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Notizie 1-15 marzo 2021


Gli israeliani alle urne il 23 marzo, scenari possibili

Come andrà quello che suona come un nuovo referendum pro o contro il più longevo primo ministro dello Stato ebraico: Benjamin Netanyahu? Il quadro è più che mai complesso. Cosa immaginano i sondaggi?

di Giorgio Bernardelli

Manca poco più di una settimana in Israele al nuovo appuntamento con il voto. E quella che si va profilando è la più strana tra le quattro elezioni che si sono succedute nell'arco di appena due anni. Perché lo schema - è vero - è sempre lo stesso: siamo all'ennesimo referendum pro o contro Benjamin Netanyahu. Ma stavolta il mosaico è davvero molto complicato. E non sarà facile anche solo leggere i risultati che la sera di martedì 23 usciranno dalle urne.
   Intanto: se siete rimasti fermi al testa a testa tra Netanyahu e Benny Gantz siete fuori strada. Dopo il suicidio politico commesso in primavera accordandosi con il Likud l'ex generale sarà già tanto se col suo partito riuscirà ad entrare alla Knesset superando la soglia di sbarramento del 3,25 per cento. Gantz è ormai fuori dai giochi; però non esiste un vero sostituto. O meglio: i sondaggi danno le forze che giurano di non allearsi con Netanyahu come maggioritarie, ma in un fronte estremamente frammentato e composto da formazioni incompatibili tra loro. Quella che dovrebbe raccogliere più consensi è Yesh Atid (C'è un futuro), partito centrista di impronta laica guidato da Yair Lapid, ex giornalista televisivo in politica ormai da una decina d'anni. Ma per la sua avversione ai partiti religiosi ebraici per riuscire a togliere lo scettro a Netanyahu dovrebbe mettere insieme uno schieramento che va dall'ex Likud (e leader del neonato partito Nuova Speranza) Gideon Sa'ar ai pacifisti del Meretz. Un'impresa decisamente difficile.
   Anche Netanyahu, però, ha poco da stare tranquillo. Perché è vero, non ci sono dubbi sul fatto che tra una settimana sarà ancora lui il leader del partito di maggioranza relativa nel parlamento israeliano. Ma Bibi contava di capitalizzare nelle urne il consenso per l'operazione vaccini anti Covid-19, su cui ha puntato tutto (compresa la possibilità di svicolare il processo sulle tre accuse per corruzione che proprio la pandemia in questi mesi ha rallentato). Invece i sondaggi non sembrerebbero dargli ragione: dovrebbe fermarsi sotto quota 30 seggi sui 120 della Knesset. E in un sistema proporzionale puro come è quello israeliano vorrebbe dire ricominciare per la quarta volta a comporre un altro puzzle difficilissimo. Dalla sua il Likud ha certamente i voti dei due partiti religiosi: lo Shas (sefardita) e Giudaismo unito nella Torah (aschenazita). Anche Yamina, il partito di Naftali Bennett, quasi certamente tornerebbe all'ovile. Solo che i voti di queste quattro formazioni da sole anche stavolta difficilmente basteranno.
   Per questo Netanyahu ha puntato molto su un nuovo partito ancora più a destra di Yamina: si chiama Partito Religioso Sionista ed è frutto dell'alleanza tra Bezalel Smotrich - quarantenne popolarissimo nel mondo dei coloni - e l'ultranazionalista Itamar Ben-Gvir di Oztma Yehudit, il partito che si rifà all'ideologia apertamente razzista di Meir Kahane. La scommessa di Bibi è che passino la soglia di sbarramento e gli diano i voti necessari per arrivare all'agognata quota 61.
   Anche questo scenario, però, al momento è molto in forse: il Partito Religioso Sionista dovrebbe entrare sì alla Knesset, ma togliendo seggi a Yamina e ai due partiti religiosi.
   A quel punto a Netanyahu rimarrebbe solo l'ultimo jolly, quello più sorprendente: il partito arabo Ra'am, uscito dalla Lista Araba Unita e in corsa in solitaria a queste elezioni. Il suo leader Mansur Abbas - in aperta contrapposizione ad Ayman Odeh (il leader della Lista Araba Unita ndr) - in nome di un ipotetico «pragmatismo» nell'interesse degli arabi israeliani che vivono nel nord di Israele, in questi ultimi mesi ha più volte ventilato la possibilità di un appoggio esterno a Netanyahu a determinate condizioni. Anche per questo - come raccontavamo già qualche settimana fa - Bibi in questa campagna elettorale ha puntato molto sugli arabi israeliani. Ma non si vede come neanche lui possa riuscire a tenere insieme i voti di Itamar Ben-Gvir e Mansur Abbas.
   Attenzione, però: Israele ha una lunga storia di sondaggi pre-elettorali sbagliati. E questa volta è tutto ancora più difficile; ci sono, infatti, ben quattro formazioni vicinissime alla soglia di sbarramento. Basta dunque una manciata di voti in più o in meno per ciascuna a cambiare di molto la partita. Riaprendo o chiudendo molti giochi. Con un ultimo particolare a complicare ulteriormente la scena: il 24 luglio finirà il mandato del presidente israeliano Reuven Rivlin che per legge non è rieleggibile. Dunque, comunque vada, sarà la Knesset che tra pochi giorni uscirà dalle urne a scegliere il suo successore.

(Terra Santa, 15 marzo 2021)


Locali aperti e niente mascherine. In Israele funziona già tutto

di Paola Pellai

Te ne accorgi subito. Tel Aviv è una città senza passato, ma vertiginosamente proiettata nel futuro. Una distesa enorme di grattacieli ed altrettanti in costruzione. Impossibile non stupirsi se si pensa che la città è stata fondata solo nel 1909 da un gruppo di residenti della vicina Giaffa, oggi un suo sobborgo. In poco più di un secolo Tel Aviv è diventata un centro di potere finanziario e politico, a livello internazionale. Ha mezzo milione di abitanti, il 96% sono ebrei, il 3% arabi musulmani e l'1% arabi cristiani. Lo slancio verso il futuro è stato determinante in tempi di pandemia. «Non c'è e non ci sarà l'obbligo di vaccinazione in Israele e non ci saranno sanzioni personali per chi non si vaccina» ribadì un mese fa Yuli Edelstein, il ministro della Sanità, specificando però che avrebbe rischiato il carcere chiunque avesse tentato di falsificare il Green Pass, la certificazione che testimonia la doppia immunizzazione. Non c'è stata imposizione eppure Israele ha onorai concluso il suo piano vaccinale, con oltre 5 milioni di abitanti messi al sicuro e liberi di frequentare palestre, ristoranti, concerti e persino di tomare allo stadio. In Israele la campagna vaccinale è iniziata il 19 dicembre 2020 perché «è l'unico modo per fare ripartire la nostra economia» dichiara drastico il primo ministro Benjamin Netanyahu. E così mentre da noi si perdevano tempo e soldi in inutili Primule e deprimenti spot di Giuseppe Tornatore per la Rai, in Israele si agiva. Vaccinazioni senza burocrazia, direttamente nelle aziende, nei centri commerciali, addirittura all'Ikea e nei tradizionali luoghi della movida.

 LOCALI APERTI
  Da noi i locali sono demonizzati, a Tel Aviv il vaccino te lo somministrano al bancone di sette pub alla moda senza l'ansia della prenotazione e con tanto di birra in omaggio. Sembra un altro mondo e fa rabbia pensare che, dal 16 ottobre 1997, Tel Aviv è gemellata con Milano. Il sindaco Sala poteva fare tesoro di tante indicazioni ed invece ancora oggi si limita ad esprimere «ottimismo per il futuro di Milano ma preoccupazione per questo periodo che ci attende». Eppure bastava copiare... Come a scuola Tel Aviv è il simbolo di come un Paese considerato "difficile" possa funzionare in sicurezza, anche se intorno ha una polveriera legata a tensioni geopolitiche mai risolte. Persino la Farnesina ti mette in guardia se vuoi metterti in viaggio verso Israele. La realtà è che la paura ti lascia nel momento stesso in cui ci atterri. Il Ben Gurion di Tel Aviv è l'aeroporto più sicuro al mondo, nonostante i 15 milioni di transiti annuali che poco alla volta stanno riprendendo, dopo il blocco dei voli per la pandemia. Qui è impossibile arrivare o ripartire con istinti kamikaze o da dirottatore. Da qui non esci o non entri se sei schedato come pericoloso. Sanno tutto di te già 24 ore prima perché devi fornire in anticipo le generalità e i dati del passaporto. Una volta atterrato non c'è nulla di te che passi inosservato o non sia monitorato. Ti fanno domande di ogni tipo, ti controllano la postura, la gestualità e la prontezza nelle risposte a domande che spesso entrano nella privacy. Alla fine ti etichettano il passaporto con un adesivo: è un codice a barre dove la combinazione numerica indica la tua pericolosità, da 1 a 6.

 REGOLE RISPETTATE
  Tel Aviv non è Milano: funziona e cresce perché ci sono regole rispettate per dovere e magari pure perché Dio ti guarda. La verità è che sui mezzi pubblici tutti pagano il biglietto e tutti hanno un posto a sedere. Non ci sono senzatetto in giacigli di cartone a trascorrere la notte sui marciapiedi. Ci sono i semafori ma non i lavavetri. La raccolta della plastica è fatta senza chip ma semplicemente per coscienza. La spiaggia è libera, tenuta pulita anche nelle giornate di brutto tempo e con attrezzature a prezzo municipale per chilometri e chilometri. II turista è il valore aggiunto delle proprie risorse e, come tale, non è considerato un pollo da spennare ma un patrimonio da salvaguardare. E così, ad esempio, la tassa di soggiorno negli hotel la pagano soltanto i residenti in Israele. Una scelta vincente considerati i 4,6 milioni di turisti stranieri del 2019 (ultimo dato che fa testo), record storico, con l'11% in più rispetto all'anno prima ed entrate per 6 miliardi di euro.

 SOLDATI SORRIDENTI
  Certo, il primo giorno a Tel Aviv lo trascorri a prendere le misure a quei soldati sorridenti con la faccia da bambino che imbracciano un'arma e che incontri ovunque. Ma proprio ovunque. Seduti al tuo fianco in autobus, a passeggio sulla spiaggia, al museo ad ammirare il tuo stesso quadro impressionista, al chiosco dei falafel... Ed è strano come la sensazione cambi con il passare delle ore. All'inizio ti sembra sempre che possa partire un colpo accidentale, in seguito hai la certezza che quelle stesse armi sono il valore aggiunto alla tua tranquillità. In Israele la leva militare è obbligatoria per uomini (32 mesi) e donne (24) al compimento del 18° anno di età. Se ti sottrai, diventi automaticamente un trasgressore. Tel Aviv è così un esercito a cielo aperto, stimolato dalla stessa città ad ostentare le divise. Ad esempio, l'unica gratuità al locale museo dell'arte è per i militari che indossano la divisa. Chi è militare ma ci arriva senza indossarla ha diritto solo alla riduzione del biglietto.

 COPERTURA TOTALE
  L'esercito israeliano, l'Idf, è dal 1948, l'anno della sua creazione, la forza militare più potente del Medio Oriente: può contare su 180mila uomini e donne in servizio attivo e quasi 450mila riservisti richiamabili alle armi, oltre ad un investimento del 6,5% del Pil nazionale. Non è un caso che proprio l'esercito israeliano sia stato il primo al mondo a raggiungere l'immunità di gregge (con oltre l'85%) per il Covid. I soldati fanno da esempio e da traino ad una vaccinazione che, senza mezzi termini, è stata proposta come il solo mezzo per risollevarsi: il tasso di disoccupazione del 15,4 nel 2020 è destinato a scendere quest'anno all'8,6% nella previsione di una vaccinazione completata e della totale riapertura di ogni attività economica entro maggio. II Covid non ha fermato le oltre 6000 startup né cancellato il 4,3% del Pil investito in ricerca e sviluppo. Lo Stato ha una visione strategica ed imprenditoriale, pubblico e privato collaborano per il bene comune. Alla fine la guerra la stanno vincendo loro, confermando che il Covid lo puoi battere solo con le "armi" giuste. Altro che Primule...

(Libero, 15 marzo 2021)


Sviluppiamo un vaccino assieme. Israele tende la mano all'Italia

In Israele si sta sviluppando un farmaco che dovrebbe essere disponibile entro l'estate. L'ambasciatore Eydar annuncia: "Proporrò al governo italiano di partecipare alla fase finale

di Silvia Bosco

La scorsa primavera "è stato firmato un memorandum d'intesa tra l'Istituto di Biologia di Ness Ziona e il Careggi Medical Center di Firenze, e so che è in corso un dialogo proficuo tra gli scienziati delle due istituzioni, sullo sviluppo di farmaci per il coronavirus". A dichiararlo è stato l'ambasciatore di Israele a Roma, Dror Eydar, durante il webinar "Vaccini: il modello Israele contro l'emergenza Covid", organizzato dall'Intergruppo parlamentare Italia-Israele, in collaborazione con l'ambasciata di Israele a Roma.
   All'evento - tenutosi in un contorno di cronaca che vede il sequestro preventivo d'urgenza sul tutto il territorio nazionale di un lotto AstraZeneca e l'annuncio di un accordo per la produzione del russo Sputnik in Italia - hanno partecipato anche il responsabile della task force anti-Covid del Maccabi Healthcare Services, Arnon Shahar, il senatore Lucio Malan (Forza Italia), presidente dell'intergruppo parlamentare Italia-Israele, e l'onorevole Marco di Maio (Italia Viva).
   Il dialogo tra Italia e Israele (che ha vaccinato più della metà della sua popolazione e sta andando verso un ritorno alla normalità) per condividere esperienze nella lotta al coronavirus va avanti da circa nove mesi, attraverso incontri settimanali di aggiornamento tra i ministeri della Salute dei due Paesi, ha detto Eydar. Che ha sottolineato anche che "è utile per imparare gli uni dagli altri".
   La nuova frontiera della collaborazione bilaterale nella lotta al Covid-19 potrebbe riguardare anche lo sviluppo di un nuovo vaccino, ha spiegato. "In Israele si sta lavorando a sviluppare un vaccino, e speriamo che sia disponibile entro l'estate. È mia intenzione proporre al governo italiano di partecipare alla fase finale dello sviluppo di questo vaccino", ha detto. Nel prossimo futuro, Israele sarebbe lieto di "condividere le informazioni con il nuovo governo sia per quanto riguarda i vaccini, sia su come uscire dalla crisi economica che sta colpendo tutti noi sulla scia della pandemia". "Vogliamo anche promuovere il programma Green passport per l'ingresso in Italia di persone vaccinate in Israele e viceversa, senza necessità di isolamento".
   Durante il webinar l'esperto Shahar ha parlato anche dell'efficacia dopo 14 giorni dalla seconda dose del vaccino Pfizer in Israele: è emersa una capacità di prevenire lo sviluppo della malattia sintomatica severa e la mortalità del 94-98 per cento. "Sono numeri strepitosi", ha evidenziato. Infine, in merito al dibattito nato sulla correlazione tra decessi e somministrazione del vaccino Astra-Zeneca, l'esperto ha chiarito: "Non ci possiamo aspettare che non ci siano effetti collaterali. Non ci dobbiamo spaventare per un effetto collaterale. Bisogna basarsi su numeri, sulla scienza".
   Sempre oggi Nachman Ash, coordinatore anti-Covid di Israele, ha spiegato alla radio militare che la durata dell'immunità offerta dai vaccini è ancora sconosciuta, ma "probabilmente sarà più lunga di sei mesi". Dipenderà, ha detto, dai risultati delle prove, dai dati epidemiologici, dalla capacità dei vaccini di proteggere, da tutti i nuovi ceppi, e dalla misura in cui le persone vaccinate vengono contagiate dal virus. Per ora, tuttavia, ha osservato, ci si aspetta che la durata venga estesa oltre l'attuale durata di sei mesi anche se non è ancora certo.
   
(Formiche.net, 15 marzo 2021)


Lettera aperta a Gabriele Nissim e agli esponenti delle Comunità ebraiche italiane

di Maryan Ismail, Ambasciatrice di Gariwo

Dopo la morte di mio fratello ambasciatore Yusuf Mohamed Ismail Bari-Bari, avvenuta a Mogadiscio il 27 Marzo 2015, per mano dei jihadisti somali di Al Shabaab, iniziai un percorso di racconto e confronto con l'amico Gabriele Nissim, presidente di Gariwo.
  Gariwo è l'acronimo di The Righteous Worldwide Onlus, una Fondazione che dal 1999 promuove la conoscenza del coraggio civico dei Giusti, persone che in più parti del mondo hanno protetto e salvato gli ebrei perseguitati dal folle disegno di sterminio dell'ideologia nazi-fascista, ma non solo, ispirandosi a Yad Vashem in Israele.
  Il valore che Gabriele Nissim sostiene è che "il Bene sia un potente strumento educativo e serve a prevenire genocidi e crimini contro l'umanità". Un messaggio potente di fratellanza e sorellanza umana universale che la mia famiglia, con il martirio di mio fratello, ha contribuito a costruire e diffondere con un tributo altissimo e che, ovviamente, ho sposato immediatamente.
  Ammiro e voglio bene al fratello Nissim, a cui avevo già espresso le mie perplessità e imbarazzi sulla Carta della Memoria che trovavo molto confusa per la presenza di concetti e indirizzi che includono temi tra loro irriducibili, che per gravità e delicatezza richiedono di essere trattati separatamente e in maniera specifica, il che certamente non esclude rimandi e comparazioni.
  Tra questi, in particolare, vi è la questione della Giornata della Memoria, che, pur avendo certamente anche un valore universale, serve anzitutto e fondamentalmente per contrastare l'antisemitismo, non riducibile in alcun modo al solo nazifascismo e oggi in rapida crescita con forme nuove e da parti diverse.
  L'antisemitismo è un male specifico, non è razzismo. L'antisemitismo deve essere combattuto per quello che è, con i suoi discorsi, i suoi luoghi comuni, le sue allusioni, i suoi non detti e le sue strategie.
  La Giornata della Memoria, se non affrontata specificamente, risulta paradossalmente ambigua ed inefficace proprio sul piano dell'antisemitismo contemporaneo.
  Anche il razzismo, crimine orrendo, ha le sue strategie e la sua storia. Per contrastarli e tentare di disattivarli entrambi, devono essere conosciuti senza generalizzazioni o riduzioni dell'uno all'altro; e, se talora i linguaggi e le modalità di odio si sovrappongono, è vitale capire in quale contesto, come, quando e perché.
  È per questa e altre ragioni che considero insidiosa, in alcuni suoi punti, la Carta della Memoria.
  Non solo: le altre Memorie, come quelle del Genocidio Armeno, oppure, specifica e ancora diversa, quella dell'infame e crudele deportazione sistematica in schiavitù di milioni e milioni di africani, condotta dalle potenze occidentali per oltre due secoli e con perfetta abominevole contabilità, meritano rispetto e ricordi specifici, senza essere indebitamente sussunte nella Giornata della Memoria della Shoah.
  Il problema non è la "concorrenza" tra le Memorie o - peggio- l'usarne una perché le altre siano a traino, ma il coinvolgimento reciproco in Memorie diverse, debitamente e distintamente onorate e ricordate.
  Cedere proprio su questo punto crea confusione, perché è riduttivo, scientificamente poco serio, politicamente azzardato e, ancor prima, iniquo e devastante.
  Di recente, la polemica e la confusione sono state ulteriormente esacerbate da un articolo giornalistico e da un post di Antonio Ferrari.
  Anzitutto, in quanto donna, mi ferisce profondamente la misoginia e la volgarità del machismo senescente e ariano del giornalista Antonio Ferrari, anch'egli come me, ambasciatore Gariwo. Credo che, solo per questa sua odiosa uscita, oltre alle scuse a noi signore di ogni etnia e fede, sia inconciliabile la sua presenza con quella di ogni ambasciatrice e sostenitrice Gariwo. Ne va della nostra dignità e pari opportunità riconosciute dalla Costituzione Italiana e dallo stesso statuto di Gariwo.
  In questi mesi di letture delle critiche alla Carta della Memoria -mosse da molti esponenti dell'ebraismo italiano, ma non solo- e successivamente alle reazioni suscitate dal già citato articolo di Ferrari, faccio mie le considerazioni di Rav David Sciunnach, del rabbino Giuseppe Momigliano, nonché del Rav Alfonso Arbib presidente dell'Assemblea Rabbinica Italiana e Rabbino Capo di Milano, che ho sentito personalmente più volte.
  È per me inaccettabile come somala mussulmana che cerca di dialogare, confrontarsi e collaborare in maniera credibile con il mondo ebraico, che, proprio tra le personalità interne o vicine a Gariwo, segnalate sul quel sito istituzionale, vi siano persone contigue al movimento e all'ideologia che promuove il BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele), storicamente legato alla Fratellanza Islamica, Hamas e Hezbollah.
  Stupisce che su tutte queste commistioni e non detti, ostacolo a qualsiasi forma di chiarezza per la costruzione della pace in Medio Oriente, Africa e sempre più nelle nostre società plurietniche e plurireligiose europee, Gariwo non si tuteli da forme insidiose di pensiero o da persone che fanno dichiarazioni quantomeno problematiche.
  Al riguardo, non posso che condividere l'amara sorpresa del rabbino Sciunnach circa il pubblico silenzio di Milena Santerini, specie a fronte dell'articolo di Ferrari e delle accuse vergognose da costui rivolte indistintamente alle comunità ebraiche e a molti loro rispettabili esponenti e membri, anzitutto in ragione, come è stato osservato, del suo mandato governativo di coordinatrice per la lotta all'antisemitismo, nonché a fronte del suo passato impegno parlamentare proprio nella Commissione europea uguaglianza e non discriminazione.
  Non solo. Stupisce assai che le comunità ebraiche abbiano sottovalutato la pericolosa incidenza di certe prospettive ambigue e confuse della Carta della Memoria, come pure di certe personalità coinvolte in questa importante istituzione, non solo per se stesse ma per tutta la collettività civica e civile.
  Come ambasciatrice di Gariwo auspico che venga avviata fattivamente una profonda e significativa rivisitazione di certe posizioni e pratiche sinora invalse, in maniera che Gariwo possa rafforzarsi, non entrare in contraddizione con se stessa, come sta accadendo, e non perdere il sostegno, oltreché mio, del principale e "naturale" partner e riferimento, ossia le comunità ebraiche, che hanno inevitabilmente rinvenuto nell'amalgama insidie, talune surrettizie altre dichiarate.
  A vent'anni dalla nascita di Gariwo, e per consegnarla al meglio al futuro, suggerisco all'amico Gabriele di trarre un bilancio franco degli obiettivi conseguiti, come pure di individuare e prontamente correggere, dando segnali tangibili e inequivocabili, le inevitabili storture che il tempo, gli impegni e il non risparmiarsi talora possono ingenerare senza che ce ne si sia resi conto.
Salam, Shalom, Pace,

Maryan Ismail

(Bet Magazine Mosaico, 15 marzo 2021)


Praga apre ambasciata a Gerusalemme. Ira dell'Autorità Palestinese e Lega Araba

Il ministero degli Esteri palestinese ha definito la mossa di Praga "un palese attacco al popolo palestinese..."

L'Autorità Palestinese (AP) e la Lega Araba hanno condannato l'apertura da parte della Repubblica Ceca di un ufficio diplomatico a Gerusalemme come una violazione del diritto internazionale.
  Giovedì Praga ha aperto una filiale a Gerusalemme della sua ambasciata israeliana, che si trova a Tel Aviv.
  All'inaugurazione ha partecipato il primo ministro ceco Andrej Babis, due settimane dopo che Israele aveva inviato 5.000 dosi di vaccino Moderna COVID-19 alla Repubblica Ceca nell'ambito di un programma di "diplomazia del vaccino" che in seguito è stato sottoposto a controllo legale ed è stato congelato.
  Sabato il ministero degli Esteri palestinese ha definito la mossa di Praga "un palese attacco al popolo palestinese e ai suoi diritti, una flagrante violazione del diritto internazionale", e ha detto che danneggerebbe le prospettive di pace.
  Al Cairo, il segretario generale della Lega araba Ahmed Aboul Gheit ha dichiarato in un comunicato: "Lo status giuridico di Gerusalemme sarà influenzato dalla decisione di un Paese o di un altro di aprire uffici di rappresentanza. Gerusalemme est è una terra occupata ai sensi del diritto internazionale ".
  Sottolineando che l'ufficio di Gerusalemme non era un'ambasciata, il ministero degli Esteri ceco ha affermato che aveva lo scopo di rafforzare la partnership strategica di Praga con Israele e migliorare i servizi per i cittadini cechi lì.
  "L'istituzione dell'ufficio non ha alcun impatto sulla volontà della Repubblica Ceca di sviluppare ulteriormente le relazioni politiche ed economiche con l'Autorità Palestinese", ha detto.
  Gerusalemme rimane al centro del conflitto decennale in Medio Oriente, con l'AP che insiste che Gerusalemme Est - occupata illegalmente da Israele dal 1967 - dovrebbe servire come capitale di uno stato palestinese.
  Giovedì, parlando accanto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, Babis ha detto che Praga è un "partner strategico" di Israele, ricordando come dopo il 1948 la Cecoslovacchia l'ha aiutata a mantenere la sua ritrovata indipendenza inviando consegne di aerei da combattimento.
  Alla cerimonia di inaugurazione, Babis ha detto che "rappresenta un'altra pietra miliare nella nostra cooperazione, dimostra che vediamo l'importanza di questa grande città".
  Solo due paesi hanno ambasciate a pieno titolo a Gerusalemme: gli Stati Uniti - dopo che l'ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha rotto con decenni di politica statunitense per riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele - e il Guatemala.
  La Repubblica Ceca è uno dei più forti sostenitori di Israele nell'Unione Europea.
  Sebbene supporti formalmente una soluzione a due stati al conflitto israelo-palestinese, il mese scorso è stato nominato in una decisione preliminare del Tribunale penale internazionale come uno dei paesi che sostengono l'argomento di Israele secondo cui il tribunale non dovrebbe indagare sui crimini di guerra nei palestinesi occupati. territori.
  Babis ha detto giovedì che il suo paese considera la decisione della Corte penale internazionale di procedere con un'indagine come "sfortunata", aggiungendo: "Sebbene rispettiamo l'indipendenza del tribunale, la Repubblica Ceca non considera la Palestina uno stato, quindi la corte non ha giurisdizione su di esso. "
  Il mese scorso, Israele e Kosovo hanno stabilito rapporti diplomatici, con il paese a maggioranza musulmana che ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele.
  All'epoca, il ministro degli Esteri israeliano disse di aver approvato la "richiesta formale del Kosovo di aprire un'ambasciata a Gerusalemme".
  Il Kosovo ha anche affermato di essere pronto a istituire la sua missione israeliana a Gerusalemme, in cambio del riconoscimento di Israele, poiché cerca di legittimare ulteriormente la sua dichiarazione di indipendenza dalla Serbia e dallo stato del 2008.

(ilformat, 15 marzo 2021)


Israele: aperta ufficialmente ambasciata Kosovo a Gerusalemme

PRISTINA - E' stata ufficialmente aperta a Gerusalemme l'ambasciata del Kosovo in Israele. Lo ha annunciato in una nota il ministero degli Esteri di Pristina, spiegando che la decisione è la conseguenza dell'instaurazione di rapporti diplomatici con lo Stato ebraico il primo febbraio e di un summit Kosovo-Serbia che si tenne alla Casa Bianca lo scorso settembre.
"Il ministero degli Affari esteri e della Diaspora annuncia che è stata ufficialmente aperta a Gerusalemme l'ambasciata del Kosovo nello Stato di Israele", si legge nella nota. Il Kosovo diventa così il primo Stato europeo e a maggioranza musulmana a stabilire la sua ambasciata a Gerusalemme. Analoga decisione l'hanno già presa Stati Uniti e Guatemala mentre tutti gli altri Paesi hanno la loro rappresentanza diplomatica ufficiale a Tel Aviv.

(Adnkronos, 14 marzo 2021)


Lo sprint di Israele sui vaccini: anche l'esercito raggiunge l'immunità di gregge

di Gregory Marinucci

Israele si sta rivelando un modello sul fronte della campagna vaccinale di contrasto al nuovo Coronavirus, mostrando anche come i dati del contagio siano in netto miglioramento. Solo pochi mesi fa lo Stato israeliano risultava uno dei più martoriati dalla pandemia, costretto ad un lockdown e a sottoporre i cittadini a misure forti di prevenzione. Con l'arrivo dei vaccini la situazione è cambiata e nel giro di poche settimane Israele ha raggiunto il record per la percentuale di popolazione più alta ad essere stata sottoposta a vaccino, che ha portato ad una drastica riduzione dei casi di contagio da Covid-19 e dando il via ad un graduale e costante ritorno alla normalità.
   Non solo, in breve tempo Tel Aviv può fregiarsi di un altro grande risultato: essere il primo Paese con l'esercito che ha raggiunto l'immunità di gregge dal Sars-Cov-2. A dare la notizia è il generale dell'Israel Defence Forces (IDF) Itzik Turgeman, direttore del settore di logistica e tecnologia: "Dopo 10 settimane posso affermare che l'Idf è il primo al mondo a raggiungere l'immunità di gregge". Attualmente, la percentuale di militari vaccinati si attesta all'81%, che dovrebbe raggiungere l'85% entro la prossima settimana. Questo significa che l'esercito potrà avviarsi ad un ritorno alla graduale routine tipica del periodo antecedente alla pandemia, anche se per un certo periodo di tempo dovranno comunque mantenere le diverse disposizioni di prevenzione, come il mantenimento del distanziamento sociale e l'utilizzo della mascherina. Naturalmente, anche nel corpo di difesa nazionale ci sono elementi che rifiutano la vaccinazione. Secondo il Jerusalem Post l'8% dei militari ha rifiutato di farsi vaccinare, anche se nella percentuale, oltre ai contrari a livello ideologico, sono compresi soggetti come donne incinte che non possono vaccinarsi per motivi di salute.
   Sul fronte del contagio generale, si conferma il calo drastico dei casi e dell'indice di contagio. Nella giornata di mercoledì si sono contati 2.802 nuovi casi di contagio di 24 ore su centomila tamponi effettuati, con un rapporto pari al 2,9% e l'indice R che si assesta su un rassicurane 0,85%. Dei dati appena citati il totale dei casi gravi si assesta sulle 645 unità, mentre i decessi sono stati "solo" quindici. In totale, su una popolazione di poco più di nove milioni di abitanti, cinque milioni sono i cittadini che hanno ricevuto almeno una dose, mentre quelli che hanno completato il ciclo con la seconda dose sono oltre quattro milioni, con un ritmo di 100mila dosi somministrate al giorno.
   Inoltre, la somministrazione sperimentale del siero Pfizer a ragazzi al di sotto dei 16 anni prosegue con ottimi risultati. Secondo quanto riportato dal sito israeliano Ynet, la sperimentazione è stata approvata su soggetti con particolari situazioni cliniche e maggiormente esposti a dure conseguenze in caso di contagio da Covid-19: in particolare casi di obesità, diabete, serie malattie cardiache e polmonari, tumori e immunodepressione. Inoltre, la vaccinazione di tali soggetti era stata prima approvata dal Comitato vaccini del Ministero della Sanità israeliana, oltre che dal medico curante.
   Sul fronte della prevenzione, invece, il comune di Tel Aviv ha adottato una misura inedita, introducendo l'obbligo per insegnati e personale scolastico di presentare un documento di certificazione di avvenuta vaccinazione, il famoso Green Pass. In alternativa a questo documento i dipendenti scolastici potranno presentare un certificato di avvenuta guarigione dal Covid-19 o un tampone negativo effettuato nelle 72 ore precedenti. Sarà lo stesso governo cittadino a farsi carico della verifica delle richieste di accesso presentate da chi abbia rifiutato il test o il vaccino, al fine di preservare la salute degli studenti e dell'esplosione di nuovi focolai in una delicata fase di svolta come quella che lo Stato israeliano sta fortemente ricercando.

(Kongnews, 14 marzo 2021)


Ecco perché la Germania è la patria dei «no-vax»

Religione, salutismo, razzismo e politica: i nemici delle inoculazioni sono storicamente gli stessi. Nel 1796 c'era chi temeva che i vaccinati si sarebbero trasformati in mucche.

di Daniel Mosseri

BERLINO - E’ scienziata di formazione con una laurea in fisica e un dottorato in chimica quantistica. Ad aprile del 2020 ha dato sfoggio delle sue competenze spiegando in diretta tv il modello matematico della progressione dei contagi da coronavirus. Un mese prima si era messa in quarantena dopo essere entrata in contatto con un medico poi risultato positivo al Covid-19: l'uomo l'aveva visitata per somministrarle il vaccino contro lo pneumococco, che in Germania è facoltativo. Eppure, quando lo scorso 21 gennaio Angela Merkel ha affrontato in conferenza stampa il tema dei vaccini è stata molto attenta a misurare le parole. Tutti i cittadini «che desiderano ricevere l'iniezione - ha detto - potranno farlo entro il 21 settembre». Toni cauti che tradiscono la natura elettorale di quest'anno. Domenica si vota in Renania-Palatinato e in Baden-Württemberg, a giugno in Sassonia-Anhalt e a metà settembre in Bassa Sassonia. Il 26 dello stesso mese, infine, ci saranno le legislative: un calendario fitto che non permette alla cancelliera di immolarsi sulla causa dei vaccini. Non certamente in Germania, patria storica del movimento no-vax.
   Oggi i tedeschi che si oppongono all'obbligo vaccinale vengono definiti «Impfgegner», ma ieri uno dei nomi con cui venivano associati era quello della «Lebensreform». La «riforma della vita» è stato un movimento diventato popolare alla fine del XIX secolo con l'obiettivo di promuovere la cura «naturale» dell'individuo, dove per naturale si intendeva non immunizzato, non avvelenato dalla medicina «artificiale» dei vaccini. Irrobustirsi, mangiare bio, «farsi» le malattie infantili, stare all'aria fresca, fare esercizio fisico e prendere il sole sul corpo nudo erano considerati medicine migliori dei farmaci. «La Lebensreform è strettamente collegata al movimento dell'omeopatia, che era popolare nel Baden-Württemberg e nella sua capitale Stoccarda», spiega al Giornale Malte Thießen, docente di Storia della Medicina all'Università di Münster. Popolare ma non per tutti, il movimento aveva una casa editrice di riferimento che pubblicava gli scritti degli anti-vaccinisti ed era diffuso fra i ceti più abbienti. «D'altro canto, la medicina omeopatica, le cure dell'aria e del sole non erano proprio per tutti», ricorda lo storico. Ieri come oggi, la Lebensreform era solo una delle isole nell'arcipelago no-vax. Le vaccinazioni non riguardano solo la salute dell'individuo ma quella della società: di conseguenza assumono sempre una connotazione politica, «e nella critica ai vaccini si mescolano argomento di estrema destra ed estrema sinistra». Se oggi c'è chi crede che assieme ai vaccini anti-Covid ci vengano inoculati dei microchip oppure si cerchi di manipolarci geneticamente, «nel 1796», anno del primo vaccino anti vaiolo in terra tedesca, «c'era chi temeva che i vaccinati si sarebbero trasformati in mucche», dalle quali il vaccino prendeva sostanza e nome. Fra i no-vax d'antan si contano anche alcuni politici liberali, favorevoli all'autodeterminazione umana e perciò contrari all'obbligo vaccinale. Alla fine del XIX secolo, continua l'accademico, la resistenza era anche dovuta agli effetti collaterali dei vaccini: d'altronde, i sieri muovevano i primi passi e potevano recare danni anche gravi. Da allora il timore degli effetti collaterali è rimasto, ma oggi che i vaccini funzionano meglio, e molte malattie sono scomparse, le rare complicazioni pesano ancora di più. I vaccini insomma «sono vittime del loro stesso successo».
   Anche i motivi religiosi hanno giocato un ruolo importante: le vaccinazioni erano considerate come un'interferenza con l'opera divina: macchinazioni del diavolo contro malattie vissute come prove o punizioni celesti. Così, ricorda Thießen, in alcune comunità protestanti le vaccinazioni erano ritenute uno strumento usato dai cattolici contro i bambini. Per lo storico, insomma, non c'è quasi nulla di nuovo sotto il sole «e anche oggi in alcuni paesi musulmani le campagne di vaccinazione sono respinte come una "crociata cristiana"». Tornando in terra tedesca, un altro filo conduttore fra passato e presente è l'antisemitismo, per la cui manifestazione non bisogna aspettare il Terzo Reich. Già nel XIX secolo i vaccini erano considerati lo strumento di una cospirazione mondiale ebraica per indebolire il «corpo nazionale» tedesco. Una teoria che da un lato può essere fatta risalire al Medioevo, quando gli ebrei erano accusati di avvelenare i pozzi e di spargere i germi della peste, mentre dall'altro arriva dritta ai tempi moderni. Thießen cita il teorico della cospirazione Attila Hildmann, un cuoco vegano di origine turca, ma profondamente xenofobo, animatore delle recenti Hygiene-Demo, le manifestazioni tedesche contro mascherine e distanziamento sociale. Anche Hildmann, ricorda l'accademico, «sostiene che gli ebrei stanno avvelenando l'acqua potabile di Berlino». Gli ebrei, osserva ancora, forniscono il perfetto schema di proiezione per i no-vax, che li vedono come un'élite che ordisce piani segreti contro la salute della nazione con il sostegno della finanza internazionale. Perché anche la critica al capitalismo è un elemento ricorrente: «Dal XX secolo, c'è chi sostiene che le aziende farmaceutiche usino le vaccinazioni per condurre esperimenti sugli esseri umani o addirittura per diffondere epidemie al fine di vendere i vaccini».

(il Giornale, 14 marzo 2021)


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Israele e la religione dei si-vax

E’ una caratteristica di certi dibattiti culturali di presentare la posizione avversa in forma di una presentazione storica di quello che è accaduto nel passato, con particolare accentuazione delle distorsioni, esagerazioni, strumentalizzazioni avvenute. Accade così anche oggi per la questione dei vaccini. Esempio: poiché “già nel XIX secolo i vaccini erano considerati lo strumento di una cospirazione mondiale ebraica per indebolire il «corpo nazionale» tedesco”, chi oggi solleva obiezioni contro la vaccinazione, diventa solo per questo in odore di antisemitismo. Oggi la cosa diventa tanto più possibile proprio perché Israele è riconosciuto come la nazione di punta in fatto di politica delle vaccinazioni. Ed è proprio questo un aspetto preoccupante della cosa. Per due motivi.
   Primo, perché proprio questo primato faciliterà il diffondersi di nuove spiegazioni malefiche di questo successo. Chi scrive sa che voci di questo tipo (che già si sono sentite) sono false, ma sa anche che le voci false contro gli ebrei hanno una forza distruttiva reale. Anche chi ama Israele e crede nell’efficacia dei vaccini avrebbe dovuto preferire che a quel risultato non arrivasse per primo e quasi isolato Israele.
   Secondo, il fatto che proprio Israele, per ottenere quel risultato, abbia pensato di dover fare ricorso a misure sempre più limitanti della libertà è qualcosa di estremamente pericoloso per tutti, israeliani e non. Perché questa pratica tenderà ad estendersi a tutte le nazioni e in tutti gli aspetti della vita. E il fatto che vi abbia fatto ricorso in modo esemplare Israele sarà per gli antisemiti una conferma del carattere malefico di quella nazione e per i benpensanti del politicamente corretto una motivazione nobile per l’estensione di queste forme di controllo ad ogni nazione.
   Queste sono timori di realtà possibili oggi, per fugare i quali è inutile e strumentale fare riferimento a esempi storici di ieri. Si dice che questa pandemia è una realtà nuova, nella forma e nell’estensione, e poi per supportare la tesi della vaccinazione ci si appoggia a fatti avvenuti nel passato come se fossero prova indiscutibile che qualcosa dello stesso tipo debba avvenire anche oggi. La “scienza” con cui si maneggiano i fatti legati al vaccino è molto discutibile, perché è sostanzialmente di tipo statistico. E nel modo in cui viene usata ha assunto ormai i caratteri di una religione. Bisogna credere. Credere che i risultati ottenuti sono i migliori possibili, che il solo metterli in dubbio è segno di qualche distorsione della mente o della volontà. Nel migliore dei casi la resistenza al vaccino è considerata un’infrazione alla morale civica che impone di esprimere la proprio adesione al corpo sociale mediante l’atto pubblico della vaccinazione. Per la società pandemica di oggi la vaccinazione è diventata ormai in termini ebraici la circoncisione e in termini cristiani il battesimo. Senza di che le porte della società si chiudono. Qualcosa su cui riflettere ci dovrà pur essere. M.C.


Giordania, terzo incomodo tra Israele e Arabia Saudita

di Ugo Volli

Due strani episodi hanno segnato la cronaca della politica estera israeliana la settimana scorsa. Il primo è il respingimento al passaggio di confine di Allenby del principe ereditario di Giordania Hussein, figlio del re Abdullah, che voleva recarsi in visita alla moschea di Al Aqsa di Gerusalemme. Sembra che Hussein si sia presentato con una scorta armata notevolmente più numerosa di quanto concordato e per questo non gli sia stato consentito il passaggio. Alcuni dicono però che il principe doveva incontrarsi con il capo dell'opposizione israeliana Lapid, dandogli così un appoggio alla vigilia delle elezioni. Il secondo episodio è l'annullamento della storica visita che Netanyahu doveva fare negli Emirati per incontrare il loro sovrano e forse anche l'uomo forte dell'Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Salman, dovuto al rifiuto comunicato dalla Giordania all'ultimo momento di concedere il sorvolo nello spazio aereo giordano. Anche questo sarebbe stato un colpo notevole sul piano elettorale, ma a favore di Netanyahu. E' difficile dire se i due episodi siano legati, cioè se il secondo sia una rappresaglia per il primo. Alcuni lo sostengono e dicono però che non c'era alcun appuntamento di Hussein con Lapid, ma che l'incidente è stato creato ad arte per offuscare i successi internazionali di Netanyahu. Altri dicono che le elezioni non c'entrano e la Giordania ha interesse a sabotare i rapporti di Israele con l'Arabia, perché essa ha l'ambizione di sostituirsi alla Giordania nella supervisione del Monte del Tempio, che però dopo la Prima Guerra Mondiale fu concessa dagli inglese ai Husseini, famiglia reale di Giordania, proprio per compensarli di aver perso lo stesso ruolo alla Mecca, passata sotto il controllo dei sovrani sauditi. Israele ha avuto tradizionalmente spesso buoni rapporti con i Husseini: per esempio ci fu nel 1919 un accordo fra Weizman e Feysal Husseini, trisnonno dell'attuale re; e ci fu una relazione abbastanza stretta con il padre dell'attuale re, Hussein, che prese alcune iniziative importanti contro il terrorismo palestinista. Il che non gli impedì peraltro di partecipare a tutte le guerre contro Israele dal 1948 al 1973. Ma ora per Israele l'accordo con l'Arabia è molto più importante, a causa della sua ricchezza e della guerra che in vari modi gli porta l'Iran, il che ne fa un alleato potenziale. Dunque Israele potrebbe trovare il modo di negoziare un accordo vero e proprio con i sauditi, anche cedendo loro il controllo sulla moschea che da 1300 anni domina il Monte del Tempio. La Giordania, dipendente dai finanziamenti sauditi e dalla protezione militare israeliana, fa il possibile per mandare a monte questo piano, ammesso che ci sia, deragliando Netanyahu nelle rotte aeree e magari nei risultati elettorali - senza però rompere i suoi legami con entrambi. Insomma, i due incidenti potrebbero essere sintomi di problemi più vasti, soprattutto per uno stato come Israele, che intravvede per la prima volta dalla nascita una via di convivenza pacifica con i vicini. Starà alla grande abilità diplomatica di Netanyahu risolvere questi nodi, contro gli interessi nemici dentro e fuori Israele.

