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Notizie giugno 2010

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Francia: saranno online i nomi dei cittadini che collaborarono con i nazisti

PARIGI - Le autorita' francesi hanno autorizzato la pubblicazione online dei nomi delle migliaia di cittadini francesi che durante la Seconda Guerra Mondiale collaborarono con le autorita' naziste rendendosi corresponsabili dell'arresto e della deportazione di migliaia di ebrei. A riferirlo e' il quotidiano britannico Daily Telegraph, spiegando che tutti i documenti contenenti informazioni sui collaboratori francesi del nazismo, fino ad oggi conservati negli archivi segreti del museo della polizia di Parigi, saranno scannerizzati e pubblicati sul web.

(Adnkronos, 30 giugno 2010)

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Nel parco archeologico di Bova Marina i resti della seconda più antica sinagoga dell'Occidente

di Paola Abenavoli

Era venuta alla luce, come accaduto in tanti altri casi, durante i lavori di realizzazione di una strada, per la precisione un tratto della statale 106, nei primi anni Ottanta: in un primo tempo si pensò ad una villa romana, ma i resti di un antico mosaico che rappresentava, sia il nodo di Salomone, che una menorah, fecero capire che, in realtà, quei reperti si riferivano ad una sinagoga. Quelli rinvenuti a Bova Marina, nella fascia jonica della provincia di Reggio Calabria, appartengono alla più antica sinagoga dell'Occidente, dopo quella di Ostia (risalente al primo secolo dopo Cristo), essendo stata datata tra il IV ed il VI secolo d.C.
Oggi, questi resti, insieme a quelli dell'epoca magno-greca e di altri periodi, trovati nella stessa area e nei territori di Bova e Bova Marina, fanno parte del parco archeologico Archeoderi, dal nome della frazione, Deri appunto, che li ospita. Il parco, appena inaugurato, (frutto di una sinergia tra enti, tra cui Sovrintendenza e Università Mediterranea, con il consorzio Ce.re.re), rappresenta un vero e proprio viaggio tra i periodi storici e le civiltà che hanno influenzato e che si sono succedute in questa zona. In pratica, novemila anni di storia racchiusi in un'unica struttura, un incontro di culture alle porte del Mediterraneo. Dunque, un viaggio che si snoda dalla zona degli scavi, dai quali sono emersi i reperti della sinagoga, fino a quelli, della successiva campagna del 2007, che hanno evidenziato la presenza di altre strutture adiacenti la sinagoga stessa e che fanno intuire la stratificazione di vari periodi storici.
Dagli scavi all'Antiquarium, una struttura che ricomprende il mosaico, ma anche i reperti recuperati negli scavi successivi, frammenti di vasi, di anfore, di coppe, lucerne, e quello che viene definito come il «tesoretto», ovvero una serie di monete in bronzo dell'epoca tra il IV secolo e la metà del V secolo d.C. E poi, quelli emersi dalle campagne condotte da oltre un decennio nell'area di Bova e di Bova Marina. Zone nelle quali, ogni estate, arrivano docenti e studenti da tutto il mondo, in particolare dagli Stati Uniti, per approfondire la storia di un territorio che è poi anche la storia dell'umanità. In questi anni sono emersi resti del neolitico, dell'età del bronzo, del periodo ellenico e di quello bizantino.Il percorso tra i reperti prosegue, poi, in un'altra struttura, un ex frantoio annesso ad un edificio degli anni Venti, completamente ristrutturato ed adibito a Centro di documentazione del territorio, che ospita un «viaggio» attraverso la storia di Bova Marina e della presenza ebraica in Calabria. Un itinerario didattico che illustra le peculiarità dell'area ellenofona e il ruolo delle comunità ebraiche in Calabria e una biblioteca, con testi sulla storia dell'ebraismo nell'Italia meridionale e sulla cultura greco-calabra. In pratica, un unico sito (che include anche una sala di consultazione multimediale e un'altra dedicata ad esposizioni temporanee e conferenze) in cui reperti archeologici e strumenti di approfondimento culturale si uniscono insieme alla storia di periodi differenti, di età e culture che si sono incontrati in quest'area.

(Il Sole 24 Ore, 30 giugno 2010)

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150 camion aiuti in più a Gaza, Israele allenta l'embargo

GERUSALEMME, 30 giu. - Centocinquanta camion di aiuti umanitari in piu' al giorno nella Striscia di Gaza, a partire da oggi. Questa la nuova disposizione del governo di Israele presa nell'ottica di alleggerire l'embargo imposto sul territorio governato da Hamas. Si tratta di un aumento del 50% rispetto al numero di camion ai quali finora era concesso l'ingresso nella Striscia. A darne comunicazione all'Autorita' nazionale palestinese e' stato il brigadiere generale Eitan Dangot, coordinatore delle attivita' del governo israeliano nei Territori.

(Adnkronos, 30 giugno 2010)

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Da luglio due rabbini per Torino

La comunità nomina Elihau Birnbaum. Ma resta anche Alberto Somekh

di Maurizio Lupo

Elihau Birnbaum e Alberto Somekh
TORINO - Viene da Gerusalemme il nuovo Rabbino Capo della Comunità ebraica di Torino. Si chiama Elihau Birnbaum. E' ritenuto un uomo di grande esperienza, di circa cinquant' anni, apprezzato per la sua cultura e la sua capacità di mediazione.
Prende il posto del Rabbino Alberto Somekh, che comunque continuerà la sua opera nella Comunità, ma alle dipendenze dirette di Birnbaum.
E' quanto trapela da autorevoli fonti confidenziali. Spiegano che lunedì sera si è riunito il Consiglio della Comunità e ha preso la decisione: «Dopo un ampio dibattito, preso atto della revoca del mandato di Rabbino Capo a Alberto Somekh, ci si è orientati verso una personalità ritenuta più idonea a rapportarsi con le varie esigenze della comunità torinese».
Sono parole misurate, che non intendono affatto presentare il fianco a polemiche o a criticare l'operato di Somekh: «Non è stata mai messa in dubbio la sua competenza. Anzi è ben riconosciuta la sua predilezione per l'aspetto religioso. Ma soprattutto a Torino la Comunità deve tenere conto anche di altre sensibilità». Quali? «Potremmo definirle voci che esprimono una cultura e un approccio all'ebraismo di tipo laico o meno legato agli aspetti eminentemente religiosi».
La soluzione è stata individuata a Gerusalemme. Qui Birnbaum è direttore di una prestigiosa istituzione: la «Machon Amiel». Si tratta di una scuola superiore che forma i rabbini da inviare nel mondo, messi al servizio di tutte le comunità della diaspora. Il magistero di Birnbaum ne ha già preparati oltre 150. Si tratta di un personaggio di grande prestigio. Nato in Uruguay, emigrò in Israele quaranta anni orsono. E' diventato giudice del Rabbinato Centrale di Israele e ha operato dal 1992 al 1997 come Gran Rabbino dell'Uruguay.
Sarà in carica a Torino dal primo luglio. Ma non risiederà in città, dove comunque verrà con frequenza, per adempiere al suo mandato. In Comunità spiegano che ha già ampiamente conosciuto la realtà torinese.
La sua presenza si affiancherà a quella di Alberto Somekh, che continuerà pertanto ad essere il Rabbino di Torino e a svolgere le funzioni religiose che gli sono riconosciute come proprie e che ha dimostrato finora di svolgere con il massimo rigore.

(La Stampa, 30 giugno 2010)

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Germania nazista: lo sterminio degli ebrei passava anche da Madrid

Grazie al lavoro del giornalista ebreo Jacob Israel Garzon è stata fatta luce su un episodio controverso risalente al periodo del nazismo: la consegna alla Germania da parte dei servizi di sicurezza del generale spagnolo Francisco Franco di una lista di 6000 nomi di ebrei spagnoli. Tutti sarebbero stati trasferiti nei campi di concentramento nazisti.
La notizia era stata data circa due settimane fa dal quotidiano spagnolo El Pais. A consegnare la lista alla fine del 1941 era stato il direttore generale per la Sicurezza José Finat Escrivà de Romaní, conte di Mayalde, in previsione della sua nomina ad ambasciatore a Berlino. La lista era un modo per entrare in sintonia con il capo delle SS Heinrich Himmler.
Alla fine della guerra, con la caduta del Terzo Reich, la Spagna aveva accuratamente cancellato le tracce di questa collaborazione, eliminando ogni documento che potesse darne prova. Il giornalista Garzon è riuscito a trovare una lettera firmata dal conte di Mayalde e inviata al governatore di Saragozza, dove a quest'ultimo veniva chiesto di consegnare alle istanze di Madrid i nominativi di tutti gli ebrei sefarditi residenti nella regione.

(TicinoLibero.ch, 30 giugno 2010)

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Nei contratti la clausola Olocausto


Le ferrovie francesi dovranno spiegare il loro ruolo nell'Olocausto se vorranno concludere un multimiliardario contratto sull'alta velocità nella West Coast americana. La proposta di legge presentata dal parlamentare Bob Blumenfield in discussione da oggi in California - scrive il Financial Times
potrebbe complicare le ambizioni della compagnia di stato francese, una delle maggiori società interessate a concludere un affare da 43 miliardi di dollari (35 miliardi di euro).
Come gli altri concorrenti alla gara d'appalto, Sncf dovrà confessare se ha partecipato direttamente al trasporto degli ebrei nei campi di sterminio tedeschi. Se colpevole, sarebbe costretta a promuovere iniziative che riparino i torti subiti dai sopravvissuti e dai loro familiari. «Non è un tentativo di riesumare il passato, riguarda il presente. Le compagnie che vogliono i soldi dei contribuenti californiani si devono prendere le responsabilità delle loro azioni », ha spiegato Blumenfield al Financial Times. E ha aggiunto: «Questa mia iniziativa non è rivolta a una compagnia in particolare». Quindi nessun intento discriminatorio contro le ferrovie francesi, a inizio giugno riconosciute colpevoli di coinvolgimento nelle deportazioni da un tribunale di Tolosa. La proposta di legge inizierà a essere votata oggi dall'assemblea federale: se approvata, dovrà passare in Senato prima di arrivare sul tavolo del governatore Arnold Schwarzenegger.

(Il Sole 24 Ore, 30 giugno 2010)

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L'altro Ghetto ebraico conquistato dal Vaticano

Tra Lungotevere Pierleoni e piazza Monte Savello sorgeva il Ghettarello. Nel 1731 il Santo Uffizio aprì un contenzioso per chiuderlo dopo 150 anni.

Antico Portico d'Ottavia
Roma aveva un secondo Ghetto ebraico. Si trovava tra lungotevere Pierleoni e piazza Monte Savello. Era una piccola zona a un passo dal Portico d'Ottavia, dove si trova l'antico quartiere degli ebrei romani. Lo chiamavano il Ghettarello. Sulle testimonianze della sua esistenza sta lavorando da mesi l'Archivio storico della Comunità ebraica di Roma (Ascer), che ha rinvenuto antichi e preziosi documenti. Tra i più importanti, uno in particolare ne accerta l'esistenza e risale agli anni 1731-1735: «Passato il portone del Ghetto detto Quattro Capi vi è la strada avanti al palazzo dei SS. Savelli, che introduce al vicoletto chiamato Porta Leone, a mano dritta vi è un portone dove si entra al cortiletto detto il Ghettarello il quale portone si apre e si serra nel tempo che si aprono e si serrano i portoni del Ghetto». L'apertura e la chiusura dei cancelli del Ghetto in contemporanea con l'apertura e la chiusura dei cancelli del Ghettarello testimonia che le due zone erano distinte, anche se limitrofe. All'interno del Ghettarello c'era anche una sinagoga, chiamata Porta Leone.
Il luogo di culto esistette fino al 1555, dopo la costruzione del Ghetto fu chiuso e poi riaperto fino alla definitiva chiusura nel 1735. Per arrivarci bisogna varcare i cancelli. L'ingresso alla zona ancora oggi è interrato sotto un piccolo giardino recintato, dentro il quale è contenuta la colonna votiva per i caduti della Prima guerra mondiale eretta a suo tempo con il contributo di 200 lire dall'Università degli ebrei di Roma (oggi Comunità ebraica, ndr). A testimonianza dell'uso della sinagoga la stessa bolla papale Cum nimis absurdum di Paolo IV. Gli ebrei utilizzavano i locali dell'«altro Ghetto» anche come magazzini, dove conservavano vino, farina, azzime, e materiale di vario genere vecchio o inutilizzato. Il Ghettarello fu inoltre al centro di un lungo contenzioso proprio tra la Santa Sede e gli ebrei romani, quando il 23 luglio del 1731 fu notificato al rabbino Sabato Di Segni un'ordinanza che prevedeva l'evacuazione dei locali entro otto giorni.
Lo scambio di lettere e documenti nel tempo sono la vera fonte che prova con certezza l'esistenza di quest'area «recintata» e utilizzata dagli israeliti. Alla fine della disputa tra le due parti gli ebrei dovettero cedere sotto forzatura del Santo Uffizio e venne ordinata la chiusura della sinagoga del Ghettarello, dopo 150 anni di esercizio. Le famiglie che si recavano lì per pregare dovettero così iniziare a frequentare gli altri luoghi di culto ebraici di Portico d'Ottavia. Una seconda piccola diaspora, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme.

(Il Tempo, 30 giugno 2010)

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Israele-Onu, sgretolare l'isolamento

di Francesco Lucrezi, storico

Nonostante le pesanti difficoltà del momento attuale, va segnalato con soddisfazione un certo miglioramento registratosi, negli ultimi tempi, sul piano della partecipazione di Israele ai lavori delle Nazioni Unite, a seguito del suo inserimento nel gruppo dei Paesi dell'Europa Occidentale, USA, Canada, Australia e Nuova Zelanda, che - come spiegato, su Pagine Ebraiche di giugno, da Sergio Della Pergola - permette allo Stato ebraico di concorrere alla distribuzione delle varie cariche in seno all'organizzazione, superando in parte il suo storico isolamento.
Riguardo alla politica sistematicamente discriminatoria nei confronti di Israele esercitata dall'assemblea generale, un importante elemento di riflessione è fornito, sull'ultimo numero (47, Spring 2010) di Justice (la rivista della International Association of Jewish Lawyers and Jurists) da Richard Schifter, diplomatico statunitense che ha a lungo rappresentato il suo Paese all'ONU, avendo modo di conoscere dal di dentro i complicati meccanismi dell'istituzione. Le ricorrenti maggioranze anti-israeliane che si formano nell'assemblea generale, nota Schifter, riuniscono non solo Paesi arabi e musulmani - sui quali agisce, ovviamente, il riflesso condizionato antisionista - e Stati ideologicamente contrapposti agli USA (come Cuba, Venezuela, Corea de nord e altri Paesi radicali), ma anche una nutrita serie di Paesi in via di sviluppo (Benin, Ghana, Mali, Mongolia, Namibia ecc.), non caratterizzati da atteggiamenti pregiudizialmente antisionisti o antioccidentali, e anzi, in molti casi, debitori, nei confronti degli Stati Uniti, di sostanziosi aiuti finanziari. Come si spiega ciò? E' così vasto il pregiudizio antisionista, o antisemita, o c'è dell'altro?
C'è dell'altro, e Schifter lo spiega, suggerendo anche dei possibili rimedi. Se, infatti, per i Paesi di maggiore peso politico, le posizioni da assumere nel contesto ONU provengono direttamente, per lo più, da decisioni politiche assunte, ad alto livello, in ambito governativo, molto spesso ciò non accade per i piccoli Paesi, che lasciano ai loro rappresentanti piena discrezionalità di voto su tutte le questioni (come quelle Medio-orientali) che non coinvolgono direttamente i loro interessi. E, in tale mancanza di direttive, la corruzione trova ampio spazio, e i voti dei diplomatici vengono sistematicamente comprati, anche a poco prezzo, da alcuni Paesi radicali (come, p. es., Libia e Cuba), che hanno interesse a tenere in piedi e alimentare l'atteggiamento anti-americano e anti-israeliano dell'assemblea. Tale situazione, nota Schifter, non è irreversibile, in quanto un possibile rimedio, da parte delle potenze democratiche, sarebbe quello di contattare direttamente i governi dei piccoli Paesi neutrali, facendo loro presente l'utilità e la convenienza di un atteggiamento più equilibrato e responsabile, e sollecitandoli a 'controllare' meglio il comportamento dei loro rappresentanti. Gli Stati Uniti, ricorda Schifter, hanno già cominciato a farlo, con l'amministrazione Bush, riscuotendo anche dei significatici successi, ma sarebbe molto importante se anche l'Europa cominciasse a muoversi in tale direzione.

(Notiziario Ucei, 30 giugno 2010)

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Archeo Deri e la presenza Ebraica in Calabria

Custodite anche le vestigia della seconda sinagoga più antica dell'Occidente

Inaugurato a Bova Marina, al quarantottesimo chilometro della statale Jonica 106, il parco archeologico della Vallata di San Pasquale, comprendente l'antiquarium e il centro di documentazione per il Patrimonio Culturale e l'Ebraismo. Una perla della Calabria grecanica oltre che una vestigia prestigiosa della comunità ebraica nelle zone limitrofe alla Rhegion romana....

(Reggio TV, 29 giugno 2010)

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L’Egitto vieta ad aerei israeliani di atterrare a Taba


IL CAIRO - Le autorità egiziane hanno vietato agli aerei della compagnia israeliana El Al di atterrare nell'aeroporto di Taba, meta turistica frequentata dai cittadini dello stato ebraico. Lo riporta il giornale egiziano "Ruz al-Yusuf".
Le autorità dello scalo portuale di Taba hanno informato quelle del vicino aeroporto di Eilat, in territorio israeliano, che non sarebbe stato più consentito ad alcun aereo della El Al di atterrare nel proprio scalo. Oltre al divieto di atterraggio presso l'aeroporto del Sinai, l'Egitto ha anche vietato agli aerei israeliani di usare il proprio spazio aereo in quella zona.
Di solito l'aviazione israeliana usava lo scalo di Taba per far atterrare i propri aerei solo in casi d'emergenza, in particolare quando le condizioni meteorologiche erano proibitive per gli aerei diretti al sud del Israele.
Le autorità egiziane avrebbero preso questa decisione dopo che di recente il pilota di un velivolo israeliano si è rifiutato di eseguire l'ordine di decollo della torre di controllo, dopo il miglioramento delle condizioni meteo a Eilat, rimanendo fermo in pista.
È la prima volta che le autorità egiziane prendono una decisione di questo genere da quando i due paesi hanno sottoscritto gli accordi di pace del 1979.

(TicinOnline.ch, 29 giugno 2010)

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  Obama si prostra
davanti a re Abdullah
Re Abdullah: Iran e Israele non meritano di esistere

PARIGI - "Ci sono due paesi al mondo che non meritano di esistere: Iran e Israele" lo ha detto il re saudita Abdullah.
Secondo quanto riportano fonti diplomatiche e militari da Parigi a Le Figaro, Abdullah avrebbe cosi' evocato la diatriba del suo Paese contro Teheran e Gerusalemme al ministro della Difesa francese Herve Morin in occasione di un summit a Gerba il 5 giugno, pochi giorni dopo il raid alla flottiglia diretta a Gaza. Oggi re Abdullah sara' alla Casa Bianca da Obama .

(AGI, 29 giugno 2010)


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Il Mossad voleva un ostaggio di Hamas in cambio di Shalit (ma è finita male)

di Armand du Plessis

Arriva da ambienti dell'Intelligence americana una nuova, suggestiva, ipotesi a proposito del misterioso assassinio, nel gennaio scorso a Dubai, di Mahmoud Al- Mabhouh, alto ufficiale di Hamas. L'omicidio eccellente, come noto, ha prodotto una valanga di polemiche e domande senza risposta circa i reali motivi e i metodi della sua esecuzione, arrivando a provocare crisi diplomatiche tra Israele (col Mossad ritenuto responsabile dell'agguato da addetti ai lavori sparsi per il mondo e cancellerie assortite ) e diversi Paesi, non solo d'area musulmana, tipo Gran Bretagna, Australia ed Irlanda.
Ora, stando alla versione attribuita ai servizi segreti degli Stati Uniti , e singolarmente riportata da siti prossimi allo spionaggio dello Stato ebraico, si apprende che in realtà il vero obbiettivo del presunto commando israeliano non sarebbe stata l' eliminazione di Al- Mabhouh ma il suo rapimento, allo scopo, con ogni probabilità, d'inserirlo in un "pacchetto di scambio" per ottenere la liberazione del soldato Gilead Shalit, ostaggio di Hamas da ormai più di quattro anni.
Il piano per prelevare l'esponente del gruppo palestinese dal famoso hotel dell'Emirato, sempre a prendere per buono il racconto degli 007 a stelle e strisce, sarebbe andato secondo le previsioni sin quasi al termine, fallendo a causa di un eccessivo dosaggio dei farmaci somministratigli per renderlo inoffensivo. Le condizioni di salute di Al- Mabhouh, meno buone di quanto gli apprendisti infermieri pensassero, l' avrebbero portato dritto alla dipartita, non facendogli reggere l'urto delle " medicine".
Vedendo il corpo esanime, gli agenti di Gerusalemme sarebbero stati costretti a cambiare il progetto iniziale in corsa, non potendo trasferire l' uomo di Hamas vivo su una barca ormeggiata a poca distanza dall'albergo dove soggiornava come previsto, e avrebbero ricevuto l' ordine di sgombrare la scena in tutta fretta, lasciando il corpo dell' assassinato nella sua stanza.
Per un tragico scherzo del destino, un sequestro destinato a fare storia, avrebbe così visto l'indesiderata trasformazione in omicidio mirato. Una teoria affascinante, quella degli osservatori di Washington e dintorni. Vedremo nelle prossime settimane se arriveranno riscontri pratici. E se le difficili trattative per liberare Shalit troveranno la svolta tanto attesa. Gli ultimi segnali, purtroppo, non sembrano affatto incoraggianti.

(l'Occidentale, 29 giugno 2010)

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Lieberman: nessuna chance per lo stato palestinese entro il 2012

Costernazione tra i palestinesi per le frasi del ministro Esteri

GERUSALEME, 29 giu. - "Non c'è possibilità" che uno stato palestinese venga istituito entro il 2012. Lo ha affermato il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman.
Le frasi del capo della diplomazia dello stato ebraico hanno creato costernazione tra i palestinesi e stridono con l'obiettivo fissato dai mediatori internazionali per il Medio oriente, che vogliono un accordo sullo stato palestinese entro quella data.
Le affermazioni di Lieberman rischiano inoltre di offuscare l'ultima visita dell'inviato nella regione di Washington, che sta mediando tra le due parti. George Mitchell dovrebbe tenere un altro ciclo di negoziati indiretti con israeliani e palestinesi a partire da oggi.
Il portavoce dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Ghassan Khatib, ha dichiarato che le frasi di Lieberman rappresentano una sfida agli sforzi internazionali. Nessun commento invece dall'entourage del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu.

(Apcom, 29 giugno 2010)

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Differenze in campo

di Tobia Zevi, Associazione Hans Jonas

GERUSALEMME - Domenica mattina ho avuto l'occasione di scoprire direttamente le attività della Jerusalem Foundation, scortato da una guida d'eccezione, l'ex ambasciatrice d'Israele in Italia, Tamar Millo. Dopo una visita all'asilo multiconfessionale dell'YMCA, di fronte all'albergo King David, ci siamo spostati a Gerusalemme Est, per visitare il campo di basket dove si allenano i bambini palestinesi che partecipano al progetto «Peace Players». Il programma funziona così: giovani palestinesi e giovani israeliani si allenano separatamente in due centri sportivi; una volta ogni due settimane si incontrano sul campo della scuola gestita dalla fondazione e imparano a conoscersi. Dopo aver rotto il ghiaccio e aver raggiunto un livello di gioco adeguato i ragazzi e le ragazze costituiscono un'unica squadra, che quest'anno si è iscritta per la prima volta al campionato di basket israeliano. Molti dei bambini palestinesi non hanno il passaporto israeliano, ma quello giordano, poiché le loro famiglie rifiutarono di cambiare nazionalità in seguito alla guerra dei sei giorni. Dopo aver fatto due tiri con i ragazzi e con i loro insegnanti, che hanno già sperimentato questo programma in altre aree conflittuali del mondo (Irlanda del nord, Cipro, Sudafrica), Tamar ci porta alla Cineteca di Gerusalemme, alle pendici della cinta muraria, dove ci vengono mostrati i frutti del progetto "I am you are": ogni anno 35 ragazze e ragazzi israeliani e palestinesi tra i 15 e i 17 anni si trovano per un mese a girare dei cortometraggi che hanno come tema la scoperta dell'identità. Questi giovani apprendono un'arte come il cinema e insieme conoscono pieghe ignote della società israeliana. Il filmato che vediamo è sulla comunità africana palestinese. Alla fine del filmato, che racconta le discriminazioni che questi musulmani dalla pelle nera subiscono all'interno della società palestinese, la direttrice del programma ci racconta che in una scuola israeliana dove il film era stato proiettato un giovane ebreo etiope si è rivolto così ai suoi compagni: "Avete capito come mi sento io?". Sono certamente soltanto delle gocce in un mare tempestoso, ma se i problemi non possono essere risolti, quanto meno questi giovani impareranno a parlarne.

(Notiziario Ucei, 29 giugno 2010)

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La Turchia chiude il suo spazio aereo ai caccia di Israele

Ennesima prova di forza di Ankara dopo il sanguinoso raid contro la flottiglia pro-palestinese in rotta verso Gaza

Niente più caccia con la stella di David sui cieli della Turchia. È questa l'ennesima prova di forza di Ankara verso Israele per costringere l'ormai ex alleato strategico alle scuse ufficiali per il raid del 31 maggio scorso della Marina israeliana contro un convoglio di navi che portavano aiuti umanitari a Gaza e che costò la vita a nove cittadini turchi.
A dare l'annuncio è stato lo stesso premier turco, Recep Tayyip Erdogan, in una conferenza stampa a margine dei lavori del G20 a Toronto cui partecipa. «La Turchia ha chiuso il proprio spazio aereo a Israele», ha detto. Il leader non ha però precisato se lo spazio aereo del suo paese è stato chiuso solo ai voli militari o anche a quelli civili.
Fonti diplomatiche turche ad Ankara hanno confermato che un primo divieto di sorvolo del territorio turco a un velivolo militare israeliano era stato diffuso a poche ore dall'assalto alla flottiglia di attivisti pro palestinesi, quando ancora - nelle prime concitate ore del mattino - non era ancora chiara la situazione e si parlava addirittura di una ventina di morti e decine di feriti.
Come hanno spiegato le fonti, gli aerei militari israeliani (che dal 1996 erano autorizzati a compiere esercitazioni nei cieli della Turchia) dovevano comunque richiedere il nullaosta al sorvolo prima di ogni missione. Ma subito dopo l'assalto alla flottiglia, il pilota di un caccia israeliano si era visto negare tale autorizzazione.
Dopo che la dichiarazione di Erdogan era stata rilanciata dai media turchi, il ministero dei Trasporti israeliano ha fatto sapere di non avere ancora ricevuto alcuna comunicazione circa la chiusura dello spazio aereo turco ai velivoli israeliani e che, almeno per il momento, i voli proseguono regolarmente. Nei giorni scorsi la stampa israeliana aveva riferito che il governo di Ankara aveva già vietato il transito a un aereo militare israeliano diretto in Polonia. Il pilota israeliano - superata la comprensibile sorpresa - aveva subito cambiato rotta allungando però la durata del volo.
Se la chiusura dello spazio aereo turco si riferisca anche ai voli civili non è ancora chiaro nemmeno alle autorità israeliane ma, se ne fosse confermata la chiusura totale, la ripercussione maggiore sarebbe per la compagnia di bandiera israeliana i cui aerei diretti verso Europa orientale sarebbero costretti a sorvolare la Grecia con maggiori tempi di percorrenza e relativi maggiori costi di carburante. La chiusura dello spazio aereo turco viene a poco meno di un mese da una serie di misure adottate da Ankara per «punire» Israele dell'assalto alla flottiglia. Dopo aver richiamato in patria il proprio ambasciatore a Tel Aviv e aver minacciato di ridurre il livello della rappresentanza diplomatica in Israele, la Turchia ha chiesto l'istituzione di una commissione che svolga un'inchiesta «internazionale e imparziale» sull'assalto al convoglio navale e anche le scuse ufficiali dello Stato ebraico per l'accaduto.
Ma intanto Ankara continua anche a chiedere a gran voce la fine dell'embargo israeliano nei confronti della Striscia di Gaza e pure il risarcimento dei danni alle famiglie delle vittime turche del blitz israeliano.

(il Giornale, 29 giugno 2010)

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Hamas, non rilasceremo Shalit, presto cattureremo altri sionisti

DAMASCO, 28 giu - Il gruppo islamico Hamas si rifiuta di rilasciare il soldato israeliano Gilad Shalit - catturato ormai quattro anni fa - minacciando anzi di rapire altri membri delle forze dell'ordine di Gerusalemme. Lo dichiara da Damasco, dove si trova in esilio, il leader di Hamas Khaled Meshaal: ''Shalit non sara' solo. Continueremo a catturare soldati e ufficiali israeliani fino a quando non libereranno i nostri prigionieri''.
Parole molto dure che vanno a rispondere alle migliaia di israeliani che hanno avviato una marcia di 12 giorni in solidarieta' con Shalit, nel tentativo di fare pressioni sul premier Benjamin Netanyahu perche' trovi un accordo con Hamas per lo scambio di prigionieri.
''Israele capisce solo la lingua della forza. I nostri fratelli saranno capaci di catturare altri soldati sionisti'', ha concluso Meshaal.

(ASCA, 28 giugno 2010)

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Il soldato Shalit, ostaggio non prigioniero di guerra

di Bernard-Henri Lévy

Bernard-Henri Lévy
Perché tanta emozione a proposito del soldato Shalit? Non è forse destino delle guerre produrre prigionieri di guerra? E il giovane caporale carrista, rapito nel giugno del 2006, non è un prigioniero come un altro? Ebbene no. Intanto, esistono convenzioni internazionali che regolano lo status dei prigionieri di guerra, e il solo fatto che questo soldato sia tenuto nascosto da quattro anni, che la Croce Rossa, abituata a visitare regolarmente i palestinesi nelle prigioni israeliane, non abbia mai potuto farlo con Shalit, è una violazione flagrante del diritto della guerra. Soprattutto, non bisogna stancarsi di ripetere che Shalit non fu catturato nel corso di una battaglia, ma di un raid, effettuato in Israele e mentre Israele, che aveva evacuato Gaza, era in pace con il proprio vicino. Parlare di prigioniero di guerra, in altri termini, significa ritenere che, se Israele occupa un territorio o se pone fine a tale occupazione, il fatto non cambia in alcun modo l'odio che si crede di dovergli destinare; significa accettare l'idea secondo cui Israele è in guerra anche quando è in pace o che si debba fare la guerra a Israele perché è Israele. Se invece questo non si accetta, se si rifiuta la logica stessa di Hamas che, ammesso che le parole abbiano un senso, è una logica di guerra totale, allora bisogna cominciare con il mutare completamente retorica e lessico. Shalit non è un prigioniero di guerra ma un ostaggio. La sua sorte è simmetrica a quella di chi è sequestrato in cambio di un riscatto, non a quella di un prigioniero palestinese. Bisogna quindi difenderlo come vengono difesi gli ostaggi delle Farc, dei libici, degli iraniani: con la stessa energia impiegata, per esempio, per difendere Clotilde Reiss o Ingrid Betancourt.
Ostaggio o prigioniero, poco importa: perché tanto chiasso per un solo uomo? Perché simile focalizzazione su un individuo «senza importanza collettiva», un uomo «fatto di tutti gli uomini e che li vale tutti e che chiunque eguaglia»? Perché, appunto, Shalit non è uno qualunque e perché gli capita quello che talvolta succede, nei campi ad alta tensione della Storia universale, a individui che nulla predisponeva a simile destino e che, all'improvviso, captano tale tensione, attirano il fulmine che da essa si propaga, diventano i punti di incontro di forze che, in una determinata situazione, convergono e si oppongono. Così fu per i dissidenti dell'era comunista. Così è per i cinesi o i birmani perseguitati oggi. Così è stato, ieri, per certe umili figure bosniache che una concentrazione senza eguali di avversità innalzava al di sopra di se stesse facendone degli eletti. Così è per Gilad Shalit, un uomo dal volto di bambino che incarna, suo malgrado, la violenza senza fine di Hamas; il retropensiero sterminatore dei suoi sostenitori; il cinismo degli «umanitari» che, come sulla flottiglia di Free Gaza, hanno rifiutato di farsi carico di consegnare una lettera della sua famiglia; o ancora: il fatto che, secondo il fenomeno del due pesi e due misure, Shalit non goda dello stesso capitale di simpatia, per esempio, della Betancourt. Un franco-israeliano vale meno di una franco-colombiana? Israele, come segno significante, basta a degradarlo? Per essere precisi, come mai il suo ritratto non è stato affisso, vicino a quello dell'eroina colombiana, sulla facciata del Municipio di Parigi? E come spiegare che, nel parco di un quartiere di Parigi dove alla fine è stata esposta, la sua immagine sia stata regolarmente e impunemente soggetta ad atti di vandalismo? Shalit, il simbolo. Shalit, come uno specchio.
Un'ultima questione: quella del prezzo che gli israeliani sono disposti a pagare per la liberazione del loro prigioniero e quella, connessa, delle centinaia — talvolta si parla di un migliaio — di potenziali assassini che di conseguenza sarebbero rimessi in libertà. Non è un problema solo di oggi. Già nel 1982, Israele liberò 4.700 combattenti reclusi nel campo Ansar, in cambio di 8 dei suoi soldati. Nel 1985 ne lasciò andare 1.150 (fra cui il futuro fondatore di Hamas, Ahmed Yassin) in cambio di 3 dei suoi. Senza parlare dei corpi, solo dei corpi, di Eldad Regev e Ehud Goldwasser, uccisi all'inizio dell'ultima guerra del Libano, che furono barattati, nel 2008, con prigionieri di Hezbollah, alcuni dei quali erano oggetto di pesanti condanne! L'idea, la duplice idea, è semplice, e fa onore a Israele. Contro la crudeltà delle famose ragioni di Stato, contro il meccanismo dei mostri freddi che sono gli Stati e la loro terribile pigrizia — all'opposto delle gelide intransigenze al cui proposito Leonardo Sciascia non temeva di dire, all'indomani del rapimento di Moro da parte delle Brigate rosse, poi dell'abbandono dei suoi «amici», che esse sono un altro volto del terrorismo— c'è questo imperativo categorico, che non ammette replica: fra l'individuo e lo Stato, scegliere sempre l'individuo; fra la sofferenza di uno solo e i turbamenti del Grande Uno, lasciar sempre prevalere l'uno singolo; un uomo non vale forse niente, ma niente — e soprattutto non l'orgoglio spaccone, da pallone gonfiato, del Collettivo— giustifica che si sacrifichi un uomo. Poi, contro uno pseudo «senso del tragico» che serve da alibi a tante viltà, contro i dialettici da strapazzo che chiosano all'infinito sui possibili effetti perversi che, in tempi più o meno lontani, un gesto o un altro (in questo caso la salvezza di un Daniel Pearl in potenza) potrebbe provocare di fronte a una situazione di cui ignoriamo tutto, citiamo questo principio d'incertezza che è al centro della saggezza ebraica e che l'Ecclesiaste riassume stupendamente: a ciò che va oltre il tuo operare, non ti mescolare, nell'ignoranza in cui ti trovi del regno degli scaltri e delle sue astuzie, salva intanto il soldato Shalit.

(Corriere della Sera, 28 giugno 2010)

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Alemanno, preoccupazione e angoscia per la risposta di Hamas su Shalit

ROMA, 28 giu - ''La feroce risposta del leader di Hamas alla manifestazione promossa dai genitori di Gilad Shalit ci riempie di preoccupazione e di angoscia''. Lo dichiara in una nota il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.
''Gilad Shalit, divenuto cittadino onorario di Roma il 1 luglio 2009 e della cui liberazione la nostra Citta' ha fatto un punto d'onore, - continua Alemanno - rischia di diventare il simbolo della aggressivita' fondamentalista e il capro espiatorio della spirale di odio che si e' innescata nella Regione''.
''La liberazione di Shalit - sottolinea il sindaco - non puo' essere vista solo come un obiettivo del popolo israeliano ma e', al contrario, il segnale di un passo indietro del fondamentalismo e del ritorno a un dialogo di pace tra palestinesi e israeliani''.
''Non c'e' nulla di piu' negativo per la causa palestinese della strada del fondamentalismo e degli strumenti terroristici, - osserva - perche' la possibilita' di esistenza di uno Stato Palestinese totalmente indipendente e' strettamente legata alla sconfitta di ogni disegno teso a distruggere lo Stato di Israele''.
''Per questo, - conclude Alemanno - Roma si battera' fino in fondo per ottenere al piu' presto la liberazione di Gilad Shalit e la sua foto esposta in Piazza del Campidoglio e' il simbolo di questo impegno''

(ASCA, 28 giugno 2010)

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Gaza, distrutto un altro campo estivo dell'Onu per i bambini

GAZA, 28-06-2010 - L'odio islamico torna a colpire le strutture Onu per i bambini. Anche questa volta uomini armati e incappucciati hanno devastato e saccheggiato un campo estivo gestito dalle Nazioni Unite sulla costa mediterranea della Striscia di Gaza, controllata dai terroristi di Hamas. Campi che hanno lo scopo di offrire un po' di ricreazione, cibo e giochi ai bambini palestinesi. Ma che hanno la colpa, agli occhi degli estremisti islamici, di essere gestiti da occidentali. E di far giocare bambini e bambine insieme.
Secondo il racconto delll'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati Palestinesi (UNRWA) a Gaza, una ventina di uomini armati e incappucciati hanno assalito la struttura, sopraffatto le guardie della sicurezza e poi hanno dato alle fiamme un edificio e distrutto i giochi all'aria aperta e una piscina gonfiabile.
Proprio a maggio gli estremisti islamici avevano accusato le Nazioni Unite di corrompere e favorire l'immoralita' tra giovani attraverso i 'summer camp'.
John Ging, direttore delle operazioni UNRWA nella Striscia di Gaza ha definito l'attacco "vile e spregevole" e poi assicurato: "L'UNRWA ricostruira' il campo rapidamente e continuera' con i campi estivi che sono importanti per il benessere fisico e psicologico dei bambini di Gaza".
"E' un altro esempio dell'aumento dell'estremismo a Gaza - spiega Ging - e la prova ulteriore, se mai ne serviva un'altra, che e' urgente intervenire".
Negli ultimi anni, l'Islam radicale a Gaza ha moltiplicato gli attacchi contro negozi, saloni di bellezza, Internet Caffe' e altri luoghi considerati non in linea con i precetti integralisti.

(Reuters, 28 giugno 2010)

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USA - Guerra alla droga, deputata: Hezbollah collabora con cartelli messicani

Sue Myrick
La rappresenante della Carolina del Nord nel Congresso Usa, Sue Myrick, ha denunciato la collusione esistente tra il movimento sciita libanese Hezbollah e il cartello della droga che opera al confine tra Messico e Stati Uniti. L'esponente politica ha quindi chiesto al Segretario di Stato per la sicurezza nazionale Janet Napolitano di indagare sulla vicenda. Secondo quanto riporta 'Fox News', la Myrick teme che le milizie libanesi possano presto rappresentare una minaccia per gli Stati Uniti come l'hanno rappresentata per Israele.
"E' fondamentale sapere quello che sta succedendo lungo il nostro confine, specialmente visto il continuo aumento dei crimini e delle violenze, cosi' come le minacce e i complotti terroristici dentro gli Stati Uniti', sostiene il membro del Congresso. Da anni si hanno notizie di un coinvolgimento di Hezbollah nel traffico di droga in Sud America, specialmente lungo il confine tra Brasile, Argentina e Paraguay, ma di recente potrebbe essere entrato anche nel mercato messicano.
Secondo la Myrick, gli agenti di Hezbollah prendono lezioni di lingua spagnola sporizzate dal presidente venezuelano Hugo Chavez, e poi si travestono da civili messicani e cercano di ottenere falsi permessi per entrare negli Usa. Il gruppo libanese, ha aggiunto, è anche esperto nello scavo di tunnel sotterranei, il che potrebbe mettere a rischio di infiltrazioni il confine tra Usa e Messico.
Il membro del Congresso, che fa parte della Commissione di intelligence della Camera, ha detto che i trafficanti di droga incarcerati in Sud America hanno di recente mostrato tatuaggi scritti in persiano, il che dimostrerebbe un coinvolgimento iraniano. 'L'influenza persiana si puo' far risalire all'Iran e al suo esercito, Hezbollah", ha detto. Nel suo appello alla Napolitano, Myrick ha citato un alto ufficiale dell'esercito messicano secondo cui gli agenti di Hezbollah potrebbero aver addestrato i trafficanti di droga nella fabbricazione di bombe.

(ADUC Droghe, 28 giugno 2010)

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Fermata una cellula vicina ad Al Qaeda a Nazareth

I suoi membri avevano ucciso un tassista ebreo e avevano anche attaccato abitanti cristiani. Negli interrogatori hanno detto di odiare ebrei e cristiani.

GERUSALEMME, 28-06-2010 - Una cellula armata di sette arabi israeliani che si ispiravano all'ideologia di al Qaida e' stata neutralizzata nei mesi scorsi nella zona di Nazareth, in Galilea, dopo che i suoi membri avevano ucciso un tassista ebreo e avevano anche attaccato abitanti cristiani. Lo si e' appreso solo oggi quando gli accusati sono stati condotti al tribunale di Nazareth per la estensione degli arresti.
Due membri della cellula hanno destato una prima attenzione dei servizi segreti (Shin Bet) quando alcuni mesi fa hanno cercato di entrare in Somalia (per unirsi ai combattenti islamici) passando da Kenya ed Etiopia. Le autorita' di questi Paesi li hanno fermati e costretti a tornare in Israele. Dai loro interrogatori e' stato possibile risalire ai loro compagni. Secondo lo Shin Bet il primo attentato vero e proprio risale al novembre scorso quando un membro della cellula sali' a bordo di un taxi israeliano presso Nazareth, sparo' alla testa del conducente e si dileguo'.
Negli interrogatori i membri della cellula hanno detto di condividere con Osama Bin Laden un odio viscerale non solo verso gli ebrei ma anche verso i cristiani.
Nel corso dell'inchiesta, si legge sull'atto di accusa, i membri della cellula hanno ammesso di aver progettato il rapimento di un abitante cristiano di Nazareth (che secondo loro si era espresso in maniera non riguardosa verso il profeta Maometto) e di tagliargli la testa. In seguito si sarebbero accontentati di intimidirlo.
Ai membri della cellula vengono anche imputati attacchi contro autobus di pellegrini cristiani e contro un negozio di 'narghile' ' gestito a Nazareth da un cristiano.

(RaiNews24, 28 giugno 2010)

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La polizia di Hamas assalta una banca a Gaza, presi 16mila dollari

GAZA, 28 giu. - La polizia che fa capo al governo di Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, ha preso d'assalto ieri gli uffici della Islamic Bank del quartiere di al-Ramal, nel centro della citta' palestinese. Secondo quanto riporta il giornale arabo 'al-Quds al-Arabi', un reparto speciale della polizia di Gaza ha attaccato la filiale della banca ieri pomeriggio per eseguire una sentenza emessa da un tribunale locale, che ha chiesto di devolvere 16mila dollari ad alcune organizzazioni caritatevoli che fanno capo al gruppo islamico.
I soldi non venivano assegnati perche' l'autorita' monetaria palestinese, che fa capo all'Anp (Fatah), si rifiuta di riconoscere l'autorita' di Hamas a Gaza. In seguito all'attacco di ieri la sede centrale della Islamic Bank ha chiuso i suoi uffici nella Striscia per protestare contro l'azione di forza condotta dagli agenti della sicurezza di Hamas. Si tratta della seconda volta che il gruppo islamico preleva con la forza del danaro dalle banche locali. Il primo episodio del genere e' avvenuto a marzo, quando e' stata attaccata la sede della Palestinian Bank dove sono stati prelevati 250mila dollari.

(Adnkronos, 28 giugno 2010)

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Chavez attacca Israele: è uno Stato "genocidario"

Durante il suo incontro con il presidente siriano Assad

Hugo Chavez
CARACAS, 28 giu. - Duro attacco a Israele da parte de presidente venezuelano Hugo Chavez. In occasione del suo incontro a Caracas con il presidente siriano Bashar Assad, Chavez ha definito lo Stato ebraico come uno Stato "genocidario".
"Abbiamo nemici in comune", ha detto Chavez ad Assad: "l'impero yankee e lo Stato genocidario di Israele". Il presidente venezuelano, che ha rafforzato i suoi legami con Iran e Siria negli ultimi tempi, ha rotto invece le relazioni con Israele dopo l'offensiva israeliana nella Striscia di Gaza condotta all'inizio del 2009. Il presidente venezuelano ha anche detto che il Golan, regione conquistata da Israele nella guerra dei sei giorni del 1967, dovrà tornare alla Siria.
Il presidente siriano, al suo primo viaggio ufficiale in Amerina latina, al termine dell'incontro è partito per Cuba, seconda tappa del suo tour che lo porterà anche in Argentina e in Brasile.

(Apcom, 28 giugno 2010)

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Dalla Turchia ritorsione per Gaza. Chiuso lo spazio aereo a Israele

Lo avrebbe riferito il premier Tayyip Erdogan a Toronto dove si trova per partecipare al Summit del G20. ll ministero israeliano dei Trasporti non ha finora ricevuto alcuna comunicazione sulla chiusura.

ANKARA - La Turchia ha deciso di chiudere il proprio spazio aereo ad Israele in seguito al raid della marina israeliana del 31 maggio scorso contro la 'Freedom Flottiglia' 1 diretta a Gaza, in cui persero la vita nove attivisti turchi. Lo ha riferito l'agenzia turca Anadolu citando dichiarazioni rese dal premier Tayyip Erdogan a Toronto dove si trova per partecipare al Summit del G20. Il primo ministro non ha fornito ulteriori dettagli.
Il ministero israeliano dei Trasporti però non ha finora ricevuto alcuna comunicazione circa la chiusura dello spazio aereo della Turchia ai velivoli israeliani. Per il momento, ha aggiunto il ministro, i voli proseguono regolarmente. La stampa israeliana ha riferito che alcuni giorni fa la Turchia aveva già vietato il transito a un aereo militare israeliano diretto in Polonia. Superata la prima sorpresa, il pilota israeliano ha cambiato la propria rotta allungando così la durata del volo.
Secondo la radio militare non è chiaro se le disposizioni impartire da Erdogan si riferiscano solo ai velivoli delle forze armate israeliane, o anche ai voli civili. Se fosse confermata la chiusura totale dello spazio aereo turco, la principale ripercussione per Israele sarebbe nei voli diretti all'Europa orientale perché, sorvolando la Grecia, avrebbero costi maggiori.
Dopo l'attacco alla nave pacifista le tensioni tra Israele e Turchia, un tempo stretti alleati regionali, si sono acuite e Ankara ha ritirato il suo ambasciatore da Tel Aviv e annullato alcune esercitazioni militari congiunte. Il governo turco ha detto anche che manterrà a un livello ridotto gli scambi commerciali bilaterali.

(la Repubblica, 28 giugno 2010)

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L'ambasciatore di Israele negli Usa: I due Paesi si stanno allontanando

Oren: Obama animato solo da calcolo politico

ROMA, 27 giu. - Israele e Stati Uniti sono " come due continenti divisi da un faglia e che si stanno allontanando": lo avrebbe affermato l'ambasciatore dello Stato ebraico a Washington, Michael Oren, nel corso di un'audizione tenuta la scorsa settimana al Ministero degli Esteri israeliano.
Secondo quanto riporta il quotidiano israeliano Ha'aretz - che cita fonti diplomatiche presenti all'audizione - Oren ha sottolineato come al contrario dei suoi predecessori il presidente statunitense Barack Obama non sia motivato da sentimenti storici o ideologioci nei confronti di Israele, ma solo da considerazioni di carattere politico, e che è molto difficile influenzarne le decisioni.
Oren ha successivamente smentito di aver rilasciato tali dichiarazioni, a pochi giorni dalla visita a Washington del premier israeliano Benjamin Netanyahu, fissate per il 6 luglio prossimo.

(Apcom, 27 giugno 2010)

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La Cia: "Iran ha uranio per due bombe atomiche"

Lo ha detto il capo della Cia Leon Panetta alla Abc

Leon Panetta
NEW YORK - L'Iran ha abbastanza uranio per fabbricare due bombe atomiche: lo ha detto il capo della Cia Leon Panetta alla Abc. Secondo Panetta l'Iran potrebbe mettere a punto un'arma atomica in due anni. Il capo della Cia ha stimato con la Abc che l'Iran "potrebbe impiegare un anno a fabbricare la bomba e un altro anno per sviluppare un sistema operativo per utilizzare questa arma".
Il capo della Cia Leon Panetta ha detto che l'Iran "ha incontrato problemi tecnici nell'arricchimento dell'uraniò, ma non ha voluto rispondere all'intervistatore della Abc che gli chiedeva se questi problemi tecnici possano esser stati provocati da operazioni di sabotaggio. "Noi continuiamo a spingerli verso l'uso pacifico del nucleare. E se lo fanno - ha detto Panetta - non avrebbero questi problemi perché la comunità internazionale si farebbe in quattro per aiutarli, anziché lasciare che li risolvano da loro".
Emergono divergenze tra Stati Uniti e Israele sulle intenzioni nucleari dell'Iran: "Israele è più convinto di noi che Teheran ha deciso di procedere con la bomba atomica", ha detto il capo della Cia Leon Panetta alla Abc. Ma alla richiesta della rete tv di giudicare la probabilità di un attacco israeliano contro gli impianti nucleari iraniani nei prossimi due anni, Panetta ha risposto che Israele è disposto a dare agli Stati Uniti il tempo di esplorare l'opzione diplomatica. "Sanno che le sanzioni avranno un impatto, sanno che se continuiamo a spingere l'Iran dal punto diplomatico avremo un impatto e ci vogliono lasciare il tempo di cambiare l'Iran diplomaticamente, culturalmente e politicamente anziché cambiarlo militarmente", ha detto Panetta.

(ANSA, 27 giugno 2010)

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Il figlio di uno dei fondatori di Hamas era un agente segreto dello Shin Bet

C'è ora il ringraziamento ufficiale della Knesset, il Parlamento israeliano. Con il nome in codice di "principe verde" Mosab Hassan Yousef avrebbe sventato molti attentati suicidi. Suo padre è in un carcere di Tel Aviv

GERUSALEMME - La Commissione esteri e difesa del Parlamento israeliano ha inviato una lettera ufficiale di ringraziamento a Mosab Hassan Yousef, figlio di uno dei fondatori di Hamas, per anni un agente dei servizi di sicurezza interna israeliani, lo Shin Bet: è quanto pubblica il quotidiano israeliano Hàaretz.
Si tratta del primo riconoscimento ufficiale israeliano nei confronti di Yousef: dal 1997 al 2008 le informazioni da lui passate allo Shin Bet avrebbero permesso di evitare numerosi attentati suicidi, salvando centinaia di vite umane. La sua collaborazione avrebbe portato inoltre all'arresto di esponenti palestinesi quali Marwan Barghouti (leader dei Tanzim), Ibrahim Hamid (comandante di Hamas in Cisgiordania) e Abdullah Barghouti (altro attivista di Hamas), ma avrebbe anche impedito un omicidio mirato israeliano nei confronti di suo padre Hassan, attualmente detenuto in un carcere di Tel Aviv.
Yousef - che venne reclutato dallo Shin Bet durante la seconda Intifada, con il nome in codice di "principe verde" - ha lasciato i territori nel 2007 per trasferirsi in California, dopo essersi convertito al cristianesimo: "Hamas non è in grado di fare la pace con gli israeliani, va contro quel che il loro dio dice loro: è impossibile fare la pace con gli infedeli, solo una tregua, e nessuno lo sa meglio di me", ha spiegato Yousef intervistato telefonicamente dal quotidiano, accusando la dirigenza di Hamas di essere responsabile dell'omicidio dei palestinesi, non degli israeliani.

(la Repubblica, 27 giugno 2010)

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Una riflessione all’interno del mondo ebraico

Storia politica

di Ugo Volli

Questo martedì, con il digiuno del 17 di Tamuz, inizia il periodo di lutto per la caduta di Gerusalemme e del Tempio. Non voglio soffermarmi qui sulle coincidenze di eventi negativi che la tradizione propone intorno a questo evento, né sui significati profondi che gli sono stati attribuiti. Mi interessa un'altra riflessione. Questa data, come quella di molte altre ricorrenze, è stata inserita nel calendario liturgico a partire dalla memoria storica del popolo di Israele: ricorda infatti l'inizio dell'assedio babilonese alla capitale del regno ebraico nel 586 prima della nostra epoca. In realtà si tratta di una caratteristica comune a molte altre ricorrenze: da Hannukkah a Purim alla stessa Pessach, il nostro calendario è punteggiato da eventi della storia politica del popolo ebraico. Questo vale anche per il Tanakh, che contiene una cospicua frazione di libri storici. E' vero che, come notano molti studiosi, si tratta di una storia moralizzata, in cui gli eventi vengono messi in relazione a comportamenti religiosi e morali; ma si tratta pur sempre delle cronache di un millennio della vita del nostro popolo, cui viene dato costantemente un senso religioso, anche quando la rivelazione è da tempo compiuta - un livello interpretazione o una definizione di religione che altre culture non usano. Non vi è insomma separazione, nella nostra identità, fra una dimensione religiosa sovranazionale e universalistica e una vocazione nazionale, come avviene per esempio nel cristianesimo. Vi sono certamente altissimi principi universali che emergono da certi momenti di riflessione e di legislazione (Devarim, i profeti) o possono esserne dedotti, e vi è anche l'annuncio messianico di un futuro riconoscimento universale di questi principi, di una pacificazione etica di tutta l'umanità intorno a Israele. Ma l'attenzione è sempre prevalentemente portata sul popolo ebraico e sulla sua infinita battaglia per sopravvivere e per mantenersi all'altezza della sua fede. La contrapposizione fra principi universali e la difesa di un'identità ebraica peculiare è esattamente il punto della scissione cristiana dall'ebraismo, oggi come duemila anni fa. Questa riflessione si può completare ripensando all'opinione talmudica per cui la distruzione del Tempio fu provocata dalla discordia intestina del popolo ebraico, tormentato allora come oggi da divisioni e settarismi. Le sconfitte e le sofferenze che punteggiano la nostra storia sono spesso legate a scissioni, incomprensioni, mancati riconoscimenti reciproci, mancanza di solidarietà. Anche questo è un problema che abbiamo di fronte oggi.

(Notiziario Ucei, 27 giugno 2010)

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Filosofi lungo l'Oglio: stasera a Soncino L'Ebraismo e il corpo

Rav Giuseppe Laras
SONCINO (CR) - La fisicità e l'ebraismo' secondo il rabbino Rav Giuseppe Laras, stasera, alle 21.15, nella Filanda per la quinta edizione dei 'Filosofi lungo l'Oglio'. Una straordinaria promozione culturale che quest'anno ha il suo tema centrale nel Corpo. Dopo le serate inaugurali con gli straordinari interpreti della filosofia internazionale Bernhard Casper, a Brescia, e Jean-Luc Nancy a Padernello, il Borgo più bello d'Italia ospita uno dei più grandi interpreti del pensiero ebraico Rav Giuseppe Laras, tra i rabbini più autorevoli della nostra contemporaneità, già protagonista nella città di prestigiosi momenti culturali nell'ambito delle manifestazioni celebrative degli stampatori ebrei Soncino. La fisicità e l'ebraismo è la prospettiva attraverso la quale Rav Laras indagherà la nozione di corpo. Studioso di Filosofia medievale, professore universitario, conferenziere di fama internazionale nonché 'tessitore' instancabile del dialogo ebraico-cristiano, Rav Laras è stato rabbino capo prima ad Ancona, quindi a Livorno e a Milano, dove ha retto la cattedra per oltre venticinque anni. Già docente di Storia del pensiero ebraico all'Università Statale di Milano, è presidente dell'Assemblea dei Rabbini d'Italia, presidente del Tribunale Rabbinico dell'Alta Italia e presidente della Fondazione Maimonide. E' inoltre autore di diversi libri sulla storia e pensiero ebraico.

(CremonaOnLine, 27 giugno 2010)

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Comunità ebraica in lutto. Pacifici: "Daniela rifondò il museo"

Il presidente degli ebrei romani ricorda la Di Castro, morta l'altro ieri. Oggi i funerali

"Il suo più grande merito è stato quello di rifondare il Museo ebraico, che compie in questi giorni 50 anni, facendolo diventare un'eccellenza sia nel gradimento della gente sia nella sua capicità espositiva". Così il presidente della Comunità ebraica romana Riccardo Pacifici ricorda Daniela Di Castro la direttrice del Museo morta l'altro ieri e di cui oggi si svolgeranno i funerali.
"Un carattere forte - ha proseguito Pacifici che ha parlato oggi al termine del riposo sabatico - che con la sua autorità culturale era capace anche nei momenti di dissenso di convincere della giustezza delle sue scelte. Debbo dire che alla fine ha sempre avuto ragione e ne abbiamo raccolto tutti i meriti". "Ha trasformato il Museo ebraico - ha aggiunto - non in un luogo polveroso ma di grande accoglienza, a tal punto che nelle grandi occasioni abbiamo usato il Museo stesso anche per eventi 'mondani' per cene e piccoli convegni".
Di Castro è stata, tra l'altro la direttrice che ha mostrato a papa Benedetto XVI il Museo durante la sua visita alla Sinagoga, così come quella che ha organizzato la rassegna per i 95 anni di Toaff. "Una donna - ha spiegato ancora - che ha fatto del Museo il biglietto da visita della Comunità. Non c'era personaggio istituzionale, politico o religioso che non passasse per il museo. Come a dire, questa è la nostra storia, ecco da dove veniamo. E' sempre stato il primo punto di approccio alla nostra comunità. "I suoi ultimi impegni: il raduno di tutti i direttori dei musei ebraici di Europa, i 50 anni del Museo di Roma e una mostra a New York saranno - ha concluso - i nostri impegni.

(la Repubblica - Roma, 27 giugno 2010)

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Israele - L'Alta Corte libera i genitori ultraortodossi ashkenaziti

Avevano ritirato le figlie da scuola per protesta contro i sefarditi

GERUSALEMME, 27 giu. - L'Alta Corte israeliana ha ordinato al scarcerazione di trentacinque padri di famiglia, ebrei ortodossi ashkenaziti, arrestati due settimane fa dalla polizia per non aver voluto mandare le loro figlie a scuola con compagne sefardite, considerate insufficientemente religiose; le due parti hanno raggiunto un compromesso che permetterà alle alunne di terminare insieme l'anno scolastico.
La vicenda ha suscitato forti polemiche e una manifestazione di massa a Gerusalemme degli haredim, gli ebrei ultraortodossi, che hanno contestato il diritto delle autorità civili a interferire con la vita religiosa ritenendo la Torah (la legge mosaica) prevalente sul codice civile.
La vicenda riguarda una scuola religiosa femminile della colonia cisgiordana di Immanuel, nella quale la Corte Suprema ha imposto la contemporanea presenza in classe di ashkenaziti e sefarditi; molti genitori si sono rifiutati di obbedire e hanno ritirato le figlie dall'istituto, il che costituisce reato dato che in Israele la scuola è obbligatoria per legge.
Gli ashkenaziti (letteralmente "ebrei tedeschi") costituiscono la comunità di origine europea centro-orientale ed europea in generale (ovvero "ebrei di rito tedesco"); i sefarditi (da "Sefarad", luogo biblico identificato poi con la Spagna) sono propriamente quelli discendenti dagli ebrei cacciati dalla penisola iberica nel XV secolo, ma il termine designa anche quelli delle comunità africane ed arabe, detti anche "Mizrahim", che seguono appunto il rito religioso sefardita ("ebrei di rito spagnolo").
I fondatori dello Stato ebraico erano in larga maggioranza ebrei di origine europea e dunque ashkenaziti (nessun sefardita ha mai ricoperto al carica di Primo ministro), il che ha portato in passato a discriminazioni nei confronti delle comunità di origine araba o africana; attualmente Mizrahim e sefarditi costituiscono tuttavia la maggioranza della popolazione dello Stato ebraico.

(Apcom, 27 giugno 2010)

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Olanda - Poliziotti in kippah per combattere l'antisemitismo

Un antidoto per combattere l'antisemitismo. Poliziotti in abiti civili con la kippah (il copricapo ebreo) in testa potrebbero essere utilizzati in Olanda, se il Parlamento approverà una proposta presentata nei giorni scorsi da un deputato e giudicata oggi «un'opzione possibile» dal ministero della giustizia. L'idea di travestire poliziotti per combattere forme di intolleranza non è nuova. Nel passato, poliziotti olandesi si sono fatti passare per omosessuali per consentire l'arresto di un uomo che entrava in contatto con gay via internet per poi molestarli e derubarli.

(il Giornale, 26 giugno 2010)

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Le guide israeliane tornano a Betlemme

Betlemme
Per la prima volta dall'inizio dell'Intifada (nel 2000), 50 guide e autisti - ebrei e drusi - sono tornati a esercitare la loro professione a Betlemme. L'evento rientra nel quadro del progetto congiunto tra il Ministero Israeliano del Turismo e l'Autorità Civile di Betlemme.
L'iniziativa lanciata dal Ministero del Turismo è nata per rispondere alla richiesta dell'industria turistica israeliana e anche dei turisti che desideravano proseguire la loro visita a Betlemme con le stesse guide professionali che li avevano accompagnati nelle visite in Israele.
L'Autorità Civile ha quindi lanciato una gara d'appalto alla quale hanno partecipato 500 guide e autisti d'Israele. 50 di loro sono stati scelti per partecipare al progetto pilota che ha preso il via lo scorso 21 giugno.
Il progetto pilota è il risultato degli accordi di Parigi in merito alla reciprocità sul tema delle guide turistiche. Negli ultimi due anni e state intensificata la collaborazione tra l'industria turistica israeliana e l'Autorità Palestinese, che ha avuto come risultato più di 1.000.000 visitatori a Betlemme nel 2008, e più di 1.300.00 nel 2009.

(Agenzia di Viaggi, 26 giugno 2010)

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Israele invita a Gaza una delegazione di ministri Ue

La visita è stata prospettata da Lieberman a Frattini

Una delegazione di ministri degli Esteri dell'Unione Europea potrebbe recarsi nelle prossime settimane nella Striscia di Gaza su invito di Israele. La visita è stata prospettata giovedìin via preliminare dal ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman a Franco Frattini, nel corso del loro incontro a Roma. E secondo i media israeliani, a guidare la delegazione dovrebbe essere lo stesso capo della diplomazia italiana,. Come ha tenuto a precisare la Farnesina, Frattini al momento non ha ancora preso alcuna decisione sull'eventuale visita a Gaza. "Il ministro ha preso nota della proposta israeliana e si è riservato di dare una risposta dopo che avrà consultato i partner europei e internazionali", ha aggiunto il ministero degli Esteri. A Berlino intanto un portavoce del ministero degli Esteri tedesco ha detto che Frattini ha già informato dell'invito israeliano il suo omologo tedesco Guido Westerwelle. Senza accennare ad una eventuale partecipazione del ministro a questa missione, il portavoce ha sottolineato che si tratta di un passo importante verso un cambiamento di linea da parte di Israele nei confronti della Striscia di Gaza. Da quando il gruppo integralista palestinese Hamas ha preso con la forza il controllo di Gaza, nel giugno 2007, Israele ha imposto uno stretto blocco al territorio, permettendo solo in casi eccezionali l'ingresso di alti responsabili stranieri. Il 20 giugno ad esempio ha impedito l'accesso alla Striscia al ministro tedesco per lo Sviluppo, Dirk Niebel, che voleva incontrare i responsabili delle Nazioni Unite sul posto, suscitando le critiche di Berlino. Ma dopo il blitz delle forze israeliane contro una flottiglia umanitaria diretta a Gaza, il 31 maggio scorso, in cui sono rimasti uccisi nove attivisti turchi, Israele, spinto dalle pressioni della comunità internazionale, ha deciso la scorsa settimana di alleggerire il blocco autorizzando l'ingresso di prodotti ad uso civile per la popolazione locale. L'eventuale visita dei ministri europei confermerebbe quindi la volontà di Israele di cambiare indirizzo nei confronti del territorio palestinese.

