Inizio - Attualità
Presentazione
Approfondimenti
Notizie archiviate
Notiziari 2001-2011
Selezione in PDF
Articoli vari
Testimonianze
Riflessioni
Testi audio
Libri
Questionario
Scrivici
Notizie 1-15 gennaio 2026


Israele verso lo stop agli aiuti militari USA

di Davide Cucciati

Entro un decennio, Israele potrebbe rinunciare agli aiuti americani in ambito militare. Sarebbe una svolta storica perché l’attuale architettura dell’assistenza USA, consolidata dagli anni Ottanta nella forma contemporanea e codificata nell’accordo decennale firmato nel 2016 durante la presidenza di Obama, è un pilastro della sicurezza israeliana.
Ad aprile 2025, Netanyahu si è recato alla Casa Bianca per discutere anche della politica di dazi statunitensi. Reuters evidenzia che, in quell’occasione, Netanyahu ha promesso di muoversi sul terreno commerciale per ridurre il surplus israeliano con gli Stati Uniti. Trump ha ricordato allo Stato ebraico che “gli Stati Uniti danno a Israele miliardi ogni anno”.

Netanyahu rilancia: gli aiuti entrano nella partita dei dazi
  In un quadro simile, Netanyahu intende rinunciare agli aiuti americani anche per avere margine di trattativa sul tema tariffario. A sua volta, Trump può presentare l’eventuale riduzione degli aiuti come un successo dell’America First: un alleato che “sceglie” di rinunciare ai miliardi senza doversi assumere il costo politico di un taglio imposto dall’alto a un partner strategico.

L’indicatore politico: Greene esce ma il segnale resta
  Qui entra un dettaglio utile per leggere lo scenario MAGA. La repubblicana Marjorie Taylor Greene non è più in Congresso ma la sua traiettoria racconta qualcosa della pressione interna a destra contro aiuti e interventismo: Greene ha annunciato l’uscita dal Congresso a inizio gennaio 2026, consumando la rottura con Trump dopo settimane di attacchi reciproci e una postura sempre più ostile agli aiuti e alle “foreign wars”. Il punto è che, per una parte dell’elettorato repubblicano, il rapporto con gli alleati non è più un riflesso valoriale ma una voce di costo. Fino a quando la classe media statunitense sarà in difficoltà, ogni aiuto verso partner stranieri sarà percepito come un tradimento dell’“America First”. Netanyahu sembra voler disinnescare questa dinamica.

Il conto israeliano: la coperta è corta
  C’è però un problema strutturale. L’accordo in vigore, firmato nel 2016, prevede quasi 40 miliardi di dollari fino al 2028 e rappresenta un elemento strutturale della pianificazione della difesa israeliana. Dire “arriviamo a zero” mentre si discute di rafforzamento militare nazionale apre inevitabilmente un quesito fiscale: chi paga la transizione, con quali imposte, quali tagli e quali priorità? Globes riporta che il Ministro della Finanze Smotrich ha apertamente parlato della necessità di “tasse più alte o una riduzione della spesa pubblica altrove.”

Il contesto americano: lavoro e crescita
  C’è poi un ultimo livello, che spiega perché Trump tenda a ricondurre tutto al tema degli aiuti. Nel 2025 gli Stati Uniti hanno creato 584.000 posti di lavoro, circa 49.000 al mese, un dato molto basso rispetto agli anni immediatamente precedenti. È scritto nero su bianco nel comunicato del Bureau of Labor Statistics, che ricorda anche che nel 2024 l’aumento era stato di 2,0 milioni. Se allarghiamo l’arco agli ultimi anni, i numeri che contano per l’americano medio sono questi: nel 2021 circa 6,7 milioni di posti in più, nel 2022 circa 4,5 milioni, nel 2023 circa 2,7 milioni, nel 2024 circa 2,0 milioni, nel 2025 584.000. Ciononostante, la crescita del PIL ha continuato a sorprendere. Il punto è che sempre più osservatori descrivono una crescita concentrata su high tech, data center, semiconduttori e investimenti legati all’AI, con un resto dell’economia assai meno brillante.
È qui che la politica estera torna a essere, per Trump, materia interna. Se la percezione diffusa è che lavoro, salari e costo della vita decidano le elezioni di midterm più di qualunque “spettacolo geopolitico” permanente allora la voce “aiuti all’estero” diventa un bersaglio naturale. Netanyahu, proponendo una traiettoria di riduzione, prova a togliere alla Casa Bianca un argomento facile e a trasformarlo in merce di scambio nel negoziato sui dazi.
In sintesi, l’annuncio del primo ministro israeliano va letto come un’offerta fatta nel linguaggio dell’America First per ottenere margini sul commercio. Il vero test arriverà dopo, quando la tattica negoziale dovrà diventare politica di bilancio e la promessa di autonomia dovrà passare dai titoli alle scelte concrete.

(Bet Magazine Mosaico, 15 gennaio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 24
    Davide, nella caverna di En-Ghedi, risparmia la vita a Saul
  • Poi Davide partì di là e si stabilì nelle roccaforti di En-Ghedi. Quando Saul fu tornato dall'inseguire i Filistei, gli vennero a dire: “Ecco, Davide è nel deserto di En-Ghedi”. Allora Saul prese tremila uomini scelti fra tutto Israele, e andò in cerca di Davide e della sua gente fin sulle rocce delle capre selvatiche; e giunse ai recinti di pecore che erano presso la via; là c'era una caverna, nella quale Saul entrò per fare i suoi bisogni. Davide e la sua gente se ne stavano in fondo alla caverna. La gente di Davide gli disse: “Ecco il giorno nel quale l'Eterno ti dice: 'Vedi, io do nelle tue mani il tuo nemico; fa' di lui quello che ti piacerà'”. Allora Davide si alzò e, senza farsi scorgere, tagliò il lembo del mantello di Saul. Ma dopo il cuore gli batté per aver tagliato il lembo del mantello di Saul. E Davide disse alla sua gente: “Mi guardi l'Eterno, dall'agire contro il mio signore, che è l'unto dell'Eterno, mettendogli le mani addosso; poiché egli è l'unto dell'Eterno”. Con le sue parole Davide dissuase la sua gente e non le permise di gettarsi su Saul. Saul si alzò, uscì dalla caverna e continuò il suo cammino. 
  • Poi anche Davide si alzò, uscì dalla caverna, e gridò dietro a Saul, dicendo: “O re, mio signore!”. Saul si guardò indietro, e Davide si inchinò con la faccia a terra e si prostrò. Davide disse a Saul: “Perché dai retta alle parole della gente che dice: 'Davide cerca di farti del male?'. Ecco in quest'ora stessa, tu vedi con i tuoi propri occhi che l'Eterno ti aveva dato oggi nelle mie mani in quella caverna; qualcuno mi ha detto di ucciderti, ma io ti ho risparmiato, e ho detto: 'Non metterò le mani addosso al mio signore, perché egli è l'unto dell'Eterno'. Ora, padre mio, guarda qui nella mia mano il lembo del tuo mantello. Se io ti ho tagliato il lembo del mantello e non ti ho ucciso, da questo puoi vedere chiaramente che non c'è né malvagità né ribellione nella mia condotta, e che io non ho peccato contro di te, mentre tu mi tendi insidie per togliermi la vita! L'Eterno sia giudice fra me e te e l'Eterno mi vendichi di te; ma io non ti metterò le mani addosso. Dice il proverbio antico: 'Il male viene dai malvagi'; io quindi non ti metterò le mani addosso. Contro chi è uscito il re d'Israele? Chi stai perseguitando? Un cane morto, una pulce.  L'Eterno sia dunque arbitro e giudichi fra me e te, veda e difenda la mia causa e mi renda giustizia, liberandomi dalle tue mani”. 
  • Quando Davide ebbe finito di dire queste parole a Saul, Saul disse: “Questa è la tua voce, figlio mio Davide?”. Saul alzò la voce e pianse. E disse a Davide: “Tu sei più giusto di me, poiché tu mi hai reso bene per male, mentre io ti ho reso male per bene. Tu hai mostrato oggi la bontà con la quale ti comporti verso di me; poiché l'Eterno mi aveva dato nelle tue mani, e tu non mi hai ucciso. Se uno incontra il suo nemico, lo lascia forse andare in pace? L'Eterno ti renda dunque la ricompensa del bene che mi hai fatto quest'oggi! Ora, ecco, io so che per certo tu regnerai, e che il regno d'Israele rimarrà stabile nelle tue mani. Ora dunque giurami nel nome dell'Eterno che non distruggerai la mia progenie dopo di me e che non cancellerai il mio nome dalla casa di mio padre”. Davide lo giurò a Saul. Poi Saul se ne andò a casa sua, e Davide e la sua gente risalirono alla loro roccaforte.

(Notizie su Israele, 15 gennaio 2026)


........................................................


Israele, tensione in aumento per l’attacco americano contro l’Iran. Netanyahu si mette in salvo?

di Giuseppe Kalowski

TEL AVIV - In Israele la tensione è in aumento. Un eventuale attacco americano contro l’Iran — più volte evocato da Donald Trump come possibile risposta alla repressione violenta delle proteste interne — potrebbe innescare una reazione diretta contro lo Stato ebraico. In particolare, si teme il lancio di missili balistici verso i centri abitati israeliani, sia da parte iraniana sia attraverso i suoi proxy regionali. Per questo Israele si trova in uno stato di massima allerta, anche se in parte mascherato.
A Tel Aviv come a Gerusalemme, almeno in apparenza, la popolazione continua a vivere la quotidianità, come spesso accaduto alla vigilia di conflitti precedenti. Tuttavia, sotto la superficie, i segnali di allarme non mancano. In questo contesto si inseriscono voci non confermate secondo cui il primo ministro Benjamin Netanyahu sarebbe volato a Creta per motivi di sicurezza, nell’eventualità di un attacco iraniano. Il decollo accertato dell’aereo ufficiale ha suscitato curiosità e interrogativi. Nonostante la smentita del governo, la coincidenza temporale con l’attuale escalation regionale rende l’episodio quantomeno significativo. Secondo alcune ipotesi, a bordo potrebbe non esserci stato lo stesso Netanyahu.
Israele, in questa fase, è costretta ad affidarsi a una strategia di pazienza e coordinamento, soprattutto con Washington. Trump ha ormai alzato la posta e in gioco non c’è solo il confronto con Teheran, ma anche la sua credibilità internazionale. Le promesse di agire contro il regime iraniano, qualora la repressione delle proteste proseguisse, hanno creato aspettative non solo tra gli oppositori interni al regime, ma anche tra gli alleati regionali degli Stati Uniti. Le vittime delle repressioni in Iran sono difficili da quantificare, ma le testimonianze parlano di migliaia di morti e di un sistema carcerario ormai saturo. Non è chiaro se Trump opterà per interventi limitati e mirati, come in Venezuela e in Iran durante la guerra dei 12 giorni, o per un’operazione più ampia che colpisca infrastrutture strategiche, programmi nucleari, sistemi missilistici e risorse chiave del Paese. Qualunque scenario implicherebbe un coordinamento strettissimo tra Stati Uniti e Israele, data la quasi certezza di ritorsioni che coinvolgerebbero il territorio israeliano.
A Gerusalemme, intanto, le scuole cristiane non hanno potuto riaprire per il secondo semestre perché le autorità israeliane hanno sospeso o limitato i permessi di lavoro per circa 171 insegnanti provenienti dalla Cisgiordania, lasciando molte classi senza docenti. Il legame con le tensioni regionali è indiretto e riguarda soprattutto l’attuale clima di sicurezza generale. A complicare ulteriormente il quadro si sovrappone l’annunciato avanzamento del piano di pace americano per Gaza. Proprio nelle ore di massima tensione con l’Iran, Trump potrebbe presentare la fase 2 del piano, articolata in circa venti punti, dedicata alla gestione del dopoguerra. Si parlerebbe di smilitarizzazione, governance e ricostruzione, con l’obiettivo di delineare una roadmap politica credibile. Fonti egiziane hanno rivelato che sono state individuate quindici personalità palestinesi che potrebbero far parte del nuovo governo tecnico, incaricato, secondo il piano Trump, per la gestione degli affari correnti di Gaza.
Le due dinamiche — Iran e Gaza — non sono legate da un nesso causale diretto, ma possono essere lette come parte di una strategia più ampia volta a riaffermare il ruolo centrale degli Stati Uniti nella regione. Un messaggio rivolto tanto a Hamas quanto a Israele, ma anche all’intero Medio Oriente. Resta il nodo iraniano: per Washington è diventato sempre più difficile ignorare le aspettative della maggioranza della società iraniana che guarda all’Occidente come a un possibile sostegno. Senza un aiuto esterno, il popolo iraniano rischia di non avere scampo, stretto tra un regime sanguinario e una repressione senza limiti.

(Il Riformista, 15 gennaio 2026)

........................................................


“Lo Stato di Israele sarà immediatamente riconosciuto”

Il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo scià, ha presentato una visione di ampio respiro per un Iran post-regime, alla luce delle proteste che da settimane scuotono il Paese. In un recente videomessaggio in inglese con sottotitoli in persiano, ampiamente diffuso sui social media, Pahlavi ha delineato un cambiamento radicale nella politica estera iraniana in caso di crollo della Repubblica Islamica. Ha promesso il riconoscimento immediato di Israele e la fine del sostegno di Teheran al terrorismo e al suo programma nucleare.
Pahlavi, che dalla sua residenza negli Stati Uniti è diventato una voce di spicco dell'opposizione, ha descritto l'attuale regime guidato dalla Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei come uno che ha trasformato l'Iran in un simbolo di “terrorismo, estremismo e povertà”. A ciò ha contrapposto quella che ha definito la vera identità storica del Paese: una nazione pacifica, prospera e ricca di cultura, così come era prima della rivoluzione islamica del 1979. “Il vero Iran è un Iran diverso”, ha affermato, esprimendo la fiducia che esso “risorgerà dalle ceneri” non appena finirà il dominio clericale.
Al centro del suo messaggio c'era l'impegno per la pace regionale e la responsabilità globale. Pahlavi ha dichiarato che un “Iran libero” avrebbe immediatamente interrotto il suo programma nucleare militare e cessato ogni sostegno ai gruppi militanti che agiscono per suo conto. Il Paese dovrebbe invece posizionarsi come forza stabilizzatrice e combattere il terrorismo, la criminalità organizzata, il traffico di droga e le ideologie estremiste insieme ai partner regionali e internazionali. Ha definito la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti e il riconoscimento esplicito di Israele come priorità fondamentali.
“Lo Stato di Israele sarà immediatamente riconosciuto”, ha affermato Pahlavi. Ha inoltre proposto di ampliare gli attuali accordi di Abramo – accordi di pace tra Israele e diversi Stati arabi – e di trasformarli in quelli che lui ha definito “accordi di Ciro”. Prendendo il nome dall'antico re persiano Ciro il Grande, noto per la sua tolleranza e per aver permesso agli ebrei in esilio di tornare a Gerusalemme, questo nuovo quadro dovrebbe unire un Iran democratico, Israele e il mondo arabo in una cooperazione reciproca basata sulla sovranità e sugli interessi comuni.
Pahlavi ha inoltre sottolineato il potenziale dell'Iran come fornitore affidabile di energia per il mondo, che sfrutta le sue vaste riserve di petrolio e gas con regole trasparenti e prezzi stabili. Ha promesso di rispettare gli standard internazionali nella lotta al riciclaggio di denaro e alla corruzione e ha annunciato l'apertura dell'Iran al commercio, agli investimenti e all'innovazione, per sostituire l'isolamento con nuove opportunità. “Un Iran libero sarà una forza per la pace, la prosperità e la collaborazione”, ha concluso, sostenendo che questi cambiamenti andranno a beneficio non solo degli iraniani, ma dell'intera regione e della comunità internazionale.
La dichiarazione arriva sullo sfondo delle proteste in corso in tutto il Paese, inizialmente scatenate da emergenze economiche come l'iperinflazione e il crollo del rial, ma che ora includono richieste più ampie per porre fine al dominio clericale. Le manifestazioni si sono estese alle grandi città come Teheran, Mashhad e altre; secondo alcune fonti, gli scioperi stanno paralizzando i mercati e i negozi. La risposta del regime è dura: le stime sul numero delle vittime variano notevolmente, da migliaia a cifre molto più elevate, a cui si aggiungono arresti di massa e numerosi feriti.
La visione di Pahlavi trova riscontro in una parte dei manifestanti, come dimostrano i cori “ œJavid Shah” (“Lunga vita allo Scià”) in diverse città, diffusi dagli attivisti della diaspora. Tuttavia, secondo sondaggi indipendenti, il ripristino della monarchia continua ad essere considerato una posizione minoritaria; molti sono favorevoli a una repubblica laica o sono ancora indecisi.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha espresso cautela sulla situazione. In recenti dichiarazioni ha definito Pahlavi “molto simpatico”, ma si è mostrato incerto sul suo sostegno all'interno dell'Iran e ha osservato: “Non so come se la caverebbe nel suo Paese”. Trump ha ammesso la possibilità di un crollo del regime alla luce dei disordini, ma ha sottolineato che “ogni regime può fallire” e ha sottolineato che un eventuale intervento degli Stati Uniti dovrebbe essere rapido e deciso, piuttosto che rischiare un conflitto di lunga durata.

(Israel Heute, 15 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Rapinatori travestiti da soldati israeliani

HEBRON – Martedì alcuni rapinatori travestiti da soldati israeliani hanno assaltato una gioielleria palestinese in Cisgiordania. L'esercito e le forze di sicurezza palestinesi hanno arrestato diversi sospetti. Si tratta di beduini provenienti dal Negev, nel sud di Israele, e di almeno un palestinese.
La rapina è avvenuta nella città palestinese di Daharia, a nord-ovest di Hebron. Le riprese video mostrano alcuni dei rapinatori che, armi in pugno, sorvegliano l'area antistante il negozio. Gli altri fanno irruzione nel negozio e rubano gioielli e oro.

Collaborazione con le forze di sicurezza palestinesi
  Per la fuga, i malviventi hanno utilizzato un veicolo con lampeggianti e targa israeliana, simile ai fuoristrada dell'esercito. Dopo la rapina, è stato allertato l'esercito.
Secondo un articolo del quotidiano “Ma'ariv”, i soldati hanno arrestato quattro sospetti che viaggiavano a bordo del veicolo. Altri due presunti rapinatori sono stati catturati dalle forze di sicurezza palestinesi e consegnati alla polizia israeliana.
I malviventi indossavano giubbotti antiproiettile, uniformi e elmetti dell'esercito. Erano mascherati con passamontagna neri.
I soldati hanno recuperato parte del bottino e lo hanno restituito ai proprietari palestinesi. Mercoledì a mezzogiorno si stava ancora cercando il resto. Nel veicolo sono stati trovati sette fucili M16, due pistole, parti di armi e munizioni. I sospetti sono ancora sotto interrogatorio da parte della polizia israeliana.

(Israelnetz, 15 gennaio 2026)

........................................................


Be’eri, una sola casa resterà in piedi: la memoria del 7 ottobre e la scelta di guardare avanti

di Nicole Nahum

Nel kibbutz Be’eri, uno dei luoghi più duramente colpiti dal massacro del 7 ottobre, resterà in piedi una sola abitazione. Tutte le altre case verranno demolite e ricostruite, in un tentativo di conciliare memoria e futuro.
  L’edificio che non sarà abbattuto è la casa della famiglia Dvori, destinata a rimanere per almeno cinque anni come testimonianza di quanto la comunità ha vissuto. Successivamente, secondo gli impegni dello Stato, dovrebbe essere trasferita in un’area commemorativa o in un museo dedicato alle vittime del kibbutz.
  La decisione è maturata dopo settimane di dibattito interno, spesso aspro. Le posizioni erano divergenti: alcuni chiedevano di conservare tutte le case distrutte, altri solo alcune, altri ancora volevano cancellare ogni traccia visibile della distruzione. Alla votazione finale hanno partecipato centinaia di membri del kibbutz, 196 dei quali hanno votato a favore e 146 contro.
  Tra le argomentazioni contrarie, Yogev Dvori ha spiegato come “la commemorazione deve riguardare le persone che abbiamo perso, non gli edifici. Be’eri deve tornare a vivere”. Una posizione condivisa dalla leadership del kibbutz, che ha sottolineato come la presenza di case bruciate possa risultare insopportabile per molti dei sopravvissuti.
  La soluzione di compromesso è stata lasciare una sola casa come simbolo di memoria. La casa dei Dvori è stata scelta perché si trova ai margini del quartiere Carmela, una delle zone da cui è partita l’infiltrazione dei terroristi, vicino ai campi agricoli, e non farà parte del paesaggio quotidiano dei residenti quando torneranno a vivere nel kibbutz.
  Inoltre, il 7 ottobre la famiglia non era in casa: due giorni prima era partita per una breve vacanza a Paphos, a Cipro. Yogev racconta: “Ognuno di noi aveva con sé solo un piccolo bagaglio a mano. In pratica, è tutto ciò che ci è rimasto”. Nonostante l’assenza delle persone, i terroristi incendiarono la casa prima di proseguire il massacro nel resto del kibbutz. Soggiorno, cucina e camere da letto furono distrutte, mentre solo la stanza sicura riportò danni minori.
  In totale, oltre 130 abitazioni saranno demolite. Anche la casa dei Dvori non è destinata a restare lì per sempre, sebbene Yogev esprima forti dubbi sulla possibilità concreta di spostarla: “Non vedo come riusciranno a trasferirla. Non ne è rimasto nulla”.
  La famiglia tornerà a vivere a Be’eri nel 2027, in una nuova abitazione in un altro quartiere. Nonostante il legame profondo con il kibbutz, il peso del trauma è ancora enorme. “Non passa un solo giorno senza che il 7 ottobre venga nominato”, dice Yogev.
  Anche sul piano economico la ferita è aperta. L’officina di riparazione motociclette gestita da Yogev fatica a riprendersi: molti clienti sono stati uccisi o non sono tornati. “Ho cancellato uno per uno i nomi dei clienti morti”, ricorda. “Abbiamo perso persone, amici, e anche il nostro lavoro ne porta i segni”.
  Per molti abitanti, il punto non è come ricordare, ma come rientrare in possesso della propria vita. A Be’eri la ricostruzione riguarda non solo le case, ma anche e soprattutto le persone. La memoria non va cancellata, ma nemmeno deve imprigionare chi vuole tornare a vivere.

(Shalom, 15 gennaio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 23
    Davide salva Cheila e fugge nel deserto di Zif e di Maon
  • Poi vennero a dire a Davide: “Ecco, i Filistei hanno attaccato Cheila e saccheggiano le aie”. E Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo andare a sconfiggere questi Filistei?”. L'Eterno rispose a Davide: “Va', sconfiggi i Filistei e salva Cheila”. Ma la gente di Davide gli disse: “Tu vedi che qui in Giuda abbiamo paura; e che sarà se andiamo a Cheila contro le schiere dei Filistei?”. Davide consultò di nuovo l'Eterno, e l'Eterno gli rispose e gli disse: “Alzati, scendi a Cheila, perché io darò i Filistei nelle tue mani”. Davide dunque andò con la sua gente a Cheila, combatté contro i Filistei, portò via il loro bestiame e inflisse loro una grande sconfitta. Così Davide liberò gli abitanti di Cheila. 
  • Quando Abiatar, figlio di Aimelec, si rifugiò da Davide a Cheila, portò con sé l'efod. - 
  • Saul fu informato che Davide era giunto a Cheila. E Saul disse: “Iddio lo dà nelle mie mani, poiché è venuto a rinchiudersi in una città che ha porte e sbarre”. Saul dunque convocò tutto il popolo per andare alla guerra, per scendere a Cheila e cingere d'assedio Davide e la sua gente. Ma Davide, venuto a conoscenza che Saul macchinava del male contro di lui, disse al sacerdote Abiatar: “Porta qua l'efod”. Poi disse: “Eterno, Dio d'Israele, il tuo servo ha sentito come cosa certa che Saul cerca di venire a Cheila per distruggere la città a causa mia. Gli abitanti di Cheila mi daranno nelle sue mani? Saul scenderà come il tuo servo ha sentito dire? O Eterno, Dio d'Israele, ti prego, fallo sapere al tuo servo!”. L'Eterno rispose: “Scenderà”. Davide chiese ancora: “Quelli di Cheila daranno me e la mia gente nelle mani di Saul?”. L'Eterno rispose: “Vi daranno nelle sue mani”. Allora Davide e la sua gente, circa seicento uomini, si alzarono, uscirono da Cheila e andarono qua e là a caso e Saul, avvertito che Davide era fuggito da Cheila, rinunciò alla sua spedizione. Davide rimase nel deserto in luoghi sicuri; e se ne stette nella regione montuosa del deserto di Zif. Saul lo cercava continuamente, ma Dio non glielo diede nelle mani. 
  • E Davide, sapendo che Saul si era mosso per togliergli la vita, restò nel deserto di Zif, nella foresta. Allora Gionatan, figlio di Saul, si alzò e si recò da Davide nella foresta. Egli fortificò la sua fiducia in Dio, e gli disse: “Non temere, poiché Saul, mio padre, non riuscirà a metterti le mani addosso: tu regnerai sopra Israele, e io sarò il secondo dopo di te; e lo sa bene anche Saul mio padre”. E i due fecero alleanza in presenza dell'Eterno; poi Davide rimase nella foresta, e Gionatan se ne andò a casa sua. 
  • Ora gli Zifei salirono da Saul a Ghibea e gli dissero: “Davide non sta forse nascosto fra noi, nei luoghi sicuri della foresta, sul colle di Achila che è a mezzogiorno del deserto? Scendi dunque, o re, poiché tutto il desiderio della tua anima è di scendere, e penseremo noi a darlo nelle mani del re”. Saul disse: “Siate benedetti dall'Eterno, voi che avete pietà di me! Andate, vi prego, informatevi ancora con più certezza per sapere e scoprire il luogo dove è solito fermarsi, e chi l'abbia visto là; poiché mi dicono che egli è molto astuto. Vedete di conoscere tutti i nascondigli dove lui si rifugia; poi tornate da me con notizie sicure, e io verrò con voi. Se è nel paese, io lo cercherò fra tutte le migliaia di Giuda”. Quelli dunque si alzarono e se ne andarono a Zif, davanti a Saul; ma Davide e i suoi erano nel deserto di Maon, nella pianura a mezzogiorno del deserto. 
  • Saul con la sua gente partì in cerca di Davide; ma lui, che ne fu informato, scese dalla roccia e rimase nel deserto di Maon. E quando Saul lo seppe, andò in cerca di Davide nel deserto di Maon. Saul camminava da un lato del monte e Davide con la sua gente dall'altro lato; e mentre Davide affrettava la marcia per sfuggire a Saul e Saul e la sua gente stavano per circondare Davide e i suoi per prenderli, arrivò a Saul un messaggero che disse: “Affrettati a venire, perché i Filistei hanno invaso il paese”. Così Saul cessò di inseguire Davide e andò ad affrontare i Filistei; perciò quel luogo fu chiamato Sela-Ammalecot.

(Notizie su Israele, 14 gennaio 2026)


........................................................


Gantz apre le porte a un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu

Il leader dell'opposizione Benny Gantz non esclude un governo di unità nazionale guidato da Benjamin Netanyahu e mette in guardia da una pericolosa divisione interna di Israele.

Il leader dell'opposizione Benny Gantz non esclude un governo di unità nazionale guidato da Benjamin Netanyahu e mette in guardia da una pericolosa divisione interna di Israele.
Il panorama politico israeliano potrebbe essere sul punto di subire una svolta sorprendente. Il leader del partito Blu-Bianco, Benny Gantz, ha dichiarato di essere aperto a un governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Benjamin Netanyahu, se ciò potesse contribuire a contenere l'estremismo e a prevenire un'ulteriore escalation delle tensioni interne.

Abbandono del principio “Tutti tranne Netanyahu”
  In un'intervista alla rete televisiva israeliana Channel 12, Gantz ha affermato che è giunto il momento di abbandonare il paradigma politico “Tutti tranne Bibi”. L'attenzione dovrebbe invece concentrarsi su “Tutti tranne gli estremisti”. Ha avvertito che Israele si sta avvicinando pericolosamente a una situazione in cui le tensioni politiche potrebbero sfociare in violenze reali.
Gantz ha sottolineato che non garantirà automaticamente a Netanyahu la maggioranza decisiva di 61 seggi alla Knesset. In passato, ha partecipato ai governi solo quando non c'era un'alternativa realistica. L'obiettivo non è quello di bloccare gli avversari politici, ma di evitare danni al Paese.

Un governo di unità nazionale come rimedio alla divisione politica
  Se Netanyahu dovesse ottenere la maggioranza parlamentare, Gantz ha dichiarato che incoraggerebbe anche altri politici dell'opposizione ad aderire a un governo di unità nazionale. Tra questi ha citato Yair Lapid, Avigdor Liberman e Gadi Eisenkot. Una coalizione ampia potrebbe contribuire a calmare il clima politico e a ripristinare la stabilità dello Stato.
Gantz ha anche chiarito che non sosterrà un governo di minoranza che dipenda dai voti dei partiti arabi. Le decisioni, ha affermato, devono essere prese alle urne. Ha inoltre criticato le forze politiche che, a suo avviso, si concentrano più sul rifiuto personale di Netanyahu che sul bene del Paese.
Queste dichiarazioni segnano un notevole cambiamento di tono nella politica israeliana. Resta da vedere se si arriverà effettivamente a un governo di unità nazionale. È chiaro, tuttavia, che con la sua posizione Gantz amplia il margine di manovra politico e rilancia il dibattito sui possibili modelli di governo.
Le prossime elezioni per la Knesset si terranno nell'ottobre di quest'anno.

(Israel Heute, 14 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Il turismo in Israele è in ripresa

Dopo diversi anni di crisi, il numero di visitatori in Israele è nuovamente in aumento. I turisti provenienti dai paesi di lingua tedesca contribuiscono in modo significativo a questo risultato.

GERUSALEMME – Nel 2025 circa 1,3 milioni di turisti hanno visitato Israele. Si tratta di un aumento del 35% rispetto all'anno precedente, quando i turisti erano stati circa 961.000. L'Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo vede in questi dati “chiari segni di ripresa”.
Nella lista dei visitatori, i paesi di lingua tedesca occupano il quinto posto: secondo i dati, lo scorso anno 67.300 visitatori provenienti da Germania, Austria e Svizzera hanno viaggiato in Israele. La Germania ha contribuito con 43.100 visitatori, la Svizzera con 15.400 e l'Austria con 8.800.

I legami personali come motore
Secondo un comunicato dell'Ufficio del Turismo, la responsabile per la regione DACH, Ksenia Kobiakov, si è detta fiduciosa che l'interesse continuerà ad aumentare quest'anno. I legami personali sono un motore fondamentale per i visitatori. Il 45% dei viaggiatori ha dichiarato di essere andato a trovare amici e parenti. Questo valore è rimasto stabile rispetto all'anno precedente.
La maggior parte dei turisti proveniva dagli Stati Uniti (400.000), dalla Francia (159.000) e dalla Gran Bretagna (95.000). Questi paesi rappresentano insieme il 55% di tutti gli arrivi. Seguono nella lista dei singoli paesi la Russia, la Germania, l'Ucraina, il Canada e la Romania.

Ampliamento dell'offerta
Anche il ministro del Turismo Chaim Katz (Likud) prevede che il numero di turisti continuerà ad aumentare quest'anno. Ciò è dovuto alla diminuzione delle avvertenze di viaggio e all'ampliamento dell'offerta di voli. Inoltre, il Ministero del Turismo ha stanziato circa 49 milioni di euro per ampliare la capacità ricettiva con 2.050 nuove camere d'albergo.
Tuttavia, Israele è ancora lontano dall'anno record del 2019, con 4,5 milioni di turisti. Le crisi degli ultimi anni hanno causato un calo. Dopo aver toccato il minimo nel 2021 con 396.000 turisti a causa della pandemia di coronavirus, i numeri sono tornati a salire prima dello scoppio della guerra di Gaza, raggiungendo 2,7 milioni (2022) e 3 milioni (2023).

(Israelnetz, 14 gennaio 2026)

........................................................


Per la libertà

Da settimane migliaia di persone in tutto l'Iran protestano contro il regime. La Germania e l'Europa devono finalmente reagire: con la massima severità.

di Shahrzad Eden Osterer*

FOTO
Shahrzad Eden Osterer

Ciò che attualmente, a pochi giorni dalle proteste nazionali, trapela dall'Iran è frammentario, ma inequivocabile: video e foto di sacchi per cadaveri allineati davanti agli istituti di medicina legale, nei cimiteri e persino ai bordi delle strade. Parenti che cercano i loro cari tra foglietti con la scritta “sconosciuto”. Allo stesso tempo, un blackout quasi totale di telefoni e Internet impedisce che si veda la portata di questa violenza.
  Non si tratta di un guasto tecnico, ma di uno strumento politico: l'isolamento serve a nascondere al mondo un massacro. In questo contesto, il 13 gennaio Exilmedium Iran International ha pubblicato un rapporto che cerca di quantificare la portata della repressione. Secondo le proprie ricerche, basate su personale medico, testimoni oculari e fonti interne, durante la repressione delle proteste all'inizio di gennaio sarebbero state uccise fino a 12.000 persone in due giorni.
  Verifiche indipendenti sono difficilmente possibili nelle condizioni di blackout. Ma la storia di questo regime dimostra che le fucilazioni di massa, i funerali segreti e l'insabbiamento sistematico non sono eccezioni, ma una pratica di governo collaudata.
  Parlando con testimoni oculari che in questi giorni sono riusciti a lasciare l'Iran, gravemente traumatizzati, spesso incapaci di esprimere a parole ciò che hanno vissuto, emerge un quadro che va ben oltre qualsiasi cifra. Raccontano di sparatorie mirate contro i manifestanti, di persone colpite in strada, di forze di repressione che non disperdono, ma uccidono.
  E sempre la stessa frase: è molto peggio di quanto possiate immaginare. A questo si aggiunge la ricerca disperata di bambini e familiari scomparsi negli ospedali, dove la Guardia Rivoluzionaria continua a fare irruzione per portare via i feriti direttamente dai tavoli operatorio. Nessuno sa esattamente quante migliaia di persone siano state arrestate e dove si trovino molte di loro.
  Parallelamente inizia la fase successiva della repressione. Le prime condanne a morte vengono pronunciate in processi sommari, in udienze che spesso durano solo pochi minuti, senza difesa, senza prove. Il regime fa capire che alle pallottole seguiranno le forche.
  Non scrivo di questo da lontano. Sono iraniana. Ho vissuto metà della mia vita in Iran. I miei genitori vivono a Teheran. Questo blackout non è astratto per persone come me. Significa incertezza, paura, impotenza e la consapevolezza che lo Stato uccide mentre si sottrae al mondo.
  Mentre in Iran si spara, il linguaggio politico all'estero, almeno negli Stati Uniti, sta cambiando. Il presidente americano Donald Trump ha pubblicamente esortato il popolo iraniano a continuare a protestare contro la Repubblica islamica e a prendere il controllo delle sue istituzioni. Ha sospeso i colloqui con Teheran e ha annunciato che seguiranno aiuti.
  Non si tratta di una frase retorica. È un annuncio di intervento politico e forse militare. Per molte persone in Iran, proprio quest'uomo, che non è esattamente sinonimo di principi democratici o Stato di diritto, è ormai considerato l'ultima speranza per porre fine al massacro e abbattere il sistema della Repubblica Islamica.
  E l'Europa? In Germania, il più grande partner commerciale della Repubblica Islamica dell'Iran all'interno dell'UE, il ministro degli Esteri Johann Wadephul (CDU) ha dichiarato che il regime di Teheran non ha più alcuna legittimità. È una frase storica. È la prima volta che un ministro degli Esteri tedesco afferma così apertamente che questo governo non ha più il diritto di governare il Paese.
  Ma le parole da sole non hanno protetto il popolo iraniano. Durante le proteste “Donna, Vita, Libertà”, esiliati iraniani, attivisti, giornalisti, giuristi e gruppi per i diritti umani hanno presentato alla politica europea le richieste concrete della popolazione civile in Iran.
  In innumerevoli colloqui, lettere e incontri, la politica dell'UE è stata sollecitata, spesso addirittura implorata, ad aiutare la popolazione. Sanzioni mirate contro l'élite politica. L'isolamento del sistema attraverso la rottura delle normali relazioni politiche ed economiche. L'inserimento delle Guardie Rivoluzionarie nella lista delle organizzazioni terroristiche. Ma quasi nulla di tutto ciò è stato realizzato. Al contrario, sono seguite sanzioni poco incisive e dichiarazioni morali.
  Questo ha lasciato il segno nella società iraniana. Molti hanno chiuso con l'Europa. Sui social network, nelle conversazioni con gli attivisti e la società civile e nei commenti sotto i video non domina più la speranza, ma l'amarezza e il disprezzo. L'Europa è considerata esitante, ipocrita, irrilevante, in parte persino amica della Repubblica Islamica.

Eppure l'Europa ha ancora delle responsabilità.
  Mentre vedo queste immagini, sacchi per cadaveri, ferite da arma da fuoco, famiglie disperate, mentre in Iran le persone vengono uccise e contemporaneamente condannate a morte in processi farsa, rimane solo un ultimo appello.
  L'Europa può agire. Non in modo simbolico, ma istituzionale. Ogni Stato può adire il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza può trattare questa situazione per quello che è: una grave minaccia alla vita umana in un contesto di isolamento sistematico. Il diritto internazionale non lo impedisce. La strada è aperta. Gli strumenti esistono.
  Il ricorso al Consiglio di sicurezza non sarebbe un atto formale, ma l'inizio di una procedura che, secondo la Carta delle Nazioni Unite, può arrivare fino all'autorizzazione di un intervento militare. È proprio per questo che è stato creato il principio della responsabilità di proteggere: per situazioni in cui uno Stato uccide la propria popolazione su larga scala e allo stesso tempo si sottrae al mondo.
  Un massacro accompagnato da un blackout di Internet non è un evento interno. È una prova per l'ordine internazionale. E l'Europa non deve perderla di nuovo, semplicemente distogliendo lo sguardo.
* L'autrice è redattrice presso la Bayerischer Rundfunk (BR) e vive a Monaco di Baviera.

(Jüdische Allgemeine, 14 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Israele, analisi di uno Stato perfettamente normale

di Alessandro Verdoliva*

Ogni analisi dovrebbe reggersi su una solida domanda di studio; invece, nel caso di Israele, prima avviene l’affermazione e solo dopo la domanda. La vera domanda non è “perché Israele attua determinati comportamenti?”; la vera domanda dovrebbe essere: “come si comporterebbe qualsiasi soggetto internazionale sottoposto alle stesse contingenze storiche di Israele in un ordinamento internazionale anarchico?”. Da questo ritorno al rigore analitico prende forma questo breve articolo.

Introduzione: il rifiuto dell’eccezionalismo morale
L’analisi contemporanea su Israele è inquinata da un grave vizio metodologico originario: la premessa, esplicita o latente, è che lo Stato ebraico sia un’anomalia storica, una deviazione dai valori universali o un’eccezione morale. Questa visione, dominante nei circoli intellettuali post-modernisti, ha contaminato la letteratura scientifica e giuridica. Israele è trattato in modo speciale? Assolutamente sì, ma esattamente nel modo opposto a quello inteso nella narrazione dominante.
Lo scopo di questo studio è dimostrare che, applicando il principio del ceteris paribus (a parità di condizioni), Israele opera secondo le medesime logiche di sopravvivenza, sicurezza e potenza che governano qualunque Stato in un sistema anarchico. Non è Israele a essere “eccezionale”, ma la situazione strutturale in cui si colloca; di riflesso, è la percezione occidentale a risultare distorta.

Geografia e vincoli materiali: il fattore spazio
Occorre partire dalle condizioni materiali per comprendere se Israele sia uno Stato “normale”; a tal fine è necessario chiarire dove questo soggetto è collocato. A differenza delle grandi potenze protette da ampie linee difensive, Israele soffre di un’assoluta assenza di profondità strategica.
La profondità strategica non è un requisito universale: ne hanno bisogno solo quei soggetti caratterizzati da specifiche condizioni. La necessità di profondità strategica dipende dal peso specifico di un soggetto geopolitico: essere un egemone, detenere grandi risorse, possedere un valore simbolico. Queste tre categorie definiscono quali attori abbiano una necessità vitale di profondità strategica.
È evidente che soggetti come il Lussemburgo, privi di peso strategico, di risorse e di un ruolo egemonico, non presentano alcuna necessità vitale di profondità strategica. Israele, al contrario, pur povero di risorse minerarie e ancora immaturo per ergersi a egemone, possiede un valore simbolico: la sacralità totemica dello spazio che occupa.
Questo spazio ha un valore geopolitico definibile come “discorsivo” o “immateriale”. È il valore simbolico a forgiare la retorica anti-israeliana, non le questioni umanitarie legate ai conflitti che vi si sono succeduti. Nessun valore simbolico è attribuito alle terre abitate dai curdi; nessun valore simbolico è attribuito ai curdi stessi. Gli ebrei, invece, detengono un elevato valore simbolico nel secolare conflitto religioso.
La posta in gioco è immateriale, ma per ampie componenti del mondo musulmano — dai Fratelli Musulmani agli sciiti — tale posta è centrale, e intorno ad essa ruota l’intera macchina della comunicazione politica. Israele, dunque, necessita di profondità strategica; allo stesso tempo, dispone di un territorio minuscolo e stretto, in cui la distanza tra le linee nemiche e i centri densamente popolati è ridotta a pochi chilometri.
Questa vulnerabilità ha plasmato la dottrina di sicurezza nazionale fin dalle origini: laddove lo spazio manca, si interviene sul tempo o sullo spazio altrui. Ne deriva una politica che può apparire aggressiva, ma che è in realtà fisiologica alla condizione di qualsiasi soggetto caratterizzato da elevatissimo peso strategico e nulla profondità territoriale.
Uno dei primi a comprendere questo vincolo strutturale, e a formalizzarne la dottrina, fu David Ben-Gurion: non disponendo di spazio per assorbire le ripetute aggressioni dei vicini, Israele doveva strutturarsi per portare il conflitto sul campo avverso.
Il concetto di “confini difendibili” trova la sua formulazione più autorevole nel discorso di Yitzhak Rabin alla Knesset del 5 ottobre 1995, nel quale la Valle del Giordano veniva indicata come margine di sicurezza imprescindibile per compensare l’assenza di profondità territoriale. Questa visione si salda storicamente al principio strategico di Ben-Gurion, documentato negli archivi di sicurezza fin dagli anni Cinquanta, secondo cui l’esiguità dello spazio difensivo impone la proiezione della guerra nel territorio nemico per evitare l’annientamento immediato.
Come confermano le analisi di Efraim Inbar e Charles D. Freilich (Oxford University Press, 2018), esiste una continuità strutturale tra queste radici storiche e la dottrina contemporanea: la sicurezza nazionale di Israele si fonda su una sintesi di deterrenza credibile, superiorità operativa e azione preventiva, elementi che compensano la vulnerabilità geografica.
L’azione preventiva, scarsamente tollerata dalla dottrina giuridica, trova la propria razionalità in questo frame strategico: se non è possibile ottenere profondità in termini di spazio fisico, essa deve essere acquisita in termini temporali, anticipando il nemico prima che colpisca, poiché un attacco riuscito comprometterebbe l’esistenza stessa dello Stato.

Razionalità strategica in un sistema anarchico
In politica internazionale, la condotta degli Stati non è determinata da astrazioni etiche, ma dai vincoli del sistema. Seguendo i modelli di Morgenthau, Bull, Waltz e Mearsheimer, gli attori rispondono alle minacce strutturali con strategie che, isolate dal contesto, possono apparire discutibili, ma che risultano pienamente razionali se analizzate come strumenti di sopravvivenza.
Questo sistema interpretativo ha senso solo se inserito nel realismo del diritto internazionale. Il comportamento di Israele risulterebbe altrimenti incomprensibile senza una conoscenza preliminare delle caratteristiche dell’ordinamento internazionale e della natura della cosiddetta “società anarchica”.
In un sistema privo di un’autorità superiore in grado di garantire l’incolumità dei singoli soggetti, l’accumulo di potenza, la deterrenza e la difesa preventiva non rappresentano opzioni ideologiche, ma imperativi categorici volti a evitare l’estinzione.
Non esiste oggi un’altra democrazia i cui vicini non avanzino richieste di concessioni politiche o territoriali, bensì invochino esplicitamente la distruzione totale dello Stato in virtù della sua composizione etnica.
L’esposizione a una minaccia esistenziale permanente — dai razzi di Gaza agli arsenali di Hezbollah — rende la sicurezza una necessità empirica. In tale contesto, la risposta militare costituisce l’esercizio del diritto-dovere di protezione dei civili. Come stabilito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, la legittima difesa è un diritto inalienabile contro attacchi armati, statuali o ibridi.
Negare questo diritto a Israele significa negare il principio di realtà che governa ogni Stato sovrano e applicare, ancora una volta, un parametro speciale esclusivamente allo Stato ebraico.

