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Notizie 16-31 luglio 2026
Gaza, via alla ricostruzione pilota ma Hamas resta armata
Il gabinetto autorizza una forza internazionale e un progetto civile a Rafah. I residenti del confine temono che la ricostruzione preceda il disarmo
di Shira Navon
Israele ha autorizzato l’ingresso limitato nella Striscia di Gaza di una forza internazionale e l’avvio di un progetto pilota per la ricostruzione dell’area di Rafah. La decisione del gabinetto politico e di sicurezza apre così una nuova fase del piano americano per il futuro dell’enclave, mentre Hamas conserva ancora armi, uomini e capacità di riorganizzazione.
Il progetto prevede la creazione di una zona destinata inizialmente a un numero limitato di abitanti di Gaza, sottoposti a controlli per escludere legami con Hamas. Nell’area dovrebbero essere installate abitazioni temporanee, infrastrutture per l’acqua, l’elettricità e le fognature, strutture sanitarie e servizi per la distribuzione degli aiuti umanitari.
La sicurezza dovrebbe essere affidata alla International Stabilization Force, una forza multinazionale prevista dal piano promosso dal presidente americano Donald Trump. Un primo contingente di circa duecento persone potrebbe provenire da Paesi considerati amici di Israele. Tra quelli indicati figurano Marocco e Uganda, mentre Kosovo, Kazakistan e Albania hanno manifestato la disponibilità a partecipare alla missione.
L’ingresso di ogni gruppo dovrà comunque essere approvato singolarmente dal primo ministro, dal ministro della Difesa e dal ministro degli Esteri israeliani. La forza opererà in coordinamento con l’esercito e nelle aree che Hamas non controlla. Al comando è stato designato il generale americano Jasper Jeffers.
L’amministrazione civile della zona dovrebbe spettare al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, composto da tecnocrati palestinesi e sostenuto dal cosiddetto Consiglio per la pace. Il progetto punta a creare un’alternativa concreta al governo di Hamas, trasferendo gradualmente la popolazione verso aree nelle quali l’organizzazione terroristica non possa controllare gli aiuti, imporre la propria autorità o reclutare nuovi uomini.
La decisione ha però suscitato una forte reazione nelle comunità israeliane vicine alla Striscia. Michal Uziyahu, presidente del Consiglio regionale di Eshkol, ha scritto a Benjamin Netanyahu e ai ministri del gabinetto chiedendo che nessuna ricostruzione proceda prima del completo disarmo di Hamas.
Per gli abitanti del Negev occidentale la questione ha un significato immediato. Le comunità di Eshkol, Sderot e degli altri centri del confine furono investite direttamente dall’attacco del 7 ottobre 2023. Centinaia di residenti furono assassinati o rapiti e numerosi villaggi rimasero evacuati per mesi.
Uziyahu ha avvertito che il recupero delle infrastrutture civili di Gaza potrebbe svolgersi parallelamente alla ricostituzione delle capacità militari di Hamas. L’organizzazione ha già dimostrato in passato di saper utilizzare periodi di relativa calma e risorse destinate alla popolazione per ricostruire tunnel, arsenali e strutture di comando.
La ministra Orit Stroock, contraria al progetto, ha ricordato che la distruzione delle capacità militari e di governo di Hamas e la completa smilitarizzazione della Striscia restano obiettivi ufficiali della guerra. Anche alcuni movimenti dei residenti hanno accusato il governo di rischiare un ritorno alla logica precedente al 7 ottobre, fondata sulla convinzione che il miglioramento delle condizioni economiche potesse contenere l’aggressività di Hamas.
Il governo sostiene invece che l’esperimento di Rafah non rappresenti una concessione all’organizzazione terroristica. Le zone pilota dovrebbero sorgere esclusivamente nei territori che Hamas non controlla e l’esercito israeliano manterrà le proprie posizioni lungo la cosiddetta linea gialla. Nessun ritiro più ampio, assicurano fonti governative, avverrà prima del disarmo dell’organizzazione.
Resta però una questione decisiva. Avviare la ricostruzione prima che Hamas abbia consegnato le armi significa separare, almeno temporaneamente, il recupero civile dalla smilitarizzazione. Per il governo è un modo per indebolire Hamas offrendo alla popolazione un’alternativa. Per gli abitanti del confine è un rischio già conosciuto, pagato il 7 ottobre al prezzo più alto.
(Setteottobre, 31 luglio 2026)
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Nucleare saudita, Trump lega l’accordo a Israele. La condizione non compare nel testo firmato
Il 22 luglio 2026 gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo trentennale per lo sviluppo del programma nucleare civile saudita. Ma la mancata chiarezza sulla necessità che i sauditi aderiscano agli Accordi di Abramo, così come i timori di un’Arabia con arma nucleare, lasciano molti interrogativi aperti.
di Davide Cucciati
Il 22 luglio 2026 gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno firmato un accordo trentennale per lo sviluppo del programma nucleare civile saudita.
L’intesa apre alle imprese americane la possibilità di partecipare alla costruzione dei reattori del regno e lascia aperta la possibilità che Riyad sviluppi in futuro capacità di arricchimento dell’uranio sul proprio territorio. Il 23 luglio, il giorno successivo alla firma, Donald Trump ha però dichiarato che l’accordo avrebbe potuto procedere soltanto se l’Arabia Saudita avesse aderito agli Accordi di Abramo e normalizzato le relazioni con Israele. Il presidente americano ha inoltre sostenuto che il programma saudita non avrebbe previsto attività di arricchimento. Tuttavia, queste condizioni non risultano inserite nel documento firmato.
Il 24 luglio Trump ha riconosciuto di non aver menzionato la condizione relativa agli Accordi di Abramo al segretario americano all’Energia Chris Wright prima della firma dell’accordo. Il 28 luglio Axios ha riferito che Trump non aveva discusso la nuova condizione con i dirigenti sauditi e che, secondo una fonte con conoscenza diretta della vicenda, il testo destinato al Congresso non conterrà alcuna clausola che subordini l’accordo alla normalizzazione dei rapporti con Israele.
Il punto centrale della vicenda riguarda quindi la distanza tra il contenuto giuridico dell’accordo e le condizioni politiche con cui Trump afferma di volerne subordinare l’attuazione. Questa incertezza alimenta le preoccupazioni israeliane, lascia Riyad in una posizione difficile e affida al Congresso l’esame di un documento che non contiene le garanzie annunciate pubblicamente dalla Casa Bianca.
• Il nodo dell’arricchimento
Il punto più controverso riguarda l’arricchimento dell’uranio. Secondo Reuters del 22 luglio, l’accordo prevede un percorso di cooperazione sul ciclo del combustibile nucleare e lascia aperta la possibilità che, dopo uno studio congiunto, il regno possa sviluppare capacità di arricchimento sul proprio territorio. L’intesa si distingue così da quella conclusa nel 2009 tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti: Abu Dhabi accettò allora il cosiddetto “gold standard”, rinunciando formalmente sia all’arricchimento dell’uranio sia al riprocessamento del combustibile nucleare esaurito. Riyad non ha assunto un impegno equivalente; peraltro, il testo non obbliga l’Arabia Saudita ad aderire al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che attribuirebbe agli ispettori poteri più ampi e permetterebbe controlli anche nei siti non dichiarati.
Ad alimentare i timori contribuiscono anche le dichiarazioni rilasciate negli anni da Mohammed bin Salman. Il principe ereditario ha affermato che, qualora la Repubblica Islamica dell’Iran ottenesse un’arma nucleare, anche l’Arabia Saudita dovrebbe dotarsene.
• Gli interessi di Riyad
L’Arabia Saudita presenta il programma come una componente della trasformazione economica promossa da Mohammed bin Salman. Il regno vuole ridurre la quantità di petrolio e gas utilizzata per produrre elettricità, liberando maggiori volumi di greggio per le esportazioni e diversificando il proprio sistema energetico. I futuri reattori potrebbero alimentare attività che richiedono grandi quantità di energia, come la desalinizzazione dell’acqua, il condizionamento degli edifici e i centri di elaborazione dati. Il programma rientra, quindi, nella strategia con cui Riyad punta a ridurre gradualmente la dipendenza economica dalle entrate petrolifere e a costruire nuovi settori industriali.
Il progetto ha anche una dimensione strategica: la disponibilità di competenze nazionali nel ciclo del combustibile rafforzerebbe la posizione del regno rispetto alla Repubblica Islamica dell’Iran. È proprio la sovrapposizione tra finalità energetiche e implicazioni geopolitiche a rendere il dossier particolarmente delicato.
• L’allarme in Israele
La natura civile dichiarata del programma non ha rassicurato numerosi protagonisti della politica israeliana.
Reuters del 23 luglio evidenzia che l’ex primo ministro Naftali Bennett ha definito l’accordo concluso “sopra la testa di Israele” un grave fallimento strategico. Bennett ha avvertito che lo sviluppo di capacità saudite di arricchimento potrebbe innescare una corsa agli armamenti nucleari nella regione e sfuggire progressivamente al controllo.
Ancora più duro è stato Avigdor Lieberman. L’ex ministro della Difesa ha sostenuto che il programma civile saudita finirà per trasformarsi in un programma militare e condurrà a una “folle corsa agli armamenti” nella regione. Lieberman ha invitato Israele a opporsi all’accordo e a esercitare pressioni sul Congresso americano perché lo blocchi. Anche Benny Gantz, già ministro della Difesa e capo di Stato maggiore, ha contestato la separazione tra il dossier nucleare e la costruzione di un’alleanza regionale tra Israele e i Paesi arabi moderati. Secondo Gantz, l’introduzione di nuove capacità nucleari dovrebbe essere inserita in una struttura politica e strategica più ampia.
• La posizione di Netanyahu
Secondo Axios, il primo ministro israeliano sarebbe rimasto deluso dai termini dell’accordo tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Il suo ufficio ha però accolto favorevolmente la condizione annunciata da Trump, affermando che l’ingresso saudita negli Accordi di Abramo rappresenterebbe un passaggio storico per la pace in Medio Oriente.
• Il silenzio saudita
Riyad ha presentato l’accordo come uno strumento per rafforzare la cooperazione energetica, tecnologica ed economica con gli Stati Uniti. Le comunicazioni ufficiali saudite non hanno collegato l’intesa a Israele o agli Accordi di Abramo. L’Arabia Saudita continua a subordinare il riconoscimento di Israele alla creazione di un percorso credibile, irreversibile e definito nel tempo verso uno Stato palestinese.
• Il passaggio al Congresso
L’accordo dovrà essere trasmesso al Congresso statunitense per un periodo di novanta giorni di seduta. Deputati e senatori potranno esaminarne i contenuti e tentare di bloccarlo. Per superare un eventuale veto presidenziale, gli oppositori dovrebbero però raggiungere una maggioranza dei due terzi. Il confronto riguarderà soprattutto l’assenza del “gold standard”, la mancata adesione obbligatoria al Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e la possibilità futura di sviluppare capacità di arricchimento sul territorio saudita.
A queste questioni si aggiunge il rapporto con Israele. Il Congresso dovrebbe ricevere un testo privo della clausola sugli Accordi di Abramo, mentre Trump continua a presentare la normalizzazione come una condizione indispensabile per l’attuazione dell’accordo. La distanza tra il documento firmato e le garanzie politiche annunciate successivamente potrebbe diventare uno dei principali argomenti degli oppositori.
Il Congresso sarà quindi chiamato a valutare il testo realmente firmato, mentre la principale garanzia politica offerta da Trump a Israele continua a non comparire nell’accordo.
(Bet Magazine Mosaico, 31 luglio 2026)
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Israele: droni e IA per rilevare gli incendi in pochi minuti
di Jacqueline Sermoneta
Droni e intelligenza artificiale per fermare gli incendi prima che diventino incontrollabili. È la nuova sfida tecnologica lanciata da Israele. Il Ministero della Sicurezza Nazionale, l’ Autorità israeliana per l’Innovazione, l’ Israel Aerospace Industries (IAI), il Technion e l’ Autorità israeliana per i vigili del fuoco e il soccorso hanno unito le forze per sviluppare un sistema capace di individuare e localizzare un principio d’incendio nel giro di pochi minuti. Cuore della tecnologia è l’APUS 25, un drone tattico a decollo e atterraggio verticale sviluppato da IAI. Grazie a un motore a combustione interna può restare in volo per un tempo prolungato, operare anche senza pista, in condizioni metereologiche e di terreno difficili e monitorare centinaia di chilometri quadrati. È equipaggiato con telecamere diurne, notturne e a infrarossi, capaci di individuare i focolai anche attraverso il fumo o in condizioni di scarsa visibilità. Le immagini raccolte vengono analizzate in tempo reale da algoritmi di intelligenza artificiale che rilevano anomalie, identificano il punto d’origine dell’incendio con precisione metrica e inviano immediatamente l’allarme al centro di comando dei vigili del fuoco. Il drone, dopo aver ricevuto dall’operatore l’area da sorvegliare, svolge la missione in autonomia, fornendo un quadro aggiornato della situazione e supportando le decisioni operative.
Il progetto, nato in risposta all’aumento degli incendi boschivi favorito dai cambiamenti climatici e dagli eventi meteorologici estremi, ha già superato il primo test di volo. Nei prossimi mesi il sistema sarà sottoposto a ulteriori prove sul campo per verificarne l’efficacia in diversi scenari operativi. Per i promotori del progetto, la combinazione di droni, intelligenza artificiale e analisi avanzata dei dati potrà ridurre sensibilmente i tempi di intervento e limitare la propagazione delle fiamme, contribuendo a proteggere vite umane, comunità e patrimonio naturale. “Questo progetto rappresenta un ulteriore passo avanti nello sviluppo di capacità tecnologiche innovative per le organizzazioni israeliane di sicurezza e di emergenza. – Yaron Schone, responsabile del dipartimento di ricerca e sviluppo tecnologico del Ministero della Sicurezza Nazionale israeliano – La combinazione di droni, intelligenza artificiale e capacità avanzate di elaborazione dati ha il potenziale per consentire un rilevamento più tempestivo degli incendi, migliorare la consapevolezza della situazione operativa e ridurre i tempi di risposta sul campo. La collaborazione tra tutte le organizzazioni partecipanti riflette l’importanza che attribuiamo al collegamento tra le esigenze operative e l’innovazione israeliana per sviluppare soluzioni che contribuiscano a proteggere vite umane, proprietà e risorse naturali di Israele”.
(Shalom, 31 luglio 2026)
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Netanyahu ai cristiani: «Siamo una cosa sola»
Il capo del governo israeliano esorta gli evangelici a opporsi con determinazione agli attacchi congiunti contro gli ebrei e i cristiani che credono nella Bibbia.
di Ryan Jones
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, durante l’incontro di mercoledì a Washington con i leader evangelici, non si è limitato a sottolineare il comune retaggio ebraico-cristiano. Ha anche sottolineato che ebrei e cristiani sono fratelli, parte della stessa famiglia di fede – una verità che la Chiesa ha cercato a lungo di ignorare.
Netanyahu ha spiegato ai leader cristiani che il popolo ebraico è «discendente degli ebrei originari della Terra Santa», collocando così l’Israele moderno direttamente nella lunga storia biblica iniziata con Abramo, Isacco e Giacobbe.
Ha descritto il popolo ebraico come «la prima parte» del patrimonio giudaico-cristiano che ha plasmato la civiltà occidentale, la libertà e la fede. In tal modo ha ricordato che il cristianesimo non è nato a Roma, in Europa o in America. È nato in Israele, tra gli ebrei, dalla fede e dalle Scritture di Israele.
Le dichiarazioni del Primo Ministro sono di grande attualità, poiché attualmente sia gli ebrei che i cristiani evangelici in tutto l’Occidente sono esposti a una crescente ostilità. Netanyahu ha stabilito un nesso tra antisemitismo e anti-evangelicalismo, definendoli attacchi correlati, non tendenze separate.
«Non è un caso che entrambi siano attaccati insieme, perché noi siamo una cosa sola», ha affermato.
Questa frase ha costituito il nucleo del suo messaggio ed è stata, inoltre, un richiamo a una verità fondamentale. I nemici di Israele comprendono qualcosa che molte chiese hanno dimenticato nel corso dei secoli: ebrei e cristiani non sono comunità spirituali rivali, ma rami interconnessi della stessa storia biblica. L’attacco allo Stato ebraico, al popolo ebraico, alla verità biblica e al cristianesimo credente non è semplicemente un fenomeno politico moderno. È di natura spirituale. Scaturisce dalla stessa ribellione contro il Dio d’Israele, i Suoi propositi di alleanza e l’ordine morale radicato nelle Sacre Scritture. Ecco perché l’antisemitismo e l’ostilità nei confronti dei cristiani fedeli alla Bibbia vanno così spesso di pari passo. Si rivolgono contro lo stesso fondamento.
Israele non ha avuto altra scelta che opporsi con fermezza al nemico. Netanyahu ha esortato i cristiani a fare lo stesso.
«Alzatevi e non chinatevi», ha detto, esortando i suoi ascoltatori a rispondere agli attacchi con forza anziché con scuse. Ha ringraziato gli evangelici per il loro costante sostegno e per la «costanza» della loro amicizia, ma ha chiarito che la situazione attuale richiede più di una semplice simpatia.
«Ora è tempo di combattere», ha affermato Netanyahu.
Per i cristiani filoisraeliani questo messaggio è stato sia una conferma che un invito all’azione. Netanyahu non ha chiesto solo sostegno politico. Ha ribadito un’alleanza, un’eredità comune e un fronte unito in una lotta spirituale e di civiltà.
Lo Stato ebraico non è solo. E i cristiani che sostengono Israele non sono estranei alla storia di Israele. Fanno parte della famiglia che sta al fianco del primogenito.
(Israel Heute, 31 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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A proposito di Netanyahu.
Netanyahu non è né un santo né un profeta: è un uomo. Un uomo di peso. Ci sono altri modi popolari per dirlo, ma qui vogliamo sottolineare soprattutto un aspetto: di peso biblico. Qualcuno forse si scandalizzerà, soprattutto fra gli evangelici, perché molti sono abituati mettere in relazione fatti politici e Dio partendo dagli uomini. Osservano come si comportano gli ebrei, quello che fa il governo di Israele, come si relaziona col resto del mondo, applicano al tutto schemi morali di uso corrente, e alla fine giudicano. È un sistema che parte dal basso, che può avere un certo valore in molti casi, ma non se applicato a Israele. Qui bisogna correre il rischio di cominciare da Dio. Non si tratta di valutare quanto sia davvero religioso Netanyahu, ma di chiedersi se e in quale modo Dio ha voluto e vuole servirsi di lui per la sua azione nella storia. Come al tempo dei Giudici, Dio è libero di scegliersi i suoi strumenti per fare la sua politica all’interno del suo popolo e attraverso il suo popolo. E questi, come nel caso dei Giudici biblici, non sono quasi mai modelli di rispecchiata moralità. Basti a pensare a Sansone, il penultimo dei Giudici: un tipaccio. Di cui però Dio si è servito per strappare Israele dalle mani dei nemici Filistei. Netanyahu ha rivelato di essere un uomo di carattere, certo amante del potere, come tanti altri, ma atto ad essere usato da Dio per il suo programma storico di redenzione, che ha in Israele e nella sua terra l’elemento centrale. M.C.
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L’Idf colpisce depositi di armi di Hamas, tra cui uno all’interno di una moschea di Gaza
(INS) Le forze di difesa israeliane hanno dichiarato di aver colpito, nel corso dell’ultima settimana, diversi depositi di armi di Hamas nella Striscia di Gaza centrale e settentrionale, tra cui uno allestito all’interno di una moschea. Secondo i militari, i depositi contenevano armi destinate all’uso contro i soldati che operavano lungo la linea del cessate il fuoco, nonché contro i civili israeliani, “e sono stati smantellati per eliminare la minaccia”.
Il deposito di armi all’interno di una moschea “è un ulteriore esempio di come le organizzazioni terroristiche nella Striscia di Gaza sfruttino le infrastrutture civili per scopi terroristici, immagazzinando armi nel cuore della popolazione civile, anche all’interno di luoghi di culto, per facilitare le attività terroristiche”, ha affermato l’Idf. I soldati restano schierati nell’enclave in conformità con l’accordo di cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti “e continueranno a operare per eliminare qualsiasi minaccia”, ha aggiunto.
L’attuale cessate il fuoco è entrato in vigore nella Striscia di Gaza il 10 ottobre 2025, ponendo fine alla guerra durata due anni e iniziata quando Hamas, altri gruppi terroristici palestinesi e civili di Gaza hanno invaso il Negev nord-occidentale il 7 ottobre 2023.
(HaKol, 30 luglio 2026)
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Muore a 32 anni il rav che portò 500 haredim nell’esercito
Yaakov Aharon Farber aveva creato un programma innovativo per conciliare servizio militare e vita religiosa. Dopo la sua morte alcuni estremisti hanno festeggiato distribuendo cibo nelle yeshivot
di Paolo Montesi
Aveva soltanto trentadue anni, una moglie e sei figli, l’ultima nata appena tre mesi fa. Eppure Yaakov Aharon Farber era già diventato una delle figure più conosciute nel difficile dialogo tra il mondo haredi e lo Stato di Israele. Il rabbino, morto all’ospedale Hadassah Ein Kerem di Gerusalemme dopo una lunga malattia, lascia in eredità un progetto che in meno di due anni ha consentito a circa cinquecento uomini ultraortodossi di prestare servizio nelle Forze di difesa israeliane senza rinunciare alla propria identità religiosa.
La sua scomparsa ha suscitato profondo cordoglio in ampi settori della società israeliana. Accanto ai messaggi di lutto, tuttavia, si sono registrati anche episodi che hanno provocato indignazione. Secondo diversi media israeliani, piccoli gruppi estremisti contrari all’arruolamento degli haredim hanno celebrato la sua morte distribuendo kugel, frutta e bevande in alcune yeshivot e kollelim (istituti di studio religioso ebraico riservati soprattutto a uomini sposati)e diffondendo messaggi nei quali Farber veniva indicato come responsabile di una presunta “distruzione spirituale”. Si tratta di iniziative attribuite a frange radicali, che non rappresentano l’insieme del mondo haredi.
Appartenente alla comunità chassidica di Belz e residente a Givat Ze’ev, Farber aveva fondato Ma’alot Tzur, un’iniziativa nata con un obiettivo preciso. Dimostrare che un uomo haredi può contribuire alla difesa del Paese senza abbandonare il proprio stile di vita religioso. “Entrano haredim ed escono haredim”, ripeteva spesso per spiegare la filosofia del programma.
Per raggiungere questo risultato erano state concordate condizioni particolari con l’esercito. I partecipanti seguivano un’alimentazione mehadrin (e, cioè, una alimentazione kasher molto rigorosa), disponevano di tempi riservati allo studio della Torah e alla preghiera, operavano in contesti separati tra uomini e donne e, in alcuni incarichi, evitavano persino la tradizionale uniforme militare. Il progetto era rivolto soprattutto a uomini sposati che non studiavano più a tempo pieno nelle yeshivot e rimanevano comunque sotto la guida dei propri rabbini.
I volontari venivano preparati per attività tecniche considerate essenziali dalle Forze di difesa israeliane, dalla manutenzione dei sistemi elettronici alle comunicazioni, dai software ai mezzi militari, acquisendo al tempo stesso competenze professionali utilizzabili anche nella vita civile.
Fino all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, Farber aveva concentrato gran parte del proprio lavoro sull’inserimento degli haredim nel mercato del lavoro. Lo scoppio della guerra cambiò però le sue priorità. Convinto che il Paese stesse affrontando un’emergenza nazionale senza precedenti, iniziò a promuovere anche forme di partecipazione militare compatibili con la tradizione ultraortodossa.
L’iniziativa ottenne il sostegno di autorevoli figure rabbiniche, tra cui il Rebbe di Belz e il rabbino David Leibel. Allo stesso tempo attirò l’ostilità dei movimenti più radicali contrari a qualsiasi forma di servizio nell’esercito. Negli ultimi mesi Farber era stato oggetto di manifestazioni davanti alla propria abitazione, campagne di boicottaggio e pressioni rivolte alle aziende che pubblicizzavano Ma’alot Tzur. Alcuni manifesti del programma erano stati perfino bruciati durante proteste pubbliche.
La sua storia riflette una delle questioni più delicate della società israeliana. Da decenni il rapporto tra il servizio militare obbligatorio e il mondo haredi divide il Paese e alimenta un acceso confronto politico, giuridico e religioso. Dopo il 7 ottobre il dibattito si è intensificato ulteriormente, anche alla luce dell’aumento delle esigenze operative dell’esercito e delle decisioni della Corte suprema che hanno rimesso in discussione il sistema delle esenzioni. Nato a Montréal in una famiglia appartenente alla dinastia chassidica di Belz, Farber era cresciuto ad Ashdod prima di stabilirsi a Givat Ze’ev. Oltre all’impegno per l’integrazione degli haredim nelle Forze di difesa israeliane, aveva dedicato gran parte della propria attività ad aiutare le famiglie ultraortodosse a raggiungere l’autonomia economica senza rinunciare ai propri valori religiosi.
Il funerale, celebrato al cimitero di Har HaMenuchot a Gerusalemme, ha riunito esponenti della comunità di Belz, amici e centinaia di persone che avevano beneficiato del suo lavoro. La sua morte interrompe una vita brevissima. L’esperienza di Ma’alot Tzur e le centinaia di uomini che, grazie a lui, hanno trovato una strada per servire Israele restano il segno più concreto della sua eredità.
(Setteottobre, 30 luglio 2026)
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Dobbiamo parlare di cosa abbia a che fare il terrorismo con l’Islam
L’ideologia islamista deve finalmente essere definita in modo chiaro e inequivocabile come tale.
di Ali Ertan Toprak *
Quante volte, negli ultimi due decenni, dopo attentati terroristici – anche proprio dalla bocca di politici tedeschi – abbiamo sentito dire: «Questo non ha nulla a che vedere con l’Islam».
Si è arrivati persino ad affermare che già il termine «islamismo» fosse problematico o inammissibile. Nei dibattiti tedeschi è stata in parte data l’impressione che siano i critici delle ideologie islamiste ad aver coniato questo termine. Ma esso esiste da decenni nei paesi a maggioranza islamica. In Turchia, ad esempio, già negli anni ’70 i movimenti islamisti si definivano islamisti.
In Germania, invece, sono state finanziate numerose ONG che hanno introdotto o coniato nel dibattito pubblico termini come «razzismo anti-musulmano» o «islamofobia». La situazione diventa problematica quando tali termini vengono utilizzati per rendere l’islamismo e gli islamisti immuni, in modo generalizzato, alle critiche. In questo modo non si proteggono i musulmani, ma gli islamisti.
Termini come «islamofobia» non sono sufficienti a definire e combattere l’ostilità e la discriminazione nei confronti dei musulmani, che pure esistono
Spesso, dopo tali attentati, le associazioni islamiche hanno taciuto o li hanno condannati solo in modo poco convinto – quasi sempre accompagnando la condanna con la formula secondo cui gli atti «non hanno nulla a che vedere con l’Islam». Eppure loro sanno bene che gli autori di tali atti fanno esplicito riferimento a determinate interpretazioni teologiche dell’Islam e vogliono legittimare la loro violenza in nome della religione. Anche noi, come Stato e come società, dobbiamo finalmente definire in modo chiaro e inequivocabile l’ideologia islamista che sta dietro a tutto questo. Questo è il primo e più importante passo verso la soluzione del problema.
Se i musulmani vengono ripetutamente rappresentati esclusivamente come vittime, se l’«Occidente decadente» viene ritenuto responsabile di quasi tutti i mali e se in molte moschee occidentali ci si mobilita contro i valori delle società aperte ricorrendo ad argomenti teologici, allora nessuno può seriamente affermare che tutto ciò non abbia nulla a che vedere con l’Islam.
Un confronto aperto con le interpretazioni teologiche problematiche non è un attacco all’Islam
Per quanto tempo ancora, come società e come Stato, intendiamo perpetuare questo schema? Questo non aiuta affatto i musulmani. Perché sono loro le prime vittime dell’islamismo. Allo stesso tempo, questo atteggiamento ostacola la necessaria autocritica e un processo di chiarimento all’interno dell’Islam stesso. Basta infine!
Sono proprio i musulmani stessi a pagare il prezzo più alto. In tutto il mondo sono le prime vittime della violenza islamista. Un confronto aperto con le interpretazioni teologiche problematiche non è quindi un attacco all’Islam, ma un presupposto indispensabile per respingere efficacemente l’islamismo e rendere possibile un’illuminazione credibile all’interno dell’Islam.
Perché proprio gli ambienti progressisti occidentali non lo vogliono? La critica alla religione non è forse una delle conquiste più importanti dell’Illuminismo? Perché proprio loro tradiscono questa conquista – e con essa anche i musulmani progressisti, liberali e laici? In questo modo si alleano di fatto con i fascisti del mondo islamico e credono al contempo di combattere in questo modo i propri fascisti in Occidente. Che farsa! Ma è una farsa mortale – per il mondo libero. --- * L’autore è presidente federale della Comunità curda in Germania.
(Jüdische Allgemeine, 30 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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La nuova normalità antisemita si affigge nelle bacheche della tv pubblica
Il manifesto antisemita contro il corrispondente del Tg1 Giovan Battista Brunori non è un episodio isolato, ma il punto d’arrivo prevedibile di una campagna personale nata da una polemica lessicale. Nell’epoca della “nuova normalità” antisemita, prima si indica il bersaglio, poi qualcuno provvede a esporlo.
di Filippo Piperno
Ci risiamo, e nemmeno ci sorprendiamo più. Ieri mattina, nella bacheca di Radio1, a Saxa Rubra, qualcuno ha appeso un manifesto firmato Global Sumud e Libere di lottare: un ebreo ortodosso con le fattezze della bestia, travestito da escursionista, davanti a un microfono del Tg1.
Il bersaglio è Giovan Battista Brunori, corrispondente da Gerusalemme. La DIGOS ha acquisito il manifesto, la Rai ha aperto un’indagine interna. Le condanne istituzionali sono arrivate puntuali, nette, tempestive. Come sempre. Dopo. Come sempre.
La filologia del capolavoro è nota a chiunque abbia seguito la settimana. Brunori, raccontando gli scontri di Tell in Cisgiordania, aveva usato la parola “sbagliata”: escursionisti.
Nel giro di quarantott’ore la contestazione lessicale è diventata una nota di partito, poi un’accusa di “propaganda sionista” in commissione di vigilanza, poi la richiesta di provvedimenti. Provvedimenti. Contro un corrispondente, per un sostantivo.
E mentre la macchina girava, gli attacchi personali arrivavano fino alla moglie del giornalista, perché quando si processa la parola il fascicolo si estende sempre alla famiglia.
E infine, ieri, il punto d’arrivo che chi frequenta questo Paese conosceva prima ancora che la puntina toccasse il sughero: la caricatura. Quella caricatura. Perché quando la macchina si mette in moto contro un giornalista che racconta Israele, la stazione finale è sempre la stessa, e ha l’iconografia che ha.
Quanto fosse prevedibile lo dice il calendario: il giorno prima dell’affissione, Vito Anav, presidente della comunità degli ebrei italiani in Israele, aveva scritto che questi schemi riducono ogni ebreo allo stereotipo dell’ultraortodosso fanatico.
Ventiquattro ore dopo, lo stereotipo era in bacheca, disegnato con diligenza. Non ci vuole un profeta, in questo Paese, per prevedere l’antisemitismo: basta un osservatore con un po’ di memoria.
Nessuno dei critici politici di Brunori ha prodotto o rivendicato quel manifesto, sia chiaro, e nessuno lo insinua. Ma chi trasforma una polemica sul vocabolario in una campagna contro una persona non può poi stupirsi di chi completa il lavoro con meno sottigliezze filologiche.
Prima si segnala il deviante, poi lo si espone, poi qualcun altro arriva con la colla. Il conformismo non censura: isola. Lo abbiamo scritto talmente tante volte che ormai potremmo pubblicarlo come formulario.
E chi ci legge sa che non è un caso, né un episodio, né una bravata. È la curva. L’Anti-Defamation League ha appena certificato che il 2025 è stato l’anno più letale per la diaspora ebraica dall’attentato di Buenos Aires del 1994: venti morti tra Sydney, Manchester, Washington e Boulder, oltre ventitremila episodi censiti nei sette Paesi che ospitano il 90% della diaspora, un più 136% nei Paesi del G7 rispetto al 2022.
La definizione dell’ADL è di quelle che non si dimenticano: non un picco passeggero, la nuova normalità. Ecco: ieri la nuova normalità si è presentata in una bacheca del servizio pubblico italiano, con tanto di firma. Non ha nemmeno più bisogno di nascondersi. Si affigge.
E adesso, prevedibile come la marea, arriverà la liturgia: la solidarietà pelosa di chi ha soffiato sul fuoco fino a martedì, il distinguo di chi spiegherà che sì, il manifesto è brutto, però capiamoci, la parola “escursionisti”…
Li aspettiamo. Conosciamo già il copione, conosciamo già i giri di frase. Del resto, in questo Paese l’antisemitismo è sempre colpa di nessuno ed effetto di tutti.
Il resto è cronaca giudiziaria, e la seguiremo. La parte che ci riguarda non è cominciata ieri e la riconosciamo al primo sguardo.
(InOltre, 30 luglio 2026)
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Quando il futuro appare improvvisamente luminoso – Il programma di borse di studio del Jaffa Institute
Povertà, condizioni sociali e familiari difficili: queste sono le condizioni di partenza per Batal. Una vita autonoma, per non parlare degli studi universitari, sembra irraggiungibile. Ma Batal è fortunata: entra in contatto con il Jaffa Institute sin da piccola e in seguito riceve persino una borsa di studio per il corso di studi che desidera. La storia di una svolta fortunata.
di Hannah Bartholomew
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Studenti di medicina ricevono le borse di studio dal direttore generale del Jaffa Institute in Nord America, Reuven Meir.
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I giovani hanno talenti, progetti, desideri – ma troppo spesso è la loro provenienza sociale a determinare il loro futuro. Si tratta di un problema diffuso in tutto il mondo e in Israele non è diverso. Eppure ci sono vie d’uscita.
L’istruzione è uno dei modi più efficaci per superare la povertà a lungo termine e aprire nuove prospettive ai giovani. È proprio qui che entra in gioco il programma di borse di studio del Jaffa Institute, sostenuto da Christen an der Seite Israels (CSI). Il programma di borse di studio li aiuta a superare gli ostacoli finanziari che si frappongono al conseguimento di una laurea, gettando così le basi per una vita autonoma ed economicamente indipendente. Attraverso il sostegno agli studenti svantaggiati in Israele, il programma aiuta gli israeliani poveri a sfuggire al circolo vizioso della povertà intergenerazionale.
• La storia di Batal
Una delle borsiste di quest’anno è la ventitreenne Batal Badganov. Studia gestione sanitaria e si trova quindi all’inizio di un futuro professionale promettente. La sua storia dimostra in modo impressionante come un sostegno duraturo possa cambiare la vita.
Batal è cresciuta insieme ai suoi fratelli in condizioni familiari ed economiche difficili. Da bambina ha frequentato un programma pomeridiano del Jaffa Institute, che per molti anni le ha offerto stabilità, sostegno e senso di comunità. Guardando indietro, descrive quel periodo come determinante per tutto il suo percorso di vita: «Ricordo tutto ciò che riguarda quel programma. La meravigliosa infanzia che ho trascorso lì, quanto mi abbia rafforzata; le cose che ho imparato, i valori che mi sono stati trasmessi – sono quasi certa che oggi mi troverei in una situazione completamente diversa se non fossi cresciuta lì».
Ricorda in particolare le persone che l’hanno accompagnata, che l’hanno aiutata a fare i compiti, che hanno rafforzato la sua autostima e le hanno dato la sensazione di essere vista e apprezzata. E i pasti deliziosi, che non ha mai dato per scontati.
«Sono grata a questo posto ogni giorno. Ringrazio Dio per questo privilegio. Sono grata di essere cresciuta insieme a bambini incredibili – alcuni dei quali sono ancora oggi tra i miei amici più cari. Sono grata per i fantastici educatori che ho avuto. Per me erano messaggeri di Dio che svolgevano un’opera sacra con bambini che ne avevano davvero bisogno.»
• Più che istruzione
I momenti salienti di Batal? Le vacanze e i campi estivi, durante i quali andavano al cinema, allo zoo o al parco divertimenti. «La cosa migliore era la piscina. Perché cosa c’è di più bello di quando gli animatori ti fanno cavalcare sulla schiena in piscina e ti ricordano continuamente di mettere la crema solare?»
Un ricordo particolarmente commovente risale al periodo in cui, dopo il divorzio dei genitori, ha dovuto vivere temporaneamente in un centro di accoglienza per donne con la madre e i fratelli. Dopo diversi mesi è finalmente tornata al programma pomeridiano: «Quando la porta si è aperta, mi sono tutti precipitati addosso. Piangevano, erano commossi e mi ripetevano continuamente quanto avessero sentito la mia mancanza. Non lo dimenticherò mai.»
Da studentessa che si mantiene in gran parte da sola, Batal sa bene quanto sia importante la borsa di studio: «Ogni contributo è davvero d’aiuto e mi dà forza. Ne sono incredibilmente grata».
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FOTO
Studenti ricevono le borse di studio da Chaim Hurvitz, presidente del consiglio di amministrazione del Jaffa Institute.
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Il programma di borse di studio, tuttavia, non persegue solo l’obiettivo di promuovere l’istruzione. Tutti i borsisti sono incoraggiati a collaborare come volontari nei propri centri di assistenza o in altri centri per bambini a rischio e con bisogni speciali, in programmi per anziani o in iniziative volte al rafforzamento delle donne.
La selezione dei borsisti avviene con cura sulla base della loro situazione finanziaria, dei risultati accademici e delle circostanze personali. Viene data particolare attenzione ai diplomati dei programmi del Jaffa Institute e ai giovani provenienti da quartieri socialmente svantaggiati. Dalla prima assegnazione delle borse di studio nel 1992, il programma si è continuamente evoluto. Mentre all’epoca venivano sostenuti sei studenti, oggi circa 100 giovani all’anno hanno l’opportunità di realizzare i propri obiettivi formativi.
Senza donazioni, questo lavoro non sarebbe possibile. Ne sono consapevoli anche i responsabili del Jaffa Institute: «Ringraziamo di cuore tutti i sostenitori. Le vostre donazioni consentono a giovani come Batal di sviluppare il proprio potenziale, di completare gli studi e di costruirsi un futuro che prima sembrava spesso irraggiungibile. Insieme creiamo opportunità che hanno un impatto ben oltre il periodo degli studi – per gli studenti, le loro famiglie e l’intera società israeliana».
(Christen an der Seite Israels, 30 luglio 2026)
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La montagna nascosta del regime dei mullah e la domanda aperta: e adesso?
Cinque mesi di guerra, costi miliardari, migliaia di attacchi aerei eppure nessuno degli obiettivi bellici effettivi è stato raggiunto. Né il programma nucleare iraniano è stato neutralizzato in modo decisivo, né il regime dei mullah è stato costretto alla resa o a un nuovo accordo sul nucleare.
di Aviel Schneider
GERUSALEMME - Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump oscilla tra minacce severe e segnali diplomatici, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si reca a Washington per convincere il presidente americano ad adottare una linea più dura nei confronti di Teheran. Al centro dei colloqui c’è proprio Har HaMakosh, la misteriosa «Montagna del Piccone», sotto la quale l’Iran potrebbe star preparando il cuore del proprio programma nucleare per il periodo postbellico.
L’Iran di oggi è la Persia biblica, un paese che nella storia di Israele è stato sia liberatore che avversario. Per questo motivo molti cristiani osservano l’attuale scontro tra Israele e il regime dei mullah non solo come un conflitto geopolitico, ma come parte di una regione la cui storia è strettamente legata da millenni alla tradizione biblica. Proprio per questo vale la pena dare uno sguardo più da vicino agli sviluppi degli ultimi mesi.
Poco prima dell’incontro, Trump ha dichiarato in un’intervista a Fox News che «Har HaMakosh», l’impianto nucleare segreto iraniano in cui, secondo le informazioni dei servizi segreti israeliani, sarebbero state trasferite migliaia di centrifughe, «non è un grosso problema». Alla domanda se Netanyahu lo avesse informato di nuovi attacchi all’impianto sotterraneo, Trump ha risposto: «Non ho bisogno che Bibi mi dica cosa succede lì. So esattamente cosa sta succedendo». Pur ribadendo che gli Stati Uniti potrebbero distruggere in qualsiasi momento ponti, centrali elettriche o altre infrastrutture iraniane, questa volta Trump ha aggiunto: «Vorrei evitarlo. Non mi interessa».
Si tratta già dell’ottava visita di Netanyahu negli Stati Uniti dall’inizio dell’attuale mandato di Trump. A differenza del passato, questa volta però non ci sarà un’accoglienza solenne con tappeto rosso e dichiarazioni congiunte. Dall’inizio della guerra, il rapporto tra i due si è notevolmente mutato. Secondo quanto riferito da fonti americane e israeliane alla CNN, Netanyahu si è adoperato per diverse settimane per ottenere un invito alla Casa Bianca, al fine di dissuadere Trump dal fare ulteriori concessioni all’Iran. Alla Casa Bianca, tuttavia, si sarebbe manifestato malumore per il fatto che le autorità israeliane avrebbero cercato, attraverso notizie mirate diffuse dai media, di esercitare pressioni politiche per ottenere un incontro. Ma chi lo sa, spesso i media ci propinano notizie false per disorientarci tutti tatticamente – soprattutto il regime dei mullah iraniani a Teheran. È stato solo il funerale previsto del «defunto» senatore Lindsey Graham a offrire infine l’occasione per il colloquio odierno.
• Gli obiettivi di Netanyahu.
Secondo fonti israeliane, Netanyahu intende presentare a Trump nuove informazioni dei servizi segreti sul riarmo militare dell’Iran e sullo stato del suo programma nucleare. Allo stesso tempo, a Gerusalemme si ritiene che Trump non voglia avviare una nuova campagna militare su larga scala contro l’Iran prima delle elezioni di medio termine americane di novembre.
I rappresentanti del governo statunitense sanno inoltre che Netanyahu è sottoposto a notevoli pressioni interne in vista delle elezioni parlamentari israeliane di ottobre e che il sostegno di Trump potrebbe rivestire per lui grande importanza.
Un rappresentante del governo israeliano ha dichiarato: «Netanyahu vorrebbe spostare l’attenzione dal confronto militare ad altre questioni, come un accordo di sicurezza con gli Stati Uniti e, eventualmente, una normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita. Inoltre, vuole assicurarsi di coordinarsi con Trump su temi che possano aiutarlo nella campagna elettorale».
• Cinque mesi di guerra senza risultati decisivi.
Secondo i dati del Pentagono, la guerra è costata finora agli Stati Uniti 37,5 miliardi di dollari. Sono stati uccisi 18 soldati americani e 624 sono rimasti feriti. Trump ha recentemente dichiarato: «L’Iran ha subito duri colpi negli ultimi 14 giorni. Ci hanno chiesto: “Per favore, smettetela, lasciateci negoziare”». Teheran ha immediatamente respinto questa versione dei fatti. Anche dopo mesi di intensi attacchi aerei, non è chiaro perché Trump ritenga che nuovi negoziati avrebbero ora più successo rispetto al passato. Finora non vi sono segnali che l’Iran sia disposto a concessioni di ampia portata o a colloqui diretti con gli Stati Uniti.
• Minacce continue e marce indietro.
Proprio la scorsa settimana Trump ha minacciato nuovamente di sferrare attacchi massicci contro le infrastrutture iraniane, tra cui ponti, centrali elettriche e anche l’impianto «Har HaMakosh». Alla fine, però, ha rinunciato a un’ulteriore escalation dopo che alti funzionari militari avevano avvertito che gli Stati Uniti potrebbero trovarsi sempre più a corto di missili intercettori e altri importanti sistemi d’arma. Dana Stroul, ex responsabile per il Medio Oriente del Pentagono, ha dichiarato al New York Times: «Gli iraniani sanno che l’orizzonte temporale di Trump è molto più breve del loro».
Il «Montagna del Piccone», in inglese «Pickaxe Mountain», è oggi considerato uno dei centri più importanti e meglio protetti del programma nucleare iraniano. La montagna si trova nella provincia di Isfahan, a circa 220 chilometri a sud di Teheran e a soli due chilometri dal complesso nucleare di Natanz, il principale sito iraniano per l’arricchimento dell’uranio. Mentre gli impianti in superficie a Natanz sono stati più volte oggetto di atti di sabotaggio e attacchi aerei, il complesso di tunnel costruito sotto la Montagna delle Piccozze è rimasto finora intatto.
Dal 2020 l’Iran sta realizzando in quella zona, nelle profondità della roccia granitica, un complesso di tunnel molto ramificato che, secondo le stime dei servizi segreti occidentali, in futuro potrebbe ospitare migliaia di centrifughe moderne. L’impianto si trova a una profondità stimata tra i 100 e i 145 metri sotto terra ed è quindi protetto in modo nettamente migliore dagli attacchi aerei rispetto a precedenti siti nucleari come Natanz o Fordow. Poiché l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) non ha finora avuto accesso al complesso, le informazioni si basano principalmente su immagini satellitari e dati dei servizi segreti. Proprio per la sua importanza strategica, lo Spitzhackerberg è ormai considerato uno degli obiettivi principali di possibili operazioni militari contro il programma nucleare iraniano.
Secondo i dati forniti dall’Istituto per la Scienza e la Sicurezza Internazionale (ISIS) dall’esperto nucleare David Albright: Albright è un rinomato fisico statunitense, esperto di armamenti e autore. È considerato a livello mondiale uno dei massimi esperti in materia di proliferazione delle armi nucleari (non proliferazione nucleare) e di analisi dei programmi segreti di armi nucleari.
Si tratta di un complesso di tunnel la cui costruzione è iniziata nel 2020, ovvero due anni dopo l’uscita del presidente Trump dall’accordo sul nucleare e in una fase in cui l’Iran ha notevolmente accelerato il proprio programma nucleare. L’impianto è scavato in profondità in una montagna di granito. Durante la fase di costruzione, l’Iran ha dichiarato che i capannoni sotterranei avrebbero dovuto sostituire l’impianto di produzione in superficie per centrifughe moderne a Natanz. L’impianto è progettato per ospitare diverse migliaia di centrifughe moderne, che l’Iran intendeva utilizzare una volta scadute le restrizioni previste dall’accordo sul nucleare.
L’impianto dispone di due ingressi, entrambi situati sotto la montagna. Si presume che facciano parte della stessa struttura sotterranea, situata ad almeno 100 metri sotto la superficie. Il dislivello tra l’ingresso orientale e la cima è di circa 145 metri, mentre quello dell’ingresso occidentale è di circa 100 metri. Ciò suggerisce che l’impianto possa avere più livelli.
Dal 2025 l’Iran sta costruendo una recinzione di sicurezza e un muro di protezione attorno alla montagna, compresa una strada di pattuglia. Sopra gli ingressi delle gallerie sono stati applicati ulteriori strati di cemento e terra per rendere più difficili gli attacchi. Dopo le guerre contro l’Iran, gli ingressi orientali sono stati parzialmente bloccati per impedire l’accesso ai veicoli. Gli ingressi occidentali sono ancora in funzione.
«Har HaMakosh» non è stato attaccato direttamente in nessuna delle guerre contro l’Iran negli anni 2025 e 2026. È stato colpito solo un veicolo nelle vicinanze, probabilmente a causa della difesa aerea e non dell’impianto stesso. Secondo la valutazione dell’istituto di ricerca, l’impianto non è attualmente un sito nucleare attivo, ma è ancora in fase di costruzione. Si trova a pochi chilometri dall’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz.
Se l’Iran dovesse trasferire la produzione delle sue centrifughe in questo impianto sotterraneo, ciò potrebbe far progredire notevolmente il programma nucleare. I capannoni sotterranei sono abbastanza grandi da ospitare un impianto di arricchimento dell’uranio per materiale utilizzabile a fini militari, nonché ulteriori strutture per lo sviluppo di armi nucleari.
Non è chiaro se l’impianto sia in grado di resistere a un attacco aereo. Nelle ultime settimane il presidente Trump aveva minacciato un attacco. Secondo l’istituto, tuttavia, esistono punti vulnerabili che gli Stati Uniti o Israele potrebbero sfruttare, tra cui l’approvvigionamento elettrico, i sistemi di ventilazione, riscaldamento e raffreddamento dell’impianto sotterraneo, nonché il personale e le catene di approvvigionamento che entrano ed escono regolarmente dalla struttura.
• Cinque mesi di guerra. Le svolte decisive:
- Marzo: Trump annuncia che la guerra sarà conclusa entro due o tre settimane.
- Aprile: il CENTCOM riferisce di attacchi contro oltre 13.000 obiettivi in Iran.
- Aprile: Trump proclama un cessate il fuoco.
- Aprile: dopo 21 ore di colloqui in Pakistan, il vicepresidente J.D. Vance dichiara falliti i negoziati.
- Aprile: gli Stati Uniti impongono un blocco navale sui porti iraniani.
- Aprile: Trump proroga il cessate il fuoco.
- Maggio: avvio dell’operazione «Project Freedom» per garantire la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico – l’operazione termina dopo meno di 48 ore.
- Maggio: Trump dichiara che la tregua rimane in vigore.
- Maggio: rifiuto di una proposta di colloquio da parte dell’Iran.
- Maggio: Trump parla nuovamente di un imminente accordo di pace.
- Inizio giugno: Trump definisce i colloqui con l’Iran «molto noiosi».
- Giugno: dichiara che, se Teheran non dovesse firmare un accordo, «li bombarderemo a terra già domani notte».
- Giugno: accordo sulla riapertura dello Stretto di Hormuz – la questione nucleare rimane irrisolta.
- Giugno: pubblicazione di un memorandum d’intesa formulato in modo vago, che entrambe le parti interpretano in modo diverso.
- Giugno: allentamento delle sanzioni americane contro le esportazioni petrolifere iraniane.
- –24 giugno: a seguito di un attacco iraniano contro una nave nello Stretto di Hormuz, seguono attacchi aerei statunitensi.
- Luglio: parata militare per il 250° anniversario degli Stati Uniti.
- Luglio: ripresa degli attacchi aerei statunitensi.
- Luglio: l’Iran lancia missili a medio raggio verso la Giordania; il CENTCOM riferisce di attacchi contro 170 obiettivi nell’arco di 48 ore.
- Luglio: ulteriori attacchi aerei statunitensi in seguito agli attacchi iraniani contro navi.
- Luglio: Trump annuncia l’imposizione di dazi sulle navi nello Stretto di Hormuz e inasprisce il blocco navale.
- –18 luglio: diversi soldati statunitensi perdono la vita in attacchi iraniani in Giordania e in Iraq.
- /25 luglio: ultima grande ondata di attacchi statunitensi; successivamente subentra una tregua.
- Luglio: il Pentagono riferisce ufficialmente di 18 caduti e 624 feriti tra le forze statunitensi.
A cinque mesi dall’inizio della guerra, nessuno degli obiettivi iniziali è stato pienamente raggiunto. Né il programma nucleare iraniano è stato neutralizzato in modo decisivo, né Teheran si è dichiarata disposta a una resa o a negoziati di ampia portata. Allo stesso tempo, Trump continua a mostrare determinazione militare nella sua retorica, ma attualmente preferisce limitare il conflitto, anche in considerazione della situazione politica interna negli Stati Uniti e delle imminenti elezioni di medio termine. La visita di Netanyahu alla Casa Bianca dovrebbe quindi servire soprattutto a cercare di convincere Washington ad adottare una linea più dura nei confronti dell’Iran e, al contempo, a garantire il coordinamento strategico tra i due governi.
(Israel Heute, 29 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Sulla definizione di “ciarlatano”.
Dal Vocabolario della Lingua Italiana di Giovanni Treccani: “La parola è rimasta in uso per indicare prestigiatori, giocolieri e in genere chi vende in pubblico prodotti specifici o altre merci attirando la gente e incantandola con abbondanza di chiacchiere”.
Dal Dizionario dei sinonimi della Lingua Italiana di Niccolò Tommasèo: “Il ciarlatano sa saltare e ballare e sedere in cattedra e sdraiarvisi; e fingere di dormire, ch’è segno elettissimo della coscienza ch’uno ha della propria grandezza”.