(PeaceReporter, 26 giugno 2010)

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Domani i genitori Shalit in marcia verso Gerusalemme

GERUSALEMME, 26 giu. - Prendera' il via domani la marcia che Noam e Aviva Shalit, i genitori del caporale israeliano Gilad, hanno organizzato per chiedere al governo di Benjamin Netanyahu di fare tutto il possibile per riportare il figlio a casa. In occasione del quarto anniversario della cattura del caporale israeliano, avvenuta il 25 giugno 2006 nella Striscia di Gaza per opera di Hamas, Noam e Aviva hanno annunciato che termineranno la loro protesta solo quando Gilad tornera' libero.

(Adnkronos, 26 giugno 2010)

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Israele, l'agonia di Shalit: da 4 anni nelle mani di Hamas

Catturato mentre presidiava il valico di Kerem Shalom il caporale Gilad Shalit ha iniziato il quinto anno di prigionia, isolato dal resto del mondo per volere dell'organizzazione palestinese



Catturato mentre presidiava il valico di Kerem Shalom (fra Israele e Gaza) il caporale Gilad Shalit ha iniziato oggi il quinto anno di prigionia, isolato dal resto del mondo per volere di Hamas. In una intervista a radio Gerusalemme Mahmud a-Zahar, il responsabile del movimento islamico che coordina da Gaza le trattative indirette con Israele per uno scambio di prigionieri, ha oggi nuovamente denunciato la rigidità del governo israeliano ed è quindi ricorso ad un espediente di querra psicologica quando ha affermato di ignorare se il prigioniero sia ancora nella Striscia di Gaza. Giorni prima un giornale di Hamas, a-Risala, aveva riferito da Gaza che Shalit segue i campionati mondiali di calcio alla televisione ed è deluso dalla prestazione della sua nazionale preferita:la francese.
Né la sortita di a-Zahar né le "rivelazioni" di a-Risala sono state commentate dalla famiglia Shalit che da anni è sottoposta ad uno stillicidio di notizie contraddittorie sulla sorte del figlio e sulle trattative, negoziate dal tedesco Gerhard Konrad. Gli Shalit stanno rivedendo gli ultimi dettagli di una marcia che da domenica in 12 giorni li porterà dalla loro abitazione di Mitzpe Hilà (al confine con il Libano) fino alla residenza del premier Benyamin Netanyahu, a Gerusalemme. Là intendono mettere su una tenda e "non demordere" fino a quanto Gilad sarà nuovamente libero. "Sanno che potrebbero dover restare fino all'inverno", ha detto l'organizzatore della protesta.

(Sky TG24, 25 giugno 2010)

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Quattro anni di buio per il soldato Shalit

di Ugo Trambali

Quattro anni fa i fantasmi uscivano dal sottosuolo di Gaza e rapivano Gilad Shalit; lo trascinavano nei loro cunicoli che nemmeno quasi un mese di guerra e di bombardamenti israeliani riuscirono a scoperchiare. Da allora Shalit non è più riemerso, di lui non si sa nulla.
L'isolamento assoluto nel quale il soldato tra poco ventiquattrenne viene tenuto dal 25 giugno del 2006, secondo Human Rights Watch è «crudele e inumano». La Convenzione di Ginevra impone che i prigionieri di guerra abbiano un contatto con la Croce Rossa o qualche altra organizzazione internazionale e non siano usati per la propaganda del carceriere. Per più di tre anni di Shalit non si era saputo nulla, nemmeno se fosse vivo. Poi Hamas ne mostrò un filmato la cui attualità era garantita dalla data di un giornale che esibiva fra le mani il soldato, in uniforme e apparentemente in buone condizioni. Da allora silenzio assoluto. Negli ultimi sei mesi il movimento islamico ha anche interrotto ogni contatto con il mediatore tedesco, incaricato di trattarne la liberazione.
Ieri una parte di Israele si è mobilitata per chiedere di liberare Gilad. Noam, il padre del giovane, gira il mondo per ottenere solidarietà. Nonostante sia in guerra da prima della sua fondazione - o forse proprio per questo - Israele non ha mai abbandonato un suo soldato: vivo o morto che fosse. Ma Gilad Shalit, appunto, è un soldato: un carrista, rapito in un'imboscata fra Gaza e Israele. Non un civile. Seppure non trattati allo stesso modo, nelle carceri israeliane ci sono circa 16mila prigionieri palestinesi: ci sono donne, anziani, qualche minorenne e molti civili arrestati solo per aver tentato di resistere allo sradicamento dei loro ulivi sulla loro terra.
Ma Gilad è soprattutto un soldato in servizio effettivo nelle considerazioni del governo e di una buona parte della società civile israeliani. Gli attestati di solidarietà e i manifestanti per Gilad sono molti dentro il paese, ma non moltissimi: anche la gente è combattuta fra l'aspetto umano della vicenda e quello pubblico, dell'interesse collettivo. Chiunque fosse al posto di Noam, il padre di Gilad, si comporterebbe come Noam; e chiunque fosse al posto di Bibi Netanyahu sarebbe costretto a comportarsi come Netanyahu o come ogni altro primo ministro al suo posto. In questi quattro anni è capitato più di una volta che la liberazione del soldato fosse imminente. E tutte le volte, se l'accordo è fallito la colpa è stata del governo israeliano più che del movimento islamico: o delle considerazioni di opportunità generale che un governo ha l'obbligo di fare in casi simili.
Per Hamas Gilad Shalit è un capitale politico. In cambio della sua liberazione non solo pretende non meno di un migliaio di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane; non solo vuole Marwan Barghouti di Fatah, il più amato fra i prigionieri palestinesi; non solo pretende la liberazione di alcuni terroristi dal passato indicibile. Hamas vuole soprattutto una vittoria politica su Israele, su Abu Mazen e Fatah, sull'Egitto, gli arabi moderati, gli Usa e l'Europa. All'approssimarsi di un accordo spesso erano gli americani, l'Egitto e Abu Mazen a opporsi al compromesso che Israele stava valutando. È per questo che Ehud Olmert, Tzipi Livni, Ehud Barak, Shimon Peres, Bibi Netanyahu e nessuno dei leader di destra e sinistra del paese alla fine ha mai portato a casa Gilad Shalit. E forse per molto tempo ancora non lo farà.

- Le tappe
  Il 25 giugno del 2006, Gilad Shalit, caporale di 19 anni con doppia nazionalità israeliana e francese, viene rapito al confine con la Striscia di Gaza dopo un blitz in territorio israeliano di miliziani legati ad Hamas
Quattro giorni dopo le forze armate israeliane lanciano un'offensiva nella zona meridionale della Striscia per tentare di liberarlo. Successivamente iniziano le prime trattative (con la mediazione egiziana) sulla base della richiesta palestinese di uno scambio di prigionieri

- Trattative e messaggi
  Una prima lettera autografa del militare viene consegnata ai mediatori pochi giorni dopo il sequestro. Seguono un messaggio audio in cui il militare chiede al governo di attettare uno scambio di prigionieri e una seconda lettera ai familiari (estate 2007), una terza lettera (2008), un video con il militare che legge un giornale di pochi giorni prima (ottobre 2009).
Due i nodi principali della trattativa: il mancato accordo sullo scambio di prigionieri e il perdurante blocco della Striscia di Gaza

(Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2010)

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Il governo di Erdogan contro Google


Apparentemente poco preoccupato della reazione della pubblica opinione, il governo turco ha lanciato una nuova offensiva contro Internet e in particolare contro Google, rafforzando il divieto contro YouTube. Il ministro delle Comunicazioni turco Binali Yildirim ha accusato Google di avercela con la Turchia e di eludere le tasse. «Il sito sta combattendo una battaglia contro la Turchia e non lo accetteremo», ha dichiarato Yildirim.

(La Stampa, 26 giugno 2010)

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Dalla Banca Mondiale 55 milioni per Cisgiordania e Striscia di Gaza

ROMA, 25 giu - La Banca Mondiale ha approvato un pacchetto di aiuti da 55 milioni di dollari per progetti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza per sostenere lo sviluppo dell'economia palestinese. I finanziamenti verranno incanalati attraverso il Fondo fiduciario e destinati a iniziative nei settori della sanità, dell'acqua, dell'amministrazione della terra, dei servizi sociali, dello sviluppo delle Ong e del sostegno al capacity building del settore pubblico. Una componente centrale dei fondi andrà al Piano palestinese di riforma e sviluppo (Prdp). L'organismo internazionale, inoltre, ha deciso di espandere le attività nell'area e di lanciare un progetto di sviluppo dell'educazione degli insegnanti e un altro legato al capacity building a livello economico.
Il progetto di formazione degli insegnanti è stato finanziato con cinque milioni di dollari e migliorerà oltre ai programmi scolastici anche il procurement e la gestione finanziaria degli istituti. Il programma di capacity building, invece, ha ottenuto 3,7 milioni e si occuperà di aiutare lo sviluppo dell'Ufficio centrale di statistica palestinese (Pcbs), l'Autorità monetaria (Pma) e quella delle pensioni (Ppa). "La Banca Mondiale è impegnata a continuare a sostenere i riformatori locali - ha affermato Mariam Sherman, direttore per la Cisgiordania e la Striscia di Gaza dell'organismo internazionale -. In questo modo potranno costruire sistemi capaci di portare sviluppo sostenibile di alta qualità alla popolazione".

(il Velino, 25 giugno 2010)

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L’Iran annulla l'invio di navi umanitarie a Gaza.

Teheran:"Non vogliamo fornire scuse al regime sioniste"

TEHERAN, 25 giu. - L'Iran ha annullato l'invio di una nave carica di umanitari nella Striscia di Gaza, che avrebbe dovuto partire domenica. Lo ha riferito oggi l'agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna. "Questo viaggio non avrà luogo", ha detto alla stampa Hossein Sheikholeslam, segretario generale della Conferenza internazionale per il sostegno all'Intifada palestinese, un organo iraniano creato dal Parlamento.
Sheikholeslam ha detto che la partenza della nave, inizialmente programma per ieri, era stata poi rinviata a domenica "viste le restrizioni del regime occupante sionista". "Al momento - ha aggiunto il responsabile -, si è deciso però che il viaggio non avrà luogo". Gli aiuti a Gaza saranno inviati con altri mezzi, ha precisato Sheikholeslam, che ha parlato dalla città di Rasht, nel nord dell'Iran.
"Il regime sionista ha fatto del blocco un affare politico, e noi non vogliamo politicizzare questo genere di aiuti umanitari, perché per noi è più importante infrangere il blocco", ha affermato il responsabile, il quale ha anche spiegato che il viaggio della nave è stato annullato dopo che Israele "ha inviato una lettera alle Nazioni Unite affermando che la presenza di imbarcazioni iraniane e libanesi nella zona di Gaza sarebbe considerata come una dichiarazione di guerra". "Al fine di privare il regime sionista di tutte le scuse - ha concluso - gli aiuti per il popolo oppresso di Gaza saranno consegnati con altri mezzi a nome dell'Iran".

(Apcom, 25 giugno 2010)

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Hamas, nessuna nuova informazione su Shalit

GAZA CITY, 25 giu. - Non ci sono nuove informazioni da Hamas sulle condizioni di Gilad Shalit, il militare israeliano sequestrato quattro anni fa vicino al confine della Striscia di Gaza. Lo afferma in un'intervista a 'Israel Radio', Mahmoud A-Zahar, co-fondatore e militante del movimento palestinese, nel giorno dell'anniversario del rapimento del caporale 23enne. "Non sono nemmeno sicuro che Shalit si trovi a Gaza" aggiunge A-Zahar. Del giovane israeliano ha parlato anche Abu Mujahed, portavoce dei 'Popular Resistance Committees', fazione palestinese che il quotidiano 'Yedioth Ahronoth' accusa di essere coinvolta nel rapimento.
"Stiamo seguendo la marcia organizzata dalla famiglia Shalit e facciamo appello agli organizzatori e ai familiari, e all'opinione pubblica israeliana: fate pressione sul vostro governo, perche' negli ultimi quattro anni abbiamo dimostrato che non abbiamo intenzione di rinunciare alle nostre richieste", ha detto Mujahed parlando al sito del quotidiano, 'Ynet'. "Dipende da voi se Shalit verra' rilasciato o diventera' un secondo Ron Arad", ha aggiunto, riferendosi al pilota israeliano catturato da milizie sciite libanesi nel 1986, di cui non si hanno piu' notizie.
Anche Mujahed si e' rifiutato di fornire nuove informazioni su Shalit, specificando pero' che non c'e' altra strada per il suo rilascio che "accettare le nostre richieste", con la scarcerazione di tutti i prigionieri indicati da Hamas, per liberare i quali c'e' anche l'opzione "di prendere prigionieri ulteriori soldati". Se non accettera' le condizioni di Hamas il governo israeliano "se ne dispiacera'" ha avvertito, sostenendo infine che l'idea di un blitz militare per liberare Shalit non e' realistica.

(Adnkronos, 25 giugno 2010)

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I genitori di Shalit, non staremo un altro anno senza Gilad

GERUSALEMME, 25 giu. Noam e Aviva Shalit, i genitori del caporale israeliano Gilad, stanno conducendo la loro battaglia piu' difficile, augurandosi che sia l'ultima. Nel giorno del quarto anniversario della cattura del figlio, avvenuta il 25 giugno 2006 nella Striscia di Gaza per opera di Hamas, Noam e Aviva annunciano che domenica inizieranno a marciare verso Gerusalemme per una protesta che terminera' solo quando Gilad tornera' libero. ''Abbiamo detto che non permetteremo che passi un altro anno senza Gilad, ed e' quello che intendiamo fare ora. Non torneremo a casa senza Gilad", ha annunciato il padre.

(Adnkronos, 25 giugno 2010)

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Libertà per Gilad - Le parole di Noam Shalit

Sindaco di Roma Gianni Alemanno, ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi, presidente della Provincia di Roma Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio Renata Polverini, presidente della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, presidenti delle organizzazioni ebraiche dei giovani e tutti presenti, buona sera.
Oggi, giovedi 24 giugno 2010, all'inizio dell'estate, nostro figlio Gilad è segregato ormai da quattro anni, 1460 lunghi giorni e 1460 notti di incubi, in una cantina di Hamas nella Striscia di Gaza. Gilad è stato rapito da terroristi palestinesi all'interno dei confini d'Israele, durante una missione militare pacifica in difesa delle zone nel sud di Israele....

(Moked - il portale dell'ebraismo italiano, 25 giugno 2010)

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Hit in Palestina: "Se moriamo da martiri andremo in Paradiso"

All'indecenza e alla sbruffonaggine umana, ormai, non si pone assolutamente alcun limite. Ogni mezzo è utile per proferire pagliacciate, per dare aria alla bocca, esprimendo tutto il peggio, lo schifo e la vergogna che si potrebbero esprimere.
Ma ciò che è peggio è che, tali vergogne, circolano liberamente su Internet, scatenando a volte un esercito di polemiche, altre un esercito di consensi.


L'ultima indegna notizia ci giunge tramite un video, dove una bellissima bambina vestita di bianco canta un allegro stornello, incomprensibile ovviamente a chi non conosce la lingua.
Sembra felice, serena, ricalca quasi uno di quei modelli tipici da Zecchino d'oro che è tanto facile vedere sulla televisione italiana.
Peccato, però, che dietro al sorriso e allo sguardo limpido di questa piccola creatura, si nasconda una tra le più vergognose azioni che possano essere compiute dall'uomo.
Si tratta di un'opera di viscido indottrinamento che, oltretutto, sta circolando senza problemi sul web come se si trattasse di una gioiosa canzoncina per bambini.
"Se moriamo da martiri andremo in Paradiso", questa una delle tanti frasi blasfeme, sconcertanti e vergognose che compongono il testo di questo inno al martirio, un invito a farsi ammazzare, a morire per una terra che non si fa scrupolo alcuno nell'inculcare ai suoi figli idee di morte, terrore e disperazione, piuttosto che di pace e fratellanza.
Il video choc sta facendo il giro del mondo, decine di telegiornali ne parlano, mentre la nuova "hit" sta già ricevendo centinaia di consensi nelle zone palestinesi.
"Come vivremo senza la nostra Palestina?" e ancora inneggiamenti ad Allah, loro unico Dio, che premia i martiri con un amore particolare.
Quale Dio e quale terra che tale possa veramente definirsi, dignitosamente e con rispetto, può mai gioire o minimamente pretendere il martirio del futuro del proprio Paese?
Quando hanno dimenticato, posto che l'abbiano mai saputo, che l'infanzia è sacra e non va sfiorata con atrocità simili?
La libertà di pensiero è certamente inviolabile e le condizioni dei palestinesi sono drammatiche, tragiche.
Le famiglie vivono nel terrore, nell'odio, hanno visto le proprie case crollare insieme alle proprie certezze ed è normale che anche i piccini vogliano esprimere dissenso in merito a tali misere condizioni.
Tuttavia, il dissenso non può e non dovrebbe esprimersi tramite parole di odio, di incitamento alla morte e alla vendetta, specialmente se tali idee vengono inculcate in bambini così piccoli.
La vendetta non può e non deve essere la soluzione ai mali palestinesi, se così fosse, questi bambini non vedrebbero mai nemmeno sorgere la soluzione a tali conflitti, né lo farebbero i propri figli o nipoti.
Il diritto all'infanzia, alla spensieratezza, alla purezza dell'anima e delle intenzioni dovrebbe essere universalmente riconosciuto e, come tale, rispettato ovunque.
Non è ammissibile assistere a scempi di una simile portata, non solo per il mondo occidentale ma per chiunque sia ancora dotato di un minimo di apertura mentale e buon senso.
Un atto simile non può far altro che infangare la memoria e il presente dei Palestinesi, oltre che il futuro, reso ancora più incerto e traballante da opere deleterie di questo genere.

(BlogSicilia.it, 25 giugno 2010)


Qualcuno ha paragonato i palestinesi di Gaza agli ebrei del passato. E’ mai avvenuto nel passato che gli ebrei, in posizioni ben più tragiche di quelle in cui si trovano oggi i palestinesi, abbiano commesso e propagandato nefandezze di questo tipo?

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La TV palestinese: Gli ebrei sono "nostri nemici", i soldati israeliani sono "animali selvatici"


La conduttrice della TV palestinese Manal Seif intervista il figlio di quattro anni del prigioniero Shadi Shbeita, condannato a 15 anni di prigione, che aveva chiesto di vedere il figlio:

Conduttrice: "Ibrahim, dov'è papà?
Bambino: "In prigione."
Conduttrice: "Chi l'ha messo in prigione? Chi è che l'ha messo in prigione?"
Bambino: "Gli ebrei."
Conduttrice: "Gli ebrei sono nostri nemici, vero?"
Il ragazzo annuisce.

(TV Palestinese, 17 giugno 2010)
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La conduttrice della TV palestinese Manal Seif intervista la giovane sorella del prigioniero Qussai Husam Radwan, condannato a 13 mesi di prigione:

Conduttrice: "Ti hanno dato fastidio quelli dell'esercito israeliano, i soldati [quando hai visitato la prigione]?
Ragazza "Sì".
Conduttrice: "Sono animali selvatici, vero? Sono animali selvatici?"

(TV Palestinese, 21 giugno 2010 - trad. www.ilvangelo-israele.it)


La TV palestinse è quella del “moderato” Fatah di Mahmoud Abbas; e la conduttrice dice al bambino che “gli ebrei sono i nostri nemici”, non il governo di Netanyahu, e nemmeno gli israeliani.

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Alta tensione Libano-Israele per i giacimenti di gas off-shore

GERUSALEMME, 24 giu. - Alta tensione tra Libano e Israele sullo sfruttamento delle riserve di gas scoperte al largo delle coste dei due Paesi. "Non esiteremo ad utilizzare la nostra forza per proteggere non solo lo stato di diritto, ma anche la legge marittima internazionale", ha dichiarato il ministro israeliano delle Infrastrutture Nazionali, Uzi Landau, all'agenzia 'Bloomberg'. L'uomo politico ha cosi' risposto al presidente del Parlamento libanese Nabih Berri e agli esponenti di Hezbollah che avevano recentemente reclamato i giacimenti per il loro Paese invitando le autorita' a sfruttarli.

(Adnkronos, 24 giugno 2010)

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Oscurata la tv di Hamas in Europa

I suoi programmi avrebbero incitato all'odio e alla violenza

PARIGI, 25 giu - E' stata definitivamente oscurata in Europa Al-Aqsa tv, la televisione del movimento Hamas, diffusa da Noorsat attraverso Eutelsat. Noorsat ha deciso di bloccare le trasmissioni dopo che la Commissione europea e il Consiglio superiore dell'audiovisivo francese (Csa) avevano minacciato dure sanzioni. Al-Aqsa tv avrebbe infatti diffuso programmi che violano le norme francesi ed europee contro l'incitamento all'odio e alle violenze per motivi di razza, religione e nazionalita'.

(ANSA, 25 giugno 2010)

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"Pagine ebraiche": Sinodo Vaticano fa due pesi e due misure

Corsivo di Sergio Minerbi: Padovese ucciso da islamismo turco

ROMA, 24 giu. - Il prossimo sinodo sul Medio Oriente è uno "strumento miope" del Vaticano, la Santa Sede fa "due pesi e due misure" sul conflitto israelo-palestinese e dà un "giudizio politico negativo su Israele": lo scrive Sergio Minerbi in un corsivo che appare sul prossimo numero di 'Pagine ebraiche', il mensile delle comunità ebraiche italiane.
"Solo gli ingenui potevano credere che il dialogo Chiesa-ebrei abbia un valore in sè e non sia influenzato dal conflitto israelo-palestinese, ma così non è", scrive Minerbi. L'articolista di 'Pagine ebraiche' cita un passo dell''Instrumentum laboris', il documento di base del sinodo: "Sembra abbastanza diffuso il parere che l'antisionismo sia piuttosto una posizione politica e di conseguenza da considerare estranea a ogni discorso ecclesiale". "Dunque - commenta Minerbi - due pesi e due misure. Ai palestinesi va il diritto a una patria riconosciuto dal Papa - afferma l'esponente ebraico in riferimento ad un discorso pronunciato dal Papa a Betlemme l'anno scorso - agli israeliani nulla, poichè l'antisionismo che li colpisce è estraneo ad ogni discorso ecclesiale e la Chiesa se ne lava le mani come Ponzio Pilato. Per di più c'è un giudizio politico negativo su Israele, innominato, quando si scrive 'l'ingiustizia politica imposta ai palestinesi'. Molte volte nel corso del documento si ripete che 'in Medio Oriente esistono diversi conflitti il cui focolaio principale è il conflitto israelo-palestinese'. E' una vera e propria ossessione frutto di una miopia politica che rischia di costar caro ai cattolici della regione".
L'emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente, per Minerbi, "è un fatto innegabile ma è dovuta all'estremismo islamico che fa paura alle popolazioni cristiane e le costringe alla fuga. La Santa Sede non vuole capire questo fatto anche perché è più facile accusare Israele e Stati Uniti, piuttosto che reagire all'estremismo islamico. Mentre nel documento esaminato è detto che il cristiano 'ha il dovere di denunciare con coraggio la violenza da qualunque parte essa provenga', la Santa Sede predica bene ma razzola male. Essa - prosegue Minerbi - ha ritenuto opportuno addossare alla pazzia la responsabilità per l'assasssinio del Vescovo Luigi Padovese a Iskanderun. E' evidente invece che il crimine è la conseguenza della svolta islamica compiuta dalla Turchia di Erdogan".

(Apcom, 24 giugno 2010)

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A Gerusalemme riunione del gruppo Italia-Israele

Approvata dichiarazione con impegno a sostegno due Paesi

Roma, 24 giu. - Si è svolta ieri a Gerusalemme la prima riunione del Gruppo di collaborazione parlamentare Italia-Israele, istituito sulla base del Protocollo di collaborazione vigente tra le relative Assemblee e presieduto, per la parte italiana, da Fiamma Nirenstein, Vicepresidente della Commissione Esteri della Camera dei deputati. La riunione del Gruppo, informa una nota della Camera, si è svolta in concomitanza con la visita ufficiale in Israele del Presidente della Camera, Gianfranco Fini, il quale ha partecipato ad una solenne cerimonia alla Knesset insieme allo Speaker Reuven Rivlin.
Erano presenti ai lavori del Gruppo i deputati Luca Barbareschi, Augusto Di Stanislao, Emanuele Fiano e Massimo Polledri. I lavori si sono articolati in tre sessioni dedicate ai temi degli scenari strategici e delle prospettive di collaborazione bilaterale e multilaterale; della cooperazione culturale e scientifico-tecnologica tra Italia e Israele, anche con riferimento ai rapporti tra università e istituti di ricerca; del ruolo dei Parlamenti nella tutela dei diritti umani e nei processi di integrazione. Al termine è stata approvata una Dichiarazione finale che sancisce tra l'altro l'impegno a portare avanti azioni di comprensione internazionale e di sostegno delle due nazioni.

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Ostia realizza una sinagoga prefabbricata

Il nuovo Centro Shirat ha-Yam è firmato Structura

di Roberta Dragone

Annunciato nel settembre 2009, il progetto è stato svelato nei giorni scorsi. Si tratta del nuovo centro Shirat ha-Yam (Il cantico del Mare - il canto che le donne ebree cantarono attraversando il mare, in fuga dall'Egitto) destinato a sorgere entro dicembre a meno di due chilometri dall'antica Sinagoga nell'area centrale di Ostia Lido. Il progetto, commissionato dalla comunità ebraica di Roma, è stato messo a punto dalla società di progettazione Structura.
L'obiettivo è ultimare la struttura entro dicembre, per l'inizio delle celebrazioni del cinquantesimo anniversario della scoperta di quella antica. L'esistenza di una comunità ebraica ad Ostia Antica, già documentata dalle fonti epigrafiche, è stata infatti comprovata dal ritrovamento di una Sinagoga nel 1961 durante lo sterro per la realizzazione della strada che collega Ostia con Fiumicino. Si tratta dell'unica Sinagoga conosciuta nel Mediterraneo occidentale antico e sicuramente la prima realizzata in Italia e in Europa. Risalente alla metà del I secolo E.V. (anno 0 corrispondente alla nascita di Gesù), la sinagoga è ancora oggi ben conservata e visitabile nell'area archeologica.
La disposizione planimetrica del nuovo centro Shirat ha-Yam rappresenta la sintesi di due coppie di direzioni derivanti da due diversi orientamenti: l'oriente geografico (verso il quale gli ebrei di tutto il mondo pregano dopo le distruzioni del tempio di Gerusalemme) e l'orientamento della Sinagoga di Ostia Antica come testimonianza storica della libertà del Popolo di Israele.
L'edificio di culto è composto da un immobile di tre livelli ed un'area libera di sua pertinenza. La sinagoga sarà ospitata all'interno di un padiglione completamente prefabbricato, costruito con materiali leggeri quali il legno, il vetro e l'alluminio. Per alcune porzioni più rappresentative sarà invece utilizzata la pietra proveniente da Israele. Il padiglione è modulare, autoportante e autosufficiente dal punto di vista energetico.
"Il padiglione - spiega l'architetto Fabrizio Properzi di Structura - è composto da moduli basi realizzati fuori opera che compongono due nuclei di 7 X 14 m con atrio comune. I volumi sono compresi da un sistema dinamico di coppie di 70 elementi in lamiera stirata presso piegata che ne definiscono il perimetro e ne determinano la forma (il numero di 70 rappresenta i 70 angeli che per tradizione accompagnano il popolo ebraico)".
Lo spazio interno è organizzato in due aree con diversa destinazione: il primo sarà utilizzato come Tempio o sala comune, il secondo si articola nei servizi, la cucina, il forno per le azzime.
Il giardino sarà realizzato utilizzando le essenze arboree citate nella Bibbia come il cedro, la palma, il mirto, il salice, l'ulivo e il melograno ed una sua prima parte è stata già realizzata.
L'investimento è stato stimato tra i 100mila ed i 160mila euro. A breve sarà selezionata l'impresa che si occuperà dei lavori di costruzione.

(Archiportale.com, 24 giugno 2010)

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Noam Shalit oggi a Roma, "lottiamo per liberare Gilad"

Il soldato israeliano ostaggio di Hamas da quattro anni

ROMA, 24 giu. - Noam Shalit, il papà di Gilad - il soldato israeliano da quattro anni ostaggio di Hamas a Gaza - sente che lui e la sua famiglia sono impegnati in una lotta per la vita o per la morte, e la prossima settimana lanceranno una nuova campagna a Gerusalemme per spingere il governo Netanyahu a fare qualcosa per porre fine alla prigionia del loro congiunto. Già in passato i familiari e le persone vicine al caporale Shalit, rapito il 25 giugno 2006 dai miliziani di Hamas, avevano organizzato campagne di sensibilizzazione. Sotto il precedente governo Olmert si accamparono di fronte alla residenza del primo ministro, promettendo che non sarebbero andati via fino a quando non ci fosse stata una svolta. Ciò però non è avvenuto, e come spiega Noam Shalit in una intervista al quotidiano Haaretz, questa volta "è diverso": "Non lasceremo che passi un altro anno senza Gilad, e questo è quello che intendiamo fare ora. Non andremo a casa senza Gilad". Il papà del soldato si trova oggi a Roma per una manifestazione in favore del figlio che si terrà in serata all'ingresso dell'Arco di Costantino. Alle 21.30 le luci del Colosseo saranno spente per chiedere la liberazione di Gilad, a quattro anni dal suo rapimento. L'iniziativa è stata promossa dal sindaco di Roma, Gilanno Alemanno, e il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. "All'evento sono invitati tutti i cittadini", hanno detto Alemanno e Pacifici, sottolineando che "l'obiettivo è quello di unire le forze e sensibilizzare l'opinione pubblica per riportare Gilad a casa, nonché per rilanciare il processo di pace in Medio Oriente".

(Apcom, 24 giugno 2010)

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Fini: Chi ha rapito Shalit non è combattente ma terrorista

Hamas è un'organizzazione terroristica

Hamas è senza dubbio un'organizzazione terroristica e la vicenda del sequestro del soldato israeliano Shalit, da quattro anni nelle mani dei rapitori, ne è la riprova. È l'opinione del presidente della Camera Gianfranco Fini che questa mattina ha visitato la sinagoga italiana a Gerusalemme rivolgendo un saluto alla comunità italiana di Israele. Alla vigilia del quarto anniversario del rapimento del soldato israeliano, nel giorno in cui a Roma si spegneranno le luci del Colosseo per ricordarlo, la terza carica dello Stato osserva: "Questa vicenda dimostra in modo inequivocabile quello che tutti sanno ma non tutti vogliono ammettere. E cioè che chi ha rapito Shalit non è un combattente perchè ciò che gli è stato imposto viola le convenzioni internazionali e i relativi diritti della persona umana". Fini ha ricordato che non è stato permesso a nessun organismo internazionale nè ai genitori del soldato di visitarlo o di sapere dove si trovi: "E' la riprova che chi lo ha rapito non è un combattente, non è un resistente ma va considerato per quel che è, cioè un terrorista. Questa considerazione va diffusa anche nella comunità italiana per rimarcare colpe e responsabilità. Hamas è un'organizzazione terroristica". Quindi Fini ha definito "positivo e bello" che "Roma sia in prima linea nel ricordare il dramma di Shalit".

(Apcom, 24 giugno 2010)

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Quarto anniversario del rapimento di Gilad Shalit: Hamas sempre più banda criminale

di Carlo Panella

"L'invio di una flottiglia iraniana non può non apparire una provocazione in grado di destabilizzare la situazione. Soprattutto nel contesto delle minacce contro l'esistenza di Israele manifestate a più riprese dal capo di Stato dell'Iran, in procinto di dotarsi di armi nucleari, minacce che non vanno banalizzate e richiedono una mobilitazione internazionale. Ancor più, sullo sfondo dell'annunciata partenza verso Gaza anche di altre imbarcazioni dal Libano, paese nel quale non si può negare il peso politico degli sciiti radicali filo iraniani di Hezbollah".
Con questa presa di posizione Gianfranco Fini, in visita in Israele ha collocato ieri con nettezza l'Italia a fianco di Israele e del suo diritto a difendere il blocco marittimo di Gaza, a fonte delle imminenti provocazioni iraniane e libanesi. Un pieno allineamento del presidente della Camera alla politica di solidarietà ad Israele del governo Berlusconi ,che tende palesemente, peraltro, a confermare la sua solidarietà di fondo alle linee strategiche del governo, nonostante i non pochi distinguo. Queste parole cadono alla vigilia del quarto anniversario del rapimento il 25 giugno 2006 del caporale israeliano Gilad Shalit, prelevato dopo uno scontro a fuoco su territorio israeliano e da allora detenuto a Gaza. Una prigionia che Hamas gestisce in spregio di tutte le convenzioni internazionali, rifiutando persino le visite della Croce Rossa, secondo i principi di una banda di briganti, pretendendo non già uno scambio di prigionieri, ma il pagamento di un vero e proprio riscatto (la liberazione non solo di 1200 prigionieri palestinesi, ma anche di molti responsabili di attentati kamikaze). La sciagurata decisione del premier turco Tayyp Erdogan di sponsorizzare come Stato turco, le spedizioni navali che puntano a violare il blocco marittimo di Gaza, ha inaugurato una fase di provocazioni che ovviamente gli iraniani -e i loro alleati libanesi- intendono portare al parossismo, con l'obbiettivo non celato di innescare una nuova guerra con Israele, per scaricarvi le tensioni conseguenti alle risoluzioni Onu contro Teheran per i suoi progetti di bomba atomica. L'esito disastroso della spedizione navale turca della Mavi Marmara (palesemente sfuggito di mano ai militari israeliani), e le conseguenti reazioni internazionali che hanno portato ad un crescente isolamento di Israele, hanno ora convinto il governo Netanyhau ad allentare al massimo il blocco terrestre verso Gaza. Ma Israele non può abolire il blocco navale per la semplice ragione che, là dove i camion possono essere tutti controllati, così non è per le navi che attraccano direttamente a Gaza, sfuggendo ad ogni possibilità di ispezione e che così possono liberamente portarvi armi (come già tentò di fare la nave iraniana Karine A nel gennaio del 2002). Questo in un contesto in cui Hamas dispone di non meno di 5.000 razzi e missili e ha cessato il lanciarli sulle città israeliane di Sderot e Ashkelon (una decina di israeliani uccisi e centinaia di feriti), solo dopo l'operazione Piombo Fuso di due anni fa. Probabilmente, l'allentamento del blocco terrestre di Gaza, è stato deciso dal governo di Gerusalemme anche per tentare di rilanciare la trattativa per la liberazione di Gilad Shalit. Ma non pare che Hamas intenda recedere dalla sua posizione intransigente, tanto che oggi un suo dirigente ha dichiarato che Shalit vede le partite dei Mondiali di calcio e che patisce per le disavventure della Francia (è anche cittadino francese), con evidenti intenzioni beffarde.

(Libero-news.it, 24 giugno 2010)

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Il governo libanese ed Hezbollah tentano di impedire la partenza di altre navi per Gaza

Lo riporta il quotidiano in lingua araba Al Liwaa, citato dal giornale israeliano Haaretz. Il Governo del premier Rafiq Hariri ed Hezbollah, che siede nel parlamento libanese come partito di opposizione, stanno tentando di impedire che altre due navi cariche di aiuti salpino oggi dal porto di Tripoli, in Libano, in cui sono ancorate dal 21 giugno scorso.
Non deve stupire che anche i militanti del "Partito di Dio" cerchino di allentare la tensione. I recenti fatti della Freedom Flotilla, con il clamore che ne è seguito a livello internazionale e il rischio di un riaccendersi delle tensioni in Medio Oriente, non aiutano nessuno.
Al di là della propaganda, delle manifestazioni di piazza e delle dichiarazioni ad effetto di capi di Stato come Erdogan o Assad, nessuno sembra voler rischiare l'aprirsi di nuovi conflitti che rischiano di destabilizzare gli assetti di potere regionali. Non conviene sicuramente al Libano, che nel 2006 è stato piegato dalla guerra di Israele contro Hezbollah e da allora si trova ad "ospitare" truppe ONU (formate da caschi blu di vari Stati europei) nella parte meridionale del Paese.

(polisblog.it, 24 giugno 2010)

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Salute: Si rafforza la collaborazione con i pediatri israeliani

ROMA, 24 giu. - Si e' aperto in Israele il seminario scientifico pediatrico congiunto Italia-Israele, incontro sollecitato dalle federazioni pediatriche dei due Paesi nel quadro delle attivita' bilaterali di cooperazione scientifica e tecnologica. L'appuntamento e' stato suggellato dalla sottoscrizione di una lettera d'intenti con l'impegno a sviluppare la cooperazione tra le due federazioni pediatriche in alcuni settori. "Come ambasciata italiana in Israele abbiamo inserito quest'incontro all'interno del calendario di attivita' bilaterali di cooperazione scientifica e tecnologica", ha spiegato il professor Stefano Boccaletti, addetto scientifico e tecnologico dell'Ambasciata italiana a Tel Aviv, "che ogni anno noi promuoviamo all'interno di un accordo tra i due governi stipulato nel 2000 per favorire la cooperazione scientifica in campo medico. All'interno di quest'ultima si svolge l'importantissimo confronto tra le federazioni pediatriche dei due Paesi, che anche attraverso la nostra ambasciata cercheremo di agevolare". Il seminario s'inquadra nel biennio della cooperazione scientifica e tecnologica tra i due Paesi, avviato dagli incontri tra il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e il collega israeliano Shimon Perez. Ed e' un'occasione di confronto in un'ottica di esportazione di modelli organizzativi: "Desideriamo confrontare il nostro sistema di cure pediatriche che e' unico nel mondo con quello di cure primarie israeliano", ha spiegato Giuseppe Mele, presidente della Federazione italiana medici pediatri (Fimp), "che sulla base di quanto emerge dai lavori di questo seminario e' molto simile al nostro. Il sistema di approccio alle cure nei due Paesi mostra molte analogie. Questo confronto crea sicuramente la possibilita' di allargare le nostre conoscenze, ma soprattutto di esportare modelli operativi e organizzativi che possono essere importanti nello svolgimento della nostra attivita'". La lettera d'intenti siglata oggi, ha commentato Mele, "pone le basi per continuare la cooperazione internazionale che vedra' come seconda tappa un incontro a Tel Aviv in calendario per il prossimo novembre". E sempre in quest'ottica di globalizzazione, la Fimp promuovera' a Roma la prima conferenza internazionale programmatica delle cure primarie.

(AGI, 24 giugno 2010)

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La minaccia di Hezbollah

Nasrallah: "Neanche una pietra in Israele potrà considerarsi al sicuro"

di Gennaro Esposito

Continua ad innalzarsi il livello di tensione in Medio Oriente. Questa volta a gettare benzina sul fuoco ci hanno pensato il Governo libanese ed il movimento Hezbollah. Il movimento radicale sciita avrebbe infatti stilato una lista di obbiettivi israeliani da colpire nel caso in cui Israele lanciasse un'offensiva nei loro confronti uccidendo il leader Nasrallah o qualsiasi altra figura prominente dell'organizzazione. A renderlo noto sono fonti vicine al movimento radicale libanese. Secondo fonti libanesi "nessuna pietra in Israele potrà essere considerata al sicuro se e quando Nasrallah verrà colpito" in quanto Hezbollah avrebbe già individuato numerosi obbiettivi di grande importanza strategica per lo Stato ebraico. Sicuramente l'eventuale uccisione di Nasrallah da parte di Israele sarebbe una palese violazione della risoluzione 1701, ma è altrettanto vero che i primi a contravvenire a quanto previsto dalla risoluzione sono stati proprio i membri di Hezbollah. La 1701, infatti, prevede il totale disarmo del movimento radicale libanese il quale, invece, continua a ricevere cospicui quantitativi di armamenti soprattutto dallo storico alleato iraniano. Ciò non toglie che Israele, per evitare di aprire nuovamente il proprio fronte-nord, dovrebbe evitare di lanciare qualsiasi tipo di offensiva nei confronti del movimento sciita libanese non cedendo alle provocazioni. Provocazioni che continuano a piovere sul Governo di Gerusalemme dalla quasi totalità dei Paesi arabi, tra i quali è presente anche il Libano. Il Governo di Beirut ha fatto sapere di aver concesso il nullaosta ad una nave di aiuti libanese pronta a salpare per Gaza nonostante Israele abbia ribadito che utilizzerà "tutta le forze necessarie" per fermare qualsiasi tentativo di infrazione al blocco navale imposto all'enclave palestinese. In una lettera ufficiale alle Nazioni Unite del Ministro degli Esteri libanese Manouchehr Mottaki, lo stesso che qualche mese fa ha sottolineato gli ottimi rapporti tra Beirut e Teheran, il ministro ha fatto sapere che "Israele sarà ritenuta responsabile per qualsiasi attacco". Anche il Libano si sta dunque impegnando ad innalzare il livello di tensione in Medio Oriente nel tentativo di ritagliarsi un ruolo nella regione. Il rischio è che presto la situazione possa sfuggire di mano innescando un effetto domino che potrebbe avere effetti catastrofici.

(l'Opinione, 24 giugno 2010)

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Fini: Se partono navi da porti iraniani sono una provocazione

I porti di partenza sono i primi a dover controllare

GERUSALEMME, 23 giu - La partenza di navi di aiuti verso Gaza dai porti iraniani sarebbe una provocazione. È l'opinione del presidente della Camera, Gianfranco Fini, al suo secondo giorno di visita ufficiale in Israele.
Incontrando i giornalisti al termine della visita allo Yad Vashem, la terza carica dello Stato ha parlato dell'eventualità che, dopo la flottilla turca attaccata dalla marina militare israelina, partano altre navi alla volta di Gaza. In quel caso, secondo Fini, "è certo auspicabile un autocontrollo di Israele ma è altrettanto importante un controllo nei porti di partenza di coloro che sono a bordo. Il primo che ha il dovere di controllare quindi è il porto di partenza".
"Se le navi partono dai porti iraniani - ha sottolineato Fini - vuol dire che vogliono provocare". Qualche dubbio infine il presidente della Camera lo nutre anche su eventuali navi che partissero dal Libano dove, ha osservato, "l'autorità statuale risente molto del ruolo di hezbollah".

(Apcom, 23 giugno 2010)

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Il Presidente della Knesset: Dall'Italia un appoggio incondizionato

Rivlin: Fini è uno dei massimi amici del nostro Stato

"Laddove la maggior parte dei Paesi europei è fallita, l'Italia invece sta ferma con coerenza e coraggio (a volte da sola, a volte con altri due o tre Paesi per lo più) al fianco della morale e della logica". Con queste parole il presidente della Knesset, Reuven Rivlin, si è rivolto al presidente della Camera, Gianfranco Fini, che oggi ha ricevuto un saluto dall'Assemblea del Parlamento israeliano definendolo "una delle personalità più importanti ed influenti in Italia, uno dei massimi amici di Israele". "Avete appoggiato Israele - ha detto Rivlin - dopo l'operazione Piombo Fuso e avete appoggiato il diritto di Israele di proteggersi; vi siete schierati con noi negli immani sforzi per impedire a Teheran di ottenere armi di distruzione di massa; e ora vi schierate con noi nella campagna diplomatica e propagandistica in cui Israele si trova dopo gli eventi della flottilla per Gaza". L'Italia, ha proseguito il presidente della Knesset, "si rifiuta di parlare con due voci, non è disposta a condizionare il proprio appoggio ad Israele con l'indifferenza e l'impotenza nei confronti del terrorismo. Il suo Paese si schiera con fermezza dalla parte dei valori del mondo libero, senza arrendersi ad un freddo calcolo di interessi limitati". Il presidente del Parlamento israeliano ha ricordato l'incontro con Fini pochi mesi fa a Roma: "In quell'occasione imparai a conoscere da vicino il suo caloroso rapporto con la comunità ebraica di Roma ed il reciproco apprezzamento tra i due popoli. Apprezziamo il suo profondo legame con il popolo ebraico ed il suo incondizionato appoggio a Israele, laddove altri Paesi temono di farlo".

(Apcom, 23 giugno 2010)

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Israele non deve difendersi solo da Iran, Hamas, Hezbollah, ma anche dai nemici interni

di Giorgio Israel

Ha ragione Informazione Corretta. La situazione è cambiata. Israele è più solo, non può accontentarsi di sapere che comunque sarà compreso dagli USA. Con Obama la situazione è radicalmente cambiata e Israele deve saper condurre da solo, e bene, la guerra mediatica.
Forse la situazione è ancor più grave. Perché a questa solitudine, all'isolamento internazionale, alla minaccia iraniana, si aggiunge un altro fronte interno inedito. Non mi riferisco alla minoranza arabo-israeliana, che costituisce comunque un problema pesante, ma alla minoranza ultraortodossa che, come ha osservato Abraham Burg, ha dichiarato definitivamente la sua autonomia rispetto allo Stato. Non voler far stare nella stessa scuola i propri figli assieme a figli di famiglie sefardite, ortodosse ma non abbastanza ortodosse, è - c'è poco da girarci attorno - un atto di indecente razzismo. E se centomila persone scendono in piazza per difendere una simile follìa c'è da rabbrividire. Queste persone non soltanto evitano il servizio militare, non soltanto godono di privilegi economici, ma disprezzano le istituzioni che garantiscono il loro benessere e rifiutano il contatto con le persone che garantiscono con personale sacrificio la loro sicurezza. Nella loro incoscienza pensano che forse starebbero meglio sotto la dominazione di Hamas, anziché sotto uno stato di Israele la cui costituzione considerano un sacrilegio.
Difatti, il problema è che si tratta di una minoranza antisionista. Ancora una volta, emerge come il sionismo rappresenti l'ala aperta, liberale, moderna e tollerante dell'ebraismo.
Ma con tanti fronti interni come potrà Israele superare le sfide terribili che ha di fronte?

(Informazione Corretta, 23 giugno 2010)

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Un inno fomenta i bimbi al martirio


   
"Che senso ha l'infanzia senza la Palestina?". Una compagnia giordana ha lanciato sulle televisioni arabe un agghiacciante canzone per spingere i più piccoli verso la guerra santa.

PALESTINA - "Quando morirermo martiri, andremo in Paradiso. Non pensate che siamo troppo piccoli, senza la Palestina che senso ha l'infanzia?". A vedere il video, sembra una canzoncina normalissima cantata da dei bambini. Invece non è solo questo. Prodotto da una compagnia giordana, proprietaria di un canale televisivo chiamato "Uccelli del paradiso", il video è già una hit nel mondo arabo.
Ma i versi della canzone inneggiano al martirio, al martirio dei bambini. E le reazioni, fuori dal Medio Oriente, sono molto dure. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz sarebbe proprio questo il modo scelto dagli estremisti islamici per indottrinare i bambini, visto che la canzoncina, orecchiabile e allegra, va in onda durante i programmi dedicati proprio ai più piccoli.

(Romagna Noi, 23 giugno 2010)

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Alla Farnesina per confrontarsi sugli aiuti a Gaza

Sarà la delicatissima situazione nella Striscia di Gaza al centro del colloquio di domani mattina alla Farnesina tra il ministro degli Esteri Franco Frattini e il capo della diplomazia israeliana Avigdor Lieberman. L'Italia, ha spiegato oggi il portavoce della Farnesina Maurizio Massari in un briefing con i giornalisti, «sta svolgendo un ruolo particolarmente attivo sul piano diplomatico onde favorire una soluzione duratura del problema» a Gaza. Massari ha ripetuto come l'Italia «apprezzi» la decisione assunta dal governo israeliano di allargare il flusso dei beni umanitari e commerciali diretti verso Gaza, "una decisione che avevamo noi stessi e i nostri partner sollecitato già in passato".

(l'Opinione, 23 giugno 2010)

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La rossa Torino non "ama" Israele

di Michael Sfaradi

Domani ricorre il quarto anniversario del rapimento di Gilat Shalit da parte dell'organizzazione terroristica palestinese Hamas. Con l'intento di chiedere il suo immediato rilascio sono state organizzate diverse manifestazioni di solidarietà in alcune città europee. Il sindaco Alemanno, che parteciperà al raduno davanti al Colosseo, ha autorizzato lo spegnimento delle luci del monumento proprio per dare eco a questa situazione inumana che si trascina ormai da troppo tempo. Anche il sindaco Moratti ha deciso di far spegnere luci del Castello Sforzesco di Milano in contemporanea a quelle dello storico monumento romano. In preparazione di questo evento il presidente della comunità ebraica torinese Tullio Levi aveva scritto al Presidente del Consiglio Comunale di Torino Giuseppe Castronovo, chiedendo un gesto di solidarietà come l'interruzione dell'illuminazione della Mole Antonelliana o il ritardo di 15 minuti dell'inizio dei fuochi di artificio previsti per il 24 giugno ricorrenza del Santo protettore della città. Purtroppo, come ha raccontato il dottor Levi ai membri della comunità ebraica, il consiglio comunale torinese ha rifiutato, giustificando il suo NO con i recenti fatti della nave Marmara. Emanuel Segre Ammar, consigliere della comunità ebraica torinese, davanti a questo comportamento ottuso e di parte, e con l'autorizzazione della questura Torinese, ha organizzato una manifestazione che si terrà in corso Cairoli, in concomitanza con le altre manifestazioni di solidarietà. Abbiamo provato a metterci in contatto con il presidente Castronovo per avere un suo commento, ma non si è reso disponibile. La levata di scudi in difesa dei "pacifisti" armati imbarcati sulla nave Marmara, sulla natura pacifica dei quali si potrebbe ampiamente discutere, si è alzata spontaneamente da ogni dove e senza preventiva richiesta, mentre la sorte di un ragazzo di 24 anni detenuto in condizioni disumane e contro ogni convenzione, viene ignorata. Il presidente Castronovo e il sindaco Chiamparino, una richiesta analoga era stata fatta pervenire anche al suo segretario, sempre in prima linea quando c'è da criticare Israele e il suo governo, dovrebbero farsi un accurato esame di coscienza e prendere atto che in futuro le loro dichiarazioni nei confronti dello Stato ebraico perderanno di incisività e qualità morale, perché il rifiuto su una questione di umanità senza rilievi politici sostanziali non fa loro onore.

(l'Opinione, 23 giugno 2010)

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Israele lancia un satellite spia per controllare l'Iran

GERUSALEMME - Israele ha lanciato ieri sera un satellite militare spia che secondo i media israeliani potrebbe aiutare a tenere sotto controllo il programma nucleare iraniano.
L'Ofek 9, lanciato dalla base militare di Palmachim nei pressi di Tel Aviv, raggiungerà altri tre satelliti spia israeliani già nello spazio.
I media israeliani hanno detto che le telecamere ad alta risoluzione del satellite permetterebbero ad Israele di controllare meglio la situazione in Iran, nemico giurato dello Stato ebraico.
Israele crede, come molti paesi occidentali, che le attività iraniane di arricchimento dell'uranio siano finalizzate a produrre armi nucleare, mentre Teheran nega l'eventuale intento bellico del suo programma.
Si pensa che Israele sia l'unica potenza nucleare del Medio Oriente.

(Reuters, 23 giugno 2010)

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Israele, l'esercito annuncia una nuova strategia nel caso di un confronto con Hamas

Se ci fosse un'invasione in un campo profughi, i militari avviserebbero i residenti, dando loro il tempo 'necessario' per abbandonare l'area - L'esercito israeliano cambierà le sue strategie di attacco se dovesse entrare nuovamente in conflitto con Hamas nella Striscia di Gaza. Lo annuncia il Jerusalem Post, che oggi anticipa in esclusiva i nuovi piani delle forze di sicurezza israeliane, arrivate alla conclusione che sarà necessario evacuare interamente i villaggi palestinesi e i campi di rifugiati delle aree di conflitto. L'idea è maturata in seguito all'esperienza dell'operazione Piombo Fuso. Dopo l'attacco dell'inverno 2008/2009, infatti, Israele è stato duramente criticato dal rapporto Goldstone per le azioni compiute nelle aree urbane. Fonti militari nel frattempo sostengono che Hamas in questo momento non sarebbe interessato ad un nuovo conflitto con lo Stato ebraico. Anche il movimento islamico avrebbe però apportato delle modifiche alle sue strategie: sempre in conseguenza dell'Operazione Piombo Fuso, Hamas ha rimpiazzato diversi comandanti di brigata e battaglioni, definendo in modo più chiaro le aree di competenza di ciascuno in base ad aree specifiche.

(PeaceReporter, 23 giugno 2010)

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Turchia. Militari addestrati in Israele sull'uso dei droni

Sono oltre una ventina gli ufficiali e i militari turchi che saranno addestrati in Israele per due settimane sull'uso dei dieci droni Heron acquistati da Ankara con un accordo di 190 millioni di dollari. La delegazione, che come riporta Yedioth Ahronoth è giunta nello Stato ebraico, comprende anche alti funzionari di governo.
La loro presenza potrebbe essere letta come un segnale di distensione tra i due Paesi dopo il raid israeliano sulla 'Mavi Marmara' che ha portato all'uccisione di nove attivisti turchi. I droni acquistati dalla Turchia, sei dei quali sono già stati consegnati, sono stati prodotti dalle Industrie aerospaziali di Israele e da Elbit Systems. Verranno utilizzati dall'esercito turco nella lotta con il Pkk. Istruttori delle Forze di Difesa israeliane e delle Industrie aerospaziali sono stati inviati in Turchia per addestrare il personale militare all'uso dei droni, ma sono rientrati in Israele dopo le tensioni scoppiate in seguito al raid del 31 maggio contro la 'Freedom Flotilla'.

(l'Occidentale, 23 giugno 2010)

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Israele non permetterà che Gaza diventi un porto iraniano

Capo distato maggiore Ashkenazi: sappiamo come agire

ROMA, 23 giu. - Israele non può permettere che Gaza si trasformi in un porto iraniano: lo ha affermato il Capo di stato maggiore delle forze armate dello Stato ebraico, generale Gabi Ashkenazi, le cui dichiarazioni sono state riportate dal quotidiano israeliano Ha'aretz. Israele ha "il diritto di esaminare i carichi e prevenire il flusso di armi a Gaza": "Coloro che si dicono preoccupati per la situazione nella Striscia e vogliono far arrivare medicinali sono i benvenuti ad Ashdod", ha continuato Ashkenazi, riferendosi al porto israeliano nei pressi della Striscia. Se una flottiglia umanitaria libanese dovesse far rotta verso Gaza le forze armate sapranno come affrontare al situazione: "Se cercano la pace, risponderemo in modo pacifico, altrimenti sappiamo quel che dobbiamo fare" ha concluso il generale, che ha reso omaggio ai commando protagonisti del raid che il 31 maggio scorso causò 9 morti fra gli attivisti. Oltre al Libano, anche l'Iran ha espresso l'intenzione di inviare una nave umanitaria per infrangere il blocco di Gaza, provocando la dura risposta dello Stato ebraico: "Nessuna persona sana di mente può credere che una nave inviata dagli ayatollah e dai Pasdaran possa avere a che fare con gli aiuti umanitari, non credo che esista alcun Paese in tuta la regione che permetterebbe a una nave simile di avvicinarsi alle sue coste", ha commentato il portavoce del Ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor.

(Apcom, 23 giugno 2010)

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Mondiali 2010 - Messi e Argentina in finale, questione di cabala

Lionel Messi
Signori e signori, in alto i calici. Veste la maglia numero dieci della nazionale argentina, dribbla da spellarsi le mani, è il numero uno dei calciatori in attività. Lionel Messi, stella indiscussa del Barcellona e della Seleccion, è un fenomeno e questo si sapeva da tempo. Ma la novità è che le sue prodezze trascendono di gran lunga le note capacità pedatorie. Grazie a David Skolni, cabalista israeliano di origine sudafricana, è stata scoperta la vera natura e il segreto del talento di Rosario. Messi non si accontenta di essere un campione: il prode Lionel sarebbe addirittura un "messaggero di Dio". Troppe coincidenze cabalistiche, ha spiegato Skolni, autore di uno studio molto complicato i cui risultati sono stati pubblicati dal Jerusalem Post. Vicende familiari, carriera e analogie pallonare con il suo allenatore Maradona (dal 1986 rinominato "la mano di Dio" per il celebre goal segnato contro gli inglesi): la vita di Messi (messianico anche nel cognome) è tutta un numero. E quei numeri, secondo Skolni, parlano chiaro: Leo è latore di un messaggio divino e questa sua particolarità porterà lo squadrone sudamericano in finale.

(Notiziario Ucei, 23 giugno 2010)

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Hamas non permetterà alla Croce Rossa di visitare Shalit

Per timore di operazione militare israeliana

ROMA, 23 giu. - Hamas non permetterà alla Croce Rossa Internazionale di visitare Gilad Shalit, il militare israeliano rapito quattro anni fa dalle milizie palestinesi e da allora prigioniero nella Striscia di Gaza: è quanto pubblica il quotidiano israeliano Ha'aretz, citando la radio militare dello Stato ebraico.
L'organizzazione estremista palestinese avrebbe respinto la richiesta della Croce Rossa nel timore che una visita potesse portare a un'operazione militare israeliana per la liberazione del prigioniero, secondo quanto avrebbe spiegato un parlamentare di Hamas, Yehia Moussa.
La famiglia di Shalit ha criticato la gestione del sequestro da parte del governo israeliano, prima con l'abbandono dei negoziati per uno scambio di prigionieri e di recente con la decisione di allentare il blocco sulla Striscia di Gaza senza pretendere in cambio la liberazione del militare.

(Apcom, 23 giugno 2010)

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Hamas, Shalit segue in tv mondiali calcio

Il soldato israeliano vedrebbe gli incontri dall'emittente al-Aqsa

GAZA - In una località segreta di Gaza, dove è tenuto prigioniero da quattro anni da Hamas, il caporale israeliano Ghilad Shalit segue tutti i giorni i campionati mondiali di calcio. Lo rivela il giornale islamico a-Risala, legato a Hamas, secondo cui Shalit vede le partite trasmesse dalla emittente di Hamas, la Tv al-Aqsa. La pubblicazione di questa notizia rappresenta una eccezione in quanto Hamas mantiene su Shalit una totale cortina di riserbo e vieta qualsiasi contatto con lui anche ad esponenti di organizzazione internazionali. Di recente ha anche respinto l'idea di uno scambio di lettere con i familiari.
Secondo a-Risala, la possibilità di seguire i campionati in corso in Sudafrica garantisce a Shalit "un momento di svago che l'aiuta a superare la delusione per la sospensione da parte del governo del suo Paese degli sforzi per liberarlo". Ma anche dal calcio, prosegue il giornale, il prigioniero ha ricavato nuove amarezze. "Shalit ha infatti la nazionalità francese e si è molto rattristato per il comportamento di quella Nazionale". Il 2-0 inflitto dal Messico alla Francia il 17 giugno "lo ha molto rattristato". Le informazioni del giornale islamico giungono mentre in Israele la famiglia di Shalit sta completando i preparativi per una marcia di protesta che inizierà dall'abitazione della famiglia, in Galilea, per arrivare fino all'ufficio del premier Benyamin Netanyahu a Gerusalemme. I genitori di Shalit affermano che non torneranno a casa "senza Ghilad". La loro battaglia per convincere Netanyahu ad accettare le condizioni di Hamas per uno scambio di prigionieri è accompagnata da giorni con titoli vistosi dei due principali tabloid di Israele, Yediot Ahronot e Maariv. Ma fra i responsabili alla sicurezza in Israele viene espresso il timore che queste pressioni popolari abbiano come effetto un ulteriore indurimento da parte di Hamas, e dunque complichino i contatti indiretti condotti da un mediatore tedesco.

(ANSA, 23 giugno 2010)

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Colosseo al buio per chiedere la liberazione del soldato Shalit

Giovedì prossimo alla mezzanotte israeliana, le 23 in Italia, le luci del Colosseo saranno spente per chiedere l'immediata liberazione di Gilad Shalit, il soldato israeliano prigioniero di Hamas, che è stato rapito il 25 giugno 2006 da guerriglieri palestinesi durante un attacco a un avamposto militare in territorio israeliano. durante l'assalto rimasero uccisi due soldati israeliani e Shalit venne catturato. Il giorno dopo la cattura, i responsabili del sequestro emisero un comunicato offrendo di dare informazioni sul prigioniero shalit, qualora Israele avesse acconsentito a liberare tutti i prigionieri minorenni e le donne, una settimana dopo chiesero la liberazione di altri 1000 prigionieri palestinesi e la fine degli attacchi alla Striscia di Gaza. Poi c'è stato un ultimatum, ma Israele ha dichiarato, «non ci saranno negoziati per il rilascio dei prigionieri».
Ora il colosseo spegne le sue luci per liberare Shalit, lo comunicano il sindaco Gianni Alemanno, e il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici. La manifestazione, alla quale sarà presente il padre di Gilad Shalit, è promossa dalle associazioni giovanili Bnei Brit Giovani e Ugei (Unione Giovani Ebrei Italiani) per un loro coetaneo: «All'evento sono invitati tutti i cittadini - spiegano Alemanno e Pacifici - l'obiettivo è quello di unire le forze e sensibilizzare l'opinione pubblica per riportare Gilad a casa, nonchè per rilanciare il processo di pace in Medio Oriente». L'appuntamento è per le 21:30, ingresso dall'Arco di Costantino.

(Adnkronos, 22 giugno 2010)

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Luci spente al Castello di Milano per il quarto anniversario del rapimento di Shalit

La Comunità Ebraica di Milano e il Comune di Milano spegneranno le luci del Castello Sforzesco giovedì prossimo per ricordare il quarto anniversario del rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit, prigioniero del movimento terroristico Hamas. Daniele Nahum, Vice Presidente della Comunità Ebraica di Milano, ha dichiarato: "Ringraziamo il Presidente del Consiglio comunale Manfredi Palmeri e l'assessore alla Cultura Massimiliano Finazzer Flory per aver aderito al nostro appello a compiere un gesto di solidarietà nei confronti del soldato israeliano Gilad Shalit, rapito il 24 giugno di quattro anni fa dal movimento terroristico Hamas. A Gilad Shalit vengono negati i diritti del prigioniero sanciti dalla Convenzione di Ginevra, infatti la sua famiglia non ha informazione sul suo stato di salute, né fisica né mentale. Il Comune di Roma ha sposato l'iniziativa dell'Unione Giovani Ebrei d'Italia e del Benè Berith Giovani, di spegnere, durante la sera del 24 giugno, le luci del Colosseo per qualche minuto, in ricordo del rapimento di Shalit. Anche la nostra città farà un gesto concreto per dimostrare solidarietà a Gilad Shalit, spegnendo per quindici minuti, dalle ore 21.45 fino alle ore 22, le luci del Castello Sforzesco". La Comunità Ebraica di Milano e il Comune organizzeranno dalle ore 21.15 fino alle ore 22 di giovedì una fiaccolata davanti al Castello Sforzesco. (Omnimilano.it)

(la Repubblica, 22 giugno 2010)

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La Knesset sul genocidio armeno

L'assemblea adotterà probabilmente una mozione che inasprirà ulteriormente le relazioni con Ankara.

di Marco Tosatti

Il parlamento israeliano intende discutere entro il mese una mozione sul genocidio armeno, la strage di cittadini armeni commessa in Turchia all'inizio del secolo scorso ma non riconosciuta da Ankara come piano deliberato di sterminio etnico. Un'iniziativa questa, che potrebbe portare a un riconoscimento del genocidio, inasprendo certamente la crisi con la Turchia, esplosa in seguito all'attacco israeliano alla Freedom Flotilla per Gaza. La sessione sul genocidio armeno è il frutto di un'iniziativa di Haim Oron, presidente del partito Meretz, che citato dal sito del quotidiano Haaretz ha assicurato che non si tratta di una vendetta nei confronti della Turchia, visto che la sua proposta risale a un anno fa: "Non possiamo essere complici di una negazione, perché come popolo ebraico siamo stati vittime di questi comportamenti", ha dichiarato Oron.
Il parlamento israeliano ha deciso di assegnare al Comitato di Difesa e degli Affari Esteri, presieduto da Zahy Hanghabi, il compito di esaminare per due settimane il massacro di armeni ad opera dei turchi del nel corso della Prima guerra mondiale. E' certamente un cambiamento di atteggiamento molto forte e significativo, da parte di Israele, che fa seguito a un analogo spostamento da parte della comunità ebraica degli Stati Uniti.