Il peccato storico
Un ulteriore marchio attribuito a Israele è quello del colonialismo. Anche accettando le ragioni strategiche, resta un altro peccato, più radicale: l’esistenza stessa. Anche in questo caso, l’interpretazione terzomondista, ripresa dal discorso woke e post-modernista, utilizza categorie selettive per descrivere come anormale ciò che è strutturalmente normale.
La narrativa post-moderna legge l’azione israeliana attraverso la lente della “colonialità”, ignorando che Israele rappresenta, al contrario, un esito del processo di decolonizzazione e che opera in un contesto di minacce senza equivalenti in Occidente. Si omette inoltre che il Medio Oriente e la regione MENA ((Middle East North Africa) non sono mai stati oggetto di colonialismo occidentale, bensì di colonialismo arabo.
Quando si parla impropriamente di colonialismo, ci si riferisce in realtà ai regimi amministrativi mandatari sotto l’egida della Società delle Nazioni, che costituiscono una categoria storica e giuridica distinta dal colonialismo propriamente detto.
Un ulteriore elemento sistematicamente rimosso riguarda la dimensione cronologica ed etnica. Al di là della natività degli ebrei in Medio Oriente e nel Levante meridionale — le lingue semitiche sono native della regione, non dell’Europa orientale — è spesso ignorato che lo stesso Corano riconosce tale continuità storica.
I principali insediamenti israeliani, come Tel Aviv, non furono fondati durante il mandato britannico, bensì sotto l’Impero ottomano. Viene inoltre rimosso il fatto che gran parte delle terre fu acquistata legalmente dal Fondo della Diaspora, e non sottratta con la forza, come frequentemente sostenuto.
Infine, tutti gli Stati sorti dai mandati franco-britannici sono entità politiche create ex novo. La tradizione istituzionale arabo-musulmana non conosce la forma dello Stato-nazione, bensì quella della Ummah e del Califfato. Le categorie di Stato e di nazione sono categorie occidentali attraverso cui si tenta di interpretare realtà storiche differenti, spesso senza comprenderle.
Se dunque Israele, nato dalle ceneri del mandato britannico, viene definito uno Stato coloniale creato dagli europei, la medesima definizione dovrebbe applicarsi al Libano, all’Iraq, alla Siria e alla Giordania. In un’analisi coerente e razionale non possono esistere figli di un dio minore: se la legittimità di Israele viene messa in discussione, lo stesso criterio deve valere per i suoi vicini.
* Analista geopolitico e internazionale AIAIG e presidente di The Delphi Institute, è autore di Contropotere e collaboratore in ambito di diritto internazionale presso Università di Bologna. Si occupa di geopolitica strutturale, diritto internazionale e forecasting strategico. 

(InOltre, 12 gennaio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 22
    Davide ad Adullam e nel paese di Moab.
    22:1 Davide partì di là e si rifugiò nella caverna di Adullam; quando i suoi fratelli e tutta la famiglia di suo padre lo seppero, scesero là per unirsi a lui. 2 E tutti quelli che erano in ristrettezze, che avevano dei debiti o che erano scontenti, si radunarono presso di lui, ed egli divenne loro capo, ed ebbe con sé circa quattrocento uomini. 
  • 3 Di là Davide andò a Mispa di Moab e disse al re di Moab: “Ti prego, permetti che mio padre e mia madre vengano a stare da voi, fino a quando io sappia quello che Iddio farà di me”. 4 Egli dunque li condusse davanti al re di Moab, ed essi rimasero con lui tutto il tempo che Davide fu nella sua fortezza. 
  • 5 Il profeta Gad disse a Davide: “Non stare più in questa fortezza; parti e recati nel paese di Giuda”. Davide allora partì, e andò nella foresta di Cheret
  • 6 Saul seppe che Davide e gli uomini che erano con lui erano stati scoperti. Saul si trovava allora a Ghibea, seduto sotto la tamerice che è sull'altura; aveva in mano la lancia, e tutti i suoi servi gli stavano intorno. 7 Saul disse ai servi che gli stavano intorno: “Ascoltate ora, Beniaminiti! Il figlio di Isai darà forse a tutti voi dei campi e delle vigne? Farà di tutti voi dei capi di migliaia e dei capi di centinaia, 8 che avete tutti congiurato contro di me, e non c'è nessuno che mi abbia informato dell'alleanza che mio figlio ha fatto con il figlio di Isai, e non c'è nessuno di voi che mi compianga e mi informi che mio figlio ha sollevato contro di me il mio servo perché mi tenda insidie come fa oggi?”. 
  • 9 E Doeg, l'Idumeo, il quale era preposto ai servi di Saul, rispose e disse: “Io vidi il figlio di Isai venire a Nob da Aimelec, figlio di Aitub, 10 il quale consultò l'Eterno per lui, gli diede dei viveri, e gli diede la spada di Goliat il Filisteo”. 

    Saul fa uccidere i sacerdoti e gli abitanti di Nob
  • 11 Allora il re mandò a chiamare il sacerdote Aimelec, figlio di Aitub, e tutta la famiglia di suo padre, vale a dire i sacerdoti che erano a Nob. E tutti andarono dal re. 12 E Saul disse: “Ora ascolta, figlio di Aitub!”. Ed egli rispose: “Eccomi, signore mio!”. 13 E Saul gli disse: “Perché tu e il figlio d'Isai avete congiurato contro di me? Perché gli hai dato del pane e una spada e hai consultato Dio per lui affinché insorga contro di me e mi tenda insidie come fa oggi?”. 14 Allora Aimelec rispose al re, dicendo: “E chi c'è fra tutti i tuoi servi, fedele come Davide, genero del re, pronto al tuo comando e onorato nella tua casa? 15 Ho io forse cominciato oggi a consultare Iddio per lui? Lungi da me il pensiero di tradirti! Non imputi il re nulla di simile al suo servo o a tutta la famiglia di mio padre; perché il tuo servo non sa nessuna cosa, né piccola né grande, di tutto questo”.  Il re disse: “Tu morirai senz'altro, Aimelec, tu con tutta la famiglia di tuo padre!”.bsp;E il re disse alle guardie che gli stavano intorno: “Avvicinatevi e uccidete i sacerdoti dell'Eterno, perché anche loro sono d'accordo con Davide; sapevano che egli era fuggito, e non mi hanno informato”. Ma i servi del re non vollero mettere le mani addosso ai sacerdoti dell'Eterno.  Il re disse a Doeg: “Avvicinati tu, e colpisci i sacerdoti!”. E Doeg, l'Idumeo, si avvicinò, si avventò addosso ai sacerdoti e uccise in quel giorno ottantacinque persone che portavano l'efod di lino.  Saul passò a fil di spada anche Nob, la città dei sacerdoti, uomini, donne, fanciulli, lattanti, buoi, asini e pecore: passò tutto a fil di spada. 
  •  Tuttavia, uno dei figli di Aimelec, figlio di Aitub, di nome Abiatar, scampò e si rifugiò presso Davide.  Abiatar riferì a Davide che Saul aveva ucciso i sacerdoti dell'Eterno.  Davide disse ad Abiatar: “Io sapevo bene quel giorno che Doeg, l'Idumeo, era là, e che avrebbe senza dubbio avvertito Saul; io sono la causa della morte di tutte le persone della famiglia di tuo padre. 23 Resta con me, non temere; chi cerca la mia vita cerca la tua; con me sarai al sicuro”.

(Notizie su Israele, 13 gennaio 2026)


........................................................


Teheran troppo debole, Hamas pronto a lasciar Gaza

di Francesca Musacchio.

Hamas prepara il passaggio dei poteri a Gaza mentre il regime degli ayatollah trema sotto i colpi delle proteste popolari. La decisione annunciata dal movimento islamista di consegnare l’amministrazione della Striscia a un comitato indipendente di tecnocrati palestinesi, che dovrebbe amministrare l’enclave in base al piano di cessate il fuoco del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, potrebbe segnare una svolta per il destino di Gaza. Il portavoce di Hamas, Hazem Kassem, in una dichiarazione video ha chiarito: «Questa decisione è chiara e definitiva e contiene anche istruzioni per facilitare il successo del lavoro di questa agenzia palestinese, in linea con il superiore interesse nazionale e con il piano per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza». 
L’organizzazione terroristica, fino a poche settimane fa, respingeva qualsiasi ipotesi di disarmo o arretramento politico. Ma adesso la scelta di lasciare il potere arriva mentre a Teheran il regime è sotto pressione interna ed esterna e mentre i segnali militari attorno all’Iran si moltiplicano. Un caso probabilmente, ma secondo alcuni analisti dietro questa decisione ci sarebbe la consapevolezza che, caduto il regime iraniano, anche per Hamas sarebbe più complicato andare avanti.
Hamas, proxy strategico della Repubblica islamica e beneficiario diretto del suo sostegno politico, finanziario e militare, sembra infatti muoversi come se il centro di gravità stesse cedendo. Dietro l’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele c’era l’Iran. Oggi, nel momento in cui Teheran appare più vulnerabile, Hamas compie un passo che somiglia più a una presa di distanza che a una mossa tattica volontaria. Il contesto regionale, infatti, è incandescente. Secondo segnalazioni circolate nelle ultime ore l’Iran, con il supporto pare della Turchia, starebbe coordinando preparativi ostili verso Nato e Israele, mentre militanti di Hamas verrebbero trasferiti a Cipro del Nord con l’ipotesi di attacchi contro obiettivi israeliani in caso di un’azione iraniana. Sullo sfondo, il movimento incessante di assetti militari statunitensi racconta una regione in allerta. Dal Golfo Persico al confine tra Iran e Pakistan, l’attività aerea americana è fuori dall’ordinario. Aerei cisterna KC-135R sarebbero decollati dal Qatar, insieme a bombardieri strategici B-52. I droni MQ-4C Triton monitorano l’Iran meridionale. Velivoli di rifornimento e sorveglianza entrano e rientrano ripetutamente dallo spazio aereo iraniano, suggerendo la presenza di caccia stealth non rilevabili dai radar. In parallelo, aerei speciali statunitensi sono atterrati in Pakistan, alimentando l’ipotesi che quelle basi siano nuovamente a disposizione di Washington per un’eventuale operazione contro Teheran, dopo contatti tra i vertici militari pakistani e una delegazione israelo-americana.
Mentre lo scenario esterno si fa minaccioso, all’interno l’Iran mostra il volto più cupo. L’Organizzazione di intelligence dei Pasdaran avrebbe diffuso direttive operative che ordinano l’infiltrazione delle proteste con agenti travestiti da manifestanti, incaricati di guidare i cortei e persino di scandire slogan monarchici a favore dei Pahlavi, nel tentativo di delegittimare la rivolta. La repressione intanto si inasprisce. Sono iniziate impiccagioni pubbliche di manifestanti condannati per apostasia dopo processi per direttissima. E il ministero dell’Intelligence di Teheran ha fatto sapere che dieci persone sono state arrestate perché considerate «terroristi» aiutati da attori esterni.
Intanto Israele si prepara allo scenario peggiore. Il Ministero della Salute ha infatti ordinato agli ospedali di passare in modalità emergenza, richiamando le lezioni dell’operazione «Rising Lion» contro l’Iran.

(Il Tempo, 13 gennaio 2026)

........................................................


Hamas deve decidere: accordo o no?

L'organizzazione terroristica non rispetta l'accordo di cessate il fuoco con Israele e ne ritarda l'attuazione. È ora indispensabile aumentare la pressione su Hamas.

di Sarah Cohen-Fantl

FOTO
Sarah Cohen-Fantl*

In Israele esiste un proverbio che dice «Kol akawa le towa», che significa «Ogni ritardo è utile a qualcosa», ed è probabilmente questo il motivo per cui qui non abbiamo ancora perso completamente la fede. Infatti, il piano di pace di Trump per Gaza è in ritardo già da tre mesi.
Nella prima fase, tutti gli ostaggi vivi e morti avrebbero dovuto tornare a casa, ma il poliziotto israeliano assassinato Ran Gvili è ancora nelle mani di Hamas, che avrebbe dovuto deporre le armi – cosa a cui nessuno in Israele ha mai creduto –, non l'ha ancora fatto e ha annunciato che non intende farlo.
Al contrario: la scorsa settimana Hamas ha lanciato un razzo verso Israele che, secondo l'IDF, è caduto proprio a Gaza. Le azioni di Hamas parlano chiaro e non hanno nulla a che vedere con il ben intenzionato piano di pace di Trump.
Tutto questo non è sorprendente. Ma il fatto che Donald Trump, uno degli uomini d'affari di maggior successo e più assertivi al mondo, voglia ora avviare la seconda fase dell'accordo senza che Hamas rispetti la sua parte dell'intesa e continui a minacciare di terrore Gaza e la popolazione locale e circostante, è deludente e viene respinto dal governo israeliano, dalla maggioranza della popolazione e dalla famiglia di Ran Gvili.
Cosa succederà ora? È una domanda che ci poniamo ogni giorno. Desideriamo la pace e la sicurezza per i nostri figli. Con Hamas non avremo né l'una né l'altra. Spetta a Trump e ai partner arabi come l'Egitto e la Giordania inviare un segnale chiaro a Hamas: se non rispettate l'accordo, non ci sarà uno Stato palestinese. E anche se non vogliamo la guerra, alla fine combatteremo, perché un futuro di Gaza con Hamas al potere significherebbe, prima o poi, un altro 7 ottobre. Un futuro di Israele con Hamas come vicino? No deal.
* L'autrice è una giornalista freelance e vive in Israele.

(Jüdische Allgemeine, 13 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Cristiani olandesi regalano bulbi di tulipani

GERUSALEMME – Più di 50.000 tulipani stanno sbocciando lungo il confine con la Striscia di Gaza, ricordando che un nuovo inizio e forse anche la guarigione sono possibili. Dietro questo splendido spettacolo floreale c'è l'organizzazione olandese “Christenen voor Israel” (CVI, Cristiani per Israele). Alla fine di novembre 2025 ha organizzato un viaggio per portare i bulbi di tulipano nei kibbutz.

Organizzazione cristiana: i fiori dimostrano solidarietà con Israele
  Il progetto non è nuovo: da ormai 25 anni l'organizzazione cristiana porta bulbi di tulipano in Israele come segno di amicizia e solidarietà.
Per la consegna, ogni autunno CVI organizza i cosiddetti “tour dei tulipani”. In questo modo, ogni anno più di 100.000 bulbi di fiori arrivano in Israele. I partecipanti aiutano a piantarli e possono anche conoscere Israele “al di là dei titoli dei giornali”, ha spiegato domenica il responsabile del progetto Johan van der Ham, secondo quanto riportato dal sito di notizie israeliano “Times of Israel”.
Dal 7 ottobre 2023, l'attenzione si è concentrata sui luoghi che sono stati duramente colpiti dal massacro di Hamas. Dei circa 150.000 bulbi di tulipano che CVI ha portato in Israele lo scorso autunno, circa un terzo è andato nella regione di confine di Gaza, ha spiegato van der Ham. In alcuni luoghi anche gli asili partecipano all'iniziativa.

Commovente incontro con Sharabi
  Durante l'ultimo “tour dei tulipani”, il gruppo ha incontrato l'ex ostaggio Eli Sharabi, l'israeliano liberato nel febbraio 2025. In un articolo pubblicato sul sito web della CVI, il responsabile del progetto ha espresso la sua gratitudine per l'incontro. I bulbi di tulipano sono “un regalo semplice ma simbolico dai Paesi Bassi e dal Belgio: un segno di affetto, amore e solidarietà. I tulipani, che rifioriscono dopo l'inverno, ci ricordano la guarigione, la resilienza e la nuova vita”.
Van der Ham cita poi un versetto della Bibbia tratto da Amos 9,15: “Li pianterò nel loro paese, perché non siano più sradicati dal paese che ho dato loro, dice il Signore, tuo Dio”. La storia di Eli è una testimonianza vivente di questa promessa. “Il popolo ebraico vive e ritorna”.
L'organizzazione “Cristiani per Israele” è stata fondata nel 1979 nei Paesi Bassi e ha sede a Nijkerk. Si considera un movimento interconfessionale ed è presente in tutto il mondo, tra cui negli Stati Uniti e nella Corea del Sud. Nel maggio 1998 è nata l'organizzazione tedesca “Cristiani al fianco di Israele”.

(Israelnetz, 13 gennaio 2026)

........................................................


L'Europa non capisce il Medio Oriente, ma agisce comunque

Perché le buone intenzioni da sole non garantiscono la sicurezza: l'approccio dell'Europa al Medio Oriente.

di Dov Eilon

Non è un caso che io stia scrivendo questo testo proprio ora. Proprio ieri [domenica] Israele e Germania hanno firmato a Gerusalemme un nuovo patto di sicurezza. Si tratta di cooperazione, sicurezza informatica, protezione delle infrastrutture critiche e responsabilità condivisa. La Germania ha ribadito ancora una volta che la sicurezza di Israele è più di una semplice frase politica.
Proprio questo momento rende visibile una tensione che si avverte da tempo in Israele. Mentre a livello bilaterale si sottolineano il partenariato e gli interessi di sicurezza, a livello europeo si inasprisce il tono politico nei confronti di Israele. Entrambe le cose procedono in parallelo e caratterizzano attualmente il rapporto tra Israele ed Europa.

Dopo il patto con la Germania: due linee europee
  Il patto con la Germania rappresenta una linea chiara e statale: sicurezza, cooperazione, interessi comuni. A livello europeo la situazione è diversa. Qui dominano procedure, valutazioni e segnali politici. Sostegno e critica coesistono, spesso senza un coordinamento riconoscibile.
Dal punto di vista israeliano, ciò appare contraddittorio. Non necessariamente perché l'Europa sarebbe contro Israele, ma perché logiche politiche diverse agiscono contemporaneamente. Per l'Europa ciò è spiegabile. Per Israele rimane difficile da classificare.

Il linguaggio dell'Europa – la realtà di Israele
  Sono cresciuto in Germania e conosco bene il linguaggio politico europeo. È un linguaggio di compromessi, dialogo e processi. I conflitti devono essere gestiti, possibilmente senza escalation. È comprensibile. È il risultato della storia europea.
Vivo in Israele da quasi quattro decenni. E qui ho imparato che il Medio Oriente funziona in modo diverso. Non meglio, non peggio, ma diverso. Qui la sicurezza non è una grandezza teorica. Si decide nella vita quotidiana.
In questa regione raramente vince l'argomento migliore. Ciò che conta è chi è credibile nel dissuadere, chi stabilisce confini chiari e chi è disposto a far rispettare questi confini. La debolezza non è vista come un invito al dialogo, ma come un'opportunità. Non si tratta di un'affermazione ideologica, ma della realtà quotidiana.

Cosa ne consegue?
  Nel giugno 2025, il Consiglio europeo ha dichiarato nuovamente che la situazione a Gaza era “inaccettabile”. Ha chiesto un cessate il fuoco, il rilascio di tutti gli ostaggi e ha esortato Israele a rispettare il diritto internazionale umanitario. Tali dichiarazioni sono moralmente comprensibili. Tuttavia, dal punto di vista politico cambiano poco.
Spesso, infatti, l'Europa non è d'accordo su quanto sia disposta ad andare oltre e quali conseguenze sia pronta ad accettare.
Le conseguenze della guerra di Gaza ne sono l'esempio più recente. Quasi nessun altro conflitto è stato commentato così intensamente in Europa. Dichiarazioni del Consiglio europeo, riunioni straordinarie dei ministri degli Esteri, risoluzioni e ammonimenti pubblici si susseguono in rapida successione. Sempre le stesse richieste: cessate il fuoco, pause umanitarie, protezione della popolazione civile.
Sembra giusto, e in gran parte lo è. Ma qui in Israele ci si pone inevitabilmente una semplice domanda: cosa ne consegue?
Ciò è emerso anche dal dibattito sull'accordo di associazione tra l'Unione Europea e Israele. Si esaminano le indicazioni, si formulano raccomandazioni, si avviano procedure. Allo stesso tempo, alcuni Stati membri frenano. Alla fine si crea una situazione intermedia: molta pressione politica, poca chiarezza. In Israele questo non appare neutrale, ma indeciso.
Un'esperienza personale vissuta a Gerusalemme mi ha fatto capire in modo particolarmente chiaro questo modo di pensare europeo. Qualche tempo fa ho riferito di un evento organizzato dall'ambasciata norvegese. Si è svolto in una mattinata e ha riguardato il “Piano d'azione contro l'antisemitismo 2025-2030” della Norvegia. Si è parlato di responsabilità, di antisemitismo in Europa e di posizione politica.
I rappresentanti norvegesi si sono mostrati seri e impegnati. Ascoltavano, volevano capire. Eppure mi è rimasta questa sensazione di fondo molto europea: la convinzione che alla fine dovrebbero bastare un piano, parole chiare e impegni politici. Durante i colloqui è emerso chiaramente quanto sia ormai grande il divario tra i concetti politici e la vita quotidiana degli ebrei in Europa. Le parole creano consapevolezza, ma non garantiscono la sicurezza. 
La differenza tra il pensiero europeo e la realtà regionale è particolarmente evidente nel caso dell'Iran. L'Europa continua a puntare sulla diplomazia, sul dialogo e sugli accordi. È comprensibile. In Israele non si mette fondamentalmente in discussione questo atteggiamento. Ma si pone una semplice domanda: cosa succede se la diplomazia fallisce? E chi è disposto ad accettarne le conseguenze?
L'Europa ragiona in termini di processi. Il Medio Oriente ragiona in termini di risultati. L'Europa crede nel potere delle parole. Il Medio Oriente nel potere della deterrenza. Israele vive proprio tra questi due mondi.
Qui le decisioni non vengono prese per fare bella figura a livello internazionale, ma per proteggere la propria popolazione. Spesso sotto pressione. Spesso sotto minaccia. E spesso con la consapevolezza che gli errori non rimangono teorici.
Non lo scrivo per difendermi, ma per esperienza. Conosco il desiderio europeo di ordine, regole ed equilibrio. Ma vivo in una regione in cui l'ordine non è scontato.
L'Europa non diventa rilevante in Medio Oriente perché ha ragione dal punto di vista morale. Diventa rilevante quando agisce in modo chiaro, compatto e coerente. Finché ciò non accadrà, l'Europa continuerà ad agire, ma ignorando la realtà di questa regione.

(Israel Heute, 12 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


“Se non capisci il 1929, non capirai mai il 7 ottobre”

In un'intervista al JNS Book Club, l'autrice americana Yardena Schwartz ha sostenuto che il massacro di Hebron del 1929 è stato il “punto zero” del conflitto arabo-israeliano.

di Steve Linde

Quando la pluripremiata giornalista e autrice Yardena Schwartz ha iniziato a fare ricerche sul massacro degli ebrei a Hebron nel 1929, non aveva idea che avrebbe scoperto quello che ora definisce il “punto zero” del conflitto arabo-israeliano. Né immaginava che, quasi un secolo dopo, gli schemi che aveva individuato sarebbero riemersi con devastante chiarezza il 7 ottobre 2023.
Il suo libro, Ghosts of a Holy War, esplora come l'omicidio di 67 ebrei a Hebron, un tempo considerata una delle comunità ebraiche più sicure della Palestina mandatoria, abbia dato il via a incitamenti religiosi, campagne di disinformazione e politiche di rifiuto che, secondo lei, continuano a plasmare il conflitto ancora oggi.
“Mi sono resa conto che questo massacro a Hebron del 1929, a lungo dimenticato, è in realtà l'unico contesto necessario per comprendere le forze motrici di questo conflitto”, ha detto Schwartz durante un'intervista al JNS Book Club il 7 gennaio. “Tutto è iniziato lì”.
Ghosts of a Holy War: The 1929 Massacre in Palestine That Ignited the Arab-Israeli Conflict, pubblicato il 1° ottobre 2024 e presentato in Israele al Menachem Begin Heritage Center di Gerusalemme lo scorso maggio, non è un libro di facile lettura. Ma Schwartz ritiene che confrontarsi con la sua storia sia essenziale.
“Se non si capisce il 1929”, ha detto a JNS, “non si capirà mai il 7 ottobre, né perché questo conflitto continui a tornare allo stesso punto mortale”.
Nel 1929, la scintilla fu l'accusa che gli ebrei intendessero impadronirsi del Monte del Tempio e della Moschea di Al-Aqsa. Hamas avrebbe poi dato a questo mito un nome moderno: “Al-Aqsa Flood”.
Il libro ha ricevuto ampi consensi, in particolare nel mondo ebraico.
“Se volete leggere un libro che vi aiuti a comprendere l'attuale tragedia mediorientale, questo è quello che fa per voi”, ha affermato lo scrittore Yossi Klein Halevi, senior fellow presso lo Shalom Hartman Institute di Gerusalemme.

L’autrice
  Nata e cresciuta nel New Jersey, Schwartz si è laureata alla Columbia Journalism School, dove ha ottenuto il massimo dei voti nel 2011. In seguito ha ricevuto una nomination agli Emmy per il suo lavoro come produttrice alla MSNBC e un premio per l'eccellenza nel giornalismo televisivo.
Ha vissuto in Israele per un decennio fino al 2023, dove ha scritto numerosi articoli sulla regione per vari quotidiani e riviste, e ora vive nella Hudson Valley di New York con il marito e i figli.
Ha trascorso cinque anni a fare ricerche e a scrivere Ghosts of a Holy War, il suo primo libro, che rintraccia le radici della violenza moderna non nei confini o nel nazionalismo, ma nella disinformazione religiosa, in particolare nelle false affermazioni secondo cui gli ebrei avrebbero cercato di impossessarsi dei luoghi sacri dell'Islam.

Tutto è iniziato con una scatola di lettere
  Inizialmente Schwartz non aveva intenzione di scrivere una storia definitiva del conflitto arabo-israeliano. Il progetto è iniziato nel 2019 con una scatola di lettere scoperta in una soffitta a Memphis, nel Tennessee. Le lettere appartenevano a David Shainberg, un ebreo americano di 22 anni arrivato a Hebron nel 1928 per studiare nella prestigiosa yeshiva di Hebron. Fu assassinato un anno dopo durante il massacro.
“Le sue lettere sono state una rivelazione”, ha detto Schwartz. “Descrivono una Hebron che era un faro di convivenza, qualcosa che oggi è quasi impossibile immaginare”.
Gli scritti di Shainberg dipingono un vivido ritratto della vita ebraica nella Palestina mandatoria, dai kibbutz a Rishon LeZion, e alla città di Abramo, dove ebrei e arabi avevano vissuto fianco a fianco per secoli. Essi rivelano anche una mentalità sconosciuta a molti lettori odierni: Shainberg era profondamente religioso e legato alla Terra di Israele, ma apertamente antisionista.
“Descriveva il sionismo come un movimento vile e antiebraico”, ha detto Schwartz. “E quello che ho imparato è che questa percezione era piuttosto comune tra i vecchi Yishuv, ebrei religiosi, sefarditi e mizrahi che consideravano il sionismo pericolosamente laico”.
Il massacro cambiò le cose. In seguito, molti ebrei che si erano opposti al sionismo si schierarono a suo favore, rendendosi conto che né le autorità britanniche né la buona volontà internazionale li avrebbero protetti.
“Gli inglesi si dimostrarono non solo incapaci di proteggere gli ebrei”, ha detto Schwartz, “ma anche riluttanti a farlo, per paura di provocare la violenza araba”.

Il Gran Muftì di Gerusalemme
  La ricerca di Schwartz ha scoperto un altro filo conduttore che rimane inquietantemente attuale: il potere della disinformazione. Nel 1929, molto prima dei social media, le menzogne si diffondevano attraverso i giornali, i sermoni e i discorsi pubblici. La figura centrale era Haj Amin al-Husseini, il Gran Muftì di Gerusalemme, che sosteneva che gli ebrei stavano complottando per distruggere Al-Aqsa e ricostruire il Tempio.
“Quella menzogna alimentò l'odio che si era accumulato nel corso di un anno”, ha detto Schwartz, “non solo a Gerusalemme, ma anche a Hebron, dove i leader musulmani locali sostenevano che gli ebrei stavano per impadronirsi della Tomba dei Patriarchi”.
Per 700 anni agli ebrei era stato vietato l'accesso al sito e potevano pregare solo fuori dalle mura, spesso subendo vessazioni. L'idea che volessero impossessarsene era sufficiente per scatenare violenze di massa.
Schwartz ha affermato di essere rimasta scioccata dalla profondità dell'influenza di al-Husseini e da quanto poco sia compresa oggi la sua eredità.
“È stato il primo leader arabo a rifiutare la pace con gli ebrei di Palestina”, ha affermato. “Non si è limitato a opporsi a uno Stato ebraico, ma ha respinto l'idea stessa che gli ebrei rimanessero in Palestina”.
Secondo lei, questo rifiuto arabo è una linea retta che va dal 1929 alla rivolta araba, al rifiuto della spartizione nel 1947, ai “tre no” di Khartoum e ai ripetuti rifiuti delle offerte di uno Stato nel 2000 e nel 2008.

La Commissione Peel
  Il libro include la testimonianza agghiacciante della Commissione Peel del 1936, in cui i leader sionisti Chaim Weizmann e Ze'ev Jabotinsky avvertirono i funzionari britannici che gli ebrei europei stavano esaurendo i luoghi in cui fuggire. La risposta del Gran Muftì fu secca: gli ebrei non avevano alcun diritto sulla Palestina e quelli che già vi si trovavano non potevano rimanere.
Schwartz inizialmente intendeva far terminare il libro alcuni decenni prima. Poi arrivò il 7 ottobre 2023.
“Non avrei mai immaginato che ciò che era accaduto nel 1929 potesse ripetersi”, ha detto. “Non in questo modo”.
“Nel 1929, in un certo senso, fu peggio, perché non c'erano armi da fuoco”, ha detto Schwartz. “Le persone venivano massacrate vive con spade e asce. I neonati venivano uccisi tra le braccia delle loro madri. Le donne venivano violentate. Gli uomini venivano castrati”.
Ciò che ha cambiato il libro, ha detto, è stata la consapevolezza che la storia si stava ripetendo, non solo nella violenza, ma anche nelle conseguenze.
“L'accusa alle vittime, la negazione, la punizione delle vittime: abbiamo visto tutto questo nel 1929”, ha detto.
C'erano differenze cruciali. Nel 1929 non esisteva lo Stato di Israele e, due decenni prima dell'Olocausto, la stampa internazionale riportò il massacro in modo chiaro e comprensivo. Un secolo dopo, la negazione e la giustificazione si sono diffuse a livello globale in poche ore, alimentate dai social media.
Schwartz ha affermato di aver tagliato interi capitoli dopo il 7 ottobre, compreso uno sulla comunità ebraica contemporanea di Memphis e un altro su un giovane palestinese di Hebron che, secondo lei, avrebbe potuto rappresentare una futura leadership moderata.
“Non era più appropriato”, ha riflettuto.

Rimodellare il sionismo e l'identità ebraica
  Il massacro del 1929, secondo Schwartz, ha rimodellato il sionismo stesso. Ha rafforzato la Haganah, accelerato la formazione dell'Irgun e rafforzato la convinzione che la sopravvivenza ebraica richiedesse sovranità e autodifesa.
“Il Gran Muftì ha usato la religione come arma per distruggere il sionismo”, ha detto. “E gli si è ritorto contro”.
Oggi vede una dinamica simile.
“Dopo il 7 ottobre, gli ebrei di tutto il mondo che erano distaccati dalla loro identità hanno improvvisamente capito quanto fosse importante”, ha detto. “All'interno di Israele, c'è una rinnovata consapevolezza che proteggeremo noi stessi, indipendentemente dalle pressioni internazionali”.
Alla domanda sul perché la gente comune possa rivolgersi con tanta crudeltà ai propri vicini, Schwartz ha indicato nuovamente l'incitamento religioso. A Hebron nel 1929, ha scoperto che i musulmani che hanno salvato gli ebrei avevano profondi legami personali con loro, mentre gli aggressori spesso avevano solo rapporti transazionali.
“Un uomo si è opposto alla folla e ha detto: ‘Questa famiglia è la mia famiglia’”, ha ricordato. “Quella differenza era importante”.
In definitiva, lei rifiuta l'interpretazione del conflitto come meramente territoriale o nazionalista.
“Nessun arabo in Palestina allora, e nessun arabo a Gaza o in Cisgiordania oggi, definisce questa una guerra di liberazione”, ha affermato. “La chiamano jihad. L'Occidente non vuole sentirlo, perché rende il conflitto molto più difficile da risolvere”.
Schwartz ha affermato che, al di là delle lezioni storiche, le conseguenze del 7 ottobre hanno anche ridefinito l'identità ebraica per molti in tutto il mondo. “Molti ebrei che erano distaccati da Israele e dalle loro radici ebraiche hanno capito dopo il 7 ottobre quanto sia importante quel legame”.

(JNS, 9 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 21
    Fuga di Davide a Nob e a Gat
  • Davide andò a Nob dal sacerdote Aimelec; Aimelec gli venne incontro tutto tremante e gli disse: “Perché sei solo e non hai nessuno con te?”. Davide rispose al sacerdote Aimelec: “Il re mi ha dato un incarico e mi ha detto: 'Nessuno sappia nulla dell'affare per cui ti mando e dell'ordine che ti ho dato'; e quanto alla mia gente, le ho detto di trovarsi in un certo luogo. E ora che cos'hai tu sotto mano? Dammi cinque pani o quelli che si potrà trovare”. Il sacerdote rispose a Davide, dicendo: “Non ho sotto mano del pane comune, ma c'è del pane consacrato; ma la tua gente si è almeno astenuta da contatto con donne?”. Davide rispose al sacerdote: “Da quando sono partito, tre giorni fa, siamo rimasti senza donne; e quanto ai vasi della mia gente erano puri; e se anche la nostra incombenza è profana, essa sarà oggi santificata da quello che si porrà nei vasi”. Il sacerdote gli diede dunque del pane consacrato perché non c'era altro pane tranne quello della presentazione, che era stato tolto davanti all'Eterno, per mettervi invece del pane caldo nel momento in cui si toglieva l'altro. 
  • Quel giorno, un certo uomo tra i servi di Saul si trovava là, trattenuto alla presenza dell'Eterno; si chiamava Doeg, era Edomita e capo dei pastori di Saul. Davide disse ad Aimelec: “Non hai tu qui disponibile una lancia o una spada? Perché io non ho preso con me né la mia spada né le mie armi, tanto premeva l'incarico del re”. Il sacerdote rispose: “C'è la spada di Golia, il Filisteo, che tu uccidesti nella valle dei terebinti; è là avvolta in un panno dietro all'efod; se la vuoi prendere, prendila, perché qui non ce n'è un'altra all'infuori di questa”. Davide disse: “Nessuna è pari a quella; dammela!”. 
  • Allora Davide si alzò, e quel giorno fuggì per timore di Saul, e andò da Achis, re di Gat. I servi del re dissero ad Achis: “Non è costui Davide, il re del paese? Non è colui del quale cantavano nelle loro danze: 'Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila?'”. 
  • Davide si tenne in cuore queste parole ed ebbe grande timore di Achis, re di Gat. Cambiò il suo modo di fare in loro presenza, faceva il pazzo in mezzo a loro, tracciava dei segni sui battenti delle porte, e si lasciava scorrere la saliva sulla barba. Achis disse ai suoi servi: “Guardate, è un pazzo; perché me lo avete condotto? Mi mancano forse dei pazzi, che mi avete condotto questo a fare il pazzo in mia presenza? Costui non entrerà in casa mia!”.

(Notizie su Israele, 12 gennaio 2026)


........................................................


Rubio ha telefonato a Netanyahu per discutere di un possibile intervento degli Stati Uniti

Sullo sfondo delle proteste, in Israele cresce la preoccupazione per un'escalation regionale. Il primo ministro Benjamin Netanyahu: «L'Iran dovrà affrontare gravi conseguenze se attaccherà Israele».

di Sabine Brandes 

Parallelamente alle proteste in corso in Iran, cresce in Israele la preoccupazione per un'escalation regionale. In questo contesto, il governo di Gerusalemme ha ordinato ai propri ministri di non esprimersi pubblicamente su possibili interventi stranieri in relazione ai disordini, come riportato domenica dall'emittente pubblica Kan.
Tra i fattori che hanno contribuito all'aumento della tensione vi è una telefonata avvenuta sabato tra il segretario di Stato americano Marco Rubio e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Secondo le informazioni dell'agenzia di stampa Reuters, la conversazione avrebbe riguardato anche possibili scenari di un intervento americano in Iran. Un rappresentante del governo americano ha confermato la telefonata, ma non ha fornito dettagli sul suo contenuto. Secondo Reuters, in Israele è stato quindi aumentato lo stato di allerta.

Nessun indizio che Israele stia valutando un intervento militare
  La cautela di Gerusalemme fa seguito a chiari avvertimenti da Teheran. Se il presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovesse ordinare un attacco militare contro l'Iran, il regime attaccherà le installazioni militari israeliane e americane in Medio Oriente, secondo quanto riportato dai media citando fonti governative nella capitale iraniana. Nonostante la situazione tesa, secondo Kan non ci sono attualmente indicazioni che Israele stia valutando un proprio intervento militare.
Tuttavia, alcuni membri della coalizione israeliana hanno espresso simpatia per il movimento di protesta. Il ministro della Scienza e della Tecnologia Gila Gamliel aveva precedentemente espresso solidarietà ai manifestanti. Gamliel è inoltre in contatto con il principe ereditario iraniano in esilio Reza Pahlavi, uno dei più noti oppositori del regime, che sostiene le proteste.
La situazione è ulteriormente aggravata dalle dure dichiarazioni provenienti da Washington. Secondo Trump, «l'esercito statunitense sta valutando opzioni molto forti» nei confronti di Teheran, alla luce della violenta repressione dei manifestanti da parte delle forze di sicurezza iraniane.
Secondo gli attivisti, dall'inizio delle proteste il 28 dicembre sono state uccise almeno 538 persone. Il crescente numero di vittime aumenta la pressione internazionale sull'Iran e allo stesso tempo aumenta il rischio che la crisi interna si trasformi in un conflitto regionale.

Netanyahu e Trump sono d'accordo
  Il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva già avvertito una settimana fa che l'Iran avrebbe dovuto aspettarsi «conseguenze molto gravi» se avesse attaccato Israele. In un dibattito speciale alla Knesset, al quale hanno partecipato anche i leader dell'opposizione, ha affermato che, dopo il loro incontro nella tenuta di Trump a Mar-a-Lago in Florida, Israele e il presidente degli Stati Uniti sono sostanzialmente d'accordo sulla questione iraniana e sui problemi regionali.
«Per quanto riguarda l'Iran, che tira le fila del terrorismo in Medio Oriente e oltre, il presidente Trump e io abbiamo assunto una posizione chiara», ha affermato Netanyahu. «Non permetteremo all'Iran di ricostruire la sua industria missilistica e tanto meno di riprendere il suo programma nucleare».

(Jüdische Allgemeine, 12 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Discriminazione sanitaria e antisemitismo. Un evento dell’AME

Dopo il 7 ottobre l’odio contro gli ebrei ha avuto dei risvolti anche in un settore, quello medico e sanitario, dove in teoria tutti dovrebbero avere diritto alle stesse cure a prescindere da etnia, religione o posizioni politiche. L’evento ha analizzato diversi aspetti di questo tema con interventi prestigiosi.

di Nathan Greppi

In un’epoca in cui a parole si vuole combattere tutte le forme di odio, paradossalmente è stata sdoganata la più antica al mondo, quella nei confronti degli ebrei. Un fenomeno che dopo il 7 ottobre ha avuto dei risvolti anche in un settore, quello medico e sanitario, dove in teoria tutti dovrebbero avere diritto alle stesse cure a prescindere da etnia, religione o posizioni politiche.
Di questo e molto altro si è parlato nel corso di un evento tenutosi domenica 11 gennaio presso la sede della Comunità Ebraica di Milano, organizzato dall’AME (Associazione Medica Ebraica) e intitolato Quando la cura incontra l’odio. Discriminazione sanitaria e antisemitismo. Tutti i relatori sono stati moderati dalla psicanalista Simonetta Diena.

Il pregiudizio dei media 
Alla radice di questo odio vi è una narrazione distorta della guerra tra Israele e Hamas, che in questi due anni è diventata egemone sui media mainstream. Stefano Gatti, ricercatore dell’Osservatorio Antisemitismo della Fondazione CDEC, ha spiegato che dopo il 7 ottobre, “inizialmente i mezzi di comunicazione […] rimasero sconvolti. Ma questo sconvolgimento è durato un battito di ciglia”. Già il 10 ottobre 2023, “si è tenuta la prima manifestazione propal”.
Diversi miti delle narrazioni antigiudaiche sono state dissotterrate, compresa l’immagine dell’ebreo vendicativo e deicida rispolverata da diversi alti prelati. Oggi, per difendersi da accuse di antisemitismo, dicono di prendersela con i “sionisti” ed etichettano come “buoni” solo gli ebrei che prendono le distanze dal sionismo. “Come ha detto l’ex-presidente del Consiglio Conte che, in un modo esplicito, ha detto ‘cari ebrei, dovete prendere le distanze dal vostro Stato, sennò siete complici’”, ha ricordato Gatti.
In tutto questo, “hanno avuto un peso centrale i mezzi di comunicazione, […] che sono diventati come dei postini dei mezzi di comunicazione propal”. Ha fatto l’esempio dei molti media che citano Al Jazeera, “che a sua volta fa riferimento al Ministero della Sanità di Gaza”, controllato da Hamas.

L’odio antisraeliano in medicina
A causa di questo clima d’odio imperante, sono aumentati gli episodi di discriminazione nel settore sanitario, con una crescente politicizzazione della medicina. Il pediatra Daniele Radzik, membro del consiglio direttivo dell’AME e consigliere della Comunità Ebraica di Venezia, ha spiegato che “il confine tra informazione, ideologia e scienza è diventato sempre più sottile” dopo il 7 ottobre.
“Il punto di origine di questa ondata di delegittimazione di Israele”, ha affermato, “a mio parere è stata la pubblicazione del rapporto di Amnesty International nel dicembre 2024 dal titolo Ti senti come fossi un subumano”. Una analisi che, tramite interviste ad operatori sanitari di Gaza, ha accusato Israele di genocidio e apartheid.
“In realtà, questo rapporto di Amnesty ha molte criticità metodologiche e scientifiche”, ha dichiarato Radzik, spiegandone il motivo tramite una serie di slide. In questo come in altri rapporti analoghi, erano presenti numerose lacune: viene ignorato il contesto geopolitico, non vengono menzionati gli aiuti umanitari israeliani né l’utilizzo di strutture civili per scopi militari da parte di Hamas. Nonostante ciò, “il rapporto è diventato la base per campagne di boicottaggio e accuse contro medici e ricercatori israeliani, quando sappiamo che la cura non può convivere con l’odio”.

Il punto della situazione sui boicottaggi
A dispetto di questa situazione, non in tutti gli ambiti vengono toccati allo stesso modo. Rosanna Supino, presidente dell’AME, ha raccontato qual è la situazione del boicottaggio antisraeliano in vari paesi, basandosi sugli scambi avuti con colleghi da tutto il mondo: “Recentemente, in Inghilterra per la prima volta il tribunale ha dichiarato esplicitamente che il comportamento di un medico universitario, lanciando un boicottaggio, aveva minato la fiducia pubblica nella professione medica”.
Guardando ai singoli Stati, la Supino ha detto: “Il governo italiano, in nome della libertà di espressione, ha lasciato libertà alle imprese e alle università. Per cui, le attività BDS e propal sono legali”. Di contro, in Germania sono stati messi al bando, mentre in Francia i boicottaggi sono stati perseguiti penalmente nel timore che alimentino l’antisemitismo. Guardando ad altri continenti, negli Stati Uniti il BDS è presente soprattutto nei campus ma poco influente nella società, mentre in Australia gode di maggiore libertà. Mentre in Asia e in Africa, è presente soprattutto in India e in Sudafrica.

