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Notizie 1-15 luglio 2019


Corea del Sud-Israele: colloqui bilaterali su relazioni tecnologiche e sicurezza regionale

Il Presidente israeliano Reuven Rivlin e il Presidente sudcoreano Moon Jae-in
-> Video
SEUL - I leader di Corea del Sud e Israele hanno tenuto un colloquio bilaterale oggi a Seul, con l'obiettivo di consolidare il partenariato nei campi della sicurezza regionale e delle tecnologie avanzate. Lo ha riferito la presidenza sudcoreana. Il presidente israeliano, Reuven Rivlin, è giunto a Seul nella giornata di ieri per una visita ufficiale di cinque giorni. L'agenda dell'incontro ha incluso il rafforzamento della cooperazione nei settori dell'alta tecnologia, inclusi lo sviluppo dei software e le startup, per meglio posizionare i due paesi in vista della quarta rivoluzione industriale. Sono stati anche discussi temi legati alla sicurezza nella Penisola coreana e nel Medio Oriente, con particolare riferimento alla Corea del Nord e all'Iran. In occasione del summit, Seul e Tel Aviv hanno firmato due accordi tesi a promuovere i legami nel campo dell'istruzione e dell'energia dall'idrogeno. Rivlin è il primo presidente israeliano a visitare la Corea del Sud da nove anni a questa parte.

(Agenzia Nova, 15 luglio 2019)


Hamas, unità segrete in Libano e Turchia per attaccare Israele

I leader fondamentalisti di Gaza hanno creato il "Dipartimento costruzioni". Lo scopo è sviluppare nuove armi e costituire cellule. Le rivelazioni di un pentito.

La rete clandestina sfrutta le coperture e gli spazi di libertà in Paesi amici A svelare il piano dei capi della Striscia la confessione in tv di un alto ufficiale

di Fabiana Magrì

«Dipartimento Costruzioni»: con questo nome Hamas ha creato un'unità che opera all'estero, soprattutto in Libano e Turchia, al fine di acquistare e sviluppare armi tecnologicamente avanzate per colpire Israele da più fronti in caso di nuovo conflitto. A svelare l'esistenza di questa unità segreta è stato un «pentito» di Hamas: la creazione risale al 2014, dipende dal comando militare di Hamas a Gaza, e i suoi scopi non vengono rivelati ai Paesi dove opera al fine di godere di maggiore libertà di azione.
In Libano, alle scuole di Hamas, centinaia di giovani palestinesi dai campi profughi si addestrano al combattimento e imparano tanto a maneggiare quanto a produrre armi di ogni tipo, da quelle leggere ai razzi. È un network avviato in sordina mentre le autorità libanesi voltavano lo sguardo altrove, proprio a casa loro, ma svincolato da Beirut così come da Hezbollah. Questa unità militare segreta dell'organizzazione fondamentalista sunnita ha raggiunto proporzioni significative.

 Il prossimo conflitto
  Hamas recluta le nuove leve col passaparola e le addestra in campi equipaggiati, a due passi dalle zone abitate. Dove, oltretutto, continua a installare impianti di produzione di missili e depositi di armi, talvolta con la collaborazione di civili libanesi affiliati al movimento militante islamista egiziano Al-Gama Al-Islamiya. Che Hezbollah sia più o meno favorevole, poco importa. Poco importa perfino che il nuovo fronte contro Israele possa andare contro gli interessi della stessa organizzazione sciita di Hassan Nasrallah. Negli anni recenti Hamas si è attrezzata efficacemente per manovrare da remoto il prossimo conflitto a Gaza e dal 2014 ha messo radici in vari Paesi, dove la libertà di manovra è più ampia, specialmente se si tratta di contrabbandare armi ed entrare in contatto con esperti del settore scientifico e tecnologico militare che forniscono consulenza sulle soluzioni più all'avanguardia in termini di missili, razzi, droni, imbarcazioni subacquee senza equipaggio e quant'altro. Oltre che in Libano, le brigate «Ezzedin al Qassarn» gestiscono unità in Siria, ma da quando Hamas ha assicurato il sostegno alle forze di opposizione al regime di Assad, all'inizio della guerra civile, è in Turchia che risiede il quartier generale all'estero del «Dipartimento Costruzioni». Se in alcuni Paesi - tra cui Europa, Stati Uniti e Israele - è stata dichiarata un'organizzazione terroristica, in altri, come la Turchia, Hamas gode di sostegno ufficiale, soprattutto dopo che Ankara si è stretta ancor più intorno alla causa palestinese in seguito al riconoscimento Usa di Gerusalemme capitale dello Stato ebraico e della sovranità israeliana sulle Alture del Golan.

 Nuovi gruppi jihadisti
  Da Istanbul, la catena di comando è sempre in cerca di nuovi strategici legami con altri gruppi jihadisti e nuove località, da cui diramare le attività. Senza tuttavia tirare troppo la corda, Hamas sfrutta in via ufficiosa l'amicizia turca per il radicamento dei suoi alti dirigenti e per perseguire attività terroristiche, accuratamente sotto il radar delle autorità del Paese ospite. Ma a rivelare quanto sta avvenendo è stato il «pentito» Suheib Yousef, figlio di uno dei leader incontrastati di Hamas, lo sceicco Hassan Yousef, perché ha descritto il modus operandi dell'unità islamica in Turchia e ne ha denunciato la corruzione, niente meno che al Canale 12 israeliano. Inviato di Hamas in Turchia, Suheib Yousef ha spiegato che l'autorità che governa de facto nella Striscia di Gaza compie operazioni di sicurezza e militari sul suolo turco sotto la copertura della società civile, che ha avanzati sistemi di ascolto e raffinate attrezzature e che vende informazioni all'Iran in cambio di assistenza finanziaria e soldi che arrivano da banche turche. Il fine dichiarato è porre le basi di un nuovo conflitto con Israele, creando capacità tali da poterla attaccare contemporaneamente da più fronti e non solo dalla Striscia di Gaza.

(La Stampa, 15 luglio 2019)


Nuove opportunità strategiche, la Puglia vola in Israele

Sino al 18 luglio Emiliano e i presidenti delle Agenzie regionali in visita a Tel Aviv.

 
il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano e l'Ambasciatore d'Israele in Italia, Ofer Sachs
BARI - Dopo la visita a Grottaglie dell'ambasciatore di Israele in Italia Ofer Sachs, il 25 febbraio scorso, in cui fu espressa la volontà di creare connessioni con i più importanti players pugliesi di diversi settori produttivi, ora è la Puglia ad andare in Israele.
   La missione, che durerà sino al 18 luglio, sarà un buon punto di partenza per costruire opportunità strategiche a livello sia istituzionale che industrial/business.
   Della delegazione pugliese guidata dal presidente Michele Emiliano, fanno parte il suo capo di Gabinetto, Claudio Stefanazzi, l'amministratore delegato di Acquedotto pugliese Nicola De Sanctis, il vice presidente di Aeroporti di Puglia Antonio Vasile, il direttore generale di AGER (Agenzia territoriale della Regione Puglia per la gestione dei rifiuti) Gianfranco Grandaliano, il commissario straordinario di ARTI (Agenzia Regionale per la Tecnologia e l'Innovazione) Vito Albino, il presidente di DTA (Distretto tecnologico aerospaziale pugliese) Giuseppe Acierno, la dirigente della sezione Competitività e ricerca dei sistemi produttivi della Regione Puglia Gianna Elisa Berlingerio, il console onorario di Israele in Puglia Luigi De Santis.
   "C'è un grande lavoro dietro i dati positivi che vedono la Puglia crescere e affermarsi a livello internazionale in settori strategici come aerospazio, innovazione, agricoltura di precisione - spiega il presidente Michele Emiliano - Noi puntiamo sempre più in alto e intendiamo aprire nuove collaborazioni strategiche che facciano crescere le nostre imprese, creare occasioni per i giovani pugliesi, e contribuire attraverso ricerca e innovazione alla tutela della nostra terra e del nostro mare. Importanti sono anche gli scambi che intendiamo rafforzare dal punto di vista turistico e cultuale".
   Il programma prevede una visita alla Israel Innovation Authority a Gerusalemme, al fine di presentare il quadro degli incentivi a disposizione per l'insediamento di aziende estere e consentire ai rappresentanti israeliani di esporre come vengono costruiti i piani per l'innovazione e quali sono i canali di finanziamento per le imprese.
   La delegazione nelle giornate del 16 e 17 luglio si dividerà per visite simultanee a imprese nei settori water management, waste management, spacetech applied to precisionagricolture.
   Momenti di scambio culturale e visite istituzionali arricchiranno inoltre la missione, tra i quali l'incontro con Ami Katz, direttore del Museo Eretz Israel, con Fiammetta Martegani, curatrice della Mostra "Dalla terra ferma alla terra promessa, con Avi Blasberger, direttore generale della Israel Space Agency; con il Vice Sindaco di Tel Aviv Doron Sapir.

(Bari Viva, 15 luglio 2019)


Europa pavida, complice dell'Iran

Ha deciso di convivere con le minacce iraniane

Scrive lsrael Hayom (8/7)

Qualsiasi stolto può capire che l'Iran non intende cessare i suoi sforzi per acquisire un'arma nucleare", scrive Eldad Beck. "Ma l'Unione europea e i suoi principali rappresentanti, Germania, Francia e Gran Bretagna, si rifiutano di capire. Dopo che l'Iran ha annunciato d'aver apertamente violato l'accordo nucleare del 2015, gli europei si sono accontentati di ridicole condanne ed espressioni di "profonda preoccupazione". Erano "in attesa dei rapporti dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica", hanno spiegato tra un appello e l'altro all'Iran ad attenersi all'accordo: come se il regime di Teheran fosse paragonabile a un bambino capriccioso da redarguire agitando un dito. Di fronte a un Iran furbo e abile, gli europei si sono dimostrati deboli e privi di principi. E' terribilmente paradigmatica la nomina del ministro degli Esteri spagnolo Josep Borrell al ruolo di prossimo rappresentante della politica estera dell'Unione europea. Si tratta dello stesso Borrell che ha spudoratamente dichiarato: "L'Iran vuole spazzare via Israele? Non è una novità. E' una cosa con cui dobbiamo convivere". In altri termini, secondo Borrell, dal punto di vista dell'Unione europea la volontà di annientare Israele è un fatto accettabile.
   Questa, in poche parole, è la sintesi della diplomazia europea nei confronti dell'Iran: capitolazione allo scopo di promuovere rapporti economici. Tutti i discorsi europei sulla necessità di rispettare gli accordi internazionali sono parole vuote. Sin dall'inizio era chiaro agli europei, come alla Casa Bianca sotto il presidente Barack Obama, che l'accordo sul nucleare non mirava a porre fine in modo assoluto ai piani dell'Iran per dotarsi di armi nucleari, ma solo a ritardare la loro attuazione. Anche dopo che Teheran ha ufficialmente annunciato d'aver violato l'accordo, gli europei hanno continuato a balbettare, cercando scappatoie che consentissero loro di non agire: il presidente francese Emmanuel Macron potrebbe presto volare a Teheran per cercare di convincere gli iraniani a fermare le violazioni. Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas è già stato in Iran un paio di settimane fa con lo stesso scopo, senza successo. In alternativa, gli europei hanno dichiarato di voler attivare i meccanismi di controllo congiunto che hanno con l'Iran nel tentativo di continuare a prendere tempo, attività in cui eccellono. Il fallimentare accordo sul nucleare iraniano è considerato il fiore all'occhiello dell'azione diplomatica europea, il più grande successo della sua diplomazia. Il modo in cui l'accordo si è dissolto dovrebbe insegnarci un paio di cose sulla rilevanza degli europei. Una lezione da tenere ben presente in particolare quando torneranno a fare pressione su Israele perché accetti tutte le concessioni che loro ritengono indispensabili: come a loro non danno realmente fastidio gli appelli del regime iraniano alla distruzione di Israele, allo stesso modo non si preoccupano quando sono i palestinesi ad auspicare l'annientamento dello Stato ebraico. Loro ci possono convivere benissimo. Noi no".

(Il Foglio, 15 luglio 2019)


Usa, due nuovi caccia F-35 a Israele

F-35I
WASHINGTON - L'aeronautica militare israeliana avrebbe ricevuto ieri due nuovi caccia multiruolo "stealth" di quinta generazione F-35I nuovi di zecca.
La notizia sta circolando sui siti web specializzati e sui profili social degli esperti del settore. I caccia serie 925 e 926 sarebbero infatti partiti dalla base aerea di Lajes, nelle Azzorre (Portogallo), e avrebbero oltrepassato lo stretto di Gibilterra insieme all'aereocisterna statunitense KC-10A (numero di serie 79-1947).
I caccia prodotti dalla Lockheed Martin sono in grado di trasportare testate termonucleari B61 di ultima generazione. Israele è in possesso di decine di testate nucleari.

(ParsToday, 15 luglio 2019)


Stato degli ebrei e comunità internazionale

di Noemi Nacamulli

All'interno del dibattito sempre attuale sul rapporto tra stato e laicità, il caso di Israele risulta peculiare: il tema di discussione è costantemente aperto.
   A sostegno della tesi di Israele in quanto Stato ebraico e quindi non laico vi sono molti elementi di carattere formale e non solo. In primo luogo la sua stessa fondazione nel 1948 costituisce una connotazione formale: il contesto storico post bellico ha reso necessario riconoscere a livello di politica internazionale, agli ebrei sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale, il diritto a una terra dove potersi stabilire, che fosse per loro garanzia di libertà politica e che in ogni caso fosse strumento per una maggiore sicurezza.
   A conferma del carattere ebraico dello Stato di Israele si possono inoltre prendere in considerazione diverse leggi tra cui due emblematiche: la cosiddetta legge del ritorno del 1950 e la recente legge fondamentale del 2018 che definisce Israele Stato nazione del popolo ebraico.
   La legge del ritorno, come noto, garantisce ad ogni ebreo la possibilità di stabilirsi in Israele e di ottenere di conseguenza la cittadinanza israeliana, Ogni ebreo ha cioè diritto di entrare in Israele e diventare cittadino israeliano in funzione della sua identità ebraica.
   In tal senso si è attribuito a Israele la fisionomia di Stato rifugio poiché viene data così una veste giuridica al sionismo, venendo questa legge a regolare il rapporto tra il popolo ebraico in Diaspora e quello in Israele. David Ben Gurion durante la presentazione della legge alla Knesset ha affermato che il diritto della persona ebrea di tornare in Israele precede anche la fondazione dello Stato ed è questo diritto ad averne permesso la ricostruzione perché questo stesso diritto ha la sua fonte nel legame che non è mai venuto meno tra il popolo ebraico e la sua patria. C'è chi sostiene che conferma ulteriore del carattere giuridicamente ebraico dello stato di Israele derivi dalla recente legge del 19 luglio 2018. In questa legge infatti, tra le altre cose, è detto che lo Stato di Israele è la patria nazionale del popolo ebraico, che la bandiera dello Stato è caratterizzata dalla presenza della stella di Davide al suo centro, che la lingua ufficiale dello Stato è l'ebraico e ancora che il calendario ebraico è il calendario ufficiale dello Stato.
   Risulta da questi dati che Israele esca come uno Stato religiosamente connotato.
   Tuttavia, mentre per altri Stati sostanzialmente confessionali si rende difficile il binomio religione di Stato - democrazia, in Israele si è tentata la convivenza organica tra religione quale fondamento dell'identità nazionale e politica da un lato, e gestione democratica della cosa pubblica dall'altro. In politica interna questo aspetto è maggiormente visibile: infatti ad esempio nelle istituzioni dello Stato sono presenti elementi che caratterizzano un ordinamento giuridico laico. A questo proposito ci si può riferire tra l'altro alla presenza contemporanea sul territorio di scuole a sfondo religioso appartenenti a diverse tendenze. D'altro canto in politica estera e nelle relazioni internazionali che lo Stato di Israele intrattiene, è possibile intravedere un aspetto più rigorosamente incentrato sull'unità identitaria e nazionale, aspetto probabilmente dovuto alla necessità di proporre all'esterno un'immagine meglio definita del ruolo dello Stato di Israele come difensore dell'ebraicità. Il perno su cui si fonda questa immagine permane legato alla funzione dello Stato di Israele quale difesa del popolo ebraico contro attacchi persecutori. Tuttavia potrebbe risultare non sempre vantaggioso improntare una difesa politica sul passato subito: potrebbe essere più utile dichiarare la necessità di difendersi per il solo fatto che si ha una identità giuridica. Israele è uno Stato sovrano: questo può bastare per giustificare la sua esistenza e il suo peso nelle relazioni internazionali.
   Non si vuole certamente in questa sede mettere in discussione l'idea di Israele come Stato degli ebrei: sarebbe cosa complessa tra l'altro da sostenere per chi fa parte di una famiglia decimata a causa delle persecuzioni razziali e che è cresciuto sentendosi ricordare che quel fazzoletto di terra è il motivo che oggi ci fa sperare che ciò che è accaduto non accada più.
   Ci si interroga tuttavia sull'opportunità che Israele continui ad attestare sul tema della difesa del popolo ebraico le proprie argomentazioni a livello di relazioni internazionali: potrebbe forse essere più proficuo per Israele sviluppare la difesa della propria esistenza e dei propri confini non tanto sull'elemento peculiarmente religioso, quanto sulla autonomia e l'identità del suo popolo in quanto tale.

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)


Israele, la rabbia degli ebrei etiopici diventa musica

Una rissa di rione, un agente che sfodera la pistola ed un adolescente di origine etiopica - Salomon Tekah - che stramazza morto a terra con un proiettile nel petto. All'indomani, in Israele il traffico è paralizzato da decine di migliaia di israeliani originari dell'Etiopia che protestano contro la polizia e contro fenomeni di razzismo di cui si sentono vittime. E subito la rabbia diventa musica di protesta dei giovani 'afro-israeliani'. Ancora poche settimane fa i loro nomi (Abate Berihun, Tamar Radah, Jeremy Cool Habash, Gili Yalou) erano sconosciuti. Per ascoltarli bisognava frequentare piccoli locali nelle cittadine del 'secondo Israele' (Lod, Bat Yam, Natanya), o attendere festival di musica indy.
   Adesso invece, sull'onda delle rivolta nelle strade, sono invitati negli studi televisivi più ambiti. La loro musica (in ebraico, in amarico o in inglese) è entrata anche nella radio nazionali. L'israeliano medio si
avvicina così alle radici della violenta protesta di questo mese: alla frustrazione di chi si è affacciato al mondo ai margini della società, marchiato dal colore della propria pelle, sempre sotto l'occhio sospettoso dei guardiani dell'ordine pubblico. "Mi vogliono arreso, con le manette ai polsi - denuncia il rapper Teddy Neguse. - Diecimila occhi mi seguono. In me vedono solo il colore, mi sospingono ai margini. Poi le prove le faranno scomparire, proprio come con Salmasa". Nei testi tornano con insistenza i nomi di Yosef Salmasa, Yehuda Biadga e Salomon Tekah: tre di dodici adolescenti di origine etiopica morti negli ultimi dieci anni in ruvidi contatti con la polizia. E con loro torna ricorrente l'incubo del 'taser', la pistola elettrica degli agenti.
   "Ricordo le pazze corse notturne per sfuggire alla 'pistole-Volt' - canta Ofek Adanek - corse per la sopravvivenza, rapidi come Usain Bolt". "Non sparare, Israele" invoca un altro rapper, stravolgendo il versetto biblico "Non temere, Israele".
   L'immigrazione in Israele degli ebrei di Etiopia (Beta Israel, in amarico, o Falasha) era iniziata negli anni Novanta come un sogno utopico. "Eravamo ragazzi delle dune, guardavamo le stelle, eravamo sognatori" canta Jeremy Cool Habash in una canzone intitolata: 'Israeliani nervosi'. L'utopia si e' infatti infranta: la realtà di Israele ha mortificato i più anziani, ma ha temprato la nuova generazione. Che nella musica cita artisti etiopici, il rythm and blues, il reggae, il hip-hop e il grove.
   Ne emerge un mix energico e frizzante. Una di loro, Esther Rada, ha spiccato il volo nel mercato internazionale. In Israele è significativa la carriera del sassofonista Abate Berihun che è nato in Etiopia dove è cresciuto ascoltando Charlie Parker e John Coltrane e suonando musica nazionale locale. Immigrato in Israele, ha fatto il lavapiatti. Oggi però ha sfondato e ora accompagna Ehud Banai, una star della musica israeliana. "Lo dico sempre - conclude la 'afro soul singer' Aveva Dese - che la musica può sconfiggere il razzismo, può favorire l'eguaglianza e cambiare il mondo".

(ANSAmed, 15 luglio 2019)


Delegazione di Hamas in Russia

Sono in corso i preparativi per una visita di una delegazione di Hamas la prossima settimana a Mosca. La visita includerà colloqui con il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e un certo numero di funzionari del ministero degli Esteri russi.
Sarà il vicepresidente di Hamas, Moussa Abu Marzouk, a dirigere la delegazione, che visiterà la capitale russa lunedì per una visita di tre giorni. Ci si aspetta che le due parti discutano la situazione palestinese, incluso il cosiddetto "accordo del secolo" sostenuto dagli Stati Uniti.

(Il Faro Sul Mondo, 14 luglio 2019)


Hamas abbandona i tunnel e cambia strategia

di Laura Cianciarelli

L'8 luglio le Forze di difesa israeliane hanno distrutto il diciottesimo tunnel costruito da Hamas per collegare il territorio meridionale della Striscia di Gaza a Israele. L'ultimo di una rete di tunnel militari che si uniscono in un dedalo di qualche decina di chilometri sotto le città di Khan Yunis, Jabalia e il campo profughi di Shati.
  Hamas ne ha iniziato lo scavo in seguito alla c.d. "Operazione piombo fuso", una campagna militare lanciata dall'esercito israeliano nel dicembre del 2008 - e conclusasi il mese successivo, nel gennaio 2009 -, allo scopo di neutralizzare l'organizzazione palestinese, in risposta all'intensificarsi del lancio di razzi da parte di Hamas contro obiettivi civili nel sud di Israele. Subito, l'offensiva israeliana era risultata imponente e l'ala militare di Hamas aveva dovuto ritrarsi nella città di Gaza, per salvaguardare la sovranità di Hamas sulle città e i villaggi della Striscia.
  L'organizzazione palestinese ha cercato allora una soluzione in grado di cogliere di sorpresa le forze israeliane, nel caso avessero lanciato una nuova offensiva nel territorio. Da qui, l'idea di scavare alcuni tunnel per tutta l'ampiezza della Striscia di Gaza, con l'obiettivo di colpire alle spalle l'esercito israeliano.

 Un progetto abbandonato
  I tunnel si sono rivelati utili non solo a scopi di attacco, ma anche di difesa: ad esempio, per nascondere l'arsenale missilistico, per facilitare le comunicazioni o come nascondiglio per i soldati. Ormai, però, il sistema di tunnel sotterranei avrebbe fatto il suo corso e non risulterebbe più utile ad Hamas. La loro costruzione infatti è continuata fino a quando le Forze di difesa israeliana hanno rivelato di essere in possesso di nuovi strumenti tecnologici per localizzarli e distruggerli. In contemporanea l'esercito israeliano ha iniziato a costruire una barriera sotterranea molto profonda e dotata di sistemi tecnologici di rilevamento.
  Da quando le Forze israeliane hanno iniziato a impiegare tecnologie avanzate per disseppellire i tunnel di Hamas, l'organizzazione palestinese ha abbandonato il progetto. Sotto la Striscia di Gaza rimarrebbero ancora alcuni tunnel nascosti, considerati però di difficile utilizzo per Hamas, vista la nuova barriera costruita da Israele.

 Verso una nuova strategia
  La decisione di Hamas di rinunciare alla costruzione di tunnel ha conseguenze importanti per la dottrina militare del braccio armato dell'organizzazione, che è ora alla ricerca di un'alternativa. Lo stesso giorno in cui è stato demolito il diciottesimo tunnel, le Forze di difesa israeliana hanno intercettato un drone di Hamas, penetrato nello spazio aereo israeliano. L'organizzazione palestinese starebbe progettando lo sviluppo di una "forza aerea" costituita da droni e altri velivoli senza pilota, in grado sia di raccogliere informazioni di Intelligence sia di condurre azioni offensive.
  Hamas è alla ricerca di un nuovo strumento difensivo in grado di proteggere la Striscia di Gaza da un eventuale attacco israeliano contando sull'effetto sorpresa, considerata l'impossibilità di far fronte a un'offensiva via terra. Starebbe così ampliando il raggio dei suoi missili - risultati efficaci contro Israele - e dei lanciarazzi multipli in grado di superare il sistema di difesa antimissile Iron Dome.
  Dietro a questi tentativi, c'è però il dato di fatto. Data la sua posizione di debolezza, Hamas deve optare per una tregua con Israele piuttosto che cercare un conflitto dal quale uscirebbe perdente. Senza contare che la volontà di raggiungere soluzioni di compromesso, evitando un ennesimo scontro, potrebbe essere una decisione strategica, frutto di una vera e propria convergenza di interessi tra Hamas e Israele.
  Entrambi sembrerebbero impegnati a tutelare i rapporti con l'Egitto - che si erge sempre più come mediatore del conflitto israelo-palestinese - e a impedire che l'Autorità nazionale palestinese (Anp) riesca nell'impresa di riunificare Cisgiordania e Striscia di Gaza sotto il suo controllo. Ed entrambi sono consapevoli dell'improbabilità che, in caso di uno scontro all'ultimo sangue, una delle due parti possa riportare una vittoria totale, senza ingenti perdite umane, militari ed economiche.
  Non è nell'interesse d'Israele condurre operazioni militari a Gaza, che potrebbero rivelarsi troppo costose sotto diversi profili, e che in ogni caso lo distrarrebbe dal fronte con la Siria. Hamas, inoltre, si è dimostrata anche una controparte con la quale si riesce a negoziare e il suo allontanamento da Gaza creerebbe uno spazio colmabile da gruppi jihadisti più pericolosi, tra i quali lo Stato islamico, i cui fedelissimi sono molto presenti nella vicina Penisola del Sinai, o il Jihad islamico, responsabile della recente escalation di violenza proprio nella Striscia.
  Come sottolinea l'analista Aaron David Miller, Israele reputa Hamas l'alternativa più tollerabile all'interno della Striscia di Gaza; Hamas sa di aver bisogno dell'accettazione de facto da parte di Israele, per questo opera per calmare gli animi dei palestinesi. Entrambe le parti, insomma, beneficiano dello status quo.

(Inside Over, 14 luglio 2019)


Netanyahu: "risposta schiacciante se Hezbollah ci attacca"

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha avvertito il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, che un eventuale attacco contro lo Stato ebraico provocherà una risposta "schiacciante". "Durante il fine settimana abbiamo sentito Nasrallah vantarsi dei suoi piani di attacco", ha detto il capo del governo israeliano, in riferimento a un'intervista rilasciata dal capo del "Partito di Dio" libanese all'emittente "Al Manar". "Voglio essere chiaro: se Hezbollah osa commettere l'errore di attaccare Israele, la nostra risposta sarà schiacciante", ha dichiarato Netanyahu durante una riunione di governo.
   Lo sceicco sciita libanese ha detto nell'intervista ad "Al Manar" - rilasciata nell'anniversario della guerra del 2006 tra Hezbollah e Israele, che ha ucciso oltre 1.200 libanesi, per lo più civili, e più di 160 israeliani, per lo più soldati - che i principali siti israeliani lungo la costa mediterranea, compresa Tel Aviv, sono "alla portata dei nostri missili". Il capo di Hezbollah ha anche detto che l'Iran è "capace di bombardare Israele con ferocia e forza", ma "non inizierà una guerra". La scorsa settimana, Netanyahu aveva affermato che "l'Iran sta minacciando la distruzione di Israele", avvertendo che gli aerei da combattimento israeliani "possono raggiungere qualsiasi parte del Medio Oriente, incluso l'Iran".
   Hezbollah è considerato un'organizzazione terroristica dagli Stati Uniti ed è l'unica fazione a non essere disarmata dopo la guerra civile del 1975-1990. Il partito è un attore politico importante in Libano, con 13 seggi in Parlamento e tre incarichi nell'attuale governo guidato dal premier Saad Hariri. Israele ha effettuato centinaia di raid aerei nella vicina Siria contro obiettivi militari iraniani e di Hezbollah: l'obiettivo è impedire all'Iran di creare un "corridoio sciita" che da Teheran arrivi fino alle coste siriane. Recentemente, lo Stato ebraico ha scoperto e distrutto sei tunnel che passavano sotto il confine dal Libano in Israele.

(Agenzia Nova, 14 luglio 2019)


*


«Se saremo attaccati la nostra risposta sarà devastante»

Così il generale Abdulrahim Mousavi, comandante delle forze armate iraniane

TEHERAN - In caso di attacco, l'Iran non si limiterà alla sola difesa, ma lancerà azioni «devastanti» contro il nemico, ha dichiarato il comandante delle forze armate iraniane, il generale Abdolrahim Mousavi, citato dall'agenzia Farsnews.
«Noi non abbiamo mai iniziato una guerra e non lo faremo mai. Tuttavia, se dovessero attaccarci, la risposta delle forze iraniane nei confronti degli aggressori sarà devastante», ha detto Mousavi, aggiungendo che «paragonando la potenza militare attuale dell'Iran a quella degli anni Ottanta, della guerra contro l'Iraq, è evidente che sia cresciuta in modo esponenziale».

(ticinonline, 14 luglio 2019)


"La terapia di conversione dei gay funziona". Polemica sul ministro israeliano

Rafi Peretz, responsabile dell'Istruzione, aveva già suscitato polemiche per aver affermato che i matrimoni misti tra ebrei sono "come un secondo Olocausto".

di Brahim Maarad

Il ministro israeliano dell'Istruzione, Rafi Peretz, ha scatenato nuove polemiche dopo aver dichiarato che "la terapia di conversione degli omosessuali può avere risultati efficaci". L'esponente di governo ha inoltre confessato - in un'intervista su Channel 12 News - di aver provato il metodo in passato. "Posso dirvi che ho una conoscenza molto approfondita della formazione e l'ho fatto", ha spiegato Peretz. Per il ministro della pubblica Istruzione, ex rabbino dell'esercito israeliano, praticare questo tipo di terapia è "possibile" e, come ha precisato, lui lo ha fatto in passato con gli studenti.
Le sue affermazioni hanno scatenato un'ondata di polemiche. Peretz "non merita di essere responsabile del futuro dei nostri figli", ha tuonato il nuovo leader della formazione pacifista Meretz, Nitzan Horowitz, il primo politico dichiaratamente gay che è a capo di un partito politico israeliano, e ha invitato Netanyahu a rimuovere il ministro per i suoi commenti.
"La terapia di conversione è una cosa pericolosa che porta i giovani a situazioni difficili, al punto di (avere) pensieri suicidi", ha spiegato Horowitz. Anche l'organizzazione che riunisce i vari filoni dell'Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) di Israele, l'Aguda, ha condannato le dichiarazioni di Peretz: "I bambini israeliani non dovrebbero essere esposti al veleno omofobico emanato da qualcuno che afferma di dedicarsi all'educazione e ai valori".
Nei giorni scorsi Peretz aveva scatenato altre polemiche dichiarato che i matrimoni misti tra ebrei, soprattutto negli Stati Uniti, sono "come un secondo Olocausto".

(AGI, 13 luglio 2019)


Antisemitismo e omofilia si muovono con obiettivi diversi e propositi simili: ribellarsi a Dio contrastando le distinzioni da Lui fatte nella creazione e nella storia. L’omofilia si oppone alla distinzione maschio-femmina fatta da Dio nella creazione; l’antisemitismo si oppone alla distinzione Israele-Nazioni fatta da Dio nella storia. Da questo si capisce quanto sia grave e stolido l’atteggiamento di chi si vanta, in Israele, del veleno omofiliaco che si espande all’interno del paese. M.C.



Tre giorni dopo la crocifissione

Due di loro se ne andavano in quello stesso giorno a un villaggio di nome Emmaus, distante da Gerusalemme sessanta stadi; e parlavano tra di loro di tutte le cose che erano accadute. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù stesso si avvicinò e cominciò a camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti a tal punto che non lo riconoscevano. Egli domandò loro: «Di che discorrete fra di voi lungo il cammino?» Ed essi si fermarono tutti tristi. Uno dei due, che si chiamava Cleopa, gli rispose: «Tu solo, tra i forestieri, stando in Gerusalemme, non hai saputo le cose che vi sono accadute in questi giorni?» Egli disse loro: «Quali?» Essi gli risposero: «Il fatto di Gesù Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e i nostri magistrati lo hanno fatto condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele; invece, con tutto ciò, ecco il terzo giorno da quando sono accadute queste cose. É vero che certe donne tra di noi ci hanno fatto stupire; andate la mattina di buon’ora al sepolcro, non hanno trovato il suo corpo, e sono ritornate dicendo di aver avuto anche una visione di angeli, i quali dicono che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne; ma lui non lo hanno visto». Allora Gesù disse loro: «O insensati e lenti di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno dette! Non doveva il Cristo soffrire tutto ciò ed entrare nella sua gloria?» E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano. Quando si furono avvicinati al villaggio dove andavano, egli fece come se volesse proseguire. Essi lo trattennero, dicendo: «Rimani con noi, perché si fa sera e il giorno sta per finire». Ed egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero; ma egli scomparve alla loro vista. Ed essi dissero l’uno all’altro: «Non sentivamo forse ardere il cuore dentro di noi mentr’egli ci parlava per la via e ci spiegava le Scritture?» E, alzatisi in quello stesso momento, tornarono a Gerusalemme e trovarono riuniti gli undici e quelli che erano con loro, i quali dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». Essi pure raccontarono le cose avvenute loro per la via, e come era stato da loro riconosciuto nello spezzare il pane.

Dal Vangelo di Luca, cap. 24

 


Netanyahu da record, è il premier più longevo d'Israele

Il premier più longevo della storia di Israele, più del padre fondatore della patria, David Ben Gurion. Fra una settimana esatta Benjamin Netanyahu - detto Bibi, classe 1949 - entrerà nei libri di storia con questo primato.
E non importa neppure il risultato delle elezioni del prossimo 17 settembre: qualunque cosa accada, vinca o perda, sarà difficile per chiunque in futuro battere il record di 13 anni e 128 giorni in carica lungo cinque mandati.
   Una generazione di israeliani non ha memoria di altro primo ministro che non sia lui. Il 20 luglio, nonostante sia capo di un governo ad interim in attesa del voto, Netanyahu batterà di un giorno il leggendario Ben Gurion, l'uomo che Israele l'ha creata. Fatta eccezione per la laicità di entrambi, le differenze tra i due sono poderose: Ben Gurion è la sinistra, Netanyahu la destra. Il primo espressione del socialismo dei kibbutz, il secondo nazional-conservatore liberista, figlio del Likud di Menachem Begin che spodestò in una storica vittoria proprio la nomenclatura socialista.
   Il Mago (Hu Kossem), come i suoi sostenitori hanno definito Netanyahu nelle incerte elezioni dello scorso aprile, è salito al potere nel 1996: politicamente, un secolo fa. Ed è riuscito a sopravvivere a tutti i cambiamenti che in 13 anni hanno stravolto la faccia politica ed economica del globo. Anche, ad esempio, ad un presidente Usa carismatico come Barack Obama che certo suo grande amico non lo è mai stato e dal quale lo ha diviso, quasi sempre, tutto.
   Ora invece può contare su un super sodale come Donald Trump, che ha incastonato nella corona di re Bibi alcune delle gemme più importanti: il riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele, lo spostamento dell'ambasciata Usa da Tel Aviv, l'accettazione della sovranità israeliana sulle Alture del Golan strappate alla Siria nella Guerra del 1967. Ed è possibile che qualche altra sorpresa, gradita, gli possa arrivare dal piano di pace che il capo della Casa Bianca prima o poi si deciderà a diffondere.
   Fratello di Yoni, l'eroe ucciso ad Entebbe nella missione per salvare gli ostaggi israeliani in Uganda, Netanyahu sarà con molta probabilità dopo il 17 settembre in lizza per un sesto mandato. A meno che il voto popolare (ma i sondaggi per ora gli sorridono) o la magistratura - che ha già condannato in un'altra causa la moglie Sarah - non decidano diversamente. Per la prima volta nella sua lunghissima carriera, Netanyahu si trova infatti a fronteggiare un'incriminazione per corruzione se non riuscirà a discolparsi nell'audizione di garanzia in programma ai primi di ottobre.
   Intanto sabato prossimo potrà portare a casa il primato e mettere sulla sua scrivania l'ultima copertina che Time gli ha dedicato con il titolo evocativo 'Solo i forti sopravvivono'. Del resto una fulminante battuta dello storico e giornalista israeliano Tom Segev - citato da Nahoum Barnea su Yediot Ahronot - scolpisce molto bene le differenze tra Ben Gurion e Netanyahu: "Il primo minacciava ogni giorno di andarsene, Bibi di restare".

(swissinfo.ch, 13 luglio 2019)


Nella polveriera mediorientale, Teheran gioca la carta Hezbollah. Contro il "nemico sionista"

La mossa dei falchi di Teheran: coinvolgere Israele

di Umberto De Giovannangeli

 
                                Qasem Soleimani                                                            Hassan Nasrallah
I falchi di Teheran hanno solo una carta da giocare per destabilizzare il fronte arabo (sunnita) avverso: far entrare nel "gioco" della guerra Israele. Basta una provocazione condotta per procura, utilizzando le milizie sciite fedeli a Teheran, in particolare quelle che operano a Gaza (Hamas e Jihad islamica) e in Libano, altra frontiera calda per lo Stato ebraico. E una prima conferma la si ha avuta oggi. L'Iran può bombardare Israele con forza e ferocia, secondo quanto affermato dal leader degli Hezbollah libanesi filo-iraniani Hassan Nasrallah. Le dichiarazioni sono state fatte in occasione del 13/mo anniversario della guerra tra Israele e Libano del 2006 e a pochi giorni dalla decisione del Dipartimento del tesoro americano di inserire tre membri di Hezbollah nella lista nera del terrorismo. In una intervista trasmessa dal canale tv al Manar, organo ufficiale del movimento politico armato libanese, Nasrallah ha detto: "Quando gli americani capiranno che una guerra (regionale) potrà cancellare Israele dalla carta geografica, cambieranno opinione", riferendosi alle crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti e loro rispettivi alleati. Nasrallah ha assicurato che Hezbollah non ha intenzione di lanciarsi in una nuova guerra.
  Gli Stati Uniti considerano Hezbollah - l'unica fazione a non aver disarmato dopo la guerra civile libanese del 1975-1990 - un'organizzazione "terrorista". Il capo del "Partito di Dio" ha ripetutamente criticato la strategia di Israele nella regione, arrivando a minacciare una "invasione della Galilea". La dichiarazione, in realtà, non è sorprendente: da anni Hezbollah costruisce tunnel lungo la "blue line" con Israele e cerca di provocare una risposta da parte dello Stato ebraico. Nasrallah ha spiegato che in un'ipotetica guerra convenzionale con Israele, le milizie sciite potrebbero tenere testa ed eventualmente sconfiggere le forze dello Stato ebraico, grazie anche all'esperienza acquisita nel teatro di guerra siriano e all'acquisizione di nuove tecnologie (come droni e missili). Libano e Israele sono due Paesi tecnicamente in guerra, ma hanno recentemente tentato di rilanciare i negoziati sul "confine" marittimo, nel tentativo di risolvere il contenzioso e avviare esplorazioni offshore di petrolio e gas. Tuttavia, i due Paesi sono ancora in disaccordo sulla modalità di questi negoziati.
  Secondo Nasrallah, Beirut vorrebbe un dialogo guidato dalle Nazioni Unite, ma gli israeliani spingerebbero per una mediazione degli Stati Uniti. "Gli americani lavorerebbero nell'interesse di Israele, cercando di ingannare il Libano", ha concluso Nasrallah. Nei giorni scorsi il Dipartimento del Tesoro americano ha inserito il capo del blocco parlamentare di Hezbollah Lealtà alla Resistenza, Hajj Mohammad Raad e il parlamentare Amin Sherri nella lista nera dei "terroristi", sostenendo che il partito di Dio usa il suo potere parlamentare per far avanzare le sue presunte attività "violente". In questa lista nera era stato già inserito Hajj Wafiq Safa, l'alto funzionario della sicurezza del movimento libanese. "Senza dubbio, ha preso una nuova direzione", ha detto il premier libanese Saad Hariri riferendosi alla mossa degli Stati Uniti. "Ma questo non influirà sul lavoro che stiamo facendo in Parlamento o sui ministri, è una questione nuova che affronteremo come riteniamo opportuno…L'importante è preservare il settore bancario e l'economia libanese e, Dio volendo, questa crisi passerà", ha rimarcato in una dichiarazione il premier (sunnita) di Beirut. Il presidente del parlamento libanese, dal canto suo, ha definito le nuove sanzioni statunitensi contro i funzionari di Hezbollah come un attacco contro l'intero Paese. "E' un attacco al parlamento e di conseguenza un attacco a tutto il Libano", ha sostenuto in una dichiarazione, Nabih Berri. Di certo, la linea durissima praticata dall'amministrazione Trump rafforza i falchi di Teheran e fa emergere con sempre maggiore evidenza il potere dei Guardiani della rivoluzione e di colui che oggi è considerato, dalle intelligence occidentali come da quelle arabe, l'uomo più potente oggi in Iran: il generale Qasem Soleimani, il capo della Niru-ye Qods, l'unità di élite dei Guardiani della Rivoluzione, al quale fanno riferimento tutte le milizie sciite filo-iraniane che operano in Medio Oriente, dalla Siria allo Yemen, da Gaza all'Iraq, con l'aggiunta di Hezbollah in Libano.
  E' da venti anni è responsabile di tutte le attività militari dell'Iran, segrete e pubbliche, al di fuori dei confini della Repubblica Islamica. E' una delle figure militari più importanti e influenti in Iran oggi ed è l'uomo che ha cambiato le sorti della guerra per Bashar al-Assad. E Soleimani ha un rapporto diretto, strettissimo, con il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Dall'Iran, via Siria, continuano ad arrivare ai miliziani del Partito di Dio libanese armi sempre più sofisticate e penetranti. Secondo un recente rapporto dell'intelligence militare di Gerusalemme, attualmente Hezbollah disporrebbe di oltre 100mila missili, rispetto ai circa 12mila che aveva prima della guerra dell'estate 2006. Ma c'è dell'altro. E a metterlo in luce con HuffPost è Anthony Samrani, uno dei più autorevoli analisti militari libanesi: "Oltre ad un incremento significativo, in quantità e in qualità, del suo arsenale militare, i miliziani sciiti hanno acquisito nuove tecniche di guerriglia urbano combattendo in Siria, a fianco dei pasdaran iraniani, dei russi e dell'esercito di Assad. In poco più di sei anni Hezbollah è divenuto un attore regionale capace di dispiegare rapidamente le proprie forze dal Libano all'Iraq e ora anche in Yemen".
  Secondo il sito French Intelligence, gli Hezbollah starebbero costruendo almeno due installazioni in Libano, dove produrre missili ed armamenti. Sebbene questa notizia circolasse da tempo sui siti arabi, il magazine francese ha fornito maggiori dettagli su queste due strutture, indicandone la posizione e la tipologia di armamenti prodotti. Una prima struttura si troverebbe nei pressi di Hermel, nella Beqaa, mentre la seconda sarebbe posizionata tra Sidone e Tiro. Nella prima installazione verrebbero prodotti razzi Fateh 110 capaci di colpire quasi tutto il territorio israeliano, con una gittata di 300 km e un discreto livello di precisione. Nel complesso situato sulla costa mediterranea invece verrebbero fabbricate munizioni di piccolo calibro. D'altro canto Benjamin Netanyahu è di nuovo in campagna elettorale e intende giocarsi le sue carte esercitando il pugno di ferro a Nord. Il premier israeliano è convinto che Israele non possa condurre una guerra su due fronti - Sud-Hamas, Nord-Hezbollah - e ha deciso di concentrarsi in una offensiva diplomatica e militare contro Hezbollah e l'Iran. A più riprese ha avvertito del rischio di una guerra in Libano se "non saranno trovate soluzioni". "Stiamo prendendo azioni determinate e responsabili simultaneamente in tutti i settori e continueremo con altre operazioni, aperte e coperte, in modo da assicurare la sicurezza di Israele",ha dichiarato recentemente Netanyahu, "Chiunque attacchi Israele - ha aggiunto - pagherà un prezzo pesante". E da Washington è arrivato il pieno sostegno all'alleato israeliano.
  "Gli Stati Uniti sostengono con forza l'iniziativa d'Israele per difendere la sua sovranità e chiediamo ad Hezbollah di porre fine alla costruzione di tunnel verso Israele e a qualsiasi azione che inneschi una spirale di violenza", dichiara John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump. Affrontare una prova di forza sul fronte Nord è, per Netanyahu, una scelta rischiosa, ma calcolata. Una scelta che può investire direttamente l'Italia. La ragione è nella presenza di caschi blu italiani nella missione Unifil 2, dislocata proprio al confine tra il Libano e Israele. L'Unifil ha annunciato oggi di avere aumentato i suoi pattugliamenti alla frontiera con Israele in coordinamento con l'esercito libanese. Non è ancora allarme rosso, ma le affermazioni del portavoce militare israeliano destano preoccupazione anche al quartier generale dell'Unifil, in particolare la sottolineatura, da parte israeliana, che le attività degli Hezbollah, sono condotte "dai villaggi del sud Libano mettendo in pericolo sia il Paese stesso sia i suoi civili per mettere in piedi queste strutture del terrore". D'altro canto, quella di Unifil, è una missione contestata da tempo e a più riprese da Israele e dall'amministrazione Trump. Uno degli attacchi più duri era stato sferrato dall'allora ambasciatrice all'Onu, Nikki Haley, che aveva accusato la missione di lasciar transitare le armi che Hezbollah invia al regime siriano. La forza di pace di 10.500 uomini, di cui 1.125 italiani, "non sta svolgendo il suo lavoro in modo efficace", aveva sostenuto Haley. Washington ha chiesto che i caschi blu, oltre a monitorare il rispetto del cessate il fuoco lungo il confine con Israele, contrastino il traffico di armi che dall'Iran, attraverso la Siria, giungono alle milizie sciite di Hezbollah, come denunciato più volte dal governo israeliano.
  Un'idea già bocciata dalla Francia per la quale si rischierebbe di mettere a rischio l'esistenza stessa della forza Onu e la sua legittimazione, nonché la sicurezza dei caschi blu schierati nel cuore del territorio controllato da Hezbollah nel sud del Paese dei Cedri, che non dispongono di mezzi e armamenti adatti al combattimento ma solo a perlustrare il territorio e la Linea blu che segna il confine con Israele. Se i venti di guerra tornassero a spirare in Libano, e "Scudo del Nord" ne è una concreta avvisaglia, a rischiare sarebbero anche i nostri 1.125 caschi blu. Una buona ragione per non sottovalutare il proclama di Nasrallah.

