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Notizie 16-31 gennaio 2026


Dalla Sacra Scrittura

2 SAMUELE

Capitolo 7
    Davide si propone di costruire un tempio.
  • Avvenne che quando il re si fu stabilito nel suo palazzo e l'Eterno gli ebbe dato riposo liberandolo da tutti i suoi nemici all'intorno, disse al profeta Natan: “Vedi, io abito in una casa di cedro e l'arca di Dio sta sotto una tenda”. Natan rispose al re: “Va', fa' tutto quello che hai in cuore di fare, poiché l'Eterno è con te”.

    L'Eterno non glielo consente. 
  • Ma quella stessa notte la parola dell'Eterno fu diretta a Natan in questo modo: “Va' e di' al mio servo Davide: 'Così dice l'Eterno: - Saresti tu quello che mi costruirebbe una casa perché io vi dimori? Ma io non ho abitato in una casa, dal giorno in cui feci uscire i figli d'Israele dall'Egitto, fino al giorno d'oggi, ho viaggiato sotto una tenda e in un tabernacolo. Dovunque sono andato, ora qua ora là, in mezzo a tutti i figli d'Israele, ho forse mai parlato a qualcuna delle tribù a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele, dicendole: perché non mi costruite una casa di cedro?'. Ora dunque parlerai così al mio servo Davide: 'Così dice l'Eterno degli eserciti: - Io ti presi dall'ovile, dietro alle pecore, perché tu fossi il principe d'Israele, mio popolo;  e sono stato con te dovunque sei andato, ho sterminato davanti a te tutti i tuoi nemici e ho reso il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Assegnerò un posto a Israele, mio popolo, e lo pianterò perché abiti in casa sua e non sia più turbato, e i malvagi non continuino a opprimerlo come prima, come facevano nel tempo in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo, Israele; e ti darò riposo liberandoti da tutti i tuoi nemici. In più, l'Eterno ti annuncia che ti fonderà una casa

    Promesse fatte alla casa di Davide
  • Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu giacerai con i tuoi padri, io innalzerò al trono dopo di te la tua progenie, il figlio che sarà uscito dalle tue viscere, e stabilirò saldamente il suo regno. Egli costruirà una casa al mio nome, e io renderò stabile il trono del suo regno per sempre. Io sarò per lui un padre, ed egli mi sarà figlio; se fa del male, lo castigherò con verga d'uomo e con colpi da figli di uomini, ma la mia grazia non si allontanerà da lui, come si è allontanata da Saul, che io ho rimosso davanti a te. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a te e il tuo trono sarà reso stabile per sempre'”. Natan parlò a Davide con tutte queste parole e secondo questa visione. 
  • Allora il re Davide andò a presentarsi davanti all'Eterno e disse: “Chi sono io, o Signore, o Eterno, e che cos'è la mia casa, che tu mi abbia fatto arrivare fino a questo punto? Questo è sembrato ancora poca cosa ai tuoi occhi, o Signore, o Eterno; tu hai parlato anche della casa del tuo servo per un lontano avvenire, sebbene questa tua legge, o Signore, o Eterno, si riferisca a degli uomini. Che cosa potrebbe Davide dirti di più? Tu conosci il tuo servo, Signore, Eterno! Per amore della tua parola e seguendo il tuo cuore, hai compiuto tutte queste grandi cose per rivelarle al tuo servo. Tu sei davvero grande, o Signore, o Eterno! Nessuno è pari a te, e non c'è altro Dio fuori di te, secondo tutto quello che abbiamo udito con i nostri orecchi.  E quale popolo è come il tuo popolo, come Israele, l'unica nazione sulla terra che Dio sia venuto a redimere per formare il suo popolo, per farsi un nome, per compiere in suo favore cose grandi e tremende, scacciando davanti al tuo popolo, che ti sei redento dall'Egitto, delle nazioni con i loro dèi? Tu hai stabilito il tuo popolo, Israele, per essere tuo popolo per sempre; e tu, o Eterno, sei diventato il suo Dio. Ora dunque, o Signore, o Eterno, la parola che hai pronunciato riguardo al tuo servo e alla sua casa mantienila per sempre, e fa' come hai detto. Il tuo nome sia magnificato per sempre, e si dica: 'L'Eterno degli eserciti è l'Iddio d'Israele! E la casa del tuo servo Davide sia stabile davanti a te!'. Poiché tu, o Eterno degli eserciti, Dio d'Israele, hai fatto una rivelazione al tuo servo e gli hai detto: 'Io ti costruirò una casa!'. Perciò il tuo servo ha preso l'ardire di rivolgerti questa preghiera. Ora, o Signore, o Eterno, tu sei Dio, le tue parole sono verità e hai promesso questo bene al tuo servo; compiaciti dunque di benedire ora la casa del tuo servo, affinché essa sussista per sempre davanti a te! Poiché tu, o Signore, o Eterno, sei colui che ha parlato, e per la tua benedizione la casa del tuo servo sarà benedetta per sempre!”.

(Notizie su Israele, 31 gennaio 2026)


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Israele, il fronte del porto tra vulnerabilità e nuove pressioni regionali

Un rapporto strategico avverte: senza una revisione profonda della sicurezza in mare, Israele rischia isolamento e danni strutturali

di Shira Navon

Per anni il mare è rimasto ai margini del pensiero strategico israeliano, percepito come uno spazio relativamente sicuro, affidato alla superiorità tecnologica e, soprattutto, alla protezione indiretta garantita dagli Stati Uniti. Oggi quel presupposto non regge più. Un nuovo rapporto dell’Istituto per la politica e la strategia marittime lancia un avvertimento netto: dopo il 7 ottobre, Israele si trova esposto su un fronte che non può più permettersi di considerare secondario, mentre la competizione nel Mediterraneo orientale e nel Mar Rosso si fa più aspra e meno prevedibile.
Il documento parte da una constatazione che pesa come un atto d’accusa. Durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre, la marina israeliana non è riuscita a impedire l’infiltrazione via mare dei commando sulla spiaggia di Zikim, un fallimento operativo che ha avuto conseguenze dirette sulla sicurezza dei civili. Non si tratta di un episodio isolato, ma del sintomo di una fragilità più ampia, emersa con forza nei mesi successivi, quando il blocco imposto dagli Houthi nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden ha di fatto paralizzato il porto di Eilat, mettendo in luce una dipendenza quasi totale dalle rotte marittime per il commercio estero.
Il dato è noto ma spesso sottovalutato: circa il 99 per cento delle merci israeliane viaggia via mare. Quando quelle rotte vengono interrotte, l’impatto non è solo economico, ma strategico. Il rapporto sottolinea come, in questa fase, la marina statunitense abbia ridotto il proprio ruolo di garante della libertà di navigazione nell’area, lasciando Israele più esposto di quanto fosse abituato. Una realtà che costringe Gerusalemme a interrogarsi sulla sostenibilità di una dipendenza quasi esclusiva da Washington in un sistema internazionale sempre più multipolare.
Un altro punto critico riguarda la preparazione civile. Israele non dispone di piani strutturati per garantire la continuità del traffico marittimo in situazioni di emergenza, né di strategie chiare per il rimpatrio su larga scala dei propri cittadini dall’estero. In uno scenario di crisi prolungata, questa lacuna rischia di trasformarsi in un fattore di instabilità interna, aggravando la pressione su un sistema già sotto stress.
Il rapporto richiama poi l’attenzione su un ambito ancora più delicato, quello delle infrastrutture sottomarine. Piattaforme di estrazione del gas, cavi di comunicazione ed elettrici rappresentano oggi obiettivi strategici di primaria importanza, ma Israele non disporrebbe di capacità adeguate per individuare e neutralizzare minacce sotto la superficie. Anche le corvette Sa’ar 6, pensate per proteggere gli impianti energetici, non sarebbero pienamente attrezzate per la guerra subacquea. Da qui la raccomandazione di investire rapidamente in sistemi non abitati, di superficie e sottomarini, integrati con le piattaforme tradizionali in un modello che unisca controllo umano e autonomia tecnologica.
Sul piano geopolitico, il quadro si complica ulteriormente con l’ascesa marittima della Turchia. Ankara è indicata come uno degli attori più assertivi nello spazio mediterraneo, capace di esercitare pressioni dirette e indirette sulle rotte commerciali israeliane. Il rapporto suggerisce di rafforzare i meccanismi di prevenzione degli incidenti, coinvolgendo Stati Uniti e Nato, e di intensificare la cooperazione con Grecia e Cipro, partner chiave in un’area sempre più contesa.
Accanto alle minacce, emerge anche una finestra di opportunità. Lo sviluppo dell’economia blu e il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa vengono indicati come alternative strategiche alle rotte più esposte. In questo contesto, i porti di Haifa e Ashdod potrebbero diventare snodi fondamentali verso l’Europa, a patto che Israele si assicuri un’integrazione formale e una visione di lungo periodo.
La conclusione del rapporto è chiara e priva di attenuanti. Israele deve ridefinire i propri interessi marittimi e dotarsi di una strategia complessiva che includa una governance dedicata alla protezione delle infrastrutture critiche e un rafforzamento delle capacità logistiche, anche sul fronte aeroportuale. In un Medio Oriente sempre più instabile, il mare non è più uno sfondo, ma un fronte vero e proprio. Continuare a ignorarlo significherebbe esporsi a rischi che il Paese non può permettersi.

(Setteottobre, 31 gennaio 2026)

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Gaza, 70mila (fake) o 70 morti: Israele comunque è considerato colpevole

L’Idf non ha mai ammesso nulla

di Iuri Maria Prado

L’elemento meno interessante della notizia è questo: che è falsa. L’esercito israeliano non ha mai ammesso di aver fatto 70mila morti a Gaza, come invece prendevano a titolare un paio di giorni fa pressoché tutti i mezzi di informazione. E tanto meno quell’ammissione è stata fatta “da Israele”, come invece indicavano i più disinvolti propalatori della notizia falsa. Ma il fatto che né l’esercito né qualche rappresentante istituzionale di Israele abbiano mai dichiarato qualcosa di simile rappresenta, appunto, il lato meno rilevante della faccenda.
Ciò che conta è la coppia di dettagli – chiamiamoli così – di cui non si tiene conto quando si evoca quel numero. Il primo, magari noioso da ricordare ma difficile da accantonare: vale a dire che quella cifra – vera o falsa che sia, documentata in modo attendibile o invece buttata lì senza controllo – riguarda in ogni caso il totale dei decessi, senza distinzione tra civili e combattenti. E include una quota non insignificante di morti per cause naturali. Il tutto, per stessa “ammissione” (qui il termine ci sta in pieno) della parte che ha fornito quei numeri: cioè il Ministero della Salute di Gaza, cioè Hamas. Il secondo dettaglio – chiamiamolo ancora così – è che quei morti, che sarebbero tantissimi anche se fossero la metà, sono stati fatti in una guerra. Una guerra scatenata dalle milizie e dalle forze terroristiche di Gaza, peraltro composte anche da “civili”. Una guerra scatenata, combattuta e portata avanti dalla parte – quella palestinese – che non solo ha rivendicato di averla intrapresa, ma ha dichiarato senza sosta di volerla continuare ripetendo dieci, cento, mille volte i massacri del 7 ottobre.
Non si è mai vista una guerra destinataria di un monitoraggio quotidiano e tanto occhiuto sul numero dei morti. Perché? Di nuovo, per due motivi. Innanzitutto, perché l’aumentare del numero dei morti era funzionale alla strategia bellica di Hamas. Ogni morto è un risultato, per Hamas: non una perdita. In secondo luogo, la guerra di Gaza è osservata e giudicata dal punto di vista di questo inedito standard perché a combatterla è Israele, cioè lo Stato degli ebrei. Al quale è negato il diritto di fare la guerra per difendersi da chi vuole distruggerlo. Nessuna guerra diventa una cosa buona perché a farla è la parte buona: resta comunque una cosa cattiva. Ma la guerra di Gaza è una cosa cattiva perché a combatterla è lo Stato ebraico.
Ancora: perché? Semplice: perché, secondo questa impostazione discriminatoria, lì lo Stato ebraico proprio non dovrebbe esserci. Visto che si è impiantato illegittimamente laggiù, lo Stato degli ebrei non difende nulla che possa essere legittimamente difeso. E se è così – e nel sentimento diffuso è esattamente così – allora non una guerra di due anni, ma anche solo di due giorni, diventa inammissibile. E non solo settantamila morti, ma anche solo settanta, denuncerebbero una colpa irrimediabile. E in ragione di questo pregiudizio diventa persino superfluo indagare su quanti, tra tutti quei morti, fossero in realtà combattenti. Perché allo Stato degli ebrei non è riconosciuto il diritto di combattere contro chi lo combatte.

(Il Riformista, 31 gennaio 2026)

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Il 78 per cento degli insegnanti alle prese con l’odio

L’antisemitismo ha avvelenato i nostri pozzi scolastici. Uno studio dell’Unesco.

di Giulio Meotti

ROMA - “Avvelenare i pozzi” evoca l’eco sinistra dalla storia medievale, quando gli ebrei furono accusati di contaminare le fonti d’acqua per diffondere la peste nera, uno dei tanti pretesti per pogrom e persecuzioni che macchiarono l’Europa di sangue. Ora c’è l’avvelenamento delle menti nelle aule scolastiche, dove l’antisemitismo si è insinuato come un veleno, corrodendo i fondamenti della tolleranza, della ragione e della verità storica. Il drammatico rapporto dell’Unesco, intitolato “Addressing antisemitism through education”, rivela che più di tre quarti (il 78 per cento) degli insegnanti europei ha assistito a incidenti antisemiti tra gli studenti.
   Il sondaggio, condotto in piena guerra a Gaza, è il primo studio paneuropeo del genere. Un insegnante su dieci è stato testimone anche di violenze fisiche contro studenti ebrei, quando ce ne sono (specie in Francia). E chi avvelena i pozzi scolastici? Ideologie islamiste radicali importate da migrazioni non integrate e amplificate dai social (un reel di TikTok con il massacro del 7 ottobre editato fa più danni di cento lezioni di storia); l’antisionismo accademico di sinistra, che maschera l’odio per gli ebrei sotto il velo della critica a Israele e un fallimento sistemico dell’educazione, che privilegia la “sensibilità” culturale a scapito della verità storica. Israele, unica democrazia mediorientale, è dipinto come “oppressore”, ignorando il terrorismo di Hamas, Hezbollah e loro alleati. E anche il ricordo della Shoah sta scomparendo. Prima delle atrocità del 7 ottobre, duemila delle quattromila scuole secondarie del Regno Unito commemoravano la Giornata della memoria dell’Olocausto. Ora 854 continuano a farlo. Effetti del multiculturalismo. D’altronde, sui manuali Hachette in uso in Francia, si studia che il 7 ottobre quelli di Gaza hanno ucciso “1.200 coloni”. L’antisemitismo da medie e superiori non ha bisogno di Edward Said per giustificarsi: è crudo, diretto, infantile. E l’ebraismo, se non rinuncia al legame con Israele, è diventato la diversità che non si può più tollerare.

Il Foglio, 31 gennaio 2026)

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Fede e svastica

Kurt Gerstein voleva studiare i nazisti dall’interno e scelse di vedere l’abisso coi suoi occhi. La tragedia di un testimone inascoltato

di Francesca d’Aloja

I grandi avvenimenti della Storia consegnano alla nostra memoria figure esemplari o al contrario esecrabili, nomi di vincitori e di sconfitti, di vittime e carnefici. Così come nei romanzi, accanto ai protagonisti si muovono personaggi secondari, meno noti e spesso dimenticati, non per questo meno interessanti. L’uomo del quale voglio raccontare la parabola è uno di loro. La sua vicenda non è paragonabile a nessun’altra, e per tale ragione fa caso a sé.
  Il suo nome è Kurt Gerstein. Nelle rare foto che lo ritraggono, la sua identità è inequivocabile: capelli rasati e divisa militare da cui spunta, sul colletto nero, una doppia S. Non ci sarebbe neanche bisogno di quel dettaglio per capire che Kurt Gerstein è un ufficiale delle Waffen-SS, il suo aspetto è la rappresentazione plastica dell’iconografia nazista: biondo, occhi azzurri, sguardo sprezzante. Ma come ben sappiamo, le apparenze ingannano. Nato in seno a una famiglia borghese di origine prussiana, Kurt cresce a Münster, in Vestfalia. Il padre, magistrato, è un fervente nazionalista nostalgico della potenza imperiale tedesca. L’educazione imposta ai sette figli è rigida e punitiva, Kurt è il più ribelle, indisciplinato.
   Ciononostante porta a termine gli studi e si iscrive all’università dove consegue, nel 1931, la laurea in ingegneria mineraria. Convinto nazionalista, si iscrive all’associazione studentesca Teutonia, ma la politica non gli fornisce le risposte che lo assillano sin da ragazzo, la ricerca di un significato esistenziale va spostata altrove, Dio è l’unica autorità morale degna di obbedienza. E’ così che si fa strada un appassionato sentimento religioso che porta Gerstein a frequentare il movimento giovanile protestante di cui diventa prima membro e in seguito dirigente. Quando, nel 1933, i nazisti conquistano il potere, la maggioranza dei tedeschi, accecati dalla fede nel Blut und Boden (Sangue e Suolo), riconosce Hitler quale protettore della minacciata identità germanica: l’80 per cento degli uomini di chiesa, protestanti e cattolici, appoggiano il partito nazista tedesco. Fra loro, anche Kurt Gerstein, che si iscrive al Nsdap.

La politica non gli fornisce le risposte che lo assillano sin da ragazzo: è Dio l’unica autorità morale degna di obbedienza,
L’adesione al partito è il primo segnale di ambiguità nella personalità di Gerstein, e sarà fonte di profondi tormenti. Non condividendo la politica antireligiosa promossa dal Reich che pretende “una Chiesa evangelica di cristiani di razza ariana” allineata al Nazionalsocialismo, Gerstein matura il primo conflitto interiore e si unisce a una frazione minoritaria di opposizione, autodefinita “Chiesa confessante”. Una presa di posizione che mette in allerta la Gestapo. Durante una perquisizione nella sua abitazione, vengono rinvenuti opuscoli antinazisti che gli costano l’espulsione dal partito, il licenziamento dall’impiego nelle miniere statali e sei settimane di carcere. Le preoccupazioni professionali e familiari (è fresco di matrimonio con la figlia di un pastore protestante con la quale metterà al mondo tre figli), il dilemma fra lealtà patriottica e fedeltà alla Chiesa, e soprattutto le pressioni del padre, lo costringono a redigere una domanda di riammissione nella quale ammette la propria colpevolezza. Un’abiura a cui accondiscende solo per volere paterno. Ottenuto il reintegro nel partito, si trasferisce a Tubinga per studiare medicina ma non abbandona l’impegno religioso. La Gestapo lo arresta di nuovo, come accade ad altri membri della Chiesa confessante. Stavolta, oltre a qualche mese di prigione, lo aspetta il campo di concentramento dal quale uscirà provato nel fisico e nello spirito al punto di pensare al suicidio. Tornato in libertà, si ritrova senza lavoro e senza soldi, spesi quasi interamente per foraggiare le attività religiose. E’ preoccupato per il suo futuro e per quello della sua nazione. Scrive allo zio espatriato negli Stati Uniti al quale rivela di essere nel mirino del regime e di temere un nuovo arresto: “Sarebbe la mia morte”. Nella lunga lettera gli confida i suoi tormenti: “Il popolo tedesco, la gioventù tedesca, devono essere istruiti alla fede di Dio o devono credere soltanto alla bandiera insanguinata, ai luoghi di culto, ai confini, alle razze? Il Nazionalsocialismo pretende di impadronirsi dell’uomo e dominarlo fino al più profondo del suo essere. Si stanno mettendo contro Dio, ma Dio non può essere beffato”.
Il solo modo per combattere il nazismo è farne parte da infiltrato, senza coperture. Il cristiano Gerstein decide di scendere all’inferno.
La fiducia iniziale nei confronti del regime si sta sgretolando, Gerstein ne intuisce i pericoli nascosti dietro le grandi promesse. Fin quando quello che era un sospetto diventa certezza. Nel programma di soppressione dei disabili fisici e psichici condotto in gran segretezza, finisce la cognata di Gerstein, ricoverata per disturbi nervosi. Il certificato di morte per “sopraggiunti problemi cardiaci” viene inoltrato alla famiglia insieme alle ceneri della congiunta. Gerstein è convinto sia stata uccisa in quanto “non degna a vivere”, secondo la definizione dei medici carnefici, ma non può dimostrarlo. E’ allora che prende la decisione più controversa della sua vita: “Non avevo che un solo desiderio: vedere, veder chiaro in tutto questo ingranaggio e allora gridare in mezzo a tutti! Anche se la mia vita sarebbe stata minacciata, non avevo scrupoli. Chiesi di entrare volontario nelle SS per condurre una battaglia attiva e conoscere gli obiettivi dei nazisti e i loro segreti”, scrive in quello che verrà ricordato come Il rapporto Gerstein. Il solo modo per combattere il nazismo, dunque, è farne parte, da infiltrato e senza copertura. Il cristiano Gerstein decide di scendere all’inferno, senza immaginare quanto profondo sarà quell’abisso. Una decisione accolta con stupore dai suoi conoscenti e orgoglio dal corpo delle Waffen SS che interpreta la richiesta come un bisogno di riscatto dagli “errori” passati. Al pastore della sua diocesi, preoccupato per il suo destino, confiderà: “Se sentirete cose strane sul mio conto, non crediate che io sia cambiato. Mi sono arruolato per due ragioni: la rovina verrà, è sicuro. Verrà il giudizio divino. Questi desperados proveranno a uccidere coloro che considerano nemici, non è dall’esterno che potranno essere ostacolati, ma solo da qualcuno che farà sparire gli ordini o li trasmetterà mutilati. E’ questo il mio ruolo! L’altra ragione è la seguente: mia cognata è stata uccisa, e io voglio sapere chi sono i suoi assassini”.
  La folle missione di Gerstein raggiunge ben presto obiettivi insperati. Grazie ai suoi studi in chimica e medicina viene destinato al servizio d’igiene delle Waffen SS e incaricato della disinfezione nei campi di concentramento. Nel giugno del ‘42, il ruolo storico di Kurt Gerstein prende corpo grazie a una missione segreta affidatagli dai suoi superiori: l’acquisizione di 100 kg di acido cianidrico, il tristemente noto Zyklon B, la cui destinazione è conosciuta solo dall’autista del camion. Dopo aver fatto rifornimento in una fabbrica vicino Praga, il camion procede verso la Polonia e fa sosta nei campi di concentramento di Belzec e Treblinka. Gerstein non conosce il motivo della fermata, ma lo scoprirà di lì a poco quando gli verrà richiesto di assistere a una procedura. Il capitano Wirth, che lo accompagna, gli sussurra: “Non sono più di dieci ad aver visto ciò che voi vedrete”.
Il racconto a un diplomatico svedese, che ricorda: “Era disperato, nascondeva il volto fra le mani, pensai che non avrebbe sopportato quel peso”.
Tutto ha inizio con l’arrivo di un treno da cui sbarcano seimila persone alle quali viene ordinato di togliersi vestiti, protesi dentarie e occhiali. E’ Gerstein a descrivere la scena, lasciamo a lui la parola: “Fu chiesto loro di appaiare le scarpe con pezzetti di spago distribuiti da un bambino. Consegnare tutti i valori, tutto il denaro. Alle donne furono tagliati i capelli, poi cominciò la marcia. Uomini, donne, ragazze, bambini di ogni età, mutilati, tutti completamente nudi, al gelo. In un angolo, un robusto SS dice ai disgraziati con voce paterna: “Non vi succederà niente di male! Bisogna solo respirare molto profondo, fortifica i polmoni!” Un’ebrea di circa quarant’anni, gli occhi come fiamme, maledice gli assassini, ne riceve qualche frustata e scompare nella camera a gas. Molti pregano, e io con loro. Mi stringo in un angolo e imploro il mio e il loro Dio. Come avrei voluto entrare insieme a loro nelle camere a gas…”.
  Il racconto continua, terribile, fino alla fine, ma io non ho la forza di trascriverlo. Quello a cui assiste Kurt Gerstein va al di là della sua immaginazione. Noi, ora, sappiamo. Lui lo scopre in quel momento, e in quel momento comincia a morire.
   Le oltre duemila persone stipate in quattro stanze di novanta metri quadrati ci mettono quasi tre ore a morire, un tempo infinito dovuto al malfunzionamento del motore diesel. La necessità di escogitare un sistema di annientamento più rapido spiega l’incarico affidato a Gerstein: lo Zyklon B che si è procurato, ora gli è chiaro, non sarà destinato alla disinfezione degli ambienti. Col pretesto di un’avaria causata dalla decomposizione del gas, Gerstein distrugge il carico di Zyklon B, l’unica azione di sabotaggio che gli è possibile mettere in pratica. Ora deve trovare il modo di rendere il mondo partecipe di quell’abominio. L’occasione si presenta il giorno dopo, su un treno notturno che da Varsavia è diretto a Berlino. Fra i passeggeri c’è un diplomatico svedese, il barone Göran von Otter. Gerstein, in divisa da ufficiale, è seduto di fronte: “Notai che mi lanciava delle occhiate. Era pallido, molto teso” racconta lo stesso Otter, “voleva attaccare discorso, era evidente”. Quando il treno si ferma, in aperta campagna, Otter scende a fumare una sigaretta. Gerstein lo segue: “Devo riferirle una cosa terribile”. Ha inizio così il racconto dell’ufficiale Gerstein, “Un fiume in piena”.
  I due rimangono insieme diverse ore durante le quali Gerstein non lesina particolari, fornisce documenti, mostra le fatture per l’acquisto dell’acido, singhiozza, prende fiato ma non si ferma. “Era disperato, nascondeva il volto fra le mani, pensai che non avrebbe sopportato a lungo quel peso”. Dopo l’iniziale scetticismo il diplomatico non nutre più dubbi: “Era tutto così spaventoso da sembrare incredibile, ma il suo modo di parlare, la sua sofferenza, mi hanno convinto”. Rientrato a Berlino, Otter informa l’ambasciatore del suo paese, il quale gli consiglia di riferire quanto saputo al Ministero degli Esteri. Dal Ministero si suggerisce però al diplomatico di “lasciar perdere”, se ne sarebbero occupati loro. E Otter, colpevolmente, passa il testimone. La Svezia, che non vuole compromettere i rapporti con la Germania, non farà nulla. Sei mesi dopo, mentre sta uscendo dagli uffici della legazione svedese a Berlino, Otter si sente chiamare da dietro un cespuglio: “Era Gerstein. Aveva un aspetto orribile. Mi raccontò del mancato incontro con il nunzio pontificio e con il ministro svizzero e mi chiese cosa avessi fatto…”. In quei mesi, rischiando l’accusa di alto tradimento, Gerstein aveva cercato di mettere al corrente più gente possibile ma nessuno era intervenuto. Sebbene in molti sapessero, il solo a denunciare fu lui.
Nel programma nazista di soppressione dei disabili, condotto in segretezza, finisce la cognata di Gerstein, ricoverata per disturbi nervosi.
Soltanto alla fine della guerra gli svedesi avrebbero trasmesso a Londra il promemoria di Otter.
Il 21 aprile del ‘45 Gerstein si consegna ai francesi e mette nelle mani di due ufficiali il rapporto di tutto ciò che è in sua conoscenza. L’ha scritto in tre lingue, per essere sicuro: tedesco, inglese e francese. E’ fiducioso, nonostante lo stato di prostrazione in cui versa, minato nel corpo e nell’anima. Finalmente la sua voce verrà ascoltata. Ma il suo sacrificio si rivelerà inutile, e il finale di questa storia è tragico quanto il suo svolgimento. Il testimone inascoltato Kurt Gerstein, considerato criminale di guerra e indagato per complicità nello sterminio, viene trasferito in un carcere militare. Il 25 luglio 1945 il suo corpo senza vita giace sul pavimento di una cella del carcere di Cherche-Midi. Il decesso verrà refertato come suicidio per impiccagione. Pochi giorni prima Gerstein aveva scritto a un amico: “A te i miei auguri di felicità per la liberazione del tuo paese dalla nostra razza di vipere e di criminali. Per quanto oscura possa essere oggi la nostra sorte, quella gente orribile non doveva vincere. Domanda ai tuoi se adesso almeno credono a quello che si è passato a Belzec e altrove. Io ringrazio Dio di aver potuto fare di tutto, nel limite delle mie forze, per far scoppiare quell’ascesso che si era formato sul corpo dell’umanità. A te e a tutti i tuoi io auguro, dopo questi tempi così difficili, di poter di nuovo respirare”.
  Chi tacque fu dunque giudicato innocente. Chi si oppose, complice del male.

Il Foglio, 31 gennaio 2026)

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Dalla Sacra Scrittura

2 SAMUELE

Capitolo 6
    Davide fa trasportare l'arca da Baalè di Giuda (Chiriat-Iearim) a Gerusalemme
  • Davide radunò di nuovo tutti gli uomini scelti d'Israele, in numero di trentamila. Poi si alzò, e con tutto il popolo che era con lui, partì da Baalè di Giuda per trasportare di là l'arca di Dio, sulla quale è invocato il Nome, il nome dell'Eterno degli eserciti, che siede su di essa fra i cherubini. Posero l'arca di Dio sopra un carro nuovo e la portarono via dalla casa di Abinadab che era sul colle; Uzza e Aio, figli di Abinadab, conducevano il carro nuovo con l'arca di Dio, e Aio andava davanti all'arca. Davide e tutta la casa d'Israele suonavano davanti all'Eterno ogni sorta di strumenti di legno di cipresso, e cetre, saltèri, timpani, sistri e cembali. 
  • Quando furono giunti all'aia di Nacon, Uzza stese la mano verso l'arca di Dio e la sostenne, perché i buoi la facevano inclinare. E l'ira dell'Eterno si accese contro Uzza; Iddio lo colpì là per la sua irriverenza, ed egli morì in quel luogo vicino all'arca di Dio. Davide si rattristò perché l'Eterno aveva fatto una breccia nel popolo, colpendo Uzza; quel luogo è stato chiamato Perez-Uzza fino al giorno d'oggi. Davide, in quel giorno, ebbe paura dell'Eterno, e disse: “Come potrebbe venire da me l'arca dell'Eterno?”. E Davide non volle trasportare l'arca dell'Eterno presso di sé nella città di Davide, ma la fece portare in casa di Obed-Edom di Gat. L'arca dell'Eterno rimase tre mesi in casa di Obed-Edom di Gat, e l'Eterno benedisse Obed-Edom e tutta la sua casa. 
  • Allora fu detto al re Davide: “L'Eterno ha benedetto la casa di Obed-Edom e tutto quello che gli appartiene, a motivo dell'arca di Dio”. Allora Davide andò e trasportò l'arca di Dio dalla casa di Obed-Edom su nella città di Davide, con gioia. Quando quelli che portavano l'arca dell'Eterno ebbero fatto sei passi, si immolava un bue e un vitello grasso. E Davide, cinto di un efod di lino, danzava a tutta forza davanti all'Eterno. Così Davide e tutta la casa d'Israele trasportarono su l'arca dell'Eterno con gioia e al suono della tromba. 
  • Mentre l'arca dell'Eterno entrava nella città di Davide, Mical, figlia di Saul, guardò dalla finestra e, vedendo il re Davide che saltava e danzava davanti all'Eterno, lo disprezzò in cuor suo
  • Portarono dunque l'arca dell'Eterno e la collocarono al suo posto, in mezzo alla tenda che Davide le aveva montato; e Davide offrì olocausti e sacrifici di ringraziamento davanti all'Eterno. Quando ebbe finito di offrire gli olocausti e i sacrifici di ringraziamento, Davide benedisse il popolo nel nome dell'Eterno degli eserciti, e distribuì a tutto il popolo, a tutta la moltitudine d'Israele, uomini e donne, una focaccia di pane, una porzione di carne e una schiacciata di uva passa. Poi tutto il popolo se ne andò, ciascuno a casa sua
  • Mentre Davide se ne tornava per benedire la sua famiglia, Mical, figlia di Saul, gli uscì incontro e gli disse: “Bell'onore si è fatto oggi il re d'Israele a scoprirsi davanti agli occhi delle serve dei suoi servi, come si sarebbe scoperto un uomo da nulla!”. Davide rispose a Mical: “L'ho fatto davanti all'Eterno che mi ha scelto, invece di tuo padre e di tutta la sua casa, per stabilirmi principe d'Israele, del popolo dell'Eterno; sì, davanti all'Eterno ho fatto festa. Anzi mi abbasserò anche più di così e mi renderò spregevole ai miei occhi; eppure, da quelle serve di cui tu parli, proprio da loro, io sarò onorato!”. E Mical, figlia di Saul, non ebbe figli fino al giorno della sua morte.

(Notizie su Israele, 30 gennaio 2026)


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Ministero della Salute: proteggere i bambini dai pericoli legati alla piantumazione degli alberi

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GERUSALEMME – La festa di Capodanno degli alberi, “TU BiShvat”, è un giorno gioioso per gli ebrei. In tutto Israele piantano alberelli e partecipano così al rimboschimento. Quest'anno la festività cadrà lunedì prossimo.
Ma per i bambini le attività di piantumazione comportano anche dei pericoli. Per questo motivo il Ministero della Salute, come già in occasione di altre festività, ha pubblicato alcune indicazioni per i genitori. Esse si riferiscono principalmente alle attività di piantumazione nelle scuole materne, nelle scuole elementari e nei movimenti giovanili.
L'autorità invita i genitori ad assicurarsi che i rispettivi organizzatori abbiano ottenuto l'autorizzazione dal Ministero dell'Istruzione. Inoltre, i collaboratori dovrebbero assicurarsi che non vengano piantate piante tossiche o allergeniche. Eventuali residui di fertilizzanti o pesticidi devono essere tenuti lontani dai bambini.
Ulteriori avvertenze riguardano l'area in cui è prevista l'iniziativa di piantumazione: lì non dovrebbe esserci nulla che possa causare lesioni, come buche, rocce o anche detriti di costruzione. Il Ministero mette anche in guardia da serpenti, scorpioni e altri animali che potrebbero mordere o pungere.

Evitare avvelenamenti
Si legge inoltre: “I bambini possono essere curiosi e cercare di mettere in bocca piante, funghi selvatici o frutti che trovano”. I genitori dovrebbero insegnare loro già a casa a non mettere in bocca nulla di ciò che trovano all'aperto, perché potrebbe essere velenoso. Se tuttavia si sospetta un avvelenamento, l'autorità raccomanda, a seconda delle condizioni del bambino, di chiamare il Centro nazionale antiveleni o il servizio di soccorso Roter Davidstern.
Oltre alla piantumazione di alberi, la festa prevede anche il consumo di frutta secca. Il ministero ricorda ai genitori di tenere d'occhio i bambini piccoli a causa del rischio di soffocamento. Inoltre, la frutta dovrebbe essere tagliata in piccoli pezzi. Noci, mandorle o pistacchi dovrebbero essere somministrati ai bambini solo se ben macinati e puliti. Queste indicazioni fanno parte del programma nazionale per la sicurezza dei bambini.
Il nome TU BiShvat si riferisce alla data ebraica della festa: le lettere ebraiche Tet e Waw, che diventano U, corrispondono ai valori numerici 9 e 6, che insieme danno 15. La festa di Capodanno degli alberi è il 15° giorno del mese di Shvat.

(Israelnetz, 30 gennaio 2026)

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Crans-Montana, oltre il dolore: chi sono i volontari di ZAKA e perché il loro impegno non conosce confini religiosi?

Gli interventi di ZAKA spaziano dalle operazioni successive ad attacchi terroristici, incidenti stradali, catastrofi naturali e altre calamità, fino a squadre specializzate di ricerca e soccorso, unità subacquee, unità cinofile e veicoli di primo soccorso. La missione di onorare la dignità di ogni defunto, indipendentemente dal credo religioso, nasce dall'idea che ogni vita e ogni persona meritano rispetto incondizionato e guida le azioni dei volontari anche nelle situazioni più drammatiche.

di Anna Balestrieri

A meno di un mese dalla tragedia di Crans-Montana, mentre le famiglie dei giovani deceduti cercano di superare il loro dolore e quelle dei sopravvissuti si impegnano nella difficile convalescenza, il triste evento offre anche l'occasione per parlare di un'organizzazione non governativa che ha svolto un ruolo significativo nelle operazioni di soccorso dopo la tragedia: ZAKA sfata il mito diffuso in certi ambienti secondo cui interviene solo quando sono coinvolti “gli ebrei”.
ZAKA – acronimo di Zihuy Korbanot Ason (“Identificazione delle vittime di catastrofi”) – è un'organizzazione di volontariato specializzata nel soccorso, nella ricerca e nel recupero in caso di emergenze, tragedie e incidenti, che opera 24 ore su 24 con migliaia di volontari pronti a fornire assistenza professionale ovunque sia necessario.
ZAKA è stata fondata informalmente nel 1989 dopo un attentato contro un autobus in Israele durante la prima Intifada e istituzionalizzata nel 1995. Da allora, l'organizzazione è cresciuta fino a contare oltre 3.000 volontari attivi in Israele e all'estero, che collaborano con i servizi di soccorso e le forze di sicurezza per salvare vite umane ovunque sia possibile e per commemorare i defunti con dignità e un'etica di profondo rispetto umano.

Un ruolo concreto nelle emergenze
  Gli interventi di ZAKA spaziano dalle operazioni di risposta ad attacchi terroristici, incidenti stradali, disastri naturali e altre catastrofi, alle squadre specializzate di ricerca e soccorso, alle squadre di sommozzatori, alle unità cinofile e ai veicoli di primo soccorso.
Nel 2025, l'organizzazione ha risposto a oltre 7.000 emergenze, tra cui attentati, migliaia di incidenti stradali e interventi Chesed Shel Emet (onore ai morti), a dimostrazione della portata dell'impegno quotidiano che va ben oltre i confini religiosi o comunitari.
Il principio di Chesed Shel Emet - “vera bontà” verso coloro che non possono ricambiarla - è al centro della filosofia di ZAKA. La missione di onorare la dignità di ogni defunto, indipendentemente dal credo religioso, nasce dall'idea che ogni vita e ogni persona meritano rispetto incondizionato e guida le azioni dei volontari anche nelle situazioni più drammatiche.

Un'organizzazione internazionale
  Contrariamente all'idea che ZAKA operi solo in contesti ebraici, la sua unità internazionale di ricerca e soccorso è intervenuta in numerosi paesi colpiti da catastrofi naturali o attacchi violenti, offrendo assistenza alle autorità locali indipendentemente dalla religione o dalla nazionalità.
Esempi storici sono gli interventi dopo lo tsunami in Asia nel 2004, i terremoti in Giappone e Nepal e altri scenari globali in cui i volontari hanno messo a disposizione le loro competenze e il loro aiuto in condizioni difficili.

Volontariato trasversale
  Sebbene molti volontari siano religiosi, oggi ZAKA accoglie persone di diverse fedi e provenienze e offre diverse opportunità di impegno, dal soccorso e recupero all'assistenza logistica e al sostegno alle famiglie colpite, rendendo concreta la possibilità di un contributo umanitario e civile.

La sfida del trauma e del sostegno
  Il contatto costante con scene di sofferenza ha spinto l'organizzazione a sviluppare anche servizi di sostegno psicologico e unità di resilienza per aiutare i propri volontari a gestire lo stress emotivo del loro impegno, riconoscendo così l'importanza del benessere psicologico per coloro che ogni giorno si confrontano con i limiti estremi della vita umana.
In un momento di lutto e riflessione come quello seguito alla tragedia di Crans-Montana, il ruolo di ZAKA – così ampio, intenso e spesso poco conosciuto nei suoi aspetti internazionali e umanitari – offre l'opportunità di comprendere meglio il valore e la complessità di un volontariato che considera l'essere umano in tutte le sue condizioni di vita, senza gerarchie.

(Bet Magazine Mosaico, 30 gennaio 2026)

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Nel processo Zaguri, la giustizia israeliana di fronte alla legge del silenzio

di David Castel*

In questa sala di Beer Sheva non si giudicano solo gli uomini. Si giudicano il silenzio, la paura, il prezzo della parola. Il resto, le pareti blindate, i poliziotti, i vetri, è solo scenografia. Il verdetto non è stato una sorpresa. È caduto come un sasso che sapevamo già essere lì. Tre ergastoli. Tre morti. Una storia che si chiude fingendo di credere che sia finita.
Yaniv Zaguri è rimasto in piedi. Né spavalderia né crollo. Sette anni di processo hanno logorato i nervi come l'acqua logora la pietra. Il giudice ha parlato di cinema. Cattivo cinema. Un film poliziesco scritto con sangue, rabbia, vendetta. Ma non era un film. Era un manuale d'istruzioni. Una grammatica della paura.
Tutto inizia sempre con qualcuno che parla. Un uomo che decide di non poter più tacere. Tal Korkus era uno di quelli. Conosceva le regole, i volti, le abitudini. Era stato dalla parte giusta, poi dall'altra. Ha testimoniato. E da quel momento è iniziato il conto alla rovescia. Nel marzo 2016, è stata la sua ex moglie, Dvora Hirsch, a cadere per prima. Uccisa in un parcheggio, davanti ai suoi figli. Non era lei l'obiettivo principale. Era la prova che la vendetta non si ferma ai confini del fascicolo giudiziario. Che trabocca. Che contagia.
Korkus muore meno di un anno dopo, ad Ashkelon. Un invito, un appartamento, un'auto. L'esplosione è netta. Definitiva. Elisha Sabah, un altro testimone, viene ucciso a Netanya, nel suo ristorante. Tre morti. Tre scene diverse. Un unico messaggio. Il giudice lo riassume senza mezzi termini: «Chiunque metta le mani sul fascicolo morirà».
Ciò che questo processo racconta è un'organizzazione che non si lascia trasportare dalla rabbia. Calcola. Aspetta. Colpisce dove fa male. Intorno a Zaguri, esecutori, intermediari, uomini senza statura mitologica. Nessuna figura romantica. Ingranaggi. Il crimine organizzato, qui, non è spettacolare. È paziente. Sa che il tempo gioca a suo favore.
Israele ha a lungo rifiutato questa parola: organizzazione. Si preferiva parlare di teppisti, clan, margini. Ma dagli anni '90, la realtà si è imposta. Gerarchie, catene di comando, economie parallele. E soprattutto, la capacità di sopravvivere all'arresto dei capi. Anche la prigione non è sempre stata sufficiente. Nel sud, altri casi hanno dimostrato come alcuni continuassero a dirigere dalla loro cella, con l'aiuto di telefoni introdotti clandestinamente, complicità comprate, voci che attraversano i muri.
Nel nord, la violenza è più discreta. Meno proiettili, più pressioni. Imprenditori che pagano per lavorare. Cantieri che cambiano di mano senza contratto. Una paura amministrativa, quasi pulita. È qui che un uomo accetta di svolgere un ruolo che nessuno invidia. Lo chiamano il Principe. Un soprannome quasi crudele. Per più di un anno vive tra coloro che dovrà denunciare. Ascolta, prende appunti, aspetta. Quando arrivano gli arresti, rivelano qualcos'altro: uomini in giacca e cravatta, società di comodo, a volte persino eletti locali. Il crimine non è più ai margini. Ha imparato a mimetizzarsi.
Questo processo, e quelli che lo circondano, dicono qualcosa di preciso sull'Israele di oggi. Di uno Stato di diritto solido, ma costantemente messo alla prova. Di istituzioni capaci di condurre indagini lunghe, costose, rischiose. Capace anche di colpire duro. Tre ergastoli non sono solo una sanzione. Sono una dichiarazione: la giustizia non indietreggerà davanti a chi cerca di metterla a tacere.
Ma dicono anche qualcos'altro. Che la paura spesso precede la giustizia. Che prima della testimonianza ci sono notti insonni, famiglie che si consultano, bambini che vengono guardati in modo diverso. Che molti rinunciano prima ancora di arrivare in tribunale. Che qui la parola non è mai gratuita.
Israele è un paese abituato alle minacce visibili. Ai confini, alle sirene, agli allarmi. La criminalità organizzata è un'altra preoccupazione. Più intima. Più silenziosa. Si insinua nella vita quotidiana, nell'economia, nelle relazioni. Non cerca di rovesciare lo Stato. Cerca di logorarlo.
Quando il giudice chiude il caso Zaguri, non chiude solo un caso. Pone una domanda senza formularla: fino a che punto un paese può proteggere chi parla? E quante voci tacciono ancora, per prudenza, per stanchezza, per paura, prima ancora che la giustizia abbia la possibilità di ascoltarle?
Il verdetto è stato emesso. Il silenzio, invece, rimane.
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David Castel - Ex avvocato del foro di Parigi per 24 anni, oggi autore e attento osservatore di Israele, David Castel esplora le storie vere che rivelano la società dietro i fatti. Tra giustizia, destini singolari e misteri della vita quotidiana, scrive con il rigore del giurista e la sensibilità del narratore. Le sue cronache giudiziarie svelano un Israele umano, contrastato, spesso sorprendente.

(The Times of Israël, 30 gennaio 2026)

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Zanichelli corregge il passaggio sul 7 ottobre

“Attacco contro insediamenti di coloni israeliani”, libro in ristampa dopo la denuncia del Riformista.

di Luca Sablone

Dopo la denuncia del Riformista, Zanichelli corregge il passaggio sulle gravi imprecisioni sugli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023. L’intervento riguarda il volume La storia. Progettare il futuro, firmato da Alessandro Barbero, Chiara Frugoni e Carla Sclarandis. Il 27 gennaio avevamo pubblicato un’analisi di Emanuele Calò, che evidenziava come nel testo le vittime e le aree israeliane colpite fossero indicate come «coloni» e «insediamenti». Una formulazione distorta, perché riferita a località situate nel territorio internazionalmente riconosciuto di Israele.
Dopo la segnalazione, la casa editrice fornisce una replica ufficiale in cui conferma l’errore terminologico. Zanichelli correggerà il passaggio segnalato, su carta in sede di ristampa e subito nell’edizione digitale, togliendo il riferimento a «insediamenti di coloni». Nell’edizione minore del medesimo manuale (di prossima uscita), questo passaggio è già stato modificato («questo prima della vostra segnalazione»), e la parola «coloni» non compare. 
«Tornando all’edizione in commercio, la pagina 805, appaiata alla frase da correggere, riporta una linea del tempo del conflitto arabo-israeliano (1947-2023) e definisce il 7 ottobre un “attacco terroristico-militare di Hamas contro Israele”. Lo specifichiamo perché il contesto testuale e l’approccio complessivo di questo volume sul conflitto arabo-israeliano non lasciano spazio a dubbi», precisa Zanichelli.
Che ringrazia Calò per i toni e gli scopi costruttivi del suo intervento: «Da sempre Zanichelli è aperta alle segnalazioni dei lettori più attenti, che ci consentono di migliorare continuamente i nostri libri a catalogo». Abbassare la guardia sulla qualità e sull’accuratezza dei contenuti didattici sarebbe un errore imperdonabile. Di recente, in Francia, l’editore Hachette ha ritirato copie per errori e semplificazioni fuorvianti. Ringraziamo Zanichelli per la collaborazione e per aver accolto il nostro appello, evitando formulazioni improprie nei testi destinati ai ragazzi.