(Shalom, 14 marzo 2021)


L'«Islamo-sinistra» sta travolgendo scuole e università

Il fenomeno è in continua crescita e la simpatia della «gauche» non è più nascosta. Molti docenti, che sostengono la laicità, costretti a vivere sotto scorta.

di Lorenza Formicola

Sulla facciata dell'università Sciences Po Grenoble, a inizio marzo, due professori sono stati etichettati come «fascisti e islamofobi». L'Unef (Unione nazionale degli studenti di Francia) ha condiviso lo spettacolo indegno, prima di ritirarlo dopo le polemiche. La procura di Grenoble ha aperto subito un'indagine per «insulto pubblico» e «degrado», evocando il «pericolo reale» in cui incorrono gli insegnanti. A tutti è venuto in mente il destino di Samuel Paty.
   «E' inaccettabile che gli studenti chiedano la censura», gridano analisti e politici. Eppure, il grave caso esplode proprio a pochi giorni dall'eterno dibattito sull'islamo-guachisme negli atenei. Era stato il ministro dell'Istruzione superiore, Frédérique Vidal, a chiedere al Cnrs (Centro nazionale della ricerca scientifica) un'indagine sullo stato delle università affinché emerga chiaramente ciò che rientra nella mera ricerca accademica e ciò che è ormai militanza: «L'Islam-sinistra affligge la società e le università». Una breve frase che ha suscitato reazioni rabbiose nel mondo della politica e in quello accademico.
   Jean-Michel Blanque è intervenuto in sostegno della collega Frédérique Vida, mentre circa 800 docenti universitari hanno scritto una lettera aperta per chiederne le dimissioni denunciando un «clima da caccia alle streghe». Secondo un sondaggio di Odoxa Blackbone Consulting, condotto per Le Figaro e Franceinfo, il 66% dei francesi è d'accordo con il ministro.
   È bastata una sola parola perché la responsabile dell'Istruzione uscisse dal suo lungo anonimato. Ma non è un'espressione qualsiasi. «Islamo-sinistra» nasce molti anni fa, coniata dallo storico Pierre André Taguieff e sta a designare quella strana alleanza, nella sfera accademica e intellettuale, tra la sinistra e gli islamisti. Lo scopo è quello di imporre una nuova sintassi e una nuova analisi, con presunzione di scientificità, per le discriminazioni che subirebbero islamici e stranieri a causa dell'imperium dell'uomo bianco, cattolico ed eterosessuale.
   «L'Islamismo di sinistra non è una disciplina, un campo di ricerca, è una realtà politica», ritiene anche Stanislas Guerini, deputato del partito del presidente Macron. E' l'alleanza del «Profeta» e del «proletariato», della religione dei «dominati» con le minoranze «oppresse». «Nelle università francesi il numero di eventi che attestano l'aumento dell'islamismo è cresciuto negli ultimi anni, e la simpatia della sinistra per la causa non è più nascosta», ha detto Gilles Denis, docente dell'Università di Lille e membro del collettivo Vigilance Universities - il cui obiettivo è combattere il razzismo e l'antisemitismo negli atenei.
   Secondo Olivier Vial, presidente del sindacato studentesco Uni, tutto è iniziato nel 2003, durante le proteste a livello mondiale contro la guerra in Iraq. «Fu allora che le organizzazioni di sinistra iniziarono ad avvicinarsi ai movimenti della comunità islamica, anche nel mondo studentesco». Negli anni che seguirono, i dirigenti di Uni notarono l'ascesa di alcuni movimenti comunitari, come gli Studenti Musulmani di Francia (Emd). La Fage, uno dei più importanti sindacati studenteschi, uni così le forze con l'Emf per le elezioni dei rappresentanti degli studenti nel consiglio di amministrazione del Centro nazionale per i corsi universitari e la scuola (Cnous). Per stare al passo anche l'Unef (Unione nazionale degli studenti di Francia) decise di stringere alleanze con gli studenti musulmani. A Orléans, i membri dell'Emf, banditi da diverse scuole perché rifiutano il principio di laicità, vengono accolti nei locali dell'Unef. Ma l'Emf non è un'associazione qualunque. Nata nel 1989, ha sede in 26 città universitarie diverse. Ufficialmente propone azioni culturali e sociali, come altre associazioni studentesche. In realtà ha un obiettivo completamente diverso: re-islamizzare i giovani musulmani in Francia. «La Emf è un'antenna dei Fratelli Musulmani francesi», ha dichiarato l'analista Naèm Bestandji. È così che nasce la «Giornata del hijab» nei campus e che si cancellano le lezioni sulla «prevenzione alla radicalizzazione». Non è un caso che la querelle rinasca all'indomani della pioggia di casi di professori messi sotto scorta, o allontanati dai licei, dopo le minacce del mondo islamico. Sono sempre di più i docenti che, per essersi spesi in un omaggio a Samuel Paty o aver criticato in qualsiasi modo l'islam, sono costretti a vivere scortati come i pentiti di mafia.
   Se Jean Pierre Obin, l'ex ispettore dell'istruzione nazionale francese, è in libreria con Gilles William Goldnadel, il noto editorialista franco israeliano, dice di aver incontrato tante volte davanti a sé l'islamo gauchisme, ma «non solo all'università: per 40 anni ha irrigato la società francese per capillarità».
   Bisogna infatti fare un salto nella strana storia intellettuale della sinistra, dalla «Morte di Dio» al principale alleato dell'islamismo. Che sulla carta è una religione. Tutto inizia più o meno alla vigilia degli anni '80, quando Jean Paul Sartre proclama ad alta voce il suo sostegno alla rivoluzione iraniana: non esita a fare di Khomeini il «simbolo del progresso». Il rovesciamento dello scià agli occhi della sinistra firma l'emergere di un «regime di libertà» poiché «antiamericano e antimperialista». E una delegazione di intellettuali andrà presto con lui in pellegrinaggio a Neauphle-le-Château per salutare il «Sole della Rivoluzione».
   L'islamo-sinistra è ora rafforzata dai programmi europei che impongono, in cambio di comode sovvenzioni, i temi preferiti dalla nuova Boxa. E' già accaduto che uno dei più importanti specialisti di Medio Oriente e arabismo, Gilles Kepell, abbia visto i fondi per le ricerche tagliati perché non piacevano più all'UE e alla Swiss National Science Foundation.

(il Giornale, 14 marzo 2021)



Il decimo comandamento: Dio protegge l'amicizia
    «Non concupire la casa del tuo prossimo; non concupire la moglie del tuo prossimo, né il suo servo, né la sua serva, né il suo bue, né il suo asino, né cosa alcuna che sia del tuo prossimo» (Es. 20:17).
«Non si può fare il processo alle intenzioni», si dice qualche volta. Ed è vero. Noi possiamo giudicare fatti e parole; ma i pensieri, i desideri, i propositi di un altro, chi può conoscerli? Inoltre, i pensieri non danneggiano il prossimo - o almeno così sembra a prima vista - e quindi non è immaginabile che qualcuno possa essere incolpato per i suoi pensieri.
   È chiaro allora che un comandamento come questo non potrebbe mai comparire in una legislazione civile moderna. Potrei anche passare giorno e notte a struggermi nel desiderio di appropriarmi la villa al mare del mio amico danaroso, senza per questo rischiare di finire in galera.
   Ma i comandamenti sono legge di Dio. I comandamenti non sono regole convenzionali che gli uomini si danno per ordinare nel modo migliore i loro rapporti, ma sono manifestazione della volontà del Creatore nei riguardi delle sue creature.
   L'ultimo comandamento ricorda allora che, in ultima istanza, il vero legislatore e giudice degli uomini è Dio. Il Signore «conosce i cuori di tutti» (At. 1:24) e a Lui dobbiamo rendere conto non solo dei nostri atti, ma anche dei nostri pensieri.
   Ma il concupire di cui parla il comandamento, ben raramente era destinato a rimanere un puro desiderio. In altri passi del Vecchio Testamento, in cui viene usato lo stesso verbo ebraico che qui è tradotto con «concupire», si può vedere come ben presto al desiderio seguano i fatti (Gios. 7:21, Mich. 2:2, Deut. 7:25). Si direbbe dunque che il Signore, vietando la concupiscenza, voglia bloccare il male prima ancora che nasca, impedendone in anticipo il «concepimento».
    «Ognuno è tentato dalla propria concupiscenza, che lo attrae e lo seduce. Poi la concupiscenza, quando ha concepito, partorisce il peccato, e il peccato, quando è compiuto, produce la morte» (Giac. 1:14-15).
Nella formulazione del comandamento l'oggetto del desiderio è chiaramente indicato ed è sostanzialmente uno solo: la «casa» del prossimo. Per casa qui non si deve intendere un edificio, ma l'intera comunità domestica dell'uomo libero, fatta di moglie, figli, servi, animali, cose. Il termine «casa» è usato qui con lo stesso significato che ha nella famosa frase di Giosuè: «Quanto a me e alla casa mia, serviremo l'Eterno» (Gios. 24:15).
   La casa è l'«eredità» lasciata da Dio all' uomo, il suo spazio vitale, costituito di persone, animali e cose. In questo spazio l'uomo è chiamato da Dio a esprimere la sua umanità negli affetti e nel lavoro. È evidente che la forma del comandamento tiene conto della struttura patriarcale della società di quel tempo. La moglie, i figli, i servi, che negli elenchi del quarto e del decimo comandamento compaiono insieme ad animali e cose, non per questo erano considerati come oggetti. Certo, non erano persone libere, e quindi non portavano le responsabilità che competevano al capofamiglia. Potevano essere oggetto di concupiscenza, ma certamente non potevano concupire nel senso inteso dal decimo comandamento.
   Non è quindi il comandamento di Dio a equiparare uomini e cose, ma la concupiscenza dell'uomo. Sono io che nel mio egoismo posso arrivare a desiderare la donna di un altro con lo stesso animo con cui desidero la sua automobile.
   Ma perché non dovrei desiderare? Se il mio desiderio non si trasforma in azione, perché dovrei essere giudicato?
   L'aspirazione ad appropriarsi ciò che appartiene all'ambito vitale di un altro è una forma di ribellione a Dio. L'atteggiamento di invidia manifesta non soltanto scontentezza per ciò che si è ricevuto da Dio, ma anche propensione ad acquietare la propria insoddisfazione con metodi propri. L'invidioso non solo non ringrazia Dio di quello che ha, ma è anche disposto, non appena se ne presenti l'occasione, a prendersi quello che non ha da qualunque parte gli capiti, anche tra i beni che Dio ha concesso ad un altro. L'uomo non si accontenta dello spazio vitale che Dio gli ha dato e non si abbassa a chiedere a Lui «quello che il suo cuore domanda» (Sal. 37:4): occhieggia sulla proprietà del vicino e l'appetisce. E se non sempre passa all'azione, è soltanto perché spesso la cosa è materialmente impossibile, o almeno altamente rischiosa. Così, anche se in apparenza non succede niente, il decimo comandamento viene trasgredito. L'uomo pecca di ingratitudine e incredulità verso il suo Signore.
   Saremmo allora tentati di dire che il decimo comandamento riguarda soltanto i rapporti tra Dio e l'uomo, contro una lunga tradizione che vede nei comandamenti della seconda tavola una serie di disposizioni che regolano i rapporti tra uomo e uomo. Si può osservare infatti che l'infrazione al decimo comandamento, quando esce dall'ambito puramente interno e si traduce in azione, ricade tra le infrazioni al settimo e all'ottavo comandamento.
   Ma bisogna rendersi conto che il peccato di desiderio, anche quando resta tutto interno alla coscienza della persona, non tarda a provocare conseguenze anche all'esterno, nell'ambito dei rapporti fra gli uomini. L'invidia, anche quando non esplode in azioni aggressive, avvelena lentamente l'atmosfera e sgretola in modo sotterraneo la stabilità delle buone relazioni umane. Dove c'è invidia non ci può essere pace; nel migliore dei casi c'è guerra fredda.
   Potremmo dire allora che il decimo comandamento difende qualcosa di molto prezioso, qualcosa che è assolutamente indispensabile ad ogni convivenza veramente umana: l'amicizia.
   L'invidia soffre del bene dell'altro. L'invidia pone un'alternativa: o sei felice tu o sono felice io. Sembra che non si possa essere uniti nella felicità. Dove c'è invidia, la gioia dell'uno non contagia l'altro, ma anzi gli arreca dolore. L'invidioso, quando è felice è solo; e la solitudine ben presto gli toglie la felicità. Allora comincia a cercarla gettando occhiate furtive sul terreno altrui: nella pienezza dell'altro vede rispecchiato il suo vuoto, un vuoto che gli sembra di poter colmare con i beni dell'altro. Così cerca in tutti i modi di procurarseli, e se ci riesce il cerchio si chiude e il giro ricomincia.
   L'invidioso può sperare di cominciare a guarire soltanto quando riesce a individuare il suo vero male, che è la sua incapacità di far circolare la gioia. L'invidioso non sa ricevere e trasmettere gioia. Gli sembra sempre che nel passaggio dall'uno all'altro la gioia debba trasformarsi in dolore e il dolore in gioia. E invece è insita nella vera gioia la tendenza ad espandersi sugli altri e ad accrescersi per una specie di gioia di ritorno che proviene dalla visione della gioia data ad altri.
   Perché, tanto per fare un esempio, quando due si sposano si fa festa in tanti? A parte tutti i motivi secondari e poco nobili che ci si possono aggiungere, nel fondo ci deve essere l'intuizione che la gioia, per essere completa, deve essere condivisa. I parenti e gli amici vengono letteralmente a «rallegrarsi» con gli sposi, cioè a condividere la loro allegrezza. E questi si rallegrano con i parenti e gli amici, e la loro allegrezza aumenta.
   Non si può fondare la convivenza umana soltanto su leggi e precetti, e l'uomo più utile alla comunità non è quello che si limita a rispettare puntigliosamente le regole fissate e a non danneggiare materialmente il prossimo. I rapporti veramente umani hanno bisogno di simpatia, fiducia, solidarietà, partecipazione. E queste cose si possono trovare solo là dove ci sono uomini capaci e desiderosi di trafficare la gioia, la vera gioia, quella che Dio ci ha donata in Gesù Cristo.
   Gesù era nella gioia perché poteva e voleva trasmettere gioia:
    «Vi ho detto queste cose, affinché la mia gioia dimori in voi e la vostra gioia sia completa» (Giov. 15:11).
Gesù aveva la pace perché poteva e voleva portare la pace:
    «Io vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non ut do come il mondo dà» (Giov. 16:32).
Gesù non era solo perché ricercava la comunione con il Padre:
    « ... e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me» (Giov.16:32).
Gesù non era solo perché era pronto a dare la sua vita per gli altri:
    «In verità, in verità vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto» (Giov. 12:24).
Oggi si parla molto di solitudine, anche tra i cristiani, e sembra che sia un problema complicatissimo, da prendere con mille cautele. A rischio di apparire semplicisti e sbrigativi, bisogna dire che, almeno per chi ha conosciuto l'amore di Dio, il senso di solitudine non è che una delle tante manifestazioni del peccato. Ci sentiamo soli perché non ci vogliamo aprire alla gioia di Dio, perché non sappiamo prendere parte alla gioia degli altri, perché non siamo pronti a portare gioia a chi non l'ha. La solitudine è un frutto dell'egoismo: un egoismo che si esprime anche nel peccato contro il decimo comandamento.
   Ma proprio questo comandamento, che più di tutti gli altri riguarda aspetti interiori dell'uomo, ci pone di fronte a seri problemi di ubbidienza. Le azioni e le parole si possono anche, in una certa misura, dominare. Ma i sentimenti di invidia? gli appetiti sessuali? Si tratta di impulsi interni: come si fa a dominarli? Forse adesso possiamo capire meglio le parole dell'apostolo Paolo:
    « ... non avrei conosciuto la concupiscenza, se la legge non avesse detto: Non concupire» (Rom. 7:7).
Adesso che la legge di Dio mi ha indicato che cos'è la concupiscenza, m'accorgo di esserne dominato, di non poter frenare i miei impulsi, di essere insomma «servo di varie concupiscenze e voluttà» (Tit. 3:3 ). Non per nulla Paolo ha scelto proprio questo comandamento per illustrare i limiti della legge (Rom. 7:7-25). Anche gli scribi sapevano dire che il primo e gran comandamento della legge è: «Ama il Signore Iddio tuo con tutto il tuo cuore e con tutta l'anima tua e con tutta la mente tua, e con tutta la forza tua»; e che il secondo è: «Ama il tuo prossimo come te stesso» (Mar. 12:28-34). Non è necessaria quindi una grazia speciale per capire che dobbiamo amare Dio e il prossimo con tutto il cuore. Ma il problema grosso è questo: come si fa? Come si fa a «portare la testa nel cuore»? Come si fa a costringere il cuore ad amare, quando sappiamo da Gesù che «è dal di dentro, dal cuore degli uomini che escono cattivi pensieri, fornicazioni, [urti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo invidioso, calunnia, superbia, stoltezza» (Mar. 7:21-22)?
   Se il mio cuore è così, riuscirò forse a modificarlo con atti di volontà, decisioni, buoni propositi? Il tentativo di forzare la natura profonda del proprio essere con l'uso della volontà non può che naufragare e portare a complicazioni ancora più gravi. L'unica decisione da prendere è quella di lasciare che la verità entri nel cuore e ne riveli il contenuto. È la parola di Dio che deve penetrare nel cuore e compiere la sua opera di salutare giudizio:
    «Perché la parola di Dio è vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a due tagli, e penetra fino a dividere l'anima dallo spirito, le giunture dalle midolla; e giudica i sentimenti e i pensieri del cuore» (Eb. 4:12).
E questo non può essere fatto una volta per tutte, in modo generico e complessivo al momento della conversione; perché continuamente io sono spinto ad autoimbrogliarmi, a lasciare in ombra aspetti poco gradevoli della mia personalità, a nascondermi davanti alla voce di Dio che mi chiama e mi chiede: dove sei? La parola di Dio deve essere di casa dentro di me, in modo che possa compiere la sua opera di illuminazione e di giudizio.
   Ma aprirsi alla parola di Dio che giudica significa anche aprirsi alla parola di Dio che perdona e guarisce:
    «Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1 Giov. 1:9);
    « ... affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito» (Rom. 8:4).
Dio perdona e guarisce; così bisogna dire, e non soltanto «perdona», affinché non si pensi ad un'assoluzione puramente giuridica che, pur cambiando la posizione dell'uomo davanti a Dio, lo lasci praticamente come prima, in balìa del suo brutto carattere, dei suoi impulsi aggressivi, delle sue voglie indecorose. Un certo modo di intendere la giustificazione per fede può farci ritenere, come gli scribi del vangelo, che per Gesù sia più facile dire: «I tuoi peccati ti sono rimessi», piuttosto che: «Alzati e cammina». Siamo tutti spiritualmente paralitici, incapaci di frenare i nostri istinti distruttivi, di dominare i nostri impulsi, di dirigere i nostri desideri, di avere sentimenti diversi da quelli che abbiamo. Ma la parola di Dio si rivolge a noi e ci dice: «Alzati e cammina!». Così adesso sappiamo che «camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo Spirito» (Rom. 8:4).
   Lo Spirito, quindi, è il vero rimedio ai desideri incontrollabili della nostra recalcitrante natura:
    «Or io dico: camminate secondo lo Spirito e non adempirete i desideri della carne» (Gal. 5:16).
Se ci sembra di non poter fare quello che vorremmo perché ci sentiamo spinti dai desideri della carne, non possiamo far altro che esporci ad altri desideri, ancora più forti ma contrari: quelli dello Spirito.
    «Perché la carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; sono cose opposte tra di loro; in modo che non potete fare quel che correste» (Gal. 5:17).
Lo Spirito di Dio, che è stato sparso tra gli uomini dopo la morte e la risurrezione di Gesù Cristo, e che quando è lasciato liberamente agire costringe gli uomini a compiere la volontà di Dio, è il vero compimento del proposito che Dio ha espresso nella sua legge. Pur sapendo che gli uomini da soli non avrebbero mai potuto osservare pienamente i suoi comandamenti, Dio ha voluto esprimere in essi il suo desiderio di essere tra gli uomini, la sua aspirazione a vedere compiuta, qui sulla terra, la sua volontà, come è compiuta nel cielo. E nella formulazione stessa dei comandamenti è nascosta una promessa: la promessa che un giorno questi comandamenti saranno osservati, che la sua volontà sarà fatta anche in terra. Gli imperativi dei comandamenti possono infatti essere tradotti anche con tempi futuri: non avrai altri dei nel mio cospetto; non userai il nome dell'Eterno invano; non ucciderai; non ruberai; e così via.
   E questo è avvenuto. Gesù Cristo è l'uomo in cui Dio si è «compiaciuto», l'uomo che ha interamente compiuto la legge e tutta la volontà del Padre suo, l'uomo in cui Dio ha fatto, qui sulla terra, quello che ha voluto.
   Chi crede in Gesù Cristo riceve il suo Spirito, e lasciandosi condurre dallo Spirito non deve più temere di infrangere la legge, perché, come dice Paolo:
    «Se siete condotti dallo Spirito, voi non siete sotto la legge» (Gal. 5:18).
Questo però non significa che come credenti siamo sopra la legge, che noi stessi siamo diventati legislatori e giudici, al di là del bene e del male. Significa invece che non siamo più sotto la maledizione della legge ( Gal. 3: 13), perché il sangue di Gesù Cristo ci purifica dai peccati commessi e lo Spirito di Dio ci conduce su strade del tutto nuove, dove non capita più di imbattersi nei minacciosi cartelli ammonitori della legge, perché lo Spirito stesso compie in noi «la buona, accettevole e perfetta» volontà di Dio.
    «Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, dolcezza, temperanza; contro queste cose non c'è legge» (Gal. 5:22-23).
(da “Le dieci parole”, di Marcello Cicchese)

 


Abu Mazen si libera dei «dissidenti», Fatah vicina all'implosione

Cacciato Qudwa, il nipote di Arafat. Crisi nel partito palestinese in vista delle elezioni. Fibrillazioni anche all'interno di Hamas. Nasser Qudwa: "La decisione contro di me dal Comitato centrale spiega bene ciò che è diventato questo movimento. Continuerò a sentirmi parte di Fatah".

di Michele Giorgio

GERUSALEMME - La crisi iniziata in Fatah dopo l'annuncio di elezioni nei Territori occupati dopo 15 anni ha mosso un altro passo verso il punto di non ritorno.
   Abu Mazen, leader del movimento e presidente dell'Autorità nazionale (Anp), giovedì ha espulso Nasser Qudwa, nipote dello storico presidente Yasser Arafat e tra gli esponenti più rappresentativi del passato di Fatah. Qudwa è stimato da un buon numero di palestinesi perché si è tenuto lontano dalle posizioni di potere e per aver scelto di occuparsi solo della fondazione dedicata ad «Abu Ammar», come era conosciuto suo zio morto nel 2004. Qudwa inoltre è stato per anni la voce dei palestinesi alle Nazioni unite e la sua espulsione non poteva non fare clamore.
   Qudwa ha pagato l'intenzione di candidarsi con una lista indipendente (Forum democratico nazionale) alle elezioni del 22 maggio per il Consiglio legislativo dell'Anp. E per aver apertamente invocato la candidatura del «Mandela palestinese» Marwan Barghouti, il prigioniero politico più famoso e popolare, alle presidenziali del 31 luglio contro quella ufficiale dell'85enne Abu Mazen.
   «La decisione presa contro di me dal Comitato centrale di Fatah spiega bene ciò che è diventato questo movimento, è un atto contro una sana pratica politica. Continuerò a sentirmi parte di Fatah e a lavorare per la causa del popolo palestinese», ha dichiarato Qudwa in un filmato sui social in cui ha sottolineato l'urgenza di attuare un profondo rinnovamento di Fatah e Anp. Con la sua uscita si chiude il processo di allontanamento dai vertici del partito di coloro che avevano fatto parte dell'entourage di Arafat e del suo apparato di sicurezza. Qualche settimana fa è stato di fatto costretto a lasciare Fatah anche Mohammad al Dayya, storica guardia del corpo di «Abu Ammar»: tre anni fa era stato arrestato e incarcerato per aver insultato un consigliere di Abu Mazen.
   Tenendo conto del comunicato carico di avvertimenti minacciosi diffuso dal Comitato centrale di Fatah, di fatto rischiano l'espulsione anche Barghouti, se davvero sceglierà, come sembra, di candidarsi a presidente, e vari alti funzionari non in linea con la leadership e che pensano di presentare liste indipendenti. Tra questi Nabil Amr, un tempo una delle figure più note dell'Anp.
   «Siamo davanti a un ammonimento forte rivolto ad alcuni personaggi di primo piano», ci spiegava ieri M.R., giornalista vicino a Fatah che ci ha chiesto di rimanere anonimo. Secondo M.R. la causa principale del fermento che rischia di disintegrare Fatah «è l'ostinazione di Abu Mazen a candidarsi a tutti i costi, perché convinto che (il presidente Usa) Biden avrà una linea diversa da quella di Trump verso Israele e sosterrà le aspirazioni palestinesi. A crederci sono solo lui e i suoi consiglieri». Accanto a chi si mostra dispiaciuto per come è stata gestita la vicenda di Nasser Qudwa, altri dirigenti del movimento appoggiano il pugno di ferro contro i dissidenti che, dicono, «indeboliscono Fatah e minano le sue possibilità di vittoria alle elezioni». In questo scenario, ricorda qualcuno, il «reietto» di Fatah Mohammed Dahlan, un ex capo dell'intelligence dell'Anp divenuto nemico giurato di Abu Mazen, grazie ai fondi dei suoi sponsor a Dubai, sta per presentare una sua lista, «Riformisti democratici», che, si dice, raccoglierà non pochi voti in Cisgiordania. E anche a Gaza le sue quotazioni crescono dopo che ha garantito l'ingresso in quel piccolo e popoloso lembo di terra palestinese di 60mila dosi di vaccino Sputnik donate dagli Emirati.
   Fibrillazioni anche nella principale forza avversaria di Fatah, l'islamista Hamas. Le elezioni interne per la nomina del capo a Gaza hanno fatto emergere una frattura mai apparsa prima tra Ezzedin al Qassam, l'ala militare rappresentata dal leader uscente Yahya Sinwar, e i tradizionalisti legati ai Fratelli musulmani che fanno riferimento a Nizar Awadallah. Quest'ultimo a inizio settimana era uscito vincitore dal voto, almeno secondo l'annuncio dato dai media. Poi, su pressione dell'ala militare, si è tenuta una nuova votazione e Sinwar è stato riconfermato leader di Hamas a Gaza.

(il manifesto, 13 marzo 2021)


Problemi di Fatah: salvare l'unità del partito

Nasser Al-Kidwa, membro del Comitato centrale di Fatah e nipote del compianto presidente Yasser Arafat, fondatore di Fatah e dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, ha annunciato la creazione di una nuova lista per la partecipazione alle elezioni parlamentari indipendentemente dal movimento.
Perché si è verificato questo? Riuscirà una lista diversa da Fatah a entrare nel nuovo parlamento palestinese? Quali impatto avranno queste controversie sul futuro assetto della politica palestinese? Sputnik ne ha discusso con alcuni politici del Paese.
Nasser Al-Kidwa, membro del Comitato centrale di Fatah, ha deciso di parteggiare apertamente per il presidente Mahmud Abbas. I leader di Fatah di norma prendono molto raramente le parti del presidente palestinese. Il leader del movimento, Marwan Barghuthi, avrebbe avuto propri interessi personali nel promuovere la propria candidatura a presidente in occasione dell'imminente secondo turno elettorale. Al-Kidwa spera comunque di entrare nel parlamento palestinese.

 Un forte colpo
  Zayd al-Ayouby, membro del Consiglio rivoluzionario di Fatah e consigliere del movimento, considera altamente rischioso per il futuro del movimento il tentativo dei singoli leader di porre in essere lo scisma interno e di portar via parte degli elettori da Fatah.
"Questo danneggerà significativamente il futuro del movimento e la sua unità. E questo appare particolarmente pericoloso considerata la concorrenza con Hamas che di sicuro conserverà seggi nel nuovo parlamento. A questo ritmo tutti i leader di Fatah tenteranno di formare una propria lista indipendente. In quel caso il nostro movimento cesserebbe di esistere. Pertanto, sarebbe assai più producente analizzare con attenzione la ragione scatenante il conflitto e trovare un punto di incontro. Ognuno di noi condivide alcuni obiettivi politici, dobbiamo semplicemente rimanere uniti. Una divisione non gioverà a nessuno", spiega.
 Controversie insormontabili
  A sua volta, Ayman al-Raq, membro del Consiglio rivoluzionario di Fatah, sostiene che sia stato il presidente stesso della Palestina ad essersi fatto iniziatore dei conflitti in seno al movimento.
"Chiaramente è stata su istigazione del presidente che i politici di Fatah si stanno attaccando a vicenda. Dunque, è stato proprio Mahmud Abbas a porre la condizione per cui si vietava l'accesso alle elezioni ai membri del Comitato centrale, del Consiglio rivoluzionario e del Consiglio della consulta di Fatah. Ci attendiamo, quindi, che in virtù di questi ostacoli molti vogliano presentarsi alle elezioni con una lista propria. In diversi casi questa condizione è chiave poiché costituisce un punto di contrasto invalicabile", sostiene.
Secondo il politico palestinese il desiderio di partecipare in maniera autonoma alle elezioni è stato espresso anche da Abdel Fattah Hamayel, Nabil Amr e altri membri del Comitato centrale.
Tuttavia, la situazione non è poi così cupa. In merito alle possibilità di salvaguardare l'unità di partito, il politico continua così:
"La maggior parte dei membri di Fatah considerano necessarie l'unità e la tregua con chiunque per svariate ragioni desideri lasciare il partito prima delle elezioni. Continua a rimanere la possibilità di creare una lista unica per le elezioni e questo ci infonde la speranza di vincere".
Tuttavia, l'operato di Mahmud Abbas e dei suoi non lasciano ben sperare.
"Inizialmente Abbas non voleva riappacificarsi con Mohammed Dahlan nonostante le imminenti elezioni. Poi ha richiesto l'applicazione di un regime delle "porte aperte" per promuovere la candidatura al Consiglio di legislatura. Il presidente così di fatto non lascia alcuna possibilità ai funzionari di Fatah nel caso questo rinsavissero in tempo", aggiunge il politico.

 Altre criticità
  Si registra anche un'altra criticità: l'ingerenza esterne nelle elezioni che si percepisce già ora. Infatti, secondo le dichiarazioni del presidente palestinese Abbas, Israele sta tentando di minare lo svolgimento delle elezioni. La motivazione di una simile accusa è legata all'ondata di arresti dei leader di Hamas nei territori controllati da Israele.
Non rimangono in disparte nemmeno gli USA che, alla luce del cambio dirigenziale del governo, hanno cambiato anche il loro atteggiamento nei confronti della questione palestinese.
Infatti, il governo USA considera la Cisgiordania un territorio occupato da Israele. Così ha sostenuto Edward Price, portavoce del Dipartimento di Stato, interrogato in merito alla posizione dell'attuale governo in merito al conflitto israelo-palestinese.
Ciò può significare che Washington è intenzionata a investire non solo nella questione palestinese, ma anche nella politica interna del Paese.
Le elezioni in Palestina si svolgeranno, secondo le previsioni, in 3 fasi: la prima riguarderà l'elezione degli organi legislativi il 22 maggio; poi vi saranno le presidenziali del 31 luglio e infine si terranno le elezioni del Consiglio nazionali previste per il 31 agosto.

(Sputnik Italia, 13 marzo 2021)


La vedova Arafat accusa Abu Mazen: "L'espulsione di Qudwa da Fatah è l'ennesimo abuso"

Cresce la tensione mentre si avvicinano le prime elezioni convocate a maggio (e a luglio le presidenziali) dopo 15 anni

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - La strada verso le elezioni palestinesi, convocate per i prossimi mesi per la prima volta dopo 15 anni, è ancora lunga e tortuosa, ma soprattutto ricca di insidie non solo per la rivalità esistente dal 2007 tra Fatah e Hamas, ma anche all'interno delle fazioni stesse. Il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha espulso ieri da Fatah Nasser al Qudwa, figura di spicco della politica locale, già ministro degli Esteri e ambasciatore all'Onu, nonché nipote dell'indiscusso Rais, Yasser Arafat. Il motivo: la decisione di Qudwa di formare una lista indipendente in vista delle elezioni parlamentari, convocate per il 22 maggio (mentre quelle presidenziali per il 31 luglio), in polemica con la gestione di Abbas del processo elettorale.
  C'è chi parla di "punizione esemplare", un modo per mettere a tacere tutte quelle voci di dissenso all'interno di Fatah, che chiedono un vero rinnovamento in vista del tanto atteso appuntamento elettorale. E non sono poche, ma sanno che esprimere il dissenso può costare un caro prezzo. Il caso di Qudwa riporta alla mente quanto accaduto con Muhammad Dahlan, l'arcirivale di Abbas che nel 2011 era stato fatto fuori da Fatah e dall'Anp e da allora vive in esilio ad Abu Dhabi, da dove continua a essere una figura determinate per le sorti dei palestinesi (c'è chi sostiene vi sia un suo coinvolgimento dietro gli Accordi di Abramo, che hanno portato alla normalizzazione tra Israele ed Emirati Arabi Uniti quest'estate).
  A esprimere una solida posizione di condanna contro la decisione del presidente palestinese è Suha Arafat, la vedova dello storico leader deceduto nel 2004, che in una dichiarazione rilasciata a Repubblica definisce l'espulsione di Qudwa "l'ultimo atto di abuso di potere di Mahmoud Abbas, che dimostra come abbia perso il controllo della situazione politica nella Palestina occupata. Abbas dirige l'Autorità Palestinese da 16 anni con pugno di ferro, abusi, portando a imprigionare liberi pensatori, giornalisti, artisti e politici di primo piano".
  Già quest'estate la vedova Arafat aveva destato clamore difendendo la decisione degli Emirati di avviare il dialogo con Israele: "Se sono per la normalizzazione, non significa che siano contro di noi, ma solo che fanno il proprio interesse", aveva dichiarato in un'intervista a Repubblica. Dopo quelle dichiarazioni Arafat sostiene di essere stata oggetto di una campagna d'odio e di minacce che nell'autunno hanno portato anche al licenziamento del fratello Gabi Taweel dalla posizione di Ambasciatore palestinese a Cipro. "La vendetta personale di Abbas contro la famiglia Qudwa-Arafat è ora più evidente che mai", continua Arafat. "Oggi alzo una bandiera rossa e chiedo al popolo palestinese e alla comunità internazionale di rendere Abbas responsabile di tutte le azioni illegali che ha commesso contro il popolo palestinese in generale e la mia famiglia in particolare".
  Negli ultimi mesi Arafat si è espressa duramente contro la leadership palestinese, rilasciando anche alcune insolite interviste alla stampa israeliana e chiedendo ad Abu Mazen di dimettersi in vista delle nuove elezioni. "Non è possibile che i giovani palestinesi abbiano successo nel resto del mondo e solo nei Territori continuino a essere oppressi" aveva dichiarato a gennaio al giornalista israeliano Baruch Yedid.
  Dure critiche alla scelta di espellere Qudwa arrivano anche da chi potrebbe ora diventare un nuovo alleato, ossia la "Corrente democratico-riformista di Fatah", come si auto-definiscono i seguaci di Dahlan che da anni gestiscono una rete molto attiva nei Territori, che secondo i sondaggi potrebbe ambire a un 10% dei seggi. Dimitri Diliani, il portavoce della fazione a Gerusalemme e uno degli uomini più vicini a Dahlan, a colloquio con Repubblica dice che "Abbas sta trasformando le istituzioni palestinesi in un 'one man show'. Esistono delle procedure, non ha nessuna autorità per espellere membri del Comitato Centrale di Fatah". Secondo Diliani, la logica di reprimere il dissenso interno a Fatah è volta a "strangolare la libertà del procedimento elettorale e a preservare lo statu quo: Fatah in Cisgiordania, Hamas a Gaza. E' quello che fa comodo a entrambi, nonché a Netanyahu".
  Gli occhi sono ora puntati al 20 marzo, quando inizierà la presentazione delle liste elettorali per l'assemblea legislativa. Ma in molti credono che tutto il procedimento potrebbe facilmente slittare di qualche mese (c'è chi dice a data da destinarsi), data l'attuale lacerazione interna, ma anche la difficoltà di gestire elezioni sotto la minaccia della pandemia, con i palestinesi che si trovano di fronte a una terza ondata che sta mettendo a dura prova il sistema sanitario. Diliani crede paradossalmente che proprio il Covid sarà determinante perché le elezioni abbiano luogo, "Abu Mazen ha bisogno delle elezioni per ottenere una parvenza di legittimità nella comunità internazionale, ma ha molto interesse che quanta meno gente vi partecipi. E' evidente che elezioni con le restrizioni imposte dal governo minacceranno gli indipendenti. Ma non possiamo più aspettare: è arrivato il momento di sfidare l'autoritarismo di Mahmoud Abbas e di chiedere finalmente libertà di espressione, promozione dei diritti umani, laicità delle istituzioni".

(la Repubblica, 12 marzo 2021)


Guerra in mare

Israele attacca in segreto le navi iraniane che violano le sanzioni internazionali contro la Siria.

di Daniele Raineri

ROMA - Israele ha attaccato una decina di navi iraniane dirette verso la Siria - la maggior parte erano petroliere - negli ultimi diciotto mesi secondo fonti americane e fonti "regionali" citate dal Wall Street Journal, dove "regionali" potrebbe voler dire "israeliane" oppure di un paese del Golfo. Le fonti dicono che a febbraio alcuni agenti israeliani hanno attaccato una mina allo scafo di una nave iraniana alla fonda vicino alla costa del Libano e poi l'hanno fatta esplodere. Le mine attaccate di nascosto alle navi sarebbero l'arma più usata in queste operazioni.
   La notizia data dal Wall Street Journal getta una nuova luce su tutta una sequenza di eventi che è verificata negli ultimi due anni su quella rotta marittima, a partire dall'annuncio da parte dei media iraniani di un "attacco codardo con due missili" avvenuto l'11 ottobre 2019 contro la petroliera iraniana Sabiti in navigazione nel Mar Rosso. Si trattò di una denuncia rara perché poi l'Iran ha smesso di parlare di attacchi in mare e ha mantenuto il silenzio per tutto questo tempo. Giovedì un canale Telegram iraniano non ufficiale ha mostrato le fotografie di un incendio a bordo della nave iraniana Shar e Kord e ha parlato di nuovo di un attacco "con due missili" proprio davanti al porto siriano di Latakia, una delle città controllate dal governo del presidente Bashar el Assad.
   L'Iran tace perché questo traffico di navi e di greggio verso la Siria è in flagrante violazione delle sanzioni internazionali contro il governo di Assad ed è tutto gestito dai Guardiani della rivoluzione iraniani, la forza militare che si occupa delle operazioni all'estero. Le fonti dicono che secondo Israele alcune di queste navi sono cariche di armi e di equipaggiamento militare e le altre sono cariche di petrolio (equivale a dire: denaro) e che questo traffico fa parte della campagna iraniana cominciata nel 2015 per trasformare la Siria in una guarnigione militare pronta a una futura guerra. In pratica, questi attacchi contro le navi sarebbero la versione marittima di quello che succede già da anni sulla terraferma: ogni mese i raid aerei israeliani distruggono carichi militari arrivati in Siria dall'Iran, in particolare nella zona dell'aeroporto internazionale a sud della capitale Damasco.
   Queste operazioni potrebbero essere una risposta ai quattro sabotaggi avvenuti nel maggio 2019 ai danni di quattro petroliere in transito nel Golfo Persico, che non sono stati rivendicati in via ufficiale da nessuno ma che le compagnie di assicurazione attribuiscono all'Iran - che così avrebbe voluto dimostrare quanto è facile bloccare una delle rotte più importanti del mondo. Lunedì un drone lanciato dalle milizie filoiraniane in Iraq ha colpito il terminal di Ras Tanura sulla costa saudita e nel settembre 2019 uno sciame di droni e di missili colpi la raffineria saudita di Abgaiq-con danni molto gravi. Questa guerra non dichiarata fra potenze regionali a colpi di bombe contro petroliere e raffinerie per una anomalia di percezione globale fa meno notizia del problema delle microplastiche in mare.

(Il Foglio, 13 marzo 2021)


Sostegno al Meis. La Regione entra nella Fondazione con 200mila euro

Bonaccini, Felicori e Calvano hanno spinto per l'iniziativa per dare valore alla Memoria «È un investimento sul futuro e sulla pace»

Sostegno a favore del Museo nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah di Ferrara (Meis), città fulcro per l'ebraismo italiano. La regione decide di entrare nella Fondazione che gestisce il Meis definendo, già a partire da quest'anno, risorse per 200mila euro.
   L'iniziativa è contenuta in una proposta di legge che la Giunta regionale ha approvato nel corso dell'ultima seduta e che ora approderà nell'aula dell'Assemblea legislativa. Si tratta di un provvedimento normativo composito che riguarda "Interventi nei settori della cultura e della memoria del Novecento. Partecipazione alla Fondazione Museo Nazionale dell'ebraismo italiano e della Shoah".
   La Regione si andrà così ad affiancare al Ministero della Cultura, al Comune di Ferrara, a Cdec (Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea) e all'Ucei (Unione delle comunità ebraiche italiane), i soggetti che attualmente partecipano alla Fondazione Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah.
   «Oggi più che mai abbiamo ritenuto necessario, entrando nella Fondazione, esercitare un maggior e concreto impegno- affermano il presidente della Regione Stefano Bonaccini e l'assessore regionale alla Cultura, Mauro Felicori- per un luogo come il Meis che non vuole essere, fin dai presupposti, solo un museo ma spazio per favorire il dialogo, il confronto e per investire sulla pace. Un luogo da vivere, dove incontrarsi, per stimolare confronti, dialoghi e proporre esposizioni. Quando le generazioni passano e i superstiti si estinguono sono le comunità civili nella loro interezza a dover divenire testimoni del tempo: diffondere la cultura della memoria è un grande investimento per la pace e la tolleranza nel futuro».
   Il Meis, istituito dal parlamento nel 2003, è chiamato a narrare gli oltre due millenni di presenza degli ebrei in Italia, con le loro tradizioni e i contributi alla storia e alla cultura del Paese, nonché l'ebraismo nel suo insieme.
   «La cultura è un potente antidoto - aggiungono Bonaccini e Felicori - anche per smaltire le scorie del secolo scorso. Per fare memoria dell'immane tragedia che fu l'Olocausto e per difendere, ogni giorno, i principi della dignità della persona, riteniamo necessario essere al fianco anche di ambiziosi progetti per il futuro come quelli che proporrà il Meis e che, come Regione, ci impegniamo a sostenere con la massima partecipazione, impegno e investimenti».
   «Siamo una terra tenace, resistente e appassionata che- chiudono Bonaccini e Felicori- sa ricordare, fare tesoro del passato e guardare con fiducia al domani, in vista di una ripartenza complessiva dopo l'emergenza covid». Soddisfazione è stata espressa anche dall'assessore regionale al bilancio, il ferrarese Paolo Calvano.

(la Nuova Ferrara, 13 marzo 2021)


Stop al viaggio di Bibi negli Emirati Arabi. È la vendetta per il no alla Giordania

Amman reagisce all'annullamento di un viaggio ad Al Aqsa. Quarta cancellazione per la visita di Netanyahu ad Abu Dhabi.

di Fiamma Nirenstein

Israele-Giordania, parte seconda, la vendetta. È naufragato il quarto tentativo di Benjamin Netanyahu di visitare gli Emirati dopo gli Accordi di Abramo.
   Cos'è accaduto? Mercoledì il principe Hussein, figlio di Abdullah, si preparava a visitare il Monte del Tempio, ovvero la Moschea di Al Aqsa, con tutti gli uomini e i mitra che sembravano consoni alla casa reale e lasciando le porte aperte alla folla: la dinastia Hashemita è l'affidataria della Moschea di Al Aqsa e del Monte del Tempio con i palestinesi, e il futuro monarca voleva visitarla nel giorno della ascesa al cielo di Mohammed (Maometto) con una schiera regale e la folla plaudente. Israele non ha accettato: dal Monte del Tempio può scaturire la più grande violenza, è già accaduto, è il luogo originario del Grande Tempio ebraico, ed è sotto la sua sovranità.
   Ma il re si adombra e sa che è molto importante per Bibi raggiungere Mohammed bin Zayed ad Abu Dhabi. Occhio per occhio, più qualche vecchio conto e calcolo politico. In più la moglie del primo ministro, Sarah, è stata ricoverata d'urgenza all'ospedale mercoledì, prima del viaggio, con l'appendicite. Bibi ha passato la notte all'ospedale. Mentre già si vacilla sulla possibilità di Netanyahu di partire per un viaggio che ha definito «di grande importanza nazionale e internazionale» arriva il messaggio giordano. «Israele voleva imporre cambiamenti... Avrebbe limitato l'ingresso di musulmani in visita... Il principe cancella per rispetto dei fedeli». A mezzogiorno, il re ci ripensa: passate pure. Ma è troppo tardi. Il tempo ormai è scaduto. Netanyahu doveva restare a Abu Dhabi solo due ore per poi tornare a incontrare i primi ministri ceco e ungherese per un'alleanza anti Covid. Resta la ferita della lite con l'alleato giordano.
   Le elezioni sono fra undici giorni: per Netanyahu la battaglia contro il Coronavirus e la conquista della pace di Abramo sono le due carte più convincenti. Adesso tutti i suoi nemici si affrettano a denunciare una strategia che mette in forse una delle due paci più consolidate, quella con la Giordania del 1994. Benny Gantz già accusava da tempo Bibi di avere negletto Abdullah. Ma la verità è che la Giordania si era associata ai palestinesi nel rifiuto sia dell'ambasciata americana a Gerusalemme che degli accordi di Abramo: re Abdullah conta il 70% di palestinesi fra i suoi sudditi, la sua pace soffre di un dissenso permanente, che non ha mai permesso ai giordani di visitare Israele, mentre tanti sono stati gli scontri di confine. Adesso c'era un nuovo pesante elemento in gioco: Netanyahu desiderava l'incontro di Abu Dhabi anche per associare agli Accordi l'Arabia Saudita: pare addirittura che il principe bin Salman avrebbe potuto essere presente, e se non lui qualche emissario. I sauditi non ci tengono affatto all'idea che Al Aqsa sia considerata luogo sacro dall'islam. La Mecca deve avere il primato assoluto. Ultimamente Osama Yamani, famoso commentatore saudita, ha scritto che Al Aqsa non si trova a Gerusalemme, ma vicino alla Mecca, e solo verso quel luogo santo si deve volgersi pregando. C'è anche chi già dice, scriviamo con prudenza, che i regali giordani sono stati raggiunti da insistenze dei nemici di Bibi, Yair Lapid, capo dell'opposizione, e da Ehud Barak, l'antico capo della sinistra.
   Un'occasione, si dice, per ostacolare la campagna elettorale di un primo ministro che sembra, nei sondaggi, sempre in prima linea dopo 12 anni al potere.