(L'HuffPost, 13 luglio 2019)


Hezbollah minaccia una "invasione della Galilea"

Hassan Nasrallah, capo di Hezbollah
BEIRUT - Il capo del "Partito di Allah" ha ripetutamente criticato la strategia di Israele nella regione, arrivando a minacciare una "invasione della Galilea". La dichiarazione, in realtà, non è sorprendente: da anni Hezbollah costruisce tunnel lungo la "blue line" con Israele e cerca di provocare una risposta da parte dello Stato ebraico. Nasrallah ha spiegato che in un'ipotetica guerra convenzione con Israele, le milizie sciite potrebbero tenere testa ed eventualmente sconfiggere le forze dello Stato ebraico, grazie anche all'esperienza acquisita nel teatro di guerra siriano e all'acquisizione di nuove tecnologie (come droni e missili). Libano e Israele sono due paesi tecnicamente in guerra, ma hanno recentemente tentato di rilanciare i negoziati sul "confine" marittimo, nel tentativo di risolvere il contenzioso e avviare esplorazioni offshore di petrolio e gas. Tuttavia, i due paesi sono ancora in disaccordo sulla modalità di questi negoziati. Secondo Nasrallah, Beirut vorrebbe un dialogo guidato dalle Nazioni Unite, ma gli israeliani spingerebbero per una mediazione degli Stati Uniti. "Gli americani lavorerebbero nell'interesse di Israele, cercando di ingannare il Libano", ha concluso Nasrallah.

(Agenzia Nova, 13 luglio 2019)


Il Regno Unito invierà una seconda nave da guerra nel Golfo Persico

Il cacciatorpediniere Type 45 arriverà nel Golfo Persico nei prossimi giorni e ha completato delle esercitazioni NATO nel Mar Nero.

Il Regno Unito ha promesso di aumentare la presenza militare nel Golfo Persico davanti alle tensioni con l'Iran inviando una seconda nave da guerra nella regione, secondo quanto riferito da Sky.
  L'HMS Duncan lavorerà anche a fianco della fregata della Royal Navy HMS Montrose e degli alleati del Golfo degli Stati Uniti, ma non prenderà parte alla coalizione marittima globale proposta da Washington.
  La notizia arriva dopo che il primo ministro uscente del Regno Unito, Theresa May, ha avviato colloqui con le autorità statunitensi per rafforzare una presenza Atlantica nel Golfo Persico a seguito di presunti attacchi dell'Iran a due petroliere nel Golfo di Oman.
  Il ministero della Difesa ha rifiutato di commentare la decisione, ha riferito Sky News, ma ha detto che l'HMS Duncan sarebbe stato accompagnato da quattro dragamine di stanza nella regione, oltre a una nave ausiliaria della flotta reale.

 Le tensioni aumentano nel Golfo Persico
  Le tensioni tra Teheran e Londra sono salite alle stelle dopo che la Royal Navy britannica insieme alle autorità di Gibilterra ha sequestrato la super petroliera Grace 1 dell'Iran, che presumibilmente doveva contrabbandare 2,1 milioni di barili di greggio in Siria in violazione delle sanzioni dell'UE, secondo le autorità britanniche.
  L'accademico religioso iraniano Kazem Sedighi ha definito la mossa come un "gioco pericoloso" che avrà "conseguenze" e ha asserito che Londra sarebbe stata "schiaffeggiata in faccia" per le sue azioni. I commenti sono stati fatti anche dopo che l'HMS Montrose aveva bloccato le navi che si credeva fossero navi di pattuglia iraniane che tentavano di bloccare una petroliera di proprietà della BP che navigava nello Stretto di Hormuz.

(Sputnik Italia, 13 luglio 2019)


Una polveriera pronta ad esplodere attorno a Israele

Gli occhi del mondo sono puntati sul Golfo Persico e su quello che succede tra USA e Iran, ma il vero punto caldo è quello che avviene attorno al piccolo Stato Ebraico.

Il Medio Oriente è ormai una polveriera pronta ad esplodere, una pentola a pressione senza valvola di sfiato che continua ad accumulare energia. Ed in mezzo c'è il piccolo Stato Ebraico.
Ieri il capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha rilasciato una intervista alla TV Al-Manar nella quale per l'ennesima volta torna a minacciare di distruggere Israele in caso di guerra tra Stati Uniti e Iran.
È una intervista diversa però dalle altre volte, per due motivi. Il primo è che arriva all'indomani della decisione del Congresso americano a maggioranza democratica di "limitare" i poteri del Presidente Trump di innescare un conflitto con l'Iran. La decisione dovrà passare per il Congresso.
Il secondo motivo che rende questa intervista "diversa" dalle altre dove il capo di Hezbollah minaccia Israele (e sono tante) è che per la prima volta parla apertamente del ruolo iraniano nella "modernizzazione" dell'arsenale missilistico di Hezbollah che lo rende effettivamente pericolosissimo....

(Rights Reporters, 13 luglio 2019)


In dieci secondi

Gli aquiloni quando sono missili. I bambini a Kfar Aza sanno come si raggiunge il rifugio: correndo

 
Kfar Aza
KFAR AZA - Un aquilone non può essere altro che un aquilone, una cosa leggera che attraversa il cielo se c'è abbastanza vento e che piomba in terra, come un corpo ubriaco, se il vento non c'è. Gli adulti sono goffi quando tentano di far volare un aquilone, corrono con il braccio appeso al cielo, legato a farfalle, dinosauri, rondini, draghi. Corrono più che possono, verso il vento, contro il vento e poi l'aquilone prende il volo sotto gli occhi dei bambini.
   A Kfar Aza, kibbutz a pochi passi dal confine con Gaza, il prato è bruciato a chiazze e lì dove l'erba non cresce più sono caduti gli aquiloni. Ma non sono aquiloni normali: vengono lanciati da Gaza per incendiare i kibbutz, a Kfar Aza ne sono caduti molti e il prato adesso non è più un prato. Gli aquiloni per i bambini del kibbutz sono forme colorate che bruciano l'erba, arrivano dall'altra parte della barriera, sorvolano il filo spinato e incendiano.
   Può arrivare un aquilone o può arrivare un missile: nel kibbutz si vive così, attaccati alla pace e alla paura, che si mescolano e si perdono tra le case basse, tra i rifugi colorati che sono ovunque, anche accanto alle fermate degli autobus e quando una madre passeggia per le strade del villaggio con un occhio guarda suo figlio, con l'altro la posizione del rifugio più vicino: da quando parte l'allarme, ci sono dieci secondi per fuggire e correre veloce, abbandonando tutto, verso il rifugio. Nel kibbutz, il pericolo è qualcosa di costante, di silenzioso, qualcosa che si impara, qualcosa che si insegna e ogni bambino deve allenarsi all'emergenza, una parola strana che non appartiene al vocabolario infantile.
   Era una domenica quando mio padre, con lo sguardo fisso in un punto nel vuoto, un punto molto preciso e insistente, mi chiese quale fosse il mio piano in caso di emergenza, nel caso in cui lui si fosse sentito male. Eravamo in collina, nessuno attorno, lui al mio fianco, il mio zainetto pieno di merende e progetti, quella domenica, come tutti gli altri giorni, non avevo pensato a un piano. Fino a quella domenica durante le nostre passeggiate avevamo parlato e cantato, lui mi raccontava di libri e avventure e io facevo finta di aver letto i libri che lui mi consigliava, non parlavamo di pericoli: i genitori non si sentono mai male, le guerre sono cose lontane e le passeggiate sono passeggiate. Ma lui quella domenica voleva insegnarmi l'emergenza, alla domanda risposi farfugliando, il punto che lui osservava nel vuoto diventava sempre più preciso, e non ricordo se dopo quella ci sono state altre passeggiate in collina. Non avevo missili sopra la testa, non c'erano sirene ad avvisarmi di un pericolo, ma il pensiero di dover avere un piano per affrontare un'emergenza turbò il tramonto.
   Da maggio, contro Kfar Aza i palestinesi hanno lanciato seicento missili. Gli abitanti sono dovuti fuggire verso i rifugi seicento volte in due mesi, per seicento volte è suonato l'allarme rosso. Tutti sono fuggiti verso i rifugi, ovunque ti trovi nel kibbutz devi sapere a perfezione dove si trova il rifugio più vicino. Il villaggio è pieno di alberi che vengono su da una zona desertica, pieno di case basse dai colori tenui, solo i rifugi sono colorati: sono viola, azzurri, con fiori e soli, sono fantasia e immaginazione, perché i bambini assieme agli adulti devono raggiungerli il più rapidamente possibile, lì dentro devono mettersi in salvo e devono trascorrere il tempo finché l'allarme non rientra.
   Anche quando dormono, dormono in camerette che sono rifugi: la vita è in un bozzolo, una forma primordiale di esistenza, tesa tra realtà e emergenza. L'allarme può suonare in ogni istante, mentre giocano in piscina, mentre escono di casa per andare a scuola, mentre fanno la doccia, ma questa è una paura degli adulti: essere colti nudi dall'arrivo di un missile. I bambini alla nudità non pensano.
   Batia è cresciuta a Kfar Aza, anche i suoi figli sono cresciuti nel kibbutz e ora ha un nipote che ha tre anni e sa già cosa sia un missile che vola verso il tuo villaggio. Sa anche quanto durano dieci secondi, il tempo necessario per essere sicuri che non ti succederà nulla. Una delle prime volte che l'allarme rosso ha iniziato a gridare, Batia e suo nipote erano in piscina, lei lo ha preso e ha iniziato a correre. Lui non voleva saperne di muoversi, ma dieci secondi sono un soffio, Batia lo ha preso con la forza e sono fuggiti verso il rifugio, tra i colori hanno aspettato assieme agli altri che l'allarme cessasse. Suo nipote non è più voluto tornare in piscina, gli ricorda l'allarme che grida, ha paura di quella corsa e di quei dieci secondi: "Gli ho spiegato che la paura esiste, che il pericolo è parte della nostra vita, che arriva all'improvviso e ci si salva correndo. Gli ho spiegato che la piscina non c'entra nulla, che bisogna sempre sapere dove si trova un rifugio, che bisogna essere pronti, sempre. Poi l'ho portato a vedere l'altoparlante da dove viene l'allarme: è lui che ti salva la vita, grida per te, grida contro i missili. Tu dammi la mano, dieci secondi e saremo salvi".

(Il Foglio, 13 luglio 2019)


Israele rafforza la difesa anti-missili nel sud dopo le minacce di Hamas

GERUSALEMME - Le Forze di difesa israeliane hanno dispiegato altre batterie del sistema di difesa missilistica "Iron Dome" dopo che il gruppo palestinese Hamas ha minacciato di voler vendicare la morte del "martire Mahmoud al Adham", ucciso ieri dai soldati dello Stato ebraico. Lo riferisce il quotidiano locale "Times of Israel". I militari israeliani hanno spiegato ieri che l'uccisione di Al Adham, 28 anni, sarebbe frutto di "un malinteso". Da parte sua, Hamas ha respinto "le scuse del nemico". La vittima è stata erroneamente identificata dai soldati come un terrorista armato, ma in realtà stava cercando di impedire ad alcuni giovani palestinesi di aprire un varco nella barriera di Gaza. Intanto il ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas ha dichiarato che 55 persone sono rimaste ferite nell'ambito delle proteste presso la linea di demarcazione tra l'enclave palestinese e lo Stato ebraico.

(Agenzia Nova, 12 luglio 2019)


Secoli di cultura ebraica in Calabria

Rassegna itinerante promossa dalla cooperativa Satyroi di Bova Marina

di Clara Varano

 
CATANZARO - Valorizzare il patrimonio culturale ebraico in Calabria. É l'obiettivo della rassegna "Calabria Judaica", promossa dalla cooperativa Satyroi di Bova Marina e finanziata dal Dipartimento Cultura della Regione Calabria. Le origini della Calabria giudaica affondano nel mito. Lo conferma un antico commento biblico in cui si racconta che Isacco avrebbe conferito "l'Italia di Grecia" al figlio Esaù, a consolazione della primogenitura carpitagli con l'inganno dal fratello Giacobbe. Che la punta dello Stivale abbia avuto legami strettissimi con l'ebraismo lo si evince anche dal suo patrimonio culturale, unico nel suo genere, non fosse altro per la sua capacità di intrecciare il passato con il presente.
   La raccolta dei cedri che, ogni anno, richiama a Santa Maria del Cedro rabbini di tutto il mondo, ne è un piccolo esempio.
   Testimonianze archeologiche della Diaspora ebraica sono oggi visibili nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, nell'Antiquarium Leucopetra di Lazzaro, frazione di Motta San Giovanni, a Vibo Valentia e nel Museo archeologico nazionale di Scolacium, a Roccelletta di Borgia. Tracce significative che aumentano sempre più nel corso della storia, come dimostra la figura di Dannolo Shabbatai, medico, astrologo e teologo, vissuto a Rossano nel IX secolo.
   Da Cosenza a Reggio, da Gerace a Castrovillari, la Calabria è stata terra di fiorenti giudecche, di ebrei coltissimi e cosmopoliti. Non è un caso che proprio a Reggio vennero stampate, nel 1475, copie del Commento al Pentateuco di Rabbi Shlomo Yitzhaqi, uno dei più grandi talmudisti del medioevo ebraico. Si tratta del più antico testo stampato in caratteri ebraici che si conosca al mondo, oggi fruibile attraverso una copia anastatica conservata nella Biblioteca Pietro de Nava di Reggio Calabra. Di tutto questo mondo suggestivo, stroncato nel XVI secolo con la cacciata degli ebrei dal Sud Italia, si parlerà nell'ambito della rassegna culturale che si è aperta lo scorso 7 Luglio. Tra gli ospiti, Debora Penchassi, responsabile culturale della Sinagoga di Lincoln Square, a Manhattan. Al centro della rassegna l'ebraismo a 360 gradi, quindi, anche l'aspetto culinario, come i cibi koscher. A curare l'evento, che è stato organizzato in collaborazione con la Soprintendenza di Reggio, Pasquale Faenza. "Non si punta esclusivamente a valorizzare il patrimonio culturale giudaico della regione - ha spiegato Marco Potitò, referente della cooperativa Satyroi - ma anche a sensibilizzare la popolazione verso una più approfondita conoscenza delle tradizioni ebraiche, che potrebbero diventare un'occasione di scambio ma anche di sviluppo locale, così come succede oggi a Santa Maria del Cedro, in riferimento alla coltura del prezioso agrume". "Calabria Judaica" prevede altri tre incontri: il 22 luglio la rassegna si sposterà a Lazzaro, dove sarà possibile fruire dell'Antiquarium Leucopetra dalle 18.30 fino alle 24, grazie anche alla collaborazione del Comune e della Pro Loco, e dove si parlerà di donne ed ebraismo. Musica, gastronomia e cultura del mondo ebraico saranno di casa anche alla giudecca di Bova il 25 luglio, sempre alle 21, con "Giudecche di Calabria". A far conoscere meglio le giudecche calabresi, un tempo ospitate nei borghi della regione, sarà Chiara Corazziere, cui seguirà il concerto di musiche ebraiche di Marco Valabrega (violino) e Gianluca Casadei (fisarmonica). Chiuderà la rassegna l'evento previsto a Bova il 30 luglio dalle 17 alle 21, curato da "Il Giardino di Morgana" e da Domenico Guarna, che racconterà storie e miti concernenti la Calabria ebraica nell'ambito di un trekking urbano e un contest fotografico alla giudecca, di recente valorizzata dalle istallazioni di arte contemporanea di Antonio Pujia Veneziano e un sistema di pennellistica didattica curato dal conservatore dei beni culturali Pasquale Faenza.

(ANSA, 12 luglio 2019)


Universiadi, De Magistris riceve la delegazione palestinese

Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha ricevuto a Palazzo San Giacomo una delegazione degli atleti della Palestina impegnati in questi giorni nelle Universiadi di Napoli. Con Hassan Naseif, capo delegazione, erano presenti il nuotatore Anas Al Tamaary e Layan Jaber che si è cimentata nel taekwondo. Il primo cittadino, che è anche cittadino onorario palestinese, ha ricevuto in dono una sciarpa ricambiando con alcune medaglie del Comune.

(Il Mattino, 12 luglio 2019)


I mille volti dell'antisemitismo in Francia in un libro

Nel 2017, Sarah Halimi, una donna ebrea di sessantasei anni è morta a Parigi dopo essere stata picchiata nella sua casa da un uomo originario del Mali dedito all'uso di stupefacenti e dalla psiche tormentata. Alcuni testimoni hanno sentito il killer pronunciare la parola "Satana" prima di lanciare Halimi dal balcone sul marciapiede.
Nel trattare l'omicidio, la stampa nazionale francese impiegò settimane a menzionare l'antisemitismo. Dopo mesi di indagini, la magistratura francese ha classificato l'omicidio come un attacco antisemita.
L'incidente di Halimi viene trattato in maniera approfondita in un nuovo libro, Hate: The Rising Tide of Anti-Semitism in France (and What It Means for Us), del giornalista francese Marc Weitzmann. Nel libro a cui dedica un approfondimento Mosaicmagazine.com, Weitzmann tenta di descrivere la natura dell'antisemitismo francese e di spiegare perché così tanti funzionari e giornalisti francesi tentino di ignorarlo, minimizzarlo o addirittura negarlo. In contrasto con il governo e i media francesi, egli prende in esame il lato islamico dell'antisemitismo che attraversa la Francia…

(JoiMag, 12 luglio 2019)


Ucciso «per errore» militante di Hamas. Netanyahu: pronta azione a sorpresa

GERUSALEMME - Un miliziano di Hamas è stato «ucciso per errore» dai soldati israeliani al confine nord di Gaza, nella zona di Beit Hanoun. Lo ha reso noto un portavoce delle Forze di difesa dello Stato ebraico. Inizialmente era stato detto che l'uomo, Mahmoud Ahmad Sabri Al-Adham, 28 anni, stava tentando di entrare nel territorio israeliano, poi è stato spiegato che «si è trattato di un errore di identificazione». Il palestinese stava raggiungendo due giovani che si trovavano a ridosso del confine, probabilmente per impedire loro di danneggiare il reticolato (violando così la fragile situazione di calma): «Un'unità militare accorsa sul posto ha scambiato il miliziano della forza di interposizione per un terrorista, e per questo malinteso ha aperto il fuoco», ha specificato il portavoce di Tzahal. L'esercito ha subito aperto un'inchiesta. Lo stesso, Hamas ha promesso che l'uccisione non resterà impunita. Secondo le Brigate Ezzedin al-Qassam (il braccio armato del gruppo islamico), «Israele ha sparato deliberatamente» contro un «agente di sicurezza». «Israele pagherà per le sue azioni», hanno assicurato i miliziani. Anche la Jihad islamica ha fatto sapere che considera l'uccisione una «grave escalation».
   In mattinata, prima che si diffondesse la notizia di quanto accaduto lungo il reticolato, il premier Benjamin "Bibi" Netanyahu, parlando da Ashkelon - la cittadina al confine spesso sottoposta al tiro di razzi dalla Striscia - ha detto che sebbene Israele preferisca che continui la calma con Gaza, si sta preparando per una possibile offensiva militare «estesa», che potrebbe essere «a sorpresa».

(Avvenire, 12 luglio 2019)


Deposito segreto di materiale atomico a Teheran: Netanyahu aveva ragione

Quando Netanyahu denunciò all'ONU che l'Iran aveva un deposito segreto di materiale atomico a Teheran in molti storsero il naso. Dieci mesi dopo è l'AIEA a confermare che il Premier israeliano aveva ragione.

Sono passati dieci lunghi mesi da quando Israele denunciò all'ONU che l'Iran aveva un deposito segreto di materiale atomico a Teheran.
Ora finalmente l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (AIEA) conferma quella rivelazione.
Sono tanti dieci mesi per andare a controllare. In dieci mesi gli iraniani hanno avuto tutto il tempo per spostare chissà dove quel materiale.
Ma i materiali nucleari lasciano una traccia e secondo una rivelazione fatta dalla TV israeliana Canale 13, che cita alti funzionari israeliani al corrente della situazione, la AIEA ha trovato tracce evidenti che in quel deposito segreto ci fosse materiale radioattivo....

(Rights Reporters, 12 luglio 2019)


Lo Yad Vashem cambia la preghiera per i morti nella Shoah per includere quelli del Nord Africa

 
Lo Yad Vashem ha cambiato due delle sue principali preghiere per la Giornata della memoria dell'Olocausto - la preghiera di Yizkor e El Maleh Rahamim - per includere vittime ebree dal Nord Africa.
  Come riporta il Times of Israel, il cambiamento è avvenuto dopo che Yael Robinson, una studentessa di Zichron Yaakov il cui nonno, Kalfo Janah, era un sopravvissuto di Tripoli, in Libia, ha contestato l'anno scorso con il fatto che la cerimonia del ricordo locale non menzionava vittime al di fuori dell'Europa.
  La legislazione antisemita fu imposta ai 415.000 ebrei del Marocco, dell'Algeria e della Tunisia in seguito all'istituzione del regime di Vichy in Francia, secondo Yad Vashem, mentre dalla Libia, allora sotto dominio italiano, migliaia di ebrei libici furono portati nei campi di concentramento. Fra il maggio e il giugno del 1944 quelli espulsi da Tripoli furono mandati a Bergen-Belsen, mentre la maggior parte di quelli di Bengasi al campo di Innsbruck-Reichenau.
  "È stato strano per me che la lettura di Yizkor alla cerimonia menzioni solo gli ebrei morti in Europa, e la preghiera di El Maleh Rahamim menziona ancora l'Olocausto in Europa ma non menziona l'Olocausto in Europa - Nord Africa nemmeno una sola volta", ha scritto Yael Robinson agli organizzatori della cerimonia.
  Michael Shakati, dell'associazione "Un movimento per una memoria pulita" coinvolto nell'organizzazione della cerimonia, ha scoperto che le preghiere usate sono state prese dal sito web del memoriale dell'Olocausto di Yad Vashem a Gerusalemme. Ha quindi contattato il Memoriale che ha risposto: "d'ora in poi, nessuna distinzione sarebbe stata fatta tra vittime della Shoah di origini diverse".

 Ebrei libici deportati a Bergen-Belsen
  Prima che il nonno di Robinson morisse, le disse che da bambino vide suo padre arrestato e gettato "come un sacco di patate" su un camion che lo portò al ghetto, da dove fuggì e tornò a casa poche settimane dopo.
  "Quando volevano prendere suo padre, cercava di afferrarlo, e il tedesco, che aveva le punte di metallo sul bordo delle scarpe, lo prendeva a calci. Fino al giorno della sua morte aveva le cicatrici ", ricorda Yael Robinson.
  Secondo Haaretz, il sito web Yad Vashem ha già la versione aggiornata delle preghiere. Nella preghiera Yizkor, una frase che in precedenza ricordava quelli della "diaspora europea" che morì nella Shoah ora dice solo "diaspora". Allo stesso modo, la parola "europeo" è stata rimossa dalla preghiera di El Maleh Rahamim riferendosi ai sei milioni di vittime della Shoah.
  "Non esiste una versione unica della preghiera Yizkor ed è noto che durante le cerimonie commemorative le varie comunità e organizzazioni la adattano come è giusto", ha detto Yad Vashem in una dichiarazione a Haaretz.

(Bet Magazine Mosaico, 12 luglio 2019)


In crescita l'immigrazione in Israele

Nel 2018 sono aumentati in particolare i neo immigrati dall'ex-Urss. Gli "olim hadashim" tendono a stabilirsi nelle grandi città.

In totale sono 28.099 gli olim hadashim (neo immigrati) giunti in Israele nel 2018, pari a un aumento del 6,6% rispetto al 2017. E' quanto emerge dai dati pubblicati martedì dall'Ufficio Centrale di statistica israeliano, secondo i quali oltre i due terzi dei nuovi immigrati arrivati in Israele nel 2018 (67,7%) provengono dai paesi dell'ex Unione Sovietica, principalmente Russia e Ucraina. Un altro 9% proviene dagli Stati Uniti e l'8,7% dalla Francia....

(israele.net, 12 luglio 2019)


Cori ebraici d'Europa, l'emozione in musica di un nuovo incontro

di Rachel Silvera

 
FERRARA - "Betzet Isael" cantata secondo il rito liturgico romano, ma anche un intenso ''Avinu Malkeinu" per rivivere l'indimenticabile interpretazione di Barbra Streisand e tantissimi brani in yiddish che mescolano tradizione, folklore e intensità. Il settimo Festival dei Cori Ebraici Europei, che a fine giugno ha riempito di musica ed energia Ferrara, è terminato con un concerto di gala al Teatro Claudio alla presenza tra gli altri della presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni, dell'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede Oren David, del sindaco della città Alan Fabbri, dell'ambasciatore italiano Giulio Prigioni, di Marino Pedroni, direttore del Teatro Comunale "Claudio Abbado" e Dario Favretti, direttore di Ferrara Musica.
   La conclusione ideale dopo tre giorni di esibizioni e performance speciali che hanno animato la città, gli spazi del Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah e del teatro comunale. L'iniziativa, organizzata dal Coro Ha-Kol di Roma e dalla European Association of Jewish Choirs (EUAJC), ha visto salire sul palco ed esibirsi live al Meis di fronte ad un pubblico entusiasta sei cori: Les Polyphonies Hebraisque de Strasbourg, l'Ensemble Choral Copemic di Parigi, il Wiener Judischer Chor di Vienna, The Zemel Choir di Londra, il coro Ha-Kol di Roma e la Shtrudl-Band di Leopoli.
   Ospite della serata conclusiva, l'accademia corale "Vittore Veneziani" di Ferrara intitolata al celebre direttore e compositore ebreo che diresse su invito di Arturo Toscanini il coro della Scala fino alla promulgazione delle leggi razziste, riprendendo poi il suo posto dopo la guerra fino al 1954. Il programma dei concerti si è contraddistinto per la contaminazione di ispirazioni: dai brani del Seder di Pesach, ai canti tradizionali europei rivisitati, da un omaggio a Giuseppe Verdi e al suo Nabucco alla scoppiettante canzone yiddish resa celebre dalle Andrews sisters "Bei Mir Bist Du Shein", interpretata dagli oltre 200 coristi. La gioia dei partecipanti è proseguita durante lo Shabbat con canti tradizionali e balli insieme al presidente della EUAJC Anthony Cohen. Il palcoscenico di Ferrara è stato frutto di una scelta non casuale, spiega il presidente del coro Ha-Kol Richard Di Castro: "La città ha una comunità ebraica dall'origine antichissima e ospita oggi il Meis, un punto di riferimento per la ricostruzione della storia degli ebrei in Italia e la loro integrazione sociale, ma è anche una città diventata un importante centro internazionale per la promozione della musica grazie al maestro Claudio Abbado".
   Una manifestazione fortemente voluta dal direttore del Meis Simonetta Della Seta che ha aperto le porte del museo: "Già nel luglio del 2017 lanciai al presidente del coro Ha-Kol Di Castro l'idea di portare il Festival a Ferrara. Sentire cantare in ebraico al Meis e a Ferrara è una emozione straordinaria che ci rende orgogliosi e grati".

(Italia ebraica, luglio 2019)


La crisi di Hormuz

Un altro scontro tra inglesi e Iran. Serve una soluzione internazionale.


Un'altra crisi nello Stretto di Hormuz, un'altra smentita da Teheran, due versioni che cozzano tra di loro e non fanno che surriscaldare quel pezzo di mare che sembra destinato a diventare il teatro del conflitto tra l'Iran e l'occidente. Mercoledì tre barche iraniane hanno cercato di bloccare il passaggio di una petroliera britannica e soltanto l'intervento di una nave da guerra della Royal Navy ha fatto allontanare le imbarcazioni della Repubblica islamica e permesso alla petroliera di continuare sulla sua rotta. Secondo il ministro degli Esteri iraniano, Javad Zarif, le accuse degli inglesi sono "senza valore", anzi sono create ad arte per aumentare la tensione: "A quanto pare la petroliera britannica è passata", ha detto Zarif. Gli inglesi invece hanno ricostruito l'episodio con dovizia di particolari, e la Cnn ha detto che un aereo di ricognizione americano ha filmato l'incidente. Per di più ci sono altri due fatti da ricordare. Il primo è che uno dei capi più famosi delle Guardie della rivoluzione, Mohsen Rezaei, ha detto che bisognava prendere in considerazione l'ipotesi di sequestrare navi inglesi. Siamo nel campo della roboante retorica iraniana, ma Rezaei parlava di ritorsione: alla fine della settimana scorsa, a Gibilterra le forze inglesi avevano messo sotto sequestro una petroliera iraniana diretta in Siria: secondo Londra, il carico violava sanzioni imposte dall'Unione europea contro il regime di Assad (la nave è ancora ferma). Il comando americano, che ha gestito l'attacco alle proprie navi di recente, dice che "a minacce internazionali bisogna rispondere con soluzioni internazionali", perché lo Stretto di Hormuz, che è strategico, sta diventando sempre più un passaggio difficile e rischioso. E l'Iran intanto ha superato il livello di arricchimento dell'uranio previsto dall'accordo del 2015, annichilendo i tentativi europei di tenere in piedi quel patto nonostante il ritiro dell'America di Trump. A furia di cercare l'incidente, prima o poi succede, e nel regno dell'imprevedibilità non è chiaro dove si possa, o si voglia, finire.

(Il Foglio, 12 luglio 2019)


Ebrei australiani in visita alla mostra di Largo Fiorillo a Genova

Una donna riconosce la madre di una amica

GENOVA - Sono venuti da Melbourne e da altre parti dell'Australia i venti componenti il gruppo di origine ebraica che in questi giorni ha visitato la scultura di Walter Tacchini e il percorso didattico di M2B su Molo Pagliari, dedicati alla partenza delle navi Fede e Fenice nel primo dopoguerra, e la mostra "Dalla Terraferma alla Terra Promessa" visibile fino al 18 settembre prossimo al Terminal 1 a Largo Fiorillo, organizzata dall'AdSP con il patrocinio Comune della Spezia ed il supporto della Fondazione Carispezia.
   Si è trattato di una occasione molto speciale, in quanto alcuni di essi sono i discendenti di quegli ebrei sopravvissuti alla Shoah che nel 1946 partirono dalla Spezia per raggiungere la Terra Promessa. Una componente del gruppo ha riconosciuto, in una foto dei pannelli posti su Molo Pagliari, una donna che è risultata essere la madre di una sua cara amica residente come lei a Melbourne, tra la commozione di tutti i presenti
   Le porte del cantiere del Pagliari, dove la ditta Trevi sta portando avanti per conto dell'AdSP i lavori della nuova marina, sono stati eccezionalmente aperti per consentire la visita. Si dovrà infatti attendere la fine dell'anno perché il memoriale dell'Aliya Bet sia aperto al pubblico e frequentabile da tutti coloro che vorranno scoprire la storia che lega La Spezia, "Porta di Sion", ad Israele e alle vicende del popolo ebraico.
   Si ricorda che la mostra, curata da Rachel Bonfil e Fiammetta Martegani del Museo Eretz di Tel Aviv in collaborazione con la Fondazione Museo della Shoah di Roma e il patrocinio dell'Ambasciata d'Israele a Roma, è visitabile tutti i giorni, escluso il lunedì, dalle ore 10 alle ore 19 con ingresso libero.
   Oltre alle numerose foto che documentano la partenza da varie parti d'Italia degli ebrei provenienti dai campi di concentramento, sei monitor diffondono le toccanti testimonianze di alcuni di essi e dei loro discendenti che non vogliono dimenticare perché "Remembering is a duty", ovvero "Ricordare è un dovere", come è scritto su uno dei pannelli in mostra.

(Primocanale, 12 luglio 2019)


In Iran crescono critiche e malumori contro il Regime

La fortissima tensione tra Usa e Repubblica islamica non porterà a una guerra. Ma potrebbe far arrivare a un nuovo accordo sul nucleare. Molto dipenderà da come e quanto Teheran reagirà a fronte dei disastrosi contraccolpi politici e di consenso che le sanzioni americane creeranno.

di Carlo Panella

Donald Trump sta facendo di tutto per piegare l'Iran a un nuovo - ben diverso - accordo sul nucleare. Un accordo che comprenda - questo l'immenso, marchiano errore di Barack Obama- il ritiro delle migliaia di Pasdaran iraniani diventati l'asse degli equilibri interni della Siria, del Libano, dai quali minacciano direttamente e seriamente con migliaia di missili Israele, di Gaza e dello Yemen. Dunque un accordo non solo sul nucleare ma sulla fine dell'aggressività rivoluzionaria di Teheran in tutto il Medio Oriente.
Al solito - come ha già fatto con successo con la Cina e con la Corea del Nord - Trump alza le minacce militari e contemporaneamente invia emissari all'avversario per trattare sotto traccia nuovi equilibri. Emissari non a caso individuati ora tra i più quotati e apprezzati a Teheran: la Francia e il Qatar, il paese del Golfo più vicino agli ayatollah.

 Macron lavora per abbassare la tensione
  Chiarissima la strategia di Trump nel comunicato che ha concluso il suo recente incontro con Emmanuel Macron: «I due presidenti hanno discusso degli sforzi in corso affinché l'Iran non ottenga un'arma nucleare e affinché venga fermato il comportamento destabilizzante per il Medio Oriente dell'Iran». Dunque non più solo nucleare, ma blocco di quella aggressione iraniana in Medio Oriente che non a caso è iniziata ed è diventata travolgente subito dopo e proprio grazie all'accordo miope e tronco voluto da Barack Obama.
  Subito dopo, l'Eliseo ha emesso un altro comunicato nel quale ha annunciato che Macron ha inviato a Teheran Emmanuel Bonne, suo consigliere diplomatico, per incontrare le autorità della Repubblica islamica e lavorare ad abbassare la tensione: «Bonne si è recato a Teheran per mettere insieme gli elementi di una de-escalation, con gesti che devono essere eseguiti immediatamente prima del 15 luglio». A ruota, subito dopo l'incontro con Macron, Trump ha ricevuto alla Casa Bianca l'emiro del Qatar Tamin bin Hamad al-Thani col quale ha discusso dei passi che questi può fare a Teheran per facilitare una trattativa.

 Non è chiara la forza del blocco moderato iraniano
  Il punto è che se è chiara la strategia del presidente americano - niente affatto guerrafondaia ma tesa a smorzare l'aggressività iraniana, soprattutto contro Israele - non sono affatto chiari gli sviluppi degli equilibri dentro il regime iraniano. È evidente che è come sempre fortissimo il blocco Pasdaran-clero combattente che punta, con successo, da anni a «esportare la rivoluzione iraniana» in tutto il Medio Oriente ed è inflessibile nei confronti del Satana americano. Ma non è chiara la forza del blocco moderato e pronto ad una trattativa che pure esiste a Teheran.

(Lettera43, 11 luglio 2019)


Navi armate iraniane tentano di sequestrare una petroliera britannica nello stretto di Hormuz

dii Laura Melissari

Alcune navi armate della Guardia rivoluzionaria islamica iraniana hanno tentato di sequestrare una petroliera britannica nello stretto di Hormuz, ma sono state bloccate da una fregata della Royal Navy che la stava scortando.
A riportare la notizia è la Cnn. La nave petroliera Heritage stava entrando nello stretto di Hormuz, tra Iran e Penisola Araba, quando l'Iran gli ha intimato di cambiare rotta e di entrare nelle vicine acque iraniane. Aerei statunitensi hanno ripreso la scena dall'alto. La fregata della Marina reale britannica, la Hms Montrose, ha puntato i suoi cannoni contro le navi iraniane, per farle allontanare.

(TPI News, 11 luglio 2019)


Gli Usa: scorte militari alle petroliere

Il Pentagono invita gli alleati a fornire navi per prevenire attacchi nel Golfo Persico. Il monito a Teheran.

di Guido Olimpio

Per ora nessuno nasconde le proprie mosse. Due unità britanniche hanno protetto una petroliera -sempre britannica - nel Golfo, erano ben visibili anche sul sito di Marine Traffic. Sotto gli occhi di chiunque avesse un accesso web. Misura preventiva nel caso ai pasdaran venisse in mettere in atto le minacce di ritorsione dopo il blocco di una nave iraniana. Altrettanto «nota» la Saviz, uno strano cargo di Teheran che staziona dal 2017 in Mar Rosso: l'intelligence sospetta che sia in appoggio ad attività coperte e assista le sortite dei commandos navali Houti, i guerriglieri sciiti alleati della Repubblica Islamica.
   Puntini luminosi sugli schermi in aree strategiche per il petrolio, piccoli segnali di sviluppi in corso in entrambe le «porte»del greggio, lo stretto di Hormuz e Bab el Mandeb. Il capo di Stato Maggiore americano Joseph Dunford, in una intervista alla Reuters, ha rivelato l'intenzione di creare una coalizione che protegga il traffico navale lungo queste due rotte. Il Pentagono avrebbe il duplice ruolo di comando e controllo, attraverso la sua consistente presenza aeronavale fornirebbe informazioni preziose a unità di scorta fornite da quanti si uniranno all'alleanza. Dunque chi dirà sì dovrà pagare le spese e fornire i mezzi, «vascelli» e magari «assetti» aerei che faranno da ombra al traffico civile nelle zone critiche. Per Dunford serviranno ancora una ventina di giorni prima di lanciare la missione. A fine giugno, il segretario di Stato Pompeo aveva presentato a due alleati importanti, i sauditi e gli Emirati, il programma Sentinel.
   A bordo delle petroliere potrebbero essere piazzati sistemi sofisticati di monitoraggio per registrare «incidenti» ed episodi anomali, ossia apparati che dovrebbero raccogliere prove di eventuali attacchi. Uno scudo elettronico per integrare la normale attività di vigilanza condotte dalle marine militari, ma anche una sorta di occhio per «documentare» un'aggressione.
   L'idea è nata dopo il duplice sabotaggio di petroliere nel Golfo Persico. Washington e Israele sono convinti della responsabilità iraniana, altri governi hanno mostrato prudenza chiedendo maggiori prove: persino gli Emirati, mai morbidi con Teheran, hanno rallentato con le accuse. Ciò però non ha diminuito le paure e molti ricordano la guerra delle petroliere, a metà anni '8o nel mezzo dello scontro Iran-Iraq, quando nel Golfo fu necessario tutelare il naviglio commerciale.
   Se negli Usa il partito dei falchi insiste per azioni decise contro i mullah, sono considerate altrettanto pericolose le sortite dei guardiani della rivoluzione, spesso affiancati da militanti sciiti, dall'Hezbollah agli Houti. E, infatti, in queste ore sono uscite nuove immagini di presunti barchini esplosivi radiocomandati messi a punto dai miliziani yemeniti: armi semplici che possono rappresentare una minaccia seria per un mercantile, per una nave piena di greggio ma anche per un'unità della Navy. Il cacciatorpediniere statunitense Cole venne attaccato con un battello- kamikaze dai qaedisti proprio al largo dello Yemen, nell'ottobre 2000. Da allora i rischi potenziali sono cresciuti. La lotta subacquea ha portato allo sviluppo di mezzi notevoli e persino gruppi non statali hanno messo a punto capacità non da poco.
   Lo scenario che fa da sfondo vede dunque gli Stati Uniti ribadire la difesa di snodi strategici, ma anche la chiamata di responsabilità per i partners. Il biglietto lo devono pagare tutti, Trump ha spesso rimproverato a Ue e Giappone di fare poco anche quando sono in gioco i loro interessi. E vedremo quanti saranno pronti ad abbracciare il progetto. Al tempo stesso la Casa Bianca intende mandare un messaggio a Teheran dopo l'abbattimento del drone e le esplosioni sulle petroliere. La pressione continua, come dimostra l'ennesimo annuncio del presidente - ieri - su altre dure sanzioni contro l'Iran dopo la sua decisione di arricchire l'uranio. Il file nucleare è stato di nuovo riaperto, tra le polemiche, all'Aiea, con consuete schermaglie tra moniti e inviti al dialogo.