Il caso della Toscana
Dopo aver guardato la situazione a livello nazionale e internazionale, si è provato a restringere la visuale su un contesto locale, quello di una regione storicamente di sinistra come la Toscana. “Vivendo in una città dove gli ebrei sono pochi, la maggior parte delle relazioni sociali che ho sempre portato avanti riguarda non ebrei, e dopo il 7 ottobre mi sono ritrovato inaspettatamente a rimodulare queste relazioni, perché mi veniva richiesto di esprimere una critica nei confronti d’Israele”, ha raccontato Federico Prosperi, membro del direttivo AME e segretario della Comunità Ebraica di Pisa.
Ha ricordato l’aumento considerevole di aggressioni antisemite avvenute in Toscana, come quella avvenuta a settembre contro due turisti ebrei americani a Firenze. Un fenomeno che si è manifestato anche in ambito sanitario: a tal proposito, Prosperi ha fatto diversi esempi, tra cui la decisione del sindaco di Sesto Fiorentino di bloccare la vendita di farmaci israeliani nelle farmacie comunali, o il video di una dottoressa e un’infermiera a Pratovecchio Stia, in provincia di Arezzo, che buttano nel cestino i farmaci prodotti dall’azienda israeliana Teva.

L’odio nel mondo della psicologia
Anche nel settore della psicologia ci sono state diverse manifestazioni d’odio nei confronti d’Israele e degli ebrei. Lo ha testimoniato la psicoterapeuta Dalia Segrè, la quale ha spiegato che nei due anni successivi al 7 ottobre “non abbiamo visto comunicati del CNOP (Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi) che parlassero di guerra. Solo dopo l’insediamento del nuovo consiglio, intorno agli inizi del 2025, osserviamo invece un comunicato del maggio 2025 che parla della guerra a Gaza”, che sosteneva posizioni fortemente propal e invitava i vari ordini regionali a fare altrettanto.
In questo modo, secondo la Segré, “il CNOP ha abdicato al suo ruolo di cura e di tutela di tutti gli iscritti indistintamente. […] Il CNOP, da un punto di vista deontologico, ha tradito il suo stesso codice etico, specialmente negli articoli 3 e 4, esprimendo proprio un posizionamento che non rappresenta la totalità degli iscritti”. In tale appello si esprime solidarietà per Gaza, ma non vengono citate le vittime israeliane del 7 ottobre né le azioni terroristiche di Hamas.
Guardando in generale a cos’è successo nella società di psicologia in Italia dopo il 7 ottobre, ha raccontato che “abbiamo osservato dei comportamenti gravi. Per fare un esempio, la chat della Società Psicanalitica Italiana, dove sono comparse offese anche a sfondo antisemita verso autorevoli colleghi ebrei”. Mentre nel 2024, è saltata una conferenza a Roma promossa dall’Associazione italiana di psicologia analitica (Aipa) e dall’Associazione per la ricerca in psicologia analitica (Arpa), a causa della presenza di relatori israeliani

Antisemitismo consapevole o inconsapevole
Un tema emerso più volte, è che oggi molte esternazioni antisemite avvengono inconsciamente: se il neonazista con la svastica e il braccio teso è facilmente riconoscibile, al contrario in molti non si rendono conto che ritrarre gli israeliani come i persecutori di Gesù, come fanno molti vignettisti, richiama l’antica accusa di deicidio che per quasi due millenni è stata alla base dell’antigiudaismo cristiano.
A tal proposito, lo psicanalista Yasha Reibman ha spiegato: “Per definizione, dell’inconscio non abbiamo accesso diretto, possiamo coglierne solo i derivati. […] E tutti i pregiudizi seminano lì e nei meccanismi che usiamo per difenderci dalle irruzioni dell’inconscio nella nostra vita quotidiana”. Ha aggiunto che “ciascuno di noi ha i propri pregiudizi”, ma anche che “più siamo consapevoli dei nostri pregiudizi, e meno questi ci controllano nella nostra vita. Viceversa, ciò che non riconosciamo dentro di noi finisce per governarci”.
Rifacendosi ad altri interventi precedenti, ha sottolineato che “molti colleghi non ebrei sono anche dalla nostra parte, ci stanno aiutando in questo momento e ci hanno dato un supporto preziosissimo”. Ha fatto un esempio relativo alle tifoserie nel calcio: “Le curve dello stadio in Germania non sono antisemite. Diverse squadre tedesche hanno esposto in questi anni striscioni di supporto alle comunità ebraiche, a Israele e agli israeliani”.
Ha fatto l’esempio della squadra del Werder Brema, che ha reso omaggio all’ostaggio israeliano ucciso da Hamas Hersh Goldberg-Polin, che era un loro tifoso. “E dopo quello che è successo in Australia, i tifosi del Werder Brema hanno esposto uno striscione dove hanno detto ‘globalizzare l’Intifada significa uccidere gli ebrei’”. Sul versante opposto, “subito dopo il 7 ottobre a Roma hanno iniziato a bruciare e a rovinare le pietre d’inciampo, che nulla c’entrano con Israele”.

(Bet Magazine Mosaico, 12 gennaio 2026)

........................................................


Israele e Germania rafforzano la cooperazione in materia di sicurezza informatica

La Germania intende imparare da Israele come potenziare la sicurezza informatica. Il ministro federale dell'Interno Dobrindt si reca a Gerusalemme proprio per questo motivo.

GERUSALEMME  – Israele e Germania hanno concordato di ampliare la cooperazione nel campo della sicurezza informatica e dell'intelligenza artificiale (IA). Il ministro federale dell'Interno Alexander Dobrindt (CSU) e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (Likud) hanno firmato domenica a Gerusalemme un accordo in tal senso.
Nell'ambito di questo accordo, i due paesi intendono creare un centro comune per l'IA e l'innovazione informatica. È previsto anche uno scambio di informazioni sul progetto tedesco “Cyberdome”. Altri aspetti riguardano la difesa dai droni, la protezione civile, la lotta al terrorismo e la lotta all'antisemitismo.
La cooperazione tra Germania e Israele è già ‘eccellente’, ha comunicato il Ministero federale dell'Interno. Dobrindt ha dichiarato: “Abbiamo un grande interesse a imparare come Israele ha costruito il Cyberdome”.

Sa'ar: classificare la Guardia rivoluzionaria iraniana come gruppo terroristico
  Netanyahu ha sottolineato davanti ai giornalisti che attribuisce grande importanza alla cooperazione tra Germania e Israele; i due paesi sono “partner naturali”. Il settore cibernetico rappresenta tuttavia una delle maggiori minacce per la sicurezza interna e le infrastrutture. Netanyahu ha definito Dobrindt “amico di Israele” e ha aggiunto: “Grazie per la vostra amicizia, grazie per il vostro sostegno”.
Durante il suo soggiorno in Israele, Dobrindt ha incontrato anche il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar (Nuova Speranza). Durante l'incontro, quest'ultimo ha dichiarato che l'Unione Europea deve classificare la Guardia Rivoluzionaria Iraniana come gruppo terroristico. “Questa è da tempo la posizione della Germania e ora anche altri paesi ne comprendono l'importanza”.

Unanimità necessaria per la classificazione
  Il Parlamento europeo ha ripetutamente invitato il Consiglio dell'UE a inserire la Guardia rivoluzionaria nella lista delle organizzazioni terroristiche, l'ultima volta nell'aprile 2025. Gli Stati Uniti hanno classificato la Guardia rivoluzionaria come organizzazione terroristica nell'aprile 2021.
La base per la classificazione da parte dell'UE può essere una sentenza relativa al tentato incendio doloso della sinagoga di Bochum nel 2022. Nella sua sentenza, la Corte d'appello di Düsseldorf ha stabilito che la pianificazione dell'attacco risale a un'agenzia governativa iraniana. Per la classificazione è necessario un voto unanime del Consiglio dell'UE.

Previsto l'ampliamento di Arrow 3
  Nel frattempo, la Germania sta ampliando il sistema di difesa missilistica Arrow 3, acquistato da Israele e messo in servizio a dicembre. Domenica, il gruppo industriale Israel Aerospace Industries ha annunciato un accordo in tal senso con il Ministero della Difesa israeliano. Si tratta di un “significativo aumento del tasso di produzione di missili e lanciamissili”.
Già a metà dicembre il Ministero della Difesa israeliano aveva annunciato l'ampliamento. Secondo quanto comunicato, l'accordo ha un valore di circa 2,7 miliardi di euro. Insieme all'accordo originale Arrow 3, il valore complessivo del sistema Arrow 3 ammonta quindi a circa 5,8 miliardi di euro: si tratta del più grande accordo nel settore degli armamenti nella storia di Israele.

(Israelnetz, 12 gennaio 2026)


*


Intesa record tra Germania e Israele: nuovo contratto da 3,1 miliardi per l’Arrow 3

di Luca Spizzichino

La cooperazione strategica tra Germania e Israele compie un nuovo passo in avanti. Berlino e Israel Aerospace Industries hanno firmato un contratto da 3,1 miliardi di dollari che amplia l’accordo già in vigore sul sistema antimissile Arrow 3. L’estensione si aggiunge al contratto iniziale da 3,5 miliardi siglato due anni fa, portando il valore complessivo dell’operazione a oltre 6,5 miliardi di dollari, il più grande accordo di esportazione militare mai concluso da Israele.
La firma è arrivata dopo l’approvazione del Bundestag, che lo scorso 17 dicembre ha dato il via libera all’intesa, e a poche settimane dal dispiegamento operativo della prima batteria Arrow 3 in Germania, avvenuto con una cerimonia ufficiale presso la base aerea di Holzdorf.
Il nuovo accordo prevede un aumento significativo della produzione di intercettori e lanciatori Arrow 3 destinati alle forze armate tedesche. Secondo i ministeri della Difesa dei due Paesi, la misura consentirà di rafforzare in modo sostanziale la capacità di difesa aerea e antimissile della Germania. “Abbiamo concordato un incremento rilevante dei ritmi produttivi, così da garantire alla Germania un livello di protezione più elevato e tempestivo”, ha fatto sapere il Ministero della Difesa israeliano in una nota congiunta con Berlino.
Per Israele, l’estensione del contratto rappresenta anche un segnale politico. “L’ampliamento dell’accordo sull’Arrow 3 è un altro traguardo significativo nel rafforzamento della nostra partnership strategica con la Germania, il nostro principale alleato in Europa”, ha dichiarato il direttore generale del Ministero della Difesa israeliano, Amir Baram. “Un’intesa di questo valore riflette la strategia di Israele di espandere le esportazioni nel settore della difesa, rafforzando al contempo la sicurezza nazionale e l’industria del Paese”. Sulla stessa linea il capo della Direzione Ricerca e Sviluppo del ministero, Daniel Gold, che ha sottolineato la valenza simbolica e operativa del sistema: “L’Arrow è una componente centrale della nostra architettura di difesa multilivello, che ha protetto i cittadini israeliani durante il conflitto. Oggi questo sistema è schierato anche a difesa dei cieli tedeschi”.
Il presidente e amministratore delegato di IAI, Boaz Levy, ha evidenziato il rapporto di fiducia costruito con Berlino. “Il ruolo di IAI nel sistema di difesa aerea tedesco dimostra la fiducia del governo tedesco nelle nostre capacità tecnologiche”, ha affermato. “La consegna dell’Arrow 3 appena due anni dopo la firma del contratto iniziale è la prova della nostra affidabilità”. Levy ha aggiunto che “la fiducia reciproca, le capacità tecnologiche dimostrate sul piano operativo e il rispetto delle tempistiche hanno portato la Germania ad approvare questa nuova fase di acquisizione del sistema Arrow”.
Il comandante della difesa aerea tedesca, colonnello Dennis Kruger, ha spiegato che Berlino ha colmato una lacuna strategica e che altri Paesi europei potrebbero seguire lo stesso percorso. “La Germania si è mossa per prima e sta dando un esempio”, ha detto. “Le minacce non riguardano solo noi, ma tutta l’Europa. È realistico pensare che altri Stati prenderanno la stessa direzione”. In prospettiva, ha aggiunto Kruger, la Germania potrebbe guardare anche alle future evoluzioni del programma, inclusi i sistemi Arrow 4 e Arrow 5, una volta che saranno pienamente operativi.

(Shalom, 12 gennaio 2026)

........................................................


Come il 7 ottobre ha cambiato il modo in cui gli ebrei israeliani “piuttosto osservanti” praticano il giudaismo

Dai pop-up sui tefillin all'accensione delle candele dello Shabbat, molti israeliani - tra cui pop star ed ex ostaggi - si sono sempre più rivolti alla religione durante la guerra: “La fede ha fornito un punto di riferimento”.

di Deborah Danan

FOTO
  La conduttrice televisiva israeliana Ofira Asayag è laica, ma nel 2024, durante la guerra tra Israele e Hamas,
ha acceso le candele dello Shabbat in diretta televisiva, riflettendo una tendenza diffusa tra gli israeliani.   

JTA — Nelle settimane successive all'attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, sui social media hanno iniziato a circolare video dal forte contenuto religioso. Decine di giovani donne hanno pubblicato video in cui tagliavano i loro abiti “immodesti”, jeans, top corti, minigonne, giurando di sostituirli con gonne modeste e copricapi.
In un video virale su TikTok, una giovane influencer taglia solennemente il suo guardaroba a brandelli, dichiarando che si tratta di un'offerta per la liberazione nazionale. “Creatore del mondo, mentre taglio questi vestiti, taglia via i severi decreti contro Israele”, dice, spiegando che non donerebbe nemmeno gli indumenti per non “far inciampare qualcun altro” indossandoli.
Sono circolate anche altre immagini, di tefillin pop-up, challah cotte nel quartiere e, sia sui social media che per strada, un notevole aumento di amuleti e ciondoli religiosi. Hamsas, stelle di David e collane a forma di mappa di Israele o dell'antico Tempio di Gerusalemme sono apparse ovunque.
Due anni dopo, mentre la guerra devastante a Gaza si è in gran parte conclusa, quelle prime scene hanno assunto il sapore di un momento specifico nel tempo. Tuttavia, lo shock spirituale di quelle prime settimane non è ancora completamente svanito e l'aumento della pratica religiosa è diventato parte del ritmo quotidiano del Paese.
FOTO
Un uomo indossa i tefillin per le strade di Tel Aviv, 25 marzo 2025.

Un sondaggio pubblicato a novembre dal Jewish People Policy Institute ha rilevato che il 27% degli israeliani ha aumentato la propria osservanza delle usanze religiose dall'inizio della guerra. Circa un terzo degli ebrei israeliani afferma di pregare più frequentemente rispetto a prima della guerra e circa il 20% riferisce di leggere più spesso il Tanach o i salmi.
Il direttore del JPPI, Shuki Friedman, ha affermato che molti israeliani, soprattutto i giovani, ritengono che la guerra li abbia ricollegati alla tradizione e all'identità ebraica “non necessariamente in modo halachico, ma in un modo che si manifesta con grande forza nella loro vita e nello spazio pubblico”.
Fondamentalmente, il cambiamento è stato più drammatico tra gli israeliani che avevano già un piede nella tradizione, ovvero quelli cresciuti in famiglie “masorti” o tradizionali ma non rigorosamente osservanti. Sebbene la categoria masorti abbia le sue radici nelle comunità mediorientali e nordafricane (Mizrahi), dove l'osservanza religiosa era storicamente più integrata nella vita quotidiana ma meno rigida rispetto all'ortodossia europea, oggi gli israeliani masorti abbracciano tutti i settori della società israeliana. (La categoria è distinta dal movimento Masorti, il nome dato al giudaismo conservatore in Israele e in Europa). Circa un terzo degli ebrei israeliani si identifica come masorti, con il JPPI che divide il gruppo in due categorie: “abbastanza religiosi” e “non così religiosi”.
Il demografo ebreo Steven M. Cohen una volta ha scherzato dicendo che gli israeliani masorti sono coloro che “violano le leggi che non desiderano cambiare”, nel senso che accettano la legge ebraica tradizionale, nota come halacha, come valida, ma la osservano in modo selettivo nella pratica. Cohen ha anche osservato che non esiste un vero equivalente americano, anche se il parallelo più vicino potrebbe essere “ortodosso non osservante”.
Tra i giovani ebrei che si identificano come masorti “abbastanza religiosi”, il 51% degli intervistati nel sondaggio ha riferito di aver approfondito le proprie pratiche religiose durante la guerra.
David Mizrachi è uno di loro. Cresciuto in una famiglia masorti, Mizrachi non era mai stato costante nella frequenza alla sinagoga, nell'osservanza dello Shabbat o nell'indossare i tefillin. Dal 7 ottobre, ha detto, fa tutte e tre le cose - religiosamente.
Per lui, il cambiamento è nato dallo shock degli attacchi e dalle perdite che hanno colpito la sua cerchia di conoscenti. Conosceva personalmente i gemelli Vaknin, uccisi alla festa Nova, ed Elkana Bohbot, l'ostaggio rapito dal rave, che è stato rilasciato dopo due anni di prigionia. Questi eventi, ha detto, lo hanno spinto al “cheshbon nefesh”, una riflessione ebraica sulla sua identità.
“Ho capito che questi nemici e terroristi sono venuti perché eravamo ebrei, non perché eravamo israeliani”, ha detto.
In alcune famiglie la risposta è andata ancora oltre. Rozet Levy Dy Bochy, cresciuta masorti e sposata con un uomo olandese non ebreo che dopo il 7 ottobre ha deciso di convertirsi, ha detto che il 7 ottobre l'ha spinta ad approfondire la sua osservanza.
“Ci sembrava di essere in un film dell'orrore, ma la fede ci ha fornito un punto di riferimento”, ha detto. “Sapere che tutto faceva parte del piano di Dio e che alla fine ci aspettava qualcosa di diverso, qualcosa di buono, era confortante”.
La dinamica vissuta da Mizrachi, plasmata dalla violenza che ha colpito persone che conosceva personalmente, è in linea con un altro sondaggio pubblicato a settembre dall'Università Ebraica, che ha rilevato che l'esposizione diretta alla guerra, sia attraverso il lutto che attraverso le ferite, era strettamente associata a cambiamenti nella religiosità e nella spiritualità. Circa la metà degli intervistati ha riportato livelli più elevati di religiosità e spiritualità, tra cui un quarto che ha dichiarato di essere diventato più religioso e un terzo che ha descritto un aumento della spiritualità.
Questa tendenza si è riflessa in modo particolarmente evidente nei resoconti degli ostaggi liberati che hanno riempito i media ebraici nell'ultimo anno, con ex ostaggi che hanno descritto di aver fatto il kiddush sull'acqua, di aver osservato lo Shabbat per la prima volta o di aver rifiutato le pita durante la Pasqua ebraica nei tunnel sotto Gaza.
Questo fenomeno ha avuto ripercussioni anche sulla cultura popolare. L'attrice Gal Gadot ha detto ai suoi 106 milioni di follower su Instagram che, pur non essendo “una persona religiosa”, aveva deciso di accendere una candela e pregare per il ritorno sano e salvo di tutti gli ostaggi.
La più grande pop star israeliana, Noa Kirel, non nota per la sua osservanza religiosa, ha celebrato il suo matrimonio a novembre con un'immersione nel mikveh, un raduno hafrashat challah (separazione della challah) e una festa con l'henné, tipica degli ebrei mizrahi.
Un altro dei cantanti più popolari di Israele, Omer Adam, a lungo considerato laico, ora indossa lo tzitzit, studia la Torah e osserva lo Shabbat.
Ora è comune vedere celebrità israeliane condividere i rituali dell'accensione delle candele dello Shabbat, tra cui la conduttrice televisiva laica Ofira Asayag, che, a un anno dall'inizio della guerra, si è impegnata a farlo in diretta fino al ritorno degli ostaggi.
Per il sociologo Doron Shlomi, che studia la religiosità israeliana, nulla di tutto ciò è sorprendente, perché le crisi collettive spesso producono effetti simili. Basandosi su ricerche relative a terremoti, guerre e pandemia di Covid-19, ha descritto i due anni di guerra come “una sorta di laboratorio” per osservare come le persone si rivolgono alla fede.
“La guerra porta sempre con sé due cose”, ha affermato. “Più religiosità e più gravidanze”.
Shlomi ha tuttavia sostenuto che gli ostaggi e le loro famiglie sono un caso a parte rispetto al resto della popolazione. Per molti di loro, ha detto, il ricorso alla religione è stato uno strumento di sopravvivenza, e si aspetta che alcuni continueranno a vivere una vita pienamente osservante.
Ma nel pubblico più ampio vede due modelli principali. Il primo è la pietà come forma di servizio pubblico e solidarietà che si manifesta in abitudini personali, come osservare un singolo Shabbat o indossare tzitzit in onore degli ostaggi, dei caduti e dei soldati.
L'altro modello attraversa istituzioni e organizzazioni che hanno colto l'attimo, dai gruppi ultraortodossi come Chabad che organizzano barbecue nelle basi militari ai cristiani evangelici che si uniscono agli sforzi di sostegno.
Sebbene gli aumenti abbiano superato i cali, sia lo studio dell'Università Ebraica che quello del JPPI hanno riscontrato una piccola controcorrente. Circa il 14% dei rispondenti laici in entrambi i sondaggi ha dichiarato che la propria religiosità si era indebolita, e il 9% dei rispondenti ebrei nel sondaggio del JPPI ha riportato un calo nella fede in Dio, una cifra che è salita al 16% tra gli ebrei laici.
I ricercatori dell'Università Ebraica hanno inquadrato i loro risultati attraverso una lente psicologica, attingendo alla teoria della gestione del terrore, secondo la quale il confronto con la mortalità spinge le persone a raddoppiare le loro visioni del mondo esistenti, approfondendo la pratica religiosa per alcuni e indebolendola per altri.
“Durante i periodi di stress prolungato, gli individui possono riorganizzare i loro orientamenti religiosi o spirituali aumentando o diminuendo la loro importanza”, ha detto Yaakov Greenwald, che ha guidato lo studio.
Non è la prima volta che la guerra spinge gli israeliani verso la fede. Dopo la guerra dello Yom Kippur del 1973, Israele ha registrato un notevole aumento delle persone che sono tornate alla religione, comprese figure laiche di alto profilo. Il regista Uri Zohar ha scioccato la nazione diventando ultraortodosso nel 1977. Un anno dopo, Effi Eitam, un brigadiere generale decorato e in seguito politico, ha fatto lo stesso.
Gli storici discutono su quanto fosse realmente grande quell'ondata post-'73, ma all'epoca si diffuse la narrazione secondo cui l'esperienza di morte imminente dello Stato – Israele fu colto alla sprovvista e temette l'annientamento nei primi giorni di quella guerra – seguita da una svolta contro ogni previsione, fu percepita da molti come un miracolo.
Shlomi ha affermato che è ancora troppo presto per fare previsioni certe sulla durata dell'attuale tendenza, dato che il Paese sta solo ora uscendo dalla crisi. Ciononostante, ritiene che la portata della guerra e l'ondata religiosa che ha prodotto siano state così profonde che, tra dieci anni, saranno ancora presenti
E se l'esperienza del marito di Rozet Levy Dy Bochy, Peter Griekspoor, è indicativa, la guerra potrebbe lasciare il Paese non solo più osservante, ma anche con un numero maggiore di ebrei.
All'inizio, ha detto Rozet, suo marito ha reagito in modo “molto europeo”, cercando un equilibrio e “prendendo le parti di entrambi” nella situazione. Lei gli ha detto che quello era un lusso che poteva permettersi solo chi non era ebreo, ma che “per noi, qualcosa nel nostro DNA reagisce in momenti come questo. Ci siamo già passati”.
Ma non ci è voluto molto perché l'equilibrio si inclinasse. Mentre le proteste si diffondevano in Europa e Nord America e le teorie del complotto sugli israeliani e gli ebrei circolavano online, Peter ha detto che “cominciava a sentirsi parte della narrazione”.
“Sentivo che l'antisemitismo era personale”, ha detto. “Ora mi sento davvero ebreo. Sento di voler far parte di questo popolo. Sono belli, sono forti, sono resilienti”, ha detto, prima di aggiungere con una risata: “E sono anche orribili. Litigano sempre, combattono sempre tra loro”.
Shlomi ha detto che, mentre gran parte della rinascita è nata da un desiderio reale di unità e appartenenza, in parte ha acquisito un carattere coercitivo, con alcuni rabbini e altri che trattano il “ritorno” alla fede come l'unica risposta legittima e investono ingenti fondi per amplificarlo. “I tefillin e i barbecue costano un sacco di soldi”, ha detto.
Ha anche osservato che l'aumento della pratica religiosa spesso è andato di pari passo con un riallineamento politico, con alcune figure pubbliche che hanno abbracciato apertamente l'osservanza. Nel programma di attualità di punta del Canale 14, “Patriots”, il conduttore di destra Yinon Magal ora parla spesso di essere diventato più osservante dopo la guerra, un cambiamento che collega la fede alla politica nazionalista.
Numerosi sopravvissuti dei kibbutz tradizionalmente di sinistra al confine con Gaza, attaccati il 7 ottobre, hanno descritto un movimento simile nelle loro vite, adottando pratiche più religiose, come risposarsi con una cerimonia ortodossa, e identificandosi più fortemente con la destra. I dati del sondaggio JPPI mostrano la stessa tendenza tra i giovani ebrei, con una chiara deriva verso destra nella maggior parte dei campi politici.
Mizrachi, tuttavia, va contro questa tendenza. Attivista per la pace e membro del consiglio di Standing Together, un movimento popolare ebraico-arabo che ha fatto campagna contro la guerra, è diventato più osservante senza cambiare le sue idee politiche.
“Sono prima di tutto ebreo, poi israeliano, poi democratico, poi mizrahi”, ha detto. "Vedo Dio in ogni aspetto della vita. Ma mi chiedo anche: fino a quando vivremo con la spada e saremo pieni di odio per i gazawi? Questo non è il modo di vivere ebraico".
Per Griekspoor, il modo di vivere ebraico significava il modo halachico, e negli ultimi sei mesi si è iscritto a un programma di conversione ortodosso sotto il rabbinato israeliano, un percorso che impone la piena osservanza della legge ebraica. Dice di sapere che la sua scelta di diventare ebreo sfida la logica.
“Ci sono le persecuzioni, l'odio, l'antisemitismo... e non si possono mangiare i cheeseburger”, ha detto. “Ma non c'è una spiegazione razionale. È più forte di me”.

(The Times of Israel, 11 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................



Comprensione e disperazione

“La possibilità del cambiamento costituisce per ogni uomo, in qualunque posizione si trovi, un invito alla speranza che è nello stesso tempo un richiamo alla sua responsabilità.”

di Marcello Cicchese

Chi sa dare soltanto comprensione 
non fa che diffondere disperazione.

La vita è piena di problemi. Ciascuno di noi ha i suoi problemi personali. Ma uno dei problemi più grossi è quello di dover aver a che fare con i problemi personali di un altro. Infatti, per quanto è possibile, cerchiamo di evitare simili situazioni. "I dolori sono come i soldi: chi ce li ha se li tiene", dice un proverbio tutt'altro che biblico; e anche se il detto si riferisce ai dolori corporali, in pratica viene esteso volentieri a tutti i tipi di sofferenze. E' buona regola - così si pensa - evitare di farsi invischiare nei guai altrui.
   Ma certamente non può essere questo il principio a cui si ispira la condotta dei cristiani, i quali hanno conosciuto qualcuno che si è talmente immedesimato nei loro problemi da dare la sua vita per loro. Nel loro stare insieme i cristiani sono chiamati a "servirsi gli uni gli altri" (Galati 5.13), a "portare i pesi gli uni degli altri" (Galati 6.2), a "sopportarsi gli uni gli altri" (Efesini 4.2), a "sottoporsi gli uni agli altri" (Efesini 5.21), ad "esortarsi gli uni gli altri" (Ebrei 3.13), ad "ammaestrarsi ed ammonirsi gli uni gli altri" (Colossesi 3. 16), a "consolarsi gli uni gli altri" (1 Tessalonicesi 4.18).
   Non c'è quindi alcun dubbio che la famosa regola del "ciascuno per sé e Dio per tutti" sia quanto di meno biblico ci possa essere in fatto di saggezza. Quando è necessario, i cristiani devono essere pronti a lasciarsi coinvolgere nelle difficoltà personali dell'altro. 
   Però la cosa non è molto semplice, perché il prossimo da servire non sempre è paragonabile all'incolpevole uomo ferito sulla strada di Gerico, di cui parla la parabola del buon samaritano. I problemi dell'altro sono spesso di natura tale da non poter escludere una sua parte di responsabilità. Non è certo facile sapere come ci si deve comportare quando si viene a contatto con crisi matrimoniali, problemi di omosessualità, questioni di droga, tanto per fare degli esempi. Ha senso parlare di peccato e di colpa? E' giusto invitare al pentimento?  Si può fare appello alla volontà del singolo?
  Nel Vecchio Testamento molte questioni venivano risolte sulla base del precetto: "L'anima che pecca sarà quella che morrà" (Ezechiele 8.4). Nell'antico patto la trasgressione della legge introduceva un elemento di ingiustizia e di disordine che poteva essere eliminato soltanto con la punizione del peccatore. Nel caso dell'omicidio, per esempio, il sangue sparso contaminava il paese, e questa contaminazione poteva essere cancellata soltanto mediante lo spargimento di altro sangue: quello dell'uccisore (Numeri 35.33).
   A noi, uomini d'oggi, questo modo d'agire appare barbaro e primitivo. Come credenti, però, non dobbiamo dimenticare che proprio questo è stato il modo d'agire di Dio con l'uomo in un certo periodo della storia. Soltanto Dio, e non l'uomo, può dichiarare "antico" il suo patto; ed Egli lo ha fatto presentandoci un "nuovo" patto (Ebrei 8.13), che certamente è "migliore", perché "fondato su migliori promesse" (Ebrei 8.6). Ma se siamo noi a giudicare antiche delle soluzioni che Dio per un certo tempo ha scelte, sulla base di nostre, autonome, progredite, moderne visioni, possiamo essere certi che ricadremo nei mali antichi dell'uomo e continueremo a restare schiavi del nostro peccato e della nostra cecità. Il modo d'agire di Dio nell'antico patto ci ricorda che il peccato è una cosa grave, e che la sua realtà non può essere cancellata abolendone il concetto o cambiando la disposizione d'animo di coloro che stanno attorno al peccatore. "L'occhio tuo non ne avrà pietà" (Deuteronomio 19.13). "Così toglierai via il male di mezzo a te" (Deuteronomio 19.20).
   Ecco qual era il fatto importante: togliere il male. E questo non poteva avvenire senza togliere di mezzo il peccatore.
   Oggi, a causa di una sensibilità che certamente è dovuta anche all'influsso del vangelo, l'interesse generale è rivolto al peccatore (che per la verità nessuno si sogna più di chiamare così). Di fronte a chi, per esempio, pratica l'omosessualità o mantiene una relazione extraconiugale non avrebbe senso parlare di "colpa": chi ha certi comportamenti sarebbe già così aggravato da situazioni pesanti e angosciose, che a nulla servirebbe la "colpevolizzazione" da parte dell'ambiente circostante. Il compito di chi è vicino a queste persone sarebbe principalmente quello di accoglierle, ascoltarle, comprenderle, solidarizzare con loro, liberarle dai loro complessi di colpa, favorirne l'inserimento nella società; parlare di "peccato" e di "pentimento" non potrebbe che peggiorare le cose, perché introdurrebbe un elemento di giudizio e di condanna in una situazione già abbastanza intricata.
   Questo atteggiamento di comprensione potrebbe sembrare molto cristiano; in realtà, se proprio non si vuol dire che è "anticristiano", si potrebbe chiamarlo "acristiano", il che è la stessa cosa.
   L'atteggiamento di indulgente comprensione è il più nobile comportamento possibile per chi non crede che il male possa essere tolto, che i peccati possano essere rimessi, che le cose possano veramente cambiare. Infatti, se il male non può essere tolto, perché si dovrebbe ancora chiamarlo "male"? E perché chiamare peccatore colui che ha soltanto il torto di soffrire? Perché non cercare invece di lenire le sue sofferenze accogliendolo così com'è? Perché non togliergli almeno il sentimento di colpa che si aggiunge alle sue altre numerose disgrazie?
   Resi sensibili da queste domande, davanti a certe situazioni critiche che vediamo intorno a noi, nelle nostre famiglie e nelle nostre chiese, forse ci limitiamo a tacere, indulgenti e comprensivi ma anche impotenti. Siamo disposti ad accogliere l'altro così com'è; ma ben presto l'altro s'accorge che, per quanto dipende da noi, è destinato a rimanere così com'è. E siccome così com'è non vive affatto bene, la nostra comprensione non lo aiuta molto, perché anche se può dargli un sollievo momentaneo, alla lunga non può che confermarlo nella convinzione che la sua situazione non ha vie di scampo. "Non è colpa tua - gli diciamo -, non dipende da te". Ma se è vero che non dipende da lui, è anche vero che lui non può farci niente e quindi è destinato a rimanere così com'è.
   La nostra indulgente comprensione, con cui gli abbiamo tolto la responsabilità, gli ha tolto anche la speranza.
   Se, per esempio, a un drogato sappiamo soltanto dire che la causa per cui lui si droga risiede nella società, gli diamo un motivo in più per continuare a drogarsi. 

    «Un uomo si trovava in prigione. Un amico andò a trovarlo e gli rivolse queste parole: "Se sei in prigione è perché ti sei comportato male. La colpa è tua. Sei in prigione e ci resterai, perché è giusto che tu subisca le conseguenze del tuo comportamento sbagliato". Parole dure, che certamente non migliorarono la situazione del prigioniero, ma anzi, alla costrizione fisica della prigione aggiunsero il peso morale della condanna.
    Un altro amico andò a trovarlo e gli rivolse queste parole: "La prigione è il frutto di una società violenta e ingiusta. Tu non sei peggiore né di me né dei magistrati che ti hanno condannato. Hai tutta la mia comprensione e solidarietà". Parole nobili, senza dubbio, che furono di conforto al prigioniero. Dopo qualche tempo, però, l'uomo non poté fare a meno di osservare che mentre l'amico e i magistrati se ne stavano tranquillamente in libertà, lui, che non era peggiore di loro, continuava a stare in prigione. E poiché la società che l'aveva condannato era ingiusta, non c'era nemmeno da sperare che si preoccupasse troppo di questa ingiustizia e si desse troppa pena per le sue sofferenze. E così, alla costrizione fisica della prigione si aggiunse la rabbia della disperazione.
    Un altro amico andò a trovarlo e gli rivolse queste parole: "La società in cui sei vissuto è certamente violenta e ingiusta. Tu però, da parte tua, non ti sei affatto distinto, ma anzi hai dato il tuo particolare e originale contributo di cattiveria e ingiustizia. Sei stato un mascalzone e non meriti niente di meglio di quello che hai. Se però ammetti francamente la tua colpa e desideri tornare in libertà per ricominciare una vita nuova, ti posso indicare un'autorità che è superiore a chi ti ha condannato, a cui potrai rivolgere una domanda di grazia".»
    Quale dei tre amici è stato il prossimo per l'uomo che si trovava in prigione?

Gesù non ha mai mostrato verso i peccatori quella morbida comprensione che tutto accetta, tutto giustifica e tutto lascia come prima. Gesù ha rimesso i peccati e ha operato guarigioni. Qualche volta ha guarito le persone senza alcun intervento della loro volontà, per dimostrare che se esiste una realtà di male che non dipende dai peccati del singolo, esiste anche la realtà del regno di Dio che non dipende dagli sforzi di buona volontà del singolo. Altre volte ha guarito le persone in risposta alla loro fede, per dimostrare che l'unico atteggiamento giusto dell'uomo che vive nel male è quello del pentimento e della fiducia in Dio.
   Gesù non ha accettato il lebbroso "così com'è", non si è limitato a favorire il suo reinserimento nella società religiosa di quel tempo cercando di abbattere i pregiudizi verso i lebbrosi: Gesù ha liberato il lebbroso dalla sua lebbra e ne ha fatto un uomo nuovo.
   Gesù non si è limitato a "comprendere" l'adultera, non ha cercato per lei delle attenuanti, non ha cercato di indurre il marito a darle l'atto di divorzio, non ha tentato di modificare la legislazione in modo che l'adulterio non figurasse più tra i reati punibili con la pena capitale. Gesù ha perdonato; e con il suo perdono ha ridato la vita ad una persona, perché ne ha cancellato un passato che nulla e nessuno avrebbe potuto modificare. Se Gesù non avesse perdonato, a niente sarebbero valsi gli sforzi della donna per cambiare vita: sarebbe comunque rimasta un'adultera, degna di essere lapidata in ogni momento. Il perdono di Gesù le ha offerto la possibilità di un nuovo inizio: da quel momento poteva andare e "non peccare più".
   Gesù ha eseguito in modo perfetto e definitivo il comandamento che era già stato dato nell'antico patto: "Così toglierai via il male di mezzo a te" (Deuteronomio 19.20). Se adesso il male può essere tolto via senza richiedere la morte del peccatore, è soltanto perché Gesù stesso è morto per tutti noi. Ma resta il fatto che il male non può essere né compreso, né abbellito, né accettato: deve essere tolto. Questo è possibile soltanto attraverso il pentimento e la fiducia in Gesù Cristo, "il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Romani 4.25).
   Si può quindi dire che la legge che dà la morte, elemento fondamentale dell'antico patto, è stata superata nel nuovo patto dalla grazia che dà la vita. La grazia di Dio in Gesù Cristo è la vera novità che è stata introdotta nel mondo.
   Chi, invece, accantona le disposizioni legali del Vecchio Testamento soltanto perché culturalmente superate, dimostra di non capire la profondità del messaggio contenuto in quelle leggi: il male ha radici profonde tra gli uomini, e il toglierlo di mezzo non è mai un'operazione indolore: "Senza spargimento di sangue, non c'è remissione di peccato" (Ebrei 9.22).
   In Gesù Cristo le catene del male sono state spezzate, il peccato è stato vinto, il perdono è a portata di mano, il cambiamento è possibile. Questa possibilità di cambiamento costituisce per ogni uomo, in qualunque posizione si trovi, un invito alla speranza che è, nello stesso tempo, un richiamo alla sua responsabilità. Non gli è più lecito continuare a lamentarsi di un destino ineluttabile e crudele: adesso può e deve incamminarsi in un sentiero di speranza, sulle orme di Gesù Cristo.
   I cristiani, dunque, non solo possono, ma devono parlare di peccato. Agli adulteri, agli omosessuali, ai drogati bisogna saper dire che il loro problema è fondamentalmente un problema di peccato. Dire "peccato" non equivale a dire "colpa", perché anche la malattia e la morte sono manifestazioni del peccato. Ma il peccato che ci circonda e ci attanaglia comincia a diventare il nostro peccato quando non lo riconosciamo come tale, quando reagiamo ad esso in modo sbagliato e cominciamo ad elaborare teorie con cui tentiamo di difendere e giustificare i nostri comportamenti presentandoli come inevitabili. Di tali persone la Scrittura dice che "pur conoscendo che secondo i decreti di Dio quelli che fanno queste cose sono degni di morte, non soltanto le fanno, ma anche approvano chi le commette" (Romani 1.32).
   I cristiani possono parlare di peccato perché possono parlare di grazia. Le situazioni di peccato non si modificano con gli atteggiamenti di comprensiva complicità, ma con il ravvedimento e la fede nel Signore. Chi nasconde agli uomini la gravità del loro peccato, impedisce loro di ricevere la grazia liberante di Dio. Il peccato deve diventare "estremamente peccante" affinché la grazia di Dio possa "sovrabbondare". A chi soffre e vive male perché si trova in una posizione di disubbidienza alla volontà di Dio, qualche volta bisogna avere il coraggio di dire: "E' responsabilità tua se ti trovi in questa condizione, e non ne verrai fuori fino a che non lo riconoscerai pienamente e non ti rivolgerai a Dio per essere perdonato e aiutato: perché Dio può e vuole perdonarti e aiutarti in Gesù Cristo".
   Parole come queste possono apparire dure, ma sono tali solo per chi non crede che Dio possa veramente trasformare le cose e le persone. Chi non crede nella potenza trasformante del perdono di Dio non può che sminuire la gravità del peccato e manifestare il massimo della sua umanità nel non giudicare l'altro, nel non rifiutarlo, nell'accettarlo "così com'è". Ma proprio questa è la tragedia: "così com'è!'. Non si parla più di peccato che può essere perdonato e cancellato, ma di "diversità", di "particolarità" che deve essere riconosciuta e accettata. E colui che soffre perché in realtà vive al di fuori della volontà di Dio viene confermato nell'opinione che tutto è normale e che non ha da cercare e sperare niente di meglio.
   Davanti alla tentazione di praticare un cristianesimo di questo tipo, fluido e inconsistente, che non osa parlare di peccato perché non sa parlare di grazia, che si rifugia nella comprensione e nell'accettazione dell'altro così com'è perché non sa offrirgli una speranza di cambiamento, dobbiamo crescere nella conoscenza "per esperienza" del Dio che può e vuole trasformare uomini e cose. Solo così potremo sperare di contagiare gli altri con la nostra fiducia nella realtà della presenza di Dio. Non limitiamoci a offrire la nostra comprensione, ma indichiamo la via di Dio che conduce al perdono e alla speranza. 