Sono definizioni che possono venire in mente seguendo le mosse del Primo Ministro della più forte potenza militare al mondo. M.C.
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Siria-Israele, al-Sharaa apre alla pace
La caduta di Assad ha spezzato l’asse con Iran e Hezbollah. Ora Damasco cerca un’intesa con Gerusalemme che potrebbe cambiare gli equilibri regionali
di Alessandro Carmi
Siria e Israele stanno negoziando un accordo di sicurezza e, per la prima volta dalla caduta di Bashar al-Assad, il presidente siriano Ahmed al-Sharaa indica apertamente la possibilità che quell’intesa diventi il primo passo verso una pace tra i due Paesi. Una prospettiva ancora lontana, condizionata dalla questione del Golan e dalle esigenze di sicurezza israeliane, che tuttavia fotografa quanto profondamente siano cambiati gli equilibri del Medio Oriente.
Al-Sharaa ha confermato che i colloqui coinvolgono anche Paesi terzi e ha spiegato che Damasco vuole evitare qualsiasi confronto militare diretto con Israele. «Non abbiamo alcun interesse» a uno scontro, ha dichiarato. Parole particolarmente significative se pronunciate dal capo di una Siria che, sotto la dinastia Assad, aveva fatto dell’alleanza con la Repubblica islamica iraniana e del sostegno a Hezbollah uno dei cardini della propria politica regionale.
Il cambiamento maturato dopo la caduta di Assad nel dicembre 2024 riguarda infatti molto più delle relazioni bilaterali tra Gerusalemme e Damasco. Per decenni la Siria è stata il ponte strategico che consentiva a Teheran di proiettare la propria influenza fino al Mediterraneo e di alimentare militarmente Hezbollah. Armi, uomini e risorse iraniane transitavano attraverso il territorio siriano diretti in Libano, facendo della continuità geografica tra Iran, Iraq, Siria e Libano uno degli strumenti principali della pressione esercitata dalla Repubblica islamica su Israele.
Quella continuità è stata spezzata. Il nuovo potere di Damasco non appartiene all’asse iraniano e al-Sharaa, pur provenendo da una storia personale e politica lontanissima da Israele, sembra avere individuato nella stabilizzazione del Paese e nel recupero dei rapporti con l’Occidente una priorità superiore alla prosecuzione delle vecchie alleanze di Assad.
Resta naturalmente il Golan. La Siria continua a rivendicare le alture conquistate da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e al-Sharaa ha precisato che un accordo di sicurezza non comporterebbe la rinuncia siriana alle proprie rivendicazioni. Israele estese nel 1981 la propria legislazione al territorio, mentre nel 2019 gli Stati Uniti, durante la prima amministrazione Trump, riconobbero la sovranità israeliana sul Golan.
Per Gerusalemme la questione ha un carattere innanzitutto strategico. Dopo il collasso del regime di Assad, Israele ha assunto il controllo della zona cuscinetto stabilita dall’accordo di disimpegno del 1974, sostenendo la necessità di impedire che il vuoto lasciato dall’esercito siriano producesse una nuova minaccia lungo il confine. Qualunque intesa dovrà quindi stabilire quali forze potranno operare nella Siria meridionale e quali garanzie concrete verranno offerte a Israele.
Anche il dossier libanese mostra quanto rapidamente stia cambiando il quadro. Al-Sharaa ha escluso che l’esercito siriano intenda intervenire in Libano per combattere Hezbollah, prendendo le distanze dalle ipotesi circolate nelle settimane precedenti. Ha però sostenuto il principio secondo cui lo Stato libanese e le sue Forze armate devono detenere il monopolio delle armi e delle decisioni riguardanti la guerra e la pace. Per Hezbollah, abituato per decenni a considerare Damasco una retrovia indispensabile, è già una trasformazione sostanziale.
Un trattato di pace israelo-siriano rimane un traguardo difficile e nessuna delle questioni più delicate è stata ancora risolta. Sarebbe però un errore misurare ciò che sta accadendo soltanto sulla distanza che separa oggi Damasco e Gerusalemme da una firma.
Il dato politico è già davanti agli occhi. La Siria degli Assad, anello fondamentale dell’asse costruito da Teheran contro Israele, è scomparsa. Al suo posto governa un uomo con un passato jihadista che oggi cerca rapporti con Washington, tiene l’Iran a distanza, vuole stabilizzare il confine con Israele e considera pubblicamente possibile arrivare alla pace. In un Medio Oriente trasformato dalle guerre seguite al 7 ottobre, pochi cambiamenti raccontano con altrettanta chiarezza quanto le vecchie mappe delle alleanze siano ormai in movimento.
(Setteottobre, 29 luglio 2026)
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L'ultimo stratagemma di Hamas: abbandonare il governo senza rinunciare alle armi
La questione di fondo non è chi ricopre ruoli ministeriali nella Striscia di Gaza, ma chi detiene il controllo della forza militare. Hamas non sta smantellando il suo braccio armato. Non sta consegnando le proprie armi.
di Khaled Abu Toameh *
A distanza di quasi tre anni dal massacro del 7 ottobre 2023 e più di sei mesi dopo l'annuncio del piano di pace in 20 punti del presidente Donald J. Trump, che chiedeva la totale smilitarizzazione della Striscia di Gaza, Hamas ha annunciato lo scioglimento del proprio apparato governativo di fatto e la disponibilità a trasferire l'autorità a un comitato di tecnocrati palestinesi.
L'annuncio, a prima vista, può sembrare una concessione importante. Ma la realtà è diversa: si tratta di un nuovo tentativo di Hamas di far credere alla comunità internazionale di rispettare i termini dell'iniziativa di pace di Trump, senza però rinunciare a ciò che considera essenziale: il controllo del proprio apparato militare.
La questione di fondo non è chi ricopre ruoli ministeriali nella Striscia di Gaza, ma chi detiene il controllo della forza militare.
Per ammissione della stessa Hamas, i suoi ministeri e migliaia di dipendenti resteranno operativi. Ma il punto più rilevante è un altro: Hamas afferma di voler continuare a gestire la sicurezza e le attività di polizia nelle aree che sono ancora sotto il suo controllo.
In altre parole, il movimento abbandona il governo, ma non il potere. Nulla di sostanziale è cambiato.
Hamas non sta smantellando la propria ala militare. Non sta consegnando le armi. Non sta sciogliendo il proprio apparato di sicurezza. Non sta rinunciando alla propria struttura di comando. Inoltre, migliaia di dipendenti e fedelissimi del movimento continueranno ad essere presenti nelle strutture istituzionali della Striscia di Gaza.
In assenza di queste misure, la dissoluzione di un organismo di governo rappresenta poco più di un cambiamento di facciata.
Fino a quando Hamas manterrà le proprie forze armate, qualsiasi nuova amministrazione civile a Gaza resterà condizionata dal peso delle armi del movimento.
Nessun governo tecnocratico può operare in modo indipendente finché un'organizzazione terroristica armata resta la forza dominante sul terreno.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa'ar ha individuato immediatamente la minaccia. "Lo stratagemma di Hamas è semplice", ha scritto. "L'apparente disponibilità di Hamas a fare spazio a un governo tecnocratico è concepita per impedire il proprio disarmo".
Sa'ar ha messo in guardia dal tentativo di Hamas di riprodurre nella Striscia di Gaza il modello Hezbollah: un governo civile gestirebbe la raccolta dei rifiuti, i servizi essenziali, la ricostruzione e il pagamento degli stipendi, lasciando però a Hamas il controllo della forza militare principale.
Il titolare del dicastero degli Esteri israeliano ha rilevato che "fino a quando Hamas manterrà le proprie armi, qualsiasi governo civile opererà ovviamente secondo le sue direttive".
È proprio questo il punto centrale della strategia di Hamas.
Il gruppo terroristico sta cercando di replicare in Libano il modello di Hezbollah dello "Stato nello Stato". Secondo questo schema, un governo civile gestisce gli affari quotidiani del Paese, mentre l'organizzazione terroristica mantiene un proprio esercito indipendente, un apparato di intelligence autonomo e il potere di decidere sulle questioni di guerra e pace.
Per il Libano, le conseguenze sono state devastanti. I governi libanesi succedutisi negli anni hanno mantenuto il controllo formale dello Stato, ma Hezbollah è rimasto la forza realmente dominante, grazie al suo enorme arsenale e all'appoggio iraniano, condizionando la vita politica e trascinando ripetutamente il Libano in guerre distruttive con Israele.
Hamas sembra ora perseguire esattamente la stessa formula nella Striscia di Gaza. L'obiettivo sarebbe quello di lasciare ad altri il compito di ricostruire ospedali, scuole, strade e abitazioni, ripristinare i servizi essenziali e pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici, mentre Hamas ricostruirebbe nell'ombra le proprie capacità militari, recluterebbe combattenti, ripristinerebbe la rete di tunnel, produrrebbe razzi e si preparerebbe a un nuovo massacro in stile 7 ottobre contro Israele.
Questa non è una prospettiva di pace e stabilità. È piuttosto un modo per trasferire ad altri le responsabilità civili e, allo stesso tempo, preservare l'apparato del jihad (guerra santa).
Questa, inoltre, non è la prima volta che Hamas adotta una simile strategia.
Nel 2014, dopo la firma di un altro accordo di riconciliazione con la fazione di Fatah guidata da Mahmoud Abbas, Hamas accettò allo stesso modo di trasferire l'amministrazione della Striscia di Gaza a un governo palestinese di unità nazionale composto da tecnocrati. All'epoca si riteneva che l'intesa avrebbe ridotto il controllo di Hamas su Gaza. Invece, Hamas mantenne il pieno controllo delle proprie forze militari e dei propri apparati di sicurezza.
Il governo di unità non riuscì mai a esercitare un vero controllo. L'esito fu prevedibile: Hamas continuò a essere la principale forza di governo nella Striscia di Gaza, mentre la gestione amministrativa e dei servizi pubblici rimase affidata ad altri, tra cui l'Autorità Palestinese e la comunità internazionale.
Dodici anni dopo, Hamas tenta di riproporre esattamente la stessa formula. La storia dovrebbe servire da monito. La comunità internazionale ha ripetutamente dato credito alle promesse di Hamas senza metterle in discussione. Più volte si è convinta che il movimento stesse diventando più pragmatico, più responsabile e più interessato a governare che a combattere. Molti decisori politici e analisti israeliani e occidentali hanno ritenuto che l'obiettivo principale di Hamas fosse ottenere stabilità economica, ricostruzione e fasi di relativa calma.
Quelle convinzioni sono crollate il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha perpetrato il più letale massacro di ebrei dai tempi della Shoah.
La lezione avrebbe dovuto essere chiara. Hamas ha ripetutamente utilizzato cessate il fuoco, sforzi di ricostruzione e iniziative diplomatiche per rafforzare le proprie capacità militari.
Anche il più recente annuncio di Hamas va analizzato attraverso la stessa prospettiva.
Se Hamas avesse davvero voluto rinunciare al potere, perché aspettare fino a oggi? Perché non sciogliersi prima che la Striscia di Gaza subisse una distruzione catastrofica? Perché non farsi da parte anni fa, risparmiando ai palestinesi gli enormi costi umani ed economici di un'altra guerra?
La risposta è semplice.
Hamas si muove sotto la crescente pressione della comunità internazionale, che chiede il rispetto del piano di pace di Trump, fondato su un principio essenziale: la totale smilitarizzazione della Striscia di Gaza.
Con l'annuncio dello scioglimento del proprio organismo di governo, Hamas cerca di dare l'impressione di essere un'organizzazione che adempie ai propri impegni, spostando però la pressione diplomatica su Israele.
Il messaggio che Hamas vuole trasmettere al mondo è semplice: "Noi abbiamo fatto la nostra parte. Ora Israele deve fare la sua".
È una strategia di comunicazione abilmente costruita. Tuttavia, non risponde al requisito fondamentale del piano di Trump. La questione non è mai stata chi occupa le cariche governative. La questione è se Hamas continui a esistere come organizzazione terroristica armata. Finché Hamas resterà armata, nessun governo civile potrà operare in modo indipendente. Finché migliaia di suoi uomini e funzionari resteranno radicati nelle istituzioni della Striscia di Gaza, ogni nuovo governo rischierà di diventare poco più di una facciata dietro cui Hamas continuerà a esercitare il potere nell'ombra.
Il 6 luglio scorso, l'analista politico palestinese Ahmed Fouad Alkhatib ha scritto:
"La raffica di titoli che annunciano la 'fine del governo' di Hamas a Gaza e la sua presunta 'disponibilità a cedere il controllo' costituisce un'altra manovra propagandistica: una concessione solo formale, priva di reale contenuto, da parte di un gruppo terroristico che non mostra alcuna intenzione di rinunciare al potere effettivo o al proprio apparato militare. Episodi simili si sono ripetuti frequentemente negli anni".
"Le dimissioni del responsabile del cosiddetto 'Comitato di emergenza', ossia della struttura di governo di facciata istituita da Hamas dopo il 7 ottobre, rappresentano soltanto la rimozione di una figura simbolica. Le sue funzioni sono già state assunte in silenzio da un altro amministratore "temporaneo" di Hamas, mentre tutti fingono di attendere il passaggio di consegne all'NCAG, il nuovo Comitato tecnocratico. Hamas ha già annunciato che il proprio personale amministrativo e tecnico continuerà a lavorare fino all'arrivo dell'NCAG, consapevole che il nuovo organismo di transizione non avrà la capacità, le risorse umane né le infrastrutture necessarie per governare Gaza. Questa sarebbe la strategia di Hamas: preservare l'apparato esistente e integrarlo nella nuova amministrazione prevista dal percorso di transizione dell'amministrazione Trump, sotto la supervisione del Board of Peace".
"Quello a cui stiamo assistendo è l'attuazione approssimativa di una strategia prevista da tempo: Hamas passa dal controllo diretto a un esercizio indiretto del potere, sul modello di Hezbollah. È una soluzione meno costosa, che protegge il gruppo dalle responsabilità dirette e consente a nuovi volti civili di assorbire la rabbia dell'opinione pubblica, mentre Hamas mantiene il controllo effettivo dei principali centri di potere nella Striscia di Gaza.
"Nulla di tutto questo equivale al disarmo. Le Brigate al-Qassam di Hamas lavorano senza sosta per riparare le reti di tunnel e ricostruire le scorte di munizioni utilizzando ordigni inesplosi e bombe israeliane rimaste dopo due anni di guerra. Eppure, la copertura mediatica di questo non-evento ha già contribuito a presentare Hamas come un attore collaborativo, ragionevole e persino costruttivo; un cambiamento di narrazione che finisce per oscurare il ruolo di Hamas come principale ostacolo alla ricostruzione di Gaza. Questa strategia, inoltre, sembra funzionare per Hamas: non solo presso media, commentatori e piattaforme tradizionalmente più indulgenti verso il gruppo terroristico, ma anche in alcuni ambiti del dibattito politico mainstream, dove l'annuncio viene interpretato come qualcosa di equivalente all'avvio del disarmo o all'inizio della seconda fase del cessate il fuoco.
"La tempistica non è casuale: questa iniziativa di Hamas arriva una settimana dopo la riunione del Board of Peace a Cipro, durante la quale è stato deciso di portare avanti il 'Piano B', la strategia che sostengo da tempo: spostare la popolazione civile di Gaza oltre la 'Linea Gialla' e privare Hamas dell'accesso alle risorse e agli scudi umani da cui dipende.
"Alla fine, la presunta 'dissoluzione del governo' da parte di Hamas dovrà essere valutata sulla base di criteri concreti e semplici: ad esempio, se gli abitanti di Gaza potranno condividere post su Facebook senza essere torturati, picchiati o trascinati nelle stanze degli ospedali per essere interrogati, abusi che sarebbero proseguiti dal 7 ottobre fino alla scorsa settimana. Finché questo non cambierà, i titoli dei giornali saranno solo una messinscena e il controllo di Hamas su Gaza rimarrà intatto".
L'obiettivo principale di Hamas è la propria sopravvivenza. Il gruppo sa che miliardi di dollari in aiuti internazionali destinati alla ricostruzione potrebbero presto affluire nella Striscia di Gaza.
Un governo tecnocratico finanziato da donatori stranieri permetterebbe a Hamas di liberarsi dell'onere economico della gestione amministrativa, lasciando al gruppo la possibilità di concentrarsi sulla ricostruzione del proprio apparato militare.
La piena attuazione del piano di pace di Trump richiede lo smantellamento delle capacità militari di Hamas e la completa smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Consentire ad Hamas di creare uno "Stato nello Stato" sul modello di Hezbollah garantirebbe il protrarsi dell'instabilità e farebbe sì che qualsiasi futura amministrazione palestinese restasse ostaggio di un'organizzazione terroristica armata.
L'unica soluzione che avrebbe un valore reale è lo scioglimento totale di Hamas, non la semplice rinuncia a uno dei suoi organi di governo. Questo implica lo smantellamento dell'intera struttura politica e militare, la consegna delle armi, la dissoluzione dell'apparato di sicurezza, l'abbandono di ogni strumento di coercizione e la fine di Hamas come forza politica armata.
Qualsiasi soluzione diversa da questa manterrebbe intatte le condizioni che hanno portato al massacro del 7 ottobre.
Israeliani e palestinesi hanno già pagato un prezzo insostenibile per aver creduto più volte alle promesse di Hamas. Non possono permettersi di commettere nuovamente lo stesso errore. La comunità internazionale non deve lasciarsi ingannare dall'ennesima messinscena accuratamente orchestrata da Hamas.
Fino a quando Hamas continuerà a esistere come forza politica e organizzazione terroristica, le dichiarazioni sulla dissoluzione dei comitati di governo avranno un valore puramente simbolico: una manovra politica pensata per ottenere legittimità internazionale, sbloccare miliardi di dollari in aiuti e guadagnare tempo per preparare il prossimo conflitto.
--- * Khaled Abu Toameh è un pluripremiato giornalista che vive a Gerusalemme.
(Gatestone Institute, 26 luglio 2026 - trad. di Angelita La Spada)
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La solita favola antimperialista e il vero volto del Burkina Faso di Traoré
Celebrato da una parte della sinistra terzomondista come nuova icona antimperialista, Ibrahim Traoré conduce politiche difficili da conciliare con quella narrazione: mantiene i rapporti con Israele, contrasta la diffusione della Sharia e riafferma la laicità dello Stato, mentre avvicina il Burkina Faso alla Russia e restringe libertà e diritti.
di Nathan Greppi
Negli ambienti dell’estrema sinistra terzomondista e antioccidentale, l’attuale presidente del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, è stato talvolta dipinto come una nuova icona “antimperialista” per la sua politica estera antifrancese, tale che a giugno Ouagadougou ha rotto le relazioni diplomatiche con Parigi.
• Icona dei terzomondisti italiani
Nella sua newsletter su Substack, Alessandro Di Battista lo ha dipinto già nell’agosto 2025 come un erede di Thomas Sankara, presidente burkinabé negli anni ’80 fortemente contrario all’influenza francese nel suo Paese, soprannominato il “Che Guevara africano”.
Tre mesi prima, il sito populista “L’Antidiplomatico” ha elogiato Traoré in quanto “sta sfidando il neocolonialismo occidentale”.
Nell’aprile 2026, “Il Fatto Quotidiano” ha scritto che le “ragioni del consenso di cui il Capitano (Traoré, ndr) gode nel Paese sono concrete. Ha nazionalizzato parte delle risorse minerarie, annunciato la gratuità delle mense scolastiche, tagliato i privilegi dei ministri, destinato importanti aiuti all’agricoltura, espulso le truppe della Francia che per settant’anni aveva dettato le regole”.
Tuttavia, a dispetto di questa narrazione, da quando ha preso il potere con un golpe militare nel 2022, Traoré ha portato avanti delle politiche che potrebbero risultare indigeste a chi vorrebbe elevarlo a simbolo della lotta del Sud globale contro l’Occidente.
• Rapporti con Israele
“L’Antidiplomatico” lo ha elogiato per il suo slogan “niente padroni, solo partner” in riferimento alla politica estera. Quello che non ha tenuto in conto è che tra i partner dell’attuale presidente del Burkina Faso è incluso anche Israele.
Mentre il suo presunto mentore Sankara a suo tempo ruppe le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico, al contrario Traoré sembra interessato a mantenere intatti i rapporti tra Ouagadougou e Gerusalemme.
Lo dimostra il fatto che il 26 giugno ha ricevuto e approvato la lettera di credenziali dell’ambasciatore israeliano Simon Seroussi. Questi è ambasciatore d’Israele in Costa d’Avorio, ma è accreditato come rappresentante diplomatico anche per Burkina Faso, Togo e Benin.
Secondo un’analisi del sito “Africa Press”, questa scelta in politica estera farebbe parte di una più ampia strategia per trovare dei partner in grado di compensare il venir meno dell’influenza francese, soprattutto in settori come la sicurezza e la lotta contro le milizie jihadiste.
La cooperazione con Israele servirebbe, oltre che in settori come l’agricoltura e la gestione delle risorse idriche, anche e soprattutto nella sicurezza e nell’intelligence.
• Lotta alla Sharia
Nato in una famiglia musulmana, da militare Traoré ha combattuto contro gruppi jihadisti legati ad Al-Qaida e all’ISIS nel suo Paese, dove, secondo la “World Population Review”, i musulmani costituiscono oltre il 63% di tutta la popolazione.
In un discorso apparso sui social, ha criticato la pratica di mandare i giovani all’estero a studiare la legge islamica, trascurando la formazione professionale. “Stanno tornando per implementare qui la Sharia”, ha detto Traoré. “Nessuno di loro ha imparato una professione o un mestiere”.
In quel momento, risultavano essere più di 800.000 i cittadini burkinabé che studiavano la legge islamica all’estero, e in particolare nei Paesi arabi. Traoré ha detto che intende richiamarli in patria, minacciando di far perdere loro la cittadinanza se non lo faranno.
In precedenza, l’Assemblea nazionale del Burkina Faso ha adottato all’unanimità una legge sulle libertà religiose che mirerebbe a riportare ordine nelle organizzazioni religiose, riaffermando al contempo la laicità dello Stato. La legge regola inoltre l’istituzione e la gestione dei luoghi di culto.
Per queste sue posizioni, nonché per la sua scelta di rinsaldare i rapporti con Israele, Traoré è stato contestato su “Al Jazeera”, che ha dato voce a quegli imam e predicatori che hanno criticato le sue politiche contro l’estremismo religioso.
• Narrazione vs realtà
Con questo non si vuole certo dire che Traoré sia un esempio positivo, tutt’altro. Nel 2025, il Burkina Faso ha dichiarato illegali i rapporti omosessuali, con pene previste fino a cinque anni di carcere.
Secondo Reporters Without Borders, da quando l’attuale giunta militare ha preso il potere sono aumentati i casi di giornalisti arrestati, costretti ad abbandonare la professione o ad andare in esilio. E il distanziamento dalla Francia è andato di pari passo con un forte avvicinamento alla Russia di Putin.
Quel che si vuole mettere in luce è che, in questo come in altri casi, una parte della politica e del mondo dell’informazione, in questo caso rappresentata da Di Battista e altri con posizioni simili, ha cercato di interpretare la realtà secondo chiavi di lettura ideologiche, prestando più attenzione a una narrazione precostituita che ai fatti concreti.
(InOltre, 28 luglio 2026)
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Israele, tornare a vivere
Da Gaza al confine libanese, viaggio in un Paese che cerca di tornare alla normalità senza dimenticare il massacro e con la sicurezza diventata un’ossessione
di Monica Ricci Sargentini
Dall’osservatorio di Givat Kobi, alla periferia di Sderot, la Striscia di Gaza è visibile a occhio nudo. «Ogni giorno inviamo 500 camion di aiuti umanitari con forniture di cibo, acqua e medicine, ma non sappiamo a chi arrivano e questo è frustrante perché noi vogliamo aiutare la popolazione palestinese». Ariella Mazor, 41 anni, tenente colonnello dell’esercito israeliano, fa un lungo sospiro: «Noi siamo stati educati al rispetto degli altri, queste organizzazioni terroristiche adorano la morte mentre noi adoriamo la vita. Nel nostro esercito ci sono cristiani, musulmani, arabi, accogliamo tutti. Certo commettiamo errori perché lavoriamo in uno stato di tensione. E in quel caso si apre un’inchiesta».
Ariella ha quattro figli. Quando le chiediamo che cosa abbia pensato dopo il 7 ottobre, non parla per prima cosa di sé ma dei suoi bambini: tre di loro, crescendo, dovranno servire nell’esercito. Le chiedo come ha potuto conciliare la maternità con il servizio militare. «Abbiamo l’asilo già a partire dai quattro mesi» sorride.
Accanto a lei c’è la soldata Alma Cohen, 19 anni, i capelli biondi raccolti e lo sguardo da bambina. Ci mostra la linea gialla: «Hamas cerca di oltrepassarla, il nostro compito è impedirlo ed evitare che i terroristi ricostruiscano le infrastrutture. Quello che vorremmo è che consegnassero le armi. La speranza non ci lascia: questo è un Paese meraviglioso. Qualcosa succederà e potremo vivere in pace». Alma non ha ancora deciso cosa farà una volta finito il servizio militare, ma ci tiene a ribadire che l’IDF rispetta i diritti umani e non prende mai di mira i civili.
Lontano dal confine, la guerra non scompare: si confonde con i gesti della vita quotidiana. A Gerusalemme capita di vedere uomini e donne che camminano con un fucile d’assalto appeso alla spalla. Alcuni tengono per mano un bambino, altri fanno la spesa o aspettano il tram. Sono soldati e soldate in licenza, autorizzati a portare con sé le armi anche quando non sono in servizio. La Città Vecchia è insolitamente vuota di turisti, al Santo Sepolcro si entra senza fare la fila, fuori si aggira un uomo vestito da Gesù Cristo, un gatto gli fa le fusa. Al Muro Occidentale gli uomini e le donne si dividono ordinatamente per pregare. Qui e là piccoli gruppi celebrano il Bar Mitzvah dei loro figli.
A Tel Aviv la stessa tensione assume una forma diversa, nascosta dietro una normalità quasi ostentata. La sera i bar e i ristoranti di Rothschild Boulevard e di Florentin si riempiono di giovani che ridono, bevono e ballano. Sembra di essere in una qualsiasi città occidentale, ma gli aerei che volano a bassa quota ti ricordano che il pericolo incombe e in albergo ci hanno spiegato che, al suono dell’allarme, abbiamo sette minuti per raggiungere il rifugio.
Al nord, invece, il pericolo torna visibile e ha un’altra geografia. Il kibbutz di Sasa è immerso nel verde dell’Alta Galilea, a pochi chilometri dal confine con il Libano. A indicarcelo è Luciano Assin, 68 anni, arrivato qui dall’Italia nel 1976 inseguendo il sogno socialista della vita comunitaria: stipendi uguali per tutti, case delle stesse dimensioni, pasti consumati insieme e bambini cresciuti dal kibbutz per il kibbutz. «Da quella parte c’è Hezbollah», dice indicando le colline. In caso di attacco, spiega, il tempo per mettersi al riparo è quasi inesistente: «Qui prima arriva il missile e poi suona la sirena». Lo dice senza enfasi, con la naturalezza di chi da anni ha incorporato il rischio nella propria quotidianità.
Dopo il 7 ottobre la comunità è stata trasferita per un anno e mezzo in un luogo sicuro ma poi sono tutti tornati qui: «Siamo molto coesi — racconta Luciano tra gli schiamazzi dei bambini che giocano nel prato — ma ora sicuramente siamo molto meno disponibili al compromesso, al primo posto per noi viene la sicurezza personale». E a questo proposito c’è rammarico per l’odio che alcune persone nel mondo esprimono verso Israele: «Io penso che siano comunque una minoranza — dice Luciano — ma preferisco essere vivo e odiato che amato e morto».
Per mettere al sicuro il Nord, l’esercito israeliano conduce operazioni contro le postazioni di Hezbollah nelle aree di confine. «In ogni villaggio sciita nel sud del Libano abbiamo trovato diverse infrastrutture militari, tunnel, munizioni, missili e droni» ci dice un alto ufficiale militare dell’esercito israeliano di stanza nel Comando del Nord del Paese. «Agiamo per preservare la nostra sicurezza — precisa — e non vogliamo attaccare i civili». Soltanto la realizzazione di una zona demilitarizzata fino al fiume Litani, sostiene il militare, potrebbe mettere al sicuro le popolazioni che vivono qui. Lo spera Naela Eldin, mamma di Alma, morta insieme ad altri 11 bambini a causa di un razzo che ha colpito un campo di calcio nel villaggio druso di Majdal Shams, nel Golan. Vestita di nero, con una foto della figlia stampata sulla maglietta, oggi la donna gira il Paese per raccontare la storia di Alma e dei suoi amici, sperando che il suo dolore possa mettere fine alla violenza.
Mettere Israele al sicuro perché il 7 ottobre non si ripeta. È questa l’ossessione che attraversa il Paese. La memoria del massacro riaffiora a ogni angolo, a cominciare dalla Route 232, la strada che corre parallela alla Striscia di Gaza. Le fermate dell’autobus sono blocchi di cemento armato che servono anche da rifugi antirazzo e sono ricoperte dalle fotografie degli ostaggi e delle vittime.
A prima vista questa esposizione continua del dolore sembra impedire a Israele di voltare pagina. Arrivando al kibbutz di Kfar Aza si capisce che non è così. Da settembre tornerà a viverci il 60 per cento degli 850 abitanti, ma la maggioranza vorrebbe spostare il «quartiere dei giovani», dove undici ragazzi furono uccisi e sette rapiti. In tutto nel kibbutz i morti furono 64. Quelle case sono ancora come allora, con i segni dei proiettili, i mobili a soqquadro e le fotografie di chi le abitava. Un ricordo troppo forte per ricominciare a vivere, ci dice Orit Zadikevitch, 55 anni: «La nostra proposta è costruire un memoriale all’ingresso del kibbutz, ma i genitori delle vittime hanno presentato un ricorso all’Alta Corte». Lo stesso dilemma attraversa piazza degli Ostaggi, nel centro di Tel Aviv. La clessidra è vuota. Il grande orologio che contava i giorni della prigionia è stato spento il 27 gennaio 2026, quando è rientrato anche l’ultimo ostaggio. Le tende del Forum delle famiglie e gran parte delle installazioni vengono progressivamente smontate, ma una parte della piazza rimarrà come luogo permanente della memoria.
Durante il viaggio incontriamo anche il giornalista arabo-israeliano Khaled Abu Toameh. È musulmano e rivendica con orgoglio la propria identità israeliana. «Israele è la mia casa», dice. «Non giudicatemi per la mia religione. Giudicatemi per il fatto che sono un cittadino». Prima di salutarci ci chiede più volte di fare una foto insieme. Poi ci spiega il motivo: «Molte persone non vogliono farsi fotografare in Israele. Non vogliono far vedere che sono state qui». Ci mettiamo accanto a lui e sorridiamo all’obiettivo.
(Setteottobre, 28 luglio 2026)
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Israele invia tre tonnellate di aiuti medici in Congo contro l’epidemia di Ebola
(JNS) Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha dichiarato che Israele ha consegnato tre tonnellate di aiuti medici alla Repubblica Democratica del Congo per sostenere gli sforzi volti a contrastare l’epidemia di Ebola. Sa’ar ha parlato al fianco della sua omologa congolese, Thérèse Kayikwamba Wagner, giunta a Gerusalemme con una delegazione allargata per firmare due protocolli d’intesa sulla cooperazione in materia di formazione diplomatica e sullo svolgimento di consultazioni politiche tra i Ministeri degli Esteri dei due Paesi.
Sa’ar e Kayikwamba Wagner hanno parlato con i giornalisti dopo un primo incontro privato al Ministero. “Israele è al fianco dei suoi amici sia nei momenti belli che in quelli difficili”, ha dichiarato il massimo diplomatico israeliano, secondo quanto riportato dal Ministero degli Esteri. “In qualità di membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la sua voce ha un peso ancora maggiore. Apprezziamo il suo sostegno alla CPI [Corte penale internazionale] contro le accuse di omicidio rituale rivolte allo Stato ebraico”, ha aggiunto Sa’ar, riferendosi alle accuse mosse dinanzi alla corte internazionale contro la condotta militare di Israele nella guerra contro Hamas a Gaza.
Kayikwamba Wagner ha dichiarato ai giornalisti che il suo Paese “attribuisce grande importanza alle relazioni con lo Stato di Israele. Le nostre due nazioni condividono un notevole potenziale di cooperazione. Ci impegniamo a rafforzare la nostra partnership in settori chiave come investimenti, innovazione, agricoltura, sanità, istruzione, formazione diplomatica e tecnologie emergenti, il tutto con l’obiettivo di promuovere il benessere e la prosperità dei nostri popoli”. Ha proseguito: “Desidero esprimere la nostra sincera gratitudine allo Stato di Israele per il suo considerevole contributo e il sostegno fornito ai nostri sforzi per contrastare l’epidemia di Ebola nelle regioni settentrionali e nord-orientali della Repubblica Democratica del Congo”.
(HaKol, 28 luglio 2026)
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Come i partiti haredim hanno plasmato la politica israeliana
Nonostante detengano solo una minima parte dei seggi alla Knesset, lo Shas e l’Ebraismo Unificato della Torah sono diventati partner di coalizione indispensabili e hanno influenzato in modo duraturo la politica israeliana.
di Shimon Sherman
(JNS) La 25ª Knesset è stata sciolta il 17 luglio. Sebbene i sondaggi differiscano notevolmente su come si stia evolvendo l’equilibrio di potere tra lo schieramento del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i suoi oppositori, la maggior parte delle indagini non attribuisce a nessuna delle due parti un vantaggio significativo. Di conseguenza, i partiti minori israeliani – in particolare quelli haredim (ultraortodossi) – tornano al centro dei calcoli di coalizione che determineranno chi governerà dopo le elezioni del 27 ottobre.
È proprio qui che risiede uno dei paradossi costanti della politica israeliana. Lo Shas e l’Ebraismo Unificato della Torah (UTJ) detengono insieme solo circa il 15 per cento dei 120 seggi della Knesset. Non sono in lizza per la carica di primo ministro, non hanno mai cercato di diventare il partito più grande di Israele e conducono la loro campagna elettorale principalmente nell’ottica degli interessi delle comunità che rappresentano. Ciononostante, il loro ruolo chiave nei negoziati di coalizione conferisce loro un’influenza che va ben oltre il loro effettivo peso elettorale.
La loro influenza non si limita a determinare chi diventerà primo ministro. Grazie alla loro partecipazione a successivi governi, i partiti haredim hanno acquisito un’influenza considerevole sul finanziamento del sistema educativo, sui bilanci delle yeshivot, sulla politica sociale, sulle istituzioni religiose nazionali e sul rapporto fondamentale delle loro comunità con lo Stato.
Ciò solleva la questione centrale alla base del successo politico dei partiti haredim: come hanno potuto movimenti che rappresentano una minoranza della popolazione e che in realtà volevano tenersi fuori dai più ampi dibattiti politici di Israele arrivare al centro della politica di coalizione? La risposta non risiede solo nel loro peso elettorale, ma nella combinazione di un elettorato altamente organizzato, priorità politiche chiaramente definite, il sistema parlamentare frammentato di Israele, abili negoziati di coalizione e un’alleanza con la destra israeliana che nel corso del tempo è diventata sempre più stabile.
• L’ascesa degli haredim
L’organizzazione politica degli haredim non nacque originariamente con l’obiettivo di governare Israele nel suo complesso. Il suo scopo iniziale era garantire che le comunità che desideravano preservare uno stile di vita religioso e istituzionale autonomo avessero rappresentanti politici in grado di negoziare con lo Stato.
Dopo la fondazione dello Stato di Israele, i partiti haredim entrarono a far parte delle prime coalizioni di governo del Paese e utilizzarono la loro influenza politica soprattutto per tutelare il sistema educativo religioso indipendente, l’autonomia comunitaria e l’esenzione dal servizio militare per gli studenti delle yeshiva. Il loro rapporto con lo Stato, tuttavia, si deteriorò ben presto. Nel 1952 abbandonarono la coalizione di governo a causa di una controversia sul servizio militare per le donne religiose e rimasero fuori dal governo per il quarto di secolo successivo.
La svolta decisiva avvenne nel 1977, quando il Likud guidato da Menachem Begin pose fine a tre decenni di predominio del Partito Laburista. Agudat Yisrael tornò al governo per la prima volta dopo 25 anni. Ancora più significativo, tuttavia, fu il fatto che per la prima volta si creò una vera competizione tra lo schieramento politico di sinistra e quello di destra, e i partiti haredim furono così spinti a ricoprire il ruolo di ago della bilancia.
Il cambiamento che ne seguì non fu solo di natura politica. Secondo il dott. Gilad Malach, ricercatore presso l’Israel Democracy Institute, le riforme introdotte da Begin contribuirono anche a modificare radicalmente la struttura della società haredita.
«Nel 1977, quando Begin divenne primo ministro e formò una coalizione con Agudat Yisrael, ampliò le possibilità di esenzione dal servizio militare e abolì i limiti numerici. Inoltre, aumentò notevolmente il sostegno finanziario al sistema. Da quel momento in poi, divenne molto più comune dedicarsi allo studio della Torah per molti anni senza prestare alcun servizio militare», ha dichiarato a JNS.
L’espansione dell’influenza politica e la crescita delle istituzioni haredim sono avvenute parallelamente. Il maggiore accesso ai fondi statali ha contribuito a finanziare una rete sempre più ampia di yeshivot, kollel e istituzioni comunitarie, mentre la comunità in espansione ha allo stesso tempo accresciuto il peso politico dei partiti che la rappresentavano.
I partiti haredim hanno accettato di buon grado il loro ruolo di garanti della maggioranza. A partire dalle elezioni del 1977, hanno fatto parte delle coalizioni della stragrande maggioranza dei governi israeliani e hanno collaborato con primi ministri provenienti da quasi tutto lo spettro politico, tra cui Yitzhak Rabin, Benjamin Netanyahu, Ehud Barak ed Ehud Olmert.
Con la crescente influenza politica, le tensioni interne divennero inevitabili. Il successivo grande sviluppo fu la fondazione del partito Shas nel 1984. Esso nacque in risposta alla sottorappresentanza e alla percezione di discriminazione degli haredim sefarditi e mizrahi all’interno dell’establishment haredi, prevalentemente ashkenazita.
Sotto la guida spirituale del rabbino Ovadia Yosef e di personalità politiche come Arje Deri, lo Shas sviluppò una base elettorale nettamente più ampia rispetto ai tradizionali partiti haredim ashkenaziti. Il suo sostegno si estendeva ben oltre la popolazione haredim ortodossa e comprendeva numerosi elettori sefarditi tradizionali e religiosi.
Anche la politica haredim ashkenazita subì una significativa scissione nel 1988, quando il partito Degel HaTora, di impronta lituana e orientato alle yeshivot, si separò dall’Agudat Yisrael, prevalentemente chassidico. Entrambi i partiti si presentarono nuovamente alle elezioni nel 1992 sotto l’egida comune dell’Ebraismo Unificato della Torah (UTJ). Tuttavia, rimasero fazioni interne separate, con una propria leadership rabbinica e interessi politici diversi.
Nonostante queste divisioni, i partiti haredim agivano politicamente in larga misura come un blocco compatto e sedevano quasi sempre insieme, sia nella coalizione che nell’opposizione. La loro forza politica si basava su una negoziazione compatta, su priorità comuni ben definite e su una grande flessibilità nella scelta dei partner di coalizione.
• Il blocco di destra
Sebbene l’alleanza politica degli haredim sia rimasta in gran parte intatta fino ad oggi, il suo ruolo, un tempo indipendente, ha perso importanza. Sebbene i partiti haredim rimangano indispensabili per l’aritmetica di coalizione, vengono ormai considerati sempre più come pilastri fondamentali dello schieramento di destra e non più come fornitori neutrali della maggioranza.
Un passo decisivo verso l’abbandono della neutralità politica è stato compiuto dopo le elezioni del 2013, quando sia lo Shas che l’UTJ sono stati esclusi dalla coalizione di Netanyahu. Determinante è stata un’alleanza politica tra Yair Lapid e Naftali Bennett, il cui peso politico congiunto ha permesso loro di entrare nel governo solo insieme, impedendo di fatto a Netanyahu di includere i partiti haredim nella sua coalizione.
All’interno dell’establishment politico haredi, Lapid è diventato il simbolo della linea del nuovo governo. Il suo partito Yesh Atid aveva basato in larga misura la propria campagna elettorale sull’estensione del servizio militare agli haredim e sull’abolizione di quelli che, dal loro punto di vista, erano privilegi speciali ingiusti. La coalizione ha quindi portato avanti riforme in materia di servizio militare obbligatorio e istruzione haredi, senza che i partiti haredim fossero coinvolti nei negoziati.
Questa esperienza ha rafforzato il senso di vulnerabilità politica e ha accelerato il crescente avvicinamento dei partiti haredim a Netanyahu e al campo di destra. Nel 2015 Shas e UTJ sono tornati al governo e da allora sono tra i principali pilastri del blocco di destra. Allo stesso tempo, il servizio militare obbligatorio degli haredim e il rapporto tra religione e Stato sono diventati temi sempre più importanti per i partiti del centro e della sinistra, il che ha ulteriormente consolidato l’alleanza tra gli haredim e la destra.
Il presidente dell’UTJ Yitzhak Goldknopf ha sintetizzato concisamente questo concetto in una recente intervista: «Noi apparteniamo al blocco di destra».
Questa alleanza non va tuttavia confusa con una completa convergenza ideologica. Storicamente, l’UTJ ha più volte assunto posizioni in materia di politica estera e di sicurezza che differivano da quelle della destra nazionale, mentre lo Shas ha mostrato maggiore flessibilità su alcune questioni relative alle concessioni territoriali ai palestinesi.
L’attuale blocco composto dagli haredim e dalla destra è quindi piuttosto il risultato di valori sociali condivisi, di una fiducia politica maturata nel corso di decenni e di una dipendenza reciproca sempre più forte nell’ambito della politica di coalizione.
• Esercitare il potere politico
L’influenza politica dei partiti haredim è strettamente legata alla struttura istituzionale della società haredim. Gli istituti di istruzione come scuole, yeshivot e kollelim, così come altre istituzioni comunitarie, dipendono in larga misura dai finanziamenti statali. Gli accordi di coalizione possono quindi influenzare direttamente i fondi disponibili per il mantenimento di questo modello sociale.
La tensione centrale dell’impegno politico degli haredim consiste tuttavia nel potenziare il sostegno statale senza accettare nella stessa misura il controllo statale.
All’interno della società haredita, questo esercizio del potere politico non è necessariamente inteso solo come una classica rappresentanza di interessi, ma piuttosto come parte di una missione religiosa più ampia. Gedalia Guttentag, vicedirettore della rivista Mishpacha, lo ha definito parte integrante di un progetto globale di ricostruzione della comunità dopo l’Olocausto.
«Il tentativo degli haredim non era altro che la ricostruzione di una civiltà fondata sulla Torah. Non si può semplicemente dire che si tratti solo di sostenere un piccolo numero di studiosi eccezionali. Ciò significa fraintendere il progetto. Per preservare questa civiltà, è necessario un intero ecosistema con un gran numero di persone che aspirino a studiare la Torah», ha dichiarato a JNS. «È qualcosa di cui il popolo ebraico ha bisogno. Non è nulla di provinciale né qualcosa che serva solo alla comunità haredi», ha aggiunto.
Da questa prospettiva, il sostegno statale a scuole, yeshivot e kollel non è visto semplicemente come un vantaggio materiale. Queste istituzioni costituiscono piuttosto l’infrastruttura attraverso la quale la società haredi intende trasmettere il proprio modello religioso e comunitario di generazione in generazione e preservare ciò che considera il cuore della cultura ebraica.
Il sistema educativo fornisce probabilmente l’esempio più chiaro dell’equilibrio a cui aspirano i partiti haredim tra sostegno statale e indipendenza comunitaria. Gran parte del sistema scolastico haredim riceve ingenti fondi pubblici. Tuttavia, il grado di influenza statale varia notevolmente da un istituto all’altro.
Le due grandi reti scolastiche haredite, così come le scuole statali-haredite, ricevono un finanziamento statale completo e sono formalmente tenute a seguire il programma scolastico nazionale di base. Altre scuole indipendenti ricevono sovvenzioni inferiori e godono in cambio di maggiore autonomia, mentre molti ragazzi frequentano i cosiddetti istituti «esenti», che ricevono poco più della metà del normale finanziamento statale e sono quindi soggetti a requisiti meno rigidi per quanto riguarda il programma scolastico di base. In pratica, il controllo statale su tali requisiti è rimasto spesso limitato.
Il risultato è un sistema che riflette il compromesso politico fondamentale degli haredim: partecipare allo Stato in misura sufficiente per garantire i fondi necessari al mantenimento delle istituzioni comunitarie, ma allo stesso tempo opporsi a un livello di controllo statale che potrebbe alterare radicalmente tali istituzioni.
La partecipazione alle coalizioni di governo costituisce un pilastro fondamentale di questo modello politico. Solo nel 2023, il sostegno statale alle yeshivot e ai kollel è ammontato a circa 1,7 miliardi di shekel.
In un recente studio, Malach ha rilevato che, dopo il ritorno dei partiti haredim al governo, il finanziamento delle yeshivot e dei kollel è aumentato «di circa il 50 per cento». Di conseguenza, nel 2023 il numero di studenti nelle yeshivot e nei kollel è cresciuto del 7,3 per cento, raggiungendo circa 167.000 all’inizio del 2024.
La struttura politica che ne deriva si autoalimenta. Comunità altamente organizzate garantiscono risultati elettorali affidabili; questi garantiscono influenza parlamentare; e tale influenza contribuisce a sua volta a preservare quelle istituzioni attorno alle quali si organizza la vita comunitaria.
• Conclusione
Il potere politico degli haredim non è nato dalla conquista del centro politico israeliano, bensì dalla loro magistrale capacità di sfruttare il sistema politico. Un elettorato altamente organizzato ha garantito una rappresentanza politica disciplinata, priorità chiaramente definite hanno rafforzato la loro posizione negoziale nelle coalizioni e decenni di collaborazione hanno infine ancorato in modo permanente i partiti tradizionali allo schieramento di destra.
Oggi, tuttavia, questo modello si trova ad affrontare una sfida che in parte deriva proprio dal suo stesso successo. Nel 2025 la popolazione haredita di Israele era cresciuta fino a circa 1,45 milioni di persone – circa il 14,3% della popolazione totale – e si prevede che raggiunga il 16% entro il 2030. Con la crescita della comunità, la sua capacità di rimanere politicamente sotto il radar si è notevolmente ridotta.
Di conseguenza, i partiti tradizionali si trovano oggi ad affrontare una sfida diversa da quella per cui erano stati originariamente fondati. Il rabbino Jehoschua Pfeffer, eminente autore e rabbino haredi, lo ha espresso in modo inequivocabile:
«Non siamo più una minoranza. Costituiamo una parte consistente della maggioranza ebraica di Israele e dobbiamo quindi assumerci le nostre responsabilità», ha dichiarato a JNS.
Questo cambiamento potrebbe influenzare sempre più la prossima fase della politica haredita, mentre Israele si avvicina alle elezioni del 27 ottobre. I partiti tradizionali continuano ad avere grande successo nel proteggere l’autonomia delle loro comunità e nel garantire risorse alle loro istituzioni. La questione più complessa, tuttavia, è se un modello politico, originariamente sviluppato per proteggere una minoranza chiaramente definita, possa adattarsi quando tale minoranza diventa una parte sempre più ampia e influente del Paese che un tempo intendeva tenerla deliberatamente a distanza.
(Israel Heute, 28 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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«Tu dici “sionista”, ma in realtà intendi “ebreo”»
La brutale aggressione ai danni di un uomo che indossava una spilla con il simbolo di Israele nei pressi di Würzburg non è un caso isolato. Dimostra piuttosto come le parole si trasformino in fatti.
di Michail Kantor *
Domenica sera, poco prima di mezzanotte, un semaforo a Höchberg, vicino a Würzburg. Lì si trova un uomo di 65 anni, con una minuscola spilla con la bandiera di Israele sul bavero. Un ventenne siriano, che già in precedenza si era fatto notare per aver molestato altre persone durante una festa popolare, inizia a parlare con lui del Medio Oriente. Poco dopo vede la spilla e lo aggredisce. L’uomo cerca di fuggire, ma viene raggiunto e buttato a terra. Disteso a terra è indifeso, ma l’aggressore continua a prenderlo a calci alla testa e al torace.
Solo all’arrivo della polizia smette di aggredirlo. La vittima, membro della Società Tedesco-Israeliana (DIG) di Würzburg, subisce una frattura vertebrale e altre lesioni alla testa ed è ricoverata in terapia intensiva. La Procura generale di Monaco ha assunto la direzione del caso, mentre il responsabile centrale per l’antisemitismo della magistratura bavarese sta indagando per tentato omicidio.
È inquietantemente facile liquidare questo episodio della scorsa settimana come un caso isolato: un giovane senza freni inibitori, un incontro casuale, una minuscola puntura. Ma proprio questa minimizzazione è parte del problema. Perché questo episodio non è nato dal nulla. Prima di colpire, l’aggressore ha parlato. Prima che i pugni cadessero, è caduta la parola. E questo schema – prima la disinibizione verbale, poi quella fisica – non è una coincidenza, ma il risultato finale di un clima che da anni permettiamo, minimizziamo e, peggio ancora, in parte dichiariamo legittimo.
• ,All’inizio era la parola
Chi oggi naviga sui social network – su Telegram, Instagram, TikTok o X – si imbatte con regolarità in una retorica che non critica Israele, ma lo demonizza: «assassini di bambini», «Stato genocida», «colonialismo dei coloni», paragoni con il regime nazista, aperta esaltazione della violenza contro i «sionisti». Questi contenuti non vengono cancellati, ma vengono amplificati dagli algoritmi, perché l’indignazione genera visibilità.
La legge tedesca sull’applicazione delle norme nelle reti sociali (NetzDG) e, nel frattempo, il Digital Services Act (DSA) europeo obbligano le piattaforme a rimuovere tempestivamente i contenuti palesemente illegali – incitamento all’odio razziale, istigazione alla violenza, diffamazione ai sensi dell’articolo 185 del Codice penale tedesco (StGB). In pratica, però, proprio questo obbligo rimane una tigre di carta senza denti: le procedure di segnalazione sono poco trasparenti, i tempi di elaborazione di fatto privi di conseguenze, i procedimenti sanzionatori rappresentano l’eccezione. Chi, in qualità di avvocato, presenta richieste di rimozione o segue i procedimenti, ne conosce il risultato: i contenuti scompaiono, se mai lo fanno, con giorni o settimane di ritardo – molto tempo dopo che hanno esercitato il loro effetto radicalizzante.
L’aggressore ventenne di Höchberg non è un fantasma apparso dal nulla. È il prodotto di una cassa di risonanza digitale in cui l’incitamento all’odio contro Israele circola camuffato da discorso politico, indisturbato e impunito. Non occorre addentrarsi nella ricerca sulla radicalizzazione per rendersi conto che: per chi legge quotidianamente che gli israeliani e i loro sostenitori sono assassini, colonizzatori, disumani, il passo verso il pugno non è più così grande. La violenza non inizia con il primo pugno. Inizia con il primo post che rimane senza replica.
• La copertura si chiama antisionismo
Ed è qui che risiede il vero nocciolo del problema, che va ben oltre il singolo caso di Würzburg: l’antisemitismo classico è socialmente – a ragione – mal visto. Chi dice apertamente «odio gli ebrei» è considerato un estremista. Chi invece grida «odio i sionisti», «Israele deve sparire dalla mappa» o «Free Palestine from the river to the sea», per molti si muove ancora nell’ambito di una legittima espressione politica. È proprio questo spostamento a rendere l’antisemitismo odierno così pericoloso e così difficile da combattere: ha imparato a cambiare nome.
Ciò avviene da due direzioni che, pur avendo origini diverse, presentano effetti spaventosamente simili. Da alcuni settori della sinistra politica proviene un quadro interpretativo postcoloniale che etichetta Israele in modo generalizzato come «progetto coloniale dei coloni» e delegittima a priori qualsiasi difesa dello Stato ebraico – una critica a Israele che si definisce antirazzista ed emancipatoria, ma che in realtà attribuisce agli ebrei di tutto il mondo la responsabilità delle politiche di un governo al quale spesso non appartengono nemmeno.