(La Stampa, 22 giugno 2010)

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Palestinomania

di Deborah Fait

Siamo proprio circondati.
A Nord hezbollah si accinge a usare il suo nuovo armamento, accatastato, migliaia di missili. sotto il naso dell'Unifil.
A Sud hamas marcia a passo dell'oca con i passamontagna neri e lucida i kassam che circa un tre volte alla settimana lancia in Israele, cosi' per fare esercizio e sgranchirsi un po'.
A Est abbiamo i palestinesi che ogni tanto si divertono a mandare qualche terrorista, per fortuna sempre bloccato grazie alla barriera.
E adesso, per la prima volta, siamo attaccati anche dal mare dalle barche che portano sedie rotte, apparecchi acustici senza batterie e terroristi che urlano "Ytbach Yahud- uccidi gli ebrei" per tenersi svegli e picchiare o pugnalare meglio i soldati israeliani....

(Informazione Corretta, 22 giugno 2010)

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Percorso della cultura ebraica

PESARO - Da giovedì 24 giugno, si riapre il percorso cittadino della cultura ebraica composto dalla sinagoga e dal Cimitero Ebraico visitabili gratuitamente, come di consueto ormai da diversi anni, il giovedì pomeriggio.
La sinagogadi via delle Scuole sarà aperta dal 24 giugno al 30 settembre, ogni giovedì dalle 16 alle 19, grazie anche alla preziosa disponibilità delle associazioni Fai e Serc. Collocata nel cuore dell'antico quartiere ebraico, la sinagoga sefardita (o di rito spagnolo) è uno degli edifici storici più suggestivi del centro che risale alla metà del XVI secolo. E' questo un periodo d'oro per Pesaro che vede il suo porto ampliato, per boicottare quello di Ancona, da Guidubaldo II Della Rovere. In città accorrono molti ebrei portoghesi che hanno l'esigenza di continuare i propri studi mistici; e infatti la struttura in cui è inglobata la sinagoga (o scola, termine con cui un tempo si indicava appunto la sinagoga), ospitava anticamente le scuole di studi cabalistici, di musica e materna. All'interno dell'edificio, perfettamente recuperato, si possono ammirare ancora oggi gli elementi architettonici legati alle funzioni che quel luogo svolgeva per la comunità, come il forno per la cottura del pane azzimo o la vasca per i bagni di purificazione.
Accanto alla sinagoga, anche il cimitero ebraico (strada panoramica San Bartolo c/o n. 161), è aperto da giugno a settembre il giovedì dalle 17 alle 19 (info Ente Parco Naturale Monte San Bartolo 0721 400858, 335 1746509). Adagiato sulle pendici del colle San Bartolo, fino a metà novecento lo spazio appariva come una scoscesa pendice campestre con rade alberature; nel 2002 è stato poi recuperato dalla Fondazione Scavolini che ne ha reso possibile la fruizione. Fra l'intrico di rovi affiorano più di 100 monumenti funerari realizzati con pietre locali, soprattutto calcare di Piobbico e più raramente arenarie, o marmi.
Tel 0721 387474; per informazioni e prenotazioni infoline 199 151 123; www.pesarocultura.it.

(fanoinoforma.it, 22 giugno 2010)

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Ambasciatore israeliano in visita privata a Nardò per comprare le pucce

NARDO' (LE) - Arriva a Nardò, in visita privata, l'ambasciatore d'Israele e viene conquistato dalla città salentina e dalle pucce con le olive. Mordechai Lewy è giunto a palazzo Personè in mattinata: una lunga visita della quale in pochi sapevano e chi sapeva non ha parlato visto che un personaggio di questo genere - è l'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede - è da tenere sotto la massima protezione. Infatti la città è stata attraversata da un torpedone di auto blu e di macchine di scorta: polizia a carabinieri a decine, oltre ai body guard della scorta, che hanno portato "sua eccellenza" prima al Comune per incontrare il sindaco e poi, tutti insieme, museo della memoria di Santa Maria al Bagno. Un giorno ideale per visitare la struttura visto che proprio era il giorno in cui, finalmente, si aprivano le buste per l'affidamento dei servizi per rendere fruibile il museo.
Per il sindaco Vaglio è stata una giornata da incorniciare: «Una visita voluta e spontanea, grazie a un neretino che ama la sua città. In questo modo i rapporti tra Nardò, città dell'accoglienza, e il popolo ebraico si consolidano e si rafforzano sotto il segno dell'amicizia».
Il riferimento del primo cittadino va a Massimo Perrone, cavaliere dell'ordine equeste del Santo sepolcro di Gerusalemme. La visita del diplomatico di deve in larga parte a lui. Siparietto, infine, nel Dolce Forno di Claudio Striani, sulla via per il mare, dove Lewy è entrato per comprare le pucce leccesi. La giovane commessa, confusa dalla invasione dei "gorilla" nel locale ha esclamato: «Eh, sì, ma dovete fare la fila anche voi!» [b.v.]

(La Gazzetta del Mezzogiorno, 22 giugno 2010)

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Francia - Legittima la chiusura del canale satellitare legato ad Hamas

La decisione della Francia di sospendere le trasmissioni di 'Al-Aqsa Tv', il canale legato al movimento di resistenza islamica Hamas, giunge in "applicazione delle direttive europee" che mirano a bloccare le attività di qualunque media che inciti alla violenza e all'odio.
Parola del commissario Ue alle Telecomunicazioni, Jonathan Todd, il quale ha fatto sapere che la Commissione Ue è soddisfatta del passo compiuto la settimana scorsa dalla Francia. 'Al-Aqsa Tv' trasmetteva da Parigi tramite l'operatore satellitare Eutelsat.
Da anni esistono direttive che consentono a media non europei di trasmettere in territorio Ue a patto che alcune condizioni, tra cui il fatto di non incitare alla violenza e all'odio e in questo senso "le autorità francesi hanno semplicemente applicato le direttive", ha detto Todd, precisando che l'operatore Eutelsat era stato avvisato più volte della necessità di sospendere le attività di 'Al-Aqsa Tv'.

(ADUC Tlc, 22 giugno 2010)

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Uno staterello jihadista, terrorista, antioccidentale e antisemita sulle coste del Mediterraneo

dii Barry Rubin

Israele era alla ricerca di una politica che gli permettesse, in questo ordine di priorità: di preservare la propria sicurezza nella massima misura possibile, erodere il più possibile il potere di Hamas e ridurre le condanne da parte della comunità internazionale. Di conseguenza il governo ha approvato una strategia modificata per la striscia di Gaza.
Il principio base può essere così sintetizzato: porre l'accento su qualunque cosa possa essere usata per scopi militari contro Israele, ma allentare lo sforzo volto a destabilizzare il regime di Hamas. Cosa del tutto logica, dato che quest'ultimo obiettivo è reso in ogni caso impossibile dalla protezione che la comunità internazionale accorda al regime di Hamas, nonostante si tratti di un regime islamista jihadista, terrorista, anti-occidentale, con intenzioni genocide, scagnozzo dell'Iran, votato a combattere Israele e prima o poi a sovvertire l'Egitto....

(israele.net, 22 giugno 2010)

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C'è ancora molto da dire sulla Shoah

di Angelo Paoluzi

A quattordici anni capì di essere «l'unica sopravissuta di una famiglia di ebrei sterminati»: è stato coniato, in polacco, un apposito termine per descrivere la situazione in cui nel 1945 si trovava, con molti altri, Irit Amiel. È l'autrice di ventitré storie, per non dimenticare, contenute in Fratture (Keller editore, Rovereto 2010, pagg. 139, euro 13,50): su ciascuna di esse si può tornare ad apertura di pagina, in un libro non da consumo ma da tenere a portata da mano, come un piccolo, prezioso vademecum, specie in presenza di ricorrenti idiozie antisemite o spurghi revisionisti.
Non si tratta di episodi ma di eventi che, in poche pagine (da due a dieci, per il più lungo), riescono a trasmettere il brivido della tragedia nella quale sei milioni di ebrei furono vittime della ferocia razzista. L'ultimo di essi, "L'undicesimo comandamento", è una sorta di memorandum che si conclude con le parole: «Racconta sempre di noi! Ai tuoi figli nipoti pronipoti! Sempre! Fino alla fine dei tempi! Ricorda!». E gli esclamativi perdono, qui, la loro connotazione altrimenti enfatizzante.
Fratture, nel suo linguaggio che gronda dolore, non scade nell'invettiva ed è scandito su un ritmo di elegiaca durezza, di nostalgia familiare quando si rivolge ai genitori morti: «Ho scritto un libro e ho voluto portarlo in questa città, affinché tutti voi possiate continuare a vivere qui ancora per un po', non foss'altro nelle parole, sulle pagine del mio libro».
Lo stile e l'atmosfera rinviano a Spoon River di Edgar Lee Masters, alle lapidi e agli epitaffi del cimitero sulla collina. Con la differenza che vi si indovinano personaggi reali: bimbi in fuga e scampati non si sa come, intere famiglie spedite alla morte, ombre di scomparsi che tornano, inseguimenti di impossibili memorie, superstiti che si covano dentro la domanda del perché sono stati risparmiati. E non senza una nascosta vena di ottimismo, come direbbe Gramsci, della volontà.
La testimonianza della Amiel è il segno, fra l'altro, che molto ancora resta da dire sull'Olocausto e che lo si può fare con eccellenti risultati letterari: le vicende dei piccoli e degli anonimi hanno quel peso che Fernand Braudel rivendicava loro nel farsi della storia. Ci sono ancora superstiti, ci sono gli "scottati", i riemersi dai gironi infernali dei lager, che sono in grado di narrare l'orrore della Shoah. Come la scrittrice israelo-polacca, vanno ascoltati.

(Europa, 21 giugno 2010)

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Patata bollita come nuova fonte di energia

Con questo vegetale creata una batteria low cost

ROMA, 21 giu- Ricercatori di Gerusalemme hanno creato una batteria da una patata bollita che puo' sostituire le pile da 1,5 Volt con un costo 50 inferiore. Questa batteria usa l'elettrolisi della patata accoppiata a elettrodi di zinco e rame. La bollitura, spiegano gli scienziati, permette di aumentare di 10 volte l'efficienza della pila cosi' ottenuta, perche' riduce la resistenza interna del vegetale. La patata puo' realizzare il progetto su larga scala, sottolineano gli autori, perche' si trova in 130 Paesi.

(ANSA, 21 giugno 2010)

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Bova Marina (RC): giovedì la presentazione del parco archeologico della Sinagoga

Giovedì 24 giugno pv alle ore 11,30 nella sala Giuditta Levato del Consiglio Regionale sarà presentato alla stampa il nuovo Parco archeologico della Sinagoga ebraica di Bova Marina, che aprirà i battenti domenica 27 giugno alle ore 17.
Nel 1983 durante i lavori per la realizzazione di un tratto della S.S. 106 Jonica, che da Reggio Calabria va a Locri, in località Deri nel comune di Bova Marina, presso la foce della fiumara San Pasquale fu rinvenuto un monumento di eccezionale interesse, una sinagoga ebraica tardo imperiale, tra le pochissime della diaspora di cui resta una documentazione materiale.
L'area dove sorgeva la Sinagoga
In un primo momento l'impianto ritrovato dagli operai fece pensare ad una villa romana, ma successivamente, dalle figure riprodotte nel mosaico che ornava una delle sale dell'impianto, fu chiaro che ci si trovava davanti ad una sinagoga identificata grazie ai simboli di culto rappresentati a mosaico: il nodo di Salomone e la menorah, il candelabro a sette bracci. Gli studiosi ne definiscono la cronologia tra il IV ed il VI secolo d.C., quando sembra che una distruzione violenta abbia posto fine alla vita dell'edificio e, conseguentemente, alla comunità ebraica del luogo.
Le testimonianze portate alla luce dagli scavi condotti successivamente dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria sono significative per la ricostruzione dell'intera struttura che si identifica come la più antica sinagoga della diaspora ebraica in Occidente seconda solo a quella di Ostia (I sec. d.C.).
L'area contiene numerose tracce che testimoniano l'intreccio di culture differenti che si svilupparono nel territorio calabrese: le indagini archeologiche hanno consentito, infatti, di apprezzare come in questo sito della Magna Grecia (forse identificabile con l'antico abitato di Skyle, riportato negli itinerari della Tabula Peutingeriana), durante la fase romana imperiale, si sia sviluppata la convivenza tra popolazione locale ed osservanti della fede giudaica.
A distanza di quasi vent'anni, con il percorso della superstrada che anziché essere spostato di qualche metro per consentire una fruizione significativa del luogo fu solo sopraelevato, un progetto promosso dall'Amministrazione comunale di Bova Marina e dalla Soprintendenza ai Beni Archeologici della Calabria, con la consulenza dell'Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria valorizza il ritrovamento e crea un parco intorno ad esso.
Il primo progetto di valorizzazione nasce nel luglio del 2006 grazie a un bando della Regione Calabria per l'elaborazione di proposte progettuali nell'ambito dell'Asse II Beni Culturali - POR Calabria 2000-2006. La proposta, denominata "Tra Leucopetra e Capo Eraclion", prevede la valorizzazione dei contesti archeologici di Lazzaro e Bova Marina-San Pasquale .
Il progetto attuale, "Parco di S. Pasquale (sinagoga ebraica)", viene finanziato dalla Regione Calabria all'interno dell'Accordo di Programma Quadro "Beni ed attività culturali per il territorio della Regione Calabria", con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e prevede interventi per la creazione di un parco per la valorizzazione del patrimonio archeologico di età greco-romana e, più in generale, del millenario percorso di civiltà di questo territorio.
Nel 2009 vengono completati i lavori per la realizzazione del Parco Archeologico della Vallata del San Pasquale - ArcheoDeri, testimonianza concreta dell'utilizzo di quest'area ionica, in età romana imperiale, anche da parte di una comunità ebraica.
All'interno di questa area sottoposta a vincolo archeologico si trova il complesso edilizio appartenente ai baroni Nesci di Sant'Agata costituito dalla residenza signorile, oggi in stato di rudere, dalla cappella privata e dai manufatti utilizzati per la lavorazione del bergamotto e delle olive di cui fa parte l'ex frantoio, struttura interessata dal progetto del parco. Questo fabbricato ha una datazione che può farsi risalire, dalle notizie dirette raccolte dagli eredi Nesci, agli inizi del XX secolo, probabilmente intorno agli anni '20. Dagli stessi eredi Nesci si ipotizza una progettazione commissionata ed una ditta specializzata del Nord Europa (svedese?), evidenziata da una lineare e razionale distribuzione degli spazi e delle strutture di produzione ancora visibili.
L'ex frantoio è stato ristrutturato per ospitare al suo interno un Centro di documentazione del territorio, con spazi da dedicare ad attività culturali e formative in materia di salvaguardia e conservazione dei beni culturali ed ambientali del territorio (convegni, seminari, corsi di formazione, stages, ecc.) e uno spazio espositivo dedicato al territorio e alla cultura ebraica.
Nello specifico il Centro al piano terra ospita il percorso che presenta la storia del territorio di Bova Marina e della presenza ebraica in Calabria. L'itinerario didattico è articolato con uno spazio espositivo
Il mosaico rinvenuto a Bova Marina
che illustra la storia degli edifici del complesso agricolo - edilizio dalla famiglia Nesci e le peculiarità culturali dell'Area Ellenofona, insieme ad un interessante percorso storico che evidenzia il ruolo delle comunità ebraiche in Calabria. Il progetto museale nasce da un'idea della prof.ssa Rosa Maria Cagliostro, responsabile scientifico dell'intero progetto del Parco, e dall'arch. Luigi Zumbo con l'allestimento del prof. Gianni Brandolino e della dott. Chiara Corazziere, che ha curato anche la grafica dei pannelli didattici e promozionali del luogo.
Al piano superiore una biblioteca con testi riguardanti la storia dell'ebraismo nell'Italia Meridionale e la cultura greco-calabra, una sala di consultazione multimediale ed una sala per conferenze ed esposizioni temporanee.
La realizzazione del progetto ha visto impegnato il Comune di Bova M.na con la giunta Zavettieri e l'attuale condotta dal dott. Squillaci,la Direzione regionale dei Beni culturali guidata dall'arch.Francesco Prosperetti, la Soprintendenza archeologica con la dott. Lattanzi, quindi la dott.Zarattini, la dott. Greco e oggi con la dott. Bonomi, le responsabili di zona dott.Andronico e dott. Agostino,la Regione Calabria erogatrice dei finanziamenti comunitari, l'Università Mediterranea con un primo accordo siglato dall'ex Rettore Bianchi e quindi dal Consorzio Cerere presieduto dalla prof. Marisa Cagliostro,che ne ha coordinato l'attuazione facendo anche da tramite tra le varie componenti. Il progetto di recupero del frantoio ex Nesci si deve al prof.arch.Fabio Mariano con la consulenza tecnico-strutturale dell'ing.Lamura. Il progetto della caffetteria e della sistemazione esterna si deve all'arch. Luigi Scaramuzzino. I lavori sono stati eseguiti dalla dittà Sgrò.

(Strill.it, 21 giugno 2010)

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Cisgiordania, nasce la prima radio dedicata alle donne

Un gruppo di imprenditrici palestinesi ha da poco lanciato in Cisgiordania un'emittente radiofionica dedicata interamente alle donne e al mondo femminile. Radio Nisaa (in arabo, donne),oltre a dar voce alle donne che chiedono più uguaglianza dei diritti, si rivolgerà anche agli uomini con lo scopo di influenzarli positivamente nei confronti dell' altro sesso. C'è il pieno sostegno di Rabiha Diab, ministro palestinese per le questioni femminili, che afferma l'importanza che ha l'emittente nell'affrontare importanti tematiche sociali. A questo progetto partecipa anche l'organizzazione britannico-elvetica no profit "Smiling Children Foundation"che sostiene economicamente il progeto di Maysoun Odeh Gangat, la fondatrice dell emittente.

(PeaceReporter, 21 giugno 2010)

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Quando Franco spediva a Hitler le liste degli ebrei da sterminare

Scoperti documenti inoppugnabili con seimila nomi

dal corrispondente Josto Maffeo

Francisco Franco
MADRID (21 giugno) - Una lista di ebrei sefarditi da avviare verso l'Olocausto, seimila nomi, un regalo del "generalissimo" Francisco Franco ad Adolf Hitler. O meglio, un "omaggio" di José Finat Escrivà de Romaní, conte di Mayalde, direttore generale per la Sicurezza franchista e poi ambasciatore a Berlino, all'amico Heinrich Himmler, capo delle SS.
È stato il lavoro certosino di un giornalista ebreo, Jacobo Israel Garzón, a far luce su un episodio che la polvere della Storia stava occultando da troppo tempo. Un documento custodito miracolosamente all'Archivio Nazionale, sul quale ha poi lavorato il quotidiano El País, sembra poter dimostrare che il 13 maggio 1941 i governatori civili, corrispondenti ai nostri prefetti, ricevettero da Madrid l'ordine di elaborare liste dettagliate degli ebrei sefarditi. Ne vennero fuori seimila nomi e non fu facile perché, come precisavano le autorità franchiste, i sefarditi passavano inosservati "per le similitudini" con "il temperamento spagnolo". In realtà, i sefarditi erano spagnoli a tutti gli effetti.
Secondo El País, che ricostruisce la vicenda nelle sue pagine culturali del supplemento domenicale, la circolare di José Finat ai governatori di tutte le province nacque dopo alcuni incontri del marchese di Mayalde con Himmler e lo spagnolo già pensava di portare le liste dei sefarditi a Berlino quale presente per Himmler. Già, perché il capo della sicurezza di Franco sapeva che sarebbe stato nominato ambasciatore presso Hitler.
Le schedature erano accurate. Nomi, professioni, composizione familiare, amicizie, ideologia e inclinazioni finivano nelle schede personali degli ebrei identificati come tali dalla polizia del regime franchista. Il dossier con i seimila nomi fu consegnato ai nazisti poco prima che sulle rive del Wannsee, alle porte di Berlino, i gerarchi del Terzo Reich decidessero la nuova strategia della "soluzione finale" per "ottimizzare" e rendere sistematico lo sterminio degli ebrei.
Ma più tardi, caduto il Terzo Reich, la Spagna franchista tentò di rifarsi una verginità e tirarsi fuori dagli orrori. Madrid tentò di cancellare ogni traccia, ogni documento che potesse provare la benché minima collaborazione o connivenza nello sterminio. Finché la pazienza di un giornalista ebreo è riuscita a portare alla luce un documento inoppugnabile, una delle circolari del conte di Mayalde, quella al governatore di Saragozza. Che inchioda ancora una volta il franchismo.

(Il Messaggero, 21 giugno 2010)

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Gli ebrei lasciano Anversa

BRUXELLES - "Gli ebrei stanno abbandonando Anversa", titola De Standaard. Il quotidiano belga prevede che nel giro di cinquant'anni non ci saranno più ebrei residenti in città. A causa del crescente antisemitismo molti giovani ebrei lasciano il Belgio per andare a studiare a Londra, New York o in Israele, dove "lavorare con la kippah non è un problema", e non fanno più ritorno. Oltretutto, iniziare una carriera ad Anversa è diventato sempre più difficile, dato che la comunità ebraica ha perso il monopolio sul commercio di diamanti e non ha ancora trovato un'alternativa. Secondo De Standaard "soltanto gli ebrei chassidici restano, e rifiutano di adattarsi".

(presseurop.eu, 21 giugno 2010)

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Israele costruirà il più grande dissalatore del mondo

LIVORNO. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha annunciato l'intenzione di costruire il più grande impianto di dissalazione di acqua marina del mondo. Il mega-dissalatore dovrebbe essere installato sulla costa della città costiera israeliana di Ashkelon, vicina all'assetata e assediata Striscia di Gaza, e dovrebbe fornire 150 milioni di m3 di acqua dolce all'anno, addirittura il 25% del fabbisogno dell'intero Israele.
Il governo israeliano ha esaminato ieri sia i progetti della rete di distribuzione dell'acqua del dissalatore sia le infrastrutture necessarie, compresa la rete di depurazione delle acque reflue della basi militari delle quali pullula l'area per tenere sotto controllo i palestinesi.
L'impianto di Ashkelon dovrebbe essere costruito in tempi record ed entrare in funzione entro tre anni, insieme ad un altro dissalatore i cui lavori di realizzazione sono già iniziati. A maggio Israele aveva già inaugurato un altro impianto di dissalazione vicino ad Hadera, una città nel nord del Paese, in grado di fornire acqua potabile ad un milione di abitanti. Nello Stato ebraico esistevano già tre grandi impianti di dissalazione in grado di produrre 230 milioni di m3 di acqua potabile all'anno.
Speriamo almeno che tutto questo riesca a far diminuire le tensioni intorno all'acqua, soprattutto del Giordano, che oppongono gli israeliani ai palestinesi ed ai Paesi arabi vicini, che accusano Israele (a ragione anche secondo recenti rapporti internazionali) di appropriarsi delle risorse idriche della regione.

(greenreport.it, 21 giugno 2010)

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Beirut autorizza nave diretta a Gaza di salpare per Cipro

Libano e Israele sono ancora, tecnicamente, in stato di guerra

BEIRUT, 21 giu. - Le autorità libanesi hanno autorizzato una nave diretta a Gaza di salpare alla volta di Cipro. Stando a quanto dichiarato dal ministro dei Trasporti di Beirut, Ghazi Aridi, la nave 'Julia', carica di aiuti umanitari e con attivisti a bordo, è al momento ancorata nel porto libanese di Tripoli ed è pronta a salpare una volta ottenuto il via libera dalle autorità portuali. Aridi è stato intervistato ieri sera da un'emittente televisiva libanese e le sue dichiarazioni sono state riportate oggi dalla stampa.
Il ministro ha precisato che la nave otterrà l'autorizzazione a salpare verso Cipro e non direttamente verso Gaza perchè Libano e Israele sono ancora, tecnicamente, in stato di guerra.
Gli organizzatori della nave hanno precisato oggi che intendono salpare alla volta di Cipro nei prossimi giorni. Non hanno voluto indicare la data precisa per motivi di sicurezza.

(Apcom, 21 giugno 2010)

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Soragna, gli studenti hanno imparato cosa significa la cultura ebraica

Nella Rocca Meli Lupi premiati i vincitori del concorso Shevilim istituito dal museo Levi

di Bruno Colombi

La Sala delle grottesche
SORAGNA (PR) - Lasciata per un giorno la sinagoga, tradizionale sede della cultura ebraica annessa al museo «Fausto Levi», la comunità ebraica si è trasferita nella cinquecentesca «Sala delle grottesche» della Rocca Meli Lupi, dove è avvenuta la premiazione delle classi risultate vincitrici del concorso Shevilim promosso dalla stessa Comunità ebraica con il patrocinio della Provincia di Parma.
Oltre al numeroso e qualificato pubblico, erano presenti il sindaco di Soragna Salvatore laconi Farina, il rabbino capo di Ferrara rav. Luciano Caro, l'assessore provinciale Andrea Fellini, il principe Diofebo Meli Lupi, la signora Silvana Levi Norsa ed il presidente del museo ebraico Giorgio Giavarini.
Le autorità presenti hanno illustrato il significato dell'iniziativa attuata dal museo «Fausto Levi» per questo progetto di studio che fin dalla sua prima edizione ha suscitato un vivo interesse fra le classi, coinvolgendo sempre più gli studenti nell'approfondimento della cultura ebraica e delle sue tradizioni
Un'apposita commissione ha premiato la classe 3a B del liceo ginnasio statale «Melchiorre Gioia» di Piacenza ed il gruppo teatrale formato dai ragazzi della scuola secondaria «Lelio Orsi» di Novellara: quelli di seconda hanno proposto, guidati dalla professoressa Angela Iacobellis, la rappresentazione teatrale «La nostra strada e Anna Frank» che ha trattato il tema della segregazione razziale; quelli di terza, diretti dalla professoressa Donatella VigIiola, hanno invece realizzato l'ipertesto «Oggetti del pregiudizio» e la ricerca storica «Gli ebrei a Piacenza nel basso Medio Evo».
Un premio speciale, fuori concorso, è stato assegnato alla scuola primaria «Giovannino Guareschi» di Monticelli Terme. Gli scolari, guidati dalle insegnanti Maria Beatrice Brianti e Monica Frigeri, hanno illustrato la cultura ebraica attraverso una rivisitazione di due opere del pittore ebreo Marc Chagall. «La crocifissione in bianco» e «Le porte del cimitero» sono state riprodotte dopo un'accurata analisi, in modo da ripercorrere la storia ebraica del Novecento attraverso uno dei suoi più illustri rappresentanti.
L'incontro è terminato con il concerto «Il giardino dei melograni» (in ebraico Pardes rimmonim). Lo hanno proposto Riccardo Joshua Moretti al pianoforte e voce, ed il flautista Claudio Ferrarini: un viaggio attraverso le varie esperienze all'intemo della musica nella tradizione ebraica, magistralmente eseguito nella forma del Niggun, melodia senza testo precostituito tipica del mondo chassidico, a lungo applaudito dal pubblico presente .

(Gazzetta di Parma, 21 giugno 2010)

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La Turchia utilizza droni israeliani contro i ribelli curdi

ANKARA, 21 giu - L'esercito turco ha cominciato ad utilizzare dei droni israeliani per raccogliere informazioni sui movimenti dei ribelli curdi nelle montagne dell'Iraq del Nord. Lo ha affermato il capo di stato maggiore dell'esercito turco Ilker Basbug, intervistato dall'agenzia di stampa Anatolia.
''In questi ultimi dieci giorni abbiamo iniziato a utilizzare i nostri sistemi Heron - i sistemi di sorveglianza che abbiamo acquistato in Israele - nel nord dell'Iraq'', ha detto Basbug.
Gli aerei senza pilota ''vengono utilizzati a distanze coordinate con gli americani'', ha aggiunto, spiegando che ''i missili sono controllati dal nostro personale''.
Dalla fine dell'inverno, i ribelli curdi del Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan, che lotta per la creazione di uno Stato indipendente curdo in territorio turco, hanno moltiplicato le loro operazioni nelle regioni montagnose dell'Iraq.
Nel corso di questo fine settimana, a seguito di un attentato del Pkk nel sud-est della Turchia, sono rimasti uccisi 12 soldati ruchi.

(ASCA, 21 giugno 2010)

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Le migliori barzellette dell'umorismo ebraico

di Tonino Nocera

Chi ha scritto le barzellette? È una domanda che in tanti si pongono. Se lo chiede anche Daniel Vogelmann nella prefazione al libro "Le mie migliori Barzellette ebraiche" (pag. 70, € 6) edito da Giuntina, la casa editrice fiorentina che pubblica solo libri di storia e cultura ebraica. Daniel Vogelmann la dirige con l'aiuto del figlio Shulim. La Giuntina www.giuntina.it è ormai un sicuro punto di riferimento per i tanti che vogliono conoscere di più e meglio l'arcipelago ebraico. Tra le varie collane, la più recente è "Israeliana" dedicata alle nuove voci della narrativa d'Israele. Grazie alla quale è possibile leggere scrittori noti in Israele ma sconosciuti in Italia: Sami Michael, Lizzie Doron, Yehoshua Kenaz, Benny Barbash.
Adesso, cedendo alle pressioni del figlio Shulim, Daniel Vogelmann ha deciso di pubblicare alcune delle tantissime barzellette da lui raccontate. L'ironia e l'autoironia sono una componente essenziale dell'ebraismo. Cominciare dalle barzellette è un'ottima strada per avvicinarsi alla cultura ebraica. Una realtà antica, affascinante e unica cui dobbiamo tanto e di cui, purtroppo, tanti sanno così poco. I temi delle barzellette sono vari. Quello più diffuso è la yiddishe mame: la leggendaria mamma ebrea così "presente" nella vita dei figli e così simile alla mamma italiana.

Un ragazzo ebreo porta a cena dalla mamma quattro amiche e in cucina le dice:
"Prova a indovinare chi è quella che vorrei sposare".
Finita la cena, le chiede:
"Allora hai scoperto chi è la prescelta?"
"La brunetta con i capelli corti".
"Come hai fatto a indovinare?!"
"È l'unica che non mi è piaciuta".

Perciò Daniel Vogelmann invita a diffidare dalla mamma ebrea italiana. Le barzellette, però, non servono solo a ridere, talvolta, aiutano a riflettere sulla natura umana: ma sempre con il sorriso sulle labbra.

(newz.it, 21 giugno 2010)

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Dibattito tra Gad Lerner e Stefano Levi Della Torre

CASALE MONFERRATO - Una disputa su un forno per le azzime come metafora del nostro modo di vedere le cose... come era prevedibile non sono mancati gli spunti originali nel dibattito tra Gad Lerner e Stefano Levi Della Torre che ha caratterizzato il pomeriggio di Domenica alla Sinagoga di Casale. Della Torre è un pensatore acuto e eclettico, come la sua arte che si esprime in diversi campi: architetto, scrittore, pittore, come si può ben vedere dalla mostra antologica esposta alla sala mostre della Comunità. Una figura singolare che Lerner indaga a tutto campo, cominciando dal suo percorso formativo. Della Torre nasce da una famiglia antifascista (lo zio è Carlo Levi, autore di Cristo si è fermato a Eboli), ha una formazione laica, di sinistra, poi l'invasione del Libano nel 1982 segna contemporaneamente un momento di impegno civile e il riaccostarsi all'ebraismo attraverso lo studio delle scritture.
Nell'arte così come nella letteratura Levici vede un problema di inquadratura. Si tratta di scegliere bene "lo sguardo lungo o lo sguadro corto secondo le sue parole, Se analizzare il tutto oppure scendere nei dettagli come fa nel suo ultimo lavoro letterario.. Un racconto a tratti divertente incentrato su una disputa rabbinica su un forno. Della Torre con pazienza seziona la storia e ne fa una eccellente punto di una discussione sul metodo. "Alla fine anche chi ha ragione se persegue il suo obiettivo con il metodo sbagliato diventa fanatico" Conclude Lerner.

- I pirotecnici bailam giocolieri del ritmo
  Impossibile guardarli e stare fermi, anche perchè loro sono i primi a muoversi su e giù per tutta la Sinagoga. L'orchestra Bailam che si è esibita domenica sera nel tempio di Casale Monferrato è forse una delle formazioni più interessanti tra i gruppi italiani di musica folk che hanno scelto i Balcani come territorio da esplorare. Logico che dovessero incontrare sul loro cammino anche il klezmer, la musica ebraica dell'europa dell'Est. Logico che dovessero esibirsi anche a Casale prima o poi pur non essendo ebrei. Lo hanno fatto con una energia pirotecnica e grande talento: loro non si limitano a suonare, costruiscono coreografie, piramidi umane come giocolieri. Franco Minelli usa la sua chitarra come un'arma che spara a raffica ritmo e guida il resto del gruppo verso melodie sempre più vorticose.
Si susseguono senza intervallo danze che si chiamano Vranjasky Express, Moussaka, Odessa Bulgar, ma anche qualcosa di più tipicamente ebraico come un commovente Nigun Cassidico, Derid Jerusalem, Di Zilberne Kasene canzone questa che, come spesso capita quando il gruppo ha voglia di giocare, si trasforma in Bella Ciao. Il metronomo non scende mai sotto i 200 e i battiti delle mani del pubblico diventano il settimo strumento di questa scatenata formazione.

(Il Monferrato, 21 giugno 2010)

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Al parco di Brooklyn la pace corre sull'iPod

Viaggio fra i chassidim della Grande Mela, dove prevale la convivenza fra gli stessi gruppi che in Israele si danno battaglia.

Sopravvissuti alle persecuzioni naziste, fuggiti ai pogrom zaristi e sovietici, con l'iPod in tasca, la borsa della spesa lungo la Tredicesima Avenue di Boro Park e la mente costantemente impegnata a riflettere sulla «Daf Yomi», la diversa pagina di Talmud che si studia ogni giorno dell'anno: sono i chassidim di New York, concentrati a Brooklyn ma presenti anche negli altri quattro «borough» della Grande Mela dando vita a una comunità composita e numerosa al punto da gareggiare con quella residente in Israele.
I chassidim di New York sono anzitutto dei sopravvissuti. L'arrivo dei primi gruppi risale al 1881 quando dopo la morte dello zar Alessandro I i cosacchi imperiali mettono a ferro e fuoco gli shtetl narrati da Sholem Aleichem ma è la Seconda Guerra Mondiale a innescare la moltiplicazione di massa. Dall'Ungheria sotto il tallone nazista dove Adolf Eichmann coordina lo sterminio di oltre 500 mila ebrei nel 1944 riesce miracolosamente a fuggire Yoel Teitelbaum, il Grande Rebbe dei Satmar, che sbarca a Williamsburg, trova casa a Bedford Avenue e salva la setta ortodossa dalla scomparsa. Oggi i Satmar che vivono a ridosso dell'East River sono oltre 130 mila e Yossi Garelik, che invece è un chassid di Lubavitch originario della Russia, ama ripetere: «Se Hitler fosse vivo vorrei portarlo a fare un giro in auto da queste parti». Anche i Lubavitch sono dei sopravvissuti, ma dalle persecuzioni in Unione Sovietica. Josef Stalin li riteneva una fastidiosa presenza, li obbligava a chiudere le sinagoghe e a violare lo Shabbat. A migliaia furono uccisi, arrestati o deportati in Siberia.
Da qui la scelta di fuggire, da soli o a gruppi come riuscì a un intero treno di chassidim Lubavitch nel 1946 arrivando in Polonia con documenti che li descrivevano come «profughi sulla via del ritorno». Nessuno di loro parlava polacco, fecero l'intero viaggio senza aprire bocca e se riuscirono a mettersi in salvo fu per l'abilità del chassid Leibel Motchkin nel corrompere i doganieri e falsificare le carte di identità. La polizia segreta sovietica lo braccò per anni, riuscendo a catturarlo nel Caucaso e deportandolo in Siberia da dove, liberato dopo oltre 20 anni, arrivò a Crown Heights, Brooklyn, trovando ad accoglierlo il Grande Rebbe Menachem Mendel Schneerson che gli disse di contare d'ora in avanti la sua età scalando gli anni della prigionia.
Il ricordo dello scampato pericolo è costante, immanente, in una comunità ortodossa di oltre mezzo milione di anime che è diversa in tutto: ogni setta di chassidim ha abiti, usanze, dialetti, cibi e rabbini diversi per non parlare delle interpretazioni religiose o le posizioni politiche, anche sull'esistenza di Israele. Le differenze sono non solo fra sefarditi (originari dei Paesi arabi e del Mediterraneo) e ashkenaziti (originari dell'Europa dell'Est e della Germania) ma all'interno dei gruppi e sottogruppi che li compongono. Gli stessi contrasti che in Israele fanno scaturire interminabili liti politico-religiose su leggi e identità dello Stato ebraico si dissolvono sulla Tredicesima Avenue di Boro Park dove i chassidim convivono in negozi che vendono parrucche per donne osservanti, supermercati con cibi rigorosamente «glatt kosher» e librerie con i volumi firmati da saggi contemporanei come Moshe Feinstein e Adin Steinsaltz. Ciò che tiene assieme il mosaico ortodosso della Grande Mela è l'integrazione nella «Goldene Medine», la terra d'oro come alla fine dell'Ottocento gli askenaziti arrivati da Russia e Polonia definivano l'America.
Un'integrazione descritta da una miriade di fatti quotidiani: dagli show de «Le Cirque du Soleil» organizzati apposta per la festa ebraica di Purim ai film come «Ushpizin» programmati nei cinema di Manhattan, dalle linee di autobus con gli orari immaginati per non sovrapporsi con quelli delle preghiere del mattino e della sera fino all'application «Siddur» creata da un'azienda chassid di Monsey e offerta dalla Apple per consentire a ogni osservante di poter pregare sull'iPod

(La Stampa, 21 giugno 2010)

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Cosa vedere a Budapest: la Grande Sinagoga

La Grande Sinagoga di Budapest
La Grande Sinagoga di Budapest, chiamata anche la Sinagoga di Dohàny dal nome dell'omonima strada nella quale sorge, è la più grande d'Europa. Non che questo sia un motivo sufficiente per reputarla meritevole di una visita: il vero motivo sono gli interni, per merito dell'altezza della struttura, per le belle decorazioni e per lo stile moresco che domina la scena e che ricorda un po’ le lontane terre andaluse.
La struttura è relativamente recente, la costruzione della sinagoga fu infatti terminata nel 1859; ciononostante la storia di questo luogo di culto è già ricca di avvenimenti, il più tragico dei quali è sicuramente l'olocausto, quando la stessa divenne luogo di detenzione per migliaia di ebrei.
La struttura è inserita in un contesto che comprende anche il Museo Ebraico, il Tempio degli Eroi (omaggio ai caduti ebreo-ungheresi della I Guerra Mondiale), un piccolo cimitero e un parco dedicato alla memoria di Raoul Wallenberg, diplomatico che tra il 1944 ed il 1945 contribuì a salvare la vita a migliaia di ebrei.

(Travelblog.it, 20 giugno 2010)

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Arriva una flottiglia dal Libano, Israele in allerta

La marina militare israeliana è stata posta in stato di allerta per intercettare una o più imbarcazioni libanesi intenzionate a forzare il blocco marittimo di Gaza per consegnare ai palestinesi aiuti umanitari. Secondo il quotidiano Maariv i membri dell'unità di elite della marina, Flottiglia 13, hanno esaminato ieri i piani per assumere il controllo sulle imbarcazioni libanesi e condurle al porto israeliano di Ashdod, dove il loro carico sarà ispezionato prima di essere inoltrato via terra a Gaza.

(L'Unione Sarda, 20 giugno 2010)

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Peres: "Gaza scelga la pace e i blocchi saranno interrotti"

GERUSALEMME, 20 giu - "L'Europa con la sua saggezza dovrebbe rivolgersi ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania per convincerli a riprendere la strada dei negoziati di pace", queste l'appello del presidente israeliano Shimon Peres ai dirigenti europei. Peres si è anche espresso sulle flottiglie umanitarie organizzate da gruppi filopalestinesi e il blocco marittimo israeliano: "Noi abbiamo abbandonato la striscia di Gaza e nessun israeliano vi è rimasto. Non abbiamo capito allora - ha detto Peres - né comprendiamo adesso perché dopo che abbiamo lasciato la Striscia quelli che la governano abbiano sparato migliaia di razzi contro i nostri cittadini". "Quella domanda non trova risposta nemmeno oggi" ha proseguito. "Se i dirigenti di Gaza denunceranno il terrorismo, se cesseranno di scavare tunnel di contrabbando e di sparare razzi, se cesseranno di tentare di rapire cittadini israeliani e libereranno il caporale Ghilad Shalit, catturato in territorio israeliano, non ci sarà più alcun bisogno di alcun blocco, o di alcun assedio".

(Notiziario Ucei, 20 giugno 2010)

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L'ambasciatore israeliano: «Scambi con l'Arena»

Gideon Meir è stato ricevuto ieri mattina dal sindaco di Verona a Palazzo Barbieri

Il sindaco Tosi con l'ambasciatore israeliano Meir
VERONA - Il sindaco Flavio Tosi ha ricevuto ieri mattina l'ambasciatore israeliano in Italia Gideon Meir, in questi giorni a Verona per assistere alla serata inaugurale dell'88o Festival Areniano. Durante l'incontro l'ambasciatore Meir ha ricordato il forte legame tra lo Stato di Israele e il Governo Italiano ed ha espresso parole di apprezzamento per le peculiarità del territorio veronese, "ricco ed interessante sotto il profilo culturale, turistico ed economico". In riferimento alla stagione lirica appena iniziata, l'ambasciatore israeliano e il Sindaco hanno ipotizzato, per i prossimi anni, la realizzazione di una collaborazione artistica e culturale tra Israele e Verona, che coinvolga la Fondazione Arena e le produzioni artistiche israeliane più affermate.

(L'Arena.it, 20 giugno 2010)

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In Israele il desalinizzatore record

Approvato dal Governo il progetto per la costruzione di un mega impianto di desalinizzazione delle acqua marine, che a regime fornirà 300 milioni di metri cubi d'acqua potabile. Ma è solo l'inizio di un programma più vasto.

TEL AVIV - 300 milioni di metri cubi d'acqua l'anno. E' questa a regime la portata del più grande desalinizzatore d'acqua mai costruito al mondo, che Israele si appresta a costruire sulle rive del mare Mediterraneo, nella località di Sorek, a sud di Tel-Aviv.
Un impianto dalle dimensioni straordinarie che rappresenta tuttavia soltanto un capitolo del progetto complessivo sulla desalinizzazione delle acque marine, che a regime costituiranno il 40% del fabbisogno nazionale.
Lo stabilimento di Sorek sarà capace di fornire 300 milioni di metri cubi l'anno, di cui 150 milioni entro il 2013.
L'Autorità israeliana delle acque indica in 700 milioni di metri cubi l'anno il fabbisogno nazionale di acqua potabile per uso civile, mentre l'industria e l'agricoltura ne consumano rispettivamente 100 milioni e 450 milioni di metri cubi di acqua riciclata.
Attualmente gli impianti di desalinizzazione esistenti forniscono acqua dolce per complessivi 300 milioni di metri cubi, circa.
Il piano votato permetterà a Israele di ridurre progressivamente la sua dipendenza di approvvigionamento di acqua dolce dal fiume Giordano e dal lago di Tiberiade.

(RaiNews24, 20 giugno 2010)

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Gilad. Tutti facciano qualcosa, ogni giorno

di Ugo Volli

Giovedì prossimo, il 24 giugno, saranno quattro anni da quando Gilad Shalit è stato rapito dai terroristi di Hamas. Una prigionia che può sembrare una piccola cosa, in mezzo ai grandi disastri della guerra, alle persone uccise dai terroristi, alle bombe dell'11 settembre o alle esplosioni suicide nei ristoranti e nei centri commerciali di qualche anno fa. Eppure non ci stanchiamo di protestare, continuiamo a indignarci, sappiamo che non dobbiamo stancarci di chiedere la liberazione di Shalit. Lo facciamo ogni volta che possiamo, lo faremo ancora la sera del 24 con la manifestazione convocata dal Bené Berit con la Comunità ebraica e il Comune di Roma per questo anniversario alle 21.30 di fronte al Colosseo. (Segnalo un'altra iniziativa a Torino alle 20.30 in Corso Cairoli, angolo via dei Mille.)
Non si tratta solo della palese violazione della legge internazionale che il rapimento costituisce e neanche della ferita profonda che possiamo immaginare in un giovanissimo che ormai ha passato un quinto della propria vita da solo, prigioniero di nemici feroci, senza una visita o un conforto. Chi ha figli sente cosa devono voler dire quattro anni di prigionia solitaria per un ventenne. La ragione per cui tutti gli ebrei, senza distinzione di parte politica o di identificazione religiosa sentono una solidarietà profonda per Shalit e la sua famiglia è profondamente iscritta nella nostra identità collettiva. Noi siamo un piccolo popolo e ciascuno è un po' parente di tutti gli altri, non solo astrattamente responsabile, ma concretamente vicino. La bellissima scoperta degli scienziati israeliani secondo cui vi è davvero un DNA comune al popolo ebraico mostra che dicendo di essere tutti fratelli, discendenti dai nostri patriarchi, non usiamo solo un simbolo, ma parliamo di qualcosa di molto concreto, una traccia materiale del nostro spirito, incisa nel nostro corpo come la milà. Quando qualcuno di noi muore, piangiamo tutti. Ma soprattutto quando qualcuno è tenuto prigioniero come Shalit, siamo tutti prigionieri. Giorno dopo giorno, una parte di noi, da qualche parte nel nostro inconscio o nelle nostre viscere, soffre in una cantina di Gaza, incatenata da carcerieri inumani. Non è un sentimento nuovo: lo studio delle carte della Genitzà del Cairo, per esempio, ha mostrato come si impegnasse quella comunità quando ottocento anni fa era diretta dal Rambam e dalla sua famiglia per liberare i prigionieri che anche allora erano rapiti da pirati islamici crudeli e avidi.
In mezzo alle immense difficoltà che vive in questo momento Israele e con esso tutto l'ebraismo, nonostante i tentativi di legittimare il regime sanguinario di Gaza, lottare perché Shalit sia sottratto al gruppo criminale che lo trattiene schiavo, che lo ha ridotto al ruolo di cosa da scambiare, di prezzo di un riscatto, è un impegno comune. Ognuno di noi faccia qualcosa ogni giorno per la liberazione di Gilad Shalit, parte di noi stessi che ci è stata rubata.

(Notiziario Ucei, 20 giugno 2010)

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Israele, scontro frontale tra i fondamentalisti e le istituzioni

"Pronti a mettere lo Stato sionista a ferro e fuoco"

di Aldo Baquis

TEL AVIV - «Ho nostalgia di mio padre, ma non sono triste. Lui è chiuso là per santificare il Nome del Signore». Di fronte ai cancelli della prigione di Maassiahu, 20 chilometri da Tel Aviv, nel pomeriggio di venerdì, mingherlino ed occhialuto, il bambino ortodosso si accingeva ad intonare assieme ai compagni gli inni sabbatici nella speranza che i padri in cella riuscissero a sentirli.
Qualcuno aveva portato un organo con gli amplificatori, e c'era anche uno shofar, il corno rituale. Su un cartello, in idioma yiddish, era scritto: «Gute Shabbes, Abba». Papà, passa un sabato sereno. E c'erano anche i grandi pani del sabato, destinati ai reclusi. Ma il Servizio carcerario aveva ordini ferrei: niente cibo dall'esterno ai detenuti, né tantomeno giornali.
In questi giorni di scontro frontale fra il mondo rabbinico e le istituzioni laiche di Israele, i fogli ortodossi hanno assunto un tono quasi bolscevico. Il settimanale Mishpaha titola: «Guerra culturale». E il tabloid rabbinico Hadashot-24 lo insegue: «Guerra civile». Non proprio i testi che i guardiani desiderano siano divulgati fra i 35 ebrei ortodossi che da giovedì scontano due settimane di reclusione per essersi ribellati ai Giudici di Gerusalemme. Fra i timorati la loro abnegazione desta già una ammirazione sconfinata: «Sono i nuovi Maccabei, i nuovi Asmonei», ossia ebrei tutti di un pezzo «di fronte ad un regime infame» (ossia lo stato laico di Israele): degni dunque di entrare nella mitologia. Dalla loro cella comune - si afferma davanti ai cancelli di Maassiahu - si innalza ora «il ruggito di Emmanuel».
Pochi sono gli israeliani che, in assenza di una carta geografica precisa, saprebbero indicare con mano sicura la strada per Emmanuel, piccola colonia ortodossa in Cisgiordania guidata da rabbini che con il sionismo hanno poco o niente a che spartire. La scuola da cui è iniziata la rivolta rientra nella corte rabbinica di Salonim, che affonda le sue radici nell'Europa settecentesca. L'ortodossia, viene spiegato ad Emmanuel, è come l'erba inglese: necessita secoli per sedimentarsi, per crescere al meglio. Allora gli ebrei ashkenaziti (europei) che sono ortodossi da secoli, hanno un raggiunto livello spirituale superiore a quello dei sefarditi (originari di Paesi arabi) che nel migliore dei casi sono approdati alla ortodossia alla fine degli Anni Ottanta. Per questa ragione la direzione tiene classi separate per allieve ashkenazite e sefardite. E se la Corte Suprema dice che questo «razzismo» deve essere abolito, gli insegnanti di Emmanuel, della corte di Salonim, non possono che rifiutarsi ed andare in carcere. A testa alta, e con lo «streimel» in testa.
C'era una volta un Gentile in Russia che voleva umiliare un ebreo e gli disse di mettersi in testa la coda di una volpe. L'ebreo - racconta un timorato - «prese diverse code di volpi e si fece un bel colbacco circolare che da allora è il nostro copricapo nelle feste. Così pure la Corte Suprema voleva umiliarci, e invece ci siamo riversati in 100 mila per strada».
Dalla Corte Suprema, scrive il foglio rabbinico Kav ha-Itonut, non si accettano peraltro lezioni di lotta alla discriminazione. La maggioranza dei suoi giudici sono di estrazione ashkenazita, i sefarditi sono rari. Dunque non è quello il pulpito migliore. Il giornale incalza: «I sefarditi hanno molto patito dallo Stato laico di Israele, quando sono immigrati. Ben Gurion cercò di estirpare le loro radici religiose. Proprio grazie ai nostri istituti sono tornati sulla strada della fede».
A pochi passi dai cancelli della prigione «Ruggito di Emmanuel», Pinchas Saltzman, uno degli organizzatori della protesta, spiega che la guerra con lo stato laico di Israele è ormai aperta. «Domenica la Corte Suprema deve decidere se insistere per arrestare anche 22 mogli degli ortodossi reclusi qua. Fra loro ci sono donne incinte, madri di famiglie numerose... Se daranno loro la caccia, faremo scendere in strada migliaia di bambini, le proteste si estenderanno da Anversa a Strasburgo, da Basilea a Londra. Daremo fuoco a tutto».
Nel frattempo le 22 madri ricercate si sono date alla macchia, protette in un vasto «cantone» rabbinico che si estende da Bene' Brak (Tel Aviv) a Beit Shemesh e a Gerusalemme, dalla colonia di Kiryat Sefer a quella di Betar Illit (Cisgiordania). Secondo le radio una delle «ricercate» avrebbe partorito venerdì il suo ultimo figlio, il dodicesimo. Ma era solo una burla del «Dipartimento per la Disinformazione della Stampa Laica» firmato dalla Corte rabbinica di Salonim.

(La Stampa, 20 giugno 2010)

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Israele, fermeremo le navi libanesi per Gaza con la forza necessaria

GERUSALEMME, 19 giu - Lo stato ebraico e' autorizzato a usare ''tutta la forza necessaria'' per prevenire che attivisti libanesi raggiungano Gaza. Ad annunciarlo, in una lettera inviata al segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon e rilanciata dal sito del quotidiano Haaretz, l'ambasciatrice di Israele presso le Nazioni Unite, Gabriella Shalev.
Shalev ha avanzato i sospetti di Israele che gli organizzatori della nave possano essere connessi all'Hezbollah libanese.
''Israele - scrive Shalev - si riserva il diritto, sulla base delle leggi internazionali, di utilizzare tutti i mezzi necessari per evitare a queste navi di violare il blocco navale imposto sulla striscia di Gaza. Sembra infatti che un piccolo numero di navi preveda di discostarsi dal Libano e salpare per la striscia di Gaza, che e' sotto il controllo del regime terroristico di Hamas. Mentre gli organizzatori di questa azione affermano di voler rompere l'embargo per portare assistenza umanitaria alla gente di Gaza, la reale natura di questa azione resta dubbia''.
Decine di donne libanesi hanno pianificato di salpare per Gaza su una nave con forniture mediche nel nuovo tentativo di rompere il blocco imposto da quattro anni da Israele, ma le attiviste non hanno ancora annunciato la data della partenza.

(ASCA, 19 giugno 2010)

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L'omicidio rituale rivisitato

«La tenera età, le lacrime, i gemiti, lo spasimo di tutte le membra, non valsero a placare quei discendenti dei crocifissori di Cristo, che inveirono ancor più verso il piccino, finché questi, mancandogli le forze, con il pallore mortale sul volto, piegò la dissanguata testa e morì. Allora, staccatolo dalla quercia lo seppellirono, coprendo con terra, sassi e fogliami l'insanguinato cadavere. Poi si dileguarono.»
E' la descrizione, comparsa su un opuscoletto cattolico del 1885, dell'uccisione del cosiddetto "Beato Lorenzino da Marostica" (1480) compiuta, secondo la tradizione cattolica, dagli ebrei per eseguire il loro cosiddetto "omicidio rituale". Oggi l'accusa è diversa: gli israeliani non uccidono con le loro mani i bambini, ma li fanno spietatamente morire di fame come sacrificio offerto in onore del loro Stato ebraico. Ma non è antisemitismo - ci spiegano - è purissimo antisionismo.

(Notizie su Israele, 19 giugno 2010)

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Il vero blocco di Gaza è quello di Hamas

di Khaled Abu Toameh

Subito dopo l'irruzione del commando israeliano sulla nave Marmara, diretta a Gaza, gli agenti di sicurezza di Hamas hanno immediatamente fatto un blitz negli uffici di cinque ONG, confiscando attrezzature e documenti, e ordinandone la chiusura a tempo indeterminato. Fin dall'estate del 2007, quando ha preso il pieno controllo della Striscia di Gaza, Hamas ha costretto tutta la popolazione in un regno del terrore, soprattutto per i dissidenti. Oltre a morte e disastri, il movimento fondamentalista islamico non ha dato nulla ai palestinesi della Striscia.
Il raid a Gaza contro le cinque ONG, che ha ricevuto poca copertura mediatica, è stato interpretato da molti palestinesi come il giro di vite finale contro gli oppositori politici e le organizzazioni che difendono i diritti umani. Inoltre, la recente decisione di Hamas di proibire le elezioni amministrative nella Striscia di Gaza è un'ulteriore violazione dei diritti fondamentali. Centinaia di palestinesi sono stati arrestati dalle forze di sicurezza di Hamas per aver osato criticare lo stato di tirannia e di intimidazione che soffoca Gaza. E, negli ultimi tre anni, dozzine di funzionari e membri di Fatah sono stati buttati in prigione o uccisi.
Con il Movimento di Resistenza Islamico la Striscia di Gaza è stata trasformata in un'enclave del fondamentalismo islamico simile al regime degli ayatollah persiani e a quello dei talebani in Afghanistan. E il fatto che Hamas sia salito al potere attraverso elezioni libere e democratiche nel gennaio del 2006 non dà al movimento il diritto di reprimere la vita sociale, intellettuale, politica ed economica degli abitanti della Striscia. Invece di cercare soluzioni per migliorare l'esistenza di un milione e mezzo di palestinesi, i fondamentalisti islamici si preoccupano di far rispettare le severe regole coraniche alla popolazione, come la polizia di Hamas, ad esempio, spesso occupata a interrogare uomini e donne che si frequentano in pubblico per appurare la natura della loro relazione.
Da quando è stato rapito il soldato israeliano Gilad Shalit più di tremila e cinquecento palestinesi sono stati uccisi, molti dei quali durante l'operazione Piombo Fuso, ordinata per rispondere al lancio di razzi contro Israele. I palestinesi della Striscia di Gaza hanno pagato a caro prezzo il rapimento di Shalit e il lancio di razzi.
Ma se Hamas avesse voluto sul serio porre fine al blocco della Striscia di Gaza e aiutare i poveri che vivono lì, avrebbe almeno potuto dare prova di un certo pragmatismo nel trattare con il mondo esterno. Avrebbe potuto, ad esempio, accettare la richiesta della comunità internazionale di rinunciare al terrorismo e onorare tutti gli accordi firmati precedentemente tra Palestina e Israele. Inoltre, avrebbe potuto permettere ai rappresentanti del comitato internazionale della Croce Rossa di visitare Shalit.
In realtà, Hamas è più interessato al potere che a servire il suo popolo; e la crescente richiesta di alleggerire il blocco dopo l'incidente delle flottilla, ha dato ai leader di Hamas, in Siria e a Gaza, la sicurezza di aver imbroccato la strada giusta.
L'episodio della nave Marmara è avvenuto in un momento in cui il Movimento di Resistenza Islamico sembrava stesse perdendo popolarità tra i palestinesi, soprattutto a causa della recessione economica che avversa sulla Striscia di Gaza. Un periodo in cui anche alcuni dei supporter di Hamas stavano iniziando a criticare il movimento islamico, soprattutto dopo l'ordine di demolire dozzine di case ritenute "abusive" nel sud della Striscia e dopo le ennesime esecuzioni di criminali e "collaborazionisti" di Israele.
Una cosa, quindi, è aiutare i palestinesi nella Striscia di Gaza, un'altra aiutare Hamas. Quelli che vogliono portare aiuti agli abitanti di Gaza hanno a disposizione strade migliori e più sicure per farlo - attraverso Israele o l'Egitto. Ma quelli che cercano solo uno scontro con Israele incoraggiano Hamas e contribuiscono a stringere la morsa sulla popolazione della Striscia di Gaza.

(l'Occidentale, 19 giugno 2010 - trad. Costantino Pistilli)


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Israele diffonde un nuovo video su Mavi Marmara

Immagini mostrano leader IHH che incita passeggeri contro soldati

ROMA, 18 giu. - Il ministero degli Esteri israeliano ha diffuso oggi un video del 30 maggio scorso, il giorno precedente al blitz contro la Mavi Marmara, con le immagini del leader della Ong turca IHH Bulent Yildirim che, a bordo della nave, incita decine di attivisti a gettare in mare i soldati israeliani in caso di assalto. Lo riporta il sito web del quotidiano israeliano Haaretz.
"Se salgono a bordo della nostra nave li getteremo in mare, se Allah lo vorrà!", dice Yildirim nel video. "Se mostriamo di avere paura vinceranno ancora, non vogliamo essere ricordati nel libro di Allah come codardi", prosegue Yildirim, mentre decine di persone a bordo della nave scandiscono lo slogan "milioni di martiri in marcia per Gaza". Il video è stato girato il 30 maggio da una persona a bordo della nave.
L'IHH è la Ong turca che ha organizzato la flottiglia umanitaria assaltata dalle forze israeliane, accusata da Israele di essere legata ad Hamas, il gruppo integralista che controlla la Striscia di Gaza dal 2007. Gli Stati Uniti hanno confermato l'esistenza di rapporti tra l'IHH e Hamas, e ieri Israele ha inserito ufficialmente la Ong turca nella sua lista nera delle organizzazione terroristiche.

(Apcom, 18 giugno 2010)

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Il canto dei tre terroristi

Ahmedido Domingo (Ahmadinejad), Erdogano Pavarotti (Erdogan) e Assad Carreras (Bashar Assad)
cantano i benefici del terrorismo.




Erdogan: Io dico - E' tempo di restaurare l'Impero
Mettiamoci al lavoro
Perché in Europa tutti sanno che
io sono il boia (è proprio il boia)

Assad: E io, il serial killer che dovrebbe passare
la vita in galera (oy vey oy vey)
Per raggiungere i cuori di tutti i media del mondo
Abbiamo trovato la via (hurray hurray)

Erdogan: Terrorismo, Terrorismo, questa è la mia tazza di te
Il Terrorismo ci procura amore e simpatia
Per essere quello che bastona l'Occidente
Da Tripoli a Teheran
Yalla yalla, ya -- Jihad è dolce, Jihad è divertente

Tutti: Terrorismo, Terrorismo, è così che tu convinci,
Che sei freddo e affascinante come un principe,
Per essere quello che bastona l'Occidente
Per Hezbollah e Erdogan
Yalla yalla, ya -- Jihad è dolce, Jihad è divertente

Ahmed: Così, adesso che l'ONU ha imposto le sanzioni
Oh my, oh my... (oh my, oh my)
Insieme adesso stiamo, nessuna opposizione,
Li tengo in alto (li tiene in alto)
Desidero ringraziare Obama per la sua pazienza
Perché fa finta di niente (fa finta di niente)
Adesso ho la pace del cuore per costruirmi
La bomba atomica (la bomba atomica)

Terrorismo, Terrorismo, questa è la mia tazza di te
Assad: Il Terrorismo ci procura amore e simpatia
Erdogan: Per essere quello che bastona l'Occidente
Da Tripoli a Teheran
Yalla yalla, ya -- Jihad è dolce, Jihad è divertente

Tutti: Terrorismo, Terrorismo, questo garantisce a tutti noi
Che il terrorismo vi fa pisciare a tutti nei calzoni
Per essere quello che bastona l'Occidente
Da Tennesse a Teheran
Yalla yalla, ya - Io spingo il bottone e voi saltate!

(trad. www.ilvangelo-israele.it)

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La Knesset pronta a discutere del genocidio armeno in Turchia

L'assemblea adotterà una mozione che inasprirà ulteriormente le relazioni con Ankara - Il parlamento israeliano intende discutere entro il mese una mozione sul così detto genocidio armeno, la strage di cittadini armeni commessa in Turchia all'inizio del secolo scorso ma non riconosciuta da Ankara come piano deliberato di sterminio etnico. Un'iniziativa questa, che potrebbe portare a un riconoscimento del genocidio, inasprendo certamente la crisi con la Turchia, esplosa in seguito all'attacco israeliano alla Freedom Flotilla per Gaza. La sessione sul genocidio armeno è il frutto di un'iniziativa di Haim Oron, presidente del partito Meretz, che citato dal sito del quotidiano Haaretz ha assicurato che non si tratta di una vendetta nei confronti della Turchia, visto che la sua proposta risale a un anno fa: "Non possiamo essere complici di una negazione, perché come popolo ebraico siamo stati vittime di questi comportamenti", ha dichiarato Oron.

