Inizio - Attualità »
Presentazione »
Approfondimenti »
Notizie archiviate »
Notiziari »
Arretrati »
Selezione in PDF »
Articoli vari»
Testimonianze »
Riflessioni »
Testi audio »
Libri »
Questionario »
Scrivici »
Notizie 1-15 luglio 2019


In Israele sicuri, l'Iran ha fatto un passo verso la bomba atomica

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha inoltre ribadito il suo appello a Francia, Gran Bretagna e Germania per imporre automaticamente sanzioni contro l'Iran.
  Il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu ha definito il nuovo alleggerimento degli impegni da parte di Teheran nell'ambito del piano d'azione globale congiunto e l'aumento dell'arricchimento dell'uranio un "passo molto, molto pericoloso". Lo ha segnalato la Reuters.
  Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa, ha inoltre ribadito il suo appello a Francia, Gran Bretagna e Germania per imporre automaticamente sanzioni contro l'Iran.
  A sua volta secondo il ministro dell'Energia d'Israele Yuval Steinitz, il piano di arricchimento dell'uranio annunciato da Teheran è una mossa moderata, ma l'Iran "ha iniziato il difficile cammino verso le armi nucleari".

 La posizione di Teheran
  In precedenza il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva affermato che dal 7 luglio l'Iran sarebbe passato alla seconda fase di riduzione degli obblighi previsti dall'accordo internazionale sul suo programma nucleare ed avrebbe iniziato ad arricchire l'uranio al di sopra del livello del 3,67%. In futuro Teheran intende raggiungere il 5% del livello di arricchimento dell'uranio, necessario per la costruzione dei reattori della centrale nucleare di Bushehr. Secondo il viceministro degli Esteri iraniano, l'alleggerimento degli obblighi derivanti dall'accordo nucleare avverrà gradualmente ogni 60 giorni, se le controparti firmatarie non onoreranno gli accordi raggiunti.
  Araghchi ha inoltre osservato che "le porte per la diplomazia sono ancora aperte, ma sono necessarie nuove iniziative" per sbloccare la situazione attuale.

(Sputnik Italia, 7 luglio 2019)


L'Iran viola l'accordo nucleare. "Si applichino le sanzioni"

Le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato nella notte un palestinese ritenuto responsabile di aver lanciato la sua auto contro un gruppo di soldati che si trovava al checkpoint di Hizma, in Cisgiordania. Tre soldati hanno subito ferite moderate nell'attacco, due ferite lievi, ha affermato l'esercito, parlando apertamente di attentato terroristico. Intanto, a proposito di minacce, L'Iran ha annunciato che produrrà uranio arricchito oltre il limite del 3,67 per cento previsto dall'accordo sul nucleare del 2015. L'annuncio è stato fatto dal capo dei negoziatori iraniani sulle questioni nucleari, Abbas Araghchi, che ha spiegato che l'Iran comincerà a produrre uranio arricchito al 5 per cento, una quantità ancora lontana da quella necessaria per produrre una bomba atomica ma in ogni caso un segnale preoccupante. "L'Iran ha violato la sua solenne promessa del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di non arricchire l'uranio oltre un certo livello", ha commentato il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all'inizio della riunione settimanale del governo. "Invito i miei amici, i capi di Francia, Gran Bretagna e Germania - avete firmato questo accordo e avete detto che non appena avrebbero fatto questo passo, sarebbero state imposte severe sanzioni - questa era la risoluzione del Consiglio di sicurezza. Dove siete ora?". Secondo Netanyahu, che chiede dunque l'introduzione di nuove sanzioni a carico del regime di Teheran, "l'arricchimento dell'uranio è fatto per una sola ragione: la creazione di bombe atomiche".

(moked, 7 luglio 2019)


Uno Stato ebraico e democratico

Zvi Zohar, docente di Etica alla Bar Ilan, racconta l’equilibrio fra le due anime del paese

Perché in Israele. paese all'avanguardia sotto molti profili rispetto al riconoscimento dei diritti delle coppie. non esiste il matrimonio civile? È uno dei grandi interrogativi che attraversa la società israeliana. La maggioranza dell'opinione pubblica, il 70 per cento secondo un sondaggio di Haaretz e poco meno secondo uno commissionato dal canale Arutz 10, vorrebbe vedere istituito anche in Israele il matrimonio civile. E non tanto per celebrare in questo modo le proprie nozze (il 65 per cento degli intervistati da Arutz 10 dichiarava di voler comunque sposarsi con il rito ebraico) ma per avere una possibilità di scelta.
Il sistema giuridico israeliano ha adottato alle sue origini un accordo per cui il matrimonio e il divorzio sono condotti esclusivamente in conformità con il diritto religioso (ebraico, cristiano, musulmano, druso e cosi via), come lo erano durante il periodo dell'lmpero ottomano. La Knesset dovrebbe dunque modificare questo monopolio ed è qui che nulla si muove.

Il tema del rapporto tra religione e Stato è tornato di grande attualità in Israele. Con ogni probabilità sarà l'argomento caldo della campagna elettorale che accompagnerà il paese alle elezioni del 17 settembre, almeno così auspica Avigdor Lieberman, leader del partito laico e nazionalista Israel Beitenu. Lieberman spera di allargare la sua base elettorale, presentandosi come il campione del mondo hiloni, ovvero del mondo laico israeliano, in contrapposizione con i partiti religiosi o meglio haredi. Lieberman ha dichiarato di essere "a favore di uno Stato ebraico, ma contro il fatto che lo Stato sia governato secondo la Halakhah (legge ebraica)". Non c'è però una definizione unanime di cosa significhi quello "Stato ebraico" accompagnato dal suo essere democratico. ''A mio avviso, ma è solo la mia opinione e non la verità dal Sinai - spiega Zvi Zohar, docente di Etica all'Università Bar Ilan - per Israele essere uno Stato democratico ed ebraico significa: prima di tutto che tutti i cittadini e tutti gli individui che vivono qui hanno stessi diritti di fronte alla legge, libertà di professare la propria religione, libertà di movimento ... insomma i diritti che ogni democrazia garantisce senza fare discriminazioni. Le minoranze linguistiche come gli arabi d'Israele devono avere, e infatti hanno, la possibilità di avere scuole in cui si insegna la loro lingua e la loro cultura".
 
   Per quanto riguarda il carattere ebraico dello Stato per Zohar "rappresenta il principio per cui la nazione degli ebrei, Am Israel, ha il diritto all'autodeterminazione". Sul ruolo che la legge ebraica ha all'interno dello Stato, Zohar spiega che ci sono due differenti risposte a questo quesito: "Uno sul fronte legale, rispetto al quale Israele ha proseguito il quadro legislativo costituitosi sotto l'Impero ottomano: fino a metà 800 aveva solo corti che seguivano la legge islamica, poi furono introdotte nel mezzo del secolo una serie di riforme con la creazione di tribunali laici. Alle corti islamiche e religiose rimase giurisdizione sul diritto di famiglia (matrimonio, divorzi, eredità). Quando l'Impero britannico conquistò l'area, mantenne questo sistema e così fece Israele nel 1948: così ebrei, musulmani, cristiani, baahai, possono solo sposarsi e divorziare secondo le regole delle rispettive religioni e questo crea evidentemente grandi problemi per i laici, per chi non si riconosce in nessuna religione". Per questo, sottolinea il docente, tantissimi israeliani sono favorevoli all'istituzione nel paese del matrimonio civile. Tra chi si oppone a questa innovazione, il mondo haredi - che rappresenta una nutrita minoranza all'interno del paese, circa il 20 per cento della popolazione - che ha grande influenza sul rabbinato centrale d'Israele. Quest'ultimo, afferma Zohar, ha ereditato una tradizione halakhica basata sull'idea che "il nuovo è vietato dalla Torah". Questa posizione, scrive il docente della Bar Ilan nel suo The Lummous Face of the East: Studies in the Lega! and Religious Thought of Sephardic Rabbis in the Middle East (Bloomsbury Academic), è stata assunta per la prima volta nell'Europa centrale, all'inizio del XIX secolo, nel contesto della disputa nata con l'Illuminismo ebraico e il movimento della Riforma.
   In seguito, secondo l'autore, questo approccio divenne di applicazione comune tra i rabbini ashkenaziti sia in Europa che in Israele. Zohar dimostra, come ricordava anche un recensione su Haaretz, che la situazione era completamente diversa tra gli ebrei sefarditi e invita a riscoprire alcune figure tra cui rav Ben Zion Uziel, rabbino capo sefardita, morto nel 1953. "Nei primi giorni successivi all'istituzione dello Stato, sorse una questione relativa allo status della Halakhah rispetto alla legislazione della Knesset - ricorda Haaretz facendo riferimento al lavoro di Zohar - Tra i colleghi del rabbino Uziel, l'opinione prevalente era che lo status delle leggi della Knesset fosse inferiore alle norme della Torah, perché il principio halakhico che sostiene che 'le leggi del regno sono la Legge' si applica specificamente ai regimi non ebraici. Ma il rabbino Uziel lavorò duramente per stabilire che lo status della Knesset ha una base superiore, quella dell'autonomia comunitaria ebraica. La legge ebraica riconosce l'autorità halakhica delle decisioni dei leader laici nella loro qualità di legislatori, senza mettere in relazione il livello della loro osservanza religiosa personale". Per Zohar recuperare questi insegnamenti, che raccontano di un rapporto meno conflittuale tra religione e Stato, potrebbero aiutare a superare la divisione in compartimenti della società israeliana: haredi, nazional-religiosi, laici, arabi, hanno punti di contatto ma vivono per lo più in bolle separate, come denunciato più volte anche dal Presidente d'Israele Reuven Rivlin. dr.

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)



Dagli ayatollah minacce a Israele "Possiamo colpire il Negev"

di Francesco Semprini

Un attacco missilistico al sito nucleare israeliano del Negev. Lo suggerisce l'ayatollah Mohammad Ali Movahedi Kermani nel corso del sermone del venerdì, durante il quale ha lanciato un monito a Stati Uniti e Stato ebraico. «Sarebbe sufficiente un attacco missilistico sul reattore di Dimona», tuona l'imam da Teheran.
  Movahedi, a lungo il rappresentante diretto dell'Ayatollah Rouhollah Khomeini in seno al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, avverte che un attacco di quel tipo condotto con la potenza balistica di cui l'Iran è in possesso basterebbe a «sotterrare Israele 200 volte». Dimona è una città israeliana nella regione del Negev, a Sud di Beersheba e ad Ovest del Mar Morto. Il centro di ricerca nucleare del Negev intitolato a Shimon Peres, premio Nobel per la pace e presidente israeliano dal 2007 al 2014, si trova a circa 13 chilometri a Sud-est della città.

 L'arricchimento dell'uranio
  Movahedi avverte Washington in merito ai suoi piani bellici contro l'Iran: «Pensate ad un attacco solo se volete cambiare il colore delle acque del Golfo Persico dall'azzurro al rosso sangue». Due giorni fa il presidente Donald Trump aveva ribadito che «Teheran deve stare molto, molto attenta». L'Iran ha confermato che entro oggi aumenterà l'arricchimento di uranio intorno al 5%, oltre il limite permesso del 3, 67%: si tratterebbe di una violazione di uno dei punti centrali dell'accordo nucleare internazionale sottoscritto nel 2015. Un atto dovuto per Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida suprema dell'Iran Ali Khamenei, secondo cui sia gli Usa sia l'Ue a loro volta violano indirettamente l'accordo nucleare. L'Iran aveva dato al riguardo un ultimatum di 60 giorni a Bruxelles, con scadenza, appunto, il 7 luglio. «È davvero una triste ironia che lo stesso regime che ha materialmente violato l'accordo sul nucleare ritirandosi illegalmente e unilateralmente e ha spinto altri a seguirne l'esempio esprima preoccupazione per l'attuazione dello stesso accordo», chiosa la missione permanente dell'Iran a Vienna, in merito alla richiesta statunitense di una riunione urgente all' Aiea per discutere del nucleare iraniano. Teheran intanto prosegue la battaglia sul fronte britannico dopo il sequestro della sua petroliera a Gibilterra. Mohsen Rezai, generale dei Pasdaran, avverte Londra che se non rilascerà l'imbarcazione della Repubblica islamica sarà dovere delle autorità iraniane impossessarsi di una petroliera di Sua Maestà.

(La Stampa, 7 luglio 2019)


Puglia ebraica, una storia da riscoprire

Le appassionanti vicende di Lecce prima del Barocco, città multiculturale, aperta al mondo del Mediterraneo.

di Micol De Pas

Micol De Pas
Lecce, capitale del barocco. Una città in pietra chiara, disseminata di sontuosi palazzi e chiese imponenti, a dominare il paesaggio antropizzato con la forza (tragica) di un'arte che gioca tra il sublime e l'umano. Bellissima.
  Ma non è tutto. Perché Lecce, naturalmente, ha una storia ben più antica. Basta provare ad andare sotto il barocco, come invita a fare il recente Museo Ebraico, per scoprire un'altra realtà. Quella di un mondo multietnico, interreligioso e cosmopolita. Il viaggio comincia sui gradini d'ingresso del museo, pronti a scendere nel sotterraneo di Palazzo Taurino che, dal 2016, grazie all'iniziativa privata, fortemente voluta da Michelangelo Mazzotta, fondatore dell'agenzia turistica Tab, accoglie questa nuova istituzione. Proprio lì infatti si trovava la vecchia sinagoga, probabilmente quattrocentesca, insieme al mikvè, le vasche per il bagno rituale, ancora visibili e pronte a fare bella mostra di sé.
  "La cosa che colpisce tutti di Lecce", spiega il professor Fabrizio Lelli, docente di lingua e letteratura ebraica all'Università del Salento e autore della Guida al Salento ebraico insieme a Fabrizio Ghio (Capone editore), "oltre a quella visibile barocca, è la città romana. Ma sembra che tra le due epoche non ci sia stato niente. Si arriva direttamente al barocco, come se il Medioevo non ci fosse mai stato". Invece il cosiddetto periodo buio è stato estremamente luminoso per questo luogo geologicamente e geograficamente così speciale: finis terrae guardato da chi poggia i piedi sulla Penisola, avamposto accogliente e umanizzato per chi guarda dal mare. "La città sembra reinventata nel 1500, ma naturalmente non è così, c'è un'interessante continuità che emerge studiando la storia medievale della regione. Che parla di una presenza ebraica interessante in Salento e in particolare a Lecce, dove esisteva proprio una città ebraica", continua Lelli.
  Il percorso museale infatti si snoda lungo questo racconto, attraverso una storia dedicata alla vita quotidiana ebraica nelle Lecce dell'epoca. "Lecce è una città multiculturale e multireligiosa fino al 1500, quando si trasforma in un territorio monoculturale e chiuso ai mondi esterni, proprio perché i nuovi conquistatri asburgici la vedono come città di frontiera", continua Lelli. Niente di nuovo, almeno per noi che la guardiamo oggi… "Alla fine del '400, al contrario", prosegue il professore, "era un territorio aperto e accogliente alle culture del Mediterraneo e la presenza ebraica alimentava gli scambi commerciali e culturali con effetti molto importanti in ambito intellettuale. Tanto che dopo la cacciata si assiste a un impoverimento repentino, per rafforzare un solo pensiero, quello cattolico". Siamo sotto il Barocco, infatti: prima che la città venga trasformata, sotto agli edifici figli di quella trasformazione.

Museo ebraico di Lecce Interno Epigrafe Via Abramo Balmes lightbox gallery plugin by VisualLightBox.com v6.0m

  Ma ora a uscire dal museo si possono seguire i percorsi dentro a una giudecca che non c'è più: le targhe delle strade riportano il nome anche in ebraico, a voler sottolineare la rinascita di una storia che a lungo è stata sopita, se non addirittura cancellata. Le giudecche o ghetti che c'erano a Lecce e in altre cittadine salentine non erano i ghetti che imponevano la reclusione ai suoi abitanti, ma zone della città in cui un popolo si riuniva a vivere, un quartiere nato per vicinanza e prossimità di costumi. Ai tempi della cacciata, in questa zona d'Italia non ci sono state proposte di ghettizzazione: "Gli ebrei non dovevano più esistere sul territorio", commenta Lelli, "E credo che i ghetti a quel punto fossero zone riservate ai convertiti. Si chiamavano neofiti all'epoca e venivano trattati con sospetto per la loro identità ambigua, tacciati di essere diventati cristiani ma di praticare i rituali ebraici. I ghetti servivano alle autorità ecclesiastiche per controllarli da vicino, spesso insieme a quelle modeste forme di cristianesimo protestante che dalla seconda metà del 1500 si affacciavano anche in Puglia, scambiate spesso come criptogiudaismo". Quasi tutti gli ebrei, comunque, abbandonano il territorio in favore di Venezia, di Salonicco e Corfù, per poi tornare alla fine dell'800.
  La storia ebraica allora ricomincia, con l'arrivo di ebrei da Salonicco, che importano la coltivazione del tabacco, fondamentale nell'economia regionale per tutto il secolo scorso. Non solo: "Molto interessanti sono i campi di transito durante la Seconda Guerra Mondiale, gestiti dagli alleati e dalle organizzazioni sioniste, per consentire agli ebrei di raggiungere Israele", racconta ancora Lelli, "Di questi luoghi è rimasto moltissimo, c'è un museo a S. Maria al Bagno, sullo Jonio e a Santa Cesarea ci sono luoghi che raccontano di kibbutzim locali pronti ad accogliere quanti volevano migrare in Israele, si trovano ancora edifici con le scritte degli inni sui muri: sono realtà interessantissime, che vorremmo sviluppare meglio". Le richieste, da parte dei turisti non mancano. "Molti capitano per caso al museo ebraico e restano positivamente impressionati, tanto che poi ci chiedono informazioni ulteriori. Tanti turisti ebrei americani e australiani vengono in avanscoperta in questi territori del Sud Italia", precisa Lelli, "Molti israeliani invece arrivano interessati alla storia recente e vogliono visitare i campi di transito, mentre gli italiani arrivano grazie a un tam tam che si sta sviluppando tra le comunità e cominciano arrivare anche non ebrei, incuriositi di conoscere queste storie". Che coinvolgono, naturalmente, anche Trani e San Nicandro, le uniche due comunità ebraiche tutt'ora attive. Le due cittadine conservano la memoria di una lunga storia, che merita un approfondimento a parte. Ma è la comunità di Trani il punto di riferimento per chi cerca un punto di appoggio durante questo viaggio. È cura del professor Lelli mettersi in contatto con loro per assicurare ai turisti che lo desiderino la possibilità di celebrare lo shabbat. Purtroppo non ci sono negozi né ristoranti kasher, ma menù vegetariani a base di specialità locali e vini invece questa volta certificati kasher (possibile anche visitare la cantina e l'azienda agricola) fanno parte delle proposte offerte nei pacchetti di itinerari proposti dall'agenzia Tab.

(JoiMag, 7 luglio 2019)



Il mio museo è una moderna agorà dell'arte"

Coen-Uzzielli è la direttrice del Museo d'Arte di Tel Aviv (Tama). Precedentemente è stata a capo dei servizi curatoriali del Museo di Israele a Gerusalemme dove ha organizzato diverse mostre di arte ebraica; nel 2018 è stata tra i curatori del Padiglione Israele alla Biennale architettura di Venezia, Tra i suoi maggiori successi espositivi al Museo d'Israele la mostra The Synagogue Route inaugurata nel 2010 e nel 2015, Una breve storia dell'umanità.

- Di che cosa trattava la mostra The Synagogue Route?
  «Prima di essere riaperto, nel 2010 il Museo di Israele Gerusalemme è stato ristrutturato. Io sono responsabile della creazione della Synagogue Route, un percorso che ricostruisce quattro sinagoghe provenienti da Europa, Asia e Americhe, e consente al visitatore di comprendere meglio la cultura e il dialogo intrattenuti dalla comunità ebraica con la cultura circostante».

- I visitatori compiono un viaggio attraverso una varietà di tradizioni e influenze?
  «Sì. La comunità ebraica lotta da sempre per mantenere la propria identità e dall'altra parte assorbe elementi, stile, modo di pensare e cultura del luogo».

- Com'è stato lavorare al Museo di Israele?
  «Ho avuto l'opportunità di lavorare fianco a fianco con il direttore generale James Snyder. Lì ho avuto modo di capire che un museo è una grande
piattaforma per una vasta esperienza culturale che inizia molto prima dell'arrivo del visitatore».

- Com'è diventata direttore generale di Tama?
  «Mi ha interpellato uno dei membri del consiglio di amministrazione. Ho subito sentito che questa per me poteva essere un'opportunità per conoscere un museo diverso in Israele e per capire meglio la sua funzione, il suo potenziale e la sua definizione di istituzione culturale».

- Che tipo di musei sono questi due?
  «Mi piace usare come metafora la polis greca. Lì devi salire sull'acropoli per liberarti dal sentimento mondano, dal pensiero e dagli atteggiamenti secolari. E in un certo senso è così che funziona il Museo di Israele. Conserva la più antica testimonianza della Bibbia per esempio, l'archeologia della Terra Santa, l'arte e la vita ebraica, quindi tutto è un po' santo e sacro. Invece l'agorà è il posto dove c'è il mercato, il teatro, la musica, la biblioteca. È il luogo in cui arriva il pubblico, tutti sono indaffarati e tutto sta accadendo lì. È un luogo vitale, e questo è ciò che il Museo d'Arte di Tel Aviv rappresenta per me».

- Altre ragioni?
  «Perché è sulla strada, vicino all'Opera, al teatro, alla biblioteca e non lontano dai centri commerciali. Quindi è un punto cruciale di Tel Aviv, ecco perché è un'agorà».

- Mi parli del Tama.
  «Fu fondato nel 1932 per iniziativa di Meir Dizengoff, il primo sindaco della città. Quest'uomo non sapeva nulla di arte, ma capì l'importanza di avere un museo d'arte nella nuova città. Nel 1948 la dichiarazione dello Stato di Israele si tenne nel museo».