(Il Riformista, 30 gennaio 2026)

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Dalla Sacra Scrittura

2 SAMUELE

Capitolo 5
    Davide, riconosciuto come re da tutte le tribù
  • Allora tutte le tribù d'Israele vennero a trovare Davide a Ebron, e gli dissero: “Ecco, noi siamo tue ossa e tua carne. Già in passato, quando Saul regnava su noi, eri tu che guidavi e riconducevi Israele; e l'Eterno ti ha detto: 'Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai il principe d'Israele'”. Così tutti gli anziani d'Israele vennero dal re a Ebron e il re Davide fece alleanza con loro a Ebron in presenza dell'Eterno; ed essi unsero Davide come re d'Israele. Davide aveva trent'anni quando cominciò a regnare e regnò quarant'anni. A Ebron regnò su Giuda sette anni e sei mesi; e a Gerusalemme regnò trentatré anni su tutto Israele e Giuda. 
  • Allora il re con la sua gente si mosse verso Gerusalemme contro i Gebusei, che abitavano quel paese. Questi dissero a Davide: “Tu non entrerai qua; perché i ciechi e gli zoppi ti respingeranno!”; volendo dire: “Davide non entrerà mai”. Ma Davide prese la fortezza di Sion, che è la città di Davide. Davide disse in quel giorno: “Chiunque batterà i Gebusei giungendo fino al canale e respingerà gli zoppi e i ciechi che sono odiati da Davide...” da questo ha origine il detto: “Il cieco e lo zoppo non entreranno nella Casa”. Davide abitò nella fortezza e la chiamò “la città di Davide”; vi fece intorno delle costruzioni, cominciando da Millo e verso l'interno. 
  • Davide diventava sempre più grande, e l'Eterno, l'Iddio degli eserciti, era con lui. E Chiram, re di Tiro, inviò a Davide dei messaggeri, del legno di cedro, dei falegnami e dei muratori, i quali costruirono una casa a Davide. Allora Davide riconobbe che l'Eterno lo stabiliva saldamente come re d'Israele e rendeva grande il suo regno per amore del suo popolo Israele. 
  • Davide prese ancora delle concubine e delle mogli di Gerusalemme dopo il suo arrivo da Ebron, e gli nacquero altri figli e altre figlie. Questi sono i nomi dei figli che gli nacquero a Gerusalemme: Sammua, Sobab, Natan, Salomone, Ibar, Elisua, Nefeg, Iafia, Elisama, Eliada, Elifelet. 

    Davide prende Gerusalemme e sconfigge i Filistei
  • Quando i Filistei udirono che Davide era stato unto re d'Israele, salirono tutti in cerca di lui. Davide lo seppe e scese alla fortezza. I Filistei giunsero e si sparsero nella valle dei Refaim. Allora Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo salire contro i Filistei? Me li darai nelle mani?”. L'Eterno rispose a Davide: “Sali; poiché certamente io darò i Filistei nelle tue mani”. Davide dunque si recò a Baal-Perasim, dove li sconfisse, e disse: “L'Eterno ha disperso i miei nemici davanti a me come si disperde l'acqua”. Perciò chiamò quel luogo: Baal-Perasim. I Filistei lasciarono là i loro idoli, e Davide e la sua gente li portarono via. 
  • Poi i Filistei salirono di nuovo e si sparsero nella valle dei Refaim. E Davide consultò l'Eterno, il quale gli disse: “Non salire; gira alle loro spalle, e giungerai su loro di fronte ai Gelsi. E quando udrai un rumore di passi tra le vette dei gelsi, lanciati subito all'attacco, perché allora l'Eterno marcerà alla tua testa per sconfiggere l'esercito dei Filistei”. Davide fece così come l'Eterno gli aveva comandato e sconfisse i Filistei da Gheba fino a Ghezer.

(Notizie su Israele, 29 gennaio 2026)


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Israele tra sopravvivenza e destino

Potere, scopo e prova dell'anima di una nazione.

di David Lazarus

GERUSALEMME - Israele ha sempre avuto ben presente che la sua sopravvivenza non è garantita dal punto di vista umano. Qui i confini nazionali non sono inviolabili. Ogni errore tattico può avere conseguenze fatali. Il popolo sa istintivamente che un singolo errore di valutazione può significare una catastrofe. Qui non c'è alternativa alla vigilanza, la forza non è ideologica. La prontezza e la capacità di difesa sono un imperativo esistenziale.
La sopravvivenza di Israele è il risultato di coraggio, spirito di sacrificio, disciplina e disponibilità a sostenere costi immensi. La forza militare, le capacità di intelligence e le conquiste tecnologiche non sono un caso. Hanno salvato vite umane. Chi sostiene il contrario non è onesto nei confronti della realtà. È lontano dalla realtà, ingenuo o semplicemente sciocco.
Ma la storia insegna anche qualcos'altro. La sopravvivenza da sola non è mai tutta la storia. È il presupposto che rende possibile la storia, non la storia stessa.
Fin dall'inizio, Israele non era destinato solo a sopravvivere. Era destinato a vivere in un certo modo, a difendere qualcosa e a dimostrare che il potere non corrompe necessariamente l'anima. La visione biblica non rifiuta la forza. La dà per scontata. Ma rifiuta di considerarla il bene supremo. Il potere deve servire la comprensione morale, non sostituirla.
Un popolo può sopravvivere a lungo senza chiedersi perché sopravvive. Ma non può prosperare in questo modo.
Quando la sopravvivenza diventa la nostra unica prospettiva, le decisioni diventano reattive. La leadership si trasforma in una gestione permanente delle crisi. Il futuro non è più visto come qualcosa da costruire. Diventa qualcosa da evitare di perdere.

Spazio
  Israele si trova oggi in una situazione che nessuna generazione precedente avrebbe potuto immaginare. Le minacce sono reali, ma lo è anche la forza. Grazie all'intelligenza, alla resilienza e a decisioni difficili, il Paese si è guadagnato qualcosa di raro in questa regione: spazio per respirare. Spazio per riflettere. Spazio per agire senza essere spinti solo dall'emergenza successiva.
Questo spazio è importante. Ciò che ne facciamo è ancora più importante.
Le recenti mosse del primo ministro Netanyahu indicano che egli è consapevole di questa situazione. Gli sforzi per raggiungere un accordo con la Siria e il riconoscimento pubblico del Somaliland non sono solo manovre di sicurezza. Segnalano il tentativo di pensare oltre il pericolo immediato. Queste mosse mirano a plasmare la regione, invece che limitarsi a reagire ad essa, e a limitare la crescente influenza di rivali come la Turchia non solo con la forza, ma anche attraverso il posizionamento e le alleanze. Esse riflettono la consapevolezza che la forza di Israele ora consente una strategia, non solo una difesa.
Non è necessario essere d'accordo con ogni decisione del governo per riconoscere questo cambiamento. È così che appare quando la sopravvivenza concede tempo, il tempo consente strategie e le strategie aprono la porta a qualcosa di più della difesa costante.
La sopravvivenza crea le fondamenta su cui poggiamo. Le visioni determinano dove ci troviamo.

Quando la sopravvivenza diventa l'unico argomento
  Tuttavia, una nazione che vive da decenni in modalità di emergenza (e un popolo da millenni) non può semplicemente spegnerla. Vivere sotto costante minaccia lascia il segno. Influenza le abitudini, i titoli dei giornali e il linguaggio pubblico.
Quando la sopravvivenza domina, alcune domande diventano scomode. Possono essere: È giusto? È saggio? Siamo davvero così?
Il silenzio viene premiato.
Questo non perché le persone siano diventate crudeli. È perché la paura è così onnipresente. Lo si vede nella vita quotidiana. Le persone scelgono con cura le parole. Le conversazioni si riducono a cliché popolari. Si impara quali domande suscitano consenso e quali pregiudizi. Ma il silenzio come reazione alla paura non è né forza né saggezza.
Il conformismo è rafforzato dai circoli sociali, dai media, dalla politica e dalla pura e semplice stanchezza. Quando il disaccordo è percepito come infedeltà, il silenzio appare come responsabile. Il coraggio è limitato al campo di battaglia, mentre la valutazione onesta è scoraggiata.
Israele non ha mai mancato di coraggio. Questo è evidente ovunque. Ma il coraggio solo in battaglia non è sufficiente. Ci vuole coraggio morale per mettere in discussione le politiche. Il potere protegge più cose del solo territorio? Israele è forte, ma la forza senza direzione si indurisce. Un paese può proteggere i propri confini ed essere comunque incerto su ciò che sta proteggendo.
I profeti lo hanno avvertito molto tempo fa. Hanno avvertito che le società che mantengono l'ordine trascurando la giustizia alla fine crollano. Il potere è rimasto. La visione è svanita. Sono scomparsi dalla storia.

Il faraone come monito
  Ecco perché la Torah mette in risalto il faraone. Il faraone non è descritto come un malvagio sciocco. Agisce in modo strategico. Osserva attentamente la crescita degli Israeliti e capisce cosa ciò potrebbe significare per il suo dominio. La sua paura lo spinge a elaborare un piano.
“Venite, agiamo con astuzia nei loro confronti.” (Esodo 1,10)
Questa frase dovrebbe metterci a disagio. È la paura che si maschera da saggezza. La coercizione descritta come responsabilità.
Una volta che il potere è separato dai freni morali, la strada verso l'oscurità è facile. Ogni passo rende più facile quello successivo. La durezza diventa la normalità. L'auto-riflessione scompare. Il potere si protegge dalle cattive notizie.
Il faraone vede i segni. Ascolta gli avvertimenti. Ma quando la sopravvivenza del suo regime diventa l'unico valore, non può fare altro che perseguire Israele, anche se questo porta alla sua stessa distruzione.
La Torah racconta questa storia non per argomentare contro la forza, ma per avvertire cosa succede quando la forza serve solo a preservare se stessa e nient'altro.

Per cosa lottiamo?
  A Israele non è mai mancato il coraggio. Lo ha dimostrato più volte, e questo ha sempre dato i suoi frutti, nella base militare, nell'ospedale, nell'aula scolastica. Quando la vita normale è sotto pressione, questo coraggio mantiene in vita la nazione. Ma il coraggio da solo non basta a dirci come vivere. La Scrittura avverte che l'uomo non vive di solo pane, e una nazione non resiste solo con la sicurezza. La sopravvivenza costruisce muri e guadagna tempo. Il coraggio deve decidere cosa fare di questo tempo. Non solo come combattere, ma come scegliere, come giudicare e come rimanere fedeli a noi stessi quando la paura non ha più l'ultima parola.
Israele non dovrebbe mai limitarsi a sopravvivere. Essere “luce per le nazioni” non è una pretesa poetica esagerata. È un appello alla responsabilità. Significa dimostrare che il potere può essere esercitato senza diventare corrotto. I profeti ci ricordano che la storia non è determinata solo dagli eserciti o dai trattati. È determinata dal fatto che un popolo continui a camminare secondo l'immagine divina anche attraverso la valle della morte e non tema il male.
La lotta di Israele non è solo quella esteriore contro i nemici che vogliono fargli del male. Nel profondo, è la lotta contro la tentazione di dimenticare perché viviamo. Ci sono modi di vivere che mantengono in vita il corpo, ma svuotano lo spirito. L'integrità a volte ha un prezzo, non perché la vita sia a buon mercato, ma perché è preziosa.
Possa Israele non solo sopravvivere. Possa risplendere nelle sue decisioni, nelle sue leggi, nella sua cultura e nel suo coraggio. Possa la sua vita essere degna delle promesse del suo passato e delle speranze del mondo. Perché quando la forza è guidata dalla saggezza e il coraggio è caratterizzato dalla responsabilità, Israele non solo vive, ma diventa una luce che altri possono seguire.

(Israel Heute, 28 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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«Se l’antisemitismo è un buon affare»

Come il saccheggio dei beni ebraici e l’autoassoluzione collettiva hanno reso l’odio un affare rispettabile

di Paolo Macry

È soprattutto dagli anni Novanta del secolo scorso che il genocidio degli ebrei europei viene analizzato dagli storici non solo come la macchina infernale decisa dai vertici politici del Terzo Reich e realizzata da quanti – nei campi di concentramento – premettero il grilletto, ma anche come un fenomeno cui parteciparono, a vario livello di coinvolgimento, grandi masse di uomini e donne, intere popolazioni. Gli “uomini comuni” di cui scrisse nel 1992 Christopher Browning. I “volonterosi carnefici di Hitler” che nel 1996 un altro storico, Daniel Goldhagen, portò all’attenzione degli studiosi e del pubblico. Il genocidio era stato opera anche dei cosiddetti “spettatori”, della gente qualunque, di chi coltivava da sempre il pregiudizio antisemita, di quanti approfittarono delle circostanze per sfogare antiche ostilità pubbliche o private. O da chi ebbe l’inusitata opportunità di qualche buon affare e lo concluse senza troppe remore morali.
A Vienna, la civilissima Vienna, la colta Vienna, nel marzo del 1938, nei giorni dell’Anschluss, un’intera città assistette e spesso prese parte attivamente alla feroce aggressione della numerosa comunità ebraica, all’incendio delle sue sinagoghe, alla devastazione dei suoi negozi, all’occupazione delle sue abitazioni. All’umiliazione di vecchi e donne costretti, nelle strade e nei parchi, a lavare i marciapiedi o a gridare slogan antisemiti di fronte a piccole folle compiaciute.
Un moto diffuso e spontaneo di odio ideologico, di pregiudizio etnico, ma anche di avidità materiale. Sì, perché; la cosiddetta “arianizzazione” altro non fu che il furto sistematico delle grandi e piccole proprietà degli ebrei: appartamenti, negozi, strumenti di lavoro, suppellettili domestiche, biancheria, abiti, pellicce, argenti, gioielli. Una espropriazione selvaggia.
Poi, alcuni mesi dopo, il 9 e 10 novembre di quello stesso 1938, fu ancora Vienna uno dei principali teatri della famigerata Kristallnacht, la Notte dei cristalli, un pogrom massiccio e cruento che, una volta di più, vide protagonisti non soltanto i corpi di polizia e i militanti del regime, ma anche e convintamente la gente comune. La quale tuttavia, nei decenni a venire, avrebbe assai spesso rifiutato ogni responsabilità nel Grande Delitto del XX secolo. E che ancora oggi, intervistata dal documentarista britannico Luke Holland, racconta ma, al tempo stesso, giustifica quei tempi cruenti, quei crimini. Dicendo e non dicendo. Riconoscendo, ma al tempo stesso prendendo le distanze dall’abisso morale. Cammini tortuosi che però finiscono per spiegarci come concretamente poté (e possa) manifestarsi la malattia antisemita.
Un esempio, tra i tanti possibili, è il racconto che fa a Luke Holland nel 2013, quando ha 92 anni, Ruth Ob, tedesca, cattolica, figlia di un ingegnere. Ruth ricorda come, mentre stava preparando gli esami di maturità, fosse stata la madre a informarla della Kristallnacht. “Pensa cos’è successo”, le aveva detto, “hanno distrutto tutti i negozi ebrei!”. Ma subito, aggiunge oggi Ruth, sua nonna si era messa in movimento. “Lei era un’amica degli ebrei” e così, dopo il pogrom, si era recata in un quartiere di Berlino dove erano numerosi i negozi ebrei. “Andò a fare compere lì!”, racconta Ruth, scegliendo ciò che le serviva. “Bene, prendo questo! Manderò un trasportatore a ritirarlo”, aveva detto. Si trattava di mobili, come poi aveva annunciato trionfante la madre. “Adesso abbiamo una bellissima camera da letto in mogano. Perfetta!”, le aveva detto. E non solo, ricorda Ruth. “Qualche giorno dopo arrivò un elegante salotto: divani, cuscini, poltrone, uno scrittoio, librerie. Bellissimo. Splendidamente scolpito in rovere. Stava molto bene a casa nostra. I miei genitori avevano solo mobili del tempo della guerra. Si erano sposati nel 1918 e vivevano modestamente. Ora potevano finalmente permettersi qualcosa di meglio. Ora avevamo cose belle”.
“E il prezzo era ottimo”, ammette Ruth, non nascondendo l’eccezionalità della situazione. “Tutto proveniva dagli ebrei”, ricorda. “Erano i loro beni privati. Volevano andare in America in nave e dovevano pagarsi il viaggio. Avevano bisogno di soldi per lasciare la Germania e così vendevano i loro mobili”. E tuttavia, di fronte a Holland che le fa domande sempre più imbarazzanti, la vecchia Ruth non demorde.
Risponde chiudendosi a riccio, assolvendo i suoi familiari e, anzi, attribuendo loro un improbabile ruolo di benefattori. “I miei genitori comprarono quei mobili perché gli ebrei avevano bisogno di denaro per lasciare la Germania”, spiega. “Provavano simpatia per gli ebrei. Cercarono di aiutarli il più possibile. In un certo senso, fu per una buona causa, per aiutare gli ebrei”. Ma fu anche perché il prezzo era molto conveniente, chiosa Holland. “Be’, era per entrambe le cose”, risponde a denti stretti Ruth. “Se non ci fosse stata l’occasione, i miei genitori non avrebbero comprato mobili nuovi, ma poiché ne ebbero la possibilità, furono felici di poter aiutare gli ebrei”. E infine, tradendo un qualche fastidio: “Pensala come vuoi”..
Se l’antisemitismo è un buon affare

(Setteottobre, 29 gennaio 2026)

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Lo spazio della parola

di Rav Roberto Della Rocca 

Ebraismo e cristianesimo stanno "uno di fronte all'altro" da quasi duemila anni, spesso più in conflitto che in dialogo. Parlare di "conflitto", tuttavia, è riduttivo: per secoli milioni di ebrei sono stati umiliati. perseguitati, espulsi e massacrati ben prima della Shoah. Per questo, parlare oggi di amicizia ebraico-cristiana appare quasi scandaloso. Uno degli uomini che ha avuto il coraggio di questo scandalo" è stato Jules Isaac. Dopo la deportazione e l'uccisione nei lager nazisti della moglie e della figlia, Isaac si dedicò a un compito preciso: fare in modo che ciò che era accaduto non accadesse mai più. Nel suo libro L'insegnamento del disprezzo mostrò come l'antigiudaismo cristiano non fosse un incidente marginale, ma il frutto di secoli di catechesi, predicazione, immagini e teologie che avevano trasformato il popolo ebraico in un "popolo maledetto". La sua diagnosi è netta: alla radice della violenza c'è l'ignoranza, spesso non ingenua ma coltivata e giustificata teologicamente. Se questa è la radice del male, è lì che bisogna intervenire: nello spazio della parola, dell'insegnamento e dell'immaginario religioso. Il dialogo ebraico-cristiano nasce così non dalla cordialità, ma dall'urgenza morale di smascherare il falso e di rompere le immagini demoniache dell'altro. Il dialogo non è un lusso per tempi tranquilli, ma un dovere di sopravvivenza: far comprendere che le sinagoghe non sono "luoghi di perdizione", e che gli ebrei non sono caricature morali, ma esseri umani con una propria etica e una propria ricerca di Dio. In questo cammino, la dichiarazione conciliare NostraAetate (1965) rappresenta una svolta storica nel rapporto tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico. 

Antichi stereotipi religiosi 
  Per la prima volta la Chiesa ha riconosciuto la perennità dell'alleanza tra Dio e Israele, ha rigettato l'accusa collettiva di deicidio e ha condannato senza ambiguità ogni forma di antisemitismo. Tutto questo è prezioso. E soprattutto non va dimenticato, proprio nei momenti in cui emergono difficoltà. Tuttavia, sessant'anni dopo, dobbiamo anche riconoscere che Nostra Aetate non ha ancora prodotto una rielaborazione completa delle categorie simboliche tradizionali. E l'antigiudaismo cristiano, condannato a livello teologico, riaffiora in forme nuove. È come una malattia cronica: curata, ma non del tutto guarita. Il 7 ottobre 2023 non è stato solo l'inizio di una guerra devastante. Per il popolo ebraico è stato un trauma profondo: il massacro di civili, donne, bambini, la sensazione che la storia potesse riprendere all'improvviso le forme più oscure che pensavamo di avere lasciato alle spalle. Ma c'è un secondo trauma, più sottile: la reazione di una parte dell'opinione pubblica mondiale, inclusa una parte del mondo cristiano. In molti casi, la compassione - legittima - per le vittime di Gaza si è trasformata in ostilità generalizzata verso lo 
  Stato d'Israele e, per un perverso scivolamento, verso gli ebrei in quanto tali. Le critiche, rivolte dapprima al governo israeliano, si sono presto estese all'intero popolo: Israele descritto come entità "vendicativa", "coloniale", "genocìda", termini come "nazismo" e "shoah" sono stati usati e abusati per definire il "nemico" del momento. Qui non si tratta più di critica politica, il problema sorge quando la critica assume tratti simbolici e morali che ricalcano antichi stereotipi religiosi: l'ebreo ostinato, moralmente colpevole, radicato nel potere e nella durezza di cuore. In questi casi si verifica un vero cortocircuito semantico: l'antigiudaismo teologico di ieri si ripresenta nel vocabolario politico di oggi, magari rivestito di linguaggio umanitario o universalista. Molti documenti ecclesiali e prese di posizione su Israele e Palestina tendono a descrivere Israele solo come soggetto politico e geopolitico, senza coglierne la dimensione identitaria e religiosa per l'ebraismo. 
  Al contrario, i palestinesi vengono spesso rappresentati attraverso una lente quasi solo vittimaria e spiritualizzata. Questo sbilanciamento riattiva antiche strutture narrative di matrice cristiana: l'ebreo come potere colpevole, il non-ebreo come innocenza sofferente. Così, anche senza intenzione esplicita, vecchi stereotipi si proiettano su nuove situazioni storiche. 
  Per le comunità ebraiche ciò genera una delusione profonda. Non perché ci si aspettasse che la Chiesa diventasse improvvisamente sionista, ma perché sembra che quella voce teologica - rispettosa verso l'ebraismo - e la voce politica - spesso ostile verso Israele - non parlino lo stesso linguaggio. 
  È come se da un lato ci fossero i "fratelli maggiori" da onorare, e dall'altro il "piccolo Stato fastidioso" da giudicare in modo sproporzionato. Per capire quanto questo ferisca, bisogna ricordare che, per l'ebraismo, Israele non è soltanto un'entità politica. È una dimensione identitaria e religiosa centrale, intrecciata con la memoria biblica e con la coscienza collettiva. Il nome "Israele" non nasce in un'aula parlamentare, ma in una lotta notturna. Nel capitolo 32 della Genesi, Giacobbe si batte fino all'alba con un avversario misterioso che solleva polvere, cerca di togliergli la terra sotto i piedi per renderlo instabile, etereo. Giacobbe ne esce ferito, zoppicante, ma non annientato. La storia non passa senza ferite e al primo splendere il sole il testo sottolinea che Giacobbe zoppica. Il suo cammino è rallentato ma non bloccato. L'angelo lo colpisce nel nervo sciatico, come a voler scollegare la parte superiore dalla parte inferiore: la mente e la spiritualità dal corpo e dalla materialità. Proprio in quel momento, nel tentativo di scindere terra e cielo, Giacobbe diventa Israele. Come se lottare con l'angelo significasse difendere anche la parte concreta e terrena dell'ebraismo, mentre l'angelo rappresenta il rischio della sua "polverizzazione", della riduzione a puro simbolo spirituale. Chi riduce Israele a un semplice "simbolo morale" - buono o cattivo - dimentica questa matrice questa matrice terrena e quotidiana.

Torah, popolo, terra 
  L'identità d'Israele nasce da una dialettica permanente fra cielo e terra, fra l'esigenza etica dello Spirito e l'urgenza concreta della storia. Una lotta si potrebbe dire contro un certo modo "angelologico" e celestiale, un modo più intellettuale che concreto, di vivere l'ebraismo. Una lotta interiore e quotidiana che scandisce la cadenza di un cammino che persegue l'indipendenza e l'autosufficienza nonostante le zoppie e le difficoltà del percorso. Fin dal patto con Abramo, la Torah è consegnata a una collettività chiamata ad abitare uno spazio concreto. Questo intreccio - Torah, popolo, terra - è costitutivo. Escludere uno solo di questi elementi significa amputare l'ebraismo. Si può criticare la politica di uno Stato; ma negare la legittimità profonda di questo legame equivale a pretendere un cristianesimo senza Vangelo o un Islam senza Corano. Israele reale - non idealizzato né demonizzato - è un laboratorio di fratellanze difficili, come già la Genesi racconta fin dalle prime pagine. In un'epoca che esalta !'"identità liquida", la persistenza d'Israele appare quasi scandalosa. Ma un'identità che rifiuta di dissolversi non è per forza violenta; è, semplicemente, responsabile. Come Giacobbe dopo la lotta, Israele cammina zoppicando, ferito ma vivo: e proprio per questo incarna la sfida di un'etica che non si accontenta di restare ideale. Il rabbino Joseph B. Soloveitchik, grande maestro del Novecento, parla di un" doppio confronto" vissuto dall'ebreo: da un lato è essere umano come tutti, impegnato con l'umanità intera a coltivare la terra, a costruire società giuste; dall'altro è membro di una comunità del patto, con una storia, una legge, un destino particolari. Il suo messaggio è chiaro: non dobbiamo scegliere se presentarci come uomini o come ebrei; dobbiamo portare entrambe queste dimensioni nel dialogo. Rav Soloveitchik indica anche alcuni limiti: l'incontro tra comunità di fede deve avvenire su un piano di piena parità, senza che una giudichi l'altra dall'alto; non si può chiedere a un popolo di considerare conclusa la propria missione storica perché "sostituita" da altri; il dialogo teologico ha confini che vanno rispettati: il nucleo intimo della fede dell'altro non è terreno di negoziazione. Dall'altra parte, c'è un campo immenso in cui il dialogo è non solo possibile, ma necessario: quello che Soloveitchik chiama il "confronto cosmico", cioè la collaborazione sulle grandi sfide del mondo - la giustizia, la pace, la dignità umana, la lotta contro la miseria, l'ignoranza, la violenza. Potremmo dirlo così: sul piano della fede ultima restiamo diversi; sul piano della responsabilità verso il mondo siamo chiamati a essere alleati. In Europa l'ebraismo è stato a lungo relegato a ruolo subalterno rispetto alla cultura cristiana dominante. Nei manuali scolastici gli ebrei appaiono spesso due sole volte: accanto alle civiltà antiche. poi come vittime della Shoah. O reliquie archeologiche o vittime da santificare. Accade così che una sorta di celebrazione mistica del "popolo ebraico vittima" conviva con il misconoscimento dell'ebreo come soggetto vivo della storia contemporanea. Gli ebrei vanno bene come simbolo del passato, meno quando sono interlocutori del presente, con le loro idee, le loro responsabilità, il loro Stato. 

Un dialogo urgentissimo 
  Il rischio è duplice: da un lato, utilizzare la Shoah come strumento retorico - sia per giustificare qualsiasi cosa, sia per accusare chi oggi diventa il "nuovo nazista"; dall'altro, ridurre l'identità ebraica a due unici pilastri: la memoria dello sterminio e una speculazione politica ideologica sullo Stato d'Israele. In questo modo si costruisce un'idea superficiale, priva di studio e di contenuto, appoggiandosi solo a questi due poli. È una tentazione comprensibile, ma pericolosa. Alla luce di tutto questo, che cosa possiamo chiederci oggi, ebrei e cristiani, senza fingere che le differenze non esistano? Mi sembra che ci siano almeno tre terreni su cui il dialogo è non solo possibile. ma urgentissimo. 
  Primo: l’uomo come immagine di Dio. In un mondo dove la persona rischia di ridursi a merce o a numero, ebrei e cristiani possono e devono ricordare che ogni essere umano è immagine di Dio. Possiamo discutere su molte cose, ma davanti a una vita in pericolo la domanda che ci unisce è semplice: «Che cosa ci chiede Dio qui e ora?» . 
  Secondo: la santità della differenza. Tra fondamentalismo violento e indifferenza relativista, abbiamo una parola condivisa da offrire: l'unità non è uniformità, ma armonia di differenze. L'ebraismo lo esprime nel comandamento «Siate kedoshìm», siate differenti. Insieme possiamo dire che cancellare le differenze - religiose, culturali, nazionali - non produce pace, ma vuoto di senso. 
  Terzo: la responsabilità della memoria. La Shoah è una tragedia ebraica, ma è pure una ferita cristiana poiché ha avuto radici anche nella teologia. Ricordare non significa coltivare colpe infinite, ma vigilare perché i meccanismi che hanno portato a quella catastrofe - disumanizzazione, propaganda, silenzio delle coscienze - non si ripetano sotto altre forme, magari rivolte contro altri gruppi. Su queste premesse, il dialogo ebraico-cristiano si configura come una forma di resistenza morale che supera le parole concilianti e le dichiarazioni retoriche di principio, per diventare una costruzione paziente di una comprensione autentica e reciproca, capace di confrontarsi anche con i nodi più sensibili della storia e della memoria. 

(pagine ebraiche, n.1 gennaio 2026)

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Dalla Sacra Scrittura

2 SAMUELE

Capitolo 4
    Morte di Is-Boset
  • Quando il figlio di Saul ebbe udito che Abner era morto a Ebron, gli caddero le braccia, e tutto Israele fu nello sgomento. Il figlio di Saul aveva due uomini che erano capitani di schiere: il nome di uno era Baana, e il nome dell'altro Recab; erano figli di Rimmon di Beerot, della tribù di Beniamino, perché anche Beerot è considerata come appartenente a Beniamino, benché i Beerotiti si siano rifugiati a Ghittaim, dove sono rimasti fino al giorno d'oggi. Gionatan, figlio di Saul, aveva un figlio con i piedi storpi, il quale aveva cinque anni quando arrivò da Izreel la notizia della morte di Saul e di Gionatan. La balia lo prese e fuggì e, in questa sua fuga precipitosa, il bimbo cadde e rimase zoppo. Il suo nome era Mefiboset
  • I figli di Rimmon Beerotita, Recab e Baana, andarono dunque nelle ore più calde del giorno in casa di Is-Boset, il quale stava facendo il suo riposo pomeridiano. Entrarono fino in mezzo alla casa, come volendo prendere del grano; lo colpirono al ventre e si diedero alla fuga. Entrarono, dunque, in casa, mentre Is-Boset giaceva sul letto nella sua camera, lo colpirono, l'uccisero, lo decapitarono e, presa la testa, camminarono tutta la notte attraverso la pianura. Portarono la testa di Is-Boset a Davide a Ebron, e dissero al re: “Ecco la testa di Is-Boset, figlio di Saul, tuo nemico, il quale cercava di toglierti la vita; l'Eterno oggi ha fatto vendetta al re, mio signore, sopra Saul e sopra la sua progenie”. 

    Davide punisce gli assassini di Is-Boset
  • Ma Davide rispose a Recab e a Baana suo fratello, figli di Rimmon Beerotita, e disse loro: “Com'è vero che vive l'Eterno che ha liberato la mia anima da ogni angoscia, quando venne colui che mi portò la notizia della morte di Saul, pensando di portarmi una buona notizia, io lo feci prendere e uccidere a Siclag, per ripagarlo della sua buona notizia; quanto più adesso che degli uomini scellerati hanno ucciso un innocente in casa sua, sul suo letto, non dovrei chiedere a voi ragione del suo sangue sparso dalle vostre mani e sterminarvi dalla terra?”. 
  • Allora Davide diede ordine ai suoi giovani, i quali li uccisero; troncarono loro le mani e i piedi, poi li impiccarono presso lo stagno di Ebron. Presero quindi la testa di Is-Boset e la seppellirono nel sepolcro di Abner a Ebron.

(Notizie su Israele, 28 gennaio 2026)


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Netanyahu: "Israele manterrà il controllo dal fiume al mare"

In una conferenza stampa ad ampio raggio convocata martedì sera dopo il ritorno in Israele dell’ultimo ostaggio ucciso, Ran Gvili, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu ha ribadito la sua affermazione secondo cui Israele non consentirà la ricostruzione di Gaza prima che i gruppi terroristici nella Striscia depongano le armi, e ha dichiarato che Israele manterrà il controllo della sicurezza su Gaza e sulla Cisgiordania,.
“Ora ci stiamo concentrando sul completamento delle due missioni rimanenti: smantellare le armi di Hamas e smilitarizzare Gaza dalle armi e dai tunnel”, ha detto il premier.
Ha rivendicato di aver riportato a casa tutti gli ostaggi detenuti nella Striscia di Gaza. Ha ribadito l’avvertimento che Israele risponderà con la forza se attaccato dall’Iran.
Ha scoraggiato Israele dal tenere elezioni anticipate, di fronte a una crisi che minaccia di far crollare la sua coalizione. Ha criticato aspramente le indagini penali che indagano sulla condotta dei suoi stretti collaboratori.
Con commenti esplosivi, ha anche incolpato le limitazioni sulle armi imposte dall’amministrazione dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden per la morte di soldati israeliani a Gaza. E ha insinuato che l’Arabia Saudita non dovrebbe allinearsi con il Qatar e la Turchia se spera di normalizzare le relazioni con Israele.
La conferenza stampa di Netanyahu è avvenuta in un momento di sollievo e tensione simultanei per Israele. La lunga crisi degli ostaggi nel Paese è finita ora che il corpo di Gvili è stato restituito da Gaza. Ma la situazione è ancora incerta, poiché rimane possibile un attacco degli Stati Uniti all’Iran e una ritorsione iraniana contro Israele.
Il ritorno del corpo di Gvili segna la fine della prima fase del cessate il fuoco a Gaza. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha inaugurato la seconda fase la scorsa settimana, che dovrebbe portare a un quadro di governance a più lungo termine nella Striscia e alla sua ricostruzione.
Ma Netanyahu ha avvertito, come ha fatto lunedì, che la prossima missione è quella di disarmare Hamas, prima di passare alla ricostruzione di Gaza. Il piano di Trump per Gaza impone il disarmo del gruppo terroristico, ma in Israele è diffuso lo scetticismo sul fatto che Hamas accetterà di deporre le armi.
Ulteriori ritiri delle truppe israeliane da Gaza sono legati al disarmo di Hamas e alla smilitarizzazione dell’enclave secondo il piano. Netanyahu ha affermato che gli interessi politici e di sicurezza di Israele saranno soddisfatti e che la ricostruzione potrà avvenire solo dopo la smilitarizzazione.
“Come ho concordato con il presidente Trump… ci sono solo due possibilità: o questo sarà fatto nel modo facile, o sarà fatto nel modo difficile, ma in ogni caso, accadrà”, ha detto Netanyahu a proposito del disarmo. “Sto già sentendo le dichiarazioni secondo cui permetteremo la ricostruzione di Gaza prima della smilitarizzazione. Questo non accadrà”.
Netanyahu ha confermato che il valico di frontiera di Rafah tra Gaza e l’Egitto “sarà aperto in entrambe le direzioni” quando riprenderà finalmente le operazioni a breve. Ha detto di non conoscere il numero esatto di pedoni che saranno ammessi a Gaza ogni giorno, ma lo ha stimato in “50 persone più i familiari che entrano”.
“Non impediremo a nessuno di uscire”, ha aggiunto.
Netanyahu ha aggiunto che “non ci sarà libero accesso: non sarà aperto alle merci. … Le persone escono, le persone entrano, ma vengono controllate, controllate accuratamente [da Israele]”.
Ha affermato che l’apertura del valico è stata concordata da Israele nel piano in 20 punti di Trump per Gaza, ma era subordinata al rispetto da parte di Hamas dei suoi obblighi nella prima fase del piano, che ora è stato raggiunto con il ritorno di Gvili. E ha affermato che Israele continuerà a mantenere il controllo generale della sicurezza a Rafah.

Il controllo della sicurezza israeliano si estenderà “dal fiume Giordano al mare”
  Netanyahu ha sottolineato anche che uno Stato palestinese a Gaza “non ci sarà” e ha vantato i suoi sforzi per impedire “ripetutamente” la sua creazione.
“Israele manterrà il controllo della sicurezza su tutta l’area dal fiume Giordano al mare, e questo vale anche per la Striscia di Gaza”, ha detto.
Ha ribadito la sua affermazione che il Qatar e la Turchia non avrebbero inviato truppe a Gaza, dopo che questi paesi hanno ottenuto seggi in un organismo incaricato di supervisionare il governo postbellico di Gaza.
“Ho sentito dire che porteremo soldati turchi e qatarioti a Gaza. Anche questo non accadrà”, ha aggiunto.
Ha affermato che né Hamas né l’Autorità Palestinese con sede in Cisgiordania sono soddisfatti della composizione del comitato tecnocratico palestinese incaricato della governance quotidiana di Gaza.
Pur sostenendo che è difficile trovare persone non legate né al gruppo terroristico né all’Autorità Palestinese per gestire Gaza, ha sottolineato che Israele sta vagliando i funzionari per assicurarsi che quelli dell’ala militare di Hamas non siano inclusi.
“C’è una semplice verità a Gaza”, ha detto Netanyahu. “O hanno lavorato per Hamas, o hanno lavorato per l’Autorità Palestinese. Se si cerca un ingegnere idraulico che non abbia fatto parte di nessuno dei due, non lo si troverà”.
Ha aggiunto: “La cosa importante è chi pagherà i loro stipendi, e la cosa più importante è smantellare Hamas e non lasciare entrare l’Autorità Palestinese”.

Netanyahu: ho resistito alle pressioni per riportare a casa gli ostaggi
  Netanyahu ha insistito sul fatto di aver creduto che tutti gli ostaggi potessero essere riportati a casa da Gaza, “anche di fronte alle pressioni sia interne che esterne”, e ha ringraziato l’IDF, lo Shin Bet, la polizia israeliana, Trump e i membri del suo governo per l’assistenza fornita nel riportare a casa gli ostaggi.
“Credevo che attraverso la combinazione di pressioni militari e diplomatiche avremmo potuto – e avremmo – riportato a casa tutti i nostri ostaggi”, ha detto.
Netanyahu ha detto alla stampa che sta discutendo la possibilità di trasformare in legge le raccomandazioni della Commissione Shamgar del 2008 – che raccomandava di limitare drasticamente il prezzo che Israele paga per gli ostaggi – ma ha detto che si tratta di una “questione molto complessa”.
Il suo governo deve decidere quali limitazioni imporre a Israele per i futuri accordi sugli ostaggi, ha continuato.
“Il mio istinto immediato è quello di dire sì, ma voglio riflettere sui vari aspetti in modo molto realistico e responsabile”, ha affermato.
Israele ha rilasciato circa 4.000 terroristi palestinesi incarcerati, prigionieri di sicurezza, sospetti terroristi di Gaza detenuti durante la guerra, insieme ai corpi dei terroristi palestinesi, in cambio degli ostaggi israeliani restituiti da Hamas. Nel 2011, il governo guidato da Netanyahu ha liberato 1.027 prigionieri palestinesi, tra cui Yahya Sinwar, l’artefice dell’invasione del 7 ottobre 2023, in cambio del soldato dell’IDF Gilad Shalit, rapito.
Reagendo alla conferenza stampa, il leader dell’opposizione Yair Lapid ha criticato Netanyahu per essersi “attribuito il merito” del ritorno dell’ultimo dei 251 ostaggi che erano stati portati a Gaza durante l’attacco guidato da Hamas il 7 ottobre 2023.
“Chiunque voglia prendersi il merito per il ritorno degli ostaggi deve anche assumersi la responsabilità per i morti, gli assassinati e per il più grande disastro che abbia colpito il popolo ebraico dall’Olocausto”, ha aggiunto Lapid, riferendosi all’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023.

Il primo ministro mette in guardia l’Iran dal commettere il “grave errore” di attaccare Israele
  All’ombra di un potenziale attacco statunitense all’Iran, Netanyahu ha ripetuto l’avvertimento rivolto a Teheran la scorsa settimana: se attaccherà Israele, Gerusalemme risponderà con durezza. L’Iran ha minacciato di attaccare Israele se colpito dagli Stati Uniti.
“Ora, è vero, l’asse iraniano sta cercando di riprendersi, ma non glielo permetteremo. Se l’Iran commetterà il grave errore di attaccare Israele, risponderemo con una forza che l’Iran non ha mai visto prima”, ha affermato.
I due paesi hanno combattuto una guerra aerea di 12 giorni nel giugno 2025, che ha visto gli Stati Uniti attaccare il programma nucleare iraniano. Netanyahu ha rifiutato di commentare direttamente le notizie secondo cui gli Stati Uniti sarebbero in contatto indiretto con l’Iran attraverso mediatori arabi per trovare una soluzione diplomatica al programma.
“Gli Stati Uniti sono in costante contatto con noi”, ha affermato. “Non voglio dire al presidente Trump cosa fare o non fare. Se parlare o non parlare. Queste sono decisioni che spettano a lui”.
“Siamo pienamente aggiornati”, ha affermato il primo ministro.

Urich “non mi ha detto una sola parola sul Qatar”
  Netanyahu ha affermato la sua innocenza mentre affrontava i sospetti che circondano il suo consigliere Jonatan Urich nel cosiddetto scandalo Qatargate.
Alla domanda sul perché non abbia rinnegato Urich alla luce delle accuse secondo cui avrebbe preso soldi dal Qatar per guidare una campagna di pubbliche relazioni per Doha mentre lavorava nell’ufficio del primo ministro, Netanyahu ha affermato che “Jonatan Urich non mi ha detto una sola parola sul Qatar, nemmeno una sillaba”.
Ha aggiunto: “Ma io ho parlato del Qatar. Ho criticato il Qatar, non una, né due volte, durante la guerra. L’ho attaccato verbalmente perché avevo dure critiche da muovere”.
“E in realtà l’ho attaccato nel territorio del Qatar”, ha aggiunto, riferendosi al fallito attacco contro i leader di Hamas a Doha a settembre.
Ha anche denunciato i sospetti di attività illegali che circondano il suo capo di gabinetto, Tzachi Braverman, come “una gigantesca bufala”, in risposta a una domanda sull’indagine per illeciti in un presunto incontro tra Braverman e l’ex portavoce di Netanyahu, Eli Feldstein.
Ha accusato l’indagine di far parte di una tendenza più ampia, in cui “di volta in volta hanno fatto questo ai personaggi di spicco dello Stato. E alla fine è risultato completamente infondato”, riferendosi apparentemente al sistema giudiziario. Netanyahu, che è lui stesso sotto processo per accuse di corruzione, ha denunciato il procedimento come una “terribile caccia alle streghe”.

Il premier esorta a non indire elezioni anticipate
  Alla domanda se ritiene che il bilancio dello Stato e il disegno di legge che esenta gli studenti delle yeshiva dal servizio militare saranno approvati in seconda e terza lettura e se le elezioni di quest’anno si terranno come previsto, Netanyahu ha risposto: “Questa è sia la mia aspirazione che la mia speranza. E penso che tutti sappiano in che situazione delicata e insolita ci troviamo. L’ultima cosa di cui Israele ha bisogno in questa situazione è un’elezione”.
Per legge, le elezioni devono tenersi entro la fine di ottobre. Se il bilancio non verrà approvato o la Knesset si scioglierà, le elezioni si terranno prima. I partiti del governo Netanyahu hanno recentemente minacciato di far cadere il governo a causa dei disaccordi sul bilancio e sul disegno di legge di esenzione dal servizio militare.
Alludendo ai partiti ultraortodossi, ha affermato che coloro che nel suo blocco potrebbero prendere in considerazione la possibilità di allearsi con i suoi oppositori, guidati dagli ex primi ministri Naftali Bennett e Lapid, finirebbero in realtà per unire le forze con i Fratelli Musulmani e il Movimento Islamico, riferendosi al partito Ra’am guidato da Mansour Abbas, partner della coalizione Bennett-Lapid 2021-22.
In risposta, Bennett ha descritto i commenti del primo ministro come un “attacco dettato dal panico”.
“Netanyahu sceglie di continuare a dividere e fomentare divisioni. Un buon leader glorifica il suo popolo, non solo se stesso”, ha detto Bennett, il principale rivale del premier nei sondaggi.
Alla domanda sulla responsabilità per i fallimenti del 7 ottobre 2023, Netanyahu ha risposto che “ognuno si assumerà le proprie responsabilità” una volta che “la verità” sarà stata stabilita in modo credibile. Piuttosto che una potente commissione d’inchiesta statale, che la maggior parte degli israeliani ha costantemente indicato come necessaria nei sondaggi, il primo ministro ha nuovamente proposto la sua commissione d’inchiesta preferita, nominata dal governo e dall’opposizione, citando come precedente l’inchiesta statunitense sull’11 settembre. L’opposizione ha respinto l’idea, ma la coalizione sta comunque portando avanti una legislazione in tal senso.

(Rights Reporter, 28 gennaio 2026)

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Libro per le scuole co-curato da Barbero mistifica il 7 ottobre

di Nathan Greppi

Dal manuale scolastico La storia 3. Progettare il futuro
Nel manuale scolastico La storia 3. Progettare il futuro, pubblicato da Zanichelli e co-curato dallo storico Alessandro Barbero assieme a Chiara Frugoni e Carla Sclarandis, si legge che il 7 ottobre 2023 “l’ala militare di Hamas ha scatenato un attacco contro insediamenti di coloni israeliani, con il lancio di numerosi razzi e l’incursione di molti miliziani che hanno massacrato più di un migliaio di civili e catturato in ostaggio oltre 200 persone”.
Dopo che già in Francia era emerso uno scandalo simile, legato all’editore Hachette Livre, anche in Italia un libro di storia destinato alle scuole mistifica i fatti del 7 ottobre 2023, etichettando come “coloni” le vittime israeliane dei massacri compiuti da Hamas.
Il libro co-curato da Barbero riporta una palese falsità: ad essere stati attaccati da Hamas non erano “insediamenti di coloni”, come quelli in Cisgiordania, ma kibbutz pacifisti che si trovavano in territorio israeliano. Inoltre, il libro definisce i responsabili del massacro “miliziani” anziché “terroristi”, nonostante Hamas sia stata designata come organizzazione terroristica dall’Unione Europea (e quindi anche dall’Italia).
Quando è successo in Francia, Hachette ha dovuto ritirare dal commercio tutte le copie dei testi che riportavano la definizione errata, anche grazie all’intervento del presidente Emmanuel Macron. Nel momento in cui scriviamo, né la Zanichelli né le istituzioni italiane si sono ancora espresse pubblicamente sull’accaduto.

(Bet Magazine Mosaico, 28 gennaio 2026)
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La spudoratezza della menzogna contro gli ebrei ha ormai connotati decisamente diabolici. M.C.

