenopea (peraltro già data ad Abu Mazen nel 2013) con elegante quanto gelida fermezza. Uno schiaffo politico e un danno d'immagine memorabili, a cui si aggiungono quelli di ieri.

(La Stampa, 5 gennaio 2020)


Il «comandante ombra» che invocava il martirio. La sua sfida (e i contatti segreti) con gli Usa

Origini povere e fama di invincibile: Soleimani poteva diventare presidente.

Minaccia
Nemico numero uno di Israele, gli Stati Uniti lo avevano messo nel mirino già nel 2003
In Siria
Ha salvato dal tracollo il regime di Assad inviando migliaia di volontari a combattere l'lsis

di Fausto Biloslavo

Il «Rommel» iraniano ha trovato il suo destino, che aveva annunciato da tempo: «Il martirio è quello che cerco fra valli, montagne e deserti». Qassem Soleimani, il più carismatico generale dei Pasdaran era il comandante della brigata Al Qods, «Gerusalemme», obiettivo finale degli ayatollah. Un reparto di élite di 15mila uomini specializzati in operazione all'estero, che Soleimani ha usato in maniera spregiudicata soprattutto in Iraq, Siria, Libano e Yemen per espandere l'influenza sciita.
   Nato nel 1957 in una famiglia povera e contadina dell'Iran profondo e religioso, a soli 22 anni ha partecipato alla rivoluzione islamica dell'ayatollah Khomeini e subito dopo si è distinto sul fronte della lunga e sanguinosa guerra Iran-Iraq. Soprannominato «comandante ombra» per il suo carattere introverso e le scarse dichiarazioni pubbliche ha guidato negli ultimi 20 anni la brigata Al Qods. Basso di statura, barba e capelli argento ha sempre goduto della fama di invincibile e incorruttibile. La guida suprema, Alì Khamenei, era legato al generale non solo dal rapporto gerarchico, ma da una sincera amicizia. A tal punto che il grande ayatollah ha officiato il matrimonio della figlia di Soleimani. La vedova, irriducibile come il marito, ieri ha dichiarato: «Sei andato in cerca del martirio, che infine ti ha aperto le braccia. Questa bandiera non cadrà a terra, mio Generale».
   Gli americani lo avevano già individuato come minaccia durante l'invasione dell'Iraq del 2003, ma Soleimani ha iniziato a farsi conoscere agli occhi del mondo negli ultimi anni. In Libano ha appoggiato a spada tratta gli Hezbollah, il partito armato sciita. In Siria ha salvato dal tracollo il regime di Bashar Assad inviando migliaia di volontari a combattere contro i ribelli jihadisti sunniti. E sempre il Rommel iraniano ha convinto i russi a intervenire con i bombardamenti che hanno ribaltato le sorti della guerra. In Iraq è stato lo stratega della rivincita contro lo Stato islamico schierando le milizie sciite al fianco dell'esercito. Nello Yemen ha fornito ai ribelli sciiti i consiglieri e i missili lanciati contro l'Arabia Saudita. Nemico numero uno di Israele, ha schierato i suoi Pasdaran sul versante siriano di fronte alle alture del Golan e rifornito di armi i palestinesi di Hamas. Lo scorso anno aveva pubblicamente dichiarato: «Voglio spazzare via l'entità sionista», ovvero lo Stato ebraico.
L'alto ufficiale iraniano amava spuntare in prima linea scattando selfie in mezzo ai seguaci. A Tikrit, città natale di Saddam Hussein, ha guidato la riscossa contro l'Isis senza disdegnare l' appoggio aereo americano. Soleimani ha comandato anche le operazioni per riconquistare Aleppo, la Milano siriana, che ha segnato il cambio di passo nel conflitto. In patria è diventato un mito a tal punto che si ipotizzava una sua candidatura alla presidenza dell'Iran. Non sono mancati contatti segreti con gli americani e messaggi di sfida al presidente americano Donald Trump: «Puoi iniziare una guerra, ma saremo noi a finirla».
   Il suo grande successo strategico è la creazione, grazie alle milizie sciite, di un corridoio terrestre che per la prima volta collega l'Iran al Mediterraneo partendo dall'Iraq, attraverso la Siria e fino al Libano. Per questo motivo il quotidiano britannico Times lo aveva inserito, 24 ore prima della sua fine, fra i personaggi più influenti del mondo nel 2020 definendolo il «Machiavelli del Medioriente». Il 31 dicembre la firma dei militanti sciiti, che con lo spray rosso hanno scritto all'ingresso dell'ambasciata americana a Baghdad devastato dall'assalto, «Soleimani è il nostro capo», è stata la sua condanna a morte.

(il Giornale, 4 gennaio 2020)


Sarà guerra. Perché NO

Un colpo ai terroristi. E sul lungo termine la pace sarà più facile

di Fiamma Nirenstein

E' stupefacente che l'eliminazione di Qassem Soleimani venga quasi ovunque in queste ore valutata per i pericoli per la pace che potrebbe comportare senza considerare i reali disastri di guerra che la sua vita ha causato. E di conseguenza, è assurdo non considerare che, nel lungo termine, è certamente portatrice di pace la scomparsa dalla scena politica del capo iraniano delle milizie Quds che ha affermato durante un'intervista del 2009 che «il vero paradiso perduto dell'uomo è il fronte di guerra».
   Qassem Soleimani è stato la causa basilare del volgersi dell'Iran, che certo già lo possedeva nel suo dna, verso il terrorismo, verso una scelta persian-imperialistica e soprattutto verso il messianismo dello Stato Islamico. Abbiamo conosciuto quello sunnita dell'Isis: terrificante e orrido, ma piccolo e alla fine sconfitto. Quello di Qassem Soleimani, era già padrone del Medioriente e volto a conquistare il mondo: lui si vantò che era già grande 500mila chilometri quadrati, e aveva ragione. Iraq, Libano, Siria, Gaza, Yemen e non solo, oltre naturalmente all'Iran stesso, lui li aveva soggiogati con mezzi diversi, al cui centro però troviamo sempre le armi e l'odio ideologico. Di centinaia di migliaia di missili aveva riempito gli hezbollah, diventando amicissimo di Nasrallah; con le armi aveva difeso Bashar Assad, che senza il suo aiuto non sarebbe sopravvissuto. E anzi, l'impegno iraniano contro l'Isis tanto vantato, nasce nella difesa strenua dell'assassino Assad anche se Soleimani ha combattuto bene la sua guerra contro il Califfo in nome degli Ayatollah. Da ragazzino combatteva contro l'Iraq, e poi da comandante nel 2003 ha cominciato la strada per farlo suo. La sua guerra con l'Isis non è stata parte del consueto scontro sciita-sunnita, che Soleimani sapeva mettere da parte quando gli conveniva, come nel caso del rapporto con Hamas e con la Jihad Islamica di Gaza, o persino al tempo in cui Bin Laden era nascosto in Iran. Anche Ismail Hanijeh, capo di Hamas, anche lui sunnita, ha visitato e tenuto summit importanti a Teheran. Soleimani sarebbe stato il prossimo presidente Iraniano, un nuovo fanatico Ahmadinejad molto migliorato per valore e cultura, sostenuto dal potere religioso e da quello militare; ha creduto di poter fare tutto quello che gli pareva da leader carismatico e abilissimo. Aveva approfittato per crescere della guerra in Iraq, poi della guerra siriana. Il generale Petreus dichiarò che vedeva in lui un'incarnazione del male e riporto che gli aveva detto «generale, lei dovrebbe sapere che io, Qassem Suleimanì, controllo la politica iraniana in Iraq, Libano, Gaza, Afghanistan». E a Trump disse in video «presidente, attento, lei può cominciare una guerra ma non potrà finirla». Era un tipo così: si dice che commissionò un cartello della droga messicano per uccidere un magnate saudita. Capo delle milizie Al Quds, le guardie della Rivoluzione dal 1981 nel 2009 le ha usate per sparare sulla sua folla in rivolta, e anche durante queste ultime manifestazioni non è stato da meno. Ma ultimamente, con gli Stati Uniti, ha sbagliato il passo: ha attaccato i tank petroliferi nel Golfo, ha buttato giù un drone e attaccato i sauditi dallo Yemen, avrebbe dovuto capire il contrattacco di Trump agli hezbollah iracheni che dopo l'uccisione di un americano era dovuta; invece ha fatto il gradasso di nuovo mettendo il dito in una piaga. Nessun presidente avrebbe accettato l'aggressione all'ambasciata di Baghdad dopo quelle antiche di Teheran e Benghazi. E lui l'ha fomentata.
   Può portare alla guerra la sua uccisione? Al momento può portare a una vendetta, ma gli iraniani ci penseranno due volte. Trump segnala che non è un chiacchierone. Israele ha riunito il Gabinetto di sicurezza. Sono tutti d'accordo: Soleimani era il primo motore del terrorismo dell'area.

(il Giornale, 4 gennaio 2020)


Tutto deciso da Cia e Mossad

Si parla di una strategia nata nel 2018 per ridurre l'influenza storica di Teheran nella regione

I rischi immediati
Sicuramente arriverà una risposta dall'Iran. Ma il Paese non può sostenere un conflitto di lungo periodo
L'escalation
Nella base di Aviano segnalano un imponente arrivo di aerei-cisterna e cargo militari Usa

di Francesca Musacchio

Sono serviti due anni per organizzare il raid che ha ucciso Qassem Soleimani. Due anni di accordi e pianificazioni tra Cia e Mossad che hanno come obiettivo l'Iran. L'atteggiamento di Donald Trump ha cambiato le carte in tavola nei rapporti tra Stati Uniti e Teheran, partiti dall'inversione di marcia riguardo l'accordo sul nucleare. E quanto circola in ambienti vicini all'intelligence americana e israeliana dopo il raid condotto a Baghdad dagli Usa. Si parla di una strategia nata nel 2018 per ridurre l'ambizione storica di influenza degli iraniani nella regione. E se fino a due anni fa i potenti servizi segreti di Israele e America si sarebbero "pestati i piedi", boicottando reciprocamente le operazioni per la neutralizzazione del generale iraniano, con l'avvento di Trump la situazione si è modificata. L'uccisione di Soleimani sarebbe stata una vera e propria operazione di intelligence, supervisionata da Israele che avrebbe accettato di concedere pubblicamente il merito di quanto accaduto in Iraq agli Stati Uniti in cambio di una politica che ha visto il trasferimento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme e non solo. In questi due anni, infatti, Trump ha anche diminuito i fondi che destinava all'Unrwa, l'agenzia delegata all'assistenza dei soli rifugiati palestinesi. Nel 2018 gli Stati Uniti, storicamente il più grande donatore dell'agenzia, hanno deciso di tagliare il contributo, che così è passato da 360 milioni di dollari a 60. Scelte accolte con favore da Israele, da sempre sostenitore di infiltrazioni terroristiche tra le Ong pro-palestina, e che confermano i rapporti tra i due Stati. I due alleati storici, quindi, avrebbero deciso di premere l'acceleratore per un sostanziale riequilibrio dell'area in cui l'Iran intende estendere la propria influenza.
   Quello che accadrà nel futuro al momento è difficile da prevedere. Teheran vive una crisi economica che non consente di sostenere un ipotetico conflitto di lungo periodo, ma è comunque possibile che arriverà una risposta, magari limitata, all'attacco in Iraq. Trump, forse, ha inteso dimostrare ancora una volta tutta la potenza degli Stati Uniti, così come il Mossad che da sempre adotta la politica degli "omicidi mirati". E a nessuno dei due protagonisti di questa vicenda sembrano interessare le ripercussioni che potrebbero avere altri Paesi, come ad esempio l'Italia. Al peggior scenario possibile entrambi gli Stati sono già pronti. Il raid compiuto dagli Stati Uniti accrescerà di certo le tensioni tutt'altro che latenti in tutto il Medio Oriente, ma questo non sembra preoccupare il Tycoon che ha deciso di cambiare strategia nella guerra a "bassa intensità" condotta fino ad ora contro l'Iran. Il livello infatti è cresciuto in modo esponenziale e dalle provocazioni si è passati ad un attacco politico organizzato nel tempo con operazioni di intelligence mirate anche a modificare l'immagine di Soleimani, osannato da molti come l'uomo che si è speso nella lotta contro l'Isis. Un dato sicuramente reale, che però non lo ha immunizzato da Cia e Mossad che sostengono di aver raccolto informazioni su presunti azioni che il generale iraniano aveva in mente di compiere contro gli interessi americani e israeliani.
   In tutto questo l'Italia non ha motivi per stare tranquilla. L'Iraq non è poi così lontano e le relazioni con Iran e Stati Uniti devono essere gestite con competenza. Gli Usa, infatti, sono un alleato storico del nostro Paese e il nostro ruolo di "base logistica", ricoperto in seno all'alleanza, potrebbe essere nuovamente richiesto come già avvenuto in passato. In proposito, nelle ultime ore presso la base Nato di Aviano, a nord di Pordenone, sarebbe stato segnalato un imponente arrivo di aerei cisterna americani e cargo militari. Sintomo, forse, di un massiccio rafforzamento della presenza Usa rivolta al Medio Oriente. Un possibile dietro front di Trump in merito al ritiro delle truppe da Siria e Iraq o piuttosto un segnale rivolto ad alleati e avversari. Nel frattempo l'Italia deve fare i conti con l'importanza del momento storico che il Mediterraneo e il Medio Oriente stanno attraversando. L'establishment in carica potrebbe ricevere una chiamata in causa dall'alleato a «stelle e strisce» o, peggio, una richiesta di impegno in Libia, un Paese vicino all'Italia e strategico per i nostri interessi economici. In un momento in cui gli equilibri nel Mediterraneo sono fondamentali anche per gli interessi economici legati al petrolio, che già ieri ha visto un aumento del prezzo a barile, l'Italia potrebbe subire conseguenze pesanti. E poi c'è la questione della sicurezza da garantire ai nostri contingenti impegnati proprio in Iraq e Libano. Nell'area si fanno i conti quotidianamente con Hezbollah pilotato da Teheran da sempre in guerra contro il "nemico sionista". Ma non si possono escludere azioni di ritorsione da parte delle milizie sciite filoiraniane contro truppe occidentali che operano nel teatro mediorientale.