(“Credere e comprendere”, novembre 1984) - PDF



........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 20
    Patto fra Davide e Gionatan
  • Davide fuggì da Naiot, presso Rama, andò a trovare Gionatan e gli disse: “Che cosa ho fatto? Qual è la mia colpa, qual è il mio peccato verso tuo padre, che egli vuole la mia vita?”. Gionatan gli rispose: “Non sia mai! tu non morirai; ecco, mio padre non fa nessuna cosa, né grande né piccola, senza rendermene partecipe; perché dovrebbe nascondermi questa? Non è possibile”. Ma Davide replicò, giurando: “Tuo padre sa molto bene che io ho trovato grazia agli occhi tuoi; perciò avrà detto: 'Gionatan non sappia questo, affinché non ne abbia dispiacere'; ma com'è vero che l'Eterno vive e che vive l'anima tua, fra me e la morte non c'è che un passo”. 
  • Gionatan disse a Davide: “Che cosa desideri che io ti faccia?”. Davide rispose a Gionatan: “Domani è la luna nuova, e io dovrei sedermi a mensa con il re; lasciami andare e mi nasconderò per la campagna fino alla terza sera. Se tuo padre nota la mia assenza, tu gli dirai: 'Davide mi ha pregato con insistenza di poter fare una scappata fino a Betlemme, sua città, perché c'è il sacrificio annuale per tutta la sua famiglia'. Se egli dice: 'Va bene', il tuo servo avrà pace; ma, se si adira, sappi che il male che mi vuole fare è deciso. Mostra dunque la tua bontà verso il tuo servo, poiché hai fatto entrare il tuo servo in un patto con te nel nome dell'Eterno; ma se c'è in me qualche colpa dammi tu la morte; perché dovresti condurmi da tuo padre?”. Gionatan disse: “Lungi da te questo pensiero! Se io venissi a sapere che da parte di mio padre il male è deciso e sta per venirti addosso, non te lo farei sapere?”. Davide disse a Gionatan: “Chi mi informerà nel caso che tuo padre ti dia una risposta dura?”. Gionatan disse a Davide: “Vieni, andiamo fuori alla campagna!”. E andarono entrambi fuori alla campagna. 
  • Gionatan disse a Davide: “L'Eterno, l'Iddio d'Israele, mi sia testimone! Quando domani o dopodomani, a quest'ora, io avrò indagato le intenzioni di mio padre, se egli è ben disposto verso Davide, e io non mando a fartelo sapere, l'Eterno tratti Gionatan con tutto il suo rigore! Nel caso poi che mio padre voglia farti del male, te lo farò sapere e ti lascerò partire perché tu te ne vada in pace; e l'Eterno sia con te, come è stato con mio padre! E, se sarò ancora in vita, non agirai verso di me con la bontà dell'Eterno, affinché io non sia messo a morte? Non cessare mai di essere buono verso la mia casa, neppure quando l'Eterno avrà sterminato dalla faccia della terra fino all'ultimo i nemici di Davide”. Così Gionatan strinse alleanza con la casa di Davide, dicendo: “L'Eterno faccia vendetta dei nemici di Davide!”. E, per l'amore che gli portava, Gionatan fece di nuovo giurare Davide; perché egli lo amava come l'anima propria
  • Poi Gionatan gli disse: “Domani è la nuova luna e la tua assenza sarà notata, perché il tuo posto sarà vuoto. Dopodomani dunque tu scenderai giù fino al luogo dove ti nascondesti il giorno del fatto e rimarrai presso la pietra di Ezel. Io tirerò tre frecce da quel lato, come se tirassi a segno. Poi subito manderò il mio ragazzo, dicendogli: 'Va' a cercare le frecce'. Se dico al ragazzo: 'Guarda, le frecce sono di qua da te, prendile!', tu allora vieni, perché tutto va bene per te e non hai nulla da temere, come l'Eterno vive! Ma se dico al ragazzo: 'Guarda, le frecce sono di là da te', allora vattene, perché l'Eterno vuole che tu parta. Quanto a quello che abbiamo convenuto fra noi, fra me e te, ecco, l'Eterno ne è testimone per sempre”. 
  • Davide dunque si nascose nella campagna; e quando venne il novilunio, il re si mise a sedere a mensa per il pasto. Il re, come al solito, si mise a sedere sulla sua sedia che era vicina al muro; Gionatan si alzò per mettersi di fronte, Abner si sedette accanto a Saul, ma il posto di Davide rimase vuoto. Tuttavia Saul non disse nulla quel giorno, perché pensava: “Gli è successo qualcosa ed egli non deve essere puro; per certo egli non è puro”. Ma l'indomani, secondo giorno della luna nuova, il posto di Davide era ancora vuoto; e Saul disse a Gionatan, suo figlio: “Perché il figlio d'Isai non è venuto a mangiare né ieri né oggi?”. Gionatan rispose a Saul: “Davide mi ha chiesto con insistenza di lasciarlo andare a Betlemme; e ha detto: 'Ti prego, lasciami andare, perché abbiamo in città un sacrificio di famiglia e mio fratello mi ha raccomandato di andarci; ora dunque, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, ti prego, lasciami fare una scappata per vedere i miei fratelli'. Per questa ragione egli non è venuto alla mensa del re”. Allora l'ira di Saul si accese contro Gionatan, e gli disse: “Figlio perverso e ribelle, non lo so io forse che prendi le parti del figlio d'Isai, a tua vergogna e a vergogna del seno di tua madre? Poiché fino a quando il figlio d'Isai avrà vita sulla terra non ci sarà stabilità né per te né per il tuo regno. Mandalo dunque a cercare e fallo venire da me, perché deve morire”. Gionatan rispose a Saul suo padre e gli disse: “Perché dovrebbe morire? Che ha fatto?”. Saul impugnò la lancia contro di lui per colpirlo. Allora Gionatan riconobbe che suo padre aveva deciso di far morire Davide. Acceso d'ira, si alzò dalla mensa, e non mangiò nulla il secondo giorno della luna nuova, addolorato com'era per l'offesa che suo padre aveva fatto a Davide
  • La mattina dopo, Gionatan uscì fuori alla campagna, al luogo fissato con Davide, e aveva con sé un ragazzetto. Disse al ragazzo: “Corri a cercare le frecce che tiro”. Mentre il ragazzo correva, tirò una freccia che passò di là da lui. Quando il ragazzo fu giunto al luogo dove era la freccia che Gionatan aveva tirato, Gionatan gli gridò dietro: “La freccia non è di là da te?”. Gionatan gridò ancora dietro al ragazzo: “Via, fa' presto, non ti trattenere!”. Il ragazzo di Gionatan raccolse le frecce e tornò dal suo padrone. Ora il ragazzo non sapeva nulla; soltanto Gionatan e Davide sapevano di che si trattasse. Gionatan diede le sue armi al suo ragazzo e gli disse: “Va', portale alla città”. E quando il ragazzo se ne fu andato, Davide si alzò da dietro il mucchio di pietre, si gettò con la faccia a terra e si prostrò tre volte; poi i due si baciarono l'un l'altro e piansero insieme; Davide soprattutto pianse dirottamente. Gionatan disse a Davide: “Va' in pace, ora che abbiamo fatto entrambi questo giuramento nel nome dell'Eterno. L'Eterno sia testimone fra me e te e fra la mia progenie e la tua progenie, per sempre”. 
  • Davide si alzò e se ne andò, e Gionatan tornò in città.

(Notizie su Israele, 10 gennaio 2026)


........................................................


Germania - Consiglio centrale degli ebrei: «Il regime dei mullah deve cadere adesso»

È necessario porre fine alla cautela nei confronti di Teheran e inviare un chiaro segnale politico dalla Germania, chiede il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster

Alla luce delle massicce proteste in Iran e delle notizie di manifestanti uccisi, il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, ha espresso parole dure. Sul quotidiano «Bild» chiede la fine della cautela nei confronti di Teheran e un chiaro segnale politico dalla Germania.
  Schuster ha sottolineato che attualmente centinaia di migliaia di persone in Iran si oppongono apertamente alla leadership della Repubblica Islamica. Con coraggio sfidano la morte per chiedere la caduta dei mullah e la fine di uno Stato terroristico che da anni opprime brutalmente la propria popolazione, in particolare le donne, e che allo stesso tempo è uno dei più pericolosi finanziatori del terrorismo a livello internazionale.
  In questa situazione, la Germania non deve più esitare. Si tratta di un «momento storico» in cui la cautela diplomatica è fuori luogo, ha spiegato Schuster. Ora sono necessarie azioni decisive e coraggio civile. Qualsiasi forma di attesa invia un segnale sbagliato.
  Il governo federale deve schierarsi inequivocabilmente dalla parte della popolazione iraniana, così come degli iraniani in esilio in Germania, che da anni lottano a rischio della vita per la libertà e il cambiamento politico. Il segnale da parte della politica e della società civile deve essere chiaro: «È giunto il momento. Il regime dei mullah deve cadere ora».

(Jüdische Allgemeine, 10 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Così la propaganda di Hamas ha fatto breccia a sinistra. L’analisi di Bertolotti

L’inchiesta su Hannoun riaccende i riflettori sui canali di finanziamento di Hamas che operano attraverso associazioni formalmente lecite e campagne di donazione pubbliche. Claudio Bertolotti analizza il doppio pilastro finanziario e organizzativo del sistema, tra bonifici tracciati, contante e reti transnazionali, evidenziando il ruolo della propaganda e della guerra cognitiva sostenuta dall’Iran. Preoccupano la saldatura tra movimenti pro Pal e frange estremiste della sinistra europea e le ricadute sulla sicurezza interna, con episodi di violenza che vanno oltre il dissenso politico 

di Federico Di Bisceglie

Chiamatelo sistema. I flussi finanziari apparentemente leciti, la guerra cognitiva e la saldatura tra attivismo radicale e terrorismo. L’inchiesta su Hannoun, emersa anche grazie al monitoraggio israeliano sui canali di finanziamento di Hamas, riporta al centro una zona grigia che da anni attraversa l’Europa: associazionismo caritatevole, propaganda politica e reti transnazionali che operano sotto copertura formale. Formiche.net ne ha parlato con Claudio Bertolotti, direttore di Start Insight, direttore dell’Osservatorio ReAct e membro esperto della Commissione europea per il contrasto al terrorismo.

- Che  cosa ci dice il caso Hannoun, al di là dell’esito giudiziario?
   Il punto centrale non è solo l’esito processuale, quanto il modello che viene contestato. Non siamo di fronte a una struttura clandestina classica, ma a un sistema che utilizza infrastrutture formalmente lecite: associazioni regolarmente registrate, campagne di donazione pubbliche, conti correnti ufficiali. È un paradigma che Hamas utilizza da tempo e che ho analizzato anche nel mio libro Gaza Underground: la guerra si combatte nella dimensione sotterranea, ma con strumenti apparentemente trasparenti.

- Quindi la raccolta fondi non avviene nell’ombra?
   Esattamente. Spesso parliamo di bonifici tracciabili, donazioni pubbliche, flussi che transitano attraverso canali bancari ordinari. Il problema è che verso queste associazioni non c’è un livello di attenzione adeguato. Il primo passaggio è la raccolta, il secondo è il trasferimento dei fondi verso soggetti riconducibili ad Hamas, anche con passaggi diretti dall’Italia verso l’estero.

- Lei parla di due “pilastri” del sistema. Quali sono?
   Il primo è finanziario. Si lega all’associazionismo caritatevole, spesso facendo leva su crisi umanitarie reali o enfatizzate dalla propaganda di Hamas. Dopo determinati eventi si registrano picchi di raccolta fondi. Poi c’è la riallocazione: rotte bancarie complesse, passaggi multipli, transiti frequenti dalla Turchia, che riconosce Hamas come soggetto politico. Una commistione anomala di contante e bonifici rende difficile risalire alla destinazione finale.

- E il secondo pilastro?
   È quello organizzativo e politico. Serve a garantire una copertura istituzionale attraverso reti ombrello e relazioni transnazionali. In Europa esistono associazioni che costruiscono una narrazione funzionale alla legittimazione di Hamas, mascherandola come sostegno alla causa palestinese. Qui entra in gioco la guerra cognitiva, nella quale Hamas beneficia anche del supporto iraniano.

- La procura di Genova ha contestato in particolare il canale del contante. Milioni di euro. Perché è così rilevante?
   Perché è il più opaco. Nella fase iniziale dell’inchiesta si parla di denaro raccolto in contanti e trasferito illecitamente, brevi manu, per sostenere Hamas. È il canale che sfugge maggiormente ai controlli ed è quello che, storicamente, porta i fondi direttamente all’organizzazione terroristica.

- Quanto pesa il contesto politico e militante occidentale in questo schema?
   Molto. Sono preoccupato dal fatto che una parte della sinistra occidentale abbia progressivamente sposato frange estremiste, facendole diventare parte integrante del movimento pro Pal. Askatasuna è un emblema: vecchio e nuovo antagonismo che si saldano con lotte locali, dal No Tav alle mobilitazioni pro Palestina.

- Non tutta la sinistra ha assunto queste posizioni però. 
   C’è una sinistra moderata che mantiene una posizione coerente di tutela, dialogo e amicizia verso ebrei e Israele. Ma la sinistra progressista tende spesso a convergere con le frange più rivoluzionarie e violente. In Italia questo è evidente: il Pd e il centrosinistra mostrano derive che io definisco senza ambiguità antisemite. Il caso di Torino è allarmante: l’amministrazione ha di fatto sposato le istanze politiche di Askatasuna, fortemente legate al mondo pro Pal.

- Esiste un legame tra il movimento pro Pal e quelli che sono scesi in piazza a sostegno del dittatore venezuelano Maduro?
   Certo che c’è una convergenza di intenti tra movimenti pro Pal e pro Maduro. La Cgil ha aderito a una manifestazione proclamando uno sciopero generale su richiesta dell’Associazione Palestinesi Italia (Api). A quello sciopero hanno aderito i centri sociali, e da lì sono scaturite violenze: danneggiamenti a treni, aeroporti, infrastrutture.

- Questo è dissenso o qualcos’altro?
   Questo è terrorismo. Non è dissenso. È uno scenario estremamente preoccupante per la sicurezza interna. Abbiamo visto anche il coinvolgimento dei cosiddetti “maranza” nelle spaccate durante le manifestazioni: azioni mirate, non casuali. Sullo sfondo c’è l’Iran, con la sua propaganda e la sua capacità di influenzare e orientare questi movimenti.

- Come si contrasta tutto questo?
   Serve una risposta multilivello: intelligence finanziaria più efficace, maggiore attenzione sull’associazionismo, contrasto alla propaganda e alla guerra cognitiva. Ma serve soprattutto chiarezza politica: distinguere tra legittimo sostegno umanitario e supporto, diretto o indiretto, a un’organizzazione terroristica. Senza ambiguità.

(Formiche.net, 10 gennaio 2026)

........................................................


“Ritorno a casa” è la parola dell’anno scelta dall’Accademia della Lingua Ebraica

di Jacqueline Sermoneta

La parola simbolo del 2025 è “habaita”, che in ebraico significa “ritorno a casa” o “verso casa”. A renderlo noto l’Accademia della Lingua Ebraica, che annualmente invita gli utenti, attraverso una votazione online, a suggerire termini capaci di riassumere i mesi trascorsi, selezionando poi dieci parole candidate. Tra queste, “habaita” ha ottenuto il maggior numero di preferenze, conquistando il 25% dei voti.
Il termine è stato scelto per il suo forte valore simbolico ed emotivo per il 2025, legato al ritorno a casa di tutti gli ostaggi vivi e delle salme (l’unica ancora non rientrata in Israele è quella del sergente maggiore della polizia di frontiera, Ran Gvili), degli sfollati e dei soldati.
Al secondo posto si è classificata l’espressione “intelligenza artificiale”, con il 15,2% dei voti, seguita da “tikva” (“speranza”), che ha raccolto il 14,6%.
Fra le altre parole segnalate, ciascuna con una percentuale compresa tra il 5% e l’8%, figurano “leva obbligatoria”, “indagine”, “trauma”, “normalizzazione”, “Rising Lion”, “rimpatriati” e “riabilitazione”, riflesso di un altro anno segnato dal conflitto.
La scelta di “habaita” segna un cambio di tono rispetto all’anno precedente. Nel 2024, infatti, la parola dell’anno è stata “hatufim” (“ostaggi”), simbolo del trauma nazionale seguito all’attacco del 7 ottobre. Nel 2023, proprio a causa dello shock collettivo provocato dai terribili eventi di ottobre, non è stata proclamata alcuna parola.
Negli anni precedenti, invece, erano stati scelti termini molto diversi: nel 2022 “bolan” (“crollo”, “crisi”), nel 2021 “tirlul”, neologismo che indica un tradizionale grido celebrativo nei matrimoni mediorientali, e nel 2020, in piena pandemia, “matosh” (“tampone”).
L’iniziativa rientra nelle celebrazioni della Giornata della Lingua Ebraica, che si tiene il 21 del mese ebraico di Tevet, anniversario della nascita di Eliezer Ben-Yehuda (1858-1922), figura centrale nella rinascita dell’ebraico come lingua parlata moderna. La ricorrenza è stata istituita ufficialmente dalla Knesset nel 2012.

(Shalom, 9 gennaio 2026)

........................................................


Alyah e demografia in Israele: indicatori da non trascurare

Mentre l'antisionismo si confonde sempre più con l'antisemitismo, la drammatica situazione all'interno dello Stato ebraico pone nuove sfide ai candidati all'immigrazione.

di Stéphanie Bitan

«Le autorità australiane, che hanno definito l'attentato “antisemita” e “terroristico”, hanno dichiarato che l'attacco mirava a seminare il panico tra gli ebrei del Paese, ma finora hanno fornito pochi dettagli sulle motivazioni profonde degli aggressori». Ecco come l'agenzia France Presse (AFP) descrive, tre giorni dopo i fatti, ovvero il 17 dicembre, la strage compiuta a Bondi Beach che ha preso di mira l'accensione delle candele durante la festa ebraica di Hanukkah, causando 15 morti e decine di feriti.
E se copiate e incollate questo passaggio su Google, lo troverete ovunque... Inqualificabile. Inimmaginabile eppure vero.
Ma non sono solo le agenzie di stampa o i gruppi giornalistici come la BBC a non riuscire o semplicemente a rifiutarsi di vedere la realtà.
“Sono qui stasera per dire, a voce alta e chiara, che l'oscurità non avrà l'ultima parola”, ha dichiarato il rabbino Yehoram Ulman durante una cerimonia in onore delle vittime, tra cui suo genero Eli Schlanger. Per mantenere questa promessa: “la decisione quotidiana di respingere l'oscurità, una fiamma alla volta”.
Il rabbino Yehoram Ulman, suocero del rabbino Eli Schlanger, vittima della sparatoria di massa a Bondi Beach, mentre parla al suo funerale, in una sinagoga di Bondi, a Sydney, in Australia, il 17 dicembre 2025. (Credito: Mark Baker/Pool/AP Photo)
Ma gli hanukkiah hanno continuato a essere vandalizzati e le mezuzah sono state strappate dai frontoni delle porte a Toronto.
Recentemente, un tribunale è arrivato al punto di ritenere che l'avvelenamento di una famiglia ebrea di Levallois-Perret da parte della tata che si occupava dei tre bambini e che affermava di averlo fatto “perché hanno soldi e potere, non avrei mai dovuto lavorare per un'ebrea”, non fosse antisemitismo... Inqualificabile. Inimmaginabile eppure vero.
Le difese stanno crollando, sempre più democratici americani voltano le spalle allo Stato ebraico, la destra è ridotta quasi a un gruppo di podcaster che moltiplicano le teorie del complotto e, per coronare il tutto, un sindaco apertamente anti-Israele, che ha orgogliosamente invocato la «globalizzazione dell'Intifada», è ora a capo di New York, il secondo centro ebraico al mondo dopo Israele. Inqualificabile. Impensabile eppure vero.
Gli ebrei sono “sionisti”, “zio” da evitare a tutti i costi. E alcuni ebrei stessi si precipitano sui social network per dire che non sono ‘sionisti’, che odiano il “genocida” Benjamin Netanyahu e/o l'esercito israeliano, a scelta.

“We will dance again”? Quando esattamente?
  Sembra che non sia stata imparata alcuna lezione: gli israeliani continuano a essere presi di mira all'estero. Non possono né organizzare un festival di danza in Thailandia, né scendere da una nave attraccata al porto di Agios Nikolaos, sull'isola di Creta.
In Germania, Anna Frank viene raffigurata con un kefiah nell'ambito di una mostra a dir poco controversa.
In Spagna, oltre alle numerose sanzioni contro Israele e a un governo ferocemente contrario allo Stato ebraico, ora si sta creando “una mappa collaborativa dell'economia sionista di Barcellona”.
In Savoia, una turista ha urlato agli ebrei venuti a sciare di fare discrezione «soprattutto dopo quello che è successo in Australia». All'aeroporto di Roissy, un bambino ebreo che giocava con una console è stato invitato a ballare «per liberare la Palestina» mentre veniva chiamato «maiale». Nella Saona e Loira, Grégory Violland, 20 anni, ha ritenuto opportuno fare il saluto nazista davanti al cartello del comune chiamato Juif, vedendo nel suo gesto «un lato ironico»... Inqualificabile. Inimmaginabile eppure vero.
E ci si stupisce del balzo del 45% nelle cifre dell'alyah proveniente dalla Francia. Mi aspettavo di più, voi no?
Ora, se tutti hanno parlato dell'aumento dell'immigrazione in Israele proveniente da alcuni paesi occidentali, Israele non attrae più come prima, nonostante i numerosi sforzi compiuti dal ministro Ofir Sofer.
Inoltre, un nuovo rapporto del Centro Taub rivela che il tasso di crescita demografica di Israele dovrebbe scendere sotto l'1% per la prima volta nella sua storia quest'anno, attestandosi allo 0,9%.
Lo studio indica che il tasso di crescita è già sceso due volte al di sotto dell'1,5% nella storia di Israele, entrambe le volte all'inizio degli anni '80.
Secondo lo stesso rapporto, il tasso di crescita eccezionalmente basso di quest'anno è dovuto principalmente al saldo migratorio di Israele, poiché i dati mostrano che il numero di persone che lasciano il Paese è superiore a quello delle persone che vi arrivano.
Nel 2024, 82.700 israeliani hanno lasciato il Paese, circa 50.000 in più rispetto al numero di immigrati arrivati in Israele, e questa tendenza dovrebbe continuare, hanno osservato i demografi.
I tassi di natalità, storicamente elevati in Israele rispetto ai paesi occidentali, sono rimasti stabili, mentre il tasso di mortalità sta aumentando lentamente, secondo il rapporto Taub.
Se a questo si aggiunge la fuga dei cervelli, il costo della vita esorbitante e una situazione politica catastrofica in cui il governo è concentrato esclusivamente sulla propria sopravvivenza invece di rispondere alle esigenze legittime e più che urgenti dell'esercito, del sistema giudiziario e dei cittadini, il 32% dei quali ha dichiarato di aver bisogno di sostegno psicologico, questa tendenza dovrebbe davvero continuare.
Mentre i primi immigrati [«olim» in ebraico] in Israele nel 2026 provenivano dall'Australia, le famiglie delle vittime della strage di Bondi Beach hanno recentemente chiesto al loro primo ministro Anthony Albanese (che ritiene che l'attacco sia legato a un problema di legislazione sulle armi da fuoco) di istituire una commissione reale federale per indagare su “il rapido aumento dell'antisemitismo” nel Paese noto per essere una terra di accoglienza per gli ebrei dalla fine del XIX secolo, ma non dal 7 ottobre.
Diciassette famiglie gli chiedono quindi di «istituire immediatamente una Commissione reale del Commonwealth sul rapido aumento dell'antisemitismo in Australia» e di esaminare «le carenze delle forze dell'ordine, dei servizi segreti e della politica che hanno portato al massacro di Bondi Beach».
In Australia, le commissioni reali sono comitati di inchiesta pubblica di alto livello con ampi poteri per trattare casi di corruzione, pedocriminalità o protezione dell'ambiente.
“Ci dovete delle risposte. Ci dovete delle spiegazioni. E dovete la verità agli australiani”, hanno scritto queste famiglie, ricordando che l'aumento dell'antisemitismo rappresenta una “crisi nazionale” e una “minaccia persistente”.
Una richiesta quanto mai giustificata, che ne ricorda un'altra: in Israele, il primo ministro si rifiuta categoricamente di creare una commissione degna di questo nome per indagare sulle imperdonabili mancanze che hanno portato al pogrom del 7 ottobre, uccidendo più di 1.200 persone e rapendo altre 251 - il peggior massacro di ebrei dalla Shoah.

(The Times of Israël, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 19
    Saul attenta alla vita di Davide. Fuga di Davide
  • Saul confidò a Gionatan, suo figlio, e a tutti i suoi servi, che voleva far morire Davide. Ma Gionatan, figlio di Saul, che voleva un gran bene a Davide, informò Davide della cosa e gli disse: “Saul, mio padre, cerca di farti morire; ora dunque, ti prego, sta' in guardia domani mattina, rimani in un luogo segreto e nasconditi. Io uscirò e starò accanto a mio padre, nel campo dove sarai tu; parlerò di te a mio padre, vedrò come vanno le cose e te lo farò sapere”. Gionatan dunque parlò a Saul, suo padre, in favore di Davide e gli disse: “Il re non pecchi contro il suo servo, contro Davide, perché egli non ha peccato contro di te, anzi il suo servizio ti è stato di grande utilità. Egli ha messo la propria vita a repentaglio, ha ucciso il Filisteo e l'Eterno ha operato una grande liberazione in favore di tutto Israele. Tu l'hai visto e te ne sei rallegrato; perché dunque dovresti peccare contro il sangue innocente, facendo morire Davide senza ragione?”. 
  • Saul diede ascolto alla voce di Gionatan e fece questo giuramento: “Com'è vero che l'Eterno vive, egli non morirà!”. Allora Gionatan chiamò Davide e gli riferì tutto questo. Poi Gionatan ricondusse Davide da Saul ed egli rimase al suo servizio come prima. 
  • Ricominciò di nuovo la guerra; e Davide uscì a combattere contro i Filistei, inflisse loro una grave sconfitta e quelli fuggirono davanti a lui. E uno spirito cattivo, permesso dall'Eterno, si impossessò di Saul. Egli sedeva in casa sua avendo in mano una lancia e Davide stava suonando l'arpa. Saul cercò di inchiodare Davide al muro con la lancia, ma Davide schivò il colpo e la lancia andò a conficcarsi nel muro. Davide fuggì e si mise in salvo in quella stessa notte. 
  • Saul inviò dei messaggeri a casa di Davide per tenerlo d'occhio e farlo morire la mattina dopo; ma Mical, moglie di Davide, lo informò della cosa, dicendo: “Se in questa stessa notte non ti salvi la vita, domani sei morto”. E Mical calò Davide da una finestra ed egli se ne andò, fuggì, e si mise in salvo. Poi Mical prese l'idolo domestico e lo pose nel letto; gli mise in testa un cappuccio di pelo di capra e lo coprì con un mantello. Quando Saul inviò dei messaggeri a prendere Davide, lei disse: “È malato”. 
  • Allora Saul inviò di nuovo i messaggeri perché vedessero Davide, e disse loro: “Portatemelo nel letto, perché io lo faccia morire”. E quando giunsero i messaggeri, ecco che nel letto c'era l'idolo domestico con in testa un cappuccio di pelo di capra. E Saul disse a Mical: “Perché mi hai ingannato così e hai dato modo al mio nemico di fuggire?”. Mical rispose a Saul: “È lui che mi ha detto: 'Lasciami andare; altrimenti ti ammazzo!'”. 
  • Davide dunque fuggì, si mise in salvo, e andò da Samuele a Rama e gli raccontò tutto quello che Saul gli aveva fatto. Poi, lui e Samuele andarono a stare a Naiot. Ciò fu riferito a Saul, dicendo: “Ecco, Davide è a Naiot, presso Rama”. 
  • Allora Saul inviò dei messaggeri per prendere Davide; ma quando questi videro l'assemblea dei profeti che profetizzavano, con Samuele che teneva la presidenza, lo Spirito di Dio investì i messaggeri di Saul che si misero a profetizzare anche loro. Ne informarono Saul, che inviò altri messaggeri, i quali pure si misero a profetizzare. Saul ne mandò ancora per la terza volta, e anche questi si misero a profetizzare. 
  • Allora si recò egli stesso a Rama e, giunto alla grande cisterna che è a Secu, chiese: “Dove sono Samuele e Davide?”. Gli fu risposto: “Ecco, sono a Naiot, presso Rama”. Egli andò dunque là, a Naiot, presso Rama; e lo Spirito di Dio investì anche lui; ed egli continuò il suo viaggio, profetizzando, finché giunse a Naiot, presso Rama. Anche lui si spogliò delle sue vesti, anche lui profetizzò alla presenza di Samuele e rimase steso per terra nudo tutto quel giorno e tutta quella notte. Da qui viene il detto: “Saul è anche lui tra i profeti?”.

(Notizie su Israele, 9 gennaio 2026)


........................................................


Israele-Giappone: un riscaldamento diplomatico segnato dalla visita di un'importante delegazione parlamentare

FOTO
Le relazioni tra Israele e Giappone stanno vivendo un netto riscaldamento, come dimostrano la visita in Israele di una delegazione parlamentare giapponese di portata senza precedenti e l'imminente annuncio di un viaggio del ministro degli Esteri giapponese.
In vista della visita ufficiale del capo della diplomazia giapponese, Toshimitsu Motegi, prevista per domenica, quindici membri del Parlamento giapponese hanno soggiornato questa settimana in Israele. Si tratta della più importante delegazione di parlamentari giapponesi mai ricevuta nel Paese e, per la maggior parte di loro, di una prima visita.
I parlamentari hanno incontrato diversi leader israeliani di primo piano, tra cui il presidente Isaac Herzog, il primo ministro Benjamin Netanyahu, il presidente della Knesset Amir Ohana e il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar. L'obiettivo dichiarato: approfondire la cooperazione bilaterale e comprendere meglio le sfide di sicurezza che Israele deve affrontare.
Uno dei momenti salienti del viaggio è stata la visita ai luoghi colpiti dall'attacco del 7 ottobre, in particolare il kibbutz Kfar Aza e il sito del festival Nova. I parlamentari hanno incontrato i sopravvissuti e hanno assistito, di propria iniziativa, alla proiezione di immagini che documentano le violenze, un'esperienza descritta come profondamente significativa da diversi membri della delegazione. Si sono recati anche a Yad Vashem, il memoriale della Shoah.
Sul piano politico, Tokyo continua ad adottare una linea considerata equilibrata da Gerusalemme. L'anno scorso, il Giappone non si è unito al riconoscimento di uno Stato palestinese da parte di alcuni paesi del G7, nonostante le pressioni internazionali. Il nuovo governo giapponese, in carica da ottobre, sembra voler rafforzare ulteriormente i legami con Israele.
Questa dinamica si riflette anche sul piano civile ed economico: partecipazione israeliana di rilievo all'Esposizione Universale di Osaka, aumento degli scambi turistici e successo dei voli diretti tra i due paesi. Tutti segnali di un partenariato destinato a rafforzarsi in modo duraturo.

(i24, 9 gennaio 2026)

........................................................


Iran – Proteste e pressione esterna: analisti israeliani invitano alla cautela

FOTO
Una manifestazione anti-regime a Mashhad

Il regime di Teheran tenta di delegittimare in ogni modo le proteste che attraversano l’Iran e che hanno raggiunto il dodicesimo giorno consecutivo. Dopo aver chiamato in causa Stati Uniti e Israele come presunti registi delle rivolte, la Guida suprema Ali Khamenei alza il tiro contro i manifestanti, accusandoli di voler «compiacere» il presidente Usa Donald Trump. Una linea che mira a screditare centinaia di migliaia di dimostranti e a ricondurre il malcontento interno a una cospirazione esterna, mentre nelle strade le mobilitazioni si allargano e a Gerusalemme, al contrario, prevale la cautela. Secondo l’emittente Kan, alti funzionari israeliani invitano a mantenere il silenzio, per non offrire al regime iraniano l’alibi di un’ingerenza straniera e legittimare una repressione più dura.
   A suggerire prudenza sull’evoluzione della situazione iraniana sono anche alcuni analisti intervistati dalla testata israeliana Yedioth Ahronoth. Questa ondata di proteste, pur inserendosi in un contesto del tutto nuovo – segnato dalla pressione esterna degli Stati Uniti e dai colpi inferti da Israele al regime di Teheran – non raggiunge ancora, per ampiezza e capacità di mobilitazione, i livelli delle rivolte precedenti. Come osserva Meir Litvak, storico dell’Iran e direttore del Centro di studi iraniani dell’Università di Tel Aviv, «l’attuale ondata di protesta in Iran non è la più dura» degli ultimi decenni, e quella del 2022-2023 era stata più vasta e sanguinosa. Un dato che invita a distinguere tra intensità del malcontento e possibilità concreta di un cambio di regime.
   Il nodo centrale resta l’assenza di una guida politica alternativa all’attuale potere degli ayatollah. «In Iran c’è libertà di espressione, ma non c’è libertà dopo essersi espressi», spiega Lior Sternfeld, storico israeliano e docente alla Pennsylvania State University. La repressione immediata, sottolinea Sternfeld, rende quasi impossibile la formazione di una leadership di opposizione organizzata. Non a caso, aggiunge Sternfeld, «la protesta è spontanea, simultanea e senza una regia», con mobilitazioni che si sviluppano in contesti sociali e geografici molto diversi senza convergere, almeno per ora, in una piattaforma politica comune. D’altra parte, prosegue lo storico, «anche se l’attuale protesta dovesse spegnersi, i problemi di fondo restano» e «ogni ondata di rivolte riparte da dove si è fermata la precedente».
   Per Sima Shine, già a capo della Divisione ricerca del Mossad, la novità di questo ciclo di rivolte è la pressione esterna. «La protesta interna è un fenomeno noto, che il regime sa reprimere con la forza», spiega l’ex analista del Mossad, ma a Teheran c’è «una preoccupazione autentica» che Israele e Stati Uniti «possano approfittare della debolezza attuale» per colpire obiettivi sensibili, in particolare «siti nucleari o missilistici». Questo timore, aggiunge Shine, alimenta il rischio di scelte azzardate: «Può passare per la testa degli iraniani l’idea di un colpo preventivo contro Israele», soprattutto attraverso «missili a lungo raggio, che si sono dimostrati il mezzo più efficace nell’ultimo scontro». Ma è una tentazione frenata dalla consapevolezza che «una mossa del genere provocherebbe un colpo devastante» e potrebbe «portare davvero alla fine del regime».

(moked, 9 gennaio 2026)

........................................................


Responsabile per l'antisemitismo: «Non vedo perché dovrei lasciarmi intimidire»

La notte stessa dell'aggressione, la sua famiglia lo ha incoraggiato a continuare il suo lavoro, racconta Andreas Büttner. «Mi hanno detto che dovevo andare avanti. Anzi, che dovevo alzare ancora di più la voce», ha dichiarato in un'intervista al «Tagesspiegel».

FOTO
Andreas Büttner

Dopo l'incendio doloso alla sua abitazione e la successiva minaccia di morte, Andreas Büttner, incaricato della lotta all'antisemitismo nel Brandeburgo, si mostra determinato e irremovibile. Non intende lasciarsi intimidire, ha dichiarato Büttner in un'intervista al «Tagesspiegel». Ha definito quanto gli è accaduto un attacco alle istituzioni democratiche. « Non vedo perché dovrei lasciarmi spaventare da persone del genere".
Nella notte tra sabato e domenica, un edificio annesso alla sua proprietà a Templin, nell'Uckermark, è stato dato alle fiamme. Büttner ha raccontato di essersi addormentato nel soggiorno nella tarda serata di sabato e di essersi svegliato verso le tre del mattino per il rumore di un vetro che si rompeva alla porta d'ingresso. Guardando fuori, ha visto che il magazzino era in fiamme.
Ha immediatamente avvertito la sua famiglia. La situazione era particolarmente drammatica perché suo figlio maggiore stava ancora cercando di spegnere l'incendio con un secchio. «Gli ho gridato: fermati. Non so se ci sono ancora persone nella proprietà». I vigili del fuoco sono arrivati circa dieci minuti dopo la chiamata di emergenza e hanno recuperato due taniche di benzina e una bombola di gas dall'edificio in fiamme. Ciononostante, ci sono volute più di due ore per spegnere completamente l'incendio.

«Sono ancora vivo»
  Mentre la famiglia aspettava al freddo davanti alla casa, ha scoperto un triangolo rosso sulla porta d'ingresso. «Allora ho capito: ora sono anch'io un bersaglio». Il simbolo è utilizzato dall'organizzazione terroristica palestinese Hamas per contrassegnare gli obiettivi degli attacchi.
La situazione è particolarmente difficile per il figlio più piccolo, ha detto Büttner nell'intervista al «Tagesspiegel». Il quindicenne ha paura e, a causa di una disabilità mentale, al momento non può rimanere da solo. «Al momento dorme nel letto con mia moglie». Gli altri membri della famiglia hanno superato lo shock relativamente bene. La notte stessa dell'attacco, la sua famiglia lo ha incoraggiato a continuare il suo lavoro. “Mi hanno detto che dovevo andare avanti. Anzi, che dovevo alzare ancora di più la voce.”
Il lunedì dopo l'attentato, Büttner ha ricevuto un'altra minaccia. Nella posta del Landtag ha trovato una busta senza mittente da cui fuoriusciva una polvere bianca e nera. «Ho immediatamente allertato il servizio di sicurezza». La polizia criminale regionale ha aperto la lettera e vi ha trovato una minaccia di morte e nuovamente il simbolo del triangolo. Secondo le informazioni disponibili finora, la polvere è una sostanza innocua. Büttner ha commentato seccamente: «Sono ancora vivo. Quindi va tutto bene».

La polizia davanti alla porta
  Büttner ha spiegato la sua relativa calma con il suo passato professionale. Ha lavorato per 25 anni come agente di polizia a Berlino e ha sviluppato un meccanismo di difesa. «Domenica ho guardato l'incendio doloso dall'alto, come se fosse un intervento». Come si sentirà davvero, forse lo si vedrà solo quando tornerà la calma.
Büttner ha respinto con forza le accuse dell'AfD secondo cui il ministro dell'Interno del Brandeburgo René Wilke non lo avrebbe protetto a sufficienza. Wilke ha reagito molto rapidamente e con empatia, ha detto Büttner. È stata immediatamente disposta una protezione della polizia specifica per l'immobile. «La polizia è davanti alla nostra porta. Questo rassicura anche la mia famiglia». Anche il primo ministro Dietmar Woidke lo ha chiamato più volte.
Büttner ha ricordato che già poco dopo il suo insediamento nel giugno 2024 era stato oggetto di un attacco antisemita. Allora erano state incise sulla vernice della sua auto delle svastiche e una stella di David barrata. Il procedimento era stato successivamente archiviato. “Presumo che qualcuno avesse un problema con me e abbia approfittato della situazione”.

Kippa o stella di David
  Riguardo agli autori degli attacchi attuali, Büttner ha dichiarato al «Tagesspiegel» che finora non ci sono prove certe. Tuttavia, ha osservato che la maggior parte delle minacce contro di lui provengono da ambienti di sinistra e anticolonialisti. «Ho un'opinione chiara e non mi faccio impedire di esprimerla».
Allo stesso tempo ha sottolineato che i reati antisemiti continuano ad essere commessi prevalentemente da estremisti di destra. Tuttavia, l'antisemitismo sta crescendo anche negli ambienti islamisti e di sinistra, nonché nella società civile. Büttner ha descritto la situazione della sicurezza per gli ebrei nel Brandeburgo come tesa. «Sono protetti nella sinagoga, ma non mentre vi si recano». 
Dovrebbe essere ovvio poter indossare pubblicamente una kippah o una stella di David. «Se ciò non è possibile, abbiamo un grave problema di antisemitismo».
Nonostante le minacce, intende continuare a svolgere il suo compito. Il suo lavoro è volto a rendere visibile e proteggere la vita ebraica, soprattutto in una regione estesa come il Brandeburgo. «Il mio compito è fare in modo che gli ebrei si sentano a proprio agio e al sicuro qui». Al momento si sente ben protetto dal suo ministero e dalla polizia. Sono allo studio ulteriori misure di sicurezza, ma non vuole rivelarne i dettagli. «Non vogliamo invitare nessuno».

(Jüdische Allgemeine, 9 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Israele distribuisce migliaia di fucili alle squadre di sicurezza civili

L'iniziativa fa parte di una più ampia strategia di difesa dello Stato basata sulle lezioni apprese dalla guerra durata due anni.

FOTO
Fucile Arad prodotto dalla Israel Weapon Industries

Il Ministero della Difesa e le Forze di Difesa Israeliane hanno completato la distribuzione di migliaia di fucili Arad avanzati alle squadre di pronto intervento in tutto il Paese come parte della strategia di difesa della comunità, ha dichiarato giovedì il ministero.
La distribuzione fa parte di un'iniziativa più ampia del ministero e del Comando delle forze di terra dell'IDF volta a rafforzare le capacità di sicurezza nelle comunità di tutto il paese all'indomani della guerra.
Le armi sono state acquistate dalla Israel Weapon Industries (IWI), un produttore israeliano di armi da fuoco, con un accordo del valore di circa 31 milioni di dollari, ha dichiarato il ministero.
L'accordo include il supporto per la manutenzione per il prossimo decennio, nonché la manutenzione dei mirini ottici Meprolight M5 che possono essere montati sui fucili.
L'Arad è un fucile d'assalto progettato nel 2019 dalla IWI. È prodotto principalmente per l'esportazione, mentre i fucili Tavor di fabbricazione israeliana e M16 di fabbricazione statunitense sono utilizzati dalla maggior parte delle unità di combattimento dell'IDF.
L'iniziativa di armare le squadre di pronto intervento fa parte della più ampia strategia di difesa adottata dal governo all'indomani dell'invasione del Negev nord-occidentale guidata da Hamas il 7 ottobre 2023.
Queste squadre di difesa civile composte da volontari sono state tra le prime a combattere le migliaia di terroristi palestinesi che si sono infiltrati nelle comunità ebraiche lungo il confine con Gaza.

(JNS, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 18
    Amicizia tra Gionatan e Davide. Gelosia di Saul
    1 Quando Davide ebbe finito di parlare con Saul, l'anima di Gionatan rimase così legata all'anima di Davide, che Gionatan lo amò come l'anima sua. Da quel giorno Saul lo tenne presso di sé e non permise più che egli se ne tornasse a casa di suo padre. E Gionatan fece alleanza con Davide, perché lo amava come l'anima propria. Quindi Gionatan si tolse il mantello che indossava e lo diede a Davide; e così fece con le sue vesti, fino alla sua spada, al suo arco e alla sua cintura. Davide andava e riusciva bene dovunque Saul lo mandava: Saul lo mise a capo della gente di guerra ed egli era gradito a tutto il popolo, anche ai servi di Saul. 
  • All'arrivo dell'esercito, quando Davide faceva ritorno dopo aver ucciso il Filisteo, le donne uscirono da tutte le città d'Israele incontro al re Saul, cantando e danzando al suono dei timpani e dei triangoli e alzando grida di gioia; le donne, danzando, si rispondevano a vicenda e dicevano: “Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila”. Saul si irritò moltissimo; quelle parole gli dispiacquero, e disse: “Ne attribuiscono diecimila a Davide, e a me non ne attribuiscono che mille! Non gli manca altro che il regno!”. E Saul, da quel giorno in poi, guardò Davide di mal occhio. 
  • Il giorno dopo, un cattivo spirito, permesso da Dio, si impossessò di Saul che era come fuori di sé in mezzo alla casa, mentre Davide suonava l'arpa, come era solito fare tutti i giorni. Saul aveva in mano la sua lancia; e la scagliò, dicendo: “Inchioderò Davide al muro!”. Ma Davide schivò il colpo per due volte. Saul aveva paura di Davide, perché l'Eterno era con lui e si era ritirato da Saul; perciò Saul lo allontanò da sé e lo fece capitano di mille uomini; ed egli andava e veniva alla testa del popolo. Davide riusciva bene in tutte le sue imprese, e l'Eterno era con lui. Quando Saul vide che egli riusciva splendidamente, cominciò ad avere timore di lui; ma tutto Israele e Giuda amavano Davide, perché andava e veniva alla loro testa. 
  • Saul disse a Davide: “Ecco Merab, la mia figlia maggiore, io te la darò in moglie; soltanto sii valoroso per me, e combatti le battaglie dell'Eterno”. Ora Saul diceva tra sé: “Non sia la mia mano che lo colpisca, ma sia la mano dei Filistei”. Ma Davide rispose a Saul: “Chi sono io, che cos'è la vita mia, e che cos'è la famiglia di mio padre in Israele, perché io debba essere genero del re?”. Quando Merab, figlia di Saul, doveva essere data a Davide, fu invece data in sposa ad Adriel di Meola. 
  • Ma Mical, figlia di Saul, amava Davide; lo riferirono a Saul, e la cosa gli piacque. E Saul disse: “Gliela darò, perché sia per lui un'insidia ed egli cada sotto la mano dei Filistei”. Saul dunque disse a Davide: “Oggi, per la seconda volta, tu puoi diventare mio genero”. Poi Saul diede quest'ordine ai suoi servitori: “Parlate in segreto a Davide, e ditegli: 'Ecco, tu sei nelle grazie del re, e tutti i suoi servi ti amano, diventa dunque genero del re'”. I servi di Saul riportarono queste parole a Davide. Ma Davide replicò: “Vi sembra cosa da poco diventare genero del re? Io sono povero e di umile condizione”. I servi riferirono a Saul: “Davide ha risposto così e così”. E Saul disse: “Dite così a Davide: 'Il re non chiede dote; ma domanda cento prepuzi di Filistei, per fare vendetta dei suoi nemici'”. Ora Saul aveva in animo di far cadere Davide nelle mani dei Filistei. 
  • I servitori dunque riferirono quelle parole a Davide, e a Davide piacque di diventare genero del re in questo modo. Prima del termine fissato Davide si alzò, partì con la sua gente, uccise duecento uomini dei Filistei, portò i loro prepuzi e ne consegnò il numero preciso al re, per diventare suo genero. E Saul gli diede per moglie Mical, sua figlia. Saul vide e riconobbe che l'Eterno era con Davide; e Mical, figlia di Saul, lo amava. Saul continuò più che mai a temere Davide, e gli fu sempre nemico. 
  • Ora i prìncipi dei Filistei uscivano a combattere; e ogni volta che uscivano, Davide riusciva meglio di tutti i servi di Saul, così che il suo nome divenne molto famoso.

(Notizie su Israele, 8 gennaio 2026)


........................................................