- Come è stata realizzata la collezione?
  «Dagli Anni '30 agli Anni '50, la principale collezione di arte moderna è stata raccolta grazie a donazioni da parte di ebrei di tutto il mondo che ne avevano compreso l'importanza. Arte moderna all'inizio, con gli anni siamo diventati la casa dell'arte israeliana».

- Nomi di artisti?
  «Da Chagall a Monet, Pissarro, Manet, Van Gogh, Cezanne e una buona collezione di espressionismo tedesco. Il museo ha avuto la fortuna di ricevere una donazione da Peggy Guggenheim: opere di Max Ernst, Jackson Pollock e Magritte. Il Tama poi continua a collezionare e a essere attivo sulla scena artistica israeliana, con una mostra permanente sulle fasi dell'arte israeliana che sono intrecciate con la storia dello Stato di Israele e sono la testimonianza delle tensioni politiche e sociali e delle guerre».

- Qual è la sua ambizione?
  «Ho diversi obiettivi e il principale è il riconoscimento dell'importanza del museo come istituzione artistica per i diversi pubblici. Il primo è rappresentato dagli intenditori d'arte, artisti, collezionisti, ma non conta meno il grande pubblico e cioè famiglie, studenti, soldati, adolescenti. E per raggiungere e coinvolgere tante persone diverse occorre creare un ricco remix di programmi».

- Quanti visitatori avete?
  «L'anno scorso un milione, un record. Pochissimi erano turisti, meno del 15 per cento, ma è un numero importante che non voglio perdere. Questo museo funziona come istituzione culturale dove ogni giorno si svolgono spettacoli teatrali, film e programmi musicali».

- Chi lo finanzia?
  «Il budget è diviso in tre. Un terzo è finanziato dal comune, un terzo dai biglietti e altre attività, e un terzo dalle donazioni in denaro. A volte dobbiamo creare nuovi progetti, come ad esempio rinnovare un padiglione, quello che oggi ospita l'arte contemporanea israeliana e internazionale. In questo siamo stati supportati da Eyal Ofer, che ci ha dato cinque milioni di dollari. Eyal è un famoso collezionista di arte moderna e contemporanea e siamo felici di averlo con noi».

- Fate nuove acquisizioni?
  «Solo di arte israeliana, e pochissime di contemporaneo, per mancanza di fondi».

- Quali eventi sono in programma quest'anno?
  «Quest'estate apriremo una mostra sulla spiritualità nell'arte, una collettiva di diversi artisti del 20o e del 21o secolo».

- E poi?
  «Il prossimo anno abbiamo artisti contemporanei come Annette Messager, e una mostra di Calder. Poi stiamo dialogando con il Museo dell'Ermitage per lo scambio di mostre».

- I giovani israeliani sono molto interessati all'arte?
  «Per me è difficile pensare a loro come a un gruppo omogeneo ma devo dire che non ne vedo abbastanza al museo. D'altra parte ci sono molte scuole d'arte in Israele, e quegli studenti ci visitano spesso».

- Che tipo di città è Tel Aviv da un punto di vista culturale?
  «Oggi, più di Gerusalemme, è la capitale della cultura in Israele. Ospita molte gallerie e studi di artisti e iniziative sperimentali. Poi danza, spettacolo e musica, insomma è una piattaforma ideale».

- Vive a Gerusalemme e lavora a Tel Aviv. Dov'è il suo cuore?
  «Possiamo dividere il cuore? Mi sento un po' scissa».

(La Stampa, 7 luglio 2019 - trad. Carla Reschia)


Mi ricordo, pellicole di vita ebraica

ROMA - "Nove minuti che raccontano la spensieratezza e la quotidianità di vite che anni dopo saranno sconvolte dalle leggi razziste e dalla Shoah. Nelle immagini che scorrono in bianco e nero, il matrimonio di Silvio Della Seta e Iole Campagnano, una gita sulla spiaggia di Anzio e una nelle montagne della Valtellina. Una preziosa testimonianza di vita ebraica, catturata nel 1923 da Salvatore Di Segni, dietro cui si dipanano biografie personali e la storia dell'Italia dell'epoca. Undici in tutto le bobine dei filmati 35 mm. girati da Di Segni, ritrovate dal giornalista Claudio Della Seta, fatte restaurare e oggi custodite dal Centro di Documentazione Ebraica di Milano". È quanto si legge su "Moked", il portale dell'ebraismo italiano che rilancia il progetto di conservazione promosso dal Cdec.
   "Quante altre pellicole di questo tipo sono ancora in mano alle famiglie e aspettano di essere restaurate?
   Se lo è chiesto il Cdec che ha lanciato una campagna nazionale di raccolta, digitalizzazione e catalogazione dei filmati conservati dalle famiglie ebraiche in Italia ma ampliando il raggio d'azione e temporale: "è difficilissimo trovare pellicole preziose come quelle filmate da Di Segni o della famiglia Ovazza (girate tra il 1930 e il 1936) - spiega il direttore del Cdec Gadi Luzzatto Voghera - e per questo il nostro appello fa riferimento anche a pellicole del dopoguerra, il cui valore magari viene sottovalutato da chi le ha ma che possono rappresentare, in una società di immagini, una fotografia importante per raccontare la storia dell'ebraismo italiano".
   Il progetto, spiega Luzzatto Voghera, è partito su impulso dell'Archivio Nazionale Cinema Impresa di Ivrea, che aveva portato avanti un'iniziativa simile sulle famiglie operaie dell'azienda Olivetti: un lavoro di ricerca decisamente peculiare visto che Adriano Olivetti regalò a tutti i suoi operai una cinepresa.


Sugli sci in Val Tellina  
  
Le nozze a Perugia  
  
Anzio, una giornata al mare  

   "La dice lunga sulla lungimiranza di personaggi come Olivetti - sottolinea il direttore del Cdec - Il materiale filmato dagli operai è stato prezioso per raccontare il territorio. E un lavoro simile è stato fatto anche con i valdesi. Quando è stato proposto a noi, abbiamo subito colto l'occasione e avremo al nostro fianco il Mibac e importanti istituzioni ebraiche".
   A condividere l'impegno con Cdec e l'Archivio Nazionale Cinema Impresa di Ivrea, saranno infatti anche il Meis di Ferrara, il Memoriale della Shoah di Milano, la Fondazione Museo della Shoah di Roma, la Comunità ebraica di Torino e il Museo Nazionale del Cinema di Torino.
   "Vecchie pellicole familiari e filmati amatoriali. Un patrimonio quasi sempre nascosto, rinchiuso in scatole ed armadi e impossibile da riprodurre perché nel frattempo il vecchio proiettore di casa è andato perduto. Sono testimonianze visive che propongono quadretti familiari, vacanze, ma anche panorami, immagini di città o eventi pubblici ai quali si è assistito", spiegano dal Cdec nel lancio dell'iniziativa. "Si tratta di una fonte importante, la cui consultazione può aiutare gli studiosi dell'età contemporanea a ricostruire ambienti, a dare volti e voce al Novecento delle famiglie e delle comunità ebraiche".
   L'appello è indirizzato a tutte le famiglie ebraiche o che hanno in parte legami con il mondo ebraico affinché mettano a disposizione il materiale filmato che conservano.
   "Spesso si pensa che questo materiale non sia di alcun interesse pubblico. I nostri ricercatori potranno valutarlo per capire se - al contrario - si tratti di filmati che contengono elementi di interesse che meritano di essere valorizzati", sottolinea il Cdec.
   I filmati verranno raccolti a Milano, Roma, Torino e Ferrara (presso: Fondazione CDEC di Milano, il Memoriale della Shoah di Milano, la Comunità ebraica di Torino, il Fondazione Museo della Shoah, il MEIS di Ferrara) e digitalizzati a Ivrea dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa. Si procederà poi alla loro catalogazione. "Questo passaggio, la catalogazione, è fondamentale per costruire una raccolta sistematica che possa essere utilizzata dai ricercatori e dagli studiosi per i loro lavori. Si tratta di costruire una vera offerta culturale e scientifica. E non sarebbe possibile senza il Ministero e senza gli enti ebraici coinvolti".
   L'obiettivo finale sarà quello di costituire, on line, un "archivio di tutti", che renda consultabile la memoria visiva del Novecento italiano.

(aise, 6 luglio 2019)



Dio ha parlato per mezzo del Figlio

Dio, dopo aver in molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi mediante il suo Figlio, che Egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha anche creato i mondi. Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, quand'ebbe fatta la purificazione dei peccati, si pose a sedere alla destra della Maestà nei luoghi altissimi, diventato così di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro.

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 1

 


Dal 7 luglio l'Iran arricchirà l'uranio

L'ultimatum di Teheran è confermato: dal 7 luglio, come annunciato, l'Iran si è detto pronto a superare il limite di arricchimento dell'uranio stabilito nell'accordo nucleare del 2015. Lo ha ribadito Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida suprema dell'Iran Ali Khamenei. Secondo la tivù di Stato iraniana, Velayati ha aggiunto che sia gli Usa sia l'Ue violano indirettamente l'accordo nucleare e che quindi l'Iran inizierà ad arricchire l'uranio intorno al 5%, oltre il limite di 3,67 % impostato dall'accordo.

 L'ultimatum all'Ue e la minaccia a Washington
  L'Iran aveva dato un ultimatum di 60 giorni all'Ue, fino al 7 luglio, dopo di che si era detto pronto a portare l'arricchimento dell'uranio a un livello che, secondo alcuni analisti, consentirebbe al Paese di produrre armi nucleari. La minaccia era stata formulata in questi termini nei giorni scorsi anche dal presidente iraniano Hassan Rohani, suscitando l'ira del presidente Usa Donald Trump, che ha ammonito Teheran a «stare molto attenta». Dal canto suo l'ayatollah Ali Mowahdei Kermani, come riportato dall'agenzia Isna, ha minacciato a sua volta di trasformare il Golfo persico in un «mare rosso sangue» in caso di attacco Usa.

 Il sequestro della petroliera a Gibilterra
  Toni ugualmente accesi anche nei confronti della Gran Bretagna dopo l'abbordaggio da parte della Marina britannica di una superpetroliera iraniana a Gibilterra definito da Teheran un «atto di pirateria». Il Regno Unito, ha affermato Mohammadali Mousavi Jazayeri, membro dell'Assemblea di esperti iraniana, il potente organismo di religiosi che sceglie le candidature e nomina la Guida suprema, «dovrebbe essere spaventato dalla risposta dell'Iran» in rappresaglia per il sequestro della sua petroliera a Gibilterra. Venerdì un generale dei Pasdaran, Mohsen Rezai, aveva ammonito che se la Gran Bretagna non rilascerà la petroliera iraniana sarà dovere delle autorità iraniane impossessarsi di una petroliera britannica.

(Lettera43, 6 luglio 2019)



Lo stilista palestinese e la sfilata a Gerusalemme

di Barbara Millucci

 
Per la prima volta nella storia d'Israele, uno stilista palestinese, sfilerà nel centro di Gerusalemme. «II defilè si terrà a metà settembre nel cortile di uno dei palazzi più esclusivi della città santa con affaccio sia sulla Cupola della Roccia che sulla Chiesa della Natività». Jamal Taslaq è nato a Nablus ,in Cisgiordania. E arrivato in Italia 20 anni fa: dopo aver studiato all'Accademia di moda di Firenze, ha aperto una boutique di haute couture in via Veneto a Roma, frequentata anche dalla principessa Rania di Giordania, da Sharon Stone, da Patti Bravo. I sui abiti sono interamente ricamati a mano da sarte palestinesi, come è nella tradizione araba. Dopo Amman e Ramallah, Jamal ha sfilato per la prima volta anche al Palazzo di Vetro di New York. Ma ora lo attende la sfida più emozionante. «Vedere le modelle di tutto il mondo indossare a Gerusalemme la mia collezione è il mio sogno più grande. Sto pensando ad una passerella in cui le mannequin tengono in mano un candelabro, una croce e una mezzaluna». «Quando ricamo a mano mi ispiro alle tre fedi: quella samaritana (ebrea), cristiana ed arabe. La religione non è mai sinonimo di diversità ma di ricchezza che viene dal profondo e che trame di seta, intarsi e tessuti esaltano», continua il sarto. «Quando a 19 anni sono arrivato a Firenze, mi sono da subito innamorato dell'arte rinascimentale fiorentina. Arrivavo da anni di Intifada, che hanno devastato ed umiliato la mia terra. Per me Firenze rappresentava il nuovo rinascimento». Ha due passaporti (uno giordano, uno italiano e residenza in Palestina). «La luce di Roma è unica. Non la lascerò mai. Dona un allure particolare alle mie creazioni».

(Corriere della Sera, 6 luglio 2019)


"Soldi" è la canzone più ascoltata d'Italia nel 2019, e anche in Israele è un tormentone

di Francesco Raiola

"Soldi", la canzone con cui Mahmood ha conquistato il Festival di Sanremo, è arrivato secondo all'Eurovision Song Contest e gli ha dato la popolarità internazionale continua a dargli soddisfazioni. Di pochi giorni fa è la notizia che la canzone prodotta da Cahrlie Charles e Dardust è al primo posto nella classifica FIMI dei singoli più ascoltati in questa prima metà del 2019, ma anche all'estero continua ad avere enorme successo. Il quotidiano israeliano Hareetz, infatti, parla di "Soldi" come di una vera e propria hit, in grado di lottare per conquistare il titolo di tormentone estivo, e soprattutto di una canzone che ormai si può ascoltare ovunque: "Gli israeliani forse hanno difficoltà a ricordarsi la canzone olandese vincitrice del festival, ma c'è una canzone che gli israeliani non riescono a levarsi dalla testa, 'Soldi', del cantante italiano Mahmood è diventata un'enorme hit nel Paese".

 Perché Soldi piace in Israele
  Sul giornale si legge anche che "puoi ascoltarla in ogni stazione radio, in ogni negozio di abbigliamento, ad ogni festa. E la scorsa settimana, per la quarta volta consecutiva, è stata in testa alle hit internazionali della radio dell'esercito Galgalatz", grazie alla sua produzione, come spiega Noy Alooshe che è responsabile della programmazione, ma anche al suo testo, con parole come "waladi" e "habibi" che sono note alle orecchie di ogni israeliano. Insomma, "Soldi" piace molto nonostante non sia un pezzo in inglese, risultando per molti la vera canzone vincitrice dell'edizione che si è tenuta lo scorso maggio a Tel Aviv.

 I record di Soldi in Italia
  La FIMI ha reso note le classifiche di metà anno: quali sono stati, insomma, gli album, i singoli e i vinili più ascoltati di questi primi sei mesi. Non ci sono grandissime sorprese per quanto riguarda le categorie principali e così, se tra gli album a fare la voce grossa è Ultimo, che piazza "Colpa delle favole" in testa alla classifica degli album, e i suoi due precedenti lavori in Top 10, tra i singoli è proprio "Soldi" a prendersi lo scettro. Poche settimane fa, inoltre, la canzone è stata nominata come quella più ascoltata di sempre su Spotify e il video ha sfondato il muro delle 100 milioni di visualizzazioni su Youtube.

(Music Fanpage, 6 luglio 2019)


Shoah, addio a Eva Mozes Kor: imparò a perdonare i suoi carnefici

Eva Mozes Kor
Eva Mozes Kor è morta ieri all'età di 85 anni. Nata il 31 gennaio 1934 a Portz, allora in Ungheria e oggi in Romania, è stata testimone della barbarie subite nei lager nazisti.
Venne sottoposta ad atroci esperimenti assieme alla sorella gemella da Josef Mengele, l'"Angelo della morte" ossessionato propri dai fratelli gemelli.
Fu proprio ad Auschwitz che inizio quel lungo processo di perdono, raccontato in un libro in cui scrisse di aver "imparato a perdonare" i suoi carnefici.
Ironia della sorte Eva Mozes Kor è deceduta a Cracovia, dove si trovava per l'annuale viaggio educativo con un gruppo di giovani proprio ad Auschwitz. A renderlo noto è stata una fonte della sua associazione Candles (Children of Auschwitz Nazi Deadly Lab Experiments Survivors). Assieme a lei c'era il figlio Alex.
Eva Mozes Kor fu una delle poche sopravvissute di Auschwitz e dopo la guerra andò in Israele fino agli Anni 50 per poi trasferirsi negli Stati Uniti, dove a Terre Haute, nell'Indiana, creò l'associazione Candles), un centro educativo e un museo della Shoah.
La vita di Eva sembrava essersi liberata dagli incubi notturni e dalle paure giornalieri fin quando l'incontro con un ex nazista non fece tornare tutto a galla.
Anche qui l'ironia giocò un ruolo fondamentale. Quell'incontro, invece, che farla cadere in nuovo baratro, le diede la forza per iniziare una nuova vita e perdonare chi avesse fatto del male a lei e alla sua famiglia (ad Auschwitz perse i genitori e due sorelle).
Eva Mozes Kor è stata un personaggio simbolo della Shoah e della voglia degli ebrei europei di cominciare una nuova vita dopo le atrocità subite. Quella voglia che a 85 anni ancora le permetteva di presenziare i viaggi educativi per i giovani, affinché sapessero quali angherie gli uomini avessero perpetrato nei confronti di altri uomini innocenti.

(Progetto Dreyfus, 5 luglio 2019)


Antisemitismo in Italia

L'antisemitismo, versione moderna del tradizionale antigiudaismo, è nato contemporaneamente all'emancipazione, ed è nato cattolico. Al tempo del ghetto l'ebreo era stato odiato in quanto membro del popolo deicida; dopo l'emancipazione è stato odiato in quanto simbolo della modernità. Mentre in un primo tempo l'antisemitismo è stato solo una componente, e nemmeno la principale, del rifiuto opposto dalla Chiesa alla modernità, ne è diventato uno degli aspetti più importanti dopo la rivoluzione del 1848 e, ancor più, dopo il 1870, quando, abbattuto lo Stato pontificio, si volle vedere nell'ebreo l'occulto promotore della rivoluzione, il responsabile del processo di modernizzazione iniziato con la Rivoluzione francese, il simbolo della mancanza di radici, della modernità, dell'odiata città contrapposta alla sana campagna. L'acme della virulenza antiebraica, ispirata dai gesuiti e iniziata nei primi mesi del 1881, fu toccato nel corso degli ultimi decenni dell'800, in risposta alle diffuse correnti radicali, massoniche, anticlericali e poi in occasione dell'affare Dreyfus, che scatenò una vera e propria ondata di antisemitismo non solo fra i cattolici francesi ma anche fra quelli italiani.
Ecco un esempio della prosa dei gesuiti:
«Per tentare l'abbattimento della religione cristiana, e della cattolica in ispecie, occorreva agli ebrei lavorare sott'acqua, e dissimulatamente mandare altri avanti, e dietro loro nascondersi; non iscoprire l'artiglio giudaico, da tutti esecrato; far cadere la fortezza in nome della libertà. Era quindi necessario scalzare questa granitica base, e sovvertire tutto l'edifizio della cristianità. Ed a questa impresa han posto mano, mettendosi a capo del mondo occulto, per mezzo della massoneria che si sono assoggettata».
Ebbe rilievo anche la volontà di difendere la finanza cattolica, forte soprattutto a Roma, dalla concorrenza della finanza laica, dietro la quale si voleva vedere, secondo uno stereotipo tradizionale, la mano rapace dell'ebreo, come si può leggere in un altro scritto:
La nazione ebrea non lavora, ma traffica sulle sostanze e sul lavoro altrui; non produce, ma vive e ingrassa coi prodotti dell'arte e dell'industria delle nazioni che le diedero ricetto. E' il polipo che co' suoi smisurati tentacoli tutto abbraccia e attira a sé; che ha lo stomaco nelle banche ... e le sue ventose e i suoi succhiatoi da per tutto: negli appalti e ne' monopoli, negli istituti di credito e nelle banche, nelle poste e nei telegrafi, nelle società di navigazione e nelle ferrovie, nelle casse comunali e nelle finanze degli Stati. Essa rappresenta il regno del capitale, la feudalità finanziaria, l'aristocrazia dell'oro, che oggi è succeduta a quella dell'ingegno e del sangue.

Un altro esempio ancora, sinistramente profetico:
«Il secolo decimonono si chiuderà nell'Europa, lasciandola fra le strette di una questione tristissima, della quale nel successivo secolo ventesimo risentirà conseguenze forse sì calamitose, che la indurranno a porvi un termine, una risoluzione definitiva. Alludiamo alla maledetta questione semitica».
Era un fatto molto grave, secondo quanto affermava uno scrittore gesuita nel 1892, che il messianesimo degli ebrei moderni non fosse più, come nel passato, l'attesa del Messia, ma la certezza che il popolo d'Israele fosse destinato a dominare il mondo.