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Per la prima volta una sopravvissuta alla Shoah parla in ebraico all’ONU

di Michelle Zarfati

Per la prima volta nella storia delle cerimonie ufficiali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, una testimonianza diretta della Shoah è stata pronunciata in ebraico dal podio dell’ONU, durante la celebrazione annuale in memoria delle vittime della Shoah. Sara Weinstein, 91 anni, sopravvissuta allo sterminio nazista, ha rotto il silenzio sul palco dell’ONU, accompagnata dalle sue figlie e nipoti. Dopo un’introduzione in inglese, Weinstein ha narrato la sua infanzia in Polonia — la casa sul fiume, i genitori e i fratelli — dilaniata dall’avvento della Seconda guerra mondiale e dall’eliminazione sistematica degli ebrei europei. Secondo quanto riporta il Jerusalem Post.
   La sua testimonianza si è fatta via via più cruda: da quando fu nascosta in un villaggio da una famiglia non ebrea — rischiando la morte — fino alla scoperta dell’occultamento da parte degli altri contadini, che portarono all’uccisione degli ospitanti, della sua famiglia e alla distruzione della casa. Solo la madre, con un gesto disperato, la salvò dalla pallottola mortale. Weinstein ha quindi raccontato la sua fuga nel bosco con le sorelle, unico nucleo familiare superstite dopo l’uccisione del padre, fino al trasferimento in diversi orfanotrofi e, infine, a un kibbutz in Israele, dove ha costruito una famiglia numerosa. Nel suo discorso ha lanciato un monito potente: “La Shoah non è iniziata con le camere a gas; è iniziata con parole, incitamento, propaganda, battute, accuse e indifferenza”. Oggi, ha detto, l’antisemitismo torna ad alzare la testa, con attacchi contro gli ebrei e un silenzio internazionale complice.
   Alla cerimonia ha preso la parola anche Danny Danon, ambasciatore israeliano all’ONU, sottolineando che ricordare i sei milioni di ebrei assassinati non basta più. Nel contesto dell’aumento di episodi antisemiti nel mondo, Danon ha esortato a trasformare lo slogan “Mai più” in azione concreta, affermando che quando menzogne antisemite circolano negli stessi corridoi diplomatici, esse si traducono in violenza nella società. Ha inoltre reso omaggio ai soldati dell’IDF come simbolo della difesa del diritto del popolo ebraico a vivere senza paura. Questa testimonianza storica arriva in un momento in cui le comunità ebraiche nel mondo rilevano dati allarmanti sul crescente antisemitismo globale: un recente rapporto ha contato oltre 800 gravi incidenti antisemiti nel 2025, con decine di vittime e milioni di post di incitamento sui social network.

(Shalom, 28 gennaio 2026)

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Dalla Sacra Scrittura

2 SAMUELE

Capitolo 3
    Guerra fra Davide e Is-Boset
    • La guerra fra la casa di Saul e la casa di Davide fu lunga. Davide si faceva sempre più forte, mentre la casa di Saul si indeboliva. 
    A Davide nacquero dei figli a Ebron. Il suo primogenito fu Amnon, di Ainoam, di Izreel; il secondo fu Chileab di Abigail, di Carmel, che era stata moglie di Nabal; il terzo fu Absalom, figlio di Maaca, figlia di Talmai, re di Ghesur; il quarto fu Adonia, figlio di Agghit; il quinto fu Sefatia, figlio di Abital, e il sesto fu Itream, figlio di Egla, moglie di Davide. Questi nacquero a Davide in Ebron.

    Abner abbandona Is-Boset e si riunisce con Davide
    • Durante la guerra fra la casa di Saul e la casa di Davide, Abner si tenne costantemente dalla parte della casa di Saul. Saul aveva avuto una concubina di nome Rispa, figlia di Aia; e Is-Boset disse ad Abner: “Perché sei andato dalla concubina di mio padre?”. Abner si adirò moltissimo per le parole di Is-Boset, e rispose: “Sono forse la testa di un cane di quelli di Giuda? Fino a oggi ho dato prova di benevolenza verso la casa di Saul tuo padre, verso i suoi fratelli e i suoi amici, non ti ho dato nelle mani di Davide, e proprio oggi tu mi rimproveri l'errore commesso con questa donna! Iddio tratti Abner con il massimo rigore, se io non faccio per Davide tutto quello che l'Eterno gli ha promesso con giuramento, trasferendo il regno dalla casa di Saul alla sua, e stabilendo il trono di Davide su Israele e su Giuda, da Dan fino a Beer-Sceba”. E Is-Boset non poté rispondere una parola ad Abner, perché aveva paura di lui. 
  • Allora Abner spedì dei messaggeri a Davide per dirgli: “A chi appartiene il paese?” e “Fa' alleanza con me e il mio braccio sarà al tuo servizio per volgere dalla tua parte tutto Israele”. Davide rispose: “Sta bene, io farò alleanza con te; ma una sola cosa ti chiedo, ed è che tu non ti presenti davanti a me senza condurmi Mical, figlia di Saul, quando comparirai davanti a me”. Davide spedì dei messaggeri a Is-Boset, figlio di Saul, per dirgli: “Restituisci Mical, mia moglie, con la quale io mi fidanzai a prezzo di cento prepuzi di Filistei”. Is-Boset la mandò a prendere dal marito Paltiel, figlio di Lais. E il marito andò con lei, la accompagnò piangendo, e la seguì fino a Baurim. Poi Abner gli disse: “Va', torna indietro!”. E lui se ne ritornò. 
  • Intanto Abner entrò in trattative con gli anziani d'Israele, dicendo: “Già da lungo tempo state cercando di avere Davide come vostro re, ora è tempo di agire; poiché l'Eterno ha parlato di lui e ha detto: 'Per mezzo di Davide, mio servo, io salverò il mio popolo Israele dalle mani dei Filistei e da quelle di tutti i suoi nemici'”. 
  • Abner parlò pure con quelli di Beniamino; quindi andò anche a trovare Davide a Ebron per metterlo al corrente di tutto quello che Israele e tutta la casa di Beniamino avevano deciso. Abner giunse a Ebron presso Davide, accompagnato da venti uomini; e Davide fece un convito ad Abner e agli uomini che erano con lui. Poi Abner disse a Davide: “Io mi alzerò e andrò a radunare tutto Israele presso il re mio signore, affinché essi facciano alleanza con te e tu regni su tutto quello che il tuo cuore desidera”. Così Davide congedò Abner, che se ne andò in pace.

    Abner ucciso da Ioab
    • Ed ecco che la gente di Davide e Ioab tornavano da una scorreria, portando con sé un grande bottino; ma Abner non era più con Davide a Ebron, poiché questi lo aveva congedato e lui se n'era andato in pace. Quando Ioab e tutta la gente che era con lui furono arrivati, qualcuno riferì la notizia a Ioab, dicendo: “Abner, figlio di Ner, è venuto dal re, il quale lo ha congedato, ed egli se n'è andato in pace”. Allora Ioab si recò dal re, e gli disse: “Che hai fatto? Ecco, Abner era venuto da te; perché lo hai congedato, così che ha potuto andarsene liberamente? Tu sai chi sia Abner, figlio di Ner! è venuto per ingannarti, per spiare i tuoi movimenti e per sapere tutto quello che tu fai”.
  • E Ioab, uscito da Davide, spedì dei messaggeri dietro ad Abner, i quali lo fecero ritornare dalla cisterna di Siva, senza che Davide ne sapesse nulla. Quando Abner fu tornato a Ebron, Ioab lo trasse in disparte nello spazio fra le due porte, come se volesse parlargli in segreto, e là lo colpì al ventre e lo uccise; fece questo per vendicare il sangue di Asael suo fratello. Davide, avendo poi udito il fatto, disse: “Io e il mio regno siamo innocenti per sempre, nel cospetto dell'Eterno, del sangue di Abner, figlio di Ner; ricada esso sul capo di Ioab e su tutta la casa di suo padre, e non manchi mai nella casa di Ioab chi soffra di gonorrea o di piaga di lebbra o debba appoggiarsi al bastone o muoia di spada o sia senza pane!”. Così Ioab e Abisai, suo fratello, uccisero Abner, perché questi aveva ucciso Asael loro fratello, a Gabaon, in battaglia.

    Davide piange la morte di Abner
  • Davide disse a Ioab e a tutto il popolo che era con lui: “Stracciatevi le vesti, cingetevi di sacco, e fate cordoglio per la morte di Abner!”. E il re Davide andò dietro alla bara. Abner fu seppellito a Ebron e il re alzò la voce e pianse sulla tomba di Abner; e pianse tutto il popolo. 
  • E il re intonò un canto funebre su Abner, e disse:
    Abner doveva morire come muore uno stolto? Le tue mani non erano legate, né i tuoi piedi erano stretti nei ceppi! Sei caduto come si cade per mano di scellerati”.
  • E tutto il popolo ricominciò a piangere Abner; poi si avvicinò a Davide per fargli prendere del cibo mentre era ancora giorno; ma Davide giurò dicendo: “Mi tratti Iddio con tutto il suo rigore se assaggerò pane o qualche altra cosa prima che tramonti il sole!”. E tutto il popolo capì e approvò la cosa; tutto quello che il re fece fu approvato da tutto il popolo. Così, in quel giorno, tutto il popolo e tutto Israele riconobbero che il re non c'entrava per nulla nell'uccisione di Abner, figlio di Ner. E il re disse ai suoi servi: “Non sapete voi che oggi è caduto in Israele un principe e un grande uomo? Quanto a me, benché unto re, sono tuttora debole; mentre questa gente, i figli di Seruia, sono troppo forti per me. Renda l'Eterno a chi fa il male secondo la sua malvagità”.

(Notizie su Israele, 27 gennaio 2026)


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“Sopravviveremo”

Penina Ben Josef, sopravvissuta all'Olocausto, racconta come ha vissuto il 7 ottobre 2023 nel bunker di protezione. Il suo moshav ha avuto fortuna nella sfortuna: i soldati sono riusciti a fermare i terroristi prima che potessero penetrare nel villaggio.

KFAR MAIMON – È sopravvissuta all'Olocausto e al massacro del 7 ottobre 2023: ora Penina Ben-Josef racconta la sua esperienza. Nell'ambito del progetto “Edut 710” (Testimonianza 710), ricorda come ha resistito per tre giorni nel bunker di protezione e come inizialmente ha rifiutato l'evacuazione.
L'organizzazione comprende registi e storici israeliani. L'iniziativa di registrare le storie dei sopravvissuti come Penina Ben-Josef è stata avviata, secondo quanto da lei riferito, subito dopo il 7 ottobre, affinché le voci delle vittime non andassero perdute.

Fuga dalla Polonia
  Penina Ben-Josef è nata nel 1940 in Polonia da genitori ebrei. Poiché suo padre lavorava come macchinista ferroviario e tra i suoi passeggeri c'erano anche soldati feriti, intuì cosa sarebbe successo agli ebrei. Cercò di convincere suo padre e altri parenti a fuggire, ma invano.
“Solo i miei genitori ed io siamo fuggiti in Russia. Il resto della nostra famiglia è andato in fumo”, ha raccontato l'ottantacinquenne. Durante la fuga e poi anche in Russia, la famiglia ha dovuto nascondere la propria identità ebraica. Ben-Josef ha imparato il russo per non dare nell'occhio, solo quando erano tra loro parlavano yiddish.
In quel periodo la fame era la sua compagna quotidiana. Raschiava il calcare e l'intonaco dai muri e lo mangiava. Spesso era sola, perché sua madre cercava ogni giorno un lavoro e suo padre combatteva nell'esercito sovietico.

Il ritorno dei ricordi
  Il massacro di Hamas ha riportato alla mente i ricordi di quel periodo, ha raccontato l'ottantacinquenne in un'intervista a “Edut 710”. Dal 1961 vive nel moshav Maimon, vicino al confine con la Striscia di Gaza. Fino al massacro di Hamas non aveva mai lasciato il luogo e aveva superato ogni guerra e ogni crisi.
La mattina del 7 ottobre 2023 ha sentito delle esplosioni. Racconta: “Dopo decenni ci siamo abituati, quindi non ci ho dato peso”. Ma poi sua figlia è entrata di corsa con i nipoti. “Mi hanno detto che era scoppiata la guerra e che dovevo andare nel rifugio”. È rimasta lì fino a martedì 10 ottobre, insieme a sua nipote. Aveva con sé una pistola.
Fino a lunedì quasi tutti gli abitanti di Maimon erano stati evacuati, ma Ben-Josef all'inizio si è rifiutata di andare. Solo dopo aver parlato con gli addetti alla sicurezza del villaggio ha lasciato il bunker e la sua casa per non essere di peso a nessuno, spiega in un'intervista a “Edut 710”. Ora è tornata a vivere lì ed è convinta: ‘Sopravviveremo’.
Secondo il quotidiano israeliano “Yediot Aharanot”, gli abitanti del moshav hanno avuto fortuna nella sfortuna: un elicottero militare è stato abbattuto vicino al villaggio. I soldati sono riusciti non solo a salvarsi, ma anche a soccorrere il moshav. Sono riusciti a impedire a decine di terroristi di penetrare nel villaggio.

(Israelnetz, 27 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Josef Schuster: la situazione degli ebrei in Germania riflette lo stato della democrazia

«L'antisemitismo è un sismografo degli sviluppi sociali», scrive il presidente del "Zentralrat der Juden" in Germania

In occasione della Giornata della memoria delle vittime del nazionalsocialismo, Josef Schuster, presidente del Zentralrat der Juden in Germania, ha pubblicato un monito: la cultura della memoria non è solo un dovere morale, ma anche uno scudo contro le tendenze antidemocratiche, spiega in un articolo pubblicato sul portale «t-online.de». «La situazione degli ebrei in Germania riflette la situazione della nostra democrazia», scrive Schuster e chiarisce: «L'antisemitismo è un sismografo degli sviluppi sociali».
Il presidente del Consiglio centrale ricorda che Auschwitz non è solo un luogo, ma un simbolo. La liberazione del campo di sterminio da parte dell'Armata Rossa il 27 gennaio 1945 ha rivelato uno spettacolo «che ancora oggi sfugge alla comprensione umana». Lo sterminio industriale di massa perpetrato dai nazionalsocialisti aveva come obiettivo la distruzione dell'ebraismo europeo, eppure oggi in Germania la vita ebraica è tornata a esistere. Il fatto che qui ci siano più di 100 comunità ebraiche attive è merito di «una cerchia relativamente ristretta di persone», sottolinea Schuster.
Nel suo appello, Schuster fa riferimento all'opera fondatrice dei sopravvissuti. Nel 1945, «tra le macerie della loro precedente esistenza», essi decisero di credere in una prospettiva ebraica in Germania. «Non volevano lasciarsi privare della loro patria», afferma il presidente del Consiglio centrale. Nonostante l'emarginazione, la privazione dei diritti e la disumanizzazione, sono tornati e hanno rivendicato il loro posto nella società, non ai margini, ma «visibilmente al centro». Questi sopravvissuti hanno plasmato la cultura della memoria e sono «portatori del rinnovamento democratico della Germania».

La Germania a un punto di svolta
  Ma Schuster avverte: questa cultura democratica non è mai stata scontata. «Oggi sentiamo che questo rinnovamento, la cultura democratica del nostro Paese, non è mai stato scontato», scrive. Egli vede la Germania a un punto di svolta: i sopravvissuti al terrore nazista se ne sono andati, mentre l'odio verso gli ebrei è tornato presente «nelle strade tedesche». Da più di due anni l'antisemitismo ha conquistato lo “spazio pubblico”, in modo ‘sfacciato’ e sempre più radicale, e non solo ai margini, ma “anche al centro della nostra società”.
Per il presidente del Zentralrat, l'antisemitismo è un'«ideologia ponte» per gli estremisti di ogni orientamento: «Gli estremisti di destra, di sinistra e gli islamisti allo stesso modo» hanno integrato l'odio verso gli ebrei nella loro visione del mondo. «L'antisemitismo è un sismografo degli sviluppi sociali», scrive Schuster. La situazione degli ebrei è quindi un riflesso diretto della stabilità democratica. «I valori della democrazia liberale sono sulla difensiva», avverte. «Le fondamenta delle democrazie liberali stanno crollando, in tutto il mondo, anche in Germania».
Il ricordo della Shoah sta svanendo, continua Schuster, e con esso stanno svanendo anche le fondamenta della democrazia. Studi recenti dimostrano che molti giovani non hanno quasi più alcun riferimento alla Shoah: «Quando il 27 gennaio commemoriamo le vittime del nazionalsocialismo, questo rituale passa inosservato ad almeno un giovane su otto in Germania». Secondo Schuster, quasi un giovane su tre non sa cosa significhi il termine «Auschwitz». Egli ha messo in guardia dal fatto che sempre più persone chiedono di chiudere con il ricordo e «vogliono dimenticare». Questo sarebbe «molto più di un semplice fallimento del nostro sistema educativo», ma un sintomo di uno sviluppo che egli definisce «spogliare la nostra memoria di ogni significato reale».

«Controprogetto al terrore nazista»
  Schuster vede il pericolo che la comunità ebraica venga estromessa dalla vita pubblica se la società non interviene per contrastare questa tendenza. “Già ora sono notevoli le forze che vogliono escludere noi, come comunità ebraica, dalla vita pubblica e privarci della visibilità che i sopravvissuti al terrore nazista si sono conquistati”, aggiunge. Queste forze continuerebbero a rafforzarsi “se noi, come società, non riusciremo a fermare questi sviluppi minacciosi”.
Schuster definisce la Costituzione, che caratterizza l'identità democratica della Germania, come «l'antitesi del terrore nazista». Essa è «fonte di identità per i democratici onesti del nostro Paese» e la sua validità non è mai stata scontata. «È stato il merito di una generazione di sopravvissuti», afferma Schuster, che ora ci sta lasciando definitivamente e lascia «grandi orme da seguire».
La chiave per resistere alle tendenze autocratiche risiede in una cultura della memoria viva, secondo Schuster. “Se vogliamo difendere la nostra cultura democratica dalle tendenze autocratiche e dalle tentazioni della mancanza di libertà, dobbiamo riconoscere come società che la chiave per farlo risiede anche oggi in una cultura della memoria viva”, chiarisce Schuster. Allo stesso tempo, ha sottolineato che né la memoria né la democrazia possono essere “imposte politicamente”.
Nel suo articolo su t-online.de, Schuster invita al coraggio civile e fa riferimento all'ex presidente del Consiglio centrale Paul Spiegel, che nel 2000 aveva parlato della «rivolta dei perbene». «È giunto il momento che i democratici onesti si ribellino nuovamente e dimostrino coraggio civile», ha scritto Schuster. Contro lo svuotamento della cultura della memoria e per la protezione della democrazia, l'impegno personale di ogni singolo individuo è fondamentale. «Dobbiamo questo impegno ai sopravvissuti al terrore nazista», ha spiegato. «Lo dobbiamo alla loro fede nel futuro, che non hanno mai perso».

(Jüdische Allgemeine, 27 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

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La poesia di Carmela

A tutti gli ebrei che sono sempre nel mio cuore ne “Il giorno della memoria”.

    Tienimi per mano papà
    Il caldo tepore di casa è ormai lontano,
    un ricordo flebile a cui aggrapparsi
    per avere il cuore caldo, il corpo, la mente.
    Il sorriso della mamma 
    mi avvolge gli occhi e
    mi accarezza il viso,
    mi dà un istante di gioia evanescente…
    sfuggevole.
    Tutto intorno è un turbinio di persone,
    di pensieri…
    Sono qui, così vicino a mio papà che sento
    il suo cuore battere e vorrei che questo momento restasse indelebile nel tempo!
    C’è tanto freddo fuori,
    le porte del vagone si spalancano,
    l’aria tetra e buia avvolge ogni corpo stanco.
    Un passo alla volta sento sprofondare
    la mia vita negli accumuli di neve 
    imbrattata dal camino.
    So con certezza che mio papà è qui con me… 
    La sua presenza illumina le mie tenebre.
    Andiamo avanti,
    una fila interminabile…
    Tienimi per mano, papà!

Carmela Palma

(Notizie su Israele, 27 gennaio 2026)

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Parma e gli ebrei. Una storia comune

Il cammino nei secoli di una comunità, seppur piccola, che ha lasciato un segno indelebile nella nostra cultura

di Pino Agnetti

Le prime presenze
  Gli ebrei cominciano ad arrivare nel parmense fra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Provengono in gran parte dalla Romagna, dove in epoca antecedente avevano già dato vita ad alcune comunità attive negli scambi commerciali fra l’Adriatico e le terre del Levante (l’attuale Medio Oriente). Nel 1473, Gian Galeazzo Maria Sforza abolisce l’obbligo per gli ebrei di portare sui vestiti l’infamante marchio giallo imposto loro dal notabilato di Parma. In realtà, dietro il gesto magnanimo del duca si cela la tendenza (inaugurata in precedenza dai Visconti e poi ripresa dagli Sforza) a considerare i banchieri ebrei un prezioso «instrumentum regni» sia politico che economico. Consultando i documenti storici, emerge come in questa fase di relativa tranquillità gli ebrei del parmense comincino a esercitare anche la professione medica (si ha notizia in particolare di tre di loro: Giacobbe, Elia, e Abramo di Moisè). Viene loro concesso anche di dotarsi di un cimitero.
  Intorno alla metà del XVI secolo, la situazione cambia però radicalmente. Soprattutto, dopo che nel 1555 papa Paolo IV emette una Bolla che vieta agli ebrei di abitare in mezzo alla popolazione cattolica. Sia a Parma che nell’altra capitale del ducato, Piacenza, agli israeliti viene proibito pure l’esercizio dei banchi di prestito. Finché nel 1562, fermo restando il divieto di dimorare nelle due capitali, il duca Ottavio Farnese non ottiene per loro dal nuovo Papa Pio IV l’autorizzazione a riaprire 16 banchi di prestito in altrettante località minori. Autorizzazione che verrà prorogata fino al 1669 (l’anno di cui se ne ha ancora traccia documentale) e, con ogni probabilità, fino all’arrivo delle truppe napoleoniche a fine Settecento. A quel punto, i banchi di prestito sul nostro territorio (scesi intanto a 8) si erano già rivelati fondamentali nel sostegno all’economia prevalentemente agricola del ducato. Terminata la breve parentesi della dominazione francese, che qui come altrove aveva piantato il rivoluzionario seme della parità fra tutti i cittadini, le antiche norme riguardanti il domicilio forzato degli israeliti furono ripristinate. Per restare sostanzialmente invariate anche sotto il regno altrimenti illuminato di Maria Luigia d’Austria e non venire più rimosse fino ai moti del 1848 e alla definitiva annessione nel 1860 di Parma allo Stato Sabaudo.

La Sinagoga di Parma
  Nel 1865, la comunità ebraica cittadina sceglie di costituirsi in «Libera Società israelitica» il cui statuto prevede una adesione su base volontaria. Ma già nel 1845 Parma aveva tenuto a battesimo la «Rivista Israelitica. Giornale di Morale, Culto, Letteratura e Varietà»: il primo giornale ebraico pubblicato nel nostro Paese. Nel 1866, viene infine inaugurata la sinagoga di vicolo Cervi.
  Sulla scia dell’Italia unita, anche la secolare presenza ebraica nel parmense stava dunque consolidandosi, sia pure mantenendosi su livelli numericamente modesti. Un fatto, quest’ultimo, riconducibile senz’altro agli episodi di antisemitismo manifestatisi a correnti alterne anche qui. Come, per citare l’esempio forse più noto, durante la terribile epidemia di peste del 1348 quando nelle campagne del parmense si sparse la voce che gli ebrei avvelenavano i pozzi e le fontane allo scopo di diffondere così il micidiale contagio. Un secolo e mezzo dopo, la nascente competizione fra i banchi di prestito e i Monti di Pietà (questi ultimi creati dai frati francescani) contribuì non poco ad alimentare una nuova ventata d’odio anti ebraico. Rinfocolato un altro secolo più tardi, in pieno tempo di Controriforma, dalle gerarchie ecclesiastiche che chiesero e ottennero il ripristino del già citato «marchio di infamia» seguito dalla espulsione di diversi ebrei sia da Parma che da Piacenza. Dello stesso periodo è però anche lo scambio epistolare fra il traduttore in spagnolo del «Canzoniere » del Petrarca, l’ebreo Salomone Usque, e il duca Ottavio Farnese. Come pure quello fra il rabbino di Parma Zaccaria (o Bonaiuto) de’ Rossi e un certo abate Cattaneo. Piccoli indizi ma che, sommati all’assenza di notizie relative a delle persecuzioni vere e proprie, sembrerebbero confermare il sussistere dalle nostre parti di un clima antiebraico tutto sommato contenuto. Questo, suppergiù, fino al 1930 quando un Regio Decreto conferma la piena validità delle aperture verso le comunità israelitiche introdotte a partire dalla nascita dello Stato unitario. D’altra parte, il minimo che fosse loro dovuto vista la partecipazione di molti cittadini ebrei a tutte le diverse fasi del Risorgimento italiano.

Il Risorgimento 
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Uno dei Mille di Garibaldi

Uno di loro si chiamava Eugenio Ravà (ma il suo nome completo è Eugenio Ghion Aron Ravà). Un personaggio da film. Eugenio nasce a Reggio Emilia, il primo maggio 1840, in una famiglia di commercianti di religione ebraica. Diciannove anni dopo, eccolo partecipare alla Seconda Guerra d’Indipendenza contro l’Austria insieme ai fratelli Enrico e Federico. Tutti e tre vestono la divisa della 37ª compagnia Bersaglieri, con la quale si distinguono a Vinzaglio e il mese dopo a Solferino e San Martino (la battaglia più sanguinosa dai tempi delle guerre napoleoniche). Ma tutto ciò a Eugenio non basta. Nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 si imbarca di nascosto sul «Lombardo», diretto insieme all’altro piroscafo «Piemonte » verso l’impresa che cambierà per sempre la storia d’Italia. Nino Bixio, che comanda il «Lombardo», non ci mette tanto a promuovere sui due piedi il giovane clandestino a effettivo dei Mille (nell’elenco ufficiale il nostro figura al numero 827). Dopo Palermo, Eugenio conquista i gradi di sottotenente e più tardi di capitano. Da quel momento, l’appena ventenne comandante di una compagnia del 1° Battaglione Bersaglieri non se ne perderà più una, fino a battersi eroicamente sul Volturno. Terminata l’impresa dei Mille, Ravà si vede rifiutare il rientro nell’Esercito regolare in quanto considerato disertore. Cosa che, tornato nel 1861 a Parma, gli costerà l’arresto e un anno di reclusione (pena poi condonata). Di nuovo libero, decide di ricominciare tutto da capo e di iscriversi al servizio di leva nel corpo dei Bersaglieri venendo ben presto promosso al grado di sergente. Nel 1862 segue Garibaldi in Aspromonte dove il Generale viene ferito e arrestato, mentre lui riesce a fuggire divenendo ancora una volta un disertore. Dopo essere rimasto alla macchia travestito da contadino, si imbarca per Liverpool e da qui per l’America dove per vivere fa il manovale. Eugenio ha però portato con sé una lettera di presentazione di Garibaldi in cui è scritto: «Raccomando ai miei amici di America il sig. Eugenio Ravà: Egli è uno dei Mille che mi seguirono a Marsala. Possa la benevola accoglienza di un popolo libero essere di conforto al capitano Ravà nell’esilio che gli cagiona il suo grande amore per le giuste cause». Firmato Garibaldi. Con quella missiva si presenta a un Comando militare nordista e viene incorporato con l’antico grado di capitano nell’esercito unionista comandato del Generale Ulisse Grant, nelle cui fila si batterà valorosamente fino alla fine della guerra di Secessione americana. Al suo rientro in Italia nel 1865, trova ad aspettarlo un nuovo ordine di arresto sempre come disertore che gli procura, insieme alla perdita del grado, la condanna a un altro anno di carcere militare. Allo scoppio della Terza guerra d’Indipendenza, ottiene di essere congedato. Cosa che gli permette di indossare nuovamente la camicia rossa e di prendere parte ai combattimenti di Monte Suello e di Lodrone e alla ritirata di Sant’Antonio. Quindi, di seguire ancora una volta il Generale Garibaldi nella sfortunata battaglia di Mentana e più tardi in quella dei Vosgi, in cui i volontari italiani, francesi e di altre nazionalità accorsi al richiamo dell’ormai anziano Eroe dei Due Mondi riportarono una clamorosa vittoria sulle truppe prussiane. Eugenio Ghion Aron Ravà muore l’11 luglio 1901 a Parma, dove dopo il suo definitivo rientro in Patria si era stabilito venendo in seguito eletto anche nel Consiglio comunale. Il suo corpo è sepolto nel cimitero ebraico della città, sotto una lapide su cui sono state incise le stesse parole vergate di persona dal «suo» Generale: «Egli è uno dei Mille…»

(Gazzetta di Parma, 27 gennaio 2026)

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Dalla Sacra Scrittura

2 SAMUELE

Capitolo 2
    Davide si reca a Ebron dove è proclamato re di Giuda
  • Dopo questo, Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo salire in qualcuna delle città di Giuda?”. L'Eterno gli rispose: “Sali”. Davide chiese: “Dove salirò?”. L'Eterno rispose: “A Ebron”. Davide dunque salì con le sue due mogli, Ainoam di Izreel e Abigail di Carmel che era stata moglie di Nabal. Davide vi condusse pure la gente che era con lui, ciascuno con la sua famiglia, e si stabilirono nelle città di Ebron. Gli uomini di Giuda vennero e là unsero Davide come re della casa di Giuda. 
  • Fu riferito a Davide che erano stati gli uomini di Iabes di Galaad a seppellire Saul. Allora Davide inviò dei messaggeri agli uomini di Iabes di Galaad, e fece dire loro: “Siate benedetti dall'Eterno, voi che avete mostrato questa benignità verso Saul, vostro signore, dandogli sepoltura! Ora l'Eterno mostri a voi la sua benignità e la sua fedeltà! E anch'io vi farò del bene, perché avete agito così. Ora dunque le vostre mani si rafforzino, e siate valorosi; poiché Saul è morto, ma la casa di Giuda mi ha unto come re su di essa”.

    Is-Boset, figlio di Saul e re d'Israele, a Maanaim. Guerra civile. Battaglia di Gabaon
  • Intanto Abner, figlio di Ner, capo dell'esercito di Saul, prese Is-Boset, figlio di Saul, lo fece passare a Maanaim e lo costituì re di Galaad, degli Asuriti, di Izreel, di Efraim, di Beniamino e di tutto Israele. Is-Boset, figlio di Saul, aveva quarant'anni quando cominciò a regnare sopra Israele, e regnò due anni. Ma la casa di Giuda seguì Davide.  Il tempo che Davide regnò a Ebron sulla casa di Giuda fu di sette anni e sei mesi. 
  • Abner, figlio di Ner, e la gente di Is-Boset, figlio di Saul, uscirono da Maanaim per marciare verso Gabaon. Anche Ioab, figlio di Seruia e la gente di Davide si misero in marcia. Si incontrarono presso lo stagno di Gabaon, e si fermarono gli uni da un lato, gli altri dall'altro dello stagno. Allora Abner disse a Ioab: “Vengano dei giovani e duellino con la spada in nostra presenza!”. E Ioab rispose: “Vengano pure!”. Quelli dunque vennero e si fecero avanti in numero uguale: dodici per Beniamino e per Is-Boset, figlio di Saul, e dodici della gente di Davide. E ciascuno di loro, preso l'avversario per la testa, gli piantò la spada nel fianco; così caddero tutti insieme. Perciò quel luogo, che è presso Gabaon, fu chiamato Chelcat-Asurim. In quel giorno ci fu una battaglia molto dura, nella quale Abner con la gente d'Israele fu sconfitto dalla gente di Davide. 
  • Là c'erano i tre figli di Seruia, Ioab, Abisai e Asael; e Asael era veloce come una gazzella della campagna. Asael si mise a inseguire Abner e non si voltava né a destra né a sinistra. Abner, guardandosi alle spalle, disse: “Sei tu, Asael?”. Egli rispose: “Sono io”. E Abner gli disse: “Voltati a destra o a sinistra, afferra uno di quei giovani, e prenditi le sue spoglie!”. Ma Asael non volle cessare di inseguirlo. E Abner di nuovo gli disse: “Smetti di inseguirmi! Perché obbligarmi a inchiodarti al suolo? Come potrei poi alzare la fronte davanti a tuo fratello Ioab?”. Ma lui si rifiutò di cambiare strada; allora Abner con l'estremità inferiore della lancia lo colpì al ventre, e la lancia lo trapassò. Asael cadde e morì in quello stesso luogo; e quanti passavano dal punto dove era caduto morto, si fermavano. Ma Ioab e Abisai inseguirono Abner; e il sole tramontava quando giunsero al colle di Amma, che è di fronte a Ghia, sulla via del deserto di Gabaon. 
  • I figli di Beniamino si radunarono dietro ad Abner, formarono un gruppo, e si collocarono in cima a una collina. Allora Abner chiamò Ioab e disse: “La spada divorerà per sempre? Non sai che alla fine ci sarà dell'amaro? Quando verrà dunque il momento che ordinerai al popolo di non dare più la caccia ai suoi fratelli?”. Ioab rispose: “Com'è vero che Dio vive, se tu non avessi parlato, il popolo non avrebbe smesso di inseguire i suoi fratelli prima di domani mattina”. Allora Ioab suonò la tromba e tutto il popolo si fermò, senza più inseguire Israele, e smise di combattere. 
  • Abner e la sua gente camminarono tutta quella notte per la campagna, passarono il Giordano, attraversarono tutto il Bitron e giunsero a Maanaim. Anche Ioab tornò dall'inseguimento di Abner e, radunato tutto il popolo, risultò che della gente di Davide mancavano diciannove uomini e Asael. Ma la gente di Davide aveva ucciso trecentosessanta uomini dei Beniaminiti e della gente di Abner. Portarono via Asael e lo seppellirono nel sepolcro di suo padre, a Betlemme. Poi Ioab e la sua gente camminarono tutta la notte; giunsero a Ebron mentre spuntava il giorno.

(Notizie su Israele, 26 gennaio 2026)


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Disarmo in cambio di legittimazione? Le indiscrezioni su un piano USA-Hamas

Hamas accetterebbe di disarmare e di consegnare le mappe dettagliate dell’infrastruttura sotterranea, ottenendo in cambio “legittimazione internazionale” come forza politica. La stessa fonte sostiene che l’intesa includerebbe anche la possibilità, per componenti della leadership politica e militare che lo desiderino, di lasciare Gaza, con un impegno americano perché Israele non li colpisca in futuro. Mentre si parla di integrazione di alcuni ex funzionari nella nuova amministrazione.

di Davide Cucciati

Secondo un report rilanciato il 22 gennaio 2026 da YnetNews, tra Hamas e l’amministrazione statunitense sarebbero maturate “intese” che prevedono un passaggio cruciale: la consegna delle armi e la fornitura di mappe della rete di tunnel di Gaza in cambio di una legittimazione politica del movimento come soggetto ammesso nel futuro assetto della Striscia.
Hamas accetterebbe di disarmare e di consegnare le mappe dettagliate dell’infrastruttura sotterranea, ottenendo in cambio “legittimazione internazionale” come forza politica. La stessa fonte sostiene che l’intesa includerebbe anche la possibilità, per componenti della leadership politica e militare che lo desiderino, di lasciare Gaza, con un impegno americano perché Israele non li colpisca in futuro.
Un ulteriore elemento, politicamente sensibile, riguarda l’eventuale integrazione di alcuni ex funzionari di sicurezza e amministrativi di Hamas, in particolare agenti di polizia e figure civili che in passato hanno gestito la quotidianità della Striscia, dentro una nuova amministrazione per Gaza, a condizione di un vaglio di sicurezza congiunto israeliano e statunitense.
Washington avrebbe edotto i mediatori relativamente alle riserve di Israele su parti dell’impianto. La stessa fonte aggiunge che l’Autorità Palestinese non avrebbe obiezioni di principio. Al momento non risultano commenti ufficiali di Israele, Stati Uniti o Hamas sul contenuto del report.

La posta in gioco per Israele e per il dopo guerra
  Se l’ipotesi di un Hamas quale “partito disarmato” entrasse davvero in un negoziato formale, Israele accetterebbe un compromesso che chiude la fase militare e che lascia un residuo di legittimità politica a chi ha guidato l’attacco del 7 ottobre rendendo sempre più fondate le previsioni avanzate da Fadwa Barghouti (moglie di Marwan Barghouti) che, poche settimane dopo il pogrom del Nova Festival, disse “Hamas non è solo un movimento politico e militare: è un’idea. Di azione. Perché la Storia dei movimenti di liberazione insegna che senza lotta armata, i negoziati non arrivano da nessuna parte”.

(Bet Magazine Mosaico, 26 gennaio 2026)

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Israele: il valico di Rafah viene aperto ai pedoni

GERUSALEMME – Il governo israeliano ha approvato una limitata apertura del valico di Rafah tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. Il valico sarà accessibile ai pedoni dopo un controllo di sicurezza da parte di Israele, ha dichiarato domenica. L'apertura completa avverrà solo dopo che sarà stato fatto tutto il possibile per riportare in Israele il corpo dell'ostaggio Ran Gvili.
Nel fine settimana è stata avviata un'operazione di ricerca in un cimitero nella parte settentrionale della Striscia di Gaza. Lunedì pomeriggio Israele ha finalmente annunciato il successo dell'operazione: le truppe hanno trovato i resti di Ran Gvili e li hanno riportati in Israele. Gli esperti dell'istituto di medicina legale Abu Kabir hanno confermato l'identità sulla base della dentatura e delle impronte digitali.
Il ritorno segna la fine di un periodo di 843 giorni che è stato angosciante per tutti coloro che temevano per la sorte degli ostaggi. Il ministro della Difesa Israel Katz (Likud) ha parlato di un “momento doloroso di conclusione”.

Per la prima volta dopo tanto tempo non ci sono più ostaggi
  Per la prima volta dall'operazione militare del 2014, non ci sono più ostaggi nella Striscia di Gaza. Hamas aveva trattenuto a lungo i corpi dei soldati Hadar Goldin e Oron Schaul. L'esercito ha riportato i resti di Schaul in Israele nel gennaio 2025 e quelli di Goldin nel novembre 2025.
Anche i due cittadini israeliani Avraham Mengistu e Hischam al-Sajed sono tornati in Israele. Mengistu era finito nella Striscia di Gaza nel 2014 a causa di un disturbo mentale, Al-Sajed per gli stessi motivi un anno dopo. Entrambi sono stati liberati nel febbraio 2025.
Con questo sviluppo, anche dal punto di vista israeliano può iniziare la seconda fase del piano per Gaza. Diversi paesi, tra cui gli Stati Uniti, avevano recentemente chiesto l'apertura del valico di Rafah, nonostante l'ultimo ostaggio si trovasse ancora nella Striscia di Gaza. Israele ha sempre sottolineato che il ritorno di tutti gli ostaggi era un prerequisito per l'ulteriore attuazione del piano per Gaza.

Preoccupazioni nel gabinetto
  Lunedì è previsto l'arrivo in Israele dell'Alto Rappresentante per la Striscia di Gaza, il bulgaro Nickolay Mladenov. Sono in programma colloqui con rappresentanti israeliani e palestinesi sul valico di Rafah e sulla costituzione del governo tecnocratico per la Striscia di Gaza.
La partecipazione dell'Autorità Palestinese (AP) al governo tecnocratico sta tuttavia causando dissensi all'interno del gabinetto. Al centro delle preoccupazioni c'è il fatto che l'organizzazione terroristica Hamas rimanga armata e continui a rappresentare un rischio per la sicurezza di Israele.
Il ministro dei Trasporti Miri Regev (Likud) ha sottolineato che né Hamas né l'Autorità Palestinese dovrebbero governare nella Striscia di Gaza. Il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir (Forza Ebraica) ha accusato di ingenuità i consiglieri del governo americano Steve Witkoff e Jared Kushner. Entrambi avevano recentemente sollecitato l'attuazione del piano per Gaza. (df)

(Jüdische Allgemeine, 26 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dal rituale alla profanazione, Giornata della Memoria ribaltata

di Antonio Cardellicchio

La Giornata della Memoria, 27 gennaio, questa memoria di giornata istituita sul senso di colpa dei goyim, tra indifferenza e complicità per l’abominio genocida del razzismo antiebraico del nazionalsocialismo, dopo aver mostrato i suoi limiti e un certo fallimento delle buone intenzioni rischia ora di risolversi in una inutile ritualità, e anche in un evento controproducente.
  L’abominio antiebraico del 7 ottobre, in luogo della solidarietà alle vittime e della condanna dei carnefici, peggiori degli stessi nazisti, ha innescato un terremoto di odio antiebraico senza precedenti dalla Shoah al 2023. Il piano genocidario del nazislamismo non solo è stato velocemente emarginato e occultato, ma è stato definito come un’azione progressista, di resistenza. Tale ribaltamento osceno apocalittico ha evidenziato il fallimento delle commemorazioni della Giornata della Memoria e della didattica della Shoah, e il tragico declino di quel senso di colpa che aveva contribuito all’istituzionalizzazione del 27 gennaio. 
  Anzi, una riflessione molto amara, disincantata, molto realistica e molto valoriale, ci induce a considerare che proprio una certa impostazione vittimistica della Giornata abbia contribuito a quella nefasta, diffusa ideologia della sostituzione, per la quale i palestinesi sarebbero i nuovi ebrei, e l’ebreo tra gli Stati il nuovo nazista.
  La nazificazione della realtà ebraica, nel suo tremendo ribaltamento, significa uccidere una seconda volta i sei milioni di martiri della Shoah, e fare degli ebrei vivi di oggi l’obiettivo di una nuova Shoah, in altra forma.
  L’urlo disumano – già l’8 ottobre – “Gas agli ebrei”, “Tornate ad Auschwitz “, “Continuiamo l’opera di Hitler” ha significato la vittoria postuma del sistema hitleriano, insieme alla giustificazione ed esaltazione di Hamas, che il giorno prima si era dimostrato più selvaggio e sfrenato delle SS. Dove Hitler aveva ordinato l’occultamento, Hamas invece esibiva la sua atrocità sconfinata.
  Non ci sono davvero limiti per il nuovo odio mortale antiebraico oggi, sulle ceneri delle buone intenzioni della Giornata della Memoria.
  Tutte le nostre peggiori previsioni sul nuovo antisemitismo israelofobico dilagante vengono superate da una realtà di illimitato fanatismo, di abominevole totalitarismo. Anche la ritualità benpensante, spesso ipocrita, della Giornata viene abolita. E proprio la data del 27 gennaio viene profanata e ribaltata, per distruggere la Memoria e cominciare a istituire una giornata di odio antiebraico. Hitler, Hamas e regime dell’Iran si uniscono nell’insperata vittoria dell’estremismo della dannazione degli ebrei.
  La parola d’ordine è “Gaza come Auschwitz”, per Ugo Volli “uno scherno antisemita”. Proprio il 27 gennaio diventa occasione di demonizzazione e deumanizzazione totalizzante degli ebrei, popolo e patria, nell’abolizione del senso di colpa della Shoah e nella legittimazione di un progetto di nuova Shoah. Ancora più terribile, altrettanto sanguinaria.
  Quando venne istituita la Giornata nessuno avrebbe mai immaginato un tale risultato alla rovescia, foriero di nuovi 7 ottobre. Da Milano a Pesaro, a Verona, in diverse università, scuole, comuni è in corso una nuova mostruosità. Crimine di esistere per il mondo ebraico, assoluzione e legittimazione dei carnefici. Vogliono impadronirsi del 27 gennaio, vogliono la Giornata dell’Oblio della Shoah e la santificazione di una nuova Shoah.
  L’Università e il Comune di Verona organizzano un raduno su “Gaza e il conflitto israelo-palestinese” per il Giorno della Memoria, per “ripensare il racconto e la didattica della Shoah”. A Milano, la Casa dei Diritti organizza un’adunata intitolata “Come nasce un genocidio”, con una docente accanita antisemita. Daniele Nahum, un ebreo consigliere comunale di centro-sinistra, dichiara: “Siamo all’assurdo, lo spazio del Comune si presta a un’operazione inaccettabile: la comparazione tra la Shoah e Gaza, usando la memoria della Shoah per diffondere tesi estremiste. Siamo davanti a un attacco frontale all’esistenza stessa dello Stato di Israele”. Al teatro Elfo Puccini di Milano c’è un dibattito dal titolo “Israele Palestina – A che punto è la notte” con l’immancabile Gad Lerner.
  Anche la didattica della Shoah viene invasa dal nuovo antisemitismo. Un corso di formazione per insegnanti su “Didattica della Shoah dopo Gaza” si svolge all’insegna di un ribaltamento genocidario: ebrei carnefici e Hamas vittima. Lo denuncia Michele Sarfatti, docente dell’Università di Pisa, ebreo di sinistra che dirige il Centro di documentazione ebraica contemporanea. 
  Il furore antisemita si manifesta nella negazione della definizione IHRA, secondo la quale l’allineamento tra la difesa israeliana attuale e il nazismo è ufficialmente condannato come antisemitismo. Nel PD impazza una polemica astiosa contro Delrio, che tenta di ristabilire qualche ragionevolezza in un partito a netta maggioranza antisemita.
  La Giornata della Memoria, istituita contro il negazionismo, vede oggi il trionfo di un duplice negazionismo: dei paleo-nazisti hitleriani e dei neo-nazisti islamici, con la complicità dei “progressisti” islamizzati. Il nuovo antisemitismo apocalittico vive in uno stato fusionale, con una inciviltà disumana resa possibile dal collasso morale e dall’analfabetismo dilagante. Nel mentre, un Occidente contro Occidente tradisce e abbandona popoli e nazioni in eroica lotta per la libertà, che invocano l’aiuto di un vero Occidente: ucraini, ebrei, iraniani, afgani, curdi, venezuelani etc.
  L’antisemitismo-antisionismo non ha limiti o remore, uccide quello che tocca, non lascia niente di intentato. Si è inventato il “sionismo alimentare” e colpisce con boicottaggi, vandalismi, attentati i ristoranti kosher. Proprio il cibo, occasione di convivialità, civiltà elementare, libero gusto e pace diventa oggetto di odio distruttivo. I ristoranti ebraici, proprio perché non protetti come le sinagoghe e altre istituzioni ebraiche, diventano il vile oggetto della violenza antisemita: proprietari e gestori ebrei ricevono minacce di morte e bombe, i clienti hanno paura, i ristoranti costretti a chiudere. Il cibo kosher proprio a New York aveva dimostrato come i prodotti ebraici erano di largo consumo, con la loro garanzia di controllo di qualità, ed erano acquistati da tantissimi consumatori non ebrei. Un esempio tra i tanti: dopo la strage di ebrei a Bondi Beach (Sydney) ha dovuto chiudere la più nota panetteria ebraica della città. Dalle trattorie ariane che espellono turisti ebrei, alla distruzione della ristorazione ebraica.
  L’attuale deformazione-rovesciamento della Giornata della Memoria sembrerebbe dare ragione a coloro, tra ebrei e amici di Israele, che ne vorrebbero l’abolizione. Invece Claudio Velardi, Ugo Volli, Francesco Lucrezi (docente universitario, ebraista) problematizzano con efficacia la questione, e intendono mantenere questa istituzione. Volli sostiene che va ancora valorizzata proprio per la realtà del 7 ottobre. Ma di certo il suo mantenimento e possibile valorizzazione passa solo per la condanna netta del nuovo antisemitismo, per una memoria focalizzata sull’orrore del 7 ottobre, e solo dopo questa priorità ricordare la Shoah. 
  I migliori libri sulla Shoah, del resto, documentano che essa fu resa possibile dall’ampiezza e profondità di tanti cerchi concentrici di indifferenza e complicità: Elie Wiesel, “La notte”; Georges Bensoussan, “Storia della Shoah”; Ugo Volli, “La Shoah e le sue radici”. 
  Indifferenza e complicità che oggi vanno in estensione e radicalizzazione, nella creazione dell’attuale antiebraismo-antisionismo genocidario.