(Corriere della Sera, 11 luglio 2019)


I discendenti degli ebrei fuggiti: "Berlino ci dia la cittadinanza"

I parenti dei rifugiati che lasciarono la Germania sotto Hitler chiedono di tornare: lo Stato dice no. Un gruppo di discendenti prepara una causa contro il governo di Berlino.

La Costituzione
In Germania prevede che chiunque durante la dittatura sia stato privato della cittadinanza per motivi religiosi, razziali o politici, ha diritto a essere riaccolto come cittadino.
L'ostacolo
Centinaia di richiedenti si sono visti respingere la domanda perché negli anni del nazismo la cittadinanza si trasmetteva per via paterna.

di Giampaolo Cadalanu

BERLINO- La Germania del passato li aveva spaventati e messi in fuga, quella di oggi è sicuramente meno minacciosa e sembra una meta ambita. Ma ritornarci non è facile: sono oltre un centinaio i discendenti di rifugiati ebrei che hanno lasciato il Paese ai tempi del Terzo Reich e che adesso chiedono alla Repubblica federale di riconvalidare la loro cittadinanza.
   La regola è compresa nella Grundgesetz, la Costituzione tedesca: chiunque durante i dodici anni di dittatura nazionalsocialista sia stato privato della cittadinanza tedesca per motivi religiosi, razziali o politici, ha diritto a essere riaccolto come cittadino. Ma centinaia di richiedenti, ha scoperto il Guardian, si sono visti respingere la domanda perché la cittadinanza si trasmetteva per via paterna. Alcuni, scrive il quotidiano britannico, sono stati esclusi dal procedimento perché fuggiti dal Paese dopo l'ascesa al potere di Adolf Hitler, il che in termini legali equivale ad avere rinunciato di loro iniziativa.
   A lanciare la storia è stata la signora Barbara Hanley, che ha scritto al giornale londinese raccontando la sua storia: nipote di un ebreo tedesco fuggito in Gran Bretagna nel 1938 dopo la Notte dei cristalli, ha chiesto di tornare in Germania. Ma i burocrati che hanno seguito la sua richiesta hanno deciso di respingerla perché sua madre aveva sposato un inglese, per poi dare alla luce Barbara nel 1945. E a quei tempi la nazionalità passava solo attraverso il padre.
   Hanley non ha accettato il rifiuto e si è unita ad altri discendenti respinti nella associazione Gruppo di esclusione dall'Articolo 116 che fa riferimento alla regola costituzionale e ne chiede il rispetto sostanziale. Anche l'Associazione dei rifugiati ebrei sostiene la causa, ricordando che molti parenti delle persone richiedenti sono stati uccisi durante la Shoah.
   Il "no" della autorità tedesche si è manifestato diverse volte negli anni, ma ora il problema è stato rilanciato dall'esito del referendum sulla Brexit, che ha spinto parecchi a chiedere la cittadinanza tedesca per restare nella Ue. Ma per il momento il ministero dell'Interno, chiamato in causa dal quotidiano inglese, ha risposto con un'argomentazione legale che esclude un trattamento diverso da quello previsto nella legge. Ma i discendenti dei perseguitati non mollano e hanno già trovato i primi sostenitori al Bundestag.

(la Repubblica, 11 luglio 2019)


Scontri in Israele per un giovane etiope ucciso da un poliziotto

Gli ebrei giunti dall'Africa non si sono integrati

di Marta 0liveri

In Israele, la morte di un 18enne etiope ucciso da un poliziotto in borghese, fuori servizio, ha creato degli scontri, e il premier Benyamin Netanyahu ha ammesso l'esistenza di problemi e che il governo sta lavorando per risolverli, ma ha invitato i manifestanti a non bloccare le strade e a gettare la città nel caos. Israele non è abituato a immagini di rivolte urbane, macchine rovesciate e bruciate. Lo shock è ancora più grande dopo le scene viste in molte città in tutto il paese, martedì 2 luglio. Scontri tra la polizia e migliaia di giovani arrabbiati, principalmente della comunità etiope che hanno denunciato il razzismo e l'impunità della polizia, secondo quanto ha riportato Le Monde.
   All'origine di queste proteste: il tragico destino di Solomon Tekah. Il diciottenne etiope è stato ucciso da un poliziotto in borghese durante un litigio in un quartiere di Haifa. Secondo la versione diffusa dalla polizia l'uomo, che stava camminando con la famiglia, sarebbe intervenuto per separare dei giovani, prima di venir bersagliato da un lancio di pietre. Cosa che lo ha indotto a usare la propria arma di ordinanza. Una versione contestata dalla famiglia di Tekah. L'indagine interna dovrà stabilire se il poliziotto si trovava in pericolo.
   L'uomo è agli arresti domiciliari. Una misura leggera che ha avvelenato l'atmosfera, già pesante per dei fatti precedenti. A gennaio, a Bat Yam, vicino Tel Aviv, un uomo di 24 anni di nome Yehuda Biadga, ex soldato etiope con segni di instabilità psicologica e armato di coltello, è stato ucciso per la strada. I suoi genitori avevano messo in dubbio l'entità del pericolo che il ragazzo poteva rappresentare, secondo quanto ha riportato Le Monde. Secondo alcuni commentatori c'è un razzismo rampante nella società. Dal 1980 gli ebrei etiopi erano circa 95 mila in Israele. E dall'inizio del 2019 ne sono arrivati altri 633. A fine 2017 erano 148 mila, ma hanno sempre avuto difficoltà a integrarsi.
   Dopo aver tollerato i raduni e i posti di blocco ora la polizia ha cambiato metodo. Il ministro della pubblica sicurezza, Gilad Erdan, ha promesso di porre fine all'anarchia». In totale di 136 manifestanti sono stati arrestati e decine feriti: la polizia ne ha contati 111 nelle proprie fila. «Negli ultimi giorni, abbiamo assistito a atti violenti da parte di manifestanti: attacchi contro agenti di polizia, vandalismo, pneumatici bruciati, bombe incendiarie, lancio di pietre e danni a veicoli, polizia e civili», ha detto a Le Monde, il portavoce della polizia, Micky Rosenfeld.
   Il presidente Réouven Rivlin ha invitato alla «responsabilità» e alla «moderazione», nonché all'unità nazionale, suo tema preferito. «Non accetteremo una situazione in cui i genitori abbiano paura di lasciare i propri figli fuori di casa per fare in modo che non siano presi di mira a causa del colore della loro pelle o della loro etnia. Questa non è una guerra civile. E una lotta condivisa tra fratelli e sorelle, per una casa comune e un futuro comune».

(ItaliaOggi, 11 luglio 2019)


Antisemitismo, nuove accuse al Labour

L'inchiesta della Bbc

LONDRA - C'è un nuovo, brutto capitolo della vicenda antisemitismo nel Labour Party. Un inedito documentario della Bbc ha ottenuto le testimonianze di otto ex membri del partito britannico, secondo cui alti dirigenti laburisti negli ultimi tempi «avrebbero interferito e ostacolato» le indagini interne sui rappresentanti del Labour sospettati di atti e proclami antisemiti, in alcuni casi anche «sminuendo il lavoro durante le indagini». Tra gli alti quadri del partito coinvolti in questo nuovo affondo della Bbc si sarebbe anche Seumas Milne, ex editorialista del Guardian ma soprattutto oggi spin doctor del leader, Jeremy Corbyn. Il Labour smentisce la Bbc, «il cui programma contiene ricostruzioni deliberatamente calunniose per ingannare il pubblico» e minaccia di portare gli autori in tribunale.

(la Repubblica, 11 luglio 2019)


Carie addio, create 'otturazioni' con antibatterico

Eviterebbero il ripresentarsi del problema su denti già curati. È la promessa che arriva da uno studio condotto presso l'Università di Tel Aviv.

 
Addio carie 'di ritorno', e infiltrazioni di denti già curati grazie a un nuovo materiale in composito per otturazioni arricchito con nanoparticelle antibatteriche, che evita la crescita di patogeni e quindi la formazione di nuove carie.
   È la promessa che arriva da uno studio pubblicato sulla rivista ACS Applied Materials & Interfaces e condotto presso l'Università di Tel Aviv da Lihi Adler-Abramovich e Lee Schnaider.
    Una delle cause più comuni di estrazione dentale o devitalizzazione è proprio l'infiltrazione, o una carie secondaria, ovvero quando un dente curato con una otturazione si caria nuovamente, all'interno dell'otturazione stessa (per la crescita di batteri patogeni all'interfaccia tra otturazione e superficie del dente curato) e la carie procede indisturbata verso la radice. Gli esperti hanno dunque pensato allo sviluppo di una resina con l'aggiunta di nanoparticelle antibatteriche per evitare la formazione di nuove carie nel sito dell'otturazione.
   "Abbiamo sviluppato un materiale potenziato, non soltanto esteticamente gradevole, e rigido ma con proprietà intrinseche antibatteriche, incorporando nanoparticelle con questa proprietà" - ha spiegato Schnaider. "I compositi con attività inibitoria della crescita dei germi hanno il potenziale di ostacolare lo sviluppo di questo diffusissimo problema orale", ha sottolineato, le carie secondarie.
   Il materiale è low cost e può essere facilmente prodotto su vasta scala.
   "Questo studio è molto interessante, e si innesta nel filone della ricerca volta a migliorare i materiali che vengono comunemente utilizzati in odontoiatria - ha sottolineato in un commento all'ANSA Cristiano Tomasi dell'Università di Göteborg e membro della Società Italiana di Parodontologia e Implantologia (SIdP). Le proprietà antibatteriche di certi materiali sono particolarmente attrattive, e quindi molto studiate, poiché le principali patologie della cavità orale e dei denti sono legate ad una origine batterica. Si deve però sempre esercitare prudenza sulla vera applicabilità clinica di materiali come questi - ha rilevato l'esperto. I test 'in vitro' (di laboratorio), come quelli effettuati in questa ricerca, possono solo confermare le proprietà antibatteriche e le caratteristiche meccaniche del materiale. Ma altri studi vanno effettuati prima di poter vedere questo materiale nell'utilizzo quotidiano: intanto va dimostrata la non-tossicità del materiale, e successivamente si deve dimostrare la validità operativa a breve e lungo termine con studi clinici appositamente progettati", ha concluso Tomasi.

(ANSA, 10 luglio 2019)


Gli Usa avvertono la Turchia: "Niente missili russi"

Dopo la tensione con l'Iran, gli Stati Uniti aprono un altro fronte potenzialmente pericoloso con la Turchia. La portavoce del Dipartimento di Stato americano, Morgan Ortagus, ha infatti ammonito Ankara che ci saranno "conseguenze reali e nefaste" se acquisterà il sistema antimissile russo S-400. La Turchia riceve dagli Stati Uniti i caccia F35 realizzati dalla Lockeed Martin. Commessa che salterà se verrà confermato l'accordo con Mosca. Ankara ha tempo fino al 31 luglio per dare una risposta all'Amministrazione Trump. E dopo i recenti attacchi nel Golfo dell'Oman, in un clima sempre più teso tra Washington e Teheran, gli Stati Uniti vogliono formare una coalizione internazionale per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, che divide la Penisola arabica dalle coste dell'Iran.

(LaPresse, 10 luglio 2019)



Da Israele "piena solidarietà" a Cipro per la disputa energetica con la Turchia

GERUSALEMME - Israele esprime "piena solidarietà" a Cipro e "segue con preoccupazione" le recenti decisioni della Turchia sullo sfruttamento degli idrocarburi nel Mediterraneo orientale. E' quanto affermato dal portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Emmanuel Nahshon, su Twitter sottolineando che lo Stato ebraico "segue con profonda preoccupazione i recenti passi compiuti dalla Turchia", ribadisce il suo "pieno appoggio e solidarietà a (Cipro) nell'esercizio dei diritti sovrani nelle sue zone marittime" e si oppone "a qualsiasi tentativo di violare tali diritti". Recentemente, anche gli Stati Uniti hanno espresso "profonda preoccupazione" per l'invio della nave da perforazione Yavuz al largo della penisola di Karpassia (parte settentrionale dell'isola di Cipro). Ankara, da parte sua, ha risposto che intende continuare a difendere gli interessi dei turco-ciprioti nel Mediterraneo orientale. L'invio della nave da parte delle autorità turche ha provocato dure critiche da parte di Nicosia, della Grecia e di altri paesi occidentali, che considerano l'area di operazione parte della Zona economica esclusiva di Cipro. La Turchia, tuttavia, sostiene di agire nel rispetto dei diritti della Repubblica turca di Cipro del nord, la cui autorità e indipendenza è riconosciuta dalla sola Ankara.

(Agenzia Nova, 10 luglio 2019)


Nuovo oltraggio alla panchina delle donne deportate

Era stata ripristinata solo domenica scorsa

 
Com'era prima
MILANO - E' stata nuovamente vandalizzata la panchina dedicata alla memoria delle donne deportate a Ravensbruck da Milano. Lo fa sapere il presidente dell'Anpi milanese Roberto Cenati.
La panchina, che si trova vicino alla Casa della Memoria era stata ripristinata solo sabato scorso dopo essere stata oltraggiata una prima volta. "La panchina era stata restaurata sabato scorso dalla Associazione Elica Rossa nel corso di una partecipata iniziativa - spiega Cenati -. Non è più tollerabile il ripetersi a Milano di episodi che offendono profondamente i sentimenti democratici e antifascisti della nostra città. Si vuole colpire la Memoria che costituisce l'antidoto più efficace alla deriva razzista xenofoba e al clima di intolleranza che sta attraversando il nostro Paese".

(ANSA, 10 luglio 2019)


Maariv: Netanyahu pensa a un 'Patto di difesa' con gli Usa

Un 'Patto di difesa' con gli Usa: è quanto il premier Benyamin Netanyahu sta pensando di concludere con l'amministrazione Trump prima delle elezioni del 17 settembre. Lo rivela il quotidiano Maariv secondo cui non solo la Casa Bianca sarebbe d'accordo ma che questo farebbe parte di una intesa - nonostante fonti politiche israeliane neghino - che prevede come contropartita che Netanyahu accetti in anticipo il Piano di Pace che gli Usa intendono mantenere segreto fino a dopo in Israele.
Secondo il giornale, il premier "ha bisogno più che mai di gesti di buona volontà da parte degli Usa" per prevalere nelle elezioni. Anche se - ha continuato - il Patto avrebbe non poche difficoltà tecniche: da una parte Israele sarebbe coperto da "un ombrello difensivo" Usa contro attacchi atomici, ma dovrebbe coordinare in anticipo con l'alleato tutte le sue iniziative militari immediate. Per questo - ha elaborato il giornale - l'alternativa sarebbe una soluzione mediana - come un 'Contratto di difesa'- che pur non essendo vincolante avrebbe tuttavia lo stesso impatto sull'elettorato israeliano in vista del voto.

(ANSAmed, 10 luglio 2019)


Maccabi Games, appuntamento a Budapest

di Claudia De Benedetti

Dal 29 luglio al 7 agosto Budapest ospiterà i XV Giochi Europei Maccabi, quelli che sono definiti a buon diritto le Olimpiadi del mondo ebraico. Lasciatelo dire a me che vengo da Torino e ho partecipato al sogno olimpico del 2006: il paragone con le Olimpiadi non è ingiustificato. Al di là delle dimensioni, che sono certamente più piccole, e della partecipazione degli atleti, quello che accomuna le gare sportive del Maccabi all'evento olimpico sono l'entusiasmo e la passione.
   A Roma nel 2007 i XII Giochi Europei Maccabi hanno rappresentato il più grande raduno ebraico mai tenuto in Italia, un atto concreto di amore per Roma: un sentimento che era stato scelto anche come slogan: 'Omnia vincit AMOR - Love conquers all'. Amore per Roma, dunque, volontà di mostrare la presenza ebraica come una delle voci importanti di quel grande concerto che è la metropoli, desiderio di emozione e di partecipazione.
   Berlino ha ospitato quattro anni fa la XIV edizione dei Giochi Europei Maccabi. Settant'anni dopo la caduta del Terzo Reich nell'Olympiastadium voluto da Adolf Hitler, in quello stesso luogo che nel 1936 fu teatro dell'Olimpiade nazista da cui gli ebrei furono esclusi, il Maccabi ha mostrato la meravigliosa vitalità del popolo d'Israele. Dove l'implacabile disegno di sterminio avrebbe dovuto annientarci le squadre di tutti i paesi europei hanno sfilato con orgoglio. Yair Hamburger all'epoca Chairman del Maccabi mondiale non riusciva a trattenere l'emozione: con un grande sorriso raccontava la sua storia: "Sono vivo grazie al Maccabi, la mia famiglia vive felice in Israele grazie al Maccabi, abbiamo un futuro grazie al Maccabi". Il padre e la zia furono tra gli atleti che compresero il pericolo dell'avvento del nazismo in Germania e decisero di scappare dalle persecuzioni.
   A Budapest sono attesi 3.000 partecipanti, in rappresentanza di 40 nazioni, 690 saranno i giovanissimi. Oltre a tutti i paesi europei è tradizione invitare i rappresentanti d'Israele e delle altre confederazioni mondiali, sfileranno anche: Messico, Brasile, Argentina, Sud Africa e Australia. La delegazione italiana sarà
 
Immagini della visita agli impianti sportivi scelti per la 15a edizione degli European Maccabi Games
 
composta da una cinquantina di persone tra dirigenti, allenatori e atleti, a guidarli Roberto Di Porto. Il Presidente del Maccabi Italia Vittorio Pavoncello ha dovuto impegnarsi moltissimo per riuscire ad ottenere i finanziamenti e sponsor tecnici e permettere così ai giovani atleti di vivere un'esperienza straordinaria. Gli sport previsti sono 24, in tutto 63 gare, l'iscritto più anziano è un giocatore di bridge di 87 anni, il più giovane uno scacchista di soli 10 anni. La delegazione tedesca sfiorerà i 300 partecipanti, la squadra ungherese di casa avrà 215 atleti. Il catering kasher garantirà oltre 78.000 pasti, 27.000 notti di albergo sono state prenotate, 500 volontari hanno dato la loro disponibilità. Il comitato organizzatore ha costituito un ente no profit in cui i soci fondatori sono Maccabi VAC, MTK Budapest e la Federazione delle Comunità Ebraiche Ungheresi. La Confederazione Europea del Maccabi detiene il copyright dell'evento e Motti Tichauer, Chairman della Confederazione Europea Maccabi è anche Chairman dei Giochi Europei Maccabi di Budapest, Adam Jusztin, Presidente di Maccabi VAC è Co-Chairman, Tamàs Deutsch, Presidente di MTK è il Presidente del Comitato promotore dei Giochi. La cerimonia di apertura si svolgerà al New Nàndor Hidegkuti Stadium il 30 luglio, particolarmente toccante sarà il momento dell'Izchor, del ricordo degli 11 membri della squadra d'Israele uccisi da Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco 1972. Tutti gli eventi si svolgeranno al Ludovika Park, complesso multifunzionale recentemente inaugurato nell'area dell'Università.
   L'emozione degli atleti che stanno ultimando la loro preparazione è grandissima, lo so per esperienza, perché io stessa come atleta ho partecipato alle Maccabiadi in Israele nel 1976 e sono stata capodelegazione nel 2003 e 2005. Ma anche l'emozione di chi lavora giorno e notte per far funzionare la macchina dei giochi è forte e genuina. Questo è il paradosso di eventi del genere, che sono effimeri, poiché durano solo una decina di giorni, ma anche permanenti, perché cementano appartenenze, affetti, sentimenti di partecipazione. Per questo i nostri giochi sono importanti anche per Budapest, che negli ultimi anni ha capito l'importanza di lottare contro l'antisemitismo, di dover cambiare pelle per puntare su un'immagine accattivante, sull'interesse internazionale, sulla cultura e far crescere il turismo ebraico.

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)



«Quel tesoro spuntato in via Orfeo»

Un volume ripercorre le tappe della scoperta del cimitero ebraico di Bologna. Tutto avvenne per caso durante la costruzione di un palazzo. Alla fine quel terreno ha restituito 400 tombe medievali.

Orto superstite
Fino al XVIII secolo nelle fonti d'archivio rimane la dicitura 'Orto degli Ebrei'. Il terreno dell'ex cimitero divenne infatti un appezzamento coltivato
L'intellettuale
In piazza Santo Stefano sopravvive una palazzina appartenuta a Ovadyah Sforno, il primo traduttore in italiano del Talmud
La tradizione
Gli Ebrei orientano le fosse sull'asse est-ovest e tutte le teste dei 408 defunti rinvenuti in via Orfeo erano rivolte a Occidente

di Lorella Bolelli

BOLOGNA - La sorveglianza in aree ad alto potenziale archeologico è una prassi consolidata e si applica regolarmente nel centro storico di Bologna. Ma non sempre succede di trovare nello squarcio di un cantiere ciò che affiorò nel 2012 al civico 42 di via Orfeo. Lo ricorda bene Valentina Di Stefano che vide palesarsi a poco a poco proprio sotto i suoi occhi duemila metri quadri di sepolture medievali per un totale di oltre 400 tombe. «Lì per lì non capimmo di trovarci di fronte al secondo più grande cimitero ebraico al mondo, inferiore solo a quello inglese di York». Quell'epopea, iniziata un po' in sordina per l'importanza e la sacralità che la religione giudaica attribuisce all'ultimo ricovero terreno dei corpi, ora è diventata il corposo volume 'Il cimitero ebraico medievale di Bologna: un percorso tra memoria e valorizzazione' che domani alle 17 presenteranno le autrici Renata Curina e Valentina Di Stefano nel salone d'onore di Palazzo Dell'Armi Marescalchi (via IV Novembre 5) insieme a Giusella Finocchiaro in rappresentanza della Fondazione del Monte che ha sostenuto il progetto, alla soprintendente Cristina Ambrosini, al presidente della Comunità ebraica Daniele De Paz, al rabbino capo Alberto Sermoneta, a Sauro Gelichi dell'università Ca' Foscari e a Daniela Rossi della Soprintendenza di Roma.

- Quando vi siete accorti che eravate di fronte a un ritrovamento eccezionale?
  «Inizialmente - risponde la Di Stefano - pensavamo a un'area d'inumazione legata alla vicina chiesa di San Pietro Martire poi la dislocazione in file parallele ordinatissime, l'assenza di resti d'indumenti e gli scheletri compressi dalle fasciature del sudario, ci hanno indirizzato verso la vera natura di quella distesa di fosse».

- Avete avuto conforto anche da fonti documentarie?
  «Il ricordo del grande cimitero ebraico in quella zona era rimasto nella tradizione orale e si era tramandato ma nessuno sapeva di fatto dove si trovasse. L'averlo localizzato ha dato avvio a una ricerca pluridisciplinare che ha portato anche a scoprire l'atto notarile con cui un certo Elia Da Orvieto, acquistò l'8 agosto 1393 quel terreno, proprio per donarlo ai propri correligionari. Abbiamo anche la data in cui venne dismesso: il 1569».

- Che cosa successe?
  «Nel 1555 venne istituito il ghetto e le restrizioni inflitte alla comunità divennero anche palesi per l'obbligo di indossare un segno di riconoscimento: una pezzuola gialla per gli uomini e un velo azzurro per le donne. E il 29 novembre del 1569 papa Pio emanò un breve apostolico che conferì la proprietà del terreno alle suore di San Pietro Martire con invito a distruggere le lapidi per cancellare persino la memoria della presenza giudaica in città. E i segni di quelle profanazioni violente li abbiamo ritrovati durante gli scavi su almeno 150 tombe».

- Le spoliazioni non hanno però depredato il ricco corredo funerario dei cadaveri ...
  «Abbiamo trovato una quarantina d'anelli in oro, preziosi, ma anche oggetti di uso quotidiano come le forbici e il ditale con cui volle farsi seppellire una sarta».

- Quei resti quali altre indicazioni antropologiche hanno fornito?
  «Intanto voglio specificare che sono stati tutti risepolti alla Certosa. Il 20% di loro erano sotto i 20 anni ma si tratta di una percentuale di mortalità infantile inferiore a quella di York, segno che qui il livello di salute era accettabile e la comunità conduceva una vita agiata».

(Il Resto del Carlino, 10 luglio 2019)


A Petah Tikva una piazza intitolata a Trump

di Giacomo Kahn

Dopo il piccolo villaggio sulle Alture del Golan, rinominato il mese scorso in onore del presidente americano Donald Trump, e' il turno della citta' di Petah Tikva di intitolare una piazza all'inquilino della Casa Bianca, considerato "il piu' grande fan dello Stato d'Israele". Come ha sottolineato il sindaco Rami Greenberg, alla presenza dei ministri degli Esteri e dell'Economia, Israel Katz ed Eli Cohen, e' un segno di "gratitudine verso il presidente Donald Trump" che ha riconosciuto Gerusalemme come capitale d'Israele e la sovranita' israeliana sulle alture del Golan.

(Shalom, 10 luglio 2019)


Teheran pronta ad arricchire l'uranio al 20%. Accordo nucleare sempre più a rischio

La Repubblica islamica pronta a ripristinare le centrifughe disattivate nel contesto del Jcpoa. Il capo dei Pasdaran precisa: non vogliamo armi nucleari, sono contro l'islam. Per Washington la politica di massima pressione "sta funzionando". All'aeroporto di Chicago "detenuta" per ore la squadra di volley iraniana.

TEHERAN - La guerra commerciale, diplomatica e verbale in atto da oltre un anno fra Teheran e Washington si è arricchita di nuovi capitoli: ieri i vertici della Repubblica islamica hanno minacciato di ripristinare le centrifughe disattivate in seguito all'accordo nucleare e di spingere l'arricchimento dell'uranio fino alla soglia del 20% in purezza. Tuttavia, il capo dei Pasdaran (i guardiani della Rivoluzione islamica) precisa che l'Iran non intende perseguire il progetto delle armi nucleari.
   La minaccia di aumentare il grado di arricchimento dell'uranio fatto dal responsabile dell'agenzia nucleare di Teheran è un passo che va ben oltre le scelte fatte nelle scorse settimane. Esso rappresenta uno dei principali rovesciamenti dei punti chiave dell'accordo e pone seri dubbi sull'effettiva efficacia e della sua attuale validità.
   Le potenze internazionali, in particolare Stati Uniti e Israele, sospettano che Teheran voglia riprendere il cammino interrotto quattro anni fa, finalizzato alla costruzione dell'atomica per scopi militari. In questo senso arriva la secca smentita del generale maggiore Hossein Salami, capo dei Pasdaran, secondo cui "il mondo sa che non siamo alla ricerca di armi (nucleari)". Questo tipo di armamenti, aggiunge, "non trova posto nell'islam" che "non approva armi di distruzione di massa".
   Sul fronte statunitense interviene il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, fra i fautori della linea dura contro Teheran, secondo il quale la "campagna di massima pressione" a colpi di sanzioni Usa "sta funzionando" e "l'obiettivo del presidente è di sottoscrivere un nuovo accordo, che sarà negoziato considerando ciò che è meglio per gli Stati Uniti".
   All'origine della tensione fra Iran e Stati Uniti, che ha innescato una gravissima crisi economica nella Repubblica islamica come conferma un sacerdote locale, la decisione del presidente Usa Donald Trump nel maggio dello scorso anno di ritirarsi dall'accordo nucleare (Jcpoa) del 2015. La Casa Bianca ha quindi deciso di introdurre le più dure sanzioni della storia, rafforzare la presenza militare nell'area e azzerare le esportazioni di petrolio iraniane, colpendo in primis la popolazione.
   Intanto lo scontro fra i due Paesi si arricchisce anche di un capitolo sportivo: le autorità iraniane hanno accusato ieri gli Usa di aver "detenuto" la squadra nazionale di pallavolo all'aeroporto di Chicago per diverse ore. "Se l'America - ha sottolineato un funzionario del ministero iraniano degli Esteri - non è in grado di ospitare tutte le squadre in maniera neutrale e giusta, è meglio che la smetta di organizzare eventi sportivi".
   La squadra di volley della Repubblica islamica si trova negli Stati Uniti per partecipare alla fase finale (final six) della Nations League 2019. Il team scenderà in campo l'11 luglio contro la Polonia e il giorno successivo contro il Brasile, per conquistare l'accesso alla finale. L'agenzia ufficiale Irna ricorda che in passato la compagine nazionale si era recata negli Usa per partite amichevoli "e non si erano mai registrati problemi".

(AsiaNews, 9 luglio 2019)



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I paesi dell'UE inclusi nell'accordo nucleare iraniano si preparano per un incontro di emergenza

I paesi dell'Unione Europea che fanno parte dell'accordo nucleare iraniano stanno discutendo una riunione di emergenza dopo l'annuncio che il limite di arricchimento dell'uranio verrà superato oggi.
I paesi interessati sono la Francia, il Regno Unito e la Germania che nel 2015 hanno firmato un accordo, insieme a Cina, Russia, Stati Uniti e Iran stesso, dopo una crisi di 12 anni attorno al programma nucleare iraniano.
Il blocco "è estremamente preoccupato" per la decisione dell'Iran di aumentare l'arricchimento oltre la soglia del 3,67%, ha detto oggi la portavoce dell'UE Maja Kocijancic.
La portavoce ha dichiarato all'agenzia di stampa Associated Press che Bruxelles è in contatto con gli altri lati dell'accordo per discutere i prossimi passi, tra cui "una commissione congiunta".
La commissione congiunta dell'accordo riunisce le autorità dei paesi partecipanti e si riunisce regolarmente una volta al trimestre. Il loro ultimo incontro si è tenuto alla fine di giugno.
Anche il Regno Unito e la Germania hanno preso posizione, esortando l'Iran a "interrompere immediatamente" l'arricchimento dell'uranio.
Affermando di essere "estremamente preoccupati" per attendere le informazioni dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica, il ministro degli Esteri tedesco ha esortato l'Iran a "fermare e invertire tutte le attività in contrasto con i suoi impegni".
L'appello è stato promosso da Londra, che, in una dichiarazione del ministero degli Affari esteri, ha assicurato che il Regno Unito continua a considerare valido l'accordo.
"L'Iran ha violato i termini dell'accordo internazionale [sull'energia nucleare in Iran] del 2015. Poiché il Regno Unito rimane pienamente fedele all'accordo, l'Iran deve immediatamente interrompere e annullare tutte le attività contrarie ai suoi obblighi".
Il primo ministro israeliano ha anche lanciato un appello in merito alla questione, esortando le potenze mondiali ad applicare "sanzioni immediate" all'Iran non appena il livello di arricchimento dell'uranio fornito dall'accordo nucleare viene superato.
Per Benjamin Netanyahu, l'arricchimento dell'uranio oltre il limite dell'accordo del 2015 può essere solo finalizzato alla creazione di bombe atomiche, quindi i leader occidentali devono rispettare l'accordo e imporre sanzioni all'Iran "in un dato momento" quando i valori concordati sono superati.

(Direttore Editoriale, 9 luglio 2019)



Quell'Europa debole e priva di principi

Gli europei possono benissimo convivere con l'aspirazione iraniana (e palestinese) alla distruzione dello stato ebraico. Israele no.

Qualsiasi stolto può capire che l'Iran non intende cessare i suoi sforzi per acquisire un'arma nucleare. Ma l'Unione Europea e i suoi principali rappresentanti, Germania, Francia e Gran Bretagna, si rifiutano di capire. Dopo che l'Iran ha annunciato d'aver apertamente violato l'accordo nucleare del 2015, gli europei si sono accontentati di ridicole condanne ed espressioni di "profonda preoccupazione". Erano "in attesa dei rapporti dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica" hanno spiegato, tra un appello e l'altro all'Iran ad attenersi all'accordo: come se il regime di Teheran fosse paragonabile a un bambino capriccioso da redarguire agitando il ditino.
Di fronte a un Iran furbo e abile, gli europei si sono dimostrati deboli e privi di principi. E' terribilmente paradigmatica la nomina del ministro degli esteri spagnolo Josep Borrell al ruolo di prossimo rappresentante della politica estera dell'Unione Europea. Si tratta dello stesso Borrell che ha spudoratamente dichiarato: "L'Iran vuole spazzare via Israele? Non è una novità. E' una cosa con cui dobbiamo convivere". In altri termini, secondo Borrell, dal punto di vista dell'Unione Europea la volontà di annientare Israele è un fatto accettabile....

(israele.net, 9 luglio 2019)


L'Autorità Palestinese responsabile di 17 attacchi tra il 1996 e il 2000

GERUSALEMME - Il tribunale di Gerusalemme ha ritenuto responsabile l'Autorità palestinese (Ap) di 17 attacchi contro la popolazione e le forze di sicurezza israeliane avvenuti tra il 1996 e il 2002. Lo riferisce una nota del ministero della Giustizia israeliano. "Il tribunale ha esaminato i quattro livelli di responsabilità dell'Autorità palestinese: ideologico, finanziario, pratico e mediatico, incluso l'incitamento alla violenza", si legge nella nota. Per il tribunale di Gerusalemme in 17 attacchi è stata "dimostrata" la responsabilità dell'Ap in almeno uno dei quattro livelli. La corte ha anche riconosciuto la responsabilità "generale" del presidente palestinese dell'Ap Mahmoud Abbas, dell'ex alto funzionario del movimento politico Fatah Marwan Barghouti (attualmente detenuto in un carcere israeliano) e del defunto leader palestinese e dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) Yasser Arafat. Secondo il tribunale, gli attacchi fomentati dai leader dell'Anp e dell'Olp "miravano tutti ad uccidere ebrei e cittadini israeliani". A seguito della decisione del tribunale, il Nitzana Darshan Leitner, presidente dell'organizzazione non governativa Shurat Hadin, che mira a difendere i diritti delle vittime ebree di "terrorismo", ha richiesto 250 milioni di dollari come risarcimento alle famiglie delle vittime dei 17 attacchi. Nel 2017, un tribunale israeliano ha condannato l'Autorità palestinese e gli autori di un attacco avvenuto nel 2001 al pagamento di un risarcimento di 18 milioni di dollari alle famiglie di tre cittadini israeliani, ma ad oggi l'ingiunzione non è mai stata applicata. Secondo i media israeliani, la decisione annunciata dal tribunale di Gerusalemme è soprattutto simbolica e le sue modalità di applicazione restano poco chiare.

(Agenzia Nova, 9 luglio 2019)


Torna alla luce la città biblica di Ziklag

GERUSALEMME - E' stata individuata la misteriosa città biblica di Ziklag, sulle colline meridionali della Giudea, in Terra Santa, dove oltre tremila anni fa Davide trovò protezione tra i Filistei mentre cercava di fuggire alla cattura ordinata da Saul, primo re d'Israele. Dopo la morte di Saul, Davide sarebbe salito al trono del regno d'Israele.
Secondo gli archeologi dell'Università di Gerusalemme, dell'Israel Antiquities Authority e della Macquarie University di Sydney, le rovine rinvenute nei pressi di Kiryat Gat, nel sud d'Israele, emerse durante i recenti scavi, apparterrebbero al villaggio di Ziklag, parte del regno filisteo di Gath.
Nei circa mille metri quadrati dell'area archeologica di Khirbet al-Ra'i sono state riportate alla luce testimonianze di un insediamento filisteo risalente all'XI-XII secolo a.C., con grandi strutture in pietra e reperti caratteristici della cultura filistea. I vasi in pietra e i recipienti metallici rinvenuti sul sito sono simili a reperti di questo periodo rinvenuti in precedenza negli scavi di Ashdod, Ashkelon, Ekron e Gat.
Finora erano stati indicati dagli archeologi diversi siti come possibili città di Ziklag: Tel Halif vicino al kibbutz Lahav, Tel Shara nel Negev occidentale, Tel Sheva. Tuttavia, secondo i ricercatori, "in tutti quei casi non c'era continuità tra insediamento filisteo e successivo insediamento dell'epoca di Davide. Nel sito di Khirbet al-Ra'i sono state trovate prove di entrambi gli insediamenti", come riporta il sito internet Israele.net.

(Adnkronos, 9 luglio 2019)


Felix Klein suggerisce agli ebrei di nascondersi; Amnesty dice a Israele di scomparire

di Paolo Salom

Si chiama Felix Klein ed è l'incaricato del governo federale tedesco per combattere l'antisemitismo. Klein è una persona per bene. Certo non un nemico degli ebrei. Anzi. Eppure, per arginare i sempre più frequenti episodi di aggressione contro gli ebrei, in Germania (più 20% nel 2018), ha avuto un'uscita davvero infelice. Il signor Klein ha consigliato, semplicemente, di "smettere di indossare la kippah nei luoghi pubblici". Come dire: nascondetevi. Nel lontano Occidente si fa del male anche cercando di fare del bene, almeno quando parliamo di odio anti-ebraico. Rav Alfonso Arbib, Rabbino capo della Comunità di Milano, commentando la notizia sul Corriere della Sera, ha sottolineato come il modo migliore per combattere l'antisemitismo sia al contrario "condurre una normale vita da ebrei".
   Certo, resta difficile definire cosa sia "normale", di questi tempi, per noi. Vi faccio un altro esempio. Conoscete senz'altro Amnesty International, l'organizzazione che da cinquant'anni vigila sugli abusi umanitari in tutto il mondo e finita recentemente nel mirino (si è infatti scoperto come, all'interno della stessa Amnesty, da anni si verificassero gravissimi atti di mobbing da parte di numerosi dirigenti nei confronti dei loro collaboratori; i dirigenti alla fine sono stati allontanati, con buonuscita. Come dire che l'organizzazione ha clamorosamente fallito nel vigilare su… se stessa). Ma la cosa che qui ci interessa di più, tuttavia, è l'ultima accusa contro Israele. Un'accusa che ha dell'assurdo (se non è malafede). In breve, la ragione per le "sofferenze dei palestinesi" sarebbe "l'instabilità della regione" - si legge in un recente rapporto - dovuta al rifiuto, da parte di Israele, negli ultimi sette decenni, di garantire il "diritto al ritorno" dei 700 mila palestinesi (e dei loro discendenti) divenuti profughi con la guerra del 1948.
   Chiaro il concetto? Israele, secondo Amnesty, è in violazione della "legge internazionale" perché non ha accettato di scomparire. Cosa avrebbe dovuto fare per riparare i torti del passato? Aprire le sue porte ai 5-6 milioni di palestinesi (che si sono nel frattempo moltiplicati e tramandati la patente di profugo di padre in figlio) eredi di chi lasciò la Terra di Israele a seguito dei conflitti scatenati, peraltro, dai Paesi arabi con l'intento dichiarato di distruggere Israele. E così Amnesty, per riparare un ipotetico torto, ne vuole commettere uno ben più grande: cancellare lo Stato ebraico dalla mappa per effetto di una marea demografica. Insomma, diritti umani che valgono per una parte sola. Quanti profughi della Seconda guerra mondiale, inclusi 300 mila istriani, sono mai rientrati nelle loro case? Quanti ebrei polacchi all'indomani dalla Shoah? Quanti ebrei egiziani, libici, irakeni, libanesi, siriani… scappati senza più nulla?

(Bet Magazine Mosaico, 8 luglio 2019)



Tenta di incendiare una sinagoga ma prende fuoco

ROMA - Tristan Morgan, dichiaratamente antisemita, aveva tentato di dare fuoco alla sinagoga di Exeter, città nel Sud dell'Inghilterra, lo scorso 21 luglio del 2018. In occasione della sua condanna, la polizia ha deciso di pubblicare le immagini del suo goffo tentativo che, per fortuna, non ha causato vittime né feriti.
Morgan, 52 anni, è stato riconosciuto colpevole di incendio doloso e atti terroristici e per questo è stato ricoverato in un ospedale psichiatrico dove sarà monitorato dalla polizia per diversi anni.

(blitz quotidiano, 9 luglio 2019)


Israele-M5S. Prove di disgelo dietro l'invito a Di Maio

di Francesco Bei

«Secondo me una visita in Israele sarebbe importante» per il ministro Luigi Di Maio, «per capire la complessità non solo del nostro Paese, ma di tutto il Medio Oriente». Il sasso nello stagno lo getta l'ambasciatore israeliano in Italia, Ofer Sachs, a margine di un convegno sulle "Relazioni Italia-Israele" promosso dai deputati del movimento 5 Stelle Paolo Lattanzio e Antonio Zennaro. Rispetto al grande gelo, quando Di Maio - accompagnato dal filopalestinese Manlio Di Stefano - andò a portare la solidarietà a Gaza, di acqua ne è passata tanta sotto i ponti. Se è ancora presto per parlare di svolta, qualcosa comunque si sta muovendo. Di Maio non ha ancora deciso se accettare l'invito in Israele, ma un riposizionamento sembra in corso. Tanto che i grillini hanno già programmato un vertice interministeriale per studiare ilmodello economico della "Start-up Nation".