(da «Storia degli Ebrei in Italia» di Giampiero Carocci)



Ciascuno è pazzo a modo suo, gli ebrei lo sono in modo "eletto"

Quella dell'ebreo folle è un'immagine ricorrente del pregiudizio antigiudaico. Uno scrittore brasiliano si confronta con questo topos, raccontando le vite di 16 ebrei eccentrici. da Ron Jeremy, star del cinema pomo, al filosofo Otto Weininger, allo scacchista Bobby Fischer.

di Elena Loewenthal

Sottotitolo
Che cos'è, infondo, la follia? Su un piano strettamente clinico è una patologia, anzi un universo di patologie che esigono cure, sorveglianza, a volte disperazione. Ma c'è anche un altro tipo di follia cui tutti, in qualche magari infinitesima misura, apparteniamo. Ce l'abbiamo tutti, un pizzico di follia, un momento nella vita in cui usciamo dai binari, sentiamo di dovere e potere essere altro.
Poi c'è la follia ebraica, che è un'altra storia. Anzi sono tante. All'aggettivo «ebraico» è stato nella storia appiccicato di tutto: dal fantomatico «genio» ebraico alla perfidia. Lungo una millenaria storia di pregiudizio, prima antigiudaico in senso teologico e poi antisemita in senso razzista, gli ebrei sono stati accusati di tutto e del suo contrario: capitalisti e bolscevichi, plutocrati e straccioni, metafisici e carnali, separati e intrusivi. Quanto alla follia, anche quella, ovviamente, c'entra nell'animo ebraico. Ne sa qualcosa Jacques Fux, un giovane autore brasiliano (classe 1977), laureato in matematica, informatica, letteratura comparata e tante altre cose. Una specie di genio con qualche grano di follia pure lui. Ora esce in italiano il suo Sulla follia ebraica, nella traduzione di Vincenzo Barca.
   Il frontespizio del libro, pubblicato da Giuntina, porta sotto il titolo la dicitura «romanzo», eppure è difficile dare una definizione a questo articolato excursus narrativo: biografie comparate in stile Vite parallele plutarchiane?
   Divagazioni sull'eccentricità dell'essere ebrei in una prospettiva diacronica e sincronica al tempo stesso? Larvata autobiografia?
   Si tratta infatti di sedici percorsi di vita che l'autore narra con una asciuttezza che esprime un soltanto apparente distacco. Le pagine si dipanano come una cronaca asciutta, senza dialoghi né descrizioni: c'è solo la parabola di vita di questi personaggi. Che talvolta amano, ma il più delle volte si tratta di una specie di amore malsano, foriero di tragedia. Come nel caso di «Woody Allen attraverso uno specchio scuro»: «Soon-Yi Previn sa che sta contendendo un amore. E che anche quell'amore la desidera. Pensa, o immagina, che di lì a breve sua madre non eserciterà più il suo ruolo. Lei dovrà ucciderla. Dovrà destituirla dalla sua posizione materna. Dovrà reinventare il suo stesso mito».
   I protagonisti di queste storie spaziano, per l'appunto, dal celebre regista a Ron Jeremy, attore icona del porno americano, da Otto Weininger, filosofo suicida ventenne, al re degli scacchi Bobby Fischer, a Sarah Kofman, sopravvissuta alla Shoah e anche lei filosofa suicida. Jacques Fux individua in tutte queste vite vissute quella «follia ebraica» che dovrebbe essere il cuore del libro: quella incapacità di pacificarsi con il mondo e prima ancora con se stessi. Tutti questi personaggi non sono quello che vorrebbero, e soprattutto sono quello che non vorrebbero essere. Sono «spostati» nel vero senso della parola.
   Ne viene fuori una narrazione tragica proprio nel suo grigiore. C'è, a tratti, qualche nota di un umorismo cinico, colmo di malinconia. Ma la cifra costante del libro è piuttosto una prosaica accettazione di questo destino, che peraltro non significa prendere passivamente la vita: tutti questi personaggi lottano, viaggiano, fanno a volte grandi cose. Ma come controvoglia, come se la vita fosse una parentesi dentro una frase che non si sa bene che cosa sia, che cosa voglia dire.
   Jacques Fux racconta tutto ciò con una specie di flemma, come se guardasse tutto da fuori, da molto lontano. Soltanto nell'ultimo capitolo spiega al suo lettore che non è propriamente così. C'è nel suo libro una precisione minuziosa non tanto del dettaglio quanto di ciò che è spia di quella follia che l'autore va cercando e che immancabilmente trova. Sulla follia ebraica è un libro lucido, a tratti sconcertante. Non intende certo definire l'identità ebraica bensì raccontarne le anomalie - anche se quasi sempre l'anomalia adotta mascheramenti di normalità. Non è un libro consolatorio, certo che no, ma per certi versi istruttivo e talora chiarificatore.

(La Stampa - tuttolibri, 6 luglio 2019)


Tra i giovani ebrei europei aumentano percezioni ed esperienze di antisemitismo

di Nathan Greppi

L'Agenzia europea dei diritti fondamentali ha recentemente pubblicato i risultati di un sondaggio promosso dall'EUJS, European Union of Jewish Students, e condotto su larga scala tra gli ebrei dai 16 ai 34 anni residenti in 12 paesi dell'UE (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria), per capire come viene percepito l'antisemitismo.

 I dati del sondaggio
  È emerso che dei 2.707 giovani ebrei che hanno preso parte al sondaggio, l'80% pensa che l'antisemitismo sia un problema serio nel proprio paese, oltre a pensare che esso sia aumentato negli ultimi 5 anni, mentre il 44% afferma di essere stati vittime almeno una volta, durante l'ultimo anno, di molestie o aggressioni di stampo antisemita; tuttavia, tra coloro che hanno subito aggressioni l'80% non le denuncia.
  Nei 12 paesi presi in esame l'81% dei giovani ha affermato di avere una forte identità ebraica, e il 77% è nato nel paese in cui vive. Per quanto riguarda la scala dei valori, il 95% considera importante ricordare la Shoah, mentre la lotta all'antisemitismo e il sostegno a Israele scendono rispettivamente al 92% e al 74%; quest'ultimo dato, quello del sostenere Israele, è inferiore sia a quello degli ebrei dai 35 ai 59 anni (85%) che a quello degli ebrei dai 60 in su (86%).
  Un dato interessante riguarda il rapporto con la cultura e la fede ebraica: se da un lato la cultura ebraica viene percepita come un bene da salvaguardare dall'80% degli intervistati, solo il 55% ritiene importante credere in Dio.
  Tornando al problema dell'antisemitismo, il 45% dei giovani ebrei europei ha deciso di non indossare in pubblico la kippah o altri oggetti che possono rendere riconoscibile la loro identità in quanto preoccupati per la propria incolumità, e il 41% ha preso in considerazione l'idea di emigrare in un altro paese. La percentuale di quelli convinti che il proprio governo li stia proteggendo è del 48%, e solo il 17% pensa che esso voglia seriamente affrontare l'antisemitismo.
  Il Commissario europeo per la Giustizia Vera Jourova ha commentato così il rapporto: "La vita ebraica è stata per molti secoli una parte intrinseca dell'Europa e, purtroppo, lo stesso vale anche per l'odio antiebraico. In anni recenti l'antisemitismo è tornato a crescere. Quando si guarda a come gli ebrei europei vedono il loro futuro nell'attuale clima, le persone più ovvie a cui chiedere sono i giovani." Ha aggiunto che "combattere i pregiudizi antisemiti significa vuol dire lottare per la nostra democrazia e per una società aperta, diversa. Questa è l'Europa in cui vogliamo tutti vivere!"

(Bet Magazine Mosaico, 6 luglio 2019)


Verona: Il Generale Tota riceve l'ambasciatore israeliano

VERONA - L'ambasciatore d'Israele in Italia, Sua Eccellenza Ofer Sachs, in visita privata a Verona, ha incontrato il Comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto, Generale di Corpo d'Armata Giuseppenicola Tota a palazzo Carli.
  La più alta autorità dello Stato d'Israele presente in Italia, accompagnato dalla consorte e dai figli, ha visitato il settecentesco palazzo veronese, dal 1859 sede di Comandi militari.
  Durante la visita il Generale Tota ha messo in evidenza la figura del Generale di Corpo d'Armata Maurizio Lazzaro de Castiglioni, primo Comandante delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa della NATO nel 1951.

 Migliaia di ebrei francesi salvati dal generale Castiglioni
  Il Generale de Castiglioni, già pluridecorato nella Grande Guerra, nel corso del secondo conflitto mondiale in qualità di Comandante della 5^ Divisione alpina "PUSTERIA" durante l'occupazione militare del sud est della Francia, grazie alla decisa presa di distanza dalla logica antisemita ha permesso alla città di Grenoble e alla sua regione di divenire un rifugio per migliaia di ebrei francesi e stranieri perseguitati.
  A testimonianza della veridicità degli eventi storici esiste una lettera conservata al museo della resistenza di Grenoble, scritta da un ebreo, che definisce la città occupata dagli italiani come la "nuova Palestina".
  La visita si è conclusa con la firma dell'Albo d'Onore, avvenuta nella sala dove sono custodite le immagini di tutti i Comandanti che si sono avvicendati a palazzo Carli dall'annessione del Lombardo Veneto nel 1866 fino ai giorni nostri.
  L'alto rappresentante israeliano ha concluso la visita ringraziando il Comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto per l'ospitalità ricevuta e per averlo portato a conoscenza di una evento storico a lui sconosciuto.

(Congedati Folgore, 6 luglio 2019)


Chirurgia oculistica, il napoletano Iovino nel prestigioso Medical Center di Tel Aviv

E a chi gli chiede: fuga di cervelli? "No, occasioni di incontro e crescita per la conoscenza e le capacità chirurgiche".

 
Tel Aviv Sourasky Medical Center
Una laurea con lode e menzione alla Federico II, un specializzazione col massimo dei voti, quindi un grant dalla società Euretina (European Society of Retina Specialists), una borsa di Studio a Los Angeles, ed ora il suo ingresso nell'autorevole comunità medico-scientifica del Department of Ophthalmology del Sourasky Tel Aviv Medical Center diretto dalla prof.ssa Anat loewenstein.
Un ulteriore prestigioso riconoscimento, dunque, per Claudio Iovino, 30 anni, brillante olfatmologo napoletano, formatosi nella scuola oculistica federiciana del professor Giovanni Cennamo, suo mentore. "Una scuola di eccellenza - sottolinea - che mi ha dato tutti gli strumenti per poter oggi essere competitivo nella comunità scientifica internazionale".
Un percorso poi proseguito, anche qui col massimo dei voti, nella insigne scuola di specializzazione di olfatmologia di Cagliari laddove, sotto la guida del professor Enrico Peiretti, ha potuto firmare numerosi lavori che ha poi potuto divulgare in giro per il mondo, quindi la borsa di studio che lo ha portato per diversi mesi in California, nella prestigiosa Università di Los Angeles, per approfondire le sue conoscenze sulla retina medica e dove entra in contatto con il prof. David Sarraf, uno dei massimi esperti di retina al mondo, con il quale intraprende numerosi progetti di ricerca internazionali, che hanno segnato in modo significativo la sua carriera professionale.
"Sono stati anni in cui ho coltivato le mie due grandi passioni: la ricerca e la chirurgia".
Ora vive a Tel Aviv: "In questa città - afferma - rivedo molto della mia Napoli: è così viva e piena di giovani! Qui come a Los Angeles, si punta sull'eccellenza".
"Non parlerei di fuga di cervelli - tieni a precisare -, perché in realtà queste esperienze lavorative sono una grande occasione di scambio di idee e ricerche".
"Qualche giorno fa ero a Parigi per un convegno internazionale e mai come in quella occasione mi sono convinto di come sia fondamentale il confronto costante con altre eccellenze per incrementare conoscenze e capacità chirurgiche".
"Ovviamente - confessa - mi manca Napoli ma soprattutto mia moglie e mio figlio che però tra poco mi raggiungeranno e Tel Aviv".

(Il Mattino, 5 luglio 2019)


La lunga estate di Israele prima del voto

di Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi

In Israele è tensione sociale, a manifestare è la comunità etiope, i Beta Israel o falasha (questa parola nelle sue varie accezioni ha anche il significato di "straniero"). Appartengono alla famiglia dell'ebraismo in quanto rivendicano la tradizione di essere i discendenti del connubio tra re Salomone e la regina di Saba. In 45 mila migrarono grazie ad un ponte aereo in Israele dall'Africa nel decennio 1980-1991. Attualmente rappresentano circa il 2% della popolazione. L'episodio che ha provocato decine di arresti e feriti è l'uccisione di un giovane ragazzo da parte di un poliziotto fuori servizio. Il poliziotto dopo aver pagato una cauzione di 1400$ è stato posto agli arresti domiciliari, provocando la rabbia degli israeliani etiopi.
   Intanto la macchina politica in vista delle elezioni anticipate a settembre è in moto. Indette in seguito al fallimento di Netanyahu di dare vita ad una maggioranza di governo dopo il voto di aprile. Allora, andò in scena il dramma collettivo del centrosinistra con i laburisti dell'Avodà che ottenevano il peggior risultato di sempre, relegati al 4,02% dei consensi e ad una compagine di 6 parlamentari. Deludente fu anche la performance dell'altro partito socialista, il Meretz, che ottenne solo 4 seggi nei banchi della Knesset. Tre mesi dopo e il campo del centrosinistra è in piena sollecitazione, con un cambio dei suoi vertici. Nel Meretz il giornalista Nitzan Horowitz ha preso il posto di Tamar Zandberg. Mentre, dalle animate e partecipate primarie dei 65 mila iscritti al partito laburista è uscito il nome dell'ex sindacalista Amir Peretz, esponente della vecchia guardia del partito dei padri fondatori della nazione ed entrato tra i banchi della Knesset nel
 
il "glaciale" Itzik Shmuli                           e                                la "focosa" Stav Shaffir
"lontano" 1988. Peretz, già sindaco di Sderot, era stato leader dell'Avodà nel 2006 ed ha rivestito, senza non poche critiche, il ruolo di ministro della Difesa dal 2006 al 2007. Quando venne sostituito e spodestato da Ehud Barak. Oggi, ha ripreso le redini del partito avendo avuto la meglio nei confronti dell'ala dei trentenni che ispirò le proteste di massa del 2011, tra cui spiccano due figure di riferimento il "glaciale" Itzik Shmuli e la "focosa" Stav Shaffir. Non unendo le forze hanno lasciato spazio libero ad una facile affermazione di Peretz (47% delle preferenze), intenzionato ad aprire all'idea di un'alleanza con il Meretz.
   In Israele il quadro politico attuale è di due grandi poli attrattivi: quello di destra che ruota intorno al Likud di Netanyahu (35 parlamentari) e quello centrista della lista Blu e Bianco (35 parlamentari) capitanata dall'ex capo di stato maggiore dell'esercito Benny Gantz. L'obiettivo più plausibile per una "rinascita" del centrosinistra è la nascita di un blocco unico, stessa sorte per i partiti arabi destinati a chiudere il capitolo della faziosa divisione. Il vero dilemma è come riusciranno a fare sintesi l'anima del Meretz guidato dal "rosso" Horowitz, quella dei laburisti di Peretz e infine la neo formazione, di cui non si conosce il nome, lanciata dal militare più decorato dello Stato d'Israele Ehud Barak, ritornato in politica dopo una parentesi dedicata al business della cannabis. E deciso anche lui a sfidare Netanyahu.

(Qui News Pisa, 5 luglio 2019)



Sondaggi: il Likud di Netanyahu in testa nel voto

32/31 seggi contro 31/30 Blu-Bianco. Lieberman ago bilancia

Se si votasse oggi in Israele, il Likud di Benyamin Netanyahu vincerebbe ancora. Ma, per comporre una maggioranza di governo di destra, avrebbe bisogno ancora di Avigdor Lieberman il cui partito ha rifiutato l'alleanza dopo le elezioni dello scorso 9 aprile. Lo indicano due sondaggi: uno pubblicato dal quotidiano Maariv e l'altro da Israel Ha-Yom che assegnano al Likud, il primo, 32 seggi e 31 il secondo.
Subito dopo la formazione centrista Blu-Bianco con 31 seggi per Maariv e 30 per Israel Ha-Yom. Terzo posto per le liste arabe. Il partito di Lieberman riporterebbe tra gli 8 e i 7 seggi, indispensabili per Netanyahu. Un altro dato riguarda la discesa in campo dell'ex premier Ehud Barak: le sue migliori chance - secondo i sondaggi - si basano su un alleanza coi Laburisti di Amir Peretz. In questo caso avrebbero insieme 14 seggi per Maariv e 19 per Israel Ha-Yom che, però, nell'alleanza mette anche Meretz, il partito della sinistra. Stesso numero di seggi anche se si unissero i piccoli partiti di destra, esclusi quelli dei religiosi.

(ANSAmed, 5 luglio 2019)


In Europa ondata di antisemitismo come non si vedeva da ottant'anni

Emerge dal rapporto dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA), condotto assieme all'Institute for Jewish Policy Research.

In Europa c'è un'ondata di antisemitismo come non si vedeva da ottant'anni a questa parte. Secondo un rapporto dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA), condotto assieme all'Institute for Jewish Policy Research, che uscirà oggi, 45% di 2700 giovani ebrei consultati in 12 paesi dell'Unione, tra cui l'Italia, di età 16-34 anni, sceglie di non indossare in pubblico simboli ebraici, a cominciare dalla kippah, a difesa della propria incolumità. L'81% ritiene che l'antisemitismo sia un problema; e il 41% sta considerando di emigrare. Rispetto a una precedente ricerca sempre della FRA, uscita a dicembre, che riguardava le fasce di età più alte (35-59 e 60+), i dati dicono che i giovani ebrei sono maggiormente molestati/minacciati rispetto ai loro correligionari più anziani (+12%) e, come per qualsiasi flusso migratorio, sono tendenzialmente i giovani quelli pronti a partire.
   Quest'ondata di antisemitismo ha sostanzialmente tre origini, che tra loro creano massa critica: gruppi islamici radicalizzati presenti in Europa; ambienti dell'estrema sinistra, storicamente ostile per via della questione palestinese; e settori dell'estrema destra, quella per intenderci che ha Mein Kampf sul comodino e che pensa che l'Olocausto sia tutta un'invenzione. In parallelo all'antisemitismo, le ricerche della FRA dimostrano che sono in aumento anche islamofobia e afrofobia, in un crescendo d'intolleranze senza precedenti.
   In questo contesto, quale futuro hanno gli ebrei in Europa? Il rapporto che esce oggi conferma una preoccupazione che dovremmo tutti condividere. La popolazione ebraica in Europa è in declino da tempo. Basti pensare che rappresentava il 90% del totale a metà dell'800, oggi meno del 10%. In più, gli ebrei europei sono sproporzionalmente anziani. L'interesse del rapporto sta proprio in questo: i giovani adulti oggetto della ricerca detengono le chiavi del futuro della vita ebraica nel continente, come pure della possibilità di mantenere in vita una forma unica di giudaismo che ha culturalmente contribuito alla costruzione dell'Europa. Rappresentano la generazione cresciuta dopo il Trattato di Maastricht, rievocativo di un passaggio importante dell'integrazione europea, e la loro decisione se rimanere in Europa e continuare a far parte del suo progetto, oppure al contrario di abbandonarla perché si sentono minacciati in quanto ebrei, la dice lunga sulla natura dell'Europa di oggi e della sua capacità di essere un luogo dove si può ancora vivere in libertà e diversità.
   L'antisemitismo in Europa continua a essere una macchia che non si riesce a cancellare. I dati di questa ricerca devono farci riflettere, soprattutto la classe politica che si ostina a non vedere un problema "antisemitismo", come pure di altre forme d'intolleranza.

(La Stampa, 4 luglio 2019)



Israele-Libano: situazione di stallo nella definizione del confine marittimo

GERUSALEMME - Il ministro dell'Energia israeliano, Yuval Steinitz, ha espresso oggi la sua "frustrazione" per lo stallo nella mediazione degli Stati Uniti in merito alla definizione del confine marittimo tra Israele e Libano. Lo ha dichiarato oggi lo stesso ministro in un'intervista all'emittente radiofonica "102 Fm". "I libanesi vogliono davvero sviluppare le loro risorse naturali e la disputa irrisolta con Israele è un elemento di disturbo per loro. Anche per noi, ma per loro di più", ha affermato. Secondo Steinitz, il Libano potrebbe dover gestire delle "pressioni interne, nel timore di Hezbollah", il movimento sciita libanese - membro della coalizione di governo - che nel 2006 ha combattuto la Seconda guerra del Libano proprio con Israele.

(Agenzia Nova, 5 luglio 2019)


Pensiero politico ebraico

di Massimo Giuliani

Sul tema "È esistito un pensiero politico ebraico?" un gruppo di storici dell'età medievale e proto-moderna ha recentemente promosso uno stimolante laboratorio presso l'École française de Rome. Per rivisitare e ribaltare, naturalmente, il mito della passività ebraica e soprattutto il famoso asserto di Hannah Arendt: "Gli ebrei non hanno esperienza né tradizione politica". A dispetto della sua dissertation - sul concetto di amore in Agostino (o forse proprio a motivo di quella ricerca) - e forzata dalle circostanze storiche, Arendt è divenuta una delle più significative "filosofe della politica ebraica" del Novecento. Il suo controverso asserto voleva indicare che diciannove secoli di powerlessness, ovvero di assenza di potere in diaspora, hanno lasciato un vuoto di vissuto e di pensiero nella storia ebraica, che solo il sionismo ha riempito: ma quanto del pensiero sionista è davvero 'ebraico' e quanto deve piuttosto alle ideologie risorgimentali, ai valori della tradizione liberale (soprattutto anglosassone) e, almeno fino a pochi decenni fa, agli ideali dell'umanesimo socialista? Gli storici contemporaneisti, infatti, preferiscono parlare direttamente di sionismi, al plurale. Il ritorno a Sion è certamente un valore ebraico, ma la combinazione tra dimensione politica e dimensione religiosa, per tacere della declinazione messianica, di questo valore lascia aperti infiniti problemi. Yeshayahu Leibowitz disse più volte che lo Stato di Israele è una 'questione extra-halakhica' per significare che nelle pagine talmudiche la politica fa più da contesto che da tema delle discussioni dei maestri.
   Tra gli storici presenti al laboratorio coordinato da Serena Di Nepi, Ilan Greilsammer - dell'università Bar Ilan e autore del volumetto Il Sionismo, edito dal Mulino - ha giustamente impostato il problema del 'pensiero politico ebraico' in termini di rottura e/o continuità tra la tradizione politica biblica (sebbene nel Tanakh vi sia più esperienza che elaborazione) e le dottrine politiche moderne. I massimalisti, come Daniel J. Elazar, vedono piena continuità tra il giudaismo antico, imperniato sulla nozione di brith, e l'attuale Stato di Israele; i minimalisti, come Michael Walzer, propendono per una lettura discontinuista e sottolineano l'impatto ovvero i prestiti politici della modernità sul pensiero ebraico; a metà strada, forse, le intuizioni di Rav Kook sulle misteriose vie divine per riportare il suo popolo nella terra di Israele e nella storia… Ancora: in siffatte coordinate, quanto pesano le esperienze di autogestione giuridico-sociale delle qehillot nei ghetti d'Europa o dei mellah delle città arabe? Aveva ragione Salo Wittmayer Baron nel dire che il ghetto è il luogo dove gli ebrei hanno imparato a fare politica? Oppure Josef Hayim Yerushalmi nel sostenere che il pensiero politico ebraico altro non è che il riflesso di un pragmatico adattamento alle circostanze? Il dibattito è aperto, come aperto (e affascinante nella sua complessità) è il più grande esperimento teologico-politico del mondo occidentale: la società e lo Stato di Israele, appunto.
   In un vivace incontro di pochi giorni fa con gli ebrei romani, lo scrittore israeliano Eshkol Nevo ha ricordato di essere cresciuto con tre dogmi politici: la certezza della democrazia, il rispetto quasi sacro per la magistratura e il diritto di libertà di parola, la convinzione cioè che nella società israeliana esistesse la possibilità di criticare anche i propri governanti senza timore di essere censurati. Non senza una vena di amarezza, ha fatto notare come a volte oggi quei dogmi, quei pilastri della vita pubblica e del pensiero politico, sembra siano messi in discussione anche in Israele. Una proposta di legge tesa a limitare quella libertà di parola, pur bocciata dalla Knesset, lo inquieta. Ma quei tre pilastri, non sono forse valori moderni? Non valgono per ogni democrazia liberale? E la loro limitazione, se non negazione, non è oggi una minaccia che percorre tutto l'Occidente? Cosa apportano 'di più' le fonti ebraiche? Non ho risposte precise. Del resto, in ogni sua fase storica il pensiero ebraico ha trattato i temi politici: prima che Itzchaq Abrabanel celebrasse il repubblicanesimo della Serenissima e Spinoza scrivesse il suo Trattato teologico-politico, già Maimonide aveva messo il "benessere del corpo" ossia la politica, al pari del "benessere dell'anima" (la moralità e la conoscenza di Dio), tra gli scopi della Torà.
   Nell'inquietante romanzo L'uomo di Kiev, che affronta con prosa angosciata il dramma dell'antisemitismo di Stato, Bernard Malamud fa dire al protagonista Yakov, dopo due anni di isolamento e di torture a motivo dell'assurda accusa del sangue: "Una cosa ho imparato: non esiste un uomo impolitico, specialmente se è ebreo. Non puoi essere l'uno senza essere l'altro, è sufficientemente chiaro. Non puoi assistere con le mani in mano alla tua distruzione (…) Dove non c'è lotta per la libertà, non c'è libertà". Se sia pragmatismo o teoresi, non so decidere. Ma la lezione, per gli ebrei (e non solo), viene da lontano.