(L'informale, 25 gennaio 2026)
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Quali che siano i motivi che a suo tempo hanno portato ad istituire la cosiddetta "Giornata della Memoria", oggi, alla luce dei fatti, e sia pure con la scienza del poi, si dovrebbe avere la lucida onestà di riconoscere che per gli ebrei è stato un madornale errore omologarla. Invece di tentare forme contorte di rivitalizzazione di quella "infausta" giornata, sarebbe meglio cominciare a riflettere sui meccanismi mentali che hanno portato a commettere un così clamoroso errore. M.C.

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Quba e la vita ebraica in Azerbaijan: parla un rabbino di frontiera

Nel 2025 le autorità azere hanno sventato un piano attribuito alla Quds Force iraniana per assassinarlo,  con il coinvolgimento di un narcotrafficante georgiano.  Oggi Rav Shneor Segal è leader degli ebrei di Baku

di Davide Cucciati

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Rav Shneor Segal

Rav Shneor Segal è uno shaliach di Chabad Lubavitch in Azerbaijan ed è Rabbino Capo della Comunità ashkenazita di Baku. Nel 2025 il suo nome è finito anche nelle cronache internazionali: secondo un’inchiesta del Washington Post, ripresa da varie testate, le autorità azere avrebbero sventato un piano attribuito alla Quds Force iraniana per assassinarlo, con il coinvolgimento di un narcotrafficante georgiano che avrebbe ricevuto una somma di 200.000 dollari.
L’intervista che segue è stata realizzata a Baku a inizio dicembre 2025 presso il tempio ashkenazita di Baku.

- Rav Segal, da quanto tempo vivono ebrei in Azerbaijan?
  Gli ebrei vivono in Azerbaijan da molto tempo. Dico sempre che gli ebrei ashkenaziti sono arrivati qui durante l’oil boom, il boom del petrolio (tra la metà dell’‘800 e l’inizio del ‘900 ndr). Molto importante, ad esempio, è stata la famiglia Landau. (Lev Davidovich Landau nacque a Baku il 22 gennaio 1908 in una famiglia ebraica: il padre lavorava come ingegnere nell’industria petrolifera locale e la madre era medico. Landau divenne uno dei più grandi fisici teorici sovietici del Novecento. ndr).

- Oltre agli ashkenaziti, quali altre comunità ebraiche ci sono?
  Sono arrivati anche ebrei georgiani. Tuttavia, la comunità più interessante è quella degli ebrei della montagna. A Quba ci sono ebrei da circa 400 anni ma la versione più recente è che sarebbero lì fin dalla distruzione del Primo e del Secondo Tempio. Non ho trovato nessun documento che lo provi ma le persone lo dicono. Nell’estate 2022, a Baku, c’è stata una conferenza organizzata dell’Università Bar Ilan e uno dei professori ha affermato che gli ebrei vivono in Azerbaijan dalla distruzione del Secondo Tempio.

- Lei da quanto tempo vive qui?
  Vivo in Azerbaijan da 15 anni. Sono cresciuto in Israele, in un quartiere con molti ebrei caucasici. C’è un piano per tutto.

- Com’è la convivenza con la società azera?
  Gli ebrei qui si sono sempre sentiti a proprio agio e amici con i cittadini azeri non ebrei. Qui mi dicono che non hanno mai sentito antisemitismo. Gli ebrei fanno pienamente parte della società azera. La grande sfida, per noi, è tenere insieme le persone, la Comunità.

- E durante l’era sovietica?
  Durante l’era sovietica l’ebraismo fu demolito e non c’era una scuola ebraica. Però, il tempio è stato tenuto in funzione. Forse, il motivo è che i popoli caucasici sono più conservatori.

- Oggi che cosa esiste a livello comunitario?
  Oggi abbiamo l’asilo e la scuola ebraica. Quando l’abbiamo aperta, il Presidente dell’Azerbaijan è venuto all’inaugurazione. Ci supporta molto.

- Qual è l’obiettivo principale della vostra attività?
  Uno dei nostri obiettivi è rafforzare l’identità ebraica e il legame con la Comunità. Per esempio, hai visto i giovani in sinagoga a Shabbat? Alcuni vengono da famiglie miste, con madre ebrea e padre non ebreo. Li accompagniamo, insegniamo Torà e tradizione ebraica, offriamo un quadro ebraico caldo e inclusivo che li aiuta a connettersi alle proprie radici e alla vita comunitaria.

- Quanti giovani partecipano?
  Ogni settimana circa 200 giovani partecipano alle lezioni di Torà.

- Ha accennato anche a storie familiari legate alla guerra…
  Abbiamo ebrei i cui avi, durante la Seconda guerra mondiale, hanno fatto matrimoni misti per salvarsi la vita e sono scappati qui in Azerbaijan. La scorsa estate, in un campeggio per giovani di due settimane, anche in quel contesto abbiamo ricostruito le radici ebraiche di una bambina che aveva un cognome comune azero ma andando a ritroso ne abbiamo appurato l’ebraicità.

- Lo Stato azero vi sostiene anche concretamente?
  Lo Stato azero ci supporta molto. Economicamente, lo Stato azero dà alla Comunità ebraica ogni anno 620.000 dollari. Ma non è solo economico il punto; quando la Comunità ha bisogno di qualcosa sappiamo con chi parlare.

- E sul tema della sicurezza?
  In Azerbaijan puoi camminare con la kippah in tutta sicurezza. Qui non è solo sicuro, anzi le persone sono calorose quando ci vedono con la kippah.

- Quanti shlichim avete nel Paese?
  Qui in Azerbaijan abbiamo sette shlichim Chabad, uno a Quba, uno a Sumqayıt e cinque a Baku. Abbiamo la scuola ebraica, la nostra shechità, abbiamo tutto. Qui a Baku, questo Shabbat, tu c’eri, alla cena eravamo 130 persone. Ogni sera facciamo lezioni di Torà e aiutiamo le persone ad avvicinarsi alle mitzvot.

- Quanti ebrei ci sono complessivamente in Azerbaijan?
  Circa 25.000.

- Io pensavo 7.000…
  Sì, ma quando ti dico 25.000 tieni conto che una parte non sa di essere ebrea e un’altra parte pensa soltanto di avere radici ebraiche. Detto questo, non tutti sono attivamente coinvolti nella vita comunitaria o religiosa. Oggi abbiamo circa 3.000 persone nel nostro database e in qualche forma di contatto con la Comunità; questo non significa che migliaia vadano regolarmente al tempio, purtroppo non è così. Allo stesso tempo vediamo una tendenza positiva, sempre più persone si riavvicinano, partecipano ad attività educative, culturali e sociali, e prendono un ruolo attivo.

- Secondo lei la Comunità avrà un futuro qui oppure aumenterà l’aliyah?
  Questa è un’ottima domanda. Solitamente, le comunità ebraiche hanno un futuro dove c’è un futuro dal punto di vista economico. La sicurezza è importante ma il lato economico, per alcune scelte di vita, lo è ancora di più. Lo vedi in Europa: anche se l’antisemitismo sta crescendo, non vedi gli ebrei scappare in massa perché le persone stanno comunque facendo la propria vita, solo ponendo più attenzione quando escono di casa. Qui ci sono giovani che riescono a vedere il proprio futuro in Azerbaijan perché questo Stato si sta sviluppando molto dal punto di vista economico. BH, noi vediamo stabilità e crescita nella qualità e nella profondità del coinvolgimento comunitario. Comunque, c’è chi fa aliyah, chi va negli USA, chi in Germania, chi in Russia. C’è una grande comunità di ebrei azeri a Mosca.

- Ho letto che il regime islamico iraniano avrebbe tentato di ucciderla e che la polizia azera avrebbe arrestato un uomo pagato per farlo.
  Questo non significa che l’Azerbaijan sia insicuro. Semplicemente, se ne è parlato sui giornali. Io non ho altre informazioni, oltre a quello che è stato pubblicato; non mi occupo ulteriormente di questo tema.

- Perché i Pasdaran avrebbero voluto ucciderla?
  Devi chiederlo a loro. Non lo so, non ho alcuna idea.

- Magari perché ha fatto hasbarà e si è esposto per Israele?
  Non ne ho davvero idea. Perché dovrei utilizzare il mio tempo per cercare di capire queste cose?

- Il rapporto fra Comunità ebraica e Stato azero sembra molto stretto. Ho letto anche che gli ebrei azeri hanno sostenuto l’Azerbaijan sul Nagorno Karabakh.
  Gli ebrei sono pienamente parte della società azera e le cose che sono un problema per l’Azerbaijan sono un problema anche per noi. Gli ebrei azeri combattono nell’esercito azero come ogni altro cittadino. Siamo stati molto felici e orgogliosi per la vittoria dell’Azerbaijan.

- Esistono minhaghim diversi?
  Sì, ci sono certamente differenti minhaghim tra le comunità ebraiche caucasiche e fanno parte della ricchezza della vita ebraica qui. Anche se non sono personalmente esperto di ogni dettaglio, queste tradizioni esistono e sono rispettate. Ci sono tre comunità ebraiche in Azerbaijan: gli ebrei della montagna vivono a Quba – Red Village e Baku. Gli ashkenaziti vivono principalmente a Baku e Sumqayıt e ci sono anche ebrei georgiani. Noi siamo Chabad e accogliamo tutti: la nostra casa è aperta per ogni ebreo.

- Avete un organismo omnicomprensivo, tipo l’UCEI in Italia?
  No, non c’è un’unica organizzazione ombrello che unisca tutte le comunità ebraiche in Azerbaijan. Però ci sono figure rappresentative riconosciute, come Sharovski, che è presidente e legale rappresentante della Comunità ashkenazita di Baku, e la leadership della comunità degli ebrei della montagna, tra cui Melikh Yevdayev e altri. C’è cooperazione e dialogo, anche senza un organismo unico formale.

- Mi parli ancora dei servizi educativi e religiosi.
  Abbiamo scuole dall’asilo fino alle scuole superiori. Abbiamo shochèt e mohel. Non ci sono negozi di cibo kasher ma in sinagoga forniamo pasti e vendiamo carne. Abbiamo anche un catering kasher che fa consegne e allestisce rinfreschi.
Cè un ristorante kasher, Rimon, con ottima qualità e prezzi accessibili. Insomma, l’Azerbaijan è uno straordinario paese da visitare anche per vedere un mondo ebraico originale e vitale.

(Bet Magazine Mosaico, 25 gennaio 2026)

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L’ottavo comandamento

Dio protegge la libertà 

di Marcello Cicchese

«Non rubare» (Esodo 20:15). 

I giuristi, che sono persone ben allenate a fare sottili distinzioni, dicono che c'è differenza tra «proprietà», «possesso» e «detenzione». Senza dilungarci in minuziose definizioni, spieghiamoci con qualche esempio. Una persona ha la proprietà dell'automobile che ha acquistato e interamente pagato, ha il possesso dell'appartamento in cui vive come inquilino e di cui paga regolarmente l'affitto, e detiene la bicicletta che ha rubato davanti alla stazione e nasconde nel suo garage. 
  Tenuto conto di queste specificazioni, e stando a quello che afferma la Bibbia, si può dire che sulla terra non devono esserci «detentori» di cose rubate, perché ciò contrasta con l'ottavo comandamento, e non ci sono «proprietari», perché l'unico, vero proprietario di ogni cosa è Dio. Gli uomini hanno soltanto il compito di amministrare (e devono farlo con grande cura) i beni di cui godono il «possesso». 

    «All'Eterno appartiene la terra e tutto ciò che è in essa, il mondo e i suoi abitanti» (Salmo 24:1); 
    «All'Eterno, al tuo Dio, appartengono i cieli; i cieli dei cieli, la terra e tutto quanto essa contiene»(Esodo 10:14); 
    «Le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia e voi siete presso di me come forestieri e inquilini» (Levitico 25:23). 

Il popolo d'Israele era entrato in possesso del paese non per la sua potenza o per la sua giustizia (Deuteronomio 9:4), ma perché Dio aveva dato quella terra al popolo. Ogni famiglia ne aveva ricevuto una parte e su questa doveva lavorare e trafficare. La terra poteva essere usata per la produzione e per il commercio. In particolare, poteva essere venduta per pagare i debiti, e se non bastava, il debitore vendeva sé stesso al creditore, offrendosi come servo (Levitico 25:39- 40). Anche la libertà, quindi, era un bene come gli altri, che poteva essere posseduto, alienato o rubato. 
  Infatti, il furto più grave era proprio il furto della libertà, che era anche l'unico ad essere punito con la morte: 

    «Quando si troverà un uomo che abbia rubato qualcuno dei suoi fratelli di tra i figli d'Israele, ne abbia fatto uno schiavo e l'abbia venduto, quel ladro sarà messo a morte; così torrai via il male di mezzo a te» (Deuteronomio 24:7). 

Non bisogna però credere che con questa disposizione si volesse difendere il principio della libertà individuale, così come l'intendiamo noi dal tempo della Rivoluzione Francese in poi. Abbiamo già detto che la libertà personale poteva essere perduta, come qualsiasi altro bene, nell'ambito di un normale, anche se sfortunato, rapporto d'affari. Quello che la legge puniva era l'atto con cui si toglieva la libertà ad un altro uomo con la violenza e l'inganno, e si commutava quella libertà in denaro che andava ad ingrossare il patrimonio del ladro. 
  Tutto questo è molto significativo, perché mette in evidenza che con l'ottavo comandamento Dio vuole proteggere le persone, e non i patrimoni. 
  Una conferma si può trovare in un singolare caso di furto, che in sé sarebbe attualissimo, solo che noi non lo chiamiamo così: il «furto del cuore». Absalom, uno dei figli di Davide, coltivava l'ambizione di diventare re al posto del padre. Per guadagnare consenso tra il popolo si era fatto venire una brillante idea. Tutte le mattine si alzava presto, si metteva sulla strada che conduceva al palazzo reale e fermava tutte le persone che andavano dal re per ottenere giustizia nelle loro controversie. Ogni volta si faceva spiegare il problema e alla fine commentava: «Certamente tu hai ragione, solo che là non troverai nessuno che ti stia a sentire. Se fossi io il giudice in questo paese, tutti quelli che hanno delle controversie verrebbero da me e io farei giustizia a tutti». E detto questo gli stringeva la mano, l'abbracciava e lo baciava. In questo modo, dice la Bibbia, «Absalom rubò il cuore alla gente d'Israele» (Il Samuele 15:6). 
  Anche l'interpretazione rabbinica del Vecchio Testamento prendeva in considerazione questa particolare forma di furto e la chiamava il «furto dei pensieri». Si trattava sempre, anche in questo caso, di un'appropriazione indebita della libertà dell'uomo, che con il raggiro e la «persuasione occulta» veniva costretto a fare quello che altri avevano deciso per lui. 
  Queste considerazioni sulla libertà ci possono aiutare a capire meglio i motivi per cui Dio vieta il furto, considerato anche nel senso più usuale del furto di cose. 
  Al tempo della creazione Dio aveva detto agli uomini: « Riempite la terra e rendetevela soggetta» (Genesi 1:28), e aveva dato loro il compito di lavorarla e custodirla (Genesi 2:15). In questo dominio sugli elementi della natura, l'uomo ricevette da Dio lo spazio della sua libertà. La Bibbia descrive questo con grande delicatezza, quando presenta l'Eterno Iddio che conduce gli animali all'uomo «per vedere come li chiamerebbe», perché aveva stabilito che «ogni essere vivente portasse il nome che l'uomo gli darebbe» (Genesi 2:19). 
  Dio ha deciso dunque di dare all'uomo i beni della terra da lavorare, ordinare, accrescere, trasformare; e non soltanto per trarne il necessario per sopravvivere, ma anche per poter esercitare su di essi la propria libertà, per poterne disporre liberamente. È anche nella scelta dell'uso dei beni ricevuti da Dio che l'uomo esprime sé stesso, la sua umanità, il suo essere ad immagine di Dio. Come Dio esprime sé stesso in ciò che Egli fa della sua «proprietà», cioè dell'intera creazione, così l'uomo, creato a immagine di Dio, esprime sé stesso in ciò che egli fa dei beni che gli sono stati affidati. Quindi, per dirla con parole semplici e chiare: è anche dal modo in cui spendiamo i nostri soldi che si vede chi siamo. 
  Rubare significa dunque, in senso biblico, invadere lo spazio di libertà dell'altro, negargli la possibilità di disporre di ciò che gli è stato affidato e su cui ha riversato le sue fatiche. Il furto è visto quindi come un attentato all'integrità della persona: sottraendogli i beni a sua disposizione, si distrugge una parte di lui. Ecco perché il sequestro di persona costituiva la forma più grave di furto: con esso si rubava tutta la persona, e non solo la parte legata a certi beni; e la libertà del derubato veniva interamente trasformata, mediante la vendita, in proprietà del ladro. 
  Tuttavia, è anche vero che la legge in Israele consentiva che ci fossero padroni e servi, uomini liberi e uomini non liberi. Ma esaminiamo come dovevano essere considerati e trattati i servi, secondo la Bibbia. 
  Nel popolo d'Israele il servo era un povero. 
  E se il povero è uno che non può disporre, il servo era tanto povero che non poteva disporre nemmeno della sua persona. Ma la legge difendeva la dignità dei poveri, e quindi anche dei servi. Il servo era un «domestico» nella casa del padrone, faceva parte della famiglia, anche se in posizione chiaramente subordinata, come del resto anche la moglie e i figli. Prendeva parte alla vita religiosa della casa, partecipando con gli altri alle feste e osservando con loro il riposo del sabato. Dopo sei anni di servitù tornava in libertà, e il padrone doveva condividere con lui le benedizioni ricevute dal Signore facendogli generosamente dei doni (Deuteronomio 15:12-15). Inoltre, ogni cinquant'anni veniva proclamato l'anno giubilare, in cui « ciascuno tornava nella sua proprietà e nella sua famiglia» (Levitico 25:10). 
  Anche se queste disposizioni riguardavano soltanto il popolo d'Israele e non si estendevano ai rapporti con gli stranieri, e anche se non sappiamo se e come il popolo le avrà osservate, resta il fatto che in esse Dio esprime la sua volontà di proteggere la persona, anche e proprio quando è caduta nello stato di massima necessità. Per esempio, chi prendeva dei lavoranti a giornata doveva essere molto scrupoloso nella paga: 

    «Non defrauderai il salariato povero e bisognoso ... ; gli darai il suo salario il giorno stesso, prima che tramonti il sole; poiché egli è povero, e l'aspetta con impazienza; così non griderà contro di te all'Eterno, e tu non commetterai un peccato» (Deuteronomio 24:14-15). 

Chi aveva ricevuto in pegno un mantello da un povero, alla sera doveva restituirglielo, affinché questi potesse « dormire nel suo mantello» e benedire il suo creditore (Deuteronomio 24:13). Il creditore non poteva prendere in pegno uno strumento indispensabile per il lavoro « perché sarebbe come prendere in pegno la vita» (Deuteronomio 24:6). E non poteva neppure permettersi di umiliare il debitore, ma doveva mostrare verso di lui una delicatezza di modi che potrebbe essere esemplare anche ai giorni nostri: 

    «Quando presterai qualsivoglia cosa al tuo prossimo, non entrerai in casa sua per prendere il suo pegno; te ne starai di fuori: e l'uomo a cui avrai fatto il prestito, ti porterà il pegno fuori» (Deuteronomio 24:10-11). 

La Scrittura difende dunque la persona nella sua possibilità di avere e amministrare dei beni, perché riconosce in questo un'opportunità per l'uomo di esprimere qualcosa di sé, della sua umanità. Ma proprio per questo pone dei limiti molto rigidi alle «leggi del mercato», e vieta a colui che per qualsiasi motivo si sia venuto a trovare in una posizione economicamente forte di sfruttare la miseria altrui a proprio vantaggio e di attentare alla vita e alla dignità di colui che si trova nel bisogno. Il cosiddetto «furto dall'alto», cioè il furto del potente ai danni del debole, viene quindi severamente condannato. 
  Questo non significa che il « furto dal basso» venga giudicato con maggiore indulgenza. Il povero che ruba «profana il nome di Dio» (Proverbi 30:9). Quindi, la classica «cresta» della donna di servizio sulla spesa, un tempo guardata con benevolenza in campo ecclesiastico, o i più recenti «espropri proletari», da qualcuno legittimati in campo politico, non trovano giustificazioni nella Bibbia. Gesù dice che «i mansueti erediteranno la terra» (Matteo 5:5), e non chi sarà stato capace di arrangiarsi o di tirare fuori gli artigli. 
  Anche nel Nuovo Testamento i ladri vengono giudicati con grande severità. Essi compaiono nella lista di coloro che « non erediteranno il regno di Dio» (1 Corinzi 6:10). I cristiani vengono esortati a «mangiare il loro pane, lavorando tranquillamente» (2 Timoteo 3:12). Anzi, chi prima di convertirsi era un ladro, non soltanto deve smettere di camminare in quella direzione, ma deve cominciare a muoversi nella direzione contraria: invece di togliere a chi ha, deve lavorare sodo per avere qualcosa da dare a chi non ha. 

    «Chi rubava non rubi più, ma si affatichi piuttosto a lavorare onestamente con le proprie mani, affinché abbia qualcosa da dare a colui che è nel bisogno» (Efesini 4:28). 

È chiaro che il discepolo di Cristo non può limitarsi a non rubare, a non invadere lo spazio della libertà altrui. Egli vive nella prospettiva della risurrezione, sa di avere «nel cielo» un'eredità incorruttibile e inalterabile che è conservata per lui (1 Pietro 1:4), e quindi non ha bisogno di legare la sua vita e la sua libertà a beni materiali, anche se ne riconosce l'intrinseca bontà. L'autore della lettera agli Ebrei può dire ai suoi destinatari: 

    « Voi accettaste con gioia la ruberia dei vostri beni: sapendo di possedere una ricchezza superiore e duratura» (Ebrei 10:36). 

La capacità di lasciarsi togliere qualcosa senza inveire è la conferma di avere qualcos'altro di più importante che non può essere tolto. E non può essere tolto perché non è stato sottratto ad altri, ma è stato ricevuto dalle mani di Dio. E l'uomo, nella sua posizione di creatura, possiede veramente soltanto quello che ricevé da Dio. 
  La serena gratitudine è quindi il sentimento dell'uomo realmente ricco. Chi invece si affanna ad arraffare e conservare gelosamente non può che essere dominato dalla paura: la paura di perdere quello che non è mai stato suo, perché non gli è stato affidato dal legittimo proprietario. 
  È chiaro che dall'ottavo comandamento, nella sua forma lapidaria, non possiamo pretendere indicazioni inequivocabili ed esaurienti su tutto ciò che oggi è connesso con la proprietà e il furto. E neppure possiamo illuderci di essere a posto con Dio se ci limitiamo ad evitare di commettere i reati che la legge del nostro paese indica come reati di furto. La riflessione sui comandamenti di Dio deve renderci capaci di pensare biblicamente e di valutare anche la legislazione civile. Non potrebbe, per esempio, chiamarsi furto in senso biblico anche l'approfittare di leggi che consentono di arricchire sulla miseria altrui, cioè di sfruttare la posizione di debolezza di chi è nel bisogno per aumentare oltre misura il proprio tornaconto economico? E non potrebbe chiamarsi furto anche l'abilità con cui certi lavoratori dipendenti si destreggiano tra le pieghe della legge per riuscire a lavorare il meno possibile, e in ogni caso meno di quanto sarebbe onestamente dovuto? 
  Sembra che il termine ebraico tradotto con «rubare» abbia un significato abbastanza generale, piuttosto simile a «portar via». Forse potremmo parlare di furto tutte le volte che si realizza l'umana tendenza a «portar via», cioè a prendere per sé dalla società più di quello che si è disposti a dare. 
  Non era certamente questo l'atteggiamento dell'apostolo Paolo, che poteva dire: «Poveri, eppur arricchenti molti; non avendo nulla, eppur possedenti ogni cosa!» (II Corinzi 6:10). Questo significa che la presenza di un cristiano dovrebbe «arricchire» l'ambiente in cui vive, e non impoverirlo. Dovrebbe essere normale, per un cristiano, dare agli altri più di quello che da loro riceve. 

    «Bisogna ricordarsi delle parole di Gesù, il quale disse egli stesso: Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (Atti 20:35). 

L'ottavo comandamento può anche condurci a riflettere su quel particolare tipo di furto che nella nostra società è diventato il motore di ogni impresa economica o politica: la pubblicità. Considerate le dimensioni che essa ha raggiunto, per i credenti potrebbe essere arrivato il momento di resistere con decisione, richiamandosi direttamente alla legge di Dio, a tutto ciò che vuole invadere lo spazio di libertà concesso da Dio all'uomo mediante il tentativo di catturare in modo subdolo i pensieri e le emozioni delle persone. Quello che la Bibbia racconta di Absalom è molto simile a quello che fanno ogni giorno migliaia di uomini politici e uomini d'affari. Di Absalom è detto che rubò il cuore della gente, cioè il centro stesso delle persone, e non solo qualche oggetto di loro proprietà. E non si dica che è un linguaggio poetico e immaginoso: è linguaggio concreto, corporeo, diretto, che senza intellettualistiche astrazioni raffigura bene l'opera dei mistificatori di tutti i tempi. 
  Un'ultima considerazione. Si è detto che anche nel popolo di Dio c'erano ricchi e poveri, padroni e servi. Ma si è visto anche che la legge difendeva con rigore il diritto a vivere e la dignità di tutti i cittadini di Israele, anche quelli che erano caduti al livello più basso della scala sociale. Se, alla luce di quello che ci è rivelato nel Nuovo Patto, crediamo che questo esprima l'atteggiamento di Dio verso tutti gli uomini, allora dobbiamo convincerci che nessuna legge di mercato e nessuna teoria economica potranno mai giustificare il fatto che qualcuno venga privato di ciò che è necessario per vivere a quel livello di dignità che compete ad ogni persona umana. «Gli affari sono affari», si dice correntemente; ma a questa massima cinica si deve contrapporre l'ammonimento biblico a non considerare la vita dell'uomo come un qualsiasi altro bene terreno, perché nessuno «può prendere in pegno la vita». Gli oggetti possono anche passare da una mano all'altra, ma nessuno deve credere di poter tenere impunemente in mano la vita di un altro uomo soltanto perché può dominare i mezzi che sono indispensabili alla sua sopravvivenza. Per la Bibbia questo significa «rubare un uomo», e nessun ladro sarà punito più severamente di colui che ruba gli uomini. 

    «O Eterno, chi è simile a te che liberi il povero da chi è più forte di lui: il povero e il bisognoso da chi vuole derubarlo?» (Salmo 35:10). 

(da "Le dieci parole")

(Notizie su Israele - 25 gennaio 2026 - PDF



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Dalla Sacra Scrittura

2 SAMUELE

Capitolo 1
    Davide riceve la notizia della morte di Saul e di Gionatan
  • Dopo la morte di Saul, Davide, tornato dalla sconfitta degli Amalechiti, si fermò due giorni a Siclag. Al terzo giorno, ecco arrivare dall'accampamento di Saul, un uomo con le vesti stracciate e con il capo sparso di polvere, il quale, giunto alla presenza di Davide, si gettò in terra e gli si prostrò dinanzi. Davide gli chiese: “Da dove vieni?”. L'altro gli rispose: “Sono fuggito dall'accampamento d'Israele”. Davide gli disse: “Che è successo? dimmelo, ti prego”. Egli rispose: “Il popolo è fuggito dal campo di battaglia, e molti uomini sono caduti e sono morti; anche Saul e Gionatan, suo figlio, sono morti”. Davide domandò al giovane che gli raccontava queste cose: “Come sai che sono morti Saul e Gionatan, suo figlio?”. Il giovane che gli raccontava queste cose, disse: “Mi trovavo per caso sul monte Ghilboa e vidi Saul che si appoggiava sulla sua lancia e i carri e i cavalieri stavano per raggiungerlo. Lui si voltò indietro, mi vide e mi chiamò. Io risposi: 'Eccomi'. Mi chiese: 'Chi sei tu?'. Io gli risposi: 'Sono un Amalechita'. Lui mi disse: 'Avvicinati e uccidimi, poiché mi ha preso la vertigine, ma sono sempre vivo'. Io dunque mi avvicinai e lo uccisi, perché sapevo che, una volta caduto, non avrebbe potuto vivere. Poi presi il diadema che aveva in testa e il braccialetto che aveva al braccio e li ho portati qui al mio signore”.
  • Allora Davide prese le sue vesti e le stracciò; e lo stesso fecero tutti gli uomini che erano con lui. E fecero cordoglio e piansero e digiunarono fino a sera, a causa di Saul, di Gionatan, suo figlio, del popolo dell'Eterno e della casa d'Israele, perché erano caduti per la spada. 
  • Poi Davide chiese al giovane che gli aveva raccontato quelle cose: “Di dove sei tu?”. Egli rispose: “Sono figlio di uno straniero, di un Amalechita”. E Davide gli disse: “Come mai non hai temuto di stendere la mano per uccidere l'unto dell'Eterno?”. Poi chiamò uno dei suoi uomini, e gli disse: “Avvicinati e colpisci costui!”. Quello lo colpì, ed egli morì.  Davide gli disse: “Il tuo sangue ricada sul tuo capo, poiché la tua bocca ha testimoniato contro di te quando hai detto: 'Io ho ucciso l'unto dell'Eterno'”.

    Elegia di Davide per la morte di Saul e di Gionatan
  • Allora Davide compose questa elegia su Saul e su Gionatan, suo figlio, e ordinò che fosse insegnata ai figli di Giuda. È l'elegia dell'arco. Si trova scritta nel Libro del Giusto:
  • Il fiore dei tuoi figli, o Israele, giace ucciso sulle tue alture! Come mai sono caduti quei prodi?  Non portate la notizia a Gat, non lo pubblicate per le strade di Ascalon; le figlie dei Filistei ne gioirebbero, le figlie degli incirconcisi ne farebbero festa. 
  • O monti di Ghilboa, su di voi non cada più né rugiada né pioggia, né ci siano più campi per le offerte; poiché là fu gettato via lo scudo dei prodi, lo scudo di Saul, che l'olio non ungerà più. 
  • L'arco di Gionatan non tornava mai dalla battaglia senza avere sparso sangue di uccisi, senza aver trafitto grasso di prodi; e la spada di Saul non tornava indietro senza avere colpito. 
  • Saul e Gionatan, tanto amati e cari, mentre erano in vita, non sono stati divisi nella loro morte. Erano più veloci delle aquile, più forti dei leoni! 
  • Figlie d'Israele, piangete su Saul, che vi rivestiva deliziosamente di scarlatto, che alle vostre vesti metteva degli ornamenti d'oro. 
  • Come mai sono caduti i prodi in mezzo alla battaglia? Come mai venne ucciso Gionatan sulle tue alture? 
  • Io sono in angoscia a causa tua, o Gionatan, fratello mio; tu mi eri molto caro e il tuo amore per me era più meraviglioso dell'amore delle donne. Come mai sono caduti i prodi? come mai sono state infrante le loro armi?”
(Notizie su Israele, 24 gennaio 2026)


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Il pessimo esordio del piano di pace per Gaza

di Giovanni Giacalone

Nelle ultime settimane decisioni fondamentali per la sicurezza di Israele sono state prese ma, paradossalmente, sono state prese all’estero, nonché a suo discapito e insaputa.
Prima è infatti emerso che Qatar e Turchia, i due principali paesi sunniti sostenitori di Hamas, sono stati inseriti da Trump nel suo “Board of Peace” che avrebbe il compito di sovrintendere il disarmo dell’organizzazione terrorista palestinese e la ricostruzione della Striscia di Gaza. Una decisione presa tenendo Israele all’oscuro di tutto, visto che Gerusalemme aveva posto il veto sull’inclusione di Doha e Ankara nel progetto e, ovviamente, con cognizione di causa.
Così, mentre il premier Netanyahu si vedeva pressoché costretto a unirsi al Board di Trump, il ministro per la Diaspora, Amichai Chikli, il quale ha sempre avuto le idee estremamente chiare sul funesto ruolo di Turchia, Qatar e della Fratellanza Musulmana, ha conseguentemente spinto per mettere al bando funzionari e politici turchi (tra cui Bilal Erdogan, figlio del presidente, il direttore degli Affari Religiosi Ali Erbas e Fehmi Bulent Yıldırım, a capo dell’organizzazione umanitaria turca İHH, nota a livello internazionale per il suo ruolo nella flottiglia Mavi Marmara del 2010).
Chikli ha inoltre affermato che la Turchia dovrebbe essere trattata come uno “stato nemico”, utilizzando un linguaggio che paragona tale provvedimento alle misure già intraprese nei confronti di organizzazioni terroriste.
La seconda sorpresa è arrivata venerdì 23 gennaio quando si è saputo che la prossima settimana verrà riaperto, in entrambe le direzioni, il valico di Rafah tra Gaza ed Egitto; una decisione imposta a Israele proprio dai nuovi “mediatori” del Board of Peace, ovvero Stati Uniti, Egitto, Qatar e Turchia.
Come illustrato dal Times of Israel, i mediatori erano ben consapevoli del fatto che Israele non avrebbe ceduto sulla questione, ma hanno pensato bene di annunciare comunque la riapertura del valico durante la cerimonia di firma del Board of Peace a Davos. Un funzionario arabo ha affermato che Israele era stato informato in anticipo che l’annuncio sarebbe stato fatto, pur senza essere stato consultato.
Sempre secondo il giornale israeliano, durante un recente incontro in Florida con Trump e i suoi collaboratori, il premier Netanyahu aveva ricevuto forti pressioni affinché venisse riaperto il valico.
Ovviamente sono tutti ben consapevoli delle ripercussioni sulla sicurezza di Israele che avrà la riapertura del valico. Una mossa assurda e sconsiderata nel momento in cui Hamas mantiene ancora il controllo di buona parte della Striscia, non ha ancora deposto le armi e non è minimamente disposta a farlo.
Fonti israeliane illustrano che I’IDF gestirà un sistema di sorveglianza a distanza nei pressi del valico, sarà responsabile della concessione di autorizzazioni preventive ai viaggiatori in entrata e in uscita dalla Striscia di Gaza e sarà in grado di scansionare qualsiasi computer o altro dispositivo elettronico in transito. Le forze di difesa israeliane gestiranno inoltre un proprio checkpoint nelle vicinanze per prevenire il contrabbando di armi, ma non saranno fisicamente presenti al valico che verrà invece sorvegliato da funzionari della Missione di Assistenza alle Frontiere dell’Unione Europea assieme a membri dell’ANP. Dinamiche non proprio rassicuranti per Israele.
Insomma, in entrambi i casi riportati (il Board e la riapertura del valico), il governo israeliano mostra di dovere mettere le pezze a decisioni prese fuori dai confini di Israele, che mettono a serio rischio la sicurezza del Paese e dei suoi cittadini. Le decisioni vengono prese da Trump e dai suoi collaboratori in base a interessi che non sembrano proprio andare nella medesima direzione di quelli israeliani.
I fatti indicati sono inoltre un chiaro preludio a ciò che rischia di avvenire col “piano di pace per Gaza” tanto voluto da Trump, ovvero, Israele estromesso dalle decisioni importanti a vantaggio di attori regionali come Turchia e Qatar (grande alleato di Trump) che faranno di tutto per mettere in salvo quanto può essere salvato di Hamas e operare con modalità ostili a Israele.
Come se non bastasse, il continuo accodarsi di Netanyahu alla volontà di Trump proietta anche un enorme danno di immagine a livello internazionale per Israele che non appare più in grado di decidere in maniera autonoma e risoluta su questioni legate alla propria sicurezza. Di certo, non è questo lo scenario che si vorrebbe e si dovrebbe vedere dopo un eccidio come quello del 7 ottobre 2023, il più grande pogrom di ebrei dai tempi della Shoah.

(L'informale, 24 gennaio 2026)

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La condanna del sionismo cristiano da parte dei patriarchi ortodossi della Terra Santa scatena feroci reazioni

Una lettera da Gerusalemme mette in luce le divisioni all'interno del cristianesimo sui legami con Israele.

di Etgar Lefkovits

I capi delle Chiese ortodosse armena e greca in Terra Santa hanno scatenato una faida intra-cristiana criticando aspramente i sionisti cristiani per il loro sostegno a Israele, mettendo in luce le profonde divisioni all'interno del cristianesimo sui legami con lo Stato ebraico.
La disputa arriva in un momento di fiorenti relazioni tra Israele e la comunità evangelica di tutto il mondo, considerata eretica dalla Chiesa cattolica locale.
Ciò avviene sullo sfondo degli sforzi compiuti dai cristiani arabi in Israele che vogliono integrarsi pienamente nella società, sforzi che hanno preso slancio dopo l'attacco guidato da Hamas contro il sud di Israele il 7 ottobre 2023.
Il patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, la voce più influente della Chiesa cattolica in Terra Santa, è rimasto volutamente fuori dalla disputa.
Una lettera del 17 gennaio dei patriarchi e dei capi delle chiese di Gerusalemme, in particolare una non pubblicata dal patriarca latino, recita: “Le recenti attività intraprese da individui locali che promuovono ideologie dannose, come il sionismo cristiano, fuorviano l'opinione pubblica, seminano confusione e danneggiano l'unità del nostro gregge.
” Queste iniziative hanno trovato il favore di alcuni attori politici in Israele e oltre, che cercano di promuovere un'agenda politica che potrebbe danneggiare la presenza cristiana in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente“, continua la lettera.
I capi delle chiese hanno espresso preoccupazione per il fatto che i sionisti cristiani ”sono stati accolti a livello ufficiale sia a livello locale che internazionale“ e hanno insistito con fermezza sul fatto che ”solo loro rappresentano le Chiese e il loro gregge nelle questioni relative alla vita religiosa, comunitaria e pastorale cristiana in Terra Santa". “
David Rosen, ex direttore internazionale degli affari interreligiosi dell'American Jewish Committee, ha dichiarato martedì a JNS: ”Con il crescente ricorso alle voci evangeliche a favore di Israele, i cristiani subiscono forti pressioni all'interno delle loro comunità, che temono di essere visti come agenti degli interessi di Israele dai loro vicini musulmani“.
Ha affermato che il patriarca latino è stato ”costantemente più equilibrato" grazie alla sua familiarità con Israele. Questo equilibrio non è condiviso dagli altri leader della Chiesa tradizionale in Terra Santa, in parte perché il Vaticano è stato più sensibile dal punto di vista politico, ma anche a causa della composizione eterogenea del suo gregge in Terra Santa, composto in maggioranza da israeliani.
Le notizie sulle critiche del clero della Terra Santa nei confronti di Israele, alcune delle quali riportate in modo errato, sono state sfruttate dalle voci antisemite negli Stati Uniti che stanno combattendo i sionisti cristiani all'interno del Partito Repubblicano per il loro sostegno a Israele.

“La Scrittura come autorità della Chiesa”
  “Amo i miei fratelli e sorelle in Cristo delle chiese tradizionali e liturgiche e rispetto le loro opinioni, ma non credo che nessuna setta della fede cristiana debba rivendicare l'esclusività nel parlare a nome dei cristiani di tutto il mondo”, ha dichiarato in un comunicato l'ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee.
“La mia fede cristiana si fonda sul giudaismo e senza di esso il cristianesimo non esisterebbe. Senza la visione del mondo giudaico-cristiana non esisterebbe la civiltà occidentale e senza la civiltà occidentale non esisterebbe l'America”, ha affermato.
Il ministro battista diventato ambasciatore ha continuato: “Il pensiero che Dio sia persino in grado di rompere un patto è anatema per noi che abbracciamo le Sacre Scritture come autorità della Chiesa”.
Huckabee ha recentemente tenuto un incontro con un leader cristiano israeliano, Ihab Shlayan, colonnello della riserva dell'IDF, che favorisce l'integrazione dei cristiani nella società israeliana. La successiva pubblicazione dell'incontro sui social media ha suscitato scalpore tra i leader religiosi in Terra Santa.

Gli evangelici rispondono
  “La lettera è inequivocabilmente sbagliata”, ha detto a JNS Sandra Hagee Parker, presidente di Christians United for Israel e figlia del suo fondatore, il leader evangelico texano John Hagee. “Non è altro che un palese tentativo di distorcere la fede cristiana per negare gli insegnamenti stessi di Gesù”.
“Dalla Genesi all'Apocalisse, la Bibbia è un documento sionista”, ha aggiunto.
“Negare il sostegno di Dio al suo Popolo Eletto significa negare la realtà della parola di Dio”.
Mike Evans, fondatore evangelico americano del Friends of Zion Museum di Gerusalemme, ha dichiarato in un'intervista telefonica con JNS: "Quando dicono di essere contrari ai sionisti cristiani, ciò che intendono realmente è che sostengono la ‘teologia della sostituzione’, secondo cui Dio ha annullato tutte le sue promesse al popolo ebraico.
“Sono terrorizzati dal sostegno di influenti pastori cristiani dopo aver pensato di aver emarginato il sionismo cristiano”, ha affermato.
Anche la International Christian Embassy Jerusalem, un'organizzazione evangelica sionista cristiana che ogni anno porta migliaia di pellegrini in Israele, ha condannato la dichiarazione dei leader della Chiesa.
“La promessa restaurazione di Israele nei tempi moderni gode di ampie credenziali bibliche sia nell'Antico che nel Nuovo Testamento”, ha affermato la  International Christian Embassy Jerusalem. “Il ritorno degli ebrei nella Terra di Israele riflette e afferma la natura fedele e il carattere di Dio di mantenere sempre le promesse del suo patto giurato, rafforzando così la fede cristiana invece di danneggiarla o minarla”.
La più grande organizzazione evangelica in Terra Santa ha aggiunto: “Il promesso ritorno degli ebrei a Sion è stato insegnato e abbracciato da molti cristiani devoti nel corso della storia della Chiesa, dagli apostoli originari e alcuni dei primi padri della Chiesa ai sacerdoti medievali, fino ai movimenti ecclesiastici protestanti ed evangelici dei giorni nostri”.
Il reverendo Peter Fast, amministratore delegato dell'organizzazione evangelica Bridges for Peace, ha dichiarato a JNS: “Questo sentimento codifica semplicemente una calunnia di lunga data che covava sotto la superficie da anni.
”In sostanza, la dichiarazione funge da cortina fumogena, un tentativo calcolato di distorcere e nascondere ciò che rappresenta il sionismo cristiano o biblico".
“I patriarchi e i capi delle chiese descrivono il sionismo cristiano come qualcosa di contrario alla fede biblica autentica, quando in realtà è vero il contrario”, ha detto Fast. “Alla fine, stanno resistendo alla loro stessa identità, al loro patrimonio e alle fondamenta della loro fede”.
Il vescovo Dennis Nthumbi, direttore africano della Israel Allies Foundation, ha detto: "Il tono di questa dichiarazione non è pastorale, è territoriale. Non sembra quello di un pastore che protegge le sue pecore, ma quello di amministratori che proteggono la loro giurisdizione.
“Ho il forte sospetto che la comunità cristiana in Israele sia sottoposta a forti pressioni politiche e religiose da parte di pericolosi elementi islamici al suo interno, e che la lettera sia il risultato dell'azione di gruppi radicali che odiano l'unità ecclesiastica degli ebrei e della comunità cristiana”, ha aggiunto il leader evangelico.

(JNS, 22 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Storica qualificazione: il bob israeliano debutta alle Olimpiadi

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Israele scrive una nuova pagina della propria storia sportiva: per la prima volta una squadra di bob si è qualificata ai Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026. «I sogni diventano realtà. Per questo sogno, oggi è il giorno giusto», ha commentato Adam Edelman, capitano del team che da oltre otto anni lavora per portare il bob israeliano sul palcoscenico olimpico, dopo aver già rappresentato Israele nello skeleton.
   La qualificazione è arrivata grazie ai risultati ottenuti in Coppa Nordamericana e a un successivo ripescaggio. Accanto a Edelman correranno Menachem Chen, Ward Fawarsy e Omer Katz, con Uri Zisman come riserva. Prima di questa qualificazione, i componenti della squadra gareggiavano in altri sport. Chen è stato per anni campione nazionale israeliano nel lancio del peso, Katz arriva dal crossfit e dal sollevamento pesi, mentre Fawarsy e Zisman provengono dal rugby: entrambi sono atleti drusi della Galilea. Percorsi diversi, uniti dalla scelta di reinventarsi e di affrontare una disciplina praticamente inesistente in Israele. «Stiamo andando a Milano per scrivere un’altra pagina di storia», ha dichiarato Edelman.
   Con il team del bob, la delegazione israeliana ai Giochi invernali si allarga a nove atleti.

(Shalom, 23 gennaio 2026)

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Riflessioni sullo Shabbat

Ci sono momenti nella vita e nella storia di un popolo in cui non si aspetta che tutto sia pronto. Momenti in cui la partenza stessa diventa una rivelazione.

di Anat Schneider

Lettura settimanale – בֹּא– Bo – Vieni ; Esodo 10,1 – 13,16 ; Geremia 46,13 – 28

La sezione settimanale Bo descrive proprio uno di questi momenti, il passaggio dall'oscurità alla luce, dalla paura alla libertà, dal noto al coraggio di affrontare l'ignoto. Questa porta della fretta che la Torah ci apre ci pone la stessa domanda di allora: quando arriverà il momento in cui dovremo semplicemente andare?

Alcuni “pensieri sullo Shabbat”. Nei cinque libri di Mosè viene raccontata la storia del popolo d'Israele, dalla creazione del mondo alla redenzione nella Terra Promessa che Dio aveva promesso ad Abramo. Questi cinque libri sono suddivisi in letture settimanali. 25 anni fa mio suocero Ludwig Schneider ha scritto il libro “Chiave della Torah” sulle 54 letture settimanali. Un filo conduttore messianico che attraversa la Torah. La Torah ha 70 volti, si dice in ebraico. Vorrei illustrare alcune di queste sfaccettature per ampliare ulteriormente la visione. Le letture settimanali della Torah aprono i nostri occhi e il nostro cuore all'intera Parola di Dio, la Bibbia. La Torah getta luce sull'intero testo biblico, e così ogni volta scopriamo qualcosa di nuovo che ci stimola a riflettere e rende la Bibbia attuale e viva.