Accordi Siria–Israele: intelligence condivisa, piste da sci, e normalizzazione senza riconoscimento

Israele e Siria stanno avviando una forma di normalizzazione funzionale che salta la fase del riconoscimento reciproco, politicamente troppo costosa per Ahmed al-Sharaa, e passa direttamente alla gestione pratica del territorio e della sicurezza. Questo processo non corrisponde alla “pace calda” degli Accordi di Abramo, ma configura un nuovo modello di condominio forzato, promosso sotto l’egida di Trump, in cui — in pieno stile trumpiano — business, sicurezza e intelligence sostituiscono i trattati diplomatici formali.

di Sofia Tranchina

Il quinto round di colloqui riservati tra Siria e Israele si è svolto a Parigi il 6 gennaio, dopo mesi di paralisi negoziale. Due giorni di incontri a porte chiuse, mediati dagli Stati Uniti, si sono conclusi con comunicati improntati a un cauto ottimismo.
Dietro il linguaggio misurato della diplomazia, però, è emerso un nuovo paradigma di convivenza forzata, che aggira la politica e la sostituisce con una combinazione di sicurezza operativa e interesse economico. I due Paesi — formalmente in guerra dal 1948 — non hanno discusso soltanto di de-escalation militare, ma anche di cooperazione tecnologica avanzata: data center, impianti farmaceutici e infrastrutture strategiche.
A rappresentare Damasco erano presenti il ministro degli Esteri Asaad al-Shaibani e il capo dell’intelligence Hussein al-Salama; per Israele, l’ambasciatore a Washington Yechiel Leiter, il segretario militare del primo ministro Roman Gofman e il capo ad interim del Consiglio di Sicurezza Nazionale Gil Reich. A rendere esplicita la natura dell’incontro è stata però la composizione della delegazione americana, che includeva figure tipiche del mondo dei grandi deal: Thomas J. Barrack Jr., inviato speciale per Siria e Libano, affiancato da Jared Kushner e Steve Witkoff. Una presenza che ha segnalato fin dall’inizio come l’obiettivo fosse proprio la progettazione di una gestione funzionale del conflitto.

Il confine come asset
  I colloqui avrebbero dovuto concentrarsi sulla riattivazione dell’Accordo di Disimpegno del 1974 e sul ritiro israeliano alle linee precedenti all’8 dicembre 2024. In realtà, secondo quanto riportato da Axios e dal giornalista israeliano Amit Segal, la trattativa ha rapidamente deviato verso il terreno economico.
Sul tavolo è emersa la proposta di creare una vasta zona economica congiunta lungo l’attuale fascia demilitarizzata: un corridoio che includerebbe un oleodotto, un grande parco eolico, impianti farmaceutici, data center e persino una stazione sciistica. Il piano prometterebbe alla Siria un aumento del PIL di circa 4 miliardi di dollari — pari a un balzo del 20 per cento —, 800 megawatt aggiuntivi di capacità energetica, 15.000 nuovi posti di lavoro e una riduzione del 40 per cento della dipendenza da farmaci importati. Per Israele, significherebbe trasformare una zona cuscinetto instabile in un corridoio economico controllabile.
Accettare di discutere persino della eventuale costruzione di una stazione sciistica o di un impianto farmaceutico lungo l’attuale linea di separazione implicherebbe l’accettazione da parte di Damasco dello status quo territoriale, ovvero accantonare la pretesa di riportare il confine alle linee precedenti al 1967 sulle Alture del Golan. Non è una rinuncia formale, ma una gerarchia di fatto: il PIL prima del territorio.
La dichiarazione congiunta non chiarisce se Israele si impegnerà a sospendere ulteriori attacchi. La proposta avanzata da Washington è piuttosto un freeze: congelare le attività militari di entrambe le parti nelle posizioni attuali, in attesa di definire i dettagli all’interno di una struttura di coordinamento comune.
Il conflitto cambia così linguaggio. Il confine conteso non è più trattato come una ferita storica, ma come un asset sottoutilizzato. Il business non accompagna la pace: la sostituisce.
La cooperazione economica può essere un incentivo alla stabilizzazione e, in molti casi, contribuisce a sostenere accordi di pace fragili. Qui, però, il processo procede al contrario: le due parti stanno saltando la parte politica per passare direttamente a quella operativa. Il paradosso è evidente. Si delinea una cooperazione avanzata in assenza di legittimazione politica. Damasco continua a non riconoscere ufficialmente Israele — un passo che costerebbe troppo capitale politico ad al-Sharaa — e non aderisce agli Accordi di Abramo; lo stato di guerra formale resta in vigore.
Eppure, secondo una dichiarazione congiunta diffusa al termine dei colloqui, Stati Uniti, Israele e Siria hanno concordato non solo la de-escalation militare e opportunità commerciali, ma anche l’istituzione di una cellula di comunicazione permanente per la condivisione continuativa di intelligence. Washington avrebbe inoltre proposto una struttura di coordinamento trilaterale ad Amman per supervisionare la sicurezza nel sud della Siria e gestire il ritiro israeliano. Secondo una fonte di i24news, è allo studio anche l’apertura di un ufficio di collegamento israeliano a Damasco, purché privo di status diplomatico.
Tutto funziona come se la pace esistesse, senza che la pace venga mai dichiarata.

Accordi senza riconoscimenti
  Il modello siriano non è una replica degli Accordi di Abramo, che prevedevano riconoscimento formale, relazioni diplomatiche piene e una “pace calda” con Emirati e Bahrein. Qui accade l’opposto: nessun riconoscimento, nessuna adesione, nessuna foto ufficiale.
La differenza è innanzitutto interna. I regimi del Golfo non rischiavano una rivolta per aver normalizzato con Israele. Ahmed al-Sharaa sì. Ex jihadista — noto come al-Jolani e continuamente etichettato come tale dalla stampa internazionale — oggi guida un Paese devastato, attraversato da una propaganda antisraeliana radicata e da una profonda diffidenza verso qualsiasi apertura. Un riconoscimento formale imploderebbe la sua già fragile legittimità.
Lo sforzo di al-Sharaa di adottare un approccio più conciliante rispetto all’intransigenza di Assad non risponde solo alla necessità, ma a una strategia di riabilitazione internazionale. La cooperazione tecnica con Israele, purché resti non formalizzata, diventa uno strumento per ottenere credito politico a Washington e in Europa e per smarcarsi dal passato jihadista senza pagarne il prezzo interno.
Per questo la cooperazione avanza come un segreto di Pulcinella: tutti sanno, nessuno legittima. Mentre funzionari israeliani progettano impianti eolici in territorio siriano, lungo il confine attorno a Quneitra continuano incursioni militari, vittime e instabilità, e cattivi presagi si addensano in nubi grigie.
Il filo rosso che tiene insieme il processo è la privatizzazione della diplomazia. Non si tenta di risolvere il contenzioso storico, ma di renderlo economicamente irrilevante. La diplomazia dei principi viene sostituita da quella del portafoglio: se la guerra diventa un pessimo investimento, l’ideologia può passare in secondo piano.

Il nuovo (dis)ordine
  Questo approccio è la conseguenza diretta della fine dell’ordine post-1974, fondato su una deterrenza statica e su una separazione fisica garantita dall’ONU. Con la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024, quell’equilibrio si è dissolto. La Siria non è più uno Stato-nemico prevedibile, ma un’entità fragile, permeabile, potenzialmente ingestibile.
L’Accordo di Disimpegno del 1974, che aveva istituito una zona cuscinetto ONU sulle Alture del Golan — conquistate da Israele nel 1967 e annesse unilateralmente, con riconoscimento solo statunitense — è stato dichiarato temporaneamente nullo da Israele, che citando un vuoto di potere ha avviato un’occupazione preventiva: truppe dell’IDF fino a 15 chilometri all’interno del territorio siriano, sequestri di armi e centinaia di attacchi aerei, incluso un raid a luglio nei pressi del palazzo presidenziale di Damasco che ha danneggiato il Ministero della Difesa. Per Israele la stabilità non può più essere garantita da una linea di cessate il fuoco, ma solo dalla gestione attiva del territorio oltre il confine.
Ahmed al-Sharaa continua a dichiarare di rispettare l’armistizio ereditato, pur denunciando le violazioni israeliane. In un’intervista al Washington Post ha accusato Israele di voler seminare il «caos» in Siria e ha ironizzato sulla logica della sicurezza a cascata: Israele occupa il Golan per proteggersi, il sud della Siria per proteggere il Golan, e «di questo passo arriveranno a Monaco».
Al-Sharaa sostiene che Damasco debba mantenere il controllo militare del sud del Paese perché, se quel territorio venisse usato per lanciare attacchi contro Israele, la rappresaglia colpirebbe l’intera Siria. La logica è coerente. Il problema è l’apparato chiamato a garantirla.
Nella corsa a riempire il vuoto post-Assad, il nuovo potere ha arruolato in massa ex ribelli e combattenti di milizie disparate, inclusi ex jihadisti dell’ISIS, spesso senza adeguati controlli di background. Come ha osservato l’analista Amine Ayoub, la priorità è stata «la stabilità a qualsiasi costo», privilegiando la quantità sulla coesione. Il risultato è un esercito eterogeneo e fragile, potenzialmente permeabile all’islamismo radicale.
Questo rappresenta un rischio anche per al-Sharaa: se perde il controllo delle sue forze, perde anche la protezione americana. Ma è soprattutto una minaccia per Israele, che teme l’azione di soldati regolari con accesso ad armi e basi, capaci e magari intenzionati a colpire autonomamente. In questa prospettiva, a Gerusalemme è apparsa più razionale una strategia cautelare di indebolimento del potere centrale siriano, accompagnata dal rafforzamento di attori locali come drusi e curdi, anche mentre i negoziati proseguivano.
Fidarsi ciecamente sarebbe una scommessa troppo rischiosa. La Siria, dal canto suo, continua a rivendicare il rispetto della propria sovranità e a chiedere a Israele di non interferire negli affari interni del Paese.

La partita regionale sulla Siria: l’ombra di Ankara
  L’equilibrio emerso dai colloqui resta fragile anche perché non tutti gli attori regionali hanno interesse a una Siria economicamente normalizzata ma politicamente ambigua.
A complicare il quadro è soprattutto la Turchia, che ha sostenuto l’ascesa di Ahmed al-Sharaa e ora pretende un ritorno politico. L’ambizione di Ankara di proporsi come nuovo leader del mondo islamico, in una postura sempre più antisraeliana, entra in rotta di collisione con i deal mediati dagli Stati Uniti. Per la Turchia, un’intesa funzionale tra Siria e Israele sotto l’egida di Washington rappresenta una sconfitta geopolitica.
Parallelamente, la Siria è alla ricerca di capitali nel settore energetico. L’Arabia Saudita è già entrata nel comparto petrolifero, interpretando gli investimenti come uno strumento per sganciare Damasco dalla dipendenza russo-iraniana e dall’asse antioccidentale. La competizione per l’influenza sulla Siria si gioca sempre più sul terreno economico.
Ogni attore regionale punta a riportare Damasco nella propria orbita. Per Israele, allungare i tempi della mediazione significa rischiare di perdere una finestra strategica: una Siria che si consolida economicamente sotto altre tutele potrebbe diventare meno permeabile a un accordo pragmatico sul confine meridionale.

Il prezzo interno della normalizzazione
  All’interno, l’opinione pubblica siriana è profondamente divisa. C’è chi si affida all’uomo forte che ha rovesciato Assad e accetta qualsiasi scelta in nome della ricostruzione, convinto che ogni decisione del presidente sia necessaria per guadagnare tempo e evitare nuovi conflitti devastanti. In un Paese esausto, la stabilità è percepita da molti come un valore superiore a qualsiasi principio ideologico.
Ma c’è anche chi reagisce con ostilità e sarcasmo. Il presidente viene deriso storpiando il suo vecchio nom de guerre al-Jolani in “al-Jewlani”, “l’ebreo”, e diventa il bersaglio di teorie del complotto diffuse: al-Qaeda come presunto progetto israeliano per destabilizzare il Medio Oriente; al-Sharaa accusato di lavorare per Israele fin dalle sue prime esperienze jihadiste; qualcuno arriva persino a sostenere che sia stato Tel Aviv a “nominarlo” presidente.

Sperando di non incontrarsi
Nelle strade continua la propaganda antisraeliana; lungo il confine, le incursioni militari israeliane non si fermano — nemmeno durante i colloqui di Parigi — mentre a porte chiuse si discute di data center, impianti energetici e collaborazioni.
Da Parigi non emerge una pace, ma una gestione pragmatica di un conflitto irrisolto: un condominio forzato in cui business, sicurezza e intelligence sostituiscono i trattati diplomatici. I vantaggi sono evidenti — de-escalation immediata, cooperazione sulla sicurezza, potenziale crescita economica.  Per Israele, un vicino impegnato a costruire impianti eolici è meno propenso a costruire rampe di lancio per missili. Ma i rischi sono altrettanto evidenti: la fragilità interna di al-Sharaa, un esercito siriano eterogeneo e permeabile, la sfiducia israeliana strutturale e l’assenza di legittimazione popolare per questa cooperazione.
Le stazioni sciistiche progettate sotto l’artiglieria pesante restano la metafora perfetta di questo equilibrio precario. È il Medio Oriente del 2026: tutto è possibile, nulla è stabile, e business e guerra avanzano su binari paralleli sperando di non incontrarsi mai.

(Bet Magazine Mosaico, 8 gennaio 2026)

........................................................


«La causa di Israele è giusta, deve solo essere spiegata meglio»

L'influencer saudita Loay Alshareef parla della pace in Medio Oriente, del suo primo incontro con gli ebrei e del potere dell'esperienza personale

di Stefan Laurin

FOTO
Loay Alshareef

Loay Alshareef è considerato una delle voci arabe più autorevoli nel dialogo interreligioso. Con oltre 800.000 follower sui social media, ispira persone in tutto il mondo con i suoi post multilingue e cerca di aprire la strada alla comprensione reciproca. È nato in Arabia Saudita e oggi vive negli Emirati Arabi Uniti. La sua missione, che lo porta in giro per il mondo, è il desiderio di una convivenza tra ebrei e musulmani – non una «fredda pace», come lui stesso la definisce, ma relazioni strette, basate sulla comprensione, la curiosità e la simpatia.

- Signor Alshareef, nella sua giovinezza era molto critico nei confronti di Israele e degli ebrei. Cosa l'ha influenzata in quel periodo e cosa l'ha portata in seguito a riconsiderare le sue idee?
  Sono stato influenzato soprattutto dalla scuola, non dalla mia famiglia. In molti paesi arabi, all'epoca, l'insegnamento scolastico era molto ostile a Israele e antiebraico. Ciò che ha cambiato il mio modo di pensare è stato un incontro personale: fino all'età di 27 anni non avevo mai incontrato un ebreo. Nel 2010 ho incontrato degli ebrei per la prima volta e questo ha cambiato la mia visione del mondo. Ho poi vissuto alcuni mesi in Francia con una famiglia ebrea e ho imparato molte cose che prima non sapevo.

- Ha capito che gli ebrei sono persone normali?
  Certo, ma non solo. Ci sono ebrei buoni e cattivi, cristiani buoni e cattivi, musulmani buoni e cattivi. Ho vissuto da vicino la tradizione ebraica e ho visto quanto siamo simili. Ho avuto molte conversazioni intellettuali con la famiglia. Mi sono reso conto che alcuni studiosi islamici mi avevano fuorviato.

- Oggi si definisce un amico di Israele, persino un sionista. Come ha vissuto l'attacco di Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023?
  Per me quel giorno è stato una prova: avrei taciuto o avrei difeso ciò in cui credo? Molti arabi hanno esultato perché pensavano che Israele sarebbe stato sconfitto. Mi sono chiesto: sono davvero cambiato? E la risposta è stata: sì. Per questo ho dovuto esprimere la mia opinione. Quando si attraversa un cambiamento profondo, ci si sente in dovere di stimolare anche gli altri a riflettere, attraverso la conoscenza, non con la coercizione o il proselitismo. Sono convinto che la causa di Israele sia giusta, ma debba essere spiegata meglio.

- Come ha reagito il suo entourage?
  Ho perso degli amici. Nella mia famiglia era chiaro quale strada avrei intrapreso da quando sono tornato dalla Francia nel 2010: non c'erano compromessi. Ma alcuni amici non hanno più voluto avere nulla a che fare con me.

- Ha trovato nuovi amici?
  Sì, molti. Non solo ebrei, ma anche cristiani, atei, intellettuali occidentali, persino persone di sinistra o nazionalisti che trovano ragionevoli le mie argomentazioni. Non faccio propaganda, né contro i palestinesi né contro altri. Il mio nemico non è il popolo palestinese, ma Hamas e l'islamismo radicale.

- Qual è l'impatto dei cosiddetti Accordi di Abramo sul pensiero nel mondo arabo, in particolare per quanto riguarda l'antisemitismo e l'educazione politica?
  Hanno cambiato molte cose, soprattutto il concetto di pace. Quando l'Egitto e la Giordania hanno fatto pace con Israele, si è trattato di un accordo tra governi, non tra popoli. Gli Accordi di Abramo hanno cambiato le cose: le persone viaggiano, lavorano, investono, mangiano insieme, celebrano lo Shabbat. Emiratici, israeliani, bahreiniti: si riuniscono. È ancora tutto giovane, solo cinque anni, ma credo che crescerà, con l'aiuto di Dio e una forte leadership americana come quella che abbiamo ora.

- Lei dice che questa cooperazione potrebbe rafforzare notevolmente la regione dal punto di vista economico e tecnologico.
  Assolutamente. Il conflitto ha indebolito la regione per decenni. Ora è necessario approfondire gli accordi di Abramo. Il suo pensiero è semplice: siamo i figli di Abramo. Gli ebrei appartengono al Medio Oriente tanto quanto gli arabi. Israele non è un progetto coloniale, ma ha 3000 anni – e 77 anni di giovinezza. L'idea è questa: che i figli di Abramo vivano insieme in pace e prosperino.

- Lei ha detto che gli accordi non sono solo un segno di normalizzazione, ma un modello per un nuovo ordine mondiale. Cosa intende dire?
  Gli accordi di Abramo non sono più solo trattati di pace tra arabi e israeliani, ma tra musulmani ed ebrei. Da quando il Kazakistan, un Paese non arabo, ha aderito, hanno assunto una dimensione globale. Questo apre le porte ad altri Stati musulmani. Non sono quindi più un progetto esclusivamente arabo.

- Ad esempio l'Indonesia?
  Lo spero. L'Indonesia, il Daghestan, l'Azerbaigian o altri paesi che in passato appartenevano all'Unione Sovietica.

- Vede nella cooperazione tecnica tra gli Stati arabi e Israele una via verso l'emancipazione regionale? Cosa dovrebbe accadere per garantire i progressi compiuti finora?
  L'istruzione è fondamentale, così come la volontà politica di riconciliarsi veramente con Israele. Finché Israele sarà considerato un'entità straniera e coloniale, non ci sarà una pace autentica.

- Quando pensa che il suo Paese natale, l'Arabia Saudita, normalizzerà le relazioni con Israele?
  Il principe ereditario è un uomo coraggioso, ma è sottoposto a una pressione enorme. È il custode dei luoghi sacri e il suo margine di manovra è limitato. Non voglio che gli succeda la stessa cosa che è successa ad Anwar Sadat. Sì, mi auguro che l'Arabia Saudita aderisca agli accordi di Abramo, ma senza mettere a rischio la sua vita. Per questo motivo sono necessarie alcune concessioni ai palestinesi, non necessariamente uno Stato proprio, che ormai è irrealistico. Servono altre soluzioni, come il modello degli Emirati Palestinesi Uniti proposto da Mordechai Kedar, o una confederazione di determinati territori con Israele. Uno Stato sarebbe stato possibile nel 2000, con il piano Barak-Clinton, ma questa opportunità è ormai sfumata. Mi auguro che l'Arabia Saudita faccia pace, ma che questa pace sia autentica, come quella tra Israele e gli Emirati, e non fredda come quella con l'Egitto o la Giordania. E prego Dio di dare al principe ereditario forza e saggezza.

- Lei parla apertamente di argomenti che in alcune parti del mondo arabo sono molto delicati. Questo le crea delle difficoltà?
  Naturalmente. Mi rivolgo principalmente a un pubblico di lingua inglese, ma aggiungo sottotitoli in arabo affinché anche gli arabi possano ascoltarmi. Questo mi crea dei problemi: in molti paesi non potrei parlare in pubblico. Ma si aprono altre porte: recentemente sono stato in Germania, Lettonia, Estonia, Paesi Bassi, Polonia, Italia, Canada, Stati Uniti e presto andrò in Svezia. Alcune porte si chiudono, ma se ne aprono di nuove. Cerco di concentrarmi sulle opportunità, non su ciò che ho perso.

- Ha anche fatto un tour nelle università degli Stati Uniti. Qual è stata la risposta?
  Per lo più positiva, ma in alcuni luoghi è stata difficile, ad esempio all'Università del Rhode Island, alla Columbia University o all'Università della California. Ma nel complesso l'interesse è stato grande. Penso che l'America dovrebbe ascoltare le voci provenienti dal Medio Oriente.

- E gli studenti vogliono ascoltare?
  Lo spero.

(Jüdische Allgemeine, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Australia – Chabad accoglie a New York l’eroe di Bondi Beach

Il governo di Anthony Albanese cede su commissione di inchiesta

FOTO
È arrivato negli Usa per sottoporsi ad alcune cure sanitarie Ahmed al-Ahmed, l’eroe che ha disarmato a mani nude uno dei terroristi della strage antisemita di Bondi Beach a Sidney alla vigilia di Chanukkah. Nelle sue prime ore a New York, l’uomo è stato accolto con gratitudine da alcune associazioni ebraiche ed esponenti del movimento Chabad del quale era emissario nella città australiana il rabbino Eli Schlanger, una delle vittime del massacro. Al suo fianco il suocero di Schlanger, il rabbino Yehoram Ulman, che ha viaggiato con al-Ahmed da Sidney. In una delle prime tappe i due hanno sostato davanti alla tomba del settimo leader della dinastia, Menachem Mendel Schneerson (1902-1994), meglio noto come “il Rebbe”.
   «Non potevo sopportare di sentire bambini urlare e donne piangere», ha raccontato il 43enne di origini siriane e fede islamica al sito www.chabad.org. «Nessuno può togliere una vita umana: è solo nelle mani di Dio». Per Ulman, le azioni di al-Ahmed annunciano che la questione «non riguarda solo gli ebrei, ma tutta l’umanità: siamo tutti figli di Dio e ciascuno di noi è stato fornito della capacità di scegliere il bene rispetto al male». Durante una serata di gala il banchiere e filantropo Bill Ackman, tra i principali donatori di una sottoscrizione destinata ad al-Ahmed e alla sua famiglia avviata all’indomani della strage, ha consegnato all’uomo un riconoscimento speciale. «Il suo è un grande atto di eroismo», ha affermato Ackman, aggiungendo che «è gratificante avere davanti a noi qualcuno che si è schierato a favore della nostra comunità nel modo più profondo e attraverso l’affermazione della vita».
   Dopo l’iniziale chiusura all’ipotesi e alcuni strascichi polemici, è notizia di queste ore il via libera del governo australiano all’istituzione di una commissione indipendente che indaghi sui fatti di Bondi Beach. Plaude alla decisione l’Executive Council of Australian Jewry (Ecaj), che ha sollecitato la commissione e incontrato la resistenza del primo ministro Anthony Albanese. L’Ecaj chiede «un esame onesto delle politiche governative e della condotta di istituzioni e figure chiave nei principali settori della nostra società» rispetto all’esplosione di antisemitismo degli ultimi due anni. È intanto tornato in Israele il 30enne Geffen Bitton, ferito dai terroristi mentre era impegnato nel salvataggio di civili. Colpito tre volte, Bitton ha subito finora otto interventi chirurgici ed è stato a lungo in condizioni critiche. Come riporta la stampa israeliana, la sua condizione di salute resta difficile. Ma è comunque in miglioramento.

(moked, 8 gennaio 2026)

........................................................


Nonostante le minacce, la maggior parte degli ebrei in Israele si sente al sicuro

Nuovi dati mostrano che dal 7 ottobre tra gli ebrei israeliani regna la chiarezza e una ferma convinzione del ruolo unico di Israele come protettore del popolo ebraico.

di Ryan Jones

GERUSALEMME - Anche in mezzo alla guerra e al trauma, gli ebrei israeliani si sentono più sicuri che mai: Israele rimane il luogo più sicuro per gli ebrei.
Secondo un nuovo sondaggio condotto dal Viterbi Center dell'Israel Democracy Institute nel dicembre 2025, il 76% degli ebrei israeliani ritiene che Israele sia il luogo più sicuro al mondo per gli ebrei, un aumento significativo rispetto al 68% registrato solo sette mesi prima.
I risultati sono stati pubblicati sullo sfondo di una nuova ondata di antisemitismo e attacchi violenti in tutto il mondo, tra cui il terribile massacro di Chanukkah a Sydney il mese scorso. Per molti israeliani la lezione è chiara: anche sotto attacco, Israele rimane l'unico Paese in cui la sicurezza degli ebrei è una questione nazionale.
Tra gli arabi israeliani le opinioni erano divise: il 32% ha affermato che Israele è più sicuro per gli arabi, il 35% ha affermato che altri paesi sono più sicuri e il 29% ha ritenuto che entrambi siano ugualmente sicuri.

Sostenuti dallo Stato, non solo dalle speranze
  Il sondaggio ha anche rivelato un sostegno schiacciante tra gli israeliani ebrei a un impegno diretto del governo a sostegno delle comunità ebraiche all'estero:
il 90% è favorevole a esercitare pressioni sui governi stranieri affinché proteggano meglio i loro cittadini ebrei.
L'80% è favorevole all'invio di inviati israeliani per aiutare le comunità della diaspora in difficoltà.
Questi dati riflettono più di una semplice solidarietà: riflettono una comprensione storica del fatto che la responsabilità degli ebrei non si ferma al confine e che il sionismo, correttamente inteso, comprende una rappresentanza globale degli interessi ebraici, radicata nella forza nazionale.

Chiarezza in tempo di guerra
  Dal massacro del 7 ottobre, nell'opinione pubblica israeliana si è diffuso un realismo disincantato: non c'è alcun sostituto alla sovranità ebraica. Nessuna diaspora, nessuna ambasciata, nessun servizio di sicurezza all'estero può sostituire ciò che l'IDF, la resilienza di Israele e l'unità degli ebrei sotto attacco nel proprio Paese sono in grado di fare.
La guerra ha acuito questa chiarezza, non l'ha indebolita.
I risultati di questo recente sondaggio confermano ciò che la storia ha già insegnato: la terra di Israele è l'unico rifugio veramente sicuro per il popolo ebraico. È l'unico luogo in cui la promessa di Dio può essere e sarà mantenuta.

(Israel Heute, 8 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 17
    Davide vince Golia
  • I Filistei misero insieme i loro eserciti per combattere, si radunarono a Soco, che appartiene a Giuda, e si accamparono fra Soco e Azeca, a Efes-Dammim. Anche Saul e gli uomini d'Israele si radunarono, si accamparono nella valle dei terebinti e si schierarono in battaglia contro i Filistei. I Filistei stavano sul monte da una parte e Israele stava sul monte dall'altra parte; fra loro c'era la valle. 
  • Dall'accampamento dei Filistei uscì un campione, un guerriero di nome Golia di Gat, alto sei cubiti e un palmo. Aveva in testa un elmo di rame, era rivestito di una corazza a maglie il cui peso era di cinquemila sicli di rame, portava delle gambiere di rame e, sospeso dietro le spalle, un giavellotto di rame. L'asta della sua lancia era come un subbio di tessitore; la punta della lancia pesava seicento sicli di ferro, e chi portava il suo scudo lo precedeva. 
  • Egli dunque si fermò e, rivolto alle schiere d'Israele, gridò: “Perché uscite a schierarvi in battaglia? Non sono io il Filisteo, e voi dei servi di Saul? Scegliete uno fra voi e scenda contro di me. Se egli riuscirà a lottare con me e uccidermi, noi saremo vostri servi; ma se io sarò vincitore e lo ucciderò, voi sarete nostri sudditi e ci servirete”. Il Filisteo aggiunse: “Io lancio oggi questa sfida a disonore delle schiere d'Israele: Datemi un uomo e ci batteremo!”. Quando Saul e tutto Israele udirono le parole del Filisteo, rimasero sbigottiti e furono presi da grande paura. 
  • Ora Davide era figlio di quell'Efrateo di Betlemme di Giuda, di nome Isai, che aveva otto figli e che al tempo di Saul era vecchio, molto avanti negli anni. I tre figli maggiori di Isai erano andati in guerra con Saul; e i tre figli che erano andati in guerra si chiamavano: Eliab il primogenito, Abinadab il secondo e Samma il terzo. Davide era il più giovane; e quando i tre maggiori seguirono Saul, Davide partì da Saul, e tornò a Betlemme a pascolare le pecore di suo padre. 
  • Il Filisteo si faceva avanti la mattina e la sera, e si presentò così per quaranta giorni. Ora Isai disse a Davide, suo figlio: “Prendi per i tuoi fratelli quest'efa di grano arrostito e questi dieci pani, e portali presto ai tuoi fratelli all'accampamento. Porta anche queste dieci forme di formaggio al capitano del loro migliaio; vedi se i tuoi fratelli stanno bene e riportami una prova da parte loro. Saul con loro e con tutti gli uomini d'Israele sono nella valle dei terebinti per combattere contro i Filistei”. 
  • L'indomani Davide si alzò di buon mattino, lasciò le pecore a un guardiano, prese il suo carico e partì come Isai gli aveva ordinato; e quando giunse al parco dei carri, l'esercito usciva per schierarsi in battaglia e alzava grida di guerra. Israeliti e Filistei si erano schierati, esercito contro esercito. Davide, lasciate le cose che portava al guardiano dei bagagli, corse alla linea di battaglia e, appena vi giunse, chiese ai suoi fratelli come stavano. 
  • Mentre parlava con loro, ecco avanzare dalle file dei Filistei quel campione, quel Filisteo di Gat, di nome Golia, ripetendo le solite parole; e Davide le udì. E tutti gli uomini d'Israele, alla vista di quell'uomo, fuggirono davanti a lui, presi da grande paura. Gli uomini d'Israele dicevano: “Avete visto quell'uomo che avanza? Egli avanza per coprire di disonore Israele. Se qualcuno lo uccide il re lo farà grandemente ricco, gli darà la sua propria figlia ed esenterà la casa del padre di lui da ogni tributo in Israele”. 
  • Davide, rivolgendosi a quelli che gli erano vicini, disse: “Che si farà a quell'uomo che ucciderà questo Filisteo e toglierà la vergogna da Israele? E chi è dunque questo Filisteo, questo incirconciso, che osa insultare le schiere dell'Iddio vivente?”. E la gente gli rispose con le stesse parole, dicendo: “Si farà questo e questo a colui che lo ucciderà”. 
  • Eliab, suo fratello maggiore, avendo udito Davide parlare a quella gente, si accese d'ira contro di lui, e disse: “Perché sei sceso qua? E a chi hai lasciato quelle poche pecore nel deserto? Io conosco il tuo orgoglio e la cattiveria del tuo cuore; tu sei sceso qua per vedere la battaglia”. Davide rispose: “Che ho fatto ora? Non era che una semplice domanda!”. E, scostandosi da lui, si rivolse a un altro, facendo la stessa domanda; e la gente gli diede la stessa risposta di prima. 
  • Ora le parole che Davide aveva detto essendo state sentite, furono riportate a Saul, che lo fece venire. Davide disse a Saul: “Nessuno si perda d'animo a causa di costui! Il tuo servo andrà e si batterà con quel Filisteo”. Saul disse a Davide: “Tu non puoi andare a batterti con questo Filisteo; poiché tu non sei che un ragazzo, ed egli è un guerriero fin dalla sua giovinezza”. E Davide rispose a Saul: “Il tuo servo pascolava il gregge di suo padre; e quando un leone o un orso veniva a portare via una pecora dal gregge, io gli correvo dietro, lo colpivo, gli strappavo dalle fauci la preda; e se quello mi si rivoltava contro, io lo afferravo per le mascelle, lo ferivo e lo ammazzavo. Sì, il tuo servo ha ucciso il leone e l'orso; e questo incirconciso Filisteo sarà come uno di loro, perché ha coperto di vergogna le schiere dell'Iddio vivente”. Poi Davide aggiunse: “L'Eterno che mi liberò dalla zampa del leone e dalla zampa dell'orso, mi libererà anche dalla mano di questo Filisteo”. Allora Saul disse a Davide: “Va', e l'Eterno sia con te”. 
  • Saul rivestì Davide della sua armatura, gli mise sul capo un elmo di rame e gli fece indossare una corazza. Poi Davide cinse la spada di Saul sopra la sua armatura e cercò di camminare, perché non aveva ancora provato; ma disse a Saul: “Io non posso camminare con quest'armatura; non ci sono abituato”. E se la tolse di dosso. E prese in mano il suo bastone, si scelse nel torrente cinque pietre ben lisce, le pose nella sacchetta da pastore, che gli serviva di bisaccia, e con la fionda in mano si diresse contro il Filisteo. 
  • Anche il Filisteo si fece avanti, avvicinandosi sempre di più a Davide, ed era preceduto dal suo scudiero. Quando il Filisteo ebbe scrutato Davide, lo disprezzò, perché egli non era che un ragazzo, biondo e di bell'aspetto. Il Filisteo disse a Davide: “Sono un cane, che tu vieni contro di me con il bastone?”. E il Filisteo maledisse Davide in nome dei suoi dèi;  e il Filisteo disse a Davide: “Vieni qua, così che io dia la tua carne agli uccelli del cielo e alle bestie dei campi”. 
  • Allora Davide rispose al Filisteo: “Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con il giavellotto; ma io vengo a te nel nome dell'Eterno degli eserciti, dell'Iddio delle schiere d'Israele che tu hai insultato. Oggi l'Eterno ti darà nelle mie mani, e io ti abbatterò, ti taglierò la testa, e darò oggi stesso i cadaveri dell'esercito dei Filistei agli uccelli del cielo e alle bestie della terra; e tutta la terra riconoscerà che c'è un Dio in Israele; e tutta questa moltitudine riconoscerà che l'Eterno non salva per mezzo di spada né per mezzo di lancia; poiché l'esito della battaglia dipende dall'Eterno ed egli vi darà nelle nostre mani”. 
  • Quando il Filisteo si mosse e si fece avanti per avvicinarsi a Davide, anche Davide corse prontamente verso la linea di battaglia incontro al Filisteo; mise la mano nella sacchetta, prese una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo nella fronte; la pietra gli si conficcò nella fronte ed egli cadde con la faccia a terra. Così Davide, con una fionda e con una pietra, vinse il Filisteo; lo colpì e lo uccise, senza avere una spada in mano. Poi Davide corse, si gettò sul Filisteo, gli prese la spada, la sguainò, lo uccise e gli tagliò la testa. E i Filistei, vedendo che il loro eroe era morto, si diedero alla fuga. 
  • E gli uomini d'Israele e di Giuda si levarono alzando grida di guerra, e inseguirono i Filistei fino all'ingresso di Gat e alle porte di Ecron. I Filistei feriti a morte caddero sulla via di Saaraim, fino a Gat e fino a Ecron. E i figli d'Israele, dopo aver dato la caccia ai Filistei, tornarono e saccheggiarono il loro campo. E Davide prese la testa del Filisteo, la portò a Gerusalemme, ma ripose l'armatura di lui nella sua tenda. 
  • Quando Saul aveva visto Davide che andava contro il Filisteo, aveva chiesto ad Abner, capo dell'esercito: “Abner, di chi è figlio questo ragazzo?”. E Abner aveva risposto: “Com'è vero che tu vivi, o re, io non lo so”. E il re aveva detto: “Informati di chi sia figlio questo ragazzo”. Quando Davide fu di ritorno dopo aver ucciso il Filisteo, Abner lo prese e lo condusse alla presenza di Saul, mentre aveva ancora in mano la testa del Filisteo. E Saul gli disse: “Ragazzo, di chi sei figlio?”. Davide rispose: “Sono figlio del tuo servo Isai di Betlemme”.

(Notizie su Israele, 7 gennaio 2026)


........................................................


L'IDF stima che siano 7.000 i “soldati solitari” in servizio

Sempre più giovani uomini e donne senza sostegno familiare in Israele prestano servizio nell'esercito.

Sara Netanyahu visita un gruppo di “soldati solitari” nella loro base
In Israele esiste un gruppo speciale di soldati che prestano servizio senza parenti stretti nel Paese: giovani che in parte sono immigrati dall'estero o che per motivi familiari non hanno genitori o fratelli in Israele. Nonostante queste difficoltà personali, prestano servizio militare, sono spesso impiegati in unità pesanti e, secondo l'esercito, contribuiscono in modo decisivo al successo nell'attuale situazione di sicurezza.

Più che semplici numeri
  Secondo i dati dell'esercito, circa 7.000 i “Lone Soldiers” (“soldati solitari”) che prestano servizio nell'esercito, circa un terzo dei quali in unità di combattimento come la fanteria e altre truppe di prima linea. Molti di loro sono venuti proprio perché desideravano prestare servizio nell'esercito israeliano, accettando consapevolmente le sfide di una vita senza il sostegno della famiglia.
L'anno scorso, circa 1.050 di questi soldati provenienti da comunità ebraiche della diaspora si sono arruolati nell'IDF, di cui un terzo dagli Stati Uniti, seguiti da Francia, Russia, Ucraina, Australia, Germania e Spagna. Questi giovani non hanno deciso di arruolarsi solo a causa della guerra, ma in molti casi già in precedenza, spinti da un profondo senso di appartenenza a Israele.
La durata del loro servizio varia a seconda dell'età e del programma: alcuni prestano servizio solo per un periodo ridotto, altri completano l'intero servizio come i loro compagni che hanno il sostegno della famiglia.
L'IDF sottolinea il proprio impegno a fornire un sostegno speciale a questi soldati. Il capo del dipartimento “Lone Soldiers”, il maggiore Lior Peretz Sheleg, ha dichiarato: “Ci impegniamo a garantire che nessun Lone Soldier sia mai solo”. Ha aggiunto che l'esercito apprezza molto il loro “importante contributo al successo della guerra e i valori che loro e le loro famiglie incarnano” e riconosce le “sfide molto profonde” che devono affrontare i genitori che vivono separati dai propri figli in altri continenti.

Significato sociale e sfide
  Il numero crescente di “soldati solitari” dimostra quanto sia forte il bisogno di molti giovani ebrei di tutto il mondo di partecipare attivamente alla protezione di Israele. Per molti, questi soldati incarnano non solo l'impegno militare, ma anche un forte impegno personale per lo Stato ebraico e la sua sicurezza.
Allo stesso tempo, il servizio senza il sostegno della famiglia pone questi giovani di fronte a grandi sfide, dalla separazione dai genitori e dai fratelli a problemi pratici come la situazione abitativa e gli ostacoli burocratici. Diverse iniziative e programmi di sostegno all'interno e all'esterno dell'esercito cercano quindi di offrire ulteriore aiuto per consentire loro di svolgere il proprio servizio e facilitare una transizione senza intoppi alla vita civile dopo il servizio militare.
Nel complesso, i dati e le dichiarazioni dimostrano che i “soldati solitari” hanno un posto fisso nelle forze di difesa israeliane e sono considerati dallo Stato e dalla società come elementi preziosi della capacità di difesa, non solo in tempo di pace, ma soprattutto alla luce delle continue sfide alla sicurezza.

(Israel Heute, 7 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Parigi – Israele e Siria, dialogo riaperto all’ombra dell’Iran

FOTO
Il confine tra Israele e Siria

Dopo mesi di stallo, Israele e Siria hanno avviato a Parigi un nuovo round di negoziati indiretti, mediati dagli Stati Uniti. Non si parla di pace né di normalizzazione: l’obiettivo resta circoscritto a intese di sicurezza, in un contesto regionale ancora fragile. Israele chiede garanzie lungo il confine settentrionale e il contenimento di attori ostili – l’Iran e le milizie finanziate da Teheran – nel sud della Siria. Damasco punta invece a un rientro nel quadro dell’accordo di disimpegno del 1974 e a un ridimensionamento della presenza militare israeliana nelle aree oltre la linea di separazione, passate sotto controllo di Gerusalemme dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad a fine 2024.
   Secondo i vertici delle Idf, Israele deve mantenere in Siria una presenza strutturata su tre livelli di sicurezza: una linea di contatto lungo il confine internazionale per proteggere le comunità del nord di Israele; una zona di sicurezza che si estende per circa 15 chilometri all’interno del territorio siriano, per impedire il radicamento di milizie e infrastrutture terroristiche; e una zona di influenza più ampia, dal sud di Sweida fino alla periferia di Damasco, dove monitorare gli sviluppi per prevenire l’introduzione di armi avanzate o la creazione di basi militari ostili.
   La ripresa del dialogo tra Damasco e Gerusalemme è arrivata dopo il recente incontro a Mar-a-Lago tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente Usa Donald Trump. Durante la visita negli Stati Uniti, Netanyahu ha ribadito la linea del governo: «Il nostro interesse è avere un confine pacifico e sicuro con la Siria, senza terroristi vicino a noi», aggiungendo che Israele intende anche «garantire la sicurezza dei drusi e dei cristiani che vivono nella regione». L’amministrazione Trump, sottolineano i media israeliani, vorrebbe accelerare i contatti e favorire un accordo di sicurezza limitato, nella prospettiva di una possibile normalizzazione futura.
   Ma la strada resta lunga e sulle trattative si allunga l’ombra dell’Iran. Secondo fonti delle IDF, riportate dal Jerusalem Post, Teheran starebbe cercando di destabilizzare il nuovo assetto siriano, arrivando a complottare per eliminare il presidente Ahmed al-Sharaa. Un allarme che rafforza, nell’establishment della sicurezza israeliano, la convinzione che qualsiasi riduzione della presenza militare in Siria, in questa fase, rappresenterebbe un rischio diretto per la sicurezza di Israele e per la stabilità regionale.

(moked, 7 gennaio 2026)

........................................................


“Simbolo del diritto inalienabile del nostro popolo all'indipendenza”

LONDRA – Da lunedì lo “Stato di Palestina” ha un'ambasciata a Londra. A settembre il Regno Unito lo aveva riconosciuto ufficialmente. Ora la precedente missione diplomatica è stata elevata al rango di ambasciata. Si trova a Hammersmith, nella parte occidentale della capitale britannica, come riporta il sito di notizie “Sky News”.
All'inaugurazione, l'ambasciatore Husam Zomlot ha parlato di “una tappa importante nelle relazioni tra Regno Unito e Palestina”. Ha aggiunto: “Siamo qui riuniti oggi per celebrare un momento storico, l'inaugurazione dell'ambasciata dello Stato di Palestina nel Regno Unito, con pieno status diplomatico e privilegi, simbolo del diritto inalienabile del nostro popolo alla sovranità e all'uguaglianza tra le nazioni”.
Il diplomatico palestinese ha poi aggiunto: “Per generazioni di palestinesi a Gaza, nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, nei campi profughi e nella diaspora, questa ambasciata rappresenta il fatto che la nostra identità non può essere negata, la nostra presenza non può essere cancellata e le nostre vite non possono essere svalutate”. Per un popolo a cui “da oltre un secolo viene negata l'autodeterminazione”, questo è un momento imponente.

“Un pezzo di Palestina sul suolo britannico”

FOTO
L'ambasciatore Zomlot presenta con orgoglio la nuova targa

Zomlot ha aggiunto: “Questo è un giorno di speranza, un giorno di fermezza e un giorno che ricorda al mondo che la pace non solo è possibile, ma inevitabile, se radicata nella giustizia, nella dignità e nell'uguaglianza”. Ha concluso il suo discorso con le parole: "La Palestina è qui. La Palestina continua ad esistere. La Palestina sarà libera“. Su X ha scritto che l'ambasciata è ”un pezzo di Palestina sul suolo britannico“.
Il riconoscimento dello ”Stato di Palestina“ si basa sui ”confini del 1967", ovvero le linee dell'armistizio del 1949. Secondo il punto di vista britannico, i confini definitivi dovranno essere stabiliti nel quadro di futuri negoziati.