(moked, 4 luglio 2019)



Sempre più italiani scelgono Israele

L'ufficio Nazionale Israeliano del Turismo ha condiviso le ultime statistiche degli arrivi italiani in Israele: nel mese di giugno 2019 sono giunti in Israele 12.100 turisti italiani, il +21% in più degli arrivi dello stesso periodo del 2018.
 
L'Italia mantiene salda la sua posizione di 7o mercato mondiale e dall'inizio dell'anno alla fine di giugno sono 88.600 i visitatori italiani di cui 84.900 turisti che hanno deciso di scoprire le bellezze della terra d'Israele. Confrontando questi dati con quelli dello stesso periodo del 2018, la crescita è stata di +32%: un risultato straordinario che conferma come l'Italia si annoveri tra i mercati mondiali con il miglior trend di crescita.
"Il 2018 è stato un anno molto positivo per il turismo in Israele e l'Italia si è confermata un mercato chiave per la destinazione con 150.600 turisti, in aumento del 40%. La scelta verso Israele è determinata anche dagli eventi di respiro internazionale che sempre vengono organizzati: dalla recente finale dell'Eurovision Song Contest, che ha avuto luogo lo scorso 18 maggio, a Festival importanti che, da nord a sud, portano novità e conferme della tradizione: dal Festival di musica Kletzmer di Safed, che avrà luogo dal 12 al 14 agosto al Festival Internazionale del Cinema di Gerusalemme, in programma dal 27 luglio al 4 agosto, al Festival del Jazz che animerà la cittadina di Eilat dal 25 al 27 luglio", ha dichiarato Avital Kotzer Adari, direttore dell'Ufficio Nazionale Israeliano del turismo.
Tante le possibilità di collegamento dall'Italia a Israele con oltre 90 voli a settimana, con la novità delle ultime settimane dell'apertura di un volo Arkia diretto da e per Bergamo Orio al Serio, attivo fino alla fine di ottobre, frequenza martedì, giovedì e sabato.

(il giornale del turismo, 4 luglio 2019)


A Gerusalemme un grande evento per gli ebrei di tutto il mondo

La via del pellegrinaggio, riaperta dopo 1950 anni.

di Ugo Volli

GERUSALEMME - L'archeologia è sempre affascinate, perché ci consente di toccare con mano dove, in qualche misura anche come vivevano popolazioni antiche di cui abbiamo solo notizie letterarie o storiche: si possono vedere i fori in cui parlava Cicerone, le tombe gigantesche dei Faraoni più grandi, una città della costa anatolica che fu bruciata tremila e cinquecento anni fa e che forse è davvero Troia, i resti imponenti dei Sumeri, degli Ittiti, degli antichi imperi indiani e sudamericani…
  Ma ci sono delle volte in cui l'archeologia parla al cuore e alla mente degli uomini contemporanei, quando i resti ritrovati corrispondono perfettamente ad antichi riti e narrazioni e permettono di capire meglio l'eredità dei secoli. E' il caso innanzitutto di Gerusalemme e di altri luoghi della Terra di Israele, dalla Tomba dei Patriarchi a Hebron ai luoghi delle battaglie e degli eventi raccontati nei testi della tradizione ebraica. Sono luoghi che hanno un senso insieme religioso e storico, perché riguardano eventi del passato che sono oggetto della memoria religiosa dell'ebraismo. Così il Tunnel di Hezekya, l'acquedotto dell'ottavo secolo prima della nostra epoca che aveva lo scopo di portare acqua in città in previsione dell'assedio assiro, che poi avvenne; o la "casa bruciata" nel quartiere ebraico della Città Vecchia, una dimora probabilmente aristocratica, che porta i segni dell'incendio appiccato dai romani dopo la distruzione del Secondo Tempio.
  Oggi a questi reperti e ai molti altri, di cui naturalmente il principale è il Muro Occidentale che sosteneva la spianata del Tempio estesa artificialmente da Erode, se ne è aggiunto un nuovo, il percorso (o tunnel, perché oggi in buona parte è sotterraneo) dei pellegrini. Della sua esistenza si sapeva da tempo, da quando il grande archeologo Dan Bahat scoprì i gradini che portavano i pellegrini al Tempio nell'area a Sud dell'attuale moschea di Al Aqsa, fuori dalle mura di Solimano. Quel che è accaduto nei giorni scorsi è l'inaugurazione del tratto finale del percorso dei pellegrini, che dalla "piscina" (in realtà vasca di raccolta) di Siloam, nella valle di Ghinnom (dove i pellegrini potevano praticare l'immersione rituale per purificarsi), saliva attraverso la "città di Davide" fino al Tempio.
  E' difficile sopravvalutare l'importanza di questo percorso per chi non conosce qualcosa della tradizione ebraica. Il pellegrinaggio (anzi la "salita" fisica e spirituale) era obbligatoria nelle tre feste di Pesach (Pasqua), Shavuot (le Settimane o "Pentecoste) e Shavuot (la festa delle Capanne). Ci sono rimasti i "salmi dei gradini" che i pellegrini cantavano, sappiamo che vi era una decima da spendere a Gerusalemme in queste occasioni, gli storici antichi parlano di milioni di pellegrini che si radunavano in città, tanto - negli ultimi periodi del Tempio - da obbligare i romani occupanti a spostare la guarnigione dalla loro capitale Cesarea. Non è possibile non emozionarsi a questa notizia per chi si senta erede di questa tradizione. Basta sapere che dalla conquista di Davide alla distruzione di Tito per più di mille anni questo rituale è stato ripetuto da re, profeti, maestri, gente comune; e che poi è stato vagheggiato da tutte le generazioni ebraiche, a partire dai saggi del Talmud che si avventuravano nelle rovine, come si racconta all'inizio del trattato Berakhot e che discutevano a partire da quale età dei figli i padri fossero obbligati a portarli al pellegrinaggio, a Maimonide e Nachmanide, da Luria e Cordovero fino a Herzl e ai liberatori di Gerusalemme di cinquant'anni fa. E anche per i cristiani questo percorso ha molto senso, perché certamente fu seguito da Gesù, dai suoi apostoli e dai primi seguaci.
  Ma naturalmente Gerusalemme è investita dalla guerra propagandistica che i palestinisti fanno contro Israele. Sopra quel che era la città di Davide, il nucleo civile più antico della città, oggi vi è il sobborgo arabo di Silwan (in realtà fondato pochi decenni fa, riutilizzando il nome biblico di Siloam). Il lavoro degli archeologi è contrastato in tutti i modi dai palestinisti e paradossalmente anche dall'Unesco, che ogni anno approva mozioni per condannare gli scavi archeologici che recuperano il passato della città. L'apertura del tunnel, alla presenza dell'ambasciatore americano è stata duramente contestata dalla Giordania (che nei diciott'anni in cui occupò Gerusalemme, dal '48 al '67, distrusse tutte le sinagoghe e usò le lastre tombali millenarie dei cimiteri ebraici per lastricare le strade) e dall'Autorità Palestinese, che l'ha qualificata come "attività di giudaizzazione nella Gerusalemme est occupata". Giustamente l'inviato americano in Medio Oriente Greenblatt ha definito tali affermazioni "ridicole", e ha aggiunto:
"Non si può 'giudaizzare' ciò che mostrano la storia e l'archeologia. Si può solo prenderne atto e smettere di fingere che non sia vero. La pace può essere costruita solo sulla verità".
E l'ambasciatore americano Friedman ha dichiarato:
"Il parco archeologico della Città del David porta verità e scienza in un dibattito che da troppo tempo è inquinato da miti e inganni. I suoi ritrovati, nella maggior parte dei casi frutto del lavoro di archeologi laici, fanno giustizia dei tentativi infondati di negare la realtà storica dell'antico legame fra Gerusalemme e popolo ebraico [… Così si] porta alla luce la verità storica di quel periodo cruciale della storia ebraica - ha aggiunto l'ambasciatore americano - La pace tra Israele e palestinesi deve basarsi su un fondamento di verità. La Città di David contribuisce al nostro obiettivo collettivo di perseguire una soluzione fondata sulla verità. È importante per tutte le parti coinvolte nel conflitto".
(Progetto Dreyfus, 4 luglio 2019)


Un altro figlio del fondatore lascia Hamas

Suheib Yousef a Canale 12: 'Regna la corruzione, taglio i Anche il secondo figlio dello sceicco Hassan Yousef, cofondatore di Hamas, ha deciso non solo di abbandonare la fazione islamica che governa Gaza, di fuggire dalla Turchia in un non meglio identificato paese del sud asiatico ma ha anche denunciato la corruzione e svelato le operazioni segrete nel paese da cui è scappato. E' la storia di Suheib Yousef - fratello di Mosab Yousef, più noto come il 'Principe verde', che ha aiutato i servizi di sicurezza israeliani a sventare gli attacchi di Hamas - così come l'ha raccontata al giornalista Ohad Hemo di Canale 12. Yousef ha detto di aver lavorato per la "sezione politica di Hamas" in Turchia che opera in quel paese "sotto copertura della società civile". L'uomo, nell'intervista, ha poi attaccato Hamas che "non lavora per gli interessi del popolo palestinese ma per un'agenda straniera. Mandano informazioni in Iran in cambio di aiuto finanziario". "Sono stato cresciuto dentro Hamas, ho lavorato per loro, ma quando ho visto la corruzione ho lasciato".

(ANSAmed, 4 luglio 2019)


*


Fugge il figlio del fondatore di Hamas. Rivelazioni esplosive a TV israeliana

In una clamorosa intervista a Channel 12 il figlio del fondatore di Hamas spara a zero sulla corruzione insita nel gruppo terrorista e denuncia che dalla Turchia raccolgono informazioni per gli iraniani.

Suheib Yousef, figlio del co-fondatore di Hamas, Sheikh Hassan Yousef, nonché fratello di Mosab Yousef, noto anche come il "Principe Verde" per i suoi sforzi nell'aiutare lo Shin Bet a sventare attacchi terroristici, è fuggito dalla sede di Hamas in Turchia e ha rilasciato ad una TV israeliana una intervista a dir poco esplosiva sulle attività di Hamas.
Non capita tutti i giorni che un pezzo grosso di Hamas lasci il gruppo terrorista e poi si rivolga ad una TV israeliana per raccontare la sua storia. Così quando a Channel 12 è arrivata la telefonata di Suheib Yousef erano tutti increduli. L'intervista che ne è uscita è davvero esplosiva....

(Rights Reporters, 4 luglio 2019)


Così Einstein diventò amico di Israele

Viaggio a Gerusalemme, fra gli ottantamila documenti del più grande archivio a lui dedicato. Ecco perché lo scienziato amò quel paese. Tanto che stava per diventarne il presidente.

di Gabriella Greison

 
La statua di Einstein in Israele
Gerusalemme, Hebrew University, Science Campus, secondo stabilimento sulla destra. Edrnond J. Safra, Givat Ram. Quando entri nel giardino attorno a cui sono raccolti tutti gli edifici più grandi di questo enorme complesso universitario, ci metti un po' per orientarti. Tutto è uguale ogni cinquanta metri, tutto si ripete identico, stessi colori alternati (pochi, nero e grigio), stesse porte e finestre in alluminio anodizzato, stesse camminate di chi si sposta da un palazzo a un altro. Tutto molto decadente. Per fortuna c'è una statua bellissima, è la statua più grande al mondo di Albert Einstein. È un po' nascosta, ma se chiedi ai ragazzi, loro sì che sono felici di accompagnarti, per prenderti il telefonino e farti una foto. È un Einstein ormai adulto, non in posa, ma in procinto di andare da qualche parte. Qui, alla Hebrew University, è presente il suo più importante archivio: 80.000 documenti. Ma Einstein non ci ha mai messo piede. La cosa mi incuriosisce, faccio il viaggio. Dedico la mia ricostruzione al suo percorso israeliano e il perché siano conservati qui tutti questi materiali.
Einstein non riteneva se stesso ebreo dal punto di vista religioso, ma soltanto culturale. A 13 anni (nel 1892) osserva le regole della Kasherut, cioè mangia solo certi cibi, anche se la sua famiglia non lo fa. Non fa il Bar Mitzvah, cioè il rituale in cui un bambino ebreo raggiunge l'età della maturità e diventa responsabile per sé stesso nei confronti della Halakhah, la legge ebraica, per raggiungere la coscienza del distinguere il bene e il male. E la cosa pare finire lì. Intorno ai 40 anni (anni 20), cresce il movimento sionista, e in parallelo dilaga l'antisemitismo europeo, e l'Organizzazione Sionistica Mondiale, presieduta da Chaim Weizmann, si rivolge ad Einstein, e gli chiede di partecipare ad una raccolta fondi. Einstein accetta. Un anno più tardi, decide di visitare la Palestina (all'epoca era sotto gli inglesi, il 1967 era lontano), e ci rimane quasi due settimane: quella fu l'unica occasione in cui Einstein mette piede in questa terra. Nel 1952 (Einstein ha 73 anni) Chaim Weizmann muore, e il primo ministro David Ben-Curion gli offre la carica di secondo presidente dello stato d'Israele. Einstein rifiuta con una lettera a Ben-Curion:
"Sono commosso per quanto mi viene proposto dal nostro Stato d'Israele, allo stesso tempo sono triste e mi vergogno per non poter accettare. Ho trascorso tutta la mia vita ad occuparmi di problemi oggettivi, al punto che scarseggiano in me la naturale attitudine e l'esperienza per affrontare opportunamente le persone ed esercitare funzioni ufficiali".
In occasione del settimo anniversario della nascita dello Stato Ebraico, nel 1955, le tv americane chiedono ad Einstein di pronunciare un discorso in merito. Una settimana prima del discorso, il 18 aprile, muore. Quel discorso ora si trova qui nell'archivio, insieme alle motivazione sul perché avrebbe lasciato a loro il suo materiale. "Mi sento vicino a voi", dice. A marzo scorso, per i suoi 140 anni dalla nascita, dall'Archivio aprono nuovi documenti, oggi la lettura di queste carte è un privilegio assoluto.
Peccato, però: l'accoglienza nell'Archivio, se sei donna e sei giovane, è faticosa. Una delle frasi che ripetono è: "impossibile trovare qualcosa di nuovo, è già stato scritto tutto su di lui". Nessun aiuto, anzi. Se cambi argomento, ecco un'altra frase: "sta per uscire un mio nuovo libro su questo". Certo. Qui,nell'edificio del Science Campus di Hebrew, le donne sono tutte segretarie, e se hanno una spilletta sulla giacca c'è scritto solo il nome di battesimo, senza il cognome, a differenza degli uomini. Qui tutto è lasciato andare verso il passato più lontano. E infatti Einstein, nella statua che lo ritrae, sta andando via.

(la Repubblica, 4 luglio 2019)


La rivolta degli ebrei etiopi che sta bloccando Israele

Dilaga la protesta dopo l'uccisione di un ragazzo da parte di un agente. La comunità denuncia discriminazioni. Netanyahu: «Vicini alla famiglia della vittima». Rivlin: «Siamo fratelli e sorelle. Uguali in questa terra».

di Fiammetta Martegani

L'OPERAZIONE SOLOMON

Li chiamano Falasha, ma a loro il termine non piace perché ha assunto un'accezione negativa, simile a "esiliato". Sono gli ebrei etiopi. Su un totale di 150.000 persone, sono circa 130.000 quelle presenti oggi in Israele. Nel 1991 il governo lanciò l'Operazione Solomon per portarli in salvo durante la guerra con l'Eritrea: vennero usate decine di aerei El Al (svuotati dei sedili per fare spazio): in sole 36 ore vennero salvate 14.500 persone.
Tutto è cominciato il primo luglio: una rissa tra giovani a Kiryat Haim, vicino a Haifa. Un agente di polizia israeliano fuori servizio è intervenuto per portare la calma. Ma evidentemente qualcosa è andato storto. L'agente ha sparato. Ha spiegato di essersi sentito «in pericolo di morte» e il colpo ha ucciso Solomon Tekah, un diciottenne ebreo di origine etiope. Un Falasha. Da allora le tensioni tra la comunità e le forze di polizia sono fortissime. Si è riaperta una ferita mai guarita. Perché da sempre i Falasha denunciano discriminazioni a causa della loro pelle scura, sostenendo di essere presi di mira dalle forze di polizia nel corso di episodi di microcriminalità urbana, con molte analogie con quanto ancora accade agli afroamericani negli Stati Uniti.
   I Falasha sono una piccola comunità ebraica immigrata in Israele dall'Etiopia a partire dagli anni Novanta: il governò lanciò allora l'Operazione Salomon", un ponte aereo rapidissimo e di enormi proporzioni per salvare la minoranza durante la guerra con l'Eritrea. Da allora sono passati quasi trent'anni eppure la comunità etiope è rimasta ai margini della società, sia sul piano economico che su quello dell'educazione. L'integrazione, che ha funzionato per tante altre comunità provenienti da tutto il mondo, in questo caso è rimasta un miraggio. Le ragioni sono molteplici, ma sicuramente, come nel caso analogo degli Stati Uniti, la paura del "diverso" ha giocato un ruolo, non senza responsabilità delle istituzioni politiche.
   Dopo l'episodio di lunedì scorso, la comunità etiope ha alzato la voce. I manifestanti hanno bloccato il traffico dell'intero Paese, interrotto l'accesso alle principali autostrade per oltre due giorni. Ci sono stati anche episodi gravi - scontri, vandalismi, auto incendiate - che hanno fatto alzare l'allerta. Sono già 111 i poliziotti feriti.
   Le autorità sembrano pronte a considerare un problema troppo a lungo trascurato. «Ci stringiamo attorno alla famiglia del giovane Solomon Tekah - ha detto il premier Benjamin Netanyahu -, e ci stringiamo attorno all'intera comunità etiope, per me, per tutti noi, assai cara». Il timore è che la situazione possa acuirsi, o essere strumentalizzata, in vista della
nuova tornata elettorale di settembre. Il presidente Reuven Rivlin ha usato parole accorate: «Siamo fratelli e sorelle. Siamo arrivati qui, tutti, in questa nostra terra, che è la casa di ognuno di noi, e nella quale siamo uguali».