L'esodo dall'Egitto non avviene in un momento di calma. Non avviene dopo che tutto si è sistemato, dopo che la paura è svanita o l'immagine è diventata chiara. L'esodo dall'Egitto avviene proprio nel momento in cui la tensione raggiunge il suo apice, nella notte tra l'oscurità e la luce.
La sezione settimanale Bo ci pone proprio su questa soglia. Non c'è più una lunga lotta contro il faraone, non ci sono più negoziati, ma solo questo unico, intenso momento in cui non si può più tornare indietro. Il popolo deve muoversi, ora.
Si capisce che la fretta in questo momento non è solo il modo di partire, ma anche il modo di imparare. Non c'è tempo per la teoria, non c'è tempo per la comprensione concettuale. Il popolo impara in movimento. La libertà non si impara in classe, ma con il corpo, con i piedi che lasciano il suolo, con le mani che tengono la pasta non lievitata, con il cuore pronto a scommettere sull'ignoto.
L'imperfezione della partenza e le condizioni dell'esodo non sono affatto ideali, la pasta, ad esempio, non ha avuto il tempo di lievitare. Le provviste sono incomplete. Il futuro è incerto. Eppure c'è una chiara indicazione: andate ora. Si tratta di una fretta esistenziale. Non una corsa frenetica, ma la profonda consapevolezza che nella vita ci sono momenti in cui non si può aspettare la piena maturità. Il momento è arrivato e l'uomo è chiamato ad affrontarlo così com'è. Si apre un'occasione unica che non si ripeterà.
In questo passo l'Egitto non è descritto solo come un luogo di sofferenza, ma anche come un luogo di adattamento. La lunga schiavitù crea un ordine. Il dolore prolungato genera familiarità. E questa familiarità, anche se opprimente, trasmette un'illusoria sensazione di stabilità. In questo senso, l'Egitto non è solo geografia, ma uno stato d'animo. Un luogo in cui l'uomo sa come sopravvivere, anche se ha smesso di essere veramente vivo. L'Egitto è l'unica casa che gli Israeliti conoscono e nella coscienza umana la “casa” è un luogo sicuro. Ecco perché è così difficile lasciarla.
L'esodo non deve avvenire lentamente, perché la lentezza lascia spazio a calcoli che fanno aumentare il livello di paura. La paura, mascherata da cautela, riporta l'uomo al luogo familiare. Forse questo è il motivo per cui la rottura deve essere così netta, non solo perché il tempo stringe, ma perché c'è il pericolo di tornare indietro, a causa della logica, dell'auto-persuasione, di quella voce interiore che chiede ancora più certezza prima di osare fare il primo passo.
Il matzo – il simbolo dell'incompiuto. Una notte. Un pasto. Un segno sulla soglia della porta. Tutto si concentra sul momento in cui la decisione non è più teorica. Il matzo, il pane che non è lievitato, diventa qui un simbolo preciso. Non rappresenta solo la povertà, ma anche un inizio incompiuto.
Rappresenta l'uomo che è pronto a partire mentre è ancora in fase di elaborazione, proprio come l'impasto. Quando la nuova identità non è ancora consolidata e non ha ancora una forma definitiva.
La lievitazione e la maturazione arriveranno più tardi. Il matzo non è segno di carenza, ma di coraggio. Della disponibilità a scegliere una strada, anche se non si è ancora “pronti”, anche se la forma è ancora poco chiara e la nuova identità deve ancora formarsi. Questo è l'esatto contrario della tendenza umana ad aspettare il momento in cui saremo davvero pronti. Aspettare fino a quando sapremo dove stiamo andando. Aspettare fino a quando non avremo più paura. Capite, ci sono situazioni in cui l'attesa stessa mantiene la schiavitù. Ed è proprio la fretta che apre la porta alla libertà.
Credere attraverso il movimento. In questo senso, la sezione settimanale ci insegna che la libertà non è un concetto filosofico, ma un'abilità di vita. Si acquisisce solo quando si è disposti ad agire prima di capire tutto e ad avere fiducia prima di vedere dove porta la strada. Più tardi, nel deserto, ritroveremo questo atteggiamento quando il popolo d'Israele dirà alla Torah di Dio: “Na'asse VeNishma” - “Faremo e poi ascolteremo”. In altre parole, prima ancora di capire cosa, come e perché, faremo. Nel movimento capiremo.
Dio non promette al popolo alcun conforto. Non promette chiarezza. Non promette tranquillità. Promette presenza lungo il cammino. Passo dopo passo, in un deserto che non si è ancora rivelato nella sua interezza. Si tratta di un altro tipo di fede, non una fede che richiede prove preventive, ma una fede che è pronta a nascere dal movimento e dal grande dubbio. Quando nasce una fede di questo tipo, essa si imprime nella mente e rimane profondamente radicata. È una fede che non dipende dal risultato, ma dalla decisione. Dalla decisione di partire, anche se la strada non è ancora pronta e le domande sono più numerose delle risposte.
La responsabilità del momento. La fretta non esonera dalla responsabilità. Al contrario, richiede una responsabilità più profonda. La responsabilità di ascoltare e di prendere decisioni con prudenza e saggezza, con la consapevolezza che questo è il momento giusto. È unico e probabilmente non ci sarà una seconda possibilità. Ci sono momenti nella vita in cui restare è pericoloso quanto partire. Il testo non chiede se avremo successo lungo il cammino, ma se siamo pronti a intraprenderlo.
La fretta dell'esodo e tutte le usanze pasquali che sono nate in questo periodo non servono solo a ricordare il passato. Servono a porci una nuova domanda: dove mi trovo ora, sulla soglia della partenza? Sto ancora aspettando che tutto sia pronto, lievitato e pronto da mangiare? O sono pronto ad andare così come sono?
Pronto a confidare nel fatto che il cammino diventerà più chiaro man mano che procederò e che la fede crescerà, si rafforzerà e metterà radici. In ogni generazione questa fretta assume forme diverse, una decisione che non può più essere rimandata. Una verità che non può più essere taciuta. Una fase della vita in cui è chiaro che la chiamata è già risuonata. L'unica domanda che rimane è: saremo all'altezza della sfida?
Shabbat Shalom!

(Israel Heute, 23 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 31
    Gli Israeliti sconfitti dai Filistei. Morte di Saul
  • I Filistei si disposero in battaglia contro Israele, e gli Israeliti fuggirono davanti ai Filistei, e caddero morti in gran numero sul monte Ghilboa.  I Filistei inseguirono accanitamente Saul e i suoi figli e uccisero Gionatan, Abinadab e Malchisua, figli di Saul. Il peso della battaglia gravò contro Saul; gli arcieri lo raggiunsero, ed egli si trovò in grande angoscia a causa degli arcieri. Saul disse al suo scudiero: “Sfodera la spada e trafiggimi, affinché questi incirconcisi non vengano a trafiggermi e a farmi oltraggio”. Ma lo scudiero non volle farlo, perché era preso da grande paura. Allora Saul prese la propria spada e vi si gettò sopra. Anche lo scudiero di Saul, vedendolo morto, si gettò sulla propria spada e morì con lui. Così, in quel giorno, morirono insieme Saul, i suoi tre figli, il suo scudiero e tutta la sua gente. Quando gli Israeliti che stavano dall'altra parte della valle, e oltre il Giordano, videro che la gente d'Israele si era data alla fuga e che Saul e i suoi figli erano morti, abbandonarono le città e fuggirono; e i Filistei andarono ad abitarle. 
  • L'indomani i Filistei vennero a spogliare i morti e trovarono Saul e i suoi tre figli caduti sul monte Ghilboa. Tagliarono la testa a Saul, lo spogliarono delle sue armi e mandarono intorno per il paese dei Filistei ad annunciare la buona notizia nei templi dei loro idoli e al popolo; e collocarono le armi di lui nel tempio di Astarte, e appesero il suo cadavere alle mura di Bet-San. 
  • Ma quando gli abitanti di Iabes di Galaad udirono quello che i Filistei avevano fatto a Saul,  tutti gli uomini valorosi si alzarono, camminarono tutta la notte, tolsero dalle mura di Bet-San il cadavere di Saul e i cadaveri dei suoi figli, tornarono a Iabes e là li bruciarono. Poi presero le loro ossa, le seppellirono sotto la tamerice di Iabes, e digiunarono per sette giorni.

(Notizie su Israele, 23 gennaio 2026)


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Board of Peace o Spectre? Il ricatto di Trump a Israele

Parliamoci chiaro, Israele nel cosiddetto “Board of Peace” non ci voleva proprio stare. Il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha resistito fino alla fine. Troppi i nemici dello Stato Ebraico nella lista dei partecipanti. Che poi partecipanti a cosa? Ma Israele è (ancora) troppo dipendente dagli aiuti militari americani per far arrabbiare Donald Trump, e il Presidente americano troppo vendicativo per poter dire di no. E alla fine Netanyahu ha dovuto cedere.
Ricattato, chiamiamo le cose con il loro nome. Anzi, l’ennesimo ricatto dopo quello che ha portato al cessate il fuoco con Hezbollah, all’interruzione della guerra con l’Iran e infine al cessate il fuoco con Hamas.
Trump sta facendo fare a Israele quello che vogliono le monarchie del Golfo, particolarmente il Qatar e l’Arabia Saudia. Trump stesso sembra fare quello che vogliono gli arabi, compreso il mancato attacco all’Iran.
Ma se Trump ha una forza militare tale da poter decidere quello da fare e quello no, Israele questa forza non ce l’ha, o meglio, è legata a doppio filo alle armi americane, almeno per il momento. E se deve buttare all’aria mesi di strepitose vittorie, fermare un’offensiva sull’Iran quando gli iraniani non hanno più niente con cui difendersi perché Trump ha deciso così, purtroppo lo deve fare.
Nessuno dirà mai che Trump ha costretto Netanyahu a fare quello che voleva lui, il consenso verso Israele in America è bipartisan e la comunità ebraica sposta voti, ma è così che è andata. Non c’è da girarci intorno.
E adesso questo fantomatico “Board of Peace” che assomiglia più ad una Spectre piuttosto che un “comitato per la pace”. L’idea era quella di creare qualcosa che coordinasse la ricostruzione di Gaza una volta che Hamas si fosse disarmato e ne avesse ceduto il controllo. Adesso sembra più un sostituto delle Nazioni Unite con però un unico capo (Trump) con diritto di vita e di morte su tutti. Un imperatore che raccoglie il peggio del peggio reperibile sulla Terra. Mancano i Talebani e poi i dittatori e violatori dei Diritti Umani ci sono tutti.  
Netanyahu non voleva nemmeno cedere la Striscia di Gaza a Witkoff e soci, che poi sono immobiliaristi amici dell’Imperatore Trump, soci in affari dei figli e del genero e gente del genere. Ma già ieri il genero del boss, Jared Kushner, spiegava ai potenziali investitori quanto si potrebbe guadagnare a trasformare la Striscia di Gaza in un immenso resort con campi da golf e cosucce del genere. Quindi Netanyahu lo farà, perché non può non farlo… di nuovo.

(Rights Reporter, 23 gennaio 2026)

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Le gite scolastiche ad Auschwitz non hanno chiuso i cancelli all’antisemitismo

di Lucetta Scaraffia

Tante celebrazioni strappacuore, tanti mai più, tante gite scolastiche ad Auschwitz, alle quali spesso si aggiungevano politici locali in cerca di visibilità: questo sono state le giornate della Memoria negli anni passati, e dopo il 7 ottobre abbiamo avuto la prova evidente che sono servite a poco o niente. O, peggio ancora, a far nascere nei confronti degli ebrei un leggero fastidio, sia perché la loro storia triste rovinava le festosità di una gita scolastica, sia perché il loro status di vittime, di vittime privilegiate, li poneva sempre in vantaggio in una società in cui il successo mediatico delle vittime stava diventando una realtà.
Non è facile per i non ebrei affrontare il 27 gennaio: anche se la colpa della Shoah viene attribuita interamente ai cattivi nazisti, ormai quasi completamente scomparsi, chiunque, anche a digiuno di storia, capisce che ci sono state tante complicità da parte degli altri di ogni Paese coinvolto nella persecuzione. Silenzi di chi non vuol vedere, non vuol sapere, non vuol credere a un male così tremendo, ma anche di chi ha usufruito di un posto di lavoro che un ebreo è stato costretto a lasciare o ha preso qualche oggetto che gli piaceva da una casa da dove erano stati trascinati via gli abitanti ebrei. Complicità con il male che vogliamo dimenticare, ricordando con gran risalto i pochi che hanno salvato gli ebrei nascondendoli, facendo finta che, oggi, tutti saremmo coraggiosi come loro.
Forse i ragazzi che militano nelle file dei pro-Pal, che denunciano il “genocidio” di Gaza, hanno colto questi silenzi, queste ipocrisie, e hanno deciso di dire quello che non si poteva dire: che gli ebrei sono cattivi, che l’antisemitismo ha delle buone ragioni per esistere. L’unica cosa che si può dire allora è la verità, ma completa, senza ipocrisie. Una verità che racconti come l’odio verso gli ebrei non è solo dei nazisti, ma ha radici lunghe e persistenti, che non sono state tagliate. Neppure da sei milioni di morti.

(Il Riformista, 23 gennaio 2026)

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«Israele è forte e ci protegge»

La prossima settimana terrà il discorso in occasione della Giornata della Memoria al Bundestag. Insieme al nipote Aron Goodman, Tova Friedman parla in un'intervista della sua visione della Germania e delle sue attività su TikTok.

di Michael Thaidigsmann

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Tova Friedman

- Signora   Friedman, da bambina è sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz. La prossima settimana parlerà alla cerimonia commemorativa della Giornata della Memoria nel Bundestag tedesco. È la prima volta che viene in Germania?
  Friedman: No, è già la terza volta. Prima non volevo venire in Germania. Ma poi improvvisamente sono stata invitata. L'anno scorso sono stata a Bonn, dove ho potuto parlare davanti a circa 200 studenti nella bellissima Haus der Geschichte. È stato meraviglioso. L'altra volta sono stata a Dachau con mia nipote per cinque giorni, in occasione di una conferenza per giovani. Ora è il momento della mia terza visita.

- Sa già cosa dirà al Bundestag?
   Friedman: Devo ancora preparare il discorso.

- Può già rivelarci qualcosa?
  Friedman: Sarà un discorso semplice e chiaro. Parlerò lentamente, perché ogni parola è importante. Non sono una politica esperta. Mi è stato detto che vorrebbero sapere qualcosa della mia vita. Quindi racconterò della mia infanzia e della mia vita. Di come sono arrivata ad Auschwitz all'età di cinque anni e mezzo e delle esperienze che ho dovuto vivere lì. Inoltre spiegherò perché per me è così importante parlare ancora oggi di questo argomento. E accennerò un po' alla situazione mondiale attuale.

- Avrebbe mai immaginato di parlare un giorno al Parlamento tedesco?
  Friedman: Assolutamente no! Se me lo avesse detto cinque anni fa, le avrei riso in faccia. Non volevo più sentire la lingua tedesca. E ho paura dei pastori tedeschi.

- Il latrato dei cani le fa ancora venire in mente Auschwitz?
  Friedman: Assolutamente sì. Non solo i ricordi di Auschwitz, ma di tutto il periodo della guerra. Da quando avevo due o tre anni, i pastori tedeschi sono per me la cosa più terribile che esista. E fino a poco tempo fa non pensavo proprio di andare in Germania.

- Perché ha cambiato idea?
  Friedman: Ha a che fare con il fatto che oggi la Germania prende molto sul serio la lotta contro l'antisemitismo. Al momento è uno dei pochi paesi che sta dalla nostra parte. Lo dico anche come sionista. Questo sostegno significa molto per me. Per questo sono felice di venire in Germania.

- Tuttavia, dal 7 ottobre 2023 anche in Germania si è registrato un drammatico aumento degli episodi di antisemitismo.
  Friedman: Certo. Ma è successo ovunque. Recentemente ho letto un articolo sull'Inghilterra. È diventato così antisemita che è quasi impossibile visitarla! In ogni caso, non resterò a guardare senza fare nulla e non resterò in silenzio. Non è nel mio stile.

- Molti vedono un nesso tra il crescente odio verso gli ebrei e il conflitto in Medio Oriente. Crede che l'odio diminuirà quando la situazione a Gaza si sarà pacificata?
  Friedman: Noi ebrei diciamo sempre: anche questo passerà.

- In altre parole: lei è ottimista.
  Friedman: Sì. E sa perché? Perché abbiamo Israele. Israele è forte e ci protegge. L'antisemitismo è antico, esiste da più di 2000 anni. Ma i grandi popoli che volevano sterminarci sono scomparsi: gli antichi Greci, per esempio, e gli antichi Romani. Noi ebrei, invece, siamo ancora qui. C'eravamo già 3000 anni fa e ci saremo ancora tra 2000 anni.

- Ma perché l'odio verso gli ebrei continua ad esistere dopo tutto quello che è successo durante l'Olocausto?
  Friedman: Vorrei saperlo. Ci sono molte teorie al riguardo. Una controdomanda: cosa risponderebbe lei? Forse tra i suoi amici o conoscenti ci sono degli antisemiti. Ha mai chiesto loro perché la pensano così su di noi? In Germania ho incontrato molte persone perbene che hanno scoperto che i loro genitori o nonni erano nazisti, ma loro non lo sono. Questo mi dà speranza. Non so quale sia la spiegazione giusta. Ma so che dobbiamo combattere l'antisemitismo. Non porgeremo l'altra guancia!

- È preoccupato che le giovani generazioni non sappiano quasi più cosa è stato fatto a lei e a molti altri ebrei durante l'Olocausto?
  Friedman: Purtroppo è così. Molti non lo sanno. Ed è qui che entra in gioco mio nipote Aron. Grazie al suo lavoro raggiungiamo milioni di giovani. Vorrei che ci fossero più Aron. Sarebbe meraviglioso.

- Riceve molti commenti sui suoi video TikTok?
  Friedman: Molti mi dicono: “Che nipote meraviglioso ha, che fa una cosa del genere con lei”. Oppure mi chiedono quanti anni ha. Per strada la gente mi ferma e mi dice: “Lei non è la nonna di Aron?” Recentemente qualcuno mi ha chiesto: “Ha davvero solo 20 anni? Sembra molto più maturo”...
  Goodman: È la prima volta che sento questa storia...

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Tova Friedman con il suo niote Aron

- Signor Goodman, quando ha iniziato a girare video con sua nonna?
  Goodman: È stato quando ancora andavo a scuola, nel 2021.

- I video hanno avuto subito successo?
  Goodman: No, all'inizio no. Le ho detto: “Non ti scoraggiare se nessuno li guarda”. Ma dopo alcuni mesi, quando ho pubblicato altri video, le visualizzazioni hanno iniziato ad aumentare.

- Come è successo? È stata una sua idea?
  Goodman: Sì. Durante una cena di Shabbat ho chiesto a mia nonna se le andasse di fare qualcosa. In precedenza avevo visto molto antisemitismo e negazionismo dell'Olocausto sui social media. Le ho detto: «Dovremmo parlare della tua storia». Poi abbiamo semplicemente iniziato.

- Perché proprio su TikTok?
  Goodman: Ci sono diversi motivi: in primo luogo, conosco bene l'algoritmo e so cosa funziona e cosa no. In secondo luogo, ho visto molto antisemitismo su TikTok. È stato fatto poco per contrastarlo. E in terzo luogo, molti della mia generazione ottengono le loro informazioni proprio da TikTok. Inoltre, in molte scuole degli Stati Uniti l'Olocausto viene insegnato poco o per niente, soprattutto nel sud del Paese, ma anche nel New Jersey. Vogliamo raggiungere e rivolgerci a questi giovani. Infine, vogliamo promuovere un insegnamento scolastico migliore in materia di Olocausto.

- Su TikTok non ci sono prevalentemente contenuti problematici, proprio su questo tema?
  Goodman: Non vedo i nostri video come parte di una competizione tra informazioni buone e cattive. Alcuni guardano i nostri video, altri invece guardano contenuti antisemiti. Il nostro obiettivo è raggiungere le persone prima che ricevano informazioni errate. Molti ci scrivono: “Non avevo mai sentito parlare dell'Olocausto prima d'ora, ma ora mi sono imbattuto nel vostro video”. È proprio questo il punto.

- Signora   Friedman, all'inizio sapeva cosa fosse TikTok?
  Friedman: Mia figlia ha lavorato per l'azienda che produce Tic Tac. Sa, quelle caramelle bianche. Era tutto ciò che associavo a quel termine fino ad allora. E ho pensato: perché mai un'azienda che produce caramelle dovrebbe interessarsi all'Olocausto? Aron mi ha poi spiegato tutto. Mi ha chiesto: «Hai due minuti?» Io ho risposto: «Solo due minuti?» E lui: «La gente non guarda comunque più a lungo». Gli ho chiesto: «Ma chi lo guarderà?» Sa, non sono molto esperto di media, la mia generazione non è molto attiva sui social media. Ma poi abbiamo fatto due domande e risposte e due settimane dopo Aron mi ha detto: «Alcune persone stanno reagendo». Gli ho chiesto: «Chi sono queste persone?». Ed è così che è iniziato tutto. Mi ha insegnato come funziona.

- Quanti video ha prodotto finora?
  Goodman: Più di 200. Le faccio delle domande e lei risponde, per cinque-dieci minuti. Poi monto tutto alla lunghezza giusta.

- Qual è la lunghezza giusta?
  Goodman: Prima erano solo 15-30 secondi, ora tendono ad essere più di un minuto, perché questo è ciò che l'algoritmo preferisce. Ma è molto difficile selezionare i 60 secondi più importanti da dieci minuti.

- Difficile, ma non impossibile?
  Friedman: Diciamo che è un'arte. E Aron la padroneggia. Mi dice anche quali parole funzionano e quali no. Dedica molte ore di lavoro a ciascuno di questi video.

- Aron, lei studia a St. Louis, sua nonna vive nel New Jersey. Come riesce a organizzare tutto dal punto di vista logistico?
  Goodman: Quando la vedo durante le vacanze semestrali, la riprendo per diverse ore. Questo basta per diversi video. Poi li monto quando torno al college.

- E come scegli gli argomenti?
  Goodman: Molte delle domande vengono dagli spettatori stessi. Inoltre, ormai conosco molto bene la storia della vita di mia nonna e ho un'idea di ciò che potrebbe interessare alle persone e di ciò che forse meno. Inoltre, ho naturalmente a disposizione i suoi video precedenti. A volte affrontiamo anche questioni di attualità. Abbiamo ampliato l'argomento oltre l'Olocausto e discutiamo anche questioni relative alla vita ebraica odierna, ad esempio gli attacchi agli ebrei ad Amsterdam o il 7 ottobre 2023.

- Con questi video vuole anche stimolare il dibattito?
  Goodman: No. Abbiamo due obiettivi: diffondere informazioni sull'Olocausto e raggiungere il maggior numero possibile di persone. Evitiamo consapevolmente anche le controversie di politica interna. Ad esempio, “Fox News” voleva fare un'intervista su un funzionario di Trump e l'antisemitismo. Ma io ho rifiutato. Vogliamo raggiungere il maggior numero possibile di persone.

- Da dove provengono le persone che guardano i vostri video?
  Goodman: La maggior parte proviene dagli Stati Uniti, a causa dell'algoritmo di TikTok. Ma circa il 25-30% proviene dall'estero. Abbiamo spettatori in tutto il mondo. Una volta mia nonna è stata riconosciuta persino in Kenya. Le scuole australiane ci scrivono e anche in India e Azerbaigian ci conoscono.

- Ha mai pensato di tradurre i video in altre lingue?
  Goodman: Sì, soprattutto in spagnolo. Forse lo farò con degli amici che conoscono lo spagnolo. O con un'intelligenza artificiale. Una volta abbiamo anche realizzato un video in yiddish. Uno spettatore voleva sapere quante lingue parla mia nonna, e lo yiddish è una di queste.

- E quale dei suoi video ha avuto più successo?
  Goodman: Quello in cui mostra il suo numero di Auschwitz tatuato. Perché lì tutti possono vedere che non si tratta solo di un racconto, ma che c'è una prova visibile.

- Signora   Friedman, prima ha menzionato Israele. Ha la sensazione che il mondo stia voltando le spalle allo Stato ebraico?
  Friedman: Assolutamente sì.

- Perché lo sta facendo?
  Friedman: Perché molte persone semplicemente non sanno cosa sta succedendo. La gente cerca dei capri espiatori, ad esempio perché l'economia non va bene. Anche i tedeschi durante la guerra credevano che uccidendo gli ebrei la loro vita sarebbe migliorata. Ma io dico a tutti: non ci faremo più trasformare in capri espiatori! Una volta ho tenuto una conferenza in un'università del Midwest degli Stati Uniti, dove in precedenza c'erano state manifestazioni antisemite, anche se in realtà lì non vivono ebrei. Ho chiesto al rettore dell'università: «Perché mi ha invitato, se qui non ci sono ebrei?» Mi ha risposto: «Proprio per questo l'ho invitata. Perché qui si protesta contro persone che i manifestanti non conoscono affatto». Questo è proprio il punto: molte persone non ci conoscono.

  Goodman: Ho lavorato a New York e lì mi sento al sicuro. L'unica cosa che mi ha davvero scioccato è stato il prezzo del biglietto della metropolitana.

- Cosa bisognerebbe fare per rendere il mondo più sicuro per gli ebrei?
  Friedman: Bisognerebbe conoscerci. Intendo dire, conoscerci davvero. Noi ebrei siamo il popolo della Scrittura. L'istruzione è tutto per noi. Quest'anno compirò 88 anni, ma continuo ancora a studiare. Seguo tre corsi al giorno, su Zoom. Non siamo mai stati un popolo della spada. Purtroppo, il mondo ci costringe a diventarlo. Ah, se solo le persone ci conoscessero.

- Cosa succederà quando non ci saranno più sopravvissuti alla Shoah che potranno raccontare la loro storia?
  Friedman: Aron, come pensi che sarà?
  Goodman: Non so se la nostra generazione sarà in grado di portare avanti un tale retaggio. È una sfida enorme. Tu sei la prova vivente della Shoah. Puoi alzarti e dire: «Io c'ero, ero ad Auschwitz». Ma tra dieci o vent'anni non ci sarà più nessuno che potrà dirlo. Allora dovremo alzarci in piedi noi per voi. E questa è una grande responsabilità. Oggi si sentono voci che negano l'Olocausto. Ma troppo raramente si sentono le voci delle persone ragionevoli che conoscono la storia. Dobbiamo abbandonare l'atteggiamento secondo cui «tutti i bambini conoscono l'Olocausto». Non è così. Ci sono persone che non ne sanno nulla. Dobbiamo cambiare questa situazione.
  Friedman: Penso spesso che persone come lei – cristiani che conoscono gli ebrei, che scrivono, che informano – siano importanti. Gli antisemiti forse ascoltano più lei e ciò che scrive piuttosto che persone come me. Nel mio caso si potrebbe pensare che io abbia un interesse personale, ma lei no. Abbiamo bisogno dei non ebrei nella lotta contro l'antisemitismo.

- Ma le persone sono davvero disposte ad ascoltare? O spesso hanno già opinioni consolidate?
  Friedman: Molti sono semplicemente ignoranti. Urlano slogan come «From the River to the Sea» senza nemmeno sapere a quale mare si riferiscano. Alcuni non sanno nemmeno dove si trova Israele.
  Goodman: È importante raggiungere sempre nuove persone. È il compito della nostra vita. E non finisce mai.
  Friedman: E non dobbiamo raggiungerle solo una volta, ma sempre e continuamente. Le persone hanno bisogno di ripetizioni per comprendere davvero qualcosa e interiorizzarlo. Finché esisterà l'antisemitismo, dovremo continuare. E dobbiamo formare bene gli insegnanti.

- A proposito di formazione degli insegnanti: Yad Vashem sta progettando un centro di formazione sull'Olocausto in Germania. Cosa ne pensate?
  Friedman: È una buona cosa. Ce ne dovrebbe essere uno in ogni paese. Almeno, questo è ciò che auspico.

PROFILO
Tova Friedman è nata il 17 settembre 1938 come Tova Grossman a Gdynia, non lontano da Danzica. All'età di cinque anni fu deportata insieme alla madre nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. La bambina di sei anni si trovava insieme ad altri bambini in un'anticamera della camera a gas. Ma sopravvisse perché ci fu un guasto tecnico e l'uccisione fu interrotta dalle SS.
Dopo la guerra, la ragazza trascorse diversi anni in un sanatorio tedesco per malati di tubercolosi e in vari campi profughi. Nel 1950 Friedman emigrò con i suoi genitori negli Stati Uniti.
A New York studiò psicologia e letteratura. Con suo marito Maier Friedman si trasferì per dieci anni in Israele, dove insegnò all'Università Ebraica di Gerusalemme. In seguito diresse un servizio di consulenza familiare ebraico nel New Jersey. Ancora oggi Tova Friedman lavora lì come terapeuta.
Sul profilo TikTok gestito da suo nipote Aron Goodman, dove racconta in brevi video le sue esperienze ad Auschwitz e risponde alle domande dei giovani, Friedman ha ormai 520.000 follower. Nel 2022 ha pubblicato insieme a Malcolm Brabant le sue memorie nel libro “Ich war das Mädchen aus Auschwitz” (Penguin-Verlag), che è rimasto a lungo nella classifica dei bestseller dello “Spiegel”.
L'intervista all'ottantasettenne, che terrà il discorso commemorativo del 27 gennaio al Bundestag, e a suo nipote Aron Goodman (20) è stata condotta da Michael Thaidigsmann.


(Jüdische Allgemeine, 23 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Irlanda: la metà degli adulti non sa che 6 milioni di ebrei sono stati assassinati nella Shoah

di Nina Prenda

La metà degli adulti irlandesi non sa che 6 milioni di ebrei sono stati assassinati durante la Shoah, ha rilevato un nuovo sondaggio della Conferenza sulle Rivendicazioni Materiali Ebraiche contro la Germania (Claims Conference).
Condotto dal 25 ottobre al 6 novembre 2025, il sondaggio online su 1.000 adulti irlandesi ha anche rilevato che l’8% delle persone in Irlanda crede che la Shoah sia un mito e non sia accaduta, mentre il 17% crede che il numero di ebrei uccisi sia stato notevolmente esagerato.
Il sondaggio si aggiunge a una serie di indagini della Claims Conference, che sponsorizza i programmi di educazione alla Shoah. Il numero di adulti irlandesi che credevano che il bilancio delle vittime della Shoah fosse stato notevolmente esagerato era leggermente superiore a quello degli Stati Uniti (dato al 15%) e del Regno Unito (dato all’11%), ma molto inferiore rispetto alla Francia, dove la Conferenza ha scoperto che un terzo degli adulti ritiene che il bilancio delle vittime sia stato notevolmente esagerato. Un quarto degli adulti irlandesi ha dichiarato di credere che la distorsione fosse comune nel proprio Paese, rispetto al 49% degli adulti negli Stati Uniti, al 44% in Francia e Germania e al 47% in Ungheria.
L’Irlanda, che conta circa 2.700 ebrei, è stata accusata di antisemitismo negli ultimi anni per le sue critiche pubbliche a Israele durante la guerra a Gaza. Nel dicembre 2024, Israele ha chiuso la sua ambasciata a Dublino, citando “la retorica antisemita del governo irlandese contro Israele”. A ottobre, il Paese ha eletto una nuova presidente, Catherine Connolly, che ha duramente criticato Israele in parlamento e ha dovuto affrontare reazioni negative per i suoi commenti in difesa di Hamas.
Anche in Irlanda si sono verificati episodi antisemiti che non hanno come obiettivo Israele. Il mese scorso, una strada rurale in Irlanda è stata imbrattata con graffiti che recitavano “RAT”, “JEW” e “USA”, insieme a svastiche e stelle di David.
La Claims Conference ha rilevato che nove adulti irlandesi su 10 credono che la Shoah dovrebbe essere insegnata nelle scuole.
“Metà degli adulti irlandesi non sa che sei milioni di ebrei sono stati assassinati, uno su cinque dubita della verità della Shoah e metà dei giovani sta vedendo la negazione online. Eppure quasi nove su dieci lo vogliono l’insegnamento del fenomeno nelle scuole. Questa non è una mancanza di volontà pubblica. È una lacuna nel nostro sistema educativo”, ha detto Maurice Cohen, presidente del Consiglio rappresentativo ebraico d’Irlanda, in una dichiarazione. “Il pubblico vuole in modo schiacciante l’educazione alla Shoah”.
In Irlanda, l’età media dei sopravvissuti è di 87 anni. Molti sopravvissuti di spicco – tra cui Josef “Joe” Veselsky, un campione di tennis da tavolo che è stato riconosciuto come l’uomo più anziano dell’Irlanda per oltre un anno prima della sua morte a dicembre – sono morti negli ultimi mesi.
“Mentre la Shoah si allontana da noi nel tempo, dobbiamo raddoppiare i nostri sforzi per educare le giovani menti a cui sarà affidata questa eredità”, ha detto Oliver Sears, il fondatore di Holocaust Awareness Ireland, in una dichiarazione. “Combattere la negazione della Shoah e la distorsione su Internet e sui social media deve essere una priorità”.

(Bet Magazine Mosaico, 23 gennaio 2026)

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Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 30
    Gli Amalechiti saccheggiano e incendiano Siclag e sono poi sconfitti da Davide
  • Tre giorni dopo, quando Davide e la sua gente furono giunti a Siclag, ecco che gli Amalechiti avevano fatto una scorreria verso il sud e verso Siclag; avevano preso Siclag e l'avevano incendiata; avevano fatto prigionieri le donne e tutti quelli che vi si trovavano, piccoli e grandi; non avevano ucciso nessuno, ma avevano portato via tutti e se ne erano tornati da dove erano venuti. Quando Davide e la sua gente giunsero alla città, ecco che essa era distrutta dal fuoco, e le loro mogli, i loro figli e le loro figlie erano stati portati via prigionieri. Allora Davide e tutti quelli che erano con lui alzarono la voce e piansero, finché non ebbero più forza di piangere. Le due mogli di Davide, Ainoam di Izreel e Abigail di Carmel che era stata moglie di Nabal, erano anche loro prigioniere. 
  • Davide fu grandemente angosciato perché la gente parlava di lapidarlo, essendo l'animo di tutti amareggiato a causa dei loro figli e delle loro figlie; ma Davide si fortificò nell'Eterno, nel suo Dio. Davide disse al sacerdote Abiatar, figlio di Aimelec: “Ti prego, portami qua l'efod”. E Abiatar portò l'efod a Davide. Davide consultò l'Eterno, dicendo: “Devo inseguire questa banda di predoni? la raggiungerò?”. L'Eterno rispose: “Inseguila, poiché certamente la raggiungerai e potrai recuperare ogni cosa”. Davide dunque andò con i seicento uomini che aveva con sé, e giunsero al torrente Besor, dove quelli che erano rimasti indietro si fermarono: ma Davide continuò l'inseguimento con quattrocento uomini: duecento erano rimasti indietro, troppo stanchi per poter attraversare il torrente Besor. 
  • Trovarono nella campagna un Egiziano e lo condussero a Davide. Gli diedero del pane che egli mangiò e dell'acqua da bere; e gli diedero un pezzo di schiacciata di fichi secchi e due grappoli d'uva. Quando egli ebbe mangiato, si riprese, perché non aveva mangiato pane né bevuto acqua per tre giorni e tre notti. Davide gli chiese: “A chi appartieni? e di dove sei?”. Egli rispose: “Sono un giovane Egiziano, servo di un Amalechita; e il mio padrone mi ha abbandonato perché tre giorni fa caddi malato. Abbiamo fatto una scorreria nella regione meridionale dei Cheretei, sul territorio di Giuda e nella regione meridionale di Caleb, e abbiamo incendiato Siclag”. Davide gli disse: “Vuoi condurmi giù dov'è quella banda?”. Egli rispose: “Giurami per il nome di Dio che non mi ucciderai e non mi darai nelle mani del mio padrone, e io ti condurrò giù dov'è quella banda”. Quando egli l'ebbe condotto là, ecco che gli Amalechiti erano sparsi dappertutto per la campagna, mangiando, bevendo e facendo festa, a motivo del gran bottino che avevano portato via dal paese dei Filistei e dal paese di Giuda. Davide diede loro addosso dalla sera di quel giorno fino alla sera del giorno dopo; e non ne scampò uno, tranne quattrocento giovani, che montarono su dei cammelli e fuggirono. Davide recuperò tutto quello che gli Amalechiti avevano portato via e liberò anche le sue due mogli. E non mancò nessuno, né dei piccoli né dei grandi, né dei figli né delle figlie, e nulla del bottino, né nessun'altra cosa che gli Amalechiti avessero preso. Davide ricondusse via tutto. Davide riprese anche tutte le greggi e tutte le mandrie; e quelli che conducevano questo bestiame e camminavano alla sua testa, dicevano: “Questo è il bottino di Davide!”. 
  • Poi Davide tornò verso quei duecento uomini che per la grande stanchezza non avevano potuto stargli dietro e che egli aveva fatto rimanere al torrente Besor. Quelli si fecero avanti incontro a Davide e alla gente che era con lui. Davide, accostatosi a loro, li salutò. Allora tutti i tristi e i perversi fra gli uomini che erano andati con Davide, presero a dire: “Poiché costoro non sono venuti con noi, non gli daremo nulla del bottino che abbiamo recuperato; tranne a ciascuno di loro la propria moglie e i propri figli; se li portino via e se ne vadano!”. Ma Davide disse: “Non fate così, fratelli miei, riguardo alle cose che l'Eterno ci ha date: Lui che ci ha protetti e ha dato nelle nostre mani la banda che era venuta contro di noi. Chi vi darebbe retta in questa proposta? La parte di chi scende alla battaglia dev'essere uguale alla parte di colui che rimane vicino ai bagagli; faranno tra loro parti uguali”. Da quel giorno in poi si fece così; Davide ne fece in Israele una legge e una norma, che sono durate fino al giorno d'oggi. 
  • Quando Davide fu tornato a Siclag, mandò parte di quel bottino agli anziani di Giuda, suoi amici, dicendo: “Eccovi un dono che viene dal bottino preso ai nemici dell'Eterno”. Ne mandò a quelli di Betel, a quelli di Bamot della regione meridionale, a quelli di Iattir, a quelli di Aroer, a quelli di Simot, a quelli di Estemoa, a quelli di Racal, a quelli delle città degli Ierameeliti, a quelli delle città dei Chenei, a quelli di Corma, a quelli di Cor-Asan, a quelli di Atac, a quelli di Ebron, e a quelli di tutti i luoghi che Davide e la sua gente avevano percorso.

(Notizie su Israele, 22 gennaio 2026)


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Trump ribadisce la sua minaccia di “spazzare via” Hamas, ma chi gli crede ancora?

A Davos, il presidente degli Stati Uniti ha nuovamente promesso un intervento militare qualora Hamas si rifiutasse di consegnare le armi, ma dopo mesi di minacce senza conseguenze, quasi nessuno in Israele o a Gaza lo prende sul serio.

di Ryan Jones

GERUSALEMME - A Davos, il presidente degli Stati Uniti ha nuovamente promesso misure militari qualora Hamas si rifiutasse di consegnare le armi, ma dopo mesi di minacce senza conseguenze, quasi nessuno in Israele o a Gaza prende sul serio queste dichiarazioni.
Theodore Roosevelt esortava i capi di Stato e di governo a “camminare in silenzio e portare con sé un grosso bastone”. Dopo quello che ha fatto in Iran e in Venezuela, sarebbe sbagliato affermare che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non porti con sé un grosso bastone o abbia paura di usarlo. Ma di certo non cammina con passo leggero. E nonostante i suoi successi, ripetere la stessa minaccia e non metterla in atto non fa altro che rafforzare le posizioni dei nemici.
Mercoledì a Davos, Trump ha nuovamente lanciato un chiaro avvertimento a Hamas, dichiarando davanti al pubblico del Forum economico mondiale che l'organizzazione terroristica sarà “distrutta molto rapidamente” se non si disarmerà nell'ambito dell'iniziativa di pace del suo governo per la Striscia di Gaza.
Non è la prima volta che Trump usa parole del genere. In precedenza aveva giurato di “aprire le porte dell'inferno” a Hamas se non avesse rispettato la seconda fase del suo piano in 20 punti. Ma in ogni caso il copione si è ripetuto: Hamas rifiuta pubblicamente il disarmo e non ci sono conseguenze.
Durante una sessione di domande dal vivo con l'ex ministro degli Esteri norvegese Børge Brende, Trump ha insistito sul fatto che Hamas ha accettato di consegnare le armi. “Sono nati con un fucile in mano. Non è una cosa facile per loro, ma hanno accettato”, ha detto.
Ha promesso che il mondo saprà “nei prossimi due o tre giorni, sicuramente entro le prossime tre settimane” se Hamas rispetterà l'accordo. “Se non lo faranno, saranno spazzati via molto rapidamente”, ha aggiunto.

Promesse fatte, scadenze non rispettate
  La clausola sul disarmo è un pilastro della strategia di Trump per Gaza, che combina una forza di stabilizzazione multinazionale con un governo tecnocratico sotto un consiglio di pace guidato dagli Stati Uniti. Una cerimonia per la firma del consiglio è prevista per questa settimana a Davos, alla quale è stato invitato, tra gli altri, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
In pratica, tuttavia, Hamas non ha mostrato alcuna intenzione di rispettarlo. Nelle ultime settimane, il gruppo non solo ha apertamente rifiutato il disarmo, ma si è anche riarmato, riorganizzato e ha ripreso il controllo di ampie zone della Striscia di Gaza, secondo quanto riferito soggiogando la popolazione locale con arresti e intimidazioni armate.
I servizi segreti israeliani riferiscono che l'ala militare di Hamas sta consolidando le sue forze a Khan Yunis e nella città di Gaza, mentre gli attivisti politici hanno ripreso il controllo delle infrastrutture civili, proprio il comportamento che il piano di Trump avrebbe dovuto porre fine.
Da parte sua, Hamas ha ripetutamente definito “delirante” la richiesta di Trump di disarmarsi e ha ribadito che non rinuncerà mai alle sue armi finché Israele esisterà.

Il divario di fiducia si allarga
  Nonostante l'affermazione retorica di Trump secondo cui “decine di nazioni” sostengono il piano e “vogliono invadere e eliminare Hamas”, né le truppe statunitensi né le forze alleate hanno intrapreso azioni concrete per imporre il disarmo dall'inizio del cessate il fuoco.
Alti funzionari israeliani hanno abbandonato ogni speranza di un intervento militare significativo da parte degli Stati Uniti. “La probabilità che Hamas deponga le armi è pari a quella che Israele vinca i [mondiali di calcio]”, ha affermato il ministro Avi Dichter poco dopo l'entrata in vigore della tregua di Trump. “Deve essere fatto con la forza”.
In un'intervista rilasciata un anno prima, il professor Eyal Zisser aveva avvertito che l'invio di una forza internazionale inefficace a Gaza avrebbe solo aumentato la probabilità che Hamas conservasse le proprie armi. “Dipende tutto da Israele. Nessuno sconfiggerà Hamas al posto nostro”, aveva sottolineato. “Se loro [la forza internazionale di stabilizzazione] saranno lì, Israele non potrà fare nulla contro Hamas, perché quest'ultimo si nasconderà dietro di loro”.
Anche all'interno del governo statunitense ci sono segni di cautela. Il Pentagono si è tacitamente opposto a un calendario fisso per l'attuazione e i diplomatici continuano a dare la priorità alla creazione di coalizioni piuttosto che a misure coercitive.
Hamas sembra scommettere sul fatto che si tratterà solo di colloqui.

Cosa succederà ora?
  La dichiarazione di Trump a Davos potrebbe contribuire a rafforzare l'impressione che la sua architettura di pace stia guadagnando slancio. Sul campo, tuttavia, dove le armi sono ancora nelle mani di Hamas e l'ultimo ostaggio israeliano è ancora disperso, il divario di credibilità sta crescendo.
In definitiva, non si tratta di ciò che Trump dirà in seguito, ma piuttosto se Hamas crede che il suo rifiuto avrà mai delle conseguenze.
Finora la risposta è no.

(Israel Heute, 22 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Aumenta l’antisemitismo nel Regno Unito. E gli Usa considerano di offrire asilo agli ebrei

Robert Garson, avvocato personale di Donald Trump, ha dichiarato al Telegraph di essere in trattative con il Dipartimento di Stato per fornire rifugio agli ebrei in fuga dall’antisemitismo, dato che “il Regno Unito non è più un posto sicuro per gli ebrei”.

di Nina Prenda

Gli Stati Uniti stanno valutando di offrire asilo agli ebrei britannici in mezzo all’aumento dell’antisemitismo nel Regno Unito, ha detto domenica 18 gennaio 2026 Robert Garson, avvocato personale di Donald Trump, al Telegraph. Garson – che è nato a Manchester – ha detto al giornale che era stato in trattative con il Dipartimento di Stato per fornire rifugio agli ebrei in fuga dall’antisemitismo, dato che “il Regno Unito non è più un posto sicuro per gli ebrei”. Garson ha detto al Telegraph che l‘attacco terroristico a una sinagoga di Manchester il giorno di Yom Kippur e il diffuso antisemitismo successivo all’attacco di Hamas il 7 ottobre, potrebbe portare gli ebrei britannici a cercare rifugio negli Stati Uniti.
“Quando guardo cosa sta succedendo con gli ebrei in Gran Bretagna e quando guardo i cambiamenti demografici, non credo – e ne ho discusso con le persone dell’amministrazione Trump – che ci sia un futuro per gli ebrei nel Regno Unito”, ha detto. “Per me, è particolarmente triste.” Garson ha detto di aver sollevato l’idea con il rabbino Yehuda Kaploun, l’inviato speciale dell’amministrazione Trump per monitorare e combattere l’antisemitismo, il mese scorso.

Sofer: Israele è la casa degli ebrei di tutto il mondo
  Rispondendo all’articolo, il Ministro dell’integrazione di Israele Ofir Sofer ha detto: “La casa degli ebrei britannici, e degli ebrei in tutto il mondo, è lo Stato di Israele”. Ha aggiunto che il suo ministero sta lavorando per far progredire il processo dell’Aliyah attraverso una vasta gamma di programmi che forniscono guida e supporto per un’integrazione di successo nella vita comunitaria, nell’occupazione e nell’alloggio. “L’Aliyah è il valore fondamentale del sionismo e nutrirà e rafforzerà lo Stato di Israele”, ha detto.