Dagli ambienti di impronta islamista proviene un odio verso Israele codificato in termini religiosi, che non ha mai operato una chiara distinzione tra ebrei e «sionisti» e per il quale il conflitto mediorientale è da sempre il simbolo di un’ostilità molto più antica. Entrambe le correnti, per quanto diversi siano i loro punti di partenza, convergono in un odio verso Israele estremo e sfrenato, che permette di odiare apertamente senza riconoscersi come antisemiti. La parola «sionista» diventa un codice. Si dice «sionista», ma si intende «ebreo» – e spesso è proprio questo il significato.
L’uomo di Höchberg non indossava né la kippah né la stella di David. Portava una minuscola bandiera di Israele. È bastato. Era sufficiente perché nella mente di alcuni non esiste più da tempo alcuna differenza tra lo Stato di Israele, i suoi cittadini, i suoi sostenitori e «gli ebrei» nel loro insieme. Questa equiparazione non è una nota a margine della definizione di antisemitismo dell’IHRA – ne è il fulcro, e viene ribadita ogni giorno dalla marea quotidiana di incitamento all’odio non filtrato in rete.
• Cosa si dovrebbe fare
Occorre fare ciò che la magistratura bavarese sta già dimostrando con il suo responsabile centrale per l’antisemitismo: un perseguimento coerente, una chiara classificazione di tali atti per quello che sono – non «critica a Israele degenerata», ma antisemitismo.
Ma l’azione penale arriva sempre troppo tardi se interviene solo quando il reo ha già agito. È necessario un intervento preventivo: un’applicazione effettiva, e non solo sulla carta, del NetzDG e del DSA, con sanzioni concrete per le piattaforme che tollerano sistematicamente l’incitamento alla violenza contro ebrei e israeliani; centri di segnalazione specializzati e adeguatamente dotati; e soprattutto il coraggio politico e sociale di non considerare più l’«antisionismo» come una posizione politica rispettabile a prescindere, quando in realtà non è altro che il nuovo vocabolario di una vecchia ostilità.
Dopo l’aggressione, la DIG ha chiesto «una chiara opposizione – in piazza, nelle alleanze politiche e ovunque l’antisionismo venga spacciato per protesta legittima». Il presidente della DIG, Volker Beck, lo ha espresso in termini ancora più duri: «Chi si dichiara amico o amica di Israele o si identifica come ebreo deve temere per la propria vita». Questa non può essere una realtà accettabile in Germania, nel 2026.
L’uomo di Höchberg giace oggi in terapia intensiva con la schiena fratturata perché indossava una spilla. Il suo aggressore, prima che lo colpisse aveva parlato. E prima che parlasse, aveva letto, fatto scorrere i contenuti, si era mosso in un ambiente digitale che gli aveva già da tempo suggerito tutto ciò come un dato di fatto. Chi ignora questo nesso e tratta la violenza solo come il risultato di un imbarbarimento individuale, non riuscirà a impedire il prossimo episodio. Chi vuole capire perché un uomo viene picchiato quasi a morte per una bandiera di Israele, deve prima guardare là dove sono state pronunciate le parole che si sono trasformate in calci. ---
* Michail Kantor è avvocato a Düsseldorf.
(Israelnetz, 28 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il Festival di Bayreuth celebra il suo 150° anniversario con spirito di riflessione
di Maria Ossowski
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Davanti al busto di Wagner a Bayreuth, il maestro di cappella Yonatan Amrani (5° da destra) insieme a Katharina Wagner (6° da destra) e Michel Friedman (4° da destra) ricorda gli artisti ebrei assassinati dai nazisti.
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Che momento! Sulla collina del Festival, davanti al busto di Wagner realizzato da Arno Breker, protetto di Hitler, un cantore, Yonatan Amrani, prega in ebraico. Egli nomina gli artisti ebrei assassinati dai nazisti che un tempo si esibirono qui. Il Richard di bronzo, principale antisemita della sua epoca, deve assistere a tutto questo.
Proprio accanto al cantore si trovano Katharina, pronipote di Wagner, e il giornalista e giurista Michel Friedman. Il Festival di Bayreuth festeggia i suoi 150 anni con grande riflessione e senso di colpa, senza sfarzo, ostentazione né retorica.
• Katharina Wagner si scusa per le polemiche relative all’invito a Friedman
Katharina Wagner si scusa, in un teatro tutto esaurito, per le polemiche relative all’invito a Friedman. In generale, la direttrice fa una «bella figura» a questo Festival, sia in senso letterale che figurato. All’inaugurazione si limita a salutare gli ospiti in generale, senza menzionare separatamente il Cancelliere federale o il Ministro Presidente, ma sottolinea la propria responsabilità riguardo al coinvolgimento della sua famiglia con il nazionalsocialismo e dà il benvenuto per nome a Michel Friedman, relatore dell’evento «Voci messe a tacere».
L’evento si svolge domenica mattina, cioè tra la cerimonia dell’anniversario e la prima di Rienzi. L’idea era nata dall’orchestra: commemorare, sulle solenni scene wagneriane, gli artisti di Bayreuth cacciati e assassinati, proprio con Friedman come oratore. I suoi genitori e sua nonna erano sopravvissuti alla Shoah grazie a Oskar Schindler. Il tutto è accompagnato dalla musica di due compositori ebrei. Nel Festspielhaus, dove, in base alla «legge di Wagner», possono risuonare solo le opere del Maestro stesso e la Nona di Beethoven. Qualsiasi altra composizione deve essere approvata dalla famiglia e dal consiglio della fondazione. Ci siamo riusciti.
La mattina dopo l’inaugurazione e proprio prima della prima del Rienzi, tutti gli oltre 1900 posti sono occupati. Definire queste due ore in onore delle «voci messe a tacere» come storiche non è un’esagerazione. Il discorso di Michel Friedman viene ripetutamente interrotto da applausi prolungati. All’inizio ringrazia Katharina Wagner per aver cambiato la cultura della memoria in questo luogo.
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Il pubblico ringrazia Michel Friedman per i suoi moniti con una standing ovation.
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Perché per molto tempo era stato un buco nero. La collina viene sì chiamata «verde», ma forse si chiama così proprio per non far vedere la terra bruna? La colorazione ideologica, secondo Friedman, è rimasta bruna anche dopo il terrore nazista. Negli anni ’50 i fratelli Wieland e Wolfgang Wagner avevano chiesto al pubblico, tramite volantini affissi, di astenersi da argomenti politici durante le pause, per garantire il regolare svolgimento del Festival. Un messaggio chiaro: Hitler va taciuto.
Friedman, classe 1956, racconta del suo insegnante di chimica. Quest’ultimo salutava ogni volta la classe alzando una mano a cui mancavano due dita, aggiungendo: «Sono orgoglioso di aver perso queste dita per il Führer».
• Le ferite di Friedman sono profonde, ma la sua voglia di polemizzare lo rende felice
Le ferite di Friedman sono profonde, ma la sua voglia di polemizzare lo rende felice. È ciò che esige con urgenza da tutti i tedeschi nell’attuale situazione politica. Discutere con i brontoloni del Paese. Dovrebbero votare un partito democratico, in modo da poter continuare a brontolare anche in seguito. Fa riferimento anche alla prima serale dell’opera «Rienzi», il seduttore di masse romano. Il pubblico ringrazia per i suoi moniti con applausi che durano diversi minuti e standing ovation.
La musica di Gustav Mahler e di Pavel Haas, il compositore assassinato ad Auschwitz, accompagna l’evento. Il direttore d’orchestra ebreo Semyon Bychkov dirige il Siegfried-Idyll. Durante le prove, due musicisti hanno scoperto un’emozionante coincidenza: l’iniziativa per l’evento «Voci messe a tacere» era partita dal violinista Daniel Draganov. Sua nonna aveva subito, insieme alla bisnonna dell’oboista solista Nick Deutsch, la marcia della morte da Auschwitz a Bergen-Belsen. La nonna di Draganov è sopravvissuta, la bisnonna di Nick Deutsch no.
Masse sedotte e un Führer inebriato dal potere: questo è anche il tema dell’opera giovanile di Wagner Rienzi, rappresentata per la prima volta a Bayreuth. Hitler apprezzava l’opera; la partitura originale è probabilmente andata distrutta con lui nel bunker del Führer, mentre l’ouverture risuonava prima di ogni congresso del partito del Reich.
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È giusto che, dopo l’anniversario, «Rienzi» scompaia dal Festspielhaus.
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Rienzi non fa parte del canone delle opere wagneriane di Bayreuth. E meno male. La trama appare disomogenea, illogica, anche nella messa in scena cupa eppure di grande impatto visivo delle ungheresi Alexandra Szemerédy e Magdolna Parditka. La direttrice d’orchestra Nathalie Stutzmann tiene insieme in modo ammirevole quest’«opera urlante» (espressione dello stesso Wagner). La scenografia è coerentemente realizzata nei colori nazisti: nero, bianco e rosso. Le masse credono a ogni post sui social media; il cellulare e il potere dei miliardari della tecnologia governano sentimenti e voci.
(Jüdische Allgemeine, 27 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Khamenei invoca la “jihad” per salvare Hezbollah
La Guida Suprema dell’Iran dichiara che non ci sarà alcun accordo con Washington finché il braccio armato di Teheran in Libano non sarà protetto da Israele.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - La Guida Suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha posto la sopravvivenza di Hezbollah come condizione imprescindibile per qualsiasi accordo con gli Stati Uniti. Ha dichiarato che il sostegno all’organizzazione terroristica libanese rimane un impegno strategico della Repubblica Islamica.
In un messaggio inviato domenica al segretario generale di Hezbollah Naim Qassem, Khamenei ha elogiato la guerra del gruppo contro Israele e ha dichiarato che l’Iran continuerà a sostenere i propri alleati, che ha definito «mujaheddin». Ha inoltre scritto che non esiste altra via d'uscita se non quella della «jihad e della resistenza», ponendo così Hezbollah al centro dello scontro tra Teheran, Gerusalemme e Washington.
Khamenei ha dichiarato che qualsiasi accordo con gli Stati Uniti deve includere la cessazione completa e incondizionata delle operazioni militari israeliane in Libano. Ha presentato questa richiesta come una questione di sovranità libanese. Il significato pratico è tuttavia inequivocabile: l’Iran vuole che Hezbollah continui a esistere, sia armato e possa ricostituirsi senza ostacoli lungo il confine settentrionale di Israele.
Questa richiesta va al cuore dell’attuale conflitto. Hezbollah ha ripreso i suoi attacchi contro il nord di Israele a marzo, dopo l’uccisione dell’Ayatollah Ali Khamenei all’inizio dell’operazione «Leone ruggente» e la campagna americano-israeliana contro le infrastrutture militari e nucleari dell’Iran. Israele ha reagito con attacchi su vasta scala in tutto il Libano, al fine di indebolire le strutture missilistiche, i droni e la struttura di comando di Hezbollah.
Da allora, il presidente libanese Joseph Aoun ha intrapreso misure per contenere l’influenza di Hezbollah. Mentre i rappresentanti israeliani continuano a nutrire scetticismo sulla reale disponibilità e capacità delle autorità libanesi di agire contro il proxy iraniano, i rari colloqui diretti tra rappresentanti israeliani e libanesi hanno portato a un accordo quadro. Tale accordo prevede un ripiegamento delle truppe israeliane, subordinato al ritiro di Hezbollah dal Libano meridionale.
La dichiarazione di Khamenei indica che l’Iran sta cercando di sfruttare i negoziati con Washington per preservare il suo principale alleato regionale da questo esito.
Per decenni, con il sostegno iraniano, Hezbollah ha costituito un esercito sul versante libanese del confine, trasformando aree civili in postazioni di lancio e rendendo le località israeliane bersagli di attacchi. Nessun governo israeliano può accettare una soluzione diplomatica che lasci Hezbollah sul posto e la definisca «pace».
Il messaggio di Khamenei elimina ogni residua ambiguità. Teheran non mira alla tranquillità in Libano. Cerca di proteggere l’organizzazione jihadista armata che vi ha creato.
(Israel Heute, 27 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Nella Striscia di Gaza dilagano i clan mafiosi affiliati ad Hamas
di Marco Del Monte
Giorni fa stavo leggendo i giornali per trovare un argomento che meritasse di essere approfondito, quando mi è arrivata una mail da una organizzazione che non ho mai sentito: OXFAM. L’oggetto era visibile anche non aprendo la mail ed era il seguente: “Aiutaci a disarmare Israele, stop al genocidio a Gaza”. Inutile dire che l’ho subito cancellato, però queste mail, annunci, proclami si stanno moltiplicando. Sono un uomo pacifico e il mio voto è sempre stato orientato a sinistra, ma di fronte alla situazione che si sta creando non mi sento più lo stesso e il mio approfondimento, che avevo impostato in modo asettico, ora lo sento più partecipato. Sento come un grido che cerca di esplodere: basta di essere vittime dell’ignoranza, della maldicenza, dell’ostracismo.
Il 9 novembre 1989, dopo un processo di forti cambiamenti su scala mondiale, anche per l’impulso personale di Papa Wojtyla, che ho avuto modo di conoscere di persona, cadde il muro di Berlino, un simbolo che, crollando, causò un riassetto totale della politica globale. A ruota cominciò la disgregazione dell’impero sovietico e il ridimensionamento della Russia, che perse tutti gli stati satelliti, salvo qualche rara eccezione. Da quel momento anche gli ebrei russi si trovarono in grandi difficoltà e lasciarono il Paese in massa, così come se ne andarono moltissimi ebrei dall’Ucraina.
Noi ebrei sappiamo bene cosa significhi un movimento di massa, popolare: insieme al grano viene via la crusca e così Israele si trovò a fronteggiare un problema in più: molta manovalanza della mafia russa emigrò, anche acquistando materialmente lo “status” di ebreo perseguitato. Per chi non lo sa, la mafia russa è una delle più forti al mondo, al pari della ‘ndrangheta calabrese e della triade cinese, mentre quella albanese è ormai completamente asservita. In genere queste organizzazioni vivono e prosperano nei Paesi dove c’è maggiore instabilità, determinata dalla debolezza dei governi o da situazioni locali particolari.
Il Medio Oriente si presta a queste situazioni da millenni; ricordiamo che la Toràh ci racconta della carovana di Ismaeliti che acquista Giuseppe dai fratelli; questo è lo spaccato di un traffico di esseri umani, attività non controllata dai governi e perciò molto redditizia. Il perché di questi passaggi e commerci risiede nel fatto che quella terra è sempre stata oggetto di conquista e di scontri, libera da padroni stabili: ha visto nascere e morire interi imperi, proprio come dice il mago Bilàm nella sua visione futura che si legge in Bemidbar (Numeri). La situazione attuale è complicata dal fatto che nell’occhio del ciclone si trovano gli ebrei, il che accende diatribe infinite sul controllo dei luoghi santi alle tre religioni attualmente interessate. Non si spiegherebbe altrimenti l’interesse morboso del mondo nell’inventata questione palestinese.
Dall’altro lato del tavolo c’erano gli oligarchi russi, le cui fortune non erano certo acquisite con dolci e caramelle: questa non è una certezza, ma un’ipotesi seria sulle alterne vicende della vecchia terra di Canaan. Per inquadrare anche le situazioni attuali, che hanno portato allo scoperto la vita e l’attività di clan mafiosi nella Striscia di Gaza, affiliati ad Hamas, senza inventare nulla, ritengo utile riportare il sunto di Ebrei di mafia di Rich Cohen.
“In America, nella storia della criminalità organizzata, prevalgono i nomi italiani, ma ci fu un tempo, negli anni venti e trenta, in cui nomi dichiaratamente ebrei occuparono la scena. È quanto è scritto in questo documentatissimo volume, sapendo far rivivere quel periodo con estrema vivacità, raccontando aneddoti e storie condite col sapore della realtà di un mondo fatto di strade, bar e night club, dove uccidere era più attraente che scappare, dove ogni colpo veniva pianificato ed eseguito con precisione e finezza, un mondo di rivalità e guerre intestine, dove soltanto raggiungere la mezza età era un fatto raro; un mondo in cui, per un breve momento, i criminali più rispettati e temuti erano ebrei. Un momento durato poco perché non appena un gangster ebreo metteva da parte qualche soldo mandava i figli all’università e li avviava a una carriera regolare, mentre gli italiani passavano il mestiere ai figli senza altra preoccupazione. Questo resoconto, avvincente e senza scrupoli, offre un’altra faccia dell’eterno ebreo, perseguitato e vittima, che la storia ci ha tramandato”.
Soffermiamoci su quest’ultima affermazione per constatare che, sotto altri profili e livelli, lo Stato di Israele incarna, agli occhi del mondo, questo nuovo tipo di ebreo che non subisce, ma è in grado di infliggere duri colpi ai suoi nemici. Sempre aprendo una parentesi personale, nella mia attività è capitato che dei lavoratori siano rimasti intrappolati in posti non raggiungibili da nessun telefono e sono stati salvati perché la ditta presso cui lavoravano li aveva dotati di cercapersone funzionanti pure a notevole profondità e, naturalmente, brevettati in Israele. Mi chiedo come avrebbero fatto quegli operai oggi che è in voga il famigerato “BDS”, che boicotta tutto ciò che è Israele, e mi domando pure perché questo movimento non boicotta il vaccino Sabin, col quale OMS e UNICEF stanno vaccinando i bimbi di Gaza contro la poliomielite.
(HaKol, 27 luglio 2026)
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Nuovo record di visitatori sul Monte del Tempio
Durante le festività ebraiche, sempre più ebrei visitano il Monte del Tempio. La scorsa settimana è stato registrato un nuovo record di visitatori.
di Benjamin J. *
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Alcuni ebrei si prostrano in preghiera sul Monte del Tempio - Foto: Benjamin J.
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Sotto stretta sorveglianza della polizia, gli ebrei pregano sull’antica piazza del Tempio, al centro della quale oggi, da ben più di un millennio, sorge la Cupola della Roccia. «Che il Tempio sia presto ricostruito!», cantano ad alta voce, e alcuni si prostrano in adorazione sul pavimento in direzione dell’antico santuario.
Giovedì mattina, giorno della commemorazione della distruzione del Tempio, all’unico accesso riservato agli ebrei e agli altri non musulmani, centinaia di persone attendono già all’ora di apertura, alle 6.30, nei pressi della Porta del Letame nella Città Vecchia di Gerusalemme. Con quasi 3.700 visitatori ebrei, si tratta di un nuovo record per questo luogo.
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Gli ebrei si recano al Monte del Tempio - Foto: Benjamin J.
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Dopo un controllo di sicurezza, viene fornita un’istruzione dettagliata su come comportarsi nella piazza del Tempio. Non è consentito portare con sé libri di preghiera e la Torah, per evitare provocazioni. Diversi agenti di polizia armati accompagnano i gruppi di 70 persone ciascuno, che possono accedere alla piazza tanto ambita solo a distanza di sicurezza, attraversando il ponte un tempo costruito in via provvisoria.
• A piedi nudi per rispetto
Alcuni visitatori strappano il colletto della camicia o della maglietta in segno di lutto. Per rispetto verso la sacralità del luogo, molti fedeli camminano sulle lastre di pietra in calzini o addirittura a piedi nudi.
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Quando gli ebrei entrano nel Monte del Tempio, fanno attenzione a non avvicinarsi troppo al Santo dei Santi - Foto: Benjamin J.
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Durante il percorso, le scorte di polizia fanno fermare il gruppo più volte per pregare. Si tratta del desiderio di vicinanza a Dio e dell’adorazione del Creatore. Di tanto in tanto vengono intonati canti, ai quali i visitatori si uniscono. Alcuni recitano ad alta voce preghiere di lutto, confermate con un «Amen» dopo ogni sezione. All’ultima sosta cantano a voce alta e con desiderio che il terzo Tempio possa essere costruito presto.
I poliziotti sollecitano il gruppo. È ora di lasciare il luogo. Fuori dal cancello, in direzione del mercato arabo, molti si fermano e continuano a pregare.
• Chi controlla il Monte del Tempio?
La polizia israeliana controlla gli accessi all’«Har HaBait», il «Monte della Casa», come il Monte del Tempio viene chiamato dalla popolazione ebraica, ed è responsabile della sicurezza. Tuttavia, la supervisione dei luoghi sacri islamici spetta all’Autorità del Waqf, una fondazione islamica controllata e finanziata dal governo giordano. Israele aveva conquistato il Monte del Tempio nel 1967 durante la Guerra dei Sei Giorni, ma lo aveva immediatamente restituito all’autorità musulmana.
Il fatto che gli ebrei si rechino a pregare sul Monte del Tempio è un fenomeno recente. La maggior parte dei fedeli si astiene dal visitarlo, per timore di entrare inavvertitamente nel Luogo Santissimo e profanarlo. Secondo il Terzo Libro di Mosè, l’accesso al Luogo Santissimo era consentito solo al sommo sacerdote nel giorno dello Yom Kippur.
• Luogo centrale della storia biblica
La storia biblica del Monte del Tempio risale all’epoca del patriarca Abramo. Secondo il racconto biblico di Genesi 22, Dio mandò Abramo sul Monte Moria, che ancora oggi porta ufficialmente questo nome, per metterlo alla prova. Qui Dio vide la disponibilità di Abramo a sacrificargli Isacco, il suo amato figlio. Ma all’ultimo momento gli donò un animale da sacrificare. Allora Abramo ricevette la promessa di una grande moltiplicazione della sua discendenza – e che essi avrebbero posseduto le porte dei loro nemici.
Il re Davide acquistò questo luogo per 600 sicli d’oro dal Gebuseo Ornan, per costruire un altare secondo le istruzioni di Dio trasmesse dal profeta Gad, come riportato in 1 Cronache 21.
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Negli ultimi anni, sempre più ebrei osservanti salgono sul Monte del Tempio - Foto: Benjamin J.
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In questo luogo il re Salomone costruì il primo Tempio, secondo il racconto biblico riportato in 2 Cronache 1.
Gli ebrei chiamano la roccia su cui oggi sorge la Cupola della Roccia «Even HaSchtia». Secondo la tradizione ebraica, l’Arca dell’Alleanza si trovava nel Santo dei Santi del Tempio, e su questa roccia avrebbe avuto inizio la Creazione.
L’attuale Cupola della Roccia fu costruita tra il 687 e il 691 d.C. Dopo la Moschea di Al-Haram con la Kaaba alla Mecca e la Moschea del Profeta a Medina, è il terzo edificio sacro più importante dell’Islam. ---
* Benjamin J. è originario della Germania. Vive in Israele dall’età di 27 anni. È cristiano, sposato, padre di cinque figli e attivo come volontario presso i vigili del fuoco e la polizia di frontiera nel distretto di Hadera.
(Israelnetz, 27 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Accettare l’esistenza d’Israele: la lezione di Ahmed Fouad Alkhatib
Ahmed Fouad Alkhatib, palestinese originario di Gaza e critico tanto di Hamas quanto del governo Netanyahu, denuncia le profezie sulla scomparsa d’Israele: sono fantasie ideologiche che alimentano la radicalizzazione e condannano i palestinesi a nuove sofferenze, anziché prepararli al compromesso e alla costruzione di uno Stato.
di Nathan Greppi
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Ahmed Fouad Alkhatib
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Dopo il 7 ottobre 2023, intellettuali di estrema sinistra come Ilan Pappé hanno sostenuto che il sionismo era ormai al capolinea, mentre intellettuali come Anna Foa hanno costruito una carriera mediatica sulla tesi secondo cui Israele si starebbe “suicidando”.
Chi invece ha avuto il coraggio di guardare in faccia la realtà, senza dare credito ai falsi profeti che puntualmente saltano fuori ogni volta che Israele affronta una crisi, è l’opinionista di origine palestinese Ahmed Fouad Alkhatib: nato e cresciuto a Gaza, oggi residente negli Stati Uniti, Alkhatib è una delle voci più critiche nei confronti di Hamas tra i palestinesi emigrati in Occidente.
In un post apparso sul suo profilo Instagram il 9 luglio 2026, ha spiegato perché, secondo lui, bisogna smettere di convincere i palestinesi che Israele sia destinato a soccombere: “Crescendo a Gaza, sono stato bombardato da profezie secondo le quali Israele fosse sull’orlo del collasso. Il fondatore di Hamas, Ahmed Yassin, sosteneva che Israele sarebbe caduto entro il 2020 o il 2028. L’esponente kuwaitiano dei Fratelli Musulmani Tareq Al-Suwaidan ha raccontato profezie secondo cui gli ebrei avrebbero avuto uno Stato per 80 anni prima che questo crollasse”.
Alkhatib spiega che “queste fantasie erano incredibilmente stupide e ignoranti, ma hanno anche provocato dei danni tremendi. Hanno plasmato il modo in cui i palestinesi comprendevano il conflitto, ciò che credevano fosse possibile e ciò che erano disposti a sacrificare. Invece di preparare i palestinesi per la costruzione di uno Stato, il compromesso e il realismo politico, hanno illuso generazioni che Israele sarebbe semplicemente scomparso”.
L’analista palestinese-americano ritiene che, dopo il 7 ottobre, “questa vecchia fantasia logora è tornata in una nuova forma. Ora un intero genere di intrattenimento basato su ‘analisi politiche’ fasulle inonda i social media e YouTube: video, podcast, influencer e opinionisti prevedono il collasso imminente d’Israele, la distruzione, la rovina, la fine dello Stato ebraico”.
Secondo Alkhatib, questa evoluzione nel mondo digitale di certe teorie è “la terza ripetizione della stessa fantasia devastante. Prima vennero i panarabi e i nazionalisti, che fallirono miseramente. Poi vennero gli islamisti degli ultimi trent’anni. Ora è arrivata una nuova mutazione: attivisti influencer, imbroglioni ideologici, opportunisti e occidentali che scambiano queste ridicole fantasie per analisi”.
Ai palestinesi “è stata venduta la stessa finzione per generazioni: sopporta altra sofferenza, seppellisci altri bambini, aspetta ancora un po’ e Israele sparirà. Non succede mai”.
Sono tutte “bugie vendute da ideologie fallite, mercanti di morte e persone che hanno sfruttato la causa per interesse personale e gloria. […] L’ultima cosa di cui i palestinesi hanno bisogno è un’altra generazione intrappolata nella radicalizzazione, nella jihad, nella violenza e nell’odio, mentre aspetta invano che Israele scompaia”.
Alkhatib conclude così il suo post: “Israele è qui per restare. Non ci sarà una cancellazione dello Stato ebraico. Non ci saranno stragi di massa, deportazioni, conversioni o sottomissioni forzate di milioni di ebrei israeliani.? […] I palestinesi hanno bisogno di case, lavoro, sicurezza, libertà e di un vero futuro. Non hanno bisogno di un’altra bugia secondo cui Israele sparirà come per magia”.
Alkhatib non può certo essere etichettato come un fan del governo Netanyahu: ha perso numerosi parenti nei bombardamenti israeliani a Gaza e il giorno dopo questo post ne ha pubblicato un altro in cui sosteneva che l’IDF stava attraversando una “crisi morale”.
Per questo le sue accuse nei confronti dei teorici della sparizione d’Israele acquisiscono un peso maggiore.
(InOltre, 27 luglio 2026)
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Golan, vini d’eccellenza tra basalto e panorami mozzafiato
di Claudia De Benedetti
Ci sono territori che sembrano destinati al vino, non per tradizione secolare o per fama consolidata, ma per una combinazione quasi irripetibile di geologia, clima e paesaggio: le alture del Golan appartengono a questa rara categoria. Distese ondulate di basalto nero, boschi che si arrampicano sulle colline, inverni freddi e vigneti che raggiungono quote inaspettate per il Medio Oriente compongono uno scenario che sfugge agli stereotipi e sorprende anche il viaggiatore più esperto.
Il Golan visto dall’alto è una terra sospesa tra mondi diversi: a sud si apre l’azzurro del lago di Tiberiade mentre verso nord il paesaggio si innalza progressivamente fino alle aree più elevate, dove durante l’inverno non è raro vedere la neve. È qui, in questo mosaico di altitudini e microclimi, che negli ultimi decenni è nata una delle realtà vitivinicole più interessanti e dinamiche del panorama internazionale.
Il segreto del Golan affonda letteralmente nelle sue radici geologiche: milioni di anni fa l’attività vulcanica ha modellato queste alture lasciando una vasta copertura di rocce basaltiche in cui il nero della pietra domina il paesaggio, emerge dai campi, delimita i vigneti, accompagna le strade che attraversano la regione. È una presenza costante, quasi un elemento identitario. Per i viticoltori rappresenta molto più di una semplice caratteristica del terreno: il basalto contribuisce al drenaggio, alla gestione dell’umidità e, secondo molti produttori, conferisce ai vini una particolare impronta minerale che distingue il Golan da altre aree viticole del Mediterraneo.
Fino agli anni Settanta del Novecento pochi avrebbero immaginato che queste alture potessero diventare uno dei poli enologici più importanti della regione: la svolta arrivò grazie a studi agronomici che individuarono nel Golan caratteristiche eccezionalmente favorevoli per la viticoltura moderna. Da quel momento è cominciata una trasformazione rapida e profonda: i primi vigneti sono stati piantati nelle zone più promettenti e, nel giro di pochi decenni, il territorio si è imposto come il laboratorio più innovativo del vino israeliano. Ciò che rende particolarmente affascinante la storia del Golan è la sua relativa giovinezza. A differenza delle grandi regioni europee dove la cultura del vino si è stratificata nel corso dei secoli, qui tutto è avvenuto in tempi recenti. Questa assenza di vincoli storici ha favorito un approccio sperimentale e aperto all’innovazione: i produttori hanno potuto osservare il territorio con occhi nuovi, adattando tecniche e vitigni alle peculiarità di un ambiente ancora in gran parte da esplorare. Il risultato è una produzione che combina precisione tecnica e forte identità territoriale: Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah trovano nelle alture vulcaniche condizioni ideali per esprimere profondità e struttura, mentre Chardonnay e altri vitigni a bacca bianca beneficiano delle temperature più fresche delle aree elevate. I vini che ne derivano possiedono spesso un carattere deciso: profumi intensi, trama tannica elegante e una sorprendente capacità di evoluzione nel tempo.
Il fascino del Golan va oltre il contenuto dei calici: le strade si snodano tra boschi di querce, antichi campi di lava e ampi panorami che si aprono improvvisamente sulle vallate sottostanti, le cantine appaiono spesso integrate nel territorio, immerse nel verde o affacciate su colline che sembrano non avere fine. La luce gioca un ruolo fondamentale: nelle prime ore del mattino il sole illumina i filari con una luminosità morbida e diffusa, mentre al tramonto il basalto assume sfumature rossastre che accentuano il carattere del paesaggio.
Negli ultimi anni il territorio ha attirato l’attenzione di critici, sommelier e appassionati provenienti da tutto il mondo: i visitatori arrivano spinti dalla curiosità di scoprire una realtà ancora poco conosciuta, alla ricerca di nuovi bouquet del vino mediterraneo, ripartono con la certezza di aver visitato una regione capace di coniugare autenticità e ambizione, natura e innovazione, tradizione agricola e visione contemporanea. Forse è proprio questa la sua caratteristica più preziosa: la capacità di raccontare una storia diversa.
Nel Golan, il vino è ancora un racconto in divenire ed è proprio questo a renderlo così affascinante.
(Shalom, 26 luglio 2026)
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Israele, un popolo perdonato
di Marcello Cicchese
«Nella Chiesa di Cristo non abbiamo mai perso di vista l'idea che il "popolo eletto", che crocifisse il Salvatore del mondo, debba scontare la malvagità di tale azione con una storia irta di sofferenze». Forse molti cristiani riterranno del tutto condivisibile una frase come questa, ed è anche naturale pensarlo, visto che proviene dalla bocca di un personaggio altamente rispettato della recente storia della Chiesa: il pastore luterano Dietrich Bonhoeffer, che insieme ad altri cospiratori cercò di opporsi segretamente al nazismo di Hitler e per questo morì impiccato nell’aprile del 1945, pochi giorni prima della fine della seconda guerra mondiale. Anche nel caso di Bonhoeffer qualcuno ha detto che non si tratta di antisemitismo, ma di “antigiudaismo teologico”, e l’aggettivo “teologico” dovrebbe servire a sminuire la gravità dell’affermazione. In realtà, è vero il contrario: proprio il riferimento a Cristo trasforma dichiarazioni come questa in diabolici strumenti di legittimazione dell’odio contro gli ebrei. La frase di Dietrich Bonhoeffer è teologicamente errata e quindi gravida di inquietanti conseguenze. La dottrina di Lutero sugli ebrei ha infettato subdolamente il protestantesimo tedesco impedendo a molti di riconoscere la diabolicità dell’ideologia nazista. Anche quei cristiani che, come Bonhoeffer, hanno riconosciuto la perversità politica del nazismo, non hanno potuto contrastare con successo chi stava portando la Germania e tutto il mondo verso il baratro proprio perché non hanno saputo riconoscere che gli ebrei erano l’obiettivo di un odio satanico. Non basta riconoscere genericamente, come ha fatto anche la chiesa cattolica, che l’accusa di deicidio non sta in piedi; non basta ammettere con voce flebile che, sì, l’accanimento contro gli ebrei non è stata una bella cosa e dichiarare umilmente di esserne pentiti. Certi pentimenti tardivi, fatti a cose compiute, quando il misfatto ormai è innegabile, esprimono soltanto il desiderio di sbarazzarsi di certi scheletri nell’armadio del proprio passato al solo fine di porre un termine a continui sgradevoli rinfacciamenti . Capire come stanno veramente le cose dal punto di vista biblico in molti casi significa cambiare radicalmente posizione e atteggiamento. Se questo non avviene, vuol dire che si tratta soltanto di ripuliture di facciata. Dire che «il popolo eletto, che crocifisse il Salvatore del mondo, deve scontare la malvagità di tale azione con una storia irta di sofferenze» è una frase radicalmente e fatalmente errata sul piano biblico. Se si ritira l’accusa di deicidio ma si mantiene una frase come questa, si resta dalla parte degli antisemiti e si aprono le porte a un altro genocidio. Chi ritiene eccessivo dire questo probabilmente non tiene conto della presenza di un personaggio che da sempre è interessato alla “questione ebraica”: Satana. Molti sono restii a far intervenire Satana in una questione che secondo loro dovrebbe essere esaminata con criteri puramente politici, e invece è proprio l’intervento di questa figura biblica che, senza togliere responsabilità agli uomini, fa arrivare l’odio contro gli ebrei ad una misura a cui molti inizialmente non pensavano di arrivare. Molti papi, per esempio, cercarono spesso di contrastare gli eccessi antisemiti a cui si abbandonava il popolino su istigazione del basso clero, ma non si rendevano conto che era proprio la loro dottrina a favorire, se non provocare, quegli scoppi di odio. Deve essere abbandonata una volta per tutte l’idea che dopo la morte di Gesù Dio mantenga un volto adirato verso il suo popolo e proprio per questo motivo lo sottoponga a innumerevoli sofferenze. Questo è il punto fondamentale da sottolineare. E’ vero esattamente il contrario: con la morte di Gesù Dio ha perdonato il suo popolo. Dio era adirato con Israele prima della venuta di Gesù, fin dal tempo di Isaia, e anche per questo aveva mantenuto il silenzio per circa quattrocento anni. Ma attraverso i profeti, a cominciare proprio da Isaia, aveva annunciato il giorno in cui si sarebbe riconciliato con il suo popolo, perché Egli stesso si sarebbe caricato dei suoi peccati e avrebbe perdonato la sua iniquità.
“Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e proclamatele che il tempo della sua schiavitù è compiuto; che il debito della sua iniquità è pagato, che essa ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati. La voce di uno grida: «Preparate nel deserto la via del Signore, appianate nei luoghi aridi una strada per il nostro Dio! Ogni valle sia colmata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; i luoghi scoscesi siano livellati, i luoghi accidentati diventino pianeggianti.»” (Isaia 40:1-4).
Il “debito della sua iniquità” è stato pagato quando Gesù è morto in croce “colpito a causa dei peccati del mio popolo” (Isaia 53:8). Prima che per i miei peccati personali, Gesù è morto per i peccati del suo popolo, cioè di Israele. Accogliere per sé il perdono e dichiarare che il popolo d’Israele si trova ancora sotto l’ira di Dio a causa dei suoi peccati perché ha ucciso il Messia significa praticare una distorsione del messaggio biblico che prima o poi conduce ad atteggiamenti antisemiti. Ma molti citano il versetto:
Chi sostiene che con queste parole gli ebrei si sono attirati addosso la maledizione di Dio, in realtà rivela il suo proprio malvagio desiderio e immagina che Dio ragioni come lui. Altre parole sono state pronunciate sulla croce a questo riguardo:
“Gesù diceva: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Luca 23:34).
A chi si pensa che abbia dato ascolto il Padre? Al popolo urlante o a suo Figlio? In ogni caso, se anche si volesse sostenere che Dio ha ascoltato quelle parole di imprecazione del popolo su di sé, bisognerebbe aggiungere che questo si è avverato in modo letterale per quella generazione e per quella dei loro figli, non per tutta la progenie fino ai nostri giorni. E la cosa potrebbe essersi adempiuta storicamente nella distruzione del Tempio del 70 d.C. Chi oggi dice che Israele è maledetto, in realtà è lui che con le sue parole lo maledice. Ed è su di lui che ricade la maledizione di Dio, non su Israele, secondo quel che è scritto: “... e maledirò chi ti maledirà” (Genesi 12:3) La prima persona che ha cercato di maledire Israele è stata Balac, il re di Moab, che per ottenere il suo scopo cercò di ingaggiare un indovino pagano: Balaam. Ma Dio glielo impedì.
“Allora Balaam pronunziò il suo oracolo: «Balac mi ha fatto venire da Aram, il re di Moab mi ha chiamato dalle montagne d’Oriente. Vieni, disse, maledici Giacobbe per me! Vieni, impreca contro Israele! Come farò a maledirlo se Dio non l’ha maledetto? Come farò a imprecare se il Signore non ha imprecato?” (Numeri 23:7-8).
“Ecco, ho ricevuto l’ordine di benedire; egli ha benedetto; io non posso contraddire. Egli non scorge iniquità in Giacobbe, non vede perversità in Israele. Il Signore, il suo Dio, è con lui e Israele lo acclama come suo re. Dio lo ha fatto uscire dall’Egitto, e gli dà il vigore del bufalo. In Giacobbe non c’è magia, in Israele non c’è divinazione; a suo tempo viene detto a Giacobbe e a Israele qual è l’opera che Dio compie” (Numeri 23:20-23).
“Lo vedo, ma non ora; lo contemplo, ma non vicino: un astro sorge da Giacobbe, e uno scettro si eleva da Israele; colpirà Moab da un capo all’altro e abbatterà tutta quella razza turbolenta. S’impadronirà di Edom, s’impadronirà di Seir, suo nemico; Israele farà prodezze. Da Giacobbe verrà un dominatore che sterminerà i superstiti delle città»” (Numeri 24:17-19).
E’ sorprendente leggere che Dio non scorge iniquità in Giacobbe, non vede perversità in Israele, quando poco dopo la Scrittura riferisce che “il popolo cominciò a fornicare con le figlie di Moab” (Numeri 25:1). La cosa si spiega tenendo conto che il giudizio non dipende dal comportamento del popolo, ma da quello che vede l’occhio di Dio:
“Lo vedo, ma non ora; lo contemplo, ma non vicino: un astro sorge da Giacobbe, e uno scettro si eleva da Israele” (Numeri 24:17).
L’astro che Dio vede sorgere da Giacobbe e lo scettro che si eleva da Israele rappresentano il Messia, il Figlio di Dio, attraverso il quale il Padre opererà il perdono dei peccati, si compiacerà del suo popolo e con lui regnerà sul mondo. Bisogna dunque rovesciare l’affermazione ampiamente diffusa secondo cui Israele è un popolo maledetto e dichiarare al contrario che Israele è un popolo perdonato. Si deve però chiarire che cosa s’intende con questa espressione. Dire che Israele è un popolo perdonato non significa che tutti gli ebrei sono salvati. Questo non è mai stato vero nel passato e non lo è neppure nel presente. Sarà vero però nel futuro, nel tempo in cui “tutto Israele sarà salvato” (Romani 11:26). Sta scritto infatti:
“Il tuo popolo sarà tutto un popolo di giusti; essi possederanno il paese per sempre; essi, che sono il germoglio da me piantato, l’opera delle mie mani, per manifestare la mia gloria” (Isaia 60:21);
“«Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: Conoscete il Signore! poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato»” (Geremia 31:34).
Non significa neppure che adesso la relazione tra Dio e Israele è in ordine, perché fino a questo momento il popolo ha rigettato il suo Re. Il perdono di Israele è già presente per quel che riguarda Dio, nel senso che Dio ha fatto interamente la sua parte nell’opera di riconciliazione, mandando il suo Messia a soffrire e morire come Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Se la riconciliazione con Israele non ha potuto ancora pienamente compiersi non è perché Dio ha ripudiato il suo popolo, ma perché il popolo ha respinto il suo Dio. Potrà durare all’infinito questa situazione? No, perché non è Israele che ha scelto Dio, ma Dio che ha scelto Israele, e lo ha fatto prima che quel popolo facesse alcunché di bene o di male “affinché rimanesse fermo il proponimento di Dio, secondo elezione, che dipende non da opere, ma da colui che chiama” (Romani 9:11). Questa è la vera predestinazione biblica, non quella tetra dottrina che spedisce le persone all’inferno o in paradiso a seconda di come decide un’incomprensibile, imperscrutabile e “sovrana” volontà divina. Israele è stato eletto perché Dio stesso l’ha formato, così come ha formato dalla terra il primo uomo, e fin dall’inizio è stato predestinato ad essere “salvato”, cioè conservato per sempre come strumento della sua opera e testimone della sua gloria. Poco prima della distruzione di Gerusalemme, avvenuta nel 587 a.C., Dio si era preoccupato di rivelare in anticipo a Geremia il motivo per cui tutto questo sarebbe avvenuto: perché il suo popolo aveva rotto il patto stipulato con Lui attraverso Mosè. Ma aveva annunciato anche la stipulazione di un “nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda”, attraverso il quale Dio avrebbe perdonato i loro peccati:
“«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «in cui io farò un nuovo patto con la casa d’Israele e con la casa di Giuda; non come il patto che feci con i loro padri il giorno che li presi per mano per condurli fuori dal paese d’Egitto: patto che essi violarono, sebbene io fossi loro signore», dice il Signore; «ma questo è il patto che farò con la casa d’Israele, dopo quei giorni», dice il Signore: «io metterò la mia legge nell’intimo loro, la scriverò sul loro cuore, e io sarò loro Dio, ed essi saranno mio popolo. Nessuno istruirà più il suo compagno o il proprio fratello, dicendo: “Conoscete il Signore!” poiché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande», dice il Signore. «Poiché io perdonerò la loro iniquità, non mi ricorderò del loro peccato»” (Geremia 31:31-34).
E subito dopo l’annuncio di questo nuovo patto per il perdono dei peccati, che dal Nuovo Testamento sappiamo essere stato siglato con il sangue di Gesù (Matteo 26:28, Ebrei 8:8-13), il testo di Geremia continua con queste parole:
“Così parla il Signore, che ha dato il sole come luce del giorno e le leggi alla luna e alle stelle perché siano luce alla notte; che solleva il mare in modo che ne mugghiano le onde; colui che ha nome: il Signore degli eserciti. «Se quelle leggi verranno a mancare davanti a me», dice il Signore, «allora anche la discendenza d’Israele cesserà di essere per sempre una nazione in mia presenza»” (Geremia 31:35-36).
La stessa Parola di Dio che annuncia il perdono dei peccati per tutti gli uomini conferma la promessa di non rigettare mai Israele e annuncia la ricostruzione di Gerusalemme dopo la distruzione compiuta dai babilonesi:
“«Ecco, i giorni vengono», dice il Signore, «che questa città sarà ricostruita in onore del Signore, dalla torre di Cananeel alla porta dell’Angolo.»”(Geremia 31:38)
E che non si tratti della prima ricostruzione avvenuta dopo il ritorno degli ebrei consentito dal re Ciro è dimostrato dalle seguenti parole:
“Di là la corda per misurare sarà tirata in linea retta fino al colle di Gareb e girerà dal lato di Goa. Tutta la valle dei cadaveri e delle ceneri e tutti i campi fino al torrente Chidron, fino all’angolo della porta dei Cavalli verso oriente, saranno consacrati al Signore, e non saranno più sconvolti né distrutti, per sempre».” (Geremia 31:39-40).
Questa non è la città che in seguito sarà distrutta dai romani, ma la Gerusalemme del regno messianico, quella in cui si attueranno le promesse annunciate dal profeta Isaia:
“Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del Signore si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso. Molti popoli vi accorreranno, e diranno: «Venite, saliamo al monte del Signore, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri». Da Sion, infatti, uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli giudicherà tra nazione e nazione e sarà l’arbitro fra molti popoli; ed essi trasformeranno le loro spade in vomeri d’aratro, e le loro lance, in falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra, e non impareranno più la guerra.” (Isaia 2:2-4).
Il Messia annunciato dai profeti si presenta dunque nella storia in due forme, che anche i saggi israeliti hanno sempre fatto fatica ad armonizzare: il leone trionfante e l’agnello sofferente. Nella prima forma il Messia si presenta come il Re dei giudei che riscatta Israele dalle mani dei suoi nemici, siede sul trono di Davide e governa il mondo con mano giusta e potente (Salmo 2; Salmo 72). Nella seconda forma si presenta come il servo sofferente del Signore che si carica dei peccati del popolo, muore sotto il peso della condanna e risorge a nuova vita rendendo giusti i molti e diventando strumento di salvezza fino alle estremità della terra (Isaia 53; Isaia 49). L’Israele del tempo di Gesù in sostanza ha detto: “Non vogliamo che costui regni su di noi” (Luca 19:14) e ha rifiutato il suo Messia come Re. Questo però non ha impedito che si realizzasse l’altro compito messianico: il perdono dei peccati. L’imprevedibilità dell’agire di Dio sta nel fatto che proprio attraverso il rifiuto temporaneo del Messia come Re, che ha condotto alla sua morte in croce, si è aperta per il popolo la possibilità di ottenere il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo come promesso dai profeti nelle Scritture. E’ questo, in sostanza, il contenuto della predicazione fatta alla Pentecoste da Pietro, che conclude il suo discorso con parole che devono essere suonate terrificanti alle orecchie degli uditori:
“Sappia dunque con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso».” (Atti 2:36).
E il racconto prosegue così:
“Udite queste cose, essi furono compunti nel cuore, e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Fratelli, che dobbiamo fare?» E Pietro a loro: «Ravvedetevi e ciascuno di voi sia battezzato nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e voi riceverete il dono dello Spirito Santo. Perché per voi è la promessa, per i vostri figli, e per tutti quelli che sono lontani, per quanti il Signore, nostro Dio, ne chiamerà».” (Atti 2:37-39).
Dopo la risurrezione di Gesù i discepoli si sono ricordati di quello che i profeti avevano detto sulle sofferenze del Messia e hanno capito che tutto questo si era adempiuto nella crocifissione di Gesù. L’aspetto scandaloso e difficile da digerire per gli ebrei di allora e di oggi è che a provocare le sofferenze e la morte del Messia sono stati proprio i capi del popolo d’Israele, anche se con la corresponsabilità dei gentili. L’apostolo Pietro non usa mezze parole nel suo secondo discorso agli uomini d’Israele:
“Il Dio di Abraamo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi metteste nelle mani di Pilato e rinnegaste davanti a lui, mentre egli aveva giudicato di liberarlo. Ma voi rinnegaste il Santo, il Giusto e chiedeste che vi fosse concesso un omicida; e uccideste il Principe della vita, che Dio ha risuscitato dai morti. Di questo noi siamo testimoni.” (Atti 3:13-15).
Ma non per questo assume un tono minaccioso verso i suoi uditori, avvisandoli magari che presto si sarebbe abbattuta su di loro l’ira di Dio. Al contrario, annuncia che proprio attraverso l’incomprensione e il rifiuto d’Israele Dio aveva predisposto di compiere il suo piano di salvezza:
“Ora, fratelli, io so che lo faceste per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma ciò che Dio aveva preannunziato per bocca di tutti i profeti, cioè, che il suo Cristo avrebbe sofferto, egli lo ha adempiuto in questa maniera.” (Atti 3:17, 18).
Pietro inoltre non si limita a spiegare che nella crocifissione di Gesù si è compiuto quello che i profeti hanno annunciato sul Messia sofferente, ma aggiunge che in Gesù si compirà anche, con il suo ritorno in terra, quello che i profeti hanno detto sul Messia trionfante:
“Ravvedetevi dunque e convertitevi, perché i vostri peccati siano cancellati e affinché vengano dalla presenza del Signore dei tempi di ristoro e che egli mandi il Cristo che vi è stato predestinato, cioè Gesù, che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose; di cui Dio ha parlato fin dall’antichità per bocca dei suoi santi profeti.” (Atti 3:19-21).
Gesù ha accettato di essere rifiutato dai suoi concittadini perché la sovranità esercitata dal Re sul suo popolo doveva essere liberamente accolta, ma ha anche annunciato un tempo in cui Israele accoglierà il suo Re volontariamente e con gioia:
“Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che ti sono mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come la chioccia raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa sta per esservi lasciata deserta. Io vi dico che non mi vedrete più, fino al giorno in cui direte: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”»” (Luca 13:34-35).
Il rifiuto della sovranità di Dio da parte di Israele non solo non ha portato al rifiuto di Israele da parte di Dio, ma ha permesso anzi il compimento del piano di grazia per tutto il mondo. Al popolo è stato annunciato il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo per chiunque si fosse ravveduto e avesse manifestato di credere in Gesù facendosi battezzare nel suo nome. Ma come la grazia, per agire in modo positivamente efficace, deve essere liberamente accolta dal singolo, così anche la sovranità, per risultare benefica, deve essere liberamente accolta dal popolo. Questo un giorno avverrà, quando tutto Israele, sospinto dai suoi capi, dirà con convinzione a Gesù: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore”. E’ possibile che l’apostolo Pietro, sulla base della risposta positiva di molti al suo messaggio, abbia pensato e sperato che i capi di Israele sarebbero stati convinti dalla potenza della sua predicazione e dall’evidenza dei segni prodotti, e che si sarebbero ravveduti. Questo avrebbe potuto portare al cordoglio e al ravvedimento di tutto il popolo, come preannunciato dal profeta Zaccaria (Zaccaria 12:10-14), e il Signore Gesù sarebbe potuto tornare sulla terra per ristabilire il Regno di Davide a Israele, come più volte promesso da Dio attraverso i profeti. Israele sarebbe divenuto così luce delle nazioni, sia per quanto riguarda l’annuncio della grazia, sia per quanto riguarda l’esercizio della sovranità. Pietro avrebbe potuto pensare qualcosa del genere perché non possedeva ancora la piena rivelazione della Chiesa come corpo di Cristo costituito da ebrei e gentili. Sarà l’apostolo Paolo che in seguito riceverà il compito di rivelare questo mistero (Efesini 3:1-13, Colossesi 1:24-29), che Gesù durante la sua vita aveva soltanto annunciato (Matteo 16:18). Grazia e sovranità di Dio devono dunque indirizzarsi prima di tutto verso Israele, e soltanto in seguito, partendo da Israele, estendersi a tutto il mondo. Quello che ha sorpreso i discepoli è stato il fatto che la grazia si è estesa a tutte le genti prima che la sovranità fosse accolta da Israele. La Chiesa, come corpo sulla terra del Cristo “che il cielo deve tenere accolto fino ai tempi della restaurazione di tutte le cose” (Atti 3:21), non è il popolo che Dio ha scelto in sostituzione di Israele che ha peccato, ma è l’insieme di tutti coloro che ricevono il perdono dei loro peccati perché Israele è stato perdonato da Dio.
(da "La superbia dei Gentili")
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Argento per i velisti israeliani ai Campionati Mondiali Juniores della classe 470
(JNS) I velisti israeliani Roy Levy e Ariel Gal hanno conquistato la medaglia d’argento ai Campionati Mondiali Juniores della classe 470, disputati a Gdynia, in Polonia, il 17 luglio, sfiorando il secondo titolo mondiale consecutivo.