(Il Tempo, 4 gennaio 2020)


Pietre della memoria, così Napoli omaggia le vittime della Shoah

In piazza Bovio nove Stolpersteine dell'artista tedesco Gunter Demnig

Il ricordo dei Procaccia, una famlglia ebrea che fuggì in Toscana sperando di salvarsi ma venne denunciata Il capostipite Amedeo da Firenze si trasferì nel capoluogo partenopeo dove si sposò ed ebbe tre figli Nel 1944, a pochi mesi dalla fine della guerra, la deportazione ad Auschwitz e lo sterminio

di Antonio Menna

 
Gunter Demnig
Una famiglia intera. Padre, madre, figli, nipoti in fasce, generi e nuore. Famiglie come quella di ciascuno di noi, come quelle che in questi giorni delle feste hanno attorniato le tavole imbandite delle nostre case. Una famiglia intera arrestata, deportata, poi passata per le camere a gas. Uno dopo l'altro. Nove persone. Si può raccontare mille volte la storia dello sterminio nazista degli ebrei ed è sempre lo stesso romanzo. Ma, come per un libro che leggi e rileggi senza smarrire mai l'emozione, l'orrore non smette di stringere le sue mani alla gola. Quella della famiglia Procaccia, a cui martedì 7 gennaio vengono dedicate, in piazza Bovio, su iniziativa dell'assessorato alla Cultura del Comune di Napoli, su richiesta dei giornalisti Alfredo Cafasso Vitale e Nico Pirozzi, le nove pietre d'inciampo - le Stolpersteine dell'artista tedesco Gunter Demnig, blocchi di pietra con placca di ottone incorporati nel 'selciato è simile a tutte le altre, eppure diversa. Perché alcuni componenti di questo nucleo familiare avevano addirittura creduto nel fascismo. Ebrei fascisti: sembra strano ma ce ne sono stati molti durante il ventennio. Secondo gli storici, all'epoca della marcia su Roma erano circa il 3 per mille degli iscritti complessivi. E sono stati traditi due volte, come racconta nel suo libro, che si intitola proprio "Traditi". lo storico della Shoah Nico Pirozzi: traditi dal loro Paese, traditi dal loro partito. I Procaccia, poi, sono stati traditi anche. paradossalmente, dall'ansia di mettersi in fuga, di scappare dalle bombe che si stavano abbattendo su Napoli. Non fossero fuggiti da qui, infatti, riparando verso la Toscana, probabilmente non sarebbero finiti ad Auschwitz, visto che Napoli ha saputo proteggere i suoi figli più di quanto - abbiano fatto altre città.

 Camicia nera
  La storia dei Procaccia, in realtà, comincia proprio lontano da Napoli. Il capofamiglia, Amedeo, nasce a Firenze. Quando scoppia la Prima iguerra mondiale ha 34 anni e viene richiamato alle anni. Parte per il fronte. Se la cava. Torna a casa, e con tutta la famiglia decide di venire a vivere a Napoli. Qui prende casa al numero 33 di piazza Bovio (più conosciuta come piazza Borsa). Diventa lo shammàsh della sinagoga di Napoli. Una sorta di factotum.
  La definizione ufficiale è custode del tempio. In realtà è quello che nelle chiese cattoliche chiamano sacrestano. Procaccia, proprio a Napoli, prende la tessera del Partito fascista. Vi aderisce nel 1926. Indossa la camicia nera. È un convinto sostenitore del regime. Coinvolge in questa fede politica tutta la sua famiglia. Con lui, da Firenze, è scesa a Napoli la moglie loie Benedetti, nata nel 1884. I due coniugi portano con loro anche i figli, Aldo, Elda e Yvonne. Padre, madre, tre figli. Una famiglia normale. Italiani, di religione ebraica, fascisti. Il primogenito Aldo ha dodici anni quando la famiglia arriva a Napoli. Qui completa gli studi, diventa agente di commercio e prende anche lui, come il padre, la tessera del Partito nazionale fascista. I tre figli, ben presto, si sposano. Aldo prende in moglie Milena Modigliani. Ivonne sposa Sergio Molco. Elda convola con Loris Pacifici. La famiglia di cinque diventa di otto. È un nucleo coeso, unito. Si può immaginarlo, con quella parlata toscana, nella Napoli degli Anni Trenta, tra piazza Borsa e la sinagoga, a vivere il suo tempo.

 La tessera ritirata
  Ma qualcosa a un certo punto cambia. Cambia il clima, cambia la storia. Nel 1938 ai Procaccia viene ritirata la tessera del Partito fascista. Una lettera informa Amedeo e Aldo che non possono più ritenersi appartenenti al partito. Iscrizione revocata. In quanto ebrei, non avevano più questo diritto. I figliastri della Lupa, li definiscono oggi gli storici. Fascisti imperfetti. Un destino che non tocca solo ai Procaccia ma che è un preludio di rastrellamento, una prima rudimentale lista di proscrizione. Anche senza tessera, la vita della famiglia a Napoli, però, prosegue pacifica. Amedeo e Iole diventano nonni. Aldo e Milena, nel 1943, danno alla luce Paolo. Elda e Loris mettono al mondo Luciana. Da Ivonne e Sergio nasce Renato. Sale, intanto, la tensione nel Paese. La guerra arriva al suo culmine. Nell'estate del '43 le incursioni aeree su Napoli segnano 180 tra bombardamenti e voli di ricognizione, che terrorizzano la popolazione. Molti da Napoli scappano verso. il nord. A farlo c'è anche la famiglia Procaccia, che insieme ad altri 42 ebrei napoletani, lascia tutto e risale l'Italia. Per la famiglia del custode del tempio, l'approdo naturale è la Toscana, la regione natia, terra che considerano amica. A torto. A Cerasomma, infatti, nelle campagne di Lucca. l'intero nucleo familiare viene riconosciuto e denunciato proprio dagli abitanti del posto, con l'obiettivo di incassare una cospicua taglia. È il 6 dicembre del '43. Vengono tutti in blocco trasferiti in un campo di internamento a Bagni di Lucca, dove restano un mese. Da lì vengono poi portati nel carcere di Firenze, quindi di Milano. Dal capoluogo lombardo, tutti vengono messi sugli spettrali treni che portano ad Auschwitz. I Procaccia partono il 30 gennaio del 1944: convoglio RSHAn. 6. La guerra sta per finire. A Napoli non gli sarebbe accaduto nulla.
  Nessun ebreo è stato deportato dal capoluogo campano. Ma la fuga è diventata trappola, purtroppo mortale.

 Il destino
  Il destino nel campo di concentramento polacco non è che di morte. Amedeo, il capofamiglia. lo shabbash, il combattente italiano della Prima guerra mondiale, il toscano approdato a Napoli, l'ebreo con la tessera fascista, viene ucciso subito: il 6 febbraio, giorno di arrivo. Con lui viene uccisa anche la moglie Iole. Il primogenito Aldo, invece, viene internato. La sua matricola è 173465. Muore lì ma non si conosce la data. Viene uccisa subito, invece, la moglie Milena, nelle camere a gas con il figlioletto Paolo, di appena un anno. La seconda figlia Elda viene internata, poi trasferita a Bergen Belsen, dove muore pochi mesi prima della liberazione. Stesso destino per il marito, Loris Pacifici. Approdo ancora più atroce, invece, per la loro figlioletta Luciana. Sul treno per Auschwitz quando ha appena otto mesi. Non regge al viaggio e muore tra le braccia della madre, in quel maledetto vagone. A Luciana Pacifici, quella bambina dagli occhioni sgranati nelle foto d'epoca, proprio su iniziativa del giornalista Nico Pirozzi, è stata nel 2015 intitolata una strada a Napoli. La stessa che portava il nome di Gaetano Azzariti (fascista, presidente del Tribunale della razza e firmatario del Manifesto della razza), a cui è stata cancellata la targa per alzare il nome della bimba. I morti, intanto, sono già otto. Il nono sarà Sergio Molco, che riesce a essere liberato da Auschwitz ma perde lo stesso la vita qualche settimana dopo per le malattie contratte nel campo. Sopravvive miracolosamente allo sterminio solo Yvonne Procaccia, unica figlia rimasta in vita, ultimo, residuo, sperduto frammento di una dinastia annientata dalla furia, dalla disumanità. Il figlio Renato oggi vive in Israele. Porta il nome e il sangue di tutta intera questa famiglia che dal 7 gennaio avrà pezzi di memoria incorporati proprio nelle strade dove hanno a lungo e senza paura camminato.

(Il Mattino, 4 gennaio 2020)


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Napoli ricorda la Shoah, ma la comunità ebraica diserta: «Mai con l'assessore De Majo»

Eleonora de Majo, assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli
Anche a Napoli saranno installate le Stolpersteine, le pietre di inciampo dedicate alla memoria delle vittime del nazi-fascismo. Oggi alle 9.30 l'assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, Eleonora de Majo, i proponenti Alfredo Cafasso Vitale e Nico Pirozzi con l'artista Gunter Demnig installeranno a piazza Borsa, all'altezza del civico 33, le pietre d'inciampo dedicate alla memoria di Amedeo Procaccia, Iole Benedetti, Aldo Procaccia, Milena Modigliani, Paolo Procaccia, Loris Pacifici, Elda Procaccia, Luciana Pacifici e Sergio Oreste Molco, tutti membri della comunità ebraica di Napoli costretti ad abbandonare le proprie case al momento della promulgazione delle leggi razziali per cercare rifugio altrove, tutti arrestati e deportati ad Auschwitz. L'artista che realizzerà l'installazione è il tedesco Gunter Demnig; le sue creazioni, le Stolpersteine, avviate in Germania nel 1995, sono ormai presenti in numerose città europee, per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città , una memoria diffusa delle migliaia di ebrei che furono deportati verso i campi di lavoro e prigionia.
   Ma sull'iniziativa è subito polemica. Pubblichiamo il testo integrale della lettera aperta con cui la Comunità ebraica di Napoli annuncia che non parteciperà - in polemica con l'assessore Eleonora de Majo - alla cerimonia di installazione in piazza Bovio delle nove pietre di inciampo in memoria delle vittime dell'Olocausto.
    «Apprendiamo che martedì 7 gennaio l'artista tedesco Gunter Demnig sarà a Napoli per installare nove pietre d'inciampo (Stolpersteine) in corrispondenza di quella che fu l'ultima residenza delle famiglie Procaccia-Pacifici-Molco, prima di essere deportate e assassinate ad Auschwitz. Ricordare le vittime della più infame pagina della storia è un gesto nobile, che fortifica i valori di giustizia, libertà, solidarietà e democrazia. Qualità umane e sociali, che non potevamo fare a meno di condividere, sin da quando l'ingegnere Alfredo Cafasso Vitale ci propose l'installazione delle nove Stolpersteine in piazza Bovio, e l'allora assessore Nino Daniele approvò con entusiasmo, come molte altre iniziative organizzate dalla Comunità ebraica di Napoli. La recente nomina ad assessore alla Cultura della signora Eleonora de Majo, nota per il suo attivismo antisraeliano, ci induce, però, a ripensare la nostra partecipazione all'iniziativa. Senza scomodare la senatrice Liliana Segre e la sua lezione di stile tenuta in occasione dell'inopportuna e strumentale offerta di cittadinanza onoraria fatta dal Comune di Napoli, ci piace ribadire che ci sono cose che passano e altre che restano, soprattutto nella memoria immateriale della città. Ebbene, iniziative come quella di installare le nove Stolpersteine rientrano in quest'ultima casistica. Pertanto, per loro stessa natura non possono prestarsi a equivoci di sorta, soprattutto se in gioco ci sono valori dal significato alto e inequivocabile, come il diritto di esistere per lo Stato d'Israele. Quindi, appare quanto meno paradossale, che ci sia qualcuno a ricordare gli ebrei morti per poi disprezzare quelli vivi, come - ahinoi! - abbiamo troppo spesso visto e ascoltato. E non ci si dica, ancora una volta, che antisionismo e antisemitismo sono cose diverse tra loro. No, antisionismo e antisemitismo sono le due facce di un'identica medaglia, come ha più volte ricordato l'International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra). Un assioma, quello adottato dall'organizzazione intergovernativa tedesca, internazionalmente accettato e anche adottato. Auspichiamo - è il caso di riaffermarlo - anche a Napoli, la città delle Quattro Giornate; la città che nel novembre 2015 ebbe il coraggio civile di cancellare da una strada il nome di Gaetano Azzariti (presidente della Corte Costituzionale ma anche del tribunale della razza) per sostituirlo con quello di Luciana Pacifici, la più piccola delle vittime partenopee della Shoah. Cose che contano e pertanto restano nella storia e nella memoria di Napoli e dei napoletani.
       Per questo motivo diserteremo non solo la cerimonia del 7 gennaio, ma anche tutte quelle che vedranno la presenza della signora Eleonora de Majo. Una persona che - lo ribadiamo - ha espresso giudizi tanto superficiali quanto offensivi per quegli ebrei che, sia a Napoli che in tutta la diaspora e in Israele, sono stati testimoni del più grande progetto di genocidio che mente umana abbia mai concepito.
       La Comunità ebraica di Napoli ricorderà Luciana e Loris Pacifici, Milena Modigliani, Iole Benedetti, Oreste Sergio Molco, Amedeo, Aldo, Elda e Paolo Procaccia, il prossimo 30 gennaio (alle ore 10 a piazza Bovio e alle 11 in via Luciana Pacifici), in occasione del settantaseiesimo anniversario della loro deportazione ad Auschwitz. Lo farà assieme ai tantissimi napoletani che rifiutano la facile retorica e con essa tutte le forme di strumentalizzazione, convinti che rispettare gli ebrei vivi e le loro istituzioni sia il modo migliore per ricordare quelli risucchiati nel vortice della Shoah».
(Il Mattino, 4 gennaio 2020)


Lombardia - Mozione leghista pro Israele. Svolta in Consiglio regionale

Il documento equipara antisemitismo e antisionismo. Centrodestra pronto, sinistra e 5 Stelle in imbarazzo.