(La Stampa, 9 luglio 2019)


Per un Ghiùr comunitario

Riportiamo questo lungo e interessante articolo da cui emerge in modo chiaro la crisi di identità in cui si dibatte oggi l'ebraismo italiano. Le riflessioni generali che si fanno a questo riguardo dovrebbero interessare non solo gli ebrei. Nsi

di Rav Roberto Della Rocca*

 
È ormai da qualche anno che l'ebraismo italiano ha iniziato a dividersi sul problema del ghiùr, la conversione all'ebraismo. Credo sia venuto il momento di considerare seriamente se, per un ebraismo di poco più di 25 mila iscritti, siano salutari frammentazioni, polemiche e fratture. Il problema del ghiùr riguarda tutto l'ebraismo mondiale, ma l'ebraismo italiano, a differenza di quello di altri paesi, è ormai ai minimi termini, e ogni crisi gli può risultare letale. La crisi demografica dell'ebraismo italiano è purtroppo accompagnata e aggravata dall'assimilazione, la perdita di un'identità forte e vissuta con attiva consapevolezza. Il rischio della nostra scomparsa e della chiusura delle nostre istituzioni non può essere risolto con un'apertura irriflessa o con ghiurim (conversioni) formali, per il semplice motivo che questa linea rinuncerebbe al legame con la tradizione ebraica, e non andrebbe certamente a beneficio di quanti sono alla ricerca di una coerente e coscienziosa assunzione di identità ebraica. Sarebbe un genere di ghiùr (conversione) utile solo a risolvere, forse, e solo molto parzialmente, il problema demografico, ma non certo il problema della coesione all'interno della comunità ebraica italiana. E non si può essere certi che si risolverebbe così, oltre a un problema personale, anche il problema dell'assimilazione.
  L'atteggiamento di fondo dei Maestri, in tutte le generazioni, è sempre stato di cautela e non d'incoraggiamento, perché la soluzione "evangelizzatrice" implica l'assunzione di una posizione di superiorità. Di fatto, mai nella storia il popolo ebraico ha messo in atto un'azione sistematica di proselitismo, accogliendo con una certa difficoltà quanti chiedevano di convertirsi, e sempre con ripetuti avvertimenti a non compiere passi affrettati che avrebbero potuto avere conseguenze drammatiche, a causa delle persecuzioni antisemite. All'ebraismo è stato più volte imputato di essere una religione nazionale, in contrapposizione ad altre religioni "universali". Attraverso il noachismo, l'ebraismo sostiene che l'universalismo più vero sta proprio nel rispetto delle altre culture, e non nella loro sopraffazione. L'atteggiamento missionario, in cui l'ebraismo non si riconosce, contiene invece in sé i germi di un colonialismo spirituale che è estraneo sia alla Torah che ai Profeti di Israele. Per questi motivi, una conversione che non implichi anche la kabalàt mitzvòt (l'accettazione dei precetti) rischia di rappresentare una coercizione con sospette connotazioni di discriminazione razziale e di nazionalismo, perché a importare sarebbe unicamente l'appartenenza nazionale, etnica, culturale o razziale, più che la condivisione di un'educazione, di una cultura, di una fede e di una prassi. Il percorso verso l'ebraismo dovrebbe essere determinato, infatti, da una spinta interiore e non da considerazioni di natura genealogica, sociale, economica, o anche meramente culturale. La purezza del sangue, peraltro, non è mai stata una preoccupazione ebraica. Non è il sangue o il colore della pelle a fare di un essere umano l'uomo che è, creato a immagine dell'Eterno. L'uomo si giudica per sé stesso e si definisce per le sue convinzioni e le sue azioni, non per le sue origini. L'erede di un assassino non è un assassino. I discendenti dello stesso Hamàn (nemico paradigmatico del popolo ebraico), secondo il Midràsh, stabilirono una Yeshivah a Bené Beràk.
  Nell'ebraismo, l'orgoglio che deriva dalle proprie radici non consente che si coltivino illusioni di superiorità o pretese di privilegi in grazia dell'appartenenza etnico-religiosa. Aderire all'ebraismo implica, invece, assunzioni di obblighi e di responsabilità. I Maestri di Israele ribadiscono con forza questo concetto quando parlano del mamzer, il figlio che nasce da un adulterio o da un incesto, entrambi severamente proibiti dalla Torah, e che rappresenta la condizione sociale più umile all'interno del popolo ebraico. Dicono i Maestri: "mamzer talmid chacham kodem lecohen gadòl am aaretz" (T.B. Horaioi, 13b ), ossia, un mamzer che studia e mette in pratica la Torah ha la precedenza su un cohen (il sacerdote, che rappresenta la classe più elevata del popolo), se questi è ignorante. Il valore dell'uomo, per l'ebraismo, non è in ciò che ha, e neppure in ciò che è, quanto in ciò che fa, giorno dopo giorno.
  Ne è esempio la storia di Ruth, la moabita, che dichiara: "il tuo popolo è il mio, il tuo Signore è il mio" (Ruth 1:16) e attua così la duplice scelta dell'integrazione religiosa e nazionale, assurgendo a paradigma di ogni conversione sincera e disinteressata. Ruth non ha radici nobili - anche se alcuni midrashim la dichiarano di ascendenza regale moabita - eppure non solo è il prototipo della conversione ma, come a evidenziare l'assenza di ogni preclusione nella tradizione ebraica, da lei la Torah fa discendere il Messia. Infatti, con questo estremo paradosso, i Maestri ribadiscono come nella tradizione ebraica l'adesione ai principi coesivi del popolo sia di estrema importanza. I presupposti educativi ed etici risultano essere più rilevanti di quelli biologici e di sangue. Se così non fosse, il ghiùr (la conversione) non sarebbe neppure preso in considerazione.
  Un'altra considerazione la si può fare notando che la Torah non assegna alcun ruolo ai due figli di Moshè. La genealogia di Moshè, infatti, appare rappresentata dai suoi nipoti, i figli del fratello Aron (Numeri 3:2). Da questo, Rashi ricava che "chiunque insegni Torah al figlio del proprio compagno è come se lo avesse generato".
  Ci si chiede che cosa significhi per la cultura rabbinica "generare" un figlio. La tradizione ebraica evidenzia in ogni modo, anche con la forza del paradosso più estremo, l'importanza dell'educazione e della formazione, dello studio e della cultura, anche contro le possibili alternative costituite dal legame biologico. Peraltro, e per paradosso, è proprio in forza dei valori culturali, e negando il valore dei legami biologici, che molti si battono per rendere più semplice quel passaggio di identità che è il ghiùr.
  Sembra necessario, se si vuole parlare di ghiùr, accettare che l'ebraismo non concepisce una conversione intesa come pura e semplice iscrizione formale a una comunità. La conversione implica un cambiamento delicato e complesso, cambiamento psicologico, sociale, e di vita. Comporta un riorientamento della volontà, una difficile metamorfosi dell'anima. Porta spesso con sé una trasfusione di memoria. Può anche trasformarsi in una incomprensibile spinta autodistruttiva verso un rinnovamento. E certo, in tutto questo delicato fenomeno che è anche un percorso, l'ambiente, l'educazione e la pressione del gruppo rivestono un ruolo decisivo. Vale la pena, qui, di stabilire alcune premesse per sgombrare il campo da non utili malintesi. La questione del ghiùr è spesso affrontata da un'angolazione influenzata dal vissuto personale, e sfocia così in una contrapposizione personalizzata fra il candidato ghèr e il singolo rabbino, cui è demandato di rappresentare e riconoscere all'aspirante l'identità ebraica.
  Questo incontro, affrontato in modo errato, rischia di diventare uno scontro, e spesso si risolve in una polemica improduttiva e distruttiva, a volte aggravata da logiche di schieramento. Si deve invece accettare che accompagnare un figlio di madre non ebrea verso il ghiùr significa preparare tutto il nucleo familiare, sia il genitore ebreo sia la madre non ebrea. È difficile accettarlo, lo si comprende bene, ma l'ebraismo del minore non è un fatto solo personale, ma un fatto famigliare. All'educazione, alla formazione, e alla vita ebraica in casa, del figlio devono partecipare sia il padre che la madre. Si comprende allora perché ci si aspetta che la madre non ebrea faccia un percorso di ghiùr assieme al figlio. Ovviamente evitando su di lei qualsiasi forma di plagio e pressione.
  La famiglia si muove, nel suo insieme, verso una consapevolezza incondizionata della strada intrapresa e dell'impegno preso con il Beth Din (il tribunale rabbinico): la conversione dei bambini richiede infatti una trasformazione radicale dell'atmosfera familiare che lo accoglierà. Da qui la necessità di coinvolgere entrambi i genitori nello studio e nell'applicazione delle mitzvot, strumento fondamentale per infondere nei figli il senso dell'ebraismo. Il processo non può essere solo trasmissione di nozioni, sensazioni interiori e storia passata, ma deve attivare una prassi e un vissuto.
  Il discorso sul ghiùr dei minori, che non avendo ancora capacità giuridica non sono in grado di scegliere coscientemente la loro strada, richiede qualche considerazione in più. Fino a qualche anno fa, questa responsabilità è gravata sui genitori e sul Beth Din quando questo ha accolto la richiesta, richiesta che, in ogni caso, secondo la giurisprudenza rabbinica prevalente, nel caso di bambini, va confermata nel momento del Bar/Bat Mitzwà o nel momento della maturità. Siamo troppo spesso testimoni, infatti, del fenomeno di ragazzi che frequentano per anni le istituzioni educative e sociali ebraiche e poi, all'improvviso, si allontanano. Forse l'educazione ebraica che si offre è carente, non del tutto adeguata al livello di ebraismo che si vuole raggiungere in vista di una consapevolezza che garantisca continuità al nostro essere ebrei. Perché i nostri figli sentano l'importanza del loro ebraismo, esso deve abbracciare una dimensione di contenuti maturi, che non siano i meri ricordi dell'infanzia o della festa del Bar/Bat Mitzwà. Un ebraismo passivo, un semplice processo di conoscenza, un ebraismo non vissuto nel quotidiano, diventa prima o poi irrilevante, specie quando sopraffatto dalla cultura dominante che ci attornia.
  Troppo spesso l'educazione ebraica è considerata un complemento, la cui cura è relegata ai ritagli di tempo. Si rischia un approccio letterario, romanzesco, alla propria identità, ci si costruisce una visione della vita ebraica che si avvicina alla realtà virtuale, come se fosse solo una lontana gloria del passato, da vivere nel ricordo e nella conoscenza piuttosto che nella vita quotidiana. Si dovrebbe iniziare a sviluppare una visione dell'identità ebraica attuale e autonoma, una concezione qualitativa, che sostituisca quella che la pressione sociale esercitata dalla realtà circostante propone, o talvolta impone, una diversa idea dell'esistenza più confacente alle esigenze di una vita davvero ebraica. Ma tutto questo non può essere delegato ai rabbini o alle comunità. Le famiglie che lo desiderano devono fare scelte chiare, coraggiose e coerenti. Fare educazione significa lavorare sulle proprie rappresentazioni di sé e del mondo: qual è l'immagine culturale ebraica che vogliamo acquisire e trasmettere? Questo è il quesito che dobbiamo porci, e le risposte che daremo saranno decisive per le nostre scelte e dovranno dare il segno del valore che ha per noi l'educazione ebraica dei nostri figli. Mancano oggi, a livello nazionale, strutture e istituzioni che garantiscano un percorso di educazione e formazione ebraica ai candidati gherim, soprattutto bambini. I tribunali rabbinici, pur avendo creato condizioni ebraiche favorevoli all'accoglienza delle famiglie che desiderano avvicinarsi, si trovano di fatto ad affrontare da soli un processo complesso e sempre più diffuso. Nella maggior parte dei casi manca l'appoggio della Comunità, intesa non come ente, ma come collettività, che dovrebbe sentire il dovere di entrare in relazione con queste famiglie. I Maestri sono molto attenti alle difficoltà di ordine psicologico che incontra il ghèr: "non opprimerai il gher" (Esodo 23:9), ingiunzione che il Tanà devè Eliahu Rabba, 27, interpreta come "non opprimerlo con le parole ... non dirgli: ieri eri idolatra ... e hai ancora la carne di maiale tra i denti, e tu adesso vuoi parlare con me?" La Torah ci impone costantemente di destinare un affetto e un amore speciali al convertito. Il comandamento "veahavta et hagher", "amerai il gher", lo straniero, ricorre decine di volte nella Bibbia. Nell'accettare la Legge ebraica, il convertito riceve anche la storia ebraica. È come se gli venisse data una nuova memoria, che sostituisce la sua. A nessuno è lecito rammentare al convertito il suo passato. Esso cessa semplicemente di svolgere un qualsiasi ruolo o di esistere. L'atto della conversione trasforma il convertito in un neonato, un nuovo essere. Per questo i Maestri del Talmud fanno tutto ciò che è in loro potere per evitare che il convertito all'ebraismo possa sentirsi escluso o messo al margine dalla comunità ebraica. Il convertito non deve mai sentirsi inferiore agli altri ebrei. Nella Bibbia l'amore per il gher è un punto fermo assoluto. Ci si deve sforzare in modo speciale, anche al di fuori della norma, per comprendere i problemi anche particolari che il gher si trova ad affrontare. E ciò riguarda la comunità nel suo complesso. E questo perché il ghiùr ha sempre, necessariamente, tre attori: il candidato al ghiùr, un rabbino, una comunità. Il candidato che aspira al ghiùr deve essere consapevole di dover affrontare un percorso educativo e di studio, di applicazione e di assunzione d'identità. Dovrà entrare in comunità dalla porta principale e cercarvi il proprio posto nel modo più consono alle sue esigenze e alla sua personalità, secondo la visione realistica dei Maestri.
  Prima di procedere a una conversione la comunità tutta dovrebbe chiedersi: "quanto siamo in grado di amare e di accogliere il gher facendogli sentire che la comunità è la famiglia in cui è rinato?" Non ci si deve aspettare, infatti, che il gher diventi un membro della famiglia del rabbino. La sua famiglia di riferimento deve essere la comunità tutta, e spetta quindi a questa il compito di svolgere la sua parte. Non a caso in molte comunità, Parigi e Londra fra queste, il Beth Din che riceve una domanda di ghiùr affida il candidato a una famiglia osservante che praticamente adotta l'aspirante gher. Al rabbino è affidata solo una funzione di controllo. L'aspirante va accompagnato nell'osservanza delle mitzvot, con consapevolezza e con gioia. Solo così, infatti, egli può apprendere in presa diretta il sentimento di ahavat Israel, dell'amore per il popolo ebraico, che è così centrale nella sua scelta. La conversione consapevole all'ebraismo è, dunque, l'ingresso del gher in una nuova famiglia allargata, in una comunità nella quale si svolgerà la sua vita ebraica.
  Non si fa vita ebraica in solitudine. L'ebraismo pretende società e collettività. Il singolo deve essere accompagnato, anche psicologicamente, e la collettività deve integrare e integrarsi, evitando nell'incontro tensioni e malintesi. Perché chi entra entri con passo leggero, e chi accoglie accolga a braccia aperte e senza riserve. In questo senso anche le persone e le famiglie che hanno già fatto il ghiùr, anch'esse, non possono essere lasciate sole. Il processo di inserimento comporta una partecipazione corale della comunità.
  Il problema dei ghiurim, allora, coinvolge il problema stesso della nostra sopravvivenza e della qualità della nostra comunità. E non solo e non tanto dal punto di vista demografico. Ma, come si è detto, le nostre strutture comunitarie non costituiscono, oggi, un valido riferimento per offrire a chi ne dimostra il bisogno un inserimento equilibrato e dignitoso nella realtà della vita ebraica. Per aiutare l'ebraismo italiano a uscire da uno sterile dibattito e da dannose divisioni, è forse utile partire dall'analisi dei principi fondamentali dell'ebraismo e della situazione attuale. Ci si potrà poi chiedere quali percorsi educativi, formali e informali, si possano intraprendere, e come si possa tentare di unificare procedure e comportamenti. Ma non ha alcun senso parlare di ghiùr se non si parla del modello di famiglia (in primis quella del gher) e del modello di comunità in cui si pensa il convertito possa e debba inserirsi. Non ci nascondiamo che il primo passo possa spettare ai rabbini, che sono chiamati a una seria, approfondita e condivisa, riflessione sul tema. Sta ai rabbini agire di concerto e avviare percorsi educativi, di studio, di preparazione, di formazione, di appoggio, e infine di riconoscimento, che renderebbero non solo più fluido, ma anche decisamente più serio e più consapevole, ogni singolo percorso di ghiùr. Se rabbini e comunità riusciranno a collaborare insieme, grazie a un progetto organico e condiviso, nella costruzione di percorsi di appoggio, non rimarrà al gher che fare la sua parte, dimostrando con serietà e costanza la sincerità del suo intento. E si potrà contribuire così a ridurre le tensioni che stanno minando il clima delle nostre comunità.

* Direttore dell'area Formazione e Cultura Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)


L'lran viola l'accordo sul nucleare e minaccia l'Ue: "Avete due mesi''

Francia e Germania rifiutano l'ultimatum: "Atto grave". Netanyahu: nuove sanzioni. Superando la soglia per l'uranio arricchito Teheran fa capire di volere l'arma atomica

di Giordano Stabile

L'Iran compie un altro passo verso la rottura del patto sul programma nucleare e l'Europa questa volta denuncia la «violazione». Teheran punta a strappare agli europei un impegno maggiore contro le sanzioni imposte da Donald Trump, ma l'escalation lanciata dal discorso del presidente Hassan Rohani lo scorso 8 maggio ha finora ottenuto l'effetto contrario e così si allontana la possibilità di tenere in vita l'intesa del 2015. Dopo il superamento della prima soglia, la quantità di uranio arricchito accumulata, una settimana fa Rohani aveva avvertito che la Repubblica islamica si sarebbe spinta ancora più in là, in assenza «di risposte concrete». Ieri Behrouz Kamalvandi, portavoce dell'Agenzia atomica iraniana, ha confermato che Teheran ha cominciato ad arricchire il combustibile «oltre il limite del 3,67 per cento» stabilito da trattato del 2015.
   «Siamo pienamente preparati ad arricchire l'uranio a ogni livello», ha aggiunto. Prima dell'intesa multilaterale l'Iran era arrivato al 20 per cento. Per costruire bombe atomiche serve uranio arricchito al 90. Ali Akbar Velayati, il più influente consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, ha parlato di un «livello del 5 per cento per fornire combustibile al reattore nucleare di Bushehr» e ha ribadito che il programma nucleare iraniano ha scopi civili, per produrre elettricità. Ma ogni aumento allarma la comunità internazionale. Francia, Germania e Gran Bretagna, i tre firmatari europei dell'intesa, hanno espresso «preoccupazione». Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito la decisione di Teheran una «violazione». Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di passo «estremamente pericoloso» e chiesto all'Ue di imporre sanzioni.
   I limiti fissati nel 2015 erano stati pensati proprio per rallentare un eventuale passaggio dall'uso civile a quello militare. Per gli Stati Uniti di Donald Trump però non erano sufficienti e il presidente americano si è ritirato dall'intesa nel maggio del 2018. Un anno dopo Rohani ha risposto con una serie di ritiri parziali, da alcune clausole, e dato tempo all'Europa fino al 7 luglio, cioè ieri, perché trovasse il modo di aggirare le sanzioni americane.

 Lo strumento europeo
  Una settimana fa Francia e Germania hanno reso operativo il sistema di transazioni finanziare internazionale Instex, sganciato dal dollaro, che ora permette scambi commerciali fra l'Unione europea e la Repubblica islamica al riparo da ritorsioni statunitensi. Ma il sistema è limitato a un paniere di beni di prima necessità, cibo e medicine, e non include il petrolio.
   A Teheran non basta. Il viceministro degli Esteri Abbas Araqchi ha accusato l'Europa di non aver «mantenuto i suoi impegni». Rohani chiede agli europei di fare come Cina, Turchia, e in parte l'India, che hanno sfidato il divieto americano. Sabato notte Rohani ha avuto un lungo colloquio al telefono con Macron. I due hanno però concordato di riprendere negoziati «a partire dal prossimo 14 luglio». Da parte francese si punta a limitate modifiche dell'accordo del 2015, che comporterebbero un allungamento dei tempi necessari per fabbricare la bomba, nel caso Teheran volesse farlo, da tre mesi a un anno. Parigi spera che una miglioramento del genere possa spingere gli americani a rientrare nell'intesa. Ma anche Rohani dovrebbe convincere i falchi, e la Guida Suprema, a rivedere quanto stabilito nel 2015. Un'ipotesi finora scartata categoricamente dallo stesso Khamenei.

(La Stampa, 8 luglio 2019)


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L'Iran arricchisce l'uranio. Parte la corsa all' atomica. Trump: «Stiano attenti»

Teheran minaccia: via le sanzioni o tra 60 giorni nuova escalation. Pressing sui Paesi Ue

L'allarme in Israele
Netanyahu: «Un passo molto pericoloso». E il premier si appella all'Ue
Le mosse dell'Europa
I timori di Berlino e Parigi Macron telefona a Rohani «Salviamo l'accordo»

di Fiamma Nirenstein

Dunque l'Iran ha cominciato a muoversi, innalzando oltre il 3,67 i livelli di arricchimento dell'uranio che gli erano imposti dall'accordo del 2015. L'annuncio dato dal negoziatore nucleare e viceministro degli esteri Abbas Araghchi, un duro moderno laureato in Scozia, è minaccioso, arricchito dalla promessa di ulteriori tagli rispetto agli impegni del 2015, allusivo di una ripresa, non annunciata esplicitamente, sulla strada dell'atomica.
   Questo scopo è velato da allusioni a programmi civili, mentre si dice all'Europa che la si aspetta sulla via della cancellazione delle sanzioni per 60 giorni ancora: l'arricchimento aumentato è presentato come una sorta di misura minimale rispetto al terribile ruggito che gli Ayatollah di Teheran preparano se l'accordo coi P5+1 non verrà ripristinato come chiedono entro 60 giorni. È una mossa nell'ambito di un gioco a tre, Usa Iran e Europa, in cui tuttavia si affacciano la Turchia e la Russia (con cui l'Iran progetta un incontro trilaterale in agosto) e la Cina, che viola nel silenzio generale il regime di sanzioni stabilito da Trump, che minaccia: «È meglio che l'Iran stia attento». Insomma una guerra mondiale nel cui centro siede, piuttosto preoccupato e comunque in stato di allarme, Israele: ieri il primo ministro Netanyahu ha detto che la mossa dell'Iran è un passo «molto molto pericoloso». E ha aggiunto «io mi rivolgo ai miei amici leader della Francia, l'Inghilterra, la Germania: l'Iran ha violato la sua solenne promessa fatta al Consiglio di Sicurezza dell'Onu di non arricchire l'uranio oltre un certo livello, voi avete firmato l'accordo e avete detto che appena lo avesse fatto, severe sanzioni sarebbero state imposte. Dove siete adesso?». La risposta di Macron è semplice: è stato al telefono con la controparte iraniana per più di un'ora, ha detto ai giornalisti. Insieme, hanno stabilito che entro il 15 di questo mese cercheranno di prevenire «l'ulteriore indebolimento dell'accordo» per evitare «le sue conseguenze». Insomma, l'Europa, nonostante certo sia la prima, geopoliticamente, a doversi preoccupare dell'eventuale ripresa dell'arricchimento e dell'accumulo di uranio arricchito, al momento cerca la strada di un possibile «appeasment». Un paradigma che dovrebbe essere familiare alla storia europea, e che ha portato già a terribili guerre.
   Che cosa può succedere nelle prossime ore? Intanto, nonostante Macron ami presentarsi come il leader di un'Europa sottile e strategica, utilizzando come arma politica una diffusa opposizione alla severità di Trump, pure è difficile immaginare che voglia condurre l'Europa sulle ginocchia di un regime di cui l'Agenzia atomica internazionale aveva già verificato le effrazioni; di cui l'operazione del Mossad che aveva sottratto al regime i documenti relativi, aveva già verificato le intenzioni nucleari mantenute ferme dopo il 2015. È difficile sostenere, alla fine, un regime in cui i giustiziati omosessuali si contano fra i 6 e gli 8mila dall'inizio del regime; che con la sua presenza belligerante in tutto il Medio Oriente, la provocazione continua dei poteri sunniti, l'uso del terrorismo, la minaccia di distruggere Israele tiene il mondo sull'orlo del conflitto.
   Tuttavia se l'Iran adesso volesse correre verso una guerra, avrebbe annunciato misure più drammatiche del superamento la settimana scorsa dei 300 chili di uranio consentiti e ieri dell'arricchimento del 3,67: avrebbe potuto annunciare l'arricchimento del 20%, o proibire all'IAEA di entrare nelle sue strutture atomiche, o lasciare il trattato di non proliferazione, o annunciare che sta aumentando di molto i chili di uranio arricchito. Se saltasse al 20%, come dicono alcuni esperti, in sei mesi la bomba atomica potrebbe essere pronta. Trump a sua volta non sembra ansioso di un confronto diretto. Tuttavia l'allerta è generale: il gioco dell'Iran è puntare a elezioni americane che regalino un dopo Trump, e magari, in Israele, un dopo Bibi. Ma giocando duro come fa, bisogna vedere se ci arriva, e naturalmente se Trump o Bibi, o ambedue, saranno rieletti. Un gioco sempre sull'orlo dell'abisso.

(il Giornale, 8 luglio 2019)


Ci sarà la guerra tra Israele e Gaza?

Gli eventi di maggio

Nuovi episodi di violenza si sono verificati tra Gaza e Israele quando Hamas sabato 4 maggio ha lanciato oltre 600 razzi verso le città israeliane vicine al confine con la Striscia di Gaza. I motivi che hanno spinto Hamas a tentare di intaccare il sistema anti-razzo israeliano (chiamato Iron Dome), sono da ricercare negli avvenimenti di venerdì 3 maggio. Infatti, a seguito della consueta protesta dei cittadini di Gaza lungo il confine che divide Israele dalla Striscia, due soldati israeliani sono stati feriti da un cecchino palestinese, e Israele ha quindi reagito con dei raid aerei che hanno ucciso due miliziani di Hamas. La mattina del 4 maggio il sistema Iron Dome è riuscito a intercettare alcuni dei razzi lanciati da Gaza, ma altri sono riusciti a fare breccia nel sistema difensivo israeliano. Israele ha subito contrattaccato attraverso bombardamenti aerei che, stando alle Autorità israeliane, hanno colpito oltre 280 bersagli nella Striscia. Al termine degli scontri, il bilancio delle vittime è stato di 4 morti israeliani e 21 morti palestinesi. Gli episodi di violenza avvenuti tra il 3 ed il 6 maggio, sono sicuramente i più gravi dal novembre scorso. Quando si è finalmente giunti ad un cessate il fuoco, oltre 700 razzi erano stati lanciati verso Israele e l'esercito israeliano aveva portato a termine più di 350 raid contro Gaza....

(Il Caffè Geopolitico, 8 luglio 2019)


La Torah più antica del mondo dopo 30 anni celebra il bar mitzvah

di Ada Treves

 
Secondo gli studiosi il rotolo è stato scritto fra il 1220 e il 1270
Grande festa a Biella per la comunità ebraica: nella piccola sinagoga settecentesca si celebra un bar mitzvah. A più di 30 anni dall'ultima maggiorità religiosa è un'occasione doppiamente speciale: un giovane americano è arrivato apposta per festeggiare leggendo dal «Sefer Torah di Biella». Il rotolo su cui è scritta la Bibbia non è solo il più antico al mondo ma, come spiega il sofer Amedeo Spagnoletto - lo «scriba» che lo ha restaurato - è «fatto di pergamene tutte coeve, cosa molto rara. Spesso qualcuna si deteriora e viene sostituita. Tutto il rotolo ha la stessa origine, è eccezionale». Lo ha confermato il Carbonio 14: il Geochronology Lab dell'Università dell'Illinois lo colloca fra il 1220 e il 1270, con una datazione del 1252. Il Sefer Torah di Biella è il più antico in mani ebraiche e, soprattutto, è il più antico Sefer Torah casher, ossia adatto all'uso per cui è nato. La presidente della Comunità ebraica locale, Rossella Bottini Treves, che tanto si è spesa per il suo recupero e la sua valorizzazione, dopo averlo riportato restaurato nella «sua» piccola comunità, lo aveva accompagnato dove era iniziata la sua storia. Proveniente dagli ebrei ashkenaziti cacciati dal regno di Francia nel 1394, era giunto in Piemonte con i primi insediamenti nel '400, quando gli ebrei con le attività creditizie e i banchi di prestito concessi dai Savoia operavano tra Vercelli e Biella. Esposto con grande onore al Musée des Antiquités di Rouen nella mostra «Savants e Croyants. Les Juifs d'Europe du Nord au moyen âge», era tornato a Biella per essere poi richiesto dal Museo dell'ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara dove la direttrice, Simonetta Della Seta lo ha voluto come pezzo prezioso della mostra Il Rinascimento parla ebraico, curata da Giulio Busi e Silvana Greco. Arrivato a Biella per la eccezionale occasione tornerà subito a Ferrara, accompagnato dalla scorta che merita il suo enorme valore religioso ma anche artistico e culturale, per essere poi restituito alla sua comunità. Piccola ma piena di vita come la millenaria minoranza ebraica italiana di cui è parte.

(Meisweb, 8 luglio 2019)


I palestinesi dicono soltanto di no

Il rifiuto di ascoltare il piano americano

Scrive il Wall Street Joumal (23/6)

«La conferenza 'Dalla pace alla prosperità' organizzata dagli Stati Uniti in Bahrain, a fine giugno, si è incentrata sull'economia palestinese e ha visto la partecipazione di sette stati arabi: una chiara negazione di quanto sostenuto da diversi esperti di politica estera, secondo cui il riconoscimento di Gerusalemme come capitale d'Israele e le alture del Golan come territorio israeliano avrebbero alienato il mondo arabo.»
Esordisce così, sul Wall Street Journal, un editoriale di Eugene Kontorovieh, direttore del Center for International Law in the Middle East e professore di Diritto alla George Mason University.
«Gli stati arabi sunniti stanno legittimando i piani dell'Amministrazione Trump, rendendo ancor più evidente il fatto che l'Autorità palestinese stessa si rifiuta di partecipare al tavolo. L'unico obiettivo della conferenza era di migliorare l'economia palestinese. Non è la prima volta che i palestinesi dicono di no a opportunità di miglioramento delle proprie condizioni socio-economiche. A un incontro organizzato dal presidente Clinton nel 2000, Israele offrì piena sovranità nazionale sul territorio che includeva circa il 92 per cento della Cisgiordania e tutta Gaza, oltre a una capitale dentro Gerusalemme. L'Autorità palestinese rifiutò l'offerta, inducendo Israele a offrire il 97 per cento della Cisgiordania nel 2001. Di nuovo, la risposta fu no. Un'offerta ancor più generosa, nel 2008, fu rigettata su due piedi. E quando il presidente Obama fece pressione su Israele affinché accettasse di bloccare gli insediamenti per dieci mesi, nel 2009, così da riaprire il negoziato, i palestinesi si rifiutarono di sedersi al tavolo. Dopo così tanti rifiuti, si potrebbe essere tentati dal concludere che i leader dell'Autorità palestinese semplicemente non siano interessati alla pace. Se avessero accettato una qualsiasi delle tante offerte presentate loro, avrebbero immediatamente ricevuto il più raro dei premi della geopolitica: un nuovo paese, con pieno riconoscimento internazionale. Dal rifiuto seriale della sovranità nazionale dei palestinesi si possono trarre diverse lezioni. Primo, lo status quo non è la 'dittatura' o il 'dominio' di Israele. I palestinesi possono benissimo rifiutare l'opportunità della vita perché quasi tutti tra loro già vivono sotto un governo palestinese. Secondo, i palestinesi non vogliono davvero la sovranità nazionale e una risoluzione del proprio conflitto. Questo è quel che gli economisti chiamano 'preferenza rivelata': per sapere cos'è che davvero i consumatori vogliono, si guardi a quello che scelgono. I palestinesi hanno ripetutamente preferito lo status quo alla sovranità nazionale. Infine, dobbiamo abbandonare il presupposto che quando i palestinesi rifiutano un'offerta, questa possa rimanere sul tavolo e accrescere il loro interesse. Se le offerte continuano a migliorare nel tempo - è la conclusione del Wall Street Journal - i palestinesi hanno un forte incentivo a continuare a dire di no.»

(Il Foglio, 8 luglio 2019).


Ebrei italiani: il mito dell'integrazione

Cinque famiglie, dai Ghetti a Mussolini. Un memoir letterario, una storia di alta borghesia, Risorgimento e nobiltà.

di Marina Gersony

Noblesse oblige? È la casata che fa il destino o è il destino che decide del lignaggio? Dimmi come nasci e ti dirò come vivrai la tua vita? E che succede se incappi in due terribili guerre mondiali? Non fuorvierà. Una storia di famiglia, a cura di Claudia De Benedetti, è il titolo di un prezioso saggio-memoir che raccoglie le storie di cinque famiglie ebraiche, speciali e aristocratiche dell'Italia settentrionale; sei generazioni vissute tra l'apertura dei ghetti e le Leggi razziali del 1938. Si alternano così storie ordinarie e straordinarie che testimoniano come gli ebrei italiani si siano integrati senza rinunciare a fede, appartenenza e fierezza delle proprie origini: appunto quel "Non fuorvierà", come sta scritto in un versetto del Deuteronomio, in cui viene chiesto al popolo ebraico di non fuorviare dalle regole della Legge. Fra le pagine scorrono i nomi di un'élite ebraica illuminata e vitale, piena di speranze, di orgoglio e di entusiasmo: sono i grandi mercanti e armatori come i Treves de Bonfili di Venezia e i banchieri come i Wollemborg di Padova; o come i Pavia di Casale Monferrato e i Corinaldi di origini toscane che ricevettero da Vittorio Emanuele II il titolo di conti per il contributo al processo unitario del Risorgimento.
   «In cinque anni di inventariazione e studio, ho capito quanto fosse importante per la mia famiglia custodire e proteggere con pudore e determinazione la documentazione che testimoniava i suoi valori, i sentimenti, gli accordi matrimoniali e patrimoniali, una storia di persone che non può prescindere dalle comunità che sento come mie: Torino, Casale Monferrato e Padova, con l'aggiunta di Venezia», scrive Claudia De Benedetti nella prefazione del saggio, corredato da bellissime fotografie e suddiviso in diverse parti che ricompongono l'affresco di un'epoca e di una realtà significativa per l'intero popolo ebraico. L'autrice ripercorre la storia famigliare partendo da sua madre Isa Corinaldi De Benedetti e i suoi antenati insediati a Padova dall'inizio dell'Ottocento. Decide di soffermarsi soprattutto sull'albero genealogico materno, anche se dei De Bendetti «porto con fierezza il nome […]». Una scelta, la sua, dovuta al fatto che «era difficile mettere assieme le due storie che sono diverse e non si sfiorano quasi mai fino al matrimonio dei miei genitori». Inizia così una storia ebraica - ma anche italiana - di un'alta borghesia finanziaria e commerciale che in parte fu ammessa nella nobiltà pur conservando un impegno imprenditoriale in ambito bancario, agricolo, industriale ma anche politico, scientifico, editoriale, artistico e culturale.
   Difficile riassumere l'intreccio affascinante di queste eminenti mishpachot che si sono mescolate fra loro sposandosi spesso fra cugini anche per non disperdere patrimoni, usi e costumi.
   Il libro si avvale del contributo scientifico di Gadi Luzzatto Voghera per il contesto storico-sociale e di Chiara Pilocane per le meticolose ricerche di archivio, dando corpo a una narrazione che si snoda dalla fine del Settecento alla vigilia della Shoah, quando l'Italia - più di qualunque altro Paese europeo - seppe accettare i suoi ebrei.
   A loro volta, gli ebrei riuscirono a integrarsi partecipando con impegno e responsabilità alla società alla quale sentivano di appartenere dopo essere stati mal tollerati, discriminati e privati dei propri diritti per millenni. «Si legge dunque in questo libro una parabola esemplare per l'ebraismo italiano, amplificata da una condizione economica rilevante - scrive Ugo Volli in un capitolo conclusivo -: dalla reclusione nel ghetto, alla vita normale di italiani benestanti "di religione mosaica", alla nuova e terribile persecuzione e alla successiva ricostruzione, che, segnata dall'esperienza del trauma, richiamò un nuovo impegno verso l'ebraismo, un'assunzione più consapevole della propria identità».

(Bet Magazine Mosaico, 8 luglio 2019)


Con Mahmood il ritmo arabo seduce Israele

Il cantante italiano primo da settimane nelle hit "Soldi" trionfa anche nella radio dell' esercito. Il successo dopo la partecipazione all'Eurovision dove era arrivato secondo.

di Davide Lerner

Quattro settimane consecutive in cima alle classifiche della radio dell'esercito israeliano Galgalatz, la vetrina che in Israele sancisce una volta per tutte il successo dei cantautori. Per il cantante italiano Mahmood e la sua canzone "Soldi," dedicata al rapporto difficile con il padre egiziano, la popolarità conseguita nel Paese ebraico in seguito all'esibizione al festival musicale di Eurovision lo scorso maggio si rivela travolgente e duratura.
   La app Shazam, che permette di identificare canzoni trasmesse in luoghi pubblici come bar e ristoranti, segnala "Soldi" come brano più ricercato nella sua classifica israeliana online. "Soldi" è anche in cima ai ranking della piattaforma Youtube e del servizio di streaming musicale Spotify, e viene continuamente riproposta in radio. «Malgrado si sia arrivata soltanto seconda, 'Soldi' è di gran lunga la canzone che ha lasciato più di tutte il segno dopo Eurovision, molto più di 'Arcade' del vincitore olandese [Duncan Laurence]», ha dichiarato Daniel Dunkelman, un consulente del festival, al quotidiano israeliano Haaretz. «Volare di Domenico Modugno si classificò soltanto terza nell'Eurovision del 1958, ma ebbe poi un successo mondiale», ha aggiunto Dunkelman, commentando il grande successo della canzone vincitrice dell'ultima edizione di San Remo.
   Al suo arrivo aTel Aviv, Mahmood aveva dovuto fare i conti con le domande dei cronisti curiosi di sapere se, viste le origini arabe, esibirsi in Israele lo mettesse in un qualche imbarazzo. Mahmood aveva risposto seccamente di essere «italiano al 100 per cento», raccontando di essere cresciuto con la madre sarda e non con il padre egiziano, il cui "abbandono" quando era piccolo è proprio il tema della canzone "Soldi." Interrogato sul verso "Beve champagne sotto Ramadan," riferito al padre, Mahmood aveva risposto che si trattava solo di una «metafora» che significa «predicare bene e razzolare male», e aveva specificato di essere cristiano. Per i critici israeliani, in realtà, proprio le origini arabe di Mahmood e gli accenni mediorientali nelle sue canzoni sarebbero determinanti per l'exploit di "Soldi" in Israele. Diversi artisti israeliani di origine sefardita hanno ripreso i ritmi musical dei Paesi d'origine, dallo Yemen a Marocco, e hanno avuto un grande successo negli ultimi anni «Quando usa le parole 'waladi' (figlio mio, in arabo) e habibi (amore mio) nella canzone tutti gli israeliani le riconoscono, danno alla canzone quel tono un po' arabo che è parte dell'essere israeliani», ha detto Noy Alooshe, spiegando perché ripropone la canzone da febbraio sulla radio militare Galgalatz. «Anche il fatto che sia in italiano aiuta, gli israeliani sono più abituati a sentire canzoni straniere in inglese e francese», ha detto Alooshe. «E poi c'è il battito di mani... ci emoziona anche se non capiamo le parole», ha concluso.

(la Repubblica, 8 luglio 2019)


In Israele sicuri, l'Iran ha fatto un passo verso la bomba atomica

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha inoltre ribadito il suo appello a Francia, Gran Bretagna e Germania per imporre automaticamente sanzioni contro l'Iran.
  Il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu ha definito il nuovo alleggerimento degli impegni da parte di Teheran nell'ambito del piano d'azione globale congiunto e l'aumento dell'arricchimento dell'uranio un "passo molto, molto pericoloso". Lo ha segnalato la Reuters.
  Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa, ha inoltre ribadito il suo appello a Francia, Gran Bretagna e Germania per imporre automaticamente sanzioni contro l'Iran.
  A sua volta secondo il ministro dell'Energia d'Israele Yuval Steinitz, il piano di arricchimento dell'uranio annunciato da Teheran è una mossa moderata, ma l'Iran "ha iniziato il difficile cammino verso le armi nucleari".

 La posizione di Teheran
  In precedenza il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva affermato che dal 7 luglio l'Iran sarebbe passato alla seconda fase di riduzione degli obblighi previsti dall'accordo internazionale sul suo programma nucleare ed avrebbe iniziato ad arricchire l'uranio al di sopra del livello del 3,67%. In futuro Teheran intende raggiungere il 5% del livello di arricchimento dell'uranio, necessario per la costruzione dei reattori della centrale nucleare di Bushehr. Secondo il viceministro degli Esteri iraniano, l'alleggerimento degli obblighi derivanti dall'accordo nucleare avverrà gradualmente ogni 60 giorni, se le controparti firmatarie non onoreranno gli accordi raggiunti.
  Araghchi ha inoltre osservato che "le porte per la diplomazia sono ancora aperte, ma sono necessarie nuove iniziative" per sbloccare la situazione attuale.

(Sputnik Italia, 7 luglio 2019)


L'Iran viola l'accordo nucleare. "Si applichino le sanzioni"

Le forze di sicurezza israeliane hanno arrestato nella notte un palestinese ritenuto responsabile di aver lanciato la sua auto contro un gruppo di soldati che si trovava al checkpoint di Hizma, in Cisgiordania. Tre soldati hanno subito ferite moderate nell'attacco, due ferite lievi, ha affermato l'esercito, parlando apertamente di attentato terroristico. Intanto, a proposito di minacce, L'Iran ha annunciato che produrrà uranio arricchito oltre il limite del 3,67 per cento previsto dall'accordo sul nucleare del 2015. L'annuncio è stato fatto dal capo dei negoziatori iraniani sulle questioni nucleari, Abbas Araghchi, che ha spiegato che l'Iran comincerà a produrre uranio arricchito al 5 per cento, una quantità ancora lontana da quella necessaria per produrre una bomba atomica ma in ogni caso un segnale preoccupante. "L'Iran ha violato la sua solenne promessa del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di non arricchire l'uranio oltre un certo livello", ha commentato il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all'inizio della riunione settimanale del governo. "Invito i miei amici, i capi di Francia, Gran Bretagna e Germania - avete firmato questo accordo e avete detto che non appena avrebbero fatto questo passo, sarebbero state imposte severe sanzioni - questa era la risoluzione del Consiglio di sicurezza. Dove siete ora?". Secondo Netanyahu, che chiede dunque l'introduzione di nuove sanzioni a carico del regime di Teheran, "l'arricchimento dell'uranio è fatto per una sola ragione: la creazione di bombe atomiche".

(moked, 7 luglio 2019)


Uno Stato ebraico e democratico

Zvi Zohar, docente di Etica alla Bar Ilan, racconta l’equilibrio fra le due anime del paese

Perché in Israele. paese all'avanguardia sotto molti profili rispetto al riconoscimento dei diritti delle coppie. non esiste il matrimonio civile? È uno dei grandi interrogativi che attraversa la società israeliana. La maggioranza dell'opinione pubblica, il 70 per cento secondo un sondaggio di Haaretz e poco meno secondo uno commissionato dal canale Arutz 10, vorrebbe vedere istituito anche in Israele il matrimonio civile. E non tanto per celebrare in questo modo le proprie nozze (il 65 per cento degli intervistati da Arutz 10 dichiarava di voler comunque sposarsi con il rito ebraico) ma per avere una possibilità di scelta.
Il sistema giuridico israeliano ha adottato alle sue origini un accordo per cui il matrimonio e il divorzio sono condotti esclusivamente in conformità con il diritto religioso (ebraico, cristiano, musulmano, druso e cosi via), come lo erano durante il periodo dell'lmpero ottomano. La Knesset dovrebbe dunque modificare questo monopolio ed è qui che nulla si muove.