(PeaceReporter, 18 giugno 2010)

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Roma boicotta il boicottaggio

Al Municipio XV quattro consiglieri di sinistra presentano una mozione anti-Israele. I residenti scendono in piazza per protestare: "Dovete pensare solo ai problemi del quartiere".

di Fabio Perugia

Roma si ribella alle scelte dei consiglieri del Municipio XV. Dai semplici cittadini fino agli assessori in Campidoglio si è alzato il coro: «No al boicottaggio dei prodotti israeliani». Un'iniziativa che è sembrata risorgere da un lugubre passato. Nella città dove è presente la più antica comunità ebraica della Diaspora, un manipolo di politici di quartiere ha cercato consensi attaccando Israele. Dimenticandosi dei problemi della città. La polemica nasce quando quattro consiglieri del Municipio XV, presieduto da Gianni Paris (Pd), depositano una mozione nella quale chiedono al governo italiano di boicottare i prodotti dello Stato ebraico e di ritirare le sedi diplomatiche. Le firme sono di Alfredo Toppi (Sinistra arcobaleno), Alessio Conti (Lista civica Rutelli), Valentino Stassi (Idv) e Gaetano Cellamare (Pd). Dei quattro solo Cellamare precisa: «Ho appreso solo leggendo Il Tempo (nell'edizione di ieri, ndr) che la mozione era diventata uno strumento per attaccare il governo israeliano e per ostacolare le attività commerciali di chi lavora onestamente nel nostro Paese. Mi dissocio completamente».
Alla fine, solo in tarda serata grazie alle proteste di cittadini e politici, il Consiglio del Municipio XV decide di presentare gli emendamenti che, di fatto, cancellano la proposta di boicottaggio senza però intaccare la condanna a Israele per il blitz del 31 maggio sulla Freedom Flotilla. Soddisfatto il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: «Ringrazio il presidente Paris che ha avuto la sensibilità di comprendere che l'ordine del giorno era sproporzionato di fronte alla gravità degli eventi, che hanno visto gli stessi firmatari del testo molto distratti, quando nazioni come l'Iran hanno compiuto massacri senza la loro mobilitazione. Voglio ringraziare inoltre - ha detto Pacifici - i cittadini del XV e l'opposizione per l'impegno dimostrato». Il documento originale, comunque, aveva scatenato un polverone. Per le strade della Capitale era salita la protesta. Piergiorgio Benvenuti, il primo a denunciare il gesto dei consiglieri, ha organizzato una raccolta firme al Circolo Pdl Marconi per chiedere il ritiro della mozione anti-Israele. L'adesione è stata in massa: «In meno di due ore - ha detto Benvenuti - abbiamo raccolto quasi 800 firme. Tra i commercianti del XV c'è stata tanta rabbia».
Per tutta la giornata, alle proteste dei cittadini si è unito lo sdegno della politica. Dal Campidoglio il presidente della commissione Politiche sociali, Giordano Tredicine (Pdl), ha ritenuto «inammissibile la richiesta di boicottaggio dei prodotti israeliani. Credo che il XV Municipio dovrebbe interessarsi ai problemi legati al proprio territorio. In questo momento delicato la città di Roma dovrebbe promuovere iniziative pacifiche e non una mozione che sembra un embargo». Della stessa opinione Giampiero Cioffredi e Carla Di Veroli, membri della direzione del Pd a Roma. La notizia è rimbalzata in Parlamento. Alla Camera, il deputato Marco Marsilio ha parlato di mozione «indecente che dimostra come i pregiudizi antisemiti si stiano facendo strada nella sinistra italiana sotto le mentite spoglie della critica politica allo Stato e al governo israeliano. Esprimo solidarietà alla Comunità ebraica romana».
Da Palazzo Madama, invece, il senatore Stefano De Lillo ha criticato e stigmatizzato annunciando per «la prossima settimana una spesa simbolica nel ghetto ebraico con i giovani del Pdl e del Pri, e alla quale inviteremo anche quei consiglieri del XV Municipio, così potranno gustare con noi i prodotti tipici di una tradizione antichissima». Ha protestato anche Vito Kahlun dei Repubblicani: «È un atto di discriminazione. In un quartiere ad altissima presenza ebraica si rischia di dar vita a un'emarginazione di molti commercianti ebrei che come spesso accade vengono identificati con Israele. Chi non riesce a immaginare quali conseguenze possano avere posizioni simili, è meglio che vada a zappare la terra».

(Il Tempo, 18 giugno 2010)

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Elton John a cantare in Israele ci va. Ed evita le polemiche

Nonostante le polemiche dopo le cancellazioni di concerti di altri artisti

TEL AVIV, 18 giu. - Dopo il Marocco, Israele: Elton John non bada alle polemiche e ieri si è esibito a Tel Aviv, davanti a un pubblico di 50mila persone.
Di recente artisti come Elvis Costello e Pixie avevano cancellato le loro date israeliane, citando come causa le politiche del governo dello Stato ebraico. John si è limitato ad affermare: "Non scegliamo col lanternino le nostre coscienze" prima di iniziare il concerto.

(Apcom, 18 giugno 2010)

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Meglio la prigione, per ebrei ultraortodossi, che le figlie in classe con "chi ha la Tv a casa"

L'Alta corte di giustizia israeliana ha rinviato a domenica la carcerazione di 22 madri che si rifiutano di mandare le loro ragazze in classi "non separate". "Non è razzismo, ma noi rispettiamo delle regole". Ieri 100mila in piazza a Gerusalemme.

GERUSALEMME - L'Alta corte di giustizia di Israele ha deciso stamattina di rinviare a domenica l'esecuzione degli ordini di arresto di 22 donne ebree ultraortodosse, condannate per il essersi rifiutate di mandare le loro figlie in classi "non separate" da altre ragazze, anch'essi ebree, ma che ritenute non ugualmente osservanti. La vicenda, che ha visto ieri la più grande manifestazione pubblica degli ultraortodossi (oltre 100mila, secondo la polizia), vede attualmente detenuti 35 padri di studentesse, condannati a due settimane di prigione.
La questione, che sta appassionando, e dividendo, l'opinione pubblica ebraica non solo in Israele, nasce dal rifiuto dei genitori askenaziti (di origine europea) di ottemperare alla decisione della Corte contro la separazione in una scuola religiosa e quindi di mandare le loro figlie in classi frequentate anche da giovani sefardite (di origine mediorientale o africana).
Gli askenaziti, che hanno tolto le figlie dalla scuola, affermano il loro diritto di continuare ad avere classi separate per tenere le loro ragazze separate da quelle di famiglie a loro giudizio "non abbastanza religiose", mentre la Corte afferma la necessità dell'integrazione. Yakov Litzman, un deputato dell'ultraortodosso partito United Torah Judaism (UTJ), ha sostenuto alla Radio dell'esercito che nella decisione dei genitori "non c'è razzismo". Nella comunità ultraortodossa, ha spiegato, "ci sono una serie di regole. Noi non abbiamo in casa la televisione, ci sono regole di modestia, noi siamo contro internet". E "io non voglio che mia figlia sia educata insieme a una ragazza che ha le televisione in casa".
Ma la Corte non ha accolto la richiesta, ha ordinato di rimandare le ragazze a scuola e, di fronte al rifiuto, ha condannato i genitori. Consentendo che vadano in prigione uno alla volta, per non lasciare sole le figlie.
La risposta degli ultraortodossi ha visto decine di persone accompagnare, pregando, i padri alla prigione e almeno 100mila persone - tutte nei loro vestiti neri - invadere, ieri, le strade di Gerusalemme, per affermare il diritto dei genitori alla "separazione" delle loro figlie. "Vado in prigione con grande entusiasmo e gioia - ha detto uno dei padri - per il grande sostegno che ho ricevuto" e "Vogliamo essere sicuri che i nostri figli ricevano la migliore educazione possibile".
Manifestazione nel complesso pacifica, anche se c'erano striscioni come "La Corte è fascista", grida di "Siamo forti, perché Dio è con noi" e c'è stato un tentativo di attaccare il rabbi sefardita Ya'akov Yosef, figura di primo piano nella lotta contro la separazione.

(AsiaNews, 18 giugno 2010)

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Pronte nuove provocazioni a Gaza

Mentre Israele allenta il blocco, i "pacifisti" vogliono altre navi per Hamas. Un imam li contesta

di Dimitri Buffa

Da oggi Israele ha deciso di allentare un po' la pressione su Gaza ma solo per i generi alimentari e per motivi umanitari. Di togliere il blocco navale non se ne parla, anche perché si sta preparando già una nuova flottiglia di "pacifinti" turchi e di anti semiti europei pronti all'ennesima provocazione. La notizia dell'ammorbidimento del blocco anti Hamas lo ha dato un comunicato del gabinetto di sicurezza del presidente del consiglio Benjamin Netanyahu alla fine di una riunione del consiglio dei ministri. Israele liberalizzerà il sistema in base al quale i beni umanitari vengono trasferiti nella Striscia di Gaza. Secondo le nuove disposizioni fornite alla polizia a Gaza, sarà aumentato "l'afflusso dei materiali per i progetti civili che sono sotto la supervisione internazionale". Israele continuerà invece ad applicare i protocolli di sicurezza esistenti al fine di evitare un "afflusso di armi e di materiale bellico", aggiunge il comunicato diramato dall'ufficio del premier Benjamin Netanyahu. Nel testo si legge poi che Israele "si aspetta che la comunità internazionale lavori per l'immediato rilascio di Gilad Shalit", il caporale delle Forze di Difesa israeliane catturato da Hamas nella Striscia di Gaza nel giugno del 2006. La decisione di Israele è giunta dopo la crescente convinzione a Gerusalemme che un allentamento dell'embargo su Gaza potrebbe limitare le azioni degli attivisti per romperne l'assedio. A proposito di Shalit, si segnala che il 24 giugno sarà Roma a prendere un'iniziativa a suo favore e che il sindaco Gianni Alemanno ha deciso di accendere le luci del Colosseo per la sua liberazione. Intanto ieri l'Adnkronos international dava notizia della preparazione di un altro "raid pacifinto": "l'Ong turca filopalestinese Ihh invierà il prossimo mese una nuova flottiglia composta da sei navi diretta a Gaza allo scopo di rompere l'isolamento".
Lo hanno riferito proprio alcuni membri dell'organizzazione, che molti ritengono vicina ad Al Qaeda, in un incontro con alcuni deputati del Parlamento europeo. Secondo Ihh, la nuova flotta di imbarcazioni dovrebbe essere a Gaza per la seconda metà di luglio. La Ong ha anche fatto appello ai media internazionali affinché ispezionino le merci che saranno caricate sulle navi, in modo da verificare che non saranno trasportate armi a bordo. Sempre ieri hanno destato invece un certo scalpore in Turchia le parole di un ascoltato imam, da anni esiliato negli Usa, Fethullah Gülen, che, parlando con un giornalista del Washington Post, Joe Lauria, ha deprecato "senza se e senza ma" quella che lui stesso ha chiamato "la provocazione dell'Ihh che si è recato senza il permesso del governo israeliano a portare aiuti via nave a Gaza". Per capire perché queste parole abbiano determinato grande disorientamento nell'opinione pubblica e tra le autorità governative di Ankara, basti dire che questo imam si trova dal 1999 negli Usa, dove si era recato per un intervento chirurgico, e che da allora non era più rientrato perché nel frattempo accusato in patria, ai tempi in cui non c'era Erdogan, di volere costituire uno stato islamico in Turchia. Insomma Fethullah Gülen era considerato un estremista islamico e adesso parla con il Washington Post dicendo che quelli dell'Ihh "volevano sfidare Israele" e "hanno cercato e ottenuto una tragedia". L'imbarazzo anche per Erdogan deve essere stato duplice: da una parte quello che viene tuttora considerato in Turchia come un pericoloso estremista ha parole di disprezzo per Hamas e di comprensione per il comportamento dello Stato ebraico nella vicenda della Flotilla per Gaza, in ciò quindi spiazzando l'attuale leadership, e dall'altra perché la sua presenza in America suona come un monito a chi ad Ankara ancora fa finta di non accorgersi che lui continua a essere esule negli Usa come estremista islamico anche adesso che gli estremisti islamici sono al potere. Come a dire: si sono dimenticati di lui. Ma che la Turchia odierna sia la patria dei paradossi e delle contraddizioni non è di certo una scoperta e in fondo tutta la tragedia della "flotilla" pacifinta per Gaza è lì a testimoniarlo.

(l'Opinione, 18 giugno 2010)

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L'Islam rafforza le banche

Grazie al Corano, le banche islamiche hanno retto alla crisi molto meglio delle altre. Tra i principi capitali della Sharia, la legge islamica, in materia di finanza, c'è infatti l'obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su di un attivo reale, e ciò esclude il ricorso a prodotti derivati come quelli che hanno provocato la crisi in Occidente. «Ecco perché - spiega Andrew White, direttore del Centro internazionale per la legge e la finanza islamica - stiamo assistendo a un interesse crescente nel Regno Unito, in altri Paesi europei, e negli Stati Uniti, per la finanza islamica, un mercato molto redditizio e da sfruttare».

(il Giornale, 18 giugno 2010)

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Somalia, si converte al cristianesimo: i genitori la incatenano a un albero

MOGADISCIO, 17 giu. - Incatenata a un albero di giorno e segregata in una piccola stanza buia di notte. E' la sorte toccata in Somalia a una ragazza di 17 anni, Nurta Mohamed Farah, che alcuni mesi fa ha deciso di rinunciare alla sua fede islamica per abbracciare il cristianesimo. A denunciare le drammatiche condizioni di vita della ragazza sono stati alcuni esponenti della comunità cristiana del villaggio di Barhder, nella regione meridionale di Gedo, dove il fatto ha avuto luogo.
"Quando la famiglia ha scoperto che Nurta si era convertita, l'ha picchiata selvaggiamente, ma lei non ha rinunciato alla sua nuova religione", ha affermato una fonte della comunità cristiana, citata dal portale web 'Christian Today'. La notizia della conversione, riporta la stessa fonte, ha scosso i genitori della ragazza al punto da convincerli a rivolgersi a un medico che le ha diagnosticato "una malattia mentale".
Ma la vera sofferenza per Nurta è iniziata dopo un ennesimo rifiuto di rinunciare al cristianesimo in cambio del perdono della sua famiglia. Per punirla i parenti hanno deciso di legarla a un albero di giorno e di chiuderla in un'angusta stanza di notte. "La nostra comunità può fare poco per lei", ha affermato un somalo di fede cristiana, a condizione di anonimato.
Il sud della Somalia è sotto il controllo dei guerriglieri Shabab, che hanno imposto alla popolazione un' interpretazione estremista della sharia. La conversione al cristianesimo, in quest'area, è considerata socialmente inaccettabile e può essere punita con la morte.

(IGN, 17 giugno 2010)

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Leviathan e Tamar cambiano i giochi geopolitici

di Danielle Sussmann

E' proprio vero l'antico adagio "quando Dio chiude una porta, apre una finestra altrove". E' il caso della scoperta sensazionale fatta da Israele nelle sue acque interne, a margine del caso della flottiglia "pacifista" che ha attratto l'attenzione mondiale. L'episodio della Mavi Marmara ha portato alla condanna internazionale di Israele, ma soprattutto, l'aggressione turca ha peggiorato i rapporti di Israele con la Turchia, rapporti già compromessi dall'elezione di Recep Tayyp Erdogan che guida il suo Paese verso un sempre più radicale islamismo.
Una porta si è chiusa, ma una finestra si è aperta. Sorprendentemente, con una debole risonanza mediatica. Questa "finestra", un gigantesco deposito di gas naturale chiamato Leviathan, 6,5 volte la dimensione di Tel Aviv, è stato trovato, a circa 100 miglia nautiche da dove il fiasco della flottiglia ha avuto luogo e completamente all'interno delle acque territoriali di Israele. Questa scoperta potrà garantire la sicurezza di Israele per il suo fabbisogno elettrico, facendolo diventare un importante esportatore di gas naturale e apporta di colpo un gettito di 300 miliardi di dollari - una volta e mezzo più del nazionale GDP - all'economia israeliana, già una delle economie più floride del mondo.
Fatto ancor più importante, è che la scoperta cambierà i giochi geopolitici. Per comprendere la magnitudine della scoperta, è necessario considerare quanto segue: la più grande scoperta mondiale di gas nel 2009, 238 miliardi di metri cubi, fu fatta da un consorzio US-israeliano in un luogo chiamato Tamar, a 60 miglia dalla costa di Haifa, in acque territoriali israeliane. Il vicino campo di Leviathan è stimato essere grande il doppio. Il bacino del Mediterraneo orientale a cui questi campi appartengono possono contenere una quantità di gas equivalente ad un quinto delle riserve di gas degli Stati Uniti. Per un piccolo paese come Israele una simile abbondanza non poteva arrivare in un momento migliore.
Ancora recentemente, Israele stava fronteggiando un problema energetico. La sua popolazione in rapida crescita - oltre a quella arabo palestinese cui Israele fornisce elettricità - e il declino delle riserve egiziane, il suo maggior fornitore, richiedevano di identificare nuove risorse di gas per la produzione di energia elettrica. Un'alternativa era importare il gas russo dal Mar Caspio via Turchia. Per questo obiettivo, la Turchia ed Israele hanno negoziato la costruzione di un oleodotto sottomarino. Ma con il deteriorarsi delle loro relazioni, questa opzione è gradualmente diventata non fattibile. Un'altra opzione era quella di importare il gas dal Qatar, difficilmente affidabile come fornitore. Infine, una terza possibilità, la più costosa, era quella di costruire un terminale di gas naturale liquefatto, per importare il gas da diversi fornitori.
La scoperta di Tamar e di Leviathan ha risolto il problema: Israele non deve più importare gas naturale. Il suo dilemma, se mai, è decidere dove esportare l'eccesso e come concretizzare i vantaggi geopolitici che derivano dal suo nuovo status di esportatore energetico.
Geograficamente, il mercato naturale per Israele è rappresentato dall'Europa dove qualsiasi gas che non abbia origine russa è più che benvenuto. Ci sono tre modi per Israele per accedere al mercato. 1) costruire un oleodotto con la Turchia, da cui il gas israeliano si congiunga con quello del Caspio per accedere all'Europa Centrale. Ma questa opzione non è al momento realizzabile considerati gli attuali rapporti tra Israele e Turchia. 2) In alternativa, e più fattibile, Israele potrebbe costruire un oleodotto che raggiunga la Grecia via Cipro, oppure 3) estrarlo sul terreno, liquefarlo ed esportarlo per nave in qualsiasi terminale europeo di gas liquefatto. In un simile scenario, non è l'Europa l'unico mercato potenziale. Una volta liquefatto, il gas israeliano potrebbe essere diretto in Cina, Corea del Sud, Giappone, Paesi che insieme consumano metà del LNG (Liquid Natural Gas-ndr) del mondo.
Fermandoci alle sole considerazioni geopolitiche, esportare il gas in India potrebbe essere di grande beneficio per Israele. Con centinaia di milioni di cittadini che vivono di povertà energetica, l'India ha necessità urgente di affidabili fornitori di gas naturale. Un'opzione per questo Paese sarebbe congiungersi all'oleodotto irano-pakistano - il progetto prevede la connessione tra il Pakistan e il South Pars iraniano entro il 2014. Tuttavia, se l'India dovesse decidere di estendere il suo oleodotto, dipenderà dal gas iraniano per gli anni a venire, vanificando gli sforzi occidentali per indebolire economicamente l'Iran. In alternativa, se l'India decidesse di costruire un terminale LNG lungo la sua costa, potrebbe importare facilmente gas naturale da Israele come da altri esportatori quali il Qatar e l'Arabia Saudita. La creazione di un corridoio energetico tra Israele e il subcontinente indiano impegnerebbe Israele a retrocedere il suo oleodotto di 150 miglia, che fiancheggia il porto di Eilat sul Mar Rosso, verso il porto di Ashkelon nel Mediterraneo. Una volta che questo oleodotto sarà operativo, anche il gas russo e caspiano potranno raggiungere i mercati dell'Asia. Ironia della sorte, un simile corridoio energetico non potrà che avvantaggiare la Turchia che ora gode del suo status di ponte energetico tra Oriente ed Occidente. Il pedaggio di transito rappresenta un importante introito nell'economia turca. Negli anni a venire, Israle dovrà decidere se dirigere il suo gas in Asia o competere con la Turchia per l'accesso al mercato europeo del gas.


(testo ripreso dall'articolo di Gal Luft)
Gal Luft is executive director of the Institute for the Analysis of Global Security, and co-author of "Turning Oil into Salt: Energy Independence through Fuel Choice" (BookSurge Publishing, 2009 ).

(Informazione Corretta, 17 giugno 2010)

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Ebrei ultraortodossi in rivolta contro la Corte suprema

Decine di migliaia di ebrei ultra-ortodossi sono scesi in piazza in Israele per protestare contro una sentenza della Corte suprema.
I giudici hanno definito illegale la separazione obbligata tra studenti ebrei ashkenaziti e sefarditi in una scuola nella colonia ebraica di Immanuel, in Cisgiordania.
Gli ashkenaziti non ci stanno: "La nostra religione viene prima della legge, i nostri rabbini sono migliori".
Le manifestazioni si sono svolte sia a Gerusalemme che a Bnei Brak, alle porte di Tel Aviv. La polizia era presente in forze, ma non si sono verificati disordini.
Gli ashkenaziti, originari dell'Europa centrale, si sono mobilitati dopo che ottanta genitori della loro comunità sono stati condannati a una pena detentiva per aver violato la decisione della corte.

(euronews, 17 giugno 2010)

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E’ l’Islam che ci protegge dall’antisemitismo. E’ questa l'illuminante tesi di un giornalista turco che, a quanto pare, ha trovato un certo consenso nella comunità ebraica in Turchia.

Antisemitismo e Islam

di Ali Bulac

La collera che si è manifestata in Turchia è diretta alle azioni del governo israeliano, e non agli israeliani come popolo o agli ebrei; è l'Islam stesso che impedisce ai musulmani di essere antisemiti - scrive il giornalista turco Ali Bulac.

Mario Levi, un membro della comunità ebraica turca, che il 2 giugno ha parlato del sanguinoso attacco israeliano ad una flottiglia carica di aiuti umanitari, ha detto che "gli ebrei di Istanbul, che rappresento, manifestano la loro solidarietà con gli abitanti di Gaza", aggiungendo che "[Recep Tayyip] Erdogan ha fatto un'eccellente dichiarazione".
"Bisogna ammettere che il suo partito ha lavorato meglio rispetto ai socialdemocratici e ai nazionalisti. Non avverto sentimenti antisemiti in Turchia. Personalmente, sono un simpatizzante di Israele, ma considero il primo ministro israeliano [Benjamin] Netanyahu uno sciovinista, il ministro degli esteri del paese un fascista, e il suo ministro della difesa uno stupido". (Zaman, 3 giugno 2010). Levi sottolinea tre punti:
(1) La comunità ebraica non si oppone al partito "Giustizia e Sviluppo" (AKP) al governo e lo considera perfino preferibile ad un governo socialdemocratico o nazionalista.
(2) Contrariamente a quanto sostengono gli israeliani che sono in mezzo a noi, Levi non avverte la presenza di antisemitismo in Turchia.
(3) Levi dichiara onestamente che simpatizza con Israele, ma considera i funzionari dell'attuale governo israeliano come sciovinisti, fascisti e stupidi....

(medarabnews, 17 giugno 2010)

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Sclerosi multipla, da scienziati israeliani l'esame del sangue che predice la malattia

Gli scienziati dell'Università di Tel Aviv stanno mettendo a punto un test del sangue per predire la sclerosi multipla (SM) fino a nove anni prima della comparsa dei sintomi. Secondo gli esperti questo test, di cui si legge in uno studio pubblicato su Neurobiology of Disease, potrebbe portare a un trattamento molto più precoce della malattia: attualmente, infatti, i medici non hanno modo di individuare la sclerosi multipla prima della comparsa dei sintomi. L'esame del sangue si baserebbe sull'individuazione di alcuni marcatori chimici che indicherebbero la presenza della malattia.
La sclerosi multipla impedisce ai neuroni e al midollo spinale di comunicare: la malattia colpisce infatti la mielina che ricopre gli assoni, particolari fibre attraverso cui passano i segnali elettrici inviati dai neuroni, causando delle specie di cicatrici e, quindi, difetti nel segnale. L'esordio della malattia avviene di solito nei giovani adulti, ed è più comune nel sesso femminile.
Lo studio è stato condotto esaminando campioni di sangue di 20 soldati israeliani di 19 anni, sani al momento dell'arruolamento, nove dei quali hanno in seguito sviluppato la sclerosi multipla: i ricercatori sono stati in grado di esaminare più di mille geni, individuando i marcatori chimici nei soggetti che avevano sviluppato la SM. Dallo studio è emerso anche che i marcatori sono in grado di scovare la patologia con nove anni di anticipo rispetto allo sviluppo dei sintomi.

(ASCA, 17 giugno 2010)

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L'emergenza povertà in Israele

di Alfredo Mordechai Rabello, giurista, Università Ebraica di Gerusalemme

La nuova rivista Emòr (che si pubblica in italiano e inglese) "si impegna a dedicare una costante attenzione a problematiche di carattere umanitario e sociale inerenti sia 'am Israel che altre identità" (secondo le parole della sua redattrice Rosa Banin di Milano). È un impegno particolarmente importante per ognuno di noi, è un invito a non chiuderci in noi stessi, nella nostra carriera, intenti a soddisfare solo i nostri bisogni, ma anzi a guardarci intorno per vedere se possiamo essere di aiuto a qualcuno e allora potremo scoprire facilmente, per esempio, che vi sono "oltre un milione e mezzo di cittadini poveri in Israele" e che "famiglie numerose, anziani e bambini (sono) le categorie più fragili". Scopriremo così che in questo nostro desiderio di dare (latet secondo il nome di una delle organizzazioni filantropiche) non siamo soli, ma che vi sono varie organizzazioni che si propongono di aiutare.
Per esempio l'organizzazione Yad Ezra veShulamit è stata fondata soprattutto per assistere "orfani, vedove, madri single, famiglie numerose, tutti accomunati da gravi difficoltà finanziarie"; con la collaborazione di centinaia di volontari vengono distribuite a Jerushalaim e in altre città pacchi di cibo e vengono gestite mense pubbliche nelle quali "un migliaio fra donne, uomini e bambini possono ricevere il loro unico pasto caldo della giornata". Questa parte di Emòr si chiude con una Postfazione di Maurizio Picciotto sulla Mitzvà della Zedakà e i suoi otto livelli come descritti dal Maimonide.
Specialmente nei nostri momenti di tristezza, di senso di solitudine potremo trovare conforto nell'aiutare chi ha bisogno del nostro aiuto (per esempio all'indirizzo www.yadezra.net). Si legge nei Racconti Chassidici sulla Torà raccolti dal Rav Zevin (Gerusalemme, 1956): "Raccontano i Chassidim che un rabbino si recò un giorno dal giusto Rabbi Avraham di Satritin: 'Ho sentito dire che sua eccellenza ha la possibilità di dare un rimedio che permetta di conquistare il timore di D-o'. Gli rispose il giusto: 'Per il timor di D-o non ho alcun rimedio; posseggo un rimedio solo per l'amor di D-o'. Gli disse il rabbino: 'Oh, di questo ho ancor più bisogno; l'amore di D-o è più importante del timore di D-o.; dammi subito, ti prego, questo rimedio'. Gli rispose il giusto: 'Il gran rimedio per arrivare all'amore di D-o è amare il prossimo; chi ha il cuore pervaso dall'amore per Israele, può arrivare facilmente ad ottenere l'amore di D-o...".

(Notiziario Ucei, 17 giugno 2010)

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Gerusalemme allenta l'embargo contro Gaza Resta il blocco navale

Il gabinetto di sicurezza del governo israeliano ha deciso di allentare il blocco su Gaza: ma resta il divieto di ingresso alle navi. Ora sarà consentito che una lista maggiore di beni entrino nell'enclave palestinese controllata da Hamas

GERUSALEMME - Il gabinetto di sicurezza del governo israeliano ha deciso di allentare il blocco su Gaza e consentirà che una lista maggiore di beni entrino nell'enclave palestinese controllata da Hamas. Israele è sottoposto a forti pressioni internazionali per una revoca del blocco di Gaza in seguito al mortale arrembaggio a una nave turca di attivisti filopalestinesi da parte della marina israeliana nel corso del quale nove turchi sono stati uccisi.
La decisione di Israele In un comunicato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha spiegato che Israele "liberalizzerà il sistema con cui i beni civili entreranno a Gaza ampliando il flusso di materiali per progetti civili che sono sotto la supervisione internazionale". Allo stesso tempo pero, aggiunge la nota, "continuerà a portare avanti misure di sicurezza per evitare l'entrata di armi e materiali bellici". Come moneta di scambio dell'allentamento di un embargo durato quattro anni lo Stato ebraico ha chiesto alla comunità internazionale di "lavorare per l'immediato rilascio di Gilad Shalit" il soldato israeliano nelle mani di Hamas dal giugno 2006. Il blocco di Gaza era stato imposto da Israele subito dopo la cattura di Shalit e fu rafforzato l'anno dopo quando Hamas ha preso il controllo dell'enclave palestinese.
Resta il blocco navale Il blocco navale della striscia di Gaza apparentemente resterà in vigore. Lo si evince dall' annuncio governativo israeliano secondo il quale resteranno in vigore le esistenti misure di sicurezza per prevenire l'ingresso di armi e di mezzi paramilitari nella Striscia.

(il Giornale, 17 giugno 2010)

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Un'insegnante tedesca da 24 anni combatte l'antisemitismo cancellando le scritte sui muri

Ha rimosso più di 80mila graffiti che incitavano alla violenza contro gli Ebrei

Irmela Mensah-Schramm, un'insegnante tedesca ormai in pensione, negli ultimi 24 anni ha condotto una singolare battaglia contro l'antisemitismo. Armata di bombolette spray, acetone e altri attrezzi ha cancellato più di 80mila scritte e graffiti che inneggiavano alla violenza contro gli ebrei. Mensah-Schramm ha condotto la sua campagna in tutta Europa, viaggiando in Germania, Polonia, Belgio e arrivando persino in Madagascar. L'ex insegnante copre le spese dei suoi viaggi grazie alla pensione e ai suoi risparmi e talvolta si appoggia ad un'associazione berlinese. Ha chiesto una sovvenzione al governo tedesco, che pero' ha rifiutato di sostenere economicamente la sua causa. Tuttavia, nel 2006 le autorità tedesche le hanno conferito un premio "per la sua attività in favore della democrazia e della tolleranza." Mensah-Schramm non si limita solo a cancellare le scritte dai muri. Tiene infatti regolarmente anche dei corsi per ragazzi, con l'obiettivo di portare l'attenzione sull'antisemitismo. A suo parere, la lotta contro la discriminazione non deve essere ricordata solo quando si visita un campo di sterminio. E' necessario che i cittadini si rendano conto che l'odio verso altre comunità è radicato anche nei quartieri e nelle strade delle città. Mensah-Schramm, in particolare, ha dichiarato di essere preoccupata per l'aumento di scritte razziste nei confronti della comunità musulmana turca in Germania.

(PeaceReporter, 16 giugno 2010)

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Egitto: attore sotto accusa, ha recitato con un'israeliana

Khaled Nabawy
IL CAIRO, 16 giu. - Il capo della federazione degli attori egiziani, Ashraf Zaki, ha aperto un'inchiesta su Khaled Nabawy con l'accusa di "normalizzazione'' dei rapporti ''con Israele" per il ruolo da lui interpretato nel film americano di Doug Liman, 'Fair Game', accanto all'attrice israeliana Liraz Charhi. I funzionari del Cairo hanno criticato l'interprete egiziano per essersi fatto fotografare abbracciato alla Charhi sul tappeto rosso del Festival internazionale di Cannes, dove il film e' stato presentato in anteprima mondiale. Le varie associazioni professionali in Egitto vietano qualsiasi tipo di normalizzazione con lo Stato ebraico e condannano fermamente chiunque non aderisca a questa linea. Zaki ha annunciato a un sito Web britannico che incontrera' Nabawy questa settimana e gli chiedera' se era a conoscenza della cittadinanza israeliana di Charhi. Se Nabawy ne risultasse cosciente, e quindi colpevole, verrebbe sospeso dall'associazione degli attori per un lungo periodo. Sui siti arabi che riportano la notizia viene precisato che Charhi e' "un'attrice israeliana di origini americane, che ha servito nell'esercito per due anni prima di dedicarsi alla recitazione ed e' apparsa in alcuni film americani''.

(Adnkronos, 16 giugno 2010)

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Israele, l’arrivo di navi da Iran e Libano è un atto "ostile"

GERUSALEMME, 16 giu. - Israele intende considerare come un atto "ostile" il tentativo di navi libanesi e iraniane di forzare il blocco alla Striscia di Gaza. Lo ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri israeliano, Yigal Palmor, spiegando che queste navi provengono da paesi nemici e quindi "il loro status e' diverso" da quello delle navi della Freedom Flotilla, che erano accusate soltanto di compiere una provocazione in violazione della legge.
Queste navi "provengono da stati nemici e cio' significa che il loro trattamento sara' differente, perche' vi e' una differenza legale", ha detto Palmor all'agenzia stampa Dpa. Il ministro degli Esteri Avigdor Lieberman ha riferito un simile messaggio alla responsabile della politica estera europea Catherine Ashton, e ai colleghi spagnolo e tedesco, Miguel Angel Moratinos e Guido Westerwelle. Palmor ha sottolineato di non avere informazioni certe sull'arrivo delle navi, due iraniane e una libanese, spiegando che "e' troppo presto" per capire come si agira' sul piano pratico per fermarle. Ha poi aggiunto che Israele ha avviato "contatti diplomatici con paesi amici" contro queste iniziative. Ma non ha chiarito se e' stato chiesto all'Egitto d'impedire il passaggio delle navi iraniane nel mar Rosso.
Quanto alla nave libanese, uno degli organizzatori, Samar al Hadj, ha detto a Beirut che la Mariam trasportera' 50 donne cristiane e musulmane, una trentina delle quali libanesi e il resto europee. A bordo vi saranno farmaci per malati di cancro ed emofiliaci.

(Adnkronos, 16 giugno 2010)

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Egitto e Libano negli occhi delle loro genti. Splendido filmato di Khalid Mohtaseb

Davvero molto bello questo filmato, trovato in rete, girato tra l'estate e l'autunno del 2009 in Egitto e Libano dal videomaker e viaggiatore Khalid Mohtaseb.
Le immagini, nate nel corso delle riprese per un documentario, mostrano luoghi e persone tra Il Cairo e Beirut, e testimoniano, senza troppa fatica, il fascino che il Medio Oriente, e le loro genti, riescono ad esercitare, pur tra le difficoltà della vita di tutti i giorni, spesso fatta di stenti e miseria.
Quando viaggiare, significa anche riflettere.


(Travelblog.it, 16 giugno 2010)

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Una provocazione stimolante, ma irrealizzabile e controproducente

di Francesco Lucrezi, storico

La provocatoria e stimolante proposta di Alain Elkann, di estendere la cittadinanza israeliana a tutti gli ebrei del mondo, ha suscitato molteplici reazioni, richiamando l'attenzione sul particolare, complesso rapporto tra Israele e la diaspora, la cui interrelazione anima e alimenta, in modo intenso e problematico, l'essere e il divenire della moderna identità ebraica. La proposta risponde evidentemente allo scopo di rinsaldare il legame tra l'ebraismo "di dentro" e "di fuori", superando ogni ambiguità ed esitazione riguardo al senso di appartenenza e di solidarietà, da parte degli ebrei, nei confronti della comune patria ebraica, e va senz'altro lodata per il suo forte messaggio di sostegno nei confronti dello Stato di Israele, tanto più da apprezzare in quanto formulato in un momento delicato e difficile come quello attuale.
Ciò detto, appare doveroso ricordare per quali motivi tale proposta, oltre che giuridicamente irrealizzabile, potrebbe anche rivelarsi controproducente ai fini della stessa sicurezza di Israele, a cui essa vorrebbe invece contribuire.
Com'è noto, la Legge del Ritorno, approvata nel luglio 1950 dalla Knesset (e poi completata dalle successive Leggi della Cittadinanza e dell'Ingresso, del 1952), sancisce che ogni ebreo che lo desideri, al momento del suo trasferimento, attraverso la 'aliyà', nella Terra Promessa, acquisti immediatamente, in quanto 'olè', 'salito', la cittadinanza israeliana. Tale legge - che deriva direttamente dalla Dichiarazione di Indipendenza, che stabilisce che lo stato ebraico "aprirà le porte della patria a ogni ebreo" che vi faccia ritorno (6o c.), e "sarà aperto all'immigrazione ebraica e alla riunione degli esiliati" (12o c.) -, con la sua incondizionata accoglienza verso tutti gli ebrei, pone già le basi di una naturale estensione della cittadinanza nei confronti dell'intero popolo mosaico, i cui componenti sono tutti eletti a 'potenziali' cittadino dello stato. Ma la cittadinanza israeliana, evidentemente, non viene estesa automaticamente a tutti, ma solo a coloro che esercitino concretamente tale facoltà, scegliendo di vivere in Israele. Trasformare tale cittadinanza da potenziale a effettiva, con tutti i connessi diritti e doveri (voto, tasse, servizio militare ecc.), indipendentemente dalla aliyà, sarebbe evidentemente impossibile, e non solo perché la grande maggioranza degli ebrei del mondo, verosimilmente, non vorrebbe farlo (né sarebbe giusto che coloro che rifiutassero di 'promuovere' l'identità ebraica a cittadinanza israeliana si vedessero perciò accusare di incoerenza, infedeltà o scarso patriottismo), o non potrebbe (ci sono ebrei anche in Paesi, come l'Iran, che mai permetterebbero una cosa simile), ma anche perché ciò sposterebbe impropriamente, e forse pericolosamente, il baricentro della responsabilità delle scelte da assumere per il destino dello stato ebraico (scelte, non dimentichiamo, che assumono spesso un carattere di assoluta urgenza e drammaticità). Chi mai potrebbe avere l'autorità e il coraggio di dire "sì o no", di fronte, per esempio, a una grave opzione di pace o guerra, se non coloro che sono chiamati a sopportare direttamente (anche con la propria vita o morte) le conseguenze della stessa? Chi mai potrebbe dire "facciamo così o così", comodamente seduto in poltrona, al sicuro nella propria casa di New York o di Roma? Sono problemi che sono già stati motivatamente sollevati in Israele, di recente, riguardo alla proposta di estendere il diritto di voto ai cittadini israeliani residenti soltanto all'estero (di numero, ovviamente, molto inferiore a quello di tutti gli ebrei del mondo), e la giusta richiesta di permettere a tutti i cittadini l'esercizio di un fondamentale diritto di cittadinanza si è scontrata con la forte obiezione che la responsabilità del voto non può essere disgiunta dalla sopportazione delle ricadute pratiche dello stesso: un principio forse non tanto avvertito da chi viva tranquillamente in pace, ma fondamentale per un Pese in continuo, reale pericolo.
Anche con tutti gli ebrei del mondo come cittadini, d'altronde, Israele resterebbe pur sempre un Paese molto piccolo, circondato da miliardi di non ebrei. Il compito storico della golà, al momento attuale, non è quello di 'diventare' Israele, ma di difendere le ragioni di Israele nel modo dei gentili, facendo capire quanto esse coincidano con le ragioni della civiltà, del diritto, della pace, dell'uguaglianza nella diversità. Che è, poi, lo stesso compito anche dei molti, tanti non ebrei che amano Israele. Al punto, a volte, da considerarla propria "patria ideale", senza con ciò desiderare di diventare israeliani, né ebrei.

(Notiziario Ucei, 16 giugno 2010)

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71% donne arabe è iscritto a social network, l'85% ha internet in casa

Anche nel mondo arabo, nonostante le limitazioni imposte dalla religione e dalla tradizione culturale, la penetrazione di Internet e del digital way of life si fa sempre più forte. Un dato che avvicina progressivamente i giovani e gli adulti di diverse località del mondo e che accomuna gli utenti per comportamenti e modelli di consumo del mezzo di comunicazione. A confermarlo è un'indagine condotta di YouGovSiraj, agenzia di ricerca indipendente, su 'Donne e Internet', secondo cui l'85% degli utenti di sesso femminile nei Paesi del Medio Oriente ha a disposizione una connessione Internet a casa e sul posto di lavoro.
Il campione, composto da 1250 donne provenienti da diverse regioni mediorientali, tra cui Libano, Emirati Arabi, Kuwait, Egitto, Qatar e Giordania, ha rivelato inoltre che nel 71% dei casi, oltre ad accedere quotidianamente alla rete, è anche iscritto a siti di social networking, e per il 66% di loro chattare online con gli amici è una passione irresistibile.
Anche in questi Paesi, Facebook è la rete sociale più utilizzata per il 91% delle donne libanesi, l'80% delle egiziane, il 78% delle emiratine. La stragrande maggioranza di loro ha affermato di navigare almeno 1 o 2 ore al giorno al di fuori del lavoro di ufficio e sono diversi i siti segnalati per contenuti di alta qualità e dedicati al mondo femminile.

(Key4biz, 16 giugno 2010)

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Shin Bet: Hamas sta comprando terre a Gerusalemme Est

Yuval Diskin: "pericoloso" revocare il blocco a Gaza

ROMA, 15 giu. - Il gruppo islamista palestinese Hamas, che controlla con la forza la Striscia di Gaza dal 2007, sta comprando dei terreni nell'area di Gerusalemme Est. Lo ha detto oggi Yuval Diskin, il capo dello Shin Bet, i servizi di sicurezza interni israeliani, secondo quanto riporta il sito web del quotidiano israeliano Haaretz.
Parlando di fronte alla Commissione Esteri e Difesa della Knesset, Diskin ha spiegato che le principali forze attualmente presenti a Gerusalemme Est sono l'Autorità Palestinese, Hamas e il Movimento Islamico. Queste tre forze - ha detto Diskin - sono in competizione tra di loro per acquisire il predominio nell'area. Il capo dello Shin Bet ha avvertito anche che una eventuale revoca del blocco imposto da Israele alla Striscia di Gaza nel 2007 rappresenterebbe uno "sviluppo pericoloso" per lo Stato ebraico.

(Apcom, 16 giugno 2010)

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Giaffa - Scontri tra polizia e ortodossi

Diversi agenti di polizia sono rimasti feriti oggi a Jaffa (Tel Aviv) nel corso di duri scontri con un migliaio di ebrei ortodossi adirati per la asserita "dissacrazione di antiche tombe" che sarebbe avvenuta durante lavori di ristrutturazione in un progetto edile. Anche fra i dimostranti, secondo le prime informazioni, ci sarebbero feriti e contusi.
Anche se ripetuti picchetti di protesta erano stati organizzati dagli ortodossi già nei giorni scorsi, la manifestazione odierna è stata caratterizzata da particolare violenza. In particolare i facinorosi hanno rivolto la loro collera contro un pullmino della radio statale israeliana, che trasmetteva in diretta il corso degli eventi. Per disperdere i dimostranti la polizia ha dovuto ricorrere ad unità anti-sommossa.
Ad esasperare gli animi, a quanto pare, vi è anche la decisione di ieri della Corte Suprema di vietare la separazione forzata, in un istituto educativo ortodosso di Emmanuel (una colonia ebraica in Cisgiordania), fra le studentesse ashkenazite (di origine europea) e quelle sefardite (originarie di Paesi arabi). I genitori delle prime hanno replicato che i giudici della Corte Suprema non hanno ai loro occhi una autorità morale superiore a quella dei loro rabbini e di conseguenza hanno annunciato di essere pronti ad entrare in massa in carcere pur di difendere il principio della "libertà di insegnamento" fra gli ebrei ortodossi.

(swisscom, 16 giugno 2010)

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La Francia blocca la diffusione di Al-Aqsa TV. Hamas critica la decisione

GAZA, 15 giu - Il movimento islamista palestinese Hamas ha criticato la decisione di Parigi, su richiesta della Commissione Ue, di bloccare entro 48 ore la diffusione del canale televisivo Al-Aqsa TV, accusandolo di ''incitamento all'odio''.
Il vice direttore del canale, Mohammed Thuraya, ha confermato all'Afp di esser stato informato dello stop delle trasmissioni in Francia. ''Ci hanno detto che la motivazione per cui vogliono bloccare la diffusione del nostro canale in Francia e' 'l'incitamento all'odio', senza spiegare nel dettaglio'', ha affermato Thuraya.
''E' una decisione ingiusta che deriva dalle pressioni della lobby sionista sull'amministrazione americana che a sua volta ha influenzato la Francia ed Eutelsat (operatore del satellite con base a Parigi)'', ha affermato sottolineando che tale provvedimento non ha ''alcuna giustificazione legale o morale''.
Per protesta una settantina di persone, tra cui dei rappresentanti di Hamas e della Jihad islamica e alcuni dipendenti del canale televisivo, hanno manifestato davanti al Centro culturale francese di Gaza.

(ASCA, 16 giugno 2010)

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Ridere, perché gli ebrei lo fanno meglio

Maestri di comicità e di autoironia. Una raccolta delle migliori barzellette scelte da Daniel Vogelmann

di Bruno Gambarotta

I Fratelli Marx, comici americani ebrei
Chi è l'ebreo? È colui che non solo conosce già la storiella che stai raccontando, ma sa raccontarla meglio in un'altra versione. Daniel Vogelmann, direttore editoriale e gran patron della fiorentina Giuntina, un piccolo gioiello che dal 1980 pubblica testi altrimenti introvabili di cultura ebraica, ci fa un regalo inaspettato con Le mie migliori barzellette ebraiche, un piccolo libro di 65 pagine con le illustrazioni di Bjørn Okholm Skaarup, da tenere sul tavolino da notte e leggere un poco alla volta per addormentarci con una risata.
Con gesto munifico Daniel Vogelmann mette a disposizione di tutti la collezione di una vita. Ogni lettore è poi libero di allestire la sua personale classifica. La mia preferita è «La vera storia di Adamo ed Eva. Dio andò da Adamo e gli disse: "Non è bene che l'uomo sia solo. Ho pronta per te la tua compagna". "Sì, ma quanto mi costa?". "Un braccio e una gamba". "Però!". fece Adamo. "E per una costola cosa si può avere?"».
Daniel Vogelmann scrive, nella sua breve e autoironica prefazione: «"E che cosa fa di una barzelletta una barzelletta ebraica?", vi domanderete ancora. Su questo argomento sono stati scritti numerosi libri, generalmente molto noiosi, per cui vi risparmierò le solite elucubrazioni». È tutto vero, però non si può impedire a un goy, a un non ebreo, di farsi altre domande. Perché i comici statunitensi sono tutti ebrei? I Fratelli Marx, Mel Brooks, Woody Allen, Jerry Lewis... Come mai, delle tre grandi religioni monoteiste del Libro, l'ebraismo è l'unica a ospitare copiosi esempi di questo genere di letteratura? Non credo esistano raccolte di barzellette islamiche, o cattoliche o luterane.
Secondo Rudolf Bultmann, citato da Giancarlo Gaeta nel suo Il Gesù moderno, ciò che differenzia Gesù dal giudaismo è il superamento di una concezione dominata dall'obbedienza alla legge e che per il resto è indifferente alle modalità della sua messa in pratica. Secondo questa lettura, l'ebreo osservante, una volta che si sia attenuto alle prescrizioni esterne, è molto più libero di muoversi di un cristiano che deve donarsi senza riserve se vuole salvarsi. Ma la Legge, ossia la Torah (l'insieme dei cinque libri del Pentateuco), si offre all'esercizio infinito dell'ermeneutica, dell'interpretazione attraverso lo studio del Talmud. Un esercizio che nelle barzellette acuisce l'intelligenza nel sempre rinnovato tentativo di rispettare la forma aggirando la sostanza della prescrizione.
Un esempio lampante si trova in una gara di miracoli tra un sacerdote e un rabbino. È il rabbino che parla: «Di sabato noi ebrei non possiamo toccare il denaro. Ebbene, un sabato esco dalla sinagoga e cosa vedo per terra: un portafoglio pieno zeppo di banconote. Allora ho pregato il Signore, e miracolo: davanti a me era sabato, dietro a me era sabato, ma sopra di me era giovedì, e così ho raccolto il portafoglio e sono andato a casa». In tal modo si crea una differenza di potenziale tra l'alto e il basso, tra la lettera e lo spirito, tale per cui scocca la scintilla della risata. Woody Allen: «Dio non esiste... e noi siamo il suo popolo eletto».
Le barzellette ebraiche scommettono sull'intelligenza dell'ascoltatore e presuppongono un'indulgente saggezza in chi le racconta. «Forse un giorno qualcuno, trovandosi in mano questo libretto, potrebbe dire: è Daniel Vogelmann che l'ha scritto; era un malinconico piccolo editore di libri ebraici, che ha pubblicato anche qualche piccola poesia, ma forse il meglio di sé lo dava quando raccontava le barzellette». Forse che Isacco, Yits'khak, figlio del centenario Abramo e della nonagenaria Sara, non significa «colui che rise»?

(La Stampa, 15 giugno 2010)

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Cisgiordania. Attentato di Hebron rivendicato da al-Aqsa

È stato rivendicato dalle Brigate dei martiri di al-Aqsa (al Fatah) l'attentato avvenuto ieri nella zona di Hebron, in Cisgiordania, nel quale un agente della polizia israeliana è rimasto ucciso e tre suoi compagni sono stati feriti. Lo afferma l'agenzia di stampa palestinese Maan, secondo cui le Brigate al-Aqsa affermano che l'attacco è stato una ritorsione per la uccisione di nove passeggeri turchi sulla nave Marmara nel blitz israeliano di due settimane fa.
Immediata la condanna del premier dell'Anp Salam Fayad, secondo cui episodi del genere "arrecano danno all'Autorità palestinese e ai nostri interessi nazionali", ha precisato. Fayad ha confermato d'altra parte il sostegno alla "opposizione popolare non violenta contro le colonie e contro la Barriera", guidata dal suo esecutivo.
Lodi esplicite all'attacco armato sono giunte invece da Hamas e dalla Jihad islamica. La scorsa notte un razzo è stato sparato dalla striscia di Gaza verso il territorio israeliano, dove è esploso senza provocare vittime.

(l'Occidentale, 15 giugno 2010)

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Haaretz: i supermarket di Israele boicottano i prodotti turchi

Colpiti soprattutto i generi alimentari

ISTANBUL, 15 giu. - I supermercati israeliani hanno iniziato il boicottaggio dei prodotti turchi. Lo scrive il quotidiano Haaretz, ripreso dal turco Hurriyet. Il boicottaggio segue la crisi diplomatica fra i due Paesi, dopo il blitz militare israeliano contro la Mavi Marmara, la nave che trasportava aiuti umanitari verso la Striscia di Gaza. Un gesto che la Turchia ha condannato con forza, richiamando anche l'ambasciatore a Tel Aviv ad Ankara.
Secondo Hareetz sono due le catene di distribuzione maggiormente impegnate nel boicottaggio: la Blue Square e la Rami Levy. La seconda avrebbe anche interrotto tutti i contatti con i fornitori turchi. Particolarmente colpiti dal boicottaggio sono i generi alimentari, soprattutto pasta e farina.
E potrebbe essere solo l'inizio. Secondo il quotidiano israeliano infatti ci sarebbero altre catene, come la Brand for you e la Super Sol, pronte a fare altrettanto.
La Turchia dal canto suo all'indomani dell'attacco ha annullato contratti soprattutto nel campo energetico e militare e ieri ha minacciato sanzioni se non verranno inseriti osservatori internazionali - e tra questi, turchi - nella commissione d'inchiesta israeliana sull'assalto alla Mavi Marmara.

(Apcom, 15 giugno 2010)

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Neanche Abu Mazen vuole levare il blocco a Gaza

di Dimitri Buffa

Ma Israele deve togliere questo blocco navale a Gaza che di fatto impedisce solo alle armi per Hamas di entrarvi e non certo agli aiuti? Secondo Franco Frattini, ministro degli esteri italiano, e secondo la Lega Araba, il cui segretario Amr Moussa proprio ieri era a Gaza per fare la solita sceneggiata pan arabista, sì. Secondo Abu Mazen, leader dell'Anp, che in proposito ne ha parlato con Obama, così come riportato da "Hareetz", invece no. Il paradosso della situazione medio orientale è tutto qui. Nessuno sta nel posto in cui dovrebbe stare secondo logica. Secondo quanto riporta "Haaretz", Abu Mazen anche nei giorni scorsi avrebbe asserito ripetutamente durante i propri colloqui con Obama che "levare il blocco navale a Gaza servirebbe solo a rinforzare Hamas". Ma Frattini invece ieri insisteva a dire che "il fatto che si crei una sorta di blocco totale, anche di beni di prima necessità non giova neppure ad Israele stesso". Gli ha fatto eco da Gaza Amr Moussa: "questo blocco, che siamo qui affrontare, deve essere rimosso e la posizione della Lega Araba è chiara, non solo gli arabi, ma l'intero mondo dovrebbero mettersi accanto al popolo palestinese contro l'assedio a Gaza e quello che sta accadendo nei territori occupati, specialmente Gerusalemme Est". Insomma abbiamo un ministro che scavalca persino la posizione del leader dei palestinesi moderati. In compenso è in pieno accordo con il rappresentante a capo dei nemici dello stato ebraico. Intanto, sempre ieri, Israele ha varato la propria commissione di indagine sui fatti tragici dell'assalto alla "Flotilla" turca che i buontemponi definiscono "pacifista". Nella commissione, che indagherà sulla legalità del raid conclusosi con la morte di nove attivisti turchi e sulla legittimità dell'embargo su Gaza, è prevista la presenza di due osservatori internazionali. L'organismo indagherà anche su eventuali crimini di guerra o violazioni del diritto internazionale in base agli standard occidentali. A capo della commissione è stato nominato l'ex giudice della Corte suprema israeliana Jacob Turkel, che lavorerà con Shabtai Rosen, 93 anni, professore di diritto internazionale premiato con l"Israel Prize" in scienze legali e con il 'premio dell'Aja' per la legge internazionale.
Ci sarà anche il maggior generale Amos Horev, ex presidente di Technion, l'Istituo di Israele di tecnologia. Tra gli osservatori esteri nella commissione, dei quali Israele non ha specificato le competenze, vi è il premio Nobel irlandese William David Trimble e l'ex giudice militare canadese Ken Watkin. Nel comunicato diffuso dall'ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu si definisce il principale mandato della commissione, ovvero "stabilire la legalità dell'azione navale compiuta dalla Marina israeliana e la sua conformità con le leggi internazionali". La commissione indagherà anche sulle condizioni di sicurezza nelle quali è avvenuto il blocco del convoglio di navi dirette a Gaza e il loro rispetto del diritto internazionale. L'organismo dovrà anche esaminare la posizione della Turchia e le azioni intraprese dagli organizzatori della 'Freedom Flotilla', su tutte quelle del gruppo turco IHH, accusato di essere legato a terroristi. Saranno quindi valutate le identità dei passeggeri e le loro intenzioni. La commissione affronterà poi la relazione 'Goldstone'. Verrà quindi fatta luce sulle regole di ingaggio, per verificare che le procedure in atto in Israele siano in linea con le leggi internazionali in materia. Qualsiasi persona o organizzazione potrà essere chiamata a testimoniare o a fornire informazioni su ogni questione che verrà considerata rilevante. Netanyahu ha già ordinato a tutti i membri del governo e delle agenzie relative di collaborare pienamente con la commissione e di fornire tutte le informazioni e i documenti necessari all'indagine. D'altro canto, però, l'organismo avrà accesso solo ai documenti direttamente rilevanti per quanto riguarda le operazioni militari o le azioni del personale di Difesa. Netanyahu, il ministro della Difesa Ehud Barak, altri ministri di governo e il capo dell Forze speciali di Difesa Gabi Ashkenazi saranno tutti chiamati a testimoniare. In altri paesi, Italia compresa, una simile trasparenza semplicemente se la sognano.

(l'Opinione, 15 giugno 2010)

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Navi per Gaza. Israele avverte: "Responsabilità di Beirut se a bordo attivisti Hezbollah"

Se dal Libano sono pronte a partire due navi con aiuti umanitari per Gaza, Israele avverte Beirut: "Se a bordo di quelle navi ci saranno attivisti degli Hezbollah, la responsabilità ricadrà sul governo libanese" ha detto alla radio militare una fonte di sicurezza.
Il ministro delle finanze Yuval Steinitz (Likud) ha ribadito che Israele intende mantenere il blocco marino a Gaza per impedire che Hamas diventi una minaccia militare simile a quella degli Hezbollah. "La rimozione del blocco a Gaza significa un rafforzamento dell'assedio a Israele" ha detto Steinitz, riferendosi alla valutazione israeliana secondo cui la attivazione di un porto a Gaza consentirebbe a Hamas di ricevere importanti forniture militari.
Un responsabile israeliano alla sicurezza ha aggiunto che non é possibile verificare in alto mare il carico delle navi dirette a Gaza. Per avere la certezza che non trasportino armi è necessario fare le ispezioni in un porto, ha aggiunto.

(Blitz quotidiano, 15 giugno 2010)

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Ferrara realizza il Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano

Sorgerà all'interno degli edifici dell'ex carcere

di Daniela Colonna

La Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici dell'Emilia Romagna d'intesa con il Comune di Ferrara ha lanciato il concorso di progettazione per la realizzazione del Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara all'interno degli edifici dell'ex carcere di Via Piangipane.
L'intervento oggetto del concorso è la progettazione del Museo Nazionale dell'Ebraismo Italiano e della Shoah istituito a Ferrara in base alla legge 296 del 27 dicembre 2006.
Il museo ha come finalità istituzionale quella di illustrare l'originalità della storia ebraica italiana nel contesto del più vasto ambito europeo e mediterraneo e, dall'altro, promuovere attività culturali volte a mettere a frutto, per il presente e per il futuro, il patrimonio di saperi, attività, idee ed esperienze, testimoniate dalla più che bimillenaria presenza ebraica in Italia.
Il sito individuato come sede del MEIS è costituito dall'ampio complesso delle ex carceri di Ferrara di Via Piangipane. Il concorso comprende la definizione dello spazio architettonico: il riuso del carcere di Ferrara e degli spazi accessori, la progettazione di nuovi spazi aperti o chiusi, l'allestimento del museo e delle modalità di presentazione degli argomenti prescelti.
Il museo sarà dotato di una collezione limitata di oggetti e dovrà basare la sua attività sul supporto anche della tecnologia e della multimedialità.
Il concorso è aperto agli architetti ed agli ingegneri civili e ambientali, alle società di ingegneria ed architettura e alle associazioni temporanee di professionisti che abbiano i titoli professionali richiesti dal bando.
Il termine di scadenza per la partecipazione al concorso è fissato per il prossimo 30 settembre 2010.
Il vincitore del concorso riceverà un premio di 60mila euro.
Il progetto secondo classificato riceverà un premio di 40mila euro, il terzo di 20mila euro.
La Giuria potrà inoltre assegnare sino a 5 menzioni ai progetti ritenuti meritevoli che riceveranno un rimborso spese pari a 8mila euro.

(edilportale, 15 giugno 2010)

Scheda di bando

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Da un sito pro Hamas

Salam Fayyad condanna l’attacco della resistenza palestinese

Al-Khalil (Hebron) - Il primo ministro dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Salam Fayyad, ha pubblicamente condannato l'attacco della resistenza palestinese che, all'alba di ieri, 14 giugno, ad Hebron aveva causato l'uccisione di un poliziotto israeliano e il ferimento di tre colleghi.
"Sono atti che minano gli interessi nazionali e che vanno unicamente a beneficio del progetto dell'occupante", avrebbe specificato Fayyad, oggi, ai media.
Ha invitato i palestinesi alla promozione di iniziative di resistenza non violenta, ribadendo che - nel rispetto degli obblighi sottoscritti con Israele - impegnerà le sue forze di sicurezza per contrastare azioni della resistenza come quelle di ieri.

(Infopal, 15 giugno 2010)


Si noti il “vero” nome di Hebron, che naturalmente per l’articolista è quello arabo. Un giorno, quando la Palestina sarà completamente liberata dalla presenza “sionista”, tutte le città dal fiume al mare torneranno a prendere il loro “vero” nome arabo, a cominciare da Al-Quds, la città che gli “infedeli” chiamano Yerushalaim.

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Da oggi, anche in Italia esiste l'Unione degli Scrittori Ebrei

Un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura letteraria e del dibattito tra scrittori di nazioni ed etnie diverse

Nata duecento anni fa, nella Prussia Orientale, dall'intuizione del grande poeta tedesco Heinrich Heine e grazie al contributo finanziario del barone tedesco Alfred Rothschild, l'Unione degli Scrittori Ebrei ha svolto in Europa, soprattutto nel XXesimo secolo, un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura letteraria e del dibattito tra scrittori di nazioni ed etnie diverse. Sono prestigiose e celebri nel mondo, le Unioni degli Scrittori Ebrei di Manchester, Parigi, Gerusalemme, New York e Los Angeles ma anche quelle di L'vov e Varsavia, entrambe aperte ad ospitare scrittori "particolari", anche non ebrei. Fu proprio l'Unione degli Scrittori Ebrei di Varsavia, sopravvissuta alla Shoah che, nel 1964, grazie alla presentazione di Jerzy Pomianowski e di Jan Kurczab, conferì una tessera onoraria al poeta polacco Karol Woytyla, allora vescovo di Cracovia.
La neo-nata sezione italiana dell'Unione, avrà la sede centrale a Roma e, oltre all'organizzazione di dibattiti, seminari, corsi di scrittura creativa e conferenze internazionali, si occuperà anche di editare una rivista letteraria mensile "TIKKUN Italia", a distribuzione nazionale, il cui primo numero verrà presentato alla fine del prossimo settembre nella sala della Protomoteca del Campidoglio, grazie all'interessamento dell'Assessorato per le Politiche Culturali e della Comunicazione della Città di Roma.
"Tikkun Italia" è la prima rivista - esclusivamente letteraria - pubblicata nel nostro paese da scrittori ebrei "per ricordare a tutti e principalmente a noi stessi", sostengono i fondatori, "la necessità di impegnarsi di nuovo in prima persona, per fornire un proprio contributo alla diffusione della Cultura, della Lettura, della Scrittura Creativa".

(l'ideale, 15 giugno 2010)

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Auschwitz, 70 anni dopo un treno ricorda l’orrore delle prime deportazioni

AUSCHWITZ-BIRKENAU - Il 14 giugno del 1940 un treno di prigionieri politici polacchi si incamminava lentamente verso una vecchia caserma del sud della Polonia occupata: era il primo convoglio per Auschwitz, il campo di concentramento dove vennero sterminati un milione di ebrei.
A bordo di quel convoglio, diretto verso una meta sconosciuta, c'erano 728 uomini provenienti dalla prigione di Tarnow. Settanta anni dopo, grazie all'iniziativa dell'Associazione delle famiglie di Auschwitz, un treno ha ripercorso simbolicamente 140 chilometri rendendo omaggio ale vittime dei campi nazisti.
Poco prima della partenza del convoglio, e' stato inaugurato alla stazione di Tarnow un piccolo monumento su cui sono stati incisi i nomi dei 728 deportati, un triangolo rosso (il colore dei prigionieri politici) e una P (che rappresenta la nazionalita' polacca dei prigionieri).
''Ci avevano detto che saremmo andati in Germania per lavorare la terra'', ha raccontato Jozef Stos (89 anni), anziano sopravvissuto che si trovava su quel primo convoglio.
''Ero cosi' giovane che ho pensato che ci avrebbero portato in una sorta di campo scout. All'arrivo ci picchiarono e li' capii'', ha detto Kazimierz Zajac, 86 anni.
Fino al 1942 Auschwitz venne occupato inizialmente da prigionieri polacchi non ebrei, poi divenne la tomba di 1 milione e 100 mila persone tra cui un milione di ebrei. Di questi, secondo i dati diffusi dal museo del campo di concentramento, 70.000-75.000 polacchi non ebrei, 21.000 zingari, 15.000 prigionieri di guerra sovietici e 10.000-15.000 altri prigionieri come i combattenti della resistenza.

(ASCA, 14 giugno 2010)

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Frattini, la fine del blocco non sia una vittoria per Hamas
    
LUSSEMBURGO, 14 giu. - Da parte israeliana c'e' la disponibilita' ad allentare il blocco contro la Striscia di Gaza, ma deve essere chiaro che questo non deve rappresentare una vittoria per Hamas. A dirlo, al termine del Consiglio affari esteri dell'Ue a Lussemburgo, e' stato il ministro degli Esteri Franco Frattini. "Abbiamo ribadito la volonta' dell'Italia di sbloccare la situazione dei confini di Gaza con misure che non possono costituire una vittoria per Hamas - ha detto il titolare della Farnesina - che diano a Israele ed all'Autorita' nazionale palestinese soluzioni praticabili e politicamente sostenibili".
Il ministro ha avvertito come "sarebbe pericoloso consacrare il ruolo di Hamas dentro Gaza, che farebbe venire meno gli sforzi dell'Egitto per la riconciliazione palestinese".