(La Stampa, 4 luglio 2019)


Note scordate

di Francesco Berti

Nell'autunno del 1926 alcune casse zeppe di antiche partiture musicali furono trasportate alla Biblioteca nazionale di Torino, affinché un esperto ne potesse valutare l'importanza. L'incarico venne affidato a Cesare Alberto Gentili, apprezzato compositore e raffinato musicologo di origine veneta. Dopo meticolosa indagine, Gentili pervenne alla convinzione che si trattava di un tesoro inestimabile, in parte considerevole costituito da scritture inedite: nella collezione spiccavano infatti ben 14 tomi di opere di Antonio Vivaldi e partiture manoscritte di altri grandi compositori, tra i quali Stradella e Pergolesi. Iniziò così, grazie al Maestro Gentili, al direttore della Biblioteca Nazionale Luigi Torri e al mecenate Roberto Foà, che decise di comprare il fondo per donarlo alla Biblioteca, una delle operazioni di recupero di musiche disperse più importanti del Novecento, che ebbe una immediata e straordinaria eco in tutto il mondo.
   E' questo uno degli episodi più significativi della vita di Cesare Alberto Gentili, ricostruita con una attenta e appassionata indagine storica da Edda Fogarollo nel volume Note scordate. Tre musicisti ebrei nella tempesta delle leggi razziali, Sillabe, Livorno, con prefazione di Liliana Picciotto e cd musicale contenente alcune opere dei musicisti biografati.
   Alberto Gentili, allievo di Cesare Pollini, collaboratore del rinomato direttore d'orchestra Hermann Levi e del compositore Richard Strauss, autore di numerosi componimenti e di un trattato musicale che si fece assai apprezzare, Nuova teoria dell'armonia, aveva, però, un indelebile sigillo d'origine che, pure in una età ormai avanzata, non poté sfuggire alle solerti autorità: era ebreo.
   Così, quando nel 1938 il fascismo virò quasi bruscamente verso il nazismo con una durissima legislazione antisemita e segregazionista, ponendo le basi del suo tracollo, Gentili, insieme a migliaia di altri concittadini che costituivano, nel loro complesso, parte fondante dell'élite culturale della nazione, fu licenziato in tronco e costretto a una vita raminga e di emarginazione. Nel 1943 trovò rifugio in Valle d'Aosta dove, diversamente dall'amico Primo Levi, sfuggì alle retate antiebraiche dei nazifascisti. Una sorte analoga toccò agli altri due protagonisti del volume della Fogarollo, Guido Alberto Fano e Vittorio Rieti: anch'essi musicisti e compositori di fama internazionale e origine veneta (padovana), che scamparono fortunosamente alla persecuzione e allo sterminio. Fano si salvò trovando rifugio ad Assisi, dove, in una delle più luminose pagine della storia nazionale di quegli anni, il clero locale con la complicità del prefetto riuscì a sottrarre alla deportazione circa 300 ebrei, nascondendoli in diversi istituti religiosi. Rieti, invece, fu tra i non molti israeliti che in quegli anni ebbero in sorte di emigrare negli Stati Uniti d'America. Finì i suoi giorni novantaseienne, nel 1994, sul gentile suolo americano, dopo decenni di grandi successi e una proficua collaborazione con l'amico Igor Stravinskij e il Maestro Arturo Toscanini.
   La sua ultima volontà fu quella di tornare per sempre, da morto, in Italia: l'ingrata patria che aveva tradito lui e altri cinquantamila concittadini, privandosi di un tesoro inestimabile che in parte andò, questo sì, per sempre perduto.

(Il Foglio, 4 luglio 2019)


La star del cinema Gal Gadot: "Uso la mia identità di ebrea e israeliana contro l'antisemitismo"

di Paolo Castellano

 
Gal Gadot
La famosa attrice israeliana Gal Gadot in una recente intervista ha dichiarato che esibisce le sue radici ebraiche per contrastare l'antisemitismo. La Gadot è diventata celebre in tutto il mondo grazie al suo ruolo da protagonista nei panni dell'eroina dei fumetti Wonder Woman.
   Come riporta Israel National News, il 27 giugno durante un evento di moda in cui ha presentato la nuova collezione del marchio Reebok presso il porto di Tel Aviv, l'attrice israeliana ha rilasciato un'intervista a Walla!, nota rivista online in lingua ebraica. La giornalista ha infatti chiesto alla Gadot per quale motivo sottolinei costantemente la sua identità ebraica e se questa sia una strategia per dimostrare qualcosa.
   «Niente affatto», ha risposto prontamente. «Se non altro lo faccio perché ricevo molti messaggi e commenti antisemiti. Ritengo che quello che sono e credo di essere non debba essere né nascosto né falsificato. Chi ama, accetta le cose così come stanno».
   La giornalista del magazine ebraico ha poi chiesto alla Gadot quale sia il suo legame con Israele e se partecipi alla vita sociale e politica del suo paese d'origine.
« Israele è davvero importante per me, e spero che la nostra nazione, che si trova davvero in un bel posto, possa rimanere in tranquillità e pace. Credo infatti che questo sia quello che le persone vogliono. Non esiste nessun uomo che desideri davvero la guerra o che i suoi figli si arruolino in un esercito. Vogliamo solo stare bene qui. Allora io cerco soltanto di potenziare questi messaggi che promuovono il bene, la pace e la tranquillità».
   Gal Gadot ha 34 anni e vive a Los Angeles da una decina di anni con le sue due figlie e il marito. Per lei Hollywood è una "specie di casa", ma sa benissimo che le sue radici si trovano in Israele, dove risiedono i suoi amici e la sua famiglia.
   A causa delle origini israeliane ed ebraiche, i suoi film sono stati vietati in alcuni paesi a maggioranza musulmana come la Tunisia, il Libano e il Qatar.

(Bet Magazine Mosaico, 4 luglio 2019)


Croazia e Israele hanno scisso l'accordo di acquisto di caccia militari

ZAGABRIA - La procedura per acquistare aerei da caccia per l'esercito croato è impegnativa e richiede la partecipazione del parlamento. Lo ha dichiarato oggi il ministro della Difesa di Zagabria Damir Krsticevic durante un incontro con i giornalisti. Secondo quanto riferisce l'emittente "N1", Krsticevic ha detto che la questione "supera le spaccature tra i partiti e soltanto con il sostegno di tutte le istituzioni possiamo portare al termine questo compito". L'acquisto di caccia militari, secondo Krsticevic, "deve essere una decisione strategica a lungo termine". Nel mese di gennaio, la Croazia e l'Israele hanno scisso ufficialmente l'accordo sull'acquisto di 12 caccia F-16. Krsticevic aveva detto che "la scissione del contratto non comporta nessuno svantaggio finanziario per la Croazia". Krsticevic ha inoltre affermato che "il ministero rimane a disposizione per cooperare con i partner israeliani".

(Agenzia Nova, 3 luglio 2019)


Onorificenza della Comunità ebraica a Eike Schmidt

Eike Schmidt, direttore degli Uffizi
FIRENZE - Menorah d'Oro 2019 a Eike Schmidt. E' l'alta onorificenza che il Benè Berith di Roma (associazione non governativa internazionale che si occupa di diritti dell'uomo) consegnerà giovedì 4 luglio a Firenze al direttore degli Uffizi nell'ambito del Balagan Cafè, organizzato dalla Comunità Ebraica di Firenze in collaborazione con il Comune di Firenze nell'ambito del calendario dell'Estate Fiorentina e con il contributo della Regione Toscana.

 Menorah d'Oro
  La serata, dal titolo "L'arte e la cultura" prevede la consegna del Menorah d'Oro alle ore 20 in Sinagoga; si tratta di un premio conferito ogni anno dal Benè Berith a quanti, nel mondo della cultura, della politica, dell'imprenditoria e della società civile, si sono particolarmente distinti per la loro azione contro ogni fenomeno di razzismo e di intolleranza. Oltre a Eike Schmidt sarà presente Federico Ascarelli, presidente del Bené Berith di Roma.

 Quartetto Amitiè in concerto
  A precedere la cerimonia, alle ore 19,30, il concerto del Quartetto Amitié (Marco Lorenzini e Claudio Freducci, violini; Fabrizio Merlini, viola; Sandra Bacci, violoncello) del Conservatorio Cherubini di Firenze, diretto dal maestro Marco Lorenzini. Il programma prevede brani inediti di Federico Consolo, provenienti dall'archivio del Conservatorio. Consolo è una delle figure più internazionalmente più note fra gli studiosi di musica ebraica, in particolare per il suo fondamentale volume del 1892, pubblicato a Firenze, "Libro dei Canti d'Israele", in cui trascrive una ricchissima selezione del repertorio musicale della liturgia sefardita livornese: il conservatorio di Firenze ne conserva un grande archivio di pubblicazioni, manoscritti e testi autografi.

 Apericena e concerto
  A seguire, alle ore 20,30, apericena con le prelibatezze della tradizione culinaria ebraica narrate e cucinate da Michele Hagen e dallo chef Jean Michel Carasso. Chiusura di serata in musica con il Quartetto Amitié e il maestro Lorenzini in "Quartetto per archi n. 2" di Consolo e "Quartetto per archi, primo movimento, Allegro" di Lorenzini. La serata è organizzata grazie al contributo dei fondi otto per mille dell'Unione delle Comunità Ebraiche italiane.

Il Balagan Cafè è in programma nei giardini della Sinagoga in via Farini, 6 fino al 18 luglio e il 5 e 22 settembre. Il tema scelto per questa edizione è "Il Sogno". Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso gratuito; apericena, offerta consigliata 10 euro.

(StampToscana, 3 luglio 2019)



La Germania risarcisce i vedovi dei sopravvissuti alla Shoah

La Claims Conference ha ottenuto che la Germania estenda ai coniugi dei sopravvissuti alla Shoah le pensioni di risarcimento. Ogni vedovo o vedova riceverà una «reversibilità» per nove mesi dalla morte del coniuge.

di Davide Frattini

GERUSALEMME Un quarto dei 200 mila sopravvissuti all'Olocausto che abita in Israele è in difficoltà economiche. Negli Stati Uniti sono 35 mila su 140 mila a vivere sotto la soglia di povertà. A 74 anni dalla fine della guerra sono spesso le loro mogli o mariti a ritrovarsi senza l'unico aiuto del risarcimento garantito dalla Germania, quando il coniuge muore.
   Adesso i tedeschi hanno accettato di estendere il pagamento alla compagna o al compagno di vita del sopravvissuto per nove mesi dalla scomparsa: 30 mila persone avranno diritto all'indennità, delle quali 14 mila in modo retroattivo. L'operazione costerà al governo di Berlino quasi 900 milioni di euro nel 2020 ed è stata negoziata dalla Claims Conference, l'organizzazione ebraica internazionale che gestisce e distribuisce alle vittime i risarcimenti definiti con la Germania. «Molti sopravvissuti hanno dovuto arrangiarsi per molti anni», spiega il negoziatore Greg Schneider all'agenzia Associated Press, «e le famiglie non possono di certo contare sull'eredità. Questi mesi danno qualche respiro».
   Berlino ha anche accettato di spendere 44 milioni di euro in più (per un totale di 524 milioni nel 2020) per i servizi sanitari e di assistenza ai sopravvissuti. A partire dal 1952 ha pagato in tutto oltre 70 miliardi di euro.
   Le pensioni elargite dalla Germania per essere scampati all'orrore dello sterminio nazista sono spesso insufficienti, poco sopra i 400 euro al mese e dovrebbero superare i 500 euro nei prossimi due anni. Il governo israeliano paga di suo 4.000 shekel all'anno ( circa 1.000 euro) ma alcuni non hanno diritto agli indennizzi tedeschi perché sono stati accordati solo a chi è immigrato nello Stato ebraico prima del 1953. Diseguaglianze causate dalla burocrazia che i ministri delle Finanze hanno cercato di correggere. Figlio di un sopravvissuto all'Olocausto, ad esempio, l'ex titolare delle Finanze Yair Lapid ha introdotto riforme per migliorarne le condizioni di vita e i suoi successori hanno continuato ad allargare i benefici come le cure mediche gratuite.

(Corriere della Sera, 3 luglio 2019)


Conferenza economia in Bahrain, il caso degli imprenditori palestinesi

Doveva essere una normale partecipazione a una conferenza sull'economia della pace. E invece quella svoltasi in Bahrain per alcuni imprenditori palestinesi è divenuta sinonimo di arresti e di pericolo di vita.
   Ma andiamo con ordine.
   L'amministrazione Trump ha organizzato in Bahrain un summit nell'ambito del piano di pace portato avanti da Washington, che ha visto la presenza di Israele con uomini d'affari e giornalisti, anche se non con una delegazione ufficiale.
   Secco rifiuto, invece, per l'Autorità nazionale palestinese che non ha partecipato per protesta contro il disegno americano. Tanto che ha dato mandato alle sue forze di sicurezza di dare la caccia ai partecipanti palestinesi, che invano hanno tentato di nascondere la loro presenza.
   Come Saleh Abu Mayala, che è stato arrestato dall'Anp, per poi esser rilasciato sotto la pressione degli Usa.
   Ashraf Ghanam, un altro imprenditore palestinese presente in Bahrein, è riuscito a sfuggire all'arresto. Il titolare di un'azienda di mobili a Hebron ha raccontato al Jerusalem Post:
"Temo per la mia vita e non posso tornare a casa mia. Sono riuscito a scappare. I servizi segreti hanno perquisito la mia casa per più di tre ore, hanno confiscato molti documenti, compresi il mio passaporto e le carte di credito. Uno degli agenti ha preso il telefono di mio fratello e mi ha chiamato, ingiungendomi di consegnarmi. Ora sono in un posto sicuro Ma non sono fuggito in Israele".
Ghanem ha detto di esser stato minacciato da Autorità Palestinese e Fatah già prima di recarsi in Bahrain:
"Mi dicevano che sarei morto se fossi andato alla conferenza economica Ma io non ho fatto nulla di sbagliato. La legge palestinese non vieta a nessuno di partecipare a una conferenza. Io pago circa 20.000 shekel di tasse ogni mese all'Autorità palestinese. Ora vogliono punirmi solo perché sono andato a una conferenza economica. Ma cosa ha fatto l'Autorità Palestinese per gli abitanti di Hebron? Tutti i progetti che vedete a Hebron sono finanziati dalla comunità internazionale. Dove vanno i soldi? Dove sono i miliardi di dollari che l'Autorità Palestinese ha ricevuto per aiutare i palestinesi?"
Domande a cui difficilmente l'Anp darà risposte. Risposte che però dovrebbe esser date dai paesi che questi soldi li riversa nelle casse palestinesi, "convinti" di aiutare la popolazione ma che in realtà vengono utilizzati per altri scopi…

(Progetto Dreyfus, 3 luglio 2019)


La guerra dell'Iran a Israele per interposti terroristi palestinesi

Un analista di Hamas espone in dettaglio il sostegno garantito da Teheran ai jihadisti di Gaza ad ogni livello: politico, militare, finanziario,

In un articolo pubblicato lunedì scorso sul quotidiano di Hamas Al-Resalah, l'analista politico Hamza Abu Shanab ha esposto in dettaglio la lunga storia del sostegno garantito dall'Iran all'organizzazione jihadista palestinese che controlla la striscia di Gaza. "Fin dalla sua nascita, la rivoluzione islamica iraniana ha instaurato un rapporto speciale con i partiti della rivoluzione palestinese" scrive Shanab che risiede a Gaza e, secondo il New York Times, è su posizioni molto vicine a Hamas.
L'analista sottolinea come l'Iran, nonostante un certo raffreddamento nei rapporti coi palestinesi, sia attualmente l'unico paese che fornisce sostegno militare alla "resistenza" palestinese. E sottolinea il sostegno che la Repubblica Islamica ha garantito anche al gruppo Jihad Islamica palestinese sin dalla sua fondazione, nei primi anni '80, e la speciale relazione tra l'Iran e il "Movimento di resistenza islamica Hamas" sin dalla sua creazione, alla fine degli anni '80....

(israele.net, 3 luglio 2019)


Un interruttore cambia colore alla strage

Con l'eccidio di Bologna i "neri" non c'entrano. La "sicura" ritrovata dimostra che l'esplosione fu un incidente. Ritorna la pista palestinese.

di Renato Farina

Tra i reperti della strage di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti) i periti del Tribunale hanno rintracciato un interruttore «che non aveva alcuna ragione di esserci». Era un congegno di sicurezza. Fatto apposta per impedire l'esplosione. Una sicura. Non ha funzionato. I periti hanno dedotto con logica elementare che davvero fu «una strage per caso». La deflagrazione imprevista travolse chi portava con sé l'esplosivo, destinato altrove. Dunque ...
  1) Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, condannati in via definitiva all'ergastolo per questo eccidio, sono innocenti.
  2) La strage fascista, proclamata in quei giorni di agosto come verità assoluta, è un mito ideologico costruito a tavolino.
  3) Occorre una revisione del processo.
  Ma lo sapevamo già in tanti che Mambro e Fioravanti, capi dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari, estrema destra), non c'entravano nulla con quel sangue. Francesco Cossiga lo sostenne fino all'ultimo giorno della sua vita. Ora l'intervista raccolta da Beatrice Nencha ad Adriano Monti, oggi 89enne, nome in codice Siegfried, agente dei servizi segreti informato sui fatti, dà un'ulteriore conferma di questa verità.

 Diritto alla verità
  Posso dirlo? Sono contento per Francesca e Valerio, ma credo sia un diritto anche delle vittime e di una nazione conoscere la verità. Almeno provare ad avvicinarsi senza timore di sconvolgere certezze preordinate e incartate in sentenze che da anni persone di svariate idee politiche ritengono bugiarde. Da Luigi Manconi a Giovanni Minali, da Sandro Curzi fino ai giornalisti de Il manifesto Rossana Rossanda e Andrea Colombo. Ebbi occasione di parlare con Nadia Mantovani sin dal 2004, faceva parte della direzione strategica delle Brigate Rosse: nessuno tra i Br - mi disse - ha mai creduto Membro e Fioravanti (che hanno sempre negato l'etichetta di neo-fascisti).
  Trascrivo qualche stralcio della testimonianza che mi ha dettato Francesco Cossiga l' 11 luglio del 2008 e che è poi confluita in volume (Cossiga mi ha detto, Marsilio). Oggi essa ha una potenza di testimonianza capitale.
  Cossiga: «Sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 sono convinto, arciconvinto, che c'entri il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Questo fronte è ancora adesso operante a Gaza, ed è un residuato marxista-leninista tollerato da Hamas. Il suo fondatore e capo era George Habbash, morto in Iraq e ispiratore dell'assalto e del sequestro dell'Achille Lauro (7 ottobre 1985). L'uomo di Sigonella che lasciammo partire per Belgrado, mentre era inseguito dagli americani, ma al quale noi avevamo concesso un salvacondotto. Colpevolmente, sulla base di informazioni sbagliate fornitemi dalla magistratura, avevo dichiarato essere quella del 2 agosto una bomba fascista. Non è così. C'era un "lodo Moro", come ho in questi ultimi anni più volte ricordato».

 La ricostruzione
  Di che si trattava? Cossiga: «I palestinesi garantivano all'Italia una sorta di immunità dai loro attentati a condizione che noi lasciassimo circolare per il nostro territorio esplosivi e armamenti necessari alla loro "lotta di liberazione". Essi rispettarono questo accordo. Il problema nacque dopo che la polizia stradale sorprese un capoccione dell' Autonomia, Daniele Pifano, con due suoi sodali, mentre trasportava due lanciamissili terra-aria (Sam-7 Strela) di fabbricazione sovietica, pronti per essere imbarcati al porto di Ortona a Mare, dalle parti di Chieti, sulla motonave Sidon diretta in Libano. Fu arrestato anche Saleh Abu Anzeh, il rappresentante in Italia del FplP. Quando ho appreso, grazie alle carte della Mitrokhin, la presenza a Bologna in quel 2 di agosto, di Ilich Rarnirez Sanchez alias Carlos, alias lo Sciacallo, e al lavoro come guerrigliero senza confini per conto di Habbash, quanto già avevo saputo dai carabinieri nell'immediatezza degli eventi ha trovato conferma».

 Messaggio di minaccia
  Ad Aldo Cazzullo aveva già spiegato come era venuto a saperlo: «Divenni presidente del Consiglio poco dopo, e fui informato dai carabinieri che le cose erano andate così. Anche le altre versioni che raccolsi collimavano. Se è per questo, i palestinesi trasportarono un missile sulla macchina di Pifano, il capo degli autonomi di via dei Volsci. Dopo il suo arresto ricevetti per vie traverse un telegramma di protesta da George Habbash, il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina: "Quel missile è mio. State violando il nostro accordo. Liberate subito il povero Pifano!» (Corriere della Sera, 8 luglio 2008) .
  Mentre discutevamo di tutto questo, in un casale nei pressi di Arezzo, controllando su Internet rintracciai un freschissimo messaggio di minaccia da parte di quel gruppo palestinese, via Beirut, diretto proprio contro Cossiga per quelle frasi riferite da Cazzullo. Il Gattosardo si sbizzarrì al telefono con i capi dei servizi segreti e dei carabinieri. Li strapazzò. E aggiunse: «C'è in corso un altro lodo (dopo quello Moro, ndr}, il lodo Pollari-D'Alema che ci protegge da attentati in Libano e tutela l'Italia. Non escludo affatto che uno dei segreti di Stato che il generale Nicolò Pollari conserva sia stato proprio questo patto: con esso ci ha salvato almeno dalle minacce provenienti da quel settore e dai gruppi di terroristi o tutelati dall'Iran».

 Certezza morale
  Questa testimonianza di Cossiga fece infuriare alcuni magistrati bolognesi. Non li indusse a modificare le loro convinzioni, figuriamoci. Tanto meno modificò le certezze dei capi dell'associazione di familiari delle vittime. Più testarda dei fatti, in certe teste, è il marmo dell'ideologia. Da parte mia avevo già raggiunto una certezza morale opposta a quella consacrata. Non erano certezze da riferire in Tribunale, attengono alla sfera esistenziale. Sono convinzioni che cercano verifiche. Io conobbi Valerio Fioravanti e poi Francesca Mambro nel 1996, attraverso degli amici che mi proposero di incontrarli. Io stimavo e volevo bene al pittore Pablo Echaurren, un grande artista, ed ero amico da anni di Luigi Manconi, i quali mi parlarono di Valerio Fioravanti. Incontrando e intervistando Valerio Fioravanti, ho incontrato Francesca Mambro, che lui amava molto, e sono diventato loro amico, sono stato al battesimo della figlia Arianna. Erano in cella a Rebibbia. Avevano avviato un radicale ripensamento sui loro atti e sulla loro vita. Avevano ucciso. Ma quella strage no. Erano colpevoli di una serie orrenda di dieci omicidi terroristici, ma quella roba no. Gli credetti. Rischiai sull'amicizia. In un'amicizia provata non ci si mente. E' la forma di conoscenza su cui si regge la vita quotidiana. E adesso alle certezze morali si è aggiunto un interruttore molto testardo, ritrovato 38 anni dopo.
  A Bologna fu uno sciagurato incidente di comunisti palestinesi, non un attentato di fascisti italiani.