“Terra di diversità culturale e religiosa”
  Il sito web della precedente missione e dell'attuale ambasciata invita gli interessati a scoprire la “Palestina, terra del cuore”:

    "Con una storia che risale a migliaia di anni fa, la Palestina ha svolto a lungo un ruolo importante nella civiltà umana. Crogiolo di culture preistoriche, la Palestina è un punto cardine di una regione in cui si sono sviluppati per la prima volta una società stanziale, l'alfabeto, la religione e la letteratura. La Palestina stessa, conosciuta come tale almeno fin dai tempi degli antichi greci, è stata un crocevia di culture e idee che hanno plasmato il mondo così com'è oggi.
    È sacra per le tre principali religioni monoteistiche del mondo ed è il luogo di nascita di Gesù Cristo. Il suo passato ricco e variegato, il suo patrimonio culturale traboccante e i suoi importanti siti archeologici e religiosi rendono la Palestina un centro unico nella storia mondiale.
    Per i palestinesi, questa diversità culturale è fonte di orgoglio e prosperità. Ogni parte di questa storia millenaria gioca un ruolo inscindibile nel più ampio patrimonio umano di coloro che chiamano questa terra la loro patria. Questo passato è alla base della filosofia palestinese dello sviluppo sostenibile e sottolinea la nostra determinazione a mantenere l'identità culturale contemporanea del popolo palestinese vivace come lo è sempre stata.
    I visitatori della Palestina incontreranno una miriade di siti religiosi, storici e archeologici. Oltre alle attrazioni storiche, la Palestina offre passeggiate ed escursioni nelle sue vaste vallate, lungo le coste e attraverso il deserto, sulle colline, attraverso città e antichi mercati nel cuore di città e villaggi immersi in paesaggi mozzafiato.
    I visitatori potranno gustare la ricca cucina palestinese e, soprattutto, godere del calore e dell'ospitalità dei palestinesi, cristiani e musulmani. Condivideranno con loro le speranze e i desideri di una nazione in fase di ricostruzione. Abbiamo millenni di esperienza nell'accogliere i visitatori con una ricca ospitalità. Tutti si sentiranno a casa.
    La Palestina è una culla di civiltà.
    È anche al centro della fede: il cristianesimo, l'islam e l'ebraismo hanno tutti profondi legami con questa terra.
    I palestinesi sono orgogliosi della loro ospitalità. Autentici, calorosi e accoglienti, faremo in modo che ogni visitatore si senta a casa.
    Visitate la Palestina. Lasciatevi incantare dal suo straordinario passato, dalla sua incredibile gente e dal suo dinamico presente“.
Dopo la scopertura della targa, anche il diplomatico britannico Alistair Harrison ha parlato di un ”momento storico per la Palestina". Le relazioni britannico-palestinesi sarebbero cambiate.
All'inaugurazione dell'ambasciata ha preso la parola anche Obaidah, un quattordicenne palestinese di Gaza. Ha detto: “Sono sopravvissuto al genocidio, ma il mio corpo porta ancora ferite profonde”. Suo padre si trova ancora nella Striscia di Gaza. “Un giorno spero di diventare ambasciatore, forse anche nel Regno Unito, in modo da poter lavorare per aiutare il mio popolo e far sentire la nostra voce in tutto il mondo”.

(Israelnetz, 7 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
____________________

"Sono sopravvissuto al genocidio". Non si sa più cosa dire. Qui non c'è Hamas. Qui siamo in Occidente. È per questo Occidente che Israele dovrebbe ergersi a baluardo difensivo contro la barbarie che viene dall'Oriente? M.C.

........................................................


Il messaggio di Rom ai terroristi: “Non riuscirete a spezzarci”

di Michelle Zarfati

In un video diretto ai suoi ex rapitori, Rom Braslavski, sopravvissuto alla prigionia nelle mani di Hamas dopo esser stato rapito il 7 ottobre, ha lanciato un messaggio di resilienza e sfida. Nel filmato, rivolgendosi ai terroristi di Hamas e della Jihad Islamica in lingua araba, Braslavski afferma con fermezza: “Pensavate di poter spezzare i nostri spiriti e distruggere le nostre anime, ma eccoci qui: vivi, presenti e felici”. L’ex prigioniero si rivolge ai suoi aguzzini sottolineando come questi abbiano fallito nei loro intenti criminali e bestiali: “non uno di voi terroristi è riuscito a piegare lo spirito del popolo d’Israele”.
   Il video si chiude con Braslavski che danza sulle note di un canto tradizionale, accompagnato da immagini di lui e di altri sopravvissuti alla cattività, visibilmente uniti. “Am Israel Chai” – “Il popolo di Israele vive” – è il messaggio conclusivo pronunciato con orgoglio, diventato rapidamente simbolo di resistenza per molti cittadini israeliani e sostenitori d’Israele nel mondo. La pubblicazione del video non solo offre un momento di sollievo per le famiglie e gli amici degli ex ostaggi, ma rappresenta anche una dichiarazione simbolica sulla volontà di resistere e superare le più drammatiche circostanze che hanno interessato lo Stato d’Israele e tutto il mondo ebraico negli ultimi anni.

(Shalom, 6 gennaio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 16
  • Davide unto re da Samuele
    L'Eterno disse a Samuele: “Fino a quando farai cordoglio per Saul, mentre io l'ho rigettato perché non regni più sopra Israele? Riempi di olio il tuo corno e va'; io ti manderò da Isai di Betlemme, perché mi sono provveduto un re tra i suoi figli”.  Samuele rispose: “Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà”. L'Eterno disse: “Prenderai con te una giovenca, e dirai: 'Sono venuto a offrire un sacrificio all'Eterno'. Inviterai Isai al sacrificio; io ti farò sapere quello che dovrai fare, e ungerai per me colui che ti dirò”. 
  • Samuele dunque fece quello che l'Eterno gli aveva detto; si recò a Betlemme, e gli anziani della città gli si fecero incontro tutti turbati, e gli dissero: “Porti tu pace?”. Ed egli rispose: “Porto pace; vengo a offrire un sacrificio all'Eterno; purificatevi e venite con me al sacrificio”. Fece purificare anche Isai e i suoi figli e li invitò al sacrificio. 
  • Mentre entravano, egli osservò Eliab, e disse: “Certo, ecco l'unto dell'Eterno davanti a lui”. Ma l'Eterno disse a Samuele: “Non badare al suo aspetto né all'altezza della sua statura, perché io l'ho scartato; infatti l'Eterno non guarda a quello a cui guarda l'uomo: l'uomo guarda all'apparenza, ma l'Eterno guarda al cuore”. Allora Isai chiamò Abinadab e lo fece passare davanti a Samuele; ma Samuele disse: “L'Eterno non si è scelto neppure questo”. Isai fece passare Samma, ma Samuele disse: “L'Eterno non si è scelto neppure questo”. Isai fece passare così sette dei suoi figli davanti a Samuele; ma Samuele disse a Isai: “L'Eterno non si è scelto questi”. Poi Samuele disse a Isai: “Sono questi tutti i tuoi figli?”. Isai rispose: “Resta ancora il più giovane, ma è a pascolare le pecore”. E Samuele disse a Isai: “Mandalo a cercare, perché non ci metteremo a tavola prima che sia arrivato qua”. Allora Isai lo mandò a cercare, e lo fece venire. Egli era biondo, aveva dei begli occhi e un bell'aspetto. L'Eterno disse a Samuele: “Alzati, ungilo, perché è lui”. Allora Samuele prese il corno dell'olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli; e, da quel giorno in poi, lo Spirito dell'Eterno investì Davide. E Samuele si alzò e se ne andò a Rama. 

    Lo Spirito dell’Eterno si ritira da Saul
  • Ora lo Spirito dell'Eterno si era ritirato da Saul, che era turbato da un cattivo spirito permesso dall'Eterno. I servitori di Saul gli dissero: “Ecco, un cattivo spirito permesso da Dio ti turba. Il nostro signore ordini ora ai tuoi servi che ti stanno davanti, di cercare un uomo che sappia suonare l'arpa; e quando il cattivo spirito permesso da Dio ti investirà, l'arpista si metterà a suonare, e tu ti sentirai sollevato”. Saul disse ai suoi servitori: “Trovatemi un uomo che suoni bene e portatelo da me”. 
  • Allora uno dei domestici prese a dire: “Ecco io ho visto un figlio di Isai, il betlemmita, che sa suonare bene; è un uomo forte, valoroso, un guerriero, parla bene, è di bell'aspetto e l'Eterno è con lui”. Saul dunque inviò dei messaggeri a Isai per dirgli: “Mandami Davide, tuo figlio, che è con il gregge”. Allora Isai prese un asino carico di pane, un otre di vino, un capretto, e mandò tutto a Saul per mezzo di Davide suo figlio. Davide arrivò da Saul e si presentò a lui; e Saul gli si affezionò molto e lo fece suo scudiero. E Saul mandò a dire a Isai: “Ti prego, lascia Davide al mio servizio, poiché egli ha trovato grazia ai miei occhi”. Ora quando il cattivo spirito permesso da Dio investiva Saul, Davide prendeva l'arpa e si metteva a suonare; Saul si sentiva sollevato, stava meglio, e il cattivo spirito se ne andava da lui.

(Notizie su Israele, 6 gennaio 2026)


........................................................


Un paese dove scorre latte, ma per quanto tempo ancora?

di Ryan Jones

GERUSALEMME - “Siamo l'Iron Dome della sicurezza alimentare di Israele”, sottolineano gli agricoltori che protestano contro le riforme nel settore lattiero-caseario • Ma l'aumento dei prezzi e la carenza di latte hanno irritato l'opinione pubblica.
Lunedì centinaia di agricoltori israeliani sono scesi in strada e hanno versato migliaia di litri di latte per protestare contro le riforme agricole previste che colpiscono il settore lattiero-caseario.
Le riforme guidate dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich abolirebbero le attuali normative e aprirebbero il mercato lattiero-caseario israeliano alla concorrenza straniera.
Si tratta di una risposta alle ricorrenti carenze a livello nazionale di latte a prezzo regolamentato, che costringono molti consumatori ad acquistare prodotti alternativi sempre più costosi. L'industria lattiero-casearia israeliana è controllata da una piccola manciata di grandi aziende, il che ha portato anche a un aumento dei prezzi.
L'aumento dei prezzi del latte ha provocato una serie di manifestazioni di massa negli ultimi anni e la situazione è regolarmente classificata come una delle principali preoccupazioni degli elettori israeliani.
Tuttavia, gli agricoltori che riforniscono queste aziende lattiero-casearie sostengono che le riforme previste e l'improvviso afflusso di concorrenza straniera siano un approccio distruttivo che li costringerebbe a chiudere e distruggerebbe l'industria lattiero-casearia locale nel suo complesso.
Agli incroci di tutto il Paese hanno esposto cartelli con slogan come “Lottiamo per il futuro dell'agricoltura” e “Il sionismo e la sicurezza non si possono importare”.
Amit Yifrach, presidente dell'Associazione degli agricoltori israeliani, ha dichiarato durante una manifestazione di protesta: “Gli agricoltori e i produttori di latte sono l'Iron Dome della sicurezza alimentare dello Stato di Israele”.
In una dichiarazione pubblicata dal portale di notizie israeliano Ynet, Yifrach ha aggiunto che il governo "non può abolire un prodotto blu e bianco che esiste da 100 anni. Non permetteremo al ministro delle Finanze di calpestare e distruggere circa 400 aziende lattiero-casearie a favore di una riforma che non comporta una riduzione dei costi, ma crea una pericolosa dipendenza dalle importazioni“.
Il presidente del Consiglio regionale di Asher, Moshe Davidovich, ha sottolineato che l'agricoltura locale è ”un'ancora di presenza e sicurezza" a cui Israele non deve rinunciare.
Il ministro dell'Agricoltura Avi Dichter ha dichiarato lunedì durante la riunione della commissione finanziaria della Knesset di opporsi alle riforme previste e di aver presentato invece un piano per “migliorare il mercato del latte, non distruggerlo”. Non sono stati forniti ulteriori dettagli su come raggiungere questo obiettivo.
Dichter si è detto fiducioso che le riforme del ministero delle Finanze saranno cancellate dall'ordine del giorno.

Un difficile equilibrio
  Queste sfide non sono specifiche solo per l'industria lattiero-casearia. Israele è un mercato piccolo, quindi i produttori locali, che dipendono principalmente dal consumo locale (anziché dalle esportazioni), devono applicare prezzi sufficientemente alti per mantenere la loro attività.
Allo stesso tempo, il costo della vita in Israele è già tra i più alti dell'OCSE e qualsiasi aumento può essere doloroso per la maggior parte della popolazione.
Israele potrebbe decidere semplicemente di rinunciare a un proprio settore lattiero-caseario locale al di fuori dei produttori boutique e puntare invece sulle importazioni. Tuttavia, data la storica ostilità nei confronti di Israele, questo è considerato un rischio che non può essere corso. Israele deve mantenere almeno un livello minimo di sicurezza alimentare.

(Israel Heute, 6 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Dopo la caduta di Maduro, gli ebrei del Venezuela non osano ancora gioire

Dopo decenni di repressione, discorsi antisemiti e violenze politiche, i leader ebrei esitano a gioire per il cambio di regime

di Zev Stub

Nel complesso, la piccola comunità ebraica del Venezuela ha assunto un atteggiamento piuttosto attendista dopo la cattura del dittatore Nicolas Maduro durante un'operazione militare statunitense condotta sabato scorso.
Gli ebrei di Caracas, la capitale venezuelana, mostrano un cauto ottimismo riguardo alle prospettive di un cambio di regime, tenuti nella paura di ritorsioni da decenni di repressione e da un apparato statale sostanzialmente immutato, con un futuro ancora incerto all'orizzonte.
“Tutti sono felici di questa notizia, ma bisogna essere molto cauti”, afferma Daniel Behar, che ha lasciato il Venezuela per Israele 20 anni fa, quando il regime autoritario si stava formando attorno al predecessore di Maduro, Hugo Chávez. "Si teme che la comunità ne pagherà le conseguenze un po' più tardi. »
Maduro, che si era alleato con l'Iran e aveva fatto proprio un discorso largamente antisionista, è stato catturato dai militari americani durante un'operazione a sorpresa condotta a Caracas e dintorni nelle prime ore del giorno, sabato scorso. Il leader deposto e sua moglie sono stati trasferiti a New York per essere entrambi processati da un tribunale federale per traffico di stupefacenti.
Quando si è diffusa la notizia della cattura di Maduro, gli esiliati venezuelani sono scesi in strada per sventolare bandiere e festeggiare la notizia a Madrid o Santiago. Si stima che otto milioni di venezuelani siano fuggiti dall'estrema povertà e dalla repressione politica, a cominciare da gran parte della comunità ebraica, che un tempo contava decine di migliaia di membri.
A Caracas, invece, le strade sono rimaste tranquille dopo questa operazione a sorpresa, e l'esercito venezuelano ha annunciato di riconoscere Delcy Rodriguez, vice presidente di Maduro, come presidente ad interim, invitando la popolazione a riprendere la vita normale.
L'amministrazione Trump afferma di essere pronta a collaborare con ciò che resta del governo Maduro, a condizione che siano garantiti gli obiettivi di Washington, a cominciare dall'accesso degli investimenti americani alle enormi riserve di petrolio greggio del Venezuela.
Le violenze e le minacce passate delle autorità nei confronti delle istituzioni ebraiche – minacce di espropriare scuole o ristoranti di proprietà di ebrei – spiegano perché i membri della comunità esitano a rallegrarsi troppo presto, ritiene Behar.
«Il gran rabbino della comunità ha raccomandato più volte di non opporsi pubblicamente al governo», ricorda. «Per paura che, se succede qualcosa, il resto della popolazione se la prenda con Israele e gli ebrei». »
La comunità ebraica del Venezuela è in allerta da quando Rodríguez ha accusato l'attacco americano contro Maduro di avere «una connotazione sionista».
Gustavo Aristegui, diplomatico e analista spagnolo molto prolifico sulla questione del regime venezuelano, la considera «uno dei membri più pericolosi dell'attuale regime».
«La popolazione ebraica è in attesa», ritiene Samy Yecutieli, membro del Forum sulla sicurezza della Camera di commercio Israele-America Latina. «Tutti si mostrano piuttosto discreti. Il regime continua a controllare tutto e la repressione potrebbe ancora rivelarsi molto dura».
Tuttavia, regna anche una forma di cauto ottimismo, aggiunge Yecuteli. L'ex deputata María Corina Machado, vincitrice del Premio Nobel per la pace, si è detta favorevole alla ripresa delle relazioni diplomatiche con Israele.
«Sarebbe molto vantaggioso per Israele e per la comunità ebraica locale», ritiene Yecutieli.
Per Donna Benzaquen, una ragazza di 17 anni originaria di Caracas che studia al Midreshet Lindenbaum, membro della rete Ohr Torah Stone a Gerusalemme, i prossimi mesi saranno determinanti per il suo paese natale, di cui osserva i tumulti a distanza.
«Amo il Venezuela, ma non riesco a immaginarmi un futuro lì», confida. «Spero solo che le cose migliorino per la mia famiglia e il resto della popolazione».

Maree mutevoli
  La presenza ebraica in Venezuela risale ad almeno 200 anni fa, più o meno al momento in cui il Paese ottenne l'indipendenza dalla Spagna, nel 1821. Sebbene gli ebrei convertiti con la forza al cristianesimo potessero essere arrivati secoli prima, la prima menzione dell'esistenza di comunità ebraiche li colloca in città costiere come Coro o Caracas, nella persona di ebrei sefarditi molto attivi nel commercio e negli affari.
Nel XX secolo, secondo diverse stime, le successive ondate di immigrazione hanno gonfiato le fila della comunità, che prima dell'ascesa al potere di Chávez, nel 1999, contava tra i 25.000 e i 45.000 ebrei.
Negli anni successivi, molti venezuelani hanno lasciato il Paese quando il governo ha iniziato ad attaccare apertamente i suoi oppositori e a nazionalizzare l'economia, confiscando le ricchezze e riducendo la popolazione alla povertà, una tendenza che si è solo accentuata quando Maduro è succeduto a Chávez nel 2013.
Si stima che il 25% della popolazione venezuelana abbia abbandonato il Paese negli ultimi vent'anni, con una comunità ebraica che secondo le ultime stime conta ormai solo 4.000-6.000 persone.
Durante il mandato di questi due leader, il Paese si è apertamente avvicinato all'Iran ed è diventato un rifugio per il gruppo terroristico libanese Hezbollah: entrambi utilizzano infatti le sue vaste reti di traffico di droga e riciclaggio di denaro a vantaggio delle loro attività terroristiche. Il Venezuela ha inoltre adottato una posizione ferocemente anti-israeliana e filopalestinese.
“Un tempo era il Paese più ricco del Sud America e uno dei più ricchi del mondo”, ricorda Arie Kacowicz, titolare della cattedra di relazioni internazionali Chaim Weizmann e professore di relazioni internazionali all'Università Ebraica di Gerusalemme. «La comunità ebraica era piuttosto ricca e per lo più filoisraeliana, ma dieci anni dopo l'ascesa al potere di Chávez, il Paese ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele. Da allora, l'antisemitismo è stato sporadico».
Oggi, l'antisemitismo in Venezuela è essenzialmente opera del potere politico ed è legato al conflitto israelo-palestinese, mentre i media ufficiali diffondono un discorso antisionista basato sui classici cliché antisemiti.
«Il governo rivoluzionario di sinistra nutre una sfiducia e un odio intrinseci nei confronti della comunità ebraica, che tuttavia non è perseguitata a causa della sua ebraicità», afferma Aristegui, che aggiunge: «Sono perseguitati soprattutto perché si oppongono al regime e alle sue relazioni con l'Iran e Hezbollah». »
Behar è pienamente d'accordo con questo modo di vedere le cose.
«L'antisemitismo in Venezuela non ha nulla a che vedere con quello che prevale in Europa», spiega. «È legato soprattutto alla questione palestinese, incoraggiata dalla dittatura. La popolazione ha problemi ben più importanti da affrontare».

Una violenta repressione
  A causa della repressione politica endemica in tutto il Paese, gli ebrei non possono esprimersi liberamente contro le posizioni o le politiche anti-israeliane che privano la comunità delle sue risorse.
«Bisogna tenere presente che stiamo parlando di uno dei Paesi più violenti al mondo», sottolinea Aristegui.
«Il regime continua a brandire la minaccia della violenza per reprimere il popolo».
Se è vero che i crimini violenti sono diminuiti notevolmente dal loro picco storico, a metà dello scorso decennio, il tasso di omicidi rimane uno dei più alti al mondo. Secondo Aristegui, il governo ne approfitta per mettere a tacere i suoi oppositori.
“Spesso, ciò che sembra un'aggressione per strada o una rapina a mano armata che costa la vita a un'intera famiglia, è in realtà un omicidio politico”, sostiene. “La comunità ebraica è particolarmente vulnerabile a questi attacchi, il che spiega perché prendono posizione contro il regime solo dopo aver lasciato il Paese”.
Secondo Aristegui, il Venezuela ospita campi di addestramento terroristici di Hezbollah e gestisce una vasta rete di traffico di Captagon, uno stimolante illegale.
«Il Venezuela è il più importante alleato di Teheran in America Latina», riassume Aristegui. «Da 27 anni, il suo rapporto con Hezbollah e l'Iran si è rivelato molto redditizio».
«Speriamo che tutto questo finisca con la caduta del regime», conclude.

(The Times of Israel, 5 gennaio 2026)

........................................................


Proteste dopo il riconoscimento israeliano del Somaliland

GERUSALEMME / HARGEISA – Il riconoscimento della Repubblica del Somaliland da parte di Israele ha scatenato proteste. Martedì, in diverse città somale, la popolazione ha manifestato contro questa decisione. A Guriceel, uno dei leader religiosi locali, lo sceicco Ahmed Moalim, ha dichiarato: «Non abbiamo nulla in comune con Israele». Ha messo in guardia la popolazione del Somaliland dall'avvicinarsi a Israele. Anche nella capitale Mogadiscio si sono tenute manifestazioni di protesta.
Il 26 dicembre il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu (Likud), il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar (Nuova Speranza) e il presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi hanno firmato un accordo. In esso dichiarano il reciproco riconoscimento dei due paesi e annunciano l'apertura di ambasciate.
Il Somaliland si trova di fronte allo Yemen, nell'Africa orientale, e la sua capitale è Hargeisa. Confina con Gibuti, l'Etiopia e la Somalia. Già nel 1960 aveva dichiarato la sua indipendenza dal Regno Unito. All'epoca, 35 paesi riconobbero lo Stato, tra cui Stati Uniti, Unione Sovietica, Cina e Israele. Tuttavia, dopo solo un mese, il Somaliland, di impronta democratica, entrò in “unione” con la Somalia e da allora appartenne al paese governato in parte da un regime musulmano repressivo. Quando nel 1991 dichiarò nuovamente la propria indipendenza, questo passo non ottenne più il riconoscimento internazionale.
Il vice ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite Jonathan Miller ha fatto riferimento a questo contesto storico in una sessione speciale del Consiglio di sicurezza mondiale. Il riconoscimento non sarebbe quindi “né provocatorio né innovativo”, ma piuttosto la “conferma di una realtà consolidata da tempo”. La mossa è “in linea con i valori che questo Consiglio deve sostenere”. Potrebbe rafforzare la stabilità nel Corno d'Africa.

“Un paese, un popolo, una religione”
  Il diplomatico somalo Abukar Dahir Osman ribatte che è scandaloso che un paese che “lascia morire di fame Gaza” “ci dia lezioni oggi”. La Somalia è “un paese, un popolo, una religione”. I cittadini hanno lottato insieme per l'indipendenza. Sono uniti nella lotta al terrorismo nel Corno d'Africa.
Molti inviati al Consiglio di sicurezza hanno condannato la decisione israeliana. Durante la riunione sono state anche sollevate accuse secondo cui Israele vorrebbe insediare i palestinesi della Striscia di Gaza in Somaliland contro la loro volontà.
L'ambasciatrice aggiunta degli Stati Uniti, Tammy Bruce, ha invece dichiarato che Israele ha “lo stesso diritto di intrattenere relazioni diplomatiche di qualsiasi altro Stato sovrano”. Negli ultimi mesi diversi paesi hanno riconosciuto uno “Stato palestinese inesistente”. “Non è stata convocata alcuna riunione d'urgenza per esprimere il disappunto di questo Consiglio”.
Bruce ha aggiunto: “Il persistente doppio standard di questo Consiglio e la sua attenzione fuorviante lo distraggono dal suo compito di mantenere la pace e la sicurezza internazionali”. Tuttavia, non ha rilasciato alcuna dichiarazione sul Somaliland. Ha sottolineato che non vi è alcun cambiamento nella politica americana.

“Israele ha portato alla luce la verità soppressa”
  L'ufficio presidenziale del Somaliland ha sottolineato su X: “Israele ha portato alla luce la verità soppressa e la legittimità storica del Somaliland, a lungo negata. Per la prima volta da quando il Somaliland ha ripristinato la sua indipendenza, il Consiglio di sicurezza ha discusso lo status del Somaliland sulla base di prove documentate, continuità storica e fatti accertati”. Il Consiglio non ha adottato misure legali, motivo per cui lo status della Repubblica non è più in discussione. L'azione di Israele nella riunione d'urgenza ha messo in luce la legittimità storica del Somaliland, che è stata ignorata per decenni.
Il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud ha condannato il riconoscimento, affermando che rappresenta una minaccia per la stabilità nel Corno d'Africa. Martedì si è recato in Turchia per delle consultazioni. Durante un incontro, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan gli ha dato ragione: “A nostro avviso, preservare l'unità e l'integrità della Somalia in ogni circostanza riveste un'importanza particolare. La decisione di Israele di riconoscere il Somaliland è illegittima e inaccettabile”.
Erdogan ha annunciato che la Turchia intende iniziare nel nuovo anno le trivellazioni al largo delle coste della Somalia alla ricerca di petrolio e gas. A tal fine è stato stipulato un accordo bilaterale. La sua flotta sarà ampliata con due nuove navi di trivellazione. Mohamud ha affermato che «la posizione aggressiva di Netanyahu, che coinvolge anche la Somalia, è inaccettabile». L'accordo viola il diritto internazionale. Con esso iniziano “insicurezza e instabilità, soprattutto per la Somalia e la regione africana”.

Critiche da parte della Lega Araba, dell'UE e della Cina
  Anche la Lega Araba, l'Unione Africana e l'Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) hanno criticato l'accordo. L'Unione Europea ha chiesto che venga preservata l'integrità della Somalia. Ha invitato al dialogo tra il governo nazionale somalo e il Somaliland. Anche l'Iran, l'Arabia Saudita e la Cina si sono unite alle critiche.
Anche l'Autorità Palestinese (AP) e il gruppo terroristico Hamas hanno condannato la mossa diplomatica. Sabato la milizia somala Al-Shabab, legata alla rete terroristica Al-Qaeda, ha lanciato una minaccia: combatterà ogni tentativo israeliano di “rivendicare o utilizzare parti del Somaliland”, secondo quanto riportato dall'emittente qatariota “Al-Jazeera”.

Taiwan accoglie con favore la decisione israeliana
  Taiwan, rivendicata dalla Cina, ha invece accolto con favore la decisione israeliana. Il 28 dicembre il Ministero degli Esteri ha dichiarato che Taiwan, Israele e Somaliland sono tutti “partner democratici che condividono gli stessi valori di democrazia, libertà e Stato di diritto”. La mossa faciliterà la cooperazione trilaterale.
Nell'agosto 2020 Taiwan ha aperto una rappresentanza ufficiale a Hargeisa. Un mese dopo, la rappresentanza diplomatica del Somaliland ha iniziato la sua attività a Taipei. Lo scorso luglio Taiwan e Somaliland hanno firmato un accordo di cooperazione bilaterale in materia di guardia costiera: insieme vogliono garantire la sicurezza della navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.
Oltre a Taiwan e ora Israele, nessun altro Paese ha finora riconosciuto il Somaliland. Netanyahu ha scritto su X: “Questa dichiarazione è nello spirito degli accordi di Abramo”. Questi accordi con Israele sono stati firmati dal 2020 dagli Emirati Arabi Uniti, dal Bahrein, dal Marocco, dal Sudan e dal Kazakistan.
Mercoledì il ministero degli Esteri israeliano ha sottolineato che l'Unione Africana ha cambiato rotta. Su X ha citato una dichiarazione dell'Unione del 2005: “Il fatto che l'unione tra Somaliland e Somalia non sia mai stata ratificata e non abbia funzionato quando è entrata in vigore dal 1960 al 1990 rende la ricerca del riconoscimento da parte del Somaliland storicamente unica e giustificata dalla storia politica dell'Africa”.

(Israelnetz, 5 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


“Prima o poi la politica delle chiacchiere deve finire”

di Aviel Schneider

GERUSALEMME - Sia l'intervento americano in Venezuela che la decisa azione militare di Israele in Medio Oriente segnano il passaggio da una politica di “pazienza strategica”, o meglio, da una politica di “bla bla bla”, a un'era di distruzione proattiva. L'arresto di Nicolas Maduro e di sua moglie da parte delle forze speciali americane e l'eliminazione sistematica dei leader terroristici da parte delle forze di sicurezza israeliane negli ultimi due anni segnano la fine delle minacce vuote. Stiamo assistendo al passaggio a una politica mondiale basata su fatti concreti, in cui la fusione operativa tra Washington e Gerusalemme crea una nuova e inesorabile realtà. L'immunità dei leader autocratici e dei signori del terrore è stata definitivamente revocata. La fase delle vuote minacce e delle lunghe dichiarazioni diplomatiche è finita. Oggi ciò che conta è l'esecuzione immediata. Come ha detto ieri il senatore repubblicano Lindsay Graham ai media israeliani: “Se fossi il leader dell'Iran, andrei in moschea a pregare”.
Questo nuovo ordine mondiale abolisce l'immunità di cui godevano finora i regimi autocratici. Chi esporta il terrorismo o mina la stabilità globale sarà ora chiamato a rispondere personalmente delle proprie azioni, invece di essere combattuto solo tramite dei rappresentanti. Il messaggio a Teheran è inequivocabile: gli Stati Uniti e Israele agiscono come due bracci della stessa unità strategica. Mentre Washington smantella i nodi finanziari e logistici in America Latina, Gerusalemme neutralizza le infrastrutture militari sul posto. Questo attacco coordinato priva Hezbollah della sua base finanziaria globale e lo indebolisce direttamente ai confini di Israele.
Particolarmente profonde sono le ripercussioni sui movimenti di protesta interni in Iran. Il caso di Maduro funge da potente catalizzatore per la resistenza civile, dimostrando che anche le dittature più radicate possono crollare in brevissimo tempo se viene meno la protezione esterna e la pressione internazionale si traduce in azioni concrete. La barriera psicologica dell'invincibilità del regime è stata infranta.
Quando l'“asse della resistenza” in un luogo così centrale come il Venezuela crolla come un castello di carte, il coraggio del popolo iraniano di rivendicare il destino di Maduro anche per i propri leader aumenta. Ricordiamo che, dopo una settimana di sanguinosi disordini in Iran, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha già tracciato tre giorni fa una nuova linea rossa con una minaccia inequivocabile su Truth Social, che ora appare ancora più rossa di prima. Se il regime dei mullah aprirà il fuoco sui manifestanti pacifici, gli Stati Uniti interverranno direttamente. “Siamo pronti ad agire”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti.
Con la destituzione del regime di Maduro da parte dei commando statunitensi, è stato distrutto il più importante avamposto finanziario dell'“asse della resistenza” nell'emisfero occidentale. Questo colpo ha un effetto sinergico con la strategia israeliana in Medio Oriente. Mentre Israele decima l'infrastruttura militare di Hezbollah e dell'Iran sul posto ed elimina i loro vertici, il governo statunitense, con l'intervento a Caracas, priva questi attori del terrorismo della loro struttura logistica e finanziaria. Per anni il Venezuela è stato il centro nevralgico del riciclaggio dell'oro e del traffico di droga, con cui veniva finanziato il terrorismo contro Israele. Questo “bancomat globale” è ora sigillato.
Dopo l'intervento in Venezuela, questo avvertimento è molto più che retorica. Mentre Trump dichiara ufficialmente l'offensiva contro il Venezuela come una guerra contro il terrorismo della droga, i cartelli e la criminalità transfrontaliera, ciò serve principalmente come pretesto negoziabile dal punto di vista del diritto internazionale e della politica interna. Tuttavia, chi si ferma all'analisi della lotta alla droga non comprende la dimensione del gioco. La criminalità legata alla droga è solo la chiave per aprire la porta. Secondo diversi esperti nel Paese e negli Stati Uniti, dietro di essa si nasconde una lotta di potere molto più violenta per la supremazia energetica, la sovranità tecnologica e il riassetto del controllo globale. Il Venezuela è un crocevia energetico strategico. Nell'ultimo decennio, circa il 90% del petrolio venezuelano è stato esportato in Cina, non attraverso il libero mercato, ma come rimborso diretto del debito. Ciò ha garantito a Pechino un approvvigionamento energetico economico, stabile e protetto dal punto di vista geopolitico. Per Donald Trump, questo radicamento energetico di una grande potenza rivale nel mezzo dell'emisfero occidentale rappresenta un superamento inaccettabile dei limiti.
In definitiva, non importa se la motivazione ufficiale di Washington corrisponda alla verità o serva solo come alibi strategico. Nella dura valuta della geopolitica, i pretesti sono spesso solo gli strumenti necessari per creare fatti irreversibili. L'intervento coordinato degli Stati Uniti in Venezuela e l'azione risoluta di Israele in Medio Oriente dimostrano che ci troviamo in una fase in cui gli obiettivi strategici non vengono più raggiunti con frasi diplomatiche di circostanza, ma con l'esecuzione operativa.
Lo smantellamento del regime di Maduro sotto la bandiera della lotta alla droga è l'alibi perfetto per eliminare la testa di ponte energetica della Cina nell'emisfero occidentale e, allo stesso tempo, privare Hezbollah della sua base finanziaria. È una politica d'azione che rompe lo stallo decennale. Questa nuova dinamica tra Washington e Gerusalemme mira a smantellare fisicamente le reti destabilizzanti da Teheran a Caracas. Alla fine, ciò che conta è solo il risultato, la creazione di un nuovo ordine globale che, secondo le legittime speranze, porterà a un mondo più sicuro e stabile per tutti noi grazie alla destituzione delle reti autocratiche e delle strutture terroristiche. Ma, onestamente, nessuno può davvero garantirlo, e sono ben consapevole che l'intera analisi potrebbe rivelarsi un fallimento e portare a una guerra globale. Ma a un certo punto bisogna davvero smetterla con le chiacchiere diplomatiche in politica e passare all'azione.
I capi di Stato europei si trovano di fronte a una decisione esistenziale: vogliono continuare a perseguire una politica di infinite chiacchiere mentre il mondo intorno a loro viene riorganizzato dai fatti? L'era degli avvertimenti senza conseguenze è finita. Di fronte alla massiccia pressione esercitata dai problemi irrisolti della migrazione araba all'interno e dalla nuova determinazione dell'asse Washington-Gerusalemme all'esterno, l'esitazione finora è diventata un lusso pericoloso. Naturalmente tutto ha i suoi rischi, ma ancora più pericoloso è non fare nulla. L'Europa non può più permettersi di stare ai margini della storia. Mentre gli Stati Uniti e Israele tracciano la rotta strategica con operazioni militari in Venezuela e in Medio Oriente, Bruxelles deve decidere: o si aderisce a questa politica dell'azione per salvaguardare i propri interessi di sicurezza e la stabilità interna, oppure si sprofonda nell'irrilevanza geopolitica.
Penso che sia chiaro: chi in un mondo di fatti si limita a parlare, non solo viene ignorato, ma perde anche il controllo sul proprio futuro.

(Israel Heute, 4 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
____________________

“… gli Stati Uniti e Israele agiscono come due bracci della stessa unità strategica... la nuova determinazione dell’asse  Washington-Gerusalemme... ” E questo dovrebbe rassicurare chi ha a cuore la sorte di Israele? Trump ha fatto un discorso in stile hitleriano: esaltazione di una real politik che trova la sua giustificazione nel fatto compiuto. Vincere è il nostro destino, pensa l’hitleriano, perché la nostra nazione lo vuole, per il suo bene, che naturalmente coincide con il bene del mondo, o dell’emisfero occidentale, che per i liberal è la stessa cosa. L’impresa venezuelana degli Stati Uniti può essere interpretata come un'espressione di debolezza, non di forza: un segno avanzato di declino. E non è consolante sapere che gli Usa si presentano o sono pensati in simbiosi con Israele. M.C.

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 15
    Secondo peccato di Saul dopo la sua vittoria su Amalec
  • Samuele disse a Saul: “L'Eterno mi ha mandato per ungerti re del suo popolo Israele; ascolta dunque quello che ti dice l'Eterno. Così parla l'Eterno degli eserciti: 'Io ricordo ciò che Amalec fece a Israele quando gli si oppose nel viaggio mentre saliva dall'Egitto. Ora va', sconfiggi Amalec, vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene; non lo risparmiare, ma uccidi uomini e donne, fanciulli e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini'”. 
  • Saul dunque convocò il popolo e ne fece la rassegna in Telaim: erano duecentomila fanti e diecimila uomini di Giuda. Saul giunse alla città di Amalec, tese un'imboscata nella valle, e disse ai Chenei: “Andatevene, ritiratevi, allontanatevi dagli Amalechiti, perché io non vi distrugga insieme a loro, poiché voi avete usato benevolenza verso tutti i figli d'Israele quando salirono dall'Egitto”. Così i Chenei si ritirarono dagli Amalechiti.  Saul sconfisse gli Amalechiti da Avila fino a Sur, che sta di fronte all'Egitto. Prese vivo Agag, re degli Amalechiti, e votò allo sterminio tutto il popolo, passandolo a fil di spada.  Ma Saul e il popolo risparmiarono Agag e il meglio delle pecore, dei buoi, gli animali della seconda figliatura, gli agnelli e tutto quel che c'era di buono; non vollero votarli allo sterminio, ma votarono allo sterminio tutto ciò che non aveva valore ed era scadente. 
  • Allora la parola dell'Eterno fu rivolta a Samuele, dicendo: “Io mi pento di avere stabilito re Saul, perché si è sviato da me e non ha eseguito i miei ordini”. Samuele ne fu irritato e gridò all'Eterno tutta la notte. Poi si alzò la mattina di buon'ora e andò incontro a Saul; ma vennero a dire a Samuele: “Saul è andato a Carmel, e là si è eretto un monumento; poi se n'è ritornato e, passando oltre, è sceso a Ghilgal”. Samuele si recò da Saul; e Saul gli disse: “L'Eterno ti benedica! Io ho eseguito l'ordine dell'Eterno”. E Samuele disse: “Che cos'è dunque questo belare di pecore che mi giunge agli orecchi e questo muggire di buoi che sento?”. Saul rispose: “Sono bestie condotte dal paese degli Amalechiti; perché il popolo ha risparmiato il meglio delle pecore e dei buoi per farne dei sacrifici all'Eterno, al tuo Dio; il resto, però, l'abbiamo votato allo sterminio”. 
  • Allora Samuele disse a Saul: “Basta! Io ti annuncerò quello che l'Eterno mi ha detto stanotte!”. E Saul gli disse: “Parla”. E Samuele disse: “Non è forse vero che quando ti reputavi piccolo sei divenuto capo delle tribù d'Israele, e l'Eterno ti ha unto re d'Israele? L'Eterno ti aveva dato una missione, dicendo: 'Va', vota allo sterminio quei peccatori degli Amalechiti, e fa' loro guerra finché siano sterminati'. E perché dunque non hai ubbidito alla voce dell'Eterno? Perché ti sei gettato sul bottino e hai fatto ciò che è male agli occhi dell'Eterno?”. 
  •  E Saul disse a Samuele: “Ma io ho ubbidito alla voce dell'Eterno, ho compiuto la missione che l'Eterno mi aveva affidato, ho condotto qui Agag, re di Amalec, e ho votato allo sterminio gli Amalechiti; ma il popolo ha preso, fra il bottino, delle pecore e dei buoi come primizie di ciò che doveva essere sterminato, per farne dei sacrifici all'Eterno, al tuo Dio, a Ghilgal”. 
  •  Allora Samuele disse: “L'Eterno gradisce gli olocausti e i sacrifici quanto l'ubbidire alla sua voce? Ecco, l'ubbidienza è meglio del sacrificio, e dare ascolto vale più del grasso dei montoni;  poiché la ribellione è come il peccato della divinazione, e l'ostinatezza è come l'adorazione degli idoli e degli dèi domestici. Poiché tu hai rigettato la parola dell'Eterno, anch'egli ti rigetta come re”. 
  • Allora Saul disse a Samuele: “Io ho peccato, poiché ho trasgredito il comandamento dell'Eterno e le tue parole; io ho temuto il popolo, e ho dato ascolto alla sua voce. Ora dunque, ti prego, perdona il mio peccato, ritorna con me, e io mi prostrerò davanti all'Eterno”. Samuele disse a Saul: “Io non ritornerò con te, poiché hai rigettato la parola dell'Eterno, e l'Eterno ha rigettato te perché tu non sia più re sopra Israele”. E come Samuele si voltava per andarsene, Saul lo prese per il lembo del mantello, che si strappò. 
  •  Allora Samuele gli disse: “L'Eterno strappa oggi di dosso a te il regno d'Israele e lo dà a un altro, che è migliore di te. E colui che è la gloria d'Israele non mentirà e non si pentirà; poiché egli non è un uomo perché debba pentirsi”. 
  • Allora Saul disse: “Ho peccato; ma tu adesso onorami, ti prego, in presenza degli anziani del mio popolo e in presenza d'Israele; ritorna con me e io mi prostrerò davanti all'Eterno, al tuo Dio”. Samuele dunque ritornò, seguendo Saul, e Saul si prostrò davanti all'Eterno. Poi Samuele disse: “Conducetemi qui Agag, re degli Amalechiti”. E Agag venne da lui incatenato. E Agag diceva: “Certo, l'amarezza della morte è passata”. Samuele gli disse: “Come la tua spada ha privato le donne di figli, così tua madre sarà privata di figli fra le donne”. E Samuele fece squartare Agag in presenza dell'Eterno a Ghilgal
  • Poi Samuele se ne andò a Rama, e Saul salì a casa sua, a Ghibea di Saul. E Samuele, finché visse, non andò più a vedere Saul, perché Samuele faceva cordoglio per Saul; e l'Eterno si pentì di avere fatto Saul re d'Israele.

(Notizie su Israele, 5 gennaio 2026)


........................................................


ZAKA: l’organizzazione israeliana impegnata nelle emergenze e nel recupero delle vittime

di Michelle Zarfat

FOTO
ZAKA è una delle principali organizzazioni di risposta alle emergenze e di recupero delle vittime in Israele e all’estero, nota per il suo intervento in scenari di eventi traumatici, catastrofi e attacchi terroristici. Fondata ufficialmente nel 1995, l’organizzazione ha le sue radici negli anni precedenti, quando già negli anni della Prima Intifada operava sul campo per dare dignità alle vittime di attentati e disastri. Il nome ZAKA deriva dall’acronimo ebraico di ‘Zihuy Korbanot Ason’, che si traduce in “identificazione delle vittime di disastri”. In linea con il suo motto operativo — “Salvare chi può essere salvato, onorare chi non ce l’ha fatta” — l’organizzazione svolge un lavoro specialistico nelle fasi più delicate di una crisi: dal primo soccorso, alla ricerca e al recupero dei corpi, fino al loro trattamento e al coordinamento con le autorità locali.
L’attività di ZAKA non si limita alla gestione delle conseguenze di atti di terrorismo: l’organizzazione interviene anche in disastri naturali, incidenti gravi, situazioni di emergenza civile e in eventi traumatici di varia natura. Nel corso degli anni, i volontari di ZAKA sono stati all’opera anche in missioni internazionali, dai terremoti in Asia alle operazioni di soccorso dopo attacchi in varie parti del mondo. Il gruppo è composto da migliaia di volontari che operano 24 ore su 24 e viene riconosciuto come parte fondamentale delle risposte civili alle emergenze in Israele. Nel 2025, secondo il rapporto annuale dell’organizzazione, ZAKA ha risposto a oltre 7.000 casi, mostrando l’ampiezza e la costanza del suo impegno sia a livello nazionale sia internazionale.
Il lavoro di ZAKA è noto anche grazie ad un contesto europeo recente: dopo la tragedia di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera, dove un’esplosione e un incendio hanno causato numerose vittime e feriti, è stata inviata una squadra specializzata nel riconoscimento dei corpi carbonizzati grazie alla competenza specifica sviluppata negli anni nella gestione di scenari complessi e traumatici. Questa presenza internazionale non è un episodio isolato: il team di ZAKA è stato inviato anche in contesti di crisi all’estero, come è accaduto in Australia dopo un attacco a Bondi Beach, dove i volontari hanno affiancato le autorità locali nelle operazioni di ricerca e recupero, con particolare attenzione alla dignità delle vittime secondo usanze e procedure condivise. ZAKA è un’organizzazione di volontariato che, pur avendo un forte legame con le comunità locali in Israele, è aperta a persone di varia estrazione sociale, religiosa e culturale, unite dal principio di ‘Hessed veEmet’, un concetto che implica assistenza umana senza aspettative di ritorno. Nel corso degli anni, l’organizzazione ha ricevuto anche riconoscimenti internazionali, tra cui uno status consultivo presso l’ONU, riconoscimento che riflette l’importanza percepita del suo ruolo nelle operazioni umanitarie su scala globale.

