|
Notizie 1-15 luglio 2026
Una scommessa avventata su Ahmadinejad richiede un'inchiesta statale
Il sogno del Mossad di insediare un fantoccio a Teheran e allearsi con le milizie curde è crollato di fronte alle realtà geopolitiche, lasciando Israele a dover affrontare un regime iraniano ben più pericoloso e potente.
di Danny Citrinowicz
L’indagine sul piano segreto del Mossad volto a mettere l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad alla guida dell’Iran e ad affidarsi alle forze curde illustra soprattutto quanto questa mossa fosse distaccata dalla realtà. È la storia di una scommessa strategica senza precedenti – una scommessa che faceva affidamento su una figura instabile, su forze le cui possibilità di successo erano praticamente nulle e su ipotesi di lavoro più vicine alla fantasia che alla pianificazione operativa.
Israele subordinò l’intera operazione all’assassinio di Ali Khamenei, sebbene questi fosse considerato una forza relativamente moderata all’interno del sistema iraniano. Al suo posto è ora emersa una leadership largamente dominata dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, senza quasi alcuna figura in grado di frenarne l’azione. A ciò si aggiunse l’affidamento alle forze curde, nonostante le loro possibilità di conquistare con successo il territorio, mantenerne il controllo e avanzare verso Teheran fossero inesistenti. Al di là della loro debolezza operativa, la Turchia – che considera qualsiasi avanzata curda una minaccia diretta alla propria stabilità – non avrebbe mai permesso che un simile scenario si concretizzasse, come infatti è avvenuto nella realtà.
Non meno grave è stato il tentativo di basare l’intero piano di cambio di regime sulla figura stessa di Ahmadinejad. Si tratta di una figura imprevedibile, priva di centri di potere significativi all’interno del regime e senza una base di sostegno che gli consentisse di guidare l’Iran il giorno dopo. Anche se la mossa avesse avuto successo e Ahmadinejad fosse salito al potere, non è chiaro chi gli avrebbe effettivamente fatto da spalla. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche non sarebbe scomparso dall’oggi al domani e, senza un meccanismo di potere che gli consentisse di governare, la fine della storia sarebbe stata comunque scritta dalle loro mani.
Al di là del fallimento nell’arena iraniana stessa, l’intera vicenda mette a nudo con quanta fretta siamo entrati in guerra e quanto fosse profonda la nostra incomprensione del sistema iraniano. Questo è proprio il tipo di evento che richiede un’indagine approfondita, sollevando la questione di come la comunità dei servizi segreti israeliani abbia fallito nel chiarire quanto fosse davvero fragile questo piano.
Si tratta di una catena di ipotesi operative assurde, valutazioni dei servizi segreti fallimentari e una pianificazione strategica scollegata dalla realtà. Si tratta chiaramente di materiale per una commissione d’inchiesta statale, perché questi errori non solo hanno condannato l’operazione, ma hanno anche posto Israele, all’indomani della guerra, in una realtà strategica ben più grave e pericolosa di quella che doveva affrontare prima.
Israel Hayom, 15 luglio 2026)
........................................................
Il documento di Sinwar svela il piano del 7 ottobre preparato un anno prima
Un manoscritto attribuito al leader di Hamas descrive nei dettagli l’attacco contro Israele, il numero di terroristi da impiegare e perfino gli scenari della risposta militare israeliana
di Paolo Montesi
Il massacro del 7 ottobre 2023 fu il risultato di una pianificazione meticolosa, sviluppata con largo anticipo e articolata fin nei dettagli operativi. È quanto emerge da un documento manoscritto attribuito a Yahya Sinwar, leader di Hamas e principale ideatore dell’attacco, che sarà pubblicato integralmente nei prossimi giorni dal Centro Meir Amit per l’intelligence e il terrorismo. Anticipato dall’emittente israeliana N12, il testo offre uno dei riscontri più significativi finora emersi sulla preparazione dell’offensiva che provocò il più grave massacro di civili nella storia dello Stato di Israele.
Il documento, scritto circa un anno prima dell’attacco, delinea un progetto militare estremamente dettagliato. Sinwar individua gli obiettivi, assegna il numero di combattenti destinati a ciascun kibbutz, centro abitato, base militare e snodo stradale e definisce perfino le modalità con cui superare la barriera di sicurezza lungo il confine con la Striscia di Gaza.
Secondo il piano, la prima fase dell’operazione avrebbe dovuto prevedere l’apertura simultanea di venticinque varchi nella barriera difensiva israeliana, ciascuno in corrispondenza di un importante incrocio stradale. A ogni obiettivo sarebbero stati destinati cento miliziani appositamente addestrati, per un totale di 2.500 uomini incaricati di paralizzare rapidamente la viabilità nel sud di Israele e ostacolare l’arrivo dei rinforzi.
L’offensiva, tuttavia, avrebbe dovuto assumere dimensioni ancora più vaste rispetto a quelle effettivamente raggiunte il 7 ottobre. Il manoscritto parla infatti di un’infiltrazione complessiva di circa 10.000 combattenti. Più di 2.200 sarebbero stati assegnati ai kibbutz e ai piccoli centri abitati, altri 1.600 agli insediamenti di maggiori dimensioni e circa 2.000 alle basi delle Forze di difesa israeliane. Il numero dei terroristi effettivamente penetrati in Israele fu sensibilmente inferiore. Secondo le ricostruzioni ufficiali israeliane, parteciparono all’attacco circa 3.100 uomini di Hamas, ai quali si aggiunsero circa 580 appartenenti alla Jihad islamica palestinese.
Tra gli aspetti più inquietanti del documento figurano le istruzioni impartite ai reparti destinati a entrare nei centri abitati. Sinwar indica come obiettivo la cattura degli uomini tra i 17 e i 50 anni, da utilizzare come ostaggi, e dispone il sequestro di telefoni cellulari e documenti personali delle vittime. Nello stesso testo compaiono riferimenti alle donne e ai bambini, confermando come il sequestro di civili fosse parte integrante della pianificazione dell’operazione e non una conseguenza improvvisata degli eventi.
Il manoscritto affronta anche la fase successiva all’attacco. Sotto il titolo di “Piano di difesa”, Sinwar ipotizza le possibili reazioni israeliane, arrivando a evocare perfino l’eventualità dell’impiego di un’arma nucleare. Pur ritenendo possibile una risposta militare di estrema intensità, il leader di Hamas riteneva che Israele sarebbe stato inizialmente travolto dal caos provocato dall’attacco simultaneo e che questo avrebbe consentito ai palestinesi di consolidare i risultati ottenuti sul terreno.
Secondo gli analisti del Centro Meir Amit, il documento rivela anche la dimensione ideologica del progetto. L’offensiva viene infatti presentata come una concretizzazione del cosiddetto “diritto al ritorno”, elemento che Hamas avrebbe poi utilizzato anche sul piano propagandistico per attribuire all’operazione un significato politico e simbolico destinato a coinvolgere l’intero mondo arabo.
La scoperta del manoscritto contribuisce inoltre a chiarire un altro aspetto centrale del 7 ottobre. Da tempo le autorità israeliane sostengono che l’attacco sia stato preparato per anni attraverso addestramento, raccolta di informazioni e ricognizioni sistematiche. Le indicazioni contenute nel documento sembrano confermare questa ricostruzione, mostrando un livello di pianificazione incompatibile con l’ipotesi di un’azione improvvisata o sviluppata in tempi brevi.
A quasi tre anni dall’attacco, nuove fonti documentali continuano dunque ad arricchire la ricostruzione storica di quanto avvenne. Se il documento sarà confermato nella sua autenticità anche attraverso la pubblicazione integrale annunciata dal Centro Meir Amit, costituirà una delle prove più importanti della preparazione strategica del 7 ottobre e della volontà di Hamas di trasformare un’incursione terroristica in un’offensiva destinata, nelle intenzioni dei suoi promotori, a modificare gli equilibri dell’intera regione.
(Setteottobre, 15 luglio 2026)
........................................................
Viaggio psichiatrico-fantascientifico nella mente di un antisemita
Un episodio di antisemitismo avvenuto in un negozio di Milano diventa il punto di partenza per un viaggio nella mente dell’antisemita, tra paranoia, pregiudizi e bisogno di umiliare l’ebreo reale quando non corrisponde alla figura mostruosa costruita dall’odio.
di Paola Kafira
Esistono varie forme di avversione e discriminazione, ma fra tutte l’antisemitismo non ha eguali. È troppo particolare per essere paragonato a qualsiasi altro fenomeno di odio e violenza. Per comprendere l’antisemitismo bisogna entrare nella mente dell’antisemita e questo significa compiere un viaggio ai confini fra la fantascienza e la psichiatria.
Innanzitutto, l’ebreo che popola la psiche antisemita è immaginario e ha caratteristiche inverosimili. Può essere deforme fisicamente, di solito controlla l’intero mondo con altri 3 o 4 ebrei immaginari, è ricchissimo, trama alle spalle di chiunque a livello globale per il proprio tornaconto e ha già avviato un piano per la distruzione dell’intero pianeta.
Chiaramente, l’ebreo immaginario fa tutto questo di nascosto e solo all’antisemita è conferito il dono di poter svelare questi segreti al resto della popolazione ignara.
Una volta che il primo strato di paranoia è stato gettato come le fondamenta di un nuovo edificio, ecco che l’antisemita diventa architetto e si adopera per la costruzione di diversi piani. Se i primi sono caratterizzati dall’indifferenza totale alla realtà, ai piani più alti troviamo il vero talento dell’odiatore di ebrei: la magia.
All’ebreo vengono attribuite caratteristiche magiche e sovrannaturali. Nella mente di un antisemita un ebreo può spostare le nuvole affinché le piogge danneggino i raccolti in Iran; può addestrare delfini affinché spiino i gazawi e riportino le informazioni segrete al Mossad; un ebreo può anche disporre di raggi laser per far evaporare i cadaveri di Gaza affinché l’intero globo non riesca mai a verificarne i decessi; un ebreo può addestrare dei cani affinché vadano a stuprare i palestinesi; un ebreo può scuoiare vivi i palestinesi per poi fare delle fabbriche di pelle.
Tutto è possibile nella mente dell’antisemita col tratto magico di personalità.
Quando le caratteristiche dell’ebreo immaginario e dell’edificio magico-paranoide sono state completate, l’antisemita deve attivarsi affinché qualche ebreo muoia davvero. Per questo motivo l’antisemita adora la Shoah e la commemora con infinito cordoglio. Può anche visitare i lager o recarsi alle occasioni pubbliche nel Giorno della Memoria.
L’antisemita si mostrerà addolorato e tutti penseranno che si stia sentendo male per il ricordo del terribile Olocausto. In realtà, l’antisemita è lì contrito con lo sguardo basso perché non tutti gli ebrei sono morti davvero durante il Terzo Reich.
In alcuni casi questa delusione si mescola disgraziatamente ad una sorta di invidia: essendo un fallito e un irresponsabile, l’antisemita ha bisogno del vittimismo per poter sopravvivere, ma come si permettono allora gli ebrei, non solo ad essere sopravvissuti, ma a risultare le vittime per antonomasia della peggior tragedia che l’Europa abbia vissuto? Come osano rubarci il podio nella classifica delle vittime storiche per eccellenza?
Imperdonabile.
Si fa sempre più forte, quindi, l’urgenza di attivarsi affinché almeno qualcuno di questi ebrei muoia. Ed ecco che in questo passaggio accade la tragedia delle tragedie di ogni antisemita: nasce un luogo in cui l’ebreo sarà a casa propria e si difenderà. Nasce Israele.
Questo è un torto personale e intimo per l’antisemita. Come si permettono i miei ebrei immaginari a essere sopravvissuti, ad essere le vittime vere della recente storia e a costruirsi per di più uno stato tutto loro dove scamperanno alla morte europea?
Non resta che attivarsi contro lo stato ebraico in quanto ebraico affinché venga demonizzato e, per estensione, dall’ebreo immaginario si passi allo stato immaginario in cui regnano apartheid, genocidio, in cui lo sport nazionale è sputare sui cristiani, di cui all’antisemita non è mai fregato nulla, oppure rubare le terre dei palestinesi, controllare l’acquedotto di Gaza, staccare l’elettricità ai palestinesi per fargli dispetto, sparare su migliaia e migliaia di bambini…
Ma attenzione! Ecco che l’antisemita scorge all’orizzonte la risposta a tutte le sue preghiere: un jihadista. Un sociopatico irrecuperabile che non vede l’ora di ammazzare ebrei per compiacere Allah e accaparrarsi pure 72 vergini in paradiso! Nessun antisemita poteva sperare in qualcosa di meglio!
L’alleanza è fatta, sancita, scolpita. Per ringraziare gli jihadisti, l’antisemita europeo ora si traveste anche da arabo, indossa la kefiah, organizza psicosi di massa in piazza ogni settimana, sventola le bandiere delle peggiori organizzazioni terroristiche, disegna i deltaplani di Hamas del 7 ottobre, disegna svastiche sui cartelli degli ostaggi di 9 mesi catturati all’alba, addirittura manda soldi agli jihadisti affinché completino l’opera lasciata in sospeso in Europa.
Nel sogno ad occhi aperti dell’antisemita tutto va a gonfie vele… finché qualcosa va storto. Arriva un ebreo a Milano ed entra in un negozio di una grande catena. È un ebreo vero, non è immaginario. Ha il suo abbigliamento tipico degli ortodossi, ha un figlio e una moglie incinta. Nessuno di loro è immaginario.
Sono sopravvissuti sia all’Olocausto che agli jihadisti, quelli che erano stati pagati dagli europei affinché lavorassero bene, non hanno l’aria di gente che controlla il mondo e non sono deformi fisicamente. Anche i loro nasi sembrano normali. Questo è un problema. Qualsiasi antisemita andrebbe in corto circuito.
L’addetto alla security del negozio si avvicina all’ebreo. Lo accusa di aver rubato e lo obbliga a mostrare l’interno dello zainetto e delle tasche. Ma lo zainetto non contiene refurtiva, le tasche nemmeno, l’ebreo è innocente e questa è una catastrofe.
Ed ecco che si arriva ad un elemento cruciale della mente dell’antisemita: se proprio non può ricorrere alla violenza fisica, si accontenta di umiliare l’ebreo capitato sotto tiro. L’antisemita forse non crede davvero alle bugie che popolano la sua mente in merito all’ebreo del momento, ma gode infinitamente nel vederlo obbligato a giustificarsi e al fornire spiegazioni.
Pertanto, l’addetto alla security approfitta del proprio ruolo e intimidisce l’ebreo, vorrebbe perquisirlo ancora e l’ebreo chiede cosa debba mostrargli che non abbia già visto, così l’addetto gli risponde: “Potrei anche spogliarti!”.
L’ebreo inizia a registrare col proprio telefonino la grave scena umiliante, sempre in presenza del figlio piccolino e della moglie incinta, quando interviene il personale del negozio e obbliga l’ebreo a fermare la registrazione e a cancellare i file.
La faccenda si fa talmente tanto tesa che il personale decide di impedire all’ebreo di uscire dal negozio finché non abbia cancellato foto e video dal proprio telefono. Un passaggio notevole dallo scrivere “vietato l’ingresso agli ebrei” al “vietata l’uscita agli ebrei in possesso di prove di antisemitismo”.
Ora il personale del negozio deve provare a interiorizzare la catastrofe. Una famiglia di ebrei innocenti non ci voleva. Maledetta sfortuna.
L’ebreo si recherà in seguito alla polizia per denunciare il grave atto di antisemitismo, ma si sentirà rispondere che “non c’è nessun aumento dell’antisemitismo”.
Presso la comunità ebraica di riferimento, invece, segnaleranno proprio a seguito di questo episodio che il medesimo addetto alla security dello stesso negozio abbia ripetuto la scena con altri ebrei, fra cui un rabbino della comunità locale, nella stessa settimana.
Ma l’antisemitismo non sta aumentando…
(L’ebreo che ha vissuto questo episodio è un mio caro amico israeliano. Questo articolo lo dedico al cucciolo che la moglie porta in grembo con l’espressione “am Yisrael chai”. Perché è vero: il Popolo di Israele vive! Anche se all’antisemita proprio non va giù).
(InOltre, 15 luglio 2026)
........................................................
L’ONU condanna Hamas per gli attacchi agli aiuti umanitari
Raro richiamo delle Nazioni Unite dopo l’assalto a un centro di distribuzione e le violenze contro gli autisti dei convogli diretti alla popolazione civile
di Alessandro Carmi
Per la prima volta dopo molti mesi le Nazioni Unite hanno rivolto una condanna pubblica e particolarmente severa contro Hamas per le interferenze nelle operazioni di assistenza umanitaria nella Striscia di Gaza. La presa di posizione arriva dopo l’assalto armato a un punto di distribuzione degli aiuti a Jabalia, nel nord della Striscia, e l’aggressione ai conducenti di camion incaricati di trasportare viveri e beni di prima necessità destinati alla popolazione civile. Un episodio che, secondo l’ONU, conferma un modello sempre più preoccupante di intimidazioni e violenze che ostacola il lavoro delle organizzazioni umanitarie.
A firmare la dichiarazione è stato Ramiz Alakbarov, vice coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente e coordinatore umanitario per i Territori palestinesi. Pur evitando di citare esplicitamente Hamas e riferendosi alle “autorità de facto” che controllano Gaza, il funzionario ha parlato di un comportamento inaccettabile che mette in pericolo gli operatori umanitari, interrompe la distribuzione degli aiuti salvavita e compromette la capacità delle agenzie internazionali di raggiungere una popolazione già sottoposta a condizioni estreme.
Secondo la ricostruzione fornita dalle Nazioni Unite, uomini armati hanno fatto irruzione sabato nel punto di distribuzione alimentare Abu Rashid, a Jabalia, costringendo alla sospensione delle attività. Gli stessi uomini sarebbero poi entrati in un magazzino del Programma Alimentare Mondiale (WFP), dove due autisti impegnati nelle consegne sarebbero stati aggrediti. L’ONU sottolinea che non si tratta di un episodio isolato, bensì dell’ultimo di una serie di attacchi, minacce e tentativi di interferenza che stanno rendendo sempre più difficile il funzionamento del sistema umanitario nella Striscia.
Nel suo intervento Alakbarov ha richiamato anche un altro elemento che, a suo giudizio, continua a limitare la capacità delle organizzazioni internazionali di operare. L’estensione delle aree sotto controllo militare israeliano restringe infatti gli spazi disponibili per la popolazione civile e rende ancora più complessa la circolazione dei convogli umanitari. Per questo il rappresentante dell’ONU ha ribadito la necessità di garantire un accesso rapido, sicuro e senza ostacoli agli aiuti destinati ai civili, chiedendo che venga rispettata l’indipendenza, l’imparzialità e la neutralità delle organizzazioni umanitarie.
La dichiarazione assume un rilievo particolare perché le Nazioni Unite sono state spesso accusate dal governo israeliano di concentrare le proprie critiche quasi esclusivamente sulle operazioni militari di Israele, evitando di denunciare con la stessa chiarezza le responsabilità di Hamas nella gestione della Striscia. Proprio per questo il comunicato diffuso da Alakbarov rappresenta un passaggio inconsueto nel linguaggio diplomatico dell’ONU, pur mantenendo la scelta di non nominare direttamente l’organizzazione terroristica e di utilizzare la formula “autorità de facto”.
Israele ha immediatamente richiamato il documento delle Nazioni Unite per rafforzare le proprie accuse. Il Coordinatore delle attività governative nei Territori (COGAT) ha sostenuto che Hamas continua a impossessarsi degli aiuti destinati alla popolazione, a sabotarne la distribuzione e a utilizzarli come strumento di controllo interno. Secondo le autorità israeliane, l’organizzazione privilegia il mantenimento del proprio potere rispetto ai bisogni dei civili e sfrutta sistematicamente l’infrastruttura umanitaria per i propri interessi. Si tratta di accuse che Israele ripete dall’inizio della guerra e che rappresentano uno dei principali punti di scontro con parte della comunità internazionale.
La gestione degli aiuti resta così uno degli aspetti più delicati del conflitto. Mentre oltre due milioni di abitanti della Striscia continuano a dipendere in larga misura dall’assistenza internazionale, ogni interruzione della catena logistica rischia di aggravare ulteriormente una situazione umanitaria già definita gravissima dalle stesse agenzie delle Nazioni Unite. La condanna pronunciata in queste ore segnala che, almeno su questo episodio, anche il Palazzo di Vetro ritiene ormai impossibile ignorare le responsabilità delle autorità che governano Gaza.
(Setteottobre, 15 luglio 2026)
........................................................
“Incontri segreti del Mossad con Ahmadinejad”. Cosa c’è di vero sul piano di Israele per il cambio di regime in Iran
di Paolo Crucianelli
Ci sono notizie che sembrano uscite da un romanzo di spionaggio, e questa è una di quelle: secondo un’inchiesta del New York Times, affiancata da una parallela di Haaretz, il Mossad avrebbe coltivato per anni Mahmoud Ahmadinejad — l’ex presidente iraniano — come proprio contatto, con un piano finale vertiginoso: farne il leader dell’Iran dopo la caduta del regime. Proprio lui, l’uomo che negava l’Olocausto e prometteva di cancellare Israele dalle carte geografiche, tanto da meritarsi ai tempi una gustosa caricatura di Maurizio Crozza. Che quell’uomo finisca nei dossier israeliani come possibile alleato è il genere di paradosso che impone di distinguere, con pazienza, ciò che è appurato da ciò che è soltanto possibile.
Partiamo da ciò che è certo. Le due inchieste esistono, sono indipendenti e concordano nell’impianto. Il Mossad, interpellato, non ha smentito: ha rifiutato di commentare, così come il portavoce di Ahmadinejad. E soprattutto esiste una conferma pubblica con nome e cognome: l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Tamir Hayman ha dichiarato alla tv americana PBS che attorno ad Ahmadinejad ci fu “una sequenza di operazioni speciali molto particolari”; il Jerusalem Post aggiunge di averne avuto riscontro da proprie fonti occidentali. Che tra Israele e l’ex presidente ci siano stati contatti diretti e ripetuti è quindi, oggi, difficilmente contestabile.
Poi c’è il racconto dettagliato, verosimile ma affidato a fonti anonime americane e iraniane, che va maneggiato come tale. Un primo aggancio nel 2023 in Guatemala, a margine di una conferenza ambientale. Nel 2024 l’episodio più romanzesco: un invito di copertura a un convegno sul clima a Budapest, orchestrato tramite il rettore di un’università ungherese, dove l’allora capo del Mossad David Barnea avrebbe incontrato Ahmadinejad di persona, informando poi la CIA dell’apertura del canale; Israele avrebbe coperto spese di viaggio e alloggio. Un secondo incontro nel giugno 2025, alla vigilia della guerra dei dodici giorni. Infine, nel febbraio scorso, l’epilogo: un raid israeliano sul suo compound di Teheran come diversivo, un’auto con agenti del Mossad che lo preleva e lo nasconde in un rifugio segreto dentro l’Iran, in vista di un cambio di regime (con annessa sollevazione curda), che tuttavia non è mai arrivato. Deluso e spaventato, Ahmadinejad se ne sarebbe andato, ricomparendo solo ai funerali di Khamenei: ora, secondo quattro alti funzionari iraniani, sarebbe agli arresti dei Pasdaran.
Ed è qui che serve la domanda scomoda: perché tutto questo esce adesso? Le ultime rivelazioni non provengono da fonti israeliane, e la versione che leggiamo serve molto più a Teheran: giustifica l’arresto, brucia come traditore un critico del regime nel momento più fragile della successione, umilia il Mossad. Questo non rende la storia falsa, ma consiglia prudenza sulle proporzioni: tra un canale di contatto esplorativo e un vero reclutamento corre molta strada, e chi ha parlato aveva interesse a raccontare la seconda versione. Resta il paradosso umano, il più interessante: da anni Ahmadinejad era in rotta col sistema, escluso dalle elezioni, trasformato in accusatore della vecchia guardia. Ma perché avrebbe trattato con il nemico giurato? Un suo ex consigliere ha offerto al New York Times la risposta più antica del mondo: non l’avrebbe fatto per denaro. Lui vuole il potere. E per il potere, evidentemente, anche le carte geografiche si possono ridisegnare.
(HaKol, 15 luglio 2026)
........................................................
A Ravenna scatta il boicottaggio dei farmaci israeliani. Tenete la nostra salute fuori dalla vostra politica
di Carmen Dal Monte
Ogni professione è autorevole entro i confini della competenza che la fonda. Ogni abuso professionale comincia quando l’autorevolezza costruita in un ambito viene utilizzata per orientare il cittadino in un altro, privo della medesima competenza. È questa la criticità del manifesto diffuso dalle Farmacie Comunali di Ravenna, al di là di ogni giudizio sulla questione politica che lo ha ispirato. Il testo invita i cittadini a riflettere sui rapporti tra alcune aziende farmaceutiche, i conflitti in corso e presunte violazioni dei diritti umani. Fin qui si potrebbe discutere dell’opportunità dell’iniziativa. Il passaggio decisivo arriva dopo: il farmacista si dichiara disponibile a suggerire «valide alternative» coerenti con determinati valori. In quel momento la farmacia smette di limitarsi a svolgere una funzione sanitaria e attribuisce alla propria autorevolezza una funzione politica.
Il punto riguarda la deontologia della professione, non Israele. Il farmacista gode della fiducia del cittadino perché possiede una competenza scientifica certificata. Conosce i farmaci, le loro indicazioni, le interazioni, gli effetti collaterali. Quella competenza fonda un’autorità specifica e limitata, che consiste nell’aiutare il paziente a tutelare la propria salute. Nessun codice deontologico attribuisce al farmacista una competenza particolare nella valutazione delle responsabilità politiche degli Stati, delle imprese multinazionali o dei conflitti internazionali. La distinzione costituisce il fondamento stesso della fiducia professionale e le criticità sono almeno tre.
La prima riguarda l’autorità. Il cittadino tende naturalmente a fidarsi del farmacista perché riconosce la sua preparazione professionale. In quella relazione diventa difficile distinguere dove termina l’indicazione fondata sulla scienza e dove comincia l’opinione politica del professionista. L’autorevolezza sanitaria finisce così per estendersi oltre il campo che la giustifica. La seconda riguarda la relazione con il paziente. Chi entra in farmacia vive una condizione di inevitabile asimmetria informativa e chiede consiglio proprio perché gli mancano le conoscenze del professionista. Quando il farmacista dichiara di selezionare le alternative anche sulla base di criteri politici, sorge una domanda inevitabile: entrando in una farmacia comunale di Ravenna, possiamo essere certi che il consiglio ricevuto risponda esclusivamente alla tutela della nostra salute? Da quel momento il rapporto fiduciario si incrina, perché il paziente non dispone più degli strumenti per separare il consiglio terapeutico dall’orientamento politico. La terza riguarda il ruolo dell’istituzione pubblica. Una farmacia comunale appartiene a tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro convinzioni politiche. Il suo compito consiste nel garantire un servizio sanitario. Trasformare il banco dei medicinali in uno spazio di orientamento politico altera la funzione dell’istituzione e compromette il rapporto con chi vi si affida.
Anche qualora il Comune di Ravenna ritirasse, come deve, quella comunicazione, la questione resterebbe aperta. La scelta di utilizzare una relazione sanitaria per orientare convinzioni politiche ha già prodotto un effetto difficilmente reversibile: il cittadino non può più essere certo che il consiglio ricevuto sia fondato esclusivamente su criteri di tutela della salute. Un manifesto si ritira in un giorno; la fiducia richiede molto più tempo per essere ricostruita. Il problema supera Ravenna. Oggi il tema riguarda Israele. Domani potrebbe riguardare la Cina, l’industria della difesa, il cambiamento climatico, il fine vita, l’aborto o qualsiasi altra questione divisiva. Una volta accettato il principio, ogni professione potrebbe utilizzare il prestigio della propria competenza per orientare il cittadino su temi estranei alla propria funzione. Le società democratiche vivono di una regola semplice secondo la quale ogni autorità trova il proprio limite nella competenza che la legittima. Quando questo limite viene oltrepassato, la fiducia cessa di essere una garanzia per il cittadino e diventa uno strumento di influenza. Tenete la nostra salute fuori dalla vostra politica.
(HaKol, 15 luglio 2026)
........................................................
Apre il primo centro ebraico nella storia dell’Islanda
Il Beit Shvidler Jewish Center of Iceland ospita una sinagoga, una sala polifunzionale da circa 80 posti, un negozio kasher, una cucina comunitaria, un centro giovanile, una biblioteca, un centro dedicato alla sicurezza e il primo mikveh che sfrutterà il calore geotermico, una delle principali fonti energetiche del Paese.
di Pietro Baragiola
Martedì 7 luglio la città di Reykjavik ha inaugurato il suo primo centro ebraico. Questa struttura, chiamata il Beit Shvidler Jewish Center of Iceland, segna una svolta fondamentale per la piccola comunità ebraica locale, composta solamente da 300 persone su una popolazione di 400.000 abitanti.
In passato il Paese non aveva mai avuto uno spazio dedicato alla vita religiosa e comunitaria, per questo motivo i cittadini di Reykjavik hanno deciso di raccogliere una serie di donazioni volte all’apertura di questo nuovo edificio che ora sorge nel centro della capitale islandese.
“Gli ebrei che vivevano qui desideravano una sinagoga, un rabbino e una comunità. È stato straordinario poter rispondere a questo bisogno” ha dichiarato il rabbino Avraham Feldman durante la sua intervista rilasciata alla Jewish Telegraphic Agency. Insieme a sua moglie Mushky, il rabbino Feldman si è lasciato alle spalle la vita negli Stati Uniti per fondare la prima presenza stabile del movimento Chabad-Lubavitch in Islanda.
• Il nuovo centro
La nuova struttura, il cui progetto è stato avviato nel 2018, copre una superficie di circa 840 metri quadrati ed ospita una sinagoga, una sala polifunzionale da circa 80 posti, un negozio kasher, una cucina comunitaria, un centro giovanile, una biblioteca con area lounge e un centro dedicato alla sicurezza.
Nei prossimi mesi sarà inoltre inaugurato il primo mikveh che sfrutterà il calore geotermico, una delle principali fonti energetiche del Paese.
“I Feldman sono riusciti a trasformare un edificio inutilizzato in uno spazio capace di servire non solo la nostra piccola comunità, ma anche i tanti visitatori ebrei che ogni anno arrivano in Islanda da percorsi molto diversi” ha affermato l’americano Michael Klein, trasferitosi a Reykjavik nel 2020.
• La comunità ebraica islandese
Nonostante i primi mercanti ebrei abbiano attraversato le pianure dell’Islanda già nel Seicento, la presenza di una comunità ebraica stabile nel Paese risale solo alla fine del XIX secolo.
Per oltre cento anni la vita religiosa di questo gruppo si è svolta in appartamenti privati o locali presi in affitto e Reykjavík è stata spesso indicata come l’unica capitale europea priva di una sinagoga permanente.
Negli ultimi tempi, però, la comunità locale ha conosciuto una rapida crescita: nel 2020 è stato completato il primo Sefer Torah del Paese e, l’anno successivo, il governo islandese ha riconosciuto ufficialmente l’ebraismo come una religione, consentendo la celebrazione di matrimoni ebraici riconosciuti dallo Stato e l’accesso ai contributi derivanti dalla tassa religiosa.
Acquistato nel 2024, l’edificio che oggi ospita il Beit Shvidler Jewish Center diventerà anche la sede di una mostra permanente dedicata alla storia dell’ebraismo islandese, con documenti e oggetti appartenuti ai primi residenti ebrei del Paese.
(Bet Magazine Mosaico, 15 luglio 2026)
........................................................
La Knesset approva la legge fondamentale sullo “studio della Torah”
Con un voto storico, la Knesset dichiara lo studio della Torah un valore fondamentale del popolo ebraico e dello Stato di Israele. In questo modo ne approva il riconoscimento quasi costituzionale.
di Thomas Tews *
 |
 |
FOTO
La Knesset ha discusso per ore sulla nuova legge fondamentale
|
|
GERUSALEMME – Lunedì sera l’Aula della Knesset ha approvato in seconda e terza lettura, con 63 voti a favore e 52 contrari, il disegno di legge per una nuova legge fondamentale sullo studio della Torah. Il voto è stato preceduto da un dibattito durato quasi dieci ore.
La legge dichiara lo studio della Torah (i cinque libri di Mosè) un «valore fondamentale del patrimonio del popolo ebraico e dello Stato di Israele». In questo modo, eleva lo studio della Torah all’unico valore sancito in una delle leggi fondamentali di Israele – che sostituiscono la Costituzione.
La proposta era stata presentata dai deputati Jaakov Ascher e Mosche Gafni della coalizione di partiti haredim (ultraortodossi) «Ebraismo della Torah Unito». «Oggi è stato compiuto un passo storico nello Stato di Israele», ha affermato il co-promotore Gafni. «Questa legge fondamentale fungerà da bussola morale dello Stato ed esprimerà la consapevolezza che lo studio della Torah non è solo l’eredità del passato, ma il fondamento su cui poggiano il presente e il futuro del popolo ebraico nella sua terra».
I partiti haredim alla Knesset avevano promosso l’approvazione della legge per mantenere l’esenzione generale dal servizio militare per gli haredim. In questo modo intendevano proteggere dagli provvedimenti punitivi gli studenti del Talmud che disattesero gli ordini di arruolamento. È quanto riporta il sito di notizie «Times of Israel».
• «Una vittoria per il mondo e per la Torah»
È così che il deputato Arje Machluf Deri ha celebrato la vittoria in votazione con queste parole: «Questa è una vittoria per il mondo della Torah e una risposta chiara al procuratore generale destituito e a tutti coloro che hanno cercato di perseguitare e umiliare gli studenti delle yeshiva. Non riuscirete a spezzare lo spirito ebraico. La sacra Torah prevarrà! »
Deri è presidente del partito haredi Shas (acronimo del nome ebraico Shomrei Torah Sfaradim – «Custodi sefarditi della Torah»). Si riferiva al procuratore generale Gali Baharav-Miara, che era stata destituita dalla coalizione di governo con un voto successivamente dichiarato nullo in tribunale.
• Due deputati del Likud contrari
L’approvazione del disegno di legge è avvenuta nonostante la forte opposizione dell’opposizione e di due deputati del partito di governo Likud, Juli Edelstein e Dan Illos. Essi si erano da tempo espressi contro il disegno di legge e avevano recentemente annunciato le loro dimissioni dal partito proprio a causa di questa questione. Anche giuristi e riservisti lo hanno respinto.
Sebbene la versione definitiva della legge, sotto la pressione del Likud, non equipari più espressamente lo studio della Torah al servizio militare, gli oppositori vi vedono una battuta d’arresto negli sforzi volti alla chiamata in servizio degli Haredim nelle Forze di Difesa Israeliane, nelle quali attualmente decine di migliaia di riservisti sono tenuti a prestare servizio. Le forze armate si trovano ad affrontare una grave carenza di personale.
Inoltre, viene criticato il fatto che la legge conceda praticamente un riconoscimento costituzionale esclusivamente allo studio della Torah, ponendolo di fatto al di sopra di tutti gli altri valori nazionali.
--
* Thomas Tews è studioso di scienze culturali e collaboratore freelance del Centro regionale per l’educazione politica (LpB) del Baden-Württemberg per l’iniziativa «Mai più! Una giornata di progetto contro l’antisemitismo».
(Israelnetz, 14 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Se ti dimentico, Gerusalemme…
Trasmettiamo la nostra eredità e i nostri valori alla generazione futura.
di Rav Yossy Goldman
Stasera, nel calendario ebraico, ha inizio un periodo piuttosto triste, noto come i Nove Giorni. Inizia con Rosh Chodesh, l’inizio del nuovo mese di Menachem Av («Menachem» – «Consolatore» – è tradizionalmente anteposto al nome del mese Av), e termina dopo Tisha beAv, il 23 luglio. Questi sono i giorni più tristi dell’anno: un periodo di lutto nazionale con un digiuno di 25 ore che commemora il giorno in cui furono distrutti entrambi i Templi sacri di Gerusalemme.
Il Primo Tempio, costruito dal re Salomone, fu distrutto nel 586 a.C. da Nabucodonosor, re di Babilonia. Il Secondo Tempio fu distrutto nell’anno 70 d.C. dall’Impero Romano sotto Tito. Da qui deriva anche l’Arco di Tito a Roma, che celebra la sua vittoria e la cacciata degli ebrei da Gerusalemme.
Molte persone pongono una domanda apparentemente legittima: perché continuiamo a piangere per eventi accaduti circa 2.000 anni fa? «Superatela una volta per tutte» o «Lasciate riposare il passato», dicono. «Perché continuate a ricordarlo all’infinito? Basta così!»
È una domanda legittima.
Ecco una storia tratta da un periodo più recente di distruzione: l’epoca dell’Olocausto.
Durante la sua permanenza in un campo di concentramento, uno studioso della Torah studiava il Talmud insieme a suo nipote – un’impresa davvero eroica in quelle terribili circostanze. Quando lo zio intuì che la sua fine era vicina, disse al nipote: «Promettimi che, se sopravviverai, porterai a termine lo studio del libro della Gemara che stiamo studiando in questo momento – Moed Katan.» (È interessante notare che anche la mia lezione settimanale sul Talmud, che tengo da decenni, si trova attualmente più o meno a metà del trattato Moed Katan.)
Lì nel campo – in mezzo al dolore, alla fame, alla miseria e alla devastazione, mentre la morte lo guardava negli occhi – a cosa pensava quell’uomo? Qual era l’ultimo desiderio del suo cuore? Che il suo allievo portasse a termine lo studio del libro del Talmud che stavano studiando insieme.
Non aveva altre preoccupazioni? Altri pensieri? Sembra incredibile!
A ben pensarci, forse non è poi così assurdo. Forse è proprio questo il segreto della nostra sopravvivenza. Il fatto che, anche tra le fiamme dell’inferno, continuassimo a sognare il cielo. Che non pensassimo solo alla mera sopravvivenza, ma al senso più profondo della vita e allo scopo della nostra sopravvivenza.
Quando, più di 2.000 anni fa, gli ebrei furono esiliati da Gerusalemme dai babilonesi, come è noto, si sedettero lungo i fiumi di Babilonia e piansero. Dissero: «Lungo i fiumi di Babilonia ci sedevamo e piangevamo, quando ricordavamo Sion» (Salmo 137).
A cosa avrebbero potuto pensare? A come sarebbero sopravvissuti in quelle circostanze disperate? A come avrebbero potuto guadagnarsi da vivere e sfamare i propri figli?
No. Ricordavano Sion, Gerusalemme e il Tempio Sacro. Per questo piangevano e si affliggevano – più ancora che per il proprio destino:
«Se ti dimentico, Gerusalemme, che la mia mano destra si secchi. Che la mia lingua si attacchi al palato, se non mi ricordo di te, se non elevo Gerusalemme al di sopra della mia gioia più grande.»
Nel cuore della schiavitù, desideravano ardentemente la libertà. In mezzo alle rovine, sognavano il ritorno e la ricostruzione. Proprio perché ci siamo rifiutati di dimenticare Gerusalemme, siamo tornati. E poiché non abbiamo mai accettato la sconfitta come definitiva, abbiamo costruito orgogliose comunità ebraiche in tutto il mondo.
Tanti dei nostri un tempo vincitori sono scomparsi o sono stati a loro volta sconfitti – e Am Yisrael, il popolo d’Israele, continua a vivere e a prosperare.
Mi dica, ha incontrato per caso un babilonese ultimamente? Si è mai trovato fianco a fianco con un romano? Gli italiani di oggi non sono i discendenti dei romani dell’antichità.
I babilonesi oggi si trovano solo nei musei o negli scavi archeologici. L’Arco di Tito fu eretto per celebrare la vittoria del condottiero Tito su Gerusalemme. In effetti, i rilievi che vi sono raffigurati mostrano l’espulsione degli ebrei da Gerusalemme.
Nel 2015 sono stato invitato a tenere una conferenza presso il Cardinal Bea Center for Judaic Studies della Pontificia Università Gregoriana a Roma. (Quando ne parlai a mio padre, l’unico sopravvissuto all’Olocausto della sua famiglia in Polonia, rimase completamente senza parole. Disse: «Devono essere i tempi del Moshiach» – i tempi messianici.)
Prima di lasciare Roma, ho chiesto espressamente ai miei ospiti di accompagnarmi all’Arco di Tito. Dovevo scambiare qualche parola con il vecchio Tito. E gli ho detto senza mezzi termini che di lui era rimasto solo un arco, mentre il popolo ebraico esisteva vivo e vegeto a Gerusalemme e in tutto il mondo.
Cosa è rimasto del Terzo Reich? Forse una manciata di vecchi nazisti incorreggibili qua e là. Per fortuna, la Germania di oggi si è profondamente pentita del proprio passato ed è diventata una forte sostenitrice di Israele. Proprio pochi giorni fa, il Bundestag tedesco ha portato avanti una nuova iniziativa legislativa secondo la quale la negazione del diritto all’esistenza di Israele sarà punita come reato con una multa o con una pena detentiva fino a cinque anni.
Poiché non abbiamo mai dimenticato Gerusalemme, abbiamo tramandato la nostra eredità e i nostri valori alla generazione successiva. E se lo zio Moed Katan non è riuscito a completare i suoi studi, spero che lo abbia fatto suo nipote. Perché continuiamo a ricordare chi siamo, da dove veniamo e cosa abbiamo vissuto. È proprio per questo che siamo ancora qui.
«Chi piange per Gerusalemme ne sperimenterà la gioia», dice il Talmud nel trattato Taanit (30b).
Volete rivedere Gerusalemme in tutto il suo antico splendore? Allora non dimenticatela! Se Gerusalemme e il nostro Tempio Sacro rimarranno importanti nella nostra vita, avremo il privilegio di celebrare la sua rinascita e il suo rinnovamento ancora ai nostri giorni.
No, non dimentichiamo gli eventi storici, anche se sono avvenuti ben più di 2.000 anni fa. Continuiamo a ricordare quei giorni decisivi nella storia del popolo ebraico e celebriamoli con consapevolezza.
(Israel Heute, 14 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Gerusalemme si prepara a un evento senza precedenti: oltre 70 milioni di cristiani uniranno le loro preghiere per Israele
Centinaia di leader religiosi, delegazioni governative e milioni di fedeli collegati dai cinque continenti il 4 ottobre daranno vita a una delle più imponenti manifestazioni internazionali di sostegno a Israele, in un momento segnato dalle tensioni in Medio Oriente e dal crescente antisemitismo. Il vescovo Robert Stearns: «Questo è molto più di un evento di preghiera. È una dichiarazione globale che Israele non è solo».
di Nina Deutsch
Il 4 ottobre 2026 Gerusalemme sarà il cuore di quella che si preannuncia come la più grande manifestazione annuale di solidarietà cristiana nei confronti di Israele. Secondo gli organizzatori oltre 70 milioni di cristiani provenienti da 175 Paesi prenderanno parte alla 24ª edizione del Day of Prayer for the Peace of Jerusalem (DPPJ), la Giornata mondiale di preghiera per la pace di Gerusalemme, seguendo l’evento in diretta dai cinque continenti o partecipando alle iniziative organizzate nelle rispettive nazioni.
Una notizia che, nonostante le dimensioni straordinarie dell’iniziativa, è passata quasi inosservata nei grandi media internazionali. Eppure i numeri parlano da soli: una mobilitazione spirituale che coinvolgerebbe decine di milioni di persone e centinaia di leader religiosi, trasformando Gerusalemme nel simbolo di un sostegno globale a Israele in un momento particolarmente delicato della sua storia.
L’appuntamento sarà trasmesso in diretta dal Museo della Torre di Davide, uno dei luoghi simbolo della Città Vecchia di Gerusalemme, e vedrà la presenza di oltre 500 leader cristiani provenienti da circa 50 nazioni. A organizzare l’evento è Eagles’Wings, organizzazione internazionale fondata e guidata dal vescovo Robert Stearns, da anni impegnato nel dialogo tra cristiani ed ebrei e nella promozione del sostegno internazionale allo Stato di Israele.
Come riferiscono i media, secondo gli organizzatori, l’edizione del 2026 rappresenterà la più grande mai realizzata dalla nascita dell’iniziativa. Alla preghiera globale parteciperanno comunità cristiane di ogni continente, unite da collegamenti televisivi e piattaforme digitali, mentre nella capitale israeliana convergeranno delegazioni religiose, istituzionali e governative.
Tra le presenze più significative figurano delegazioni ufficiali provenienti da Nigeria, Kenya e Togo. Sono attesi alti rappresentanti istituzionali, comprese le First Lady di Nigeria e Kenya, oltre al Re e alla Regina del Togo. Una partecipazione che, secondo gli organizzatori, testimonia il crescente coinvolgimento di numerosi Paesi africani nel rafforzamento delle relazioni con Israele.
Un ruolo di primo piano sarà affidato anche all’America Latina. Ben 175 leader cristiani latinoamericani arriveranno a Gerusalemme guidati dal reverendo José Wellington Costa Jr., sovrintendente generale delle Assemblee di Dio del Brasile. La denominazione da lui guidata conta oltre 33 milioni di fedeli ed è parte di uno dei più grandi movimenti protestanti del mondo, presente in oltre 200 Paesi con circa 90 milioni di membri complessivi. Le delegazioni latinoamericane rappresenteranno comunità che riuniscono oltre 51 milioni di cristiani.
Per Robert Stearns, il significato dell’iniziativa va ben oltre l’aspetto religioso. «Questo è molto più di un evento di preghiera. È una dichiarazione globale che Israele non è solo». E aggiunge: «In un momento in cui il popolo ebraico affronta sfide straordinarie, decine di milioni di cristiani scelgono di schierarsi pubblicamente al fianco di Israele, pregare per la sua pace e riaffermare il legame indissolubile tra i nostri popoli».
Anche rappresentanti del governo israeliano sono stati invitati a intervenire durante la manifestazione per sottolineare il valore delle relazioni costruite negli ultimi anni tra Israele e numerose comunità cristiane nel mondo. Quest’anno, l’evento si terrà sullo sfondo della situazione della sicurezza in Israele e dell’aumento degli episodi di antisemitismo in tutto il mondo.
La Giornata di preghiera per la pace di Gerusalemme nacque nel 2002, durante la Seconda Intifada, con l’obiettivo di invitare le Chiese cristiane a pregare ogni anno per la pace della città, ispirandosi al versetto del Salmo 122:6: «Pregate per la pace di Gerusalemme». Da allora l’iniziativa è cresciuta progressivamente fino a coinvolgere migliaia di Chiese e milioni di fedeli in tutto il mondo.
L’edizione del 2026 assume inoltre un valore simbolico particolare. Dopo gli eventi che hanno sconvolto Israele a partire dal 7 ottobre 2023 e le tensioni ancora presenti in Medio Oriente, la manifestazione viene presentata dagli organizzatori come un messaggio internazionale di vicinanza, sostegno e solidarietà nei confronti dello Stato e del popolo israeliano.
• Un fenomeno in crescita
Negli ultimi anni è cresciuto sensibilmente il numero di organizzazioni evangeliche e cristiane che promuovono iniziative di sostegno a Israele attraverso pellegrinaggi, attività umanitarie, programmi di cooperazione e momenti di preghiera internazionale. Il Day of Prayer for the Peace of Jerusalem è oggi considerato una delle principali manifestazioni di questo movimento globale e coinvolge comunità cristiane presenti buona parte del mondo.