(il Giornale, 12 marzo 2021)


Provaci ancora Bibi

Salta il viaggio storico di Netanyahu negli Emirati, ci riproverà. Elezioni e missili

di Daniele Raineri

ROMA - Il primo ministro d'Israele, Benjamin Netanyahu, ha annullato per la quarta volta un viaggio molto desiderato per andare nel Golfo a incontrare l'emiro Mohammed bin Zayed, leader degli Emirati Arabi Uniti. La visita era prevista per ieri e sarebbe stata storica, la prima di un premier di Israele negli Emirati grazie agli accordi di normalizzazione firmati nell'agosto 2020 - anche se forse Netanyahu aveva già incontrato l'emiro Bin Zayed negli Emirati durante un viaggio segreto nel 2018. La normalità diplomatica di oggi tra Israele e i paesi arabi del Golfo è il risultato di contatti clandestini andati avanti per almeno dieci anni. Ma l'incontro non è avvenuto ieri per due ragioni pubbliche e forse per altre che non lo sono. Nella notte di mercoledì la moglie di Netanyahu, Sarah, è stata ricoverata in ospedale per appendicite e ieri mattina c'è stato un litigio diplomatico con la Giordania quando le guardie di confine israeliane hanno respinto il principe Hussein ibn Abdallah, primogenito del re di Giordania, perché la scorta che lo accompagnava verso Gerusalemme era troppo numerosa. A quel punto la Giordania ha chiuso il suo spazio aereo agli israeliani per ritorsione - e così ha allungato la rotta verso gli Emirati - e quando l'ha riaperto poche ore dopo la notizia dell'annullamento del viaggio era già uscita. Tutte queste informazioni non sono ufficiali, ma vengono dall'entourage di Netanyahu e sono state rilanciate da Barak Ravid, giornalista israeliano di solito bene informato.
   Gli Emirati non avevano mai confermato la notizia della visita, che sarebbe stata il frutto di una telefonata a Bin Zayed da parte di Netanyahu dieci giorni fa. Il primo ministro israeliano tiene molto a fare questo incontro prima delle elezioni del 23 marzo per ricordare agli elettori i suoi successi diplomatici. Per vincere la riluttanza da parte degli Emirati Arabi Uniti - che non vogliono interferire con le elezioni israeliane - ha mandato il capo del Mossad, Yossi Cohen, che da tempo fa le funzioni di ambasciatore discreto nelle relazioni con i regni arabi del Golfo.
   L'emiro Bin Zayed da sedici anni lavora per trasformare gli Emirati da petromonarchia imbelle e viziata dai proventi del greggio a potenza militare regionale capace di condizionare tutto quello che succede nell'area - grazie alle armi e agli addestratori occidentali. Non è chiaro quale contropartita abbia chiesto a Netanyahu per l'incontro, ma negli ultimi mesi si parla con insistenza di un progetto comune di difesa missilistica. Il 15 dicembre Moshe Patel, il capo del programma missilistico di Israele, aveva parlato in pubblico della possibilità di collaborare con alcuni stati del Golfo, non meglio precisati ma tutti sanno che intendeva gli Emirati Arabi Uniti e l'Arabia Saudita. Patel, quel giorno, aveva presentato un nuovo sistema di difesa capace di intercettare i missili ad altezze differenti e quindi in punti diversi della loro traiettoria. In pratica, se il sistema manca un missile in arrivo può provare di nuovo ad abbatterlo.
   In questi anni gli Emirati e soprattutto l'Arabia Saudita sono diventati il bersaglio di attacchi ripetuti con droni e missili da parte di milizie irregolari che agiscono per conto dell'Iran in tutto il medio oriente, dallo Yemen al Libano, ma permettono al governo dell'Iran di negare la sua responsabilità. Anche Israele e le basi americane nella regione (a partire da quelle in Iraq) subiscono questa minaccia ed è soltanto questione di tempo prima che questo progetto comune diventi reale - nel giro di pochi mesi dopo la firma degli accordi di Abramo. Può sembrare una traiettoria rapida, ma ogni settimana ci sono nuovi attacchi contro obiettivi come raffinerie e aeroporti e la difesa condivisa è un'evoluzione quasi naturale. Se l'Amministrazione Biden dirà di sì, i regni del Golfo oltre a mettere ingenti risorse finanziarie nel progetto possono anche mettere a disposizione basi per la sorveglianza che sono vicinissime alle coste dell'Iran.

(Il Foglio, 12 marzo 2021)


Israele modello anti-crisi: esporta farmaci anti-Covid in Africa e ora anche in Europa

di Jonathan Pacifici

Visto da una Gerusalemme che si sta lasciando alle spalle la crisi Covid, il prossimo futuro sembra pieno di opportunità. Dopo le visite della scorsa settimana del cancelliere austriaco Sebastian Kurz e del primo ministro danese Mette Frederiksen, giovedì è stata la volta del premier ceco Andrej Babis e del primo ministro ungherese Viktor Orban. I due hanno incontrano Netanyahu per discutere le possibilità di cooperazione nella ricerca e sviluppo dei vaccini e nei protocolli di risposta alla pandemia di coronavirus.
   Babis ha presenziato all'apertura di un nuovo ufficio diplomatico del suo paese a Gerusalemme in Washington Street, a pochi passi dall'Hotel King David nel centro della città. Al taglio del nastro ha partecipato anche il ministro degli esteri israeliano Gabi Ashkenazi. Due anni fa la Repubblica Ceca aveva aperto nella capitale israeliana un centro culturale chiamato «The Czech House». Ora con questa mossa, poco meno di un ambasciata, Praga si affranca dalla politica estera di Bruxelles, notoriamente ostile al riconoscimento di Gerusalemme Capitale messo in moto dall'amministrazione Trump.
   Appena due settimane fa aveva fatto notizia la decisione di Netanyahu di destinare almeno 100.000 dosi di Moderna ad una vera e propria campagna di diplomazia del vaccino. L'operazione era stata poi sospesa per problemi regolatori, non prima però che Praga ricevesse 5.000 dosi. Anche l'Honduras ha già ricevuto una prima spedizione destinata, secondo il Presidente Juan Orlando Hernandez, ai lavoratori in prima linea.
   Ora la campagna riprende e secondo l'emittente pubblica Kan i paesi che dovrebbero ricevere dosi sono Cipro, Ungheria, Guatemala, Maldive, San Marino, Etiopia, Ciad, Kenya, Uganda e Guinea. Ci sarebbe anche la Mauritania, che con Israele non ha rapporti diplomatici ma presto potrebbe averne. Anche i diplomatici stranieri accreditati in Israele sono stati tutti vaccinati nonostante l'assenza di regime di reciprocità. Su richiesta degli Stati Uniti poi, Gerusalemme ha provveduto anche alla vaccinazione delle forze di Pace Mfo (Multinational force and observers) di stanza nel Sinai. Si tratta di 2.400 membri da 14 nazioni. Secondo il quotidiano londinese Asharq Al-Awsat Israele sta finanziando l'acquisto di dosi di Sputnik V per la nemica Siria. Il finanziamento sarebbe parte di un accordo di scambio di prigionieri con il regime di Assad mediato da Mosca.
   Sul fronte palestinese, questa settimana è iniziata la vaccinazione di circa 120.000 persone che entrano quotidianamente in Israele con regolare permesso di lavoro (circa 87.000) e dei lavoratori palestinesi nelle comunità ebraiche dei territori (35.000). I centri di vaccinazione sono stati allestiti in diversi parchi industriali ed ai checkpoint. Secondo il piano, la somministrazione delle prime dosi del vaccino sarà completata entro due settimane, ha reso noto l'esercito, con i centri che successivamente si apriranno per altre due settimane per somministrare la seconda dose.
   Lo scorso giovedì è stato rodato il sistema con un pilot di 700 palestinesi vaccinati al checkpoint di Shaar Efraim. Secondo gli accordi di Oslo tutti gli aspetti sanitari della popolazione palestinese di Giudea e Samaria ricadono sotto la giurisdizione della Anp, la quale ha ripetutamente reso noto che non accetterà intromissioni israeliane in questa sua prerogativa. D'altro canto la Anp non dispone ad oggi di dosi in numero significativo e c'è chi sostiene che gli ordini fatti dal governo israeliano, ben oltre le necessità nazionali, prendono in considerazione il fatto che. alla fine. toccherà ancora una volta ad Israele supplire al malgoverno di Ramallah.
   Tutto questo è possibile perché Israele ha provveduto in tempi utili ad ordinare vaccini da più produttori, quando ancora non ne era chiara l'efficacia. Ora si ritrova con i magazzini pieni di validissime alternative e si prepara, non appena ci sarà l'ok dell'Fda, anche alla vaccinazione degli under 16 che dovrebbe finalmente portare all'immunità di gregge. Forte del successo vaccinale oggi Gerusalemme guarda avanti. La Uae ha annunciato «discussioni formali per stabilire un corridoio di viaggio senza quarantena» con Israele. Gli Emirati Arabi Uniti riconosceranno i certificati di vaccinazione israeliani e viceversa. Grecia e Cipro hanno già firmato accordi simili con Israele in vista della stagione estiva. Anche con gli Usa è al vaglio l'integrazione dei sistemi informatici per un più veloce scambio di informazioni.
   Sembra invece saltato, almeno per ora, il vero colpaccio di King Bibi. Il Premier doveva volare ad Abu Dhabi per un tanto atteso incontro con il principe Mohamed bin Zayed Al Nahyan e, sembra, con lo stesso principe ereditario saudita Mohammed bin Salman. Un improvviso ricovero per appendicite della first lady Sara Netanyahu ha impedito il viaggio. Nell'era della diplomazia del vaccino la pace tra Israele e l'Arabia Saudita è ormai una questione di quando, non di se.

(Milano Finanza, 12 marzo 2021)


Lastminute.com sbarca in Israele

di Luca Gorrasi

lastminute.co.il è il nuovo portale realizzato con una joint venture con l'agenzia di viaggi israeliana Issta Lines Group.
  La joint venture riunisce due importanti aziende nel settore travel, per lm group questo è solo il primo passo per un ulteriore espansione in medio oriente nei prossima anni.
  Un lavoro che è iniziato alla fine del 2019 che si è concretizzato in questi giorni con la firma degli accordi di Abraham e l'accelerazione del programma di immunizzazione israeliano.
  Andrea Bertoli, Amministratore Delegato lm group, ha dichiarato: "L'anno scorso è stato un anno molto impegnativo per l'industria dei viaggi, e in effetti, il mondo intero ha dovuto affrontare una crisi pandemica senza precedenti. Nonostante ciò, abbiamo sentito che il momento per costruire il futuro è adesso e questo è il momento giusto per crescere in nuovi mercati e segmenti . Vediamo i primi segni di ripresa del mercato, grazie al vaccino, con la fiducia in Israele, così come nel Regno Unito, che cresce di settimana in settimana. Questo è il motivo per cui siamo lieti di lanciare la nostra prima joint venture al di fuori dell'Europa in Israele e MENA."
  "C'è un grande interesse nel mercato israeliano di tutto il mondo da parte di grandi aziende a causa del grande potenziale valore intrinseco in esso, ad esempio, il numero di israeliani che hanno volato all'estero nell'anno prima di Covid era lo stesso del numero di residenti nel paese (circa 9 milioni)", ha detto Achishai Gal, CEO di Issta.

(WEtravel.biz, 12 marzo 2021)


Che feeling tra Dubai e Israele

Decolla il commercio di Dubai con Israele. Negli ultimi cinque mesi ha raggiunto un valore di un miliardo di dhiram (230 milioni di euro) e un volume di 6217 mila tonnellate. Secondo le statistiche della dogana di Dubai, le importazioni sono state pari a 325 milioni di dhiram (73,5 milioni di euro), le esportazioni a 607 milioni di dhiram (137 milioni di euro) e il commercio di transito a 98,7 milioni di dhiram (22,3 milioni di euro). Alla luce di questa crescita, Sultan bin Sulayem, presidente e amministratore delegato di Dp World e presidente di Dubai's Ports, Customs e Free Zone Corporation, ritiene che l'apertura di nuovi mercati e il commercio reciproco tra Dubai e Israele incoraggerà le aziende ad aumentare la produzione, portando a una maggiore crescita economica e alla creazione di nuovi posti di lavoro. «L'espansione del commercio e degli investimenti tra le due parti andrà a vantaggio non solo delle comunità imprenditoriali negli Emirati Arabi Uniti e in Israele, ma anche di altre parti interessate e comunità imprenditoriali in Medio Oriente», ha affermato Bin Sulayem. Dp World ha firmato un accordo con la banca israeliana Leumi lo scorso settembre 2020 per facilitare il commercio e i servizi logistici tra le due parti, oltre a una serie di accordi di cooperazione sullo sviluppo di merci, porti e zone franche con la compagnia israeliana Dovertower: nell'ambito di questa intesa è stata lanciata anche un'offerta congiunta per privatizzare il porto di Haifa.

(investire, 12 marzo 2021)


Gli Emirati Arabi Uniti annunciano un fondo da 10 miliardi di dollari per investimenti in Israele

ABU DHABI - A seguito di una telefonata costruttiva Sua Altezza lo sceicco Mohamed bin Zayed, principe ereditario di Abu Dhabi e vice comandante supremo delle forze armate degli Emirati Arabi Uniti, ha ricevuto da Benjamin Netanyahu, Primo Ministro dello Stato di Israele, gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l'istituzione di un fondo da 10 miliardi di dollari destinato a settori strategici in Israele.
Attraverso questo fondo, gli Emirati Arabi Uniti investiranno in e al fianco di Israele in settori tra cui energia, produzione, acqua, spazio, sanità e agri-tech. Il fondo di investimento sosterrà le iniziative di sviluppo per promuovere la cooperazione economica regionale tra i due paesi. Gli stanziamenti dei fondi proverranno dal governo e dalle istituzioni del settore privato.
Il fondo si basa sullo storico accordo Abraham e mira a rafforzare i legami economici tra due delle fiorenti economie della regione, sbloccando investimenti e opportunità di partnership per guidare il progresso socio-economico.
Questa iniziativa è parte integrante dello storico accordo di pace firmato dagli Emirati Arabi Uniti e Israele con il sostegno degli Stati Uniti e dimostra i benefici della pace migliorando la vita dei popoli della regione. È una manifestazione del nuovo spirito di amicizia e cooperazione tra i tre paesi, nonché della loro comune volontà di far progredire la regione.

(WAM Italian, 11 marzo 2021 - trad. Mina Samir Foke)


Netanyahu non va negli Emirati, "La moglie ha l'appendicite". Ma è scontro con la Giordania

Il premier israeliano avrebbe dovuto incontrare lo sceicco Mohammed bin Zayed e secondo alcune fonti anche il saudita Mohammed bin Salman, ma Amman avrebbe negato il sorvolo dopo che era stato contestato il numero delle guardie del primogenito del re in pellegrinaggio ad Al Aqsa.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - La visita ad Abu Dhabi del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che si sarebbe dovuta tenere oggi nel pomeriggio, è stata annullata all'ultimo momento. Secondo quanto riportato dalla stampa israeliana, il dietrofront sarebbe conseguenza di un incidente diplomatico in corso con la Giordania, che avrebbe negato a Israele la possibilità di sorvolare il proprio spazio aereo.
   
Ieri il principe giordano Hussein bin Abdallah avrebbe dovuto recarsi a Gerusalemme per pregare alla Moschea di Al Aqsa in vista del Ramadan, tuttavia, quando la delegazione era già in prossimità del valico di Allenby tra Israele e Giordania, ha fatto rientro ad Amman a causa di una diatriba sulle misure di sicurezza e nello specifico sul numero di agenti armati della scorta giordana, che secondo Israele superava quanto concordato tra le parti.
   In mattinata già si era prospettata la possibilità di rimandare la visita negli Emirati Arabi Uniti (Eau) in quanto Sara, la moglie del premier, è stata ricoverata nel corso della notte all'ospedale Hadassah di Gerusalemme, dove potrebbe essere sottoposta oggi a un intervento di appendicite.
   
Questa è la quarta volta che la storica visita di Netanyahu - la prima ufficiale dall'avvio della normalizzazione con gli a Emirati Arabi Uniti nell'agosto scorso - viene rimandata. Tre visite precedenti sono state annullate a causa delle restrizioni Covid che avevano portato a un terzo lockdown e al blocco dei voli dall'aeroporto Ben Gurion, che ha riaperto solo questa domenica.
   
Netanyhau avrebbe dovuto incontrare per la prima volta alla luce del sole l'erede al trono e leader di fatto degli Eau Mohammad bin Zayed - che proprio oggi festeggia 60 anni. Inoltre, secondo fonti diplomatiche emiratine e israeliane riportate dalla stampa locale, erano in corso contatti affinché all'incontro partecipasse anche l'erede al trono saudita Mohammad bin Salman (Mbs). Una fonte saudita questa mattina aveva smentito alla Reuters che sarebbe stato presente al Abu Dhabi.
   Va segnalato che l'ufficio del primo ministro non aveva finora ancora confermato la missione, che è stata rivelata ieri dalla stampa israeliana citando un funzionario emiratino.
   La notizia aveva suscitato molte critiche per via della prossimità della visita alle elezioni del 23 marzo, con l'opposizione che accusa Netanyhau di sfruttare la sua posizione internazionale per migliorare il suo posizionamento nei sondaggi.

(la Repubblica, 11 marzo 2021)


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La notizia pubblicata ieri dallo stesso giornale era diversa.

Israele, per Netanyahu la prima storica visita ufficiale negli Emirati

Il premier domani ad Abu Dhabi incontrerà l'erede al trono e leader di fatto Mohammed bin Zayed, sette mesi dopo la firma degli Accordi di Abramo che hanno sancito la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. All'incontro potrebbe partecipare anche il principe saudita Mohammed bin Salman.

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu andrà domani in visita ufficiale negli Emirati Arabi Uniti (Eau) dove incontrerà l'erede al trono e leader di fatto Mohammed bin Zayed (Mbz). Secondo quanto riportato dall'emittente israeliana Kan questa sera, sono in corso trattative che potrebbero portare alla partecipazione del principe saudita Mohammed bin Salman (Mbs) al vertice. Netanyahu e Mbs, insieme all'allora segretario di Stato Usa Mike Pompeo, si sono incontrati nella città saudita di Neom lo scorso 22 novembre, una notizia che fu fatta trapelare allora dall'ufficio del primo ministro israeliano provocando il disappunto della casa reale saudita.
   La visita di Netanyahu negli Emirati segna la prima missione di Stato alla luce del sole da quando il 13 agosto è stata annunciata la normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi, nell'ambito degli Accordi di Abramo. In passato Netanyahu, così come diversi ministri israeliani, aveva già visitato Abu Dhabi in visite tenute segrete e mai ufficializzate.
   Lo storico incontro era stato programmato nei mesi scorsi e annullato tre volte a causa delle restrizioni dovute alla terza ondata di Covid e la conseguente chiusura dell'aeroporto Ben Gurion, che ha riaperto solamente tre giorni fa i battenti per consentire a migliaia di israeliani bloccati all'estero di fare rientro in vista delle elezioni previste per il 23 marzo.
   I quotidiani israeliani citano un alto funzionario del ministero degli Esteri emiratino, secondo cui "il premier Netanyahu è atteso domani per la prima storica visita ufficiale negli Eau su invito dell'erede al trono Mohammad bin Zayed. Alcuni dettagli sono ancora in via di definizione prima di rilasciare il comunicato ufficiale".
   Secondo le indiscrezioni, la questione del possibile ritorno degli Usa all'accordo sul nucleare iraniano occuperà una parte importante dell'agenda degli incontri - che si svolgeranno unicamente nella giornata di giovedì. La settimana scorsa, il presidente del Congresso ebraico mondiale Ronald Lauder ha pubblicato sul quotidiano saudita filo-governativo in lingua inglese Arab News un editoriale in cui invocava la necessità di creare una "Nato mediorientale", unendo Israele, Arabia Saudita, Emirati e Bahrein in uno sforzo comune per contrastare le ambizioni nucleari iraniane.
   Ieri, durante una riunione al Cairo del Forum del gas del Mediterraneo - di cui sono membri Israele, Egitto, Giordania, Grecia, Cipro, Italia e l'Autorità Nazionale Palestinese - è avvenuto un incidente che alcuni in Israele interpretano come una "vendetta" palestinese rispetto alla decisione degli Emirati di intraprendere la strada del dialogo con Israele - decisione seguita nelle settimane successive da Bahrein, Sudan e Marocco, anch'essi parte dell'intesa degli Accordi di Abramo: il rappresentante palestinese ha infatti posto il veto alla richiesta di Abu Dhabi di entrare nel Forum come osservatore.
   Tra il presidente palestinese Abu Mazen e il leader emiratino Mbz da anni è in corso un deterioramento dei rapporti, a causa del sostegno che quest'ultimo ha offerto a Mohammad Dahlan, l'arcirivale di Abu Mazen che dal 2012 vive in esilio ad Abu Dhabi, dopo essere stato espulso da Fatah e dall'Autorità Palestinese nel 2011. Esponenti vicini a Dahlan sono ora in procinto di presentare una lista riformista antagonista a quella di Abu Mazen per concorrere alle elezioni parlamentari palestinesi annunciate per il 22 maggio - le prime dopo 16 anni, il cui svolgimento reale è ancora incerto secondo diversi analisti.
   Dopo l'annuncio degli Accordi di Abramo, la leadership di Ramallah aveva accusato gli Emirati di "aver tradito la causa palestinese", richiamando il proprio ambasciatore ad Abu Dhabi, insieme a quello in Bahrein. A novembre, tuttavia, questi avevano fatto rientro alle proprie sedi diplomatiche, in un gesto che all'epoca fu interpretato come una volontà di distensione dei rapporti in vista dell'insediamento della nuova amministrazione americana Biden.
   La settimana scorsa è invece arrivato in Israele Mohamed al Khaja, il primo Ambasciatore emiratino nello Stato ebraico, che a Gerusalemme ha presentato le credenziali al residente Reuven Rivlin e incontrato Netanyahu, oltre a diversi ministri, tra cui degli Esteri, del Turismo e dell'Economia. Khaja, già capo consigliere del Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale degli Emirati, rientrerà in Israele in pianta stabile ad aprile. Anche Israele ha inviato ad Abu Dhabi il proprio rappresentante diplomatico, Eitan Naeh, già ambasciatore ad Ankara, che si trova ad Abu Dhabi da gennaio.
   I rapporti tra i due Paesi hanno visto un'impennata immediata dal momento della dichiarazione della normalizzazione: da settembre si sono svolte numerose delegazioni di politici e funzionari governativi, tra cui quella del ministro dell'Economia emiratino a ottobre, e sono stati siglati centinaia di partnership tra centri di ricerca, università, aziende, che in pochi mesi hanno portato a scambi commerciali per un valore di 300 milioni di dollari.

(la Repubblica, 10 marzo 2021)


Tutti i giacimenti di Israele per il gasdotto di Otranto

Ma va alle stelle la tensione militare Turchia-Grecia

di Marisa Ingrosso

Se non ci fosse l'ipoteca di una crisi - anche militare - tra Grecia e Turchia, il nuovo accordo tra la joint venture italo-greca Igi Poseidon e la compagnia di Stato di Tel Aviv Israel Natural Gas Lines Company sarebbe la prima buona notizia in oltre un anno e mezzo per il gasdotto che arriverà a Otranto per «sfamare» dell'energivora Europa.
   L'intesa, che schiude le porte di tutti i giacimenti israeliani alla pipeline, è stata salutata con entusiasmo da Igi Poseidon (50/50 di Public Gas Corporation della Grecia ed Edison International Holding). Mentre il ministro dell'Ambiente e dell'Energia greco, Kostas Skrekas, rimarcando «l'importanza strategica» dell'opera «per la Grecia e l'Europa», ha detto di confidare nel fatto che contribuirà alla «sicurezza energetica» del Vecchio Continente oltre che alla pace e alla «cooperazione tra i Paesi del Mediterraneo orientale».
   Questo gasdotto «pugliese», infatti, ha enormi ambizioni geostrategiche giacché è il tratto finale dell'Eastern Mediterranean (EastMed), infrastruttura che vede attorno a un tavolo attorno ai quali Israele, Cipro, Grecia, Italia, col sostegno (anche finanziario) dell'Ue. Pur se persistono voci critiche sulla sostenibilità economica, si prevede che - dal 2025 - possa trasportare dai 10 ai 20 miliardi di metri cubi all'anno del gas naturale estratto (anche) dai giacimenti israeliani e ciprioti.
   E gli auspici di Skrekas possono avere fondamento giacché molte cose, assolutamente impensabili pochi anni fa, si sono avverate proprio grazie alla pipeline. Chi mai avrebbe scommesso un centesimo sul fatto che l'Autorità nazionale palestinese si sarebbe seduta al tavolo con Israele per accordarsi sullo sfruttamento di quello che il presidente Yasser Arafat chiamava il «Dono di Allah», ovvero il Marine Gaza, il giacimento di gas naturale al largo delle coste della Striscia? Chi poteva immaginare quanto è accaduto lo scorso gennaio, con il ministro del Petrolio e delle Risorse minerarie egiziano, Tarek El Molla, che torna da Tel Aviv con una pre-intesa per un gasdotto che collegherà il maxi-campo gasifero Leviathan (israeliano) agli impianti di liquefazione Egyptian Liquefied Natural Gas (egiziani)? Ebbene, è accaduto.
   Potenza della risorsa strategica e delle stanze di compensazione geostrategiche internazionali (come l'Eastern Mediterranean Gas Forum di cui El Molla è presidente). Eppure dietro questa distesa di strette di mano, i veri nodi son tutti da sciogliere. Uno, evidente, passa (anche) per Ankara che, in modo muscolare, pretende di proiettare sulla scacchiera del gas mediterraneo il suo peso di media potenza, a danno della Grecia. Per il momento, sono falliti tutti i tentativi di trovare una composizione. Anzi - come per altro raccontammo proprio sulla «Gazzetta» - nel corso del 20201a situazione nel Mare Nostrum stava per precipitare. Per usare le parole del ministro della Difesa greco Nikos Panagiotopoulos, in una intervista a «National Herald», si è sfiorato lo scoppio di una nuova guerra. «Nel corso del 2020, per tre volte c'è stata una mobilitazione universale delle forze armate greche», ha detto.
   In estrema sintesi, la Turchia, aveva (e ha tutt'ora) sguinzagliato le navi di ricerca idrocarburi (come la Oruç Reis) nel Mediterraneo orientale, facendole scortare da navi da guerra. Atene, a sua volta, ha inviato (e tutt'ora sarebbero in area) navi da guerra e aerei in risposta. Il baratro, a un passo.
   Poi alla Casa Bianca è arrivato un nuovo «arbitro» e, con l'elezione di Joe Biden, il conflitto strisciante ha moderato la propria intensità. Ma c'è ed è palpitante. Soltanto ieri - riporta Al Masdar News - il ministero della Difesa turca ha accusato la Grecia di aver schierato navi da guerra a protezione dell'isola contesa di Kastellorizo (greca sì ma a 2,1 km dalla costa turca). E, proprio in chiave anti-Atene, ieri l'interessante sito Itamilradar.com ha ricostruito la «gita» ai confini greci effettuata dall'aereo della Marina turca ATR C-72MPA, un «gioiellino» multiruolo per la sorveglianza sui mari e, ovviamente, con spiccate funzioni Intelligence.
   In questo mare tanto affollato anche la Nato appare in affanno. Ha creato con enormi difficoltà un sistema per evitare incidenti militari non voluti tra forze greche e turche, ma da quel risultato non ci si è schiodati. Più volte gli incontri tra i due alleati/nemici (Grecia e Turchia sono entrambe membri Nato) sono naufragati.
   Con l'Italia che si muove felpata sul confine di lama delle alleanze, la Francia schieratissima con Atene, val la pena di dire due parole su Mosca e su una fonte di energia con profili piuttosto diversi dal gas. Solo poche ore fa il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan hanno avviato la costruzione del terzo reattore della centrale nucleare di Akkuyu, nel sud della Turchia. Rosatom è il partner dello sviluppo nucleare turco. La prima centrale entrerà in servizio 2023 (centenario della fondazione della Repubblica di Turchia). Il gas «pugliese» dovrebbe arrivare due anni dopo. Scenario geostrategico permettendo.

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 11 marzo 2021)


Roma - Comunità ebraica, è gelo con Raggi. "Scelte inspiegabili"

Rapporti sempre più in crisi: a cominciare dalle promesse mai mantenute sugli urtisti fino al nome per il cda del Museo della Shoah e alle posizioni prese sugli ambulanti.

di Lorenzo d'Albergo

Le promesse mai mantenute sugli urtisti, i 115 venditori di souvenir allontanati dai monumenti più visitati dai turisti a inizio 2020, quando ancora non si parlava di pandemia. La differenza di vedute, piuttosto ampia, sul membro del cda della Fondazione Museo della Shoah di nomina comunale. Infine il braccio di ferro sulle licenze degli ambulanti, che i grillini arrivati a palazzo Senatorio al grido di « no Bolkestein » adesso vogliono rimettere a bando. Si amplia di giorno in giorno il solco scavato tra la Comunità ebraica e il Campidoglio dalle politiche pentastellate. I rapporti si sono prima raffreddati, poi interrotti: da lungotevere de' Cenci, persa ogni speranza di interlocuzione, hanno smesso da un bel pezzo di chiamare in Comune.
Il segnale è chiaro: alle prossime Comunali, tra 7 mesi, la sindaca Virginia Raggi sarà un po' più sola. Di certo non potrà contare sulle simpatie di una comunità da 15 mila persone che appare sempre più stanca, insofferente davanti alle condizioni del centro storico e del resto di Roma. La vicenda degli ambulanti è l'ultima goccia.
   Ruth Dureghello, presidente degli ebrei romani (tra loro ci sono anche mille banchisti che rischiano di restare senza lavoro), l'altro giorno si è schierata senza troppi giri di parole su Twitter: « Siamo vicini agli ambulanti romani che stanno protestando contro la decisione della giunta Raggi di togliergli il lavoro. Alcuni sono pronti a gesti estremi, presi dalla disperazione. La dignità di chi lavora va tutelata e non può essere utilizzata a fini elettorali » . Il predecessore, Riccardo Pacifici, in piazza ha ricordato che le licenze sono state estese per legge fino al 2032 dal governo Conte, puntando il dito contro «l'inspiegabile posizione della sindaca».
   Nel mirino anche Andrea Coia, assessore al Commercio pentastellato che ieri a Repubblica ha spiegato di essere pronto a perdere 3.000 voti dei commercianti che potrebbero perdere la licenza con il bando previsto per giugno a fronte dei 30-40 mila che il Movimento dovrebbe guadagnare con l'operazione « trasparenza » . Calcoli che non tengono conto del gelo che si respira nel quartiere ebraico quando si fa il nome della prima cittadina.
   Le compensazioni promesse più di un anno fa agli urtisti, simbolo della comunità, non sono arrivate. Cacciati da Fontana di Trevi e dal Pantheon, piegati come il resto della capitale da un'emergenza sanitaria che ha stroncato il turismo, restano in attesa di novità dal Campidoglio.
   Poi c'è il caso del Museo della Shoah. Agli ebrei romani spetta la nomina di un membro del consiglio di amministrazione della fondazione, così come all'Unione delle Comunità ebraiche italiane. Anche la Regione e il Comune devono esprimere un rappresentante. Sul nome fatto circolare fin qui dal Campidoglio, quello di un professore universitario esperto in Relazioni internazionali, non c'è intesa. Anzi. Un elemento di divergenza in più con l'amministrazione 5S, in buoni rapporti con il Vaticano. Ma non con la Comunità ebraica di Roma.

(la Repubblica - Roma, 11 marzo 2021)


Le aziende high-tech israeliane per l'occupazione delle donne haredi

di Paolo Castellano

Israele è la start-up nation per eccellenza. Un modello che altri paesi cercano di imitare per sviluppare i loro sistemi produttivi investendo principalmente sul settore high-tech. Tuttavia, l'economia legata all'innovazione tecnologica necessita di laureati con una solida formazione e di una particolare attenzione per il capitale umano.
Come riporta NoCamels, in Israele i lavoratori con alta preparazione sono richiestissimi dalle grandi aziende, ma ci si è accorti che non è facile individuarli, soprattutto se sono ultraortodossi. In base a un sondaggio realizzato nel 2018 dall'Israel Advanced Technology Industries si è scoperto che solamente il 3% della popolazione ultraortodossa lavora nel settore high-tech. Negli ultimi anni la percentuale è cresciuta e le donne ultraortodosse sono in prima fila per contratti con industrie tecnologiche. Tuttavia, Israele ritiene che le donne haredi abbiano grande potenziale per l'economia digitale e ha deciso di scommettere su di loro.
Per questo motivo, Scale-Up Velocity e Start-Up Nation Central hanno inaugurato un programma di formazione biennale dedicato alle donne haredi israeliane che frequentano seminari religiosi. Il progetto si chiama ADVA e include corsi di ingegneria software e di programmazione high-tech.
Il primo ciclo biennale è terminato a dicembre 2020. Tra le prime 20 iscritte, 13 ebree ultraortodosse hanno ottenuto un impiego in prestigiose aziende come Apple, Facebook, XM Cyber e Check Point Software Tecnologies.
Dunque, il tasso di occupazione è alto per chi frequenta il programma ADVA che si basa su un approccio a tre livelli: lezioni teoriche, esercitazioni pratiche e sviluppo di competenze interpersonali. Dopo il periodo di frequenza le iscritte acquisiscono competenze a metà tra una laurea in informatica e matematica. Inoltre, i docenti che formano le donne haredi sono altamente qualificati e provengono da importanti università israeliane.
Per creare il progetto ADVA sono stati investiti 3,1 milioni di dollari ma gli organizzatori hanno dichiarato che la cifra verrà recuperata attraverso le tasse ricevute dall'indotto del settore high-tech. Dunque la formazione ad alto livello non giova soltanto alle ultraortodosse disoccupate ma anche allo Stato israeliano.

(Bet Magazine Mosaico, 11 marzo 2021)


Egitto e Israele nel Mediterraneo

di Giancarlo Elia Valori

Un interessante articolo del giornalista israeliano Ophir Winter ci porta ad alcune riflessioni sul ruolo d'Egitto e Israele nel Mediterraneo.
   Il 15 gennaio 2020, il ministro dell'Energia Yuval Steinitz e il suo omologo egiziano, Tarek al-Mula, hanno annunciato l'inizio del flusso di gas naturale da Israele all'Egitto.
   La dichiarazione congiunta segna una pietra miliare nelle relazioni tra i due Paesi e dà ulteriore espressione al significativo aumento negli ultimi anni dell'importanza del quadrante mediterraneo nella politica estera, di sicurezza ed economica d'Egitto ed Israele.
   Questa tendenza è stata evidente anche nell'agenda del World Youth Forum (f. 2017) tenutosi nel dicembre 2019 a Sharm el-Sheikh. Nel 2019, il WYF si è riunito a Sharm el-Sheikh sotto gli auspici del presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, con la partecipazione di circa settemila giovani da tutto il mondo.
   Il tema delle discussioni del forum, che l'Egitto ha organizzato dal 2017 al 2019, è stato quello di rafforzare la cooperazione tra i Paesi del Mediterraneo in una varietà di settori, tra cui: energia, occupazione, clima, scienza, immigrazione illegale e lotta al terrorismo.
   Gli incontri del forum sono stati dedicati sia agli interessi concreti dei Paesi del Mediterraneo sia agli aspetti più "morbidi" compresi i comuni denominatori storici e culturali che collegano i popoli che abitano le sue sponde. L'agenda del WYF ha messo a punto le politiche estere, di sicurezza ed economiche dell'Egitto, e i suoi tentativi di posizionarsi come uno dei principali Paesi dell'Asse nella regione.
   Israele è stato menzionato nel forum come un partner vitale negli accordi sul gas con l'Egitto e come membro a pieno titolo al suo fianco nel Forum sul gas del Mediterraneo orientale (EMGF), istituito al Cairo nel gennaio 2019 con la partecipazione di Cipro, Grecia, Italia, Giordania e Autorità Palestinese.
   Tuttavia, il ruolo di Israele rimane marginale nelle questioni mediterranee che vanno oltre il settore del gas, e quindi deve formulare una politica mediterranea globale che gli consentirà di esaurire ulteriori opportunità per sviluppare i suoi legami con l'Egitto e gli altri Paesi del bacino del Mediterraneo.
   L'Egitto attribuisce un'importanza crescente al Mediterraneo negli ultimi anni alla luce di tre sviluppi principali:
   a) la scoperta del giacimento di gas che soddisfa la maggior parte del relativo fabbisogno egiziano;
   b) l'istituzione nel gennaio 2019 dell'EMGF che spiana la strada affinché l'Egitto diventi il nodo regionale dell'energia, compresi i suoi obiettivi di stabilire un mercato regionale del gas, sviluppare risorse e infrastrutture e approfondire il coordinamento e il dialogo tra gli Stati membri;
   c) la minaccia rappresentata dalla Turchia alla promozione della cooperazione regionale sul gas a causa del suo rifiuto di riconoscere i confini marittimi di Cipro; le tensioni tra il Cairo e Ankara si sono addirittura intensificate dal novembre 2019 per il patto di demarcazione del confine marittimo firmato tra la Turchia e il Governo di Accordo Nazionale di Fayez al-Serraj in Libia.
   Un documento pubblicato dall'Egyptian Center for Strategic Studies (ECSS) in merito al WYF ha osservato che le scoperte di gas nel Mediterraneo orientale creano nuove dinamiche regionali, inclusa l'istituzione di blocchi economici, legami multilaterali, alleanze e controalleanze.
   È stato anche spiegato che l'Egitto offre a Israele e Cipro l'alternativa più economica all'esportazione di gas in Europa e in altri mercati grazie alla sua infrastruttura di gas liquefatto, che può essere ampliata a un costo relativamente basso quando necessario. L'Egitto, da parte sua, è interessato a rastrellare una quota dei profitti e rafforzare la sua posizione strategica come hub di esportazione del gas in Europa.
   Inoltre l'Unione per il Mediterraneo - un'organizzazione intergovernativa che raggruppa 42 Paesi europei e del bacino del Mediterraneo più la Libia come osservatore - ha discusso i modi per affrontare la crisi occupazionale nella regione, che ha il 12,5% dei suoi residenti disoccupati (per lo più giovani provenienti dai Paesi del Mediterraneo meridionale) e le sfide ambientali che includono il riscaldamento globale di circa il 20% superiore alla media globale.
   Un'altra sfida regionale è l'immigrazione illegale attraverso il Mediterraneo. L'Egitto sottolinea il proprio successo nel prevenire la migrazione di immigrati clandestini dal suo territorio in Europa dal 2016. Allo stesso tempo, è stato sostenuto ch'è necessario aumentare la cooperazione tra i Paesi "giovani" del Mediterraneo meridionale (circa il 60 per cento dei quali ha meno di 30 anni) e i Paesi del nord del Mediterraneo "che invecchiano", al fine di produrre una risposta integrativa alle esigenze del mercato del lavoro nell'area.
   Dal punto di vista dell'Egitto, la risposta include una serie di migrazioni legali dai Paesi del Mediterraneo meridionale all'Europa, insieme al rafforzamento della sicurezza e della stabilità dei Paesi del Mediterraneo meridionale in un modo che si renda loro più facile attrarre investimenti e creare posti di lavoro nei loro Stati.
   Negli ultimi anni, l'Egitto ha anche lavorato alla costruzione di un'identità mediterranea, che viene presentata alla giovane generazione egiziana come uno dei pilastri della personalità egiziana.
   La coltivazione dell'identità mediterranea esprime il desiderio dell'Egitto di irradiarsi dentro e fuori da un ethos regionale che fungerà da piattaforma per aumentare le interazioni nel Mediterraneo ed espandere il proprio segno di quella ch'è definita da millenni la Madre della Nazioni, punto d'incontro tra Continenti, Paesi, religioni e civiltà: ossia i fondamenti culturali e storici che fanno del Mediterraneo una regione e i suoi popoli una comunità. Israele non è assente dal discorso mediterraneo promosso dall'Egitto, ma il suo posto è rimasto finora marginale su temi che vanno oltre gli interessi del gas.
   Secondo l'Egitto, al centro della cooperazione mediterranea c'è il triangolo: Egitto, Grecia e Cipro, mentre Israele è un partner secondario il cui ruolo è limitato. Una pubblicazione dell'ECSS ha chiarito che Israele non potrebbe prendere parte alle periodiche manovre militari condotte da Egitto, Grecia e Cipro, sebbene condivida un concetto di sicurezza simile con i tre, e ha lasciato intendere che la sua presenza renderebbe difficile potenziare la cooperazione multilaterale nella regione.
   Nonostante le tradizionali riserve politiche che accompagnano le relazioni tra i due Paesi, il Mediterraneo è stato a lungo una nuova opportunità per Israele di approfondire i suoi legami con l'Egitto: in primo luogo, deve continuare ad espandere la cooperazione nel settore del gas e dell'energia attraverso il partner egiziano e sviluppare risorse e infrastrutture, bilaterali. coordinamento multilaterale e dialogo EMGF: funzionari governativi, società ed esperti di entrambe le parti.
   Egitto, Israele, Italia, Cipro, Grecia, Giordania e Palestina il 22 settembre 2020, hanno firmato lo Statuto dell'EMGF, che ha trasformato il Forum in un'organizzazione internazionale regionale con sede al Cairo, finalizzato a facilitare la creazione di un mercato del gas regionale nel Mediterraneo orientale e ad approfondire la collaborazione e il dialogo strategico tra i Paesi produttori, di transito e consumatori di gas naturale, in una zona che si conferma ricca di grandi opportunità: la Francia è entrata come membro a pieno titolo il 9 marzo 2021, mentre USA, UE ed Emirati Arabi Uniti in qualità di osservatori permanenti. Al Forum non partecipano Paesi quali Turchia e Libano a causa, rispettivamente, delle persistenti tensioni con Grecia e Cipro e della presenza di Israele.
   Però, a parte l'accordo predetto, Israele deve formulare una politica mediterranea globale con l'obiettivo di espandere la gamma di interessi comuni con l'Egitto e altri Paesi al di là del settore del gas. A tal fine, occorre esaminare la fornitura di input israeliani a favore di questioni mediterranee come l'ambiente, le energie rinnovabili, la desalinizzazione dell'acqua, la preparazione alle emergenze, l'istruzione, la scienza e l'occupazione.
   L'UpM può servire come utile piattaforma per l'integrazione israeliana in tali progetti regionali, e Israele dovrebbe considerare di allocare più risorse e manodopera per aumentare la sua influenza al suo interno.
   Inoltre Israele - come l'Egitto - può trarre vantaggio dal coltivare un'identità mediterranea, enfatizzando denominatori comuni per i Paesi della regione e valori di apertura reciproca, tolleranza e accettazione dell'altro.
   Infine l'UpM medesima ha il potere di agire per incoraggiare le interazioni tra i popoli del Mediterraneo, incontri di giovani e scambi culturali che contribuiscano a plasmare lo spazio comune.

(il denaro, 11 marzo 2021)


Israele - Via solo alcuni limiti. Ma la Pasqua sarà (quasi) normale

di Davide Frattini

Le bancarelle nelle stradine dietro al mercato di Tel Aviv sono tornate dopo mesi. Come ogni martedì e venerdì. Resta l'obbligo di girare con la mascherina tra i vasi fatti a mano, i taglieri di legno esibiti da un artigiano sceso dalle colline della Galilea, il miele prodotto nei boschi attorno a Gerusalemme. Resta pure il controllo della temperatura - una barriera rimovibile a creare il percorso obbligato - anche se da due giorni non sarebbe più previsto. Domenica i ristoranti hanno registrato migliaia di prenotazioni: chi vuole mangiare all'interno deve dimostrare con un certificato di avere ricevuto la seconda dose di vaccino da almeno una settimana o di essere guarito dal Covid-19 (vale anche per palestre, cinema o teatri). Tutti possono consumare di fuori, con una distanza di due metri tra i tavoli. Gli amIci o i famigliari ci arrivano insieme: cancellate le limitazioni al numero di persone che possono viaggiare in un'auto privata. Nei locali è possibile togliere la mascherina solo quando si è seduti, si sta mangiando o bevendo. Fra due settimane il Paese torna a votare per la quarta volta in due anni. Il premier Bibi Netanyahu annuncia che il «peggio è ormai alle spalle», che le famiglie potranno riunirsi la sera del Seder a celebrare la Pasqua ebraica: l'ipotesi è di innalzare entro il 27 marzo il limite per i ritrovi in casa, oggi è di 20 persone, e tranquillizzare sulla necessità di portare protezioni in un incontro con persone immunizzate e categorie non a rischio. Di permettere gli abbracci tra nonni e nipoti.

(Corriere della Sera, 10 marzo 2021)


Israele, minacce «No Vax» alla ricercatrice sui vaccini: «Sarai con Hitler all'inferno»

Una campagna di odio e di minacce lanciata sul web da sostenitori di No Vax si sta abbattendo in questi giorni contro la professoressa Galia Rahav, figura di spicco da un anno nella lotta al Covid nonché direttrice del laboratorio di ricerca sulle malattie infettive nel centro medico Sheba di Tel Aviv. Mentre le autorità sanitarie ancora esaminano la possibilità di passare nei prossimi mesi alla vaccinazione anti-Covid di bambini, contro Rahav sono comparse accuse roventi. Fra queste, riferisce Yediot Ahronot, che sarebbe stata pagata dalla Pfizer per influenzare il ministero della Sanità.
  Qualcuno ha anche inviato alla professoressa, figlia di sopravvissuti alla Shoah, un messaggio esplicito: «Ti auguriamo che Dio ti prenda presto, Amen. Sarai la vicina di Hitler, nell'inferno». Il ministero della Sanità di Israele è rimasto scosso dalle espressioni di odio. In un comunicato ha ricordato oggi che la professoressa Rahav si tiene a sua disposizione «in totale volontariato». Ha aggiunto che nella sua lunga e apprezzata carriera «essa ha salvato migliaia di vite umane. Respingiamo con sdegno - ha concluso il ministero - le accuse vergognose che le vengono rivolte».