(Bet Magazine Mosaico, 22 gennaio 2026)

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Per la prima volta, la polizia israeliana consente l'accesso ai fogli di preghiera ebraici sul Monte del Tempio

Lo status quo del sito ha generalmente impedito ai visitatori ebrei di portare con sé oggetti religiosi come libri di preghiere e tefillin.

di Akiva Van Koningsveld

FOTO
Ebrei in preghiera sul Monte del Tempio nella Città Vecchia di Gerusalemme, 2 aprile 2025

Mercoledì la polizia israeliana ha confermato a JNS che, per la prima volta, ha consentito l'introduzione di “fogli guida” per la preghiera ebraica sul Monte del Tempio a Gerusalemme.
Lo status quo sul Monte del Tempio, formulato dall'allora ministro della Difesa israeliano Moshe Dayan dopo la conquista del complesso durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, ha generalmente vietato ai visitatori ebrei di portare oggetti religiosi come libri di preghiere e tefillin, o filatteri, nel sito.
Dayan ha offerto al Waqf giordano il controllo delle attività all'interno delle mura del Monte stesso, mentre Israele sarebbe stato responsabile della sicurezza e dell'ordine pubblico. Dayan ha inoltre concesso ai musulmani il libero accesso al Monte e, sebbene non ci fosse un limite al numero di visitatori ebrei, a questi ultimi non sarebbe stato permesso di pregare lì.
Lo status quo è stato messo sempre più alla prova negli ultimi anni, con gli attivisti per i diritti degli ebrei che hanno spinto i limiti e la polizia che a volte sembrava tollerare la preghiera visibile, in particolare da quando il leader del partito Otzma Yehudit, Itamar Ben-Gvir, è entrato in carica come ministro della sicurezza nazionale alla fine del 2022.
Lo stesso Ben-Gvir ha guidato le funzioni mattutine sul Monte del Tempio il 3 agosto.
La decisione della polizia di consentire l'introduzione dei foglietti di preghiera nel sito è stata riportata per la prima volta mercoledì da Haaretz, che ha condiviso la foto di un foglio contenente una preghiera cabalistica “Leshem Yichud” (“per l'unificazione”) da recitare prima di salire sul Monte, nonché il testo dell'‘Amidah’, o “Shemoneh Esrei”, la preghiera silenziosa ebraica quotidiana centrale.
“A seguito di una richiesta presentata dall'amministrazione della Yeshivah del Monte del Tempio, la polizia ha approvato l'ingresso di fogli informativi per i visitatori”, ha detto un portavoce della polizia a JNS in risposta alla notizia.
L'uso dei fogli rimarrà ‘esclusivamente’ limitato a “aree specifiche definite dalla polizia” per mantenere “l'ordine esistente” sul Monte.
La dichiarazione ha sottolineato che la polizia opera durante tutto l'anno per “consentire la libertà di culto e di visita al Monte del Tempio a tutte le religioni e comunità, mantenendo rigorosamente l'ordine pubblico, le regole in vigore nel sito e in conformità con le direttive del livello politico”.
“La polizia israeliana continua ad agire con discrezione e responsabilità al fine di mantenere un equilibrio tra le varie esigenze del Monte del Tempio”, ha concluso.
Sotto l'attuale governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il Monte del Tempio ha visto un aumento delle visite ebraiche, anche con culto aperto, soprattutto durante le festività importanti come il Tisha B'Av, il giorno che commemora la caduta del Tempio.
L'ufficio del primo ministro israeliano, tuttavia, ha dichiarato in un comunicato sul Tisha B'Av che la politica ufficiale di Gerusalemme sul Monte del Tempio “non è cambiata e non cambierà”.
Mercoledì l'Ufficio del Primo Ministro non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di JNS sul fatto che il permesso concesso dalla polizia di portare i teli da preghiera nel sito costituisse un cambiamento dello status quo.

(JNS, 21 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Noam Bettan rappresenterà Israele all’Eurovision Song Contest 2026

di Luca Spizzichino

Dopo mesi di audizioni, eliminazioni e prove decisive, il verdetto è arrivato: sarà Noam Bettan a portare la bandiera di Israele all’Eurovision Song Contest 2026, in programma a Vienna il 12, 14 e 16 maggio.
   La finale di HaKokhav HaBa, il talent show che ogni anno seleziona il rappresentante israeliano per l’Eurovision, ha visto Bettan conquistare pubblico e giuria grazie a due interpretazioni particolarmente intense: “Nitsacht Itti Hakol” di Amir Benayoun e il celebre brano francese “Dernière Danse” di Indila. Performance che hanno confermato la sua cifra artistica, capace di fondere sensibilità emotiva, presenza scenica e una forte identità internazionale.
   Sul podio finale si sono classificati al secondo posto Gal De Paz, seguita da Shira Zaluf al terzo e da Alona Erez al quarto.
   La vittoria di Bettan è stata letta dai media israeliani come il punto di arrivo di un percorso lungo e non lineare. Nato nel 1998 e cresciuto a Ra’anana, è figlio di genitori francesi emigrati da Grenoble. Parla ebraico, inglese e francese: un elemento che non rappresenta soltanto un dato biografico, ma una componente centrale della sua identità artistica.
   Circa dieci anni fa, ancora adolescente, aveva già tentato l’accesso a HaKokhav HaBa senza riuscire a superare le selezioni. Un episodio ricordato anche durante l’edizione attuale, quasi a sottolineare il valore simbolico di una rivincita costruita nel tempo. Nel 2018 ha partecipato a un altro talent musicale, Aviv o Eyal, chiudendo al terzo posto.
   Negli anni successivi ha iniziato a definire il proprio percorso come cantautore, pubblicando musica originale a partire dal 2021. Brani come “Buba” e “Madam” hanno segnato una fase di crescita artistica che lo ha portato ad affrontare il programma con una consapevolezza profondamente diversa rispetto al passato.
   In un’intervista rilasciata a Mako, Bettan ha raccontato anche il lato più intimo della sua esperienza nel talent. Ha spiegato come il percorso sia stato, prima di tutto, un confronto con le aspettative e con l’idea di dover essere sempre all’altezza, soprattutto davanti a giudici che già conoscevano il suo cammino. «Pensavo di dover essere perfetto», ha ammesso, aggiungendo che il vero lavoro è stato accettare la possibilità di sbagliare e restare umano. Un approccio che si riflette anche nel suo modo di vivere il palco: prima di ogni esibizione, ha raccontato, recita lo Shema Israel. Tra le influenze musicali che cita più spesso c’è Michael Jackson, l’artista che ha acceso i suoi primi sogni.
   Il brano con cui Noam Bettan rappresenterà Israele sarà selezionato internamente da una commissione professionale. Secondo le prime indiscrezioni, la canzone includerà testi in ebraico, inglese e francese, riflettendo il background multiculturale dell’artista e una strategia pensata per parlare a un pubblico europeo ampio. Lo stesso Bettan ha espresso il desiderio di essere coinvolto direttamente nel processo creativo, anche nella scrittura.
   Israele gareggerà nella prima semifinale dell’Eurovision 2026, in programma il 12 maggio, esibendosi nella seconda parte dello show. L’edizione di quest’anno vedrà la partecipazione di 35 Paesi. La presenza israeliana arriva dopo mesi di incertezza legata al contesto geopolitico: l’European Broadcasting Union ha confermato la partecipazione introducendo alcune modifiche regolamentari, mentre cinque Paesi hanno scelto di ritirarsi dalla competizione.
   Nonostante le polemiche, Israele figura attualmente al primo posto nelle classifiche dei bookmaker, con una probabilità di vittoria stimata intorno all’11%, davanti a Finlandia, Svezia, Ucraina e Italia.
   Per Noam Bettan, però, il focus resta il palco. Come ha lasciato intendere in più occasioni, l’obiettivo non è il risultato, ma “dare tutto”. Il resto, come ha detto, “non dipende da me”. Un approccio che ora dovrà misurarsi con la vetrina più grande della musica europea.

(Shalom, 21 gennaio 2026)

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Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 29
    Davide allontanato dall'esercito dei Filistei
  • I Filistei radunarono tutte le loro truppe ad Afec, e gli Israeliti si accamparono presso la sorgente di Izreel. I prìncipi dei Filistei marciavano alla testa delle loro centinaia e delle loro migliaia, e Davide e la sua gente marciavano alla retroguardia con Achis. Allora i capi dei Filistei dissero: “Che fanno qui questi Ebrei?”. E Achis rispose ai capi dei Filistei: “Ma costui è Davide, servo di Saul re d'Israele, che è stato presso di me da giorni, anzi da anni, e contro il quale non ho avuto nulla da ridire dal giorno della sua diserzione a oggi!”. Ma i capi dei Filistei si adirarono contro di lui, e gli dissero: “Rimanda costui e se ne ritorni al luogo che tu gli hai assegnato, e non scenda con noi alla battaglia, affinché non sia per noi un nemico durante la battaglia. Poiché come potrebbe costui riacquistare il favore del suo signore, se non a prezzo delle teste di questi nostri uomini? Non è lui quel Davide di cui si cantava in mezzo alle danze: 'Saul ha ucciso i suoi mille, e Davide i suoi diecimila?'”. 
  • Allora Achis chiamò Davide e gli disse: “Com'è vero che l'Eterno vive, tu sei un uomo retto, e vedo con piacere il tuo andare e venire con me nel campo, poiché non ho trovato in te nulla di male dal giorno che arrivasti da me fino a oggi; ma tu non piaci ai prìncipi. Ora dunque, torna indietro e vattene in pace, per non dispiacere i prìncipi dei Filistei”. Davide disse ad Achis: “Ma che ho mai fatto? e che hai tu trovato nel tuo servo, in tutto il tempo che sono stato presso di te fino al giorno d'oggi, perché io non debba andare a combattere contro i nemici del re, mio signore?”. Achis rispose a Davide, dicendo: “Lo so; tu sei caro agli occhi miei come un angelo di Dio; ma i prìncipi dei Filistei hanno detto: 'Lui non deve salire con noi alla battaglia!'. Ora dunque, alzati domattina di buon'ora, con i servi del tuo signore che sono venuti con te; alzatevi di buon mattino e appena farà giorno, andatevene”. Davide dunque con la sua gente si alzò di buon'ora, per partire al mattino e tornare nel paese dei Filistei. E i Filistei salirono a Izreel.

(Notizie su Israele, 21 gennaio 2026)


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Smotrich chiede la fine del piano per Gaza guidato da Trump e invita alla risistemazione ebraica

Il ministro delle Finanze israeliano avverte che i piani per Gaza guidati dall'estero rischiano di ripetere il disastro del 2005 e dichiara che Israele deve consolidare nuovamente il controllo sulla striscia costiera.

di Ryan Jones

GERUSALEMME - Lunedì il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha chiesto al primo ministro Benjamin Netanyahu di sciogliere il Centro di coordinamento civile-militare (CMCC) guidato dagli Stati Uniti che opera nel sud di Israele. Il piano postbellicodell'amministrazione Trump per Gaza mette a rischio la sovranità e la sicurezza di Israele, ha affermato.
“È giunto il momento di sciogliere il quartier generale di Kiryat Gat”, ha dichiarato Smotrich in una dichiarazione riferendosi al centro che coordina gli sforzi internazionali per il futuro postbellico di Gaza. Il CMCC sarebbe un canale di influenza straniera che mina gli interessi e i processi decisionali israeliani. Ha espressamente citato l'Egitto e il Regno Unito come attori “ostili” all'interno dell'istituzione.
Il CMCC, istituito nell'ottobre 2025 dal Comando Centrale degli Stati Uniti, comprende rappresentanti di oltre 60 Stati e organizzazioni, tra cui Francia, Germania e Canada. Dall'inizio del cessate il fuoco nell'ottobre dello scorso anno, ha svolto un ruolo centrale nel facilitare gli aiuti umanitari a Gaza e costituisce un pilastro fondamentale del piano in 20 punti per Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che è recentemente entrato nella sua seconda fase di attuazione.
Pur ringraziando Trump per il suo aiuto nel rilascio degli ostaggi negli accordi recenti, Smotrich ha affermato che il piano più ampio degli Stati Uniti è “dannoso per lo Stato di Israele e deve essere accantonato”. Invece di commissioni internazionali e piani di ricostruzione, ha chiesto un controllo israeliano risoluto sulla Striscia di Gaza, compresa l'amministrazione militare e la ricostruzione delle comunità ebraiche.
“Gaza ci appartiene”, ha detto Smotrich. “Il suo futuro influenzerà il nostro futuro più di quello di qualsiasi altro”.
Il ministro delle Finanze ha fatto queste dichiarazioni durante un evento per celebrare la fondazione di Yatziv, una nuova comunità ebraica in Giudea, a sud di Gerusalemme. Nel suo discorso ha parlato a lungo del ritiro da Gaza nel 2005, che ha definito un “peccato” che Israele deve riparare.
“Il massacro più terribile che il popolo ebraico abbia subito dopo l'Olocausto non è stato sufficiente?”, ha chiesto Smotrich riferendosi al massacro del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele guidato da Hamas. L'attacco terroristico ha messo in luce le conseguenze del ritiro di Israele da Gush Katif, il blocco ebraico di 17 insediamenti all'interno di Gaza che era stato sgomberato sotto il primo ministro Ariel Sharon.

Una decisione binaria
  Smotrich ha proposto di dare a Hamas un breve ultimatum per disarmarsi e fuggire; altrimenti l'IDF avrebbe avviato un'operazione militare su vasta scala per smantellare il gruppo. Dopo la sua sconfitta, Israele avrebbe dovuto assumere il controllo diretto del territorio e promuovere l'emigrazione all'estero degli elementi ostili. Ha presentato le opzioni strategiche come binarie: o il controllo completo da parte di Israele e l'insediamento permanente, oppure l'instabilità persistente e l'influenza straniera.
L'attuale piano dell'amministrazione Trump prevede l'amnistia per i membri di Hamas che si disarmano e si impegnano a convivere pacificamente, nonché vie di fuga sicure per coloro che vogliono lasciare Gaza. Comprende anche l'istituzione di un “consiglio di pace” per supervisionare la ricostruzione di Gaza, con seggi per i rappresentanti del Qatar e della Turchia, due paesi che Smotrich ha criticato aspramente.
“Erdogan è Sinwar. Il Qatar è Hamas. Non c'è alcuna differenza”, ha affermato, condannando il coinvolgimento di questi Stati nella pianificazione postbellica. “O noi o loro”.
L'ufficio del primo ministro e il Dipartimento di Stato americano non hanno commentato le dichiarazioni di Smotrich. Anche i governi del Regno Unito e dell'Egitto, che Smotrich ha espressamente accusato di minare la sicurezza israeliana, non hanno rilasciato commenti.
Sebbene la proposta di Smotrich non sia stata ancora elevata a politica ufficiale, essa riflette le crescenti tensioni all'interno del governo israeliano su come gestire Gaza dopo la guerra. Il suo appello a chiudere il CMCC e a reintrodurre una presenza ebraica a Gaza mette apertamente in discussione l'approccio guidato dagli Stati Uniti e riporta alla ribalta questioni che per lungo tempo sono state considerate politicamente intoccabili.

(Israel Heute, 21 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Nessun piano di pace fermerà il jihad contro Israele

di Khaled Abu Toameh (*)

A più di due mesi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, il gruppo terroristico Hamas, sostenuto dall’Iran, sembra più determinato che mai a rimanere al potere e a continuare la sua lotta armata per distruggere Israele. Il 14 dicembre scorso, Hamas ha celebrato il 38° anniversario della sua fondazione elogiando l’invasione delle comunità nel sud di Israele, avvenuta il 7 ottobre 2023, come “un’enorme pietra miliare e una tappa fondamentale nella lotta per la libertà e l’indipendenza e per la sconfitta e l’eliminazione dell’occupazione (da parte di Israele)”. Quel giorno, più di 1.200 israeliani e cittadini stranieri sono stati assassinati e migliaia sono rimasti feriti. Altri 251 israeliani e cittadini stranieri sono stati rapiti e condotti nella Striscia di Gaza, dove Hamas tiene ancora in ostaggio i resti di un uomo. Hamas non ha rimpianti per il massacro commesso il 7 ottobre e per la guerra che ne è seguita, che ha causato la morte di migliaia di palestinesi e distrutto gran parte della Striscia di Gaza. Invece di scusarsi con i palestinesi per aver portato loro morte e distruzione, il gruppo terroristico ha rilasciato una dichiarazione congratulandosi con i “palestinesi per la loro leggendaria fermezza”. Hamas ha colto l’occasione per ribadire il suo “rifiuto categorico di qualsiasi forma di amministrazione fiduciaria o mandato sulla Striscia di Gaza”.

Si tratta di un riferimento al piano per la pace nella Striscia di Gaza del presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump. Il piano prevede l'istituzione di un organismo internazionale, il Board of Peace, per contribuire all’amministrazione, alla ricostruzione e alla ripresa economica della Striscia di Gaza dopo la guerra. Il piano, inoltre, prevede il dispiegamento di una “Forza internazionale di stabilizzazione” (Isf) e la smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Dopo l’annuncio del piano di Trump, Hamas ha ripetutamente espresso la sua opposizione alla presenza di un organo di governo non palestinese nella Striscia di Gaza. Inoltre, il gruppo terroristico ha respinto l’idea di deporre le armi. Ha inoltre detto chiaramente che il ruolo di qualsiasi forza internazionale dovrebbe limitarsi al monitoraggio dell’attuazione del cessate il fuoco con Israele. Secondo Hamas, la Forza internazionale di stabilizzazione proposta dovrebbe essere dislocata ai confini della Striscia di Gaza, e non nelle aree controllate dal gruppo terroristico.

Hamas ha affermato nella sua ultima dichiarazione: “Solo il popolo palestinese decide chi lo governa e ha il legittimo diritto di resistere, liberare la propria terra e stabilire il proprio Stato indipendente con Gerusalemme come capitale. Hamas ribadisce il proprio impegno nei confronti dei principi che lo hanno animato sin dalla sua fondazione e la propria fedeltà al sangue dei martiri e ai sacrifici dei prigionieri, fino alla liberazione e al ritorno (dei rifugiati palestinesi e dei loro discendenti nelle loro antiche dimore all’interno di Israele). Gerusalemme e la Moschea di al-Aqsa rimarranno al centro del conflitto. Il popolo palestinese ha diritto a ogni forma di resistenza (ovvero: al terrorismo contro Israele)”.

Quando Hamas dice di restare fedele ai propri principi, si riferisce al suo Statuto del 1988 (che cita l’imam Hassan al-Banna, fondatore dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani) che afferma: “Israele esisterà e continuerà a esistere finché l’Islam non lo cancellerà, proprio come ha fatto con altri prima di lui”. Hamas si definisce “una delle ali dei Fratelli Musulmani in Palestina” e asserisce che “le iniziative, le cosiddette soluzioni pacifiche e le conferenze internazionali sono in contraddizione con i principi del Movimento di resistenza islamica (Hamas)”. Il gruppo terroristico, in altre parole, non ha rinunciato al suo sogno di eliminare Israele.

Khalil al-Hayya, un alto funzionario di Hamas che vive comodamente in Qatar, ha dichiarato in un discorso in occasione dell’anniversario della fondazione del suo gruppo che “la resistenza del popolo palestinese è ancora viva e la leadership (di Hamas) è salda e decisa”. Al-Hayya ha argomentato che la guerra di due anni nella Striscia di Gaza ha “dimostrato che (Israele) può essere sconfitto e che la liberazione della Palestina è possibile se si basa su un’attenta pianificazione e su sforzi congiunti”. Ha elogiato il massacro del 7 ottobre come “modello di ciò che potrebbe accadere se gli sforzi della Nazione (musulmana) fossero uniti” contro Israele. Il leader di Hamas si è vantato che la guerra ha “complicato e ostacolato” gli sforzi degli Stati Uniti per normalizzare le relazioni tra Israele e alcuni Paesi arabi e islamici, tra cui l’Arabia Saudita. Al-Hayya ha sottolineato il rifiuto di Hamas di “ogni forma di tutela o mandato sul popolo palestinese” e ha affermato che la missione del Board of Peace di Trump dovrebbe limitarsi a supervisionare l’attuazione del cessate il fuoco, il finanziamento e la supervisione della ricostruzione della Striscia di Gaza.

Riguardo alla Forza internazionale di stabilizzazione, al-Hayya ha rilevato che il suo ruolo dovrebbe limitarsi al mantenimento del cessate il fuoco, senza alcuna ingerenza negli affari interni della Striscia di Gaza. Le armi di Hamas e di altri gruppi terroristici palestinesi, ha aggiunto il funzionario, sono “un diritto legittimo garantito dal diritto internazionale, e questo diritto è legato alla creazione di uno Stato palestinese indipendente”. Un altro alto dirigente di Hamas, Hossam Badran,bbhe il suo gruppo “continuerà la sua lotta e il suo jihad per contrastare il progetto sionista in Palestina”, aggiungendo: “Fin dalla sua fondazione, Hamas ha condotto battaglie militari dirette contro il nemico (israeliano). Dobbiamo unire gli sforzi e tutte le energie per il ruolo più importante di liberare la Palestina”. Liberare la Palestina è un eufemismo per dire che bisogna distruggere Israele e sostituirlo con uno stato islamista.

È bene notare che diversi gruppi terroristici palestinesi, tra cui la Jihad islamica palestinese, si sono congratulati con Hamas per il 38° anniversario della sua fondazione e hanno promesso di appoggiare il jihad contro Israele. Inutile dire che i gruppi terroristici hanno anche espresso il loro sostegno alle atrocità del 7 ottobre. Queste dichiarazioni di Hamas e degli altri gruppi terroristici palestinesi dimostrano che essi non hanno alcuna intenzione di onorare il piano di Trump. Si limitano a considerarlo un cessate il fuoco temporaneo che consente loro di riorganizzarsi, riarmarsi e proseguire il loro jihad per annientare Israele. È semplicemente assurdo credere che un piano di pace possa porre fine al jihad dei terroristi contro Israele. Purtroppo, non c’è alternativa alla sconfitta totale e all’eliminazione di Hamas e dei suoi alleati
(*) Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme..

(Gatestone Institute, 21 gennaio 2026 - trad. di Angelita La Spada)

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Milano – Le case ebraiche svuotate: al Memoriale la storia delle confische fasciste

Un armadio in noce a un cassetto, due letti gemelli con reti metalliche, un tavolo in abete, cinque sedie diverse, tre cornici con fotografie. È un elenco asciutto, battuto a macchina, chiuso da un totale: 6.050 lire. A stilare l’inventario è un perito del Monte di Credito su Pegno, il 26 ottobre 1944, in un appartamento di via Casella 41, a Milano. Quegli oggetti appartenevano a Lea Behar. Quando i funzionari entrano in casa, Lea e la figlia Sara sono già state deportate e assassinate ad Auschwitz.

SOTTOTITOLO
Il documento fa parte del Fondo Egeli, l’archivio dell’Ente di Gestione e Liquidazione Immobiliare creato dal fascismo nel 1939 per amministrare e liquidare i beni sottratti agli ebrei italiani. Carte che raccontano una violenza silenziosa e metodica: la spoliazione della vita quotidiana, stanza dopo stanza, mobile dopo mobile. Carte al centro della mostra “La persecuzione patrimoniale degli ebrei. Storie di vita dall’Archivio Storico Intesa Sanpaolo”, che si inaugura il 20 gennaio al Memoriale della Shoah di Milano.La vicenda di Lea Behar e delle figlie Sara e Stella Dana è una delle tre scelte per raccontare la persecuzione economica messa in atto dal regime fascista. Quando il perito varca la soglia dell’appartamento di via Casella, Stella è l’unica sopravvissuta, salvata nascondendosi presso una famiglia musulmana. Dopo la guerra tenterà di riavere quei beni presentando all’Egeli l’attestazione della Comunità israelitica di Milano sulla deportazione e la morte della madre e della sorella. Non basterà: gli oggetti verranno venduti all’asta e il ricavato incamerato dallo Stato.
   Accanto alla famiglia Behar–Dana, il percorso espositivo segue le vicende dei Colorni e dei Levis: tre traiettorie diverse, accomunate dall’essere vittime della gelida burocrazia persecutoria messa in piedi dalfascismo. «Grazie all’inventario delle carte del Fondo Egeli che Intesa Sanpaolo ha svolto nel 2018, oggi al Memoriale si apre un nuovo capitolo su un argomento che per molti anni è risultato secondario rispetto alla persecuzione delle vite: quello della persecuzione economica, che si concretizzò nella confisca di ogni proprietà ebraica, dagli immobili agli oggetti di uso quotidiano», spiega Barbara Costa, responsabile dell’Archivio storico Intesa Sanpaolo e curatrice della mostra. «
L’Archivio Storico rende così disponibile una documentazione di grande rilevanza storica non solo a beneficio degli studiosi, ma soprattutto delle nuove generazioni, a cui questa mostra è destinata».Quella documentazione – oltre 300 faldoni e 1.400 fascicoli nominativi – permette di entrare nelle case e, insieme, nelle vite delle famiglie perseguitate. Elenchi che non registrano solo il valore economico dei beni, ma restituiscono abitudini, gusti, relazioni. «Queste carte vengono usate quasi sempre in negativo, per raccontare la spoliazione», osserva a Pagine Ebraiche l’economista Germano Maifreda, che per l’inaugurazione offrirà una contestualizzazione storica della mostra. «A me interessa anche usarli in positivo: ripartire dagli oggetti, dalle case, per capire come le famiglie ebraiche italiane vivevano prima delle leggi razziali».
   Negli inventari compaiono biblioteche domestiche, arredi borghesi, strumenti di lavoro, giocattoli. Ma colpiscono anche le assenze. «Raramente troviamo, per esempio, gli oggetti più preziosi, di valore economico ma anche affettivo e simbolico, perché spesso vengono spostati, nascosti. A volte affidati ai vicini che poi nel Dopoguerra li restituiscono». Per Maifreda, «l’elenco degli oggetti ha un valore quasi pedagogico, perché umanizza immediatamente». Non è un caso, aggiunge, che «la Repubblica sociale italiana arriverà a vietare la pubblicazione di questi elenchi: ne coglieva la forza».
  Il Dopoguerra, raccontano le carte, non coincide sempre con una restituzione. Per molti sopravvissuti le pratiche sono lunghe, costose, spesso umilianti; in altri casi non vengono nemmeno avviate. «Anche l’assenza di restituzione è un dato storico», sottolinea Maifreda. «C’è chi rinuncia, chi non vuole riaprire quella ferita, chi non torna affatto. È una seconda rimozione».
  La mostra del Memoriale si inserisce in un discorso più ampio, che Maifreda ha sviluppato nel volume La memoria restituita. Storie di imprenditori e dirigenti ebrei nell’Italia delle leggi razziali, appena uscito in libreria ed edito da Il Sole 24 Ore. Un lavoro, conclude l’economista, che, come la mostra, «invita a leggere la storia degli ebrei non come capitolo separato, ma come parte integrante della storia italiana».

(moked, 20 gennaio 2026)

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La testimonianza di tre ex ambasciatori: «Cosa abbiamo capito di Israele»

ROMA – «Stiamo aprendo una breccia. Lo so anche per esperienza personale, è molto difficile entrare negli ambienti universitari e discutere di questi temi in modo pacato. È un autentico privilegio». Nelle parole di Luigi Mattiolo c’è forse una sintesi dell’incontro “Israele, il Medio Oriente e l’Italia dopo il 7 ottobre: la prospettiva di tre ex ambasciatori d’Italia in Israele” svoltosi martedì pomeriggio nel campus dell’Università Luiss di Roma. L’evento è stato presentato come una possibilità per ragionare con degli addetti ai lavori qualificati, in un periodo in cui a prevalere in molti ambienti, università incluse, sono estremismi ideologici e polarizzazioni. Accanto a Mattiolo, che ha rappresentato l’Italia in Israele dal 2008 al 2012, c’erano i suoi successori Francesco Talò (2012-2017) e Sergio Barbanti (2021-2024). Ha introdotto l’incontro un intervento di Giovanni Orsina, a capo del dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo. Le riflessioni degli ambasciatori sono state moderate dalla storica Carolina De Stefano.
   «Israele è il paese più energetico in cui ho vissuto», ha esordito Mattiolo. «E questo nonostante il senso di precarietà e l’insicurezza percepite, perché l’isolamento non diventa mai rassegnazione. E se la percezione della minaccia è profonda e capillare, essa si traduce in forme di vigilanza anziché di paura». Mattiolo ha descritto Israele come un paese «dalla coesione sociale fortissima, anche per il fatto che ragazze e ragazzi condividono l’esperienza del militare». Gli anni in Israele hanno lasciato un segno anche nei suoi colleghi. «In Israele ho visto cose belle e cose e brutte e da entrambe ho tratto degli insegnamenti», ha raccontato Talò. «Penso a Shimon Peres e al suo libro No room for small dreams: alcuni sogni si sono realizzati, altri no. Nonostante le difficoltà, Israele è un paese sospinto da una forte volontà di innovazione». Come prima di lui Mattiolo, anche Talò ha puntato il dito contro una narrazione spesso avvelenata nei confronti di uno stato «che non è il paradiso, ma che ha segnato alcuni successi fantastici: la lettura che si fa di Israele è figlia del pregiudizio». Gli organismi internazionali hanno un ruolo in ciò. E pure gli organi di stampa, ha fatto capire Talò, soffermandosi sulla scelta ricorrente di qualificare Tel Aviv come la città di riferimento «quando la capitale d’Israele è Gerusalemme, che piaccia o meno». Barbanti ha vissuto i massacri del 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza. In merito al conflitto, Barbanti ritiene che le Idf «abbiano preso tutte le precauzioni necessarie» per alleviare, nei limiti del possibile, la sofferenza dei civili. Il diplomatico ha anche ricordato che quando si promuovono istanze di boicottaggio «ciò colpisce anche il circa 20 per cento di palestinesi di Israele». Quale il ruolo della diplomazia? Per Barbanti, «se gli organismi internazionali non funzionano si tornerà all’uso della forza e alla deterrenza». a.s.

(moked, 21 gennaio 2026)

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Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 28
    Saul consulta l'evocatrice di spiriti a En-Dor
  • In quei giorni i Filistei radunarono i loro eserciti per fare guerra a Israele. E Achis disse a Davide: “Sappi che verrai certamente con me alla guerra, tu e la tua gente”. Davide rispose ad Achis: “E tu vedrai quello che il tuo servo farà”. E Achis a Davide: “E io ti affiderò per sempre la guardia della mia persona”. Ora Samuele era morto; tutto Israele aveva fatto cordoglio e lo avevano sepolto a Rama, nella sua città. Saul aveva scacciato dal paese gli evocatori di spiriti e gli indovini. 
  • I Filistei si radunarono e andarono ad accamparsi a Sunem. Anche Saul radunò tutto Israele e si accamparono a Ghilboa. Quando Saul vide l'accampamento dei Filistei ebbe paura e il cuore gli tremò forte. 
  • Saul consultò l'Eterno, ma l'Eterno non gli rispose né per mezzo di sogni, né mediante l'Urim, né attraverso dei profeti. Allora Saul disse ai suoi servi: “Cercatemi una donna che sappia evocare gli spiriti e io andrò da lei a consultarla”. I servi gli dissero: “Ecco, a En-Dor c'è una donna che evoca gli spiriti”. Allora Saul si camuffò, si mise altri abiti, e partì accompagnato da due uomini. Giunsero di notte dalla donna, e Saul le disse: “Dimmi il futuro, ti prego, evocando uno spirito, e fammi salire colui che ti dirò”. La donna gli rispose: “Ecco, tu sai quello che Saul ha fatto, come ha sterminato dal paese gli evocatori di spiriti e gli indovini; perché dunque tendi un'insidia alla mia vita per farmi morire?”. Saul le giurò per l'Eterno dicendo: “Com'è vero che l'Eterno vive, non ti toccherà nessuna punizione per questo!”. Allora la donna gli disse: “Chi debbo farti salire?”. Egli rispose: “Fammi salire Samuele”. 
  • E quando la donna vide Samuele elevò un gran grido e disse a Saul: “Perché mi hai ingannata? Tu sei Saul!”. Il re le disse: “Non temere; ma che cosa vedi?”. E la donna a Saul: “Vedo un essere sovrumano che esce da sotto terra”. Ed egli a lei: “Che forma ha?”. Lei rispose: “È un vecchio che sale ed è avvolto in un mantello”. Allora Saul comprese che era Samuele, si chinò con la faccia a terra e gli si prostrò dinanzi. 
  • Samuele disse a Saul: “Perché mi hai disturbato, facendomi salire?”. Saul rispose: “Io sono in grande difficoltà, poiché i Filistei mi fanno guerra, e Dio si è ritirato da me e non mi risponde più né mediante i profeti né per mezzo di sogni; perciò ti ho chiamato perché tu mi faccia sapere quello che devo fare”. Samuele disse: “Perché consulti me, mentre l'Eterno si è ritirato da te ed è diventato tuo avversario? L'Eterno ha agito come aveva annunciato attraverso di me; l'Eterno ti strappa dalle mani il regno e lo dà a un altro, a Davide, perché non hai ubbidito alla voce dell'Eterno e non hai lasciato sfogare l'ardore della sua ira contro Amalec; perciò l'Eterno oggi ti tratta così. E l'Eterno darà anche Israele con te nelle mani dei Filistei, e domani tu e i tuoi figli sarete con me; l'Eterno darà pure il campo d'Israele nelle mani dei Filistei”. 
  • Allora Saul cadde all'istante lungo disteso a terra, perché spaventato dalle parole di Samuele; inoltre era senza forza, perché non aveva preso cibo tutto quel giorno e tutta quella notte. 
  • La donna si avvicinò a Saul e, vedendolo terrorizzato, gli disse: “Ecco, la tua serva ha ubbidito alla tua voce; io ho messo a repentaglio la mia vita per ubbidire alle parole che mi hai detto. Ora dunque anche tu ascolta la voce della tua serva e lascia che io ti metta davanti un boccone di pane; mangia per prendere forza se vuoi rimetterti in viaggio”. Ma egli rifiutò e disse: “Non mangerò”. I suoi servi, però, insistettero insieme alla donna, ed egli si arrese alle loro istanze; si alzò da terra e si pose a sedere sul letto. La donna aveva in casa un vitello ingrassato, che si affrettò ad ammazzare; poi prese della farina, la impastò e fece dei pani senza lievito; mise quei cibi davanti a Saul e ai suoi servi, e quelli mangiarono, poi si alzarono e ripartirono quella stessa notte.

(Notizie su Israele, 20 gennaio 2026)


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La testimonianza di tre ex ambasciatori: «Cosa abbiamo capito di Israele»

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ROMA – «Stiamo aprendo una breccia. Lo so anche per esperienza personale, è molto difficile entrare negli ambienti universitari e discutere di questi temi in modo pacato. È un autentico privilegio». Nelle parole di Luigi Mattiolo c’è forse una sintesi dell’incontro “Israele, il Medio Oriente e l’Italia dopo il 7 ottobre: la prospettiva di tre ex ambasciatori d’Italia in Israele” svoltosi martedì pomeriggio nel campus dell’Università Luiss di Roma. L’evento è stato presentato come una possibilità per ragionare con degli addetti ai lavori qualificati, in un periodo in cui a prevalere in molti ambienti, università incluse, sono estremismi ideologici e polarizzazioni. Accanto a Mattiolo, che ha rappresentato l’Italia in Israele dal 2008 al 2012, c’erano i suoi successori Francesco Talò (2012-2017) e Sergio Barbanti (2021-2024). Ha introdotto l’incontro un intervento di Giovanni Orsina, a capo del dipartimento di Scienze Politiche dell’ateneo. Le riflessioni degli ambasciatori sono state moderate dalla storica Carolina De Stefano.
   «Israele è il paese più energetico in cui ho vissuto», ha esordito Mattiolo. «E questo nonostante il senso di precarietà e l’insicurezza percepite, perché l’isolamento non diventa mai rassegnazione. E se la percezione della minaccia è profonda e capillare, essa si traduce in forme di vigilanza anziché di paura». Mattiolo ha descritto Israele come un paese «dalla coesione sociale fortissima, anche per il fatto che ragazze e ragazzi condividono l’esperienza del militare». Gli anni in Israele hanno lasciato un segno anche nei suoi colleghi. «In Israele ho visto cose belle e cose e brutte e da entrambe ho tratto degli insegnamenti», ha raccontato Talò. «Penso a Shimon Peres e al suo libro No room for small dreams: alcuni sogni si sono realizzati, altri no. Nonostante le difficoltà, Israele è un paese sospinto da una forte volontà di innovazione». Come prima di lui Mattiolo, anche Talò ha puntato il dito contro una narrazione spesso avvelenata nei confronti di uno stato «che non è il paradiso, ma che ha segnato alcuni successi fantastici: la lettura che si fa di Israele è figlia del pregiudizio». Gli organismi internazionali hanno un ruolo in ciò. E pure gli organi di stampa, ha fatto capire Talò, soffermandosi sulla scelta ricorrente di qualificare Tel Aviv come la città di riferimento «quando la capitale d’Israele è Gerusalemme, che piaccia o meno». Barbanti ha vissuto i massacri del 7 ottobre e l’inizio della guerra a Gaza. In merito al conflitto, Barbanti ritiene che le Idf «abbiano preso tutte le precauzioni necessarie» per alleviare, nei limiti del possibile, la sofferenza dei civili. Il diplomatico ha anche ricordato che quando si promuovono istanze di boicottaggio «ciò colpisce anche il circa 20 per cento di palestinesi di Israele». Quale il ruolo della diplomazia? Per Barbanti, «se gli organismi internazionali non funzionano si tornerà all’uso della forza e alla deterrenza». a.s.

(moked, 21 gennaio 2026)

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I patriarchi attaccano il sionismo cristiano e rivendicano il monopolio della rappresentanza della vita cristiana in Terra Santa

Leader religiosi accusano i cristiani filoisraeliani di “ingannare l'opinione pubblica”, ma le loro stesse affermazioni sollevano questioni più profonde sulla rappresentanza e la realtà.

di Ryan Jones

GERUSALEMME - In una combattiva dichiarazione congiunta, i capi delle principali Chiese cattoliche, cattoliche orientali, ortodosse e di altre Chiese regionali hanno condannato il sionismo cristiano. Lo hanno definito una delle “ideologie dannose” attualmente attive in Israele e lo hanno accusato di fuorviare i cristiani e di minare l'unità della Chiesa.
I patriarchi e i capi delle Chiese in Terra Santa, il cui comunicato è stato pubblicato questa settimana, hanno avvertito che le aspirazioni sioniste cristiane “hanno trovato riscontro in alcuni attori politici in Israele e oltre”, che – secondo loro – “vogliono promuovere un'agenda politica che potrebbe danneggiare la presenza cristiana in Terra Santa e nel Medio Oriente in generale”.
Questi leader religiosi hanno inoltre espresso la loro preoccupazione per il fatto che i sionisti cristiani “sono stati accolti a livello ufficiale sia a livello locale che internazionale” e hanno dichiarato che solo loro “rappresentano le Chiese e i loro fedeli nelle questioni relative alla vita religiosa, comunitaria e pastorale cristiana in Terra Santa”.
La portata di questa lettera è notevole. Secondo i firmatari, il sostegno cristiano allo Stato di Israele – non solo di natura teologica, ma anche politica e pratica – dovrebbe essere considerato illegittimo, non cristiano e dannoso per lo stesso cristianesimo in Medio Oriente.
Tuttavia, questa affermazione non solo è teologicamente discutibile, ma anche oggettivamente insostenibile.

Il cristianesimo di chi?
Sebbene i patriarchi affermino di parlare “a nome delle Chiese”, la loro autorità non è riconosciuta all'unanimità dai cristiani in Israele né in tutto il mondo. Molti cattolici israeliani e fedeli ortodossi hanno preso le distanze da simili dichiarazioni politiche in passato, criticando l'uso improprio delle loro istituzioni per fini di propaganda politica. Le comunità evangeliche e cristiane indipendenti – molte delle quali profondamente radicate nel Paese – sono completamente escluse da questo consenso ecclesiastico autoproclamato.
Rivendicando l'esclusiva autorità interpretativa sulla “vita cristiana” in Terra Santa, gli autori della lettera svalutano la fede vissuta da migliaia di credenti, la cui comprensione della Bibbia include il mandato di benedire Israele, pregare per Gerusalemme e riconoscere l'alleanza permanente di Dio con il popolo ebraico.
Lungi dall'essere un fenomeno marginale, il sionismo cristiano rappresenta oggi milioni di fedeli in tutto il mondo e intrattiene stretti e visibili rapporti con i leader politici sia israeliani che americani. Al contrario, la lettera dei patriarchi riprende modelli di argomentazione diffusi nei circoli anti-israeliani e rischia di allontanare uno dei pochi gruppi globali che ancora si impegnano attivamente a favore delle comunità cristiane della regione.

Israele è una minaccia per i cristiani?
La dichiarazione ripete inoltre un'affermazione sempre più familiare, ma infondata: che il sostegno cristiano-sionista a Israele danneggi il cristianesimo nella regione.
In realtà, Israele continua ad essere l'unico Paese del Medio Oriente in cui la popolazione cristiana è in crescita, le chiese sono protette dalla legge e i fedeli godono di piena libertà di religione, di parola e di movimento. Al contrario, le comunità cristiane nella regione più ampia – dal Libano all'Iraq all'Autorità Palestinese – sono soggette a persecuzioni, fughe e declino demografico.
Affermare che il rafforzamento di Israele minacci la vita cristiana non solo è inesatto, ma nasconde le vere cause del declino regionale del cristianesimo e distoglie l'attenzione dai regimi e dalle ideologie che effettivamente espellono i cristiani.

Una dichiarazione radicata nel potere, non nella teologia
In sostanza, la condanna del sionismo cristiano da parte dei patriarchi sembra motivata più da ragioni istituzionali che teologiche. Essa riflette la frustrazione per la crescente influenza dei cristiani che non si sottomettono alle gerarchie ecclesiastiche storiche, ma sostengono invece Israele in modo diretto, pubblico e senza scuse.
Ci possono essere differenze reali nell'interpretazione e nell'escatologia, ma bollare l'amore cristiano per Israele come “confusione” o “danno” significa ridefinire il cristianesimo stesso in termini puramente politici.
Se la Chiesa in Terra Santa vuole mantenere la credibilità che rivendica, deve evitare di confondere il desiderio di controllo con una pretesa di superiorità morale o teologica.

(Israel Heute, 20 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Honduras, ecco Nasry Asfura il nuovo presidente: palestinese e filoisraeliano

Leader del partito di destra, nipote di immigrati palestinesi cristiani, Nasry Asfura, entrerà ufficialmente in carica entro la fine del mese. Ha dimostrato una certa vicinanza a Israele, più del precedente governo di sinistra. Durante la visita in Israele con Netanyahu, pace, fratellanza e cooperazione, sono stati i temi al centro dell’incontro

di Nathan Greppi

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Il neoeletto presidente dell’Honduras, Nasry Asfura, si è recato in visita a Gerusalemme domenica 18 gennaio, esprimendo la sua speranza per una “nuova era” nelle relazioni bilaterali con Israele.
Come spiega JNS la dichiarazione e il viaggio di Asfura, che entrerà ufficialmente in carica entro la fine del mese, hanno segnato un ritorno a legami più stretti, dopo un recente periodo di relazioni tese sotto il suo predecessore, che aveva richiamato l’ambasciatore Israele a causa della guerra di Gaza.
“Stiamo rimodellando le relazioni tra Israele e l’Honduras in linea con i tradizionali legami di amicizia, ma vogliamo anche abbracciare il futuro”, ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu ad Asfura, secondo un resoconto del loro incontro. “Ti do il benvenuto a Gerusalemme, è una città antica, ma è anche una città che guarda all’innovazione e alla cooperazione con te e il popolo honduregno”, ha proseguito il primo ministro. “Sono convinto che in tutto ciò che hai menzionato saremo in grado di migliorare e anche di proseguire per il bene della pace, della fratellanza e del futuro dei nostri paesi”, ha risposto Asfura.

Chi è Asfura
  Leader del Partito Nazionale di destra, eletto presidente dell’Honduras il 30 novembre 2025 dopo essere stato sindaco della capitale Tegucigalpa dal 2014 al 2022, Nasry “Tito” Asfura è nipote di immigrati palestinesi cristiani. Analogamente al presidente di El Salvador Nayib Bukele, anch’egli di origini palestinesi, ha dimostrato una certa vicinanza a Israele, più del precedente governo di sinistra.
Prima della sua elezione, il Partito Nazionale dell’Honduras aveva già dimostrato un forte sostegno allo Stato Ebraico quando, nel 2021, l’allora presidente Juan Orlando Hernandez ha aperto l’ambasciata honduregna a Gerusalemme. Anche lui era dello stesso partito di Asfura.

Relazioni tra i due paesi
  L’Honduras ha riconosciuto ufficialmente Israele nel 1948, ed è attualmente uno dei pochi paesi al mondo ad avere l’ambasciata in Israele a Gerusalemme invece che a Tel Aviv (gli altri sono Stati Uniti, Guatemala, Paraguay, Kosovo, Papua Nuova Guinea e Fiji).
Nel corso degli anni, Israele è stato un importante partner nei settori della difesa e della cybersicurezza per l’Honduras, al quale ha fornito aerei da combattimento per combattere il narcotraffico. Ha anche fornito al paese centroamericano assistenza e know-how nei settori dell’agricoltura, della tecnologia idrica, della salute e dell’innovazione.
Il rafforzamento delle relazioni tra i due paesi fa parte di una più ampia tendenza dell’America Latina: di recente, con i cambi di governo sono migliorate anche le relazioni con la Bolivia e il Cile, che sotto i precedenti governi avevano adottato posizioni ferocemente antisraeliane, senza contare lo sviluppo dei legami con l’Argentina sotto l’attuale presidente Javier Milei.