(Bet Magazine Mosaico, 14 luglio 2026)
........................................................
L’Occidente è in letargo: si arrende al fanatismo religioso di matrice islamica. Il prossimo passo è la Sharia?
di Mirko Bettozzi
Gli ebrei: nemmeno venti milioni su un totale di otto miliardi di persone che popolano il Pianeta, poco più dello 0,2% della popolazione mondiale. Sparsi in ogni parte del globo perché da sempre perseguitati, nell’arco di oltre duemila anni sono stati costretti a fare i lavori più umili e spesso sono stati interdetti dal ricoprire cariche pubbliche importanti. Nonostante ciò, sono riusciti a tenere una propria identità stabile, quasi immutata nel tempo. All’interno della comunità ebraica è forte il senso di solidarietà; anche se sparsi agli angoli opposti del pianeta hanno mantenuto saldi contatti tra di loro. Forse la loro più grande caratteristica è quella di aver sempre portato contributi positivi nei Paesi in cui sono emigrati, specialmente dal punto di vista culturale ed economico.
Proprio quest’ultimo aspetto della loro esistenza è quello che più genera invidia negli altri, al punto da invalidare l’immenso valore del primo, ed è quello che più è servito come scusa per attaccarli. Il motivo del loro successo a livello finanziario è però semplice ed è esplicitato nei Testi Sacri: per gli ebrei, riuscire a ottenere ottimi profitti è segno della benedizione divina per la propria laboriosità, per i cristiani invece l’attaccamento al denaro è qualcosa di negativo che allontana da Dio.
Forte è anche il loro rispetto delle regole e il senso di correttezza negli affari. Proprio per tutte queste peculiarità positive che denotano il popolo ebraico, la notizia che una imprenditrice immobiliare di origini ebraiche stia spingendo la propria comunità a investire in Puglia dovrebbe far ben sperare per la nostra economia. Su forum e piattaforme social, che rappresentano un ottimo indice di riferimento per verificare quale sia il pensiero dominante tra la massa, molte persone hanno invece espresso apertamente le proprie preoccupazioni sull’eventualità di una possibile “colonizzazione” dell’Italia da parte degli ebrei. Fin qui la cosa tutto sommato – anche se grottesca – non sarebbe allarmante; ad esserlo sono però i commenti apparsi subito dopo: “I satanisti ci vogliono comprare”, “Stiamo svendendo l’Italia a degli assassini”, indirizzati ai nuovi investitori. Un po’ come quelli carichi d’odio rivolti qualche settimana fa a Erri De Luca, escluso dalla prolusione di apertura del Festival Salerno Letteratura perché reo di aver confessato di parteggiare per gli ebrei, non per i palestinesi.
Che sia in atto nel nostro Paese una becera propaganda antisemita è un dato di fatto, che la massa non abbia nessuna difesa cognitiva verso il fanatismo ideologico è altrettanto evidente. E, questo sì, è davvero preoccupante. Seguendo l’assunto “il numero è potenza”, bisogna volgere ancora una volta lo sguardo ai grafici demografici, strumenti questi che dovrebbero essere il punto di partenza per analizzare i fatti restando ancorati alla realtà. Come già ricordato, gli ebrei in tutto il mondo non raggiungono la cifra di venti milioni; tra questi la fascia “giovane”, quella cioè che va da 0 a 14 anni, è composta da circa il 27% del totale e di questi una grandissima percentuale è nata da coppie miste, dove cioè uno dei due genitori non è ebreo. Di conseguenza, difficilmente i figli di queste coppie diverranno estremisti religiosi. Per converso però la popolazione araba musulmana nella stessa fascia di età è composta da circa trecento milioni di individui, e molti di questi vengono indottrinati già da piccoli all’odio nei confronti degli occidentali.
Gli ebrei che risiedono in Italia sono circa trentamila, sono stabili qui da secoli e non hanno mai dato problemi; al contrario hanno sempre contribuito in maniera positiva alla società (vale la pena sottolineare che molti di loro combatterono in trincea per l’Italia durante la Prima guerra mondiale ed ebbero un ruolo attivo nelle file della Resistenza durante la Seconda, nonostante le discriminazioni e le deportazioni subite dopo le leggi razziali). I musulmani presenti in Italia sono in costante aumento: attualmente contano circa tre milioni e, anche se molti di loro sono integrati e si distinguono per essere grandi lavoratori, è vero anche che, specialmente quelli di etnia marocchina, che da soli rappresentano circa un sesto dei musulmani presenti nel nostro Paese, sono fotografati da una statistica sfavorevole per quanto riguarda le propensione a non rispettare le regole e a compiere attività criminose.
Molti giovani musulmani di seconda generazione stanno poi dando vita al preoccupante fenomeno del fanatismo religioso di matrice islamica e non nascondono di voler imporre la Sharia (la legge islamica) in tutto l’Occidente. È sempre più evidente che, quando l’ideologia governa il pensiero, la realtà appare un racconto di fantasia dove i personaggi vengono chiamati a ricoprire il ruolo del buono o del cattivo a discrezione dell’autore, che in questo caso non è altro che il giornalista di riferimento o il politico per cui teniamo. È ovvio che in una situazione così inquinata da pregiudizi, dove ad avere la meglio è la propaganda antiebraica, il problema possono diventare imprenditori di successo che vengono a investire milioni di euro, mentre la soluzione la si trova in una massa di fanatici pronti a sovvertire la democrazia. Se veramente si volesse trovare un punto per cui preoccuparsi sull’acquisto di terreni al fine di edificarli sta nel luogo incontaminato che andrebbero a deturpare. Ecco, questo probabilmente è il vero punto da chiarire e quello su cui focalizzare l’attenzione, non certo sul fatto che chi compra è di religione ebraica.
(HaKol, 14 luglio 2026)
........................................................
Su Gaza e Israele, l’Onu e Amnesty International censurano le voci fuori dal coro
Le voci interne che contestano il pensiero dominante su Israele e Gaza sembrano pagare un prezzo elevato. I casi di Alice Edwards e Alice Wairimu Nderitu all’ONU e la sospensione della sezione israeliana di Amnesty mostrano un preoccupante sbilanciamento ideologico.
di Nathan Greppi
Nel maggio 2026, un rapporto di 104 pagine stilato da UN Watch ha rivelato che su 59 relatori speciali delle Nazioni Unite, almeno 13 hanno dato prova di un atteggiamento incompatibile con l’etica professionale e di avere dei conflitti d’interesse di natura economica, che comprendevano compensi ricevuti da Russia, Cina e altri paesi autoritari.
Nonostante ciò, all’ONU sembra che le figure maggiormente emarginate siano quelle che invece mettono al primo posto la loro professionalità e imparzialità, senza piegarsi al pensiero dominante.
• Il caso Alice Edwards
Sono rivelatorie in tal senso le dichiarazioni della giurista australiana Alice Edwards, relatrice speciale ONU sulla tortura. Secondo la rivista “The Forward”, a giugno la Edwards ha accusato diversi suoi colleghi di aver cercato di impedire la pubblicazione di una sua lettera nel gennaio 2024, nella quale documentava le violenze commesse da Hamas durante i massacri il 7 ottobre.
La lettera dettagliava le accuse di tortura, violenza sessuale e altri abusi commessi il 7 ottobre. Secondo la Edwards, i colleghi avevano fornito un ampio feedback sulle bozze della lettera, rimuovendo alcuni elementi dalla versione finale.
“Tutti i commenti di queste persone erano stati presi in considerazione”, ha detto, aggiungendo che “la lettera si è notevolmente accorciata”.
Anche dopo queste revisioni, ha spiegato, l’unico suo pari a co-firmare la lettera prima che venisse inviata è stato il relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni sommarie, Morris Tidball-Binz.
Altri relatori speciali e gruppi di lavoro che avevano espresso interesse a firmarla, ha detto la Edwards, “hanno ricevuto anch’essi intimidazioni da altri perché non firmassero”.
• Il consigliere rimosso
Quello della relatrice australiana non costituisce un caso isolato. Nel novembre 2024, il “Wall Street Journal” ha affermato che la mediatrice keniota Alice Wairimu Nderitu, già consigliere speciale delle Nazioni Unite per la prevenzione del genocidio, sarebbe stata sollevata dal suo incarico per aver detto che i fatti di Gaza non costituivano un genocidio.
L’ONU ha negato che fossero queste le motivazioni, e tuttavia il quotidiano americano ha sottolineato che in genere il segretario generale tende a rinnovare i contratti di questi funzionari alla scadenza del mandato.
Il fatto che proprio nel caso della Nderitu ciò non sia avvenuto, mentre per Francesca Albanese e altri con posizioni antisraeliane invece sì, rende difficile pensare ad una coincidenza.
• Epurazioni interne ad Amnesty
A parte l’ONU, questo sbilanciamento ideologico si vede anche nell’operato di Amnesty International, che ha accusato ripetutamente Israele di genocidio.
Se per attaccare Israele gli sono bastati pochi giorni dopo il 7 ottobre 2023, al contrario per accusare Hamas di crimini contro l’umanità ci hanno messo più di due anni, pubblicando un documento in tal senso solo nel dicembre 2025.
Nel gennaio 2025, l’organizzazione ha deciso di sospendere la propria sezione israeliana. Come riportato dal “New York Post”, la ragione era che Amnesty International Israele aveva criticato duramente un report nel quale l’organizzazione centrale accusava Israele di commettere un genocidio a Gaza.
Il risultato è che la loro divisione israeliana è stata accusata di aver fomentato “razzismo anti-palestinese” e sospesa per due anni.
(InOltre, 14 luglio 2026)
........................................................
Resistere all’odio, una testimonianza
di Angelica Edna Calò Livne
Israele è occupata a smantellare tunnel pieni di armi e terroristi in Libano e a Gaza, è alle prese con i coloni nella West Bank e soprattutto, purtroppo, e occupata con le nuove elezioni. Non smette un attimo di combattere, di difendere, di continuare la ricerca nelle università, l’educazione e il recupero per schiere di bambini, giovani, soldati e anziani in trauma e post trauma. Nel frattempo Hamas, Iran e Qatar applicano tutte le loro energie (che sono tante, purtroppo) per continuare ad attaccare, con tutti i mezzi e i fondi, su tutti i fronti e soprattutto in quello invincibile della propaganda. Una macchina perfetta, una piovra con migliaia di tentacoli che entra in tv, su Instagram, su Tik Tok, su tutti i media e social media, in ogni casa, sugli stipiti delle porte e sui muri delle città d’Europa. “Via i sionisti da Trieste, via i sionisti dall’Italia, via i sionisti dalla Palestina, via i sionisti dal mondo” è l’ultimo post che ho visto alla fermata dell’autobus, a Trieste, regale e avvolgente città, dove si è svolto il convegno “Italia e Israele una nello sguardo dell’altra”. Mentre all’entrata del Palazzo della Regione di Piazza Unità di Italia, una schiera di indemoniati con le bandiere di Hamas gridavano slogan come “Assassini”, “Free Free Palestine” e “Dal Fiume al mare” davanti a un drappello di polizia e carabinieri che facevano da cordone per bloccare le eventuali violenze, nello scintillante salone del palazzo si susseguivano i discorsi di chi riesce a essere ancora lucido davanti ai “bombardamenti” in tv e alle notizie a senso unico contro Israele e contro gli ebrei in questo rigurgito lancinante di antisemitismo, per legittimare il diritto alla difesa di Israele, ricordando le atrocità del 7 ottobre, i morti, i feriti, i mutilati di questa guerra non voluta e piombata sui cittadini israeliani nel culmine dei Patti di Abramo. Davanti al balcone dal quale Mussolini nel 1938 annunciò le leggi razziali contro gli ebrei, e dove appare l’iscrizione “Mai più” al centro della piazza, all’ora di caldo gli scalmanati schiamazzanti se ne sono andati a riposare per tornare freschi e vigorosi al calar del sole quando è iniziato il concerto klezmer nella Piazza del Teatro dell’Opera, dove tutte le sedie erano piene e gli spettatori battevano le mani al ritmo travolgente della fisarmonica e del clarinetto. Nessuno spettatore se ne è andato, sono rimasti fino alla fine del concerto. «Noi triestini non abbiamo paura del branco, abbiamo le nostre teste per distinguere cosa è bene e cosa è male», ci dicono. Al convegno noi israeliani abbiamo raccontato dell’ambiziosa opera di ricostruzione della fiducia nel campo educativo con i bambini e i giovani, della sensazione che si prova quando parte la sirena, delle corse al mamad, la camera blindata, degli sforzi per rimanere lucidi e sani sotto ai missili, ai droni e le lotte interne in Israele. Abbiamo parlato delle violenze, mai mostrate al pubblico, filmate e perpetrate da Hamas nel sud d’Israele, nel festival Nova, dei suicidi, delle evacuazioni di 180mila abitanti dalle case di confine e del difficile ritorno. Degli spettacoli, delle nuove canzoni e delle mostre di arte sulla speranza e sull’intento profondo di non arrendersi davanti a chi cerca – di nuovo – di cancellarci, di confondere la Storia sconvolgendo il senso delle parole e di termini coniati per descrivere gli orrori dell’umanità. Ma noi non siamo più alberi, non siamo più solo rami, né solo fiori o frutti. Nel corso dei secoli, nel travaglio e nello studio, nella fede e e nel dolore, ci siamo trasformati in radici che si estendono in profondità da un polo all’altro della Terra, da un mare all’altro, da un monte a una collina. E il nostro spirito è diventato forte, saldo e soprattutto indistruttibile.
(Pagine Ebraiche, 13 luglio 2026)
........................................................
Al Kotel il Bar e Bat Mitzvah di 1200 giovani atleti della Maccabiah 2026
Ci sono momenti in cui lo sport smette di essere soltanto una gara e diventa un racconto di esperienze uniche, di memoria, di appartenenza e di futuro. È accaduto a Gerusalemme oggi, al Kotel, dove l’energia della Maccabiah 2026 si è intrecciata con una delle cerimonie più significative della vita ebraica: il Bar e il Bat Mitzvah. Le maglie sportive, i colori delle delegazioni e le bandiere hanno oggi unito le preghiere e le voci commosse degli oltre 1200 partecipanti, di un’unica squadra, della famiglia del Maccabi Mondiale. I ragazzi hanno letto la Torah, hanno ricevuto gli auguri di Rabbi Carlos Tapiero, Rabbino Capo di Maccabi World Union e dei loro amici e famigliari giunti da tutto il mondo; per molti di loro è stato il primo incontro con Gerusalemme; per altri un ritorno alle proprie origini, per tutti, un ricordo destinato a rimanere nel cuore. La Maccabiah, spesso definita la “Olimpiade ebraica”, il cui motto di questa edizione è “More than ever”, “Più che mai”, non rappresenta soltanto un evento sportivo internazionale, è il ponte tra comunità lontane, l’occasione per celebrare la vitalità del popolo ebraico attraverso lo sport, l’amicizia e la condivisione. E quando questo spirito incontra il Bar e il Bat Mitzvah al Kotel, nasce qualcosa di speciale. Le lacrime di emozione dei genitori, gli occhi pieni di orgoglio dei nonni, gli applausi degli allenatori, degli amici e dei compagni di squadra hanno raccontato più di mille parole. Sotto il cielo di Gerusalemme, non si è celebrato soltanto un rito o un evento sportivo: si è celebrata la continuità, la speranza e la forza di un popolo. Per i ragazzi della Maccabiah 2026 il giorno del Bar e Bat Mitzvah al Kotel rimarrà legato per sempre a questa giornata in cui hanno scoperto che vincere non significa soltanto arrivare primi, ma anche sapere da dove si viene e verso quale futuro si vuole correre.
(Shalom, 12 luglio 2026)
........................................................
Perché i Pasdaran attaccano tutti ma non Israele?
di Sarah G. Frankl
Solo nelle ultimissime ore i Pasdaran hanno lanciato missili contro Giordania, Bahrein e Kuwait come ritorsione agli attacchi americani contro l’Iran. Nelle ore precedenti per lo stesso motivo missili iraniani sono stati lanciati contro Emirati Arabi Uniti, Oman e Qatar. Difese antiaeree contro droni sono state attivate in Arabia Saudita.
I Pasdaran affermano di voler colpire non solo quegli Stati dove vi sono basi americane, ma di voler colpire gli alleati degli Stati Uniti. Bene, chi manca dall’elenco sopra evidenziato? Incredibilmente manca l’alleato più importante ma, soprattutto, il nemico giurato del regime iraniano: Israele.
Perché i Pasdaran sparano missili in tutto il Golfo Persico ma non colpiscono Israele? Le ragioni possono essere diverse:
- Gli iraniani hanno pochi missili balistici. Non è un caso che anche negli attacchi contro i Paesi del Golfo il numero di missili balistici impiegati sia minimale. Sembra quasi che li stiano centellinando. Potrebbero non essere in grado di disseppellire quelli colpiti durante i primi giorni di guerra, oppure potrebbero proprio non averne o averne contati.
- Gli iraniani non vogliono l’entrata in guerra di Israele. Fino ad oggi gli americani hanno evitato di colpire strutture indispensabili per gli iraniani, in particolare l’isola di Kharg nota anche come la “cassaforte dell’Iran” o “l’isola proibita” per via del rigido controllo militare, la quale ospita il più importante terminal petrolifero e hub di stoccaggio del Paese, oltre a impianti di lavorazione petrolchimica. Non solo, con l’Iran in piena crisi idrica gli statunitensi non hanno bombardato i dissalatori, un fatto che avrebbe messo in ginocchio il paese e probabilmente scatenato rivolte. Israele non avrebbe remore a colpire né l’isola di Kharg né i dissalatori.
- Netanyahu non è Trump. Un conto è affrontare un Presidente americano indeciso su tutto e malconsigliato, un conto è affrontare un Primo Ministro israeliano che ha già decapitato i vertici degli Ayatollah e dei Pasdaran ed è deciso ad abbattere il regime con ogni mezzo. Ed è molto difficile che in caso di attacco iraniano a Israele, Trump riesca a trattenere Netanyahu.
Checché se ne dica militarmente il regime iraniano è con l’acqua alla gola. Può contare su qualche centinaio di droni e su un numero esiguo di missili balistici. I Pasdaran sanno bene che un attacco a Israele significa una risposta devastante da parte dell’IDF. Sembra che ci sia una corrente all’interno dell’IRGC disposta a tentare il tutto per tutto e ad attaccare anche lo Stato Ebraico. Ma è una corrente minoritaria e non sembra in grado di influenzare gli altri.
(Rights Reporter, 13 luglio 2026)
........................................................
Israele. Startup: 36 milioni di dollari per lo Scudo di Ferro contro i droni
Skapion punta a rivoluzionare la difesa aerea con un sistema capace di fermare attacchi simultanei di droni a basso costo, una delle minacce più insidiose dei conflitti moderni.
di Alessandro Carmi
Gli sciami di droni sono diventati una delle armi più difficili da contrastare nei conflitti contemporanei. Per rispondere a questa minaccia, la startup israelo-americana Skapion ha raccolto 36 milioni di dollari in un round di finanziamento seed destinato ad accelerare lo sviluppo di un sistema che i suoi promotori descrivono come il futuro “Iron Dome dei droni“. L’obiettivo è realizzare una piattaforma capace di individuare, seguire e neutralizzare contemporaneamente decine di velivoli senza pilota, mantenendo costi sostenibili anche di fronte ad attacchi di massa.
L’investimento è stato guidato dai fondi di venture capital statunitensi UP.Partners e Khosla Ventures, ai quali si sono aggiunti Fusion VC, Stratos Ventures, TBD VC e q Fund. Le risorse serviranno ad ampliare il team di ingegneri, accelerare la ricerca e sperimentare il sistema insieme a partner governativi e militari in Israele, negli Stati Uniti e in altri Paesi alleati.
Negli ultimi anni il volto della guerra è cambiato rapidamente. Se fino a poco tempo fa la minaccia principale proveniva da missili balistici e razzi, oggi eserciti e gruppi armati fanno largo uso di droni economici, spesso costruiti con componenti commerciali, in grado di colpire obiettivi militari e infrastrutture strategiche con costi infinitamente inferiori rispetto ai sistemi necessari per intercettarli.
L’esperienza della guerra in Ucraina ha mostrato quanto questi velivoli possano modificare gli equilibri sul campo di battaglia. Anche Israele si è trovato ad affrontare una minaccia crescente, soprattutto lungo il fronte settentrionale, dove Hezbollah ha impiegato droni kamikaze e velivoli guidati attraverso cavi in fibra ottica, una tecnologia che li rende immuni ai tradizionali sistemi di disturbo elettronico.
Secondo Skapion, il problema non consiste più nell’abbattere un singolo drone. La vera sfida è affrontare attacchi simultanei condotti da decine di velivoli che arrivano da direzioni diverse e a quote differenti. Utilizzare intercettori sofisticati e costosi contro droni dal valore di poche centinaia o migliaia di dollari rischia infatti di trasformarsi in una guerra economicamente insostenibile per chi si difende.
Il sistema sviluppato dall’azienda è progettato proprio per colmare questo divario. Si tratta di una piattaforma mobile che integra rilevamento, identificazione e neutralizzazione degli obiettivi, mantenendo la capacità di operare anche in ambienti caratterizzati da forti interferenze elettroniche o da comunicazioni limitate, condizioni che gli avversari cercano sempre più spesso di creare intenzionalmente.
A guidare il progetto è un gruppo di figure di primo piano dell’ecosistema della difesa israeliana. Il fondatore e amministratore delegato Ido Bar-On è un ex tenente colonnello della riserva delle Forze di difesa israeliane con esperienza nelle operazioni speciali e nel settore della difesa internazionale. Tra i cofondatori figura anche il generale della riserva Pini Yungman, già responsabile della divisione Difesa aerea e missilistica di Rafael, dove ha contribuito allo sviluppo di programmi come Iron Dome e David’s Sling, due dei sistemi che hanno trasformato la capacità di Israele di difendersi dagli attacchi missilistici.
Pur avendo sede legale a Washington, Skapion mantiene il proprio centro di ricerca e sviluppo a Ramat Gan, nel cuore del distretto tecnologico israeliano. Fondata soltanto alla fine del 2025, l’azienda impiega già diverse decine di specialisti nei settori dell’aerospazio, della robotica, dell’intelligenza artificiale e dei sistemi autonomi.
L’interesse degli investitori riflette una tendenza ormai evidente. Secondo le principali società di analisi del settore difesa, il mercato mondiale dei sistemi anti-drone è destinato a crescere rapidamente nel prossimo decennio, spinto dall’aumento degli attacchi con velivoli senza pilota e dalla necessità di proteggere non soltanto installazioni militari, ma anche aeroporti, centrali elettriche, porti, reti di comunicazione e grandi eventi pubblici.
Per Israele questa evoluzione ha anche un significato strategico. Dopo aver cambiato il paradigma della difesa contro razzi e missili con Iron Dome, il Paese punta ora a mantenere il proprio vantaggio tecnologico in quello che molti analisti considerano il prossimo grande campo di battaglia, dove la superiorità non dipenderà più soltanto dalla potenza di fuoco, ma dalla capacità di fermare migliaia di droni coordinati prima che raggiungano il bersaglio.
(Setteottobre, 13 luglio 2026)
........................................................
Iran, Meghnagi (Comunità Ebraica Milano): “Piena solidarietà a Meloni, l’Italia non arretri”
“L’inserimento della premier Giorgia Meloni nella cosiddetta ‘lista nera’ pubblicata dal quotidiano Hamshahri, è un segnale inequivocabile del livello infimo a cui è arrivato il regime iraniano. Ritrarre il capo del governo italiano in divisa da detenuto, accanto a Trump e Netanyahu, conferma quanto Teheran consideri legittimo minacciare i leader delle democrazie occidentali.
Al tempo stesso, questo attacco dimostra come la politica del governo italiano sulla crisi mediorientale sia stata tutt’altro che accondiscendente con i deliri della dittatura degli ayatollah: proprio l’Italia, che non ha partecipato ad alcuna azione militare contro l’Iran e ha sempre invocato la via diplomatica, si ritrova comunque nel mirino di un regime che non tollera chi non si piega al suo disegno totalitario. Ma non si tratta solo di un attacco al nostro Premier ma alla nostra Repubblica, alla nostra democrazia, ai nostri valori. Ci auguriamo che tutte le forze democratiche facciano sentire la loro voce.
La Comunità Ebraica di Milano , da parte sua, esprime piena e convinta solidarietà alla presidente Meloni: nessuna intimidazione deve far arretrare l’Italia dai valori di libertà e democrazia che la definiscono.”
(HaKol, 12 luglio 2026)
........................................................
1. Hezbollah: come l’Iran ha costruito in Libano una potenza militare parallela allo Stato
Dalla rivoluzione iraniana alla guerra del 2006, fino alla costruzione di un esercito ibrido dotato di tunnel, missili guidati, droni e capacità operative maturate in Siria. Due puntate sulla storia militare di Hezbollah.
di Luca Longo
• Dalla rivoluzione iraniana alla nascita del “Partito di Dio”
Quando Hezbollah apparve sulla scena libanese all’inizio degli anni Ottanta, pochi avrebbero immaginato che una piccola milizia sorta nel caos della guerra civile sarebbe diventata, quattro decenni più tardi, una delle organizzazioni armate non statali più potenti del mondo.
La sua nascita è inseparabile dalla rivoluzione islamica iraniana del 1979 e dalla successiva invasione israeliana del Libano del 1982. In quel momento il Libano era già da anni precipitato in una guerra civile che aveva frantumato il fragile equilibrio politico costruito dopo l’indipendenza dalla Francia, nel lontano 1943. Il Paese era diventato il terreno di scontro fra milizie cristiane, gruppi palestinesi, forze siriane e interessi regionali contrapposti.
L’ingresso dell’esercito israeliano nel sud del Libano, nel giugno 1982, con l’obiettivo dichiarato di eliminare le infrastrutture militari dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, creò però un nuovo spazio politico e militare. Proprio in quella fase l’Iran capì di avere raggiunto la forza necessaria per esportare la propria rivoluzione oltre i confini nazionali.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) inviò nella Valle della Bekaa centinaia di istruttori militari, consiglieri e religiosi per organizzare le diverse fazioni sciite locali. Da questa rete nacque Hezbollah, letteralmente “Partito di Dio”, che nel 1985 pubblicò il proprio manifesto politico.
Nel documento venivano annunciati il sostegno alla leadership religiosa iraniana e l’assoluta fedeltà all’ayatollah Khomeini. Inoltre, venivano dichiarati gli obiettivi: la costruzione di uno Stato islamico in Libano, l’espulsione delle forze occidentali e l’annientamento dello Stato di Israele.
Nei primi anni Hezbollah era soprattutto una forza di guerriglia. Il suo vantaggio non era rappresentato dalla tecnologia o dalla superiorità numerica, ma dalla capacità di nascondersi fra la popolazione, fondersi con il territorio, sfruttare la conoscenza delle aree rurali del Libano meridionale e condurre una guerra asimmetrica contro un esercito convenzionale.
La strategia era profondamente diversa da quella degli eserciti tradizionali. Hezbollah non cercava lo scontro frontale con Israele, che avrebbe inevitabilmente perso, ma puntava a trasformare ogni operazione militare israeliana in un problema politico e strategico.
Ogni perdita inflitta, ogni attentato, ogni attacco con ordigni improvvisati aveva un valore superiore al danno materiale prodotto: dimostrare che Israele non poteva controllare indefinitamente un territorio ostile.
Questa logica portò progressivamente all’erosione della presenza israeliana nel Libano meridionale. Dopo diciotto anni di occupazione, nel maggio 2000 Israele annunciò il proprio ritiro unilaterale fino alla Linea Blu stabilita dalle Nazioni Unite.
Per Hezbollah fu una vittoria storica. Il movimento poté presentarsi non più come una semplice milizia, ma come la forza che aveva costretto Israele ad abbandonare il territorio libanese.
Quell’evento trasformò profondamente il suo ruolo interno. Da quel momento Hezbollah iniziò una doppia evoluzione: da una parte consolidò la propria struttura politica, entrando stabilmente nelle istituzioni libanesi; dall’altra accelerò la costruzione di una capacità militare autonoma, sempre più simile a quella di un esercito regolare.
• La guerra del 2006 e la nascita dell’esercito sotterraneo
Il salto strategico definitivo arrivò con la guerra del 2006.
Il conflitto iniziò il 12 luglio di quell’anno, quando combattenti di Hezbollah attraversarono la Linea Blu, uccisero alcuni militari israeliani e ne catturarono altri due. La risposta israeliana fu una vasta campagna militare aerea e terrestre contro le infrastrutture del movimento nel Libano meridionale.
Per Israele quella guerra avrebbe dovuto ristabilire la deterrenza e distruggere la capacità militare di Hezbollah. Per Hezbollah, invece, rappresentò una prova della propria capacità di sopravvivere a un confronto diretto con una delle forze armate tecnologicamente più avanzate del mondo.
Il bilancio militare fu complesso. Israele inflisse danni significativi alle infrastrutture e uccise numerosi combattenti, ma non riuscì a ottenere una vittoria decisiva. Hezbollah continuò a lanciare razzi fino al cessate il fuoco imposto dalla Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
La lezione strategica che il movimento trasse fu chiara: non poteva competere con Israele nella guerra convenzionale, ma poteva impedirgli di ottenere una vittoria rapida attraverso una combinazione di dispersione delle forze, protezione sotterranea e capacità missilistica.
Per vincere un conflitto non doveva sconfiggere il nemico sionista ma, come un cancro, gli bastava sopravvivere allo scontro per poter tornare a proliferare di nascosto.
Negli anni successivi Hezbollah costruì, quindi, una struttura militare completamente diversa rispetto alla milizia degli anni Ottanta.
Il cuore della nuova strategia fu il sistema sotterraneo nel Libano meridionale. Non semplici tunnel di collegamento, ma una vera infrastruttura militare nascosta: depositi di munizioni, centri di comando, bunker, strutture per il lancio dei missili e grandi basi logistiche collegate fra loro.
Questa rete aveva una funzione precisa: sopravvivere all’indiscutibile superiorità aerea israeliana.
La differenza rispetto ai fragili e angusti tunnel costruiti da Hamas nella Striscia di Gaza è sostanziale. Quelli di Hamas sono stati progettati principalmente come reti di infiltrazione, deposito e movimento sotto un territorio densamente popolato e composto in larga parte da friabili terreni sabbiosi e alluvionali.
Le infrastrutture di Hezbollah nel sud del Libano sono invece sistemi militari permanenti scavati nelle montagne e nelle rocce carbonatiche, progettati per resistere ai bombardamenti e consentire la completa gestione e il coordinamento delle operazioni anche sotto attacco.
Secondo diverse valutazioni dell’intelligence israeliana e occidentale, negli anni precedenti alla guerra iniziata nel 2023 Hezbollah disponeva di un arsenale compreso fra 120.000 e 150.000 razzi e missili, una quantità superiore a quella posseduta da molti eserciti nazionali.
L’arsenale comprendeva sistemi a corto raggio, come i semplici razzi di tipo Katyusha, missili a medio raggio Fateh-110 di produzione iraniana e versioni locali o modificate di sistemi siriani e iraniani.
Il vero salto qualitativo fu però rappresentato dalla precisione.
Per anni Hezbollah aveva posseduto soprattutto una capacità di saturazione: lanciare grandi quantità di razzi poco precisi contro il territorio israeliano. Si trattava di poco più di tubi pieni di propellente solido, con un carico di esplosivo in cima e un innesco a pressione sulla punta.
Successivamente, grazie al trasferimento di tecnologia iraniana, il movimento iniziò a sviluppare capacità di trasformazione dei razzi tradizionali in missili guidati.
Questo cambiamento aveva un valore strategico enorme. Un missile impreciso può colpire una città; un missile guidato può colpire una centrale elettrica, una base militare, un aeroporto, un impianto industriale o un’infrastruttura energetica.
La minaccia non era quindi soltanto quantitativa, ma qualitativa.
Parallelamente, Hezbollah sviluppò altre capacità: droni da ricognizione e attacco, sistemi anticarro avanzati come i missili Kornet, acquistati in Russia e trasferiti attraverso la Siria, missili antinave e una struttura di intelligence interna estremamente capillare.
La guerra in Siria, iniziata nel 2011, accelerò ulteriormente questa trasformazione.
A differenza di Hamas, che aveva combattuto principalmente in un ambiente urbano confinato, Hezbollah partecipò a una vera guerra regionale, combattendo accanto all’esercito siriano e alle forze iraniane contro i gruppi ribelli e lo stesso Stato Islamico.
Quest’ultimo, infatti, è di matrice sunnita e jihadista, mentre Hezbollah è sciita: si tratta di due formazioni islamiche altrettanto fondamentaliste quanto irriducibilmente antagoniste fra loro.
Quell’esperienza fornì ai suoi combattenti capacità completamente nuove: operazioni offensive coordinate, uso dell’artiglieria, cooperazione con forze convenzionali e gestione di grandi unità combattenti.
Nel giro di pochi anni Hezbollah era passato dall’essere una banda di guerriglieri territoriali a una forza militare ibrida, con caratteristiche vicine a quelle di un grande esercito organizzato.
(InOltre, 11 luglio 2026)
*
2. Hezbollah: dalla guerra dopo il 7 ottobre alla crisi della sovranità libanese
Per anni Hezbollah ha cercato non di sconfiggere militarmente Israele, ma di rendere ogni guerra troppo costosa. Dopo il 7 ottobre quell’equilibrio si è spezzato, mostrando i limiti della strategia iraniana e il prezzo imposto al Libano dalla presenza di una forza armata più potente dello Stato.
di Luca Longo
La deterrenza come arma: non vincere la guerra, ma renderla troppo costosa
La trasformazione di Hezbollah in una potenza militare regionale non può essere compresa soltanto attraverso il numero dei missili o la dimensione dell’arsenale. Il vero elemento distintivo della strategia del movimento sciita libanese è un concetto più sofisticato: la capacità di modificare il calcolo politico e militare dell’avversario.
Hezbollah ha costruito negli anni una vera e propria risk strategy, una strategia fondata sulla gestione del rischio. L’obiettivo non è sconfiggere Israele in una guerra convenzionale – un risultato che rimane fuori dalla portata dell’organizzazione – ma convincere la leadership israeliana che qualsiasi tentativo di eliminare Hezbollah avrebbe costi politici, militari ed economici troppo elevati.
È una forma di deterrenza diversa da quella tradizionale fra Stati. Un esercito convenzionale cerca di impedire un attacco dimostrando di poter infliggere danni inaccettabili al potenziale Stato attaccante. Hezbollah aggiunge un elemento ulteriore: la capacità di trasformare ogni risposta israeliana in una crisi regionale.
La logica è semplice: se Israele colpisce il Libano, Hezbollah può rispondere con migliaia di razzi contro il territorio israeliano; se Israele amplia l’operazione, l’opinione pubblica mondiale si scatena per l’inevitabile danno alla popolazione civile ed aumenta il rischio di coinvolgimento diretto dell’Iran; se Teheran entra nel conflitto, l’intero equilibrio del Medio Oriente può essere destabilizzato.
Questa strategia ha funzionato per anni perché entrambi gli attori principali comprendevano che una guerra totale avrebbe prodotto danni superiori ai possibili vantaggi.
Dopo il 2006, infatti, lungo la Linea Blu che separa Israele e Libano si è instaurato un equilibrio estremamente fragile. Non era una vera pace, ma una forma di deterrenza reciproca.
Israele continuava a considerare Hezbollah una minaccia strategica e conduceva periodicamente operazioni clandestine contro il trasferimento di armi iraniane attraverso la Siria. Hezbollah, dal canto suo, evitava azioni che potessero provocare una guerra generale, ma manteneva intatta la propria capacità offensiva.
Il problema delle strategie basate sul rischio è però che dipendono dalla percezione degli attori coinvolti. Finché tutti ritengono che l’escalation sia troppo pericolosa, il sistema regge. Quando uno degli attori modifica il proprio calcolo, la stessa struttura che garantiva stabilità può diventare un acceleratore del conflitto.
È proprio ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre 2023. Dal fronte di Gaza alla guerra regionale: quando l’equilibrio si rompe
L’invasione di Israele del 7 ottobre 2023, quando i terroristi di Hamas massacrarono 1250 persone e ne rapirono 500, ha modificato radicalmente il quadro strategico mediorientale.
Per Hezbollah, quel giorno, si è aperto un dilemma difficile. Da una parte il movimento aveva sempre presentato la propria esistenza come parte della “resistenza” contro Israele e non poteva ignorare completamente la guerra aperta da Hamas, suo alleato nell’asse sostenuto dall’Iran. Dall’altra, aprire un secondo fronte su larga scala avrebbe comportato rischi enormi per la sopravvivenza stessa dell’organizzazione.
La decisione richiese meno di 24 ore. La risposta iniziale fu calibrata: a partire dall’8 ottobre sono iniziati attacchi limitati contro obiettivi israeliani nel nord. Hezbollah ha utilizzato missili anticarro, droni e razzi, ma evitando per mesi un salto definitivo verso la guerra totale.
Anche Israele adottò una strategia prudente. Pur colpendo infrastrutture e comandanti di Hezbollah, evitò inizialmente una grande operazione terrestre nel sud del Libano.
Ma questo equilibrio si è progressivamente deteriorato.
Il problema principale era che entrambe le parti avevano interesse a non apparire deboli. Per Hezbollah, interrompere completamente gli attacchi avrebbe significato perdere credibilità davanti ai propri sostenitori e soprattutto davanti all’Iran. Per Israele, accettare una presenza militare di Hezbollah lungo il confine settentrionale significava mantenere una minaccia permanente sulle comunità israeliane della Galilea.
La conseguenza è stata una spirale di escalation.
Il movimento libanese ha aumentato progressivamente la gittata e l’intensità degli attacchi. Israele ha risposto colpendo depositi, centri di comando e figure di vertice dell’organizzazione.
La campagna israeliana contro Hezbollah ha dimostrato anche i limiti della strategia del movimento. La superiorità tecnologica israeliana, combinata con capacità di intelligence estremamente avanzate, ha permesso di eliminare numerosi comandanti di alto livello e colpire infrastrutture considerate strategiche.
Dopo l’ennesimo assassinio di civili, 12 bambini massacrati da un razzo di Hezbollah contro il villaggio druso di Majdal Shams, Israele decise che non era più tempo di curarsi delle relazioni diplomatiche. Il 17 settembre 2024 centinaia di pager scoppiano, accecando e storpiando migliaia di comandanti locali di Hezbollah; e il 27 settembre Hassan Nasrallah viene fatto esplodere nel suo nascondiglio di Beirut: un colpo simbolico e operativo enorme. Il leader di Hezbollah aveva guidato il movimento per oltre trent’anni, trasformandolo da milizia locale a potenza regionale.
Tuttavia, anche in questo caso, la storia delle guerre asimmetriche suggerisce prudenza. Colpire la leadership di un’organizzazione non significa necessariamente eliminarne la capacità operativa.
Hezbollah non è costruito attorno a un singolo comandante, ma su una rete complessa e ridondante di strutture militari, politiche e sociali.
• Il prezzo pagato dal Libano: uno Stato debole davanti a un attore più forte
Il paradosso della storia di Hezbollah è che il movimento nato per difendere il Libano ha contribuito alla progressiva perdita della sovranità dello Stato libanese.
Il Libano rappresenta oggi uno degli esempi più evidenti di Stato fragile nel sistema internazionale contemporaneo. Dal 2019 il Paese attraversa una delle peggiori crisi economiche della storia moderna.
Secondo la Banca Mondiale, il collasso finanziario libanese è stato tra i tre peggiori episodi di crisi economica globale dalla metà dell’Ottocento. In poco tempo il sistema bancario è imploso, la valuta nazionale ha perso oltre il 90% del proprio valore e milioni di cittadini hanno visto crollare il proprio potere d’acquisto.
La crisi economica si è sovrapposta alla crisi istituzionale. Per mesi il Paese è rimasto senza un governo pienamente operativo, mentre il sistema politico confessionale ha continuato a produrre paralisi decisionale.
In questo vuoto, Hezbollah ha mantenuto una posizione unica: è contemporaneamente partito politico, riferimento religioso, organizzazione militare e rete di assistenza e controllo sociale.
Il movimento dispone di scuole, ospedali, organizzazioni caritative e strutture economiche autonome. Secondo diverse stime, il sostegno finanziario iraniano vale centinaia di milioni di dollari ogni anno, anche se il valore reale è difficile da quantificare a causa delle reti clandestine utilizzate per aggirare le sanzioni.
Questa struttura parallela rende estremamente difficile per lo Stato libanese riaffermare il monopolio della forza.
La risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza ONU, approvata nel 2006 dopo la guerra con Israele, prevedeva il disarmo delle milizie nella zona a sud del fiume Litani e il rafforzamento delle forze armate libanesi con il supporto della missione UNIFIL.
Nella pratica, però, Hezbollah ha mantenuto nel territorio una presenza militare incontrastata.
Il problema è soprattutto politico: qualsiasi governo libanese che tentasse di disarmare Hezbollah dovrebbe affrontare una forza che dispone di capacità superiori a quelle dello stesso esercito nazionale. Inoltre, la profonda infiltrazione di Hezbollah nell’esercito regolare stesso vanifica qualsiasi serio tentativo di contrasto.
Infine, non dimentichiamo che Hezbollah non prende nemmeno in considerazione la difesa della popolazione, anzi: il martirio viene considerato un valore religioso e, soprattutto, un fenomenale strumento per il vittimismo propagandistico.
• Il futuro: una deterrenza ancora possibile o il rischio di una nuova guerra?
La questione centrale oggi è se il modello strategico costruito da Hezbollah negli ultimi quarant’anni sia ancora sostenibile.
La deterrenza ha funzionato finché tutti gli attori hanno considerato lo status quo preferibile all’escalation. Ma la guerra tra Israele, Hamas e Iran ha modificato il contesto.
Per Israele, la presenza di Hezbollah al confine settentrionale rappresenta una minaccia che non può essere ignorata indefinitamente. Un arsenale di decine di migliaia di missili e razzi a lungo raggio puntati verso città e infrastrutture israeliane costituisce una vulnerabilità strategica permanente.
Per Hezbollah, invece, abbandonare la propria capacità militare significherebbe perdere il ruolo che ha costruito all’interno del sistema regionale iraniano.
Per l’Iran, il movimento libanese rimane uno degli strumenti più importanti della propria strategia di pressione contro Israele. Hezbollah è infatti il principale elemento dell’“asse della resistenza” di Teheran: una rete che comprende anche milizie sciite irachene, gli Houthi nello Yemen e altri gruppi armati regionali.
Il problema è che ogni attore utilizza questa rete per obiettivi diversi. L’Iran può considerare accettabile un certo livello di rischio regionale, mentre la popolazione libanese vive direttamente le conseguenze di ogni escalation.
La storia di Hezbollah dimostra quindi un elemento fondamentale della guerra contemporanea: la superiorità militare non coincide automaticamente con la vittoria politica.
Israele può distruggere depositi, eliminare comandanti e degradare capacità operative. Hezbollah può continuare a rappresentare una minaccia anche dopo pesanti perdite. L’Iran può usare il movimento come strumento di pressione senza necessariamente controllarne ogni decisione.
Il risultato è un equilibrio instabile nel quale nessuno degli attori possiede una soluzione definitiva.
La lezione strategica più importante è forse proprio questa: la deterrenza può congelare un conflitto, ma raramente riesce a risolverlo. Finché il Libano resterà privo di istituzioni capaci di esercitare pienamente la propria sovranità, finché UNIFIL rimarrà incapace di controllare il territorio e finché Hezbollah conserverà una forza militare indipendente dallo Stato, il confine settentrionale di Israele continuerà a essere uno dei punti più pericolosi dell’intero Medio Oriente.
(InOltre, 13 luglio 2026)
........................................................
“Buttarla in caciara”: la psicologia del potere nell’era di Trump
di David Gerbi
Per anni ho osservato Donald Trump con un misto di fascinazione e disorientamento. L’ho visto prendere decisioni coraggiose a favore di Israele, come il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme. L’ho visto promuovere gli Accordi di Abramo. L’ho visto intervenire in crisi internazionali che sembravano bloccate. Ma ho visto anche altro. Ho visto il rifiuto di accettare la sconfitta elettorale del 2020. Ho visto il 6 gennaio, una scena che sembrava uscita da un film western. Ho visto attacchi pubblici contro alleati, avversari, giornalisti e perfino collaboratori che fino al giorno prima sembravano indispensabili. L’ho visto insultare, provocare, minacciare, umiliare. E poi, spesso, tornare al tavolo delle trattative come se nulla fosse accaduto. Col tempo ho smesso di sorprendermi. Ho iniziato invece a chiedermi quale fosse il meccanismo psicologico sottostante. Che cosa rende questo stile di leadership così efficace per alcuni e così destabilizzante per altri? È stato allora che mi è venuta in mente una vecchia espressione italiana: «Buttarla in caciara». Le polemiche tra Donald Trump, Giorgia Meloni, Benjamin Netanyahu e altri leader internazionali riempiono quotidianamente giornali e social network. Gli insulti, le provocazioni e le dichiarazioni clamorose attirano immediatamente l’attenzione dell’opinione pubblica.
Ma dietro questi episodi si nasconde un fenomeno molto più interessante e universale: la tendenza a “buttarla in caciara”. È un’espressione tipicamente italiana che descrive una dinamica che tutti conosciamo. Durante una discussione qualcuno si rende conto di essere in difficoltà. Le argomentazioni non lo favoriscono, i fatti non confermano la sua posizione, oppure semplicemente teme di perdere consenso.
A quel punto, invece di affrontare il merito della questione, cambia il terreno di gioco. Alza i toni. Provoca. Offende. Generalizza. Introduce argomenti nuovi. Sposta continuamente il centro della conversazione. L’obiettivo non è più cercare la verità, ma impedire che qualcuno possa arrivarci.
Nella psicologia della comunicazione questa strategia è ben conosciuta. Gli studiosi parlano di “distrazione”, “misdirection” o “red herring”: una falsa pista che devia l’attenzione dal problema reale.
La tecnica può assumere forme diverse. Si può attaccare la persona invece delle sue idee. Si può cambiare argomento. Si può evocare un’emozione forte per impedire una riflessione lucida. Si può perfino creare uno scandalo artificiale per oscurare una questione più importante. In tutti questi casi il meccanismo è lo stesso: il discorso principale scompare.
Nella vita quotidiana vediamo spesso questa dinamica. Quando un marito e una moglie stanno discutendo di un problema concreto e uno dei due tira fuori una questione di dieci anni prima. Quando in una riunione di lavoro qualcuno, messo alle strette dai fatti, inizia a parlare d’altro. Quando in politica una polemica personale occupa le prime pagine mentre le decisioni realmente importanti passano in secondo piano.
L’espressione “buttarla in caciara” descrive tutto questo con straordinaria efficacia. Non è soltanto una questione di rumore. È una strategia per evitare il confronto con la realtà. Perché la realtà, a volte, è scomoda. Richiede di riconoscere un errore. Richiede di accettare di non avere ragione. Richiede di tollerare la frustrazione. E non tutti sono disposti a farlo.
Osservando la politica internazionale degli ultimi anni, viene spontaneo chiedersi se questa dinamica non sia diventata anche una vera e propria tecnica di leadership. Donald Trump ne rappresenta forse l’esempio più evidente.