 Il fenomeno No Vax in Israele
  Ma quello delle minacce no vax a medici e sanitari sembra essere un fenomeno più ampio in Israele. Secondo quanto riporta il "The Time of Israel", l'Associazione Medica Israeliana ha chiesto mercoledì l'apertura di un'indagine penale sulle minacce e istigazioni da parte di No Vax contro gli operatori sanitari che lavorano per promuovere la vaccinazione.
  I medici israeliani dichiarano di essere paragonati spesso ai nazisti: l'epidemiologo Prof. Hagai Levine, ha rivelato a Channel 12 di aver ricevuto telefonate e commenti online in cui è stato paragonato al criminale di guerra nazista Josef Mengele, che ha eseguito esperimenti medici sugli esseri umani. Altri medici, invece, vengono falsamente accusati di avere un interesse privato ed economico nelle società farmaceutiche che producono i vaccini.
    Oltre alle minacce, gli attivisti No Vax sono più volte scesi in piazza contro il governo per dirsi contrari alla somministrazione del vaccino anti-Covid. In una manifestazione all'inizio di questo mese a Tel Aviv, diverse centinaia di persone si sono riunite per protestare contro il programma governativo che garantisce ai vaccinati l'accesso ai luoghi pubblici rispetto a coloro che rifiutano l'iniezione. In quell'occasione erano apparsi striscioni che giudicavano il sistema del pass verde come forma di apartheid, tra tutti, anche uno striscione che paragonava il Green pass ai numeri tatuati dai nazisti sulle braccia dei detenuti dei campi di concentramento.

(Il Messaggero, 10 marzo 2021)


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In Italia invece...

I «Me Vax»

di Massimo Gramellini

Ogni italiano intenzionato a vaccinarsi ritiene seriamente, e giustamente, di appartenere alla categoria che più di ogni altra ha diritto di essere vaccinata per prima. Ma questa convinzione, suffragata da secoli di storia, presenta purtroppo uno spiacevole inconveniente: poiché ogni corporazione ha una giustificatissima ragione per fare un passo avanti, alla fine tutte si ritrovano sulla stessa linea.
Le leggi, se possibile, complicano le cose. In molte regioni si è deciso di dare la precedenza a chi lavora nei servizi pubblici essenziali, ma in Italia è già complicato capire che cosa sia un servizio, figuriamoci un servizio pubblico, addirittura essenziale. In Toscana, per esempio, nel solo settore della scuola sono state individuate ventiquattro categorie meritevoli di saltare la fila, una delle quali portava la curiosa dicitura «Altro» e pare abbia avuto le adesioni più sorprendenti e variegate, comprese quelle di parecchi analfabeti. Senza contare l'estendibilità del diritto di prelazione ai parenti: il cognato di un servitore pubblico essenziale è o non è, in quanto cognato, un soggetto potenzialmente a rischio? C'è il serio pericolo di creare discriminazioni inaccettabili. Quando il professor Matteo Bassetti, dall'alto della sua scienza, considera prioritario inoculare il vaccino ai calciatori, forse non si rende conto di umiliare profondamente i pallavolisti, i rugbisti e i surfisti, non meno essenziali al benessere della Nazione. Persino più di certi virologi.

(Corriere della Sera, 10 marzo 2021)


Il BDS si unisce ad Hamas e Teheran contro gli Accordi di Abramo

di Paolo Castellano

Lupi travestiti da agnelli. Gli attivisti del movimento Boycott Divestment Sanction (BDS) contro Israele stanno collaborando attivamente con i gruppi terroristici palestinesi e il regime iraniano per screditare e delegittimare lo Stato ebraico attraverso campagne mediatiche in tutto il mondo. Non sorprende dunque che a fine gennaio il BDS abbia partecipato a un Forum internazionale dedicato allo screditamento degli Accordi di Abramo.
   Come riporta Foreign Desk News, è evidente la contraddizione del BDS nel promuovere l'uguaglianza e il rispetto dei diritti umani mentre collabora a stretto contatto con gruppi terroristici come Hamas, esponenti iraniani ed Hezbollah. La dimostrazione è la recente partecipazione al convegno anti-israeliano organizzato nei territori palestinesi e iraniani.
   Gli interventi del Forum contro la normalizzazione tra il mondo arabo e Israele sono dunque andati in onda nelle televisioni di Gaza e Teheran, inclusa una rete televisiva pro-Hezbollah. Per esempio, due dibattiti sono stati intitolati in questa maniera: Year to Confront Normalization e Together Against Normalization. Gli oratori degli eventi hanno insistito sulla delegittimazione di Israele e sulla pericolosità della normalizzazione diplomatica con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco.
   Per di più, il dibattito avvenuto a Gaza è stato organizzato da The Global Campaign to Return to Palestine che include diversi gruppi del BDS che proclamano "il diritto al ritorno" e "il rifiuto della normalizzazione con l'occupazione israeliana". Questi messaggi sono coerenti con la linea del BDS che continuamente accusa Israele di adottare un regime di apartheid sui palestinesi. In alcuni paesi, come in Germania, il BDS è stato messo fuori legge e definito "un gruppo antisemita".
   Secondo un'inchiesta del 2018 condotta dallo Zachor Legal Institute "cinque organizzazioni terroristiche straniere fanno parte della coalizione del Comitato Nazionale BDS", tra cui Hamas, Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Fronte popolare del Comando generale per la liberazione della Palestina, Jihad islamica palestinese e Fronte di liberazione palestinese.
   Nonostante i rapporti col terrorismo, negli Stati Uniti gli attivisti BDS stanno ottenendo ampia copertura mediatica grazie al sostegno di alcuni gruppi di sinistra come Black Lives Matter. Anti-israeliani e antisemiti travestiti da progressisti.

(Bet Magazine Mosaico, 10 marzo 2021)


L'alleanza tra Israele e Azerbaigian, spiegata

di Emanuel Pietrobon

Russia, Turchia e Israele sono le tre potenze che hanno guadagnato maggiore terreno in Azerbaigian e nel Caucaso meridionale come risultato e conseguenza del modo in cui è terminata la seconda guerra del Nagorno Karabakh. L'esposizione russa e turca a Baku, e a latere nell'intera regione, è riflesso e manifestazione di una mescolanza di fattori e moventi culturali, geografici, etnici e religiosi, mentre l'ingresso israeliano - avvenuto nell'immediato post-indipendenza - è spiegabile attraverso le logiche della geostrategia ed inquadrabile nel contesto della guerra fredda con l'Iran khomeinista.
  Teheran, infatti, ha tentato a più riprese di stabilire una presenza protagonistica a Baku nell'ottica di incrementare la propria sicurezza fisica - la protezione del confine settentrionale - e di estendere ed espandere la propria influenza culturale su quel paragrafo di umma che crede in Alì e nei suoi discendenti, ovverosia lo sciismo - perché l'85% della popolazione azera sarebbe seguace, almeno sulla carta, dell'islam sciita. Le crescenti attenzioni iraniane sull'Azerbaigian, però, hanno dato vita all'inatteso: l'entrata in scena di Israele.

 L'arsenale azero parla ebraico
  Il ruolo israeliano è stato determinante nel permettere all'Azerbaigian di ottenere una vittoria totale sulle forze separatiste della repubblica non riconosciuta dell'Artsakh. Perché l'arsenale azero parla ebraico (e anche tanto) e il pubblico se n'è ricordato in occasione della seconda guerra del Karabakh Superiore, quando ha potuto vedere il passaggio di veicoli per il trasporto truppe come gli M-462 "Abir" e Ail Storm, assistere all'utilizzo di sistemi lanciarazzi come i Lynx Extra, i Lar 160 e i Lynx GradLAR e, infine, essere testimone della micidialità dei cosiddetti droni suicidi, o kamikaze, come gli Orbiter 2M, gli Heron, Harop e Searcher 2, gli Aerostar e gli Elbit Hermes 450 e 900.
  A ciò si aggiunga che, oltre a droni e veicoli, l'Azerbaigian ha a propria disposizione un piccolo arsenale di missili Lora (LOng Range Attack), una produzione all'avanguardia dell'Israeli Aerospace Industries (IAI).

 L'interscambio militare
  Curiosamente, ma non sorprendentemente, non è la Russia a ricoprire la prima posizione nella classifica del commercio di prodotti bellici e tecnologia militare con l'Azerbaigian: è Israele. Quest'ultimo, come riporta il prestigioso Institute for War and Peace Reporting, è stato il primo e principale fornitore di armamenti di Baku fra il 2015 e il 2019, essendo la fonte del 60% degli acquisti medi annuali, seguito a lunga distanza da Mosca (31%) e Ankara (3,2%).
  Il Ministero della Difesa di Israele non pubblica i dati relativi agli affari conclusi con i singoli Paesi, ma sono comunque disponibili alcune cifre utili a comprendere effettivamente il volume dell'interscambio. Secondo quanto dichiarato da Ilham Aliyev nel 2016, Baku avrebbe comperato armamenti sul mercato israeliano per 4 miliardi e 850 milioni di dollari nel corso degli anni,
  Il reinvestimento dei proventi petroliferi nell'ammodernamento e nell'elevamento della potenza militare, sostanzialmente reso possibile dal rifornimento presso il pioneristico mercato israeliano, ha superato la prova della storia lo scorso autunno, in occasione della guerra nel Nagorno Karabakh, e trasformato l'Azerbaigian in una potenza militare di primo livello. Secondo il Global Firepower 2020, infatti, Baku possiede il 64esimo esercito più forte del mondo - Erevan il 111esimo; una disparità palesatasi inevitabilmente durante le ostilità.

 Più che partner in armi, amici stretti
  Il modo in cui l'autorevole Centro Begin-Sadat per gli studi strategici descrive la nazione sudcaucasica è essenziale ai fini della comprensione dell'importanza e dell'estensione dell'asse azero-israeliano: "L'Azerbaigian è uno degli amici più stretti di Israele nel mondo islamico […] ed è altamente probabile che, nel prossimo futuro, le loro relazioni potranno soltanto migliorare in aree come la cooperazione scientifica, l'agricoltura e gli scambi culturali. […] Questi due piccoli Paesi localizzati nel Medio Oriente esteso hanno trovato la miscela unica per una relazione simbiotica di successo in un ambiente altamente insicuro".
  Tale simbiosi - un termine magniloquente - viene costantemente oliata ed aggiornata a mezzo di appuntamenti diplomatici di prim'ordine, come rammentano gli approdi a Baku di Shimon Peres (2009) e Benjamin Netanyahu (1997 e 2016), del ruolo di intermediazione svolto da alcune delle più importanti realtà dell'internazionale ebraica, come l'influente World Jewish Congress (2016), e degli accordi siglati periodicamente per intensificare ed estendere la cooperazione bilaterale.

 Dal commercio alla cultura
  Dati alla mano, Israele figura tra i principali partner commerciali dell'Azerbaigian: il 6,78% dei prodotti azeri ha avuto come destinazione il mercato israeliano nel 2019, specialmente di origine energetica e agroindustriale, e azero è il 40% del petrolio che viene consumato annualmente dagli israeliani.
  Commercio, energia e armamenti a parte, le relazioni bilaterali sono particolarmente fitte e solide anche nella cultura e nella cooperazione umanitaria. Medici volontari provenienti da Israele, ad esempio, da alcune settimane hanno fatto approdo a Baku con l'obiettivo di erogare cure specializzate a quei veterani della seconda guerra del Nagorno Karabakh che hanno subito ferite gravi in luoghi sensibili, come gli occhi.
  I dottori, che fanno parte di una missione umanitaria, stanno curando oltre centocinquanta pazienti richiedenti trattamenti oftalmologici e neurologici avanzati, dalla ricostruzione delle cavità anoftalmiche al restauro delle palpebre. I risultati conseguiti fino ad oggi sono straordinari: alcuni veterani hanno recuperato la vista integralmente.

 Le origini del sodalizio
  Israele e Azerbaigian hanno stabilito relazioni diplomatiche il 7 aprile 1992, sebbene il primo avesse riconosciuto l'indipendenza del secondo già nel dicembre dell'anno precedente. Ad ogni modo, il dialogo e la cooperazione tra le due nazioni erano forti anche in assenza di ufficialità: è nel corso della prima guerra del Nagorno Karabakh, invero, che avviene il primo incontro fra le armi israeliane e i soldati azeri.
  Israele era alla ricerca di alleati nel mondo musulmano ai fini della sicurezza nazionale e della stabilità regionale, mentre l'Azerbaigian aveva da poco ottenuto l'indipendenza dal Cremlino, sperimentato una tremenda guerra all'interno del proprio territorio e anelava ad evitare l'attecchimento dell'islam radicale sulla propria popolazione. Il primo possedeva armi da vendere, capitale per acquistare una vasta gamma di beni e servizi d'intelligence da fornire, il secondo aveva bisogno di ricostruire il proprio esercito e controllava tra i più ricchi giacimenti di idrocarburi dell'area transcaspica: v'erano, in breve, tutti gli elementi utili alla foggiatura di un sodalizio d'acciaio.
  Ultimo ma assolutamente non meno importante, l'Azerbaigian era (ed è) casa di un'antichissima ed integrata comunità ebraica composta da circa 30mila persone, ergo di un punto di contatto sul quale Israele avrebbe potuto fare leva nel percorso di stabilimento del partenariato. La storia ha dimostrato che la leva e gli interessi convergenti sono stati sfruttati magistralmente da ambo le parti.

(Inside Over, 10 marzo 2021)


Tutte le contraddizioni della macchina dell'odio anti-israeliana

Si tratta di stabilire se la cosiddetta "Palestina" esista o meno. Non può esistere quando si tratta di attivare la Corte Penale Internazionale per poi tornare a non esistere quando si chiede l'intervento di Israele per le vaccinazioni COVID.

di Franco Londei

Siamo appena ai primi di marzo e l'anno per Israele si è aperto con una sequela di atti diffamatori da parte di alcune ONG e addirittura della Corte Penale Internazionale.
La prima campagna diffamatoria a partire è stata quella lanciata da alcune ONG in merito al presunto obbligo da parte di Israele di vaccinare i palestinesi di Gaza e di Giudea e Samaria (Cisgiordania) o almeno di controllare che tutto fosse stato fatto per bene.
Israele non è obbligato a vaccinare i palestinesi in primo luogo perché sono gli stessi palestinesi a non volerlo in quanto gli accordi tra lo Stato Ebraico e l'Autorità Palestinese (AP) prevedono che sia quest'ultima a doversi occupare della sanità in Cisgiordania.
E questa è la prima vera contraddizione nella quale cadono le ONG (Amnesty International e le altre) quando il 23 dicembre lanciano una campagna per fare pressione su Israele affinché "adempia ai propri doveri e responsabilità morali nei confronti dei palestinesi di Gaza e della Cisgiordania" in merito alle vaccinazioni o almeno, visto che la AP si è già accordata con i russi per il vaccino Sputnik, che questo rispecchi i parametri della agenzia di controllo israeliana.
Ma come, fino a poche settimane prima facevano pressione su mezzo mondo affinché si riconoscesse la cosiddetta "Palestina" come uno Stato indipendente e adesso improvvisamente la cosiddetta "Palestina" non è più in grado di essere autosufficiente tanto da "obbligare" Israele a intervenire?
Delle due l'una. O la cosiddetta "Palestina" è uno stato indipendente e quindi in grado di essere autosufficiente sia a livello sanitario che economico, oppure semplicemente non esiste.
E a rafforzare questa contraddizione c'è la Corte Penale Internazionale che vorrebbe mettere sotto accusa Israele per crimini di guerra anche se Israele non aderisce al Tribunale Internazionale ma in quanto però vi aderisce lo Stato che non c'è, cioè la cosiddetta Palestina.
Si tratta quindi di stabilire se la cosiddetta "Palestina" esista o meno. Non può esistere quando si tratta di attivare la Corte Penale Internazionale per poi tornare a non esistere quando si chiede l'intervento di Israele per le vaccinazioni COVID.
Non sono contraddizioni da niente perché se non vengono mai segnalate da nessuno succede che attivano un meccanismo dell'odio anti-israeliano per niente facile da sostenere.
Eppure nessuno, tanto meno in Europa, le fa notare e si continua a finanziare impunemente sia le ONG che alimentano questo meccanismo che la stessa Autorità Palestinese che sta benissimo in questo mondo di mezzo, in questa sorta di isola che non c'è che è la Palestina.

(Rights Reporter, 10 marzo 2021)


Pandemia, Cisgiordania-Gaza: terapie intensive oltre il 100%,

Ospedali al collasso e proteste per disparità nelle vaccinazioni a Gaza e Ramallah

GERUSALEMME - In alcune aree della Cisgiordania, gli ospedali e le unità di terapia intensiva sono affollate di pazienti colpiti dalla pandemia e operative al 100% della capacità. È l'allarme lanciato dal Primo Ministro palestinese Mohammad Shtayyeh, il quale aggiunge che le città della regione hanno introdotto un confinamento rigido per le prossime due settimane appunto per contenere la diffusione del nuovo coronavirus, mentre Israele ha iniziato ad allentare le restrizioni in seguito alla massiccia campagna vaccinale.

 Aumento esponenziale dei decessi
  "La percentuale di letti occupati in alcune zone ha superato il 100% - ha sottolineato Shtayyeh dal suo ufficio a Ramallah - il numero dei pazienti è in crescita - ha aggiunto - e il numero dei morti sta salendo su base quotidiana, forzandoci a prendere misure stringenti, dirette e senza precedenti". Con una popolazione di 5,2 milioni di abitanti fra Cisgiordania e Gaza, i palestinesi hanno potuto beneficiare sinora di circa 37mila dosi di vaccino, che sono donazioni da parte di Israele e Russia, oltre alle 20mila inviate dagli Emirati Arabi Uniti (Eau) alla Striscia di Gaza. In Israele, il 53% dei 9 milioni di abitanti ha ricevuto almeno una dose del vaccino Pfizer/BioNTech e il 38% le due dosi.

 Il malcontento verso i leader palestinesi
  Le disparità hanno acuito l'insofferenza e il malcontento della popolazione palestinese verso i propri leader, accusata di aver riservato il 10% delle poche dosi ricevute a vip e personalità di primo piano, relegando ai margini anziani o malati cronici, i soggetti più esposti al virus. Da Ramallah Firas Narawesh afferma che il governo ha fallito nel fornire le dosi ai cittadini comuni e "ha adottato una distribuzione ingiusta e ineguale, con evidenti segni di favoritismo e corruzione". In Palestina si sono registrati sinora quasi 200mila casi della Covid-19, con più di 2100 vittime.

(la Repubblica, 10 marzo 2021)


Igi Poseidon (Edison-Depa) firma accordo con Israele su progetto gasdotto Eastmed

ATENE - La joint venture italo-greca Igi Poseidon ha annunciato di aver firmato un accordo con Israel Natural Gas Lines Company per collaborare alla costruzione degli impianti per collegare Israele a un gasdotto in progetto nel Mediterraneo orientale.
Grecia, Cipro e Israele lo scorso anno hanno firmato un accordo per la costruzione del gasdotto Eastmed, che è in programma da diversi anni e che punta a trasportare il gas dai siti offshore di Israele e Cipro alla Grecia e all'Italia per aiutare l'Europa a diversificare le risorse energetiche.
Igi Poseidon, joint venture tra Edison e Depa, società statale greca di distribuzione del gas, ha detto che l'accordo con la società israeliana, che rinnova un memorandum d'intesa del 2019, punta a collegare il progetto Eastmed al sistema di trasmissione israeliano e a facilitare i flussi di gas dal Mediterraneo orientale verso l'Italia e l'Europa, attraverso Cipro.
Le due parti coopereranno alla pianificazione e alla concessione di licenze per le strutture necessarie in Israele per l'Eastmed, ha detto Igi Poseidon in un comunicato.
Israel Natural Gas Lines, di proprietà dello stato, ha dichiarato che il collegamento consentirà al gas di confluire da tutti i giacimenti israeliani.
Grecia, Cipro e Israele puntano a raggiungere una decisione finale sull'investimento sull'Eastmed entro il 2022 e a completare il gasdotto da 6 miliardi di euro entro il 2025.

(Reuters, 9 marzo 2021)


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EuroAsia Interconnector, quando parte la nuova autostrada elettrica sottomarina

Cipro, Grecia e Israele firmano un memorandum d'intesa per la cooperazione in relazione al progetto "EuroAsia Interconnector": una vera e propria autostrada elettrica con un mega cavo sottomarino dalla capacità totale di 2000 MW

di Francesco De Palo

Non solo gas. Sta partendo una vera e propria autostrada elettrica con un mega cavo sottomarino dalla capacità totale di 2000 MW per collegare l'Asia e l'Europa. Con una lunghezza totale di 1.208 km crea un percorso alternativo affidabile per il trasferimento di energia elettrica da e verso l'Europa. Ecco l'EuroAsia Interconnector, il nuovo corridoio elettrico dal Mediterraneo orientale all'Europa, attraverso Cipro. Cipro, Grecia e Israele hanno firmato un memorandum d'intesa per la cooperazione.

 INTERCONNECTOR
  L'opera in questione rappresenta un passo deciso verso l'integrazione di più Fonti Energetiche Rinnovabili (FER) nel loro mix energetico, migliorando così la loro capacità di rispettare gli impegni previsti dall'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Il progetto consentirà ai paesi coinvolti di cogliere le grandi opportunità che si aprono nel campo del green development, contribuendo nel contempo alla salvaguardia dell'ambiente. La firma è giunta oggi a Nicosia dai tre ministri dell'energia di Cipro, Grecia e Israele (Natasa Pileidou, Costas Skrekas e Yuval Steinitz) che considerano il progetto "Euroasia Interconnector" come un eccezionale passo avanti, definendolo una pietra angolare degli sforzi per passare a un'economia verde, pienamente in linea con gli sforzi per proteggere l'ambiente.
Per quanto concerne Cipro, la revoca dell'isolamento energetico rafforzerà la competitività economica da un lato e un mercato elettrico completamente liberalizzato entro il 2022 dall'altro. Ma è alla voce geopolitica che si riscontrano segnali significativi. Tel Aviv considera la firma un segno di amicizia, una sorta di alleanza speciale tra i tre paesi, definite "le tre Repubbliche del Mediterraneo orientale, Grecia, Cipro e Israele", senza dimenticare il ruolo dell'Egitto.

 GEOPOLITICA
  Si è, in sostanza, cementata a queste latitudini una nuova partnership sotto il comune denominatore del dossier energetico. Non solo gas, ma anche elettricità dunque: lo dimostra l'incontro di domani al Cairo, nell'ambito del Forum del gas del Mediterraneo orientale, al quale partecipano, oltre ai tre paesi, anche Egitto, Italia, Giordania e Autorità Palestinese (mentre ci sono domande di adesione dalla Francia e gli Stati Uniti come è noto vorrebbero aderire sotto lo status di osservatori). Già ribattezzata la Opec del gas, il Forum punta a rappresentare uno strumento diplomatico e geopolitico sulle nuove pipeline del Mediterraneo orientale, capaci non solo di trasportare il gas da Israele al Salento, ma anche di costruire relazioni ed influenze di nuovo conio. Una di esse riguarda proprio l'asse Tel Aviv-Nicosia.

 APHRODITE-YISHAI
  Dopo un'anticamera durata nove anni, Israele e Cipro hanno raggiunto un'intesa sulle riserve di gas a cavallo del loro confine marittimo. Il giacimento Aphrodite-Yishai è di fatto un giacimento transfrontaliero di gas naturale ma i due governi non sono stati in grado di raggiungere un accordo circa il relativo sfruttamento commerciale. Due anni fa Cipro aveva firmato una concessione di 25 anni con Noble Energy, Shell e Delek Drilling per lo sfruttamento di Afrodite. Ma Israele chiedeva un accordo prima di procedere alla sovrapposizione. Si tratta di un giacimento rilevantissimo che ha in pancia 4,1 trilioni di piedi cubi di gas.
Adesso i due governi consentiranno alle società coinvolte su entrambi i lati della linea di demarcazione tra le zone economiche esclusive di Cipro e Israele di sedersi insieme ad un tavolo e programmare, entro il prossimo semestre, un vademecum di intese dettagliate. In questo modo i players privati presenti saranno meglio armonizzati nelle singole attività. Un passo che fortifica ulteriormente le relazioni tra Israele e Cipro, anche con "vista Turchia" dal momento che Ankara rivendica apertamente quel gas presente nelle acque di Cipro nord, la parte che la Turchia ha invaso e occupato dal 1974.

 QUI UE
  Spettatore molto interessato di questa partita è l'Ue: la grande scommessa per l'Unione europea è ridurre la sua completa dipendenza dai Paesi terzi diversificando contemporaneamente le fonti di energia e mantenendo un equilibrio politico con questi Paesi. Se alla voce gas oggi la Russia è il principale fornitore dell'Europa, coprendo circa il 40% del suo fabbisogno, Washington, a sua volta, sta marciando spedita verso l'indipendenza dell'Europa dal gas russo tramite l'utilizzo della Grecia.
Ma l'Europa non ha bisogno solo del gas. La feroce concorrenza nel GNL ha anche consentito che la transizione dal carbone e dal petrolio fosse accelerata. Qui entra in scena l'elettricità, per prezzo e ambiente pulito, due fattori che sono stati colti da Israele prima di tutti gli altri.
Tel Aviv oggi ha il 50% dell'elettricità generata dal gas naturale. Gli israeliani hanno utilizzato anche la produzione dei primi giacimenti nella produzione di elettricità che ha portato automaticamente alla riduzione dei prezzi e utilizzando regolarmente l'elettricità in settori strategici del paese. L'Europa, che utilizzerà anche il gas naturale per generare elettricità, osserva e pensa al modello israeliano.

(Formiche.net, 9 marzo 2021)


Nella città natale di Abramo nessun ebreo è stato invitato

di Sharon Nizza

«Nella città natale di Abramo, non c'era un ebreo, né è stata menzionata una comunità di 2.500 anni, oggi estinta». Tzionit Fattal, ricercatrice che ha pubblicato un romanzo sulla storia degli ebrei iracheni, pubblicato anche in arabo nel 2017, esprime amarezza per ciò che «è parte del percorso di cancellazione della storia ebraica in Iraq: dai libri di storia, dai nostri luoghi di culto, convertiti in moschee, ridotti a discariche, o distrutti dall'Isis come la tomba del profeta Giona a Mosul». Fattal intrattiene una fitta rete di contatti con ricercatori in Iraq che sostengono che «la sorte dei cristiani sarà quella degli ebrei». La comunità ebraica contava 150 mila anime fino agli anni '50.
Anche il parlamentare liberale Faiq Sheikh Ali ha criticato su Twitter la decisione del governo di escludere gli ebrei: «Codardia, negazione e disprezzo verso gli ebrei iracheni è ciò che ha impedito che venissero invitati».

(la Repubblica, 9 marzo 2021)



In Israele, gli scienziati hanno scoperto l'elmo di un antico guerriero greco, che ha 2600 anni

Un guerriero greco indossava un elmo di bronzo quasi 3mila anni fa.
Gli archeologi sono rimasti piacevolmente sorpresi quando sono incappati in un elmo di bronzo ben conservato indossato da un guerriero greco quasi 3mila anni fa in un porto israeliano nel bacino del Mediterraneo, scrive Express.
Gli scienziati ritengono che l'elmo sia stato realizzato nel VI secolo a.C. - in un momento in cui le città-stato greche erano in conflitto con l'impero persiano. Secondo l'Israel Antiquities Authority (IAA), l'elmo è un classico stile corinzio di armatura per la testa, che prende il nome dalla città greca di Corinto.
Nonostante il fatto che l'armatura sembri arrugginita e incrinata dopo 2.600 anni in acqua, è abbastanza ben conservata. Un intricato motivo a coda di pavone è ancora visibile nella parte superiore del manufatto. Gli archeologi dicono che questo è l'unico elmo del suo genere trovato al largo della costa di Israele.
Il manufatto è stato scoperto da una draga olandese in una città portuale nel nord di Israele. Il proprietario della nave, Hugo van de Graaf, ha donato il ritrovamento all'IAA ed è ora in mostra al Museo Marittimo Nazionale di Haifa.
L'elmo è stato sapientemente realizzato da un unico foglio di bronzo usando il calore e un martello. Questo approccio ha fornito protezione per la testa del guerriero e ha permesso di rendere l'armatura leggera, dicono gli scienziati.
Secondo una versione, l'elmo ornato potrebbe essere appartenuto a un mercenario che ha combattuto al fianco del faraone egiziano Necho II. Gli esperti hanno anche suggerito che fosse indossato da un guerriero greco su una nave da guerra nel Mediterraneo. La nave e il suo equipaggio potrebbero essere affondati o l'elmo è semplicemente caduto in acqua.
Riteniamo che l'armatura molto probabilmente appartenesse a un guerriero greco che era su una delle navi da guerra della flotta greca che partecipò al conflitto navale contro i persiani che all'epoca governavano il paese, afferma Koby Sharvit, direttore dell'Israel Antiquities Authority's divisione navale.
Le guerre greco-persiane si sono svolte nel V secolo a.C. e durò per circa 50 anni - dal 499 al 459 a.C. Tuttavia, divamparono molto prima, nel VI secolo, quando l'imperatore persiano Ciro II il Grande conquistò la regione greca della Ionia.
Questi scontri hanno combattuto alcune delle più grandi e importanti battaglie nella storia della guerra antica, come la battaglia di Maratona e la battaglia delle Termopili.
Secondo gli esperti, l'elmo completamente chiuso era adornato con un pettine di crine di cavallo. Proteggeva completamente la testa, ma la vista era limitata a causa del naso e del viso chiuso. Gli elmi appartengono a rari reperti e si trovano solitamente nei luoghi di sepoltura di nobili guerrieri o di grandi battaglie.

(yyahoo.com, 9 marzo 2021)


Il mondo arabo vuole collaborare con Israele. Soprattutto Egitto ed Emirati Arabi Uniti

di Paolo Castellano

Nelle ultime settimane si sono verificati due importanti episodi per la politica israeliana nel Medioriente e per la riappacificazione dei rapporti diplomatici con il mondo arabo. Gerusalemme ha infatti accolto due importanti visitatori: il ministro egiziano del Petrolio e delle Risorse minerarie Tarek Al-Mulla e il neo-ambasciatore degli Emirati Arabi Uniti Mohamed Al Khaja. Per entrambi è stata la prima visita in Israele. Un evento storico per lo Stato ebraico.
   Come riporta il Jerusalem Post, queste due visite hanno una doppia valenza per la politica israeliana: in primis si sta consolidando il clima di collaborazione avviato nel 2020 con gli Accordi di Abramo. Oggi Israele non è più un partner da mettere in un angolo e diversi Stati arabi come Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan hanno compreso le future potenzialità di un'amicizia con gli israeliani.
   Dunque, nonostante abbia siglato una pace con Israele nel 1979, sulla scia delle normalizzazioni diplomatiche, anche l'Egitto è tornato a dialogare con lo Stato ebraico, soprattutto sui temi economici. In ballo c'è la distribuzione del gas estratto dal maggior giacimento israeliano chiamato Leviathan, che l'Egitto tratterà nei suoi impianti di liquefazione nelle località di Damietta e Edku.
   Incontrando il premier israeliano Benjamin Netanyahu e altri rappresentanti istituzionali israeliani, il ministro egiziano Al-Mulla ha infatti firmato un accordo con Israele sulla distribuzione del combustibile fossile in Asia ed Europa attraverso l'attuale rete di gasdotti. In questo senso, la rinnovata collaborazione potrà essere il punto di partenza per risollevare le economie dei due paesi, danneggiate dalla pandemia Covid-19.
   Anche le relazioni con gli Emirati Arabi Uniti sembrano procedere ottimamente. L'arrivo dell'ambasciatore emiratino Mohamed Al Khaja a Gerusalemme ha concretizzato la percezione di una svolta storica nella Regione. Nei prossimi mesi, Israele ed Emirati Arabi Uniti collaboreranno nel campo dell'high-tech, delle missioni spaziali e dell'imprenditoria.

(Bet Magazine Mosaico, 9 marzo 2021)


Israele vaccina oltre 120.000 lavoratori palestinesi

È partita ieri la campagna per la vaccinazione di oltre 120.000 palestinesi che lavorano in Israele. I primi a ricevere la dose di vaccino sono stati i lavoratori in transito al checkpoint di Jaba'a vicino a Beit Shemesh.
Da oggi saranno almeno otto le stazioni di vaccinazione e i medici israeliani sperano inizialmente di immunizzare almeno mille palestinesi al giorno.

 Diffidenza e ancora odio
  Sui social palestinesi è scattata subito la rincorsa a chi odia di più e in molti post viene evocata con chiarezza la teoria del complotto avvertendo chi si vaccina che potrebbe incorrere in gravi problemi.
Addirittura c'è chi dice che i vaccini inoculati dagli israeliani contengano una specie di batterio che fa ammalare i vaccinati e i loro famigliari. Una specie di guerra biologica contro i palestinesi.
Per fortuna che nessuno (o pochissimi) degli oltre 120.000 lavoratori palestinesi che operano in Israele crede a queste menzogne e la vaccinazione ieri mattina è proseguita senza intoppi.

 Il vaccino ai palestinesi di Giudea e Samaria
  Ma la vera polemica è scoppiata sulla vaccinazione della popolazione araba residente in Giudea e Samaria (la cosiddetta Cisgiordania).
In molti accusano Israele di essersi completamente disinteressato della vaccinazione dei palestinesi proprio mentre in Giudea e Samaria si assiste ad un seria ondata di contagi.
Ma, secondo gli accordi tra Israele e Autorità Palestinese, va proprio a quest'ultima la gestione delle questioni riguardanti la sanità e non a Israele. È quindi l'Autorità Palestinese a doversi far carico di vaccinare la propria popolazione.
Invece con i pochi vaccini ricevuti, che dovevano servire a vaccinare il personale sanitario in prima linea, ci si sono vaccinati i leader palestinesi e le loro famiglie. Indifferenti alla popolazione, come sempre.

(Rights Reporter, 9 marzo 2021)


"I Giusti, gli ebrei e lo Yad Vashem: attacco pretestuoso e inaccettabile"

Ha suscitato sgomento e indignazione nel mondo ebraico lo scomposto e irresponsabile intervento che il giornalista Antonio Ferrari ha dedicato alla Memoria e al dibattito sul modo più idoneo di diffondere il valore e l'esempio dei Giusti. La Presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni è intervenuta con una vibrata protesta rivolta al direttore del Corriere della sera Luciano Fontana per i contenuti "inaccettabili" e "pericolosi" veicolati in un podcast pubblicato in queste ore sul sito del quotidiano, invitando la direzione della prestigiosa testata ad esercitare maggiore attenzione.
   L'intervento di Ferrari, denuncia la Presidente UCEI, contiene parole superficiali e irresponsabili da cui l'Unione si dissocia fermamente ed auspica che altrettanto Gariwo faccia con fermezza.
Grave e offensivo, viene fatto notare, il distinguo tra certi e altri ebrei che rafforza e legittima chi è portatore di odio. Confuso e totalmente avulso da ogni corretto riferimento il distinguo tra valorizzazione dei Giusti promossa dal progetto Gariwo e l'impegno di Memoria sulla Shoah con la sua assoluta unicità che andava, al contrario esatto, riaffermata ancora una volta anziché aggiungere confusione a quella già ampiamente diffusa.
   Gli ebrei italiani, sottolinea Di Segni, sono assolutamente uniti nel riaffermare l'unicità della Shoah e dei Giusti riconosciuti da Yad vashem e nell'appello ad evitare ogni sorta di confusione e comparazione voluta o disattenta rispetto ad altri genocidi e il concetto di Giusti.
   Pretestuosa e inaccettabile: sono questi gli aggettivi con cui l'illustre demografo e politologo israeliano Sergio Della Pergola, esponente della comunità degli Italkim e componente della Commissione dei Giusti di Yad Vashem, ha definito la contraddizione posta da Ferrari nel suo intervento.
"La Commissione di cui ho l'onore di fare parte - ha affermato Della Pergola - svolge un lavoro di accurata indagine storica, lontana da qualsiasi pregiudizio o venatura ideologica. Il nostro lavoro riflette il dovere morale degli ebrei salvati (fra cui io stesso) nei confronti dei coraggiosi che hanno messo a rischio la propria vita per salvarne un'altra".
   La connessione tra questa attività moralmente doverosa e il fanatismo, denuncia Della Pergola, non solo "è del tutto ingiustificata", ma semmai "eccita il pregiudizio e l'odio". Sostanzialmente, conclude, "non esiste nessuna contraddizione fra il riconoscere chi ha salvato degli ebrei e chi ha manifestato atti di coraggio nei confronti di altri".
   Con riferimento alla Giornata dei Giusti dell'umanità da poco celebrata, Ferrari aveva sostenuto la tesi che "gli ebrei tradizionalisti, nazionalisti, ottusi e bacchettoni non sopportano, anzi odiano l'idea che ci siano altri Giusti nel mondo: per loro i Giusti sono soltanto i gentili che salvarono la vita degli ebrei durante la Shoah, l'Olocausto, la tragedia più terribile del secolo scorso". Secondo Ferrari, "al Giardino dei Giusti di Gerusalemme l'ostinazione ha vinto per anni". Al vertice opposto, nella sua ricostruzione, l'impegno di Gabriele Nissim, presidente di Gariwo e ideatore della Giornata: "Da ebreo coraggioso ha denunciato, sin dall'inizio, errori e pregiudizi".
   Afferma ancora il giornalista: "Sostiene Nissim che Giusti sono anche coloro che hanno lottato e lottano per la difesa dei diritti umani, contro tutti i totalitarismi. Idea forte, anzi fortissima. Perché in questo mondo che non ama il coraggio delle proprie idee, vengono invece premiati i quaquaraquà, come ricordava il grande Leonardo Sciascia. Insomma si celebrano i reclusi, soprattutto nell'estrema destra, nella prigione delle loro certezze". Ferrari chiama poi in causa il Memoriale israeliano: "Hanno accusato Nissim di tutto e di più, ma lui ha resistito e ha voluto creare il primo Giardino dei Giusti aperto e inclusivo, sul Monte Stella di Milano. Mi è stato facile avvicinarmi a lui e difenderlo fin dove possibile, accettando con gioia di diventare uno degli ambasciatori di Gariwo".
   
(moked, 9 marzo 2021)


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La Giornata dei Giusti fa svanire le critiche

Ora si celebra in mezzo mondo. Le resistenze dei tradizionalisti. Papa Francesco in Iraq per un mondo "inclusivo" senza muri.

di Antonio Ferrari

Il mondo è già radicalmente cambiato. Una mutazione inevitabile, accentuata non soltanto dal virus mortale della pandemia, ma dalla necessità di ripensare complessivamente la nostra vita, che non sarà mai più come prima. Ci sono i resistenti, inchiodati alle certezze e alle prigioni ideologiche del passato. Ma ci sono anche coloro che guardano avanti e rifiutano i più decrepiti luoghi comuni. Dico questo perché si è appena celebrata la Giornata dei Giusti nel mondo, approvata dall'Unione europea. Una Festa che dobbiamo ad un uomo ostinato e coraggioso, Gabriele Nissim, che ne è stato il vero creatore. Nissim non è stato esaltato da tutti. Da ebreo coraggioso ha denunciato, sin dall'inizio, errori e pregiudizi. Soprattutto nel suo mondo, dove gli ebrei tradizionalisti, nazionalisti, ottusi e bacchettoni non sopportano, anzi odiano l'idea che ci siano altri Giusti nel mondo. Per loro i Giusti sono soltanto i gentili che salvarono la vita degli ebrei durante la Shoah, l'Olocausto, la tragedia più terribile del secolo scorso. Nissim sostiene invece che Giusti sono anche coloro che hanno lottato e lottano per la difesa dei diritti umani, contro tutti i totalitarismi. Idea forte, anzi fortissima. Perché in questo mondo che non ama il coraggio delle proprie idee, vengono invece premiati i quaquaraquà, come ricordava il grande Leonardo Sciascia. Insomma si celebrano i reclusi, soprattutto nell'estrema destra, nella prigione delle loro certezze. Al Giardino dei Giusti di Gerusalemme, l'ostinazione ha vinto per anni. Per chi conosce sufficientemente bene Israele, per esperienza vissuta in decenni, anche allo Yad Vashem, come chi vi parla, è la triste verità. Hanno accusato Nissim di tutto e di più, ma lui ha resistito e ha voluto creare il primo Giardino dei Giusti aperto e inclusivo, proprio sul Montestella di Milano. Mi è stato facile avvicinarmi a lui e difenderlo fin dove possibile, accettando con gioia di diventare uno degli ambasciatori di Gariwo. Ma la gigantesca notizia di quest'anno è che tra gli ambasciatori è entrato Mordecai Paldiel, per 23 anni capo del dipartimento dei Giusti di Yad Vashem, che ha deciso negli Stati Uniti di sposare la causa dei Giusti, allargando il campo e inneggiando all'inclusione, quindi ben oltre i confini di coloro che hanno salvato gli ebrei durante la persecuzione che si concludeva nei campi di sterminio. È un passo storico e già immagino le critiche dei nazionalisti e dal solito codazzo servile. Ma anche i nuovi Giusti, che sono stati celebrati sul Montestella e che abbiamo scelto per questo 2021 con voto unanime, ci riempiono di gioia. Penso a chi andrà a far compagnia a Nelson Mandela e a Vaclav Havel. E cioè all'ebrea americana Ruth Bader Ginsburg, al cinese Liu Xiaobo e alla moglie Liu Xia, e in particolare allo svedese Dag Hammarskjold, ex segretario generale delle Nazioni Unite, morto in un misterioso incidente aereo nel 1961. E poi a coloro che verranno ricordati nei tanti Giardini virtuali in giro per il mondo. Un mondo che cambia profondamente, come dicevamo. Con un Papa straordinario come Francesco che è arrivato in Iraq, dove incontrerà, a Najaf, il leader spirituale sciita Al Sistani. Siamo alla realizzazione, con poche parole ma con tanti fatti quel "Fratelli tutti", che riflette alla perfezione la coraggiosa linea del pontefice, molto legato alla Comunità di S.Egidio, che per prima ha voluto sostenere, in decine di incontri, che siamo tutti umani e che non ci sono differenze. So quanto la linea della Comunità di S.Egidio abbia spesso scatenato la rabbia e il profondo fastidio dei tradizionalisti. Ma i risultati sono davvero importanti. A parte qualche diplomatico bacchettone, che rifiuta di riconoscere, per pigrizia o semplice ignoranza, dal verbo ignorare, il lavoro che viene fatto in favore di deboli, diseredati e profughi, l'avanzata inarrestabile del dialogo fra tutte le religioni e i laici non si fermerà. Davvero straordinaria l'iniziativa di tre congregazioni locali, decisa a Berlino, di costruire una chiesa per tre fedi, che guarda al futuro, accogliendo assieme cattolici, ebrei e musulmani. La chiesa si chiamerà "churmosquagoga", cioè la sigla- sintesi di chiesa, moschea e sinagoga. Fantastica idea. Questo è il nuovo mondo, che mi riempie di entusiasmo. Non ho mai nascosto la mia attrazione per la grande collega Rula Jebreal: araba israeliana, quindi musulmana; sposata con un ebreo, e madre di una ragazza battezzata cattolica. Crediamoci. Il futuro inclusivo e senza più muri sarà sicuramente migliore.

(Corriere TV, 8 marzo 2021)


Iran: se Israele ci attacca raderemo al suolo Tel Aviv e Haifa

di Sarah G. Frankl

Se Israele ci attacca raderemo al suolo Tel Aviv e Haifa. Lo ha detto veramente e pure con una certa convinzione il Ministro della Difesa iraniano, Amir Hatami.
«A volte il regime sionista [Israele] per disperazione fa grandi affermazioni contro la Repubblica islamica dell'Iran presumibilmente per minacciarla» ha detto ieri il Ministro iraniano parlando durante una cerimonia pubblica.
«Ma deve sapere che se fa anche una semplice dannata cosa, raderemo al suolo Tel Aviv e Haifa» ha poi aggiunto Amir Hatami.
Poi si è vantato del fatto che l'Iran attraverso diversi gruppi (terroristici n.d.r.) mantiene il controllo del potere nella regione e che è veramente in grado di fare quello che dice.
Le minacce del Ministro della Difesa iraniano sembrano essere una risposta alle parole pronunciate qualche giorno fa dal Ministro della Difesa israeliano, Benny Gantz, che aveva ammonito il mondo sul fatto che se non avesse fatto niente per fermare l'Iran, Israele lo avrebbe fatto da solo.

(Rights Reporter, 8 marzo 2021)


L'ebraismo e altre forme di vita extraterrestri: un dibattito

di Michael Soncin

"C'è vita su Marte? L'ebraismo e la possibilità di vita sugli altri pianeti". È il nome della conferenza tenutasi la sera di giovedì 4 marzo su zoom, organizzata dalla Comunità Ebraica di Pisa e dal MEIS -Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah. A parlare della possibilità di forme di vita extraterrestri e di come il mondo ebraico possa vedere tale prospettiva è stato Rav Gianfranco Di Segni, biologo presso l'Istituto di Biologia Cellulare e Neurobiologia del CNR - Consiglio Nazionale Delle Ricerche. L'evento fa parte di un ciclo di lezioni dedicate alla memoria di Rav Giacomo Augusto Hasdà, (1869-1943), rabbino di Pisa deportato e ucciso ad Auschwitz. Tra i partecipanti vi erano anche Rav Amedeo Spagnoletto, direttore del MEIS e Maurizio Gabbrielli, presidente della Comunità Ebraica di Pisa.

 Studiare la Torah, sempre, anche se tramite spunti apparentemente 'inconsueti'
  Le esplorazioni spaziali sono ormai all'ordine del giorno, le nuove tecnologie ci hanno permesso di individuare centinaia di pianeti - seppur lontanissimi da noi e al momento impraticabili - con caratteristiche simili alla Terra, tali da renderli dei potenziali candidati ad ospitare forme di vita. È quindi lecito chiedersi se al di fuori del nostro pianeta esistano effettivamente altri viventi. "Si tratta di un tema assolutamente pertinente, specialmente in un momento in cui le indagini su Marte diventano sempre più consistenti. Di spunti ce ne sono molti, pensiamo all'ebraismo quando crea una relazione con gli esseri celesti, pensiamo anche alla Cantica di Deborah, nel libro dei Giudici, e alla possibilità che ci sia vita negli astri esterni alla Terra", commenta Spagnoletto. "Uno dei precetti fondamentali dell'ebraismo è quello di studiare la Torah e speriamo che questa iniziativa sia un'occasione per farlo, anche tramite spunti inconsueti", ha affermato Gabbrielli.