I campioni del mondo juniores in carica sono arrivati alla Medal Series in testa alla classifica a pari punti e sono rimasti in corsa per il titolo fino all’ultima regata del campionato.
Levy e Gal hanno vinto la prima regata della Medal Series, mantenendosi appaiati agli italiani Lisa Vucetti e Vittorio Bonifacio. Nella decisiva regata finale, però, gli israeliani hanno concluso al settimo posto, mentre la coppia italiana ha tagliato il traguardo in terza posizione, conquistando così il titolo mondiale grazie al criterio di spareggio, dopo che i due equipaggi avevano chiuso il campionato a pari punti. La medaglia di bronzo è andata ai francesi Lomane Valade e Julien Bunel.
«Uno straordinario risultato per la vela israeliana», si legge in un messaggio pubblicato mercoledì sull’account ufficiale di Israele su X. «Roy Levy e Ariel Gal hanno conquistato la medaglia d’argento ai Campionati Mondiali Juniores della classe 470 a Gdynia, in Polonia, laureandosi vicecampioni del mondo al termine di una combattutissima sfida per l’oro.»
Il campionato si è svolto nell’ambito del Gdynia Sailing Days, dall’11 al 17 luglio. La classe 470, così chiamata per la lunghezza dell’imbarcazione di 4,70 metri, fa parte del programma olimpico della vela fin dai Giochi di Montréal 1976.
(HaKol, 25 luglio 2026)
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Iran, la fortezza sotterranea che protegge il programma nucleare
L’intelligence israeliana rivela il trasferimento di migliaia di centrifughe nella base di Pickaxe Mountain, scavata a oltre cento metri di profondità
di Costantino Pistilli
Israele ha trasmesso agli Stati Uniti informazioni di intelligence secondo cui l’Iran avrebbe trasferito migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio all’interno di una struttura sotterranea altamente fortificata, con l’obiettivo di garantire la sopravvivenza del proprio programma nucleare anche in caso di nuovi attacchi militari. La notizia, riportata dal Wall Street Journal, riguarda il sito di Kuh-e KolangGaz La, conosciuto in Occidente come “Pickaxe Mountain” (“Monte Piccone”).
Secondo le informazioni condivise con Washington, il trasferimento delle apparecchiature strategiche sarebbe avvenuto nell’autunno scorso, pochi mesi dopo gli attacchi contro alcune infrastrutture nucleari iraniane nel giugno 2025. La decisione di spostare questi componenti all’interno della montagna avrebbe avuto lo scopo di proteggerli e di assicurarne la continuità operativa anche nello scenario di un’operazione militare su larga scala contro l’Iran.
La struttura di Kuh-e KolangGaz La, situata nella provincia di Isfahan, a sud dell’impianto nucleare di Natanz, rappresenta uno degli elementi più sensibili dell’apparato nucleare iraniano. Il complesso prende il nome dalla montagna in cui è stato realizzato ed è indicato dai media occidentali come Pickaxe Mountain, traduzione del termine persiano Kolang, che significa appunto “piccone”. L’Iran ha avviato la costruzione della vasta rete di tunnel nel 2020, dopo il sabotaggio che aveva danneggiato l’impianto di assemblaggio delle centrifughe avanzate di Natanz. Attraverso scavi nella roccia e infrastrutture sotterranee, Teheran ha creato un sito progettato per garantire un elevato livello di protezione.
Le immagini satellitari analizzate dagli esperti indicano che il complesso si trova a oltre 100 metri di profondità sotto diversi strati rocciosi, una posizione che lo renderebbe ancora più protetto dell’impianto di arricchimento di Fordow, già considerato uno degli obiettivi più difficili da neutralizzare. Colpire strutture collocate a tale profondità rappresenta una sfida anche per le più avanzate bombe penetranti anti-bunker dell’arsenale statunitense.
Teheran sostiene ufficialmente che il sito sia destinato esclusivamente alla produzione e all’assemblaggio di centrifughe avanzate e non all’arricchimento dell’uranio. Tuttavia, il mancato accesso degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) alla struttura ha alimentato interrogativi sulla sua reale funzione. Il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, ha chiesto chiarimenti alle autorità iraniane senza ottenere informazioni sufficienti per verificare le dichiarazioni ufficiali o escludere la presenza di materiale nucleare all’interno del complesso.
La profondità e il livello di protezione della struttura ne hanno fatto uno degli obiettivi più sensibili della crisi nucleare iraniana. La sua capacità di resistere a possibili attacchi ha portato Stati Uniti e Israele a considerarla una componente strategica della capacità di sopravvivenza del programma nucleare iraniano.
Nelle ultime settimane, il presidente statunitense Donald Trump ha dichiarato che Washington sta monitorando le attività attorno agli ingressi dei tunnel e ha evocato la possibilità di colpire il sito. Le nuove informazioni dell’intelligence israeliana rappresentano il primo elemento concreto sulle possibili attività all’interno della struttura. Esse rafforzano inoltre la valutazione secondo cui il complesso potrebbe funzionare come una vera e propria retroguardia strategica del programma nucleare iraniano, progettata per proteggerne gli elementi più sensibili.
(Setteottobre, 25 luglio 2026)
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Ospedale Israelitico di Roma, oltre il caso fentanyl: la storia di una struttura al servizio della città
di Pietro Baragiola
Nelle ultime settimane il nome dell’Ospedale Israelitico di Roma è comparso sulle cronache nazionali in seguito al furto di 80 fiale di fentanyl dalla sede dell’Isola Tiberina.
Accanto alle indagini della magistratura, però, si è sviluppata sui social una campagna antisemita, carica di teorie complottiste che hanno trasformato questo fatto di cronaca in un pretesto per colpire, ancora una volta, la comunità ebraica.
L’episodio ha riportato l’attenzione su una realtà spesso poco conosciuta: l’Ospedale Israelitico non è riservato esclusivamente agli ebrei, bensì è una delle più antiche strutture sanitarie della Capitale ed oggi è aperto a tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa.
• Le origini dell’Ospedale
L’Ospedale Israelitico affonda le proprie radici nel 1914, quando la Comunità Ebraica di Roma ha deciso di creare una struttura sanitaria capace di assistere i più bisognosi della città.
Negli anni a seguire l’istituto si è progressivamente trasformato in un edifico moderno aperto all’intera collettività e, nonostante l’introduzione delle leggi razziali durante la Seconda guerra mondiale, ha continuato a garantire le sue cure a tutti i cittadini, senza eccezioni antisemite, diventando un punto di riferimento per molti ebrei romani.
Oggi l’Ospedale Israelitico opera attraverso diverse sedi, tra cui quella storica dell’Isola Tiberina e quella di Monteverde, ed è convenzionato con il Servizio sanitario regionale. Ogni anno il gruppo accoglie migliaia di pazienti, offrendo servizi ospedalieri, ambulatoriali e specialistici.
Pur mantenendo il proprio legame con la comunità di Roma, l’istituto continua a ispirarsi a un principio che accompagna la medicina ebraica da secoli: “la cura della persona è un valore universale”.
• Dal furto di fentanyl agli insulti antisemiti
Il 3 luglio 2026 il Ministero della Salute ha disposto un’ispezione straordinaria dopo la scoperta del furto di 80 fiale di fentanyl, potente analgesico oppioide, dalla sede dell’Isola Tiberina.
L’inchiesta della Procura di Roma, che procede con l’accusa di furto e detenzione di stupefacenti ai fini di spaccio, è affidata ai Carabinieri del NAS, impegnati a ricostruire sia le modalità del crimine che l’eventuale destinazione del farmaco.
“Abbiamo accertato la mancanza delle fiale il 29 giugno, ma non sappiamo quando il furto sia effettivamente avvenuto” ha dichiarato Antonio Maria Leozappa, commissario straordinario dell’Ospedale Israelitico, nell’intervista rilasciata ad Adnkronos Salute. “Siamo parte lesa e stiamo collaborando attivamente con la magistratura e tutte le autorità competenti per accertare quanto accaduto.”
Le verifiche hanno riguardato anche i protocolli di custodia e tracciabilità dei medicinali ad alto rischio, spingendo il Ministero della Salute a rafforzare le misure di sicurezza nelle strutture sanitarie.
Parallelamente alla vicenda giudiziaria, però, il nome dell’ospedale è stato strumentalizzato sui social, dove numerosi post e commenti hanno utilizzato il termine “Israelitico” per rilanciare stereotipi e messaggi antisemiti.
“È sconvolgente come nel giro di poche ore il furto sia diventato l’ennesimo pretesto per diffondere odio antiebraico su scala nazionale” ha annunciato l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, rispondendo alle dichiarazioni sui social.
È un meccanismo che negli ultimi anni si è ripetuto più volte, dai murales sulla Shoah vandalizzati a Milano, alle contestazioni contro la Brigata Ebraica durante le celebrazioni del 25 aprile. Ancora oggi il semplice riferimento a un’istituzione o a un simbolo ebraico viene trasformato in motivo di attacco, anche quando si tratta di realtà che svolgono un servizio pubblico aperto all’intera collettività.
(Bet Magazine Mosaico, 24 luglio 2026)
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Uno tsunami di menzogne
Il sindaco di New York Zohran Mamdani dovrebbe essere chiamato a rispondere delle sue campagne diffamatorie contro Israele e gli ebrei.
di Melanie Phillips
(JNS) Siamo travolti da uno tsunami globale di menzogne.
Circondato da bandiere statunitensi e newyorkesi, il sindaco di New York Zohran Mamdani ha condensato così tante menzogne su Israele in un discorso di odio di due minuti davanti alle telecamere, da sembrare il defunto Hassan Nasrallah a velocità doppia.
Mamdani ha affermato che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è un criminale di guerra, l’artefice di un genocidio, responsabile della morte di oltre 73.000 persone nella Striscia di Gaza, della mutilazione di decine di migliaia di bambini, degli attacchi agli ospedali neonatali, del blocco di generi alimentari e aiuti umanitari, nonché dell’uccisione a colpi d’arma da fuoco di centinaia di operatori umanitari e giornalisti.
Lo scopo apparente di questo groviglio di falsità era quello di lamentare l’impossibilità per il sindaco di arrestare Netanyahu durante la sua visita al quartier generale delle Nazioni Unite a settembre, in conformità con le disposizioni del mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale.
Ma non c’è mai stata alcuna possibilità che Mamdani potesse farlo, poiché solo un governo federale dispone di tale autorità; inoltre, gli Stati Uniti non sono autorizzati a procedere a un simile arresto, poiché non hanno firmato il trattato sulla Corte penale internazionale.
Mamdani avrebbe dovuto saperlo. Lo scopo del suo video era l’istigazione diffamatoria.
Il suo appello alle autorità federali affinché arrestassero Netanyahu era un invito velato ai suoi sostenitori ad aggredire il capo del governo israeliano durante la sua visita.
Nell’attuale clima, caratterizzato da un’atmosfera da pogrom, era anche un appello velato ad attaccare gli ebrei della città – ai quali, lo stesso giorno, aveva rivolto in modo ripugnante gli auguri per il giorno di digiuno di Tisha B’Av, in cui gli ebrei commemorano la distruzione del Tempio di Gerusalemme e dell’antico Israele, nonché gli attacchi genocidi contro il popolo ebraico nel corso dei secoli.
Accusare Mamdani di aver abusato della sua carica di sindaco di New York significa non cogliere il nocciolo della questione.
Non è un normale politico di sinistra. È un fanatico estremista islamista. Ha aizzato la folla per le strade e ha accusato Israele di genocidio, solo pochi giorni dopo gli attacchi guidati da Hamas contro gli israeliani del 7 ottobre 2023, prima ancora che le forze armate israeliane entrassero in guerra a Gaza.
Questa accusa è palesemente assurda. Come può il rapporto più basso di sempre tra civili uccisi e combattenti in una guerra essere classificato come «genocidio»? Eppure, queste e altre accuse palesemente confutabili contro Israele vengono ormai accettate da milioni di persone in Occidente come fatti incontrovertibili. Come si è potuto arrivare a questo?
Come osservato in un Free Press–articolo dello storico Sir Niall Ferguson e dell’esperto di intelligenza artificiale John-Clark Levin, ciò è stato reso possibile dall’enorme seguito che si è creato sui social media grazie alla tolleranza nei confronti della violazione di tutte le norme sociali.
Da ciò è nato un movimento di destra, guidato dall’estremista di destra bianco Nick Fuentes. Egli manifesta un disprezzo palese e compiaciuto nei confronti di neri, musulmani, omosessuali, transessuali e altri, e in questo contesto rientrano la negazione dell’Olocausto, l’adorazione di Hitler e gli appelli a radunare e deportare gli ebrei americani.
Ma le menzogne sono diventate la norma anche tra la sinistra, per la quale la lotta palestinese è la più importante di tutte le cause. L’accusa di «genocidio» viene regolarmente utilizzata da decenni dagli arabi palestinesi, così come l’etichettatura degli israeliani come nazisti e l’accusa che stiano commettendo un «Olocausto».
Tale proiezione di comportamenti sugli israeliani, di cui in realtà sono vittime, è un’arma fondamentale per la distruzione di Israele e del sionismo. E questo è stato insegnato agli arabi palestinesi dall’Unione Sovietica, che utilizzava l’antisionismo come arma per la persecuzione degli ebrei.
Per questo il mondo sembra essere finito in un mondo capovolto. La convinzione sovietica era questa: se una menzogna – per quanto assurda possa essere – viene ripetuta abbastanza spesso, col tempo diventa una realtà incontestabile.
Ma c’è un’altra fase decisiva in questo processo velenoso. Anziché affrontare queste falsità e rendere pubblica la verità, i politici occidentali finiscono per ripetere a loro volta queste menzogne.
Due giorni dopo il suo insediamento come ministro della Difesa britannico, Wes Streeting, che in precedenza aveva affermato che Israele «sta commettendo crimini di guerra sotto i nostri occhi», questa settimana ha accusato il Paese di «non essere all’altezza degli standard militari britannici».
Eppure è vero esattamente il contrario. Il generale Sir John McColl, ex vicecomandante supremo della NATO in Europa, ha dichiarato dopo una visita in Israele che le procedure dell’IDF, nell’ambito del diritto internazionale bellico, «sono rigorose quanto le nostre».
L’«High Level Military Group», composto da ufficiali di alto rango provenienti da Regno Unito, Germania, Stati Uniti, Australia, Spagna e Francia, è giunto alla conclusione che l’operato di Israele superi addirittura gli standard che gli eserciti occidentali si sono prefissati.
Sotto la guida del nuovo primo ministro Andy Burnham, il governo laburista britannico sembra diventare ancora più ostile nei confronti di Israele di quanto non fosse sotto Keir Starmer. Ciò è in parte dovuto al fatto che si piega all’influenza musulmana, sempre più potente nel Regno Unito.
È anche dovuto al fatto che si prostra ai piedi dell’establishment globale dei diritti umani e umanitario, il cui centro è costituito dalle Nazioni Unite – un establishment che è ossessionato dall’idea di distruggere Israele.
La Commissione internazionale indipendente di inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, il cui mandato senza precedenti e a tempo indeterminato consiste nel diffamare e delegittimare Israele, ha recentemente affermato in modo oltraggioso che i bambini a Gaza «continuano a essere perseguitati e uccisi in modo mirato dalle forze armate israeliane».
Le Nazioni Unite lavorano fianco a fianco con ONG ferocemente anti-israeliane che diffondono costantemente la menzogna del genocidio e altre calunnie sanguinose che dipingono gli israeliani come mostri. I politici occidentali continuano a utilizzare questi canali di propaganda come fonti di verità e giustizia. Tuttavia, la corruzione di queste fonti viene sempre più smascherata.
La Corte penale internazionale (CPI) ha sospeso il suo procuratore capo, Karim Khan, accusato di reati sessuali da una giovane collaboratrice musulmana della CPI che ora ha coraggiosamente rivelato la propria identità. Poiché la stessa Corte è stata colta di sorpresa dall’emissione da parte di Khan di un mandato di arresto contro Netanyahu, sembra che egli abbia agito in tal modo solo per distogliere l’attenzione dal proprio scandalo.
Per quanto riguarda l’accusa di Mamdani secondo cui Israele avrebbe «ucciso centinaia di operatori umanitari e giornalisti», Hamas e la Jihad Islamica Palestinese hanno confermato essi stessi che molti dei «personale sanitario» uccisi erano in realtà i loro comandanti militari.
E il Comitato per la protezione dei giornalisti è sprofondato nel caos e nelle lotte di potere interne dopo che è emerso che decine dei «giornalisti» uccisi nella Striscia di Gaza erano attivisti militari di Hamas e di altri gruppi jihadisti.
La minaccia rappresentata da Mamdani deve essere riconosciuta per quello che è. Egli sfrutta il populismo di estrema sinistra per promuovere la distruzione dell’America. Ma non intende sostituirla con un paradiso arcobaleno. Vuole sostituirla con l’Islam.
Nonostante la sua appartenenza all’Islam sciita, il comportamento di Mamdani è in linea con la strategia dei Fratelli Musulmani sunniti, che hanno illustrato come intendono conquistare l’America infiltrandosi nelle istituzioni democratiche e utilizzandoli per portare avanti l’agenda islamista.
Mamdani fa costantemente riferimento all’Islam. Ha esultato per la crescita dell’Islam in città, visita ripetutamente moschee e centri islamici, compresi quelli legati al regime iraniano, e ha dichiarato che l’America dovrebbe seguire l’esempio dell’Islam e gli insegnamenti di Maometto in materia di migrazione e asilo.
Il sindaco non solo deve essere smascherato come informatore islamista, ma occorre anche adottare misure contro di lui in quanto pericolo per l’America.
Il direttore di UN Watch, Hillel Neuer, ha sottolineato che a Mamdani potrebbe essere revocata la cittadinanza e che potrebbe essere espulso, affermando che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti dovrebbe esaminare le prove secondo cui, prima di diventare cittadino americano nel 2018, egli avrebbe «fornito consapevolmente fondi o servizi a Hamas o a un’altra organizzazione terroristica – e lo avrebbe nascosto alle autorità di immigrazione».
L’enorme campagna contro la verità e i fatti su Israele ha fatto perdere all’Occidente il proprio orientamento morale. Un Ferguson disperato ha scritto che il suo obiettivo come insegnante era stato quello di garantire che le persone traessero gli insegnamenti dalla storia, compresa la consapevolezza fondamentale che la retorica antisemita può sfociare nel genocidio se fatta propria da uno Stato moderno. «Ma oggi», si lamenta, «vedo come questo odio venga normalizzato e l’Olocausto minimizzato».
Ferguson suggerisce che la ragione stessa sia stata sconfitta. Una tale demoralizzazione è certamente comprensibile, ma rischia di diventare una profezia che si autoavvera.
La verità viene sconfitta perché nessuno dei custodi della sfera pubblica la difende. Le persone devono iniziare a denunciare i responsabili di questo contagio e a chiamarli a rispondere delle loro azioni. E questo significa anche che gli ebrei devono chiedere conto agli antisionisti ebrei.
(Israel Heute, 24 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele, ritrovato vivo il piccolo Yuval Kogan dopo 24 ore di ricerche
di Micol Silvera
Nel pomeriggio di venerdì 24 luglio è stato ritrovato vivo e illeso Yuval Kogan, il bambino di quattro anni scomparso giovedì nei pressi della spiaggia di Hofit, ad Ashkelon.
Yuval si trovava in gita con il padre e le due sorelle maggiori quando se ne erano perse le tracce. «Era proprio alle mie spalle… e poi è sparito», aveva dichiarato il padre subito dopo la scomparsa. La madre, la pediatra Dina Kogan, aveva chiesto di prendere in considerazione ogni possibilità, compresa quella del rapimento.
La macchina dei soccorsi si è attivata immediatamente. La Polizia israeliana, i volontari di ZAKA, United Hatzalah, squadre municipali, sommozzatori, unità marittime, elicotteri e droni hanno partecipato alle ricerche, proseguite anche durante la notte. Centinaia di volontari e cittadini si sono uniti agli sforzi per localizzare il bambino.
Il presidente Isaac Herzog ha parlato al telefono con la madre di Yuval, esprimendo vicinanza alla famiglia e seguendo gli aggiornamenti insieme ai vertici della polizia e dello Shin Bet. Si è quindi rivolto alla dott.ssa Kogan, esprimendo la sua preoccupazione e il proprio sostegno alla famiglia di Yuval e confermando di essere in contatto con il commissario di polizia Daniel Levy e il direttore dello Shin Bet David Zini per rimanere aggiornato sulle ricerche. In una dichiarazione rilasciata venerdì mattina, la polizia ha affermato che il commissario Levy è rimasto in contatto costante per tutta la notte con il comandante del Distretto Meridionale Haim Bublil, ricevendo aggiornamenti e coordinando le forze in campo. Bublil ha tenuto una riunione di valutazione della situazione sul posto con alti funzionari di polizia e responsabili delle operazioni di soccorso, al termine della quale, ha ordinato ai comandanti di estendere le operazioni di ricerca anche alle ore notturne e di impiegare tutte le risorse a disposizione fino al ritrovamento del bambino. Anche il sindaco di Ashkelon, Tomer Galam, è giunto sul posto, affermando che le squadre municipali di ispezione e di polizia hanno collaborato con la Polizia di Israele nelle operazioni di ricerca. Anche il gruppo United Hatzalah, composto prevalentemente da volontari e anch’esso coinvolto nelle ricerche, ha affermato l’utilizzo di “tutti i nostri droni e tutte le nostre risorse tecniche” per ritrovare Yuval.
A ritrovare il bambino sono stati due volontari a cavallo. Uno di loro, Noam Simchi, ha raccontato: «Il bambino era qui, in piedi sotto un albero, e ci guardava». Poco dopo il ritrovamento, Simchi ha diffuso un video in cui esultava: «Abbiamo trovato il bambino, abbiamo trovato il bambino! Sia lodato il Signore».
Herzog ha ringraziato Simchi e tutti coloro che si sono mobilitati: «Chi salva una vita è come se avesse salvato il mondo intero». Il presidente ha sottolineato la risposta immediata di migliaia di volontari, agenti, soccorritori e civili, definendola una dimostrazione della responsabilità reciproca del popolo di Israele.
Yuval Kogan è stato poi riunito alla madre, come mostrato in un video diffuso online in cui la dottoressa Kogan riabbraccia finalmente il figlio.
Una vicenda difficile, conclusa con un lieto fine grazie alla cooperazione tra forze dell’ordine, soccorritori e centinaia di volontari: una mobilitazione che ha mostrato ancora una volta la forza della responsabilità reciproca nella società israeliana.
(Shalom, 24 luglio 2026)
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Il fronte interno di Israele
Mentre Israele combatte militarmente su diversi fronti, all’interno del Paese si sta accentuando una divisione che molti ritengono pericolosa quanto le minacce provenienti dall’esterno.
di Aviel Schneider
Nel corso della sua storia, Israele ha combattuto guerre contro eserciti di gran lunga superiori, ha superato ondate di terrorismo e si è sempre affermato contro nemici esterni. Tuttavia, oggi molti israeliani sono preoccupati per un’altra questione: il pericolo maggiore per lo Stato ebraico potrebbe non essere Hamas, Hezbollah o l’Iran, bensì la crescente divisione all’interno del proprio popolo. Mentre ai confini si combatte, nel cuore della società israeliana si snoda un fronte ancora più pericoloso: tra destra e sinistra, tra religiosi e laici, tra governo e opposizione. Tra fratelli. Il tono si fa più aspro, le posizioni si irrigidiscono. I dibattiti si fanno più accesi, i compromessi si trovano sempre più raramente e molte persone si definiscono sempre più in base alla propria appartenenza politica o sociale. Quasi tutti attribuiscono la responsabilità della crisi all’altro. Governo e opposizione si accusano a vicenda di mettere a repentaglio la democrazia israeliana o addirittura la sicurezza dello Stato. Quasi nessuno, invece, parla più di riconciliazione. Così il fratello diventa un avversario.
Non meno profonde sono le tensioni tra israeliani religiosi e laici. La controversia sul servizio militare degli ebrei ultraortodossi, sul carattere pubblico dello Shabbat o sull’influenza dei tribunali rabbinici va ormai ben oltre le questioni politiche concrete. Molte persone hanno la sensazione che il proprio stile di vita e la propria identità siano messi fondamentalmente in discussione.
Un punto culminante di questa evoluzione è stato il dibattito sulla riforma della giustizia, che ha portato alle più grandi manifestazioni nella storia del Paese. Le famiglie si sono divise, amicizie di lunga data si sono spezzate, persino le unità di riservisti dell’esercito sono state coinvolte nelle controversie politiche. Quasi nessun altro tema ha diviso così profondamente la società israeliana negli ultimi decenni.
La guerra di Israele dopo il massacro di Hamas del 7 ottobre ha inizialmente suscitato un’impressionante solidarietà nazionale. Centinaia di migliaia di persone si sono offerte volontarie per il servizio di riserva, i vicini si sono aiutati a vicenda e la società si è stretta in un unico fronte davanti alla catastrofe. Ma più la guerra si protrae, più le vecchie tensioni tornano a emergere con chiarezza. Le discussioni sugli obiettivi di guerra, sugli accordi per gli ostaggi, sulle questioni umanitarie o sulla responsabilità politica sono spesso caratterizzate da grande emotività. Non è raro che l’avversario politico non venga più percepito come un concittadino con un’opinione diversa, ma come un pericolo per il Paese.
Anche i rapporti tra cittadini ebrei e arabi di Israele sono sottoposti a una notevole pressione. Sebbene molte persone continuino a lavorare e a vivere insieme, la sfiducia e le tensioni sono aumentate notevolmente dopo i disordini degli ultimi anni e, in particolare, dopo la guerra di Gaza.
I social media svolgono un ruolo particolare in questo contesto. Piattaforme come X, Facebook o Telegram favoriscono l’escalation e l’emotività. Le argomentazioni articolate spesso si perdono in un flusso di slogan, attacchi personali e reciproche accuse. Termini come «traditore», «dittatura», «fascismo» o «nemico dello Stato» fanno ormai quasi parte della quotidianità politica. Parole che un tempo erano l’eccezione, oggi vengono spesso usate in modo inflazionato.
Eppure questo sviluppo non è affatto limitato a Israele. In quasi tutte le democrazie occidentali la polarizzazione sociale è in aumento. Ma in Israele essa si manifesta in modo particolarmente intenso a causa della pressione permanente in materia di sicurezza, delle questioni relative all’identità religiosa, della diversità etnica e della minaccia esistenziale proveniente dall’esterno. Proprio per questo il messaggio biblico possiede una sorprendente attualità. Il popolo d’Israele è sempre stato più forte quando tribù, opinioni e convinzioni diverse si sono unite nonostante tutte le differenze. Non è stata l’uniformità a rendere forte Israele, bensì la capacità di tollerare la diversità all’interno di una vocazione comune.
La Bibbia dimostra ripetutamente che Israele raramente è stato spezzato dalla forza dei suoi nemici. Le crisi più gravi sono spesso sorte quando si è persa l’unità del popolo. La ribellione di Korach contro Mosè, la guerra fratricida tra le tribù dopo l’atrocità di Ghibea o la divisione del regno dopo la morte di Salomone sono esempi lampanti del fatto che le divisioni interne hanno spesso avuto conseguenze più devastanti degli attacchi esterni. Ecco perché l’ammonimento biblico è più attuale che mai: «Quanto è bello e quanto è piacevole che i fratelli vivano insieme in armonia!» (Salmo 133).
Le reciproche accuse vanno ormai ben oltre la classica politica di partito. Per molti sostenitori della destra politica, la sinistra è responsabile degli sviluppi negativi in materia di sicurezza degli ultimi decenni, degli Accordi di Oslo, del ritiro dalla Striscia di Gaza o di quella che, a loro avviso, è un’eccessiva concessione nei confronti dei nemici di Israele. Al contrario, molti esponenti della sinistra accusano il governo di destra di aver aggravato, con la sua politica, l’isolamento internazionale di Israele, di aver distrutto la coesione sociale e di aver condotto lo Stato in una crisi permanente.
Anche all’interno dello spettro religioso cresce l’alienazione. Gli ambienti nazional-religiosi accusano gli ultraortodossi di sottrarsi al fardello comune del servizio militare. Gli ultraortodossi, a loro volta, si sentono sempre più minacciati dallo Stato e dalla società nel loro stile di vita religioso. Gli israeliani laici criticano la crescente influenza religiosa sulla politica e sulla giustizia, mentre gli ebrei religiosi hanno l’impressione che i loro valori e le loro tradizioni vengano sistematicamente messi da parte.
A ciò si aggiungono le reciproche accuse relative al 7 ottobre 2023. Da una parte, c’è chi attribuisce al governo e a Benjamin Netanyahu la responsabilità del più grave fallimento in materia di sicurezza nella storia di Israele. Altri individuano la causa in anni di valutazioni errate da parte dell’esercito e dei servizi segreti, nel dibattito sulla riforma della giustizia o persino nelle proteste di massa e nelle minacce di singoli riservisti di rifiutarsi di prestare servizio, il che, a loro avviso, avrebbe indebolito la deterrenza di Israele.
Altri ancora attribuiscono la responsabilità ai governi precedenti e alla strategia a lungo termine nei confronti di Hamas. Quasi ogni gruppo sociale ha la propria spiegazione e il proprio colpevole.
Persino i familiari degli ostaggi, i riservisti, i coloni, gli attivisti per la pace o gli abitanti delle regioni di confine si trovano in netto contrasto su alcune questioni.
Da una parte si chiede una vittoria militare senza compromessi su Hamas, dall’altra si considera la liberazione immediata degli ostaggi come la massima priorità, anche se ciò richiede concessioni di ampia portata. Spesso si ha l’impressione che esistano ormai solo due fazioni e che ogni posizione dell’altra venga automaticamente considerata moralmente sbagliata o addirittura un pericolo per lo Stato.
Ciò che colpisce in questo contesto non è tanto l’esistenza di opinioni diverse – che fanno parte di ogni democrazia viva – quanto la quasi totale assenza di un linguaggio di riconciliazione. Quasi nessuno parla di costruire ponti o di riconoscere l’altro come fratello nonostante tutte le differenze. Al contrario, domina la domanda su chi sia il colpevole. Ma un popolo che cerca costantemente solo i colpevoli corre il rischio di perdere di vista ciò che accomuna. È proprio in questo che risiede forse l’avvertimento più profondo della storia biblica.
Forse il tempo che stiamo vivendo ci ricorda che la forza nazionale non si basa solo sulla superiorità militare. La storia di Israele, dalla Bibbia ai giorni nostri, dimostra che la vera resilienza nasce laddove un popolo conserva la propria identità comune nonostante tutte le differenze. Proprio in una regione in cui i nemici esterni non sono mai lontani
(Israel Heute, 24 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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“Lamentazioni” in piazza
Giorno di lutto di Tisha BeAv
Ebrei delle più diverse correnti si radunano per leggere le bibliche “Lamentazioni”. Diventa chiaro, non solo in questo giorno di lutto, che la democrazia deve essere continuamente rinegoziata.
(Israelnetz, 24 luglio 2026)
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Ricerca israeliana: la strategia dei fiori per sopravvivere alla siccità
di Jacqueline Sermoneta
La siccità non influenza soltanto il numero di fiori prodotti dalle piante, ma anche il modo in cui le diverse specie distribuiscono nel tempo il loro periodo di fioritura. È quanto emerge da uno studio dell’Università Ebraica di Gerusalemme, pubblicato sulla rivista Ecology Letters, che offre una nuova chiave di lettura sugli effetti del cambiamento climatico sugli ecosistemi mediterranei. Lo riporta il Times of Israel. Contrariamente all’idea che la scarsità d’acqua possa spingere le piante a concentrare la fioritura nello stesso periodo per sfruttare al meglio le risorse disponibili, i ricercatori hanno osservato un fenomeno opposto: quando l’acqua diminuisce, le diverse specie tendono a separare maggiormente i propri tempi di fioritura, sbocciando in momenti differenti della stagione. “Ogni specie ha utilizzato l’acqua disponibile in una fase diversa della stagione”, spiega il dottorando Barel Tsafon, tra gli autori dello studio. La ricerca nasce da un esperimento in serra iniziato quasi cinque anni fa. Tsafon, insieme a Or Gross e sotto la supervisione del professor Niv DeMalach della Facoltà di Agraria dell’Università Ebraica, ha coltivato migliaia di piante appartenenti a cinque comuni specie di fiori selvatici del Mediterraneo. Le piante sono state sottoposte alla stessa riduzione complessiva della disponibilità d’acqua, ma con una differenza fondamentale: la siccità è stata simulata in momenti diversi della stagione delle piogge, all’inizio, a metà oppure alla fine. Alcuni esemplari sono stati coltivati singolarmente, altri insieme ad altre specie, per analizzare sia gli effetti diretti dello stress idrico sia il ruolo delle interazioni tra piante. I risultati hanno mostrato che il momento della siccità è un fattore decisivo. La siccità autunnale ha ritardato l’inizio della fioritura, mentre quella primaverile ha anticipato la fine del periodo di fioritura, riducendo il tempo complessivo in cui le piante producono fiori. Al contrario, una riduzione dell’acqua durante l’inverno ha avuto effetti molto più limitati sui tempi della fioritura. Quando le cinque specie sono cresciute insieme, i ricercatori hanno osservato una maggiore separazione dei periodi di fioritura tra loro. Le piante hanno ridotto la sovrapposizione temporale della fioritura, occupando momenti differenti della stagione. Questo fenomeno suggerisce che la diversa risposta alla siccità può favorire la coesistenza tra specie, diminuendo la competizione per risorse limitate come l’acqua. Secondo i ricercatori, questa differenziazione dei tempi di fioritura potrebbe rappresentare un meccanismo ecologico che consente alle piante di mantenere una maggiore diversità anche in condizioni di crescente scarsità idrica. Finora gran parte degli studi sugli effetti del cambiamento climatico sulla fioritura si è concentrata soprattutto sull’aumento delle temperature, spesso in ecosistemi dove l’acqua non rappresenta il principale fattore limitante. Questo lavoro evidenzia invece l’importanza della stagionalità delle precipitazioni: non conta solo quanta acqua arriva, ma anche quando arriva. Lo studio non si fermerà ai risultati ottenuti in serra. I ricercatori stanno infatti avviando un progetto internazionale di scienza partecipativa attraverso la piattaforma iNaturalist, con l’obiettivo di raccogliere osservazioni sulla fioritura di numerose specie vegetali in Israele e nel resto del mondo.
(Shalom, 24 luglio 2026)
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WSJ: l’Iran ricostruisce molto più velocemente di quanto si pensasse
Preoccupa molto la velocità con la quale gli iraniani ricostruiscono le infrastrutture e gli arsenali distrutti dai bombardamenti israeliani e americani. Un'altra sottovalutazione delle intelligence occidentali delle capacità iraniane.
Secondo un rapporto del Wall Street Journal, l’Iran ha rapidamente ricostruito le infrastrutture danneggiate durante la campagna di bombardamenti condotta da Stati Uniti e Israele negli ultimi mesi, dalle basi missilistiche situate nelle profondità delle montagne ai ponti, ai porti e agli impianti di produzione, secondo quanto riferito da funzionari israeliani e occidentali e da un’analisi delle immagini satellitari.
I progressi, più rapidi del previsto, preoccupano alcuni funzionari israeliani. Ciò contribuisce a spiegare la continua resilienza dell’Iran nonostante una campagna aerea che ha comportato oltre 20.000 attacchi al culmine della guerra e che prosegue lungo la costa iraniana nel tentativo di spezzare la morsa di Teheran sullo Stretto di Hormuz.
Nei pressi di Kangavar, nell’Iran occidentale, le immagini satellitari di Planet Labs di marzo mostravano due ingressi di tunnel e una strada di accesso danneggiati dai bombardamenti aerei volti a bloccare l’accesso a una base missilistica iraniana. Nel giro di poche settimane, le immagini di Airbus hanno rivelato una strada ben asfaltata che conduceva a ingressi appena scavati.
In un altro caso, un funzionario militare israeliano ha affermato che l’Iran ha riparato in pochi giorni un ponte che Israele aveva colpito con tre bombe, sorprendendo i funzionari israeliani e spingendoli a mettere in discussione l’efficacia dei loro attacchi mirati.
Le immagini satellitari di Planet Labs dell’inizio di luglio hanno inoltre mostrato interventi di ricostruzione parziale in un cantiere navale nel porto di Bandar Anzali sul Mar Caspio, collegato al Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, il gruppo paramilitare incaricato di difendere il regime. Israele ha dichiarato di aver colpito decine di obiettivi in quella zona a marzo, tra cui navi da guerra, il porto, un centro di comando e un cantiere navale utilizzato per la riparazione e la manutenzione delle imbarcazioni, mirando a una linea di rifornimento Russia-Iran e definendolo uno dei suoi attacchi più significativi della guerra.
Ran Kochav, ex comandante delle forze di difesa aerea e missilistica israeliane, ha affermato che la rapida ripresa è in linea con le capacità dimostrate dall’Iran nella ricostruzione delle proprie infrastrutture e delle scorte missilistiche dopo la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran dello scorso giugno, prima che la nuova guerra avesse inizio a febbraio.
«Hanno ricostituito le loro scorte», ha detto. «Possiedono capacità di industrializzazione e ricostruzione davvero impressionanti».
L’Iran deve affrontare uno sforzo enorme, costoso e dispendioso in termini di tempo per riprendersi dai danni causati dagli attacchi statunitensi e israeliani. Ma la rapidità con cui procedono i lavori in tutto il Paese smentisce le affermazioni del presidente Trump e del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu secondo cui la loro campagna di bombardamenti avrebbe inferto un colpo devastante.
I leader sono stati sottoposti a pressioni interne per non essere riusciti a rovesciare il regime al potere in Iran, a eliminare il programma nucleare di Teheran o a riaprire lo Stretto di Hormuz.
La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha affermato che la guerra è riuscita a distruggere l’arsenale missilistico e la produzione di missili dell’Iran, ad affondare la sua marina, a indebolire le milizie alleate e a garantire che il Paese non possieda armi nucleari. «Questa operazione è stata una vittoria schiacciante sotto ogni punto di vista oggettivo», ha dichiarato.
Il Comando Centrale degli Stati Uniti, responsabile del Medio Oriente, ha rifiutato di commentare. L’ufficio del primo ministro israeliano non ha risposto a una richiesta di commento. L’esercito israeliano ha rifiutato di commentare.
Durante la notte nella regione, l’esercito statunitense ha concluso il suo dodicesimo giorno consecutivo di attacchi contro lo stesso tipo di obiettivi — impianti missilistici e di droni, centri operativi e infrastrutture militari — che sta colpendo da settimane. Il suo obiettivo è spezzare la morsa dell’Iran sullo stretto dopo che l’accordo firmato da Trump a giugno per riaprirlo è fallito, poiché l’Iran ha intensificato gli attacchi alla navigazione.
Nonostante i bombardamenti, l’Iran ha continuato a sferrare colpi precisi contro le navi e a compiere attacchi missilistici contro gli alleati regionali degli Stati Uniti, come il Kuwait, il Bahrein e la Giordania, dove un attacco iraniano ha ucciso tre soldati statunitensi durante il fine settimana.
«A quanto pare, le voci sulla fine o sulla significativa diminuzione dei missili erano errate», ha affermato Tal Inbar, analista senior presso la Missile Defense Advocacy Alliance con sede negli Stati Uniti.
I leader iraniani non mostrano segni di cedimento nonostante gli attacchi continuino.
La campagna di bombardamenti di cinque settimane condotta da Stati Uniti e Israele all’inizio della guerra ha superato il ritmo delle recenti guerre condotte da Stati Uniti e Israele in Medio Oriente. Ha preso di mira ogni cosa, dalle città sotterranee dedicate ai missili alle fabbriche di acciaio e alluminio. Al termine della campagna, sia Trump che Netanyahu l’hanno descritta come una grave battuta d’arresto per l’Iran.
«L’esercito iraniano è un disastro completo e totale», ha scritto Trump sui social media il mese scorso. «Gran parte di esso, come la Marina e l’Aeronautica, non esiste nemmeno più: sono stati completamente sconfitti».
Netanyahu ha affermato che le capacità militari dell’Iran e i suoi programmi nucleari e balistici hanno subito un arretramento di molti anni. «Abbiamo distrutto l’apparato di produzione missilistica dell’Iran», ha dichiarato ad aprile. «Gli iraniani stanno lanciando ciò che resta nel loro arsenale, e l’arsenale si sta svuotando. Ma non stanno producendo nuovi missili».
Funzionari militari israeliani hanno espresso in privato la loro frustrazione per i risultati della campagna di bombardamenti, sottolineando la ricostruzione in corso. Un funzionario a conoscenza delle operazioni di targeting ritiene che Israele avrebbe potuto causare danni maggiori se si fosse concentrato sui siti militari, anziché spostare l’attenzione, nelle prime fasi della guerra, su obiettivi quali i servizi di sicurezza interna iraniani e persino singoli posti di blocco presidiati dalla milizia Basij, nella speranza di minare il regime.
«L’Iran sta ricostruendo tutto», ha affermato il funzionario. «Sono molto preoccupato.»
Un secondo funzionario militare israeliano ha affermato che l’Iran è in grado di ricostruire quasi tutto, compresa la produzione di missili, poiché dispone ancora del know-how necessario.
Israele e gli Stati Uniti spesso sono riusciti solo a far crollare i punti di accesso alle basi missilistiche situate nelle profondità delle montagne, anziché distruggerle completamente, hanno dichiarato funzionari militari israeliani. Le armi conservate all’interno di questi siti crollati sono rimaste intatte e da allora l’Iran le sta recuperando, hanno aggiunto.
Una base missilistica nella città di Dezful, nel sud-ovest dell’Iran, è stata colpita da Israele nel giugno 2025 e nuovamente all’inizio di marzo, quando i raid aerei ne hanno seppellito gli ingressi, come mostrano le immagini satellitari di Planet Labs. Tre mesi dopo, le immagini di Airbus hanno mostrato che l’Iran stava già riportando alla luce diversi ingressi di tunnel nel sito.
Un’altra base missilistica iraniana a nord della città di Kermanshah ha subito duri colpi all’inizio della guerra, come mostrano le immagini di Planet Labs. Già nella prima settimana di giugno, le immagini diffuse da Airbus mostravano che alcune squadre avevano riparato i danni alle strade e che i camion visibili nelle immagini satellitari stavano rimuovendo i detriti e riaprendo gli ingressi dei tunnel crollati.
Le immagini satellitari di Planet Labs mostrano inoltre una parziale ricostruzione nelle ultime settimane nei pressi di Teheran presso la Raja Shimi Industries, uno stabilimento che, secondo un rapporto del King’s College di Londra, sarebbe coinvolto nella produzione di componenti per missili. Le immagini mostrano diverse nuove strutture che sembrano essere state ricostruite.
Alcune strutture che producono componenti più avanzati necessari per la fabbricazione di missili, come la fibra di carbonio, potrebbero richiedere all’Iran mesi, se non anni, per essere ripristinate a seguito degli attacchi israeliani e americani, ha affermato Jim Lamson, ricercatore ospite presso il King’s College di Londra ed ex analista della Central Intelligence Agency che ha redatto il rapporto.
Tuttavia, l’Iran potrebbe aver accumulato scorte di tali componenti in impianti di produzione sotterranei che possono essere utilizzati per assemblare decine o centinaia di nuovi missili e droni nel breve termine, ha affermato Lamson.
I servizi di intelligence israeliani ritengono che l’Iran possa aver trasferito migliaia di centrifughe nei tunnel all’interno del Pickaxe Mountain, uno sviluppo che accrescerebbe i timori che possa ricostituire il proprio programma nucleare.
L’Iran ha dimostrato che continuerà a impegnarsi per ricostruire le proprie infrastrutture e la propria capacità bellica, indipendentemente dal tempo necessario.
«È una questione di volontà, tempo e denaro», ha affermato Inbar.
(Rights Reporter, 24 luglio 2026)
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La trappola iraniana: perché è così efficace la “Mosaic Defense” di Teheran
La superiorità tecnologica di Stati Uniti e Israele ha devastato l’apparato militare iraniano senza piegare Teheran. Grazie alla Mosaic Defense, alla capacità di assorbire le perdite e al ricatto energetico sullo Stretto di Hormuz, l’Iran ha trasformato la propria inferiorità tattica in resilienza strategica e potere negoziale.
di Luca Longo
Se si analizzano le carte geografiche dello stato maggiore e i rapporti operativi delle ultime diciannove settimane di ostilità, il bilancio bellico si presenta lineare, quasi indiscutibile.
Le forze aeronavali degli Stati Uniti e la macchina bellica di Israele hanno inflitto danni strutturali devastanti all’apparato militare della Repubblica Islamica dell’Iran.
Le statistiche del Pentagono documentano una netta degradazione quantitativa: l’arsenale missilistico strategico iraniano è stato ridotto da circa 2.500 vettori pronti al lancio a poco più di mille unità residue, mentre i lanciatori mobili e fissi operativi sono crollati da 480 a circa un centinaio.
La marina convenzionale di Teheran è stata quasi interamente neutralizzata nelle sue componenti d’alto mare e le infrastrutture industriali di Isfahan, Natanz e Fordow hanno subito attacchi cinetici che hanno compromesso le linee di assemblaggio delle centrifughe avanzate.
Eppure, sotto il profilo della pura efficacia geopolitica, la realtà descrive una traiettoria diametralmente opposta.
Mentre Washington e Gerusalemme hanno pianificato e condotto una campagna incentrata sulla distruzione sistematica di una lista di bersagli fisici, l’Iran ha risposto applicando una precisa ed elastica “teoria della vittoria”.
Teheran non ha mai concepito questo scontro con l’obiettivo di prevalere sul piano simmetrico o di disputare il dominio dei cieli e del mare alla coalizione avversaria.
La sua scommessa strategica si è fondata su un unico imperativo: sopravvivere abbastanza a lungo da imporre al nemico costi economici, politici e diplomatici superiori alla sua reale volontà di sostenere il conflitto.
Trasformare l’inferiorità tattica in un successo negoziale definitivo rappresenta il nucleo di questa dottrina asimmetrica.
• La dottrina del decentramento e il fattore tempo
Le radici di questa postura non sono improvvisate, ma risalgono a una profonda ristrutturazione dottrinale avviata nel 2005 all’interno del Centro per la Strategia del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), sotto la direzione di Mohammad Ali Jafari e dell’ideologo Hassan Abbasi.
È in quel periodo che prende forma la cosiddetta Mosaic Defense, un modello operativo specificamente progettato per vanificare le campagne di bombardamento strategico e i tentativi di decapitazione dei vertici politici ed esecutivi caratteristici dell’approccio militare statunitense.
Come esplicitato dall’attuale dirigenza diplomatica di Teheran, il comando militare iraniano ha dedicato oltre vent’anni allo studio analitico dei conflitti condotti dalle forze armate occidentali in Iraq e in Afghanistan, traendone lezioni fondamentali sulla vulnerabilità delle linee logistiche allungate e sulla fragilità del consenso politico nelle democrazie occidentali.
La Mosaic Defense frammenta la struttura di comando in trentadue comandi regionali autonomi, corrispondenti alle province del Paese.
Ogni singola unità è dotata di riserve logistiche indipendenti, di protocolli di comunicazione ridondanti e della facoltà di continuare a operare e combattere in totale autonomia, anche qualora i centri di comunicazione centralizzati di Teheran venissero completamente oscurati o distrutti.
Invece di tentare una difesa aerea simmetrica dei propri cieli, le forze iraniane hanno concentrato le proprie capacità residue nel colpire i sistemi abilitanti della macchina bellica avversaria, concentrando l’uso di droni e vettori balistici non tanto sui caccia da bombardamento, quanto sugli aerei da rifornimento in volo, sulle stazioni radar avanzate e sui nodi di comando e controllo distribuiti nella regione.
In questo modo, la guerra cessa di essere una dimostrazione di superiorità tecnologica per trasformarsi in una pura prova di resilienza istituzionale e logistica.
• Il ricatto di Hormuz e la vulnerabilità dei mercati energetici
Il vero fulcro della coercizione iraniana non si è collocato nei cieli, bensì nelle acque ristrette dello Stretto di Hormuz.
Per lungo tempo, i pianificatori occidentali hanno considerato l’eventualità di un blocco navale iraniano come un’opzione estrema, considerata poco probabile a causa delle devastanti conseguenze economiche che l’Iran stesso avrebbe subito.
Tuttavia, Teheran ha compreso che non era necessario ottenere il controllo formale dello specchio d’acqua, né possedere grandi unità di superficie per paralizzare la navigazione commerciale.
Traendo diretta lezione dalle recenti dinamiche del Mar Nero – dove l’Ucraina, pur priva di una marina da guerra tradizionale, è riuscita a negare la libertà di manovra alla flotta russa attraverso l’impiego combinato di missili costieri e droni di superficie – l’IRGC ha mobilitato la sua flotta di piccoli motoscafi armati, mine navali a basso costo e postazioni missilistiche mobili occultate lungo la costa frastagliata della penisola.
La sottovalutazione iniziale di questa capacità da parte di Washington ha modificato radicalmente l’andamento delle operazioni navali.
Quando la crisi dei noli marittimi e dei premi assicurativi è esplosa, l’obiettivo politico della coalizione a guida statunitense ha subito una deviazione forzata.
La priorità non era più soltanto il depotenziamento dei programmi balistici o nucleari nel cuore del territorio iraniano, ma la necessità impellente di riaprire una via d’acqua attraverso cui transita quotidianamente circa il venti per cento del fabbisogno globale di petrolio.
L’efficacia di questa strategia si riflette nello stato attuale dello stretto: persino dopo la sigla del recente memorandum bilaterale, il transito delle navi cisterna rimane subordinato a rigidi controlli e a costi di navigazione permanentemente alterati.
Ciò conferma come la capacità di infliggere un danno economico mirato garantisca a Teheran un enorme potere di ricatto politico senza la necessità di vincere una sola battaglia navale convenzionale.
• La resilienza del regime e i limiti del potere militare
Il divario tra i risultati sul terreno e gli obiettivi politici di lungo periodo evidenzia il limite intrinseco dell’opzione militare quando priva di una chiara visione strategica.
Sul piano interno, la Repubblica Islamica ha sfruttato lo stato di guerra per consolidare il proprio controllo autoritario, procedendo all’arresto e all’esecuzione sistematica degli esponenti dell’opposizione interna, al riparo dagli sguardi dei media internazionali concentrati sulle operazioni belliche.
La retorica ufficiale è riuscita a trasformare la pura e semplice sopravvivenza fisica dello Stato in un trionfo ideologico contro una coalizione dotata di schiacciante superiorità tecnologica.
La mobilitazione pubblica in occasione delle cerimonie funebri per la Guida Suprema Ali Khamenei ha offerto l’immagine di una transizione di potere ordinata, malgrado il fitto mistero che avvolge la figura del figlio Mojtaba, nominalmente designato alla successione ma non più apparso in pubblico al termine dei dodici giorni di aperto conflitto.
Nel frattempo, l’architettura dei gruppi proxy regionali – pur avendo subito pesanti perdite strutturali in Libano, Siria e Iraq – mantiene intatta la propria funzione di deterrenza asimmetrica avanzata.
L’Iran conserva la capacità di occultare le proprie scorte residue di materiale fissile arricchito all’interno di una rete sotterranea impenetrabile, mentre le concessioni economiche legate all’allentamento parziale dei blocchi finanziari per la ricostruzione offrono a Teheran le risorse necessarie per avviare la rigenerazione delle proprie forze.
• Un equilibrio instabile sul filo del rasoio
Il memorandum d’intesa siglato il mese scorso rappresenta un documento programmatico di appena due pagine, privo di reali vincoli operativi e strutturato principalmente come traccia preliminare per futuri e complessi negoziati.
Le questioni centrali restano interamente irrisolte: dal destino del combustibile nucleare già arricchito al 60% al ripristino dei sistemi di monitoraggio elettronico dell’AIEA, fino alla regolamentazione della gittata dei vettori balistici e alla ridefinizione dei confini d’azione delle milizie sciite nel Levante.
Il cessate il fuoco viene quotidianamente violato da scambi di artiglieria a bassa intensità, operazioni di intelligence sotto copertura e cyberattacchi reciproci che testimoniano la fragilità della tregua.