(Libero, 3 luglio 2019)


"Gerusalemme, viaggio al centro del mondo"

Ad Haifa con il libro di Sandra Manzella

HAIFA - L'Istituto Italiano di Cultura di Haifa ospiterà mercoledì 3 luglio, alle ore 19.00, la presentazione del libro "Gerusalemme, viaggio al centro del mondo" di Sandra Manzella.
Il volume è un reportage che rivolge particolare attenzione all'attualità, alla complessità storica e sociale della città, all'incontro con persone in contesti diversi e contrastanti tra loro, superando apparenze e pregiudizi. Le coordinate culturali forniscono elementi utili a un primo approccio al territorio: una sorta di lettura del paesaggio, dagli spazi ai tempi e alle persone. La consapevolezza di questo mosaico permette di capire lo spirito della Città Vecchia, di attraversare i confini invisibili dei suoi quartieri e di percepirne le peculiarità della vita quotidiana. I difficili eventi del luglio 2014 (incursione via terra a Gaza) e quelli recenti dell'estate 2017 (accesso alle zone di preghiera islamiche) sono riportati cercando di captare le ragioni di entrambe le parti coinvolte tramite l'incontro con le persone che lì vivono. Non mancano accenni alle nuove scoperte archeologiche e alle problematiche che queste sollevano nel "riscrivere" le storie della città.
Sandra Manzella è nata a Brescia e vive a Mantova. Dopo la laurea in lingue e letterature straniere all'Università di Verona, ha conseguito il diploma in Scienze Religiose presso l'Istituto "San Francesco" di Mantova e ulteriori specializzazioni in ambito linguistico-didattico in Italia e nel Regno Unito. Ha lavorato nel mondo del turismo e attualmente è insegnante di lingua inglese. È appassionata di archeologia biblica. Compie regolarmente viaggi nel vicino oriente per approfondire temi storico-sociali e da sempre si occupa di dialogo interreligioso attraverso articoli e attività divulgative.

(AISE, 2 luglio 2019)


Sondaggio sulla popolazione in Israele: gli abitanti sono oggi arrivati a 9 milioni

La popolazione israeliana ha raggiunto quota 9 milioni di individui. I dati, presentati dall'Ufficio centrale di Statistica israeliano alla vigilia di Yom Ha'azrnaut, rivela che 6.697.000 sono ebrei (74,2%) e 1.890.000 arabi (20.9%). Inoltre vi sono 434.000 persone che sono cristiani non arabi o membri di altre minoranze religiose. Il 75% degli ebrei è nato in Israele.
Dall'ultimo giorno dell'Indipendenza la popolazione è cresciuta di 177.000 unità, pari a un +2%. In questo periodo, sono nati 188.000 bambini, 47.000 persone sono morte e 31.000 immigrati si sono stabiliti nel Paese.
Dall'istituzione di Israele nel 1948, 3,2 milioni di immigrati si sono trasferiti in Israele, con circa il 43% di essi dopo il 1990. Secondo i dati, si prevede che la popolazione del paese raggiungerà 15,2 milioni di persone entro il 100o anno dello Stato ebraico, nel 2048. Nel 1948 vivevano in Israele solo 806.000 persone, la popolazione ebraica globale era di 11,5 milioni, e solo il 6% era in Israele. Oggi, il 45% degli ebrei del mondo vive in Israele.
Al momento dell'istituzione dello Stato di Israele, solo una città aveva più di 100.000 residenti, Tel Aviv-Yaffo, mentre oggi sono ben 14: si tratta di Gerusalemme, Tel Aviv-Yaffo, Haifa, Rishon Letzion, Petah Tikvah, Ashdod, Netanya e Beer Sheva. La capitale Gerusalemme è la città più popolata, con circa 883.000 residenti, pari a quasi il 10% della popolazione.
Nel 1949, Israele aveva solo 500 città e paesi, mentre oggi se ne contano oltre 1.200.

(Bet Magazine Mosaico, giugno 2019)



Ehud Barak riscende in campo e la sinistra israeliana vuole per sé la sua "libido"

di Rolla Scolari

MILANO - E' tornato sulla scena politica forte delle caratteristiche che gli riconoscono tutti in Israele: protagonismo, verve, passione politica che lo rendono incredibilmente simile al suo rivale. Ehud Barak, ex capo di stato maggiore (il più lungo in carica), l'ufficiale più decorato dell'esercito israeliano, ex primo ministro, ex ministro della Difesa è sceso in campo un'altra volta con un obiettivo dichiarato: spodestare re Netanyahu.
   Tutti gli attori protagonisti sulla scena hanno servito in qualche modo sotto di lui, o prima o dopo. Lo stesso Benjamin Netanyahu è stato suo soldato, e quando Barak, 77 anni, era capo di Stato maggiore, Benny Gantz era un semplice colonnello. Ecco: Benny Gantz, l'uomo che con la sua recente alleanza di generali-il partito Blu e Bianco-avrebbe voluto strappare il potere alle scorse elezioni di aprile a Bibi. E' a lui che è indirizzato in parte il primo messaggio di Barak, che presenta il suo ritorno come necessario per la salvezza del paese. Per il quotidiano della sinistra liberal Haaretz è un po' come se lui con la sua mossa inattesa avesse voluto dire a tutti:
   "Hey, toglietevi di mezzo, vi faccio vedere io come si fa" a mandare in pensione Bibi.
   Ehud Barak è l'unico a essere considerato alla pari di Netanyahu in Israele. Certo, è capace di attaccare con gli stessi toni del rivale. E come lui ha appreso l'arte dei social media, sui cui compaiono video di uno o due minuti in cui la sua oratoria convincente cerca la complicità dell'ascoltatore. "La mancanza di fame di potere, la mancanza di fuoco in pancia sono stati i problemi della ultime elezioni - ha detto la settimana scorsa annunciando la nascita di un suo partito ancora senza nome - Netanyahu ha combattuto come una animale ferito, che lotta per la sopravvivenza". E' stato un colpo mirato alla scarsità di empatia attribuita al finora solo sfidante credibile di Bibi, il generale Gantz, anche leader dell'unico blocco negli ultimi dieci anni che ha rifiutato di entrare in coalizione con il premier.
   Netanyahu, costretto da un voltafaccia dell'antico alleato Avigdor Lieberman ad annunciare nuove elezioni il 17 settembre (non è riuscito a formare un governo dopo il voto di aprile), non è l'unico animale ferito di questa difficile stagione politica israeliana: il suo Likud e in generale la destra sono pieni di fratture e malumori; il partito Blu e Bianco di Gantz è già in crisi di identità; la sinistra è da anni nel mezzo di un'emergenza esistenziale. Ed è qui che si inserisce Barak: "Prova a ridare un po' di libido alla campagna elettorale della sinistra, essendo uno dei pochi politici a creare passione", dice al Foglio Sefi Hendler, professore all'università di Tel Aviv ed editorialista di Haaretz. Il suo ritorno "può creare una dinamica a sinistra". Sarebbe infatti l'unico capace di unire una sinistra frammentata, e molto dipenderà anche da quanto accadrà alle primarie laburiste previste per oggi, indette dopo l'uscita di scena del debole segretario Avi Gabbay. I tre maggiori sfidanti - Amir Peretz, Itzik Shmuli e Stav Shaffir - hanno dedicato le forze residue a cercare alleanze con il futuro movimento dell'antico leader. "Un nuovo partito di Barak oltre a compattare un blocco a sinistra - dice Hendler - aiuterebbe Blu e Bianco a sembrare più di centro-destra, e quindi a rubare voti a Netanyahu. In modo paradossale, Barak sembra nuovo sulla scena, perché parla bene, è una chiara voce di opposizione: no a Bibi, no alla destra messianica. Ha una retorica forte, e in questo somiglia molto a Netanyahu. A Gantz manca questa cattiveria". Ed è questa "cattiveria" ad averlo fatto vincere nel 1999 contro Netanyahu: l'ultima volta in cui la sinistra in Israele ha avuto successo. Sono passati vent'anni ma per gli amanti dei parallelismi storici: passarono circa 20 anni anche tra la il primo mandato di Yitzhak Rabin, nel 1974, e la sua vittoria alle elezioni del 1992.
   E' presto per dipingere l'annuncio di Barak come una minaccia per Netanyahu, che negli ultimi anni ha neutralizzato ogni possibile rivale. Barak è sì un rivale storico ma anche un ex alleato che gli è stato vicino: c'è chi pensa, come ha scritto Anshel Pfeffer, biografo di Netanyahu, che invece di spodestare il re, Barak possa finire per servirlo ancora.

(Il Foglio, 2 luglio 2019)


L'Iran provoca e supera il limite di uranio

Teheran vuole spingere l'Europa a fare pressioni sulle sanzioni Usa

di Chiara Clausi

BEIRUT - È l'ultima provocazione dell'Iran. La Repubblica islamica ha superato il limite di 300 chili di uranio arricchito, una delle clausole dell'accordo sul nucleare del 2015. Teheran ha così per la prima volta infranto il trattato, dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati nel maggio del 2018, e ad annunciarlo è stato lo stesso ministro degli esteri Javad Zarif. «Consideriamo questo passo - ha precisato - come parte dei nostri diritti nell'ambito dell'accordo nucleare». Zarif ha anche definito come «insufficienti» gli sforzi dei Paesi europei per l'attivazione dello strumento finanziario Instex. Il meccanismo, operativo da sabato, ora permette di scambiare merci tra compagnie iraniane e straniere senza transazioni finanziarie dirette. Ma l'Iran aveva già comunicato che avrebbe superato il limite dei 300 chili entro il 7 luglio. Ha avvertito che «la fase successiva sarà l'arricchimento dell'uranio oltre l'attuale livello del 3, 75 per cento», una minaccia più grave, perché al livello attuale non è possibile l'uso militare ma solo come combustibile civile. La conferma di quanto è avvenuto è arrivata anche dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea). «Possiamo confermare che le scorte di uranio arricchito dell'Iran hanno superato il limite dell'accordo».
   Ma l'Iran non si vuole fermare qui. Il portavoce del ministero degli Esteri ha avvertito che Teheran ha in programma di sospendere altri impegni dell'accordo entro 10 giorni se le potenze europee non adotteranno «misure pratiche e tangibili» per implementare l'Instex, giudicato ancora insufficiente. Ma le nuove mosse sono destinate ad alimentare l'escalation tra Washington e Teheran, cominciata un anno fa con il ritiro americano dal trattato e l'imposizione di nuove sanzioni. Una guerra economica che è diventata calda quando il 20 giugno scorso i Pasdaran hanno abbattuto un drone americano sullo Stretto di Hormuz. La rappresaglia americana è stata fermata da Donald Trump 10 minuti prima che cominciassero i raid.
   Ora molto dipende dagli europei, che sostengono la validità dell'accordo nucleare e ritengono che la decisione di Trump sia stata un grave errore, perché non fa altro che rendere più forte la fazione intransigente in Iran e indebolire chi sostiene posizioni più pragmatiche. Come spiega Ali Alfoneh, analista di Arab Gulf States Institute di Washington, «l'economia iraniana sta soffrendo a causa del peso delle sanzioni statunitensi e nessuna delle iniziative adottate da Ue, Cina e Russia può offrire alla Repubblica islamica un effetto positivo sull'impatto di tali sanzioni». Questo è il motivo per cui il regime «sta alzando la posta in gioco». Teheran spera che gli europei a loro volta aumenteranno la pressione su Washington perché allenti le sanzioni. «La Repubblica islamica lo sta facendo con diversi mezzi- continua Alfoneh - : attraverso il sabotaggio contro spedizioni di petrolio verso il mercato globale, dimostrando la sua volontà di ridurre i suoi impegni» all'interno dell'accordo sul nucleare. «La domanda da farsi è - puntualizza -: questo approccio produrrà il risultato desiderato da Teheran, o provocherà gli Stati Uniti che intraprenderanno un'azione militare che la Repubblica Islamica non può permettersi».

(il Giornale, 2 luglio 2019)


Nel cuore di Gerusalemme

Una straordinaria scalinata, su cui quasi certamente camminò anche Gesù, conferma - a dispetto di ogni campagna di menzogne - la realtà storica che lega Gerusalemme all'ebraismo (e al cristianesimo)

Antico e nuovo sono inestricabilmente intrecciati, a Gerusalemme, un fatto che è apparso più evidente che mai durante l'emozionante inaugurazione, domenica, del sito archeologico "la Via del Pellegrinaggio", nel parco archeologico della Città di David.
Il direttore del Jerusalem Post, Yaakov Katz, aveva rivelato in esclusiva, nel magazine dello scorso fine settimana, il progetto di aprire a turisti e pellegrini una sezione di 250 metri, da poco portata alla luce, dell'antico percorso che collegava la "piscina di Shiloah" (Siloe) al Monte del Tempio. La Via del Pellegrinaggio, come è ormai risaputo, conduce dalla vasca di Shiloah al cosiddetto Arco di Robinson, adiacente al Muro Occidentale, l'ultimo muro esterno rimasto del complesso del Secondo Tempio ebraico. Ascendendo in stato di purità dopo l'immersione rituale nella vasca di Shiloah, i pellegrini ebrei percorrevano questo tragitto per salire al Tempio stesso....

(israele.net, 2 luglio 2019)


La Siria lancia missili contro aerei israeliani e colpisce Cipro

Damasco ha lanciato missili di fabbricazione russa contro gli israeliani che stavano bombardando postazioni vicine a Homs: uno di questi è caduto a Cipro nella zona occupata dai turchi.

di Guido Olimpio

Una lunga notte nei cieli del Mediterraneo Orientale. Caccia israeliani hanno condotto raid su target in Siria provocando la reazione della difesa: un missile anti-aereo siriano è caduto nella parte settentrionale di Cipro. L'aviazione Usa ha invece colpito ad Aleppo la sede di un gruppo di ispirazione qaedista sospettato di preparare attacchi terroristici.

 Morti civili e militari
  Seguendo uno schema già visto i velivoli di Israele hanno violato la spazio libanese e da qui hanno lanciato i loro missili in direzione di due aree: Damasco e Homs. I target sarebbero state installazioni usate da iraniani e Hezbollah libanesi, strutture prese di mira ripetutamente in questi anni. Per le autorità nell'attacco sono morti 15 tra militari e civili. L'incursione ha provocato la reazione della contraerea che ha sparato salve di missili. Uno di questi ha terminato la sua corsa a circa 190 miglia di distanza, nella zona occupata dai turchi a Cipro.

 I resti dell'ordigno
  I resti dell'ordigno - forse un S 200 di fabbricazione russa - sono stati trovati dalla polizia a nord del villaggio di Vouno/Taskent, distante una ventina di chilometri da Nicosia. Erano ai piedi di una montagna dove «spicca» una gigantesca bandiera turco-cipriota, un vessillo dipinto dalle autorità locali e ben visibile anche da grande distanza. Secondo una prima valutazione l'arma potrebbe essere stata intercettata o deviata da un sistema anti-missile. Per fortuna non ha causato danni importanti, ma come ha osservato l'esperto israeliano Avi Scharf al momento dell'incidente in questo quadrante erano presenti diversi aerei passeggeri. Va ricordato come gli apparati siriani, nel settembre 2018, abbiano abbattuto per errore un ricognitore russo IL 20 nello spazio di mare compreso tra Latakia e Cipro, disastro avvenuto nel mezzo di un'incursione da parte dell'aviazione di Gerusalemme.

 Azione preventiva
  Sempre nello scacchiere è da segnalare l'attività statunitense. Un drone o un caccia ha condotto un bombardamento nell'area di Aleppo. L'obiettivo il gruppo Hurras al Din, affiliato ad al Qaeda, forte di circa 2 mila combattenti. Numerosi quadri - fonti locali parlano di 6 «ufficiali» - sono stati uccisi dalle bombe, tra loro due tunisini, due algerini ed un egiziano. Nella versione fornita dal Comando Centrale i militanti stavano pianificando attentati contro gli Stati Uniti e i loro partner. Una spiegazione che di solito è usata per giustificare atti preventivi. Azioni americane di questo tipo sono abbastanza rare in Siria (l'ultima, nota, risale a due anni fa), evidentemente il Pentagono ha raccolto informazioni che hanno determinato la missione.

(Corriere della Sera, 1 luglio 2019)


A Ferrara, l'ebraismo in note

 
Più di 200 coristi riuniti sul palco del Teatro comunale di Ferrara "Claudio Abbado" che intonano l'Hatikvah di fronte ad un pubblico commosso: questo il gran finale della 7a edizione del Festival dei Cori Ebraici Europei. A dare il saluto della città, l'assessore alla Cultura Marco Gulinelli che ha sottolineato l'importanza dell'universalità della musica "che si sposa con un'altra parola: la libertà". "Una iniziativa - ha ricordato il presidente del coro romano Ha-Kol Richard Di Castro - resa possibile grazie al contributo dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, del Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah, Comune di Ferrara, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Ferrara Musica, della Comunità ebraica di Ferrara, l'Associazione Daniela Di Castro e l'Associazione Circolo Negozianti Palazzo Roverella". L'emozione alla fine della iniziativa è condivisa dal direttore del Meis Simonetta Della Seta, orgogliosa di aver contribuito a portare la musica ebraica al Meis e a Ferrara dopo un lavoro di due anni. "Se il compositore Salomone Rossi fosse qui oggi - ha concluso il presidente del EUAJC Anthony Cohen - sarebbe fiero di noi".
La rassegna culturale è stata anche l'occasione per un incontro tra la presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e il nuovo Consiglio della Comunità ebraica ferrarese, guidato dal presidente Fortunato Arbib. Assieme a rav Luciano Caro, rabbino capo della città, al vicepresidente UCEI Giulio Disegni e al Consiglio sono state analizzate le sfide per la piccola comunità e le questioni per cui è necessario il supporto dell'Unione. Gli iscritti ferraresi hanno inoltre dato la propria prospettiva sui temi in merito al futuro dell'ebraismo e ai rapporti con le istituzioni italiane.

(moked, 1 luglio 2019)


Israele e Italia insieme. Anche nello spazio (Shalom)

La missione del satellite iperspettrale Shalom che partirà con un lanciatore europeo Vega attorno al 2023 è stata al centro del workshop tra Italia e Israele, che si è svolto oggi nella sede dell'Agenzia spaziale italiana

di Michela Della Maggesa

C'è stata la missione del satellite iperspettrale Shalom (acronimo per Spaceborne Hyperspectral Applicative Land And Ocean Mission), che partirà con un lanciatore europeo Vega attorno al 2023, al centro del workshop tra Italia e Israele, che si è svolto oggi nella sede dell'Agenzia spaziale italiana. Questa missione consoliderà la cooperazione tra le Agenzie spaziali nazionali (Asi ed Isa) nell'ambito delle attività di osservazione della Terra ed aprirà nuove opportunità di business per le aziende di entrambi i Paesi. Italia e Israele hanno molte esigenze comuni in ambito spaziale, come ricordato dal presidente dell'Agenzia spaziale italiana, Giorgio Saccoccia, e dall'Ambasciatore d'Israele in Italia, Ofer Sachs. La collaborazione tra i due Paesi in ambito scientifico comincia infatti nel 2000 e prosegue nel 2009 e nel 2011, con la firma di accordi aventi ad oggetto le attività spaziali a scopo pacifico.

 L'evento all'Asi
  "Eventi come l'Italy-Israel Industry Workshop on Space Technologies hanno un forte potenziale strategico per sfruttare le sinergie tra le nostre industrie ed ecosistemi di ricerca. Un bilaterale che vede confrontarsi le due Agenzie spaziali, le istituzioni e le numerose aziende, costituisce un'occasione unica che riflette gli interessi condivisi e la complementarietà delle rispettive capacità", ha dichiarato Sachs. "Negli ultimi anni lo Stato d'Israele è stato coinvolto in progetti internazionali di ricerca spaziale, guadagnandosi una reputazione mondiale, grazie ai suoi successi e alle sue applicazioni. L'attività di ricerca del settore spaziale in Israele contribuisce sostanzialmente all'economia del Paese e si pone come traino per la ricerca in alcuni settori strategici. L'industria spaziale si configura come uno dei campi in comune in cui la cooperazione concorre al raggiungimento di importanti obiettivi per l'intera comunità".
"Nel settore spaziale (uno dei segmenti a maggiore crescita nel 2018, dopo la cyber degli anni precedenti, ndr) - spiega ad Airpress l'Ambasciatore - Israele ha acquisito grandi capacità negli ultimi anni e, assieme all'agroalimentare, sta attirando ingenti investimenti, pubblici e privati. Nello spazio in particolare, molte start-up sono cresciute ed hanno messo a punto soluzioni e tecnologie innovative da utilizzare in diversi ambiti. Israele necessita di collaborare con altre nazioni ed è per questo che la cooperazione con l'Asi, con i centri di ricerca e con l'industria italiana è per noi importante. La partnership con l'Italia in questo settore è pertanto naturale. L'evento di oggi - conclude Sachs - va nella direzioni di creare nuove opportunità, sotto l'ombrello delle due Agenzie spaziali, anche da un punto di vista industriale".

 Le parole di Saccoccia
  "L'incontro di oggi - afferma Saccoccia - è un momento determinante per fare il punto dei rapporti spaziali tra Italia e Israele, che si fondano su una lunga collaborazione, che ha rafforzato le relazioni tra i due Paesi. Punto focale di questa relazioni è la realizzazione del satellite iperspettrale Shalom, che ha consolidato ulteriormente le relazioni tra le due Agenzie. La tecnologia iperspettrale, che sarà a bordo del satellite, sarà un importante evoluzione del sistema sperimentato recentemente a bordo del satellite dell'Asi, Prisma, che sta mettendo in luce ogni giorno di più le sue qualità e le sue capacità innovative di attento osservatore del Pianeta. Questo per noi è un settore di cui siamo leader assoluti al mondo".
"I legami spaziali - prosegue il presidente Asi - che ci uniscono con Israele non si limitano solamente all'Osservazione della Terra, ma investono più ambiti. La bilaterale di oggi rappresenta, quindi, un'elevata opportunità per incrementare la conoscenza e il continuo sviluppo anche per le rispettive Piccole e Medie Imprese (Pmi), che rappresentano l'ossatura economica delle due nazioni, e che sono una componente essenziale per lo sviluppo tecnologico. Voglio ricordare, inoltre, che l'importanza del settore spaziale come catalizzatore per la crescita del sistema economico nazionale si accentua sempre più, così come il suo ruolo per il rafforzamento dei rapporti diplomatici che consentono alle aziende di crescere".
"Abbiamo già una serie di idee e progetti identificati che stiamo avviando", afferma Saccoccia. "L'Italia ha delle priorità come l'Osservazione della Terra, ma siamo interessati così come gli israeliani all'esplorazione privata dello spazio. Il loro progetto di arrivare sulla Luna (dopo il mancato allunaggio della sonda low cost Beresheet, con cui Israele puntava a diventare il quarto Paese a posare un proprio lander sulla Luna, ndr) sarà portato avanti. L'idea è di esplorare nuove opportunità bilaterali anche per questo tipo di attività".