(Adnkronos, 14 giugno 2010)

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Israele denuncia il discorso di Castro sul nazismo

GINEVRA - Israele ha denunciato oggi i commenti dell'ex presidente cubano Fidel Castro, che ha paragonato il trattamento israeliano nei confronti dei palestinesi allo sterminio nazista di ebrei, dicendo in un dibattito Onu che si tratta di retorica sopra le righe.
Le osservazioni di Castro sono state riferite dai rappresentanti di Cuba durante un dibattito tra i 47 paesi del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, incentrato sull'azione israeliana nei territori occupati.
"L'odio dello stato di Israele contro i palestinesi è tale che non esiterebbero a mandare un milione e mezzo di uomini, donne e bambini di quel paese nei forni crematori dove milioni di ebrei di tutte le età sono stati sterminati dai nazisti", ha detto l'ex leader cubano. "Sembrerebbe che la svastica del Fuhrer sia oggi la bandiera di Israele".
Il portavoce del ministero degli Esteri israeliano Yigal Palmor ha risposto da Gerusalemme che "con questi oltraggiosi commenti, Fidel Castro getta vergogna sui suoi compagni di un tempo e sugli ideali che ha sempre finto di seguire. Che Guevara si starà rivoltando nella tomba".
Israele da tempo lamenta il trattamento che riceve dal Consiglio per i diritti umani, che ritiene abbia dei pregiudizi nei suoi confronti. Cuba è un membro del blocco dei paesi in via di sviluppo del consiglio, regolarmente critico nei confronti di Israele.

(Reuters, 14 giugno 2010)

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Smentita di Riad: no a corridoio aereo per Israele

L'Arabia saudita non ha concesso l'uso del suo spazio aereo ai jet israeliani per compiere eventuali raid contro l'Iran e non ha intenzione di farlo in futuro. La notizia era stata data due giorni fa dal "Times", ma il governo di Riad l'ha smentita oggi con un comunicato dell'agenzia di stampa saudita diffusa dall'ambasciata a Roma.
Il comunicato fa riferimento a "fonti ufficiali del Regno" e sottolinea che il rifiuto di concedere lo spazio aereo a forze esterne "a maggior ragione" si applica a Israele.
"Le fonti saudite - è scritto tra l'altro nella nota - hanno precisato che il Regno ribadisce ancora una volta la propria ferma posizione di rifiuto di qualsiasi violazione della propria sovranità, nonché dell'utilizzo del proprio spazio aereo o del suo territorio da parte di chiunque, al fine di aggredire un altro Stato, e a maggior ragione tale politica viene applicata dal regno nei confronti di Israele che occupa i Territori palestinesi e con il quale il Regno non intrattiene alcun tipo di rapporto".
Già ieri il presidente Mahmud Ahmadinejad aveva commentato la notizia data dal "Times" in occasione dell'incontro con il nuovo ambasciatore dell'Arabia Saudita a Teheran, Mohammed Ibn Abbas al-Kallabi, che gli ha presentato le credenziali.
"Gli Stati Uniti ed il regime sionista - aveva detto Ahmadinejad secondo quanto riportato da Press Tv - sono senza dubbio nemici dell'Iran e dell'Arabia Saudita. Perciò stanno cercando di creare una frattura tra Teheran e Riad".
"I nemici - aveva aggiunto il presidente iraniano - vogliono un cambiamento geopolitico nella regione, Arabia Saudita compresa, e oggi la nazione iraniana si oppone con forza ai loro sinistri disegni e sostiene tutti gli Stati musulmani".

(swisscom, 14 giugno 2010)

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Cittadini d'Israele tutti gli ebrei? Utile provocazione

di Francesca Paci

A leggere oggi l'appello di Alain Elkann, il presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici ha l'impressione che si compia un ciclo. «Non solo sottoscrivo la proposta d'estendere la cittadinanza israeliana a tutti gli ebrei al punto che ne parlerò al Congresso nazionale il 5 dicembre, ma mi ricorda piacevolmente la strada percorsa da quando nel '93 fondai il gruppo "Per Israele" per emancipare la vecchia leadership dalla paura di pronunciarsi su Israele », spiega. Sebbene l'idea sia «di complicata fattibilità», lo convince per due ragioni: «Da una parte scioglierebbe il nodo della doppia lealtà di noi ebrei che potremmo così essere fedeli a Israele e all'Italia, di cui siamo fieri. Dall'altra ci consentirebbe d'intervenire, con il diritto di voto e il dovere di pagare le tasse, nella vita d'Israele, nelle cui sorti la diaspora è quotidianamente coinvolta». La provocazione intellettuale di Elkann accende il dibattito nel mondo ebraico, italiano e non solo. Da Israele Aharon Appelfeld, memoria storica e letteraria della Shoah, accoglie con favore la «bella intuizione d'assimilare le identità ». A Parigi, il filosofo Bernard-Henri Lévy, che ha rilanciato la proposta sulla rivista online «La règle du jeu», riconosce al suo autore «il merito d'aver messo a fuoco il problema». Qualcuno deve pur gridare che l'imperatore è nudo: «Ho pubblicato l'appello perché, sebbene controverso, è bello, coraggioso e sintomatico dei tempi difficili che vivono gli ebrei d'Europa. Personalmente non sono d'accordo, credo che ci siano altri mezzi per esprimere i propri legami con Israele, ma rivela un malessere reale». La comunità italiana annuisce: davanti all'abitudine diffusa di criticare con Israele l'intero popolo ebraico, chissà che non valga davvero la pena unificare le cose. Mentre però Pacifici ipotizza che accanto ai deputati arabi «non proprio nazionalisti» della Knesset sieda qualcuno della diaspora, altri si fermano un passo indietro. «Premessa la sacrosanta difesa d'Israele, sono perplesso perché diventare israeliani significherebbe interferire in questioni interne sulle quali, da fuori, sono impreparato» ammette il presidente della comunità di Milano Roberto Jarach. Un parere condiviso dal leader dell'Unione Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, che apprezza «il pungolo» di Elkann ma ne obietta la realizzabilità «anche rispetto al diritto degli israeliani d'essere artefici della realtà in cui sono immersi». Molto meglio cominciare dall'abc, aggiunge il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni: «Colgo nell'appello l'antica passione ebraica di collezionare passaporti contro la paura genetica che qualche porta si chiuda, ma suggerirei d'imparare prima la lingua ebraica». Le provocazioni favoriscono il confronto, sostiene Tobia Zevi, fondatore dell'associazione di cultura ebraica Hans Jonas: «La comunità ebraica italiana ha una storia millenaria e una vicinanza sentimentale a Israele, ma non bisogna mescolare i ruoli: la diaspora serve a Israele in modo dialettico e l'esperienza degli ebrei italiani è tanto più utile in una società che diventa multietnica ». Anche perché, nota lo storico David Bidussa, «è riduttivo confondere la politica di un paese con la cultura che produce per chi è dentro e per chi è fuori». Troppo facile? «Nel caso d'Israele non si giudica mai la responsabilità di uno stato sovrano ma gli ebrei» chiosa Sarah Kaminski, israeliana trapiantata a Torino, dove insegna letteratura ebraica. Per questo, «grazie Elkann».

(La Stampa, 14 giugno 2010)

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"Va' pensiero"

di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma

Migliaia di persone hanno assistito commosse la scorsa settimana alle rappresentazioni del Nabucco nella cornice suggestiva della montagna di Masada, simbolo della antica resistenza ebraica. Per molti spettatori il Va' pensiero non era solo bella musica, ma un inno ebraico. Un tempo lo suonavano nelle sinagoghe e ancora oggi, con un pizzico di ironia, la melodia accompagna in alcune case ebraiche italiane le parole del Salmo del ritorno a Sion. E' una aggiunta di prospettiva da tenere in conto nel momento in cui un ministro della repubblica ripropone l'antica polemica sull'inno nazionale italiano. Il fatto è che le identità sono complesse e sfumate e così i simboli che dovrebbero rappresentarle. Per noi si tratta di una questione infinita che ogni giorno rinasce con facce nuove. Come la proposta di un passaporto israeliano a ogni ebreo. Come se la collezione di documenti bastasse a esprimere l'ebraismo. Si pensi piuttosto alle priorità e lo facciano in primo luogo coloro che sono chiamati a responsabilità di guida comunitaria. Dobbiamo stabilire una priorità qui in Italia? La risposta è semplice: costruzione di famiglie ebraiche.

(Notiziario Ucei, 14 giugno 2010)

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Lo sguardo sul creato

CASALE MONFERRATO - Circondati da quadri da cui diverse specie di animali li guardano curiosi si sono trovati domenica alla comunità ebraica di Casale Monferrato due interpreti altrettanto curiosi del pensiero ebraico italiano contemporaneo: il rabbino Luciano Caro e Stefano Levi della Torre. Un immagine che ha caratterizzato perfettamente il senso di questa giornata dove si è cercato di rispondere a domande importanti sul significato della creazione, andando anche a cercare nelle scritture proprio i passi in cui si possono rintracciare i primi tentativi umani di modificare le specie animali.
Rav Luciano Caro è un maestro che il pubblico della Sinagoga non smetterebbe mai di ascoltare, anche perchè è capace di condire ogni racconto di storie, barzellette e allegorie, specie in questo incontro con un tema di grande attualità: cioè il punto di vista ebraico su genetica, fecondazione assistita, confine della vita e tutto quanto rientra nel campo della bioetica. Caro non cerca il confronto con altre dottrine o traccia regole generali, ma soprattutto spiega quali sono le domande da porsi e le 'linee guida' della scrittura che servono per valutare i singoli casi. Sulla ricerca genetica invece l'Onnipotente sembra essersi espresso più chiaramente: tutto indica che l'uomo ha il dovere di migliorare l'opera della creazione, per cui tutto ciò che va in questo senso è positivo. Del resto sono bellissimi gli esempi biblici: dal progenitore che ha creato nuove specie di Asini a Giacobbe che trova il metodo di far nascere pecore dal vello pezzato.
E qui il passaggio alla mostra inaugurata a pochi metri dal tempio diventa semplice: Stefano Levi dalla Torre è un artista eclettico: architetto, scrittore e saggista affermato. In campo pittorico è altrettanto apprezzato, ma raramente espone, e questa sua mostra che è di fatto una antologica è un'occasione unica. Raccoglie il meglio di una produzione di oltre quaranta anni. Ci sono ritratti (intenso quello di Carlo Levi), c'è l'esplorazione del ritmo nascosto nelle cose (un incrocio un angolo di campagna), ma sopratutto ci sono inarrivabili ritratti di animali: un bestiario in cui felini, cani, scimmie, gazzelle, guardano lo spettatore con occhi pieni di curiosità e malinconia o un intreccio di corpi che si accalcano nell'arca del diluvio, o ancora la balena che guarda il fondo della barca di Giona in un continuo ribaltamento della prospettiva umana.
Il tema della mostra intitolata proprio 'Immagini e somiglianze' sarà al centro di un dibattito tra il giornalista Gad Lerner e Stefano Levi della Torre domenica 20 giugno alle ore 17,30 in Sinagoga.
La sera stessa concerto klezmer dell'orchestra Bailam.

(Il Monferrato, 14 giugno 2010)

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Haaretz: Abu Mazen contrario alla revoca del blocco di Gaza

Il leader dell'Anp l'avrebbe detto al presidente Usa Obama

ROMA, 13 giu. - Il presidente palestinese Abu Mazen sarebbe contrario alla revoca del blocco nella Striscia di Gaza, che a suo dire rafforzerebbe il movimento islamico Hamas che controlla il territorio, e avrebbe comunicato la sua idea al presidente degli Stati Uniti Barak Obama durante il loro incontro di mercoledì alla Casa Bianca. Lo riferisce oggi il quotidiano israeliano Haaretz, precisando che anche l'Egitto sarebbe della stessa opinione.
Abu Mazen avrebbe detto ad Obama che ogni iniziativa per revocare il blocco a Gaza dovrebbe essere valutata con attenzione e avere luogo per gradi, al fine di non preparare il terreno per una vittoria definitiva di Hamas.
Il leader dell'Anp ha comunque sottolineato l'esigenza di assistere il popolo palestinese di Gaza, attraverso la consegna di beni di prima necessità e aiuti per la ricostruzione del territorio.m

(Apcom, 13 giugno 2010)

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La flottiglia naufraga in un mare di menzogne

di Ugo Volli

Passate un paio di settimane, la vicenda della "flottiglia" si può valutare freddamente per quel che è stata principalmente fin dall'inizio: un episodio della guerra di attrito, immateriale ma molto concreta, che il mondo islamico e l'estremismo di sinistra combattono nell'opinione pubblica mondiale contro la legittimità di Israele e il suo diritto a difendersi. Israele è sulla difensiva strategica da sempre e in tutti i campi, per la semplice ragione che deve difendere la sua esistenza e il suo territorio contro forze preponderanti e disposte a ogni violenza. Lo è maggiormente nel campo delle relazioni pubbliche, da quando gli arabi sono riusciti a identificarlo agli occhi del mondo con l'"occupazione" (non solo della Cisgiordania, ma dell'intera "Palestina storica", incluse Haifa, Tel Aviv Gerusalemme e Beer Sheva). E lo è ancor di più da quando è finita malissimo la serie dei "ritiri": abbandonare la zona di protezione del confine libanese ha moltiplicato la forza di Hezbollah, cedere all'AP parti della Cisgiordania ha portato il terrorismo nel cuore di Israele, lasciare Gaza ha portato a un mini-stato terrorista, la ferita più infiammata oggi.
La guerra mediatica in corso ha l'obiettivo di impedire a Israele di utilizzare la sua forza militare per difendersi. La flottiglia è un episodio di questa guerra, nelle dichiarazione degli stessi organizzatori serviva non tanto a portare soccorsi a Gaza, quanto a rompere il blocco, che il mezzo per rendere più difficile e costoso il riarmo di Hamas. Bloccando le navi Israele non è affatto "caduto in una trappola", ma ha combattuto una battaglia di interdizione necessaria in condizioni di inferiorità strategica. In casi del genere si pagano dei prezzi tattici per difendere valori strategici. Israele era ben consapevole del rischio di sfruttamento mediatico dell'attuazione del blocco in questo caso, ma non poteva subire che Gaza diventasse il porto libero della guerriglia islamista nel Mediterraneo. Per questa ragione ha fatto scendere quasi disarmati e senza fuoco preventivo di sbarramento i propri commandos. Il senso di questo rischio era di rendere possibile una soluzione incruenta dell'incidente: il risultato finale sarebbe stato lo stesso, il blocco delle navi contro una condanna generalizzata di Israele. Gli islamisti turchi a bordo, reclutati da un partito, il BPP, erede dei "Lupi grigi" e responsabile di molti omicidi di armeni, cristiani ecc., hanno deciso invece di creare l'incidente per enfatizzare l'incidente: se fossero riuscito a uccidere o a rapire qualche soldato il risultato sarebbe stato un successo enorme nell'immaginario arabo, se il prezzo di sangue fosse stato dalla loro parte si sarebbe potuto sfruttare vittimisticamente com'è accaduto. A parte fantascientifici ipotesi di bloccare la nave senza toccarla (chi ne parla non ha mai considerato l'energia cinetica di un'imbarcazione del genere o anche sella sua elica), non si poteva fare di più o meglio. Né si poteva far passare la flottiglia senza creare un santuario terrorista sempre meglio armato, una Tortuga mediterranea.
La battaglia successiva è avvenuta sui media e fra le forze politiche. Israele si è difesa meglio del solito su questo piano, diffondendo molto presto un buon numero di video che mostravano come fosse realmente andato lo scontro sulla "Mavi Marmara". Un osservatore equilibrato aveva a disposizione, dalla sera del giorno successivo all'incidente, i materiali per capire che i morti non erano stati causati dall'"assalto" israeliano, ma da un agguato del gruppo paramilitare turco sulla nave. Peccato che questi osservatori equilibrati siano mancati, che i media e i politici abbiano ripetuto all'infinito il mantra dell'"arrembaggio" e della "strage", con una caratteristica graduazione di toni fra destra e sinistra, su cui ho scritto la settimana scorsa. Quel che è successo nei media, però, va ben al di là dei giudizi e delle opinioni, che naturalmente sono tutte discutibili e tutte legittime. E chiaro che l'opinione dei media e dei politici, a parte alcune eccezioni tutte o quasi di destra, è oggi massicciamente antisraeliana. E però vi è stato una deformazione dei media che riguarda i fatti, non le opinioni. Propongo di chiamare quel che è successo "effetto Reuters", dall'agenzia di stampa che fornisce buona parte delle immagini sui nostri giornali.
Com'è noto la Reuters ha ripreso delle foto già pubblicate da un quotidiano popolare turco, in cui si vedevano i paramilitari infierire sul corpo dei soldati israeliani catturati e abbattuti, immettendole sul circuito internazionale, con solo una "piccola" operazione di editing per eliminare i coltelli impugnati dai teppisti e le abbondante macchie di sangue da esse provocate (per chi vuol vedere le immagini e saperne di più, consiglio questa pagina ). La Reuters è recidiva, perché fece uno scherzetto del genere al contrario già durante la guerra del Libano nel 2006, ma si è proclamata innocente, responsabile solo di un "ritaglio tecnico". O sono cattivi giornalisti, che non capiscono come quei coltelli sono l'elemento più importante delle foto, o il ritaglio non era affatto tecnico, serviva a nascondere la violenza dei "poveri pacifisti". E' significativo che nessuno nella stampa mondiale abbia insistito a chiedere spiegazioni. Quel che ci interessa qui è che tutti i giornali italiani (in particolare quelli di sinistra) hanno compiuto analoghi "ritagli", eliminando dal quadro dei loro lettori fatti bene accertati e documentati come le modalità dell'agguato turco sulla Mavi Marmara. Per esempio i video, anche quelli tratti dalle telecamere dei "giornalisti" presenti sulla nave non si sono visti praticamente su nessun sito web dei giornali italiani e non sono stati affatto raccontati. Si è parlato solo genericamente di una "versione israeliana", per definizione squalificata. L'informazione sui fatti che viene da Israele si trova insomma non solo a dover superare i pregiudizi dell'opinione pubblica, ma un filtro attivo da parte dei media e dei politici di sinistra.
Come si spiega questo "effetto Reuters"? Vi sono due ragioni. La prima è che la stampa italiana, impegnata com'è in un'infinita campagna elettorale, è in questo momento la peggiore del mondo (almeno dei paesi democratici), ha smarrito completamente l'idea di avere la funzione di informare i suoi lettori, ha smarrito completamente la distinzione fra propaganda e informazione. La seconda è che contro Israele si applica dappertutto e anche in questo caso un doppio standard, che lo fa giudicare in maniera diversa da qualunque altro Stato o movimento. Un Doppio standard, che insieme alla Demonizzazione e alla Delegittimazione rientra nei criteri proposti da Natan Sharanski (le 3 "D") per il passaggio dalla legittima critica di un governo all'antisemitismo.

(Notiziario Ucei, 13 giugno 2010)





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Riad apre il cielo ai jet di Israele contro l'Iran

di Fiamma Nirenstein

Fonti americane nel Golfo: l'Arabia Saudita è pronta a garantire un corridoio aereo verso Teheran in caso di attacco alle installazioni nucleari degli ayatollah. Anche Giordania ed Egitto preoccupate dei piani atomici di Ahmadinejad

Nel compleanno delle sanguinose elezioni iraniane, il Times di Londra ha impacchettato un bel regalo per Mahmoud Ahmadinejad: è la notizia che l'Arabia Saudita avrebbe compiuto test significativi nel campo aeronautico e della difesa missilistica. Avrebbe sperimentato la disattivazione dei sistemi di scrambling, ovvero di messa in avaria di meccanismi utili a chi viola il suo spazio, e quella dei sistemi missilistici destinati a colpire qualsiasi velivolo si azzardi a sorvolare il regno sunnita. Lo scopo è evidente: consentire a Israele di utilizzare lo spazio aereo dell'Arabia Saudita, paese che non riconosce Israele, aprendo una scorciatoia verso il bombardamento delle strutture atomiche iraniane. Sarebbe stato anche previsto il rifornimento in volo dei jet. In caso di attacco israeliano alle installazioni nucleari iraniane, infatti, gli obiettivi distano circa 2.250 chilometri, un'immensità se non si accorcia la strada passando per il Nord dell'Arabia saudita.
Secondo fonti del Golfo, i sauditi potrebbero aprire uno stretto corridoio e spegnere i sistemi di difesa. Ma è chiaro che passerebbero svariate ondate di bombardieri che dovrebbero sorvolare anche Giordania e Egitto, due Paesi in pace, sia pure con controversie continue, con Israele. Due Paesi sunniti come l'Arabia Saudita, in genetica contrapposizione con lo sciismo estremista e conquistatore di Ahmadinejad.
Anche il cielo dell'Irak non potrebbe restare vergine, ma gli americani da quelle parti contano per qualcosa. E secondo fonti del Dipartimento di Stato non hanno mai mosso obiezioni definitive a questa opzione. Israele, che ha mosso almeno un sottomarino atomico attraverso il Canale di Suez per piazzarlo nel Mar Rosso, con l'accordo saudita vedrebbe molto accresciute le sue possibilità di fermare il nemico che ha espresso l'intenzione di distruggerlo. Ma Israele è circondato da chi, come i sauditi, è in costante aggressiva polemica con Gerusalemme. Tuttavia, fu con l'uso dei cieli turchi, nel 2007, che colpì le strutture nucleari siriane di Dar Alzour. Gli aerei israeliani potrebbero cercare di colpire le centrali di arricchimento dell'uranio di Natanz e Qom, il deposito di gas di Isfahan, i reattori ad acqua pesante e leggera di Arak e Bushehr. Alcuni di questi obiettivi sono sotto terra o dentro le montagne.
Come si sa che esiste questo accordo? Lo si sussurrava da tempo: Meir Dagan, capo del Mossad, ha incontrato da poco i suoi omologhi sauditi, ed Ehud Olmert, quando era premier, ha incontrato i governanti sauditi; di certo, la cosa è finita per una sigla ideale sul tavolo del Dipartimento di Stato americano.
Insomma, anche se Barack Obama è intento in questi giorni a vantare il risultato diplomatico ottenuto nel portare tutti i membri del Consiglio di Sicurezza fuorché la Turchia e il Brasile (amici dell'Iran che si erano offerti di prendersi cura dell'uranio), sembra che il mondo non si fidi granché delle sanzioni. È opinione generale che all'unanimità, ovvero all'assenso di Cina e Russa, sia stato sacrificato l'elemento che avrebbe davvero messo l'Iran in ginocchio: la proibizione di esportare nel paese prodotti di petrolio raffinato, perché Teheran è ricca di petrolio, ma la benzina non la può raffinare, e quindi dipende dal supporto straniero.
Ahmadinejad ha detto che le sanzioni sono come un fazzoletto usato da buttare, e saranno svelate nuove strutture atomiche. Che le sanzioni siano un'opzione incerta sembra dimostrato dal fatto che Usa, Francia e Inghilterra abbiano simulato il 9 giugno l'attacco a obiettivi su terra dalla nave Henry Truman, dalla Charles De Gaulle e da una base britannica: il campo militare di Canjuers vicino a Tolone simulava un obiettivo iraniano. Israele non si sbilancia. Ma due cose sono certe: la prima che, come dice il generale Aharon Zevi Farkash, «Riad è più impaurito di Israele dell'eventuale capacità nucleare iraniana». E con essa, l'Egitto e la Giordania. La seconda che o il lavoro sporco sarà fatto da Israele con l'aiuto segreto di questi Paesi, oppure il medio oriente sarà disseminato di centrali nucleari.

(il Giornale, 13 giugno 2010)

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"Tornatevene ad Auschwitz"

All'alt dei soldati israeliani, i "pacifisti" hanno gridato il loro inno alla fine ebraica

di di Alessandro Schwed

Su Internet, una foto davvero insolita. Una voragine circolare apparsa a febbraio 2007, a Città del Guatemala. La grande buca è fonda come quei pozzi nei deserti la cui superficie non è cinta da pietre. Pare una bocca della Terra, spalancata in mezzo alla strada. Come se la Natura dicesse qualcosa che non sappiamo capire dato che non ci sono più gli sciamani; e anche come se, per una decisione presa in un altrove cupo, ora siamo in contatto col Male, e il Male fa giungere i suoi sussurri. Un'occhiata alla didascalia sotto la foto avverte che la buca ha un diametro di 35 m. ed è profonda 150. Così non si tratta di un condotto che porta al centro della Terra; né della sede di forze spirituali oscure; né del fremito di un vulcano sotterraneo in attesa di liberare il tappo e pervadere la superficie con oceani di lava, come in un romanzo di Verne; né del disvelarsi di una crepa della crosta terrestre, per un'imminente distruzione finale: è un crepaccio circolare che non minaccia neanche l'abitato circostante.

E' la paura a dare paura, l'angoscia a ingannare gli angosciati. E così, l'occhio del fotografo e il nostro vedono quello che vogliono vedere - quello che la debolezza spinge a vedere: a volte, su di noi, possono più le angosce della realtà. E la Sapienza ammonisce sull'essenza del Male, sul suo potere effettivo di esser trappola (gr. diabolos, gettare attraverso), di costituirsi davanti a noi come contraddittore (ebr.: satan). Ma cosa succede quando molti cadono nell'inganno? E' in questi giorni dopo la flottiglia pacifista e il disvelamento dell'inganno che i pacifisti poi non erano pacifisti, ma maschere del terrore - commedianti della contraddittorietà, forma di colui che contraddice - che la foto della bocca della terra è tornata da me in un freddo familiare e irreale. Perché il Male è corrente gelida della realtà, ma poi non è la realtà; semmai, può divenirlo. La foto è tornata a me, ebreo, perché è adesso che la persona ebraica è nella solitudine; è ora che risuona in me la frase lanciata dalla nave Marmara all'esercito di Israele che intimava l'alt: "Tornate ad Auschwitz". E io credo che dal giorno di chiusura di Auschwitz, il 27 gennaio di sessantacinque anni fa, mai come ora gli ebrei hanno sentito di essere soli - se è questo il frutto della politica obamiana e della mano tesa verso Teheran, che in queste ore propone l'arrivo a Gaza di una flottiglia di pace armata sino ai denti, altro ossimoro del grande contraddittore, allora è meglio che questa politica obamiana venga rivista da cima a fondo; che la mano tesa ad Ahmadinejad sia rimessa in tasca. Altrimenti, il restante tempo del mandato presidenziale, corto o lungo che sia, è una bomba a orologeria il cui ticchettio scandisce le ore rimaste al jihad per usare la fragilità della democrazia mondiale.

E infatti è ora, in questo mandato di Obama, lungo questo fragile sforzo di dialogo con Teheran e con la Siria, che Israele e gli ebrei cominciano a sentire un'altra volta la loro millenaria solitudine, e circola quella frase fatta che "gli ebrei, con la scusa della Shoah, se ne stanno approfittando", per poi aggiungere: "… Eccetera, eccetera…". "Eccetera": perché nessuno sa completare le calunnie sugli ebrei - calunnia, altra parola ebraica che corrisponde al nome dell'antico calunniatore, contraddittore, oppositore. E' dunque di poche decine di ore fa la notizia che non sfonda. Quando l'altoparlante israeliano ha scandito il protocollo dell'alt alla nave Marmara, una voce sarcastica ha risposto: "Go back to Auschwitz". Tornate ad Auschwitz. Parole in inglese, come sul set di un film internazionale destinato al mondo. Quella voce avrebbe potuto rispondere in arabo, in turco, gli israeliani avrebbero capito. Ma si trattava di un programma televisivo destinato all'intero pianeta, "Go back to Auschwitz", e la frase è stata detta in inglese. Niente è casuale in quella notte, sul mare davanti a Gaza. Ogni particolare è frutto della volontà meticolosa di costruire una trappola per Israele e trasmetterne il film come una maledizione che giunga ovunque. Anche fra gli alieni, se esistono. Spirito della moderna sapienza il cui vertice nichilista e antisemita è Goebbels. Il jihad vi primeggia dal kolossal delle Due Torri, alla fiction dei cadaveri di Beirut spostati da un palazzo in macerie all'altro ed esposti davanti alle telecamere, al grandissimo successo di botteghino di "Go back to Auschwitz". Ricordiamo che poco prima della rivolta del ghetto di Varsavia, quando la popolazione ebraica era stremata dalla ferocia del razionamento e le persone morivano sui marciapiedi, la propaganda nazista girò dei cinegiornali circolati sino a New York dove si vedevano ebrei ricchi e vestiti a festa (comparse minacciate coi fucili, come si vede in un documentario sul documentario), che scavalcavano indifferenti le decine di ebrei morti di fame e stenti sul suolo stradale. Gli ebrei ricchi e disinteressati alla morte degli ebrei poveri furono il rovesciamento della verità, operato dalla propaganda nazista: ebrei-vittime presentati come ebrei-carnefici. Nel caso della flottiglia della pace, gli ebrei, accusati da anni di nazismo a Gaza e in tutto il medio oriente, sono allo stesso tempo invitati a ritornare ad Auschwitz, intanto che sulla nave i "pacifisti" linciano i soldati.

L'audio di "Go back to Auschwitz" è emerso pochi giorni dopo che l'universale condanna a Gerusalemme si era distesa sul mondo come un'immensa coperta mediatica, da polo a polo. Ma "Go back to Auschwitz" non è divenuto informazione per far sapere chi fossero in realtà i pacifisti della Marmara. "Go back to Auschwitz" è come un documento-audio senza volume, o meglio ha un volume che riescono a sentire gli ebrei e le persone di buona volontà: da una parte la frase "Go back to Auschwitz" non ha la forza di essere sentita nella sua mostruosa evidenza antiumana, e così risalire la china dello scoop di Israele stragista; dall'altra quella stessa frase pesca silenziosamente nella palude del mondo, dove si nasconde, voluttuoso, il desiderio della fine ebraica. "Go back to Auschwitz" è uno spot genocida sparato col silenziatore. Pubblicità nazista che si fa largo con tatto paradossale in mezzo a un consenso che non ne parla ma lo lascia diffondere, vendendo a Eurabia l'arrivo di una seconda possibile Shoah. "Stiamo tornando - recita in modo subliminale lo spot - e abbiamo la soluzione - finale". Il punto non è che i media non hanno rivelato l'approccio nazi-islamico in puro stile Ahmadinejad, e neanche che dopo l'indiscriminata levata di scudi contro Israele a niente sono valse le foto e i video nella rete dove si vedono i soldati israeliani che si calano con una corda, linciati con sbarre e bastoni, chiusi in una cella, i denti rotti e buttati fuori bordo - e si capisce la violenza debordante della reazione militare. Il punto è che i media sono stati entusiasticamente favorevoli a gridare alla strage degli innocenti, che è così ebraica, e se tale effetto virtuale si vanificasse, sarebbe una delusione come un gol della vittoria bellissimo in moviola e poi annullato per fuorigioco. In ogni caso, impressiona come nel mondo dell'immagine la parola torni a essere potente ogni volta che accanto a "morte" si scrive "esercito israeliano".

La morte è scandalo indigeribile, e ancor meno digeribile è la morte di uomini raccontati come inermi pacifisti. Ma che ghiottoneria è la morte procurata da un esercito di ebrei - ha scritto il Tizio della Sera su Moked, portale delle Comunità ebraiche italiane. Nessun network si è sentito di sciupare lo scoop antiebraico, dando importanza al fatto che i "pacifisti" non fossero affatto inermi, ma tutta gente addestrata. Martiri che da tempo si preparavano; genieri della provocazione, all'opera per una gigantesca trappola da lanciare fra le gambe degli israeliani. I quali da anni perdono tutte le grandi battaglie mediatiche per l'oggettivo pregiudizio che opera nei loro confronti di ebrei vivi; ben altra cosa, rispetto ai sei milioni di ebrei morti, plasmabili facilmente dall'ipocrisia di chi a loro è interessato solamente come elemento tattico-ideologico, variante della guerra antifascista. E di fatti, c'è quel mondo "antifascista" che spende i 27 di gennaio non parlando della Shoah, ma della guerra partigiana di cui sarebbe logico e onorevole parlare il 25 aprile.

E ora che vengono fuori le notizie su chi fossero gli eroi della nave turca che il mondo ha cantato per dodici ore, anche se adesso la canzone si è strozzata in gola; ora che circolano silenziosi dubbi su chi fossero davvero i pacifisti, se fossero pacifisti, e come si sono comportati i pacifisti - è ora che nessuno è interessato a diramare le notizie. Come se notizie autentiche sui pacifisti siano elementi antispettacolari che la tv si guarda dal diffondere perché deludenti e portatrici di depressione. Ad esempio, non ha avuto rilievo una piccola notizia del 3 giugno sul Corriere della Sera fiorentino: il 26 aprile, Mariano Mingarelli, presidente dell'associazione dell'amicizia filopalestinese, si è dimesso dall'agenzia di stampa Filopal (filo Palestina), per gli eccessi di antisemitismo di alcuni intellettuali al suo interno. In una sorta di bonaccia universale della democrazia, durante la quale tutto è inerte prima del maremoto, i media non gridano la vera e nuova identità sinistro-destra dei pacifisti italiani, tornati trionfalmente a Fiumicino come decine di Ulisse a Itaca. Invece di uno sciopero generale per lo scandalo della menzogna, c'è un silenzio generale per imbavagliare la verità: come se quanto è successo alla Coop fosse stato una mera sbadataggine. Si guardi alla semplicità disarmante, e come armata, con cui una dirigente della Cgil ha dichiarato in tv che la Cgil, il più grande sindacato italiano, è con la Palestina - dunque Hamas, il jihad, il mondo che nega la Shoah e vuole vaporizzare Israele.

E a sostegno unilaterale dei pacifisti, troverete lo sdegno del Colle che aveva messo in guardia dai pericoli dell'antisionismo antisemita e poi è caduto sulla buccia di banana della disinformazia pacifista; così come è apparso sonnacchiosamente dalla parte del pacifismo turco, il Partito democratico, appisolato nella sua eterna controra. E se ciò non costituisce novità, quante volte la linea del Pd su Israele, dalla guerra in Libano alle passeggiate con Hezbollah sul corso di Beirut, è sprofondata con un oplà nel terzomondismo. Ma lo strafalcione è stato commesso, e va detto che è proprio qui e ora, nell'approccio acefalo con la flottiglia semiturca della pace, che si salda l'alleanza passiva tra sinistra e fondamentalismo, evocando i nove morti come una sorta di Fosse Ardeatine dove gli israeliani sono quelli della rappresaglia nazista. Dunque, passando davanti al ghetto: "Nazisti". Addio Storia, patrimonio gramsciano, addio memoria di come il mondo arabo fu alleato al nazismo - asini! E' in questa facilità di adesione allo hitlerismo, nell'antigiudaismo, nei pogrom arabi di sempre, nei lamenti di Maimonide per le piaghe del popolo ebraico sotto il tallone degli sceicchi, che si trova la continuità con Ahmadinejad, col negazionismo, con l'idea di un nuovo Olocausto, con il successo editoriale nel mondo arabo del libello sui sette savi di Sion.

Il giorno dopo l'attacco israeliano, la sola novità possibile era che l'attacco israeliano fosse una reazione scomposta e politicamente sciagurata a una trappola preparata da un gruppo islamista con simpatie hitleriane. Ma la verità di un giorno dopo è lenta per il Pubblico all'ascolto: il Pubblico vuole le emozioni, non la verità storica. E poi, il vecchio continente soffre di un'antica incontinenza antigiudaica. Solidarizza con il nazi-islamismo: uno, ha paura dei missili di Teheran e del prezzo del petrolio; due, la scena davanti a Gaza illuminava in modo fantastico gli ebrei proprio mentre erano colpevoli. Se gli israeliani sono finiti in trappola, non sarà l'Europa a dirlo. Non succederà certo in Europa, quanto in questi giorni propongono gli studenti israeliani, che qualcuno organizzi una flottiglia di pace per Shalit; come non c'è mai stato un corteo bipartisan contro gli insediamenti e i razzi di Hezbollah sull'alta Galilea; una campagna di sinistra contro i pogrom nei paesi arabi; nessun titolo di giornale dopo il linciaggio dei due soldati israeliani, le cui interiora furono esibite dagli abitanti di un villaggio palestinese, danzando gioiosi davanti alle telecamere. Nessuna piazza della sinistra europea è stata piena per i morti di kamikaze di Haifa e Gerusalemme; nessun lenzuolo è stato steso alla finestra per le quotidiane aggressioni subite dagli ebrei francesi, in fuga da quella nazione nel più esteso disinteresse europeo; nessuna fiaccolata bertinottiana ha mai sfilato contro le liste di proscrizione anti-ebraica stilate nelle università d'Europa; nessuna guerriglia si è mai accesa sotto l'ambasciata di Teheran, per il negazionismo della Shoah e la volontà di cancellare Israele dalla geografia; nessun grido è stato sentito contro le limitazioni delle libertà religiose in medio oriente - perché la religione è l'oppio dei popoli; nessun dibattito è stato lanciato contro il revisionismo della storia israeliana, ridotta a cartone animato per analfabeti.

Per tutto questo, mai sdegno. L'improvvido plauso della folla dei marciatori di Assisi con quelli che dicono "Go back to Auschwitz" è un maggio parigino alla rovescia, un cupo inverno perenne; è rivelare che allora la Resistenza fu antifascista e non amorosamente filo-ebraica; che tutti furono intorno a Primo Levi ma non con Primo Levi; che la pace è una bandiera egualitaria dove tutti, ma tutti, possono insultare gli ebrei e auspicare che tornino ad Auschwitz. La novità autentica di questo capovolgimento della realtà è che 65 anni dopo la liberazione di Auschwitz, quando gli esterrefatti soldati sovietici si trovarono davanti al più grande mattatoio della Storia, gli eredi politici dell'Ottobre, che proprio contro il nazismo ha speso decine di milioni di morti, ora stanno licenziosamente con chi dice la cinica battuta da western di second'ordine "Go back to Auschwitz". Tornate ad Auschwitz - per il comunismo e la libertà. Sotto la sfacciata luce del Male, da Londra a Roma una sinistra pacifista si fa comandare come un povero ciuco. Domani, potrebbe gridare di ricondurre il popolo ebraico ad Auschwitz e che ognuno di noi rechi al collo il cartello "Nazista", con la esse della svastica. Il punto è come sia potuto avvenire tale allucinato capovolgimento della realtà. Di sicuro, sappiamo che la sinistra adesso è destra razzista, e che in greco capovolgimento si dice katastrophè.

(Il Foglio, 12 giugno 2010)

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Appello di Alain Elkann: "Gli ebrei diventino tutti cittadini di Israele"

Alain Elkann
"La règle du jeu", sito- rivista di letteratura, filosofia, politica e arte legato a Bernard Henri Lévi (nel comitato editoriale ci sono nomi come Mario Vargas LLosa , Claudio Magris ed Amos Oz) pubblica oggi un appello dello scrittore Alain Elkann, Tutti gli ebrei dovrebbero diventare cittadini di Israele.
Se noi ebrei vogliamo esistere ed essere forti, dobbiamo capire che c'è uno Stato ebreo di cui Gerusalemme è la capitale. Non siamo più un popolo errante che viene dal deserto o dalla Diaspora. Siamo ebrei con una nazione dove ci sono dei politici, dei rabbini, dei professori , degli artisti, dei medici, degli operai, e poi commercianti, marinai, attori, cantanti, ballerini, giuristi, soldati, contadini, tutti ebrei e cittadini israeliani.
Israele è un Paese minacciato da numerose nazioni ostili, con dei detrattori e qualche amico. Spesso, anche gli ebrei della Diaspora condannano la politica degli israeliani e le loro attività belliche. Ciononostante, i nostri figli nel mondo intero dovrebbero sentirsi toccati, e diventare soldati in Israele, all'età richiesta e quando la necessità si fa sentire.
Tutti gli ebrei dovrebbero conoscere le stesse paure e le stesse speranze per i loro bambini. Significa che tutti gli ebrei della Diaspora dovrebbero lasciare le loro case e stabilirsi in Israele? Sì, forse non per sempre, ma almeno per un certo periodo. Gli ebrei dovrebbero prevedere di mandare i loro bambini in Israele per un anno di "parentesi utile", l'anno generalmente utilizzato per un periodo decisivo di formazione.
Gli ebrei possono non condividere la politica israeliana a condizione che si considerino come israeliani. Ma è pericoloso per tutti gli ebrei appartenere alla stessa nazione o avere lo stesso passaporto? Per 2000 anni, l'essere ebrei significava qualcosa di più di una religione, una legge morale, dei libri, una sinagoga e una tradizione orale del "popolo di una nazione". Durante un passato recente, gli ebrei sono stati obbligati a indossare una stella gialla con su scritto "Juden" o "ebreo". Adesso, gli ebrei possono essere fieri di essere cittadini israeliani, che parlano l'ebraico, leggono giornali, guardano la televisione e ascoltano la radio nella propria lingua. E' un cambiamento radicale per persone che non potevano diventare cittadini influenti nei Paesi dove vivevano ed erano pienamente accettati. Spesso parlano e scrivono molto bene nella loro lingua d'adozione. Conrad, un ebreo polacco, è diventato un grande scrittore di lingua inglese; Canetti, Musil, Zweig o Kafka scrivevano in tedesco e Bellow, Mailer e Roth in inglese. Svevo, Moravia e Bassani scrivevano in italiano, Sabato in spagnolo. Proust era uno dei maggiori scrittori del suo tempo. Ciascuno di questi autori era inestricabilmente legato alla sua lingua e alla sua cultura. Dunque Roth, Appelfeld, Oz, Grossman, Levitt, Wiesel, Glucksmann, Piperno, Levy sono tutti scrittori ebrei che scrivono in lingue differenti di cui anche l'ebraico fa parte. Dovrebbero essere tutti cittadini israeliani.
Anche se gli ebrei sembrassero cittadini del Paese in cui sono andati a scuola o dove vivono, non dimenticano mai che sono una minoranza, considerata diversa perché ebrea. Non approfitterò di questa occasione per dilungarmi sui numerosi pregiudizi di cui gli ebrei di tutti i tempi sono stati vittime.
Se la mia lingua materna è l'italiano, il francese, l'inglese, lo spagnolo, il russo, il tedesco, il polacco, perché dovrei diventare un israeliano che parla l'ebraico? Perché 62 anni fa, il mondo è cambiato quando Israele è diventato lo Stato degli ebrei. Questa idea utopica s'è concretizzata in una realtà a volte pericolosa, a volte entusiasmante. Come un ebreo potrebbe ignorare il fatto che questo paese, il paese dei suoi antenati, quello da cui è stato esiliato per 2 mila anni, è di nuovo governato da ebrei?
Senza dubbio la maggioranza degli ebrei non ha voglia di abbandonare la propria posizione sociale, acquisita nella Diaspora, e di rinunciare al proprio lavoro, ma devono capire che non hanno più scelta. Hanno un paese che appartiene loro, e se lo desiderano possono acquisire la doppia nazionalità. Se un ebreo vuol veramente diventare un ebreo autentico, deve diventare israeliano.
Questo può turbare la quiete degli ebrei che hanno vissuto felici per generazioni nei loro Paesi, ma è accaduto un avvenimento straordinario e inatteso (e forse non sempre desiderato): l'esistenza dello stato ebraico di Israele.
Non penso che questa trasformazione si debba produrre nell'immediato, ma è un passo necessario per scoraggiare i detrattori e i nemici degli ebrei. Se gli ebrei finissero per sentirsi realmente cittadini israeliani, diventerebbero più forti, perché accetterebbero il loro destino. Certamente, questo implicherebbe di perdere i numerosi vantaggi acquisiti nei loro Paesi, soprattutto quello di essere diversi,strani, a volte unici, e dunque interessanti. Al posto di tutto questo, diventerebbero ebrei fra altri ebrei con un passaporto israeliano, un numero di sicurezza sociale e un partito politico.
Ciò che scrivo non sarà molto apprezzato, perché la maggior parte della gente adora lamentarsi e restare così com'è. Per natura, non ama il cambiamento. Dunque se sono russo o francese, perché dovrei diventare israeliano? Se sono un uomo del Nord o dell'Ovest perché diventare un cittadino dell'Est? Se mio padre e mio nonno erano soldati in Italia o in Francia, perché diventerò un soldato israeliano?
Gli ebrei hanno sofferto l'Olocausto, la stella gialla e la soluzione finale, in questa stessa Europa dov'erano così ben accettati e assimilati. E' in questa Europa che si sono creati i ghetti e li si sono aboliti, in questa Europa che gli ebrei sono stati uccisi a milioni e in cui solo una piccola minoranza coraggiosa ha reagito. Ricordiamoci che ci sono ancora persone con un numero tatuato sulle braccia, perché sono stati disumanizzati e marchiati per essere uccisi. Gli ebrei avrebbero potuto sparire per sempre. Come possiamo dimenticarlo? Quindi anche se gli israeliani sono criticabili, è una fortuna che esistano. E' loro dovere lottare per la sicurezza, per il diritto di esistere e di permettere a tutti gli ebrei di vivere insieme, e di prendere coscienza della loro appartenenza ad Israele, quale che sia il luogo in cui vivono.
Scrivo questo perché sono stanco di essere diverso, di pregare solo o di ascoltare le preghiere degli altri. Vivo in Italia, un Paese dove si chiamano gli essere umani cristiani. E gli altri? Nessuno qui conosce le feste ebraiche. E' vero che fino alla creazione dello Stato di Israele non avevamo altra scelta che essere una minoranza, a volte tollerata e a volte perseguitata. Ma adesso che abbiamo un territorio ebraico, perché non approfittare dei piaceri di un'identità ben definita? So che è difficile cambiare destino, abitudine e Paese, ma gli ebrei devono prendere una decisione. Siamo una religione monoteista che attende il messia o siamo il popolo di una nazione? Saremo ebrei come altri sono greci, italiani o tedeschi?
Gli ebrei prima erano un popolo che dipendeva da una nazione con un'unica religione, legge e lingua. Poi quando sono stati costretti a dividersi hanno mantenuto la loro religione e le loro tradizioni in famiglia e in sinagoga. Con la creazione dello Stato di Israele le cose sono cambiate e siamo diventati un popolo con un Paese e un lingua. Ovviamente, non è molto semplice comprendere l'idea di essere ebrei e israeliani, da almeno 2000 anni, siamo abituati a considerarci solo ebrei. Ripeto, non credo che dovremmo vivere tutti in Israele, ma credo che dovremmo tutti essere israeliani.
E' molto importante immaginare un futuro e il modo in cui dovremmo collocarci nel mondo. Alcuni ebrei vorranno seguire la tradizione e sceglieranno di non diventare cittadini di Israele, ma personalmente credo che saranno una minoranza. I nostri nemici e i nostri detrattori ci rispetterebbero di più, se fossimo uniti nel credere che israeliani ed ebrei sono la stessa cosa. In quanto popolo monoteista più antico meritiamo rispetto. Noi ebrei dovremmo essere orgogliosi delle nostri tradizioni, della nostra storia e della nostra posizione nel mondo. Il mondo di oggi è umanamente debole perché ha concentrato tutti gli sforzi nella tecnologia, nella scienza, nelle vacanze e nel fare soldi. I veri valori sembrano essere scomparsi e tutto è diventato immediato, veloce, rapido, giovane, salutare, facile e comodo. Solo i fanatici hanno una visione del mondo che usa le strategie di potere, l'omicidio e la paura in nome di Dio.
A partire dalla Seconda guerra mondiale l'America è stata l'unica vera amica degli ebrei. Mi ricordo bene una volta in cui due anziani ebrei stavano discutendo metà in ungherese e metà in yiddish in una lavanderia di New York. Ho chiesto a uno di loro: "Da dove venite?", mi ha risposto sorpreso "Che cosa intendi? Siamo americani". Perché un cittadino americano di successo, rispettato nel suo paese e felice della sua vita, dovrebbe sentirsi come un cittadino israeliano solo perché è ebreo? Forse lui o lei potrebbe rispondere che non c'è mai stato un presidente israeliano negli Stati Uniti, considerando che Shimon Peres è il presidente dello Stato di Israele.
Perché qualcuno che vive tranquillo e felice in California o a Boston dovrebbe sentirsi israeliano? Dovrebbe perché è ebreo e in Israele c'è uno stato ebraico basato su principi ebraici. Essere ebrei in Israele non significa essere una minoranza in un paese sicuro, ma appartenere ad una maggioranza che affronta delle responsabilità e dei pericoli. Gli intellettuali nella Diaspora considerano che hanno il diritto in quanto ebrei di criticare la politica del primo ministro israeliano. Se questi intellettuali fossero cittadini di Israele, potrebbero votare contro il primo ministro e il suo partito, potrebbero combattere per le loro opinioni ed eventualmente cambiare la politica di Israele dall'interno.
E' difficile per me scrivere questo perché io stesso sono una contraddizione vivente. I vivo tra Italia e Francia e passo parecchio tempo negli Stati Uniti e in altri Paesi. Ho sia il passaporto francese che quello italiano, e faccio da consigliere ad importanti politici italiani. Come giornalista intervisto le persone per una televisione italiana, come scrittore ho scritto libri in italiano. Quindi, che autorità morale ho per invitare gli ebrei a diventare israeliani, se io stesso non rinuncio alle mie occupazioni e ai miei vantaggi nella Diaspora? Forse scrivendo questo "pamphlet" ho iniziato il processo di avvicinamento ad Israele , per cambiare la mia vita e ad accettare la vita ebraica. Forse avvicinandomi maggiormente ai miei amici Appelfeld, Oz and Grossman mi sentirò a casa e sarò in grado di discutere con loro in modo uguale di Israele, politica, letteratura, famiglia, bellezza, hotel, sogni, desideri, passato, futuro, Dio, e di molti altri aspetti della vita. Forse vivere a Gerusalemme significherebbe adottare una normale vita ebraica e finalmente accettarmi per chi sono. Non credo che Israele potrebbe rappresentare solo il luogo dove potrei essere sepolto. Potrebbe esser il posto dove potrei amare, pensare e scrivere.
Naturalmente rimarrò il figlio, nato a New York, di un francese ebreo e di un'italiana ebrea, e uno scrittore italiano ingaggiato per scrivere in italiano. Per questa ragione ho scritto queste pagine nel mio trascurato inglese, perché volevo esprimere i mie sentimenti sulla mia condizione di ebreo oggi in una sorta di "Esperanto", che non è il mio italiano letterario o l'ebreo.
In altri termini, volevo esprimere dei sentimenti profondamente personali sul fatto che un ebreo non può più esistere senza sentire, pensare e sapere che Israele è di nuovo il Paese degli ebrei. Un ebreo che vive in Italia con un passaporto italiano non è un esiliato, è qui per scelta. Può in qualunque momento diventare un ebreo israeliano, cosa che può contribuire a cambiare il destino del popolo ebreo dopo 2000 anni di esilio forzato.
Non so perché ma sento che gli israeliani sopravviveranno e prospereranno. Finiranno per diventare un Paese del Medio Oriente governato da ebrei, come altri Paesi confinanti sono governati da arabi. Alla fine troveranno un modo per vivere insieme, in pace. Non bisogna dimenticare che gli ebrei sono un popolo del deserto, che Abramo ha lasciato il suo focolare per partire nel deserto. Allora perché non torneremo alle nostre radici e alle nostre origini? Gli arabi, gli ebrei e i cristiani troveranno un "modus vivendi". Servirà del tempo, scorrerà ancora sangue e ci saranno anche delle guerre, ma sopravviveremo.
Dovremmo essere molto fieri, d'avere un paese nostro, e dunque dovremmo sostenerlo e restare uniti. E' sempre un errore sottolineare le differenze. Dobbiamo rispettare le differenti tradizioni accumulate nei paesi della diaspora, considerarle come un'eredità e una diversità culturale. Non dobbiamo rifiutare queste differenze, ma celebrarle. Ascolta Israele, questa è la via! Ma come impegnarci quando siamo gravati di pesanti responsabilità e differenti progetti in altri Paesi. Si dice che gli ebrei sono intelligenti, che hanno prodotto grandi eruditi, filosofi, scrittori, poeti, giuristi, politici e rabbini. So che è difficile, ma bisogna lavorare insieme a trovare una via per essere uniti in quanto ebrei, fieri e senza paura. E' solo una questione di tempo prima che l'antisemitismo venga totalmente sradicato. Abbiamo la grande opportunità di diventare come gli altri popoli, con religione e tradizioni proprie. Lasciatecelo fare, ma ricordate di farlo come israeliani, perchè Israele è ancora il Paese degli ebrei.
Dio ci benedica.

(La Stampa, 10 giugno 2010)

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Intelligence di Israele: Erdogan sapeva di attivisti violenti sulla flottiglia

GERUSALEMME - Il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan era a conoscenza che a bordo della 'Mavi Marmara' vi erano attivisti violenti. E' questa la conclusione alla quale e' giunta un'indagine condotta dal Centro di informazioni su Intelligence e Terrorismo 'Malam', che ha condotto privatamente un'inchiesta sul blitz compiuto dalla Marina israeliana il 31 maggio contro la 'Freedom Flotilla'. Il gruppo a bordo della nave turca, rivela l'inchiesta, era stato addestrato a un conflitto violento ed Erdogan era a conoscenza dei suoi piani.

(Adnkronos, 10 giugno 2010)

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Interessanti rivelazioni sulla Turchia di oggi

Erdogan
Secondo fonti ben informate, sembra che il motivo per cui l'esercito israeliano non è stato vigilante e pronto ad un'eventuale imboscata sulla nave Marmara dipende direttamente dagli scambi diplomatici avuti tra il presidente turco Erdogan e i servizi di sicurezza israeliani. Erdogan aveva espressamente assicurato a questi ultimi che la flottiglia trasportava unicamente attivisti per la pace e che non c'era da temere alcuna violenza. Questi scambi sono stati tenuti nel quadro degli sforzi politici che hanno preceduto la partenza della flottiglia. Un protocollo stabilisce le prove di questo pourparler. Niente di strano quindi che l'intelligence israeliano non abbia considerato l'eventualità che il commando delle forze navali israeliane potesse incontrare una resistenza che non fosse soltanto simbolica a bordo delle 5 navi + 1 (quella dove era concentrata la cinquantina di mercenari). Con grande meraviglia di tutti i livelli politici israeliani, Erdogan si è rivelato essere un bugiardo di prim'ordine. Lo schiaffo sonoro che Israele ha ricevuto supera di molto tutti i principi e le intese concepibili tra paesi amici. La loro violazione è patente. Essa conferma, inoltre, che Erdogan è riuscito fondamentalmente ad annullare de facto l'influenza dell'esercito turco come protettore della democrazia laica e che le variabili precedenti su cui Israele basava la sua cooperazione con la Turchia, nonostante l'ascesa al potere di Erdogan, non esistono più.

(UPJF, giugno 2010 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

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Abu Mazen ha incontrato rappresentanti della comunità ebraica negli Usa

"Non negherò mai diritto degli ebrei a terra di Israele"

ROMA, 10 giu. - Il presidente palestinese Abu Mazen ha incontrato a Washington una trentina di leader della comunità ebraica Usa, in una tavola rotonda durata circa due ore, nel corso della quale ha detto che lui non negherà mai il diritto degli ebrei alla loro terra di Israele. Lo riporta il sito web del quotidiano israeliano Haaretz.
Parlando poi all'emittente americano PBS, Abu Mazen ha detto che Israele deve comunque accettare di cedere Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato palestinese. Si tratta - ha precisato - di una precondizione per qualsiasi accordo di pace. "Gerusalemme Est è un territorio occupato - ha detto il presidente palestinese -. Tutto il mondo lo riconosce, anche gli Stati Uniti, e non possiamo accetare una soluzione che escluda Gerusalemme Est".
Abu Mazen è stato ricevuto ieri alla Casa Bianca dal presidente americano Barack Obama. Al termine dell'incontro Obama ha detto che la situazione nella Striscia di Gaza è "insostenibile" e che è necessario un nuovo approccio verso il territorio palestinese. Il presidente Usa ha anche annunciato lo stanziamento di altri 400 milioni di dollari in favore dei palestinesi, mentre Abu Mazen ha chiesto la revoca del blocco israeliano alla Striscia di Gaza.

(Apcom, 10 giugno 2010)


Che la situazione nella striscia di Gaza sia insostenibile, l'ha già riconosciuto Israele da un bel po' di tempo. Proprio per questo qualche mese fa ha lanciato l'operazione "Piombo fuso". Chissà se nella mente di Obama un giorno balenerà il pensiero che l'insostenibilità della situazione nella striscia di Gaza potrebbe essere dovuta alla presenza in loco di Hamas. Ma forse questo non accadrà, perché per Obama e i suoi sostenitori Hamas è come la grandine in agricoltura: accade, fa danni, ma nessuno pretende niente da lei. Le colpe vanno ricercate se mai negli agricoltori, che non hanno protetto bene il raccolto, non hanno reagito in modo adeguato quando la grandine è caduta e non hanno seguito i consigli dei molti esperti dei paesi vicini. E con agricoltori così, si sa, la situazione prima o poi diventa "insostenibile". M.C.

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Israele, il blocco Gaza non si allenta senza visite a Shalit

GERUSALEMME - Israele non allentera' il blocco su Gaza se Hamas non consentira' alla Croce Rossa di visitare Gilad Shalit. Lo ha fatto sapere il ministro degli esteri, Avigdor Lieberman. Immediata la replica di Hamas che ha respinto la condizione: per il Movimento di resistenza Islamico, collegare il destino del soldato israeliano catturato nel 2006 al blocco e' "un tentativo di sviare e mettere uno schermo agli sforzi internazionali per rompere l'assedio".

(AGI, 10 giugno 2010)


Inaudito! Gli agricoltori osano pretendere qualcosa dalla grandine! E’ un tentativo di coprire le loro colpe.

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Foto-trappola per Israele

Il coltello dei pacifisti scompare di colpo dall'immagine Reuters. Ma gli "errori tecnici" dell'agenzia di stampa condizionano il giudizio dell'opinione pubblica.

La storia è questa: il quotidiano turco Hurryet pubblica una foto del recente blitz israeliano sulla nave diretta a Gaza nel quale sono morti 9 attivisti islamici; in questa foto alcuni «pacifisti» sono armati di coltello e circondano un militare israeliano ferito. La foto viene rilanciata nei circuiti internazionali dall'agenzia Reuters, ma con un piccolo accorgimento: viene tagliato il bordo destro così da far sparire la mano pacifista con coltello annesso. In questo modo la versione ufficiale israeliana, secondo cui i soldati avrebbero aperto il fuoco solo dopo l'aggressione armata degli occupanti, viene smentita e viene avvalorata l'idea che sulla nave diretta a Gaza vi fossero solo pacifisti inermi, colorati arcobaleni e hippie stile «love not war». La Reuters ha respinto ogni addebito, affermando che si è trattato solo di un errore tecnico. Noi non abbiamo motivo di dubitarne, se non fosse che in rete, alcuni blogger americani, hanno rintracciato una seconda foto della Reuters che ha subìto lo stesso errore tecnico. Il problema è che non è la prima volta che la più importante agenzia giornalistica del mondo incappa nell'errore tecnico della manipolazione. E guarda caso, sempre ai danni di Israele.
    Nel luglio 2006, all'epoca della guerra in Libano, fecero scandalo le foto taroccate della Reuters, scattate dal fotografo libanese Adnan Haji. All'indomani dell'abbattimento di un edificio in un quartiere di Beirut, sede di una postazione Hezbollah, la Reuters pubblicò la foto che ritraeva l'intero quartiere di Beirut in fiamme, smentendo la versione israeliana dell'intervento chirurgico su un unico edificio covo di terroristi. Tra un edificio abbattuto e un intero quartiere bombardato la differenza indubbiamente è tanta. Fu Little Green Football, curioso nome di un blogger conservatore americano (lo stesso che ha pubblicato le due foto della nave turca), a svelare l'arcano. La foto che il reporter libanese aveva realizzato era stata taroccata con un programma grafico, ampliando la colorazione del fumo per far credere che il bombardamento fosse stato indiscriminato su obiettivi civili. Risultato, la Reuters fu costretta a licenziare il fotografo e solo in seguito si scoprì che moltissime altre foto del reporter, che l'agenzia aveva venduto ai giornali occidentali, erano state falsificate o modificate per costruire un'immagine criminale di Israele. Nelle stesse settimane il New York Times pubblicò un'immagine che fece il giro del mondo.
     Dopo il bombardamento di Tiro ad opera dell'aviazione israeliana, le autorità di Tel Aviv avevano specificato che non vi erano stato morti ma solo la distruzione di obiettivi logistici. Eppure il prestigioso quotidiano diffuse l'immagine di un cadavere estratto dalle macerie in braccio ad un soccorritore, come fosse la Pietà di Michelangelo. Peccato che quella foto fosse parte di una sequenza di 5 foto visibili solo nella versione online del giornale, in cui il presunto morto compariva vivo e vegeto zampettando tra una maceria e l'altra. Era l'aiutante del fotografo americano in una scena costruita a tavolino. Dopo 10 giorni dalla pubblicazione delle foto, smascherato il trucco (grazie a dei blogger americani e italiani che rimbalzarono l'imbroglio sulla rete) il New York Times fu costretto a pubbliche scuse. Gli episodi raccontati, solo una parte di quelli che si potrebbero raccontare, obbligano ad alcune riflessioni. La prima è di tipo politico e riguarda Israele, l'unica democrazia mediorientale costretta a difendersi non solo dal terrorismo e dall'integralismo che vogliono annientarla, ma anche da quei media occidentali che spesso sono i principali alleati dei suoi nemici. Paradosso di una informazione democratica che sceglie di combattere una democrazia con le armi della disinformazione. La seconda considerazione riguarda il ruolo dei media nella narrazione dei conflitti e dei fenomeni globali, nella definizione dei limiti della verità e di ciò che chiamiamo diritto di cronaca.
    Nella moderna società dell'informazione, le immagini hanno il sopravvento rispetto alla comunicazione scritta e quindi la manipolazione di una foto o di un video falsifica la realtà e il senso di essa molto più efficacemente di qualsiasi articolo scritto e opinabile nei suoi contenuti. Un articolo è la visione di chi scrive. Una foto pretende di essere la realtà. La parola esprime un pensiero per forza parziale. L'immagine racchiude la totalità di un fatto. Ad una foto noi tendiamo a riconoscere una oggettività che non siamo abituati a dare ad un testo scritto. Per questo falsificare una foto è molto più grave che scrivere una falsità. Ogni volta che emerge uno scandalo relativo alla manipolazione dell'informazione da parte di chi ne dovrebbe essere il garante, e cioè i media stessi, viene messa in discussione il valore di una democrazia. La responsabilità sociale dei media è oggi il problema della libertà. Nell'epoca della grande rete interattiva globale che garantisce il libero accesso alla conoscenza, il tema del nostro tempo non è una impossibile limitazione di ciò che circola (paura novecentesca utile a stupide battaglie strumentali) ma il fondamento di verità di ciò che viene reso fruibile. Oggi il vero problema non è la libertà di informazione, ma la verità dell'informazione.

(Il Tempo, 10 giugno 2010)

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Israele: il blocco di Gaza è essenziale per la sicurezza

Michael Oren
WASHINGTON, 10 giu. - il blocco della Striscia di Gaza è "essenziale" non solo per la sicurezza di Israele ma anche per quella dell'Egitto: lo ha affermato l'ambasciatore dello Stato ebraico presso gli Stati Uniti, Michael Oren. Oren ha confermato che Israele è disposto ad un allentamento del blocco che garantisca la sicurezza, escludendo quindi l'importazione di materiali da costruzione: "Sappiamo che Hamas non li utilizzerebbe per costruire scuole, ma per costruire bunker: per questo motivo siamo riluttanti a farli passare". L'Ambasciatore ha confermato che sarà lo stesso Stato ebraico a condurre un'inchiesta sul raid contro la flottiglia della pace che il 31 maggio scorso causò la morte di nove attivisti, ma che sono in corso discussioni con gli Stati Uniti e altri Paesi su un coinvolgimento della comunità internazionale.