La lezione che emerge da queste diciannove settimane è netta: la superiorità bellica e l’annientamento delle infrastrutture nemiche non si traducono automaticamente nel conseguimento della vittoria politica se la strategia iniziale confonde l’elenco dei bersagli da distruggere con la definizione di un nuovo ordine regionale.
L’Iran ha dimostrato che una struttura statale organizzata per l’attrito prolungato può assorbire perdite materiali immense e cedere l’iniziativa tattica, mantenendo intatta la capacità di imporre la propria volontà politica al tavolo delle trattative.
Il Medio Oriente si ritrova così sospeso in una condizione di non-guerra e non-pace, un equilibrio precario in cui la tregua delle armi convenzionali non ha interrotto la scommessa strategica di Teheran sulla stanchezza dell’avversario.
(InOltre, 24 luglio 2026)
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L’antisemitismo negli ospedali d’Europa
Dal Regno Unito alla Scandinavia, fino al Belgio, si moltiplicano episodi e testimonianze che mettono in discussione il principio dell’imparzialità delle cure.
di Alessandro Carmi
Per molti ebrei europei entrare in un ospedale sta diventando motivo di inquietudine, di paura e di rischio. Dopo il 7 ottobre 2023, l’aumento dell’antisemitismo registrato in numerosi Paesi occidentali sembra essersi esteso anche al settore sanitario, dove pazienti e operatori denunciano un clima sempre più ostile. A raccontarlo sono testimonianze provenienti da diversi Stati europei, che descrivono un fenomeno capace di incrinare uno dei principi fondamentali della medicina moderna: la fiducia tra paziente e personale sanitario.
L’argomento è tornato al centro dell’attenzione dopo un’inchiesta pubblicata dal quotidiano australiano The Australian, dedicata alla situazione negli ospedali del Paese. Sebbene il lavoro giornalistico riguardi l’Australia, episodi analoghi emergono anche in Europa, dove vive una comunità ebraica di circa 1,3 milioni di persone. Secondo numerose testimonianze, molti pazienti preferiscono non dichiarare la propria identità ebraica durante le cure, rinviano interventi non urgenti nelle strutture pubbliche oppure cercano medici e ospedali privati ritenuti più affidabili.
Il quadro più dettagliato arriva dal Regno Unito. Il Community Security Trust (CST), l’organizzazione che monitora l’antisemitismo nel Paese, ha documentato 135 episodi verificatisi all’interno del sistema sanitario britannico tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2025. In oltre sei casi su dieci i responsabili sarebbero stati membri del personale sanitario, fra medici, infermieri e dipendenti amministrativi. Altri episodi hanno coinvolto pazienti, visitatori e studenti di medicina.
Fra i casi segnalati figurano un medico che avrebbe giustificato l’azione di Hamas sostenendo che il gruppo «stava semplicemente facendo il proprio lavoro», una svastica comparsa nello spogliatoio del personale, operatori sanitari che sui social network hanno negato il diritto di Israele a esistere e insulti rivolti a pazienti ebrei durante il ricovero o al momento delle dimissioni. Sono episodi diversi tra loro, accomunati dal fatto di essersi verificati in luoghi dove l’imparzialità dovrebbe rappresentare un valore assoluto.
La gravità della situazione è stata sottolineata anche da Lord John Mann, consulente indipendente del governo britannico per la lotta all’antisemitismo. In una revisione pubblicata all’inizio di giugno, Mann ha parlato di una profonda crisi di fiducia all’interno del National Health Service, osservando che numerosi medici e infermieri ebrei riferiscono di vivere forme di isolamento professionale e, in alcuni casi, di avere modificato il proprio percorso lavorativo proprio a causa del clima incontrato negli ospedali.
Segnali analoghi emergono anche nei Paesi nordici. In Danimarca un’infermiera ebrea, identificata con lo pseudonimo di Sarah, ha raccontato a Israel Hayom di avere assistito a una crescente politicizzazione degli ambienti sanitari, con manifestazioni di sostegno ad Hamas e iniziative favorevoli al boicottaggio di Israele esposte all’interno delle strutture. La stessa infermiera afferma che molti ebrei preferiscono affidarsi a medici della propria comunità oppure evitare di rendere nota la propria identità durante le cure.
In Norvegia, già nel 2025, i rappresentanti della comunità ebraica avevano scritto ai vertici del sistema sanitario nazionale denunciando la paura diffusa tra gli ebrei nel ricorrere agli ospedali pubblici. Il medico Rolf Kirschner, dopo quarantacinque anni di attività nel servizio sanitario, aveva parlato di una situazione senza precedenti, spiegando che alcuni pazienti rinunciavano perfino a indossare simboli religiosi durante le visite.
Anche la Svezia e il Belgio hanno registrato episodi che hanno alimentato il dibattito. A Stoccolma alcuni medici hanno manifestato davanti all’ospedale Karolinska chiedendo la liberazione di un medico di Gaza detenuto da Israele con l’accusa di appartenenza ad Hamas. In Belgio un radiologo è stato sospeso dopo avere annotato nel fascicolo clinico di una bambina di nove anni la dicitura «ebrea (israeliana)» come elemento del motivo della visita; successive verifiche sui suoi profili social hanno portato alla luce numerosi contenuti antisemiti.
Le situazioni descritte sono differenti per natura e gravità e non consentono di formulare giudizi sull’insieme dei sistemi sanitari europei, che continuano a essere fondati sul principio della parità di trattamento. Tuttavia, il numero crescente di segnalazioni e il timore espresso da pazienti e professionisti ebrei indicano un problema che molte istituzioni stanno iniziando ad affrontare. Quando una persona arriva a temere che la propria identità religiosa possa influire sul rapporto con chi dovrebbe curarla, viene messo in discussione uno dei pilastri essenziali della medicina, quello della fiducia reciproca fra medico e paziente.
(Setteottobre, 24 luglio 2026)
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In decine di migliaia al Kotel per Tishà BeAv
All’inizio di Tishà BeAv, il giorno di digiuno e lutto che ricorda la distruzione del Primo, del Secondo Tempio e di altre tragedie che hanno colpito il popolo ebraico, decine di migliaia di persone si sono riunite mercoledì sera al Kotel, il Muro Occidentale di Gerusalemme. I fedeli hanno preso parte alla lettura del Libro delle Lamentazioni (Eikhà) e alla recitazione delle Kinot, le elegie tradizionali della ricorrenza. Tra i presenti anche diverse personalità pubbliche, tra cui l’ex primo ministro Naftali Bennett, l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, il ministro dell’Economia Nir Barkat e il sindaco di Gerusalemme Moshe Lion. L’afflusso di fedeli continuerà per tutta la giornata di Tishà BeAv, con migliaia di persone attese al Kotel fino al termine del digiuno.
Il Muro Occidentale, ultimo resto del complesso del Tempio, rappresenta il luogo centrale delle celebrazioni: ogni anno migliaia di fedeli si radunano per pregare, anche seduti a terra in segno di lutto. Le preghiere proseguono spesso durante la notte e fino alle funzioni mattutine.
Tishà BeAv è il principale giorno di lutto del calendario ebraico: il digiuno dura circa 25 ore, dal tramonto fino alla sera successiva, e ricorda non solo la distruzione del Primo Tempio da parte dei Babilonesi e del Secondo Tempio da parte dei Romani, ma anche altre tragedie che hanno segnato la storia del popolo ebraico.
La ricorrenza non è soltanto un momento di memoria storica, ma anche un’occasione di riflessione personale e collettiva. Alla vigilia di Tishà BeAv, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha diffuso un messaggio in cui ha richiamato il significato della distruzione dei Templi come monito contro le divisioni interne, e ha sottolineato l’unità dimostrata dagli israeliani negli ultimi anni. “L’odio gratuito ci ha portato alla distruzione, – ha detto Netanyahu – l’amore per Israele ci porterà alla redenzione”.
(Shalom, 23 luglio 2026)
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Tisha BeAv – Commemorazione della distruzione del Tempio
Tisha BeAv è un giorno di lutto, digiuno e commemorazione dei tragici eventi della storia del popolo ebraico. Ma al dolore si mescola anche la speranza.
di Tobias Krämer
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Modello di Gerusalemme con il Tempio erodiano conservato presso il Museo d’Israele a Gerusalemme
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Tisha BeAv è uno dei giorni di lutto e digiuno più significativi del calendario ebraico. Cade il nono giorno del mese di Av (luglio/agosto), che nel calendario ebraico è il quinto mese. Quest’anno inizia la sera del 22 luglio. Durante Tisha BeAv nelle sinagoghe si crea un’atmosfera particolare. L’arca in cui sono conservati i rotoli sacri viene spesso coperta con un drappo nero per esprimere il lutto. Si commemorano così molti eventi storici che sono stati tragici per gli ebrei. La Mishnah, uno dei testi fondamentali dell’ebraismo, cita cinque grandi disgrazie:
- L’inizio dei 40 anni di peregrinazione nel deserto di Israele.
- La distruzione del Primo Tempio e la deportazione degli ebrei in esilio nel 586 a.C.
- La distruzione del Secondo Tempio come inizio della fine di Israele nel 70 d.C.
- La repressione della rivolta di Bar Kochba nel 135 d.C.
- La nuova distruzione di Gerusalemme nel 136 d.C.
Altre catastrofi che, secondo la tradizione, ebbero luogo in questo giorno sono la proclamazione della prima crociata (1099), la violenta espulsione degli ebrei dall’Inghilterra (1290) e dalla Spagna (1492), l’inizio della Prima guerra mondiale (1914) e l’inizio della deportazione degli ebrei dal ghetto di Varsavia verso il campo di sterminio di Treblinka (1942).
Tisha BeAv è un giorno di lutto, digiuno e commemorazione di questi tragici eventi. Durante il digiuno vengono osservate regole severe, simili a quelle di Yom Kippur, la festività ebraica più importante. Il giorno di digiuno viene celebrato con vari riti di lutto. Molte persone siedono su sgabelli bassi o per terra per esprimere un senso di modestia e umiltà. È inoltre consuetudine leggere i Lamenti del profeta Geremia e ascoltare canti funebri nelle sinagoghe. Molti ebrei approfittano inoltre di questa giornata per dedicarsi all’introspezione, al pentimento e alla purificazione del cuore.
Tisha BeAv, tuttavia, non è solo un giorno di dolore, ma anche un giorno di speranza. Infatti, nonostante tutto il lutto, lo sguardo è rivolto anche al futuro: alla ricostruzione del Tempio e all’arrivo del Messia. Così anche gli eventi più terribili del passato sfociano nella speranza di un futuro sereno, che Dio stesso donerà e che sarà pieno di gioia.
(Christen an der Seite Israels, 22 luglio 2026)
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Scoperte antiche travi di legno a Gerusalemme
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Ciò che rimane: nel sito di scavo gli archeologi hanno rinvenuto resti risalenti all’epoca del Primo Tempio
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GERUSALEMME – Durante gli scavi a Gerusalemme, i ricercatori hanno rinvenuto travi carbonizzate risalenti al periodo della distruzione babilonese della città. Lo ha reso noto lunedì l’Autorità israeliana per i beni culturali (IAA). L’IAA è responsabile degli scavi nella Città di Davide, a sud della Città Vecchia, e collabora a tal fine con gli archeologi dell’Università di Tel Aviv.
Probabilmente le travi di legno un tempo coprivano il cortile interno di un edificio. Ma quando i Babilonesi devastarono Gerusalemme nel 587/586 a.C., l’edificio crollò, seppellendo le travi sotto le sue macerie.
La distruzione di Gerusalemme segnò la fine del Regno meridionale di Giuda – e la fine del primo Tempio ebraico. I Babilonesi bruciarono «la casa del Signore, la casa del re e tutte le case di Gerusalemme», come si legge in 2 Re 25,9. Quella fu la punizione per la ribellione del re apostata Sedecìa. Egli non voleva più pagare il tributo al re di Babilonia ed è passato alla storia come l’ultimo re di Giuda.
Secondo gli archeologi, il ritrovamento delle travi di legno risalenti a 2.600 anni fa è insolito per la regione. Ritengono che, durante gli incendi, le travi siano cadute per prime. Successivamente, anche il resto dell’edificio è crollato, ricoprendo le travi. L’intonaco fuso dal fuoco avrebbe «sigillato» e conservato le travi, ha affermato in una dichiarazione la responsabile degli scavi Efrat Bocher.
• Metodi di datazione combinati
Per determinare l’età, gli archeologi hanno combinato due metodi comunemente utilizzati: il metodo al radiocarbonio, noto anche come datazione al C14, e l’analisi degli anelli annuali nei tronchi d’albero. A tal fine, i ricercatori hanno fatto ricorso a reperti di legno rinvenuti in precedenza nello stesso strato di scavo e hanno analizzato l’età di ogni anello. In questo contesto, l’Autorità per i Beni Culturali collabora con l’esperta di datazione Johanna Regev.
Con questo approccio si ottengono risultati nettamente più precisi ed è possibile limitare a dieci anni il margine di errore nella datazione. Nel metodo del carbonio 14, ha dichiarato al sito di notizie israeliano «Times of Israel», il margine di errore è di circa 100 anni.
Il ministro del Patrimonio culturale Amichai Elijahu (Ozma Jehudit) ha definito il ritrovamento delle travi di legno una «testimonianza impressionante». Ciò dimostra che il legame del popolo ebraico con Gerusalemme affonda le sue radici non solo nella fede, ma anche nella storia e nell’archeologia. «Il suolo di Gerusalemme continua a fornire testimonianze tangibili dell’antico passato della città», ha affermato in una dichiarazione.
• Ricordo della distruzione del Tempio
Per Bocher, il ritrovamento è particolarmente commovente proprio in vista della giornata commemorativa di Tisha BeAv. «Questa scoperta suscita la sensazione di essere stati presenti alla distruzione, proprio nel momento in cui è avvenuta», ha affermato. La giornata commemorativa di Tisha BeAv (il 9 del mese di Av) è iniziata quest’anno mercoledì sera. Per gli ebrei è un giorno di digiuno in cui si commemora la distruzione del primo e del secondo Tempio di Gerusalemme.
Probabilmente anche la popolazione che tornava a insediarsi aveva a cuore la memoria, ha spiegato il co-direttore Yiftach Schalev. Quando i primi ebrei deportati, a partire dal 538 a.C., tornarono a Gerusalemme con il permesso del re persiano Ciro II e iniziarono a ricostruire la città, lasciarono questo sito archeologico così com’era.
«Conservare la memoria è un bisogno umano», ha affermato Schalev in un comunicato stampa. Ha proseguito: «Qui lo vediamo nella forma più chiara: una decisione consapevole di lasciare le rovine sul posto come testimonianza della distruzione e di costruire sopra di esse un nuovo strato».
(Israelnetz, 23 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Rete di terroristi in Europa. Hamas preparava un secondo 7 ottobre
Un’inchiesta svizzera ricostruisce il piano dell’organizzazione terroristica per colpire obiettivi ebraici e israeliani in diversi Paesi europei attraverso una rete clandestina attiva da anni
di Paolo Montesi
Hamas avrebbe progettato di replicare in Europa un’operazione ispirata al massacro del 7 ottobre 2023, predisponendo una rete clandestina di cellule dormienti, depositi di armi e canali logistici destinati a entrare in azione contro obiettivi ebraici, israeliani e occidentali. È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata dal quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung, basata anche sui documenti delle indagini condotte dalle autorità tedesche, che ricostruisce una strategia sviluppata nel corso degli anni ben prima dell’attacco contro Israele.
Secondo quanto riportato dal giornale, la struttura operativa sarebbe stata costruita con grande discrezione in diversi Paesi europei, dove Hamas avrebbe accumulato armi, esplosivi e munizioni, predisponendo una rete di appoggi destinata a sostenere eventuali attentati coordinati. Gli investigatori ritengono che il progetto prevedesse l’attivazione simultanea di più cellule terroristiche, pronte a ricevere gli ordini dalla leadership dell’organizzazione.
L’indagine individua Germania, Austria, Danimarca, Regno Unito, Grecia e Cipro fra i principali Paesi interessati dalle attività della rete clandestina. Proprio le operazioni di intelligence e le indagini coordinate fra i servizi di sicurezza europei avrebbero consentito di individuare diversi depositi di armi e di procedere a una serie di arresti che, secondo gli investigatori, hanno impedito l’attuazione del piano.
Uno dei casi più significativi riguarda l’Austria, dove lo scorso anno è stato scoperto un arsenale contenente pistole, munizioni ed esplosivi. Vienna avrebbe svolto un ruolo logistico di primo piano nell’organizzazione della rete. A Londra è stato arrestato un cittadino britannico di 39 anni sospettato di essere collegato proprio al deposito di armi rinvenuto nella capitale austriaca. Nel complesso, secondo gli atti dell’inchiesta, tredici pistole, un fucile d’assalto AK-47 e oltre novecento munizioni sarebbero transitati attraverso Danimarca, Germania e Austria. In Germania quattro appartenenti ad Hamas sono già stati condannati per il loro coinvolgimento nelle attività della rete.
L’aspetto che più preoccupa gli investigatori è la natura di lungo periodo del progetto. Le carte dell’inchiesta, infatti, indicherebbero che la preparazione delle infrastrutture clandestine sarebbe iniziata diversi anni prima del 7 ottobre, smentendo le ripetute dichiarazioni con cui Hamas aveva sostenuto di limitare le proprie operazioni militari a Israele e ai territori palestinesi. Secondo la procura federale tedesca, l’organizzazione avrebbe invece lavorato per costruire una capacità operativa permanente anche sul continente europeo.
Le accuse formulate dalla magistratura tedesca riguardano l’individuazione e la gestione di depositi di armi, la predisposizione di canali per il traffico di armamenti e la creazione di una rete logistica capace di sostenere attentati in tempi rapidi. L’ipotesi investigativa è che gli obiettivi individuati comprendessero istituzioni ebraiche, sedi israeliane e altri bersagli occidentali.
La ricostruzione pubblicata dal quotidiano svizzero conferma come la minaccia rappresentata da Hamas non sia limitata al Medio Oriente. Per i servizi di sicurezza europei il contrasto alle reti clandestine dell’organizzazione resta una delle principali priorità, mentre la cooperazione tra intelligence e magistrature di diversi Paesi continua a intensificarsi nel tentativo di prevenire nuovi attentati sul territorio europeo.
(Setteottobre, 23 luglio 2026)
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Israele critica duramente l’Unesco per la “cinica politicizzazione del patrimonio culturale”
(JNS) Israele ha condannato la “cinica politicizzazione del patrimonio culturale” da parte dell’Unesco, definendo il suo silenzio sulla sistematica profanazione di un castello storico libanese da parte di Hezbollah e riferendosi all’operazione difensiva israeliana sul sito come “un’abdicazione morale”. La dura condanna giunge mentre l’organismo culturale delle Nazioni Unite si appresta a designare il castello strategico di Beaufort e diversi altri siti del Libano meridionale come siti patrimonio mondiale in pericolo, al fine di proteggerli da ulteriori conflitti. Il sito, risalente a 900 anni fa e costruito durante l’epoca delle Crociate, è stato conquistato dalle forze israeliane a maggio ed era utilizzato da Hezbollah come roccaforte militare strategica, comprendente un’estesa rete di tunnel sotterranei a pochi chilometri dal confine israeliano.
“Per anni, Hezbollah ha sistematicamente militarizzato e profanato questa storica fortezza crociata, trasformandola in una roccaforte militare”, ha scritto il Ministero degli Esteri israeliano su X. “Il silenzio dell’Unesco sulla sistematica profanazione di Beaufort da parte di Hezbollah, mentre prende di mira le operazioni difensive di Israele, è una rinuncia morale”. Israele si è formalmente ritirato dall’Unesco nel 2018, citando una sistematica discriminazione anti-israeliana culminata in una risoluzione che minimizzava i legami degli ebraici con il Monte del Tempio, ma mantiene comunque rapporti di lavoro su specifiche convenzioni relative al patrimonio culturale e rimane firmatario di diversi protocolli.
L’Amministrazione statunitense ha annunciato il suo ultimo ritiro dall’Unesco, che entrerà in vigore alla fine dell’anno, definendo l’organizzazione “woke” per aver promosso politiche di diversità, equità e inclusione (DEI) e per nutrire pregiudizi anti-israeliani e filo-cinesi. L’Amministrazione Trump si era già ritirata dal gruppo culturale delle Nazioni Unite nel 2018, decisione poi annullata dall’Amministrazione Biden. Gli Stati Uniti si ritirarono per la prima volta da tale organismo nel 1984, durante l’Amministrazione Reagan. La conquista del castello da parte di Israele durante l’ultima guerra con Hezbollah, iniziata quando il gruppo terroristico ha lanciato razzi contro il nord di Israele due giorni dopo l’attacco sferrato da Stati Uniti e Israele contro il suo principale sostenitore, l’Iran, ha rappresentato la più profonda incursione israeliana in Libano in oltre un quarto di secolo.
(HaKol, 23 luglio 2026)
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Israele. Porte aperte agli elettori rientrati dall’estero
L’iniziativa, nata da un semplice post sui social, mette in contatto famiglie disposte a ospitare gratuitamente gli israeliani che tornano nel Paese per votare alle elezioni del 27 ottobre.
di Shira Navon
Un letto libero, un passaggio dall’aeroporto, un posto a tavola e perfino un accompagnamento al seggio elettorale. In vista delle elezioni del 27 ottobre, in Israele sta prendendo forma una spontanea rete di ospitalità destinata ai cittadini israeliani che vivono all’estero e rientreranno nel Paese esclusivamente per esercitare il diritto di voto.
L’iniziativa è nata quasi per caso, da un messaggio pubblicato su Facebook dalla sociologa Chen Katzavitz Persler, che insieme al marito Yuval ha deciso di mettere a disposizione la propria casa nel moshav Kfar Harif, vicino a Kiryat Malakhi, per accogliere gratuitamente alcuni connazionali. Quello che doveva essere un gesto individuale si è trasformato nel giro di poche ore in un movimento collettivo.
Decine di famiglie, da ogni parte di Israele, hanno risposto offrendo camere, appartamenti e ospitalità. Da quella mobilitazione è nata una piattaforma online chiamata “Kibbutz Galuyot” (“Raccolta degli esili”), pensata per mettere in contatto chi cerca un alloggio con chi è disposto ad aprire la propria abitazione.
«Sentivo che dovevo fare qualcosa oltre ad andare a votare», ha spiegato Katzavitz Persler. «Il post ha suscitato una risposta che non immaginavo. Molte persone volevano partecipare e abbiamo capito che era necessario creare uno strumento per coordinare tutte queste disponibilità.»
La famiglia metterà a disposizione quattro camere da letto e un soppalco, offrendo due notti gratuite, i pasti, l’utilizzo della cucina e persino il trasporto dalla stazione ferroviaria dell’aeroporto Ben Gurion fino alla casa e, il giorno del voto, al seggio elettorale. Se necessario, gli ospiti potranno fermarsi anche più a lungo.
La piattaforma è organizzata per aree geografiche, così da consentire ai viaggiatori di scegliere una sistemazione vicina al luogo in cui dovranno votare. Un elemento importante, considerando che la legge israeliana non consente ai cittadini residenti all’estero di votare per corrispondenza o presso ambasciate e consolati, costringendo chi desidera partecipare alle elezioni a rientrare fisicamente nel Paese.
Fra le prime adesioni c’è anche quella di Orna e Arie Bornstein, che hanno offerto il loro monolocale nel centro di Haifa, abitualmente utilizzato da figli e nipoti durante le visite di famiglia. «Abbiamo fiducia nelle persone», racconta Orna. «In questo momento c’è la sensazione che ognuno debba fare tutto il possibile per aiutare.»
La particolarità dell’iniziativa è che l’ospitalità viene offerta senza alcuna selezione politica. Katzavitz Persler spiega di non avere intenzione di chiedere agli ospiti quale partito sostengano. «Mi interessa soltanto che tornino a votare. Voglio conoscere la persona, non la sua preferenza elettorale.»
Dal punto di vista sociologico, osserva la promotrice, la straordinaria partecipazione racconta qualcosa che va oltre la consultazione elettorale. «È profondamente israeliano dire a degli sconosciuti: venite a casa nostra. Mi ha ricordato l’Israele di prima delle grandi fratture, quella della solidarietà spontanea e della responsabilità reciproca.»
L’iniziativa arriva mentre migliaia di israeliani residenti all’estero stanno acquistando biglietti aerei per rientrare in occasione delle elezioni. Nei giorni scorsi le compagnie aeree hanno registrato un forte aumento delle prenotazioni verso Israele, alimentato proprio dall’impossibilità di votare fuori dai confini nazionali.
Al di là dell’esito delle urne, la rete di ospitalità rappresenta uno degli aspetti più inattesi della campagna elettorale. In un Paese profondamente polarizzato, centinaia di famiglie hanno scelto di trasformare il diritto di voto in un’occasione di accoglienza, offrendo gratuitamente un tetto e un gesto di fiducia a perfetti sconosciuti. Un modo per ricordare che, almeno per qualche giorno, il senso di appartenenza può prevalere sulle divisioni politiche.
(Setteottobre, 22 luglio 2026)
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Meno Stato, più Terra Santa: la ricetta di Feiglin e Ben-Ari tra sicurezza militare e libertà economica
di Domenico Letizia
Nel laboratorio politico israeliano, dove le categorie ideologiche tradizionali dell’Occidente si frantumano sistematicamente, la spinta ultra-liberista e il patriottismo identitario più intransigente stanno tentando una saldatura elettorale senza precedenti. A fare da catalizzatore è la rinascita di Zehut, la formazione libertarian fondata dal già deputato del Likud Moshe Feiglin, che ha formalizzato un accordo strategico con Michael Ben-Ari, figura storica ultra radicale ed ex presidente di Otzma Yehudit. Questa alleanza rappresenta il primo vero blocco politico a muoversi nel campo liberista in vista delle prossime elezioni legislative, nascendo dalla precisa scommessa che l’elettorato nazionalista e religioso sia oggi orfano di una casa ideologica strutturata, capace di coniugare il pugno di ferro militare con la dottrina del laissez-faire economico più estremo. Come evidenziato dalle analisi dei media israeliani, il programma di Zehut sfida apertamente la storica architettura statalista e burocratica del Paese, cresciuto all’ombra del sindacalismo dell’Histadrut ma contrassegnato dalla forte vocazione socialista volontaria dei kibbutz, proponendo un disincaglio totale del cittadino dall’apparato pubblico e dalle logiche stataliste.
La ricetta prevede una riduzione drastica dei Ministeri, l’abbattimento selvaggio di dazi e barriere doganali, la deregolamentazione aggressiva dei mercati e la privatizzazione diffusa di pilastri sociali come sanità e istruzione. A questa visione iper-capitalista si affianca una difesa radicale delle libertà individuali, tra cui la legalizzazione della cannabis, un tema storicamente vincente per intercettare i giovani e i professionisti dell’ecosistema tecnologico della Startup Nation. Ma la vera anomalia internazionale di questo modello risiede nella sua fusione simbiotica con una geopolitica militare forte e senza compromessi, dove non esiste traccia del pacifismo tipico dei libertari americani. La piattaforma di Feiglin e Ben-Ari liquida la dottrina strategica della gestione del conflitto e del contenimento, invocando la necessità di una vittoria totale che passi per l’annessione formale e la piena sovranità israeliana della Cisgiordania e sulla Striscia di Gaza, l’espulsione degli elementi terroristici, l’interruzione di ogni aiuto economico statunitense per garantire la piena indipendenza economica e il rilancio massiccio degli insediamenti ebraici come valore spirituale supremo.
Si tratta di una scommessa ambiziosa che deve però fare i conti con i fantasmi del passato: nel 2019 il partito fallì clamorosamente l’ingresso alla Knesset non superando la soglia di sbarramento del 3,25%, e la figura di Ben-Ari porta con sé un passato di inchieste e storiche squalifiche da parte della Corte Suprema per incitamento all’islamofobia. Ciononostante, i promotori della lista sono convinti che lo shock collettivo e il profondo cambio di paradigma securitario seguiti agli eventi del 7 ottobre abbiano ridefinito le priorità della nazione, offrendo lo spazio politico ideale per dimostrare che la richiesta di massima sicurezza militare possa viaggiare di pari passo con la richiesta di massima libertà economica e individuale dallo Stato.
(HaKol, 22 luglio 2026)
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Le chuppoth d’Israele e la ricostruzione collettiva
di Ariela Piattelli
È “amore” il tema prescelto per la Giornata Europea della Cultura Ebraica, a cui dedichiamo questa edizione di Shalom Magazine. Un tema universale che, nella sua accezione sociale e culturale, offre spunti e prospettive differenti. In questo numero parleremo di come la Giornata sarà celebrata a Roma, rinnovando ancora una volta quel dialogo costante tra la città e la sua comunità ebraica. In Israele, in questi anni drammatici, l’amore ha preso una forma particolarmente significativa e potente nella dimensione dei matrimoni. Dall'indomani del 7 ottobre 2023, le chuppoth - i baldacchini nuziali della tradizione ebraica - sono diventate anche il luogo in cui un Paese ha scelto di riaffermare la vita. Gli sposi non hanno smesso di presentarsi: sono arrivati anche con le stampelle, con le protesi, con le sedie vuote accanto. E con loro è arrivata ogni volta una comunità intera, per celebrare la scelta di avere un futuro e una ricostruzione collettiva. Tra le chuppoth che raccontano meglio la ricostruzione di Israele c'è quella di Sasha Troufanov e Sapir Cohen. Rapiti insieme il 7 ottobre dal kibbutz Nir Oz, hanno vissuto la prigionia di Hamas nel buio dei tunnel. Il loro matrimonio, celebrato alla presenza del presidente Herzog e di numerosi ex ostaggi, è diventato il simbolo della rivalsa di chi ha trovato la forza di ricostruire la propria esistenza. Yosef Chaim Zion era a Be’eri quando Hamas ha sfondato il confine. Ferito gravemente, ha perso una gamba. Poi sono venuti mesi di operazioni e riabilitazione, giorni sedato in ospedale. Una sera di fine maggio 2026, alla fattoria di Sde Efraim, Yosef Chaim si è sposato con Nishmat. Ha rotto il bicchiere con la sua unica gamba. Ben Binyamin e Gali Segal avevano perso entrambi la gamba destra al festival Nova: fidanzati da una settimana, stavano festeggiando lì il loro fidanzamento. Si sono ritrovati dopo negli stessi corridoi di riabilitazione. Gali aveva detto: «Vogliamo arrivare al matrimonio camminando. Solo allora ci sposeremo». Nel luglio 2024 si sono sposati in piedi, davanti all’intero staff medico che li aveva curati. Ma il capitolo più toccante riguarda chi ha perso il proprio coniuge e ha scelto ugualmente di ricominciare. Hadas Lowenstern ha perso il marito Elisha, riservista caduto a Gaza nel dicembre 2023, rimanendo sola con sei figli. Prima di partire per il fronte, Elisha le aveva lasciato una richiesta: «Se mi succede qualcosa, risposati il prima possibile». Hadas si è poi fidanzata con Hod Reichert, anche lui vedovo e padre di quattro figlie. I due vivevano nella stessa comunità e hanno trovato un nuovo cammino insieme. Ancora più nota è la storia del rabbino Leo Dee. Sua moglie Lucy e due figlie, Maia e Rina, furono assassinate in un attentato nella Valle del Giordano nell’aprile 2023. Il 31 agosto 2025 Leo si è risposato con Aliza Teplitsky. Sotto la chuppah, le sue due figlie superstiti, Keren e Tali, hanno ricordato la madre e accompagnato il padre in quel nuovo capitolo della sua vita. Nella tradizione ebraica, rompere il bicchiere ricorda la distruzione del Tempio: anche nella gioia più piena non si dimentica il dolore collettivo. Dopo il 7 ottobre quel gesto sembra aver assunto un significato ancora più intenso. La gioia non cancella il dolore dei corpi irrimediabilmente feriti, delle sedie vuote, dei figli che ricordano un genitore che non c’è più, degli amici caduti che continuano a essere ricordati anche sotto la chuppah. Eppure il bicchiere si rompe, si danza e si continua a sperare, a scegliere la vita. Yosef Chaim Zion ha ballato su una gamba sola. Tutto Israele ha ballato con lui.
(Shalom Magazine, 22 luglio 2026)
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Dal baseball all’arrampicata, gli sportivi israeliani presi di mira in Italia
Il 14 luglio la squadra israeliana ha giocato contro quella italiana, mentre fuori si è tenuta una manifestazione organizzata dalle sezioni locali di ANPI, AVS, M5S e Rifondazione Comunista. Mentre ad Arco (TN) l’amministrazione comunale ha disertato le premiazioni dei campionati di arrampicata giovanile per protestare contro la presenza della delegazione israeliana.
di Nathan Greppi
“Excusatio non petita, accusatio manifesta”. Questo detto latino indica che quando ci si giustifica preventivamente prima di essere stati accusati di un torto, è perché nel profondo si sa che quell’accusa può essere veritiera.
• La partita di baseball
Viene da pensare a questo detto leggendo il comunicato con cui l’ANPI ha cercato senza successo di impedire la partecipazione d’Israele al Campionato Europeo di Baseball Under 18 a Ronchi dei Legionari, in provincia di Gorizia.
Nello specifico, il 14 luglio la squadra israeliana ha giocato contro quella italiana, mentre fuori si è tenuta una manifestazione organizzata dalle sezioni locali di ANPI, AVS, M5S e Rifondazione Comunista. Nell’indire la manifestazione, l’ANPI di Monfalcone ha introdotto così il suo post su Facebook: “I promotori precisano che la protesta esclude qualsiasi matrice religiosa o etnica”.
Una tesi, quella che esclude l’appartenenza al popolo ebraico, in contraddizione con quanto detto da Brian Harland, esponente goriziano del Movimento Cinque Stelle, il quale ad aprile si è detto stupito che “gli stessi che avevano subito un genocidio lo stiano ora perpetrando nei confronti del popolo palestinese”.
• Il caso di Arco
In tempi recenti, questo non è l’unico caso di tentativo di boicottaggio antisraeliano in ambito sportivo che si verifica nel nordest dell’Italia, dove c’erano già state polemiche per le partite Italia-Israele a Udine nel 2025 e nel 2024.
Recentemente il comune di Arco, in Trentino, ha ospitato i campionati mondiali di arrampicata giovanile, previsti dal 18 al 25 luglio. Tuttavia, l’amministrazione comunale ha disertato le premiazioni per protestare contro la presenza della delegazione israeliana. E il 23 luglio, la World Climbing terrà un’assemblea straordinaria per mettere ai voti la sospensione della federazione di arrampicata israeliana, l’ILCA, assieme alle federazioni russa e bielorussa.
(Bet Magazine Mosaico, 22 luglio 2026)
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Germania - Membro della DIG aggredito e gravemente ferito a causa di una spilla con il simbolo di Israele
La Procura generale competente sta indagando per tentato omicidio
Un membro di 65 anni della Società Tedesco-Israeliana è stato aggredito e gravemente ferito nella notte tra domenica e lunedì a Höchberg, nella Bassa Franconia, vicino a Würzburg, da un ventenne siriano perché indossava una spilla con la bandiera israeliana sui vestiti. Secondo le informazioni fornite dal quotidiano «Jüdische Allgemeine», l’aggressore avrebbe prima coinvolto la vittima in una discussione sul Medio Oriente per poi colpirla all’improvviso.
Come comunicato dalla Procura, il siriano avrebbe inizialmente colpito la vittima al volto. Quando l’uomo è fuggito, l’aggressore lo avrebbe inseguito, raggiunto e atterrato. Successivamente, il sospettato avrebbe sferrato diversi calci alla testa e al torace dell’uomo a terra. Secondo quanto riportato dal quotidiano, l’aggressione è terminata solo con l’intervento degli agenti di polizia.
L’aggressore si trova attualmente in custodia cautelare. Già la sera prima era stato controllato dalla polizia alla festa popolare di Höchberg, poiché avrebbe molestato alcune persone.
Si ipotizza che il ventenne aggressore abbia agito per motivi ostili a Israele o antisemiti e islamisti, hanno comunicato la polizia e la Procura generale di Monaco. Lì, il responsabile centrale per l’antisemitismo della magistratura bavarese ha assunto la direzione del procedimento per tentato omicidio.
La vittima è stata trasportata in ospedale con gravi ferite. Secondo il quotidiano «Bild», l’uomo ha riportato, tra l’altro, una frattura vertebrale. La DIG di Würzburg ha comunicato che si trova in terapia intensiva. A quanto pare non è in pericolo di vita. «Siamo pienamente solidali con il nostro membro gravemente ferito e gli auguriamo una pronta e completa guarigione!», ha dichiarato la DIG di Würzburg su Instagram.
• La DIG, il presidente del Consiglio centrale Schuster e il sindaco condannano l’aggressione
Il presidente della DIG Volker Beck ha dichiarato alla «Jüdische Allgemeine»: «Basta! Chi demonizza Israele con accuse di genocidio e apartheid crea il clima propizio a tali aggressioni. Nessuno che sventoli una bandiera palestinese deve temere per la propria incolumità fisica in Germania, chi invece espone una bandiera israeliana non è al sicuro». «
Il presidente del Consiglio centrale Josef Schuster ha augurato al 65enne una pronta guarigione e ha ammonito: «Questo scoppio di violenza brutale non avviene nel vuoto: tutte le statistiche pertinenti dimostrano un consolidamento degli episodi antisemiti a livelli record. La forma più diffusa di antisemitismo è quella legata a Israele. La progressiva normalizzazione di questo odio prepara il terreno ad atti di violenza come questo». Cambiare questa situazione richiederà «enormi sforzi» da parte della politica e della società civile. Schuster chiede inoltre «che vengano sfruttate appieno le possibilità offerte dallo Stato di diritto per punire un crimine del genere».
Anche il sindaco di Würzburg, Martin Heilig (Verdi), ha condannato il fatto: «Se una persona viene aggredita apparentemente solo per aver indossato una spilla con il simbolo di Israele, si tratta di un attacco intollerabile ai nostri valori democratici fondamentali e alla nostra società aperta. Per noi, come comunità cittadina, è inequivocabile: l’antisemitismo, l’odio e la violenza non hanno posto a Würzburg e nella nostra regione».
La DIG di Würzburg ha nel frattempo annunciato una manifestazione contro la violenza antisemita. L’evento si terrà venerdì alle ore 17:00 sull’Unterer Markt.
(Jüdische Allgemeine, 22 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Basta!
Davanti al brutale atto di violenza avvenuto nei pressi di Würzburg, presumibilmente motivato dall’antisemitismo, è giunto il momento di parlare finalmente delle responsabilità
di Volker Beck *
L’aggressione ai danni di un membro della Società Tedesco-Israeliana a Höchberg, vicino a Würzburg, nella notte tra domenica e lunedì, è sconvolgente. Un ventenne siriano ha colpito in volto il sessantacinquenne a causa di una spilla con il simbolo di Israele, prendendolo a calci alla testa e al torace. La vittima ha riportato una frattura vertebrale. I passanti hanno chiamato la polizia, ma nessuno è intervenuto. Si può solo sperare che la vittima guarisca completamente e rapidamente e che non rimangano danni permanenti.
La Procura generale sta indagando per tentato omicidio. Sta valutando un movente antisemita o islamista. Non sappiamo nulla dei precisi retroscena ideologici dell’autore del reato.
Sappiamo però una cosa: non si tratta dell’azione di un singolo autore isolato. Dobbiamo parlare del clima che rende sempre più frequenti le aggressioni antisemite. E una cosa è chiara: oltre alla condanna penale, una persona del genere deve essere espulsa.
Un legislatore che fa passare le minacce di sterminio contro Israele come libertà di espressione ne è responsabile.
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È ora di parlare di responsabilità: chi demonizza Israele invece di discutere criticamente della politica israeliana; chi scredita la sicurezza di Israele come ragion di Stato tedesca per liberarsi della responsabilità storica; chi chiude un occhio su altri Stati, mentre critica con veemenza Israele per lo stesso motivo; chi promuove il boicottaggio di artisti e scienziati israeliani; chi liquida le critiche a tali doppi standard come «whataboutism»; chi non contraddice la follia antisemita «Palestine will free us all» – crea il clima che favorisce la violenza antisemita.
Anche un legislatore che fa passare le minacce di sterminio contro Israele come libertà di espressione ne è responsabile. Lo stesso vale per il Partito di Sinistra, nonché per alcuni politici dell’SPD e dei Verdi, che vogliono sospendere l’accordo di associazione con l’UE a causa della politica di occupazione di Israele e della minaccia di annessione, ma non si scandalizzano per l’annessione del Sahara occidentale da parte del Marocco, contraria al diritto internazionale.
Chi si appunta una bandiera palestinese al bavero non deve temere aggressioni – e a ragione. Ma chi si dichiara amico di Israele o si identifica come ebreo deve temere per la propria vita in Germania. Secondo il RIAS, nel 2025 si sono verificati quattro casi di violenza estrema, 178 aggressioni e 257 minacce. Il fatto che ciò non susciti quasi alcuna indignazione dimostra che la violenza antisemita viene normalizzata. A questo bisogna porre fine. Basta così! --- * L’autore è presidente della Società Tedesco-Israeliana.
(Jüdische Allgemeine, 22 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Uno Stato palestinese genererebbe conflitti anziché pace, avverte l’ex ambasciatore
David Friedman spiega davanti al Congresso degli Stati Uniti che la normalizzazione arabo-israeliana funziona proprio perché non permette più al veto palestinese di tenere in ostaggio l’intera regione.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - L’ex ambasciatore statunitense in Israele David Friedman mette in guardia il Congresso degli Stati Uniti dal rilanciare l’iniziativa per uno Stato palestinese. Ciò non amplierebbe gli Accordi di Abramo, ma li metterebbe a rischio.
Nella sua dichiarazione scritta, pubblicata mercoledì in vista di un’audizione della sottocommissione per il Medio Oriente e il Nord Africa della commissione Affari esteri della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Friedman ha sostenuto che gli sforzi volti a fare della creazione di uno Stato palestinese il prezzo da pagare per un’ulteriore normalizzazione arabo-israeliana siano scollegati dalla realtà post-7 ottobre.
Friedman ha sottolineato che gli Accordi di Abramo hanno avuto successo proprio perché hanno infranto la vecchia formula diplomatica che concedeva ai leader palestinesi un diritto di veto sulle relazioni di Israele con il mondo arabo.
Questa formula ha dominato per decenni la diplomazia occidentale. L’argomentazione era che Israele potesse essere accettato dai suoi vicini solo dopo aver concluso un accordo definitivo sullo status con i palestinesi. Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno smantellato questo presupposto e hanno portato ad accordi di normalizzazione tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e il Marocco; anche il Sudan ha aderito a questo quadro.
Friedman spiega che un ritorno a questo vecchio modello oggi porterebbe al fallimento e a un ulteriore spargimento di sangue.
Nella sua dichiarazione scritta, ha affermato che Israele ha già sperimentato l’approccio dei due Stati e ne ha pagato un prezzo catastrofico. La Striscia di Gaza, che Israele ha evacuato nel 2005 sotto le «garanzie» statunitensi, è diventata un’enclave terroristica di Hamas. Il 7 ottobre 2023, questa enclave è diventata il punto di partenza del peggior massacro di ebrei dall’Olocausto.
E anche dopo le terribili conseguenze di questi eventi, l’Occidente continua a non trarne insegnamento. A Washington e in Europa si discute di uno Stato palestinese come soluzione ancora più spesso, come se fosse proprio quella la risposta e come se il fatto di non aver fondato prima uno Stato palestinese accanto a Israele fosse la causa del 7 ottobre – un argomento che fa il gioco di Hamas. Gli israeliani, tuttavia, sanno bene che uno Stato palestinese significherebbe razzi su Tel Aviv, tunnel sotto i comuni di confine ed eserciti terroristici sostenuti dall’Iran più vicini ai centri abitati israeliani.
Alcuni in Israele cercano da decenni di trasmettere questo messaggio.
Friedman ha sostenuto che i potenziali partner degli Accordi di Abramo, tra cui l’Arabia Saudita, riconoscerebbero più chiaramente il pericolo per la regione rispetto a molti politici occidentali. Gli Stati arabi, che temono l’Iran, i movimenti jihadisti e l’instabilità regionale, non cercano un’altra entità fallimentare governata da estremisti o da fazioni palestinesi corrotte. Cercavano sicurezza, tecnologia, cooperazione in materia di intelligence e accesso al peso economico e strategico di Israele.
Pertanto, non sarebbe un compromesso saggio subordinare la normalizzazione con l’Arabia Saudita alla creazione di uno Stato palestinese. Sarebbe un errore strategico.
Gli Accordi di Abramo si basavano sulla semplice consapevolezza che il Medio Oriente non dovesse aspettare che i leader palestinesi accettassero Israele prima che la regione potesse progredire. Gli accordi hanno chiarito a Ramallah e a Gaza che il loro atteggiamento ostile non avrebbe più bloccato l’intero mondo arabo.
Questo messaggio rimane di fondamentale importanza anche dopo il 7 ottobre.
La guerra ha solo reso ancora più evidente che la cultura politica dei palestinesi deve cambiare prima che si possa parlare seriamente di sovranità statale. Hamas continua a rappresentare una minaccia. L’Autorità Palestinese continua a non disporre di sufficiente legittimità, continua a glorificare i terroristi e continua a non preparare la propria popolazione a convivere con lo Stato ebraico.
Uno Stato in queste condizioni non porterebbe la pace. Internazionalizzerebbe il conflitto, irrigidirebbe il massimalismo palestinese e costringerebbe Israele a fare i conti con un ulteriore confine ostile.
La presa di posizione di Friedman dovrebbe portare il dibattito a Washington sul fatto che la prossima fase della normalizzazione arabo-israeliana debba basarsi sulla logica degli Accordi di Abramo o abbandonarla.
Per Israele e i suoi alleati la risposta dovrebbe essere ovvia. La pace nella regione progredirà quando i governi arabi tratteranno Israele come potenza e partner legittimi – e non quando l’atteggiamento di rifiuto palestinese verrà ricompensato con la sovranità statale.
(Israel Heute, 21 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Agricoltura. In Israele il miglior raccolto di grano degli ultimi dieci anni
Una distribuzione eccezionale delle piogge nel Negev porta la produzione a circa 140 mila tonnellate e rafforza le riserve strategiche alimentari del Paese
di Rosa Davanzo
Israele si avvia a chiudere la migliore stagione del grano dell’ultimo decennio. Secondo le stime preliminari del ministero dell’Agricoltura e della Sicurezza alimentare, il raccolto del 2026 dovrebbe raggiungere circa 140 mila tonnellate, un risultato nettamente superiore alla media annuale, che oscilla tra le 80 e le 100 mila tonnellate, e persino al precedente record di circa 126 mila tonnellate registrato tre anni fa.
A determinare questo risultato non è stata tanto la quantità complessiva delle precipitazioni, quanto la loro distribuzione nel corso della stagione. Le piogge autunnali hanno favorito una germinazione regolare delle colture, mentre quelle cadute a marzo hanno fornito l’acqua necessaria nella fase decisiva dello sviluppo delle spighe, evitando che i campi risentissero della siccità tipica della primavera israeliana.
Il dato assume un valore ancora maggiore se confrontato con quanto sta avvenendo in diverse aree agricole dell’Europa e del Nord America, dove eventi climatici estremi, ondate di calore e periodi di siccità stanno riducendo le rese dei raccolti. In Israele, invece, la combinazione tra precipitazioni ben distribuite e condizioni climatiche favorevoli durante la mietitura ha prodotto un’annata particolarmente positiva.
Circa il 70 per cento delle superfici coltivate a grano si trova a sud di Gedera, soprattutto nel Negev. In queste aree sono caduti fra i 400 e i 450 millimetri di pioggia, una quantità considerata ideale per questa coltura. In condizioni normali molti appezzamenti vengono destinati esclusivamente alla produzione di foraggio perché non raggiungono una qualità sufficiente per il consumo umano. Quest’anno, invece, numerosi campi hanno prodotto grano di qualità alimentare, aumentando sensibilmente le quantità destinate alle riserve strategiche dello Stato.
La sicurezza alimentare rappresenta infatti uno dei pilastri della pianificazione israeliana. Pur importando una quota significativa del fabbisogno cerealicolo, Israele mantiene una produzione nazionale considerata essenziale per affrontare eventuali crisi internazionali, interruzioni delle catene di approvvigionamento o situazioni di emergenza legate ai conflitti.
A rendere ancora più prezioso il raccolto israeliano contribuiscono anche le condizioni climatiche del periodo della mietitura. A differenza di quanto avviene in molti Paesi europei, dove il grano viene raccolto con un elevato contenuto di umidità e richiede successivi processi di essiccazione, in Israele il raccolto avviene durante l’estate secca. Questo permette di conservare il cereale più a lungo, riducendo il rischio di muffe, parassiti e deterioramento della qualità.
Secondo Yuval Lipkin, responsabile dell’Amministrazione per la sicurezza alimentare del ministero dell’Agricoltura e della Sicurezza alimentare, il grano rimane una delle colture più strategiche per il Paese. L’eccezionale raccolto del 2026, ha sottolineato, rappresenta una notizia molto positiva sia per il settore agricolo sia per la capacità di Israele di rafforzare la propria autonomia alimentare in una fase nella quale la sicurezza delle forniture agricole è diventata una questione sempre più rilevante sul piano geopolitico.
(Setteottobre, 21 luglio 2026)
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Gli Stati Uniti dubitano della fine dichiarata del sistema palestinese delle pensioni per i terroristi
• Il Dipartimento di Stato americano non si lascia convincere da una verifica indipendente commissionata dai palestinesi
Il governo americano accusa l’Autorità Palestinese (AP) di voler ingannare la comunità internazionale riguardo ai controversi pagamenti ai prigionieri palestinesi e alle loro famiglie. Secondo un articolo del «Times of Israel», il Dipartimento di Stato a Washington respinge un rapporto di verifica che attestava come l’Autorità Palestinese avesse attuato il proprio nuovo sistema assistenziale in larga misura in linea con le riforme annunciate.
Nel febbraio 2025 il presidente palestinese Mahmud Abbas aveva abolito con un decreto il sistema precedente. Fino ad allora, i pagamenti ai detenuti palestinesi erano commisurati alla durata della pena detentiva. Secondo quanto dichiarato dall’Autorità Palestinese, al suo posto è subentrato un sistema di assistenza sociale in cui l’unico criterio determinante dovrebbe essere il bisogno economico dei beneficiari.
La riforma, tuttavia, è stata controversa fin dall’inizio. Nel novembre 2025 è emerso che erano stati nuovamente effettuati pagamenti secondo il vecchio modello. Abbas ha quindi licenziato il suo ministro delle Finanze. Ciononostante, a Washington sono rimasti notevoli dubbi sul fatto che le modifiche fossero state effettivamente attuate.
• «Canali di elusione occulti»
Per rafforzare la propria credibilità, l’Autorità Palestinese ha incaricato la società di consulenza internazionale Alvarez & Marsal di effettuare una verifica indipendente del nuovo programma, gestito dalla Palestinian National Economic Empowerment Institution («Tamkeen»). Secondo i revisori, il nuovo sistema assistenziale è stato in gran parte separato dai precedenti pagamenti ai detenuti. Allo stesso tempo, hanno raccomandato controlli aggiuntivi, nonché una migliore documentazione e automazione dei processi. Hanno inoltre sottolineato che sono necessarie ulteriori prove per poter confermare definitivamente che i vecchi meccanismi di pagamento siano stati definitivamente sospesi.
Il Dipartimento di Stato americano, tuttavia, non si è lasciato convincere da questo risultato. Un portavoce ha dichiarato al «Times of Israel» che l’indagine si è concentrata esclusivamente sulla nuova autorità sociale e non ha preso in considerazione eventuali «canali di elusione occulti» attraverso i quali il denaro potrebbe continuare a fluire verso i terroristi o i loro familiari.
«Questa verifica, di per sé, non può in alcun modo servire da prova del fatto che i pagamenti “Pay-for-Slay” siano stati interrotti», ha dichiarato il portavoce. I revisori non avrebbero esaminato alcuna prova relativa a presunti pagamenti continuativi, che sarebbero stati mascherati come stipendi, pensioni o prestazioni in contanti.