 Il paradosso di Enrico Fermi
  "Per parlare di questo argomento partirei da un paradosso attribuito al premio Nobel per la fisica Enrico Fermi (1901-1954): Se l'Universo brulica di alieni, dove sono tutti quanti?". Questo è il punto di partenza attraverso il quale si snoda il ragionamento di Rav Di Segni, per rispondere alla domanda che non solo il celebre scienziato italiano, ma che forse tutti noi ci siamo chiesti almeno una volta nella vita. È risaputo che tanti al solo pensiero sghignazzano, altri invece trovano inesistenti motivi, atti solo al mero irrazionale piacere di volerci credere. Per rispondere a tutti anche alle due categorie menzionate, Di Segni ci parla fornendo dati concreti, fatti di numeri.
  "Soltanto nella Via Lattea - la galassia a cui appartiene il nostro sistema solare - ci sono tra le 200 e 400 miliardi di stelle, ed è probabile che facendo un calcolo statistico ci siano dei pianeti adatti ad ospitare la vita. Si tratta di una concezione comune tra gli scienziati, soprattutto fra gli astronomi. Può essere improbabile ma quando ci sono centinaia di candidati, secondo alcuni studiosi diventa quasi sicuro. Ovviamente ci si riferisce a pianeti che soddisfano determinate condizioni: non troppo distanti dalla stella attorno a cui ruotano, di dimensioni né troppo grandi né troppo piccole, con determinate caratteristiche chimico-fisiche", illustra Di Segni.
  La Via Lattea è solamente una delle tante: secondo uno studio pubblicato su Astrophysical Journal, esisterebbero almeno 2 bilioni ovvero 2000 miliardi di Galassie nell'Universo. Moltiplichiamo le centinaia di miliardi di stelle di una singola galassia, dotate di milioni e milioni di pianeti, per il numero totale di galassie. Abbiamo a che fare con un numero alquanto sbalorditivo. "Quindi, ritornando ad un altro punto del paradosso attribuito a Fermi, se ci sono così tanti candidati ad ospitarli perché non li abbiamo ancora visti sulla Terra? Innanzitutto, devono avere sviluppato una tecnologia adatta ed una distanza fattibile per poter inviare dei segnali. Se i fisici e gli astronomi fanno un'ipotesi basandosi su calcoli statistici e probabilità, i biologi che studiano la vita, sono invece più scettici - pur non escludendola come possibilità", precisa Di Segni. Effettivamente il problema della distanza è da considerare. Lo scenario del cielo stellato che abbiamo di fronte, ce lo dice chiaramente, come Proxima Centauri, la stella a noi più vicina, distante 4,2 anni luce. Tutto quello che vediamo è tra l'altro frutto del passato ed è in relazione agli anni che la luce impiega per arrivare fino da noi; per esempio, la luce con la quale il Sole illumina il nostro pianeta è quella di circa 8 minuti fa, il tempo che impiega per percorre il tragitto fino a noi.

 Potrebbe rappresentare un problema per la Torah?
  "Secondo la posizione ebraica tradizionale - spiega Rav Di Segni - ed in particolare di coloro che non sono molto addentro alle questioni scientifiche, non è un problema che ci siano forme vita extraterrestri, finché si parla di 'esseri inferiori', rispetto agli uomini, come batteri e piante; mentre, il fatto che possa esserci l'uomo su altri pianeti, metterebbe in discussione quello che c'è nella Torah. Perciò se il problema è con alcuni testi sacri, come possiamo risolverlo? Norman Lamm (1927-2020), il più illustre rappresentante dell'ortodossia moderna, attento alle questioni scientifiche, nei suoi scritti ha trattato la possibilità della vita extraterrestre da una prospettiva ebraica". Per Lamm come spiega Di Segni "se l'ebraismo o qualsiasi posizione religiosa si rifiuta di considerare una teoria solo perché mette in discussione i testi sacri, allora la Torah non sarebbe una Torah di verità, nascondersi davanti ai fatti sarebbe come distorcere la verità per farla diventare un mito. Giordano Bruno aveva parlato dell'idea della pluralità dei mondi oltre il nostro, che potevano essere alquanto migliori, o alquanto peggiori, ed era proprio una fra le varie cose che la chiesa cattolica ha ritenuto essere un'eresia".

 Come risolvere il problema delle contraddizioni? Ce lo dice Maimonide
  Nel corso della conferenza uno dei personaggi più noti e importanti dell'ebraismo citati da Rav Di Segni è senza dubbio Maimonide (1138 - 1204). Egli affermò che se una teoria venisse provata aldilà di ogni ragionevole dubbio da delle evidenze che oggi chiameremo scientifiche, andando in contraddizione con il Tanakh, quello che dovremmo fare risiederebbe nel trovare il modo di aggiustare queste contradizioni, interpretando i testi nella maniera più consona, come già facciamo con altri testi.
  "Abraham Isaac Kook (1865-1935), - prosegue Di Segni, parlando di un altro personaggio chiave del mondo ebraico - primo rabbino capo d'Israele, disse che non siamo obbligati a smentire le teorie scientifiche o opporsi ad esse, perché lo scopo principale della Torah non è raccontarci dei semplici fatti, quello che conta è il significato interiore. L'inizio di Bereshit è il regno della parabola, dell'allegoria, dell'allusione, il vero significato di quel verso va ricercato nell'ambito dei segreti della Torah, oltre il senso piano del testo".
  "Potrebbe mettere in discussione la nostra unicità? È la domanda - conclude Di Segni - che si sono posti diversi pensatori ebrei. Ma chi dice che noi siamo unici? È vero che la possibilità che possano esserci altri esseri intelligenti in altri mondi, potrebbe in qualche maniera porci dei problemi, ma questo non deve preoccuparci. Noi non siamo mai stati soli. Anche nella discussione talmudica ci sono dei problemi che sono rimasti irrisolti".

(Bet Magazine Mosaico, 8 marzo 2021)


L'araba israeliana che rompe i soffitti di vetro nel campo del management sportivo

Da atleta ad arbitro, dal master della FIFA alla direzione eventi sportivi: quella di Sanaa Bader è una storia esemplare di emancipazione e integrazione

Sanaa Bader è una donna dai molti primati. All'età di 18 anni è diventata la prima arbitro araba in assoluto ad esercitare nei campionati di calcio israeliani di quarto e terzo livello. Quattro anni dopo ha lasciato l'arbitraggio per diventare la prima impiegata araba nell'Associazione israeliana per lo sport scolastico, e poi la prima donna araba israeliana a studiare nel master esclusivo della FIFA in Management, diritto e scienze umane dello sport. Il tutto prima di compiere 30 anni.
L'anno scorso, dopo aver terminato il programma del master, è tornata nell'Associazione israeliana per lo sport scolastico, al culmine della seconda ondata della pandemia di coronavirus, questa volta come direttrice di eventi sportivi....

(israele.net, 8 marzo 2021)


Covid: vaccinazioni e badge verdi, Israele torna gradualmente alla normalità

 
Israele riapre oggi ristoranti, caffè, classi scolastiche, eventi in presenza, attrazioni turistiche e hotel nelle aree a basso e medio contagio. Il governo israeliano, infatti, ha dato il via libera ieri all'allentamento delle chiusure anti-Covid. Nuovi regolamenti anche per l'aeroporto Ben Gurion. Mille persone al giorno potranno entrare nello Stato ebraico da quattro località: New York, Francoforte, Londra e Parigi. Un numero che dovrebbe salire gradualmente a 3.000 entro questa settimana. I ristoranti potranno riempiere le sale interne al 75 per cento della capacità fino a un massimo di cento clienti muniti di "green pass" - il lasciapassare che indica l'avvenuta vaccinazione (due dosi, di cui la seconda inoculata da almeno una settimana) o la guarigione dal coronavirus - mentre all'esterno sarà possibile ospitare ai tavoli (posizioni a due metri di distanza) altre cento persone. Riaprono anche gli istituti di istruzione superiore e i seminari religiosi alle persone vaccinate o guarite dal Sars-CoV-2.

 Israele: le riaperture a partire da oggi
  Le sale per eventi possono aprire al 50 per cento della capacità e con un massimo di 300 persone munite di lasciapassare verdi. Fino al cinque percento dei partecipanti, inoltre, può accedere senza pass presentando test antivirus negativi effettuati recentemente. Sono consentite le riunioni di 20 persone negli spazi chiusi e di 50 persone all'aperto. I luoghi di culto possono operare a capacità parziale ed è consentita una maggiore partecipazione agli eventi sportivi e culturali per i possessori dei "green pass". Novità anche per la scuola. Gli studenti di 7-10 anni possono frequentare le lezioni dal vivo per la prima volta da circa un anno, ma solo nelle città con tassi di infezione da Covid bassi e medi. Le autorità hanno diviso le classi in gruppi più piccoli, il che significa che ogni studente sarà in classe solo due volte una settimana. Le attrazioni turistiche sono state aperte per i possessori dei lasciapassare verdi e le sale da pranzo dell'hotel sono state autorizzate a riprendere, anche se con una capacità limitata.
  Un valico di frontiera con la Giordania riaprirà fino a due volte a settimana e il confine con l'Egitto verrà aperto una tantum per consentire agli israeliani di tornare. La punizione per le violazioni delle regole prevede una multa molto salata, corrispondente a circa 1.500 dollari statunitensi. Secondo l'emittente televisiva "Channel 12", pressappoco 6.000 ristoranti dovrebbero riaprire oggi su oltre 14.000 che operavano prima della pandemia. Circa 4.000 ristoranti, invece, hanno chiuso per sempre. Israele a febbraio ha iniziato ad allentare le restrizioni dopo un terzo blocco e da allora ha gradualmente riaperto negozi e centri commerciali (per tutti); oltre a palestre, piscine, hotel e alcune strutture culturali per i possessori di "Green Pass".

 Autorità fiduciose
  Secondo il capo della sanità pubblica del ministero della Salute israeliano, Sharon Alroy-Preis, il lasciapassare verde non creerà una "bolla" senza coronavirus. "Ma possiamo creare un ambiente che sia il più sicuro possibile. In questo scenario, per esempio, possiamo avere 300 persone a teatro o 500 persone all'aperto. Stiamo intraprendendo dei passi graduali e procediamo senza fretta perché non vogliamo compromettere i risultati raggiunti", ha detto la Alroy-Preis questa settimana, durante la conferenza stampa "La campagna di vaccinazione Covid-19: quali lezioni si possono trarre da Israele?" organizzata dalla Europe Israel Press Association sulla piattaforma online Zoom. Secondo il professor Ran Balicer del Clalit Research, i dati ottenuti fin qui dimostrano che "i vaccini funzionano" perché "riducono in modo significativo sia la morbilità che la mortalità" del coronavirus Sars-CoV-2, ma non è ancora chiaro se influiscono sulla trasmissione del virus. Secondo le statistiche fornite dall'esperto, le infezioni sintomatiche sono diminuite del 94 per cento e i casi gravi del 92 per cento dall'inizio della campagna di vaccinazione il 19 dicembre. Israele, peraltro, raggiungerà "molto presto" l'obiettivo fissato dal premier Benjamin Netanyahu di vaccinare il 90 per cento della popolazione over 50 anni, ha aggiunto Balicer.
  Secondo l'esperto, tuttavia è ancora presto per parlare di immunità di gregge data l'assenza di studi, ad esempio, sull'utilizzo dei vaccini nella popolazione sotto i 16 anni. "Detto questo, abbiamo degli effetti indiretti positivi notevoli che ci permettono di prendere maggiori rischi, ad esempio riaprendo l'economia con una serie di procedure dedicate come i lasciapassare verdi", ha aggiunto Balicer. La variante inglese del virus Sars-CoV-2 in Israele, sempre secondo Balicer, ha un'incidenza pari al 90 per cento dei nuovi contagi giornalieri, motivo per cui lo Stato ebraico, ha detto il professore, si trova ancora nel mezzo della "terza ondata" pandemica nonostante la vaccinazione di massa.

(nova.news, 7 marzo 2021)


Caso Israele: vaccini in cambio di dati

di Edoardo Segantini

In questi giorni si è molto ammirato il caso di Israele, la cui campagna vaccinale ha già immunizzato il 90% di 9,3 milioni di abitanti: tanto più se n'è parlato dopo l'annuncio da parte di Vienna e Copenaghen che austriaci e danesi, critici verso l'Ue, vogliono stabilire un'alleanza strategica con l'avanzato Paese del Medio Oriente. Molto meno invece si sono analizzate le ragioni che hanno permesso a Israele di raggiungere quel risultato. A quanto s'è capito, due sono stati gli strumenti utilizzati nei confronti della società farmaceutica Pfizer. Uno è il prezzo: si è pagato di più, ottenendo di più. A questo proposito sarebbe interessante sapere in che modo, nel dialogo tra Paesi membri e Bruxelles, il tema del prezzo dei vaccini e quello della negoziazione tra Ue e Big Pharma siano stati affrontati. Sull'argomento il governo Draghi è tra i più attivi. Il secondo strumento utilizzato è quello dei big data ad uso epidemiologico. Si sono forniti dati contro vaccini. Israele, hanno scritto i media, ha stretto un accordo con Pfizer che prevede la cessione dei dati sulle vaccinazioni, comprese le informazioni sull'età, il sesso e la storia medica di coloro che hanno ricevuto il vaccino. In cambio ha ottenuto dieci milioni di dosi di vaccino anti-Covid attraverso spedizioni settimanali a colpi di 400-700 mila dosi. La notizia, come previsto, ha suscitato allarme tra le organizzazioni che difendono la privacy. Ma il governo di Gerusalemme ha assicurato che alla Pfizer vengono inviate informazioni puntuali (e dunque preziose per determinare il momento in cui viene raggiunta la cosiddetta «immunità di gregge») ma non nominali. Cioè prive dei riferimenti che consentirebbero l'identificazione delle tante persone vaccinate. È lecita un'osservazione. Siamo tra i molti che pensano che le cautele sulla privacy siano importanti e civili. Ma la pandemia impone delle priorità. Non sarebbe il caso, oggi, di considerare prioritaria la necessità di portare il vaccino al maggior numero di persone e prima possibile?

(L’Economia del Corriere della Sera, 8 marzo 2021)


«
Ma la pandemia impone delle priorità». Sarà probabilmente questo il leitmotiv di fondo, più o meno chiaramente espresso, che sarà portato a motivo delle prossime “inevitabili” limitazioni che anche le autorità del nostro paese imporranno alla libertà personale. Il fatto che da più parti sia indicato Israele come esempio da imitare non è affatto rassicurante. Più “liberi” perché più controllati. Un altro segno degli ultimi tempi che avanzano. M.C.


Concerti con pubblico, ristoranti aperti. La terza fase della riapertura d'Israele

 
Il Bloomfield Stadium, nel Sud di Tel Aviv, è stato il teatro in passato di concerti con migliaia di persone. Qui si sono esibiti artisti internazionali come Art Garfunkel, gli Iron Maiden e Black Eyed Peas. La struttura, recentemente rinnovata, può contenere 30mila persone. A causa del covid, lo stadio è rimasto però a lungo chiuso ai fan, ma un primo passo verso la normalità c'è stato. In cinquecento hanno infatti assistito questo weekend al primo di quattro concerti organizzati dall'amministrazione di Tel Aviv per festeggiare la fase tre nel paese, quella delle riaperture. Grazie infatti alla grande campagna di vaccinazioni anti-covid (53per cento della popolazione ha ricevuto la prima dose del vaccino, il 40 anche la seconda) il governo di Gerusalemme ha potuto eliminare molte restrizioni. E così ristoranti, caffè e bar hanno riaperto. Le imprese possono far rientrare il 75 per cento del personale. Le sale per eventi possono riempirsi fino al 50 per cento delle loro capacità, così come i luoghi di culto. Chi si reca nei ristoranti, nelle sinagoghe o nei teatri deve però possedere il Green Pass, ovvero la certificazione di essere o guarito dal covid-19 o aver ricevuto entrambe le dosi del vaccino. Se hai il Green Pass, che si può mostrare attraverso una app, allora hai accesso al ritorno alla normalità e puoi, ad esempio, essere tra i cinquecento del Bloomfield Stadium. "Spero che questo sia l'inizio di un periodo in cui torneremo alla nostra vita normale", ha sottolineato Reut Gofer, una delle spettatrici del concerto organizzato a Tel Aviv. "Dato che la maggioranza della popolazione è già stata vaccinata possiamo finalmente aprire le nostre attività culturali e ricreative", aveva evidenziato Eytan Shwartz, portavoce del comune di Tel Aviv. "Spero che presto saremo in grado di riempire lo stadio (Bloomfield)".
   Intanto il governo ha anche approvato la riapertura dell'aeroporto internazionale Ben-Gurion. Ogni giorno potranno rientrare mille persone che hanno cittadinanza israeliana o residenza nel paese. Il numero dovrebbe salire a 3.000 nel corso della settimana. Chi arriva inoltre non sarà più costretto a passare un periodo di quarantena in alberghi gestiti dallo stato e potrà invece fare l'isolamento a casa per due settimane.

(moked, 7 marzo 2021)


Perché Usa e Israele hanno surclassato l'Europa sul piano di vaccinazione

di Federico Giuliani

Unione europea, Stati Uniti e Israele. Tre attori, tre modi differenti di gestire l'emergenza coronavirus e tre modi altrettanto divergenti di coordinare i rispettivi piani vaccinali di massa. A proposito di vaccini, mentre il governo israeliano ha quasi terminato di immunizzare l'intera popolazione (circa 7 milioni di persone), e quello americano è sulla buona strada per farlo nel giro di qualche mese, a Bruxelles è ancora notte fonda. Dovessimo fare una rapida sintesi di quanto avvenuto, potremmo dire che Israele non ha mai avuto problemi di scorte, gli Stati Uniti di Joe Biden hanno fatto tesoro degli accordi stipulati da Donald Trump con le case farmaceutiche e l'Europa è affogata nella sua stessa, inutile burocrazia.
  Basta dare un'occhiata agli ultimi dati sulle vaccinazioni per capire a cosa ci stiamo riferendo. Prendiamo il numero di dosi di vaccino anti Covid somministrate per 100 persone (dati aggiornati al 5 marzo). Israele guida il terzetto (98.94), con un ampio margine di distacco dagli Stati Uniti (quarti nella graduatoria globale con 25.42) e un abisso rispetto all'Unione europea (8.77). La parafrasi delle cifre riportate è evidente e non ha bisogno di troppe spiegazioni. Semplicemente, i Paesi membri dell'Ue non hanno ancora ingranato la marcia delle vaccinazioni. E questo è un bel problema, visto che il virus continua a fare contagi e mietere vittime.

 Pragmatici e giuridici
  Sia chiaro: l'Europa è ancora in tempo per rimediare ai suoi errori. Potrebbe - usiamo il condizionale - gettare il cuore oltre l'ostacolo e fare di tutto per ridurre in cenere la burocrazia dietro la quale sembra volersi nascondere. Tuttavia, come ha sottolineato il Corsera, le responsabilità della Commissione europea cozzano con il suo stesso ruolo. Prendere le decisioni in nome (e per) 27 Paesi, ognuno dei quali dotato di proprie caratteristiche, è molto più complesso che non prenderle in uno solo, come accade per Israele e Stati Uniti (anche se in realtà pure Washington deve fare i conti con tante realtà distinte, una per ogni Stato federale).
  La differenza fondamentale sarebbe in ogni caso da ricercare nella maniera di concepire i rapporti tra Stato e imprese al fine di raggiungere obiettivi di interesse comune. Da questo punto di vista, ci troviamo di fronte a due modelli opposti: quello del pragmatismo, ricco di discrezionalità e accompagnato da una notevole fiducia nella pubblica amministrazione, e quello giuridico, basato sulla necessità di limitare la discrezionalità della pa. Insomma, i Paesi dell'Ue, fino a questo momento, hanno fallito nella loro missione.

 Una differenza abissale
  Sintetizzando quanto detto, possiamo dire che per Stati Uniti e Israele (ma anche Regno Unito), Paesi pragmatici per eccellenza, l'importante è raggiungere il risultato finale, in tal caso immunizzare la popolazione; per gli Stati membri dell'Ue, Paesi giuridici, conta che i soldi siano spesi secondo procedure complesse, trasparenti ma anche lunghe e farraginose. Potremmo comunque aprire una parentesi sulla trasparenza degli accordi stretti tra Bruxelles e le varie aziende del farmaco, ma non è questa la sede più opportuna.
Soffermiamoci sugli Stati Uniti. All'inizio del 2020, l'America ha creato un'organizzazione denominata Warp Speed, guidata dal generale responsabile della logistica dell'esercito americano e da un rinomato ricercatore. Il suo obiettivo? Con un budget iniziale di 10 miliardi di dollari messi a disposizione dal governo americano, aveva (e ha) il compito di lavorare con le ditte produttrici di vaccini per aiutarle nell'impresa a qualsiasi costo. Qualcosa del genere non c'è e probabilmente non potrà mai esserci nel contesto europeo. Dove, nonostante l'emergenza in corso, sembra molto più impellente seguire l'approccio giuridico che non quello pragmatico. Ecco, forse, le radici dell'insuccesso europeo. Non solo sul piano vaccinale.

(il Giornale, 7 marzo 2021)


Ci sarebbe l'Iran dietro il disastro ecologico che ha colpito le coste israeliane

di Ugo Volli

 
Da due settimane migliaia di persone in Israele, compresi molti militari, combattono contro il più grave disastro ecologico della storia del paese: una marea nera che ha invaso tutta la costa del mediterraneo. Non si tratta solo delle spiagge amatissime da tutti gli israeliani, ma delle riserve naturali, delle zone di costa che servono da rifugio a tartarughe, uccelli, pesci preziosi. Dopo indagini molto approfondite che hanno verificato la posizione di decine di navi, il ministero dell'ambiente ha indicato come responsabile una petroliera libica, ma controllata dagli iraniani, che è nota per portare combustibile di contrabbando in Siria, che avrebbe scaricato nel mediterraneo oltre centomila tonnellate di petrolio a un centinaio di chilometri dalla costa, calcolando venti e correnti per far sì che il carico velenoso colpisse Israele. Se l'ipotesi sarà confermata, siamo insomma di fronte a un atto deliberato di guerra ecologica. In tempi in cui siamo tutti consapevoli della fragilità della natura, sembra un gesto assurdo, ancor prima che criminale. Le guerre provocano sempre danni immensi anche all'ambiente, ma sono in genere effetti collaterali. Colpire la natura per danneggiare psicologicamente il nemico è un gesto odioso di terrorismo. Ma, purtroppo, contro Israele questa non è una novità. Da anni ormai Hamas spedisce in volo sul territorio israeliano con palloni a gas e aquiloni ordigni terroristici. Alcuni di questi sono finti giocattoli, destinati a essere raccolti dai bambini e a dilaniarli con l'esplosivo che contengono. Altri sono dispositivi incendiari destinati a bruciare il territorio su cui atterrano: campi, case, boschi e riserve naturali. Anche questo è terrorismo ecologico. Israele resiste come sa fare, tirandosi su le maniche e pulendo le spiagge, ripiantando i boschi, ricostruendo ciò che è distrutto, educando i bambini a non raccogliere oggetti trovati in giro, anche se sembrano innocui e seducenti. Il resto del mondo sta a vedere e tace, non condanna questi orrori. Se interviene, come la Corte Penale Internazionale, è per processare l'autodifesa degli ebrei dai terroristi.

(Shalom, 7 marzo 2021)


Israele-Siria storia d'amore di riscatti e di vaccini

di Giordano Stabile

Sognava di fare la pace attraverso l'amore, di mettere fine al conflitto con la Siria di Bashar al-Assad, abbattere la frontiera più militarizzata del mondo, sulle Alture del Golan. Non conosciamo il suo nome, per ragioni di sicurezza, ma questa ragazza di 25 anni ha fatto passare due brutte settimane ai vertici di Israele. Che alla fine, per ottenere la sua liberazione da parte dei siriani, hanno dovuto anche acquistare una fornitura di vaccini russi SputnikV e girarla a Damasco, con i buoni uffici di Vladimir Putin.
   La giovane, che abitava nell'insediamento ultra- ortodosso di Modiin Illit, in Cisgiordania, si è innamorata di un ragazzo siriano, un druso, conosciuto in rete. E ha deciso di raggiungerlo dall'altro lato della frontiera. E' arrivata in una zona del Monte Hermon meno sorvegliata ed è riuscita a passare a piedi. Dall'altra parte però è stata subito intercettata e arrestata dai militari siriani, nel villaggio di Hader. Forse è caduta in una trappola. In ogni caso sono cominciate frenetiche trattative, in assoluto segreto, con la mediazione russa.
   Al governo siriano non pareva vero. Ha cominciato subito ad alzare la posta e chiesto il rilascio di un suo cittadino del Golan, legato ad Hezbollah, Diab Qahmuz, 34 anni, condannato nel 2018 a 16 anni di carcere per un fallito attentato. E di un'altra detenuta, Nihal al-Makt, agli arresti domiciliari per sospetto spionaggio. L'accordo è stato raggiunto, ma all'ultimo momento Damasco ha fatto una nuova richiesta. Vaccini. L'epidemia di coronavirus, contenuta la scorsa primavera, è dilagata a partire dall'autunno, con migliaia di vittime, molte di più di quelle dichiarate. E la Siria è uno dei Paesi senza vaccini, stretta dalle sanzioni americane e senza possibilità di acquistarli all'estero. Il premier Benjamin Netanyahu ha parlato di persona con Putin e grazie al suo "rapporto personale" ha chiuso l'accordo. Secondo il New York Times Israele ha versato 1,2 di dollari per almeno 100 mila dosi. La giovane è così tornata a casa, e le tensioni al confine sono subito riesplose.

(Specchio, 7 marzo 2021)


L'offensiva della bellezza

di Daniela Gross

Mentre al cinema Gal Gadot spopola nel ruolo di Wonder Woman, un'altra israeliana conquista i riflettori internazionali. Si chiama Yael Shelbia, ha 19 anni ed è il nuovo volto della diplomazia israeliana della moda - per l'esattezza il volto più bello del mondo. Da poco incoronata vincitrice dell'annuale concorso di TC Candler "100 Most Beautiful Faces of the Year" dove nel 2018 si era piazzata terza subito prima di Gal Gadot, Yael è la prima modella israeliana ad apparire sulla copertina di L'Officiel Arabia, storica rivista di moda.
   Eccola, in un primo piano folgorante, mentre fissa l'obiettivo con gli ormai celebri occhi blu. Sulle labbra, il filo di un mezzo sorriso. Quello di chi ha sta facendo la storia, come conferma il titolo che in sovrimpressione proclama a tutte maiuscole: A Peace of History.
   La decisione di presentare una modella israeliana, spiega un lungo editoriale intitolato Shalom!, s'inserisce nella scia dei recenti accordi di Abramo fra Israele, gli Emirati Arabi e il Bahrein.
   E' un omaggio all'accordo di pace, "un momento storico che ha segnato un nuovo capitolo di tutti i paesi coinvolti". Nulla di casuale, dunque. Siamo nel pieno di una delle più ambiziose offensive della moda - il soft power per eccellenza, capace più di tanti discorsi di smontare pregiudizi e veleni accarezzando l'occhio e l'immaginario, senza dimenticare il portafoglio. "Se questa pandemia ci ha insegnato qualcosa sulla moda è che riguarda sempre qualcosa più dei vestiti o dei prodotti", scrive L'Officiel. "La moda riflette ciò che accade nelle nostre vite e come ciò cambi le nostre abitudine. Perciò è anche strettamente intrecciata con la politica: esprime e comunica credenze e convinzioni, distingue le persone ma le può anche unire intorno a idee comuni".
   Se la premessa suona scontata, l'intera operazione non lo è. Poiché anche nella moda gli accordi migliori sono multilaterali, mentre la bellissima Yael debutta nei paesi del Golfo insieme a una pattuglia di stilisti e artisti israeliani, in Israele lo storico settimanale Laisha esce con la stessa copertina. La back cover è invece riservata alla top model di origini kenyote Chanel Ayan, celebre negli Emirati dov'è stata il volto di Dior e la prima modella nera a sfilare per firme come Valentino e Chanel. Se Chanel posa a Dubai, Yael Shelbia è ritratta dal fotografo israeliano Yossi Michael nelle stanze eleganti del Peninsula Hotel di New York, città dove hanno sede le Nazioni Unite. Insieme a Michael, che vive a New York e in passato ha lavorato con le edizioni internazionali di Vogue, Elle e clienti come H&M, debutta su L'Officiel anche il nuovissimo brand israeliano Micu di Michal Stem e Inbar Ben Shabbat.
Il viso dell'anno

 
Yael Shelbia Cohen è nata a Nahariya in una famiglia di origini tunisine (Shelbia, il secondo nome che usa per lavoro, era quello della bisnonna nativa di Djerba). La sua carriera inizia a 16 anni, con dei selfie postati su lnstagram che attirano l'attenzione degli addetti ai lavori. L'attività di modella incontra parecchie resistenze nella scuola religiosa che allora frequenta, finché le viene consentito di proseguire a patto di seguire alcune regole - certe restrizioni nell'abbigliamento (no ai servizi in costume da bagno o lingerie), il rispetto del Sabato e della kasherut. Racconta di aver perso per questo parecchi contratti e in un'intervista ha detto di aver mangiato solo cracker nei quattro giorni di un servizio di moda a Milano perché non ha trovato cibo kasher. La rapidità della sua ascesa è impressionante. In Israele è testimonial di Castro e Renuar. Nel 2018 è scelta dall'americana Kim Kardashian come volto del suo brand di cosmetici e un anno dopo è testimonial della linea di skincare della sorella di Kim, Kylie Jenner, a sua volta modella e imprenditrice di successo. Dopo aver recitato nella serie israeliana Palmach, ambientata ai tempi della fondazione dello Stato, ad aprile dello scorso anno Yael si arruola nell'aeronautica. Poi il primo posto nel concorso per il viso più bello del mondo e la storica copertina di L'Officiel Arabia che la incorona ambasciatrice di bellezza.
Su L'Officiel trova posto infine una speciale collaborazione fra l'israeliana Talia Zoref, illustratrice di moda che ha lavorato con Fendi e Chanel, e con la calligrafa e muralista di Dubai Diaa Allam che insieme al laboratorio creativo Foxylab di New York in queste pagine danno vita ad abiti che sono quadri viventi.
   Ci sono voluti mesi di negoziazioni, per arrivare a questo risultato. Due riviste, due modelle. Due mondi. Avviare uno scambio fra gruppi creativi che finora non potevano collaborare, è stata un'impresa. Il risultato è però sotto gli occhi di tutti e l'artefice Anna La Germaine, fondatrice dell'agenzia Fashion in Politique, ne va fiera. "Moda e politica sono inseparabili e la riuscita combinazione delle due crea il terreno per un business fiorente ed economie in crescita nei paesi", dice. "Con Yael Shelbia sulla copertina di L'Officiel Arabia puntiamo a celebrare nuove opportunità di lavoro fra gli Emirati, il Bahrein e Israele".
   Se tutto fila liscio, le prospettive sono magnifiche ma è difficile prevedere se l'offensiva della bellezza riuscirà ad abbattere le storiche barriere di sfiducia fra i due paesi o se l'operazione si risolverà in una bolla di sapone. I primi segnali sono però incoraggianti. Elad Bornestein, titolare di una compagnia che rappresenta stilisti israeliani e internazionali, ha già annunciato di essere stato invitato a rappresentare Israele al World Fashion Festival Awards di Dubai il prossimo autunno. Per altri riscontri, bisognerà aspettare. Più complesso sarà misurare l'impatto in termini culturali di quello che si auspica sia il primo di tanti scambi. Il messaggio di pace, amicizia e cooperazione fra i popoli lanciato dalla moda è forte, come lo è la decisione di valicare i confini rivolgendosi alle donne e a chi ama il bello. Se il metodo sembra troppo frivolo per riuscire, non resta che riandare al passato. Quando la diplomazia gentile della bellezza ha veicolato con straordinaria efficacia un'immagine positiva di Israele e della sua gente. Ricordate la biondissima Bar Refaeli immortalata in costume da bagno fra i grattacieli di New York? E le attrici Natalie Portman e Shira Haas? E avete presente Gal Gadot/Wonder Woman che al cinema sta salvando il mondo? Yael Shelbia è una di loro ed è qui per restare.
   
(Pagine Ebraiche, marzo 2021)


Roma - I palazzi parlanti raccontano chi salvò gli ebrei

di Marino Bisso

In viale Giotto 24 installata la mattonella con QR: ricorda Bruno Fantera che nascose la famiglia del guardiano della Sinagoga. La voce di Elio Germano e un docufilm sulla storia di coloro che rischiarono la vita per non restare indifferenti.

Non solo nelle strade di Roma le pietre d'inciampo, i sampietrini ricoperti di ottone lucente, ricordano le vittime del nazifascismo. Ora anche i palazzi parlano: una mattonella, con un dispositivo QR, racconta le storie delle persone che salvarono famiglie ebree e antifascisti durante l'occupazione nazista. La prima mattonella che "segna e riconosce" le case di chi non si voltò dall'altra parte, è stata incastonata in viale Giotto 24, a San Saba, ieri in occasione della Giornata Europea dei Giusti. Qui, nell'ottobre'43, Bruno Fantera e sua madre nascosero e salvarono la famiglia ebrea di Gino Moscati, guardiano alla Sinagoga, in fuga dopo il rastrellamento del Ghetto. La mattonella artistica verrà apposta sui m uri dei palazzi dove vennero ospitati ebrei, partigiani, perseguitati politici braccati dai nazifascisti. L'opera, realizzata dall'artista Dante Mortet, delle dimensioni di un consueto numero civico, rappresenta un carrubo, simbolo di fertilità e solidarietà iscritto all'interno di una casa stilizzata con incisa la città di riferimento. Per mezzo di un QR code inciso sulla targa, il civico di viale Giotto 24 da oggi racconta la sua storia attraverso la voce narrante di Elio Germano, le immagini d'epoca dell'Istituto Luce e quelle fornite dalle famiglie Fantera e Moscati. il mini docufilm, sottotitolato in lingua inglese, che ha coinvolto tanti giovani guidati dal regista Paolo Bianchini.
    «Non è casuale la scelta della strada — spiega Fabrizio Fantera, figlio di uno dei "Giusti tra le Nazioni" ricordato a Yad Vashem — su viale Giotto, a Porta S. Paolo, tre pietre d'inciampo al civico 3 ricordano la famiglia Veneziani che venne rastrellata, probabilmente per una spiata, e inviata a morire ad Auschwitz. Al civico 24 nessun segno. Eppure proprio lì Bruno Fantera e sua madre Esifile (mio padre e mia nonna) nascosero e salvarono un'intera famiglia di ebrei romani, ospitandoli fino alla liberazione».
   «Il Civico Giusto vuole rendere visibile e tangibile il ruolo di chi ebbe il coraggio di non restare inerme ma che rischiò la vita per proteggere altri uomini. Un grande lavoro corale che non a caso coinvolge scuole e istituti di ricerca storica. Un vero e proprio database della città messo a disposizione di tutti, soprattutto della Roma che verrà. — spiega Paolo Masini, presidente del Roma Bpa — Mamma Roma e i suoi figli migliori, ideatore del progetto europeo — con Fabrizio Fantera — e che da anni lavora per mettere in rete la parte migliore di Roma. "II Civico Giusto" di volta in volta avrà la voce di un personaggio o artista diverso. La narrazione di Viale Giotto 24 è affidata a Elio Germano: «La Storia, con la esse maiuscola, altro non è che la somma di tante incredibili storie personali. Nel bene e nel male è sempre fatta dalle scelte, giorno per giorno, di ogni singolo individuo. Questa iniziativa ci aiuta a ricordare che abbiamo tutti un grande potere di cambiare nel bene e o nel male la vita degli altri. E volendo o non volendo, di fatto, lo facciamo ogni giorno. E così che, tutti insieme, scriviamo la Storia. Dovremmo esserne più consapevoli».

(la Repubblica, 7 marzo 2021)



La via dei giusti e la via degli empi

Riflessioni sul libro dei Proverbi. Dal capitolo 4.
  1. Ascolta, figlio mio, ricevi le mie parole,
    e anni di vita ti saranno moltiplicati.
  2. Io ti indico la via della saggezza,
    ti avvio per i sentieri della rettitudine.
  3. Se cammini, i tuoi passi non saranno raccorciati,
    e se corri, non inciamperai.
  4. Afferra saldamente l'istruzione, non lasciarla andare;
    conservala, perché essa è la tua vita.
  5. Non entrare nel sentiero degli empi
    e non t'inoltrare per la via dei malvagi;
  6. schivala, non passare per essa;
    allontanatene, e va' oltre.
  7. Essi infatti non possono dormire, se non hanno fatto del male;
    il sonno è loro tolto, se non hanno fatto cadere qualcuno.
  8. Essi mangiano il pane dell'empietà
    e bevono il vino della violenza;
  9. ma il sentiero dei giusti è come la luce che spunta
    e va sempre più risplendendo, finché sia giorno pieno.
  10. La via degli empi è come il buio;
    essi non scorgono ciò che li farà cadere.
  1. Ascolta, figlio mio, ricevi le mie parole,
    e anni di vita ti saranno moltiplicati.

    Ancora una volta vengono promessi al figlio anni di vita (3.2, 3.16). Le condizioni poste sono: ascolta e ricevi le mie parole. Quando l'uomo deve affrontare momenti difficili della sua vita spesso si rivolge a Dio con parole appassionate dicendo: "O SIGNORE, ascolta la mia preghiera, porgi orecchio al mio grido" (Sl 39.12). Ma lo stesso uomo dimentica che forse il Signore si è già rivolto a lui con parole come queste: "Tu, figlio d'uomo, ascolta ciò che ti dico; non essere ribelle come questa famiglia di ribelli" (Ez 2.8). Dio e l'uomo si rivolgono l'un l'altro la parola: Ascolta! Ma se l'uomo è veramente interessato a risolvere il problema della sua vita, deve tenere ben presente che la Parola di Dio viene prima della sua. In ordine di tempo e in ordine di importanza.

  2. Io ti indico la via della saggezza,
    ti avvio per i sentieri della rettitudine.

    La versione sofisticata della saggezza è la furbizia. Il furbo crede di aver capito che per muoversi realisticamente in questo mondo e ottenere i risultati voluti bisogna percorrere vie poco illuminate, nascoste, tortuose. Dovrà accorgersi, a sue spese, che le cose non stanno così. Tutto quello che si ottiene per vie disoneste porta con sé il seme della corruzione, che prima o poi farà avvertire il suo fetido odore: paura di essere scoperti, sensi di colpa, irritazione verso gli altri. La via della saggezza è una via lineare, semplice, diretta (2.13). Chi la percorre può avere l'impressione di essere indifeso, ma se esercita la fede si accorgerà che è una via che gode della massima protezione: quella della Parola di Dio.

  3. Se cammini, i tuoi passi non saranno raccorciati,
    e se corri, non inciamperai.

    Chi cammina al buio fa passi piccoli, per paura di urtare contro qualcosa, mentre chi cammina nella luce può procedere con passi regolari, sapendo dove mette i piedi. Il saggio, che si muove su una via illuminata dalla Parola di Dio, può dunque camminare di buon passo e addirittura mettersi a correre, sicuro che il suo piede non inciamperà. Non è vero quindi che chi sceglie la via della saggezza è costretto a perdere tempo per i suoi "inutili" scrupoli morali. E' vero esattamente il contrario: l'empio è talmente accecato dalla sua presunzione da non riuscire nemmeno a vedere l'ostacolo che arresterà definitivamente il suo cammino (4.19).

  4. Afferra saldamente l'istruzione, non lasciarla andare;
    conservala, perché essa è la tua vita.

    Chi riceve l'istruzione impara a esercitare la disciplina necessaria per conseguire gli obiettivi individuati dalla saggezza (1.2). Ma la saggezza che viene da Dio ha lo scopo di dare la vita e preservare dalla morte. Per questo il maestro si rivolge al discepolo con parole appassionate dicendo: "Afferra ... non lasciarla andare ... conservala", come si direbbe a un naufrago che sta per annegare ed ha vicino a sé soltanto una tavola a cui aggrapparsi. E' una questione di vita o di morte. La saggezza non è soltanto un mezzo per ottenere una vita più lunga: essa è la tua vita.

  5. Non entrare nel sentiero degli empi
    e non t'inoltrare per la via dei malvagi;

    Alle raccomandazioni positive accompagnate da promesse seguono avvertimenti negativi accompagnati da minacce. Non si può esortare al bene senza dissuadere dal male. Il sentiero degli empi indica il modo di pensare e di comportarsi di chi forse "non vuole far male a nessuno" ma vive come se Dio non esistesse e non avesse parlato. Se il discepolo entra in questo sentiero, rischierà ben presto di inoltrarsi nella via dei malvagi, cioè di essere spinto a fare azioni di autentico male, perché chi vive non pensando a Dio prima o poi agisce contro Dio.

  6. schivala, non passare per essa;
    allontanatene, e va' oltre.

    A che cosa serve voler sapere quanto vicino alla fiamma può andare il dito senza scottarsi? Non è meglio tenersi a debita distanza e pensare ad altre cose, invece che alla pericolosità più o meno grande della fiamma? La via dei malvagi nasconde un pericolo mortale. Non è quindi il caso di voler sapere fino a qual punto ci si può incamminare in essa senza avvertire il male: la trappola può scattare da un momento all'altro e il ritorno sulla via giusta può diventare estremamente faticoso. La cosa migliore è quindi tenersene lontani il più possibile. Molti inutili guai saranno evitati e le energie buone potranno essere usate per camminare sulla via della saggezza.

  7. Essi infatti non possono dormire, se non hanno fatto del male;
    il sonno è loro tolto, se non hanno fatto cadere qualcuno.

    I malvagi qui descritti non sono persone che commettono il male per errore o debolezza. Il riferimento al sonno che è loro tolto indica la presenza di una precisa e determinata volontà di fare il male. Quando il re Davide decise di riportare a Gerusalemme l'arca del Signore disse: "Non darò sonno ai miei occhi, né riposo alle mie palpebre, finché abbia trovato un luogo per il Signore, una dimora per il Potente di Giacobbe" (Sl 132.4-5). Come Davide non voleva andare a dormire senza aver portato a termine l'azione gradita a Dio che si era proposto, cosi i malvagi non possono prendere sonno se non hanno commesso la loro quotidiana cattiva azione.

  8. Essi mangiano il pane dell'empietà
    e bevono il vino della violenza;

    Nella Bibbia il pane e il vino sono elementi fondamentali della vita dell'uomo. Non per nulla il Signore Gesù ha scelto il pane e il vino per rappresentare visibilmente il Suo corpo e il Suo sangue che Egli ha dato per la vita del modo, dicendo: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno" (Gv 6.54). I malvagi invece traggono la loro vita dall'empietà e dalla violenza, sia nel senso letterale che si procurano il necessario per vivere in forme ingiuste, sia nel senso più profondo che si sono talmente nutriti di pensieri empi e atti violenti da averli assimilati e fatti diventare parte integrante della loro personalità.

  9. ma il sentiero dei giusti è come la luce che spunta
    e va sempre più risplendendo, finché sia giorno pieno.

    Anche chi cammina sul sentiero dei giusti può avere dei momenti di smarrimento, in cui non distingue più bene i contorni delle cose e può essere colto dal timore di stare percorrendo una strada sbagliata. Ma a quel punto potrà sentire rivolte a lui le parole del profeta: "Quando andrete a destra o quando andrete a sinistra, le tue orecchie udranno dietro a te una voce che dirà: «Questa è la via; camminate per essa"(is 30:21). E capirà che se anche non sta vedendo chiaro, deve solo pensare che è notte e che il suo procedere sul sentiero della giustizia è come il sorgere lento e inesorabile del sole. La luce spunterà e la giustizia del suo cammino risplenderà sempre più chiaramente, fino a che tutti saranno costretti a riconoscerlo, anche coloro che avevano deciso di percorrere altre vie. "Ma per voi che avete timore del mio nome spunterà il sole della giustizia, la guarigione sarà nelle sue ali; voi uscirete e salterete, come vitelli fatti uscire dalla stalla" (Ml 4:2).

  10. La via degli empi è come il buio;
    essi non scorgono ciò che li farà cadere.

    L'oscurità di chi cammina sulla via degli empi è invece di altro tipo. L'empio non riconosce il male come male: il suo buio è causato dalla cecità. Ma una cecità non consapevole, frutto della superbia. L'empio crede di vedere bene, meglio degli altri. Ma quello che vede è un'illusione, un inganno. Il buio provocato dalla cecità dei suoi occhi lo farà scontrare con la dura realtà: la fossa è lì, sul suo cammino, ma lui non sa vederla. Vi cadrà dentro. "Lasciateli; sono ciechi, guide di ciechi; ora se un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso" (Mt 15:14).

    M.C.

 

Vaccini in fabbrica e al pub, Israele batte tutti. "Dopo ai ragazzi pizza gratis"

Arnon Shahar, responsabile della campagna: "Siamo andati anche nelle sinagoghe. I rabbini hanno convinto gli ultraortodossi".

di Luca Bolognini

 
ROMA - La classica serata pizza, vaccino e divano. In Israele funziona così. E a vedere i numeri funziona alla grande, visto che il 53,2% dei suoi cittadini (4,9 milioni di persone) ha già ricevuto almeno una dose del siero anti Covid e il 39% ha già completato l'intero ciclo. Tanto per capirci, nel nostro Paese le due fiale sono state iniettate solo a 1,5 milioni di persone, ovvero il 2,5% degli italiani. Una distanza abissale. "Se non sono loro a venire da noi per il vaccino, siamo noi - spiega Arnon Shahar, responsabile della campagna di immunizzazione israeliana - ad andare da loro: in azienda, fuori dai bar o dalle sinagoghe".