Il tema del rapporto tra religione e Stato è tornato di grande attualità in Israele. Con ogni probabilità sarà l'argomento caldo della campagna elettorale che accompagnerà il paese alle elezioni del 17 settembre, almeno così auspica Avigdor Lieberman, leader del partito laico e nazionalista Israel Beitenu. Lieberman spera di allargare la sua base elettorale, presentandosi come il campione del mondo hiloni, ovvero del mondo laico israeliano, in contrapposizione con i partiti religiosi o meglio haredi. Lieberman ha dichiarato di essere "a favore di uno Stato ebraico, ma contro il fatto che lo Stato sia governato secondo la Halakhah (legge ebraica)". Non c'è però una definizione unanime di cosa significhi quello "Stato ebraico" accompagnato dal suo essere democratico. ''A mio avviso, ma è solo la mia opinione e non la verità dal Sinai - spiega Zvi Zohar, docente di Etica all'Università Bar Ilan - per Israele essere uno Stato democratico ed ebraico significa: prima di tutto che tutti i cittadini e tutti gli individui che vivono qui hanno stessi diritti di fronte alla legge, libertà di professare la propria religione, libertà di movimento ... insomma i diritti che ogni democrazia garantisce senza fare discriminazioni. Le minoranze linguistiche come gli arabi d'Israele devono avere, e infatti hanno, la possibilità di avere scuole in cui si insegna la loro lingua e la loro cultura".
 
   Per quanto riguarda il carattere ebraico dello Stato per Zohar "rappresenta il principio per cui la nazione degli ebrei, Am Israel, ha il diritto all'autodeterminazione". Sul ruolo che la legge ebraica ha all'interno dello Stato, Zohar spiega che ci sono due differenti risposte a questo quesito: "Uno sul fronte legale, rispetto al quale Israele ha proseguito il quadro legislativo costituitosi sotto l'Impero ottomano: fino a metà 800 aveva solo corti che seguivano la legge islamica, poi furono introdotte nel mezzo del secolo una serie di riforme con la creazione di tribunali laici. Alle corti islamiche e religiose rimase giurisdizione sul diritto di famiglia (matrimonio, divorzi, eredità). Quando l'Impero britannico conquistò l'area, mantenne questo sistema e così fece Israele nel 1948: così ebrei, musulmani, cristiani, baahai, possono solo sposarsi e divorziare secondo le regole delle rispettive religioni e questo crea evidentemente grandi problemi per i laici, per chi non si riconosce in nessuna religione". Per questo, sottolinea il docente, tantissimi israeliani sono favorevoli all'istituzione nel paese del matrimonio civile. Tra chi si oppone a questa innovazione, il mondo haredi - che rappresenta una nutrita minoranza all'interno del paese, circa il 20 per cento della popolazione - che ha grande influenza sul rabbinato centrale d'Israele. Quest'ultimo, afferma Zohar, ha ereditato una tradizione halakhica basata sull'idea che "il nuovo è vietato dalla Torah". Questa posizione, scrive il docente della Bar Ilan nel suo The Lummous Face of the East: Studies in the Lega! and Religious Thought of Sephardic Rabbis in the Middle East (Bloomsbury Academic), è stata assunta per la prima volta nell'Europa centrale, all'inizio del XIX secolo, nel contesto della disputa nata con l'Illuminismo ebraico e il movimento della Riforma.
   In seguito, secondo l'autore, questo approccio divenne di applicazione comune tra i rabbini ashkenaziti sia in Europa che in Israele. Zohar dimostra, come ricordava anche un recensione su Haaretz, che la situazione era completamente diversa tra gli ebrei sefarditi e invita a riscoprire alcune figure tra cui rav Ben Zion Uziel, rabbino capo sefardita, morto nel 1953. "Nei primi giorni successivi all'istituzione dello Stato, sorse una questione relativa allo status della Halakhah rispetto alla legislazione della Knesset - ricorda Haaretz facendo riferimento al lavoro di Zohar - Tra i colleghi del rabbino Uziel, l'opinione prevalente era che lo status delle leggi della Knesset fosse inferiore alle norme della Torah, perché il principio halakhico che sostiene che 'le leggi del regno sono la Legge' si applica specificamente ai regimi non ebraici. Ma il rabbino Uziel lavorò duramente per stabilire che lo status della Knesset ha una base superiore, quella dell'autonomia comunitaria ebraica. La legge ebraica riconosce l'autorità halakhica delle decisioni dei leader laici nella loro qualità di legislatori, senza mettere in relazione il livello della loro osservanza religiosa personale". Per Zohar recuperare questi insegnamenti, che raccontano di un rapporto meno conflittuale tra religione e Stato, potrebbero aiutare a superare la divisione in compartimenti della società israeliana: haredi, nazional-religiosi, laici, arabi, hanno punti di contatto ma vivono per lo più in bolle separate, come denunciato più volte anche dal Presidente d'Israele Reuven Rivlin. dr.

(Pagine Ebraiche, luglio 2019)



Dagli ayatollah minacce a Israele "Possiamo colpire il Negev"

di Francesco Semprini

Un attacco missilistico al sito nucleare israeliano del Negev. Lo suggerisce l'ayatollah Mohammad Ali Movahedi Kermani nel corso del sermone del venerdì, durante il quale ha lanciato un monito a Stati Uniti e Stato ebraico. «Sarebbe sufficiente un attacco missilistico sul reattore di Dimona», tuona l'imam da Teheran.
  Movahedi, a lungo il rappresentante diretto dell'Ayatollah Rouhollah Khomeini in seno al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, avverte che un attacco di quel tipo condotto con la potenza balistica di cui l'Iran è in possesso basterebbe a «sotterrare Israele 200 volte». Dimona è una città israeliana nella regione del Negev, a Sud di Beersheba e ad Ovest del Mar Morto. Il centro di ricerca nucleare del Negev intitolato a Shimon Peres, premio Nobel per la pace e presidente israeliano dal 2007 al 2014, si trova a circa 13 chilometri a Sud-est della città.

 L'arricchimento dell'uranio
  Movahedi avverte Washington in merito ai suoi piani bellici contro l'Iran: «Pensate ad un attacco solo se volete cambiare il colore delle acque del Golfo Persico dall'azzurro al rosso sangue». Due giorni fa il presidente Donald Trump aveva ribadito che «Teheran deve stare molto, molto attenta». L'Iran ha confermato che entro oggi aumenterà l'arricchimento di uranio intorno al 5%, oltre il limite permesso del 3, 67%: si tratterebbe di una violazione di uno dei punti centrali dell'accordo nucleare internazionale sottoscritto nel 2015. Un atto dovuto per Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida suprema dell'Iran Ali Khamenei, secondo cui sia gli Usa sia l'Ue a loro volta violano indirettamente l'accordo nucleare. L'Iran aveva dato al riguardo un ultimatum di 60 giorni a Bruxelles, con scadenza, appunto, il 7 luglio. «È davvero una triste ironia che lo stesso regime che ha materialmente violato l'accordo sul nucleare ritirandosi illegalmente e unilateralmente e ha spinto altri a seguirne l'esempio esprima preoccupazione per l'attuazione dello stesso accordo», chiosa la missione permanente dell'Iran a Vienna, in merito alla richiesta statunitense di una riunione urgente all' Aiea per discutere del nucleare iraniano. Teheran intanto prosegue la battaglia sul fronte britannico dopo il sequestro della sua petroliera a Gibilterra. Mohsen Rezai, generale dei Pasdaran, avverte Londra che se non rilascerà l'imbarcazione della Repubblica islamica sarà dovere delle autorità iraniane impossessarsi di una petroliera di Sua Maestà.

(La Stampa, 7 luglio 2019)


Puglia ebraica, una storia da riscoprire

Le appassionanti vicende di Lecce prima del Barocco, città multiculturale, aperta al mondo del Mediterraneo.

di Micol De Pas

Micol De Pas
Lecce, capitale del barocco. Una città in pietra chiara, disseminata di sontuosi palazzi e chiese imponenti, a dominare il paesaggio antropizzato con la forza (tragica) di un'arte che gioca tra il sublime e l'umano. Bellissima.
  Ma non è tutto. Perché Lecce, naturalmente, ha una storia ben più antica. Basta provare ad andare sotto il barocco, come invita a fare il recente Museo Ebraico, per scoprire un'altra realtà. Quella di un mondo multietnico, interreligioso e cosmopolita. Il viaggio comincia sui gradini d'ingresso del museo, pronti a scendere nel sotterraneo di Palazzo Taurino che, dal 2016, grazie all'iniziativa privata, fortemente voluta da Michelangelo Mazzotta, fondatore dell'agenzia turistica Tab, accoglie questa nuova istituzione. Proprio lì infatti si trovava la vecchia sinagoga, probabilmente quattrocentesca, insieme al mikvè, le vasche per il bagno rituale, ancora visibili e pronte a fare bella mostra di sé.
  "La cosa che colpisce tutti di Lecce", spiega il professor Fabrizio Lelli, docente di lingua e letteratura ebraica all'Università del Salento e autore della Guida al Salento ebraico insieme a Fabrizio Ghio (Capone editore), "oltre a quella visibile barocca, è la città romana. Ma sembra che tra le due epoche non ci sia stato niente. Si arriva direttamente al barocco, come se il Medioevo non ci fosse mai stato". Invece il cosiddetto periodo buio è stato estremamente luminoso per questo luogo geologicamente e geograficamente così speciale: finis terrae guardato da chi poggia i piedi sulla Penisola, avamposto accogliente e umanizzato per chi guarda dal mare. "La città sembra reinventata nel 1500, ma naturalmente non è così, c'è un'interessante continuità che emerge studiando la storia medievale della regione. Che parla di una presenza ebraica interessante in Salento e in particolare a Lecce, dove esisteva proprio una città ebraica", continua Lelli.
  Il percorso museale infatti si snoda lungo questo racconto, attraverso una storia dedicata alla vita quotidiana ebraica nelle Lecce dell'epoca. "Lecce è una città multiculturale e multireligiosa fino al 1500, quando si trasforma in un territorio monoculturale e chiuso ai mondi esterni, proprio perché i nuovi conquistatri asburgici la vedono come città di frontiera", continua Lelli. Niente di nuovo, almeno per noi che la guardiamo oggi… "Alla fine del '400, al contrario", prosegue il professore, "era un territorio aperto e accogliente alle culture del Mediterraneo e la presenza ebraica alimentava gli scambi commerciali e culturali con effetti molto importanti in ambito intellettuale. Tanto che dopo la cacciata si assiste a un impoverimento repentino, per rafforzare un solo pensiero, quello cattolico". Siamo sotto il Barocco, infatti: prima che la città venga trasformata, sotto agli edifici figli di quella trasformazione.

Museo ebraico di Lecce Interno Epigrafe Via Abramo Balmes lightbox gallery plugin by VisualLightBox.com v6.0m

  Ma ora a uscire dal museo si possono seguire i percorsi dentro a una giudecca che non c'è più: le targhe delle strade riportano il nome anche in ebraico, a voler sottolineare la rinascita di una storia che a lungo è stata sopita, se non addirittura cancellata. Le giudecche o ghetti che c'erano a Lecce e in altre cittadine salentine non erano i ghetti che imponevano la reclusione ai suoi abitanti, ma zone della città in cui un popolo si riuniva a vivere, un quartiere nato per vicinanza e prossimità di costumi. Ai tempi della cacciata, in questa zona d'Italia non ci sono state proposte di ghettizzazione: "Gli ebrei non dovevano più esistere sul territorio", commenta Lelli, "E credo che i ghetti a quel punto fossero zone riservate ai convertiti. Si chiamavano neofiti all'epoca e venivano trattati con sospetto per la loro identità ambigua, tacciati di essere diventati cristiani ma di praticare i rituali ebraici. I ghetti servivano alle autorità ecclesiastiche per controllarli da vicino, spesso insieme a quelle modeste forme di cristianesimo protestante che dalla seconda metà del 1500 si affacciavano anche in Puglia, scambiate spesso come criptogiudaismo". Quasi tutti gli ebrei, comunque, abbandonano il territorio in favore di Venezia, di Salonicco e Corfù, per poi tornare alla fine dell'800.
  La storia ebraica allora ricomincia, con l'arrivo di ebrei da Salonicco, che importano la coltivazione del tabacco, fondamentale nell'economia regionale per tutto il secolo scorso. Non solo: "Molto interessanti sono i campi di transito durante la Seconda Guerra Mondiale, gestiti dagli alleati e dalle organizzazioni sioniste, per consentire agli ebrei di raggiungere Israele", racconta ancora Lelli, "Di questi luoghi è rimasto moltissimo, c'è un museo a S. Maria al Bagno, sullo Jonio e a Santa Cesarea ci sono luoghi che raccontano di kibbutzim locali pronti ad accogliere quanti volevano migrare in Israele, si trovano ancora edifici con le scritte degli inni sui muri: sono realtà interessantissime, che vorremmo sviluppare meglio". Le richieste, da parte dei turisti non mancano. "Molti capitano per caso al museo ebraico e restano positivamente impressionati, tanto che poi ci chiedono informazioni ulteriori. Tanti turisti ebrei americani e australiani vengono in avanscoperta in questi territori del Sud Italia", precisa Lelli, "Molti israeliani invece arrivano interessati alla storia recente e vogliono visitare i campi di transito, mentre gli italiani arrivano grazie a un tam tam che si sta sviluppando tra le comunità e cominciano arrivare anche non ebrei, incuriositi di conoscere queste storie". Che coinvolgono, naturalmente, anche Trani e San Nicandro, le uniche due comunità ebraiche tutt'ora attive. Le due cittadine conservano la memoria di una lunga storia, che merita un approfondimento a parte. Ma è la comunità di Trani il punto di riferimento per chi cerca un punto di appoggio durante questo viaggio. È cura del professor Lelli mettersi in contatto con loro per assicurare ai turisti che lo desiderino la possibilità di celebrare lo shabbat. Purtroppo non ci sono negozi né ristoranti kasher, ma menù vegetariani a base di specialità locali e vini invece questa volta certificati kasher (possibile anche visitare la cantina e l'azienda agricola) fanno parte delle proposte offerte nei pacchetti di itinerari proposti dall'agenzia Tab.

(JoiMag, 7 luglio 2019)



Il mio museo è una moderna agorà dell'arte"

Coen-Uzzielli è la direttrice del Museo d'Arte di Tel Aviv (Tama). Precedentemente è stata a capo dei servizi curatoriali del Museo di Israele a Gerusalemme dove ha organizzato diverse mostre di arte ebraica; nel 2018 è stata tra i curatori del Padiglione Israele alla Biennale architettura di Venezia, Tra i suoi maggiori successi espositivi al Museo d'Israele la mostra The Synagogue Route inaugurata nel 2010 e nel 2015, Una breve storia dell'umanità.

- Di che cosa trattava la mostra The Synagogue Route?
  «Prima di essere riaperto, nel 2010 il Museo di Israele Gerusalemme è stato ristrutturato. Io sono responsabile della creazione della Synagogue Route, un percorso che ricostruisce quattro sinagoghe provenienti da Europa, Asia e Americhe, e consente al visitatore di comprendere meglio la cultura e il dialogo intrattenuti dalla comunità ebraica con la cultura circostante».

- I visitatori compiono un viaggio attraverso una varietà di tradizioni e influenze?
  «Sì. La comunità ebraica lotta da sempre per mantenere la propria identità e dall'altra parte assorbe elementi, stile, modo di pensare e cultura del luogo».

- Com'è stato lavorare al Museo di Israele?
  «Ho avuto l'opportunità di lavorare fianco a fianco con il direttore generale James Snyder. Lì ho avuto modo di capire che un museo è una grande
piattaforma per una vasta esperienza culturale che inizia molto prima dell'arrivo del visitatore».

- Com'è diventata direttore generale di Tama?
  «Mi ha interpellato uno dei membri del consiglio di amministrazione. Ho subito sentito che questa per me poteva essere un'opportunità per conoscere un museo diverso in Israele e per capire meglio la sua funzione, il suo potenziale e la sua definizione di istituzione culturale».

- Che tipo di musei sono questi due?
  «Mi piace usare come metafora la polis greca. Lì devi salire sull'acropoli per liberarti dal sentimento mondano, dal pensiero e dagli atteggiamenti secolari. E in un certo senso è così che funziona il Museo di Israele. Conserva la più antica testimonianza della Bibbia per esempio, l'archeologia della Terra Santa, l'arte e la vita ebraica, quindi tutto è un po' santo e sacro. Invece l'agorà è il posto dove c'è il mercato, il teatro, la musica, la biblioteca. È il luogo in cui arriva il pubblico, tutti sono indaffarati e tutto sta accadendo lì. È un luogo vitale, e questo è ciò che il Museo d'Arte di Tel Aviv rappresenta per me».

- Altre ragioni?
  «Perché è sulla strada, vicino all'Opera, al teatro, alla biblioteca e non lontano dai centri commerciali. Quindi è un punto cruciale di Tel Aviv, ecco perché è un'agorà».

- Mi parli del Tama.
  «Fu fondato nel 1932 per iniziativa di Meir Dizengoff, il primo sindaco della città. Quest'uomo non sapeva nulla di arte, ma capì l'importanza di avere un museo d'arte nella nuova città. Nel 1948 la dichiarazione dello Stato di Israele si tenne nel museo».

- Come è stata realizzata la collezione?
  «Dagli Anni '30 agli Anni '50, la principale collezione di arte moderna è stata raccolta grazie a donazioni da parte di ebrei di tutto il mondo che ne avevano compreso l'importanza. Arte moderna all'inizio, con gli anni siamo diventati la casa dell'arte israeliana».

- Nomi di artisti?
  «Da Chagall a Monet, Pissarro, Manet, Van Gogh, Cezanne e una buona collezione di espressionismo tedesco. Il museo ha avuto la fortuna di ricevere una donazione da Peggy Guggenheim: opere di Max Ernst, Jackson Pollock e Magritte. Il Tama poi continua a collezionare e a essere attivo sulla scena artistica israeliana, con una mostra permanente sulle fasi dell'arte israeliana che sono intrecciate con la storia dello Stato di Israele e sono la testimonianza delle tensioni politiche e sociali e delle guerre».

- Qual è la sua ambizione?
  «Ho diversi obiettivi e il principale è il riconoscimento dell'importanza del museo come istituzione artistica per i diversi pubblici. Il primo è rappresentato dagli intenditori d'arte, artisti, collezionisti, ma non conta meno il grande pubblico e cioè famiglie, studenti, soldati, adolescenti. E per raggiungere e coinvolgere tante persone diverse occorre creare un ricco remix di programmi».

- Quanti visitatori avete?
  «L'anno scorso un milione, un record. Pochissimi erano turisti, meno del 15 per cento, ma è un numero importante che non voglio perdere. Questo museo funziona come istituzione culturale dove ogni giorno si svolgono spettacoli teatrali, film e programmi musicali».

- Chi lo finanzia?
  «Il budget è diviso in tre. Un terzo è finanziato dal comune, un terzo dai biglietti e altre attività, e un terzo dalle donazioni in denaro. A volte dobbiamo creare nuovi progetti, come ad esempio rinnovare un padiglione, quello che oggi ospita l'arte contemporanea israeliana e internazionale. In questo siamo stati supportati da Eyal Ofer, che ci ha dato cinque milioni di dollari. Eyal è un famoso collezionista di arte moderna e contemporanea e siamo felici di averlo con noi».

- Fate nuove acquisizioni?
  «Solo di arte israeliana, e pochissime di contemporaneo, per mancanza di fondi».

- Quali eventi sono in programma quest'anno?
  «Quest'estate apriremo una mostra sulla spiritualità nell'arte, una collettiva di diversi artisti del 20o e del 21o secolo».

- E poi?
  «Il prossimo anno abbiamo artisti contemporanei come Annette Messager, e una mostra di Calder. Poi stiamo dialogando con il Museo dell'Ermitage per lo scambio di mostre».

- I giovani israeliani sono molto interessati all'arte?
  «Per me è difficile pensare a loro come a un gruppo omogeneo ma devo dire che non ne vedo abbastanza al museo. D'altra parte ci sono molte scuole d'arte in Israele, e quegli studenti ci visitano spesso».

- Che tipo di città è Tel Aviv da un punto di vista culturale?
  «Oggi, più di Gerusalemme, è la capitale della cultura in Israele. Ospita molte gallerie e studi di artisti e iniziative sperimentali. Poi danza, spettacolo e musica, insomma è una piattaforma ideale».

- Vive a Gerusalemme e lavora a Tel Aviv. Dov'è il suo cuore?
  «Possiamo dividere il cuore? Mi sento un po' scissa».

(La Stampa, 7 luglio 2019 - trad. Carla Reschia)


Mi ricordo, pellicole di vita ebraica

ROMA - "Nove minuti che raccontano la spensieratezza e la quotidianità di vite che anni dopo saranno sconvolte dalle leggi razziste e dalla Shoah. Nelle immagini che scorrono in bianco e nero, il matrimonio di Silvio Della Seta e Iole Campagnano, una gita sulla spiaggia di Anzio e una nelle montagne della Valtellina. Una preziosa testimonianza di vita ebraica, catturata nel 1923 da Salvatore Di Segni, dietro cui si dipanano biografie personali e la storia dell'Italia dell'epoca. Undici in tutto le bobine dei filmati 35 mm. girati da Di Segni, ritrovate dal giornalista Claudio Della Seta, fatte restaurare e oggi custodite dal Centro di Documentazione Ebraica di Milano". È quanto si legge su "Moked", il portale dell'ebraismo italiano che rilancia il progetto di conservazione promosso dal Cdec.
   "Quante altre pellicole di questo tipo sono ancora in mano alle famiglie e aspettano di essere restaurate?
   Se lo è chiesto il Cdec che ha lanciato una campagna nazionale di raccolta, digitalizzazione e catalogazione dei filmati conservati dalle famiglie ebraiche in Italia ma ampliando il raggio d'azione e temporale: "è difficilissimo trovare pellicole preziose come quelle filmate da Di Segni o della famiglia Ovazza (girate tra il 1930 e il 1936) - spiega il direttore del Cdec Gadi Luzzatto Voghera - e per questo il nostro appello fa riferimento anche a pellicole del dopoguerra, il cui valore magari viene sottovalutato da chi le ha ma che possono rappresentare, in una società di immagini, una fotografia importante per raccontare la storia dell'ebraismo italiano".
   Il progetto, spiega Luzzatto Voghera, è partito su impulso dell'Archivio Nazionale Cinema Impresa di Ivrea, che aveva portato avanti un'iniziativa simile sulle famiglie operaie dell'azienda Olivetti: un lavoro di ricerca decisamente peculiare visto che Adriano Olivetti regalò a tutti i suoi operai una cinepresa.


Sugli sci in Val Tellina  
  
Le nozze a Perugia  
  
Anzio, una giornata al mare  

   "La dice lunga sulla lungimiranza di personaggi come Olivetti - sottolinea il direttore del Cdec - Il materiale filmato dagli operai è stato prezioso per raccontare il territorio. E un lavoro simile è stato fatto anche con i valdesi. Quando è stato proposto a noi, abbiamo subito colto l'occasione e avremo al nostro fianco il Mibac e importanti istituzioni ebraiche".
   A condividere l'impegno con Cdec e l'Archivio Nazionale Cinema Impresa di Ivrea, saranno infatti anche il Meis di Ferrara, il Memoriale della Shoah di Milano, la Fondazione Museo della Shoah di Roma, la Comunità ebraica di Torino e il Museo Nazionale del Cinema di Torino.
   "Vecchie pellicole familiari e filmati amatoriali. Un patrimonio quasi sempre nascosto, rinchiuso in scatole ed armadi e impossibile da riprodurre perché nel frattempo il vecchio proiettore di casa è andato perduto. Sono testimonianze visive che propongono quadretti familiari, vacanze, ma anche panorami, immagini di città o eventi pubblici ai quali si è assistito", spiegano dal Cdec nel lancio dell'iniziativa. "Si tratta di una fonte importante, la cui consultazione può aiutare gli studiosi dell'età contemporanea a ricostruire ambienti, a dare volti e voce al Novecento delle famiglie e delle comunità ebraiche".
   L'appello è indirizzato a tutte le famiglie ebraiche o che hanno in parte legami con il mondo ebraico affinché mettano a disposizione il materiale filmato che conservano.
   "Spesso si pensa che questo materiale non sia di alcun interesse pubblico. I nostri ricercatori potranno valutarlo per capire se - al contrario - si tratti di filmati che contengono elementi di interesse che meritano di essere valorizzati", sottolinea il Cdec.
   I filmati verranno raccolti a Milano, Roma, Torino e Ferrara (presso: Fondazione CDEC di Milano, il Memoriale della Shoah di Milano, la Comunità ebraica di Torino, il Fondazione Museo della Shoah, il MEIS di Ferrara) e digitalizzati a Ivrea dall'Archivio Nazionale Cinema d'Impresa. Si procederà poi alla loro catalogazione. "Questo passaggio, la catalogazione, è fondamentale per costruire una raccolta sistematica che possa essere utilizzata dai ricercatori e dagli studiosi per i loro lavori. Si tratta di costruire una vera offerta culturale e scientifica. E non sarebbe possibile senza il Ministero e senza gli enti ebraici coinvolti".
   L'obiettivo finale sarà quello di costituire, on line, un "archivio di tutti", che renda consultabile la memoria visiva del Novecento italiano.

(aise, 6 luglio 2019)



Dio ha parlato per mezzo del Figlio

Dio, dopo aver in molte volte e in molte maniere parlato anticamente ai padri per mezzo dei profeti, in questi ultimi giorni ha parlato a noi mediante il suo Figlio, che Egli ha costituito erede di tutte le cose, mediante il quale ha anche creato i mondi. Egli, che è splendore della sua gloria e impronta della sua essenza, e che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, quand'ebbe fatta la purificazione dei peccati, si pose a sedere alla destra della Maestà nei luoghi altissimi, diventato così di tanto superiore agli angeli, di quanto il nome che ha ereditato è più eccellente del loro.

Dalla lettera agli Ebrei, cap. 1

 


Dal 7 luglio l'Iran arricchirà l'uranio

L'ultimatum di Teheran è confermato: dal 7 luglio, come annunciato, l'Iran si è detto pronto a superare il limite di arricchimento dell'uranio stabilito nell'accordo nucleare del 2015. Lo ha ribadito Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida suprema dell'Iran Ali Khamenei. Secondo la tivù di Stato iraniana, Velayati ha aggiunto che sia gli Usa sia l'Ue violano indirettamente l'accordo nucleare e che quindi l'Iran inizierà ad arricchire l'uranio intorno al 5%, oltre il limite di 3,67 % impostato dall'accordo.

 L'ultimatum all'Ue e la minaccia a Washington
  L'Iran aveva dato un ultimatum di 60 giorni all'Ue, fino al 7 luglio, dopo di che si era detto pronto a portare l'arricchimento dell'uranio a un livello che, secondo alcuni analisti, consentirebbe al Paese di produrre armi nucleari. La minaccia era stata formulata in questi termini nei giorni scorsi anche dal presidente iraniano Hassan Rohani, suscitando l'ira del presidente Usa Donald Trump, che ha ammonito Teheran a «stare molto attenta». Dal canto suo l'ayatollah Ali Mowahdei Kermani, come riportato dall'agenzia Isna, ha minacciato a sua volta di trasformare il Golfo persico in un «mare rosso sangue» in caso di attacco Usa.

 Il sequestro della petroliera a Gibilterra
  Toni ugualmente accesi anche nei confronti della Gran Bretagna dopo l'abbordaggio da parte della Marina britannica di una superpetroliera iraniana a Gibilterra definito da Teheran un «atto di pirateria». Il Regno Unito, ha affermato Mohammadali Mousavi Jazayeri, membro dell'Assemblea di esperti iraniana, il potente organismo di religiosi che sceglie le candidature e nomina la Guida suprema, «dovrebbe essere spaventato dalla risposta dell'Iran» in rappresaglia per il sequestro della sua petroliera a Gibilterra. Venerdì un generale dei Pasdaran, Mohsen Rezai, aveva ammonito che se la Gran Bretagna non rilascerà la petroliera iraniana sarà dovere delle autorità iraniane impossessarsi di una petroliera britannica.

(Lettera43, 6 luglio 2019)



Lo stilista palestinese e la sfilata a Gerusalemme

di Barbara Millucci

 
Per la prima volta nella storia d'Israele, uno stilista palestinese, sfilerà nel centro di Gerusalemme. «II defilè si terrà a metà settembre nel cortile di uno dei palazzi più esclusivi della città santa con affaccio sia sulla Cupola della Roccia che sulla Chiesa della Natività». Jamal Taslaq è nato a Nablus ,in Cisgiordania. E arrivato in Italia 20 anni fa: dopo aver studiato all'Accademia di moda di Firenze, ha aperto una boutique di haute couture in via Veneto a Roma, frequentata anche dalla principessa Rania di Giordania, da Sharon Stone, da Patti Bravo. I sui abiti sono interamente ricamati a mano da sarte palestinesi, come è nella tradizione araba. Dopo Amman e Ramallah, Jamal ha sfilato per la prima volta anche al Palazzo di Vetro di New York. Ma ora lo attende la sfida più emozionante. «Vedere le modelle di tutto il mondo indossare a Gerusalemme la mia collezione è il mio sogno più grande. Sto pensando ad una passerella in cui le mannequin tengono in mano un candelabro, una croce e una mezzaluna». «Quando ricamo a mano mi ispiro alle tre fedi: quella samaritana (ebrea), cristiana ed arabe. La religione non è mai sinonimo di diversità ma di ricchezza che viene dal profondo e che trame di seta, intarsi e tessuti esaltano», continua il sarto. «Quando a 19 anni sono arrivato a Firenze, mi sono da subito innamorato dell'arte rinascimentale fiorentina. Arrivavo da anni di Intifada, che hanno devastato ed umiliato la mia terra. Per me Firenze rappresentava il nuovo rinascimento». Ha due passaporti (uno giordano, uno italiano e residenza in Palestina). «La luce di Roma è unica. Non la lascerò mai. Dona un allure particolare alle mie creazioni».

(Corriere della Sera, 6 luglio 2019)


"Soldi" è la canzone più ascoltata d'Italia nel 2019, e anche in Israele è un tormentone

di Francesco Raiola

"Soldi", la canzone con cui Mahmood ha conquistato il Festival di Sanremo, è arrivato secondo all'Eurovision Song Contest e gli ha dato la popolarità internazionale continua a dargli soddisfazioni. Di pochi giorni fa è la notizia che la canzone prodotta da Cahrlie Charles e Dardust è al primo posto nella classifica FIMI dei singoli più ascoltati in questa prima metà del 2019, ma anche all'estero continua ad avere enorme successo. Il quotidiano israeliano Hareetz, infatti, parla di "Soldi" come di una vera e propria hit, in grado di lottare per conquistare il titolo di tormentone estivo, e soprattutto di una canzone che ormai si può ascoltare ovunque: "Gli israeliani forse hanno difficoltà a ricordarsi la canzone olandese vincitrice del festival, ma c'è una canzone che gli israeliani non riescono a levarsi dalla testa, 'Soldi', del cantante italiano Mahmood è diventata un'enorme hit nel Paese".

 Perché Soldi piace in Israele
  Sul giornale si legge anche che "puoi ascoltarla in ogni stazione radio, in ogni negozio di abbigliamento, ad ogni festa. E la scorsa settimana, per la quarta volta consecutiva, è stata in testa alle hit internazionali della radio dell'esercito Galgalatz", grazie alla sua produzione, come spiega Noy Alooshe che è responsabile della programmazione, ma anche al suo testo, con parole come "waladi" e "habibi" che sono note alle orecchie di ogni israeliano. Insomma, "Soldi" piace molto nonostante non sia un pezzo in inglese, risultando per molti la vera canzone vincitrice dell'edizione che si è tenuta lo scorso maggio a Tel Aviv.

 I record di Soldi in Italia
  La FIMI ha reso note le classifiche di metà anno: quali sono stati, insomma, gli album, i singoli e i vinili più ascoltati di questi primi sei mesi. Non ci sono grandissime sorprese per quanto riguarda le categorie principali e così, se tra gli album a fare la voce grossa è Ultimo, che piazza "Colpa delle favole" in testa alla classifica degli album, e i suoi due precedenti lavori in Top 10, tra i singoli è proprio "Soldi" a prendersi lo scettro. Poche settimane fa, inoltre, la canzone è stata nominata come quella più ascoltata di sempre su Spotify e il video ha sfondato il muro delle 100 milioni di visualizzazioni su Youtube.

(Music Fanpage, 6 luglio 2019)


Shoah, addio a Eva Mozes Kor: imparò a perdonare i suoi carnefici

Eva Mozes Kor
Eva Mozes Kor è morta ieri all'età di 85 anni. Nata il 31 gennaio 1934 a Portz, allora in Ungheria e oggi in Romania, è stata testimone della barbarie subite nei lager nazisti.
Venne sottoposta ad atroci esperimenti assieme alla sorella gemella da Josef Mengele, l'"Angelo della morte" ossessionato propri dai fratelli gemelli.
Fu proprio ad Auschwitz che inizio quel lungo processo di perdono, raccontato in un libro in cui scrisse di aver "imparato a perdonare" i suoi carnefici.
Ironia della sorte Eva Mozes Kor è deceduta a Cracovia, dove si trovava per l'annuale viaggio educativo con un gruppo di giovani proprio ad Auschwitz. A renderlo noto è stata una fonte della sua associazione Candles (Children of Auschwitz Nazi Deadly Lab Experiments Survivors). Assieme a lei c'era il figlio Alex.
Eva Mozes Kor fu una delle poche sopravvissute di Auschwitz e dopo la guerra andò in Israele fino agli Anni 50 per poi trasferirsi negli Stati Uniti, dove a Terre Haute, nell'Indiana, creò l'associazione Candles), un centro educativo e un museo della Shoah.
La vita di Eva sembrava essersi liberata dagli incubi notturni e dalle paure giornalieri fin quando l'incontro con un ex nazista non fece tornare tutto a galla.
Anche qui l'ironia giocò un ruolo fondamentale. Quell'incontro, invece, che farla cadere in nuovo baratro, le diede la forza per iniziare una nuova vita e perdonare chi avesse fatto del male a lei e alla sua famiglia (ad Auschwitz perse i genitori e due sorelle).
Eva Mozes Kor è stata un personaggio simbolo della Shoah e della voglia degli ebrei europei di cominciare una nuova vita dopo le atrocità subite. Quella voglia che a 85 anni ancora le permetteva di presenziare i viaggi educativi per i giovani, affinché sapessero quali angherie gli uomini avessero perpetrato nei confronti di altri uomini innocenti.

(Progetto Dreyfus, 5 luglio 2019)


Antisemitismo in Italia

L'antisemitismo, versione moderna del tradizionale antigiudaismo, è nato contemporaneamente all'emancipazione, ed è nato cattolico. Al tempo del ghetto l'ebreo era stato odiato in quanto membro del popolo deicida; dopo l'emancipazione è stato odiato in quanto simbolo della modernità. Mentre in un primo tempo l'antisemitismo è stato solo una componente, e nemmeno la principale, del rifiuto opposto dalla Chiesa alla modernità, ne è diventato uno degli aspetti più importanti dopo la rivoluzione del 1848 e, ancor più, dopo il 1870, quando, abbattuto lo Stato pontificio, si volle vedere nell'ebreo l'occulto promotore della rivoluzione, il responsabile del processo di modernizzazione iniziato con la Rivoluzione francese, il simbolo della mancanza di radici, della modernità, dell'odiata città contrapposta alla sana campagna. L'acme della virulenza antiebraica, ispirata dai gesuiti e iniziata nei primi mesi del 1881, fu toccato nel corso degli ultimi decenni dell'800, in risposta alle diffuse correnti radicali, massoniche, anticlericali e poi in occasione dell'affare Dreyfus, che scatenò una vera e propria ondata di antisemitismo non solo fra i cattolici francesi ma anche fra quelli italiani.
Ecco un esempio della prosa dei gesuiti:
«Per tentare l'abbattimento della religione cristiana, e della cattolica in ispecie, occorreva agli ebrei lavorare sott'acqua, e dissimulatamente mandare altri avanti, e dietro loro nascondersi; non iscoprire l'artiglio giudaico, da tutti esecrato; far cadere la fortezza in nome della libertà. Era quindi necessario scalzare questa granitica base, e sovvertire tutto l'edifizio della cristianità. Ed a questa impresa han posto mano, mettendosi a capo del mondo occulto, per mezzo della massoneria che si sono assoggettata».
Ebbe rilievo anche la volontà di difendere la finanza cattolica, forte soprattutto a Roma, dalla concorrenza della finanza laica, dietro la quale si voleva vedere, secondo uno stereotipo tradizionale, la mano rapace dell'ebreo, come si può leggere in un altro scritto:
La nazione ebrea non lavora, ma traffica sulle sostanze e sul lavoro altrui; non produce, ma vive e ingrassa coi prodotti dell'arte e dell'industria delle nazioni che le diedero ricetto. E' il polipo che co' suoi smisurati tentacoli tutto abbraccia e attira a sé; che ha lo stomaco nelle banche ... e le sue ventose e i suoi succhiatoi da per tutto: negli appalti e ne' monopoli, negli istituti di credito e nelle banche, nelle poste e nei telegrafi, nelle società di navigazione e nelle ferrovie, nelle casse comunali e nelle finanze degli Stati. Essa rappresenta il regno del capitale, la feudalità finanziaria, l'aristocrazia dell'oro, che oggi è succeduta a quella dell'ingegno e del sangue.

Un altro esempio ancora, sinistramente profetico:
«Il secolo decimonono si chiuderà nell'Europa, lasciandola fra le strette di una questione tristissima, della quale nel successivo secolo ventesimo risentirà conseguenze forse sì calamitose, che la indurranno a porvi un termine, una risoluzione definitiva. Alludiamo alla maledetta questione semitica».
Era un fatto molto grave, secondo quanto affermava uno scrittore gesuita nel 1892, che il messianesimo degli ebrei moderni non fosse più, come nel passato, l'attesa del Messia, ma la certezza che il popolo d'Israele fosse destinato a dominare il mondo.

(da «Storia degli Ebrei in Italia» di Giampiero Carocci)



Ciascuno è pazzo a modo suo, gli ebrei lo sono in modo "eletto"

Quella dell'ebreo folle è un'immagine ricorrente del pregiudizio antigiudaico. Uno scrittore brasiliano si confronta con questo topos, raccontando le vite di 16 ebrei eccentrici. da Ron Jeremy, star del cinema pomo, al filosofo Otto Weininger, allo scacchista Bobby Fischer.

di Elena Loewenthal

Sottotitolo
Che cos'è, infondo, la follia? Su un piano strettamente clinico è una patologia, anzi un universo di patologie che esigono cure, sorveglianza, a volte disperazione. Ma c'è anche un altro tipo di follia cui tutti, in qualche magari infinitesima misura, apparteniamo. Ce l'abbiamo tutti, un pizzico di follia, un momento nella vita in cui usciamo dai binari, sentiamo di dovere e potere essere altro.
Poi c'è la follia ebraica, che è un'altra storia. Anzi sono tante. All'aggettivo «ebraico» è stato nella storia appiccicato di tutto: dal fantomatico «genio» ebraico alla perfidia. Lungo una millenaria storia di pregiudizio, prima antigiudaico in senso teologico e poi antisemita in senso razzista, gli ebrei sono stati accusati di tutto e del suo contrario: capitalisti e bolscevichi, plutocrati e straccioni, metafisici e carnali, separati e intrusivi. Quanto alla follia, anche quella, ovviamente, c'entra nell'animo ebraico. Ne sa qualcosa Jacques Fux, un giovane autore brasiliano (classe 1977), laureato in matematica, informatica, letteratura comparata e tante altre cose. Una specie di genio con qualche grano di follia pure lui. Ora esce in italiano il suo Sulla follia ebraica, nella traduzione di Vincenzo Barca.
   Il frontespizio del libro, pubblicato da Giuntina, porta sotto il titolo la dicitura «romanzo», eppure è difficile dare una definizione a questo articolato excursus narrativo: biografie comparate in stile Vite parallele plutarchiane?
   Divagazioni sull'eccentricità dell'essere ebrei in una prospettiva diacronica e sincronica al tempo stesso? Larvata autobiografia?
   Si tratta infatti di sedici percorsi di vita che l'autore narra con una asciuttezza che esprime un soltanto apparente distacco. Le pagine si dipanano come una cronaca asciutta, senza dialoghi né descrizioni: c'è solo la parabola di vita di questi personaggi. Che talvolta amano, ma il più delle volte si tratta di una specie di amore malsano, foriero di tragedia. Come nel caso di «Woody Allen attraverso uno specchio scuro»: «Soon-Yi Previn sa che sta contendendo un amore. E che anche quell'amore la desidera. Pensa, o immagina, che di lì a breve sua madre non eserciterà più il suo ruolo. Lei dovrà ucciderla. Dovrà destituirla dalla sua posizione materna. Dovrà reinventare il suo stesso mito».
   I protagonisti di queste storie spaziano, per l'appunto, dal celebre regista a Ron Jeremy, attore icona del porno americano, da Otto Weininger, filosofo suicida ventenne, al re degli scacchi Bobby Fischer, a Sarah Kofman, sopravvissuta alla Shoah e anche lei filosofa suicida. Jacques Fux individua in tutte queste vite vissute quella «follia ebraica» che dovrebbe essere il cuore del libro: quella incapacità di pacificarsi con il mondo e prima ancora con se stessi. Tutti questi personaggi non sono quello che vorrebbero, e soprattutto sono quello che non vorrebbero essere. Sono «spostati» nel vero senso della parola.
   Ne viene fuori una narrazione tragica proprio nel suo grigiore. C'è, a tratti, qualche nota di un umorismo cinico, colmo di malinconia. Ma la cifra costante del libro è piuttosto una prosaica accettazione di questo destino, che peraltro non significa prendere passivamente la vita: tutti questi personaggi lottano, viaggiano, fanno a volte grandi cose. Ma come controvoglia, come se la vita fosse una parentesi dentro una frase che non si sa bene che cosa sia, che cosa voglia dire.
   Jacques Fux racconta tutto ciò con una specie di flemma, come se guardasse tutto da fuori, da molto lontano. Soltanto nell'ultimo capitolo spiega al suo lettore che non è propriamente così. C'è nel suo libro una precisione minuziosa non tanto del dettaglio quanto di ciò che è spia di quella follia che l'autore va cercando e che immancabilmente trova. Sulla follia ebraica è un libro lucido, a tratti sconcertante. Non intende certo definire l'identità ebraica bensì raccontarne le anomalie - anche se quasi sempre l'anomalia adotta mascheramenti di normalità. Non è un libro consolatorio, certo che no, ma per certi versi istruttivo e talora chiarificatore.