• Importanza finanziaria
Anche il governo israeliano condivide questa opinione. Secondo quanto affermato da Gerusalemme, l’Autorità Palestinese sta cercando di presentare i risultati della verifica come prova della fine del sistema in vigore finora. Il fatto che il rapporto completo non sia stato ancora pubblicato alimenta ulteriori dubbi. Secondo quanto riferito da una fonte interna a conoscenza del caso, tuttavia, il governo statunitense dispone della versione completa; le parti finora non pubblicate sarebbero prevalentemente di natura tecnica.
«L’UE e altri donatori internazionali non devono lasciarsi fuorviare da questo inganno», ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri. «L’Autorità Palestinese deve dimostrare di aver effettivamente e irreversibilmente posto fine al sistema “pay-for-slay”».
Per l’Autorità Palestinese il dibattito riveste una notevole importanza finanziaria. Spera che le riforme portino infine a una valutazione positiva da parte degli Stati Uniti, creando così i presupposti per la ripresa degli aiuti americani. Secondo il cosiddetto Taylor Force Act, gli aiuti statunitensi non possono essere erogati fintanto che proseguono i pagamenti ai detenuti in base alla durata della detenzione.
(Jüdische Allgemeine, 21 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Gerusalemme, arrestati 17 palestinesi che risiedevano illegalmente in una scuola
(JNS) La polizia israeliana ha arrestato 17 residenti palestinesi irregolari che avevano allestito dei dormitori in una scuola di Gerusalemme. Secondo quanto riportato dalla polizia in un comunicato, i palestinesi, originari della Giudea e della Samaria, hanno occupato parte dell’edificio scolastico di Beit Safafa, un quartiere arabo nella zona sud della capitale, allestendo un complesso con stanze, letti e docce proprie.
L’operazione di polizia è stata avviata in seguito alle segnalazioni di alcuni genitori preoccupati, giunte al comandante della polizia di quartiere, riguardo alla presenza di persone non autorizzate nell’edificio dopo l’orario scolastico, in un periodo in cui vi si svolgono campi estivi e altre attività per bambini. I sospettati sono stati arrestati e condotti in una stazione di polizia per essere interrogati. La polizia israeliana ha dichiarato di prendere “estremamente sul serio” le violazioni di domicilio e la residenza illegale, soprattutto in luoghi destinati a bambini e adolescenti, e che continuerà ad agire con decisione e tolleranza zero contro i trasgressori al fine di tutelare la sicurezza pubblica.
L’addetto alla sicurezza della scuola ha parlato dell’incidente con Channel 12, affermando che gli intrusi sono stati scoperti dalla guardia giurata della scuola. “La guardia, durante un giro di pattuglia, ha notato materassi e oggetti personali, cosa che ha destato sospetti. Abbiamo chiamato la polizia e da allora la situazione si è risolta”, ha dichiarato l’agente di sicurezza, identificato solo con il nome di battesimo, Naim. “Riteniamo che si fossero nascosti sul tetto per un periodo compreso tra una settimana e dieci giorni”, ha aggiunto.
L’ispettore capo Yasser Swead, comandante della polizia di quartiere presso la stazione di polizia di Moriah, ha dichiarato a Channel 12: “La stretta collaborazione e il contatto diretto con i residenti [di Beit Safafa] ci consentono di fornire una risposta rapida e precisa, alleviare le preoccupazioni e proteggere la sicurezza dei bambini che frequentano i campi estivi e partecipano alle attività delle vacanze estive”.
(HaKol, 21 luglio 2026)
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Il ddl antisemitismo arriva in Commissione Delrio: «Nessuna censura, combattiamo l'odio»
di Antonio Picasso
Il ddl antisemitismo arriva oggi in Commissione Affari Costituzionali della Camera. È un ulteriore scatto perché il provvedimento a cui ha contribuito Graziano Delrio diventi legge entro la fine della legislatura. È il minimo, visto che se ne parla da oltre un anno. Alle polemiche del centrosinistra sono seguiti i tentativi di fuga in avanti dell'opposizione. Tuttavia, è il mondo reale a chiedere che si arrivi a un dunque. La petizione circolata su Google lo scorso fine settimana, che invitava alla "schedatura del turismo sionista", fa capire che non c'è più tempo. Ne parliamo appunto con il padre del ddl, Delrio.
- Senatore, il suo disegno di legge è di fronte a un nuovo appuntamento istituzionale. Come lo inquadriamo negli episodi di antisemitismo?
«Sono fatti gravissimi. È una schedatura vera e propria, formulata secondo la logica delle liste di proscrizione. È d'obbligo ricordare quanto detto da Mattarella (all'Università di Marsiglia nel 2025, ndr). Oggi si stanno riproponendo tre fattori che, negli anni trenta del Novecento, anticiparono la Seconda guerra mondiale: l'indebolimento degli organismi multinazionali, i dazi e il riarmo nazionale. Io aggiungo l'antisemitismo. Virus silenzioso, che sta crescendo e che prescinde da quello che fa Israele. Oggi, come novant'anni fa, c'è un problema democratico. Lasciare libertà di parola e critica non significa cedere al linguaggio d'odio. Se non condividi con gli estremisti il loro linguaggio non hai diritto di parola nell'università, nelle assemblee, sui social. Non è un problema degli ebrei: è un nostro problema».
- E questo la legge lo risolve?
«La legge non reprime alcuna espressione di critica, ma propone la crescita di una coscienza civile e del dialogo. È la reazione del Parlamento, che rappresenta la democrazia, a questi fatti che devono essere bloccati».
- Woody Allen direbbe che questa è la dimostrazione che gli ebrei in realtà non contano come credono i loro odiatori. Altrimenti controllerebbero Google e queste cose non succederebbero.
«Hannah Arendt diceva che l'antisemitismo nasce e si alimenta proprio quando gli ebrei non sono forti nelle società. È stato così con l'affaire Dreyfus e nella Germania pre-nazìsta».
- D’altra parte, l'episodio rientra in quella guerra cognitiva in cui il mondo occidentale è sotto attacco. E così l'ebraismo. Stiamo chiusi in difesa. Come si può ribaltare la partita e giocare d'attacco?
«Viviamo in un momento in cui Internet e i social invadono la nostra quotidianità e sono basati su algoritmi che alimentano l'odio. Come dice Papa Leone, c'è un punto in cui bisogna dire stop. Dobbiamo imparare a non confondere il diritto di parola, che in democrazia è sacro, con il linguaggio d'odio. Ho presentato un emendamento nella finanziaria perché le università favoriscano incontri, dialogo e confronti. Lo stesso ddl invita l'Agcom a vigilare in maniera più attenta perché davvero le piattaforme siano responsabili e individuino i contenuti d'odio. Questo nostro disegno di legge non ha nessuna forma repressiva, ma spinge sull'educazione alla convivenza».
- Oltre alle leggi potrebbero essere necessarie in questi casi azioni «bottom-up». Per esempio una class action nei confronti di Google non potrebbe essere uno strumento altrettanto efficace perché creerebbe un precedente?
«Credo che, prima di tutto, sia necessario uno sforzo congiunto tra mondo intellettuale e politico. L'antisemitismo è l'espressione di odio più antica. Episodi di questo genere, oggi, non si possono sottovalutare».
- C’è chi risponde, e anche tra gli intellettuali, «io non sono antisemita, sono antisionista».
«Sì, è una distinzione che fanno in molti. Se per antisionismo si intende negare a Israele il diritto di esistere, allora diventa antisemitismo. D'altro canto, criticare Israele o forme di sionismo fanatico che non riconoscono ai palestinesi il diritto di esistere con un loro Stato e nei loro diritti non è antisemitismo».
- Il ddl sta avendo tempi troppo lunghi e nel suo iter ha incontrato provvedimenti perfino concorrenti. Si rischia che si areni?
«lo ho fiducia che il Parlamento farà una discussione seria sul testo approvato dal Senato. Hanno già fatto un bel pezzo di percorso e sono sicuro si farà presto e bene, come chiedono le comunità ebraiche, a fronte di un'emergenza che sta diventando sempre più di carattere internazionale».
(Il Riformista, 21 luglio 2026)
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2. Israele, Emirati e Somaliland: la partita per il controllo del mar Rosso
Il porto di Berbera e le rotte di Bab el-Mandeb sono al centro della competizione tra Israele, Emirati, Stati Uniti, Iran e Houthi. Per il Somaliland, investimenti e riconoscimento internazionale portano nuove opportunità, ma anche il rischio di diventare un fronte della contesa mediorientale. Seconda parte. La prima qui.
di Luca Longo
• Berbera, il porto che vale uno stretto
La crescente attenzione internazionale verso il Somaliland non può essere compresa senza analizzare la posizione geografica di Berbera. La città, affacciata sul Golfo di Aden, si trova a poche centinaia di chilometri dalle coste dello Yemen e controlla idealmente l’accesso occidentale allo stretto di Bab el-Mandeb, il passaggio obbligato che collega il Mar Rosso all’Oceano Indiano.
È proprio questa posizione a trasformare Berbera in una pedina strategica.
Bab el-Mandeb, come abbiamo evidenziato in precedenti analisi, è uno dei colli di bottiglia più importanti del commercio mondiale. Ogni anno, attraverso questo stretto, transitano migliaia di navi che collegano l’Asia con l’Europa attraverso il Canale di Suez. Petrolio proveniente dal Golfo Persico, gas naturale liquefatto, container cinesi diretti verso i mercati europei, prodotti industriali, cereali e materie prime percorrono questa rotta.
Gli attacchi degli Houthi alle navi commerciali, iniziati dopo l’inizio della guerra di Gaza, hanno dimostrato quanto rapidamente una crisi regionale medio-orientale possa trasformarsi in un problema globale. Diverse compagnie di navigazione hanno scelto di evitare il Mar Rosso e circumnavigare l’Africa, passando dal Capo di Buona Speranza. Una scelta che aumenta tempi di consegna, consumi di carburante e costi assicurativi.
Per questo, possedere un’infrastruttura militare e logistica nei pressi di Bab el-Mandeb significa avere una capacità di influenza enorme. Ed è qui che entra in gioco il porto di Berbera.
• Gli Emirati e la trasformazione di Berbera
Il ruolo degli Emirati Arabi Uniti è tutt’altro che secondario: Abu Dhabi ha individuato nel Corno d’Africa uno degli spazi fondamentali della propria strategia regionale. Negli ultimi anni gli Emirati hanno costruito una rete di basi, porti e accordi economici lungo alcune delle principali rotte commerciali mondiali: dalla costa yemenita fino al Mar Rosso e all’Africa orientale.
Nel 2017 il Somaliland e gli Emirati firmano un accordo di cooperazione nel settore della difesa che consente ad Abu Dhabi di sviluppare infrastrutture militari presso Berbera. Parallelamente, la società emiratina DP World, uno dei più grandi operatori portuali mondiali, ottiene la concessione per modernizzare e gestire lo scalo commerciale.
L’investimento trasforma progressivamente Berbera da porto regionale marginale a potenziale hub logistico internazionale.
Il progetto comprende l’ampliamento dei terminal, nuove aree di stoccaggio, collegamenti stradali verso l’Etiopia e l’inserimento del porto nelle grandi reti commerciali dell’Africa orientale.
L’interesse emiratino punta all’Etiopia: con oltre 120 milioni di abitanti e senza accesso diretto al mare dal 1993, questo Stato rappresenta uno dei mercati più importanti dell’Africa. Tradizionalmente Addis Abeba dipende quasi completamente dal porto di Gibuti per oltre il 90% del proprio commercio estero.
Berbera offre quindi un’alternativa strategica. Un corridoio commerciale che colleghi il Somaliland all’Etiopia ridurrebbe la vulnerabilità etiope nei confronti di Gibuti e aumenterebbe il peso politico di Hargeisa nella regione.
Per gli Emirati, inoltre, il controllo di infrastrutture portuali lungo il Mar Rosso permette di proteggere gli interessi economici nazionali e garantire maggiore sicurezza alle proprie rotte commerciali.
Ma negli ultimi mesi Berbera ha assunto anche una dimensione militare.
• La base che guarda verso lo Yemen
Secondo uno scoop partito da Le Monde il 7 luglio 2026, gli Emirati Arabi Uniti starebbero costruendo segretamente una nuova infrastruttura militare presso l’aeroporto di Berbera, destinata a sostenere gli interessi di Stati Uniti e Israele. Le immagini satellitari analizzate dal quotidiano francese mostrano lavori significativi nell’area meridionale della pista.
Tra ottobre 2025 e marzo 2026 sarebbero state scavate almeno diciotto grandi trincee in tre differenti zone del terreno. Secondo una fonte della sicurezza europea citata da Le Monde, queste strutture sotterranee potrebbero corrispondere a depositi di munizioni o serbatoi di carburante protetti.
La posizione geografica della struttura è particolarmente rilevante: l’aeroporto di Berbera si trova a circa sette chilometri dal centro della città costiera e permette di operare direttamente verso il Golfo di Aden e lo Yemen. Per Israele significa disporre di una piattaforma molto più vicina alle aree dove operano gli Houthi rispetto alle proprie basi tradizionali.
Per gli Stati Uniti rappresenta invece un ulteriore punto di pressione lungo una delle principali arterie energetiche mondiali.
La costruzione di queste infrastrutture coincide temporalmente con una svolta diplomatica: il riconoscimento dell’indipendenza del Somaliland da parte di Israele, annunciato il 26 dicembre 2025 dal governo guidato da Benjamin Netanyahu.
Una decisione politicamente enorme, perché si tratta del primo riconoscimento internazionale in 35 anni di vita della nazione.
Nella storia recente, Israele ha raramente riconosciuto nuove entità statali in assenza di un ampio consenso internazionale, tantomeno se islamiche. La scelta dimostra quanto il valore strategico del territorio sia oggi considerato superiore ai possibili costi diplomatici.
• La reazione dell’Iran e degli Houthi
La prospettiva di una presenza israeliana stabile nel Somaliland non poteva che provocare la reazione degli avversari regionali.
Il leader degli Houthi, Abdul-Malik al-Houthi, ha dichiarato, in un messaggio trasmesso dalla televisione del movimento, al-Masirah, che il gruppo sta monitorando attentamente gli sviluppi nel Somaliland.
Secondo il leader di Ansar Allah, l’obiettivo israeliano sarebbe trasformare il territorio in “una base strategica” per controllare il Golfo di Aden, Bab el-Mandeb e il Mar Rosso.
Al di là della retorica politica, questa valutazione coglie un elemento reale: la presenza israeliana nel Somaliland cambia gli equilibri militari dello Yemen.
Gli Houthi hanno costruito gran parte della propria strategia sulla capacità di minacciare il traffico marittimo utilizzando missili antinave, droni e sistemi relativamente economici, ma in grado di costringere le marine più avanzate del mondo a impegnare ingenti risorse per proteggere le rotte commerciali.
Una base israeliana a poche centinaia di chilometri dallo Yemen ridurrebbe i tempi di reazione e migliorerebbe la capacità di sorveglianza elettronica.
È così che il confronto si è esteso anche al dominio cibernetico. Secondo il Somali Guardian, il sito del Ministero degli Affari Esteri del Somaliland sarebbe stato colpito dal gruppo Cyber Islamic Resistance, una formazione di hacker filo-iraniana collegata ideologicamente all’Asse della Resistenza. Durante l’attacco cibernetico, il sito avrebbe mostrato immagini di esponenti degli Houthi, tra cui il portavoce militare Yahya al-Saree.
Le autorità di Hargeisa non hanno confermato eventuali furti di dati o compromissioni delle infrastrutture informatiche, ma il sito sarebbe rimasto irraggiungibile per almeno ventiquattro ore. E, secondo alcune fonti, anche il sito della Banca centrale del Somaliland sarebbe stato bersaglio dello stesso gruppo.
L’attacco informatico arriva poche ore dopo l’approvazione, da parte del governo del Somaliland, di una dichiarazione congiunta con Israele che prevede cooperazione nei settori dell’agricoltura, delle risorse idriche e della sanità.
Un dettaglio importante, perché dimostra che la relazione tra i due Paesi non riguarda soltanto la sicurezza.
• La dimensione economica: acqua, agricoltura e sviluppo come strumenti di influenza
Hargeisa deve affrontare problemi strutturali che limitano lo sviluppo economico del Paese: scarsità d’acqua, dipendenza dalle importazioni alimentari, infrastrutture energetiche insufficienti e un’economia ancora fortemente legata alla pastorizia.
Per questo motivo, accanto alla dimensione strategica, esiste un interesse economico concreto.
Secondo quanto dichiarato da Eynat Shlein, vicedirettrice della MASHAV, l’Agenzia israeliana per la cooperazione internazionale allo sviluppo del Ministero degli Esteri, le priorità della collaborazione con il Somaliland riguardano soprattutto gestione delle risorse idriche e sanità.
Israele possiede competenze tecnologiche particolarmente avanzate nella gestione dell’acqua in ambienti aridi. Il Paese ha sviluppato sistemi di desalinizzazione, irrigazione a goccia, riciclo delle acque reflue e agricoltura ad alta efficienza e ne ha dimostrato l’efficacia trasformando sterili deserti in vere e proprie oasi agricole. Oggi, queste tecnologie potrebbero essere applicate anche in Somaliland.
Per Hargeisa, ottenere investimenti e tecnologia israeliana significa rafforzare la propria legittimità internazionale, dimostrando capacità di sviluppo istituzionale. Per Israele, invece, significa consolidare un rapporto con un territorio strategicamente posizionato lungo una delle principali arterie commerciali mondiali.
La partita riguarda quindi contemporaneamente sicurezza e influenza. Il Somaliland cerca riconoscimento politico e sviluppo economico; Israele cerca profondità strategica; gli Emirati Arabi Uniti consolidano la propria presenza nel Corno d’Africa; l’Iran tenta di impedire che il proprio principale rivale costruisca una nuova piattaforma vicino alle proprie reti regionali.
• Una nuova competizione per il controllo del Mar Rosso
La crescente vicinanza tra Tel Aviv e Hargeisa deve essere letta all’interno di un quadro più ampio. Negli ultimi anni il Mar Rosso e il Corno d’Africa sono diventati uno degli spazi principali della competizione geopolitica globale.
Lo stretto di Bab el-Mandeb, largo in alcuni punti meno di 30 chilometri, è attraversato ogni anno da migliaia di navi commerciali e rappresenta un passaggio essenziale per il collegamento tra Europa e Asia. La sua importanza è aumentata ulteriormente dopo le crisi energetiche degli ultimi anni, che hanno mostrato quanto le infrastrutture marittime siano vulnerabili.
La presenza di basi e infrastrutture militari lungo questa fascia costiera è quindi diventata una componente fondamentale della competizione tra potenze.
Gli Emirati Arabi Uniti sono presenti nella regione da anni e hanno sviluppato rapporti militari con il Somaliland già dal 2017. La loro strategia mira a controllare nodi logistici fondamentali lungo le rotte commerciali e a contrastare l’espansione iraniana.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, considerano il Mar Rosso un’area essenziale per la sicurezza delle proprie linee commerciali e militari. Israele vede invece questa regione come un’estensione naturale della propria sicurezza nazionale: impedire che l’Iran e i suoi alleati possano trasformare Yemen, Sudan o Somalia in piattaforme operative contro lo Stato ebraico.
La decisione del governo israeliano di avvicinarsi ufficialmente al Somaliland rappresenta quindi una scelta strategica di lungo periodo: il tentativo di costruire una rete di relazioni e infrastrutture che permetta a Israele di ridurre la propria vulnerabilità geografica.
• Il futuro del Somaliland tra riconoscimento e rischio di militarizzazione
La grande incognita riguarda però il prezzo politico di questa scelta.
Dal punto di vista di Hargeisa, il riconoscimento israeliano rappresenta una vittoria diplomatica storica. Da 35 anni il Somaliland cerca di ottenere legittimità internazionale senza riuscire a ottenere il riconoscimento formale di nessuno Stato o organizzazione sovranazionale.
L’accordo con Israele apre una nuova fase, offrendo investimenti, cooperazione tecnologica e una maggiore visibilità internazionale. Ma questa, necessariamente, trasforma il territorio in un nuovo fronte della competizione mediorientale.
Il rischio è che il Somaliland, nato come virtuoso progetto di stabilizzazione dopo la dissoluzione della Somalia, diventi progressivamente un terreno di confronto tra potenze regionali. Il blitz economico, politico e militare dello Stato ebraico aumenta il valore strategico di Berbera, ma, allo stesso tempo, attira pressioni, minacce terroristiche e attività destabilizzanti.
La storia recente del Medio Oriente dimostra che le basi militari e le alleanze strategiche offrono protezione, ma spesso trasformano i territori coinvolti in obiettivi prioritari.
La partita di Berbera è quindi molto più ampia di una semplice relazione bilaterale tra Israele e Somaliland. È una nuova pagina della competizione per il controllo delle rotte energetiche e commerciali mondiali, in cui il Mar Rosso diventa sempre più il punto di incontro tra la sicurezza israeliana, la strategia iraniana, gli interessi degli Emirati e la fragilità politica del Corno d’Africa.
Per Israele, Hargeisa può rappresentare una nuova profondità strategica. Per l’Iran e gli Houthi, un nuovo fronte da contrastare. Per il Somaliland, infine, la più grande opportunità diplomatica della propria storia, ma anche la sfida più rischiosa.
(InOltre, 21 luglio 2026)
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Turisti israeliani nel mirino, ma le istituzioni italiane fanno finta di non vedere l’odio antisemita
di Luigi Yitzhak Diamanti
La recente iniziativa di schedare o censire le strutture turistiche riconducibili a cittadini israeliani o a persone identificate come “sioniste” si inserisce in un clima sempre più preoccupante. Non è un episodio isolato: fa seguito alla diffusione online di elenchi con nomi e cognomi di sionisti, liste che continuano a circolare sul web con evidenti rischi per la sicurezza delle persone. La diffusione di elenchi basati sull’identità ebraica, sul sostegno al sionismo, rappresenta un fatto che merita la massima attenzione da parte delle istituzioni, poiché può alimentare intimidazioni, odio e mettere a rischio la sicurezza delle persone.
Di fronte a questi fatti, colpisce il silenzio delle istituzioni e della magistratura, almeno sul piano della percezione pubblica. Se vi sono indagini in corso, è giusto che seguano il loro percorso; tuttavia, l’impressione è che il fenomeno non abbia ricevuto una risposta sufficientemente visibile e ferma. In Italia esistono norme che puniscono la discriminazione e l’istigazione all’odio razziale, etnico e religioso, ma ancora manca una legge organica e specifica dedicata al contrasto dell’antisemitismo, capace di affrontarne anche le forme contemporanee, comprese la schedatura, l’intimidazione e la diffusione di elenchi basati sull’identità ebraica o sull’appartenenza al movimento sionista.
Tutti i partiti dichiarano di voler combattere l’antisemitismo, ma alle dichiarazioni dovrebbero seguire iniziative legislative concrete. Una normativa di questo tipo dovrebbe essere approvata in modo trasversale e con il più ampio consenso parlamentare, perché la tutela dei cittadini dall’odio antisemita non dovrebbe appartenere a una parte politica, ma rappresentare un principio condiviso dell’intera Repubblica.
(HaKol, 20 luglio 2026)
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Mappatura di turismo “sionista”. Meghnagi (CEM): “stiamo tornando agli anni ’30”
Sono parole amareggiate quelle pronunciate dal presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi dopo la circolazione in rete di moduli per tracciare quello che viene definito ‘turismo sionista’ in Italia, indicando la presenza di cittadini italiani ebrei o israeliani in alberghi, e strutture ricettive.
“Io penso che stiamo tornando agli anni Trenta, alla caccia all’ebreo”. Sono parole amareggiate quelle pronunciate dal presidente della Comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi dopo la circolazione in rete di moduli per tracciare quello che viene definito ‘turismo sionista’ in Italia, indicando la presenza di cittadini italiani ebrei o israeliani in alberghi, e strutture ricettive. Il materiale è stato fatto rimuovere dal generale Angelosanto, Coordinatore Nazionale per la Lotta contro l’antisemitismo.
“Quello che succede oggi dimostra che gli squilibrati ci sono e, se si diffonde questo messaggio a una larga parte della popolazione, uno squilibrato lo si trova sicuro”, continua. Per questo, aggiunge, “mappare dove ci sono gli ebrei è gravissimo” e la magistratura “deve intervenire”. La Comunità ebraica, non intende promuovere iniziative autonome, ma ha già trasmesso il questionario “a chi di dovere”, auspicando che vengano adottati provvedimenti. Per Meghnagi il paradosso è che nel mirino possano finire anche cittadini italiani. “Se un italiano va in vacanza in Italia è il colmo che venga segnalato”, osserva. “Ci conforta però la forte vicinanza che ci arriva in questo momento dalle forze politiche e dalla gente comune”, conclude.
• Il questionario
“Questo modulo serve a registrare i casi di turismo compravendita e in generale neo colonizzazione sionista in Italia, i dati raccolti verranno ricevuti da Global sumud movement e rimarranno protetti e riservati – si leggeva nelle poche righe di presentazione del questionario, poi rimosso – ma vi chiediamo una fonte per poter effettuare verifiche e coordinarne eventuale iniziative e dare supporto ai territori colpiti dal fenomeno. Il questionario non ha intenti di profilazione in base a nazionalità o religione ma di identificazione”. E poi ancora: “La finalità è esclusivamente mappare la diffusione del fenomeno e le sue declinazioni”.
Come riporta Repubblica, nelle pagine successive il formulario chiedeva di segnalare se era stata notata la presenza di turismo sionista legata a “decompressione di soldati sionisti”, “compravendita” o “eventi istituzionali”. Le altre domande erano relative alla località dove queste presenze fossero state e se ci fossero in zona associazioni o movimenti territoriali “che stanno gestendo il fenomeno”. Il webform chiedeva anche di segnalare città, hotel, resort, vie, fonti, organizzazioni locali e persone ‘fidate’, allo scopo dichiarato di ‘mappare’ il fenomeno e coordinare non precisate iniziative. C’era una precisazione che non toglieva niente alla connotazione discriminatoria del questionario nell’avvertenza di “non voler profilare nessuno per nazionalità o religione”.
I referenti in Italia del Global Sumud Movement – interpellati da Repubblica – disconoscono la paternità dell’iniziativa spiegando con parole semplici la questione: “Il tema del sionismo è fra quelli di cui ci occupiamo, ma noi non facciamo nessuna caccia agli ebrei e non sappiamo niente di questo questionario, non l’abbiamo commissionato, tanto che non l’abbiamo nemmeno visionato prima che fosse tolto dal web. Abbiamo saputo dai giornali e ci riserviamo di agire di conseguenza nelle prossime ore, anche con una nota ufficiale”.
• Le reazioni istituzionali
“Trovo aberrante il questionario e sono pronto a presentare una denuncia verso ignoti, i responsabili non devono rimanere impuniti – promette il sottosegretario di Stato Alessandro Morelli, citato da Repubblica –. Preoccupa questo clima orribile che riporta ai tempi bui del nazifascismo, un clima che in Italia non è tollerato e mai lo sarà. La sensazione di impunità dilagante tra chi minaccia il prossimo è inaccettabile. Mi auguro pertanto che tutta la politica esprima graniticamente il suo dissenso e condanni tale iniziativa razzista”.
Interviene e chiede alle autorità competenti di indagare Sinistra per Israele, associazione di cui è presidente l’esponente Pd Lele Fiano e a cui partecipa Luciano Bellipaci, figlio della senatrice a vita Liliana Segre: “Condanniamo con la massima fermezza il modulo diffuso, intitolato ‘Indagine sul ‘turismo di decompressione’ dei soldati israeliani e altre forme di complicità. Siamo di fronte a una raccolta organizzata di informazioni su persone, luoghi e attività economiche, selezionate in base a una presunta ‘complicità con lo Stato sionista’. Criticare il governo israeliano e denunciare eventuali reati è pienamente legittimo. In presenza di fatti specifici ci si rivolge alle autorità competenti. Non è invece accettabile trasformare il turismo di cittadini israeliani, una compravendita o un rapporto con Israele negli indizi di una colonizzazione occulta dell’Italia. Rappresentare la presenza israeliana come un’infiltrazione da individuare e contrastare riproduce un dispositivo storicamente antisemita. Sostituire la parola ‘ebreo’ con ‘sionista’ non rende innocuo il meccanismo quando nel mirino finiscono persone, proprietà e relazioni”.
Netta anche la presa di posizione dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, per voce della sua presidente Livia Ottolenghi. Siamo “a conoscenza di mille altri episodi che in questi mesi hanno riprodotto e tentato di inoculare sempre più l’antisemitismo nella pubblica opinione. Il tutto nell’assordante silenzio della società civile che, tranne per qualche sporadica eccezione, tace”. E ha aggiunto: “È un disegno preciso, basato sulla disinformazione e sulla propaganda che cerca di piegare la società civile ad una visione di odio e pregiudizio, additando – nel vero senso della parola – gli ebrei e i sionisti come reietti di questa epoca”.
«La comparsa in rete di un formulario online volto a mappare e schedare la presenza di cittadini israeliani, attività economiche e alberghi nel nostro Paese non è un atto di critica politica, ma un’operazione squadrista che rigetta l’Italia nei periodi più bui del Novecento». Lo dichiara in una nota Davide Riccardo Romano, Direttore del Museo della Brigata Ebraica di Milano. «Rappresentare la presenza di cittadini israeliani o i rapporti con lo Stato d’Israele come indizi di una “colonizzazione occulta” da individuare e colpire — continua Romano — riproduce un dispositivo cospiratorio storicamente antisemita. Sostituire la parola “ebreo” con il termine “sionista” è un trucco semantico subdolo, che non cancella la natura intimidatoria di una vera e propria lista di proscrizione». «Come istituzione della memoria — sottolinea il Direttore del Museo — abbiamo il dovere di ricordare dove conduce l’ossessione burocratica di raccogliere informazioni e indirizzi. È una dinamica drammaticamente simile a quella raccontata nella celebre serie TV “Iosi, la spia pentita”. La serie mostra come, nel pieno della democrazia argentina degli anni Ottanta e Novanta, l’intelligence continuasse a infiltrare la comunità ebraica spinta dalla paranoia antisemita del “Piano Andinia”, la fake news secondo cui gli ebrei volessero occupare la Patagonia. Quella raccolta compulsiva di dati, mappe, orari e planimetrie non trovò mai traccia di alcun complotto, ma creò l’infrastruttura logistica che permise a terroristi e squilibrati di colpire a colpo sicuro, provocando i devastanti attentati all’Ambasciata israeliana nel 1992 (29 morti) e al centro comunitario AMIA nel 1994 (85 morti)». «La storia dimostra che quando la propaganda costruisce un bersaglio geometrico e fornisce le coordinate per individuarlo, la violenza cessa di essere un’ipotesi e diventa certezza. Chiediamo la massima fermezza da parte della magistratura e delle autorità competenti per la tutela dei dati personali, e un sussulto di dignità da parte di tutte le forze politiche e civili. Davanti alle schedature su base nazionale o religiosa, non possono esistere zone grigie né silenzi complici».
(Bet Magazine Mosaico, 20 luglio 2026)
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I drusi di Siria divisi sull’aiuto di Israele mentre cresce la paura per il futuro
Tra le promesse di protezione di Gerusalemme e il rifiuto di diventare una comunità sotto tutela, la crisi siriana apre una frattura anche all’interno della stessa comunità drusa
di Shira Navon
Le immagini provenienti dalla cittadina drusa di Khader, nel sud della Siria, raccontano una realtà molto diversa da quella che emerge nel dibattito politico israeliano. Mentre in Israele si parla apertamente di un vasto piano per garantire la sicurezza dei drusi siriani, una parte degli abitanti della località, situata alle pendici del monte Hermon e a pochi chilometri dal confine israeliano, respinge con decisione la presenza militare dell’IDF, definendola una violazione della sovranità siriana e arrivando a promettere una “ferma resistenza” qualora le operazioni dovessero proseguire.
La contraddizione riflette il delicato equilibrio nel quale si trova oggi la comunità drusa della Siria. Da una parte vi è la necessità di proteggersi dalle violenze che negli ultimi mesi hanno colpito diverse aree del Paese, in particolare la provincia di As-Suwayda, dove gli scontri tra milizie e gruppi armati hanno provocato centinaia di vittime. Dall’altra permane la volontà di evitare qualunque percezione di dipendenza da Israele, che rischierebbe di compromettere il futuro politico dei drusi all’interno dello Stato siriano.
A rilanciare il tema è stato nei giorni scorsi il deputato israeliano Akram Hasson, esponente druso del partito Nuova Speranza, secondo il quale sarebbe in preparazione un’importante iniziativa destinata a garantire la sicurezza dei drusi siriani. Pur senza fornire dettagli, Hasson ha ribadito che Israele considera la tutela della comunità drusa un impegno morale e strategico, ricordando le stragi compiute negli anni da gruppi jihadisti contro drusi, yazidi, cristiani e altre minoranze della regione.
Le parole del parlamentare trovano ampio consenso tra i drusi cittadini di Israele, storicamente integrati nelle istituzioni dello Stato e protagonisti anche nelle Forze di difesa israeliane. Da giorni migliaia di persone hanno manifestato chiedendo un intervento deciso per impedire nuovi massacri oltre confine, mentre numerosi leader della comunità hanno sollecitato il governo di Gerusalemme a mantenere la promessa di proteggere i villaggi drusi minacciati dall’instabilità siriana.
La situazione appare molto più complessa per i drusi che vivono in Siria. Khader, durante la lunga guerra civile, rimase fedele al regime di Bashar al-Assad e riuscì a respingere gli assalti delle milizie jihadiste grazie a proprie formazioni di autodifesa. Proprio allora Israele fece sapere che non avrebbe consentito la caduta della cittadina, anche in seguito alle forti pressioni esercitate dalla comunità drusa israeliana. Il crollo del regime di Assad e l’ascesa del nuovo governo guidato da Ahmed al-Sharaa hanno modificato radicalmente gli equilibri.
L’indebolimento del controllo statale ha spinto Israele ad ampliare la propria zona di sicurezza nel sud-ovest della Siria per impedire che gruppi jihadisti o milizie ostili si avvicinassero al confine. Una scelta che, pur motivata da esigenze di sicurezza, viene interpretata da una parte della popolazione locale come un’ingerenza destinata a limitare la sovranità siriana.
È proprio questo il nodo centrale della vicenda. Molti drusi siriani riconoscono il pericolo rappresentato dai gruppi estremisti e guardano con favore agli aiuti umanitari ricevuti da Israele negli ultimi mesi. Allo stesso tempo, una parte della comunità teme che un’eccessiva vicinanza a Gerusalemme possa trasformarsi in un marchio difficile da cancellare quando la Siria troverà un nuovo assetto politico. Il destino dei drusi siriani resta quindi sospeso tra due esigenze entrambe vitali. Sopravvivere alle violenze che ancora attraversano il Paese e conservare, nello stesso tempo, la propria autonomia politica e identitaria. Un equilibrio estremamente fragile, destinato a influenzare anche le future scelte di Israele lungo uno dei confini più delicati del Medio Oriente.
(Setteottobre, 20 luglio 2026)
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La maggioranza dei libanesi ritiene che Hezbollah danneggi la sicurezza del Libano
Un recente sondaggio mostra che il 51% dei libanesi considera la presenza armata di Hezbollah dannosa per la sicurezza nazionale. La maggioranza sostiene gli sforzi del presidente Joseph Aoun per rafforzare l’esercito e negoziare il disarmo del gruppo. Crescono, inoltre, le aperture verso una futura pace con Israele.
di Nathan Greppi
Il 51 per cento dei libanesi è convinto che la presenza di Hezbollah come forza armata sul territorio stia danneggiando la sicurezza del Libano. A rivelarlo, un recente sondaggio di YouGov realizzato per conto del Council for a Secure America.
• I risultati
Il sondaggio è stato condotto in tre ondate per monitorare i cambiamenti in seno all’opinione pubblica libanese. L’ultimo è stato condotto intervistando 260 civili libanesi nel maggio di quest’anno, mentre i precedenti sono stati condotti su 252 intervistati a gennaio e su 253 ad ottobre dell’anno scorso.
Secondo il “Jerusalem Post”, il sondaggio presenta un margine di errore di cinque punti percentuali, con un livello di attendibilità del 95%. Solo l’11% degli intervistati ha dichiarato di ritenere che la presenza armata di Hezbollah abbia migliorato la sicurezza del Libano, e il restante 38% non si è espresso o si è rifiutato di rispondere alla domanda.
Il 58% degli intervistati ha dichiarato di sostenere gli sforzi del presidente libanese Joseph Aoun per rafforzare l’esercito e negoziare il disarmo di Hezbollah, affinché le uniche forze armate presenti in Libano operino sotto l’autorità del governo. Tuttavia, il sostegno è leggermente diminuito rispetto a gennaio, quando la percentuale era del 63%. Solo il 10% ha detto di non appoggiare gli sforzi di Aoun.
• I rapporti con Israele
Per quanto riguarda cosa potrebbe succedere a lungo termine nei rapporti tra Gerusalemme e Beirut, il 41% ha detto che probabilmente ci sarà la pace, anche se solo il 32% ha detto che sosterrà la normalizzazione con Israele dopo una soluzione a lungo termine per la questione palestinese, e il 27% prevede che la pace sarebbe improbabile. Solo il 19% degli intervistati ha detto che non sosterrebbe la normalizzazione con Israele neanche se la questione palestinese fosse risolta.
Tra i cristiani, il 43% si è dichiarato favorevole alla normalizzazione dei rapporti con Israele, contro il 28% dei musulmani. Tuttavia, in entrambi i segmenti religiosi sembra essere aumentata la percentuale dei favorevoli alla pace con Israele, almeno se si mettono a confronto i dati di maggio con quelli di gennaio. Nel sondaggio di gennaio, solo il 19% dei musulmani e il 37% dei cristiani appoggiava apertamente la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra i due paesi.
Passando dalle distinzioni sulla base del gruppo religioso a quelle in base alla fascia d’età, sembra che gli adulti e gli anziani vedano un eventuale accordo di pace più favorevolmente rispetto ai giovani. In particolare, il 47% dei libanesi che hanno più di 45 anni sembrano pensare che la normalizzazione dei rapporti possa aiutare la crescita economica e la stabilità del Libano, mentre tra gli intervistati più giovani la percentuale di chi la pensa così scende al 29%.
Nonostante una parte significativa della popolazione libanese sia favorevole ad un eventuale accordo di pace, rimangono in molti quelli convinti che il Libano debba mantenere le leggi che criminalizzano i rapporti con Israele. Il 32% degli intervistati ha detto che tali leggi dovrebbero essere mantenute, il 28% che andrebbero abrogate e il restante 40% non ha voluto rispondere.
(InOltre, 20 luglio 2026)
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L’Iran non attacca né Israele né gli Emirati Arabi Uniti. Come mai?
È quantomeno insolito che l’Iran non attacchi i più importanti alleati regionali degli Stati Uniti
di Sarah G. Frankl
In un momento in cui l’escalation militare tra Stati Uniti e Iran sembra screscere giorno dopo giorno, è impossibile non notare come Teheran attacchi molti stati arabi del Golfo e persino la Giordania, ma eviti accuratamente di attaccare Israele e gli Emirati Arabi Uniti. Cerchiamo di capire perché.
1. La forte deterrenza militare di Israele
L’Iran evita un attacco diretto contro Israele per il timore di una risposta militare devastante. Il governo israeliano ha chiarito che qualsiasi attacco sul proprio suolo provocherebbe raid immediati e sproporzionati contro gli asset strategici di Teheran. Invece di cercare uno scontro frontale ed esistenziale, i vertici iraniani preferiscono una strategia di guerra di logoramento asimmetrica, mirata a logorare le difese aeree, le alleanze e la tenuta politica degli avversari nel lungo periodo.
2. La dipendenza economica dagli Emirati Arabi Uniti
Gli EAU rappresentano storicamente il secondo partner commerciale dell’Iran dopo la Cina, con un interscambio miliardario fondamentale per l’economia di Teheran, piegata dalle sanzioni. Dopo i duri scontri dei mesi scorsi che avevano colpito gli hub finanziari emiratini, a fine giugno 2026 i due Paesi hanno siglato una tregua pragmatica per riprendere i voli diretti e i flussi commerciali. Attaccare gli Emirati ora significherebbe per l’Iran distruggere la propria principale “finestra economica” sul mondo.
3. La neutralità e il contenimento diplomatico del Golfo
Durante il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC)—inclusi gli EAU e l’Arabia Saudita—hanno mantenuto una rigida neutralità operativa. Hanno vietato agli Stati Uniti e a Israele l’uso del proprio spazio aereo e del proprio territorio per lanciare attacchi offensivi contro l’Iran. Di conseguenza, l’Iran non ha alcun interesse politico a colpire direttamente Abu Dhabi, poiché spingerebbe gli Emirati a un’alleanza militare ancora più profonda e aperta con israeliani e americani. (Spoiler: l’alleanza già c’è, specie tra EAU e Israele).
4. Il focus sulle basi statunitensi e sullo Stretto di Hormuz
La priorità militare di Teheran in questo momento è forzare gli Stati Uniti alla de-escalation o a un nuovo accordo di cessate il fuoco. Per farlo, l’Iran colpisce esclusivamente le installazioni militari americane ospitate nei paesi arabi (come la base di Ali Al Salem in Kuwait), sostenendo che i propri obiettivi non siano gli Stati sovrani del Golfo ma le forze statunitensi lì dislocate. Al contempo, concentra i propri sforzi nel bloccare e tassare le rotte commerciali nello Stretto di Hormuz per mettere sotto pressione la comunità internazionale.
(Rights Reporter, 20 luglio 2026)
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1. Israele e Somaliland, la nuova alleanza nel Corno d’Africa
Prima puntata di due. Dopo 35 anni di isolamento, il Somaliland ha ottenuto il riconoscimento di Israele, diventando un nuovo avamposto strategico nel Corno d’Africa. La cooperazione tra Tel Aviv e Hargeisa coinvolge intelligence, addestramento militare e infrastrutture affacciate sul Mar Rosso.
di Luca Longo
Per 35 anni è rimasto una curiosità geopolitica nota esclusivamente agli specialisti del Corno d’Africa. Uno Stato islamico sunnita che possiede un proprio governo, un parlamento eletto, una banca centrale, una moneta nazionale, un esercito, una polizia, un sistema giudiziario e passaporti propri, ma che, come un fantasma, continua a non comparire sulle carte diplomatiche del mondo perché, fino alla fine del 2025, nessuno Stato e nessun grande organismo internazionale ne ha riconosciuto formalmente l’indipendenza e tantomeno i confini.
Il Somaliland occupa circa 137 mila chilometri quadrati (equivalenti al territorio dell’Italia settentrionale), ma ospita poco più di sei milioni di abitanti (due volte la provincia di Milano). Ed oggi è improvvisamente diventato uno dei luoghi più delicati dell’intero scenario internazionale.
Le indiscrezioni sulla crescente presenza israeliana nell’area, le immagini satellitari che mostrano l’espansione delle infrastrutture militari di Berbera, gli accordi economici annunciati nelle ultime settimane e le minacce sempre più esplicite degli Houthi trasformano il Somaliland da periferia dimenticata dell’Africa a un possibile baricentro del nuovo confronto tra Israele e Iran.
La ragione è semplice. Chi controlla questa sottile fascia costiera affacciata sul Golfo di Aden osserva, da 300-400 m di altezza, uno dei principali colli di bottiglia del commercio mondiale: lo stretto di Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso, di cui abbiamo più volte parlato proprio qui. Da questo corridoio marittimo transitano ogni anno migliaia di navi dirette verso l’Asia o verso il Canale di Suez. Petrolio, gas naturale liquefatto, container, cereali, fertilizzanti, automobili e componenti industriali lo percorrono quotidianamente nei due sensi. Le tensioni degli ultimi mesi hanno già dimostrato quanto bastino pochi missili lanciati dagli Houthi per alterare il traffico navale mondiale e costringere numerose compagnie ad allungare la navigazione, percorrendo 6.500 km in più, passando dal Capo di Buona Speranza e Gibilterra ed arrivando a destinazione circa due settimane dopo.
In questo quadro, la cooperazione tra Israele e Somaliland assume un significato che va ben oltre una semplice collaborazione militare: è il tassello di una competizione strategica destinata a coinvolgere l’intero Corno d’Africa, gli Emirati Arabi Uniti, l’Etiopia, l’Iran, gli Stati Uniti e, indirettamente, anche la Cina.
• Lo Stato che esiste ma che il mondo continua a ignorare
Per comprendere l’importanza di ciò che sta accadendo, occorre, anche stavolta, riavvolgere il nastro della Storia.
Il Somaliland moderno compare nella seconda metà dell’Ottocento, quando il Regno Unito istituisce il Protettorato britannico del Somaliland lungo la costa settentrionale della Somalia. Londra considera quell’area una colonia destinata allo sfruttamento economico, ma, soprattutto, un punto d’appoggio logistico per rifornire la base navale di Aden, sull’altra sponda del Golfo di Aden, che in quegli anni rappresenta uno dei cardini dell’Impero britannico.
Per oltre settant’anni, il territorio rimane amministrato separatamente dalla Somalia italiana (colonizzata nel 1889), creando istituzioni, apparati amministrativi e rapporti politici differenti rispetto al resto del Paese.
Il 26 giugno 1960 il Somaliland britannico ottiene l’indipendenza e nasce ufficialmente lo Stato del Somaliland, riconosciuto da decine di Paesi, tra cui il Regno Unito. Però, solo cinque giorni dopo, il 1° luglio, questo sceglie di unirsi volontariamente all’ex Somalia italiana, appena dichiarata indipendente, per realizzare il progetto della “Grande Somalia”. Questa dovrebbe riunire sotto un’unica bandiera tutti i territori abitati prevalentemente da popolazioni somale.
Ma l’entusiasmo dura poco.
Le istituzioni del nuovo Stato si concentrano rapidamente a Mogadiscio, mentre il Nord denuncia una crescente marginalizzazione politica ed economica. Le tensioni aumentano ulteriormente dopo il colpo di Stato del generale Mohamed Siad Barre nel 1969.
Durante gli anni Settanta e Ottanta, il regime accentra progressivamente il potere, reprime ogni forma di opposizione e riduce ulteriormente il peso politico delle regioni settentrionali. Nasce così il Somali National Movement, formato prevalentemente da appartenenti al clan Isaaq, maggioritario nel Somaliland.
La guerra civile assume dimensioni drammatiche alla fine degli anni Ottanta. Tra il 1988 e il 1989 l’esercito di Siad Barre bombarda ripetutamente Hargeisa e Burao, utilizzando anche l’aviazione. Hargeisa viene rasa al suolo e quasi completamente distrutta. Numerose organizzazioni internazionali descrivono quelle operazioni come una delle campagne più violente dell’Africa contemporanea. Decine di migliaia di civili, non ne conosceremo mai il numero preciso, perdono la vita, mentre centinaia di migliaia di persone si rifugiano nella vicina Etiopia.
Quando il regime di Siad Barre crolla definitivamente nel gennaio 1991, la Somalia precipita nel caos delle guerre tra signori della guerra, le cui tribù territoriali si alleano, si tradiscono e si massacrano continuamente fra di loro. Intanto, nel Nord accade qualcosa di completamente diverso.
Il 18 maggio 1991 i rappresentanti dei principali clan settentrionali, riuniti a Burao, proclamano la ricostituzione della Repubblica del Somaliland, rivendicando la sovranità dell’ex protettorato britannico entro i confini precedenti all’unione del 1960.
Da quel momento le strade della Somalia e del Somaliland si separano radicalmente.
Mentre Mogadiscio attraversa oltre trent’anni di guerre civili, terrorismo jihadista, missioni internazionali e frammentazione istituzionale, Hargeisa intraprende un lungo e complesso processo di costruzione statale.
La pace non viene imposta da eserciti stranieri, ma nasce attraverso una lunga serie di conferenze tra gli anziani dei clan, i leader politici e le autorità religiose sunnite, che riescono gradualmente a integrare le tradizionali istituzioni tribali nella nuova architettura dello Stato. È un processo lento, spesso sottovalutato dagli osservatori occidentali, ma decisivo per garantire una stabilità che gran parte della Somalia continua ancora oggi a inseguire.
Nel corso degli anni Novanta vengono create una Costituzione, un Parlamento bicamerale, una magistratura autonoma, una banca centrale, una valuta nazionale, lo scellino del Somaliland, e forze armate proprie.
Sul piano politico il Somaliland organizza numerose consultazioni elettorali considerate generalmente libere e competitive dagli osservatori internazionali. Pur con limiti evidenti e difficoltà economiche significative, il territorio sviluppa istituzioni relativamente stabili, molto differenti dal contesto della vicina Somalia.
Eppure, dopo oltre trentacinque anni, continua a non ottenere il riconoscimento internazionale.
Il principio dell’inviolabilità delle frontiere coloniali, adottato dall’Unione Africana, e il timore che il riconoscimento possa incoraggiare altri movimenti secessionisti nel continente inducono la quasi totalità degli Stati a mantenere formalmente l’unità della Somalia.
Paradossalmente, il Somaliland possiede molti degli elementi tipici di uno Stato sovrano, ma continua a essere escluso dalle Nazioni Unite, dall’Unione Africana e dalle organizzazioni multilaterali.
Questa condizione ha limitato per anni gli investimenti internazionali e l’accesso ai grandi programmi di finanziamento, ma non ha impedito al governo di Hargeisa di sviluppare relazioni economiche e di sicurezza sempre più strette con alcuni partner regionali.
Ed è proprio in questo spazio diplomatico, fatto di rapporti informali ma sempre più concreti, che negli ultimi anni si inserisce Israele.
• Da relazioni riservate ad alleanza strategica: come Israele è entrato nel Somaliland
Per molti anni i rapporti tra Israele e Somaliland sono rimasti confinati alla diplomazia discreta. Hargeisa, priva di riconoscimento internazionale, aveva bisogno di partner capaci di attrarre investimenti, tecnologia e sostegno politico. Israele, al contrario, osservava con crescente interesse una regione destinata ad assumere un’importanza sempre maggiore per la sicurezza delle proprie rotte marittime e per il confronto con l’Iran.
Il 7 ottobre 2023 Hamas invade Israele, massacra 1.200 persone e rapisce 251 ostaggi. La guerra, la successiva escalation nel Mar Rosso e gli attacchi degli Houthi contro il traffico navale modificano profondamente il quadro strategico. Il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb è diventato una priorità non solo economica, ma militare. È in questo contesto (di cui abbiamo scritto più volte proprio qui) che la cooperazione tra Tel Aviv e Hargeisa compie un deciso salto di qualità.
Il Middle East Eye è la prima testata a rivelare che Israele avrebbe dispiegato, nei primi mesi del 2026, almeno cinquanta militari nel Somaliland nell’ambito di accordi bilaterali di sicurezza. La notizia non è stata confermata ufficialmente dal governo israeliano, ma ha rapidamente attirato l’attenzione degli osservatori internazionali.
L’elemento più curioso riguarda la composizione del contingente. Secondo fonti locali citate dalla stampa somala, gran parte dei soldati sarebbe costituita da cittadini israeliani di origine etiope. L’obiettivo sarebbe rendere meno riconoscibile la loro presenza in un contesto dove le caratteristiche somatiche permetterebbero una più agevole integrazione con la popolazione locale.
L’ipotesi non appare affatto improbabile.
Oggi in Israele vivono circa 160.000 cittadini appartenenti alla comunità dei Beta Israel, gli ebrei etiopi originari soprattutto delle regioni di Amhara e Tigray. La loro presenza è il risultato di una delle più straordinarie operazioni umanitarie e logistiche della storia contemporanea.
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, all’apice dei sanguinosi conflitti tribali somali, Israele organizza infatti una serie di missioni segrete per trasferire migliaia di ebrei etiopi verso lo Stato ebraico. L’Operazione Mosè del 1984 evacua circa ottomila persone attraverso il Sudan. L’Operazione Giosuè completa, poche settimane dopo, il ponte aereo. Ma è soprattutto l’Operazione Salomone del maggio 1991 a entrare nella storia: in appena trentasei ore l’aeronautica israeliana trasporta oltre quattordicimila ebrei etiopi con decine di voli, stabilendo allora uno dei più grandi ponti aerei umanitari mai realizzati.
Oggi quella comunità rappresenta una componente stabile della società israeliana ed è presente anche nelle Forze di Difesa Israeliane. Per questo motivo, qualora Tel Aviv avesse realmente deciso di impiegare personale di origine etiope nelle proprie attività nel Corno d’Africa, disporrebbe già delle competenze linguistiche e culturali necessarie.