(Bet Magazine Mosaico, 20 gennaio 2026)

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Musica – Umana, umanistica, umanitaria

di  Francesco Lotoro

Il termine Olocausto, dal greco holokauston, ossia sacrificio (animale) interamente bruciato, è una grecizzazione del termine ebraico olà che indicava uno dei tipi di offerta quotidiana nel Beit ha-Mikdash in cui l’animale era completamente consumato dal fuoco sull’altare; la Hebdomēkonta (traduzione in greco della Bibbia ebraica) coniò il termine holokáutoma, dalla seconda metà del XX secolo il suo uso (negli Usa e Paesi anglofoni prevale il termine Holocaust) si riferisce storicamente e unicamente allo sterminio della popolazione ebraica d’Europa da parte del Terzo Reich ma altresì dei paesi collaborazionisti senza il quale convinto sostegno il piano di sterminio partorito dal nazionalsocialismo sarebbe stato di gran lunga più contenuto almeno nei numeri. 
Invero il termine era stato usato in precedenza in inglese e altre lingue per descrivere in senso figurato o letterale distruzioni, massacri e sacrifici su larga scala, spesso con la presenza dell’elemento fuoco a contraddistinguere e giustificare l’uso del termine; nel 1895 il New York Times usò il termine Holocaust in riferimento al massacro degli armeni cristiani da parte dei turchi ottomani (precedente il Medz Yeghern del 1915-1917) mentre il grande poeta italiano Gabriele D’Annunzio, nella storica impresa di Fiume e Quarnero del 1919, si riferì ai fatti utilizzando il termine olocausta femminilizzando il termine e dando a esso una connotazione insieme poetica e nazionalistica.
Subito dopo la Seconda Guerra Mondiale scrittori e giornalisti anglofoni utilizzarono estesamente il termine Holocausta descrivere eventi di distruzione di massa come il bombardamento di Dresda del 13 febbraio 1945 da parte dei bombardieri Alleati (circa 40.000 vittime) o lo sgancio dell’atomica a Hiroshima e Nagasaki (oltre 200.000 vittime); nell’era corrente il termine è spesso utilizzato (talora in modo improprio) in merito a dinamiche persecutorie messe in atto durante la Seconda Guerra Mondiale quantomeno differenti dai fatti ai quali il termine dovrebbe storicamente riferirsi.
Nel 1948 furono gli estensori della Megillat HaAtzmaut ossia la Dichiarazione d’Indipendenza (Mordechai Beham, Zvi Berenson, Moshe Sharett, David Ben-Gurion) a utilizzare ufficialmente il termine Shoah (catastrofe) nella proclamazione ufficiale dello Stato d’Israele laddove all’inizio del quarto capoverso è scritto Ha-Shoah she-nitcholela al Am Yisrael ba-zman ha-acharon, bah huchre’u le-tevach milyonei Yehudim be-Eiropa (la catastrofe che ha colpito recentemente il popolo ebraico ossia il massacro di milioni di ebrei in Europa); da notare l’uso dell’espressione huchre’u le-tevach laddove il termine indicativo del massacro è altresì indicativo dell’abbattimento dell’animale per la macellazione e ciò è qualcosa che va al di là dell’elemento fuoco associato al termine Olocausto.
Ma Ben-Gurion e altri intendevano altresì comunicare qualcosa che si trova nella continuazione del testo ossia che quanto accaduto «è stata un’altra chiara dimostrazione dell’urgenza di risolvere il problema della sua mancanza di patria attraverso la ricostituzione in Eretz Israel dello Stato ebraico che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro con uguali diritti nella famiglia delle nazioni». È l’immagine letteraria di quanto si stava consumando nei giorni eroici della proclamazione dello Stato d’Israele non già e non solo come un generico fenomeno post-coloniale accelerato dall’emergenza dei fatti ma come postulato inalienabile di appartenenza del popolo ebraico alla propria terra storica, cuore e anima del sionismo.
In ossequiosa osservanza alle linee politiche ufficiali dell’Unione Sovietica prima e dopo la morte di Stalin, l’establishment sovietico tracciò una netta distinzione tra ‘buoni ebrei sovietici’ (Khoroshiye sovetskiye yevrei) completamente degiudaizzati e antisionisti nonché pienamente assimilati all’ideologia stalinista e i ‘nazisti-sionisti’ (natsisty-sionisty) in base a un perversa mistificazione propagandistica comunista che associava all’ebreo le categorie del suo storico persecutore; fedele ai dettami del partito comunista sovietico, la leadership del Soyuz sovetskikh kompozitorov SSSR (Unione dei compositori sovietici) etichettò i compositori ebrei come ‘aggressori sionisti’ o ‘agenti dell’imperialismo mondiale’ arrivando a formulare nei loro riguardi accuse di degenerazione ideologica e ostilità alla cultura musicale sovietica, l’accusa di sionismo era formulata persino nei riguardi di musicisti non ebrei ma semplicemente di idee e opinioni diverse come Nikolaij Roslavets.
L’universo musicale concentrazionario riuscì a dare a qualsiasi contesto risposte molto più congrue e razionali, la musica prodotta in cattività era intensa e persino drammatica ma mai dettata da rancore, dura ma mai violenta neanche nei riguardi del persecutore e carnefice, tenace e resiliente ma mai dettata da esacerbazione; la risposta musicale fu umana, umanistica, umanitaria. 
Il 14 giugno 1942 presso la Royal Albert Hall di Londra la London Philharmonic Orchestra diretta da Sir Adrian Boult eseguì in prima assoluta il Piano Concerto No.1 op.16 del compositore e pianista ebreo tedesco Franz Theodor Reizenstein scritto presso il Central Camp di Douglas durante l’internamento come Enemy Alien (il PianoConcerto sarà completato da Reizenstein dopo l’internamento), al pianoforte l’autore; lo stesso giorno, in un orario diverso, la Royal Albert Hall ospitò un altro evento storico, un concerto della London Symphony Orchestra diretto per la prima volta da un direttore d’orchestra nero, Rudolph Dunbar. 
La Seconda Guerra Mondiale era in pieno svolgimento, le risorse dei Paesi in conflitto venivano prosciugate e convogliate al fronte, i bombardamenti e le restrizioni avevano ridotto in tocchi il Regno Unito; eppure nei ghetti e nei lager si allestivano teatri, si assemblavano orchestre e cori degni della Scala, si scriveva tanta musica da bastare per dieci generazioni mentre nella Londra assediata si eseguivano opere scritte in campi di internamento e si cambiava letteralmente la storia sociale.
La musica prodotta nell’universo concentrazionario non ha fornito tutte le risposte su quanto accaduto ad Auschwitz e durante l’Olocausto; in compenso ci ha consentito di porre numerose domande e, come per i famosi quesiti matematici internazionali non ancora risolti, avanzeremo nella civiltà e nell’arte man mano che sapremo rispondere a ognuna di queste domande.
Non appena raggiunto il futuro, esso diventa presente; questa musica ha raggiunto il suo futuro.

(moked, 20 gennaio 2026)

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Nel mondo ci sono ancora 196.600 sopravvissuti ebrei all'Olocausto

Secondo le stime della Claims Conference, nel mondo ci sono ancora 196.600 sopravvissuti ebrei all'Olocausto. Si tratta quasi esclusivamente di persone che più di 80 anni fa, quando erano bambini, sono sfuggite allo sterminio di massa degli ebrei in Europa da parte del regime nazista, come ha comunicato lunedì l'organizzazione a New York. L'età media dei sopravvissuti all'Olocausto è di 87 anni; il 62% sono donne, circa un terzo ha 90 anni o più.
Secondo i dati, la maggior parte dei sopravvissuti ebrei all'Olocausto risiede in Israele (50%), seguita dagli Stati Uniti (16%), dalla Francia (9%) e dalla Russia (7%). Al quinto posto si trova la Germania con il 5%. Rispetto all'inizio dell'anno precedente, il numero dei testimoni oculari ha continuato a diminuire. All'inizio del 2025, gli statistici della Claims Conference hanno registrato circa 220.000 sopravvissuti ebrei all'Olocausto.

Commemorazione della liberazione di Auschwitz
Il 27 gennaio si commemorano in tutto il mondo le vittime del nazionalsocialismo. Il 27 gennaio 1945 fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz. In Germania, 30 anni fa, l'allora presidente federale Roman Herzog ha istituito questa giornata come giorno commemorativo nazionale.
La Conference on Jewish Material Claims Against Germany (Claims Conference) è un'organizzazione senza scopo di lucro con uffici a New York, Israele, Germania e Austria, che garantisce risarcimenti materiali ai sopravvissuti all'Olocausto in tutto il mondo. Secondo le proprie dichiarazioni, per l'anno 2025 la Claims Conference ha distribuito in tutto il mondo circa 530 milioni di dollari USA in risarcimenti ai sopravvissuti e 960 milioni di dollari USA in misure di assistenza ai sopravvissuti, quali assistenza domiciliare, medicinali e generi alimentari.

(Jüdische Allgemeine, 20 gennaio 2026- trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 27
    Davide nel paese dei Filistei. Suo soggiorno a Siclag
  • Davide disse nel suo cuore: “Un giorno o l'altro io morirò per mano di Saul; non c'è nulla di meglio per me che rifugiarmi nel paese dei Filistei, in modo che Saul, persa ogni speranza, finisca di cercarmi per tutto il territorio d'Israele; così scamperò dalle sue mani”. Davide dunque si alzò e con i seicento uomini che aveva con sé, si recò da Achis, figlio di Maoc, re di Gat. Davide abitò con Achis a Gat, lui e la sua gente, ciascuno con la propria famiglia. Davide aveva con sé le sue due mogli: Ainoam, di Izreel, e Abigail, di Carmel, che era stata moglie di Nabal. E Saul, informato che Davide era fuggito a Gat, smise di cercarlo. 
  • Davide disse ad Achis: “Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, mi sia dato un luogo dove io possa stabilirmi, in una delle città della campagna; e perché il tuo servo dovrebbe abitare con te nella città reale?”. Achis, in quel giorno, gli diede Siclag; perciò Siclag è appartenuta ai re di Giuda fino al giorno d'oggi. Il tempo che Davide rimase nel paese dei Filistei fu di un anno e quattro mesi. 
  • Davide e la sua gente salivano e facevano delle scorrerie nel paese dei Ghesuriti, dei Ghirziti e degli Amalechiti; poiché queste popolazioni da tempi antichi abitavano il paese, dal lato di Sur fino al paese d'Egitto. Davide devastava il paese, non lasciava in vita né uomo né donna e prendeva pecore, buoi, asini, cammelli e indumenti; poi ritornava e andava da Achis. Achis domandava: “Dove avete fatto la scorreria quest'oggi?”. E Davide rispondeva: “Verso il sud di Giuda, verso il sud degli Ierameeliti e verso il sud dei Chenei”. E Davide non lasciava in vita né uomo né donna per condurli a Gat, poiché diceva: “Potrebbero parlare contro di noi e dire: 'Davide ha fatto così'”. Questo fu il suo modo di agire tutto il tempo che dimorò nel paese dei Filistei. Achis aveva fiducia in Davide e diceva: “Egli si rende odioso a Israele, suo popolo; e così sarà mio servo per sempre”.

(Notizie su Israele, 19 gennaio 2026)


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Hamas vista dall’interno: la diserzione che incrina il mito

Quando l’ideologia diventa un cappio e la guerra una truffa ai danni dei civili

di Paolo Montesi

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Hamza Mahra

C’è un punto, nelle guerre lunghe e ideologiche, in cui la retorica si sfalda e resta soltanto la materia grezza dei fatti, insieme alla voce di chi ha vissuto dall’interno ciò che per anni è stato raccontato come destino, necessità, sacrificio. L’intervista rilasciata a N12 da Hamza Mahra, ex membro delle unità Nukhba di Hamas e nipote di uno dei fondatori dell’organizzazione, appartiene a questa categoria scomoda e per questo rivelatrice. Non siamo di fronte a un’abiura spettacolare né una confessione costruita per il pubblico occidentale, ma a un racconto lineare e duro di una disillusione maturata nel tempo, dentro Gaza, dentro Khan Yunis, nel cuore stesso di quella struttura che per decenni ha preteso di incarnare la resistenza.
Mahra non parla come un uomo sconfitto, bensì come qualcuno che ha smesso di credere a un sistema che prometteva dignità e ha prodotto macerie, prometteva protezione e ha lasciato i civili esposti a ogni rappresaglia possibile. Quando dice che l’ideologia di Hamas è falsa, non sta facendo un’operazione teorica, bensì una constatazione pratica, nata dall’osservazione quotidiana di una leadership che, a suo giudizio, ha trasformato la vita dei palestinesi in una moneta di scambio, utile solo a perpetuare il proprio potere.
Il passaggio più destabilizzante riguarda il 7 ottobre, definito senza ambiguità un errore devastante. Non un atto eroico mal riuscito, non una risposta sproporzionata a un’ingiustizia, ma una scelta che ha riportato Gaza indietro di decenni, cancellando in poche ore ciò che era stato costruito con fatica in anni di lavoro e adattamento. In quelle parole non c’è indulgenza né tentativo di giustificazione, bensì la consapevolezza che l’azione armata, sganciata da qualsiasi responsabilità verso la popolazione, diventa una forma di autodistruzione collettiva.
Il fatto che Mahra abbia deciso di unirsi alla milizia di Hussam al-Astal, collaborando con Israele, segna un ulteriore scarto rispetto alla grammatica tradizionale del conflitto. Qui non siamo davanti a un riposizionamento tattico, ma a una rottura simbolica, perché implica il riconoscimento che il nemico assoluto, così come è stato insegnato per generazioni, non esiste nella forma semplificata proposta dall’indottrinamento. Israele, in questo racconto, smette di essere un’entità astratta e diventa un interlocutore con cui, per quanto difficile, è necessario fare i conti se l’obiettivo è la sopravvivenza dei civili e non la glorificazione della morte.
Colpisce anche l’assenza di timore dichiarata nei confronti di Hamas. Mahra sa bene cosa rischia, conosce i metodi, le ritorsioni, il prezzo che viene imposto a chi rompe la disciplina, e tuttavia rivendica il diritto di vivere una vita normale, sottraendosi alla catena familiare e ideologica che avrebbe dovuto determinarne il destino. In questo rifiuto dell’eredità, più che in qualsiasi slogan, si intravede la crepa più profonda nel sistema: quando i figli e i nipoti dei fondatori iniziano a considerare quell’eredità come un peso e non come un onore, qualcosa si è irrimediabilmente incrinato.
Questa testimonianza non risolve il conflitto, né pretende di farlo, ma costringe a guardare Hamas per ciò che è diventata agli occhi di una parte dei suoi stessi uomini, ovvero un apparato che divora le energie della società che dice di difendere. Ed è proprio per questo che risulta intollerabile per chi continua a raccontare Gaza come un blocco monolitico, privo di dissenso interno e di conflitti reali. La voce di Hamza Mahra, piaccia o no, ricorda che anche lì esistono scelte, fratture, risvegli tardivi, e che la pace, per quanto lontana, comincia spesso da una diserzione.

(Setteottobre, 19 gennaio 2026)

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Israele osserva con attenzione il problema dei Fratelli Musulmani in Europa

Le società democratiche possono permettersi di ignorare movimenti il cui potere non risiede in ciò che distruggono, ma in ciò che trasformano silenziosamente?

di James Spiro

Quando questa settimana Washington ha classificato tre rami dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche, l'annuncio ha attirato l'attenzione ben oltre il Medio Oriente.
Per i politici israeliani e le comunità ebraiche di tutta Europa, ciò ha confermato una preoccupazione di lunga data. Vale a dire che gran parte del continente continua a non essere in grado o non è disposta a opporsi ai movimenti islamici estremisti che agiscono non con la violenza aperta, ma attraverso una sottile infiltrazione delle sue istituzioni.
Gli americani hanno classificato il ramo libanese della Fratellanza come organizzazione terroristica straniera e i suoi rami giordano ed egiziano come terroristi globali specificatamente designati.
Ciò riflette un'attenzione particolare all'infrastruttura ideologica piuttosto che agli attacchi fisici isolati, facilmente identificabili come tali, confondendo il confine tra ciò che è considerato violenza e una minaccia generale all'armonia e alla sicurezza di un paese.
Questo approccio si è affermato più lentamente in Europa, dove le organizzazioni legate alla Fratellanza operano spesso legalmente come enti di beneficenza, gruppi di interesse o associazioni religiose.
E la crescente popolazione musulmana in tutto il continente ha solo aumentato la pressione sui politici europei, che sono cauti nel non irritare un elettorato sempre più influente.
Israele ha seguito con attenzione questo sviluppo, in particolare negli ultimi anni dopo l'attacco di Hamas contro Israele e la reazione mondiale alla guerra che ne è seguita.
Da anni i funzionari della sicurezza e gli analisti israeliani avvertono i loro colleghi europei che Hamas non può essere considerato isolatamente, ma deve essere visto nel contesto più ampio dell'ecosistema della Fratellanza Musulmana che lo sostiene, in particolare con l'aiuto di paesi come l'Iran e il Qatar.
Mentre Israele ha affrontato questa realtà con mezzi militari, l'Europa ha trattato la questione principalmente come una questione di integrazione, coesione sociale e libertà civili.
Questo approccio è ora naturalmente sotto pressione.

Il problema dell'Europa con la Fratellanza Musulmana
  Nel Regno Unito, in Francia e in Germania, i governi stanno attualmente esaminando la presenza di reti islamiste che non sempre incitano apertamente alla violenza, ma promuovono valori antiliberali e creano un ambiente in cui prosperano l'antisemitismo e i sentimenti antioccidentali.
In Francia, il governo del presidente Emmanuel Macron ha cercato di combattere il “separatismo islamista”, citando le preoccupazioni relative alle società parallele e alla radicalizzazione.
Allo stesso modo, le autorità tedesche hanno intensificato la sorveglianza sui gruppi legati alla Fratellanza, definendoli una minaccia a lungo termine per l'ordine democratico.
Nel Regno Unito, le indagini parlamentari hanno ripetutamente esaminato le organizzazioni legate alla Fratellanza (senza però arrivare a vietarle). Ancora oggi, i governi europei reagiscono con sensibilità alle accuse di prendere di mira le comunità musulmane o di violare la libertà di religione. E poiché la Fratellanza opera nella zona grigia tra fede, politica e attivismo, parte di questo approccio comporta dei rischi per i politici ambiziosi.

Gli ebrei lasciati indietro
  Per le comunità ebraiche di tutta Europa, le conseguenze dell'inazione sono tangibili.
L'antisemitismo legato all'ideologia islamista è diventato una caratteristica distintiva della situazione europea dopo il 7 ottobre. Le manifestazioni a favore di Hamas, gli appelli alla distruzione di Israele e le minacce alle istituzioni ebraiche hanno costretto molti governi ad affrontare questioni scomode sulle correnti ideologiche presenti nelle loro città.
L'antisemitismo dell'estrema destra rimane una minaccia, ma i leader ebraici sottolineano che anche gli ambienti islamisti e di estrema sinistra sono fonte di ostilità, spesso minimizzata dai media o da altre istituzioni.
Il deputato ebreo britannico Damien Egan ha dovuto annullare una visita in una scuola della sua circoscrizione dopo che un gruppo locale filopalestinese ha protestato contro la sua visita a causa del suo sostegno a Israele – uno dei tanti episodi recenti che evidenziano le tensioni a cui sono sottoposte le personalità pubbliche ebree.
“Il governo [americano] ha compiuto un passo enorme per contrastare la minaccia dei Fratelli Musulmani in tutto il mondo”, ha affermato Charles Asher Small, direttore esecutivo dell'Institute for the Study of Global Antisemitism and Policy (ISGAP), che ha informato i politici occidentali sulla strategia globale dei Fratelli Musulmani. Il movimento sta cercando di integrarsi nei sistemi democratici e di trasformare gradualmente le norme e il discorso dall'interno.
Questa strategia, nota come “entrismo strategico”, trova particolare riscontro in Europa, dove il sostegno statale alle istituzioni religiose e civili può involontariamente fornire legittimità e risorse a gruppi con obiettivi islamisti.
Israele ha avvertito che tali reti non hanno bisogno di compiere attacchi fisici per indebolire le società democratiche o normalizzare le narrazioni antisemite. E la classificazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe rendere questi avvertimenti ancora più chiari.

La via americana (e israeliana)
  Prendendo di mira le ramificazioni della Fratellanza per il loro sostegno a Hamas e non per la violenza diretta, Washington ha finalmente segnalato la sua disponibilità a trattare l'abilitazione ideologica come un problema di sicurezza.
Questo punto di vista è più in linea con l'analisi delle minacce di Israele, che privilegia i sistemi rispetto ai sintomi.
Riflette anche il modo in cui Israele vede altri avversari ideologici. La strategia regionale dell'Iran, ad esempio, si basa meno sullo scontro con Israele e più sulla promozione di rappresentanti, istituzioni e narrazioni che sopravvivono ai singoli leader o governi.
In Europa, la Fratellanza rappresenta una sfida diversa (ma non meno duratura): un gioco lungo, sul modello cinese, che punta più sulla pazienza che sulla provocazione.
Le implicazioni per l'Europa sono significative. Con l'aumento dell'antisemitismo e la rivalutazione del loro futuro nel continente da parte delle comunità ebraiche, i governi si trovano sotto crescente pressione per dimostrare che la tolleranza democratica non si applica ai movimenti che minano i valori democratici stessi.
Finora non sono stati all'altezza di questa sfida.
Per Israele si tratta più di sicurezza che di solidarietà. I dibattiti interni dell'Europa sull'Islam politico influenzano tutto, dalle alleanze diplomatiche alla cooperazione nella lotta al terrorismo.
Un'Europa che sottovaluta l'estremismo ideologico è, dal punto di vista israeliano, un'Europa meno disposta ad affrontare le forze che destabilizzano il Medio Oriente.
Questo non significa che la Fratellanza Musulmana sia sempre violenta. Ma il continente deve chiedersi se le sue società democratiche possono permettersi di ignorare movimenti il cui potere non risiede in ciò che distruggono, ma in ciò che intercettano e trasformano silenziosamente nel corso del tempo.
Israele ha imparato presto queste regole. Gli Stati Uniti hanno ora iniziato ad agire di conseguenza. L'Europa dovrà probabilmente decidere presto se vuole continuare a giocare... o continuare a fingere che il gioco non esista.

(Israel Heute, 19 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Israele: le donne ultraortodosse entrano nel cuore dell’hi-tech

di Michelle Zarfati

In Israele un numero crescente di donne ultraortodosse (haredi) sta trovando sempre più spazio nel settore dell’alta tecnologia, rompendo barriere culturali e professionali storiche. A favorire questa trasformazione è KamaTech, un’organizzazione che offre formazione avanzata e accompagnamento al lavoro per membri della comunità haredi, con un’attenzione particolare alle donne.
   Nel centro di Bnei Brak, decine di partecipanti seguono corsi intensivi che le preparano a ruoli tecnici richiesti da grandi aziende internazionali come Google, Apple e Amazon. Ad oggi, circa 7.000 donne hanno completato i programmi, e 2.000 sono già impiegate nel settore hi-tech. Il percorso non è solo professionale: le partecipanti imparano anche a muoversi in un ambiente lavorativo laico, mantenendo però le proprie tradizioni religiose. Molte ottengono l’approvazione delle autorità rabbiniche, che vedono nell’hi-tech una via per garantire stabilità economica alle famiglie.
   Secondo i promotori del progetto, l’iniziativa rappresenta un ponte tra due mondi spesso considerati incompatibili e contribuisce a ridisegnare il ruolo delle donne haredi nella società israeliana, offrendo nuove opportunità di autonomia e crescita economica.

(Shalom, 19 gennaio 2026)

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Israele respinge il piano statunitense per Gaza – L'invito di Erdoğan acuisce le tensioni in Medio Oriente

Mentre gli Stati Uniti istituiscono il loro “Board of Peace” (Consiglio di pace) per riorganizzare la Striscia di Gaza, il primo ministro Benjamin Netanyahu prende apertamente le distanze da alcune parti del piano: troppo grandi sono le preoccupazioni in materia di politica di sicurezza nei confronti del coinvolgimento degli attori regionali.

In una dichiarazione insolitamente chiara, l'ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha criticato aspramente la recente iniziativa statunitense sulla futura amministrazione della Striscia di Gaza. La creazione di un cosiddetto Gaza Executive Board – un comitato direttivo internazionale che, nell'ambito del Board of Peace (Consiglio di pace), dovrebbe coordinare l'amministrazione transitoria, le questioni relative alla sicurezza e la ricostruzione di Gaza – sarebbe in contrasto con la politica ufficiale israeliana e sarebbe stata resa pubblica senza previa consultazione con Gerusalemme.
Il governo statunitense, guidato dal presidente Donald Trump, aveva presentato il Consiglio di pace come organo direttivo centrale per la seconda fase del suo piano per Gaza. Questo organo internazionale dovrebbe coordinare, tra l'altro, l'amministrazione transitoria, la smilitarizzazione e la ricostruzione della fascia costiera – un mandato con conseguenze politiche e di sicurezza di vasta portata.

Chiaro rifiuto da Gerusalemme
  L'ufficio del primo ministro ha dichiarato che la composizione del Gaza Executive Board non è accettabile per Israele. Particolarmente problematico è il coinvolgimento di Stati che, secondo la valutazione israeliana, intrattengono stretti rapporti politici con Hamas o almeno legittimano indirettamente questa organizzazione.
Netanyahu avrebbe incaricato il ministro degli Esteri Gideon Sa'ar di esprimere chiaramente il malcontento nei confronti del Dipartimento di Stato americano. La leadership israeliana sottolinea che le decisioni sul futuro di Gaza non possono essere prese senza tenere conto degli interessi centrali di Israele in materia di sicurezza.
A Gerusalemme, il ruolo degli attori regionali è visto con particolare occhio critico. Dal punto di vista israeliano, c'è il rischio che le considerazioni politiche all'interno del Consiglio di pace possano portare a un indebolimento della chiara richiesta di completa destituzione delle strutture terroristiche.

Invito a Recep Tayyip Erdoğan
  Il dibattito è stato ulteriormente alimentato dalla conferma da parte di Ankara che Donald Trump ha invitato il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan a entrare a far parte del Board of Peace (Consiglio di pace). Secondo fonti turche, l'invito è stato esteso già a metà gennaio ed è considerato ad Ankara un segno dell'importanza strategica della Turchia.
Dal punto di vista israeliano, questo sviluppo è molto delicato. Fin dall'inizio della guerra di Gaza, la Turchia ha assunto una posizione apertamente contraria a Israele e ha attaccato Netanyahu in modo aggressivo in diverse occasioni. Pertanto, a Gerusalemme si guarda con grande scetticismo a un ruolo formale di Ankara nella futura amministrazione di Gaza.
Inizialmente non è stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale israeliana specifica sull'invito di Erdoğan. Tuttavia, negli ambienti governativi si sostiene che una tale configurazione sarebbe difficilmente compatibile con la dottrina di sicurezza di Israele.

Ambizioni internazionali, riserve israeliane
  Il Consiglio di pace dovrebbe comprendere, oltre agli attori regionali, anche personalità internazionali del mondo della politica, dell'economia e della diplomazia. L'obiettivo di Washington è quello di conferire legittimità internazionale al piano per Gaza e di guidare la ricostruzione in modo ordinato.
In Israele questo approccio incontra riserve trasversali a tutti i partiti. I critici avvertono che un organo internazionale troppo ampio potrebbe imporre compromessi politici che a lungo termine creerebbero nuova instabilità invece di garantire la sicurezza.
L'aperta opposizione di Gerusalemme lo dimostra chiaramente: Israele non è disposto a mettere da parte i propri interessi fondamentali in nome dei processi internazionali. Il dibattito sul Consiglio di pace evidenzia ancora una volta le tensioni tra le ambizioni diplomatiche americane e le priorità di sicurezza israeliane. Resta da vedere se il piano statunitense porterà a un accordo postbellico stabile a Gaza o se aprirà nuove linee di conflitto.

(Israel Heute, 18 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Hamas ricostruisce la leadership di Gaza dal circolo di Sinwar

Mentre Donald Trump annuncia il “Comitato di pace” di Gaza, l'organizzazione terroristica si sta ricostruendo. Dai prigionieri liberati nell'accordo Shalit al “comandante di brigata” che ha sostituito Mohammed Deif, oltre a tre comandanti di battaglione veterani che sono sfuggiti ai tentativi di assassinio.

di Shachar Kleiman

Nel mezzo della tempesta che circonda l'istituzione del “consiglio di pace”, Israele ha ucciso un terrorista di alto rango di Hamas di nome Mohammed al-Houli, noto anche come Abu Fouad, che era a capo delle operazioni del campo centrale e aveva partecipato ai preparativi per il massacro del 7 ottobre.
Abu Fouad si aggiunge a una serie di terroristi eliminati durante il cessate il fuoco sullo sfondo delle violazioni di Hamas. Tuttavia, molte figure di spicco rimangono nella leadership dell'organizzazione a Gaza, con conti ancora da regolare. Questi individui sono responsabili del tentativo di rafforzamento delle forze, delle continue violazioni, del rifiuto di disarmarsi e di un ritardo di tre mesi nella restituzione di tutti gli ostaggi deceduti.
La figura di più alto rango eliminata negli ultimi tre mesi è stata Raad Saad. Il fondatore delle unità Nukhba e della forza navale di Hamas, che per decenni ha ricoperto il ruolo di uno dei comandanti di alto rango dell'ala militare, era salito al secondo posto nella gerarchia dell'ala dopo due anni di guerra. Saad, ucciso il 13 dicembre mentre viaggiava nel suo veicolo con le guardie del corpo, supervisionava la produzione di armi ed era responsabile dell'assemblaggio di ordigni esplosivi utilizzati contro le forze dell'IDF.
All'inizio di dicembre sono stati uccisi il comandante del battaglione di Rafah Est Abu Ahmed al-Bawab e il suo vice Ismail Abu Labda. Entrambi avevano trascorso molto tempo in un tunnel sotterraneo dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco in ottobre. Il 22 novembre è stato eliminato Alaa al-Hadidi, una figura di spicco responsabile dell'approvvigionamento e delle attrezzature nell'apparato produttivo dell'ala militare. Due giorni prima era stato ucciso Abdullah Abu Shamala, che ricopriva il ruolo di capo dell'apparato navale di Hamas.

Nuova struttura di potere
  Al vertice della piramide di Gaza sono riemersi i collaboratori di Yahya Sinwar, che hanno preso il posto di altre figure di spicco eliminate.
Il quotidiano saudita Asharq Al-Awsat ha riportato all'inizio di questo mese che Ali al-Amodi, uno dei prigionieri rilasciati nell'accordo Shalit del 2011 che era a capo dell'apparato “propagandistico” a Gaza e accompagnava Sinwar, è diventato il capo de facto dell'Ufficio di Gaza. Il rapporto afferma anche che è considerato la figura centrale nella Striscia.
Fonti hanno indicato che non si sono tenute elezioni per l'Ufficio di Gaza, ma che ha avuto luogo una “consultazione”. In tale processo, Tawfiq Abu Naim sarebbe stato nominato membro dell'ufficio. Come abbiamo riportato in ottobre nel supplemento “Israel This Week”, la valutazione prevalente era che Abu Naim, come altre figure di spicco, fosse stato chiamato a ricoprire posizioni chiave all'interno di Hamas a causa del crescente divario ai vertici della leadership. In precedenza, Abu Naim comandava i meccanismi di polizia dell'organizzazione terroristica. Come al-Amodi, è stato rilasciato nell'ambito dell'accordo Shalit ed è uno dei collaboratori di Sinwar.

Parla ebraico, si è tinto i capelli e si è tagliato i capelli per sfuggire
  Al vertice dell'ala militare c'è ancora Izz al-Din al-Haddad. Ex membro di Fatah, è diventato l'unico comandante di brigata di Hamas nell'ala non eliminata durante la guerra.
Secondo fonti straniere, al-Haddad, in qualità di comandante della brigata della città di Gaza, era tra i pochi a conoscere la data dell'attacco del 7 ottobre. Come altri, è stato coinvolto nella pianificazione e nell'esecuzione del massacro di massa. Dopo l'uccisione di Mohammed Deif, Marwan Issa e Mohammed Sinwar, è stato nominato capo dell'ala. A seguito della caccia all'uomo, si è persino tinto i capelli e ha cambiato taglio per nascondere la sua identità.
Gli ostaggi rilasciati hanno riferito che al-Haddad parla ebraico. Anche il capo dei servizi segreti Mohammed Odeh è sopravvissuto nell'ala militare. Secondo fonti arabe, è stato nominato comandante della brigata della Striscia settentrionale al posto di Ahmed Ghandour, rimasto ucciso.
Un terrorista di nome Mohanad Rajab è stato nominato comandante della brigata della città di Gaza. Oltre a lui, tre comandanti di battaglione “veterani” sono sopravvissuti alla guerra: Imad Aslim e Haitham Hawajari della brigata di Gaza e Hussein Fayyad di Beit Hanoun.
Oltre alle figure di spicco sopravvissute, Hamas controlla ancora i meccanismi di polizia e un'ala militare. Secondo i dati pubblicati, i tre meccanismi di polizia contano almeno 20.000 membri. Tuttavia, la maggior parte dei razzi è stata distrutta e la maggior parte dei terroristi addestrati dell'ala militare è stata uccisa. Inoltre, Israele stima che Hamas sia stata costretta a nominare comandanti sul campo di livello inferiore dopo che decine di comandanti di battaglione e di compagnia sono stati uccisi durante la guerra.

La leadership dell'organizzazione all'estero
  Allo stesso tempo, c'è ovviamente l'“ufficio politico” di Hamas all'estero, quello attaccato a Doha il 9 settembre. La maggior parte dei suoi membri risiede in Qatar e Turchia, mentre il resto in altri paesi come l'Iran e l'Algeria. In totale, si tratta di diverse decine di membri senior e junior dell'ufficio che vivono lì.
Al vertice di questo ufficio c'è un consiglio direttivo composto da cinque membri: Khalil al-Hayya, Khaled Mashaal, Mohammed Darwish, Zaher Jabarin e Nizar Awadallah. Al-Hayya è il capo regionale di Gaza e Zaher Jabarin è il capo regionale della Cisgiordania. Mashaal è responsabile della diaspora all'estero e Mohammed Darwish è responsabile del Consiglio della Shura dell'organizzazione. Awadallah fa anche parte dell'ufficio di Gaza.
Per la carica di capo dell'ufficio, rimasta vacante dopo l'uccisione di Sinwar e Ismail Haniyeh, al-Hayya e Mashaal sono ora i principali contendenti. Nell'ambito del processo elettorale, è prevista anche la nomina di un vice dopo l'uccisione di Saleh Arouri nel 2024.

(IsraelHayom, 18 gennaio 2026)

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Gli araldi di Trump ci fanno sapere

di Niram Ferretti

Gli araldi di Trump ci fanno sapere che dobbiamo avere fede, che, per citare San Paolo, noi ora vediamo le cose “come in uno specchio, oscuramente”, ma che ciò che ci sembra in un modo, in realtà è in un altro. Quindi, il mancato attacco all’Iran, anticipato da roboanti dichiarazioni presidenziali, che se ai manifestanti il regime avesse torto un capello, se ne sarebbe pentito, le esortazioni a scendere in piazza spavaldi contro il regime perché poi sarebbero arrivati gli aiuti, e il tradimento di quanto dichiarato, il suo spudorato tradimento, sarebbero in realtà da comprendere e scusare perché vanno inseriti in una più ampia prospettiva.
   Trump ha una mente strategica, nulla di quanto fa sfugge a un disegno che solo lui e pochi adepti sono in grado di contemplare. Questo disegno, per il Medioriente include anche avere messo in piede una elefantiaca architettura per allestire il futuro di Gaza, fatta di ex capi di Stato e diplomatici di vecchio corso, (ma dove progressivamente vengono imbarcati tutti) in cui, perché no?, sono stati inclusi anche funzionari del Qatar e della Turchia, ovvero i principali sponsor della Fratellanza Musulmana di cui Hamas, che controlla ancora il 48 per cento di Gaza, è un pezzo. Decisione presa alle spalle di Israele, come quella, nei mesi scorsi, di trattare direttamente con Hamas, cosa che nessun altra amministrazione americana aveva mai fatto prima.
   L’idea è di Steven Witkoff, il Mr. Wolf di Trump, il problem solver. Anche avere scelto Witkoff come emissario per il Medioriente e interlocutore di Putin, mano sul miocardio, è un altra prova, per gli araldi di Trump, della sua lungimiranza.
   Witkoff, per il quale alla fine i jihadisti di Hamas sono persone ragionevoli, e il clan Al Thani, sponsor di Hamas e ricchissimo foraggiatore del radicalismo islamico, è composto da brava gente. Ma Witkoff a parte, e tornando all’Iran, Trump ci ha informato che gli è stato assicurato che 800 esecuzioni sono state sospese in quel di Teheran, (e forse, in realtà, è stato Witkoff a farglielo sapere), anche se il Procuratore Generale di Teheran, a stretto giro ha dichiarato che saranno eseguite puntualmente mentre Khamenei gli ha fatto sapere che la sedizione è stata stroncata.
   Migliaia di morti, si dice dodicimila se non di più, e per i quali nessuna folla oceanica è scesa in piazza in Occidente. Però, attenzione, sempre gli araldi ci dicono che Trump ha fatto bene, perché uno strike qui e là non avrebbe fatto cadere il regime, così gli è stato detto dai militari. Ma se le cose stanno in questo modo, perché esortare i manifestanti ad andare contro il regime? Perché generare la speranza?Ah, ma questo, Trump lo ha saputo dopo. Lui prima scrive i post, poi si informa sulla situazione. Certo si tratta di un eloquente segno di finezza strategica e politica. Tempo al tempo, ci dicono gli araldi, e poi Trump metterà fine al regime iraniano e vendicherà i morti e, naturalmente, aprirà finalmente e definitivamente le porte dell’inferno per Hamas a Gaza, sempre che l’emiro Al Thani e Erdogan siano d’accordo.
   “Questo, è il nostro show”, ha detto un funzionario americano indispettito dalle lagnanze di Netanyahu per l’inserimento del Qatar e della Turchia nel board di Gaza. Parola non può essere più precisa. Si tratta, infatti, e sempre, di uno show, come la cattura di Maduro a Caracas con tanto di dispiegamento hollywoodiano di mezzi e truppe. Mancava solo la colonna sonora di Poledouris.
   In attesa delle prossime puntate possiamo solo assistere allo spettacolo e, come ci esortano gli araldi,  a non fare troppo gli schizzinosi. “Trump è il migliore amico di Israele”, “Se al suo posto ci fosse stata Kamala Harris sarebbe stata una catastrofe”. Con queste due frasi ogni critica dovrebbe essere tacitata, come a dire che se qualcosa ci disgusta, dovremmo subito pensare a qualcosa che ci disgusterebbe ancora di più. Il disgusto passa così, dobbiamo essere adulti, cinicamente adulti. Rino Formica già ce lo diceva tempo fa che la politica è “sangue e merda”, condensando grossolanamente Machiavelli. Soprattutto merda a quanto pare.
   Fatelo sapere ai parenti dei ragazzi morti a centinaia a Gaza per liberarla da Hamas e a quelli dei giovani manifestanti che lo stratega americano ha esortato a ribellarsi.

(L'informale, 18 gennaio 2026)

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Perché Dio ha creato il mondo? - 22

Un approccio olistico alla rivelazione biblica.

di Marcello Cicchese

Il settimo giorno

    Questo è quello che ha detto l'Eterno: 'Domani è un solenne riposo (shabat): un sabato (shabat) sacro all'Eterno’”.
    Raccoglietene durante sei giorni; ma il settimo giorno è il sabato (shabat); in quel giorno non ve ne sarà”.  
    Considerate che l'Eterno vi ha dato il sabato (shabat)” (Esodo 16: 23,25,29).

È cominciato tutto nel deserto di Sin, il quindicesimo giorno del secondo mese dopo la partenza dal paese d’Egitto (Esodo 16:1): è lì che l’Eterno ha deciso di dare a Israele il sabato, con l’intenzione evidentemente di mantenerglielo a lungo, perché gli ebrei continuano a praticarlo ancora oggi. 
  Ma che oggetto è il sabato? Perché è collegato al settimo giorno? In che senso Dio lo ha dato a Israele? Fino a questo punto, tutto ciò che sappiamo dal testo biblico sul sabato è contenuto in tre versetti:

    1 Così furono compiuti i cieli e la terra e tutto l'esercito loro. 2 Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta. 3 E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso si riposò da tutta l'opera che aveva creata e fatta (Genesi 2:1-3).

Il riposo di Dio sembra dunque essere collegato al settimo giorno. Per capirne l’importanza, non si può allora che riandare ai sei giorni che l’hanno preceduto. Bisognerà dunque ripartire dall’inizio.

Il lavoro di Dio nella creazione

    1 Nel principio Dio creò i cieli e la terra. 2 La terra era informe e vuota, e le tenebre coprivano la faccia dell'abisso, e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque (Genesi 1:1-2).

Il versetto 2 presenta lo spettacolo di una terra devastata da un cataclisma di cui non ci vengono descritti i particolari, ma di cui la Bibbia nella sua totalità può aiutarci a capire il senso. 
  L’abisso è ciò che è diventato l’”Eden il giardino di Dio” (Ezechiele 28:11-13) in cui si trovava il “cherubino dalle ali distese” (Ezechiele 28:14), che dopo la caduta viene chiamato Satana, ed è capo della schiera degli angeli ribelli a Dio.
  Senza tentare qui una difesa biblica di questa posizione (p. es. Arnold G. Fruchtenbaum, The Book of Genesis), cercheremo di far vedere come questa interpretazione si inserisce bene in un “approccio olistico alla rivelazione biblica”. Vedremo subito qualcosa nei prossimi commenti. 
  La terra su cui regnava Satana è stata colpita dal giudizio di Dio e ora è “un cumulo di macerie”, come diremmo noi oggi; la Bibbia dice che è “informe e vuota”. Le acque fanno parte del giudizio con cui Dio ha colpito il regno angelico, il cui centro si trova ora nell’abisso, che è il luogo da cui regna Satana con l’esercito dei suoi angeli (Proverbi 15:11, Luca 8:31) e le tenebre sono il suo spazio di manovra.
  Sulle macerie del regno angelico si volge lo sguardo di Dio, il cui Spirito aleggia sulla superficie delle acque, senza entrare in contatto con i contaminati rottami del mondo decaduto, ma osservando dall’alto. E dà inizio all’opera:

    3 Dio disse: “Sia la luce!”, e la luce fu. 4 Dio vide che la luce era buona; e Dio separò la luce dalle tenebre. 5 Dio chiamò la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Fu sera, poi fu mattina: primo giorno (Genesi 1:3-5).

Alle tenebre in cui opera Satana si contrappone ora la luce che nella Bibbia esprime la presenza di Dio che agisce nella sua creazione (p.es. Giobbe 38:19, Giovanni 1:1-8).
  “Sia la luce!” è un ordine. È un ordine che Dio pronuncia di fronte alle tenebre. “E la luce fu” è l’esecuzione dell’ordine. 
  Quando vogliamo entrare in una stanza che si trova al buio, con il pulsante diamo di fatto un ordine: “sia la luce!” e la luce entra; dopo di che il buio scompare. Qui invece accade che le tenebre non scompaiono, ma sono costrette a fare spazio alla luce che penetra di autorità in mezzo alle tenebre.
  Nel versetto 4 Dio osserva il risultato dell’ordine e vede compiaciuto che funziona: la luce invade lo spazio delle tenebre e queste sono costrette a ridimensionarsi. Ben fatto! Il re delle tenebre potrà ancora operare nello spazio che gli resta, ma non potrà superare i limiti posti dal Re della luce.
  Il versetto 5 è grandioso nella sua disarmante, profonda semplicità. Dio dà un nome alla luce e un nome alle tenebre. Chiama la luce “giorno” e le tenebre “notte”. Ma che significa? La luce e le tenebre hanno già i loro nomi, che sono appunto “luce” e “tenebre”, perché allora indicarle con altri nomi, di cui non si conosce ancora il significato? Senza significato appaiono anche gli altri due nomi: “sera” e “mattina”, che non sono stati ancora definiti. Se quei quattro nomi volessero indicare quello che noi oggi intendiamo, sarebbe un evidente anacronismo, perché dipendono tutti dalla posizione del sole rispetto alla terra, e in questo momento il sole non è stato ancora creato. Sarebbe un’ingenuità, ma solo se il testo della Genesi fosse opera di uno scrittore che vuole dire qualcosa riguardante Dio con una sua opera letteraria, perché le finzioni, anche se artistiche, devono avere comunque una loro coerenza interna. Nel testo biblico invece non è l’uomo che parla di Dio partendo da sé, ma è Dio che parla all’uomo partendo da Sé, usando un linguaggio adatto a farsi capire.  
  I nomi “giorno” e “notte”, insieme a quelli di “sera” e “mattina” che qui compaiono, non sono collegati al sole della geografia terrestre che noi conosciamo, ma traggono il loro significato dai nomi “luce” e “tenebre” dati in origine da Dio, che non per nulla compaiono per primi, e fino al versetto 4 riguardano soltanto Dio e il suo Avversario.
  Con il suo primo ordine Dio penetra con la sua luce nelle tenebre che ancora avvolgono il mondo angelico decaduto, con l’intenzione di costruire un mondo nuovo sulle rovine del vecchio.
  Il lavoro della luce si svolge a tappe, chiamate “giorni”. Il termine “giorni” usato al plurale sta ad indicare che la luce eterna di Dio, chiamata “giorno” nel versetto 4, è entrata nel tempo e si articola in “giorni” di lavoro che la luce di Dio svolge in mezzo alle tenebre avvolgenti la creazione angelica decaduta.
  È indicato il numero dei giorni di lavoro, ma non la durata temporale di ciascuno di essi. È sottolineato invece, e ripetutamente, che ogni giorno comincia la sera e si conclude la mattina. Dio comincia ogni giorno operando nelle tenebre del mondo decaduto e prosegue nella creazione progressiva di uno spazio e di una realtà immersi nella luce.
  Per il Creatore sono sei giorni di lavoro; ed è bene sottolineare questa parola per ricordare che il Dio della Bibbia è un Dio che agisce, sia nella natura, sia nella storia degli uomini, sia nella storia eterna.

Inizio dei lavori. Giorno uno. 
  “Fu sera, poi fu mattina: primo giorno”. Così si traduce di solito in italiano la parte finale del versetto 5. Ma nell’originale ebraico quello che si traduce con primo giorno è יום אחד (yom echad), e אחד significa uno, mentre il termine corrispondente a primo sarebbe ראשון (rishon). Si osserva dunque il fatto che nell’enumerazione dei sette giorni della creazione, l’originale biblico usa sempre l’aggettivo numerico ordinale (secondo, terzo, ecc.) salvo che nel primo caso, in cui si usa l’aggettivo numerico cardinale uno.
  È un’osservazione che non c’è negli usuali commentari italiani, ma si trova invece nel commentario ebraico “Genesi - Bereshit, edito dalla casa editrice Mamash Edizioni Ebraiche, già citata nel capitolo 13. Il commentario traduce così il versetto di Genesi 1:5:

    “Dio chiamò la luce giorno e il buio chiamò notte. Fu sera e fu mattina, un giorno”.