 Shalom al via
  Il kick off, ovvero l'avvio della realizzazione del progetto definitivo della missione di Shalom, il primo satellite ipersprettrale operativo dopo Prisma, è stato approvato nel 2017 (fase B1), dopo lo studio di fattibilità (fase A), che aveva permesso di stabilire i requisiti di missione, ed oggi - come ci spiega Roberto Formaro, Head of Technology and Engineering Unit di Asi - "sarà iniziata una fase ponte di qualche mese, in parallelo con la fase B1, che continuerà. Dopodiché, appronteremo tutta la documentazione per iniziare con la fase successiva (B2)". Per il prosieguo della missione (50% Italia-50% Israele) il budget sarà definito alla prossima riunione Ministeriale dell'Agenzia spaziale europea. In particolare, l'israeliana Iai (Israel Aerospace Industries) si occuperà della realizzazione del satellite, mentre Elbit costruirà il telescopio e la parte pancromatrica. L'Italia invece avrà la responsabilità dello spettrometro e della fase di calibrazione del satellite. Il segmento di Terra infine lo avranno entrambi i Paesi.
"Quello che abbiamo previsto per il satellite precursore Prisma sarà capitalizzato con Shalom, che avrà caratteristiche più stringenti rispetto al predecessore. Ma mentre Prisma ha un uso applicativo prettamente scientifico-istituzionale, Shalom avrà una vocazione totalmente commerciale e servirà a creare opportunità di business per le aziende israeliane e italiane". I dati raccolti dal satellite serviranno infatti ad incrementare le capacità di monitoraggio e prevenzione di entrambi i Paesi. "Oggi - conclude Formaro - disponiamo di un grande bacino di informazioni provenienti da tutta una serie di sensori in orbita. Rispetto all'Osservazione radar della Terra, che fornisce informazioni prevalentemente dimensionali, l'ipersprettale ci permette di capire di quale materiale è composto quello che stiamo osservando, con tutti i vantaggi che ciò comporta". Shalom sarà dotato di 269 bande, al posto delle 240 del predecessore ed avrà una risoluzione di 10 metri, rispetto ai 30 di Prisma.

(formiche, 1 luglio 2019)


Spazio: Israele vuole sbarcare sulla Luna con nuova sonda privata

"Il mancato allunaggio di Beresheet1 ha rafforzato il nostro convincimento di provare di nuovo a sbarcare sulla Luna"

di Filomena Fotia

Israele proverà nuovamente ad inviare una sonda sul suolo lunare, dopo il fallimento dello sbarco del primo rover privato lunare.
"Il progetto è già avviato e potrebbe concludersi in uno o due anni. Il mancato allunaggio di Beresheet 1 ha rafforzato il nostro convincimento di provare di nuovo a sbarcare sulla Luna", ha dichiarato Leo Vinovezky, direttore del dipartimento relazioni esterne e collaborazioni internazionali dell'Agenzia Spaziale Israeliana, a margine del "workshop industriale Italia-Israele", organizzato dall'Agenzia Spaziale Italiana, dall'Ambasciata d'Israele in Italia e dall'Isa presso la sede dell'Asi.
Il progetto è coordinato da SpaceIL, un'organizzazione no-profit che nel precedente tentativo aveva raccolto 100 milioni di dollari grazie ai contributi di imprenditori, istituti di ricerca, Industrie Aerospaziali Israeliane e la stessa Agenzia Spaziale Israeliana.

(MeteoWeb, 1 luglio 2019)


Raid in Siria contro l'Iran. Israele si difende, Mosca chiude un occhio

Obiettivi di Iran, Hezbollah e regime siriano colpiti nella notte in Siria. Raid probabilmente israeliano per difendersi dall'allineamento che vorrebbe in futuro attaccare lo Stato ebraico. E i russi accettano le incursioni.

di Emanuele Rossi

La Siria è ancora il dossier più teso del Medio Oriente. Dopo che per due giorni unità turche si sono scontrate al nord del Paese con l'esercito locale, nella notte i bombardieri israeliani hanno colpito Homs e Damasco. Si è trattata di una delle più pesanti tra questo genere di operazioni che Israele dal 2013 conduce abitualmente per evitare passaggi di armi tra i Pasdaran e il gruppo Hezbollah (chi scrive, solo negli ultimi, mesi ha registrato: 13 aprile Hama, 17 maggio Damasco, 28 maggio e 2 giugno Quneitra, 3 giugno Homs, 12 giugno Tal al Hara).

 Operare d'anticipo
  Gerusalemme ufficialmente non commenta quasi mai queste interferenze in territorio siriano a sostegno della sua sicurezza nazionale — le intelligence ritengono che le armi che le Guardie della rivoluzione iraniana passano agli Hezbollah saranno usate dal partito/milizia libanese per riaprire il fronte della guerra con lo Stato ebraico nemico, tecnicamente in armistizio dal 2006, e dunque si portano avanti col lavoro cercando di impedire i passaggi (che però sono stati tantissimi e Hezbollah s'è molto rinforzato con il conflitto siriano). Tuttavia gli effetti sono evidenti: gli obiettivi colpiti stanotte sono multipli, centri di ricerca e sviluppo di armamenti a sud di Homs e a nordest di Damasco, un compound dei Pasdaran a Sahnaya (hinterland meridionale della capitale) e secondo l'Osservatorio siriano (una ong basata a Londra che registra quel che succede nel Paese fin dall'inizio della guerra civile) le navi della marina israeliana avrebbero anche centrato una decina di postazioni di Hezbollah sulla costa. Ci sarebbero state perdite sia tra i siriani sia tra iraniani e libanesi. I media locali parlano anche di quattro civili morti, tra cui un bambino, e una ventina di feriti: potrebbero essere dovuti all'intercettazione di uno degli ordigni israeliani da parte della contraerea siriana, che l'ha fatto esplodere a bassa quota sopra un'area abitata di Damasco.

 Gli attacchi
  I cacciabombardieri israeliani colpiscono solitamente dai cieli sopra la costa libanese usando ordigni come le Gbu-39 Sbd, che sono bombe dotate di guida Gps laser e hanno la possibilità di percorrere oltre cento chilometri in planata prima di centrare il bersaglio. Oppure dei missili Delilah, anche loro con capacità stand-off, ossia lanciabili da lontano al bersaglio. Questo garantisce agli aerei della Iaf di tenersi ancora più nascosti dal fuoco della contraerea, che già lo scorso anno aveva prodotto un guasto tecnico a un F-16, costringendo il pilota all'eiezione prima dello schianto. La difesa aerea siriana s'è attivata anche stanotte, ma non ha centrato i caccia aggressori, e anzi un missile è andato lungo e precipitato a Cipro, in un'area della Kibris, ossia la Repubblica turca, il territorio auto-proclamato settentrionale occupato dalla Turchia e non riconosciuto dagli altri Paesi. Per aggiungere una complessità ulteriore, il missile era probabilmente un S-200, dunque uno di quelli che i siriani usano per autodifesa forniti con tanto di onerosi consulenti tecnici dalla Russia — a settembre dello scorso anno uno di quegli stessi missili aveva centrato un Il20 russo, un aereo da pattugliamento finito in mezzo al fuoco amico contro un'incursione israeliana. Stavolta il missile russo sparato da Damasco è caduto in una regione, quella cipriota in mezzo all'EastMed, geopoliticamente molto calda anche senza la complicazione siriana, zeppa di reservoir energetici e di interessi.

 Contesto complesso
  Tecnicamente russi e turchi, insieme agli iraniani obiettivo principale dei bombardamenti israeliani (in mezzo alla delicatissima fase di confronto con gli americani), sono partner nel processo di Astana con cui vorrebbero risolvere politicamente la guerra civile — leggasi spartirsi la Siria — in modo alternativo, e in competizione — con l'Onu. Su carta: perché i blitz turchi contro i siriani dei giorni scorsi servivano a mettere dei paletti operativi alle attività che Russia e Iran stanno coordinando su Idlib, enclave ribelle dove sono stati stretti come in una riserva di caccia gruppi anti-Assad anche amici di Ankara. È un inciso che si ritiene utile per delineare le articolazioni del contesto, dove ogni causa (in questo caso l'attacco israeliano) produce più di un effetto, e tocca nervi sensibilissimi.

 Interessi
  Tecnicamente anche russi e israeliani sono partner. I primi accettano le incursioni dei secondi in Siria, anche se sono dirette contro gli alleati che hanno aiutato Mosca a salvare il regime di Bashar el Assad. La Russia permette le mosse d'anticipo israeliane sul territorio siriano contro Hezbollah e Pasdaran perché dà maggiore valore strategico all'alleanza con Gerusalemme, e infatti difficilmente attiva le sue misure di difesa aerea più tecnologiche, come gli S-400 che difendono le basi russe di Tartus e Latakia/Khmeimim (che gli israeliani non hanno alcuna intenzione di colpire). Ma con la Siria la complessità è regolare amministrazione si diceva. Da giorni si segnalano disturbi ai sistemi Gps degli aerei che entrano ed escono dall'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Si tratta di situazioni registrate anche a Cipro e un funzionario militare ha detto a Haaretz che il governo israeliano pensa che siano attività russe. Un apparecchio disturba-segnale si troverebbe o a bordo di una nave al largo di Tartus, oppure nascosto a terra al nord costiero della Siria, ossia a Khmeimim. Gli israeliani però, che dieci giorni fa hanno ospitato un importante trilaterale con Usa e Russia che ha anche il sapore di un avvicinamento tra Mosca e Washington (è stata in quell'occasione che si è deciso il perimetro dell'incontro tra i due presidenti al G20), hanno mantenuto un atteggiamento molto cauto. Ne hanno individuato la tipologia, è un apparecchio mobile prodotto in Ucraina e relativamente complesso. Soprattutto dicono di credere che i disturbi prodotti siano involontari, legati non ad azioni di cyberwar, ma a un posizionamento diverso rispetto al solito. La Russia ha inviato l'ambasciatore di Tel Aviv a smentire coinvolgimenti attraverso la radio dell'esercito, gli israeliani garantiscono che non ci sono problemi sostanziali per il traffico aereo. La cooperazione (o meno) su ciò che conta passa anche dalla minimizzazione (o massimizzazione) di certi episodi: i raid come i disturbi al Gps.

(formiche, 1 luglio 2019)


Chiude l'aeroporto Dov Hoz di Tel Aviv

Al suo posto verranno abitazioni

L'aeroporto Dov Hoz
Ultimo volo
L'aeroporto Dov Hoz di Tel Aviv chiude definitivamente i battenti. Lo ha stabilito il premier Benyamin Netanyahu che ha così respinto le proteste della centrale sindacale Histadrut e degli abitanti di Eilat (la cittadina turistica affacciata sul mar Rosso) secondo cui questo sviluppo avrà per loro un grave contraccolpo economico. L'anno scorso dall'aeroporto Dov sono transitati complessivamente 700 mila passeggeri, la maggior parte dei quali diretti ad Eilat o ad altre località di Israele. Al posto dell'aeroporto, che era utilizzato anche a fini militari, saranno costruite 16 mila unità abitative in una delle zone più richieste di Tel Aviv.
Netanyahu ha stanziato 400 milioni di shekel (circa 100 milioni di euro) per aiutare Eilat a superare la prima fase di crisi. Analisti economici sostengono però che per assicurare trasporti efficienti fra Eilat ed il centro di Israele sarà necessario approntare una moderna linea ferroviaria.

(Travelnostop, 1 luglio 2019)


Imprenditore palestinese alla conferenza di pace. Torna e l'Anp lo arresta

Liberato dopo le pressioni Usa. Israele trattiene poi rilascia un ministro in visita alla Spianata

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Che cosa è più significativo nel comportamento palestinese rispetto alla loro idea di una pace possibile? Il fatto che mentre Israele espandeva la zona di pesca di Gaza e riapriva le forniture di benzina planassero sul Sud non meno di una ventina di oggetti incendiari lanciati coi palloni oppure che l' Autorità Palestinese nel West Bank arrestasse al suo ritorno un uomo d'affari palestinese che aveva partecipato alla Conferenza Economica del Bahrein?
   La Conferenza è stato il primo passo della ciclopica impresa che l'America si propone per portare Israele e i palestinesi a un tavolo di pace: l'ipotesi di Trump e del suo consigliere e genero Jared Kushner contenuta in 28 pagine di programma senza ipotesi territoriali di sorta, lasciati alle parti in causa, è cambiare il paradigma del processo: i palestinesi hanno rifiutato ogni soluzione territoriale, come quella di Barak a Camp David o quella di Olmert nel 2008 che prevedeva la rinuncia alla Città Vecchia di Gerusalemme. L'idea è stata quella di costruire una struttura autonoma palestinese con caratteristiche di stabilità e di speranza: la gente dovrebbe finalmente stare meglio, l'aiuto e il controllo dovrebbe essere garantito da tutto il mondo arabo sunnita, e a questa ipotesi sarebbero destinati 50 miliardi di dollari. L'Arabia Saudita ha visto nell'iniziativa la possibilità di rafforzare i suoi legami internazionali contro la politica espansionista dell'Iran in Medio Oriente: così il Bahrein ha aperto le porte e i rappresentanti di tutti i Paesi sunniti della zona hanno partecipato. Israele non era presente con una delegazione ufficiale ma c'erano suoi uomini d'affari e giornalisti; i palestinesi hanno rifiutato di presenziare. Abu Mazen non ha considerato neppure la possibilità di partecipare senza impegnarsi o accettando solo determinati aiuti dimostrando di non avere a cuore il progresso del suo popolo: una grande strada di congiunzione con Gaza, un'università fra le prime del mondo, progresso tecnologico inusitato, ospedali, scuole, progresso della condizione femminile. Tutto tacciato dai palestinesi di essere un complotto per comprare la loro anima. Senza ascoltare, trattare, diventare un interlocutore per il mondo, invece che un lanciatore di aquiloni impregnati di fuoco. Invece ecco che appena tornato il signor Saleh Abu Mayaleh è stato sbattuto in galera, gli altri che erano con lui, una quindicina di coraggiosi, sono tutti in fuga, perseguitati, spaventati. «Chiunque segua un percorso di pace - ha detto Ashraf labari, un uomo di affari di Hebron anche lui in Bahrein, nel mirino da tempo perché parla con gli israeliani - sarà sottoposto a violenza». Per fortuna probabilmente a causa di pressioni americane e dello scandalo internazionale, Mayaleh che per altro è malato, è stato rilasciato ieri. Ma tutto lascia pensare che non avrà pace.
   Sempre ieri la polizia israeliana ha trattenuto per qualche ora il ministro palestinese per gli affari di Gerusalemme Fadi al-Hadami. Martedì è stato visto insieme al presidente cileno Sebastian Pinera durante una visita al complesso della moschea di Al Aqsa, sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme, suscitando l'irritazione di Israele, secondo cui costituisce una violazione dei regolamenti delle intese raggiunte con Santiago per la visita del Capo dello Stato.
   La conferenza in Bahrein, benché maledetta da Ramallah e da Gaza, ha avuto, secondo molte fonti anche arabe, un risultato importante, ovvero quello dell'avvicinamento sempre più funzionale, del mondo arabo con Israele. Tutto il contrario di quello che pensa e desidera Abu Mazen.

(il Giornale, 1 luglio 2019)


La tecnologia israeliana fornisce acqua potabile al Sud Africa

 
Israele ha poche risorse idriche ma negli anni si è attivata per poter disporre di un numero elevato di dispositivi idrici. La questione dell'approvvigionamento idrico e della disponibilità ha portato a molte innovazioni tecnologiche israeliane in questo campo.
Una delle principali innovazioni degli ultimi anni è la tecnologia creata da Watergen, che produce acqua potabile pulita dall'aria, aiutando enormemente le aree colpite da disastri e inquinamento delle acque.

 Watergen in Sud Africa
  La tecnologia viene utilizzata in Sud Africa nella provincia del Capo Orientale, che, come gran parte del paese, ha sofferto di una grave siccità negli ultimi anni.
Ad utilizzare il dispositivo Watergen è l'organizzazione umanitaria World Vision South Africa in collaborazione con il Ford Motor Company Fund, con l'obiettivo di produrre acqua potabile fresca e sicura a migliaia di residenti nella provincia, fornendo assistenza a circa 3.400 famiglie e a decine di centri di sviluppo della prima infanzia e scuole.

 La tecnologia di Watergen
  GEN-350, questo il nome del prodotto dell'azienda israeliana, è un generatore di acqua atmosferica in grado di produrre fino a 900 litri di acqua al giorno dall'aria purificando l'umidità atmosferica attraverso un sistema interno di trattamento dell'acqua.
L'unità portatile non richiede alcuna infrastruttura tranne l'elettricità, che può essere fornita da una rete elettrica o da un generatore, come nel caso del Sudafrica.
Il presidente di Watergen, Michael Mirilashvili, sulla partecipazione della sua azienda allo sforzo umanitario ha detto a Israel21c:
"Siamo entusiasti di questa cooperazione condivisa. Condividiamo gli stessi obiettivi di assistere le comunità in tutto il mondo".

 I premi ottenuti dalla startup israeliana
  Watergen è stata premiata quest'anno con il CES Innovation Award, il concorso annuale della Consumer Technology Association che premia il design eccezionale e l'ingegneria nei prodotti di tecnologia di consumo.
Lo scorso anno era presente nella lista del World Economic Forum tra i pionieri della tecnologia più importanti del mondo, la presenza in questo elenco riconosce i suoi sforzi volti a rendere l'acqua pulita disponibile in tutto il mondo.

(SiliconWadi, 1 luglio 2019)



Fotogrammi prima della Shoah

La vita quotidiana di un mondo ebraico che stava per essere spazzato via

La normalità di una comunità ebraica pienamente integrata nella società italiana. Immagini di feste, viaggi, escursioni che rischiavano di essere dimenticate per sempre.

di Amedeo Osti Guerrazzi

Si chiama «Mi ricordo» l'appello lanciato nei giorni scorsi da numerose istituzioni ebraiche, storiche e culturali. È un invito rivolto al mondo ebraico per la raccolta di filmati di famiglia, di quel patrimonio rimasto nei cassetti per decine di anni e che talvolta custodisce veri e propri tesori. Partito su iniziativa del Cdec di Milano, il progetto è supportato dal Mibac e da istituzioni presenti su quasi tutto il territorio nazionale, in modo da dare la possibilità a chiunque di partecipare: si tratta della Comunità Ebraica di Torino, del Memoriale della Shoah di Milano, del Museo Nazionale del Cinema di Torino, del Meis di Ferrara e della Fondazione Museo della Shoah di Roma, che a fine progetto metteranno il materiale a disposizione del pubblico.
   Un esempio sono i film degli Ovazza, la famiglia di banchieri torinesi che nell'ottobre del 1943 fu sterminata dai nazisti sul Lago Maggiore. Questi filmati, di cui alcuni minuti sono stati già proposti al pubblico in mostre e documentari grazie alla generosità della famiglia Elkann (i pronipoti degli Ovazza), sono di straordinario interesse. Sono i volti della borghesia degli anni Trenta del Novecento, dell'alta borghesia durante il fascismo. Sono immagini che raccontano le feste, i viaggi, le escursioni, la vita quotidiana di un mondo che in parte è stato spazzato via dalla Shoah, e che rischiava di essere dimenticato per sempre. Sono i volti delle vittime, di donne, bambini, ragazzi, colti nel loro vivere quotidiano, nelle riunioni di famiglia, nella banalissima normalità di una comunità ebraica perfettamente integrata nella società italiana. Un altro esempio sono i filmati della famiglia romana Della Seta, che nel 2015 sono stati restaurati e mostrano i volti di alcuni dei deportati del 16ottobre 1943.
Appelli per il versamento dei cimeli familiari erano stati fatti già in passato, e hanno avuto risultati straordinari, a volte fondamentali per la storia e la memoria dell'ebraismo italiano. Si pensi alla raccolta di fotografie condotta dal Centro di Documentazione Ebraica di Milano nel corso di decenni.
Grazie a essa il sito web «I nomi della Shoah italiana» contiene non solo i dati biografici di migliaia di vittime della persecuzione nazifascista, ma anche i loro ritratti fotografici. Sono i volti di chi è scomparso nei campi di sterminio o ucciso nei massacri in Italia, e quando si tratta di bambini, a volte perfino neonati, questi ritratti hanno un impatto emotivo fortissimo. I loro sguardi valgono più di qualsiasi trattato scientifico per capire l'abisso in cui è sprofondata l'umanità. Perché una cosa è parlare di numeri, di statistiche, altro è guardare negli occhi un dodicenne scomparso nelle camere a gas.
   Dopo le foto, dopo gli archivi di famiglia, molti dei quali già donati da tante famiglie ebree che hanno voluto dare il proprio contributo alla storia della loro Comunità nel Novecento, è arrivato il momento delle immagini in movimento. Ovviamente l'esito di una tale raccolta è estremamente incerto. Erano poche, all'epoca, le famiglie che potevano permettersi oggetti altamente tecnologici e quindi molto costosi come le telecamere. Ma ciò che verrà trovato e messo a disposizione sarà di enorme interesse e di grandissimo aiuto per la ricostruzione della storia della società ebraica, e italiana, del Novecento.
L'appello comunque non ha un limite temporale, così come la storia dell'ebraismo italiano non si conclude con la persecuzione. Altrettanto interessanti sono gli anni del dopoguerra, del ritorno alla vita di famiglie che, nonostante tutto, decisero di rimanere in Italia dopo il 1945. È una storia complessa, difficile, caratterizzata dal lutto e dalla tenace volontà di ricostruire il Paese, quello stesso Paese che aveva discriminato e perseguitato gli ebrei. C'è da augurarsi che tante famiglie si rendano conto del valore del loro patrimonio documentario, e siano generose.
   C'è però un altro aspetto di questo progetto che potrebbe portare a importanti novità. Non esistono immagini fotografiche o filmate delle razzie di ebrei avvenute in Italia durante l'occupazione nazista. L'esempio più clamoroso è quella del 16 ottobre 1943, la grande retata degli ebrei di Roma. Di questo evento esistono soltanto disegni fatti all'epoca da due testimoni diretti. È possibile che l'arresto e la deportazione di oltre mille cittadini romani non sia stato fotografato e filmato da nessuno? È possibile che privati cittadini non abbiano voluto immortalare un crimine così evidente, che poliziotti o nazisti non abbiano pensato a portarsi a casa dei «ricordi» delle loro imprese? Non lo è, a rigor di logica, e forse questo appello potrebbe portare anche a scoprire archivi e immagini di proprietà di non ebrei.