L’indiscrezione ha però avuto conseguenze al di fuori del Somaliland: anche in Somalia vivono numerosi rifugiati etiopi, spesso vittime di discriminazioni e rimpatri forzati. L’ipotesi che Israele possa utilizzare militari di origine etiope ha alimentato sospetti e tensioni nei confronti di queste comunità, considerate da alcuni ambienti locali come possibili canali di infiltrazione.
Al di là delle indiscrezioni, i segnali di una cooperazione sempre più intensa sono ormai numerosi.
Nel giugno 2026 il presidente del Somaliland, Abdirahman Mohamed Abdullahi, viene ricevuto ufficialmente a Gerusalemme. Durante l’incontro, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, un imprevedibile falco di estrema destra ma indispensabile alla coalizione guidata da Netanyahu, compie un passo senza precedenti, dichiarando pubblicamente che Israele e Somaliland collaborano da anni attraverso operazioni congiunte rimaste fino ad allora riservate.
L’ammissione ufficiale conferma ciò che numerosi analisti sospettavano da tempo: il rapporto tra i due governi non nasce con l’attuale crisi del Mar Rosso, ma rappresenta l’evoluzione di una cooperazione costruita lentamente negli ultimi anni.
Anche sul piano operativo emergono indicazioni sempre più precise.
Il ministro della Difesa del Somaliland, Mohamed Yusuf Ali, continua a sostenere che Israele non disponga di una base militare permanente sul territorio nazionale. Questa precisazione, tuttavia, non esclude l’utilizzo delle infrastrutture esistenti.
Secondo un’inchiesta della CNN, durante l’Operazione Roaring Lion gli aerei israeliani avrebbero infatti utilizzato una base militare presente nel Somaliland come punto d’appoggio logistico.
L’attenzione degli analisti si concentra immediatamente su Berbera. L’aeroporto della città costiera rappresenta infatti una delle infrastrutture militari più importanti dell’intero Corno d’Africa. Costruito originariamente dall’Unione Sovietica durante la Guerra fredda e successivamente ampliato dagli Stati Uniti, dispone di una pista lunga oltre quattro chilometri, tra le più estese dell’Africa orientale, capace di accogliere praticamente qualsiasi velivolo militare esistente.
Per un Paese come Israele, situato a oltre duemila chilometri di distanza, poter disporre di un punto d’appoggio in questa posizione significa ridurre drasticamente i tempi di intervento sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden.
L’International Institute for Strategic Studies di Londra osserva che i lavori di ammodernamento in corso nelle infrastrutture militari di Berbera sembrano coerenti con un utilizzo sempre più frequente della base da parte dell’aviazione israeliana.
Secondo diversi funzionari somali, europei e del Somaliland, Israele manterrebbe già da tempo una presenza di intelligence presso l’aeroporto e le attività non riguarderebbero esclusivamente la raccolta di informazioni.
Abdurahman Sheikh Azhari, portavoce presidenziale somalo per gli affari di intelligence, sostiene che personale militare e agenti israeliani operano nella base emiratina presente a Berbera fin dall’inizio del 2025, utilizzando l’infrastruttura come centro logistico, deposito di equipaggiamenti e piattaforma di rifornimento per le operazioni nell’area del Mar Rosso.
Anche la cooperazione militare con le forze locali sembrerebbe essersi intensificata.
Secondo diversi quotidiani somali, reparti della polizia e delle unità speciali del Somaliland avrebbero recentemente completato periodi di addestramento in Israele. Lo stesso percorso riguarderebbe anche ufficiali dei servizi d’intelligence di Hargeisa, formati direttamente dalle rispettive controparti israeliane.
Queste informazioni descriverebbero un livello di cooperazione molto più avanzato rispetto a un semplice accordo politico. Non si tratterebbe più soltanto di condividere informazioni, ma di costruire progressivamente un sistema integrato di sicurezza destinato a controllare uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta.
Tutto questo, però, rappresenta soltanto una parte della partita.
Per comprendere perché Berbera stia assumendo un ruolo tanto centrale bisogna osservare ciò che sta accadendo intorno alla sua pista d’atterraggio e al suo porto commerciale, dove convergono gli interessi degli Emirati Arabi Uniti, degli Stati Uniti e, sempre più chiaramente, di Israele.
Continua
(InOltre, 19 luglio 2026)
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Trump vuole che Israele si ritiri dal Libano e dalla Siria. Gli israeliani l’hanno già sentito dire in passato
Washington esorta nuovamente Gerusalemme a barattare posizioni di sicurezza conquistate a fatica con la promessa che qualcun altro terrà a bada i proxy dell’Iran.
di Ryan Jones
GERUSALEMME - Secondo quanto riportato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sta esercitando pressioni sul primo ministro Benjamin Netanyahu affinché avvii il ritiro delle forze armate israeliane dal Libano meridionale e dalla Siria meridionale.
La linea di ragionamento di Washington è ben nota: Israele dovrebbe ritirare le proprie truppe, le tensioni si placherebbero, i governi locali si assumerebbero le proprie responsabilità e gli Stati Uniti supervisionerebbero il processo.
Gli israeliani l’hanno già sentito dire in passato.
Secondo quanto riportato, Trump avrebbe detto a Netanyahu che la persistente presenza militare di Israele in alcune zone della Siria e del Libano potrebbe favorire l’instabilità. «Lì non vi vogliono», avrebbe detto il presidente al capo del governo israeliano, secondo un funzionario statunitense citato da Axios.
Questo può anche essere vero. Hezbollah di certo non vuole Israele lì. L’Iran non vuole Israele lì. I gruppi jihadisti nel sud della Siria non vogliono Israele lì. La domanda è però: perché le loro preferenze dovrebbero determinare la politica di sicurezza di Israele?
La risposta di Netanyahu è stata altrettanto familiare: Israele ha bisogno di zone di sicurezza lungo i propri confini.
Questa è la lezione, conquistata a fatica, del 7 ottobre.
Per anni è stato detto a Israele che recinzioni, accordi, osservatori internazionali, accordi di cessate il fuoco e garanzie straniere sarebbero stati sufficienti. Poi Hamas ha varcato il confine e ha dimostrato quanto valgano queste garanzie quando il nemico è determinato, armato e paziente.
La stessa logica vale ora nel nord.
Il quadro negoziato dagli Stati Uniti con il Libano dovrebbe iniziare con le cosiddette zone pilota, in cui le forze armate israeliane si ritirano e l’esercito libanese assume il controllo. In teoria, l’esercito libanese dovrebbe poi eliminare le armi e le infrastrutture di Hezbollah.
Ma Hezbollah ha già dichiarato che non intende disarmarsi.
Questo dovrebbe porre fine al dibattito – o almeno costringere tutte le parti coinvolte ad ammettere ciò che in realtà viene richiesto a Israele. Gerusalemme dovrebbe ritirarsi prima che la minaccia sia stata eliminata, affidandosi a istituzioni che non hanno mai dimostrato né la volontà né la capacità di opporsi a Hezbollah.
I cristiani in Libano lo capiscono meglio di molti diplomatici occidentali. Sanno che l’ostacolo alla pace non è la presenza di Israele al confine. È lo «Stato nello Stato» armato dall’Iran che da decenni tiene in ostaggio il Libano.
Lo stesso vale per la Siria. Washington potrà anche sperare che la nuova leadership siriana riesca a stabilizzare il sud e a tenere lontane le forze ostili dal confine israeliano. Ma la speranza non è una dottrina di sicurezza.
Israele non è obbligato ad affidare la difesa delle comunità della Galilea a regimi non collaudati, eserciti fragili o formule diplomatiche elaborate lontano dal confine.
Tutto ciò non significa che Israele voglia occupare in modo permanente il territorio libanese o siriano. La grande maggioranza degli israeliani non ha alcun interesse in questo. Ma un ritiro non è un risultato morale se si limita a ricreare le condizioni per il prossimo massacro.
La vera pietra di paragone è semplice: chi controlla il territorio il giorno dopo che Israele lo avrà lasciato?
Se la risposta è: l’esercito libanese senza Hezbollah, allora la questione è un’altra. Se la risposta è: Hezbollah, che si nasconde dietro l’esercito libanese, allora è un’altra ancora. E se nessuno è in grado di dare una risposta chiara, sarebbe avventato da parte di Israele ritirarsi.
Trump ha ragione su un punto: la questione principale è l’Iran.
Proprio per questo Israele non può trattare il Libano e la Siria come teatri secondari. Hezbollah è l’Iran. Le milizie in Siria potrebbero non avere più un legame diretto con l’Iran, ma sono animate da un’ideologia simile. Missili, tunnel, droni e provocazioni al confine fanno tutti parte della stessa macchina islamista regionale.
Israele può rispettare la diplomazia americana. Può persino dare al governo libanese l’opportunità di dimostrare di fare sul serio. Ma non può ripetere il vecchio errore di confondere il movimento con il progresso.
Un ritiro che lasci intatti i proxy dell’Iran e altre forze apertamente ostili non è pace. È la preparazione alla prossima guerra.
(Israel Heute, 19 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Una sinagoga volante sopra Venezia celebra la memoria ebraica e l’identità ritrovata
L’opera dell’artista ucraina Anna Kamyshan domina la laguna con una struttura alta dodici metri ispirata alle sinagoghe distrutte dell’Europa orientale
di Alessandro Carmi
Una sinagoga sospesa nel cielo della laguna veneziana è diventata una delle installazioni più suggestive dell’estate culturale europea. Alta dodici metri e sostenuta dall’elio, l’opera intitolata Nabatele fluttua nei pressi dell’Arsenale, uno dei luoghi simbolo della Biennale di Venezia, trasformando la memoria dell’esilio e della distruzione delle comunità ebraiche in un’immagine potente, visibile da grande distanza.
L’autrice è Anna Kamyshanee, artista e architetta ucraina residente a Londra, che ha scelto di ispirarsi alle antiche sinagoghe in legno degli shtetl, i piccoli centri ebraici dell’Europa orientale cancellati dalla Shoah e, in molti casi, già duramente colpiti da pogrom e persecuzioni nei secoli precedenti. La struttura, volutamente priva di fondamenta, vuole evocare una storia di continui spostamenti, espulsioni e migrazioni che ha accompagnato il popolo ebraico lungo gran parte della sua esistenza.
La scelta di Venezia aggiunge un ulteriore livello di significato. Cinque secoli fa proprio qui nacque il primo ghetto della storia moderna, istituito dalla Repubblica di Venezia nel 1516. Le sinagoghe del quartiere ebraico, per disposizione delle autorità, dovevano rimanere invisibili dall’esterno e venivano ricavate negli ultimi piani di edifici comuni, senza alcun elemento architettonico che ne rivelasse la funzione. Oggi, al contrario, quella stessa presenza ebraica si manifesta apertamente, librandosi sopra la città come un simbolo che nessuno può ignorare. Per Kamyshan il carattere “nomade” dell’opera è parte integrante del messaggio. La sinagoga non poggia su alcun terreno perché, spiega l’artista, riflette una condizione storica di continuo movimento. Una metafora dell’identità ebraica, costretta per secoli a ricostruirsi in luoghi sempre diversi, mantenendo vive le proprie tradizioni anche in assenza di una stabilità geografica.
Il progetto nasce anche da una vicenda profondamente personale. L’artista ha scoperto soltanto all’età di undici anni le proprie origini ebraiche. Suo nonno, sopravvissuto al massacro di Drobitsky Yar, nei pressi di Kharkiv, aveva nascosto la propria identità cambiando cognome e scegliendo il silenzio come forma di sopravvivenza. Soltanto molti anni dopo, grazie a un viaggio del figlio in Israele, trovò la forza di raccontare ciò che aveva vissuto.
Nabatele diventa così anche il racconto di una memoria recuperata. La sinagoga sospesa richiama le comunità distrutte dalla Shoah, insieme alle identità rimaste a lungo celate per paura delle persecuzioni. Il titolo dell’opera deriva da un termine yiddish che richiama un invito all’azione e riprende un precedente progetto dell’artista, nel quale una sinagoga volante attraversava virtualmente città come Londra, Varsavia, Berlino, Gerusalemme, Odessa e New York.
L’installazione resterà visibile fino alla metà di settembre e richiede una sorveglianza continua, sia per garantire la stabilità della struttura sia per proteggerla da possibili atti vandalici. Diverse istituzioni ebraiche internazionali hanno già manifestato interesse a ospitarla una volta conclusa l’esposizione veneziana.
In un tempo in cui l’antisemitismo torna a manifestarsi con crescente frequenza anche in Europa, la sinagoga che vola sopra Venezia assume un valore che va oltre la dimensione artistica. È un omaggio alle comunità scomparse, un recupero della memoria familiare dell’autrice e, insieme, una dichiarazione di presenza. Dopo secoli trascorsi spesso nell’invisibilità, quella sagoma sospesa sulla laguna ricorda che la storia ebraica continua a occupare il proprio posto nello spazio pubblico europeo.
(Setteottobre, 19 luglio 2026)
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Mamdani, Netanyahu e lo zelo selettivo della “legalità” progressista
La promessa di Mamdani di arrestare Netanyahu è giuridicamente irrealizzabile, ma appartiene a un repertorio politico più ampio: boicottaggi, esclusioni e sanzioni simboliche rivolti esclusivamente contro Israele. Un attivismo selettivo nel quale tutto fa brodo per farne un vessillo identitario.
di Filippo Piperno
C’è una frase, nell’ultima dichiarazione di Zohran Mamdani sul possibile arresto di Benjamin Netanyahu a New York, che merita di essere letta con attenzione: «Faremo tutto ciò che la legge mi consente di fare a New York, ma non scriveremo leggi a questo fine». È una frase costruita con cura. Non promette nulla di verificabile, non fissa alcun impegno concreto e soprattutto non potrà mai essere smentita dai fatti.
Se a settembre Netanyahu arriverà all’Assemblea generale delle Nazioni Unite e nessuno lo arresterà – perché nessuno lo arresterà – il sindaco di New York potrà dire di aver fatto tutto ciò che la legge gli consentiva. Che, come sanno tutti gli attori coinvolti, è niente.
Vale la pena ricostruire il quadro, perché la vicenda non è ambigua. Gli Stati Uniti non aderiscono allo Statuto di Roma e non riconoscono alla Corte penale internazionale una giurisdizione vincolante sul proprio territorio. La città di New York non dispone di alcuna autorità per eseguire autonomamente i mandati emessi dalla CPI contro Netanyahu nel novembre 2024, come ha ricordato – con una franchezza che dalle parti del Partito Democratico non è scontata – il deputato Jerry Nadler, secondo cui la proposta è «semplicemente irrealistica».
A questo si aggiungono le immunità riconosciute ai capi di governo in carica e gli obblighi internazionali degli Stati Uniti quale Paese ospitante della sede delle Nazioni Unite. Netanyahu stesso ha già annunciato che verrà comunque a New York: nemmeno il destinatario della minaccia la considera tale.
Mamdani sa tutto questo. Lo sapeva nel dicembre 2024, quando in un’intervista con Mehdi Hasan promise per la prima volta che «da sindaco, New York arresterebbe Benjamin Netanyahu». Lo sapeva in campagna elettorale, quando ribadì l’impegno definendo New York «una città del diritto internazionale». E lo sa oggi, quando dichiara di essere in «dialogo costante» con l’Ufficio Legale della città.
La domanda, dunque, non è se la promessa sia credibile. Non lo è, e la sua irrealizzabilità non è un’opinione: è un dato tecnico condiviso da giuristi, alleati e avversari. La domanda è perché un sindaco continui a ripetere una promessa che sa di non poter mantenere.
La risposta sta nella natura della dichiarazione, che non è un annuncio operativo ma un atto di posizionamento identitario. La promessa di arrestare Netanyahu non è rivolta a Netanyahu: è rivolta alla base politica che ha portato Mamdani in municipio e per la quale quella promessa ha funzionato da collante durante la campagna.
In questo senso il «dialogo costante con l’Ufficio Legale» è la parte più interessante della messinscena: serve a conferire una patina procedurale a una posizione politica, a far sembrare tecnicamente aperta una questione che è giuridicamente chiusa da tempo. È la giuridicizzazione retorica di un gesto simbolico. Il diritto internazionale non viene invocato come vincolo – un vincolo obbligherebbe a dire la verità, cioè che l’arresto è impossibile – ma come vessillo.
E come ogni vessillo, viene agitato selettivamente. Mamdani ha avuto cura di menzionare, accanto a Netanyahu, anche Vladimir Putin: rispettare i mandati della Corte, ha detto, «che siano a carico di Benjamin Netanyahu o di Vladimir Putin». È una foglia di fico di coerenza.
Putin non metterà piede a New York e la sua menzione non costa nulla; serve soltanto a presentare come principio universale una promessa politica costruita e ripetuta intorno a Netanyahu. È un meccanismo che chi segue il discorso pubblico sul Medio Oriente conosce bene: il richiamo rituale agli altri regimi assolve una funzione ornamentale, mentre l’iniziativa politica, la mobilitazione e la richiesta di sanzioni si concentrano su Israele.
Il punto, però, non è soltanto l’incoerenza. È lo zelo. Una parte consistente del progressismo occidentale manifesta nei confronti di Israele una disponibilità all’azione ostile che raramente riserva ad altri Stati, anche quando le loro responsabilità sono più gravi e meno controverse.
Boicottaggi culturali e accademici, richieste di esclusione dalle competizioni internazionali, campagne contro artisti e sportivi, mozioni approvate da amministrazioni prive di qualsiasi competenza in politica estera, embarghi simbolici e arresti immaginari: intorno a Israele si è formato un intero repertorio di sanzioni reali o simulate. Non importa che producano effetti concreti. La loro funzione è mostrare che, contro quel Paese, si è disposti a fare qualcosa, o almeno a fingere di farla.
C’è però un elemento che rende la vicenda più scivolosa per Mamdani di quanto la sua costruzione retorica lasci intendere. Le promesse identitarie hanno un difetto strutturale: prima o poi qualcuno chiede che vengano mantenute.
Una parte degli attivisti che compongono la sua base attende con impazienza settembre, e c’è chi chiede che il sindaco guidi le proteste o arrivi a negare la scorta della polizia municipale ai convogli israeliani. Altri esponenti della sua stessa coalizione hanno fatto sapere che l’arresto di Netanyahu non è affatto una loro priorità.
La promessa nata come collante rischia così di trasformarsi nel suo contrario: un test di credibilità interno, il momento in cui la distanza tra la retorica e l’amministrazione diventa visibile a chi quella retorica l’aveva presa sul serio.
La storia di New York offre un precedente istruttivo, per contrasto. Nell’ottobre del 1995 Rudy Giuliani fece allontanare Yasser Arafat da un concerto al Lincoln Center, durante le celebrazioni per i cinquant’anni delle Nazioni Unite. Fu un gesto discutibile, unilaterale, criticato anche dall’amministrazione Clinton. Ma era un gesto reale, compiuto attraverso i poteri organizzativi che il sindaco poteva concretamente esercitare su un evento cittadino e del quale Giuliani si assunse per intero il costo politico.
Mamdani percorre la strada opposta: annuncia un atto giuridico impossibile presentandolo come dovere di legalità, incassa il beneficio simbolico e rinvia il conto a un futuro in cui la colpa dell’inadempienza sarà della legge, non sua. Il gesto simbolico di ieri esibiva il potere del sindaco; quello di oggi ne esibisce l’impotenza, travestita da scrupolo giuridico.
Resta la questione di fondo, che riguarda meno Mamdani e più la cultura politica di cui è espressione. Il problema non è soltanto che il diritto venga ridotto a uno strumento di appartenenza politica. È che questa legalità dimostrativa si attiva con particolare zelo quando il bersaglio è Israele.
In quel caso, istituzioni, amministrazioni, università e organizzazioni culturali scoprono competenze che non possiedono, obblighi che non possono applicare e sanzioni che non avrebbero mai immaginato di invocare contro altri Paesi. Quando «rispettare il diritto internazionale» diventa una formula che si pronuncia sapendo che non produrrà alcun effetto giuridico, il danno non lo subisce Netanyahu, che arriverà, parlerà all’Assemblea generale e ripartirà. Lo subisce il diritto.
Perché un ordinamento invocato a fini scenici, selettivamente, contro un solo bersaglio smette di essere percepito come regola comune e comincia a essere percepito come arma di parte. E un’arma di parte, per definizione, non vincola nessuno: nemmeno chi la impugna.
Il primo cittadino di una metropoli che ospita la più grande comunità ebraica fuori da Israele e la sede stessa delle Nazioni Unite avrebbe a disposizione un linguaggio diverso: quello dell’amministrazione, della sicurezza di tutti i suoi cittadini, della distinzione – elementare, eppure sempre più rara – tra un governo straniero e le persone che a quel governo vengono associate.
Ha scelto invece il linguaggio del tribunale immaginario. È una scelta che dice molto su cosa sia diventata una certa politica progressista: un luogo in cui la legalità si proclama quando non impegna e lo zelo si accende quando il bersaglio è Israele. L’arresto è immaginario. Lo zelo è reale.
(InOltre, 19 luglio 2026)
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Documento di Sinwar svela i piani per un’invasione con una forza terroristica di “10.000 uomini”
I documenti sequestrati dall’IDF durante le operazioni di terra nella Striscia di Gaza continuano a far luce sulla strategia del principale ideatore del massacro del 7 ottobre 2023 ed ex leader di Hamas, Yahya Sinwar.
Il 13 luglio, il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center ha pubblicato nuovi documenti acquisiti dalle forze israeliane che descrivono i piani di Sinwar per le squadre terroristiche di Hamas: conquistare 25 snodi strategici e oltre 220 villaggi, città e strutture militari israeliane utilizzando una forza di circa 10.000 operativi.
Il documento ordinava ai terroristi di “espellere i coloni”, in particolare donne e bambini, rapire uomini tra i 17 e i 50 anni e includeva la valutazione di Sinwar secondo cui Israele avrebbe potuto rispondere utilizzando “una bomba nucleare” contro Gaza.
I documenti si aggiungono ad altro materiale di Hamas pubblicato dal centro nel marzo 2025, dal quale emergeva che il gruppo considerava l’attacco del 7 ottobre come la fase iniziale di una guerra multidimensionale volta allo smantellamento dello Stato di Israele.
• Documentare le atrocità
Il dottor Hayim Iserovich, vicedirettore e responsabile della ricerca presso il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center e coautore dell’ultimo rapporto, ha dichiarato a JNS:
“L’aspetto interessante è che in un altro documento sequestrato, scritto da Sinwar lo stesso giorno e pubblicato da noi nell’ottobre 2025, si parla esplicitamente della documentazione delle atrocità contro civili e soldati all’interno di Israele”.
La registrazione video dei massacri aveva lo scopo “sia di diffondere terrore tra gli israeliani con l’obiettivo di amplificare l’impatto dell’attacco, sia di risvegliare gli altri fronti”, ha affermato Iserovich.
“Non sappiamo quale dei documenti sia stato scritto per primo, né sappiamo se Sinwar abbia condiviso le direttive formulate con altri dirigenti di Hamas o se abbia semplicemente raccolto le proprie idee”, ha aggiunto.
“Tuttavia, la presenza della direttiva di documentare le atrocità nel documento parallelo, anche se non compare nel nuovo testo, indica che l’idea era già presente alla base del piano, almeno nella mente ossessiva dell’architetto del massacro”, ha concluso.
Secondo il rapporto, i documenti sequestrati mostrano una grande attenzione ai dettagli logistici e tattici, dalle vie di infiltrazione attraverso la barriera di confine alle procedure per trasferire gli ostaggi a Gaza.
Il piano prevedeva una lunga campagna di inganno, progettata per far credere ai vertici politici e militari israeliani che la minaccia fosse sotto controllo, mentre Hamas aumentava progressivamente le proprie capacità militari sotterranee.
Una volta ottenuto il completo effetto sorpresa, l’obiettivo era sopraffare le linee difensive dell’IDF prima dell’arrivo dei rinforzi, consentendo ai terroristi della Nukhba di penetrare in profondità nelle comunità civili israeliane, secondo i documenti.
• Strategia propagandistica
“Il tema della battaglia per il controllo dello spazio cognitivo nell’arena palestinese è evidenziato nel documento sequestrato, con l’istruzione di presentare l’attacco come un evento ‘umanitario’ volto ad applicare la narrativa palestinese del ‘diritto al ritorno’, con lo slogan ‘ritornare alle nostre case’”, afferma il rapporto.
Secondo le valutazioni dell’IDF, la prima ondata dell’attacco di Hamas, iniziata alle 6:29 del 7 ottobre, comprendeva 1.175 terroristi. Una seconda ondata aggiunse altri 600 uomini, mentre una terza includeva 1.325 ulteriori terroristi di Hamas e 580 operativi della Jihad Islamica Palestinese e di altri gruppi.
Il rapporto afferma che 27 cellule terroristiche guidarono la prima violazione della barriera di confine, creando 114 punti di sfondamento e utilizzando 59 vie di infiltrazione verso Israele.
“Contrariamente alle istruzioni di espellere donne e bambini e rapire uomini tra i 17 e i 50 anni, i terroristi misero in atto le direttive del primo documento attraverso massacri documentati in tempo reale e il rapimento di 251 soldati e civili, inclusi bambini piccoli, donne e anziani”, conclude il rapporto.
(HaKol, 19 luglio 2026)
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Con fiducia attraverso tempi oscuri
Un incoraggiamento tratto dal discorso escatologico di Gesù.
di Michael Kotsch
Forse anche tu hai avuto l'occasione di recarti in Israele e di visitare i luoghi in cui si svolsero gli eventi biblici. Chi è stato a Gerusalemme conosce certamente la vista spettacolare dal Monte degli Ulivi: da lì si scorgono il Monte del Tempio, la valle del Cedron, il monte Sion e la Città Vecchia di Gerusalemme. Anche se oggi non appare più esattamente come ai tempi di Gesù, il panorama resta impressionante. A dominare la scena spicca oggi la Cupola della Roccia, con la sua cupola dorata, che all'epoca di Gesù non esisteva ancora. Gli studiosi riferiscono che l'intero spiazzo del Tempio poteva contenere fino a 500.000 persone. Il Tempio era un luogo di immense folle, con ampi cortili per il culto all'aperto, mentre il Santo e il Santissimo erano riservati ai sacerdoti. Lo sguardo su quel luogo ai tempi di Gesù doveva essere ancora più maestoso di oggi. Nel Vangelo di Luca, capitolo 21, vediamo Gesù nel Tempio, l'orgoglio del popolo ebraico di allora. I discepoli ammiravano le splendide pietre e le magnifiche costruzioni - simbolo di identità nazionale e religiosa. Quel Tempio era il doppio di quello di Salomone. Tanto più grande fu lo shock quando Gesù disse: «Non resterà pietra su pietra che non sia distrutta.» Un annuncio impensabile, paragonabile forse a qualcuno che oggi, davanti al Palazzo federale di Berna, predicesse che presto sarà ridotto in macerie. I teologi critici sostengono che il discorso di Gesù sia stato retrodatato - messo sulle sue labbra solo dopo la distruzione del Tempio nel 70 d.C. Ma tale tesi è storicamente infondata. Luca, autore del Vangelo, scrisse anche gli Atti degli Apostoli, che terminano con la prigionia di Paolo a Roma - intorno al 64 d.C. Paolo morì poco dopo, nella persecuzione sotto Nerone. Ciò significa che, quando Luca scriveva, la distruzione del Tempio non era ancora avvenuta. Le parole di Gesù sono dunque autentiche, e il loro compimento conferma la sua divinità.
• La tentazione di coltivare illusioni
Il quadro che Gesù delinea del futuro non è roseo: parla di catastrofi naturali, guerre, persecuzioni, sconvolgimenti sociali. Eppure noi uomini tendiamo a lasciarci cullare dal progresso, dalla tecnologia o dal benessere materiale. Desideriamo costruire con le nostre mani il "Regno di Dio" sulla terra. Certo, ci sono molti motivi di gratitudine: trasporti confortevoli, progresso medico, istruzione. Ma l'idea che tutto debba andare sempre meglio è un'illusione. La storia e il presente dimostrano il contrario: le società che hanno creduto di poter creare il paradiso con le proprie forze sono fallite. Chi legge la Bibbia resta realista. La prospettiva biblica è chiara: le difficoltà cresceranno. E oggi molti studiosi del futuro, sociologi e politici confermano questa visione: siamo di fronte a sfide sempre più grandi - guerre, crisi economiche, declino dei valori, disastri naturali. Anche la persecuzione dei cristiani non è un tema lontano: in molte regioni del mondo è una dura realtà, e persino in Europa si avverte un crescente clima di ostilità verso la fede. Chi si professa cristiano o fedele alla Bibbia viene deriso, talvolta apertamente attaccato.
• Il messaggio di Gesù: speranza nei tempi oscuri
Eppure Gesù, nel suo discorso, non si ferma al negativo. Al contrario: in Luca 21 pronuncia tre volte parole di incoraggiamento. Prima di tutto dice: «Quando vedrete accadere queste cose, non spaventatevi!» Gesù conosce la nostra paura naturale davanti alle catastrofi, alle persecuzioni o alle crisi personali. Ma il suo messaggio è: non lasciarti paralizzare, non perdere il coraggio! Dobbiamo riconoscere i segni dei tempi, ma senza cadere nel pessimismo. Gesù ha promesso di non abbandonare la sua chiesa; egli è con noi anche nella sofferenza. Soprattutto quando le notizie sono piene di negatività o la vita personale è segnata da pesi e fatiche, la parola di Gesù diventa decisiva: non temere! Non lasciare che paure e preoccupazioni ti imprigionino. Ciò che accade è, in fondo, una conferma della verità della Parola di Dio. Dobbiamo restare realistici, ma guardare avanti con speranza. Un secondo conforto sta nella promessa di Gesù: quando i cristiani saranno accusati o perseguitati, non devono preoccuparsi di ciò che diranno, perché sarà lui stesso, tramite lo Spirito Santo, a donare le parole giuste. Questo ci libera dall'ansia di dover essere sempre pronti a tutto. L'esperienza è utile, certo, ma la sfida è spirituale - e Gesù è al nostro fianco. Questa prospettiva dà coraggio: anche quando i tempi si fanno "stretti", possiamo contare sull'aiuto di Gesù. Quando ci sentiamo deboli, oppressi dalla pressione sociale o dalla nostra fragilità, egli dice: «Confida in me! Ti darò le parole, ti guiderò!» Ciò ci rende capaci di testimoniare di lui con gentilezza, chiarezza e fedeltà biblica. Non siamo soli. E infine, alla conclusione del suo discorso, Gesù pronuncia il più bell’invito: «Quando queste cose cominceranno ad accadere, rialzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina!» I cristiani, anche in mezzo all'oscurità, non devono cedere né abbassare lo sguardo, ma vivere con fiducia e speranza. L'obiettivo della nostra attesa non è la tribolazione o l'anticristo, ma il ritorno di Gesù, il Regno di pace e giustizia che egli instaurerà. Chi si prepara all'ultima epoca non deve fissarsi solo sulle difficoltà, ma su ciò che verrà dopo: il glorioso Regno di Cristo. Ogni sofferenza e ogni dolore sono soltanto il preludio a ciò che Dio ha preparato. Verrà il tempo in cui Gesù regnerà, e la pace e la gioia abbonderanno. Per questo possiamo già ora vivere a testa alta, sapendo dove conduce il cammino.
• Realismo, speranza e gioia
Gesù, nel suo discorso escatologico, ci offre una visione realistica del futuro. Non nasconde le difficoltà, ma non si ferma ad esse. In Luca 21 emergono tre messaggi di incoraggiamento:
- Non spaventarti! - Riconosci la realtà, ma non lasciarti scoraggiare.
- Abbi fiducia: Gesù è con te! - Proprio nella prova e nella debolezza egli ti darà le parole e la forza per resistere.
- Rialza il capo! - Non attendere il peggio, ma il ritorno di Gesù, la redenzione e il nuovo Regno che egli porterà.
Questa è la prospettiva di cui i cristiani hanno bisogno. Non costruiamo il Regno di Dio con le nostre forze. Dipendiamo dal nostro Signore celeste, e sulla sua fedeltà possiamo contare. Chi vive così dona speranza agli altri, irradia luce nelle tenebre e onora Dio. Molti, vedendo questa fede serena, si chiederanno: da dove nasce la sua speranza? In chi confida? Per questo vogliamo affrontare l’oggi e il futuro con questa attitudine. Restiamo realistici, ma non perdiamo la gioia, la fiducia e la speranza. «Rialzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina!» - questa è la prospettiva che sostiene, e che dona forza a noi e agli altri anche nei tempi più oscuri.
(Chiamata di Mezzanotte, luglio-agosto 2025)
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Da Gaza. Oltre il confine, oltre la propaganda
Dal confine israeliano un viaggio fra le macerie, la propaganda e la memoria di un mondo che il 7 ottobre ha cancellato
di Andrea Morigi
Dalla collina Givat Kobi, a Sderot, sul confine israeliano si vede Gaza. Oltre mille giorni dopo il massacro del 7 ottobre, non è tutta distrutta. A destra una casa in macerie. A sinistra un complesso di palazzine intatte. Nella boscaglia che ha ospitato il Nova Festival, Mazal Tazazo,
Sopravvissuta perché si è finta morta, rivive per i visitatori i momenti di terrore della carneficina di 378 vittime, gli stupri e la cattura di 44 ragazzi. Un boato lontano alle nostre spalle interrompe il flusso delle parole. Dicono che càpita quando abbattono un edificio in sicurezza per non lasciare che crolli all’improvviso sui passanti. Darebbero la colpa a Israele, se avvenisse.
Non c’è più crimine di cui gli ebrei non siano ritenuti responsabili. Yad Vashem è un labirinto che parte dalle accuse che nei secoli hanno preso come obiettivo il popolo eletto. Siccome non te la puoi prendere direttamente con Dio perché è troppo in alto, metti la Stella di David, che lo annuncia, al centro del mirino, un po’ più in basso.
Ai popoli non si dice che Tsahal avverte i residenti delle aree a rischio di evacuare le zone che saranno colpite, che lancia prima un segnale – la bomba toc-toc, che non è una bomba – sul tetto della casa che sta per esplodere e solo dopo qualche minuto la fa saltare in aria. A volte sono asili d’infanzia o abitazioni private, presi in affitto da Hamas che poi scavava in giardino per aprire l’ennesimo ingresso alla rete dei tunnel.
Sottoterra c’è la città della guerra santa, con gli arsenali, i rifugi, i luoghi di prigionia degli ostaggi, i topi e gli scarafaggi. Ecco l’inferno islamico costruito per due decenni grazie agli aiuti umanitari. Il mondo, impietosito dalla propaganda illusionistica dei Fratelli Musulmani e dei pasdaran iraniani, mandava tubature per gli impianti idrici, che poi venivano utilizzate per costruire missili. Se arrivavano scorte di profilattici per il controllo delle nascite, i condom venivano gonfiati con gas incendiario e lanciati sui campi coltivati per distruggere il raccolto sionista. Senza capire che le forniture alimentari arrivavano proprio da lì.
Mentre si parla del “popolo palestinese”, delle sue sofferenze evidenti, si dimentica che i terroristi hanno dei complici e dei sostenitori, all’esterno e all’interno della Striscia. Dopo l’ennesima occupazione dei magazzini del World Food Program dove si conservano i beni destinati ai profughi affamati, perfino l’ONU si è accorta e si lamenta delle ruberie e degli assalti ai convogli che trasportano cibo, medicinali e generi di prima necessità, di cui Hamas impedisce la distribuzione.
Troppo tardi. Ora c’è da purificare la memoria inquinata da decenni di menzogne. Le gallerie del sottosuolo si possono disintegrare o riempire di cemento in mezza mattinata. Ricostruire la verità storica sarà un processo più lungo e faticoso.
Bisogna risalire all’epoca della pacifica convivenza fra i kibbutzim e i vicini palestinesi, all’infanzia delle ragazze di Kfar-Aza come Orit Zadikevitch, che andava in spiaggia a Gaza da sola quando i cellulari non erano ancora stati inventati, gli ebrei vendevano i loro prodotti agricoli al mercato arabo oltre l’attuale frontiera e facevano riparare l’automobile dal meccanico musulmano. Un mondo perduto. Ora la ragazza che faceva il bagno in mare davanti alla Striscia è diventata mamma e si aggira fra le spettrali casette del villaggio in cui sono state sterminate brutalmente 80 persone e altre 19 sono state rapite. Una battaglia durata quattro giorni prima di liberare la zona dai tagliagole. E molto più tempo è stato necessario per ritrovare le teste mozzate, i brandelli di corpi umani dispersi nei campi, e ricelebrare il funerale ogni volta come prescrive il rito ebraico. Chissà quanti anni serviranno per riconquistare la speranza.
(Setteottobre, 18 luglio 2026)
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Netanyahu al lavoro sulle liste del Likud. Candidati moderati, unitari e internazionali
di Antonio Picasso
Anche Israele ha un problema di liste bloccate. O meglio, la grana riguarda unicamente Bibi Netanyahu e il Likud. In vista delle elezioni del prossimo 27 ottobre, il partito del premier ha indetto le primarie. Erano in agenda il 4 agosto. Ma sono slittate al 17. Il comitato centrale non ha ancora trovato un accordo sulla proposta di Netanyahu di riservarsi otto posti nella lista elettorale. Appunto una lista bloccata, con quattro nella prima decina di candidati e altri quattro nella seconda decina. «Per capire la questione bisogna considerare il contesto generale». Sharon Nizza, analista politica e giornalista di base a Tel Aviv, collega la vicenda ai sondaggi che danno al Likud 23 seggi. Channel 14 dice perfino 33 seggi.
In uno scenario generale in cui l'attuale opposizione incasserebbe 62 dei 120 seggi della Knesset. «Statuto e previsioni alla mano, le otto candidature richieste da Netanyahu sono tantissime. Il suo partito però non vuole concedergli un potere così ampio nella composizione della lista».
A dispetto delle apparenze, le ragioni del premier non sono personalistiche. Anzi. «Netanyahu teme che se tutti i candidati fossero scelti dalla base dei 4.500 iscritti, a passare sarebbero le correnti più populiste o divìsìve», L'esempio che fa Nizza è quello di Tali Gottlieb, nota per le posizioni provocatorie e controverse.
«Netanyahu vorrebbe utilizzare quei posti riservati per garantire l'elezione di ministri, parlamentari di fiducia oppure personalità esterne utili a rafforzare l'immagine del partito e dare un messaggio di unità nazionale». Nomi coperti. Ma si ipotizzano un familiare degli ostaggi del 7 ottobre e Yoseph Haddad, attivista arabo-israeliano, cristiano ed ex militare dell'esercito israeliano. «Si dice però che Haddad possa fondare un proprio partito, con poche possibilità di superare lo sbarramento del 3,25%».
Bibi mira a profili dalla forte carica unitaria e nazionale e di peso internazionale. In particolare, per suscitare l'interesse dell'Amministrazione Usa. «Washington gradirebbe un governo israeliano alleggerito delle sue componenti più radicali», aggiunge Nizza. Il punto nevralgico è la normalizzazione dei rapporti con l'Arabia Saudita.
Tuttavia, un accordo con Riad richiederebbe un'apertura di Israele sulla questione palestinese. «Credo però che questa campagna elettorale si concentrerà quasi soltanto sui temi della politica interna». È significativo infatti che l'altro grande competitor di Netanyahu, Gadi Eisenkot, intervistato da Channel 12, abbia parlato quasi soltanto di interni e del premier uscente. «Ma fa ancora più riflettere che non gli venisse chiesto nulla sulla sua visione strategica e sui principali dossier regionali». Gaza, Libano, Cisgiordania, per restare sulle questioni note.
E dal Likud si passa agli scenari sulla futura coalizione. «Netanyahu dice sempre più spesso di voler formare un governo di ampia alleanza nazionale, in grado di affrontare le riforme interne rinviate da tempo». Il sistema giudiziario è in pole position. Per lui come per il rivale Yair Lapid. «Già nel 2022 si sarebbe potuti arrivare a un compromesso. Ma l'opposizione ha scelto di boicottare il percorso facendo saltare le trattative, a causa dell'aggressività e della divisività con cui il governo uscente ha scelto di presentare la riforma». C'è poi la commissione d'inchiesta sul 7 ottobre. Problema rovente che «richiederebbe il più ampio consenso possibile. Ma neppure su questo si è giunti a un accordo». Nel frattempo, ieri, la Knesset si è sciolta. Il Paese è ufficialmente in campagna elettorale. Mazal tov!
(Il Riformista, 18 luglio 2026)
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Un tribunale militare israeliano condanna un soldato a 5 anni di carcere per aver avuto contatti con i Servizi segreti iraniani
(JNS) Un tribunale militare israeliano ha condannato un soldato in servizio attivo a cinque anni di carcere per aver avuto contatti con un agente straniero e aver trasmesso informazioni che avrebbero potuto avvantaggiare il nemico, ha annunciato l’Idf. Secondo quanto riportato nel comunicato, il soldato si è dichiarato colpevole delle accuse a seguito di un’indagine congiunta condotta dalla Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare delle Forze di Difesa Israeliane, dalla Polizia israeliana e dall’Agenzia di Sicurezza israeliana (Shin Bet).
Nel 2025, il soldato ricevette messaggi su Telegram da diverse persone, alcune delle quali identificate come legate all’Iran, che gli offrivano lavoro retribuito. In seguito, entrò in contatto con un agente iraniano, che gli offrì denaro in cambio dell’esecuzione di “vari incarichi fotografici”, secondo quanto riportato nelle accuse. Secondo l’accusa, il soldato avrebbe inviato all’agente due video che mostravano la difesa aerea israeliana intercettare missili durante l'”Operazione Leone Nascente”. Avrebbe inoltre inviato diversi altri video girati da luoghi civili, tra cui filmati di un attacco missilistico trovati online.
Il tribunale ha affermato che il soldato ha poi interrotto i contatti “a causa della pressione che sentiva” e ha informato la sua unità. È stato arrestato dallo Shin Bet il giorno successivo. I procuratori militari avevano chiesto una condanna a sette anni di carcere, citando la gravità dei reati e la necessità di un effetto deterrente. Durante la lettura della sentenza, la Corte ha affermato di aver tenuto conto della gravità dei reati, dello status del soldato come coscritto delle Forze di Difesa Israeliane e del fatto che i crimini siano stati commessi in tempo di guerra. Ha inoltre rilevato che non ha trasmesso informazioni militari classificate o informazioni ottenute nell’esercizio delle sue funzioni militari, ha interrotto i contatti con l’agente iraniano e ha segnalato il contatto alla sua unità. Oltre alla condanna a cinque anni di reclusione, il tribunale ha inflitto una pena sospesa, una multa di 1.000 shekel (335 dollari) e ha retrocesso il soldato al grado di soldato semplice.
(HaKol, 18 luglio 2026)
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Gli agricoltori thai rimasti in Israele nonostante la guerra
Nell’attacco di Hamas del 7 ottobre 46 migranti thai uccisi. Altri 31 rapiti e tre morti durante il sequestro a Gaza. Nel nord di Israele in cinque uccisi dai razzi di Hezbollah. Eppure la gran parte ha scelto di restare e continua a rappresentare una risorsa essenziale per il comparto agricolo israeliano.
GERUSALEMME - Dall’attacco terrorista di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e nella successiva guerra lanciata dallo Stato ebraico contro il movimento che controlla Gaza, gli agricoltori thai - così come altri migranti asiatici - sono stati definiti il “volto dimenticato” della tragedia. Sono almeno 51 i lavoratori provenienti dalla nazione del Sud-est asiatico rimasti uccisi a causa del conflitto in poco meno di tre anni, altri 31 sono stati sequestrati dai miliziani e la loro sorte è rimasta in sospeso a lungo, anche se non sono mancate vicende concluse positivamente. Fra queste vi è di certo il rapimento dell’ostaggio cristiano Watchara Sriaoun, rilasciato a fine gennaio 2025. A dispetto delle vittime e delle sofferenze collegate alla cattività, i migranti economici della Thailandia - soprattutto quelli che operano nel settore agricolo - hanno deciso di restare e riprendere la loro vita di un tempo, restando fedeli ai campi, alle piantagioni e alle colture.
A ottobre ricorrerà il terzo anniversario dell’attacco di Hamas, molti equilibri sono cambiati e la vita di tanti è stata stravolta, in Israele come a Gaza e pure in Cisgiordania dove si è registrata una escalation di attacchi dei coloni e una progressiva riduzione delle terre palestinesi. Chi non ha voluto cambiare la propria vita è Qwon, che assieme al marito Tay si occupa di una coltivazione di avocado in una piccola cooperativa agricola della Galilea occidentale. La coppia di migranti thai, come racconta in un lungo reportage The Times of Israel, ha scelto di unirsi ai vicini israeliani a maggio per celebrare lo Shavuot, la festa ebraica del raccolto.
Solo una settimana prima, nell’area, quattro civili israeliani erano rimasti feriti, fra i quali uno in modo grave, in un attacco con droni di Hezbollah a soli 13 km di distanza. Commentando il raid, Qwon ha dichiarato di non nutrire alcun tipo di paura “perché ho fiducia nella protezione dei civili israeliani”. Anche dopo l’8 ottobre 2023, quando il gruppo estremista libanese filo-iraniano ha iniziato a lanciare razzi e droni contro il nord di Israele, Qwon e gli altri nove lavoratori thai hanno continuato a prendersi cura dei mille dunam di avocado insieme ai colleghi israeliani.
La violenza si è ridotta da quando, il 19 giugno, è entrato in vigore un fragile cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, mediato dall’amministrazione del presidente Usa Donald Trump, sebbene gli agricoltori e i lavoratori del nord rimangano esposti al pericolo. Nonostante questo, Qwon e Tay sono rimasti e come loro hanno compiuto una scelta analoga altre decine di migliaia di lavoratori thai che oggi risultano essere “indispensabili per l’agricoltura israeliana”, contribuendo a coltivare i campi che forniscono gran parte dei prodotti agricoli al Paese. E sono proprio loro a sopportare, da oltre due anni e mezzo, alcuni fra i costi più pesanti legati al conflitto.
Il 7 ottobre 2023 46 cittadini thai sono stati uccisi nel sud di Israele, quando migliaia di terroristi guidati da Hamas hanno varcato il confine da Gaza, uccidendo circa 1.200 persone e prendendo 251 ostaggi. Di quegli ostaggi, 31 provenivano dalla Thailandia e 28 di essi sono stati infine rilasciati. Tre sono morti durante la prigionia nella Striscia, secondo le stime fornite dalle autorità israeliane. E nel nord di Israele cinque lavoratori agricoli thai sono stati uccisi dal fuoco dei razzi di Hezbollah. Eppure, guardandosi intorno tra la folla di israeliani che festeggiavano la ricorrenza, Qwon era visibilmente di buon umore. “Mi piacciono - ha detto -. Anche se sono una lavoratrice donna, la gente qui non ha mai mostrato alcun pregiudizio nei miei confronti”.
I lavoratori thai costituiscono il gruppo più numeroso di immigrati stranieri attualmente presenti in Israele. Le prime tracce dell’immigrazione risalgono in numero significativo al 1993, quando il governo israeliano offrì loro visti di lavoro temporanei per ridurre la dipendenza di Israele dai lavoratori agricoli palestinesi per motivi di sicurezza, in seguito alla prima intifada, iniziata nel 1987. Secondo la Commissione per i lavoratori stranieri della Knesset, il Parlamento israeliano, ad aprile 2025 nel Paese erano presenti oltre 195mila lavoratori stranieri regolarmente occupati, cui si stima si affianchino altri 33mila lavoratori privi di documenti.
All’inizio della guerra tra Israele e Hamas nel 2023, con decine di loro connazionali tenuti prigionieri a Gaza, migliaia di lavoratori thailandesi sono tornati in patria e Bangkok ha sospeso un accordo bilaterale che consentiva l’ingresso in Israele di un maggior numero di lavoratori, per poi ripristinarlo nell’estate del 2024. Nell’ambito del programma, i migranti thai possono rimanere in Israele con permessi di lavoro validi per un massimo di cinque anni.
“I lavoratori thailandesi sono estremamente importanti per gli agricoltori del nord e di tutto il territorio israeliano” ha affermato di recente un portavoce del dicastero dell’Agricoltura. “Da quando sono iniziate le guerre, il ministero - prosegue il funzionario - è finalmente riuscito a rimuovere gli ostacoli che limitavano il numero di lavoratori. Ora per gli agricoltori è molto più facile assumere lavoratori thailandesi”. Assia Ladizhinskaya, portavoce di Kav LaOved, un’organizzazione di assistenza legale per i lavoratori svantaggiati, ha descritto le condizioni dei lavoratori thai in generale come “piuttosto stabili”.
Ladizhinskaya spiega che, dal momento che la gran parte dei lavoratori arrivano in Israele tramite un’agenzia governativa, le loro condizioni sono “molto migliori rispetto a quelle dei lavoratori reclutati tramite agenzie private in altri Paesi”. Tuttavia, si trovano talvolta ad affrontare condizioni di vita al di sotto degli standard, una retribuzione oraria “che li induce a esitare prima di assentarsi dal lavoro” e la mancanza di rimedi legali nel caso in cui i datori di lavoro non versino i contributi al loro fondo pensione. Va detto che i migranti thai rimangono esposti al rischio di potenziali attacchi con droni e razzi da parte di Hamas a sud e di Hezbollah a nord. Ciononostante, il desiderio di restare e continuare la loro vita e il lavoro sono più forti di potenziali rischi e pericoli.
(AsiaNews, 18 luglio 2026)
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La seconda nazione più ebraica al mondo
La piccola comunità ebraica del Principato di Monaco è in crescita. Sempre più ebrei ed ebree scelgono la lussuosa e sicura città-stato.
di Mark Feldon
Tra le statistiche che bisogna leggere due volte c’è probabilmente la seguente: al di fuori di Israele, Monaco (Principato) ha la percentuale più alta al mondo di abitanti ebrei. Si stima che circa il cinque per cento della popolazione sia di religione ebraica – ovvero circa 2.000 persone in una città-stato con poco meno di 38.600 abitanti, su un territorio più piccolo del Tempelhofer Feld di Berlino. Il dato proviene dai due rabbini della comunità monegasca e, come tutte le autodichiarazioni, va preso con cautela. Ma anche con una stima prudente, il dato rimane notevole.
Prima della Seconda guerra mondiale a Monaco vivevano appena 300 ebrei. Quando arrivò l’occupazione – nel novembre 1942 da parte degli italiani, a partire dal settembre 1943 da parte delle truppe tedesche –, il Principato si comportò come di solito si comportano i piccoli Stati sotto pressione: in modo ambivalente.
Il principe Luigi II si rifiutò di licenziare i funzionari ebrei e rilasciò documenti d’identità falsi a singole persone in pericolo. Allo stesso tempo, già nel luglio 1941, sotto la pressione tedesca, emanò un decreto per la registrazione di tutti gli ebrei del Principato. E nella notte tra il 27 e il 28 agosto 1942, su pressione delle autorità di Vichy, la sua polizia arrestò almeno 66 ebrei. In totale furono deportate circa 90 persone da Monaco e dal territorio francese immediatamente confinante. Solo nove sono sopravvissute.
• Monaco – Parigi – Auschwitz
Tra le vittime più note figurava René Blum, direttore artistico del Théâtre de Monte-Carlo e fondatore dei famosi «Ballets Russes de Monte Carlo». Tuttavia, non fu arrestato a Monaco. La Gestapo lo prelevò dal suo appartamento parigino nel dicembre 1941, lo internò a Drancy e lo deportò il 23 settembre 1942 ad Auschwitz, dove fu assassinato poco dopo il suo arrivo.
Per decenni questi eventi rimasero un segreto mal custodito. Furono Serge e Beate Klarsfeld a spingere il Principe Ranieri III a fare i conti con il passato. Il 27 agosto 2015 – 73 anni dopo la notte dell’arresto – suo figlio, il Principe Alberto II, inaugurò nel cimitero di Monaco un monumento con i nomi dei deportati e chiese pubblicamente perdono.
«Abbiamo commesso un atto irreparabile: abbiamo consegnato alle autorità naziste donne, uomini e bambini che cercavano rifugio da noi per sfuggire alle persecuzioni subite in Francia. Non li abbiamo protetti. Era nostra responsabilità». Questa è stata la prima ammissione pubblica di colpa da parte di Monaco. Alberto ha inoltre istituito una commissione per il sostegno alle vittime di espropriazioni patrimoniali; all’epoca furono approvate nove richieste di risarcimento.