Al di là dei giudizi politici, colpisce la sua capacità di spostare continuamente l’attenzione pubblica da un tema all’altro. Un giorno Gaza. Il giorno dopo l’Ucraina. Poi i dazi. Poi la Groenlandia. Poi il Venezuela. Poi gli immigrati. Poi il Nobel per la Pace. Poi una polemica con un leader alleato. Poi un’altra ancora.
Che si tratti di una strategia deliberata o di uno stile personale, l’effetto è sempre lo stesso: il sistema politico e mediatico viene costretto a rincorrere l’argomento del giorno. L’attenzione diventa instabile. Le persone si sentono disorientate. I governi reagiscono più che agire. Le emozioni prevalgono sulla riflessione. La discussione viene continuamente riaperta e raramente approfondita.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Perché Trump possiede anche un’altra caratteristica che merita attenzione. Esiste un antico proverbio arabo che dice: “Litiga, ma lascia sempre un’espressione del viso per incontrarti di nuovo”. È un invito a non chiudere mai completamente una porta, a non rendere irreversibile ogni conflitto e a lasciare sempre uno spazio per la trattativa futura.
Osservando Trump, si nota spesso questa dinamica. Attacca. Critica. Umilia. Minaccia. Poi, improvvisamente, incontra di nuovo la stessa persona. Tratta. Negozia. Ricuce. Riapre il dialogo.
In questo senso la caciara non è soltanto confusione. Diventa uno strumento di negoziazione permanente. Nulla è mai definitivamente acquisito. Ma nulla è nemmeno definitivamente perduto. Le alleanze vengono continuamente rinegoziate. I rapporti vengono continuamente ridefiniti.
Da questo punto di vista, Trump sembra comportarsi più come un uomo d’affari che come un politico tradizionale. Non ragiona principalmente in termini di fedeltà storica, amicizie consolidate o alleanze immutabili. Ragiona in termini di opportunità, convenienza e capacità di ottenere un risultato.
Per alcuni questa è una forma di pragmatismo. Per altri è una forma di instabilità. In ogni caso produce un effetto psicologico evidente: gli interlocutori non sanno mai con certezza quale sarà la prossima mossa. E quando l’incertezza aumenta, aumenta anche la dipendenza da chi controlla il gioco.
C’è però un ultimo aspetto che merita attenzione. La caciara non produce soltanto rumore. Produce stanchezza. Quando l’attenzione viene continuamente spostata da un tema all’altro, le persone finiscono per perdere la capacità di distinguere ciò che è importante da ciò che è urgente.
Tutto sembra decisivo. Tutto sembra un’emergenza. Tutto sembra richiedere una reazione immediata. Ma quando tutto diventa urgente, nulla viene veramente approfondito.
È una dinamica che riguarda la politica, ma anche la vita quotidiana. Molte persone oggi vivono immerse in un flusso continuo di notizie, polemiche, indignazioni e allarmi. Passano da una crisi all’altra senza avere il tempo di comprendere davvero nessuna di esse.
In questo senso, il controllo dell’attenzione è diventato una delle forme più potenti di esercizio del potere. Chi riesce a decidere di cosa si parla, spesso riesce anche a decidere di cosa non si parla.
Per questo la vera sfida non è soltanto difendersi dalla manipolazione. È imparare a mantenere la propria attenzione. È saper distinguere il rumore dai fatti. L’urgenza dall’importanza. La provocazione dalla realtà.
Dal punto di vista psicologico, la capacità di restare sul tema è una forma di maturità. Significa riuscire a sopportare il disagio senza fuggire nella confusione. Per questo, quando una discussione deraglia, può essere utile fermarsi e chiedersi: “Qual era la domanda iniziale?”. Spesso basta questa semplice domanda per riportare il dialogo alla realtà.
Forse la libertà, oggi, non consiste soltanto nel poter esprimere la propria opinione. Consiste anche nel decidere a cosa concedere la propria attenzione.
In un’epoca dominata dai social media, dalle polemiche continue e dalle reazioni impulsive, il vero atto rivoluzionario non è gridare più forte. È restare sul punto. È non lasciarsi trascinare nella caciara. È continuare a cercare la verità anche quando il rumore diventa assordante.
Gli americani non dicono semplicemente “prestare attenzione”. Dicono: “to pay attention”. Letteralmente: pagare attenzione. Come se l’attenzione fosse una moneta. E alla fine di una conferenza o di un discorso dicono spesso: “Thank you for your attention.” Grazie per la vostra attenzione. Come se ringraziassero il pubblico per il tempo, l’energia e la concentrazione che ha deciso di investire. Forse è proprio così. Ogni giorno spendiamo la nostra attenzione. La spendiamo per una notizia, una polemica, una paura, una speranza, un leader politico o una crisi internazionale. E chi riesce a decidere dove milioni di persone spendono la propria attenzione possiede già una parte del potere. Forse, oggi, la vera libertà non consiste soltanto nel poter esprimere la propria opinione. Consiste anche nel decidere a chi e a che cosa concedere la propria attenzione.
(HaKol, 12 luglio 2026)
____________________
Dice l'autore: "Quando l’incertezza aumenta, aumenta anche la dipendenza da chi controlla il gioco". Ma chi è che controlla il gioco? C'è qualcuno, tra gli esseri umani, che controlla davvero il gioco? O sono tutti parte inconsapevole del gioco? Ormai oggi nessuno sa quale sarà la prossima mossa di Trump - si dice -, ma viene il forte dubbio che non lo sappia nemmmeno lui. Lui ormai fa parte del gioco, e senza tanti problemi gioca. Non sa come andrà a finire, ma anche questo fa parte del gioco. Se no, che gioco è? Forse ci prende gusto o forse no, ma non importa: resta la suspense di vedere come andrà a finire. Poveri noi. "Ormai solo un dio ci può salvare", pare che abbia detto Heidegger a conclusione della sua complicata filosofia. Ed è vero, purché si aggiunga che è l'unico vero Dio che ha fatto il cielo e la terra di cui parlano le Sacre Scritture. M.C.
........................................................
L’universale oltraggio
di Marcello Cicchese
“Io canterò per sempre la bontà dell'Eterno; la mia bocca annuncerà la tua fedeltà d'età in età. Poiché ho detto: “La tua bontà sussiste in eterno; nei cieli è fondata la tua fedeltà” (Salmo 89:1-2).
Quando Etan l’ezraita scrive questo salmo, Gerusalemme è ormai caduta in mano ai babilonesi, il tempio è stato distrutto, il popolo è stato deportato. Ha vinto Babilonia. Ma poiché Israele è presente nel mondo come tesoro particolare di Dio fra tutti i popoli (Esodo 19:5), è giusto dire che in rapporto a Israele tutti i popoli hanno vinto. Israele si trova ora immerso in un pantano di vergogna alimentato dagli scherni dei popoli vicini e lontani, perché la caduta di una città voluta da Dio, anche se appresa soltanto come notizia, è sempre motivo di soddisfazione per chi non gradisce Dio e le sue opere. Nel suo cantico Etan esprime il suo smarrimento per l’incomprensibile atteggiamento contraddittorio di Dio, che ha fatto a Davide delle promesse, e a quel che sembra poi non le ha mantenute.
“Io”, dice l'Eterno, “ho fatto un patto con il mio eletto; ho fatto questo giuramento a Davide, mio servitore: Io stabilirò la tua progenie in eterno ed edificherò il tuo trono per ogni età” (89:3-4).
Ho trovato Davide, mio servitore, l'ho unto con l'olio mio santo; la mia mano sarà salda nel sostenerlo, e il mio braccio lo fortificherà. Il nemico non lo sorprenderà, e il perverso non l'opprimerà. Annienterò davanti a lui i suoi nemici e sconfiggerò quelli che l'odiano. La mia fedeltà e la mia bontà saranno con lui, e nel mio nome la sua potenza sarà esaltata (89:20-24).
Una cosa ho giurato per la mia santità, e non mentirò a Davide: La sua progenie durerà in eterno e il suo trono sarà davanti a me come il sole, sarà stabile per sempre come la luna; e il testimone che è nei cieli è fedele (89:35-38).
Se queste sono le promesse fatte da Dio al suo unto in un lontano passato, adesso Etan elenca quello che invece Dio ha fatto in un recente passato.
Ma tu ti sei adirato contro il tuo unto, l'hai respinto e disprezzato. Tu hai rinnegato il patto stretto con il tuo servitore, hai profanato la sua corona gettandola a terra. Tu hai rotto i suoi ripari, hai ridotto in rovine le sue fortezze. Tutti i passanti l'hanno saccheggiato, è diventato lo scherno dei vicini. Tu hai esaltato la destra dei suoi avversari, hai rallegrato tutti i suoi nemici. Tu hai smussato il filo della sua spada e non l'hai sostenuto nella battaglia. Tu hai fatto cessare il suo splendore e hai gettato a terra il suo trono. Tu hai abbreviato i giorni della sua giovinezza, l'hai coperto di vergogna (89:38-45).
Ed ecco allora la domanda provocatoria:
“Signore, dov'è la tua antica bontà che giurasti a Davide nella tua fedeltà?” (89:49).
La contestazione è forte, perché Etan usa due termini usati spesso insieme nella Bibbia per presentare l’essere e l’azione di Dio in rapporto al suo popolo: bontà (chesed, חֵסֵד) e fedeltà (emunà, אֱמוּנָה), stessa radice di amen (אֱמוּ), termini che in altri passaggi vengono tradotti rispettivamente con grazia e verità. Il richiamo di Etan sembra dunque voler colpire proprio nel segno, perché poco sopra aveva ricordato le precise parole che l’Eterno aveva detto:
“La mia fedeltà e la mia bontà saranno con lui, e nel mio nome la sua potenza sarà esaltata (89:24).
Nel salmo, l’apparente contraddizione dell’agire di Dio non viene risolta, perché se anche si usa dire, in riferimento alla liturgia cattolica, che tutti i salmi finiscono in gloria, nei salmi biblici non si trova sempre il lieto fine delle didattiche favolette. Qualche volta anzi sembra esserci il contrario, come nel salmo 88, attribuito a Eman l’ezraita, fratello di Etan. Qualcuno l’ha definito come “il salmo più triste di tutto il salterio”. Ma dice che ne è stato consolato, perché vi ha trovato qualcuno che sta peggio di lui. Non è un lieto fine classico, quello del Salmo 89, ma è un finale glorioso, perché esprime una fede profonda in Dio che resiste ad ogni apparente contraddizione:
Ma prima di questa finale benedizione, Etan invita Dio a rivolgere la sua attenzione sui popoli di cui Egli si è servito per porre sotto disciplina Israele:
Ricorda, Signore, l'oltraggio fatto ai tuoi servi; ricòrdati che io porto in cuore quello di tutti i grandi popoli, l'oltraggio di cui ti hanno ricoperto i tuoi nemici, o Eterno, l'oltraggio che hanno gettato sui passi del tuo unto (מָשִׁיחַ, messia) (89:50-51).
L’accento è messo sulla parola oltraggio, ripetuta per ben tre volte. In altre traduzioni il termine viene reso con vituperio o ignominia, ma la traduzione scelta si adatta bene a evidenziare la volontà di colpire l’avversario nella sua dignità, assaporando magari il gusto morboso di vederne l’umiliazione. Il Dizionario della Lingua Italiana di Giovanni Treccani dà una definizione accurata della parola oltraggio: “Offesa grave all’onore, alla dignità, al prestigio di una persona o di una istituzione, con atti o con parole”. A chi dunque viene recata offesa grave in questo caso? Gli oggetti oltraggiati sono tre:
- I tuoi servi.
Etan lo ricorda a Dio, come per dire: guarda che gli oltraggiati sono servi tuoi, mica di qualcun altro.
- L’Eterno.
Si parla di un oltraggio di cui ti hanno ricoperto i tuoi nemici: dunque è Te che hanno ricoperto di oltraggio, e non soltanto i tuoi servi, dice Etan. E aggiunge che lui stesso, come fedele e sensibile servitore, porta in cuore il peso di quell’universale oltraggio che arriva da tutti i grandi popoli.
- Il Messia.
Dopo aver fatto oltraggio ai servi di Dio; dopo aver ricoperto con esso l’Eterno; l’oltraggio infine è gettato sui passi del Messia, come per ostacolare il percorso che conduce alla sua venuta.
Quest'oltraggio fatto all’Eterno dai grandi popoli che usano la posizione di disciplina in cui Dio ha messo temporaneamente il suo popolo per dare sfogo al loro disprezzo verso coloro che sono ancora oggi i suoi servi, cioè il suo popolo etnico, sarà un giorno severamente ripagato. Ma poiché è un oltraggio che si ripete continuamente nel corso della storia, sarà utile riflettere brevemente su quello che oggi sta avvenendo. È un prodigio quello che oggi avviene nel mondo. Sarebbe una cosa da restare stupefatti, se una consuetudine anche ad arte alimentata non ci avesse fatto pensare che sia normale. Com’è stato possibile che in così poco tempo si sia diffuso un così forte e universale disprezzo verso tutto ciò che riguarda Israele, il suo popolo, la sua diaspora? I motivi addotti sono di tutti i tipi: religiosi, storici, politici, ideologici, sociologici, psicologici, con innumerevoli altre varianti. Il comune effetto è semplice: disprezzo, revocazione inappellabile della dignità umana. È un oltraggio letteralmente universale, proveniente da ogni parte della terra e aperto a tutte le possibili interpretazioni. È inimmaginabile la varietà di modi in cui si possono insultare gli ebrei. Attenendosi al testo biblico, la traiettoria con cui l’universale oltraggio colpisce i tre oggetti sopra elencati inizia colpendo in terra i suoi servi, prosegue innalzandosi in cielo verso l’Eterno, e si conclude tornando in terra verso il Messia. È su quest’ultimo passaggio che vorrei fissare l’attenzione: sull’oltraggio gettato sui passi del Messia. Come cristiani, noi crediamo in un Messia che un giorno tornerà in modo visibile sulla terra, ma che fin d’ora passeggia sulla terra in modo invisibile con i piedi di coloro che credono sinceramente in Gesù come annunciato nei Vangeli e nel resto delle Scritture. L’universale oltraggio che colpisce oggi gli ebrei riguarda dunque anche noi cristiani, che per questo motivo dovremmo sentirci colpiti, e dunque in sintonia con i disprezzati servi etnici di Dio, e non con chi getta fango su di loro. Il nostro posto dev’essere quello di Etan l’ezraita, che porta nel cuore l’oltraggio di cui i nemici dell’Eterno hanno ricoperto Israele. Il discorso è serio e meriterebbe di essere affrontato a fondo, ma val la pena di fare fin d’ora un avvertimento. Tutto fa pensare che il Messia stia realmente muovendo i suoi passi sulla terra in attesa della sua prossima rivelazione. Guai a coloro che professandosi credenti in Gesù Messia saranno trovati a partecipare, in qualsiasi forma, all’universale oltraggio di cui oggi il mondo ricopre Israele e tutti gli ebrei.
(Notizie su Israele, 12 luglio 2026)
|
........................................................
Israele pronto a intervenire in Iran Pressing sul Libano contro Hezbollah
Il ministro Katz: «Attaccheremo Teheran se necessario». Ma Trump non vuole coinvolgere lo Stato ebraico L'accordo Gerusalemme-Beirut è storico, ma per ora nel Sud non si è visto neanche un soldato libanese.
di Antonio Picasso
Israele si prepara a un terzo intervento sull'Iran. Però non è detto che le minacce del suo ministro degli Esteri Katz portino davvero a un conflitto. Dopo la telefonata Netanyahu-Trump dell'altro giorno, ieri il presidente Usa ha detto che non intende coinvolgere l'alleato. Restarne fuori potrebbe essere un vantaggio per lo Stato ebraico. D'altra parte, nel momento in cui in cielo a volteggiare sono soltanto i falchi, Netanyahu non può permettersi di fare la colomba. Che comunque non ha mai saputo fare. Se Usa, Iran e Turchia parlano il linguaggio di guerra, altrettanto deve fare Israele. Tanto più ora che si sono concluse le esequie di Ali Khamenei. L'eliminazione della Guida suprema non ha comportato la fine del regime. Fatto è che il suo numero uno non è morto di vecchiaia. Peraltro, a Gerusalemme non riescono a mandare giù l'esclusione dai negoziati in Svizzera. A Israele non si fa fare anticamera. Non è accettabile che una decisione regionale, diplomatica o di guerra che sia, venga presa senza il suo consenso. O intervento diretto. Ecco perché si continua a battere sul ferro libanese.
L'accordo Gerusalemme-Beirut è un fatto senza precedenti. Se confermato, il Libano andrà ad aggiungersi alla crescente comunità araba che riconosce Israele. Ancora oggi, con un visto israeliano sul passaporto, l'aeroporto Rafie Hariri è off limits. L'accordo potrebbe isolare Hezbollah. E così far uscire il Paese dei cedri dalla morsa con cui il Partito di Dio ne soffoca istituzioni, economia e identità nazionale. D'altra parte, Israele fa notare che, finora, nel Libano del Sud, non si è visto neanche un soldato libanese. Mentre Tzahal ha tutto l'interesse a demandare le operazioni di disarmo delle milizie sciite. Questo è il succo del discorso, infatti. Leanalisi sugli equilibri politici sono interessanti, sì. Ma poi quello che conta è che a Hezbollah non resti in mano neanche un cerino.
Sulla stessa riga ci sono le relazioni con l'Arabia Saudita. Perno già degli Accordi di Abramo, più o meno messe in ghiacciaia dopo il 7 ottobre, riprese dopo la guerra dei dodici giorni. Se israeliani e sauditi dovessero scambiarsi le credenziali diplomatiche, sarebbe il completamento di un percorso lungo decenni, con il mondo arabo tutto allineato con l'Occidente. Riad però ha pagato caro l'intervento sull'Iran di febbraio. Neanche con i sauditi ci si può permettere l'affronto di giocare sottobanco. Ci vuole cautela quindi nel dare il semaforo verde a una terza escalation.
Altrettanto fluida è la situazione interna. Un sondaggio di Channel 13, ripreso dal Jerusalem Post, ha rilevato il sorpasso di Yashar sul Likud, per 23 seggi contro 22. È una lunghezza simbolica quella che premia il partito guidato da Gadi Eisenkot. L'ex capo di Stato maggiore rappresenta insieme cambiamento e fiducia per un personaggio che ha indossato l'uniforme. Se davvero ci fosse un sorpasso, due sarebbero le incognite da risolvere. Con che coalizione Yashar potrebbe governare? Che fine farebbe Bibi? Il premier uscente potrebbe anche ritirarsi a vita privata. Ma Israele dovrebbe garantirgli l'immunità totale su tutto quello che ha fatto, non ha fatto o si presume che abbia fatto.
(Il Riformista, 11 luglio 2026)
........................................................
La Polonia commemora l’85° anniversario del massacro di Jedwabne nel contesto di una campagna di distorsione dell’Olocausto
«Il pogrom di Jedwabne è un monito su ciò che può accadere quando permettiamo che l’antisemitismo e l’odio restino impuniti», ha affermato Agnieszka Markiewicz dell’American Jewish Committee.
di Rebecca Szlechter
 |
 |
FOTO
Un monumento commemorativo, inaugurato nel 2001, ricorda gli abitanti ebrei assassinati durante il massacro di Jedwabne il 10 luglio 1941 a Jedwabne, in Polonia.
|
|
Venerdì a Jedwabne, in Polonia, leader ebrei, funzionari polacchi e rappresentanti internazionali si sono riuniti per commemorare l’85° anniversario del massacro della comunità ebraica della città avvenuto durante la guerra, mentre attivisti di estrema destra organizzavano manifestazioni nelle vicinanze per contestare la versione storica consolidata di tale atrocità.
La cerimonia, organizzata dal rabbino capo della Polonia e dalla comunità ebraica di Varsavia, ha incluso preghiere per le vittime e il ricordo della comunità ebraica distrutta durante l’Olocausto. Tra i presenti c’erano l’ambasciatore israeliano in Polonia Yaakov Finkelstein, l’inviata speciale degli Stati Uniti per le questioni relative all’Olocausto Ellen Germain, il presidente di Yad Vashem Dani Dayan e rappresentanti dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto.
L’American Jewish Committee ha affermato che la polizia polacca ha garantito la sicurezza intorno al memoriale, consentendo ai partecipanti al lutto di riunirsi nonostante le manifestazioni nelle vicinanze. Secondo l’AJC, gli estremisti hanno organizzato un raduno di due giorni nei pressi del sito, con oratori che promuovevano opinioni antisemite e la distorsione della verità sull’Olocausto. L’organizzazione ha affermato che manifestazioni simili si sono svolte anche in occasione dell’anniversario dello scorso anno, a testimonianza di quelli che ha definito crescenti tentativi di riscrivere la storia del massacro.
Il 10 luglio 1941, secondo l’Istituto polacco della Memoria Nazionale (IPN), almeno 340 ebrei furono uccisi a Jedwabne dopo essere stati radunati e bruciati vivi in un fienile dai loro vicini polacchi sotto l’occupazione nazista tedesca.
Per decenni, il massacro è rimasto in gran parte assente dal dibattito pubblico. L’attenzione internazionale è stata riaccesa con la pubblicazione, nel 2000, del libro Neighbors dello storico Jan Tomasz Gross, che ha dato il via a un dibattito nazionale sulla partecipazione polacca alle violenze antiebraiche durante la Seconda guerra mondiale. Una successiva indagine dell’IPN ha concluso che i residenti locali hanno compiuto gli omicidi su istigazione tedesca durante l’occupazione. I risultati dell’indagine portarono l’allora presidente polacco Aleksander Kwaśniewski a presentare delle scuse formali nel 2001.
L’AJC ha inoltre condannato le installazioni erette nei pressi del sito commemorativo che, secondo l’organizzazione, miravano a distorcere la storia del massacro, tra cui una grande croce recante un’iscrizione che contestava la versione accettata degli omicidi. L’organizzazione ha affermato che nelle vicinanze erano stati installati dei container destinati a fungere da “centro informazioni” collegato a gruppi associati alla distorsione dell’Olocausto e ad attività antisemite.
«Il pogrom di Jedwabne è un ricordo profondamente doloroso per il popolo polacco», ha affermato Agnieszka Markiewicz, direttrice dello Shapiro Silverberg Central Europe Institute dell’AJC. «È straziante che meno di un secolo fa fosse possibile un crimine così atroce».
«Ma a quel dolore si accompagna una responsabilità», ha aggiunto. «Il pogrom di Jedwabne è un monito su ciò che può accadere quando permettiamo che l’antisemitismo e l’odio restino impuniti».
Markiewicz ha affermato che i tentativi di negare il massacro dimostrano perché preservare la memoria storica e contrastare l’antisemitismo rimangano essenziali.
«Il movimento che nega questi crimini è l’ennesimo esempio del motivo per cui la Polonia deve adottare una strategia nazionale per combattere l’antisemitismo», ha detto. «La Polonia democratica ha già compiuto il difficile compito di riconoscere ufficialmente ciò che accadde il 10 luglio 1941. Ora, proprio come il governo ha affrontato il nostro difficile passato, è imperativo che intervenga contro coloro che negano e distorcono la storia e diffondono l’antisemitismo».
L’AJC ha riferito che la polizia polacca ha garantito la sicurezza durante la cerimonia, consentendo ai partecipanti al lutto di riunirsi nonostante le manifestazioni nelle vicinanze.
Tra i presenti alla commemorazione c’erano i parenti di Shmuel Wasserstein, uno dei pochi sopravvissuti al pogrom. La sua testimonianza del 1945, registrata dall’Istituto Storico Ebraico, è diventata una delle prime testimonianze oculari del massacro. L’AJC ha accompagnato la famiglia negli incontri con i funzionari polacchi per discutere della conservazione della memoria dell’Olocausto e della lotta contro i tentativi di distorcere la verità storica.
La delegazione ha inoltre incontrato il ministro della Giustizia polacco Waldemar Żurek per discutere della memoria dell’Olocausto, della lotta alla distorsione storica e della lotta all’antisemitismo. L’AJC ha affermato che la conservazione del sito commemorativo di Jedwabne e la lotta alla negazione dell’Olocausto rimangono essenziali per garantire che le vittime siano ricordate in modo accurato a più di otto decenni dal massacro.
(JNS, 10 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Boicottare la pace. A Firenze anche Noa presa di mira
Le polemiche sul festival “Re-Imagine Peace” di Firenze, diretto dalla cantante israeliana Noa, e il silenzio di una sinistra incapace di prendere le distanze dal movimentismo più radicale
di Alessandro Bertani
“Re-Imagine Peace” è il festival in programma a Firenze dal 10 al 12 luglio, diretto dalla cantante israeliana Noa, insieme alla cantante e attrice palestinese-israeliana Mira Awad. L’obiettivo è promuovere il dialogo tra israeliani e palestinesi, attraverso musica, cultura e confronto tra esponenti religiosi.
Le posizioni di Noa sono note: si batte per la soluzione dei due Stati e per promuovere iniziative di dialogo tra le due parti. Invisa per questo alla destra israeliana, è quanto di più lontano si possa immaginare dall’attuale governo Netanyahu. In un’intervista rilasciata il 3 giugno a Vanity Fair ha ribadito il suo giudizio sul premier israeliano e su Ben Gvir, definendoli “nemici del popolo ebraico”.
Nonostante i contenuti di “Re-Imagine Peace” e le parole di Noa, che negli anni l’hanno portata agli onori della galassia pro-pal (e, invero, anche alla sua strumentalizzazione), si sono aperte delle feroci polemiche sulla sua persona e sul festival. Non da parte di qualche estremista sionista, ma proprio di chi fino a ieri l’aveva esaltata.
È accaduto che proprio a Vanity Fair Noa abbia dichiarato anche altro: di essere sionista, di non utilizzare il termine genocidio e che “le persone che verranno al festival non passeranno il tempo a gridare genocidio dalla mattina alla sera. Perché chi parla solo in questi termini, spesso, non parla di pace”. Apriti cielo! Sono intervenuti BDS Italia e la testata “Contropiano”, collegata alla Rete dei Comunisti Italiani (a differenza dei dinosauri, evidentemente non si sono estinti), con due lettere aperte indirizzate alla “cara Noa” – così si rivolgono alla cantante. Il linguaggio è quello consueto di questi movimenti, che oscilla tra paternalismo e minaccia.
Per prima cosa, chiariscono che il vero problema non è Netanyahu, né Ben Gvir. È Israele, che “promuove un sistema di apartheid”, attua “politiche di occupazione e colonizzazione”, “tiene sotto assedio un’intera popolazione” e – immancabilmente – compie un “genocidio”. Ebbene, nel festival, le parole “giustizia, diritti, uguaglianza, genocidio” mancano del tutto. Dunque, finché Noa non rinnegherà ciò che è – una sionista – e non utilizzerà la parola genocidio, contribuirà alla “normalizzazione” di Israele.
Le lettere continuano incalzando Noa addirittura a legittimare la narrazione di Hamas (chiedono: perché non riconosce il 7 ottobre come parte di una più ampia “rivolta contro un sistema di oppressione”? Cosa ha da dire sulle “accuse di stupro rivolte ad Hamas, mai confermate”?), per concludere che, essendo israeliana, sarebbe vittima di quel sistema di “art washing” e “peace washing”, creato e imposto dallo Stato sionista. E così, nel giro di poche ore, Noa è divenuta l’ennesima sionista da delegittimare e boicottare, assieme al suo festival per “Re-immaginare la pace”. Non c’è da meravigliarsi se a sostenere teorie del genere sono le stesse menti fervide che hanno coniato neologismi del calibro di “art washing” e “peace washing”.Il punto vero è il silenzio della sinistra, che proprio in Toscana governa quasi ovunque e permea buona parte della cultura e della società civile.
Non un distinguo netto, almeno sino a oggi, dalle contestazioni a Noa e al festival. E le ragioni sono facilmente intuibili: è una sinistra che ha dato e continua a dare spazio proprio al BDS e alle sue campagne di boicottaggio; alle reti islamiche più ambigue (partecipando, ad esempio, a convegni per chiedere la liberazione del pluriergastolano condannato per terrorismo Marwan Barghouti); ai gruppi dei flottigliani vacanzieri che da qualche settimana girano per l’Italia abbinando mare (“100 porti”) e città d’arte (“100 città”), accolti come eroi dagli esponenti di questa stessa area politica. È il solito, pericoloso, meccanismo che porta a giocare su più fronti contemporaneamente, nella speranza di racimolare più voti possibile.
Ma è davvero questa la sensibilità istituzionale di chi ambisce a governare il Paese tra poco più di un anno? E se per assurdo l’operazione elettorale dovesse riuscire, il “campo largo” sarà così “largo” da ricomprendere anche i BDS e la Rete dei Comunisti? Come pensano di gestirli, a quel punto? Con un bel boicottaggio nazionale? Ai posteri l’ardua sentenza. Nel frattempo e con l’auspicio che gli esponenti più responsabili della sinistra prendano le distanze da questo modello, il messaggio che passa è quello di un’area progressista allo sbando, ostaggio del movimentismo più radicale, cui poco importa se a governare Israele siano Netanyahu e Ben Gvir oppure Lapid, Bennett, Gantz o Golan. Lo Stato ebraico si criminalizza a prescindere, ripetendo in modo ossessivo una parola, genocidio, che ha smesso di essere considerata una categoria giuridica ed è divenuta uno slogan politico, pronto agli usi più disinvolti pur di massimizzare i consensi.
(Setteottobre, 11 luglio 2026)
........................................................
Israele e Libano passano alla fase di attuazione dell’accordo quadro: l’obiettivo è smantellare Hezbollah
Israele e Libano sono “passati alla fase di attuazione” dell’accordo quadro mediato dagli Stati Uniti e raggiunto il mese scorso, ha dichiarato un funzionario statunitense. L’accordo prevede la creazione di zone pilota nel Libano meridionale, dove le forze e le infrastrutture di Hezbollah verrebbero rimosse, consentendo alle Forze Armate libanesi di assumere il controllo e ripristinare l’autorità governativa. Questo processo permetterebbe infine il ritiro militare israeliano da tali aree.
Yechiel Leiter, ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, ha annunciato lunedì che i funzionari israeliani e libanesi riprenderanno i colloqui a Roma il 15 e 16 luglio. Il Libano avrebbe subordinato la sua partecipazione al rispetto da parte di Israele dell’impegno di ritirarsi dalle due zone pilota iniziali. “L’accordo di Roma è una discussione a porte chiuse che consentirà ai governi di affidare il compito ai team tecnici, i quali lavoreranno su tutte le questioni delineate nell’accordo quadro”, ha dichiarato il funzionario statunitense. “La prima zona pilota verrà avviata tra pochi giorni e ulteriori zone pilota sono in fase di pianificazione e definizione”.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti, il comando militare statunitense responsabile del Medio Oriente, sta coordinando le attività con entrambi i Paesi per l’attuazione degli accordi, ha dichiarato il funzionario. “Avvieremo presto contatti con i partner internazionali per aiutare il governo libanese a ripristinare efficacemente la sovranità in queste zone e, più in generale, in tutto il Paese”, ha dichiarato il funzionario.
L’accordo quadro è stato firmato a Washington il 26 giugno da rappresentanti israeliani e libanesi con la mediazione degli Stati Uniti. L’obiettivo è quello di trasferire gradualmente la responsabilità della sicurezza nel Libano meridionale allo Stato libanese, affrontando al contempo la minaccia rappresentata da Hezbollah. L’organizzazione terroristica designata dagli Stati Uniti è stata esclusa dai negoziati.
(HaKol, 11 luglio 2026)
........................................................
Dialogo tra Italia e Israele, Rav Meloni: "L'ascolto per prevenire la violenza"
di Luca Sablone
In un clima segnato dall’odio verso gli ebrei, il dialogo tra Italia e Israele torna al centro del dibattito. Ne parliamo con Eliahu Alexander Meloni, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Trieste, a margine del convegno «Italia e Israele: l’una nello sguardo dell’altra – Come Israele percepisce l’Occidente e come l’Italia percepisce Israele».
- Di questi tempi, che valore assume il dialogo tra Italia e Israele? «Un valore importante, perché il dialogo è ciò che permette poi di trovare un terreno per capirsi. Per capire come l’altro reagisce a una situazione. Ma soprattutto perché riesce a evitare l’uso della violenza. Come quella nelle piazze che vediamo ultimamente, tra antisemitismo e rifiuto dell’altro. Tutto questo nasce dalla mancanza di dialogo e ascolto».
- E pensare che una certa sinistra ha contestato l’evento di ieri… «La sinistra ha scelto il suo campo: la condanna sistematica di Israele. Fa passare lo Stato ebraico da aggredito ad aggressore. Di conseguenza, non può accettare un evento come quello di Trieste in cui si accetta di discutere con chi non ha lo stesso punto di vista. Non è stato un evento politico: se avessero letto meglio, avrebbero scoperto che si trattava di un evento culturale».
- Cosa risponde a chi dice che «è offensivo verso le vittime di Gaza»? «Lo trovo estremamente disonesto. Dov’è l’offesa? Parlare solo delle «vittime di Gaza» – tra l’altro – significa cancellare tutte le vittime precedenti, come quelle del 7 ottobre, massacrate non perché israeliane ma in quanto ebree. Eppure il Sabato Nero è stato cancellato. È una scelta che denota antisemitismo. Questo mi preoccupa».
- Dopo il 7 ottobre, cosa è cambiato in Occidente? «Le persone si sono sentite giustificate nel parlare di antisionismo, inteso come non diritto del popolo ebraico di esistere. Insomma, dietro la parola antisionismo hanno camuffato un concetto antisemita. L’unico ebreo che possono accettare è l’ebreo morto o sottomesso. Fino al 7 ottobre, questo concetto era un tabù: non si poteva dire pubblicamente. Oggi invece è stato sdoganato, e chi afferma pensieri del genere viene considerato un eroe. Questo può essere il passo verso la fine dell’Occidente».
(Il Riformista, 10 luglio 2026)
........................................................
“Di dove sei?”, “Sono israeliano”
E nel negozio di Milano scatta la perquisizione per un furto che non c’è
di Dalia Gubbay
C’è un episodio che merita di essere raccontato, non perché eccezionale, ma proprio perché non lo è più abbastanza. Qualche giorno fa, in un negozio di Milano, tre bambini di una famiglia ebrea ortodossa (13, 11 e 9 anni), sono stati fermati da una guardia giurata mentre facevano semplicemente ciò che fanno tutti i bambini in un negozio: guardare, scegliere, pagare, uscire. L’uomo ha chiesto loro da dove venissero. Quando la risposta è stata “siamo israeliani“, qualcosa è cambiato: tasche perquisite, portafoglio rovistato in ogni scomparto, alla ricerca di un furto che non c’era e non c’è mai stato. Parliamo di bambini, trattati come sospetti per una parola pronunciata senza pensarci, ragazzini che si sono ritrovati soli davanti a un adulto che li accusava senza motivo e quella sensazione, il non capire perché, resta addosso più a lungo di qualunque perquisizione.
Ma non finisce qui. Qualche sera dopo, il fratello maggiore è tornato nello stesso negozio con la moglie in stato di gravidanza e il loro bambino piccolo. Stessa scena. L’uomo, che indossa un abbigliamento che lo definisce, viene a sua volta perquisito. Non trovando nulla nelle tasche né nella borsa, la stessa guardia comunque lo trattiene, e alla domanda su cosa volesse ancora da lui, la guardia risponde sorridendo “potrei anche spogliarti”. Proviamo a immaginare cosa significhi, per un padre, sentirsi dire queste cose con il proprio bambino in braccio: l’umiliazione di essere trattato come un criminale, la rabbia di non poter reagire, e intorno a sé solo indifferenza. A quel punto comincia a filmare l’accaduto e la situazione si surriscalda. Quando arriva il responsabile del negozio, non interviene per cercare di capire, né per tutelare chi era stato trattenuto senza colpa: impone la cancellazione di foto e video, chiudendo il negozio, difatti sequestrandoli, finché la famiglia non si vede costretta ad obbedire. A quel punto viene cacciata. Cacciata due volte: prima dal sospetto, poi dal silenzio di chi avrebbe dovuto proteggerla. Va detto, per completezza, che la stessa guardia non aveva nemmeno un documento valido: solo un codice fiscale scaduto dal 2021, senza foto, e non parlava italiano. Un dettaglio che dice molto su chi viene autorizzato a occuparsi di sicurezza.
Non scrivo queste righe per fare di un episodio una generalizzazione. Scrivo perché conosco fin troppo bene la dinamica che si nasconde dietro storie come questa: la velata insofferenza che scatta non per un comportamento, ma per una parola o un aspetto particolare. È lo stesso meccanismo, silenzioso e quasi automatico, che negli ultimi anni abbiamo visto riaffiorare in contesti diversi: uno sguardo che si fa diffidente, un controllo che si fa persecuzione, una normalità negata a chi porta, semplicemente, un’identità. E resta, in chi lo subisce, un peso che non si cancella insieme alle foto: la sensazione di non essere mai davvero al sicuro, nemmeno facendo la spesa. Nemmeno se si è solo dei bambini. Questo oggi non deve succedere. Questo oggi succede agli ebrei.
(HaKol, 10 luglio 2026)
........................................................
Trieste capitale del dialogo. Il convegno Italia-Israele
L’iniziativa promossa dall'Associazione E361 e dall'Associazione Italia Israele di Trieste. Uno spazio di ascolto reciproco dopo la frattura in Occidente e l'ondata antisemita. Numerosi interventi di intellettuali, giornalisti, politici e rappresentanti del mondo civile.
di Bruno Gazzo
Si è tenuta ieri a Trieste una giornata di confronto dal titolo «Italia e Israele: l'una nello sguardo dell'altra - Come Israele percepisce l'Occidente e come l'Italia percepisce Israele». L'iniziativa è stata promossa dall'Associazione E361, realtà di ricerca culturale interdisciplinare nata nel 2020, e dall'Associazione Italia Israele di Trieste, con la collaborazione della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e della Comunità Ebraica di Trieste.
• Il contesto e gli obiettivi
Il progetto nasce dalla constatazione di una crescente incomprensione reciproca tra Israele e l'Occidente, acuitasi dopo il 7 ottobre 2023 e i conflitti che ne sono derivati, da Gaza al confronto con l'Iran. Da un lato l'opinione pubblica israeliana percepisce un progressivo allontanamento occidentale dalle proprie ragioni di sicurezza; dall'altro, in Europa, si fatica a comprendere la scelta di dare priorità alla via militare rispetto a quella diplomatica. A questo si aggiunge una crescente tolleranza verso forme di odio antisionista e antisemita in alcuni ambienti occidentali, e un'incomprensione della posizione ritenuta ambigua del Vaticano.
L'obiettivo dichiarato dell'incontro non è dirimere queste divergenze, ma creare uno spazio di ascolto reciproco: prima le voci israeliane hanno esposto la propria visione dell'Occidente, poi quelle italiane e occidentali hanno offerto la propria lettura di Israele, della guerra e delle sue scelte politiche. Solo in un secondo momento sono stati previsti veri spazi di dibattito e confronto diretto tra i relatori.
• Il programma della giornata
I lavori, moderati da Guido Galetto, si sono aperti con i saluti istituzionali del sindaco di Trieste
Roberto Dipiazza e del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga. Hanno preso parola il ministro degli Affari Esteri dello Stato d'Israele Gideon Sa'ar, il presidente della Comunità Ebraica di Trieste Alessandro Salonichio, l'ambasciatore d'Israele in Italia Jonathan Peled e il ministro degli Affari della Diaspora Amichai Chikli.
La prima sessione, «Israele, Italia e diaspora: sguardi incrociati», è stata affrontata da Omer Lachmanovitch, direttore del quotidiano Israel Hayom, da Dror Eydar, ex ambasciatore d'Israele in Italia e collaboratore del ministro degli Esteri, e da Felice Friedson, fondatore e presidente di «The Media Lìne», mettendo in luce il ruolo dei media nell'alimentare l'odio. Invece Ariel Bulshtein, avvocato e consigliere di governo, e Lachmanovitch si sono concentrati sul modo in cui l'Italia è percepita in Israele. Edna Calò Livne, già candidata al Premio Nobel per la Pace nel 2005 e al Premio Sacharov nel 2006, e Yehuda Calò Livne hanno analizzato la nuova generazione israeliana dopo il 7 ottobre. Rosj Domini, insegnante friulana di italiano in Israele, ha fornito una preziosa testimonianza personale sulla guerra vissuta con doppia sensibilità, friulana e israeliana.
Alla sessione pomeridiana, «Gli occhi dell'Italia su Israele», hanno partecipato Giulia Serrentino e Fausto Biloslavo, moderati da rav Ariel Haddad. Sono seguiti gli interventi degli storici Claudio Vercelli e Alessandra Veronese, docente di Storia medievale ed ebraica all'Università di Pisa. L'interessante approfondimento sul mondo dei network è stato affidato ad Andrea Lombardi e Klaus Davi, moderati da rav E. A. Meloni. Dopo i saluti conclusivi, in Piazza Verdi si è tenuto il concerto klezmer con «The new orìgìnal klezmer ensemble».
• Un evento con eco internazionale
La giornata, riservata a un pubblico qualificato del mondo intellettuale, giornalistico, politico e civile, ha ricevuto l'adesione di tre testate: Il Giornale per l’Italia, Israel Hayom per Israele e The Media Line per gli Stati Uniti, a conferma della rilevanza internazionale attribuita all'iniziativa triestina. Trieste, città di frontiera e da sempre crocevia tra culture, si è confermata così per un giorno luogo simbolico di un dialogo complesso e tuttora aperto tra Italia, Israele e Occidente.
(Il Riformista, 10 luglio 2026)
........................................................
L’America cambia. Israele rischia di perdere il suo alleato
L’allarme di Rahm Emanuel e la svolta della politica americana: cresce, in entrambi i partiti, la distanza da Israele. Un cambiamento che Gerusalemme non può più permettersi di ignorare
di Daniel Bettini
Rahm Emanuel è stato in passato capo dello staff del presidente Barack Obama e successivamente consigliere politico di primo piano del presidente Joe Biden. È stato sindaco di Chicago e, più recentemente, ambasciatore degli Stati Uniti in Giappone. Emanuel è uno degli esponenti di maggior rilievo del Partito Democratico e sta valutando seriamente una candidatura alla presidenza nelle prossime elezioni.
Di lui si possono dire molte cose, ma certamente non che sia un nemico di Israele o un antisionista. Anzi. Emanuel è figlio di un padre israeliano nato a Gerusalemme, che ha combattuto nell’Irgun. Ha respirato il sionismo fin da bambino ed è cresciuto in una famiglia ebraica calorosa e profondamente legata a Israele. Proprio per questo le parole durissime e il grave monito che ha lanciato negli ultimi giorni sul futuro delle relazioni tra Stati Uniti e Israele dovrebbero risuonare in ogni casa e in ogni corridoio della politica israeliana.
Emanuel, considerato parte dell’ala moderata del Partito Democratico, esprime idee che da tempo sono ormai diventate quasi il tema centrale del partito, tanto nel dibattito pubblico quanto nelle recenti elezioni primarie in vista delle elezioni di metà mandato. In una serie di interviste rilasciate ai media israeliani ha avvertito che «Israele non ha un problema con il Partito Democratico, ma con gli Stati Uniti», aggiungendo: «Avete un problema con l’America. L’opposizione a Israele attraversa gli schieramenti politici. Tra la generazione del futuro, gli americani di trent’anni e meno, non avete praticamente alcun consenso». Secondo Emanuel, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rinunciato a tre dei quattro strumenti di cui disponeva la sua strategia di sicurezza nazionale: la politica economica, l’influenza politica e l’attrattiva culturale. Ha puntato tutto sulla forza militare. Emanuel ha inoltre chiarito che, dal 7 ottobre, Israele ha perso l’Europa e gli Stati Uniti, «ma ha guadagnato il Somaliland».
Anche lui, come molti altri esponenti del Partito Democratico, e non solo, sostiene che gli Stati Uniti debbano cambiare nel prossimo futuro il loro rapporto speciale con Israele e finirla di riservargli un trattamento diverso rispetto a quello accordato a qualsiasi altro alleato nel mondo. Emanuel chiede di porre fine ai finanziamenti automatici destinati alla sicurezza di Israele, in vigore da decenni, e ritiene che Israele debba acquistare dagli Stati Uniti le armi e tutto ciò di cui ha bisogno alle stesse condizioni previste per qualunque altro Paese.
La richiesta di interrompere il finanziamento di Israele e di mettere fine allo storico rapporto privilegiato tra le amministrazioni americane e lo Stato ebraico, consolidatosi nel corso delle generazioni, è ormai diventata una delle rivendicazioni quasi esclusive che oggi si ascoltano negli Stati Uniti da ogni tribuna politica. L’atteggiamento verso Israele e la critica aperta e pubblica nei suoi confronti sono diventati il tema che più di ogni altro ha determinato l’esito delle recenti elezioni primarie per il Congresso a New York, in Colorado e in altri Stati.
Quasi tutti i candidati progressisti che hanno espresso le critiche più dure nei confronti di Israele hanno ottenuto la vittoria. L’onda rappresentata da Zohran Mamdani attraversa ormai i corridoi del Partito Democratico e, come una valanga, lui, i suoi sostenitori e quanti condividono le sue posizioni stanno conquistando sempre più centri di potere. È un fenomeno estremamente preoccupante in vista delle prossime elezioni.
Sembra che, dal punto di vista israeliano, il Partito Democratico sia ormai quasi completamente perduto. Persino candidati ebrei progressisti che hanno vinto le primarie hanno sentito il bisogno di precisare che il fatto di essere ebrei non significa affatto dover sostenere Israele. Tra i giovani candidati democratici usciti vincitori dalle ultime primarie vi sono anche persone che non si limitano a criticare apertamente Israele, ma lo odiano dichiaratamente, chiedono di interrompere ogni rapporto con esso e di cessare qualsiasi forma di assistenza, perfino quella destinata alla difesa. Tra questi figurano anche candidati che non riconoscono il diritto di Israele a esistere. Una di loro, la più radicale, Darieliza Avila Chevalier, è stata tra le principali promotrici delle proteste nei campus americani dopo il massacro del 7 ottobre contro Israele e, già l’8 ottobre, partecipò a una manifestazione nella quale giustificò, o quantomeno mostrò comprensione, per le atrocità commesse dai terroristi di Hamas.
Tutti i candidati dell’establishment moderato sono stati sconfitti e, per gli elettori ebrei sionisti americani, questo rappresenta un gravissimo segnale d’allarme. Ma, come detto, il problema non riguarda soltanto il Partito Democratico. Anche il Partito Repubblicano è ormai profondamente diviso sul rapporto con Israele. Mentre l’establishment conservatore tradizionale e moderato continua a mantenere un atteggiamento favorevole allo Stato ebraico, un numero crescente di figure di primo piano del mondo MAGA legato a Donald Trump prende apertamente posizione contro Israele, contro gli ebrei e, più in generale, contro quello che considera il trattamento privilegiato di cui Israele godrebbe.