di Alberto Giannoni

Un'iniziativa forte - e quanto mai tempestiva - pro Israele, un documento che sta per arrivare in Consiglio regionale per poi passare in tutte le altre assemblee elettive, dai Comuni ai Municipi, proprio mentre si torna a parlare di venti di guerra in Medio Oriente.
   Così la Lega, e il centrodestra, puntano ad riaffermare con nettezza il sostegno allo Stato ebraico e l'amicizia per le comunità ebraiche italiane, superando ogni possibile ipocrisia sul tema dell'antisemitismo, agitato a sinistra con una buona dose di ipocrisia e strumentalità.
   Il documento è pronto, la prima firma è quella di Gianmarco Senna, capolista milanese attentissimo a questi temi. Ma la mozione, seguita con interesse dal sottosegretario ai Rapporti internazionali Alan Rizzi (Fi), è stata sottoscritta da tutto il gruppo del Carroccio, e con l'adesione dell'intero centrodestra dovrebbe approdare in Aula il 14 gennaio, mentre per febbraio è prevista la visita al Pirellone della senatrice a vita Liliana Segre, che è già stata destinataria di una mozione di sostegno il 5 novembre, dopo il caso degli insulti antisemiti di cui è stata vittima. Se approvato, il dispositivo di questa mozione impegnerebbe il presidente e la giunta su due fronti, importanti. Il primo punto prevede che si facciano promotori presso il governo di un codice che tenga conto di una «definizione chiara di antisemitismo che tenga in considerazione il necessario riconoscimento della legittimità dello Stato democratico di Israele e la sua sovranità giuridica». Il secondo punto impegnerebbe la giunta regionale a proporre al governo nazionale di escludere da finanziamenti e sovvenzioni alle realtà associative che aderiscono al Bds, la campagna per il boicottaggio di Israele, che è condotta con argomenti antisionisti, ispirati a una radicale ostilità per l'esistenza stessa dello Stato ebraico. Compare dunque in entrambi i punti il cuore di questa iniziativa, il suo motivo ispiratore: l'equiparazione fra antisemitismo e antisionismo, così come risulta nella definizione adottata dai 31 Paesi membri dell'IHRA, l'International holocaust remembrance alliance.
   Si capisce subito, insomma, che questo passaggio in Consiglio regionale potrebbe essere un problema per la sinistra - che ha avuto vari momenti di imbarazzo su questi temi - e soprattutto per i 5 Stelle, che spesso hanno tradito un'impostazione antisionista. «Per noi - dice invece Senna - non ci sono mai stati dubbi: siamo dalla parte di Israele senza se e senza ma. Dalla parte dell'Occidente, dell'alleanza atlantica. Dalla parte delle comunità ebraiche e degli ebrei in tutto il mondo. Il tentativo di dipingere la Lega come forza dell'odio, antisemita, è solo un modo per mascherare le pesanti incongruenze della sinistra sul tema. In troppi a sinistra nutrono ancora oggi un odio profondo contro Israele, di fatto alimentando una nuova crescente tensione antiebraica. Con questa mozione intendiamo fare chiarezza sui nostri rapporti con Israele e con l'antisemitismo, che condanniamo fermamente in tutte le sue sfaccettature».

(il Giornale - Milano, 4 gennaio 2020)



La dipendente anti-Israele: «Ho sbagliato»

MILANO - Dopo aver definito Israele «una feccia» ieri la dipendente comunale Paola Buccianti, impiegata comunale all'interno del gruppo consigliare «Milano progressista», si è scusata con un lungo post su Facebook: «Alcuni miei post, pubblicati sulla mia pagina personale, hanno urtato profondamente la sensibilità di alcune persone. Di questo sono dispiaciuta e chiedo loro scusa. Il senso e la motivazione che intendevo dare a quei post è sempre stata la difesa dei più deboli».
Gli insulti a Israele avevano sollevato le dure critiche della Lega, che con il capogruppo in Comune Alessandro Morelli e il deputato Paolo Grimoldi aveva chiesto al sindaco Sala di prendere posizione. Prosegue la dipendente comunale: «Certo mai avrei immaginato che le mie parole potessero scatenare una aggressione e critiche pesanti nei confronti del sindaco e del gruppo consiliare nel quale lavoro che ovviamente nulla hanno a che fare con il mio pensiero».
   «Preciso», si legge ancora nel post, «che la mia passione politica come il lavoro nel comune di Milano esistono da oltre 35 anni e hanno attraversato sindaci e Giunte di differenti colori. Per quanto mi riguarda comprendo che comunque i toni e le parole scritte abbiano un peso che ho sottovalutato e del quale in futuro ovviamente terrò conto».

(Libero - Milano, 4 gennaio 2020)


"Il deserto fiorirà e l'acqua sgorgherà": la rinascita agricola in Israele

di Davide Napoleone
    «Il deserto e la terra arida si rallegreranno, la solitudine gioirà e fiorirà come la rosa; fiorirà abbondantemente e gioirà con giubilo e grida d'allegrezza. Essi vedranno la gloria dell'Eterno, la magnificenza del nostro DIO». (Isaia 35:1-2)
Da diversi anni la terra d'Israele sta vivendo una rinascita agricola. Il profeta biblico Isaia profetizzò che il deserto sarebbe sbocciato come segno di benedizione da parte di Dio verso il Suo popolo. Questa profezia viene compiuta letteralmente poiché i raccolti da qualche tempo vengono coltivati anche nel deserto meridionale del Negev. Il mondo lotta con il problema della desertificazione, ma in Israele avviene la tendenza inversa. I deserti stanno fiorendo man mano producendo olive, uva, melograni e altre colture.
    «Allora lo zoppo salterà come un cervo e la lingua del muto griderà di gioia, perché sgorgheranno acque nel deserto e torrenti nella solitudine. Il luogo arido diventerà uno stagno e la terra assetata sorgenti d'acqua; nei luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli ci sarà erba con canne e giunchi». (Isaia 35:6-7)
Isaia profetizzò anche che l'acqua sarebbe sgorgata nel deserto! Diversi anni fa, un uomo si presentò al parlamento Israeliano con quello che sembrava essere un piano folle per scavare l'acqua nell'area dell'altopiano del deserto del Negev. Ma la sua proposta fu rifiutata. Imperterrito, quest'uomo ha investito i suoi soldi per scavare sottoterra. Ha raccontato che quando hanno finalmente colpito l'acquedotto naturale sotterraneo, l'acqua sgorgava per 60 metri in aria!
Oggi, in questo sito di Ramat HaNegev, prodotti come datteri, melograni e uva crescono accanto a un lago con allevamenti ittici di grande successo. Sì, hai letto bene, allevamenti ittici in un deserto, è incredibile! E non è tutto! Solo pochi anni fa, Israele ha scoperto 122 trilioni di unità di gas naturale al largo della costa mediterranea, ciò significa che non solo Israele sarà indipendente per il suo fabbisogno di petrolio, gas e acqua nel prossimo futuro, ma potrebbe anche diventare un'importante esportatore di queste preziose risorse nel mondo. Un'altra profezia che si adempie per il popolo eletto di Dio.
    «…poiché essi succhieranno l'abbondanza dei mari e i tesori nascosti nella sabbia». (Deuteronomio 33:19).
(VoceControCorrente.it, 3 gennaio 2020)


Così gli americani hanno eliminato Soleimani

di Michael Sfaradi

Qassem Soleimani è stato assassinato in Iraq. Quella di questa notte, portata a termine dalle Forze Armate Usa, è sicuramente l'eliminazione più drammatica degli ultimi anni registrata in Medioriente. Yossi Cohen, il capo del Mossad israeliano, aveva dichiarato che Qassem Soleimani non era sulla sua lista nera, ma ciò non escludeva che il capo della Guardia rivoluzionaria della Forza Al Quds, a causa delle sue attività antiamericane, fosse nel mirino della C.I.A. Passare alla prima occasione dal mirino della C.I.A. a quello di elicotteri e droni era solo una questione di tempo, serviva il momento e il luogo adatto, cosa che è successa nella notte di ieri.
   Soleimani è stato ucciso in un attacco mirato all'aeroporto di Baghdad insieme al vice comandante della milizia filo-iraniana. Era il responsabile di tutte le attività terroristiche iraniane nella regione ed era l'uomo che ha condotto tutte le operazioni militari iraniane transfrontaliere contro Israele in tutto il Medio Oriente. Di recente, dopo i vari salti di qualità che aveva avuto il suo operato, era stato etichettato come la "testa del serpente". La sua uccisione è stata confermata e il Pentagono ha dichiarato che l'eliminazione del generale iraniano è stata eseguita su ordine diretto del presidente Donald Trump, azione che aveva il duplice obbiettivo di fermare una minaccia che nel tempo stava aumentando di pericolosità e anche di dissuadere l'Iran dai suoi futuri piani offensivi.
   Come già detto insieme a Soleimani è stato eliminato anche il vice comandante dell'organizzazione ombrello delle milizie filo-iraniane "Al-Hashad al-Sha'abi", Abu Mahdi al-Mohandas. Probabilmente le forze Usa avevano aspettato proprio che i due fossero nello stesso sito prima di agire e questo conferma l'enorme opera di intelligence che ha portato al successo dell'operazione. Subito dopo le milizie filo-iraniane in Iraq avevano annunciato che cinque dei loro uomini erano stati uccisi, insieme ad altri due "ospiti importanti", in un attacco aereo statunitense contro i loro veicoli dell'aeroporto di Baghdad. Solo in un secondo momento, e probabilmente dopo aver ricevuto l'ok da Teheran, sono state pubblicate le fotografie del sito e in particolare, quella con la mano che porta l'anello di famiglia dei Soleimani, che confermavano le identità dei due "ospiti importanti".
   Alcuni funzionari iraniani avrebbero fatto sapere in forma anonima che dietro al duplice omicidio ci sarebbero sia gli Usa, che hanno rivendicato l'attacco, che Israele. Dichiarazione che potrebbe essere il preludio a qualche nuovo scenario. Questo potrebbe essere il motivo per cui il Ministro della difesa israeliano Bennet ha convocato con urgenza il Capo di Stato Maggiore dell'IDF Generale Kokavi, sia per una valutazione della situazione sia per attuare tutti quei piani di emergenza necessari a garantire la sicurezza della popolazione israeliana da eventuali attacchi missilistici che potrebbero arrivare dal Libano, dalla Striscia di Gaza e anche dalla stessa Siria.
   Per il momento soltanto la stazione sciistica sul monte Hermon è stata chiusa ai visitatori, mentre il Ministero degli Esteri e funzionari della sicurezza hanno dichiarato lo stato di allerta nel timore che le Ambasciate israeliane possano finire nel mirino della vendetta iraniana. Il generale Soleimani è stato per anni l'artefice dei programmi atti ad attaccare i diplomatici e il personale di servizio americani in Iraq e in tutta la regione, la forza Al Quds, infatti, è responsabile della morte di centinaia di americani e funzionari della coalizione, nonché del ferimento di migliaia di persone. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato probabilmente l'attacco missilistico sulla base Usa di Kirkuk del 27 dicembre scorso, ne avevamo dato notizia, quando un contractor americano è stato ucciso e altri militari sono rimasti feriti.
   Oltre ad essere a capo del gruppo di ingegneri che da mesi sta rendendo "intelligenti" i missili che l'Iran aveva fornito ad Hetzbollah in Libano, Soleimani era anche a capo della vasta operazione di mimetizzazione all'interno delle aree urbane dei missili balistici in Iraq, cosa che era stata denunciata a metà dicembre da vari organi di stampa israeliani. In pratica la stessa dottrina usata da Hamas nella Striscia di Gaza. Questa mossa, considerando la presenza di civili iracheni, avrebbe reso difficile una reazione israeliana in caso di attacco dall'Iraq con missili a lunga gittata.

(Nicola Porro, 3 gennaio 2020)


"Il capro espiatorio. Israele e la crisi dell'Europa". La recensione

"L'Europa, e per sineddoche l'Occidente, che sbrana Israele, è l'Occidente che sbrana sé stesso": Il saggio di Niram Ferretti descrive il decadimento dell'identità europea attraverso le manifestazioni di astio contro lo Stato Ebraico.