Il processo di elaborazione del passato è rimasto incompleto. Nel gennaio 2020, in occasione della cerimonia commemorativa della liberazione di Auschwitz a Gerusalemme, il ministro di Stato Serge Telle aveva assicurato verbalmente al Centro Simon Wiesenthal che avrebbe aperto gli archivi di Stato relativi agli anni dal 1942 al 1944. La prima visita agli archivi ha avuto luogo il 2 marzo 2020. Secondo il Centro Wiesenthal, i documenti dei memoriali dell’Olocausto di Washington e Parigi indicano che il numero effettivo delle vittime potrebbe essere notevolmente superiore alle 90 ufficialmente riconosciute.
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Ci sono circa 2.000 ebrei su 38.600 abitanti nella città-stato
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La comunità ebraica odierna ha pochi legami diretti con questa storia. È giovane, nel senso che è di recente formazione. La maggior parte dei membri non sono monegaschi – Monaco concede la cittadinanza con estrema rarità –, bensì stranieri che hanno trasferito qui la propria residenza. Secondo un rapporto della «Jewish Telegraphic Agency» (JTA), essa è composta principalmente da ebrei sefarditi di età superiore ai 60 anni. Molti sono immigrati dalla Francia e dalla Gran Bretagna; a questi si aggiungono ebrei nordafricani e turchi che, dopo l’indipendenza dei paesi del Maghreb, non si sono trasferiti in Israele, ma sulla Costa Azzurra. Vi sono anche emigranti di lingua russa e imprenditori israeliani.
Cosa li attrae: Monaco non applica né imposte sul reddito né imposte di successione. Molti sono milionari, altri invece semplici dipendenti nei settori del turismo, della finanza o del gioco d’azzardo. La struttura della comunità riflette in definitiva quella del Paese: è piuttosto benestante, cosmopolita e priva di profonde radici locali.
• La sinagoga Edmond Safra
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La sinagoga Edmond Safra è finora il segno più visibile della presenza ebraica nella città-stato
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Il simbolo più visibile di questa comunità è la sinagoga Edmond Safra. Riaperta nel 2017 dopo un'imponente ristrutturazione, resa possibile da una donazione di oltre dieci milioni di dollari da parte dell'omonima famiglia di banchieri, l'edificio ha la forma di un rotolo della Torah, la facciata è rivestita di pietra calcarea di Gerusalemme e l'interno è adornato da orchidee. L’uomo da cui prende il nome non solo incarna l’essenza della comunità, ma è anche diventato tristemente famoso.
Edmond Safra, nato a Beirut da una famiglia di banchieri ebrei siriani originari di Aleppo, è stato uno dei più importanti filantropi ebrei del XX secolo: sinagoghe, istituti scolastici e ospedali in diversi continenti portano il suo nome. Trascorse gli ultimi anni della sua vita nel piccolo Stato sulla Costa Azzurra. Morì nel 1999 nel suo attico in un incendio appiccato dal suo assistente, che voleva mettersi in mostra come salvatore. L’assistente fu condannato.
Le teorie del complotto, tuttavia, non si sono placate. Alla fine del 2025 Netflix ha presentato un documentario che ha suscitato grande interesse a livello mondiale e ha riportato il nome di Safra all’attenzione dell’opinione pubblica un quarto di secolo dopo la sua morte. Per la comunità di Monaco ciò ha un doppio significato particolare: l’uomo che ha finanziato l’edificio ebraico più bello del Principato è anche il volto di una True Crime Production.
• «Un motore per la crescita della comunità»
Daniel Torgmant, rabbino della comunità dal 2010, ha dichiarato alla JTA che il nuovo edificio è diventato «un motore per la crescita della comunità». La partecipazione alle funzioni religiose si è quadruplicata, mentre il numero di cerimonie di bar e bat mitzvah e di circoncisioni è salito a circa 50 all’anno. La seconda sinagoga è il centro Chabad, situato al piano terra di un edificio residenziale, con circa 200 frequentatori abituali. Le funzioni religiose si svolgono in inglese per i membri che non padroneggiano il francese. A Monaco non esiste una scuola ebraica. Le famiglie religiose mandano i propri figli a Nizza, distante circa 16 chilometri.
La città costiera francese ha un’importante comunità ebraica – e un bilancio sconvolgente di aggressioni antisemite. A differenza di quei luoghi in cui molti ebrei non si sentono al sicuro, indossare la kippah a Monaco non è un problema, ha riferito la JTA: gli episodi antisemiti sarebbero estremamente rari, la polizia avrebbe una forte presenza – un agente ogni 70 abitanti, più del quadruplo della media UE.
Questo contrasto è diventato ancora più netto dal 7 ottobre 2023. In tutta la Francia – sede della terza più grande diaspora ebraica al mondo – gli attacchi antisemiti hanno raggiunto livelli che non si registravano dalla Seconda guerra mondiale. Secondo il «Conseil Représentatif des Institutions Juives de France» (CRIF), nel 2023 sono stati registrati complessivamente 1.676 episodi antisemiti – quasi quattro volte di più rispetto all’anno precedente, quando se ne contarono 436. Tre quarti di questi episodi si sono verificati nei mesi di ottobre, novembre e dicembre 2023. Nel 2024 le cifre sono rimaste su livelli altrettanto elevati: circa 1.570 episodi. Per il 2025, il CRIF segnala ancora più di 3,5 episodi al giorno. La percentuale di violenza fisica è salita per la prima volta a oltre il 14%.
L’Agenzia Ebraica ha registrato per il 2024 più di 7.000 richieste di aliyà dalla Francia – un aumento drammatico, anche se si stima che nel 2024 siano effettivamente emigrate «solo» da 2.200 a 3.300 persone. Non tutti coloro che vogliono lasciare la Francia scelgono Israele. Monaco dista 20 minuti in auto da Nizza, è linguisticamente e culturalmente familiare, offre vantaggi fiscali – e una sicurezza che in Francia appartiene ormai al passato.
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Monaco offre una sicurezza che in Francia appartiene ormai al passato.
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I segnali politici provenienti dal Palazzo Principesco di Monaco rafforzano questa impressione. Nel 2016 Alberto II ha ricevuto dall’allora presidente israeliano Shimon Peres il premio «Friends of Zion», assegnato ai capi di Stato che si sono impegnati pubblicamente a favore di Israele. Dopo il 7 ottobre, Alberto ha immediatamente inviato un messaggio personale al presidente israeliano Isaac Herzog. Nel settembre 2025, davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, ha riconosciuto lo status di Stato della Palestina, sottolineando però nello stesso discorso «l’incrollabile sostegno di Monaco al diritto all’esistenza di Israele».
• Pieni rapporti diplomatici con Israele dal 1964, ma al contempo riconoscimento dell’OLP e ora di uno Stato palestinese
Questa formula riflette la linea che Monaco persegue da anni: pieni rapporti diplomatici con Israele dal 1964, riconoscimento contemporaneo dell’OLP e ora di uno Stato palestinese. Questa linea è sostenuta anche da strutture della società civile: l’associazione «Monaco Friends of Israel» cura i legami culturali, diplomatici ed economici tra il Principato e Israele.
Questa fitta rete istituzionale è indice di una comunità che non si considera provvisoria. A gennaio il Gran Rabbino ashkenazita israeliano Kalman Ber ha visitato la comunità – la prima visita di questo tipo –, ha incontrato il capo di gabinetto del Principe Alberto II e ha posato la prima pietra di un nuovo centro ebraico. Eduard Shyfrin, vicepresidente della comunità e organizzatore della visita, ha sintetizzato così il clima generale: «Gli ebrei in Europa si sentono come in una fortezza assediata.»
Il centro in progetto dovrà essere più di una semplice sinagoga: un luogo dedicato all’istruzione, alla cultura e all’incontro, che faccia uscire la comunità dalla sua invisibilità. Il successo di questo progetto dipende anche dal numero dei circa 2000 membri che rimarranno in modo permanente – e da quanti useranno Monaco solo come tappa di passaggio verso Israele o altrove. Monaco non pubblica dati precisi sull’immigrazione. Ciò che si può constatare è che le sinagoghe crescono e la comunità si ringiovanisce.
(Jüdische Allgemeine, 13 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Il governo israeliano approva un piano per la costruzione e lo sviluppo di comunità ebraiche in Giudea e Samaria
(JNS) Il governo israeliano ha approvato un piano da 1,3 miliardi di shekel (434 milioni di dollari) per la creazione e lo sviluppo di decine di comunità ebraiche in Giudea e Samaria, ha dichiarato il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. “Insieme al Ministro [degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali] Orit Strook, abbiamo formulato una decisione che consentirà la rapida creazione di comunità attraverso quartieri pilota nei prossimi giorni, parallelamente al processo di sviluppo permanente delle comunità”, ha scritto Smotrich su X. «Mentre [Gadi] Eisenkot e Yair Golan progettano di distruggere, noi costruiamo sempre di più», ha aggiunto, riferendosi a due leader dell’opposizione candidati alle elezioni del 27 ottobre.
Secondo la decisione del Consiglio dei ministri, adottata il 14 giugno e pubblicata per la prima volta da Channel 12 News, il governo finanzierà una rapida fase iniziale di costruzione, consistente in edifici prefabbricati, comprendente fino a 15 abitazioni e due edifici pubblici in ciascuna località. Il Ministero degli Insediamenti e delle Missioni Nazionali e il Ministero delle Costruzioni e dell’Edilizia Abitativa guideranno l’iniziativa sotto la supervisione di un comitato direttivo composto da alti funzionari governativi. Il finanziamento dà attuazione a una decisione del Consiglio dei ministri di marzo che approva la creazione di decine di nuove comunità in Samaria, nella regione di Binyamin, nella Valle del Giordano, a Gush Etzion e nell’area del Mar Morto. La decisione impone inoltre ai Ministeri governativi di accelerare la pianificazione normativa, lo sviluppo delle infrastrutture e l’assegnazione dei terreni e dei fondi necessari per le comunità permanenti. Il piano di finanziamento è stato approvato contestualmente a una decisione separata del Consiglio dei ministri che autorizza la creazione di una nuova comunità ebraica vicino a Sa-Nur, nella Samaria settentrionale, ha dichiarato Smotrich in un comunicato stampa mercoledì.
«Stiamo portando avanti una rivoluzione storica in Giudea e Samaria che impedirà l’instaurazione di uno Stato terroristico nel cuore di Israele: 104 comunità e oltre 160 fattorie che fungeranno da scudo protettivo per Ra’anana, Tel Aviv, Givatayim, Gerusalemme e l’intero Stato di Israele», ha dichiarato Smotrich. Il governo del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha intrapreso un’iniziativa senza precedenti per espandere il controllo di Israele sulla Giudea e la Samaria, approvando la costruzione di decine di migliaia di case e la creazione di decine di nuove comunità negli ultimi tre anni e mezzo. Strook ha auspicato la creazione di nuove comunità ebraiche in tutta la Giudea e la Samaria, comprese le aree amministrate dall’Autorità Palestinese. La ministra del Partito Sionista Religioso, membro del Gabinetto di Sicurezza, ha dichiarato ad Arutz Sheva che il governo guidato da Netanyahu ha annullato gran parte dei danni causati dagli Accordi di Oslo firmati con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina negli anni ’90, nonché dal disimpegno del 2005 dalla Samaria settentrionale. Strook ha però affermato: “Tutta questa terra è nostra, non solo l’Area C, ma anche le Aree B e A”. L’accordo di Oslo II del 1995 ha suddiviso i territori contesi in tre aree: A, B e C. L’area C è sotto la giurisdizione israeliana, mentre le aree A e B sono controllate dall’Autorità Palestinese. Strook ha affermato che ci sono “1,3 milioni di dunam [130.000 ettari, ovvero circa 320.000 acri] di terra non utilizzata per alcun insediamento”. Ha sostenuto che Gerusalemme “deve prenderseli perché sono nostri”, aggiungendo che lo Stato ebraico ora “deve insediarsi nell’Area A”.
(HaKol, 17 luglio 2026)
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Elezioni in Israele. La diaspora vola a casa pur di votare
Migliaia di israeliani residenti all’estero acquistano biglietti aerei per partecipare al voto del 27 ottobre e rivendicano il legame con il proprio Paese
di Alessandro Carmi
C’è chi partirà da Belgrado, chi da Atene, chi da Cambridge, nel Massachusetts. Tutti con la stessa destinazione e lo stesso obiettivo: votare. In vista delle elezioni legislative del 27 ottobre, migliaia di cittadini israeliani che vivono all’estero stanno prenotando voli per rientrare in Israele e partecipare alle elezioni della Knesset, dando vita a una mobilitazione spontanea che sta trovando grande visibilità sui social network.
La ragione è semplice. La legge israeliana, salvo limitate eccezioni riservate a diplomatici, personale statale e marittimi, non consente il voto dall’estero. Chi vive fuori dal Paese deve quindi recarsi fisicamente in Israele per esercitare il proprio diritto elettorale, sostenendo spesso costi elevati e sacrificando giorni di lavoro o di ferie.
Negli ultimi giorni la piattaforma X si è riempita di fotografie di carte d’imbarco e conferme di prenotazione pubblicate da israeliani residenti in Europa e negli Stati Uniti. Per molti è diventato anche un modo per incoraggiare altri connazionali a fare lo stesso, trasformando un gesto individuale in una sorta di campagna civica.
Tra loro c’è Ira Gommerstadt Levy, quarantenne trasferitasi a Belgrado con il marito e i due figli circa due anni fa. Per la prima volta voterà da residente all’estero e, nonostante il viaggio e le spese, considera il rientro una scelta naturale. «Israele è sempre casa», spiega. «Non importa dove viviamo oggi. Vogliamo tornare un giorno e crediamo sia importante contribuire al futuro del Paese. Votare è un dovere morale verso Israele, il popolo ebraico e i nostri figli».
Un’altra storia arriva dagli Stati Uniti. Bar Luzon, trentaduenne, vive a Cambridge dopo aver conseguito un dottorato alla New York University e aver ricevuto un incarico di ricerca al Massachusetts Institute of Technology. Anche lei volerà in Israele esclusivamente per votare.
Per Luzon queste elezioni rappresentano un momento decisivo. Racconta di essersi sempre interessata relativamente alla politica, ma di aver cambiato profondamente prospettiva dopo il 7 ottobre e tutto ciò che è seguito, a partire dalla guerra contro Hamas e dalla lunga battaglia per la liberazione degli ostaggi.
«Votare è l’unica cosa concreta che posso fare per cercare di rendere il mio Paese un posto migliore», afferma. «Israele è l’unico Paese che considero casa. Vivo negli Stati Uniti per ragioni professionali, ma continuo a seguire ogni giorno la vita israeliana e torno ogni anno. Finché il Paese attraverserà questa crisi, sento di avere la responsabilità di partecipare».
Le sue parole riflettono un sentimento condiviso da molti israeliani della diaspora. Trasferirsi all’estero per motivi di studio o di lavoro non significa necessariamente recidere il rapporto con Israele. Al contrario, molti continuano a seguire la politica, l’informazione e la vita culturale del Paese con grande attenzione, mantenendo legami familiari e personali molto stretti.
L’impossibilità di votare dall’estero è da anni oggetto di discussione in Israele. I sostenitori di una riforma ritengono che milioni di cittadini residenti temporaneamente fuori dal Paese dovrebbero poter esercitare il diritto di voto senza affrontare lunghi viaggi. I contrari osservano invece che le decisioni politiche devono essere assunte soprattutto da chi vive stabilmente in Israele e ne subisce quotidianamente le conseguenze.
Per ora la normativa resta immutata e chi desidera votare deve salire su un aereo. Una scelta che, soprattutto in occasione di elezioni considerate cruciali per il futuro politico del Paese, molti israeliani residenti all’estero sembrano disposti a compiere senza esitazioni, trasformando un costoso viaggio di ritorno in una dichiarazione di appartenenza e di responsabilità civica.
(Setteottobre, 17 luglio 2026)
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L’antisemitismo prospera sui social. Gli algoritmi premiano l'odio contro Israele
di Enrico Cerchione
Alex Karp è uno degli uomini più intelligenti e influenti dell'Occidente contemporaneo. Nato nel 1967 a New York da padre ebreo di origini tedesche e madre afroamericana, cresciuto a Philadelphia, ha studiato filosofia, si è laureato in legge a Stanford e ha conseguito un dottorato in teoria sociale all'Università Goethe di Francoforte, dove ha vissuto per anni. Non è un ingegnere né un programmatore nel senso classico: è un pensatore profondo, un filosofo che ha applicato il rigore del pensiero critico al mondo dei dati e del potere. Nel 2003-2004, insieme a Peter Thiel, ha co-fondato Palantir Technologies, l'azienda che oggi fornisce gli strumenti di analisi dati più avanzati a intelligence, forze armate e governi occidentali. Palantir non vende gadget: costruisce sistemi che permettono di vedere pattern in enormi quantità di informazioni, di prevedere minacce, di difendere democrazie da terrorismo, aggressioni statali e caos. Karp ha sempre sostenuto che le aziende tech hanno il dovere di stare dalla parte dell'Occidente, non di fingere neutralità mentre il mondo si incendia. È una fortuna enorme (e non scontata) che una mente come la sua sia schierata dalla parte giusta. In un'epoca in cui la tecnologia può essere usata per distruggere o per difendere, avere qualcuno che capisce sia la filosofia del potere sia la realtà brutale della geopolitica, e che la mette al servizio della civiltà occidentale, è un vantaggio strategico enorme. Karp è l'esempio di come l'Occidente possa ancora produrre élite competenti, coraggiose e lucide. In un'intervista Karp dice: "Se la mia famiglia non fosse scappata dalla Germania, sarei un paralume". Una scrittrice, paladina della causa palestinese, attivista con decine di migliaia di follower su X, commenta così: "Prima di tutto, sarebbe stato più utile all'umanità proprio come paralume". Lei è Susan Abulhawa, che rappresenta perfettamente una certa linea del progressismo contemporaneo: terzomondista, antì-occìdentale, convinta che il male del mondo sia quasi sempre imputabile all'Occidente, a Israele e agli ebrei. Karp stava facendo un riferimento crudo ma personale alla Shoah: la sua famiglia ebrea era scappata dalla Germania prima dell'Olocausto. Abulhawa ha preso quell'immagine (il paralume fatto di pelle umana, uno dei simboli più orribili della barbarie nazista) e l'ha rovesciata contro un ebreo vivo, dicendo che sarebbe stato "più utile all'umanità" proprio come oggetto di quel genere. È una delle frasi più oscene e antisemite che si possano leggere in pubblico oggi. Non è critica politica. Non è antisionismo. È disumanizzazione pura: trasformare un essere umano in un oggetto di uso domestico ricavato dalla Shoah. È l'inversione dell'Olocausto usata come insulto personale. Se Susan Abulhawa avesse scritto la stessa cosa su un musulmano, su un omosessuale o su una persona di colore sarebbe stata immediatamente crocifissa. Avrebbe perso editori, inviti, sponsor, probabilmente il conto su X. I media mainstream, le università, le ONG, le corporation avrebbero emesso condanne a raffica. Invece è rimasta lì, con i suoi follower, a continuare la sua militanza come se niente fosse. Questo doppio standard è uno dei segni più chiari del degrado morale di una parte del mondo progressista. In un articolo sul The Free Press, Niall Ferguson e lohn-Clark Levin spiegano come gli strumenti tradizionali che un tempo smascheravano il negazionismo dell'Olocausto (la ricerca storica, il dibattito pubblico, la memoria) siano oggi impotenti di fronte all'algoritmo e all'Intelligenza Artificiale. L'IA agisce infatti come una fonte esponenziale di bot, account coordinati e contenuti generati automaticamente: può produrre in pochi istanti migliaia di varianti di post, immagini e video che diffondono odio antisemita, inversioni della Shoah e disumanizzazioni, saturando lo spazio pubblico prima che qualsiasi correzione storica possa arrivare. Le vecchie teorie del complotto antisemita, le inversioni della Shoah, le disumanizzazioni non vengono più confutate: vengono amplificate. I bot, gli account coordinati, gli algoritmi di engagement premiano lo shock, l'odio, lo scandalo. Una frase come quella di Abulhawa non resta confinata in una nicchia: viene spinta, condivisa, vista da decine o centinaia di migliaia di persone, e normalizzata. L'articolo di Ferguson descrive esattamente il meccanismo che abbiamo appena visto all'opera: l'antisemitismo (sia nella sua versione classica di estrema destra sia in quella "progressista" e terzomondista) circola liberamente perché l'infrastruttura tecnologica lo premia. La "Storia" intesa accademicamente muore non perché viene negata in modo esplicito, ma perché viene sommersa da un flusso costante di oscenità che l'algoritmo rende virali. Alex Karp usa la sua intelligenza e la sua azienda per cercare di difendere l'Occidente dalle minacce reali. Susan Abulhawa usa la sua visibilità per diffondere un odio che, se fosse diretto contro qualsiasi altro gruppo protetto, sarebbe considerato inaccettabile. E gli algoritmi (come spiega Ferguson) fanno sì che questo odio non solo sopravviva, ma prosperi, e con l'Intelligenza Artificiale sarà esponenziale. Questa è la realtà che stiamo vivendo. E fingere che sia solo "critica a Israele" è una delle menzogne più pericolose del nostro tempo.
(Il Riformista, 17 luglio 2026)
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Israele e Libano accelerano verso un’intesa: progressi nei colloqui di Roma
Il punto centrale dei negoziati è la creazione di “zone pilota” nel Libano meridionale, dove l’esercito libanese dovrebbe assumere il controllo della sicurezza mentre Israele avvierebbe un ritiro graduale delle proprie forze. Parallelamente, il piano prevede il disarmo delle milizie presenti nell’area, in primo luogo Hezbollah.
di Anna Balestrieri
Si sono conclusi con segnali incoraggianti i due giorni di colloqui indiretti tra Israele e Libano, svoltisi il 14 e 15 luglio presso l’ambasciata statunitense a Roma sotto la mediazione degli Stati Uniti. L’obiettivo è dare attuazione all’accordo quadro raggiunto il 26 giugno, primo passo verso una progressiva stabilizzazione del confine tra i due Paesi.
• Le “zone pilota” per avviare il ritiro
Il punto centrale dei negoziati è la creazione di “zone pilota” nel Libano meridionale, dove l’esercito libanese dovrebbe assumere il controllo della sicurezza mentre Israele avvierebbe un ritiro graduale delle proprie forze. Parallelamente, il piano prevede il disarmo delle milizie presenti nell’area, in primo luogo Hezbollah.
• Il ruolo degli Stati Uniti
Washington continua a svolgere un ruolo di primo piano nella mediazione. Al termine dell’incontro del 15 luglio, funzionari statunitensi hanno definito i colloqui “produttivi e positivi”, annunciando che le parti hanno concordato le linee guida per l’attuazione delle zone pilota e che i negoziati proseguiranno ora a livello tecnico.
• Le posizioni di Beirut e Gerusalemme
Il Libano insiste affinché il ritiro israeliano dalle aree ancora occupate del sud del Paese inizi senza ulteriori ritardi. Israele, invece, ribadisce che qualsiasi ritiro definitivo dipenderà dalla capacità delle autorità libanesi di impedire il ritorno di Hezbollah nelle zone di confine e di garantire la sicurezza delle comunità israeliane del nord.
• Hezbollah resta il nodo più difficile
Il principale ostacolo al processo rimane Hezbollah, che continua a respingere ogni ipotesi di disarmo prevista dall’accordo. La questione rappresenta il punto più delicato dell’intero negoziato e sarà probabilmente al centro delle prossime sessioni tecniche.
• Un processo iniziato ad aprile
I colloqui di Roma rappresentano la sesta tornata negoziale di un percorso diplomatico avviato nell’aprile 2026, dopo la ripresa delle ostilità tra Israele e Hezbollah. Sebbene non si possa ancora parlare di un accordo di pace definitivo, i progressi registrati il 14 e 15 luglio costituiscono uno dei passi più significativi compiuti negli ultimi mesi verso una riduzione stabile delle tensioni lungo il confine israelo-libanese.
(Bet Magazine Mosaico, 17 luglio 2026)
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Buchi neri, da Israele una nuova ipotesi sul mistero dell’entropia
di Michelle Zarfati
Una ricerca condotta da uno scienziato israeliano potrebbe contribuire a risolvere uno dei più grandi enigmi della fisica teorica. Uno studio del dottor Ira Wolfson, del Braude College of Engineering di Karmiel, pubblicato sulla rivista scientifica Classical and Quantum Gravity, propone una nuova interpretazione di un problema che da oltre mezzo secolo affascina la comunità scientifica: l’origine del misterioso coefficiente che descrive l’entropia dei buchi neri.
Le origini del problema risalgono agli anni Settanta, quando il fisico israeliano Jacob Bekenstein formulò un celebre esperimento mentale: cosa accade alle informazioni contenute in un oggetto che viene inghiottito da un buco nero? Sebbene le informazioni sembrino scomparire, Bekenstein dimostrò che l’area della superficie del buco nero aumenta, intuendo un legame diretto tra tale superficie e la quantità di informazione perduta, cioè l’entropia. Successivamente Stephen Hawking perfezionò questa intuizione formulando la celebre equazione dell’entropia dei buchi neri. Al centro della formula compare un coefficiente apparentemente semplice ma rimasto a lungo enigmatico: un quarto.
Per oltre cinquant’anni quel fattore è stato utilizzato nei calcoli della fisica teorica, ma la sua origine è sempre rimasta oggetto di dibattito. Le principali spiegazioni arrivavano da modelli estremamente complessi, come la teoria delle stringhe o la gravità quantistica a loop, entrambe basate su ipotesi ancora non dimostrate sulla natura fondamentale dello spazio-tempo. Lo studio di Wolfson propone invece una spiegazione molto più essenziale. Secondo il ricercatore, il coefficiente di un quarto non sarebbe il risultato di una particolare teoria della gravità quantistica, bensì una conseguenza inevitabile della geometria del nostro universo.
La ricerca dimostra che, in uno spazio costituito da tre dimensioni spaziali e una dimensione temporale, la struttura geometrica dello spazio-tempo impone naturalmente la presenza del fattore di un quarto nell’espressione dell’entropia dei buchi neri, senza ricorrere a ulteriori ipotesi teoriche. “Pur trattandosi di fisica teorica e delle basi stesse dell’universo, quindi non di una scoperta destinata a cambiare la tecnologia di domani, il valore scientifico di questo lavoro è enorme”, ha dichiarato Wolfson. “Offre ai ricercatori un punto di riferimento solido e indipendente dai diversi modelli teorici”.
Secondo lo scienziato, il risultato potrebbe avere importanti implicazioni per la ricerca della gravità quantistica, la teoria che punta a unificare la relatività generale di Einstein con la meccanica quantistica. “Qualunque futura teoria dovrà necessariamente riprodurre questo coefficiente geometrico – ha spiegato – In questo senso, la nostra scoperta rappresenta una sorta di banco di prova per valutare la validità delle diverse teorie”. Il lavoro potrebbe inoltre contribuire a chiarire uno dei problemi più affascinanti della fisica contemporanea, il cosiddetto paradosso dell’informazione dei buchi neri, rafforzando il legame tra gravità, termodinamica e teoria dell’informazione. A volte, conclude Wolfson, “le risposte alle domande più grandi dell’universo possono essere racchiuse in un semplice numero: un quarto”.
(Shalom, 17 luglio 2026)
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A commento l'articolo che segue.
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Buco nero e tenebre
Dire che “le domande più grandi dell’universo possono essere racchiuse in un semplice numero…” è affascinante. La scienza arriva ai confini del conoscibile senza aver bisogno di quel “coefficiente apparentemente semplice ma rimasto a lungo enigmatico” che ha un nome tanto enigmatico che un buon ebreo non tenta neppure di nominare. Quello scientifico invece no, quello si conosce e si può anche nominare: un quarto. Così la scienza degli uomini è andata più addentro nei buchi neri che si trovano al confine dell’umano conoscibile. Forse c’è intorno a noi un mondo ignoto confinante col mondo noto in cui da secoli viviamo. Potrebbe essere. Alcune riflessioni di carattere biblico-metascientifico tratte dal saggio in formazione “Perché Dio ha creato il mondo?”.
Si condivide in partenza il pensiero secondo cui il primo mondo creato da Dio è quello angelico; e che tra il primo e il secondo versetto della Genesi sia avvenuta la caduta di Satana e degli angeli che l'hanno seguito. Il mondo su cui avrebbe dovuto regnare Satana è stato invaso dalle acque e l'abisso è diventato un luogo di prigionia per angeli ribelli. La creazione in cui viviamo noi esseri umani non è dunque stata creata dal nulla, ma è il risultato di un'azione di Dio che separa il vecchio e crea il nuovo. La schiera degli angeli ribelli non è stata distrutta ma relegata in regioni che la Scrittura chiama abisso (Luca 8:31) e luoghi celesti (Efesini 6:12), che sono in qualche modo "confinanti" con il mondo dell'uomo. Da queste zone le creature diaboliche possono, nei limiti imposti da Dio, uscire temporaneamente, inserirsi tra gli uomini in forma più o meno visibile e agire su di loro.[…] Per spiegare la presenza di Satana nel giardino di Eden, bisogna tener presente che la creazione non è avvenuta nel vuoto, ma in uno spazio che Dio si è ricavato con la sua luce all’interno delle macerie del mondo angelico decaduto e immerso nelle tenebre. Il mondo creato da Dio per l’uomo ha dunque sempre avuto come confinante il mondo delle tenebre, in cui si muove Satana con le sue schiere. Il diaframma che separa le due zone è la parola di Dio, che con l’ordine “Sia la luce” ha fissato un limite alle tenebre, come quando disse al mare: “Fin qui tu verrai, e non oltre; qui si fermerà l'orgoglio delle tue onde” (Giobbe 38:11).
Chissà, forse l’hanno chiamato “buco nero”, questo oggetto privo di realtà astrofisica, perché al di là del buco si potrebbe trovare un mondo di tenebre che forse sarebbe bene non voler indagare con strumenti inappropriati. M.C.
Leggere anche: “Fede cristiana, scienza e limiti della conoscenza”.
((Notizie su Israele, 17 luglio 2026)
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Aliyah dalla Francia, 230 nuovi olim arrivano in Israele
di Michelle Zarfati
Nuova ondata di aliyoth dalla Francia verso Israele. Nelle ultime ore, 230 nuovi olim sono atterrati all’aeroporto Ben Gurion a bordo di quattro voli organizzati dal Ministero dell’Aliyah e dell’Integrazione, portando a circa 800 il numero dei nuovi immigrati francesi arrivati dall’inizio dell’operazione estiva.
Ad accoglierli all’aeroporto erano presenti il ministro dell’Aliyah e dell’Integrazione Ofir Sofer, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich e decine di giovani del movimento Bnei Akiva, che hanno dato il benvenuto ai nuovi arrivati con canti e danze.
Secondo quanto riferito da Arutz Sheva (Israel National News), il Ministero prevede che nel corso dell’estate arriveranno migliaia di nuovi olim da diversi Paesi, molti dei quali intendono stabilirsi in Israele prima dell’inizio del nuovo anno scolastico.
I dati confermano inoltre la costante crescita dell’immigrazione ebraica dalla Francia. Dal 7 ottobre 2023, oltre 6.500 ebrei francesi hanno fatto aliyah, mentre nello stesso periodo sono arrivati in Israele più di 67.000 nuovi olim provenienti da tutto il mondo.
La tendenza appare in forte aumento anche nel confronto con gli anni precedenti: gli olim provenienti dalla Francia sono stati 1.097 nel 2023, 2.234 nel 2024 e 3.357 nel 2025, un incremento di oltre il 200% in due anni. Nel 2025 la Francia si è confermata uno dei principali Paesi di provenienza dei nuovi immigrati, seconda solo alla Russia e davanti a numerose altre comunità della diaspora ebraica.
(Shalom, 16 luglio 2026)
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Dopo il 7 ottobre, il ritorno alle radici: come Chabad è diventato il rifugio degli studenti ebrei nei campus americani
I numeri testimoniano una trasformazione significativa. Secondo Chabad on Campus International, nel solo 2024 oltre centomila studenti hanno preso parte ad almeno un’iniziativa organizzata dal movimento, il dato più elevato mai registrato. Oggi la rete conta più di 340 sedi distribuite tra Stati Uniti e Canada, con nuove aperture che proseguono a ritmo costante.
di Anna Balestrieri
L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e le sue ripercussioni hanno modificato profondamente il clima delle università statunitensi. Se le cronache degli ultimi due anni hanno documentato soprattutto l’escalation delle tensioni nei campus, con proteste anti-israeliane, episodi di antisemitismo e un crescente senso di vulnerabilità tra molti studenti ebrei, un fenomeno parallelo è rimasto spesso ai margini del dibattito pubblico.
• Tra paura e isolamento, una nuova geografia della vita ebraica universitaria
Accanto alla radicalizzazione dello scontro politico si è infatti sviluppato un inatteso processo di rafforzamento dell’identità ebraica, che ha trovato nel movimento Chabad-Lubavitch uno dei suoi principali punti di riferimento.
Per molti giovani, le sedi di Chabad non sono diventate semplicemente luoghi di culto, bensì spazi di socialità, appartenenza e sostegno psicologico in un contesto percepito come sempre più ostile.
• Quando il campus smette di essere casa
Negli ultimi due anni numerosi studenti hanno raccontato di essersi sentiti isolati all’interno delle università americane. Manifestazioni, slogan estremi, occupazioni e tensioni politiche hanno inciso profondamente sulla quotidianità accademica, alimentando in molti la sensazione che dichiarare apertamente la propria identità ebraica o il proprio legame con Israele fosse diventato sempre più difficile.
Per una parte consistente della popolazione studentesca ebraica il problema non è stato soltanto il dissenso politico, ma la percezione di una crescente marginalizzazione sociale.
In questo scenario, Chabad ha assunto un ruolo che va ben oltre la dimensione religiosa, offrendo un ambiente nel quale sentirsi accolti senza dover giustificare la propria identità.
• Una rete che continua a crescere
I numeri testimoniano una trasformazione significativa. Secondo Chabad on Campus International, nel solo 2024 oltre centomila studenti hanno preso parte ad almeno un’iniziativa organizzata dal movimento, il dato più elevato mai registrato. Oggi la rete conta più di 340 sedi distribuite tra Stati Uniti e Canada, con nuove aperture che proseguono a ritmo costante.
La crescita non riguarda soltanto le grandi università d’élite, ma coinvolge anche atenei di dimensioni più ridotte, dimostrando come la domanda di comunità e appartenenza attraversi trasversalmente il sistema universitario nordamericano.
Harvard, Yale, Michigan, Emory, Swarthmore: in contesti molto diversi tra loro si registrano partecipazioni record a cene di Shabbat, celebrazioni pubbliche di Hanukkah, incontri culturali e concerti.
Emblematico il caso dell’Università del Michigan, dove oltre seicento persone hanno partecipato all’accensione pubblica della menorah durante Hanukkah, mentre a Yale uno Shabbat comunitario ha riunito circa cinquecento studenti, con centinaia di richieste rimaste in lista d’attesa.
• Una strategia diversa dalla politica
Uno degli elementi che distingue Chabad da molte altre organizzazioni ebraiche presenti nei campus è l’approccio.
Piuttosto che trasformarsi in un soggetto impegnato nello scontro politico quotidiano, il movimento continua a privilegiare relazioni personali, spiritualità, convivialità e tradizione religiosa.
La forza di Chabad risiede proprio nell’aver scelto di non rispondere alla polarizzazione con altra polarizzazione.
Le attività proposte sono volutamente inclusive: possono parteciparvi studenti ortodossi, riformati, conservatori, laici, giovani poco praticanti e perfino coloro che si avvicinano per la prima volta alla tradizione ebraica.
Secondo numerosi osservatori, questa impostazione permette al movimento di evitare le divisioni interne che negli ultimi anni hanno interessato altre istituzioni ebraiche universitarie, spesso coinvolte nelle accese discussioni sulla politica israeliana.
• Il valore dell’accoglienza
Le cene del venerdì sera rappresentano uno degli strumenti più efficaci di questo modello.
In molte università partecipano regolarmente tra duecento e trecento studenti, molti dei quali non avevano mai preso parte in precedenza a una celebrazione dello Shabbat.
L’obiettivo non è trasmettere un’ortodossia rigorosa, bensì offrire un’esperienza concreta di comunità nella quale ciascuno possa sentirsi parte di qualcosa di più grande.
Non è raro che, conclusa la cena, piccoli gruppi di studenti rimangano ancora per ore a discutere con rabbini e rebbetzin, affrontando temi religiosi ma anche questioni personali, dubbi esistenziali e difficoltà quotidiane.
• Le radici di un modello nato mezzo secolo fa
L’attuale successo di Chabad non nasce tuttavia come risposta agli eventi del 7 ottobre.
Le sue origini risalgono agli anni Sessanta e Settanta, quando il Rebbe di Lubavitch, Menachem Mendel Schneerson, avviò una vasta opera di diffusione dell’ebraismo tradizionale tra giovani spesso lontani dalla pratica religiosa.
L’idea era semplice ma rivoluzionaria: aprire case, non soltanto sinagoghe; costruire relazioni prima ancora di impartire insegnamenti; incontrare ogni ebreo senza giudicarne il livello di osservanza religiosa.
Quell’approccio, fondato sull’accoglienza personale e sull’esperienza condivisa, costituisce ancora oggi il cuore dell’identità di Chabad nei campus.
Il concetto di pintele yid — la scintilla ebraica presente in ogni individuo — continua a rappresentare uno dei principi ispiratori del movimento: ogni persona possiede un legame profondo con la propria identità, anche quando sembra essersene allontanata.
• Tra identità e futuro
Secondo recenti studi condotti dalle principali organizzazioni ebraiche nordamericane, Chabad registra oggi uno dei più elevati livelli di fidelizzazione tra tutti i soggetti impegnati nella vita comunitaria.
Molti giovani che si avvicinano alle sue attività continuano infatti a frequentarle stabilmente anche negli anni successivi.
Il fenomeno sembra riflettere una trasformazione più ampia dell’ebraismo americano, nel quale cresce l’interesse verso forme di appartenenza religiosa capaci di coniugare tradizione, autenticità e inclusione.
In un contesto universitario segnato da forti contrapposizioni ideologiche, Chabad sembra aver intercettato un bisogno diverso: quello di ricostruire comunità prima ancora che consenso politico.
• Una risposta alla crisi della solitudine
L’esperienza degli ultimi due anni mostra come la risposta alle tensioni nei campus non sia passata esclusivamente attraverso il rafforzamento delle misure di sicurezza o il dibattito pubblico sull’antisemitismo.
Per migliaia di studenti, la risposta è stata soprattutto il ritorno a una comunità.
Più che un rifugio religioso, Chabad appare oggi come uno spazio identitario nel quale ritrovare relazioni, continuità culturale e senso di appartenenza. In un’epoca in cui molti giovani faticano a riconoscersi nelle istituzioni tradizionali, il successo del movimento suggerisce che la ricerca di autenticità e di legami umani possa rivelarsi, almeno quanto il confronto politico, una delle chiavi per comprendere il nuovo volto della vita ebraica nelle università nordamericane.
(Bet Magazine Mosaico, 16 luglio 2026)
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La Chiesa d’Inghilterra promuove un documento che accusa Israele di genocidio
La Chiesa d’Inghilterra ha votato a favore di un confronto con un controverso documento cristiano palestinese che accusa Israele di genocidio e descrive lo Stato ebraico come “un’impresa coloniale fondata sul razzismo”, ignorando gli appelli del rabbino capo britannico a respingerlo. La decisione dell’organo di governo della chiesa, noto come Sinodo Generale, che è stata fortemente condannata dall’organizzazione ombrello degli ebrei britannici e dal rabbino capo della Gran Bretagna, giunge in un momento di antisemitismo globale in seguito all’attacco del 7 ottobre guidato da Hamas contro il sud di Israele.
Il documento contestato, intitolato “Momento della verità: la fede in un tempo di genocidio”, è stato redatto lo scorso anno da Kairos Palestine, un movimento ecumenico di cristiani palestinesi, e descrive la campagna militare israeliana a Gaza successiva all’attacco guidato da Hamas del 7 ottobre 2023 come un “genocidio”, affermando inoltre che Israele è un'”impresa coloniale fondata sul razzismo”. Il testo di 14 pagine, noto come Kairos II, fu redatto due anni dopo il peggior attacco al popolo ebraico dai tempi dell’Olocausto e afferma che “occupazione”, “apartheid” e “colonialismo di insediamento” sono al centro del conflitto israelo-palestinese. Respinge inoltre il sionismo cristiano.
Il rabbino capo della Gran Bretagna ha affermato che era “vergognoso” che la Chiesa d’Inghilterra avesse raccomandato di prendere in considerazione un documento del genere, e ha definito l’accaduto “un giorno triste” per le relazioni ebraico-cristiane. “Questo è un documento pieno di falsità, che rifiuta apertamente il dialogo, usa una retorica estremista per mettere in discussione l’esistenza stessa di Israele e si oppone agli accordi di pace esistenti nella regione”, ha scritto il rabbino capo Sir Ephraim Mirvis su X. “Sebbene si presenti come una via verso la comprensione, Kairos II in realtà funziona come un ostacolo insormontabile, riducendo uno dei conflitti più complessi del mondo a un’unica narrazione distorta, che non può che nuocere alla causa della pace”, ha scritto.
Un ex arcivescovo di Canterbury ha fatto eco alle parole del rabbino capo, affermando che la decisione ha danneggiato le relazioni interreligiose. “In qualità di Governatore Supremo della Chiesa d’Inghilterra e Patrono del Consiglio dei Cristiani e degli Ebrei, il Re potrebbe, senza alcuna colpa da parte sua, constatare che la Chiesa che rappresenta si è ora impegnata a promuovere un documento che rischia di minare decenni di attenta costruzione di relazioni, per usare le parole del Rabbino Capo Ephraim Mirvis”, ha affermato Lord Carey. Carey ha ricoperto il ruolo di guida spirituale della Chiesa d’Inghilterra dal 1991 al 2002.
Il Board of Deputies of British Jews ha affermato che la mozione approvata era “altamente problematica” e che le falsità e le distorsioni contenute nel documento, tra cui la cancellazione dell’identità e della cultura ebraica, rappresentano una ricetta per ulteriori divisioni. “Esiste inoltre una chiara tensione tra il linguaggio incendiario del documento e l’obiettivo dichiarato della Chiesa di contrastare l’antisemitismo”, ha affermato l’organizzazione ebraica britannica. «Questo documento odioso mina il diritto all’esistenza dell’unico Stato ebraico al mondo e cerca di giustificare le atrocità del 7 ottobre attribuendone la responsabilità a Israele», ha scritto su X l’inviato speciale di Israele per il mondo cristiano, l’ambasciatore George Deek. «In un momento di odio senza precedenti contro gli ebrei, e dopo secoli in cui le istituzioni cristiane hanno contribuito alla persecuzione degli ebrei, la Chiesa ha una responsabilità speciale di esercitare chiarezza morale. Invece, ha scelto di premiare l’estremismo, danneggiare le relazioni cristiano-ebraiche e gettare profonda vergogna sulla Chiesa d’Inghilterra».
(HaKol, 16 luglio 2026)
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Un tunnel terroristico rivela la strategia di Hezbollah
Un tunnel scoperto a fine giugno nel Libano meridionale offre uno spaccato della strategia di Hezbollah: sotto un villaggio civile, la milizia terroristica preparava attacchi con droni contro gli israeliani.
di Benjamin J.
I genieri dell’unità speciale Jahalom e i combattenti della Brigata 551 operano nel Libano meridionale. Alla fine di giugno è stato scoperto un enorme tunnel terroristico. Pozzi di lancio, sale d’attesa, pista di decollo per droni, decine di ordigni esplosivi: tutto questo era stato nascosto dall’organizzazione terroristica Hezbollah nel villaggio «civile» di Majdal Sun.
Già il 24 ottobre dello scorso anno l’esercito israeliano aveva attaccato le infrastrutture del tunnel, bloccandole parzialmente. Tuttavia, come in altre zone del Libano meridionale, Hezbollah ha cercato di ripristinare inosservato questo sito strategicamente importante, per poter continuare a minacciare i centri abitati a nord e la costa israeliana.
Questa volta un attacco aereo non è stato sufficiente. Le truppe Jahalom, che operavano sotto il comando della 551ª Brigata della 91ª Divisione, sono penetrate nel villaggio via terra e si sono imbattute nell’infrastruttura terroristica ivi costruita – sia in superficie, sotto forma di depositi di armi e posti di osservazione, sia a circa 25 metri di profondità. Hanno così scoperto un cunicolo sotterraneo principale lungo circa 200 metri con quattro pozzi di lancio e dodici stanze, che fungevano da alloggi e depositi per cariche esplosive, missili anticarro e droni. Nell’intera area sono stati uccisi più di 20 terroristi di Hezbollah, dieci dei quali appartenenti all’unità «Radwan».
Ma nemmeno queste cifre descrivono appieno la situazione nella zona di Majdal. Sopra la fortezza, infatti, sorge un villaggio. Nelle vicinanze si trovano edifici civili, una moschea e una scuola. Sotto di essi si nasconde l’infrastruttura operativa che ha permesso a Hezbollah di raccogliere e immagazzinare droni nel bel mezzo di un’area civile. Da lì avrebbero dovuto anche decollare. La strategia prevista: nascondersi dietro la vita stessa e, al contempo, utilizzarla come scudo protettivo per un’intera organizzazione terroristica.
• Una minaccia per tutto Israele
«Questi velivoli hanno un’autonomia compresa tra i 200 e i 500 chilometri», spiega il comandante su un canale social dell’esercito israeliano. «Ciò significa che minacciavano non solo il nord di Israele, ma anche gran parte della costa israeliana. È proprio per questo che siamo venuti qui, per privare Hezbollah di queste capacità».
Non sorprende che parte del materiale bellico rinvenuto sia stato finanziato dall’Iran: «Le armi qui sono simili a quelle utilizzate da tutti i gruppi proxy, da Hezbollah agli Houthi nello Yemen. È fondamentale che queste armi non rimangano nelle mani del nemico».
• Le armi sono conservate anche in molte abitazioni
La storia non finisce sottoterra, ma prosegue anche in superficie. «Siamo nella parte occidentale del Libano da diversi mesi e nelle ultime settimane qui nel villaggio», afferma il maggiore M., un combattente della 551ª brigata. «Sapevamo che qui c’era un nemico, ma non sapevamo quanto fosse radicato nel terreno. Quasi ogni casa dispone di armi e ordigni di guerra in quantità significativa».
«C’è ancora molto da fare», spiega il tenente colonnello D. poco prima del culmine delle operazioni alla fine di giugno, «ma i soldati qui sono pieni di soddisfazione. Siamo riusciti a localizzare il tunnel e le infrastrutture – davvero con sangue, sudore e lacrime. Oggi, grazie a queste operazioni, comprendiamo che la nostra presenza protegge i bambini del Nord – e la loro sicurezza è, in definitiva, la sicurezza di tutti noi».
• Anche un giornalista tedesco ha visitato il tunnel
Anche un giornalista tedesco, Jan Philipp Burgard di Global Reporter (Axel Springer), ha visitato il tunnel con un cameraman, accompagnato dall’esercito. Di notte ha documentato i reperti: «Da qui sono stati preparati molti attacchi aerei letali contro Israele», spiega Burgard davanti alla telecamera, mentre supera i droni e si addentra nel tunnel. Sottolinea che le scritte sulle casse di munizioni indicano chiaramente una provenienza iraniana. - Benjamin J. è originario della Germania. Vive in Israele dall’età di 27 anni. È cristiano, marito, padre di cinque figli e attivo come volontario presso i vigili del fuoco e la polizia di frontiera nel distretto di Hadera.
(Israelnetz, 16 luglio 2026 - trad. www.ilvangelo-israele.it)
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Israele non può ritirarsi dalla Siria e dal Libano. I miliziani di Hezbollah tornerebbero nelle basi
di Antonio Picasso
«Grazie Donald, ma anche no». Potrebbe aver risposto cosi Il premier israeliano Netanyahu alla richiesta di Trump di far ripiegare le Israel Defence Forces dai territori siriano e libanese tuttora sotto il loro controllo. Dopo l'invito a non intervenire nella terza ondata di attacchi contro l'Iran, gli Usa alzano la posta. E mentre la prima richiesta ha una ragion d'essere strategica e un'utilità politica, per Gerusalemme, una ritirata è irricevibile. A tre mesi dal voto, una mossa del genere varrebbe il suicidio politico per Bibi. «Siria e Libano sono comunque due questioni diverse», dice Avraham Levine, dell'Alma Research and Education Center, di Kfar Vradim (Galilea occidentale). «Dalla Siria Israele potrebbe ritirarsi anche domani e mantenere lo stesso livello di sicurezza per gli abitanti delle Alture del Golan, naturalmente adottando le giuste misure». I rapporti tra Stato ebraico e la Damasco post-Assad sono ancora in via interlocutoria. Sulla Siria pesa l'ombra della Turchia. Cosa che non può andar bene a Gerusalemme. D'altra parte, il nuovo leader siriano, Ahmad al-Shara, o al-Jolani, a seconda dei punti di vista, ha dimostrato una tale spregiudicatezza da poter dire che una normalizzazione delle relazioni sia plausibile. «È una scommessa, certo», aggiunge Levine. «Ma con l'adeguato lavoro e i negoziati impostati nella giusta maniera, credo che si possano ottenere buoni risultati».
In Siria è in corso una ristrutturazione delle forze armate. Nuove divisioni, nuovi territori di competenza, nuovi comandi tutti assegnati a veterani di al-Nusra, Manco a dirlo. «Tuttavia, se al-Sharaa dicesse di voler riportare Israele alla linea di confine precedente al controllo del regime di Assad, Israele potrebbe anche accettare, rinunciando alle posizioni conquistate dopo la caduta del dittatore». Sarebbe un do ut des all'insegna della concretezza.
Diverso è il caso del Libano. Ovvio. «Se Israele si ritirasse, non solo i civili sciiti tornerebbero nelle proprie abitazioni, ma anche i miliziani di Hezbollah», dice Levine. Chi ha visitato il quartier generale di Alma non può dimenticare i binocoli a disposizione nella briefing room per osservare le colline oltreconfine. Le postazioni di tiro del Partito di Dio, adesso abbandonate, sono più che vicine, sono attaccate ai centri abitati israeliani. «Sono molto contento che Israele e Libano stiano parlando. Credo che Beirut stia dicendo le cose giuste nei confronti di Hezbollah e dell'Iran. Ma penso anche che abbia ancora moltissimo da dimostrare sul piano delle azioni». La prima mossa sarebbe accompagnare alla frontiera l'ambasciatore iraniano, Mohammad Reza Sheibani. Che avrebbe dovuto lasciare il Paese a marzo. Invece è ancora a Beirut.
Dalle posizioni operative, le buone intenzioni del governo libanese e i negoziati in corso a Roma sono prese con le molle. Levine preferisce guardare la questione dal punto di vista pratico. Politica e analisi non sono pane per i suoi denti. Il Libano del Sud è stato bonificato da Hezbollah per mano delle Idf. «L'esercito libanese e Unifil hanno dimostrato di essere completamente inutili. Oggi come negli ultimi venticinque anni, hanno messo in fila un fallimento dopo l'altro. Le forze libanesi non hanno mezzi, risorse e, a mio avviso, neanche la sincera intenzione di contrastare Hezbollah», Come dargli torto? Stando all'Institute for National Security Studies (Inss), gli sciiti sarebbero il 30-60% dell'esercito regolare libanese. Un delta molto ampio, quindi attendibile il giusto. D'altra parte, il Libano non è un Paese per referendum.
«Ripiegando, ci troveremmo esattamente al punto di partenza». Ovvero alla notte tra il 6 e il 7 ottobre 2023, quando anche dal Libano del Sud sarebbe dovuto partire l'attacco in simultanea con quello di Hamas da Gaza. «Se così fosse stato, oggi non avremmo Israele». Lunedì Netanyahu sarà a Washington. Con questa richiesta rimbalzata al mittente, il bilaterale si prevede complesso. Mancano quattro giorni, però. Può succedere di tutto.
(Il Riformista, 16 luglio 2026)
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