(La Stampa - tuttolibri, 6 luglio 2019)


Tra i giovani ebrei europei aumentano percezioni ed esperienze di antisemitismo

di Nathan Greppi

L'Agenzia europea dei diritti fondamentali ha recentemente pubblicato i risultati di un sondaggio promosso dall'EUJS, European Union of Jewish Students, e condotto su larga scala tra gli ebrei dai 16 ai 34 anni residenti in 12 paesi dell'UE (Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Spagna, Svezia e Ungheria), per capire come viene percepito l'antisemitismo.

 I dati del sondaggio
  È emerso che dei 2.707 giovani ebrei che hanno preso parte al sondaggio, l'80% pensa che l'antisemitismo sia un problema serio nel proprio paese, oltre a pensare che esso sia aumentato negli ultimi 5 anni, mentre il 44% afferma di essere stati vittime almeno una volta, durante l'ultimo anno, di molestie o aggressioni di stampo antisemita; tuttavia, tra coloro che hanno subito aggressioni l'80% non le denuncia.
  Nei 12 paesi presi in esame l'81% dei giovani ha affermato di avere una forte identità ebraica, e il 77% è nato nel paese in cui vive. Per quanto riguarda la scala dei valori, il 95% considera importante ricordare la Shoah, mentre la lotta all'antisemitismo e il sostegno a Israele scendono rispettivamente al 92% e al 74%; quest'ultimo dato, quello del sostenere Israele, è inferiore sia a quello degli ebrei dai 35 ai 59 anni (85%) che a quello degli ebrei dai 60 in su (86%).
  Un dato interessante riguarda il rapporto con la cultura e la fede ebraica: se da un lato la cultura ebraica viene percepita come un bene da salvaguardare dall'80% degli intervistati, solo il 55% ritiene importante credere in Dio.
  Tornando al problema dell'antisemitismo, il 45% dei giovani ebrei europei ha deciso di non indossare in pubblico la kippah o altri oggetti che possono rendere riconoscibile la loro identità in quanto preoccupati per la propria incolumità, e il 41% ha preso in considerazione l'idea di emigrare in un altro paese. La percentuale di quelli convinti che il proprio governo li stia proteggendo è del 48%, e solo il 17% pensa che esso voglia seriamente affrontare l'antisemitismo.
  Il Commissario europeo per la Giustizia Vera Jourova ha commentato così il rapporto: "La vita ebraica è stata per molti secoli una parte intrinseca dell'Europa e, purtroppo, lo stesso vale anche per l'odio antiebraico. In anni recenti l'antisemitismo è tornato a crescere. Quando si guarda a come gli ebrei europei vedono il loro futuro nell'attuale clima, le persone più ovvie a cui chiedere sono i giovani." Ha aggiunto che "combattere i pregiudizi antisemiti significa vuol dire lottare per la nostra democrazia e per una società aperta, diversa. Questa è l'Europa in cui vogliamo tutti vivere!"

(Bet Magazine Mosaico, 6 luglio 2019)


Verona: Il Generale Tota riceve l'ambasciatore israeliano

VERONA - L'ambasciatore d'Israele in Italia, Sua Eccellenza Ofer Sachs, in visita privata a Verona, ha incontrato il Comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto, Generale di Corpo d'Armata Giuseppenicola Tota a palazzo Carli.
  La più alta autorità dello Stato d'Israele presente in Italia, accompagnato dalla consorte e dai figli, ha visitato il settecentesco palazzo veronese, dal 1859 sede di Comandi militari.
  Durante la visita il Generale Tota ha messo in evidenza la figura del Generale di Corpo d'Armata Maurizio Lazzaro de Castiglioni, primo Comandante delle Forze Terrestri Alleate del Sud Europa della NATO nel 1951.

 Migliaia di ebrei francesi salvati dal generale Castiglioni
  Il Generale de Castiglioni, già pluridecorato nella Grande Guerra, nel corso del secondo conflitto mondiale in qualità di Comandante della 5^ Divisione alpina "PUSTERIA" durante l'occupazione militare del sud est della Francia, grazie alla decisa presa di distanza dalla logica antisemita ha permesso alla città di Grenoble e alla sua regione di divenire un rifugio per migliaia di ebrei francesi e stranieri perseguitati.
  A testimonianza della veridicità degli eventi storici esiste una lettera conservata al museo della resistenza di Grenoble, scritta da un ebreo, che definisce la città occupata dagli italiani come la "nuova Palestina".
  La visita si è conclusa con la firma dell'Albo d'Onore, avvenuta nella sala dove sono custodite le immagini di tutti i Comandanti che si sono avvicendati a palazzo Carli dall'annessione del Lombardo Veneto nel 1866 fino ai giorni nostri.
  L'alto rappresentante israeliano ha concluso la visita ringraziando il Comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto per l'ospitalità ricevuta e per averlo portato a conoscenza di una evento storico a lui sconosciuto.

(Congedati Folgore, 6 luglio 2019)


Chirurgia oculistica, il napoletano Iovino nel prestigioso Medical Center di Tel Aviv

E a chi gli chiede: fuga di cervelli? "No, occasioni di incontro e crescita per la conoscenza e le capacità chirurgiche".

 
Tel Aviv Sourasky Medical Center
Una laurea con lode e menzione alla Federico II, un specializzazione col massimo dei voti, quindi un grant dalla società Euretina (European Society of Retina Specialists), una borsa di Studio a Los Angeles, ed ora il suo ingresso nell'autorevole comunità medico-scientifica del Department of Ophthalmology del Sourasky Tel Aviv Medical Center diretto dalla prof.ssa Anat loewenstein.
Un ulteriore prestigioso riconoscimento, dunque, per Claudio Iovino, 30 anni, brillante olfatmologo napoletano, formatosi nella scuola oculistica federiciana del professor Giovanni Cennamo, suo mentore. "Una scuola di eccellenza - sottolinea - che mi ha dato tutti gli strumenti per poter oggi essere competitivo nella comunità scientifica internazionale".
Un percorso poi proseguito, anche qui col massimo dei voti, nella insigne scuola di specializzazione di olfatmologia di Cagliari laddove, sotto la guida del professor Enrico Peiretti, ha potuto firmare numerosi lavori che ha poi potuto divulgare in giro per il mondo, quindi la borsa di studio che lo ha portato per diversi mesi in California, nella prestigiosa Università di Los Angeles, per approfondire le sue conoscenze sulla retina medica e dove entra in contatto con il prof. David Sarraf, uno dei massimi esperti di retina al mondo, con il quale intraprende numerosi progetti di ricerca internazionali, che hanno segnato in modo significativo la sua carriera professionale.
"Sono stati anni in cui ho coltivato le mie due grandi passioni: la ricerca e la chirurgia".
Ora vive a Tel Aviv: "In questa città - afferma - rivedo molto della mia Napoli: è così viva e piena di giovani! Qui come a Los Angeles, si punta sull'eccellenza".
"Non parlerei di fuga di cervelli - tieni a precisare -, perché in realtà queste esperienze lavorative sono una grande occasione di scambio di idee e ricerche".
"Qualche giorno fa ero a Parigi per un convegno internazionale e mai come in quella occasione mi sono convinto di come sia fondamentale il confronto costante con altre eccellenze per incrementare conoscenze e capacità chirurgiche".
"Ovviamente - confessa - mi manca Napoli ma soprattutto mia moglie e mio figlio che però tra poco mi raggiungeranno e Tel Aviv".

(Il Mattino, 5 luglio 2019)


La lunga estate di Israele prima del voto

di Alfredo De Girolamo e Enrico Catassi

In Israele è tensione sociale, a manifestare è la comunità etiope, i Beta Israel o falasha (questa parola nelle sue varie accezioni ha anche il significato di "straniero"). Appartengono alla famiglia dell'ebraismo in quanto rivendicano la tradizione di essere i discendenti del connubio tra re Salomone e la regina di Saba. In 45 mila migrarono grazie ad un ponte aereo in Israele dall'Africa nel decennio 1980-1991. Attualmente rappresentano circa il 2% della popolazione. L'episodio che ha provocato decine di arresti e feriti è l'uccisione di un giovane ragazzo da parte di un poliziotto fuori servizio. Il poliziotto dopo aver pagato una cauzione di 1400$ è stato posto agli arresti domiciliari, provocando la rabbia degli israeliani etiopi.
   Intanto la macchina politica in vista delle elezioni anticipate a settembre è in moto. Indette in seguito al fallimento di Netanyahu di dare vita ad una maggioranza di governo dopo il voto di aprile. Allora, andò in scena il dramma collettivo del centrosinistra con i laburisti dell'Avodà che ottenevano il peggior risultato di sempre, relegati al 4,02% dei consensi e ad una compagine di 6 parlamentari. Deludente fu anche la performance dell'altro partito socialista, il Meretz, che ottenne solo 4 seggi nei banchi della Knesset. Tre mesi dopo e il campo del centrosinistra è in piena sollecitazione, con un cambio dei suoi vertici. Nel Meretz il giornalista Nitzan Horowitz ha preso il posto di Tamar Zandberg. Mentre, dalle animate e partecipate primarie dei 65 mila iscritti al partito laburista è uscito il nome dell'ex sindacalista Amir Peretz, esponente della vecchia guardia del partito dei padri fondatori della nazione ed entrato tra i banchi della Knesset nel
 
il "glaciale" Itzik Shmuli                           e                                la "focosa" Stav Shaffir
"lontano" 1988. Peretz, già sindaco di Sderot, era stato leader dell'Avodà nel 2006 ed ha rivestito, senza non poche critiche, il ruolo di ministro della Difesa dal 2006 al 2007. Quando venne sostituito e spodestato da Ehud Barak. Oggi, ha ripreso le redini del partito avendo avuto la meglio nei confronti dell'ala dei trentenni che ispirò le proteste di massa del 2011, tra cui spiccano due figure di riferimento il "glaciale" Itzik Shmuli e la "focosa" Stav Shaffir. Non unendo le forze hanno lasciato spazio libero ad una facile affermazione di Peretz (47% delle preferenze), intenzionato ad aprire all'idea di un'alleanza con il Meretz.
   In Israele il quadro politico attuale è di due grandi poli attrattivi: quello di destra che ruota intorno al Likud di Netanyahu (35 parlamentari) e quello centrista della lista Blu e Bianco (35 parlamentari) capitanata dall'ex capo di stato maggiore dell'esercito Benny Gantz. L'obiettivo più plausibile per una "rinascita" del centrosinistra è la nascita di un blocco unico, stessa sorte per i partiti arabi destinati a chiudere il capitolo della faziosa divisione. Il vero dilemma è come riusciranno a fare sintesi l'anima del Meretz guidato dal "rosso" Horowitz, quella dei laburisti di Peretz e infine la neo formazione, di cui non si conosce il nome, lanciata dal militare più decorato dello Stato d'Israele Ehud Barak, ritornato in politica dopo una parentesi dedicata al business della cannabis. E deciso anche lui a sfidare Netanyahu.

(Qui News Pisa, 5 luglio 2019)



Sondaggi: il Likud di Netanyahu in testa nel voto

32/31 seggi contro 31/30 Blu-Bianco. Lieberman ago bilancia

Se si votasse oggi in Israele, il Likud di Benyamin Netanyahu vincerebbe ancora. Ma, per comporre una maggioranza di governo di destra, avrebbe bisogno ancora di Avigdor Lieberman il cui partito ha rifiutato l'alleanza dopo le elezioni dello scorso 9 aprile. Lo indicano due sondaggi: uno pubblicato dal quotidiano Maariv e l'altro da Israel Ha-Yom che assegnano al Likud, il primo, 32 seggi e 31 il secondo.
Subito dopo la formazione centrista Blu-Bianco con 31 seggi per Maariv e 30 per Israel Ha-Yom. Terzo posto per le liste arabe. Il partito di Lieberman riporterebbe tra gli 8 e i 7 seggi, indispensabili per Netanyahu. Un altro dato riguarda la discesa in campo dell'ex premier Ehud Barak: le sue migliori chance - secondo i sondaggi - si basano su un alleanza coi Laburisti di Amir Peretz. In questo caso avrebbero insieme 14 seggi per Maariv e 19 per Israel Ha-Yom che, però, nell'alleanza mette anche Meretz, il partito della sinistra. Stesso numero di seggi anche se si unissero i piccoli partiti di destra, esclusi quelli dei religiosi.

(ANSAmed, 5 luglio 2019)


In Europa ondata di antisemitismo come non si vedeva da ottant'anni

Emerge dal rapporto dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA), condotto assieme all'Institute for Jewish Policy Research.

In Europa c'è un'ondata di antisemitismo come non si vedeva da ottant'anni a questa parte. Secondo un rapporto dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA), condotto assieme all'Institute for Jewish Policy Research, che uscirà oggi, 45% di 2700 giovani ebrei consultati in 12 paesi dell'Unione, tra cui l'Italia, di età 16-34 anni, sceglie di non indossare in pubblico simboli ebraici, a cominciare dalla kippah, a difesa della propria incolumità. L'81% ritiene che l'antisemitismo sia un problema; e il 41% sta considerando di emigrare. Rispetto a una precedente ricerca sempre della FRA, uscita a dicembre, che riguardava le fasce di età più alte (35-59 e 60+), i dati dicono che i giovani ebrei sono maggiormente molestati/minacciati rispetto ai loro correligionari più anziani (+12%) e, come per qualsiasi flusso migratorio, sono tendenzialmente i giovani quelli pronti a partire.
   Quest'ondata di antisemitismo ha sostanzialmente tre origini, che tra loro creano massa critica: gruppi islamici radicalizzati presenti in Europa; ambienti dell'estrema sinistra, storicamente ostile per via della questione palestinese; e settori dell'estrema destra, quella per intenderci che ha Mein Kampf sul comodino e che pensa che l'Olocausto sia tutta un'invenzione. In parallelo all'antisemitismo, le ricerche della FRA dimostrano che sono in aumento anche islamofobia e afrofobia, in un crescendo d'intolleranze senza precedenti.
   In questo contesto, quale futuro hanno gli ebrei in Europa? Il rapporto che esce oggi conferma una preoccupazione che dovremmo tutti condividere. La popolazione ebraica in Europa è in declino da tempo. Basti pensare che rappresentava il 90% del totale a metà dell'800, oggi meno del 10%. In più, gli ebrei europei sono sproporzionalmente anziani. L'interesse del rapporto sta proprio in questo: i giovani adulti oggetto della ricerca detengono le chiavi del futuro della vita ebraica nel continente, come pure della possibilità di mantenere in vita una forma unica di giudaismo che ha culturalmente contribuito alla costruzione dell'Europa. Rappresentano la generazione cresciuta dopo il Trattato di Maastricht, rievocativo di un passaggio importante dell'integrazione europea, e la loro decisione se rimanere in Europa e continuare a far parte del suo progetto, oppure al contrario di abbandonarla perché si sentono minacciati in quanto ebrei, la dice lunga sulla natura dell'Europa di oggi e della sua capacità di essere un luogo dove si può ancora vivere in libertà e diversità.
   L'antisemitismo in Europa continua a essere una macchia che non si riesce a cancellare. I dati di questa ricerca devono farci riflettere, soprattutto la classe politica che si ostina a non vedere un problema "antisemitismo", come pure di altre forme d'intolleranza.

(La Stampa, 4 luglio 2019)



Israele-Libano: situazione di stallo nella definizione del confine marittimo

GERUSALEMME - Il ministro dell'Energia israeliano, Yuval Steinitz, ha espresso oggi la sua "frustrazione" per lo stallo nella mediazione degli Stati Uniti in merito alla definizione del confine marittimo tra Israele e Libano. Lo ha dichiarato oggi lo stesso ministro in un'intervista all'emittente radiofonica "102 Fm". "I libanesi vogliono davvero sviluppare le loro risorse naturali e la disputa irrisolta con Israele è un elemento di disturbo per loro. Anche per noi, ma per loro di più", ha affermato. Secondo Steinitz, il Libano potrebbe dover gestire delle "pressioni interne, nel timore di Hezbollah", il movimento sciita libanese - membro della coalizione di governo - che nel 2006 ha combattuto la Seconda guerra del Libano proprio con Israele.

(Agenzia Nova, 5 luglio 2019)


Pensiero politico ebraico

di Massimo Giuliani

Sul tema "È esistito un pensiero politico ebraico?" un gruppo di storici dell'età medievale e proto-moderna ha recentemente promosso uno stimolante laboratorio presso l'École française de Rome. Per rivisitare e ribaltare, naturalmente, il mito della passività ebraica e soprattutto il famoso asserto di Hannah Arendt: "Gli ebrei non hanno esperienza né tradizione politica". A dispetto della sua dissertation - sul concetto di amore in Agostino (o forse proprio a motivo di quella ricerca) - e forzata dalle circostanze storiche, Arendt è divenuta una delle più significative "filosofe della politica ebraica" del Novecento. Il suo controverso asserto voleva indicare che diciannove secoli di powerlessness, ovvero di assenza di potere in diaspora, hanno lasciato un vuoto di vissuto e di pensiero nella storia ebraica, che solo il sionismo ha riempito: ma quanto del pensiero sionista è davvero 'ebraico' e quanto deve piuttosto alle ideologie risorgimentali, ai valori della tradizione liberale (soprattutto anglosassone) e, almeno fino a pochi decenni fa, agli ideali dell'umanesimo socialista? Gli storici contemporaneisti, infatti, preferiscono parlare direttamente di sionismi, al plurale. Il ritorno a Sion è certamente un valore ebraico, ma la combinazione tra dimensione politica e dimensione religiosa, per tacere della declinazione messianica, di questo valore lascia aperti infiniti problemi. Yeshayahu Leibowitz disse più volte che lo Stato di Israele è una 'questione extra-halakhica' per significare che nelle pagine talmudiche la politica fa più da contesto che da tema delle discussioni dei maestri.
   Tra gli storici presenti al laboratorio coordinato da Serena Di Nepi, Ilan Greilsammer - dell'università Bar Ilan e autore del volumetto Il Sionismo, edito dal Mulino - ha giustamente impostato il problema del 'pensiero politico ebraico' in termini di rottura e/o continuità tra la tradizione politica biblica (sebbene nel Tanakh vi sia più esperienza che elaborazione) e le dottrine politiche moderne. I massimalisti, come Daniel J. Elazar, vedono piena continuità tra il giudaismo antico, imperniato sulla nozione di brith, e l'attuale Stato di Israele; i minimalisti, come Michael Walzer, propendono per una lettura discontinuista e sottolineano l'impatto ovvero i prestiti politici della modernità sul pensiero ebraico; a metà strada, forse, le intuizioni di Rav Kook sulle misteriose vie divine per riportare il suo popolo nella terra di Israele e nella storia… Ancora: in siffatte coordinate, quanto pesano le esperienze di autogestione giuridico-sociale delle qehillot nei ghetti d'Europa o dei mellah delle città arabe? Aveva ragione Salo Wittmayer Baron nel dire che il ghetto è il luogo dove gli ebrei hanno imparato a fare politica? Oppure Josef Hayim Yerushalmi nel sostenere che il pensiero politico ebraico altro non è che il riflesso di un pragmatico adattamento alle circostanze? Il dibattito è aperto, come aperto (e affascinante nella sua complessità) è il più grande esperimento teologico-politico del mondo occidentale: la società e lo Stato di Israele, appunto.
   In un vivace incontro di pochi giorni fa con gli ebrei romani, lo scrittore israeliano Eshkol Nevo ha ricordato di essere cresciuto con tre dogmi politici: la certezza della democrazia, il rispetto quasi sacro per la magistratura e il diritto di libertà di parola, la convinzione cioè che nella società israeliana esistesse la possibilità di criticare anche i propri governanti senza timore di essere censurati. Non senza una vena di amarezza, ha fatto notare come a volte oggi quei dogmi, quei pilastri della vita pubblica e del pensiero politico, sembra siano messi in discussione anche in Israele. Una proposta di legge tesa a limitare quella libertà di parola, pur bocciata dalla Knesset, lo inquieta. Ma quei tre pilastri, non sono forse valori moderni? Non valgono per ogni democrazia liberale? E la loro limitazione, se non negazione, non è oggi una minaccia che percorre tutto l'Occidente? Cosa apportano 'di più' le fonti ebraiche? Non ho risposte precise. Del resto, in ogni sua fase storica il pensiero ebraico ha trattato i temi politici: prima che Itzchaq Abrabanel celebrasse il repubblicanesimo della Serenissima e Spinoza scrivesse il suo Trattato teologico-politico, già Maimonide aveva messo il "benessere del corpo" ossia la politica, al pari del "benessere dell'anima" (la moralità e la conoscenza di Dio), tra gli scopi della Torà.
   Nell'inquietante romanzo L'uomo di Kiev, che affronta con prosa angosciata il dramma dell'antisemitismo di Stato, Bernard Malamud fa dire al protagonista Yakov, dopo due anni di isolamento e di torture a motivo dell'assurda accusa del sangue: "Una cosa ho imparato: non esiste un uomo impolitico, specialmente se è ebreo. Non puoi essere l'uno senza essere l'altro, è sufficientemente chiaro. Non puoi assistere con le mani in mano alla tua distruzione (…) Dove non c'è lotta per la libertà, non c'è libertà". Se sia pragmatismo o teoresi, non so decidere. Ma la lezione, per gli ebrei (e non solo), viene da lontano.

(moked, 4 luglio 2019)



Sempre più italiani scelgono Israele

L'ufficio Nazionale Israeliano del Turismo ha condiviso le ultime statistiche degli arrivi italiani in Israele: nel mese di giugno 2019 sono giunti in Israele 12.100 turisti italiani, il +21% in più degli arrivi dello stesso periodo del 2018.
 
L'Italia mantiene salda la sua posizione di 7o mercato mondiale e dall'inizio dell'anno alla fine di giugno sono 88.600 i visitatori italiani di cui 84.900 turisti che hanno deciso di scoprire le bellezze della terra d'Israele. Confrontando questi dati con quelli dello stesso periodo del 2018, la crescita è stata di +32%: un risultato straordinario che conferma come l'Italia si annoveri tra i mercati mondiali con il miglior trend di crescita.
"Il 2018 è stato un anno molto positivo per il turismo in Israele e l'Italia si è confermata un mercato chiave per la destinazione con 150.600 turisti, in aumento del 40%. La scelta verso Israele è determinata anche dagli eventi di respiro internazionale che sempre vengono organizzati: dalla recente finale dell'Eurovision Song Contest, che ha avuto luogo lo scorso 18 maggio, a Festival importanti che, da nord a sud, portano novità e conferme della tradizione: dal Festival di musica Kletzmer di Safed, che avrà luogo dal 12 al 14 agosto al Festival Internazionale del Cinema di Gerusalemme, in programma dal 27 luglio al 4 agosto, al Festival del Jazz che animerà la cittadina di Eilat dal 25 al 27 luglio", ha dichiarato Avital Kotzer Adari, direttore dell'Ufficio Nazionale Israeliano del turismo.
Tante le possibilità di collegamento dall'Italia a Israele con oltre 90 voli a settimana, con la novità delle ultime settimane dell'apertura di un volo Arkia diretto da e per Bergamo Orio al Serio, attivo fino alla fine di ottobre, frequenza martedì, giovedì e sabato.

(il giornale del turismo, 4 luglio 2019)


A Gerusalemme un grande evento per gli ebrei di tutto il mondo

La via del pellegrinaggio, riaperta dopo 1950 anni.

di Ugo Volli

GERUSALEMME - L'archeologia è sempre affascinate, perché ci consente di toccare con mano dove, in qualche misura anche come vivevano popolazioni antiche di cui abbiamo solo notizie letterarie o storiche: si possono vedere i fori in cui parlava Cicerone, le tombe gigantesche dei Faraoni più grandi, una città della costa anatolica che fu bruciata tremila e cinquecento anni fa e che forse è davvero Troia, i resti imponenti dei Sumeri, degli Ittiti, degli antichi imperi indiani e sudamericani…
  Ma ci sono delle volte in cui l'archeologia parla al cuore e alla mente degli uomini contemporanei, quando i resti ritrovati corrispondono perfettamente ad antichi riti e narrazioni e permettono di capire meglio l'eredità dei secoli. E' il caso innanzitutto di Gerusalemme e di altri luoghi della Terra di Israele, dalla Tomba dei Patriarchi a Hebron ai luoghi delle battaglie e degli eventi raccontati nei testi della tradizione ebraica. Sono luoghi che hanno un senso insieme religioso e storico, perché riguardano eventi del passato che sono oggetto della memoria religiosa dell'ebraismo. Così il Tunnel di Hezekya, l'acquedotto dell'ottavo secolo prima della nostra epoca che aveva lo scopo di portare acqua in città in previsione dell'assedio assiro, che poi avvenne; o la "casa bruciata" nel quartiere ebraico della Città Vecchia, una dimora probabilmente aristocratica, che porta i segni dell'incendio appiccato dai romani dopo la distruzione del Secondo Tempio.
  Oggi a questi reperti e ai molti altri, di cui naturalmente il principale è il Muro Occidentale che sosteneva la spianata del Tempio estesa artificialmente da Erode, se ne è aggiunto un nuovo, il percorso (o tunnel, perché oggi in buona parte è sotterraneo) dei pellegrini. Della sua esistenza si sapeva da tempo, da quando il grande archeologo Dan Bahat scoprì i gradini che portavano i pellegrini al Tempio nell'area a Sud dell'attuale moschea di Al Aqsa, fuori dalle mura di Solimano. Quel che è accaduto nei giorni scorsi è l'inaugurazione del tratto finale del percorso dei pellegrini, che dalla "piscina" (in realtà vasca di raccolta) di Siloam, nella valle di Ghinnom (dove i pellegrini potevano praticare l'immersione rituale per purificarsi), saliva attraverso la "città di Davide" fino al Tempio.
  E' difficile sopravvalutare l'importanza di questo percorso per chi non conosce qualcosa della tradizione ebraica. Il pellegrinaggio (anzi la "salita" fisica e spirituale) era obbligatoria nelle tre feste di Pesach (Pasqua), Shavuot (le Settimane o "Pentecoste) e Shavuot (la festa delle Capanne). Ci sono rimasti i "salmi dei gradini" che i pellegrini cantavano, sappiamo che vi era una decima da spendere a Gerusalemme in queste occasioni, gli storici antichi parlano di milioni di pellegrini che si radunavano in città, tanto - negli ultimi periodi del Tempio - da obbligare i romani occupanti a spostare la guarnigione dalla loro capitale Cesarea. Non è possibile non emozionarsi a questa notizia per chi si senta erede di questa tradizione. Basta sapere che dalla conquista di Davide alla distruzione di Tito per più di mille anni questo rituale è stato ripetuto da re, profeti, maestri, gente comune; e che poi è stato vagheggiato da tutte le generazioni ebraiche, a partire dai saggi del Talmud che si avventuravano nelle rovine, come si racconta all'inizio del trattato Berakhot e che discutevano a partire da quale età dei figli i padri fossero obbligati a portarli al pellegrinaggio, a Maimonide e Nachmanide, da Luria e Cordovero fino a Herzl e ai liberatori di Gerusalemme di cinquant'anni fa. E anche per i cristiani questo percorso ha molto senso, perché certamente fu seguito da Gesù, dai suoi apostoli e dai primi seguaci.
  Ma naturalmente Gerusalemme è investita dalla guerra propagandistica che i palestinisti fanno contro Israele. Sopra quel che era la città di Davide, il nucleo civile più antico della città, oggi vi è il sobborgo arabo di Silwan (in realtà fondato pochi decenni fa, riutilizzando il nome biblico di Siloam). Il lavoro degli archeologi è contrastato in tutti i modi dai palestinisti e paradossalmente anche dall'Unesco, che ogni anno approva mozioni per condannare gli scavi archeologici che recuperano il passato della città. L'apertura del tunnel, alla presenza dell'ambasciatore americano è stata duramente contestata dalla Giordania (che nei diciott'anni in cui occupò Gerusalemme, dal '48 al '67, distrusse tutte le sinagoghe e usò le lastre tombali millenarie dei cimiteri ebraici per lastricare le strade) e dall'Autorità Palestinese, che l'ha qualificata come "attività di giudaizzazione nella Gerusalemme est occupata". Giustamente l'inviato americano in Medio Oriente Greenblatt ha definito tali affermazioni "ridicole", e ha aggiunto:
"Non si può 'giudaizzare' ciò che mostrano la storia e l'archeologia. Si può solo prenderne atto e smettere di fingere che non sia vero. La pace può essere costruita solo sulla verità".
E l'ambasciatore americano Friedman ha dichiarato:
"Il parco archeologico della Città del David porta verità e scienza in un dibattito che da troppo tempo è inquinato da miti e inganni. I suoi ritrovati, nella maggior parte dei casi frutto del lavoro di archeologi laici, fanno giustizia dei tentativi infondati di negare la realtà storica dell'antico legame fra Gerusalemme e popolo ebraico [… Così si] porta alla luce la verità storica di quel periodo cruciale della storia ebraica - ha aggiunto l'ambasciatore americano - La pace tra Israele e palestinesi deve basarsi su un fondamento di verità. La Città di David contribuisce al nostro obiettivo collettivo di perseguire una soluzione fondata sulla verità. È importante per tutte le parti coinvolte nel conflitto".
(Progetto Dreyfus, 4 luglio 2019)


Un altro figlio del fondatore lascia Hamas

Suheib Yousef a Canale 12: 'Regna la corruzione, taglio i Anche il secondo figlio dello sceicco Hassan Yousef, cofondatore di Hamas, ha deciso non solo di abbandonare la fazione islamica che governa Gaza, di fuggire dalla Turchia in un non meglio identificato paese del sud asiatico ma ha anche denunciato la corruzione e svelato le operazioni segrete nel paese da cui è scappato. E' la storia di Suheib Yousef - fratello di Mosab Yousef, più noto come il 'Principe verde', che ha aiutato i servizi di sicurezza israeliani a sventare gli attacchi di Hamas - così come l'ha raccontata al giornalista Ohad Hemo di Canale 12. Yousef ha detto di aver lavorato per la "sezione politica di Hamas" in Turchia che opera in quel paese "sotto copertura della società civile". L'uomo, nell'intervista, ha poi attaccato Hamas che "non lavora per gli interessi del popolo palestinese ma per un'agenda straniera. Mandano informazioni in Iran in cambio di aiuto finanziario". "Sono stato cresciuto dentro Hamas, ho lavorato per loro, ma quando ho visto la corruzione ho lasciato".

(ANSAmed, 4 luglio 2019)


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Fugge il figlio del fondatore di Hamas. Rivelazioni esplosive a TV israeliana

In una clamorosa intervista a Channel 12 il figlio del fondatore di Hamas spara a zero sulla corruzione insita nel gruppo terrorista e denuncia che dalla Turchia raccolgono informazioni per gli iraniani.

Suheib Yousef, figlio del co-fondatore di Hamas, Sheikh Hassan Yousef, nonché fratello di Mosab Yousef, noto anche come il "Principe Verde" per i suoi sforzi nell'aiutare lo Shin Bet a sventare attacchi terroristici, è fuggito dalla sede di Hamas in Turchia e ha rilasciato ad una TV israeliana una intervista a dir poco esplosiva sulle attività di Hamas.
Non capita tutti i giorni che un pezzo grosso di Hamas lasci il gruppo terrorista e poi si rivolga ad una TV israeliana per raccontare la sua storia. Così quando a Channel 12 è arrivata la telefonata di Suheib Yousef erano tutti increduli. L'intervista che ne è uscita è davvero esplosiva....

(Rights Reporters, 4 luglio 2019)


Così Einstein diventò amico di Israele

Viaggio a Gerusalemme, fra gli ottantamila documenti del più grande archivio a lui dedicato. Ecco perché lo scienziato amò quel paese. Tanto che stava per diventarne il presidente.

di Gabriella Greison

 
La statua di Einstein in Israele
Gerusalemme, Hebrew University, Science Campus, secondo stabilimento sulla destra. Edrnond J. Safra, Givat Ram. Quando entri nel giardino attorno a cui sono raccolti tutti gli edifici più grandi di questo enorme complesso universitario, ci metti un po' per orientarti. Tutto è uguale ogni cinquanta metri, tutto si ripete identico, stessi colori alternati (pochi, nero e grigio), stesse porte e finestre in alluminio anodizzato, stesse camminate di chi si sposta da un palazzo a un altro. Tutto molto decadente. Per fortuna c'è una statua bellissima, è la statua più grande al mondo di Albert Einstein. È un po' nascosta, ma se chiedi ai ragazzi, loro sì che sono felici di accompagnarti, per prenderti il telefonino e farti una foto. È un Einstein ormai adulto, non in posa, ma in procinto di andare da qualche parte. Qui, alla Hebrew University, è presente il suo più importante archivio: 80.000 documenti. Ma Einstein non ci ha mai messo piede. La cosa mi incuriosisce, faccio il viaggio. Dedico la mia ricostruzione al suo percorso israeliano e il perché siano conservati qui tutti questi materiali.
Einstein non riteneva se stesso ebreo dal punto di vista religioso, ma soltanto culturale. A 13 anni (nel 1892) osserva le regole della Kasherut, cioè mangia solo certi cibi, anche se la sua famiglia non lo fa. Non fa il Bar Mitzvah, cioè il rituale in cui un bambino ebreo raggiunge l'età della maturità e diventa responsabile per sé stesso nei confronti della Halakhah, la legge ebraica, per raggiungere la coscienza del distinguere il bene e il male. E la cosa pare finire lì. Intorno ai 40 anni (anni 20), cresce il movimento sionista, e in parallelo dilaga l'antisemitismo europeo, e l'Organizzazione Sionistica Mondiale, presieduta da Chaim Weizmann, si rivolge ad Einstein, e gli chiede di partecipare ad una raccolta fondi. Einstein accetta. Un anno più tardi, decide di visitare la Palestina (all'epoca era sotto gli inglesi, il 1967 era lontano), e ci rimane quasi due settimane: quella fu l'unica occasione in cui Einstein mette piede in questa terra. Nel 1952 (Einstein ha 73 anni) Chaim Weizmann muore, e il primo ministro David Ben-Curion gli offre la carica di secondo presidente dello stato d'Israele. Einstein rifiuta con una lettera a Ben-Curion:
"Sono commosso per quanto mi viene proposto dal nostro Stato d'Israele, allo stesso tempo sono triste e mi vergogno per non poter accettare. Ho trascorso tutta la mia vita ad occuparmi di problemi oggettivi, al punto che scarseggiano in me la naturale attitudine e l'esperienza per affrontare opportunamente le persone ed esercitare funzioni ufficiali".
In occasione del settimo anniversario della nascita dello Stato Ebraico, nel 1955, le tv americane chiedono ad Einstein di pronunciare un discorso in merito. Una settimana prima del discorso, il 18 aprile, muore. Quel discorso ora si trova qui nell'archivio, insieme alle motivazione sul perché avrebbe lasciato a loro il suo materiale. "Mi sento vicino a voi", dice. A marzo scorso, per i suoi 140 anni dalla nascita, dall'Archivio aprono nuovi documenti, oggi la lettura di queste carte è un privilegio assoluto.
Peccato, però: l'accoglienza nell'Archivio, se sei donna e sei giovane, è faticosa. Una delle frasi che ripetono è: "impossibile trovare qualcosa di nuovo, è già stato scritto tutto su di lui". Nessun aiuto, anzi. Se cambi argomento, ecco un'altra frase: "sta per uscire un mio nuovo libro su questo". Certo. Qui,nell'edificio del Science Campus di Hebrew, le donne sono tutte segretarie, e se hanno una spilletta sulla giacca c'è scritto solo il nome di battesimo, senza il cognome, a differenza degli uomini. Qui tutto è lasciato andare verso il passato più lontano. E infatti Einstein, nella statua che lo ritrae, sta andando via.

(la Repubblica, 4 luglio 2019)


La rivolta degli ebrei etiopi che sta bloccando Israele

Dilaga la protesta dopo l'uccisione di un ragazzo da parte di un agente. La comunità denuncia discriminazioni. Netanyahu: «Vicini alla famiglia della vittima». Rivlin: «Siamo fratelli e sorelle. Uguali in questa terra».

di Fiammetta Martegani

L'OPERAZIONE SOLOMON

Li chiamano Falasha, ma a loro il termine non piace perché ha assunto un'accezione negativa, simile a "esiliato". Sono gli ebrei etiopi. Su un totale di 150.000 persone, sono circa 130.000 quelle presenti oggi in Israele. Nel 1991 il governo lanciò l'Operazione Solomon per portarli in salvo durante la guerra con l'Eritrea: vennero usate decine di aerei El Al (svuotati dei sedili per fare spazio): in sole 36 ore vennero salvate 14.500 persone.
Tutto è cominciato il primo luglio: una rissa tra giovani a Kiryat Haim, vicino a Haifa. Un agente di polizia israeliano fuori servizio è intervenuto per portare la calma. Ma evidentemente qualcosa è andato storto. L'agente ha sparato. Ha spiegato di essersi sentito «in pericolo di morte» e il colpo ha ucciso Solomon Tekah, un diciottenne ebreo di origine etiope. Un Falasha. Da allora le tensioni tra la comunità e le forze di polizia sono fortissime. Si è riaperta una ferita mai guarita. Perché da sempre i Falasha denunciano discriminazioni a causa della loro pelle scura, sostenendo di essere presi di mira dalle forze di polizia nel corso di episodi di microcriminalità urbana, con molte analogie con quanto ancora accade agli afroamericani negli Stati Uniti.
   I Falasha sono una piccola comunità ebraica immigrata in Israele dall'Etiopia a partire dagli anni Novanta: il governò lanciò allora l'Operazione Salomon", un ponte aereo rapidissimo e di enormi proporzioni per salvare la minoranza durante la guerra con l'Eritrea. Da allora sono passati quasi trent'anni eppure la comunità etiope è rimasta ai margini della società, sia sul piano economico che su quello dell'educazione. L'integrazione, che ha funzionato per tante altre comunità provenienti da tutto il mondo, in questo caso è rimasta un miraggio. Le ragioni sono molteplici, ma sicuramente, come nel caso analogo degli Stati Uniti, la paura del "diverso" ha giocato un ruolo, non senza responsabilità delle istituzioni politiche.
   Dopo l'episodio di lunedì scorso, la comunità etiope ha alzato la voce. I manifestanti hanno bloccato il traffico dell'intero Paese, interrotto l'accesso alle principali autostrade per oltre due giorni. Ci sono stati anche episodi gravi - scontri, vandalismi, auto incendiate - che hanno fatto alzare l'allerta. Sono già 111 i poliziotti feriti.
   Le autorità sembrano pronte a considerare un problema troppo a lungo trascurato. «Ci stringiamo attorno alla famiglia del giovane Solomon Tekah - ha detto il premier Benjamin Netanyahu -, e ci stringiamo attorno all'intera comunità etiope, per me, per tutti noi, assai cara». Il timore è che la situazione possa acuirsi, o essere strumentalizzata, in vista della
nuova tornata elettorale di settembre. Il presidente Reuven Rivlin ha usato parole accorate: «Siamo fratelli e sorelle. Siamo arrivati qui, tutti, in questa nostra terra, che è la casa di ognuno di noi, e nella quale siamo uguali».

(La Stampa, 4 luglio 2019)


Note scordate

di Francesco Berti

Nell'autunno del 1926 alcune casse zeppe di antiche partiture musicali furono trasportate alla Biblioteca nazionale di Torino, affinché un esperto ne potesse valutare l'importanza. L'incarico venne affidato a Cesare Alberto Gentili, apprezzato compositore e raffinato musicologo di origine veneta. Dopo meticolosa indagine, Gentili pervenne alla convinzione che si trattava di un tesoro inestimabile, in parte considerevole costituito da scritture inedite: nella collezione spiccavano infatti ben 14 tomi di opere di Antonio Vivaldi e partiture manoscritte di altri grandi compositori, tra i quali Stradella e Pergolesi. Iniziò così, grazie al Maestro Gentili, al direttore della Biblioteca Nazionale Luigi Torri e al mecenate Roberto Foà, che decise di comprare il fondo per donarlo alla Biblioteca, una delle operazioni di recupero di musiche disperse più importanti del Novecento, che ebbe una immediata e straordinaria eco in tutto il mondo.
   E' questo uno degli episodi più significativi della vita di Cesare Alberto Gentili, ricostruita con una attenta e appassionata indagine storica da Edda Fogarollo nel volume Note scordate. Tre musicisti ebrei nella tempesta delle leggi razziali, Sillabe, Livorno, con prefazione di Liliana Picciotto e cd musicale contenente alcune opere dei musicisti biografati.
   Alberto Gentili, allievo di Cesare Pollini, collaboratore del rinomato direttore d'orchestra Hermann Levi e del compositore Richard Strauss, autore di numerosi componimenti e di un trattato musicale che si fece assai apprezzare, Nuova teoria dell'armonia, aveva, però, un indelebile sigillo d'origine che, pure in una età ormai avanzata, non poté sfuggire alle solerti autorità: era ebreo.
   Così, quando nel 1938 il fascismo virò quasi bruscamente verso il nazismo con una durissima legislazione antisemita e segregazionista, ponendo le basi del suo tracollo, Gentili, insieme a migliaia di altri concittadini che costituivano, nel loro complesso, parte fondante dell'élite culturale della nazione, fu licenziato in tronco e costretto a una vita raminga e di emarginazione. Nel 1943 trovò rifugio in Valle d'Aosta dove, diversamente dall'amico Primo Levi, sfuggì alle retate antiebraiche dei nazifascisti. Una sorte analoga toccò agli altri due protagonisti del volume della Fogarollo, Guido Alberto Fano e Vittorio Rieti: anch'essi musicisti e compositori di fama internazionale e origine veneta (padovana), che scamparono fortunosamente alla persecuzione e allo sterminio. Fano si salvò trovando rifugio ad Assisi, dove, in una delle più luminose pagine della storia nazionale di quegli anni, il clero locale con la complicità del prefetto riuscì a sottrarre alla deportazione circa 300 ebrei, nascondendoli in diversi istituti religiosi. Rieti, invece, fu tra i non molti israeliti che in quegli anni ebbero in sorte di emigrare negli Stati Uniti d'America. Finì i suoi giorni novantaseienne, nel 1994, sul gentile suolo americano, dopo decenni di grandi successi e una proficua collaborazione con l'amico Igor Stravinskij e il Maestro Arturo Toscanini.
   La sua ultima volontà fu quella di tornare per sempre, da morto, in Italia: l'ingrata patria che aveva tradito lui e altri cinquantamila concittadini, privandosi di un tesoro inestimabile che in parte andò, questo sì, per sempre perduto.