di Rebecca Mieli

Il Capro Espiatorio: Israele e la crisi dell'Europa. Questo il titolo del nuovo lavoro del saggista Niram Ferretti, ricercatore indipendente ed esperto del conflitto arabo-israeliano. Presentato già in diverse città italiane, e in attesa dell'evento nella capitale (che si terrà il 4 febbraio alla presenza di illustri ospiti quali il Presidente di Igap Europe, Robert Hassan, il Direttore di Italia Atlantica Bepi Pezzulli, e l'Ambasciatore e già Ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi di Sant'Agata), il volume non ha nulla da invidiare a un vero e proprio manuale di scienza politica, o meglio, di scienza dell'antisemitismo.
   Il saggio, infatti, racconta il decadimento della civiltà occidentale, dal momento in cui il multiculturalismo ha deciso di forzare una violenta erosione dell'identità europea e delle proprie radici giudaico cristiane in nome di una fantomatica autoflagellazione. Quest'ultima deriverebbe, infatti, da un corroborante senso di colpa che attanaglia il vecchio continente non solo a causa degli orrori delle due grandi guerre, ma anche e soprattutto a causa del passato colonialista. In tal senso l'Europa avrebbe deciso di redimersi esaltando senza alcun limite le culture che nei secoli scorsi aveva contribuito a sfruttare e a denigrare come inferiori, arrivando sfortunatamente ad accettare e lodare anche i tratti più violenti e bellicosi di quest'ultime. Il terrorismo islamico, in un certo senso, sarebbe giustificato dalla povertà e dalle disuguaglianze che i Paesi colonialisti hanno contribuito a creare nei paesi arabo-islamici, e così via.
   Tutto questo passa inevitabilmente per Israele: il senso di colpa europeo nei confronti degli ebrei, nell'immaginario comune, sarebbe la causa ultima della fondazione dello Stato di Israele, e con il passare degli anni e della trasformazione della figura dell'ebreo da perseguitato indifeso a soldato armato, ha trasformato (nell'ottica europea) l'idea di Israele in un errore madornale che ha portato ad altrettante, terribili, sofferenze. Il volume non parla di Israele, ma dell'autodistruzione della identità europea manifestata attraverso una rinnovata forma di antisemitismo, concentrata non solo nell'attivo sostegno dei Paesi europei a quelli Arabi, ma anche e soprattutto nel triste abbraccio tra sinistra e antisionismo.
   Solo per citare alcuni esempi, a ventidue anni dalla fine della guerra e ventitré dalla caduta di Vichy, il presidente francese De Gaulle (che aveva pugnalato Israele alle spalle mettendo l'embargo sulla fornitura d'armi che lo Stato ebraico aveva pagato) giustificò l'astio contro Israele come un effetto prodotto dalle vittime, e non come una causa delle manifestazioni belliche di per sé. In sostanza, così come per decenni l'antisemitismo si era manifestato a partire dal falso storico dell'ebreo ricco, così gli anni sessanta e settanta videro la nascita di un nuovo ebreo da attaccare: l'ebreo forte, sicuro di sé, armato e dominatore. L'effetto di questo percorso di pensiero è ben visibile se si guarda alla condizione delle comunità ebraiche francesi, massacrate di accuse ideologicamente veicolate da islamisti e "lefties". Dopo tutto, scrive Ferretti, "l'antisemitismo musulmano francese doveva essere in larga misura solo una "comprensibile" reazione all' "occupazione" israeliana di Gaza e della West Bank", una mossa astuta e furbesca che ha messo in piedi una vera e propria commedia, quella dove si è racconta "il problema più fondamentale - in Francia come in Israele - fosse l'"Islamofobia". Similmente sta accadendo in Inghilterra, dove il sostenitore dei movimenti terzomondisti (per definizione innocenti, anche quando promulgano idee antisemite e azioni violente) Jemery Corbin tratta Israele come un "agente" degli Stati Uniti, o peggio come un condizionatore delle politiche americane.
   E mentre, scrive Ferretti, cinquant'anni di indefessa propaganda antisraeliana, ingiustificatamente nata dal senso di colpa europeo nei confronti di arabi e nordafricani, hanno colpito e lasciato il segno nell'opinione pubblica occidentale, Israele è cresciuta e prosperata attorno alla forza della sua identità ebraica, attirando su di sé sempre più l'astio degli "odiatori delle identità" in Europa.
   Cosa odia l'Europa di Israele? Il senso nazionale, il forte multiculturalismo da sempre agognato dalla sinistra occidentale ma che mai è riuscita ad ottenere), l'ideologia patriottica, l'etnicità, la religiosità, la salvaguardia dei propri valori, lo spirito di sacrificio dei propri soldati. Insomma, l'identità. E se in Europa, con sommo dispiacere di chi ne ama usi e costumi, questi termini sono stati trasformati esclusivamente in disvalori, sinonimi di razzismo, bellicismo, suprematismo, il fatto che da questi elementi Israele tragga la sua forza lo rende inevitabilmente un paese razzista, pur senza aver mai visto i tipici episodi di razzismo made in EU; guerrafondaio, pur avendo sempre e solo combattuto per difesa, a differenza del classico espansionismo intrinseco della cultura europea; suprematista, nonostante la casa di Ghetti, Pogrom e Campi di sterminio sia sempre stata proprio l'Europa.
   Il volume coniuga elementi di filosofia politica con un'analisi attenta e precisa degli eventi che hanno segnato l'erosione dell'amicizia tra Europa e Israele, spiegando con dovizia di particolari un fenomeno apparentemente inspiegabile. Non c'è differenza tra l'affermare che gli ebrei, (come accadeva nel Medioevo) uccidevano i bambini per potere utilizzare il loro sangue nel confezionare il pane azzimo, e il dire che i soldati dell'Esercito Israeliano trattano i palestinesi come le SS, o che vige un regime di Apartheid. Sono miti, fantasticherie, menzogne propagandistiche antisemite prive di qualsiasi fondamento. È un copione Made in Europe, che non è mai stato cambiato nei contenuti ma solo nella forma. E allora, menomale che c'è Israele, l'ultimo e prospero baluardo di civiltà occidentale in difesa non già dei fantomatici deboli, ma di tutti.

(Affaritaliani.it, 3 gennaio 2020)



Soleimani, Israele eleva lo stato di allerta

Fonti del ministero degli Esteri e della Difesa israeliani hanno annunciato l'innalzamento dello stato di allerta per le proprie delegazioni all'estero dopo l'uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani in un raid aereo Usa a Baghdad. Inoltre, il livello di sicurezza è stato rafforzato per le delegazioni israeliane nelle ''regioni sensibili''.
Secondo il Jerusalem Post, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu rientrerà in Israele prima del previsto riducendo la sua visita ufficiale in Grecia, dove si era recato ieri per la firma dell'accordo con i governi greco e cipriota sul gasdotto East-Med per l'esportazione di gas israeliano. "Così come Israele ha diritto all'autodifesa, gli Stati Uniti hanno esattamente lo stesso diritto", ha detto Netanyahu, sottolineando che Soleimani "era responsabile della morte di cittadini americani e di molte altre persone innocenti" e "stava pianificando altri attacchi". Per il premier israeliano, "il presidente Trump ha tutto il merito di avere agito con rapidità, forza e decisione. Israele - conclude Netanyahu - è dalla parte degli Stati Uniti nella loro giusta lotta per la pace, la sicurezza e l'autodifesa".

SIRIA - Dal canto suo il regime di Damasco ha condannato ''nei termini più duri'' quella che ha definito la ''criminale aggressione degli Stati Uniti che ha portato al martirio del leader di al-Quds, il generale iraniano Qassem Soleimani''. E' quanto riporta l'agenzia di stampa ufficiale siriana Sana citando una fonte del ministero degli Esteri di Damasco. Nella nota viene anche ricordato il ''vice presidente della Commissione delle Unità di mobilitazione popolare irachene, Abu Mahdi al-Muhandis'', anche lui ucciso nel raid aereo Usa a Baghdad. Citando anche l'uccisione di una serie di miliziani sciiti iracheni nel raid, la Sana parla di una ''pericolosa escalation della situazione nella regione''.

CINA - Pechino chiama tutte le parti, "soprattutto gli Stati Uniti" a dar prova di moderazione a seguito della morte del generale Qassem Soleimani. "La Cina si è sempre opposta all'uso della forza nelle relazioni internazionali", ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang parlando con i giornalisti. "Esortiamo le principali parti, specialmente gli Stati Uniti, a mantenere la calma e dar prova di moderazione per evitare nuove escalation della tensione", ha aggiunto.

RUSSIA - L'uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani in Iraq avrà come effetto un aumento delle tensioni nella regione, ha detto il ministero degli Esteri russo in una nota rilanciata dall'agenzia di stampa Ria Novosti e dalla Tass. ''L'uccisione di Soleimani è stato un passo avventurista che aumenterà le tensioni nella regione'', si legge nella nota. "Soleimani ha servito la causa di proteggere gli interessi nazionali dell'Iran con devozione. Esprimiamo le nostre più sincere condoglianze al popolo iraniano'', prosegue il comunicato.
Per Konstantin Kosachev, presidente della Commissione esteri del Consiglio della federazione russo, l'attacco è un errore che si ripercuoterà su Washington e mette la parola ''fine a qualsiasi possibilità di salvare l'accordo nucleare'' iraniano. ''Seguiranno certamente attacchi di rappresaglia'', ha scritto Kosachev sulla sua pagina di Facebook, aggiungendo che anche Israele dovrebbe temere le conseguenze. Il senatore russo ha quindi scritto che ''le ultime speranze di risolvere il problema nucleare iraniano sono state 'bombardate'''.

(Adnkronos, 3 gennaio 2020)


Netanyahu ad Atene. Accordo per portare gas israeliano in Europa

Nell'accordo non c'è per ora l'Italia. Due milioni di tubi nel Mediterraneo: l'incontro fra Netanyahu e i premier greco e cipriota.

di Davide Frattini

EastMed si chiama il progetto energetico ed East Med si chiama la legge che il Congresso americano ha approvato pochi giorni fa. Perché dentro gli oltre 2 mila chilometri di tubi che verranno posati nel Mediterraneo non viaggia solo gas naturale, si muovono anche gli equilibri e le sfide tra nazioni. Benjamin Netanyahu è volato ieri da Israele ad Atene dove ha incontrato il premier greco Kyriakos Mitsotakis e il presidente cipriota Nicos Anastasiades: insieme hanno messo quello che dovrebbe essere l'ultimo timbro per dare il via alle operazioni. Un piano che unisce i tre punti — geografici e strategici — del triangolo nel Mediterraneo orientale e crea un'alleanza che secondo il primo ministro israeliano — in campagna elettorale e sotto pressione dopo l'incriminazione per corruzione — «ha un'importanza enorme e contribuisce all'equilibrio nella regione». È la stessa visione espressa dai deputati e senatori a Washington quando hanno votato l'Eastern Mediterranean Security and Energy Partnership Act: fiducia ridimensionata verso la Turchia e pieno sostegno alla neonata coalizione energetica.
   I tecnici hanno già definito i dettagli finanziari e ingegneristici di quella che sarà la conduttura sottomarina più lunga al mondo e che dovrebbe costare 7 miliardi di dollari. Il gas estratto dai giacimenti israeliani e ciprioti nel Levante partirà dalle acque attorno a Cipro per passare dall'isola di Creta verso l'entroterra greco. Da qui sarebbe dovuto approdare al largo di Otranto e da lì essere distribuito in tutta l'Europa. La Commissione europea ha speso 100 milioni di euro in studi di fattibilità e per l'Italia ci aveva messo la firma Carlo Calenda, allora ministro dello Sviluppo economico, nell'aprile del 2017. Quello era un memorandum d'intesa, il primo passo per proseguire insieme nel progetto.
   Adesso Roma è assente alla stretta di mano definitiva e sembra prendere tempo senza tirarsi fuori dall'operazione che interessa a imprese come Snam, Edison, Eni. Così il sostegno è arrivato per lettera. Stefano Patuanelli, ministro dello Sviluppo economico, ha inviato un messaggio — scrive il quotidiano greco Ekathimerini — al governo di Atene: «Voglio esprimere i miei auguri per il successo dell'iniziativa che il nostro Paese continua a supportare». Yuval Steinitz, ministro israeliano per l'Energia, assicura che il gasdotto — dovrebbe essere terminato da qui a 5 anni — «servirà a contenere l'influenza araba in Europa». In questo momento è considerato un argine contro l'espansionismo di Recep Tayyip Erdogan che ha stretto un accordo con il governo di Fayez Al Sarraj: il patto estende l'influenza marittima della Turchia — e l'ambizione del suo presidente — fino alle coste della Libia per destabilizzare i rivali Grecia e Cipro. Che sono già coinvolti in dispute di mare e di terra con Ankara e vogliono proteggere le risorse garantite dai giacimenti di gas scoperti nel Mediterraneo orientale.

(Corriere della Sera, 3 gennaio 2020)


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Israele vuole un supergasdotto per rifornire l'Europa, Erdogan bellicoso s'oppone

Italia contenta ma ambigua

di Daniele Raineri

l primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis (al centro), il presidente cipriota Nicos Anastasiadis (a sinistra) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu  
ROMA - Ieri Israele, Cipro e Grecia hanno firmato ad Atene un accordo trilaterale per la costruzione di Eastmed, un gasdotto di circa 1.900 chilometri che nel giro di tre anni - in teoria - dovrebbe collegare i giacimenti ricchissimi di gas nel mare di Israele e di Cipro con l'Europa. Se e quando sarà completato, Eastmed porterà al continente europeo circa un dieci per cento del suo fabbisogno di gas e quindi ridurrà la dipendenza energetica dalla Russia (un tema strategico molto sentito) e darà a Israele l'accesso a un mercato molto stabile e grande. Questo spiega perché a firmare c'era il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu: è una potenziale svolta strategica per Gerusalemme. La sezione finale del collegamento tra Grecia e Italia non fa parte del gasdotto Eastmed, è un altro progetto che si chiama Poseidon e su di esso non c'è ancora un accordo definitivo.
   La firma dell'accordo avvenuta ieri non garantisce che il gasdotto sarà davvero ultimato. Il progetto mette assieme Israele, Egitto, Grecia, Cipro e Italia- grazie al vantaggio condiviso - ma la Turchia è molto contraria alla costruzione di Eastmed perché si sente esclusa dallo sfruttamento delle risorse nel Mediterraneo. Il presidente turco Recep Tayyep Erdogan ha definito il gasdotto "un gioco per imprigionarci dentro i nostri confini di terra". Il governo turco sostiene che i confini marittimi - quelli che attraversano i giacimenti - non sono stati ancora definiti bene e avverte che qualsiasi manovra per danneggiare gli interessi della Turchia nella regione "è destinata al fallimento": il riferimento al gasdotto è molto chiaro. A metà dicembre come manovra d'intralcio Erdogan e il governo di Tripoli hanno firmato un accordo che ridefinisce l'estensione in mare delle zone di interesse economico di Libia e Turchia. In pratica le due zone vengono a confinare come se non ci fosse la Grecia di mezzo ed è un tentativo di bloccare il progetto Eastmed con un pretesto diplomatico - da reggere poi eventualmente con l'uso della forza. Ieri il Parlamento turco ha dato il via libera all'invio di truppe per salvare Tripoli nella guerra civile contro Haftar. In breve: Erdogan ha costruito un blocco militare che per ora ha il solo scopo di fermare l'offensiva del generale Haftar e poi dopo potrebbe occuparsi della contesa nel Mediterraneo orientale.
   L'Italia in questa situazione si trova in mezzo. Appoggia la costruzione di Eastmed, ma appoggia anche il governo di Tripoli in Libia perché ha interessi da salvaguardare -tra questi ci sono gli accordi sull'immigrazione - e allo stesso tempo negozia con il generale Haftar perché non si sa mai. Oltre a questa indecisione all'esterno, il governo italiano è indeciso anche al suo interno quando deve parlare del gasdotto Eastmed. Il ministro per lo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli del M5S, ha mandato una lettera di assenso caloroso per celebrare l'accordo. Ma il premier Conte nella primavera 2019 era freddino sulla realizzazione del progetto Poseidon (che è essenziale per il gasdotto Eastmed, altrimenti il gas si ferma alla Grecia) che arriverebbe a Otranto. Dice che Eastmed si potrebbe innestare sul gasdotto Tap, che ormai i grillini hanno approvato in via definitiva dopo avere promesso il contrario in campagna elettorale nel 2018 ("Quando saremo al potere bloccheremo la Tap in due settimane", diceva Alessandro Di Battista). Di recente Conte potrebbe avere cambiato idea ed essere d'accordo con la realizzazione di Poseidon. Del resto anche questo secondo progetto è molto appoggiato dagli Stati Uniti, come la Tap, e Conte è un atlantista d'istinto. Il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha in programma un tour diplomatico della regione fra pochi giorni.