- Professore, qual è il segreto del vostro piano?
  "Siamo partiti molto presto. Abbiamo cominciato a iniettare il siero anti Covid della Pfizer il 20 dicembre, ben prima che l'Agenzia del farmaco europea desse il suo ok. Quando ancora mancavano diversi mesi all'arrivo delle fiale, abbiamo studiato il modo migliore per iniettare più dosi nel minor tempo possibile. E abbiamo capito che sfruttare le casse mutue (in Israele ce ne sono quattro, ndr) era la strategia vincente, visto che possono raggiungere rapidamente i loro iscritti".

- Tutto qua?
  "No, la vera chiave di volta è stato il sistema digitale, su cui bisogna continuare a investire. Poter caricare tutto online, facendo comunicare tra loro tutte le strutture coinvolte ci ha avvantaggiato enormemente. Anche il patentino vaccinale, che senza il sistema informatico sarebbe impossibile da realizzare, è stato un grande incentivo, visto che solo con quello si può tornare a cenare al ristorante, a teatro o in palestra".

- I medici cosa hanno fatto?
  "Hanno continuato a fare il loro prezioso lavoro, che è quello di curare le persone e salvare vite. Le iniezioni vengono eseguite quasi esclusivamente da personale paramedico e infermieri".

- E l'esercito come vi ha aiutato?
  "Innanzitutto si è autovaccinato. Noi abbiamo reclutato i loro paramedici per aiutarci a fare le iniezioni nelle case di cura e nei posti più difficilmente raggiungibili. I militari sono stati fondamentali per la logistica, visto che il siero Pfizer per essere trasportato richiede il rispetto assoluto della catena del freddo".

- Come avete fatto a raggiungere le fasce di popolazione più restie a vaccinarsi, come gli ultraortodossi?
  "Abbiamo lavorato moltissimo dentro le comunità e con i loro leader. I rabbini sono stati fondamentali, visto che sono le persone più seguite. Convincere loro significa convincere tutti gli altri. Inoltre, visto che non sono molto tecnologici, abbiamo predisposto un sistema di prenotazione via cellulare. Chi riceveva la chiamata doveva solo dire 'Sì, mi voglio vaccinare', per ricevere gli appuntamenti per le due dosi. E in diverse occasioni abbiamo approntato centri di iniezione direttamente fuori dalle sinagoghe".

- Perché avete deciso di andare a vaccinare le persone anche sul posto di lavoro?
  "Perché spesso la gente non si prenotava per mancanza di tempo. Andare nelle fabbriche e nelle aziende ci ha consentito di raggiungere più persone. L'adesione è stata alta e tra l'altro avere in anticipo la lista di chi si sarebbe sottoposto all'iniezione ci ha permesso di non sprecare dosi".

- Per i più giovani cosa avete pensato?
  "Siamo andati fuori dai locali più frequentati. Chi si proteggeva dal Covid riceveva una pizza o una birra gratis. Abbiamo offerto anche dell'hamin, il tradizionale stufato israeliano".

- I ragazzi hanno gradito?
  "Molto. Ovviamente non ci presentavamo all'improvviso: erano tutti eventi largamente pubblicizzati. Buttare dei flaconi sarebbe stato inammissibile. Queste soluzioni originali ci hanno consentito di vincere la stanchezza mentale di chi ancora doveva essere protetto dal virus. Il mio incubo peggiore è sempre stato quello di veder avanzare delle fiale. Se potessi tornare indietro, investirei molto di più nella comunicazione".

- All'inizio delle vaccinazioni siete partiti con gli over 60 e il personale sanitario, poi avete iniziato a proteggere anche i più giovani. Come mai questo cambio di rotta?
  "Bisogna sempre guardare al futuro. Prima che finisse il lockdown, da cui siamo appena usciti, abbiamo iniziato a proteggere insegnanti e studenti over 16. L'obiettivo era quello di riaprire le scuole per consentire a tutti di fare la maturità e di accedere al servizio militare".

- Quando inizierete a vaccinare i minori di 16 anni?
  "Appena i dati ci diranno che è sicuro. Si parla di pochi mesi, forse anche prima".

(Nazione-Carlino-Giorno, 6 marzo 2021)


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«Israele corre di più perché non ha l'Ema. Per evitare morti dovete chiudere tutto»

Intervista ad Arnon Shahar

Il responsabile della task force anti-covid: pronti ad aiutarvi nello studio delle varianti È fondamentale far capire ai cittadini che la profilassi funziona ed è efficace

di Cristiana Mangani

Terza ondata, campagna di vaccinazione da rimodulare, rischio varianti sempre più elevato. L'Italia si prepara ad affrontare una nuova crisi, tentando la strada della immunizzazione massiccia. Da Israele, paese dove la vaccinazione è andata di corsa, arrivano preziose indicazioni. A darle è una voce autorevole, Arnon Shahar, responsabile della task force anti Covid dei Maccabi health service.

- Dottore, a fronte della vostra esperienza, cosa dovrebbe fare ora il nostro paese?
  «Se volete evitare un gran numero di morti, l'unica soluzione è il lockdown totale, non parziale. Devo dire che da noi non ha aiutato tanto, per vari motivi. Non è stato abbastanza stretto, nonostante la grandissima diffusione della variante inglese, siamo arrivati al 90 per cento dei contagi. Però, abbiamo avuto a disposizione i vaccini che, man mano che siamo partiti con la campagna dal 20 dicembre, ci hanno aiutato a evitare i morti».

- La distribuzione in Italia è ancora molto lenta.
  «A breve ne arriveranno moltissimi. La questione è se il sistema riuscirà a raccogliere questa quantità. E non è un problema solo italiano. Voi ora siete come eravamo noi un mese e mezzo fa, quasi al 50 per cento della variante inglese. E i contagi aumenteranno molto di più. In Israele il calo è iniziato da un paio di settimane, ma abbiamo avuto addosso questa ondata per due mesi».

- Come si fa una vaccinazione di massa?
  «Prima dovete far capire alle persone che i vaccini funzionano. Non si può arrivare come in Francia che ci sono i vaccini e la gente non va a farlo. Noi, dopo tre mesi, abbiamo davanti questo nucleo un po' più tosto e scettico. E non è l'anti-vax classica. Contiamo comunque di arrivare a metà aprile con una vaccinazione totale. Speriamo di mostrarvi e trasferirvi vantaggi e svantaggi della nostra esperienza, in modo da non ripetere gli errori».

- L'immunizzazione che vantaggi sta producendo?
  «Da domani riapriremo i ristoranti senza limiti di orario, solo per i vaccinati, anche se verrà mantenuto l'uso delle mascherine e di tutti gli altri dispositivi di protezione. I contagi stanno risalendo anche da noi, ma era atteso, ed è fisiologico, perché abbiamo riaperto le scuole già da un paio di settimane, e c'è stato un bell'aumento dell'Rt. Alcune sono state richiuse. C'è da dire, però, che i malati severi, anche in piena ondata, non hanno avuto conseguenze gravi, perché siamo riusciti a vaccinarli molto velocemente a partire dai 70 anni. E ora siamo a buon punto con gli over 50 e dovremo raggiungere anche i giovanissimi».

- Quando potrete dirvi fuori dal Covid?
  «Ci sono da fare ancora tante valutazioni. Una volta che ci sarà una grande quantità di gente vaccinata bisognerà ripensare al significato dell'Rt. Non è detto che abbia più un senso. Perché ora si contagiano di più i bimbi, ma con effetti minori, mentre le persone maggiormente a rischio sono calate tantissimo e gli ospedali non sono più intasati. Il vaccino si sta mostrando efficace nel 94% per le persone con patologie, e comunque, in base ai dati del nostro ministero della Salute previene la mortalità nel 99% dei casi».

- Nei giorni scorsi Austria e Danimarca hanno chiesto a Israele di poter collaborare nelle ricerche per un vaccino contro le varianti. Lavorerete anche con l'Italia?
  «Assolutamente sì, sono già tanti i gruppi di lavoro internazionali che si scambiano le informazioni e si aiutano uno con l'altro. Noi siamo stati più veloci perché siamo piccoli, digitalizzati e ci siamo mossi presto. E poi non abbiamo l'Ema e non dovevamo aspettare per il piano vaccinale. Adesso che anche altri paesi vengono qui per tentare di fare ricerca o produzione basandosi sull'high-tech israeliano possiamo dare ancora di più una mano».

- I prossimi step quali saranno?
  «Completare il piano vaccinale al 100%. E poi, Israele ma anche l'Europa, dovranno valutare cosa voglia dire essere guariti, e quanto duri questa vaccinazione. Vanno fatte valutazioni comuni, accordi comuni. E va fatto tutto ora. Non ci possiamo svegliare tra due mesi e perdere un'altra estate».

(Il Messaggero, 6 marzo 2021)


"L'Austria produrrà dosi con Israele e Danimarca ma non siamo anti Ue"

Vaccini, parla il ministro della Salute del cancelliere Kurz. «E' una cosa buona cooperare anche con Paesi extra europei. La pandemia non ha frontiere».

di Tonia Mastrobuoni

 
Rudolf Anschober, Ministro della Salute austriaco
Rudolf Anschober, ministro della Salute austriaco, esponente dei Verdi, spiega le ragioni dell'alleanza tra il suo Paese, Israele e la Danimarca che ha suscitato una bufera in Europa.

- Ministro, il cancelliere Sebastian Kurz è andato in Israele per lanciare una cooperazione con il suo omologo Benjamin Netanyahu e la premier danese Mette Fredericks. Di cosa si tratta?
  «All'inizio della pandemia, ci sono stati ripetuti contatti internazionali con Israele e molti altri stati nazionali, anche extra Ue. È fondamentalmente una buona cosa: vogliamo cooperare il più intensamente possibile, anche nella scienza e nella ricerca. La pandemia non si ferma alle frontiere».

- Si uniranno anche altri paesi?
  «Non posso dirlo. Quello che è sicuramente in discussione è il passaporto verde. Israele è già molto avanti. L'Ue ha anche dichiarato che fisserà standard comuni per l'Europa il 17 marzo».

- Kurz ha fatto pressione per un passaporto verde durante l'ultimo Consiglio europeo. La Francia, la Germania e l'Olanda erano più prudenti. L'Austria andrà per la sua strada se la Ue sarà troppo lenta?
  «Penso che sarebbe bene trovare una soluzione europea. Questa è anche una priorità per noi in Austria. Ed è ottimo che ci saranno standard comuni per il 17. Ci aspettiamo che sia un passaporto valido e utilizzabile in tutta Europa.
Lo leghiamo molto al problema dei viaggi».

- Il passaporto verde dovrà includere, oltre alle vaccinazioni, i tamponi negativi e i test antigenici?
  «Dovrebbe essere in grado di documentare qualsiasi forma di immunità. In modo da gestire al meglio il ritorno a una vita normale».

- Quando Kurz ha annunciato l'iniziativa con Israele e Danimarca, ha anche dichiarato che l'Ema è troppo lenta. Ma Ursula von der Leyen ha detto poco dopo che la procedura sarà velocizzata. Procederete comunque, autonomamente, nelle autorizzazioni?
  «Penso che il lavoro tecnico dell'Ema sia ottimo. Certo, c'è una questione di tempi: sappiamo che nella pandemia il tempo è tutto. Ma l'Ue ha annunciato ora che una procedura abbreviata sarà possibile per la seconda generazione. Ci deve essere sempre un mix tra la velocità da un lato e la sicurezza, che è fondamentale, dall'altro. Per inciso, penso che sia ottimo che Sputnik abbia anche presentato domanda all'Ema. Perché non sono un sostenitore dei via libera nazionali. Penso che dovremmo accettare la centralità dell'Ema anche in futuro. È stata molto impressionante la rapidità con cui è stata gestita la procedura per Johnson Johnson, ad esempio».

- L'estate scorsa l'Ue ha commesso degli errori nelle trattative con le case farmaceutiche?
  «AstraZeneca ha sostenuto che i contratti siano stati conclusi troppo tardi. Nel frattempo, è stato dimostrato il contrario. Non vedo errori europei. E le idee di base e la struttura dei contratti europei sono quelli originariamente definiti da Germania, Francia, Italia e Paesi Bassi. Successivamente non è solo in Europa che sono arrivate quantità minori. La situazione è simile nella maggior parte degli altri paesi. E abbiamo visto, per esempio, come è iniziata la disputa con AstraZeneca quando hanno annunciato una riduzione drastica delle forniture: è più facile per l'Ue negoziare duramente con un produttore e anche ottenere qualcosa che se lo fanno i singoli stati nazionali».

- È inevitabile che questa alleanza con Israele sia stata interpretata come una critica a Ursula von der Leyen, ma anche ad Angela Merkel, che ha insistito molto sull'iniziativa europea dalla scorsa estate.
  «Non la vedo assolutamente come una critica, la vedo come un complemento. In tempi di pandemia, è importante avere cooperazioni supplementari — anche al di là dell'Ue».

(la Repubblica, 6 marzo 2021)


Vaccini, Israele e Usa hanno battuto l'Europa: i Paesi «pragmatici» contro i «giuridici»

Alla base dei ritardi c'è una differenza di approccio che ci impedisce di affrontare con efficacia nuove sfide, scrive Colasanti, per oltre 30 anni economista della commissione europea.

di Fabio Colasanti

Non credo che ci sia alcun dubbio che l'Unione europea oggi, inizio marzo, sia chiaramente indietro rispetto a Stati Uniti, Gran Bretagna e, soprattutto, Israele nella sua campagna di vaccinazione anti-Covid. Ma questo non è dovuto a responsabilità specifiche della Commissione europea. Questo è in piccola parte dovuto al fatto che prendere decisioni tra 27 Paesi è inevitabilmente più complesso che prenderle in uno solo. Ma la spiegazione principale va cercata in una differenza fondamentale tra i Paesi dell'Unione europea, da un lato, e gli Stati Uniti, Israele e, in una certa misura, del Regno Unito, dall'altro, nella maniera di concepire i rapporti tra Stato e imprese per raggiungere degli obiettivi eccezionali di interesse comune. Si tratta di una differenza tra pragmatismo, accompagnato da una certa fiducia nella pubblica amministrazione che rende possibile concederle una forte discrezionalità, e un approccio giuridico, basato spesso sulla necessità di limitare il più possibile la discrezionalità della pubblica amministrazione. Nel riuscire a ottenere vaccini anti-Covid rapidamente i Paesi «pragmatici» (i tre che ho citato) si sono rivelati più efficaci dei Paesi con un approccio giuridico (la quasi totalità dei Paesi dell'Unione europea).
  Questa differenza non è una cosa nuova. È descritta molto bene nel libro di Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore. Il libro spiega come gli Stati Uniti abbiano raggiunto obiettivi notevolissimi in termini di ricerca scientifica in una maniera che a noi europei appare per lo meno disinvolta. Semplificando un po', gli americani hanno identificato degli obiettivi di ricerca importanti; hanno creato delle organizzazioni ad hoc con lo scopo di raggiungerli; hanno messo sul tavolo cifre molto alte; hanno messo a capo di queste organizzazioni scienziati/manager di livello altissimo dando loro una grandissima discrezionalità su come utilizzare i fondi a disposizione. Nell'Unione europea siamo abituati a spendere fondi per la ricerca sulla base di programmi a carattere piuttosto generale, aperti a tutti e con procedure molto complesse che riducono il rischio di arbitrio e aumentano la trasparenza, ma allungano i tempi e non agevolano il raggiungimento dell'obiettivo desiderato. Per i Paesi «pragmatici», quello che conta è il risultato finale, per i Paesi «giuridici» quello che più conta è che i soldi siano spesi correttamente.
  Per i vaccini gli Stati Uniti partivano già avvantaggiati per il lavoro fatto da alcuni anni attraverso la Barda (Biomedical Advanced Research and Development Authority). Ma in più, all'inizio del 2020, hanno creato un'organizzazione ad hoc chiamata Warp Speed a capo della quale hanno messo il generale responsabile della logistica dell'esercito americano e un ricercatore di alto livello, Moncef Slaoui, nato in Marocco, cittadino belga e ora anche cittadino americano visto che lavora in quel Paese da una ventina di anni. Hanno anche affidato alla Warp Speed dieci miliardi di dollari. L'organizzazione ha cominciato a lavorare con le ditte produttrici di vaccini senza badare a spese. Le ha aiutate in tutti i campi dove queste potevano avere difficoltà. Ha, per esempio, creato una struttura per cercare, gestire e inoculare le molte decine di migliaia di volontari necessari per i trials. La Warp Speed ha poi discusso con le ditte i loro accordi con altre che potessero aiutarle nella produzione di vaccini e nel loro infialamento. È di oggi la notizia che Warp Speed ha appena dato un aiuto di un miliardo di dollari alla J&J per aiutarla nell'espandere la produzione del suo vaccino e 270 milioni di dollari per facilitare l'accordo in questo senso tra la J&J e la Merck. Pfizer e Moderna avrebbero ricevuto circa due miliardi di dollari ciascuna per i primi 100 milioni di dosi.
  In un recente webinar, Moncef Slaoui ha raccontato che il 15 maggio dell'anno scorso Warp Speed si è trovata a dover scegliere i vaccini di cui sostenere lo sviluppo. Avevano sul tavolo 94 progetti. Moncef Slaoui ha detto delle parole che per un europeo sono inconcepibili: «Non potevamo perdere dieci giorni ad esaminarli tutti e abbiamo quindi elaborato dei criteri top down per sceglierne alcuni. In questa maniera ne abbiamo scelti dieci». L'agenzia Bloomberg ha scritto che Warp Speed avrebbe finora speso 18 miliardi di dollari, molto più della cifra inizialmente stanziata. La Ue, prima degli ultimi acquisti del mese di febbraio, aveva speso 2,7 miliardi di euro ai quali vanno aggiunte alcune centinaia di milioni di aiuti nazionali (per esempio, i 375 milioni di euro di aiuti tedeschi alla BioNTech). I Paesi «pragmatici» hanno sollevato le ditte produttrici da ogni responsabilità per gli effetti collaterali che i vaccini avrebbero potuto avere visto che dovevano metterli sul mercato senza tutti i controlli. La Ue ha rifiutato di prendere una decisione simile e, almeno nel caso dell'AstraZeneca, ha solo accettato di rimborsare alla ditta le somme che fosse eventualmente condannata a pagare dai tribunali.
  Non era possibile che i contratti contenessero delle clausole con penalità in caso di ritardi. Per le ditte era impossibile accettare clausole del genere per prodotti che, al momento della firma dei contratti, non si sapeva nemmeno se un giorno sarebbero esistiti e per i quali non era possibile prevedere le difficoltà di produzione su larga scala. Il problema non era comunque stabilire delle penalità per eventuali ritardi. Era di operare concretamente perché questi non si verificassero. I contatti in corso tra la Commissione europea e le ditte produttrici e quelli simili organizzati dal governo italiano sono una cosa giustissima. Ma avrebbero dovuto essere organizzati a settembre o ottobre del 2020, senza aver paura di dare l'impressione di essere troppo amichevoli con le ditte farmaceutiche. Il governo tedesco ha recentemente confermato nella risposta a una domanda parlamentare di aver rifiutato nel luglio scorso una domanda di sovvenzione di una ditta specializzata nell'infialamento dei vaccini che voleva aumentare le proprie capacità di produzione. Il ministro Altmeier aveva risposto di non vedere la necessità di questo aumento di capacità.
  Tutti gli esperti ci avevano messi in guardia per mesi sulle enormi difficoltà dello sviluppo e della produzione di nuovi vaccini. Forse le autorità europee avrebbero dovuto avere una comunicazione più prudente. Ma nonostante le difficoltà di produzione di AstraZeneca, i risultati che sono stati ottenuti dall'insieme dei Paesi industrializzati (ad ogni vaccino hanno collaborato laboratori e industrie di tanti paesi diversi) sono spettacolari. Pfizer-BioNTech e Moderna hanno già aumentato fortemente le loro capacità di produzione e saranno presto in grado di fornire grandi quantità di dosi. Pfizer ha già sottoscritto un accordo con Sanofi per la produzione del vaccino della prima e starebbe negoziando con dieci altre ditte. Nell'insieme, i risultati sono eccezionali.
  Tra due o tre mesi ci saranno altri vaccini oltre a quelli di cui si parla oggi e non avremo più problemi di insufficienza di dosi. I limiti alla vaccinazione nei Paesi dell'Unione europea verranno solo dalle difficoltà organizzative nell'inoculazione. Il problema principale sarà come produrre i miliardi di dosi necessari per il resto del mondo. La Commissione europea ha proposto la creazione di un'agenzia, la Hera, che faccia un po' il lavoro che fa la Barda negli Usa. Ma ho paura che fintanto che permarranno le differenze di approccio, che ho caratterizzato come differenze tra «pragmatici» e «giuridici», non saremo in grado di far fronte efficacemente a nuove grosse sfide come potranno farlo l'altro gruppo di Paesi o la Cina.

(Corriere della Sera, 6 marzo 2021)


La nave dei folli

"L'occidente è un manicomio e la civiltà giudaico-cristiana una barca che affonda". Parla il filosofo francese Michel Onfray.

di Giulio Meotti

 
Hieronimus Bosch, "La nave dei folli", 1494 (Parigi, Museo del Louvre)
Una bambina di otto anni che vuole cambiare sesso, tagliagole presentati come vittime del sistema e di sé stessi, una ragazza che non va più a scuola e profetizza la catastrofe climatica mentre il clero del suo paese dice che è la reincarnazione di Cristo, donne che vendono uteri, bambini su commissione, la chiesa cattolica che corre dietro alle mode del politicamente corretto, il quotidiano Libération che si dice progressista celebrando la coprofagia, i vegani che militano contro i cani guida, un antropologo che scopre che ci sono troppi dinosauri maschi e non abbastanza femmine nei musei… Sono alcuni dei frammenti della nuova opera di Michel Onfray, "La nef des fous: Des nouvelles du Bas-Empire". Il titolo si riferisce al secondo periodo dell'Impero romano, ma anche al dipinto di Hieronymus Bosch, che mostra una serie di personaggi stretti su una piccola barca e in preda ai propri vizi.
  E' l'intellettuale francese meno facilmente classificabile. I cattolici lo criticano per quel suo "Trattato di ateologia" che gli diede enorme successo. Gli atei lo guardano con sospetto perché lamenta la fine dell'Europa giudaico-cristiana e attacca il "laicismo militante". I liberali lo incasellano fra i populisti, specie da quando ha fondato una nuova rivista, il Front Populaire. I liberal non lo hanno mai sopportato molto, troppo "reazionario". La destra lo accusa di essere un anarchico di sinistra. La sinistra lo taccia di cripto lepenismo, perché difende i ceti popolari. I custodi del 1789 non gli perdonano le troppe pagine dedicate alle decapitazioni di massa di Robespierre e al genocidio in Vandea. E nel paese di Jacques Lacan e Françoise Dolto, Onfray ha scritto anche un libro contro Freud. Non si può dire che non se le cerchi. Sessantadue anni, fondatore dell'Università popolare di Caen, Onfray vive ancora a Chambois, un magnifico paesino dimenticato da qualche parte della Normandia, nei pressi di Argentan (dove dal 16 al 24 agosto 1944 americani e inglesi circondarono l'esercito tedesco), storico feudo della sinistra che oggi vota massicciamente Marine Le Pen.
  Sullo sfondo di una civiltà sull'orlo del collasso, nel libro di Onfray c'è una sinistra che ha rinunciato alle sue lotte per suicidarsi in un naufragio ideologico. L'idealismo marxista ha dominato la vita intellettuale francese per mezzo secolo, fino al '68. "Il mese di maggio ha sepolto la vecchia sinistra sartriana a beneficio di una sinistra strutturalista incarnata da Foucault. Sartre, il vecchio papa del marxismo, è crollato come un castello di carte. Per Marx non c'erano neri, gialli, bianchi, ebrei, cristiani, musulmani, uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, ma sfruttatori borghesi e proletari sfruttati". Foucault incarna lo strutturalismo che, scrive Onfray, "fornisce la sua ideologia al nichilismo contemporaneo. Lo strutturalismo annuncia che esisterebbero strutture invisibili, indicibili, ineffabili. La sinistra francese non poteva più guardare a Mosca per pensare, tranne che per meditare su rovine e macerie. Quindi ha rivolto lo sguardo a occidente, affascinata dai campus americani". Il proletariato non sarebbe più stato l'attore della storia, "gli viene ordinato di cedere il passo alle minoranze". Il filosofo si è divertito a compilare sotto forma di effemeridi del 2020 "alcune cose piuttosto sorprendenti di questa èra del collasso". Ricorda l'articolo su Libération del filosofo transessuale Paul B. Preciado, ex compagna della scrittrice e attivista di sinistra Virginie Despentes: "Affermiamoci come cittadini totali e non più come uteri riproduttivi. Attraverso l'astinenza e l'omosessualità, ma anche attraverso la masturbazione, la sodomia, il feticismo, la coprofagia, la bestialità… e l'aborto. Non lasciamo che una sola goccia di sperma nazionale cattolico entri nelle nostre vagine". "E' quella la sinistra? La mia sinistra non è coprofila e zoofila", scrive Onfray. Secondo il filosofo, il "crollo dei valori è totale" e denuncia Elon Musk come "il grande uomo della barbarie". "Se la sinistra che ha difeso le persone, i poveri e gli indigenti ci invita a mangiare le feci e sodomizzare il nostro pesce rosso, c'è davvero qualcosa che non va". Onfray attacca la cultura woke americana. "Non c'è molto dibattito, ma molti insulti. Siamo razzisti, siamo omofobi, siamo misogini, siamo fallocrati. E' l'anatema. O sei con noi o sei contro di noi. E se sei contro di noi, sei il nemico. Questa è una guerra spietata e non un dibattito. Potremmo discutere, argomento contro argomento. Questo non è il caso. Alla fine sarai un fascista, un nazista, un pétainista, sei di estrema destra e la questione è risolta". Sul Parisien, la politologa e attivista femminista Françoise Vergès ha descritto Napoleone I come "razzista, sessista, dispotico, militarista e colonizzatore".
  "Etimologicamente parlando, è il tempo della decomposizione della nostra civiltà", spiega Michel Onfray al Foglio. "Tutto ciò che costituiva la civiltà giudeo-cristiana è oggi decomposto, sconfitto, distrutto. E' la vecchia fantasia rivoluzionaria che si sta realizzando: 'Facciamo tabula rasa del passato!'. Siamo in un periodo di transizione tra la fine di questa civiltà esaurita dopo duemila anni di esistenza e l'avvento della prossima, che sarà probabilmente quella del transumanesimo. Stiamo davvero vivendo momenti di barbarie come ce ne sono stati spesso nella storia con i suoi autodafé, i suoi roghi reali o virtuali di biblioteche, le sue inquisizioni, i suoi tribunali rivoluzionari, le sue condanne, le sue purificazioni…".
  Nei momenti di declino, dall'antica Grecia a oggi, emergono fantasie transessuali. "Per affermarsi ideologicamente, il transumanesimo ha bisogno di distruggere la differenza sessuale e l'antica definizione umanista dell'uomo a favore di un terzo sesso non più naturale ma artificiale, quindi deciso, scelto, voluto, costruito, prodotto, un corpo come oggetto che può essere venduto, affittato, riparato, modificato, migliorato… La teoria del gender lavora consciamente o inconsciamente su questo progetto, cancellando tutto ciò che è naturale a favore del culturale. Un bambino non è più un essere vivente, una persona, ma è un progetto: se non abbiamo più il progetto di questo bambino, una legge francese votata in Parlamento ha appena autorizzato la possibilità di metterlo a morte negli ospedali, per mano stessa dei medici, con il pretesto di ragioni psicosociali". Onfray si riferisce all'aumento del periodo di aborto da dodici a quattordici settimane. "Stiamo andando verso la generalizzazione di questo concetto: l'uomo non sarà più un essere autonomo, un soggetto dotato di una coscienza e fornito di libero arbitrio, ma una cosa con un destino proprio - prendiamo, teniamo, buttiamo via, sostituiamo, gettiamo nella pattumiera?".
  Pochi intellettuali ormai, e quasi tutti della vecchia guardia, mettono in discussione questo nuovo consenso. "C'è una doppia tradizione in filosofia. C'è quella di Platone, che consiglia re e principi e diventa familiare con i potenti, e c'è quella di Diogene, un uomo libero che non trovava interesse nel frequentare i potenti. Ci sono molti filosofi nella prima categoria perché c'è molto da guadagnare mangiando alla tavola dei grandi. C'è molto da guadagnare nel futile, ma molto da perdere in ciò che costituisce l'onore e la dignità di un uomo. Anche la sua libertà. Le ho detto che ho una grande stima di Diogene?".
  Al giornale spagnolo El Mundo lei ha appena detto che la sinistra che compra e vende i bambini con la maternità surrogata non è la sua. "La mia sinistra non è la sinistra dei marxisti, che è la sinistra del filo spinato, né la sinistra dei liberali, che è la sinistra del denaro e dell'impoverimento. La mia sinistra è quella di Orwell, che si definiva un 'anarchico conservatore', e mi sta bene. La sinistra maastrichtiana, come ho appena detto, lavora per abolire la civiltà giudeo-cristiana e per realizzare il consumismo transumanista. Per farlo, ha gettato il popolo alle ortiche, con il pretesto che si è rifugiato nelle braccia dei populisti, e lo ha sostituito con un popolo composto da minoranze religiose, sessuali, culturali, corporali e razziali. Tocqueville non amava la democrazia perché vedeva in essa il pericolo della tirannia della maggioranza. Si sbagliava: la democrazia si spezza sottomettendosi alla tirannia delle minoranze, a cui dà pieno potere sulla maggioranza".
  La chiesa, scrive nel libro, si sta adagiando sulle ali di ogni venticello politicamente corretto. "Sì. Papa Francesco, a differenza del suo predecessore, Benedetto XVI, che gli ha resistito, è l'uomo della decadenza. Non sono cristiano, ma se lo fossi, vedrei in lui l'Anticristo annunciato nell'Apocalisse! Dal Concilio Vaticano II, la chiesa non vede l'ora di dare pegni alla modernità. Ha liquidato l'ontologia, la metafisica, la teologia, il sacro, la trascendenza, in favore di una fredda morale! Credendo di tenersi così i suoi seguaci, li ha persi".
  Lei ha scritto che noi abbiamo il monopattino, i musulmani invece hanno Allah. "Il potere dell'islam dipende meno da una questione di forza di questa religione e più dalla debolezza del cristianesimo, che, come ho appena detto, si sta lentamente ma inesorabilmente suicidando", ci dice ancora Onfray. "Una civiltà non cade perché è attaccata dall'esterno, ma perché è minata dall'interno. Le ricordo, visto che è così gentile da citare 'Decadenza' (in Italia è uscito per Ponte alle Grazie), che in questo libro dico che la Sagrada Familia di Barcellona è stata decisa dal suo architetto nel XIX secolo, che il XX secolo non è stato sufficiente per costruirla, che è stata tuttavia santificata da un Papa nel XXI secolo e che questo Papa si è dimesso… A questo bisogna aggiungere che è stato sventato un attacco islamista che avrebbe distrutto quella che è già una rovina".
  Veniamo all'isteria generata dal fenomeno Greta Thunberg. "Il politicamente corretto avanza sul principio del cavallo di Troia: non dice mai che distruggerà, spezzerà, sopprimerà, devasterà una civiltà, ma che agisce per il bene degli uomini e dell'umanità. Il riscaldamento globale, un fatto provato le cui cause restano da determinare proprio evitando l'ideologia e preoccupandosi piuttosto di astrofisica, geologia e geomorfologia, climatologia, questo riscaldamento globale è quindi un eccellente argomento sofisticato e retorico per chi vuole abolire confini, popoli e nazioni a vantaggio di una politica post-nazionale e cosmopolita. La Terra è un Tutto la cui gestione ecologica richiede un governo planetario, è un'entità globale che richiede la fine del locale: abracadabra… Greta è la santa laica di questa nuova religione, la Giovanna d'Arco che deve cacciare l'ipotetico nemico del pianeta fuori dal cerchio della ragione".
  Onfray conclude, come ci si aspetta da lui, su una nota di pessimismo. Dice che il tempo sta per scadere. "La cultura occidentale sta cadendo a pezzi a grande velocità. Tanto più che l'odio per la cultura non è opera dei soliti nemici della cultura, barbari, soldati, guerrieri, bruti, ma viene ormai dagli stessi uomini di cultura, accademici, scrittori, sociologi, pensatori, giornalisti, artisti mondani che accendono ogni giorno cento falò intellettuali. Di questo passo, presto non ci saranno altro che le rovine della nostra civiltà".

(Il Foglio, 6 marzo 2021)


"Lotteremo per la verità". Netanyahu contro l'indagine della Corte Penale Internazionale

di Paolo Castellano

Il 3 marzo la Corte Penale Internazionale ha comunicato che avvierà un'indagine sui presunti crimini di guerra di Israele sui palestinesi nei territori della Cisgiordania, Gaza e "Gerusalemme Est". L'annuncio ha provocato la reazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che intende "lottare per la verità" e "contro questa perversione della giustizia finché sarà vuota e nulla".
   Il 4 marzo, un giorno dopo l'annuncio della Corte dell'Aia, Netanyahu ha rilasciato un'intervista al canale americano Fox News. Il premier israeliano è sul piede di guerra e si opporrà alla decisione di Fatou Bensouda, procuratrice capo della Corte.
   «Penso che questa sia una decisione oltraggiosa. Va contro l'unica democrazia in Medioriente. Non mettono sotto processo la Siria o l'Iran. Questo è puro antisemitismo. È un affronto per tutte le democrazie», ha dichiarato Netanyahu.
   Il premier israeliano ha poi sottolineato che la Corte Penale Internazionale fu istituita affinché "gli orrori della Shoah non si ripetessero più". Dimenticandosi il motivo della sua nascita, la Corte snatura sé stessa. «Se aver costruito una casa a Gerusalemme è un crimine di guerra. Allora io lotterò per la verità, combatterò contro questa perversione».
   Come riporta il Jerusalem Post, una fonte anonima vicina a Netanyahu ha sostenuto che il premier abbia già tentato un "blitz diplomatico" qualche settimana fa quando la Corte dell'Aia aveva annunciato di aver giurisdizione sui territori palestinesi. Ciononostante, la fonte afferma che Netanyahu non abbia voluto contattare le controparti ma potrebbe chiedere spiegazioni ai leader stranieri nei prossimi colloqui.
   Nell'ultimo appuntamento telefonico col neopresidente degli Stati Uniti Joe Biden, Israele ha chiesto agli americani di non interrompere le sanzioni (approvate nel 2020) contro Bensouda e altri funzionari della Corte Penale Internazionale.
   Lo stesso Segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha condannato l'iniziativa della Corte dell'Aia. Nelle prossime settimane i funzionari americani e israeliani si incontreranno per definire una linea comune per far pressione diplomatica a Fatou Bensouda e al suo staff.

(Bet Magazine Mosaico, 5 marzo 2021)


Israele, la protesta dei soldati: piena libertà di barba

La richiesta ai giudici della Corte Suprema di esentare dall'obbligo di radersi anche i non osservanti.

di Davide Frattini

GERUSALEMME - Una volta erano gli agricoltori-soldati dei kibbutz, che poco si preoccupavano dell'estetica e di quella barba germogliata incolta a differenza dei campi. Ancora oggi sono gli ultraortodossi che per fede religiosa non si rasano. Sempre di più avanzano gli hipster che fanno della peluria ben curata un simbolo di identità da indossare. Lasciarla andare ispida - come il sabra, il fico d'India in ebraico, simbolo dei pionieri cresciuti spinosi nel deserto - ha sempre fatto parte di una certa mascolinità israeliana, compreso il ritorno a casa dal miluim (il servizio militare nella riserva, obbligatorio una volta l'anno) arruffati e poco lavati. Fino a sei anni fa, quando i generali che assistevano a un'esercitazione congiunta con le forze americane, hanno notato una differenza nel grugno guerresco: «I nostri erano i soli a esibire tutte quelle barbe lunghe, a volte è un segno di trascuratezza che si trasferisce in battaglia», hanno commentato i portavoce. Così lo Stato Maggiore ha deciso di inserire nel regolamento l'obbligo di radersi e presentarsi all'adunata con il volto ripulito.
   La Corte Suprema è intervenuta per evitare discriminazioni verso i giovani militari laici, la leva per i maschi dura tre anni: gli osservanti ottengono la dispensa dal taglio per intercessione dei rabbini e i giudici hanno decretato che lo stesso diritto andasse accordato a chi dimostri che la barba è parte profonda della sua identità.
   Da allora le richieste per questi casi speciali sono state migliaia, le esenzioni concesse ben poche. In gennaio un gruppo di 17 soldati ha deciso di presentare una nuova petizione alla Corte e hanno raccolto via Facebook i soldi (120 mila shekel, oltre 30 mila euro) per sostenere le spese legali. Il simbolo della campagna è lo stemma di Tsahal, le forze israeliane, effigiato da una lunga barba e i promotori spiegano «di voler spingere l'esercito a concentrarsi sulle questioni essenziali: investire tempo e risorse nella difesa della nazione». Sostengono che la discriminazione delle barbe crea «malcontento nei ranghi»: «Perché complicare la vita di questi ragazzi - dicono Bar Pinto e Gilad Levi all'agenzia France Presse - che fanno uno sforzo per proteggere la patria e offrono gli anni migliori della loro vita?».
   Anche perché quelli disposti al sacrificio - nonostante l'obbligo - sono sempre meno: Benny Gantz, il ministro della Difesa, ha avvertito che tra esoneri degli ultraortodossi, certificati medici, studi all'estero metà dei giovani israeliani non indossa la divisa.
   Cinque anni fa le nuove regole avevano finito con lo spaccare il pelo anche tra i praticanti: i sionisti religiosi, che spesso sono la maggioranza nelle unità combattenti, hanno protestato perché rischiavano di venire penalizzati rispetto ai più ortodossi. «Non taglierete in tondo i capelli ai lati del capo, né spunterai gli orli della tua barba», prescrive il Levitico. E un potente rabbino aveva allora ordinato ai fedeli nell'esercito di «rispettare la norma anche se dovessero prendersi cento frustate».

(Corriere della Sera, 5 marzo 2021)


Quanto sono belle da vicino "le relazioni normali" tra Israele ed Emirati

di Paola Peduzzi

Da settimane guardiamo increduli Israele e la sua efficienza nelle vaccinazioni, la velocità ma anche la possibilità di capire come e quanto funziona il processo di immunizzazione. Tra poco Israele va al voto, il quarto nel giro di poco tempo, e Benjamin Netanyahu sembra proiettato verso un'altra vittoria, nonostante gli affari giudiziari, nonostante l'incapacità di convivere troppo a lungo con partner politici, nonostante il muso duro, qualcuno dice trumpiano, con cui ha gestito il paese e le relazioni internazionali. Tra le pieghe di questo successo personale e politico non c'è soltanto la potenza del modello israeliano sui vaccini, per quanto sia sconvolgente: lì intorno a questo paese che vive in emergenza e che quindi sa gestire l'emergenza, sta accadendo qualcosa di straordinario. In altri tempi lo avremmo chiamato effetto domino, il contagio della democrazia: qui lo chiamano "normalizzazione", e non ha nulla a che vedere con la ricerca della normalità in cui siamo impegnati tutti. Thomas Friedman, editorialista del New York Times esperto di politica internazionale, ha pubblicato un articolo splendido che racconta gli effetti degli accordi di Abramo, il patto costruito e reso possibile da Donald Trump che ha avviato il processo di normalizzazione tra Israele e i suoi vicini, uno alla volta, aspettando il colpo grosso, che ovviamente è un accordo con l'Arabia Saudita. Friedman si concentra sul rapporto tra Israele e gli Emirati arabi uniti (che è anche fortissimo sulle vaccinazioni, al secondo posto nelle classifiche) e lo fa senza guardare le dichiarazioni diplomatiche, senza citare aspettative o previsioni, ma badando alla vita quotidiana. I grandi cambiamenti sono sempre dettati da quelli piccoli, o meglio: dalla vita che diventa più libera, più piena di opportunità, più ricca anche.
   Nel mezzo della pandemia, da quando è stato formalizzato il processo di normalizzazione delle relazioni tra Israele e gli Emirati, a metà ottobre, 130 mila israeliani sono andati negli Emirati. Una scuola di ebraico a Dubai e Abu Dhabi è stata "inondata", scrive Friedman, di emiratini che vogliono studiare o fare business in Israele. E' stato siglato un accordo importante tra la Mekrot National Water israeliana e il governo emiratino per la desalinizzazione dell'acqua, questione molto sentita negli Emirati in cui l'acqua è una risorsa scarsa. I giornali israeliani raccontano di quanto va forte la cucina kosher negli Emirati, intervistano i cuochi, raccontano di una contaminazione culturale e di business appena iniziata, e promettente. "Se gli accordi di Abramo dovessero allargarsi e includere anche l'Arabia Saudita — scrive Friedman — staremmo parlando di uno dei più significativi riallineamenti nella storia moderna del medio oriente, che per decenni è stata dominata da interventi stranieri e dalla dinamica arabi-Israele. Non più".
   E' su questa premessa che si basa l'effetto contagio: "Stiamo vedendo due ecosistemi che si fondono insieme", dice Gidi Grinstein dell'istituto strategico Reut. E lo fanno non con la forza, come è sempre stato, ma con la tecnologia e l'innovazione, "l'acqua, l'energia solare, l'agricoltura, la medicina". E gli Emirati, che pure restano una monarchia e che non hanno alcun barlume di politica democratica (la principessa Latifa di Dubai è tenuta prigioniera nel palazzo del padre, il capo dell'emirato e vicepresidente degli Emirati), hanno iniziato a permettere alle coppie non sposate di convivere, anche quelle omosessuali, a considerare reati i cosiddetti "delitti d'onore" praticati dagli uomini sulle donne, a rendere le leggi sul divorzio più eque per le donne. C'è ancora da fare moltissimo, ma gli altri paesi guardano, gli altri cittadini guardano. Friedman dice: se sei un libanese sciita che vivi nella periferia di Beirut e fai la fame, inizierai a chiederti perché devi stare sotto il giogo di Hezbollah (e quindi dell'Iran) mentre tutt'attorno c'è questa effervescenza di normalità. Sono queste domande che innescano i contagi, perché non succede sempre e da ultimo nemmeno spesso, ma l'ideologia perde di fronte alla voglia di libertà.

(Il Foglio, 5 marzo 2021)


La sentenza della Corte Suprema israeliana

di Anna Segre

Quando si parla di Israele molti tendono a esaltare o biasimare un paese astratto, molto diverso da quello reale. Lo stesso si può dire per chi loda o critica elementi specifici, come leggi o sentenze, che, nati in un certo contesto e da specifiche esigenze, sono spesso difficili da inquadrare e si prestano poco all'idealizzazione o alla demonizzazione. La Legge del Ritorno è sicuramente uno di questi elementi: nata dall'evidente necessità di garantire una casa sicura a chiunque sia perseguitato a causa del'antisemitismo, la legge considera ebrei, al fine dell'attribuzione della cittadinanza israeliana, anche molti che non sono ebrei dal punto di vista dell'halakhah. Dunque la Corte Suprema israeliana con la sua recente sentenza non ha avuto alcuna pretesa di esprimersi su questioni di halakhah, che ovviamente non sono di sua competenza, ma solo sull'interpretazione di una legge che esiste dal 1950. Personalmente non capisco cosa ci sia di così particolarmente nuovo da meritare commenti apocalittici o trionfalisti. Tanto più che la sentenza non ha neppure introdotto dal nulla una variante significativa alla legge (l'accettazione delle conversioni non ortodosse), ma si è solo limitata ad applicare alle conversioni non ortodosse avvenute in Israele lo stesso criterio che già da molti anni era utilizzato per quelle avvenute nella diaspora, sicuramente ben più numerose. Dunque non riesco a capire come una simile decisione, che mi pare rispondere alla logica più ancora che a una qualche ideologia, possa essere così catastrofica per il popolo ebraico, o, per lo meno, non capisco come possa essere considerata una novità così rilevante se c'era comunque già la possibilità di andare a convertirsi all'estero. O sbaglio? C'è qualcosa che mi sfugge?
   Forse sì. Forse il mio ragionamento non tiene conto del valore simbolico che a volte certe leggi o sentenze possono avere al di là delle loro conseguenze reali. E allora forse questa decisione della Corte Suprema israeliana diviene importante nel momento in cui viene percepita come tale, da chi la loda o da chi la biasima. E forse può essere significativo il fatto stesso che un determinato problema venga posto. Allora vale la pena di pensarci. Perché proprio adesso? Per decenni una maggioranza schiacciante di israeliani, anche se personalmente non osservanti, non ha avuto particolari problemi ad accettare di essere parte dell'ebraismo ortodosso (la stessa situazione presente qui in Italia). Perché adesso alcuni non si sentono più a loro agio in quel mondo in cui sono nati e cresciuti? Forse è questo il vero problema su cui vale la pena di discutere. Per capire Israele, ed anche noi stessi.