(Shalom, 5 gennaio 2026)

........................................................


La fuga dei cervelli accademici diventa un pericolo strategico

TEL AVIV / GERUSALEMME – Israele sta perdendo sempre più uno dei suoi pilastri fondamentali: gli scienziati altamente qualificati. Nuovi dati dell'Ufficio centrale di statistica (CBS) mostrano che dal 2023, per la prima volta, il numero di accademici israeliani che lasciano il Paese è superiore a quello di coloro che vi fanno ritorno. Particolarmente colpiti sono settori chiave come la matematica, l'informatica, le scienze naturali e la medicina, ovvero proprio quei campi su cui si basa la forza economica, tecnologica e di sicurezza di Israele.
Secondo i dati del CBS, nel 2024 circa 54.800 laureati delle università israeliane vivevano all'estero da almeno tre anni. Ciò corrisponde al 6,2% di tutti i laureati, ma quasi al 12% di tutti i dottori di ricerca. In alcune discipline le cifre sono nettamente più elevate: più di un quarto dei dottori di ricerca in matematica e quasi il 22% degli informatici hanno lasciato Israele.

Inversione di tendenza dal 2023
  Per anni l'emigrazione dal mondo scientifico è stata considerata un fenomeno temporaneo: molti israeliani acquisivano esperienza all'estero e poi tornavano. Ma questa dinamica si è invertita. Dal 2022 il numero di rimpatriati è in calo, mentre quello degli emigranti a lungo termine è in aumento. Il 2023 segna una svolta: per la prima volta il numero di emigranti supera quello dei rimpatriati.
I comitati direttivi accademici parlano di un segnale d'allarme. Il Consiglio dei presidenti delle università di ricerca israeliane ha dichiarato al quotidiano “Yediot Aharonot” che Israele investe ingenti fondi pubblici nella formazione dei suoi migliori cervelli, ma li perde “nel momento della verità”. Ciò riguarda in egual misura l'alta tecnologia, la ricerca, la sicurezza e la resilienza nazionale.

Guerra, insicurezza e isolamento internazionale
  Le cause sono molteplici e derivano in parte da fattori strutturali e in parte da fattori esterni al sistema. Negli ultimi anni, la guerra, l'instabilità politica e, sempre più, anche la pressione internazionale sulle università israeliane hanno favorito il trasferimento all'estero.
Per molti scienziati israeliani, una carriera accademica all'estero è più attraente per ragioni strutturali. Le università internazionali di punta, in particolare negli Stati Uniti e nell'Europa occidentale, offrono molti più posti di lavoro a tempo indeterminato, migliori prospettive di carriera e stipendi più alti.
E anche coloro che rimangono sono spesso critici nei confronti del proprio governo. Ad esempio, il presidente dell'Accademia israeliana delle scienze David Harel, che si è apertamente espresso a favore di un cambio di governo e in un articolo pubblicato sul quotidiano FAZ ha affermato: “Il danno che l'attuale governo ha arrecato alla nostra democrazia dal suo insediamento alla fine del 2022 è grave”. L'insoddisfazione politica è quindi un'altra causa dell'emigrazione.
Allo stesso tempo, si moltiplicano le misure di boicottaggio contro le istituzioni accademiche israeliane. Università e associazioni professionali in Norvegia, Spagna, Belgio, Irlanda, Paesi Bassi e Brasile hanno sospeso o interrotto le collaborazioni. Anche grandi associazioni scientifiche rifiutano di collaborare. La motivazione addotta è che le università israeliane sarebbero “coinvolte” nella politica statale o nelle strutture militari.
Sebbene molte istituzioni rifiutino un boicottaggio accademico generalizzato e facciano riferimento alla libertà di ricerca e insegnamento, di fatto la pressione sta aumentando, soprattutto sui programmi di finanziamento internazionali.

Pericolo per la ricerca e l'innovazione
  Particolarmente esplosivo è lo sviluppo a livello europeo. Lo Stato ebraico è stato finora un partner importante nel programma di ricerca dell'UE “Horizon Europe” e dal 2021 ha ricevuto circa 876 milioni di euro netti in finanziamenti. Si sta discutendo una sospensione temporanea di Israele dal programma, in particolare in settori con potenziali applicazioni militari come l'intelligenza artificiale, la sicurezza informatica o la tecnologia dei droni.
Non tutti i ricercatori israeliani considerano i boicottaggi accademici un fattore decisivo. Tuttavia, anche i critici ammettono che, se le collaborazioni, i finanziamenti e i progetti prestigiosi venissero a mancare, Israele perderebbe attrattiva come sede di ricerca, indipendentemente dalla valutazione politica.

Quando i talenti se ne vanno e non tornano
  All'interno di Israele, l'effetto è amplificato da un'ondata generale di emigrazione. Tra l'inizio del 2022 e la metà del 2024, più di 125.000 israeliani hanno lasciato il Paese: la più alta perdita di capitale umano in un periodo di tempo così breve. Secondo uno studio dell'Istituto israeliano per la democrazia, il 27% della popolazione sta ora prendendo in considerazione un passo del genere.
Per la scienza questo significa che chi se ne va oggi spesso non torna più. Le reti internazionali, le attrezzature migliori, le strutture di sostegno stabili e la tranquillità politica rendono le università occidentali sempre più attraenti.

Un pericolo per il futuro
  La fuga dei cervelli non è solo una conseguenza di circostanze esterne, ma anche una conseguenza delle strutture carenti all'interno del sistema. Senza investimenti mirati nella ricerca, nei collegamenti internazionali e nella stabilità a lungo termine, Israele rischia di perdere un pilastro fondamentale della sua forza.

(Israelnetz, 5 gennaio 2026)

........................................................


Un padre palestinese rivela come Hamas manipola e ricatta gli adolescenti di Gaza per arruolarli nelle fila del terrorismo

 di Dana Ben Shimon

Mentre Israele e Stati Uniti continuano a insistere sulla necessità che Hamas deponga le armi, il gruppo terrorista sta riaffermando il controllo su alcune parti della Striscia di Gaza reclutando nuovi membri sia nella sua ala militare che nelle strutture civili.
Un padre palestinese, che chiameremo Mustafa per motivi di sicurezza, afferma che Hamas offre denaro agli adolescenti per convincerli ad arruolarsi nel gruppo.
Parlando al Jerusalem Post, Mustafa descrive come Hamas abbia cercato di reclutare suo figlio 16enne nel centro di Gaza.
“Un giorno, tre uomini si sono avvicinati a mio figlio – racconta il padre palestinese – Non indossavano uniformi di Hamas, solo abiti normali, e gli hanno dato 200 shekel. Gli hanno detto: ‘Prendi questi soldi, comprati qualcosa’.”
Confuso il ragazzo ha chiesto loro perché gli avessero dato quei soldi. “Aiutiamo la gente”, è stata la risposta. E si sono offerti di dargli altri 1.500 shekel se avesse accettato di lavorare per loro, nelle “forze di polizia” o partecipando ad altre attività di Hamas.
“Mio figlio non sapeva cosa fare ed era spaventato – continua Mustafa – Tornato a casa, ha raccontato al fratello maggiore quello che era successo. Il fratello si è arrabbiato e ha capito subito che qualcosa non andava. Quindi gli ha detto: ‘Se tornano, non prendere niente e non parlare con loro. Digli solo che ce la caviamo e che nostro padre ci mantiene’.”
Mustafa è un sostenitore di Fatah che attualmente vive vicino a Ramallah. Ha fatto parte delle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese a Gaza fino al 2007, quando Hamas rovesciò l’Autorità Palestinese e prese il controllo della Striscia.
Dopo il sanguinoso colpo di stato di Hamas, come centinaia di membri delle forze di sicurezza fuggì in Cisgiordania, lasciandosi alle spalle la famiglia.
“Hamas approfitta della indigenza e delle famiglie che non hanno abbastanza cibo e altri beni di prima necessità – spiega Mustafa – Hamas ha detto a mio figlio che avrebbe addestrato all’uso delle armi lui, che ha 16 anni, e il fratello 18enne, e che avrebbe dato loro tutto ciò che volevano”.
Ma non è finita qui. Più tardi, alcuni membri di Hamas si sono recati a casa della famiglia a Gaza e hanno offerto farina e provviste alimentari alla moglie di Mustafa. “Mia moglie ha detto loro: ‘Non abbiamo bisogno di niente, mio marito ci manda dei soldi’.”
Quando lo zio del ragazzo è venuto a sapere della vicenda, si è recato a casa di uno degli agenti di Hamas e lo ha avvertito di non avvicinare più la famiglia. C’è stata un’accesa discussione, ma da allora nessuno di Hamas ha più cercato di contattare i fratelli.
“Hamas fa il lavaggio del cervello alle persone, soprattutto agli adolescenti di Gaza” dice Mustafa, aggiungendo che il gruppo terroristico inizialmente li attira con incentivi economici, ma poi li ricatta, rendendo loro quasi impossibile andarsene una volta coinvolti.
“Hamas trova il modo di attirarli – sottolinea – promettono loro cose che desiderano, ma poi se qualcuno cerca di andarsene o non vuole più essere coinvolto, iniziano a minacciarlo: ‘restituisci tutto quello che ti abbiamo dato: i soldi, le provviste di cibo’.”
Mustafa spiega che la maggior parte dei giovani non è in grado di restituire tutto, quindi non hanno altra scelta che rimanere con Hamas, anche se non vogliono.
E aggiunge: “Hamas continua a ripetergli: ‘Gli ebrei hanno preso la nostra terra, sarete degli eroi se li combatterete’. A Hamas non importa nulla della vita di questi adolescenti. Io ho spiegato ai miei figli che c’è una lotta politica tra noi e gli ebrei, ma che la resistenza deve essere pacifica. Perché dovrei mandare mio figlio a morire? Ho cresciuto i miei figli perché vivessero, si sposassero e costruissero il loro futuro, non perché andassero a morire”.
Mustafa descrive anche un altro metodo che Hamas usa per reclutare giovani palestinesi. Il gruppo arresta gli adolescenti con l’accusa di furto o possesso di droga, poi li ricatta e li costringe a lavorare per l’organizzazione.
“Un altro parente della nostra famiglia, un 17enne, è stato arrestato da Hamas – racconta – Gli hanno detto: ‘o lavori per noi o ti spariamo alle gambe’.”
Il giovane ha accettato di unirsi al gruppo dopo il rilascio. “Nel suo caso – dice Mustafa – è vero che aveva rubato qualcosa. È più che altro un ragazzo di strada. Quindi Hamas prende di mira anche i ragazzi emarginati e vulnerabili che possono essere facilmente condizionati, non solo quelli poveri”. …
Secondo fonti palestinesi, Hamas rimane particolarmente forte nella zona centrale della Striscia di Gaza, dove mantiene uno stretto controllo sulla popolazione. Stando alle fonti, il gruppo opera più liberamente in quella zona che in altre aree della Striscia e continua a utilizzare ampiamente le infrastrutture civili per riorganizzarsi e ricostruirsi.
“Se Israele non vuole un altro 7 ottobre – conclude Mustafa – deve distruggere Hamas nella zona centrale di Gaza. Se rimane potente in quest’area, sarà difficile per qualsiasi altro gruppo sostituirla e assumere il controllo”.
(Da: Jerusalem Post, 1.1.26)

(israelnet.it, 4 gennaio 2026)

........................................................


Calcio – Solomon conquista Firenze, per lui solo applausi

FOTO
«Gol di Moise su cross di Solomon: una vittoria biblica». La battuta circola da ieri sera su alcuni social legati alla Curva Fiesole, a incorniciare un pomeriggio di ritrovata speranza in casa Fiorentina. Ancora ultima in classifica, anche se non più in solitaria, la squadra viola torna a credere nella salvezza grazie a una vittoria ottenuta in extremis nella gara casalinga contro la Cremonese nel 18esimo turno di serie A. Moise naturalmente è Kean, il bomber ritrovato. Solomon è invece Manor da Kfar Saba, primo acquisto del mercato invernale (è in prestito dal Tottenham via Villareal) per portare estro e imprevedibilità a un reparto offensivo finora sofferente. Buona la prima, visto che proprio Solomon ha propiziato la marcatura di Kean con un chirurgico traversone, con buona pace di alcuni esponenti politici locali insofferenti all’acquisto del calciatore israeliano e protagonisti per questo di una campagna volta a descriverlo come un sostenitore di «politiche genocidarie». Campagna strumentale e che non sembra aver attecchito negli ambienti del tifo. Alla fine della partita, per lui, ci sono stati solo applausi. a.s.

(moked, 5 gennaio 2026)

........................................................



Rallegrati pure, o giovane

di Marcello Cicchese

    Rallegrati pure, o giovane, durante la tua adolescenza, e gioisca pure il tuo cuore durante i giorni della tua giovinezza; cammina pure nelle vie dove ti conduce il cuore e seguendo gli sguardi dei tuoi occhi; ma sappi che, per tutte queste cose, Iddio ti chiamerà in giudizio! Bandisci dal tuo cuore la tristezza, e allontana dalla tua carne la sofferenza; poiché la giovinezza e l'aurora sono vanità. Ma ricordati del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i cattivi giorni e giungano gli anni dei quali dirai: “Io non ho più alcun piacere”. (...)
    Ascoltiamo dunque la conclusione di tutto il discorso: “Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo è il tutto per l'uomo”. Poiché Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male. (Ecclesiaste 12:1-4,15-16).

RALLEGRATI pure, o giovane, perché Dio ha piacere che i giovani siano allegri e si divertano; vuole che per quanto possibile tengano lontano da loro la tristezza e la sofferenza; vuole che abbiano il coraggio di desiderare la loro felicità e di ricercarla. I giovani sani ridono, scherzano e si divertono perché Dio ha voluto farli così. La naturale allegria dei giovani ci ricorda che in origine Dio ha fatto l'uomo per la gioia. La gioventù sana e allegra ci parla di un Dio che è vita, gioia, bellezza, e di un Dio che desidera ardentemente trasmettere qualcosa di queste sue qualità alle sue creature.
  Il profeta Zaccaria annuncia la pienezza di vita che negli ultimi tempi tornerà a pulsare in Gerusalemme con queste parole:

    "E le piazze della città saranno piene di ragazzi e di ragazze che si divertiranno nelle piazze" (Zaccaria 8:5).

Ma se è volontà di Dio che i giovani siano allegri e si divertano, questo significa che i giovani non hanno alcun bisogno di cercare il loro divertimento fuori di Dio e della sua volontà. L'immagine classica di Dio come di un austero vegliardo con la barba bianca, serio e rispettabile, ma alla lunga anche un po' noioso, è difficile da cancellare dalle pieghe profonde del nostro animo. E così anche i giovani cristiani si abituano a pensare che per divertirsi hanno bisogno di "distrarsi", cioè di "tirarsi fuori" dalle cose riguardanti Dio, che per loro natura sono serie e impegnative. Si sentono un po' come a scuola: le cose serie appartengono al mondo degli adulti, e loro le accettano perché un giorno toccherà anche a loro di entrare in quel mondo, ma finita la lezione, si ricordano di essere giovani e ricominciano a scherzare.
  Il giovane quindi corre il rischio di considerare il suo giovanile divertirsi come una zona sua propria, un momento di distacco da quel mondo degli adulti in cui ha relegato anche Dio e tutto ciò che ha a che fare con Lui. 
  Corre il rischio di volersi divertire dimenticando la presenza di Dio e della sua legge. E questo lo mette in una situazione infida e pericolosa, che precede l'avvicinarsi di un'infinità di dolori.
  Un efficace rimedio sta proprio nel permettere a Dio di rinnovare continuamente il suo invito: "Rallegrati". Il giovane che si diverte nell'ambito della legge di Dio può farlo con la buona coscienza di star ubbidendo a un ordine. Dio vuole che il giovane si rallegri.
  Ma forse è proprio questo che fa sembrare meno divertente il divertimento in Dio. Non è forse vero che il divertimento dei giovani è spesso legato all'idea di trasgressione? e che uno dei giochi più eccitanti sta proprio nell'infrangere le norme fissate dagli adulti? e che si ride più di gusto quando si ride in luoghi e in momenti in cui non si dovrebbe? Come si fa a divertirsi per ordine di Dio? Molto più bello è divertirsi alle spalle di Dio.
  Per questo è necessario che dopo aver detto: "Rallegrati", si dica anche: "Ma sappi".

SAPPI, o giovane, che per tutto quello che fai Dio ti chiamerà in giudizio. Se per divertirti hai bisogno di stordirti, di dimenticare che esiste un Dio che ha una sua precisa volontà per te, un giorno sarai costretto a ricordare che i comandamenti di Dio non si possono trasgredire impunemente. Dio è misericordioso, ma non è un bonaccione. L'immagine del vecchio con la barba, oltre a dare l'idea di un Dio che non ha niente da spartire con l'allegria e il divertimento, favorisce anche il pensiero che con un po' di scaltrezza e furberia si possa riuscire a raggirare e abbindolare Dio, proprio come si fa con un vecchio professore rincitrullito. Ma questo è un errore fatale. Dio è misericordioso, ma per conoscere la sua misericordia l'uomo ha soltanto una possibilità: giocare a carte scoperte. Con Dio non si può barare. E neppure si può fingere, o sperare che sia distratto da questioni più importanti.

    “Dio farà venire in giudizio ogni opera, tutto ciò che è occulto, sia bene, sia male" (Ecclesiaste 12:16).

Non è forse venuto il tempo di ricordare anche ai giovani, anche a loro che ritengono di avere il diritto di non pensarci perché vogliono essere liberi di godersi la loro gioventù, che esiste un giudizio eterno, e che ad esso nessun uomo può scampare?
  Ma questo non è attuale, né sul piano evangelistico né su quello educativo. Oggi nessuno è disposto a stare a sentire qualcuno che gli parli di giudizio. Le persone sono al più disposte a subire un'opera di persuasione. Accettano di ascoltarci quando tentiamo di convincerle che quello che gli stiamo proponendo, sia esso l'ultimo modello di aspirapolvere o la salvezza eterna, è proprio quello che ci vuole per loro. E naturalmente si riservano di decidere se accettare o no le nostre proposte.
  Qualcosa di simile può succedere anche con i nostri figli, che, se va bene, ci stanno a sentire fino a che ci affatichiamo a spiegare loro quanto è bello e vantaggioso seguire il Signore, ma che ritengono chiuso il discorso quando, non essendo convinti dalle nostre parole, pensano di avere il diritto di cercare a modo loro la via che ritengono più consona alla loro felicità. Forse non avremo né la forza né il diritto di trattenerli, ma a noi spetta il compito di dire loro: "sappi". Sappi che Dio ti chiamerà in giudizio, perché le cose stanno così, che tu ne sia convinto o no. Così sta scritto.
  Anche nel suo amore e nel suo abbassamento in Cristo, Dio resta Dio. E l'uomo resta uomo. Per questo è necessario che la testimonianza cristiana non trascuri di annunciare il giudizio di Dio, perché anche se adesso sembra che sia l'uomo ad avere la possibilità di giudicare se è il caso o no di prendere in considerazione la parola di Dio, verrà il giorno in cui le cose saranno rimesse al loro posto, e sarà la parola di Dio a giudicare le azioni e le parole dell'uomo, e non viceversa.
  Ma perché lasciarsi andare a pensieri tetri? Perché non godersi in pace la gaia spensieratezza giovanile, visto che alla "gioconda gioventù" segue ineluttabilmente la "molesta vecchiaia"?
  Chiediamoci allora: perché s'invecchia? Perché siamo fatti in modo che si comincia bene e si finisce male? Perché non avviene il contrario? Perché non avviene che col passar del tempo gli uomini diventano sempre più sani, più belli, più radiosi?
  Evitando di cercare risposte profonde, l'uomo di oggi si accontenta della spiegazione tecnologica: il pezzo si usura. E nonostante le amorevoli cure, si logora sempre di più fino a che, prima o poi, qualcosa cede definitivamente e il meccanismo si rompe. E' triste, ma è così. Tanto vale quindi non pensarci troppo e godersi il più possibile gli anni migliori. Vecchiaia e morte vengono visti soprattutto come sgradevoli problemi tecnici con ripercussioni in campo sociale; e la ricerca dei rimedi viene lasciata agli esperti di settore: i medici, i politici, gli assistenti sociali.
  Ma per la Bibbia le cose non stanno così. Se la giovinezza ci parla della vita, della gioia, della bellezza che sono in Dio, la vecchiaia ci parla della morte, della sofferenza, della bruttezza che sono conseguenza del peccato dell'uomo. Se la gioventù è un invito a glorificare il Signore per la grandezza delle sue opere, la vecchiaia è un invito a fare cordoglio per la devastazione che ha compiuto il peccato dell'uomo. Per questo l'Ecclesiaste dice: "Ricordati".

RICORDATI del tuo Creatore nei giorni della tua giovinezza. Dunque non dice: ricordati che devi morire, ricordati che un giorno dovrai soffrire. Non instilla nel giovane lo spauracchio dei dolori di domani per rovinargli i piaceri di oggi. Al contrario dice: ricordati del tuo Creatore. Ricordati, mentre stai godendo di cose buone, di Colui che te le sta dando e ti permette di goderne; ricordati di chi ha preparato per te cose piacevoli prima ancora che tu nascessi; ricordati di chi ti sta esprimendo il suo amore concedendoti tutte le cose belle che hai. 
   Ma tu sei un peccatore, e quindi sperimenterai anche tu il giudizio di Dio sugli uomini superbi e ribelli, e te ne tornerai alla terra da cui sei uscito, percorrendo una strada di rinunce e di dolori. Tutto questo ti apparirà chiaro quando vedrai le cose belle e buone della giovinezza abbandonarti una dopo l'altra. Ma ricordati ora del tuo Creatore, perché anche se le cose che oggi ti allietano un giorno ti abbandoneranno, Lui non ti abbandonerà.
   Quindi, non essere spensierato e distratto: non hai bisogno di dimenticare per essere allegro; al contrario, hai bisogno di ricordare. Perciò, ricordati del tuo Creatore.
  Ma se il ricordo di Dio e della sua bontà agiscono come una forza di attrazione verso il bene, c'è anche qualcosa che agisce come una forza di repulsione nei confronti del male: il timore di Dio. Per questo l'Ecclesiaste dice anche: "Temi".

• TEMI Dio, cioè abbi la consapevolezza che Dio è il Creatore e tu sei una creatura; che Lui ha il diritto di parlare e tu hai il dovere di tacere e di ascoltare; che Lui conosce la realtà e sa qual è il tuo vero bene, mentre tu sei ottuso e cieco proprio quando presumi di saperla lunga. E se ti viene in mente l'idea di provare a vedere quello che succede a trasgredire le leggi di Dio, allora spaventati. Spaventati al pensiero che una piccola creatura come te possa disprezzare l'amore che il Creatore gli manifesta facendogli conoscere quello che è bene per lui, e decida di agire di testa sua su questioni in cui Dio ha già fatto sapere qual è la sua volontà. Spaventati pure, perché ne hai motivo; e questo spavento ti trattenga dal compiere atti insensati che inevitabilmente si ritorceranno contro di te.
  Ma anche questo è inattuale. Non ci hanno forse detto e ripetuto gli "esperti" che la paura non è mai educativa? Ma non è il caso di farsi intimidire dalle affermazioni sicure degli esperti: sulla base della parola di Dio possiamo tranquillamente dire che non è vero. Siamo così ciechi e presuntuosi, giovani e vecchi, che senza qualche limite esterno che si presenti a noi in forma di spavento non saremmo mai capaci di evitare certi mali da cui ci sentiamo fortemente attratti.
  Ai piedi del monte Sinai, in un terrificante scenario di lampi e tuoni, accompagnati da un assordante suono di tromba che continuamente e minacciosamente cresce di intensità, il popolo di Dio assiste tremante alla consegna da parte di Dio delle "dieci parole". Mosè si rivolge al popolo e dice:

    "Non temete, poiché Dio è venuto per mettervi alla prova, e affinché il suo timore vi stia dinanzi, e così non pecchiate" (Esodo 20:20).

Al popolo giustamente terrorizzato dalla manifestazione della santità di Dio, Mosè comunica una parola di grazia: Non temete. E tuttavia aggiunge che il timore dell'Eterno deve restare "dinanzi a loro", perché sarà proprio questo timore che li tratterrà dal peccare contro Dio.
  Il timore di Dio serve quindi all'uomo per evitare i peccati futuri, e non per disperarsi di quelli passati. La tattica di Satana consiste nel dare all'uomo sicurezza e spavalderia prima di peccare, e terrore e disperazione dopo aver peccato. Dio fa il contrario: ci dice "temi" prima che compiamo il male, affinché ce ne asteniamo, e "non temere" dopo che abbiamo peccato, se andiamo a Lui per essere perdonati.
  L'Ecclesiaste conclude il suo discorso con un'ultima, fondamentale esortazione: "Osserva i comandamenti".

OSSERVA I COMANDAMENTI, cioè prendi sul serio la volontà di Dio; e quando essa è espressa in modo chiaro ed univoco nelle Scritture, non metterti a ragionare: mettila in pratica, punto e basta. Abbi insomma, nei confronti dei comandamenti di Dio, un atteggiamento semplice. Ma - si dice oggi, usando un'argomentazione molto diffusa ma anch'essa tutta da dimostrare sulla base della Scrittura - per ubbidire bisogna prima capire. E per capire bisogna che qualcuno spieghi. E se chi spiega non viene giudicato sufficientemente chiaro e convincente, è ovvio che chi deve capire si sente libero di non ubbidire. Questo potrà anche essere vero in tanti casi, ma certamente non vale per i comandamenti di Dio. Per questi è vero esattamente il contrario: chi vuole capire deve prima ubbidire. Il cammino per fede di cui si parla tanto, spesso in modo teorico e astratto, comincia proprio da qui. Quando Dio ha dato un ordine chiaro nella Sua parola, noi che diciamo di credere in Lui dobbiamo essere convinti di due cose: 

  1. che l'ordine dato è giusto e buono; 
  2. che abbiamo da Dio la forza di metterlo in pratica.

Adamo ed Eva hanno cominciato a peccare quando hanno fatto del comandamento di Dio un oggetto di discussione. Se avessero ubbidito senza discutere avrebbero capito sempre più profondamente il motivo dell'ordine di Dio, ma avendo cercato di capire quando bisognava soltanto ubbidire, non hanno capito né allora né poi, perché dopo aver trasgredito il comandamento di Dio la strada della sua comprensione è sbarrata, come era sbarrata per Adamo ed Eva la strada del rientro nel giardino di Eden. Chi non si ravvede del suo peccato si immerge sempre di più nella menzogna, perché continua a elaborare teorie giustificative che lo avvolgono sempre di più nelle tenebre della falsità. In quelle condizioni, parlare di "capire prima di ubbidire" è solo un inganno diabolico.
  In conclusione, rallegrati pure, o giovane, negli anni della tua giovinezza, ma ricordati di Dio e della sua legge nel tempo in cui sono più evidenti i segni della sua bontà verso di te. E soprattutto, ricordati di quello che Dio ha fatto per te in Gesù Cristo. Dio si è ricordato di te. Non commettere il delitto, proprio a causa della forza e del benessere che Dio ti sta concedendo, di dimenticarti di Lui.

(Credere e comprendere, febbraio 1989) - PDF
    PREDICAZIONE

 Marcello Cicchese
  4 gennaio 2026


........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 14
    Vittoria di Gionatan
    Un giorno, Gionatan, figlio di Saul, disse al suo giovane scudiero: “Vieni, andiamo verso la guarnigione dei Filistei, che è là dall'altra parte”. Ma non disse nulla a suo padre. Saul stava allora all'estremità di Ghibea sotto il melograno di Migron, e la gente che aveva con sé ammontava a circa seicento uomini; e Aia, figlio di Aitub, fratello d'Icabod, figlio di Fineas, figlio di Eli sacerdote dell'Eterno a Silo, indossava l'efod. Il popolo non sapeva che Gionatan se ne fosse andato. 
  • Fra i passi attraverso i quali Gionatan cercava di arrivare alla guarnigione dei Filistei, c'era una sporgenza di roccia da una parte e una sporgenza di roccia dall'altra parte: una si chiamava Boses e l'altra Sene. Una di queste sporgenze di roccia sorgeva a nord, di fronte a Micmas, e l'altra a mezzogiorno, di fronte a Ghibea.  Gionatan disse al suo giovane scudiero: “Vieni, andiamo verso la guarnigione di questi incirconcisi; forse l'Eterno agirà per noi, poiché nulla può impedire all'Eterno di salvare con molta o con poca gente”. Il suo scudiero gli rispose: “Fa' tutto quello che ti sta nel cuore; va' pure; ecco, io sono con te dove il cuore ti conduce”. 
  • Allora Gionatan disse: “Ecco, noi andremo verso quella gente e ci mostreremo a loro.  Se ci dicono: 'Fermatevi finché veniamo da voi', ci fermeremo al nostro posto, e non saliremo fino a loro; ma se ci dicono: 'Venite su da noi', saliremo, perché l'Eterno li avrà dati nelle nostre mani. Questo ci servirà di segno”. Così si mostrarono entrambi alla guarnigione dei Filistei; e i Filistei dissero: “Ecco gli Ebrei che escono dalle grotte dove si erano nascosti!”. E gli uomini della guarnigione, rivolgendosi a Gionatan e al suo scudiero, dissero: “Venite su da noi, e vi faremo sapere qualcosa”. Gionatan disse al suo scudiero: “Sali dietro a me, poiché l'Eterno li ha dati nelle mani d'Israele”. Gionatan salì, arrampicandosi con le mani e con i piedi, seguito dal suo scudiero. E i Filistei caddero davanti a Gionatan; e lo scudiero dietro di lui li finiva. 
  •  In questa prima disfatta, inflitta da Gionatan e dal suo scudiero, caddero circa venti uomini, sullo spazio di circa mezzo iugero di terra. Allora lo spavento si sparse nell'accampamento, nella campagna e fra tutto il popolo; la guarnigione e anche i razziatori furono spaventati; il paese tremò, fu uno spavento di Dio. Le sentinelle di Saul a Ghibea di Beniamino guardarono e videro la moltitudine che sbandava e fuggiva qua e là. Allora Saul disse alla gente che era con lui: “Fate la rassegna e vedete chi se n'è andato da noi”. E, fatta la rassegna, ecco che mancavano Gionatan e il suo scudiero. Saul allora disse ad Aia: “Fa' accostare l'arca di Dio!”, poiché l'arca di Dio allora era con i figli d'Israele. E mentre Saul parlava con il sacerdote, il tumulto andava aumentando nell'accampamento dei Filistei; e Saul disse al sacerdote: “Ritira la mano!”. Poi Saul e tutto il popolo che era con lui si radunarono e avanzarono fino al luogo della battaglia; ed ecco che la spada dell'uno era rivolta contro l'altro, e la confusione era grandissima. Ora gli Ebrei, che già prima si trovavano con i Filistei ed erano saliti con loro all'accampamento dal paese circostante, si voltarono e anche loro si unirono con gli Israeliti che erano con Saul e con Gionatan. Anche tutti gli Israeliti che si erano nascosti nella regione montuosa di Efraim, quando udirono che i Filistei fuggivano, si misero a inseguirli per combatterli. 

    Temerario giuramento di Saul
  • In quel giorno l'Eterno salvò Israele, e la battaglia si estese fin oltre Bet-Aven. Gli uomini d'Israele, in quel giorno, erano sfiniti; ma Saul fece fare al popolo questo giuramento: “Maledetto l'uomo che toccherà cibo prima di sera, prima che io mi sia vendicato dei miei nemici”. E nessuno del popolo toccò cibo. Tutto il popolo giunse a una foresta, dove c'era del miele per terra. E quando il popolo entrò nella foresta, vide il miele che colava; ma nessuno si portò la mano alla bocca, perché il popolo rispettava il giuramento
  • Ma Gionatan non aveva sentito quando suo padre aveva fatto giurare il popolo e stese la punta del bastone che teneva in mano, la intinse nel miele che colava, portò la mano alla bocca, e gli si rischiarò la vista. Uno del popolo, rivolgendosi a lui, gli disse: “Tuo padre ha espressamente fatto fare al popolo questo giuramento: 'Maledetto l'uomo che toccherà oggi cibo, benché il popolo fosse estenuato'”. Allora Gionatan disse: “Mio padre ha recato un danno al paese; vedete come l'aver gustato un po' di questo miele mi ha rischiarato la vista! Ah, se il popolo avesse oggi mangiato a volontà del bottino che ha trovato presso i nemici! Non si sarebbe forse fatto una più grande strage dei Filistei?”. 
  • Essi dunque sconfissero quel giorno i Filistei da Micmas ad Aialon; il popolo era estenuato, e si gettò sul bottino; prese pecore, buoi e vitelli, li sgozzò sul suolo e li mangiò con il sangue. Questo fu riferito a Saul e gli fu detto: “Ecco, il popolo pecca contro l'Eterno, mangiando carne con il sangue”. Ed egli disse: “Voi avete commesso un'infedeltà; rotolate subito qua presso di me una grande pietra”. Saul soggiunse: “Andate in mezzo al popolo e dite a ognuno di condurmi qua il suo bue e la sua pecora e di sgozzarli qui; poi mangiate e non peccate contro l'Eterno, mangiando carne con sangue!”. E, quella notte, ognuno del popolo condusse di propria mano il suo bue e lo sgozzò in quel luogo. Saul costruì un altare all'Eterno: questo fu il primo altare che egli costruì all'Eterno. 
  • Poi Saul disse: “Scendiamo nella notte a inseguire i Filistei, saccheggiamoli fino alla mattina e facciamo in modo che non ne scampi neanche uno”. Il popolo rispose: “Fa' tutto quello che ti sembra bene”. Allora il sacerdote disse: “Avviciniamoci qui a Dio”. Saul consultò Dio, dicendo: “Devo scendere a inseguire i Filistei? Li darai tu nelle mani d'Israele?”, ma questa volta Iddio non gli diede nessuna risposta. Saul disse: “Avvicinatevi qua, voi tutti capi del popolo, riconoscete e vedete in cosa consista il peccato commesso quest'oggi! Poiché, com'è vero che l'Eterno, il salvatore d'Israele, vive, anche se il colpevole fosse Gionatan mio figlio, egli dovrà morire”. Ma in tutto il popolo non ci fu nessuno che gli rispondesse. Allora egli disse a tutto Israele: “Mettetevi da un lato, io e Gionatan mio figlio staremo dall'altro”. E il popolo disse a Saul: “Fa' quello che ti sembra bene”. 
  •  Saul disse all'Eterno: “Dio d'Israele, fa' conoscere la verità!”. E Gionatan e Saul furono designati dalla sorte, e il popolo scampò. Poi Saul disse: “Tirate a sorte fra me e Gionatan mio figlio”. E Gionatan fu designato. Allora Saul disse a Gionatan: “Dimmi quello che hai fatto”. E Gionatan glielo confessò, e disse: “Sì, io ho assaggiato un po' di miele, con la punta del bastone che avevo in mano; eccomi qui: morirò!”. Saul disse: “Mi tratti Iddio con tutto il suo rigore, se non andrai a morte, Gionatan!”. E il popolo disse a Saul: “Gionatan, che ha compiuto questa grande liberazione in Israele, dovrebbe morire? Non sia mai! Com'è vero che l'Eterno vive, non cadrà a terra un capello del suo capo; poiché oggi egli ha operato con Dio!”. Così il popolo salvò Gionatan, che non fu messo a morte. Poi Saul tornò dall'inseguimento dei Filistei, e i Filistei se ne tornarono al loro paese. 
  • Ora Saul, quando ebbe preso possesso del suo regno in Israele, mosse guerra a tutti i suoi nemici circostanti: a Moab, ai figli di Ammon, a Edom, ai re di Soba e ai Filistei e dovunque si volgeva, vinceva. Mostrò il suo valore; sconfisse gli Amalechiti e liberò Israele dalle mani di quelli che lo depredavano. I figli di Saul erano: Gionatan, Isvi e Malchisua; e delle sue due figlie, la primogenita si chiamava Merab e la minore Mical. Il nome della moglie di Saul era Ainoam, figlia di Aimaaz, e il nome del capitano del suo esercito era Abner, figlio di Ner, zio di Saul. E Chis, padre di Saul, e Ner, padre di Abner, erano figli di Abiel. 
  • Per tutto il tempo di Saul, ci fu una guerra accanita contro i Filistei e, quando Saul scorgeva un uomo forte e valoroso, lo prendeva con sé.

(Notizie su Israele, 3 gennaio 2026)


........................................................


L’Iran. Rivolta senza precedenti nelle strade e nelle piazze

Contestazione potente e crisi economica. È davvero la fine del regime?

di Emanuele Ottolenghi

Da giorni la società civile iraniana si è riversata nelle strade in una contestazione politica senza precedenti contro il regime. La repressione ha già fatto decine di vittime confermate e ci sono migliaia di arresti. Non è la prima volta che la popolazione iraniana insorge. Dopo i moti studenteschi del 1999 e del 2003, duramente soffocati dal regime, il paese ha sfidato le autorità per molti mesi dopo le elezioni presidenziali del 2009. Ci sono stati altri moti periodici, inclusi, recentemente, nel 2022. Ogni volta la risposta violenta del regime ha prevalso sugli impulsi democratici di chi protestava. Questa volta, però potrebbe andare diversamente. Tre i temi da tener presente e seguire nei giorni a venire.

Primo: le cause della rivolta.
  Il catalizzatore delle proteste è stato principalmente il crollo del valore della moneta iraniana, il Rial. Frutto di una crisi economica cronica ma anche di una politica monetaria mirata a favorire le esportazioni a scapito di chi invece importa (la classe media dei commercianti e piccole e medie imprese), il collasso della valuta ha portato in piazza il bazaar, un’importante componente socioeconomica del paese che aveva finora per lo più sostenuto il regime. Ma la radice del malcontento non è solo economica, né tantomeno lo sono le rivendicazioni. Da mesi, la crisi idrica in Iran, frutto di decenni di gestione incompetente e avventurista, sta mettendo a dura prova la società. La repressione interna è aumentata dopo la guerra dei 12 giorni del giugno 2025, durante la quale non si era comunque manifestato il tanto previsto ma mai avveratosi slancio patriottico a sostegno del paese sotto attacco.
La recrudescenza della repressione ha portato a un numero record di esecuzioni e di detenzioni di attivisti per i diritti umani e dissidenti tra molteplici settori della società. Il malcontento provocato dal collasso della valuta è un catalizzatore, non la rivendicazione principale, che è ormai divenuta il rovesciamento del regime teocratico.

Secondo: Chi Protesta
  La partecipazione nelle proteste è trasversale. Siamo davanti a un fenomeno nuovo rispetto al passato: non sono solo più gli studenti come nel 1999 e 2003, o i riformisti privati del voto nel 2009, o istanze settoriali come minoranze etniche o categorie professionali a protestare per un tema specifico. Alle proteste partecipano il bazaar, i camionisti (asse portante del trasporto commerciale nel paese), le minoranze etniche (quasi il 50% della popolazione), le donne e gli studenti. Sono esplose proteste anche nelle roccaforti del regime – a Qom, città dei seminari religiosi, e a Mashhad, centro del misticismo sciita e sede importante del potere economico del regime grazie ai proventi legati al santuario del Imam Reza e le sue fondazioni. Gli slogan dei dimostranti invocano la caduta del regime e il ritorno dello Shah. Sono state attaccate sedi del governo e stazioni delle forze impiegate nella repressione. Sono stati abbattuti simboli del regime. Non è più riformismo, ma insurrezione contro le fondamenta teocratiche e autoritarie del regime.

Terzo: chi reprime
  Il regime iraniano ha sempre saputo rispondere ai moti di piazza in passato. L’uso di una violenza inaudita ma mirata ha efficacemente indebolito il dissenso, mai sconfinando nelle ecatombi attuate da altri regimi della regione, preferendo invece una strategia di logoramento dell’opposizione che mirava meno all’eliminazione indiscriminata di manifestanti e più alla neutralizzazione dei nodi di comando all’interno della protesta, insieme al terrore infuso nell’opinione pubblica da susseguenti detenzioni, torture, processi ed esecuzioni di attivisti. Questa volta però l’apparato repressivo gestisce l’insurrezione senza molti dei suoi leader storici, un terzo dei quali è stato eliminato da Israele durante la guerra dei 12 giorni; ha di fronte un’esplosione di proteste molto più diffusa rispetto al passato, sia geograficamente che in termini socioeconomici; e il malcontento economico che ha innescato la scintilla impatta anche la truppa inviata a reprimere chi protesta.
Il regime non cadrà facilmente e i suoi alleati sono già mobilitati a salvarlo – dal 27 dicembre 2025 è iniziato un ponte aereo dalla Bielorussia a Teheran, per il trasporto d’armi russe e cinesi da usarsi nella gestione delle sommosse. Tuttavia, questa è una sollevazione senza precedenti, più simile alla mobilitazione trasversale che spodestò lo Shah nel 1978-79 che alle proteste settoriali, economiche e riformiste, sempre soffocate dalla Repubblica Islamica. E se riuscisse a rovesciare il regime, provocherebbe un terremoto epocale nella regione.

(Setteottobre, 3 gennaio 2026)

........................................................


1 israeliano e 3 ebrei dispersi: Israele offre aiuto alla Svizzera dopo il mortale incendio a Crans-Montana

Isaac Herzog esprime le sue condoglianze e sottolinea l'esperienza israeliana; le autorità continuano a identificare le vittime.

FOTO
Una donna depone dei fiori vicino al luogo in cui un incendio ha devastato un bar affollato durante i festeggiamenti di Capodanno nella località sciistica alpina di Crans-Montana, il 1° gennaio 2026.