(Il Foglio, 3 gennaio 2020)


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Israele ci porta il gas sotto casa ma l'esecutivo Conte tentenna

Ad Atene la firma dell'accordo Eastmed

di Daniel Mosseri

Benjamin Netanyahu si è dimesso da ministro della Salute, della Diaspora e dell'Agricoltura. Nel giro di poche ore, il premier israeliano ha lasciato i tre incarichi per affrontare l'incriminazione per truffa e corruzione ufficializzata dal procuratore generale di Israele Avichai Mandelblit. Netanyahu, che resta capo del governo, ha chiesto alla Knesset di concedergli l'immunità parlamentare. La palla passa nelle mani del presidente dell'assemblea, Yuli Edelstein, che stabilirà se il voto dei deputati avverrà prima (come vorrebbe l'opposizione) o dopo (come vorrebbe Netanyahu) il ritorno dei cittadini alle urne il prossimo 2 marzo. In attesa di una decisione di Edelstein, giovedì la Corte Suprema ha respinto come "prematura" una petizione per escludere lo stesso Netanyahu dalla guida del prossimo governo.
   Forte della pronuncia della corte, il premier è volato ad Atene per incontrare il suo omologo greco Kyriakos Mitsotakis e il presidente di Cipro Nicos Anastasiades. Un vertice a tre per firmare nuovi accordi relativi alla costruzione del gasdotto EastMed: 1900 km di pipeline sottomarina per convogliare il gas dei giacimenti israeliani e ciprioti prima verso ovest, a Creta, e da qua a nord verso la Grecia continentale, trasformata in un snodo regionale dell'oro blu.
   Israele, che già vende gas a Giordania ed Egitto, si prepara a pompare 10 milioni di metri cubi di gas verso il Vecchio Continente. «Abbiamo stretto un'alleanza nell'area orientale del Mediterraneo: un'alleanza che ha un'importanza enorme per il futuro energetico di Israele, e che contribuisce alla stabilità nella regione», ha affermato Netanyahu prima di partire per Atene.
   Della partita è anche il governo italiano che però pure sul progetto EastMed non ha mancato di tentennare. Lo scorso maggio il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sembrava contrario allo sviluppo di Poseidon, il gasdotto italo-greco che dovrebbe allacciarsi ad EastMed per portare il gas fino alle coste pugliesi. Conte allora si è espresso a favore dell'interconnessione fra Eastrned e Tap. Lo scorso novembre Edison spa ha firmato con INGL (Israel Natural Gas Lines) un memorandum di intesa per la collaborazione fra Eastrned e Poseidon.

(Libero, 3 gennaio 2020)


L'Alta Corte respinge l'istanza anti-Netanyahu: "Prematura"

di Francesca Paci

Benjamin Netanyahu incassa il via libera dell'Alta Corte israeliana che risponde negativamente all'interpellanza di un gruppo d'intellettuali convinti di poter fermare la potenziale vittoria elettorale di un premier ancora molto popolare appellandosi ai suoi guai con la giustizia. La petizione chiedeva d'impedire a Netanyahu, incriminato con l'accusa di corruzione e frode, di ricevere l'incarico per formare un nuovo governo dopo il voto parlamentare di marzo, il terzo in meno di un anno. Secondo i magistrati, che pure hanno riconosciuto «la fondamentale importanza dell'istanza», la tempistica è «prematura» e la questione è troppo teorica per essere affrontata prima del risultato delle urne. Una eventuale decisione al riguardo potrebbe essere presa, casomai, quando Netanyahu dovesse essere reincaricato.
   E' la seconda volta in poche settimane che Bibi schiva il colpo delle opposizioni, tentate dalla via giudiziaria nella difficoltà di percorrere quella politica. A metà dicembre la medesima Alta Corte aveva decretato che potesse restare alla guida dell'esecutivo fino alle prossime consultazioni, respingendo il primo dei ricorsi presentati contro il premier dopo l'incriminazione, il 21 novembre scorso. In quel caso era stato lo stesso procuratore Avichai Mandelblit, l'accusatore di Netanyahu, a sostenere l'insussistenza della domanda di dimissioni convincendo il tribunale, non nel merito ma nella forma, e condannando la sconfitta Ong "Movement for the Quality of Government in Israel" a pagare le spese processuali.
   Netanyahu riparte dal 2020. Il primo gennaio il premier, da poco confermato alla guida del Likud con il 72% dei consensi, ha annunciato in televisione che si avvarrà dell'immunità parlamentare, ritardando il momento in cui potrebbe cominciare il processo a suo carico. Se l'immunità gli sarà concessa, ha sottolineato, avrà comunque un carattere temporaneo, al termine del quale Bibi intenderebbe presentarsi di fronte ai giudici per smontare le accuse mosse contro di lui.
   Israele è politicamente ancora in mezzo al guado, in attesa di un ulteriore voto che faccia chiarezza sulla guida del Paese, mentre nella regione rimbombano i venti della guerra a distanza tra Teheran e Washington.A prescindere dalla maggioranza eletta alla Knesset, però, l'attenzione è tutta sull'Iran, con cui, ha ammesso il Capo di Stato maggiore Aviv Kochavi, «l'esercito si sta preparando ad uno scontro limitato».

(La Stampa, 3 gennaio 2020)


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«Detesto Bibi, non lo processerei. Meglio sconfiggerlo»

Parla Yael Dayan, scrittrice, laburista, la figlia di un mito israeliano: l'eroe della Guerra dei sei giorni, il generale Moshe Dayan.

di Umberto De Giovannangeli

«Non condivido nulla di quanto Benjamin Netanyahu ha detto e fatto nella sua vita politica e da primo ministro. Considero l'ultimo governo da lui guidato il peggiore nella storia d'Israele. Ma sono altrettanto convinta che Netanyahu debba essere sconfitto dalla politica, con il voto, e non per via giudiziaria».
A dirmelo è una personalità che, per storia e convinzioni, è agli antipodi di "Bìbì". Yael Dayan, scrittrice, più volte parlamentare laburista, figlia di uno dei miti d'Israele: l'eroe della Guerra dei Sei giorni, il generale Moshe Dayan.
   Netanyahu va avanti, e forte del successo alle recenti primarie per il suo partito invoca l'immunità parlamentare. La richiesta arriva dopo che è stato formalmente incriminato per tre atti d'accusa: corruzione, frode e abuso d'ufficio. È la prima volta, nella storia di Israele, che un primo ministro in carica viene formalmente incriminato per tre atti d'accusa.
Netanyahu ha parlato di un periodo di immunità «limitato nel tempo» e volto semplicemente a consentirgli di restare in sella finché non sia dimostrata, come da sue parole, la sua innocenza in tribunale.
   «Voglio guidare Israele per molti altri anni per raggiungere successi storici», ha detto. Al termine di questo periodo Netanyahu intende affrontare i giudici e «fare a pezzi» le accuse per cui è imputato. «Non c'è alcuna possibilità per nessuno di evitare il processo» né è sua intenzione farlo, ha dichiarato.
   Il primo ministro ha aggiunto di non aver mai promosso o modificato alcuna legge nel tentativo di evitare un processo in corso e che esiste la legge sull'immunità per «proteggere i rappresentati del popolo da incriminazioni di carattere politico il cui scopo è di andare contro il volere del popolo». Una legge che serve per garantire a chi è stato eletto di «poter agire per il popolo secondo la sua volontà».
In Israele la legge non obbliga il premier a dimettersi in caso di processo, ma non lo rende immune dall'azione giudiziaria. Dopo le incriminazioni a novembre Netanyahu ha parlato di un tentativo di colpo di stato e ha fortemente criticato la magistratura israeliana. Ha accusato la polizia di aver messo sotto pressione i testimoni. Il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit aveva inviato l'atto di accusa contro Netanyahu al presidente del parlamento il 2 dicembre. Successivamente, Netanyahu ha avuto 30 giorni per richiedere l'immunità. Secondo la legge israeliana, un primo ministro può essere rimosso dalle sue funzioni solo in caso di condanna ed è probabile che i processi dureranno per mesi. In Israele, dal 2005 la immunità non è più automatica, ma deve essere approvata dalla Knesset. prima in una apposita commissione parlamentare e poi in seduta plenaria. Dal 2005 ad oggi, ha ricordato la televisione commerciale Canale 12, si sono avute 15 incriminazioni di parlamentari. Solo in tre casi, finora, è stata invocata la immunità. E' stata negata a due parlamentari: Michael Gorolowsky (Likud) - era accusato di una infrazione parlamentare - e Said Nafa (Balad nazionalista arabo) per un viaggio non autorizzato in Siria. Anche il ministro Haim Katz (Likud) ha chiesto l'immunità, ma attende ancora che il suo caso sia sottoposto all'apposita commissione parlamentare. Nel cosiddetto caso 1000, Netanyahu è accusato di avere ricevuto regali sotto forma di casse di sigari e champagne da amici miliardari in cambio di favori politici. Nel caso 4000, l'accusa è di aver varato regolamenti favorevoli alla compagnia di telecomunicazioni Bezeq, in cambio di una copertura a lui favorevole da parte del sito Walla, il cui editore, Shaul Elovitch, è anche maggiore azionista della società.
   Lo scontro è aperto e l'esito del voto della Knesset è tutt'altro che scontato.
   Contro la concessione dell'immunità si sono pronunciati due dei più agguerriti avversari politici di Netanyahu. Benny Gantz, il leader del partito centrista Kahol Lavan (Blu-Bianco), che i sondaggi danno favorito per le elezioni del 2 marzo, e il capo di Israel Beiteinu (destra nazionalista), Avigdor Lieberman. In risposta al discorso di Netanyahu di mercoledì sera, trasmesso in diretta televisiva, Gantz ha affermato che l'intenzione del primo ministro di chiedere l'immunità è la prova stessa della sua colpevolezza e ha aggiunto che Israele deve fare una scelta tra "il Regno di Netanyahu ... o lo Stato di Israele". E siamo solo all'inizio.

(il Riformista, 3 gennaio 2020)


L'impiegata di Palazzo Marino contro Israele e imprenditori

di Alberto Giannoni

Paola Bucci Buccianti e Giuseppe Sala
MILANO - Partecipare alle marce contro l'odio. E poi odiare gli imprenditori, odiare la borghesia, e odiare Israele. C'è un bel pezzo di sinistra che lo considera legittimo, possibile, coerente. E a questa sinistra pare rifarsi una dipendente del Comune di Milano, impiegata presso il gruppo consiliare «Milano progressista». Il caso è stato sollevato pubblicamente ieri dal centrodestra milanese.
   Animata evidentemente da una forte passione politica, la signora, Paola Bucci Buccianti, in diversi scritti su facebook si è fatta prendere la mano, e fra un intervento sui «No tav» e uno sulla «rivoluzione» cubana, ha condiviso pure un post sullo «Stato di m ... a», arrivando a sconfinare in un linguaggio che per un elettore di destra, ovviamente, non sarebbe mai considerato accettabile.
   Tra i suoi bersagli preferiti ci sono la Lega e i leghisti, ma anche gli imprenditori, e la borghesia in generale. «Buon Natale bastardi - si legge in un post del 25 dicembre che è dedicato alla classifica degli italiani più ricchi e contiene un passaggio sul "sano odio di classe" nei loro confronti- Prima o poi Giustizia sarà fatta. Ma senza farvi del male». «Bastardi» è un epiteto usato e rivendicato, come pure il sostantivo «feccia» rivolto allo Stato di Israele. «Alla feccia di Israele e a quella parte di amichetti conniventi ebrei italiani che fingono di essere di sinistra - si legge in un altro - risponde Chef Rubio ... ».
   «Vergognoso - ha detto Paolo Grimoldi, deputato della Lega - La dipendente del Comune (che si definisce marxista e posa con Sala con le bandiere rosse) che insulta lo Stato di Israele, oltre ad insultare la Lega è solo l'ultima conferma di una sinistra che a Milano è purtroppo profondamente anti ebraica». «L'odio a Milano non si estingue perché il sindaco va in tv a dichiararlo - commenta anche il capogruppo di FdI Andrea Mascaretti - l'odio si combatte con azioni concrete dando il buon esempio».
   Sul caso è intervenuto anche l'ex presidente della Comunità ebraica Raffaele Besso: «Se Paola Bucci Buccianti di Milano Progressista si è espressa così come è stato denunciato - ha detto - mi aspetto che vengano chieste immediatamente le sue dimissioni».

(il Giornale - Milano, 3 gennaio 2020)


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"Israele la peggior feccia, amichetti conniventi ebrei italiani"

La Comunità Ebraica di Milano chiede al sindaco Sala provvedimenti contro Paola Bucci Buccianti

 
Milo Hasbani, Presidente della Comunità Ebraica di Milano
Alla feccia di Israele e a quella parte di amichetti conniventi ebrei italiani che, fingono di essere di sinistra, tranne che sulla violenza in Palestina, risponde chef Rubio che rinuncia ai dollari della Tv. E parte per Gaza per raccontare come si sta in una situazione di Guerra. Guerra infame contro la peggior Feccia: Israele".
Questo è quanto ha scritto la dipendente del gruppo consiliare "Milano Progressista" che sostiene il Sindaco Giuseppe Sala Paola Bucci Buccianti, il 28 dicembre scorso sul suo profilo Facebook.
Dura la reazione della Comunità ebraica di Milano. "Ci sembra doveroso che il Comune di Milano prenda le distanze e seri provvedimenti nei riguardi di Paola Bucci Buccianti che usa il suo profilo Facebook per seminare odio nei riguardi degli Ebrei e di Israele; in questo momento di rinascita dell'antisemitismo nel mondo tutti dovremmo essere impegnati ad evitare la diffusione di odio - dichiara in una nota il presidente della CEM Milo Hasbani -. Confidiamo nel sindaco Sala che è stato il promotore della marcia dei sindaci contro l'odio antisemita, vorremmo fatti e non solo parole".

(Bet Magazine Mosaico, 3 gennaio 2020)


Parte Eastmed. Cosa c'è dietro la più grande partita geopolitica del Mediterraneo

Oggi ad Atene Israele, Grecia e Cipro firmano l'accordo intergovernativo sul gasdotto che trasformerà la geopolitica del gas nel Mediterraneo orientale. Le reazioni di Ankara e le contromosse di Washington.

di Francesco De Palo

Oggi ad Atene i leader di Israele, Grecia e Cipro firmano l'accordo intergovernativo sul gasdotto che influenzerà la geopolitica del gas nel Mediterraneo orientale. La consapevolezza di cui ormai tutte le parti in causa hanno preso coscienza, è che l'Eastmed di fatto trasformerà rapporti, influenze e direttrici di marcia di due quadranti strategici come quello euromediterraneo e quello mediorientale. Un quadro che non è scevro dalle reazioni di chi resta fuori dalla partita e dalle contromosse di chi vigila sul Mare nostrum.