(Apcom, 10 giugno 2010)

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Fantasiose ricostruzioni storiche

di Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

Sergio Romano, l'autorevole diplomatico, storico e columnist, è stato colto ieri da una momentanea amnesia. Nel rispondere a una lettrice del Corriere sulle cause dell'ostilità araba legate alle origini di Israele, Romano immagina una breve storia del Medio Oriente nel Ventesimo secolo. Israele sarebbe "uno stato nuovo costruito per ospitare una popolazione che era stata ferocemente perseguitata e cercava una nuova casa". Eppure Romano sa bene che il Mandato Britannico fu creato nel 1922 con l'accordo delle principali Potenze e con un ben preciso scopo: "la messa in atto della dichiarazione del 2 novembre 1917 in favore della creazione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico" - "oltre che la salvaguardia dei diritti civili e religiosi di tutti gli abitanti della Palestina senza distinzione di razza e di religione" [ Notizie su Israele 484]. Gli arabi della regione, e anche questo Romano lo sa, si consideravano allora parte della Grande Siria. Dopo le gravi inadempienze dell'Inghilterra nei 26 anni del suo mandato, veniva la decisione dell'ONU nel 1947 di spartire la Palestina fra due stati - uno Arabo e uno Ebraico. Lo Stato Ebraico non era un fatto nuovo visto che in realtà realizzava, su una parte ridotta del territorio, gli impegni presi dalla comunità internazionale ben prima della Shoah. La vera invenzione politica era invece lo Stato Arabo che, per la prima volta nella storia, attribuiva una sovranità araba su un'altra parte del territorio mandatario - autarchicamente, e non come provincia di un'entità politica più ampia. Oggi, quella ebraica-israeliana e quella araba-palestinese sono due realtà politiche ben stabilite e irreversibili, ed è del tutto superfluo discettare su come e perché siano nate, se siano legittime o no, e fino a quando dureranno. Tutte le parti in causa non possono non riconoscere questa realtà duale che esprime identità culturali e politiche profondamente radicate e incompatibili. E se c'è un minimo di onestà, proprio questa diversità è condizione necessaria affinché il Medio Oriente possa trovare un assetto politico stabile e, nelle parole di Sergio Romano "fra le persone di buona volontà e di buon senso la convivenza sia possibile".

(Notiziario Ucei, 10 giugno 2010)

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Un apologo: Cosa deve fare K. per difendersi?

di Ugo Volli

L'agricoltore K aveva finalmente recuperato la terra dei suoi nonni, con una regolare sentenza del tribunale. Era allegro e di buon umore, lavorava sodo, i suoi raccolti di pomodori e di melanzane erano di prima qualità.
Aveva però dei vicini assai turbolenti e piuttosto riottosi, che non volevano riconoscergli la proprietà della terra, dicendo che ci si erano insediati loro. C'era anche un pezzo di terra ancora contestato, che era appartenuta ai suoi nonni ma su cui si erano accampati i vicini dopo la sentenza.
Per diverse volte i vicini vennero a invaderlo sulla sua terra, cercando di distruggere tutto il suo lavoro e di cacciarlo via se non di ammazzarlo, ma il signor K seppe respingerli via da solo, perché nessuno lo aiutava, neanche la polizia.
Incominciarono allora a buttargli dei sassi e degli stracci infuocati per bruciare il raccolto.
Il signor K allora andò lui a casa loro per fargli capire di smetterla, e riprese anche la terra contestata.
Dato che continuavano a cercare di distruggergli tutto, li allontanò anche dai confini.
Ma a questo punto la polizia, che non l'aveva mai difeso, gli fece sapere che non poteva tenerli lontani dai confini. K. si rassegnò, liberò la terra dei vicini fino al confine, cedette loro anche una parte della terra contestata.
I vicini incominciarono a sparare addosso a lui e ai suoi figli dalle nuove posizioni.
K. rientrò nella terra che aveva abbandonato, cercando di catturare i fucili con cui gli sparavano, ma la polizia lo multò perché aveva calpestato le aiuole del vicino.
K. decise allora di fare un muro alto, in maniera di non permetter loro di raggiungerlo con le loro fucilate. Ma la polizia gli disse che il muro non era permesso, non aveva il permesso edilizio e faceva ombra ai vicini.
K cercò allora di impedire ai fornitori di pallottole di arrivare dai turbolenti vicini, chiudendo la strada con un cancello, ma certi loro cugini più forti organizzarono delle spedizioni apposta per rifornirli.
C'era anche uno che stava preparando una grossa bomba per far saltare definitivamente la casa di K.
Ma la polizia gli fece sapere che non doveva assolutamente andare a casa sua per impedirgli di prepararla.
Adesso K. continua ad avere buoni raccolti, ma gli amici dei vicini non vogliono che li venda.
K. si chiede, e noi con lui: come potrà difendersi? Le spedizioni no, il muro no, il blocco no, impedire la costruzione delle armi non se ne parla. La polizia, si sa per esperienza, non lo protegge, il resto del paese appoggia i vicini. Vi chiedo: Come deve fare l'agricoltore K per difendersi?

(Informazione Corretta, 9 giugno 2010)

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Gaza, gli "attivisti volevano scontro"

Intervento di Frattini al Senato

Frattini ha riferito al Senato sul blitz al largo di Gaza, puntando il dito contro i pacifisti che avrebbero cercato "deliberatamente" lo scontro con le forze israeliane. Alcuni attivisti, ha riferito il ministro degli Esteri basandosi sui video a circuito chiuso, "si dividevano in squadre per isolare e colpire quanti più militari israeliani possibile". "Andranno acquisite le versioni degli occupanti della nave", ha tuttavia aggiunto il ministro.
"Stando al materiale audiovisivo recuperato anche dalle telecamere a circuito chiuso dell'imbarcazione, emergerebbe l'intento di aver ricercato deliberatamente lo scontro con le forze israeliane", ha detto Frattini riferendosi ai pacifisti. "Sono stati ignorati - ha spiegato - inviti a mutare rotta e consegnare carico ad Ashdod mentre alcuni attivisti a bordo si equipaggiavano con giubbotti antiproiettili, maschere antigas, svariate armi più o meno improprie, ad esempio tubi di ferro tagliati nelle ultime ore di navigazione dall'entrata della nave con seghe circolare appositamente portate a bordo. E si dividevano in squadre per isolare e colpire quanti più militari israeliani possibili una volta lanciato l'abbordaggio".
"I passeggeri non turchi - ha proseguito Frattini - nella 'Mavi Marmara'sarebbero stati caldamente invitati a restare sottocoperta durante gli scontri". "Anzi - ha detto ancora il titolare della Farnesina - alcuni di essi sarebbero stati costretti a farlo dopo che avevano cercato di impedire la degenerazione violenta della spedizione, circostanza corroborata da alcuni diplomatici stranieri che hanno raccolto le convergenti indicazioni di loro connazionali coinvolti". Frattini ha però precisato che "i fatti accaduti a bordo della nave in quei convulsi tragici momenti vanno accertati con attenzione. Andranno acquisite le versioni degli occupanti della nave. Conosciamo per ora quella resa nota dagli israeliani".
Il ministro degli Esteri, riferendo in commissione difesa al Senato sul blitz israeliano, ha poi espresso il "profondo sentimento di cordoglio del governo per le vittime della nave Mavi Marmara", assicurando che "nulla può mai giustificare la perdita di vite umane". "E' con sgomento e profondo rammarico - ha aggiunto - che abbiamo seguito il violento e drammatico confronto svoltosi a bordo fra alcuni passeggeri e le forze israeliane e conclusosi così tragicamente".

(TGCOM.it, 9 giugno 2010)


"... nulla può mai giustificare la perdita di vite umane". Se questo fosse incondizionatamente vero, perché mai esistono ancora eserciti dotati di armi? Forse un ministro non può fare a meno di usare certe diplomatiche frasi di maniera, spesso abbastanza ipocrite, ma i sentimenti con cui sono stati seguiti i fatti in questione possono essere ben diversi dal “"profondo sentimento di cordoglio del governo per le vittime della nave Mavi Marmara". Vittime che hanno accolto a suon di sprangate militari che stavano facendo il loro dovere per difendere la loro nazione da chi la vuole distruggere. M.C.

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Reuters sotto accusa: sangue e coltelli spariscono dalle foto

di Gian Micalessin

Gli autori di un blog Usa si accorgono di un "taglio" e di un ritocco: due immagini nel mirino

Qualche fotografo ha un brutto vizio, quando c'è di mezzo Israele mette mano a photoshop. Tanto, comunque vada, ci sarà da ritoccare. Se i cattivi di turno devono sembrare quelli con la stella di David, come durante i bombardamenti su Beirut dell'estate 2006, allora meglio darci dentro con fumo e scie di missili in un crescendo di drammaticità. Ma se a menar coltellate sono i «pacifisti», allora meglio far sparire il coltellaccio, il sangue troppo evidente e i feriti con la divisa di Tsahal. Insomma, è successo di nuovo. Come già nel 2006 qualche maramaldo al soldo di una delle più blasonate agenzie d'informazione internazionali non ha resistito alla tentazione di taroccare due foto per renderle più congeniali alla causa anti israeliana.
Le immagini sono quelle scattate dalla torma «fondamental-pacifista» durante l'assalto agli incursori israeliani conclusosi - dopo minuti di botte e il tentato rapimento di due militari - con l'uccisione di nove militanti dell'organizzazione integralista Ihh. Due di quelle foto pubblicate dal quotidiano turco Hurryet e poi affidate alla Reuters per la distribuzione internazionale hanno subito un ritocco che le rende molto differenti dall'originale. Il primo ad accorgersi del «ritocchino» o della «taroccata» è «Little Green footballs», un piccolo, ma attentissimo sito americano. Agli autori del blog basta pubblicare l'originale della foto e quella distribuita dalla Reuters per far capire l'entità della sforbiciata. Dalla prima immagine - in cui è ripreso un militare israeliano ferito a terra - scompare un serramanico pronto a colpire.
«È una maniera senza dubbio interessante di tagliare una foto - fa notare con sarcasmo il blog -, la questione degli attivisti armati ha sollevato un'ampia controversia. Molti considererebbero quel coltello una parte importante del contesto. Tagliarlo fuori nella foto in cui si vede il soldato appena pugnalato sembra almeno discutibile dal punto di vista editoriale. A meno che non si volesse nasconderlo». Il peggio arriva quando l'esperto del blog esamina una seconda foto e scopre la sparizione di una pozza di sangue israeliano, di un altro coltello e persino di un altro militare ferito. «Una foto ritoccata potrebbe essere anche il frutto dell'incompetenza di un redattore, ma ora - fa notare Little Green Footballs - abbiamo due foto tagliate».
Come dire il primo ritocco può anche essere un errore umano, ma il secondo ci regala la certezza di un diabolico tarocco. Del resto era già successo nel 2006 quando un redattore della Reuters di Beirut aveva moltiplicato il fumo nel cielo della capitale libanese per aggiungere drammaticità alle immagini dei bombardamenti dell'aviazione israeliana. Quella volta la Reuters per salvare la propria reputazione aveva messo alla porta il fotografo e il suo capo. Stavolta l'ufficio di Istanbul sembra essersela cavata con qualche scusa e il ritorno in rete delle foto originali.

(il Giornale, 9 giugno 2010)

Le foto

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Il nodo di Gaza - La crisi e la chiesa

di Francesco Lucrezi

Ancora alcune considerazioni sulla vicenda della Freedom Flottilla, e sull'atteggiamento assunto dalla Chiesa in questi giorni di tensione.
1) Se è legittimo dare valutazioni diverse sul cruento incidente e sul comportamento della marina israeliana, proporre una commissione di inchiesta internazionale sul caso, rifiutando l'idea che a svolgerla sia lo stesso Israele, significa, inequivocabilmente, negare la solidità e la credibilità delle istituzioni democratiche dello Stato ebraico. Un Paese, ricordiamo, nel quale un Premier (Rabin) si è subito dimesso per un deposito di poche centinaia di dollari, dimenticato dalla moglie su un conto corrente estero, contro le leggi valutarie vigenti, un Presidente dello Stato (Katzav) lo ha fatto per delle discutibili accuse di molestie sessuali, il figlio di un Premier (Sharon) è andato in prigione, senza battere ciglio, per una faccenda di finanziamenti non dichiarati, così come senza battere ciglio è andato sotto processo un altro Premier (Olmert), per fatti analoghi. Quale altro Paese al mondo può dire lo stesso? Onore al governo italiano, che, alle Nazioni Unite, ha votato contro la proposta della Commissione d'inchiesta internazionale. Quanto alla sinistra, che ha criticato tale scelta, prendiamo atto del riemergere degli antichi riflessi condizionati. Speriamo di non riassistere alle bare depositate davanti al Tempio di Roma (corteo dei sindacati confederali del 25 giugno 1982), o agli amorevoli appelli agli elettori israeliani (l'Unità del 16 gennaio 2003) affinché votino in un certo modo.
2) Non ci sembra essere stato sufficientemente commentato il fatto che tra i pacifisti della Marmara c'erano anche delle madri con bimbi, uno dei quali di un anno. Le madri normali guardano due volte a destra e due a sinistra prima di attraversare la strada col carrozzino, anche se sono sulle strisce pedonali e c'è il verde. Ma queste, si sa, sono paure piccolo-borghesi, una mamma guerrigliera ha ben altro coraggio, e non esita a portare il piccolo al fronte, con asce, molotov e biberon. Complimenti. Se il bimbo fosse stato colpito, poi, facile immaginare le reazioni del mondo.
3) La totale trasformazione semantica che il termine 'pacifista' sta subendo, già da molti anni, pare avere ormai raggiunto il punto di non ritorno. Dato che, tra coloro che si definiscono in tal modo, sono certamente ancora presenti molte persone sinceramente amanti della pace, suggeriamo loro di scegliersi una nuova denominazione, perché quella parola è oramai diventata sinonimo di teppista, o peggio.
4) Dopo l'omicidio di monsignor Padovese, vicario apostolico di Anatolia, la Santa Sede si è subito affrettata a escludere, "in modo assoluto", che il movente del gesto potesse consistere nel fanatismo religioso (nonostante le stesse parole pronunciate dal responsabile - quantunque, forse, squilibrato - lasciassero, con tutta evidenza, pensare il contrario). Evidentemente, il desiderio di non turbare i rapporti con l'Islam e con la Turchia suggeriva di ridimensionare al massimo la portata dell'episodio. Peccato che, quando si tratta di Israele e di ebrei, il comportamento del Vaticano sembra essere sempre l'opposto: che sarebbe successo se un vescovo fosse stato assassinato in Israele, da un ebreo?
5) I duri giudizi pronunciati dal papa a Cipro, secondo i quali Israele emergerebbe, nel quadro del Medio Oriente, come il principale ostacolo sulla strada della pace, del dialogo e della stabilità regionale, possono preoccupare, addolorare, indignare. Non, però, sorprendere. Non si tratta di mere valutazioni politiche, c'è un filo preciso che lega tali parole al pesante, sistematico arretramento impresso dalla Santa Sede, negli ultimi anni, al dialogo ebraico-cristiano. È una realtà triste e inquietante, ma è una realtà.

(Notiziario Ucei, 9 giugno 2010)

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Hareetz: Erdogan sia il benvenuto a Gaza

Giornale polemico con premier turco, ma anche con governo Israele

ROMA, 8 giu. - "Erdogan, benvenuto a Gaza": è il titolo di un 'column' di Haaretz che polemicamente a nome di Hamas invita il primo ministro turco a recarsi nell'enclave palestinese al centro di una crisi diplomatica senza precedenti fra Israele e Turchia innescata dall'attacco alla flottiglia umanitaria conclusosi con l'uccisione di nove passeggeri turchi.
Un Erdogan che nulla ha fatto in passato per calmare la situazione nell'area e indurre il governo di Hamas ad una meno politica meno radicale nei confronti di Israele. E un Erdogan che nulla ha fatto neanche questa volta per fermare "i terroristi" della flottiglia. Secondo Haaretz, il premier turco deve spiegare due cose a riguardo; come è stato possibile che nessuna delle agenzie di intelligence del suo Paese fosse al corrente che un "gruppo di terroristi" attendeva i soldati israeliani sul ponte della Mavi Marmara armato di mazze di ferro, bastoni e coltelli; e come una situazione del genere sia potuta accadere solo sulla nave turca e non sulle altre.
Detto questo, Haaretz, giornale liberal, se la prende con il governo che paga il fio per non essere un interlocutore credibile sul fronte dei negoziati con i palestinesi. Su questo punto il quotidiano è convinto: l'incidente della flottiglia non sarebbe accaduto se Israele fosse impegnato in negoziati seri con i leader palestinesi. Il quotidiano chiama pertanto Israele a formare un nuovo governo aperto a fare concessioni ai palestinesi. Senza un accordo con i palestinesi, con la Siria e senza rapporti strategici con Turchia e Europa, Israele dovrà continuare a rispondere anche delle colpe che non ha commesso.

(Apcom, 9 giugno 2010)

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Ora la sinistra ci ripensa: basta fango su Israele

di Fiamma Nirenstein

Dopo le accuse rovesciate contro Gerusalemme, arriva il mea culpa di stampa e osservatori internazionali. Anche Henry-Levy condanna la disinformazione.

ROMA - Israele è una discussione primaria nel mondo odierno, è il pomo della discordia, il pretesto preferito per attaccare l'Occidente, la migliore arma di legittimazione della vecchia bandiera sovietica totalitaria della pace a strisce, è il tarlo che rode l'anima degli ebrei di sinistra che adorano la loro legittimazione narcisistico-diasporica che li esime dalla poco elegante vicenda di essere un popolo, anzi, una nazione; e soprattutto è la questione che dà agli antisemiti la possibilità di esprimersi sotto copertura e alle maggioranze automatiche dell'Onu quella di farsi forti. È anche il migliore degli stendardi rossi da sventolare davanti al toro islamista, come hanno fatto da Istanbul Ahmadinejad, che di nuovo ha promesso di cancellare Israele, Bashar Assad dalla Siria ed Erdogan, il presidente turco che sta costruendo una carriera islamista per il suo Paese sulla minaccia a Israele.
Ma il troppo stroppia e l'immensa quantità di fango rovesciata in questi giorni su Israele ha nauseato anche Bernard-Henri Lévy, uno dei critici più attivi (è autore del documento detto Jcall della sinistra contro il governo israeliano, e ha subito criticato Israele dopo la vicenda della flottiglia) della politica israeliana: proprio su Haaretz, foglio pacifista e ipercritico, pur conservando le sue riserve sulla «stupidità» dell'operazione e del governo Netanyahu, condanna la disinformazione e la criminalizzazione antisraeliana. Il mondo ci ripensa, e forse è anche perché la lenta presa di coscienza indebolisce la pressione, Israele si fa coraggio sulla questione della commissione. Gerusalemme ha molte buone ragioni perché Israele rifiuti una commissione internazionale che, secondo il Consiglio per i diritti umani dell'Onu (l'Italia ha votato contro), dovrebbe indagare sul comportamento dello Stato ebraico durante lo sfortunato arrembaggio alla nave Marmara. Il ministro degli Esteri francese Bernard Kouchner la trova una buona idea e per rafforzare il senso della commissione chiede che ne faccia parte la Turchia.
Strano, dato il ruolo certo non neutro della Turchia nella vicenda e dato che Erdogan soffia sul fuoco e minaccia, insieme ad Ahmadinejad, di andare sulle coste di Gaza con le proprie navi, e addirittura personalmente. In genere, le esperienze di Israele con le commissioni di inchiesta e in genere con le istituzioni dell'Onu sono disastrose: valga per tutti quella che, diretta dal giudice Goldstone, ha utilizzato solo fonti simpatetiche con i palestinesi per stilare un rapporto devastante sulla guerra di Gaza. Di fatto, esso proibisce a Israele di difendersi e cita solo i testimoni-attivisti che chiamano «civili» corpi armati e scudi umani di Hamas. Israele, che sa giudicarsi molto severamente da sola, come dimostra la commissione Winograd che fu spietata sulla guerra in Libano del 2006 e fece dimettere molti civili e militari, pianifica dunque al momento due commissioni di indagini indipendenti, anche se Netanyahu sta ancora aspettando l'approvazione americana per la seconda. In realtà col passare delle ore, via via che molti osservatori internazionali, la stampa, le tv, Bernard-Henri Lévy e compagni fanno il mea culpa, le circostanze della vicenda della Marmara sono sempre più chiare. Si critica, come molti fanno, la modalità militare dell'attacco, ma che la nave dei «pacifisti» trasportasse dei ceffi armati appartenenti a un'organizzazione che ha fornito armi a Hamas, alla Jihad Islamica e anche ad Al Qaida e che fosse punteggiata di personaggi che volevano guadagnarsi il paradiso diventando shahid, è certo.
Quello che non si riesce a chiarire bene invece è il ruolo della Turchia, che ha varato la flotta benché avvertita del pericolo che comportava; che sapeva chi fossero gli uomini dell'Ihh e che tuttavia ha lasciato che si imbarcassero in numero cospicuo senza check in da un porto diverso, che cavalca adesso la vicenda nel modo più plateale, usando Istanbul come piattaforma di lancio di operazioni bellicose. La Turchia agisce con foga in ogni campo: si è presa una reprimenda da Angela Merkel per essersi definita primo ministro dei turchi che vivono in Germania; ha fatto sollevare qualche sopracciglio quando di fatto ha cercato di salvare l'Iran dalle sanzioni offrendosi di arricchirne l'uranio; quando un'installazione di radar dentro la Turchia è crollata improvvisamente mentre la Nato avrebbe avuto bisogno di informazioni sulla Georgia, raggiunta dal radar. Di grande rilievo il fatto che Abu Mazen si sia recato personalmente da Erdogan per spiegargli che ciò che sta facendo avvantaggia Hamas contro il suo peggior nemico, Fatah. Un incendio come quello che la Turchia minaccia di voler appiccare ai danni di Israele può diffondersi anche a danno degli incendiari.

(il Giornale, 9 giugno 2010)

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Israele deve passare al contrattacco nella guerra mediatica con la Turchia

Abbandonare la "Hasbara"

di Bernardino Ferrero

Per decenni la politica estera di Israele è stata fondata sulla cosiddetta hasbara, termine ebraico che indica una "diplomazia pubblica" basata sulla spiegazione e la interpretazione dei fatti, e in fin dei conti la propaganda che Tel Aviv ha esercitato per promuovere le sue battaglie, oppure per difendersi dagli attacchi di cui è stata fatta bersaglio sia in Medio Oriente che da un punto di vista internazionale. La hasbara era basata sulla premessa che, attraverso la forza della ragione, la evidenza dei fatti, la definizione del contesto in cui si svolgevano, fosse possibile ribaltare le campagne anti-israeliane.
Questo genere di approccio è stato messo in atto anche dopo i gravi fatti accaduti sulla Marmara, in occasione del blocco della Freedom Flotilla al largo delle acque di Gaza. Su You Tube hanno iniziato a circolare un numero sempre maggiore di video che mostravano i "pacifisti" turchi che ingaggiavano i commando israeliani a bordo della nave pacifista, cercando di disarmarli, gettandoli dal ponte superiore della nave, oppure altre immagini in cui veniva mostrato l'armamentario dei turchi, fatto di mazze, bastoni, pugnali, fionde con su scritto Hezbollah.
Tutto questo doveva servire a smentire e sbugiardare le menzogne e la retorica palestinocratica, ma in realtà si tratta pur sempre di una "reazione" ad un attacco e, come sanno bene gli strateghi esperti in campagne di comunicazione, non è utile né conveniente rispondere a una campagna negativa utilizzando tutte le proprie energie nel mostrare quali sono state le bugie degli avversari, se poi non sei in grado di rispondere con la stessa aggressività a chi ti ha attaccato, sempre da un punto di vista mediatico. Ankara ha incassato una serie di benefit dalla operazione della Freedom Flotilla, guadagnando consenso tra i palestinesi, proponendosi come mediatore fra Hamas ed ANP, e soprattutto attaccando senza riserve Israele, accusato di aver compiuto "un massacro" e di essere uno "stato del terrore", "piratesco", che agisce contro il diritto internazionale.
Cosa dovrebbe fare Israele per superare l'ormai fallimentare politica dell'hasbara? Questi i consigli di Commentary: 1) Espellere l'ambasciatore turco e annunciare che il suo ritorno è collegato a una indagine sulla organizzazione che ha pianificato e finanziato la Freedom Flotilla; 2) Chiedere un risarcimento ad Ankara per i costi della operazione, comprese le spese mediche che gli ospedali israeliani hanno dovuto sostenere curando i feriti dopo l'incursione; 3) Proporre alle Nazioni Unite una indagine sul motivo per cui il governo Erdogan finanzia organizzazioni che si battono contro Israele; 4) Fornire fondi e aiuti finanziari alle Ong e ai gruppi dei diritti umani per fare propaganda sulla causa curda in Turchia. Le Ong dovrebbero denunciare "l'apartheid" curdo in Turchia, attraverso pubblicazioni, video e conferenze stampa; 5) Produrre e far girare su YouTube un video sul genocidio armeno, una delle questioni più spinose e sensibili per il governo di Ankara. Dal soft all'hard power mediatico.

(l'Occidentale, 9 giugno 2010)

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Il nodo di Gaza - Il Comites Israele risponde al senatore Randazzo

di Adam Smulevich

Le democrazie del mondo non possono restare indifferenti al micidiale colpo contemporaneamente inferto alle speranze di pace in Medio Oriente e all'onore dei governanti di Tel Aviv dalla barbarica aggressione israeliana alla flottiglia pacifista filo-palestinese con conseguente strage avvenuta in acque internazionali".
    Nino Randazzo, navigato senatore del Partito Democratico e rappresentante della circoscrizione Asia-Africa-Oceania-Antartide a Palazzo Madama, aveva commentato a questo modo le drammatiche vicende riguardanti la nave di presunti pacifisti che una settimana fa ha provato ad attraccare a Gaza. Randazzo, che si era detto rammaricato per la presenza di sei cittadini italiani sulle navi "sotto attacco" e aveva sottolineato come l'Italia, per il suo posizionamento geopolitico, sia tra le nazioni più esposte in termini di sicurezza interna alle conseguenze del conflitto mediorientale, aveva rivolto un appello ai connazionali che vivono in suolo israeliano: "È impensabile che le componenti della numerosa presenza italiana in Israele, quella istituzionale e quella civile, diplomatici accreditati a Tel Aviv e a Gerusalemme, bene articolati gruppi di imprenditori e professionisti, promotori di attività culturali, Comites, Camera di Commercio, associazioni di svariato genere, non facciano pervenire all'opinione pubblica, al governo, al Parlamento, alle organizzazioni politiche d'Italia segnali d'allarme per i fatti sempre più destabilizzanti e devastanti nel conflitto israelo - palestinese e sollecitazioni per una più incisiva iniziativa di assistenza, intermediazione e pacificazione nella regione dove sono morte pietà e giustizia". La risposta del Comites (Comitati degli italiani residenti all'estero) Israele non si è fatta attendere. Attraverso una nota in cui si evidenzia la preoccupazione "per le gravi carenze informative e interpretative" che emergono dalle opinioni espresse dal senatore, le affermazioni dell'onorevole vengono ribattute e analizzate punto per punto.
    Si legge nella nota: "Dal senatore Randazzo, in quanto unico rappresentante in Senato della circoscrizione Asia-Africa-Oceania-Antartide in Senato, ci attendiamo una posizione meno unilaterale, parziale e distorta dei fatti. Ci attendiamo invece una ricognizione in loco che gli permetta di verificare direttamente quali siano le condizioni dei cittadini italiani residenti in Israele, che egli rappresenta e che debbono costituire la sua massima preoccupazione".
    Man mano che si procede con la lettura si constata un crescente sconcerto in chi scrive: "È ridicolo e populista il suo riferimento ai governanti di Tel Aviv, quando la sede fisica del governo e di tutte le maggiori istituzioni israeliane si trova, come è noto, a Gerusalemme".
    Un passaggio assume particolare rilevanza: "Gli italiani in Israele sono una comunità di persone indipendenti, che ragionano e fanno parte di una società democratica, l'unica nel Medio Oriente, nella quale esistono diverse idee politiche. Tutti senza distinzione auspicano una pacifica, rapida e giusta soluzione al conflitto nel Medio Oriente, che tuteli l'esistenza di Israele come stato ebraico e democratico e assicuri a tutte le parti nel conflitto pieni diritti civili nei rispettivi paesi".
    Viene puntualizzato che pur esistendo valutazioni differenti circa gli ultimi avvenimenti, i nostri connazionali residenti in Israele non hanno dubbi su alcune questioni. In primis che la flottiglia fosse composta da un gruppo che comprendeva non solo persone convinte in buona fede di compiere una opera umanitaria, ma anche "fiancheggiatori di organizzazioni filo-terroristiche e autori materiali di atti di terrorismo". Il fatto che sulla nave Mave Marmara ci fossero pugnali, spranghe di ferro, accette e armi da fuoco, è la prova che non sempre si trattava di pacifisti ma che mischiati tra loro si nascondevano anche "facinorosi mossi da motivazioni bellicose e coinvolti direttamente nella lotta del movimento Hamas contro Israele". A cominciare da un passeggero ben noto alle forze di sicurezza israeliane: il vescovo Hilarion Capucci, incriminato nel 1974 per trasporto di esplosivi a favore dei terroristi palestinesi. Scarcerato tre anni dopo grazie ad un accordo col Vaticano che prevedeva la cessazione di qualsiasi sua attività pubblica, la presenza dell'88enne uomo di Chiesa a bordo della nave ha rappresentato, secondo gli autori del documento, "un atto di spregio agli accordi internazionali e un attentato alle intese Israele-Vaticano".
    Il Comites Israele, pur deplorando qualsiasi spargimento di sangue avvenuto in seguito all'operazione, giudica il tentativo di forzare il blocco del porto di Gaza "un atto premeditato ed esplicito di guerra". Gli abitanti di Israele, si legge al punto quattro, hanno il dovere di preoccuparsi per la propria incolumità. E questa viene assicurata "dalle azioni di contenimento e di contrattacco deliberate dal Governo di Israele".
    Un messaggio viene inviato all'onorevole : "Il senatore Randazzo ha il dovere di chiedersi quale sia la sorte degli italiani in Israele sottoposti a incessanti atti di terrorismo".
    C'è una cosa in particolare che non va giù al Comites: "Non abbiamo sentito con uguale insistenza la voce del senatore Randazzo in occasione dei molti atti di barbarie che si sono verificati in questi ultimi tempi nella sua circoscrizione elettorale": Gli esempi citati sono numerosi: l'affondamento di una nave sud-coreana da parte della Corea del Nord, le centinaia di migliaia di morti in Iraq per mano di terroristi musulmani, i numerosi morti dell'OLP nel conflitto civile con Hamas, l'uccisione del vescovo di Anatolia da parte del suo autista musulmano e quella di decine di copti da parte di estremisti musulmani in Egitto, le centinaia di migliaia di morti in Algeria, la repressione dell'opposizione democratica in Iran.
    Al senatore viene chiesto di far sentire la sua voce anche sulla detenzione del caporale Gilad Shalit (da lungo tempo prigioniero di miliziani di Hamas e dal 2009 cittadino onorario di Roma), "a cui viene negata da ben quattro anni ogni visita da parte delle organizzazioni umanitarie internazionali".
    La nota si conclude con un invito e un impegno da onorare in futuro: "Il senatore Randazzo è uomo politico di grande età ed esperienza, e sa bene che in fin dei conti sarà il responso delle urne a determinare l'opinione degli elettori italiani nei confronti della sua attività di parlamentare. Sarà onore e privilegio del Comites ospitarlo non appena vorrà compiere una necessaria e urgente visita di aggiornamento in Israele".

(Notiziario Ucei, 9 giugno 2010)

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Israele disarmato

di Charles Krauthammer

Il mondo è indignato per il blocco israeliano sulla striscia di Gaza. La Turchia lo denuncia come illegale, barbaro, disumano ecc. I soliti noti delle Nazioni Unite - terzo mondo e paesi europei - si uniscono al coro. L'amministrazione Obama tentenna.
Ma, come ha scritto Leslie Gelb, già presidente del Council on Foreign Relations, il blocco non solo è perfettamente razionale, ma è anche perfettamente legale. La striscia di Gaza sotto Hamas è un nemico dichiarato di Israele: dichiarazione sostenuta da più di quattromila razzi lanciati sui civili in territorio israeliano. Pur essendosi votata ad una incessante belligeranza, Hamas fa la vittima quando Israele impone un blocco per impedirle di rifornirsi di armi e di sempre più razzi e missili....

(israele.net, 8 giugno 2010)

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Altro che pacifisti! Ecco le foto dei soldati israeliani pestati

Il settimanale Oggi pubblica le immagini dei pestaggi di cui furono vittime i soldati di Gerusalemme quando salirono sull'imbarcazione della Freedom Flotilla.

Un militare israeliano catturato
dai pacifisti
MILANO, 8 giugno 2010 - Sbugiardati su scala mondiale. Ecco che cosa è successo per davvero sulla nave dei "pacifisti" assaltata dai soldtai israeliani nelle acque antistanti Gaza. Lo racconta il settimanale Oggi, in edicola domani. "Le foto che vedete qui accanto sono eccezionali. Perché non si erano mai viste. Perché spiegano in modo neutro, e quindi meglio dei resoconti "partigiani" dei due contendenti, cosa sia accaduto a bordo della Marmara, la nave di attivisti diretta a Gaza e assaltata in acque internazionali dai corpi speciali d'Israele il 31 maggio scorso.
Come sapete, è finita in strage e nel solito, sterile balletto diplomatico: 9 morti, decine di feriti, un'inchiesta dell'Onu che fatica a decollare. Sono immagini in presa che più diretta non si può. Le hanno scattate gli stessi attivisti, dalle 4, quando si è calata la prima testa di cuoio israeliana, alle 4.30, quando tutto è finito.
Raccontano tante cose. Il modo poco "pacifista" con cui sono stati accolti gli assalitori: a sprangate, a cazzotti, a fiondate. Raccontano le colluttazioni, le ferite, il sangue, gli spari, la morte e quel briciolo di umanità che, per fortuna, resiste anche in queste occasioni: due militanti della Marmara curano uno dei soldati israeliani.
E dimostrano, anche, come una parte dei "pacifisti" fosse preparata al blitz notturno del nemico: a differenza dei passeggeri delle altre 5 navi che componevano la Freedom Flotilla, controllate senza problemi dalla marina israeliana, qui gli attivisti avevano riflettori, maschere antigas, bastoni. Avevano la macchina fotografica di Sefik Dinc, il reporter turco che ha confezionato lo scoop.

(Quotidiano.net, 8 giugno 2010)

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La vergognosa alleanza contro Israele

di Roberto Lovari

Le vicende della "Free Flotilla" dei pacifisti che hanno tentato di arrivare a Gaza e i sanguinosi scontri che ne sono seguiti hanno riproposto con grande chiarezza il classico copione che da decenni si sviluppa nel mondo contro Israele e la sua esistenza. Accanto al classico repertorio antisionista e antisemita è emerso un dato presente da anni ma che la composizione dei pacifisti ha messo in luce nella sua assurdità. L'alleanza tra estrema sinistra e fondamentalismo religioso islamico contro Israele. I terzomondisti, i marxisti di ogni colore, i vedovi del comunismo, i cristiani di sinistra di ogni tipo, si sono messi insieme a quelli che nell'Islam predicano la costruzione di Stati teocratici per distruggere il laico Stato di Israele. Senza vergogna e pudore pur di colpire Israele coloro che si dichiarano laici e ostili a ogni forma di religiosità e quelli che hanno la "Ziba", ovvero il callo sulla fronte per la intensità con cui pregano e ritengono normale lapidare o scannare le proprie mogli e figlie per libertà sessuale, si sono imbarcati insieme con la volontà di portare aiuti umanitari a Gaza, in realtà per cercare pubblicità personale o forse il martirio nel caso dei fondamentalisti islamici naturalmente con il dono dopo la morte di 77 sempre vergini. La morte di chiunque è sempre fonte di dolore, ma accanto al dolore va anche espressa una sincera, profonda, grande solidarietà ai soldati d'Israele che hanno una volta ancora dato il loro sangue per il loro Paese. Il problema è che quando si tratta di Israele si possono dire le più grandi castronerie anche con l'aiuto di qualche scrittore israeliano che invita il suo Paese a essere diverso con coloro che esprimono solidarietà ai palestinesi e ad Hamas. Guardandoli bene questi "pacifisti" richiamano un tipo di pacifisti del passato. Come non pensare al "movimento dei partigiani della pace", nella fine degli anni Quaranta e primi Cinquanta. Nel marzo del 1949 a Stoccolma si riunisce il comitato mondiale dei partigiani della pace, per lanciare un "appello a tutti gli uomini di buona volontà per l'interdizione assoluta dell'arma atomica". Anche allora scrittori, poeti, cineasti, scienziati e accademici tutti pacifisti chiedevano di fermare gli Stati Uniti d'America ora chiedono lo stesso per Israele. Prima facevano gli interessi dell'Unione sovietica, ora sono mossi dall'odio contro Israele e gli ebrei. Si vedono manifestazioni e cortei pacifisti condannare Israele e inneggiare alla Palestina. Anche alla fine degli anni Settanta e primi Ottanta fiumi di uomini si riunivano in marce pacifiste per fermare l'installazione dei missili Pershing e Cruise. Se ciò non fosse accaduto con il tempo la marea di missili SS20 e SS21 avrebbe fatto fare all'Europa libera la fine della Finlandia dopo la seconda guerra mondiale, formalmente libera ma praticamente a sovranità limitata sotto l'Unione sovietica. Gli ebrei per alcuni sono buoni solo quando si lasciano mettere in silenzio nelle camere a gas e diventano sionisti aggressivi quando si difendono. Chi ricorda più le dichiarazioni, i convegni, le prese di posizione nelle varie istituzioni contro il "Muro" che Israele ha costruito per dividere con sicurezza i propri territori da quelli arabi da cui venivano i kamikaze? A Gerusalemme le famiglie che avevano due bimbi si erano abituate a metterli in scuola bus diversi, per salvarne almeno uno in caso di attacco terrorista. A Israele dice il premio Nobel per la pace Elie Wiesel tutti chiedono molto, ad esempio di accettare la legge del ritorno dei palestinesi nei territori dove oggi si trova Israele un tempo mandato inglese sulla Palestina. In quale manicomio verrebbe rinchiuso chi adesso chiedesse, ad esempio, il ritorno dei milioni di tedeschi dei Sudeti, della Polonia o della Prussia orientale o degli italiani dell'Istria e della Dalmazia? Eppure ci sono persone che chiedono a Israele di permettere il ritorno di ben cinque milioni di palestinesi discendenti di quelle centinaia di migliaia che abbandonarono loro case nelle guerre del 1948 e del 1967. Gli ebrei in Israele sono il 75% dei sette milioni e 200mila abitanti di Israele. Purtroppo lo scenario non offre al momento molte possibilità di nutrire ottimismo per una soluzione per il problema del Medio Oriente. Al contrario la costruzione di armi atomiche da parte dell'Iran crea uno scenario da incubo, scenari di guerra atomica. Israele lo ha già dimostrato nei primi anni Ottanta con l'Iraq, quando ne bombardò le centrali atomiche non permetterà a nessuno dei suoi nemici dichiarati di entrare in possesso di strumenti tali da comportare il suo annientamento totale. A tutti quelli che discettano su Israele occorre ricordare che la sua superficie è di 20mila chilometri quadrati (quella della Puglia è di 19.558). Due o tre ordigni atomici sarebbero sufficienti ad annientare Israele. Gli israeliani, che le bombe atomiche e forse nucleari le hanno già, lo sanno e sanno anche che l'Iran quando dice "Israele deve scomparire dalle carte geografiche" non fa solo propaganda. Nella guerra Iraq-Iran negli anni Ottanta, Khomeini non esitò a mandare circa 100mila e più bambini tra gli 11 e i 15 anni a saltare sui campi minati o contro le mitragliatrici irachene. Chi non crede vada al cimitero di Teheran e vedrà un mare di lapidi di bambini, le date di nascita e della morte sono scritti con numeri indiani e quindi comprensibili. So di sembrare eccessivo (e forse qualcosa di più), ma sono sicuro che gli israeliani sapranno quando l'Iran sarà in grado di tentare un secondo Olocausto. Agiranno per salvare i loro figli. Non so come dare loro torto anche se le conseguenze saranno terribili per il mondo intero.

(Avanti!, 8 giugno 2010

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Iran. Nasce una commissione parlamentare per boicottare i prodotti di Israele

Il parlamento iraniano ha dato parere favorevole alla formazione di una commissione per l'identificazione e il boicottaggio dei prodotti israeliani. Lo riferisce l'agenzia d'informazione Ilna, secondo cui 148 deputati, su un totale di 198, si sono espressi a favore della nascita della commissione, il cui compito sarà quello di elaborare nuovi metodi per identificare i prodotti legati allo Stato ebraico.
"Boicottare i prodotti israeliani è diventato ancora più vitale dopo il recente attacco del suo esercito alla 'Freedom Flotillà e a causa del mantenimento dell'assedio a Gaza", ha dichiarato il portavoce della Commissione per la Politica estera e la Sicurezza nazionale, Kazem Jalili. Il politico iraniano ha sottolineato che sarà anche vietato pubblicizzare in televisione questi prodotti.
La commissione, sempre secondo l'Ilna, sarà composta da esponenti indicati dal ministero degli Esteri e del Commercio che dovranno giudicare, ed eventualmente bloccare, l'ingresso nella Repubblica Islamica delle merci non in regola con le nuove disposizioni.

(l'Occidentale, 8 giugno 2010)

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CmyCasa, è israeliano il nuovo software per progettare la casa

di Michael Calimani

Progettare e arredare la propria casa comodamente seduti davanti al proprio computer?
Ora è possibile con CmyCasa un software semplice e intuitivo, direttamente disponibile online che permette all'utente di trascinare gli oggetti selezionati dal vasto catalogo al piano di lavoro e di visualizzare secondo diverse prospettive la pianta del locale da arredare. CmyCasa è il prodotto di punta della Imagine Web Ltd, una giovane azienda israeliana di sviluppo software fondata nel 2008 con sede a Yokne'am, cittadina situata nella regione collinare della Galilea.
"Molte persone si trovano in difficoltà quando devono scegliere il giusto arredamento per la propria abitazione - afferma Eitan Tsarfati, amministratore delegato e cofondatore di CmyCasa - noi forniamo loro uno strumento online di progettazione 3d totalmente gratuito, che permette all'utente di porre in essere le proprie idee senza doversi affidare a uno specialista."
L'applicazione dà la possibilità di sfruttare diversi modelli preconfigurati con i quali partire nella pianificazione del progetto, lasciando all'utente la possibilità di riadattare in seguito misure e specifiche del piano. Le possibilità sono pressoché infinite: è possibile modificare i colori delle pareti, lo stile dei decori e delle tappezzerie, selezionare il tipo di parquet o di pavimento a piastrelle, scegliere i tappeti, gli accessori per l'illuminazione, e poi visualizzare il tutto in 3d grazie ad un veloce sistema di rendering. E' inoltre possibile richiedere, come opzione a pagamento per gli utenti premium, la realizzazione di un progetto personalizzato secondo le proprie esigenze.
Uno strumento interessante per gli utenti, ma anche per le aziende del settore arredamento che possono pubblicare le proprie collezioni di prodotti nel vasto catalogo online di CmyCasa dedicato ai complementi d'arredo e agli accessori per la casa. Il catalogo, aggiornato quotidianamente, offre un'ampia scelta di stili, dal design etnico al moderno, al classico e al contemporaneo, con prezzi accessibili per tutte le tasche: l'utente può effettuare una ricerca mirata sui prodotti scremando i risultati secondo un range di prezzi e mixare i diversi stili disponibili per ottenere l'effetto desiderato.
"CmyCasa - continua Tsarfati - è uno strumento importante per tutte quelle aziende che vogliono
pubblicizzare i propri prodotti e farsi conoscere a livello internazionale. Grazie a noi le aziende possono inoltre sondare i comportamenti e i gusti di coloro che acquistano su internet, riuscendo a carpire le nuove tendenze del mercato".
L'Imagine Web Ltd, per arricchire ulteriormente l'offerta, ha stretto accordi di partnership con più di 50 aziende del settore arredamento, tra cui due tra i più grandi distributori degli Stati Uniti: CSN Stores, per l'arredamento della casa e dell'ufficio e Cymax Stores, per le forniture audio-video, l'arredamento per la camera, la zona giorno, l'ufficio e la cucina. Nel sito ufficiale di CmyCasa è inoltre possibile consultare un blog sulle ultime tendenze e sui principali eventi dedicati all'abitare. Di recente è stato pubblicato, ad esempio, un interessante articolo sul Salone del mobile di Milano 2010 con un focus sulla moda dell'ecodesign: la realizzazione di complementi d'arredo in plastica, carta, legno, gomma e vetro interamente riciclati. Un nuovo stile che punta all'ecoefficienza e che è destinato ad avere un ruolo sempre più importante nel settore dell'arredamento a livello mondiale.

(Notiziario Ucei, 8 giugno 2010)

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Blitz israeliano. Scompare un coltello dalle foto

Secondo quanto riferisce la stampa israeliana, nel primo scatto, pubblicato nei giorni scorsi sul quotidiano turco Hurryet, si intravede un coltello in mano ad una persona. Nella seconda immagine, rilanciata dalla Reuters e pubblicata dal quotidiano on line Haaretz.com, il coltello non compare [1,2]. Il ministro israeliano per l'informazione Yuli Edelstein si e rivolto alla direzione dell'agenzia Reuters per chiarire "la scomparsa di un coltello".

(RaiNews24, 8 giugno 2010)

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Segnali d'allarme del COMITES Israele

GERUSALEMME. Chiamato direttamente in causa dal Senatore Nino Randazzo (Pd) in seguito alla vicenda della flottiglia diretta al porto di Gaza, il Comites Israele esprime preoccupazione per le gravi carenze informative e interpretative che emergono dalle opinioni espresse dal Senatore.
Dal Sen. Randazzo, in quanto unico rappresentante in Senato della circoscrizione Asia-Africa-Oceania-Antartide, ci attendiamo una posizione meno unilaterale, parziale e distorta dei fatti. Ci attendiamo invece dal Sen. Randazzo una ricognizione in loco che gli permetta di verificare direttamente quali siano effettivamente le condizioni dei Cittadini italiani residenti in Israele, che egli rappresenta e che debbono costituire la sua massima preoccupazione.
È ridicolo e populista, per cominciare, il suo riferimento ai "governanti di Tel Aviv", quando la sede fisica del governo e di tutte le maggiori istituzioni israeliane di trova, come è noto, a Gerusalemme. È a Gerusalemme, non a Tel Aviv, che il Sen. Randazzo potrà incontrare i suoi interlocutori parlamentari....

(politicamentecorretto.com, 8 giugno 2010)

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Il medico Abrabanel
Gli Ebrei a Ferrara nel Rinascimento

Conferenza alla Giostra del Borgo

Questa sera alle 21.30 presso il Giardino delle Delizie della Giostra del Borgo si terrà una conferenza tenuta dal prof. Germano Salvatorelli, dal titolo "Gli Ebrei a Ferrara nel Rinascimento".
Durante il Rinascimento la popolazione ebraica subisce un notevole aumento demografico in quanto viene accolto, grazie alla politica illuminata dei duchi estensi, un gran numero di ebrei sefarditi cacciati dalla penisola iberica e di ebrei askenaziti provenienti dall'Europa centro-orientale. Ferrara diviene quindi un crogiuolo di culture diverse con nomi di grande spicco quali il medico Abrabanel, lo stampatore Abramo Usque, il medico Amato Lusitano, il letterato Emanuele Tramellio, donna Gracia Mendes della famiglia dei banchieri Mendes.

(estense.com, 8 giugno 2010)

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Gli 007 turchi dietro la provocazione dei «pacifisti»

di Gian Micalessin

La polveriera di Gaza, nuova Danzica del Medioriente, è pronta ad esplodere. La Turchia di Recep Tayyp Erdogan vi ha attaccato la miccia. L'Iran si prepara a darle fuoco. L'innesco fatale potrebbe arrivare con le due navi piene di aiuti e scortate dai pasdaran volontari che la Mezzaluna rossa di Teheran annuncia di voler far salpare alla volta della Striscia. L'iniziativa, ispirata dai vertici del regime di Teheran, rischia di portare alle estreme conseguenze la contrapposizione avviata dal primo ministro Erdogan. I portavoce israeliani rispondono ricordando che quello di Hamas è un «regime sotto tutela iraniana» e liquidano il tutto come «inaccettabile provocazione». Un punto di vista condiviso anche dal nostro ministro degli Esteri Franco Frattini secondo cui «Teheran vuole prendere il controllo di Gaza».
La politica di Ankara - grande madrina della spedizione su Gaza costata la vita a 9 militanti dell'organizzazione fondamentalista Ihh - incomincia dunque a rivelarsi in tutto il suo azzardo. Un azzardo forse sottovalutato da Hakan Fidan, il 42enne fedelissimo di Erdogan appena promosso alla guida del Mit (Milli Istihbarat Teskilati), il cuore dell'intelligence turca. Le mosse di Fidan, artefice nell'ultimo anno della ripresa dei complessi rapporti con Teheran, era in verità diretta a controbilanciare l'influenza iraniana su Hamas. Rilanciando la politica di aiuti a Gaza e la protesta contro l'embargo il capo dell'intelligence, puntava - d'intesa con Erdogan e il ministro degli Esteri Ahmed Davutoglu - a restituire alla Turchia l'antico ruolo di potenza regionale e strappare Hamas dall'abbraccio con Teheran. La difficile e rischiosa partita - giocata mentre due storici «controllori» di Hamas come gli egiziani e i sauditi appaiono deboli e spiazzati - puntava a regalare a Erdogan il ruolo d'indiscusso Gran Vizir regionale. Ma il regime di Teheran, spregiudicato e spietato come nessun altro quando è in ballo il controllo del Medio Oriente, risponde alle mosse turche con un'iniziativa che rischia di trascinare la regione sull'orlo di una nuova guerra. Una guerra in cui l'Iran sarebbe - grazie agli alleati libanesi di Hezbollah - la vera potenza egemone. Una guerra in cui il governo di Erdogan dovrebbe invece far i conti con l'aperta avversione di molti generali ancora fedeli alla Nato e a una visione laica dello stato. Comunque vada Fidan è oggi l'uomo più controllato dal Mossad. I servizi segreti israeliani seguono le sue mosse da quando, un anno fa, ha assunto la carica di vicedirettore dell'ufficio del premier. Da allora Fidan è stato l'indiscusso protagonista delle aperture all'Iran culminate nella mediazione condotta con il Brasile per evitare a Teheran nuove sanzioni e consentirgli di arricchire il suo uranio sul territorio turco.
Il grande salto di Fidan sulla poltrona dei servizi si concretizza ad aprile con la fine del mandato dell'allora capo dell'intelligence Emre Taren. La nomina di Fidan ha innanzitutto una valenza interna. Affidandogli la macchina di un intelligence nazionale che in Turchia concentra le funzioni di difesa interna ed esterna Erdogan strappa alla nomenclatura laica un assetto strategico per il controllo del paese e toglie ai generali meno fedeli un canale di collegamento diretto con Israele e con i servizi segreti della Nato. La fretta con cui Fidan ha reclutato i fondamentalisti dell'Ihh e ha avviato l'operazione Gaza potrebbe però rivelarsi una cattiva consigliera. Spiazzata dall'Iran la Turchia rischia di ritrovarsi al centro di un conflitto politico e militare devastante senza aver avuto il tempo di mettere a segno la mossa principale della propria strategia, ovvero il controllo di Hamas. E anche sul fronte interno lo scontro con il Mossad - sempre vicinissimo ai guerriglieri curdi - rischia di rivelarsi devastante. Molti in Turchia hanno già notato come l'assalto alla flotta pacifista sia stato accompagnato dall'inattesa esplosione di un bomba curda costata la vita a sette militari di una base di Iskenderun. Quell'attentato sospetto potrebbe, secondo alcune voci, portare allo sfratto degli uomini del Mossad da un'importante base segreta al confine con l'Iran considerata strategica per monitorare le mosse del nemico.

(il Giornale, 8 giugno 2010)

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Decana dei giornalisti della Casa Bianca licenziata dopo una frase sugli ebrei

Helen Thomas
NEW YORK (8 giugno) - »Che se ne vadano dalla Palestina. Che tornino in Germania o in Polonia«: questa battuta sugli ebrei, nei giorni della crisi della Mavi Marmara, è costata il posto, la carriera e la reputazione alla decana dei corrispondenti americani alla Casa Bianca. Helen Thomas, 89 anni ma sempre sulla breccia, ha annunciato oggi l'addio al giornalismo dopo le critiche suscitate dalla sua frase anti-semita. La battuta della Thomas, rivolta a un rabbino, filmata e circolata su YouTube, aveva suscitato feroci polemiche in giorni in cui l'amministrazione Obama e l'America sono alle prese con la complessa reazione all'attacco israeliano alla flottiglia filo-palestinese diretta a Gaza.
Oggi, con la poltroncina della Thomas visibilmente vuota durante il briefing quotidiano della Casa Bianca, il portavoce Robert Gibbs ha definito le affermazioni della anziana giornalista »vergognose e offensive« e l'aveva esortata al mea culpa. »La dovrebbero licenziare, aveva tuonato nel week end il predecessore di Gibbs al tempo di George W. Bush Ari Fleischer. Severo anche il consiglio direttivo dell'Associazione dei Corrispondenti che aveva definito «indifendibile» la battuta della collega.
«Mi rammarico profondamente per quel che ho detto. Era una frase che non riflette le mie convinzioni. Io credo che la pace in Medioriente arriverà solo dopo che le parti riconosceranno il bisogno di reciproco rispetto e comprensione. Che quel giorno arrivi presto», si è cosparsa il capo di cenere la giornalista, che è di origine cristiano-libanese. Nel corso del week-end la Thomas era stata messa alla porta da un ufficio che organizza discorsi a pagamento di personalità dei media e della cultura.
Un liceo dove avrebbe dovuto parlare ai neo-diplomati l'aveva dichiarata persona non-grata. È stata la fine ingloriosa di una lunghissima carriera. Per decenni cronista politica dell'agenzia di stampa Upi dove aveva cominciato nel 1943, Helen Thomas era passata nel 2000 a scrivere da opinionista per i giornali del gruppo Hearst.
Famosa per le domande al vetriolo che rivelavano un cronico scetticismo per la versione dei palazzi, la Thomas aveva cominciato a interrogare presidenti e portavoce fin dai tempi di John F. Kennedy. Dopo esser stata ignorata per anni dalla Casa Bianca di Bush per le sue domande 'cattive' sulla guerra in Iraq, Helen era tornata in auge con l'amministrazione Obama: nella sua prima conferenza stampa in prima serata il presidente le aveva reso omaggio concedendole la parola. Lo stesso Obama l'anno scorso era tornato in sala stampa con una torta per Helen che condivide con lui la data del compleanno.

(Il Mattino, 8 giugno 2010)

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Ahmadinejad, Israele vicino all'annientamento

ISTANBUL, 8 giu. - L'attacco del "regime sionista" alla Freedom Flotilla diretta a Gaza e' un nuovo passo verso il suo totale "annientamento". Lo ha dichiarato il presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, che si trova a Istanbul per il terzo vertice Cica (Conference on Interaction and Confidence Building Measures in Asia). Dopo aver partecipato alla preghiera in una moschea della citta' sul Bosforo, Ahmadinejad - citato dall'agenzia Irna - ha detto alla folla che "le potenze materialiste hanno imposto il regime sionista usando la forza militare contro le nazioni del mondo, soprattutto quelle del Medio Oriente, e hanno cosi' prodotto crimini senza precedenti nella storia dell'uomo, l'ultimo dei quali e' l'attacco alla flottiglia di pace".

(Adnkronos, 8 giugno 2010)

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Usa: una scuola annulla il discorso della giornalista che ha attaccato Israele

WASHINGTON, 7 giu. - Non si placa la polemica negli Stati Uniti per la battuta anti-Israele di Helen Thomas, la decana dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca. Ora un liceo di Washington, la Walt Whitman High School a Bethesda, ha cancellato il discorso che la quasi 90enne giornalista, che ha seguito tutti i presidenti americani a partite da Jfk, avrebbe dovuto tenere alla cerimonia di consegna dei diplomi il prossimo 14 giugno.

(Adnkronos, 7 giugno 2010)

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Settimana difficile per l'amicizia Israele - Usa

di Livio Caputo

Livio Caputo
Una settimana iniziata in maniera disastrosa per Israele, messa sotto accusa dal mondo intero per quello che è stato - in realtà - solo un eccesso di legittima difesa si è conclusa in maniera più serena: l'ultima nave della cosiddetta "flotta di pace" che voleva portare aiuti a Gaza è stata dirottata senza incidenti su Ashdod e stanno progressivamente emergendo elementi che alleggeriscono la posizione dello Stato ebraico: i "pacifisti" uccisi dal commando israeliano sono risultati essere in realtà estremisti islamici armati, addirittura legati ideologicamente ad Al Qaeda, che per ammissione dei loro stessi parenti cercavano il martirio; la richiesta di una inchiesta internazionale da parte del Consiglio per i diritti umani dell'Onu, contro cui l'Italia ha votato, ha perso buona parte della sua credibilità quando l'opinione pubblica si è resa conto che era stata sponsorizzata dal Sudan (il cui presidente è imputato davanti alla Corte di Giustizia internazionale per il genocidio del Darfur) e votata da campioni di democrazia come Cina, Cuba e Libia; il ruolo della Turchia, che si appresta a ricevere in pompa magna il presidente iraniano Ahmadinejad dopo averlo aiutato a eludere ancora una volta le sanzioni dell'Onu, sta emergendo in tutta la sua inquietante ambiguità; infine, l'offerta delle Guardie rivoluzionarie, votate alla distruzione di Israele, di fornire una scorta armata a tutte le navi che tentassero nuovamente di infrangere il blocco navale di Gaza accredita la affermazione del premier Netanyahu che, in assenza di controlli, la striscia controllata da Hamas si trasformerebbe ben presto in un porto iraniano. Ma se la vicenda della "Mavi Marmara" e dei suoi pseudopacifisti è stata ridimensionata, essa rischia di avere ripercussioni a lungo termine pericolose per la sicurezza dello Stato ebraico. Si stanno moltiplicando le pressioni per una cessazione dell'assedio israeliano a Gaza, anche se le notizie sui disagi che questo provoca alla popolazione sono grandemente esagerate e il rischio di offrire ai terroristi di Hamas un'occasione per cantare vittoria è molto alto. Lo stesso Pontefice sembra molto colpito dalla sorte della Striscia, inducendolo a usare ieri parole di una durezza inusitata nei confronti dello Stato ebraico. Ma ad allarmare Gerusalemme è soprattutto l'inizio di un dibattito, nell'establishment americano, sui danni che l'appoggio a Israele e le durezze del governo Netanyahu stanno creando agli Stati Uniti nel mondo islamico, dal Pakistan agli Stati arabi moderati. A dare il la alla discussione è stato, alcune settimane fa, il generale Petraeus, secondo il quale senza una soluzione del conflitto israeliano palestinese accettabile ai musulmani la posizione americana in Iraq, in Afghanistan e nel Golfo sarebbe diventata sempre più difficile. Ora anche altre voci in seno all'amministrazione Obama hanno sollevato la questione, senza che il presidente se ne smarcasse, sollevando nella comunità ebraica e nella destra repubblicana i timori di una svolta politica. Il raid contro la "flotta di pace" è arrivato proprio alla vigilia di un incontro Obama-Netanyahu che avrebbe dovuto portare a un riavvicinamento; ma ha dovuto essere cancellato, e non si sa quando sarà rimesso in agenda.

(Giornale di Sicilia, 7 giugno 2010)

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Così i «pacifisti» hanno sequestrato gli israeliani

di Gian Micalessin

Se credete ancora alla strage premeditata, se pensate che le forze speciali israeliane abbiano deliberatamente ucciso nove autentici «pacifisti» guardatevi queste foto. Sono una prova devastante, capace di fare a pezzi l'immagine degli incursori Flotilla 13, ma anche determinante per assolverli da ogni sospetto di ferocia gratuita. Fosse stato per la censura israeliana le foto, pubblicate ieri dal quotidiano turco Hürriyet non sarebbero mai saltate fuori. I censori israeliani le avevano cancellate da macchine fotografiche, computer e chiavette elettroniche dei militanti turchi prima di espellerli. Non appena rientrati in Turchia i duri e puri dell'organizzazione fondamentalista Ihh le hanno recuperate e messe a disposizione del più diffuso quotidiano. Per loro scagionare i militari israeliani è ininfluente. Nella logica jihadista dimostrarsi capaci di contrapporsi ai più temuti reparti speciali israeliani significa garantire all'Ihh il rispetto dell'internazionale integralista, promuoverla ad un livello analogo a quello di Hamas e Hezbollah. In quell'ottica distruggere il mito dell'invincibilità d'Israele è persino più importante che continuare a nascondersi dietro le ragioni dell'asserita causa pacifista.
Israele fin qui si era ritrovata paradossalmente costretta a stare al gioco. Per lo Stato ebraico coprire l'inefficienza di un'intelligence incapace di prevedere la minaccia dei finti pacifisti in attesa sulla nave Marmara e preservare l'immagine delle proprie forze speciali è più vitale - sul piano della deterrenza strategica - che dimostrare la buona fede dei propri militari. Anche perché i filmati della battaglia svoltasi sulla tolda erano più che sufficienti, dal punto di vista israeliano, a giustificare le reazioni degli incursori. Queste nuove foto, avvilenti per l'immagine dei commandos di Flotilla 13, sono però la pistola fumante capace di scagionarli da ogni sospetto. Guardatele. Le più esplicite sono quella di un militare con la tempia insanguinata spinto lungo una scala e di un suo collega trascinato a testa in già sui gradini. Le due immagini ci fanno capire che i due incursori dopo esser stati colpiti, feriti e sopraffatti sono ora prigionieri dei militanti di Ihh ormai pronti a rinchiuderli nelle cabine del ponte sottostante. In quei drammatici minuti Israele rischia di ritrovarsi con due nuovi Gilad Shalit, con altri due soldati ostaggi di un gruppo integralista. Le due foto ci fanno anche capire quanti interminabili minuti siano trascorsi da quando i due militari ora prigionieri sono atterrati sul ponte. Prima di tramortirli, sopraffarli e trascinarli dabbasso gli assalitori hanno avuto il tempo di spogliarli di tutta l'attrezzatura, sfilargli passamontagna e gilet milletasche, impadronirsi delle loro pistole Glock d'ordinanza. Probabilmente lo sganciamento di una fune ha interrotto la discesa dall'elicottero e i primi tre si sono trovati in balia della calca armata di spranghe e salvagenti. La missione di Flotilla 13 viene così completamente sconvolta. La seconda fase dell'assalto non punta più alla semplice presa di controllo della nave, ma si trasforma in una vera e propria operazione d'emergenza per sventare il rapimento dei propri compagni. Una situazione considerata la peggiore delle minacce nelle nuove regole d'ingaggio israeliane. Una situazione in cui è lecito anche sparare sui propri compagni pur di evitare che vengano catturati vivi. Difficile pretendere dunque che si facessero scrupoli a sparare sui rapitori.

(il Giornale, 7 giugno 2010)

Le foto

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A Gaza il primo neonato è stato chiamato 'Erdogan'

BEIRUT, 7 giu - Si chiama 'Recep Erdogan', in onore del premier turco schieratosi a difesa di Gaza, un neonato di Khan Yunis, nella Striscia. Un giornale panarabo precisa che Ghazzi Abu Shamala, padre del bimbo in fasce, ha chiesto alla moglie Dalia di registrare loro figlio col nome di 'Recep Erdogan in onore del magnanimo primo ministro turco'. Per il padre, Erdogan 'e' un leader che si e' schierato a fianco del nostro popolo che resiste e a fianco del nostro governo legittimo nella Striscia'.