(Il Foglio, 4 luglio 2019)


La star del cinema Gal Gadot: "Uso la mia identità di ebrea e israeliana contro l'antisemitismo"

di Paolo Castellano

 
Gal Gadot
La famosa attrice israeliana Gal Gadot in una recente intervista ha dichiarato che esibisce le sue radici ebraiche per contrastare l'antisemitismo. La Gadot è diventata celebre in tutto il mondo grazie al suo ruolo da protagonista nei panni dell'eroina dei fumetti Wonder Woman.
   Come riporta Israel National News, il 27 giugno durante un evento di moda in cui ha presentato la nuova collezione del marchio Reebok presso il porto di Tel Aviv, l'attrice israeliana ha rilasciato un'intervista a Walla!, nota rivista online in lingua ebraica. La giornalista ha infatti chiesto alla Gadot per quale motivo sottolinei costantemente la sua identità ebraica e se questa sia una strategia per dimostrare qualcosa.
   «Niente affatto», ha risposto prontamente. «Se non altro lo faccio perché ricevo molti messaggi e commenti antisemiti. Ritengo che quello che sono e credo di essere non debba essere né nascosto né falsificato. Chi ama, accetta le cose così come stanno».
   La giornalista del magazine ebraico ha poi chiesto alla Gadot quale sia il suo legame con Israele e se partecipi alla vita sociale e politica del suo paese d'origine.
« Israele è davvero importante per me, e spero che la nostra nazione, che si trova davvero in un bel posto, possa rimanere in tranquillità e pace. Credo infatti che questo sia quello che le persone vogliono. Non esiste nessun uomo che desideri davvero la guerra o che i suoi figli si arruolino in un esercito. Vogliamo solo stare bene qui. Allora io cerco soltanto di potenziare questi messaggi che promuovono il bene, la pace e la tranquillità».
   Gal Gadot ha 34 anni e vive a Los Angeles da una decina di anni con le sue due figlie e il marito. Per lei Hollywood è una "specie di casa", ma sa benissimo che le sue radici si trovano in Israele, dove risiedono i suoi amici e la sua famiglia.
   A causa delle origini israeliane ed ebraiche, i suoi film sono stati vietati in alcuni paesi a maggioranza musulmana come la Tunisia, il Libano e il Qatar.

(Bet Magazine Mosaico, 4 luglio 2019)


Croazia e Israele hanno scisso l'accordo di acquisto di caccia militari

ZAGABRIA - La procedura per acquistare aerei da caccia per l'esercito croato è impegnativa e richiede la partecipazione del parlamento. Lo ha dichiarato oggi il ministro della Difesa di Zagabria Damir Krsticevic durante un incontro con i giornalisti. Secondo quanto riferisce l'emittente "N1", Krsticevic ha detto che la questione "supera le spaccature tra i partiti e soltanto con il sostegno di tutte le istituzioni possiamo portare al termine questo compito". L'acquisto di caccia militari, secondo Krsticevic, "deve essere una decisione strategica a lungo termine". Nel mese di gennaio, la Croazia e l'Israele hanno scisso ufficialmente l'accordo sull'acquisto di 12 caccia F-16. Krsticevic aveva detto che "la scissione del contratto non comporta nessuno svantaggio finanziario per la Croazia". Krsticevic ha inoltre affermato che "il ministero rimane a disposizione per cooperare con i partner israeliani".

(Agenzia Nova, 3 luglio 2019)


Onorificenza della Comunità ebraica a Eike Schmidt

Eike Schmidt, direttore degli Uffizi
FIRENZE - Menorah d'Oro 2019 a Eike Schmidt. E' l'alta onorificenza che il Benè Berith di Roma (associazione non governativa internazionale che si occupa di diritti dell'uomo) consegnerà giovedì 4 luglio a Firenze al direttore degli Uffizi nell'ambito del Balagan Cafè, organizzato dalla Comunità Ebraica di Firenze in collaborazione con il Comune di Firenze nell'ambito del calendario dell'Estate Fiorentina e con il contributo della Regione Toscana.

 Menorah d'Oro
  La serata, dal titolo "L'arte e la cultura" prevede la consegna del Menorah d'Oro alle ore 20 in Sinagoga; si tratta di un premio conferito ogni anno dal Benè Berith a quanti, nel mondo della cultura, della politica, dell'imprenditoria e della società civile, si sono particolarmente distinti per la loro azione contro ogni fenomeno di razzismo e di intolleranza. Oltre a Eike Schmidt sarà presente Federico Ascarelli, presidente del Bené Berith di Roma.

 Quartetto Amitiè in concerto
  A precedere la cerimonia, alle ore 19,30, il concerto del Quartetto Amitié (Marco Lorenzini e Claudio Freducci, violini; Fabrizio Merlini, viola; Sandra Bacci, violoncello) del Conservatorio Cherubini di Firenze, diretto dal maestro Marco Lorenzini. Il programma prevede brani inediti di Federico Consolo, provenienti dall'archivio del Conservatorio. Consolo è una delle figure più internazionalmente più note fra gli studiosi di musica ebraica, in particolare per il suo fondamentale volume del 1892, pubblicato a Firenze, "Libro dei Canti d'Israele", in cui trascrive una ricchissima selezione del repertorio musicale della liturgia sefardita livornese: il conservatorio di Firenze ne conserva un grande archivio di pubblicazioni, manoscritti e testi autografi.

 Apericena e concerto
  A seguire, alle ore 20,30, apericena con le prelibatezze della tradizione culinaria ebraica narrate e cucinate da Michele Hagen e dallo chef Jean Michel Carasso. Chiusura di serata in musica con il Quartetto Amitié e il maestro Lorenzini in "Quartetto per archi n. 2" di Consolo e "Quartetto per archi, primo movimento, Allegro" di Lorenzini. La serata è organizzata grazie al contributo dei fondi otto per mille dell'Unione delle Comunità Ebraiche italiane.

Il Balagan Cafè è in programma nei giardini della Sinagoga in via Farini, 6 fino al 18 luglio e il 5 e 22 settembre. Il tema scelto per questa edizione è "Il Sogno". Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso gratuito; apericena, offerta consigliata 10 euro.

(StampToscana, 3 luglio 2019)



La Germania risarcisce i vedovi dei sopravvissuti alla Shoah

La Claims Conference ha ottenuto che la Germania estenda ai coniugi dei sopravvissuti alla Shoah le pensioni di risarcimento. Ogni vedovo o vedova riceverà una «reversibilità» per nove mesi dalla morte del coniuge.

di Davide Frattini

GERUSALEMME Un quarto dei 200 mila sopravvissuti all'Olocausto che abita in Israele è in difficoltà economiche. Negli Stati Uniti sono 35 mila su 140 mila a vivere sotto la soglia di povertà. A 74 anni dalla fine della guerra sono spesso le loro mogli o mariti a ritrovarsi senza l'unico aiuto del risarcimento garantito dalla Germania, quando il coniuge muore.
   Adesso i tedeschi hanno accettato di estendere il pagamento alla compagna o al compagno di vita del sopravvissuto per nove mesi dalla scomparsa: 30 mila persone avranno diritto all'indennità, delle quali 14 mila in modo retroattivo. L'operazione costerà al governo di Berlino quasi 900 milioni di euro nel 2020 ed è stata negoziata dalla Claims Conference, l'organizzazione ebraica internazionale che gestisce e distribuisce alle vittime i risarcimenti definiti con la Germania. «Molti sopravvissuti hanno dovuto arrangiarsi per molti anni», spiega il negoziatore Greg Schneider all'agenzia Associated Press, «e le famiglie non possono di certo contare sull'eredità. Questi mesi danno qualche respiro».
   Berlino ha anche accettato di spendere 44 milioni di euro in più (per un totale di 524 milioni nel 2020) per i servizi sanitari e di assistenza ai sopravvissuti. A partire dal 1952 ha pagato in tutto oltre 70 miliardi di euro.
   Le pensioni elargite dalla Germania per essere scampati all'orrore dello sterminio nazista sono spesso insufficienti, poco sopra i 400 euro al mese e dovrebbero superare i 500 euro nei prossimi due anni. Il governo israeliano paga di suo 4.000 shekel all'anno ( circa 1.000 euro) ma alcuni non hanno diritto agli indennizzi tedeschi perché sono stati accordati solo a chi è immigrato nello Stato ebraico prima del 1953. Diseguaglianze causate dalla burocrazia che i ministri delle Finanze hanno cercato di correggere. Figlio di un sopravvissuto all'Olocausto, ad esempio, l'ex titolare delle Finanze Yair Lapid ha introdotto riforme per migliorarne le condizioni di vita e i suoi successori hanno continuato ad allargare i benefici come le cure mediche gratuite.

(Corriere della Sera, 3 luglio 2019)


Conferenza economia in Bahrain, il caso degli imprenditori palestinesi

Doveva essere una normale partecipazione a una conferenza sull'economia della pace. E invece quella svoltasi in Bahrain per alcuni imprenditori palestinesi è divenuta sinonimo di arresti e di pericolo di vita.
   Ma andiamo con ordine.
   L'amministrazione Trump ha organizzato in Bahrain un summit nell'ambito del piano di pace portato avanti da Washington, che ha visto la presenza di Israele con uomini d'affari e giornalisti, anche se non con una delegazione ufficiale.
   Secco rifiuto, invece, per l'Autorità nazionale palestinese che non ha partecipato per protesta contro il disegno americano. Tanto che ha dato mandato alle sue forze di sicurezza di dare la caccia ai partecipanti palestinesi, che invano hanno tentato di nascondere la loro presenza.
   Come Saleh Abu Mayala, che è stato arrestato dall'Anp, per poi esser rilasciato sotto la pressione degli Usa.
   Ashraf Ghanam, un altro imprenditore palestinese presente in Bahrein, è riuscito a sfuggire all'arresto. Il titolare di un'azienda di mobili a Hebron ha raccontato al Jerusalem Post:
"Temo per la mia vita e non posso tornare a casa mia. Sono riuscito a scappare. I servizi segreti hanno perquisito la mia casa per più di tre ore, hanno confiscato molti documenti, compresi il mio passaporto e le carte di credito. Uno degli agenti ha preso il telefono di mio fratello e mi ha chiamato, ingiungendomi di consegnarmi. Ora sono in un posto sicuro Ma non sono fuggito in Israele".
Ghanem ha detto di esser stato minacciato da Autorità Palestinese e Fatah già prima di recarsi in Bahrain:
"Mi dicevano che sarei morto se fossi andato alla conferenza economica Ma io non ho fatto nulla di sbagliato. La legge palestinese non vieta a nessuno di partecipare a una conferenza. Io pago circa 20.000 shekel di tasse ogni mese all'Autorità palestinese. Ora vogliono punirmi solo perché sono andato a una conferenza economica. Ma cosa ha fatto l'Autorità Palestinese per gli abitanti di Hebron? Tutti i progetti che vedete a Hebron sono finanziati dalla comunità internazionale. Dove vanno i soldi? Dove sono i miliardi di dollari che l'Autorità Palestinese ha ricevuto per aiutare i palestinesi?"
Domande a cui difficilmente l'Anp darà risposte. Risposte che però dovrebbe esser date dai paesi che questi soldi li riversa nelle casse palestinesi, "convinti" di aiutare la popolazione ma che in realtà vengono utilizzati per altri scopi…

(Progetto Dreyfus, 3 luglio 2019)


La guerra dell'Iran a Israele per interposti terroristi palestinesi

Un analista di Hamas espone in dettaglio il sostegno garantito da Teheran ai jihadisti di Gaza ad ogni livello: politico, militare, finanziario,

In un articolo pubblicato lunedì scorso sul quotidiano di Hamas Al-Resalah, l'analista politico Hamza Abu Shanab ha esposto in dettaglio la lunga storia del sostegno garantito dall'Iran all'organizzazione jihadista palestinese che controlla la striscia di Gaza. "Fin dalla sua nascita, la rivoluzione islamica iraniana ha instaurato un rapporto speciale con i partiti della rivoluzione palestinese" scrive Shanab che risiede a Gaza e, secondo il New York Times, è su posizioni molto vicine a Hamas.
L'analista sottolinea come l'Iran, nonostante un certo raffreddamento nei rapporti coi palestinesi, sia attualmente l'unico paese che fornisce sostegno militare alla "resistenza" palestinese. E sottolinea il sostegno che la Repubblica Islamica ha garantito anche al gruppo Jihad Islamica palestinese sin dalla sua fondazione, nei primi anni '80, e la speciale relazione tra l'Iran e il "Movimento di resistenza islamica Hamas" sin dalla sua creazione, alla fine degli anni '80....

(israele.net, 3 luglio 2019)


Un interruttore cambia colore alla strage

Con l'eccidio di Bologna i "neri" non c'entrano. La "sicura" ritrovata dimostra che l'esplosione fu un incidente. Ritorna la pista palestinese.

di Renato Farina

Tra i reperti della strage di Bologna (2 agosto 1980, 85 morti) i periti del Tribunale hanno rintracciato un interruttore «che non aveva alcuna ragione di esserci». Era un congegno di sicurezza. Fatto apposta per impedire l'esplosione. Una sicura. Non ha funzionato. I periti hanno dedotto con logica elementare che davvero fu «una strage per caso». La deflagrazione imprevista travolse chi portava con sé l'esplosivo, destinato altrove. Dunque ...
  1) Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, condannati in via definitiva all'ergastolo per questo eccidio, sono innocenti.
  2) La strage fascista, proclamata in quei giorni di agosto come verità assoluta, è un mito ideologico costruito a tavolino.
  3) Occorre una revisione del processo.
  Ma lo sapevamo già in tanti che Mambro e Fioravanti, capi dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari, estrema destra), non c'entravano nulla con quel sangue. Francesco Cossiga lo sostenne fino all'ultimo giorno della sua vita. Ora l'intervista raccolta da Beatrice Nencha ad Adriano Monti, oggi 89enne, nome in codice Siegfried, agente dei servizi segreti informato sui fatti, dà un'ulteriore conferma di questa verità.

 Diritto alla verità
  Posso dirlo? Sono contento per Francesca e Valerio, ma credo sia un diritto anche delle vittime e di una nazione conoscere la verità. Almeno provare ad avvicinarsi senza timore di sconvolgere certezze preordinate e incartate in sentenze che da anni persone di svariate idee politiche ritengono bugiarde. Da Luigi Manconi a Giovanni Minali, da Sandro Curzi fino ai giornalisti de Il manifesto Rossana Rossanda e Andrea Colombo. Ebbi occasione di parlare con Nadia Mantovani sin dal 2004, faceva parte della direzione strategica delle Brigate Rosse: nessuno tra i Br - mi disse - ha mai creduto Membro e Fioravanti (che hanno sempre negato l'etichetta di neo-fascisti).
  Trascrivo qualche stralcio della testimonianza che mi ha dettato Francesco Cossiga l' 11 luglio del 2008 e che è poi confluita in volume (Cossiga mi ha detto, Marsilio). Oggi essa ha una potenza di testimonianza capitale.
  Cossiga: «Sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980 sono convinto, arciconvinto, che c'entri il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Questo fronte è ancora adesso operante a Gaza, ed è un residuato marxista-leninista tollerato da Hamas. Il suo fondatore e capo era George Habbash, morto in Iraq e ispiratore dell'assalto e del sequestro dell'Achille Lauro (7 ottobre 1985). L'uomo di Sigonella che lasciammo partire per Belgrado, mentre era inseguito dagli americani, ma al quale noi avevamo concesso un salvacondotto. Colpevolmente, sulla base di informazioni sbagliate fornitemi dalla magistratura, avevo dichiarato essere quella del 2 agosto una bomba fascista. Non è così. C'era un "lodo Moro", come ho in questi ultimi anni più volte ricordato».

 La ricostruzione
  Di che si trattava? Cossiga: «I palestinesi garantivano all'Italia una sorta di immunità dai loro attentati a condizione che noi lasciassimo circolare per il nostro territorio esplosivi e armamenti necessari alla loro "lotta di liberazione". Essi rispettarono questo accordo. Il problema nacque dopo che la polizia stradale sorprese un capoccione dell' Autonomia, Daniele Pifano, con due suoi sodali, mentre trasportava due lanciamissili terra-aria (Sam-7 Strela) di fabbricazione sovietica, pronti per essere imbarcati al porto di Ortona a Mare, dalle parti di Chieti, sulla motonave Sidon diretta in Libano. Fu arrestato anche Saleh Abu Anzeh, il rappresentante in Italia del FplP. Quando ho appreso, grazie alle carte della Mitrokhin, la presenza a Bologna in quel 2 di agosto, di Ilich Rarnirez Sanchez alias Carlos, alias lo Sciacallo, e al lavoro come guerrigliero senza confini per conto di Habbash, quanto già avevo saputo dai carabinieri nell'immediatezza degli eventi ha trovato conferma».

 Messaggio di minaccia
  Ad Aldo Cazzullo aveva già spiegato come era venuto a saperlo: «Divenni presidente del Consiglio poco dopo, e fui informato dai carabinieri che le cose erano andate così. Anche le altre versioni che raccolsi collimavano. Se è per questo, i palestinesi trasportarono un missile sulla macchina di Pifano, il capo degli autonomi di via dei Volsci. Dopo il suo arresto ricevetti per vie traverse un telegramma di protesta da George Habbash, il capo del Fronte popolare per la liberazione della Palestina: "Quel missile è mio. State violando il nostro accordo. Liberate subito il povero Pifano!» (Corriere della Sera, 8 luglio 2008) .
  Mentre discutevamo di tutto questo, in un casale nei pressi di Arezzo, controllando su Internet rintracciai un freschissimo messaggio di minaccia da parte di quel gruppo palestinese, via Beirut, diretto proprio contro Cossiga per quelle frasi riferite da Cazzullo. Il Gattosardo si sbizzarrì al telefono con i capi dei servizi segreti e dei carabinieri. Li strapazzò. E aggiunse: «C'è in corso un altro lodo (dopo quello Moro, ndr}, il lodo Pollari-D'Alema che ci protegge da attentati in Libano e tutela l'Italia. Non escludo affatto che uno dei segreti di Stato che il generale Nicolò Pollari conserva sia stato proprio questo patto: con esso ci ha salvato almeno dalle minacce provenienti da quel settore e dai gruppi di terroristi o tutelati dall'Iran».

 Certezza morale
  Questa testimonianza di Cossiga fece infuriare alcuni magistrati bolognesi. Non li indusse a modificare le loro convinzioni, figuriamoci. Tanto meno modificò le certezze dei capi dell'associazione di familiari delle vittime. Più testarda dei fatti, in certe teste, è il marmo dell'ideologia. Da parte mia avevo già raggiunto una certezza morale opposta a quella consacrata. Non erano certezze da riferire in Tribunale, attengono alla sfera esistenziale. Sono convinzioni che cercano verifiche. Io conobbi Valerio Fioravanti e poi Francesca Mambro nel 1996, attraverso degli amici che mi proposero di incontrarli. Io stimavo e volevo bene al pittore Pablo Echaurren, un grande artista, ed ero amico da anni di Luigi Manconi, i quali mi parlarono di Valerio Fioravanti. Incontrando e intervistando Valerio Fioravanti, ho incontrato Francesca Mambro, che lui amava molto, e sono diventato loro amico, sono stato al battesimo della figlia Arianna. Erano in cella a Rebibbia. Avevano avviato un radicale ripensamento sui loro atti e sulla loro vita. Avevano ucciso. Ma quella strage no. Erano colpevoli di una serie orrenda di dieci omicidi terroristici, ma quella roba no. Gli credetti. Rischiai sull'amicizia. In un'amicizia provata non ci si mente. E' la forma di conoscenza su cui si regge la vita quotidiana. E adesso alle certezze morali si è aggiunto un interruttore molto testardo, ritrovato 38 anni dopo.
  A Bologna fu uno sciagurato incidente di comunisti palestinesi, non un attentato di fascisti italiani.

(Libero, 3 luglio 2019)


"Gerusalemme, viaggio al centro del mondo"

Ad Haifa con il libro di Sandra Manzella

HAIFA - L'Istituto Italiano di Cultura di Haifa ospiterà mercoledì 3 luglio, alle ore 19.00, la presentazione del libro "Gerusalemme, viaggio al centro del mondo" di Sandra Manzella.
Il volume è un reportage che rivolge particolare attenzione all'attualità, alla complessità storica e sociale della città, all'incontro con persone in contesti diversi e contrastanti tra loro, superando apparenze e pregiudizi. Le coordinate culturali forniscono elementi utili a un primo approccio al territorio: una sorta di lettura del paesaggio, dagli spazi ai tempi e alle persone. La consapevolezza di questo mosaico permette di capire lo spirito della Città Vecchia, di attraversare i confini invisibili dei suoi quartieri e di percepirne le peculiarità della vita quotidiana. I difficili eventi del luglio 2014 (incursione via terra a Gaza) e quelli recenti dell'estate 2017 (accesso alle zone di preghiera islamiche) sono riportati cercando di captare le ragioni di entrambe le parti coinvolte tramite l'incontro con le persone che lì vivono. Non mancano accenni alle nuove scoperte archeologiche e alle problematiche che queste sollevano nel "riscrivere" le storie della città.
Sandra Manzella è nata a Brescia e vive a Mantova. Dopo la laurea in lingue e letterature straniere all'Università di Verona, ha conseguito il diploma in Scienze Religiose presso l'Istituto "San Francesco" di Mantova e ulteriori specializzazioni in ambito linguistico-didattico in Italia e nel Regno Unito. Ha lavorato nel mondo del turismo e attualmente è insegnante di lingua inglese. È appassionata di archeologia biblica. Compie regolarmente viaggi nel vicino oriente per approfondire temi storico-sociali e da sempre si occupa di dialogo interreligioso attraverso articoli e attività divulgative.

(AISE, 2 luglio 2019)


Sondaggio sulla popolazione in Israele: gli abitanti sono oggi arrivati a 9 milioni

La popolazione israeliana ha raggiunto quota 9 milioni di individui. I dati, presentati dall'Ufficio centrale di Statistica israeliano alla vigilia di Yom Ha'azrnaut, rivela che 6.697.000 sono ebrei (74,2%) e 1.890.000 arabi (20.9%). Inoltre vi sono 434.000 persone che sono cristiani non arabi o membri di altre minoranze religiose. Il 75% degli ebrei è nato in Israele.
Dall'ultimo giorno dell'Indipendenza la popolazione è cresciuta di 177.000 unità, pari a un +2%. In questo periodo, sono nati 188.000 bambini, 47.000 persone sono morte e 31.000 immigrati si sono stabiliti nel Paese.
Dall'istituzione di Israele nel 1948, 3,2 milioni di immigrati si sono trasferiti in Israele, con circa il 43% di essi dopo il 1990. Secondo i dati, si prevede che la popolazione del paese raggiungerà 15,2 milioni di persone entro il 100o anno dello Stato ebraico, nel 2048. Nel 1948 vivevano in Israele solo 806.000 persone, la popolazione ebraica globale era di 11,5 milioni, e solo il 6% era in Israele. Oggi, il 45% degli ebrei del mondo vive in Israele.
Al momento dell'istituzione dello Stato di Israele, solo una città aveva più di 100.000 residenti, Tel Aviv-Yaffo, mentre oggi sono ben 14: si tratta di Gerusalemme, Tel Aviv-Yaffo, Haifa, Rishon Letzion, Petah Tikvah, Ashdod, Netanya e Beer Sheva. La capitale Gerusalemme è la città più popolata, con circa 883.000 residenti, pari a quasi il 10% della popolazione.
Nel 1949, Israele aveva solo 500 città e paesi, mentre oggi se ne contano oltre 1.200.

(Bet Magazine Mosaico, giugno 2019)



Ehud Barak riscende in campo e la sinistra israeliana vuole per sé la sua "libido"

di Rolla Scolari

MILANO - E' tornato sulla scena politica forte delle caratteristiche che gli riconoscono tutti in Israele: protagonismo, verve, passione politica che lo rendono incredibilmente simile al suo rivale. Ehud Barak, ex capo di stato maggiore (il più lungo in carica), l'ufficiale più decorato dell'esercito israeliano, ex primo ministro, ex ministro della Difesa è sceso in campo un'altra volta con un obiettivo dichiarato: spodestare re Netanyahu.
   Tutti gli attori protagonisti sulla scena hanno servito in qualche modo sotto di lui, o prima o dopo. Lo stesso Benjamin Netanyahu è stato suo soldato, e quando Barak, 77 anni, era capo di Stato maggiore, Benny Gantz era un semplice colonnello. Ecco: Benny Gantz, l'uomo che con la sua recente alleanza di generali-il partito Blu e Bianco-avrebbe voluto strappare il potere alle scorse elezioni di aprile a Bibi. E' a lui che è indirizzato in parte il primo messaggio di Barak, che presenta il suo ritorno come necessario per la salvezza del paese. Per il quotidiano della sinistra liberal Haaretz è un po' come se lui con la sua mossa inattesa avesse voluto dire a tutti:
   "Hey, toglietevi di mezzo, vi faccio vedere io come si fa" a mandare in pensione Bibi.
   Ehud Barak è l'unico a essere considerato alla pari di Netanyahu in Israele. Certo, è capace di attaccare con gli stessi toni del rivale. E come lui ha appreso l'arte dei social media, sui cui compaiono video di uno o due minuti in cui la sua oratoria convincente cerca la complicità dell'ascoltatore. "La mancanza di fame di potere, la mancanza di fuoco in pancia sono stati i problemi della ultime elezioni - ha detto la settimana scorsa annunciando la nascita di un suo partito ancora senza nome - Netanyahu ha combattuto come una animale ferito, che lotta per la sopravvivenza". E' stato un colpo mirato alla scarsità di empatia attribuita al finora solo sfidante credibile di Bibi, il generale Gantz, anche leader dell'unico blocco negli ultimi dieci anni che ha rifiutato di entrare in coalizione con il premier.
   Netanyahu, costretto da un voltafaccia dell'antico alleato Avigdor Lieberman ad annunciare nuove elezioni il 17 settembre (non è riuscito a formare un governo dopo il voto di aprile), non è l'unico animale ferito di questa difficile stagione politica israeliana: il suo Likud e in generale la destra sono pieni di fratture e malumori; il partito Blu e Bianco di Gantz è già in crisi di identità; la sinistra è da anni nel mezzo di un'emergenza esistenziale. Ed è qui che si inserisce Barak: "Prova a ridare un po' di libido alla campagna elettorale della sinistra, essendo uno dei pochi politici a creare passione", dice al Foglio Sefi Hendler, professore all'università di Tel Aviv ed editorialista di Haaretz. Il suo ritorno "può creare una dinamica a sinistra". Sarebbe infatti l'unico capace di unire una sinistra frammentata, e molto dipenderà anche da quanto accadrà alle primarie laburiste previste per oggi, indette dopo l'uscita di scena del debole segretario Avi Gabbay. I tre maggiori sfidanti - Amir Peretz, Itzik Shmuli e Stav Shaffir - hanno dedicato le forze residue a cercare alleanze con il futuro movimento dell'antico leader. "Un nuovo partito di Barak oltre a compattare un blocco a sinistra - dice Hendler - aiuterebbe Blu e Bianco a sembrare più di centro-destra, e quindi a rubare voti a Netanyahu. In modo paradossale, Barak sembra nuovo sulla scena, perché parla bene, è una chiara voce di opposizione: no a Bibi, no alla destra messianica. Ha una retorica forte, e in questo somiglia molto a Netanyahu. A Gantz manca questa cattiveria". Ed è questa "cattiveria" ad averlo fatto vincere nel 1999 contro Netanyahu: l'ultima volta in cui la sinistra in Israele ha avuto successo. Sono passati vent'anni ma per gli amanti dei parallelismi storici: passarono circa 20 anni anche tra la il primo mandato di Yitzhak Rabin, nel 1974, e la sua vittoria alle elezioni del 1992.
   E' presto per dipingere l'annuncio di Barak come una minaccia per Netanyahu, che negli ultimi anni ha neutralizzato ogni possibile rivale. Barak è sì un rivale storico ma anche un ex alleato che gli è stato vicino: c'è chi pensa, come ha scritto Anshel Pfeffer, biografo di Netanyahu, che invece di spodestare il re, Barak possa finire per servirlo ancora.

(Il Foglio, 2 luglio 2019)


L'Iran provoca e supera il limite di uranio

Teheran vuole spingere l'Europa a fare pressioni sulle sanzioni Usa

di Chiara Clausi

BEIRUT - È l'ultima provocazione dell'Iran. La Repubblica islamica ha superato il limite di 300 chili di uranio arricchito, una delle clausole dell'accordo sul nucleare del 2015. Teheran ha così per la prima volta infranto il trattato, dopo che gli Stati Uniti si sono ritirati nel maggio del 2018, e ad annunciarlo è stato lo stesso ministro degli esteri Javad Zarif. «Consideriamo questo passo - ha precisato - come parte dei nostri diritti nell'ambito dell'accordo nucleare». Zarif ha anche definito come «insufficienti» gli sforzi dei Paesi europei per l'attivazione dello strumento finanziario Instex. Il meccanismo, operativo da sabato, ora permette di scambiare merci tra compagnie iraniane e straniere senza transazioni finanziarie dirette. Ma l'Iran aveva già comunicato che avrebbe superato il limite dei 300 chili entro il 7 luglio. Ha avvertito che «la fase successiva sarà l'arricchimento dell'uranio oltre l'attuale livello del 3, 75 per cento», una minaccia più grave, perché al livello attuale non è possibile l'uso militare ma solo come combustibile civile. La conferma di quanto è avvenuto è arrivata anche dall'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea). «Possiamo confermare che le scorte di uranio arricchito dell'Iran hanno superato il limite dell'accordo».
   Ma l'Iran non si vuole fermare qui. Il portavoce del ministero degli Esteri ha avvertito che Teheran ha in programma di sospendere altri impegni dell'accordo entro 10 giorni se le potenze europee non adotteranno «misure pratiche e tangibili» per implementare l'Instex, giudicato ancora insufficiente. Ma le nuove mosse sono destinate ad alimentare l'escalation tra Washington e Teheran, cominciata un anno fa con il ritiro americano dal trattato e l'imposizione di nuove sanzioni. Una guerra economica che è diventata calda quando il 20 giugno scorso i Pasdaran hanno abbattuto un drone americano sullo Stretto di Hormuz. La rappresaglia americana è stata fermata da Donald Trump 10 minuti prima che cominciassero i raid.
   Ora molto dipende dagli europei, che sostengono la validità dell'accordo nucleare e ritengono che la decisione di Trump sia stata un grave errore, perché non fa altro che rendere più forte la fazione intransigente in Iran e indebolire chi sostiene posizioni più pragmatiche. Come spiega Ali Alfoneh, analista di Arab Gulf States Institute di Washington, «l'economia iraniana sta soffrendo a causa del peso delle sanzioni statunitensi e nessuna delle iniziative adottate da Ue, Cina e Russia può offrire alla Repubblica islamica un effetto positivo sull'impatto di tali sanzioni». Questo è il motivo per cui il regime «sta alzando la posta in gioco». Teheran spera che gli europei a loro volta aumenteranno la pressione su Washington perché allenti le sanzioni. «La Repubblica islamica lo sta facendo con diversi mezzi- continua Alfoneh - : attraverso il sabotaggio contro spedizioni di petrolio verso il mercato globale, dimostrando la sua volontà di ridurre i suoi impegni» all'interno dell'accordo sul nucleare. «La domanda da farsi è - puntualizza -: questo approccio produrrà il risultato desiderato da Teheran, o provocherà gli Stati Uniti che intraprenderanno un'azione militare che la Repubblica Islamica non può permettersi».

(il Giornale, 2 luglio 2019)


Nel cuore di Gerusalemme

Una straordinaria scalinata, su cui quasi certamente camminò anche Gesù, conferma - a dispetto di ogni campagna di menzogne - la realtà storica che lega Gerusalemme all'ebraismo (e al cristianesimo)

Antico e nuovo sono inestricabilmente intrecciati, a Gerusalemme, un fatto che è apparso più evidente che mai durante l'emozionante inaugurazione, domenica, del sito archeologico "la Via del Pellegrinaggio", nel parco archeologico della Città di David.
Il direttore del Jerusalem Post, Yaakov Katz, aveva rivelato in esclusiva, nel magazine dello scorso fine settimana, il progetto di aprire a turisti e pellegrini una sezione di 250 metri, da poco portata alla luce, dell'antico percorso che collegava la "piscina di Shiloah" (Siloe) al Monte del Tempio. La Via del Pellegrinaggio, come è ormai risaputo, conduce dalla vasca di Shiloah al cosiddetto Arco di Robinson, adiacente al Muro Occidentale, l'ultimo muro esterno rimasto del complesso del Secondo Tempio ebraico. Ascendendo in stato di purità dopo l'immersione rituale nella vasca di Shiloah, i pellegrini ebrei percorrevano questo tragitto per salire al Tempio stesso....

(israele.net, 2 luglio 2019)


La Siria lancia missili contro aerei israeliani e colpisce Cipro

Damasco ha lanciato missili di fabbricazione russa contro gli israeliani che stavano bombardando postazioni vicine a Homs: uno di questi è caduto a Cipro nella zona occupata dai turchi.

di Guido Olimpio

Una lunga notte nei cieli del Mediterraneo Orientale. Caccia israeliani hanno condotto raid su target in Siria provocando la reazione della difesa: un missile anti-aereo siriano è caduto nella parte settentrionale di Cipro. L'aviazione Usa ha invece colpito ad Aleppo la sede di un gruppo di ispirazione qaedista sospettato di preparare attacchi terroristici.

 Morti civili e militari
  Seguendo uno schema già visto i velivoli di Israele hanno violato la spazio libanese e da qui hanno lanciato i loro missili in direzione di due aree: Damasco e Homs. I target sarebbero state installazioni usate da iraniani e Hezbollah libanesi, strutture prese di mira ripetutamente in questi anni. Per le autorità nell'attacco sono morti 15 tra militari e civili. L'incursione ha provocato la reazione della contraerea che ha sparato salve di missili. Uno di questi ha terminato la sua corsa a circa 190 miglia di distanza, nella zona occupata dai turchi a Cipro.

 I resti dell'ordigno
  I resti dell'ordigno - forse un S 200 di fabbricazione russa - sono stati trovati dalla polizia a nord del villaggio di Vouno/Taskent, distante una ventina di chilometri da Nicosia. Erano ai piedi di una montagna dove «spicca» una gigantesca bandiera turco-cipriota, un vessillo dipinto dalle autorità locali e ben visibile anche da grande distanza. Secondo una prima valutazione l'arma potrebbe essere stata intercettata o deviata da un sistema anti-missile. Per fortuna non ha causato danni importanti, ma come ha osservato l'esperto israeliano Avi Scharf al momento dell'incidente in questo quadrante erano presenti diversi aerei passeggeri. Va ricordato come gli apparati siriani, nel settembre 2018, abbiano abbattuto per errore un ricognitore russo IL 20 nello spazio di mare compreso tra Latakia e Cipro, disastro avvenuto nel mezzo di un'incursione da parte dell'aviazione di Gerusalemme.

 Azione preventiva
  Sempre nello scacchiere è da segnalare l'attività statunitense. Un drone o un caccia ha condotto un bombardamento nell'area di Aleppo. L'obiettivo il gruppo Hurras al Din, affiliato ad al Qaeda, forte di circa 2 mila combattenti. Numerosi quadri - fonti locali parlano di 6 «ufficiali» - sono stati uccisi dalle bombe, tra loro due tunisini, due algerini ed un egiziano. Nella versione fornita dal Comando Centrale i militanti stavano pianificando attentati contro gli Stati Uniti e i loro partner. Una spiegazione che di solito è usata per giustificare atti preventivi. Azioni americane di questo tipo sono abbastanza rare in Siria (l'ultima, nota, risale a due anni fa), evidentemente il Pentagono ha raccolto informazioni che hanno determinato la missione.

(Corriere della Sera, 1 luglio 2019)


A Ferrara, l'ebraismo in note

 
Più di 200 coristi riuniti sul palco del Teatro comunale di Ferrara "Claudio Abbado" che intonano l'Hatikvah di fronte ad un pubblico commosso: questo il gran finale della 7a edizione del Festival dei Cori Ebraici Europei. A dare il saluto della città, l'assessore alla Cultura Marco Gulinelli che ha sottolineato l'importanza dell'universalità della musica "che si sposa con un'altra parola: la libertà". "Una iniziativa - ha ricordato il presidente del coro romano Ha-Kol Richard Di Castro - resa possibile grazie al contributo dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, del Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah, Comune di Ferrara, Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Ferrara Musica, della Comunità ebraica di Ferrara, l'Associazione Daniela Di Castro e l'Associazione Circolo Negozianti Palazzo Roverella". L'emozione alla fine della iniziativa è condivisa dal direttore del Meis Simonetta Della Seta, orgogliosa di aver contribuito a portare la musica ebraica al Meis e a Ferrara dopo un lavoro di due anni. "Se il compositore Salomone Rossi fosse qui oggi - ha concluso il presidente del EUAJC Anthony Cohen - sarebbe fiero di noi".
La rassegna culturale è stata anche l'occasione per un incontro tra la presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni e il nuovo Consiglio della Comunità ebraica ferrarese, guidato dal presidente Fortunato Arbib. Assieme a rav Luciano Caro, rabbino capo della città, al vicepresidente UCEI Giulio Disegni e al Consiglio sono state analizzate le sfide per la piccola comunità e le questioni per cui è necessario il supporto dell'Unione. Gli iscritti ferraresi hanno inoltre dato la propria prospettiva sui temi in merito al futuro dell'ebraismo e ai rapporti con le istituzioni italiane.

(moked, 1 luglio 2019)


Israele e Italia insieme. Anche nello spazio (Shalom)

La missione del satellite iperspettrale Shalom che partirà con un lanciatore europeo Vega attorno al 2023 è stata al centro del workshop tra Italia e Israele, che si è svolto oggi nella sede dell'Agenzia spaziale italiana

di Michela Della Maggesa

C'è stata la missione del satellite iperspettrale Shalom (acronimo per Spaceborne Hyperspectral Applicative Land And Ocean Mission), che partirà con un lanciatore europeo Vega attorno al 2023, al centro del workshop tra Italia e Israele, che si è svolto oggi nella sede dell'Agenzia spaziale italiana. Questa missione consoliderà la cooperazione tra le Agenzie spaziali nazionali (Asi ed Isa) nell'ambito delle attività di osservazione della Terra ed aprirà nuove opportunità di business per le aziende di entrambi i Paesi. Italia e Israele hanno molte esigenze comuni in ambito spaziale, come ricordato dal presidente dell'Agenzia spaziale italiana, Giorgio Saccoccia, e dall'Ambasciatore d'Israele in Italia, Ofer Sachs. La collaborazione tra i due Paesi in ambito scientifico comincia infatti nel 2000 e prosegue nel 2009 e nel 2011, con la firma di accordi aventi ad oggetto le attività spaziali a scopo pacifico.

 L'evento all'Asi
  "Eventi come l'Italy-Israel Industry Workshop on Space Technologies hanno un forte potenziale strategico per sfruttare le sinergie tra le nostre industrie ed ecosistemi di ricerca. Un bilaterale che vede confrontarsi le due Agenzie spaziali, le istituzioni e le numerose aziende, costituisce un'occasione unica che riflette gli interessi condivisi e la complementarietà delle rispettive capacità", ha dichiarato Sachs. "Negli ultimi anni lo Stato d'Israele è stato coinvolto in progetti internazionali di ricerca spaziale, guadagnandosi una reputazione mondiale, grazie ai suoi successi e alle sue applicazioni. L'attività di ricerca del settore spaziale in Israele contribuisce sostanzialmente all'economia del Paese e si pone come traino per la ricerca in alcuni settori strategici. L'industria spaziale si configura come uno dei campi in comune in cui la cooperazione concorre al raggiungimento di importanti obiettivi per l'intera comunità".
"Nel settore spaziale (uno dei segmenti a maggiore crescita nel 2018, dopo la cyber degli anni precedenti, ndr) - spiega ad Airpress l'Ambasciatore - Israele ha acquisito grandi capacità negli ultimi anni e, assieme all'agroalimentare, sta attirando ingenti investimenti, pubblici e privati. Nello spazio in particolare, molte start-up sono cresciute ed hanno messo a punto soluzioni e tecnologie innovative da utilizzare in diversi ambiti. Israele necessita di collaborare con altre nazioni ed è per questo che la cooperazione con l'Asi, con i centri di ricerca e con l'industria italiana è per noi importante. La partnership con l'Italia in questo settore è pertanto naturale. L'evento di oggi - conclude Sachs - va nella direzioni di creare nuove opportunità, sotto l'ombrello delle due Agenzie spaziali, anche da un punto di vista industriale".

 Le parole di Saccoccia
  "L'incontro di oggi - afferma Saccoccia - è un momento determinante per fare il punto dei rapporti spaziali tra Italia e Israele, che si fondano su una lunga collaborazione, che ha rafforzato le relazioni tra i due Paesi. Punto focale di questa relazioni è la realizzazione del satellite iperspettrale Shalom, che ha consolidato ulteriormente le relazioni tra le due Agenzie. La tecnologia iperspettrale, che sarà a bordo del satellite, sarà un importante evoluzione del sistema sperimentato recentemente a bordo del satellite dell'Asi, Prisma, che sta mettendo in luce ogni giorno di più le sue qualità e le sue capacità innovative di attento osservatore del Pianeta. Questo per noi è un settore di cui siamo leader assoluti al mondo".
"I legami spaziali - prosegue il presidente Asi - che ci uniscono con Israele non si limitano solamente all'Osservazione della Terra, ma investono più ambiti. La bilaterale di oggi rappresenta, quindi, un'elevata opportunità per incrementare la conoscenza e il continuo sviluppo anche per le rispettive Piccole e Medie Imprese (Pmi), che rappresentano l'ossatura economica delle due nazioni, e che sono una componente essenziale per lo sviluppo tecnologico. Voglio ricordare, inoltre, che l'importanza del settore spaziale come catalizzatore per la crescita del sistema economico nazionale si accentua sempre più, così come il suo ruolo per il rafforzamento dei rapporti diplomatici che consentono alle aziende di crescere".
"Abbiamo già una serie di idee e progetti identificati che stiamo avviando", afferma Saccoccia. "L'Italia ha delle priorità come l'Osservazione della Terra, ma siamo interessati così come gli israeliani all'esplorazione privata dello spazio. Il loro progetto di arrivare sulla Luna (dopo il mancato allunaggio della sonda low cost Beresheet, con cui Israele puntava a diventare il quarto Paese a posare un proprio lander sulla Luna, ndr) sarà portato avanti. L'idea è di esplorare nuove opportunità bilaterali anche per questo tipo di attività".