(moked, 5 marzo 2021)


Netanyahu: "Siamo il primo paese al mondo a emergere dal Covid"

La sua campagna vaccinale è riconosciuta come la più efficiente e meglio organizzata al mondo e la velocità nella somministrazione delle dosi - pagate più del doppio rispetto all'Europa per assicurarsele prima - sta permettendo a Israele di riaprire gradualmente e in sicurezza teatri e ristoranti, dopo ben tre lockdown. I risultati per il premier Benjamin Netanyahu sono evidenti: Israele, ha detto in un'intervista a Fox News, "è il primo paese al mondo a emergere dal Covid". "Attenzione - ha aggiunto - non penso che ne siamo fuori completamente. Dovremo indossare la mascherina ancora per un po' di tempo. Ma la pandemia è dietro di noi".
   Il premier, che si è vaccinato a favor di telecamera lo scorso 20 dicembre, ha ricordato anche che con il 'Green Pass', la certificazione che attesta l'immunità da vaccino o da guarigione da Covid-19, "si può andare al ristorante, nei teatri, agli eventi sportivi. Questo è. Ne stiamo uscendo". Sono 4.859.948 le persone che finora hanno ricevuto la prima dose (oltre la metà dell'intera popolazione), e di questi 3.576.379 hanno avuto anche la seconda. Secondo il professore Eran Segal del Weizmann Institute, circa l'87% di tutti gli israeliani over 16 - e che non sono né ebrei ortodossi, né arabi - hanno ricevuto almeno una inoculazione. Gli ortodossi sono invece al 72% mentre gli arabi israeliani più indietro, al 64%.
   Il mantenimento delle misure anti-contagio, che includono mascherine e distanziamento, era stato specificato anche da autorità ed esperti sanitari, che in un briefing via zoom hanno ribadito che l'immunità di gregge non può essere raggiunta al momento, visto che il 30% della popolazione di Israele che è under 16 non può ricevere le iniezioni del farmaco. Studi sono in corso per capire se sarà possibile o meno.
   Intanto i dati continuano a esaltare i risultati della campagna vaccinale: per la prima volta da dicembre scorso il numero dei casi gravi di Covid in Israele è sceso sotto i 700 confermando così un andamento positivo. Le nuove infezioni registrate nelle ultime 24 ore sono 4.143 (su 82.670 tamponi), i casi gravi 699 e di questi 224 in ventilazione. Almeno il 50,1% delle nuove diagnosi positive riguardano adolescenti e bambini e solo il 5,4% gli over 60: dato che indica - hanno osservato gli esperti - l'efficacia della vaccinazione. Le vittime - da inizio pandemia - sono arrivate a 5.815. Il fattore R (che indica la capacità di infettare per ogni singolo positivo) è sotto l'1 (0.99). Intanto prosegue la campagna vaccinale di massa a partire dai 16 anni di età. F.Q.

(il Fatto Quotidiano, 5 marzo 2021)


Gerusalemme vaccina i palestinesi e l'Anp tiene le dosi per i suoi leader

di Micol Flammini

ROMA - Domenica Israele inizierà a vaccinare i palestinesi che lavorano sul suo territorio. Si tratta di circa 120 mila persone ed è già stato tutto organizzato: in poco tempo chi lavora in Israele o Cisgiordania con un contratto regolare potrà essere vaccinato, e potrebbe essere soltanto un inizio. Gerusalemme è stata a lungo accusata di aver discriminato i palestinesi, di non aver fornito aiuto quando la campagna di immunizzazione di Israele è tra le più veloci al mondo. Ma la salute è di competenza dell'Autorità palestinese, non di Gerusalemme, che tuttavia, dopo alcune discussioni, ha deciso di procedere, perché gli scambi sono tanti e mettere i lavoratori palestinesi in sicurezza è anche un fatto di protezione dal virus per tutta la nazione.
   Israele si è mossa, ma è la leadership palestinese a non averlo fatto e anzi da alcuni giorni viene accusata di non aver distribuito le dosi tra i cittadini più vulnerabili ma di aver pensato prima a vaccinare i funzionari di Fatah. A rivelare come stanno andando le vaccinazioni tra i palestinesi sono stati due alti funzionari e un membro del partito, che hanno raccontato al New York Times come le dosi fossero state destinate anche ai familiari dei leader, alle alte sfere e ai giornalisti vicini al partito. Nonostante i numeri dei contagi siano molto negativi (i casi da febbraio sono triplicati e il governo ha imposto un lockdown di due settimane) non è stato fatto il tentativo di accelerare la campagna di vaccinazione e alla notizia delle dosi tolte alla popolazione, i cittadini hanno iniziato ad accusare il governo. La pressione dei palestinesi è stata molto forte e il ministero della Salute ha cercato di dare delle spiegazioni. Ha emanato alcune note, tutte diverse tra di loro, per spiegare che delle dosi ricevute - dodicimila: diecimila dalla Russia e duemila da Gerusalemme - duemila sono state mandate nella Striscia di Gaza e duecento in Giordania e delle restanti 9.800, il 90 per cento è stato destinato agli operatori sanitari. Poi ha precisato che altre erano andate a lavoratori nelle ambasciate e alla squadra nazionale di calcio. Se già il comunicato aveva fatto arrabbiare i palestinesi, sapere che altre dosi erano state destinate a membri di Fatah che non svolgono funzioni pubbliche e alle famiglie ha creato ancora più confusione e rabbia nei confronti del governo.
   Secondo l'Oms, i palestinesi dovrebbero ricevere 37.440 dosi di Pfizer-BioNtech e 168 mila di AstraZeneca attraverso l'iniziativa Covax nei prossimi tre mesi; ora l'obiettivo è controllare come verranno utilizzati i vaccini in arrivo, come sarà organizzata la campagna di vaccinazione e soprattutto con quali criteri. I palestinesi hanno chiesto che venga pubblicata una lista con i nomi di chi ha già ricevuto il vaccino e di procedere al più presto con l'indicazione di chi ne avrà diritto non appena arriveranno nuove dosi.
   Il dibattito sulla necessità di usare alcune delle dosi per immunizzare i palestinesi è diventato sempre più rumoroso in Israele, "Il messaggio è molto semplice, siamo un'unica unità epidemiologica. per quanto possiamo dobbiamo aiutarli", ha detto al Times of Israel l'ex direttore generale del ministero della Salute, Moshe Bar Siman-Tov. Ma al di là delle necessità sanitarie, che sono in questo momento le più urgenti, c'è anche una questione più ampia che si inizia a discutere sulle testate israeliane. Con la sua grande capacità di condurre una campagna di vaccinazione efficientissima, Israele si ritrova tra le mani anche uno strumento di soft power. Dopo il successo degli accordi di Abramo, Gerusalemme potrebbe usare i vaccini per costruire la strada verso una maggiore stabilità nella regione. Il virus ha messo in evidenza le carenze delle leadership sia di Teheran sia dell'Autorità palestinese: destinare le dosi in eccesso a palestinesi e iraniani potrebbe creare un legame diretto tra Gerusalemme e le popolazioni che in questi mesi hanno visto con più chiarezza tutte le insufficienze dei loro regimi.

(Il Foglio, 5 marzo 2021)


Il piano immunizzazioni sul modello Israele addio alle fasce di rischio, si procede per età

di Paolo Russo

ROMA - Il Piano vaccini cambierà di nuovo pelle. Per andare più veloci e non creare discriminazioni. Come quelle prodotte della babele di regole regionali, dove c'è chi immunizza i magistrati lasciando senza protezione i settantenni, oppure parte con i sessantenni ma ignora i malati cronici più esposti al rischio. Così, tanto per cominciare, già oggi potrebbe arrivare il via libera dell'Aifa all'uso del vaccino di AstraZeneca anche per gli anziani tra i 65 e i 79 anni. Che sarebbe poi propedeutico all'uso esteso alla terza età anche di quello in arrivo per fine mese di Johnson&Johnson. A fine mese si concluderanno le sperimentazioni in corso sui volontari più in là con gli anni. Che però, già si sa, stanno dando ottimi risultati. Il via libera consentirà così di recuperare terreno rispetto alla partenza al rallentatore che ha fino ad oggi permesso di vaccinare meno di 740mila anziani nella fascia 65-79 anni sui circa 4 milioni e 800 mila italiani ai quali almeno una dose è stata somministrata. Anche perché questo mese si potrà arrivare a dare 200mila dosi al giorno, visto che già mercoledì si è fatto il record di 160mila, ma il boom di vaccini lo avremo a partire da aprile, quando ai 3,8 milioni di fiale AstraZeneca se ne aggiungeranno 7 milioni del monodose di Johnson&Johnson, in aggiunta ai quasi 4 milioni di Pfizer e Moderna attesi per il prossimo mese.
   Non è solo questa la novità del piano, sul quale ieri si è iniziato a discutere tra Speranza, il generale Francesco Figliuolo, neo commissario all'emergenza, il nuovo capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio, oltre ai vertici di Consiglio superiore di sanità, Iss, Aifa e Agenas. Più che un tavolo, una convocazione degli Stati generali in vista del vertice di oggi con le regioni. Alle quali verrà chiesto di sincronizzare le lancette dell'orologio vaccinale, che oggi segna orari diversi di chiamata al vaccino per categorie di lavoratori, anziani e meno anziani. Difficile che già al primo incontro si trovi un'intesa, ma a Figliuolo e Curcio non dispiace il «metodo israeliano», che il Lazio ha già deciso di adottare. Ossia, vaccinati gli over 80 e i due milioni di malati estremamente vulnerabili, procedere a passo di carica alla chiamata per fasce di età, contrariamente al Piano nazionale di sole due settimane fa, che invece metteva in lista prima i malati cronici e le categorie di lavoratori più esposti a rischio Covid. Un meccanismo troppo complesso «che lascia grandi spazi interpretativi e perciò rischia di fomentare l'italico vizio di trovare un canale preferenziale», afferma l'assessore laziale alla Sanità, Alessio D'Amato. Che chiede «di procedere velocemente per classi di età, come faremo noi partendo subito con gli over 70». Un appello destinato a essere accolto a livello centrale e sul quale potrebbero convergere anche i governatori. A loro, il governo non chiederà però di tirare fuori dal frigo il milione e 230mila dosi del vaccino di Oxford, accantonate non tanto per i richiami, che si è oramai deciso di spostare a tre mesi dalla prima dose. Quanto per fare scorta in attesa che finalmente scendano in pista i medici di famiglia e gli altri 15mila camici bianchi e infermieri vaccinatori. Ed è su questi che arriverà il sollecito a darsi una mossa. Perché in metà delle regioni si devono ancora siglare gli accordi per fare le punture negli studi medici e dei 15mila vaccinatori ne sono stati assunti solo 1.750. Il governo ha invece incassato ieri il via libera delle parti sociali ad utilizzare i medici aziendali per vaccinare sul posto di lavoro i lavoratori più esposti al contagio. Una strada che la Lombardia già si appresta a percorre per alleggerire il peso dei centri vaccinali, in attesa di dare il via alla vera campagna di vaccinazione di massa.

(La Stampa, 5 marzo 2021)


Il segreto di Israele? Non dire "andrà tutto bene"

di Daniel Mosseri

 
Ran Balicer
Che in Israele gran parte della popolazione sia già vaccinata contro il Covid-19 lo sanno tutti, sul come ci siano riusciti circolano invece più miti che certezze. Parlando alla stampa alcuni mega-esperti israeliani hanno svelato il dietro le quinte della campagna vaccinale.
   «Dal 19 dicembre a oggi abbiamo vaccinato il 55% della popolazione e oltre l'80% degli over 50 gode già della piena protezione e ha in mano un "passaporto verde"», spiega Ran Balicer. Professore di Igiene pubblica all'Università Ben Gurion, Balicer è anche il capo del settore innovazione di Clalit, la più grande delle quattro assicurazioni mediche che compongono il sistema sanitario nazionale (Ssn) israeliano. Balicer ha ricordato che la campagna ha funzionato bene «perché siamo un paese piccolo e compatto». E non è stato l'esercito, come credono alcuni, a immunizzare i cittadini: sono state le quattro assicurazioni ad aprire centinaia di centri vaccinali nel paese. Non ospedali dunque ma piccoli ambulatori nelle città e nei villaggi con il medico di fiducia (e molti volontari) con la siringa in mano. Fondamentale si è rivelata la digitalizzazione del Ssn: da un lato è bastato un clic per allertare i cittadini sul telefonino che un'iniezione li stava aspettando (ma gli anziani hanno ricevuto una telefonata) e dall'altro «appena inoculato un vaccino, il sistema aveva già organizzato l'appuntamento per il richiamo». E stato anche necessario convincere la popolazione «e ci siamo riusciti con la trasparenza». Da un lato tanti vip si sono fatti vaccinare in diretta tv, dall'altro «non ho mai usato frasi del tipo "andrà tutto bene" ma ho sempre detto la verità». Così, spiega Balicer, «a chi mi chiedeva se vaccinarsi avrebbe giovato alla loro salute sul lungo termine ho sempre risposto "non lo so, ma non vaccinarsi sarebbe molto peggio sul breve periodo"». Con la stessa onestà Balicer risponde alla domanda se i vaccinati possano infettare altre persone «Ancora non lo sappiamo». Vaccinerete gli under 16? «No, servono altri test».
   Israele ha dovuto misurarsi con la diffusa resistenza culturale al vaccino di arabi (il 21% della popolazione) ed ebrei ultraortodossi. Se Balicer si è prestato a convincere una serie di rabbini, con gli arabi israeliani ha parlato Aiman Saif, già capo dell'Autorità per lo sviluppo economico delle minoranze. Oggi gli arabi contano in percentuale più malati e più positivi «ma il gap si sta chiudendo» ha spiegato Saif che ha trovato nei sindaci arabi e nei leader religiosi islamici, cristiani e drusi la chiave per superare la diffidenza di tanti.

(Libero, 4 marzo 2021)


Elezioni in Israele, le grandi manovre di Netanyahu

di Futura D'Aprile

Il 23 marzo gli elettori israeliani sono chiamati per la quarta volta in due anni ad eleggere i membri della Knesset (il Parlamento), cui spetta il compito di formare il nuovo Governo. L'esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu e da Benny Gantz, nato dopo lunghe trattative a seguito delle elezioni di marzo 2020, è caduto a dicembre a causa del mancato accordo sull'approvazione del Bilancio, facendo ripiombare Israele nel caos politico in un momento particolarmente delicato a causa dell'emergenza sanitaria. Ancora una volta, i partiti che parteciperanno alle prossime elezioni si sono divisi in due schieramenti: uno pro-Netanyahu, l'altro contro. Il leader del Likud, che ha ricoperto per undici anni il ruolo di primo ministro, ha ormai polarizzato la politica israeliana diventando il principale argomento di discussione in campagna elettorale.
  Secondo gli ultimi sondaggi, il Likud dovrebbe comunque continuare a guidare la scena politica israeliana posizionandosi al primo posto con 27 seggi, nove in meno rispetto alle elezioni di un anno fa, mentre ci si aspetta un risultato deludente per l'ex alleato Benny Gantz, che potrebbe aspirare ad un massimo di 4 seggi.
  Nonostante ciò, Netanyahu è ben lontano dalla maggioranza necessaria per formare un nuovo Governo - pari a 61 seggi della Knesset su un totale di 120 - e non può più contare né sul Blu e Bianco di Gantz, né sugli altri partiti del centro-destra. Proprio la mancanza di appoggio nel centro ha spinto il premier uscente verso le formazioni più estremiste e gli elettori arabi, da sempre disprezzati da Netanyahu. È in questo contesto che vanno quindi lette le ultime mosse del leader del Likud, che a pochi giorni dalla presentazione delle liste ufficiali è riuscito a portare a casa due importanti vittorie: la formazione di un blocco di destra "nazionalista" (ossia estrema) e la spaccatura della Lista comune araba.
  Netanyahu è stato l'artefice della nascita dell'alleanza tra Unione nazionale del ministro dei Trasporti Bezalel Smotrich e la coalizione Noam-Otzma Yehudit guidata dall'avvocato ed attivista di estrema destra Itamar Ben-Gvir. Quest'ultimo rappresenta una figura particolarmente controversa della politica israeliana: Ben-Gvir è infatti considerato il discepolo del rabbino Meir Kahane, leader della formazione Kach, fuorilegge da quasi 20 anni a causa delle sue posizioni razziste. L'avvocato è inoltre noto per le sue critiche contro il premier Yitzhak Rabin e gli Accordi di Oslo, nonché per le sue posizioni fortemente antiarabe. Ma a destare preoccupazione è anche la possibile entrata nel Parlamento del partito Noam, omofobo e contrario alle politiche pro-LGBT. Questi tre partiti dovrebbero però garantire al premier uscente quattro seggi, portando il blocco pro-Netanyahu a 45. Stando agli ultimi sondaggi, il Likud potrebbe infatti contare su 27 seggi a cui andrebbero aggiunti i 14 di Shas e Giudaismo unito nella Torah (UTJ, United Torah Judaism), entrambi rappresentanti degli ultraortodossi, e gli eventuali 4 della formazione di estrema destra. L'incognita resta invece su Casa araba, che Netanyahu ha cercato fino all'ultimo di inserire nella lista estremista, e Yamina di Naftali Bennett, ex ministro della Difesa.
  Ma l'attenzione di Netanyahu non si è concentrata solo sull'estrema destra. Il premier uscente ha puntato anche sui voti degli arabo-israeliani, cercando da una parte di spaccare il fronte dei partiti arabi e dall'altra di accaparrarsi parte dei loro voti. Nelle ultime elezioni i quattro partiti arabi di Israele - Balad, Hadash, Ta'al e Ra'am - erano riusciti a conquistare 15 seggi presentandosi in un'unica lista, diventando così la terza formazione più forte nella Knesset e arrivando ad un passo dalla formazione di un Governo con Benny Gantz. I risultati raggiunti dai parlamentari arabi nell'ultimo anno, tuttavia, sono stati quasi nulli, accrescendo la delusione del loro elettorato ed aumentando le divisioni interne alla Lista. Proprio su quest'ultimo aspetto ha saputo far leva Netanyahu, che ha apertamente corteggiato il leader di Ra'am, Mansour Abbas, accompagnandolo persino nei suoi tour tra la comunità araba di Israele. Una mossa senza precedenti che ha però dato i suoi frutti: Abbas ha lasciato la Lista comune per presentarsi da solo alle elezioni, riducendo il peso politico della coalizione. Sempre nel tentativo di accaparrarsi almeno parte dei voti della componente araba, Netanyahu ha anche inserito al 39° posto della lista del Likud Nail Zoabi, primo palestinese a presentarsi con il partito di centro-destra. In cambio del suo appoggio, Zoabi guiderà un "Ministero per il progresso delle comunità arabe" che dovrebbe essere creato appositamente per lui. I risultati delle elezioni rimangono tuttavia incerti e molto dipenderà dalla capacità del blocco anti-Netanyahu di unirsi intorno ad un unico leader.

(Treccani, 4 marzo 2021)


"Crimini nei Territori". L'Aia indaga su Israele. Netanyahu: antisemitismo

L'inchiesta del Tribunale penale internazionale riguarda anche Hamas

di Sharon Nizza

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GERUSALEMME — La procuratrice capo della Corte Penale Internazionale dell'Aia (Cpi), Fatou Bensouda, ha annunciato l'apertura di un'indagine "sulla situazione in Palestina" che valuterà potenziali crimini di guerra commessi da Israele in tre ambiti: l'operazione a Gaza Margine Protettivo del 2014, le "marce della rabbia" palestinesi del 2018 al confine della Striscia di Gaza e la politica degli insediamenti israeliani. L'indagine riguarderà anche crimini commessi da Hamas e "altri gruppi armati palestinesi": gli attacchi intenzionali contro civili israeliani e l'uso di civili come scudi umani, nonché crimini contro la popolazione palestinese come la privazione del diritto a un processo equo, omicidi intenzionali e torture.
   Per il ministro degli Esteri palestinese Riyad al-Maliki è «un passo atteso da tempo che aiuterà lo sforzo incessante della Palestina per ottenere giustizia». Il portavoce di Hamas Hazem Qassem si dice fiducioso che «le nostre azioni ricadano nell'ambito della resistenza legittima ». «Il fatto che un'organizzazione terroristica come Hamas accolga con favore la decisione è indice di quanto non abbia alcuna validità morale», ha replicato il ministro degli Esteri israeliano Gabi Ashkenazi, mentre il premier Netanyahu promette che «lotteremo per la verità e ribalteremo la decisione», definita "antisemita".
   La decisione era attesa, specie dopo che il 5 febbraio la Cpi aveva riconosciuto la propria giurisdizione su Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme, nonostante Israele, non avendo ratificato il Trattato di Roma istitutivo della Cpi, non aderisca alla Corte. In Israele parlano di decisione politica e ipocrita, indicando come Bensouda, che a giugno termina il mandato, abbia deciso di dare priorità a questa indagine rispetto alle inchieste preliminari concluse a dicembre sulla situazione in Ucraina e Nigeria. E, mentre Israele compila una lista di ufficiali che potrebbero trovarsi al centro delle indagini - a cui il ministro della Sicurezza Gantz garantisce ogni sostegno legale - , da un punto di vista procedurale ci vorrà tempo prima che vengano adottate iniziative concrete. Per ottemperare al principio di complementarità, per cui la Cpi può intervenire solo quando gli Stati non vogliano o siano incapaci di investigare autonomamente, la Corte dovrà ancora esprimere una valutazione sui procedimenti aperti in autonomia dalle autorità giudiziarie israeliane in relazione alle accuse. Israele punta sull'autonomia del suo sistema giudiziario, ma per fare leva su questo, ora deve decidere se collaborare con la Corte.
   L'annuncio potrebbe trasformarsi in merce di scambio in altri scenari: Blinken ha condannato a febbraio la Corte, ma questo sostegno potrebbe ora avere un prezzo per Israele, specie considerando che Netanyahu avrebbe chiesto a Biden di mantenere le sanzioni imposte da Trump alla Cpi: potrebbe costare concessioni su altri dossier, come le trattative sul nucleare iraniano o la ripresa di colloqui con i palestinesi.

(la Repubblica, 4 marzo 2021)


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Nella versione online di Repubblica del 3 marzo compare, sullo stesso argomento e della stessa autrice, un articolo più corposo e di tono un po’ diverso. Riportiamo qui l’articolo online di ieri, che ha lo stesso incipit di quello di oggi ma purtroppo non compare in nessuna edizione cartacea del giornale. Lo mettiamo volentieri a disposizione dei nostri lettori. NsI


Il Tribunale penale internazionale apre un'indagine su Israele per crimini nei Territori palestinesi

Dura risposta di Netanyahu: "Antisemitismo"

di Sharon Nizza

GERUSALEMME - La procuratrice capo della Corte Penale Internazionale dell'Aia (Cpi), Fatou Bensouda, ha annunciato oggi l'apertura di un'indagine "sulla situazione in Palestina". Nella nota diffusa dalla Cpi si legge che l'indagine riguarderà potenziali crimini commessi a partire dal 13 giugno 2014, ossia la data del rapimento e uccisione dei tre adolescenti israeliani che portò poi all'operazione Margine Protettivo a Gaza quell'estate. Secondo le indagini preliminari condotte dalla Corte negli ultimi cinque anni, "esiste una base ragionevole per credere che l'esercito israeliano abbia commesso crimini di guerra". Nello specifico sono elencati i seguenti crimini: attacchi sproporzionati in relazione a tre incidenti specifici; omicidi intenzionali; attacchi intenzionali contro oggetti o persone protette da simboli distintivi della Convenzione di Ginevra. Il documento elenca anche "i crimini di guerra commessi da Hamas e altri gruppi armati palestinesi": nell'ambito del conflitto con Israele si fa riferimento attacchi intenzionali contro civili e all'uso di civili come scudi umani. Sono menzionati anche altri crimini contro la stessa popolazione palestinese: privazione del diritto a un processo equo e regolare; omicidi intenzionali; tortura o trattamento inumano e violazione della dignità personale.
   Oltre ai crimini legati all'operazione Margine Protettivo del 2014, l'indagine prenderà in esame anche la reazione israeliana alle "marce della rabbia" palestinesi del 2018 al confine della Striscia di Gaza e la politica degli insediamenti israeliani. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha bollato la decisione come "puro antisemitismo". Secondo Netanyahu, "la Corte ha deciso che i nostri coraggiosi soldati che combattono contro crudeli terroristi, sono loro stessi terroristi e che quando costruiamo una casa nella nostra eterna capitale, Gerusalemme, è un crimine di guerra".
   I palestinesi invece accolgono con favore la decisione della Cpi. Il ministero degli Esteri palestinese in una nota scrive che "si tratta di un passo lungamente atteso che aiuterà lo sforzo incessante della Palestina per ottenere giustizia". Anche Hamas, nonostante potrebbe essere oggetto delle indagini, ha accolto positivamente la decisione: "Le nostre azioni ricadono nell'ambito della resistenza legittima", ha dichiarato il portavoce Hazem Qassem.
   
"Il fatto stesso che un'organizzazione terroristica omicida come Hamas accolga con favore la decisione, è indice di quanto non abbia alcuna validità morale" ha dichiarato il ministro degli Esteri Gabi Ashkenazi, parlando di "un atto politico di un procuratore alla fine della sua carriera che cerca di stabilire le priorità del suo successore, trasformando il tribunale in uno strumento nelle mani di estremisti". Bensouda terminerà il suo mandato a giugno e in Israele speravano che il suo successore, l'inglese Karim Khan, avrebbe preso in mano la questione.
   In un passaggio del comunicato che annuncia l'apertura dell'indagine, Bensouda, quasi a fornire una risposta alla prevedibile critica da parte delle autorità israeliane sull'obiettività della Cpi, scrive che la Corte non sarà mossa "da nessun'altra agenda se non quella di adempiere ai nostri doveri statutari ai sensi dello Statuto di Roma con integrità professionale. Ricordo qui, a titolo di esempio, le accuse mosse sulla condotta delle Forze di Difesa israeliane nel caso della Mavi Marmara, dove, in qualità di procuratore, ho rifiutato di avviare un'indagine in quanto non vi era una base ragionevole procedere".
   La decisione di Bensouda fa seguito al pronunciamento della Camera preliminare della Cpi lo scorso 5 febbraio che riconosceva la propria giurisdizione su Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme, nonostante Israele, non avendo ratificato il Trattato di Roma istitutivo della Cpi, non aderisca alla Corte. I palestinesi avevano avviato le procedure che hanno portato alla decisione attuale già nel 2012, quando l'Assemblea Generale dell'Onu riconobbe alla Palestina lo status di "Stato osservatore non membro". A febbraio, il giudice Peter Kovacs, nella posizione di minoranza, aveva espresso parere contrario sulla questione della giurisdizione basandosi proprio sul fatto che il riconoscimento dell'Assemblea Generale non è vincolante e quindi la Corte esprimeva con quella decisione un parere politico e non legale.
   Nel documento che presenta le indagini preliminari, Bensouda scrive che la Corte terrà conto dell'esistenza di procedimenti pendenti aperti dalle autorità giudiziarie israeliane in relazione alle accuse, in conformità con il principio di complementarità, secondo cui la Cpi può intervenire esclusivamente quando gli Stati non vogliano o siano incapaci di investigare ed istituire azioni penali autonomamente. Israele punta sull'autonomia del suo sistema giudiziario per respingere le accuse della Cpi. Ma dovrà ora decidere se collaborare con la Corte, garantendole quindi una legittimità che de jure non le riconosce e rischiando quindi di creare un precedente che, secondo le valutazioni più diffuse, potrebbe rivelarsi controproducente.

(la Repubblica online, 3 marzo 2021)


La Corte penale internazionale dell'Aja ha messo sotto indagine Israele per crimini di guerra

Un assurdo arbitrio

di Paolo Salom

[Voci dal lontano Occidente] Tutti voi conoscete la Corte penale internazionale dell'Aja (in sigla: Icc). È il tribunale nato nel 2002 come stabilito nello Statuto di Roma (1998) che ne definisce poteri e limiti nel giudicare genocidio, crimini di guerra e contro l'umanità. Affare serio, serissimo che discende direttamente da quanto avvenuto durante la Seconda guerra mondiale ad opera dei regimi nazifascisti, nei loro territori e nei territori occupati durante il conflitto. Ora, questa istituzione, che non va confusa con la Corte internazionale di giustizia, anch'essa con sede all'Aja ma, a differenza dell'Icc, legata a doppio filo con le Nazioni Unite, ha il potere di indagare soltanto nei territori degli Stati membri se, e solo se, le autorità di detti Stati non possano o non vogliano agire per punire crimini di siffatta gravità. Ah, se il lontano Occidente avesse avuto un simile tribunale quando milioni di ebrei (e con loro anche zingari, omosessuali, oppositori politici, disabili e altri "rifiuti" della società secondo i criteri hitleriani) venivano strappati alle loro esistenze per essere avviati ai campi di sterminio… Il destino dell'Europa sarebbe stato diverso? La distruzione del mondo ebraico sarebbe stata evitata? Permetteteci di dubitarne. Se non altro per le azioni portate avanti dalla Corte penale internazionale negli ultimi anni.
  Premessa: Israele, come peraltro gli Stati Uniti e altre importanti nazioni, non ha aderito allo Statuto di Roma. Dunque la Corte non dovrebbe avere giurisdizione nei territori amministrati dal governo di Gerusalemme, comprese Giudea e Samaria, zone disputate con l'Autorità nazionale palestinese, e a Gaza, dove al potere c'è addirittura un'organizzazione terroristica, Hamas. Ma nel 2015 l'Anp ha fatto domanda per essere ammessa nel novero degli "Stati" aderenti all'Icc, e questa istituzione l'ha accettata nonostante i requisiti internazionali di statualità non esistessero allora (come oggi). E con ogni probabilità non esisteranno nemmeno nel futuro, stante il rifiuto costante di riconoscere la legittimità dello Stato ebraico nella sua Patria storica e, aggiungiamo, il pervicace ricorso a terrorismo e violenza contro i cittadini israeliani. Detto tutto questo, la Corte dell'Aja ha stabilito unilateralmente di avere giurisdizione sui Territori palestinesi e, in seguito a una denuncia di parte, ha deciso di aprire un'indagine ufficiale per verificare se siano stati commessi crimini di guerra. Da chi? Da Israele ovviamente. Capite l'assurdità della situazione? L'unico Stato del Medio Oriente che ha un regime democratico e trasparente, capace di mettere sotto processo i propri cittadini, siano in uniforme o in abiti civili, quando e se commettono reati contro la popolazione araba, viene arbitrariamente messo nel banco degli accusati. Che gli israeliani siano quotidianamente, da anni, l'obiettivo di osceni attacchi terroristici non è minimamente considerato. Che i palestinesi utilizzino propaganda e leve politiche per ottenere i loro scopi nell'eterna lotta contro la realtà della presenza ebraica in Terra d'Israele, non ha alcuna rilevanza. Ecco perché, come nel passato, siamo portati a diffidare delle "buone intenzioni" delle istituzioni del lontano Occidente, sempre pronte a condannare gli ebrei che osano difendere la propria vita e a chiudere tutti e due gli occhi sulle canaglie che alzano i loro coltelli contro vite innocenti e sono abilissime a trasformarsi in vittime "dell'occupazione", termine insulso che è tuttavia compreso perfettamente nel resto del mondo. E riguarda l'unico popolo che è stato capace di sopravvivere nell'esilio e ritornare nella propria terra, dopo duemila anni, nonostante tutto.

(Bet Magazine Mosaico, 4 marzo 2021)


Israele vs Iran: risale la tensione

Lo Stato ebraico accusa Teheran di aver attaccato una sua nave commerciale, mentre l'esercito siriano incolpa gli israeliani di aver colpito alcune roccaforti iraniane.

Non è finito il tempo della tensione tra Israele e Iran. In pochi giorni, infatti lo Stato ebraico ha accusato Teheran di aver attaccato una sua nave commerciale, mentre l'esercito siriano ha accusato Israele di aver colpito alcune roccaforti iraniane a Sud di Damasco.Lunedì 1 marzo il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu ha accusato Teheran di aver attaccato una nave di proprietà israeliana che si trovava nel golfo di Oman, giovedì scorso. L'Iran ha rinviato al mittente le accuse, respingendo "fermamente l'accusa" di Netanyahu. "La fonte di questa accusa è la meno credibile che ci sia e questo ne prova la mancanza di validità", ha affermato il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Saeed Khatibzadeh.
  La nave commerciale in questione è la Helios Ray, battente bandiera delle Bahamas ma di proprietà dell'israeliano Abraham 'Rami' Ungar, uno degli uomini d'affari più ricchi del Paese. La nave da trasporto di veicoli, è stata colpita da un'esplosione sopra la linea di galleggiamento e un funzionario statunitense ha riferito che sono stati squarciati entrambi i lati dello scafo.
  Proprio Abraham 'Rami' Ungar ha riferito dell'esplosione avvenuta mentre navigava in direzione Singapore all'emittente pubblica israeliana Kan e una squadra di esperti israeliani di sicurezza è volata a Dubai (dove la nave si trova per le riparazioni) per esaminare la situazione. Secondo analisti militari in Israele, riportati dall'Agenzia Ansa, è probabile che la Helios Ray sia stata colpita da missili e che gli autori dell'attacco non intendessero affondarla, ma lanciare un messaggio di avvertimento. Nessuno dei 28 membri dell'equipaggio è rimasto ferito.
  Il capo di stato maggiore dello Stato ebraico Aviv Kochavi è stato chiaro: "L'esercito agisce e agirà contro le minacce che lo mettono in pericolo, sia vicine sia lontane". Kochavi ha poi riferito che Israele ha ricevuto "un avviso da una delle minacce maggiori di questa regione, l'Iran, che rappresenta non solo una minaccia nucleare ma che diffonde ed organizza anche il terrorismo contro obiettivi civili israeliani". Secondo alti funzionari della difesa citati dal quotidiano israeliano "Haaretz" l'attacco sarebbe un gesto intenzionale: le Guardie rivoluzionarie iraniane (pasdaran) avrebbero sparato uno o due missili contro la nave. A complicare la versione iraniana c'è poi quanto riportato iraniano Kayhan, considerato vicino alle posizioni della Guida suprema, Ali Khamenei. "Probabilmente - ha scritto - la nave spia stava raccogliendo informazioni d'intelligence nel Golfo Persico e nel Mare Arabico".
  L'episodio ha riacceso una tensione già alle stelle a causa del dossier nucleare di Teheran di cui abbiamo parlato in due approfondimenti il 27 febbraio e il 1 marzo.
  Ma, come spesso accade, le accuse tra i due Paesi sono reciproche e coinvolgono l'intera Regione. L'esercito siriano ha riferito il 28 febbraio che Israele avrebbe lanciato una serie di razzi che hanno colpito il Sud di Damasco. La raffica si inserisce in un'escalation di attacchi che, secondo fonti dell'intelligence regionale, prendono di mira le risorse collegate all'Iran. Una dichiarazione dell'esercito siriano afferma che l'attacco è arrivato dalle alture del Golan. Si tratta del secondo attacco del genere in meno di un mese alla periferia della capitale.
  Un portavoce dell'esercito israeliano ha rifiutato di commentare il rapporto. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, Israele ha colpito una serie di obiettivi più ampia del solito dall'inizio del 2021 e ha preso di mira anche alcune roccaforti collegate all'Iran, vicino al confine iracheno. Il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha confermato venerdì 26 febbraio che Israele sta prendendo provvedimenti "quasi settimanalmente" per prevenire il radicamento iraniano in Siria.
  Il capo di stato maggiore israeliano, il tenente generale Aviv Kochavi, ha dichiarato a dicembre che Israele aveva colpito più di 500 obiettivi nel 2020. Il governo del presidente siriano Bashar al-Assad non ha mai riconosciuto pubblicamente che ci siano forze iraniane che operano per suo conto nella guerra civile siriana, solo che Teheran ha inviato consiglieri militari. Fonti dell'intelligence occidentale, riferisce il quotidiano, affermano che gli attacchi israeliani quest'anno hanno minato il potere militare dell'Iran in Siria senza innescare un aumento significativo delle ostilità.

(Atlante Guerre, 3 marzo 2021)


Produzione e ricerche. Ora Netanyahu stringe con Moderna e Pfizer

I progetti di un vaccino confezionato in patria

di Sharon Nizza

TEL AVIV — Si apre domani a Gerusalemme il "vertice dei vaccini", con l'incontro tra il premier israeliano, il cancelliere austriaco e la prima ministra danese. Sono tre dei First mover, sette Paesi considerati virtuosi nella lotta al Covid che nei mesi scorsi hanno creato un'alleanza per condividere strategie di contenimento della pandemia. L'idea era stata di Kurz, dopo aver ricevuto a inizi marzo 2020 una telefonata di Netanyahu - una «wake up call », l'ha definita il Cancelliere: «State sottovalutando la cosa in Europa». Da consultazioni virtuali si parla ora di un consorzio per la produzione di vaccini efficaci con le diverse mutazioni. Netanyahu ne parla da settimane, affermando di essere in trattative con Moderna per l'apertura di un centro di ricerca e sviluppo in Israele e con Pfizer per lo stabilimento di un centro di produzione vaccinale, che sembra troverà dimora a Yeruham, nel Negev. Altri potenziali investitori già sentiti da Netanyahu sono Brasile e il neo alleato Bahrein.
   Israele ieri ha ufficializzato la decisione di inoculare con una sola dose anche chi è guarito dal Covid, a tre mesi dalla convalescenza, mentre si fa concreta la possibilità che sia necessario un richiamo dopo sei mesi. Gli occhi ora sono puntati all'attesa visita in Israele di Albert Bourla, il Ceo di Pfizer, prevista la settimana prossima. Lo stesso Bourla ha parlato del successo del «laboratorio Israele»: nei giorni scorsi uno studio su 1,2 milioni di israeliani, il più ampio realizzato sul preparato Pfizer, ne ha confermato l'efficacia al 94%. E di certo la casa farmaceutica, mentre conduce i test clinici per estendere la copertura vaccinale agli under 16, guarda alle vaccinazioni di centinaia di bambini tra i 12 e i 16 anni che da settimane vengono inoculati in Israele - casi straordinari con malattie pregresse e che finora non hanno riportato effetti collaterali. Continua anche l'apertura graduale dell'economia israeliana: palestre, piscine, hotel, teatri e cinema iniziano a funzionare secondo le direttive del "pass verde", che per ora limita l'ingresso ai vaccinati e ai guariti. Da domenica si aggiungeranno anche sale eventi e ristoranti.
   
(la Repubblica, 3 marzo 2021)


Vienna rompe il fronte Ue. «Ora i vaccini con Israele»

Kurz: «Non ci affideremo a Bruxelles per le forniture future». La Danimarca con Vienna

L'ACCUSA
Ema troppo lenta'. Strappo anche di Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia
PRESSING
Il centrodestra: «Ora anche l'Italia inizi a cercare fiale senza aspettare l'Europa

di Riccardo Pelliccetti

Il Covid, oltre a minacciare la salute della popolazione, sta minando anche l'Unione europea. Un'altra frattura si è infatti consumata in seno all'Ue. Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha infatti annunciato un cambio di rotta nella strategia contro il coronavirus. Austria, Danimarca e gli altri «first movers» (cioè i paesi che hanno tenuto da subito un atteggiamento rigido nella lotta alla pandemia con la chiusura dei voli e dei confini - sono cinque stati europei, Austria, Danimarca, Norvegia, Grecia e Repubblica Ceca, oltre a Israele, Singapore, Australia e Nuova Zelanda) «non faranno più affidamento su Bruxelles in futuro e, assieme a Israele, produrranno dosi di vaccino di seconda generazione per ulteriori mutazioni del virus nei prossimi anni, lavorando insieme alla ricerca di opzioni di trattamento». Uno strappo che lascerà strascichi. Secondo Vienna, la strategia europea «era fondamentalmente corretta, ma l'Ema è troppo lenta con le approvazione dei vaccini e ci sono strozzature nella fornitura da parte delle aziende farmaceutiche». Per questo motivo, ha sottolineato Kurz, «non dovremmo più dipendere solo dall'Ue per la produzione di vaccini di seconda generazione». E per dimostrare che fa sul serio, il cancelliere austriaco ha annunciato che domani sarà in visita in Israele con la premier danese Mette Frederiksen, dove incontreranno il premier Benjamin Netanyahu per mettere a punto la cooperazione su ricerca e produzione di vaccini.
   Da Bruxelles solo risposte di circostanza. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha fatto sapere di aver discusso nella riunione della task force sul Covid-19 anche di «linee guida per l'accelerazione dell'autorizzazione dell'Ema per i vaccini e di una potenziale autorizzazione di emergenza». Ma la Ue continua a giocare in difesa. «La produzione e la consegna dei vaccini è una corsa con molti ostacoli», ha ammesso il portavoce della Commissione Keersmaecker. «La Commissione sarebbe senz'altro contenta di imparare da Austria, Danimarca e Israele», ha aggiunto. Ma anche nel giudicare l'iniziativa austriaca c'è stata confusione. «Non commentiamo mai le dichiarazioni di altri», ha detto un altro portavoce della Commissione Eric Marner.
   La mossa di Vienna ha innescato le reazioni del centrodestra, che da tempo chiede al governo il superamento dell'impasse europea sui vaccini. «Non solo Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, ora anche Austria e Danimarca cercano vaccini senza aspettare l'Ue. L'Italia segua l'esempio, ha affermato il leader della Lega Matteo Salvini. Sulla linea del Carroccio anche gli alleati del centrodestra. ll coordinatore azzurro Antonio Tajani è andato oltre. «Insistiamo sul piano vaccini. Se serve, bisogna trovare un accordo con i russi per lo Sputnik».
   
(il Giornale, 3 marzo 2021)


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Austriaci e danesi faranno da soli: «alleanza strategica» con Israele

Si incrina il fronte comune per le forti critiche dagli Stati nazionali. Kurz parla di errori, Frederiksen della necessità di allargare le alleanze.

Austria e Danimarca si alleano con Israele per sviluppare vaccini di seconda generazione capaci di resistere alle varianti del Covid-19. Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz e la danese Mette Frederiksen ne discuteranno domani con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme. E studieranno la campagna vaccinale di Israele, che ha già immunizzato il 90% dei suoi 9,3 milioni di abitanti.
   Frederiksen ha espresso dubbi sul programma europeo per i vaccini: «Non credo da solo regga», è stato il suo commento. E per il cancelliere austriaco Kurz, che è in trattativa anche con Mosca per lo Sputnik V, l'Austria deve prepararsi «a nuove mutazioni e non dobbiamo essere dipendenti solo dall'Ue nella produzione di vaccini di seconda generazione», ha spiegato alla tedesca Bild, aggiungendo che «in estate ci siamo accordati perché i vaccini venissero approvati e forniti agli Stati membri per tempo». Per Kurz «l'approvazione da parte dell'Ema è stata troppo lenta» e la fornitura dei vaccini ha subito da parte delle case farmaceutiche delle strozzature.
   La mossa di Austria e Danimarca non va contro le regole che si sono date i Paesi Ue ma di fatto spezza il fronte unico nato con l'obiettivo di aiutare i Paesi più piccoli ad ottenere parità di condizioni sui vaccini. Un portavoce della Commissione ha spiegato che «gli Stati membri hanno sempre avuto la possibilità di chiudere contratti con compagnie che non rientrano nella strategia Ue. Il virus del Covid colpisce tutto il mondo, le lezioni che possiamo imparare da approcci diversi, di diverse parti del mondo, sono sempre ben accolte, poiché ci possono rafforzare» e ha aggiunto che «la Commissione è sicuramente interessata ad imparare da Austria, Danimarca e Israele. Questo può aggiungere valore alla strategia dei vaccini dell'Ue e alla missione dell'incubatore Hera, di cui beneficiano tutti gli Stati Ue».
   Prima di partire per Tel Aviv il cancelliere Kurz ha riunito gli esponenti delle case farmaceutiche presenti nel suo Paese, (Boehringer Ingelheim, Valneva, Novartis, Polymun, Pfizer). Al centro dell'alleanza c'è la costruzione di nuovi impianti per la produzione di vaccini nRMA. Austria, Danimarca e Israele, riporta il Financial Times, sarebbero in trattativa con Pfizer e Moderna. Vienna avrebbe già individuato un sito per la produzione. Inoltre, secondo il quotidiano della City, i tre Paesi discuteranno anche di mettere in comune le scorte di vaccini. Fr. Bas.
   