E aggiunge un commento: 
"יומ אחד - Un giorno: avrebbe dovuto essere scritto primo giorno, come è scritto per gli altri, nei versetti seguenti: secondo giorno, terzo giorno… Perché è scritto un? Perché Hashem era da solo - Uno - nel Suo mondo, in quanto fino al secondo giorno non erano ancora stati creati gli angeli (Rashì)”.
  Proporremo qui una lettura diversa da quella di Rashì.
  Senza voler esagerare l’importanza della differenza lessicale, che pure esiste e va giustificata, il giorno uno gioca una parte unica nella lista perché nella parola “Sia la luce!” che Dio pronuncia in quel giorno è contenuto in potenza l’intero programma creativo. Il giorno uno diventa un primo giorno quando il programma comincia a svolgersi nel tempo e si fa avanti un secondo giorno, seguito poi da tutti gli altri. 
  La parola “Sia la luce!” non è un atto creativo di Dio, ma un’espressione della Sua volontà. Non è il primo atto della serie, ma è il momento in cui Dio decide di penetrare come Luce nelle tenebre del mondo angelico decaduto con l’obiettivo di generare in esse una nuova creazione conforme alla sua “buona e perfetta volontà” (Romani 12:2).
  Paragonando la creazione biblica alla costruzione di un importante edificio, si potrebbe dire che il giorno uno è quello in cui si fa “la posa della prima pietra”. Esiste un'interessante definizione di questo atto inaugurale:
  “La posa della prima pietra è un atto che segna l'inizio ufficiale della costruzione di un edificio, o di un'opera importante, rappresentando allo stesso tempo la fine del progetto e l'inizio concreto della sua realizzazione, unendo simbolicamente passato, presente e futuro”.
  Qualcosa di simile avviene nel programma della creazione, dove a una prima pietra inaugurale non segue la posa di una seconda pietra,  ma una serie di giorni di lavoro fino al completamento definitivo dell’opera. La parola con cui Dio annuncia che la Sua luce si fa spazio nelle tenebre unisce il passato della caduta angelica, il presente della decisione di Dio e il futuro del pieno compimento dell’opera progettata. 
  Il giorno uno dunque è unico: non c’è un giorno due simile ad esso.
  Ma c’è invece un altro giorno diverso da tutti gli altri, ed è il settimo giorno.
  Primo giorno e settimo giorno sono due giorni speciali che hanno una cosa in comune: in entrambi non si lavora. Nel primo dei due, il lavoro attivo non è ancora iniziato; nel secondo, il lavoro attivo è finito. Nel primo dei due Dio decide, nel secondo Dio riposa. Nel paragone con l’edificio si potrebbe dire che se il primo giorno è quello in cui si posa la prima pietra, il settimo giorno è quello in cui si taglia il nastro. E con il taglio del nastro ha inizio l’ordinata fruizione del fine per cui l’opera è stata pensata ed eseguita. 
  Nel nostro caso, la Bibbia dice che "Il settimo giorno, Dio compì l'opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l'opera che aveva fatta" (Genesi 2:2). 
   È dunque il riposo di Dio il fine a cui tende il lavoro della creazione. 
  Abbiamo già detto qualcosa su questo giorno di riposo (Capitolo 19), volgiamo allora la nostra attenzione agli altri giorni di lavoro.

I giorni della creazione
  Non vogliamo qui addentraci nell’interpretazione di ciò che Dio ha creato in ogni specifico giorno di lavoro, ma piuttosto fare una riflessione sulla modalità con cui Dio ha operato nell’arco di tempo della sua lavorazione. 
  L’interpretazione scelta è di tipo strettamente letterale, senza svicolamenti allegorici. La difficoltà che si ha talvolta a collegare in modo diretto parole bibliche a fatti di usuale esperienza non va superata elaborando fantasiose metafore, ma sforzandosi di comprendere il linguaggio che la Bibbia usa per trasmettere verità di valore eterno a noi uomini mortali, legati alla terra per posizione fisica e accecati nella mente per posizione spirituale.
  Il racconto della creazione è poi di particolare difficoltà perché in essa tutto è buono o molto buono. Il Signore allora deve presentare quella che in origine era la sua perfetta creazione a uomini che sono ormai dall’altra parte della barricata (il frutto proibito) e vivono in una realtà devastata dalla maledizione che ha colpito la terra e dalla malvagità che è penetrata nel cuore dell’uomo. Ecco perché noi uomini, nella nostra congenita cattiveria, facciamo molta fatica a immaginare un mondo in cui tutto è “molto buono”, e allora ce la caviamo dicendo che è tutta una favola.
  Ma poiché non è una favola, è legittimo proporre tentativi di comprensione di queste parole, in accordo con il resto della Scrittura.
  Esaminiamo allora la frase che viene ripetuta per tutti i giorni di lavoro della creazione: 
  Fu sera, poi fu mattina: x.mo giorno, con la x che varia da 1 a 6. 
  Chiediamoci allora: come mai la serie non è stata estesa fino a 7? Si dirà che il settimo giorno è di riposo, mentre gli altri sono di lavoro. Ma che c’entra? I nostri giorni, che siano di lavoro o di riposo, hanno tutti la stessa durata, perché allora questa differente formulazione per l’ultimo giorno? Fino a 6 le frasi della serie cominciano tutte con un “Poi Dio disse: ...” e si concludono con “Fu sera, ecc.”. Si sarebbe potuto usare lo stesso schema anche per l’ultimo giorno, cambiando soltanto i termini “Poi Dio disse.. .” con “Poi Dio si riposò...”  e il risultato sarebbe stato una frase simile a tutte le altre: “Poi Dio si riposò… Fu sera, poi fu mattina: settimo giorno”. 
  Se così non è scritto, si deve dedurre che i termini sera e mattina, anche se usati in forma analogica, non sono applicabili al settimo giorno. 
  Resta allora anzitutto da capire in quale senso questi termini sono usati per i giorni di lavoro. 
  Il presupposto interpretativo qui scelto è che nel racconto della creazione il dualismo mattina- sera, collegato al dualismo giorno-notte, sia espressione del dualismo luce-tenebre, collegato al dualismo Dio-Satana.
  In questa lettura, ciascuno dei primi sei giorni comincia la sera, quando Dio inizia a lavorare in uno spazio in cui dominano le tenebre; e termina la mattina, in uno spazio sottratto alle tenebre in cui regna la luce e si compie in esso l’opera creativa di Dio. Giorno dopo giorno, il lavoro procede ininterrotto, ricominciando ogni volta dalle tenebre della sera per giungere alla luce della mattina. Arrivata la mattina del sesto giorno, il lavoro a quel punto è terminato. La luce di Dio regna sovrana e la costruzione è completa. Domanda: come dovrà avvenire l’inizio del giorno successivo al sesto? Non certo nelle tenebre della sera, perché le tenebre ormai non sono più. Il suo inizio dunque non potrà che avvenire nella luce. Conclusione inaspettata: il settimo giorno comincia la mattina. Non è una battuta, è un invito a riflettere.

(22. continua - se Dio vorrà)
precedenti 

(Notizie su Israele, 18 gennaio 2026)


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Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 26
    Davide si reca nuovamente nel deserto di Zif. Saul risparmiato un'altra volta da Davide
  • Gli Zifei andarono da Saul a Ghibea e gli dissero: “Davide è nascosto sulla collina di Achila di fronte al deserto”. Allora Saul si alzò e scese nel deserto di Zif avendo con sé tremila uomini scelti d'Israele, per cercare Davide nel deserto di Zif. E Saul si accampò sulla collina di Achila che è di fronte al deserto, presso la strada. E Davide, che stava nel deserto, avendo saputo che Saul veniva nel deserto per cercarlo, mandò delle spie e seppe con certezza che Saul era giunto. Allora Davide si alzò, arrivò al luogo dove si era accampato Saul, e notò il luogo dove erano coricati Saul e Abner, il figlio di Ner, capo del suo esercito. Saul stava coricato nel parco dei carri, e la sua gente era accampata intorno a lui. 
  • Davide prese a dire ad Aimelec, l'Ittita, e ad Abisai, figlio di Seruia, fratello di Ioab: “Chi scenderà con me verso Saul nel campo?”. E Abisai rispose: “Scenderò io con te”. 
  • Davide e Abisai dunque andarono di notte da quella gente; ed ecco che Saul riposava addormentato nel parco dei carri, con la sua lancia conficcata a terra, dalla parte della testa; e Abner e la sua gente gli stavano coricati intorno. Allora Abisai disse a Davide: “Oggi Iddio ha messo il tuo nemico nelle tue mani; ora lascia, ti prego, che io lo colpisca con la lancia e lo inchiodi a terra con un colpo solo e non ci sarà bisogno di un secondo”. Ma Davide disse ad Abisai: “Non lo ammazzare; chi potrebbe mettere le mani addosso all'unto dell'Eterno senza rendersi colpevole?”. Poi Davide aggiunse: “Com'è vero che l'Eterno vive, soltanto l'Eterno sarà colui che lo colpirà, sia che venga il suo giorno e muoia, sia che scenda in campo di battaglia e perisca. Mi guardi l'Eterno dal mettere le mani addosso all'unto dell'Eterno! Prendi ora soltanto, ti prego, la lancia che è vicino alla sua testa e la brocca dell'acqua, e andiamocene”. Davide dunque prese la lancia e la brocca dell'acqua che Saul aveva vicino alla sua testa, e se ne andarono. Nessuno vide la cosa né si accorse di nulla; e nessuno si svegliò, tutti dormivano, perché l'Eterno aveva fatto cadere su di loro un sonno profondo
  • Poi Davide passò dalla parte opposta e si fermò in lontananza sulla cima del monte, a grande distanza dall'accampamento di Saul; e gridò alla gente di Saul e ad Abner, figlio di Ner: “Non rispondi, Abner?”. Abner rispose e disse: “Chi sei tu che gridi al re?”. Davide disse ad Abner: “Non sei tu un valoroso? E chi è pari a te in Israele? Perché dunque non hai fatto buona guardia al re, tuo signore? Poiché uno del popolo è venuto per ammazzare il re tuo signore. Ciò che hai fatto non va bene. Com'è vero che l'Eterno vive, meritate la morte, voi che non avete fatto buona guardia al vostro signore, all'unto dell'Eterno! E ora guarda dov'è la lancia del re e dov'è la brocca dell'acqua che stava vicino alla sua testa!”. 
  • Saul riconobbe la voce di Davide e disse: “Questa è la tua voce, figlio mio Davide?”. Davide rispose: “È la mia voce, o re, mio signore!”. Poi aggiunse: “Perché il mio signore perseguita il suo servo? Che ho fatto? Che male ho commesso? Ora dunque, il re mio signore, si degni di ascoltare le parole del suo servo. Se l'Eterno è colui che ti incita contro di me, accetti egli un'oblazione! Ma se sono gli uomini, siano essi maledetti davanti all'Eterno, poiché oggi mi hanno scacciato per separarmi dall'eredità dell'Eterno, dicendomi: 'Va' a servire a degli dèi stranieri!'. Ora dunque il mio sangue non cada a terra lontano dalla presenza dell'Eterno! Poiché il re d'Israele è uscito per andare in cerca di una pulce, come si va dietro a una pernice su per i monti”. 
  • Allora Saul disse: “Ho peccato; torna, figlio mio Davide, poiché io non ti farò più nessun male, poiché oggi la mia vita è stata preziosa ai tuoi occhi; ecco, io ho agito da stolto e ho commesso un grande errore”. Davide rispose: “Ecco la lancia del re; uno dei tuoi giovani passi qua a prenderla. L'Eterno retribuirà ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà; poiché oggi l'Eterno ti aveva dato nelle mie mani e io non ho voluto mettere le mani addosso all'unto dell'Eterno. E come è stata preziosa oggi la tua vita ai miei occhi, così sarà preziosa la mia vita agli occhi dell'Eterno; ed egli mi libererà da ogni tribolazione”. 
  • E Saul disse a Davide: “Sia tu benedetto, figlio mio Davide. Tu agirai da forte, e sarai certamente vittorioso”. Davide continuò il suo cammino, e Saul tornò a casa sua.

(Notizie su Israele, 17 gennaio 2026)


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I drusi siriani aspirano a un'alleanza con Israele

Dopo essere sopravvissuto ai massacri sostenuti dal regime, il leader spirituale dei drusi di Sweida chiede l'indipendenza e un'alleanza con lo Stato ebraico: «Ci consideriamo parte integrante dell'esistenza di Israele».

Il leader spirituale dei drusi in Israele, Muwaffaq Tarif, partecipa a una riunione della commissione per gli affari esteri della Knesset.
In un momento cruciale per i drusi oppressi nel sud della Siria, lo sceicco Hikmat al-Hijri, leader spirituale della comunità drusa nella provincia di Sweida, ha pubblicamente formulato una visione che mette in discussione le pretese di Damasco nei confronti delle sue minoranze e ridefinisce le dinamiche di sicurezza regionali: piena indipendenza per Sweida, sostenuta da un'alleanza strategica con lo Stato di Israele.
Le dichiarazioni di Al-Hijri al quotidiano israeliano Yediot Achronot segnano un netto allontanamento dalla posizione tradizionale dei leader drusi siriani, che per lungo tempo hanno preferito una cauta simmetria con Damasco. Ma dopo che la scorsa estate una brutale violenza di matrice religiosa si è abbattuta su Sweida – al-Hijri ha descritto esecuzioni, stupri e villaggi bruciati durante gli scontri tra sostenitori del regime e milizie – la situazione per la sua comunità è cambiata radicalmente.
“Ci consideriamo parte integrante dell'esistenza dello Stato di Israele”, ha dichiarato al-Hijri, descrivendo il rapporto non come opportunistico, ma come storico, radicato in legami di sangue e legami tribali comuni con i drusi delle alture del Golan.
Ha avvertito che la Siria sta andando verso una divisione di fatto e che l'unico futuro sostenibile per gli oltre 300.000 drusi di Sweida è l'autonomia – e infine la sovranità – garantita da un garante esterno. Per al-Hijri, Israele è questo garante.
“L'unico crimine per cui siamo stati uccisi è quello di essere drusi”, ha affermato, descrivendo il governo di transizione di Damasco come un sistema alleato dei jihadisti, non diverso dalla brutalità dell'ISIS. Ha sottolineato che gli attacchi aerei israeliani del luglio 2025, condotti per difendere le comunità druse, sono stati l'unico intervento militare che ha fermato le uccisioni.
Questo linguaggio è drastico, ma segnala una svolta strategica. Le affermazioni di Al-Hijri sul genocidio e sulla minaccia esistenziale alle minoranze riflettono un cambiamento strutturale più ampio nel Levante: le minoranze si stanno allontanando dal vecchio modello statale arabo centralista e cercano nuove alleanze per garantire la loro sopravvivenza.
Da un punto di vista geopolitico, l'appello dei drusi a Israele non è solo simbolico. Esso riflette un profondo riallineamento, spinto dalla guerra, dai cambiamenti demografici e dal crollo della legittimità dello Stato siriano in gran parte del sud. I rappresentanti di Teheran e le fazioni jihadiste sunnite hanno colmato il vuoto lasciato da Damasco, ponendo le minoranze come i drusi di fronte a una scelta difficile: sottomettersi o ottenere un'autonomia strategica sotto la protezione di Israele.
Al-Hijri ha anche espresso delusione nei confronti del mondo arabo, affermando che nessun governo arabo ha condannato la violenza a Sweida o offerto un sostegno significativo, il che sottolinea il grado di isolamento che ha spinto la sua comunità verso Israele.
Questo annuncio arriva in un momento in cui Israele sta riorientando la sua posizione regionale: passando da una contenzione difensiva ai suoi confini a un impegno proattivo con le minoranze simpatizzanti negli Stati in dissoluzione. L'appello dei drusi coincide con l'interesse strategico di Israele di impedire agli attori ostili di consolidare il loro controllo sul fronte siriano e, allo stesso tempo, di promuovere organizzazioni cuscinetto che promuovano la coesistenza e la deterrenza.
Il futuro è incerto. Damasco rifiuta qualsiasi idea di divisione, ribadisce le sue rivendicazioni di sovranità su Suwayda e lo spettro della frammentazione minaccia di distruggere l'integrità territoriale della Siria. Ma per i drusi di Sweida, che hanno subito massacri e abbandono da parte dello Stato, l'indipendenza – con Israele come garante – non è più un obiettivo teorico, ma una questione di sicurezza.
Questo momento non rappresenta più i drusi solo come una minoranza intrappolata tra due fuochi, ma come un attore strategico con capacità di agire, che preferisce un partenariato con uno Stato sovrano come Israele alla letargia di un ordine arabo in disgregazione. Si tratta sotto ogni aspetto di un nuovo capitolo nella riorganizzazione del Levante.

(Israel Heute, 16 gennaio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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La strategia comune tra Mossad e Usa per stabilizzare Gaza e arginare l’Iran

Il capo dell’intelligence israeliana vola negli Stati Uniti per il colloquio con Witkoff. Debellare il terrorismo finanziato da Teheran per garantire la pace nella Striscia

di Iuri Maria Prado

Donald Trump ha annunciato l’avvio della seconda fase del Piano per Gaza, il quale prevede la costituzione del “Board of Peace” in funzione di amministrazione transitoria “che stabilirà la cornice e coordinerà il finanziamento per la ricostruzione” della Striscia. Alcuni hanno ironizzato su Trump che si incorona rappresentante di quell’amministrazione. Liberi di farlo, ovviamente. Liberi, cioè, di far passare la cosa come l’ennesima manifestazione di megalomania di un mezzo matto che si sveglia una mattina e si dichiara imperatore della ricostruzione di Gaza. Il guaio, come sempre, è la realtà: perché era il Piano per Gaza, adottato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione dello scorso novembre, a prevedere che quell’organismo sarebbe stato presieduto dal presidente degli Stati Uniti.
Solitamente adorate come pronunciamenti intangibili e oracolari, le risoluzioni dell’Onu diventano materia trascurabile quando – come in questo caso – preannunciano un andazzo diverso, urtando il biennio di retoriche alla “All eyes on Gaza” che non ha portato nessun sollievo alla popolazione civile e ha invece dato respiro e legittimazione di fatto alle formazioni terroristiche della Striscia.
Se si gratta via la superficie della comune avversione al Piano per Gaza, ci si accorge che ad essere avversata non è la matrice “trumpiana”, ma la sostanza di quell’accordo. A cominciare dall’esordio, che reclama una soluzione complessiva della crisi sul presupposto che Gaza costituisce un pericolo per la regione e per i Paesi circostanti. Vale la pena di ricordare, citandolo testualmente, quale fosse il primo punto del Piano: “Gaza sarà una zona deradicalizzata e libera dal terrorismo, che non rappresenterà una minaccia per i suoi vicini”. E varrà la pena di ricordare come il Piano si proponesse di affrontare – e risolvere – il problema: distruggendo le capacità militari delle formazioni terroristiche di Gaza e impedendone la ricostituzione.
Si vedrà in quale misura e con quale efficacia il Piano sarà attuato, ma è palese che a frenarne l’attuazione, o a subirla con dispetto, saranno i tanti che presso le cancellerie occidentali, presso il “deep state” delle Nazioni Unite e, ovviamente, presso i ranghi del terrorismo terrorizzato dalla propria fine, pensavano che la soluzione del conflitto coincidesse con il puro e semplice ritiro israeliano e con mezzo governo dello Stato ebraico alla sbarra dell’Aia.
Pur rischioso, pur esposto a pericoli di insuccesso, pur complicato, il Piano per Gaza aveva, e mantiene, una grande angolatura, che comprende ma va ben oltre Gaza proprio perché ha riconosciuto in Gaza, e nella radicalizzazione che ancora la assedia, un motivo di instabilità addirittura ultra-regionale. La concomitanza della visita negli Stati Uniti del capo del Mossad per colloqui con l’inviato di Trump, Steve Witkoff, è casuale solo per chi non considera che la guerra di Gaza, appunto, andava oltre i confini della Striscia e avrebbe smosso i rapporti di forza con il regime – quello iraniano – che aveva organizzato e finanziato ogni istanza terroristica non solo lì ma in Libano, in Siria, in Iraq, nello Yemen. Si parla di Iran, quando si discute del terrorismo palestinese. Si discute del terrorismo palestinese, quando si parla del regime iraniano.

(Il Riformista, 17 gennaio 2026)

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Tanti nemici di Israele e amici di Hamas nel comitato per Gaza

di Franco Londei e Sarah G. Frankl

Più che un comitato per Gaza, o meglio, un comitato che supervisionerà la gestione postbellica di Gaza (qualsiasi cosa voglia dire), mi sembra un comitato pro-Hamas.
Ieri l’Amministrazione Trump ha reso noti i membri che faranno parte di questo fantomatico “comitato per Gaza” e tra di loro figurano i più importanti sostenitori nonché finanziatori di Hamas.
Giusto per fare qualche nome. Nel comitato per Gaza figurano il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, l’alto diplomatico del Qatar Ali Thawadi, il capo dell’intelligence egiziana Hassan Rashad, il ministro della cooperazione internazionale degli Emirati Arabi Uniti Reem Al-Hashimy e l’ex primo ministro del Regno Unito Tony Blair.
Turchia è Qatar non dovrebbero nemmeno nominare “Gaza” perché da sempre non solo sono sostenitori di Hamas, ma ne sono i maggiori finanziatori insieme all’Iran. L’Egitto farà di tutto per bloccare le uscite degli arabi da Gaza e quello sarà il suo unico e vero compito. Gli Emirati Arabi Uniti non sono invece ostili a Israele, mentre Tony Blair te lo raccomando.
Temo che a Gerusalemme non saranno molto contenti delle scelte della Casa Bianca. La Turchia ha definito il massacro del 7 ottobre “un atto di resistenza” mentre ad Ankara ospita gli uffici di Hamas e considera il gruppo terrorista un “gruppo resistente”.
Dal canto suo il Qatar è quello che ha sborsato centinaia di milioni di dollari che hanno permesso ad Hamas di costruire il più grande reticolo di tunnel del mondo e di acquistare le armi usate contro Israele, il tutto sapendo perfettamente a cosa servivano quei soldi.
Secondo Trump, Qatar e Turchia avrebbero facilitato il raggiungimento dell’accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele e per questo sarebbero nel comitato per Gaza. Ma per cosa lo hanno fatto? Non certo per gli ostaggi israeliani o per una improvvisa voglia di pace. Lo hanno fatto perché era l’unico modo per salvare Hamas. Lo hanno fatto per salvare la loro creatura in modo che possa essere ancora una minaccia seria per Israele.
Non so se questo lo hanno capito a Washington. Parrebbe di no. Soprattutto non hanno capito la voglia, quasi la necessità per la Turchia di posizionare il suo esercito al confine con Israele.
La speranza è che Netanyahu rimanga fermo sulle sue posizioni di non voler nessun tipo di partecipazione turca sul terreno a Gaza. E con “nessun tipo” si intende sia una anche minima presenza militare che partecipazioni di ONG turche o riconducibili alla Turchia alla ricostruzione di Gaza.
Faranno parte del comitato esecutivo anche l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff, il principale collaboratore di Trump Jared Kushner, il CEO di Apollo Global Management Marc Rowan, l’imprenditore israelo-cipriota Yakir Gabay, l’ex coordinatrice umanitaria delle Nazioni Unite Sigrid Kaag e l’ex inviato delle Nazioni Unite in Medio Oriente Nickolay Mladenov. Sembra più un comitato d’affari piuttosto che di controllo.
Il Comitato esecutivo supervisionerà il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG), un comitato altrettanto nuovo di tecnocrati palestinesi che sarà responsabile della fornitura di servizi di base agli abitanti di Gaza.
Giovedì al Cairo, il NCAG dei tecnocrati palestinesi ha tenuto il suo primo incontro con Mladenov, al quale si sono uniti virtualmente Kushner e Witkoff.
Il NCAG sarà guidato dall’ex viceministro della pianificazione dell’Autorità Nazionale Palestinese, Ali Shaath, che la Casa Bianca, nel suo annuncio di venerdì, ha definito “un leader tecnocratico ampiamente rispettato che supervisionerà il ripristino dei servizi pubblici essenziali, la ricostruzione delle istituzioni civili e la stabilizzazione della vita quotidiana a Gaza, gettando al contempo le basi per un governo autosufficiente e a lungo termine”.
“Il dott. Sha’ath vanta una profonda esperienza nell’amministrazione pubblica, nello sviluppo economico e nell’impegno internazionale, ed è ampiamente rispettato per la sua leadership pragmatica e tecnocratica e per la sua comprensione delle realtà istituzionali di Gaza”, ha affermato la Casa Bianca.
Va detto che la scelta di Ali Shaath ha fatto storcere il naso a parecchia gente a Gerusalemme. Sebbene venga considerato un “critico pragmatico” di Israele, la sua equidistanza da Hamas e dalla Autorità Palestinese non è una garanzia di efficienza. Anzi, recenti critiche verso l’operato di Israele senza criticare nel contempo Hamas, fanno pensare che non sia la persona più adatta a ricoprire quel ruolo.
Per quanto riguarda la Forza di stabilizzazione internazionale, ancora da istituire, che avrà il compito di garantire la sicurezza della Striscia e di eliminare gradualmente le IDF, la Casa Bianca ha annunciato che il comandante delle operazioni speciali del Comando centrale, il generale di divisione Jasper Jeffers, è stato nominato comandante delle ISF “dove guiderà le operazioni di sicurezza, sosterrà la smilitarizzazione completa e consentirà la consegna sicura di aiuti umanitari e materiali per la ricostruzione”
In precedenza Jeffers è stato co-presidente del Cessation of Hostilities Implementation Mechanism, che ha monitorato il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah in Libano raggiunto nel novembre 2024.
Al momento non sembrano esserci molti paesi disposti a inviare propri soldati per la forza di stabilizzazione internazionale. Gli unici “contenti” di farlo sono i turchi.

(Rights Reporter, 17 gennaio 2026)

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Scandalo in Francia, il veleno che passa dai manuali scolastici

Un testo per il baccalauréat riscrive il 7 ottobre e apre una falla inquietante nel sistema educativo.

di Paolo Montesi

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In Francia è esploso uno scandalo che va ben oltre il perimetro di una polemica editoriale e tocca un nervo scoperto del sistema educativo repubblicano. Al centro della vicenda c’è un manuale di revisione destinato agli studenti che si preparano al baccalauréat, l’esame di maturità che conclude il percorso delle scuole superiori e che rappresenta, per milioni di ragazzi, un passaggio decisivo non solo sul piano scolastico ma anche simbolico. Il bac non è un semplice test finale: è lo strumento con cui lo Stato certifica un livello di conoscenze e, implicitamente, una capacità di orientarsi nel mondo contemporaneo. Proprio per questo ciò che entra in quei manuali conta, pesa e lascia tracce profonde per tutta la vita culturale e civile dello studente che diventa cittadino.
Il testo finito sotto accusa è stato pubblicato da Hachette, uno dei colossi storici dell’editoria francese ed europea, da decenni fornitore privilegiato di materiali scolastici e parascolastici. In un passaggio dedicato all’attacco del 7 ottobre 2023, il manuale proponeva una ricostruzione che ha suscitato sconcerto e indignazione, perché descriveva l’uccisione di oltre 1.200 persone come la morte di “coloni ebrei” nel corso di una generica sequenza di violenze, senza qualificare adeguatamente la natura dell’azione né i suoi responsabili. Una formulazione che, nella sua apparente neutralità, finiva per stravolgere i fatti, attenuando la portata del massacro e introducendo un’idea di equivalenza che non regge alla prova della realtà.
Il punto ovviamente non è solo una questione terminologica. Definire in quel modo le vittime, che vivevano all’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele, e omettere il riferimento esplicito a Hamas come autore dell’attacco, significa spostare l’asse interpretativo e suggerire implicitamente una lettura che diventa una ripugnante giustificazione. È qui che il problema è apertamente politico e culturale prima ancora che didattico, perché quel tipo di riscrittura non resta confinata sulla carta ma entra nel circuito della formazione, si deposita nelle menti di studenti che si affidano a quei testi per comprendere eventi complessi e drammatici.
Di fronte alle proteste, alle prese di posizione di insegnanti, associazioni e rappresentanti istituzionali, Hachette ha ritirato il manuale e ha riconosciuto l’errore, parlando di una formulazione inaccettabile. Il gesto è stato necessario, ma non basta a chiudere la questione. Resta infatti la sensazione di un cedimento più profondo, di una vigilanza allentata proprio in un ambito che dovrebbe essere presidiato con il massimo rigore. Un manuale di revisione non è un pamphlet militante né un post sui social: è uno strumento che si inserisce nel sistema venoso dell’educazione, circola silenziosamente, viene assimilato senza troppe difese critiche.
Questo episodio mostra quanto sia fragile l’equilibrio tra informazione, scuola e conflitti contemporanei, e quanto facilmente possa insinuarsi una distorsione che, magari in nome di una presunta semplificazione o di un malinteso equilibrio, finisce per alterare i fatti. In un momento storico segnato da una crescita dell’antisemitismo e da una polarizzazione crescente del dibattito pubblico, l’idea che simili ambiguità possano trovare spazio nei materiali destinati agli studenti è motivo di seria preoccupazione.
Il caso del manuale per il bac non è dunque un incidente marginale, ma – per chi lo voglia sentire – un campanello d’allarme e ricorda a noi tutti che l’educazione non è un terreno neutro e che ogni concessione alla confusione o all’approssimazione rischia di produrre effetti duraturi. Nelle aule scolastiche non si prepara soltanto un esame ma si formano cittadinanze. E quando il veleno entra nei libri, il danno non è immediato, ma profondo, lento e, noi tutti sappiamo quanto, difficile da estirpare.

(Setteottobre, 17 gennaio 2026)

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Dalla Sacra Scrittura

1 SAMUELE

Capitolo 25
    Davide e Nabal
  • Samuele morì e tutto Israele si radunò e fece cordoglio; lo seppellirono nella sua proprietà, a Rama. Allora Davide si alzò, e scese verso il deserto di Paran. 
  • A Maon c'era un uomo che aveva i suoi beni a Carmel; era molto ricco, aveva tremila pecore e mille capre, e si trovava a Carmel per la tosatura delle sue pecore. Quest'uomo si chiamava Nabal, e il nome di sua moglie era Abigail, donna di buon senso e di bell'aspetto; ma l'uomo era duro e malvagio nelle sue azioni; discendeva da Caleb. 
  • Davide, avendo saputo nel deserto che Nabal tosava le sue pecore, gli mandò dieci giovani, ai quali disse: “Salite a Carmel, andate da Nabal, salutatelo a nome mio, e dite così: 'Salute! pace a te, pace alla tua casa, e pace a tutto quello che ti appartiene! Ho saputo che tu hai i tosatori; ora, i tuoi pastori sono stati con noi e noi non abbiamo fatto loro nessun oltraggio, e non gli è stato portato via nulla per tutto il tempo che sono stati a Carmel. Domandalo ai tuoi servi e te lo diranno. Questi giovani trovino dunque grazia agli occhi tuoi, poiché siamo venuti in un giorno di gioia; e da', ti prego, ai tuoi servi e a tuo figlio Davide ciò che avrai fra le mani'”. 
  • Quando i giovani di Davide arrivarono, ripeterono a Nabal tutte queste parole in nome di Davide, poi tacquero. Ma Nabal rispose ai servi di Davide, dicendo: “Chi è Davide? E chi è il figlio di Isai? Sono molti, oggi, i servi che scappano dai loro padroni; e io dovrei prendere il mio pane, la mia acqua e la carne che ho macellato per i miei tosatori, per darli a gente che non so da dove venga?”. 
  • I giovani ripresero la loro strada, tornarono e andarono a riferire a Davide tutte queste parole. Allora Davide disse ai suoi uomini: “Ognuno di voi prenda la sua spada”. Ognuno prese la sua spada, e Davide pure prese la sua, e salirono dietro a Davide circa quattrocento uomini; duecento rimasero vicino ai bagagli. 
  • Abigail, moglie di Nabal, fu informata della cosa da uno dei suoi servi, che le disse: “Ecco, Davide ha inviato dal deserto dei messaggeri per salutare il nostro padrone e lui li ha trattati male. Eppure, quella gente è stata molto buona verso di noi; noi non abbiamo ricevuto nessun oltraggio e non ci hanno portato via nulla per tutto il tempo che siamo andati intorno con loro quando eravamo per la campagna. Di giorno e di notte sono stati per noi come una muraglia, per tutto il tempo che siamo stati con loro pascolando le greggi. Ora dunque rifletti e vedi quello che tu debba fare; poiché è certo che avverrà un guaio al nostro padrone e a tutta la sua casa, ed egli è un uomo talmente malvagio che non gli si può parlare”. 
  • Allora Abigail prese in fretta duecento pani, due otri di vino, cinque montoni pronti da cuocere, cinque misure di grano arrostito, cento grappoli di uva passa e duecento schiacciate di fichi, e caricò ogni cosa su degli asini. Poi disse ai suoi servi: “Andate davanti a me; ecco, io vi seguirò”. Ma non disse nulla a Nabal suo marito. E mentre lei, sul dorso del suo asino, scendeva il monte per un sentiero coperto, ecco Davide e i suoi uomini che scendevano di fronte a lei, e lei li incontrò. Ora Davide aveva detto: “Ho dunque protetto invano tutto ciò che costui aveva nel deserto, in modo che nulla è mancato di tutto ciò che egli possiede; ed egli mi ha reso male per bene. Così tratti Iddio i nemici di Davide con il massimo rigore! Fra qui e lo spuntare del giorno, io non lascerò in vita un solo uomo tra tutto quello che gli appartiene”. 
  • Quando Abigail vide Davide scese in fretta dall'asino e, gettandosi con la faccia a terra, si prostrò davanti a lui. Poi, gettandosi ai suoi piedi, disse: “O mio signore, la colpa è mia! Ti prego, lascia che la tua serva parli in tua presenza e tu ascolta le parole della tua serva! Ti prego, signor mio, non fare caso a quell'uomo da nulla che è Nabal; poiché lui è ciò che dice il suo nome; si chiama Nabal, e in lui non c'è che stoltezza; ma io, la tua serva, non vidi i giovani mandati dal mio signore. Ora dunque, signor mio, com'è vero che vive l'Eterno e che vive l'anima tua, l'Eterno ti ha impedito di spargere il sangue e di farti giustizia con le tue proprie mani. I tuoi nemici e quelli che vogliono fare del male al mio signore, siano come Nabal! Adesso, ecco questo regalo che la tua serva porta al mio signore; sia dato ai giovani che seguono il mio signore. Ti prego, perdona lo sbaglio della tua serva; poiché per certo l'Eterno renderà stabile la casa del mio signore, perché il mio signore combatte le battaglie dell'Eterno, e in tutto il tempo della tua vita non si è trovata malvagità in te. Se mai sorgesse alcuno a perseguitarti e ad attentare alla tua vita, la vita del mio signore sarà custodita nello scrigno della vita presso l'Eterno, che è il tuo Dio; ma la vita dei tuoi nemici l'Eterno la lancerà via, come dall'incavo di una fionda. E quando l'Eterno avrà fatto al mio signore tutto il bene che ti ha promesso e ti avrà stabilito come capo sopra Israele, il mio signore non avrà questo dolore e questo rimorso di avere sparso del sangue senza motivo e di essersi fatto giustizia da sé. E quando l'Eterno avrà fatto del bene al mio signore, ricordati della tua serva”. 
  • Davide disse ad Abigail: “Sia benedetto l'Eterno, l'Iddio d'Israele, che oggi ti ha mandato incontro a me! E sia benedetto il tuo senno, e benedetta sia tu che oggi mi hai impedito di spargere del sangue e di farmi giustizia con le mie mani! Poiché certo, com'è vero che vive l'Eterno, l'Iddio d'Israele, che mi ha impedito di farti del male, se tu non ti fossi affrettata a venirmi incontro, fra qui e lo spuntare del giorno a Nabal non sarebbe rimasto un solo uomo”. Davide quindi ricevette dalle mani di lei quello che lei aveva portato, e le disse: “Risali in pace a casa tua; vedi, io ho dato ascolto alla tua voce e ho avuto riguardo per te”. 
  • Abigail andò da Nabal; ed ecco che egli faceva un banchetto in casa sua, un banchetto da re. Nabal aveva il cuore allegro, perché era completamente ubriaco; perciò lei non gli fece sapere nessuna cosa, piccola o grande, fino allo spuntare del giorno. Ma la mattina, quando gli fu passata l'ubriachezza, la moglie raccontò a Nabal queste cose; allora gli si freddò il cuore ed egli rimase come di pietra. Circa dieci giorni dopo, l'Eterno colpì Nabal, ed egli morì
  • Quando Davide seppe che Nabal era morto, disse: “Sia benedetto l'Eterno, che mi ha reso giustizia dell'offesa che mi ha fatto Nabal, e ha preservato il suo servo dal fare del male! L'Eterno ha fatto ricadere la malvagità di Nabal sul suo capo!”. Poi Davide mandò dei messaggeri ad Abigail per proporle di diventare sua moglie. E i servi di Davide andarono da Abigail a Carmel, e le parlarono così: “Davide ci ha mandati da te, perché vuole prenderti in moglie”. Allora lei si alzò, si prostrò con la faccia a terra, e disse: “Ecco, la tua serva farà da schiava, per lavare i piedi ai servi del mio signore”. Abigail si alzò in fretta, montò sopra un asino e, con cinque fanciulle, seguì i messaggeri di Davide e divenne sua moglie. 
  • Davide sposò anche Ainoam di Izreel, ed entrambe furono sue mogli.  Saul aveva dato Mical sua figlia, moglie di Davide, a Palti, figlio di Lais, che era di Gallim.

(Notizie su Israele, 16 gennaio 2026)


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Quando essere ebrei diventa pericoloso: l’Europa che spinge i giovani verso Israele

La più grande aliyah giovanile dal 7 ottobre racconta il fallimento dell’Europa nel proteggere i suoi cittadini ebrei.

di Barbara Covili

C’è una notizia che rischia di passare come un fatto di cronaca, ma che in realtà è una radiografia impietosa dell’Occidente contemporaneo. 213 giovani ebrei sono arrivati in Israele questa settimana dall’Europa e da altri Paesi occidentali: la più grande “aliyah” (immigrazione ebraica in Israele) giovanile dall’inizio della guerra del 7 ottobre. Non un gesto ideale, ma una scelta dettata dalla paura. Una paura concreta, quotidiana, misurabile.
I racconti di questi ragazzi parlano di vite improvvisamente ristrette. Di simboli ebraici nascosti sotto i vestiti, di università diventate luoghi ostili, di insulti e minacce normalizzate. “Temevo per la mia vita perché ebrea”, racconta una giovane arrivata da Londra. Un’altra, da Parigi, spiega di aver smesso di esprimere apertamente la propria identità per evitare ritorsioni. Non sono storie isolate. Sono il riflesso di un fenomeno ormai strutturale.
I dati sull’antisemitismo lo confermano con brutalità perché in Europa, dopo il 7 ottobre, le aggressioni agli ebrei e ai loro luoghi sono esplose: in molti Paesi sono raddoppiate o triplicate rispetto agli anni precedenti. Aggressioni fisiche, vandalismi contro sinagoghe e scuole, minacce online, intimidazioni nei campus. Secondo i principali osservatori europei, mai dal dopoguerra si era registrata una simile concentrazione di atti antiebraici in un arco di tempo così breve. L’antisemitismo è entrato nel discorso pubblico, spesso mascherato da attivismo politico, tollerato quando non apertamente giustificato.
È in questo contesto che va letta la decisione di questi 213 giovani: una scelta razionale di sopravvivenza. Israele non rappresenta per loro una meta ideale, ma un luogo in cui poter vivere senza chiedere scusa per la propria esistenza. Per questi giovani, Israele non è soltanto un approdo temporaneo, ma un orizzonte di vita. Un luogo in cui studiare, lavorare, costruire relazioni, mettere radici. Un Paese che, pur attraversato da conflitti e contraddizioni, continua a offrire opportunità concrete di integrazione sociale, professionale e civile. È fondamentale che questo futuro esista: non solo per Israele, ma per l’intero mondo ebraico. Perché senza un luogo in cui la propria identità non sia una colpa o una giustificazione da fornire, la libertà diventa fragile, reversibile, negoziabile.
Israele è un paese nato dall’immigrazione, costruito da ondate successive di rifugiati: dagli ebrei che fuggivano dall’antisemitismo ai sopravvissuti alla Shoah, dagli ebrei espulsi dai Paesi arabi agli ebrei etiopi a quelli dell’ex Unione Sovietica: il paese ha assorbito milioni di persone in fuga da persecuzioni, esclusioni, cancellazioni identitarie.
Questa nuova aliyah, quindi, si inserisce perfettamente in quella stessa storia ma con una differenza inquietante: oggi a spingere i giovani verso Israele non sono regimi totalitari, ma democrazie occidentali incapaci – o non disposte – a contrastare l’odio antiebraico quando si traveste da militanza, da slogan, da “giusta causa”.
Israele, ancora una volta, diventa rifugio perché resta uno dei pochi luoghi al mondo in cui un ebreo non deve nascondere il proprio nome, moderare le proprie parole o giustificare il diritto di esistere. Il paradosso è feroce: mentre l’Europa si proclama paladina dei diritti, c’è chi prepara le valigie perché quei diritti, nella pratica, non sono più garantiti.
I 213 giovani arrivati in Israele non sono un’anomalia statistica. Sono un segnale politico, morale e civile, e come tutti i segnali ignorati troppo a lungo, raccontano molto più di quanto l’Occidente sia disposto a riconoscere su sé stesso.

(Setteottobre, 16 gennaio 2026)

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Iran, si muove la macchina della menzogna

La macchina della menzogna va di nuovo a tutta velocità, come dopo il 7 ottobre. Stavolta parla di crudeli infiltrati responsabili dei numeri gonfiati dei morti e dei feriti.

di Fiamma Nirenstein

Guarda caso, Al Jazeera è l'unico media a Teheran, dove manca l'elettricità e la connessione a tutti, fuorché a loro: così può amplificare la versione degli ayatollah, come a Gaza ha fatto con Hamas.
   La macchina della menzogna va di nuovo a tutta velocità, come dopo il 7 ottobre. Stavolta parla di crudeli infiltrati responsabili dei numeri gonfiati dei morti e dei feriti: la propaganda è a uso di Donald Trump, per fermare l'aiuto promesso al popolo iraniano ucciso, ferito, decimato. Dopo il 7 ottobre Hamas e i suoi ignobili amici risposero alle prove della strage più atroce di uomini, donne e bambini squartati, violentati e bruciati accusando gli ebrei di essere ignobili coloni. Adesso Aragchi, il ministro degli esteri iraniano, a Fox News non nega che gli uccisi arrivino a 12.000. Ma spiega: infiltrati terroristi (americani e israeliani) hanno sparato sulle forze dell'ordine, hanno bruciato e decapitato! Quindi, le file dei ragazzi nei sacchi neri fra cui si aggiravano le famiglie disperate, i mutilati negli ospedali a migliaia, con gli occhi strappati, le ferite mortali sul viso, li ha causati un intervento di Israele che ha fatto più morti possibile per invitare Trump a intervenire.
   Ma Trump ci casca? Impossibile. Quando raffredda la promessa di intervenire, chiede lo stop alle impiccagioni. Ma questo significa che ci sta pensando: soppesa tempi e modi, pareri diversi (da una parte Vance, dall'altra Rubio): forse vorrebbe una di quelle azioni veloci che piacciono a lui, ma l'Iran è grande e difficile. È la fonte inesauribile di crisi mondiali, non si può sbagliare, in sette mesi dalla guerra dei 12 giorni ha preparato una riserva di missili balistici. E se non ha impiccato adesso, impiccherà ancora.
   Trump certo vuole eliminare la Repubblica Islamica, alleata della Cina e della Russia, minaccia atomica e balistica. Se ha detto con tono conciliante che il regime ha promesso di non ammazzare più e valuta se la gente tornerà in piazza, la Sesta Flotta è nei Caraibi, la Abraham Lincoln (CVN 72)con le sue sei navi naviga dal Mar della Cina verso il Golfo Persico; la base in Qatar non è più in allerta, ma gli Usa hanno altri punti di appoggio, come in Germania. Si tratta di costruire una strategia impegnativa. Le bugie non funzioneranno.
   Trump sa che le promesse non realizzate ne faranno un leader debole: la strage è stata immensa e crudele come solo l'Islam estremo sa fare. Il mondo antidemocratico, fiancheggiato da Cina e Russia, sarà molto eccitato se Trump si ferma: gli uccisi innocenti chiedono azione, gli iraniani hanno diritto a cacciare via il regime che li perseguita.
   Israele tiene aperti i rifugi e si interroga: il popolo iraniano ha invocato Trump e Netanyahu chiedendo aiuto. Israele sa che è uno scontro vitale, è sul chi vive. Khamenei ha spedito un miliardo e mezzo a Dubai mentre la gente urla di dolore per la perdita dei propri cari.

(il Giornale, 16 gennaio 2026)
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"... il popolo iraniano ha invocato Trump e Netanyahu chiedendo aiuto". Purtroppo diranno che se Trump non ha aiutato gli iraniani la colpa è di Israele, Si veda l'articolo seguente. M.C.


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Iran – Israele prepara le difese, solidarietà Ucei ai manifestanti

La Guerra dei Dodici giorni del giugno 2025 contro l’Iran è stata un successo militare per Israele, ma ha avuto un prezzo: il sistema di difesa antimissile è stato messo sotto forte pressione dagli attacchi iraniani ed è ancora in fase di ripristino. Anche per questo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto al presidente Usa Donald Trump di attendere prima di colpire il regime di Teheran, scosso da giorni di proteste diffuse in tutto il Paese.
   Netanyahu, riferiscono i media americani, ha avvertito Washington che un’operazione diretta contro l’Iran rischia di protrarsi nel tempo e di innescare una risposta regionale ampia. Una prospettiva a cui Israele guarda con cautela, mentre deve fare i conti con il logoramento delle proprie capacità difensive. Una valutazione condivisa anche negli ambienti militari statunitensi, che hanno deciso di rafforzare la presenza americana in Medio Oriente con l’invio di ulteriori sistemi di difesa aerea e una portaerei nella regione.
   Nel frattempo, le proteste in Iran stanno perdendo slancio dopo la dura repressione del regime, riporta l’emittente israeliana Kan. A Gerusalemme si ritiene che arresti di massa e uso sistematico della violenza abbiano molto ridotto la capacità di mobilitazione. Alcune ong parlano di oltre 10mila manifestanti uccisi dal regime, altre stime – tra cui quelle dell’intelligence israeliana – di almeno 5mila. Una strage di civili a cui ha fatto riferimento anche l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, esprimendo «profonda vicinanza e sincera solidarietà al popolo iraniano», definito «appeso al dubbio di quale percorso possa portare salvezza dopo cinquant’anni di regime integralista». In una nota, l’Ucei richiama il legame storico tra ebraismo e Persia, «terra di persecuzione e salvezza», e afferma un dovere morale di vicinanza «alle donne, ai giovani, alle studentesse e agli studenti e a tutta la popolazione civile», includendo i cittadini iraniani che vivono in Italia. L’auspicio è che al popolo iraniano sia riconosciuto «il diritto a vivere in sicurezza e libertà nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e dignità della persona, oggi marginalizzati dal fondamentalismo religioso». Un ultimo invito poi dall’Ucei è diretto alle istituzioni italiane a mantenere «prontezza e coerenza nel rafforzare i presidi di vigilanza democratica, anche nel nostro paese».
   Sullo sfondo della crisi in Medio Oriente, un altro attore ha provato a inserirsi: il presidente russo Vladimir Putin, che si è candidato a mediatore con telefonate separate al primo ministro Netanyahu e al presidente iraniano Masoud Pezeshkian, dichiarando la disponibilità di Mosca a «intensificare gli sforzi politici e diplomatici» per la stabilità regionale.

(moked, 16 gennaio 2026)

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