 Shalom al via
  Il kick off, ovvero l'avvio della realizzazione del progetto definitivo della missione di Shalom, il primo satellite ipersprettrale operativo dopo Prisma, è stato approvato nel 2017 (fase B1), dopo lo studio di fattibilità (fase A), che aveva permesso di stabilire i requisiti di missione, ed oggi - come ci spiega Roberto Formaro, Head of Technology and Engineering Unit di Asi - "sarà iniziata una fase ponte di qualche mese, in parallelo con la fase B1, che continuerà. Dopodiché, appronteremo tutta la documentazione per iniziare con la fase successiva (B2)". Per il prosieguo della missione (50% Italia-50% Israele) il budget sarà definito alla prossima riunione Ministeriale dell'Agenzia spaziale europea. In particolare, l'israeliana Iai (Israel Aerospace Industries) si occuperà della realizzazione del satellite, mentre Elbit costruirà il telescopio e la parte pancromatrica. L'Italia invece avrà la responsabilità dello spettrometro e della fase di calibrazione del satellite. Il segmento di Terra infine lo avranno entrambi i Paesi.
"Quello che abbiamo previsto per il satellite precursore Prisma sarà capitalizzato con Shalom, che avrà caratteristiche più stringenti rispetto al predecessore. Ma mentre Prisma ha un uso applicativo prettamente scientifico-istituzionale, Shalom avrà una vocazione totalmente commerciale e servirà a creare opportunità di business per le aziende israeliane e italiane". I dati raccolti dal satellite serviranno infatti ad incrementare le capacità di monitoraggio e prevenzione di entrambi i Paesi. "Oggi - conclude Formaro - disponiamo di un grande bacino di informazioni provenienti da tutta una serie di sensori in orbita. Rispetto all'Osservazione radar della Terra, che fornisce informazioni prevalentemente dimensionali, l'ipersprettale ci permette di capire di quale materiale è composto quello che stiamo osservando, con tutti i vantaggi che ciò comporta". Shalom sarà dotato di 269 bande, al posto delle 240 del predecessore ed avrà una risoluzione di 10 metri, rispetto ai 30 di Prisma.

(formiche, 1 luglio 2019)


Spazio: Israele vuole sbarcare sulla Luna con nuova sonda privata

"Il mancato allunaggio di Beresheet1 ha rafforzato il nostro convincimento di provare di nuovo a sbarcare sulla Luna"

di Filomena Fotia

Israele proverà nuovamente ad inviare una sonda sul suolo lunare, dopo il fallimento dello sbarco del primo rover privato lunare.
"Il progetto è già avviato e potrebbe concludersi in uno o due anni. Il mancato allunaggio di Beresheet 1 ha rafforzato il nostro convincimento di provare di nuovo a sbarcare sulla Luna", ha dichiarato Leo Vinovezky, direttore del dipartimento relazioni esterne e collaborazioni internazionali dell'Agenzia Spaziale Israeliana, a margine del "workshop industriale Italia-Israele", organizzato dall'Agenzia Spaziale Italiana, dall'Ambasciata d'Israele in Italia e dall'Isa presso la sede dell'Asi.
Il progetto è coordinato da SpaceIL, un'organizzazione no-profit che nel precedente tentativo aveva raccolto 100 milioni di dollari grazie ai contributi di imprenditori, istituti di ricerca, Industrie Aerospaziali Israeliane e la stessa Agenzia Spaziale Israeliana.

(MeteoWeb, 1 luglio 2019)


Raid in Siria contro l'Iran. Israele si difende, Mosca chiude un occhio

Obiettivi di Iran, Hezbollah e regime siriano colpiti nella notte in Siria. Raid probabilmente israeliano per difendersi dall'allineamento che vorrebbe in futuro attaccare lo Stato ebraico. E i russi accettano le incursioni.

di Emanuele Rossi

La Siria è ancora il dossier più teso del Medio Oriente. Dopo che per due giorni unità turche si sono scontrate al nord del Paese con l'esercito locale, nella notte i bombardieri israeliani hanno colpito Homs e Damasco. Si è trattata di una delle più pesanti tra questo genere di operazioni che Israele dal 2013 conduce abitualmente per evitare passaggi di armi tra i Pasdaran e il gruppo Hezbollah (chi scrive, solo negli ultimi, mesi ha registrato: 13 aprile Hama, 17 maggio Damasco, 28 maggio e 2 giugno Quneitra, 3 giugno Homs, 12 giugno Tal al Hara).

 Operare d'anticipo
  Gerusalemme ufficialmente non commenta quasi mai queste interferenze in territorio siriano a sostegno della sua sicurezza nazionale — le intelligence ritengono che le armi che le Guardie della rivoluzione iraniana passano agli Hezbollah saranno usate dal partito/milizia libanese per riaprire il fronte della guerra con lo Stato ebraico nemico, tecnicamente in armistizio dal 2006, e dunque si portano avanti col lavoro cercando di impedire i passaggi (che però sono stati tantissimi e Hezbollah s'è molto rinforzato con il conflitto siriano). Tuttavia gli effetti sono evidenti: gli obiettivi colpiti stanotte sono multipli, centri di ricerca e sviluppo di armamenti a sud di Homs e a nordest di Damasco, un compound dei Pasdaran a Sahnaya (hinterland meridionale della capitale) e secondo l'Osservatorio siriano (una ong basata a Londra che registra quel che succede nel Paese fin dall'inizio della guerra civile) le navi della marina israeliana avrebbero anche centrato una decina di postazioni di Hezbollah sulla costa. Ci sarebbero state perdite sia tra i siriani sia tra iraniani e libanesi. I media locali parlano anche di quattro civili morti, tra cui un bambino, e una ventina di feriti: potrebbero essere dovuti all'intercettazione di uno degli ordigni israeliani da parte della contraerea siriana, che l'ha fatto esplodere a bassa quota sopra un'area abitata di Damasco.

 Gli attacchi
  I cacciabombardieri israeliani colpiscono solitamente dai cieli sopra la costa libanese usando ordigni come le Gbu-39 Sbd, che sono bombe dotate di guida Gps laser e hanno la possibilità di percorrere oltre cento chilometri in planata prima di centrare il bersaglio. Oppure dei missili Delilah, anche loro con capacità stand-off, ossia lanciabili da lontano al bersaglio. Questo garantisce agli aerei della Iaf di tenersi ancora più nascosti dal fuoco della contraerea, che già lo scorso anno aveva prodotto un guasto tecnico a un F-16, costringendo il pilota all'eiezione prima dello schianto. La difesa aerea siriana s'è attivata anche stanotte, ma non ha centrato i caccia aggressori, e anzi un missile è andato lungo e precipitato a Cipro, in un'area della Kibris, ossia la Repubblica turca, il territorio auto-proclamato settentrionale occupato dalla Turchia e non riconosciuto dagli altri Paesi. Per aggiungere una complessità ulteriore, il missile era probabilmente un S-200, dunque uno di quelli che i siriani usano per autodifesa forniti con tanto di onerosi consulenti tecnici dalla Russia — a settembre dello scorso anno uno di quegli stessi missili aveva centrato un Il20 russo, un aereo da pattugliamento finito in mezzo al fuoco amico contro un'incursione israeliana. Stavolta il missile russo sparato da Damasco è caduto in una regione, quella cipriota in mezzo all'EastMed, geopoliticamente molto calda anche senza la complicazione siriana, zeppa di reservoir energetici e di interessi.

 Contesto complesso
  Tecnicamente russi e turchi, insieme agli iraniani obiettivo principale dei bombardamenti israeliani (in mezzo alla delicatissima fase di confronto con gli americani), sono partner nel processo di Astana con cui vorrebbero risolvere politicamente la guerra civile — leggasi spartirsi la Siria — in modo alternativo, e in competizione — con l'Onu. Su carta: perché i blitz turchi contro i siriani dei giorni scorsi servivano a mettere dei paletti operativi alle attività che Russia e Iran stanno coordinando su Idlib, enclave ribelle dove sono stati stretti come in una riserva di caccia gruppi anti-Assad anche amici di Ankara. È un inciso che si ritiene utile per delineare le articolazioni del contesto, dove ogni causa (in questo caso l'attacco israeliano) produce più di un effetto, e tocca nervi sensibilissimi.

 Interessi
  Tecnicamente anche russi e israeliani sono partner. I primi accettano le incursioni dei secondi in Siria, anche se sono dirette contro gli alleati che hanno aiutato Mosca a salvare il regime di Bashar el Assad. La Russia permette le mosse d'anticipo israeliane sul territorio siriano contro Hezbollah e Pasdaran perché dà maggiore valore strategico all'alleanza con Gerusalemme, e infatti difficilmente attiva le sue misure di difesa aerea più tecnologiche, come gli S-400 che difendono le basi russe di Tartus e Latakia/Khmeimim (che gli israeliani non hanno alcuna intenzione di colpire). Ma con la Siria la complessità è regolare amministrazione si diceva. Da giorni si segnalano disturbi ai sistemi Gps degli aerei che entrano ed escono dall'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Si tratta di situazioni registrate anche a Cipro e un funzionario militare ha detto a Haaretz che il governo israeliano pensa che siano attività russe. Un apparecchio disturba-segnale si troverebbe o a bordo di una nave al largo di Tartus, oppure nascosto a terra al nord costiero della Siria, ossia a Khmeimim. Gli israeliani però, che dieci giorni fa hanno ospitato un importante trilaterale con Usa e Russia che ha anche il sapore di un avvicinamento tra Mosca e Washington (è stata in quell'occasione che si è deciso il perimetro dell'incontro tra i due presidenti al G20), hanno mantenuto un atteggiamento molto cauto. Ne hanno individuato la tipologia, è un apparecchio mobile prodotto in Ucraina e relativamente complesso. Soprattutto dicono di credere che i disturbi prodotti siano involontari, legati non ad azioni di cyberwar, ma a un posizionamento diverso rispetto al solito. La Russia ha inviato l'ambasciatore di Tel Aviv a smentire coinvolgimenti attraverso la radio dell'esercito, gli israeliani garantiscono che non ci sono problemi sostanziali per il traffico aereo. La cooperazione (o meno) su ciò che conta passa anche dalla minimizzazione (o massimizzazione) di certi episodi: i raid come i disturbi al Gps.

(formiche, 1 luglio 2019)


Chiude l'aeroporto Dov Hoz di Tel Aviv

Al suo posto verranno abitazioni

L'aeroporto Dov Hoz
Ultimo volo
L'aeroporto Dov Hoz di Tel Aviv chiude definitivamente i battenti. Lo ha stabilito il premier Benyamin Netanyahu che ha così respinto le proteste della centrale sindacale Histadrut e degli abitanti di Eilat (la cittadina turistica affacciata sul mar Rosso) secondo cui questo sviluppo avrà per loro un grave contraccolpo economico. L'anno scorso dall'aeroporto Dov sono transitati complessivamente 700 mila passeggeri, la maggior parte dei quali diretti ad Eilat o ad altre località di Israele. Al posto dell'aeroporto, che era utilizzato anche a fini militari, saranno costruite 16 mila unità abitative in una delle zone più richieste di Tel Aviv.
Netanyahu ha stanziato 400 milioni di shekel (circa 100 milioni di euro) per aiutare Eilat a superare la prima fase di crisi. Analisti economici sostengono però che per assicurare trasporti efficienti fra Eilat ed il centro di Israele sarà necessario approntare una moderna linea ferroviaria.

(Travelnostop, 1 luglio 2019)


Imprenditore palestinese alla conferenza di pace. Torna e l'Anp lo arresta

Liberato dopo le pressioni Usa. Israele trattiene poi rilascia un ministro in visita alla Spianata

di Fiamma Nirenstein

GERUSALEMME - Che cosa è più significativo nel comportamento palestinese rispetto alla loro idea di una pace possibile? Il fatto che mentre Israele espandeva la zona di pesca di Gaza e riapriva le forniture di benzina planassero sul Sud non meno di una ventina di oggetti incendiari lanciati coi palloni oppure che l' Autorità Palestinese nel West Bank arrestasse al suo ritorno un uomo d'affari palestinese che aveva partecipato alla Conferenza Economica del Bahrein?
   La Conferenza è stato il primo passo della ciclopica impresa che l'America si propone per portare Israele e i palestinesi a un tavolo di pace: l'ipotesi di Trump e del suo consigliere e genero Jared Kushner contenuta in 28 pagine di programma senza ipotesi territoriali di sorta, lasciati alle parti in causa, è cambiare il paradigma del processo: i palestinesi hanno rifiutato ogni soluzione territoriale, come quella di Barak a Camp David o quella di Olmert nel 2008 che prevedeva la rinuncia alla Città Vecchia di Gerusalemme. L'idea è stata quella di costruire una struttura autonoma palestinese con caratteristiche di stabilità e di speranza: la gente dovrebbe finalmente stare meglio, l'aiuto e il controllo dovrebbe essere garantito da tutto il mondo arabo sunnita, e a questa ipotesi sarebbero destinati 50 miliardi di dollari. L'Arabia Saudita ha visto nell'iniziativa la possibilità di rafforzare i suoi legami internazionali contro la politica espansionista dell'Iran in Medio Oriente: così il Bahrein ha aperto le porte e i rappresentanti di tutti i Paesi sunniti della zona hanno partecipato. Israele non era presente con una delegazione ufficiale ma c'erano suoi uomini d'affari e giornalisti; i palestinesi hanno rifiutato di presenziare. Abu Mazen non ha considerato neppure la possibilità di partecipare senza impegnarsi o accettando solo determinati aiuti dimostrando di non avere a cuore il progresso del suo popolo: una grande strada di congiunzione con Gaza, un'università fra le prime del mondo, progresso tecnologico inusitato, ospedali, scuole, progresso della condizione femminile. Tutto tacciato dai palestinesi di essere un complotto per comprare la loro anima. Senza ascoltare, trattare, diventare un interlocutore per il mondo, invece che un lanciatore di aquiloni impregnati di fuoco. Invece ecco che appena tornato il signor Saleh Abu Mayaleh è stato sbattuto in galera, gli altri che erano con lui, una quindicina di coraggiosi, sono tutti in fuga, perseguitati, spaventati. «Chiunque segua un percorso di pace - ha detto Ashraf labari, un uomo di affari di Hebron anche lui in Bahrein, nel mirino da tempo perché parla con gli israeliani - sarà sottoposto a violenza». Per fortuna probabilmente a causa di pressioni americane e dello scandalo internazionale, Mayaleh che per altro è malato, è stato rilasciato ieri. Ma tutto lascia pensare che non avrà pace.
   Sempre ieri la polizia israeliana ha trattenuto per qualche ora il ministro palestinese per gli affari di Gerusalemme Fadi al-Hadami. Martedì è stato visto insieme al presidente cileno Sebastian Pinera durante una visita al complesso della moschea di Al Aqsa, sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme, suscitando l'irritazione di Israele, secondo cui costituisce una violazione dei regolamenti delle intese raggiunte con Santiago per la visita del Capo dello Stato.
   La conferenza in Bahrein, benché maledetta da Ramallah e da Gaza, ha avuto, secondo molte fonti anche arabe, un risultato importante, ovvero quello dell'avvicinamento sempre più funzionale, del mondo arabo con Israele. Tutto il contrario di quello che pensa e desidera Abu Mazen.

(il Giornale, 1 luglio 2019)


La tecnologia israeliana fornisce acqua potabile al Sud Africa

 
Israele ha poche risorse idriche ma negli anni si è attivata per poter disporre di un numero elevato di dispositivi idrici. La questione dell'approvvigionamento idrico e della disponibilità ha portato a molte innovazioni tecnologiche israeliane in questo campo.
Una delle principali innovazioni degli ultimi anni è la tecnologia creata da Watergen, che produce acqua potabile pulita dall'aria, aiutando enormemente le aree colpite da disastri e inquinamento delle acque.

 Watergen in Sud Africa
  La tecnologia viene utilizzata in Sud Africa nella provincia del Capo Orientale, che, come gran parte del paese, ha sofferto di una grave siccità negli ultimi anni.
Ad utilizzare il dispositivo Watergen è l'organizzazione umanitaria World Vision South Africa in collaborazione con il Ford Motor Company Fund, con l'obiettivo di produrre acqua potabile fresca e sicura a migliaia di residenti nella provincia, fornendo assistenza a circa 3.400 famiglie e a decine di centri di sviluppo della prima infanzia e scuole.

 La tecnologia di Watergen
  GEN-350, questo il nome del prodotto dell'azienda israeliana, è un generatore di acqua atmosferica in grado di produrre fino a 900 litri di acqua al giorno dall'aria purificando l'umidità atmosferica attraverso un sistema interno di trattamento dell'acqua.
L'unità portatile non richiede alcuna infrastruttura tranne l'elettricità, che può essere fornita da una rete elettrica o da un generatore, come nel caso del Sudafrica.
Il presidente di Watergen, Michael Mirilashvili, sulla partecipazione della sua azienda allo sforzo umanitario ha detto a Israel21c:
"Siamo entusiasti di questa cooperazione condivisa. Condividiamo gli stessi obiettivi di assistere le comunità in tutto il mondo".

 I premi ottenuti dalla startup israeliana
  Watergen è stata premiata quest'anno con il CES Innovation Award, il concorso annuale della Consumer Technology Association che premia il design eccezionale e l'ingegneria nei prodotti di tecnologia di consumo.
Lo scorso anno era presente nella lista del World Economic Forum tra i pionieri della tecnologia più importanti del mondo, la presenza in questo elenco riconosce i suoi sforzi volti a rendere l'acqua pulita disponibile in tutto il mondo.

(SiliconWadi, 1 luglio 2019)



Fotogrammi prima della Shoah

La vita quotidiana di un mondo ebraico che stava per essere spazzato via

La normalità di una comunità ebraica pienamente integrata nella società italiana. Immagini di feste, viaggi, escursioni che rischiavano di essere dimenticate per sempre.

di Amedeo Osti Guerrazzi

Si chiama «Mi ricordo» l'appello lanciato nei giorni scorsi da numerose istituzioni ebraiche, storiche e culturali. È un invito rivolto al mondo ebraico per la raccolta di filmati di famiglia, di quel patrimonio rimasto nei cassetti per decine di anni e che talvolta custodisce veri e propri tesori. Partito su iniziativa del Cdec di Milano, il progetto è supportato dal Mibac e da istituzioni presenti su quasi tutto il territorio nazionale, in modo da dare la possibilità a chiunque di partecipare: si tratta della Comunità Ebraica di Torino, del Memoriale della Shoah di Milano, del Museo Nazionale del Cinema di Torino, del Meis di Ferrara e della Fondazione Museo della Shoah di Roma, che a fine progetto metteranno il materiale a disposizione del pubblico.
   Un esempio sono i film degli Ovazza, la famiglia di banchieri torinesi che nell'ottobre del 1943 fu sterminata dai nazisti sul Lago Maggiore. Questi filmati, di cui alcuni minuti sono stati già proposti al pubblico in mostre e documentari grazie alla generosità della famiglia Elkann (i pronipoti degli Ovazza), sono di straordinario interesse. Sono i volti della borghesia degli anni Trenta del Novecento, dell'alta borghesia durante il fascismo. Sono immagini che raccontano le feste, i viaggi, le escursioni, la vita quotidiana di un mondo che in parte è stato spazzato via dalla Shoah, e che rischiava di essere dimenticato per sempre. Sono i volti delle vittime, di donne, bambini, ragazzi, colti nel loro vivere quotidiano, nelle riunioni di famiglia, nella banalissima normalità di una comunità ebraica perfettamente integrata nella società italiana. Un altro esempio sono i filmati della famiglia romana Della Seta, che nel 2015 sono stati restaurati e mostrano i volti di alcuni dei deportati del 16ottobre 1943.
Appelli per il versamento dei cimeli familiari erano stati fatti già in passato, e hanno avuto risultati straordinari, a volte fondamentali per la storia e la memoria dell'ebraismo italiano. Si pensi alla raccolta di fotografie condotta dal Centro di Documentazione Ebraica di Milano nel corso di decenni.
Grazie a essa il sito web «I nomi della Shoah italiana» contiene non solo i dati biografici di migliaia di vittime della persecuzione nazifascista, ma anche i loro ritratti fotografici. Sono i volti di chi è scomparso nei campi di sterminio o ucciso nei massacri in Italia, e quando si tratta di bambini, a volte perfino neonati, questi ritratti hanno un impatto emotivo fortissimo. I loro sguardi valgono più di qualsiasi trattato scientifico per capire l'abisso in cui è sprofondata l'umanità. Perché una cosa è parlare di numeri, di statistiche, altro è guardare negli occhi un dodicenne scomparso nelle camere a gas.
   Dopo le foto, dopo gli archivi di famiglia, molti dei quali già donati da tante famiglie ebree che hanno voluto dare il proprio contributo alla storia della loro Comunità nel Novecento, è arrivato il momento delle immagini in movimento. Ovviamente l'esito di una tale raccolta è estremamente incerto. Erano poche, all'epoca, le famiglie che potevano permettersi oggetti altamente tecnologici e quindi molto costosi come le telecamere. Ma ciò che verrà trovato e messo a disposizione sarà di enorme interesse e di grandissimo aiuto per la ricostruzione della storia della società ebraica, e italiana, del Novecento.
L'appello comunque non ha un limite temporale, così come la storia dell'ebraismo italiano non si conclude con la persecuzione. Altrettanto interessanti sono gli anni del dopoguerra, del ritorno alla vita di famiglie che, nonostante tutto, decisero di rimanere in Italia dopo il 1945. È una storia complessa, difficile, caratterizzata dal lutto e dalla tenace volontà di ricostruire il Paese, quello stesso Paese che aveva discriminato e perseguitato gli ebrei. C'è da augurarsi che tante famiglie si rendano conto del valore del loro patrimonio documentario, e siano generose.
   C'è però un altro aspetto di questo progetto che potrebbe portare a importanti novità. Non esistono immagini fotografiche o filmate delle razzie di ebrei avvenute in Italia durante l'occupazione nazista. L'esempio più clamoroso è quella del 16 ottobre 1943, la grande retata degli ebrei di Roma. Di questo evento esistono soltanto disegni fatti all'epoca da due testimoni diretti. È possibile che l'arresto e la deportazione di oltre mille cittadini romani non sia stato fotografato e filmato da nessuno? È possibile che privati cittadini non abbiano voluto immortalare un crimine così evidente, che poliziotti o nazisti non abbiano pensato a portarsi a casa dei «ricordi» delle loro imprese? Non lo è, a rigor di logica, e forse questo appello potrebbe portare anche a scoprire archivi e immagini di proprietà di non ebrei.

(La Stampa, 1 luglio 2019)


Musica israeliana e classifiche: quali sono i migliori album dagli anni '80 ad oggi?

di Roberto Zadik

Nonostante qualche eccezione come Noa, Idan Raichel o Ofra Haza, la musica dello Stato ebraico spesso non riesce a superare i confini nazionali, spesso a causa dell'ebraico, lingua in cui sono scritte la maggioranza delle canzoni che è ancora oggi poco parlata nel mondo. Essa è un universo estremamente variegato, stimolante e in continuo fermento e pieno di artisti di alto livello, come il polistrumentista e cantautore di origine algerina Amir Benayoun, il musicista pop melodico Ivri Lider e il poeta in stile Oasis e pop inglese anni '90 Aviv Geffen o la famiglia Banai, con i suoi vari musicisti fra cui il più famoso è Ehud Banai.
Ma quali sono i migliori album di questi ultimi quarant'anni? Gli artisti più incisivi e espressivi? Il sito Israel 21c pubblica una classifica, realizzata da Jessica Halfin, scrittrice americana emigrata nel 2006 in Israele, che raccoglie alcuni fra i migliori album dell'ultimo 30ennio. Qui i nomi e i titoli
secondo questo interessante articolo.

1. The Idan Raichel Project
Album: "The Idan Raichel Project", 2002
Cosmopolita e versatile, intenso e raffinato esempio di "World Music", l'artista israeliano di origini polacche Idan Raichel viene qui inserito con il suo "The Idan Raichel Project" e uno dei loro primi lavori del 2002 registrato, stando a quanto sottolinea questo articolo, a casa dei suoi genitori. Musicista decisamente anticonformista e lontano dalla scena commerciale pop Idan Raichel, di origini polacche con i suoi musicisti, fra cui il bravissimo Ravid Kahalani, di famiglia yemenita che poi ha fondato gli "Yemen Blues" egli è stato fra i primi artisti israeliani di "fusion" esplorando le influenze musicali ebraiche e internazionali. Fra queste i ritmi degli ebrei orientali, iracheni, yemeniti o etiopi che egli ha rielaborato e reinterpretato con uno stile accattivante e decisamente personale. Alcune canzoni di questa opera sono diventate dei grandi successi del gruppo, come "Boi" (Vieni), "Im Telech" (Se te ne andrai), "Medabrim ba Sheket" (Parlando in silenzio).

2. Mosh Ben Ari
Album: "Mosh Ben Ari Live in Concert," 2007
Un concerto decisamente energico e in pieno stile orientale, per Mosh Ben Ari, musicista di grande efficacia e di origini mediorientali, irachene e Yemenite, diversi artisti israeliani hanno origini Yemenite, si pensi a Ofra Haza, Noa, Eyal Golan o Ravid Kahalani e il bravissimo e eccessivo Zohar Argov. Influenzato dal rock e dal pop i suoi brani sono di grande energia e popolari fra le giovani generazioni come "At" (Tu), "Ve eish she lo (E come non è così).

3. Ehud Banai
Album: "Aneh Li" (Rispondimi), 2004
Un musicista importante per la scena israeliana, come Ehud Banai, divenuto popolare negli anni '80 prima di suo cugino Eviatar, egli è un artista versatile e profondo leader. Vivace esponente del rock israeliano, Banai è stato fra i primi a portare nel suo Paese questo genere musicale mischiando il sound New Wave di quell'epoca, ritmi orientali e tematiche bibliche. Nato a Gerusalemme da famiglia orientale, persiana e afgana, egli è caratterizzato da un sound decisamente particolare e di grande espressività come in questo bellissimo lavoro in cui spiccano canzoni dal richiamo decisamente biblico e ebraico come "Blues C'naani" (Blues di Canaan) o "Hayom" (Oggi).

3. Ha'Yehudim (il popolo ebraico)
Album: 'Metziut Nifredet" (Una realtà diversa), 1995
Una delle band più interessante in perfetto stile anni '90 statunitense chiamato "Grunge" (quello dei Nirvana) questa band decisamente ebraica e identitaria anche dal nome, formata da voci maschili e femminili di alto livello, nelle loro performance dal vivo hanno ottenuto grande successo anche grazie al loro carisma e all'abilità strumentale che li caratterizza. Da segnalare brani intensi come "Kach oti" (Prendimi) , "Ela".

4. Hadag Nachash
Album: "Chomer Mikomi" (Produzione locale), 2004
Tradotto come "pesce serpente" il nome di questa band è una frase dello slang ebraico moderno con cui vengono definiti i giovani in attesa di prendere la patente di guida. Caratterizzati da testi pungenti e forti, questa band originaria di Gerusalemme è stata fra i primi artisti israeliani ad addentrarsi in un genere americano come il Rap mischiando le parole delle canzoni a vari strumenti musicali come sassofono, flauto e oboe e creando sonorità decisamente forti. L'album in questione è un lavoro decisamente solido, realizzato a metà della loro carriera e da parte di una squadra di musicisti di alto livello e dai testi che spesso e volentieri raccontano problematiche sociali di grande attualità, dalla droga alla politica. In questo album spiccano testi come "Mah Naaseh" (Cosa stiamo per fare), "Shirat ha Sticker" (Canto di chi è in silenzio), "Rak po" (Solo qui)

7. Yermi Kaplan
Album: "Boker Tov" (Buongiorno), 1995
Un caso interessante di un cantautore americano emigrato in Israele con la famiglia nel 1969, Yermi Kaplan ha iniziato a esibirsi dal 1977 ottenendo un certo successo grazie alla sua abilità musicale. Nonostante la lunga carriera, egli sembra aver raggiunto il suo vertice artistico con questo lavoro, secondo molti il suo migliore album, con testi estremamente ironici e riflessivi come "Già adesso".

8. Aviv Geffen
Album: "Ha'Michtav" (La lettera), 1996
Musicista di grande rilievo, poeta raffinato e intenso, fra i principali cantautori israeliani e personalità musicale e televisiva decisamente espressiva, influenzato dal Brit Pop anni 90 e da band come Oasis e Suede, Aviv Geffen ha scritto testi straordinari, alcuni dei quali compaiono in questo album. Prima fra tutte la canzone, interpretata anche dal grande Arik Einstein, "Livchot Lecha" (piangere per te) dedicato alla scomparsa di Rabin e un brano di grande forza poetica e musicale seguita da almeno altre due canzoni di alto livello come "Bmilim acherot" (In altre parole), "Yoter Midai" (Troppo). Aviv Geffen è stato fra i primi artisti israeliani a cantare oltre che in ebraico anche in inglese, come nella bellissima "October" (Ottobre).

9. Ethnix
Album: "Bruchim Haba'im Le'Israel (Benvenuti in Israele), 1998
Una delle band più importanti fra gli anni '80 e 90' sono gli Ethnix che hanno avuto grande successo grazie a quel mix di rock, electro pop e musica Mizrahit, questa formazione ha rappresentato un periodo fondamentale della musica israeliana contemporanea anche grazie a questo album. Caratterizzati da un sound leggero e intenso, in questo lavoro spiccano canzoni originali come "BMW Schora" (Una BMW nera) dai chiari influssi orientaleggianti come ben si sente nel ritmo tipicamente misrahit che influenzerà molto artisti come Eyal Golan o Ofra Haza, fra i principali esponenti di questo genere.

10. Ivri Lider
Album: "Yoter Tov Klum Mikim'at" (Meglio niente che quasi, 1999)
Una lunga carriera quella del cantautore Ivri Lider, sulla scena dagli anni 90 ad oggi e divenuto famoso per canzoni vivaci come "Boi". Cantante e pianista molto efficace e decisamente pop melodico sia negli album che in concerto, contraddistinto da uno stile molto espressivo e da grandi abilità vocali e musicali, di origini argentine e ashkenazite, è uno degli artisti più seguiti dalle giovani generazioni e in questo album dal titolo quasi filosofico egli ha realizzato brani interessanti come "Hakos Hakchula" (Il bicchiere blu) molto ritmato e espressivo e la title track, la bellissima"Yoter tov klum mikimat" (Meglio niente che quasi) distinguendosi per la piacevolezza dei brani e dello stile e la capacità di essere profondo, leggero e diretto.

11. Eifo Hayeled Dov'è il bambino)
Album: "Mishehu Shome'a Oti?" (Qualcuno riesce a sentirmi?), 1998
Una delle band più interessanti degli anni '90 israeliani è questo gruppo il cui nome significa "Dov'è il bambino?" e che anche oggi esercita una forte influenza musicale sulla scena musicale attuale. Canzoni dai toni nostalgici, emozionanti, dallo stile semplice e immediato sono diventate ormai dei classici del pop rock israeliano come la coinvolgente "Nafalta Chazak" (Sei caduto duramente), "Rak bishvil lkabel chibuk" (solo per ricevere attenzione), "Lavan Bachalom Shachor" (Bianco in un sogno nero)

12. Din Din Aviv
Album: "Sodotai" (I miei segreti), 2006
Accanto a artisti di origini ashkenazite e europee come Geffen o Kaplan, ci sono tanti artisti di famiglie orientali di grande talento al centro del genere "Mizrahit" (Orientale). Uno di questi, assieme a Banai è Din Din Aviv dalla sonorità mediorientale che in questo album del 2006 dà il suo meglio con capolavori come "Sodotai" (I miei segreti) e "Cholemet" (Sogna) brano dalla vena poetica e raffinata.

13. Mashina
Album: "Mechonat HaZman" (La macchina del tempo) Live, 1995
Una band rock anni '90 molto intensa, guidati da uno dei fratelli Banai, Yuval, è diventata molto popolare anche con questo emozionante live dal titolo esistenziale "la macchina del tempo" che mischia varie sonorità. Dal rock al pop con brani come "Ein Makom Acher" ("Non ho altro posto), "Rakevet Laila" (Treno notturno").

14. Shotei Hanevuah
Album: "Michapes et Dorot" (Cercando le generazioni) 2004
Un gruppo di musicisti elettronici virtuosi e raffinati, hanno prodotto una serie di brani complessi e articolati, dalle armonie vocali interessanti e pieni di sorprese e di variazioni musicali. Elogiati dal pubblico e più ancora dalla critica sono stati definiti "band dell'anno" nel 2005 grazie al grande contributo di Avraham Tal che ha lasciato la band nel 2007 per intraprendere una vivace carriera solistica. Da segnalare brani come "Kol Galgal" (Il suono della Ruota), "Yedia" (Conoscenza).

15. Habanot Nechama ( Ragazze della Consolazione)
Album: "Habanot Nechama," 2007
Tipico esempio di coesistenza di ebraico e inglese, come in molti album e artisti dell'Israele odierno, dove l'inglese sta diventando sempre più popolare, si pensi al caso di Assaf Avidan o di Netta che cantano solo in questa lingua, questo gruppo ha vinto prestigiosi premi nel 2007. Questi musicisti mischiano folk e pop inserendo strumenti come l'armonica e grandi performance vocali in un risultato di grande espressività come nel brano "So far" (Così lontano).

16. Eviatar Banai
Album: "Omed Al Haniyar" (Stando in piedi sulla carta), 2005
Nella famiglia Banai, dopo Ehud e Yuval ora spicca anche il personaggio di Eviatar grazie alle abilità compositive e musicali e a canzoni come in questo album, molto malinconiche e ispirate come "Taharut Klavim" (La corsa dei cani). Voce e grandi numeri di pianoforte, parole efficaci e testi introspettivi in un lavoro che conferma il talento musicale di tanti cantautori poco conosciuti ma di alto livello.

17. Avraham Tal
Album: "Orot" (Luce), 2010
Cantante dei Shotei Hanevuia, Avraham Tal ha realizzato questo intenso lavoro solistico dopo aver cominciato la carriera solistica negli anni 2000 che contiene grandi performance vocali e poetiche di questo cantautore. Non a caso l'album si chiama "Luci" e accanto a brani molto brillanti e vivaci ci sono melodie decisamente romantiche come "Im at holechet" (Se tu andrai via).

18. Artist: Karolina
Album: "Mah A'aseh Achshav?" (Cosa sto per fare adesso), 2009
Una musicista interessante e in bilico fra folk, soul e reggae, Karolina, mischia il sound contemporaneo e lo stile anni '70 dallo stile diretto e coinvolgente. In questo album, la cantautrice è stata capace di realizzare brani vivaci e leggeri a intense melodie malinconiche come "Tzar li Charlie" (Perdonami Charlie") e "Af echad lo ba li" (Nessuno viene da me).

19. Amir Benayoun
Album: "Rak At" (Solo tu), 1999
Musicista versatile e virtuoso, diventato religioso ma dal passato inquieto e dal carattere ribelle, questo cantautore e polistrumentista di origine algerina, 44 anni da compiere il prossimo 30 agosto, è fra i migliori esponenti della sua generazione con la sua voce ipnotica e suggestiva e il carisma e l'espressività che lo contraddistinguono. Dotato di una voce straordinaria e della rara capacità di suonare diversi strumenti, dal pianoforte, all'Oud, al flauto, a soli 44 anni, il prossimo 30 agosto, Benayoun ha composto un gran numero di canzoni. Fra le sue migliori produzioni questo album "Rak at" pieno di brani emozionanti come "Ulai Hapaam" (Forse stavolta) e la bellissima "Yesh li chalom" (Ho un sogno).

20. Static and Ben EI Tavori
Album: "Kvish Hachof" (La strada spiaggia) 2016
Fra gli artisti più conosciuti fra i giovani israeliani, questa band è vivace e eccentrica e mischia diverse influenze musicali, dalla musica Mizrahit, al pop al rap elaborando un sound innovativo e unico nel suo genere. In continua trasformazione, questi musicisti non sono legati a nessun genere musicale in particolare, ma mischiano diverse influenze come si vede in canzoni come la canzone che dà il titolo all'album.

21. Subliminal and Hatzel (The Shadow)
Album: "Haor V'Hatzel" (Luce ed ombra), 2002
Sempre al confine fra rock e rap, l'artista Subliminal ha rivoluzionato questo genere grazie al suo carisma e alla sua espressiva presenza scenica. Attirando l'attenzione di pubblico e critica con I suoi ritmi coinvolgenti e la sua voce baritonale ha raggiunto grande successo esprimendo al meglio la sua creatività con questo album dei primi anni duemila. Questo grazie a brani come una canzone il cui titolo si ispira all'inno nazionale israeliano "Hatikva", l'intensa "Yeled Rehov" (Ragazzo di strada) e la grintosa "Ani Yechol" (Io posso).

(Bet Magazine Mosaico, 1 luglio 2019)


Historica: La Brigata Ebraica

Recensione: la vera storia dei soldati con la Stella di Davide

di Luca Tomassini

 
La Storia, intesa come resoconto degli avvenimenti che hanno segnato l'umanità, è fatta anche di percorsi laterali, di fatti ignoti ai più che tuttavia hanno avuto la loro importanza fondamentale nel costruire il mondo come oggi lo conosciamo. Limitando il campo all'ultimo conflitto mondiale, è stato a lungo sottovalutato l'apporto decisivo fornito dalla cosiddetta "Brigata Ebraica" alla vittoria finale degli Alleati sui Nazifascisti. Questa milizia, fortemente voluta da Winston Churchill, rispose a due necessità: da una parte, l'urgenza di coinvolgere quanti più attori possibili sullo scenario della guerra mondiale in grado di dare filo da torcere ai nazisti; dall'altra, una volta che le notizie circa l'esistenza dei campi di concentramento avevano iniziato a fare il giro del mondo, il bisogno da parte del popolo ebraico di uscire dall'immagine generalmente attribuitogli di "vittime" e di recitare un ruolo proattivo nel conflitto. E il ruolo giocato dalla brigata sarà addirittura decisivo, soprattutto sul fronte italiano.
  Costituita tanto da ebrei provenienti dalla Palestina (i territori che oggi corrispondono allo Stato d'Israele) quanto da altri provenienti da terre soggette al controllo britannico, come Canada, Australia e Sudafrica, la Brigata assurse agli onori della cronaca dando un apporto determinante alla vittoria alleata nella Battaglia dei Tre Fiumi, con il quale venne sfondata la Linea Gotica eretta dal feldmaresciallo Albert Kesselring. A conflitto ancora in corso, all'attività bellica della Brigata già si affiancava un'importante attività di sostegno ai sopravvissuti della persecuzione nazifascista, molti dei quali decisi a lasciare l'Europa per dirigersi nella Palestina britannica. Molti degli stessi soldati della Brigata decisero, a guerra finita, di trasferirsi in quei territori contribuendo alla formazione dell'esercito del nascente stato israeliano, che ben presto avrebbe affrontato un nuovo genere di guerra.
  L'epopea della milizia con la stella di Davide è al centro de La Brigata Ebraica, nuovo lavoro di Marvano, nome d'arte della star del fumetto belga Mark Van Oppen. Diventato famoso con adattamenti di romanzi di fantascienza (fruttuosa in tal senso la collaborazione con lo scrittore Joe Hadelman, vincitore del premio Hugo), da qualche anno Marvano sembra preferire la rievocazione storica, con una particolare predilezione per soggetti poco frequentati dalle cronache ufficiali.
  Giocando abilmente tra verità storica e fiction, l'autore pone al centro della sua opera due personaggi immaginari, i soldati Leslie e Ari della Brigata Ebraica, che si muovono lungo gli scenari di un conflitto bellico ormai agli sgoccioli. Attraversando con la loro Jeep frontiere che presto verranno modificate dagli interessi dei vincitori, i due amici incontrano una umanità allo sbando, segnata per sempre dall'orrore della guerra, e sono testimoni delle brutalità e delle efferatezze che ne conseguono. La sofferenza per il popolo ebraico non è finita con la conclusione della guerra, e i sopravvissuti continuano ad essere vittime di atti di violenza e discriminazione.
  Quando li incontriamo per la prima volta, Leslie e Ari sono sulle tracce di un ufficiale nazista che durante la guerra si era reso colpevole di atrocità all'interno di un campo di concentramento. Nascostosi in una missione nella campagna polacca, dove indossa i panni di un prete, l'ufficiale viene smascherato e ucciso da Leslie. Prima di ripartire, al duo si unisce Safaya, una giovane sopravvissuta ai campi che avrà un ruolo importante nel prosieguo della storia. Finita la guerra, con la Brigata di stanza a Tarvisio, nel Friuli, in attesa di essere sciolta, Leslie e Ari prendono strade diverse: il primo continua sul suo percorso di vendetta dando la caccia ai gerarchi nazisti in fuga, il secondo sceglierà di recarsi in Palestina, anche se il fato avrà in programma per lui un altro destino. Sarà Leslie, alla fine, e raggiungere la terra promessa, dove si ricongiungerà ad una Safaya ormai adulta e fornirà il proprio contributo al nascente stato di Israele.
  Uscita in patria in tre tomi e raccolta da Mondadori in un unico volume della collana Historica, La Brigata Ebraica restituisce al lettore, senza alcuna retorica, il senso di annichilimento di un'umanità devastata dalla guerra. Nonostante la conclusione ufficiale del conflitto, Marvano pone l'accento sulle difficoltà del tornare alla vita di tutti i giorni, dopo le atrocità subite o a cui si è assistito. In questo senso, la vendetta può diventare una nuova ragione di vita, come per Leslie, un nuovo e brutale senso all'angoscia che non può più abbandonarlo. Da qui partono tutta una serie di considerazioni interessanti, su quanto le ferite della guerra possano condizionare l'identità di chi sopravvive e su quando una guerra può dirsi veramente conclusa. Nel caso del popolo ebraico, il conflitto non fa in tempo a finire che, grazie alla controversa risoluzione 181 delle Nazioni Unite che sancisce la nascita di Israele nei territori palestinesi, è già tempo di una nuova guerra con le popolazioni arabe che lì risiedevano.
  Proprio nel capitolo finale si palesano le più grandi perplessità nei confronti di quest'opera, peraltro ben riuscita fino a questo punto, con l'autore che si perde nello stereotipo dell'"arabo cattivo" e fornisce un' interpretazione piuttosto manichea di una vicenda storica in realtà molto più complessa. Un vero peccato, visto il buon lavoro fatto da Marvano nel restituire con precisione il clima storico e nel tratteggiare caratterizzazioni interessanti. A livello grafico, La Brigata Ebraica sarà sicuramente apprezzata dagli amanti del fumetto di area francofona: Marvano si inserisce pienamente nella tradizione della bd belga, optando per una distribuzione delle vignette in 3 0 4 strisce regolari in cui i campi lunghi predominano sui primi piani. Non manca comunque l'utilizzo di splash-pages d'effetto quando la situazione lo richiede. L'autore predilige l'utilizzo della linea chiara, con un tratto improntato a pulizia e leggibilità, evitando l'utilizzo di tratteggi e chiaroscuri. In conclusione, un esito finale tra luci ed ombre per un'opera che, in ogni caso, ha il pregio di fare luce su una vicenda storica appassionante e poco conosciuta.

(Comicus, 1 luglio 2019)



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