(ANSA, 7 giugno 2010)

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Erdogan verso elezioni anticipate dopo il blitz della flottiglia

ANKARA, 7 giu. - Il primo ministro turco Recep Tayyp Erdogan potrebbe indire elezioni anticipate sull'onda del consenso nazionale (oltre che internazionale) guadagnato in seguito alla posizione fortemente critica assunta nei confronti di Israele dopo il blitz condotto lunedi' contro la 'Freedom Flotilla'. E' questa la tesi sostenuta oggi dalla stampa turca, secondo cui il leader del partito islamico moderato Akp potrebbe capitalizzare cosi' la sua dura condanna al raid israeliano nel quale sono rimasti uccisi nove attivisti a bordo della nave turca 'Mavi Marmara'.

(Adnkronos, 7 giugno 2010)


Erdogan è “il leader del partito islamico moderato Akp”. I moderati sono sempre stati essenziali per la buona riuscita dei propositi dei radicali. Anche Hitler, tra gli esagitati antisemiti del suo tempo, era considerato un moderato. Ed era vero, nel senso che lui guardava ai fatti, non alle chiacchiere: le urla di quelli che gridavano a squarciagola “morte agli ebrei” lo infastidivano. A lui, persona pratica e seria, premeva che si arrivasse davvero a dare la morte agli ebrei, non solo a minacciarla come facevano gli scalmanati. Come si sa, “can che abbaia non morde”. E lui, come oggi Erdogan, voleva mordere.

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I motivi del rancore

di Donatella Di Cesare

Il rancore anti-israeliano esploso negli ultimi giorni non è solo astio, livore, risentimento. È molto di più. Il blitz fatale alla nave dei cosiddetti pacifisti ha fatto riemergere in Europa la questionedell'esistenza dello Stato di Israele. Una esistenza sopportata o addirittura mal tollerata, una spina nel fianco del Vecchio continente, sgradevole ripercussione dei suoi crimini recenti. Perché a che cosa potrebbero altrimenti appellarsi gli ebrei per un "ritorno" su quella terra?.
Così, mentre Annette Groth, rappresentante della sinistra in Germania, dopo aver preso parte alla flottiglia, dichiara in un'intervista a "Haaretz" del 4 giugno di considerare un "proprio dovere chiedere a Israele di non violare più i diritti umani delle altre nazioni", nello stesso giorno il quotidiano tedesco "Süddeutsche Zeitung", di tendenze moderate e filogovernative, pubblica l'articolo "Gli avi dalla Giudea" dedicato alla nuove analisi genetiche sulla discendenza degli ebrei. Il sottotitolo recita: "Il mito della fondazione di Israele viene confermato in laboratorio". Il riferimento è al risultato delle ricerche compiute dall'equipe di Harry Ostrer della New York University School of Medicine, secondo cui ebrei provenienti da ambiti geograficamente molto diversi mostrerebbero tratti genetici comuni.
Dal "genoma" - insinua malignamente il giornalista tedesco Christian Weber - si potrebbe insomma leggere la storia. Sui rischi gravissimi di ridurre a un DNA biochimico l'identità del popolo ebraico, identità che si dispiega nella storia, occorrerebbe riflettere. Lo dovrebbe fare soprattutto chi esalta acriticamente la biologia e le neuroscienze - e dimentica la cultura e la storia. Ma l'articolo ha una mira precisa: dalla supposta "discendenza comune" gli ebrei deriverebbero "il diritto a fondare lo Stato di Israele nell'ambito di quel che fu la Terra Santa". Nella sua ripugnanza il messaggio è chiaro: gli ebrei tentano un po' ovunque, perfino nella genetica, territorio - è bene ricordarlo - dominato dagli scienziati tedeschi (con una continuità che va dal Max Planck Institut ad Auschwitz e oltre), di legittimare un diritto che non hanno, di difendere una appropriazione indebita, di giustificare l'ingiustificabile: l'esistenza di Israele.
Dato che la questione che investe lo Stato di Israele (e si ripercuote sul popolo ebraico nella Diaspora) non è solo e non è tanto politica, ma è ontologica, perché ogni pretesto solleva la domanda sulla legittimità della sua esistenza, a Israele è richiesta una vigilanza più elevata. E più elevata non vuol dire solo più intensa. Vuol dire una vigilanza capace di sollevare lo sguardo oltre l'oggi immediato, a cui si ferma la politica degli stati-nazione, al fine di perseguire con consapevolezza il progetto per il domani.

(Notiziario Ucei, 7 giugno 2010)

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Netanyahu: attivisti turchi saliti a bordo separatamente dai pacifisti

GERUSALEMME, 6 giu. - Gli attivisti turchi che si sono scagliati contro i soldati israeliani sulla Mavi Marmara erano saliti a bordo della nave separatamente dagli attivisti pacifisti, evitando i controlli di sicurezza. E' quanto ha detto oggi il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu all'inizio della consueta riunione domenicale del consiglio dei ministri.
Gli attivisti che hanno aggredito i soldati "si erano organizzati ed equipaggiati separatamente dagli altri - ha detto Netanyahu - e sono saliti sulla nave in un modo che gli ha permesso di superare il controllo di sicurezza". "La loro chiara intenzione - ha proseguito - era di portare ad un violento scontro con i soldati israeliani". "Il mondo sta cominciando a diventare consapevole di questa informazione", ha sottolineato.
Netanyahu, riferisce il sito di Haaretz, non ha parlato di una possibile indagine sugli incidenti che hanno portato alla morte di nove attivisti turchi sulla Mavi Marmara, ma questa notte e' in programma un sua riunione con altri sette ministri dedicata a questo argomento.

(Adnkronos, 6 giugno 2010)

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Hamas - Pena di morte contro i collaborazionisti

Fucilati due palestinesi accusati di collaborazionismo con Israele. In un articolo su L'interprete Internazionale, si racconta il caso di Mohammed Ismail di 36 anni e Nasser Abu Freh di 35, i primi due palestinesi a subire la condanna a morte da quando Hamas ha assunto da tre anni il controllo della striscia di Gaza. L'articolo dice che secondo la legge dell'Autorità Nazionale Palestinese, "le esecuzioni capitali possono essere effettuate solo con l'autorizzazione del Presidente, ma l'organizzazione integralista islamica, non riconoscendolo, si è ben guardata dall'interpellare Abbas, lanciando così un'ulteriore sfida alla sua autorità". Numerose e vibrate le critiche internazionali alle due condanne a morte: il Ministero degli Esteri francese e l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani delle Nazioni Unite tra gli altri.

(ilsussidiario.net, 6 giugno 2010)

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Israele: il pil 2010 crescera' del 3, 6%

TEL AVIV - Il Pil dell'Israele salira' al 3,6% nel 2010, al 3,8% nel 2011, al 4% nel 2012 grazie ai consumi e all'export. Lo ha reso noto il MInistro delle finanze Yuval Steinitz, aggiungendo che l'inflazione dovrebbe attestarsi al 2,4% per quest'anno e al 2% per il 2011 e il 2012. La disoccupazione invece dovrebbe scendere al 7,3% quest'anno, e ancora al 6,8% nel 2011 e al 6,4% nel 2012.

(AGI, 6 giugno 2010)

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"Go back to Auschwitz"

Ugo Volli
Piccola riflessione ad uso di quanti si interrogano ancora sul perché gli ebrei italiani, tradizionalmente progressisti, si siano spostati a destra.
Vi è stata nei giorni scorsi una correlazione quasi matematica fra la collocazione politica dei giornali e dei politici e il loro atteggiamento rispetto all'azione dei teppisti che si sono organizzati militarmente sulla nave turca Marmara per provocare il massimo dei tumulti al momento del preventivato blocco israeliano. Tanto più a sinistra era schierato un giornale o un politico dichiarante, tanto più facilmente si è bevuto la propaganda islamista, tanto più si è rifiutato di riconoscere i fatti anche di fronte ai video più eloquenti, tanto più si è indignato, ha condannato Israele, ne ha profetizzato la vicina scomparsa allineandosi ad Ahmadinejad, tanto più ha infine accostato la condanna a Israele a quella degli ebrei, trovando del tutto naturale andare a manifestare al ghetto di Roma e alle sinagoghe nel resto d'Italia.
Ma anche le parti più istituzionali e "riformiste" dello schieramento di sinistra hanno pensato bene di manifestare davanti all'ambasciata israeliana. Gira in rete un video in cui una dirigente sindacale si riferisce a Israele dicendo "quei bastardi" e poi dice "magari mi prenderanno per razzista".
Eh già... Solo le destre più estreme e semiclandestine, le schegge neonaziste vere e proprie, hanno avuto riflessi condizionati anti-israeliani pari a quelli della sinistra.
Con le opportune differenze questa stessa proporzione vale anche nel mondo ebraico, con gli ebrei di estrema sinistra del tutto allineati alla propaganda anti-israeliana dei loro compagni, quelli di sinistra un po' meno estrema dolenti e scandalizzati, spesso profetizzanti la fine di Israele per mano della sua improvvida classe dirigente.
Ammettiamo pure che in questo gioco di opinioni e dichiarazioni tutti siano stati sinceri e abbiano semplicemente reagito per come capivano quel che fosse successo, cioè per come interpretavano le informazioni disponibili a tutti, evitiamo cioè di pensare a calcoli politici o malafede. Come si spiega questo fatto? E' forse necessario applicare qui un vecchio principio dell'ermeneutica: ogni giudizio viene formulato applicando a ciò che si conosce, quel che già si crede, si vuole, si sa (o si crede di sapere). L'orizzonte delle aspettative e delle credenze dell'interprete contribuisce insieme ai fatti a determinare la sua interpretazione. Anzi, i fatti stessi vengono percepiti a seconda del proprio orizzonte interpretativo.
Dunque, se tutta la sinistra ha visto nella faticosa e rischiosa azione del commando israeliano per prendere il controllo di una spedizione mirante a dar mano libera ad Hamas nient'altro che "un'aggressione", "un arrembaggio", "una strage", "un crimine", "un assassinio" eccetera eccetera, e se non ha visto invece la dimensione aggressiva non solo dei teppisti che accoglievano a sprangate i soldati israeliani scesi sulla nave quasi disarmati per evitare incidenti, ma del sostegno ad Hamas - questo mostra che il suo orizzonte di attesa nei confronti di Israele è del tutto negativo, che essa pensa davvero che si tratti di "uno stato canaglia", come ha scritto "Liberazione" (sempre con le diverse nuances fra destra e sinistra, fra sinistra ebraica e sinistra politica generale).
Solo un'antipatia e una sfiducia radicata per Israele e in prospettiva per tutto l'ebraismo possono spiegare queste reazioni. Chiamatelo se volete "solo" antisionismo o prendete atto che si tratta di un sia pur tendenziale antisemitismo. Resta il fatto che la sinistra, quasi tutta la sinistra, con solo qualche differenza di accento, ce l'ha se non proprio con gli ebrei, con qualcosa cui gli ebrei tengono moltissimo e con cui si identificano. Che essa considera con antipatia il nostro sogno secolare di realizzare il carattere di popolo attraverso uno stato, dunque un territorio legato da sempre alla nostra identità. Che pensa che la nostra terra sia "rubata", come si esprime anche qualche ebreo (di estrema sinistra). Che ritiene "un errore", "una provocazione al mondo arabo", l'esistenza dello Stato di Israele.
Gli ebrei di sinistra, almeno quelli moderati, cercano nei limiti del possibile di suggerire faticosi distinguo e complesse forme di mediazione. Preferiscono pensare che col ritorno ai confini del '49, intorno a cui sono nate tante guerre e terrorismo, la situazione miracolosamente si acquieterà. Ma la loro parte politica, con tutta evidenza, non li ascolta, dalla base al vertice ha interiorizzato il proprio pregiudizio su Israele, la sua classe dirigente, la sua cultura e in definitiva sull'ebraismo, salvo un minimo velo di ritegno verbale su quest'ultimo punto - forse per via di un "credito" accumulato ad Auschwitz, che come ha scritto una lettera incredibilmente pubblicata sull'Unità "è in via di esaurimento". All'azzeramento del conto, immagino, saremo tutti invitati a "tornare ad Auschwitz", come si è espresso gentilmente un radiotrasmittente della flottiglia.


Nessuna meraviglia, dunque, se sono cordialmente ricambiati.i

(Notiziario Ucei, 6 giugno 2010)

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Sinodo, si ponga fine all'occupazione dei territori palestinesi

CITTA' DEL VATICANO, 6 giu. - ''L'occupazione israeliana dei territori Palestinesi rende difficile la vita quotidiana per la liberta' di movimento, l'economia e la vita sociale e religiosa (accesso ai Luoghi Santi, condizionato da permessi militari accordati agli uni e rifiutati agli altri, per ragioni di sicurezza)''. E' quanto si legge nell'Instrumentum laboris, il documento di base del sinodo straordinario per il Medio Oriente che il Papa ha consegnato oggi a vescovi e patriarchi delle chiese mediorientali. Quindi si aggiunge: ''Inoltre, alcuni gruppi fondamentalisti cristiani giustificano, basandosi sulle Sacre Scritture, l'ingiustizia politica imposta ai palestinesi, il che rende ancor piu' delicata la posizione dei cristiani arabi''.

(Adnkronos, 6 giugno 2010)


Non è soltanto la sinistra ad essere intimamente anti-israeliana. Le anime belle, anche tra gli ebrei, che si commuovono per ogni apertura di questo teologico Papa al rispettoso colloquio con i “fratelli maggiori” ebrei, farebbero bene a rendersi conto che il Vaticano aspetta soltanto il momento di potersi rallegrare della sparizione del fastidioso Stato ebraico da quella terra che si rifiuta di chiamare Eretz Israel. Ci onoriamo di appartenere a quei “gruppi fondamentalisti cristiani” che giustificano, “basandosi sulle Sacre Scritture”, l’esistenza dello Stato ebraico sulla sua terra e denunciano la falsa cristianità che si associa all’ingiustizia menzognera commessa continuamente contro Israele. M.C.

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Su un giornale turco le foto dei militari israeliani feriti dagli attivisti sulla Mavi Marmara

Le foto si riferiscono ai drammatici momenti in cui i militari israeliani vengono condotti all'interno della nave Mavi Marmara, dopo essere stati feriti dagli attivisti filopalestinesi.

ROMA, 6-06-2010 - Il giornale turco Hurriyet pubblica oggi una serie di drammatiche fotografie che mostrano alcuni militari israeliani feriti, nei minuti successivi all'inizio del blitz di lunedi' sulla nave Mavi Marmara, diretta a Gaza.
Le foto i riferiscono ai momenti in cui i militari israeliani vengono condotti all'interno della nave passeggeri, dopo essere stati feriti dagli attivisti filopalestinesi.
In una foto, pubblicata in prima pagina, si vede un soldato israeliano che si tiene la nuca con una mano, con il volto insanguinato. In un'altra si vede lo stesso soldato proteggersi il naso mentre viene scaraventato dalle scale. Le foto mostrano, fra l'altro, un soldato sdraiato a terra che tenta di proteggersi il volto, circondato dai sei persone, e due attivisti che aspettano gli israeliani dietro una porta con sbarre di ferro in mano.

Link alla galleria
Secondo le ricostruzioni condotte dai vertici militari risulta che almeno tre soldati israeliani si sono trovati di fatto prigionieri nella nave Mavi Marmara per diversi minuti, fino a quando i loro compagni sono riusciti a rintracciarli e a liberarli.
Le foto sono state recuperate dalla memo memory card di un'attivista dell'organizzazione islamista turca IHH, che aveva organizzato la missione.
Le foto sono state pubblicate da Hurriyet, uno dei principali quotidiani turchi, con il titolo "Le lacrime del commando". Il quotidiano afferma che gli israeliani avevano tentato di censurare le foto "per evitare danni all'immagine dei soldati", ma l'esercito israeliano ha espresso soddisfazione per la pubblicazione delle immagini, sottolineando che sostengono la propria versione dei fatti sul raid del 31 maggio in cui morirono nove attivisti turchi.
Secondo il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu gli attivisti turchi che hanno aggredito i soldati "si erano organizzati ed equipaggiati separatamente dagli altri e sono saliti sulla nave in un modo che gli ha permesso di superare il controllo di sicurezza".

(RaiNews24, 6 giugno 2010)

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I «pacifisti» italiani sulla nave? Antisemiti che negano l'Olocausto

di Roberto Fabbri

Angela Lano, che su «Repubblica» ha accusato Israele per il blitz, collabora con un sito che definisce De Benedetti «l'ebreo sionista».

Pacifisti? Opinabile. Antisemiti? Piuttosto difficile negarlo, anche se si industriano in tal senso con prose contorte sul web. Una visita al sito di TerraSantaLibera è comunque assai istruttiva. Può servire, ad esempio, a meglio comprendere chi sia la signora Angela Lano, sedicente pacifista che si trovava a bordo della nave turca «Mavi Marmara» presa d'assalto una settimana fa dagli incursori israeliani. O l'altro militante Giuseppe Fallisi.
La signora Lano, direttore dell'agenzia di stampa Infopal.it, è collaboratrice, come Fallisi, di TerraSantaLibera. Infopal.it non fa grandi sforzi per apparire imparziale rispetto alla questione palestinese: per loro ci sono dei cattivi assoluti (Israele) e delle vittime innocenti per definizione (i palestinesi). I loro collegamenti con Hamas, che ovviamente non considera un'organizzazione terroristica, sono documentati. Meno spesso si parla dei toni di odio antisemita che Infopal utilizza, e che come riporta il Foglio hanno spinto un personaggio come Mariano Mingarelli, leader di lungo corso della militanza filopalestinese in Italia, a prendere le distanze dalla Lano. Annunciando la propria rottura con Infopal, Mingarelli ha detto riferendosi alla sua direttrice: «Non voglio certi nomi accanto al mio». Stessa scelta hanno fatto gli antisionisti della rete Ebrei contro l'Occupazione.
Ma TerraSantaLibera.org merita sul serio una visita. Non tanto per gli insulti che vi si rivolgono al Giornale, pure interessanti. Piuttosto perché vi si trovano perle di antisemitismo davvero rare. Un sito sul quale Carlo De Benedetti, che sulla Repubblica ha appena ospitato un lungo articolo-reportage a firma Lano, viene qualificato di «ebreo sionista» o anche definito, con inconfondibile stile nazistoide, «l'ebreo De Benedetti». Un sito nel quale aleggia un clima negazionista dell'Olocausto e sul quale si rinvengono inviti a «investigare sull'11 Settembre» (il sottinteso rimanda alla leggenda del complotto ebraico), interviste e brani firmati da noti negazionisti come Roger Garaudy e Robert Faurisson. Dove si sostiene che l'Italia «è in mano ai più fedeli camerieri di Sion».
Ma non è tutto. Su TerraSantaLibera, che pretende di ispirarsi alla dottrina cattolica, il più celebre falso d'ispirazione antisemita della Storia viene soavemente definito «i cosiddetti falsi Protocolli di Sion» e l'ignobile opera complimentata per la sua «lungimirante lucidità». Vi si possono scaricare saggi negazionisti dei francesi Paul Rassinier e Serge Thion (quest'ultimo cacciato per attività antisemite dal Cnr francese). Appellandosi alla libertà di espressione garantita dalla Costituzione vi vengono ospitati appelli alla cacciata dei «luterani-sodomiti» da una chiesa veronese loro concessa in uso dal vescovo locale. Non mancano le preghiere «per i perfidi giudei» (evidentemente ignorando che il Papa è stato di recente nella sinagoga romana in visita di amicizia) e la pubblicità di irrinunciabili testi come «Dal giudaismo rabbinico al giudeo-americanismo - il problema dell'ora presente» di un certo don Nitoglia e «Il martirio di padre Tommaso per mano giudaica», scritto nel 1896 ma evidentemente considerato di stretta attualità. Presente anche una "spiritosa" immagine di Gianfranco Fini e Gianni Alemanno con zucchetto ebraico in testa e il commento-didascalia «Piccoli neo-convertiti crescono e diventano rabbini».
Gli affezionati del genere possono delibarsi lo statuto di Hamas, dove si proclama la guerra santa contro gli ebrei usurpatori della Palestina. O apprezzare il testo integrale del discorso sull'assalto israeliano alla «Flottiglia della Libertà» del nuovo eroe di TerraSantaLibera, il premier turco Recep Tayyip Erdogan, che ha finalmente mondato il suo Paese da un'imbarazzante alleanza con Israele. Ma il sito cui collabora la "pacifista" Lano non se ne accontenta e va oltre: se Erdogan dice «Israele Stato terrorista», «noi aggiungiamo Stato canaglia».
La pacifista Lano, che ha firmato un appello in cui lo sterminio di sei milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale viene definito «cosiddetto olocausto», collabora coerentemente anche con la radio di Stato iraniana Irib, il cui corrispondente da Roma Hamid Masoumi Nejad è stato arrestato e posto sotto indagine per traffico d'armi tra l'Italia e l'Iran. È appena il caso di ricordare che l'Irib è il potente altoparlante del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, che un giorno sì e l'altro pure ricorda al mondo che l'Olocausto se lo sono inventato gli ebrei e che Israele farà presto la brutta fine che si merita.
Dimenticavamo. Sulla «Mavi Marmara» c'era anche Mohammad Hannoun, attivista palestinese con casa a Genova dove presiede un'associazione «benefica» di solidarietà al popolo di Palestina. Fedele amico di Angela Lano e suo collaboratore su Infopal, Hannoun raccoglie fondi per Gaza che arrivano «anche a figli di terroristi suicidi». Ha detto al magistrato che «sono orfani come gli altri», il tenerone.

(il Giornale, 6 giugno 2010)

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"Hamas non è gruppo terroristico"

Premier turco: "Difendono la loro terra"

Il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha sostenuto che Hamas, il movimento islamico palestinese che controlla la Striscia di Gaza, non è un gruppo terroristico. "I combattenti della resistenza di Hamas - ha spiegato - si battono per difendere la loro terra. E hanno vinto le elezioni". Erdogan ha sottolineato di aver detto da tempo agli americani di non considerare Hamas un gruppo di terroristi: "E oggi continuo a pensare la stessa cosa".

(TGCOM.it, 6 giugno 2010)

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Stampa di Israele: Erdogan è l'Ahmadinejad n.2

"Il piromane" titola a tutta pagina il quotidiano Maariv

TEL AVIV - "Il piromane": con questo titolo a tutta pagina il quotidiano Maariv riferisce della asserita intenzione del premier Recep Tayyp Erdogan di forzare il blocco israeliano a Gaza a bordo di una nuova flottiglia con aiuti umanitari, scortata da navi da guerra della Turchia. Maariv cita una fonte politica israeliana secondo cui ormai "Erdogan è l'Ahmadinejad n.2 ".
Il giornale sostiene che il progetto del premier turco è di "entrare nella Storia come colui il quale è riuscito a rinnovare i fasti dell'Impero turco. E' triste constatare - aggiunge il giornale israeliano - che voglia realizzare questi progetti a spese nostre". Yediot Ahronot rivela che a bordo della nave-passeggeri turca Marmara erano installate apparecchiature elettroniche molto sofisticate "di un tipo in dotazione solo a grandi organizzazioni di intelligence".
Il giornale ne deduce che il governo di Ankara era coinvolto direttamente nella organizzazione della missione a cui, secondo Israele, hanno preso parte decine di estremisti islamici addestrati alle arti marziali, ben equipaggiati ed organizzati gerarchicamente. Nella sua analisi Yediot Ahronot ritiene che la radicalizzazione della Turchia è una conseguenza del declino regionale degli Stati Uniti e della politica del presidente Barack Obama di graduale distanziamento da Israele.

(ANSA, 6 giugno 2010)

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Portuali svedesi decidono blocco navi e merci Israele

L'azione durerà più di una settimana, dal 15 al 24 giugno

STOCCOLMA, 5 giu. - I lavoratori portuali svedesi hanno deciso di dare il via a un'azione di boicottaggio di Israele, impedendo l'ingresso nei porti delle navi e delle merci israeliane. Lo ha detto Peter Annerback, portavoce dell'organizzazione sindacale Swedish Port Workers Union che conta 1500 membri. Il blocco nei confronti di Israele durerà più di una settimana, dal 15 al 24 giugno.

(Apcom, 5 giugno 2010)

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Khamenei: Israele si sta avvicinando al suo destino finale

Khamenei
Teheran Il ventunesimo anniversario della morte dell'ayatollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica in Iran, ha fornito ai dirigenti della teocrazia tuttora al potere a Teheran l'occasione di aggredire verbalmente i loro nemici interni ed esterni. La Guida suprema iraniana, ayatollah Khamenei, successore di Khomeini, parlando davanti a una grande folla, si è dedicato a Israele. L'anziano e ormai fragile leader religioso ha sostenuto che lo Stato ebraico si sta avvicinando «al suo destino finale, ossia la sua caduta e sparizione». Khamenei ha inoltre ricordato le parole dello stesso Khomeini, secondo le quali Israele è «un tumore canceroso». Il recente attacco contro la flottiglia che portava aiuti a Gaza, ha aggiunto, conferma «la natura barbarica dei sionisti».
Il presidente Mahmud Ahmadinejad ha invece rivolto i suoi strali prevalentemente all'opposizione interna, protagonista per quasi un anno (dopo le contestatissime elezioni presidenziali "vinte" dallo stesso Ahmadinejad il 12 giugno 2009) di una rivolta contro la leadership integralista che ha portato l'Iran sull'orlo della guerra civile. Il capo dello Stato ha accusato i riformisti di fiancheggiare «i peggiori nemici» della Repubblica islamica e dell'ayatollah Khomeini. «Sarete eliminati» dal popolo, ha minacciato il presidente iraniano, davanti all'enorme folla riunita al mausoleo dell'ayatollah Khomeini, a sud di Teheran. Oggetto diretto di tali minacce è stato ieri Hassan Khomeini, nipote del defunto leader, di cui sono note le simpatie per i riformisti e il cui discorso è stato disturbato con slogan minacciosi che l'hanno costretto a lasciare il palco.
E mentre i suoi sostenitori, la parte più integralista della base politica del regime, urlavano i soliti slogan («Morte all'America, morte a Israele, Allah è grande») Ahmadinejad è tornato a difendere l'esito delle elezioni di un anno fa, contestate dall'opposizione: «Sono state libere al cento per cento, il governo iraniano è il più democratico al mondo e lo scorso anno ne abbiamo avuto la dimostrazione», ha detto. Il presidente iraniano ha colto l'occasione per lanciare un nuovo messaggio all'Occidente sul programma nucleare di Teheran: «Difenderemo i diritti della nostra nazione, anche se dovessero arrivare nuove sanzioni» da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, ha assicurato.

(il Giornale, 5 giugno 2010)

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Se sposi una donna israeliana l'Egitto ti toglie la nazionalità

Lo ha stabilito l'Alta corte egiziana. Gli uomini coinvolti potrebbero essere circa trentamila

Via la nazionalità egiziana se sposi una donna israeliana. Lo ha stabilito l'alta corte egiziana, confermando il verdetto di primo grado emesso nel maggio dello scorso anno. E ora la sentenza dei giudici potrebbe toccare circa trentamila uomini. All'origine della decisione c'è l'avvocato Nabih el Wahsh, che si è rivolto al Consiglio di Stato sostenendo la necessità di togliere la nazionalità agli egiziani sposati a donne israeliane. «La maggioranza sono sposati a israeliane considerate sioniste e solo un dieci per cento di loro è sposato con un'araba israeliana», ha affermato. Secondo El Wahsh la legge egiziana proibisce il matrimonio fra egiziani e «persone considerate sioniste» e anche ai figli di queste coppie miste andrebbe, a suo giudizio, impedito di svolgere il servizio militare. L'alta corte egiziana ha stabilito che starà al ministro dell'Interno chiedere al consiglio dei ministri di adottare le misure necessarie, anche nei confronti dei figli della coppia mista.
I ministri degli Esteri e dell'Interno avevano fatto ricorso contro la sentenza di primo grado, sostenendo che una decisione di questa portata deve essere presa in sede parlamentare e non giudiziaria. L'Egitto è stato il primo paese arabo a firmare un accordo di pace con Israele nel 1979.

(il Giornale, 5 giugno 2010)

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Gli ebrei devono tornare in Germania. Scandalo in Usa

Gli ebrei "se ne devono andare dalla Palestina" e tornare in Germania e Polonia. E' la frase shock pronunciata, in un video che circola su YouTube, da Helen Thomas, la decana dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca che ad agosto compirà 90 anni, una frase che sta provocando un'accesa polemica proprio pochi giorni dopo che l'attacco delle forze israeliane contro la nave degli attivisti diretti a Gaza, in cui nove persone sono rimaste uccise, ha provocato l'annullamento dell'incontro tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu.
Di fronte alle proteste del rabbino David Nesenoff, che ha scoperto il video su YouTube e l'ha rilanciato sul suo RabbiLive.com, e molti altri siti, in maggioranza necon, la Thomas si è scusata e rammaricata per la frase pronunciata, spiegando che il video era stato girato per scherzo durante la Jewish Heritage Celebration alla Casa Bianca.
Scuse che però non sembrano essere sufficienti per Ari Fleischer, l'ex portavoce di George Bush che, in una dichiarazione riportata all'Huffington Post, sottolinea di aver avuto modo di stringere un rapporto di amicizia con la Thomas quando la incontrava ogni giorno per i briefing alla Casa Bianca. "Dovrebbe perdere il suo lavoro, come ebreo, e come persona che ha lavorato con lei e la stimava, sono sconvolto - ha detto Fleischer - quello che chiede è una pulizia religiosa".
"Come può Hearst difenderla, se un giornalista avesse detto la stessa cosa dei neri o degli ispanici sarebbe stato già licenziato" ha aggiunto l'ex portavoce, riferendosi all'editore dei giornali per cui ora la Thomas scrive editoriali, dopo essere stata per 46 anni corrispondente e capo dell'ufficio di Washington dell'agenzia Upi. Prima donna ad entrare nell'esclusivo club del White House Correspondent Association, la Thomas ha seguito così tutti i presidenti americani dai tempi di John Kennedy.
E nel briefing del portavoce di Obama il giorno dell'attacco israeliano alla 'Flotilla', la giornalista aveva incalzato Robert Gibbs con una serie di domande chiedendo come l'amministrazione potesse ancora sostenere il blocco di Gaza e il trattamento dei palestinesi da parte del governo israeliano.

(Expoitalyonline, 5 giugno 2010)

Video

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Antisemitismo: minacciati di morte studenti ebrei

PARIGI - Cinque ragazzi con la kippà - il copricapo ebraico - sono stati avvicinati ieri vicino a Parigi da alcune persone che li hanno minacciati di morte con un coltello. Due uomini sono stati fermati e il rabbino di Ris, la località dove è avvenuto l'episodio, ha chiesto più vigilanza alla polizia.
I ragazzi, che frequentano la scuola ebraica dei Lubavich a Brunoy, nella periferia est della capitale, stavano tornando a casa dopo le preghiere dello shabbat quando sono stati avvicinati sul marciapiedi della stazione da due passanti che hanno più volte gridato il nome di "Fofana", il capo della "gang dei barbari" che nel 2006 rapì e uccise uno studente ebreo a Parigi, Ilan Halimi.
Ieri sera due persone di 25 e 30 anni sono state poste in stato di fermo per le minacce, avvenute sullo sfondo di tensioni per gli avvenimenti in Medio Oriente, in particolare l'abbordaggio della flottiglia per Gaza.

(Ticinonline, 5 giugno 2010)

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L'analisi - Ripensare l'adesione turca all'Unione Europea

di Livio Caputo

C'è chi dice che l'Occidente non può permettersi di perdere la Turchia e perfino chi sostiene che la vistosa deriva «mediorientale» del governo turco, sotto la guida del partito islamista Akp, è colpa dell'Unione Europea, perché trascina troppo in lungo i negoziati per l'adesione di Ankara. Ma, analizzando gli ultimi avvenimenti, è forse il caso di rovesciare il problema: ha un senso insistere con queste trattative, con la prospettiva di prendersi «in casa» un Paese musulmano di 75 milioni di abitanti che sta gradualmente ripudiando le sue radici laiche, decapitando con un processo-farsa il vecchio establishment kemalista e adottando una politica estera in contrasto con i nostri interessi? È chiaro che in questo momento una rottura non farebbe che aggravare le tensioni e che perciò è meglio proseguire con lo stanco rituale che si trascina a Bruxelles ormai da cinque anni. Sarà tuttavia opportuno che chi dovrà prendere la decisione finale tenga bene a mente quello che sta succedendo in questi giorni: Ankara che prima avalla e incoraggia una spedizione di pseudopacifisti decisi a forzare il blocco navale di Gaza e, dopo il suo tragico epilogo, dichiara, prima ancora che sia stata accertata la sequenza dei fatti, che «Israele deve essere punito per questo atto di terrorismo di Stato» (il premier Erdogan), che «la Turchia non perdonerà mai questo attacco» (il presidente Gül); Ankara che accoglie come eroi i reduci dalla spedizione, con migliaia di persone in piazza che urlano (in arabo!) «Allah è grande», «Morte a Israele» e «Siamo tutti palestinesi» e i parenti dei caduti che non esitano a dichiarare che tutti aspiravano in realtà a diventare martiri; Ankara, infine, che sempre per bocca del suo primo ministro proclama - contrariamente alla posizione ufficiale di Ue e Stati Uniti - che «Hamas non è una organizzazione terroristica».
Ma non è solo per questo che Erdogan, da premier di un Paese che nei sogni dell'Europa doveva fare da ponte con il mondo islamico, si è trasformato in un eroe della piazza araba. Da quando, in seguito alla spedizione punitiva israeliana contro Gaza, fu protagonista di un clamoroso litigio pubblico con il presidente Peres, il premier turco ha praticamente rotto con l'ex alleato israeliano e preso iniziative incompatibili con una (sia pure ipotetica) appartenenza alla Ue: ha stabilito una specie di asse con Damasco e Teheran, ha offerto insieme con il brasiliano Lula una «soluzione» al problema dell'atomica iraniana che fa il gioco di Ahmadinejad e si oppone a nuove sanzioni contro il regime degli ayatollah. Intanto, sul fronte interno dà sempre più spazio alle forze islamiche, con il risultato di cambiare l'atmosfera tollerante del Paese. L'assassino del vescovo Padovese avrà anche impugnato il coltello perché ha avuto delle visioni, ma forse queste visioni non ci sarebbero state se la Turchia fosse rimasta quella di cinque anni fa.

(il Giornale, 5 giugno 2010)

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La nave Marmara alla marina di Israele: “Tornate ad Auschwitz”

TEL AVIV - "Tornate ad Auschwitz": questa la risposta lanciata via radio dalla nave passeggeri turca Marmara quando nella notte di domenica la marina israeliana ha cercato di indurla a desistere dal suo intento di raggiungere Gaza.
Lo ha riferito la televisione israeliana di Stato, sulla base di una registrazione delle comunicazioni radio ottenuta dal portavoce militare e pubblicata su Youtube. In seguito ad un nuovo appello della marina israeliana a cambiare la rotta, l'uomo che era all'apparecchio radio della Marmara ha detto: "Noi aiutiamo gli arabi a combattere contro gli americani. Non dimenticate l'11 settembre".


Sulla base di informazioni di intelligence, la televisione di Stato ha aggiunto che a bordo della Marmara c'erano attivisti di Hamas, di al Qaida e dei movimenti internazionali della Jihad (guerra santa islamica). L'emittente ha fatto in merito due nomi: Adam Sakuz e Talal Albo. Il primo è stato presentato come guardia del corpo del leader della Ong turca Ihh, Bulent Yildirim. Sakuz, secondo la televisione israeliana, mantiene contatti con al Qaida ed è salito sulla Marmara fingendosi giornalista. Albo, ha aggiunto, è un esponente di Hamas. Israele è stata "costretta" a rimettere in libertà questi ed altri passeggeri della Marmara sospettati di contatti con il terrorismo internazionale in seguito ad una richiesta perentoria ed ultimativa del governo di Ankara.

(ANSA, 4 giugno 2010)

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Leader islamico turco: un errore portare aiuti a Gaza senza l’ok di Israele

ANKARA, 4 giu. - Una voce, in Turchia, si scaglia contro la Mavi Marmara, la nave turca che trasportava aiuti umanitari a Gaza e che lunedi' mattina e' stata assaltata dalla Marina israeliana. E' quella di Fethullah Gulen, leader di uno dei piu' influenti movimenti islamici in Turchia, che ha criticato la decisione di trasportare beni per la popolazione di Gaza senza il consenso di Israele. Citato da 'The Wall Street Journal', Gulen ha detto che ''quello che ho visto non era bello. Era orribile''. Secondo Gulen, il fatto che gli organizzatori della 'Freedom Flotilla' non abbiano trovato un accordo con Israele prima di trasportare gli aiuti ''e' un segno di sfida nei confronti delle autorita' e non portera' risultati fruttuosi''.

(Adnkronos, 4 giugno 2010)

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Una risposta all'incidente della flottiglia di Gaza

E' possibile. purtroppo. che anche molti cristiani, ivi compresi i cristiani evangelici, siano rimasti turbati dalle notizie sui fatti di Gaza del 31 maggio scorso, e siano portati anche loro a scuotere il capo davanti alla "violenza" di Israele. Gli ebrei credenti in Cristo che in Israele condividono con convinzione le sorti dello Stato ebraico in cui vivono hanno certamente qualcosa da dire sull'argomento, e noi della "diaspora cristiana" faremmo bene a tenerne conto. Traduciamo qui una lettera circolare di un pastore evangelico di una comunità messianica di Tel Aviv, insieme a quella di sua moglie. I fatti narrati e la loro interpretazione non sono nuovi, ma per qualcuno forse risulteranno più convincenti. Omettiamo nomi e dati di riconoscimento perché le lettere sono rivolte a precisi credenti in Cristo e non hanno intenzione di fare pubblicità. M.C.


Lettera del pastore di Tel Aviv

Caro amico,
    a seguito dell'incredibile quantità di stampa negativa che Israele ha ricevuto dai media, ci sentiamo obbligati a scriverti qualcosa dai nostri cuori per far capire come vediamo svolgersi gli eventi da questa parte del mondo. Se tu ami e sostieni Israele, capiamo che puoi sentirti confuso dalle accuse contro Israele e chiederti se c'è qualche verita in quelle orribili storie. Ha davvero Israele iniziato una non provocata violenza contro un pacifico tentativo di portare aiuti umanitari a Gaza? I media sono stati veloci a diffondere questi titoli in tutto il mondo, ma tutto questo è molto lontano dalla verità!
    E' in corso un legale, legittimo blocco navale della costa di Gaza. E' stato imposto con l'accordo dell'Egitto quando il regime terroristico di Hamas ha preso il potere a Gaza. Il regime di Hamas ha ripetutamente bombardato obiettivi civili in Israele con armi che sono state contrabbandate a Gaza via mare.
    «Se fosse concesso alle navi di arrivare senza ispezione a Gaza, come gli organizzatori della flottiglia avevano preteso, niente potrebbe impedire all'Iran di inviare armi di alto livello a Hamas in Gaza», ha detto Benyamin Netanyahu, Primo Ministro d'Israele.
    Fin dall'inizio di questa storia gli attivisti di "pace" avevano la ferma intenzione di forzare il blocco. Migliaia di tonnellate di aiuti umanitari sono trasportati ogni settimana da Israele a Gaza via terra tramite legittime organizzazioni di soccorso come le Nazioni Unite e la Croce Rossa. Israele ha offerto di trasportare questi aiuti attraverso l'usuale via di terra dopo le normali ispezioni per verificare la presenza di armi. Gli organizzatori hanno rifiutato di seguire questa via legale e hanno voluto forzare la mano a Israele ignorando tutti gli inviti a non forzare il blocco navale.
    Dopo che ripetuti avvertimenti verbali da parte delle forze israeliane sono stati respinti, le navi della marina israeliana hanno abbordato quelle della flottiglia per dirigerle verso un porto israeliano, ispezionare il cargo e poi trasportarlo a Gaza.
    La Marina era impreparata al livello di violenza che hanno dovuto subire nella prima nave turca, la "Mavi Marmara". «Ci eravamo preparati per un'operazione che avrebbe provocato una leggera resistenza», ha detto uno degli ufficiali, «non ci aspettavamo che i soldati sarebbero stati aggrediti da una turba armata di spranghe, coltelli e biglie di metallo». I soldati erano armati con manganelli di gomma per minimizzare male. Un altro ufficiale ha detto: «Pensavamo che ci sarebbe stata una violenza verbale e passiva, non come quella che abbiamo incontrato. Ogni uomo che veniva avanti ci voleva uccidere. Abbiamo dovuto affrontare terroristi che ci volevano morti, e noi abbiamo usato tutti i mezzi a nostra disposizione per impedire loro di colpirci».
    La verità è che è stato un attacco con motivazioni politiche, ma travestito da iniziativa umanitaria, fatto da persone che volevano portare danno a Israele. O con la violenza o con la propaganda.

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Lettera personale della moglie del pastore
    
Una lettera dal mio cuore,
    quando il commando della Marina è sceso sulla nave dall'elicottero, i terroristi sulla Marmara erano divisi in gruppi, erano organizzati e pronti all'attacco. Le autorità israeliane sono state prese di sorpresa dalla violenza di questo attacco. I militari non erano preparati ad essere aggrediti da una turba brutale.
    I nostri soldati israeliani erano molto limitati e prudenti, equipaggiati con manganelli di gomma per minimizzare il male. Avevano il permesso di usare le armi che avevano al fianco solo se la situazione fosse andata fuori controllo e le loro vite fossero state in pericolo. Il loro obiettivo era quello di disperdere contendenti, non di togliere la vita.
    Un giovane marinaio adesso ha il cervello danneggiato per i colpi violenti che ha ricevuto quando è sceso sulla nave; un altro è stato gettato fuori dalla coperta e poi pugnalato allo stomaco; un altro è stato gettato dalla coperta in mare; altri hanno riportato serie ferite dagli attacchi ricevuti. Erano marinai ben allenati, e gli attaccanti non erano innocenti civili, sapevano bene come attaccare i soldati.
    Questa non era una missione umanitaria - il motivo è sempre stato politico con intenzioni violente; hanno perfino rifiutato di consegnare un pacco a Gilad Shalit da parte dei suoi parenti. (Shalit è un soldato di 24 anni che è stato rapito a Gaza da Hamas quattro anni fa. Fino ad oggi Hamas ha rifiutato di farlo visitare dalla Croce Rossa).
    I terroristi uccisi avevano migliaia di dollari in contante e non avevano passaporto o carta d'idenntità. Si sospetta che siano in rapporto con organizzazioni affiliate alla Jihad Globale. Noti estremisti islamici sono stati identificati come passeggeeri della nave. Lo scopo di questa nave non era di portare aiuti umanitari alla gente di Gaza. (Agli organizzatori era stato detto che le merci sarebbero state consegnate a Gaza dopo i controlli sulla presenza di armi illegali).
    L'intenzione era quella di fare pressione sotto forma di progetto di aiuto umanitario alla gente di Gaza. Migliaia di tonnellate di cibo e altre merci sono trasportate ogni settimana a Gaza attraverso Israele.
    L'Onu ha condannato Israele. Il mondo ha mostrato la sua disapprovazione. La gente può dire: noi non odiamo gli ebrei, ma non ci piace Israele e la sua politica. Io vi dico che questo è antisemitismo profondamente radicato.
    Israele è una nazione sotto choc dopo aver sentito le menzogne che sono state dette su di lei da tutto il mondo. E' interessante che nessuno condanni i terroristi, i quali sapevano bene che Israele non poteva permettere di approdare a Gaza a causa del blocco, e quindi erano pronti ad attaccare ogni israeliano che avrebbe cercato di fermarli.
    Adesso sto indossando una T-Shirt della Marina Israeliana in onore dei nostri bravi soldati che hanno fatto il loro dovere abbordando una nave che attentava al diritto sovrano di Israele di proteggere le sue frontiere.
    Da dove ci verrà l'aiuto? L'aiuto di Israele viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra e dal nostro Messia Yeshua!
    Per favore, pregate per noi - la nazione di Israele ha bisogno delle vostre preghiere. Pregate per la protezione contro tutti coloro che vogliono venire contro di lei e per il suo popolo disperso in tutto il mondo.
«Perché il nostro combattimento non è contro sangue e carne ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti» (Efesini 6:12).


Sulla terra di Israele un'ebrea credente in Cristo ha detto: «I nostri soldati israeliani». Può essere un motivo di riflessione sia per ebrei, sia per gentili cristiani. Il combattimento spirituale che come credenti in Cristo noi non ebrei dobbiamo condurre è anche contro il "padre della menzogna" (Giovanni 8:44), che sull'argomento "Israele" sta sfoderando le sue armi più sofisticate: M.C.

(Notizie su Israele, 4 giugno 2010)


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Cristiani ed ebrei nel mirino dei fondamentalisti

Il Sottosegretario Pdl: il Governo italiano sta con le vittime

ROMA, 3 giu. - "Il Governo italiano con lungimirante coraggio sta dalla parte dei Cristiani e degli Ebrei, vittime del fanatismo, a differenza dei falsi pacifisti che, invece di preoccuparsi delle vittime, solidarizzano apertamente con i carnefici". Lo sottolinea il Sottosegretario Pdl alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, commentando l'omicidio di mons. Padovese in Turchia.
"Ancora una volta il fanatismo del fondamentalismo islamico - afferima Giovanardi- ha colpito chi vuole continuare a testimoniare, sia pur tra mille difficoltà, la libertà di religione nei Paesi musulmani. Alla strage di Cristiani in tanti Paesi del mondo, si affianca la lucida previsione di una distruzione di Israele che, come ai tempi del nazismo, viene apertamente e sfacciatamente proclamata come obiettivo da Stati come l'Iran e forze politiche come Hamas".

(Apcom, 3 giugno 2010)

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Militanti-pacifisti, non attivisti per la pace

di Zvi Mazel*

Come previsto, la provocazione realizzata dalle organizzazioni musulmane in collaborazione con i "pacifisti " ha avuto successo al di là delle loro intenzioni: ci sono state delle vittime .
Adesso possono ora continuare ad alzare il dito contro Israele ed incolparlo per tutto quanto accade.
Gli organizzatori della flotilla, un'organizzazione turca fanatica conosciuta con le iniziali IHH ed i suoi partner europei, avevano dichiarato ripetutamente ed esplicitamente prima di partire che il loro scopo era rompere l'assediamento di Gaza e creare fastidi a Israele.
I rifornimenti umanitari portati a bordo erano solo uno stratagemma per nascondere il vero obiettivo. Israele ha fatto di tutto per fermarli. Gli appelli alla Turchia sono stati ignorati, che ha quindi lasciato partire le navi dando loro tutta l'assistenza. Israele ha proposto di scaricare i rifornimenti umanitari nel porto di Ashdod, per inviarli poi via terra a Gaza attraverso i valichi aperti.
Israele inoltre ha chiesto "pacifisti " di consegnare una lettera al soldato Gilad Schalit , prigioniero di Hamas da quasi quattro anni.
Ma i militanti hanno risposto di non essere interessati a nessuna operazione umanitaria chiesta da Israele.
Volevano effettuare una offensiva Arabo-Europea di propaganda contro Israele per delegittimarlo, far crescere il suo isolamento e provocare una protesta internazionale.
Settimane prima che la flotilla si mettesse in marcia, i media arabi hanno cominciato a trasmettere per radio le immagini della preparazione, insieme a dichiarazioni aggressive dagli organizzatori e le abituali menzogne contro Israele. I governi europei ed i media non hanno reagito né hanno prestato attenzione agli avvertimenti che venivano da Israele.
Nessuna attenzione per il pericolo imminente, né alcun rapporto corretto sulla reale situazione a Gaza.
Eppure tutti sapevano del blocco, che è stato attuato a causa delle operazioni terroristiche effettuate da Hamas insieme al contrabbando di armi.
Inoltre si sa benissimo che non c'è crisi umanitaria a Gaza: Israele lascia ogni giorno passare dozzine, centinaia di camion carichi di rifornimenti.
Purtroppo siamo l'obiettivo di un'offensiva araba ed internazionale di una propaganda caratterizzata dal deliberato rifiuto verso Israele e tutto ciò che riguarda il nostro Paese.
E' il "politicamente corretto" nella sua espressione più rigida.
Gli organizzatori di questa cosiddetta operazione umanitaria hanno capito fin troppo bene che potevano contare, per realizzare con i loro piani , sull'appoggio dei media arabi ed europei.
Ed è quel che è accaduto. Questi "militanti pacifisti" hanno progettato con attenzione il loro agguato.
Dopo aver detto ripetutamente che avrebbero opposto soltanto resistenza passiva, hanno attaccato i soldati che si sono imbarcati sulla nave con pistole, sbarre di ferro e coltelli, ottenendo i risultati che si erano proposti.
In più, erano ben consapevoli del fatto che Israele intendeva condurre le navi al porto di Ashdod, consegnare i rifornimenti a Gaza e rimandare i partecipanti ai loro paesi d'origine.
Una soluzione che poteva essere accettabile da entrambe le le parti.
I militanti avrebbero ottenuto una vittoria morale mentre Israele avrebbe confermato la sua politica legittima di controllo su quel che entra nella striscia di Gaza.
Ma questo non è ciò che volevano i "militanti pacifisti" il cui l'odio verso Israele non conosce limiti. Hanno voluto causare danni, qualunque fosse il prezzo. Dopo tutto, l'attentato suicida è l'arma che sceglie il terrorista, e lo scopo giustifica i mezzi. Quale scelta ha Israele?
Doveva fermare la nave poiché nessuno sapeva con esattezza chi c'era e qual era il carico. Se avesse avuto il permesso di entrare, altre sarebbero arrivate, sicuramente con carichi di armi (e con a bordo terroristi) per congiungersi con Hamas, un'organizzazione terrorista che ha fatto della distruzione dello Stato ebraico il suo fine.
Fermare la nave era un diritto di Israele secondo il codice internazionale.
Dove erano tutte queste organizzazioni pacifiste con i loro militanti negli otto anni bei quali Hamas ha attaccato il sud d'Israele con migliaia di razzi?
Dove erano quando Schalit è stato rapito?
Dove erano quando Hamas ha preso il potere della striscia di Gaza in un sanguinoso colpo di stato?
Hanno protestato per i massacri che ha compiuto?
Hanno protestato quando i cosiddetti leader dell'opposizione sono stati gettati giù dai tetti degli edifici?
Hanno protestato quando altri capi sono stati eliminati con un colpo alla nuca ? Così stiamo ora affrontando una crisi diplomatica totale. La Turchia la userà pienamente per nuocere a Israele. Gli stati arabi - e l'Iran - getteranno benzina sul fuoco per spingere l'ONU a condannare Israele. L'Unione Europea, come di consueto, getterà la colpa su noi - e su noi solamente.
Ha già cominciato, ancor prima che l'intera faccenda sia stata chiarita nei particolari.
Non sarà facile per noi per due ragioni.
Il nostro governo non è stato adeguato nel preparare adeguatamente tutta l'informazione preventiva e non si è mosso con i media presentando le nostre ragioni con forza prima che il caso scoppiasse con la partenza della nave.
Non dimentichiamo che non possiamo aspettarci l'aiuto o anche solo l'assistenza di nessuno.
E' così che sono andate le cose.
Vengono in mente le parole della Bibbia, Numeri 23:9: "Il popolo si troverà da solo e non conterà nulla fra le nazioni"


* Zvi Mazel, già ambasciatore in Romania, Egitto e Svezia, membro del Jerusalem Center for Public Affairs. In Italia i suoi articoli sono pubblicati da Informazione Corretta.

(Informazione Corretta, 3 giugno 2010 - trad. Angelo Pezzana)

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Vergognoso l'assedio al Ghetto di Roma

Il vergognoso assedio al Ghetto di Roma da parte di gentaglia che al grido di "assassini" e "fascisti" ne ha terrorizzato gli abitanti, ha almeno un aspetto positivo: non si potrà più dire che una cosa è essere antisemiti, altra è essere contro Israele. Infatti a nessuno può sfuggire che il venditore di casalinghi o il negoziante di alimentari o il ristoratore del ghetto nulla hanno a che vedere con Israele e con i fatti del 31 maggio al largo di Gaza. Se non il fatto di appartenere alla stessa razza dei soldati che hanno compiuto l'assalto alle navi dei sedicenti pacifisti. Dunque di odio razziale si tratta. Di nient'altro.
Qui non si vuole discutere quei fatti - anche se chi scrive la pensa in questo stesso identico modo -, qui si vuole solo dimostrare che l'antisionismo che si dichiara fermamente antirazzista è in realtà un antisemitismo (che forse prima si poteva chiamare "strisciante", ma dopo quest'assalto al Ghetto non più).
E' un antisemitismo fatto di facili ironie e accondiscendenza nei confronti di espressioni di odio per gli ebrei, ma anche di vere e proprie forme di istigazione come le manifestazioni di piazza dove si bruciano bandiere israeliane o si espongono simboli e uniformi naziste. O dove si dà dell'assassino a innocenti romani che hanno il solo torto di andare a pregare in una sinagoga invece che in una chiesa cattolica.

(The Front Page, 3 giugno 2010)

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In un video un attivista invoca il martirio prima del blitz

GERUSALEMME - In un video, apparentemente girato sulla Mavi Marmara, uno degli attivisti si augura di diventare martire. Tsahal, l'esercito di Israele - secondo cui la nave turca diretta a Gaza e attaccata dall'esercito israeliano era controllata da un gruppo terroristico vicino ad al Qaeda - ha postato su Youtube il video in cui si vede uno dei passeggeri che dice: "Voglio essere uno shahid".

(AGI, 3 giugno 2010)



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"Volevano fare i martiri". In Turchia tutti sapevano

di Gian Micalessin

Nella sede dell'organizzazione a Istanbul non c'era sorpresa per l'esito tragico del blitz. Anzi, c'era un clima da «obiettivo raggiunto»

Ora è tutto chiaro. Ora anche l'ultimo tassello del trappolone costato la gogna internazionale ad Israele è evidente. Mentre in Israele l'intelligence indaga sull'identità di 50 misteriosi attivisti tutti senza documenti, ma tutti con in tasca qualche migliaio di dollari in biglietti dello stesso taglio, a Istanbul i giornalisti hanno già la risposta. Quei cinquanta uomini senza nome catturati a bordo dell'ammiraglia della spedizione per Gaza sono probabilmente - come le nove vittime dell'incidente (quattro dei quali turchi) - militanti islamici reclutati dall'organizzazione "umanitaria" turca Ihh (Insani Yardim Vakfi", - "Fondo di aiuto umanitario") proprietaria della nave ammiraglia e di due mercantili utilizzati per la spedizione su Gaza.
Un'organizzazione sospettata, come già scritto dal Giornale, di pesanti collusioni con Hamas e con i gruppi dell'internazionale jihadista. Un'organizzazione umanitaria pronta sin dalle prime ore a trasformare la tragedia in opportunità, come spiega al Giornale Menachem Genz, l'inviato del quotidiano israeliano Yediot Ahronot arrivato a Istanbul lunedì mattina. «Il clima nella sede dell'Ihh era surreale, nessuno sembrava sconvolto, nessuno si preoccupava, come sarebbe umano, di sapere chi e quanti fossero i morti... l'unico obbiettivo era usare al meglio l'opportunità mediatica, concedere interviste, ripetere gli stessi slogan e amplificare al massimo la portata dei fatti. Sembrava quasi un film... nulla succedeva per caso.... tutta quella gente recitava una parte studiata a lungo e preparata accuratamente». L'incontro con Isat Yilmanz, un militante dell'organizzazione convinto che suo fratello Ilyas fosse morto sulla nave, contribuisce a rafforzare l'impressione del giornalista. «Io gli chiedevo perché ne fosse così certo e lui continuava a spiegarmi che suo fratello era partito con la precisa intenzione di morire martire per la Palestina». Il racconto di Genz è confermato anche da altri parenti delle vittime turche, tutti concordi nello spiegare ai giornali locali che i loro cari «cercavano il martirio».
«Prima di imbarcarsi mi ha ripetuto più volte di voler diventare un martire, lo desiderava tanto», racconta al quotidiano Milliyet Sabir Ceylan, amico del 39enne Ali Haydar Bengi, proprietario di un negozio di cellulari di Diyarbakir inserito nell'elenco dei quattro morti turchi. «Aiutava gli oppressi. Da anni desiderava andare in Palestina e pregava Allah di farlo diventare un martire», conferma la moglie di Bengi rimasta sola con quattro figli. Anche Ali Ekber Yaratilmis, 55 anni, padre di cinque figli e volontario dell'Ihh, «desiderava da sempre una morte da martire», spiega al quotidiano Sabah l'amico Mehmet Faruk Cevher. Una terza vittima turca, il 61enne Ibrahim Bilgen, originario del sud est del Paese e militante di un partito legato al fondamentalismo islamico viene descritto dal cognato Nuri come «un uomo e un filantropo esemplare... il martirio gli si addiceva proprio... Allah gli ha concesso la morte che desiderava».
Sulla base di queste dichiarazioni riprese dai quotidiani turchi anche il mistero dei cinquanta uomini senza nome nelle mani degli israeliani risulta più chiaro. La somma di qualche migliaio di dollari in biglietti dallo stesso taglio trovata nelle tasche di ciascuno di loro era la ricompensa riconosciuta dall'Ihh alla punta di lancia della spedizione.
Una sorta di paga anticipata destinata a chi aveva il compito di mettere a repentaglio la propria vita per innescare una reazione israeliana e costringere i soldati di Tsahal ad aprire il fuoco. Quell'avanguardia "kamikaze" strutturata come la punta di lancia della spedizione aveva visori notturni per individuare i movimenti degli israeliani, giubbotti antiproiettile per sopravvivere alle prime fasi dello scontro, spranghe, biglie d'acciaio e coltelli per massacrare i soldati scesi sulle navi e indurre i loro colleghi ad aprire il fuoco per salvarli. Un film scritto in anticipo e trasformato in realtà all'alba di lunedì.

(il Giornale, 3 giugno 2010)

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Il nodo di Gaza - Fatti chiari, commenti distorti

di Federico Steinhaus, Consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Filmati, comunicati, precisazioni. Siamo inondati da tutto ciò, quando in realtà non ce ne dovrebbe essere bisogno, se solo i leader politici e militari d'Israele avessero anche, oltre alle capacità che il loro ruolo richiede, il senso dell'opportunità e la capacità di prevedere e prevenire l'ostilità spesso preconcetta che troppi media nutrono nei confronti di Israele.
Gli avvenimenti sono semplici e chiari: 1) una flottiglia enuncia di voler rompere il blocco navale di Gaza; 2) questo blocco navale è perfettamente in linea con il diritto internazionale ed è sostenuto anche dall'Egitto; 3) le intenzioni della flottiglia di pacifisti non sono umanitarie ma politiche, per loro stessa ammissione; 4) Israele si dichiara disposto a far pervenire a Gaza gli aiuti umanitari trasportati sulle navi via terra, ma i pacifisti rifiutano; 5) le forze israeliane tentano di fermare il convoglio di navi con mezzi di dissuasione, senza usare le armi; 6) i militari israeliani sono aggrediti da alcune decine di passeggeri (sul totale di 5/600) legati ad organizzazioni estremiste, devono difendersi e usano le armi. Purtroppo, alcuni passeggeri vengono uccisi, altri - insieme a diversi soldati israeliani - feriti.
La conseguenza di tutto ciò è l'indignazione unanime che scuote i media ed i governi, malgrado vi siano filmati che confermano in pieno la versione israeliana, e malgrado si sappia che a Gaza non esiste una crisi umanitaria ma solo politica, dato che quella regione della Palestina è governata da una organizzazione terroristica che non esita a massacrare barbaramente gli stessi palestinesi che non ne condividono la linea politica.
Eppure, contro ogni evidenza, le organizzazioni ed istituzioni ebraiche, gli ebrei stessi come individui, sono costretti a mettersi sulla difensiva a causa delle aggressioni verbali che potrebbero facilmente trasformarsi in fisiche, come la triste esperienza insegna. Guai difendere il diritto di Israele a esistere e ad agire come "qualsiasi" altro stato fa e farebbe senza suscitare una indignazione comparabile.
Il comunicato del Congresso Mondiale Ebraico che viene riportato qui di seguito è, fra tanti, uno dei pochi che si esprima a chiare lettere e che con coraggio (ci vuole coraggio a dire quel che si pensa, purtroppo) prenda le difese di Israele, indipendentemente dalla fondate accuse di stupidità e incapacità che piovono addosso al governo e ai comandi militari da tutti i commentatori israeliani.

(Notiziario Ucei, 3 giugno 2010)

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Il nodo di Gaza - La nota del Congresso Mondiale Ebraico

Il Congresso Mondiale Ebraico esprime sincero rammarico per la violenza e la perdita di vite umane durante il tentativo delle forse israeliane, il 31 maggio 2010, di assumere il controllo di una nave che aveva violato il blocco navale giuridicamente legittimo dirigendosi verso la Striscia di Gaza controllata da Hamas. Israele aveva più volte inviato avvertimenti nel tentativo di prevenire un conflitto. Non ha voluto né provocato un tale esito. Il Congresso Mondiale Ebraico simultaneamente deplora la corsa alla condanna di Israele nei media ed in larga parte della comunità internazionale prima ancora che tutti i fatti siano noti. E' noto, comunque, che gli organizzatori della cosiddetta "Freedom Flotilla" hanno deliberatamente cercato lo scontro con Israele. "Attivisti della pace" hanno attaccato soldati israeliani con sbarre di ferro ed altri strumenti potenzialmente letali incluse asce, coltelli e pistole, dando in tal modo avvio alla violenza.
E' anche deplorevole, pertanto, che molti media internazionali continuino a dipingere attivisti violenti come portatori di messaggi umanitari. Questa è stata una squadraccia di linciaggio ed è compito degli osservatori responsabili di dirlo con chiarezza. Uno dei principali gruppi sponsorizzanti che erano a bordo della nave era l'IHH (Fondo Internazionale di Aiuto) turco - un gruppo estremista i cui legami col terrorismo internazionale dell'islamismo radicale sono noti a molte agenzie di intelligence occidentali inclusa la CIA.
Il CME deplora anche che il più vasto contesto nel quale questa operazione è avvenuta è stato ampiamente ignorato da molti dei media che se ne occupano. Gaza è governata da Hamas - una organizzazione terroristica armata, finanziata e diretta dall'Iran, che ha per scopo la distruzione di Israele. La flottiglia aveva lo scopo di rafforzare il controllo di Hamas su Gaza con il pretesto di portare aiuti umanitari alla popolazione. Lo stato d'Israele ha agito entro i limiti del suo diritto internazionalmente sancito e della sua responsabilità morale mantenendo un blocco navale il cui scopo è di impedire che armi ed altri materiali illeciti arrivino a Hamas.
Malgrado i 12 mila razzi e colpi di mortaio che sono stati sparati su Israele dopo il ritiro unilaterale da Gaza nel 2005, Israele ha fatto arrivare a Gaza migliaia di tonnellate di aiuti umanitari. Fra i beni consegnati alla popolazione di Gaza solo nella settimana del 23 maggio erano inclusi 810.209 litri di gasolio per autotrasporti; 21 autocarri di latte in polvere ed alimenti per bambini; 897 tonnellate di gas per cucinare; 66 autocarri di frutta e verdura; 51 autocarri di frumento; 27 autocarri di carne, polli e prodotti ittici; 40 autocarri di latticini; 117 autocarri di cibo per animali; 36 autocarri di prodotti per l'igiene; 38 autocarri di vestiario; 22 autocarri di zucchero e 4 autocarri di medicinali. E questa è stata una settimana standard.
In aggiunta a ciò 781 pazienti e persone di accompagnamento della Striscia di Gaza sono entrati in Israele per ricevere cure adeguate in vari ospedali. Il CME deplora l'uso opportunistico di questa situazione da parte dell'Autorità Palestinese e dai suoi sostenitori per mettere in piedi un rinnovato attacco alla legittimità di Israele. Israele sta attualmente indagando su quanto è avvenuto. Osservatori responsabili dovrebbero evitare di fare dichiarazioni aggressive ed attendere fino a quando queste indagini saranno completate.