 Qui Atene
  Nella capitale ellenica il premier greco Kyriakos Mitsotakis, il presidente della Repubblica di Cipro Nikos Anastasiadis e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sotto gli auspici dell'Italia, sigilleranno la nuova infrastruttura in una cerimonia ufficiale su cui saranno puntati gli occhi di tutto il mondo.
A sottolineare l'importanza geopolitica del momento, è giunta ad Atene una lettera da parte del ministro italiano dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, al Ministro dell'Ambiente e dell'Energia greco Kostis Hadjidakis in cui esprime "i più calorosi auguri per il successo dell'iniziativa, che l'Italia continua a sostenere nel quadro dei progetti europei di interesse comune (PCI)". Il gasdotto EastMed è l'opzione che porta i maggiori vantaggi economici e politici al trasporto di gas dal Mediterraneo orientale all'Europa. Un passaggio contenuto negli studi preliminari sul progetto realizzati per conto della società PASIDON, che gestisce il progetto, con una partecipazione alla pari al 50% della greca DEPA e della italiana Edison.

 Il progetto
  Il gasdotto sarà il più lungo di sempre, da 1300 chilometri e verrà suddiviso in undici sottosezioni. Punto di partenza un'unità galleggiante di stoccaggio e scarico a una profondità di circa 1.800 metri nella zona industriale di Vasilikos a Cipro. Lì verrà avviata la prima operazione di compressione e stoccaggio. Secondo step sarà il gasdotto sottomarino da Cipro alla parte orientale dell'isola di Creta da 734 km e poggiato alle massime profondità marine (2.960 metri). Terza tranches, il gasdotto sottomarino da Creta al Peloponneso meridionale da 422 chilometri per poi sbucare sulla terra ferma nella prefettura di Achaia, attraversando il Peloponneso da sud-est a nord-ovest. La parte greca terminerà nel golfo di Patrasso, con una conduttura interna di circa 245 km da Akarnania al compressore e alla stazione di dosaggio in Thesprotia, prima dell'approdo in Italia. Il tutto verrà accompagnato da centri di sorveglianza, sistemi di telecomunicazione e controllo remoto, oltre dal monitoraggio costante realizzato congiuntamente anche dalle forze armate dei tre paesi.

 Qui Ankara
  A questo punto, in preda al panico, Erdogan "preme il pulsante" delle operazioni Libia visto che Ankara è tagliata fuori dal nuovo vettore e registra la richiesta da parte di tutti i paesi arabi di interrompere il suo intervento alle porte di Tripoli. La firma dell'accordo tra Libia e Turchia relativamente alla zona economica esclusiva potrebbe compromettere i progetti energetici già in atto e probabilmente ritardarne la loro attuazione.È questo un motivo di grande tensione tra il gruppo che si è coagulato sul dossier energetico e il player turco che, proprio negli stessi giorni delle firme sull'Eastmed, vota per l'intervento in Libia.

 Qui Washington
  Proprio per questa ragione Washington ha intensificato la propria presenza nell'Egeo al fine di cementare le relazioni in loco. Gennaio sarà un mese di incontri di primo livello sull'asse Usa-Cipro-Grecia. Il segretario di Stato americano Mike Pompeo visiterà Cipro nella prima settimana di gennaio: in agenda le relazioni bilaterali, il partenariato per la cooperazione nel Mediterraneo orientale, la questione della possibile riunificazione di Cipro, il dossier energetico con i riverberi sull'Eastmed e il ruolo di Ankara.
Il 7 gennaio invece il premier greco Mitsotakis verrà ricevuto alla Casa Bianca, un'occasione utile non solo per certificare una volta di più il nuovo rapporto nato tra i due Paesi dopo il memorandum sull'uso di quattro basi elleniche, ma per fare il punto su due iniziative comuni: il possibile acquisto greco di alcuni F-35 americani, ovvero parte di quelli non più venduti alla Turchia, e il pacchetto di privatizzazioni che interessa il porto greco di Alexandrupolis con gli Usa già operativi.

(Formiche.net, 2 gennaio 2020)


Trump colpisce le milizie di Teheran. L’lraq è il cuore della "guerra tiepida"

L'escalation a Baghdad è l'ultimo capitolo dello scontro in Medio Oriente tra Stati Uniti e Iran Siria e Yemen gli altri terreni. Khamenei: "Se vogliamo combattere lo facciamo apertamente".

di Francesco Semprlni

NEW YORK - L'escalation registrata in Iraq è il capitolo più recente della guerra «tiepida» tra Stati Uniti e Iran che si trascina da quasi due anni. Ovvero da quando l'amministrazione di Donald Trump ha deciso di smontare il Joint Comprehensive Pian of Action, l'accordo sul nucleare iraniano, siglato nel 2015 dopo un lungo negoziato Onu. La decisione rispondeva alle nuove esigenze di politica internazionale degli Usa, arroccati, dopo !'insediamento di Trump, sulla triangolazione con Israele e Arabia Saudita e più in generale con il sodalizio con le potenze sunnite.
   L'obiettivo era quindi sfilarsi da un accordo che il presidente riteneva penalizzante per l'America e allo stesso tempo impedire il rafforzamento regionale di Teheran, iniziato con il ruolo svolto dalla Repubblica islamica nella lotta all'Isis, puntando alla riduzione dei suoi arsenali balistici e l'indebolimento interno attraverso le sanzioni. Washington l'ha definita la strategia della «massima pressione» e Teheran ha risposto con quella della «massima resistenza». Dall'inizio di questo percorso, ovvero dal maggio del 2018, è iniziata una escalation di tensioni tra i due Paesi fatta di raid missilistici, abbattimenti di droni, sequestri di petroliere, attacchi ai pozzi petroliferi e conflitti per procura combattuti in Paesi terzi. A partire dallo Yemen, dove è in corso una guerra che dura da quasi 5 anni e che vede da una parte gli Houthi, i ribelli filo-sciiti, e dell'altra una coalizione di 17 Paesi capitanati da Arabia Saudita ed Emirati ai quali l'America ha garantito intelligence, armamenti e trainer, in particolari "Berretti verdi" inviati per addestrare all'uso di armi sofisticate. Salvo poi fare un parziale passo indietro dinanzi alle tante, troppe vittime civili causate dai bombardamenti a tappeto della coalizione guidata da Riad.
   Un altro terreno di scontro è la Siria teatro di raid da parte delle forze Usa, ma soprattutto israeliane, contro obiettivi che facevano capo o che erano gestiti dai Pasdaran o Hezbollah. Sono inoltre non pochi a sostenere che il ritiro degli Usa dalla Siria sia stato deciso anche dietro l'assicurazione di Erdogan di esercitare pressioni sulle forze siriane.
   C'è infine l'Iraq dove le Unità di Mobilitazione popolare (Hashd al-Shaabi) vicine al Quds iraniano hanno più volte colpito obiettivi Usa causando qualche giorno fa la morte di un contractor. Episodio che ha provocato la risposta dura di Trump pronto a colpire le milizie create dal potente generale iraniano Qassem Soleimani. A cui, probabilmente, ne seguiranno altre, anche perché le immagini di Baghdad hanno evocato quelle dell'attacco all'ambasciata Usa di Teheran avvenuto sull'onda della rivoluzione khomeinista, una ferita ancora aperta per gli Usa. Ieri il leader iraniano Ali Khamenei ha detto a Trump: «Accidenti a te, ragiona. Se decidiamo di combattere contro un Paese lo facciamo esplicitamente».
   E chiaro che per gli Usa un conflitto diretto con l'Iran sarebbe rischioso. Ed è forse per questo che Trump dopo aver minacciato Teheran di far pagare «un prezzo elevato», sull'ipotesi di un attacco ha aggiustato il tiro: «Non vedo la possibilità che accada, adoro la pace». Ma è anche vero che l'inquilino della Casa Bianca piace bluffare ed è altrettanto vero che la sua amministrazione sia determinata a portare avanti la guerra «tiepida» con Teheran, sebbene questa rischi di trascinarlo in conflitti collaterali a bassa intensità.

(La Stampa, 2 gennaio 2020)


Medio Oriente: per fermare l'Iran ci vogliono leoni, non gattini

Non serve essere esperti di geopolitica per vedere quello che sta facendo l'Iran in Medio Oriente. Quello che invece serve è decidere se comportarsi da leoni o da gattini.

di Franco Londei

Fermare l'Iran prima che la sua politica espansionista si concretizzi efficacemente. Dovrebbe essere questo uno dei punti focali della politica in Medio Oriente (l'altro è fermare la Turchia).
   Fino ad oggi abbiamo visto due tipi di approccio al problema: quello del leone e quello del gattino. Da un lato c'è Israele che colpisce gli iraniani ogni volta che cercano di organizzarsi per colpire lo Stato Ebraico. Che sia in Siria, in Libano o in Iraq, gli israeliani non perdonano nulla e colpiscono prima che si concretizzi una minaccia.
   Dall'altra abbiamo tutto il resto del mondo, compresi gli Stati Uniti, che invece preferiscono altre strade che vanno dalla accondiscendenza europea fino alle (quasi) devastanti sanzioni americane.
   In particolare gli americani si sono decisi a rispondere "da leoni" solo negli ultimi giorni con un raid sulle basi delle milizie filo-iraniane in Iraq dopo che un attacco di delle milizie Kata'ib Hizbollah (KH), appoggiate e armate dall'Iran, aveva provocato la morte di un contractor americano.
   Ma fino a quel momento gli americani non avevano reagito né all'abbattimento di un loro drone, né agli attacchi ad alcune petroliere e neppure di fronte ad un massiccio attacco missilistico contro l'Arabia Saudita.
   Fino a pochi giorni fa il Presidente Trump era convinto che si potesse piegare l'Iran solo con le sanzioni e così, per evitare una escalation, ha evitato di rispondere adeguatamente alle provocazioni iraniane.
   Poi evidentemente qualcosa deve essere scattato nella testa del Presidente americano e quando le milizie filo-iraniane hanno attaccato la base di Kirkuk ha fatto (finalmente) scattare la rappresaglia. Meglio tardi che mai.
   Ora si ritrova con l'ambasciata americana a Baghdad circondata da miliziani filo-iraniani che cercano goffamente di mimetizzarsi da "manifestanti iracheni", ma che nulla hanno a che fare con quei manifestanti che invece protestano proprio contro le ingerenze iraniane in Iraq.
   Tuttavia questa volta il Presidente americano sembra voler assumere la forma del leone. Risponde all'assedio dell'ambasciata inviando più uomini in Iraq, minaccia nuovi raid e, soprattutto, individua nell'Iran il mandante degli attacchi.
   «Pagheranno un GRANDE PREZZO! Questo non è un avvertimento, è una minaccia» ha scritto su Twitter il Presidente Trump. E per una volta non sembra bluffare o minacciare a vuoto.
   Ormai è chiaro che le sanzioni americane non hanno nessun effetto sui progetti iraniani. Gli unici a pagare il regime sanzionatorio solo i poveracci, ma né i Guardiani della Rivoluzione Islamica (i più pericolosi) né gli Ayatollah sembrano risentirne.
   Gli unici che ancora si comportano da gattini sono purtroppo gli europei. Non dicono una parola di condanna sulle durissime repressioni delle manifestazioni in Iran. Anzi, mentre gli Ayatollah massacrano il loro popolo, cercano di aggirare le sanzioni americane per aiutare gli assassini iraniani. Una bestialità.
   Non serve essere esperti di geopolitica per vedere quello che sta facendo l'Iran in Medio Oriente. Non serve essere esperti di strategia militare per vedere come Teheran usa le tante milizie filo-iraniane per prendere letteralmente il controllo di interi Stati. Avviene in Libano, in Iraq e in Siria.
   Quello che serve è decidere una volta per tutte se lasciarli fare oppure fermarli. Se comportarsi da leoni o da gattini.

(Rights Reporters, 2 gennaio 2020)


Netanyahu chiede l'immunità parlamentare

«Mi avvalgo del mio diritto, che è anche il mio dovere e la mia missione, per restare al servizio dei cittadini di Israele», ha detto il primo ministro incriminato per corruzione, frode e abuso di ufficio. La decisione spetterà alla presidente Knesset.

A un mese dall'incriminazione per corruzione, frode ed abuso di ufficio, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha deciso di avvalersi della immunità parlamentare. «Mi accingo a rivolgermi al presidente della Knesset Yoel Edelstein per avvalermi del mio diritto, che è anche il mio dovere e la mia missione, per restare al servizio dei cittadini di Israele», ha detto in un discorso in diretta televisiva. La legge sulla immunità — ha aggiunto — è stata intesa «per proteggere i rappresentanti del popolo da indagini pretestuose, da incriminazioni di carattere politico il cui scopo è di andare contro il volere del popolo. La legge intende garantire ai rappresentanti del popolo di poter agire per il popolo secondo la sua volontà». Il premier ha spiegato come nei suoi confronti ci sia stata «una applicazione selettiva» della legge, accompagnata da «fughe di notizie continue e tendenziose, e da un lavaggio collettivo del cervello per creare una sorta di tribunale da campo». L'immunità, se gli sarà concessa, avrà comunque «un carattere temporaneo».

 Le reazioni
  Dopo le incriminazioni a novembre, Netanyahu ha parlato di un tentativo di colpo di Stato e ha criticato la magistratura israeliana, accusando la polizia di aver messo sotto pressione i testimoni. Il procuratore generale israeliano Avichai Mandelblit aveva inviato l'atto di accusa al presidente del parlamento il 2 dicembre; successivamente, Netanyahu ha avuto 30 giorni per richiedere l'immunità. Benny Gantz, leader del partito centrista Blu Bianco, ha detto che farà tutto il possibile alla Knesset per impedire che a Netanyahu sia concessa l'immunità. Uguale la posizione di Avigdor Lieberman, leader del partito nazionalista Israel Beitenu. Solo in tre casi, finora, è stata invocata la immunità.