Esponenti del partito accusano ormai apertamente Trump di aver permesso a Netanyahu e a Israele di trascinare gli Stati Uniti in una guerra costosa e inutile contro l’Iran. Questo, a loro giudizio, crea un terreno fertile per teorie del complotto antisemite e antisioniste, alimentate da figure molto influenti del mainstream della destra americana, come Tucker Carlson. Per decenni gli Stati Uniti hanno garantito a Israele un sostegno bipartisan stabile. Dallo scoppio della guerra a Gaza, però, il quadro non è più così netto. Un nuovo sondaggio AP-NORC, pubblicato il 7 luglio, mostra dati preoccupanti e un drastico indebolimento del sostegno da parte dello storico alleato di Israele.
Il sondaggio rileva che circa un terzo degli adulti americani, compresa circa la metà degli elettori democratici, ritiene che Israele abbia commesso un genocidio contro i palestinesi di Gaza, accusa formulata da diverse organizzazioni per i diritti umani e respinta con fermezza sia da Israele sia dal governo degli Stati Uniti. Due americani su dieci affermano invece che Israele non abbia commesso un genocidio, mentre gli altri, circa la metà degli intervistati, dichiarano di non avere informazioni sufficienti per esprimere un giudizio. Una percentuale analoga, pari al 30%, si riscontra anche tra gli ebrei americani, mentre circa il 49% ritiene che Israele non abbia commesso un genocidio.
Dopo il massacro del 7 ottobre perpetrato da Hamas e dopo quasi tre anni di guerra, durante i quali, secondo i dati del ministero della Salute della Striscia di Gaza, controllato dall’organizzazione terroristica Hamas, sono morte oltre 73.000 persone, la simpatia dell’opinione pubblica americana si è progressivamente spostata verso i palestinesi. Dal sondaggio emerge inoltre che molti americani, circa quattro su dieci, dichiarano di non sapere abbastanza per stabilire se la risposta militare immediata di Israele all’attacco di Hamas o le operazioni militari condotte successivamente siano state giustificate.
Tra coloro che hanno espresso un’opinione, la maggioranza ritiene che la risposta iniziale fosse giustificata, ma la maggioranza giudica ingiustificate le operazioni militari attualmente in corso. Circa tre quarti degli ebrei americani considerano giustificata la risposta iniziale di Israele, ma soltanto quattro su dieci esprimono lo stesso giudizio sulle operazioni ancora in corso. Oggi il 58% degli elettori democratici afferma che gli Stati Uniti «sostengono troppo» Israele, in aumento rispetto al 45% rilevato dal sondaggio AP-NORC del gennaio 2024, quando Joe Biden era ancora presidente. Tra gli ebrei democratici la percentuale raggiunge il 51%.
Nel Partito Repubblicano soltanto una minoranza, pari al 13%, definisce «genocidio» le azioni di Israele, anche se esiste un marcato divario generazionale. Circa il 20% dei repubblicani con meno di 45 anni ritiene che Israele abbia commesso un genocidio, mentre tra gli over 45 la percentuale scende al 10%. Nel complesso, il 60% degli elettori repubblicani considera «più o meno adeguato» il sostegno degli Stati Uniti a Israele. Soltanto il 20% ritiene invece che Washington sostenga Israele in misura eccessiva, anche se questa percentuale aumenta tra i repubblicani con meno di 45 anni. Il sondaggio ha inoltre rivelato che, tra gli ebrei democratici, Zohran Mamdani gode oggi di una popolarità persino superiore a quella del primo ministro Netanyahu.
La situazione è grave e molto preoccupante. Israele deve svegliarsi al più presto e fare tutto il possibile per cercare di correggere una traiettoria che appare ormai pericolosa e forse perfino irreversibile. Non tutto dipende da Israele. Ma l’attuale governo, così come quello che uscirà dalle prossime elezioni, avrà un compito decisivo: cercare di ricucire il rapporto con la futura classe dirigente americana, con quella che sarà la nuova generazione di leadership degli Stati Uniti. Potrebbe volerci moltissimo tempo. Ma Israele dovrà necessariamente provarci.
(Setteottobre, 10 luglio 2026)
........................................................
Musulmani di New York lanciano una campagna anti-BDS in risposta a Mamdani
La coalizione “Unbreakable Bond” punta a raccogliere 500mila dollari da investire in obbligazioni israeliane, con l’obiettivo di promuovere la convivenza e contrastare il movimento per il boicottaggio di Israele. Secondo Drammeh, attivista musulmano filo-israeliano e tra i promotori dell’iniziativa, boicottare Israele finisce per danneggiare anche i palestinesi e gli arabi israeliani.
di Michael Soncin
Una coalizione di organizzazioni musulmane di New York ha lanciato una campagna per contrastare il movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele. Il nuovo gruppo, denominato “Unbreakable Bond”, afferma che l’iniziativa intende sostenere Israele, i cittadini arabi israeliani e i lavoratori palestinesi impiegati da aziende israeliane, nella convinzione che i legami economici favoriscano dialogo e cooperazione anziché divisioni.
La coalizione, di cui fanno parte l’American Muslim & Multifaith Women’s Empowerment Council (AMMWEC), il Muslim Women Speakers Bureau, il Global Youth Unity Project (GYUP), Abraham PRC e Muslims Israel Dialogue, punta a raccogliere almeno un dollaro da 500mila sostenitori entro il 9 ottobre. Le risorse saranno investite in obbligazioni israeliane e i rendimenti destinati a quattro organizzazioni impegnate nella convivenza: Sharaka, il Centro interreligioso di Gerusalemme, il Movimento per la lotta all’antisemitismo (CAM) e Debate for Peace. Il CAM ha confermato il proprio sostegno all’iniziativa, definendola un modo per contrastare il BDS e rafforzare la collaborazione tra musulmani ed ebrei.
• La risposta a Mamdani
La campagna sarà lanciata ufficialmente con un evento virtuale nel ventunesimo anniversario della nascita del movimento BDS. Secondo Sheikh Musa Drammeh, attivista musulmano filo-israeliano e tra i promotori dell’iniziativa, il progetto nasce anche come risposta alle posizioni del sindaco di New York Zohran Mamdani, sostenitore del BDS.
«È musulmano e New York ospita le più grandi comunità musulmana ed ebraica. Alcuni di noi hanno deciso di opporsi apertamente a questa impostazione, altrimenti rischia di diventare la normalità», ha dichiarato Drammeh al Times of Israel. L’attivista ha ricordato che lui e altri membri della coalizione hanno partecipato negli anni alla parata per Israele a New York, visitato lo Stato ebraico e preso parte alla Marcia dei Vivi ad Auschwitz. «Così come esistono ebrei anti-israeliani e antisionisti, cresce anche una comunità musulmana che non condivide posizioni anti-israeliane o antisioniste. Il BDS ha fallito e non può essere tollerato», ha affermato.
Secondo Drammeh, boicottare Israele finisce per danneggiare anche i palestinesi e gli arabi israeliani. A maggio una votazione del movimento BDS in un’importante cooperativa alimentare di Brooklyn ha preso di mira aziende coinvolte in iniziative di convivenza israelo-palestinese, programmi a favore della comunità LGBTQ e imprese a conduzione familiare che impiegano personale di diversa provenienza. Quattro delle otto aziende interessate dal boicottaggio erano gestite da arabi israeliani oppure commercializzavano prodotti provenienti da stabilimenti di proprietà araba.
Per questo la coalizione investirà in obbligazioni israeliane, considerate un investimento sicuro e un segnale concreto di sostegno allo Stato ebraico. «Questo è un incoraggiamento globale a investire in Israele. Vogliamo che le aziende israeliane e i titoli di Stato israeliani siano considerati un’opportunità di investimento valida, proprio come negli Stati Uniti. Stiamo aprendo la strada per normalizzare gli investimenti e far conoscere Israele», ha concluso Drammeh.
(Bet Magazine Mosaico, 10 luglio 2026)
........................................................
Finché gli ebrei verranno pensati come un’astratta categoria dello spirito
di Stefano Piperno
Dopo il 7 ottobre è riemersa una forma antica di antisemitismo: non sempre esplicita, spesso travestita da critica politica, ma fondata sulla trasformazione degli ebrei in un’entità astratta, collettiva e colpevole. Cambiano le accuse, resta il meccanismo del pregiudizio.
Per molti secoli la diaspora ebraica ha subito diffidenza, discriminazioni e persecuzioni nei Paesi presso i quali aveva trovato rifugio. Le ragioni storiche di questa peculiare vicenda sono state analizzate innumerevoli volte e non è necessario ripercorrerle: sarebbe persino stucchevole.
Per amore di verità, non si può ignorare però che il cristianesimo, nato nell’ambito dell’ebraismo, costruì progressivamente la propria identità contrapponendosi alla religione da cui proveniva.
Per secoli l’accusa di deicidio, la predicazione antigiudaica, la segregazione nei ghetti, le discriminazioni giuridiche e, in alcuni contesti, le conversioni forzate contribuirono a radicare nell’Europa cristiana un sentimento di ostilità verso gli ebrei. Sarebbe storicamente manchevole sottacere il ruolo che la Chiesa cattolica e gran parte della cristianità ebbero nella formazione e nel consolidamento di questo clima culturale, pur distinguendolo dall’antisemitismo razziale sviluppatosi tra Ottocento e Novecento, che portò alla Shoah.
Più interessante, oggi, è osservare come, dopo il 7 ottobre 2023, sia avvenuto qualcosa di nuovo, che ha riportato indietro le lancette dell’orologio.
Intorno a Israele e agli ebrei di tutto il mondo si è coagulato un insieme eterogeneo di atteggiamenti e pronunciamenti antisionisti, filopalestinesi o semplicemente critici verso lo Stato ebraico e il suo attuale governo in particolare: alcuni genuini, altri sottintendono puro e semplice antisemitismo.
Le ragioni addotte sono molteplici e alcune, per molti aspetti, fondate, tanto da trovare una forte opposizione nel Paese stesso. Il lungo conflitto con i palestinesi, i territori occupati, gli insediamenti, le responsabilità dei governi e le sofferenze della popolazione civile sono questioni reali e legittimamente discusse.
E tuttavia queste motivazioni non sembrano esaurire il fenomeno. Non è la critica in sé a sollevare interrogativi, ma la sua selettività: i giudizi col bilancino e un’attenzione mediatica che non viene riservata ad analoghi eventi in altre parti del globo. Le guerre in Siria, nello Yemen o in Sudan, con le loro centinaia di migliaia di vittime civili, non hanno mai generato una mobilitazione dell’opinione pubblica occidentale lontanamente paragonabile.
Sopita, o mai esplicitamente dichiarata, è ricomparsa alla luce del sole una convinzione antica: l’idea che esista una rete di potere ebraica capace di influenzare politica, finanza, economia, informazione, cultura e spettacolo su scala mondiale.
È lecito dubitare fortemente, fino a negarlo, che una comunità che rappresenta appena lo 0,2 per cento della popolazione mondiale — 15 milioni di persone, la popolazione di una media città cinese — possa condizionare il destino degli altri otto miliardi di esseri umani. Eppure questa rappresentazione non è nuova. Hitler attribuiva agli ebrei la responsabilità della sconfitta tedesca nella Prima guerra mondiale e del disastro che ne seguì, e su questa base ne fece il bersaglio del progetto di sterminio.
Oggi, abbandonate le pseudoteorie razziali, riaffiora sotto altre forme il mito dell’ebreo dominatore del mondo: la stessa costruzione mentale che trovò la sua formulazione più emblematica nel falso dei Protocolli dei Savi di Sion, costruito dalla polizia segreta dello zar. Non perché quel testo continui a guidare la propaganda contemporanea, ma perché rappresenta il paradigma di una narrazione destinata periodicamente a riemergere: quella di un potere ebraico occulto, coordinato e invisibile, capace di muovere i fili della storia.
Quando nel 1948 nacque lo Stato di Israele, nessuno avrebbe potuto immaginare che quel lembo di terra semidesertico, popolato dai sabra, da profughi provenienti dall’Europa orientale e dai sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti, avrebbe conosciuto uno sviluppo tanto straordinario. Sembrava infatti destinato a rimanere una modesta enclave agricola, dove i coloni dei kibbutz avrebbero continuato a strappare al deserto terra da rendere coltivabile: un sogno per i discendenti di profughi vissuti per secoli senza terra.
La storia ha preso tutt’altra direzione. Israele è oggi tra i Paesi leader nella ricerca scientifica, nell’innovazione tecnologica e nelle start up, con una delle più alte quote di laureati in rapporto alla popolazione, e Tel Aviv è divenuta una metropoli. Nulla di tutto questo assolve Israele dalle proprie responsabilità politiche né può servire a rendere illegittima la critica alle sue scelte.
Sarebbe però riduttivo pensare che l’ostilità nei suoi confronti si esaurisca in tali questioni.
Per una parte dei suoi detrattori è proprio l’esistenza stessa dello Stato ebraico, per di più forte, prospero, tecnologicamente avanzato e militarmente capace di difendere la propria esistenza, a rappresentare un elemento di pervicace ostilità. Il successo stesso viene così reinterpretato come prova di espansionismo, neocolonialismo, capitalismo esasperato o dominio economico.
Nel dibattito contemporaneo sembra inoltre affermarsi una curiosa distinzione fra “ebrei buoni” ed “ebrei cattivi”.
I primi sono quelli che prendono pubblicamente le distanze dal sionismo o dallo Stato di Israele. Vi appartengono alcuni intellettuali e militanti della sinistra più o meno radicale dell’Occidente di origine ebraica, ma anche i gruppi religiosi ultraortodossi che, per ragioni teologiche, non riconoscono la legittimità dello Stato d’Israele, ritenendo che esso possa nascere pienamente soltanto con l’avvento del Messia.
Non manca il paradosso di movimenti che, pur negandone la legittimità sul piano religioso, accettano di sostenere governi della destra israeliana per convergenze di interessi, come l’esenzione dal servizio militare, sempre revocata, ma mai fatta rispettare.
Insomma, il senso è separare gli ebrei tout court dai sionisti, addebitando a questi ultimi la nascita di Israele: che sarebbe meglio non ci fosse.
Gli “ebrei cattivi” sarebbero invece tutti gli altri: gli israeliani che difendono l’esistenza del proprio Stato e gli ebrei della diaspora che rifiutano di dissociarsi pubblicamente dalla politica del governo israeliano.
È una pretesa perlomeno singolare: non è mai accaduto che ad altre minoranze residenti all’estero venga chiesto di rispondere moralmente delle scelte dei governi dei rispettivi Paesi.
Ma, soprattutto, è opportuno ricordare che gli ebrei della diaspora hanno sì un legame affettivo e ideale con Israele, ma sono cittadini pienamente integrati delle nazioni in cui vivono, rispettandone le leggi, pagando le tasse e prestando servizio militare: italiani, francesi, britannici, americani, argentini.
Possono approvare o criticare il governo israeliano, esattamente come ogni cittadino di una democrazia può giudicare il proprio e altri governi.
Pretendere da loro una preventiva dichiarazione di dissociazione, soltanto perché ebrei, è una delle forme primordiali e spesso inconsce di antisemitismo: se non critichi, sei complice e, come tale, non sei un cittadino come me.
Si può ben dire che nel corso della storia sono cambiate le accuse rivolte agli ebrei: prima deicidi, poi, in quanto di razza inferiore, corruttori di quelle pure, quindi capitalisti senza patria, cospiratori internazionali, colonialisti, oppressori, fino all’ultima accusa tremenda di genocidio.
Cambiano i contesti storici, cambiano i linguaggi, cambiano perfino le motivazioni dichiarate. Rimane però sorprendentemente costante la tendenza a trasformare gli ebrei da individui concreti, con opinioni, responsabilità e destini differenti, in un’unica entità astratta sulla quale proiettare paure, frustrazioni e colpe collettive.
È probabilmente questa la vera continuità della storia dell’antisemitismo: non l’ebreo reale, ma quello immaginato. Una figura simbolica che ogni epoca modella secondo le proprie paure e alla quale attribuisce, di volta in volta, colpe diverse.
Finché gli ebrei continueranno a essere considerati non come persone, ma come un’astrazione collettiva, il pregiudizio potrà cambiare volto, ma non scomparirà mai.
(InOltre, 10 luglio 2026)
____________________
Il problema starebbe dunque nel fatto che gli ebrei sono considerati come "un’astrazione collettiva", "un’astratta categoria dello spirito". E se fosse proprio così? Bisognerebbe allora chiedersi com'è che si arrivi a formare una tale astrazione. L'intellettuale non dovrebbe limitarsi delineare il problema, ma anche indicarne le origini, ed eventualmente proporre linee di soluzione. Tenendo fuori la "questione Dio", l'intellettuale laico non sa fare nulla di meglio che usare il termine generale "astrazione", senza sapere che cos'è. E forse potrebbe avere l'umiltà di ammetterlo. M.C.
Di seguito un articolo che affronta il problema in altro modo.
*
Il concetto biblico di nazione ebraica
di Marcello Cicchese
E’ noto che alla domanda “chi è ebreo?” sono state date innumerevoli risposte. E’ un interrogativo che oggi travaglia in modo particolare lo Stato d’Israele, perché dalla risposta a questa domanda può dipendere l’ottenimento della cittadinanza israeliana. Ma prima ancora di questa domanda se ne può porre un’altra, che in forma volutamente piatta e banale può suonare così: chi viene prima, gli ebrei o il popolo ebraico? Di solito si procede così: dal magma confuso e disperso su tutta la faccia della terra di individui che per qualche motivo si dicono o sono detti “ebrei” alcuni scelgono una qualche proprietà comune a una parte di loro e arrivano alla conclusione che il vero popolo ebraico è costituito da coloro che soddisfano quella certa proprietà. E’ un processo di generazione dal basso che pone prima i singoli, poi la società. E’ chiaro che la quantità di “popoli ebraici” che si possono generare con procedimenti induttivi di questo tipo è «come la sabbia del mare, tanto numerosa che non la si può contare» (Genesi 32:12). Anche gli italiani sono diversi fra loro sotto moltissimi aspetti, e tuttavia l’elemento unitario del popolo italiano non è costituito da qualche proprietà etnica o morale comune a tutti, ma dall’appartenenza ad un’unica nazione, esistente da prima che tutti gli attuali italiani fossero venuti al mondo ed espressa formalmente da una precisa persona: il Presidente della Repubblica. Si può dunque dire che sul piano giuridico, che non è pura formalità ma è il piano reale su cui avvengono i rapporti fra gli uomini, esiste prima la nazione, poi il popolo, poi i cittadini. La stessa cosa è vera per gli ebrei: prima viene la nazione ebraica, poi il popolo ebraico, poi gli ebrei. Avere sottolineato questo aspetto trascurato della questione ebraica costituisce il valido contributo al sionismo dato da persone come Pinsker e altri dopo di lui. Qualcuno dirà che la sottolineatura del concetto di nazione può condurre a fenomeni di fascismo. come in Italia e in Germania. E’ vero: può avvenire, anzi è già avvenuto. Ma questo non significa che l’impostazione nazionale sia sbagliata. Si dice solitamente che il sionismo è un movimento che emerge e si sviluppa nella scia del generale risveglio dei sentimenti nazionali di vari popoli. Sul piano della mera osservazione dei fatti, questo è vero, ma sul piano dell’interpretazione della storia fornita dalla Bibbia, è il sionismo che ha prodotto, come necessità anticipatoria, il risveglio dei vari nazionalismi; ed è l’avvicinarsi dell’inevitabile ricostituzione politica e territoriale della nazione ebraica che ha provocato la diabolica contraffazione costituita dal Terzo Reich. Tra tutti gli studi fatti sul nazismo, sarebbe interessante trovarne qualcuno che esamini a fondo quella sorta di teologia della sostituzione presente nella falsificazione messianica dell’ideologia nazista. Le motivazioni di certe forme di antisemitismo risulterebbero più chiare se si capisse che si tratta dell’odio che l’imitazione sofisticata ha per il prodotto originale. Come beffa aggiuntiva, dopo il definitivo crollo di quella immonda falsificazione del regno di Dio messianico costituita dal Terzo Reich, la forza diabolica dell’equiparazione è ricomparsa nella nuova forma di ripetute accuse alla politica israeliana, a cui si rinfaccia di usare forme e metodi del nazismo! Non si vuole qui sostenere che l’attuale Stato d’Israele rappresenta il regno di Dio sulla terra, ma che la sua presenza oggi sulla scena politica mondiale è espressione di una precisa volontà di Dio all’interno del suo sovrano progetto storico. Di conseguenza, l’odio contro questo Stato, il tentativo o anche il solo desiderio di distruggerlo, sia che venga da ebrei laici o superortodossi, sia che venga da gentili cristiani, musulmani o di qualsiasi altra religione, è di natura diabolica. Ciascuno è libero di usare i criteri che ritiene più validi per interpretare la storia dei popoli, ma quando si tratta di Israele, i criteri più validi, quelli che anche a posteriori si confermano essere i più idonei a spiegare i fatti avvenuti e quindi in una certa misura anche a prevedere quelli futuri, sono i criteri biblici. Voler tentare di capire la storia del popolo d’Israele prescindendo dal Dio d’Israele che si è rivelato nella Sacra Scrittura, è impresa vana, destinata fin dall’inizio al fallimento.
(da "Dalla parte di Israele come discepoli di Cristo")
........................................................
Il lato ebraico di Messi
Mentre su Internet circolano voci sulle origini e sulle simpatie di Lionel Messi, il figlio di un tifoso argentino ormai scomparso racconta una storia particolarmente bella
di Sophie Albers Ben Chamo
 |
 |
FOTO
Messi in visita al Muro del Pianto a Gerusalemme nel 2013
|
|
Il miglior calciatore del mondo ha un legame con Israele per via del luogo di nascita. Ciò è dovuto all’indirizzo della sua casa natale: Lionel Messi è infatti venuto alla luce al numero 409 di via Stato di Israele, nella città di Rosario, nel centro dell’Argentina.
Lì ha imparato a giocare a calcio e a pregare, perché Messi – contrariamente a quanto continuano a mormorare le voci online di tifosi scontenti e palesemente pieni di odio di altre squadre sconfitte – non è ebreo, ma cattolico, come si può vedere dopo ogni gol, quando si fa il segno della croce e guarda verso il cielo.
Ciononostante, il calciatore più premiato di sempre è già stato più volte in Israele. A volte per gli allenamenti, altre per le partite amichevoli. Nel 2013, quando giocava nel FC Barcelona, ha persino visitato il Muro del Pianto per infilare il suo desiderio più ardente su un bigliettino tra le pietre sacre. Se questi desideri avevano a che fare con il calcio, probabilmente si sono tutti avverati.
• Mancava il logo
Ma qui non si tratta solo di Messi, bensì dell’intera nazionale argentina, più precisamente delle sue maglie. Perché in questo caso l’immaginazione ebraica ha giocato un ruolo decisivo.
Come riporta la «Jewish Telegraph Agency» (JTA), fu un ebreo di Buenos Aires a notare, a metà degli anni ’70, che tutte le altre squadre di calcio sfoggiavano stemmi facilmente riconoscibili sulle maglie da gioco, tranne gli argentini. Così Norberto «Toto» Rud, lui stesso appassionato calciatore e membro del club ebraico Náutico Hacoaj, ne inventò uno.
Più precisamente, nel 1976 il ventisettenne inviò ben 20 bozzetti alla Federcalcio argentina, sottolineando che in questo modo la nazionale argentina sarebbe stata più riconoscibile anche sulla televisione in bianco e nero, allora ancora molto diffusa. Secondo il resoconto della «JTA», un argomento che convinse il presidente e il consiglio direttivo.
Il 28 novembre 1976, nella partita amichevole contro l’Unione Sovietica a Buenos Aires, gli argentini scesero in campo per la prima volta con il logo sulla maglia: uno scudo araldico, coronato da stelle e avvolto in basso da rami di alloro, con le lettere AFA al centro, che stanno per Asociación del Fútbol Argentino. Da allora il logo è rimasto pressoché invariato ed è stato e continua ad essere sfoggiato non solo da Diego Maradona, Messi e dalla nazionale, ma anche da milioni di tifosi in tutto il mondo.
Purtroppo Rud non ha potuto assistere al terzo titolo mondiale della sua squadra e all’ascesa inarrestabile di Messi. Come riporta la «JTA», è morto nel 2010 all’età di soli 61 anni ed è stato sepolto a La Tablada, a Buenos Aires, il più grande cimitero ebraico dell’America Latina. Ma rimane indimenticabile anche per il suo stemma. «Ogni volta che lo vedo, rimango stupito», afferma il figlio di Rud, Oliver, citato nell’articolo. «Come figlio e membro della comunità ebraica, nonché come argentino, questo mi rende molto orgoglioso».
Il figlio racconta anche che la madre di suo padre era giunta un tempo in Argentina dall’Ucraina – un percorso che gli immigrati ebrei intraprendevano spesso nella prima metà del XX secolo. Proprio loro fondarono nel 1935 il Club Hacoaj (dal termine ebraico Hakoach, «forza»), che oggi conta circa 10.000 soci.
• La componente ebraica di un emblema riconosciuto in tutto il mondo
Nel parco del club è stato piantato un albero in onore di suo padre, prosegue il figlio. «Per l’Hacoaj è motivo di enorme orgoglio che uno dei nostri soci abbia disegnato lo stemma della Federcalcio argentina», afferma il presidente del club Osvaldo Ofman. «Ci dà la sensazione che una piccola parte dell’Hakoach e della comunità ebraica continui a vivere in un emblema riconosciuto in tutto il mondo.»
Ed è per questo che, per Oliver Rud, le partite dell’Argentina durante questi Mondiali non sono solo un’occasione per tifare Messi, ma anche per sentirsi vicino a suo padre.
(Jüdische Allgemeine, 9 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Israele dopo la guerra: la vera sfida comincia adesso
I successi militari contro Hamas e l’asse iraniano aprono una nuova fase: senza una strategia politica e diplomatica, anche le vittorie sul campo rischiano di rivelarsi effimere
di Costantino Pistilli
«E adesso?» È la domanda che si pone il giornalista israeliano Ben-Dror Yemini in un editoriale pubblicato su Ynet. Un interrogativo che va oltre l’esito delle operazioni militari e riguarda il futuro strategico dello Stato ebraico. Perché la vittoria militare, da sola, non basta. Dopo mesi di guerra, operazioni mirate e colpi inferti ai principali nemici regionali, Israele si trova davanti a un bivio che riguarda non soltanto la sicurezza, ma la sua stessa strategia politica.
L’eliminazione di alti comandanti, la distruzione di infrastrutture militari e l’indebolimento dell’asse guidato da Teheran rappresentano risultati significativi. Eppure la storia del Medio Oriente insegna che ogni vuoto di potere viene rapidamente riempito. Senza una visione politica, ogni successo sul campo rischia di trasformarsi in una tregua temporanea.
Il primo banco di prova è Gaza. Se Hamas dovesse perdere definitivamente la capacità di governare, chi amministrerebbe la Striscia? L’Autorità Palestinese continua a mostrare limiti di consenso e credibilità, mentre i Paesi arabi, pur disponibili a discutere nuovi assetti, difficilmente accetteranno di assumersi responsabilità senza precise garanzie politiche e di sicurezza.
Anche sul fronte iraniano il problema resta aperto. I danni inflitti alle infrastrutture militari e al programma nucleare possono rallentare i progetti della Repubblica islamica, ma non eliminano l’ideologia che li sostiene. Teheran conserva una rete di alleanze, milizie e capacità di influenza costruita in decenni. Pensare che il problema sia definitivamente risolto significherebbe sottovalutare la natura stessa della minaccia.
Esiste poi una dimensione diplomatica spesso trascurata. Le operazioni militari modificano gli equilibri, ma sono la politica e la diplomazia a renderli duraturi. Israele dispone oggi di rapporti consolidati con diversi Paesi arabi e di una cooperazione regionale senza precedenti nei settori della sicurezza e dell’intelligence. Trasformare questa convergenza tattica in una vera architettura strategica rappresenta probabilmente la sfida più importante dei prossimi anni.
All’interno dello stesso Israele il dibattito è destinato a intensificarsi. Una parte dell’opinione pubblica ritiene che la sicurezza richieda il mantenimento di una forte presenza militare nei territori più sensibili. Altri sostengono invece che la stabilità potrà essere raggiunta solo costruendo un nuovo equilibrio regionale, capace di isolare gli attori più radicali senza alimentare ulteriori cicli di violenza.
Nessuna delle due posizioni offre soluzioni semplici. Tuttavia entrambe convergono su un punto: la guerra non può rappresentare una strategia permanente. Può neutralizzare una minaccia, guadagnare tempo, modificare i rapporti di forza. Ma il tempo conquistato deve essere utilizzato per costruire qualcosa di diverso.
È questa, in fondo, la domanda sollevata da Ben-Dror Yemini e che oggi dovrebbe interrogare l’intera classe dirigente israeliana. Non se Israele abbia ottenuto importanti risultati militari, ma se saprà trasformarli in un vantaggio politico stabile. Perché nella storia del Medio Oriente le vittorie tattiche sono numerose; molto più rare sono quelle capaci di cambiare il corso degli eventi.
(Setteottobre, 9 luglio 2026)
........................................................
La “negligenza medica” di Israele
Lo Stato ebraico continua a salvare coloro che ne cercano la distruzione. Prendiamo Erdoğan, ad esempio.
di Ruthie Blum *
Israele dovrebbe farsi visitare da uno psichiatra. Anche il suo cuore sanguinante avrebbe bisogno di un controllo. Perché c’è chiaramente qualcosa che non va in un paese che impiega ripetutamente la propria straordinaria competenza medica per preservare la vita di persone che in seguito si dedicano a fargli del male.
L’ultima diagnosi arriva grazie a una sorprendente rivelazione di questa settimana da parte di Avi Shushan, ex portavoce del Tel Aviv Sourasky Medical Center-Ichilov Hospital, nel programma “Sheva” di Channel 14, condotto da Yehuda Schlesinger e Yaakov Bardugo.
Secondo Shushan, circa sette anni fa, quando il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan era gravemente malato, il Mossad chiese che uno specialista dell’Ichilov fosse inviato ad Ankara per curarlo. Il medico, ha detto Shushan, non si recò lì come privato cittadino per offrire assistenza personale. Ci andò, piuttosto, «per conto dello Stato di Israele».
Se vera, la storia è di per sé già abbastanza straordinaria. Israele, un Paese che Erdoğan ha ripetutamente diffamato, gli ha teso una mano quando ne aveva bisogno.
La gratitudine non è stata esattamente immediata.
La Turchia e Israele non sono ufficialmente Stati nemici. Mantengono rapporti diplomatici, anche se le relazioni si sono deteriorate drasticamente. Ma le parole e le azioni di Erdoğan hanno da tempo collocato l’aspirante imperatore neo-ottomano saldamente nel campo degli avversari di Israele.
Ha trasformato la Turchia in un rifugio politico per i leader di Hamas. Ha ospitato membri di alto rango dell’organizzazione terroristica e li ha difesi definendoli «combattenti per la libertà». Ha sostenuto le flottiglie volte a violare il blocco israeliano di Gaza. Ha accusato lo Stato ebraico di crimini contro l’umanità, adottando al contempo alcune delle retoriche antisemite più feroci sulla scena internazionale.
Dopo il massacro del 7 ottobre, quando i terroristi di Hamas hanno ucciso, violentato, bruciato e rapito uomini, donne e bambini innocenti, Erdoğan non ha condannato i responsabili. Al contrario, ha descritto Hamas come un movimento di resistenza legittimo e ha attaccato Israele per essersi difeso.
L’uomo che, secondo Shushan, è stato tenuto in vita da un medico israeliano, ha ripagato Israele con ostilità.
Ma Erdoğan non è un’anomalia; è semplicemente l’ultimo paziente di un dramma medico israeliano di lunga data: un paese che continua a curare chi è infetto da un odio letale verso lo Stato ebraico.
Si consideri ciò che è accaduto dopo il 7 ottobre 2023.
Un ospedale israeliano ha curato un membro ferito della forza Nukhba di Hamas — l’unità responsabile di aver guidato il massacro. Il terrorista non stava ricevendo cure come gesto di amicizia o riconciliazione. Le stava ricevendo perché i medici israeliani, vincolati dall’etica medica e dai principi umanitari, salvano vite umane.
La reazione di molti israeliani è stata di furore.
Herzl Hajaj, la cui figlia Shir è stata assassinata in un attacco terroristico del 2017, ha condannato la decisione, sostenendo che gli ospedali non dovrebbero diventare rifugi per coloro che avevano appena commesso le peggiori atrocità contro gli ebrei dai tempi dell’Olocausto. La sua indignazione rifletteva una domanda dolorosa: fino a che punto può spingersi la compassione prima di diventare autodistruttiva?
Il dibattito non è nuovo.
Il leader di Hamas Yahya Sinwar, l’artefice degli eventi del 7 ottobre — che fortunatamente è stato eliminato dalle truppe delle Forze di Difesa Israeliane a Gaza il 16 ottobre 2024 — è stato curato da un tumore al cervello mentre scontava quattro ergastoli per aver orchestrato il rapimento e l’omicidio di due soldati dell’IDF e di quattro «collaboratori» palestinesi.
Era stato condannato nel 1989. Nel 2011 fu uno dei 1.027 prigionieri palestinesi e arabo-israeliani rilasciati in cambio del soldato delle IDF rapito Gilad Shalit. Dopo il ritorno a Gaza, salì di rango fino a diventare la mente dietro il massacro che costò la vita a più di 1.200 israeliani e cittadini stranieri e portò al rapimento di altri 251.
Il personale medico che gli ha salvato la vita non poteva sapere cosa riservasse il futuro. Ma i leader politici e militari israeliani avrebbero dovuto saperlo.
Poi c’era Ismail Haniyeh, il leader di Hamas poi assassinato, che viveva nel lusso all’estero mentre la sua organizzazione trasformava Gaza in una roccaforte del terrore. Ciò non ha impedito a Israele di ricoverare i membri della sua famiglia negli ospedali israeliani per cure di altissimo livello. Tra questi c’erano sua suocera, sua figlia e la nipotina neonata. Lo stesso vale per la sorella del portavoce di Hamas Moussa Abu Marzouk.
Nel frattempo, Hamas continuava a lanciare razzi contro i civili israeliani, incitando allo spargimento di sangue e operando per l’annientamento di Israele. Ma questo schema va ben oltre i terroristi di alto rango.
Nel pluripremiato documentario del 2010 “Precious Life”, il regista Shlomi Eldar ha documentato gli sforzi dei medici israeliani per salvare un neonato di Gaza. Dopo mesi di terapia intensiva, il bambino è sopravvissuto. Quando Eldar ha chiesto alla madre cosa desiderasse per il futuro di suo figlio, lei ha risposto che sperava che crescesse per diventare uno shahid, un “martire” per Gerusalemme. Insomma, per essere ucciso mentre massacrava gli ebrei.
Eldar ha poi riferito che la donna aveva affermato di aver fatto quella dichiarazione per paura, date le pressioni della vita a Gaza e le conseguenze derivanti dall’esprimere opinioni percepite come favorevoli a Israele.
Tale spiegazione potrebbe sembrare aggiungere complessità alla sua situazione. Tuttavia, non cancella la realtà più ampia dell’enclave in cui le madri sono costrette – o sottoposte al lavaggio del cervello – a desiderare che i propri figli muoiano per Allah. Oh, e a ricevere ingenti indennità dall’Autorità Palestinese di Ramallah in tal caso.
Questo è il paradosso autoimposto che Israele si trova ripetutamente ad affrontare.
Un Paese fondato dopo che il popolo ebraico ha sopportato secoli di persecuzioni ha costruito ospedali che curano chiunque si presenti alle loro porte. Forma medici che prestano assistenza ai nemici con la stessa prontezza con cui la prestano agli amici. Rispetta gli standard umanitari anche quando i suoi avversari ne approfittano.
Questo significa portare la nobiltà a livelli pericolosamente ingenui.
Forse è il gene ebraico a produrre questa amnesia nazionale. O forse si può attribuire a un’interpretazione distorta del Tikkun Olam — rendere il mondo un posto migliore.
Nel suo libro best-seller, Suicidal Empathy: Dying to Be Kind, Gad Saad descrive il fenomeno delle società che estendono la propria compassione verso forze che mirano alla loro stessa distruzione. Il concetto non descrive la semplice gentilezza, ma un rifiuto patologico di distinguere tra misericordia e resa.
Un medico che salva un paziente compie un atto sacro. Un paese che estende ripetutamente tale benevolenza a chi è determinato a sterminarlo deve chiedersi a che punto tale procedura finisca per favorire la diffusione di un virus mortale.
Per decenni, Israele ha dimostrato di poter riportare in salute gli assassini. Troppo spesso, quegli stessi barbari escono dalla convalescenza solo per riprendere il loro assalto.
Se questa non è negligenza medica, è difficile capire cosa lo sia.
--- * Ruthie Blum, ex consulente presso l’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, è una pluripremiata editorialista e redattrice senior presso JNS. Conduttrice insieme all’ambasciatore Mark Regev del podcast di JNS-TV “Israel Undiplomatic”, scrive di politica israeliana e delle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Originaria di New York City, si è trasferita in Israele nel 1977. È ospite fissa di emittenti nazionali e internazionali, tra cui Fox, Sky News, i24News, Scripps, ILTV, WION e Newsmax.
(JNS, 9 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
UNRWA, una macchina che penalizza i civili di Gaza e getta fango su Israele
di Enrico Cerchione
L’UNRWA nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire istruzione, assistenza e servizi ai rifugiati palestinesi, contribuendo alla creazione di una società civile. Nella realtà, soprattutto a Gaza, questa agenzia ha assunto da tempo una funzione molto diversa. Le denunce israeliane sull’infiltrazione di Hamas all’interno dell’UNRWA sono state a lungo ignorate o minimizzate. Oggi sono confermate dai fatti. A giugno l’UNRWA ha licenziato 70 suoi dipendenti a Gaza per legami accertati con organizzazioni terroristiche. Si tratta di un’ammissione implicita, anche se molto parziale, della fondatezza degli avvertimenti ripetuti per anni.
A rendere il quadro ancora più chiaro è stata la presa di posizione pubblica di Hamas. L’organizzazione terroristica ha chiesto esplicitamente alle Nazioni Unite e ai Paesi donatori di garantire la continuità delle operazioni dell’UNRWA e di proteggerne il mandato. Quando un feroce gruppo terroristico si schiera apertamente in difesa di un’agenzia dell’ONU, diventa difficile continuare a presentarla come un’istituzione neutrale e umanitaria. Durante la conferenza per i finanziamenti dell’UNRWA del primo luglio, l’Ambasciatore americano Jeff Bartos ha posto la questione in termini diretti: i donatori possono scegliere di continuare a finanziare “l’incitamento, il terrorismo e la stagnazione” dell’UNRWA, oppure sostenere alternative come il Board of Peace, capaci di offrire ai gazawi una prospettiva di pace e cambiamento reale.
Il problema non riguarda solo la presenza di militanti tra il personale. L’UNRWA gestisce da decenni un sistema scolastico che ha trasmesso ai bambini palestinesi un’educazione intrisa di antisemitismo, negazione della storia ebraica e glorificazione della violenza. Il risultato di questa educazione si è visto con chiarezza il 7 ottobre 2023. Mentre i terroristi tornavano a Gaza con i pickup carichi dei corpi delle ragazze israeliane stuprate e uccise al festival Nova, molte persone, tra cui giovanissimi, festeggiavano per strada accanendosi su quei morti e feriti. Non si trattava solo di fanatici indottrinati: era il prodotto di anni di formazione sistematica all’odio.
Continuare a finanziare l’UNRWA nella sua forma attuale significa, di fatto, finanziare questo ciclo. Significa mantenere in vita un’organizzazione che ha dimostrato di essere collusa con Hamas, che perpetua lo status di “rifugiati ereditari” e che ha contribuito a formare generazioni educate alla distruzione anziché alla costruzione. La vera alternativa non è abbandonare i giovani di Gaza, ma smettere di sostenere il sistema che li ha resi ostaggi di un’ideologia distruttiva. I fondi vanno dirottati verso forme di educazione diverse: programmi che insegnino competenze concrete, che favoriscano la deradicalizzazione e che preparino una generazione capace di costruire un futuro, invece di esultare per lo stupro e l’assassinio di civili. Finché l’UNRWA continuerà a funzionare come una macchina che produce dipendenza, vittimismo e odio, i giovani di Gaza resteranno intrappolati nello stesso ciclo che li ha portati a festeggiare il 7 ottobre. Cambiare rotta è l’unico modo per offrire loro una possibilità diversa.
(HaKol, 9 luglio 2026)
........................................................
Un viaggio sulle tracce degli ebrei che tentarono di lasciare l’ebraismo e che cambiarono il mondo
La storia dell’élite ebraica secolare europea e i suoi tentativi di misurarsi con la propria identità di fronte a un mondo ostile, raccontata attraverso le vicende dei suoi protagonisti, da Mendelssohn e Heine a Marx e Lessing
di Boris Lebenberg
Il termine “questione ebraica”, nell’Europa dei secoli scorsi, si riferiva al dibattito sui diritti degli ebrei all’uguaglianza nei rispettivi paesi e alla definizione della loro identità. La loro impopolarità, e talvolta persino la vergogna che provavano nell’essere parte di un popolo “inferiore”, divennero un fardello pesante per molti ebrei. Da qui nacque la tentazione della secolarizzazione, dell’assimilazione nella nazione dominante e della dedizione ad attività non ebraiche, più accettate nella società. L’agenda del mondo moderno e degli Stati in cui vivevano appariva agli ebrei secolarizzati più importante della “questione ebraica” stessa.
Il libro qui presentato esamina la storia della “questione ebraica” attraverso la vita e l’operato dei rappresentanti dell’élite ebraica secolare, creativa e culturale, nei paesi europei. I tentativi delle figure descritte nel libro — intellettuali ebrei di spicco che hanno lasciato un segno profondo nei campi della scienza, della musica, della letteratura, dell’arte, della filosofia e della politica, su scala mondiale — di trovare una risposta alla “questione ebraica”, o proprio i loro tentativi di sfuggirle, illustrano bene la sua complessità. Alcuni cercarono di risolverla, altri decisero che fosse insolubile e si concentrarono con grande successo in altri ambiti, ma consapevolmente o meno la toccarono comunque. Erano considerati ebrei anche quando non desideravano appartenere al popolo ebraico, e anche quando si convertirono ad altra religione.
Il filosofo Moses Mendelssohn, ad esempio, riteneva che gli ebrei fossero un gruppo culturale e religioso ma non nazionale, e pensava che gli ebrei non potessero più essere una nazione dentro un’altra nazione. Si rivolse ai suoi fratelli ebrei con queste parole: “Accogliete i costumi e le leggi dello Stato in cui vivete, ma custodite la fede dei vostri padri”. I suoi appelli all’integrazione della cultura ebraica in quella universale diedero impulso all’assimilazione tra gli ebrei tedeschi. Quattro dei suoi sei figli e otto dei suoi nove nipoti si convertirono al cristianesimo.
Anche lo scrittore Ludwig Börne, cosmopolita, rivoluzionario e autore radicale nato nel ghetto di Francoforte, e il grande poeta Heinrich Heine, si convertirono. Heine scherzava sulla propria conversione: “Ho scoperto di non potermi permettere di appartenere alla stessa religione di Rothschild senza essere ricco come lui”. In seguito si pentì del suo passaggio al luteranesimo: “Da quando sono stato battezzato, mi si rimprovera di essere ebreo… ora sono odiato in egual misura sia dagli ebrei sia dai cristiani. Mi dispiace molto di essermi convertito: non solo non mi ha portato alcun beneficio, ma anzi, da allora non ho avuto altro che guai e infelicità”.
Heine, dottore in legge, si convertì per ottenere un posto come avvocato o come docente universitario, ma fallì in questi tentativi ed emigrò in Francia. Il celebre poeta tedesco, scrive Gordon, “si convertì per poter fare l’avvocato, ma la Germania non concesse al dottore in legge Heinrich Heine il diritto di esercitare secondo le sue leggi, ed egli cominciò a descriverne le ingiustizie. L’Università Ludwig-Maximilian di Monaco considerò Heine indegno di essere professore di letteratura tedesca, ed egli ne divenne invece il suo cantore”.
• In cerca di rifugio nel comunismo
Lo scrittore ebreo-tedesco Jakob Wassermann scrisse a proposito dell’amore deluso degli ebrei per la Germania: “Invano supplichiamo una nazione di poeti e pensatori in nome dei suoi poeti e pensatori. Ogni pregiudizio che sembra scomparso dal mondo moderno ne genera migliaia di nuovi, come un cadavere genera vermi”.
Il giudice tedesco Gabriel Riesser era un ebreo che aveva attraversato un processo di assimilazione e “germanizzazione”. “La questione ebraica”, scrisse Riesser, “è unicamente la questione della libertà di praticare la nostra religione senza indossare la maschera di un’altra religione, quella dominante, per ottenere i diritti civili. Se siamo una nazione, dov’è la nostra patria? Gli ebrei tedeschi hanno forse un’altra patria al di fuori della Germania?”
Karl Marx — il filosofo radicale, padre del comunismo, ebreo convertito e assimilato — scrisse: “L’emancipazione degli ebrei è l’emancipazione dell’umanità dagli ebrei”. Ferdinand Lassalle, filosofo e socialista tedesco, fu uno dei primi ebrei antisemiti, e si scagliò così contro il proprio popolo: “Gente infame, meritate il vostro destino. Il verme che viene calpestato sotto i piedi cerca di contorcersi; voi non fate che strisciare ancora di più. Siete nati per la schiavitù”.
Gordon analizza in modo originale, e persino paradossale, la vita e l’opera di filosofi come Hermann Cohen, Henri Bergson e Isaac Deutscher; per ciascuno di loro, la “questione ebraica” rappresentò una sfida di enorme importanza. Passa in rassegna le vicende di scienziati di spicco, scrittori, poeti e drammaturghi più o meno noti, da Arthur Schnitzler e Franz Kafka fino a Kurt Tucholsky, Ernst Toller e Stanisław Jerzy Lec.
L’impegno più concreto nei confronti della “questione ebraica” è rappresentato da figure che agirono nell’arena pubblica, come Benjamin Disraeli, Bernard Lazare, che combatté contro l’ondata di antisemitismo in Francia durante l’affare Dreyfus, i bolscevichi Adolf Joffe e Jakov Sverdlov — tra i più potenti leader della Russia sovietica, la cui morte per malattia spianò la strada a Stalin verso il potere; Karl Radek, primo creatore di barzellette antisovietiche; il poeta e drammaturgo Ernst Toller, che fu per sei giorni presidente della Repubblica sovietica bavarese; e György Lukács, ministro dell’Istruzione della Repubblica sovietica ungherese nel 1919, filosofo radicale e studioso di letteratura, scampato quasi miracolosamente alla repressione staliniana in Unione Sovietica.
Su questi socialisti e comunisti scrisse lo storico americano-ebreo Seymour Martin Lipset: “La partecipazione al movimento socialista e comunista costituì per molti ebrei un modo per allontanarsi dal proprio ebraismo e integrarsi in un mondo universale, non ebraico”.
Due saggi sono dedicati agli auto-antisemiti: lo psicologo austriaco Otto Weininger e lo scrittore e satirico austriaco Karl Kraus, il cui protagonista di un altro capitolo, il filosofo Theodor Lessing, definì “l’esempio più lampante dell’odio ebraico verso se stessi”. Lessing, autore del libro L’odio ebraico di sé, fu il nemico più acerrimo dei nazisti e la loro prima vittima: venne assassinato da sicari in Cecoslovacchia.