(Corriere della Sera, 3 marzo 2021)


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Austria e Danimarca, strappo Ue "Accordo con Israele sulle fiale"

di Alberto D'Argenio, Bruxelles
e Tonia Mastrobuoni, Berlino

 
Prima di partire per Israele, dove domani incontrerà Benjamin Netanyahu, Sebastian Kurz lancia la bomba: Austria e Danimarca «non intendono più affidarsi alla Ue e svilupperanno insieme a Israele i vaccini di seconda generazione contro le mutazioni del coronavirus e faranno ricerca comune per le cure». Vienna e Copenaghen puntano il dito contro la lentezza dell'Ema, l'Agenzia europea del farmaco, che in assenza della corsia preferenziale delle procedure d'emergenza ha impiegato più tempo degli Usa o del Regno Unito per il via libera ai primi immunizzanti. I due "frugali" rompono il fronte europeo per convergere con il Paese che vanta il più alto numero dei vaccinati al mondo. E la Ue è già terremotata dalla decisione di alcuni Paesi dell'Est come Ungheria, Slovacchia, Repubblica ceca, Estonia ma anche della Croazia di rivolgersi alla Russia per ottenere il vaccino Sputnik anticipando un eventuale ok dell'Ema, che non ha ancora ricevuto la richiesta di autorizzazione da Mosca. Tanto che la Lega a vocazione populista si è risvegliata e in un comunicato ha fatto sapere che la mossa di Vienna e Copenaghen «rappresenta l'ennesima e clamorosa conferma del fallimento della strategia portata avanti finora da Bruxelles».
   Kurz e la premier danese Mette Frederiksen lanciano la sfida alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ma anche ad Angela Merkel, sponsor dell'affidamento a Bruxelles dei negoziati con le case farmaceutiche. «In linea di principio », ha sottolineato il cancelliere austriaco, «è giusto affidarsi alla Ue». Ma oltre alla lentezza dell'Ema, Kurz punta il dito contro «i colli di bottiglia nelle produzioni». Una fonte governativa austriaca fa notare che «stiamo parlando di intese future, che potrebbero valere a partire dall'autunno del 2021, e che non intendono essere alternative, ma complementari agli accordi europei».
   Per questa ragione, nonostante la tensione che si respira a Bruxelles, per ora la Commissione europea preferisce mostrare di credere che la mossa di Kurz sia ad uso interno dell'opinione pubblica austriaca. E così il portavoce dell'Eurogoverno commenta: «Gli Stati membri hanno sempre avuto la possibilità di chiudere contratti con compagnie che non rientrano nella strategia Ue. Il Covid colpisce tutti e le lezioni che possiamo imparare da approcci diversi, di diverse parti del mondo, sono sempre ben accolte, ci possono rafforzare".
   Von der Leyen ieri ha comunque tenuto a ribadire che sta lavorando per dotare anche l'Ema di una procedura d'emergenza. Servirà per i prossimi vaccini, ma non per Johnson& Johnson, il cui via libera Ue è atteso per l'11 marzo, in ritardo rispetto ai partner internazionali. Von der Leyen ha anche rimarcato che prosegue l'impegno ad aumentare entro un paio di mesi la produzione dei sieri nel continente con il lavoro del titolare dell'Industria di Bruxelles, Thierry Breton.
   L'iniziativa di Kurz e Frederiksen nasce dal "Gruppo first mover", che da aprile del 2020 riunisce le europee Austria, Danimarca, Norvegia, Grecia e Repubblica ceca con Israele, Singapore, Australia e Nuova Zelanda. Per ora non hanno aderito altri Paesi, ma da Vienna non escludono che non accada in futuro. La Danimarca ha già fatto di testa sua sulla strategia vaccinale adottando la "linea inglese" della monodose, estendendo i tempi per il richiamo. Una scelta che viola le raccomandazioni dell'Ema ma che si sta dimostrando vincente: Copenaghen è tra le capitali Ue più avanti nelle vaccinazioni. Nelle scorse settimane, Austria e Danimarca, insieme ai mediterranei, sono stati tra i paesi che hanno chiesto con maggior forza la creazione di un passaporto vaccinale. E anche su questo fronte, Kurz aveva minacciato accordi bilaterali in assenza di un'intesa europea. Che poi è arrivata.

(la Repubblica, 3 marzo 2021)


Austria e Danimarca: strappo sui vaccini. «L'Europa ha fallito, patto con Israele»

L'asse Vienna-Copenaghen spacca il fronte. II cancelliere Kurz: per produrre ci avvarremo dell'esperienza di Gerusalemme.

di Alessandro Farruggia

ROMA - Austria e Danimarca si chiamano fuori dalla disciplina europea sui vaccini e annunciano che lavoreranno con Israele per produrre vaccini di nuova generazione. «La procedure Ue - ha detto il cancelliere austriaco Sebastian Kurz alla vigilia del suo viaggio in Israele - è fondamentalmente corretta, ma lenta nel reperire le dosi, e anche l'Agenzia europea per i medicinali (Ema) è stata troppo lenta nell'approvare i vaccini. Ci sono poi troppe strozzature nella fornitura delle aziende farmaceutiche. Ci servono milioni di dosi, adesso, e dobbiamo prepararci a ulteriori mutazioni. Questo significa che non dovremmo più dipendere solo dall'Ue per la produzione di vaccini di seconda generazione. Per questo, assieme al gruppo dei paesi "first movers" (Austria, Danimarca, Norvegia, Grecia e Repubblica Ceca, ndr), non faremo più affidamento sull'Europa e lavoreremo per produrre dosi di vaccino di seconda generazione e per cercare assieme nuove opzioni di trattamento».
   Così anche il primo ministro danese Mette Frederiksen, che ha criticato il programma di vaccini dell'Ue: «Non penso che possa bastare da solo, abbiamo bisogno di aumentare la capacità. Questo è il motivo per cui ora abbiamo la fortuna di iniziare una partnership con Israele». Bruxelles sembra fare buon viso a cattivo gioco. «La scelta è legittima. Gli Stati membri - ha detto Eric Marner, uno dei portavoce della Commissione europea - hanno sempre avuto la possibilità di chiudere contratti con compagnie che non rientrano nella strategia Ue. Le lezioni che possiamo imparare da approcci diversi, di diverse parti del mondo, sono sempre ben accolte, poiché ci possono rafforzare. La Commissione è interessata ad imparare da Austria, Danimarca e Israele».
   Lo 'smarcamento' di Austria e Danimarca fa seguito a quello dell'Ungheria e della Slovacchia (che hanno già ricevuto dosi del vaccino russo Sputnik V), al pari di altri paesi europei non Ue, tra i quali San Marino, la Serbia e la Bielorussia. II primo paese Ue ad approvare lo Sputnik è stata proprio l'Ungheria, lo scorso 21 gennaio. Oggi il ministro per lo Sviluppo economico vedrà Farmindustria, che dovrebbe consegnargli una "short list" di aziende italiane (almeno 3) pronte a avviare la produzione o (pare 5 ) l'infialamento dei vaccini anticovid e domani Giorgetti vedrà il commissario europeo Thierry Breton, responsabile della task force europea sui vaccini.
   Stretta dalle pressioni, la Commissione ha reso noto di aver discusso una accelerazione dell'autorizzazione Ema, e la stressa agenzia per i farmaci europea ha annunciato che l'11 marzo si terrà «una riunione straordinaria del Chmp che si incontrerà per valutare il vaccino Covid-19 sviluppato da Janssen. Lo scopo è concludere la valutazione, ove possibile». Se il parere, come trapela, sarà quasi certamente positivo, le prime dosi - in Italia il primo invio sarà di mezzo milione - potrebbero arrivare tra fine marzo e i primi di aprile.
   
(Nazione-Carlino-Giorno, 3 marzo 2021)
   
   

Vaccino Covid e calunnia contro Israele: la storia si ripete

di Ugo Volli

Che Israele abbia avuto la miglior politica di reazione al Covid e soprattutto di vaccinazione, lo scrivono da tempo i giornali di tutto il mondo e lo riconoscono i complimenti ufficiali di molti stati e le richieste di aiuto da parte di altri. Ma poteva questo riconoscimento, così importante in un tempo in cui il mondo fa molta fatica a gestire efficacemente la pandemia, essere accettato senza fastidio dai nemici di Israele? Certamente no. Ma come negare i numeri, l'indubbia efficacia dell'organizzazione sanitaria israeliana?
   Si sono visti due sistemi di diffamazione. Uno, piuttosto minoritario, è dire: certo ce l'hanno fatta a dare il vaccino velocemente a tutti, ma è l'efficacia dei plutocrati o addirittura dei nazisti. Plutocrati perché si sono pagati il vaccino al prezzo del mercato, senza tirare sul prezzo come ha fatto l'Europa.
   La ragione di questo comportamento "dispendioso" è molto semplice, anzi sono due: la prima è etica, l'ebraismo mette la vita al di sopra di ogni calcolo e anche di ogni norma religiosa o quasi: non bisogna badare al budget quando si tratta di salvare chi potrebbe morire. La seconda è che ogni giorno di chiusura dell'economia costa molto di più dei vaccini, ed è sciocco non investire. Quanto al "nazismo" molti hanno attribuito il successo a una sorta di dittatura militare sanitaria. E' una sciocchezza, le norme israeliane sull'epidemia sono come quelle di molti paesi occidentali, solo applicate con più rigore, forse. E l'esercito non c'entra niente, le vaccinazioni sono state prese in carico dalle quattro mutue cui sono iscritti i cittadini israeliani e sono state realizzate con l'aiuto di tutti e un fortissimo incoraggiamento politico.
   Il secondo sistema è stato largamente usato dagli antisemiti di tutto il mondo e consiste nel dire: sì, ma Israele è razzista, perché non dà il vaccino ai palestinesi. E' una bufala gigantesca. Partiamo da questo. Per "palestinesi" si possono intendere gli arabi che vivono fra il Mediterraneo e il Giordano, che siano cittadini israeliani o dell'Autorità Palestinese. Gli arabi israeliani rientrano fra la popolazione di Israele in tutte le statistiche e anche in questa, dunque sono stati vaccinati come tutti gli altri. Anzi, una particolare attenzione è stata fatta per coinvolgerli, anche se nel loro ambiente talvolta ci sono delle resistenze alle iniziative dello stato: non avrebbe avuto il minimo senso avere una minoranza consistente (fra il 15 e il 20%) non vaccinata e libera di circolare e proseguire il contagio. Quanto ai sudditi dell'Autorità Palestinese, per la stessa ragione sono stati vaccinati quelli che vengono a lavorare in Israele. Quanto agli altri, l'Autorità Palestinese non ha chiesto il vaccino e anzi ha protestato quando Israele ha cercato di allestire un posto di vaccinazione sul Monte del Tempio, dove al venerdì vengono a pregare in decine di migliaia. Israele ha proposto di aiutare nelle vaccinazioni non perché obbligato, ma per l'interesse comune a limitare il contagio. Non ne aveva la minima responsabilità
   C'è uno strano atteggiamento da considerare qui con attenzione. I nemici di Israele si sgolano a dire che "la Palestina è uno stato indipendente". Ma se è uno stato indipendente, che obbligo ha Israele di curane la sanità? Qualcuno ha protestato con l'Italia per non aver dato il vaccino non diciamo alla Svizzera o alla Slovenia, ma a San Marino, la cui indipendenza di fatto è piuttosto discutibile? No, nessuno ha protestato, l'Italia non ci ha pensato e San Marino ha preso i vaccini dalla Russia. Dall'altro i nemici di Israele dicono che Israele è responsabile per la sanità e dunque per la vaccinazione. Ma la politica sanitaria si estende in profondità nella vita di un paese, implica la gestione delle acque, degli ospedali, dei rifiuti, della medicina di base; e poi anche il controllo effettivo sul fatto che le norme siano seguite. Sarebbero d'accordo i nemici di Israele, se da Gerusalemme si stabilissero i turni e le precedenze delle vaccinazioni, le procedure degli ambulatori, i protocolli delle cure che si seguono a Ramallah? Che resterebbe dell'autonomia palestinese, stabilita a Oslo, anche senza parlare della loro pretesa di uno stato indipendente?
   E in effetti c'è un testo giuridico che taglia la testa al toro su questo problema: sono gli stessi Accordi di Oslo firmati da Israele, dall'OLP e come osservatori da Usa, Urss e Unione Europea,in cui c'è una clausola precisa che assegna esplicitamente la sanità fra le materie che devono essere gestite autonomamente dall'Autorità Palestinese.
   E allora perché ne parlano, i critici di Israele? Perché ci ritornano sopra? E' semplice, perché c'è un'antica tradizione antisemita per cui gli ebrei sono incolpati per le epidemie che trasmetterebbero agli altri per malvagità, sapendo come evitarle - una menzogna evidente. Accadde nel 1348, ai tempi del Petrarca, e poi nel Seicento, per l'epidemia narrata dai "Promessi Sposi" e poi cento altre volte: ogni epidemia è stata pretesto di attacchi ai quartieri ebraici, di stragi, di conversioni forzate e saccheggi. Ora tutto questo non è possibile, almeno non con Israele; ma dire che gli ebrei sono capaci di evitare l'epidemia ai danni degli altri è rimasto fra le calunnie antisemite e come tutte queste viene oggi applicata soprattutto allo stato di Israele.
   
   (Progetto Dreyfus, 2 marzo 2021)


Tensioni tra Israele e Iran

«L'esercito agisce e agirà contro le minacce che lo mettono in pericolo, sia vicine sia lontane». Così si è espresso ieri il capo di stato maggiore israeliano, Aviv Kochavi, a pochi giorni dall'esplosione che ha colpito una nave commerciale di proprietà israeliana al largo dello stretto di Hormuz. Il fatto è avvenuto giovedì scorso. Israele ha immediatamente puntato il dito contro l'Iran. Dal canto suo, Teheran non ha commentato le dichiarazioni di Kochavi, ma la stampa ufficiale ha accusato la nave di «raccogliere informazioni d'intelligence nel Golfo Persico e nel Mare Arabico» si legge nel quotidiano «Kayhan», considerato vicino alle posizioni del governo. Intanto, una squadra di esperti israeliani di sicurezza è volata a Dubai, dove la nave ha riparato dopo l'esplosione, per esaminare da vicino la situazione. Gli esperti - dicono i media - non escludono la possibilità che a causare l'esplosione sia stato un missile.

(L'Osservatore Romano, 2 marzo 2021)


A proposito di "hamanismo"

di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

Uno spettro si aggira per il mondo ebraico, si direbbe con una frase famosa. In realtà ce ne sono molti di spettri circolanti. Ma stavolta c'è uno spettro nuovo, che è stato chiamato con un nome finora (a me) ignoto: hamanismo, da Hamàn, il protagonista negativo della meghillà di Ester. Sappiamo tutti chi era Hamàn e del suo proposito di sterminare tutto il popolo ebraico vivente nel grande impero persiano. Chi ha suggerito il neologismo "hamanismo" spiega che:
    «nella mente bigotta e contorta di Haman, le differenze devono essere soppresse. Haman sogna una distopia di uniformità, in cui tutti pensano allo stesso modo e tutti si attengono a un solo insieme di regole: le sue.»
  Di qui la definizione:
    «L'hamanismo è la paura della differenza, e sta alla base di ogni regime autoritario».
  In ogni processo antisemita le componenti sono varie e certamente c'è anche quella della paura della differenza. Ma dire che questa fosse il movente principale di Hamàn è un'interpretazione non molto solida. Haman era una personalità complessata, egocentrica, autoritaria, sanguinaria. Nell'impero persiano, ci racconta la meghillà, c'erano 127 province, ciascuna con la sua scrittura e la sua lingua; le diversità abbondavano e se Haman partiva dall'odio per la diversità avrebbe dovuto fare non uno ma parecchi genocidi. Haman ce l'aveva con una sola diversità, quella ebraica.
   È purtroppo vero che noi abbiamo, tra i tanti nostri problemi, quello della intolleranza e della aggressività interna, e che dobbiamo contrastarla. Ma attaccargli una definizione basata su una lettura parziale e tendenziosa dei fatti antichi è un errore. Una distorsione politica e ideologica che non aiuta a risolvere i problemi ma li esaspera. Tra l'altro "il perfido Hamàn" intendeva risolvere la questione ebraica con lo sterminio delle persone e il saccheggio delle proprietà. Oggi, tacciare di hamanismo gli intolleranti in mezzo a noi significa accusarli anche di propositi omicidi e di rapina. Forse qualche estremista ce li ha i propositi omicidi, purtroppo, e non sarebbe una novità nella nostra storia, ma un'etichetta di questo tipo è troppo generica e offensiva, e invelenisce la discussione.
   C'è un altro aspetto problematico in questa denuncia dell'hamanismo, anche questo legato a una lettura libera e parziale delle fonti della nostra tradizione.
   Si afferma questo:
    «I nostri saggi erano così spaventati dall'uniformità che hanno persino decretato che se un verdetto in un processo capitale è unanime, non è valido. Noi maneggiamo una cultura che vede la differenza come fonte di ricchezza. Duemila anni fa, quando i nostri rabbini proclamarono che "Ci sono 70 facce della Torah", avanzarono l'idea molto moderna che le nostre differenze non devono dividerci.
       Il nostro abbraccio della diversità non è semplicemente una caratteristica aggiunta all'ebraismo; è essenziale per la teologia ebraica. La grandezza di Dio, dice la Mishnah, può essere vista dal fatto che mentre "un uomo batte molte monete dallo stesso dado, tutte le monete sono uguali", mentre Dio "batte ogni uomo dal dado del Primo Uomo, e tuttavia nessun uomo è uguale al suo simile". (Sanhedrin 4:5) È in chi è diverso che vediamo la grandezza di Dio. Poiché le differenze sono un'espressione della volontà di Dio, non rispettare le differenze è un insulto a Dio.»
Tutte queste affermazioni sono vere, belle, commoventi, perfette per derashòt, tavoli di dialogo, apologie in differenti contesti, ma non esauriscono il quadro. È vero che tutto il Talmud si basa su discussioni tra opinioni differenti, che sono la sua vita e la vita dell'ebraismo rabbinico, ma bisogna vedere anche cosa succedeva alla fine delle discussioni a chi non accettava il parere e le regole della maggioranza. E se i Maestri discutevano tra di loro, non risparmiandosi anche insulti, nel frattempo eliminavano dalla discussione i pensieri che non si adeguavano al sistema, attaccandoli non solo con argomenti logici ma anche con durezza, scherno e disprezzo. E poi un conto è la ricchezza del creato e dell'umanità, il colore della pelle, dei capelli o degli occhi, e un conto la diversità delle opinioni. Se oggi va di moda il politically correct dobbiamo toglierci dalla mente che questo fosse la regola nei secoli passati e nei testi fondanti. Oggi, come tante volte in passato si cerca di trovare per le tesi e le mentalità prevalenti un supporto antico; ci si riesce sempre, tra le 70 facce della Torà, ma il risultato è sempre un po' traballante. La predica della tolleranza basata sulle fonti regge poco.
   In riferimento alla situazione comunitaria, la denuncia che viene fatta è questa:
    «Anche la comunità ebraica sta diventando così; abbiamo sempre meno in comune con "l'altro" e stiamo creando un clima in cui il dissenso è penalizzato e la diversità di opinioni scoraggiata. … Il risultato è che non abbiamo più una sola comunità ebraica, ma piuttosto una folla di sette in guerra. Stiamo sostituendo la ragione con la rabbia e la discussione con la diffamazione. Stiamo assistendo alla morte della civiltà - in America, in Israele e nelle nostre comunità - e quando il vivere civile muore, la civiltà segue.
    Ecco perché oggi, la principale linea di frattura nel mondo ebraico non è tra sinistra e destra, religiosi e laici, ortodossi e riformisti, progressisti e conservatori, falchi e colombe, israeliani e diasporici: è tra coloro che accettano e abbracciano la complessità e il pluralismo del mondo ebraico e coloro che non lo fanno.»
  L'analisi è corretta ma solo fino a un certo un punto. Gli ebrei sono sempre stati divisi, e se certe divisioni del passato oggi sono solo un ricordo, non vuol dire che non fossero accompagnate anche allora da rabbia e diffamazione e da tensioni. Gli schieramenti e l'oggetto della discussione cambiano continuamente, perché la storia e i suoi problemi cambiano; ma non cambia l'asprezza. Il tema divisivo di oggi sembrerebbe il "pluralismo", ma è solo la faccia nuova e il nome nuovo di qualcosa di molto antico. Il pluralismo c'è sempre stato, perché ognuno ha sempre scelto di vivere o non vivere il suo ebraismo come meglio gli pareva, o come gli poteva essere consentito, con scelta individuale o di gruppo, ma questo ha sollevato domande, dubbi e polemiche nel resto della collettività e la questione era, allora come oggi, se certe scelte individuali o di gruppo possono garantire la continuità e la sopravvivenza. Il pluralismo c'è sempre stato, qualche volta è stato rifiutato (per fare qualche esempio: ellenismo, cristianesimo, qaraismo, sabbatianesimo) altre volte ha suscitato divisioni profonde che sono state in parte metabolizzate e entrate con piena dignità nel "sistema" (ad esempio il chasidismo e il sionismo). Che cosa si intende oggi per pluralismo? Fermo restando che la rabbia e la diffamazione vanno combattute, non tutto ciò che è plurale è necessariamente buono e virtuoso.
   Una delle regole più difficili da osservare per un ebreo è quella della ahavàt Israel, l'amore per il suo popolo, senza riserve e malgrado tutto. Ma anche chi è animato dal più sincero sentimento di ahavà non rinuncia ai suoi valori e se li vede minacciati li difende, sempre con ahavà. Ci è stato insegnato di distinguere tra choteìm (peccatori) e chatàìm (peccati), invocando la fine degli ultimi e il pentimento dei primi, ma non di ammettere i "peccati" come realtà legittima da difendere.
   In conclusione. L'intolleranza e l'aggressività non dovrebbero inquinare la vita comunitaria ebraica. Ma definire tutto questo come hamanismo è improprio e fuorviante. Così come definire i nostri testi classici come campioni della diversità è una deformazione. Molte idee nuove e diverse sono state accettate nell'ebraismo, ma molte altre sono state rigettate. La discussione sul "pluralismo" di oggi deve basarsi sul rispetto, ma il pluralismo non deve essere un pilastro intoccabile.

(Shalom, 2 marzo 2021)


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«Due ebrei, tre opinioni»

La reazione del Rabbino Capo all'articolo sulll'hamanismo appare un po' impacciata. Non è facile oggi per un ebreo religioso opporsi con argomenti cogenti a chi sostiene che il pluralismo è un elemento fondante dell'ebraismo. Dicono infatti gli ebrei anti-hamanisti: "Il nostro abbraccio della diversità non è semplicemente una caratteristica aggiunta all'ebraismo; è essenziale per la teologia ebraica". E' difficile negare questo quando si sente dire in ogni occasione che "dove ci sono due ebrei ci sono tre opinioni diverse". Qualcuno dirà che esiste un riferimento comune al "dono della legge", ma è davvero così? Non è forse vero che sull'interpretazione della legge i saggi si dividono, anche radicalmente, e che è considerato scorretto nelle controversie fare riferimento alla rivelazione di Dio come se qualcuno ne possedesse l'interpretazione autentica? Qualcuno potrebbe immaginarsi un Dio che dice al suo popolo: "Vi ho fatto un dono prezioso, l'ho fatto soltanto a voi, quindi questo vi mette in una posizione di privilegio e responsabilità. Abbiatene cura, parlatene fra di voi, discutete, litigate, praticatelo nel modo che vi sembra migliore, ma non venitemi a disturbare con le vostre domande e nessuno vada in giro a dire che ha saputo da me qual è l'interpretazione autentica dei miei ordini, perché non sarebbe vero. D'ora in poi ve la dovete sbrigare da soli, fra di voi. Shalom". Le cose comunque non stanno così. E se anche nel dire come effettivamente stanno non si troverebbe certo l'unanimità, c'è una frase del Rabbino Capo che è giusto sottolineare: "Una delle regole più difficili da osservare per un ebreo è quella della ahavàt Israel, l'amore per il suo popolo, senza riserve e malgrado tutto. Ma anche chi è animato dal più sincero sentimento di ahavà non rinuncia ai suoi valori e se li vede minacciati li difende, sempre con ahavà." E sulla ahavàt Israel anche qualche non ebreo potrebbe unirsi. M.C.

(Notizie su Israele, 2 marzo 2021)


S. Maria del Cedro, Perì 'etz hadarì' è il primo intervento urbano targato LAOS

LAOS, l'itinerante festival di arte urbana, prosecuzione e rigenerazione dell'originario e ormai noto street art festival OSA Aroud, ha ridipinto il centro storico di Santa Maria del Cedro, con una grandiosa opera d'arte dal forte valore simbolico.

 
COSENZA - "Perì 'etz hadarì", che tradotto letteralmente dall'ebraico significa "il frutto dell'albero più bello", è il primo intervento d'arte urbana del progetto LAOS: secondo la tradizione ebraica, infatti, fu proprio il cedro - e non la mela - a tentare Adamo ed Eva, provocando la loro espulsione dell'Eden. E fu così che Dio indicò a Mosè il cedro quale pianta da utilizzare per la tradizionale festa delle capanne o Sukkoth.
   
La coltura dei cedri ha una storia antichissima, risalente a oltre 2000 anni fa. I migliori cedri vengono attualmente coltivati nella zona identificata come la Riviera dei Cedri, proprio a Santa Maria del Cedro. Ed è qui che, sin dai tempi antichi, rabbini con barba e kippah provenienti da tutto il mondo, arrivano per selezionare il "frutto sacro" che verrà poi utilizzato per celebrare il Sukkoth, ricordando le capanne che gli ebrei costruirono durante il viaggio verso la Terra Promessa.
   "Perì 'etz hadar" è l'immagine dal quale il festival LAOS parte e prende vita, festeggiando lo sposalizio tra due culture estremamente differenti ma legate da secoli, da un indissolubile filo.
   Ideatore di entrambi i format (OSA e LAOS), promotore di una cultura volta a sensibilizzare attraverso l'arte sul rispetto dell'ambiente, sulla storia e sull'appartenenza al proprio territorio, Antonino Perrotta in arte Attorrep è il noto artista adamantino che, realizzando i primi due murales per la cittadina calabrese, dà inizio al nuovissimo e promettente festival d'arte urbana dal nome LAOS.
   Gli interventi artistici, fortemente voluti dall'amministrazione comunale, interessano il centro storico di Santa Maria del Cedro, inserendosi nel suo contesto urbano senza alterarne l'identità, creando un dialogo tra arte e architettura, tra spazio e ambiente, attraverso un percorso costituito da più tappe e da una serie di operazioni di street art realizzate nel corso dell'anno.
   Laos era un'antica città della Magna Grecia, un'importante colonia di Sibari che sorgeva nel territorio di Santa Maria del Cedro, valle dell'odierno fiume Lao, da cui prende il nome. Città fiorente, dall'elevato grado di civiltà, del V/VI secolo a.C., è tra gli insediamenti più antichi della zona identificata come la Riviera dei Cedri.
   Il festival LAOS nasce grazie alla collaborazione tra il Comune di Santa Maria del Cedro e l'Associazione Culturale Haz Art, ponendosi come continuazione e rigenerazione di OSA, ma allo stesso tempo differenziandosi dall'originaria kermesse: emblematico notare come la parola "laos" contenga in sé il termine "osa", anagramma di esso con l'aggiunta della lettera "l".
   Obiettivo di LAOS è dare forma e colore alle peculiarità geografiche di Santa Maria del Cedro, integrando le sue caratteristiche morfologiche con quelle storico-archeologiche, in continuità con le tradizioni culturali e con le specificità strutturali del paesaggio, che tramite l'arte prendono vita.
"Rigenerare il centro storico attraverso immagini che rievocano un flashback cronologico inverso, a partire dalla storia più recente fino ad arrivare alle primissime tracce storiche - spiega Antonino Perrotta - Santa Maria del Cedro possiede uno dei maggiori patrimoni storico-culturali del mezzogiorno ed è uno degli insediamenti più antichi presenti sul territorio. Il recupero e la valorizzazione degli usi, dei costumi e delle tradizioni locali, sono tra gli obiettivi essenziali che intendiamo perseguire col nostro festival".
Con il sostegno del Comune di Santa Maria del Cedro, con la collaborazione di Artemisia Paint, promosso dall'Associazione Culturale Haz Art sotto la direzione artistica di Antonino Perrotta, giovane artista diamantese e ideatore dei diversi festival, LAOS si propone di continuare il lavoro iniziato con OSA - Operazione Street Art e proseguito con OSA Around.
   Haz Art si è distinta sin da subito proponendo attività di riqualificazione e rigenerazione urbana attraverso questa particolare forma d'arte, collaborando con importanti street artist del panorama nazionale ed europeo (tra cui Sfhir, Man ò Matic, Solo, Diamond) e stringendo collaborazioni con importanti festival del settore, come Manufactory Project (Comacchio, Ferrara), Graffitea (Cheste, Spagna), Biennale MArteLive (Roma), Serpis Urban Art (Gandìa, Spagna).
   Gli obiettivi e le tematiche affrontate, la partecipazione sentita delle realtà locali, unitamente alla dimensione metropolitana del progetto e al respiro internazionale degli artisti coinvolti, fanno di OSA un festival senza precedenti e in linea con il fenomeno che si sta sviluppando nei grossi centri urbani: l'estensione più grande delle opere che arrivano a coprire l'intera facciata dei palazzi, l'uso delle moderne tecniche di realizzazione (spray, elevatori meccanici, pitture al quarzo) caratterizzate da stili più contemporanei, distinguono certamente i nuovi interventi dai precedenti.
   Portando avanti il concetto di muralismo, inteso come percorso di rigenerazione dell'arte pubblica contemporanea e di rivalutazione del territorio, OSA intende aprire un dialogo tra arte e architettura, tra spazio e ambiente, allo scopo di riscoprirne i luoghi, esaltandone la bellezza attraverso l'integrazione della street art nel complesso artistico di città e borghi del sud Italia.

(CosenzaPost.it, 2 marzo 2021)


Salvati dal Tas i judoka iraniani che non lottano con gli israeliani

La federazione di Teheran aveva impedito a Mollaei di sfidare un rivale di Israele causando la squalifica

di Vanni Zagnoli

Il tribunale di arbitrato per lo sport è sovrano, non solo per Alex Schwazer, e allora l'iraniano Saeid Mollaei (ex iraniano, è stato naturalizzato dalla Mongolia), che rifiutò di affrontare un atleta israeliano è stato riabilitato. O, meglio, è stata annullata la sospensione a tempo indeterminato imposta all'Iran dall'Intemational Judo Federation. Era l'ottobre del 2019, il confronto era tra atleti di primo piano e salta per obiezione di coscienza politica da parte del judo- ka di Teheran. Il Tas ritiene che la federazione iraniana abbia effettivamente commesso gravi violazioni e debba essere sanzionata, ma non a tempo indeterminato, poiché il provvedimento• non, ha base giuridica. Serve una giusta pena, insomma, come in tutte le cose. Così ha rinviato il caso al comitato disciplinare della federazione internazionale, che dovrà emettere un nuovo giudizio, ma intanto l'Iran può preparare Tokyo.

 La macchia
  Un anno e mezzo fa, il caso macchiò i mondiali, proprio in Giappone. Nella categoria 81 chili, l'iridato uscente Saeid Mollaei perse in semifinale e anche la finale per il bronzo, venne messo sotto pressione dal governo per rifiutare il confronto con Sagi Muld, medaglia d'oro. Tre giorni dopo, l'autorità mondiale del judo vietò ai persiani tutte le competizioni, sino alla garanzia del rispetto per gli statuti. E' molto semplice, l'Iran non riconosce Israele, che chiama "Grande Satana", al pari degli Stati Uniti. Anziché sulla materassina, i persiani preferiscono perdere a tavolino, essere squalificati o fornire certificati medici che dimostrano di non essere idonei a competere. Chi affronta Israele viene punito, in patria. Mollaei, però, non rientrò più a casa, si fece accogliere da rifugiato politico dalla Germania e poi naturalizzare dalla Mongolia. Non solo, è diventato amico dell'israeliano Sagi Muld con cui non combattè, amicizia che è diventata una fiction.
  Domenico Falcone, confermato alla presidenza federale di lotta e judo, è al terzo mandato, con il 63% su Felice Mariani, bronzo a Montreal, ritiene che «lo sport va oltre le barriere politiche, soprattutto il judo deve andare oltre. Non accada più in nessuna disciplina di rifiutare un combattimento per credo politico, di stato o di singolo».

(Il Messaggero, 2 marzo 2021)


Israele. Valide le conversioni all'ebraismo non ortodosse

Con una sentenza storica l'Alta Corte israeliana ha stabilito che chi si è convertito all'ebraismo in Israele in seno ai movimenti dei "Riformati" e dei "Conservatori" deve essere riconosciuto come ebreo ai fini della Legge del Ritorno, quindi ha titolo alla cittadinanza israeliana. Finora solo gli ortodossi potevano certificare le conversioni. due rabbini capo di Israele hanno attaccato la sentenza - le conversioni di conservatori e riformati «sono falsificazioni del giudaismo» ha detto il rabbino capo sefardita Yitzhak Yosef - sostenuti dai partiti dell'estrema destra. II verdetto, nato da una causa intentata 15 anni fa, è tema di scontro in vista del voto del 23 marzo.

(Avvenire, 2 marzo 2021)


Netanyahu: «l'Iran non avrà mai l'atomica, a prescindere da qualsiasi accordo»

Netanyahu a tutto campo in una intervista con l'emittente Kan, dal nucleare iraniano fino all'attacco subito da una nave israeliana nel Golfo Persico. Nel frattempo ennesimo attacco israeliano alle basi iraniane in Siria

di Sarah G. Frankl

«L'Iran non avrà mai l'atomica, a prescindere da qualsiasi accordo riesca ad ottenere con gli Stati Uniti o con chiunque altro».
È stato categorico il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, durante una intervista alla TV pubblica Kan.
Così come è stato categorico nell'attribuire all'Iran l'attacco alla nave di proprietà israeliana avvenuto qualche giorno fa nel Golfo Persico.
Netanyahu non ha tuttavia fornito alcuna prova sulle sue affermazioni limitandosi a sostenere la tesi che "non c'è altra soluzione logica".
"Gli iraniani non avranno armi nucleari, con o senza accordo. L'ho detto anche al mio amico Joe"
Parlando del programma nucleare iraniano, il Premier israeliano ha detto di averne parlato a lungo con "il suo amico Joe", intendendo il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden.
Nel colloqui con il Presidente americano, Netanyahu avrebbe confermato con assoluta fermezza che Israele non avrebbe mai consentito all'Iran di dotarsi di armi nucleari, nemmeno se ci fosse un accordo tra Teheran, gli Stati Uniti e chiunque altro.

 Ennesimo raid aereo contro obiettivi iraniani in Siria
  Una prima risposta all'Iran sembra essere stata la serie di raid, presumibilmente israeliani, che hanno colpito basi di milizie iraniane posizionate nelle vicinanze di Damasco.
La TV siriana, come sempre, afferma di aver intercettato quasi tutti i missili. Ma testimoni sul posto riferiscono di aver visto e udito grandi esplosioni, il che farebbe intendere che, come sempre, l'antiaerea siriana ha fatto cilecca.
Teheran accusa Israele di aver ucciso il più importante scienziato nucleare iraniano, il dott. Mohsen Fakhrizadeh e di aver semidistrutto con un attacco informatico il sito di Natanz.
Per questo ha giurato vendette e alcuni analisti ritengono che l'attacco alla nave israeliana nel Golfo Persico rientri proprio nella "vendetta iraniana".

(Rights Reporter, 1 marzo 2021)


Il cancelliere austriaco con il primo ministro danese presto in Israele

Per cooperare alla ricerca farmaceutica sul Covid

di Ilaria Ester Ramazzotti

Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz ha dichiarato il 27 febbraio su Twitter che si recherà in Israele insieme al primo ministro danese Mette Frederiksen il prossimo 4 marzo, per promuovere la cooperazione fra Stati nella gestione farmaceutica della pandemia di Covid 19. La notizia è stata riportata dalla stampa israeliana e dal Jerusalem Post.
   "Siamo stati in stretto contatto con i nostri partner Danimarca e Israele" ha scritto Kurz, spiegando che la partnership è in corso dalla scorsa primavera. La cooperazione è principalmente focalizzata sulla "ricerca e sulla produzione di vaccini e di farmaci", poiché accelerare la produzione e l'approvvigionamento di vaccini è la cosa prioritaria.
   "Con la vaccinazione torneremo alla normalità in estate", ha continuato Kurz nel suo tweet che riguarda i programmi per combattere il virus e per affrontare il futuro periodo post-Covid. "La pandemia continuerà a preoccuparci per via delle mutazioni che potrebbero richiedere ulteriori vaccini e trattamenti - ha aggiunto il cancelliere -. L'obiettivo deve essere quello di adattare i vaccini e le terapie esistenti il più rapidamente possibile o di produrne di nuovi il più rapidamente possibile".

(Bet Magazine Mosaico, 1 marzo 2021)


La mascherina israeliana protegge dal coronavirus al 99% (1)
Che significa? La facilità non cui si sparano percentuali ad uso giornalistico comincia ad essere stancante



di Ilaria Ester Ramazzotti

 
Un tipo di mascherina antivirale prodotta in Israele dall'azienda Sonovia neutralizza batteri, funghi e virus, proteggendo dal nuovo coronavirus con un'efficacia del 99,34%. Lo hanno stabilito dei test eseguiti dal laboratorio di ATCCR in Cina, come ha annunciato lo scorso 20 febbraio l'azienda produttrice di tessuti con sede a Ramat Gan. La notizia è riportata dal Jerusalem Post.
Si tratta di maschere antivirali lavabili e riutilizzabili, rivestite con nanoparticelle di ossido di zinco. I risultati dell'ultimo ciclo di test hanno rilevato la loro capacità di neutralizzare le tracce di SARS-COV-2 entro trenta minuti dal contatto con il tessuto. È stato inoltre dimostrato che mantengono le loro proprietà protettive anche dopo 55 lavaggi.
"A seguito di questo eccezionale risultato possiamo assicurare al pubblico che la nostra SonoMask funziona in modo continuo, permanente e rapido per neutralizzare la diffusione di Covid 19 - ha dichiarato Joshua Hershcovici, CEO di Sonovia -. Siamo orgogliosi del nostro ultimo risultato, che aiuterà le persone a sentirsi al sicuro e a proteggere i propri cari".
L'azienda israeliana, attiva nell'ambito del settore tessile, ha svolto test e collaudi con la società Adler Plastic in Italia all'inizio di quest'anno, lavorando alla creazione di tessuti, e collaborato con noti marchi come Gucci, Chanel e Adidas.

(Bet Magazine Mosaico, 1 marzo 2021)


Israele, Netanyahu accusa l'Iran per l'attacco alla nave Helios Ray

di Giampaolo Cadalanu

La tensione in Medio Oriente è alle stelle mentre nella sede viennese dell'Agenzia per l'energia nucleare il consiglio dei governatori si riunisce per discutere delle nuove limitazioni imposte dall'Iran alle ispezioni dei tecnici. Le conclusioni dell'Aiea potrebbero ulteriormente frenare il negoziato sul programma nucleare di Teheran, o magari garantire un nuovo impulso verso la ripresa dei colloqui, dopo che i primi segni di disponibilità della Casa Bianca sono stati - almeno in apparenza - respinti dal governo iraniano.
   Intanto Israele punta il dito contro la Repubblica islamica per l'attacco di giovedì alla Mv Helios Ray. Il cargo, che batte bandiera delle Bahamas ma è di proprietà israeliana, è stato colpito giovedì da uno o due missili mentre navigava nel golfo di Oman, poco lontano dallo stretto di Hormuz. La nave appartiene alla Ray Shipping, compagnia israeliana registrata all'isola di Man: era partita da un porto saudita ed era diretta verso Singapore, con 28 uomini di equipaggio, illesi dopo l'esplosione. Sabato un gruppo di ufficiali israeliani è partito per Dubai, dove la nave è ferma per le riparazioni, così da verificare danni e responsabilità.
   Benny Gantz, ministro della Difesa, crede che a organizzare l'attacco siano stati i Guardiani della Rivoluzione, "a giudicare dal contesto e dalla posizione". Per Benjamin Netanyahu, "che sia stata un'operazione dell'Iran è evidente": in un'intervista con la radio Kan Bet il premier dello Stato ebraico non ha indicato prove concrete, ma ha sottolineato che la Repubblica islamica "è il più grande nemico di Israele" e il suo governo intende mettere fine a questi atti di aggressione, "colpendolo in tutta la regione".
   Le accuse sono state respinte da Teheran. Saeed Khatibzadeh, portavoce del ministero degli Esteri, ha negato ogni coinvolgimento iraniano e ha sottolineato che Netanyahu "è ossessionato dall'Iran", che invece "tiene molto alla sicurezza nel Golfo". Domenica il premier israeliano ha ordinato le prime rappresaglie: i cacciabombardieri con la stella di Davide hanno colpito diverse volte nella zona di Damasco. I media siriani sostengono che i sistemi difensivi hanno intercettato gran parte dei missili, mentre la Difesa israeliana sostiene di aver colpito "numerosi obiettivi iraniani".
   Per ora i "duri" iraniani respingono gli inviti americani a riaprire il negoziato, ma contrariamente alle chiusure dell'era Trump sono evidenti i segnali di una diplomazia comunque al lavoro. Netanyahu preme perché Washington imponga ulteriori limiti alle disponibilità militari di Teheran, e vorrebbe che l'accordo sul programma nucleare sia allargato anche alle potenzialità missilistiche convenzionali. Quanto al tema centrale, non ci sono dubbi: "Con o senza accordo, l'Iran non deve avere armamenti nucleari: l'ho detto all'amico Joe Biden", ha tagliato corto il premier di Israele. Come dire: se la corsa degli ayatollah all'arma atomica non si ferma con la diplomazia, sarà fermata con le bombe.

(la Repubblica, 1 marzo 2021)


Covid, due donne incinte positive: i bimbi nascono morti

Si indaga sul caso di due donne che sono risultate positive al Covid durante la gravidanza e hanno partorito due bimbi nati morti

di Stefano Benzi

Due bambini nati morti sono risultati positivi al Covid: le mamme si erano contagiate durante la gravidanza.

 Bimbi nati morti e positivi
  La conferma arriva dalle autorità sanitarie di Israele che stanno cercando di appurare le cause della morte dei due bimbi, nati prematuri e senza vita.
I feti appartenevano a due mamme entrambe contagiate durante la gravidanza. La causa di uno dei due decessi è stata attribuita direttamente all'infezione da coronavirus mentre nel secondo caso non è stata ancora evidenziata la correlazione e si sta cercando di capire le cause della morte.

 Feti già contagiati dal Covid
  La notizia è stata diffusa dal quotidiano Times of Israel che ha raccolto fatti e testimonianze circa il caso di una donna che alla 36esima settimana di gravidanza aveva perso il suo feto. Ricoverata al Meir Medical Center di Kfar Saba dopo essersi ammalata, la donna è peggiorata e non è riuscita a portare a termine la gravidanza. Anche il feto era infetto. Un caso molto simile a quello di una donna di 29 anni che ha perso il figlio nella 25esimaa settimana di gravidanza. Anche lei era risultata positiva al coronavirus quando ormai era nel pieno della gravidanza.
In Israele la notizia ha registrato notevole scalpore: si tratta del primo caso del genere nel paese che è al primo posto nel mondo per il numero di vaccini somministrati.

(MeteoWeek, 1 marzo 2021)


Nazisti impuniti e "sazi di giorni"

di Elena Loewenthal

Sono morti come il biblico Giobbe, soddisfatti dalla vita e «sazi di giorni». Alfredo Stork e Wilhelm Karl Stark se ne sono andati rispettivamente a novantasette e cento anni senza aver mai scontato un solo giorno di carcere pur avendo ammesso le proprie responsabilità. Hanno massacrato centinaia di militari e civili italiani, a Cefalonia e sull'Appennino tosco emiliano. «Per ordine urgente del Führer» è stato sempre il loro alibi.
   Erano gli ultimi due criminali nazisti giudicati colpevoli sopravvissuti alla guerra. Sessanta ergastoli stanno nell'«armadio della vergogna» di quel tempo che sembra così lontano e invece non lo è affatto, tanto che davvero ci vuole il passato prossimo per raccontarlo, e solo due condanne rese effettive dalle, chiamiamole così, «circostanze»: comodità, coscienza tremendamente lavabile, una certa dose di «civile» complicità hanno permesso a tanti criminali nazisti di vivere normalmente per decenni. E di morire «sazi di giorni», come nel caso di quei due. Difficile, se non impossibile, trovare un perché alle loro storie, così come a quelle di tutti i criminali nazisti tornati indisturbati a una vita normale, dopo la guerra. C'è qualcosa di imperscrutabile nello squilibrio terribile di questo contrappasso in cui la colpa resta sospesa in un vuoto muto e incomprensibile. Oltre quel vuoto, oltre il silenzio delle vittime e l'indifferenza del resto del mondo, grida quella che è la parola ebraica per dire «giustizia», che abbraccia una vasta gamma di significati, ma soprattutto di valori umani traditi da queste storie: tzedaqah vuol dire infatti congruità del giudizio ma anche condivisione del bene. Perché la giustizia, cioè la corrispondenza fra merito e retribuzione, colpa e punizione, è alla base di ogni convivenza. È sintomo e segno di un bene che non è trascendentale, ma regola — anzi, dovrebbe regolare — ogni società, piccola o grande che sia.
   Nelle storie di questi due loschi figuri, schermate dalle solita litania — «erano ordini superiori, non potevo oppormi» — c'è tutta l'incongruità dell'ingiustizia. Tutta l'evidenza di quanto l'ingiustizia dovrebbe essere fuori posto nel mondo e invece non lo è. Non è questione di vendetta, beninteso: la protratta impunità di Stark e Stork non ha nulla a che vedere con una mancata occasione di ritorsione. È, in fondo, proprio il contrario: una terribile occasione mancata di mettere un poco di giustizia nel mondo. C'è davvero da domandarsi come e perché sia potuto succedere tutto questo. Dopo l'evidenza delle colpe, dopo la condanna. Dopo, soprattutto, l'evidenza che «erano ordini superiori, non potevo oppormi» non tiene, perché c'è e deve esserci sempre spazio per la coscienza, per l'umanità. E così è stato tante volte, durante quegli anni.
   L'ingiustizia di questa impunità e di queste due pacifiche e appagate morti ci dice, ancor oggi, che quella storia non è affatto chiusa. Che nel processo del tigqun olam, «riparazione del mondo» cui secondo l'ebraismo siamo tutti chiamati a collaborare perché questo è il vero senso della vita, c'è ancora tanto, decisamente troppo cammino da fare.

(La Stampa, 1 marzo 2021)


Elezioni israeliane del 23 marzo 2021

Rapida carrellata sulle formazioni che hanno più probabilità di entrare nella 24esima Knesset: nomi, profilo, strategia elettorale

Sono ben 39 le formazioni israeliane che hanno presentato una lista di candidati per le elezioni politiche del 23 marzo, la quarta tornata elettorale nell'arco di meno di due anni. Le precedenti elezioni anticipate della Knesset si sono tenute il 9 aprile 2019, il 17 settembre 2019 e il 2 marzo 2020. Delle 39 liste presentate, solo una dozzina sono quelle che hanno una realistica possibilità di ottenere dei seggi nella 24esima Knesset. Per la legge israeliana, i partititi non possono cambiare le liste dopo che le hanno registrate, ma possono sempre ritirarsi dalle elezioni lasciando che i loro potenziali elettori convergano su altre formazioni....

(israele.net, 1 marzo 2021)


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