 Le decisione nelle mani della Knesset
  La decisione di Netanyahu comporta comunque un elemento di incertezza. In Israele, dal 2005, l'immunità non è più automatica, ma deve essere approvata dalla Knesset: prima in una apposita commissione parlamentare e poi nell'aula plenaria. Dal 2005 ad oggi, ha precisato la televisione commerciale Canale 12, si sono avute 15 incriminazioni di parlamentari. Solo in tre casi, finora, è stata invocata la immunità. E' stata negata a due parlamentari: Michael Gorolowsky (Likud) - era accusato di una infrazione parlamentare - e Said Nafa (Balad, nazionalista arabo), per un viaggio non autorizzato in Siria. Anche il ministro Haim Katz (Likud) ha chiesto la immunità, ma attende ancora che il suo caso sia sottoposto alla apposita commissione parlamentare.

(Corriere della Sera, 1 gennaio 2020)


Hamas, trentadue anni dopo

di Khaled Abu Toameh*

Il movimento palestinese Hamas ha celebrato il 32esimo anniversario della sua fondazione ricordando a tutti il suo obiettivo principale: la distruzione di Israele. Questo messaggio è la prova che Hamas non ha modificato - né mai lo farà - il suo statuto, originariamente pubblicato nel 1988. È inoltre un messaggio potente a coloro che potrebbero illudersi di credere che Hamas si sia trasformato in una fazione palestinese non violenta.
   Questo statuto, noto anche come Patto del Movimento di Resistenza Islamico, afferma che "la [nostra] lotta contro gli ebrei è molto grande e molto seria" e chiede di sostituire Israele con uno Stato islamico. "Non c'è soluzione per il problema palestinese, se non il jihad (la guerra santa)", lo statuto precisa. "Iniziative, proposte e conferenze internazionali sono solo una perdita di tempo e sforzi inutili. Rinunciare a qualunque parte della Palestina significa rinunciare a una parte della religione [dell'Islam]".
   Trentadue anni dopo, i leader di Hamas hanno dimostrato ancora una volta di continuare a impegnarsi più che mai a dare attuazione al loro statuto, in particolare per quanto attiene al desiderio di rimpiazzare Israele con uno Stato islamico.
   A questo proposito, Hamas ha il merito di essere chiaro in merito alle sue vere intenzioni. Nelle dichiarazioni rilasciate in occasione dell'anniversario della nascita di Hamas, i leader del movimento hanno nuovamente dimostrato di non usare mezzi termini.
   Ibrahim Yazouri, uno dei fondatori di Hamas e della sua ala militare, Izz ad-Din al-Qassam, ha dichiarato in un'intervista rilasciata al Palestinian Information Center, affiliato a Hamas:
   "Hamas e la sua ala militare continueranno a perseguire la loro politica fino alla liberazione della Palestina. Ci stiamo avvicinando al giorno della liberazione. Entro pochi anni, a Dio piacendo, la Moschea di al-Aqsa, Gerusalemme occupata e tutta la Palestina saranno liberate. Hamas continuerà a usare tutti i mezzi per liberare la Palestina. La grande vittoria si avvicina e dobbiamo essere più pazienti".
   Quando i leader di Hamas parlano della "liberazione di tutta la Palestina", in realtà, ribadiscono il loro impegno a distruggere Israele.
   Inoltre, quando i leader di Hamas parlano dell'uso di "tutti i mezzi per liberare la Palestina", si riferiscono a varie forme di terrorismo, inclusi gli attentati suicidi e gli attacchi missilistici contro Israele. Secondo Hamas, questi sono gli unici mezzi per poter raggiungere il proprio obiettivo.
   Hamas non riconosce - e non riconoscerà mai - il diritto di esistere di Israele. Come il movimento afferma nel suo statuto, "la terra di Palestina è un sacro lascito (waqf), terra islamica affidata alle generazioni dell'Islam fino al giorno della resurrezione. Non è accettabile rinunciare ad alcuna parte di essa o di cedere anche un singolo pezzo di essa".
   Le dichiarazioni rilasciate dai leader di Hamas in occasione del 32esimo anniversario della fondazione del movimento sono identiche al contenuto del loro statuto: esse ribadiscono l'ideologia estremista e pericolosa del movimento.
   Tra gli altri, Osama al-Mazini, un alto dirigente di Hamas nella Striscia di Gaza, ha dichiarato: "Hamas promette di rimanere fedele alla sua gente e ai suoi principi. Il nemico codardo comprende solo il linguaggio della forza e della polvere da sparo". Al-Mazini ha inoltre esortato gli ebrei a "lasciare la Palestina" e ha avvertito che Hamas ha addestrato migliaia di attentatori suicidi per espellere gli ebrei "da tutta la Palestina".
   Musa Abu Marzouk, vicepresidente "dell'Ufficio politico" di Hamas, ha colto l'occasione per definire Israele un "progetto sionista". Ha evidenziato la necessità che i palestinesi oppongano "resistenza al progetto sionista per liberare la Palestina, tutta la Palestina".
   Ancora una volta, le dichiarazioni di Abu Marzouk mostrano che anche lui mantiene il pieno impegno ad attuare lo statuto di Hamas. "Hamas è uno degli anelli della catena del Jihad per far fronte all'invasione sionista", afferma la Carta del movimento.
   "Le organizzazioni sioniste controllano vaste risorse materiali, che consentono loro di compiere la propria missione tra le società, al fine di attuare obiettivi sionisti e seminare concetti che possono essere utili al nemico. Quelle organizzazioni operano [in una situazione] in cui l'Islam è assente e alienato dal suo popolo. Pertanto, i musulmani devono adempiere al loro dovere di far fronte ai piani di questi sabotatori. Quando l'Islam si riapproprierà [dei mezzi] per guidare la vita [dei musulmani], spazzerà via quelle organizzazioni [sioniste] che sono nemiche dell'umanità e dell'Islam".
   Le celebrazioni dell'anniversario di Hamas nella Striscia di Gaza, che hanno attirato decine di migliaia di palestinesi, sono coincise con i tentativi compiuti dall'Egitto, dal Qatar e dalle Nazioni Unite per raggiungere un cessate-il-fuoco a lungo termine tra Hamas e Israele. Sono state anche un momento di intense discussioni sulla disponibilità di Hamas a partecipare alle nuove elezioni per la presidenza dell'Autorità nazionale palestinese e per il rinnovo del Consiglio legislativo palestinese.
   La grande affluenza ai raduni pro-Hamas nella Striscia di Gaza è indice della popolarità del movimento tra i palestinesi. I diecimila palestinesi che hanno partecipato a tali manifestazioni sembrerebbero condividere i principi e l'ideologia del movimento, soprattutto per quanto concerne l'annientamento di Israele. Anche loro evidentemente credono che la forza e il terrorismo siano le uniche lingue che Israele comprende. Anche loro hanno inneggiato a favore della "liberazione di tutta la Palestina" dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo.
   Ora che Hamas ha di nuovo - e chiaramente - ricordato al mondo che non è cambiato e continua a volere la distruzione di Israele, la domanda da porsi è la seguente: perché alcuni leader mondiali, governi e organizzazioni continuano ad abbracciare i leader del movimento?
   Durante una settimana in cui Hamas rinnova il suo appello a eliminare Israele, perché il presidente turco Recep Tayyip Erdogan incontra il leader di Hamas Ismail Haniyeh? Quale messaggio invia un incontro del genere ai palestinesi e al resto degli arabi e dei musulmani?
   Esiste un solo tipo di messaggio: la Turchia appoggia Hamas, il suo programma e la sua ideologia. Non sorprende che il leader di Hamas abbia elogiato "l'appoggio offerto dalla Turchia al popolo palestinese", dopo l'incontro con Erdogan.
   Un'ulteriore domanda che dovrebbe essere posta, alla luce delle recenti dichiarazioni velenose anti-Israele rilasciate di recente dai leader di Hamas, è la seguente: perché le Nazioni Unite stanno cercando di convincere Hamas a partecipare alle elezioni legislative e presidenziali palestinesi?
   Che senso ha fare pressione su Hamas affinché partecipi al voto previsto fin quando il movimento conferma il proprio impegno a distruggere Israele? Invece di sollecitare Hamas a partecipare alle elezioni, sarebbe meglio se le Nazioni Unite chiedessero a Hamas di rinunciare al proprio statuto e a smettere di invocare la distruzione di Israele.
   La comunità internazionale ha già provocato danni consentendo a Hamas di candidarsi incondizionatamente alle elezioni legislative palestinesi del gennaio 2006.
   In modo disastroso, la comunità internazionale non ha chiesto a Hamas di rinunciare alla violenza, di riconoscere il diritto di esistere di Israele e di impegnarsi a osservare tutti gli accordi firmati tra israeliani e palestinesi, come condizione preliminare per la partecipazione a quelle elezioni, e questa omissione ha portato alla vittoria di Hamas.
   I leader di Hamas sono stati furbi. Hanno partecipato alle elezioni sotto l'egida di quegli stessi accordi di Oslo che rifiutano di riconoscere. In altre parole, Hamas ha usato gli accordi di Oslo, che respinge, come mezzo per assumere il controllo del Parlamento palestinese.
   Ora sembra che la comunità internazionale stia per bissare la sua disastrosa decisione di consentire a Hamas di partecipare alle elezioni. Non è poi così difficile comprendere le reali politiche e le posizioni di Hamas: il movimento le indica chiaramente.
   Tutto ciò che serve è che Erdogan e il resto del mondo ascoltino le più recenti dichiarazioni dei leader di Hamas per capire che il movimento è più determinato che mai a raggiungere i propri obiettivi di cacciare gli ebrei "da tutta la Palestina" e rimpiazzare Israele con uno Stato islamico. Lo ascoltano da 32 anni. Cosa non capiscono dello slogan "MORTE A ISRAELE"?
   Coloro che abbracciano Hamas non fanno altro che legittimare la sua ideologia estremista e facilitare il suo obiettivo di distruggere Israele, questa volta assumendo il potere attraverso elezioni avallate dalle Nazioni Unite, dall'Unione Europea e da altri attori internazionali. C'è da chiedersi quale sia il loro reale motivo.

* Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme. È Shillman Journalism Fellow al Gatestone Institute.

(Gatestone Institute, 1 gennaio 2020 - trad. Angelita La Spada)



Il video del bombardamento Usa contro Hezbollah

di Michael Sfaradi

L'immagine simbolo del fallimento obamiano in campo economico, lo ricorderanno tutti coloro che non lo hanno voluto dimenticare, ritraeva gli impiegati e i funzionari della Lehman Brothers Holdings Inc. che mettevano le loro cose dentro ai cartoni prima di abbandonare per sempre quelli che erano stati i loro uffici. Destino diverso però fu riservato alla banca d'affari Bear Stearn che fu salvata dal fallimento e assorbita da Jp Morgan, mentre una settimana prima del crack della Lehman si decise di nazionalizzare Fannie Mae e Freddie Mac, colossi del credito immobiliare.
   Perché alcuni istituti furono salvati e solo una banca lasciata morire, rimane un quesito che nel tempo ha sì avuto alcune risposte, nessuna delle quali però è mai riuscita ad essere convincente. L'immagine simbolo del fallimento obamiano in campo militare è, senza dubbio, la fotografia scattata da uno dei Pasdaran iraniani dove si vedono una decina di marines americani in ginocchio e con le mani alzate sotto il tiro degli AK 47 dei guardiani della rivoluzione. Nonostante i forti dubbi sull'operato di quel Presidente, sarà compito degli storici delineare un'amministrazione che ha guidato per ben otto anni la più grande democrazia al mondo, lasciando dietro di sé macerie, sangue e confusione internazionale.
   C'è solo da sperare che gli storici facciano il loro lavoro dopo che tutti gli armadi degli scheletri saranno stati aperti, a cominciare dal linciaggio dell'Ambasciatore Stevens a Bengasi per finire con le varie primavere arabe, passando anche all'attacco francese alla Libia che diede il via alla rivoluzione che depose Gheddafi e mise il caos al suo posto. Quando durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2016 il candidato repubblicano Donald Trump, che poi è diventato il 45o Presidente degli Stati Uniti, aveva come motto "Make America Great Again" (facciamo di nuovo grande l'America), sapeva bene che avrebbe dovuto ricostruire una nazione dalle macerie, soprattutto in politica internazionale, lasciate dal suo predecessore e, a distanza di tre anni, non si può dire che non abbia fatto ciò che aveva promesso durante la sua campagna elettorale.
   Impeachment a parte, farsa in salsa "democratica" ad uso e consumo della campagna elettorale per le presidenziali del 2020, che tutti sanno non avrà seguito perché al senato la maggioranza è repubblicana, la borsa che vola e l'economia statunitense, associate al minor tasso di disoccupazione interno registrato negli ultimi decenni, hanno fatto capire che gli USA sono tornati ad essere una delle locomotive del mondo, ma l'America grande la si vede soprattutto in politica estera. L'ultimo esempio di come gli USA e le
 
sue Forze Armate pretendano rispetto, lo abbiamo avuto il 29 dicembre scorso quando una trentina di F 15 della USAF hanno colpito 5 obbiettivi 3 in Iraq e 2 in Siria dove almeno 25 combattenti di Hezbollah, sostenuto dall'Iran, sono stati uccisi.
   In quest'articolo potete vedere il filmato di uno dei bombardamenti.
   Lo strike è stata la risposta ferma e decisa che il Pentagono ha voluto dare agli autori dell'attacco missilistico che due giorni prima aveva colpito la base USA di Kirkuk. Durante il quale erano stati lanciati contro le postazioni americane una trentina di missili. Il risultato è stato che un contractor civile statunitense è stato ucciso e altri militari americani e iracheni sono rimasti feriti. La risposta americana si è concretizzata con tre attacchi aerei in Iraq durante i quali almeno quattro comandanti locali del gruppo musulmano sciita appoggiato dall'Iran hanno perso la vita. Uno dei bombardamenti ha anche preso di mira, distruggendolo, il quartier generale del gruppo della milizia vicino al distretto occidentale di al-Qa'im al confine con la Siria.
   Nei siti colpiti c'erano strutture adibite al deposito di armi e i comandi dai quali Kata'ib Hezbollah aveva pianificato gli attacchi contro le forze della coalizione. Anche se Hezbollah, responsabile materiale, è stato duramente colpito, le dichiarazioni del Segretario di Stato Mike Pompeo non lasciano dubbi su chi manovra dietro le quinte e, di conseguenza, è stato il mandante del primo attacco contro le truppe americane e irakene di stanza a Kirkuk. "Non permetteremo che la Repubblica islamica dell'Iran intraprenda azioni che mettano in pericolo uomini e donne americani", ha detto Pompeo ai giornalisti dopo il briefing, che si è svolto presso il club Mar-a-Lago in Florida.
   Alle dichiarazioni di Pompeo ha fatto eco il segretario alla Difesa Mark Esper, che oltre a confermare che i bombardamenti hanno avuto successo ha anche dichiarato che durante la riunione sono state discusse con il Presidente Trump altre opzioni militari da eseguire in caso di escalation della tensione nella regione. Sicuramente l'America è cambiata, e l'immagine dei marines impauriti davanti ai fucili degli iraniani è ormai sbiadita. Chi ama il mondo libero da una parte vuole dimenticare ciò che accadde allora, e dall'altra spera che una situazione del genere non debba mai più ripetersi.
   Rimane che gli attriti degli ultimi giorni fra Usa e Iran sono una spia accesa su tutto il Medioriente. Di casi più o meno gravi ce ne sono stati molti negli ultimi mesi e la speranza è che la ragione faccia tornare chi di dovere ai tavoli di trattativa perché allo stato attuale delle cose la domanda non è se ci sarà uno scontro aperto fra Iran e Usa, ma quando.