• Odio di sé
Isaac Deutscher, tra i protagonisti di questo libro, filosofo britannico nato in Polonia e marxista, coniò nel 1954 l’espressione “ebreo non ebreo” (non-Jewish Jew). Il termine si riferisce a quegli ebrei che abbracciarono la figura universale dell’uomo, elevandosi al di sopra della presunta “irrilevanza” dei problemi ebraici. Questi ebrei misero da parte l’identità ebraica per perseguire obiettivi globali, spesso rivoluzionari e violenti. A questa definizione Deutscher riconduce, ad esempio, Marx e Trotsky.
Lessing descrisse l’odio ebraico di sé come una malattia che si manifesta nell’adattamento e nella rassegnazione all’immagine negativa dell’ebraismo. A suo dire, essa nacque come conseguenza della marginalizzazione degli ebrei ai margini della società, e come reazione al modo in cui la nazione dominante li considerava. Questi ebrei respingevano l’appartenenza al proprio popolo ed elevavano se stessi al di sopra degli altri membri della propria tribù. L’odio ebraico di sé fu una reazione nevrotica alla crescente forza dell’antisemitismo, e un’espressione della paura di combatterlo. Anche oggi ne siamo testimoni, negli israeliani e negli ebrei che criticano aspramente lo Stato d’Israele e sostengono le forze a esso ostili.
Molti pensavano che la “questione ebraica” fosse ormai un capitolo chiuso della storia, scomparso e relegato ai libri e agli archivi. Gli eventi del 7 ottobre e le reazioni ad essi hanno mostrato che l’antisemitismo è vivo e vegeto nel cuore della cultura occidentale, nonostante l’esistenza dello Stato d’Israele. Negli ultimi due anni e mezzo, ebrei in Israele e nella diaspora che si consideravano israeliani, americani, australiani, britannici, francesi e così via, hanno sentito con chiarezza di essere ebrei.
Il libro qui presentato è una raccolta di storie drammatiche, una sorta di biografia collettiva dell’élite intellettuale secolare degli ebrei europei, che ne rivela il rapporto complesso con la propria identità. Quest’élite aspirava a integrarsi nella società europea, privilegiando i valori universali e cosmopoliti rispetto all’identità ebraica. In questo furono una sorta di anti-eroi tragici della storia ebraica. Il libro presenta il dramma storico della ricerca dell’identità nazionale, e può mostrare al giovane lettore ebreo che egli appartiene all’antico popolo ebraico, che ancora oggi torna a essere minacciato dall’antisemitismo.
(Kolòt - Morashà, 9 luglio 2026)
........................................................
Turchia, una nuova fase della geopolitica mediorientale
Il possibile ridimensionamento dell’Iran apre una nuova fase della geopolitica mediorientale: la competizione tra Israele e Turchia. Siria, Mediterraneo orientale, energia, Libia, Caucaso e NATO diventano i terreni di una partita strategica destinata a incidere sugli equilibri regionali e occidentali.
di Bahram Farrokhi
In Medio Oriente, la fine delle guerre raramente coincide con l’inizio della stabilità. Piuttosto, segna l’avvio di nuove competizioni per ridisegnare gli equilibri di potere.
Dopo la guerra dei dodici giorni e il successivo conflitto con l’aiuto degli americani, il relativo ridimensionamento del ruolo diretto di Teheran nel teatro regionale ha spostato progressivamente l’attenzione strategica verso un attore che fino a pochi anni fa non era al centro delle principali analisi di confronto: la Turchia.
Se il decennio passato può essere letto come l’era del confronto diretto e indiretto tra Israele e il regime islamico dell’Iran, il prossimo potrebbe essere definito da una competizione diversa: quella tra Tel Aviv e Ankara.
Due Paesi che si percepiscono entrambi come possibili architetti del nuovo ordine mediorientale, ma che avanzano lungo traiettorie profondamente divergenti.
• Dalla cooperazione alla competizione
Le relazioni tra Turchia e Israele sono state storicamente caratterizzate da una combinazione di cooperazione e tensione.
La Turchia è stata il primo Paese a maggioranza musulmana a riconoscere Israele e, per decenni, la cooperazione militare e d’intelligence tra i due attori ha rappresentato un elemento strutturale dell’equilibrio regionale.
Tuttavia, con la progressiva trasformazione della politica estera turca sotto la leadership di Recep Tayyip Erdogan, questa relazione è entrata in una fase diversa.
Il sostegno politico di Ankara ad attori islamisti, come i Fratelli Musulmani, l’espansione della presenza militare turca in Siria e in Libia e l’ambizione di leadership nel mondo musulmano hanno contribuito a trasformare un rapporto pragmatico in una competizione geopolitica sempre più evidente.
Parallelamente, Israele ha consolidato la propria posizione nel Mediterraneo orientale attraverso una rete crescente di cooperazione energetica e di sicurezza con Grecia e Cipro, contribuendo alla formazione di nuovi assi regionali.
• Il dopo-Iran e il vuoto strategico
Il recente conflitto tra Iran e Israele ha prodotto un effetto sistemico sull’intero equilibrio mediorientale. Al di là delle valutazioni militari, il messaggio strategico è chiaro: la struttura tradizionale delle minacce regionali sta cambiando.
L’Iran resta un attore centrale, ma non rappresenta più l’unico perno attorno a cui ruota l’intero sistema di sicurezza regionale.
Questo spostamento ha aperto uno spazio strategico in cui la competizione tra potenze non arabe, in particolare Israele e Turchia, assume un ruolo crescente.
In tale contesto, lo sguardo degli strateghi israeliani si è rivolto con crescente attenzione a un Paese che, dal Mar Nero al Mediterraneo, dal Caucaso al Corno d’Africa e dal nord della Siria alla Libia, ha costruito una rete articolata di influenza politica e militare.
Un Paese che non solo controlla una delle maggiori economie regionali, ma dispone anche della seconda forza terrestre più grande all’interno dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord, la NATO.
Questa realtà rende la Turchia un attore profondamente diverso e qualitativamente più complesso rispetto al regime islamico dell’Iran.
L’appartenenza della Turchia alla NATO rappresenta il principale fattore di deterrenza contro qualsiasi confronto diretto con Israele. Un conflitto che coinvolgesse direttamente i territori dei due Paesi potrebbe produrre conseguenze ben oltre la capacità di contenimento regionale, trascinando inevitabilmente gli Stati Uniti e gli altri membri dell’Alleanza in una nuova crisi sistemica.
D’altro canto, una possibile inerzia occidentale di fronte a un attacco diretto contro la Turchia rischierebbe di aprire una frattura storica nei rapporti tra Ankara e la NATO, una crisi tale da poter incidere sulla coesione stessa dell’Alleanza.
Per queste ragioni, qualora la competizione tra Israele e Turchia dovesse evolvere verso una dimensione militare, è altamente improbabile che essa assuma la forma di una guerra convenzionale tra Stati.
L’esperienza degli ultimi decenni dimostra infatti che le potenze regionali tendono sempre più a proiettare i propri conflitti in teatri terzi, dove i costi politici e giuridici risultano inferiori e la gestione della crisi appare più flessibile.
• Siria: il primo terreno del confronto
Tra tutte le aree di possibile frizione, la Siria rimane il principale teatro di contatto tra gli interessi israeliani e turchi.
Il Paese, frammentato e privo di una piena sovranità centrale, è ormai uno spazio di sovrapposizione tra potenze regionali e globali.
La Turchia mantiene una presenza militare diretta nel nord della Siria, mentre Israele non solo occupa una parte del territorio siriano, ma monitora costantemente gli sviluppi nel sud del Paese, intervenendo quando percepisce minacce emergenti alla propria sicurezza.
In questo contesto, la Siria non è più uno Stato unitario, ma un mosaico di sfere d’influenza.
La storia recente del Medio Oriente suggerisce che molti conflitti non iniziano con guerre dichiarate, ma con una progressiva escalation di incidenti localizzati e operazioni indirette.
• Mediterraneo orientale ed energia
Se la Siria rappresenta il fronte terrestre della competizione, il Mediterraneo orientale ne costituisce il cuore economico e strategico.
La scoperta di importanti riserve di gas naturale ha trasformato quest’area in uno dei nodi energetici più rilevanti del sistema internazionale. Israele, Grecia e Cipro hanno sviluppato negli ultimi anni una crescente cooperazione energetica e militare, dando forma a un asse che incide direttamente sugli equilibri regionali.
La Turchia, dal canto suo, ha adottato una politica marittima attiva, cercando di consolidare la propria posizione come principale hub di transito energetico tra Asia ed Europa.
La competizione non riguarda soltanto le risorse economiche, ma la definizione stessa delle rotte strategiche del futuro.
• La storia come strumento geopolitico
Un elemento sempre più rilevante in questa dinamica è l’uso della dimensione storica come strumento politico.
La questione del genocidio armeno, a lungo evitata da Israele per ragioni diplomatiche legate ai rapporti con Ankara, sta assumendo nuove valenze strategiche.
In questo contesto, la storia non è più soltanto memoria, ma diventa leva di pressione geopolitica.
Le decisioni su temi storici sensibili si trasformano in segnali politici con impatto diretto sulle relazioni internazionali contemporanee.
• Caucaso, Libia e reti parallele
La competizione tra Israele e Turchia non si limita al Levante o al Mediterraneo. Il Caucaso meridionale, la Libia e altri spazi periferici del Medio Oriente e del Nord Africa rappresentano nodi complementari di una rete più ampia.
In Libia, la presenza turca a sostegno delle autorità di Tripoli si confronta con un sistema di alleanze contrapposte che coinvolge attori regionali e internazionali.
Nel Caucaso, la cooperazione tra Israele e Azerbaigian aggiunge un ulteriore livello di complessità, inserendosi in un equilibrio delicato che coinvolge anche Russia e Iran.
• Un ordine in formazione
Ciò che emerge non è una somma di crisi isolate, ma la formazione progressiva di un nuovo ordine regionale. Un ordine in cui energia, sicurezza, rotte commerciali e alleanze transnazionali sono sempre più interconnesse.
Gli Stati Uniti mantengono un ruolo di regolatore ultimo degli equilibri, ma con una crescente tendenza alla gestione indiretta piuttosto che al controllo diretto.
La Russia è concentrata su altri teatri strategici, mentre l’Europa dipende sempre più dalla stabilità energetica del Mediterraneo.
• Due modelli di potenza
La competizione tra Israele e Turchia non può essere ridotta a un semplice confronto bilaterale. Essa riflette piuttosto lo scontro tra due modelli di potenza nel XXI secolo.
Da un lato, Israele si inserisce in una rete di alleanze tecnologiche, energetiche e marittime integrate con l’Occidente. Dall’altro, la Turchia promuove una strategia basata sulla profondità territoriale, sulla presenza militare diretta e su una proiezione autonoma nel mondo islamico e nelle regioni circostanti.
La domanda centrale non è più se la competizione tra Israele e Turchia si intensificherà, ma quale forma assumerà e quali equilibri produrrà.
Il Medio Oriente sta entrando in una fase di ridefinizione strutturale, in cui i confini tradizionali contano sempre meno rispetto alle reti di energia, sicurezza e commercio.
In questo nuovo sistema, Israele e Turchia non sono semplicemente due Stati regionali, ma due progetti alternativi di ordine geopolitico.
E la vera partita, forse, è appena iniziata.
(InOltre, 7 luglio 2026)
........................................................
Tutti parlano di tregua. Ma tutti parlano di guerra
Da settimane si parla di tregua, diplomazia e di un possibile accordo di pace tra gli Stati Uniti e l’Iran.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Molti osservatori hanno già iniziato a parlare di una distensione. Alcuni vedono addirittura l’inizio di un nuovo ordine in Medio Oriente. Ma chi ascolta con maggiore attenzione si rende conto che il quadro è completamente diverso. Mentre i commentatori discutono di pace e i diplomatici parlano di progressi, gli attori chiave continuano a parlare di guerra. Gli americani parlano di guerra. Gli iraniani parlano di guerra. Le Guardie della Rivoluzione parlano di guerra. La leadership religiosa a Teheran parla di guerra. E persino i rappresentanti dell’amministrazione Trump sottolineano apertamente che l’opzione militare non è affatto fuori discussione.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato nuovamente l’Iran di «annientamento» proprio di recente. L’avvertimento è stato lanciato in seguito agli attacchi di rappresaglia americani contro postazioni di difesa aerea e depositi di droni iraniani, dopo che, secondo quanto riferito da Washington, Teheran aveva attaccato navi da carico nel Golfo Persico e bombardato basi militari statunitensi in Kuwait e Bahrein.
Neanche da Teheran giungono toni concilianti. Il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf, che ricopre anche il ruolo di capo negoziatore della Repubblica Islamica nei colloqui con l’amministrazione Trump, ha chiarito che l’Iran non rinuncerà alla sua volontà di vendetta. L’uccisione dell’ex Guida Suprema Ali Khamenei durante un attacco aereo americano-israeliano rimane un conto in sospeso. Mentre quindi si negozia ufficialmente, gli stessi negoziatori parlano di vendetta e rappresaglia.
Particolarmente illuminanti sono le dichiarazioni del vicepresidente statunitense JD Vance. In un’intervista al «Michael Knowles Show» ha ammesso apertamente che, dal punto di vista americano, l’attuale tregua rappresenta soprattutto una pausa strategica. Vance ha dichiarato testualmente che il governo sta utilizzando il memorandum d’intesa «per, in un certo senso, rifornire il mercato petrolifero globale… e poi vedere come si evolverà la situazione». In altre parole: la tregua dovrebbe innanzitutto stabilizzare l’approvvigionamento energetico e rassicurare i mercati. Che da ciò possa effettivamente nascere la pace, sembra che nessuno, nemmeno a Washington, voglia garantirlo.
La reazione da Teheran non si è fatta attendere. Mohammad Marandi, membro della delegazione negoziale iraniana, ha risposto direttamente alle dichiarazioni di Vance: «L’Iran ha già rifornito le proprie scorte ed è pronto a distruggere l’economia di Trump». » Anche Ghalibaf ha inasprito ulteriormente i toni. Il suo messaggio a Washington è stato: «Se si rifiutano di attuare quanto concordato, anche noi siamo pronti alla guerra». È un fatto degno di nota. L’uomo che negozia la pace parla contemporaneamente di preparativi bellici.
Ma non è tutto. Ghalibaf ha inoltre dichiarato: «Vendiamo il nostro petrolio con un sovrapprezzo del 20 per cento.
Se l’America vuole fare la guerra, anche noi sappiamo molto bene come si fa la guerra. E se intendono impedirci di vendere il nostro petrolio, alla fine nessuno trarrà più profitto dal petrolio». Questa affermazione è ben più di un’osservazione economica. Contiene una minaccia palese alla stabilità dei mercati energetici globali e, indirettamente, alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz.
La risposta americana non suona certo più pacifica. JD Vance ha dichiarato riguardo all’Iran: «Trump è pronto a sganciare bombe, ma solo se ciò permette di raggiungere un obiettivo concreto». Anche questo non è un linguaggio di pace. È il linguaggio della deterrenza militare. Il messaggio è: negoziamo, ma siamo pronti a colpire in qualsiasi momento. A ciò si aggiunge il fatto che circoli influenti all’interno del clero iraniano chiedono ormai addirittura la completa interruzione dei colloqui con gli Stati Uniti. Per molti falchi a Teheran, gli attacchi aerei americani dimostrano che Washington non è un partner negoziale affidabile.
Ne emerge così un quadro degno di nota. Gli americani parlano di negoziati e allo stesso tempo tengono pronte le bombe. Gli iraniani parlano di negoziati e allo stesso tempo parlano di rappresaglia, guerra e confronto economico. Gli americani affermano che la tregua dovrebbe stabilizzare i mercati petroliferi. Gli iraniani rispondono di essere pronti a distruggere l’economia di Trump. Gli americani minacciano con la forza militare. Gli iraniani minacciano con un’escalation economica e militare. Per questo motivo bisognerebbe essere cauti quando si parla di pace in questo momento.
Una tregua non equivale automaticamente alla pace. Un memorandum non è una riconciliazione. E i negoziati non significano affatto che gli obiettivi strategici delle parti in conflitto siano scomparsi. Al contrario. Se si analizzano con lucidità le dichiarazioni degli ultimi giorni, si ha l’impressione che nessuna delle parti abbia modificato le proprie posizioni di fondo.
Washington vuole continuare a esercitare pressione sull’Iran. Teheran continua a perseguire la sua agenda di ritorsioni. L’opzione militare rimane sul tavolo. E lo Stretto di Hormuz rimane una potenziale scintilla. Forse la più grande illusione di questi giorni sta nel fatto che molte persone credono che la guerra sia finita solo perché è stata proclamata una tregua. La verità sembra decisamente più sobria. Le armi forse tacciono temporaneamente. Ma le parole no. E finché entrambe le parti continuano a parlare di guerra, sarebbe ingenuo credere che la pace sia già arrivata.
E quale ruolo ha Israele in questo gioco? È proprio qui che inizia la vera preoccupazione a Gerusalemme. Infatti, mentre Washington parla soprattutto dei prezzi del petrolio, dello Stretto di Hormuz, dell’inflazione e della stabilità dei mercati mondiali, e Teheran negozia su sanzioni, ritorsioni e proiezione di potere a livello regionale, per Israele la posta in gioco è un’altra: la propria sicurezza. Dal punto di vista israeliano, la domanda è semplice: cosa succederà in questi 60 giorni? L’Iran sta davvero sfruttando la tregua per trovare una via d’uscita politica, oppure la sta utilizzando per ripristinare le proprie capacità militari, riarmare i propri alleati e stabilizzare la propria economia? È proprio questo timore a caratterizzare attualmente molte discussioni in Israele. La storia del Medio Oriente dimostra infatti che le tregue spesso non segnano la fine di un conflitto, ma la preparazione al prossimo round.
Se le entrate petrolifere iraniane dovessero tornare a crescere, a trarne vantaggio non sarebbero solo le istituzioni statali di Teheran. A Gerusalemme si ricorda che l’Iran ha costruito nel corso di decenni una rete regionale che va da Hezbollah in Libano e Hamas nella Striscia di Gaza, passando per le milizie terroristiche sciite in Iraq, fino agli Houthi nello Yemen. Qualsiasi ripresa economica del regime può quindi avere conseguenze anche in termini di sicurezza per Israele.
A ciò si aggiunge un’ulteriore preoccupazione. Mentre gli Stati Uniti sembrano considerare l’attuale accordo soprattutto dal punto di vista economico, Israele valuta la situazione in base a un’altra domanda: alla scadenza di questa tregua, l’Iran sarà più forte o più debole di prima? Proprio per questo molti israeliani guardano alla situazione attuale con grande scetticismo. Per Washington la tregua può essere un mezzo per guadagnare tempo. Per Teheran può essere un’occasione per riprendere fiato. Per Israele potrebbe determinare come si configurerà il prossimo scontro. Ed è per questo che, dal punto di vista israeliano, la domanda cruciale non è se oggi regni la pace. La domanda cruciale è: cosa succederà il 61° giorno?
(Israel Heute, 8 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Haifa al voto, tra nuova immigrazione russofona e incertezza araba
La città, storicamente considerata un laboratorio di convivenza, oggi riflette alcune delle principali trasformazioni della società israeliana: l’arrivo di una nuova generazione di immigrati da Russia e Ucraina, il disagio crescente di molti cittadini arabi e la ridefinizione degli equilibri politici locali.
di Anna Balestrieri
Haifa, la più grande città mista ebraico-araba di Israele, si prepara alle prossime elezioni in un clima politico segnato da tensioni, sfiducia e profondi cambiamenti demografici. La città, storicamente considerata un laboratorio di convivenza, oggi riflette alcune delle principali trasformazioni della società israeliana: l’arrivo di una nuova generazione di immigrati da Russia e Ucraina, il disagio crescente di molti cittadini arabi e la ridefinizione degli equilibri politici locali.
In una competizione elettorale che potrebbe decidersi per poche migliaia di voti, Haifa è diventata una città da osservare con attenzione.
• La “Putin Aliyah” e una sensibilità politica diversa
Negli ultimi dieci anni, circa 250 mila cittadini russi e ucraini sono immigrati in Israele. Una parte significativa si è stabilita a Haifa e nei suoi dintorni, attratta dal costo della vita più accessibile rispetto a Tel Aviv, dalla presenza di università, scuole e reti russofone già radicate.
Questa nuova ondata migratoria viene spesso definita “Putin Aliyah”. A differenza dell’immigrazione proveniente dall’ex Unione Sovietica negli anni Novanta, molti dei nuovi arrivati appartengono a una classe urbana, istruita e professionale, proveniente da grandi città come Mosca, San Pietroburgo o Kyiv. Molti hanno lasciato i loro Paesi a causa dell’autoritarismo crescente, delle restrizioni alle libertà personali, della crisi economica o, dopo il 2022, della guerra in Ucraina.
La loro esperienza politica li rende particolarmente sensibili ai segnali di erosione democratica. Alcuni riconoscono in Israele dinamiche che ricordano loro la Russia di Putin: attacchi ai media, delegittimazione dell’opposizione, concentrazione del potere e uso della sicurezza come terreno di consenso.
• Una nuova mappa del voto russofono
Per decenni, una parte importante dell’elettorato russofono si è riconosciuta in posizioni laiche ma nazionaliste, trovando spesso rappresentanza in partiti come Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman. La nuova immigrazione russo-ucraina sembra però muoversi in modo diverso.
Molti nuovi cittadini non hanno ancora una conoscenza piena dell’ebraico o del sistema politico israeliano, e questo potrebbe ridurre la partecipazione al voto. Tuttavia, tra coloro che intendono votare, emerge una tendenza verso partiti di centro o centrosinistra, oppure verso liste percepite come più liberali e laiche.
A Haifa, questa dinamica potrebbe avere un peso concreto. La città conta circa 300 mila abitanti; gli arabi rappresentano intorno al 10 per cento della popolazione, mentre i russofoni sono circa un quarto. In uno scenario elettorale frammentato, l’affluenza di questi gruppi potrebbe incidere sul risultato nazionale.
• Haifa, laboratorio imperfetto di convivenza
Haifa è spesso descritta come una città più aperta e laica rispetto ad altri centri israeliani. È l’unica città a maggioranza ebraica del Paese dove gli autobus pubblici circolano durante lo Shabbat, ed è nota per la presenza di quartieri misti, istituzioni culturali condivise e una lunga tradizione di attivismo civico.
Negli ultimi anni, però, il modello ha mostrato crepe evidenti. Gli scontri tra ebrei e arabi del maggio 2021 hanno lasciato un segno profondo in molti residenti. Per alcuni cittadini arabi, quel momento ha messo in discussione l’idea stessa di una convivenza reale, mostrando quanto fragile fosse il tessuto sociale della città.
Haifa continua a vivere fianco a fianco, ma molti si chiedono se questo significhi davvero vivere insieme.
• La sfiducia dei cittadini arabi
Tra i cittadini arabi di Haifa cresce un sentimento di disillusione politica. Alcuni denunciano una distanza sempre maggiore dalle istituzioni nazionali, altri criticano anche i partiti arabi, accusati di concentrarsi sulle dinamiche interne e sulle liste elettorali più che sui problemi concreti delle comunità.
La partecipazione araba sarà uno dei fattori più importanti delle prossime elezioni. Un’affluenza alta potrebbe rafforzare il peso parlamentare delle liste arabe e rendere più complessa la formazione di un governo che le escluda del tutto. Al contrario, l’astensione rischierebbe di ridurre ulteriormente la capacità di influenza politica di una minoranza già segnata da sfiducia e marginalizzazione.
Alcuni attivisti locali stanno lavorando proprio su questo punto: convincere i giovani arabi che il voto, pur non risolvendo tutto, resta uno strumento per incidere. Il nodo non è soltanto quanti seggi conquisteranno i partiti arabi, ma se gli elettori sentiranno ancora di avere voce nel sistema.
• Le ferite del 7 ottobre e la crisi della fiducia
Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato un trauma collettivo per l’intera società israeliana. A Haifa, però, quel trauma si è sommato a tensioni già presenti. La guerra, le proteste, le operazioni militari e la polarizzazione politica hanno reso più difficile il dialogo tra comunità.
Chi lavora da anni per la società condivisa parla di una diminuzione della fiducia reciproca. Le scuole bilingui, le iniziative interreligiose e i progetti educativi continuano a esistere, ma operano in un contesto più complicato. La convivenza non è scomparsa, ma richiede oggi un lavoro più consapevole e meno retorico.
• La città laica che cambia volto
Haifa resta una città con una forte identità secolare, ma anche questo tratto sta evolvendo. La presenza crescente di gruppi religiosi, sia ebrei sia musulmani, indica che il profilo urbano non è più quello della “città rossa” dominata dal movimento operaio e dal Partito laburista.
Alle ultime elezioni del 2022, il partito centrista Yesh Atid risultò il più votato in città, seguito dal Likud. Il Partito laburista raccolse meno del 5 per cento, mentre le liste arabe ottennero complessivamente quasi il 10 per cento, soprattutto grazie alla forza locale di Hadash. Questi dati raccontano una città politicamente mobile, dove vecchie appartenenze e nuove identità elettorali convivono.
• Tra protesta e stanchezza
Dal 2023 Haifa ospita proteste antigovernative regolari, soprattutto nella zona del centro Horev. In passato hanno attirato migliaia di persone, ma negli ultimi mesi la partecipazione si è ridotta. La presenza araba in queste manifestazioni appare limitata, un dato che gli stessi organizzatori leggono come segnale di una frattura.
Una parte dell’opposizione ebraica riconosce che la battaglia per la democrazia viene spesso percepita dai cittadini arabi come una battaglia incompleta, centrata soprattutto sui diritti della maggioranza ebraica. Per questo, alcuni attivisti ritengono più importante incoraggiare la partecipazione al voto che pretendere una presenza simbolica nelle piazze.
La politica israeliana entra così nella campagna elettorale con una domanda aperta: chi si sentirà abbastanza rappresentato da andare alle urne?
• Haifa come indicatore nazionale
La città portuale del nord non è soltanto un caso locale. È un osservatorio privilegiato delle trasformazioni in corso in Israele: l’arrivo di nuovi immigrati con un forte bagaglio democratico e anti-autoritario, la fatica dei cittadini arabi a credere nel sistema politico, la crisi della vecchia sinistra, la tenuta del centro e la persistenza del Likud anche tra elettori delusi.
Il futuro politico di Haifa non determinerà da solo l’esito delle elezioni, ma potrebbe anticiparne alcune tendenze decisive. Se la partecipazione dei nuovi immigrati e dei cittadini arabi sarà alta, la città potrebbe contribuire a spostare gli equilibri. Se invece prevarrà l’astensione, sarà il segnale di una sfiducia più profonda.
In entrambi i casi, Haifa resta una città chiave per capire Israele nel 2026: non un modello perfetto, né un’eccezione, ma uno spazio dove le linee di frattura del Paese si incontrano ogni giorno, nelle strade, nei mercati, nei quartieri misti e, presto, nelle urne.
(Bet Magazine Mosaico, 8 luglio 2026)
........................................................
Scontro istituzionale tra Corte Suprema e governo. Israele frena sull'accordo idrico con la Giordania
Si riaccende la controversia giudiziaria sulla Seconda Autorità per la televisione e la radio. Restano i timori per la possibile fornitura di caccia F-35 alla Turchia da parte degli Stati Uniti
di Giuseppe Kalowski
TEL AVIV - La campagna elettorale in Israele è entrata nel vivo senza esclusione di colpi. E in atto un delicatissimo scontro istituzionale tra la Corte Suprema e il governo israeliano, che potrebbe avere conseguenze rilevanti sull'equilibrio tra il potere esecutivo e quello giudiziario, anche perché Israele non dispone di una Costituzione scritta che definisca in modo organico i rapporti tra i poteri dello Stato. Il governo israeliano ha respinto una sentenza vincolante dell'Alta Corte di Giustizia che consentirebbe all'organismo che regola le emittenti commerciali israeliane, la "Seconda Autorità per la televisione e la radio", di continuare a operare nonostante le dimissioni lo abbiano privato del quorum richiesto dalla legge. Si auspica che, anche grazie alla mediazione del presidente Isaac Herzog, si possa giungere a una composizione del conflitto e che le controversie vengano risolte pacificamente attraverso un riavvicinamento tra le parti. Israele ha inoltre annunciato di non voler rinnovare l'accordo idrico con la Giordania, in vigore dal trattato di pace del 1994, che garantisce la fornitura di acqua israeliana al Regno hashemita. Alla base della decisione vi sarebbe il crescente atteggiamento ostile di Amman nei confronti di Tel Aviv durante la guerra tra Israele e Hamas. Israele ritiene che un sostegno così importante, come quello della fornitura di acqua dolce, debba essere accompagnato da relazioni più cordiali tra i due Paesi. Grande preoccupazione suscita inoltre, in Israele, la possibile fornitura di caccia F-35 alla Turchia da parte dell'Amministrazione Trump. Secondo molti osservatori israeliani, questa eventualità potrebbe alterare gli equilibri strategici regionali e mettere in discussione la superiorità aerea dello Stato ebraico, soprattutto alla luce delle ripetute dichiarazioni ostili ed estremamente minacciose del presidente Recep Tayyip Erdogan nei confronti di Israele. Sono questi i tre temi che dominano in questi giorni la stampa e le televisioni israeliane, mentre riceve per ora minore attenzione il prossimo incontro tra Israele e Libano, in programma a Roma il 15 e 16 luglio. Si tratta di un appuntamento significativo, perché rappresenta un nuovo round di colloqui a livello di ambasciatori dopo l'intesa in 14 punti firmata il 26 giugno a Washington, che però Hezbollah continua a non riconoscere. Il presidente libanese Ioseph Aoun ha dichiarato di non essere al momento disponibile a incontrare Benjamin Netanyahu finché non cesseranno gli attacchi israeliani. Una presa di posizione che appare soprattutto dettata dall'esigenza di non aggravare ulteriormente i rapporti con Hezbollah e che contrasta con le dichiarazioni di alcuni leader cristiani del Libano meridionale, i quali chiedono di essere protetti dall'Idf e, in alcuni casi, arrivano perfino a ipotizzare un'annessione a Israele. Un'ipotesi che Israele, nonostante le accuse ricorrenti sulla presunta volontà di realizzare la cosiddetta "Grande Israele", ha sempre respinto. L'obiettivo dichiarato di Tel Aviv resta infatti quello di garantire, con ogni mezzo ritenuto necessario, la sicurezza del nord del Paese e dei suoi abitanti. Il ministro degli Esteri e vicepremier italiano Antonio Tajani ha accolto con grande favore la scelta di Roma quale sede della prossima tornata di colloqui tra Israele e Libano. Secondo Tajani, questa decisione rappresenta il riconoscimento dell'impegno diplomatico del governo italiano e della credibilità internazionale acquisita dall'Italia. Anche il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha confermato l'appuntamento romano, sottolineando che, dopo lo storico accordo del 26 giugno, il dialogo dovrà proseguire fino al raggiungimento di una pace definitiva tra Israele e Libano, ribadendo che Israele non nutre alcuna ambizione territoriale nei confronti del Paese dei Cedri.
(Il Riformista, 8 luglio 2026)
........................................................
Israele riparte dal mercato italiano. Torna
Kotzer Adari
Avital Kotzer Adari
alla guida dell’Ente
Israele riparte dall’Italia e lo fa nel segno della continuità. A guidare nuovamente l’Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo è Avital Kotzer Adari, che raccoglie il testimone da Kalanit Goren, oggi alla guida dell’Hosting department del ministero del Turismo a Gerusalemme. Un ritorno che segna l’avvio di una nuova fase per la destinazione, impegnata a ricostruire i flussi turistici internazionali e a rafforzare il rapporto con il mercato italiano.
Visibilmente emozionata, Goren ha salutato gli operatori con cui ha condiviso gli ultimi sei anni: «Sono stati sei anni intensi, ricchi di sfide, soddisfazioni ed esperienze che porterò sempre con me. Ho avuto il privilegio di rappresentare Israele e di lavorare ogni giorno per rafforzare il legame tra Israele e l’Italia». Un percorso che oggi prosegue da Gerusalemme: «Non vi dico addio. Le porte del mio ufficio saranno sempre aperte e sarà un piacere accogliervi ancora in Israele».
Per Avital Kotzer Adari si tratta invece di un ritorno. «Per me è come tornare a casa. Rivedo tanti amici con cui abbiamo condiviso progetti, iniziative e anni di lavoro». La nuova direttrice ha assicurato che il rapporto con il mercato italiano resterà al centro dell’attività dell’Ente. «La mia porta a Milano sarà sempre aperta. Continuerò a viaggiare in tutta Italia perché il rapporto con il trade si costruisce incontrandosi, ascoltando le esigenze degli operatori e sviluppando insieme nuovi progetti».
La strategia passa innanzitutto dal ripristino della connettività. Per l’estate sono già programmati 126 voli diretti da dieci aeroporti italiani, operati da compagnie israeliane, vettori internazionali e Ita Airways. Parallelamente il Ministero del Turismo ha avviato un piano di investimenti da 142,6 milioni destinato alla realizzazione di 2.050 nuove camere d’albergo, al potenziamento delle infrastrutture turistiche e alla riqualificazione delle strutture ricettive. Ulteriori risorse saranno dedicate allo sviluppo di Eilat, con nuovi prodotti, un centro congressi e interventi per rafforzare l’economia locale.
Accanto agli investimenti, Israele punta a sostenere concretamente la filiera. «Stiamo lavorando per rafforzare il trade in Israele – spiega la neo direttrice -. Molti operatori hanno attraversato anni difficili e il nostro obiettivo è aiutarli a ricostruire i rapporti con i tour operator, vecchi e nuovi, attraverso accordi e iniziative del Ministero».
Tra le novità presentate figurano anche la Via del Pellegrino, il percorso archeologico che conduce dalla Piscina di Siloe alla Città di Gerusalemme, e The Way to Jerusalem, un cammino di 105 chilometri da Giaffa a Gerusalemme, pensato per intercettare la crescente domanda di turismo lento. Novità anche sul fronte dell’enoturismo, con la valorizzazione del Negev come nuova destinazione vitivinicola internazionale.
(Travel Quotidiano, 8 luglio 2026)
........................................................
Turista israeliana cancella la prenotazione in un hotel in Italia dopo aver ricevuto un messaggio sul BDS
L’Hotel “Decumani Hotel di Charme” invia e-mail in cui dichiara di sostenere la campagna «No Room for Genocide» del movimento antisemita BDS.
Una donna israeliana ha annullato la prenotazione alberghiera in Italia dopo aver ricevuto dall’hotel un’e-mail automatica di conferma in cui si faceva riferimento alla campagna antisemita del BDS «No Room for Genocide». Secondo quanto da lei stessa dichiarato, si è sentita minacciata dal messaggio e ha deciso di non partire.
Alla rete televisiva israeliana N12, la turista, identificata solo con la lettera R., ha descritto la sua reazione: «Ho scritto che lì non mi sentivo al sicuro». Il messaggio avrebbe notevolmente offuscato la sua gioia per la vacanza. «Mi ha un po’ tolto la voglia di viaggiare, ma lo supererò. È comunque una sensazione molto spiacevole».
Nell’e-mail dell’hotel Decumani Hotel di Charme si leggeva:
«Questa struttura sostiene la campagna “No Room for Genocide” e rispetta la libertà e i diritti umani delle comunità che subiscono discriminazioni e violenze di natura razziale, etnica, sociale o di altro tipo. Diamo il benvenuto ai palestinesi, ai rifugiati e a tutte le persone che si oppongono pacificamente all’oppressione e lottano per i propri diritti riconosciuti a livello internazionale».
Secondo quanto riferito dagli organizzatori, il testo dell’e-mail proviene da una guida alla campagna destinata agli hotel e alle altre strutture ricettive che hanno aderito all’iniziativa. In essa si raccomanda di includere dichiarazioni di questo tipo nelle conferme automatiche di prenotazione. L’obiettivo è quindi quello di chiarire la posizione politica della struttura, dare il benvenuto a ospiti di diversa provenienza e scoraggiare i presunti criminali di guerra.
• Hamas usa i civili come scudi umani
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito più volte che l’esercito israeliano sta agendo contro Hamas, non contro la popolazione civile. Nel corso della guerra, le forze armate (IDF) hanno istituito zone umanitarie e vie di fuga e hanno avvertito gli abitanti degli imminenti attacchi aerei.
Hamas sfrutta i civili palestinesi nella Striscia di Gaza come scudi umani. I terroristi nascondono armi e razzi in strutture civili e sparano contro i soldati israeliani, tra l’altro, da ospedali e scuole.
(Jüdische Allgemeine, 8 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
La fine di Netanyahu rafforzerà il sostegno a Israele?
Il neo-antisemitismo fa sì che la risposta sia no.
di Benjamin Kerstein
(JNS) Con la fine piuttosto disastrosa della guerra con l’Iran, molti stanno scrivendo nuovamente il necrologio politico di Benjamin Netanyahu – tra cui, devo ammettere, anche io stesso. Resta da vedere se abbiamo ragione o no, perché il primo ministro israeliano è un genio politico e non dovrebbe mai essere dato per spacciato finché è ancora in carica. Tuttavia, al momento le sue prospettive elettorali non sembrano promettenti.
Se Netanyahu dovesse davvero cadere, non c’è dubbio su quali saranno le reazioni. Tra coloro che costituiscono la sua base elettorale e gli sono legati con grande lealtà, ci saranno molte lamentele. Altrettanto grande dovrebbe essere la gioia dei suoi avversari, tra cui forse anche la maggioranza degli ebrei americani.
Ci sono molte ragioni per cui le persone rifiutano Netanyahu e altrettante speranze su ciò che potrebbe succedergli. Lasciando però da parte tutte queste considerazioni, rimane una domanda particolarmente importante: la caduta di Netanyahu aumenterà il sostegno internazionale a Israele – in particolare negli Stati Uniti?
Non si tratta di una questione secondaria. Non c’è dubbio che il sostegno internazionale a Israele abbia toccato un punto basso, se non addirittura il minimo storico. Il sostegno mondiale non è necessariamente determinante per la sicurezza e il benessere di Israele, ma quello degli Stati Uniti lo è eccome. Ed è proprio questo sostegno ad aver subito un duro colpo. I sondaggi mostrano che, per la prima volta, il numero di americani che sostengono i palestinesi supera quello di chi sostiene Israele.
In parte ciò è ovviamente il risultato di decenni di diffamazione e violenza contro i sostenitori di Israele e contro i sionisti in generale. A ciò si aggiungono l’infiltrazione, la conquista e l’appropriazione ideologica del Partito Democratico da parte di anti-sionisti razzisti di professione, sostenuti da politici che in realtà dovrebbero saperne di più. Sulla destra politica, forze xenofobe e classicamente antisemite stanno accelerando il crescente allontanamento del movimento dallo Stato ebraico. Inoltre, giocano un ruolo anche fattori sociali e demografici: una giovane generazione è incollata a TikTok e si lascia facilmente ingannare dalla disinformazione, dalla demonizzazione e dai piaceri sadici dell’odio razziale.
Ciononostante, molte persone, sia in Israele che negli Stati Uniti, ritengono Netanyahu, almeno in parte, responsabile del crollo della reputazione internazionale di Israele, in particolare per quanto riguarda l’opinione pubblica americana. L’argomentazione è che Netanyahu, sin dal governo di Barack Obama, abbia sistematicamente provocato e allontanato il Partito Democratico. Allo stesso tempo, avrebbe progressivamente cooptato nel governo politici di estrema destra, allontanando così gli ebrei americani e altri liberali. Il culmine sarebbe rappresentato dalla sua attuale coalizione, di cui fa parte anche un partito kahanista.
Al primo ministro viene inoltre rimproverato di aver utilizzato una retorica inaccettabile nei confronti degli arabi israeliani e di altri gruppi e di essersi rifiutato di prendere anche solo in considerazione la creazione di uno Stato palestinese. Ora, si legge ancora, Netanyahu avrebbe alienato profondamente anche la destra politica, «trascinando» gli Stati Uniti in una guerra indesiderata.
Con tutto ciò si sarebbe comportato come una sorta di kamikaze mediatico, che da solo avrebbe fatto esplodere la reputazione internazionale di Israele e distrutto il sostegno americano.
Per correttezza va detto che in tutto ciò c’è del vero. Netanyahu ha consapevolmente rinunciato per anni al sostegno del Partito Democratico a favore di Israele. La sua formazione di governo con partiti estremisti doveva inevitabilmente portare a una profonda frattura con gli ebrei americani e i liberali. E doveva essergli chiaro che l’ala isolazionista del Partito Repubblicano si sarebbe infuriata a causa della guerra con l’Iran.
La domanda cruciale è quindi: il sostegno a Israele migliorerà se Netanyahu lascerà la scena politica? La risposta è probabilmente: in certi ambienti sì – ma nel complesso la sua uscita di scena non farà alcuna differenza.
Il motivo è semplice: Israele non si trova ad affrontare una resistenza a causa di un singolo uomo o delle manovre di un singolo politico. Si trova di fronte a un fenomeno sociale – un movimento di massa alimentato da forze oscure che vanno ben oltre la politica quotidiana, il ciclo delle notizie o le tendenze sui social media.
Questo movimento non ha attualmente un vero e proprio nome, ma si potrebbe semplicemente definire «neo-antisemitismo».
Tuttavia, nemmeno questo termine rende giustizia alla portata e alla violenza del suo odio ideologico. Si tratta di un movimento apertamente genocida e profondamente razzista, le cui radici affondano nelle classiche teorie cospirative antisemite e nelle loro varianti moderne, diffuse inizialmente dall’Unione Sovietica e dai nazionalisti palestinesi ormai scomparsi da tempo. Esso ricorre alla diffamazione, all’intimidazione, alla violenza e all’infiltrazione per occupare, conquistare e colonizzare ideologicamente gli spazi pubblici e privati – e infine epurarli da tutti gli ebrei e dai sostenitori di Israele che potrebbero ostacolarlo.
Il suo obiettivo a breve termine è quello di ottenere l’egemonia politica e culturale negli Stati Uniti e, infine, di assumere essa stessa la presidenza.
Il suo obiettivo dichiarato è la distruzione di Israele e dei suoi cittadini ebrei – e se il suo slogan «Globalizzate l’Intifada» va preso sul serio, come in effetti è, allora in ultima analisi di tutti gli ebrei nel mondo. Ha già commesso innumerevoli crimini d’odio, attentati terroristici e omicidi, ottenendo al contempo notevoli successi elettorali. Comprende sia la sinistra che la destra politica, gode di grande popolarità soprattutto tra i giovani e attualmente non mostra alcun segno di rallentamento.
Nulla di tutto ciò può essere attribuito a Netanyahu. È il risultato di forze storiche ben più vaste e potenti, che affondano le radici nelle antiche immagini nemiche del cristianesimo tradizionale e dell’Islam e sono rafforzate dalle patologie del totalitarismo moderno. Netanyahu, la sua politica e la sua retorica possono aver alimentato a tratti il mostro, ma difficilmente avrebbe potuto evitarlo, poiché questo mostro si nutre di tutto.
Ai neo-antisemiti, infatti, non interessa chi guida lo Stato che vogliono distruggere con ogni fibra del loro essere. Un altro primo ministro israeliano sarebbe per loro semplicemente un altro nemico assoluto, un altro ostacolo e un altro bersaglio delle loro continue calunnie e incitamenti all’odio. Un altro – come ha recentemente affermato il sindaco antisemita di New York a proposito dell’AIPAC – «mostro».
È ipotizzabile che l’uscita di scena di Netanyahu, causata dai suoi stessi errori e valutazioni errate – molti dei quali catastrofici – possa indebolire il fascino del neo-antisemitismo. Non è impossibile. Ma Israele non dovrebbe fare affidamento su questo.
Israele dovrebbe invece riconoscere il neo-antisemitismo e il movimento da esso generato come una vera minaccia strategica e fare tutto il possibile per neutralizzarli il più possibile. Questo è – con o senza Netanyahu – il compito di Sisifo che lo Stato ebraico si trova oggi ad affrontare.
(Israel Heute, 7 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
l palestinismo è il Credo assoluto dei pro-Pal: “No alla Storia, sì all’obbedienza religiosa”
di Marco Del Monte
Non passa giorno che sui social o sui media non ci siano insulti e intemerate contro gli ebrei e gli israeliani, per i quali ormai l’epiteto più aggraziato è quello di essere dei genocidi che ammazzano i bambini; le nostre istituzioni e ognuno di noi cerca di parare i colpi in mille modi, ricorrendo alla storia, alla geografia e anche alle origini della religione cattolica. Quest’ultima è (o era..?) la religione di Stato italiana, sul cui territorio c’è il Vaticano; il cattolicesimo si è evoluto fino al Concilio Vaticano II, aperto nell’ottobre del 1962 da Papa Giovanni XXIII e chiuso nel 1965 da Papa Paolo VI, nel quale Concilio fu iniziato un processo di riappacificazione con gli ebrei, ai quali Papa Giovanni Paolo II riconobbe lo “status” di fratelli maggiori.
Negli anni successivi, però, anche sotto l’influenza della propaganda “araba”, questo dialogo ha subìto diverse scosse, molte delle quali determinate dal nascere di un problema palestinese. Il clero cristiano locale ha sempre dato un contributo negativo nei confronti di Israele, schierandosi sempre a favore del “problema palestinese”, che, nonostante tutta la buona lena impiegata, non si è mai potuto chiamare “problema dei palestinesi”. Tra i rappresentanti più noti figura l’arcivescovo titolare di Cesarea e vicario patriarcale della Comunità greco-cattolica melchita, Hilarion Capucci, che nel 1974 trasportava armi ed esplosivi sulla sua Mercedes.
A proposito dell’inesistenza fisica del “problema del popolo palestinese”, cito un saggio scritto dal giornalista Antimo Marandola che ha studiato a lungo la questione. Marandola parte dalla domanda: “Chi vuole i palestinesi..?”; la risposta è: “Nessuno! Perché proprio i loro fratelli arabi sanno di che pasta sono fatti e in Europa ci sono solo amici a parole”. Non è mai esistito un “popolo palestinese” e tantomeno uno Stato palestinese. Il “popolo palestinese” è stato inventato nel 1964 dal costruttore Arafat, nato al Cairo da famiglia gazawi, che, dal nulla, ha dato vita a un’associazione dedita ad attentati, rapimenti e dirottamenti aerei.
La riprova è data dal fatto che non esiste alcun libro antico, museo, pinacoteca, reperto archeologico, moneta, traccia geografica e/o politica di un regno, di confini, di una capitale, delle città più importanti, di che tipo di economia o quale forma di governo ci fosse. Quali erano gli Stati che riconoscevano la Palestina? Quali le battaglie più importanti che hanno combattuto? Quali sono le opere letterarie, pittoriche, scultoree, musicali che citino l’esistenza di detto popolo prima del 1964?