(Notiziario Ucei, 3 giugno 2010)

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Il vero terrorismo sono le bugie contro Israele

di Fiamma Nirenstein

Davvero è uno choc, come ha detto Ban Ki Moon, come hanno detto i governi che scandalizzati hanno richiamato gli ambasciatori, la Turchia, la Svezia, la Grecia, la Giordania, è uno choc, oh sì, come ha detto Hillary Clinton e come anche Tony Blair ha dichiarato. È un orrore come ha detto la ministro degli Esteri dell'Unione Europea la signora Ashton… è un grande scandalo: ma non stiamo parlando della battaglia compiutasi, purtroppo con nove morti, fra gli attivisti armati della nave Marmara e le forze israeliane che cercavano di condurre il convoglio carico di beni e di personaggi non identificati a Ashdod per evitare che fossero consegnati a Hamas doni esplosivi adatti a continuare, fino a Tel Aviv, il lancio di seimila missili in territorio israeliano. No, il maggiore scandalo, il vero orrore è legato alla foga con la quale, da muro a muro, tutto il salotto internazionale si è affrettato a brandire lo stendardo antisraeliano senza nessuna cura per la verità, fregandosene dei video in cui si vede come i soldati che volevano ispezionare il contenuto del convoglio sono stati accolti a mazzate, coltellate, bombe a mano, spari; non importa alla Clinton o alla Ashton la verificata origine aggressiva e la dichiarata intenzione terrorista suicida delle organizzazioni filo-Hamas imbarcate sulla Marmara. Anche il contesto internazionale non è stato preso in considerazione, quello di una Turchia legata all'Iran fornitore di armi di Hamas, sempre più determinata a trovarsi un posto al sole dell'islamismo radicale.
Lo scandalo che avvertiamo è per la mancanza di moralità, di integrità, di civiltà del mondo che ha subito dichiarato Israele criminale, riguarda il Consiglio di sicurezza dell'Onu, la commissione per i diritti umani, riguarda la corsa dei più svariati Paesi a dichiarare la loro disapprovazione per Israele: questo sì che è uno scandalo immenso, l'ondata di odio delle classi dirigenti europee e americane, della «main stream», della stampa internazionale con i titoli a tutta pagina eguali a condanne senza appello; l'odio soddisfatto degli accademici, degli studenti del movimento: un mucchio di paglia che aspetta solo che il fiammifero venga sfregato, divampa, e poi arriva miserevolmente a minacciare gli ebrei del ghetto di Roma.
È ingiusto che, mentre Hillary Clinton assieme al suo governo abbandona Israele ai «Paesi non allineati», tutti ignorino la notizia che un drone americano ha ucciso insieme al leader di Al Qaida Mustafa Abu al Yazid sua moglie e i suoi tre figlioletti. Non abbiamo sentito che sia stato convocato per questo e per tanti episodi analoghi il Consiglio di sicurezza, né la Commissione per i Diritti umani. I turchi hanno ucciso nel sud est dell'Anatolia e nel nord Irak qualcosa come 32mila curdi. Dov'è lo shock? In Darfur si parla di 300mila morti e due milioni di sfollati. Ah sì? E allora? Nello Sri Lanka, proprio mentre Israele fermava il lancio di missili sulla sua popolazione civile, in due mesi furono fatte 6500 vittime civili. In Cina, per la violenta repressione degli uiguri a Urumqi l'alto commissario dell'Onu che ha condannato Israele 27 volte su un totale di 33 condanne, ha pigolato che c'era stato «uno straordinario numero di uccisi in meno di un giorno di manifestazione». Non risulta che la Cina sia sotto inchiesta, come non lo è l'Iran per tutti gli impiccati, i perseguitati, gli uccisi.
Su Israele l'ossessione moralizzante costruisce invece un mito che disegna nei particolari l'indegnità di Israele a esistere. Le bugie sono ossessive: gli ebrei, disse Arafat e da allora viene ripetuto di continuo, non sono mai stati a Gerusalemme, il Tempio non è mai esistito. Una madornale menzogna, funzionale alla tecnica di delegittimazione che si nutre della asserita crudeltà di Israele: Israele ha ucciso intenzionalmente il bambino Mohammed Al Dura, che invece è probabilmente morto per una pallottola palestinese in uno scontro a fuoco; Israele ha compiuto una strage immane a Jenin, dove invece si è verificato che i morti quasi in numero pari caddero in una battaglia cui i palestinesi erano assai ben preparati; le conferenze di Durban del 2001 e poi del 2009 hanno fatto di Israele, col coro mondiale, uno «Stato di apartheid», menzogna ripetuta senza sosta. I giudizi di condanna sulla barriera di difesa della Corte dell'Aia nel 2003 e il rapporto Goldstone contro Israele nel 2009 hanno semplicemente proibito a Israele di difendersi.
Perché dovrebbe farlo, se non ha diritto di esistere? Le élite europee, e si è purtroppo letto anche nel pezzo di uno scrittore come Alessandro Piperno sul Corriere della Sera, ripetono variamente questo oscuro presagio, espressione di nihilismo dietro al quale danza la selvaggia vitalità di Ahmadinejad. Ma Israele sta benissimo. Lo dicono i suoi magnifici scrittori, l'economia fiorente, la scienza medica, la musica, il cinema, i ragazzi capaci di sacrificio e di una vita complessa fra guerra e amore per la pace. In tutto questo siamo fieri che all'Onu l'Italia abbia votato contro la richiesta d'indagini sul blitz israeliano.

(il Giornale, 3 giugno 2010)

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Biden, Israele in guerra con Hamas ha diritto a ispezionare navi

Washington, 3 giu. - Sull'opportunita' del blitz su quella nave della 'Flotilla' diretta a Gaza "si puo' discutere", ma "la verita' della questione e' che Israele ha il diritto di sapere - sono in guerra con Hamas - se a bordo ci sono o no armi di contrabbando". Lo ha detto il vice presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, in una intervista trasmessa dalla tv Usa.

(Adnkronos, 3 giugno 2010)

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Gideon Meir: «Un'azione andata storta»

di Susanna Turco

La conversazione con l'Ambasciatore israeliano in Italia, Gideon Meir, inizia al giardini del Quirinale durante il ricevimento per il 2 giugno. L'ambasciatore è seduto con Joshua Kalman e Cesara Buonamici. Accetta di rispondere alle nostre domande sul blitz israeliano, responsabilità e possibili conseguenze. A far da interprete nei passaggi più delicati, a cui Meier risponde nella sua lingua, è lo stesso Kalman. «Il ritiro degli ambasciatori e le proteste di alcune nazioni? C'è una parte di ipocrisia in questi gesti, azioni dimostrative per farsi belli, mosse antiamericane», dice Meier. «C'è una domanda che dovete farvi: se ci sia un movimento mondiale contro i valori rappresentati dal mondo occidentale».

Lei ritiene che ci sia?
«Quello mediorientale non è il solo conflitto nel mondo, ce ne sono molti altri. La Cecenia, i Talebani, l'Eta, l'Afghanistan. Non hanno niente a che vedere con noi: e quando anche questo conflitto fosse risolto, non lo sarebbero gli altri. Sembra al contrario che tutto dipenda da lì».

Lei non vede una relazione, al contrario, tra alcuni dei più pericolosi conflitti mondiali e la questione mediorientale?
«Vedo che i terroristi imparano gli uni dagli altri, questo sì. La prima scuola di terrorismo è stata quella palestinese. Oggi la scuola principale risiede in Iran, ma nel corso dei decenni sono stati i palestinesi, a fare i maestri».

Pensa che il pacifismo abbia un legame con il terrorismo?
«Non a livello mondiale. Però nel conflitto israeliano-palestinese sì. C'è un legame con pacifisti che sono il braccio lungo del terrorismo. Fanno parte del movimento. Basta guardare il sito web dell'Ihh (la Ong turca sponsor della Freedom Flotilla, ndr). O anche le foto con le armi trovate sulla nave».

Può affermare con certezza che quelle armi fossero già là prima del blitz israeliano?
«No, questo è ancora da stabilire, certo. Le pistole, ad esempio: non è chiaro se appartengano ai soldati israeliani o ai pacifisti».

Al momento risulta che le sole armi sulla nave fossero armi bianche: coltelli, bastoni.
«Guardi: gli aiuti umanitari ai palestinesi civili arrivano, lo stesso. Frattini ha guidato un convoglio, vengono consegnati alle Ong ed arrivano regolarmente. Non altrettanta umanità si esercita verso Israele: non è concesso, per esempio, mandare una delegazione della Croce rossa a visitare un nostro soldato prigioniero. Questi "pacifisti" si sono rifiutati di seguire la procedura. Da settimane si sapeva della partenza delle loro navi. Israele ha offerto la sua collaborazione: gli aiuti sarebbero stati scaricati nel porto di Ashdod, controllati e consegnati alle Ong. Il blocco navale serve appunto a controllare che insieme con gli aiuti non ci siano armi, munizioni, tubi di acciaio. O soldi: uno dei pacifisti aveva con se un milione di euro in contanti. Soldi che sarebbero andati direttamente ai terroristi».

Questa offerta è stata rifiutata?
«All'inizio la Turchia aveva accettato. Gli equipaggi delle navi hanno poi deciso di forzare il blocco navale. Avevano interesse ad una provocazione».

I militari hanno assaltato le navi in acque internazionali.
«Quando uno Stato dichiara il blocco navale ha il diritto di farlo. Li hanno contattati prima via radio, poi li hanno affiancati intimandogli di tornare indietro. Volevano lo scontro».

I soldati sono scesi dall'elicottero.
«L'intenzione primaria di quei 19 soldati era prendere il comando della nave per portarla al porto di Ashdod».

Qualcosa è andato storto, per lo meno.
«Direi di sì. Ma i pacifisti erano preparati. Avevano a bordo coltelli, spranghe perché si aspettavano qualcosa del genere».

Ci si aspetterebbe, dall'esercito israeliano, la capacità di gestire positivamente gli imprevisti. Come mai non è accaduto? «Questa è la domanda clou. Ciò che tutti i media israeliani si chiedono in queste ore. Come si è potuti cadere in una trappola del genere? Si tratta di un corpo scelto, lo Shajetet 13, il sale delle forze armate israeliane».

A maggior ragione.
«Si sono calati dagli elicotteri senza caschi, è stata nel complesso un'azione un po' maldestra».

Come mai?
«In Israele si pensava che le navi fossero piene di pacifisti, con i quali è controsenso immaginare di intraprendere un'azione di violenza. E non dico questo per coprire una mancanza di intelligence che bisognerà verificare. Perché certo si esaminerà e si controllerà questo buco nero, come da noi è prassi che si faccia. Israele è uno stato democratico, se ci sono responsabilità saranno accertate».

Ma la leggendaria intelligence israeliana non era già in grado di sapere chi c'era a bordo?
«Questo non lo so. Una risposta sui generis sarebbe dire che si trattava di pacifisti: ma lo stesso dovevano controllare, perché era contro l'interesse israeliano scendere e sparare all'impazzata. Israele è un paese di diritto, ed è già successo più volte che i soldati che hanno intrapreso azioni contro la legge abbiano affrontato la corte marziale. Insomma, non dico che Israele non faccia errori, ma si trova in una situazione di guerra continua, e l'interesse del mondo arabo non è risolvere la questione palestinese».

Come mai il carcere dove sono stati portati i prigionieri era vuoto? Forse gli ospiti erano attesi?
«No. Era vuoto perché è stato costruito da un privato, ma la Corte Suprema israeliana ha poi stabilito che fosse illegittimo il suo utilizzo da parte dello stato. Sono stati portati lì per non mescolarli coi delinquenti comuni».

Si può pensare che il blitz israeliano sia stata un'azione dimostrativa, colpire una spedizione per educarne cento?
«Non è così, perché per tre quattro volte Israele ha chiesto di non mettere alla prova la sua marina. Al contrario, un atteggiamento come quello che ipotizza sarebbe una trappola per noi, ci costerebbe troppo e sarebbe contro il nostro interesse».

Quel che è accaduto incrina i rapporti con gli Stati Uniti?
«Non credo. Gli europei non capiscono che le relazioni con gli Usa sono solide, non importa chi sia il presidente. È una relazione basata sull'interesse: Israele è the last gate of democracy in questa parte del mondo. Se collassa Israele cosa resta? La Grecia, e l'Italia. Dopodiché, certo, in qualunque relazione ci sono alti e bassi: anche io posso litigare con mia moglie, ma non divorzio».

E con la Turchia?
«Si tratta di un equilibrio fragile anche per la posizione di confine della Turchia e per i suoi rapporti con l'europa. Spero che la Turchia non voglia rompere i rapporti. Il loro ministro degli esteri ha detto che se Israele annullerà il blocco navale torneranno ad essere ottimi».

Accadrà?
«È un problema israeliano, non turco. E io non sono il primo ministro israeliano. Posso solo dire che le considerazioni che fa Israele non dipendono dai rapporti con la Turchia, pur importanti, bensì dalla necessità di soddisfare le esigenze e i problemi del nostro Paese».

In definitiva: pensa che il blitz israeliano contro i pacifisti sia stato un errore?
«Sono morti nove civili e questo non doveva succedere. La prima cosa sarà controllare quello che è successo: fatti, risultati, errori. Non come risposta al mondo, ma come risposta prima di tutto a noi. Se qualcuno pensa che ci sia stato un errore di valutazione politica, di certo questo non potrà ricadere sulle spalle dei soldati, che sono i nostri figli».

(l'Unità, 3 giugno 2010)

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Torna la paura nel ghetto di Roma dopo il corteo pro-Palestina

Gli ebrei romani tornano ad avere paura all'indomani del corteo pro Palestina che ha attraversato la capitale.
Durante la manifestazione è comparsa una scritta, in spray nero, testimonianza di un nuovo rancore rivolto al ghetto e ai suoi abitanti: «Boicotta Israele/ Boicotta l'apartheid», recita, sul legno che protegge il restauro di Palazzo Caetani.
A poca distanza, vive infatti, la comunità degli ebrei romani, la più antica della Diaspora nel Mediterraneo. Il Ghetto fu abolito solo nel 1870, ultimo in Europa Occidentale, dopo l'Unità. Proprio verso quel ghetto i manifestanti hanno gridato «assassini, fascisti» al centinaio di ebrei romani corsi con la bandiera israeliana in piazza dell'Enciclopedia Italiana, accanto a Palazzo Caetani, per evitare pericolose «invasioni» dell'area.
I manifestanti non sono entrati ma hanno lasciato la loro scritta, come una testimonianza, un segnale per molti ebrei che lì dietro hanno le loro case e la loro vita.
Le forze dell'ordine hanno aumentato la sorveglianza ma a campeggiare è la paura. Ecco che all'uscita dei bambini della scuola primaria «Vittorio Polacco» in via del Tempio, dove i piccoli si sono sempre trattenuti a giocare in piazza ora il gioco non c'è più. I genitori li portano via subito. Lo stesso avviene in tante scuole vicine.
Gli ebrei hanno paura che torni a svegliarli l'incubo del 9 ottobre 1982, il giorno dell'attacco al Tempio, quando un attentato di estremisti palestinesi uccise Stefano Gaj Taché, di due anni, e ferì 24 persone.
Andrea Limentani, 35 anni, avvocato, intervistato da Paolo Conti sul Corriere della Sera, ricorda: «Poco prima dell'attentato del 1982, durante un corteo dei sindacati unitari qualcuno depositò una bara davanti al Tempio, sotto la lapide che commemora la deportazione degli ebrei romani del 16 ottobre 1943. Oggi, stesso clima. Un'atmosfera ostile trasversale, da destra come da sinistra, che spesso diventa antisemitismo. Sull'eccidio non può che esserci rammarico e dispiacere per il dramma dei morti civili. Ma prima di giudicare sarebbe bene capire. Perché tutto è successo su quella sola nave tra le tante altre?».
Alberto Mayer, commerciante e studioso di ebraismo, spiega poi la difficoltà di essere ebrei a Roma: «Tuttora non c'è una percezione esatta di cosa significhi essere ebrei italiani, romani ed essere israeliani. Noi siamo cittadini romani ebrei. Amiamo Israele. Ma possiamo nutrire un senso critico verso le sue scelte come qualsiasi altro cittadino europeo. Viviamo a Roma e, di fronte a certe manifestazioni, ci sentiamo impotenti».
Leo Terracina, 47 anni, commerciante lancia l'allarme: «La paura è che la prossima volta non vengano a manifestare spinti dall'antisionismo ma direttamente dall'antisemitismo". Quindi un pensiero a chi a perso la vita nell'assalto alla nave dei pacifisti. "I morti, arabi o israeliani che siano - dice - quando ci sono significa che tutti hanno perso".

(Blitz quotidiano, 3 giugno 2010)

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Netanyahu: «Altro che pacifisti, era una flottiglia di terroristi»

Il premier israeliano: «Difendiamo i nostri cittadini: è nostro diritto e nostro dovere. Ipocrisia contro Israele»

«Non si trattava di una Love Boat, ma di una flottiglia di terroristi». Lo ha affermato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un messaggio televisivo riferendosi al blitz di lunedì scorso nel Mediterraneo. «Continueremo a difendere i nostri cittadini, è nostro diritto, nostro dovere» ha aggiunto. Secondo il capo del governo di Gerusalemme, «l'obiettivo della flottiglia non era la pace e l'assistenza, ma forzare il blocco. Se fosse violato il blocco, vi sarebbero decine, forse centinaia di navi che approdano a Gaza». E questo, ha proseguito Netanyahu, è particolarmente pericoloso «perché la quantità di armi che può essere contrabbandata in una nave è molto maggiore di quello che si può portare in un tunnel».

ATTACCO - Sull'azione militare, Netanyahu ha speigato che «in cinque navi non abbiamo avuto problemi. Ma nella sesta abbiamo trovato tutto un altro scenario, non erano sostenitori della pace ma estremisti, era una nave di terroristi. Abbiamo fatto quello che qualsiasi altro Paese democratico avrebbe fatto, anzi, altri avrebbe fatto anche di più. Mi rammarico per la perdita di vite umane, ma anche i nostri soldati rischiavano la vita».

GAZA - Il premier ha confermato che il blocco a Gaza sarà mantenuto anche in futuro, malgrado «l'attacco internazionale di ipocrisia» nei confronti di Israele. Viceversa diventerebbe «un porto iraniano e sarebbe un guaio anche per l'Europa» e per questa ragione Israele è costretto a ispezionare tutte le navi dirette alla Striscia.

(Corriere della Sera, 2 giugno 2010)

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Il Mossad accusa la politica di Obama. La Marina pronta a nuovi blitz

Audizione alla Knesset del capo dei servizi segreti. L'assalto alla nave turca ha messo in crisi non solo i rapporti con la Turchia, ma anche quelli con la Nato.

Un regalo ad Hamas. E all'Iran. Questo il pensiero più diffuso nelle strade di Gerusalemme e Tel Aviv. Gli israeliani non lesinano critiche all'azione di governo. Non è una novità, ma non cedono alla tentazione di indebolire la coesione dello Stato ebraico. Forte sostegno alle forze armate e in particolare ai giovani soldati rimasti feriti durante il blitz sulla Mavi Marmara.
Le milizie hanno rialzato la testa. Giusto ieri a ventiquattrore dal tragico raid, sono tornati a lanciare razzi contro Ashkelon ferendo alcuni abitanti. La paura è tornata tra gli israeliani di confine e l'aviazione non ha potuto fare a meno di tornare a bombardare la Striscia. Un attacco mirato che ha ucciso quattro miliziani. E, da più parti, si parla di una nuova iniziativa militare nella Strsicia di Gaza per completare il lavoro, rimasto incompiuto, con Piombo Fuso. Per ora Israele ha ribadito che l'embargo resta e sarà impedito con la forza qualsiasi tentativo di violarlo. Di fatto il sanguinoso epilogo non impedirà alle forze armate di Israele di abbordare altre navi che si dovessero avvicinare a Gaza, come ha avvertito la Marina in vista dell'arrivo della Rachel Corrie, un mercantile convertito in traghetto.
La Rachel Corrie, della organizzazione Free Gaza, proveniente dall'Irlanda è in navigazione nel Mediterraneo orientale doveva far parte della «Freedom Flottiglia», ma per problemi tecnici è stata costretta ad attardarsi. Adesso è determinata a spezzare il blocco israeliano attorno a Gaza. E anch'essa, come le navi sorelle, non passerà: il monito, esplicito, aggressivo, determinato è giunto ieri dal viceministro della Difesa Matan Vilnay. L'Egitto da parte sua, sotto l'ondata di sdegno, ha riaperto il Valico di Rafah così da permettere il passaggio di persone e merci. Gli aiuti trovati sulla Marmara sono stati inviati ieri a Gaza, ma sono stati bloccati alla frontiera: Hamas non li accetterà, fino a quando Israele non libererà gli attivisti internazionali. Alcune fonti giornalistiche dicono che le quantità erano «modeste» e che vi erano fra l'altro «medicinali scaduti». Gli aiuti della Marmara hanno riempito appena 25 camion: un quarto dei camion che Israele afferma di inviare verso Gaza ogni giorno.
Particolarmente significativa l'audizione del capo del Mossad, Meir Dagan, ieri al Comitato Esteri e Difesa della Knesset, il Parlamento di Gerusalemme. Secondo il responsabile dei servizi segreti israeliani, il progressivo declino della potenza americana nel corso dell'ultimo decennio e la percezione che l'amministrazione Obama abbia scelto un profilo «soft» sulle opzioni militari, «ha tagliato in profondità la manovrabilità militare e diplomatica di Israele e l'ha resa facile bersaglio per i suoi nemici». Le parole di Dagan alla Knesset sono arrivate 24 ore dopo il tragico blitz della Marina israeliana. E dopo la notizia che il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha condannato la perdita della vita in quel raid, il capo del Mossad ha rincarato la dose: «Il primo anno di Barack Obama come presidente è stato un periodo di svalutazione per gli asset strategici israeliani e americani».
Israele, mai come in questo periodo, si sente isolata e in pericolo. L'assalto alla nave turca ha messo in crisi non solo i rapporti con la Turchia, ma anche quelli con la Nato. Elementi questi che favoriscono gli avversari storici dello Stato ebraico. L'asse Siria-Iran-Hezbollah riprende quota mettendo a rischio la fragile tregua mediorientale.

(Il Tempo, 2 giugno 2010)

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Il tranello a Israele e l'inconfessabile ombra di Teheran

di Emanuele Ottolenghi

Israele è caduto nell'ennesima trappola: il convoglio navale abbordato dai commando navali israeliani era un'imboscata. Molti partecipanti erano estremisti islamici. E i cosiddetti pacifisti erano addestrati alla guerriglia urbana. Per loro l'obbiettivo, in caso di scontro, era il martirio e l'impatto mediatico e politico conseguente. Come ha detto un'attivista sulla barca in un'intervista a un network arabo, «ci aspettiamo una di due buone cose - o il martirio o di arrivare a Gaza». Abbordando la nave turca Mavi Marmara armati di proiettili di vernice, aspettandosi dei riottosi ma non agguerriti esperti di guerriglia urbana, gli israeliani hanno dato loro il martirio desiderato, il tutto filmato da una troupe di Al-Jazeera che viaggiava col convoglio.
Israele poteva evitare questo disastro diplomatico e d'immagine? Si trattava di una situazione impossibile: lasciar passare il convoglio avrebbe reso insignificanti tutte le minacce israeliane a chi avesse forzato il blocco navale di Gaza, non solo aprendo la via a consegne di armi ed equipaggiamento ma anche dando un segnale di debolezza in una regione dove i deboli hanno vita breve. Bloccare il convoglio avrebbe creato una crisi diplomatica con la Turchia, i paesi arabi moderati e il mondo occidentale.
Per Israele il calcolo era dunque tra il male e il peggio, e si trattava di stabilire quale opzione avrebbe causato il male minore. Chiaramente, la mediocre intelligence di cui Israele disponeva ha creato il peggiore dei risultati, visto che una miglior conoscenza dei partecipanti al convoglio, i mezzi di cui disponevano e le loro intenzioni avrebbero permesso ai commando israeliani di agire diversamente.
Il dramma umano risultante ha finora offuscato l'orizzonte strategico e il contesto geopolitico e ideologico di quest'episodio. Dietro al convoglio c'è un'organizzazione islamista turca che ha agito con la benedizione del suo governo. La Ihh - (Insani Yardim Vakfi, IHH - Humanitarian Relief Fund) ha legami stretti con la Fratellanza Musulmana e Hamas, e ha avuto un ruolo chiave nell'ingresso di Jihadisti in Bosnia negli anni Novanta. È illegale in Israele ed è stata indicata come strumento per il finanziamento di Hamas da vari governi occidentali . È tutt'altro che pacifista e attiva in altri teatri salafisti, come Cecenia e Iraq.
Il convoglio è potuto partire grazie alla connivenza di Ankara che ha utilizzato il porto turco-cipriota di Famagosta - un'enclave pirata negata al legittimo governo cipriota dall'occupazione militare turca - per inviare un convoglio senza le carte in regola in piena violazione del diritto marittimo internazionale.
Ankara ora può ben sfruttare la rabbia popolare a fini elettorali in un momento di crisi del partito al governo e a fini di consolidamento interno del potere contro l'esercito (unico contraltare in Turchia all'ascendenza islamista di Erdogan) che resta l'unico potere all'interno dello stato turco a favorire rapporti cordiali con Israele. Ma dietro a tutto questo c'è un altro fattore: l'Iran e la sua ricerca di egemonia regionale. Non è un caso che il dramma si sia consumato lo stesso giorno che l'Agenzia internazionale per l'energia atomica ha fatto circolare due durissimi rapporti sull'Iran e la Siria. Il 31 maggio era l'ultimo giorno della presidenza libanese al Consiglio di sicurezza - un ostacolo al nuovo round di sanzioni Onu contro l'Iran - e si presumeva che questa settimana o la prossima l'Onu avrebbe deliberato contro l'Iran alla vigilia dell'anniversario delle elezioni fraudolente dell'anno scorso.
In breve, il convoglio e i suoi vari complici hanno creato un brillante diversivo per l'opinione pubblica e le diplomazie internazionali. Fino alla settimana scorsa non si parlava che d'Iran, dei trasferimenti di missili a Hezbollah attraverso la Siria, della complicità turca con l'Iran nel violare le sanzioni o nell'inventare soluzioni diplomatiche inesistenti per prender tempo al programma nucleare iraniano. D'ora innanzi si parlerà di Gaza, Israele e le sue malefatte. Un'imboscata, messa a punto dai migliori giocatori di scacchi del mondo - gli iraniani che ne sono gl'inventori - nella quale i martiri e i loro compagni di viaggio sono pedine e l'isolamento d'Israele serve per fare scacco matto. Gli israeliani ci sono cascati, ma non avevano altra scelta.

(Il Sole 24 Ore, 2 giugno 2010)

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Così ha funzionato il «trappolone» di Hamas

di Gian Micalessin

Gli analisti israeliani più vicini al governo di Benjamin Netanyahu ne sono convinti, Hamas ha organizzato un bel trappolone per rompere l'embargo e c'è riuscito grazie alla collaborazione di alcune organizzazione umanitarie assolutamente colluse e di altre ridotte al ruolo di "utili idioti". Tra i complici assoluti ci sono i fondamentalisti turchi di Ihh, il Fondo di aiuto umanitario che ha armato la Mavi Marmaris abbordata dagli israeliani e altri due mercantili.
Tra gli utili idioti - secondo il sito Ngo-Monitor.org dedicato al controllo delle organizzazioni sospettate di contiguità con i palestinesi - vi sarebbero primattori dell'assistenza umanitaria come Amnesty international, Human Rights Watch e Oxfam. Se la contiguità dei volontari turchi di Ihh appare evidente dalle foto che ritraggono il suo fondatore Bulent Yildirim in compagnia di Khaled Meshaal, segretario generale di Hamas in esilio a Damasco, quella degli "utili idioti" non è meno importante.
La cassa di risonanza fornita ai cosiddetti "pacifisti" della flotta per Gaza è fondamentale, secondo gli analisti di Ngo-Monitor.org per avvalorare l'impressione di un attacco brutale e indiscriminato e rilanciare l'idea di un embargo odioso quanto illegittimo perché rivolto contro la popolazione civile. Amnesty International, ad esempio, pretende dal governo israeliano «un'indagine credibile e indipendente sulle uccisioni messe a segno dalle sue forze armate». Human Rights Watch, pur sottolineando di non aver potuto svolgere un'inchiesta, non perde l'occasione per denunciare «un blocco di Gaza che corrisponde a un'illegittima punizione collettiva».
Entrambe le organizzazioni dimenticano i video che documentano l'assalto ai soldati israeliani da parte di una ciurma "pacifista" armata di spranghe, del capitano degli incursori sceso per secondo sulla Mavi Marmaris e salvatosi per miracolo dal linciaggio.
Per il Centro palestinese per i diritti umani, finanziato dall'Unione europea, l'azione israeliana è un «crimine odioso... un attacco caratteristico della lunga serie di crimini di guerra e delle gravi violazioni messe a segno a danno dei civili».
In quello e in tutti gli altri comunicati non si fa accenno al rifiuto di Hamas di rinunciare alla pretesa di distruggere Israele, al rapimento e alla detenzione del militare Gilad Shalit prigioniero da quattro anni, alle campagne a colpi di missili e mortaio contro i centri abitati israeliani e al contrabbando di armi e munizioni provenienti dall'Iran.
Insomma per le organizzazioni umanitarie le ragioni dell' umanitarismo stanno sempre da una parte sola e non includono mai lo Stato ebraico. Opinione lecita, se espressa a tavolino. Perversa se utilizzata per montare una campagna utilizzata da Hamas per rompere l'assedio e garantirsi un nuovo riarmo.
Una campagna che sta già dando i primi risultati. Ieri Il Cairo pur di non venire assimilato a Israele ha aperto il valico di Rafah sul lato sud della Striscia. Grazie alla forzata benevolenza di un Egitto timoroso di disordini interni e scontri alla frontiera l'embargo di Gaza è dunque infranto e Hamas può nuovamente muovere non solo merci e persone, ma anche armi e denaro.

(il Giornale, 2 giugno 2010)


Non è il caso di aggiungere altri articoli a quelli qui presentati. La sostanza dei fatti avvenuti potrebbe essere riassunta così: Hamas e i suoi amici sono riusciti a vincere con l’inganno una battaglia contro Israele. Nella guerra tra lo Stato di diritto Israele e il movimento terroristico Hamas la comunità internazionale ha scelto Hamas. Le questioni di giustizia e verità non interessano, anzi sono di intralcio alla volontà espressa in forma sempre più esplicita e da un numero sempre maggiore di elementi del pubblico internazionale: Israele deve sparire. Si cercano e si trovano torti di tutti i tipi nei comportamenti di Israele per non nominare quello che è considerato il torto fondamentale di Israele: il torto di esistere. Per dirla in modo più presentabile molti affermano di riconoscere a Israele il diritto all’esistenza, e nello stesso tempo gli negano il diritto a difendere la sua esistenza. Per continuare a sostenere questo è necessario alimentare l’inganno, che spesso è autoinganno. Da qui si capisce la forza che ha in questi casi la menzogna. Non sorprende allora che la vittoria ottenuta in questo caso con l’inganno abbia “convinto” molti che già praticano l’inganno o l’autoinganno. Ma l’ultima parola, anche per quanto riguarda Israele, sarà della verità. M.C.

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Quello che i media non riportano sulla “catastrofe umanitaria” di Gaza

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Israele, a Gaza resta il blocco

Il premier Netanyahu ha affermato che la 'Freedom Flottilla' intercettata domenica "non era animata da pacifismo, ma era una forza violenta".

GERUSALEMME - Malgrado le fortissime pressioni internazionali Israele non ha alcuna intenzione di rimuovere il blocco alla striscia di Gaza perche' e' una questione di primaria importanza per la propria sicurezza internazionale.
Lo ha affermato il premier Benyamin Netanyahu durante una consultazione con i ministri a lui piu' vicini. "Gaza e' uno stato terroristico finanziato dall'Iran e pertanto dobbiamo impedire che forniture militari vi arrivano via terra, dal cielo o dal mare" ha detto Netanyahu secondo quanto riferisce la edizione online del quotidiano Haaretz. Riferendosi alla recente intercettazione in alto mare di una nave commerciale, la Francop, Netanyahu ha ricordato che essa aveva a bordo 200 tonnellate di armamenti destinati agli Hezbollah.
"Aprire una libera rotta navale verso Gaza sarebbe un pericolo enorme per la sicurezza dei nostri cittadini" ha insistito Netanyahu. "Per cui insistiamo per il blocco navale e per la ispezioni delle navi in arrivo". Il premier ha quindi affermato che la 'Freedom Flottilla' intercettata domenica "non era animata da pacifismo, ma era una forza violenta".

(RaiNews24, 1 giugno 2010)

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"Venti fanatici mi hanno scaraventato dal ponte"

Nella prima intervista da quando è stato ferito, lunedì, nel corso del raid per fermare la flottiglia che mirava a forzare il blocco anti-regime di Hamas a Gaza, il capitano R., che guidava il commando calato dall'elicottero sul ponte superiore della nave Marmara, racconta la battaglia che ha avuto luogo sull'imbarcazione.
Secondo R., le persone che erano a bordo della Marmara hanno preso parte a centinaia all'aggressione contro di lui e i suoi soldati, al punto che sono stati costretti a usare le armi per salvarsi la vita.
"Decine di persone pestavano ogni soldato sul tetto della nave - racconta dal suo letto nell'ospedale Rambam di Haifa - Avevano spranghe, asce e coltelli. Io sono stato il secondo a scendere lungo la corda, uno del mio gruppo era già là sotto e ne aveva addosso diversi. All'inizio è stato un corpo a corpo, ma poi ne sono arrivati sempre di più. Mi sono trovato a lottare con un certo numero di fanatici, armati di pugnali e randelli".
R. dice che i soldati erano preparati ad incontrare una resistenza passiva e magari anche forme di resistenza più violenta, ma certamente non un linciaggio di massa di quella portata. "Sapevamo che erano attivisti pacifisti - dice - Sebbene volessero forzare il blocco su Gaza, pensavamo che avrebbero opposto una resistenza passiva, magari anche forme di aggressione verbale: non ci aspettavamo nulla del genere. Erano tutti determinati ad ucciderci. Ci siamo trovati di fronte dei terroristi fanatici decisi ad ucciderci e abbiamo fatto tutto il possibile per evitare danni inutili".
R. dice che almeno tre quarti di quelli che erano a bordo della nave hanno fatto ricorso alla violenza, "ciascuno con un coltello o una spranga in mano".
R. è il soldato che è stato scaraventato dal ponte, come si vede distintamente in un filmato messo a disposizione dalle Forze di Difesa israeliane. "Mi trovavo davanti a un gruppo di persone armate di coltelli e spranghe. Ho armato il fucile quando ho visto che uno di loro stava venendo verso di me brandendo un pugnale e ho sparato un colpo. Allora una ventina di altri mi sono venuti addosso da ogni direzione e io mi hanno buttato sul ponte di sotto. A quel punto ho sentito una stilettata nello stomaco. Era un coltello. Sono riuscito a estrarre la lama, poi in qualche modo ho raggiunto il ponte inferiore, dove ce n'erano altri ancora. Questo avveniva quando i soldati avevano preso il controllo della nave eccetto il ponte inferiore. Io e un altro soldato siamo riusciti a districarci in tempo e a buttarci nell'acqua, dove poi le nostre forze ci hanno raccolto. Un altro soldato è stato pestato fino a perdere conoscenza. Altri hanno dovuto dargli copertura, finché siamo riusciti a tirarlo fuori di là.
Nonostante il tragico risultato, il capitano R. ritiene che i suoi soldati si siano comporti in modo legittimo. "Abbiamo operato bene - conclude - secondo quanto ci è stato insegnato e nel rispetto dei valori che ci sono stati instillati: abbiamo usato le armi solo contro coloro che minacciavano la nostra vita, solo in quel caso abbiamo sparato".

(YnetNews, Ha'aretz, 1 giugno 2010 - da israele.net)

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Hanno rifiutato i controlli. Un suicidio non reagire

di Angelo Pezzana

Il tentativo di rompere l'embargo a Gaza da parte dei gruppi della sinistra pacifista (ma armata) è fallito nella pratica ma non nelle intenzioni. Avvenuto troppo tardi per uscire sui giornali di ieri, ha però sbancato i siti internet di tutti i quotidiani, le rassegne stampa, i notiziari radio e tv. Su tutti una titolazione pressoché identica, la condanna della "violenza di Israele" contro degli inermi cittadini che si recavano a portare aiuti umanitari. Per Piero Fassino è stato un " atto ingiustificato e gravissimo". Davvero? Nessun tentativo è stato fatto per cercare di capire la dinamica che ha causato lo scontro, i manifestanti sono dalla parte della ragione e Israele da quella del torto. Vediamole, allora, le ragioni, che hanno spinto centinaia di persone a cercare il casus belli, sotto l'ala protettrice della bandiera turca, un paese, la Turchia, ormai allineato con la politica iraniana, fino al punto da porsi alla guida di una operazione illegale e dalle conseguenze non solo previste ma cercate perché volute. Partiamo dalla situazione della Striscia, dove un colpo di Stato ha mandato al potere un movimento terrorista, Hamas, giudicato tale anche dai palestinesi dell'Anp. Come indica il suo statuto, l'obiettivo è la distruzione di Israele, facile a dirsi, ma impossibile a realizzarsi stante la diversa capacità militare. Ecco allora la guerra asimmetrica del terrorismo, non solo in questi ultimi anni da parte di Hamas, ma a partire dalla metà degli anni '60 con l'Olp di Arafat, una guerra difficile da sradicare, perché usa strumenti diversi da quali impiegati nei conflitti tradizionali. Le armi dei terroristi agiscono in modi più subdoli, rapiscono e tengono in condizioni disumane un soldato, Gilad Shalit, che da quattro anni è tenuto prigioniero chissà dove, merce di impossibili scambi, ma utilissimo per seminare angoscia nel campo israeliano. L'uso della provocazione, attraverso il lancio dei missili oltre confine, per spingere l'avversario ad intervenire, e la cui reazione sarà sicuramente giudicata "sproporzionata" dai governi europei. Provocazione che si realizza anche attraverso forme minori, come il boicottaggio dei prodotti agricoli, come è avvenuto la scora settimana anche in Italia, finita poi miseramente per la pronta reazione, positiva perché inaspettata. Ora è la volta della provocazione "umanitaria", una parola-chiave che apre tutte le porte, se è umanitaria è sicuramente pacifica, chi oserebbe opporsi. E' questa l'interpretazione da dare alla discesa in mare della flottiglia battente bandiera turca, partita per portare aiuti ad una popolazione affamata, cosa affatto vera, come abbiamo dimostrato su queste colonne alcuni giorni fa ? Ma anche credendo vero quello che non è, come è possibile pensare che le motovedette di Israele avessero intenzioni ostili, quando il messaggio ai naviganti era l'invito ad attraccare al vicino porto di Ashdod per verificare che i carichi delle imbarcazioni non contenessero armi ? In quel caso tutto il carico sarebbe poi partito per Gaza via terra, sotto controllo delle forze Onu. Se i pacifisti-armati fossero stati in buona fede, se cioè avessero avuto l' obiettivo di portare aiuti alla gente di Gaza, e non altre intenzioni, è logico pensare che avrebbero accettato. E invece no, le teste-guida della spedizione avevano altro in mente, volevano costringere Israele a vestire i panni del crudele tutore dell'ordine, pronto a uccidere se il caso, obbligarlo a rovinare la "festa pacifica", annullando, con la rottura dell'embargo, il diritto di Israele a far fronte ad una entità nemica al proprio confine. In più, provocando lo scontro in acque extra territoriali, hanno fatto di tutto perché alla fine ci scappasse il morto, meglio se più di uno, per poterli brandire come vessilli a difesa dei loro atti criminali.
E così è andata, Israele era ovvio che non poteva abdicare al proprio diritto di controllare ciò che entra a Gaza, non avrebbe potuto dire prego accomodatevi, già altre navi avevano cercato di forzare il blocco con nella stiva carichi di armi che, attraverso la Siria, arrivavano dall'Iran, già pronte per essere usate contro lo Stato ebraico. Le navi sono state quindi fermate, ma il prezzo che Israele pagherà è esattamente quello che gli odiatori avevano calcolato, la condanna da parte del mondo democratico per l'uccisione di alcune vite umane. Nulla conta il contesto, la provocazione, come si è detto, titoli e immagini sono quelli previsti. Chi crede ancora che si possa combattere il fondamentalismo islamico e il terrorismo che ne è l'espressione compiuta, accusando chi, come Israele, ha il dovere di difendersi, e lo mette in pratica, sappia che la giornata di ieri sarà ricordata come una delle tappe più significative del tentativo dell'Occidente, libero e democratico, di non arrendersi al destino che lo vuole sconfitto. Tutta l'Europa è Israele, tutto il mondo civile è Israele, nessuno si senta tranquillo perché la guerra è lontana. E' più vicina di quanto ci hanno insegnato a credere.

(Libero, 1 giugno 2010)

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Da una trasmissione di Al-Jazeera del 29 maggio 2010

Uccidi ebrei per Allah




Partecipanti della flottiglia cantano inni di guerra islamici invocanti l'uccisione di ebrei

Reporter: "Nonostante le minacce israeliane e qualche inaspettato ritardo, l'arrivo delle navi al punto di incontro prima di navigare verso la spiaggia di Gaza ha infiammato le emozioni e l'entusiasmo dei partecipanti"

Scene dalle navi della flottiglia di giovani musulmani che gridano canti di battaglia invocanti l'uccisione e la sconfitta di ebrei in battaglia:

[Ricordate] "Khaibar, Khaibar, o ebrei! L'esercito di Maometto tornerà!"

[Khaibar è il nome dell'ultimo villagio ebraico sconfitto dall'esercito di Maometto, e significa la fine della presenza ebraica in Arabia nel 628.]

Reporter: "Cantando inni che ricordano l'intifada palestinese, i partecipanti esprimono il loro desiderio di raggiungere Gaza."

Una partecipante: "Adesso siamo di fronte a uno di due possibili lieti fini (happy endings): o il martirio o il raggiungimento di Gaza." [Frase che esprime la formula islamica prima della battaglia: "O vittoria o martirio".]

(Palestinian Media Watch)

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Una trappola mediatica

di Stefano Magni

La marina militare dello Stato più potente del Medio Oriente che uccide 19 pacifisti in missione umanitaria al largo di Gaza. Questa è la notizia. Che poi, nello scontro in alto mare, i "pacifisti" abbiano ferito 5 commando israeliani passa in secondo piano. Ci sono altri elementi della vicenda che non vengono ricordati. Gli israeliani volevano che le navi della Freedom Flotilla approdassero ad Ashdod, per convogliarne il carico umanitario a Gaza, via terra. Gli organizzatori hanno rifiutato. In compenso, la Turchia, che ha fornito gran parte del supporto logistico alla flottiglia, il 24 maggio scorso, aveva inviato una missiva al governo di Gerusalemme, minacciando risposte in caso di blocco della otto navi. Il 27 maggio, Noam Shalit, padre del caporale Gilad Shalit (rapito da Hamas nel 2006 e mai più rilasciato) chiedeva l'invio di un pacchetto umanitario, comprese alcune lettere, a suo figlio. Anche in questo caso: risposta negativa. "Distrarrebbe dallo scopo principale della missione: spezzare l'assedio di Gaza imposto da Israele, dall'Ue e dagli Usa", scriveva un lettore al sito di Al Manar, l'agenzia palestinese. Quindi l'intento era chiaro anche ai comuni cittadini: spezzare il blocco navale. A bordo del convoglio di otto navi erano presenti: 350 cittadini turchi, 35 parlamentari di varie nazionalità e il leader del Movimento Islamico del Nord di Israele. Così, dopo lo scontro e i 19 morti provocati dal fuoco israeliano, è scoppiato un incidente diplomatico con la Turchia, con tutti i Paesi rappresentati nella Freedom Flotilla e con gli arabi israeliani del Movimento Islamico, che ora minacciano una Terza Intifadah. Sarebbe riduttivo parlare di "trappola mediatica".

(l'Opinione, 1 giugno 2010)


Ecco come i "pacifisti" della nave Marmara hanno accolto i militari israeliani



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Dieci morti per una verità capovolta

di Fiamma Nirenstein

Nessuno parla di organizzazioni filo Hamas coinvolte nell'assalto, nessuno di provocazione Ma l'associazione turca protagonista dell'azione è sempre stata amica degli jihadisti

L'episodio di ieri notte, con i suoi morti e feriti sulla nave turca, ha qualcosa di diabolico. Perché diabolico è il rovesciamento, la bugia che si sta disegnando nell'opinione pubblica internazionale, come per la battaglia di Jenin, come per la morte di Mohamed Al Dura: la verità, salvo quella tragica e che dispiace assai, dei morti e dei feriti, ne esce capovolta, capovolte le responsabilità. Le condanne volano, e hanno tutte un carattere nominalista: chi era sulle navi si chiama «pacifista» o «civile», i soldati israeliani coloro che ne hanno sanguinosamente interrotto la strada verso una «missione di soccorso». Nessuno parla di organizzazioni filo Hamas, nessuno di provocazione: ed è quello che davvero veniva trasportato da quelle navi. Oltre naturalmente, all'essenza umana di chi ci spiace comunque di veder sparire.
Ma non basta dichiararsi pacifista per esserlo. L'organizzazione turca Ihh, protagonista della vicenda, è sempre stata filo terrorista, attivamente amica degli jihadisti e di Hamas, essa stessa legata ai Fratelli Musulmani, i suoi membri ricercati e arrestati e la sua sede chiusa dai turchi stessi per possesso di armi automatiche, esplosivo, azioni violente. Ma ora poiché era sulla nave Marmara, è diventata «pacifista», come le altre varie Ong molto militanti in viaggio sulle onde del Mediterraneo. Non basta più nemmeno dichiararsi «civile»: nelle guerre odierne, anzi, l'uso dei civili come scudi umani, e anche come guerrieri di prima fila è la novità più difficile in una quantità di scenari. La divisa non separa i buoni dai cattivi: abbiamo visto l'uso delle case e delle moschee come trincee dei «civili» militarizzati; al mare non eravamo abituati, ma è un'invenzione interessante per la jihad. Prima di partire una donna ha dichiarato: «Otterremo uno di due magnifici scopi, o il martirio o Gaza». Ma chi ascolta una dichiarazione così rivelatrice e scomoda quando canta la sirena delle imprese umanitarie? Il capo flottiglia ha dichiarato che il suo scopo era portare aiuti umanitari e non è importato, anzi è garbato alle anime belle dei diritti umani che andasse verso Gaza, striscia dominata da Hamas, organizzazione terroristica che perseguita i cristiani e ha condannato a morte tutti gli ebrei, che usa bambini, oggetti, edifici, tutto, nello scopo di combattere Israele e l'Occidente intero. Ma le navi viaggiavano verso Gaza per aiutarla, incuranti dei missili e degli attentati che ne escono.
Israele aveva più volte offerto agli organizzatori della flotta di ispezionare i beni nel porto di Ashdod, e quindi di recapitarlo ai destinatari. Essi avevano rifiutato, e questa sembra una prova abbastanza buona della loro scarsa vocazione umanitaria, come quando hanno detto che di occuparsi anche di Gilad Shalit, come chiedeva loro suo padre, non gli importava nulla. Un'altra volta.
La flottiglia si era dunque diretta verso Gaza e lo scopo degli israeliani era dunque quello di evitare che un carico sconosciuto si riversasse nella mani di Hamas, organizzazione terrorista, armata. La popolazione di Gaza aveva bisogno di aiuto urgente? Israele afferma che si tratta di scuse: nella settimana dal 2 all'8 maggio, per limitarsi a pochi beni di un lunghissimo elenco, dai valichi di Israele sono passati alla gente di Gaza 1.535.787 litri di gasolio, 91 camion di farina, 76 di frutta e verdura, 39 di latte e formaggio, 33 di carne, 48 di abbigliamento, 30 di zucchero, 7 di medicine, 112 di cibo animale, 26 di prodotti igienici. 370 ammalati sono passati agli ospedali israeliani etc etc... Non era la fame dunque che metteva vento nelle vele delle navi provenienti da Cipro con l'aiuto turco; sin dall'inizio è stata la pressione politica a legittimare Hamas, e la delegittimazione morale di Israele che non colpisce mai i cinesi per la persecuzione degli uiguri, o i turchi per la persecuzione dei curdi... E così l'aspirazione antisraeliana che caratterizzava la Marmara è saltata come un tappo di champagne quando i soldati, nel tentativo di controllare la nave per portarla ad Ashdod, sono scesi con l'elicottero. Alle quattro di mattina, secondo la testimonianza di prima mano di Carmela Menashe, cronista militare che ha scoperto senza pietà molti scandali nell'esercito, quando i soldati della marina hanno tentato di scendere sulla nave Marmara, sono stati accolti da spari, ovvero: «C'erano armi da fuoco sulla nave» dei pacifisti; i soldati che hanno toccato il ponte hanno affrontato un linciaggio «come quello di Ramallah» in cui membra umane furono gettate alla folla: sono state usate con foga enorme, dicono i testi, sbarre di ferro, coltelli, gas... i soldati sono stati buttati nella stiva nel tentativo di rapirli, o in mare. Questo per spiegare perché i loro compagni hanno sparato. Di certo i naviganti non erano militari, erano dunque civili: ma ormai nella guerra asimmetrica i civili sono scudo umano e combattenti. Israele doveva cercare di fermare la Marmara; se l'ha fatto con poca accortezza, non sappiamo. Ma di certo i soldati non hanno sparato per primi, è proibito dal codice militare israeliano, non è uso di quei soldati. Adesso se il mondo vuole semplicemente bearsi delle solite condanne a Israele faccia, ma proprio con il suo sostegno alle forze che hanno provocato il carnaio dell'alba di domenica prepara la prossima guerra.

(il Giornale, 1 giugno 2010)

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Tragedia annunciata al largo di Gaza

di Michael Sfaradi

La Freedom Flotilla, un convoglio di otto navi cariche di aiuti umanitari per Gaza, è stata fermata dalla marina israeliana. Voleva forzare il blocco navale. Gli Israeliani hanno abbordato l'imbarcazione di testa, la turca Mavi Marmara. Ed è stata battaglia: 19 morti e decine di feriti, fra cui cinque commando della marina dello Stato ebraico. Il governo di Gerusalemme è ora condannato per aver sparato sui pacifisti. Ma di veri "pacifisti" si trattava? La settimana scorsa avevano rifiutato la mediazione di Noam Shalit, padre di Gilad, il caporale israeliano prigioniero a Gaza dal 2006. E sulla Mavi Marmara, molti attivisti erano armati. Le autorità israeliane avevano avvertito che non avrebbero permesso la forzatura del blocco navale intorno alla striscia di Gaza e per gli aiuti c'era il via libera per usare i valichi di confine aperti fra la striscia e lo Stato ebraico. La proposta era chiara ma gli aiuti erano soltanto la scusa per la ricerca dello scontro. L'obiettivo delle organizzazioni "pacifiste" e "non governative", era far salire la tensione e mettere Israele davanti ad una situazione così difficile che qualsiasi decisione avesse preso sarebbe risultata sbagliata. Vale comunque la pena di ricordare quali sono i motivi per i quali il governo di Gerusalemme ha deciso il blocco totale della striscia e quali sono le condizioni che porterebbero alla riapertura di tutti i traffici, navali, terrestri e aerei. Il blocco di tutte le azioni di terrorismo contro i civili e i militari israeliani, attacchi che hanno preso forza proprio dopo la restituzione unilaterale da parte israeliana di parte della striscia di Gaza; se i vertici dell'organizzazione islamica decidessero di rinunciare alle azioni terroristiche (kamikaze e missili Qassam) riconoscessero lo Stato d'Israele e rilasciassero Gilad Shalit, da oltre quattro anni nelle loro mani, il blocco che sta strangolando la popolazione svanirebbe nel giro di 48 ore. Questo particolare, importantissimo, non viene mai menzionato.
Se un minimo di buon senso facesse parte della mentalità di Hamas e dei loro fiancheggiatori, non ci sarebbe bisogno di intraprendere azioni come quella della scorsa notte. Al contrario di quello che viene riportato la marina militare israeliana ha eseguito l'abbordaggio delle navi all'interno delle proprie acque territoriali e la reazione da parte dei "pacifisti", che sapevano perfettamente che la loro missione era destinata a fallire, è stata decisamente violenta. I militari israeliani, saliti a bordo delle navi bloccate, sono stati accolti a sprangate, coltellate, colpi di pistola e fucile mitragliatore. Cinque militari israeliani sono stati ricoverati in gravissime condizioni per ferite di arma da taglio e da fuoco. A quel punto il comando ha cambiato le regole di ingaggio e sono intervenute le forze speciali che si sono calate sui ponti delle navi dagli elicotteri. Il triste bilancio, ancora non definitivo, di questa notte di furore, conta 19 morti e decine di feriti. L'azione di forza decisa dalle autorità israeliane fa capire quanto la pazienza sia ormai agli sgoccioli. Il passare alle vie di fatto in una situazione delicatissima come quella di ieri sera, a bordo erano ospitati anche parlamentari turchi ed europei, è un chiaro segnale che le regole, almeno per quello che riguarda il governo di Gerusalemme, sono cambiate, chi vorrà organizzare altre avventure di questo tipo dovrà necessariamente tenerne conto. Che non ci fosse la buona fede, pacifica e pacifista, da parte degli organizzatori di questa "crociera umanitaria" è stato il rifiuto di far pervenire a Gilad Shalit, detenuto contro ogni regola internazionale, dei pacchi con generi di prima necessità e della corrispondenza, diritti secondo le convenzioni di Ginevra a lui negati.

(l'Opinione, 1 giugno 2010)

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Si definiscono pacifisti ma sono seminatori d'odio

di Gian Micalessin

Le Ong del convoglio navale sono legate al gruppo turco Ihh, sponsor di Hamas e finanziatore di militanti della guerra santa

La grande paura israeliana, il sospetto che ha spinto il governo di Benjamin Netanyahu a mandare gli incursori della marina a bloccare il convoglio in navigazione verso Gaza si nasconde dietro la sigla Ihh. Le tre lettere, abbreviazione dell'organizzazione umanitaria turca «Insani yardim vakfi», ovvero «Fondo di aiuto umanitario», sono per l'intelligence israeliana il simbolo dei legami sempre più profondi tra i fondamentalisti di Hamas e i gruppi islamici turchi. E non soltanto per le foto che documentano l'incontro del 2009 a Damasco tra Bulent Yildirim, fondatore e capo indiscusso di Ihh, e il segretario generale di Hamas Khaled Mashaal. Più di quelle foto preoccupano il tentativo della «Ihh» di espandersi da Gaza alla Cisgiordania e gli antichi legami con esponenti della jihad internazionale, tra cui alcuni militanti transitati dalla moschea milanese di via Jenner ai campi di battaglia di Bosnia, Afghanistan e Cecenia. Preoccupazioni diventate sempre più assillanti quando l'Ihh ha assunto il coordinamento dei cosiddetti «pacifisti» confluiti a Cipro mettendo a disposizione della flotta per Gaza tre navi pagate con i propri fondi.
Gli italiani dell'«Onlus Abspp» o del «Comitato Gaza vivrà», gli inglesi del «Palestinian return centre», gli austriaci dello «European-Palestinian Council Koordination Forum zur Unterstützung Palestina» e gli svizzeri di «Droit pour tous» - tanto per citare alcuni dei partecipanti - si sarebbero insomma ritrovati sotto il controllo di un'organizzazione con un preciso obbiettivo politico. Dietro le attività umanitarie dell'Ihh si cela, secondo l'intelligence israeliana, l'intenzione di provocare gravi incidenti, allargare il fossato tra la Turchia e Israele e contribuire all'isolamento d'Israele. Un programma politico confermato dalla stessa Ihh con il profetico monito a Israele pubblicato sul proprio sito il 23 maggio. «Gestite bene questa crisi perché se ci fermerete rimarrete isolati e vi farete del male da soli». Quell'«avvertimento» alla luce dei fatti della scorsa notte acquisisce, dal punto di vista d'Israele, il sapore di una provocazione attentamente studiata. Non a caso l'operazione iniziale degli incursori israeliani si concentra proprio sulla «Mavi Marmaris», l'ammiraglia delle tre navi sponsorizzate dalla Ihh trasformata nel centro comando della spedizione. Dietro alla Mavi Marmaris, da cui distribuivano ordini i capi e i militanti di Ihh navigavano altri due mercantili carichi di aiuti sponsorizzati dall'Ihh.
Per meglio capire le preoccupazioni israeliane bisogna anche sfogliare un dossier pubblicato nel 2006 dall'Istituto danese di studi internazionali. Secondo il dossier, firmato dall'analista americano Evan Kohlman, l'Ihh oltre a fornire appoggi all'insurrezione irachena è nel mirino dell'antiterrorismo turco fin dal 1997 quando una perquisizione del suo quartier generale di Istanbul portò alla scoperta di armi, esplosivi, istruzioni per confezionare bombe e documenti che collegavano l'organizzazione a militanti impegnati in Bosnia, Cecenia e Afghanistan. Ulteriori prove emergono da un memorandum del 1996 dell'Uclat, il centro di coordinamento francese d'antiterrorismo. Secondo quel dossier Bulent Yildirim, il fondatore di Ihh, era direttamente coinvolto nel reclutamento di volontari dell'internazionale islamica. Sospetti comprovati - stando al rapporto - dalle numerose telefonate intercettate tra Yildirim e i militanti della moschea milanese di via Jenner impegnati negli anni Novanta sui fronti della Bosnia.
Le attività più preoccupanti per gli israeliani sono però quelle svolte direttamente a Gaza. Secondo «Intelligence.org», un sito molto vicino ai servizi di Gerusalemme, l'ufficio aperto dall'Ihh a Gaza non solo coordina gli aiuti ma li concorda preventivamente con i capi di Hamas. Questi rapporti sempre più stretti hanno portato nel gennaio 2009 all'incontro a Damasco tra Bulent Yildirim e il riconoscente segretario generale di Hamas Khaleed Meshaal. Parallelamente a quell'incontro l'Ihh espande le sue attività in Cisgiordania trasferendo fondi e aiuti alla «Società islamica di carità» a Hebron e alla «Società di carità Tadhamun» di Nablus, due organizzazioni controllate da Hamas e messe fuorilegge da Israele. A rendere più sospetta l'attività della Ihh contribuiscono i suoi legami con la «Union of Good» una confederazione di organizzazioni umanitarie islamiche a cui nel novembre 2008 il dipartimento del Tesoro americano ha congelato tutti i fondi dopo aver trovato le prove del «trasferimento di milioni di dollari alle associazioni consociate con Hamas».

(il Giornale, 1 giugno 2010)

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In difesa di Israele

Da tempo era noto che una flottiglia di provocatori politici, messa su con la complicità dei nemici in armi di Israele, voleva forzare il blocco di Gaza. La decisione di impedire questa forzatura era legittima, ci mancherebbe, ma doveva realizzarsi in condizioni di maggiore sicurezza, con un impiego intelligente della forza, in modo da evitare lutti, dolori ed equivoci umanitari pronti ad essere sfruttati con cattiveria dalla propaganda pacifista internazionale, da sempre alleata con la propaganda antisionista dei peggiori ceffi, ora anche turchi, che agitano la scena mediterranea. Il blocco contro il quale muoveva la flottiglia delle anime belle, accompagnata da parecchie brutte facce, è una decisione sovrana che Gerusalemme ha preso, giusta o sbagliata che la vogliate giudicare, per tutelarsi da una comunità di impianto terrorista costruita con la violenza da Hamas, movimento islamista che vuole annientare Israele, dopo il ritiro di Tsahal dalla Striscia. Era stato così anche nel Libano meridionale. Il ritiro, l'insediamento successivo sempre più radicato di Hezbollah, le trame iraniane e di altri stati nemici dell'entità sionista, e poi il sistematico bombardamento missilistico delle città di confine, fino ad Haifa: infine la dura reazione delle Israel Defence Forces. Ma qui nasce il vero problema. Israele è da sempre in una specialissima situazione etico-politica. Ha il diritto di difendersi, ma purtroppo non ha il diritto di sbagliare. Non si fa guerra in Libano senza aver chiaro nei limiti del possibile e dell'impossibile quale sarà il contrattacco di Hezbollah, quanto saranno capaci di nascondere e far funzionare le loro batterie missilistiche nel corso dell'offensiva, quali vie per il traffico delle armi resteranno aperte per giorni e settimane. Così non si abborda una flottiglia di pacifisti ben intenzionati a menare le mani, a usare i coltelli e i bastoni, e magari a disarmare i soldati piovuti dagli elicotteri, senza calcolare tra le possibili conseguenze una carneficina. Un disastro tecnico diventa subito una catastrofe umana e politica, quando si parla di uno stato che vive sotto il ricatto prenucleare di Teheran, di un governo che oggi si sente isolato perfino dall'Amministrazione americana o da sue decisive componenti, di una classe dirigente che deve condurre difficili campagne di verità a proposito di un nemico potente travestito da soggetto debole, diseredato, in perenne penuria per la cattiveria degli "ebrei insediatisi in Palestina". E' doloroso e folle quel che è accaduto a bordo di quelle navi. E' inaudito anche solo ipotizzare che Israele non abbia il diritto e il dovere di reagire a simili provocazioni politiche, alla violenza degli umanitari e dei pacifisti alleati di Teheran e di folle tumultuanti allertate dalla nuova propaganda di Erdogan. Ma non così.

(Il Foglio, 1 giugno 2010)

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Israele: intercetteremo anche la prossima nave per Gaza

GERUSALEMME - La marina israeliana è pronta a fermare un'altra nave con aiuti umanitari diretta a Gaza, ha detto oggi un comandante, prospettando la possibilità di un atteggiamento poco collaborativo dei suoi uomini dopo la presa sanguinosa di un'imbarcazione con bandiera battente turca avvenuta ieri.
La radio dell'esercito israeliano ha riferito che MV Rachel Corrie, ex nave mercantile, raggiungerà le acque di Gaza entro mercoledì.
Un luogotenente della marina, rimasto anonimo, ha detto in un'intervista alla radio che si aspetta che i suoi uomini prenderanno il controllo della nave senza grandi difficoltà.
"Stiamo studiando e svolgeremo delle indagini professionali per raggiungere delle conclusioni", ha detto il luogotenente, riferendosi allo scontro in cui la sua unità ha sparato su nove attivisti internazionali a bordo del traghetto turco.
"E saremo pronti anche per la Rachel Corrie", ha aggiunto.
In un post caricato su Internet in Irlanda lo scorso 20 aprile, la Perdana Global Peace Organisation ha detto che il Free Gaza Movement, contrario al blocco imposto da Israele sui territori palestinesi, ha comprato la Rachel Corrie per il trasporto di aiuti umanitari.

(Reuters, 1 giugno 2010)

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Camera, ancora attacchi al comitato sull'antisemitismo

"Continuano gli attacchi al Comitato d'indagine sull'Antisemitismo della Camera dei Deputati sui siti internet che noi del Comitato avevamo denunciato nella conferenza stampa della scorsa settimana". A dirlo è Raffaele Volpi , Segretario del comitato d'indagine. "Il lavoro che stiamo facendo con grande responsabilità sta evidentemente infastidendo chi opera una subdola azione di divulgazione antisemita e parallelamente quelli che agiscono con propaganda anti-israeliana. Questi soggetti, spesso tra oro collegati, stanno portando un attacco frontale al Parlamento Italiano di cui il Comitato, formato da Deputati di tutti gruppi, è diretta emanazione e strumento. Le insinuazioni vigliacche e le minacce velate ai membri del comitato ed in particolare alla presidente Nirenstein confermano il buon lavoro che stiamo facendo e racchiudono il timore che proprio queste attività portino, come è nostra ferma intenzione, a proposte legislative stringenti sul tema dell'antisemitismo. La cosa certa è che gli attacchi e le minacce non ci fermeranno e che queste minacce fatte al Parlamento dimostrano la pericolosa distorsione ideologica di questi squallidi personaggi", conclude il deputato della Lega Nord.

(politicamentecorretto.com, 1 giugno 2010)

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Notizie archiviate

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