(Nicola Porro, 1 gennaio 2020)


Israele: attivata la piattaforma Leviathan

Di fronte alla costa israeliana, alcuni chilometri a nord di Cesarea, è entrata martedì in funzione la grande piattaforma marina del giacimento di gas naturale Leviathan, il secondo in ordine di grandezza in questa zona del Mediterraneo. Le operazioni di rodaggio, che comprendevano una breve emissione di esalazioni, sono iniziate nella prima mattinata e alla loro conclusione il gas sarà immesso nella rete di distribuzione nazionale israeliana.
Alla metà di gennaio inizieranno le esportazioni all'Egitto e poi anche verso la Giordania. Per il mese prossimo, inoltre, è prevista la firma di un accordo fra Israele, Cipro e Grecia relativo al gasdotto sottomarino EastMed, che secondo i progetti dovrebbe giungere fino in Italia. "Ora stiamo diventando una potenza energetica" ha commentanto nei giorni scorsi il ministro dell'energia Yuval Steinitz.

(ANSA, 31 dicembre 2019)


Esercitazione navale congiunta Russia-Iran-Cina: deterrente contro USA e Israele

Le esercitazioni navali congiunte tra Russia, Iran e Cina garantiranno la sicurezza dell'area e saranno un deterrente per un eventuale attacco da parte di USA e Israele. Ad affermarlo alla stampa iraniana è Eugene Michael Jones, analista politico statunitense.
   "Le esercitazioni militari possono aumentare la sicurezza della regione in quanto potrebbero agire da deterrente verso un attacco da parte degli Stati Uniti o di Israele contro l'Iran", ha dichiarato alla stampa iraniana Jones, riferendosi a 'Cintura di Sicurezza Marittima', le manovre navali congiunte nell'Oceano Pacifico realizzate da Iran, Cina e Russia.
   "Israele preme per invadere l'Iran - sostiene Jones citando la stampa israeliana - e queste esercitazioni renderanno meno probabile un eventuale attacco".
   L'obiettivo della politica estera statunitense nell'area è sempre stato quello di garantirsi il libero passaggio delle merci, ha spiegato. L'esercitazione congiunta è la dimostrazione che adesso "Iran, Russia e Cina possono bloccare lo Stretto di Hormuz a loro piacimento".
   L'avvicinamento delle tre potenze è stato reso possibile da Donald Trump, che "ha unito la massa continentale euroasiatica contro le cosiddette "nazioni isola", ovvero Stati Uniti, Regno Unito e Canada, seguendo la stessa linea di politica estera del Likud". La politica aggressiva di Trump, secondo Jones, così come le sanzioni alle imprese che stanno partecipando alla costruzione del gasdotto Northstream II, spingerà Paesi come la Germania "tra le braccia della Russia e determinerà la fine della NATO".
   Le manovre congiunte delle forze navali di Iran, Russia e Cina sotto il nome di 'Cintura di Sicurezza Marittima' sono iniziate venerdì scorso nell'Oceano Indiano settentrionale e nel Golfo dell'Oman.

(Sicurezza Internazionale, 1 gennaio 2020)


Occhio, l'Iran in sei mesi si fa l'atomica. L'escalation in Iraq vista da Kroenig

Il professore della Georgetown e senior fellow dell'Atlantic Council commenta l'escalation in Iraq. Le milizie sono pilotate dall'Iran, nessuna protesta del popolo iracheno. Trump? Finora è stato prudente, ma è pronto a usare la forza. L'Europa? Dovrà scegliere fra Washington e Teheran

di Francesco Bechis

Capodanno di tensioni a Baghdad. L'assalto all'ambasciata degli Stati Uniti nella capitale irachena da parte delle milizie filo-iraniane in rappresaglia dei raid americani di questa domenica rischia di innescare una pericolosa escalation. Questa volta però, spiega a Formiche.net Matthew Kroenig, senior fellow dell'Atlantic Council e professore alla Georgetown University, lo scontro è tutto fra Stati Uniti e Iran. C'è una sola miccia che può far deflagrare una guerra per procura in uno scontro aperto, dice l'esperto, in libreria con "The Return of Great Power Rivarly" (Oxford University Press): una bomba nucleare, e all'Iran "bastano sei mesi per fabbricarne una".

- Kroening, siamo all'inizio di una nuova fase dell'impegno americano in Iraq?
  Chiariamo subito un equivoco. Non stiamo parlando di proteste della popolazione irachena contro gli Stati Uniti ma di manifestazioni sponsorizzate dall'Iran e in particolare dalla Forza Quds del generale Qasem Soleimaini. C'è la sua milizia dietro l'attacco all'ambasciata americana a Baghdad e dietro la guerra per procura fra Stati Uniti e Iran, non la politica irachena.

- Però anche il premier Mahdi ha criticato i raid americani.
  È vero, il governo ha condannato la violazione dello spazio aereo. Ma questo non trasforma un'aggressione all'ambasciata americana telecomandata da Teheran in una naturale insurrezione degli iracheni. È stata una rappresaglia militare.

- C'è l'impressione che comandino le milizie e non il governo iracheno?
  Questo in effetti era uno dei timori più diffusi a Washington DC quando l'amministrazione Obama decise di diminuire le forze in Iraq spianando la strada alla presenza iraniana a Baghdad.

- Timori fondati?
  Due settimane fa finalmente la realtà è venuta a galla, con la pubblicazione di documenti riservati che dimostrano quanto in profondità sia penetrato l'Iran nelle maglie del governo iracheno, con centinaia di alti ufficiali a libro paga dei Servizi segreti di Teheran.

- Ci sarà un'escalation militare?
  Temo che siamo ancora ben lontani dalla fine di questa guerra per procura. Quest'estate Trump ha dimostrato prudenza. Quando l'Iran ha assalito e sequestrato una petroliera britannica, abbattuto un drone americano e attaccato i pozzi sauditi Trump avrebbe potuto ordinare un attacco militare e invece ha preferito evitare un'escalation.

- E adesso?
  Sarebbe un grave errore scambiare la prudenza per debolezza. I raid in Iraq e Siria dimostrano che il governo americano è pronto a usare la forza contro l'Iran se necessario.

- Uno scontro frontale?
  C'è solo una miccia che può far deflagrare una guerra frontale fra Stati Uniti e Iran: il programma nucleare iraniano. Il governo di Hassan Rohani ha rotto per primo l'accordo sul nucleare (Jcpoa, ndr). Oggi, secondo fonti di intelligence, all'Iran bastano sei mesi per costruirsi una nuova bomba nucleare. E Trump ha già messo in chiaro che non esiterà a intervenire con la forza per fermarlo.

- L'Iran potrebbe non essere solo. Avrà notato l'esercitazione militare nel Golfo dell'Oman con Cina e Russia.
  L'esercitazione dimostra che oggi Russia, Cina e Iran devono fare i conti con una sfida comune: gli Stati Uniti e i loro alleati democratici, assieme all'ordine mondiale che hanno costruito dal 1947. Sono piuttosto scettico sulla possibilità di un'alleanza strutturale e duratura fra questi tre Paesi, perché fatta eccezione per il sentimento anti-americano hanno molti interessi divergenti nella regione.

- Quindi un intervento diretto di Mosca è da escludere?
  Direi di sì. La Siria, non l'Iraq, è l'area di massimo interesse strategico per la Russia in Medio Oriente, e l'unico dove Mosca sia disposta a investire uomini e risorse. Quello in corso fra Stati Uniti e in Iran non è un semplice gioco di spie ma un vero e proprio conflitto.

- Trump pretenderà dagli alleati in Europa un cambio di postura verso Teheran?
  Lo ha già fatto. Gli Stati Uniti hanno chiesto a più riprese agli alleati europei di allentare i rapporti con l'Iran e di introdurre condizioni e sanzioni più dure per il rispetto degli accordi sul nucleare. Per il momento gran parte dell'Europa ha opposto resistenza al pressing diplomatico americano.

- Perché?
  Forse gli alleati dimenticano che l'Iran è il più grande sponsor statale del terrorismo, che ha sviluppato missili balistici in grado di raggiungere il suolo europeo e non è lontano dalla costruzione di un'arma atomica.

(Formiche.net, 1 gennaio 2020)



Che cos’è il sionismo?

Il sionismo è il movimento storico che Dio ha usato per riportare al centro dell'attenzione mondiale il fatto che, per sua esplicita volontà, il popolo ebraico costituisce una nazione che ha ricevuto da Lui un compito unico. L'attuale Stato d'Israele, fondato sulla terra che biblicamente e storicamente appartiene alla nazione ebraica, non è il regno messianico promesso a Davide ma esprime la precisa volontà di Dio di costituirlo in un futuro più o meno prossimo. Dichiararsi sionisti significa dunque, come cristiani, riconoscere questa volontà e proclamarla pubblicamente prendendo posizione a favore di Israele. Non si tratta di approvare e sottoscrivere tutte le decisioni che il governo israeliano prende, ma di ribadire che su quella terra lo Stato d'Israele non ha soltanto una presenza di fatto come "entità aliena", ma ha un'esistenza di diritto che non ha bisogno di essere continuamente confermata dalla benevolenza delle altre nazioni. Opporsi a questo significa essere antisionisti, e essere antisionisti in questo senso significa prepararsi a diventare, nel migliore dei casi, antisemiti passivi.
Molti dicono di "non avere niente contro gli ebrei", però sono capaci di fare lunghi elenchi delle cose brutte che fanno. Non si tratterebbe, a sentir loro, di malevola ostilità preconcetta, ma di pura e semplice realtà di fatto. Sono i fatti compiuti dagli ebrei quelli che renderebbero difficile la loro la vita in seno ai popoli; e sono i fatti compiuti dal governo israeliano quelli che renderebbero precaria la posizione dello Stato d'Israele in seno alla comunità internazionale, mettendo in forse la sua esistenza come nazione.
Ma nessun fatto che possa accadere nel mondo, e neppure nessuna azione che possano compiere gli ebrei, potrà provocare la scomparsa dalla terra della nazione ebraica. I cristiani non dovrebbero aver bisogno di acute analisi politiche per esserne certi, perché sta scritto:
    "Così parla il Signore, che ha dato il sole come luce del giorno e le leggi alla luna e alle stelle perché siano luce alla notte; che solleva il mare in modo che ne mugghiano le onde; colui che ha nome: il Signore degli eserciti. «Se quelle leggi verranno a mancare davanti a me», dice il Signore, «allora anche la discendenza d'Israele cesserà di essere per sempre una nazione in mia presenza». Così parla il Signore: «Se i cieli di sopra possono essere misurati e le fondamenta della terra di sotto, scandagliate, allora anch'io rigetterò tutta la discendenza d'Israele per tutto quello che essi hanno fatto», dice il Signore" (Geremia 31:35-37).
In questo passo è contenuta una frase che suonerebbe come musica alle orecchie di molti antisemiti. Sta scritto infatti che "... la discendenza d'Israele cesserà di essere per sempre una nazione in mia presenza". Ma sono specificate anche le condizioni: questo avverrà quando il sole non sarà più la "luce del giorno" e verranno a mancare "le leggi alla luna e alle stelle perché siano luce alla notte". Si tratta quindi soltanto di aspettare un po'.
E se gli uomini, stanchi di tutto quello che gli ebrei hanno fatto e continuano a fare in mezzo alle nazioni, vorrebbero farla finita una volta per tutte con questa storia del "popolo eletto", il Signore si dichiara disposto ad accontentarli invitandoli a misurare "i cieli di sopra" e a scandagliare "le fondamenta della terra di sotto". Quando questa ricerca scientifica sarà portata pienamente a compimento, in modo che null'altro si possa aggiungere, allora anche il Signore si dichiarerà stanco di tutto quello che gli ebrei hanno fatto e li rigetterà.
Fino a quel momento, si può essere certi che la discendenza d'Israele continuerà ad essere una nazione alla presenza del Signore.
E Israele non sparirà.

 


Dieci anni di Startup Nation

Israele alla testa della rivoluzione tecnologica: i successi, le sfide, i pericoli, le nuove risposte

Gli ultimi dieci anni hanno visto fiorire la cosiddetta Startup Nation, con un numero crescente di multinazionali che se ne accorgono, si aggiudicano aziende e tecnologie israeliane e stabiliscono nel paese centri di ricerca e sviluppo. Gli imprenditori start-up, un tempo ansiosi di vendere le loro aziende al miglior offerente il più presto possibile, ora resistono più a lungo e raccolgono più denaro dal venture capital o dai fondi di private equity, per far crescere da sé le loro aziende.
Uno sguardo alle cifre mostra che, nell'ultimo decennio, in Israele si sono avuti 587 accordi in uscita - intesi come offerte pubbliche iniziali di azioni, o fusione e acquisizione di startup israeliane - per un totale di 70 miliardi di dollari, stando ai dati compilati da PwC Israel. L'affare del decennio è stata l'acquisizione da parte del colosso tecnologico statunitense Intel Corp. della israeliana Mobileye, una società di Gerusalemme produttrice di tecnologie per la guida autonoma, per l'enorme somma di 15,3 miliardi di dollari. L'ultimo decennio ha anche visto imprenditori che hanno venduto le loro attività, ma sono poi tornati nell'arena tecnologica per fondare nuove società con maggiore audacia, abilità ed esperienza, e per formare una nuova generazione di imprenditori tecnologici....

(israele.net, 1 gennaio 2020)


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