Per tornare all’inizio e a quello che i “leoni da tastiera” continuano a scrivere tutti i giorni, è perfettamente inutile citare queste verità a causa del fatto che la storia a loro non interessa nulla perché dimostrano di seguire un’altra via: “Io credo”. Questo, come ha scritto il Prof. Francesco Lucrezi il 29 giugno, configura una questione che sfugge a tutte le logiche e, in un certo senso, giustifica quello che ci sta avvenendo intorno. Gli uomini, come Arafat o Haniyeh o Sinwar, non sono più uomini e non sono più neanche miti, ma sono divinità, alle quali si deve non rispetto ma obbedienza religiosa. Così, come si può essere cristiani a Roma o al polo nord, si può essere “palestinesi” pure sulla luna: ecco scomparire la storia, la geografia, i libri sacri; per di più basta credere agli algoritmi fasulli che i media ci propinano quotidianamente e il gioco è fatto.
Nel 2007, quando Hamas prese il potere con un colpo di Stato, le “case” lasciarono Gaza, trasferendosi nel Principato di Monaco o a Parigi o a Londra, rendendo evidente con ciò che lì non avrebbero più avuto nessuna possibilità di vendere “un due pezzi” o un “pantalone da donna”. È facile dichiararsi terrorista in democrazia! Si pensi che alcuni di questi signori del lusso, finché c’è stato Israele, esponevano abiti firmati anche con i simboli della mitica Palestina “dal fiume al mare”.
Non ci si rende conto che quello che il Prof. Lucrezi chiama palestinismo ha travalicato ogni limite e ha conquistato tutti gli spazi disponibili, cercandone sempre di nuovi ed erodendo anche tutti quelli che il nucleo cattolico sembra non difendere più. Di fronte alla fede non c’è ragione che tenga, soprattutto in un Occidente in declino, dove sta avvenendo che, a forza di cedere spazi alla nuova “religione”, anche la Chiesa cattolica perde pezzi, per ora “a destra” con lo scisma della Fondazione di Lefebvre, guidata attualmente dal superiore generale don Davide Pagliarani.
(HaKol, 7 luglio 2026)
........................................................
Hamas prova a ricostruirsi a Gaza, Tsahal segnala nuovi reclutamenti e il ritorno degli stipendi
L’intelligence israeliana rileva segnali di riorganizzazione militare e civile del gruppo terroristico, mentre l’esercito intensifica le operazioni mirate e rafforza i controlli ai valichi
di Alessandro Carmi
Hamas sta cercando di ricostruire la propria struttura nella Striscia di Gaza, approfittando delle difficoltà economiche della popolazione e del progressivo adattamento del territorio a quasi tre anni di guerra. È la valutazione dell’establishment della sicurezza israeliana, secondo cui il movimento islamista ha avviato una fase di riorganizzazione sia sul piano militare sia su quello amministrativo, pur restando molto lontano dalla capacità operativa che possedeva prima del massacro del 7 ottobre 2023.
Secondo le informazioni raccolte da Tsahal, negli ultimi giorni Hamas avrebbe ripreso a pagare gli stipendi ai propri funzionari attraverso bonifici bancari, con importi che superano in media i mille dollari mensili. Il ripristino dei salari viene interpretato dai servizi di sicurezza come un tentativo di ristabilire un minimo di funzionamento dell’apparato civile dell’organizzazione e di consolidarne nuovamente l’autorità nei territori ancora sotto la sua influenza.
Parallelamente, l’intelligence israeliana segnala una nuova campagna di reclutamento. In una Gaza devastata dalla guerra, dove la crisi economica continua ad aggravarsi e gran parte della popolazione vive senza un reddito stabile, Hamas farebbe leva soprattutto sugli incentivi economici più che sulla propaganda ideologica. Il denaro rappresenterebbe oggi uno degli strumenti principali utilizzati per attirare nuovi militanti e ricostituire le proprie file dopo le pesanti perdite subite negli ultimi mesi.
L’organizzazione, sempre secondo Tsahal, sta cercando anche di ricostruire il proprio arsenale. I tentativi di introdurre armi e materiali nella Striscia sarebbero aumentati, anche se le difficoltà logistiche rimangono considerevoli. Gli apparati israeliani sottolineano che Hamas non dispone più delle scorte accumulate prima del 7 ottobre e che una parte dei suoi combattenti continua a operare senza un’arma individuale, elemento che testimonia l’efficacia delle operazioni militari condotte dall’esercito israeliano contro le infrastrutture del gruppo.
Accanto alla dimensione militare emerge anche quella del controllo del territorio. Secondo le autorità israeliane, uomini di Hamas sono tornati a presidiare mercati e punti di snodo della Striscia, installando posti di blocco soprattutto nel nord di Gaza e lungo gli assi che conducono verso il valico di Rafah. Sarebbero stati inoltre registrati tentativi di impedire ad alcuni abitanti di lasciare determinate aree, segnale della volontà dell’organizzazione di riaffermare il proprio potere anche attraverso il controllo diretto della popolazione.
Di fronte a questi sviluppi, Israele ha deciso di mantenere alta la pressione militare. Shin Bet e Tsahal proseguono infatti la campagna di eliminazioni mirate contro i quadri di Hamas e della Jihad islamica palestinese. Secondo i dati diffusi dall’esercito, dal 28 febbraio sono stati uccisi oltre 250 terroristi, compresi due comandanti che, secondo l’intelligence, stavano preparando nuovi attacchi contro le forze israeliane.
Particolare attenzione viene riservata anche ai valichi di frontiera. Le autorità israeliane hanno rafforzato i controlli al passaggio di Kerem Shalom per impedire l’ingresso nella Striscia di materiali che potrebbero rafforzare le capacità operative dell’organizzazione. Oltre alle armi, i controlli riguardano sigarette, apparecchiature elettroniche, telefoni cellulari, schede SIM e altri dispositivi che potrebbero essere utilizzati dalle strutture di Hamas per ristabilire le comunicazioni e sostenere la propria rete logistica.
Il quadro delineato dai servizi di sicurezza israeliani descrive dunque un’organizzazione duramente colpita, che conserva tuttavia una significativa capacità di adattamento. Pur privata di gran parte della propria forza militare e delle infrastrutture costruite negli anni precedenti al 7 ottobre, Hamas continua a cercare spazi per ricostruire il proprio apparato, sfruttando le enormi difficoltà sociali ed economiche di Gaza e costringendo Israele a proseguire un’azione militare che, secondo le autorità dello Stato ebraico, resta indispensabile per impedire che il gruppo terroristico possa tornare ai livelli operativi raggiunti prima dell’attacco del 2023.
(Setteottobre, 7 luglio 2026)
........................................................
Studiare la Shoah ma senza gli ebrei
di Anna Segre
Per anni abbiamo visto, e cercato di contrastare, l’idea che la Shoah sia una questione che riguarda gli ebrei e che parlarne non sia un dovere per tutti ma una sorta di favore fatto a noi. Idea tutt’altro che scomparsa, come dimostrano i tanti rifiuti nelle scuole negli ultimi anni di parlare di Shoah, di organizzare attività per il Giorno della Memoria, da parte di insegnanti, studenti, genitori, presidi convinti di aiutare in questo modo la causa palestinese. Esiste però anche il fenomeno opposto: di Shoah si parla, si sottolinea l’importanza di parlarne, si partecipa a numerose attività, compreso persino il viaggio ad Auschwitz, ma gli ebrei non vengono quasi nominati. Si parla di milioni di vittime innocenti, ma non si insiste troppo a spiegare chi erano. Il caso più clamoroso che mi è capitato recentemente e mi ha dato da pensare è stato un tema in cui si parlava di Eichmann, svolto da una quindicina di allievi, alcuni dei quali avevano partecipato al viaggio della memoria ad Auschwitz. Molti di loro hanno parlato di Eichmann con una discreta competenza, citando anche passi della Banalità del male di Hannah Arendt e parlando in modo abbastanza corretto delle modalità della sua cattura e del processo in Israele; ma quasi tutti hanno scritto che era responsabile della morte di milioni di innocenti senza specificare chi erano, mentre due o tre hanno nominato gli ebrei ma hanno sentito il dovere di menzionare insieme a loro altre vittime del nazismo di cui in realtà Eichmann non si è mai occupato. Mi pare difficile che si tratti di un caso, sembra piuttosto che ci sia una scelta ben precisa da parte di alcuni insegnanti di storia: va bene, parliamo di Shoah, ma evitiamo una narrazione che presenti gli ebrei come vittime. È giusto che la Shoah sia studiata come crimine contro l’umanità intera, è giusto che sia per tutti un monito perché ciò che è accaduto non accada mai più né agli ebrei né a nessun altro. Ma siamo sicuri che la reticenza sull’identità delle vittime sia la strada giusta? Non è anche questa una sottile forma di violenza?
(Pagine Ebraiche, 7 luglio 2026)
........................................................
Nuove vocazioni: la rinascita dei seminari rabbinici negli Stati Uniti
Dopo anni di calo delle iscrizioni e timori di crisi generazionale, i principali seminari rabbinici statunitensi registrano un’inversione di tendenza. Tra nuovi modelli formativi, percorsi online e un rinnovato interesse dei giovani, le aule del Jewish Theological Seminary e dell’Hebrew Union College tornano a riempirsi. Un cambiamento che riflette trasformazioni più ampie nell’ebraismo americano contemporaneo.
di Nina Deutsch
 |
 |
FOTO
Il Jewish Theological Seminary di New York
|
|
Negli ultimi anni il rabbinato americano è sembrato attraversare una delle fasi più delicate della sua storia recente. Iscrizioni in calo, scuole teologiche in difficoltà e una generazione di rabbini ormai vicina alla pensione avevano alimentato il timore di una crisi destinata a lasciare un vuoto difficile da colmare. Oggi, però, il quadro appare diverso. Come racconta il Forward, nei principali seminari rabbinici degli Stati Uniti le aule tornano a riempirsi e le nuove classi sono le più numerose degli ultimi quindici anni, un segnale che potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione per l’ebraismo conservatore e riformato.
A guidare questa inversione di tendenza non c’è un solo elemento, ma l’intreccio di più fattori. Il trauma seguito agli attacchi del 7 ottobre 2023 ha riacceso in molti giovani il desiderio di impegnarsi attivamente nella vita delle comunità ebraiche. Allo stesso tempo, come riporta il giornale, il cessate il fuoco in Israele ha reso nuovamente possibili i periodi di studio all’estero, componente fondamentale della formazione rabbinica. A questi cambiamenti si aggiungono anni di investimenti per rendere l’accesso ai seminari più flessibile, meno costoso e aperto anche a chi proviene da percorsi professionali diversi.
I numeri raccontano una realtà che fino a poco tempo fa sembrava difficile immaginare. Il Jewish Theological Seminary (JTS) di New York, punto di riferimento del movimento conservatore, accoglierà 25 nuovi studenti nel programma quinquennale per il rabbinato. L’Hebrew Union College (HUC), storico istituto del movimento riformato, inizierà l’anno accademico con 41 nuovi iscritti distribuiti tra i campus di New York e Los Angeles e nel percorso di ordinazione online, introdotto nel 2024 e ancora aperto alle candidature. Anche il Reconstructionist Rabbinical College mantiene stabile il proprio bacino di studenti.
«Stiamo assistendo alla nascita di una popolazione studentesca straordinariamente diversificata, che riflette sempre di più le comunità ebraiche di oggi», osserva la rabbina Ayelet Cohen, preside della scuola rabbinica del JTS.
L’aumento delle iscrizioni assume un significato ancora più rilevante se confrontato con il contesto degli ultimi anni. Uno studio pubblicato nel 2025 dal Center for Rabbinic Innovation di Atra aveva evidenziato un forte calo delle immatricolazioni nei principali seminari americani e una preoccupante sproporzione generazionale: tra gli oltre 4.000 rabbini in attività negli Stati Uniti, appena il 6% aveva meno di 35 anni, mentre oltre un quarto aveva già superato i 65.
Intanto le scuole hanno cambiato profondamente il proprio modo di formare e reclutare i futuri rabbini. Il JTS ha lanciato Mekhinah, un semestre preparatorio a basso costo frequentabile anche a distanza, dal quale provengono già otto dei nuovi iscritti. Ha inoltre rafforzato i rapporti con programmi giovanili come Camp Ramah, ampliato le borse di studio e creato esperienze immersive dedicate agli universitari.
L’HUC ha invece investito su percorsi introduttivi, corsi online di ebraico e programmi rivolti agli adolescenti e ai giovani laureati, abbassando molte delle barriere che in passato rendevano il rabbinato una scelta difficile da intraprendere.
Le nuove classi raccontano anche un cambiamento nel profilo degli studenti. Al JTS arrivano candidati di età compresa tra i 24 e i 62 anni, provenienti anche da Cile e Brasile, con una rappresentanza equilibrata di uomini e donne e la presenza di studenti non binari. All’HUC, invece, convivono due realtà differenti: chi frequenta in presenza ha un’età media di circa 28 anni, mentre gli iscritti al programma virtuale hanno mediamente 48 anni e alle spalle una carriera già avviata.
Tra loro c’è Seth Rosen, 57 anni, professionista affermato nei settori del diritto e della tecnologia. Per anni aveva coltivato il sogno di diventare rabbino, ma gli impegni familiari rendevano impossibile trasferirsi per cinque anni in un campus. Il nuovo percorso online gli ha finalmente aperto quella porta.
Secondo i responsabili delle ammissioni, questa ricerca di senso rappresenta uno dei motori più forti della nuova stagione del rabbinato americano. In un periodo segnato dalla guerra, dalle tensioni sociali e dalle trasformazioni tecnologiche, sempre più persone guardano alla tradizione ebraica come a uno spazio di guida, identità e servizio alla comunità. Oggi i dati non cancellano le difficoltà – molte sinagoghe conservatrici e riformate hanno chiuso negli ultimi decenni e il ricambio generazionale resta una sfida – ma raccontano una realtà più sfumata. Più che la fine di un modello, potrebbe essere l’inizio di una sua trasformazione.
(Bet Magazine Mosaico, 7 luglio 2026)
........................................................
Per la prima volta dopo 2.000 anni: Israele avvia i lavori di restauro alla Tomba dei Patriarchi
«Il governo ribadisce che il patrimonio ebraico non deve cadere nelle mani di chi vuole cancellare la nostra storia e la nostra identità».
di Amelie Botbol
(JNS) Per la prima volta in 2.000 anni, le autorità ebraiche stanno effettuando lavori di restauro alla Tomba dei Patriarchi, dove, secondo la Bibbia, sono sepolti Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, nonché Giacobbe e Lea.
Il sito, venerato come luogo di sepoltura dei patriarchi e delle matriarche del popolo ebraico, è il secondo luogo più sacro dell’ebraismo.
Gli interventi di manutenzione e sicurezza comprendono il rinnovo dell’impianto elettrico, l’installazione di un sistema di climatizzazione, un miglioramento del sistema di drenaggio, una nuova illuminazione e un impianto antincendio.
La ristrutturazione contribuisce a trasformare il sito in una destinazione turistica di livello mondiale, ha spiegato giovedì a JNS Yishai Fleisher, direttore per gli affari internazionali e governativi della comunità ebraica di Hebron.
«La struttura emana ora un’atmosfera davvero di alto livello e, naturalmente, ciò rende l’ambiente all’interno molto più piacevole, commovente e spirituale. Dimostra inoltre che lo Stato di Israele è impegnato a favore di questo sito e ne riconosce l’importanza per il nostro patrimonio culturale, il turismo e l’identità di Israele», ha affermato Fleisher.
Ha spiegato che l’investimento dimostra l’impegno del governo nella conservazione di un sito di fondamentale importanza per la storia ebraica, sottolineandone il potenziale impatto sul turismo.
«Dopo Gerusalemme, questo è uno dei siti storici e simbolici più importanti. L’edificio stesso è una struttura erodiana risalente a 2.000 anni fa – l’unica delle costruzioni di Erode ancora in piedi. In un certo senso, stiamo portando a termine l’opera di Erode», ha affermato.
Al centro del progetto di ristrutturazione c’è la tanto attesa realizzazione di una copertura sopra l’area di preghiera ebraica. Le piogge invernali annuali hanno spesso allagato l’area e danneggiato le infrastrutture, mentre una tettoia provvisoria non offriva una protezione sufficiente. La nuova copertura, che combina una struttura metallica con lastre di vetro, proteggerà i visitatori lasciando al contempo entrare la luce naturale nell’edificio.
La fondazione islamica Waqf e l’amministrazione comunale di Hebron, guidata dall’Autorità Palestinese, sono responsabili dell’area, mentre le autorità israeliane si occupano della manutenzione della zona destinata al culto ebraico. Per le modifiche strutturali era tuttavia necessaria l’autorizzazione del Waqf. All’inizio di quest’anno, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che in qualità di ministro della Difesa è anche responsabile degli affari civili in Giudea e Samaria, ha trasferito il potere di autorizzazione dall’Autorità Palestinese a un ente israeliano, aprendo così la strada ai lavori di ristrutturazione.
• La sala di Isacco e Rebecca
La scorsa settimana, i rappresentanti eletti che si erano impegnati a favore del progetto si sono riuniti per una cerimonia nell’area non ancora coperta.
«Non c’è un solo membro del popolo ebraico che non abbia provato un profondo legame con i patriarchi e le matriarche, con la Grotta di Machpela e con le nostre radici qui a Hebron», ha affermato Smotrich durante l’evento, riferendosi alla legislazione che aveva spianato la strada al progetto.
«Questa nuova copertura, insieme all’impianto di climatizzazione e a una moderna infrastruttura elettrica, riflette il profondo significato di questo luogo e chiarisce il motivo per cui siamo qui», ha aggiunto.
La ministra per gli Affari degli insediamenti e le missioni nazionali, Orit Strook, che vive a Hebron, ha affermato che per decenni gli ebrei hanno fatto finta che la Grotta di Machpela non fosse loro.
«Ora, per la prima volta, stiamo effettuando dei lavori di ristrutturazione qui. Ciò è sinonimo di assunzione di responsabilità e di impegno nei confronti di questo luogo. Si tratta di un passo di importanza storica», ha affermato.
Molti rappresentanti dell’Autorità Palestinese hanno chiesto pubblicamente di allontanare tutti i residenti ebrei da Hebron e di impedire ai visitatori ebrei l’accesso a questo luogo sacro.
Nel 2017 il Comitato del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO ha classificato la Tomba dei Patriarchi e delle Matriarche come patrimonio culturale palestinese in pericolo.
«Abbiamo lottato contro questa decisione. Sono stata tra le prime a oppormi. Molti non credevano che potessimo sconfiggerli, e alla fine la nostra lotta ha portato il presidente Trump a ritirarsi dall’UNESCO a causa della decisione contro Hebron», ha spiegato Fleisher a JNS.
Il modo migliore per proteggere tali siti, ha aggiunto, è che Israele vi investa, ne affermi la sovranità, li conservi e li valorizzi, trasformandoli in importanti attrazioni turistiche.
«Il governo sta dimostrando che il patrimonio culturale ebraico non deve cadere nelle mani di chi vuole cancellare la nostra storia e la nostra identità. È un grande giorno», ha proseguito.
«In parole povere, rispettiamo il quinto comandamento, “Onora tuo padre e tua madre”, abbellendo il loro luogo. È un momento straordinario», ha affermato Fleisher.
(Israel Heute, 6 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
L’odio per gli ebrei e Israele? Una psicopatologia
Il risalto in colore è stato aggiunto. NsI
di Ester Moscati
- La furia antisionista e antisemita delle piazze fa paura, è pervasiva e dilagante. Ma quella degli intellettuali fa male, infetta la società e getta le basi per un futuro terribile, per gli ebrei e per le democrazie. Intervista a David Meghnagi che dice: «Contrastare il fenomeno si può. E soprattutto si deve»
Siamo in uno dei salotti televisivi dell’intellighenzia di sinistra: La Confessione di Peter Gomez. L’ospite è una giornalista di rango, non una sprovveduta, certamente non un’ignorante. “Perché Israele è entrato a Gaza dopo il 7 ottobre? Per vendetta”. Migliaia di missili di Hamas, Iran, Hezbollah, Houti lanciati per mesi contro i civili israeliani spariscono dal quadro e resta solo quella parola: vendetta. La stessa che Mons. Ravasi, principe della Chiesa, usò all’indomani del 7 ottobre: tirò fuori il personaggio di Lamkh, della stirpe di Caino, simbolo della vendetta per eccellenza, nella trasmissione su La 7 di Massimo Gramellini. Come dice Rav Arbib, antisemitismo non è sinonimo di ignoranza: dai Padri della Chiesa a Kant, a Voltaire, da fini teologi a filosofi dell’etica e dei Lumi, l’odio e il disprezzo per gli ebrei sono impermeabili all’intelligenza e alla cultura. Trasversali e atemporali.
Oggi l’antisemitismo delle piazze fa paura, pervasivo e dilagante. Ma quello degli intellettuali fa male. Infiltra le Università e i Festival letterari. Viene scritto su libri che sono letti e studiati e che formeranno le generazioni future. Dove porterà tutto questo? Ne abbiamo parlato con David Meghnagi, autore di Freud, Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica», membro della Società psicoanalitica italiana e della International Psychoanalytic Association, che insegna psicologia dinamica e psicologia clinica all’Università di Roma Tre dove ha ideato e diretto il primo Master in Europa per la didattica sulla storia e sulla memoria della Shoah.
- La società occidentale è attraversata con particolare virulenza in questi ultimi due anni da pulsioni antisemite; anche il mondo della psicoanalisi è coinvolto sia dal punto di vista dei pazienti sia degli operatori. Che cosa ne pensa?
In una situazione “normale” ci si sarebbe aspettati che all’eccidio del 7 ottobre sarebbero seguite delle manifestazioni di aperta denuncia di un programma genocidario avente come scopo dichiarato la distruzione di un’intera nazione. È accaduto invece il contrario. Sono venute a galla nella cultura, nei media e nelle università pulsioni distruttive di odio antiebraico che si sono andate accumulando negli anni. Non è qui in discussione il diritto alla critica e al dissenso verso la politica israeliana. Il diritto al dissenso è il sale della democrazia e nella società israeliana, divisa come non mai, con una guerra su sette fronti, è ampiamente praticato. Il fatto di doverlo ogni volta ripetere, significa che qualcosa non funziona. Sono in discussione i luoghi comuni del pregiudizio che animano la scena del discorso, l’uso perverso delle immagini, le negazioni per omissioni e le arbitrarie ricostruzioni, e le figure retoriche del discorso con trasfigurazione delle vittime di ieri “nei carnefici” di oggi; la demonizzazione e la delegittimazione che fanno da sfondo ad un antisemitismo che ha riscoperto una falsa innocenza perduta declinandosi come “antirazzismo”, “anticolonialismo e “antisionismo”.
Il problema si è incubato dopo il 7 ottobre e l’esplosione dell’antisemitismo cui assistiamo è patologica. In un mondo relativamente normale o in un contesto diverso da quello che vediamo, ci sarebbe stata una reazione di solidarietà verso Israele e soprattutto una di ostilità verso chi ha organizzato e perpetrato l’eccidio. Invece, immediatamente dopo, prima ancora che scoppiasse la guerra, nelle Università americane ed europee c’è stata una esplosione di ostilità anti-israeliana e la prima azione del Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres è stata quella di derubricare la tragedia. Ha detto “non è avvenuta nel vuoto”. Quindi hanno utilizzato quella postura di razionalizzazione secondo cui le cose sono avvenute per un motivo. Accusando Israele di anni e decenni di occupazione, quella “reazione” viene definita come una reazione normale. L’aspetto psicotico e folle di questo modo di ragionare, di procedere, che ha coinvolto anche molti sociologi, psicologi, filosofi… è che non lo usano per gli ebrei. Perché se si applicasse questa categoria per gli ebrei, la reazione israeliana al 7 ottobre (e a decenni di attentati) sarebbe più che legittima in questa logica. E questo dimostra la perversità del modo di ragionare. Cioè, quando avviene un eccidio anti-israeliano, la reazione è “giustificazionista”: viene spiegato come conseguenza di azioni precedenti. Mentre quando sono gli ebrei a reagire, l’accusa è di altro tipo: “Come mai un popolo che ha sofferto così tanto tratta gli altri allo stesso modo in cui è stato trattato?” Come mai c’è questo modo opposto di procedere? Ho lavorato molto su questa questione, si manifesta da un lato una sorta di distorsione cognitiva; e anche un rapporto irrisolto con la storia degli ebrei e con l’ebraismo.
- Possiamo tracciare una linea temporale per questa dinamica?
L’odio che dilaga è il frutto di una distorsione cognitiva con una lunga storia, che si è affermato per gradi e per fasi. L’accusa di genocidio e di “colonialismo” non è di oggi. A sinistra è stata ampiamente utilizzata dalla propaganda sovietica ed è stata parte integrante della campagna di demonizzazione di matrice panaraba, islamica e terzomondista cui è andato incontro Israele dopo la guerra del giugno 1967.
Negli anni Cinquanta e Sessanta l’esistenza di Israele era circondata in Occidente da una grande simpatia. L’immagine di un popolo rinato sulle sue ceneri aveva conquistato l’immaginario progressista. La nascita di Israele offriva una facile compensazione a sentimenti di colpa persecutori mai realmente elaborati. Il rovesciamento in negativo di una rappresentazione carica di ambiguità avvenne dopo la guerra araba israeliana del giugno 1967. Sullo sfondo della polarizzazione fra gli opposti schieramenti internazionali del Patto Atlantico e del Patto di Varsavia, e l’ascesa del panarabismo e dei movimenti politici di ispirazione terzomondista, l’immagine di resilienza e di rinascita, che tanto aveva affascinato non pochi esponenti dei movimenti anticoloniali in Africa e in Asia, si rovesciò progressivamente nel suo opposto.
Poco importa che il dramma dei profughi palestinesi fosse stata la conseguenza diretta di una guerra scatenata dagli eserciti della Lega araba in nome di un rifiuto ontologico dell’esistenza stessa di Israele e che avrebbe trascinato con sé la fine di una presenza millenaria ebraica nel mondo arabo.
Nella deriva antisemita che coinvolse i regimi comunisti, la rivolta dei giovani polacchi e la primavera di Praga erano il frutto di “un complotto sionista” e “imperialista”. Israele non era la piccola nazione che rinasceva sulle sue ceneri, assediata da Stati autoritari che avrebbero voluto gettarne in mare la popolazione. Era la punta avanzata di un progetto neo-coloniale e imperialista contro l’intero mondo arabo e i popoli del terzo mondo. In questo clima avvelenato, nonostante il massacro degli atleti israeliani, le Olimpiadi di Monaco del 1972 non furono sospese. La valenza simbolica di una strage nella città in cui poco più di mezzo secolo prima, nel febbraio del 1920, aveva preso corpo il partito nazista fu largamente ignorata. Tre anni dopo l’Organizzazione per l’Unità africana, dove il regime sanguinario di Gheddafi si era largamente imposto insieme a personaggi come Amin Dadà, lo Stato di Israele fu equiparato al Sud Africa. Mentre l’Assemblea delle Nazioni Unite, equiparò il sionismo con il razzismo con una maggioranza di 72 voti contro 35 contrari e 32 astenuti.
(Bet Magazine Mosaico, 6 luglio 2026)
____________________
L’odio per gli ebrei e Israele sarebbe una psicopatologia? E che vuol dire? Con questo nome si può indicare tutto e il contrario di tutto. Da un ebreo sarebbe stato lecito aspettarsi qualche riferimento al Dio di Israele, e invece no: si discute su quella falsa scienza che si chiama psicologia. L’antisemitismo degli intellettuali, certo, fa male, ma è perché Satana lo sa maneggiare con grande maestria e gli intellettuali ebrei che ne sono colpiti soffrono in modo particolare perché non sanno capire da che parte arrivino i colpi. M.C.
........................................................
La guerra per procura
Il popolo di Israele è al servizio del mondo. Ciò comprende sia le conquiste scientifiche sia la lotta per la libertà e i diritti umani.
di Winfried Balke *
L’obiettivo dell’Iran e del suo braccio armato, Hezbollah, è l’annientamento dello Stato di Israele, ma anche il dominio mondiale dell’Islam. In definitiva, si tratta di una lotta spirituale contro i valori giudaico-cristiani, contro la libertà e i diritti umani. La lotta di Israele non è quindi solo una lotta per la sopravvivenza della propria popolazione, ma rappresenta anche quella del mondo occidentale.
Il popolo chiamato dal Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe è destinato a essere utilizzato in modo speciale nelle mani del Signore. Il Santo d’Israele aveva stabilito: «Sarai benedetto davanti a tutti i popoli» (Deuteronomio 7,14). In effetti, ciò è tangibile in ambito umanitario, nella scienza e nella cultura. Ma soprattutto in ambito spirituale il mondo deve molto agli ebrei: «La salvezza viene dai giudei» (Giovanni 4,22).
«E il resto di Giacobbe sarà in mezzo a molte nazioni come rugiada dal Signore…», si legge in Michea 5,6 – un simbolo di vita. Ma poi leggiamo nel versetto successivo: «E il residuo di Giacobbe sarà tra le nazioni, in mezzo a molti popoli, come un leone tra le bestie della foresta, … che calpesta e sbranando, e nessuno lo salva». Rugiada e leone – come si conciliano? Entrambi gli aspetti fanno parte del ministero del popolo ebraico.
In diverse occasioni, Dio onnipotente mostra di voler usare Israele, in un certo senso, come Suo strumento di giudizio: «Ecco, io ti ho reso come una nuova e affilata trebbiatrice a doppia lama; tu trebbi e frantumi le montagne e ridurrai le colline in pula» (Isaia 41,15).
Coloro che nutrono già di per sé un atteggiamento ostile nei confronti degli ebrei coglieranno con gioia questi versetti come «prova» del fatto che Israele sia responsabile dei conflitti nel mondo e che tratti i propri vicini arabi in modo sproporzionato o addirittura brutale – cosa che, a un’analisi approfondita, risulta assolutamente insostenibile.
• Niente per gli umanisti
«E tu divorerai tutte le nazioni che il Signore, tuo Dio, ti consegnerà» (Deuteronomio 7,16). Israele è posto nelle mani di Dio per placare l’ira divina. «Tu sei per Me un martello, un’arma da guerra, e con te IO schiaccio le nazioni, e con te distruggo i regni» (Geremia 51,20). Queste parole non sono per gli umanisti, ma Dio è sovrano, e ciò traspare dalla Sua Parola.
L’unico Dio vivente ha legato, con un giuramento sacro, la santità del Suo nome al popolo ebraico. Proprio per l’onore di Dio, «nella loro mano c’è una spada a doppio taglio per vendicarsi delle nazioni, per infliggere punizioni ai popoli, per legare i loro re con catene, i loro nobili con ceppi di ferro, per eseguire su di loro il giudizio (già) scritto» (Salmo 149,6-9).
Possiamo applicare questo alla lotta di Israele contro Hamas, Hezbollah e l’Iran? Il giudizio è «già scritto»? La Bibbia indica che i nemici di Israele sono i nemici di Dio (cfr. Salmo 83,3). Egli vuole «vagliare le nazioni con il vaglio della distruzione» (Isaia 30,28).
Un giorno avverrà questo: «La nazione e il regno che non vorranno servirti periranno. Queste nazioni saranno devastate, sì, devastate» (Isaia 60,12). Lo Stato ebraico sarà uno strumento nelle mani del Santo d’Israele.
* Il dott. Winfried Balke vive con sua moglie in Israele da più di 20 anni. Gestisce il sito web www.zur-wurzel.de
(Israelnetz, 6 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Un israeliano in serie A. Khalaili, l’Inter e il rumore di fondo
L’interesse dell’Inter per l’israeliano Anan Khalaili non sarebbe soltanto un’operazione di mercato: in un clima polarizzato, il suo arrivo in Serie A diventerebbe un fatto culturale e mediatico. La vera prova sarà proteggere il giocatore dalle strumentalizzazioni, lasciando che sia il campo a parlare.
di Alessandro Tedesco
Nel calcio contemporaneo, il rettangolo verde è ormai diventato l’estensione naturale delle scacchiere geopolitiche. La notizia dell’interesse dell’Inter per il talento israeliano Anan Khalaili non può e non deve essere derubricata a una banale operazione di mercato o a un semplice rinforzo tecnico.
A uno sguardo superficiale potrebbe sembrare il consueto acquisto di un giovane promettente, ma l’approdo di un giocatore israeliano nel nostro campionato di calcio, in un momento storico così drammaticamente polarizzato, assume i contorni di un vero e proprio evento culturale. È una mossa destinata a generare un’onda d’urto ben più profonda del perimetro tracciato col gesso su un campo da gioco.
Sarà, inevitabilmente, una mossa destinata a fare molto rumore tra i tifosi e, soprattutto, nelle piazze infuocate dei social network. Eppure, al netto delle prevedibili polemiche, questa potrebbe rivelarsi una grandissima occasione per il nostro calcio. E non solo.
La vera sfida per l’Inter, e per l’intero sistema mediatico-sportivo, sarà la capacità di proteggere il giocatore. Negli ultimi anni abbiamo assistito a massicce levate di scudi a difesa di calciatori “black” coinvolti in episodi controversi sul prato verde: una tutela doverosa che, tuttavia, ha spesso assunto contorni quasi grotteschi, esasperati da un “wokismo” performativo che ha trasformato sacrosante battaglie in forzature ideologiche.
Se il sistema saprà garantire a Khalaili la stessa intoccabilità, mettendolo al riparo dalle strumentalizzazioni, il suo approdo in Serie A si rivelerà prezioso.
Khalaili, infatti, avrebbe l’opportunità di diventare un portavoce essenziale per Israele, offrendo al Paese l’occasione di riproporsi al pubblico italiano in una veste radicalmente diversa, fondata sul talento e sulla normalità dello sport. La speranza, ovviamente, è che l’opinione pubblica e la stampa non commettano l’errore di caricarlo di responsabilità geopolitiche che non gli competono, evitando di “massacrarlo” al primo pretesto utile.
Ma c’è un dettaglio fondamentale che eleva questa potenziale operazione da semplice caso sportivo a vero e proprio paradosso sociologico: Anan Khalaili è un arabo-israeliano. Una doppia appartenenza che affonda le radici nella sua città d’origine, Sakhnin, un luogo che ha fatto storicamente del prato verde uno straordinario laboratorio di integrazione e convivenza pacifica, e dove già suo padre giocava a calcio prima di lui. La sua stessa identità rappresenta un cortocircuito irrisolvibile per le narrazioni polarizzate dei social network. Chi, mosso da cieca foga ideologica, dovesse attaccarlo per il passaporto che porta, si ritroverebbe paradossalmente a linciare un ragazzo di origini arabe. È la complessità del reale che irrompe nel recinto del calcio, disinnescando in un colpo solo le banalizzazioni e il finto progressismo da tastiera.
Quanto alla tenuta psicologica di cui questo ragazzo è capace, la sua stessa biografia fornisce le massime garanzie. Navigare la complessità di una simile doppia identità, crescendo in un simile crocevia culturale e appartenendo a un popolo costretto a fare della propria aria e dei cieli uno spazio blindato, significa possedere anticorpi storici che nessuna tempesta social può scalfire. L’indignazione a buon mercato e il vuoto cosmico degli hater sono ben poca cosa per chi incarna quotidianamente, sulla propria pelle, le profonde e irrisolte contraddizioni del Medio Oriente.
Se la trattativa andrà in porto, a Khalaili basterà allacciarsi gli scarpini e correre sulla fascia destra. A zittire il rumore di fondo ci penserà il campo.
(InOltre, 5 luglio 2026)
........................................................
Gli ex ostaggi Sasha e Sapir si sposano
di Michelle Zarfati
Rapiti insieme da Hamas il 7 ottobre e liberati in momenti diversi, Sasha Troufanov e Sapir Cohen si sono sposati domenica sera, trasformando una celebrazione privata in un simbolo di sopravvivenza, ricostruzione e speranza. La cerimonia nunziale, carica di emozione, ha riunito numerosi ex ostaggi e figure istituzionali, tra cui il presidente israeliano Isaac Herzog e Nitzan Alon, già responsabile del comando dell’esercito israeliano per gli ostaggi. Sotto la chuppah, Troufanov ha ringraziato le persone presenti: “Siete stati con noi per tutto il percorso. Grazie di cuore. Vi voglio bene”. La coppia era stata presa in ostaggio dal kibbutz di Nir Oz durante l’attacco del 7 ottobre. Cohen era stata liberata nell’ambito dell’accordo di novembre 2023, insieme alla madre e alla nonna di Troufanov. Lui è tornato in Israele mesi dopo, dopo 498 giorni di prigionia a Gaza. Il matrimonio arriva a un anno dal fidanzamento e rappresenta, per i due giovani, un passaggio decisivo dopo un’esperienza segnata dalla violenza e dalla perdita. Il padre di Sasha, Vitaly, è stato ucciso durante l’attacco al kibbutz, dove la coppia si trovava in visita alla famiglia di lui. Tra gli invitati c’erano altri sopravvissuti alla prigionia, fra cui Rom Braslavski, rapito insieme a Troufanov e detenuto con lui in condizioni difficili. In un messaggio pubblicato nel giorno delle nozze, Braslavski ha ricordato la loro permanenza in una stanza a Rafah e ha definito gli sposi “non solo due innamorati, ma una coppia di combattenti”. Anche Herzog ha sottolineato il valore simbolico della serata. Il presidente aveva in passato dichiarato che non avrebbe partecipato a matrimoni fino al ritorno di tutti gli ostaggi. La sua presenza alla cerimonia ha quindi assunto un significato particolare, in un Paese ancora attraversato dalle conseguenze della guerra. Per Sasha e Sapir, il matrimonio non cancella il trauma, ma segna un gesto concreto di futuro: una scelta di vita dopo mesi di separazione, paura e attesa.
(Shalom, 6 luglio 2026)
........................................................
|
Chi ha ucciso Gesù?
di Marcello Cicchese
La risposta a questa domanda è di fondamentale importanza. Per secoli agli ebrei è stato imputato il tremendo crimine del “deicidio”, con tutte le conseguenze che ne sono seguite. Per questo terribile reato i loro più zelanti nemici hanno pronunciato e cercato di eseguire su di loro la condanna a morte. Cerchiamo allora di capire il senso dei testi biblici che parlano dell’uccisione di Gesù. La domanda: “Chi ha ucciso Gesù?” non è così chiara come sembra. Si potrebbe rispondere che Gesù è stato materialmente ucciso dai soldati romani che lo hanno inchiodato sulla croce. Questo è vero, ma non risponde al senso della domanda. Si sa bene che quando avviene un omicidio non basta scoprire chi l’ha commesso materialmente, perché può essere ancora più importante scoprire chi l’ha voluto e commissionato. Rispondere alla domanda “Chi ha ucciso Gesù?” significa allora arrivare a stabilire chi ne porta la responsabilità ultima e quindi anche, se si tratta di crimine, la colpa. Risaliamo allora la trafila delle responsabilità, cominciando dal basso. E’ certo che chi ha legato Gesù alla croce e l’ha inchiodato al legno provocandone la morte fisica sono stati dei soldati romani. E’ un’osservazione che può sembrare ovvia e banale, ma ha la sua importanza. Gesù non è stato pugnalato nell’ombra da un sicario giudeo, non è stato linciato da folle ebraiche inferocite; le mani che l’hanno colpito appartenevano a pagani. I soldati romani certamente eseguivano degli ordini, e tuttavia teoricamente avrebbero potuto opporre obiezione di coscienza, se fossero stati convinti che l’azione era ingiusta. Questo avrebbe potuto scagionarli sul piano morale personale, ma certamente non avrebbe impedito l’esecuzione. Sarebbero stati passati per le armi e Gesù sarebbe stato ugualmente inchiodato sulla croce. Risalendo la scala gerarchica si arriva a Pilato, che in quel momento rappresentava l’autorità imperiale romana. «Non mi parli? Non sai che ho il potere di liberarti e il potere di crocifiggerti?» (Giovanni 19:10), dice Pilato a Gesù, sorpreso dal suo silenzio. E aveva ragione: sul piano politico a lui spettava il compito di decidere la sorte di Gesù, e quindi lui ne porta la responsabilità davanti agli uomini. Certamente non poteva sapere che Gesù è il Figlio di Dio e tanto meno poteva capire la sua pretesa di essere, secondo l’accusa dei suoi nemici, il re dei giudei. E quando gli chiede: «Ma dunque, sei tu re?» Gesù risponde: «Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo, e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce» (Giovanni 18:37). «Che cos’è verità?» replica lo scettico governatore romano. Pilato, nella sua ignoranza di gentile, ovviamente non poteva capire il senso profondo delle parole di Gesù, ma certamente poteva capire, e di fatto l’aveva capito, che le accuse contro Gesù non erano vere. «Io non trovo colpa in lui» (Giovanni 18:38), ammette infatti pubblicamente. Per motivi di giustizia dunque avrebbe dovuto liberarlo, cosa che invece non ha fatto, e in questo modo «ha soffocato la verità con l’ingiustizia» (Romani 1:18). E’ chiaro allora che sul piano strettamente politico umano, la responsabilità ultima dell’uccisione di Gesù ricade sul rappresentante dell’Impero romano a Gerusalemme. Chi non vuol far intervenire Dio in questi fatti, non può che arrivare a questa conclusione. Chi invece fa intervenire Dio deve prendere in considerazione quello che dice la Scrittura, senza lasciarsi fuorviare da preferenze personali. L’apostolo Pietro nella sua prima predicazione a Gerusalemme dopo l’ascensione al cielo di Gesù pronuncia parole pesanti:
“Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (Atti 2:36).
E’ chiaro allora, dirà qualcuno: a uccidere Gesù sono stati gli ebrei, che ne portano la colpa e ne devono subire le conseguenze. Due cose però si devono osservare: l’ebreo Pietro non dice: “I romani hanno crocifisso Gesù”, e neppure: “Noi ebrei abbiamo ucciso Gesù”. Dice: “Voi l’avete crocifisso”. Chi sono questi voi? Nel primo discorso Pietro si rivolge agli “uomini di Giudea” (Atti 2:14) e agli “uomini d’Israele” (Atti 2:22), e nel suo secondo discorso si rivolge ai “capi del popolo e anziani” dicendo:
“... sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele che questo è stato fatto nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, che voi avete crocifisso, e che Dio ha risuscitato dai morti...” (Atti 4:8)
Quando Pietro si rivolge a tutta la casa d’Israele o a tutto il popolo d’Israele, lo fa per annunciare che quel Gesù che è stato crocifisso è il Signore e il Messia d’Israele (Atti 2:36), e che soltanto nel suo nome è possibile essere salvati (Atti 4:12). A tutto il popolo viene annunciato il perdono dei peccati e la salvezza proprio attraverso quel Gesù che i capi del popolo, con il consenso di molti, avevano consegnato nelle mani dei gentili:
“Uomini d’Israele, ascoltate queste parole! Gesù il Nazareno, uomo che Dio ha accreditato fra di voi mediante opere potenti, prodigi e segni che Dio fece per mezzo di lui, tra di voi, come voi stessi ben sapete, quest’uomo, quando vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e la prescienza di Dio, voi, per mano di iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste; ma Dio lo risuscitò, avendolo sciolto dagli angosciosi legami della morte, perché non era possibile che egli fosse da essa trattenuto” (Atti 2:22-24).
Pietro si comporta dunque come un profeta che dall’interno di Israele annuncia il peccato che i capi e una parte del popolo hanno commesso rifiutando il Messia mandato da Dio. Ma, esattamente come hanno sempre fatto tutti i profeti, annuncia anche che nonostante e anzi attraverso la disubbidienza di gran parte del popolo, Dio continuerà a compiere la sua opera a favore d’Israele. Pietro dice ai suoi fratelli israeliti: “... voi, per mano d’iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste”. I romani indirettamente vengono coinvolti e indicati come iniqui, ma è indubbio che Pietro attribuisce ai suoi capi una maggiore responsabilità. E questo è vero, se si esce dal semplice piano politico umano e si fa intervenire Dio, con la sua volontà, le sue rivelazioni e le sue promesse. Pietro presenta Gesù come Messia: è chiaro allora che soltanto gli ebrei potevano rifiutare il Messia, non certo i romani, che non sapevano nemmeno che cosa fosse il Messia. Dal momento che soltanto Israele è a conoscenza dei piani di Dio, è naturale dire che se Gesù è il Messia, come Pietro pubblicamente annuncia, soltanto gli ebrei possono essere ritenuti responsabili di aver consegnato nelle mani dei gentili quel Messia che aspettavano come liberatore dalla schiavitù dei gentili. Pilato ha colpa nell’esecuzione di Gesù, anzi l’unica colpa se ci si arresta al piano politico, ma se si accetta il fatto che Gesù è il Messia, è chiaro che sul popolo di Dio di quel tempo grava una maggiore responsabilità. Questo è attestato dalle parole esplicite di Gesù, che davanti a Pilato afferma: “... chi mi ha dato nelle tue mani ha maggior colpa” (Giovanni 19:11). Ma esaminiamo il contesto in cui viene pronunciata questa frase. Quando Gesù si trova davanti a Pilato è già stato condannato a morte dal Sinedrio. Al governatore romano arriva tra le mani una “grana” che avrebbe volentieri evitato. Ha capito benissimo che i capi dei sacerdoti glielo hanno consegnato per invidia (Marco 15:10), e in cuor suo spera di poter avere dall’ebreo che gli sta di fronte qualche valido argomento che gli consenta di respingere come manifestamente infondate le accuse avanzate. Ma tra queste ce n’è una per lui molto strana: Gesù è accusato dai suoi connazionali di essersi fatto Figlio di Dio. Pilato allora interroga su questo punto quello strano ebreo. Ma questi non gli risponde. Il governatore romano si sente snobbato, come se non valesse nemmeno la pena di rispondergli. E infatti è così: che cosa può capire un funzionario romano su un argomento come “il Figlio di Dio”. In che modo avrebbe potuto venirgli in aiuto? Poteva forse essere lui a confermare l’autodichiarazione di Gesù? Pilato allora ricorda all’imputato che chi comanda è lui, non quel Sinedrio ebraico che lo ha condannato e che lui certamente disprezza. Se vuol essere aiutato, Gesù deve rinnegare quell’autorità religiosa e appellarsi alla vera autorità mondiale di quel tempo: Roma, che in quel momento lui rappresenta. Gesù allora informa il governatore romano che l’autorità ultima non ce l’ha lui, ma Dio, che ha scelto Israele, con il quale un giorno regnerà sul mondo intero. Il Sinedrio che lo ha consegnato nelle sue mani ha maggiore colpa perché ha maggiore autorità. Gesù rifiuta dunque di lasciarsi difendere dai gentili contro i suoi connazionali ebrei. Dal momento che il Sinedrio lo ha rifiutato come Figlio di Dio, Pilato non può fare assolutamente nulla, perché nel piano di Dio lui è un’autorità inferiore. Pilato quindi è colpevole, davanti agli uomini e davanti a Dio, dell’uccisione di Gesù, ma non ne porta la responsabilità ultima, perché in ogni caso non avrebbe potuto fare niente per evitarla, per il semplice fatto che è un peccatore, rappresentante storico di tutti i gentili che soffocano la verità con l’ingiustizia (Romani 1:18). Per trovare la responsabilità ultima dell’uccisione di Gesù bisogna allora salire ancora più in alto nella scala delle autorità. Superato Pilato, rappresentante del potere di Roma, si arriva al Sinedrio ebraico, la più alta autorità del popolo d’Israele. E’ lui che ha ucciso Gesù? La risposta sarebbe affermativa, se si potesse dimostrare che una sua decisione diversa avrebbe potuto evitare quella morte. Ma non è così. Il popolo d’Israele, rappresentato dai suoi capi di quel momento, ha certamente respinto il suo Messia e lo ha consegnato nelle mani dei gentili, e così facendo si è comportato come tante altre volte nel passato: ha disubbidito, ribellandosi al suo Dio. Ma era inevitabile che, in conseguenza di questo fatto, Gesù dovesse morire? Davanti ad una ribellione così grave del suo popolo, Dio avrebbe potuto prendere la palla al balzo e fare quello che tanti dicono che poi abbia fatto: rigettare definitivamente Israele, additarlo al disprezzo universale e passare ad altri le benedizioni promesse. Gesù avrebbe potuto manifestare pubblicamente la sua autorità, chiedere al Padre una legione di angeli, distruggere i suoi nemici ebrei e mettersi a capo di un’altra entità politica fatta di gentili ragionevoli e disponibili che lo avessero accolto. Ma tutto questo Gesù non l’ha fatto, perché sapeva che la sua morte avrebbe dovuto servire ad espiare i peccati della nazione e portare salvezza a Israele e a tutto il mondo. Chi dunque ha voluto la morte di Gesù? Chi ne porta la responsabilità ultima davanti a Dio? Non sono i soldati perché sopra di loro c’era Pilato; non è Pilato perché sopra di lui c’era il Sinedrio; non è il Sinedrio perché sopra di lui c’era Dio stesso, nella persona del Figlio che volenterosamente si sottomette al Padre.
“Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi. Nessuno me la toglie, ma io la depongo da me. Ho il potere di deporla e ho il potere di riprenderla. Quest’ordine ho ricevuto dal Padre mio».” (Giovanni 10:17-18).
La generazione degli israeliti di quel tempo porta indubbiamente la responsabilità di avere respinto il Messia, ma l’uccisione di Gesù non ne è una necessaria conseguenza, perché non era nelle possibilità di nessun uomo di togliere la vita al Principe della vita. Dio avrebbe potuto fulminare all’istante tutti quelli che minacciavano il suo prediletto Figlio. Se non l’ha fatto, se ha preso un’altra decisione, la responsabilità ultima è sua. E Dio se la prende, perché proprio questa era la sua volontà d’amore, decisa prima ancora della fondazione del mondo: offrire al popolo d’Israele anzitutto, e poi a tutte le genti, la possibilità di essere perdonati dei propri peccati e riconciliati con Lui. A nessuno, assolutamente a nessuno, Dio rimprovererà mai di avergli ucciso il Figlio. La morte di Gesù è stata fermamente voluta dal Padre, il quale ama il Figlio, riconoscendo in Lui la disponibilità a ubbidire alla sua volontà. Il Figlio ama il Padre, e manifesta il suo amore nella disponibilità a deporre liberamente la sua vita senza esservi costretto da nessun uomo. L’amore tra Padre e Figlio, espresso dolorosamente sulla croce, si espande in seguito, e si compie pienamente, in un amore redentivo per tutti gli uomini. Nell’intimo colloquio che precede la sua morte in croce, Gesù si rivolge al Padre con queste parole:
“Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; e io ho fatto loro conoscere il tuo nome, e lo farò conoscere, affinché l’amore del quale tu mi hai amato sia in loro, e io in loro».” (Giovanni 17:25-26).
(da "La superbia dei Gentili")
|
........................................................
L’accordo tra Gerusalemme e Beirut punta a tenere fuori l’Iran dal Libano
di Sarah G. Frankl
Martedì scorso l’ambasciatore israeliano a Washington, Yechiel Leiter, ha aperto il quinto ciclo di colloqui tra Israele e Libano a Washington con un appassionato monito.
«Siamo in un disastro ferroviario», ha dichiarato in un comunicato in ebraico all’inizio dei colloqui, criticando aspramente l’amministrazione del presidente statunitense Donald Trump per la sua disponibilità a includere un cessate il fuoco in Libano nell’ambito di un memorandum d’intesa che Washington aveva siglato con Teheran la settimana precedente.
Al termine dei colloqui, tre giorni dopo, con un nuovo accordo quadro tra Israele e Libano firmato da entrambe le parti, Leiter si è mostrato nuovamente ottimista. Ha affermato che l’accordo ha riportato «il treno sui binari», con la «destinazione finale» della pace tra i paesi confinanti.
Questo cambiamento ha colto lo scopo centrale dell’accordo: impedire che la questione libanese venisse assorbita nel filone dei rapporti tra Stati Uniti e Iran.
I colloqui diretti tra Israele e Libano erano stati avviati da Washington ad aprile, in parte per distaccare il Libano dal più ampio conflitto con l’Iran, mentre Teheran cercava intese con Washington che proteggessero anche Hezbollah. Israele non era parte del protocollo d’intesa, perseguito da Trump per porre fine alla guerra con l’Iran e avviare i negoziati sul nucleare, eppure l’accordo sembrava limitare le operazioni israeliane contro Hezbollah in Libano, dove i combattimenti erano proseguiti per mesi dopo che il gruppo aveva aperto il fuoco contro truppe e civili israeliani a sostegno del proprio protettore, l’Iran.
La preoccupazione a Gerusalemme si è acuita domenica scorsa, quando il vicepresidente statunitense JD Vance — che sembra desideroso di guidare l’ala scettica nei confronti di Israele del Partito Repubblicano — ha affermato che gli Stati Uniti e l’Iran avevano concordato, in un primo ciclo di colloqui in Svizzera, di creare un «meccanismo di deconfliction» che coinvolgesse il Libano, con mediatori del Qatar e del Pakistan che aiutassero a mantenere il fragile cessate il fuoco. I funzionari israeliani temevano che il meccanismo non avrebbe fatto altro che rafforzare Hezbollah e consolidare l’influenza iraniana sul Libano.
Il canale diretto tra Israele e Libano ha portato a diversi cessate il fuoco negli ultimi mesi, nessuno dei quali è durato a lungo: Beirut non è riuscita a tenere a freno Hezbollah, e anche gli sforzi di Israele per disarmare militarmente il gruppo sono falliti. Mentre Washington spingeva per porre fine alla guerra con l’Iran, ha accettato la richiesta di Teheran che la tregua tra Stati Uniti e Iran si estendesse al Libano — condizioni alle quali Israele ha insistito di non essere vincolato, sebbene si fosse astenuto dall’escalation in diversi incidenti su richiesta di Trump.
In questo contesto, il nuovo accordo quadro — firmato sotto lo sguardo orgoglioso del Segretario di Stato americano Marco Rubio, un veterano sostenitore di Israele — è apparso a Israele come una correzione di rotta.
«Destinazione finale: la pace tra i nostri due paesi… In questo accordo quadro trilaterale basato sui risultati, l’Iran è fuori, Hezbollah è fuori, e la strada verso la pace tra Israele e il Libano è aperta», ha affermato Leiter.
• Non così in fretta
Le cose non sono mai così semplici. Questo non è il primo grande accordo tra Beirut e Gerusalemme. Un accordo fallito del 1983 incombe ancora su qualsiasi sforzo di questo tipo. L’accordo quadro non elimina il pericolo rappresentato da Hezbollah, non dimostra che lo Stato libanese sia in grado di affermare la propria autorità nel sud e potrebbe ancora crollare in un Paese in cui la guerra civile è un rischio sempre presente.
Tuttavia, sembra compensare parte del potenziale danno derivante dal protocollo d’intesa con l’Iran, creando un meccanismo di coordinamento militare indiretto tra Israele e Libano, assegnando alle Forze Armate Libanesi un ruolo formale nell’attuazione e dichiarando pubblicamente l’intenzione di entrambe le parti di impedire a Teheran di fungere da arbitro.
Il presidente libanese Joseph Aoun ha espresso un concetto simile venerdì a Beirut, affermando che il Libano ha preso una decisione sovrana di separare il proprio percorso da quello iraniano-statunitense.
«La nostra decisione sovrana di separare il nostro percorso da quello iraniano-statunitense è un problema per alcune persone abituate a trovarsi sotto una tutela che ci controlla, decide per noi e negozia a nostro nome», avrebbe dichiarato Aoun secondo quanto riportato dal Gruppo LBC.
Il nuovo quadro non contraddice apertamente il protocollo d’intesa, ma cerca di impedire una situazione in cui l’Iran detenga il potere decisionale in Libano, ha dichiarato un alto funzionario statunitense a conoscenza della logica alla base dell’accordo.
Il protocollo d’intesa stabilisce che gli Stati Uniti, l’Iran «e i loro alleati… dichiarino la cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano… e garantiscano l’integrità territoriale e la sovranità del Libano».
Il funzionario statunitense ha aggiunto che «il memorandum d’intesa con l’Iran parla di sovranità. Sovranità significa disarmo di tutte le milizie. Israele deve lasciare il Libano, ma questa volta l’Iran deve andarsene per primo», ha proseguito il funzionario, facendo riferimento al fatto che il ritiro di Israele dalla zona di sicurezza del Libano meridionale è legato alla capacità del Libano di ripristinare la propria sovranità, il che significa, in definitiva, che Hezbollah non può rimanere una forza armata al di fuori del controllo dello Stato.
L’accordo quadro sembra inoltre concepito per impedire che il meccanismo USA-Iran a Doha metta da parte Beirut o Gerusalemme. Secondo un allegato di sicurezza riservato verificato dal Times of Israel, il nuovo accordo quadro istituisce un Gruppo di coordinamento militare per il Libano, o MCG4L, un organo operativo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, incaricato della risoluzione dei conflitti, della verifica e dell’attuazione. In base all’accordo, la cellula riferirà alle autorità politiche israeliane e libanesi attraverso canali indiretti da esercito a esercito.
L’accordo prevede un leggero ritiro delle IDF in due zone pilota, sebbene i funzionari israeliani abbiano sottolineato che i futuri ritiri non saranno automatici e che la libertà d’azione di Israele sarà preservata. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato pubblicamente che Israele giudicherà l’accordo in base alle azioni del governo e dell’esercito libanesi, piuttosto che alle loro dichiarazioni.
Il protocollo d’intesa con l’Iran sembra aver contribuito a spingere Israele verso l’accordo quadro. L’accordo era in fase di elaborazione da mesi, con i media libanesi che già a maggio riportavano notizie su una possibile «dichiarazione d’intenti». Ma il protocollo d’intesa ha aggiunto urgenza alla questione, minacciando di inserire il Libano in un percorso USA-Iran proprio mentre Gerusalemme e Beirut stavano cercando di costruirne uno separato.
La domanda successiva è se l’accordo quadro possa modificare gli incentivi di Hezbollah. Alla domanda su come avrebbe costretto Hezbollah a cooperare, il funzionario statunitense ha risposto che l’obiettivo principale è aumentare il costo politico della mancata cooperazione.
«L’Iran non può permettersi di ricostruire il Libano meridionale, ma il Libano meridionale ha una scelta: l’Iran ancora una volta, il che aumenta la probabilità di una guerra futura, oppure lo Stato libanese con il sostegno del mondo, il che aumenta la probabilità di una pace futura», ha affermato.
In altre parole, i sostenitori dell’accordo stanno scommettendo sul fatto che l’Hezbollah del dopoguerra sia molto più vulnerabile di quanto dia a vedere. La sua base sciita nel Libano meridionale ha subito gravi perdite, la capacità dell’Iran di finanziare la ricostruzione a seguito degli attacchi israeliani è messa in discussione dalla sua economia in crisi, e il sostegno internazionale al Libano si sta ora orientando verso la sovranità e il controllo statale.
«Il contratto sociale di Hezbollah era: “Lasciateci immagazzinare missili nelle vostre case e noi le ricostruiremo”. Ora non possono più farlo», ha dichiarato il funzionario.
• Gli sciiti si rivoltano contro Hezbollah
Sebbene studi libanesi abbiano suggerito che una schiacciante maggioranza dell’opinione pubblica sciita continui a sostenere Hezbollah, vi sono segnali crescenti che la base sciita del gruppo nel sud del Libano stia vacillando, secondo un rapporto dell’Istituto israeliano per gli studi sulla sicurezza nazionale.
Il rapporto ha evidenziato il sentimento anti-Hezbollah sui social media, l’espansione dei movimenti di opposizione sciiti, la scarsa affluenza ai comizi di Hezbollah e gli appelli senza precedenti da parte di personalità sciite a dichiarare Tiro e Nabatieh città libere da armi.
«L’impressione generale» creata nella comunità sciita del Libano meridionale dalla scelta di Hezbollah di entrare in guerra contro Israele a sostegno dell’Iran era: «Non ci sono soldi, c’è distruzione, eppure siete andati [in guerra]. Questo non è l’Hezbollah che conoscevamo. Questo è l’Iran. E all’Iran non importa nulla di noi», ha dichiarato Hanin Ghaddar, una studiosa libanese sciita cresciuta nel Libano meridionale.
Se lo Stato libanese può indicare il sostegno americano, del Golfo e europeo all’accordo quadro con Israele come alternativa, le armi di Hezbollah diventano più facili da dipingere come un ostacolo alla ripresa piuttosto che come una protezione.
L’accordo ha già acuito le tensioni interne in Libano. Il leader di Hezbollah Naim Qassem ha respinto l’accordo definendolo «nullo e privo di validità» e ha sottolineato che Hezbollah continuerà la sua «resistenza» all’occupazione israeliana, ma secondo quanto riferito il gruppo ha faticato a mobilitare grandi manifestazioni contro l’accordo. Allo stesso tempo, le forze di sicurezza libanesi hanno rimosso i manifesti filo-iraniani nei pressi dell’aeroporto di Beirut e li hanno sostituiti con cartelli recanti la scritta «Il Libano prima di tutto».
La prova più immediata saranno le due «zone pilota», dalle quali Israele dovrebbe ritirarsi e nelle quali dovrebbe schierarsi l’esercito libanese. Se tali zone reggeranno, l’accordo quadro potrebbe fornire un modello per un processo graduale di ritiro israeliano, dispiegamento delle Forze Armate Libanesi (LAF), verifica da parte degli Stati Uniti e maggiore pressione su Hezbollah affinché accetti l’autorità dello Stato o venga considerato un ostacolo alla stessa.
Ma Hezbollah potrebbe facilmente tentare di bloccare l’attuazione dell’accordo ricorrendo a pressioni o alla violenza, in particolare se dovesse considerare l’accordo quadro una minaccia al proprio status.
Un’analisi dell’Alma Research and Education Center ha avvertito che l’accordo quadro pubblicato non include meccanismi sufficienti per riformare le Forze Armate Libanesi, affrontare la questione delle infrastrutture civili di Hezbollah, impedire il contrabbando di armi dalla Siria o preservare la libertà d’azione di Israele contro futuri tentativi di riarmo.
Tali lacune, secondo l’analisi, potrebbero consentire a Hezbollah di mantenere il proprio status di «Stato nello Stato».
(Rights Reporter, 4 luglio 2026)
........................................................
La soffiata di Washington all’Iran: «Israele vuole uccidere i mediatori»
Il New York Times: nel mirino Ghalibaf e Araghchi durante le trattative
di Guido Olimpio
La saga dell’intelligence Usa-Israele, fatta di rivelazioni e contromosse, ha un nuovo capitolo. Solo in parte inedito. Gli israeliani, secondo fonti citate dal New York Times, volevano uccidere i due negoziatori iraniani, Abbas Araghchi e Mohammad Ghalibaf, nel mezzo delle trattative. Quando gli americani lo hanno scoperto hanno allertato Teheran attraverso intermediari spingendo la Repubblica islamica ad adottare ulteriori misure di sicurezza.
Già durante il conflitto Israele aveva reso chiaro di considerare obiettivi legittimi i rappresentanti del regime, dai politici ai militari. E ne ha uccisi a decine, compresa la Guida Ali Khamenei. Un tentativo di destabilizzare l’avversario privandolo delle figure più rappresentative. Poi è arrivata la tregua, osteggiata dal governo Netanyahu deciso ad andare avanti con gli strike. E sono nati i contrasti, anche pubblici, con la Casa Bianca. Tel Aviv avrebbe allora progettato di colpire i principali protagonisti del negoziato, un modo per bloccare il dialogo e riaccendere la guerra.
La minaccia è stata percepita da Teheran, che aveva chiesto garanzie per i suoi emissari, mentre Washington ha attivato le proprie antenne. Tutti erano consapevoli dei rischi: gli israeliani avevano adottato la stessa tattica cercando di spazzare via la dirigenza all’estero di Hamas con il raid su Doha, in Qatar. Un attacco parte di una strategia che va ben oltre l’attuale crisi nel Golfo ed è sempre stata parte della Storia mediorientale. C’è il precedente famoso di Hassan Salameh, l’alto esponente palestinese diventato un canale di comunicazione con la Cia e poi fatto fuori dal Mossad a Beirut nel 1979.
• La minaccia era stata percepita da Teheran che ha chiesto garanzie per i propri emissari
L’allarme è cresciuto in occasione del previsto incontro ad aprile a Islamabad tra il vicepresidente americano Vance e la delegazione iraniana. Teheran, preoccupata, ha ottenuto la protezione del Pakistan, così caccia pachistani hanno scortato l’aereo con a bordo Araghchi e Ghalibaf. Ma non è finita. Dopo i colloqui, durante il volo di rientro, i servizi di sicurezza sono stati informati della presenza di due caccia israeliani in arrivo dal territorio iracheno. Un’incursione che poteva far pensare a un intercettamento. E allora è stato deciso di dirottare il velivolo sull’aeroporto di Mashhad, il più vicino al confine pachistano. I mediatori hanno poi proseguito il loro viaggio verso la capitale via terra.
• La storia raccontata dal New York Times rientra in una fase particolare.
Dopo lo stop delle operazioni belliche, «spezzoni» dell’amministrazione Usa hanno fatto trapelare informazioni costanti su due punti:
- Israele e Usa hanno linee diverse, aspetto evidente ma rimarcato con dettagli spionistici.
- In diversi momenti le indiscrezioni hanno riguardato le attività dell’intelligence israeliana.
All’origine delle notizie ci può essere la volontà della Casa Bianca di mandare messaggi all’Iran, ma vanno anche considerate le posizioni molto critiche verso Tel Aviv di funzionari a ogni livello.
(Corriere della Sera, 4 luglio 2026)
____________________
Appare per lo meno disdicevole che Guido Olimpio non abbia menzionato la smentita emanata immediatamente dal Premier Netanyahu non appena il New York Times ha pubblicato questa fake News: "The Prime Minister's Office: As usual, The New York Times' latest story about lsrael and the lranian negotiators is fake news. A complete fabrication of reality". E.S.A.
........................................................
Mediterraneo orientale, la sfida della Turchia preoccupa Israele e riapre il fronte del confronto regionale
Ankara aumenta la pressione militare su Grecia e Cipro, ostacola i progetti energetici con Israele e alimenta una crisi che rischia di cambiare gli equilibri nel Mediterraneo.
di Alessandro Carmi
Il Mediterraneo orientale sta tornando a essere uno dei punti più delicati della geopolitica internazionale e, mentre la guerra in Medio Oriente continua a influenzare gli equilibri dell’intera regione, anche il confronto fra Turchia, Israele, Grecia e Cipro si sta facendo sempre più serrato. Gli ultimi episodi avvenuti in mare e nello spazio aereo cipriota hanno spinto Israele a seguire con crescente attenzione le mosse di Ankara, nella convinzione che la competizione non riguardi soltanto la sicurezza militare, ma anche il controllo delle future rotte energetiche e delle infrastrutture strategiche che dovranno collegare il Levante all’Europa.
Il segnale più evidente è arrivato all’inizio di giugno, quando quattro unità della marina turca si sono avvicinate a una corvetta israeliana impegnata in un’esercitazione con le flotte di Grecia e Cipro. Diversi osservatori hanno definito l’episodio senza precedenti, perché conferma una disponibilità sempre maggiore della Turchia a ricorrere a dimostrazioni di forza per contestare la crescente cooperazione fra i tre Paesi.
L’incidente si inserisce in un quadro già molto teso, nato dopo la firma, alla fine del 2025, del piano di cooperazione militare fra Israele, Grecia e Cipro, che prevede esercitazioni congiunte, coordinamento strategico e un rafforzamento della sicurezza marittima nel Mediterraneo orientale. Anche Cipro denuncia un aumento delle pressioni. Le autorità di Nicosia sostengono che la Turchia abbia interferito con le comunicazioni aeree durante la visita dei ministri della Difesa di Grecia e Francia, facendo inoltre decollare propri caccia nelle vicinanze dell’aereo che li trasportava. Nei giorni successivi il governo cipriota si è rivolto alle Nazioni Unite, documentando oltre cinquecento violazioni della propria sovranità aerea e marittima, comprese attività attribuite a droni e sommergibili turchi.
Per Israele la questione presenta un rilievo particolare. I rapporti diplomatici con Ankara non sono stati interrotti, tuttavia la crescente aggressività del presidente Recep Tayyip Erdogan nei confronti dello Stato ebraico ha ormai trasformato la Turchia in uno dei principali fattori di instabilità percepiti dall’establishment della sicurezza israeliana. All’interno degli apparati di difesa si discute se adottare un linguaggio più duro nei confronti di Ankara oppure mantenere aperti i canali diplomatici, evitando una rottura definitiva.
Dietro il confronto militare emerge però una partita ancora più ampia. Ankara contesta apertamente il Great Sea Interconnector, il cavo elettrico sottomarino destinato a collegare Israele, Cipro e Grecia alla rete energetica europea, un’infrastruttura considerata strategica sia dall’Unione europea sia dal formato di cooperazione “3+1”, che coinvolge anche gli Stati Uniti. La leadership turca ritiene che il progetto riduca la propria influenza nel Mediterraneo orientale e sta valutando nuove norme sulle rivendicazioni marittime nel Mar Egeo che potrebbero complicarne la realizzazione.
La competizione riguarda quindi energia, sicurezza e influenza politica in una delle aree più sensibili del pianeta. Israele, Grecia e Cipro stanno consolidando una collaborazione costruita nel corso dell’ultimo decennio, mentre la Turchia rivendica un ruolo dominante nelle acque che considera parte della propria sfera di interesse strategico. In questo scenario ogni esercitazione navale, ogni sorvolo contestato e ogni nuova infrastruttura assumono un valore che va ben oltre il singolo episodio, perché contribuiscono a definire il futuro equilibrio del Mediterraneo orientale, uno spazio dove interessi militari, approvvigionamenti energetici e rapporti fra alleati occidentali continuano a intrecciarsi in modo sempre più complesso.
(Setteottobre, 4 luglio 2026)
........................................................
4 luglio 1976, il raid di Entebbe, l'operazione di Israele che rivoluzionò la lotta al terrorismo internazionale
di Luca longo
Nel cuore dell'Africa orientale, a migliaia di chilometri da Israele, il vecchio terminal dell'aeroporto di Entebbe diventa il teatro di una delle operazioni militari più audaci del XX secolo. È il 4 luglio 1976 quando Israele lancia l'Operazione Thunderbolt - nota anche come Operazione Entebbe o Operazione Yonatan - per liberare gli ostaggi del volo Air France 139, dirottato pochi giorni prima.
Tutto comincia il 27 giugno. L'aereo, partito da Tel Aviv e diretto a Parigi con scalo ad Atene, viene sequestrato da due militanti del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e da due terroristi tedeschi dei Revolutìonàre Zellen. Dopo uno scalo a Bengasi, il velivolo raggiunge Entebbe, dove il regime di Idi Amin garantisce appoggio ai sequestratori.
Gli ostaggi vengono separati: israeliani ed ebrei da una parte, gli altri passeggeri dall'altra. Questi ultimi vengono progressivamente rilasciati, mentre circa un centinaio di persone restano prigioniere nel vecchio terminal. I terroristi chiedono la liberazione di detenuti palestinesi e fissano un ultimatum, minacciando esecuzioni.
Israele tenta la via diplomatica, ma nessuno Stato è disposto a intervenire concretamente. Da Paolo VI a Gerald Ford arrivano appelli e condanne, senza effetti. Il governo di Yitzhak Rabin comprende di essere solo. Entebbe dista oltre 4.000 chilometri: un intervento militare appare quasi impossibile.
Il Mossad raccoglie in pochi giorni informazioni decisive sulla disposizione dell'aeroporto, sul numero dei terroristi e sulla posizione degli ostaggi. Sulla base di questa intelligence prende forma un piano tanto semplice quanto rischioso: raggiungere Entebbe in assoluto silenzio radio, sorprendere i sequestratori e riportare a casa gli ostaggi.
Nella notte tra il 3 e il 4 luglio quattro C-130 Hercules atterrano a Entebbe. Per guadagnare secondi preziosi, un convoglio con una Mercedes nera simile all'auto presidenziale di Idi Amin percorre la pista, ma l'inganno viene presto scoperto. Scatta allora l'assalto.
Le forze speciali del Sayeret Matkal irrompono nel terminal. Lo scontro dura pochi minuti: i terroristi vengono uccisi, mentre altre unità neutralizzano i soldati ugandesi. Gli ostaggi vengono rapidamente identificati, radunati e condotti sugli aerei.
Il bilancio è pesante ma inequivocabile. Muoiono tutti i dirottatori, decine di militari ugandesi e il comandante del reparto d'assalto, il tenente colonnello Yonatan Netanyahu. Tre ostaggi perdono la vita durante il blitz, ma circa 102 vengono liberati e riportati in Israele.
La vicenda non termina con il decollo degli Hercules. Dora Bloch, una degli ostaggi, un'anziana donna ebrea ricoverata in un ospedale di Kampala prima del raid, viene assassinata per rappresaglia su ordine del regime di Idi Amin.
L'Operazione Thunderbolt suscita reazioni contrastanti. Per molti rappresenta un capolavoro di pianificazione, intelligence e capacità operativa; per altri apre interrogativi sulla violazione della sovranità territoriale e sui limiti del diritto internazionale nella lotta al terrorismo.
Cinquant'anni dopo, il raid di Entebbe continua a essere studiato nelle accademie militari di tutto il mondo. Non è soltanto una straordinaria operazione di liberazione degli ostaggi: segna la nascita di un nuovo paradigma. Dimostra che, di fronte al terrorismo internazionale, distanza, tempo e sorpresa possono diventare fattori decisivi quanto la forza militare, e che uno Stato disposto ad assumersi enormi rischi può ribaltare una situazione considerata senza via d'uscita. La notte del 4 luglio 1976 non si conclude soltanto una crisi di ostaggi: prende forma un nuovo modello di risposta al terrorismo destinato a influenzare le operazioni speciali dei decenni successivi.
(Il Riformista, 4 luglio 2026)
........................................................
D’Angeli Kandanyan: «Il nord è ancora dentro la guerra»
Il divario tra Tel Aviv e il nord d’Israele è marcato. Nella Città Bianca è un brulicare di vita, iniziative, persone. Ci sono le ferite evidenti della guerra, dei missili iraniani, ma «tutto è molto vivace e intenso». Nel nord, commenta amara Shoshana D’Angeli Kandanyan, la situazione è diversa. «Aleggia una sensazione pesante, di tristezza, se non di vera depressione. La guerra, con la minaccia di Hezbollah, è ancora ben presente. Molte zone sono tuttora abbandonate: residenti che non tornano, turismo quasi assente, poco movimento». Nata a Genova, arrivata in Israele da bambina e da anni residente nel kibbutz Kfar Haruv, nel sud del Golan, D’Angeli Kandanyan guarda ai mille giorni dal 7 ottobre dalla prospettiva di chi vive vicino alla frontiera. «All’inizio la guerra si sentiva anche da noi, sul confine siriano, con le esplosioni e tutto il resto. Poi è diventata soprattutto la guerra del nord, della Galilea rimasta isolata. Anche se noi non siamo lì, questa escalation si sente».
• Il nord sospeso
Nel racconto dell’ex insegnante, il nord appare come una parte del Paese rimasta sospesa. «I bambini sono andati in classe a singhiozzo, e non sono davvero tornati a scuola. Chi dovrebbe lavorare, fa fatica. Ci sono ancora migliaia di riservisti, persone che non sono rientrate a casa o che continuano ad andare e venire». Mille giorni di normalità incompleta, fatta di attese, richiami, allarmi. Anche Kfar Haruv vive dentro questa tensione. «Io sono in pensione, ma ho figli che vivono qui. Una mia figlia abita vicino a noi con tre nipoti, quindi vedo bene come si vive». La vita del kibbutz resta per lei una scelta di continuità. «Ci sono giovani famiglie che vogliono vivere in un luogo più vicino alla natura, alla terra, a una vita più semplice». I segni della distanza dal centro però pesano: «Non abbiamo medici, il costo della vita è aumentato molto, ci sono servizi che in città esistono e qui no. C’è meno lavoro e molti posti sono chiusi». Nonostante tutto, precisa, non è una vita da cui fuggire. «È una vita buona. Non posso dire che qui si viva male».
• Un Paese più solo
In questi mille giorni ha visto emergere con forza anche l’antisemitismo. «Il popolo israeliano, il popolo ebraico non si sente sicuro in nessun posto». A colpirla è la saldatura tra odio antiebraico e odio contro Israele. «Quando si sentono slogan come “dal fiume al mare”, non so se tutti capiscano davvero che cosa significhi: eliminare Israele completamente dalla mappa». La sensazione, aggiunge, è quella di un Paese isolato. «Prima c’era l’idea che gli Stati Uniti fossero con noi. Oggi invece c’è la sensazione di essere soli nel mondo». Meno contatti con l’Europa, meno fiducia negli alleati, più incertezza. «Penso che Israele oggi sia un’isola di solitudine». Da qui la domanda che la preoccupa: «Se domani arriva un’altra guerra, chi ci aiuta?». Sul futuro non nasconde il pessimismo. «Non vedo un futuro molto chiaro. Bisogna cambiare tutto, prendere responsabilità per quello che è successo qui, per come è stato governato il Paese. Bisogna guardare dentro la società e capire che cosa è accaduto e perché».
• La generazione ferita
Il pensiero torna spesso ai suoi ex studenti. Tra loro c’era anche Nouriel Dovin, uccisa nel nord dalle schegge di un razzo lanciato dal Libano. «Una ragazza stupenda, un fiore», la ricorda. Oggi, sottolinea, ogni israeliano si alza e va a dormire con le notizie della guerra: «Ogni sera senti di uno o due ragazzi morti, o feriti gravemente. Perché la guerra c’è ancora: al nord, in Libano, e al sud con Hamas. Nessuno può dire la parola fine. Non è finita». Gli ex studenti li incontra ovunque: matrimoni, funerali, occasioni di comunità. «Vedo questi ragazzi. Una parte è traumatizzata dalla guerra. Un’altra ha una grande paura di essere richiamata nell’esercito. Allo stesso tempo sono molto leali al Paese, amano Israele e vogliono difenderlo». Una generazione che si muove portandosi addosso il conflitto: «Ragazzi senza un arto, con cicatrici sul corpo e psicologiche». La ferita più dura, per lei, è la mancanza di fiducia nella leadership. «È la cosa più terribile. Io non ho fiducia nel mio governo». Se ci fosse una guida capace di dare una direzione, forse, la sensazione sarebbe diversa. «È come quando affronti una malattia: se hai una terapia, hai fiducia nel poter guarire. Qui invece non ci sono terapie, non ci sono risposte. Siamo ancora dentro la guerra». Nonostante tutto, conclude, Israele continua a vivere. «L’israeliano sa vivere, sa mantenere una forma di ottimismo. Non capisco come, ma anche se prende uno schiaffo, poi un altro, continua ad andare avanti». d.r.
(Pagine Ebraiche, 3 luglio 2026)
........................................................
Della Rocca, mille giorni dopo: «A Sderot scegliamo la normalità»
di Daniel Reichel
In autunno Daniel Della Rocca compirà quarant’anni. «E in Israele significa arrivare alla fine del servizio di riserva». Un passaggio che, a mille giorni dal 7 ottobre 2023, vive con «sentimenti contrastanti. Da una parte ho partecipato a molte operazioni, sono stato nella Seconda guerra del Libano, nel 2006, e anche nell’ultimo conflitto, di nuovo sul fronte libanese. Ho passato non poco, e tutto questo pesa molto sulle mie spalle». Dall’altra, aggiunge, «non siamo ancora arrivati a un punto risolutivo. Questo scontro non è finito e sento anche un po’ di frustrazione, come se fosse prematuro non continuare a dare il mio contributo».
• La quiete sospesa in città
Della Rocca, insegnante di origini italiane, vive a Sderot, la città al confine con Gaza dove era già stato dal 2017 al 2021 e dove è tornato pochi mesi dopo il 7 ottobre insieme alla moglie. Oggi la famiglia è cresciuta: da circa un anno è nata la loro figlia. «In questo momento scelgo di essere ottimista», racconta. Non perché immagini una pace vicina. «Non credo che nell’immediato ci sarà un accordo con i nostri vicini a Gaza». I terroristi di Hamas sono ancora la forza principale nell’enclave palestinese e, dall’altra parte, «il nostro governo sembra poco interessato a un’intesa». Mille giorni dopo il massacro, Sderot vive una condizione particolare. Il 7 ottobre i terroristi di Hamas sono entrati anche qui, hanno attaccato la stazione di polizia e ucciso civili e agenti, lasciando una ferita profonda in una città già segnata da anni di razzi. «Sderot è un posto che dal 2000 soffre molto per il terrorismo. Certo, nulla è paragonabile al 7 ottobre, ma ci sono stati moltissimi lanci di razzi e situazioni simili». È una storia segnata dagli allarmi, di corse nei rifugi da raggiungere in pochi secondi, di bambini cresciuti con l’idea che un attacco possa interrompere il gioco da un momento all’altro. Eppure, prosegue Della Rocca, Sderot ha sviluppato un rapporto diverso con la memoria e con la routine. «È una città che torna molto rapidamente alla normalità, alla vita di tutti i giorni, e non ha molta voglia di guardarsi indietro». Anche in occasione dei mille giorni dalle stragi non c’è una grande commemorazione pubblica. «C’è un piccolo evento a cui partecipiamo e qualcuno ne parla. Ma la maggior parte guarda alla propria quotidianità, all’idea di una vita relativamente normale». Dopo il 7 ottobre molti residenti erano stati evacuati, soprattutto nell’area del Mar Morto e a Eilat. Poi il ritorno, progressivo, in una città che ha ripreso a costruire e ad accogliere nuovi abitanti e, per la prima volta, vive un prolungato periodo di quiete. «La situazione della sicurezza qui a Sderot è la migliore degli ultimi 25 anni. Non ci sono lanci di missili o razzi. Non c’è quella sensazione di minaccia che prima del 7 ottobre era sempre nell’aria, quando ogni pochi mesi c’erano attacchi da parte di Hamas». Sul futuro più lontano però non si sbilancia. «Davvero non lo so. Spero che almeno, dal punto di vista della sicurezza, abbiamo imparato la lezione del 7 ottobre. Siamo molto più prudenti e quindi ho meno paura che possa accadere qualcosa di grave nei prossimi dieci anni. Dopo, forse, si tornerà ad abbassare la guardia».
• A scuola
In questi anni Della Rocca ha continuato a insegnare a Tel Aviv, facendo avanti e indietro da Sderot. Dal prossimo anno lavorerà invece in una scuola della città: un istituto superiore per le arti, con indirizzi di pittura, musica e danza. «Ho già cominciato a conoscere un po’ gli studenti e gli insegnanti», racconta. Anche lì il 7 ottobre è una presenza, ma raramente affrontata in modo diretto. «Il tema del terrorismo e della paura viene fuori moltissimo. C’è un’attenzione speciale da parte della scuola: sessioni di sostegno, terapia attraverso l’arte, conversazioni con educatori e insegnanti. Però i ragazzi non amano parlare di quello che è successo quel giorno. Parlano delle loro paure, di quello che immaginano per il futuro, ma non amano affrontare direttamente il 7 ottobre». La scuola, l’esercito, la famiglia, la città: per Della Rocca tutto si tiene dentro una scelta di appartenenza. Tornare a Sderot non era scontato. «Non si può vivere qui se non si ha una forte motivazione alle spalle», aveva raccontato nei mesi successivi al massacro. Oggi quella motivazione passa anche dalla figlia. «Per lei scelgo di essere ottimista».
(Pagine Ebraiche, 3 luglio 2026)
........................................................
Mille giorni dopo il 7 ottobre, Israele sta vincendo con le armi della democrazia e dell’innovazione
Il diritto a esistere e difendersi è realismo
di Enrico Cerchione
Nei mille giorni trascorsi dal 7 ottobre 2023, Israele ha dimostrato una resilienza e una capacità di resistenza che pochi avrebbero immaginato. Dopo il massacro perpetrato da Hamas, con i suoi 1.200 morti e le atrocità contro civili e ostaggi, molti profetizzavano la fine dello Stato ebraico. Un’ondata di ostilità globale (dal mondo islamico alle potenze autoritarie fino a settori della sinistra occidentale) ha cercato di isolare e delegittimare Israele, trasformando la vittima in carnefice con la narrazione del “genocidio”, che persiste nonostante sia stato smentito anche dai numeri ufficiali. Questa coalizione eterogenea di nemici di Israele è unita da un’unica ragione: indebolire e distruggere l’Occidente democratico, attaccandone il capro espiatorio più comodo, sfruttando e risvegliando uno storico antisemitismo radicato e mai sconfitto.
Tre anni dopo, la realtà militare racconta una storia diversa. Israele ha degradato sistematicamente le capacità dei suoi nemici. Hamas ha perso gran parte della sua leadership a Gaza. Hezbollah è stato decapitato in Libano con eliminazioni mirate dei vertici. L’Iran ha subìto attacchi diretti sul proprio territorio e ha visto la scomparsa di un’intera classe dirigente colpevole del massacro di migliaia di giovani nel silenzio tipico delle nostre piazze. Le operazioni israeliane, pur con costi umani dolorosi, hanno raggiunto obiettivi strategici ritenuti impossibili all’inizio.
Ciò che ha reso possibile questa vittoria è la combinazione di superiorità tecnologica e militare (con droni, intelligence di primo ordine, sistemi difensivi avanzati e capacità di precisione) e soprattutto la straordinaria coesione della società israeliana. Una resilienza che ha un costo altissimo e spesso ignorato: la popolazione ebraica ha vissuto per mille giorni con gli allarmi che suonavano quotidianamente, costringendo intere famiglie a correre nei bunker e nei rifugi in pochi secondi. Decine di migliaia di persone sono state sfollate dal nord del Paese a causa dei razzi di Hezbollah dal Libano (e non solo), abbandonando case, scuole e lavori per mesi o anni. Tutto questo è avvenuto nel relativo silenzio dei media internazionali, più attenti ad altre narrazioni (spesso costruite ad arte) che al peso quotidiano sopportato dai civili israeliani.
Eppure, in mezzo a queste prove, la società non si è spezzata. I giovani israeliani, uomini e soprattutto donne, svolgono un servizio militare tra i più lunghi al mondo, con la consapevolezza che la difesa dello Stato è la garanzia di sopravvivenza per il popolo ebraico. Un patriottismo radicato nella storia tragica: la Shoah, i pogrom, le espulsioni. Non un nazionalismo espansionista, ma la coscienza che – senza uno Stato forte e difeso – la sopravvivenza non è assicurata. C’è un aspetto ancora più profondo, ovvero che il popolo ebraico è forse l’unico al mondo a dover continuamente difendere e richiedere il proprio diritto all’esistenza come Stato sovrano, mentre per ogni altra nazione questo diritto è considerato scontato e non negoziabile.
Le coalizioni ostili hanno fallito moralmente e militarmente, nonostante i successi nella delegittimazione internazionale e nell’alimentare l’antisemitismo in Occidente. Israele non ha ancora vinto contro l’odio dilagante né risolto tutte le minacce, ma ha messo in ginocchio i principali nemici armati e ha riaffermato che la deterrenza, sostenuta da una società unita e da capacità avanzate, può prevalere. In questo conflitto asimmetrico, difendere il diritto di Israele a esistere e difendersi non è ideologia, ma realismo: uno Stato attaccato con intento distruttivo ha reagito e prevalso. I mille giorni hanno celebrato la vittoria della resistenza (questa lo è davvero) israeliana. Che gli antisemiti e i nemici della democrazia si arrendano.
(Il Riformista, 3 luglio 2026)
........................................................
Gaza. Onu conferma: Hamas blocca i malati per le cure
I pazienti diretti in un Paese terzo sono rimasti fermi per oltre un’ora a un checkpoint dell’organizzazione terroristica mentre anche l’Onu ha condannato l’episodio
di Rosa Davanzo
Oltre cento abitanti della Striscia di Gaza avevano finalmente ottenuto il permesso di lasciare il territorio per raggiungere un Paese terzo e ricevere cure mediche che a Gaza, devastata dalla guerra, risultano impossibili o gravemente compromesse. Il viaggio, però, si è trasformato in un’altra prova di sopravvivenza quando un posto di blocco allestito da Hamas ha fermato il convoglio per più di un’ora, ritardando il trasferimento di pazienti che avevano già superato tutte le procedure di autorizzazione predisposte dalle autorità israeliane.
A renderlo noto è stato il Coordinamento delle attività del governo israeliano nei Territori (COGAT), secondo cui il passaggio era stato organizzato attraverso il valico di Kerem Shalom e riguardava persone dirette verso strutture sanitarie di Paesi terzi. L’episodio, ha sottolineato l’organismo israeliano, è stato condannato anche dalle Nazioni Unite, che hanno denunciato il ritardo imposto ai malati durante un’operazione esclusivamente umanitaria.
La vicenda richiama ancora una volta l’attenzione su un aspetto della guerra che raramente trova spazio nel dibattito internazionale. Mentre le accuse contro Israele occupano quotidianamente il centro della scena, le difficoltà create da Hamas agli stessi civili palestinesi finiscono spesso in secondo piano, anche quando riguardano l’accesso alle cure mediche. Il controllo esercitato dall’organizzazione sulla popolazione della Striscia continua infatti a incidere direttamente sulla libertà di movimento dei residenti, persino nei casi in cui sono coinvolti bambini, malati oncologici o pazienti che necessitano di interventi salvavita.
Secondo i dati diffusi da COGAT, dall’inizio della guerra Israele ha consentito l’uscita dalla Striscia di circa 50 mila persone dirette verso altri Paesi, nella grande maggioranza dei casi pazienti e loro accompagnatori. Si tratta di trasferimenti coordinati con organizzazioni internazionali e governi stranieri, attraverso un complesso sistema di autorizzazioni e controlli di sicurezza che coinvolge diversi attori umanitari.
Anche dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, il valico di Rafah ha continuato a funzionare per i movimenti autorizzati. Sempre secondo le autorità israeliane, dall’inizio della tregua circa 4.100 persone sono entrate nella Striscia, mentre oltre 4.400 l’hanno lasciata, soprattutto per motivi sanitari o umanitari.
L’episodio di Kerem Shalom assume un valore che va oltre il singolo ritardo. Chi aspettava di attraversare il confine aveva già affrontato mesi di guerra, bombardamenti e la scarsità di medicinali che affligge il sistema sanitario di Gaza. Ogni ora persa può avere conseguenze concrete quando si parla di terapie oncologiche, interventi chirurgici complessi o trattamenti specialistici disponibili soltanto all’estero.
La denuncia israeliana mette inoltre in evidenza una contraddizione destinata ad alimentare nuove polemiche. Da una parte Israele continua a sostenere di facilitare, quando le condizioni di sicurezza lo consentono, l’evacuazione dei civili bisognosi di cure; dall’altra accusa Hamas di utilizzare il controllo del territorio anche per ostacolare operazioni umanitarie rivolte alla stessa popolazione palestinese. Una dinamica che restituisce l’immagine di una Striscia nella quale la sofferenza dei civili resta ostaggio dei terroristi.
(Setteottobre, 3 luglio 2026)
........................................................
Il cattivo rapporto tra Trump e gli ebrei americani
di Sarah G. Frankl
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si chiede ancora una volta perché la maggior parte degli ebrei americani voti per i democratici e sostiene di essere stato il presidente statunitense più favorevole a Israele.
Ha rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista alla CNBC mentre criticava l’accordo nucleare con l’Iran del 2015 siglato dall’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama.
«Non riesco proprio a capire come un ebreo possa votare per un democratico», afferma Trump. «Perché sono stato il miglior presidente nella storia di Israele, e loro lo riconoscono — e, tra l’altro, in Israele credo di aver raggiunto il 99% o qualcosa del genere».
Trump ha storicamente ottenuto buoni risultati nei sondaggi tra gli israeliani, anche se il suo indice di gradimento in Israele è crollato da quando ha firmato un memorandum d’intesa con l’Iran che ha suscitato grave preoccupazione tra i funzionari israeliani e che, secondo alcuni osservatori, è più dannoso per la sicurezza di Israele rispetto all’accordo del 2015. Un sondaggio pubblicato il mese scorso dall’Israel Democracy Institute ha rilevato che solo il 44% degli israeliani ritiene che la sicurezza di Israele sia una delle principali preoccupazioni di Trump.
Durante il suo primo mandato e soprattutto durante la campagna presidenziale del 2024, Trump ha ripetutamente messo in discussione il motivo per cui la maggior parte degli ebrei americani abbia storicamente votato per i democratici. Nel 2024, ha cominciato a dire che gli ebrei che votavano per i democratici «dovrebbero farsi controllare la testa».
I sondaggi all’uscita dalle urne hanno mostrato che nel 2016, nel 2020 e nel 2024 la maggior parte degli ebrei americani ha votato per il candidato presidenziale democratico invece che per Trump. Un sondaggio condotto ad aprile tra gli ebrei americani ha rilevato che solo il 22% approva la sua performance come presidente.
(Rights Reporter, 3 luglio 2026)
........................................................
Il sionismo secondo Einstein e Primo Levi: molto diverso dalla caricatura propal
di Nathan Greppi
Albert Einstein e Primo Levi vengono spesso arruolati post mortem contro Israele e il sionismo. Ma rileggendo le loro parole emerge un quadro molto diverso: critico, complesso, tutt’altro che riducibile alla propaganda propal.
Una delle tecniche maggiormente adoperate dai propal per imporre la loro narrazione è utilizzare ebrei di estrema sinistra come foglie di fico per legittimare il loro odio nei confronti d’Israele e degli ebrei sionisti.
Ma in alcune occasioni si sono spinti oltre, annoverando “post mortem” tra le loro fila intellettuali ebrei che, secondo loro, erano ostili a Israele e al sionismo. Ma se si gratta la superficie, emerge quanto si tratti di un’operazione faziosa.
• Il discorso di Einstein
Un caso emblematico è quello di Albert Einstein. Nel corso degli anni, non sono mancati i tentativi di dipingerlo come critico nei confronti del sionismo in quanto forma di nazionalismo, nonché più propenso all’idea di creare uno Stato binazionale per ebrei e arabi. Lo fece, ad esempio, il giornalista americano Fred Jerome nel suo libro del 2009 Einstein on Israel and Zionism.
Tuttavia, a smontare almeno in parte questa tesi ci ha pensato il testo di un discorso pubblico che il celebre scienziato avrebbe dovuto tenere nel 1955 in occasione di Yom HaAtzmaut, il giorno dell’indipendenza d’Israele, ma non poté perché morì pochi giorni prima delle celebrazioni.
Il testo, riportato sul sito ebraico americano Tablet Magazine, è stato reso pubblico nel 2013 dall’Archivio di Stato d’Israele e dall’Archivio Albert Einstein dell’Università Ebraica di Gerusalemme.