(La Stampa, 1 luglio 2019)


Musica israeliana e classifiche: quali sono i migliori album dagli anni '80 ad oggi?

di Roberto Zadik

Nonostante qualche eccezione come Noa, Idan Raichel o Ofra Haza, la musica dello Stato ebraico spesso non riesce a superare i confini nazionali, spesso a causa dell'ebraico, lingua in cui sono scritte la maggioranza delle canzoni che è ancora oggi poco parlata nel mondo. Essa è un universo estremamente variegato, stimolante e in continuo fermento e pieno di artisti di alto livello, come il polistrumentista e cantautore di origine algerina Amir Benayoun, il musicista pop melodico Ivri Lider e il poeta in stile Oasis e pop inglese anni '90 Aviv Geffen o la famiglia Banai, con i suoi vari musicisti fra cui il più famoso è Ehud Banai.
Ma quali sono i migliori album di questi ultimi quarant'anni? Gli artisti più incisivi e espressivi? Il sito Israel 21c pubblica una classifica, realizzata da Jessica Halfin, scrittrice americana emigrata nel 2006 in Israele, che raccoglie alcuni fra i migliori album dell'ultimo 30ennio. Qui i nomi e i titoli
secondo questo interessante articolo.

1. The Idan Raichel Project
Album: "The Idan Raichel Project", 2002
Cosmopolita e versatile, intenso e raffinato esempio di "World Music", l'artista israeliano di origini polacche Idan Raichel viene qui inserito con il suo "The Idan Raichel Project" e uno dei loro primi lavori del 2002 registrato, stando a quanto sottolinea questo articolo, a casa dei suoi genitori. Musicista decisamente anticonformista e lontano dalla scena commerciale pop Idan Raichel, di origini polacche con i suoi musicisti, fra cui il bravissimo Ravid Kahalani, di famiglia yemenita che poi ha fondato gli "Yemen Blues" egli è stato fra i primi artisti israeliani di "fusion" esplorando le influenze musicali ebraiche e internazionali. Fra queste i ritmi degli ebrei orientali, iracheni, yemeniti o etiopi che egli ha rielaborato e reinterpretato con uno stile accattivante e decisamente personale. Alcune canzoni di questa opera sono diventate dei grandi successi del gruppo, come "Boi" (Vieni), "Im Telech" (Se te ne andrai), "Medabrim ba Sheket" (Parlando in silenzio).

2. Mosh Ben Ari
Album: "Mosh Ben Ari Live in Concert," 2007
Un concerto decisamente energico e in pieno stile orientale, per Mosh Ben Ari, musicista di grande efficacia e di origini mediorientali, irachene e Yemenite, diversi artisti israeliani hanno origini Yemenite, si pensi a Ofra Haza, Noa, Eyal Golan o Ravid Kahalani e il bravissimo e eccessivo Zohar Argov. Influenzato dal rock e dal pop i suoi brani sono di grande energia e popolari fra le giovani generazioni come "At" (Tu), "Ve eish she lo (E come non è così).

3. Ehud Banai
Album: "Aneh Li" (Rispondimi), 2004
Un musicista importante per la scena israeliana, come Ehud Banai, divenuto popolare negli anni '80 prima di suo cugino Eviatar, egli è un artista versatile e profondo leader. Vivace esponente del rock israeliano, Banai è stato fra i primi a portare nel suo Paese questo genere musicale mischiando il sound New Wave di quell'epoca, ritmi orientali e tematiche bibliche. Nato a Gerusalemme da famiglia orientale, persiana e afgana, egli è caratterizzato da un sound decisamente particolare e di grande espressività come in questo bellissimo lavoro in cui spiccano canzoni dal richiamo decisamente biblico e ebraico come "Blues C'naani" (Blues di Canaan) o "Hayom" (Oggi).

3. Ha'Yehudim (il popolo ebraico)
Album: 'Metziut Nifredet" (Una realtà diversa), 1995
Una delle band più interessante in perfetto stile anni '90 statunitense chiamato "Grunge" (quello dei Nirvana) questa band decisamente ebraica e identitaria anche dal nome, formata da voci maschili e femminili di alto livello, nelle loro performance dal vivo hanno ottenuto grande successo anche grazie al loro carisma e all'abilità strumentale che li caratterizza. Da segnalare brani intensi come "Kach oti" (Prendimi) , "Ela".

4. Hadag Nachash
Album: "Chomer Mikomi" (Produzione locale), 2004
Tradotto come "pesce serpente" il nome di questa band è una frase dello slang ebraico moderno con cui vengono definiti i giovani in attesa di prendere la patente di guida. Caratterizzati da testi pungenti e forti, questa band originaria di Gerusalemme è stata fra i primi artisti israeliani ad addentrarsi in un genere americano come il Rap mischiando le parole delle canzoni a vari strumenti musicali come sassofono, flauto e oboe e creando sonorità decisamente forti. L'album in questione è un lavoro decisamente solido, realizzato a metà della loro carriera e da parte di una squadra di musicisti di alto livello e dai testi che spesso e volentieri raccontano problematiche sociali di grande attualità, dalla droga alla politica. In questo album spiccano testi come "Mah Naaseh" (Cosa stiamo per fare), "Shirat ha Sticker" (Canto di chi è in silenzio), "Rak po" (Solo qui)

7. Yermi Kaplan
Album: "Boker Tov" (Buongiorno), 1995
Un caso interessante di un cantautore americano emigrato in Israele con la famiglia nel 1969, Yermi Kaplan ha iniziato a esibirsi dal 1977 ottenendo un certo successo grazie alla sua abilità musicale. Nonostante la lunga carriera, egli sembra aver raggiunto il suo vertice artistico con questo lavoro, secondo molti il suo migliore album, con testi estremamente ironici e riflessivi come "Già adesso".

8. Aviv Geffen
Album: "Ha'Michtav" (La lettera), 1996
Musicista di grande rilievo, poeta raffinato e intenso, fra i principali cantautori israeliani e personalità musicale e televisiva decisamente espressiva, influenzato dal Brit Pop anni 90 e da band come Oasis e Suede, Aviv Geffen ha scritto testi straordinari, alcuni dei quali compaiono in questo album. Prima fra tutte la canzone, interpretata anche dal grande Arik Einstein, "Livchot Lecha" (piangere per te) dedicato alla scomparsa di Rabin e un brano di grande forza poetica e musicale seguita da almeno altre due canzoni di alto livello come "Bmilim acherot" (In altre parole), "Yoter Midai" (Troppo). Aviv Geffen è stato fra i primi artisti israeliani a cantare oltre che in ebraico anche in inglese, come nella bellissima "October" (Ottobre).

9. Ethnix
Album: "Bruchim Haba'im Le'Israel (Benvenuti in Israele), 1998
Una delle band più importanti fra gli anni '80 e 90' sono gli Ethnix che hanno avuto grande successo grazie a quel mix di rock, electro pop e musica Mizrahit, questa formazione ha rappresentato un periodo fondamentale della musica israeliana contemporanea anche grazie a questo album. Caratterizzati da un sound leggero e intenso, in questo lavoro spiccano canzoni originali come "BMW Schora" (Una BMW nera) dai chiari influssi orientaleggianti come ben si sente nel ritmo tipicamente misrahit che influenzerà molto artisti come Eyal Golan o Ofra Haza, fra i principali esponenti di questo genere.

10. Ivri Lider
Album: "Yoter Tov Klum Mikim'at" (Meglio niente che quasi, 1999)
Una lunga carriera quella del cantautore Ivri Lider, sulla scena dagli anni 90 ad oggi e divenuto famoso per canzoni vivaci come "Boi". Cantante e pianista molto efficace e decisamente pop melodico sia negli album che in concerto, contraddistinto da uno stile molto espressivo e da grandi abilità vocali e musicali, di origini argentine e ashkenazite, è uno degli artisti più seguiti dalle giovani generazioni e in questo album dal titolo quasi filosofico egli ha realizzato brani interessanti come "Hakos Hakchula" (Il bicchiere blu) molto ritmato e espressivo e la title track, la bellissima"Yoter tov klum mikimat" (Meglio niente che quasi) distinguendosi per la piacevolezza dei brani e dello stile e la capacità di essere profondo, leggero e diretto.

11. Eifo Hayeled Dov'è il bambino)
Album: "Mishehu Shome'a Oti?" (Qualcuno riesce a sentirmi?), 1998
Una delle band più interessanti degli anni '90 israeliani è questo gruppo il cui nome significa "Dov'è il bambino?" e che anche oggi esercita una forte influenza musicale sulla scena musicale attuale. Canzoni dai toni nostalgici, emozionanti, dallo stile semplice e immediato sono diventate ormai dei classici del pop rock israeliano come la coinvolgente "Nafalta Chazak" (Sei caduto duramente), "Rak bishvil lkabel chibuk" (solo per ricevere attenzione), "Lavan Bachalom Shachor" (Bianco in un sogno nero)

12. Din Din Aviv
Album: "Sodotai" (I miei segreti), 2006
Accanto a artisti di origini ashkenazite e europee come Geffen o Kaplan, ci sono tanti artisti di famiglie orientali di grande talento al centro del genere "Mizrahit" (Orientale). Uno di questi, assieme a Banai è Din Din Aviv dalla sonorità mediorientale che in questo album del 2006 dà il suo meglio con capolavori come "Sodotai" (I miei segreti) e "Cholemet" (Sogna) brano dalla vena poetica e raffinata.

13. Mashina
Album: "Mechonat HaZman" (La macchina del tempo) Live, 1995
Una band rock anni '90 molto intensa, guidati da uno dei fratelli Banai, Yuval, è diventata molto popolare anche con questo emozionante live dal titolo esistenziale "la macchina del tempo" che mischia varie sonorità. Dal rock al pop con brani come "Ein Makom Acher" ("Non ho altro posto), "Rakevet Laila" (Treno notturno").

14. Shotei Hanevuah
Album: "Michapes et Dorot" (Cercando le generazioni) 2004
Un gruppo di musicisti elettronici virtuosi e raffinati, hanno prodotto una serie di brani complessi e articolati, dalle armonie vocali interessanti e pieni di sorprese e di variazioni musicali. Elogiati dal pubblico e più ancora dalla critica sono stati definiti "band dell'anno" nel 2005 grazie al grande contributo di Avraham Tal che ha lasciato la band nel 2007 per intraprendere una vivace carriera solistica. Da segnalare brani come "Kol Galgal" (Il suono della Ruota), "Yedia" (Conoscenza).

15. Habanot Nechama ( Ragazze della Consolazione)
Album: "Habanot Nechama," 2007
Tipico esempio di coesistenza di ebraico e inglese, come in molti album e artisti dell'Israele odierno, dove l'inglese sta diventando sempre più popolare, si pensi al caso di Assaf Avidan o di Netta che cantano solo in questa lingua, questo gruppo ha vinto prestigiosi premi nel 2007. Questi musicisti mischiano folk e pop inserendo strumenti come l'armonica e grandi performance vocali in un risultato di grande espressività come nel brano "So far" (Così lontano).

16. Eviatar Banai
Album: "Omed Al Haniyar" (Stando in piedi sulla carta), 2005
Nella famiglia Banai, dopo Ehud e Yuval ora spicca anche il personaggio di Eviatar grazie alle abilità compositive e musicali e a canzoni come in questo album, molto malinconiche e ispirate come "Taharut Klavim" (La corsa dei cani). Voce e grandi numeri di pianoforte, parole efficaci e testi introspettivi in un lavoro che conferma il talento musicale di tanti cantautori poco conosciuti ma di alto livello.

17. Avraham Tal
Album: "Orot" (Luce), 2010
Cantante dei Shotei Hanevuia, Avraham Tal ha realizzato questo intenso lavoro solistico dopo aver cominciato la carriera solistica negli anni 2000 che contiene grandi performance vocali e poetiche di questo cantautore. Non a caso l'album si chiama "Luci" e accanto a brani molto brillanti e vivaci ci sono melodie decisamente romantiche come "Im at holechet" (Se tu andrai via).

18. Artist: Karolina
Album: "Mah A'aseh Achshav?" (Cosa sto per fare adesso), 2009
Una musicista interessante e in bilico fra folk, soul e reggae, Karolina, mischia il sound contemporaneo e lo stile anni '70 dallo stile diretto e coinvolgente. In questo album, la cantautrice è stata capace di realizzare brani vivaci e leggeri a intense melodie malinconiche come "Tzar li Charlie" (Perdonami Charlie") e "Af echad lo ba li" (Nessuno viene da me).

19. Amir Benayoun
Album: "Rak At" (Solo tu), 1999
Musicista versatile e virtuoso, diventato religioso ma dal passato inquieto e dal carattere ribelle, questo cantautore e polistrumentista di origine algerina, 44 anni da compiere il prossimo 30 agosto, è fra i migliori esponenti della sua generazione con la sua voce ipnotica e suggestiva e il carisma e l'espressività che lo contraddistinguono. Dotato di una voce straordinaria e della rara capacità di suonare diversi strumenti, dal pianoforte, all'Oud, al flauto, a soli 44 anni, il prossimo 30 agosto, Benayoun ha composto un gran numero di canzoni. Fra le sue migliori produzioni questo album "Rak at" pieno di brani emozionanti come "Ulai Hapaam" (Forse stavolta) e la bellissima "Yesh li chalom" (Ho un sogno).

20. Static and Ben EI Tavori
Album: "Kvish Hachof" (La strada spiaggia) 2016
Fra gli artisti più conosciuti fra i giovani israeliani, questa band è vivace e eccentrica e mischia diverse influenze musicali, dalla musica Mizrahit, al pop al rap elaborando un sound innovativo e unico nel suo genere. In continua trasformazione, questi musicisti non sono legati a nessun genere musicale in particolare, ma mischiano diverse influenze come si vede in canzoni come la canzone che dà il titolo all'album.

21. Subliminal and Hatzel (The Shadow)
Album: "Haor V'Hatzel" (Luce ed ombra), 2002
Sempre al confine fra rock e rap, l'artista Subliminal ha rivoluzionato questo genere grazie al suo carisma e alla sua espressiva presenza scenica. Attirando l'attenzione di pubblico e critica con I suoi ritmi coinvolgenti e la sua voce baritonale ha raggiunto grande successo esprimendo al meglio la sua creatività con questo album dei primi anni duemila. Questo grazie a brani come una canzone il cui titolo si ispira all'inno nazionale israeliano "Hatikva", l'intensa "Yeled Rehov" (Ragazzo di strada) e la grintosa "Ani Yechol" (Io posso).

(Bet Magazine Mosaico, 1 luglio 2019)


Historica: La Brigata Ebraica

Recensione: la vera storia dei soldati con la Stella di Davide

di Luca Tomassini

 
La Storia, intesa come resoconto degli avvenimenti che hanno segnato l'umanità, è fatta anche di percorsi laterali, di fatti ignoti ai più che tuttavia hanno avuto la loro importanza fondamentale nel costruire il mondo come oggi lo conosciamo. Limitando il campo all'ultimo conflitto mondiale, è stato a lungo sottovalutato l'apporto decisivo fornito dalla cosiddetta "Brigata Ebraica" alla vittoria finale degli Alleati sui Nazifascisti. Questa milizia, fortemente voluta da Winston Churchill, rispose a due necessità: da una parte, l'urgenza di coinvolgere quanti più attori possibili sullo scenario della guerra mondiale in grado di dare filo da torcere ai nazisti; dall'altra, una volta che le notizie circa l'esistenza dei campi di concentramento avevano iniziato a fare il giro del mondo, il bisogno da parte del popolo ebraico di uscire dall'immagine generalmente attribuitogli di "vittime" e di recitare un ruolo proattivo nel conflitto. E il ruolo giocato dalla brigata sarà addirittura decisivo, soprattutto sul fronte italiano.
  Costituita tanto da ebrei provenienti dalla Palestina (i territori che oggi corrispondono allo Stato d'Israele) quanto da altri provenienti da terre soggette al controllo britannico, come Canada, Australia e Sudafrica, la Brigata assurse agli onori della cronaca dando un apporto determinante alla vittoria alleata nella Battaglia dei Tre Fiumi, con il quale venne sfondata la Linea Gotica eretta dal feldmaresciallo Albert Kesselring. A conflitto ancora in corso, all'attività bellica della Brigata già si affiancava un'importante attività di sostegno ai sopravvissuti della persecuzione nazifascista, molti dei quali decisi a lasciare l'Europa per dirigersi nella Palestina britannica. Molti degli stessi soldati della Brigata decisero, a guerra finita, di trasferirsi in quei territori contribuendo alla formazione dell'esercito del nascente stato israeliano, che ben presto avrebbe affrontato un nuovo genere di guerra.
  L'epopea della milizia con la stella di Davide è al centro de La Brigata Ebraica, nuovo lavoro di Marvano, nome d'arte della star del fumetto belga Mark Van Oppen. Diventato famoso con adattamenti di romanzi di fantascienza (fruttuosa in tal senso la collaborazione con lo scrittore Joe Hadelman, vincitore del premio Hugo), da qualche anno Marvano sembra preferire la rievocazione storica, con una particolare predilezione per soggetti poco frequentati dalle cronache ufficiali.
  Giocando abilmente tra verità storica e fiction, l'autore pone al centro della sua opera due personaggi immaginari, i soldati Leslie e Ari della Brigata Ebraica, che si muovono lungo gli scenari di un conflitto bellico ormai agli sgoccioli. Attraversando con la loro Jeep frontiere che presto verranno modificate dagli interessi dei vincitori, i due amici incontrano una umanità allo sbando, segnata per sempre dall'orrore della guerra, e sono testimoni delle brutalità e delle efferatezze che ne conseguono. La sofferenza per il popolo ebraico non è finita con la conclusione della guerra, e i sopravvissuti continuano ad essere vittime di atti di violenza e discriminazione.
  Quando li incontriamo per la prima volta, Leslie e Ari sono sulle tracce di un ufficiale nazista che durante la guerra si era reso colpevole di atrocità all'interno di un campo di concentramento. Nascostosi in una missione nella campagna polacca, dove indossa i panni di un prete, l'ufficiale viene smascherato e ucciso da Leslie. Prima di ripartire, al duo si unisce Safaya, una giovane sopravvissuta ai campi che avrà un ruolo importante nel prosieguo della storia. Finita la guerra, con la Brigata di stanza a Tarvisio, nel Friuli, in attesa di essere sciolta, Leslie e Ari prendono strade diverse: il primo continua sul suo percorso di vendetta dando la caccia ai gerarchi nazisti in fuga, il secondo sceglierà di recarsi in Palestina, anche se il fato avrà in programma per lui un altro destino. Sarà Leslie, alla fine, e raggiungere la terra promessa, dove si ricongiungerà ad una Safaya ormai adulta e fornirà il proprio contributo al nascente stato di Israele.
  Uscita in patria in tre tomi e raccolta da Mondadori in un unico volume della collana Historica, La Brigata Ebraica restituisce al lettore, senza alcuna retorica, il senso di annichilimento di un'umanità devastata dalla guerra. Nonostante la conclusione ufficiale del conflitto, Marvano pone l'accento sulle difficoltà del tornare alla vita di tutti i giorni, dopo le atrocità subite o a cui si è assistito. In questo senso, la vendetta può diventare una nuova ragione di vita, come per Leslie, un nuovo e brutale senso all'angoscia che non può più abbandonarlo. Da qui partono tutta una serie di considerazioni interessanti, su quanto le ferite della guerra possano condizionare l'identità di chi sopravvive e su quando una guerra può dirsi veramente conclusa. Nel caso del popolo ebraico, il conflitto non fa in tempo a finire che, grazie alla controversa risoluzione 181 delle Nazioni Unite che sancisce la nascita di Israele nei territori palestinesi, è già tempo di una nuova guerra con le popolazioni arabe che lì risiedevano.
  Proprio nel capitolo finale si palesano le più grandi perplessità nei confronti di quest'opera, peraltro ben riuscita fino a questo punto, con l'autore che si perde nello stereotipo dell'"arabo cattivo" e fornisce un' interpretazione piuttosto manichea di una vicenda storica in realtà molto più complessa. Un vero peccato, visto il buon lavoro fatto da Marvano nel restituire con precisione il clima storico e nel tratteggiare caratterizzazioni interessanti. A livello grafico, La Brigata Ebraica sarà sicuramente apprezzata dagli amanti del fumetto di area francofona: Marvano si inserisce pienamente nella tradizione della bd belga, optando per una distribuzione delle vignette in 3 0 4 strisce regolari in cui i campi lunghi predominano sui primi piani. Non manca comunque l'utilizzo di splash-pages d'effetto quando la situazione lo richiede. L'autore predilige l'utilizzo della linea chiara, con un tratto improntato a pulizia e leggibilità, evitando l'utilizzo di tratteggi e chiaroscuri. In conclusione, un esito finale tra luci ed ombre per un'opera che, in ogni caso, ha il pregio di fare luce su una vicenda storica appassionante e poco conosciuta.

(Comicus, 1 luglio 2019)



Notizie archiviate



Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse liberamente, citando la fonte.