Il presidente Isaac Herzog ha parlato con il suo omologo svizzero, Guy Parmelin, e ha offerto l'aiuto di Israele dopo che circa 40 persone che festeggiavano il Capodanno sono state uccise e 115 ferite in un incendio in un bar nella località sciistica svizzera di Crans-Montana.
L'organizzazione israeliana di servizi di emergenza ZAKA ha già inviato una squadra sul posto.
L'offerta di Herzog è arrivata dopo l'incendio divampato giovedì mattina presto durante una festa di Capodanno, una delle peggiori tragedie che abbia mai colpito il Paese alpino. Béatrice Pilloud, procuratrice generale del cantone del Vallese, nel sud-ovest della Svizzera, ha dichiarato che è troppo presto per determinare la causa dell'incendio, poiché gli esperti non hanno ancora potuto accedere all'interno delle macerie.
“Non si tratta in alcun modo di un attentato”, ha precisato.
In un comunicato, l'ufficio di Herzog ha dichiarato che il presidente ha presentato le sue condoglianze a Parmelin a nome di Israele e gli ha fatto sapere che il suo Paese è pronto a fornire tutto l'aiuto possibile, mentre le autorità svizzere sono impegnate nel doloroso compito di identificare le vittime.
Herzog ha dichiarato al suo omologo che lo Stato ebraico dispone sia «di esperienza che di capacità avanzate», acquisite nel corso degli anni «nei settori della localizzazione e dell'identificazione delle vittime di incendi, nonché nella cura dei ustionati in incidenti legati al fuoco».
Secondo l'ufficio presidenziale, Parmelin ha ringraziato Herzog e ha indicato che il ministero degli Affari esteri svizzero ha ricevuto istruzioni, se necessario, di rimanere in contatto con l'ambasciata israeliana in Svizzera. Ha aggiunto che anche squadre provenienti dalla vicina Francia e dall'Italia stanno fornendo assistenza. La Francia ha preso in carico diversi feriti.
Il comandante della polizia cantonale vallesana, Frédéric Gisler, ha dichiarato in una conferenza stampa che sono in corso le operazioni di identificazione delle vittime e di informazione delle loro famiglie, aggiungendo che la comunità è “devastata”.
Secondo la stampa israeliana, tra i dispersi figurano tre persone di religione ebraica. L'organizzazione di ricerca e soccorso ZAKA ha inviato una squadra della sua sezione internazionale per partecipare alle operazioni di recupero.
Secondo il movimento chassidico Habad-Loubavitch, tra i feriti figurano diversi membri della comunità ebraica locale svizzera.
Venerdì pomeriggio il Ministero degli Affari Esteri ha dichiarato di aver ricevuto una segnalazione di scomparsa di un cittadino israeliano. Il Ministero ha comunicato di aver contattato la famiglia del cittadino israeliano presumibilmente scomparso, che possiede un'altra nazionalità.
Sono state mobilitate risorse importanti «per identificare le vittime e restituire i loro corpi alle famiglie il più rapidamente possibile», ha affermato Béatrice Pilloud. “Questo lavoro potrebbe richiedere diversi giorni”, ha precisato Gisler.
Secondo Mathias Reynard, presidente del governo del cantone del Vallese, almeno 80 dei 115 feriti sono in condizioni critiche, ha spiegato al quotidiano regionale Walliser Bote.
L'incendio è scoppiato intorno all'1:30 (00:30 GMT) di giovedì nel bar Le Constellation di Crans-Montana, frequentato da turisti, tra cui molti giovani venuti a festeggiare il Capodanno, secondo le autorità cantonali.
Il numero di persone presenti in questo bar a due piani, con una capienza di almeno 300 persone secondo il suo sito web, rimane sconosciuto.
“Abbiamo cercato di contattare i nostri amici. Abbiamo scattato tantissime foto. Le abbiamo pubblicate su Instagram, Facebook e tutti i social network possibili per cercare di ritrovarli”, racconta preoccupata Eléonore, 17 anni. “Ma non c'è niente. Nessuna risposta. Abbiamo chiamato i genitori. Niente. Nemmeno i genitori sanno nulla”, aggiunge.
“L'atmosfera è pesante”, ha dichiarato all'AFP Dejan Bajic, un turista di 56 anni proveniente da Ginevra che frequenta la stazione dal 1974. “È come un piccolo villaggio, tutti conosciamo qualcuno che conosce qualcuno che è stato colpito”, ha raccontato.
Nella strada di fronte al bar, le persone vengono a deporre dei fiori.
Diverse testimonianze diffuse da vari media concordano sulla possibile causa dell'incidente. Secondo loro, delle candele scintillanti fissate su bottiglie brandite da una persona hanno provocato l'incendio toccando il soffitto. Gli stessi testimoni hanno precisato che si trattava di uno “spettacolo” abituale nel locale.
L'incendio ha provocato «un incendio generalizzato che ha causato una o più esplosioni» nel bar, hanno indicato giovedì le autorità cantonali. È in corso un'indagine per determinare le cause dell'incendio, poiché le autorità hanno escluso la pista dell'attentato.
Venerdì, le pareti degli edifici adiacenti al bar non presentavano tracce nere che potessero essere state lasciate dalle fiamme. Anche l'insegna del bar sembra non essere stata toccata, così come la struttura in legno della terrazza del bar che è rimasta in piedi, segno che l'incendio ha interessato soprattutto il seminterrato.
I testimoni hanno descritto scene di orrore: alcune persone hanno cercato di rompere le vetrate del bar per fuggire, mentre altre, coperte di ustioni, si precipitavano in strada.
Un video sui social network mostra l'inizio dell'incendio del soffitto, con un giovane che cerca di spegnere il fuoco con una sorta di grande straccio bianco. Accanto a lui, altri giovani riprendono la scena ma continuano a ballare. In altri video si vedono i giovani che cercano disperatamente di uscire dal bar.
Le autorità ritengono che tra le vittime ci siano molti stranieri, ma non hanno ancora fornito alcuna informazione sulla loro identità. I feriti sono stati trasferiti in diversi ospedali, come quelli di Losanna, Ginevra o Zurigo, e persino nella vicina Francia e Italia.
Nove francesi figurano tra i feriti e altri otto non sono ancora stati localizzati, secondo il ministero degli Esteri francese, mentre il capo della diplomazia italiana Antonio Tajani, che venerdì si recherà a Crans-Montana, ha riferito che una «quindicina di italiani» sono rimasti feriti e altrettanti sono ancora dispersi.
La Svizzera ha chiesto alla Francia di accogliere altri otto feriti, oltre ai tre già presi in carico giovedì, ha dichiarato il portavoce del Quai d'Orsay, Pascal Confavreux, su BFM.
A Crans-Montana è stata allestita una cellula di crisi nel centro congressi per accogliere e orientare le famiglie.
Giovedì fonti concordanti hanno riferito all'AFP che i proprietari del bar erano di nazionalità francese: si tratta di una coppia originaria della Corsica. Secondo un loro parente, sarebbero illesi, ma rimangono irraggiungibili.

 (The Times of Israel, 2 gennaio 2026)

........................................................


«No a un israeliano alla Fiorentina»

L'assessore di Sesto Fiorentino, Jacopo Madau, contesta l'arrivo di Solomon nel club viola: «Non è il benvenuto e non può rappresentare né la città né la squadra». La ragione sarebbe l'appoggio a Bibi 

di Paolo Del Debbio 

«Non sei benvenuto a Firenze». La genialata questa volta è frutto della mente di un personaggio noto in tutte le cancellerie internazionali,  che terranno certamente conto del suo pronunciamento: l'assessore di Sesto Fiorentino alla Cultura, al Lavoro e alle Politiche giovanili, Jacopo Madau. Il suo bersaglio è il giocatore israeliano Manor Solomon, acquistato dalla Fiorentina per rinforzare la squadra che non è messa troppo bene. La questione è proprio data dalla sua origine israeliana. Il signor Madau sostiene, dall' alto della sua posizione, che Solomon avrebbe legittimato a varie riprese il genocidio di Gaza. A noi risulta, per la verità, che tutta questa propaganda pro Netanyahu in realtà non ci sia stata. Ci risulta invece che quando a Udine si è giocata la partita Italia-Israele Solomon, essendo il giorno della liberazione degli ostaggi israeliani, abbia molto giustamente esultato per il ritorno alla vita normale dei suoi connazionali tenuti in ostaggio da Hamas. Forse il signor assessore Madau trova in questo qualcosa di disdicevole. Sappia in tal caso che in tutto il mondo civile, dunque escluso quello terroristico, tutti, come Solomon, hanno gioito della liberazione degli ostaggi. Se fossi sindaco di Sesto Fiorentino, noto feudo «rossissimo» nella rossa Toscana, delegherei immediatamente l'assessore Madau anche agli affari internazionali del Comune e lo invierei a Gaza, certo che darebbe un contributo insostituibile alla causa della pace e soprattutto se lo toglierebbe dalle palle prima che facesse qualche altro danno. 
A nome di chi parla il signor assessore Madau? A titolo personale? A nome di Sinistra italiana, partito di cui è segretario provinciale a Firenze? Dei cittadini di Sesto Fiorentino? Dei tifosi della Fiorentina? O di sé stesso? Il Madau ha pure respinto le critiche dicendo che «nel 25/26 Solomon ha giocato 146 minuti sugli oltre 2.000 disponibili». Sarebbe bello sapere quanti minuti l'assessore adoperi il cervello sui 1.440 disponibili ogni giorno. In attesa del dato, potrebbe fare un ripassino di dottrina dello Stato, soprattutto per quanto riguarda i rapporti tra nazione, popolo, Stato e governo, perché ci pare che abbia un po' di confusione in testa. Se ce l'avesse solo in testa e non ne parlasse, non ci sarebbe problema. Per carità, il signor Madau sarà intelligentissimo, ma da quel che dice qualche dubbio ci viene. Anche noi non condividiamo la reazione spropositata di Netanyahu. Né la condivide il governo italiano. Ma cosa c'entra Solomon? È un giocatore di calcio di valore, che ha giocato in squadre importanti. In campo bisogna saper giocare: la nazionalità non conta, conta il merito. La nazione è l'insieme di tutti i cittadini entro un determinato territorio e con tradizioni culturali comuni: in questo caso, si tratta delle tradizioni ebraiche. Allora, delle due l'una: o a Madau danno noia queste tradizioni (si chiama antisemitismo), e non le ritiene legittime ma anzi dannose, oppure ha preso una cantonata che per rinvenirsi dalla botta ci vorranno anni. 
Il suo partito e la sinistra in generale, legittimamente, sostengono un'apertura delle frontiere contro ogni discriminazione, soprattutto razziale, etnica, religiosa. E come si chiama il contenuto della dichiarazione «Non sei benvenuto a Firenze»? Se Solomon non è ascrivibile alle politiche del governo israeliano, è certamente il suo essere israeliano a costituire la motivazione per la quale non è benvenuto a Firenze. Ma come si fa a sostenere una tesi del genere senza neanche porsi la questione della differenza tra essere cittadino israeliano - ed ebreo - e quella delle politiche del governo israeliano stesso? Si rivela un'ignoranza che non distingue perché non capisce: e non capisce o perché non ci arriva proprio, o perché capisce solo un'impostazione ideologica che niente ha a che fare con le caratteristiche di uno Stato di diritto nel quale non si possono identificare i cittadini con il governo ma, semmai con la nazione e con lo Stato. Sono istituzioni diverse e dalla loro distinzione viene fuori la baggianata che ha detto il signor assessore di Sesto. 
Sarebbe come se nell'Italia fascista l'architettura di alcuni artisti italiani fosse stata e fosse valutata in relazione a quel periodo infame della nostra storia. Non c'è differenza. Qui si tratta di un giocatore di calcio, ma la questione non cambia. La Fiorentina ha valutato che questo giocatore è un giocatore bravo nel suo mestiere e per questo lo ha acquistato. Ci sorprende tutto questo casino perché sono concetti abbastanza semplici: non occorre essere particolarmente intelligenti o esperti. Basta utilizzare una minima parte di neuroni, quasi trascurabile, per capire le distinzioni e le differenze di cui abbiamo parlato. Evidentemente tutto ciò risulta difficile da comprendersi, e volendosi fare paladini dei diritti dei palestinesi abitanti nella striscia di Gaza, si finisce per ritenere inferiori i diritti degli abitanti di Israele. Questo è inammissibile. Purtroppo l'ignoranza in politica non è una virtù: è un vizio che si può curare, basterebbe sfogliare un testo sullo Stato di diritto. Ne esistono anche di semplici, che vengono forniti in preparazione a concorsi nella pubblica amministrazione. Delle specie di bignamini o, come si dice, «bigini». 

(La Verità, 3 gennaio 2026)

........................................................


New York: Mamdani revoca l’adozione della definizione IHRA sull’antisemitismo

Giovedì 1 gennaio, il giorno stesso in cui si è insediato ufficialmente come nuovo sindaco di New York, una delle prime cose che Zohran Mamdani ha fatto è stata annullare tutta una serie di ordinanze firmate dal suo predecessore Eric Adams. Una di queste, come riporta il Jerusalem Post, riguarda l’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance).

di Nathan Greppi

La definizione dell’IHRA
  Tra le varie pratiche ritenute antisemite dall’IHRA, vengono elencati questi esempi: “Incitare, sostenere o giustificare l’uccisione di ebrei o danni contro gli ebrei in nome di un’ideologia radicale o di una visione religiosa estremista. […] Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele o a presunte priorità degli ebrei nel mondo che agli interessi della loro nazione. […] Negare agli ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo. Applicare due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro stato democratico”.
Già a settembre, in un’intervista al sito Bloomberg, Mamdani aveva detto che avrebbero abrogato l’adozione della definizione IHRA se fosse stato eletto sindaco. E la sua decisione segue i numerosi scandali per antisemitismo e posizioni filo-Hamas che hanno coinvolto diversi membri del suo entourage. Tanto che, secondo una ricerca dell’ADL (Anti-Defamation League), almeno il 20% delle persone nominate da Mamdani nei suoi comitati di transizione erano legate a gruppi antisionisti.
Sin da quando ha vinto le primarie per diventare il candidato sindaco del Partito Democratico a New York, i timori della comunità ebraica non hanno fatto che aumentare. A dicembre, un sondaggio del Jewish People Policy Institute (JPPI) ha rivelato che il 67% degli ebrei americani teme che renderà la città meno sicura per la comunità ebraica, e il 64% ritiene che sia anche antisemita, oltreché antisraeliano. E alle elezioni, il 64% degli elettori ebrei ha votato il candidato indipendente Andrew Cuomo, contro il 32% che ha votato Mamdani.

Post filoisraeliani non cancellabili
  Se Mamdani ha potuto cancellare l’eredità di Adams per quanto riguarda le ordinanze, paradossalmente non può farlo per i post sui canali social ufficiali del sindaco, in cui il suo predecessore dichiarava il proprio sostegno allo Stato Ebraico.
Così, su X i profili ufficiali del sindaco aggiornati con nome e foto di Mamdani presentano ancora i tweet in cui il suo predecessore sosteneva il diritto d’Israele a difendersi ed eliminare Hamas, oltre a rivendicare l’aver incontrato Benjamin Netanyahu all’ONU. Quello stesso Netanyahu che Mamdani ha dichiarato di voler fare arrestare in campagna elettorale.
Secondo il Financial Express, i profili cittadini non possono archiviare vecchi post, poiché le leggi di New York prevedono che le tracce di tutte le attività istituzionali vengano preservate.

(Bet Magazine Mosaico, 2 gennaio 2026)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 13
    Primo peccato di Saul: l'offerta dell'olocausto
  • Saul aveva trent'anni quando cominciò a regnare; e regnò quarantadue anni sopra Israele
  • Saul si scelse tremila uomini d'Israele: duemila stavano con lui a Micmas e sul monte di Betel e mille con Gionatan a Ghibea di Beniamino; e rimandò il resto del popolo, ognuno alla sua tenda. Gionatan batté la guarnigione dei Filistei che stava a Gheba, e i Filistei lo seppero e Saul fece suonare la tromba per tutto il paese, dicendo: “Lo sappiano gli Ebrei!”. E tutto Israele sentì dire: “Saul ha battuto la guarnigione dei Filistei e Israele si è reso odioso ai Filistei”. Così il popolo fu convocato a Ghilgal per seguire Saul. 
  • E i Filistei si radunarono per combattere contro Israele; avevano trentamila carri, seimila cavalieri e gente numerosa come la sabbia che è sulla riva del mare. Salirono, dunque, e si accamparono a Micmas, a oriente di Bet-Aven. Ora gli Israeliti, essendo in difficoltà, perché il popolo era messo alle strette, si nascosero nelle caverne, nelle macchie, tra le rocce, nelle buche e nelle cisterne. Ci furono degli Ebrei che passarono il Giordano, per andare nel paese di Gad e di Galaad. Quanto a Saul, egli era ancora a Ghilgal, e tutto il popolo che lo seguiva tremava
  • Egli aspettò sette giorni, secondo il termine fissato da Samuele; ma Samuele non giungeva a Ghilgal, e il popolo cominciò a disperdersi e ad abbandonarlo. Allora Saul disse: “Portatemi l'olocausto e i sacrifici di riconoscenza”; e offrì l'olocausto. E appena ebbe finito di offrire l'olocausto, ecco che arrivò Samuele; e Saul gli uscì incontro per salutarlo. Ma Samuele gli disse: “Che hai fatto?”, Saul rispose: “Siccome vedevo che il popolo si disperdeva e mi abbandonava, che tu non giungevi nel giorno stabilito, e che i Filistei erano adunati a Micmas, mi sono detto: 'Ora i Filistei mi piomberanno addosso a Ghilgal e io non ho ancora implorato l'Eterno!'. Così, mi sono fatto violenza e ho offerto l'olocausto”. Allora Samuele disse a Saul: “Tu hai agito stoltamente; non hai osservato il comandamento che l'Eterno, il tuo Dio, ti aveva dato. L'Eterno avrebbe stabilito il tuo regno sopra Israele per sempre; ma ora il tuo regno non durerà; l'Eterno si è cercato un uomo secondo il suo cuore, e l'Eterno lo ha destinato a essere principe del suo popolo, poiché tu non hai osservato quello che l'Eterno ti aveva ordinato”. 
  • Poi Samuele si alzò e salì da Ghilgal a Ghibea di Beniamino, e Saul fece la rassegna del popolo che si trovava con lui; erano circa seicento uomini. Ora Saul, Gionatan suo figlio, e la gente che si trovava con loro occupavano Ghibea di Beniamino, mentre i Filistei erano accampati a Micmas. Dall'accampamento dei Filistei uscirono dei razziatori divisi in tre schiere; una prese la via di Ofra, verso il paese di Sual; l'altra prese la via di Bet-Oron; la terza prese la via della frontiera che guarda la valle di Seboim, verso il deserto. 
  • Ora in tutto il paese d'Israele non si trovava un fabbro; poiché i Filistei avevano detto: “Impediamo agli Ebrei di fabbricarsi spade o lance”. E tutti gli Israeliti scendevano dai Filistei per farsi affilare chi il suo vomero, chi la sua zappa, chi la sua scure, chi la sua vanga. E il prezzo dell'arrotatura era di un pim per le vanghe, per le zappe, per i tridenti, per le scuri e per aggiustare i pungoli. Così il giorno della battaglia avvenne che in mano a tutta la gente che era con Saul e con Gionatan non si trovava né una spada né una lancia; se ne trovava soltanto in mano a Saul e a Gionatan suo figlio. 
  • Poi la guarnigione dei Filistei uscì a occupare il passo di Micmas.

(Notizie su Israele, 2 gennaio 2026)


........................................................


Israele al fianco della Svizzera dopo la tragedia di Crans-Montana

di Michelle Zarfati

Israele ha espresso una forte e immediata vicinanza alla Svizzera dopo la gravissima tragedia che ha colpito la località alpina di Crans-Montana durante la notte di Capodanno. Il presidente dello Stato ebraico Isaac Herzog ha inviato un messaggio ufficiale di cordoglio alle famiglie delle vittime, assicurando che “Israele prega per i feriti, per i soccorritori e per il popolo svizzero in questo momento di profondo dolore”.
Alle parole del Capo dello Stato si è aggiunta la presa di posizione del ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, che ha confermato la disponibilità di Israele a fornire assistenza concreta, richiamando l’esperienza maturata dal Paese nella gestione di grandi emergenze civili e disastri complessi, sia sul piano medico sia su quello dell’identificazione delle vittime.
Secondo quanto riportato dal Times of Israel, nelle ore successive alla tragedia è partito verso la Svizzera anche un team di emergenza israeliano. Accanto alle strutture statali, si stanno mobilitando organizzazioni specializzate come ZAKA, note a livello internazionale per le operazioni di recupero, supporto post-emergenza e assistenza alle famiglie delle vittime in contesti di disastri di massa.
Nel quadro già drammatico dell’accaduto, emerge inoltre un elemento di particolare rilevanza per il mondo ebraico: una sinagoga di Crans-Montana è stata raggiunta dalle fiamme, riportando gravi danni strutturali. L’edificio di culto si trovava nelle immediate vicinanze dell’area interessata dal rogo ed è stato coinvolto dalla propagazione dell’incendio e dalle altissime temperature. Fortunatamente non si registrano feriti all’interno, ma la comunità ebraica locale ha espresso profondo sgomento per la perdita di un luogo simbolo della propria identità religiosa e culturale, proprio nel periodo di massima presenza turistica invernale.
Al momento si contano 47 morti e più di cento feriti. Le operazioni di identificazione delle vittime sono tuttora in corso e risultano particolarmente complesse. La tragedia di Crans-Montana ha scosso l’opinione pubblica internazionale. In questo scenario, la risposta israeliana, fatta di solidarietà, presenza concreta e attenzione anche alla dimensione spirituale e comunitaria, si inserisce in una lunga tradizione di impegno umanitario che va oltre i confini nazionali, riaffermando il valore della responsabilità condivisa di fronte al dolore e alla perdita di vite umane.

(Shalom, 2 gennaio 2026)

........................................................


Dall’Azerbaijan alla Siria: la sicurezza regionale di Israele passa (anche) da qui

L’alleanza ambigua con l’Azerbaijan, con i suoi valichi percorsi ogni giorno da camion tra Astara e il nord dell’Iran; le aperture del Kazakistan e le oscillazioni della Turchia; la Siria post Assad che tenta di riposizionarsi come attore sovrano in mano a un ex jihadista ospitato alla Casa Bianca. E ancora, il Libano stretto nella morsa di Hezbollah… Il futuro di Israele si decide anche, ma non solo, lungo una direttrice che unisce Caucaso, Asia centrale e Oriente. Un magma che lascia dubbi e speranze, prima fra tutte l’estensione degli Accordi di Abramo

di Davide Cucciati

Il futuro di Israele si decide anche, ma non solo, lungo una direttrice che unisce Caucaso, Asia centrale e Oriente. La Repubblica Islamica dell’Iran resta il grande sfidante sullo sfondo ma sono soprattutto Azerbaijan, Kazakistan, Siria, Turchia e Libano a muovere oggi le pedine intorno allo Stato ebraico, mentre Donald Trump prova a tessere un nuovo ordine regionale fatto di accordi di sicurezza, forze multinazionali e normalizzazioni calibrate. Spesso Israele si trova a reagire a iniziative altrui, come evidenziato anche dal Prof. Eyal Zisser dell’Università di Tel Aviv: «Il governo israeliano è tenuto a formulare una politica sulla questione siriana, cosa che non ha fatto finora. E in assenza di una politica israeliana, è Trump a decidere per noi, il mese scorso riguardo a Gaza e ora anche riguardo alla Siria».

Un ponte tra Gerusalemme e Baku
  Un recente report del Ministero degli Esteri israeliano ha riacceso i riflettori sulla partnership strategica tra Israele e Azerbaijan, paese a maggioranza sciita. Il documento sottolinea la cooperazione economica, diplomatica nonché di sicurezza e insiste sul ruolo dell’Azerbaijan nel garantire libertà religiosa e pieno sostegno alla comunità ebraica, storicamente radicata soprattutto nella zona di Quba. Lo Stato azero è il primo nel mondo musulmano a inserire l’educazione contro l’antisemitismo nei programmi scolastici e sostiene sinagoghe, scuole e istituzioni culturali ebraiche. Secondo alcune fonti, gli ebrei in Azerbaijan sarebbero tra i settemila e gli ottomila. Secondo altre stime, tra cui quella di Rav Segal che Mosaico ha potuto intervistare presso il tempio ashkenazita di Baku, nel paese vivrebbero circa venticinquemila ebrei, pienamente integrati nella società. Parallelamente, circa settantamila israeliani di origine azera rappresentano oggi un ponte umano tra le due nazioni. Il ministro degli Esteri Gideon Saar riassume questa visione definendo il partenariato tra Israele e Azerbaijan “un modello unico di cooperazione tra uno Stato ebraico e un paese a maggioranza musulmana”.
Fin dagli anni Novanta, con l’incontro tra Heydar Aliyev e Yitzhak Rabin, la cooperazione si è sviluppata su binari militari ed energetici. Si stima che quasi il settanta per cento delle importazioni di armi azere provenga da Israele, mentre oltre il quaranta per cento del fabbisogno petrolifero israeliano è coperto da Baku. Negli anni, il Presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev ha cercato di mediare anche tra Israele e Turchia e, durante la guerra del Nagorno Karabakh del 2020, sia Gerusalemme sia Ankara hanno sostenuto l’Azerbaijan, scelta che ha acuito le tensioni con Teheran, che accusa Baku di permettere attività di intelligence israeliana lungo il confine settentrionale della Repubblica Islamica.

Un confine strategico
  La dimensione strategico-militare di questo rapporto è emersa con forza durante l’Operazione Rising Lion quando Israele ha colpito decine di obiettivi militari e nucleari iraniani.
L’Azerbaijan condivide oltre seicentoottanta chilometri di confine con l’Iran. Per Israele, Baku è al contempo un fornitore di petrolio e un potenziale avamposto di intelligence in una regione chiave.
Il 30 novembre, a nome di Mosaico, mi sono recato al valico di Astara, sul confine tra la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Azerbaijan, potendo così assistere al passaggio di camion tra i due paesi. Questo flusso costante di merci rende visibile quanto siano intrecciati i piani economici e strategici di un confine che per Israele è una possibile piattaforma di raccolta informazioni sulle mosse di Teheran.
Come ha scritto Pietro Batacchi, direttore di Rivista Italiana Difesa, in una guerra che ha superato la soglia della mera clandestinità l’Azerbaijan è diventato una delle piattaforme potenziali per la guerra segreta del Mossad contro i Pasdaran iraniani, con squadre infiltrate dal Kurdistan iracheno o dal territorio azero che agiscono in sincronia con gli attacchi aerei. Non stupisce, in questo quadro, che il dossier Baku sia arrivato anche a Washington, dove un gruppo di rabbini guidati da Marvin Hier ed Elie Abadi ha chiesto a Trump l’inclusione dell’Azerbaijan negli Accordi di Abramo e la revisione della Sezione 907 del Freedom Support Act che ancora formalmente limita gli aiuti diretti statunitensi al governo azero.
Al contempo, comunque, l’Azerbaijan e l’Iran stanno provando a preservare un rapporto di cooperazione sia con esercitazioni militari congiunte, sia con sforzi diplomatici. Non a caso, nella prima metà di dicembre, il presidente azero Ilham Aliyev ha sottolineato l’importanza del rapporto con Teheran. Durante un incontro con una delegazione guidata dal ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, Aliyev ha affermato che l’agenda bilaterale è ampia e copre numerosi ambiti. Entrambe le parti hanno valutato positivamente i progressi nella cooperazione bilaterale e discusso le prospettive di espansione dei legami nei settori del commercio, dell’economia, dell’energia e della gestione delle acque.
In sintesi, l’Azerbaijan è un teatro nel quale sia Israele sia l’Iran provano ad aver voce in capitolo. Non a caso, secondo quanto riferito dal Jerusalem Post, alcune minacce attribuite al regime iraniano avrebbero portato alla cancellazione della Conference of European Rabbis, prevista a Baku dal 3 al 6 novembre.

Il Kazakistan e gli Accordi di Abramo
  Il 6 novembre 2025, al termine di una telefonata a tre con il presidente Kassym Jomart Tokayev e Benjamin Netanyahu, Trump ha annunciato che il Kazakistan sarà il prossimo paese a unirsi agli Accordi di Abramo. Per Israele, sotto pressione internazionale dopo la guerra a Gaza, l’ingresso di un grande paese musulmano non arabo dell’Asia centrale ha un valore politico specifico. Parallelamente, la cooperazione tra l’Azerbaijan e il Kazakistan offre allo Stato ebraico una piattaforma pragmatica di dialogo con il mondo musulmano. Entrambi i paesi, infatti, mantengono relazioni bilanciate sia con Gerusalemme sia con le capitali arabe, riuscendo là dove molti altri hanno fallito: coniugare la partnership con Israele e l’appartenenza culturale all’Islam.

Turchia e Siria, Israele osserva
  Se il fronte caucasico e centroasiatico ruota attorno all’energia e all’Iran, il quadrante siriano e turco incrocia Gaza, la sicurezza di Israele e il ruolo degli Stati Uniti. In un’intervista al Washington Post di metà novembre, il presidente siriano Ahmad al Sharaa (al Jolani) ha subordinato ogni accordo di sicurezza con Israele al ritorno ai confini precedenti all’8 dicembre 2024, quando Tzahal ha occupato la zona cuscinetto nel sud della Siria dopo il crollo del regime di Bashar Assad. Secondo Ynet, il presidente siriano ha accusato Israele di aver effettuato oltre mille raid aerei dall’anno scorso e ha rivendicato di aver espulso le milizie sciite e Hezbollah: “Israele ha sempre sostenuto di temere l’Iran e Hezbollah ma siamo stati noi a rimuoverli. Ora Israele impone condizioni per difendere il Golan, domani lo farà per difendere il sud, e poi magari il centro della Siria. Di questo passo arriveranno a Monaco”.
Il 10 novembre al Sharaa ha incontrato Trump alla Casa Bianca. Il presidente americano ha dichiarato di fidarsi di lui e di voler vedere una Siria stabile che trovi un’intesa con Israele ma, in un successivo colloquio con Fox News, al Sharaa ha precisato che Damasco non è pronta, stante la questione del Golan occupato, ad aderire agli Accordi di Abramo (almeno per ora). Nello stesso giorno a Washington si è tenuto un vertice trilaterale tra il ministro degli Esteri siriano Asaad al Shaibani, il ministro turco Hakan Fidan e il Segretario di Stato americano Marco Rubio, con l’obiettivo di tradurre in pratica gli impegni presi da Trump e Sharaa. Tra i dossier sul tavolo spicca l’idea di integrare le forze curde SDF all’interno dell’esercito siriano, chiudendo la frattura tra Damasco e i curdi filoccidentali con l’avallo di Washington e l’interesse di Ankara.
L’ambiguità permane: infatti, nella prima metà di dicembre, il giornalista israeliano Amit Segal ha così commentato un video in cui un convoglio fedele ad al Sharaa transita a pochi metri da soldati israeliani nella buffer zone: “Stiamo per assistere a un’altra violenta recrudescenza in Siria? Le incredibili riprese di ieri nella zona di Quneitra lo suggeriscono. Nel video, si vede un convoglio delle forze armate del presidente siriano Ahmed al-Sharaa passare accanto ai soldati dell’IDF a pochi metri di distanza. Bene, e allora? Il video mostra un fatto inquietante: non c’è una vera e propria repressione nella zona cuscinetto istituita da Israele dopo la caduta del regime di Assad lo scorso dicembre. Dopotutto, si tratta delle stesse Toyota e dello stesso islam radicale. Ho visitato la Siria a marzo e ho visto quanto fossero amichevoli gli abitanti, ma non potevo dimenticare che all’inizio della presenza dell’IDF in Libano, circa quarant’anni fa, la situazione era più o meno la stessa”.

Il ruolo della Turchia
  A descrivere il calcolo americano è stato Tom Barrack, ambasciatore in Turchia e inviato di Trump per la Siria, in un’intervista del Jerusalem Post pubblicata l’11 dicembre. Barrack presenta la Siria come un paese oggi più preoccupato dall’ISIS, dai foreign fighters e dai proxy iraniani che da Israele e rivela che, con il supporto dell’intelligence turca, Washington e Damasco hanno contribuito nelle ultime settimane a smantellare cellule di Hezbollah e dello Stato islamico. A suo giudizio sarebbe possibile tornare a una versione aggiornata dell’accordo di disimpegno del 1974, con zone a limitata presenza militare, regole per lo spazio aereo e più strati di demilitarizzazione verificabile.
Un secondo asse delle sue riflessioni riguarda il rapporto con Ankara. La Turchia ha avuto un ruolo importante nella prima fase dell’accordo su Gaza, insieme al Qatar, per il cessate il fuoco e la liberazione dei rapiti, e per Washington potrebbe avere un ruolo anche sul terreno nella International Stabilization Force che dovrà operare nella Striscia. Qui però i limiti emergono con chiarezza. Secondo quanto rivelato da i24NEWS, Israele respinge con fermezza l’idea che soldati turchi possano entrare a Gaza. Washington insiste sul carattere multinazionale della forza, sotto l’egida del Board of Peace, mentre secondo Al Akhbar anche l’Egitto si oppone a una presenza militare turca preferendo assegnare ad Ankara un ruolo nella ricostruzione.

Hezbollah e la pressione su Israele
  Mentre si tenta di aprire una finestra diplomatica sulla Siria, il fronte libanese resta il più instabile. Il 23 novembre un raid israeliano ha colpito Beirut uccidendo Ali Haytham Tabatabai, il “capo di stato maggiore” di Hezbollah, secondo solo a Naim Qassem, ed ex comandante dell’unità Radwan. È il più alto dirigente militare di Hezbollah eliminato dopo il cessate il fuoco del novembre 2024. Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato il raid come ennesima prova che Israele ignora gli appelli a cessare gli attacchi e il premier Nawaf Salam ha ribadito che solo l’applicazione integrale della Risoluzione 1701 e il pieno controllo statale del territorio possono garantire stabilità. Netanyahu ha risposto che Israele è responsabile della propria sicurezza e che Tzahal agisce in autonomia. Il ruolo americano resta ambiguo, con fonti citate dal Jerusalem Post che negano che gli USA fossero stati avvertiti anticipatamente del raid e Segal che parla di incoraggiamento statunitense a colpire con più forza Hezbollah.
Il ciclo di attacchi è proseguito. Il 9 dicembre l’esercito israeliano ha annunciato di aver colpito infrastrutture di Hezbollah in diverse aree del sud del Libano, compreso un compound di addestramento delle forze Radwan, altre strutture militari e una postazione di lancio, come riportato da Reuters. Questi raid sono giunti a meno di una settimana dall’invio di emissari civili israeliani e libanesi alla commissione militare che monitora il cessate il fuoco, un passo sollecitato da tempo da Washington per allineare il fronte nord all’agenda di pace regionale di Trump.

Conclusioni
  L’alleanza ambigua e a tratti sotterranea con l’Azerbaijan, con i suoi valichi percorsi ogni giorno da camion tra Astara e il nord dell’Iran, le aperture del Kazakistan, le oscillazioni della Turchia, la Siria post Assad che tenta di riposizionarsi come attore sovrano in mano a un ex jihadista ormai ospite alla Casa Bianca, il Libano stretto nella morsa di Hezbollah, compongono una mappa nella quale i paesi a maggioranza musulmana non sono più solo destinatari di processi di normalizzazione ma protagonisti di agende autonome.
Israele resta al centro ma le linee di forza del sistema si spostano verso est e verso nord, lungo un asse che attraversa Baku, Astana, Ankara, Damasco e Beirut. La capacità di leggere questo quadro complessivo senza farsi schiacciare dalla sola urgenza di Gaza sarà forse la vera prova strategica dei prossimi anni.

(Bet Magazine Mosaico, 2 gennaio 2026)

........................................................


Le vittime del terrorismo portano l’Autorità palestinese davanti ai giudici.

di Shira Navon 

Non si tratta di una causa simbolica né di una mossa propagandistica. Quello delle duecentosettantatré vittime del terrorismo e familiari di persone assassinate hanno citato in giudizio l’Autorità palestinese davanti a un tribunale israeliano, chiedendo oltre 1,25 miliardi di shekel di risarcimenti vuole essere un vero e proprio atto giuridico pesante, costruito con numeri, nomi, ferite e conti bancari. Siamo di fronte a una delle azioni civili più rilevanti mai intentate contro Ramallah e si fonda su una legge recente, pensata per colpire il finanziamento del terrorismo non sul piano retorico ma su quello patrimoniale.
La norma è chiara: dieci milioni di shekel per ogni familiare di una persona uccisa in un attentato, cinque milioni per chi ha riportato un’invalidità permanente. I ricorrenti includono anche famiglie colpite dal massacro del 7 ottobre, e puntano il dito contro un sistema che da anni distribuisce stipendi e indennità a terroristi condannati e ai loro familiari. Il meccanismo è noto, documentato da report internazionali e da bilanci ufficiali palestinesi: più grave è l’attacco, più alto è il compenso. Un incentivo strutturale, non una deviazione.
Nell’atto di citazione, l’Autorità palestinese viene accusata di aver sostenuto, incoraggiato e premiato atti terroristici, contribuendo a perpetuare la violenza invece di contrastarla. Accanto a Ramallah compare anche Hamas, chiamata in causa per il suo ruolo diretto nella pianificazione e nell’esecuzione di attentati, inclusi quelli del 7 ottobre. Ma il cuore della causa resta politico oltre che giuridico: non si contesta solo chi spara o piazza una bomba, bensì chi crea le condizioni economiche perché farlo diventi una carriera.
L’avvocato Barak Kedem, che rappresenta i ricorrenti, parla apertamente di strategia. Il suo studio ha già avviato azioni per oltre 14 miliardi di shekel per conto di circa 2.800 vittime e ha ottenuto il sequestro di 4,5 miliardi di fondi palestinesi. L’obiettivo dichiarato è duplice: risarcire chi ha perso tutto e interrompere il flusso di denaro che alimenta il terrorismo. Non appelli morali, ma pignoramenti.
Sul piano politico, la causa mette in difficoltà la leadership di Mahmoud Abbas, che da anni chiede riconoscimento internazionale mentre continua a difendere il sistema dei cosiddetti “martiri”. Ogni volta che un governo occidentale chiude un occhio su questi pagamenti, lo fa in nome della stabilità. Ma la stabilità, qui, è costruita sulla ricompensa della violenza. La contraddizione è ormai difficile da sostenere, soprattutto dopo il 7 ottobre.
Non è un caso che iniziative simili si moltiplichino. Negli Stati Uniti e in Europa cresce l’attenzione legale sul tema del finanziamento indiretto del terrorismo, e diverse sentenze hanno già riconosciuto la responsabilità civile di enti e governi che sostengono gruppi armati. La differenza, in questo caso, è che il bersaglio non è un’organizzazione clandestina ma un’autorità che gode di fondi internazionali, relazioni diplomatiche e legittimazione politica.
Come è facile intuire, questa causa non fermerà da sola il terrorismo, introduce però un principio che a Ramallah si è sempre cercato di evitare: ogni attentato ha un costo, non solo umano ma anche economico, e qualcuno dovrà pagarlo. Per le vittime, è un passo verso il riconoscimento e per l’Autorità palestinese, un segnale che il tempo dell’impunità finanziaria potrebbe non essere infinito.

(Setteottobre, 2 gennaio 2026)

........................................................


Una benedizione da 3.500 anni: il momento in cui benedico i miei figli

Da migliaia di anni gli ebrei benedicono i propri figli, come prescritto da Giacobbe in Egitto.

di Michael Selutin

Nella nostra sezione settimanale della Torah “Wajechi” leggiamo di una situazione curiosa. La famiglia di Giacobbe si trova in Egitto da 17 anni e il vecchio patriarca sta per lasciare questa vita. Giuseppe, primo ministro d'Egitto, viene a saperlo e si reca con i suoi due figli Menashe ed Efraim dal nonno nella provincia di Goshen

    "Ma quando Israele vide i figli di Giuseppe, chiese: Chi sono questi? Giuseppe rispose: Sono i miei figli, che Dio mi ha donato qui! Egli disse: Portali da me, che io li benedica! Gli occhi di Israele erano infatti diventati deboli per la vecchiaia, e non vedeva più bene. Quando li portò da lui, li baciò e li abbracciò.
    E Israele disse a Giuseppe: «Non avrei osato chiedere di poter ancora vedere il tuo volto; e ora, ecco, Dio mi ha fatto vedere anche i tuoi figli!
    Giuseppe li prese dalle sue ginocchia e si prostrò con la faccia a terra. Poi Giuseppe li prese entrambi, Efraim alla sua destra, alla sinistra di Israele, e Manasse alla sua sinistra, alla destra di Israele, e li portò da lui. Allora Israele stese la mano destra e la posò sul capo di Efraim, che era il più giovane, e la sinistra sul capo di Manasse, incrociando così le mani, sebbene Manasse fosse il primogenito...
    Ma Giuseppe, vedendo che suo padre aveva posto la mano destra sul capo di Efraim, non gradì la cosa; perciò afferrò la mano di suo padre per spostarla dal capo di Efraim a quello di Manasse. Giuseppe disse a suo padre: «No, padre mio, perché questo è il primogenito; poni la tua destra sul suo capo!».
    Ma suo padre rifiutò e disse: Lo so, figlio mio, lo so bene! Anche lui diventerà un popolo e anche lui sarà grande; ma suo fratello minore sarà più grande di lui e la sua discendenza sarà una moltitudine di popoli! Così li benedisse quel giorno e disse: Con te si benedirà in Israele e si dirà: Dio ti renda come Efraim e Manasse! Così pose Efraim davanti a Manasse. (Genesi 48: 17-20)

La benedizione oggi
  La scena sopra descritta si è svolta circa 3500 anni fa e ancora oggi benediciamo i nostri figli con le parole dei nostri antenati. La benedizione è formulata nel libro di preghiere e viene recitata all'inizio dello Shabbat, quando il padre torna a casa dalla sinagoga il venerdì sera. Il padre pone la mano sulla testa del figlio, come fece Giacobbe, e dice:

    Yesimcha Elohim ke-Ephraim ve-chiMenashéChe Dio ti renda come Efraim e come Manasse

A una bambina, invece, il padre dice:

    Che Dio ti renda come Sara, Rebecca, Rachele e Lea.

Dopo questa formula, il padre pronuncia per entrambi la benedizione sacerdotale con cui Aronne benedisse il popolo nel deserto:

    Il Signore ti benedica e ti protegga.
    Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti conceda la sua grazia.
    Il Signore rivolga il suo volto verso di te e ti dia pace.

Il collegamento
  Non sappiamo se questa benedizione fosse già pronunciata da Efraim e Menashe stessi. È certo, tuttavia, che le benedizioni per i bambini sono già tematizzate nel Talmud.
Non è incredibile che pronunciamo ancora questa benedizione dopo così tanto tempo? Dopo millenni di esilio, con tutti i suoi pogrom e le espulsioni, gli ebrei continuano ad attenersi al comandamento dei loro antenati.
Come molte tradizioni ebraiche, anche questa benedizione ha un effetto positivo tangibile. Quando il venerdì sera torno a casa dalla sinagoga e vedo la tavola ben apparecchiata, i bambini vestiti a festa e sento il profumo della deliziosa challah e della zuppa di pollo, questa benedizione è una delle prime cose che faccio.
Per prima cosa metto la mano sulla testa di nostro figlio adolescente (ora devo allungarmi molto per farlo) e lo benedico. Quando era piccolo, girava in tondo come una trottola e poi gli davo un abbraccio.
Poi benedico le mie tre figlie. Metto una mano sulla testa di ciascuna di loro, recito la benedizione e, dato che sono delle ragazze dolcissime, le abbraccio forte e le stringo a me.
Ho sentito persone dire che questi momenti sono tra i loro ricordi d'infanzia preferiti e li capisco perfettamente.
È un momento in cui il padre inonda i propri figli di amore, perché i bambini percepiscono quando il padre è sincero. E come si può non essere sinceri quando si impartisce questa benedizione ai propri figli?

    Il Signore ti benedica e ti protegga.
    Il Signore faccia risplendere il suo volto su di te e ti conceda la sua grazia.
    Il Signore rivolga il suo volto verso di te e ti dia pace.

Tra tutte le interazioni quotidiane con i bambini, mangiare, riordinare, lavarsi i denti, fare i compiti e così via, è questo il momento in cui posso dire loro ciò che vorrei dire loro davvero tutto il tempo.
Il padre lo percepisce e i figli lo percepiscono, è l'inizio perfetto dello Shabbat, in cui la famiglia si riunisce e cresce insieme.

(Israel Heute, 2 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

........................................................


Dalla Sacra Scrittura


SALMO 1

    Beato l'uomo che non cammina secondo il consiglio degli empi,
    che non si ferma nella via dei peccatori;
    né si siede sul banco degli schernitori;
    ma il cui diletto è nella legge del Signore
    e su quella legge medita giorno e notte.

    Egli sarà come un albero piantato presso a rivi d'acqua,
    il quale dà il suo frutto nella sua stagione,
    e la cui fronda non appassisce;
    e tutto quello che fa, prospererà.

    Non così gli empi;
    anzi sono come pula che il vento porta via.
    Perciò gli empi non reggeranno davanti al giudizio,
    né i peccatori nell'assemblea dei giusti.
    Poiché l'Eterno conosce la via dei giusti,
    ma la via degli empi conduce alla rovina.

Versione poetica di Giovanni Diodati (1576-1649)

    Beato l’huom che, dietro a la ria scorta
    Del consiglio degli empi, orma non preme.
    E ne la via dal ciel smarrita, e torta,
    Co’ peccatori non si ferma insieme.
    Né de la turba schernitrice siede 
    Ne la profana e pestilente sede.

    Ma ‘l sol diletto che gli stempra ‘l core
    In sacra gioia, è la Legge divina;
    E la mente devota, a tutte l’hore,
    Di notte e giorno, a meditarla inchina:
    A penetrar ne l’alto sentimento,
    E di pio zelo ad osservarla intento.

    Quindi egli sie’ simil’ ad un frondoso
    Arbor, che posto in su le fresche rive
    D’acque correnti, s’erge prosperoso:
    Che ’n sua stagion largheggia in frutti e vive
    Serba le foglie del rotato cielo
    Non teme il variar’ in caldo o gelo.

    E così d’esso avran l’opre e l’imprese
    Di venturoso fin bella corona.
    Agli empi queste sien gratie contese
    Con che ’l Signor i giusti guiderdona.
    Anzi fuscel che ‘l vento caccia e volve,
    Rassembreran, e lieve pula, e polve.

    E per ciò non havran d’alzar la fronte,
    Nel giudizio final, cor, né baldanza:
    Né d’apparir, di colpe carchi e d’onte,
    Fra la beata giusta raunanza:
    Che de’ buoni il Signor la via gradisce
    Ma degli empi l’oprar con lor perisce.

(Notizie su Israele, 1 gennaio 2026)


........................................................


Notizie archiviate



Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse liberamente, citando la fonte.