“Oggi è il settimo anniversario della nascita dello Stato di Israele. La fondazione di questo Stato è stata largamente approvata e riconosciuta a livello internazionale con l’intento di proteggere i resti del popolo ebraico dagli indescrivibili orrori della persecuzione e dell’oppressione”, affermava Einstein.
“Perciò, la fondazione di Israele è un evento che impegna attivamente la coscienza di questa generazione. Pertanto, è un amaro paradosso il fatto che un Paese che è stato creato per difendere un popolo martoriato debba a sua volta affrontare gravi minacce alla sua stessa sicurezza. Le coscienze universali non possono rimanere indifferenti a un tale pericolo”.
Più avanti, scrisse parole che avrebbero potuto essere pronunciate anche oggi: “Non è giusto che l’opinione pubblica mondiale critichi solo la reazione di Israele alle ostilità e non si sforzi attivamente di porre fine all’ostilità araba che è alla radice delle tensioni”.
Aggiunse inoltre: “Le politiche internazionali in Medio Oriente dovrebbero essere fondate sugli sforzi di assicurare la pace a Israele e ai suoi vicini. Ciò sarebbe coerente con gli ideali di pace e fratellanza che sono il più grande contributo che il popolo ebraico ha dato nella sua lunga storia”.
• La lettera di Primo Levi
Un altro intellettuale ebreo spesso critico nei confronti d’Israele, ma che non per questo era antisionista — perlomeno nel modo in cui questo termine viene inteso oggi — è Primo Levi.
Lo dimostra una lettera inclusa nel recente volume Mi interessa la gente perché ne faccio parte, che raccoglie gli scambi epistolari tra l’autore di Se questo è un uomo e studenti e insegnanti delle scuole dove andava a parlare.
In una lettera datata 3 gennaio 1976, Levi disse che “in altri tempi ho sperimentato di persona che cosa sia il razzismo, e l’equiparazione che oggi se ne fa con il sionismo non può che riempirmi di indignazione, come ogni persona non prevenuta”. Pochi mesi prima della lettera, l’ONU aveva emanato una risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo, poi abrogata nel 1991.
Levi aggiunse anche: “Si tratta di una falsità patente, già fin nella sua terminologia, poiché il sionismo è un movimento storico quasi secolare — e che, sia detto per inciso, nel 1948 ha ricevuto un solenne avallo da quegli stessi governi sedicenti socialisti che oggi lo vilipendono — mentre il razzismo è un’ideologia pseudoscientifica aberrante”.
Lo scrittore premette “che non sono sionista — se lo fossi, sarei in Israele —: ma ognuno sa che il sionismo ha preceduto Israele, che è stato mosso fin dai suoi inizi da principi ugualitari e libertari, e che ha acquistato vigore proprio come un movimento di salvataggio degli ebrei oppressi dall’assolutismo zarista prima, e dalla barbarie nazista poi”.
Ci tenne a ricordare che “proprio nei paesi del blocco orientale e nei paesi arabi gli ebrei sono sottoposti a un regime di discriminazione assai più grave di quello a cui sottostanno gli arabi residenti in Israele”.
Rileggere oggi le parole di Einstein e Levi dimostra come i semi dell’odio e della disinformazione contro Israele, che oggi stanno dando i loro frutti avvelenati, avessero iniziato a germogliare già decenni or sono. Cambiano i dettagli, ma la sostanza è sempre la stessa.
(InOltre, 3 luglio 2026)
........................................................
Il memorandum USA-Iran, l’appeasement e le lezioni incompiute della storia europea
Il memorandum USA-Iran riapre il negoziato, ma anche il fantasma dell’appeasement. Il parallelo con gli anni Trenta non serve a sovrapporre passato e presente, ma a segnalare un rischio: confondere una pausa diplomatica con una soluzione stabile, concedendo tempo strategico a un regime ostile senza garanzie reali di verifica e deterrenza.
di Luca Longo
Il 17 giugno Washington e Teheran hanno firmato un memorandum d’intesa che – almeno nelle intenzioni di Trump – è destinato a risolvere il sempre più imbarazzante conflitto con l’Iran. Come sappiamo, il documento prevede un cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz e una finestra di sessanta giorni di negoziati per definire un nuovo quadro di de-escalation del conflitto e, soprattutto, il controllo sul programma atomico iraniano.
Non si tratta certo di un accordo di pace strutturato, né di un’intesa operativa completa. È, piuttosto, una cornice politica ancora vuota nei contenuti essenziali: un elenco di principi generali – spesso ambigui o interpretati diversamente dalle due parti – che dovranno essere riempiti dalle successive trattative. In termini sostanziali, rappresenta l’apertura di un processo negoziale basato su un documento le cui pagine sono tutte da scrivere.
Sul piano militare, Washington parte dal – terribilmente rischioso – presupposto che le infrastrutture nucleari e missilistiche iraniane abbiano subito danni tali da rendere possibile una fase diplomatica. Basandosi su questa traballante premessa, la logica dichiarata dell’amministrazione statunitense è quella di evitare un’escalation regionale, contenere i costi economici del conflitto e prevenire nuove tensioni sui mercati energetici globali. Quella non dichiarata è arrivare alle elezioni di midterm contenendo il più possibile la prevedibile batosta per il partito del presidente.
Israele – pienamente coinvolto in termini di conseguenze, ma completamente estraneo alle trattative – osserva questa dinamica con crescente cautela. Il punto centrale del dissenso non riguarda tanto la necessità di una pausa militare, quanto l’interpretazione politica di tale pausa: se sia l’inizio di una soluzione stabile o semplicemente un’interruzione temporanea di un conflitto strutturale.
• La paura strategica: pausa o soluzione?
La distinzione è cruciale. Nella lettura di Tel Aviv, il rischio è che la diplomazia venga interpretata come un sostituto della deterrenza, mentre sul terreno le capacità residue iraniane restano sostanzialmente intatte o rapidamente ricostruibili.
L’Iran, dal canto suo, entra nel negoziato con una posizione rafforzata da un elemento strutturale: il tempo. Ogni fase di alleggerimento delle tensioni comporta potenzialmente un margine di recupero economico e industriale, attraverso la ripresa parziale delle esportazioni energetiche, la riallocazione delle risorse interne, l’eliminazione delle sanzioni e l’accesso a nuove finanze. Fra queste, l’introduzione – mai attuata finora – di dazi sul passaggio delle navi per Hormuz se non, addirittura, la pretesa di risarcimenti per i danni di guerra.
Il risultato è una dinamica asimmetrica: mentre per Washington il negoziato è uno strumento per stabilizzare il sistema regionale, per Teheran diventa il trucco per ridistribuire il tempo strategico.
Ed è proprio in questo punto che, chi ama la storia, vede riemergere dal passato un riferimento preciso: la politica di appeasement degli anni Trenta del Novecento.
• L’Europa degli anni Trenta e la nascita dell’appeasement
Torniamo – per un momento – all’Europa tra le due guerre mondiali, un continente segnato da una frattura psicologica profonda: la Prima guerra mondiale aveva lasciato oltre 16 milioni di morti e una convinzione diffusa, soprattutto in Francia e Regno Unito, che un nuovo conflitto su scala simile dovesse essere evitato a ogni costo.
Il Trattato di Versailles del 1919 – e la sua sostanziale ratifica anche da parte tedesca con il Trattato di Locarno del 1925 – avevano lo scopo di garantire un definitivo contenimento della Germania. Ma questa illusione si rivelò tale prima della fine degli anni Venti. La crisi economica del 1929 aggravò ulteriormente le tensioni politiche interne alle democrazie europee, rafforzando movimenti pacifisti e alimentando la percezione che il revisionismo tedesco potesse essere, almeno in parte, negoziabile.
È in questo contesto che emerge la figura di Neville Chamberlain, primo ministro britannico dal 1937 al 1940, diventato il simbolo della politica di appeasement. L’idea di fondo era semplice: concedere revisioni limitate dell’ordine post-bellico per evitare una nuova guerra generale.
• Le tappe della crisi: dalla Renania a Monaco
La strategia di appeasement non si sviluppò come un singolo atto, ma attraverso una sequenza di concessioni progressive.
Nel marzo 1936 la Germania nazista rimilitarizzò la Renania, violando sia Versailles sia Locarno. La risposta franco-britannica fu limitata: nessuna azione militare venne intrapresa per fermare l’operazione, anche perché l’opinione pubblica britannica era largamente contraria a un nuovo conflitto.
Nel marzo 1938 arrivò l’Anschluss, l’annessione dell’Austria al Reich tedesco. Anche in questo caso, le potenze occidentali non intervennero, interpretando l’evento come una possibile “riunificazione nazionale” del popolo tedesco.
La crisi raggiunse il suo punto culminante nel settembre 1938 con la Conferenza di Monaco. Germania, Regno Unito, Francia e Italia accettarono la cessione dei Sudeti alla Germania in cambio della promessa di Adolf Hitler di non avanzare ulteriori rivendicazioni territoriali.
Chamberlain tornò a Londra dichiarando di aver garantito “peace for our time”. La frase sarebbe diventata uno dei simboli della più disastrosa diplomazia del XX secolo.
• Il collasso dell’illusione
La realtà smentì rapidamente quelle aspettative. Nel marzo 1939 la Germania occupò il resto della Cecoslovacchia, dimostrando che gli accordi di Monaco non avevano alcun valore vincolante.
Pochi mesi dopo, il 1° settembre 1939, l’invasione della Polonia segnò l’inizio della Seconda guerra mondiale. Il sistema di appeasement si era rivelato incapace di prevenire il conflitto e, secondo molte interpretazioni storiche successive, aveva contribuito a rafforzare la posizione strategica del regime nazista, consentendogli di accumulare risorse e tempo.
Da allora, il termine “appeasement” è entrato stabilmente nel lessico della politica internazionale come indicazione di una strategia in cui concessioni diplomatiche non accompagnate da adeguati strumenti di deterrenza possono essere interpretate non come un incentivo alla moderazione, ma come un segnale di debolezza.
• L’Iran e il parallelo con gli anni Trenta
Il parallelismo tra la politica di appeasement degli anni Trenta e l’attuale gestione del dossier iraniano non è una trasposizione meccanica della storia, ma può essere utilizzato come categoria interpretativa per leggere la dinamica tra concessioni diplomatiche e capacità di deterrenza.
Nel caso iraniano, il nodo centrale riguarda la combinazione tra programma nucleare, capacità missilistica e influenza regionale. Secondo le valutazioni pubbliche dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, l’Iran ha accumulato negli ultimi anni quantità significative di uranio arricchito a diversi livelli di purezza, inclusi stock superiori al 60%, una soglia tecnicamente prossima a quella di utilizzo militare, pur non equivalendo automaticamente alla costruzione di un’arma.
Il punto critico non è solo quantitativo, ma strutturale: la capacità di arricchimento, la distribuzione degli impianti e la difficoltà crescente di monitoraggio internazionale dopo la crisi del JCPOA. Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nel 2018 e il successivo deterioramento del sistema ispettivo hanno bloccato – e bloccano tuttora – qualsiasi possibilità di verifica.
In questo quadro, Israele interpreta la fase negoziale come un potenziale fattore di rischio strategico: non tanto per l’idea del negoziato in sé, quanto per la possibilità che il tempo diplomatico si traduca in tempo operativo per il consolidamento delle capacità iraniane.
Gli Stati Uniti, al contrario, operano su un diverso asse di priorità: contenimento del conflitto regionale, stabilità dei flussi energetici globali e prevenzione di un’escalation che potrebbe coinvolgere il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz. L’asimmetria tra questi obiettivi produce una tensione strutturale tra alleati.
L’Iran, infine, si muove all’interno di una logica di sopravvivenza strategica del regime, in cui la capacità nucleare potenziale è percepita come elemento di deterrenza politica prima ancora che militare. In questo senso, il negoziato non è visto soltanto come uno strumento di de-escalation, ma anche come un mezzo per guadagnare margini temporali e diplomatici.
È proprio questa triade di interessi divergenti — contenimento, deterrenza e sopravvivenza — che rende il confronto contemporaneo vulnerabile a interpretazioni storiche di lungo periodo.
• La lezione della storia e il peso delle analogie
Il ricorso al concetto di appeasement nella lettura del presente non implica un’equivalenza tra contesti storici, ma segnala un problema ricorrente nelle relazioni internazionali: la difficoltà di calibrare concessioni diplomatiche e capacità coercitiva.
Negli anni Trenta, la politica di Chamberlain si sviluppò in un contesto segnato da tre fattori strutturali: il trauma della Prima guerra mondiale, la fragilità delle democrazie europee e la sottovalutazione della velocità con cui il riarmo tedesco stava modificando gli equilibri strategici. Le concessioni territoriali — dalla Renania all’Anschluss fino ai Sudeti — vennero interpretate da Berlino non come un punto di arrivo, ma come una fase di transizione.
Il limite di quella strategia non fu soltanto politico, ma informativo: la difficoltà di valutare correttamente le intenzioni dell’attore revisionista e la sua reale disponibilità a rispettare gli accordi.
Quasi un secolo dopo, con questa nuova versione di appeasement, ci troviamo di fronte a un rischio analogo: che un accordo parziale o un cessate il fuoco non accompagnato da meccanismi robusti di verifica e deterrenza sia interpretato in modo ben diverso dalle parti coinvolte.
Tuttavia, la comparazione presenta anche limiti evidenti. Il sistema internazionale attuale è caratterizzato da una maggiore interdipendenza economica, da capacità tecnologiche di monitoraggio molto più avanzate e da un quadro istituzionale multilaterale che, pur fragile, non esisteva negli anni Trenta.
La storia, in questo senso, non fornisce modelli replicabili, ma schemi interpretativi. Il rischio non è quello di ripetere esattamente il passato, ma di riprodurne alcune dinamiche strutturali: l’illusione che il tempo diplomatico sia neutrale, la difficoltà di valutare le intenzioni strategiche e la tendenza a confondere riduzione della tensione con risoluzione del conflitto.
Nel caso iraniano, la domanda centrale rimane aperta: il negoziato in corso rappresenta un passaggio verso una stabilizzazione duratura o semplicemente una pausa all’interno di una competizione strategica non risolta?
La storia degli anni Trenta suggerisce cautela, non perché si ripeta, ma perché mostra con chiarezza come le percezioni di equilibrio possano cambiare rapidamente quando i rapporti di forza evolvono più velocemente delle architetture diplomatiche.
La lezione dell’appeasement non è che la diplomazia fallisce, ma che la diplomazia senza una chiara struttura di deterrenza e verifica può produrre effetti opposti a quelli desiderati. Nel confronto con l’Iran, come in altri dossier di sicurezza internazionale, il punto decisivo non è la scelta tra dialogo e forza, ma la capacità di rendere credibili e verificabili gli impegni assunti.
La storia non si ripete mai in forma identica, ma continua a offrire segnali a chi è disposto a leggerli con attenzione.
Prima di firmare il memorandum d’intesa con l’Iran, Trump ha proclamato che “questo grande accordo porterà pace e sicurezza all’intera regione”. Affermare di stare stringendo la pace con un regime tirannico determinato a distruggere un alleato vulnerabile, escludendolo dai negoziati, minando la sua capacità di difendersi e imponendogli di fare ciò che gli viene detto, nella convinzione di sapere cosa sia meglio per lui, mostra terribili analogie con la storia.
Vogliamo concludere con un altro modesto parallelismo storico, direttamente connesso con lo smisurato ego del presidente americano? Eccolo. Chamberlain fu candidato al Premio Nobel per la Pace nel 1939 per il suo ruolo nell’Accordo di Monaco dell’anno precedente. Anche Adolf Hitler fu candidato. Tuttavia, quell’anno non fu assegnato alcun Premio Nobel per la Pace, poiché la politica di appeasement era fallita, i nazisti avevano annesso la Cecoslovacchia e poi invaso la Polonia, e la Seconda guerra mondiale era iniziata.
(InOltre, 2 luglio 2026)
........................................................
Sa’ar e Huckabee firmano un accordo per la costruzione di una sede permanente dell’ambasciata Usa a Gerusalemme
Israele e gli Stati Uniti hanno firmato mercoledì un accordo per l’assegnazione di un terreno destinato alla costruzione di un’ambasciata statunitense permanente a Gerusalemme. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar e l’ambasciatore statunitense in Israele Mike Huckabee hanno firmato l’accordo durante una cerimonia tenutasi presso il Ministero degli Esteri israeliano nella Capitale, alla presenza del sindaco di Gerusalemme Moshe Lion. L’accordo prevede l’assegnazione del complesso Allenby, nella zona sud di Gerusalemme, a due passi dall’attuale ambasciata, per la costruzione di un edificio permanente.
“Questo accordo va ben oltre la semplice assegnazione di terreni”, ha dichiarato Sa’ar in un comunicato stampa diffuso dal suo ufficio. “È un riconoscimento della storia e una dichiarazione del nostro futuro comune”. Sa’ar ha definito la decisione del presidente statunitense Donald Trump del 2017 di riconoscere Gerusalemme come Capitale dello Stato ebraico “un atto di giustizia storica” e ha affermato che il complesso permanente consoliderà la decisione “per le generazioni a venire”. Ha inoltre descritto Israele come la “risorsa strategica più importante degli Stati Uniti in Medio Oriente“, affermando che i due Paesi sono partner “indispensabili”.
Huckabee ha affermato che gli Stati Uniti avrebbero costruito un “magnifico e splendido nuovo complesso per l’ambasciata statunitense” che avrebbe rafforzato i legami bilaterali. “La decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come Capitale di Israele e di trasferirvi l’ambasciata è stata motivata dall’applicazione della legge statunitense e dal riconoscimento del profondo e storico legame del popolo ebraico con la sua Capitale eterna, un legame che risale a migliaia di anni fa”, ha affermato. Huckabee ha fatto notare che l’accordo è stato firmato alla vigilia del 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti. “I valori giudeo-cristiani che hanno ispirato i padri fondatori dell’America provengono da Gerusalemme e da tutta la terra d’Israele”, ha dichiarato.
Lion ha affermato che l’accordo ha trasformato la decisione di Trump “da carta a pietra”, aggiungendo che Gerusalemme è sempre stata la Capitale eterna della nazione ebraica. “Desidero esprimere la mia più profonda gratitudine al Presidente Trump per il suo sostegno a Gerusalemme, all’Ambasciatore Mike Huckabee, un vero difensore della nostra città, e al Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar per aver guidato questo processo fondamentale”, ha dichiarato. L’Amministrazione Trump ha riconosciuto Gerusalemme come Capitale di Israele nel dicembre 2017 e ha trasferito la propria ambasciata nella città santa nel maggio successivo. L’ambasciata, che in precedenza aveva sede a Tel Aviv, trasferì l’ufficio dell’ambasciatore e circa 50 membri del personale in un ex consolato statunitense già esistente a Gerusalemme. All’epoca fu concordato che in città sarebbe stato costruito un edificio completamente nuovo per l’ambasciata.
(HaKol, 2 luglio 2026)
........................................................
I Lanternari: «Torniamo al nostro kibbutz, ma in una nuova casa»
di Daniel Reichel
Nella sua casa di Modena Daniel Lanternari prepara il rientro al kibbutz Nir Yitzhak, a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza. La famiglia non tornerà nell’abitazione lasciata dopo il 7 ottobre 2023. «Non ci sono più segni di proiettili, è stata rimessa a posto e il kibbutz l’ha ristrutturata, ma non ci andremo ad abitare. Staremo dai nonni finché la casa nuova non sarà finita», spiega Lanternari. Il 7 ottobre lui, la moglie e i tre figli si sono salvati per un soffio dalla strage: i terroristi palestinesi erano entrati nella loro abitazione, avevano sparato, devastato le stanze, rubato le auto. Una porta li ha tenuti in vita.
• Il 7 ottobre dei Lanternari
Sono passati mille giorni da quella mattina. Mille giorni da quando l’esistenza dei Lanternari, come quella di tutta Israele, si è divisa in un prima e in un dopo. «Non ho assolutamente messo da parte il 7 ottobre. È molto presente», racconta Daniel. «Tutto quello che senti in Italia, gli attacchi contro Israele, ti porta a rivivere quei momenti, a chiederti come quel giorno sia stato dimenticato». A Nir Yitzhak sono stati uccisi sei uomini della squadra di sicurezza e un soldato. Sette persone sono state prese in ostaggio: tre liberate nello scambio con Hamas del novembre 2023, due salvate dall’esercito israeliano, due morte in prigionia. I Lanternari erano chiusi nella stanza rifugio. Daniel e il figlio Yotam avevano visto i terroristi avvicinarsi. «Li abbiamo sentiti girare per casa, mangiare le nostre cose mentre eravamo barricati dietro la porta del mamad», aveva raccontato Daniel. Una delle auto rubate alla famiglia fu poi usata per un rapimento. Dopo quattordici ore nel rifugio, la famiglia fu evacuata. Prima Eilat, grande centro di accoglienza per gli sfollati. Poi l’Italia. Non Roma, dove Daniel è cresciuto e ha famiglia, ma Modena. Una scelta temporanea. «Sapevo che sarebbe stata una cosa provvisoria. Questi due anni in Italia da israeliano e da ebreo sono stati molto duri». Non ci sono state aggressioni, ma il clima è stato pesante. «Ad esempio il 25 aprile senti i vicini gridare che è tutta colpa degli ebrei, degli israeliani. Non sono cose nuove, però ti mette a disagio. Capisci che l’antisemitismo non è sparito».
• Il ritorno a Nir Yitzhak
Ora il ritorno. «Proprio in questi giorni stiamo facendo pacchi e pacchetti e rientreremo in Israele». La casa che stavano costruendo a Nir Yitzhak prima del 7 ottobre era rimasta ferma per oltre un anno. Ora i lavori sono ripresi. «Siamo sette famiglie che stanno costruendo insieme le nuove case. Speriamo che durante l’estate la costruzione finisca e così potremo entrare». Sulla sicurezza, aggiunge, «in Israele non c’è un posto davvero garantito: sud, nord, Tel Aviv, ogni luogo può essere un obiettivo. Però i bambini da noi nel kibbutz vivono molto più liberi rispetto ai coetanei nelle città qui in Italia». Il ritorno non cancella il trauma. «Sicuramente sarà strano. Non so quali sensazioni verranno fuori. Il 7 ottobre ha cambiato moltissimo: le persone, ma anche il modo di vivere». Anche il kibbutz è cambiato: le tracce degli scontri sono scomparse, ma sono nati luoghi del ricordo. «Per ogni ragazzo assassinato il 7 ottobre è stato creato un angolo per commemorarlo, magari in un posto legato a lui». Davanti alla loro casa c’era il punto in cui è stato ucciso Lior, uno dei giovani del kibbutz. «Lui amava i trattori e i bambini e allora hanno trasformato il luogo in cui è morto, posizionando un trattore, una panchina e dei libri per i bambini. Si cerca di ricordare così le persone: con un posto di memoria, ma legato a memorie positive». Per le figlie di Daniel il rientro ha il sapore dell’attesa e della perdita. «Le sensazioni sono miste. Da una parte sono molto contente di tornare». La più piccola inizierà l’anno del Bat mitzvah nel kibbutz. Dall’altra parte lascia l’Italia, la scuola, le amicizie costruite in quasi due anni. «È contenta, ma anche dispiaciuta. Non è facile lasciare». Yotam, il figlio maggiore, ha perso alcuni amici il 7 ottobre e ha provato a ricostruire la propria quotidianità attraverso il calcio: prima l’Hapoel Beer Sheva, poi la Spagna, alla Palencia Football Academy vicino a Madrid, per inseguire il sogno di diventare professionista. Ora il ritorno in Israele e gli allenamenti con il Beitar Yerushalayim. «È una strada che continua. Vediamo come andrà», sottolinea il padre. Il 7 ottobre resta lì, nella memoria e nel presente. «Ogni tanto la mente torna a quei momenti. E torna anche con rabbia. Perché, oltre ad aver sofferto e passato quello che hai passato, ti vengono anche a dire certe cose».
(Pagine Ebraiche, 2 luglio 2026)
........................................................
Benjamin Netanyahu è il responsabile delle manifestazioni e degli atti contro gli ebrei? La storia ci dice di no. Da duemila anni
di Paolo Salom
[Voci dal lontano Occidente]
Qualche giorno fa, riordinando le mie carte, mi sono imbattuto in una vecchia intervista che avevo fatto con Moshe Kantor, presidente dell’European Jewish Congress. Argomento del nostro colloquio: l’antisemitismo in crescita in Europa e nel mondo. Kantor esprimeva la preoccupazione per un fenomeno antico che, una quindicina di anni fa, appariva di nuovo nelle nostre strade, tanto che “i luoghi di culto e di istruzione devono essere protetti dalle autorità mentre sui media si moltiplicano le accuse allo Stato di Israele”. Vi confesso che un po’ mi ha sorpreso rileggere quelle parole. Perché ho pensato al recente incontro, nell’Aula Magna della scuola ebraica, con l’analista israeliano Lion Udler e con il docente italo-iraniano Pejman Abdolmohammadi, sul tema “Il nuovo Medio Oriente”.
Al termine di una vivace discussione, accolta con partecipazione e interesse dai molti presenti, al momento delle domande del pubblico, si è levata una voce che, in contrasto a quanto affermato fino a quell’istante, attribuiva alle azioni di Benjamin Netanyahu e del suo governo la recrudescenza di manifestazioni e atti anti ebraici. La discussione si era interrotta un po’ bruscamente perché l’intervento in questione non era formulato come domanda e aveva suscitato insofferenza tra i presenti. Quelle parole tuttavia mi sono rimaste in mente intanto perché mi sono chiesto se e come avrei potuto rispondere meglio e puntualmente. E poi perché ho continuato a riflettere sul loro significato: evidentemente erano il segnale di un disagio e comunque di un modo di sentire reale e condiviso da molti.
Eccoci dunque alla possibile risposta che, senza volerlo, Moshe Kantor mi ha suggerito grazie alle sue parole “antiche”. L’antisemitismo è un fenomeno che non ha nulla a che vedere con quanto gli ebrei (o Israele) fanno o non fanno. L’antisemitismo esiste perché è parte della cultura dominante in Occidente (di matrice cristiana) e in Medio Oriente (di matrice islamica). Quanto al resto del mondo, si tratta di fenomeni derivati da una parte o dall’altra a seconda delle alleanze e delle convenienze politico-strategiche e dunque interessano poco al nostro tema.
Altri prima e meglio di me hanno cercato di spiegare quest’odio che prosegue da duemila anni con momenti di maggiore o minore recrudescenza. Tanti, troppi dei nostri fratelli e sorelle hanno sofferto nei secoli senza aver fatto null’altro che esistere. Dentro di noi sappiamo che è così. Sappiamo tutti che non dipende da noi ma dagli “altri”. L’antisemitismo continuerebbe a tormentarci anche se Israele, per assurdo, cessasse di difendersi e, quindi, di esistere. Anche se al governo a Gerusalemme non ci fosse Netanyahu ma un esponente del centro o della sinistra. Come lo so? Intanto perché quando Kantor parlava dell’odio intorno a noi Bibi non era premier eppure la paura era diffusa comunque. Ma lo stesso ragionamento vale per le epoche precedenti alla nascita di Israele: cosa avevano fatto gli ebrei per suscitare tanta violenza contro di loro? Ricordate di cosa ci accusavano? Di essere i responsabili delle storture del capitalismo e, allo stesso tempo, di aver inventato il comunismo (questo in tempi recenti); e prima ancora di diffondere malattie e far sparire bambini cui cavavamo il sangue per “impastare le azzime”.
Non proseguo oltre. Sapete tutti di cosa parlo. E, credo, sia venuto il momento di affrontare con coraggio la realtà. Questo mondo ci odia per ragioni che, lo ripeto, non dipendono da noi. E non ha nemmeno troppo senso cercare di spiegarle: perché comunque continuerebbero a esistere dal momento che sono al fondamento delle civiltà che ci circondano. Non sta a noi emendarle, non sta a noi spiegare che il nostro diritto a stare su questa Terra così come siamo, per un Patto più antico del loro, ha valore in sé, è la nostra identità di popolo, di comunità che ha superato le prove più terribili da che esiste l’umanità.
Ci vuole coraggio, sì, ed è comprensibile l’angoscia che ci avvolge quando la temperatura si fa rovente intorno a noi. Ma è inutile rifugiarsi nel pensiero che noi – o qualcuno tra noi – sia in parte responsabile di tutto ciò. Non è così e cambiare per assecondare i nostri nemici non porterebbe alcun bene. Il 7 ottobre è lì a ricordarcelo. Così come la Shoah ottant’anni or sono. La sfida è immensa. Ma, tutti insieme, possiamo superarla.
(Bet Magazine Mosaico, 2 luglio 2026)
........................................................
Il problema non è Netanyahu. Il problema siamo noi
In Israele si discute di nuovo di unità. Benjamin Netanyahu parla di un «ampio governo nazionale». I politici dell’opposizione parlano di responsabilità. I commentatori spiegano ogni giorno perché il Paese debba ora restare unito.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Dopo quasi tre anni di guerra, dopo il trauma del 7 ottobre, dopo i combattimenti nella Striscia di Gaza, in Libano e contro l’Iran, ci si aspetterebbe che gli israeliani si fossero avvicinati di più. Eppure sembra essere vero proprio il contrario. Un recente sondaggio del quotidiano Israel Hayom e dell’istituto Kantar mostra tutta la contraddittorietà della società israeliana. A prima vista, il desiderio di unità sembra essere forte. La maggioranza degli intervistati sostiene in linea di principio l’idea di un ampio governo nazionale dopo le elezioni. Tra tutti gli intervistati, il consenso si attesta al 43 per cento contro il 30 per cento di opposizione. Tra gli israeliani ebrei il sostegno è ancora più netto: 47 per cento contro il 26 per cento.
All’interno della coalizione di governo il consenso è schiacciante: il 61% è favorevole a un governo nazionale di ampio respiro, mentre solo il 13% lo rifiuta. Nell’opposizione, invece, prevale lo scetticismo, con il 48% di opposizione contro il 33% di consenso, non da ultimo perché è lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu a promuovere questa idea. Ma questi numeri raccontano solo metà della storia. Infatti, non appena gli intervistati vengono messi di fronte ai compromessi concreti che sarebbero necessari per un governo di questo tipo, il consenso crolla visibilmente.
Tra gli elettori della destra, solo il 30 per cento sarebbe disposto ad accontentarsi di una riforma giudiziaria solo parziale. Solo il 22 per cento accetterebbe lo sgombero degli avamposti ebraici nel cuore biblico della Giudea e della Samaria. Allo stesso tempo, raddoppia la percentuale di coloro che non vogliono fare alcuna concessione. In altre parole: molti esponenti della destra desiderano sì un governo di unità nazionale, ma solo a condizione che personalità dell’attuale opposizione come Gadi Eisenkot, Avigdor Liberman o Naftali Bennett rimangano politicamente irrilevanti – come semplici comparse, non come protagonisti.
D’altra parte, il quadro non è molto diverso. Solo il 21% dei sostenitori dell’opposizione sarebbe disposto ad accontentarsi di una parziale chiamata alle armi degli ebrei ultraortodossi. Il 22% accetterebbe una commissione d’inchiesta statale sul massacro del 7 ottobre. Ma ben il 46% rifiuta in linea di principio qualsiasi compromesso. Anche in questo caso si sogna un governo di unità nazionale, ma senza gli ebrei ortodossi, perché considerati obiettori di coscienza, senza i ministri di destra Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, perché ritenuti troppo radicali, e naturalmente senza Netanyahu.
In breve: tutti vogliono l’unità. Ma solo alle proprie condizioni, per favore. Ed è proprio qui che inizia il vero problema di Israele. Non con Netanyahu. Non con Yair Lapid. Non con Bennett. Non sta negli ebrei ortodossi. Non sta nei coloni. Ma sta in noi. Perché, se siamo onesti, non si tratta di un fenomeno nuovo. Accompagna il nostro popolo da più di tremila anni.
Già Mosè, il più grande leader della storia ebraica, non riuscì a tenere unito il popolo. Appena Dio ebbe condotto Israele fuori dall’Egitto, iniziarono le lamentele. Ci furono critiche, resistenza e aperta ribellione. Alcuni volevano tornare in Egitto. Altri dubitavano di Mosè. Altri ancora credevano di poter guidare Israele meglio di lui. Korach si oppose addirittura a Mosè con un argomento apparentemente democratico: «Tutta la comunità è santa». Perché allora ci sarebbe bisogno di una guida speciale? La domanda suona moderna. Potrebbe essere posta anche oggi in qualsiasi dibattito politico televisivo.
Ma la Bibbia chiarisce che dietro la richiesta di uguaglianza si nasconde spesso una lotta di potere. Non si trattava di unità. Si trattava di chi avesse il diritto di decidere. Da allora poco è cambiato. Durante il periodo dei Giudici, la Bibbia descrive la situazione con una frase che potrebbe valere anche per la politica israeliana del 2026: «Ciascuno faceva ciò che era giusto ai propri occhi». È esattamente ciò che viviamo oggi. Ognuno possiede la propria verità. Ognuno crede di rappresentare il vero Israele. Ognuno è convinto che la parte avversa stia conducendo il Paese verso l’abisso. I religiosi contro i laici. La sinistra contro la destra. Tel Aviv contro la Giudea e la Samaria. Gli ortodossi contro l’esercito. L’esercito contro i politici. I politici gli uni contro gli altri. E nel mezzo, un popolo che anela all’unità, ma non è disposto a pagarne il prezzo.
Eppure la Bibbia ci mostra anche qualcos’altro. Anche quando Israele ebbe finalmente dei re, le tensioni non scomparvero. Saul fu osteggiato. Davide dovette lottare per anni per ottenere il riconoscimento. Dopo la morte di Salomone, il regno si frammentò addirittura completamente in due regni: Israele e Giuda. Perché?
Perché la leadership politica da sola non basta mai. I profeti di Israele avevano compreso qualcosa che i politici moderni spesso dimenticano. Il problema di un popolo non ha origine nella Knesset. Ha origine nel cuore. Ecco perché Isaia, Geremia e Ezechiele non parlano innanzitutto di riforme politiche. Parlano della condizione spirituale del popolo. Ezechiele descrive la futura redenzione di Israele seguendo una sequenza degna di nota. Dio raccoglierà innanzitutto i dispersi e ne farà nuovamente «un popolo». Solo dopo darà loro un pastore comune. La politica moderna ragiona esattamente al contrario. Noi cerchiamo prima di tutto il leader giusto. La Bibbia cerca prima di tutto l’identità comune.
Forse è qui che sta la chiave per comprendere la crisi attuale. Oggi Israele non discute solo di Netanyahu. Israele discute su cosa debba essere, in fondo, Israele. Uno Stato occidentale come tutti gli altri? Uno Stato ebraico? Uno Stato democratico? Uno Stato della Torah? Uno Stato delle élite dell’alta tecnologia? Uno Stato della tradizione? Finché questa domanda fondamentale rimarrà senza risposta, ogni elezione non farà che generare nuovi conflitti.
La verità è scomoda: Israele non soffre di una carenza di politici. Israele soffre di una mancanza di un destino comune. La storia insegna che un popolo senza una visione comune va in pezzi.
La storia di Israele lo conferma ripetutamente. Per questo motivo, la questione cruciale delle prossime elezioni di ottobre non sarà chi diventerà primo ministro. La domanda fondamentale è: il popolo di Israele ha ancora un’idea comune di chi sia? Perché se perdiamo questa risposta, nessun politico potrà salvarci. Un popolo che riscopre il proprio destino comune imparerà anche a camminare di nuovo insieme. È proprio questo ciò di cui Israele ha bisogno ora e immediatamente.
(Israel Heute, 2 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Ex attivista “filopalestinese” racconta il suo cambiamento di opinione
Taryn Thomas faceva parte del movimento “filopalestinese” presso l’Università di Stanford, negli Stati Uniti. Dopo aver visitato una mostra di Nova, ha voltato le spalle al movimento. E ha vissuto l’isolamento sociale.
STANFORD – Un’ex attivista “pro-Palestina” dell’Università di Stanford, nello Stato della California (USA), ha spiegato pubblicamente perché ha voltato le spalle al movimento. In un’intervista al «Jerusalem Post», Taryn Thomas racconta le sue esperienze all’interno dei gruppi di protesta studenteschi e descrive quale sia stato, in definitiva, il punto di svolta per lei.
Secondo Thomas, il suo impegno è iniziato con «buone intenzioni». Si è impegnata per compassione verso la popolazione palestinese, ma allo stesso tempo disponeva solo di una conoscenza limitata dei contesti internazionali. Come molti altri studenti, si è affidata in larga misura alle rappresentazioni sui social media e all’ambiente universitario, senza metterle in discussione in modo critico.
Thomas colloca la sua socializzazione politica nel movimento «Black Lives Matter», dove i simboli e le narrazioni palestinesi erano spesso presenti. Con il senno di poi, tuttavia, valuta questo collegamento in modo critico. A suo avviso, termini come «apartheid», «colonialismo» o «Jim Crow» (termine che indica le leggi razziste degli Stati Uniti) sono stati spesso applicati al conflitto mediorientale senza alcuna riflessione.
• Critica alle strutture all’interno del movimento
Thomas si mostra particolarmente critica nei confronti delle dinamiche interne ai gruppi di protesta. Parla di «strutture di tipo settario», caratterizzate da una forte uniformità, controllo interno e corsi di formazione mirati su come rapportarsi con i media. Le opinioni divergenti sarebbero state spesso emarginate.
Allo stesso tempo, ha assistito a episodi di antisemitismo, tra cui atti di vandalismo e minacce nei confronti di studenti ebrei. Sulle pareti dell’università sono state dipinte scritte come «Death to Israel» (Morte a Israele). All’interno del movimento, queste azioni sono state in parte relativizzate o giustificate. Il termine «sionista» sarebbe stato spesso utilizzato come etichetta generica per emarginare le persone.
• Cambiamento di opinione dopo la visita a una mostra su Nova
Nell’autunno del 2024, Taryn ha visitato a Los Angeles la mostra sul massacro avvenuto al festival musicale di Nova. In realtà, voleva semplicemente divertirsi a schernire la presunta «propaganda sionista». Ma le cose sono andate diversamente: per la prima volta, un anno dopo il grande attacco, ha visto un ampio materiale fotografico degli attentati. Le impressioni sul terrore di quel giorno l’hanno colpita profondamente e le hanno fatto mettere in discussione la sua posizione.
Guardando indietro, ripensa con orrore al 7 ottobre 2023. A suo avviso, ciò che è stato determinante non è stato tanto ciò che ha visto, quanto piuttosto ciò che non ha visto. Sui suoi social network e nell’ambiente universitario non aveva percepito quasi nessuna informazione, per non parlare di commozione, riguardo agli attacchi di Hamas contro i civili israeliani. Al contrario, gli eventi venivano immediatamente relativizzati o inseriti in schemi interpretativi politici preesistenti.
• Rinuncia e isolamento sociale
Secondo quanto da lei stessa riferito, dopo questa esperienza Thomas decise di prendere le distanze e partì per Israele. Le persone a lei vicine reagirono con ostilità al suo cambiamento di opinione. Ne è seguito un isolamento sociale. I suoi amici le hanno voltato le spalle e hanno preso le distanze da lei. È stata pubblicamente diffamata e minacciata come «sostenitrice del genocidio». A tenderle la mano sono stati, proprio i suoi compagni di studi ebrei a Stanford, che l’hanno invitata alla cena dello Shabbat.
Da allora interviene pubblicamente per raccontare le sue esperienze e per esortare a un approccio differenziato al conflitto mediorientale. In questo contesto sottolinea che, a suo avviso, il sostegno all’autodeterminazione palestinese non deve necessariamente essere in contraddizione con il riconoscimento degli eventi del 7 ottobre o con la serietà con cui si devono considerare la storia e le sofferenze del popolo ebraico.
(Israelnetz, 1 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
........................................................
Hamas arresta oltre 100 cittadini di Gaza malati dopo che Israele aveva approvato il loro ritiro dalla Striscia
JNS - Secondo quanto riferito dal Ministero della Difesa di Gerusalemme, i terroristi di Hamas hanno arrestato un gruppo di oltre 100 abitanti di Gaza malati dopo che Israele aveva approvato il loro ritiro dalla Striscia lunedì. Secondo l’unità COGAT (Coordinator for Government Activities in the Territories) del Ministero, il gruppo è stato “trattenuto per oltre un’ora a un posto di blocco allestito da terroristi di Hamas”.
“Quando Hamas continua a diffondere menzogne nel mondo, affermando che Israele impedisce ai malati di Gaza di lasciare la Striscia per ricevere cure mediche, la realtà racconta ancora una volta una storia diversa”, ha aggiunto. Nella dichiarazione si sottolinea che lunedì le Nazioni Unite hanno condannato “le forze affiliate alle autorità de facto di Gaza”, come Hamas, per aver ostacolato gli sforzi umanitari “fermando i convogli per ispezioni ed entrando nei magazzini e nelle strutture delle Nazioni Unite, il che è illegale”. “Mentre le accuse contro Israele ricevono immediata attenzione, le azioni di Hamas vengono sistematicamente ignorate dalle organizzazioni per i diritti umani, nonostante i danni che arrecano alla popolazione civile”, ha dichiarato il COGAT.
Secondo il COGAT, Israele ha permesso a circa 50.000 civili di Gaza, la maggior parte dei quali pazienti e i loro accompagnatori, di recarsi in Paesi terzi dall’inizio della guerra. Il valico di Rafah con l’Egitto è operativo dal cessate il fuoco dell’ottobre 2025 e, fino ad oggi, circa 4.100 persone sono entrate a Gaza e 4.400 ne sono uscite.
(HaKol, 1 luglio 2026)
........................................................
Israele. Via auto cinesi dalle basi
L’IDF, Elbit e altre realtà della difesa sostituiscono i veicoli prodotti in Cina mentre cresce la preoccupazione per sensori, telecamere e raccolta di dati sensibili
di Shira Navon
Le automobili cinesi stanno uscendo, una dopo l’altra, dalle basi militari israeliane e dalle flotte delle principali aziende della difesa. La decisione, maturata nel corso degli ultimi mesi all’interno dell’apparato di sicurezza, riflette una convinzione sempre più diffusa: un’auto moderna è diventata un dispositivo connesso capace di raccogliere una quantità enorme di informazioni e, quando viene parcheggiata all’interno di installazioni sensibili, può trasformarsi in un potenziale rischio per la sicurezza nazionale.
Secondo quanto riportato dal quotidiano economico israeliano Calcalist, l’azienda Elbit Systems ha comunicato ai propri dipendenti che i veicoli prodotti da costruttori cinesi saranno progressivamente eliminati dalla flotta aziendale. La sostituzione avverrà man mano che scadranno i contratti di leasing e interesserà migliaia di automobili, che verranno rimpiazzate con modelli di marchi come Skoda, Toyota e Hyundai. Con circa 4.400 vetture in servizio, la scelta di Elbit assume un peso che va ben oltre la singola impresa.
Il cambiamento era iniziato già nei mesi precedenti all’interno dell’IDF. Le prime restrizioni avevano riguardato le basi dell’intelligence, per poi essere estese a tutte le installazioni militari. Oggi le auto costruite in Cina vengono progressivamente ritirate anche dalle flotte assegnate agli ufficiali di carriera. Già nel 2025 il Times of Israel aveva riferito del divieto di ingresso dei veicoli cinesi nelle basi militari, precisando che circa settecento automobili, in gran parte SUV ibridi plug-in Chery Tiggo 8 Pro, erano interessate dal provvedimento.
Anche Rafael Advanced Defense Systems, uno dei principali gruppi dell’industria militare israeliana, avrebbe intrapreso la stessa strada. Dopo avere acquistato in passato alcuni modelli del costruttore Chery, l’azienda li starebbe sostituendo gradualmente con veicoli prodotti da case automobilistiche di altri Paesi.
Alla base di queste decisioni non vi sono prove pubbliche che dimostrino attività di spionaggio attraverso automobili cinesi utilizzate in Israele. La valutazione degli organismi di sicurezza riguarda piuttosto le capacità tecnologiche di questi mezzi. Le vetture di ultima generazione integrano telecamere ad alta definizione, microfoni, sensori, sistemi GPS, connessioni cellulari, Bluetooth, Wi-Fi e software che raccolgono continuamente dati sul veicolo, sull’ambiente circostante e sugli spostamenti. Quando un’automobile entra quotidianamente in una base dell’aeronautica, in un centro di ricerca militare o in un impianto industriale strategico, quelle informazioni assumono inevitabilmente un valore molto diverso rispetto all’utilizzo civile.
Il dibattito israeliano si inserisce in un contesto internazionale sempre più attento alla sicurezza delle tecnologie connesse. Nel gennaio 2025 il dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha adottato nuove restrizioni sui componenti hardware e software dei veicoli intelligenti provenienti dalla Cina e dalla Russia, sottolineando che un eventuale accesso ostile alle catene di fornitura potrebbe consentire la raccolta di dati sensibili oppure, in casi estremi, interferenze sui sistemi del veicolo.
Anche il Pentagono ha contribuito ad alimentare le preoccupazioni. Nel giugno 2026 il ministero della Difesa statunitense ha inserito il colosso automobilistico BYD nell’elenco delle aziende considerate collegate alla base industriale della difesa cinese attraverso la strategia della cosiddetta “fusione militare-civile”. Il provvedimento non costituisce un’accusa di spionaggio né dimostra che i veicoli BYD abbiano svolto attività illecite, ma rafforza l’attenzione con cui diversi governi stanno osservando il settore.
A rendere ancora più delicata la questione contribuisce la legislazione cinese. L’articolo 7 della Legge nazionale sull’intelligence stabilisce infatti che organizzazioni e cittadini devono sostenere e collaborare con le attività di intelligence dello Stato secondo quanto previsto dalla legge. È proprio questa disposizione che viene spesso richiamata dagli analisti occidentali quando valutano i possibili rischi legati alle aziende tecnologiche cinesi.
Per Israele il problema presenta anche un risvolto pratico. I marchi cinesi hanno conquistato una quota rilevante del mercato automobilistico nazionale, soprattutto nel settore delle auto elettriche e ibride plug-in, dove le alternative risultano ancora limitate. Nei primi quattro mesi del 2025 le case automobilistiche cinesi hanno rappresentato la quota maggiore delle importazioni di autovetture nel Paese, rendendo molto difficile una sostituzione rapida dell’intero parco veicoli.
Nel frattempo le decisioni vengono prese caso per caso. La polizia israeliana avrebbe già avviato la progressiva dismissione dei modelli cinesi, mentre altre società pubbliche, fra cui Mekorot e la Israel Electric Corporation, stanno riesaminando le proprie flotte. Il ministero dei Trasporti lavora da anni a una normativa sulla cybersicurezza dei veicoli, ma il progetto non è ancora diventato legge.
Il risultato è una situazione destinata a incidere soprattutto su chi opera nel settore della difesa. Un’automobile perfettamente legale e diffusissima sulle strade israeliane può oggi essere considerata indesiderata davanti al cancello di una base militare, perché nella guerra dell’intelligence anche un parcheggio può trasformarsi in un punto vulnerabile.
(Setteottobre, 1 luglio 2026)
........................................................
Notizie archiviate
Le notizie riportate su queste pagine possono essere diffuse
liberamente, citando la fonte.
| |